diritto all’abitare – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 27 Feb 2026 21:00:37 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Diritto all’abitare, diritto alla città https://www.carmillaonline.com/2025/08/21/diritto-allabitare-diritto-alla-citta/ Thu, 21 Aug 2025 20:00:34 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=89896 di Giovanni Iozzoli

Barbara Russo, Le case dei sogni. Inchiesta sul turismo nel centro storico di Napoli, Monitor, Napoli 2025, pp. 109, € 12,00

Il tema dell’abitare ha assunto una centralità paragonabile al tema lavoro, nella definizione delle gerarchie sociali e dei destini individuali, dentro le metropoli tardocapitaliste.

Questa è una novità della fase storica che stiamo vivendo. Fino a vent’anni fa il reddito/lavoro costituiva la premessa per l’accesso al bene casa. Sulla base del reddito si articolavano le diverse modalità di fruizione del diritto all’abitare – affitto, acquisto diretto, mutuo. Il lavoro era la precondizione dell’accesso alla merce casa. Oggi, le [...]]]> di Giovanni Iozzoli

Barbara Russo, Le case dei sogni. Inchiesta sul turismo nel centro storico di Napoli, Monitor, Napoli 2025, pp. 109, € 12,00

Il tema dell’abitare ha assunto una centralità paragonabile al tema lavoro, nella definizione delle gerarchie sociali e dei destini individuali, dentro le metropoli tardocapitaliste.

Questa è una novità della fase storica che stiamo vivendo. Fino a vent’anni fa il reddito/lavoro costituiva la premessa per l’accesso al bene casa. Sulla base del reddito si articolavano le diverse modalità di fruizione del diritto all’abitare – affitto, acquisto diretto, mutuo. Il lavoro era la precondizione dell’accesso alla merce casa. Oggi, le due categorie – casa e lavoro – si sono in qualche modo sganciate dal reciproco rapporto di dipendenza. Si può avere un lavoro e non avere diritto all’abitare, anche dentro condizioni contrattuali dignitose. Si può lavorare 50 ore a settimana e finire col dormire in una macchina.

La specialissima merce casa si è come autonomizzata dall’ordinario meccanismo di formazione del prezzo delle merci. E’ diventato un terreno nuovo di gerarchizzazione dei rapporti sociali, la linea di confine tra il “dentro” e il “fuori”, tra l’appartenenza alla polis e la collocazione nei suoi bordi sfrangiati. La casa è un prisma attraverso cui si possono leggere in controluce diverse tendenze generali in atto: la crisi dei ceti medi, la ripolarizzazione feroce della distribuzione del reddito, lo spazio urbano come luogo privilegiato di incontro tra capitale finanziario e produttivo, l’espansione della bolla immobiliare come indicatore ultimo della decadenza economica di un “capitalismo nazionale”.

Infatti l’impazzimento del valore e dei prezzi del mercato immobiliare è in stretta connessione con la crisi generale del sistema capitalistico, con le sue difficoltà di autovalorizzazione che costringono ad individuare le superfici edificabili, come unica controtendenza alla caduta dei profitti nei settori di impiego tradizionale. Quando una metropoli si deindustrializza, sposta tutte le sue energie e risorse su quel terreno – dietro le ambigue formule del ridisegno urbanistico, della riqualificazione, del contrasto al degrado, del restyling etc – e la città, le sue mura, le sue strade, le sue piazze, le sue abitazioni, diventano snodo centrale del ciclo di valorizzazione.

Il possesso/eredità di un immobile (familiare) è oggi la modalità  prevalente e quasi esclusiva per accedere al mutuo/acquisto, mentre l’affitto è sopposto ad un vertiginoso processo di rendita speculativa pressoché inarrestabile – tendenza che rende la società italiana sempre più simile a quella degli Stati Uniti. Lavoro/reddito/casa rappresentano un intreccio tematico in radicale ridislocazione; e per raccontare la moderna condizione proletaria nella metropoli, sarà necessaria una nuova qualità dell’indagine sociologica e dell’inchiesta sul campo.

E’ lo sforzo che affronta Barbara Russo nel suo libro Le case dei sogni, un testo che si inserisce nel filone di indagine che il ricercatore collettivo Monitor  continua a produrre, partendo dalla metropoli napoletana ma relazionandosi agli analoghi fenomeni più generali della società italiana.

A Napoli, il nodo del diritto all’abitare si intreccia strettamente con i processi di turistificazione e gentrificazione (alla napoletana) di quello che è il centro storico più vasto e popolato d’Europa. E tali processi a loro volta ridisegnano il mercato del lavoro e riconfigurano la cartografia dei poteri sul territorio – tra governi locali, imprenditoria privata tradizionale e nuova imprenditoria del terzo settore. Un approccio analitico che inquadra Napoli, quindi, non come eterna capitale dell’arretratezza, bensì laboratorio avanzato di tendenze della ristrutturazione capitalistica – nonché di forme originali di resistenza sociale.

Barbara Russo sceglie l’approccio etnografico, ormai indispensabile per indagare le fenomenologie sociali complesse, intervistando diverse tipologie di figure che si ritrovano nel vortice dei cambiamenti. Si va dai privati cittadini lanciati nella speculazione del b&b fai da te, agli operatori più strutturati che hanno scelto la via del property manager – l’intermediazione professionale che si va regolarizzando sul piano normativo e fiscale, creando anche nuovi elementi di stratificazione sociale. Fino ad arrivare ai “danni collaterali” prodotti da ogni espansione di mercato: le persone vittime dell’espulsione dal centro di Napoli, cacciate da case destinate ad essere fagocitate dentro al ciclo della speculazione turistica.

Molti degli intervistati raccontano di essere rimasti nelle loro case quando i proprietari hanno alzato i canoni di locazione all’improvviso, di aver accettato di pagare fitti più alti pur di continuare a vivere in quelle case, di aver assecondato le sempre nuove richieste dei proprietari nonostante l’assenza di manutenzione e contratti registrati per metà o del tutto in nero. Quando sono arrivati gli sfratti, alcuni di loro hanno provato a resistere, non solo perché non avevano altri posti dove andare, ma anche per salvaguardare il legame affettivo con le loro case e non perdere i rapporti con il vicinato, che in molti casi fornivano loro anche una possibilità di accedere al lavoro e al welfare. Chi alla fine ha dovuto lasciare la casa, ha preferito accettare canoni di locazione più alti a fronte di condizioni abitative peggiori, oppure si è fatto ospitare da amici e parenti, rinunciando ad avere una casa propria pur di rimanere in questi quartieri, vicino alle proprie comunità, ai luoghi di lavoro, alle scuole dei figli e agli spazi dove si svolge la propria vita quotidiana. (pag. 11)

La maggior parte dei soggetti più deboli, non possono che cedere alla speculazione e alla forza di impatto dell’industria turistica. Racconta una famiglia intervistata:

Da otto anni viviamo in questa casa, qui abbiamo le nostre abitudini, la scuola, il parco, la chiesa; si tratta di perdere tutto (…). Il proprietario ci ha detto che ce ne dobbiamo andare perché vendono tutto, anche gli altri due appartamenti che hanno nel palazzo. Gli avevo chiesto di mantenere l’affitto ma mi ha risposto che tutti gli appartamenti diventeranno b&b e che quindi non è possibile restare. Saranno venute a vedere la casa più di cinquanta persone: parlano di come aggiustarla, di cosa cambiare per farne un b&b… (pag. 60)

Quindi il passaggio storico, epocale, che ha investito Napoli, nel racconto di Barbara Russo, è facilmente leggibile.
Attori sociali vecchi e nuovi individuano nel centro storico della città un terreno di valorizzazione che può essere venduto all’industria dell'”esperienza turistica”, che dall’inizio del secolo in corso ha cominciato a inserire Napoli nella sua mappa di itinerari pregiati. La composizione sociale popolare e sottoproletaria di quei quartieri rappresenta un ostacolo a tale valorizzazione, ma anche una risorsa in quanto serbatoio di mano d’opera inutilizzata. Comincia il processo di espulsione delle classi povere che liberano metri quadri per l’uso turistico e allo stesso tempo la messa in valore della forza lavoro che in quei territori vive. Nasce la retorica del turismo come Grande Occasione di emancipazione. Si uso lo stigma che ricade da sempre sui quartieri popolari – parassitismo e malavita – per legittimare il ridisegno urbanistico e sociale dei territori. Nel racconto che ne fanno i residenti, alcuni rioni, come la Sanità, aderiscono perfettamente a questo schema – senza dimenticare che le vite delle persone non sono né schemi né statistiche.

Una delle maggiori contraddizioni che saltano all’occhio quando si osserva ciò che sta accadendo alla Sanità riguarda lo squilibrio tra il potere d’acquisto dei turisti e quello dei residenti. Dai beni di prima necessità, fino alle attività commerciali e di ristorazione, i prezzi sono aumentati ma la povertà del quartiere è rimasta invariata. Applicato al campo degli affitti, questo scarto rivela un nuovo cortocircuito prodotto dall’economia turistica, capace di tagliare in due la città: un mercato immobiliare dai valori sempre più alti che non coincide con i redditi e le possibilità economiche degli abitanti, apre la strada a nuovi attori (pag. 67)

E quindi, sovente, lo sfrattato, diventa anche carne da macello dell’industria turistica.

Nel caso di Cinzia, come in quelli di Dinesh, Pramila e altri intervistati che hanno perso la casa, proprio chi è impiegato come mano d’opera precaria, flessibile e sottopagata nel comparto alberghiero o extra-alberghiero, è poi coinvolto nelle sue “esternalità negative”, in primis gli sfratti e la perdita della casa. (pag. 81)

La retorica delle Grande Occasione, l’eterno mito del Risanamento napoletano, il turismo come moderna panacea alla crisi delle metropoli e il nodo casa come nuovo ordinatore sociale, sono fenomeni ricorrenti che investono tante città ma che a Napoli si presentano nelle forme più trasparenti e leggibili. Le analisi elaborate in questo libro, prodotte “dall’interno” dello tsunami sociale che sta ridisegnando le metropoli, rappresentano il racconto vivo, in presa diretta, di un grande cambiamento che arricchirà pochi e peggiorerà le condizioni di tanti. Senza il protagonismo dei soggetti che vivono la città, senza il rispetto dei loro bisogni e della loro storia, nessuna emancipazione è possibile: soprattutto se fondata sulla speculazione immobiliare.

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Piattaforme di gentrificazione digitale https://www.carmillaonline.com/2020/11/19/piattaforme-di-gentrificazione-digitale/ Thu, 19 Nov 2020 22:00:14 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=63329 di Gioacchino Toni

Sarah Gainsforth, Airbnb città merce. Storie di resistenza alla gentrificazione digitale, DeriveApprodi, Roma 2019, pp. 192, € 18,00

«Cerchi una casa sull’albero per il weekend o un’intera casa per tutta la famiglia? Qualunque sia la tua destinazione, ti aspetta un caloroso benvenuto. Dietro ogni soggiorno c’è un host, una persona reale pronta a offrirti le informazioni di cui hai bisogno per effettuare il check-in e sentirti a casa». Così il portale Airbnb italiano accoglie il visitatore. Airbnb, spiega Wikipedia, «è un portale online che mette in contatto persone in cerca [...]]]> di Gioacchino Toni

Sarah Gainsforth, Airbnb città merce. Storie di resistenza alla gentrificazione digitale, DeriveApprodi, Roma 2019, pp. 192, € 18,00

«Cerchi una casa sull’albero per il weekend o un’intera casa per tutta la famiglia? Qualunque sia la tua destinazione, ti aspetta un caloroso benvenuto. Dietro ogni soggiorno c’è un host, una persona reale pronta a offrirti le informazioni di cui hai bisogno per effettuare il check-in e sentirti a casa». Così il portale Airbnb italiano accoglie il visitatore. Airbnb, spiega Wikipedia, «è un portale online che mette in contatto persone in cerca di un alloggio o di una camera per brevi periodi, con persone che dispongono di uno spazio extra da affittare, generalmente privati». Inoltre, riporta che il sito, attivato nel 2007, «al giugno 2012 contava alloggi in oltre 26.000 città in 192 paesi e raggiunse 10 milioni di notti prenotate in tutto il mondo. Gli annunci includono sistemazioni quali stanze private, interi appartamenti, castelli e ville, ma anche barche, baite, case sugli alberi, igloo, isole private e qualsiasi altro tipo di alloggio».

Insomma, un esempio di “sharing economy” di successo che però, con i suoi annunci accattivanti, sottrae unità residenziali dagli affitti a lungo termine. In Italia la percentuale delle unità immobiliari presenti sulla piattaforma è pari al 25% di quelle presenti nel centro storico della città di Firenze. Non solo la diminuzione della disponibilità abitativa per gli affitti a lungo termine ha fatto aumentare questi ultimi in maniera vertiginosa, ma anche contribuito a determinare una vera e propria fuga dalla città. Si calcola che in alcuni quartieri romani del centro la popolazione residente si sia ridotta del 30-40% nel periodo compreso tra il 2014 e il 2018. Nella parte antica della città di Venezia, poi, si è giunti alla parità: il numero di posti letto per turisti corrisponde ormai a quello dei residenti con inevitabili ricadute anche sul commercio di vicinato sempre più rimpiazzato da servizi per turisti1.

Anche le corporation del capitalismo delle start-up e delle piattaforme digitali hanno bisogno dei loro miti fondativi. Ne abbiamo sentite talmente tante di storie di successo che partono da piccoli laboratori in garage messi insieme da amici squattrinati che viene il dubbio si tratti di narrazioni utili a nascondere qualche verità scomoda o fatte circolare quasi per scusarsi di quel che queste romantiche attività sono nel frattempo diventate.

Nel suo Airbnb città merce, Sarah Gainsforth sottolinea come da questo punto di vista la piattaforma Airbnb non faccia eccezione. Al pari di altre piattaforme, anch’essa pare essersi costruita una genealogia immaginaria adeguata a una narrazione retorica abile nel ribaltare la natura parassitaria e ambivalente di tanta “sharing economy”. È anche grazie al ricorso di miti fondativi costruiti a tavolino che Airbnb ha potuto presentarsi come risposta a problemi che in realtà, come dimostra la studiosa, contribuisce a generare.

Il capitalismo delle piattaforme non è che una delle risposte che si è dato il vigente sistema economico egemone proteso nella sua incessante ricerca di nuove opportunità di profitto e da questo punto di vista, sostiene Gainsforth, Airbnb rappresenta, al momento, «la principale success story del capitalismo delle piattaforme e dell’ideologia neoliberale e startuppara, secondo cui ognuno è l’imprenditore di se stesso». Una retorica di lunga data che cela come le piattaforme digitali abbiano «trovato il modo di mercificare sempre nuove risorse, ampliando la sfera di ciò che è possibile mettere a profitto – la casa, il proprio tempo, le città».

Airbnb ha potuto svilupparsi sfruttando «un contesto di recessione economica, di precarizzazione del lavoro, di contrazione dei salari, di aumento del costo della vita e di finanziarizzazione della casa su scala globale. Gli effetti della produzione dello spazio per utenti progressivamente più ricchi, ovvero del fenomeno della gentrificazione, una strategia di crescita economica urbana globale, produce effetti drammatici nei luoghi dove le piattaforme atterrano: le città».

In un contesto in cui il turismo è diventato «uno strumento di produzione di località per l’estrazione di valore dalla città-merce», la natura individualista di Airbnb, celata ad arte da una patina di retorica comunitaria incentrata sul suo permette alle persone comuni di «arrotondare e restare nelle loro case», finisce per essere «uno strumento di accumulazione di profitti e di concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi proprietari assenti che affittano le case a turisti di passaggio, portando al rialzo i valori immobiliari e i canoni di locazione, alla contrazione dell’offerta di case in affitto, e dunque all’espulsione del ceto medio e basso dai centri urbani».

Sarah Gainsforth si propone pertanto di svelare la retorica fasulla di Airbnb liberando «il campo dalle mitologie che accompagnano e legittimano l’avanzata del capitalismo delle piattaforme, radicate nella mentalità americana, su cui la favola di Airbnb si innesta». All’interno di un contesto che continua imperterrito a propagandare i miti dell’american dream, del self-made man e del paese delle pari opportunità, il sogno di possedere una casa, per milioni di americani, ha dovuto fare i conti con le politiche neoliberiste e con il mantra ripetuto che vuole motiva l’aumento delle diseguaglianze con l’ideologia del merito individuale. «Il mito del pioniere alla conquista delle terre selvagge, che diviene il libero imprenditore alla scoperta della frontiera dello spazio digitale. Il mito del creativo, a cui l’ideologia dell’innovazione capitalista accredita molto più merito del dovuto per le immense ricchezze accumulate grazie alle imprese collettive di molti».

Se la favola di Airbnb, sostiene Gainsforth, parte da San Francisco, la sua vera origine va ricercata nei capitali di ventura della Silicon Valley, il cui ecosistema innovativo «alla base del successo delle piattaforme digitali, è il frutto di decenni di ricerche finanziate con fondi pubblici e del lavoro di milioni di lavoratori invisibili, quelli dell’industria tecnologica e dei settori dei servizi, che costituiscono l’infrastruttura fisica dove “l’innovazione” può avvenire, le città».

La concentrazione di ricchezza accumulata dal capitalismo del settore tecnologico ha creato negli Stati Uniti veri e propri monopoli digitali con «circoli chiusi di investitori che si tramandano ereditariamente la ricchezza [che] rendendo invivibili le città per coloro che le abitano e le mandano avanti». È proprio a San Francisco, città dagli affitti vertiginosi, che si è strutturata la resistenza ad Airbnb a partire dalle lotte delle organizzazioni per il diritto all’abitare ed è da quell’esperienza che l’autrice parte per raccontare alcuni casi esemplari di resistenza sociale contro la gentrificazione digitale delle città.


  1. Dati riportati nell’articolo di Stefano Galeotti, Airbnb, da Bologna a Napoli gli affitti brevi “sfrattano” famiglie e studenti. “Il padrone di casa triplica il canone, andiamo in periferia”, Il Fatto Quotidiano, 21 febbraio 2020. 

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