Diaspora – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Tue, 17 Mar 2026 23:05:26 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Palestina, pace e giustizia non significano disarmo https://www.carmillaonline.com/2026/02/25/palestina-pace-e-giustizia-non-significano-disarmo/ Tue, 24 Feb 2026 23:10:49 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92422 di Fabio Ciabatti

La filosofia di fronte al genocidio. Conversazione su Gaza con Étienne Balibar, a cura di Luca Salza, Cronopio, Napoli 2025, pp. 94, € 12,00.

Hamas è un’associazione terroristica e dunque chiunque abbia a che fare con Hamas è un terrorista. È su questo semplice ragionamento, di natura politica prima ancora che giuridica, che si regge l’inchiesta che vede coinvolti molti palestinesi residenti in Italia con l’accusa di associazione a delinquere con finalità di terrorismo internazionale. Il pensiero mainsteram non nutre alcun dubbio alla natura del gruppo islamista. Ma questo presupposto è accettabile? Può essere utile partire da questa domanda [...]]]> di Fabio Ciabatti

La filosofia di fronte al genocidio. Conversazione su Gaza con Étienne Balibar, a cura di Luca Salza, Cronopio, Napoli 2025, pp. 94, € 12,00.

Hamas è un’associazione terroristica e dunque chiunque abbia a che fare con Hamas è un terrorista. È su questo semplice ragionamento, di natura politica prima ancora che giuridica, che si regge l’inchiesta che vede coinvolti molti palestinesi residenti in Italia con l’accusa di associazione a delinquere con finalità di terrorismo internazionale. Il pensiero mainsteram non nutre alcun dubbio alla natura del gruppo islamista. Ma questo presupposto è accettabile?
Può essere utile partire da questa domanda per presentare La filosofia di fronte al genocidio. Conversazione su Gaza con Étienne Balibar, testo che nasce dalla traduzione di una lunga intervista del filosofo francese pubblicata nel 2025 sulla rivista transalpina “K Reveu” a cura di Luca Salza. Ebbene, Balibar, sostenitore da anni dalla causa palestinese anche in qualità di membro del Tribunale Russel sulla Palestina, fa un’importante precisazione:

non bisogna passare facilmente dal riconoscimento di azioni terroristiche, o persino dalla loro rivendicazione, all’essenzializzazione dei movimenti e delle loro organizzazioni come ‘movimenti terroristici’, intrinsecamente perversi da eliminare con ogni mezzo. Hamas, per quanto disastrosi si giudichino il suo programma e le sue azioni, non è lo Stato islamico (Daesh). E questo significa che i rapporti storici tra lotte di emancipazione o di resistenza e il terrorismo come tattica sono sempre stati (e sono oggi più che mai), complessi, impuri, soggetti a evoluzione.1

Balibar sostiene che l’attacco del 7 ottobre merita la qualifica di atto terroristico perché ha colpito principalmente civili disarmati ed è stato accompagnato da un’esplosione di brutalità, sebbene la crudeltà dei fatti sia stata sistematicamente ingigantita dalla propaganda israeliana. Aggiunge, però, che bisogna sempre stare attenti nel maneggiare il concetto di terrorismo. Le sue definizioni ufficiali, infatti mirano a occultare

la reciprocità e la dissimmetria tra le azioni terroristiche e le operazioni “contro-terroristiche”. In modo perfettamente arbitrario, le prime sono definite criminali, mentre le seconde sono ritenute legittime, qualunque sia la ferocia dei mezzi impiegati.2

In altri termini, qualunque sia stata la natura dell’attacco del 7 ottobre “non può far dimenticare la scala infinitamente più vasta e i mezzi sproporzionati con cui lo Stato israeliano – vero Stato terrorista sotto copertura ‘democratica’ – reprime e brutalizza la popolazione palestinese”. Un modus operandi che non nasce come reazione al 7 ottobre, ma “fa parte di un sistema di terrore che è il correlato dell’espropriazione della terra e della cancellazione della storia nazionale”.3
Se questo è il quadro, sostiene Balibar, non ha molto senso interrogarsi sulla moralità delle azioni di resistenza che rientrano nel terrorismo. “Ha invece molto senso chiedersi quali effetti tali azioni producano nel rapporto di forza, sia interno che esterno al paese”.4 Da questo punto di vista il giudizio del filosofo francese è decisamente negativo: Hamas ha sacrificato il proprio popolo a obiettivi strategici irraggiungibili sia per ragioni di tipo ideologico, vale a dire la volontà di rendere l’odio reciproco inespiabile, sia per errati calcoli sul rapporto di forze, avendo confidato nell’imminenza di un sollevamento generale contro il sionismo in tutta la regione. Tuttavia Balibar nota che una critica del terrorismo come tattica di resistenza e liberazione

ha senso solo se si è in grado di proporre delle alternative, almeno in linea di principio. Nelle circostanze attuali ne vedo una sola, anche se in ritardo rispetto all’evento o al di qua della ‘dimensione critica’ necessaria: lo sviluppo di una solidarietà di massa, che attraversi le frontiere tra Nord e Sud, tra Oriente e Occidente, con la lotta del popolo palestinese e che lo tiri fuori dal suo isolamento (il quale è anche, reciprocamente, una delle cause dell’attrazione esercitata dal terrorismo […]).5

Un movimento di massa internazionalista e anti-imperialista non si può certo sostituire alla lotta dei palestinesi, ma ha l’obiettivo di mettere in crisi la complicità degli Stati dando forza all’esigenza di “pace attraverso la giustizia” che inevitabilmente sorge di fronte all’orrore di un genocidio. Ma questa esigenza non può comportare “rinuncia o disarmo”. Piuttosto, significa che è necessario “praticare una violenza liberatrice presentando attenzione alle conseguenze del suo impiego quanto alla sua giustificazione o ai suoi fini”.6 In altri termini, “Al genocidio non si risponde con programmi di pace, ma con un uso giusto (legittimo, sufficiente, mirato) della forza”.7
Entra qui in gioco la distinzione di Benjamin tra violenza mitica, che sostiene l’ordine dominante, e violenza divina (o messianica o rivoluzionaria) che destituisce la dominazione aprendo idealmente la possibilità di un altro mondo. I concetti di Benjamin, precisa però Balibar, non possono essere ripresi alla lettera perché la storia delle rivoluzioni ci ha mostrato come questi tipi di violenza siano “due contrari assoluti, ma situati in una prossimità (e talvolta in un’indecisione) pericolosa”.8 Infatti, se guardiamo alle principali rivoluzioni del passato dobbiamo concludere che 

nell’immediato esse hanno tutte fallito (o peggio, hanno avuto successo solo trasformandosi in controrivoluzioni). Il loro uso della violenza è al cuore di questo fallimento, il che impone di ripensare completamente l’economia e le finalità della violenza rivoluzionaria, il rapporto stesso dell’idea di rivoluzione (cioè di emancipazione, di liberazione, di resistenza) con quella violenza”.9

Diverse sono le questioni suscitate da queste pagine di Balibar. Per brevità ci limitiamo a notare che, ben prima del 7 ottobre, Israele stava attuando quello che di Ilan Pappé ha definito un “genocidio incrementale”, un processo che procedeva sostanzialmente indisturbato e largamente ignorato. Attraverso un azzardo tanto feroce e quanto disperato Hamas ha dato avvio a una serie di eventi che hanno restituito visibilità alla causa palestinese e innescato una nuova ondata di solidarietà internazionale, almeno per un certo periodo. Tutto ciò all’altissimo costo di trasformare un processo “incrementale” in uno sterminio pienamente dispiegato. Insomma, è stato proprio un atto “terroristico” a mettere in moto una dinamica che assomiglia molto a quella che Balibar auspica al fine di evitare che la resistenza palestinese debba ricorrere a tattiche terroristiche. Con ciò non si intende dismettere come irrilevanti le sue argomentazioni, semmai calcare ancor più la mano sulla “impurità” che, come nota giustamente lo stesso Balibar, contraddistingue le lotte di liberazione, a maggior ragione quando si trovano a fronteggiare una situazione estrema come un genocidio.  La miccia della solidarietà poteva essere innescata da un’azione di natura differente rispetto a quella del 7 ottobre? Nulla ci vieta di ipotizzarlo, è ovvio. Ma le congetture e le speranze di chi partecipa da lontano, anche se con sincero trasporto, alle vicende dei palestinesi hanno valore relativo. Decisamente più importanti sono le condizioni materiali e l’immaginario dei diretti interessati. Certamente le loro scelte possono essere diverse, perché anche i popoli oppressi sono solcati da profonde fratture sociali e politiche, sebbene esse possano rimanere sottotraccia per la necessità di compattarsi contro il nemico esterno. Ed è da queste contraddizioni “interne” che credo si debba partire per immaginare una storia diversa cercando di mantenere una qualche presa sulla realtà.

Sicuramente, una grande capacità di immaginazione sarà necessaria per il futuro, e con questo torniamo al testo di Balibar, se è vero che “oggi in Palestina (o Israele-Palestina) esistono due popoli dalla storia tragicamente intrecciata, nessuno dei quali può eliminare l’altro né rinunciare al proprio diritto all’esistenza”.10 Certamente i palestinesi non hanno la capacità di rovesciare gli effetti della storia facendo scomparire la presenza ebraica, sebbene questa sia il frutto di una sanguinosa colonizzazione. È altrettanto certo che la politica israeliana ha deliberatamente operato per rendere impossibile ogni soluzione che non sia il completamento della conquista. E non c’è neanche alcun dubbio sul fatto che la perpetuazione della dominazione di una parte sull’altra non può portare ad alcuna cooperazione, riconciliazione e, alla fine, ad alcuna pace, come dimostrato dal fallimento degli accordi di Oslo. Qualsiasi soluzione, sostiene Balibar, deve avere come presupposto essenziale lo smantellamento del “postulato di disuguaglianza” che è inscritto nel cuore della colonizzazione. 

La ‘soluzione a uno Stato’ (sottinteso binazionale, in forme costituzionali da elaborare) ha certamente come base materiale l’intreccio di popolazioni e la realtà della dominazione israeliana (a beneficio degli ebrei), ma a condizione precisamente di invertirne il senso in un riconoscimento reciproco e in una riparazione dei torti subiti in 77 anni (inclusa l’accettazione del ‘diritto al ritorno’, anche a costo di negoziarne l’applicazione).11

Questo, però, implica una dolorosa ma necessaria rinuncia anche per i palestinesi. Come sosteneva Edward Said, citato da Balibar, è ben comprensibile che per questo popolo “rinunciare all’idea di una Palestina completamente araba equivale a rinunciare alla propria storia”.12

Ma, secondo Balibar, è proprio dalla storia che bisogna ripartire o, meglio, da una variante critica della storiografia dominante palestinese. Questa individua nel sionismo un momento intrinseco alle vicende dell’imperialismo europeo nella sua forma più estrema di colonialismo di insediamento che mira all’espulsione e all’eliminazione degli indigeni per far posto ai coloni, utilizzando come occasione, copertura ideologica e risorsa demografica lo sterminio degli ebrei in Europa. Dal punto di vista di Balibar, il sionismo è sin dall’inizio un nazionalismo tipicamente europeo dalla duplice natura: da una parte è analogo a quei movimenti che davano espressione alle nazionalità oppresse, dall’altro è intriso di “orientalismo” e perciò convinto della superiorità europea sulla barbarie orientale. Data questa complessità, 

l’idea di una impresa di colonizzazione al servizio di una ‘metropoli collettiva’ euro-americana è una finzione che ha il grave inconveniente di minimizzare il modo in cui l’Europa ha ‘vomitato’ (Shlomo Sand) i suoi ebrei, il ruolo svolto nella fondazione di Israele dalle conseguenze del nazismo e dell’antisemitismo, la violenza della guerra civile europea di cui gli ebrei sono le principali vittime, dunque la complessità delle motivazioni che hanno portato le Nazioni Unite nel dopoguerra mondiale a conferire legittimità al nuovo Stato su una parte del territorio della Palestina storica”.13

Quello che Balibar sembra suggerire è che non si può ridurre il sionismo a un burattino dell’imperialismo europeo e, tantomeno, la Shoah a mero pretesto per favorire la colonizzazione. Meno comprensibile, a mio parere, il riferimento alla metropoli collettiva, come se nel concetto di imperialismo non fosse contenuto quello di contraddizioni inter-imperialiste. Piuttosto, la critica dello Stato coloniale dovrebbe essere approfondita estendendosi allo Stato nazionale in quanto tale, poiché esso si è storicamente affermato perseguendo un’illusoria omogeneità etnica, anche attraverso forme di violenza particolarmente cruente. Non a caso Ben Gurion, tra i principali artefici della nascita di Israele, affermò esplicitamente nel 1941 che il trasferimento di popolazione su larga scala (leggi pulizia etnica) era un’idea oramai “rispettabile”. Il futuro premier dello stato sionista faceva riferimento alle contemporanee vicende belliche ma avrebbe potuto legittimare questa sua cinica affermazione anche richiamandosi alla massiccia e forzata deportazione su base etnica che si era verificata dopo la Prima Guerra Mondiale nell’ambito della formazione dei Paesi balcanici (“scambio di popolazioni” lo aveva definito con diplomatica ipocrisia il Trattato di Losanna del 1923).14 Inutile nascondersi che questo approccio può avere un rapporto problematico con la legittima aspirazione dei palestinesi a un proprio stato. D’altra parte, la prospettiva binazionale, mettendo in discussione la corrispondenza biunivoca tra statualità e nazionalità, rimanda proprio a questo complesso ordine di problemi che qui possiamo solo menzionare.

Tornando quindi a Balibar, la sua variante critica della narrativa palestinese non vuole certo negare “il senso del rapporto di dominazione” su cui si basa lo Stato di Israele “ma evita di ridurlo ad uno schema binario astratto o di essenzializzarlo”.15 Questa opera di necessaria de-essenzializzazione prevede anche la confutazione dell’idea che il popolo ebraico appartenga a una stessa etnia e cioè discenda dalla diaspora di un’unica nazione antica che, proprio in forza di questa ininterrotta linea di sangue, pretende di rivendicare legittimamente la propria patria ancestrale.
In realtà, sostiene Balibar, gli ebrei costituiscono un popolo unicamente perché condividono una tradizione etico-religiosa incentrata sulla trasmissione di un testo, affiancata da una finzione genealogica vissuta come “‘esilio’ ontologico”. Tale condivisione poteva declinarsi in molteplici appartenenze comunitarie (linguistiche, letterarie, poetiche ecc.) e fornire un quadro di credenze, conoscenze e speranze transnazionali radicalmente incompatibili con qualsiasi progetto statale. È solo nel XIX secolo, con l’ascesa dei nazionalismi e del moderno antisemitismo, che si afferma l’idea di uno Stato ebraico.
Oggi, l’accoppiamento immaginario tra cittadinanza israeliana e “popolo ebraico” ha l’obiettivo di legittimare lo Stato sionista quale centro politico-religioso rispetto all’ebraismo mondiale e, soprattutto, quello di identificare i nemici di Israele con i nemici dell’intero popolo ebraico. Balibar si dichiara convinto che questo tentativo di assimilare in modo totalitario la tradizione etico-religiosa ebraica con la “Grande Israele”, un’entità al contempo messianica e geopolitica, è destinato a generare fratture sempre più profonde all’interno della “diaspora”.
Questo perché oggi i cittadini israeliani (o comunque la loro maggioranza) sono complici, attivi o passivi, di un genocidio. E c’è di più. Perché la caratteristica peculiare dello sterminio dei palestinesi, rispetto ad altri fenomeni storici di simile natura, non è solo rappresentato dalla responsabilità dei discendenti del genocidio per eccellenza, ma soprattutto dal fatto che la strumentalizzazione della Shoah non cessa di partecipare alla giustificazione di quello che sta avvenendo a Gaza. Una partecipazione che avviene 

sostenendo l’affermazione per la quale le ‘vittime del genocidio’ non potrebbero perpetrarlo a loro volta, ma anche contraddittoriamente, autorizzandoli a superare impunemente tutti i limiti del diritto e dell’umanità per ‘proteggersi’ dal suo eterno ritorno, dal quale dicono e credono di essere minacciati.16 

Il genocidio di Gaza, dunque, ci pone di fronte a un rovesciamento di tutti i valori, morali e intellettuali, secondo Balibar: la Shoah, attraverso i suoi discendenti, per una sorta di “causalità ‘diabolica’”, genera il genocidio di Gaza e quindi “perde il proprio significato, non solo per gli ebrei, ma per tutti noi”.17 Di fronte a questo abisso, per la prima volta nella sua storia, il filosofo francese ha iniziato a rivendicare il suo essere ebreo, ricordando il nonno morto a Auschwitz. Una rivendicazione che ha il significato di una ribellione personale contro il destino che potrebbe attendere l’intero ebraismo: essere associato, 

per molto tempo o forse anche per sempre, non più alla resistenza alle persecuzioni e alla ricerca dell’autonomia intellettuale, all’imperativo della moralità e della giustizia e alla discussione sui suoi mezzi (tra cui la rivoluzione), ma all’oppressione e allo sterminio di un altro popolo.18 


  1. La filosofia di fronte al genocidio. Conversazione su Gaza con Etienne Balibar, a cura di Luca Salza, Cronopio, Napoli 2025, p.57. 

  2. Ivi, p. 58. 

  3. Ivi, p. 59. 

  4. Ivi, pp. 59-60. 

  5. Ivi, pp. 60-61. 

  6. Ivi, pp. 61-62. 

  7. Ivi, p. 56. 

  8. Ivi, p. 54. 

  9. Ivi. p. 55. 

  10. Ivi, p. 65. 

  11. Ivi, p. 64. 

  12. Ibidem. 

  13. Ivi, p. 34. 

  14. Cfr. Mark Levene, “Preannuncio delle catastrofi ebraica e palestinese. L’edificazione europea dello stato nazionale e le sue eredità tossiche, 1912-1948”, in Bashir Bashir e Amos Goldberg (a cura di), Olocausto e Nakba. Narrazioni tra storia e trauma, Zikkaron, Bologna 2023. 

  15. La filosofia di fronte al genocidio, cit., p. 36. 

  16. Ivi, p. 27. 

  17. Ivi, p. 28. 

  18. Ivi, p. 93. 

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Il nuovo disordine mondiale / 23: Israele perduta tra le sue guerre https://www.carmillaonline.com/2023/11/01/il-nuovo-disordine-mondiale-23-le-guerre-perdute-di-israele/ Wed, 01 Nov 2023 21:00:30 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=79758 di Sandro Moiso

Il comportamento dell’attuale governo di Israele rischia di essere il peggior nemico degli ebrei. (Primo Levi- intervista a «la Repubblica», 24 settembre 1982)

Ieri Israele ha perso la guerra. (Domenico Quirico, «La Stampa», 31 ottobre 2023)

Come ha annotato in una singola frase Domenico Quirico, essenziale come sempre, si può affermare che ciò che covava tra le fiamme e sotto le ceneri ancora ardenti del conflitto a Gaza ieri è balzato agli occhi di tutti. Soprattutto di una comunità mediatica che, nonostante le intimidazioni, le fake news, i divieti e le deformazioni di parte governativa israeliana, e [...]]]> di Sandro Moiso

Il comportamento dell’attuale governo di Israele rischia di essere il peggior nemico degli ebrei. (Primo Levi- intervista a «la Repubblica», 24 settembre 1982)

Ieri Israele ha perso la guerra. (Domenico Quirico, «La Stampa», 31 ottobre 2023)

Come ha annotato in una singola frase Domenico Quirico, essenziale come sempre, si può affermare che ciò che covava tra le fiamme e sotto le ceneri ancora ardenti del conflitto a Gaza ieri è balzato agli occhi di tutti. Soprattutto di una comunità mediatica che, nonostante le intimidazioni, le fake news, i divieti e le deformazioni di parte governativa israeliana, e filo-occidentale più in generale, non ha potuto fare a meno di notare che in quei 76 secondi di messaggio, filmato e trasmesso da Hamas il 30 ottobre dall’inferno di Gaza, le parole e l’urlo di Danielle Aloni, la donna presa in ostaggio insieme alla figlia di sei anni durante l’incursione del 7 ottobre, segnano una definitiva rottura di fiducia tra gli ebrei di Israele e l’attuale capo del governo Benyamin Netanyahu, la sua conduzione di una guerra scellerata e la pericolosità di una politica di occupazione coloniale sempre più genocidaria e arrogante. Ma non solo.

L’urlo di Danielle, insieme ai sondaggi che rivelano come un israeliano su due sia contrario all’operazione di terra a Gaza1, rivela una frattura più profonda. Quella che formalmente ha iniziato a manifestarsi da tempo con le dimostrazioni di piazza contro il governo Netanyahu, ma che da tempo una parte della comunità ebraica denunciava e continua a denunciare, dentro e fuori le mura del ghetto dorato di Israele.

Anche se, soprattutto qui nell’Italietta dell’opportunismo e del fascismo sempre strisciante e servile e del razzismo d’accatto, i media mainstream continuano ad usare termini bellicosi e insultanti nei confronti della comunità arabo-palestinese che da 75 anni rivendica il diritto al governo della propria terra senza imposizioni coloniali di alcun genere, esiste una storia di riflessioni sul destino di Israele e le sue origini provenienti proprio dall’interno del mondo e della cultura ebraica. Motivo per cui, qui di seguito, si cercherà di delineare ciò che Domenico Quirico ha sintetizzato nell’epigrafe posta in apertura di questo articolo attraverso le parole di storici, politici e filosofi di origine ebraica. Rimuovendo quindi quella stupida affermazione di “principio” secondo cui qualsiasi protesta o condanna anti-sionista va accomunata immediatamente all’anti-semitismo.

Come ricorda in uno dei suoi testi più importanti uno degli storici israeliani che da decenni si battono per una revisione della storiografia dello Stato di Israele e sull’uso mitopoietico della Shoa, senza negarla ma inserendola in un contesto non più metafisico (il male assoluto), ma incastonato in un quadro storico e culturale, oltre che sociale ben più complesso:

Nel 1938, con la ribellione araba contro il Mandato sullo sfondo, David Ben-Gurion dichiarò:
«Quando diciamo che gli arabi sono gli aggressori e noi quelli che si difendono, diciamo solo una mezza verità. Per quanto riguarda la sicurezza e la vita, noi siamo quelli che si difendono… Ma questa lotta è solo un aspetto del conflitto, che nella sua essenza è politico. E politicamente noi siamo gli aggressori, loro quelli che si difendono».
Ben-Gurion aveva ragione, naturalmente. Il sionismo era colonizzatore ed espansionista, sia in quanto movimento sia in quanto ideologia2.

Il mito del diritto al rientro degli Ebrei nei loro “millenari” territori d’origine, negando successivamente quello dei Palestinesi espulsi con la Nabka seguita alla dichiarazione dello Stato di Israele, si fondava sull’opera di un ebreo austriaco, giornalista, laico e privo della conoscenza della lingua ebraica, Theodor Herzl (1860- 1904), che a seguito dell’affaire Dreyfus (1894-95) di fatto inventò il movimento politico sionista.

Egli riassunse il suo punto di vista in un pamphlet profetico-programmatico di 30.000 parole: Der Judeenstaat (Lo Stato ebraico), pubblicato nel 1896, col sottotitolo Un moderno tentativo di soluzione della questione ebraica. […] Uno Stato siffatto avrebbe potuto essere utile alle grandi potenze sia in quanto «avamposto contro la barbarie», sia in quanto avrebbe risolto il problema della convivenza tra ebrei e gentili3.

I discorsi che abbiamo sentito negli ultimi giorni, ma anche negli anni precedenti, sulla barbarie di Hamas è dunque l’ultima manifestazione di una concezione razzista che il sionismo, non soltanto nel suo intimo, ha sempre portato con sé. Talvolta travestito sotto le spoglie del miglior utilizzo del territorio oppure sotto l’abito militare violento della rimozione e stermino dei “barbari”, ogni qualvolta questi osassero alzare la testa per non accettare una condizione schiavile a cui i colonizzatori li volevano ridurre e mantenere. E’evidente che una constatazione del genere ricorda una storia secolare di oppressione e sfruttamento coloniale non soltanto in Palestina (tutto sommato abbastanza recente), ma in ogni angolo del mondo in cui, a partire dal XV secolo, le potenze coloniali europee hanno fatto sentire il rombo dei loro cannoni e lo schioccare della frusta ai popoli sottomessi degli altri continenti.

Uno schiavismo, che come ricordava già Marx, non aveva nulla a che fare con quello delle società antiche, ma che ha costituito uno degli assi portanti del capitalismo, fin dalle sue origini. Uno schiavismo che sta alla base dei campi di concentramento usati dall’Uomo bianco in Sud Africa, in Nord America, in Australia, in India e successivamente qui in Europa con i lager e il gulag.

A testimonianza di ciò, occorre qui ricordare quanto scrisse Primo Levi, a proposito dell’intimo rapporto che legava l’industria pesante tedesca con l’amministrazione dei Lager, collegando per questo motivo i lager non alla metafisica del “male assoluto”, ma alla logica spietata dello sfruttamento del lavoro da parte del capitale4.

Non era certo un caso che per gli enormi stabilimenti della Buna fosse stata scelta come sede proprio la zona di Auschwitz. Si trattava di un ritorno all’economia faraonica e ad un tempo di una saggia decisione pianificatrice: era palesemente opportuno che le grandi opere e i campi di schiavi si trovassero fianco a fianco.
I campi non erano dunque un fenomeno marginale e accessorio: l’industria bellica tedesca si fondava su di essi; erano un’istituzione fondamentale dell’Europa fascistizzata, e da parte delle autorità naziste non si faceva mistero che il sistema sarebbe stato conservato, e anzi esteso e perfezionato, nel caso di una vittoria dell’Asse5.

Come si è affermato prima, le osservazioni e le note di Primo Levi rimettono sui giusti binari della Storia il tema della Shoa e dell’antisemitismo, liberandolo dai miti giustificazionisti dello stato di Israele per integrarlo all’interno dello sviluppo delle forme concentrazionarie che hanno reso possibile l’espandersi dello sfruttamento capitalistico, dal Panopticon di Bentham agli istituti carcerari privati americani di oggi, nati proprio come investimenti per l’utilizzo di manodopera a basso costo6.

Aggiungeva, però, poi ancora Levi:

Ora, il fascismo non vinse: fu spazzato, in Italia e in Germania, dalla guerra che esso stesso aveva voluto [e] il mondo […] provò sollievo al pensiero che il Lager era morto, che si trattava di un mostro appartenente al passato, di una convulsione tragica ma unica […]. E’ passato un quarto di secolo, e oggi ci guardiamo intorno, e vediamo con inquietudine che forse quel sollievo era stato prematuro […] ci sono campi di concentramento in Grecia, Unione Sovietica, in Vietnam e in Brasile. Esistono, quasi in ogni paese, carceri, istituti minorili, ospedali psichiatrici, in cui, come ad Auschwitz, l’uomo perde il suo nome e il suo volto, la dignità e la speranza. Soprattutto non è morto il fascismo: consolidato in alcuni paesi, in cauta attesa di rivincita in altri, non ha cessato di promettere al mondo un Ordine Nuovo7.

Non ha smesso di promettere la vittoria del bene contro l’”asse del male” e dei valori occidentali su quelli dei “barbari”. Trasferendosi talvolta là dove, invece, avrebbe formalmente dovuto essere escluso. Come sottolinearono allarmati, in una lettera al New York Times del 2 dicembre 1948, Albert Einstein e Hannah Arendt.

Fra i fenomeni più preoccupanti dei nostri tempi emerge quello relativo alla fondazione, nel nuovo stato di Israele, del Partito della Libertà (Tnuat Haherut)8, un partito politico che nell’organizzazione, nei metodi, nella filosofia politica e nell’azione sociale appare strettamente affine ai partiti Nazista e Fascista. È stato fondato fuori dall’assemblea e come evoluzione del precedente Irgun Zvai Leumi, una organizzazione terroristica, sciovinista, di destra della Palestina.
L’odierna visita di Menachem Begin, capo del partito, negli Stati Uniti è stata fatta con il calcolo di dare l’impressione che l’America sostenga il partito nelle prossime elezioni israeliane, e per cementare i legami politici con elementi sionisti conservatori americani. […]
Prima che si arrechi un danno irreparabile attraverso contributi finanziari, manifestazioni pubbliche a favore di Begin, e alla creazione di una immagine di sostegno americano ad elementi fascisti in Israele, il pubblico americano deve essere informato delle azioni e degli obiettivi del Sig. Begin e del suo movimento.
Le confessioni pubbliche del sig. Begin non sono utili per capire il suo vero carattere. Oggi parla di libertà, democrazia e anti-imperialismo, mentre fino ad ora ha apertamente predicato la dottrina dello stato Fascista. È nelle sue azioni che il partito terrorista tradisce il suo reale carattere, dalle sue azioni passate noi possiamo giudicare ciò che farà nel futuro.
[…] All’interno della comunità ebraica hanno predicato un misto di ultranazionalismo, misticismo religioso e superiorità razziale. Come altri partiti fascisti sono stati impiegati per interrompere gli scioperi e per la distruzione delle unioni sindacali libere. Al loro posto hanno proposto unioni corporative sul modello fascista italiano. Durante gli ultimi anni di sporadica violenza anti-britannica, i gruppi IZL e Stern inaugurarono un regno di terrore sulla comunità ebraica della Palestina. Gli insegnanti che parlavano male di loro venivano aggrediti, gli adulti che non permettevano ai figli di incontrarsi con loro venivano colpiti in vario modo. Con metodi da gangster, pestaggi, distruzione di vetrine, furti su larga scala, i terroristi hanno intimorito la popolazione e riscosso un pesante tributo9.

Giudizio rafforzato da quanto dichiarato 34 anni dopo da Primo Levi in un’intervista rilasciata a Giampaolo Pansa a seguito del massacro di palestinesi avvenuto all’epoca a Sabra e Chatila in Libano.

Per Begin «fascista» è una definizione che accetto. Credo che lo stesso Begin non la rifiuterebbe. E’ stato allievo di Jabotinski: costui era l’ala destra del sionismo, si proclamava fascista, era uno degli interlocutori di Mussolini. Sì, Begin è stato suo allievo […] Begin sta in piedi soprattutto con i voti dei giovani e degli immigrati recenti, cioè non dei profughi dell’Europa Orientale, bensì di quegli ebrei che vengono dai paesi del Medio Oriente o che sono nati in Israele. E’ tutta gente che nutre una forte animosità nei confronti degli Stati vicini, dai quali spesso provengono, e ciò, in una certa misura, spiega questa guerra e quel che è avvenuto durante la guerra. La mia condanna comunque è totale10.

Secondo Hannah Arendt (1906-1975), storica e filosofa ebreo-tedesca e una dei più influenti teorici politici del XX secolo, uno «Stato ebraico» non si sarebbe limitato a distruggere l’entità palestinese, come già aveva denunciato nella lettera citata prima, ma si sarebbe rivelato pregiudiziale per la stessa comunità ebraica di Palestina. Uno Stato-nazione che traeva la propria legittimità da una potenza straniera e lontana era, a suo avviso, foriero di sicuro disastro.

Il nazionalismo è piuttosto nefasto quando s’appoggia unicamente alla forza bruta della nazione. Un nazionalismo che riconosce la necessità di dipendere dalla forza di una nazione straniera è ancora peggiore. E’ questo il destino incombente sul nazionalismo ebraico e sul progettato Stato ebraico, inevitabilmente circondato da Stati Arabi e popolazioni arabe. Persino una maggioranza di ebrei in Palestina – anzi, perfino il trasferimento di tutti gli arabi di Palestina, come i revisionisti [sionisti] richiedono apertamente – non cambierebbe, nella sostanza, una situazione in cui gli ebrei devono, nello stesso tempo, chiedere la protezione di una potenza estera contro i loro vicini e pervenire a un accordo efficace con loro. […] se i sionisti continueranno a ignorare i popoli del Mediterraneo e a guardare unicamente alle grandi potenze lontane, finiranno coll’apparire strumenti o agenti di interessi estranei e ostili. Gli ebrei che conoscono la loro storia dovrebbero rendersi conto che una situazione del genere condurrebbe inevitabilmente a una nuova ondata di odio anti-ebraico, l’anti-semitismo di domani11.

Ma i nemici non sarebbero stati soltanto fuori dalla comunità ebraica, visto che la stessa Arendt avrebbe in seguito manifestato i suoi timori per le critiche e minacce ricevute a seguito della pubblicazione del suo reportage sul processo Eichmann tenutosi in Israele (La banalità del male, Feltrinelli 1964).

Coloro che sono dalla mia parte mi scrivono lettere private, ma nessuno più osa farle circolare in pubblico. E con ragione: sarebbe estremamente pericoloso, poiché un’intera e assai ben organizzata muta [mob] di cani rabbiosi si scaglia subito su chiunque osi fiatare. Insomma siamo al punto in cui ciascuno crede in quello in cui tutti credono: in vita nostra abbiamo spesso vissuto questa esperienza12.

Basti pensare all’omicidio di Yitzhak Rabin, primo ministro israeliano favorevole alla pace di Oslo, assassinato nel novembre 1995 da un estremista ebreo.
Oppure a quegli storici israeliani come Benny Morris, Ilan Pappe, Norman Finkelstein, Tom Segev, Shlomo Sand che per le loro ricostruzioni obiettive della storia dello stato di Israele e della cacciata dei palestinesi con la Nabka oppure per la critica dell’uso esagerato e ideologico della Shoa per giustificare i crimini contro i palestinesi, sono stati criticati, minacciati e perseguitati e, in alcuni casi (Finkelstein, figlio di sopravvissuti ai lager), costretti a recarsi in esilio all’estero a causa degli attentati subiti.

La violenza contro i Palestinesi si è dunque sempre accompagnata, in Israele alla violenza e alla repressione contro il dissenso interno. Fino a oggi, fino a quel video di cui si è parlato in apertura che è stato censurato dai canali televisivi israeliani in nome dell’unità e della sicurezza nazionale. Secondo Michel Warschawski, (figlio di un rabbino, nato in Francia nel 1949, trasferitosi ancor sedicenne a Gerusalemme e fondatore del movimento anti-sionista Alternative Information Center fin dal 1984):

Per giustificare dinanzi l’opinione pubblica locale e internazionale la violenza nei confronti dei civili, è indispensabile «decivilizzare» tale popolazione. Di qui l’uso sistematico, nei territori palestinesi occupati del concetto di terrorismo: la sanguinosa repressione di una popolazione è mascherata sotto il nome di «guerra contro il terrorismo». Non sono più donne e bambini che vengono dilaniati dalle bombe a frammentazione; non sono più intere famiglie che lo stato d’assedio condanna alla miseria e talvolta alla morte per fame: sono dei terroristi. Anche il concetto di guerra ha la sua importanza: lascia intendere che, di fronte alla quinta potenza militare del mondo, non c’è una popolazione civile, ma un’altra forza militare, e che ciò giustifica l’uso di carri armati, di elicotteri da combattimento e di aerei da caccia. […] è l’intera società palestinese che diventa il nemico; è essa che bisogna sradicare «come un cancro», come dirà un comandante in capo dell’esercito, Moshe Yaalon. […] Nonostante lo stato d’assedio e i bombardamenti, nonostante tutti i morti e i feriti, nonostante le massicce distruzioni e i colpi inferti alle istituzioni civili e militari, nessun segno di capitolazione è vista. La determinazione dei palestinesi e delle palestinesi, di ogni tendenza si esprime nella loro ostinata volontà di rimanere sul posto e di condurre una vita normale in mezzo alle distruzioni. […] Ma, come tutti gli imbecilli gallonati del mondo, i generali israeliani, compresi quelli che hanno deposto l’uniforme per diventare ministri, sono convinti che quello che non sono riusciti ad ottenere con l’uso della forza, lo otterranno usando una forza ancora maggiore13.

Aggiungendo una considerazione proprio sulla condizione reale di Israele:

Per ironia della storia, il sionismo che voleva far cadere le mura del ghetto ha creato il più grande ghetto della storia ebraica, un ghetto super-armato, certo e capace di estendere in permanenza il suo territorio, ma pur sempre un ghetto, ripiegato su se stesso e convinto che, al di fuori delle sue mura c’è la giungla, un mondo radicalmente e irrimediabilmente antisemita che non ha altro obiettivo che quello di distruggere l’esistenza degli ebrei, Nel Medio Oriente e su tutta la Terra14.

E sottolineando all’epoca, ancora a proposito degli accordi di pace di Oslo, che:

nel corso dei sette anni di «processo di pace», i palestinesi hanno assistito a una creazione di più del 40 per cento della colonizzazione ebraica su terre dalle quali Israele si era impegnato a ritirarsi entro cinque anni […] il periodo di Oslo è quello del più classico rapporto coloniale nei confronti degli autoctoni: favori, creazione di una classe di intermediari per gestire la vita quotidiana della popolazione occupata, polizia indigena per mantenere l’ordine15.

Ricostruzione di una situazione in cui, più che la crescita o meno di Hamas tra una popolazione che ancora a settembre di quest’anno, secondo un sondaggio, riteneva per il 53% che solo la lotta armata possa condurre alla formazione di uno Stato palestinese contro un 20% ancora convinto dell’utilità di quegli accordi, si è oggi resa evidente agli occhi di tutti la perdita di consenso dell’Autorità palestinese. Probabilmente per essere stata la “migliore” interprete, insieme a i suoi ormai corrotti leader, di quella ipotesi di accordo.

Il misto di nazionalismo offensivo e di vittimismo provoca all’interno della società israeliana una violenza che non è facile misurare dall’esterno. Eppure basta ascoltare le trasmissioni dei dibattiti alla Knesset per rendersene conto: [dove] si fa a gara a chi presenta il progetto di legge più drastico non solo contro i «terroristi» ma contro ogni forma di dissidenza in Israele. La Corte suprema e i media, ma spesso anche la polizia e la Procura16, pur facendo parte delle strutture di polizia o militari., vengono regolarmente denunciati come anti-ebraici, e persino come «mafia di sinistra». […] La povertà intellettuale di un Benyamin Netanyahu, il provincialismo culturale di un Ariel Sharon li rende ciechi: credendo di servirsi degli Stati Uniti per il loro progetto coloniale, essi non sono in realtà, che lo strumento di un progetto molto più ambizioso che ha , fra l’altro, come obiettivo la rovina del popolo di Israele.
[…] Questa scelta rischia, d’altro canto, di trascinare nella tormenta una parte importante delle comunità ebraiche sparse nel mondo. Il comportamento di Israele sulla scena internazionale rende odioso lo Stato ebraico in ogni parte del mondo, senza parlare dei pretesti forniti agli antisemiti di ogni sorta […] L’identificazione incondizionata, nel Nordamerica e in Europa, dei dirigenti delle comunità ebraiche con Israele rischia di avere conseguenze fatali per le comunità che essi pretendono di rappresentare. […] Nella catastrofe che si preannuncia, i portavoce spesso autoproclamati delle comunità ebraiche sparse nel mondo avranno anch’essi la loro parte di responsabilità. Anziché utilizzare l’esperienza accumulata in secoli di vita diasporica per mettere in guardia il giovane Stato ebraico, sono affascinati dalla forza. dall’immagine del parà ebreo che sa essere altrettanto brutale del legionario francese e del marine americano. Godono vedendo degli ebrei che, una volta tanto, non sono esclusi dal diritto, ma hanno finalmente l’occasione di escludere il diritto dalla loro esistenza17.

E’ giunto però il momento di interrompere questa lunga carrellata di giudizi e previsioni sull’azione e il destino dello Stato ebraico in rapporto alla condizione dei Palestinesi e degli interessi “reali” delle comunità ebraiche sia al suo interno che nella diaspora; constatando come tutto quanto è avvenuto dal 7 ottobre in avanti fosse ampiamente prevedibile, se soltanto i governi israeliani e, in particolare, quello di estrema destra di Benyamin Netanyahu, avessero voluto dare ascolto, ancor prima che al Mossad o allo Shin Bet, all’esperienza, alla cultura e alla riflessione di tanti che invece, seppur in misura diversa, sono stati osteggiati, colpiti, insultati all’interno della stessa Israele e dai suoi falsi alleati dei paesi occidentali. I quali ultimi, pur portando il vero fardello storico della Shoa, preferiscono ancora discolparsi appoggiandone qualsiasi sciagurata avventura militare.

Avventura, quest’ultima, destinata comunque a schiantarsi contro un mondo che, nel bene e nel male, sta manifestando sempre più il bisogno di allontanarsi dal modello culturale e politico occidentale. Certo non in nome di valori rivoluzionari e anzi, spesso, in nome di valori tradizionali, patriarcali e autoritari certamente non condivisibili da chi milita ancora nelle forze che intendono rovesciare, una volta per tutte, l’attuale modo di produzione e le sue distinzioni, ormai insopportabili, di classe, religione, “razza” e genere. Troppo spesso mascherate dietro a fumosi discorsi sui diritti, le libertà e la democrazia.

Modo di produzione, caratterizzato da contraddizioni, oltre che di classe, interimperialistiche di carattere geopolitico ed economico, che nel Medio Oriente, nel ruolo coloniale di Israele e nella questione palestinese trovano ancora uno degli snodi più importanti, esplosivi e fragili. Come ben dimostra il fatto che mentre in Ucraina gli Stati Uniti, pur in guerra, hanno potuto far combattere altri eserciti e popoli in nome dei loro interessi, a ridosso di Gaza, minuscola striscia di terra ma tutt’altro che insignificante politicamente, hanno dovuto muovere portaerei, soldati, aerei e sistemi balistici. Esponendosi in prima persona, ma anche cercando opportunisticamente di mascherare i propri interessi imperiali dietro un volto umanitario.

La colpa di Netanyahu, nei confronti degli alleati-padroni, è così quella di aver costretto il gigante americano a mostrare, in maniera confusa, le proprie carte, che sono sempre le stesse, sia nelle mani di Biden che di un presidente repubblicano: America First!
Questo ha indebolito ulteriormente Netanyahu, poiché gli Stati Uniti non potranno appoggiarlo apertamente fino in fondo e potrebbero anche abbandonarlo al suo destino, insieme a quello degli ebrei di Israele.

Molte cose si stanno muovendo nel mondo e non solo per responsabilità di Putin, Netanyahu, Zelensky, Hamas e tanti altri villain proposti in continuazione dai media occidentali come nemici o amici (sempre inaffidabili) da appoggiare o combattere a seconda del caso. Questa novità inizia a pesare sui rapporti internazionali18, a partire dalle Nazioni Unite fino alle divisioni interne all’Unione europea, ma anche sui popoli coinvolti in guerre sempre più feroci e senza altri sbocchi che la distruzione di uno dei contendenti oppure di tutti. Anche questo c’era nell’urlo di Danielle Albani.

Mentre la protervia, l’arroganza e la ferocia contenute nella risposta di Netanyahu durante la conferenza stampa dello stesso giorno non hanno fatto altro che dimostrare la confusione e la debolezza di un governo, di una strategia militare e di un uomo che, puntando tutto su una soluzione militare, hanno già perso. Senza riuscire ad incrinare l’orgoglio di un popolo e la sua capacità di resistere, sostanzialmente, da 75 anni allo stato d’assedio, alle prevaricazioni, alle violenze, ai soprusi, ai sequestri di beni e persone, alle torture praticate nei suoi confronti da ogni governo succedutosi alla Knesset, con la scusa di proteggere efficacemente le comunità ebraiche. Ora quella promessa è venuta meno, nella realtà e nello stesso immaginario degli ebrei di Israele e non basteranno certo le bombe sui campi profughi, sulle donne e sui bambini di Gaza a ristabilire quella fiducia.

Per numerose, già troppo numerose, che siano le perdite palestinesi, Israele ha perso senza aver ancor nemmeno affrontato l’inferno della resistenza in una città distrutta, un assedio il cui eccessivo prolungamento finirebbe con lo scoraggiare più gli assedianti che i difensori di Gaza City oppure la possibile discesa in campo delle milizie di Hezbollah. Che già in passato hanno dimostrato la capacità di di mettere in difficoltà Israele. Con una intensa guerriglia nel Sud del Libano che portò alla ritirata di Israele nel 2000. Oppure nel 2006, quando un’incauta missione di Gerusalemme nel Sud del Libano per liberare due soldati prigionieri si trasformò in 5 settimane di guerra, da cui Israele dovette sottrarsi con un non molto onorevole rapido ritiro.

Terrorismo è un’etichetta che si presta a molte definizioni, ma che, soprattutto, in Occidente serve a designare qualsiasi avversario politico che si opponga all’ordine imperante, anche con l’uso della lotta armata. Prima di Hamas ed Hezbollah sono stati definiti terroristi i combattenti dell’OLP e prima di loro i partigiani italiani (banditen per gli occupanti nazisti e per i fascisti che a loro si appoggiavano), solo per fare degli esempi. Terrorista è chiunque non appartenga all’ordine imperiale del mondo e si rifiuti di essere integrato nello stesso, con l’uso della forza oppure, più semplicemente, si rifiuti di abbandonare la terra su cui è nato e vissuto.

Le forze di sicurezza [israeliane] affermano che la loro azione consiste nel “prevenire il terrore”, ma le testimonianza dei soldati mettono in luce che il termine “prevenzione” è in realtà utilizzato in senso molto esteso, tanto da diventare una parola in codice per intendere qualsiasi tipo di azione offensiva attuata nei Territori. Le dichiarazioni qui raccolte mostrano che una parte significativa delle azioni offensive non mira a prevenire uno specifico atto terroristico, quanto piuttosto a punire, produrre un effetto di deterrenza o a rafforzare il controllo sulla popolazione palestinese. Ma l’espressione “prevenzione del terrore” costituisce una sorta di visto di autorizzazione per qualsiasi azione condotta nei Territori, oscurando la distinzione fra un uso della forza rivolto contro i terroristi e quello che colpisce i civili. La IDF può così giustificare il ricorso a metodi che servono a intimorire e ad opprimere la popolazione in generale19.

Facciamocene una ragione, così come per l’uso del termine anti-semita per chi si oppone al sionismo e al colonialismo israeliano. Siamo in compagnia di Hannah Arendt, Albert Eistein, Primo Levi e Marek Adelman (comandante della resistenza ebraica del ghetto di Varsavia) e tanti altri ebrei che vivono e sono vissuti nella diaspora. Senza sentire il richiamo di uno Stato che più che sforzarsi di esser tale si è trasformato in un ghetto per gli ebrei e per i palestinesi. Che forse un giorno troveranno il modo di liberarsi insieme.

Per ora ci basti registrare ciò che ha affermato un noto giornalista di «Haaretz» e dell’«Economist», Anshel Pfeffer: «Questa è la tragica fine dell’era Netanyahu. E quando dico “fine”, potrebbero passare mesi, forse anche un anno o due. Ma questa è la fine dell’epoca di Netanyahu»20. Prima molto probabilmente, forse ancora prima della fine della guerra in corso. Fatto che lega probabilmente il destino di Bibi a quello di un altro “messianico” difensore dell’umanità e dell’Occidente contro la “barbarie asiatica”: Volodymyr Zelens’kyj21.


  1. cfr. Nadia Boffa, Per ora Netanyahu è messo peggio di Hamas, «Huffington Post» 30 ottobre 2023  

  2. Benny Morris, Vittime. Storia del conflitto arabo-sionista 1881-2001, Rizzoli, Milano 2001, p. 837.  

  3. B. Morris, op.cit., pp. 33-37  

  4. Non a caso, forse, un ex-generale delle SS, che si occupavano della gestione e amministrazione dei campi di concentramento, Reinhard Höhn (1904-2000), sfuggito come tanti altri dirigenti e tecnocrati del Terzo Reich alla “denazificazione” fu il fondatore del primo istituto di formazione al management nella Germania del dopoguerra. Proprio per questo istituto è passata gran parte della dirigenza d’azienda tedesca: 600.000 persone almeno. Cfr. J. Chapoutot, Nazismo e management, Giulio Einaudi Editore, Torino 2021 (ed. originale Gallimard 2020).  

  5. Primo Levi, Prefazione 1972 ai giovani, in P. Levi, Se questo è un uomo, Einaudi scuola, Torin 1972, pp. 5-6.  

  6. cfr. Nils Christie, Il business penitenziario. La via occidentale al Gulag, Elèuthera, Milano 1996.  

  7. P. Levi, Prefazione 1972, cit., pp. 6-7.  

  8. Partito politico da cui deriva e ha le sue radici il partito di Netanyahu, il Likud, fondato nel 1973 proprio da Menachem Begin.  

  9. Albert Einstein e Hannah Arendt (più altri 48 firmatari), lettera al New York Times, 2 dicembre 1948  

  10. P. Levi, «Io, Primo Levi chiedo le dimissioni di Begin», intervista rilasciata a G. Pansa, «la Repubblica» 24 settembre 1982.  

  11. H. Arendt, Zionism Reconsidered ora in Idith Zertal. Israele e la Shoa. La nazione e il culto della tragedia, Einaudi, Torino 2000, p. 165  

  12. Lettera a Karl Jaspers del 20 ottobre 1963 ora in I. Zetal, op. cit., nota 104 a p. 161  

  13. M. Warschawski, A precipizio. La crisi della società israeliana , Bollati Boringhieri, Torino 2004, p. 15-49  

  14. M. Warschaski, op. cit., pp. 63-64  

  15. Warschawski, op. cit., pp. 86-90  

  16. Occorrerebbe, forse, analizzare come una serie di successo come Fauda (trasmessa su Netflix), i cui principali attori sono oggi attivi in chiave militare a Gaza, abbia influito sulla formazione di una concezione più dura della funzione della polizia e dei servizi ad essa collegata e nel far ritenere inutile o vile chi non abbia un tale approccio ai problemi inerenti alle condizioni socio-economiche e politiche degli arabi in Palestina  

  17. Ivi, pp. 115-124  

  18. Al di là delle scontate condanne dei bombardamenti israeliani sui campi profughi da parte dei paesi del Golfo, costretti a ciò per non inimicarsi troppo l’opinione pubblica araba, oppure delle minacce provenienti dall’Iran, è da segnalare invece la rottura dei rapporti diplomatici con Israele da parte di vari paesi latino-americani come Cile, Colombia e Bolivia o la condanna della condotta militare israeliana da parte di un paese come il Brasile.  

  19. Premessa a La nostra cruda logica. Testimonianza dei soldati israeliani dai Territori occupati, (a cura di “Breaking the silence”), Donzelli Editore, Roma 2016, p.11.  

  20. A. De Girolamo – E. Catassi, L’ora di Netanyhau è giunta al termine, «Huffington Post» 1 novembre 2023.  

  21. Cfr. qui  

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Vivere per raccontare: Primo Levi https://www.carmillaonline.com/2018/02/28/vivere-raccontare-primo-levi/ Wed, 28 Feb 2018 22:00:25 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=43891 di Sandro Moiso

Ian Thomson, PRIMO LEVI. Una vita, UTET 2017, pp. 806, € 35,00

Non costituirà forse l’opera definitiva su Primo Levi quella appena tradotta dall’originale inglese del 2002, ma sicuramente l’immensa mole di materiali raccolti da Ian Thomson, nel corso di una ricerca durata cinque anni, permette al lettore di penetrare, come non era mai capitato prima, in quella fabbrica della memoria e della narrazione che ha fatto dell’ex-prigioniero numero 174517 di Auschwitz uno dei maggiori autori italiani del secondo ‘900.

Il termine “fabbrica”, più ancora che “officina” o “laboratorio” di solito utilizzati per definire il luogo [...]]]> di Sandro Moiso

Ian Thomson, PRIMO LEVI. Una vita, UTET 2017, pp. 806, € 35,00

Non costituirà forse l’opera definitiva su Primo Levi quella appena tradotta dall’originale inglese del 2002, ma sicuramente l’immensa mole di materiali raccolti da Ian Thomson, nel corso di una ricerca durata cinque anni, permette al lettore di penetrare, come non era mai capitato prima, in quella fabbrica della memoria e della narrazione che ha fatto dell’ex-prigioniero numero 174517 di Auschwitz uno dei maggiori autori italiani del secondo ‘900.

Il termine “fabbrica”, più ancora che “officina” o “laboratorio” di solito utilizzati per definire il luogo ideale della scrittura e dell’elaborazione delle opere di un autore, serve proprio a sintetizzare una vita e un’opera che con l’istituto tipico dell’economia e del modo di produzione capitalistico hanno condiviso anni, riflessioni, preoccupazioni e immaginario. Sia in libertà che sotto il regime oppressivo e massacratore dei campi di lavoro e sterminio messi in essere dal Nazismo e dall’industria tedesca nel corso del secondo conflitto mondiale.

Levi il “chimico prestato alla scrittura”, come egli stesso si definiva, fu infatti fortemente segnato dall’esperienza del lavoro organizzato e disciplinato degli stabilimenti sia dell’IG Farben della Buna di Auschwitz, dove lavorò come chimico grazie alla sua specializzazione e alla sua conoscenza della lingua tedesca, che della fabbrica di vernici Siva di Torino, dove rivestì prima l’incarico di direttore tecnico e successivamente quello di direttore generale fino alla sua decisione di lasciare il lavoro.

Lavoro che entrerà più volte nella vita e nell’opera dello scrittore sia come ricordo che come materiale per i racconti di La chiave a stella. Lavoro visto come orgogliosa espressione di un’autentica vita activa, unica vera fonte di ispirazione possibile per le “creazioni” di un autore secondo Levi, ma anche come preoccupazione o addirittura ostacolo alla piena realizzazione della sua attività di letterato e scrittore. Una contraddizione che, come molte altre, percorrerà e sarà presente in tutta la carriera di Primo Levi.

Ian Thomson, reporter, traduttore e critico letterario inglese che collabora con giornali e quotidiani quali “The Observer”, “The Spectator”, “The Guardian”, “The Finacial Times”, “The Telegraph”, “The Times Literary Supplement” e “The London Review of Books” oltre ad essere membro della Royal Society of Literature e docente di Creative Non-fiction all’università dell’East Anglia, segue il filo della vita dell’autore italiano mentre si dipana tra il lavoro di fabbrica, sia coatto che libero, e lavoro creativo fortemente influenzato da ciò che Levi pensava dovesse essere il dovere di chi era sopravvissuto ai lager: “Per molti di noi la speranza di sopravvivere si identificava con un’altra speranza più precisa: speravamo non di vivere e raccontare, ma di vivere per raccontare. E’ il sogno dei reduci di tutti i tempi. E del forte e del vile, del poeta e del semplice […] Era chiaro a ognuno di noi che le cose che avevamo viste dovevano essere raccontate, non dovevano essere dimenticate. […] Ognuno di noi reduci, appena ritornato a casa, si è trasformato in un narratore infaticabile, imperioso, maniaco”.

Tutto questo era premesso in una Nota alla versione teatrale di Se questo è un uomo che fu rappresentata per la prima volta a Torino nel 1966, la cui origine e realizzazione, fino alle sue alterne fortune di critica e di pubblico, sono ricostruite, insieme alle aspettative e alle preoccupazioni di Levi in proposito, da Thomson nel diciassettesimo capitolo della biografia.
Capitolo che da solo basterebbe già a sintetizzare le alterne fortune e i grandi riconoscimenti di critica e di pubblico che accompagnarono sempre, o almeno fino a quando fu in vita, le opera dello scrittore torinese.

Per brevità necessaria ad una recensione è impossibile qui anche solo riassumere le vicende che accompagnarono la pubblicazione degli scritti di Levi, fin da quel 1947 in cui la sua prima, straordinaria opera autobiografica fu rifiutata da tutti gli editori cui venne proposta e infine pubblicata da un piccola casa editrice torinese, la “Francesco Da Silva”, messa in piedi da Franco Antonicelli, ex-presidente del CLN piemontese e uomo di grande cultura.
Soltanto nel 1958, infatti, Se questo è un uomo divenne uno dei cavalli di battaglia della casa editrice Einaudi che avrebbe poi contribuito a promuoverlo come uno dei classici della letteratura italiana del ‘900. Da quello stesso anno tutte le opere di Primo Levi sarebbero state pubblicate dalla prestigiosa casa editrice torinese, anche se i rapporti tra lo scrittore, uomo colto ma piuttosto comune nelle sue abitudini, e l’editore Giulio Einaudi, dai modi aristocratici e dai gusti raffinati, non sarebbero mai stati molto stretti e intimi.

Più importante è forse la ricostruzione delle frequentazioni e delle amicizie di Levi che vedevano al primo posto, e in alcuni casi fin da prima della guerra, personaggi importantissimi ma poco appariscenti come Bianca Guidetti Serra, Alberto Salmoni, Nuto Revelli, Mario Rigoni Stern, solo per citarne alcuni, e in un secondo tempo altri quali Leonardo Sciascia (anche se i due non si sarebbero mai incontrati fisicamente), Italo Calvino e molti altri ancora, sia italiani che stranieri.

Frequentazioni ed amicizie che poco, comunque, avrebbero potuto fare per salvare Levi da se stesso o, almeno, da quelle forme depressive che lo accompagnarono per molti anni, fino al suicidio avvenuto l’11 aprile 1987. Proprio nell’anniversario della sua liberazione dal campo di Auschwitz, l’11 aprile 1945. Quanto tutto questo fosse legato alla memoria di essere un ”salvato”, un sopravvissuto, rimarrà a lungo tema di discussione, ma rimane indiscutibile il fatto che la sua ultima opera pubblicata mentre era ancora in vita sia stata dedicata proprio allo stesso argomento, come recita fin dal titolo: I sommersi e i salvati.

Poeta, memorialista, saggista, autore di romanzi, scrittore di racconti di lavoro e di fantascienza, Primo Levi fu anche sempre estremamente attento al destino e alle scelte dello stato di Israele, che egli visitò una sola volta e in cui la sua opera principale fu pubblicata soltanto un anno e mezzo dopo la sua morte, nel 1988. Paese di cui, dopo aver apprezzato l’utopia e la sorgente socialista delle origini, Levi non poté fare a meno di diventare critico della politica sionista condotta nei confronti dei palestinesi.

In particolare nel corso della guerra in Libano del 1982 quando, ulteriormente inorridito dalla strage di palestinesi operata a Sabra e Shatila dagli uomini delle le milizie cristiano-falangiste con la complicità dell’esercito israeliano, avrebbe pubblicamente perorato la richiesta di dimissioni del premier israeliano Begin. “Dal punto di vista di Levi, ciò che era imperdonabile nel primo ministro Begin era il suo ricorso al mito degli ebrei come vittime dei nazisti per giustificare il proprio militarismo e le violenze inflitte ai palestinesi”1

La presa di posizione dell’autore suscitò indignazione nella comunità ebraica più conservatrice e gli procurò anche alcune dolorose fratture nell’ambito delle sua amicizie, ma sicuramente la difesa di Israele come luogo di rifugio quasi utopico per gli scampati alla Shoa operata da Levi non avrebbe mai accettato di piegarsi alle logiche imperialistiche di quello Stato, messe in atto dai suoi governanti e dai suoi eserciti e che in una intervista di quei giorni ebbe a paragonare alla campagna militare inglese nei confronti delle Isole Falkland che si svolse proprio in quello stesso anno.

Nato nel 1919 da una famiglia di origine sefardita, trasferitasi in Piemonte, come molte altre dopo la cacciata dalla Spagna riconquistata dai re cattolici, che dopo un primo momento di opportunistica liberalità concessa agli inizi dai Savoia aveva avuto modo di conoscere sia il ghetto che varie altre vicende di oppressione politica e d economica, Levi preferirà sempre l’ebraismo della diaspora a quello dello Stato nazionale, riconoscendo soltanto nel primo, pur rimanendo rigorosamente ateo e non praticante, l’anima autentica della cultura ebraica: cosmopolita e aperta alla comprensione dell’altro. Tranne per i persecutori ed autori della shoa per i quali non ammise mai qualsiasi forma di perdono.

Ian Thomson attraverso un’attenta ricerca sui testi, articoli di giornale, fonti di archivio e, soprattutto, attraverso più di 300 testimonianze dirette raccolte nel corso del suo lungo lavoro testimonia il travaglio di una vita. Dalle origini alla morte, di un autore che pur avendo un rapporto contraddittorio con Kafka, di cui fu traduttore dell’opera più complessa e disumana (Il processo), e Leopardi, di cui forse non riconobbe il materialismo, finì col condividere con gli stessi una visione cupa e pessimistica del suo tempo e del divenire della società umana. Purtroppo confermata dalle politiche e dalle scelte sociali ed economiche messe in atto dai governi degli ultimi decenni.

Come scrisse nella prefazione del 1972 dedicata ai giovani lettori dell’edizione scolastica del suo capolavoro:

“Risulta dalle stesse pagine di questo libro quale intimo rapporto legasse l’industria pesante tedesca con l’amministrazione dei Lager: non era certo un caso che per gli enormi stabilimenti della Buna fosse stata scelta come sede proprio la zona di Auschwitz. Si trattava di un ritorno all’economia faraonica e allo stesso tempo di una saggia decisione pianificatrice: era palesemente opportuno che le grandi opere ed i campi di schiavi si trovassero fianco a fianco.
I campi non erano dunque un fenomeno marginale ed accessorio: l’industria bellica tedesca si fondava su du essi; erano una istituzione fondamentale dell’Europa fascistizzata e, da parte delle autorità naziste non si faceva mistero che il sistema sarebbe stato conservato, e anzi esteso e perfezionato, nel caso di una vittoria dell’Asse. Si prospettava apertamente un Ordine Nuovo su basi «aristocratiche»: da una parte una classe dominante costituita dal Popolo dei Signori ( e cioè dei tedeschi stessi), e dall’altra uno sterminato gregge di schiavi, dall’Atlantico agli Urali, a lavorare e obbedire. Sarebbe stata la realizzazione piena del fascismo; la consacrazione del privilegio, l’instaurazione definitiva della non-uguaglianza e della non-libertà.”

Sono passati più di settant’anni dalla caduta “formale” del fascismo, eppure se ci guardiamo intorno, possiamo ancora riconoscerci nelle parole che Levi aggiungeva poche righe dopo:

“Soprattutto, non è morto il fascismo: consolidato in alcuni paesi, in cauta attesa di rivincita in altri, non ha cessato di promettere un Ordine Nuovo. Non ha mai rinnegato i Lager nazisti, anche se spesso osa metterne in dubbio la realtà.” 2

Forse, e questo è un appunto non del tutto secondario, la traduzione italiana dell’opera avrebbe dovuto rivedere ed integrare quelle parti in cui i giudizi e i riassunti della situazione sociale e politica italiana dagli anni sessanta agli anni settanta e ottanta avrebbero potuto e dovuto essere più ponderati e meno superficiali. Basti per tutti dire che nel testo le vittime dell’attentato di Piazza Fontana risultano essere dei passanti e che gli attentati che precedettero la strage che diede “ufficialmente” il via alla strategia della tensione vengono definiti come “bombette”.

Levi non ne sarebbe stato contento, non per motivi ideologici o politici, ma soprattutto per l’onestà e la precisione, la chiarezza e lo stile asciutto che sempre hanno caratterizzato i suoi scritti che lo annoverano sicuramente tra i più importanti scrittori e testimoni italiani del secondo ‘900. Insieme a Beppe Fenoglio, Leonardo Sciascia e Italo Calvino che, in modo e ambiti diversi, si mossero nella stessa direzione. Una lezione di memoria, storia e letteratura da parte di un autentico profeta del nostro tempo di cui abbiamo ancora bisogno. Soprattutto oggi.

Si segnala che l’autore, Jan Thomson, sarà presente a Milano, per un incontro con il pubblico, sabato 10 marzo alle ore 19 (Sala bianca) in occasione della manifestazione Tempo di libri, Fiera internazionale dell’editoria.


  1. Ian Thomson, Primo Levi, pag. 580  

  2. P. Levi, Se questo è un uomo, Prefazione 1972 ai giovani, Edizioni scolastiche Einaudi, pp 5-7  

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Haiti non esiste: i rifugiati haitiani alla frontiera di Tijuana https://www.carmillaonline.com/2016/11/23/haiti-non-esiste-rifugiati-haitiani-alla-frontiera-tijuana/ Tue, 22 Nov 2016 23:00:06 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=34812 di Caterina Morbiato (foto di Heriberto Paredes)

haitiani-tijuana-1Tijuana é la cittá di frontiera per antonomasia: un approdo per naufraghi arrivati da ogni dove alla ricerca di un nuovo inizio o una nuova partenza. Esplorare le sue strade significa impastarsi le mani di una belleza sordida, nata dal transito di culture e di lingue che si ibridano e si contaminano. La frontiera plasma Tijuana con il continuo transito di genti diverse: ora i deportati dagli Stati Uniti; ora gli sfollati messicani che fuggono da zone seviziate dal narco e che cercano, invano, di essere [...]]]> di Caterina Morbiato (foto di Heriberto Paredes)

haitiani-tijuana-1Tijuana é la cittá di frontiera per antonomasia: un approdo per naufraghi arrivati da ogni dove alla ricerca di un nuovo inizio o una nuova partenza. Esplorare le sue strade significa impastarsi le mani di una belleza sordida, nata dal transito di culture e di lingue che si ibridano e si contaminano. La frontiera plasma Tijuana con il continuo transito di genti diverse: ora i deportati dagli Stati Uniti; ora gli sfollati messicani che fuggono da zone seviziate dal narco e che cercano, invano, di essere riconosciuti come rifugiati; ora i migranti centroamericani che incarnano una crisi umanitaria che sembra non avere fine. Basterebbe osservare chi si muove attraverso e attorno a el bordo -come a Tijuana chiamano il confine, distorcendo la parola inglese “border”- per intuire quello che succede nell’intera regione. Da qualche mese una nuova presenza si somma a questa eclettica fusione di umanitá: sono le centinaia di uomini e donne haitiani che arrivano giornalmente dopo aver intrapreso un viaggio interminabile. Chi non riesce a trovare posto nei diversi centri di accoglienza, dorme in piccoli hotel o case di privati che hanno improvvisato alloggi informali, ma in molti si ritrovano a passare la notte per strada. Secondo l’Istituto Nazionale di Migrazione messicano da maggio di quest’anno ad oggi circa 14mila haitiani sarebbero entrati in Messico; a Tijuana sarebbero circa 6mila e ulteriori arrivi sono previsti nei prossimi mesi a causa dei danni provocati dall’uragano Matthew che a inizio ottobre si é abbattuto sull’isola.

haitiani-tijuana-5Quella haitiana é una migrazione forzata dovuta a condizioni di vita insostenibili: da anni sono migliaia le persone che decidono di cercare fortuna altrove a causa della profonda instabilitá politica, economica e sociale. L’espropriazione delle terre da destinare a megaprogetti turistici di lusso finanziati da imprese internazionali, il buco nero in cui sono scomparse le donazioni piovute a fiotti per l’emergenza del terremoto del 2010, un regime salariale da fame e l’insicurezza dilagante, sono solo alcune delle calamitá che pesano su Haiti.

Le migliaia di migranti che in questi mesi stanno approdando a Tijuana sperano di poter dare il passo finale ed essere accolti come richiedenti asilo negli Stati Uniti. Dal 22 settembre scorso la situazione si é peró complicata: il governo USA ha dato il via a una repentina manovra di chiusura delle frontiere, revocando lo stato di protezione temporanea (TPS) che dal 2012 veniva concesso alla popolazione haitiana a causa della devastazione provocata dal terremoto.

 Il viaggio

Gli Stati Uniti non sono stati l’unico paese ad offrire permessi di soggiorno: dopo il terremoto, che provocó circa 250mila morti, anche diversi paesi latinoamericani aprirono le porte alla popolazione haitiana. In Brasile le circostanze sono risultate piuttosto proficue per l’economia nazionale: molti degli sfollati haitiani hanno trovato impiego nella costruzione delle infrastrutture dei mondiali di calcio del 2014, per cui era necessaria manodopera a basso costo e in abbondanza. La carenza di politiche pubbliche in materia d’accoglienza ha aggravato le condizioni dei migranti, propiziando ostilitá e rigurgiti xenofobi da parte della popolazione brasiliana. Negli ultimi anni sono stati denunciati diversi casi di “lavoro schiavo” -in cui imprese private mantenevano i lavoratori haitiani in condizioni di vita degradanti- anche se la maggioranza delle situazioni di sfruttamento estremo continua a rimanere sommersa. La crisi economica e politica in cui negli ultimi tempi é sprofondato il Brasile ha determinato l’espulsione massiccia dei lavoratori meno qualificati, rimasti presto disoccupati. Migliaia di haitiani hanno cosí iniziato a lasciare il gigante del sud per mettersi nuovamente in viaggio; lo stesso é accaduto con altri paesi latinoamericani. La maggior parte dei migranti che ora cercano di raggiungere gli USA non parte da Haiti ma si ritrova a migrare per la seconda o terza volta, in preda alla volatilitá del capitale.

haitiani-tijuana-6Angel Jean Louis é un uomo di bassa statura dagli zigomi forti e i gesti misurati, sicuri. Come molti altri suoi connazionali che ora si ritrovano concentrati a Tijuana, anche lui ha lasciato Haiti da tempo. Racconta la sua storia in uno spagnolo impeccabile, dalla forte cadenza caraibica; di tanto in tanto pesca una parola in portoghese poi una in francese. É nato 45 anni fa a Cap-Haïtien, il secondo porto del paese, dove é propietario di un piccolo terreno. La sua é stata una transumanza costante: fin da bambino ha fatto il pendolare tra Haiti e la Repubblica Dominicana, poi mettendo su famiglia da un lato e facendo ogni tipo di lavoro dall’altro. Nell’ottobre del 2014 ha deciso di cercare fortuna in Brasile; la crisi peró si faceva ormai sentire e dopo aver lavorato come impiegato in un centro commerciale, poi in un’industria di prodotti alimentari e infine come muratore, ha scelto di migrare ancora. Il salario minimo brasiliano (70 reales al giorno, equivalenti a circa 20 euro) e i periodi di disoccupazione sempre piú lunghi non gli permettevano di garantire una vita dignitosa ai quattro figli rimasti in patria.

La traversata verso nord porta i migranti haitiani a percorrere dai nove ai dieci paesi e a investire una media di 5000 dollari a persona. Angel Jean Louis e sua moglie sono partiti dalla frontiera di Rio Branco, tra Brasile e Perú; hanno attraversato l’Ecuador e la Colombia, dove sono stati rimbalzati indietro diverse volte prima di riuscire ad entrare a Panamá. Una volta in Costa Rica hanno camminato per una settimana nella selva armati di galloni d’acqua, gatorade, biscotti, riso e pentole per cucinare. Anche se non esiste un registro ufficiale, sono molte le persone che non riescono a sopravvivere alle inclemenze della foresta. Secondo i racconti di molti migranti il Nicaragua rappresenta il punto piú complicato del viaggio: da mesi il paese ha chiuso le frontiere agli haitiani e per attraversarlo bisogna affidarsi ai coyotes (persone che guidano i migranti attraverso le frontiere) locali che impongono un pedaggio di almeno 1500 dollari a persona e che spesso lavorano in accordo con gruppi di assaltanti.

haitiani-tijuana-3“Passare per il Nicaragua é un vero inferno -conferma Angel Jean Louis-: é pieno di reciniti elettrificati, molta gente muore nel cammino. Quando scappi dalla polizia non fai troppa attenzione a dove metti i piedi, scappi e basta perché se ti fermano ti portano indietro e perdi i soldi con cui hai pagato il coyote”. La frustrazione, l’attesa infinita nei centri d’accoglienza improvvisati lungo la frontiera, le condizioni sanitarie precarie e il rischio di essere derubati o sopresi dalle autoritá nicaraguensi, fanno sí che la situazione stia diventando una bomba a orologeria. Se il governo nicaraguese continuerá ad ostacolare il libero transito dei migranti, non solamente i prezzi imposti per attraversare il paese clandestinamente aumenteranno, ma nell’intera zona si potrebbe consolidare la tratta e il traffico di persone.

Honduras, Guatemala e Messico sono le ultime tappe di un percorso che puó durare dai due ai tre mesi. Il Messico -che i migranti attraversano a bordo di autobus di lunga percorrenza viaggiando per tre giorni consecutivi- si é trasformato nella frontiera finale di una crisi migratoria che ha iniziato a incubarsi da tempo e a cui nessun paese ha voluto prestare troppa attenzione.

Haiti non esiste

Bernard Deshommes é originario di Porto Principe, dove per anni ha gestito un emporio di vestiti che gli assicurava buoni incassi. Grazie agli studi e a una buona inclinazione per le lingue parla speditamente spagnolo, portoghese e inglese, oltre al creolo e al francese. Per problemi familiari ha deciso di lasciare il suo paese, passando prima dalla Repubblica Dominicana, poi per le Isole Vergini, nuovamente per la Repubblica Dominicana e arrivando poi in Cile, dove ha cercato lavoro come interprete ma senza successo, dice, per il forte razzismo che esiste nei confronti della popolazione nera. Dopo due mesi di viaggio per mezzo continente si vede deperito e assomiglia poco al ragazzo dallo sguardo serio e le guance piene che appare nella foto pubblica del suo profilo whatsapp.

Da diversi giorni aspetta con impazienza nel rifugio che hanno improvvisato i fedeli di una piccola comunitá evangelica incastonata nella Divina Provvidenza, un quartiere che si perde nelle vallate terrose del Canyon dello Scorpione, nella zona occidentale di Tijuana: poco lontano le sbarre del famoso muro che divide il Messico dagli Usa emergono arrugginite dalla spiaggia fino a perdersi nel mare come la spina dorsale di un grosso mammifero marino rimasto incagliato nella sabbia.

haitiani-tijuana-2Mentre racconta del viaggio e del suo paese, Bernard Deshommes sbotta con rabbia: “Haiti é parte del continente americano ma nessuno lo vuole riconoscere: il mondo non vuole ammettere che stiamo soffrendo. A nessuno piace abbandonare il suo paese, ma se mancano il lavoro, i servizi medici e non c’é sicurezza, che fai?”.

A causa del terremoto devastante del 2010 Haiti conquistó le prime pagine dei giornali per poi essere risotterrata nel silenzio generale. Nelle ultime settimane l’uragano Matthew ha provocato la stessa breve notorietá mediatica ed emergenziale: Haiti inizia ad esistere solo quando qualche catastrofe miete centinaia di vittime, per il resto sembra essere condannata all’invisibilitá. Eppure é stato il primo paese d’America ad abolire la schiavitú e il primo a dichiararsi indipendente: ogni paese latinoamericano nutre nei suoi confronti un debito storico e ideologico enorme. Nonostante i miliardi che la cooperazione internazionale ha fatto piovere sull’isola ogni qual volta si presentasse un’“emergenza umanitaria” Haiti non smette di essere la nazione piú povera dell’intero continente americano, occupando il 163° posto di 188 nella classifica dell’Indice di Sviluppo Umano.

Da oltre un decennio nel paese si convive con le truppe della Missione di Stabilizzazione delle Nazioni Unite ad Haiti (MINUSTAH). Installata nel 2004 dopo la deposizione del presidente Jean-Bertrand Aristide, la missione é da piú parti considerata come una vera e propria occupazione di stampo umanitario. Negli anni la poca concretezza delle operazioni d’aiuto, gli abusi di cui sono spesso protagonisti i soldati e la militarizzazione del territorio -specialmente delle zone piú marginali- hanno suscitato un’opposizione popolare sempre piú dura. L’organizzazione haitiana femminista SOFA (Solidarity Fanmi Ayisèn) ha denunciato numerosi casi di violenza sessuale perpetrati dai soldati della MINUSTAH. Anche l’epidemia di colera scoppiata nel 2010 é da rimettersi alla presenza militare: dopo anni di disinformazione e depistaggi la ONU ha recentemente riconosciuto la responsabilitá dei caschi blu, in particolare del contingente nepalese, nella diffusione del batterio che in brevissimo tempo ha provocato la morte di almeno 9mila persone.

Bernard Deshommes ha lavorato per un breve periodo per la MINUSTAH, ma é un’esperienza della quale preferisce non parlare; secondo lui Haiti é un’isola sfortunata: “Ci sono momenti in cui vorrei cambiare nazionalitá: in certi paesi se dici che sei haitiano ti arrestano. Per questo diciamo che veniamo da altri paesi, come il Congo: lí c’é una guerra civile. Se ci riconoscono come congolesi possiamo sperare di ottenere asilo politico!” spiega, riferendosi alla strategia che moltissimi haitiani applicano quando sono registrati dalle autoritá migratorie dei diversi paesi che attraversano.

Deportati

haitiani-tijuana-4a recente chiusura della frontiera USA ha provocato la separazione di numerose famiglie: mentre donne e bambini sono stati fatti passare, la maggior parte degli uomini sono stati respinti o rinchiusi nei centri di detenzione per migranti da dove non riescono piú a comunicare con familiari e amici. Per la legge statunitense i richiedenti asilo possono essere ammessi nel territorio nazionale per poi venir detenuti se non possiedono i documenti sufficienti o nel caso in cui non riescano a dimostrare una “paura credibile” di persecuzione; nel caso dei richiedenti asilo haitiani il rischio della detenzione e della deportazione, alto fin dall’inizio, si é concretizzato bruscamente pochi giorni fa. Nonostante le ferite dell’uragano Matthew siano ancora fresche, nell’ultima settimana gli Stati Uniti hanno silenziosamente dato il via alle deportazioni. I primi voli stanno giá atterrando tra le migliaia di sfollati, la scarsitá di scorte alimentari e le nuove ondate epidemiche di colera che imperversano nell’isola. I migranti non solo verranno deportati nel mezzo di una grave crisi, ma molti di loro si ritroveranno a vivere in un paese che hanno lasciato ormai da anni. Con le recenti elezioni negli Stati Uniti muri e deportazioni tornano all’ordine del giorno, intanto a Tijuana la temperatura sta iniziando a scendere e le notti si fanno gelide.

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