Black Liberation Army – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Mon, 10 Aug 2026 20:00:11 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Domanda: quand’è che un bambino non è un bambino? https://www.carmillaonline.com/2018/04/05/domanda-quande-un-bambino-non-un-bambino/ Wed, 04 Apr 2018 22:01:28 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=44651 di Sandro Moiso

Mumia Abu-Jamal, Vogliamo la libertà. Una vita nel Partito delle Pantere Nere, a cura di Giacomo Marchetti, Mimesis 2018, pp.224, € 18,00

La risposta fornita da Mumia Abu-Jamal alla domanda è: “quando è un bambino nero” e forse in questi giorni verrebbe anche da dire “quando è un bambino palestinese”, ma l’affermazione, che è contenuta a conclusione del saggio “Tamir Rice of Cleveland”, scritto dal militante Black Panther nell’ottobre 2015 in occasione dell’omicidio per mano delle forze del dis/ordine di un dodicenne afro-americano che ‘brandiva’ un’arma giocattolo in un parco cittadino, può essere utile per dare la [...]]]> di Sandro Moiso

Mumia Abu-Jamal, Vogliamo la libertà. Una vita nel Partito delle Pantere Nere, a cura di Giacomo Marchetti, Mimesis 2018, pp.224, € 18,00

La risposta fornita da Mumia Abu-Jamal alla domanda è: “quando è un bambino nero” e forse in questi giorni verrebbe anche da dire “quando è un bambino palestinese”, ma l’affermazione, che è contenuta a conclusione del saggio “Tamir Rice of Cleveland”, scritto dal militante Black Panther nell’ottobre 2015 in occasione dell’omicidio per mano delle forze del dis/ordine di un dodicenne afro-americano che ‘brandiva’ un’arma giocattolo in un parco cittadino, può essere utile per dare la cifra di ciò che ha smosso l’animo di decine o centinaia di migliaia di afro-americani, oltre che dello stesso Mumia, anche in anni recenti.

E’ proprio a partire da considerazioni come quella appena esposta che diventa utile e necessaria la lettura del testo la cui recente pubblicazione è stata curata da Giacomo Marchetti, già distintosi, tra le altre cose, per la precedente traduzione e cura, insieme a Nora Gattiglia, dell’autobiografia di David Gilbert, militante dei Weathermen e del Black Liberation Army: “Amore e Lotta” (Mimesis 2016). Anche in questo caso Marchetti antepone al testo una dettagliata introduzione in cui il lettore potrà trovare una ricostruzione dell’esperienza come rivoluzionario e come pubblicista di Mumia Abu-Jamal, una delle voci più autentiche e sofferte dell’America di oggi e di ieri. Un autentico storico e cronista “dal basso” che potrebbe già essere definito tout court, come qualcuno ha già fatto, la voce dell’America.

Non solo dal basso, ma dal fondo del ventre della bestia, ossia da quelle carceri americane in cui l’autore è stato rinchiuso fin dal 1981 come autore dell’omicidio di un agente di polizia. Con questa accusa, mai provata con certezza e a dispetto della dichiarazione di estraneità al fatto sostenuta dall’imputato, Mumia fu condannato a morte e per questo rinchiuso nel braccio della morte per più di vent’anni, in cui oggi non è più detenuto poiché la sua condanna è stata trasformata in ergastolo a vita.

Wesley Cook, nome con il quale è stato battezzato alla sua nascita nella Philadelphia degli anni ’50, entrò giovanissimo nell’organizzazione del Black Panther Party e si mise da subito in mostra per il suo coraggio e per la sua indomita volontà nel perseguire, come giornalista, la verità dei fatti.
Nonostante le condizioni di isolamento e i maltrattamenti, paragonabili a quelli messi poi in pratica ad Abu Ghraib e Guantanamo, l’operazione di annichilimento della sua personalità e delle sue convinzioni politiche non è mai, neppure parzialmente riuscita e la sua opera di cronista della condizione afro-americana, sia in carcere che all’esterno, sta ancora lì a dimostrarlo.

Come afferma Marchetti nella sua introduzione:

“Negli Stati Uniti vive il 5% dell’intera popolazione mondiale, ma viene detenuto il 25% della popolazione incarcerata dell’intero pianeta – 2 milioni e mezzo di persone – di cui l’8,5% si trova in carceri private.
Di questi 2,5 milioni di detenuti, ben 900.000 sono costretti a lavorare in modo gratuito o per 15-20 centesimi l’ora, talvolta anche per dodici ore consecutive al giorno. Soprattutto negli ultimi anni, in cui i bilanci statali si sono ridotti, le carceri hanno lanciato nuovi programmi di lavoro sia all’interno che all’esterno.
Il lavoro in carcere è un ottimo affare per le grandi multinazionali, che possono sfruttare manodopera a bassissimo costo, ad esempio per assemblare prodotti per Walmart, confezionare il caffè per Starbucks, cucire vestiti per Victoria’s Secret o svolgere attività di call-center per compagnie telefoniche come AT&T. Pagare 20 cent all’ora invece che 5 dollari o non pagare affatto i lavoratori è un business appetibile sia per i governi che per le corporations, che annualmente ricavano dall’industria carceraria un volume di affari pari a 2 miliardi di dollari.
L’incarcerazione di massa e il lavoro pressoché gratuito nelle carceri hanno fatto assumere alla condizione detentiva un volto non dissimile dalla vecchia schiavitù”.1

Cosa che non tradisce affatto il tredicesimo emendamento della costituzione americana che recita così: La schiavitù o altra forma di costrizione personale non potranno essere ammesse negli Stati Uniti, o in luogo alcuno soggetto alla loro giurisdizione, se non come punizione di un reato per il quale l’imputato sia stato dichiarato colpevole con la dovuta procedura.

Il testo oggi tradotto da Giacomo Marchetti e Marco Pellegrini è stato pubblicato inizialmente nel 2008 dalla South End Press e ricostruisce non soltanto i passaggi e i percorsi della vita dell’autore come militante rivoluzionario, ma anche il percorso di resistenza e lotta (spesso armata) che la componente afro-americana della società nord-americana ha dovuto condurre per la propria sopravvivenza e la difesa della propria dignità fin dagli albori del forzato trasferimento dei suoi componenti dall’Africa ai territori dei futuri, e attuali, Stati Uniti.

Come afferma ancora il curatore:

“Un grande merito di We Want Freedom è quello di collocare la storia delle Black Panther all’interno di un ciclo storico di resistenza che inizia con la riduzione in schiavitù dei Neri africani ma non si esaurisce con la dissoluzione del “Partito” nella sua forma unitaria, dopo le sue molteplici scissioni”.2

All’interno di queste vicende mi sembra particolarmente importante sottolineare e segnalare i primi due capitoli, in cui viene ricostruita la lotta degli afro-americani in un’ottica che un mai sufficientemente sopito democraticimo di maniera e non-violento ha spesso evitato di sottolineare: quella della resistenza armata e violenta contro il potere e le violenze degli oppressori .

Per diradare ogni possibile dubbio Mumia Abu-Jamal afferma:

“Per decenni, studiosi e storici hanno ignorato il BPP. Nel contesto della lotta e della resistenza dei neri non era il benvenuto, veniva considerato una sorta di figliastro.
Le onorificenze della lotta dei neri nel XX secolo sono andate tutte ai veterani del movimento dei diritti civili, simboleggiato dal martire Martin Luther King, accettato dalle élite bianche e nere. Il messaggio di perdono cristiano del Dott. King e la sua dottrina del “porgi l’altra guancia” tran¬quillizzavano la psiche dei bianchi. Per gli americani abituati al comfort, il Dott. King era soprattutto sicuro. Il BPP era l’antitesi del Dott. King.
Il Partito non era un movimento per i diritti civili. Non porgeva l’altra guancia. Era fortemente laico. Non predicava la non-violenza, ma praticava il diritto umano all’autodifesa. Aveva un orientamento socialista e rivendicava (dopo un plebiscito nazionale e un voto) la creazione di uno Stato-nazione nero, separato, rivoluzionario e socialista. Non tranquillizza¬va gli americani bianchi.
Per gli studiosi e gli storici della fine del XX secolo, il BPP rappresentava un’anomalia, non un discendente storico di una linea estremamente lunga di combattenti della resistenza nera. La storia degli africani in America è una storia di profonda resistenza, di tentativi di governo nero indipendente, di autodifesa, di rivolta armata, di aspre battaglie per la libertà. È la storia della resistenza contro l’in¬cessante incubo della “democrazia” della Herrenvolk (razza dominante) americana […]Le origini della resistenza possono essere ricondotte al 1526, quando da una nave spagnola carica di schiavi africani in catene ancorata nell’odierno South Carolina fuggirono quasi un centinaio di uomini. Questi uccisero molti schiavisti e fuggirono nelle dense foreste vergini per unirsi agli abo¬rigeni locali, vivendo liberamente come la loro razza non avrebbe potuto fare per i successivi 400 anni”.3

Gli episodi di questa resistenza costellano la storia degli Stati Uniti dalle loro origini e per i due secoli precedenti, fino ai nostri giorni. Insieme a questi episodi, però, si manifesta spesso non solo la volontà di liberare la popolazione afro-americana, ma anche una sorta di solidarietà con le popolazioni aborigene e, nonostante tutto, pure con gli strati più marginali della popolazione bianca.
Sotto questo punto di vista può essere d’esempio la storia della lunga guerra condotta dall’esercito degli Stati Uniti contro le tribù Seminole della Florida.

“Molti africani vissero liberi tra i Seminole, facendo da interpreti o guerrieri e alcuni divennero perfino capi. La libertà dei neri fu il motivo dell’allontanamento dei Seminole dalla nazione Creek e della formazione della tribù. Il trattato di Colerain del 1796 includeva un impegno per i Creek di restituire i fuggitivi neri ai proprietari, che però non vincolava i Creek che vivevano a nord del confine della Florida e i Seminole che vive¬vano a Sud dello stesso confine, i quali non si sentirono mai vincolati dal patto e questo li allontanò per sempre dai loro simili del Nord. Studiosi del calibro di J.Leitch Wright Jr. definiscono i popoli di questa regione col termine di Muscogulges, in parte perché parlavano la lingua Muskogee. Egli nota che il termine Creek è un termine inglese utilizzato per indicare i popoli che abitavano le regioni rivierasche del Sud-Est. Ana¬logamente, il termine Seminole è un appellativo spagnolo che deriva dalla parola cimarron, un termine ispanico-americano per fuggitivo.
Wright narra che gli “indiani neri” ebbero un ruolo cruciale nel rendere il territorio Muscogulge, o Seminole, un luogo di attiva resistenza per la libertà dei neri […]Molti americani conoscono la storia delle guerre “indiane”, ma pochi sanno che le battaglie più dure si combatterono nelle tre guerre contro i Seminole e che queste guerre furono combattute essenzialmente per la liberazione dei neri. Gli africani che combatterono dalla parte dei Seminole furono talmente tanti che il generale USA Thomas Jesup scrisse: «Questa, siatene certi, è una guerra contro i negri, non contro gli indiani»”.4

Nel 1851 l’ignobile Fugiti¬ve Slave Act (FSA) del 1850, che minacciava le vite e la libertà di tutti i neri, schiavi o “liberi”, sarebbe stata alla base della resistenza di Christiana, in Pennsylvania in cui l’azione di William ed Eliza Parker, coraggiosi combattenti e promotori dell’autodifesa armata dei neri fuggiaschi, ebbe all’epoca un esplosivo impatto politico e sociale.

“Ai primi di settembre del 1851 Edward Gorsuch, uno schiavista del Ma¬ryland, appoggiato da familiari, amici e un Marshal degli Stati Uniti, colpì il villaggio di Christiana, in Pennsylvania, per ricatturare molti schiavi fuggiti. Sfortunatamente per lui, le sue prede si erano stabilite in una comunità organizzata e armata che non aveva alcuna intenzione di permettere che i propri membri tornassero in catene.[…] I nove bianchi armati furono affrontati da cinque neri armati; quando Di¬ckinson disse al padre di lasciare perdere e tornare con cento uomini armati, William Parker gli rispose di portarne anche cinquecento. “Per prenderci vivi ci vorranno tutti gli uomini di Lancaster”. Eliza Parker poi chiamò gli altri del gruppo di difesa suonando un corno e lo US Marshal le sparò, mancandola. Il suono richiamò circa quarantacinque altri neri e contadini bianchi, quaccheri, armati. Eliza non solo chiamò aiuto, ma sostenne anche che bisognava resistere quando alcuni in casa vacillavano. Il marito più tardi scrisse che Eliza “afferrò una falce da granturco, simile a un machete, e dichiarò che avrebbe tagliato la testa a chi avesse tentato di arrendersi”. Parker raccontò anche i dettagli della sua lotta col testardo Gorsuch, che aveva evidentemente scelto la «colazione all’inferno»”.5

L’elenco degli episodi di resistenza e lotta, anche vittoriosa, contro l’oppressione razziale e padronale è lungo e non si può qui nemmeno riassumere. Basti sottolineare che sarà la rivolta di Watts, sobborgo di Los Angeles, nel 1965 a far esplodere ancora il problema delle disuguaglianze sociali, economiche razziali negli Stati Uniti e a rendere evidente ai giovani afro-americani come Bobby Seale e Huey Newton la necessità di auto-organizzazione politica e militare delle comunità nere e a rendere successivamente possibile la nascita del Black Panther Party e la sua rapida diffusione a partire dalla Costa occidentale a tutti gli altri stati dell’Unione.

Certo tale sviluppo politico non poteva essere disgiunto da quella guerra in Estremo Oriente in cui i soldati di origine afro-americana erano usati come carne da macello e, proprio per questo motivo, finivano col solidarizzare con i vietnamiti e uccidere, più spesso di quanto si racconti, i loro propri superiori in grado bianchi. Dando vita ad una solidarietà internazionalista che avrebbe poi contraddistinto nel tempo il Black Panther Party.

Le pattuglie armate del partito cominciarono a girare per le strade dei quartieri neri e delle città, a fare controinformazione e contro-indagini sull’operato violento della polizia e giunsero ad occupare simbolicamente il parlamento dello stato della California a Sacramento. Tutto questo era reso possibile non solo dalla solidarietà di chi sosteneva l’azione del partito e dei suoi rappresentanti, ma anche dal fatto che in California il possesso di armi era tutelato dalla legge dello Stato e le armi potevano essere portate in pubblico, purché non fossero nascoste. Come avrebbe in seguito affermato Bobby Seale: “Mostrammo al popolo che eravamo pronti a morire per loro”.

Prima ancora della nascita dell’organizzazione del BPP, nell’agosto del 1965 la rivolta di Watts aveva mandato in fumo 200 milioni di dollari di proprietà ma, anche se 35 persone erano morte sotto il fuoco della polizia, non era esplosa nel vuoto. Nel 1964 e 1965 rivolte violente erano scoppiate in ogni parte della nazione, mentre nel solo 1967 (ve la ricordate l’”estate dell’amore”?) il National Advisory Committee on Urban Disorders ne contò centoventitre, più o meno gravi. Circa ottantatre persone furono uccise con armi da fuoco, la maggior parte a Newark e Detroit. Il Comitato notò che “la maggioranza schiacciante delle persone uccise o ferite erano civili negri”.

Il recensore si ferma qui per lasciare al lettore la possibilità di continuare una lettura sorprendente sotto molti punti di vista. Soltanto una riflessione è ancora d’obbligo in chiusura: tenendo conto che la NRA (National Rifle Association) soltanto durante il governo repubblicano di Ronald Reagan si dichiarò favorevole ad una riduzione della diffusione delle armi negli Stati Uniti, per il timore di un ulteriore allargamento delle organizzazioni militanti nere, la questione delle armi riguarda soltanto la loro diffusione oppure chi le porta e perché?

«Essendo necessaria, alla sicurezza di uno Stato libero, una milizia ben regolamentata, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto» (Secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America)


  1. Vogliamo la libertà, pag. 19  

  2. op.cit. pag. 20  

  3. Mumia Abu-Jamal, Gli inizi del Black Panther Party e la storia da cui è nato, in op.cit. pp. 41-42  

  4. op.cit. pp.51-52  

  5. pp. 59-60  

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Lotteremo da una generazione all’altra* https://www.carmillaonline.com/2016/11/23/lotteremo-generazione-allaltra/ Wed, 23 Nov 2016 22:00:05 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=34768 di Sandro Moiso

gilbert David Gilbert, AMORE E LOTTA. Autobiografia di un rivoluzionario negli Stati Uniti, a cura di Giacomo Marchetti e Nora Gattiglia, MIMESIS 2016, pp. 400, € 26,00

Ho appena finito di leggere il libro di Gilbert e un brivido di commozione e, forse, di rabbia mi percorre tutto dalla nuca al resto del corpo. E’, senza ombra di dubbio, una delle testimonianze più sincere e commoventi che sia mai uscita dalla penna di un rivoluzionario. Rivoluzionario inteso nel senso più ampio del termine e, per giunta, condannato alla detenzione ben oltre la fine dei suoi giorni.

Condannato a [...]]]> di Sandro Moiso

gilbert David Gilbert, AMORE E LOTTA. Autobiografia di un rivoluzionario negli Stati Uniti, a cura di Giacomo Marchetti e Nora Gattiglia, MIMESIS 2016, pp. 400, € 26,00

Ho appena finito di leggere il libro di Gilbert e un brivido di commozione e, forse, di rabbia mi percorre tutto dalla nuca al resto del corpo. E’, senza ombra di dubbio, una delle testimonianze più sincere e commoventi che sia mai uscita dalla penna di un rivoluzionario. Rivoluzionario inteso nel senso più ampio del termine e, per giunta, condannato alla detenzione ben oltre la fine dei suoi giorni.

Condannato a settantacinque anni di reclusione il 6 ottobre 1983, quando aveva 39 anni, David dovrebbe infatti finire di scontare la sua pena nel 2058, all’età di 115 anni. Basterebbe questa sola considerazione a dimostrare quanto folle, oltre che iniquo, sia un sistema giudiziario, quello statunitense, che si vorrebbe equo e moderno. Ma che nei fatti non lo è e che si dimostra ancora una volta crudele (ai limiti del sadismo oppure addirittura superando gli stessi), classista, razzista e inumano oltre ogni dire.

Condanna arrivata a seguito di una rapina finita male, molto, con alcuni militanti, una guardia giurata e due agenti di polizia uccisi, messa in atto dal BLA (Black Liberation Army) il 20 ottobre 1981 e di un processo che definire “farsa” sarebbe ancora troppo poco. Fatti che costituiscono la trama degli ultimi, terribili otto capitoli delle memorie dell’autore e che hanno segnato in maniera drammatica la sua vita e le sue scelte, non solo politiche.

Un autentico disastro umano e politico per un militante che, oltre a non essere presente sul luogo della sparatoria nel corso della rapina del 1981, aveva precedentemente aderito ai Weather Underground proprio per la loro scelta di evitare al massimo lo spargimento di sangue nel corso delle loro azioni dimostrative.

Una vita, comunque, quella di Gilbert, pienamente travolta dalla corrente di lotte che dalle iniziali mobilitazioni per i diritti civili degli afro-americani e delle altre minoranze etniche presenti sul territorio degli Stati Uniti, a partire dalla fine degli anni ’50 e dai primi anni ’60, lo avrebbe portato ad una piena coscienza anti-imperialista, attraverso la lotta contro la guerra in Vietnam, e alla scelta della lotta armata fatta dai Weathermen, poi Weather Underground, fin dal 21 maggio del 1970 quando Bernardine Dohrn emise la sua “Dichiarazione di guerra” contro l’imperialismo.

Ma se la lettura del testo può essere fatta in parallelo a quello di Bill Ayers, recentemente ripubblicato in Italia,1 è anche vero che allo stesso tempo ne costituisce un po’ il contraltare.
Tanto la ricostruzione di Ayers risulta infatti essere “epica”, tanto la lettura dei fatti e delle scelte data da Gilbert risulta “problematica”. E, quindi, sotto molti punti di vista, più utile.

Il percorso di quella organizzazione appare, nelle sue pagine, più tortuoso e più complesso di quello precedentemente dipinto. Qui la scelta classista appare spesso contraddittoria e di minor importanza rispetto alle scelte anti-imperialiste, anti-razziste, anti-machiste e femministe.
Contraddittoria non per i dubbi sulla sua valenza generale, mai significativamente messa in discussione, ma per le difficoltà che già in quegli anni si rilevavano nell’inquadrare o anche solo nel comunicare con il proletariato bianco, con la working class bianca con un discorso di carattere rivoluzionario.

Da questo punto di vista il testo di Gilbert si rivela oggi di grande importanza, soprattutto per comprendere anche le radici di un fenomeno, quello della vittoria elettorale di Trump, che ha stupito soltanto coloro che erano in malafede oppure molto poco informati sulla situazione economica, sindacale e politica della classe operaia bianca negli Stati Uniti.

Afferma ad un certo punto l‘autore: ”ogni volta che avevo visto dei radicali bianchi addentrarsi sul serio nel marxismo-leninismo, li avevo visti scivolare verso un ruolo predominante dato al proletariato, per lo più bianco, sulle lotte di liberazione nazionale in veste di maggior forza rivoluzionaria; e, accanto a tutto ciò, un glissare sulle problematiche dell’egemonia bianca e del privilegio imperialista per cercare una base di sostegno già pronta, cosa che comunque non si ottenne mai, nel proletariato. […] Capii che il problema non era tanto la teoria quanto il passato ben radicato del privilegio bianco (con i benefici materiali che ne conseguivano) e i vantaggi tratti dall’imperialismo. Le ripetute virate verso l’opportunismo bianco caratterizzavano anche movimenti che non si ispiravano affatto al marxismo-leninismo, come il populismo e il movimento suffragista. La teoria non era la causa del problema quanto piuttosto una sua razionalizzazione assunta da gruppi che volevano appropriarsi della bandiera ‘rivoluzionaria’ senza schierarsi fermamente a fianco dei popoli di colore che erano sotto un attacco omicida.” (pag.262)

Durante la guerra in Vietnam la classe operaia bianca delle grandi fabbriche fu toccata solo marginalmente dalle lotte contro di essa e soltanto là dove furono, come a Detroit,2 gli operai Neri a prendere l’iniziativa sia sul piano salariale che organizzativo e politico.
Così la scelta classista per i Weather apparirà prioritaria soltanto a partire dalla fase “finale” della loro storia, quando il movimento giovanile, anti-razzista e contrario alla guerra in Vietnam comincia ad arretrare, sia per il venir meno delle sue ragioni (la fine della guerra indocinese) quanto per i colpi subiti (l’uccisione e la reclusione di centinaia di militanti Neri legati al Black Panther Party e/o affini), sia ancora per le divisioni di ordine ideologico che iniziavano a prendere il sopravvento all’interno dei movimenti sia giovanili che afro-americani.

E’ questa la fase che si apre con la pubblicazione del testo più celebre prodotto dalla direzione del Weather Underground, quel “Prateria in fiamme”,3 che presentava comunque una versione ”marxista-leninista” di quell’esperienza che non sempre combaciava con la realtà della storia e dell’evoluzione della stessa organizzazione.

Proprio le riflessioni di Gilbert, che quell’impostazione allo stesso tempo criticò e finì poi col condividere per un periodo, ci permettono ancora una volta di verificare come la scelta partitica spesso, nel corso delle lotte del secondo dopoguerra o almeno dal ’68 in avanti, sia avvenuta in seguito alla sconfitta o all’arretramento dei movimenti, nel tentativo disperato e troppo spesso inutile di ridare vita a qualcosa che già non poteva più esistere. Aggravandone la crisi con scelte o dispute di carattere ideologico sempre più distanti dai “movimenti reali”.

Se, infatti, una miriade di gruppuscoli ha sempre cercato, sia durante l’esplodere delle lotte che alla loro fine, di contendersi la direzione oppure le spoglie mortali delle stesse, è sicuramente vero che tale pratica magari non è riuscita a deviarne le forze mentre queste erano in attività, ma ha contribuito a deturparne o a modificarne la memoria e l’indirizzo con le forzature interpretative successive. In questo senso l’accuratezza e l’onestà della ricostruzione degli eventi americani di quegli anni, insieme ad una autocritica a tratti spietata e feroce, fanno delle riflessioni di Gilbert un insegnamento irrinunciabile e severo.

david_smiling2 Per quanto la gentilezza e la mitezza dell’autore, che già traspariva nella sua intervista contenuta in coda al documentario di Sam Green e Bill Siegel The Weather Underground,4 contribuiscano a rendere più leggere le descrizioni delle dispute, delle battaglie e dei passaggi che hanno accompagnato la nascita e il declino dei movimenti armati statunitensi,5 ciò non toglie certo una certa durezza e implacabile lucidità al discorso condotto da Gilbert.

L’uomo che nel settembre del 1982 ebbe a dichiarare, durante il processo che lo avrebbe condannato alla ‘morte’ carceraria: “Il governo che ha rovesciato napalm sul Vietnam, che fornisce le bombe a grappolo che uccidono civili in Libano, che addestra torturatori in Salvador ci chiama ‘terroristi’. I governanti che si sono arricchiti con generazioni di schiavi che lavorano e lavoratori resi schiavi…ci etichetta come ‘criminali’. Le forze di polizia dell’Amerika che hanno ucciso 2000 persone di colore negli ultimi cinque anni e che imbottiscono di droga le comunità ci dicono che ‘non abbiamo rispetto per la vita umana’. Noi non siamo né terroristi né criminali. E’ proprio perché amiamo la vita, perché gioiamo di fronte allo spirito umano, che siamo diventati combattenti per la libertà contro questo sistema razzista, imperialista e mortifero.” (pag. 339)

Quest’uomo non fa sconti, né a se stesso, né a tutte quelle azioni o scelte che, troppo spesso, si sono trasformate nel contrario di ciò che avrebbero voluto, comprese le lotte di liberazione nazionale, per cui era sceso sul sentiero di guerra. E, soprattutto, non fa sconti al sessismo e al razzismo che troppo spesso hanno caratterizzato i comportamenti, anche involontari, di leader e militanti della sinistra radicale.

Valga come esempio il fatto che la stessa rapina che finirà con il segnare tragicamente la vita dell’autore deriva dalle differenti difficoltà di finanziamento incontrate dai gruppi radicali neri rispetto a quelli bianchi. Mentre per i secondi infatti era più facile ricevere aiuti e finanziamenti anche dai settori meno impegnati o liberal del movimento, per i primi le rapine o gli espropri per l’auto-finanziamento erano pressoché inevitabili. Con il conseguente aumento dei rischi legali e fisici per i militanti coinvolti.

Ci sono parole che fanno male nella sua lettura, ma che allo stesso tempo aiutano a comprendere, davvero, gli errori propri e non solo altrui. La lotta contro l’imperialismo e contro la schiavitù economica, sessuale e razziale da esso prodotta non può svolgersi un passo alla volta oppure privilegiando un aspetto, una classe, un sesso o una razza rispetto agli altri. Tutto deve essere portato avanti insieme. Questo è l’insegnamento principale che possiamo e dobbiamo trarre dalle sanguinanti pagine del libro e che già i movimenti più importanti di oggi sembrano aver intrapreso oppure iniziato a ri-tracciare.

Così sarebbe opportuno pubblicare un’antologia dei suoi scritti, per esempio tratti da quel No Surrender che già è stato pubblicato negli USA nel 2004. Proprio perché quello slogan, tratto dall’esperienza della resistenza vietnamita, con cui ho intitolato questa recensione continui ad avere come per David un senso. Mentre per ora i lettori dovranno accontentarsi della bibliografia, proposta dai curatori in chiusura, che propone un’ampia scelta di testi di Gilbert rintracciabili on line.

L’unico appunto che si può fare, a questa edizione del testo del militante americano, è dovuto al fatto che i curatori, pur avendo svolto un lavoro egregio, avrebbero in alcuni casi dovuto curare di più la traduzione e/o la spiegazione dei riferimenti al contesto politico-culturale in cui si sono svolti i fatti narrati. David Gilbert usa un linguaggio piano e colloquiale, ma ciò fa sì che l’autore, rivolgendosi ad un pubblico principalmente americano, per forza di cose abbia dato per scontate conoscenze che non appartengono obbligatoriamente al lettore italiano.
Faccio qui di seguito qualche esempio:

1) Quando si parla di football negli Stati Uniti non si intende il calcio (soccer), ma football americano quello giocato con la palla ovale. Si veda, nel testo il passaggio sulla squadra dei Broncos di Denver, un club molto famoso di football americano.

2) Così come è difficile che una guardia carceraria impugni un doppietta a canne mozze. Shotgun andrebbe tradotto con fucile a canna liscia, spesso azionato a pompa per espellere la cartuccia (shot) esplosa ed inserire nella camera di scoppio quella nuova, con un unico movimento della mano; un’arma spesso utilizzata dalle forze dell’ordine, tanto è vero che talvolta è anche denominato riot shotgun.

3) Il libro di Sam Greenlee, The Spook Who Sat by the Door, è stato tradotto in Italia da Garzanti, nel 1970, nella collana Romanzi moderni con il titolo Il negro seduto accanto alla porta, a differenza di quanto erroneamente segnalato in nota.

4) Dire che uno dei protagonisti della lotta e compagno di carcere di Gilbert, Kuwasi Bagaloon, ha fatto parte inizialmente dei Last Poets significherebbe anche segnalare che quel primo gruppo rap afroamericano, fu fondato il 19 maggio 1968 (data del compleanno di Malcolm X), nel quartiere East Harlem di New York. I membri fondatori del gruppo furono Felipe Luciano, Gylan Kain e David Nelson.
I Last Poets continuarono ad evolversi attraverso un gruppo di scrittori di Harlem conosciuti come “East Wind” composto da Jalal Mansur Nuriddin, ex- paracadutista ed ex-detenuto per aver rifiutato di servire l’esercito degli Stati Uniti in Vietnam e convertitosi all’Islam mentre era in carcere, e da Omar Ben Hassan e Abiodun Oyewole, avrebbe anticipato sia il poeta-cantante Gil Scott-Heron, attivo dagli anni settanta, che Grandmaster Flash and the Furious Five, con il loro brano The Message (del 1982), che avrebbero ridato fiato alla coscienza nera
all’inizio degli anni ’80.

Tutto ciò, però, non offusca in alcun modo il lavoro svolto per far conoscere al pubblico italiano un testo così stimolante e significativo. Non solo per la storia passata dei movimenti di lotta americani.

* Dedicato, nel bene e nel male, alla memoria di Fidel Castro rivoluzionario anti-imperialista


  1. Si veda la mia recensione qui: https://www.carmillaonline.com/2016/04/25/huck-ishmael-la-guerra-classe/  

  2. Si veda il mio https://www.carmillaonline.com/2013/08/14/detroit-e-morta-viva-detroit-seconda-parte/  

  3. Tradotto e pubblicato per la prima volta in Italia nel 1977 dal Collettivo editoriale Librirossi  

  4. Pubblicato in DVD anche in Italia nel 2005. L’intervista si intitola significativamente A Lifetime of Struggle  

  5. Weather Underground Organization e Black Panther Party non furono gli unici ad operare in tale senso  

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