Banca Nazionale dell’Agricoltura – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 26 Jun 2026 20:00:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Chi è STATO ? https://www.carmillaonline.com/2018/12/12/chi-e-stato/ Tue, 11 Dec 2018 23:01:01 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=49762 di Fiorenzo Angoscini

Saverio Ferrari, 12 Dicembre 1969. La strage di piazza Fontana. La ‘madre’ di tutte le stragi, a cura de L’Osservatorio Democratico sulle Nuove Destre, Milano, dicembre 2018, pag. 39 (s.i.p.)

La ‘madre’ di tutte le stragi, ma anche strage di Stato, come ricorda il dossier nelle sue pagine. Così come La Strage di Stato è anche stata intitolata la prima pubblicazione di controinformazione sull’eccidio alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano. Strage di Stato perché, eseguita da fascisti (vedi sentenze), ha visto la connivenza attiva degli apparati dello stato. Gianadelio Maletti, ex capo del reparto D (controspionaggio) del [...]]]> di Fiorenzo Angoscini

Saverio Ferrari, 12 Dicembre 1969. La strage di piazza Fontana. La ‘madre’ di tutte le stragi, a cura de L’Osservatorio Democratico sulle Nuove Destre, Milano, dicembre 2018, pag. 39 (s.i.p.)

La ‘madre’ di tutte le stragi, ma anche strage di Stato, come ricorda il dossier nelle sue pagine.
Così come La Strage di Stato è anche stata intitolata la prima pubblicazione di controinformazione sull’eccidio alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano.
Strage di Stato perché, eseguita da fascisti (vedi sentenze), ha visto la connivenza attiva degli apparati dello stato. Gianadelio Maletti, ex capo del reparto D (controspionaggio) del Sid, è stato condannato, in via definitiva, a un anno di carcere per falso ideologico in atto pubblico; il coordinatore del Nucleo Operativo Diretto (NOD) alle dirette dipendenze del Reparto D, Antonio Labruna, a dieci mesi di reclusione.

Senza dimenticare il balletto di bugie, reticenze e “non ricordo” organizzato dai capi responsabili del Sid, dal presidente della repubblica dell’epoca, dal presidente del consiglio, ministri vari, a proposito dell’identità, ed appartenenza ai diversi ‘servizi’, di agenti segreti camuffati da giornalisti: Guido Giannettini (Il Secolo d’Italia, Il Roma, Il Giornale d’Italia), Mino Pecorelli (Osservatorio Politico), Mario Tedeschi (Il Borghese), Giorgio Zicari (Corriere della Sera), Giorgio Torchia (Il Tempo) Guido Paglia1 (Il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giornale d’Italia, Il Giornale). E tutti i depistaggi connessi alle loro attività e “conoscenze”. Nonché a quelle di fascisti e bombaroli. Ai loro ruoli e…’gradi’. Così come certo giornalismo spazzatura ha sempre auspicato le soluzioni di forza. Il settimanale Epoca (gruppo Mondadori) l’11 dicembre 1969, manda il fascicolo in edicola con copertina tricolore ed un perentorio titolo: Senza peli sulla lingua, senza conformismi, CHE COSA PUO’ ACCADERE IN ITALIA. La stessa rivista, nel mese di luglio 1964, erano i giorni del cosiddetto Piano Solo,2 golpe orchestrato dal Sifar (servizio segreto militare del periodo) di De Lorenzo con il beneplacito del presidente della Repubblica Antonio Segni, con sospetta tempestività era ‘uscita’ con un edizione speciale e, già allora, copertina tricolore con all’interno ‘testina’ fotografica del Presidente. Il titolo, ancora più esplicito: L’ITALIA CHE LAVORA chiede al capo dello stato un GOVERNO ENERGICO E COMPETENTE che affronti subito con responsabilità la crisi economica e il malessere morale che avvelena la nazione. Un incredibile ‘fiuto’ per i tentativi di colpo di stato e gli avvenimenti che li precedono, stragi comprese.

La sera stessa di quel venerdì nero,

il commissario Luigi Calabresi dell’ufficio politico (l’attuale Digos, nda) della Questura di Milano, conversando con Giampaolo Pansa, inviato de La Stampa, esternò subito la propria convinzione che le responsabilità dovessero essere addebitate ai gruppuscoli di estrema sinistra. ‘Estremismo, ma estremismo di sinistra-disse-è in questo settore che noi dobbiamo puntare. Estremismo di sinistra…Anarchici, ‘cinesi’ operaisti. (p. 9)
Eppure, già il 13 dicembre, il Sid era in possesso di informazioni assai precise sugli autori della strage, al punto da indicare, in una nota, Stefano Delle Chiaie e Mario Merlino quali responsabili degli attentati di Roma, eseguiti su ordine di Yves Guérin Serac (al secolo Yves Guillou, nda) e Robert Leroy. (p.10)

I due, ex appartenenti all’ Organisation Armée Secretè (OAS), organizzazione paramilitare clandestina francese che operò, soprattutto, durante la guerra d’Algeria, erano gli “animatori dell’Aginter Presse, una finta agenzia di stampa, con sede a Lisbona, in realtà una delle centrali dell’estrema destra adibita a ‘operazioni coperte’, legata ai servizi segreti portoghesi e statunitensi”. (p. 10)

Ma, nel documento ‘segreto’ 3 n.36369/AC di prot. OGGETTO: Attentati terroristici a Milano e a Roma, redatto definitivamente, dopo aggiunte e rimaneggiamenti, il 17 dicembre 1969, Serac e Guillou, da nazisti già appartenenti alle Waffen-SS, vengono camuffati e definiti pericolosi anarchici.
Solo l’11 aprile 1970, con un altro documento interno del Sid, riacquistano le loro reali sembianze: “Sia Guérin Serac, sia Leroy non sono anarchici, ma appartengono ad un’organizzazione anticomunista. Si suggerisce di tacere questa notizia alla pubblica sicurezza e ai carabinieri” (neretto nostro).

La pubblicazione è un agile e comodo ‘bigino’ (depurato dalla sua accezione negativa) che permette, a chi conosce la vicenda, di ricordare particolari dimenticati o sottovalutati, mentre per i neofiti è un utile strumento di conoscenza ed approfondimento.
Si ricordano gli attentati del 15 aprile a Padova (ufficio del rettore università), del 25 aprile (Fiera di Milano ed Ufficio Cambi della stazione Centrale), quelli del 8-9 agosto sui treni: Caserta, Pescara, Chiari (Bs) e quello, per fortuna fallito, alla scuola slovena di Trieste (4 ottobre).
Il sodalizo tra fascisti, militari italiani e golpisti colonnelli greci che si consolida e si organizza, tanto che il settimanale inglese “The Observer” scrive: “Un gruppo di elementi di estrema destra e di ufficiali sta tramando in Italia un colpo di stato militare, con l’incoraggiamento e l’appoggio del governo greco e del suo primo ministro, l’ex-colonnello Giorgio Papadopulos”.

A proposito dell’attivismo di certi ambienti militari e accoliti vari, è da ricordare quanto pubblicato, nel settembre 1970 (nove mesi dopo Piazza Fontana, ma sicuramente pensato e redatto prima) dalla rivista di informazione militare “Interconair Aviazione Marina”, che all’interno del suo numero 70, allega un dossier dal titolo perentorio: Le ultime 100 ore di libertà in Italia. Simulando tutta una serie di situazioni, per gli estensori, drammatiche e catastrofiche: manifestazioni e scontri di piazza, tra cui si evidenzia, giovedì 24 giugno 1971 a Bologna durante un comizio sindacale, lo scoppio di una bomba:

ore 10,30 – Grande manifestazione unitaria nelle principali vie cittadine del capoluogo, che, con tutta la regione Emilia-Romagna ha proclamato lo sciopero generale.
In particolare, a Bologna, ai dimostranti si sono aggiunti operai metalmeccanici lombardi, anch’essi in sciopero e attivisti laziali, fatti appositamente giungere con numerosi pullman e con i treni dalle centrali sindacali. Si teme che elementi “filo-cinesi” si siano infiltrati tra la folla che si sta radunando in Piazza Maggiore. Il Prefetto di Bologna ha ricevuto ordine dal Ministero dell’Interno di cercare di non far degenerare la manifestazione in scontro aperto ma di “tallonare” comunque da vicino i manifestanti senza dare troppo nell’occhio con uno spiegamento di forze troppo appariscente. In Emilia sono stati fatti affluire comunque alcuni reparti celeri di Pubblica Sicurezza e alcuni reparti mobili di Carabinieri per ogni evenienza si tratta di reparti del I V Btg. Mo ile da Padova in rinforzo al V Btg. Mobile di stanza nella città). Verso le ore 11, la folla radunatasi in Piazza Maggiore, dove è previsto che alcuni oratori prenda no la parola, é enorme. E’ a questo punto che avviene il fattaccio. Improvvisamente in mezzo alla folla, mentre il primo oratore sta per iniziare il suo discorso, si sente un terribile boato e si alza una colonna di fumo: é esplosa una bomba! La folla per un attimo rimane immobile poi é il panico, é la strage: calcoli successivamente accertati valutano in 36 i morti in seguito all’esplosione e in 71 i morti calpestati dalla folla che, impazzita, é in fuga verso qualsiasi direzione. La confusione é enorme: gli stessi sindacalisti sono rimasti come impietriti sulla tribunetta e passano preziosi minuti prima che si pensi a qualche azione di soccorso. Ai loro piedi decine di persone rantolano e si disperano, cercando gli amici e i colleghi. La piazza comunque tende a vuotarsi perché si temono ulteriori esplosioni. Dopo circa mezz’ora, i feriti, moltissimi, incominciano ad essere portati agli ospedali. Alcuni, meno gravi, alle poche farmacie che non hanno abbassato le saracinesche. Molti feriti presentano gravi contusioni causate dalla folla che li ha calpestati.4

La lunga citazione si è resa necessaria per evidenziare le analogie con quanto avviene, il 28 maggio 1974 a Brescia, durante un comizio al termine di uno sciopero generale indetto contro il fascismo dai sindacati confederali. Alle 10,12 di quel martedì maledetto, in Piazza della Loggia esplode un ordigno che, complessivamente, causerà la morte di 8 persone e il ferimento di un centinaio di manifestanti.

L’Unità del 25 ottobre 1970, a pagina 7, titola: Invasione Sovietica con l’aiuto Vaticano!, con questo occhiello: “Provocatorio libello apparso su una rivista di ‘esperti’ militari”, ed un ancora più duro sommario: “La ricostruzione delle ‘ultime 100 ore di libertà in Italia’ in una pubblicazione diffusa tra le nostre forze armate-Il lunghissimo e ridicolo (?) testo è presentato come ‘molto meno fantascientifico di quanto si possa ritenere’-Preoccupanti analogie con un discorso del ministro della difesa Tanassi5 e con un discorso dell’ammiraglio Birindelli6 – L’esaltazione del Psu7 ”.
La pubblicazione evidenzia l’arruolamento dei fascisti “soldati politici” che si richiamavano al motto nazista delle SS italiane: “Il nostro onore si chiama fedeltà”. In realtà si dimostrarono fedeli soprattutto alle ‘rimesse’ economiche che ricevevano dai vari servizi, interni ed internazionali e che, come cagnolini fedeli, scodinzolavano a comando per i loro padroni.

Il pamphlet evidenzia la predisposizione informatoria in particolare di Ordine Nuovo, ma anche Avanguardia Nazionale8 .
“Risultò che non un solo esponente di questa organizzazione fosse estraneo a rapporti di dipendenza dai servizi segreti italiani e statunitensi, a partire da Pino Rauti strettissimo collaboratore dell’ammiraglio Henke, capo del Sifar prima e del Sid poi, dal 1966 al 1970”. (p.34)
E snocciola i nomi degli “spioni patrioti”: oltre agli inflazionati Giovanni Ventura e Franco Freda, troviamo Massimiliano Fachini, Delfo Zorzi, Nico Azzi9 (per sua stessa ammissione), Gianni Casalini e Maurizio Tramonte, la fonte “Tritone”, condannato definitivamente all’ergastolo per la strage di Brescia. Tutti informatori tricolorati.

“Almeno quattro infine le pedine all’interno di Ordine Nuovo ‘dirette’ dai servizi Usa: Carlo Digilio, Marcello Soffiati, il professor Lino Franco e Sergio Minetto”. (p. 34)
Un occhio d’attenzione lo riserva anche agli infiltrati. Mario Merlino e Salvatore Ippolito (“un agente di pubblica sicurezza appositamente infiltrato dalla Questura di Roma”), Stefano Serpieri (in Grecia con Merlino, partecipi, con altri squadristi, alla gita premio alla “scuola quadri” dei colonnelli) ed Enrico Rovelli10 la ‘gola profonda’ della delazione. Denominazione in codice, forse anche per disprezzo, Anna Bolena, l’adultera ed incestuosa seconda moglie di Enrico VIII, proprio per questo condannata alla decapitazione.

Ci sono anche altre curiosità, se non si trattasse di avvenimenti collegati alla tragedia che ha sconvolto le nostre vite11 , in particolare quelle dei parenti degli assassinati, compresa la diciottesima vittima della strage del 12 dicembre 1979: Giuseppe Pino Pinelli. Come il mistero delle quattro bombe milanesi di quella drammatica giornata; i depistaggi padovani relativi all’acquisto dei timer e delle borse usati per confezionare e depositare gli ordigni, nonché il boicottaggio e trasferimento di un commissario di polizia in organico alla questura di Padova e di un giudice in servizio al tribunale di Treviso.
Il sigillo politico e l’individuazione degli autori del massacro: “La corresponsabilità di Franco Freda e Giovanni Ventura in ordine ai fatti del 12.12.1969 appare sufficientemente dimostrata”. Tra le motivazioni Corte di assise di appello di Milano del 13 aprile 2004. Ribadita dalle motivazioni della Cassazione depositate il 10 giugno 2005: “Freda e Ventura erano certamente colpevoli anche se ormai questo ‘approdo’ non poteva ‘provocare effetti giuridici di sorta nei confronti di costoro’ in quanto ‘irrevocabilmente’ assolti dalla Corte di assise di appello di Bari”. (p. 35)
Mentre i parenti delle vittime, sempre da questi pronunciamenti, erano condannati a pagare le spese legali. Oltre al danno, anche le beffe…

Il quaderno di “memoria attiva” si conclude, al contrario del libro La Strage di Stato,12 che si apriva così, con la “misteriosa” scomparsa (e successivo ritrovamento del cadavere) di Armando Calzolari, tesoriere del Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese.

Soprattutto quest’ultimo avvenimento, come le molte altre vicende e segnalazioni ricordate, invito a leggere nell’utile pro-memoria antifascista, che fa il paio con un’altra recente produzione dell’Osservatorio Democratico sulle Nuove Destre (costola di Varese) incentrato sull’attività del gruppo neonazista dei Dodici Raggi13 .
Entrambe queste due produzioni di informazione e lotta antifascista si possono reperire in edizione cartacea, alle iniziative organizzate, o a cui partecipano, i ricercatori dell’Osservatorio.
In formato Pdf sulla pagina Facebook dello stesso.
“Il fascismo non è il contrario del comunismo, ma della democrazia”.


  1. http://www.osservatorionuovedestre.net/?s=Guido+Paglia  

  2. Prevedeva l’arresto e il trasferimento, con ponte aereo in campi di prigionia appositamente allestiti in Sardegna, di 157.000 cittadini schedati e 800 esponenti di sinistra  

  3. L’originale è riprodotto a p. 242 di, G. Fuga-E. Maltini, Pinelli. La finestra è ancora aperta, Edizioni Colibrì, Paderno Dugnano (Mi), seconda edizione, novembre 2017  

  4. Questo manuale delle sovversione andrebbe riprodotto e letto per intero. In pratica è una previsione, meglio una predizione di quanto avverrà. Lo riprenderemo in occasione di una riflessione sulla strage di Brescia  

  5. Più volte segretario nazionale del Psu-Psdi. Condannato per lo scandalo Lookheed, vedi https://www.carmillaonline.com/2017/04/26/le-emozioni-del-cuore-la-d-della-ragione-la-realta-dei-fatti/  

  6. Presidente e deputato del Movimento Sociale Italiano  

  7. Fondato nel luglio 1969 da una scissione del Psi, nel 1971 divenne Psdi  

  8. http://www.osservatorionuovedestre.net/?s=avanguardia+nazionale  

  9. Condannato a 13 anni di reclusione per l’ attentato al treno Torino-Roma del 7 aprile 1973. Si ferì alle gambe mentre stava preparando l’innesco di due saponette di tritolo militare da mezzo chilo l’una nella toilette, dopo aver lasciato in giro, lui e i suoi camerati, un po’ di copie di Lotta Continua, tanto per far capire dove si dovessero cercare i colpevoli. Altri due anni di carcere li ha guadagnati per l’assassinio del poliziotto Antonio Marino, Milano 12 aprile 1973  

  10. Vedi: La Spia, p. 128 in Fuga-Maltini, cit. n. 4  

  11. Vedi: https://www.carmillaonline.com/2017/12/12/le-false-verita/  

  12. AAVV, La strage di Stato. Controinchiesta, la Nuova Sinistra-Samonà e Savelli, Roma, giugno 1970. Il lavoro, coordinato dal giornalista Marco Ligini e dall’ avvocato Eduardo Di Giovanni, era stato condotto da un gruppo di militanti della sinistra extraparlamentare. A settembre 1970 era giunto alla quarta edizione, una al mese, e 60.000 copie vendute in quattro mesi. Sempre Samonà e Savelli ne ha realizzato una ristampa anastatica nel 1977, mentre l’ultima ristampa che ho rintracciato, a cura del settimanale Avvenimenti, è del dicembre 1993  

  13. A cura dell’ Osservatorio Democratico sulle Nuove Destre di Varese, I bravi ragazzi della provincia prealpina di Varese. I neonazisti: i Do.Ra. di Varese, Varese, novembre 2018  

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Un altro 12 dicembre https://www.carmillaonline.com/2016/12/14/un-altro-12-dicembre/ Tue, 13 Dec 2016 23:10:47 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=35298 di Sandro Moiso

12_dicembre_2016 Quarantasette anni fa, il 12 dicembre 1969, al culmine di una stagione di formidabili lotte, lo Stato, la classe dirigente italiana e i loro servi non seppero rispondere in altro modo che con una provocazione di stampo terroristico che, con l’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, causò 17 morti e 87 feriti. La Strage di Piazza Fontana, come sarebbe stata in seguito ricordata, aprì però non solo una stagione di attentati, ma anche quella in cui la strategia della tensione contribuì a provocare una levata di scudi antifascista in difesa [...]]]> di Sandro Moiso

12_dicembre_2016 Quarantasette anni fa, il 12 dicembre 1969, al culmine di una stagione di formidabili lotte, lo Stato, la classe dirigente italiana e i loro servi non seppero rispondere in altro modo che con una provocazione di stampo terroristico che, con l’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, causò 17 morti e 87 feriti.
La Strage di Piazza Fontana, come sarebbe stata in seguito ricordata, aprì però non solo una stagione di attentati, ma anche quella in cui la strategia della tensione contribuì a provocare una levata di scudi antifascista in difesa dei diritti dei lavoratori, delle donne, dei giovani e della Costituzione che avrebbe rafforzato notevolmente le ragioni dello scontro di classe e liberato istanze e forze prima apparentemente sopite.

Sarà un caso, ma il 12 dicembre di quest’anno un mondo politico asfittico, una classe dirigente in fuga dalle proprie responsabilità e una concezione dittatoriale del potere e dei rapporti tra cittadini e Governo hanno prodotto qualcosa di molto simile. In faccia a milioni di italiani (che hanno compattamente votato affinché il regime della corruttela bancaria e mafiosa, dello sfruttamento scellerato di una manodopera sottopagata e maltrattata e dell’esaurimento di qualsiasi risorsa ambientale ed economica ai fini della pura e semplice appropriazione privata se ne andasse per essere sostituito da un governo, almeno apparentemente, eletto democraticamente) il PD e il suo ciarliero segretario, un incartapecorito rappresentante delle istituzioni, una sua pallida ed insignificante controfigura, i rappresentanti nemmeno più tanto oscuri delle consorterie bancarie e massoniche oltre che i rimasugli di un europeismo che vive ormai soltanto nella rappresentazione mitologica e punitiva che ne viene fatta, hanno fatto scoppiare un’altra bomba. Forse di portata ancora peggiore e anche più dannosa.

Il Governo clone, più che fotocopia, del governo Renzi, nasce con già sulle spalle l’aumento dei morti sul lavoro, l’aumento delle vittime del disastro ambientale (dall’inquinamento di Taranto, Brescia e della Terra dei fuochi al dissesto idrogeologico fino al mancato rispetto delle norme anti-sismiche), l’aumento dei suicidi per fallimenti, perdita del posto di lavoro oppure dei risparmi di una vita; tutti causate dai suoi consimili negli ultimi cinque anni:
Oltre ad avere alle spalle un aumento della povertà che è stato del 141% negli ultimi dieci anni, più del doppio rispetto al 2005.1

Disagio, rabbia, stanchezza sono stati sicuramente il motore principale della fragorosa vittoria del No nel recentissimo referendum costituzionale. Hanno costituito la molla del poderoso calcio in culo con cui i lavoratori, i giovani, i disoccupati, le donne italiane hanno risposto all’arroganza del governo e dei suoi ducetti. Risultato che potrebbe raddoppiare con il referendum contro il job act che dovrebbe svolgersi questa primavera. Eppure una classe dirigente priva di capacità politiche, o fosse anche solo di “impresa”, ha voluto, cercato, imposto un’altra prova di forza. Più brutale e coatta di quel referendum che ha già virtualmente fatto saltare i denti dalla bocca di parecchi suoi imbonitori. Probabilmente per fare vedere davvero chi ha le palle, sia a livello nazionale che in Europa.

ministri-2016 Questa è infatti la narrazione che il segretario del PD Matteo Renzi vorrebbe dare ancora per vincente sia presso le congreghe europee che presso i suoi dissennati elettori. Poletti ancora al Ministero del Lavoro, la Boschi premiata con un innalzamento della sua funzione e del suo ruolo, Lotti ministro con varie deleghe alle nomine più delicate, Alfano passato dagli Interni agli Esteri per evitare la prossima valanga delle conseguenze delle menzogne e delle omissioni sul caso Shalabayeva e così via tutte le altre conferme indicano proprio questa strategia o, meglio, mancanza di strategia. Così come ogni atto dissennato del potere spesso rivela. Tanto da far rilevare che l’unica rimossa d’ufficio, la Giannini, con il pretesto che sarebbe stata la “buona scuola” (ma non era renziana la proposta?) a causare la vittoria del No, era l’unica ministra i cui dipendenti (gli insegnanti), secondo alcuni istituti di ricerca, avrebbero votato, anche se con una maggioranza risicata, principalmente per il Sì.

L’Eurostat, l’istituto di statistica dell’Unione europea, in un recente report ha rilevato che gli stipendi in Italia restano i più bassi dell’Europa occidentale e che peggio fanno solo Spagna e Portogallo, che però si possono consolare con un maggior potere d’acquisto.2 Ma il clone di Renzi in un discorso durato appena 17 minuti, in un’aula parlamentare semi-deserta, non ha nemmeno sfiorato l’argomento mentre invece ha confermato sostanzialmente tutti gli obiettivi del precedente governo e la volontà di rimanere in sella fino a quando il potrà contare su una risicata maggioranza di voti.

Bluffatori patentati che fingono di essere determinati, ma che in realtà, come tutti i rappresentanti di regimi autoritari, non possono far altro che ribadire la propria arroganza e la propria incoerenza travestendola di effimera progettualità (“Oggi dico una cosa e poi domani un’altra, tanto che differenza fa? Ho salde in mano le redini del potere!”). Uomini e donne di governo su cui sarebbe forse ora di indagare più approfonditamente per verificare da dove arriva , per esempio, l’autorevolezza di un ministro che rappresenta un partito da 2% dei voti oppure quella di un Ministro dedito “obbligatoriamente” alle infrastrutture (con altro vocabolario: alle grandi opere).

A tutto ciò gli italiani che hanno votato No il 4 dicembre sapranno ancora adeguatamente rispondere, non c’è dubbio. E magari anche con gli interessi. Mentre c’è da dubitare, piuttosto, che siano quelli che hanno cavalcato il fronte dello scontento a sapere o volere rispondere in maniera adeguata a questa provocazione. Giornalisti che rinunciano a girare il coltello nella piaga per non fare soffrire il governo appena insediato oppure leader politici che promettono generiche manifestazioni di piazza. Ma dove, quando, come: no, non lo dicono. Magari aspettando, con un po’ di sceneggiate da Aventino (Che, ricordiamolo, già non servì a un cazzo con Mussolini…figuriamoci adesso!), che gli animi sbolliscano per conservare il loro apparente stato di perenne opposizione. E di moderatori, si intende!

Certo le scuse possono essere molte: le scadenze europee (sempre quelle al primo posto); il salvataggio delle banche anzi della Banca più antica del mondo; la definizione della nuova legge elettorale….certo! Ma tutto ciò potrebbe essere fatto sotto l’occhio attento di piazze occupate, magari proprio nella capitale, da cittadini, lavoratori e giovani furiosi, incazzati e vigili.

Dietro al clone non c’è solo l’originale fiorentino con il suo cerchio magico. C’è l’Europa dei sacrifici e del taglio della spesa pubblica, dell’impoverimento generalizzato,3 del salvataggio degli interessi dei grandi speculatori e delle banche. Un’Europa imbottigliata nelle sue contraddizioni il cui tappo sta per saltare. Come i timori sollevati in Germania e Francia dalla sconfitta referendaria del Sì hanno ben dimostrato fin dal 5 dicembre.

grande-dittatore Oggi quelle forze si stanno giocando il tutto per tutto e non c’è molto da scegliere: occorre rovesciare il tavolo delle trattative e degli accordi, del bon ton e dei sorrisi sprezzanti, delle minacce sovra-nazionali e degli accordi internazionali. In gioco ci sono la sopravvivenza e il miglioramento o il peggioramento ulteriore delle condizioni di vita di decine di milioni di persone e questo governo è un baluardo davvero troppo debole per contenere l’ondata in arrivo.

Certo non ci sarà da andare troppo per il sottile: “se ci sarà, lui non ci sarò io” non è più un modo per ragionare del presente stato di cose. Oggi occorre costruire la più larga opposizione possibile a partire dal basso: dai movimenti di lotta come quello NoTAv ai centri sociali, dai sindacati di base a tutti i residui di opposizione che rimangono nei partiti e nei sindacati di ogni risma e a tutta la rabbia e l’insoddisfazione che si sono depositate nella società. E non importa se in alcuni casi il tutto potrebbe assomigliare ad una sorta di movimento dei forconi: saranno la determinazione di chi partecipa e le parole d’ordine e i programmi a scegliere chi dovrà porre un severo stop al ceto politico ed imprenditoriale parassitario che ci sta soffocando. E a determinarne la vittoria, elettorale e/o sociale, assediando i palazzi del potere in cui si sono arrogantemente, ma anche paurosamente e vilmente arroccati i nostri avversari.


  1. Secondo una recente inchiesta oggi 4,6 milioni di persone vivono nell’indigenza assoluta: quasi l’8% della popolazione residente in Italia. Basti pensare che erano poco meno di 2 milioni nel 2005 (il 3,3% del totale). Un incremento che non ha risparmiato nessuna area della penisola: al nord il numero dei bisognosi è addirittura triplicato. E’ il profilo degli effetti causati dalla crisi (economica e occupazionale) iniziata nel 2008. Ma il dato che emerge con prepotenza è che spesso il lavoro – per come si è configurato dopo la crisi – a volte non basta a mettere al riparo da ristrettezze e immiserimenti. Tra le famiglie operaie, ad esempio, il tasso di povertà è salito dal 3,9 all’11,7 per cento. Tuttavia gli oltre 22 milioni di occupati italiani non sono tutti lavoratori a tempo pieno. Per l’Istat è sufficiente un’ora di lavoro a settimana per essere considerati occupati. In diversi casi una situazione lavorativa precaria o part-time può essere il fattore scatenante di una condizione di povertà. Rispetto al decennio scorso, aumentano coloro che lavorano poche o pochissime ore a settimana: il numero di chi è occupato meno di dieci ore è cresciuto del 9% dal 2005, e salgono addirittura del 28% quelli che lavorano tra le 11 e le 25 ore. I lavoratori pagati con i voucher erano meno di 25mila del 2008, sono saliti a quasi 1,4 milioni nel 2015. Fino al 2011 non c’erano grandi differenze tra le varie fasce d’età, e i più poveri erano gli over 65 (circa 4,5% si trovava in povertà assoluta). La crisi, distruggendo posti di lavoro e riducendo le opportunità di impiego, ha capovolto questa situazione. In un decennio il tasso di povertà è diminuito tra gli anziani (4,1%) mentre è cresciuto nelle fasce più giovani: di oltre 3 volte tra i giovani adulti (18-34 anni) e di quasi 3 volte tra i minorenni e nella fascia tra i 35 e i 64 anni.
    Il numero di donne che vivono in povertà assoluta è più che raddoppiato tra 2005 e 2015, un andamento coerente con quello del resto della popolazione. Nel 2005 viveva in povertà assoluta il 3,5% delle donne, percentuale molto simile a quella di tutti i residenti in Italia (3,3%). Una quota che nel 2009 era salita al 4%, sia per le donne che per l’intera popolazione. Nel triennio successivo per le donne si arriva fino al 5,8%, per poi superare il 7% nel 2013, livello su cui si attesta anche nel 2015. Questo dato complessivo nasconde ulteriori situazioni di disagio sociale che riguardano in particolare il genere femminile. Cfr. qui 

  2. Cfr. qui 

  3. Sul piano dell’impoverimento fanno peggio di noi soltanto Germania, Estonia e Bulgaria, mentre ancora più ampio è il numero di persone a rischio povertà o esclusione sociale. In questo caso agli individui a basso reddito vengono sommati coloro che vivono in situazioni di grave privazione materiale oppure in famiglie a “bassa intensità di lavoro”. Secondo l’Eurostat, tra 2005 e 2015 la quota di popolazione a rischio povertà o esclusione sociale è passata dal 25,6% al 28,7 per cento. In tutta l’Unione europea, l’Italia ha registrato un peggioramento inferiore solo a quello di Grecia, Spagna e Cipro. Il rischio è cresciuto anche in Svezia e Germania. La quota di famiglie in povertà assoluta è quasi raddoppiata. Erano 819mila nel 2005, mentre oggi sono quasi 1,6 milioni, con un balzo dal 3,6 al 6,10%. Su 100 famiglie, 6 non possono permettersi un tenore di vita accettabile. Ma il disagio è ancora più vasto secondo altri indicatori: il 38,6% delle famiglie non può far fronte a spese impreviste (erano il 29% nel 2005). Sono aumentate del 65% quelle che non possono permettersi di riscaldare la propria abitazione e dell’81% quelle che non consumano pasti proteici almeno 3 volte a settimana. I nuclei familiari più in difficoltà sono quelli in cui la persona di riferimento è un operaio o è in cerca di occupazione. Le famiglie che dipendono da una persona che sta cercando lavoro in un caso su cinque non possono permettersi uno standard di vita accettabile. Come si diceva, tra le famiglie operaie il tasso di povertà assoluta è triplicato rispetto al 2005, passando dal 3,9% all’11,7% del 2015. È più che raddoppiata la probabilità di trovarsi in povertà assoluta se il capofamiglia è un lavoratore autonomo, mentre la stessa probabilità rimane contenuta per le famiglie dei colletti bianchi, anche se in proporzione, rispetto al 2005, anche per esse è aumentata di quasi dieci volte. Cfr. ancora qui 

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