Banca Mondiale – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 29 Apr 2026 19:58:52 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Il nuovo disordine mondiale / 6: la crisi dell’ordine occidentale e la sua “naturale” soluzione https://www.carmillaonline.com/2022/03/17/il-nuovo-disordine-mondiale-6-la-crisi-dellordine-occidentale-e-la-sua-naturale-soluzione/ Thu, 17 Mar 2022 21:00:24 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=71032 di Sandro Moiso

«Il 29 maggio 1453, Costantinopoli cadeva sotto l’assalto degli eserciti di Mehmed II. Solo se la Cristianità fosse subentrata all’impero in disfacimento rilevandone il potere e le funzioni, solo allora forse il destino di Costantinopoli e della Grecia avrebbe potuto essere diverso. Invece proprio in quelle otto settimane di assedio, la Cristianità rivelò di essere un puro nome, privo di contenuto reale, divisa com’era da lotte e rivalità fra stato e stato, fra città e città, priva di un ampio disegno continentale, tutta presa dai grossi e piccoli problemi delle varie nazioni» (Steven Runciman – «The [...]]]> di Sandro Moiso

«Il 29 maggio 1453, Costantinopoli cadeva sotto l’assalto degli eserciti di Mehmed II.
Solo se la Cristianità fosse subentrata all’impero in disfacimento rilevandone il potere e le funzioni, solo allora forse il destino di Costantinopoli e della Grecia avrebbe potuto essere diverso. Invece proprio in quelle otto settimane di assedio, la Cristianità rivelò di essere un puro nome, privo di contenuto reale, divisa com’era da lotte e rivalità fra stato e stato, fra città e città, priva di un ampio disegno continentale, tutta presa dai grossi e piccoli problemi delle varie nazioni» (Steven Runciman – «The Fall of Costantinople 1453»)

Nel corso delle ultime settimane una viscerale e sfegatata propaganda bellica ha visto tutti i media mainstream insistere sull’unità politica, militare e di intenti degli alleati occidentali di Washington, in generale, e dei paesi dell’Unione Europea, in particolare. Vedremo che così non è anche se, sempre nello stesso periodo, gli stessi strumenti di disinformazione hanno particolarmente insistito sulla provenienza “cinese” dell’idea di un nuovo disordine mondiale ovvero di una situazione in cui si può considerare quasi irreversibile il declino delle potenze economico-militari collocate a cavallo dell’Oceano Atlantico.

In realtà, però, la troppa attenzione prestata dai media e dai giornalisti embedded alla causa occidentale ha impedito loro di cogliere che la prima formulazione completa di tale idea, almeno sul piano economico-politico e finanziario, è stata sviluppata in maniera abbastanza compiuta proprio da uno degli organi più rappresentativi del general management statunitense, la «Harvard Business Review», che nel numero di agosto del 2003 titolò un suo articolo, redatto da Nicolas Checa, John Maguire e Jonathan Barney, proprio così: Il nuovo disordine mondiale (The New World Disorder qui).

Per intendere meglio di che cosa si parla, basti sapere che l’«Harvard Business Review» nacque nel 1922 come progetto editoriale della Harvard Business School, ma iniziò a spostare il suo focus editoriale sul general management dopo la seconda guerra mondiale, quando un crescente numero di manager cominciò ad interessarsi alle tecniche di gestione introdotte dalla General Motors e da altre grandi aziende. Nei successivi tre decenni, ha focalizzato la sua attenzione sulla formazione dei decision maker. Contribuendo ad un’idea di gestione manageriale del mondo che rivela tutta l’insopportabile prosopopea connessa alla pratica della privatizzazione e dello sfruttamento di ogni aspetto della vita e della riproduzione della specie.

Nell’articolo anticipato prima, la rivista riassumeva il percorso della globalizzazione a partire da quel 1° gennaio 1995 in cui, con una cerimonia a Ginevra ampiamente pubblicizzata, i rappresentanti di 76 paesi avevano apposto le loro firme alla carta dell’Organizzazione mondiale del commercio. L’OMC (o WTO, World Trade Organisation), fu l’ultima dei figli di Bretton Woods a diventare maggiorenne, mentre i suoi organi gemelli, tra cui il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, si erano formati tutti nel 1940.

Precedentemente l’OMC era stata per anni classificata come parte di un accordo commerciale temporaneo e il suo emergere finale come organismo sovranazionale pienamente potenziato sembrava riflettere il trionfo di quello che il primo presidente Bush aveva descritto come il “nuovo ordine mondiale”, dopo aver colto i frutti, elettorali ed economici, della reganiana “vittoria sul comunismo” e della Glasnost e della Perestroika avviate da Mikhael Gorbachev .

Quell’ordine era in gran parte basato su due presupposti: in primo luogo, che un’economia sana e un solido sistema finanziario creano stabilità politica, e in secondo luogo, che i paesi in affari insieme non si combattono a vicenda. La priorità numero uno della politica estera degli Stati Uniti era chiara: incoraggiare i paesi ex comunisti d’Europa e le nazioni in via di sviluppo in America Latina, Asia e Africa ad adottare politiche favorevoli alle imprese. Il capitale privato sarebbe fluito quindi dal mondo sviluppato in questi paesi, creando crescita economica e posti di lavoro. […] Come la gente amava dire, nessun paese con McDonald’s era mai andato in guerra l’uno con l’altro.

[…] Questo percorso di riforma, spesso chiamato Washington Consensus, ha comportato disciplina fiscale, liberalizzazione del commercio, privatizzazione, deregolamentazione e diritti di proprietà ampliati attraverso riforme legali. I promotori di queste riforme speravano che i cambiamenti avrebbero reso i paesi in via di sviluppo più attraenti per gli investimenti stranieri e avrebbero integrato ulteriormente quei paesi in una rete economica globale competitiva, ma pacifica. Nella sua forma più estrema, la visione divenne quella in cui questi paesi sarebbero diventati parte di un’economia mondiale liberale e aperta che promuoveva valori occidentali come la democrazia.
Per la maggior parte degli anni 1990, i paesi in via di sviluppo sono stati più che felici di accontentare tali propositi. Nell’agosto 2000, con l’adesione dell’Albania, il numero dei membri dell’OMC era quasi raddoppiato a 139.

La politica degli Stati Uniti di mettere il business al primo posto sembrava rendere il mondo un posto molto più semplice per i manager. Molti presumevano che l’esportazione di capitali dalle economie sviluppate verso i mercati meno sviluppati potesse essere sostenuta indefinitamente; non appena un paese sceglieva di essere integrato nella nuova economia globale, le sue istituzioni si adattavano sotto la stessa pressione implacabile che stava trasformando le imprese di tutto il mondo.

Per le aziende il tutto si riduceva sostanzialmente alle dimensioni: più grande è il paese, meglio è e più sicuro. Sembrava più pericoloso stare fuori dalle grandi economie in via di sviluppo che immergersi. Un miliardo di cinesi avrebbero potuto acquistare un sacco di auto, dentifricio o scarpe, mentre gli investitori finanziari tenevano un atteggiamento altrettanto spensierato.

Finché la valuta di un paese poteva essere scambiata liberamente e un mercato liquido era disponibile nel suo debito, l’economia di quel paese era considerata sicura. Quando il FMI si comportava come prestatore dell’ultimo, e in alcuni casi del primo, ricorso (anche se non ha mai affermato di esserlo), cosa importava se il sistema bancario di un paese era compromesso?
Sembrava troppo bello per essere vero, e così si è dimostrato. Il nuovo ordine mondiale di Bush padre e del suo successore, Bill Clinton, è stato sostituito dal nuovo disordine mondiale di Bush figlio.

Fu infatti alla fine degli anni ’90 che si ebbe il primo assaggio del rovescio della medaglia della globalizzazione finanziaria:

la crisi finanziaria della Thailandia del 1997 ne scatenò un’altra in Corea lo stesso anno. Il virus economico si diffuse in Russia l’anno successivo e, all’inizio del 1999, il Brasile fu costretto ad abbandonare la sua politica di tassi di cambio fissi. Questi paesi avevano poco in comune, eppure le crisi finanziarie si propagavano da uno all’altro come un virus a causa dei legami creati dalla nuova economia globale.
La ragione era semplice: sebbene le destinazioni degli investimenti diretti esteri fossero lontane e diversificate, la fonte di quel capitale non lo era. La banca occidentale che deteneva baht thailandesi deteneva anche real brasiliani. Il fondo che possedeva obbligazioni coreane deteneva anche banconote russe. Nella convinzione che il FMI, con gli Stati Uniti alle spalle, fosse disposto a salvare le economie che si trovavano in difficoltà a breve termine, molte di queste istituzioni avevano fatto incetta di titoli e valuta di quelle stesse.

[…] All’inizio, il FMI è intervenuto per aiutare, ma i costi dei ripetuti salvataggi multilaterali sono diventati sempre meno accessibili. Alla fine, il governo russo è andato in default, rendendo pressoché inutili i quasi 40 miliardi di dollari di debito pubblico interno detenuti dalle istituzioni finanziarie e più che dimezzando il valore di 100 miliardi di dollari delle azioni russe. Gli Stati Uniti hanno usato la loro influenza per costringere il FMI ad aiutare la Russia poco prima dell’agosto 1998; tuttavia, è riuscito ad acquistare meno di un mese di solvibilità aggiuntiva. Con il senno di poi, possiamo vedere che la convinzione degli investitori che gli Stati Uniti sarebbero rimasti indietro rispetto ai grandi paesi desiderosi di riforme aveva innescato una bolla speculativa in quelle economie che sarebbe scoppiata con il default russo.

[In realtà] Le forze della globalizzazione avevano cambiato le istituzioni russe così poco che un funzionario pubblico ha definito gli aiuti del settore pubblico alla Russia come “acqua versata su una lastra di vetro”. I programmi di privatizzazione hanno dimostrato di aver fatto poco più che arricchire le classi dominanti, anche se la gente comune ha pagato per la presunta liberalizzazione economica con il proprio lavoro. L’ostilità che questo ha generato tra gli elettori, spesso di recente diritto di voto, si è solo approfondita quando gli investitori stranieri hanno iniziato a chiudere i rubinetti.
Ironia della sorte, il secondo presidente Bush ha messo l’ultimo chiodo nella bara del nuovo ordine mondiale. Anche prima dell’11 settembre, l’amministrazione stava segnalando di avere una visione molto diversa dell’impegno internazionale da quella del suo predecessore, basata sulla sicurezza, non sulle preoccupazioni economiche. E la sicurezza era ora definita non solo negli stretti termini della Guerra Fredda di sicurezza dall’attacco di una superpotenza ostile, anche se stabile, ma molto ampiamente per includere la sicurezza dal terrorismo e dalle armi di distruzione di massa, così come gli input economici vitali come il petrolio.

Nel maggio 2001, la politica energetica nazionale del presidente Bush e del vicepresidente Cheney sottolineò che: “La sicurezza energetica deve essere una priorità del commercio e della politica estera degli Stati Uniti. Dobbiamo guardare oltre i nostri confini e ripristinare la credibilità dell’America con i fornitori esteri. Inoltre, dobbiamo costruire forti relazioni con le nazioni produttrici di energia nel nostro emisfero, migliorando le prospettive per il commercio, gli investimenti e le forniture affidabili”.
L’implicazione era chiara: la sicurezza, in questo caso la sicurezza energetica, era ora la considerazione principale nel commercio e nella politica estera degli Stati Uniti. La Strategia per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti d’America pubblicata nel settembre 2002 mostra come il pensiero si sia sviluppato da lì. È diventato molto chiaro che il governo Bush definisva l’impegno internazionale in termini di relazioni bilaterali con alleati strategicamente importanti e confronto unilaterale con quasi tutti gli altri.

Ma è a questo punto che viene la parte più interessante dell’articolo, motivo per cui l’autore del presente chiede venia al lettore per le lunghe citazioni, che ha inizio con una dichiarazione decisamente spudorata:

Le aziende non possono giocare in difesa tutto il tempo; solo l’offesa mette punti sul tabellone. Dal momento che la globalizzazione è qui per rimanere.
Anche le economie sviluppate sono colpite, anche se in modo più sfumato, dal cambiamento epocale delle prospettive geopolitiche. È improbabile che l’acrimonia sollevata nel dibattito sull’Iraq si traduca in una guerra commerciale, ma avrà un piccolo ma percettibile effetto sul modo in cui gli Stati Uniti e l’Unione europea affrontano determinate questioni. Queste includono controversie commerciali, extraterritorialità legislativa degli Stati Uniti e regolamenti sulla concorrenza.
Ancora una volta, l’allontanamento tra gli Stati Uniti e i loro alleati europei è durato diversi anni, perché la nuova amministrazione è entrata in carica determinata a non lasciare che le alleanze esistenti limitassero la libertà d’azione dell’America. In effetti, il documento sulla strategia di sicurezza nazionale dello scorso settembre fa solo riferimenti di passaggio alla NATO e all’Europa occidentale.

E questo è il momento in cui si spiega, almeno parzialmente, il comportamento a dir poco ambiguo tenuto dalle istituzioni finanziarie e dalle diverse amministrazioni americane nei confronti della Russia.

Gli investimenti passati in Russia forniscono un caso di studio perfetto di questa dinamica. Gli investitori hanno commesso l’errore di interpretare la vittoria di Boris El’cin sul candidato del Partito Comunista nel 1996 come un segno che la Russia era sicura per gli affari. Dal momento che i comunisti erano cattivi, El’cin deve essere buono, giusto? Inoltre, gli Stati Uniti avevano un chiaro interesse per la stabilità (a quasi tutti i costi) della nazione perché la Russia era allora il più grande arsenale nucleare del mondo. A dire il vero, la natura capricciosa del sistema legale russo ha scoraggiato molti investimenti aziendali e ha impedito a molte aziende occidentali di farsi del male. Tuttavia, molti occidentali e capitali occidentali affluirono, rendendo Mosca una delle città più costose del mondo.
Dopo il default, la svalutazione e la moratoria del debito del 1997, la Russia è passata dall’essere percepita come l’opportunità di investimento più brillante del mondo ad essere la peggiore. La nuova percezione ha preso una presa così salda che gli investitori hanno quasi completamente perso la ripresa russa del 1999-2000. A quel tempo, l’aumento dei prezzi del petrolio, la nomina di Vladimir Putin a primo ministro nell’agosto 1999, la sua assunzione della presidenza nel gennaio 2000 e la sua successiva elezione alla carica nell’agosto 2000 si combinarono per trasformare il panorama economico e politico della Russia. Le agenzie di rating hanno notato il miglioramento solo verso la fine del 2000; Standard & Poor’s, ad esempio, ha aumentato il debito estero russo a lungo termine da SD (default) a C solo nel dicembre 2000. E il mercato azionario non ha preso atto della posizione molto migliorata della Russia fino al 2001.
Oggi (2003, NdA) la tentazione è quella di presumere che gli attacchi terroristici dell’11 settembre abbiano portato a un’inversione dell’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti della Russia e, insieme ad esso, a una forte riduzione del rischio di fare affari lì. Sbagliato di nuovo, su entrambi i lati dell’ipotesi. Gli Stati Uniti vedevano la Russia come un partner strategico prima degli attacchi.
Nel maggio 2001, l’amministrazione ha pubblicato un report sulla politica energetica globale che implicava che gli Stati Uniti stavano cercando di diversificare le loro importazioni di energia per ridurre la dipendenza da regimi instabili in Medio Oriente. La Russia era chiaramente uno dei beneficiari previsti della nuova politica degli Stati Uniti.

Ma l’attacco dell’11 settembre e la successiva guerra con l’Iraq avrebbero reso la Russia strategicamente meno importante per gli Stati Uniti. Con la scommessa (poi persa) sulla rimozione dei talebani afghani e di Saddam Hussein, il governo degli Stati Uniti pensava che il Medio Oriente sarebbe diventato più stabile sotto il proprio controllo e che ciò avrebbe ridotto il fabbisogno statunitense di petrolio russo.

All’indomani dell’11 settembre, il governo russo si era saldamente allineato con gli Stati Uniti. Ma quell’allineamento è stato il risultato della frettolosa valutazione di Putin degli interessi economici e dell’influenza diplomatica della Russia, specialmente nella sensibile Comunità degli Stati Indipendenti, vicino all’Afghanistan. Alcune visite ai vicini dell’Asia centrale della Russia hanno mostrato al presidente russo che il suo paese non aveva abbastanza influenza per impedire che si sviluppasse una considerevole presenza americana mentre la guerra contro i talebani si avvicinava. Allo stesso tempo, il personale del Cremlino ha convinto Putin del valore economico di un rapporto migliore con gli Stati Uniti.
Gli storici arriveranno a riconoscere che l’allineamento era puramente temporaneo. Alla fine del 2002, i russi erano diventati ben consapevoli che la loro influenza sugli Stati Uniti sarebbe diminuita una volta iniziate le ostilità in Iraq, cosa che costituiva esattamente il motivo per cui erano così contrari alla guerra durante i negoziati delle Nazioni Unite all’inizio di quest’anno. Inoltre, il governo aveva poco da perdere, ma molto da guadagnare, dalla disapprovazione degli Stati Uniti.

Con l’affermazione di Putin, nelle elezioni presidenziali del 2000, erano «ormai lontani i giorni inebrianti di El’cin, quando l’Occidente in generale e gli Stati Uniti in particolare erano visti come la fonte del successo economico e della verità politica».
Se il cambiamento nella politica energetica degli Stati Uniti aveva creato nuovi incentivi per partecipare all’industria energetica russa nel 1999, con una legge costituita per incoraggiare gli investimenti stranieri nello sviluppo energetico russo proteggendo le società straniere in alcune joint venture dalle onerose tasse russe, i cambiamenti geo-politici successivi di fatto hanno decisamente ridotto la funzione degli accordi precedenti. Mentre, nel settore energetico, i passi successivi intrapresi dal governo russo su alcune questioni care agli investitori stranieri, in particolare, l’accordo di condivisione della produzione, avrebbe reso gli investimenti in quel paese «un gioco tutto o niente».

Il nuovo disordine mondiale si era già affacciato alle porte, dalle crisi latino-americane all’ondata di radicalismo islamico che avrebbe reso meno stabili le aree mediorientali, tanto da far sì che fin che Putin aveva condotto la seconda guerra cecena (1999-2009), conclusasi con il ristabilimento dell’ordine della Federazione russa in quell’area precedentemente resasi indipendente con il sanguinoso conflitto del 1994-1996, gli Stati Uniti e l’Occidente in genere ebbero ben poco da dire sui crimini commessi dalle forze russe e dai loro alleati in quell’area. Nonostante le denunce di una giornalista davvero coraggiosa e anti-putiniana come Anna Politkovskaja (1958-2006), poi freddata da diversi colpi di pistola nell’androne del palazzo in cui viveva nel 20061, avessero cercato di far aprire gli occhi sia su ciò che avveniva in quell’angolo del Caucaso che sulla corruzione imperante nel sistema economico-politico russo. Gravi silenzi di allora che rendono ancora più sospetta la forsennata criminalizzazione attuale di Putin e del suo regime2.

Ma, a ben guardare, fu proprio anche in quegli anni di “disinteresse americano per l’Europa” che si andò a definire la politica della Nato nei confronti dell’ex-Patto di Varsavia.
Esclusa infatti la DDR che sarebbe entrata nell’Alleanza Atlantica subito dopo la riunificazione tedesca, soltanto nel 1999 l’avrebbero seguita Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca3, nove anni dopo che, il 9 febbraio 1990, il segretario di Stato americano James Baker aveva promesso a Mikhael Gorbachev che, con la garanzia della Germania unificata, la giurisdizione della Nato non si sarebbe spostata di un pollice verso Est.

Come si rileva dall’editoriale dell’ultimo numero di «Limes»:

Un pollice sono 2 centimetri e 54 millimetri. Trent’anni dopo, l’Alleanza Atlantica è avanzata di circa cinquecento chilometri dall’Elba al Bug, quasi duemila se consideriamo l’intero fronte dal Mar Baltico al Mar Nero. Cammin facendo ha inglobato tre stati ex-sovietici – Estonia, Lettonia, Lituania (nel 2004) – che insieme a Norvegia e Polonia affacciano direttamente sulla Russia.
[…] Baker esprimeva il punto di vista prevalente a Washington sotto George Bush senior: impedire che la perdita dell’impero europeo comportasse la disintegrazione dell’URSS, con relativa dispersione di 35 mila testate atomiche a disposizione dell’Armata Rossa. L’ultimo difensore dell’Unione Sovietica è il presidente degli Stati Uniti. Lo testimonia il suo sferzante monito al parlamento ucraino, il 1° agosto 1991, in cui su suggerimento di Gorbachev denuncia «il nazionalismo suicida» degli ucraini (cosa che l’anno dopo gli costerà il voto etnico degli slavi americani e forse la rielezione).
[…] Come scriverà poco tempo dopo l’ambasciatore americano a Mosca, Robert Strauss, «l’evento più rivoluzionario del 1991 per la Russia potrebbe non essere stato il collasso del comunismo, ma la perdita di qualcosa che i russi di ogni parte politica considerano parte del proprio corpo politico, e molto prossimo al cuore: l’Ucraina»4.

E’ chiaro che con premesse del genere sarebbe stato in seguito buon gioco per Putin giustificare l’invasione di territori limitrofi, prima la Georgia nel 2008 poi l’Ucraina a partire dal 24 febbraio scorso, sventolando la rinnovata minaccia atlantica nei confronti della Russia, esattamente come aveva iniziato a fare fin dal 10 febbraio 2007 nel suo intervento alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, sintomo di una politica estera che, comunque, tra il 1991 il 2007, la potenza dell’Est, sia con Gorbachev che con El’cin e Putin, aveva condotto con la speranza di rientrare nel gioco europeo. A dimostrazione non soltanto di come le cose siano volte in altra direzione, ma anche del fatto che nello scontro attuale si sia di fronte ad una guerra tra due opposte fazioni imperialiste, prima ancora che a una per la libertà o meno del popolo ucraino.

Il quale, abbastanza spudoratamente, è stato incitato fino ad ora sia da i suoi governanti, che non hanno mai rifiutato di includere le milizie fasciste e neonaziste nei ranghi dell’esercito regolare, sia dai paesi europei e dagli Stati Uniti a combattere una guerra per procura, destinata a causare migliaia di vittime e milioni di profughi tra i civili, pur di riuscire ad intrappolare l’esercito e lo Stato di Putin in un pantano destinato, nelle intenzioni di chi lo ha pensato, a svolgere la stessa funzione di indebolimento che ebbe la guerra afghana per l’ex-URSS.

Progetto più facile a dirsi che a realizzarsi, poiché se è pur vero che le tecnologie e le tattiche belliche messe in campo dai russi appaiono, dopo due settimane e nonostante i lenti ma progressivi successi ottenuti sul campo, in difficoltà rispetto alle armi, soprattutto i missili portatili Javelin5 e Stinger, fornite dagli americani, con relativo addestramento e con largo anticipo rispetto all’esplodere della guerra in corso. I secondi, in particolare, autentico terrore per gli elicotteri, come hanno già sperimentato le forze della coalizione occidentale in Afghanistan, che proprio a causa di quest’ultima arma dovettero rinunciare quasi da subito alle missioni elitrasportate diurne. Armi che, inoltre, hanno messo in difficoltà anche le missioni aeree russe che, hanno spesso dovuto abbassarsi troppo per colpire gli obiettivi, pagandone la conseguenze in termini di perdite di velivoli6.

Detto questo, però, occorre ricordare che nel settore di un possibile scontro intercontinentale o nucleare le armi russe probabilmente risulterebbero oggi più avanzate di quelle a disposizione degli U.S.A. e della Nato7. Come dimostrato dall’utilizzo, per la prima volta, in Ucraina dei micidiali missili ipersonici Kinzhal che possono portare sia testate tradizionali (da 480 kg di esplosivo.) che nucleari. Da qui la scommessa su una “guerra di terra” convenzionale in cui gli alleati occidentali vorrebbero forse impantanare il gigante russo che, anche se su un territorio considerato patrio o nazionale si affida ancora a livello di movimenti di fanteria alle tattiche applicate dalle campagne napoleoniche fino a Stalin (tattica vincente non si cambia), in occasione di una guerra allargata potrebbe avere a disposizione un arsenale decisamente più moderno ed efficace.

Lasciando da parte le oziose discussioni sul fatto che l’avanzata russa voglia o meno risparmiare i civili, almeno in parte, occorre ricordare che fin dalle teorizzazioni del generale italiano Giulio Douhet, primo teorico della guerra aerea moderna intesa come guerra totale in cui gli obiettivi civili sono di fatto obiettivi militari a tutti gli effetti (aree industriali, infrastrutture, ospedali), sono state massicciamente applicate da tutte le forze aeree moderne e da quelle occidentali in primo luogo fin dalla seconda guerra mondiale, appare chiaro che si tratta di una pericolosa scommessa di cui è facile perdere il controllo.

Sia per un sempre possibile errore nella traiettoria di un missile o di un proiettile d’artiglieria oppure per una scelta di Putin che, vedendosi in decisiva difficoltà, potrebbe davvero alzare il tiro e la portata della posta in gioco. Motivo per cui non basta nascondersi dietro la scusa degli aiuti senza intervento diretto, soprattutto dopo che la Cina è stata minacciata, in caso di aiuti militari ai russi, di essere considerata cobelligerante. Affermazione statunitense e Nato che apre la porta ad un altro quesito tutt’altro che secondario in una situazione delicata come quella attuale: gli eventuali aiuti cinesi costituirebbero cobelligeranza, degna di essere non solo deprecata ma anche punita con pesanti sanzioni, e quelli europei o americani all’Ucraina no? Bel problema, purtroppo risolvibile più sul campo di battaglia economico e militare che in un’aula di tribunale internazionale.

Sia anche perché alcuni alleati, come si diceva in apertura, non sono troppo soddisfatti delle scelte adottate fino ad ora dagli Stati Uniti e dal Consiglio europeo. Come la scelta di Polonia, Slovenia e Repubblica Ceca di manifestare una più aperta solidarietà a Zelensky, che ha infastidito sia Germania che Italia e Stati Uniti (almeno apparentemente), ha dimostrato, senza contare la costante spinta britannica a ricostituire una sorta di protettorato militare sui paesi baltici così come già era avvenuto al termine del primo conflitto mondiale8. A conferma dell’ipocrisia del governo inglese, così ben disposto a fomentare e armare la guerra, ma che fino ad ora è stato quello che ha accolto il minor numero di profughi ucraini sul proprio territorio nazionale.

Innanzitutto dovrebbe preoccupare la proposta polacca di una missione di peace keeping internazionale in Ucraina, considerato che nella base militare ucraina di Yavoriv, pesantemente bombardata dai missili russi il 12/13 marzo, si custodivano armi e lavoravano istruttori militari e mercenari stranieri pur essendo la stessa definita come Centro internazionale per la pace e la sicurezza (Ipsc, nell’acronimo in inglese). Base militare dove a settembre si erano svolte le esercitazioni militari ucraine in coordinamento con la Nato, Rapid Trident- 2021. Manovre andate avanti fino al 1° ottobre9. Proposta polacca che, nella sua intima essenza, nasconde inoltre l’antica rivalsa di riconquista della Galizia, di cui la capitale sarebbe Leopoli oggi ucraina, da sempre rivendicata come parte del territorio polacco dai nazionalisti di Varsavia.
Mentre la vicina Ungheria, pur appartenente anch’essa alla Nato, ha rifiutato di far transitare sul suo territorio qualsiasi tipo di aiuto militare diretto all’Ucraina.

Senza allargare il discorso all’infinita frammentazione territoriale delle nazionalità racchiuse tra i confini dei paesi che vengono definiti centro-europei, ma che pencolano da secoli tra Est e Ovest, tra mondo slavo e mondo tedesco, occorre segnalare che a distanza di più di un secolo dalla Conferenza di Versailles, che sotto l’egida del presidente americano Woodrow Wilson ridisegnò gli assetti territoriali che erano precedentemente appartenuti agli imperi asburgico, guglielmino, ottomano e zarista, quei territori costituiscono ancora un esplosivo mix di nazionalità, odi, rivendicazioni, rivalità di cui le recenti manifestazioni in Serbia a favore dei serbo-bosniaci o dei serbi del Kosovo (qui e qui) non costituiscono altro che un pallido esempio ciò che potrebbe rivelarsi ben più catastrofico delle guerre balcaniche degli anni ’90.

Due guerre mondiali sono partite dalle rivalità mai sopite in quell’area e ancora una volta questo fattore potrebbe precipitare nel nuovo disordine mondiale come tragico elemento dirompente nel cuore dell’Europa.
In questo senso il riarmo tedesco e la circolare di allerta destinata pochi giorni or sono alle forze armate italiane affinché si tengano pronte e in completa efficienza in previsione di “esercitazioni di warfighting” e l’approvazione dell’aumento al 2% del Pil per le spese militari italiane oppure, ancora, l’affermazione di Emmanuel Macron secondo il quale la Francia dovrebbe prepararsi ad “una guerra di alta intensità che può tornare sul nostro continente”, non fanno certo ben sperare per il futuro.

Così come un’eventuale missione di peace keeping delle Nazioni Unite, come conseguenza della dichiarazioni sulle intenzioni e i comportamenti criminali di Putin e del suo “Stato canaglia”, portate aventi da chi, come Biden, rappresenta nazioni che hanno altrettanto le mani sporche da secoli del sangue di donne, bambini e innocenti, non rappresenterebbe altro che una scusa, nemmeno troppo occultata, per un intervento militare diretto sul campo. Con tutte le possibili conseguenze già elencate prima.

E sono tutte queste contraddizioni, più o meno sotterranee o più o meno aperte, che hanno anche ingarbugliato le diplomazie europee, ormai ampiamente fuori gioco e superate da quello di Israele, Turchia o di uno degli oligarchi più importanti della cerchia di Putin, Roman Abramovič, che ha continuato a volare da una capitale all’altra dei due paesi quasi affiancando l’operato di Lavrov su altri fronti diplomatici.

L’Europa procede in ordine sparso, tenuta insieme soltanto dal decisionismo americano che, dopo il disastro afghano e soltanto per ora, segna un punto a proprio vantaggio, costringendo all’angolo sia la diplomazia europea che l’iniziativa militare ed economica di Putin, ma senza raggiungere con certezza nessun altro obiettivo che quello di sfruttare ulteriormente un’alta guerra in favore dell’industria degli armamenti, mai secondaria nemmeno nei ragionamenti dell’articolo della «Harvard Business Review» con cui si è aperto questo lungo intervento.

Raytheon, una delle principali compagnie di difesa del mondo, ha scelto di strombazzare la sua identità americana piuttosto che minimizzarla. Raytheon ritiene che il successo sul fronte militare sia una buona notizia per l’azienda e i suoi prodotti: dal momento che gli Stati Uniti sono un vincitore, anche Raytheon, come naturale estensione della sicurezza degli Stati Uniti, sarà un vincitore. Questa tattica trasforma la potenziale responsabilità di far parte dell’odiato impero in una risorsa. Certo, sarebbe difficile per un’azienda come Raytheon de-americanizzare il proprio marchio. Ma unirsi alla squadra vincente è certamente una tattica praticabile per qualsiasi azienda la cui base di clienti includa i governi nazionali.10.

Sicuramente anche all’epoca della caduta di Costantinopoli qualcuno avrà affermato che la ruota della Storia o del destino stava tornando indietro, ma in realtà quell’evento modificò per sempre la Storia, indipendentemente da come giri e in quale direzione la grande ruota dell stessa (ammesso che esista). Il Mar Mediterraneo perse la sua centralità per i commerci e questi si spostarono decisamente verso gli oceani, creando le potenze marittime atlantiche e 118 anni dopo, a Lepanto, l’apparente vittoria cristiana sulla flotta ottomana non cambiò di una virgola il sistema che si era intanto andato affermando. Anzi furono proprio alcune nazioni europee a dovere allearsi con i Turchi per dirimere i propri contrasti. Esattamente come fece il regno di Francia per cercare di risolvere manu militari le rivalità con la Spagna.

Qualsiasi possano essere le ulteriori conseguenze del conflitto ucraino o gli accordi che lo rallenteranno o fermeranno, una nuova età di guerre allargate e radicali cambiamenti si è aperta e l’unico spiraglio per la salvezza della specie e per coloro che si oppongono a questo modo di produzione delirante, che ci ostiniamo a chiamare capitalismo, non potrà essere altro che quello rappresentato dall’opposizione ad ogni guerra e dall’appoggio fornito ai lavoratori, ai giovani, alle donne e ai disertori che si scontreranno prima di tutto con i loro governati per rovesciarne, in ogni angolo del mondo e in ogni paese, l’imperio e la fasulla e sanguinaria retorica nazionalista e guerrafondaia.
Poiché la nostra pace significa disertare la loro guerra.

(6 – continua)


  1. Di Anna Politkovskaja sono stati pubblicati in Italia: La Russia di Putin, Adelphi, Milano 2005; Per questo, Adelphi 2009; Diario russo 2003-2005, Adelphi 2007; Cecenia. Il disonore russo, Fandango, Roma 2006; Proibito parlare. Cecenia, Beslan, Teatro Dubrovka: le verità scomode della Russia di Putin, Arnoldo Mondadori, Milano 2007; Un piccolo angolo di inferno, Rizzoli, Milano 2008  

  2. Soprattutto in Italia, dove vale la pena di ricordare la fitta rete di interessi stabilitasi intorno al gas russo, in particolare durante il berlusconismo (qui)  

  3. Seguite nel 2004 da Estonia, Lettonia, Lituania, Bulgaria, Romania, Slovenia e Slovacchia; nel 2009 da Croazia e Albania; nel 2017 dal Montenegro e nel 2020 dalla Macedonia del Nord  

  4. Il silenzio di Puškin, in La Russia cambia il mondo, «Limes» n° 2/2022, pp. 16-17  

  5. L’FGM-148 Javelinè un’arma anticarro portatile, in servizio nelle forze armate statunitensi. L’arma utilizza un sistema di guida automatica ad infrarossi, che permette all’operatore di cercare copertura immediatamente dopo avere sparato. Il sistema è composto da un lanciatore riutilizzabile (CLU, Command Launch Unit) e da un missile HEAT a combustibile solido, che è in grado di superare le difese e le corazze reattive dei moderni carri attaccandoli dall’alto, dove la corazza è più sottile. Il personale di lancio è di norma costituito da due persone, ma può essere lanciato anche da una persona singola. Il bersaglio viene individuato in fase di puntamento, ed è agganciato e seguito autonomamente dal missile, senza che siano necessari altri interventi da parte del personale che lo ha lanciato (“lancia e dimentica”) per mezzo del calore emanato dal bersaglio stesso; il puntamento è facilitato dall’elettronica dell’arma che, oltre ad una funzione di zoom, include anche una di visione notturna.  

  6. Anche se su tutti questi aspetti sarebbe comunque bene tener conto da quanto espresso qui dal Generale Fabio Mini  

  7. Si veda in proposito. Franco Iacch, La stabilità strategica USA-Russia vale più della crisi ucraina, in «Limes» n° 2/2022, cit., pp. 221- 229  

  8. Si veda in proposito: Evgenij Jurevič Sergeev, La Gran Bretagna e gli Stati baltici dal 1918 al 1922 in Davide Artico – Brunello Mantelli, Da Versailles a Monaco. Vent’anni di guerre dimenticate, UTET 2010, pp.14-34  

  9. Fonte: «La Stampa» 13 marzo 2022  

  10. The New World Disorder, op. cit.  

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Vaccinismo di guerra/2 https://www.carmillaonline.com/2017/07/04/vaccinismo-di-guerra2/ Tue, 04 Jul 2017 01:50:35 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=39264 di Alexik

[A questo link il capitolo precedente]

“Oggi vorrei parlarvi di come si può creare la leadership per rendere questo decennio la decade dei vaccini…. Paesi donatori, dovete incrementare i vostri investimenti nei vaccini e nell’immunizzazione, anche se state affrontando crisi di bilancio…. Tutti voi, 193 stati membri, dovete fare dei vaccini il focus centrale dei vostri sistemi sanitari, per assicurare che tutti i vostri bambini accedano ai vaccini ora esistenti e ai nuovi vaccini nel momento in cui diverranno disponibili”.

Con queste parole [...]]]> di Alexik

[A questo link il capitolo precedente]

“Oggi vorrei parlarvi di come si può creare la leadership per rendere questo decennio la decade dei vaccini…. Paesi donatori, dovete incrementare i vostri investimenti nei vaccini e nell’immunizzazione, anche se state affrontando crisi di bilancio….
Tutti voi, 193 stati membri, dovete fare dei vaccini il focus centrale dei vostri sistemi sanitari, per assicurare che tutti i vostri bambini accedano ai vaccini ora esistenti e ai nuovi vaccini nel momento in cui diverranno disponibili”.

Con queste parole Bill Gates, il 17 maggio 2011, arringava i rappresentanti dei 193 Stati riuniti a Ginevra per l’assemblea annuale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Il fatto potrebbe sembrare bizzarro, e suscitare domande del tipo:
Ma non si occupava di informatica? Perché all’assemblea generale dell’OMS hanno fatto intervenire lui, e non – ad esempio – un premio Nobel per la medicina ?
E soprattutto, con quale autorità l’uomo più ricco del mondo detta l’agenda e definisce le priorità sanitarie dell’OMS e degli Stati membri?

Suppongo che la risposta sia da ricercare in un vecchio articolo del Sole 24 Ore, che spiegava come la quota del bilancio dell’OMS coperta dai contributi degli Stati membri fosse passata dall’80% del 1970 al 24% del 2010, e come il restante 76% fosse costituito da donazioni volontarie1.
Nel 2010 la Bill & Melinda Gates Foundation (BMGF) aveva versato donazioni volontarie all’OMS per 219.787.513 $, il 9,6% dell’intero bilancio dell’Organizzazione di quell’anno, posizionandosi come secondo donatore dopo gli Stati Uniti.
Una sua creatura, la GAVI – Global Alliance for Vaccines and Immunisation (una partnership fra pubblico e privato che comprende le principali corporations del settore) – aveva versato all’OMS altri 39.106.302 $.
Ulteriori donazioni, molto più modeste, provenivano direttamente da Sanofi Aventis (4.417.959 $), Glaxosmithkline (523.844 $), Pfizer (200.000 $) e Pfizer /Wyeth pharmaceuticals (1.895.000 $), Novartis (500.000 $), rispettivamente il secondo, terzo, quarto e quinto produttore mondiale di vaccini per fatturato 2013.
Il contributo della Gates Foundation era comunque di gran lunga preponderante, e conferiva alla fondazione un peso superiore a quello della maggior parte degli stati membri, soprattutto dei più poveri.
Del resto la fondazione, con 43,5 miliardi $ di patrimonio, pesa tuttora più dell’intera OMS.

E’ da notare come l’OMS non disponga liberamente dei finanziamenti privati, perché si tratta in genere di fondi finalizzati al sostegno di progetti specifici scelti dai donatori stessi.
In pratica i donatori finanziano l’OMS giusto perché apponga il suo logo a legittimazione dei loro stessi progetti.
Margaret Chan, ai tempi in cui era Direttrice generale dell’OMS, espresse in modo chiaro il livello di sostanziale privatizzazione e di subalternità della massima autorità mondiale in materia di salute: “il mio budget è altamente destinato, per questo viene diretto verso quelli che io chiamo interessi dei donatori2.

Per capire come si è arrivati a questo punto, occorre riavvolgere di una ventina d’anni il nastro della storia.
Tornare al 1997, anno in cui Bill Gates scoprì di essere buono, e decise di dare origine e sostanze alla William H. Gates Foundation (confluita nel 2000 nella BMGF), votata al ‘miglioramento della salute globale‘.
Era un periodo particolarmente favorevole all’espansione dell’intervento privato nel settore dei cd ‘aiuti allo sviluppo’.
Il muro di Berlino era crollato da qualche anno, e di conseguenza il budget che gli Stati a capitalismo avanzato dedicavano alla cooperazione internazionale si era drasticamente ridotto, dato che non veniva  considerato più così necessario acquistare il consenso delle classi dirigenti del cd ‘terzo mondo’ per distoglierle dall’insano proposito di cambiare schieramento.
Erano altresì crollate, sotto i colpi del Fondo Monetario e dalla Banca Mondiale, le velleità di molti paesi di Asia, Africa e America Latina di creare un proprio sistema sanitario pubblico e universalistico.
Vi era dunque ampio spazio per l’introduzione al suo posto di un modello filantroprico privato, che fingesse di portare soccorso alle vittime delle politiche di aggiustamento strutturale mentre, al contempo, ne condivideva in pieno il fondamento ideologico.

Il fondatore della Microsoft si buttò in questa avventura applicando alla sua fondazione umanitaria le stesse logiche d’impresa sviluppate nell’ impero del software, sia per quanto riguarda gli aspetti gestionali che gli obiettivi da raggiungere.
Coinvolse nel suo progetto filantropico nuovi ‘azionisti’, in particolari suoi simili come Warren Buffets, ‘uomo più ricco del mondo 2008’ secondo la classifica di Forbes, amministratore delegato della Berkshire Hathaway (gigante delle assicurazioni) e genio delle speculazioni finanziarie.
Buffets versò alla BMGF un obolo da 30 miliardi di dollari nel 2006. Di altri donatori miliardari si prevede l’arrivo in seguito al “the Giving Pledge”, l’iniziativa lanciata dai Gates per convincere ricchi filantropi (sembra fossero già 141 alla fine del 2015) a devolvere parte delle loro fortune verso cause caritatevoli.

E’ una carità ‘business friendly’, non in contrasto con le dinamiche che minano la salute dei popoli, come il saccheggio delle loro risorse, i conflitti istigati da appetiti stranieri, la distruzione delle economie di autosussistenza ad opera delle multinazionali dell’agroindustria, la fuga dalle campagne che rigonfia gli immensi slums delle periferie urbane.
E’ una carità che rafforza proprio queste dinamiche, come nel caso del sostegno dei Gates, dei Rockfeller, dei Bono alla Green Revolution 2.0, ovvero la ‘soluzione’ Monsanto alla fame nel mondo.
E’ una carità che si sostituisce al concetto di giustizia sociale, e si abbatte come una bomba finanziaria sulle politiche degli Stati e delle istituzioni internazionali, condizionandone gli obiettivi, deviando la ricerca, indirizzando l’informazione.

Nelle parole di Arundhati Roy, essa rappresenta solo una piccola percentuale dei profitti, “ma una piccola parte che si misura in miliardi. Sufficiente per decidere le priorità del mondo, comprare le politiche dei governi, determinare i programmi universitari, finanziare ONG e attivisti. Quei soldi danno [a Bill Gates e alla consorte Melinda] il potere di plasmare il mondo come vogliono”.

E difficilmente i loro voleri possono divergere dagli interessi che rappresentano, dall’ideologia che li pervade, dalla visione verticistica e tecnocratica che pretendono di applicare indifferentemente al business dei computer o alla salute mondiale.

L’ottica tecnocratica  agisce per schemi semplificati, come il sistema binario dei software.
Formula risposte semplicistiche per problematiche complesse, quali la malattia e la cura, che vengono avulse dal loro contesto sociale e ambientale.
Produce ‘soluzioni’ tecniche per obiettivi molto specifici, senza curarsi dell’impatto generale sui sistemi su cui vengono calate (ovviamente dall’alto). Soluzioni tecniche che diventano dogma, escludendo, attraverso strategie fortemente aggressive, ogni possibile alternativa ed obiezione.
Fra le soluzioni tecniche, i vaccini sono una delle principali passioni dei Gates, da utilizzare massivamente nella lotta alle malattie trasmissibili presenti e future, secondo metodologie standardizzate da attuare in ogni paese del mondo, a prescindere da ogni analisi sulla loro necessità o utilità in un determinato contesto.

I vaccini sono una tecnologia estremamente elegante. Sono poco costosi, sono facili da consegnare ed è dimostrato che proteggono i bambini dalle malattie. Alla Microsoft abbiamo sognato delle tecnologie così potenti e allo stesso momento così semplici“.

Certo, nell’ambito della lotta alle malattie trasmissibili, è ‘più costosa e più difficile da consegnare’ l’accessibilità per tutti alle reti di distribuzione dell’acqua potabile, ai sistemi fognari e di depurazione, ad abitazioni salubri, a presidi sanitari pubblici e diffusi, in grado di intervenire sulle priorità dei territori.
Obiettivi possibili solo con un rafforzamento del settore pubblico. Ma sarebbe una contraddizione in termini se il filantrocapitalismo volesse rafforzare ciò che il capitalismo tenta di distruggere.

L’idea di partnership fra pubblico e privato promossa dalla BMGF funziona diversamente, sul  modello della Global Alliance for Vaccines and Immunisation (GAVI).
GAVI è una fondazione di diritto svizzero con sede a Ginevra, nata nel 2000 grazie alla forte volontà dei Gates e ad uno stanziamento da parte della BMGF di 750.000.000 $, a cui si aggiunsero contributi della Federazione Internazionale delle Industrie Farmaceutiche (IFPMA), della Banca Mondiale, della US Agency for International Development (USAID), del Programme for Appropriate Technology in Health (PATH).
La GAVI è partecipata, oltre che dalla BMGF, da paesi donatori e da paesi riceventi aiuto, dalle multinazionali farmaceutiche, dalle istituzioni internazionali (OMS, UNICEF, Banca Mondiale).

La partnership pubblico/privato all’interno della GAVI funziona così:
Le istituzioni pubbliche mettono la maggior parte dei soldi (19.252.000.000 $ nel 2015).
I donatori privati mettono un’altra parte dei soldi (4.290.000.000 $ nel 2015)3.
Le industrie farmaceutiche li incassano.

Nell’ambito della GAVI i donatori ricchi cofinanziano le campagne di immunizzazione di un gruppo scelto di paesi poveri.
Sostengono la ricerca delle case farmaceutiche per lo sviluppo di vaccini che non avrebbero una forte domanda sul mercato, garantendo l’acquisto futuro del prodotto.
In cambio, le case farmaceutiche si impegnano ad adeguarsi a determinati standard qualitativi e di prezzo. All’industria produttrice restano i brevetti e i profitti.
L’obiezione secondo cui i donatori potrebbero, con gli stessi soldi, finanziare la ricerca sui vaccini dei centri di ricerca pubblici, per poi metterli a disposizione del mondo a prezzi bassissimi, non trova particolare ascolto4.

E il prezzo comincia ad essere un problema. Dal 2001 al 2014 i vaccini previsti dal programma di immunizzazione dell’OMS sono aumentati da 6 a 12, con un incremento fino a 68 volte del prezzo dell’intero pacchetto per i paesi esclusi dall’aiuto del GAVI.
Per Médecins Sans Frontières, la causa degli aumenti è da ricercare nella proprietà dei brevetti da parte di un ristretto gruppo di industrie5.
Ma Bill Gates ha liquidato personalmente l’appello di MSF per un abbassamento dei prezzi, dicendo che esso avrebbe potuto dissuadere le aziende farmaceutiche ad impegnarsi nella ricerca e sviluppo sui prodotti salvavita per i paesi poveri6.

Insomma, per il filantrocapitalismo, il prezzo di mercato è un dogma indiscutibile, impermeabile a qualsiasi considerazione etica.
La GAVI non serve a calmierarlo, ma a garantire alle imprese farmaceutiche mercati di sbocco.
Le mancano, però, gli strumenti per ampliarli a dismisura, sfruttandone tutte le possibilità di espansione.
Per questo ci vuole un’autorità superiore che imponga una forte accelerazione delle coperture vaccinali in tutto il mondo.
Per questo ci vuole l’OMS. (Continua)


  1. Da Bill Gates a Big Pharma una pioggia di aiuto. I finanziatori? Sempre più «volontari», Il Sole 24 Ore Sanita’ – N.43 – 15 novembre 2011. Articolo riportato a p. 34 della rassegna stampa della Federazione ordine dei Farmacisti del 16/11/11. 

  2. Sheri Fink, W.H.O. Leader describes Agency’s Ebola Operations, The New York Times, 4/09/14. Dichiarazione riportata sul dettagliato dossier: Global Justice Now, Gated Development. Is the Gates Foundation always a force for good?, giugno 2016, p. 48.  

  3. Actionaid, L’Italia e l’Alleanza Globale per le Vaccinazioni. Verso un nuovo approccio per la partecipazione italiana al GAVI, la partnership pubblico privata per l’immunizzazione, Aprile 2016, p. 8.  

  4. Amit Kumar, Jacob Pulivel, GAVI funding and assessment of vaccine cost-effectiveness, The Lancet, 20 January 2007. 

  5. Médecins Sans Frontières,The Right Shot: bringing down barriers to affordable and adapted vaccines, gennaio 2015, p. 6. 

  6. Bill Gates dismisses criticism of high prices for vaccines, The Guardian, 27/01/15 

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Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria https://www.carmillaonline.com/2017/01/07/calibano-e-la-strega-le-donne-il-corpo-e-laccumulazione-originaria/ Fri, 06 Jan 2017 23:01:21 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=35496 federici-calibano-strega[Pubblichiamo la Prefazione al libro di Silvia Federici, Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria, Mimesis edizioni, Milano-Udine, 2015, pp. 343, € 30,00. Ringraziamo l’editore per la gentile concessione.

Passando in rassegna le vicende delle lotte contadine e delle eresie medievali, la stagione della caccia alle streghe in Europa e nel Nuovo Mondo tra Cinque e Seicento, Silvia Federici offre, da un punto di vista femminista, un’analisi dell’avvento del capitalismo dando risalto ad eventi e soggetti sociali assenti nella visione marxista della “transizione”. Tale saggio, oltre che fornire un’importante [...]]]> federici-calibano-strega[Pubblichiamo la Prefazione al libro di Silvia Federici, Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria, Mimesis edizioni, Milano-Udine, 2015, pp. 343, € 30,00. Ringraziamo l’editore per la gentile concessione.

Passando in rassegna le vicende delle lotte contadine e delle eresie medievali, la stagione della caccia alle streghe in Europa e nel Nuovo Mondo tra Cinque e Seicento, Silvia Federici offre, da un punto di vista femminista, un’analisi dell’avvento del capitalismo dando risalto ad eventi e soggetti sociali assenti nella visione marxista della “transizione”. Tale saggio, oltre che fornire un’importante ricostruzione storica, offre un contributo fondamentale alla lettura degli attuali processi della globalizzazione.

Silvia Federici è attivista femminista, scrittrice e docente universitaria tra le protagoniste, negli anni Settanta del secolo scorso, del movimento internazionale per il Salario al Lavoro Domestico. Negli anni Novanta, dopo un periodo di insegnamento e di ricerca in Nigeria, Federici ha partecipato ai movimenti no global e contro la pena di morte negli Stati Uniti, dal 1987 al 2005 ha insegnato politica internazionale, women’s studies e filosofia politica alla Hofstra University di Hempstead (New York). Autrice di numerosi saggi di filosofia e di teoria femminista, recentemente Federici si è impegnata contro i processi di globalizzazione capitalista tenendo conferenze in ogni parte del mondo.

In coda alla Prefazione sono disponibili i link ai video di due interessanti interviste a Silvia Federici: la prima è stata realizzata dal Laboratorio Sguardi sui Generis in occasione della sua presenza in Val di Susa, la seconda (in lingua inglese) è stata effettuata da Gender Links all’uscita del saggio S.   Federici, Revolution at Point Zero, Housework, Reproduction and Feminist Struggle (2012), uscito successivamente in lingua italiana S. Federici, Il punto zero della rivoluzione. Lavoro domestico, riproduzione e lotta femminista, Ombre Corte, Verona, 2014, pp. 159, € 15,00 –  ght]


Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria

di Silvia Federici

Calibano e la Strega presenta i temi principali di un progetto di ricerca sulle donne nella “transizione” dal feudalesimo al capitalismo che ho iniziato a metà degli anni ’70, in collaborazione con la femminista italiana Leopoldina Fortunati. I primi risultati sono apparsi in un libro che abbiamo pubblicato qui in Italia nel 1984: Il Grande Calibano. Storia del corpo sociale ribelle nella prima fase del capitale.

Il mio interesse per la ricerca era motivato all’inizio dai dibattiti all’interno del movimento femminista negli Stati Uniti, vertenti sulle origini delle particolari forme di oppressione di cui le donne sono state storicamente l’oggetto e sulle strategie politiche che il movimento avrebbe dovuto adottare per la nostra liberazione. Le principali posizioni teoriche e politiche con cui ci dovevamo confrontare a questo proposito erano quelle avanzate dalle due aree più importanti del movimento delle donne: le femministe radicali e le femministe socialiste. Tuttavia, dal mio punto di vista, entrambe non fornivano una spiegazione soddisfacente sulle origini dello sfruttamento sociale ed economico delle donne. Non condividevo la tendenza delle femministe radicali a far risalire la discriminazione sessuale e il potere patriarcale a strutture culturali transtoriche che si presumevano indipendenti dai rapporti di produzione e di classe. Per contro, le femministe socialiste riconoscevano che non si può scindere la storia delle donne dalla storia dei vari sistemi di sfruttamento e nelle loro teorie analizzavano la discriminazione sessuale a partire dal lavoro che le donne svolgono nella società capitalistica. Ma il limite della loro posizione era di non riconoscere la sfera della riproduzione come fonte di sfruttamento e creazione di plusvalore e quindi di attribuire l’origine della differenza di potere tra donne e uomini all’esclusione delle donne dallo sviluppo capitalistico – un assunto che ancora una volta ci obbligava a ricorrere a schemi culturali per dar conto della sopravvivenza del sessismo nell’universo delle relazioni capitalistiche.

È in questo contesto che ha preso forma l’idea di tracciare la storia delle donne nella transizione dal feudalesimo al capitalismo. La tesi che ha ispirato questa ricerca era stata articolata da Mariarosa Dalla Costa e da Selma James, oltre che da altre attiviste del movimento per il salario al lavoro domestico, in una serie di documenti che negli anni ’70 apparivano molto controversi, ma che col tempo hanno riformulato il discorso su donne, riproduzione e capitalismo. Fra questi, i più influenti furono Potere femminile e sovversione sociale (1972) di Mariarosa Dalla Costa e Sex, Race and Class (1975) di Selma James.

Contro l’ortodossia marxista che spiegava l’“oppressione” delle donne e la loro subordinazione agli uomini come un residuo dei rapporti feudali, Dalla Costa e James affermavano che lo sfruttamento del lavoro femminile ha giocato un ruolo centrale nel processo di accumulazione capitalistica, in quanto le donne sono state le produttrici del bene più essenziale per il capitalismo: la forza-lavoro. Dalla Costa sosteneva che il lavoro domestico non retribuito svolto dalle donne è stato la colonna portante su cui si è costruita la “servitù del salario” nonché il segreto della sua produttività (Dalla Costa 1972, p. 31). La differenza di potere tra donne e uomini nella società non poteva quindi essere attribuita né all’irrilevanza del lavoro domestico per l’accumulazione capitalistica – irrilevanza contraddetta dalle strette regole a cui la vita delle donne è stata soggetta – né alla sopravvivenza di atavici schemi culturali. Doveva invece essere letta come l’effetto di un sistema sociale di produzione che non riconosce la produzione e la riproduzione del lavoratore come un’attività socio-economica e perciò come fonte di accumulazione capitalistica, ma al contrario la mistifica come risorsa naturale o servizio personale, approfittando nel contempo della mancanza di retribuzione per il lavoro svolto. Facendo derivare lo sfruttamento delle donne nella società capitalistica dalla divisione sessuale del lavoro e dal lavoro domestico non retribuito, Dalla Costa e James hanno dimostrato che è possibile superare la dicotomia tra classe e patriarcato e hanno dato a quest’ultimo un significato storico specifico, aprendo così la strada a una reinterpretazione della storia del capitalismo e della lotta di classe da un punto di vista femminista. È in questa prospettiva che, alla metà degli anni ’70, con Leopoldina Fortunati ho iniziato a studiare quella che solo eufemisticamente possiamo definire la “transizione al capitalismo”, cominciando a ricostruire una storia che non ci era stata insegnata a scuola, ma che si è dimostrata decisiva per la nostra formazione teorica e politica. È una storia che non solo ci ha permesso una comprensione teorica della genesi del lavoro domestico nelle sue principali componenti strutturali – la separazione della produzione dalla riproduzione, l’uso specifico che il capitalismo ha fatto del salario per comandare il lavoro dei non salariati e la svalutazione della posizione sociale delle donne con l’avvento del capitalismo – ma che ci ha anche fornito la genealogia dei moderni concetti di femminilità e mascolinità, permettendoci così di invalidare l’assunto postmoderno di una predisposizione quasi ontologica da parte della “cultura occidentale” a imbrigliare il genere in schemi binari. Abbiamo infatti scoperto che le gerarchie sessuali sono sempre al servizio di un progetto di dominio che si autosostiene solo dividendo, su basi continuamente rinnovate, coloro che intende dominare.

Il libro che è nato da questa prima ricerca, Il Grande Calibano. Storia del corpo sociale ribelle nella prima fase del capitale (1984), si proponeva di ripensare l’analisi dell’accumulazione originaria di Marx da un punto di vista femminista. Ma nel corso di questo lavoro le categorie marxiane si sono rivelate inadeguate. Anzitutto, si è visto che l’identificazione da parte di Marx del capitalismo con l’avvento del lavoro salariato e del lavoratore “libero” contribuisce a nascondere e a naturalizzare la sfera della riproduzione. Il Grande Calibano criticava anche la teoria del corpo di Michel Foucault. Abbiamo infatti rilevato che l’analisi di Foucault delle tecniche del potere e delle discipline a cui il corpo è stato assoggettato ignora il processo di riproduzione, riduce le storie delle donne e degli uomini a un tutto indifferenziato e si disinteressa a tal punto della “disciplina” imposta alle donne da non menzionare uno degli attacchi più orrendi al corpo perpetrato in era moderna: la caccia alle streghe. La tesi principale sostenuta dal Grande Calibano era che, per comprendere la storia delle donne nella transizione dal feudalesimo al capitalismo, si devono analizzare i cambiamenti che il capitalismo ha introdotto nel processo della riproduzione sociale, soprattutto nella riproduzione della forza-lavoro. Il libro prendeva quindi in esame la riorganizzazione del lavoro domestico, della famiglia, della cura dei bambini, della sessualità e dei rapporti tra uomo-donna e tra produzione e riproduzione nel XVI e nel XVII secolo in Europa. La stessa analisi è riproposta nel Calibano e la strega, ma lo scopo di questo volume è diverso da quello del Grande Calibano in quanto risponde a un diverso contesto sociale e alla crescita della nostra conoscenza della storia delle donne.

Poco dopo la pubblicazione del Grande Calibano, ho lasciato temporaneamente gli Stati Uniti per insegnare all’Università di Port Harcourt in Nigeria dove, a periodi alterni, ho lavorato per quasi tre anni. Prima di partire ho sepolto i miei libri in cantina, pensando che per un po’ di tempo non mi sarebbero serviti. Ma le circostanze del mio soggiorno in Nigeria non mi hanno consentito di dimenticare questo studio. Gli anni tra il 1984 e il 1986 sono stati decisivi per la Nigeria, come per la maggior parte dei paesi africani. Erano gli anni in cui, in risposta alla crisi del debito, il governo nigeriano avviava con il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale accordi che risultarono nell’adozione del programma di aggiustamento strutturale, la ricetta universale imposta dalla Banca Mondiale, nel nome della ripresa economica, ai governanti di gran parte del pianeta.

Lo scopo dichiarato di questo programma era di rendere la Nigeria competitiva sul mercato internazionale. Ma si è reso subito evidente che questo programma era lo strumento di una nuova fase di accumulazione originaria e di una razionalizzazione della riproduzione volta a distruggere le ultime vestigia di proprietà e rapporti comunitari, e imporre forme più intense di sfruttamento del lavoro. Ho visto quindi dispiegarsi sotto i miei occhi processi molto simili a quelli che avevo analizzato durante la stesura del Grande Calibano, fra cui un attacco sistematico alle terre comuni e un decisivo intervento dello stato, definito “guerra all’indisciplina”, teso a ridurre le aspettative di una popolazione considerata troppo pretenziosa in prospettiva di un suo inserimento nell’economia globale. Insieme a queste misure, ho assistito all’evolversi di una campagna misogina, che denunciava la vanità e le eccessive pretese delle donne, e allo sviluppo di un acceso dibattito, simile per molti versi alla querelle des femmes del XVII secolo, che investiva ogni aspetto della riproduzione della forza-lavoro: la famiglia (poligama vs. monogama, estesa vs. nucleare), l’educazione dei bambini, il lavoro delle donne, l’identità maschile e femminile e i rapporti tra uomini e donne.

In questo contesto il mio lavoro sulla transizione ha assunto un nuovo significato. In Nigeria ho compreso che la resistenza all’aggiustamento strutturale fa parte di una lunga lotta contro la privatizzazione della terra e contro le “recinzioni”, non solo delle terre comuni ma anche dei rapporti sociali, che risale alle origini del capitalismo. Ho anche capito che la vittoria che la disciplina del lavoro capitalistica ha ottenuto sulle popolazioni del pianeta è molto limitata e che molti ancora vedono la propria vita in modi radicalmente antagonisti ai canoni richiesti dalla produzione industriale. Per gli imprenditori, le multinazionali e gli investitori stranieri è proprio questo il problema di paesi come la Nigeria. Ma per me è stata una grande fonte di coraggio rendermi conto che nel mondo formidabili forze sociali si oppongono all’imposizione di un modo di vivere concepito solo in termini capitalistici. Devo questa nuova consapevolezza anche all’incontro con Donne in Nigeria (WIN), la prima organizzazione femminista del paese, che mi ha aiutata a comprendere le lotte che le donne nigeriane stanno sostenendo per difendere le proprie risorse e per rifiutare il nuovo modello di patriarcato, promosso dalla Banca Mondiale, che si vuole loro imporre.

Ben presto il programma di austerità adottato dal governo ha raggiunto anche il mondo accademico e, non essendo più in grado di mantenermi, nell’autunno del 1986 ho lasciato la Nigeria, se non con l’anima con il corpo. Ma non ho dimenticato l’attacco mosso contro il popolo nigeriano e, dopo il mio rientro, il desiderio di tornare a studiare la “transizione al capitalismo” non mi ha più abbandonata. Avevo letto gli eventi in Nigeria con le lenti dell’Europa del XVI secolo. Tornata negli Stati Uniti, è stato il proletariato nigeriano che mi ha riportato alle lotte per le terre comuni e contro il disciplinamento delle donne, dentro e fuori l’Europa. Dopo il mio ritorno ho iniziato anche a insegnare in un programma interdisciplinare per studenti universitari, dove ho dovuto affrontare un tipo diverso di enclosure: quella del sapere, la crescente perdita cioè, da parte delle nuove generazioni, del senso storico del nostro passato collettivo. Ecco perché nel Calibano e la strega ho ricostruito le lotte antifeudali del Medioevo e le lotte con cui il proletariato europeo ha resistito all’avvento del capitalismo. Il mio scopo non è stato solo quello di fornire ai non specialisti la documentazione su cui si basa la mia analisi; ho voluto anche far rivivere fra le giovani generazioni il ricordo di una lunga storia di resistenza che oggi corre il rischio di essere cancellata. Preservare la memoria storica è cruciale se dobbiamo trovare un’alternativa al capitalismo, perché ciò sarà possibile solo se saremo capaci di ascoltare le voci di coloro che hanno percorso lo stesso cammino.


Interviste a Silvia Federici

Il Laboratorio Sguardi sui Generis intervista Silvia Federici, in occasione della sua presenza in Val di Susa. L’intervista è in cinque parti visionabili su YouTube. Prima parte: autodeterminazione dei corpi, delle sessualità e delle scelte riproduttive. Seconda parte: i movimenti, i momenti di socialità e di riproduzione dei movimenti stessi. Terza parte: donne e movimenti. Quarta parte: Politica del Debito. Quinta parte: Femminicidio.

Gender Links recently interviewed Silvia Federici after the launch of her book, Revolution at Point Zero, Housework, Reproduction and Feminist Struggle (2012), inspired by Federici’s organisational work in the Wages for Housework movement. In this interview she provides insight into book and shares her views on women’s on going struggle as well as gender-based violence. In this extended version of the interview she also discusses the importance of the commons, social reproduction, the need for more co-operative forms of organisation, valorising domestic work and how inequality and injustice is fueled by neo-liberal capitalism.

 

 

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Ucraina: storia di un cappio al collo https://www.carmillaonline.com/2015/03/15/21282/ Sun, 15 Mar 2015 01:30:10 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=21282 di Alexik

Nodo cravatta 1In questi tempi di conflitto, uno dei refrain più ricorrenti nella retorica bellica del presidente ucraino Petro Porošenko è quello che imputa a Putin di “volersi appropriare delle fertili terre ucraine”.

Io non vorrei dirglielo, ma mentre il “re del cioccolato”1 passa in rassegna le truppe in partenza per le regioni ribelli, ho l’impressione che le fertili terre ucraine se le stia per accaparrare qualcun altro. E con la sua piena complicità, visto che è stato proprio Porošenko, a firmare l’accordo [...]]]> di Alexik

Nodo cravatta 1In questi tempi di conflitto, uno dei refrain più ricorrenti nella retorica bellica del presidente ucraino Petro Porošenko è quello che imputa a Putin di “volersi appropriare delle fertili terre ucraine”.

Io non vorrei dirglielo, ma mentre il “re del cioccolato”1 passa in rassegna le truppe in partenza per le regioni ribelli, ho l’impressione che le fertili terre ucraine se le stia per accaparrare qualcun altro. E con la sua piena complicità, visto che è stato proprio Porošenko, a firmare l’accordo di libero scambio fra Ucraina e Unione Europea (DCFTA – Deep and Comprehensive Free Trade Area), e ad ottenere un nuovo prestito dal Fondo Monetario Internazionale. Due atti che sul così detto “granaio d’Europa” avranno notevoli conseguenze.

Storia di un cappio al collo

Originariamente, il  DCFTA  doveva essere siglato a Vilnius nel novembre 2013 dall’allora presidente Viktor Janukovyč. L’accordo era collegato a un prestito di 17 miliardi di dollari da parte del Fondo Monetario Internazionale, che portava con se il solito corollario di misure di aggiustamento strutturale. La squadra del FMI in visita a Kiev in ottobre, le aveva così elencate:

  • Risanamento del bilancio dello Stato tramite un drastico taglio della spesa pubblica, da perseguire grazie al taglio dei sussidi, al contenimento dell’occupazione ed alla moderazione salariale nel pubblico impiego. Rinvio a data da destinarsi di eventuali tagli delle tasse.
  • Liberalizzazione del settore energetico, aumento delle tariffe del gas per le famiglie.
  • Costruzione di un clima amichevole per il business tramite riforme strutturali (in pratica la rimozione di lacci e lacciuoli).

Tutti argomenti che non suonano particolarmente nuovi neanche a noi italiani.

Euromaidan 4Come è noto, Janukovyč non firmò. Rinunciò al prestito del Fondo Monetario accettando in cambio un aiuto cinese di 8 miliardi di dollari e un aiuto russo di 15 miliardi di dollari, più lo sconto di Putin del 33 % sulle forniture di gas naturale2.  Ma all’indomani del mancato accordo con l’UE, gli vennero scatenati addosso i pacifici dimostranti di Euromaidan (nella foto).

Nell’esercizio del suo diritto al rifiuto Janukovyč aveva le sue buone ragioni. Non che fosse pregiudizialmente ostile agli investimenti occidentali, anzi !

Sotto la sua presidenza il governo di Mykola Azarov aveva deciso di rafforzare la cooperazione con gli USA per l’estrazione del gas di scisto, stipulando diversi accordi con Exxon Mobil e Chevron3.

Janukovyč e Azarov si erano dati anche molto da fare per far risalire il loro paese nella graduatoria del “Doing Business“, una classifica costruita dalla Banca Mondiale al fine di misurare l’appetibilità degli Stati per gli investimenti privati. Dal 2013 al 2014 l’Ucraina era passata dalla 140a posizione alla 112a, grazie alle politiche di “semplificazione” finanziate dalla BM. Le “semplificazioni” consistevano, per esempio, nel rendere possibile la creazione di imprese farlocche, prive di capitale sociale e di atto costitutivo autenticato da un notaio, oppure nell’alleggerire le imprese dal pagamento di tasse e contributi previdenziali, o nel ridurre i controlli alle dogane4.

Al momento della sua elezione alle presidenziali del 2010, Janukovyč aveva ereditato dal suo predecessore, il liberista Viktor Juščenko, un debito pregresso di 10,6 miliardi con il FMI5, e per poterlo onorare ne aveva dovuto richiedere un altro più grande. Aveva potuto così sperimentare da vicino il costo dell’aiuto “fraterno” del Fondo Monetario. Nel 2011 il Fondo chiuse i rubinetti perché il governo ucraino non era ancora riuscito a far passare una riforma delle pensioni molto impopolare. Per poterli riaprire, Janukovyč e Azarov si trovarono obbligati ad imporre l’innalzamento dell’età pensionabile per le donne da 55 a 60 anni, ed altri 10 anni anzianità contributiva per tutti6.

FMIMa la loro collaborazione con le istituzioni finanziarie internazionali a tratti era un po’ riluttante. Si misero per traverso di fronte alle pressioni esercitate dal Fondo per ottenere una stangata fiscale, e soprattutto ostacolarono la cd “modernizzazione” del settore del gas. Con tale eufemismo, il FMI soleva definire una drastica ristrutturazione del settore energetico, che prevedeva l’azzeramento del deficit della compagnia nazionale Naftogaz attraverso una crescita stratosferica delle tariffe all’utenza, la  fine del calmieramento pubblico dei prezzi dei servizi di pubblica utilità, e la liberalizzazione del mercato del gas per l’uso domestico7. Un argomento sensibile, visto che in Ucraina l’inverno è lungo, e le temperature possono arrivare ai – 30°.

Insomma, Janukovyč non era del tutto affidabile, e lo dimostrò appieno quando ritenne indigeribile la firma del DCFTA e le condizioni del nuovo prestito del FMI. Ma come sappiamo, dopo la rivolta pilotata di Euromaidan, il timone dello Stato ucraino è finito in mani più gradite alle istituzioni finanziarie internazionali.

Accanto al presidente Porošenko, il nuovo premier Arsenij Jacenjuk non è un politico di primo pelo. Ex presidente della Banca Nazionale, fu Ministro dell’Economia sotto la presidenza del liberista Juščenko, e come tale guidò nel 2005 le trattative per l’ingresso dell’Ucraina nella WTO8, una precondizione per avviare i negoziati con l’Unione Europea. Seguì poi le fasi preparatorie dell’Association Agreement con l’UE in qualità di Presidente del Parlamento ucraino.

In pratica era l’uomo giusto al posto giusto per riavviare il percorso di integrazione economica con l’occidente. Non a caso l’investitura da parte del FMI arrivò  ad una sola settimana dal suo insediamento . Reza Moghadam, Direttore del Dipartimento Europeo del Fondo in visita a Kiev, si dichiarò “positivamente impressionato dalla determinazione delle autorità, dal loro senso di responsabilità ed impegno per un programma di riforma economica e trasparenza”.9

Euromaidan 24 - 01-14Jacenjuk è anche un tipo bizzarro, capace di dichiarazioni stupefacenti, come quella rilasciata un paio di mesi fa ad una TV tedesca e ad un pubblico teutonico un po’ attonito: “Noi tutti ricordiamo bene l’invasione Sovietica dell’Ucraina e della Germania. Dobbiamo impedire che succeda di nuovo” (il video qui). Il suo rimpianto per la sconfitta nazista nella seconda guerra mondiale non dovrebbe però stupire più di tanto. Jacenjuk, nel suo primo governo, aveva affidato due ministeri e la poltrona da vice premier ai neonazisti di Svoboda, e posto il Comitato di Sicurezza Nazionale nelle mani di Svoboda e del Praviy Sektor10.

È con questa bella compagine governativa che l’Unione Europea firmò l’accordo di libero scambio. È a questa bella compagine che il Fondo Monetario Internazionale, esattamente un anno fa, promise un prestito biennale di 27 miliardi di dollari, in cambio, ovviamente del solito pacchetto di politiche neo liberiste in campo monetario, fiscale e finanziario, della ristrutturazione del settore energetico e di un clima più friendly per il business11.

A fine 2014, dopo le elezioni parlamentari, Jacenjuk ha optato per tutt’altra squadra di governo, affidando le Finanze, l’Economia e la Sanità a tre ministri stranieri reclutati tramite due società internazionali di head hunting. Si tratta della statunitense Natalia Jaresko, amministratore delegato di un fondo di investimenti del gruppo Horizon Capital; Aivaras Abromavicius, banchiere lituano partner della società di investimenti East Capital ed ex collaboratore del Dipartimento di Stato americano; Alexander Kvitashvili, georgiano, ex ministro nel governo di Tbilisi12.

È questa la squadra che dovrà gestire l’attuazione dell’accordo di libero scambio, decisamente emblematica della consegna del paese, delle sue finanze e della sua economia nelle mani del capitale occidentale.

Ma in pratica, cosa prevede questo DCFTA ?

UcrainaImpossibile riassumere qui tutti gli aspetti dei 486 articoli dell’accordo, che impegnano l’Ucraina ad avvicinare la propria legislazione ad un lunghissimo elenco di direttive europee in materia di commercio, finanza, fiscalità, energia, nucleare, agricoltura, pesca, ambiente, trasporti, sanità, politiche sociali, istruzione. Basti come esempio la clausola che impegna i sottoscrittori ad “assicurare che le imprese di entrambe le parti abbiano eguale accesso a entrambi i mercati senza discriminazione e monopoli”.

Come se fra le imprese ucraine e le multinazionali europee (o le controllate europee delle corporations nordamericane) possa esserci una competizione ad armi pari ! La situazione a riguardo è ben descritta da Giovanna De Maio su Affari Internazionali: “In Ucraina soprattutto nella parte orientale, l’industria manifatturiera si alimenta soltanto grazie alle commesse russe: a causa del basso contenuto tecnologico e della sostanziale inefficienza delle strutture di produzione, che non potrebbe assolutamente rivolgersi a nessun altro mercato13.

È prevedibile come l’industria ucraina sia destinata a soccombere, lasciata senza protezioni davanti ai colossi stranieri. Le multinazionali potranno acquisirne le parti migliori (magari nel settore bellico, il più sviluppato del paese) per lasciare in malora tutto il resto, con i relativi strascichi occupazionali.

Ma, si potrà obiettare, si apriranno agli ucraini i mercati dell’Unione Europea per le materie prime minerarie e agricole. Bisogna vedere, però, se da qui a poco le materie prime saranno ancora di proprietà degli ucraini.

Corvi neri sul granaio d’Europa

corviCon 41,5 milioni di ettari di suolo agricolo, di cui 32 di terra arabile14, l’Ucraina, almeno fino alla crisi del Donbass, era il secondo produttore mondiale di cereali dopo gli USA15, il terzo esportatore mondiale di mais e quinto esportatore di grano16. La sua famosa terra nera ne aveva fatto fin dall’epoca degli zar il granaio d’Europa.

Proprietà pubblica al tempo dell’Unione Sovietica, la terra cominciò ad essere ceduta ai privati con riforme ad hoc nei primi anni ’90. All’inizio si permise il suo trasferimento alle imprese collettive, che ben presto la cedettero ai singoli soci, che ben presto – non avendo le risorse per gestirla – la rivendettero ad imprese agricole più grandi, determinando un graduale processo di concentrazione privata della proprietà terriera17. Un processo sostenuto dalla Banca Mondiale, che ha finanziato con 89 milioni dollari progetti finalizzati a velocizzare la privatizzazione delle terre statali e delle imprese agricole pubbliche18.

La terra nera è così finita nelle mani di moderni boiardi, capaci, a differenza dei loro antenati medioevali, di utilizzare su larga scala sistemi di coltivazione intensiva, sfruttare appieno i canali di esportazione, registrarsi in un paradiso fiscale (di solito Cipro), ricapitalizzarsi all’estero sui mercati finanziari. Fin qui stiamo parlando di capitalisti ucraini, che, neanche a dirlo, comprendono alcuni fra i maggori oligarchi19, ma il land grabbing da qualche anno non è più un loro appannaggio esclusivo.

Formalmente la legge ucraina ancora vieta il possesso straniero dei terreni agricoli20, ma non l’affitto a lungo termine, ed è in questa forma che dall’inizio del nuovo millennio si è sviluppata nel paese la penetrazione delle società straniere dell’agribusiness. Ad oggi, in poll position troviamo la statunitense NHC Capital Inc, con contratti per 450.000 ettari (una superficie grande più o meno quanto il Molise), la lussemburghese Kernel Holding SA con 405.000 ettari, il gruppo russo Reinassance (250.000), il francese AgroGeneration (120.000), l’austriaco MCB Agricole (96.000), lo svizzero Glencore Xstrata PLC (80.000), ecc.21.

Una rapina a cui il governo ucraino tiene molto, tanto da arrivare a indebitarsi con il FMI per finanziarla !!! Recentemente i parlamentari tedeschi di Die Linke hanno denunciato come parte dell’ultimo prestito del Fondo sia stato utilizzato dal governo ucraino per sovvenzionare l’espansione dell’agroindustria tedesca sul suo territorio22

monsanto-frankenfoodsComunque è prevedibile che il divieto di possesso straniero della terra non regga ancora molto a lungo. Secondo Paul Craig Roberts, dell’Institute for Political Economy, per poter pagare il debito al FMI l’Ucraina si troverà obblgata ad intervenire nuovamente sulle pensioni, togliere i sussidi alle vittime di Chernobyl, tagliare scuole e sanità, e vendere tutta la terra alla Monsanto23

Esagera ? Vedremo. Intanto la Monsanto ha aperto una sede in Ucraina, in attesa che il paese, in osservanza del capitolo 17 del DCFTA, promuova lo sviluppo delle biotecnologie in agricoltura, e si adegui alle direttive europee che consentono le coltivazioni OGM. Il che permetterà al secondo produttore mondiale di cereali di impestare di OGM mezzo mondo, e più di altri l’Unione Europea, grazie al trattato di libero scambio.

Chissà se a Milano, fra le cazzate retoriche di “nutrire il pianeta”, qualcuno parlerà anche di questo.


  1. Petro Porošenko è il più grande produttore ucraino del settore dolciario. 

  2. Cecilia Attanasio Ghezzi, L’Ucraina vista dalla Cina, China files, 28 febbraio 2014. David Kashi, How Much Money Did the Ukraine Lose When it Nixed the EU Deal?,  International Business Times, 19 febbraio  2014. 

  3. Il fracking si affaccia in Europa: patto Ucraina-Usa per estrarre lo shale gas, Greenreport, 2 settembre 2013. 

  4. World Bank Group, Doing Business. Business Reforms in Ukraine. 

  5. International Monetary Fund, Ukraine: Request for Stand-by Arrangement—Staff Report; Staff Supplement; Press Release on the Executive Board Discussion, and Statement by the Executive Director for Ukraine, Dicembre 2008. Ukraine has not as yet agreed with the International Monetary Fund (IMF) on the size of a loan to patch up its economy under a new partnership program, the country’s finance minister said on Wednesday, Kyiv Post, 12 maggio 2010. 

  6. A cosmetic pension system reform in Ukraine, OSW, 13 luglio 2011. 

  7. International Monetary Fund, IMF Executive Board Approves US$15,15 Billion Stand-By Arrangement for Ukraine, Press Release No. 10/305, 28 luglio 2010. 

  8. Per consultare le condizioni di ingresso dell’Ucraina nel WTO: Consiglio dell’Unione Europea, Fascicolo interistituzionale 2008/0012 (ACC)

  9. International Monetary Fund, Statement by IMF European Department Director Reza Moghadam on his Visit to Ukraine, Press Release No. 14/87, March 7, 2014. 

  10. L’Ucraina ha un nuovo governo, intanto, Il Post, 13 marzo 2014 

  11. International Monetary Fund, IMF announces staff level agreement with Ukraine on US$14-18 billion stand-up arrangement, 27 marzo 2014 

  12. L’Ucraina vara il governo: ministri stranieri selezionati dai cacciatori di teste, il Sole 24 Ore, 02dicembre 2014. 

  13. Giovanna De Maio, Il prezzo dell’Accordo di Associazione, Affari Internazionali, 2 luglio 2014 

  14. Sarna, Arkadiusz. The transformation of agriculture in Ukraine: From collective farms to agroholdings, Osrodek Studiow Wschodnich (OSW), 2014. 

  15. Sissi Bellomo, Sui cereali torna l’allarme Ucraina: rischi per export e produzione, Il Sole 24 Ore, 6/05/2014 

  16. Ferdman, Roberto A., The Crisis in Ukraine Could Hit the Cereal Box, Quartz, March 4, 2014.  

  17. Francesca Alice Vianello, Migrando sole. Legami transnazionali fra Ucraina e Italia, Franco Angeli, 2009. Sarna, Arkadiusz, op.cit. 

  18. World Bank Mission on Ukraine Rural Land Titling and Cadaster Development Project Completes Implementation Support Visit, World Bank Press Release, February 21, 2013.  

  19. Christina Plank, Land Grabs in the Black Earth: Ukrainian Oligarchs and International Investors. In Land Concentration, Land Grabbing and People’s Struggles in Europe. Transnational Institute, 2013. 

  20. S.C.I. International Irshawa, Ucraina. La proprietà fondiaria, 2008, p.12. 

  21. Per un elenco più esaustivo: Land Matrix

  22. Guerra e landgrabbing in Ucraina, Die Linke:”terre svendute per piantarci OGM proibiti nell’UE”, Greenreport, 10 febbraio 2015. 

  23. Paul Craig Roberts on how US and EU will deal with Ukraine’s debt, RT News, 4 marzo 2015. 

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War! https://www.carmillaonline.com/2013/09/10/war/ Mon, 09 Sep 2013 23:00:26 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=9243 di Sandro Moiso

Strangelove“War / What is it good for / Absolutely nothing / War / What is it good for / Absolutely nothing / War is something that I despise / For it means destruction of innocent lives / War means tears in thousand of mothers’ eyes / When their sons go out to fight to give their lives”( Norman Whitfield – Barrett Strong, War, 1969)*

Abituati ai tempi del web e della “diretta” televisiva e al tempo ormai digitalizzato degli orologi e della produzione “just in time”, spesso ci si dimentica che i tempi della [...]]]> di Sandro Moiso

StrangeloveWar / What is it good for / Absolutely nothing / War / What is it good for / Absolutely nothing / War is something that I despise / For it means destruction of innocent lives / War means tears in thousand of mothers’ eyes / When their sons go out to fight to give their lives”( Norman Whitfield – Barrett Strong, War, 1969)*

Abituati ai tempi del web e della “diretta” televisiva e al tempo ormai digitalizzato degli orologi e della produzione “just in time”, spesso ci si dimentica che i tempi della storia sono più vicini a quelli della tettonica a zolle piuttosto che a quelli (fasulli) di Italo e dell’alta velocità.

Accade così che l’opinione pubblica come si stupisce, immancabilmente e ogni volta, di fronte al fatto che città costruite lungo la faglia adriatica siano destinate, prima o poi, a soccombere sotto la furia di “imprevedibili” terremoti, altrettanto  si stupisca di fronte al fatto di trovarsi davanti al pericolo di un nuovo, imponente, devastante e altrettanto “imprevedibile” conflitto mondiale.

Ciò non sarebbe grave se lo stupore riguardasse soltanto la tanto denigrata pubblica opinione e l’arrendevolezza mentale al quieto vivere dettato dai media di ogni formato, ma lo diventa quando tale sorpresa riguarda anche chi di tale modello di pensiero quieto dovrebbe farsi critico o antagonista. Così, per decenni, una certa sinistra, da quella democratica e riformista fino a certe frange della cosiddetta estrema sinistra, ha potuto crogiolarsi nell’illusione che la guerra, come strumento di risoluzione delle contraddizioni dell’imperialismo, fosse ormai superata.

Sì, certo, poteva svilupparsi qua e là in giro per il mondo sotto forma di scontro tra stati e regimi sottomessi all’impero della finanza e del capitale occidentale, oppure tra gli stessi e i popoli che non ne accettavano logiche perverse e ingiustizie palesi, ma, per dio, sempre a casa d’altri. Non ora, non qui.

Come se il Mediterraneo fosse lontano, come se i Balcani appartenessero a un altro continente, come se i paesi del Nord Africa e del Vicino Oriente si trovassero su un altro pianeta. Già: non adesso, non qui a casa nostra. Eppure, eppure… il rischio di un conflitto allargato, destinato a coinvolgere anche e, soprattutto, tutte le grandi potenze è esploso letteralmente tra le mani di capi di stato, di uomini politici di piccola e media statura, di esperti (quanto?) di affari internazionali, di analisti politici e vassalli dell’informazione di regime, degli imprenditori e, anche, del clero e dei suoi massimi vertici.

Tutti a dire: ”sì, un po’ di guerra ci va bene…anzi è essenziale per i nostri affari, ma dislocata un po’ più in là e con motivazioni condivisibili”. Da lì l’eterna e mefitica barzelletta delle guerre umanitarie, delle operazioni di polizia internazionale, delle missioni di pace ONU e così via. Mentre chi da tempo indicava la guerra come fase ultima della risoluzione dei conflitti economici e sociali scatenati dalle brame capitalistico-finanziarie finiva con l’essere indicato, a seconda delle occasioni, come visionario, profeta di disgrazie o portavoce di una concezione politica ormai definitivamente morta e sepolta.

Così da un lato si è finiti spesso col cadere in una passiva accettazione dello status quo dettato dall’immagine che lo stesso ordine capitalistico voleva e vuole dare di sé e dall’altro nell’eleggere la volontà del capitale a forza capace di  dominare le proprie, inevitabili contraddizioni (Trilateral, G 8 – 10 – 20 oppure SIM – Stato Imperialista delle Multinazionali). Posizioni, a sinistra, che finiscono col riflettersi specularmente l’una nell’altra e destinate a far cadere quel potente baluardo di classe sempre rappresentato dall’antimilitarismo attivo e cosciente.

Non è un caso che in questi giorni agitati, mentre gli italiani continuano a trascorrere lieti week-end estasiati di fronte alle vetrine dei negozi che riaprono per la stagione autunno-inverno, l’unica forza che si è mobilitata davanti al pericolo di una nuova guerra sia stata quella della Chiesa e del pacifismo di stampo cattolico. Forza che oltre a perseguire propri scopi geo-strtategici e politici (presenza cristiana in Siria, problema dei rapporti con il mondo islamico, origine argentina del novello Papa), ha il difetto di restringere la critica alla guerra a una semplice occasione di accettazione del verbo cristiano e a scelta etica e morale individuale.

 Tanto è vero che al digiuno “vaticano” hanno potuto appellarsi non solo le decine di migliaia di credenti affollatisi in Piazza San Pietro il 7 settembre, non solo i rappresentanti di tutta la chiesa cattolica nelle funzioni domenicali dell’8 settembre, i rappresentanti del mondo islamico e ortodosso, ma anche personaggi che del gioco imperiale fanno parte come la Ministra degli Esteri o, addirittura, il Ministro della Difesa che, mentre da un lato digiuna per la pace, dall’altro insiste per l’acquisto degli F – 35, che strumenti di pace non sono. Non occorre qui ricordare che il buon Anton Čechov affermava che “se un fucile appare appoggiato al caminetto durante il primo atto (di un’opera teatrale), sicuramente avrà sparato prima della conclusione dell’ultimo”.

Occorrerà tornare ancora su questo argomento, ma, ora, è meglio tracciare per linee ampie e (forse) grossolane il quadro di instabilità politica, militare, sociale ed economica (ultima nell’elenco, ma non per importanza) che ha portato alla situazione attuale. Osservando però che, a differenza di quanto molti credono, l’imperialismo traccia il quadro generale della sua attività di dominio ed espansione, ma non può determinare con certezza tutte le conseguenze delle sue scelte. Come dire: l’imperialismo è la causa di ogni guerra moderna, ma non sempre la vuole.

Scriveva Lev Trotskij nel 1937: ”le contraddizioni internazionali sono così complesse e intricate che nessuno può prevedere con esattezza dove la guerra potrà scoppiare, né come si delineeranno gli schieramenti contrapposti. Che si sparerà è certo, ma non si sa da dove verranno i colpi e contro chi saranno diretti […]. Tutti vogliono la pace, soprattutto coloro che non possono aspettarsi nulla di buona da una guerra […]. Nessuna delle piccole potenze potrà restare in disparte. Tutte verseranno il loro sangue […] Gli schieramenti dei campi belligeranti e il corso della guerra non saranno determinati da criteri politici, razziali o morali, ma da interessi imperialistici. Tutto il resto non è che polvere negli occhi. Le forze che operano sia per un’accelerazione sia per un rinvio della guerra, sono così numerose e così complesse da rendere rischioso ogni tentativo di azzardare previsioni sulle date. Tuttavia esistono punti di riferimento che consentono un pronostico**.

Qualche lettore potrà dire : ”Ma una guerra, anzi più guerre sono già in corso…”. E’ vero, d’altra parte anche quando il rivoluzionario russo in esilio scriveva già più guerre erano in corso, preludendo al secondo conflitto mondiale: guerra civile spagnola, guerre d’occupazione italiane in Africa orientale, occupazione giapponese della Cina, solo per citare le più evidenti. E infatti oggi affermare che la seconda guerra mondiale si è svolta tra il settembre del 1939 e l’agosto del 1945 non è più così corretto. Sono date di comodo, soprattutto per i manuali scolastici, ma è chiaro che il secondo conflitto mondiale andrebbe datato almeno dal 1936, se non addirittura dagli accordi di spartizione degli imperi firmati a Versailles.

Così la guerra futura, anche se  dovesse iniziare nei prossimi giorni oppure negli anni a venire,  affonderebbe chiaramente le sue radici almeno negli avvenimenti seguiti alla caduta dello Scià di Persia, alla fallita invasione sovietica dell’Afghanistan e in quelli successivi alla fine dell’URSS (1989) e alla riunificazione tedesca (1990) con la Guerra del Golfo e le guerre balcaniche (1991). Da allora, infatti, gli Stati Uniti hanno perseguito un obiettivo di destabilizzazione completa del Mediterraneo e del Vicino Oriente che, con la caduta di Assad, dovrebbe essere ora portata a termine.

Ma si sa, non tutte le ciambelle riescono col buco. Nei trent’anni trascorsi dall’affermazione dell’ayatollah Khomeyni in Iran molte cose sono cambiate sotto il cielo e non tutte sono andate per il verso desiderato dalla potenza imperiale americana. Che dopo aver fatto scannare per dieci anni il regime di Saddam Hussein con la nascente Repubblica Islamica iraniana, si vide costretta a fare sempre più affidamento su Israele e Arabia Saudita per il mantenimento della propria supremazia petrolifera, militare e politica nell’area.

Sul ruolo di Israele all’interno delle strategie americane poco ci sarebbe da aggiungere se non che data proprio dal 1978 (anno dell’inizio della rivolta popolare contro Mohammad Reza Pahlavi che l’avrebbe costretto, un anno dopo, alla fuga e all’esilio) quella mini-serie televisiva (“Olocausto”) che avrebbe così potentemente rilanciato l’immagine di Israele nel mondo (attraverso la messa in scena  della Shoa come spettacolo) dopo la sconfitta militare del 1973 ( ad opera delle forze armate egiziane) con la perdita del Sinai. E che è andata crescendo ininterrottamente fino all’altra sconfitta militare israeliana avvenuta nel 2006, in Libano, ad opera di Hezbollah e del suo braccio armato.

Ed è proprio la comune opposizione all’islamismo sciita iraniano e libanese ad aver avvicinato negli anni, in un’alleanza a tempo e blasfema, i due poli dell’azione americana: il regno saudita e lo stato ebraico. Che dei misfatti attuali in Nord Africa, Medio Oriente e Siria sono tra i principali protagonisti e  non solo  strumenti.

L’Arabia Saudita, che detiene, insieme agli altri emirati, oltre che una delle più vaste riserve petrolifere del globo anche una discreta parte dell’imponente debito pubblico americano, sta presentando il conto dei suoi “fedeli” servizi. Il finanziamento e il sostegno dei mujāhidīn in Afghanistan durante l’occupazione sovietica, nei Balcani negli anni novanta e successivi, il concorso al mantenimento di un prezzo (di volta in volta basso oppure alto) dell’oro nero conveniente alle multinazionali petrolifere. Conto forse già presentato in maniera poco elegante con l’attentato alle torri gemelle nel 2001 e col lasciar correre (ma solo fino al 2 maggio 2011) le “birichinate” terroristiche e indipendentistiche di Osama Bin Laden (con buona pace di chi voleva anche qui da noi suggellare un patto politico con i “fratelli” dell’integralismo sunnita armato).

E lo presenta in maniera pesante, tanto da determinare, ben più dell’Occidente nel suo insieme, le politiche interne del Nord Africa e dell’Egitto. Tanto per fare un esempio: mentre in tempi di crisi l’Unione Europea ha promesso 500 milioni di euro  e gli Stati Uniti un miliardo di dollari ai militari egiziani, l’Arabia Saudita ha letteralmente “sganciato” 12 miliardi di dollari (sostanzialmente a fondo perduto) al regime che ha rovesciato il governo dei Fratelli Mussulmani (che, non dimentichiamolo, ci piaccia o meno, era stato democraticamente eletto).

Lo fa armando e appoggiando le bande di “guerriglieri” islamici, spesso vicini ad Al Qaeda, che scorrazzano ormai dalla Libia al Mali, dalla Somalia alla Siria. In territori dove rendono difficile non solo la possibile penetrazione cinese, ma anche la presenza diplomatica russa e quella economica europea. Insomma “questa è casa mia” inizia a dire la monarchia saudita, ricca di dollari e petrolio e povera, fino a ieri, di peso politico e diplomatico. Ma questa strategia la spinge inevitabilmente a scontrarsi con quella della “Grande Israele” voluta dai sionisti.

Certo, in comune tra Israele, Arabia Saudita e Stati Uniti, c’è di fondo l’interesse per il ridimensionamento politico, economico e militare dell’Iran e il fine ultimo dell’attuale crisi siriana dovrebbe, nel loro intento portare ad una guerra contro la repubblica islamica di Teheran, ma, oltre allo scontro tra sunniti e sciiti  e al di là della sempre centrale questione del controllo delle principali risorse petrolifere, nella crisi mondiale attuale altre forze sono destinate a entrare in campo.

Se si analizza attentamente chi, al G 20 di Pietroburgo, si è opposto all’intervento militare in Siria ci si può rendere facilmente conto che tutti i BRICS (Brasile, Russia, Cina, India e Sud Africa) lo hanno fatto compatti. Non è più tempo di paesi non allineati dipendenti da questo o quel blocco. Se si aggiunge l’Indonesia, il più grande stato islamico con circa 240 milioni di abitanti, che si è espressa contro l’intervento, si arriva a quasi 4 miliardi di abitanti sui 7  dell’intero pianeta. Ma è il peso economico dei BRICS a contare e giusto il 27 marzo 2013, a Durban in Sud Africa, questi si sono accordati per la creazione di una banca internazionale per lo sviluppo economico da contrapporre alla Banca Mondiale e al FMI, enti di controllo economico legati a doppio filo alla finanza americana e inglese.

La Russia di Putin, che non è più quella stremata di Michail Gorbačëv e neppure quella dell’etilico Boris Eltsin, è quindi capofila (a denti stretti se si considera la Cina) del gruppo più importante di quelli che un tempo erano definiti paesi emergenti. Lo spostamento di navi e truppe davanti alla Siria non riguarda quindi soltanto la difesa dell’unica base navale e militare che la Russia, sempre a caccia di porti fuori dal Mar Nero e dal Mar Glaciale Artico fin dai tempi di Pietro il Grande, ha sul Mediterraneo a Tartus, a circa 200 chilometri da Damasco. Ha anche a  che fare con la volontà dei suddetti paesi di manifestare la propria rappresentatività diplomatica, politica e militare e il proprio peso economico nell’economia mondiale.

L’azione dei BRICS, di Arabia Saudita e di Israele è legata significativamente alla crisi di rappresentatività e di potenza militare ed economica degli USA e dell’Occidente. Non vi è dubbio che le guerre imperiali americane nel Golfo e in Afghanistan, oltre che destabilizzanti, sono state oltremodo dannose per l’immagine degli USA come potenza militare. I pashtun afghani hanno segnato più di un punto a proprio favore contro le truppe statunitensi. Più di quanti, probabilmente, i comandi americani fossero intenzionati a concedere.

La caduta del regime di Gheddafi e il crollo prima di Mubarak e poi di Morsi in Egitto hanno gravemente nuociuto agli interessi italiani nel Mediterraneo e provocato subdoli e inevitabili contrasti all’interno dello schieramento europeo, che si sta presentando all’appuntamento siriano estremamente diviso e accomunato formalmente soltanto da una mozione che dice tutto e il contrario di tutto. La Gran Bretagna indebolita dalla crisi economica tarda a riconoscersi nelle scelte di Cameron, la Francia vorrebbe trattare Libia e Siria come ai tempi degli splendori imperiali, ma oggi non è più quella di un tempo. La borghesia italiana paga pesantemente il mancato proseguimento delle autonome politiche mediterranee perseguite dalla DC, da Enrico Mattei fino a Giulio Andreotti, e l’essersi lasciata imbarcare in imprese contrarie ai propri interessi nei Balcani e nel Nord Africa. Così ancora una volta si trova costretta a presentarsi al mondo con le solite due facce: quella della Bonino, contraria all’intervento militare se non supportato dalle Nazioni Unite, e quella di Letta, fedele alleato degli USA sulla linea di D’Alema e dei ministri della difesa e degli esteri berlusconiani.

Mentre la Germania è tentata di coccolare di più le sue strategie a Est con la Russia e le sue joint-venture con la Cina, anche un’altra potenza è entrata in gioco, per quanto piccola territorialmente. L’attuale fibrillazione pacifista di Papa Francesco non rappresenta soltanto la pruderie del pacifismo di stampo cattolico, rappresenta anche la preoccupazione che il mondo cristiano (cattolico e ortodosso) sia completamente espulso dal Vicino Oriente e dal Nord Africa a vantaggio dell’islamico radicale sunnita che pesta anche i piedi degli interessi russi nel Caucaso e cinesi nell’Asia Centrale.

Ma rappresenta anche, e non da ultimo, gli interessi di quei paesi del Sud America che, a partire proprio dall’Argentina di papa Bergoglio e del Venezuela dello scomparso Chavez, intendono perseguire autonome politiche di sviluppo e di regolamentazione del mercato mondiale del petrolio. Sì, insieme all’Iran e senza dimenticare che l’Argentina non ha mai digerito l’appoggio dato dagli USA, non solo al golpe militare degli anni settanta, ma anche alla Gran Bretagna nella contesa sulle Isole Falkland. Utili e possibili basi per il controllo delle rotte verso le ricchezze (future) dell’Antartide, sulle quali l’Argentina vanta vasti diritti contrapposti (anche nel continente di ghiaccio) agli interessi britannici .

Ultimo, ma non secondario, protagonista dell’attuale contesa è il presidente turco Erdogan che sembra costretto e determinato, allo stesso tempo, a perseguire politiche di espansione di stampo ottomano, soprattutto dopo l’esclusione della Turchia dalla comunità europea. Gli incidenti di Istanbul, in cui è scesa in piazza una parte significativa della borghesia laica del suo paese e la sempiterna questione kurda lo costringono, poi, a cercare comunque un momento di unità nazionale attraverso la guerra, anche se i rapporti con Israele variano dall’alleanza alla ruggine formale di stampo sunnita.

Così, mentre appare sempre più chiara la bufala, grazie anche alle rivelazioni del giornalista belga Perre Piccinin appena liberato dai presunti “ribelli” siriani,  con cui Obama sta cercando di coinvolgere gli “alleati” e gli americani in un conflitto in cui si è trovato anche lui trascinato un po’ per forza, fondamentale e predominante appare  la crisi economica mondiale, che spinge tutti gli attori qui nominati e, probabilmente, molti altri ancora verso l’appuntamento fatale. Al di là delle volontà e delle scelte. Esattamente come la Grande Crisi fu la causa detrminante del secondo conflitto mondiale. Poiché “il grande Spinoza ci insegnava giustamente: non ridere, né piangere, ma comprendere***, è utile a questo punto cercare di trarre alcune conclusioni dai fatti e non dai desideri.

Per i lavoratori e i giovani di tutto il mondo non vi è scelta: il vero nemico è sempre quello che sta in casa, quello più vicino: i governi  e le camarille finanziarie e imprenditoriali nazionali. Per questo motivo occorre essere anti-militaristi sempre, contro le guerre di aggressione imperialistiche, ma anche contro le guerre di pretesa difesa degli interessi nazionali, sempre contrari agli interessi del 99% della popolazione. Così, anche se, in assenza di una rivoluzione sociale unica e vera alternativa alla guerra, dal futuro e inevitabile conflitto sarebbe meglio che uscissero sconfitti gli Stati Uniti e l’Occidente, l’Arabia Saudita e Israele, questo non deve imprigionare la lotta contro la guerra in una scelta di parte. Così come, purtroppo, avvenne al termine del disastroso secondo conflitto mondiale.

Che si sparerà è certo, ma non si sa da dove verranno i colpi e contro chi saranno diretti**** appunto. Ma non vi è ragione nazionale o migliore per gli oppressi se si rimane in ambito capitalistico. I regimi più o meno dittatoriali che si scontreranno nella conflagrazione sono tutti egualmente nemici dei giovani che manderanno a morire accampando mille demagogiche scuse e dei lavoratori che dovranno sacrificarsi in nome dell’interesse nazionale e del profitto di impresa. L’opposizione non potrà essere solo morale ed etica, dovrà essere attiva e non potrà attendere il massacro di milioni di civili per manifestarsi pietosamente ed “è necessario che il proletariato mondiale non sia preso di nuovo alla sprovvista dai grandi avvenimenti*****  di cui tutti parlano celandone però le reali ragioni d’essere.

Ma, di certo, anche se sul momento le manovre diplomatiche messe in atto nei confronti della Siria, del suo regime e delle sue presunte o reali armi chimiche dovessero servire a rinviare il momento dell éclatement generalizzato, i primi e incerti passi verso l’inferno sono già stati fatti. Il piano delle contraddizioni politiche ed economiche si è fatto più inclinato e scivoloso e chiunque o qualunque presunto leader, partito o gruppo politico si allontani da una chiara e precisa scelta anti-imperialista e anti-militarista non potrà diventare altro che un avversario della lotta di classe e della lotta per la liberazione dell’umanità da quest’orrido presente storico.

 * Ne è consigliabile l’ascolto nelle versioni di Edwin Starr (1970), The Temptations (1970) e Bruce Spingsteen (live, 1985).

 **Lev Trotskij, Di fronte a una nuova guerra mondiale (9 agosto 1937), in Guerra e rivoluzione, Mondadori 1973, pp. 3 – 10.

 *** L. Trotskij, op. cit., p. 21

 **** L.Trotskij, op. cit., p. 3

 ***** L. Trotskij, La situazione mondiale e la guerra (18 marzo 1939), in op. cit., p. 48.

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