alcolismo – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 13 Mar 2026 23:01:58 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Il profeta americano dell’illusione e il talento necessario per sopravvivere agli anni Sessanta https://www.carmillaonline.com/2024/10/30/tra-mozart-e-new-orleans-unaltra-storia-dei-talenti-americani-degli-anni-sessanta/ Wed, 30 Oct 2024 21:00:19 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=85058 di Sandro Moiso

Robert Stone, Una sala di specchi, traduzione di Dante Impieri, Edizioni minimum fax, Roma 2024, pp. 550, 20 euro

Un critico letterario americano ha definito Robert Stone (1937-2015) “il profeta americano dell’illusione”, una definizione che, pur essendo adatta anche a numerosi altri scrittori statunitensi, sicuramente calza a pennello per l’autore originario di Brooklyn. Cosa che il romanzo appena pubblicato da minimum fax, che dello stesso autore aveva già pubblicato in precedenza Dog Soldiers (qui), conferma senza alcun dubbio.

Con una differenza rispetto al precedente, però, poiché mentre Dog Soldiers era stato pubblicato originariamente nel 1974, in pieno [...]]]> di Sandro Moiso

Robert Stone, Una sala di specchi, traduzione di Dante Impieri, Edizioni minimum fax, Roma 2024, pp. 550, 20 euro

Un critico letterario americano ha definito Robert Stone (1937-2015) “il profeta americano dell’illusione”, una definizione che, pur essendo adatta anche a numerosi altri scrittori statunitensi, sicuramente calza a pennello per l’autore originario di Brooklyn. Cosa che il romanzo appena pubblicato da minimum fax, che dello stesso autore aveva già pubblicato in precedenza Dog Soldiers (qui), conferma senza alcun dubbio.

Con una differenza rispetto al precedente, però, poiché mentre Dog Soldiers era stato pubblicato originariamente nel 1974, in pieno svolgimento della sconfitta americana in Vietnam e nel corso del disfacimento politico e sociale che ne era conseguito, il presente (titolo originale Hall of Mirrors) era stato pubblicato otto anni prima, all’alba di quella che sarebbe diventata l’estate dell’amore del 1967, del rinascimento psichedelico della California e di San Francisco e in pieno movimento per i diritti civili degli afro-americani (e non solo).

A Hall of Mirrors. il suo primo libro gli valse sia la Houghton Mifflin Literary Fellowship che il William Faulkner Foundation Award per il miglior romanzo d’esordio. Come afferma Assunta Martinese nel breve profilo bio-bibliografico anteposto all’edizione attuale:

Nel romanzo era già presente la struttura che caratterizzerà le migliori opere di Stone: l’intrecciarsi delle linee narrative di più protagonisti, in cerca di un brandello di significato a cui non sembrano giungere mai e sballottati da eventi sui quali sembrano non avere alcun controllo mentre la narrazione si muove inesorabilmente verso un epilogo apocalittico. Ambientato nel 1960 a New Orleans e ispirato in parte a eventi realmente accaduti, il romanzo descrive «il lato oscuro dell’America, che negli anni Sessanta emerse in modo esplosivo». Nonostante offra uno spaccato vividissimo dell’epoca – la scena politica dominata dal razzismo bianco, gli albori della controcultura, il movimento per i diritti civili – lo stile si discosta in modo evidente da quello dei primi esponenti del realismo sociale, avvicinandosi di più – con la sua alternanza di naturalismo e flusso di coscienza – a quello dei Beat1.

Dal romanzo fu tratto un film di Stuart Rosenberg – Un uomo oggi, con Paul Newman nel ruolo del protagonista – di cui Stone curò la sceneggiatura, rimanendo però profondamente deluso dal risultato finale, come sarebbe poi ancora successo con la trasposizione cinematografica di Dog Soldiers. Anche se, grazie al successo del romanzo, Stone ottenne la Guggenheim Fellowship, che diede inizio alla sua carriera di scrittore professionista.

La vicenda vede al suo centro due figure, egualmente disperate e reiette: l’alcolista Rheinhardt, clarinettista e un tempo, forse, buon esecutore di alcune delle opere più difficili di Mozart, e Geraldine, una giovane, forse giovanissima, ragazza fuggita da Galveston in Texas per finire, prima, a Saint Louis, nel Missouri, e successivamente a New Orleans. Sempre a caccia di un sogno che non la porterà ad altro che a lavorare nei bordelli o sulle strade, nelle mani di protettori sempre violenti e di poliziotti sempre corrotti. In una città che più che vocare lo splendore del passato coloniale e schiavistico, ne evoca soltanto il marciume e la miseria, economica e morale, mentre a dominare il paesaggio non sono il Mississippi o i locali noti fin dalle origini del jazz, ma le fabbriche chimiche e le paludi inquinate dalle stesse. Così, anche se su Congo Square non si vendono o acquistano più gli schiavi di origine africana, le onde radio continuano a portare nelle case un razzismo ugualmente feroce e condito di anticomunismo viscerale.

Le speranze di Geraldine sono accompagnati dalle canzoni di Faron Young e Hank Williams, dai dischi dei juke-box e dal ritmo di “Walk Don’t Run” dei Ventures; quelle di Rheinhardt dal sogno di diventare, o averlo potuto fare in passato, il migliore esecutore di Mozart. In particolare del quintetto in La maggiore per archi e clarinetti, comunemente noto come “Quintetto Stadler”. Musiche diverse per la colonna sonora di un medesimo e disgraziato film.

Una narrazione sempre sospesa tra dramma e ironia, talvolta feroce, che vede coinvolti anche altri comprimari, sia per brevi apparizioni che per ruoli più complessi e compositi. Marinai assatanati di sesso e di alcol per Geraldine oppure predicatori/truffatori come il Fratello Jensen, che Rheinardt aveva conosciuto in passato come marinaio Farley, originario della Nova Scotia e fondatore e pastore della Chiesa della visione del Potere dell’Amore. Un intreccio di storie ed esperienze, ora drammatiche ed ora esilaranti, che danno vita ad un incredible e policromatico arazzo da cui è quasi impossibile distogliere l’attenzione, anche se tutto sembra, fin dall’inizio, irrimediabilmente destinato a precipitare nel baratro.

Un mondo di derelitti e di sconfitti che, nonostante i sorrisi che lo scrittore riesce spesso abilmente a strappare al lettore, non si trasforma mai in “epica” dell’alcol, delle sbronze e dei perdigiorno affamati di sesso, come invece, troppo spesso, accade nella produzione letteraria di Charles Bukowski, contemporaneo di Stone, ma fatto di tutt’altra pasta.

Il sogno americano, grande o piccolo che sia, non porta a nulla se non alla morte, anche se si presenta tappezzato di richieste di nuovi talenti: talento per vendere il proprio corpo per pochi dollari per una ragazza come Geraldine oppure per prestarsi ad opera di imbonimento politico-religioso radiofonico nei confronti di altri poveri disgraziati, come lui, per Rheinhardt.

All’angolo tra Rampart e Canal Street c’era un negozio che vendeva oggettini splendenti. In una delle vetrine c’era una fila di telescopi d’acciaio, illuminati da una luce bianca; c’erano binocoli, radioline, treppiedi, shaker di metallo e medagliette cattoliche. Nella seconda vetrina, stesi su un velluto nero, c’erano revolver, coltelli a scatto e rasoi. […] La poesia stava tutta nei rasoi. I rasoi erano disposti a cerchi concentrici, o meglio, a forma di spirale, secondo la qualità della fattura. Quelli all’esterno erano modesti quanto i coltelli tedeschi; un uomo avrebbe potuto tranquillamente usarli per radersi. Quelli nel cerchio successivo erano più piccoli ma molto più graziosi; le lame erano affilatissime e limpide come specchi, e alcuni avevano manici pastello o a strisce o di plastica multicolore. Quelli nei cerchi più interni erano molto più festosi, ricchi di decorazioni colorate in plastica brillante: alcuni avevano la presa in legno, per quando ti sudavano i palmi; le lame avevano un luccichio particolare e parevano incredibilmente precise.
Al cuore di tanta ricchezza, esposto poco sopra gli altri e adagiato su una lussuosa pelle scamosciata, c’era un rasoio di circa trenta centimetri: il più maestoso, l’imperatore e campione dei rasoi. Non solo aveva il manico di madreperla viola, ornato da otto gemme di pietra dura, ma vi era stampata sopra l’immagine di una bionda dal seno sublime, che indossava solo una giarrettiera rossa, i cui tratti somatici mostravano, a un più attento esame, un’espressione di lascivo abbandono dedicato unicamente al suo possessore. La lama era come una musica: sembrava forgiata da una rara lega di metallo simile al ghiaccio, segretamente, di notte. […] Rheinhardt restò a guardarlo per molto tempo; dietro gli occhi gli scorreva una sinfonia che non riusciva a distinguere, antichi accordi suonati da corde perdute. Che rasoio è quello!, pensò. Dev’essere il Grande Rasoio Americano. Non riusciva proprio a distogliere lo sguardo. Da qualche parte, pensò tremando, da qualche parte, nel cuore di una montagna di pietra c’è un vecchio sfregiato dal volto demoniaco che indossa una camicia a righe e una sola bretella, e coi denti serrati e il mento umido di saliva prende quel rasoio e taglia un sudicio pezzo di spago. E mi uccide. Il Destino Americano, l’Angelo della Morte Americana, il Suo Rasoio2.

Robert Anthony Stone era nato a Brooklyn il 21 agosto 1937, figlio di Homer Stone, un impiegato delle ferrovie, e Gladys Grant, un’insegnante. I genitori si separarono quando lui era ancora in fasce, e fino ai sei anni a occuparsi di lui fu prevalentemente Gladys, che però soffriva di un grave disturbo mentale, probabilmente schizofrenia. Insieme, Robert e la madre conducevano una vita
abbastanza isolata, tra piccoli monolocali e, quando la madre perdeva il lavoro a causa della sua malattia, rifugi per senzatetto (la cui descrizione riveste un aspetto importante nel corso dello svolgimento di Una sala di specchi).

Dopo l’internamento di Gladys in un ospedale psichiatrico nel 1943, Robert rimase solo e trascorse molti anni in un orfanotrofio cattolico. All’infanzia seguì un’adolescenza tormentata. Robert frequentò severissime scuole cattoliche, dove studiò il latino e imparò a scrivere bene, distinguendosi e vincendo anche un concorso di racconti, ma a causa dell’abuso di alcol e delle sue posizioni apertamente atee venne espulso per condotta immorale l’anno in cui avrebbe dovuto diplomarsi.

Da tutto questo, e dalle successive e disordinate esperienze di vita, Stone avrebbe tratto la sua poetica e la sua filosofia: «Le storie non sono un lusso che l’umanità si concede, inventarle è necessario quasi come il pane. […] Non possiamo contemplare e analizzare la nostra situazione se non abitando, per una parte del tempo, nel mondo dell’immaginazione, dove selezioniamo, classifichiamo e ridefiniamo la caotica promiscuità degli eventi»3.

Non può esserci alcuna bellezza nel delirio alcolico e, tanto meno, nel vendere il proprio corpo al bancone di un bar. Stone lo sapeva bene e, forse, anche per questo poteva affermare che in fin dei conti il suo modo di vedere le cose era intrinsecamente religioso, quasi mistico, nutrito però di «energie distruttive», come sostiene il suo biografo Madison Smart Bell.

Energie distruttive che, a loro volta, si nutrivano anche delle droghe che lo accompagnarono a lungo: Quaalude, peyote, eroina, Ritalin, benzodiazepine. Arrivò un momento in cui le droghe gli erano necessarie anche solo per alzarsi dal letto la mattina, ma Stone non smise mai di scrivere e di “cantare” la grande disillusione americana. Cui l’alcol non poteva certo portare, come d’altra parte le droghe, un reale beneficio.

Quando si fermò, la strada si era ridotta a due smilzi binari che si attorcigliavano tra due lotti vacanti. Tirò fuori il vino, gettò via la busta di carta, trascinò la valigia sulle assi marce sotto le rotaie e si sedette su un copertone nell’erba secca. Era circondato da magazzini dalle nere finestre quadrate, e da mozziconi di umide strade senza uscita. Le luci dello scalo merci ferroviario, seminascoste dal fumo, lampeggiavano in lontananza. Si accomodò e bevve il vino sciropposo, chiudendo gli occhi e ascoltando i tramestii nell’erba, le tubature fognarie che gocciolavano acqua piovana, il vento che trascinava le lattine di birra vuote sulla ghiaia umida e i vetri rotti.
Quando ebbe finito il vino e gettato via la bottiglia si rese conto di aver afferrato una qualche profonda verità, di aver avuto un’intuizione, o di aver colto un elemento di redenzione logica di straordinaria importanza. Non aveva idea, però, di cosa fosse.
[…] «Rheinhardt», disse, per sperimentare la sua nuova consapevolezza, reggendosi a una sbarra. «Rheinhardt». Immediatamente lo scalo ferroviario e i neri edifici smisero di esistere. […] Iniziò a venirgli la nausea. Vaffanculo, pensò. Era certo che l’intuizione non fosse quella. Afferrò la valigetta e barcollò attraversando il piazzale finché, dopo un po’, non si ritrovò immerso in una profonda tenebra, una rancida e mefitica tenebra colma di un suono che non aveva mai udito. Il suono si fece sempre più forte, sferragliando a ogni suo passo, e diventò un rombo mostruoso costellato di lamenti, urla e pianti che riecheggiavano e rimbalzavano contro mura invisibili, in un frastuono di onde dal ritmo ossessivo e soffocante; la tenebra ne era carica, pareva anzi che fosse proprio questo suono ad annichilire l’aria e la luce. Rheinhardt rimase immobile, trattenendo il respiro, ma il suono non si interruppe,così decise di ritornare sui propri passi, ma era troppo buio. Allungò una mano e toccò qualcosa dalla consistenza spugnosa e umida che gli si attaccò al palmo; fece un passo indietro, mollando la valigetta, e si sentì sprofondare fino alle ginocchia in una sostanza vischiosa che lo risucchiava. Fu colto dal terrore, balzò in avanti, cadde, si rimise in piedi a fatica; ferito e coperto di sudiciume cominciò a correre inciampando e sbattendo la testa contro colonne invisibili; aveva le mani sporche di sangue, e tutto attorno a lui il suono nero e rancido martellava e martellava e Rheinhardt non si fermò finché non vide, improvvisamente, la circonferenza della luna coperta da nuvole sudicie. Finalmente si fermò, alzando le mani insanguinate, si voltò in direzione del rumore e vide strisce di luce che, come lame di rasoio, disegnavano cerchi e spirali nell’aria notturna; al di sopra del rombo c’erano migliaia di fanali che arrivavano fino al cielo rosso e poi si disperdevano in un nero infinito4.

Il buio fitto del delirio alcolico in cui sprofonda Rheinhardt sembra richiamare i deliri ottocenteschi di un altro grande alcolista e visionario: Edgar Allan Poe. Deliri, come ha affermato David Samuels, stratificati «con pesanti distorsioni emotive e feedback in stile Jimi Hendrix»5, che forse proprio al suo romanzo si sarebbe ispirato per il titolo di uno dei suoi brani più famosi: Room Full f Mirrors.

Stone era l’unico tra i suoi coetanei letterari che poteva sentire in un registro emotivo che gli permetteva di seguire come le divine speranze di trasfigurazione in cui il sogno americano si mostrava in tutta la sua nuda bellezza fossero finite in tanta desolazione e confusione. C’era qualcosa di essenzialmente religioso nel cuore della sua visione, che gli permetteva di affrontare le terribili conseguenze del mondo reale del desiderio umano di trascendenza e di non distogliere lo sguardo6.

Così come il lettore non riesce a distogliere lo sguardo dalle più di cinquecento pagine del romanzo per leggerlo, tutto d’un fiato, fino alla fine.


  1. A. Martinese, Le storie non sono un lusso. Profilo bio-bibliografico in R. Stone, Una sala di specchi, traduzione di Dante Impieri, Edizioni minimum fax, Roma 2024, pp. 7-8.  

  2. R. Stone, op.cit., pp. 74-76.  

  3. cit in A. Martinese, op. cit., p. 13  

  4. R. Stone, op. cit., pp. 85-87.  

  5. D. Samuels, Il profeta americano dell’illusione: l’ultima grande intervista di Robert Stone, «The Daily Beast», 15 novembre 2013.  

  6. Ivi  

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La classe è una cosa viscerale https://www.carmillaonline.com/2020/06/03/la-classe-e-una-cosa-viscerale/ Tue, 02 Jun 2020 22:02:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=60164 D. Hunter, Chav. Solidarietà coatta, Edizioni Alegre, Roma 2020, pp. 160, € 14,25.

di Fabio Ciabatti

La classe è una “cosa viscerale”. Non è una costruzione politica, come vorrebbe un certo populismo di sinistra. O qualcosa di semplicemente inesistente, come sostiene il neoliberismo thatcheriano. E’ una dimensione talmente reale da inscriversi in profondità nell’organismo umano.Se hai vissuto da sottoproletario o nella working class più povera, qualcosa risuona attorno al tuo corpo anche se sei riuscito a uscirne per vivere in spazi più sicuri. Queste esperienze hanno un impatto fisico, reale”. In altri [...]]]> D. Hunter, Chav. Solidarietà coatta, Edizioni Alegre, Roma 2020, pp. 160, € 14,25.

di Fabio Ciabatti

La classe è una “cosa viscerale”. Non è una costruzione politica, come vorrebbe un certo populismo di sinistra. O qualcosa di semplicemente inesistente, come sostiene il neoliberismo thatcheriano. E’ una dimensione talmente reale da inscriversi in profondità nell’organismo umano.Se hai vissuto da sottoproletario o nella working class più povera, qualcosa risuona attorno al tuo corpo anche se sei riuscito a uscirne per vivere in spazi più sicuri. Queste esperienze hanno un impatto fisico, reale”. In altri termini  “Our bodies are classed, i nostri corpi sono intrisi di connotazioni di classe, e i corpi delle persone senza capitale valgono meno. Per questo possono smontare i nostri corpi, possono comprarli e venderli, imprigionarli e poi lasciarli andare”.1

Non parla certo per sentito dire D. Hunter, autore di Chav. Solidarietà coatta, libro pubblicato da Edizioni Alegre nella collana Working Class diretta da Alberto Prunetti (che è anche il traduttore del volume). Hunter scrive della sua vita, delle  persone che lo hanno picchiato, stuprato e torturato. Dei primi 25 anni della sua esistenza in cui è sopravvissuto prostituendosi, rubando e spacciando. Del suo abuso di alcool e droghe, dei periodi vissuti in prigione o per strada. Racconta di donne e uomini violenti e tormentati, già segnati da sfregi ancor prima di diventare adulti. Persone che hanno subito traumi e per questo hanno più facilità a riprodurre la violenza subita sugli altri. Questo sono i chav, i coatti: persone che vivono nel Regno Unito e che a causa della svolta neoliberista degli anni 70 sono state marginalizzate e demonizzate dalle politiche dei governi britannici. Uomini e donne a cui la società nega l’umanità affinché la coscienza collettiva possa sopportare le tremende disuguaglianze di cui sono vittime.
Eppure da queste pagine non emerge un lamento disperato o uno sguardo accondiscendente. E neanche una presa di distanza da parte di chi ce l’ha fatta a tirarsi fuori dalla merda e oggi appare un uomo rispettabile sulla quarantina. Perché il libro è impregnato della “passione e della fede” che l’autore nutre “verso la vita intellettuale di chi vive ai piani bassi della catena alimentare dell’economia”.2 I bassifondi della società non sono solo un luogo di perdizione e dolore, ma anche di speranza. Hunter evidenzia infatti i valori della solidarietà, del mutuo soccorso e dell’autodifesa che esistono all’interno di queste comunità. Organizzazione collettiva e resistenza sono pratiche diffuse tra le persone che vivono ai margini. 

Noi, persone povere e working class, siamo costretti dalle strutture e dalle istituzioni della società a vivere interi periodi della nostra esistenza in condizioni in cui la sopravvivenza è l’unica cosa che conta, momenti che possono durare settimane, mesi, anni, decenni. In questi periodi la nostra resistenza, la nostra forza come individui e come comunità, può venire alla ribalta. Una forza che ci permette di impegnarci gli uni con gli altri, di fare affidamento gli uni sugli altri, che permette alle nostre vite di intrecciarsi tra loro, consapevoli che abbiamo più possibilità di sopravvivenza se le nostre vite sono profondamente connesse. Ed è in queste circostanze che si sviluppano il nostro impegno verso gli altri e la nostra vita collettiva, e che si accrescono la nostra capacità di difesa e la possibilità di scegliere come pensare e agire. Perché è solo quando c’è collettività, e la si rafforza, che possiamo fare qualcosa di più di sopravvivere.3

Molti sono gli esempi che Hunter ci porta di piccoli e grandi gesti di solidarietà, cura reciproca e generosità inaspettata. Il più estremo è forse quello di un gruppo di bambini che si prostituivano insieme a lui per le strade di Nottingham.  Quei bambini si guardavano reciprocamente le spalle per proteggersi dagli adulti aggressori non perché si piacessero, ma perché sapevano che se non lo avessero fatto le cose avrebbero preso una brutta piega, anche se nella maggior parte dei casi ottenevano solo che la violenza dell’aggressore di turno si distribuiva sul gruppo.

Hunter però non scade mai in un’esaltazione del buon selvaggio metropolitano. Anche se la cosa più bella che ha visto sono le persone povere prendersi cura le une delle altre, sa benissimo che questo sta diventando sempre più difficile perché viviamo in una cultura che dà estrema importanza all’individuo e alla sua capacità di acquisire la ricchezza disgregando la collettività. Perché la società cerca di separare le persone relegandole a una vita di consumi per escluderli dalla politica. È consapevole, per esperienza personale, che il suprematismo bianco e il patriarcato sono incistati nei comportamenti e nelle convinzioni dei più poveri. Non si nasconde che la classe lavoratrice è stata stratificata in modo da rendere difficilissima una trasformazione rivoluzionaria. Marchiare a fuoco alcune categorie di persone come chav non significa additarli al pubblico ludibrio solo per una una generica opinione pubblica benpensante, ma anche per una presunta classe lavoratrice rispettabile creando ad arte una spaccatura in seno alla working class: una frattura tra chi vive delle briciole e chi ha lo stomaco vuoto.

E proprio qui potrebbe intervenire la politica. Almeno quella dei movimenti per la giustizia globale cui l’autore ha partecipato da un certo punto della sua vita. Ma proprio a questi movimenti Hunter riserva le parole più critiche e amare perché li considera dominati dalla middle class, da persone che, per quanto bene intenzionate, non soffrono davvero gli effetti di quel sistema che vanno denunciando. I movimenti contro il capitalismo e contro l’oppressione, secondo l’autore, non sono riusciti a creare spazio per le idee e le esperienze di chi ha un’estrazione sociale nel sottoproletariato e nei piani bassi della working class. I sottoproletari vengono utilizzati solo come simboli dell’oppressione ma non sono riconosciuti come soggetti in grado di autodeterminarsi e di esprimere un proprio punto di vista. Le loro analisi sono considerate legittime solo quando adottano le norme intellettuali della classe media. Le riflessioni fatte dall’autore a questo proposito chiamano in causa la sua stessa identità personale. 

Dopo aver adattato il mio linguaggio e il tono della mia comunicazione a quelli della classe media, a quel punto non era più la mia analisi a essere illegittima, quanto le mie esperienze, la mia connessione con i luoghi da cui provengo.4

Dopo aver inscenato svariate forme di comportamento middle class, Hunter sostiene di essere arrivato al punto di sradicare alcune parti della propria identità in maniera così profonda da non poterle più recuperare. A forza di recitare per essere accettati in alcune reti sociali, si finisce per perdere dentro se stessi le cose che si nascondono agli altri, rischiando di mandare in pezzi la propria identità. Non stiamo evidentemente parlando di un problema di disadattamento individuale, ma di una questione ben più ampia.  La delegittimazione che viene dall’alto, si potrebbe commentare, ha le sue radici nella mancanza di un reciproco riconoscimento tra i subalterni sufficientemente sviluppato da essere in grado di esprimere una cultura collettivamente condivisa. Di classe appunto. In mancanza di ciò, uscendo dalle situazioni quotidiane, i subalterni sono costretti ad esprimersi  in una lingua che è formalmente la propria, ma sostanzialmente è carica di contenuti ideologici e esistenziali alieni. 

La mancanza di riconoscimento non riguarda solo le idee ma anche i comportamenti. E qui la cartina di tornasole ce l’abbiamo con i fatti accaduti nel 2011 nel Regno Unito. In quell’occasione, ci racconta Hunter, molte persone con esperienze di vita simili alle sue si sono riversate nelle strade di molte città, saccheggiando, incendiando e attaccando i simboli, le istituzioni e le organizzazioni che li avevano da sempre trattati con disprezzo. I militanti dei movimenti sono stati sorpresi dalla rabbia che si era espressa contro lo stato e il capitale. Le analisi politiche di  molti gruppi radicali parlavano di azioni spoliticizzate, fatte da sbandati.  Anche molti marxisti si rifiutavano di ammettere che erano nel giusto quei giovani che non facevano altro che vendicarsi di chi aveva abusato di loro. Questo mancato riconoscimento nasce dalla negazione dell’autodeterminazione dell’oppresso, dal rifiuto di ammettere che sia lui a dover scegliere le sue forme di resistenza. Queste scelte devono essere accettate da chi vuole essere considerato suo alleato o complice. In caso contrario si finisce per passare dalla parte dell’oppressore.
La disgregazione prodotta dal sistema, sostiene Hunter, porta ciascuno a un disperato bisogno di controllo del proprio angolo di mondo. E una rivolta apparentemente disordinata, come quella del 2011, ha gettato molti nel panico. Gli attivisti middle class hanno avuto paura del fatto che questi giovani, con cui non avevano alcun legame, mostrassero una reale capacità di far sanguinare il naso dello stato e il capitale e di avviare così una trasformazione sociale. Hanno avuto paura che essi stessi  potessero diventare bersaglio della rabbia coatta.

E allora, sostiene l’autore, “dobbiamo trovare il modo di metterci alle spalle tutta la merda che ci è stata gettata addosso”,5 anche da parte dei movimenti. Riflettendo sul suo percorso Hunter si è convinto di non essersi politicizzato frequentando i circuiti antagonisti, ma durante il corso di tutta la sua esistenza imparando a riflettere e agire sulla base dei principi di solidarietà, mutuo soccorso e resistenza. Hunter ci racconta di aver vissuto i primi 25 anni della sua vita come un giovane incline alla violenza accanto a compagni di viaggio in tutto simili a lui. Ma il fatto di non usare parole come rivoluzione e resistenza non significava che non capissero cosa succedeva intorno a loro. Sapevano benissimo chi stava da una parte e chi dall’altra.
Certamente c’è stato un momento di svolta nella sua vita quando, ricoverato forzatamente in ospedale psichiatrico, comincia a leggere e rimane folgorato dall’opera di altri due reclusi, Antonio Gramsci e Angela Davis, iniziando a unire i punti della propria storia. Ma ricostruirsi dopo essere stato privato della propria umanità è un processo difficile che, ammette apertamente, sarebbe stato impossibile senza le persone che si sono prese cura di lui e gli hanno offerto alcuni strumenti. Per chi viene dal suo mondo “Senza dubbio si tratta di un processo collettivo che, sebbene sia sotto la propria responsabilità, non può realizzarsi senza la solidarietà degli altri”.6

In conclusione vale la pena di interrogarci sulla forma di questo libro, a metà tra il memoir e il pamphlet politico. Forse non è ancora giunto il momento di grandi opere teoriche di sintesi all’altezza dei nostri tempi, anche se ne avremmo un gran bisogno. In questa fase di disgregazione, forse, dobbiamo continuare a seguire con empirica caparbietà i mille rivoli delle singole storie per capire come essi possano confluire nel grande fiume di una rivolta collettiva perché, altrimenti, rischiamo di ritrovarci a camminare lungo i letti di vecchi corsi d’acqua oramai essiccati.
È vero che la solidarietà coatta di cui ci parla l’autore di
Chav non è ancora un’espressione politica. Almeno non nel senso in cui lo era la solidarietà che dava vita alle vecchie comunità operaie e popolari con il loro carattere relativamente stabile e le loro espressioni culturali sedimentate. La solidarietà coatta sembra piuttosto un collante a presa rapida, in grado di agire velocemente di fronte all’urgenza, ma che perde celermente le sue capacità di creare e rafforzare i legami. È qualcosa di viscerale e di ancora prepolitico. La politica, però, senza questa visceralità diventa qualcosa di freddo e disincarnato. Senza questo sostrato profondo non può essere radicale perché perde la capacità di cogliere la radice delle cose e delle persone.


  1. D. Hunter, Chav. Solidarietà coatta, Edizioni Alegre, Roma 2020, edizione Kindle, poss. 140 e 493. 

  2. Ivi, pos. 130. 

  3. Ivi, pos. 602. 

  4. Ivi, pos. 152. 

  5. Ivi pos. 1610. 

  6. Ivi, pos. 497. 

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“Culla nuova mai usata, neonato morto”: Lucia Berlin https://www.carmillaonline.com/2016/07/20/culla-nuova-mai-usata-neonato-morto-lucia-berlin/ Wed, 20 Jul 2016 21:06:21 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=32055 di Sandro Moiso

berlin Lucia Berlin, La donna che scriveva racconti, Bollati Boringhieri 2016, pp. 460, € 18,50

Immaginate una scossa di terremoto, seguita da uno sciame sismico. Di intensità sempre più forte. Questo è l’effetto che provoca sul lettore il progressivo addentrarsi nelle storie di Lucia Berlin. Poiché questi racconti ruotano implacabilmente intorno alla vita dell’autrice americana, l’altro paragone che si può fare è quello di un’operazione a cuore aperto. Drammatica e chirurgicamente impeccabile allo stesso tempo.

L’opera narrativa di Lucia Berlin, nata in Alaska nel 1936 e morta nel 2004 in California, rappresenterà per molti un’incredibile sorpresa, in cui [...]]]> di Sandro Moiso

berlin Lucia Berlin, La donna che scriveva racconti, Bollati Boringhieri 2016, pp. 460, € 18,50

Immaginate una scossa di terremoto, seguita da uno sciame sismico. Di intensità sempre più forte.
Questo è l’effetto che provoca sul lettore il progressivo addentrarsi nelle storie di Lucia Berlin. Poiché questi racconti ruotano implacabilmente intorno alla vita dell’autrice americana, l’altro paragone che si può fare è quello di un’operazione a cuore aperto. Drammatica e chirurgicamente impeccabile allo stesso tempo.

L’opera narrativa di Lucia Berlin, nata in Alaska nel 1936 e morta nel 2004 in California, rappresenterà per molti un’incredibile sorpresa, in cui il costante elemento autobiografico si sviluppa in un dramma personale e collettivo in cui il lavoro (quasi sempre umile e mal pagato), l’alcolismo e la dipendenza, la condizione femminile, i sentieri tortuosi e complessi dei legami affettivi e famigliari, l’emarginazione degli immigrati, il ricordo di un’infanzia segnata dalle violenze verbali e fisiche ma anche da momenti di incredibile ilarità danno vita ad uno degli affreschi più vivaci della vita negli Stati Uniti dalla seconda guerra mondiale alla fine del XX secolo.

Paragonabile, per molti versi, ad autori ed autrici come Raymond Carver, Flannery O’Connor, Charles Bukowski, Annie Proulx, cui si aggiungono gli echi di Mary McCarthy, Joan Didion e Susan Minot, l’autrice statunitense ha saputo ricavarsi uno spazio e definire uno stile unici e personali sulla scena letteraria nordamericana, in cui il disincanto e l’ironia dello sguardo sembrano stemperare i drammi dell’esistenza, salvo poi cogliere il lettore di sorpresa con autentici pugni nello stomaco. Spietati e incontrollabili come l’alcolismo e tutte le altre dipendenze.

Si potrebbe parlare, per molti dei suoi racconti, di una “disincantata pietà” che si manifesta in alcuni luoghi cardine della vita quotidiana di un universo femminile quasi sempre proletario o sotto proletario: la famiglia, le lavanderie automatiche, il pronto soccorso in cui si lavora o presso il quale si accompagnano i figli o le vittime di incidenti più o meno gravi. Dove “la paura, la povertà, l’alcolismo, la solitudine sono malattie mortali. Emergenze a tutti gli effetti.” (Taccuino del pronto soccorso, 1977, pag. 112)

Oppure sugli autobus su cui viaggiano le donne delle pulizie che lavorano per pochi dollari presso le famiglie di una “middle upper class” dalla vita allo stesso tempo agiata e miserabile.
Amo le case, le cose che mi raccontano, e questo è uno dei motivi per cui non mi dispiace fare la donna delle pulizie. E’ proprio come leggere un libro.” (Lutto, pag. 272)

Forse è anche per questo motivo che l’edizione originale di questa antologia, che raccoglie quarantatre dei settantasette racconti pubblicati in vita dalla Berlin, si intitola “A Manual for Cleaning Women. Selected Stories”, un manuale per donne delle pulizie. Un titolo perfetto, preso proprio da uno dei racconti contenuti nell’antologia, in grado di riassumere pienamente il punto di vista e l’ironia dell’autrice, che l’editore italiano ha sostituito con uno forse più indirizzato ad un pubblico femminile. Sbagliando.

C’è il lavoro con tutte le sue contraddizioni e difficoltà in queste storie. E c’è il Messico come luogo di luce e di desolazione. E c’è il rancore per una famiglia di pazzi alcolisti texani (quella della madre), rovinata dalla Grande Depressione. E c’è una sorella più giovane malata terminale di cancro, odiata nell’infanzia poiché protetta dalla nonna materna e abbracciata, fisicamente e mentalmente, negli ultimi anni di vita. Ci sono i figli (quattro, frutto di differenti matrimoni) e i nipoti. E c’è il padre, un ingegnere minerario che si sposta con la famiglia attraverso tutti i possibili campi di estrazione dell’America del Sud e del Nord per il suo lavoro, con una moglie (la madre di Lucia) sempre più dedita all’alcol e alla cinica osservazione del mondo e delle figlie.

E allora la scrittura diventa davvero un modo di far pulizia (attenzione: non di rimettere ordine) in una vita al limite, in cui ogni istante si dilata in un’infinità di storie, di ricordi, di osservazioni che permettono all’autrice di tornare e ritornare ripetutamente sugli stessi temi e momenti per renderli sempre più chiari, puliti, lucidi. Fino a giungere a rivelazioni abbaglianti e, quasi sempre, dolorose.
Un metodo che richiede spesso a chi scrive di sdoppiarsi, per poter narrare in prima persona ma da due differenti punti di vista la stessa storia.

Una sorta di personalissima Recherche du temps perdu in cui, come nella migliore letteratura americana, i fatti e le azioni precedono le parole contribuendo a dar vita ad un’analisi dell’Io e della personalità che non ha nulla di astratto. “B.F. si reggeva alla parete e alla ringhiera, tossiva ed era senza fiato dopo tre i gradini. Era un uomo enorme, alto, grassissimo e molto vecchio. Mentre era ancora fuori a riprendere fiato, sentivo già il suo odore. Tabacco e lana sporca, sudore marcio da alcolizzato. Aveva occhi celesti e sorridenti iniettati di sangue. Mi è piaciuto subito […] Sentivo ancora la sua puzza. Quel fetore era una madeleine per me, mi ha riportato alla memoria il nonno e lo zio John, tanto per cominciare” (Io e B.F., pag.435)

Io esagero molto, e confondo la finzione con la realtà, ma non dico mai bugie” afferma la Berlin in uno dei suoi racconti1 e già questo potrebbe costituire uno degli elementi della sua poetica disvelata . Ma tutti i suoi testi sono disseminati qua e là di elementi utili a comprenderne personalità, poetica e stile.

berlin 1Quanto a me…io non ho pietà.” (Mamma, pag. 358)
Non me ne frega un tubo dei vostri sentimenti. Sono qui per insegnarvi a scrivere. In realtà si può mentire e allo stesso tempo dire la verità” (Qui è sabato, pag. 425)
La mia natura è tenebrosa. Ho conosciuto la morte, la violenza. Il più delle volte non faccio nemmeno caso a quel momento del giorno in cui il sole entra nella stanza” (Panteón de dolores, pag.286)
Non mi dispiace dire cose orribili se riesco a renderle divertenti” (Silenzio, pag. 370)

E di cose orribili ce ne sono tante da raccontare nella vita di Lucia: dalle cliniche clandestine per gli aborti in Messico (dove in realtà negli anni ’50 si recavano un sacco di donne americane di tutte le età)2 allo studio dentistico del nonno, in Texas, dove assistiamo ad una vicenda degna del migliore Landsdale.3

Ma ciò che salta sempre, immediatamente agli occhi è che, nonostante tutto, esiste sempre una fondamentale differenza tra la condizione dell’uomo e quella della donna e tra quella dello scrittore e quella della scrittrice. Anche nell’alcolismo.
Bukowski, per esempio, può narrare le sue disgraziate avventure alcoliche e le risse connesse e poi permettersi di piombare addormentato dove capita e con chi capita.

I personaggi femminili della Berlin anche quando sono affetti, come lo fu lei per anni, dall’alcolismo cronico, devono badare ai figli, alla famiglia o a ciò che ne resta.
Finito di bere, si sentì meglio, andò in lavanderia e caricò una lavatrice. Poi in bagno, portandosi dietro la bottiglia. Si fece la doccia, si pettinò, indossò dei vestiti puliti. Ancora dieci minuti. Controllò che la porta fosse chiusa a chiave, si sedette sul water e scolò il resto della vodka. Quell’ultimo sorso non solo la fece sentire bene, ma anche un po’ brilla. Spostò i panni dalla lavatrice all’asciugatrice. Stava mescolando il succo d’arancia scongelato quando Joel entrò in cucina strofinandosi gli occhi. «Non ho calzini, e neanche camicie». «Ciao, tesoro. Mangia un po’ di cereali. Finisci la colazione, fai la doccia e i vestiti saranno asciutti». Gli versò un po’ di succo, un altro bicchiere per Nicholas, fermo in silenzio sulla soglia. «Come diavolo sei riuscita a procurarti da bere?» La scansò e si versò una scodella di cerali. Tredici anni. Era più alto di lei […] I suoi figli presero i libri e gli zaini, la salutarono con un bacio e uscirono di casa. Lei rimase ferma davanti alla finestra e li guardò andare verso la fermata. Aspettò finché non li vide salire sull’autobus, che poi ripartì alla volta di Telegraph Avenue. A quel punto uscì di casa, diretta al negozio di alcolici all’angolo. A quell’ora era aperto.” (Incontrollabile, pag. 180)

Specialista della sintesi, di cui “Il mio fantino” un racconto di soli cinque paragrafi costituisce un ottimo esempio, Lucia Berlin probabilmente non solo ha costituito uno dei segreti meglio custoditi della letteratura americana, ma anche un esempio di rimozione di una donna troppo forte nella sua determinazione a ripulire letteratura e realtà, soprattutto femminile, dagli orpelli tesi a mascherarle per riempirli di significati e contenuti che spesso non hanno. Soprattutto quando fingendosi realtà la letteratura finisce solo col mentire.

Rappresentante del “Dirty Realism” degli anni ’80, l’autrice sembra averlo voluto portare oltre i suoi stessi limiti toccando anche temi inerenti gli aspetti più scomodi della realtà americana quali le brutalità poliziesche e del sistema carcerario, gli abusi consumati in famiglia sul corpo delle bambine, la repressione degli esponenti della Sinistra e l’emarginazione degli immigrati messicani. Sempre, comunque, eliminando ogni traccia di sentimentalismo e di epica dalle sue narrazioni. Sia in quelle più intime che in quelle più corali.
Tanto che gli avvisi che compaiono nelle lavanderie automatiche che così spesso fanno da sfondo ai suoi racconti (come quello riportato nel titolo di questa recensione), potrebbero rappresentare l’estrema sintesi della sua poetica.

In questo senso i racconti della Berlin potrebbero costituire un autentico manuale di scrittura, soprattutto per tutti quegli scrittori che della prolissità e dell’eccesso di intrighi sembrano aver fatto oggi la loro bandiera, per imparare a tagliare il superfluo e concentrarsi su ciò che conta. Con onestà, coerenza, gusto e disincanto. E un tantino di umiltà, ma mica toppa perché se no diventa un vezzo.

Ora sarebbe bello veder tradotti in italiano anche gli altri racconti di Lucia Berlin, magari in un’altra antologia che riprenda però il titolo originale qui tralasciato…


  1. Silenzio, pag. 375  

  2. Il silenzio era tale che mi sorprese scoprire che nella mia stanza c’erano venti donne, tutte americane. Tre di loro erano ragazze, quasi bambine, accompagnate dalle rispettive madri. Le altre erano enfaticamente sole, sedute, leggevano riviste. Quattro donne avevano più di quarant’anni, forse più di cinquanta…gravidanze in meno pausa, immaginai, e infatti così era. Le altre sembravano avere poco meno o poco più di vent’anni. Tutte apparivano spaventate, imbarazzate, ma soprattutto sembravano vergognarsi. Come se avessero fatto qualcosa di terribile. Vergogna. Fra loro non sembrava esserci nessun legame di solidarietà; il mio ingresso venne a malapena notato. Una donna messicana incinta passava in terra uno straccio sporco e ci guardava con palese curiosità e disprezzo. Provai una rabbia irragionevole nei suoi confronti. Cosa racconti al tuo prete, stronza? Che non hai un marito e ti ritrovi con sette figli… Che devi lavorare in questo brutto posto perché altrimenti muori di fame? Oddio, probabilmente era vero. Provai stanchezza, un’immensa tristezza, per lei, per tutte noi in quella stanza” (Morsi di tigre, pag.93)  

  3. Il Dottor H.A. Moynihan  

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