Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 29 Nov 2025 22:14:54 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 L’Islam come anarchismo mistico https://www.carmillaonline.com/2025/11/29/lislam-come-anarchismo-mistico/ Sat, 29 Nov 2025 22:00:56 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91270 di Marco Sommariva

Abdennur Prado, L’Islam come anarchismo mistico, Malamente, pp. 160, euro 16,00 stampa

Nella prefazione al libro di Abdennur Prado, L’Islam come anarchismo mistico, il traduttore Alessandro Paolo racconta che lesse per la prima volta con stupore questo titolo a Santiago, nel febbraio 2013, su uno sbilenco tavolino espositivo allestito da rivenditori di libri autogestiti presso l’Istituto di Pedagogia dell’Università del Cile, in occasione di un convegno di ecologia politica. Paolo, oltre a dirsi emozionato per aver curato l’edizione italiana a dodici anni di distanza dal convengo cileno, ci mette al corrente che l’autore, lo studioso musulmano catalano Abdennur Prado, [...]]]> di Marco Sommariva

Abdennur Prado, L’Islam come anarchismo mistico, Malamente, pp. 160, euro 16,00 stampa

Nella prefazione al libro di Abdennur Prado, L’Islam come anarchismo mistico, il traduttore Alessandro Paolo racconta che lesse per la prima volta con stupore questo titolo a Santiago, nel febbraio 2013, su uno sbilenco tavolino espositivo allestito da rivenditori di libri autogestiti presso l’Istituto di Pedagogia dell’Università del Cile, in occasione di un convegno di ecologia politica.
Paolo, oltre a dirsi emozionato per aver curato l’edizione italiana a dodici anni di distanza dal convengo cileno, ci mette al corrente che l’autore, lo studioso musulmano catalano Abdennur Prado, in quest’opera coraggiosa ha proposto una possibile rilettura in chiave anarchica degli insegnamenti spirituali dischiusi dal Santo Corano e dalla Sunna, la Tradizione dei detti e dei fatti del Profeta Muhammad – non ho scritto Maometto perché mi è stato spiegato che proviene dallo spregiativo cattolico “mal-commetto”, mentre Muhammad significa Elogiato dal Signore.
Detto che non si debba concordare integralmente con tutte le argomentazioni espresse su queste pagine, meno sovversive di quanto possa far supporre il titolo, e sebbene si possano espandere ben oltre i confini dottrinali dell’Islām, l’opera di Prado può essere ricondotta a quella galassia di pensatori, da Jacques Ellul a Hakim Bey da Lev Tolstoj a Simone Weil, fautori e testimoni di pratiche e teorizzazioni che incrociano una fede nel Divino con idee di comunità social-libertarie gioiose, disciplinate e autosufficienti.
L’introduzione di Prado ci aiuta a entrare in argomento facendoci prendere confidenza col titolo che contiene tre parole difficili da definire – Islām, anarchia e mistica –, che rimandano a possibilità non realizzate ma che continuano a vivere in noi, non necessariamente tutte e tre contemporaneamente, come possibilità latenti di realizzazione individuale e collettiva, a margine della religione istituzionalizzata, del Capitale, dello Stato e di tutte le altri grandi strutture di potere che schiavizzano l’essere umano.
I primi tre capitoli del libro sono dedicati, appunto, a queste tre parole: Islām, anarchia e mistica.
Nel primo si fanno puntualizzazioni che dovrebbero permettere anche ai più scettici di proseguire nella lettura di un libro che tratta un argomento che in tanti hanno evaso con un rapido “Per me l’anarchia è né dio né stato, quindi, discorso chiuso”. Le precisazioni di cui sopra sono passaggi come questo: “Non ci riferiremo […] agli Stati-nazione contemporanei che si qualificano come islamici. Questi ultimi, infatti, hanno tanto a che fare con l’Islām di Muhammad, quanto può averne il cristianesimo di Gesù con i governi dell’imperatore Costantino o del generale Franco. L’utilizzo reazionario della religione è stato una costante nel corso della storia”. O come questo: “Una cosa è l’Islām praticato e vissuto nella comunità profetica di al-Madīna – in cui non esistevano né chierici, né giureconsulti, né dotti, né tribunali, né una legge codificata, né polizie e neanche la benché minima struttura politico-amministrativa –, un’altra cosa è la religione codificata con le sue istituzioni posteriori, sorte da un processo di elaborazione sottomesso alle influenze del potere e ai fattori condizionati di ciascuna epoca”.

Mi viene in mente Simone Weil quando, in Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale pubblicato nel 1934, scrive che “I potenti, siano essi sacerdoti, capi militari, re o capitalisti, credono sempre di comandare in virtù di un diritto divino; e quelli che sono loro sottomessi si sentono schiacciati da una potenza che pare loro divina o diabolica, in ogni caso soprannaturale. Ogni società oppressiva è cementata da questa religione del potere, che falsifica tutti i rapporti sociali permettendo ai potenti di ordinare al di là di ciò che possono imporre […]”.
Nel secondo capitolo si parla di anarchia in un modo che, a mio parere, non fa una piega, ossia di un’ideologia che s’è spesso presentata come confutazione o denuncia di quella politica teatro di rappresentazioni e mascheramenti, una corrente di pensiero distruttrice di tutti quei miti su cui uno Stato fonda il suo potere – patria, razza, morale, religione, proprietà, popolo, famiglia, eccetera –, che predica una forma di vita profondamente etica, imperniata su una visione del mondo e dell’essere umano come creatura integrata della natura, che abbraccia come fratelli gli emarginati – pazzi, prigionieri, vagabondi, prostitute, eccetera – considerandoli più degni di rispetto di re, vescovi, giudici, generali o banchieri. Così come non fa un plissé leggere che l’anarchico trova insopportabile veder afflitto da ingiustizie qualsiasi suo simile e che per questo vive in permanente ribellione, che ritiene l’autorità dello Stato fonte di numerosi mali, un canale attraverso cui l’egoismo di pochi domina al di sopra degli interessi della maggioranza e che tutto ciò prescinde dalla forma in cui lo Stato è governato, può riguardare una dittatura del proletariato, una democrazia parlamentare o un sistema apertamente fascista perché, benché sia indubbio che alcuni Stati siano più benevoli di altri, per l’anarchico lo Stato resta il veicolo mediante il quale altri poteri esercitano il proprio dominio: “Oppressione politica, oppressione culturale, oppressione militare e oppressione economica vanno di pari passo”. Mi ha dato anche soddisfazione leggere che “l’anarchico cerca ciò che è autentico e si allontana da tutto ciò che abbrutisce” e che “l’etica anarchica è piuttosto ascetica: elogia la semplicità e la frugalità, disprezza il lusso e il superfluo”, sì, ammetto d’essermici ritrovato in pieno.
Nel terzo capitolo, quello dedicato alla mistica, si allude al mistero, al fatto che la mistica è segreta proprio perché indescrivibile, “semplicemente” perché i concetti creati dall’essere umano non sono capaci di esprimerla, e questo ci costringe a esprimerci per mezzo di metafore, ossimori, come la musica silenziosa, la luce nera, la quadratura del cerchio. Il mistico è così, fa scoppiare il linguaggio, lo spezzetta alla ricerca di una parola nuova che riesca a descrivere quell’indicibile che s’è fuso nella Realtà. Il mistico fa scomparire le categorie create dall’umano, si libera da un Dio lontano assiso maestoso in trono, un Dio infinito, buono, perfetto, tutto amore, che altro non è che una proiezione delle umane miserie, della nostra cattiva coscienza e delle nostre carenze. Il mistico si distacca dal teologo e dal religioso, anzi, si scontra proprio con l’istituzione religiosa, anteponendo l’esperienza alla credenza. Per contro, in questo stesso capitolo non ci si dimentica di ricordare che la parola misticismo sia apparsa spesso in testi anarchici come sinonimo di irrazionalità e superstizioni, di una religiosità esaltata e lontana da ciò che è sano e ragionevole, rea di mantenere le persone alienate dai problemi economici ed effettivi della vita quotidiana, così come si ricorda quanto l’anarchico sia radicalmente anticlericale e, nella stragrande maggioranza dei casi, antireligioso.
Dopo questi tre capitoli e prima di entrare nel merito, l’autore chiarisce di non pretendere che l’Islām debba essere definito “un anarchismo mistico”, e lo fa sottolineando il fatto che la quarta parola contenuta nel titolo, l’avverbio “come”, ci situa nella dimensione dell’analogia che, come tale, non denota un’identità totale, ma rimanda a una serie di vasi comunicanti che possono giustificare un incontro. Tutto questo è utile anche a immaginare nuove forme di resistenza nel presente, in un frangente in cui la ribellione all’oppressione avviene su scala planetaria e urge cercare punti d’incontro fra mondi che sembrano lontani, perché cercare punti di incontro – pratica sempre più rara di questi tempi che ci vedono continuamente intenti a dividerci, spaccarci, polverizzarci per una minima divergenza, un nonnulla – e pensare a obiettivi condivisi non significa pretendere l’equivalenza, e pazienza se esistono anche aspetti che cozzano tra loro o che possono risultare difficili da conciliare, perché è giusto che ognuno porti avanti la propria battaglia personale ma è bene assicurarsi che tale combattimento acquisisca una dimensione comunitaria, si incontri l’altro: “Vivere come anarchico in mezzo alla società di controllo e dello spettacolo, unirsi ad altri uomini e donne liberi che rifiutano la tirannia, voltare le spalle a tutta la spazzatura al neon con cui ci ipnotizzano, creare spazi liberati al centro di un presente sequestrato”. Senza mai dimenticare un altro concetto fondamentale su cui si regge tutto il Sistema, ossia che questo si nutre di piccole resistenze, desidera lo scontro diretto, la violenza che lo giustificherà agli occhi delle masse, non a caso preferisce arruolarci piuttosto che annientarci.
Ho sempre creduto nell’esercizio del singolo che porta avanti la propria battaglia, la propria rivoluzione, quotidianamente, e al fatto che questa pratica possa risultare più esplosiva di qualsiasi Manuale del rivoluzionario, così come scriveva nel 1999 Raoul Vaneigem nel suo Trattato del saper vivere: “Quelli che parlano di rivoluzione e di lotta di classe senza riferirsi esplicitamente alla vita quotidiana, senza comprendere ciò che c’è di sovversivo nell’amore e di positivo nel rifiuto delle costrizioni, costoro si riempiono la bocca di un cadavere. […] La rivoluzione si fa tutti i giorni contro i rivoluzionari specializzati, una rivoluzione senza nome, preparando, nella clandestinità quotidiana dei gesti e dei sogni, la sua coerenza esplosiva”.
In questo periodo storico in cui le grandi corporation – da Apple a Microsoft da Amazon ad Alibaba a Facebook – e i poteri mediatici detengono un’egemonia e una capacità di controllo pressoché illimitate, le forme di resistenza non si manifestano come grandi ideali o progetti di carattere totalitario, bensì come piccole resistenze individuali e comunitarie.
In questo testo che invita alla riflessione e all’apertura interculturale, si parla di emancipazione dell’essere umano da ogni forma di potere o costrizione esterna, di un anarchismo non meramente politico ma visto come un’emancipazione dal politico, un’emancipazione individuale ma non individualista, bensì comunitaria; si parla di incontri con la divinità senza mediazioni né rappresentazioni, di incontri che possono verificarsi nel cuore di ogni creatura; si parla di libertà, di solidarietà fra uguali, di mutuo sostegno, chiudendo così: “L’anarchismo allude alla politica liberata dalla tirannia del potere e il misticismo allude alla spiritualità liberata dalle pastoie delle religione. L’Islām è una sintesi di entrambi”.
Sapevo che mi stavo avventurando in un argomento complicato, oltretutto con la quasi certezza di non avere “competenze” a sufficienza che mi sostenessero, mi guidassero, ma credo sia stato proprio tutto questo a indurmi a leggere queste pagine e a scriverne.
Però qualcosa che avevo fatto mio in passato mi è tornato alla mente, magari non per sostenermi o guidare, ma di certo per essere impastato con quest’ultima mia lettura e aggiunto a quella malta su cui poggio la mia esistenza quotidiana. Mi sono ricordato, per esempio, ciò che aveva scritto nel 1991 Hakim Bey in T.A.Z.: “Proprio come i radicali culturali cercano di infiltrare e sovvertire i media popolari e proprio come i radicali politici producono simili funzioni nelle sfere del lavoro, nella Famiglia e in altre organizzazioni sociali, così c’è bisogno di radicali che penetrino l’istituzione della religione stessa piuttosto che continuare a sputare frasi fatte del XIX secolo a proposito di materialismo ateo”. E anche cosa scrisse nel 1904-1905 Lev Tolstoj in Guerra e rivoluzione: “[i cristiani] si allontanano sempre di più dalla vita cristiana. Il senso della loro dottrina si oscura, ed essi sono arrivati infine alla loro triste situazione attuale: divisione dei popoli cristiani in campi nemici, spendendo tutte le loro forze ad armarsi per essere pronti in qualsiasi momento a dilaniarsi tra di loro. In più: essi hanno provocato l’odio dei popoli non cristiani che si sollevano da ora contro di loro. Infine, e soprattutto, essi sono arrivati alla negazione completa non solo del cristianesimo, ma di tutte le leggi aventi un carattere elevato”.
Mi è venuto in mente Jacques Ellul che riteneva il messaggio biblico capace di delineare un’etica di vita che si oppone alla logica del potere, della violenza e della tecnica; che riteneva l’approccio critico alla modernità non andasse mosso in chiave nostalgica verso un passato perduto, ma guardando al futuro; che vedeva il cristiano impegnato in una vita d’amore e servizio come un essere coraggioso e autentico perché costretto a muoversi controcorrente rispetto ai valori dominanti; che riteneva fondamentale la responsabilità individuale sostenendo che ogni persona ha il dovere di prendere posizione anche attraverso piccoli atti di resistenza per difendere il bene raro e prezioso della libertà.
Dopodiché, sono andato a rileggere un passaggio della postfazione che l’amico don Andrea Gallo scrisse per l’edizione pubblicata nel 2011 dai tipi di Elèuthera, di Anarchia e cristianesimo di Jacques Ellul, appunto: “[…] oggi l’unico modo per parlare di Dio è quello di confrontarsi con una molteplicità di espressioni della fede. I termini «protestante», «agnostico», «cattolico», o anche «anarchico», non contano più. Anni fa, Fabrizio De André mi diceva che secondo lui Madre Natura ci aveva semplicemente dotato di «un quoziente di intelligenza, di un quoziente di creatività e di un quoziente di spiritualità». Ciò che attualmente alcuni antropologi mi sembra chiamino addirittura «punto di Dio». Comunque sia, sono sempre le religioni che vogliono monopolizzare e strumentalizzare la spiritualità”.
Non solo. Lo scorso 1° agosto, mentre al bar leggevo L’Islam come anarchismo mistico, vedo sul tavolino accanto al mio, copia cartacea del quotidiano genovese Il Secolo XIX di quel giorno, e decido di sfogliarla. Mi fermo quando vedo un’intervista di Emanuela Schenone al teologo Vito Mancuso e mi dico che, forse, qualche divinità mi ha suggerito di prendermi una pausa dal libro perché, a poca distanza da me, c’era qualcosa di non estraneo alla lettura che mi stava severamente impegnando.
Fra le tante cose interessanti, Mancuso dice che Dio può rappresentare la via per la liberazione, ma spesso può essere a sua volta una trappola perché la coscienza religiosa potrebbe essere la più pericolosa trappola dentro cui un essere umano può capitare se diventa chiusura, estremismo e che, all’opposto, può essere una sorgente di consapevolezza e di liberazione. Dice che la differenza sta nel modo in cui vengono vissute queste coscienze, che gli esempi più clamorosi li troviamo nei fanatismi dei nostri giorni nati da quella diabolica connessione di religione e politica che rappresenta, appunto, una trappola.
Il teologo aggiunge che molte persone ritengono la religione la cosa più importante in assoluto, che tutto debba essere al suo servizio e che ciò porta all’intolleranza, mentre invece dovremmo capire che c’è qualcosa di più importante, che è l’etica, e che le religioni si dovrebbero porre al servizio di un’etica mondiale “facendo pulizia in casa”, cercando di capire quali sono state le ragioni del fallimento che non sono riconducibili solo all’imperfezione umana, ma anche all’imperfezione della religione in se stessa, e qui ricorda come alcune pagine della Bibbia ebraica siano cariche di odio e violenza e come queste possano generare odio e violenza in chi legge e le ritiene parole di Dio, “e lo stesso vale per il Corano e per il Nuovo Testamento”.
Mancuso pensa che Dio sia dentro di noi e che quando rispondiamo a quella domanda di bene, bontà e bellezza che nasce in noi, stiamo facendo il più grande atto di culto possibile, e che questa voce della coscienza possiamo benissimo chiamarla Dio, ma che va bene lo stesso se qualcuno vuole chiamarla in un altro modo perché la sostanza non cambia.
Il teologo parla anche di consapevolezza, della capacità di saper riconoscere che non siamo liberi, che viviamo in trappola l’intera nostra vita, e che la trappola è lo stato di prigionia in cui tutti ci troviamo, una condizione che costringe a correre indipendentemente dalla nostra volontà sul tapis roulant dell’esistenza che procede verso un destino che non abbiamo scelto.
Questa trappola, questa prigionia, questo nostro Dio interiore che a un certo punto della nostra Storia abbiamo deciso di porlo in alto nei Cieli trasformandolo in una specie di super-eroe onnipresente, onnipotente e onnisciente, potrebbe non essere altro che l’umana risposta a un forte bisogno dell’Uomo per salvarsi dal nulla che è; lo spiega meglio di me Simone Weil ancora nel suo Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale: “Il corpo umano non può in alcun caso smettere di dipendere dal potente universo di cui è prigioniero; quand’anche l’uomo non fosse più sottomesso alle cose e agli altri uomini attraverso i bisogni e i pericoli, egli ne sarebbe ancora più completamente preda a causa delle emozioni che lo assillerebbero di continuo e da cui nessuna attività regolare potrebbe più difenderlo”.
Sapevo che mi stavo avventurando in un argomento complicato con la quasi certezza di non avere “competenze” in grado di guidarmi, aiutarmi in questa navigazione fra marosi che mi spaventano, sotto un cielo senza stelle, e infatti non è andata benissimo: mi sono perso nel potente universo che ci circonda, ci imprigiona, ci intrappola ma, potrete anche non credermi, l’attuale mio naufragio m’è dolce in questo mare.

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Istvàn ovvero una vita come tante https://www.carmillaonline.com/2025/11/28/istvan-ovvero-una-vita-come-tante/ Fri, 28 Nov 2025 22:00:30 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91257 di Anna Da Re

David Szalay, Nella carne, tr. it. Anna Rusconi, Adelphi, pp. 330, euro 20 stampa, euro 10,99 epub

Che libro bellissimo, questo Nella carne di David Szalay. Lo dico subito perché non è una cosa che capita spesso, di leggere un romanzo che, dopo che lo abbiamo finito, ci rivisita con piccoli squarci di comprensione, ci si riaffaccia alla memoria con frasi di eccezionale chiarezza, o ci risveglia sensazioni dimenticate. D’altro canto Nella carne (Flesh nell’edizione originale) è il vincitore del Booker Prize 2025, e alla presentazione milanese, a cui ero felicemente presente, Szalay aveva come partner Marco Balzano. Tutti segnali di buon auspicio.

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di Anna Da Re

David Szalay, Nella carne, tr. it. Anna Rusconi, Adelphi, pp. 330, euro 20 stampa, euro 10,99 epub

Che libro bellissimo, questo Nella carne di David Szalay.
Lo dico subito perché non è una cosa che capita spesso, di leggere un romanzo che, dopo che lo abbiamo finito, ci rivisita con piccoli squarci di comprensione, ci si riaffaccia alla memoria con frasi di eccezionale chiarezza, o ci risveglia sensazioni dimenticate.
D’altro canto Nella carne (Flesh nell’edizione originale) è il vincitore del Booker Prize 2025, e alla presentazione milanese, a cui ero felicemente presente, Szalay aveva come partner Marco Balzano. Tutti segnali di buon auspicio.

Nella carne è la storia di István, che incontriamo quindicenne in una piccola città ungherese, e che seguiamo nel corso di una vita che forse è una vita come tante, che si svolge tra l’Ungheria e Londra, e che è avventurosa e normale, ricca e vuota, fortunata e disgraziata. István parla poco, la parola che pronuncia con più frequenza è okay. Il corpo , la carne, sono il suo modo di esprimersi, di interagire con gli altri, di essere contento e di soffrire. Non ci viene mai descritto, István, non sappiamo se è biondo o moro, alto o basso, bello o brutto. Possiamo immaginarci che sia piuttosto forte, visto che a un certo punto della sua vita lavora nella sicurezza. Possiamo anche immaginare che sia seducente, attraente, perché i suoi incontri cominciano e finiscono con il sesso. Sesso piuttosto crudo, silenzioso, essenziale. Sesso che serve a comunicare in tutte le situazioni in cui mancano le parole. Sesso che avvicina, scalda, consola.
Dal primo incontro con una donna molto più grande di lui alla relazione con Helen, István cresce e diventa un uomo, si trasferisce dall’Ungheria a Londra, diventa ricco e diventa padre. Poi un incidente interrompe il flusso della vita, porta una devastazione in cui tutto viene perso e si torna al punto di partenza, e in Ungheria. Gli “okay” che István pronuncia nel corso della sua vita sono ognuno diverso dall’altro, ed è sorprendente come una sola parola possa assumere significati così diversi e variegati. Gli okay sono il suo accettare la vita e quello che succede come inevitabile e fuori dalla nostra portata.

Szalay afferma di avere creato deliberatamente un protagonista non politicizzato, che non ha valori che gli permettano di schierarsi da una parte o dall’altra, che si fa attraversare e passare sopra dalla storia, proprio come simbolo di uno smarrimento storico e sociale, di un disagio interiore profondo, non esprimibile ma sempre presente in ogni gesto. Dall’Ungheria a Londra e ritorno, dal crollo della cortina di ferro alla pandemia, passando per la seconda guerra del Golfo e l’ingresso nell’Unione Europea dei Paesi dell’ex blocco sovietico, la storia determina e modella la vita di István come quella di chiunque, in modo concreto e tangibile e indipendentemente dai comportamenti o dalle attitudini che si possono avere.
La scelta di affidare alla fisicità il racconto della vita di István, il predominio del corpo sui pensieri, che non vengono mai descritti o analizzati, il sesso come modo di entrare in rapporto con gli altri, se in un primo momento fanno pensare alla mancanza di una dimensione psicologica, poi di fatto risultano avere l’effetto opposto. Come lettori, siamo vicini a István fin dalle prime righe. Viviamo con lui con la stessa sua intensità, restiamo sbalorditi di fronte agli improvvisi cambiamenti della vita, ci sentiamo come lui in balia degli eventi e sballottati senza poter far nulla, meno che mai scegliere. E non sentiamo l’esigenza di analizzare i motivi, di chiederci da dove vengono certi comportamenti. Perché ci rendiamo conto che ogni altra persona è inconoscibile, anche noi siamo per molti versi opachi a noi stessi, e quello che possiamo fare è guardare, osservare, e partecipare silenziosamente dei drammi altrui. Forse avvicinarci in un abbraccio. Forse dire “okay” e fare quel che bisogna fare. Dice lo stesso Szalay che non voleva mettere in scena un personaggio che si autospiegasse, come facciamo noi in continuazione, fino a perdere il senso di quello che siamo, cioè umani e animali al tempo stesso. Troppo spiegarsi tende a mascherare la vera umanità, che è anche animalità, che è Nella carne. Non a caso questo titolo, che era all’inizio quello di lavorazione del romanzo, poi è rimasto. Non se ne poteva trovare uno che esprimesse meglio quello che viene raccontato.

Ci sono molti silenzi, nella vita di István e nel libro. Dice Szalay nel suo incontro pubblico a Milano, che tutto il romanzo è un tentativo di avvicinarsi al silenzio. I dialoghi sono realistici e reali, non sono un modo per introdurre dei contenuti a cui l’autore tiene. Sono la rappresentazione della realtà, quegli scambi vuoti e inconcludenti, che girano a vuoto, che pratichiamo abitualmente nella vita, che a volte hanno anche un effetto comico. Ma soprattutto i dialoghi sfiorano il silenzio, così difficile da raccontare ma così importante anche nella letteratura.
Concludo dicendo che alla presentazione l’atmosfera era bellissima, perché le parole di Marco Balzano erano ricercate (nel senso letterale, di avere scelto accuratamente quelle più adatte) e precise, quelle di David Szalay erano inglesi ma ben tradotte da Sonia Folin, ed erano tutte parole nate da una necessità, interiore e di comunicazione e condivisione.

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La Sinistra Negata 06 https://www.carmillaonline.com/2025/11/27/la-sinistra-negata-06/ Thu, 27 Nov 2025 22:54:22 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91644 Sinistra rivoluzionarla e composizione di classe in Italia (1960-1980) a cura di Nico Maccentelli

Redazionale del nr. 18, Dicembre 1998 Anno X di Progetto Memoria, Rivista di storia dell’antagonismo sociale. Le puntate precedenti le trovate nei link a piè di pagina.

Parte terza. Ancora sugli Anni Ottanta.

La sinistra rivoluzionaria italiana di fronte alla crisi. (Seconda parte)

2. I FATTORI SOGGETTIVI.

Malgrado quanto si è detto, non ci si deve illudere che il crollo subito dalla sinistra di classe nel corso degli anni Ottanta sia stato dovuto in via esclusiva all’iniziativa dell’avversario. La storia delle classi subalterne italiane e delle loro espressioni organizzate ha [...]]]> Sinistra rivoluzionarla e composizione di classe in Italia (1960-1980) a cura di Nico Maccentelli

Redazionale del nr. 18, Dicembre 1998 Anno X di Progetto Memoria, Rivista di storia dell’antagonismo sociale. Le puntate precedenti le trovate nei link a piè di pagina.

Parte terza. Ancora sugli Anni Ottanta.

La sinistra rivoluzionaria italiana di fronte alla crisi. (Seconda parte)

2. I FATTORI SOGGETTIVI.

Malgrado quanto si è detto, non ci si deve illudere che il crollo subito dalla sinistra di classe nel corso degli anni Ottanta sia stato dovuto in via esclusiva all’iniziativa dell’avversario.
La storia delle classi subalterne italiane e delle loro espressioni organizzate ha conosciuto momenti di repressione più dura (anche se non sotto il profilo della mistificazione ideologica, oggi acuta quanto mai in passato) senza che ciò comportasse un vero e proprio salto generazionale, né il formarsi di un drammatico vuoto di memoria.
È nostro avviso che, se ciò è avvenuto, la causa vada ricercata anche in debolezze interne, che hanno dettato reazioni sbagliate e confuse a quanto stava accadendo. Cercheremo di esaminare brevemente alcuni dei comportamenti dannosi e autolesivi che hanno consentito alla repressione di colpire tanto in profondità.

Durante l’emergenza.
Alla fine degli anni Settanta la sinistra rivoluzionaria coltiva un senso di potenza rasentante l’illusione dell’invincibilità. Non vi è scuola, non vi è quartiere, non vi è grande fabbrica, nelle maggiori città italiane, in cui non si respiri aria di insubordinazione. Inoltre il ’77 ha instaurato forme di socialità e
di aggregazione in gran parte sconosciute al ’68. È possibile vivere assieme, come una grande tribù, riducendo al minimo i contatti con la società “esterna”. Per molti resta indimenticabile l’enorme corteo che alla fine del 1977 si è mosso attraverso Bologna, a conclusione del convegno sulla repressione, e la sensazione respirata nei giorni precedenti di potersi quasi impadronire di una intera città.

In realtà, il potere non è stato nemmeno scalfito in nessuna delle sue strutture, per quanto terreno abbia perso nel controllo delle culture e del comportamenti. Di ciò ci si rende conto solo dopo il “caso Moro”, allorché ha inizio la repressione sistematica ed indiscriminata. La reazione di molti è la sorpresa, cui segue lo sbandamento, e anche le iniziative di autodifesa frettolosamente approntate sono del tutto inadeguate all’ampiezza dell’attacco avversario. Eppure la sopravvalutazione delle proprie forze, e la sottovalutazione delle forze altrui – primo degli errori che ci preme segnalare – continuano ad operare per alcuni anni ancora. Lo si vede allorché, nel 1980-81, inizia il grande “dibattito”  (se cosi si può chiamare) sull’amnistia.

Alcuni compagni (in particolare quelli che fanno capo alla rivista romana Assemblea, e molti di coloro che hanno trovato rifugio all’estero) vedono l’amnistia generalizzata, frutto di una campagna indirizzata in tal senso, quale soluzione del problema di quell’enorme fetta di movimento che da un paio d’anni popola le carceri italiane. Altri la giudicano invece uno sbocco di tipo riformistico, equivalente a un cedimento, e propongono una via d’uscita intermedia: una mobilitazione collettiva perché ai detenuti politici vengano concessi gli arresti domiciliari, quale premessa per una liberazione non patteggiata. Vi è infine chi ritiene riformistiche e perciò negative entrambe le soluzioni precedenti e, pur non appoggiando l’area delle formazioni armate, sostiene che la liberazione dei detenuti politici potrà risultare solo da un’azione di forza. Giudicate oggi, simili discussioni appaiono francamente demenziali, perché ispirate a una premessa demenziale: quella che il potere fosse tanto debole da concedere amnistie, arresti domiciliari o da tollerare soluzioni di forza, e la sinistra rivoluzionaria ancora tanto possente da poter imporre l’una o l’altra delle alternative.

L’esperienza degli anni successivi ha poi dimostrato che il potere é disposto ad attenuare l’emergenza e a concedere qualche brandello delle libertà sospese solo quando è ben certo di avere ridotto all’impotenza i propri antagonisti; ma l’eccessiva fiducia in se stessa che la sinistra di classe manteneva nei primi anni Ottanta la induceva a ignorare questa verità lapalissiana, dividendosi sull’opportunità di concessioni date per già acquisite, ma che nessuno era in realtà disposto ad accordare a titolo di pura elargizione.

Simile distorsione percettiva è in parte riconducibile ad un secondo errore in cui la sinistra di classe incorre negli anni bui, anche se non del tutto volontariamente. Gli arresti in massa e la presenza di tanti militanti in carcere fanno si che la tematica carceraria assorba quasi totalmente l’attenzione del compagni, rimasti in libertà, a scapito di ogni altro terreno d’intervento. Ciò è largamente comprensibile e dettato da uno stato di obiettiva necessità; questo non toglie che, sfogliando oggi le riviste di allora, si rimanga perplessi notando che il problema carcerario sovrasta praticamente tutti gli altri, che appaiono semplici appendici di quello.

L’errore di prospettiva consiste nel fatto che la situazione dei militanti incarcerati sarebbe stata di gran lunga migliore (e lo sarebbe ancor oggi) se il movimento si fosse mosso con decisione nella società, continuando la propria crescita e comunque mantenendo le posizioni già acquisite; invece la sinistra rivoluzionaria rimane immobile e con lo sguardo fisso sulle pareti delle prigioni, dove sono sì rinchiusi i compagni migliori, ma dove le possibilità di espansione sono pressoché inesistenti. Ciò fa sì che i detenuti, nel volgere di pochi anni, sentano provenire dall’esterno solo un silenzio via via più compatto, mentre chi è rimasto fuori paga le conseguenze dell’aver assunto una posizione meramente difensiva.

Ma l’indebolimento delle forze ancora libere di agire discende anche dall’incomprensione della nuova configurazione che la società sta assumendo. La sinistra rivoluzionaria, e in primo luogo quella di matrice operaista aveva a suo tempo dato scacco alla sinistra istituzionale analizzando e anticipando con enorme lucidità i processi di trasformazione che si stavano avviando: ristrutturazione industriale, diffusione a macchia d’olio del precariato, emergenza di un nuovo proletariato territoriale, e così via. Un’occhiata a riviste come Classe quaderni sulla condizione e sulla lotta operaia, Primo Maggio, Metropoli, Quaderni del Territorio, Magazzino, ecc. può confermarlo. Quando però quei processi assumono ritmi vertiginosi e si impongono all’attenzione di tutti, se l’analisi resta abbastanza lucida, la capacità di muoversi con disinvoltura nel nuovo contesto viene progressivamente meno.

Vi è chi dà per liquidata la classe operaia e si rivolge in via esclusiva ai “nuovi soggetti sociali”, senza tener conto che questi ultimi hanno per forza di cose un grado più attenuato di autoconsapevolezza e non sono facilmente mobilitabili come un corpo unico; vi è, di converso, chi si aggrappa ad una centralità operaia che le cronache si incaricano quotidianamente di smentire, parlando linguaggi che già negli anni Sessanta cominciavano ad essere obsoleti; vi è chi continua a ripetere che “precario è bello”, quando il precariato che ha sotto gli occhi è frutto non di una scelta, ma di un’imposizione padronale; vi è chi parla ancora di “rifiuto del lavoro” senza preoccuparsi di precisare il significato dell’espressione, urtando nell’incomprensione di chi vede che è il padrone che gli rifiuta il lavoro.

Errori generosi e ampiamente giustificabili, che tuttavia denunciano un progressivo scollamento dal reale e un venir meno della capacità di rappresentarlo. Il terzo errore capitale della sinistra rivoluzionaria, negli anni in cui la repressione è ancora al culmine, è dunque quello di smarrire una visione lucida della propria matrice sociale, liquidando vecchi soggetti senza trovarne di nuovi, o abbarbicandosi a referenti che da tempo hanno smarrito ogni ruolo protagonistico. Il tutto nel contesto di azioni di lotta di breve respiro (micro-agitazioni studentesche, occupazioni di case, ecc.) che nella loro frammentarietà e sporadicità rivelano l’assenza di una benché minima proiezione progettuale, e che non hanno risonanza alcuna al di fuori dello spazio limitatissimo (scuola, quartiere) in cui hanno luogo.

La microconflittualità costituisce, infatti il quarto errore fondamentale della sinistra rivoluzionaria. Si inseguono momenti di scontro prescindendo totalmente dal loro valore strategico, dal loro potenziale di continuità, dalla loro capacità di contagio. L’occupazione di un vecchio immobile, indifferente a tutti salvo che al proprietario, viene spacciata come trionfo della lotta di classe; l’incendio di un cassonetto della spazzatura assurge al rango di guerriglia urbana; un modesta autoriduzione in una mensa universitaria diviene momento esaltante di illegalità di massa.

Col tempo, anche queste pallide caricature degli espropri e delle ronde proletarie degli anni Settanta finiscono col rarefarsi e con lo scomparire quasi del tutto; sia per le repressioni che innescano, sproporzionate al pretesto, sia perché senza disegno politico forte che le sorregga tutte le forme di azione diretta non sono che materia per trafiletti nella cronaca locale. Ma chi si preoccupa più di manifestare una progettualità politica, quando si oscilla tra l’iperattivismo insensato e l’inazione, mentre la riflessione approfondita è delegata ai compagni in carcere o investe quasi esclusivamente il carcere?

E qui subentra il quinto errore capitale, vale a dire la scarsa cura per la propria immagine. Cortei sempre più striminziti lanciano slogan sempre più truculenti, nella speranza che facciano vibrare d’entusiasmo le masse derelitte e affamate. Si stenta a comprendere che parole d’ordine efficaci pochi anni prima risultano incomprensibili nel nuovo contesto socio- culturale, e servono solo ad isolare e ad annebbiare l’identità reale di chi continua a ritenerle veicolo per dimostrare di essere più a sinistra di chiunque altro.

Assai giustamente, negli anni di più dura repressione il movimento ha rifiutato di prendere le distanze dai partiti armati, ritenendoli comunque più vicini a se stesso dell’avversario di classe. Ma rifiutare di denigrare l’identità altrui, per quanto pericoloso e letale sia questo rifiuto dettato da coerenza politica ed umana, non può voler dire rinunciare ad affermare l’identità propria. Invece è questo che si finisce col fare, nell’illusione che una chiarezza predominante al proprio interno sia condivisa dall’intero corpo sociale. Il che significa trascurare il fatto che quest’ultimo è condizionato da forze che hanno tutto l’interesse ad alimentare la confusione e a fare il vuoto attorno agli antagonisti spacciandoli per “fiancheggiatori”.

Nella post-emergenza.
Alcuni degli errori citati vengono corretti man mano che ci si inoltra negli anni Ottanta. Ma il terreno perduto é molto ed è difficilmente riconquistabile, anche perché il potere è nel frattempo passato dalla pura repressione alla colonizzazione delle coscienze.
La sinistra di classe è stata drammaticamente ridimensionata, tanto che è sempre più difficile riferirsi a essa come a un “movimento”; le sue idee circolano poco e male, raggiungendo solo ambiti limitatissimi e per lo più privi di una spiccata fisionomia sociale; il reclutamento di nuovi militanti si è pressoché interrotto, e comunque non è tale da garantire un ricambio.
Dato che è il momento delle realtà frammentarie, isolate le une dalle altre o con contatti solo sporadici (salvo specifici spezzoni coordinati tra loro) non è più possibile individuare errori comuni a tutti. Esistono però comportamenti erronei abbastanza diffusi da poter essere indicati come caratteristici della fase, sebbene non manchi chi si sottrae ad essi e muove verso diverse prospettive.

Bologna, proteste in Piazza Verdi contro la privatizzazione all’interno della mensa universitaria. Foto di Luciano Nadalini

Il primo di questi comportamenti è l’auto-ghettizzazione. Il potere è riuscito a costringere la sinistra rivoluzionaria entro spazi limitatissimi e ben individuati, separandola con un cordone sanitario da buona parte della società circostante. Una tendenza negativa che si manifesta spesso è quella di adattarsi a vivere e a muoversi entro questi perimetri ristretti, non avendo occhi che per ciò che accade al loro interno e perdendo quindi la corretta percezione del reale.
Nascono modi di fare, di esprimersi, di agire indecifrabili per chiunque non sia interno al gruppo, al clan, alla tribù; l’attenzione rivolta al collettivo rivale supera quella dedicata alle forze concrete che agiscono nella società; ci si crogiola nella propria “diversità” senza accorgersi che attorno nessuno la nota.

L’esito peggiore che simile distorsione prospettica può avere è quello di illudersi di mantenere una dimensione politica, mentre si è solo un gruppo di amici o poco più. E come dei topi chiusi in una piccola gabbia finiscono col divorarsi a vicenda, così buona parte della propria aggressività viene rivolta verso chi sta più vicino, e distolta dall’avversario reale. I tentativi di incontro e di confronto della seconda metà degli anni Ottanta finiscono in risse e lacerazioni molto più spesso di quanto avvenisse nel passato decennio, quando la posta in gioco era ben maggiore e i motivi di divisione ben più concreti. Non ci si rende conto che uno sguardo proveniente dall’esterno del ghetto evidenzierebbe le similitudini ed attenuerebbe le differenziazioni. Se accade il contrario è solo perché si è incapaci di guardare oltre le pareti che il potere ha costruito perché il movimento antagonista vi restasse intrappolato.

In genere, anche chi ha ben chiare le dimensioni dell’emorragia subita tende a comportarsi come se nulla fosse stato; e vedendo che un simile atteggiamento non produce risultati, riduce pian piano le dimensioni e le ambizioni della propria militanza, fino a fare di nuclei un tempo combattivi altrettanti CRAL perfettamente adattati all’esistente e a cui manca solo il biliardo per consacrarli regni della noia.

Le puntate precedenti le trovate: 01 qui, 02 qui, 03 qui, 04 qui e 05  qui

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Virus letale https://www.carmillaonline.com/2025/11/26/virus-mortale/ Wed, 26 Nov 2025 21:00:43 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91113 di Sandro Moiso e Jack Orlando

La parola è ora un virus. Una volta forse il virus dell’influenza era una cellula polmonare sana. Ora è un organismo parassita che invade e danneggia i polmoni. Una volta forse la parola era una cellula neurale sana. Ora è un organismo parassita che invade e danneggia il sistema nervoso centrale. L’uomo moderno ha perso la facoltà di scegliere il silenzio. (William S.Burroughs – Il biglietto che esplose, 1962)

Chissà se Ari Aster, quando ha iniziato a progettare Eddington, ha riflettuto sulle parole di William Burroughs inscritte in uno dei testi imprescindibili della [...]]]> di Sandro Moiso e Jack Orlando

La parola è ora un virus. Una volta forse il virus dell’influenza era una cellula polmonare sana. Ora è un organismo parassita che invade e danneggia i polmoni. Una volta forse la parola era una cellula neurale sana. Ora è un organismo parassita che invade e danneggia il sistema nervoso centrale. L’uomo moderno ha perso la facoltà di scegliere il silenzio. (William S.Burroughs – Il biglietto che esplose, 1962)

Chissà se Ari Aster, quando ha iniziato a progettare Eddington, ha riflettuto sulle parole di William Burroughs inscritte in uno dei testi imprescindibili della letteratura americana della seconda metà del ‘900. Il film, di cui Aster aveva scritto la sceneggiatura ancora prima di esordire nel 2018 con Hereditary – Le radici del male, amplia infatti l’intuizione di Burroughs ben oltre il linguaggio vocale per adattarla all’odierna trasformazione antropologica seguita alla diffusione dei social media e delle tecnologie digitali. Una diffusione virale di cui la pandemia da Covid 19, che fa da sfondo al film, ambientato nel 2020, non può che costituire l’ovvia metafora.

La trama, sostanzialmente, è riassumibile in poche righe. Nel maggio del 2020, nel pieno esplodere del Coronavirus, delle proteste organizzate da Black Lives Matter per la morte di George Floyd a Minneapolis e della campagna elettorale per le elezioni presidenziali del novembre dello stesso anno, la cittadina di Eddington, nel Nuovo Messico, sale agli onori della cronaca quando una disputa tra l’asmatico e conservatore sceriffo Joe Cross (interpretato da Joaquin Phoenix) e il sindaco finto-progressista Ted García (Pedro Pascal) degenera rapidamente in un tragico bagno di sangue, mettendo gli abitanti gli uni contro gli altri.

Definito come un “western contemporaneo” il film è, invece, ascrivibile a quello che sta diventando rapidamente un vero e proprio genere per il cinema statunitense: quello della “guerra civile” strisciante o che viene. A differenza però dell’altrettanto recente Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson, rifiuta l’ambientazione ucronica, che già aveva caratterizzato anche Civil War di Alex Garland (2024), per inserirlo in un contesto sociale, storico e politico ben definito, dove fa spesso capolino il volto di Trump. Dando così origine a qualcosa che si potrebbe definire come una sorta di neo-realismo dell’era della comunicazione digitale.

Il regista, nato nel 1986 a New York, si è sempre mosso tra atmosfere horror, dark e noir, di cui costituiscono una significativa testimonianza i precedenti Hereditary (2018), Midsommar – Il villaggio dei dannati (2019) e Beau ha paura (2023). Ma questa volta, pur non attenuando il gusto per il noir e la violenza esplicita, prova a sviluppare un discorso, così come ha spiegato in un’intervista ai «Cahiers du cinéma», su come la diffusione degli smartphone, dei social media e dell’Intelligenza Artificiale abbia finito col dare vita ad un mondo caratterizzato da una sorta di iper-individualismo di massa in cui nessuno sembra essere più d’accordo sul concetto di “reale” o, perlomeno, su quelli che sono, o dovrebbero essere, gli elementi che costituiscono concretamente la “realtà”.

Non a caso, sullo sfondo delle vicende troneggia la proposta di costruzione nelle vicinanze della cittadina posta ai margini del deserto, e già afflitta dalla siccità, di un enorme data center. Un data center vorace di acqua ma, secondo i promotori dell’iniziativa, sindaco Garcia in testa, necessario a riportare la prosperità (se non la modernità) in un contesto economico e sociale in cui la pandemia, con tutte le sue restrizioni, sembra aver dato il colpo di grazia.

Intorno a tutto questo, però, si muovono non soltanto gli appetiti economico-produttivi della ditta specializzata in gestione dati ma anche le speranze di una parte dei cittadini, le paure dei complottisti, la volontà di riscatto di uno sceriffo debole attanagliato dai suoi fallimenti, dalle sue paure e dalle preoccupazioni per una moglie mentalmente instabile (interpretata da Emma Stone), la pervasività di una farlocca moralità di origine religiosa e le denunce degli abusi sessuali su bambini e adolescenti in loco e nell’intera America dei cinquanta stati.

Si muove la politica con la campagna trumpiana per la Casa Bianca e i giovani Antifa che promuovono manifestazioni e confusi disordini in seguito alla morte di George Floyd. Con parole d’ordine e slogan che spesso appaiono grotteschi, come quelli che riguardano una “bianchezza” che, da metafora universale delle diseguaglianze di classe, genere e razza, si tramuta in discorso assoluto da realizzare individualmente.

Con tutto il seguito, ridicolmente pomposo, di autodenunce, scuse, vittimismo e rimozione della storia portate poi parzialmente a compimento dai movimenti della cancel culture1 che proprio nel 2020 esplodeva definitivamente e di cui, in qualche modo, in tempi recenti Donald Trump ha approfittato ribaltandone il significato, per proporre la rimozione dai 21 musei e dai 14 centri di ricerca dello Smithsonian Institute i riferimenti ritenuti eccessivi e fuorvianti alla schiavitù negli Stati Uniti, in occasione del 250esimo anniversario della nascita dello Smithsonian. Una revisione orientata a “ristabilire verità e sanità nella storia americana”. Un’iniziativa tesa, sempre secondo il presidente, “ad assicurare l’allineamento con la direttiva di celebrare l’eccezionalismo americano, rimuovere narrative divisive e di parte e ristabilire la fiducia nelle nostre condivise istituzioni culturali” (qui).

Un atteggiamento che, sempre secondo quanto ha dichiarato il regista ai «Cahiers», rivela le responsabilità della sinistra che a partire dagli anni Sessanta, stanno alla base delle distorsioni destinate a dare vita a molte teorie complottiste, che si ritengono oggi patrimonio della destra populista degli Stati Uniti e non soltanto. Ma che, ancor prima di costituire un discorso di propaganda, rappresentano l’esternazione di una società che ha perso i suoi punti di riferimento, materiali e simbolici, e con essi la capacità di tenere insieme le persone, che vanno ora cercando nuovi cardini nelle verità più assurde, senza alcuna capacità di confrontarsi su un terreno comune.

Una società del piagnisteo, dell’autocompatimento e dell’autocommiserazione, in cui tutti trovano sfogo e motivi di rivincita, grazie soprattutto alle tempeste che si scatenano a partire dai social media e dal loro uso ossessivo. Fornendo parole d’ordine vuote quanto roboanti e “cause” pret-a-porter a tutte le parti in causa.

Così, se le tematiche del western classico sono spesso indirizzate nella direzione della fondazione di nuova società, dell’invenzione di una legge di fronte all’anarchia sociale, con il deragliamento dei social media prima e l’avvento dell’intelligenza artificiale poi ci si trova di fronte a una specie di “nuova frontiera”. In cui le immagini generate dall’intelligenza artificiale, ormai virulente come le parole di cui sopra, sono quelle destinate a “dirigere tutto” come un tempo si pensava della classe operaia. Anche se, come afferma ancora lo stesso Aster, tutto ciò non è normale, ma semplicemente demenziale.

Esattamente come succede nel caso di Joe Cross, non un autentico villain o principe del male, ma, piuttosto, un fallito in tutti gli aspetti della vita (lavorativi, umani e affettivi) che, nelle distorsioni prodotte dai video e dalle foto pubblicate su Instagram, “trova la forza” per affrontare e risolvere le cause dei suoi mali, più che di un unico male.

Tutti elementi cui si aggiungerà, nel granguignolesco finale che altro non potrebbe essere in una società che letteralmente affoga tra le armi, l’arrivo di un presunto commando di suprematisti bianchi sotto copertura, a bordo di un jet privato che determina il definitivo abbattimento del muro tra finzione e reale, tipico della mente paranoide che sembra governare il comportamento sociale (non solo) americano. Probabilmente convocati dalla stessa agenzia risoluta a realizzare il grande data center di Eddington, nonostante l’apparente progressismo dei suoi intenti, per innaffiare l’incendio tutt’altro che latente con un’ultima tanica di benzina.

Un film dunque ad elevato grado di ottani, confusione, violenza e follia che lascia lo spettatore frastornato, stordito dal flusso degli eventi, delle immagini e delle parole trasmesse da smartphone e computer portatili. Sfondo uditivo permanente, che molesta ogni interazione e frantuma ogni silenzio in modo ossessivo. Un gioco di rinvii in cui le immagini prodotte dall’AI e i discorsi deliranti diventano normali e facilmente spendibili. Per qualsiasi causa. Un autentico virus, mortale e irrefrenabile allo stesso tempo.

Lo spettatore esce confuso anche in virtù di una colonna sonora minimale, curata da Bobby Krlić, alla sua terza collaborazione con Aster, dopo Midsommar e Beau ha paura, insieme a Daniel Pemberton. In cui oltre ai suoni si mescolano, quasi costantemente, le voci degli utenti dei servizi digitali. In una cacofonia che risulta poter essere l’unica colonna sonora possibile per una guerra civile sicuramente in arrivo, ma priva di alcuna linea di condotta. Sia politica che di classe.

Un film spiazzante e frastornante, e per questo assolutamente riuscito, che con il lungo fermo immagine che accompagna i titoli di coda rivela chi o cosa, almeno sul momento, è davvero uscito vincitore dallo scontro feroce e insensato che lo ha percorso dall’inizio alla fine.


  1. Si veda in proposito: C. Rizzacasa D’Ortogna, Scorrettissimi. La cancel culture nella cultura americana, Gius. Laterza e Figli S.p.a., Bari-Roma 2022.  

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Quando la fantascienza proviene dall’ucronia https://www.carmillaonline.com/2025/11/25/quando-la-fantascienza-proviene-dallucronia/ Tue, 25 Nov 2025 21:00:09 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91661 di Paolo Lago

Daniele Comberiati, Eugenio Barzaghi, L’uomo dall’altro mondo. Fantascienza di un’Italia [im]possibile, Machina Libro / DeriveApprodi, Bologna, 2025, pp. 96, euro 12,00.

Immaginiamo un’Italia appartenente ad una dimensione alternativa, in cui negli anni Sessanta avviene un colpo di Stato militare; d’altra parte, se guardiamo alla storia di quegli anni (con il Piano Solo del 1964 e il tentativo del golpe Borghese del 1970), era ciò che sarebbe anche potuto succedere. Siamo quindi proiettati in una vera e propria ucronia, una immaginifica e possibile direzione degli eventi storici diversa rispetto a quella reale. L’aspetto più interessante del recente, godibilissimo libretto [...]]]> di Paolo Lago

Daniele Comberiati, Eugenio Barzaghi, L’uomo dall’altro mondo. Fantascienza di un’Italia [im]possibile, Machina Libro / DeriveApprodi, Bologna, 2025, pp. 96, euro 12,00.

Immaginiamo un’Italia appartenente ad una dimensione alternativa, in cui negli anni Sessanta avviene un colpo di Stato militare; d’altra parte, se guardiamo alla storia di quegli anni (con il Piano Solo del 1964 e il tentativo del golpe Borghese del 1970), era ciò che sarebbe anche potuto succedere. Siamo quindi proiettati in una vera e propria ucronia, una immaginifica e possibile direzione degli eventi storici diversa rispetto a quella reale. L’aspetto più interessante del recente, godibilissimo libretto di Daniele Comberiati ed Eugenio Barzaghi, uscito per Machina Libro / DeriveApprodi, è quello di presentarci quasi un’ucronia dentro un’altra ucronia: gli autori allestiscono infatti un vero e proprio saggio documentaristico sul cinema di fantascienza italiano prodotto sotto il regime militare fra anni Sessanta e Settanta. Si tratta di un cinema possibile, come d’altronde la stessa Italia raccontata, in cui il prefisso “in” è posto fra parentesi quadre.

Cerchiamo quindi di capire cosa è avvenuto, secondo i due autori, in quest’Italia «[im]possibile»: il 6 gennaio 1965 ha buon esito un colpo di stato militare guidato da Giovanni Paoloni, consulente del Ministero dell’Interno, coadiuvato dai servizi segreti. La sera stessa gli Stati Uniti appoggiano e riconoscono il governo formato da Paoloni, il quale diventa presidente della Repubblica acquisendo un potere esecutivo inedito. Non si tratta di un nuovo ventennio mussoliniano – come avvertono anche gli autori – ma di un potere autoritario gestito in modo più sottile, come è avvenuto nelle dittature dell’Europa meridionale di quegli anni (Spagna, Portogallo, Grecia). Il libro, nelle pagine iniziali, offre una cronologia degli accadimenti di natura politica e sociale avvenuti sotto la giunta Paoloni in cui si mescolano eventi reali e inventati: ad esempio, il disastro di Seveso nel 1976 al quale si aggiungono però altre tre fabbriche che rilasciano diossina, un nuovo Piano Marshall approntato dagli Stati Uniti per sostenere l’Italia, l’esondazione dell’Arno nel 1966, il ritiro di Moro dalla scena politica e il Partito comunista dichiarato come illegale (i cui membri sono costretti a andare in esilio in Francia), un terrorismo anti-regime che proviene soprattutto dal Meridione, la completa assenza nel Paese di qualsiasi manifestazione legata al ’68, un Grande Piano Energetico Nazionale che promuove e incentiva l’energia nucleare. Vengono anche nominati dei personaggi reali legati alla cultura e allo spettacolo come, ad esempio, Luigi Tenco (nell’Italia ucronica il suo suicidio diventa un omicidio imputato a dei terroristi anarco-comunisti), Umberto Eco, Emilio de Rossignoli, Pier Vittorio Tondelli, Lucio Villari mentre manca del tutto la presenza di un intellettuale significativo di quel periodo come Pasolini: forse, chissà, eliminato e fatto sparire dalla stessa giunta Paoloni prima che nel mondo reale del 1975 venisse massacrato e ucciso e ai giorni nostri trasformato in un’icona-giocattolo utilizzabile anche dai post-fascisti.

Quest’Italia «[im]possibile» è però anche “possibile” e vengono in mente diverse sottili connessioni con la realtà di oggi e con ciò che è stato il Paese a partire dal Dopoguerra. Come affermano i due autori in una interessante intervista dal titolo Come si immagina «L’uomo dall’altro mondo»? uscita lo scorso 16 ottobre su «Machina» (qui), il nome inventato «Paoloni», con la terminazione in “-oni”, possiede una singolare assonanza con un rilevante personaggio politico della contemporaneità. Gli autori ricordano poi come l’idea del libro sia nata da una visita, una domenica pomeriggio del dicembre 2019, all’ufficio dell’Agenzia delle Entrate, nel quartiere di Tor Marancia a Roma, un edificio enorme costruito negli anni Sessanta intriso di un’atmosfera un po’ inquietante, coi muri umidi e con l’acqua che cadeva da un punto del soffitto. Come afferma Comberiati, «il giorno dopo ci sarebbero state centinaia di impiegati a lavorare, eppure sembrava un luogo post-apocalittico, che della burocrazia moderna – una modernità già vecchia, rimasta davvero agli anni Sessanta – portava solo i segni della scomparsa». Questo luogo (definito da Barzaghi come uno dei «luoghi in bilico che raccontano il passato ma respirano il presente e lasciano vedere il futuro») visitato dagli autori assume un valore emblematico divenendo quasi il simbolo di un oscuro e sottile potere che ha continuato a sussistere attraverso il tempo, forse dalle derive più autoritarie e violente del fascismo. Quella «modernità già vecchia» ci può far pensare a certi uffici del potere del futuro messi in scena da David Cronenberg in Crimes of the Future (2022): si tratta degli spazi di un futuro decadente e già vecchio, intriso di un’opprimente burocrazia, che sembra appartenere a un orrendo e greve passato. In Italia, più che in altre nazioni – a Roma soprattutto ma non solo – è possibile incontrare queste squallide vestigia appartenenti al passato: non soltanto architetture dell’era fascista ma anche edifici risalenti alle ricostruzioni degli anni Cinquanta e Sessanta realizzate da un potere democratico che – pure se non avviatosi verso una deriva dittatoriale come immaginato nel libro – nelle sue buie viscere è rimasto legato a doppio filo a un fascismo sovversivo; quel potere legato alle “stragi di Stato”, a relazioni occulte e segrete, agli insabbiamenti, a omicidi e sparizioni ancora irrisolti. Questi edifici mostruosi e grevi, che paiono abbandonati e in rovina ma che pure vengono utilizzati ancora oggi dagli apparati di potere, sono un po’ l’immagine dello stesso potere oscuro e patriarcale, familistico e paternalistico, destrorso e razzista, che vige più o meno occultamente nell’Italia di oggi. Non si parla naturalmente di un potere centrale che proviene dall’alto, ma di una «microfisica del potere» in senso foucaultiano, presente in modo sottile nelle più svariate dinamiche sociali.

Un’altra somiglianza fra l’Italia ucronica inscenata da Barzaghi e Comberiati e quella reale riguarda la caratterizzazione sociale degli anni Ottanta. Come nota Comberiati nella citata intervista, «nel nostro caso, vediamo come l’Italia di oggi sia molto più una conseguenza degli anni Ottanta che degli anni Settanta, al punto che, se quel decennio fosse stato diverso, forse il nostro presente non sarebbe così dissimile da quello che è. Si tratta ovviamente di una provocazione, ma con un fondo di verità, se ci pensiamo bene». Infatti, poco prima lo stesso Comberiati ricorda come «nei tempi distopici che stiamo vivendo la fantascienza sia una sorta di nuovo realismo. Il genere popolare che, proprio come il neorealismo degli anni Cinquanta, sottolinea le contraddizioni della realtà. Ecco, se la fantascienza è il nuovo realismo, l’ucronia è un liquido di contrasto che ci fa vedere non un altro passato, ma un altro presente. O almeno il presente da una prospettiva diversa». Gli anni Ottanta sorti dopo la caduta della giunta Paoloni, nel 1979, rappresentano per l’Italia, come afferma un Umberto Eco ‘ucronico’ in un articolo uscito nel 1989, una vera e propria «ubriacatura democratica». Nella realtà sappiamo bene cosa sono stati quegli anni, dominati dal disimpegno e dal rampantismo sociale.

Veniamo quindi al cuore pulsante del libro, e cioè alla fantascienza, definita come «nuovo realismo» all’interno della ‘distopia’ reale che ci troviamo a vivere. L’uomo dall’altro mondo offre le schede dettagliate di 23 film di fantascienza, con tanto di foto di scena, locandine e bibliografia critica, girati in Italia nel periodo della giunta Paoloni. Se la maggior parte sono opere, se così si può dire, di propaganda del regime, che mirano alla sua esaltazione, alcune rappresentano una contestazione più o meno velata allo stesso. Qual è il background reale di questi film inventati? Ci risponde Eugenio Barzaghi, sempre nell’intervista uscita su «Machina»: l’Elio Petri di La decima vittima, Mario Bava, Antonio Margheriti, Luciano Salce, Ugo Gregoretti con Omicron, Ubaldo Ragona con L’ultimo uomo della Terra e diversi altri. I nomi inventati di registi e attori fanno tanto – se così si può dire – anni Sessanta e primi Settanta: suonano come reali possedendo quasi l’anima di tutto quell’universo cinematografico di matrice ‘popolare’, fatto di attori di sceneggiati e di stuntmen (“cascatori”, come si diceva all’italiana), di campioni sportivi convertitosi al cinema (ad esempio Carlo Pedersoli-Bud Spencer), di registi-attori più che, come diversi anni dopo, attori-registi. Ricordiamone alcuni, che spesso tornano di film in film: Dino Cipressi, Italo Quassi, Arrigo Speri, Giacomo Infanti, Giuseppe Fagiani, Attilio Biseglie, Aldo Moiso, Giacomo Alberti.

Fra i film inventati e analizzati dagli autori incontriamo, all’inizio della disamina, La fabbrica, del 1965, con la regia di Carlo Sacci, «probabilmente il primo film di fantascienza contro il regime, anche se giunse nelle sale il 3 gennaio, tre giorni prima dell’arrivo al potere della giunta militare» (p. 30). La storia si ambienta «in un ipotetico 1999, anno in cui l’Italia non esiste più, inglobata in un’alleanza transatlantica che fa pensare alla Nato e che è riuscita a conquistare anche il blocco sovietico. Il mondo è un’immensa megalopoli gestita dai padroni della Fabbrica, l’impresa dell’alleanza transatlantica che organizza il lavoro globale» (p. 30). Un altro film contro il regime è Dopo la bomba, sempre del 1965, di Francesco Billotti, che mette in scena una Roma devastata dall’esplosione atomica; il lungometraggio, progettato nel 1964, ebbe degli intoppi produttivi perché la Rai, che avrebbe dovuto co-produrlo, si tirò indietro all’ultimo momento su pressione del ministro della ricerca scientifica che vi intravedeva una critica al Grande Piano Energetico Nazionale, varato solo nel 1970 ma presentato fin dall’insediamento della giunta Paoloni nel 1965. Il film si ricorda anche perché lo scrittore Emilio de Rossignoli ne rimase colpito e ne trasse ispirazione per il suo romanzo H come Milano (1966), che inizialmente ha circolato solo in traduzione francese perché vietato in Italia. Un esempio di cinema di fantascienza clandestino è Passaggio vietato (1970), di Aristide Tirotti, un regista dal passato letterario, in quanto aveva svolto l’attività di traduttore di autori come Aldous Huxley e George Orwell. Nel film si immagina una società del futuro iperproduttiva divisa in due classi sociali, i Liur, manager ricchi e potenti, e gli Opres, proletari schiavizzati dai ricchi. Il film, oggi, costituisce una testimonianza del clima di angoscia che si respirava in Italia all’inizio degli anni Ottanta. Ricordiamo anche La morte dolce (1976), realizzato dai Collettivi autonomi proletari, considerati dalla giunta Paoloni un’organizzazione terroristica (gli attori, infatti, per non essere riconosciuti hanno tutti il volto oscurato o coperto). Il film intende denunciare il disastro di Seveso del 1976 e l’esplosione nello stesso anno di altre tre fabbriche (fra cui una fabbrica di gazzosa al caffè) che rilasciarono ingenti quantità di diossina: è la storia di una coppia di operai in una fabbrica di gazzose che vengono avvolti da una nuvola di fumo grigio e intossicati. L’ultima scena mostra in modo raccapricciante la giovane operaia che partorisce un neonato mostruoso in un ospedale dietro l’immagine pubblicitaria della bibita. Fra i film ostili al regime si può infine ricordare quello che offre il titolo – con una leggera modifica – al volumetto di Comberiati e Barzaghi, cioè L’uomo dell’altro mondo, del 1977, con la regia di Aldo Moiso. Si tratta di una produzione ufficiale della Rai, finanziata con soldi pubblici del Ministero della Propaganda, eppure venne recepito come un film ostile alla giunta militare. La storia si incentra sull’arrivo, in un’azienda statale, di un nuovo impiegato che giunge da una dimensione parallela, un «altro mondo» appunto. Il messaggio implicito nel film (la cui ucronia riflette en abyme quella che avvolge l’intero libro), probabilmente voluto dagli stessi autori, è allora che esiste un «altro mondo» rispetto all’Italia irreggimentata dalla giunta Paoloni.

Fra i film ufficiali e inneggianti al governo troviamo invece La camminata sbilenca del granchio (1968), di Giacomo Infante, appartenente al sottogenere dei mostri mutanti, «piuttosto utilizzato nella fantascienza ufficiale durante la giunta Paoloni» (p. 38). Uno scienziato crea un granchio gigante per debellare un virus che si trasmette attraverso le acque salate ma un gruppo di terroristi, venuto a conoscenza della scoperta, uccide il dottore e cattura la sua assistente. Il granchio, che aveva un debole per quest’ultima, li elimina e riesce a debellare il virus. Probabilmente, nella figura del granchio vi è una metafora delle azioni della polizia nel 1968 a Catanzaro, quando una rivolta di studenti venne repressa nel sangue grazie a una manovra militare detta appunto “del granchio”. Interessante è anche Alieni ad Asmara (1974), di Adriano Grimi (il libro è corredato anche di una foto del regista con la divisa da ufficiale coloniale del nonno) un film di propaganda mirante a perseguire la legittimazione dell’avventura coloniale italiana portata avanti dalla giunta Paoloni. Ad Asmara, nonostante gli italiani abbiano riportato l’armonia fra la popolazione, ci sono ancora alcuni eritrei ostili. Arriva quindi una nave spaziale aliena con intenti bellicosi: sarà solo grazie agli italiani e agli eritrei fedeli che gli extraterrestri verranno sconfitti e sarà riportata la pace. Film di regime è anche Le proprietà dello stralisco (1976): racconta la ribellione di un giovane a un proprietario terriero generoso e di buon cuore; il giovane, grazie a una pozione realizzata con foglie di stralisco, una pianta che cresce in quelle zone, acquista una forza sovrumana e aggredisce il proprietario terriero il quale però riuscirà a impadronirsi della pozione e a ristabilire l’ordine. Si tratta di una storia caratterizzata da un’originale ambientazione bucolica che possiede un riferimento all’uccisione di due proprietari terrieri avvenuta nel 1975 a Matera, in piena crisi economica, attribuita a cinque militanti dei Collettivi autonomi proletari arrestati alla frontiera con la Svizzera. In un momento di crisi del regime, vicino al suo tracollo, si colloca Domani, l’apocalisse (1978), ultimo film di finzione prodotto in Italia sotto la giunta militare. Il protagonista è Franco Aldi, ex campione di catch (lo vediamo anche in una foto di scena, con baffi posticci e collanona) passato al cinema: il suo personaggio è ispirato allo Zed interpretato da Sean Connery nel film Zardoz (1975) e si muove in una Roma deserta attraversata di notte da terribili creature che rappresentano i nemici del regime. Le violenze inscenate sono una metafora dei pericoli che correva l’Italia ad abbandonare la sicurezza del governo Paoloni. Ma il film appare alla «vigilia delle elezioni che sancirono il declino politico di Paoloni, che però non venne mai arrestato né inabilitato politicamente» (p. 85).

Dopo aver qui preso in considerazione alcuni dei film presentati, possiamo quindi pensare che uno dei temi principali di L’uomo dall’altro mondo sia proprio la stretta connessione fra la dimensione socio-politica e la produzione artistica legata al genere della fantascienza. Nella realtà come nell’ucronia immaginata dai due autori, la fantascienza rappresenta una significativa cartina di tornasole delle dinamiche sociali, economiche e politiche; abbiamo visto come sia nei film ostili al regime sia in quelli ad esso compiacenti si riflettano costantemente gli avvenimenti legati a queste dinamiche: scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, arresti, attentati, crisi economica, sociale e politica, momenti di debolezza o di forza del potere. Come leggiamo nell’introduzione a un saggio sulla narrativa di fantascienza italiana contemporanea dal significativo titolo di Ideologia e rappresentazione, realizzato da Comberiati assieme a Simone Brioni, la produzione di genere ha sempre affrontato «importanti temi nella cultura italiana contemporanea quali, fra gli altri, il colonialismo e la sua eredità, la robotica, il sessismo, l’ecocritica, le leggi sui manicomi, il terrorismo, il ‘ventennio’ berlusconiano, il complesso rapporto fra l’Italia e l’Europa, e la fine dell’antropocene»1. I due studiosi affermano poi che l’intrattenimento che deriva dalla fruizione di queste opere potrà servire «come l’ispirazione per la creazione di un sistema di norme e regole alternativo a quello esistente»2. Come ha scritto Valerio Evangelisti, «l’immaginario è dunque tra i terreni salienti di battaglia, per chi voglia sottrarsi alla dittatura più insinuante, senza scrupoli e invasiva che la storia ricordi»3 cioè quella del capitale. Un importante terreno di battaglia che anche oggi, più che mai, dovrebbe essere tenuto vivo e acceso perché il pericolo dell’arrivo di nuove giunte Paoloni mascherate da alfieri della democrazia è sempre in agguato.


  1. S. Brioni, D. Comberiati, Ideologia e rappresentazione. Percorsi attraverso la fantascienza italiana, Mimesis, Milano-Udine, 2020, p. 12. 

  2. ivi, p. 15. 

  3. V. Evangelisti, Prefazione. La lotta per le “altre” otto ore, in AA.VV., Immaginari alterati. Politico, fantastico e filosofia critica come territori dell’immaginario, Mimesis, Milano-Udine, 2018, p. 8. 

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Un’Anabasi post-sovietica. Storia del Gruppo Wagner. https://www.carmillaonline.com/2025/11/25/unanabasi-post-sovietica-storia-del-gruppo-wagner/ Mon, 24 Nov 2025 23:09:36 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91635 Di Jack Orlando

Barabanov, Korotkov; Il Nostro business è la morte; Nero ed.; Roma 2025; 241 pp. 18€

Gli uomini in mimetica camminano soli o a coppie dentro fitti banchi di nebbia, a malapena si intravedono i campi desolati attorno alla lingua di cemento. La colonna di fanti è accompagnata da moto da cross e automobili civili senza più sportelli, cariche di individui armati col volto coperto. Un drone riposa poggiato sull’asfalto.

Le immagini dell’esercito russo che completa la conquista di Pokrovsk, se evitiamo il solito florilegio di interpretazioni mediatiche campate per aria, offrono un’istantanea potente della guerra com’è oggi, [...]]]> Di Jack Orlando

Barabanov, Korotkov; Il Nostro business è la morte; Nero ed.; Roma 2025; 241 pp. 18€

Gli uomini in mimetica camminano soli o a coppie dentro fitti banchi di nebbia, a malapena si intravedono i campi desolati attorno alla lingua di cemento. La colonna di fanti è accompagnata da moto da cross e automobili civili senza più sportelli, cariche di individui armati col volto coperto. Un drone riposa poggiato sull’asfalto.

Le immagini dell’esercito russo che completa la conquista di Pokrovsk, se evitiamo il solito florilegio di interpretazioni mediatiche campate per aria, offrono un’istantanea potente della guerra com’è oggi, o forse come è sempre stata.
Qualcosa di inaspettato, di sporco e sgangherato simile alla “Nave dei folli”. Nulla a che vedere con truppe che marciano ordinate e storie di assalti eroici care a ogni propaganda bellicista. Il mondo delle trincee è un mondo che sconquassa le geografie, mentali, materiali, morali, e si impone come regno dell’assurdo. Solo nella coltre di questo disordine una volontà politica può imporre mutamenti drastici delle condizioni reali.


Il vociare provocato delle immagini di Pokrovks ricorda molto quello di un’altra sventurata località: Bakhmut, altro regno dell’assurdo più brutale, la cui contesa tra agosto ’22 e maggio ’23 gli è valsa il soprannome di Tritacarne.
A farsi macellare in prima linea per conquistare la città c’erano ex detenuti, ora mercenari del famigerato gruppo Wagner.

Quegli uomini erano usciti apposta dai bagni penali, reclutati dentro le prigioni direttamente da Evgenij Prigožin, chiacchierato capo dei mercenari, con la promessa di soldi e libertà.
Anche con poca o nessuna esperienza militare, servivano a tamponare l’emorragia di truppe che costava una battaglia fatta di assalti suicidi e che anche un’organizzazione così potente aveva difficoltà a saturare.
Un episodio limite, ma che abbozza l’idea di cosa davvero fosse la Wagner.
Ed effettivamente proprio questa compagna mercenaria è un perfetto laboratorio per osservare le traiettorie che la guerra ha assunto oggi, senza mai cessare per un momento ma muovendosi lungo assi fluidi che travalicano i confini facendo, ora più ora meno, fracasso.

Ed è una felice intuizione quella di tradurre il libro-inchiesta di due giornalisti russi, Barabanov e Korotkov, che per anni hanno indagato il fenomeno e raccolto testimonianze interne e documenti riservati.
Una storia che merita di essere raccontata già solo per la sua immensa potenza narrativa, inscenando in veste russa una sorta di nuova Anabasi di Senofonte. La tragica spedizione dei mercenari greci di Ciro verso la conquista del trono di Persia e ritorno.
Ma soprattutto un lavoro giornalistico prezioso che è costato l’esilio agli autori, al pari di molti altri colleghi (per altri invece il conto è stato ancora più pesante), e che fa piazza pulita delle ricostruzioni rabberciate di redazioni prone a un modus sciatto e servile, delle ciarle di improvvisati “esperti” a caccia di follower.

Fino al 2022 pochi infatti, fuori dai circoli di cose militari, avevano sentito parlare del Gruppo Wagner. Venivano alla ribalta con l’invasione russa dell’Ucraina.
Eppure proprio in Donbass, otto anni prima in una guerra invisibile, avevano vissuto il loro battesimo di fuoco.
Impegnati da un lato a respingere le forze ucraine che tentavano di recuperare il territorio delle neonate repubbliche di Donetsk e Lugansk alle milizie che le difendevano, dall’altro a mettere ordine tra queste ultime attraverso omicidi mirati e sabotaggi, nel tentativo di riportare tutto sotto un possibile controllo russo.
Di fatto quel movimento che si era ribattezzato Primavera Russa e che aveva portato, dopo Euromaidan, alla secessione del Donbass; che in Occidente è sempre stato dipinto come un’univoca operazione del Cremlino, è rientrato dentro un’eterodirezione moscovita proprio grazie agli sforzi di entità grigie come l’allora sconosciuta Wagner.

Ma tra il Donbass prima del fronte congelato dagli accordi di Minsk e quello furente dell’invasione su larga scala, la Wagner ha accresciuto le sue fila e i suoi teatri operativi: impiegati in Siria come forze di terra a supporto del regime assadista, sono quelli che strapperano la città di Palmira al Califfato Islamico.
Conquistano e proteggono pozzi petroliferi da cui ricavano grossi guadagni, si spostano in Libia prendendo parte alla catastrofe post-gheddafiana. Imbracciano le armi in Sudan, in Mali, nella Repubblica Centrafricana.
Sono i responsabili dell’addestramento dei soldati e del contrasto allo jihadismo nel Sahel. Ovunque il loro operato va intrecciandosi con rapporti di potere, influenze diplomatiche ed estrazione di risorse: nessuna retorica umanitaria, niente proclami roboanti, solo accordi commerciali ed esecuzione di servizi.

Eppure se diversi paesi, sovente sotto governi appena instaurati in una rapida concatenazione di golpe, si sono spostati nell’orbita russa e un bel pò di truppe atlantiche, insieme ai residui di quel cancro coloniale della Francafrique, sono state buttate fuori dal continente, una discreta parte di responsabilità ce l’hanno questi mercenari.
E seppure dalle nostre parti si continua a leggerli come una diretta emanazione di Mosca, preferiamo la più complessa lettura dei due autori, per cui è molto difficile capire dove inizia il mandato esplicito dello Stato e dove finisce l’ambizione personale di Prigožin nel perseguire un’agenda di grandeur che vede fondersi insieme nazionalismo, affari, geopolitica e interesse nazionale.

Tanto più che se le imprese della Wagner, molto più delle altre PMC, ricordano quelle delle Compagnie di ventura della prima modernità; la tragica parabola del capo e dei suoi sottoposti sembra emergere direttamente dalla penna di Le Carrè.
C’è dell’incredibile in un Prigožin, piccolo delinquente appena scarcerato, che si arrabatta con un chiosco di hot dog nella ex-Leningrado del pieno collasso sovietico.
Un signor Nessuno che, in quella vasca di squali che è la democratizzazione russa, scala i ranghi della società come ristoratore e finendo per ottenere contratti milionari di forniture allo Stato, inserendosi direttamente nell’ascendente cerchia di un giovane Vladimir Putin.
Imprenditore gastronomico che mette su posticci cartelli mediatici e campagne di disinformazione e che decide, con megalomane spregiudicatezza, di costruire un proprio esercito privato.

Ogni miliardario postsovietico ha la sua stola di gorilla armati e non pochi sono quelli che assumono la forma di una vera e propria Compagnia Militare. Il riciclo delle competenze dell’Armata Rossa è stato un buon mercato per molti militari e disoccupati.
Prigožin, figlio del suo tempo, non fa eccezione in questo. Ciò che lo differenzia è la volontà di perseguire un’agenda politica para-nazionale in cui i suoi affari si intrecciano con l’interesse di Stato.
Da criminale a imprenditore a condottiero, il passo a mito è breve, e infatti il brand Wagner è dal 2022 una piccola moda del pubblico russo: facile acquistare t-shirt e magliette, ancora più facile imbattersi nel flusso memetico che accompagna le dichiarazioni sempre più ruvide di Prigožin sui social network.

E infatti l’ultimo atto della Wagner è accompagnato da un codazzo di apprezzamenti e selfie.
L’oggettivo strapotere ottenuto negli anni e la sovraesposizione dovuta alla battaglia Bakhmut portano prima all’inevitabile conflitto d’interessi tra chi dirige le forze armate ufficiali e chi gestisce uno spaventoso esercito fedele solo ai suoi capi.
Conflitto che Prigožin decide di risolvere passando, letteralmente, all’offensiva in uno strano tentato colpo di stato che vede i mercenari conquistare Rostov sul Don senza sparare un colpo e passando una giornata a posare per selfie e strette di mano con i passanti entusiasti, mentre una colonna marcia verso Mosca.
Un golpe che chiedeva la testa dei vertici dell’esercito e si risolve, nel giro di 24 ore, in un nulla di fatto. I mercenari si ritirano dopo un’opaca trattativa apparentemente senza ripercussioni.

Due mesi dopo, agosto 2023, l’aereo privato che trasportava Prigožin e i suoi comandanti, tecnicamente esiliati in Bielorussia, da Mosca a San Pietroburgo salta in aria uccidendo tutti i passeggeri. Pagavano il pegno del loro tradimento alla verticale del potere.
Da allora la Wagner viene in parte smantellata e in parte assorbita dalle forze armate, i suoi asset africani vengono riorganizzati sotto il (pessimo) nome di Afrika Korps.

Già dai primi giorni dopo la caduta dell’aereo si moltiplicano i memoriali con bandiere e fiori, foto di Prigožin e Utkin. Non solo in Russia: in Repubblica Centrafricana gli viene eretta più di una statua e in giro nel Sahel si tengono piccole dimostrazioni di cordoglio.
Che dei criminali di guerra attirino tutto questo affetto non è inedito e non dovrebbe scandalizzare più di tanto. Ciò che è da osservare è come, sedimentando un forte immaginario e tentando di strappare una legittimazione d’autorità, una compagnia militare privata per la prima volta nel mondo contemporaneo si imponga come soggetto politico.
Reclama la sua possibilità di decidere dei destini di una guerra ben oltre il proprio mandato. Una possibilità inattuabile perché ancora non c’è sufficiente spazio di manovra per i capitani di ventura ma che, se guardiamo ai movimenti simili dei capitani dell’industria Hi-Tech della Silycon Valley, dovrebbe far riflettere per il futuro prossimo.

In questa specie di Guerra dei trent’anni, che è diventata la globalizzazione, dove il fronte di guerra si sposta di luogo in luogo ignorando i confini tra nazioni, gettando odi e motivazioni in una centrifuga in cui è difficile tenere fermo il significato, nuovi predatori emergono e le prerogative tipiche degli Stati Nazione vanno diluendosi in nuove concentrazioni di potere privato.
E alla fine di tutto, quando un diverso ordine si imporrà con i suoi equilibri, non è detto che a vincere sarà uno Stato piuttosto che lo sconosciuto CEO di un comparto tecno-militare.

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Storia della velocità e del suo immaginario secondo Jeffrey Schnapp https://www.carmillaonline.com/2025/11/23/storia-della-velocita-e-del-suo-immaginario-secondo-jeffrey-schnapp/ Sun, 23 Nov 2025 21:00:32 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=90887 di Gioacchino Toni

Jeffrey Schnapp, Storia rapida della velocità, il Saggiatore, Milano 2025, pp. 280, € 18,00

Sin dai tempi antichi si è teso a sovrapporre l’idea di vita a quella di movimento, tanto da condurre al convincimento, scrive Jeffrey Schnapp nella sua Storia rapida della velocità (il Saggiatore, 2025), che “più movimento” significhi “più vita”, pensando al “più” in senso qualitativo o quantitativo, momentaneo o durevole, mentale o fisico. Il diffondersi dei mezzi di locomozione, siano essi di tipo animale o meccanico, hanno di fatto contribuito a riplasmare l’esperienza umana dello spazio, del tempo e della società, modificando radicalmente tanto il [...]]]> di Gioacchino Toni

Jeffrey Schnapp, Storia rapida della velocità, il Saggiatore, Milano 2025, pp. 280, € 18,00

Sin dai tempi antichi si è teso a sovrapporre l’idea di vita a quella di movimento, tanto da condurre al convincimento, scrive Jeffrey Schnapp nella sua Storia rapida della velocità (il Saggiatore, 2025), che “più movimento” significhi “più vita”, pensando al “più” in senso qualitativo o quantitativo, momentaneo o durevole, mentale o fisico. Il diffondersi dei mezzi di locomozione, siano essi di tipo animale o meccanico, hanno di fatto contribuito a riplasmare l’esperienza umana dello spazio, del tempo e della società, modificando radicalmente tanto il paesaggio esterno quanto la mente degli individui.

A Schnapp non interessa tratteggiare l’ennesima storia della tecnica o dei trasporti, quanto piuttosto indagare la relazione profonda tra velocità e civiltà che si è data nel corso del tempo, proponendo un viaggio nell’immaginario e nella sensibilità dell’essere umano moderno costantemente in bilico tra desiderio di trascendenza e limiti del corpo, dalle corse dello spartano Lada alla ruota cosmica che avvolge Dante nel Paradiso, dalla carrozza postale di Thomas de Quincey alle macchine da corsa futuriste, dal treno dipinto da William Turner ai microchip della Nvidia.

Ogni forma di accelerazione racconta una metamorfosi che se da un lato promette all’essere umano di superarsi, dall’altro lo pone di fronte al rischio di smarrirsi in un mondo che corre troppo in fretta. Ogni esperienza di una nuova velocità che determina un’accelerazione del ritmo umano rispetto a quello naturale – destinata ad essere presto naturalizzata nella quotidianità – ha dato luogo a “racconti di trasformazione”, «racconti che sostengono la premessa che l’equazione più movimento = più vita implichi un terzo termine: un passaggio dall’umano al più che umano, inteso come conquista di poteri sovrumani tramite mezzi animali, meccanici, elettronici, chimici o spirituali» (p. 17). È ripercorrendo alcuni di questi racconti che Schnapp struttura il suo libro.

Nei racconti di movimento e metamorfosi selezionati, l’autore individua due principali tipologie di trasformazione. Una di “trascendenza forte” (“trascendenza” in quanto l’accelerazione produce sul soggetto un veloce passaggio dallo status umano a quello più che umano, in un contesto in cui la velocità è concepita come qualità divina, “forte” in quanto si tratta di una trasformazione irreversibile in cui l’incidente rappresenta l’eccezione, anziché la norma). Una trasformazione che si determina alla velocità dei fenomeni più celeri in natura che avvicina l’umano al divino.

Il secondo tipo di trasformazione interpreta invece gli effetti della velocità come una forma di “trascendenza debole” (“debole” per la transitorietà dei momenti di eccitazione sensoriale e per l’inevitabilità dell’incidente che riconduce il soggetto alla situazione precedente il movimento). Si tratta di un tipo di trascendenza che, per quanto conduca temporaneamente l’umano verso il più che umano, manifesta il corpo carnale suggerendo l’inevitabile mortalità a cui va incontro. Questo tipo di trascendenza debole, nota Schnapp, tende a prevalere su quella forte nel corso delle ere industriali e postindustriali, anche se alcuni guru della Silicon Valley hanno rivitalizzato la tipologia forte «in una veste tecnocentrica, avvolgendo nel mantello delle nuove tecnologie il linguaggio della fede religiosa» (p. 19). Secondo costoro, grazie allo sviluppo tecnologico, la vita umana potrà presto trasformarsi oltrepassando i limiti dei corpi e dei cervelli biologici mentre le macchine diventeranno sempre più intelligenti, senzienti e autocoscienti.

Schnapp ricostruisce un’antropologia della velocità fatta di corpi, macchine, estasi e schianti a partire da alcuni punti fermi: la grande importanza che ha sempre avuto la velocità (reale e immaginata, somatica e mentale) nella storia della civiltà umana; il fatto che la cultura e le tecnologie si plasmino vicendevolmente; la constatazione di come i movimenti fisici e mentali determinino dinamiche di potere e gerarchie sociali; il fatto che la consapevolezza sempre più diffusa delle catastrofiche conseguenze climatiche determinate dal modello di sviluppo illimitato abbia fatto crollare la longeva fede nel progresso, nella crescita e nell’industrializzazione; la pressa d’atto che, con il passaggio dall’era industriale a quella dell’informazione, «le storie esterne e interne della velocità si sono scisse l’una dall’altra. Oggi si richiede alle menti di muoversi con sempre maggiore rapidità mentre i corpi si spostano tanto quanto, se non meno, rispetto a mezzo secolo fa. Decenni di accelerazione nei ritmi di produzione, circolazione e consumo delle informazioni sui dispositivi connessi hanno attuato una frattura tra le forme di mobilità mentale e corporea senza precedenti negli annali della civiltà» (p. 54).

Schnapp guarda ai mutamenti culturali, sociali e cognitivi che si sono manifestati nel passaggio dall’homo sapiens all’homo digitalis evitando di esprimere giudizi sommari, analizzando le nuove forme di mobilità che emergono in un’epoca caratterizzata da enormi flussi di dati e dallo spettro di un’imminente catastrofe climatica. Tale passaggio epocale ha fatto emergere nuovi modelli di comunità, di interazione sociale, di ordine istituzionale e di scambio economico, così come nuove forme di libertà e creatività e di ansie e sociopatologie. L’enorme ed insinuante flusso di dati che caratterizza la contemporaneità incide fortemente sui movimenti del capitale globale, sulla gestione urbana, sui principali parametri che regolano il funzionamento del corpo umano (sonno, temperatura corporea, pressione sanguigna, battito cardiaco ecc.), sulle modalità di attenzione, sui modelli di costruzione del sé, sulla concezione che si ha del divertimento e dello stesso tempo libero.

La diffusione di sistemi di intelligenza artificiale sempre più sofisticati e performanti con cui l’homo digitalis si trova a convivere ed a confrontarsi lo obbligherà, prima o poi, a fare i conti con i suoi limiti neurocognitivi o biologici. Mentre i futuristi dei nostri giorni, come i loro predecessori primonovecenteschi, restano fiduciosi del fatto che l’umanità saprà governare ogni trovata avveniristica che riuscirà a presentare, traendo da essa enormi benefici, dunque insistono nel sovrastimare le possibilità umane e nel sottovalutare quanto l’umanità sia radicata nel mondo naturale, scrive Schnapp, gli antropologi della velocità «scrutano l’anthropos e la sua storia con millenni di dati a portata di mano, cercando di articolare risposte che possano stimolare una riflessione critica e forse resistere all’ennesima prova del tempo» (p. 58).

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Così succedeva ai vecchi cavalli https://www.carmillaonline.com/2025/11/22/cosi-succedeva-ai-vecchi-cavalli/ Sat, 22 Nov 2025 21:00:28 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91340 di Giorgio Bona

Larry McMurtry, Luna Comanche, trad. dall’inglese di Gaspare Bona, pp. 712, € 24, Einaudi, Torino 2025.

Luna Comanche di Larry McMurtry è l’ultimo romanzo della quadrilogia del West e segue Lonesome Dove (Einaudi, 2017), Le strade di Laredo (Einaudi, 2018) e Il cammino del morto (Einaudi, 2024). Uscito originariamente nel 1997 (Comanche Moon), riprende le avventure dei due rangers protagonisti nei precedenti romanzi, Augustus “Gus” McCrae e Woodrow Call. I due pards, con i loro amici, danno la caccia a indiani bellicosi e banditi psicopatici nelle sterminate praterie del Texas, poco distanti dal confine con il Messico. Larry [...]]]> di Giorgio Bona

Larry McMurtry, Luna Comanche, trad. dall’inglese di Gaspare Bona, pp. 712, € 24, Einaudi, Torino 2025.

Luna Comanche di Larry McMurtry è l’ultimo romanzo della quadrilogia del West e segue Lonesome Dove (Einaudi, 2017), Le strade di Laredo (Einaudi, 2018) e Il cammino del morto (Einaudi, 2024). Uscito originariamente nel 1997 (Comanche Moon), riprende le avventure dei due rangers protagonisti nei precedenti romanzi, Augustus “Gus” McCrae e Woodrow Call. I due pards, con i loro amici, danno la caccia a indiani bellicosi e banditi psicopatici nelle sterminate praterie del Texas, poco distanti dal confine con il Messico.
Larry McMurtry, nipote di pionieri, morto nel 2024 a 84 anni, aveva mosso critiche ai romanzi western in quanto, a suo parere, peccavano di un eccesso di romanticismo e poca coesione alla realtà. Per tale ragione, prima che iniziasse il lungo cammino della sua opera, dichiarò convinto quanto desiderasse riportare con i piedi per terra il mito del vecchio West.
L’intento fallì durante quell’incredibile viaggio. Pochi seppero come lui ridisegnare il mito della frontiera al grande pubblico, trasformandolo sì in una straordinaria epopea ma anche in uno scenario di violenza e di sopraffazione, rappresentazione di un mondo cinico e crudele, animato dal grande spirito dell’avventura.
Emerge in Luna Comanche il declino di una cultura, la scomparsa di una civiltà, quella dei nativi, e l’avanzare della civiltà bianca in un’atmosfera che ben pone in scena lo spirito della Frontiera: i rapporti tra i personaggi vi appaiono legati in un mix di ironia, drammaticità e crudo realismo.
È Buffalo Hump, il vecchio capo comanche dalla grande gobba, protetto da uno scudo forgiato dalla testa di un bisonte, a lanciare una sfida attaccando i coloni e le città texane di Austin e San Antonio, perché sente di avere a suo favore la luna comanche che favorisce le battaglie. Alla guida dei suoi guerrieri decide di riconquistare quei territori che un tempo appartenevano al suo popolo.
Seguono attacchi inaspettati, in silenzio, mentre nessuno se lo aspetta, come nella migliore tradizione del vecchio west. Archi e frecce sono lo strumento di questi assedi che lasciano sul campo un’infinità di morti.
E così ci troviamo davanti a inseguimenti di rangers in territori sconfinati, lande desolate, scorrerie di indiani che nella guerra ai bianchi attraversano il Texas fino alla Grande Acqua dell’Oceano, mentre i coloni risalgono i fiumi come un’invasione di cavallette alla ricerca di terra e di una nuova vita.
Buffalo Hump ha ignorato la volontà di altri capi che volevano assoggettarsi alle imposizioni dei bianchi e dedicarsi alla coltivazione del mais rinnegando le loro usanze e tradizioni. Sceglie il sentiero di guerra a seguito di una visione apparsa in sogno che portava il popolo rosso alla vittoria.
Niente fucili, solo armi che la grande tradizione indiana ha accompagnato nel suo lungo corso, lance e frecce, per attacchi silenziosi, feroci, un mordi e fuggi che lascia una scia di terrore e sangue.
Rappresenterà l’ultima campagna di guerra del capo indiano che finirà per cercare la morte lontano dalla sua tribù con la dignità che ha sostenuto i grandi condottieri.

Molto prima di arrivare al lago secco dove l’Antico Popolo si appostava per catturare i cavalli selvatici che andavano ad abbeverarsi alla piccola polla, Buffalo Hump si pentì di non aver scelto meglio la cavalcatura per il suo ultimo viaggio. Il vecchio cavallo aveva i denti logorati: nel canyon c’era erba alta che riusciva ancora a brucare, ma sull’arido llano, nelle vicinanze del lago dei cavalli, la poca erba era bassa. La povera bestia era costretta a impolverarsi il muso cercano di strappare i corti steli con i monconi giallastri dei denti. Il cavallo aveva trottato con brio per un ventina di miglia, poi le forze erano scemate ed era tornato a essere quello che era: un vecchio animale avviato alla morte per la mancanza dei denti. Così succedeva ai vecchi cavalli, come le mani tremanti e gli occhi acquosi erano il segnale per gli uomini anziani. Buffalo Hump sapeva di avere scelto male. La sua intenzione era di raggiungere la Black Mesa, dove si sarebbe avviato verso la morte cantando tra le rocce nere, le più antiche che esistessero. Alcuni credevano che soltanto in quelle pietre albergassero gli spiriti che accolgono le persone al momento del trapasso.

Intanto ai due protagonisti, Gus e Call, appena promossi capitani, viene affidata una missione importante dal governatore in persona: alla guida di un manipolo di rangers devono riportare a casa il Colonnello Scull che sta cercando a piedi il suo leggendario cavallo, rubato da un ribelle comanche e si spinge nelle pericolose terre del feroce bandito Ahumado, conosciuto come Black Vaquero, che lo farà prigioniero.

Ahumado non aveva mai avuto un prigioniero che si comportasse come il capitano Scull, il piccolo americano. La maggior parte delle sue vittime cadevano nella disperazione non appena capivano di essere in un posto da cui non sarebbero più uscite se non da morte. Per sua esperienza gli americani erano pessimi prigionieri. Aveva provato a farne scorticare parecchi da Goyeto, – mercanti, minatori, viaggiatori che si erano trovati nel posto sbagliato -, ma tutti avevano reso l’anima prima che il suo sgherro potesse arrivare a fondo. Spesso bastava che scuoiasse un braccio o una gamba perché gli americani morissero. I bianchi erano prigionieri deboli. Una volta gli era capitato un piccolo indiano tarahumara del nord, che era rimasto legato al palo senza emettere un gemito mentre Goyeto gli toglieva tutta la pelle. Quel tarahumara era un uomo straordinario. Ahumado aveva deciso di offrirgli un riparo e di nutrirlo bene, sperava che la pelle gli ricrescesse. Ma all’indiano il cibo e l’ombra non avevano giovato molto. Era morto tre giorni dopo senza che gli fosse ricresciuto un centimetro di pelle.

La fine di un’epoca è vicina, la vita della frontiera si sta spegnendo.
In Luna Comanche il crepuscolo insegue l’alba nella meravigliosa giostra del vecchio West senza affondare nella retorica. Lo spirito dell’avventura nelle sterminate praterie, nei pericoli tra un canyon e un altro, tra un saloon, un bordello e un tavolo da poker si susseguono come un gioco di carambole.
McMurtry non rincorre la storia, forse desidera che la storia non lo accompagni nel suo racconto, però tratta luci e ombre del vecchio west con un intenso lirismo. Ci porta a cavalcare insieme ai suoi personaggi, gli occhi fissi alla realtà di quello che fu un mondo primitivo e durissimo.

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Sarajevo-Roma, viaggio di sola andata. https://www.carmillaonline.com/2025/11/22/sarajevo-roma-viaggio-di-sola-andata/ Fri, 21 Nov 2025 23:06:00 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91358 di Margherita Coletta

Trent’anni fa, nel novembre 1995, venivano siglati nella cittadina statunitense di Dayton gli accordi che sancivano ufficialmente la fine della guerra in Bosnia-Erzegovina. Era il marzo del 1992 quando la penisola balcanica fu protagonista di uno dei conflitti più cruenti in Europa dopo la seconda guerra mondiale. Nel disegno degli strateghi serbi e croati, che rivendicavano un predominio in quei territori, l’allontanamento forzato della popolazione civile prevedeva un viaggio di sola andata. Uno degli obiettivi intrinseci del conflitto era di non permettere il ritorno dei rifugiati di guerra nel proprio Paese, nelle proprie case. Con il termine [...]]]> di Margherita Coletta


Trent’anni fa, nel novembre 1995, venivano siglati nella cittadina statunitense di Dayton gli accordi che sancivano ufficialmente la fine della guerra in Bosnia-Erzegovina. Era il marzo del 1992 quando la penisola balcanica fu protagonista di uno dei conflitti più cruenti in Europa dopo la seconda guerra mondiale. Nel disegno degli strateghi serbi e croati, che rivendicavano un predominio in quei territori, l’allontanamento forzato della popolazione civile prevedeva un viaggio di sola andata. Uno degli obiettivi intrinseci del conflitto era di non permettere il ritorno dei rifugiati di guerra nel proprio Paese, nelle proprie case. Con il termine “forced displacement” si indica la rimozione forzata dal suolo di origine di coloro che hanno un’identità o delle opinioni differenti da altri gruppi, attuata in modo tale da non consentire in futuro il rientro di questi ultimi nel proprio Paese. Dei circa 1,2 milioni di rifugiati all’estero, tra il 1996 e il 2006, soltanto 442.137 hanno fatto ritorno.

«La mia vita è stata un po’ uno sliding doors…». Belma è originaria di Mostar. L’accento bosniaco si confonde con le parole e i modi di dire romaneschi. Si capisce subito che Roma è la sua città da molto tempo, la sua casa. «come Roma, Mostar ormai è piena di gente, di turisti…’na pipinara!». A diciannove anni si è trasferita a Sarajevo, la capitale multietnica della Bosnia, per avviare i suoi studi nel campo dell’odontoiatria. Era il 1991. Nel marzo dell’anno successivo, la Bosnia-Erzegovina avrebbe dichiarato la sua indipendenza dalla Federazione jugoslava, segnando il suo destino.
Da quella primavera sono passati trentatré anni. Belma era adolescente, per lei il futuro aveva coordinate remote: un luogo astratto, utile nel presente per poter sognare. Faticava a capire cosa stesse succedendo intorno a lei. Nel tentativo di tenere salda la Jugoslavia e i suoi poteri nella Federazione, la Serbia attaccò prima la Slovenia, poi la Croazia, in seguito alle loro dichiarazioni di indipendenza. Il turno toccò poi alla Bosnia-Erzegovina, all’indomani del suo plebiscito. La Bosnia era un obiettivo non di poco conto: coacervo di etnie sparse irregolarmente per il territorio e che convivevano da secoli, divenne un luogo in cui manifestare via via le proprie pretese. Qui, nella più “jugoslava” di tutte le repubbliche (così denominata per la composizione etnica eterogenea), i territori rivendicati dalle parti serbe e croate erano molteplici. «Prima di un esame, noi studenti dovevamo compilare un piccolo foglio in cui bisognava indicare nome, facoltà ed esame da sostenere. Un giorno, io ero con una mia amica e abbiamo notato una nuova sezione da compilare: nazionalità». Era il 1992. «Non ho mai dovuto indicare la mia nazionalità prima di allora: bastava mettere jugoslava. Ora non andava più bene. Io ero bosniaca e la mia amica era serba». Questo, tra di loro, non era rilevante. Di lì a poco sarebbe scoppiata la guerra.
La Bosnia-Erzegovina è ricordata per essere stata il teatro di uno dei conflitti più cruenti e sanguinosi nell’Europa contemporanea. Il conflitto balcanico ha provocato la morte di più di centomila persone (civili inclusi), la fuga di oltre il cinquanta per cento della popolazione e una disastrosa condizione economica post-bellica, segnalata dal reddito pro capite che dai 2.723 dollari del 1991 toccò i 300 dollari nel 1995 e dalle ingenti distruzioni dei servizi pubblici e dell’edilizia residenziale. Dal 1992 al 1995, circa 2,2 milioni di bosniaci sono fuggiti dai propri territori, di cui un milione all’interno della stessa Bosnia e più di 1,2 milioni in diversi Paesi. Belma era una di loro.

Tutto questo, i bosniaci, quelli abituati alla convivenza interetnica, che non conoscevano un altro tipo di Bosnia, non lo credevano possibile. Il momento in cui i venti di guerra si trasformarono in colpi di mortaio fu il 5 aprile, quando a Sarajevo si riunì una folla di circa duemila persone per manifestare pacificamente contro l’escalation di violenza. Un franco tiratore colpì una studentessa di medicina, Suada Dilberović, considerata simbolicamente la prima vittima del conflitto bosniaco, e altri quattro civili vennero uccisi dai cecchini serbi, appostati ai piani alti dell’Holiday Inn. Belma e Suada erano amiche. Nell’aprile del ’92, Belma decise di lasciare Sarajevo e raggiungere la sua famiglia a Mostar con l’unico treno che viaggiava durante i giorni di una breve tregua. «Ero andata alla stazione con una valigia in mano e con questi occhiali da sole…ero giovane, non mi rendevo conto». Un viaggio di tre ore ne durò sette e, alla fine, lei riuscì ad arrivare nella sua vecchia casa.
Il giorno dopo, i binari di quella stazione vennero fatti saltare in aria. Belma si rifugiò poi per tre mesi a Spalato, prima di prendere la decisione di andare via, da sola. La madre aveva un contatto a Roma. Da quel giorno, lei vive lì.

Per Slavica, non se ne parlava di uscire dalla Bosnia, mai fuori dalla sua Sarajevo. Lei e suo figlio hanno vissuto la guerra quasi nella sua interezza all’interno della capitale assediata: «L’assedio si può raccontare, ma chi non lo ha vissuto non può capirlo fino in fondo». Sarajevo, la città più grande della Bosnia, contava una popolazione prebellica di circa 350.000 abitanti. Durante gli anni della guerra, i morti toccarono quasi i dodicimila (di cui un sesto bambini), mentre oltre cinquantamila rimasero feriti. Le persone che vissero nella capitale bosniaca durante l’assedio furono 280.000, sopravvivendo alle granate, al fuoco dei cecchini, alla fame e all’assenza di acqua, luce e gas. Sarajevo ha conosciuto l’assedio più lungo nella storia bellica della fine del XX secolo: quattro anni sotto le bombe, in una città spettrale, dove si sopravviveva giorno per giorno. Slavica è originaria di Doboj, una cittadina situata nel nord della Bosnia, attualmente sotto la giurisdizione della Repubblica Srpska. Nel 1992 aveva 25 anni, suo figlio quattro.
Quando cominciò l’assedio di Sarajevo, Slavica sfidò ogni giorno le bombe e i colpi dei cecchini serbi appostati sulle alture per andare al mercato a comprare o barattare del cibo da portare a casa. Il “mercato” era in realtà un tunnel: spot clandestino creatosi negli anni dell’assedio sotto l’aeroporto della capitale bosniaca. Il tunnel ebbe un ruolo vitale nel rifornire la città e i civili che vi abitavano, nonostante al suo interno vi circolassero anche reti di contrabbando e meccanismi clandestini per rifornire e finanziare le parti opposte del conflitto. Slavica pensava che, se fosse morta, almeno sarebbe rimasta nel suo paese, con la sua gente. Tuttavia, nell’aprile del 1995 fu costretta ad uscire, per motivi legati alla salute del figlio. All’inizio di quell’anno, lei aveva ricominciato a lavorare in una pizzeria italiana dove era stata assunta tre anni prima. Ricorda di come, lì, il telefono squillasse in continuazione: la gente aveva iniziato a lasciare quel numero ai propri cari all’estero, per poter ricevere delle chiamate. Nella Sarajevo assediata e, in generale, nella Bosnia-Erzegovina in conflitto, le comunicazioni interne non funzionavano, ma era possibile ricevere chiamate dall’estero. Lasciò il numero della pizzeria alla sorella, rifugiatasi in Italia agli inizi della guerra e, un giorno, prese la decisione di raggiungerla. «Io e mio figlio lasciammo la città attraverso lo stesso tunnel dove andavo a comprare ogni giorno il cibo e che si estendeva fino a Butmir. Da lì, viaggiammo verso Roma con dei convogli umanitari». Lei che non si sarebbe mai spostata da Sarajevo, oggi vive a Roma da trent’anni. Eppure, Slavica ha avuto da subito una sorta di imprinting con la città: «I romani sono un po’ caciaroni, proprio come i sarajevesi…c’è uno spirito di comunanza. Poi, ho visto il tram numero quattordici: era dello stesso colore di quello che prendevo sempre a Sarajevo. Mi sono sentita a casa».

Fatima lavora da diversi anni al Centro di Servizio per il Volontariato di Roma. Si definisce una «profuga per caso». È originaria di Kakanj, un villaggio della Bosnia centrale e negli anni Novanta si era trasferita a Sarajevo per studiare. Nel 1992 stava progettando di venire in Italia durante l’estate, con l’intento di imparare la lingua e di lavorare come ragazza alla pari in una famiglia. Nel mese di febbraio aveva già tutto pronto: l’agenzia interculturale l’aveva messa in contatto con la sua host-family e la partenza era programmata per luglio. Con lo scoppio del conflitto fu presto costretta a cambiare i suoi piani ed anticipare la sua partenza, ma non più nei panni di una turista. «Se non fossi stata “la profuga”, se la mia fosse stata una permanenza di piacere sarebbe stato tutto diverso, perché avrei avuto la possibilità di ritornare in Bosnia. Quando sei da solo, però, devi pensare a te stesso». Le circostanze che portano un rifugiato di guerra a non far rientro nel proprio Paese sono diverse e, molto spesso, legate all’età e al mutato contesto nel Paese di origine. La paura di Fatima, come di molti altri rifugiati, era di non ritrovare in Bosnia le possibilità per costruirsi la vita che voleva. Il suo è stato uno spostamento che non ha mai veramente digerito, perché costretta a compierlo. Sostiene di sentirsi come i bambini adottati, che ad un certo punto della loro vita sentono il bisogno di riscoprire il proprio luogo di origine e di ristabilire un contatto. Oggi, è presidentessa dell’associazione Bosnia nel cuore, nata nel 1992 come iniziativa spontanea dei bosniaci residenti a Roma prima della guerra. Dopo la laurea, Fatima intraprese un Master in Diritti Umani e Cooperazione Internazionale, dal programma molto chiaro: «Educazione alla Pace».

In Germania esiste un termine utilizzato per indicare il senso di colpa collettivo vissuto dalla popolazione tedesca dopo le atrocità commesse durante il regime nazista: Vergangenheitsbewältigung, traducibile come «superamento del passato». Il concetto è riferibile, in generale, a molte delle popolazioni i cui leader hanno ideato e alimentato progetti nefasti, provocando danni alla popolazione civile. Vela è originaria di Tuzla. Le radici della sua famiglia, di religione ortodossa, sono serbe. Nel 1992, viveva anche lei nella città universitaria di Sarajevo. Allo scoppio del conflitto, decise di lasciare il Paese. Vela dice di aver fatto proprio in quegli anni di quel senso di colpa collettivo: «A volte non riesci a spiegare alle persone che sei contro la guerra, poi a quei tempi…è un sentimento che non si può descrivere, ma che per fortuna adesso è sparito. Durante la guerra però era impossibile: ero lì a mangiare in mensa con altri bosniaci e poi sentivamo al telegiornale che un’altra bomba serba aveva colpito il mercato di Sarajevo…non era facile. Il mio cognome era comunque un marchio».
Da trentadue anni vive a Roma, tornando di tanto in tanto a Tuzla, nella casa di campagna della famiglia. In seguito agli accordi di pace, stipulati a Dayton, in Ohio, nel 1995, la zona in cui abitava Vela e la sua famiglia passò sotto il controllo serbo. Le famiglie di etnia serba popolarono l’area, occupando legalmente le case abbandonate dagli sfollati durante la guerra. La casa di Vela è stata liberata dagli occupanti serbi solo nei primi anni del 2000. «Quando hanno firmato la pace a Dayton abbiamo capito che un Paese così devastato e profondamente cambiato non era più vivibile. Hanno diviso un territorio senza criterio. Devo ancora capire la divisione corretta. So a chi appartengono le città principali, ma di alcuni posti non ne ho idea. Loro hanno creato una divisione che non mi appartiene». Vela, così come Belma, Slavica e Fatima, è stata vittima di un conflitto che la voleva fuori dal proprio Paese. «L’unica certezza che avevo è che non volevo far parte di tutto quel che stava succedendo nel mio Paese. Eravamo concentrati a cercare noi stessi, a capire cosa volevamo fare nella vita. Eravamo ventenni. Io avevo un obbligo: cosa ne faccio della mia vita?».

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Questo è il fiore della memoria e ci diranno che bel fior https://www.carmillaonline.com/2025/11/20/questo-e-il-fiore-della-memoria-e-ci-diranno-che-bel-fior/ Thu, 20 Nov 2025 22:30:08 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91562 di Luca Baiada

Paola Gramigni, Partigiano, portami via. La stampa e l’uso politico della Resistenza, prefazione di Lidia Piccioni, L’asino d’oro edizioni, Roma 2025, pp. 176, euro 18.

Una ricerca condotta su libri, giornali e periodici. Oggetto, il lavoro culturale e comunicativo attorno alla Resistenza. Si segnala per l’impegno nell’approfondimento e per un tono schierato, senza ambigue imparzialità. Le premesse sono buone perché danno peso a Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, e alle controversie che aprì anche a sinistra.

L’autrice si muove in tutta sicurezza. È smaliziata, quando dà conto del fatto che il concetto [...]]]> di Luca Baiada

Paola Gramigni, Partigiano, portami via. La stampa e l’uso politico della Resistenza, prefazione di Lidia Piccioni, L’asino d’oro edizioni, Roma 2025, pp. 176, euro 18.

Una ricerca condotta su libri, giornali e periodici. Oggetto, il lavoro culturale e comunicativo attorno alla Resistenza. Si segnala per l’impegno nell’approfondimento e per un tono schierato, senza ambigue imparzialità. Le premesse sono buone perché danno peso a Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, e alle controversie che aprì anche a sinistra.

L’autrice si muove in tutta sicurezza. È smaliziata, quando dà conto del fatto che il concetto di guerra civile spezza «l’immagine oleografica e rassicurante della Resistenza come fenomeno unitario». Il revisionismo antiresistenziale è fronteggiato a viso aperto e l’analisi è profonda. È una mistificazione, trattare i fatti sminuzzando dettagli senza cogliere il senso d’insieme, come si fa per la cronaca nera: la storia scompare e «al suo posto resta una valanga di singoli eventi la cui veridicità è affidata alle memorie dei parenti e ai racconti dei testimoni, oculatamente selezionati, di allora».

Così è smascherata la trappola insita nella memoria scissa dalla storia. Certe tecniche narrative strizzano l’occhio al pubblico con porzioni precotte, pastoni di fatti spiccioli. Sono le raccolte di ricostruzioni alternative, di ipotesi, di illazioni. Gramigni dice bene: chi ha cercato di far scomparire la storia ha lavorato su testimoni «oculatamente selezionati». È stato il caso delle insistenze pelose sulla memoria divisa (le stragi di Civitella e Guardistallo, o altro), quando ricerche falsamente neutrali e innovative hanno riproposto tesi antipartigiane e stravecchie.

Partigiano, portami via legge il revisionismo in parallelo con le manovre eversive, anche quelle ricollegabili a lontani cambi di gabbana. Nel 1990 Andreotti ammette l’esistenza di Stay Behind; nello stesso anno riemergono le carte Moro a Milano, in via Monte Nevoso, e c’è la stagione di Francesco Cossiga «picconatore»; a maggio 1991 Cossiga esalta la struttura Osoppo; nel 1992 c’è una commemorazione dell’eccidio di Porzûs, Cossiga sta per andarci ma la visita è annullata e ci va Edgardo Sogno[1]. Dopo la guerra la Osoppo venne ricostituita come Organizzazione O, con ex partigiani, parroci ed ex repubblichini; l’Organizzazione O, a sua volta, nel 1956 fu sciolta e confluì in Gladio[2]. E proprio sui partigiani osovani, Cossiga dichiara che «con una continuità ideale rispetto al loro impegno nella Resistenza, essi entrarono a fare parte delle Divisioni Osoppo-Friuli e Gorizia, dell’Organizzazione O e della rete Stay Behind»[3]. Più chiaro di così.

Meno convincenti, invece, le pagine in cui per capire i fatti ci vuole dimestichezza con le questioni processuali e, più in profondità, con la giustizia. Così l’Armadio della vergogna, l’archivio sulle stragi nazifasciste insabbiato nella sede centrale della giustizia militare, è presentato con dettagli tralatizi:

In relazione all’indagine istruttoria per Priebke, nell’estate del 1994, mentre il procuratore militare Antonino Intelisano stava cercando in archivio una richiesta di autorizzazione a procedere che poteva essere contenuta negli atti del precedente processo contro Herbert Kappler, viene «scoperto» un armadio in legno marrone, sigillato, con le ante rivolte verso il muro, protetto da un cancello in ferro e da un lucchetto[4].

Manca anche una rivisitazione critica del fatto che la celebrazione dei processi, durata dalla seconda metà degli anni Novanta al 2015, si è risolta in una ventina di dibattimenti e ha portato in carcere solo tre nazisti.

È giusto che si ricordino tre convegni dopo la fine del blocco socialista: In memory: per una memoria europea dei crimini nazisti, ad Arezzo nel 1994; La Resistenza tra storia e memoria, a Roma nel 1995; Identità e storia della Repubblica. Per una politica della memoria nell’Italia di oggi, a Roma nel 1997. Ma bisogna notare la coincidenza con la riemersione dell’Armadio e, quindi, le implicazioni con la giustizia sui crimini del nazifascismo. Va sottolineato, per esempio, che il convegno In memory fu finanziato non solo da enti pubblici, ma da una banca e dalla Volkswagen Stiftung[5].

Anche sull’Atlante delle stragi, il libro ricorda il finanziamento tedesco ma non ne trae conclusioni complete. È necessario rendersi conto dei difetti di tutta l’operazione e del nesso perverso fra cattiva storiografia e mancati risarcimenti ai familiari delle vittime. Insomma, bisogna cogliere il legame fra memoria anestetizzata e giustizia mancata. Bisogna anche accennare agli altri prodotti memoriali che, proprio come l’Atlante delle stragi, sono stati finanziati dal Fondo italo-tedesco per il futuro, «Deutsch-Italienischer Zukunftsfonds». Si pensi a NS-Täter in Italien. Le stragi nell’Italia occupata nella memoria dei loro autori. L’accostamento parla da sé. Documentazioni di crimini, come l’Atlante, e di voci dei criminali, finanziate e accomunate in un’operazione protetta dalla ragion di Stato. Un appiattimento che conferma la mancanza di profondità di quelle ricerche nate strumentali, la loro fragilità politica e la loro inanità morale.

Sia chiaro, però. Sarebbe ingeneroso addebitare all’autrice, che si è rimboccata le maniche su un tema necessario, le lacune di buona parte del lavoro storico, in Italia. Oltretutto, sono pochi i grandi storici formati nel Novecento che abbiano anche una preparazione giuridica (tra loro Pavone, Enzo Collotti, Pietro Scoppola e Nicola Tranfaglia). In proposito Raffaele Romanelli ricorda le parole di Gioacchino Volpe, all’inizio dello scorso Secolo, sulle brutte conseguenze di questa lacuna[6]. Romanelli si esprime in un convegno proprio su Pavone.

Sul metodo, Partigiano, portami via è consapevole di sé, quando si rende conto delle conseguenze insite nel perimetro posto alla ricerca. La storia è fatti, non parole sulla storia:

Non sapremo mai se la delegittimazione della Resistenza veicolata dai media per scopi politici contingenti, oppure la strisciante rivalutazione del fascismo-regime implicita nella lettura dell’8 settembre 1943 come «morte della patria» e non come inizio del riscatto, oppure, infine, la polemica di Renzo De Felice con la storiografia d’ispirazione antifascista, ampiamente ripresa dalla stampa, abbiano, tutte queste vicende, avuto o meno un’influenza decisiva nell’indirizzare l’elettorato moderato. Ci limitiamo a constatare che prima si è iniziato a mettere in discussione le radici storiche della «Repubblica nata dalla Resistenza», poi, in una congiuntura politica del tutto inedita, sono stati sdoganati i neofascisti come partito di governo.

Qui l’autrice ha il merito raro di segnalare una questione senza imporre una soluzione preconfezionata. Aggiungiamo soltanto qualcosa.

L’onda nera non è tutta d’inchiostro, e solo un suo rivolo passa dalle cabine elettorali. La percezione della successione temporale tra le fasi è giusta, e per cogliere l’insieme bisogna considerare, per esempio, che gli anni Ottanta – Renzo De Felice storico di grido, Giuliano Ferrara suo intervistatore – sono anche quelli delle sconfitte operaie, della riscossa padronale, del Pci che scivola via credendo di aggrapparsi alla questione morale e dell’asse Craxi-Andreotti-Forlani. A un arretramento della lotta di classe è corrisposto un indebolimento della memoria. Ma questo all’autrice non sfugge, visto che capisce le dinamiche:

Rincorrere la destra sul terreno della rilettura della storia, pensando probabilmente di contenerne in tal modo le spinte revisionistiche, e, contemporaneamente, utilizzare alcuni di questi temi per scopi politici, non ha reso un buon servizio proprio alla conoscenza e alla memoria.

E poi, il volume smaschera di getto il trucco retorico su fascismo e totalitarismo:

Proporre di mutare il paradigma memoriale dall’antifascismo all’antitotalitarismo e, nello stesso tempo, sostenere che il fascismo non sia stato un regime totalitario pare del tutto funzionale a riabilitare tout court il regime mussoliniano, e a ribaltare il verdetto che la storia della fine della Seconda guerra mondiale ha decretato.

In questo quadro è citato l’opaco incontro di Trieste del 1998 tra Violante e Fini. Giorgio Bocca lo commentò da fiero azionista:

La nostra storia è quella che è stata, non quella che farebbe comodo a uno che vorrebbe arrivare al Quirinale o a un altro che vorrebbe guidare il primo partito della destra. È davvero triste constatare che da questo penoso duetto l’ex fascista esce meglio dell’ex comunista[7].

In fin dei conti, dei due nessuno ebbe quello che voleva, ma il futuro brillante fu di Fini. Qui però ci vuole un accostamento fra quanto accaduto a Trieste nel 1998 e l’incontro, sempre a Trieste, di dieci anni dopo: quello del 2008 fra Berlusconi e Angela Merkel, in cui, già cominciata la crisi globale, furono poste le basi di una nuova sudditanza italiana.

Nel 2008 fu deciso anche come ostacolare il risarcimento dovuto alle vittime italiane di strage e deportazione durante la Seconda guerra mondiale. Si attuò un’operazione a tenaglia: da un lato un’azione legale tedesca, infondata e rovescista, davanti alla Corte internazionale di giustizia, per impedire la soddisfazione dei crediti sui beni di Stato della Repubblica federale; dall’altro l’avvio di una commissione mista di storici, finanziando con poco denaro tedesco iniziative culturali e fingendo che fossero risarcimenti. Da quel clima nasce il finanziamento, come detto, dell’Atlante delle stragi. Un caso di uso della storia politico, obliquamente giuridico e volutamente a scopo economico. Qui la scelta di fondo del volume rivela un limite notevole, e conferma che la separazione della memoria dalla giustizia non fa bene né all’una né all’altra. Una controprova? Immaginiamo crimini di oggi (in Ucraina, in Palestina, ovunque), trattati allo stesso modo fra molti anni: storici ucraini pagati dalla Russia, storici palestinesi pagati da Israele, per confezionare pignoli elenchi di stragi, con poca spesa, mentre i criminali sono rimasti impuniti e per le vittime e i familiari non ci sono stati risarcimenti; e tutto questo con applausi, felicitazioni nelle sedi culturali e ricevimenti nelle ambasciate.

Fra i punti più alti del libro, invece, l’ottima attualizzazione che tiene conto della posizione di Giorgia Meloni, ora alla presidenza del consiglio ma già prima ben presente: al momento dell’incontro di Trieste del 2008, per esempio, era nel governo. Adesso la presidente, quasi a tirare le fila, a raccogliere una rete già tesa, loda Violante, cita Del Noce e Galli della Loggia, ricorda la Osoppo, attinge al clima degli anni Novanta e piega tutto a suo uso. Sulla sua posizione, Gramigni osserva:

Non solo contiene una lettura distorta della storia ma chiarisce anche qual’è l’orizzonte cui guarda questa destra: non più tanto la legittimazione del fascismo-regime, quanto la riabilitazione del fascismo saloino e della sua eredità raccolta dal neofascismo italiano[8].

Partigiano, portami via ha qualche limite, perché tratta la questione memoriale e le sue manipolazioni staccandola troppo dal resto. Ma anche così, è bene frequentare questo libro robusto e orientato, per aprire certe sottocartelle crittate, che hanno l’etichetta ingannevole e sono piene di cose interessanti sul presente.

 

 

[1] Paola Gramigni, Partigiano, portami via. La stampa e l’uso politico della Resistenza, con prefazione di Lidia Piccioni, L’asino d’oro edizioni, Roma 2025, pp. 79-85.

[2] Ivi, pp. 80-81, nota 80.

[3] Ivi, p. 82, nota 83.

[4] Ivi, p. 50.

[5] Leonardo Paggi (a cura di), La memoria del nazismo nell’Europa di oggi, La Nuova Italia, Firenze 1997.

[6] Raffaele Romanelli, Claudio Pavone. Storia e diritto, in Marcello Flores (a cura di), Mestiere di storico e impegno civile. Claudio Pavone e la storia contemporanea in Italia, viella, Roma 2019, pp. 22-23.

[7] Gramigni, Partigiano, portami via, cit., p. 146, che cita Giorgio Bocca, Violante e Fini rimandati in storia, «la Repubblica», 15 marzo 1998.

[8] Gramigni, Partigiano, portami via, cit., p. 152.

 

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