Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 15 Jul 2026 20:00:58 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Elogio dell’eccesso / 11 – Per me si va ne la città dolente… la fucina infernale di Cèline https://www.carmillaonline.com/2026/07/15/elogio-delleccesso-11-per-me-si-va-ne-la-citta-dolente-il-laboratorio-di-celine/ Wed, 15 Jul 2026 20:00:58 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95434 di Sandro Moiso

Henri Mahé, La Brinquebale. Memorie e lettere di Louis-Ferdinand Cèline, con una prefazione di Massimo Raffaeli e una postfazione di Éric Mazet, Edizioni Medhelan, Milano 2025, pp. 557, 32 euro.

Per me si va nella città dolente, per me si va nell’etterno dolore, per me si va tra la perduta gente (D. Alighieri, Commedia, Inferno, Canto III, vv. 1-3)

E’ un avvicinamento obliquo a Louis-Ferdinand Céline quello che ci propone il testo di Henri Mahé pubblicato in traduzione italiana dalle edizioni Medhelan. Obliquo perché sospeso tra memoria personale dell’autore, narrazione condotta attraverso lo stile letterario di [...]]]> di Sandro Moiso

Henri Mahé, La Brinquebale. Memorie e lettere di Louis-Ferdinand Cèline, con una prefazione di Massimo Raffaeli e una postfazione di Éric Mazet, Edizioni Medhelan, Milano 2025, pp. 557, 32 euro.

Per me si va nella città dolente,
per me si va nell’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente

(D. Alighieri, Commedia, Inferno, Canto III, vv. 1-3)

E’ un avvicinamento obliquo a Louis-Ferdinand Céline quello che ci propone il testo di Henri Mahé pubblicato in traduzione italiana dalle edizioni Medhelan. Obliquo perché sospeso tra memoria personale dell’autore, narrazione condotta attraverso lo stile letterario di Céline e la sua lingua, la petite musique dal ritmo quasi jazzistico, ma anche attraverso le lettere che tra il 1947 e il 1954 il dottor Destouches inviò a Mahé e a Paul Marteau.

In realtà, il testo italiano è formato da due diversi scritti successivamente unificati: il vero e proprio Brinquebale, scritto tra il 1967 e il 1968, e La Genesi con Céline, cui Mahé pose mano nel 1970 per poi concluderlo mentre era a New York nel 1975, poco prima di morire. Insieme, oltre che un memoir su Céline, costituiscono una sorta di romanzo di formazione in cui i ricordi sono rivolti alla ricostruzione del percorso attraverso il quale l’autore, nato il 17 luglio 1907 nel V arrondissement di Parigi, divenne oltre che amico di uno dei maestri della letteratura francese del ‘900 anche artista poliedrico: pittore, decoratore e regista di un unico lungometraggio, Blondine, realizzato nel 1943.

Eccentrico abitatore di battelli sulla Senna, Mahé fu affrescatore di numerosi locali parigini (tra i quali il cinema Le Grand Rex celebre proprio per i suoi affreschi), decoratore e scenografo per il cinema e illustratore di libri, tra cui la prima edizione illustrata del Viaggio al termine della notte. Ma fu anche decoratore, e frequentatore, di spettacoli circensi e bordelli, dove ebbe modo di apprendere quella lingua “bassa”, ma estremamente vitale che avrebbe caratterizzato tutta l’opera di Céline.

Éric Mazet nella Postfazione lo ricorda così:

Aveva la parlantina e sapeva come vivere. Pittore di circhi e di bordelli, scenografo per il cinema e per i teatri, per le sale da ballo e per i salotti borghesi, marinaio che aveva schiumato a lungo e in largo sui mari della Bretagna, era un divoratore di storie di corsari e di poesia lirica, un oratore ispirato e fuori dal comune, con un linguaggio colorito più immaginifico che argotico, una cosa tutta sua.
Che gioia, che sfilate, quei mercoledì al 31 di rue Greuze!
Potevi incrociare di tutto: l’eroe della Resistenza colonnello Rémy e l’ultimo protettore di Londra Gaston-la-Peugeot, la regina dei gitani e il nano Piéral, una poetessa manouche e l’idraulico del quartiere, il sindaco del XVI ma anche preti fasulli e contesse improvvisate, ricchi industriali e studenti squattrinati, avvocati di grido e parrucchieri famosi, luminari della medicina e geni della geologia. Bastava stare a sentire…1.

Fu lui, fin dagli anni ‘20, a introdurre il dottor Destouches, alias Céline, nell’ambiente artistico e borderline parigino e quando gli veniva chiesto se fosse stato il suo modo di parlare ad aver influenzato la lingua dello scrittore, era solito rispondere che: «Secondo alcuni avrei influenzato la sua lingua, ma se ho piantato un piccolo seme, era in un buon terreno, e il fiore è diventato un gigante rispetto al seme».

Ed è proprio la lingua celiniana ad uscire dalle pagine del libro, sia per lo stile adottato dall’autore che dalle lettere del grande scrittore. Un vocabolario e una modalità espressiva che, occorre dirlo, avrebbe contribuito a riformulare la langue d’oil d’origine medievale con quella parigina, più che dell’Ile de France, sviluppatasi a livello popolare nella Ville Lumière a cavallo tra XIX e XX secolo: l’argot.

Un insieme di espressioni gergali, mimiche facciali e strani suoni emessi con la bocca che spesso, ancora oggi, accompagna la parlata di tanti parigini e che la scrittura di Céline riproduce benissimo nella sua fretta, ironia e comica ferocia che certo non ne facilita la lettura per chi pretenda invece una lingua al contrario più poetica e aulica. Una scelta “impossibile” di cui era ben conscio lo scrittore quando, nel pur sempre maledetto Bagatelle per un massacro, scriveva, immaginando un dialogo tra lui stesso e Léo Gutman2:

— Di’, non sei poeta per caso? sai, delle volte? mi domanda a bruciapelo.
— Mi prendi alla sprovvista (Non mi ero mai posto questa domanda.) Poeta? che dire… Poeta?… Poeta come il sig. Mallarmé? Tristan Derème, Valéry, l’Esposizione? Victor Hugo? Guernesey? Waterloo? La Gola del Gard? St.-Malo? il sig. Lifar?… Come tutto il Frente Popular? Come il síg. Bloch? Maurice Rostand ? Poeta insomma?…
— Sì! Poeta insomma!
— Uhm… Uhm… È molto difficile rispondere… Ma in tutta franchezza, non credo… Si vedrebbe… La critica me lo avrebbe detto…
— Non ha detto così la critica?…
— Ah! Neanche per sogno!… Ha detto che come miniera di merda non si poteva trovare di meglio… nei due emisferi, e dintorni… che i libroni di Ferdinand… Che si trattava veramente di veri letamai… « Forsennato, convulso, irrigidito, hanno scritto tutti, in una assolutamente deliberata ostinazione a creare lo scandalo verbale… Il signor Céline ci disgusta, ci stanca, senza stupirci… Un sotto-Zola senza slancio… Un povero imbecille maniaco della volgarità gratuita… una grossolanità piatta e funebre… Il sig. Céline è un plagiario di graffiti da vespasiano… niente è più artificiale, più vano della sua perpetua ricerca dell’ignobile… perfino un pazzo se ne sarebbe stancato. Ma il sig. Céline non è neppure pazzo… Questo isterico è un furbastro… Specula su tutta la scempiaggine, la credulità degli esteti fittizio, contorto al massimo, il suo stile è una cosa ripugnante, una perversione, un eccesso squallido e noioso. Nessun bagliore in questa cloaca!… non un attimo di respiro… il minimo fiorellino poetico… Bisogna essere uno snob “tutto di bronzo” per resistere a due pagine di questa lettura forsennata… Bisogna compiangere di tutto cuore i disgraziati recensori obbligati (il dovere professionale!) a percorrere, con che pena! una simile distesa di porcherie!… Lettori! Lettori!…
Guardatevi bene dal comprare un solo libro di quel maiale! Siete avvertiti! Avete tutto da rimpiangere! Il vostro denaro! Il vostro tempo!… e poi un inaudito disgusto, definitivo forse, per tutta la letteratura!…
Comprare un libro del signor Céline proprio quando tanti nostri autori, grandi, vigorosi e leali ingegni, onore della nostra lingua (la più bella di tutte) in pieno possesso della più splendida maestria, soverchiamente dotati, intristiscono, patiscono un’ingiusta scarsità di vendite! (Ne sanno qualcosa loro.) Significherebbe davvero commettere una pessima azione, incoraggiare il più sciatto, il più degradante degli “snobismi”, la “Célinomania”, il culto delle piatte porcherie… Significherebbe pugnalare, in un momento così grave per tutte le nostre Arti, le nostre Belle-Lettere Francesi! (le più belle di tutte!) ».
– Hanno detto tutto questo i critici? Non avevo letto tutto, non ricevo l’Argo3.

Come ha affermato Domenico Carosso nel suo saggio “La «petite musique» di Céline”:

Capire l’argot per leggere Céline non basta, il problema è andare verso l’asprezza tagliente di Céline, la densità fauve che caratterizza la sua pagina, tenendo conto che il suo intraducibile jazz è quello di chi è cresciuto sotto le vetrate del passage Choiseul, nel II Arrondissement, tra l’odore di orina, i merletti inamidati della madre Marguerite, le canzoni di Aristide Bruant, dure ed epiche, e di Fréhel, forti e commoventi. Nella voce stessa di Céline, nel suo modo di parlare e nella sua scrittura, c’è sempre il suono di una vecchia parlata da faubourg, un impasto di gerghi vari che per sonorità e cadenze non ha niente a che fare col francese scolastico.
Per Céline sono i modi parlati, l’argot, gli intercalari osceni, le “parole sporche” a costituire i depositi verbali nei quali si raccolgono i “fatti della vita”, anche quelli depositati nella memoria. […] Céline, pur legato all’impressionismo dei ricordi, evita le metafore e i simboli, ma anche le argomentazioni speculative, edificanti e moralistiche, oppure le presenta in chiave ironica e parodistica, rinunciando inoltre ad organizzare un qualunque flusso temporale, a favore di un presente in continuo movimento. La sua «petite musique» è quella di un batterista nato per il quale le note sono un incrociarsi ossessivo e percussivo di pronomi, avverbi, congiunzioni, con inversione di parole dall’interno delle frasi e, tra l’altro, l’impiego del condizionale al posto del congiuntivo, troppo indefinito e quindi noioso, irreale. La via di fuga, se non proprio la liberazione è rappresentata dalla scrittura indemoniata, paranoica, spezzata, capovolta; tutta tesa a rendere il suono, più che l’immagine, di un mondo stravolto, inguaribile eppure anche grandiosamente comico, irrimediabile com’è.

La frase di Céline sembra uscire sempre da un mondo fangoso e immondo, immerso in una eterna città dolente e in un tumulto sonoro che sembra salire dagli inferi, che rivela come soltanto a partire da un fondo atroce e sordido sia possibile dare nuova forma all’universo e alla lingua. Per Céline non sono la parola o il verbo a creare il mondo:

Macché! viene prima l’emozione! dagli esseri unicellulari in su… La parola, semmai, viene dopo, per descrivere l’emozione… E per descriverla, a che cosa ci serve quel linguaggio secco, adoperato in maniera disseccata?… E si credono tutti tanti Voltaire: maniaci…Vedi le scuole, vedi i concorsi per le carriere…tutto… e poi basta aprire un giornale qualunque: on fait du chromo

A dispetto di tutti coloro che in lui vogliono vedere soltanto l’anti-semita e il collaborazionista (in un paese, nota bene, in cui i collaborazionisti furono moltissimi, anche nelle file del Partito comunista), Céline affronta il male intero del mondo, inveisce contro di esso e i Tedeschi, che in quell’epoca sembravano essere i maggiori responsabili dello stesso:

I Tedeschi sono arcifottuti, imballate le ossa e piantate un salice, le trippe da un lato, i balli dall’altro…Un giro di valzer, fantocci, alla ballata dei fucilati… le loro sporche ghigne… Addio Sigmringen, ci ho il mio avere, finito il balletto di granchi pieni di pidocchi […] Adesso taglio la corda in Norvegia… al polo Nord… Su da quelle parti, non vedrò più le loro facce di Pierrot e di minchioni… Vado al paese dei laghi… Ne voglio più sapere, della loro Goebbel’s propaganda… grancassa, lanterne, lucciole, trombe, pancia vuota… trippe all’aria… avanti Das Reich, per il macello.

Così le sue lettere riportate nel testo di Mahé e le memorie dell’autore de La Brinquebale, ci conducono nel cuore di un’officina incandescente, destinata a dare vita a personaggi travolti dalla follia della storia, da una società profondamente disuguale e dai suoi movimenti scomposti e inarrestabili. Dentro e dietro questo irrefrenabile e tutt’altro che opaco caos, la «scrittura atroce» dei romanzi di Céline si dipana tra i calembours e gli aneddoti, i gesti e i puntini di sospensione che li contrappuntano, esaltandone la musicalità.


  1. É. Mazet in H. Mahé, La Brinquebale. Memorie e lettere di Louis-Ferdinand Cèline, Edizioni Medhelan, Milano 2025, pp. 519-520.  

  2. Léo Gutman (1875-1951), avvocato e scrittore tedesco di origini ebraiche.  

  3. Louis-Ferdinand Céline, Bagatelle per un massacro (ed. originale 1937),traduzione dal francese di Giancarlo Pontiggia, Ugo Guanda Editore S.r.l., Milano settembre 1981, pp. 33-34. Il 2 Gennaio 1982, il tribunale di Milano ordinò il sequestro del libro di Céline Bagatelle per un massacro, formalmente motivato dal parere contrario dalla vedova, mentre secondo l’editore Guanda si sarebbe trattato di un provvedimento di censura politica.  

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Due racconti pre agostani https://www.carmillaonline.com/2026/07/14/due-racconti-pre-agostani/ Tue, 14 Jul 2026 21:55:07 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95944 di Cesare Battisti

La cifra della prigionia

Tornare sul proprio passato e non ricordare la data di certi avvenimenti che, nonostante, hanno segnato momenti significativi della mia vita, è deprimente. Potrei descrivere nei dettagli una scena vissuta, affrescare uno stato d’animo o tornare sul significato di un gesto, un’espressione, non ho nemmeno dubbi sulla successione di questi avvenimenti. Ma dargli una data quando mi occorrerebbe farlo, questo è un altro paio di maniche. Non penso sia una faglia da attribuire alla vecchiaia, se così fosse, ad essere compromessa sarebbe piuttosto la memoria recente. Ma è proprio questo il punto: il carcere [...]]]> di Cesare Battisti

La cifra della prigionia

Tornare sul proprio passato e non ricordare la data di certi avvenimenti che, nonostante, hanno segnato momenti significativi della mia vita, è deprimente. Potrei descrivere nei dettagli una scena vissuta, affrescare uno stato d’animo o tornare sul significato di un gesto, un’espressione, non ho nemmeno dubbi sulla successione di questi avvenimenti. Ma dargli una data quando mi occorrerebbe farlo, questo è un altro paio di maniche. Non penso sia una faglia da attribuire alla vecchiaia, se così fosse, ad essere compromessa sarebbe piuttosto la memoria recente. Ma è proprio questo il punto: il carcere appiattisce i ricordi su una stessa linea di tempo, un rullo compressore che spiana tutto su uno sconfinato presente.

Il tempo vuoto è la cifra della prigionia, è il calendario di una sola pagina, è tempo che non passa nel luogo senza, senza speranza e senza senso. Nella smania dell’attesa,non è più possibile distinguere il passato recente dal quello remoto; può essere successo da un secolo o una settimana fa, per il prigioniero sarà sempre e solo un ieri. Non si tratta di un punto di vista personale, dovuto magari a un momento di sconforto, bensì di un responso senza appello. Esso si inscrive nell’anima dei sempre troppi esseri umani costretti ad adattarsi all’ambiente spietato del carcere. Che non è solo il luogo dell’espiazione della pena, è anche e soprattutto un modo diverso di non stare al mondo. Il prigioniero si adegua al vuoto, resiste, ma per far questo deve annullare sé stesso. E il tempo lo aiuta cessando la sua corsa. Certe volte, per dirmi che c’è sempre di peggio, o solo per riempire di pensieri il silenzio della notte, saltello di pena in pena confondendo epoche e prigioni. Risento allora il solletico sulle labbra che mi facevano gli scarafaggi quando venivano a succhiarmi la saliva, non appena chiudevo gli occhi in una cella di sicurezza del Quai des Orfèvres, la questura centrale di Parigi. E poi il freddo della prigione di Fresnes, il famigerato bastione della sicurezza sin dai tempi dell’occupazione nazista.

Mi ferisce la mente la crudeltà di quegli agenti di sorveglianza, il loro ordinario disprezzo per la dignità umana. Avendo sperimentato il regime delle carceri speciali al culmine della repressione in Italia, credevo non esistesse peggiore nefandezza che poteva impressionarmi. Sembra impossibile, a ricordarlo adesso, qui seduto a tavolino davanti al mio PC, con le vette delle Apuane così vicine alla mia finestra da farmi dimenticare a tratti le sbarre che ci separano.
Ancora detenuto, sì, e lontano da quella Francia così severa nel dovere quanto attenta al diritto. Ma non era ieri, come vorrebbe farmelo credere l’insonnia, è stato tanto tempo fa. Era in corso il mio primo processo di estradizione, poi negata dalla Corte di Parigi.

Nel carcere di Fresnes ci sono rimasto solo cinque mesi, altro mondo, altra epoca, ma la mente mi ci è rimasta impigliata e adesso non mi lascia andare. Mi obbliga a ricordare la sporcizia, risentire nelle ossa il freddo dell’inverno nordico, con il capo chino sotto gli insulti di guardie avvinazzate. Poi tradotto in giustizia mani e piedi incatenati. Valeva per tutti, non importava se ladro di polli o terrorista internazionale. La Francia dà e la Francia toglie, anche la vita, se pochi anni prima il governo socialista non avesse fatto saltare la ghigliottina. Fresnes è stata un’esperienza che mi marcherà più di tante altre disgrazie, talune anche peggiori, forse perché non me lo aspettavo da un paese che credevo di grande civiltà e che, oltretutto, non avevo mai offeso.

Il buio mi risucchia, da un freddo all’altro. E io non so più dire: Fresnes o Oristano? Le ossa tremanti sotto la coperta rozza sembrano le stesse, ma il cuore no, quello nell’isolamento di Oristano è stanco, anche la storia che racconta è un’altra. Sensazioni diverse, ma stesse esperienze che uccidono la speranza, definitive come la morte, al punto da non averne più paura. Anche il carcere di Oristano fa parte del passato, sta tutto nel sacco senza fondo della pena. Ma la notte è irrequieta e la mente ci va dietro. Saltella di carcere in carcere, rimette a nudo il pietoso rientro nelle patrie galere. Ricordi che credevo spenti ora nella notte bruciano. È stato ieri, solo ieri. Niente di strano, ho già sentito ergastolani rifare mille combinazioni del presente mischiando le carte di un ieri troppo lontano perfino per la memoria degli archivi giudiziari.

La disinvoltura con la quale questi prigionieri pluridecennali usano raccontare l’antica libertà, a dispetto del tempo e delle pene, è la mano tesa nella mia notte oscura. Una mano forte, mi guiderà verso il prossimo ieri.

 

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Silvana e baci

Silvana l’ho baciata alle scuole medie. Anzi, lei ha baciato me e, prima ancora di capire, si era staccata e già correva via tenendosi il vestitino a fiori con la mano. Cosa avesse mangiato Silvana prima di quel bacio, me lo sono chiesto fino alle superiori. C’era sulle sue labbra un sapore strano, che avrei ricercato invano in altre bocche da baciare. Ho creduto a volte di averlo ritrovato masticando un fiore, o dentro un cartoccio di dolciumi. Mi è sembrato anche di sentirlo tra le rime di una poesía letta a scuola, di scovarlo in una canzone degli Equipe 84 con Guccini.

Ho cercato Silvana correndo le vie di Latina, mentre baciavo le altre per esercitarmi e poi farglielo vedere. Era l’epoca dei baci. Si baciava per non sentirsi tagliato fuori dall’età che lievitava e anche per parlare di bocche a scuola, come fossero gelati da leccare. E per non dimenticare il sapore di Silvana, con il gonnellino a fiori e la frangetta nera scolpita sulla fronte. Silvana l’ho cercata dappertutto.

Ho creduto poi di riconoscerla tra i ragazzi della Quinta, con i pantaloni scampanati e la cinta a bassa vita. L’ho abbracciata di sfuggita nei sottoscala delle case popolari, chiedendole dove avesse lasciato il suo sapore, e facendomi trattare da imbranato quando inventavo scuse per fuggire. Silvana mi faceva vergognare, quando con Lino e la sua banda prendevamo in “prestito” un motorino per andare alle feste di paese, a impressionare le ragazze da baciare. Certe volte mi è sembrato di vederla applaudire, quando rinunciavo a una parte del mio bottino per una colletta militante, o per pagare l’avvocato a un compagno finito male; talvolta un ciclostile da comprare, ma il cui uso mi era ancora indifferente.

Ho creduto di vederla tra la folla che piangeva, la volta in cui Lotta Continua con quelli della Quinta avevano riempito piazza del Popolo, mentre io venivo schiaffeggiato e ammanettato a una volante della polizia. Il sapore di Silvana mi bruciava in gola, ogni volta che respiravo un po’ d’aria pura, andando a spasso con una nuova amica.
Ancora oggi, con la schiena curva e incanutito, mi pare di vederla tra le righe. Mentre, con aria delusa, lei si rimette i pantaloni sotto l’albero più frondoso della Macchiarella, l’alcova beffata dal mio primo amore. Bella da morire, sembrava fosse la sua pelle a profumarle la maglietta rossa. Era un giorno qualunque, buono per scoprire il sesso e il poco che con esso si può fare. E adesso, in questa domenica fredda e carcerata, cercando con la mente i giorni andati, con qualche orgasmo dato e ricevuto, chiudo gli occhi e mi vergogno ancora. Non era cosi che si doveva fare, troppo stupido per confessare a Silvana che non l’avevo mai fatto prima. Entrai ed arraffai in fretta e in furia quel che potevo, per poi ritirarmi come un ladro a mani vuote. Era quanto avevo fin li imparato a fare.

Adesso che pretendo aver capito tutto questo, cerco e non trovo il momento di rottura, il giorno e l’istante in cui l’adolescenza mi ha tradito e il mondo è diventato una prateria da bruciare. È difficile separare i sogni dalle illusioni, chissà sono farina dello stesso sacco, come la morte e la bellezza che mi forzava allora, e mi sforzo ancora oggi di capire. Cosa è successo al ragazzo che si fermava a chiedersi cos’era, che rendeva bello un qualcosa che succede tutti i giorni, come quel tramonto in riva al mare, che c’era anche ieri e tornerà domani.

Dall’alto dell’età, o dal basso delle mie disgrazie, guardo a quando ingannavo me stesso dicendomi che stavo con chi riempiva le piazze, mentre per un pugno di emozione e in tasca qualche lira in più sfidavo la notte con Lino e i suoi. Eppure, continuo a credere che è stato quello il periodo più fertile del mio passato. Mi ha fatto capire a posteriori il senso profondo di alcuni atti nella vita. È stato come guardare un seme piccolo e insignificante, dal quale germogliano piante che danno frutti, ma anche le bacche velenose. All’epoca rimanevo incantato davanti alla durezza di una ghianda che sarebbe diventata un albero gigante; oggi mi accontento di una foresta di pixel sullo schermo della televisione. Non ha colpa la quercia, se invece del fresco della sua ombra io ho scelto il gelo dello Stato.

Silvana è la ragazza che non è mai stata mia. È l’uccellino del galeotto che non porta pena, saltella sempre libero sul muretto che sta oltre la grata. L’ho reinventata per immaginarmi vivo e poter discutere col muro ad armi pari, quando esso mi rinfaccia un’esistenza incauta. Ne ho bisogno per riattizzare il sapore di un’epoca che mi è passata tra le dita, che ho cercato dappertutto altrove e che adesso sto qui a raccontare.

 

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L’altro Di Vittorio https://www.carmillaonline.com/2026/07/13/laltro-di-vittorio/ Mon, 13 Jul 2026 20:00:26 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=96017 di Giovanni Iozzoli

Michele Colucci, Giuseppe Di Vittorio cittadino del mondo. Una biografia tra sindacato e internazionalismo, Carocci editore, Roma, 2026, pp. 260, € 23,00

È da poco in libreria questo importante volume di Michele Colucci – primo ricercatore presso il CNR – che ha il merito di offrire al lettore un’altra dimensione, spesso ignorata o trascurata, dell’azione e della figura di Giuseppe di Vittorio, la personalità più carismatica della storia sindacale italiana. Il nome di Di Vittorio è stato spesso associato, quasi per riflesso automatico, ad un’idea di “arretratezza rurale”, espressione di un Mezzogiorno arcaico e immodificabile, da cui, grazie alla [...]]]> di Giovanni Iozzoli

Michele Colucci, Giuseppe Di Vittorio cittadino del mondo. Una biografia tra sindacato e internazionalismo, Carocci editore, Roma, 2026, pp. 260, € 23,00

È da poco in libreria questo importante volume di Michele Colucci – primo ricercatore presso il CNR – che ha il merito di offrire al lettore un’altra dimensione, spesso ignorata o trascurata, dell’azione e della figura di Giuseppe di Vittorio, la personalità più carismatica della storia sindacale italiana. Il nome di Di Vittorio è stato spesso associato, quasi per riflesso automatico, ad un’idea di “arretratezza rurale”, espressione di un Mezzogiorno arcaico e immodificabile, da cui, grazie alla formazione educativa dell’azione sindacale, un povero bracciante si emancipa fino a diventare segretario generale del più grande sindacato italiano. Se nel percorso biografico di Di Vittorio alcuni di questi elementi sono oggettivi – la mancanza di scolarizzazione, l’originaria condizione bracciantile –, un racconto appiattito su questi elementi rischia di farne una figura anacronistica, pittoresca o, peggio, un esempio di self made man ante litteram che “si fa strada nella vita”. Queste letture rappresenterebbero l’esatto opposto del quadro valoriale, politico e ideologico che segna la biografia militante di Di Vittorio: ribelle per vocazione, leader naturale, instancabile tessitore di trame sovversive dai primi del secolo fino alla nascita della Repubblica.

Colucci infatti valorizza ed elabora un elemento essenziale, nella traiettoria umana e politica di Giuseppe Di Vittorio: il suo rapporto con il mondo, con il proletariato internazionale, con i movimenti operai e sindacali che agitano il continente a cavallo tra le due guerre. Un’impronta che lo formerà nei lunghi anni della latitanza, nell’ambiente del fuoriuscitismo e nella sua responsabilità di dirigente sindacale internazionale. Altro che arretratezza contadina: Di Vittorio si muove con disinvoltura dentro ambienti, contesti geografici e politici che lo formano come leader operaio di statura internazionale, in grado di esercitare il suo ruolo di avanguardia tra il cuore dell’Europa e la giovane Unione Sovietica.

Alla luce della necessità di ricomporre le tante stagioni che lo hanno visto protagonista, la prospettiva dello sguardo internazionale è particolarmente stimolante, anche perchè è evidente che funziona sia come risorsa cui attingere in momenti difficili sia come elemento che nella stessa biografia consente di mettere in relazione i diversi ambienti che ha frequentato e i differenti periodi storici che ha vissuto. Un esempio […] la risposta all’esecuzione di Sacco e Vanzetti. Quando i due anarchici italiani vengono giustiziati negli Stati Uniti, ad agosto 1927, Di Vittorio si trova da pochi mesi esule a Parigi. Nel giro di poche ore è uno dei protagonisti della pianificazione e della realizzazione della rivolta di piazza che segue la loro morte: verrà per questo espulso dalla Francia (pag. 13).

Del resto, lo stesso universo bracciantile da cui Di Vittorio proveniva, non era già più il residuo semifeudale del Mezzogiorno arcaico; si trattava piuttosto di un mondo già segnato da imprese agricole di grandi dimensioni e abbastanza meccanizzate. Il giovanissimo Di Vittorio lavora sì la terra, ma impatta anche presto con le forme moderne dell’azienda capitalistica, dentro un territorio, la Capitanata, che già conosce da anni le lacerazioni sociali e le forme organizzate che la lotta di classe novecentesca sta generalizzando ovunque.

Gli eventi che si susseguono in Capitanata tra il 1909 e il 1914 ripropongono ciò che è avvenuto nel parmense con il grande sciopero agrario del 1908 e prefigurano relazioni e connessioni con le mobilitazioni che negli stessi anni vengono organizzate dal sindacalismo di classe negli Stati Uniti. Le cronache sugli scioperi a Cerignola scritte da Di Vittorio sono impaginate sulle colonne de “L’Internazionale” di fianco a quelle sui fatti di Chicago, di New York, di Paterson, di Lawrence (pag. 15).

In quella fioritura di organizzazioni e mobilitazioni contadine, il giovane Di Vittorio era emerso subito quale agitatore efficace e temuto. Suggestive le pagine sulla creazione del Circolo Giovanile Socialista a Cerignola, che sembrano evocare scenari attuali e prassi ricompositive, quasi da centro sociale ante litteram:

La nascita del Circolo rappresenta una novità dirompente nella storia di Cerignola, proprio a partire dalla ricomposizione tra città e campagna proposta da Di Vittorio. La struttura nasce per organizzare tutti quei lavoratori giovani e giovanissimi che di giorno lavorano dispersi nelle campagne ma che possono ritrovare una loro unità nell’ambito delle attività proposte dal Circolo, non solo in un’ottica di battaglie sindacali ma più in generale in chiave di emancipazione culturale e sociale. Grazie al Circolo giovanile, i ragazzi e le ragazze hanno la concreta possibilità di vivere un’alternativa all’alcolismo, si ritrovano la sera a cantare le canzoni di lotta in giro per la città, si rendono visibili fondando una nuova forma di socialità che per Cerignola rappresenta una grande novità, insieme all’autorganizzazione e alla rivendicazione di servizi fondamentali quali l’ambulatorio popolare e la scuola serale. […] Il posizionamento del Circolo è rivolto verso l’orientamento del sindacalismo rivoluzionario, in sintonia con la Camera del Lavoro di Parma (pag. 43).

Il movimento operaio italiano vive una fase di forte fluidità e Di Vittorio sta dentro questo magma di proposte, battaglie, feroci discussioni. Nel giro di quattro anni si passa dall’antimilitarismo contro la guerra coloniale in Libia, alle suggestioni interventiste a cui cede anche una parte del sindacalismo rivoluzionario. Questa articolazione delle posizioni dentro al campo operaio sarà il terreno di travaglio e formazione più aspro, per il giovane Di Vittorio.

La guerra irrompe in modo clamoroso all’interno del socialismo, delle organizzazioni sindacali, nelle formazioni anarchiche, nel mondo democratico: il dibattito su quale posizione prendere dilaga. Gli ambienti più vicini a Di Vittorio sono dilaniati dalla scelta. Si profilano due alternative, tra le quali lui stesso cerca di barcamenarsi senza prendere una posizione chiara per diversi mesi, almeno fino al dicembre 1914. […] Per gli interventisti, la guerra rappresenta una doppia occasione: combattere direttamente il militarismo tedesco e favorire a partire dal contesto bellico una dinamica di rottura rivoluzionaria. […] Il settore dei contrari all’intervento è convinto che in Italia, sulla scia delle battaglie contro la guerra in Libia, la gran parte delle masse sia istintivamente contraria alla guerra, ma i tentennamenti e le ambiguità dei dirigenti politici e sindacali possono rappresentare un grave rischio, anche alla luce delle tensioni militariste sempre più diffuse nella società” (pag. 69).

Anche dentro questo drammatico dibattito, l’autore evidenzia la visione globale del giovane Di Vittorio: l’arena mondiale è il vero terreno della lotta di classe, contro ogni approccio localista o provincialista. Nel 1924 Di Vittorio sceglie il PCD’I dopo aver partecipato in Unione Sovietica ai lavori del V Congresso mondiale della Terza Internazionale. L’epoca della fluidità ideale e organizzativa si è conclusa, lo sguardo si allunga definitivamente sul mondo, ma poggiando sulla roccia solida della bolscevizzazione.

Si apre una fase nuova: alla chiusura sempre più stringente e oppressiva degli spazi di libertà in Italia, si affianca la prospettiva dell’apertura di uno spazio di cooperazione globale incentrato su un luogo, l’Unione Sovietica, cui aveva guardato con estrema curiosità fin dalle prime notizie giunte dopo gli eventi del 1917. Non è più soltanto un auspicio o una speranza, è un livello concreto con cui si deve misurare, a partire dalle responsabilità che il gruppo dirigente comunista intende affidargli (pag. 101).

Quindi, sempre la dimensione internazionalista come fondante: trovando nel 1936 un terreno centrale nella battaglia contro il colonialismo italiano in Etiopia, il razzismo di regime e la sua pretesa missione “civilizzatrice”. Di Vittorio fa sue le parole profetiche di Marx: nessun popolo che anela alla libertà, può conculcare quella di altri popoli.

Gli anni dell’esilio sono un tourbillon frenetico e fecondo. Qui emerge il Di Vittorio più noto, rifugiato in Svizzera, in Germania, in Belgio – ma soprattutto a Parigi: “la città dove Di Vittorio riesce a raggiungere gli obiettivi politici più importanti, sperimentando alleanze, aggregazioni, interventi politici e sindacali che costituiscono un laboratorio di straordinaria importanza”. Agitatore metropolitano in Europa e poi commissario politico di brigata nella guerra di Spagna. E di nuovo, di ritorno dalla Spagna, instancabile costruttore di strutture, giornali, comitati e associazioni che tengono insieme il carattere pubblico e quello clandestino tipico del lavoro politico di un esule-latitante.

Dopo il 1943 – nel periodo che va dal Patto di Roma alla nascita della Repubblica, con la nuova centralità assunta della CGIL e il complesso equilibrio in seno alla Federazione Sindacale Mondiale – Di Vittorio consolida il suo ormai maturo protagonismo. Gode di un autorevolezza, nello scenario interno e mondiale, che gli permette di polemizzare con il mondo politico e sindacale di stretta osservanza sovietica, dopo i fatti ungheresi del ’56. Ma questa sua caratura – e il mito che ancora evoca la sua storia – vanno ricercati proprio in quel percorso di apertura al mondo che da Cerignola lo proietterà nella dura ed esaltante vicenda dell’esilio. Del Di Vittorio internazionalista e “cittadino del mondo”, ci parla Colucci in questo volume denso e interessante che sicuramente va consigliato a chi considera la storia del movimento operaio non un reperto archeologico, ma un libro aperto da interrogare.

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SF francese e critica sociale https://www.carmillaonline.com/2026/07/12/sf-francese-e-critica-sociale-2/ Sun, 12 Jul 2026 20:00:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95698 di Valerio Evangelisti

[Pubblicato dall’autore su “Carmilla online” il 5 febbraio 2003, lo scritto fa pertanto riferimento alla fantascienza francese in apertura del nuovo millennio]

La fantascienza francese è di gran lunga la più vitale e variegata dell’Europa continentale, e può gareggiare ad armi quasi pari con quella inglese. Sarà che ha una storia ormai secolare: non solo Jules Verne, ma anche scrittori popolari come Albert Robida, Gaston Leroux, Gustave Le Rouge trattarono, tra fine ’800 e inizi del ’900, temi modernamente scientifici: dai viaggi spaziali alle società future, dalle civiltà extraterrestri ai robot. Ciò educò i lettori a un genere di narrativa [...]]]> di Valerio Evangelisti

[Pubblicato dall’autore su “Carmilla online” il 5 febbraio 2003, lo scritto fa pertanto riferimento alla fantascienza francese in apertura del nuovo millennio]

La fantascienza francese è di gran lunga la più vitale e variegata dell’Europa continentale, e può gareggiare ad armi quasi pari con quella inglese. Sarà che ha una storia ormai secolare: non solo Jules Verne, ma anche scrittori popolari come Albert Robida, Gaston Leroux, Gustave Le Rouge trattarono, tra fine ’800 e inizi del ’900, temi modernamente scientifici: dai viaggi spaziali alle società future, dalle civiltà extraterrestri ai robot. Ciò educò i lettori a un genere di narrativa che solo in Inghilterra aveva già preso piede.

Una supremazia statunitense della fantascienza, dovuta a scrittura smaliziata e a produzione letteraria di stampo industriale, si affermò, come nel resto d’Europa, a partire dagli anni Cinquanta; tuttavia non cancellò affatto la fs francese, che ebbe un eccezionale rigoglio attraverso la collana Anticipation delle edizioni Fleuve Noir. Gli autori che vi si segnalarono (Francis Carsac, Maurice Limat, Jimmy Guieu, Peter Randa, Richard-Bessière ecc.) prediligevano il genere avventuroso, e a un’immaginazione fertile univano uno stile in genere fiacco, costellato di ingenuità e di luoghi comuni. Tuttavia seppero creare un mercato e coltivare intere generazioni di appassionati, spesso indifferenti nei confronti della fantascienza anglosassone. Furono anche capaci di varcare le frontiere: le riviste italiane degli anni Sessanta ospitarono moltissimi romanzi francesi, spesso senza badare troppo alla qualità.

La maggior parte di questi scrittori non solo aveva mezzi stilistici dubbi, ma, salvo rare eccezioni, professava idee politiche razziste, militariste e reazionarie, e non faceva nulla per nasconderle. Le cose cambiarono subito dopo il ’68, che ebbe sulla fantascienza lo stesso effetto dirompente prodotto nella società francese. Fu una rivista, Fiction, a segnare la svolta. Sulle sue pagine, ricche di studi approfonditi e di dibattiti avvincenti, apparvero scrittori come Philippe Curval, Jean-Pierre Andrevon e altri ancora che, influenzati dalla fantascienza “sociologica” americana ma anche dal clima politico di quegli anni, presero a comporre storie contenenti, in forma metaforica, precisi spunti di polemica sociale.

Non si può dire che il pubblico accogliesse troppo bene l’esperimento, dopo la curiosità iniziale. I lettori di fantascienza francofona erano stati abituati al conservatorismo sia dello stile che dei contenuti. Giudicarono i nuovi testi che venivano loro proposti incomprensibili e pretenziosi, talora anche a ragione. Tra gli autori stessi ve ne furono alcuni che si ribellarono a un’ideologizzazione troppo pesante, condotta a scapito dei valori narrativi. Non lo fecero in nome delle idee retrograde o addirittura fasciste tipiche di Anticipation: il ’68 era stato anche per loro un momento di svolta senza ritorno. Piuttosto, intendevano conferire alla fantascienza dignità formale e nobiltà letteraria.

La disputa tra “contenutisti” e “formalisti” si protrasse a lungo, senza evitare il rischio di ingenerare noia. Quando gli anni Settanta cedettero il posto agli anni Ottanta, e il quadro politico della Francia e dell’Europa si modificò, si spensero le contese, ma anche il numero dei lettori di fantascienza francofona toccò uno dei suoi minimi storici — sebbene una collana dell’editore Denoël, Présence du Futur, avesse soppiantato Anticipation in prestigio, qualità e diffusione.

La crisi si protrasse fino alla fine del decennio, poi si produsse un risveglio inatteso, dalle conseguenze durature. Il merito fu di un gruppo di nuovi autori, dallo stile forte e dalle idee altrettanto forti: Ayerdhal, Serge Lehman, Jean-Marc Ligny, Pierre Bordage, Roland Wagner, per non citare che i più significativi (ma bisogna menzionare anche Jean-Claude Dunyach, attivo già da anni). A questi giovani riuscì il miracolo fallito dai loro predecessori: coniugare felicità narrativa e critica socio-politica, restituendo la fantascienza alla sua vocazione naturale di letteratura popolare capace di cogliere le linee evolutive del presente.

Ayerdhal, forse per primo in ordine di tempo, diede vita ad appassionanti saghe avventurose ispirate a un ecologismo radicale e militante. Bordage, Ligny e Wagner fecero proprio lo stile caleidoscopico dell’americano Jack Vance, descrivendo mondi futuri in cui erano trasferiti, in chiave ora drammatica, ora umoristica, tutti i problemi del nostro tempo, dalle migrazioni, alle guerre più o meno “umanitarie”, alla discriminazione razziale e sessuale. Lehman non solo tratteggiò, col ciclo F.A.U.S.T., il quadro di un futuro governato dalle multinazionali e regno di ogni disuguaglianza, ma si fece storico e ideologo della nuova fantascienza francese. La sua prefazione all’antologia Escales sur l’Horizon (Fleuve Noir 1998) disegna la vicenda della fs transalpina con profondità e rigore, e al tempo stesso traccia una sorta di manifesto che invita a esplorare tutte le potenzialità di quel genere letterario. Idem per gli articoli dedicati al tema sulle colonne di Le Monde Diplomatique e de l’Humanité.

Il risultato della svolta fu il ritorno del pubblico — o, forse, l’accostarsi di un nuovo pubblico — a una narrativa prima marginale e negletta. Escales sur l’Horizon fu un vero bestseller; i romanzi di Pierre Bordage toccarono tirature di decine di migliaia di copie, tutti gli autori citati godono di enorme popolarità nel mondo francofono (che non è tanto piccolo) e sono tradotti in Italia o in procinto di esserlo. Il loro successo, ormai decennale, è anche legato a una caratteristica dei loro romanzi: attraverso essi il lettore ha accesso a temi di grande complessità, che difficilmente, nel clima di regresso politico e intellettuale europeo, potrebbe trovare altrove espressi con tanta forza.

Ma è tempo di abbandonare la cronologia e di venire a qualche esempio significativo. Accantoniamo F.A.U.S.T. di Lehman. Prendiamo invece quella che è forse l’opera più convincente della fantascienza europea degli ultimi anni: Jihad di Jean-Marc Ligny (Guerra santa, Fanucci 2001). E’ la storia di un giovane algerino sulle tracce dell’assassino della sorella, apparentemente uccisa dagli integralisti islamici. Per scovarlo, e per scoprire una realtà ben diversa, dovrà introdursi in una Francia in cui il Fronte Nazionale ha vinto le elezioni, e passare attraverso le angherie, le violenze, le discriminazioni che vivono i suoi compatrioti. Una vera discesa all’inferno, però analoga alle traversie di un immigrato in un paese straniero, solo un po’ più autoritario e militarizzato della norma.

Si pensa immediatamente ai risultati del primo turno delle presidenziali francesi. Solo che il romanzo è del 1998. In quell’anno il premio Goncourt in Francia, lo Strega o il Campiello in Italia andavano a libri che nessuno ricorda più, se non con un serio sforzo di memoria. Invece quello stesso anno uno scrittore di fantascienza ignorato dall’accademia descriveva, con antropologica precisione, minacce possibili e niente affatto remote. Non solo: finiva anche col controbattere in anticipo i loschi teorici dello “scontro di civiltà”, dipingendo un Islam credibile e un mondo arabo niente affatto barbarico, fornendo persino al lettore un glossario, pubblicato in appendice al romanzo, che oggi risulta addirittura prezioso.

Ciò non in virtù di capacità profetiche, che né Ligny né nessun altro possiede, bensì grazie a un uso ragionato delle possibilità intrinseche della fantascienza: sguardo attento a cogliere gli snodi delle trasformazioni del presente (chi pensa che la fs abbia per oggetto il futuro non ha capito nulla); vocazione massimalistica, con l’occhio rivolto a interi sistemi; conflitto tra forze e tendenze quale premessa all’interpretazione del reale. Caratteristiche ignote, lo si ammetta, a buona parte della narrativa corrente.

Mi si consenta un secondo esempio, riguardante un romanzo non ancora tradotto in italiano: Pollen di Joëlle Wintrebert (Au Diable Vauvert, 2002). La fantascienza francese odierna non è solo maschile, e Joëlle Wintrebert non è seconda a nessuno, per qualità e complessità. Nel suo libro ipotizza una società matriarcale, che ha raggiunto la pace sul pianeta che la ospita isolando i propri guerrieri su una luna adiacente. Ma una completa separazione dei sessi non è possibile, e tra i due mondi si intrecciano complesse relazioni, fatte di dominio, nostalgia, desiderio. Finché il muro non si rompe, e il gioco sottile non diventa manifesto e diretto, fino a culminare in scontro. Con esiti niente affatto scontati.
Qui non sono in scena tanto i rapporti sociali (anche), quanto gli archetipi maschile e femminile, con le loro ricadute culturali. Lo spessore è quello dei saggi di Eric Neumann, ma proposto con mano leggera e con stile impeccabile. Così ci si trova conquistati da riflessioni che nulla hanno di scontato o di banale, e che toccano profondità totalmente sconosciute alla letteratura mid-cult. Perché la fantascienza, quando è grande, pone più interrogativi di quanti ne risolva, e si alimenta di ambiguità. Non a caso è la narrativa che più spesso rifiuta il lieto fine. Suo scopo non è consolare: piuttosto inquietare, e all’occorrenza suscitare disagio.

Di motivi di disagio, la Francia odierna ne ha parecchi. Per fortuna la fantascienza, così come il noir, le ha fornito scrittori che non temono di guardare in faccia il presente, e attraverso esso il futuro.

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Oh, Che Bella Guerra! Pezzi di fantasia alla maniera di Callot https://www.carmillaonline.com/2026/07/11/oh-che-bella-guerra-pezzi-di-fantasia-alla-maniera-di-callot/ Sat, 11 Jul 2026 20:00:41 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95955 di Franco Pezzini

Vittorio Giacopini, Ogni altro tempo è Pace, pp. 384, € 19, Nutrimenti, Roma 2026.

Il titolo di questo romanzo splendido e visionario può sembrare un po’ strano, ma in realtà costituisce una citazione dal Leviatano di Hobbes:

La guerra […] non consiste solo nella battaglia o nell’atto di combattere, ma in uno spazio di tempo in cui la volontà di affrontarsi in battaglia è sufficientemente dichiarata: la nozione di tempo va dunque considerata nella natura della guerra, come lo è nella natura delle condizioni atmosferiche. Infatti, come la natura del cattivo tempo non risiede in due acquazzoni, bensì [...]]]> di Franco Pezzini

Vittorio Giacopini, Ogni altro tempo è Pace, pp. 384, € 19, Nutrimenti, Roma 2026.

Il titolo di questo romanzo splendido e visionario può sembrare un po’ strano, ma in realtà costituisce una citazione dal Leviatano di Hobbes:

La guerra […] non consiste solo nella battaglia o nell’atto di combattere, ma in uno spazio di tempo in cui la volontà di affrontarsi in battaglia è sufficientemente dichiarata: la nozione di tempo va dunque considerata nella natura della guerra, come lo è nella natura delle condizioni atmosferiche. Infatti, come la natura del cattivo tempo non risiede in due acquazzoni, bensì nella tendenza verso questo tipo di situazione, per molti giorni consecutivi, allo stesso modo la natura della guerra non consiste nel combattimento in sé, ma nella disposizione dichiarata verso questo tipo di situazione, in cui per tutto il tempo in cui sussiste non vi è assicurazione del contrario. Ogni altro tempo è pace.

Già testimoni felici di uno dei rari periodi di pace abbastanza diffusa (in occidente), quanti di noi hanno superato la mezza età ormai da decenni hanno realizzato con sgomento la residualità della pace, il suo carattere di scampolo rispetto a una tragica normalità di segno opposto. Al tema Vittorio Giacopini dedica ora quest’opera ambiziosa e impegnativa, sontuosa e barocca, impregnata di amaro realismo ma – va notato – non esaurita in uno sterile pessimismo.
Nelle sue pagine crepitanti d’immagini, sogghigni e ossessioni il filo viene così teso dall’alba del mondo moderno, cioè da quel superconflitto che è stata la Guerra dei trent’anni (1618-1648) nelle sue varie, distruttivissime fasi che ispireranno Grimmelshausen e Schiller, Brecht e Alan D. Altieri, fino ai conflitti di un orizzonte distopico futuro. Già narratore delle guerre napoleoniche e delle relative provocazioni al nostro oggi in La mappa (il Saggiatore, 2015), Giacopini mette a frutto anche la propria vocazione di illustratore: là in veste di cartografo, a mostrare i nessi tra la mappatura territoriale e la geopolitica, qui i diversi modi di raffigurare la guerra, a seconda che la vedano committenti illustri o sconcertati testimoni oculari. Con pagine a tratti assurde e grottesche come il Grillo chimerico sul frontespizio storico del Simplicius Simplicissimus di Grimmelshausen (1669).
A tenere idealmente insieme l’arco trentennale del conflitto seicentesco sono tre artisti che ne hanno lasciato documentazioni più o meno sconvolte: gli incisori Jacques Callot (c. 1592-1635, autore di Les Grandes Misères de la guerre in due serie che prefigurano Goya), Matthaus Merian (1593-1650) e, appena evocato nei discorsi del padre, il figlio omonimo di costui (1621-1687). Alle voci di Callot e Merian senior troviamo qui dunque alternarsi quelle del fittizio mercenario e affarista veronese Iacopi da Pescantina, di suor Lucie Moran (religiosa orsolina del monastero normanno di Saint Louis di Louviers, luogo di un celebre caso 1643-1647 di presunta possessione collettiva sull’onda di casi simili come quello celeberrimo di Loudun, 1634) e soprattutto di un odierno e anzi futuro ex-mercante d’arte & alia. In apparenza nulla è più lontano dall’Europa barocca e miserabile del conflitto seicentesco tra Impero e coalizione antiasburgica di quel futuro degradato – un calamitoso 2032 – dove tra pandemie, crisi climatica, guerre trentennali e altre calamità il Nostro ormai a riposo vivacchia in un distopico falansterio di otto chilometri, con struttura di panopticon in viale Togliatti (detto Togliattenstrasse), dopo la distruzione di gran parte di Roma sotto bombardamenti, e il Megabotto che ha ridotto a rovine il Grande Raccordo Anulare: eppure tutto diventa teatro barocco. Mentre dai fiumi in secca spuntano carri armati e cadaveri, e il Nostro ci consegna i ricordi di un suo interlocutore eccellente, il tagiko Sergei Block, specializzato di commercio d’armi e dintorni trescando per anni con tutti i belligeranti della terra – un russo cinefilo e cordialone, naïf e a suo modo paradossalmente simpatico.
La Guerra dei trent’anni ci viene narrata da ottiche diverse, da parte di Iacopi che la vive dall’interno, la combatte e vi mercanteggia, dei due incisori che la raccontano sconvolti nelle opere – quelle che la riguardano e quelle che non la riguardano affatto, e dove l’allontanarsene suona già indicativo – e dal mercante del futuro attraverso gli echi pervenuti e uno stato di guerra ormai cronico a spiazzare persino i vecchi mercanti d’armi. Del resto, riflette già Callot:

E gli anni me l’hanno insegnato, e ora ho capito che tutto è guerra, che è sempre tempo di guerra e ostilità e confronto ostinato e animosità e astio, e nervi tesi, e che gli uomini non traggono piacere dalla compagnia reciproca ma all’incontrario molta molestia e litigano per reputazione, onore, gloria, e anche sciocchezze più incerte e sottili, molto frivole, e questo nostro tempo malato di melanconia è impastato di forza e frode e intrighi e sospetti e gronda competizione e diffidenza.

“[…] malato di melanconia”: il grottesco vira naturaliter in melanconico, e del resto Pezzi di fantasia alla maniera di Callot era proprio il titolo offerto da Hoffmann a una raccolta di stranezze oniriche, grottesche e angosciate. Compare anche, di sfuggita, Cartesio, nel caos defilatissimo testimone di una qualche razionalità.
Dunque spazio all’occhio, al potere della visione, ai testimoni, al panottico di Togliattenstrasse: ma neppure la visione basta. Per esempio la “sfrontata opulenza” che l’Olanda seicentesca chiama pace è frutto di massacri su altre latitudini, in altri teatri (di guerra), a noi invisibili per distanza: quindi neppure l’occhio è sufficiente, e l’orrore corre spesso oltre il livello della nostra immediata percezione. Anzi, “Più diventa cruenta la Storia, più rigogliose e abbondanti e sfacciatamente ricche si fanno le loro Nature Morte”. Inevitabile domandarci quali siano le nostre.
Più che l’occhio, rileva forse dunque l’udito. La chiave è fornita dall’inizio:

Tra due guerre, anzi, proprio dentro due guerre, e in compresenza. Oggi, ieri, domani: parole vane. Ne nos vexetevis inpeti: il tempo non esiste, è un cono d’ombra. E io che fui e sono e sarò, fui e sono e sarò: mille persone (o travestimenti e maschere o imposture, che vuoi che cambi?). Datemi retta. Non sono pazzo, io. Non sento voci. Io, io sono voci. E io, sono sempre io, allora e adesso. State in ascolto…

Per cui possiamo non stupirci delle contiguità/compenetrazioni tra autore e personaggi, fin dai loro nomi (Giacopini e Iacopo Iacopi, disinvolto “soldato di ventura et mediatore in svariate mercanzie atte alla guerra come alla pace”); e del resto tutto si rifrange, passato e futuro, un interlocutore nell’altro, un tipo di commercio nell’altro, le fatali comete nel cielo nella seicentesca Osteria della Cometa di Erbach – che cambia più volte nome restando luogo di relazioni umane e di quiete, fino all’Hotel Komet dove dialogano i due mercanti del futuro –, il cane Ombra di Iacopi nell’“Umbra profunda sumus, ombra che resta” delle riflessioni del suo epigono, la guerra del Secolo di Ferro nel gioco a tema dei giovani nerd in Togliattenstrasse, suor Lucie Moran imputata di stregoneria nella vecchia hippie Liza (detta Cometa-che-Corre-nella-Nebbia) del falansterio, le diavolerie sabbatiche delle campagne tedesche nelle sghembe assurdità di un futuro distopico…
Perché la storia si ripete, di assurdità in assurdità, e la pace emerge residuo fragile dalle sue convulsioni: e i trent’anni di guerra del passato seicentesco si replicano nei decenni d’incancrenito stato di guerra – lo stato di tempo, la tendenza citate da Hobbes – d’un futuro che ci pare già tristemente prefigurato dal nostro presente. Nessuna apocalisse, ma un lento imputridire…
Grandiose e terribili le battaglie dei Trent’anni descritte da Iacopi, e gli stessi scorci sul futuro colti da Callot in un fantomatico specchio magico zingaresco: ma la spaventosa conclusione è che, come da documento della Nato qui citato, “Tu sei il territorio conteso, ovunque tu sia, chiunque tu sia” – te compreso, lettore, in questo stesso momento. Dunque realismo e amarezza che grondano, ma tra le pagine resta il sogno qui e là vagheggiato dalle voci narranti, la speranza di conservare un angolo umano: che sia un’osteria con il pergolato o invece l’alloggio di una vecchia hippie nel falansterio, tra voli d’api e di piccioni straniti.
L’occhio dell’autore (come già evidente ne La mappa) è comunque sguardo sulle cose e il loro accumulo: e di cose – dagli almanacchi alle armi, dalle figure degli scacchi ai prodotti tipografici su richiesta dei potenti, dai beni predati nelle fattorie a quelli consumati dai diplomatici delle grandi potenze negli incontri di pace… –, cose tutte predabili o predate, vendibili e vendute, questo romanzo è un incredibile, vertiginoso repertorio. Da quelle delle parallele quotidianità descritte ai millanta oggetti di razzia o di affari nell’ambito della guerra passata e futura, infine agli uomini stessi reificati, resi cose a seguito di opportuna impagliatura nei felliniani magazzini della Contromorte (dal motto “serbare et custodire”), ente segreto passato da Prudentissima e Venerabile Confraternita seicentesca, traversando zitto zitto le epoche, a sgarrupato collettivo hacker.

È così da quel giorno sul terreno di Ingolstadt e da quel cavallo: ricominciano la vita di chi la vita ha perso, pietosamente ne raccattiamo i resti, e – con la canapa e il ferro e filo sottile e paglia – li ricomponiamo. E i nostri impagliati non sono Golem o Feticci o Statue di Cera ma uomini e animali come noi, fatti e finiti, certo muti e immobili e silenti ma non propriamente morti anche se, chiaro, neanche propriamente vivi, lo concediamo.

Un modo ruspante per combattere la morte, “guerra alla guerra”, tramite tassidermia sui corpi mietuti… Fino a evocare, se vogliamo, lo spettacolo dei morti di tutte le guerre dell’età moderna, accumulati in un ipotetico museo, rigidi come i guerrieri di terracotta di un antico imperatore cinese, ma testimoni per noi molto più sconvolgenti. Insomma un teatro barocco: e come diceva Max Reinhardt, qui citato, “Io credo che il reale alberghi ormai da tempo nelle scenografie”. Quanto poi ciò divenga anche metafora per la scrittura, arte del combattimento contro la decomposizione delle cose, si può lasciare la riflessione ai lettori.
Ma ad accumulo, fin dall’elenco delle terre rare dell’incipit e poi in infinite pagine a raccogliere oggetti come nei quadri fiamminghi, è il modo stesso di evocare dell’autore, la sua lingua che è la vera protagonista (più degli imperatori, più dei condottieri) e tiene insieme come in un ritratto arcimboldesco la messe di spunti offerti. Con una voce ricca, un virtuosismo affabulatorio mai vuoto e uno stile sornione, colorito, ghiotto e spesso brillante di guizzi antiquari, come in qualche confidenza tra noi vecchi reduci di mondi esplosi, all’osteria. Della Cometa, naturalmente.

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Il disprezzo. La modernità del film (apparentemente) più classico di Godard https://www.carmillaonline.com/2026/07/10/il-disprezzo-la-modernita-del-film-apparentemente-piu-classico-di-godard/ Fri, 10 Jul 2026 20:00:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93358 di Gioacchino Toni

Marc Cerisuelo, Il disprezzo, a cura di Ivelise Perniola, Mimesis, Milano-Udine 2026, pp. 112, € 12,00

Ad un primo livello di lettura il film Il disprezzo (Le Mépris, 1963) di Jean-Luc Godard, adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Alberto Moravia del 1954, definito sprezzatamene dal regista un “romanzetto da stazione”, ruota attorno al deteriorarsi del legame di una coppia. Uno scrittore francese (Michel Piccoli), in Italia con la moglie (Brigitte Bardot), viene incaricato da un produttore statunitense (Jack Palance) di stendere la sceneggiatura di un film sull’Odissea diretto da un mostro sacro del cinema come Fritz Lang. Convinta che il marito [...]]]> di Gioacchino Toni

Marc Cerisuelo, Il disprezzo, a cura di Ivelise Perniola, Mimesis, Milano-Udine 2026, pp. 112, € 12,00

Ad un primo livello di lettura il film Il disprezzo (Le Mépris, 1963) di Jean-Luc Godard, adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Alberto Moravia del 1954, definito sprezzatamene dal regista un “romanzetto da stazione”, ruota attorno al deteriorarsi del legame di una coppia. Uno scrittore francese (Michel Piccoli), in Italia con la moglie (Brigitte Bardot), viene incaricato da un produttore statunitense (Jack Palance) di stendere la sceneggiatura di un film sull’Odissea diretto da un mostro sacro del cinema come Fritz Lang. Convinta che il marito approfitti dell’attrazione che il produttore prova per lei, la donna matura un profondo sentimento di disprezzo nei suoi confronti, senza che il coniuge riesca a comprenderne il motivo.

Una storia d’amore destinata a finire male che avrebbe dovuto, almeno nelle intenzioni della produzione, conquistare il pubblico sfruttando l’affascinante ambientazione italiana e, soprattutto, la presenza di Brigitte Bardot, icona di bellezza femminile del momento lanciata pochi anni prima da Roger Vadim. Tuttavia, una lettura più approfondita, piuttosto che sulla crisi di coppia, dovrebbe concentrarsi sulla centralità che il mondo del cinema ha nella vicenda narrata, dunque sul fatto che si è di fronte a un metafilm che «non si contenta di essere solo una riflessione sul cinema, un film in abyme o allo specchio», ma, sostiene lo studioso Marc Cerisuelo nel volume Il disprezzo (Mimesis, 2026), «che propone piuttosto una veritiera lettura sia sullo “stato delle cose” che sulla storia del cinema. In questo caso non siamo tanto all’interno di una prospettiva autoriale, all’interno di un immaginario d’autore, quanto piuttosto nel pieno, per mezzo della finzione, di una vera e propria indagine critica sul cinema stesso» (p. 26).

Cerisuelo, docente di storia del cinema e di estetica presso l’Université Gustave Eiffel di Parigi, ricorda come la difficoltà del fare film sia stata affrontata ripetutamente dal cinema, dapprima mettendo in evidenza le problematiche emergenti nei momenti di passaggio epocali della sua evoluzione (es. dal muto al sonoro), poi, in epoca più recente, riflettendo sul senso di fare film quando ormai il cinema ha perduto la sua innocenza e la sua centralità nell’immaginario moderno. «Il disprezzo si situa esattamente nel mezzo di questa storia. Opera radicalmente moderna, ma considerata come la più classica del suo autore, Il disprezzo appare sempre più come un film nascosto in un angolo dello spazio-tempo cinematografico, calmo blocco e allo stesso tempo traccia di un disastro oscuro» (pp. 26-27), scrive Cerisuelo parafrasando una poesia di Mallarmé1.

La realizzazione de Il disprezzo, puntualmente ricostruita da Cerisuelo, si rivela un terreno di scontro tra le intenzioni di Godard e quelle dei produttori Carlo Ponti e Joseph Levine i quali pretendevano dal regista un film capace di conquistare il pubblico. Come scrive Ivelise Perniola, curatrice e traduttrice del volume, la vicenda sembra quasi una commedia all’italiana imperniata su una serie di equivoci: «i produttori credono che il regista faccia un film e invece il regista ne sta facendo un altro, credendo che i produttori siano consapevoli di finanziare un film di Godard e non un adattamento del romanzetto da stazione che il regista francese si trova tra le mani» (p. 11). Del romanzo di Moravia, incentrato sui rapporti di coppia, con riferimenti alle vicende personali, resta davvero poco nel film che, come detto, preferisce intraprendere la strada del metafilm. Il contrasto tra regista e produttori si è manifestato anche nella scelta degli attori: il primo avrebbe voluto Frank Sinatra e Kim Novak, mentre i secondi Sophia Loren e Marcello Mastroianni. Un difficile compromesso venne raggiunto ricorrendo alla coppia Michel Piccoli – Brigitte Bardot.

Realizzata nel 1963, ma forse meglio compresa soltanto nel 1981, nel momento in cui è tornata nelle sale, l’opera di Godard può essere guardata come un metafilm non soltanto in quanto mette in scena il cinema e riflette su di esso, ma anche perché a realizzarla è stato un regista della Nouvelle Vague cresciuto attorno al laboratorio critico dei «Cahiers du Cinéma» nutrendosi di cinema. Inoltre, la pellicola è stata girata all’interno di una crisi profonda del cinema, esplicitandola e, al contempo, proponendosi come una possibile, per quanto contraddittoria, svolta.

Come è noto, in apertura degli anni Sessanta il cinema si è trovato a fare i conti con l’avvento della televisione e la fine del monopolio delle majors, dunque con un crollo produttivo e di pubblico. In tale contesto di crisi, con Fino all’ultimo respiro (À bout de souffle, 1960) Godard, come altri giovani cineasti della Nouvelle Vague, prospetta inedite modalità di fare cinema: «una reale scrittura cinematografica che mescola il montaggio e la messa in scena; l’asincronismo effettivo e ostentato dell’immagine e del suono; l’indirizzarsi a (e allo stesso tempo conversare con) lo spettatore; le variazioni di ritmo e l’alternanza di linguaggi (piani sequenza virtuosi che fanno seguito a sequenze molto montate) il tutto perfettamente illustrato dalla duplicità della musica, a tratti jazz-grintosa e in altri parigino-elegiaca; l’idea essenziale e fondatrice che la finzione nasca dal documentario» (p. 33).

Alla puntuale ricostruzione delle vicende produttive del film esposte da Cerisuelo, Perniola aggiunge importanti annotazioni circa la ricezione de Il disprezzo in Italia, tanto durante la sua realizzazione quanto all’uscita in sala. Un cineasta noto a livello internazionale, una storia girata in Italia derivata da un romanzo di uno scrittore di successo, la presenza di attori conosciuti come Michel Piccoli e Jack Palance, a cui si aggiunge una delle icone di bellezza femminile dell’epoca: Il disprezzo ha tutto quel che serve per essere invitato al Festival veneziano, ed è proprio la Mostra del cinema a far venire a galla le diverse prospettive con cui Godard e i produttori guardavano al film. Il regista avrebbe desiderato portare l’opera in concorso, mentre Levine temeva che ciò potesse conferire all’opera un’immagine eccessivamente intellettuale, con conseguenze negative al botteghino. Proprio pensando a quest’ultimo, la produzione impose al regista alcune scene di nudo della Bardot, non previste dalla sceneggiatura.

Il film uscì trasformato nelle sale italiane a fine ottobre 1963: ridotto di una ventina di minuti rispetto alla versione originale firmata da Godard, con un doppiaggio italiano che azzerava le differenze linguistiche degli attori che il regista aveva invece mantenuto e con la colonna sonora modificata con l’intenzione di renderla più accattivante. Insomma, la pellicola distribuita in Italia non era che il maldestro tentativo operato dalla produzione di riscrivere l’opera secondo i propri desideri, senza curarsi delle scelte del regista. Complici anche gli interventi della produzione e le sforbiciate della censura, salvo rare eccezioni, in Italia la critica non apprezzò il film alla sua uscita, non cogliendone il conflitto tra classico e moderno che, secondo Cerisuelo, rappresenterebbe l’essenza dell’opera di Godard. Ed è proprio di questa modernità non colta, almeno alla sua uscita, che si occupa il volume dell’autore.


  1. Spiega una nota della traduttrice: «In originale nel testo: “calme bloc mais aussi trace d’un desastre obscur”, Cerisuelo parafrasa in questo passaggio la famosa poesia di Stéphane Mallarmé, Tombeau d’Edgar Poe (Per la tomba di Edgardo Poe, trad. it. di Filippo Tommaso Marinetti: “calmo macigno quaggiù caduto da un disastro oscuro”), nel quale emerge da un lato la fissità e la calma immota del sepolcro che custodisce le spoglie dello scrittore e dall’altro la damnatio memoriae cui lo scrittore stesso è fatto oggetto dai suoi contemporanei». Nota 1, p. 27. 

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Diario da Gaza https://www.carmillaonline.com/2026/07/09/diario-da-gaza/ Thu, 09 Jul 2026 21:55:04 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95742 di Edoardo Todaro

Wi’am Qudaih, Diario da Gaza, Tamu Editore, 2025, 264 pag., € 16,15

Tamu edizioni ha dato alle stampe un contributo decisamente importante, ci riferiamo a Diario da Gaza di Wi’am Qudaih. Questa testimonianza rientra a pieno titolo nella Resistenza che il popolo palestinese sta portando avanti da tempo immemorabile. Sì, rientra nella Resistenza, l’arte della resistenza: perché la resistenza che un popolo si dà verso un’occupazione assume mille forme, quelle forme che il popolo in lotta decide di darsi. Scrivere è uno strumento importante della resistenza. Scrivere libri, tramandare la memoria, alla quale il popolo palestinese si sente legato, [...]]]> di Edoardo Todaro

Wi’am Qudaih, Diario da Gaza, Tamu Editore, 2025, 264 pag., € 16,15

Tamu edizioni ha dato alle stampe un contributo decisamente importante, ci riferiamo a Diario da Gaza di Wi’am Qudaih. Questa testimonianza rientra a pieno titolo nella Resistenza che il popolo palestinese sta portando avanti da tempo immemorabile. Sì, rientra nella Resistenza, l’arte della resistenza: perché la resistenza che un popolo si dà verso un’occupazione assume mille forme, quelle forme che il popolo in lotta decide di darsi. Scrivere è uno strumento importante della resistenza. Scrivere libri, tramandare la memoria, alla quale il popolo palestinese si sente legato, attraverso il teatro, il boicottaggio, e, perché no, la lotta armata ecc. C’è un filo che tiene unite tutte queste cose: la resistenza.

Nei mesi scorsi abbiamo avuto l’opportunità di leggere: Le anime invincibili di Gaza di Hanin Soufan; Resistere a Gaza di Brian Barber e L’inferno del genocidio a Gaza, solo per citarne alcuni, a questi aggiungiamo, senza ombra di dubbio, Diario da Gaza di Wi’am Qudaih. Francesca Albanese con la prefazione, Roberta Stracquadanio e, l’immancabile, Sami Hallac con la traduzione ci consegnano 240 pagine che rimarranno scolpite in tutti coloro che hanno a cuore la resistenza palestinese e di tutti i popoli che non si piegano a subire la sopraffazione. Un popolo che, come ci ricorda Albanese, resiste all’intento, sempre più esplicito, della cancellazione.

Un popolo, quello palestinese, che è considerato “animale umano”. Gaza, oggi polvere, non prende in considerazione il pensarsi separata dalla Cisgiordania. Gaza: genocidio, dove niente è normale; Cisgiordania: pulizia etnica. Gaza e Cisgiordania: Palestina. La descrizione della quotidianità, del vivere a Gaza, trasformata in una città di morte, rende esplicita la definizione di “prigione a cielo aperto” dove niente e nulla può entrare se non c’è l’approvazione dell’occupante; dove anche lavarsi è un lusso difficilmente esaudito; dove non esiste alcun posto “sicuro”; dove si è privati del presente, ma anche del passato e del futuro.

Quanto scrive Wi’sam è necessario per continuare a parlare di Palestina. Che sensazione ci può arrivare dal leggere che morire bruciata è una fortuna non avuta; che cos’è lo scorrere del tempo sotto i continui bombardamenti; contare le ore che mancano alla fine dell’ennesima giornata; la vita in una “tenda”; la gioia rubata, e per una 19enne come Wi’am non è cosa da poco; il festeggiare rubato dall’aggressione come il piacere dello stare insieme; lo sfollamento subìto, per ben 7 volte! la scrittura come unico sfogo per poter esternare i propri sentimenti e desideri. Le domande che si pone Wi’am sono domande alle quali, anche noi, non possiamo sottrarci, a partire dal “cosa ci fa aggrappare così tanto alla vita anche se questa non vale più niente”. Un racconto che mette ansia, che non può farti girare dall’altra parte quando sei messo di fronte a cosa vuol dire distruzione della vita, dei sentimenti,della voglia di vivere e dove tutto ti perseguita …. anche nei sogni, dove diviene necessario abituarsi all’angoscia ed ai bombardamenti, alla morte, alla paura ecc … cosa vuol dire andare avanti nonostante tutto, perché essere sulla propria terra, tra la propria gente è poter star bene. Ed ancora: “Cosa succederà domani?” “Finirà tutto questo dolore?”.

Wi’am ci descrive qualcosa che va al di là della nostra immaginazione, perché Wi’am vive ciò che scrive: il popolo palestinese non è sottoposto solo all’espropriazione della e dalla propria terra, ma da ogni valore della vita. Un popolo che nonostante tutto vuole rimanere sulla propria terra, anche con la consapevolezza dell’essere malati psichici, della tortura subìta. Nel leggere queste pagine non può venir fuori  la domanda: Wi’ar dove sei?! Qualcuno continua a sostenere che “Israele” è l’unica democrazia del Medio Oriente e quanto scritto da Wi’am riuscirà a demolire questa fake? Comunque Diario da Gaza è un libro che  trasmette passioni e fa crescere la voglia di lottare, di essere dalla parte giusta della storia anche con parole intrise di malinconia, di tristezza, parole che sono pietre. Perché non solo, come scrive Wi’am, anche “in tempo di morte amiamo la vita”, ma soprattutto “come può essere che tutta questa sofferenza non faccia svegliare il mondo dal suo sonno?”. Tutta Gaza urla; tutta Gaza sanguina. Immagina di perdere tutto, la tua casa, la tua scuola, la sicurezza del proprio letto… anzi non immaginare alcunché perché questa è la realtà di Gaza. Un libro che non può avere una fine, se non quella segnata in questi lunghi anni dalla Resistenza, la fine dl sionismo.

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Il nuovo disordine mondiale / 39 – Mamma, mi si è ristretto l’Occidente (e allargato l’Atlantico) https://www.carmillaonline.com/2026/07/08/il-nuovo-disordine-mondiale-39-mamma-mi-si-e-ristretto-loccidente-e-allargato-latlantico/ Wed, 08 Jul 2026 20:00:53 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95878 di Sandro Moiso

Mario De Pizzo, Tempesta. Reykjavik, Brest, Rabat, New York e la battaglia per l’Atlantico, prefazione di Giampiero Massolo, Luiss University Press, Roma maggio 2026, pp. 100, 16 euro

Forse un titolo migliore per questo testo pubblicato dalla LUISS University Press avrebbe potuto essere Un grande avvenire dietro le spalle, rubato all’autobiografia di Vittorio Gassman e, come quella, con un sottotitolo dedicato non tanto alla vita, agli amori e ai miracoli di un grande mattatore, ma ai drammi, alle contraddizioni e gli attuali sinistri di un’ex-grande alleanza. Quella atlantica per l’appunto.

Un elemento che Giampiero Massolo, nella sua [...]]]> di Sandro Moiso

Mario De Pizzo, Tempesta. Reykjavik, Brest, Rabat, New York e la battaglia per l’Atlantico, prefazione di Giampiero Massolo, Luiss University Press, Roma maggio 2026, pp. 100, 16 euro

Forse un titolo migliore per questo testo pubblicato dalla LUISS University Press avrebbe potuto essere Un grande avvenire dietro le spalle, rubato all’autobiografia di Vittorio Gassman e, come quella, con un sottotitolo dedicato non tanto alla vita, agli amori e ai miracoli di un grande mattatore, ma ai drammi, alle contraddizioni e gli attuali sinistri di un’ex-grande alleanza. Quella atlantica per l’appunto.

Un elemento che Giampiero Massolo, nella sua prefazione, mette in rilievo fin da subito, parlando di un libro che «mette nero su bianco, con lucidità e senza retorica, quello che un diplomatico vede ogni giorno sul campo: il ritorno brutale della Storia, la fine di un ordine liberale che credevamo eterno e la necessità di ragionare con un principio di realtà ferreo»1.

Quello che l’autore mette, per così dire, in scena è un dramma che si svolge su un palco definito da quattro ben identificate città: Reykjavik, New York, Brest e Rabat. Quattro luoghi apparentemente lontani, ma tutti al centro di una delle tempeste geopolitiche attuali più importanti, fatta di tensioni, interessi e rivalità che agitano i mari, i fondali, i cieli e le cancellerie di tutto il mondo.

De Pizzo che durante la compilazione della sua indagine non ha fatto in tempo ad aggiungere le conseguenze delle guerra scatenata per il controllo dello stretto di Hormuz, che non hanno certo giovato all’alleanza che da sempre porta il nome dell’oceano protagonista dei conflitti anticipati o riassunti nel suo libro, molto probabilmente è stato spinto a rivolgere l’attenzione agli stessi a partire dalla “crisi groenlandese” tra Stati Uniti ed Europa sviluppatasi a partire dagli ultimi mesi del 2025 e dagli effetti geopolitici scatenati dal cambiamento climatico in atto.

Cambiamento climatico che, mentre scioglie i ghiacci dell’Artico, porta alla luce nuove risorse minerarie, permettendo allo stesso tempo l’apertura di rotte commerciali inedite tra le coste settentrionali della Russia e quei ghiacci un tempo quasi insuperabili. Mentre, allo steso tempo, alimenta conflitti antichi per il possesso e il controllo di risorse strategiche che sembrano dare vita ad una gigantesca battaglia navale, di cui la sempre suggestiva grafica delle copertine dei testi editi dalla LUISS rende bene l’idea.

Battaglia navale certo non rinviabile alle immagini d’Épinal riferibili alle battaglie navali dell’epoca dei velieri, ma neppure a quelle di Leyte e Midway, considerato che anche dal secondo conflitto mondiale in poi molta acqua, non solo di mare, è passata sotto i ponti della Storia. Sia dal punto di vista tecnologico, soprattutto grazie allo sviluppo e alla diffusione dei droni guidati dall’intelligenza artificiale sia nei cieli che in mare, ma anche da quello delle forme sempre più ibride con cui il conflitto per il controllo dei mari e delle coste si presenta. Affiancando ai silenziosi duelli tra sottomarini russi, cinesi e americani che si osservano, si inseguono e si studiano in un equilibrio precario fatto di deterrenza e ombre, sui fondali dell’Atlantico, una guerra spesso sfuggente, combattuta non solo con missili e flotte, ma attraverso sabotaggi, attacchi ai cavi sottomarini e offensive cibernetiche.

Mario De Pizzo è giornalista del TG1 ed è stato conduttore di edizioni speciali e inviato al seguito di diversi presidenti del Consiglio nei principali vertici internazionali. Dal 2023 è membro dell’Atlantic Council, uno dei più noti think thank americani che si occupano di geopolitica, così nel testo appena pubblicato per Luiss University Press naviga tra le sponde dell’Atlantico raccontando luoghi e protagonisti di questa nuova competizione globale di cui le quattro città elencate nel sottotitolo sembrano definire un piano di gioco in cui tutte le contraddizioni geopolitiche, economiche e militari del presente sembrano avvicinarsi, nemmeno troppo lentamente, ad un punto di non ritorno.

A partire proprio, e in maniera sempre più evidente dopo l’avvento della presidenza Trump, dallo sfilacciamento progressivo del legame storico tra Europa e Stati Uniti che scricchiola paurosamente sotto la pressione delle potenze rivali e delle divisioni interne sempre più profonde.

“Contro la fame, la povertà, la disperazione e il caos”. Camminando su Rue de Rivoli, prima che questa bellissima strada ceda la scena a Place de la Concorde e si apra la vista sulla Senna e sul cuore di Parigi, ci si imbatte in queste parole, iscritte su una semplice lastra di marmo, sull’Hotel de Talleyrand. È la targa commemorativa del Piano Marshall, sul palazzo, elegantissimo, intitolato a uno degli artefici del Congresso di Vienna. La curva nella memoria di due tentativi, seppur diversi e lontani quasi un secolo e mezzo, di dare ordine al caos.
Nelle stanze in cui Talleyrand tesseva la sua tela, si insediò dopo la Seconda guerra mondiale l’amministrazione del piano di investimenti e prestiti con il quale gli Stati Uniti strinsero un patto con l’Europa nel 1948. Washington avrebbe prestato i capitali per la ripresa economica di Paesi dilaniati dalla guerra, che non avrebbero così ceduto al richiamo dell’influenza dell’Unione Sovietica. Inoltre, con la nascita dell’Alleanza Atlantica, gli Stati Uniti avrebbero fornito anche l’assistenza militare, per evitare che l’Armata Rossa tornasse oltre la Cortina di ferro.
[…] Con il piano Marshall e la Nato, nel 1949 nasceva l’Occidente politico. Un’idea, un’entità che oggi si sono sgretolate, già prima della scelta di Donald Trump di praticare un’egemonia predatoria e ridurre l’emisfero occidentale al solo continente americano. Dopo la caduta del Muro di Berlino il patto tra le due sponde dell’Oceano e le sue architetture non hanno tenuto il passo della Storia2.

Il riferimento a Talleyrand rinvia al più grandioso tentativo fallito di restaurazione dell’ordine precedente in un’Europa che era stata sconvolta dalla Rivoluzione francese e dalle successive guerre napoleoniche, a cui la primavera di popoli del 1848, sia con i moti rivoluzionari che con la nascita e il contemporaneo rafforzamento di ideali sia patriottici che socialisti, avrebbe posto fine, nonostante i sussulti che avrebbero ancora accompagnato l’agonia dell’Ancien Régime.

Nel contesto in cui si muovono sia De Pizzo con la sua analisi che i fatti a noi contemporanei, comprese le accuse rivolte da Donald Trump, anche in occasione del vertice di Ankara, agli alleati europei, Italia In primis, per non aver fino ad ora speso a sufficienza per la difesa e non aver collaborato per le operazioni militari nel Golfo Persico, tale riferimento assume una valenza simbolica certo non indifferente. Soprattutto nel senso negativo cui si è appena accennato.

Tralasciando per ora tale discorso, che sarà comunque ripreso in chiusura, e tornando alle città elencate come cardini su cui si articola l’attuale tempesta atlantica, De Pizzo ci ricorda che:

Brest è la base dei sommergibili nucleari dell’unica potenza atomica d’Europa, la Francia. Un’infrastruttura segretissima, oggetto addirittura di una minaccia ibrida sul finire del 2025 […]. Da quello che succederà sulle rive di questa cittadina a ovest di Parigi dipenderanno sia le sorti della difesa dell’Europa come spazio geografico e politico, e della sua capacità di risposta [militare], sia la possibilità per l’Europa di stabilire una maggior autonomia dalla difesa degli Stati Uniti, che rappresenta ancora la garanzia di tutela reale del Vecchio continente. La guerra ibrida, la proliferazione vertiginosa di armamenti nucleari e l’avvento di armi autonome con sistemi di intelligenza artificiale richiedono nuove forme di multilateralismo3.

Una parola quest’ultima che, come ci avverte ancora l’autore, suona ormai desueta, soprattutto tra le fila occidentali ed europee; dove tra mugugni, rivalità economiche e tecnologiche e difficoltà politiche interne, proprio il progetto di una difesa comune appare sempre più difficile da realizzare. Considerato anche che quando De Pizzo ha scritto il suo libro Keir Starmer era ancora saldamente al governo, cosa che lo poneva al centro di ogni iniziativa della cosiddetta “coalizione di volenterosi”, essendo anche a capo del governo dell’unica altra potenza nucleare europea, mentre oggi le sue dimissioni e il possibile risultato delle future elezioni politiche nel Regno Unito potrebbero rimettere in discussione le prospettive politiche e militari su cui poggiavano le sue iniziative.

Così come nell’italietta meloniana lo stesso governo deve destreggiarsi tra promesse di solidarietà all’Ucraina, attenzione a non sforare il bilancio con spese militari tendenti a compromettere ulteriormente una spesa pubblica già fortemente ridotta a tutto svantaggio dei cittadini e l’emergere di una nuova forza di destra che dell’opposizione alla partecipazione, anche indiretta, al conflitto ucraino ha fatto uno dei suoi punti di forza, insieme al sempiterno motivo del razzismo, presente oggi nel dibattito politico pubblico sotto le spoglie della “remigrazione” e della sicurezza pubblica.

Due punti, questi ultimi, che accomunano sia il Rassemblement National di Marine Le Pen e Jordan Bardella, in Francia, che la tedesca Alternative für Deutschland, il partito di estrema destra che sembra far traballare sempre più la coalizione politica su cui si basa il governo di Friedrich Merz in Germania. Governo che dopo aver fatto storcere il naso agli alleati per sue pretese nucleari e di gigantesca espansione della spesa militare, oggi deve fare comunque i conti con la minaccia di centomila licenziamenti e la possibile chiusura di quattro grandi stabilimenti industriali da parte del gruppo automobilistico Volkswagen/Audi.

Un panorama politico ed economico mozzafiato per chiunque si fosse precedentemente adagiato sulle promesse di un europeismo e di un atlantismo senza fine, cui la crisi irreversibile della Nazioni Unite aggiunge un ulteriore tassello di incertezza.

A New York le Nazioni Unite, simbolo della speranza che le potenze mondiali potessero sempre cercare la strada del dialogo, languono. Così come sono messe a dura prova tutte le istituzioni costruite nel secondo Novecento, di fronte a una volontà di potenza che scuote il mondo anziché proteggerlo, sfaldando gli organismi di quell’Occidente politico che può sopravvivere al caos solo ripartendo dalla sua legge fondamentale: l’idea che il potere non possa non avere un limite4.

Per l’autore, all’opposto, Reykjavík e Rabat potrebbero invece rappresentare «le opportunità di un’intesa rinnovata nella comunità occidentale», soprattutto la seconda. Vediamone ancora i possibili motivi.

La diffusione delle infrastrutture critiche rende vulnerabile anche la potenza più forte, anzitutto sul proprio terreno: gli scudi spaziali non bastano a contenere minacce che corrono via mare, aria, terra e sulle vie digitali.
[…] Cina, Russia, Iran, Corea del Nord, contendono terre rare e materie prime, dall’Artico al Sahel. Sommergibili, droni, accordi economici, attacchi ibridi e cyber, ingerenza e destabilizzazione nella vita delle società di Paesi sensibili e fake news sono le armi di un conflitto globale già in atto. Il controllo dello Giuk Gap, lo stretto tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito, è essenziale ancor più oggi che durante la Guerra fredda; per non lasciare l’Artico e le sue risorse alla Cina e alla Russia e per impedire a Pechino e Mosca di muovere i propri sottomarini nell’Atlantico e minacciare Stati Uniti e Europa.
A sud, l’Occidente deve ricostruire un rapporto con i Paesi africani, per non consegnarli all’instabilità, alle bande terroristiche e alle milizie guidate dalle potenze ostili che possono rappresentare una minaccia reale soprattutto per l’Europa. I margini dell’Atlantico del Nord, dall’Africa all’Artico, diventano il luogo in cui ricostruire la relazione tra vecchio e nuovo continente attorno a un bene comune:,la pace, la sicurezza. […] una nuova frontiera che difenda l’ordine liberale, la democrazia, lo Stato di diritto, la cooperazione.
John Fitzgerald Kennedy, il presidente americano, ucciso tragicamente a Dallas nel 1963 […] terminò il suo discorso all’Università di Washington con parole che nel 2026 sembrano eretiche per un presidente degli Stati Uniti, ma che racchiudono la missione dell’Occidente e propongono il miglior antidoto al caos dei giorni che viviamo: “Faremo anche la nostra parte per costruire un mondo di pace in cui i deboli siano sicuri e i forti siano giusti. Non siamo privi di risorse rispetto a questo compito, né privi di speranze circa il suo successo. Fiduciosi e senza timore continueremo a lavorare: non per una strategia di annientamento, ma per una strategia di pace”5.

Ecco, allora, giunto il momento di sottolineare il momento in cui i progetti alla Talleyrand iniziano a fallire, fin da subito, ovvero dal sogno e dal desiderio di riportare tutte le istituzioni politiche, le alleanze militari e le condizioni economiche a com’erano state prima. Prima della Rivoluzione francese, prima di Napoleone, prima dello sviluppo di nuove società industriali ed economiche come la Cina e l’India, prima della caduta del muro di Berlino e dell’URSS, l’altro principale garante del condominio mondiale russo-americano su cui si era fondato l’ordine successivo alla seconda guerra mondiale.

Un “prima” idealizzato e forse mai davvero esistito, sia nel XVIII secolo che nel XX e che certo non avrebbe potuto tornare nel XIX e che non potrà farlo nemmeno nel XXI secolo. Non per scelta o volontà degli individui o dei singoli governi, sempre più limitati nelle loro opzioni dalle necessità imposte dalle leggi dell’accumulazione del capitale, sia all’Ovest che all’Est o al Sud e al Nord, sia tra i paesi ancora aderenti all’Occidente che ai BRICS. Una competizione sempre più drammatica rispetto alla quale il problema non è tanto quello di ritrovare o perseguire vecchi ideali per superarla, quanto piuttosto di cambiare il paradigma economico, sociale, ambientale e politico affidandosi al quale l’Occidente si è ristretto e l’Atlantico si è allargato distanziando tra di loro a dismisura tutti gli ormai ex-alleati che si affacciano sulle sue sponde. Rispetto a cui, guarda caso, l’unica via per il suo restringimento e riavvicinamento tra gli stessi sembra essere costituito, ancora una volta e come sempre, dalla creazione di un nemico o da un male assoluto cui occorrerebbe opporsi, sia militarmente che politicamente.

Proprio in questo senso, la consultazione del testo di De Pizzo, ricco di dati ed informazioni, può risultare utile, soprattutto per i giovani lettori vista anche sua la maneggevolezza e sinteticità. Considerate anche le parole spese da Massolo in chiusura della sua prefazione: «Questo libro non è dunque un requiem per l’Occidente. È una carta nautica per navigare la tempesta. Leggetelo con attenzione. Perché la tempesta non è alle porte: è già qui»6.


  1. G. Massolo, Prefazione a M. De Pizzo, Tempesta. Reykjavik, Brest, Rabat, New York e la battaglia per l’Atlantico, Luiss University Press, Roma maggio 2026, p.11.  

  2. M. De Pizzo, Introduzione a Tempesta, op. cit., pp. 13-14.  

  3. Ivi, p. 14.  

  4. Ivi, p. 14.  

  5. Ivi, pp. 14-15.  

  6. G. Massolo, op. cit., p. 12.  

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Ode al vino e all’anarchia https://www.carmillaonline.com/2026/07/07/ode-al-vino-e-allanarchia/ Tue, 07 Jul 2026 20:00:18 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95750 di Luigi Veronelli

[In occasione dell’uscita del volume di Luigi Veronelli, Ode al vino e all’anarchia (elèuthera, 2026), ringraziando l’editore per la gentile concessione, si riporta di seguito il primo capitolo intitolato Ode al vino, testo uscito originariamente in «Volontà. Laboratorio di ricerche anarchiche», n. 1, 1991, pp. 99-102 – gh.t.]

Ode al vino

L’uomo è composto di carne, ossa e sangue, rilevabili con infiniti segni fisici e chimici, più un’entità vitalistica che sfugge a ogni tentativo di rilievo scientifico. Anche il vino è composto d’infiniti segni fisico-chimici e di un’entità vitalistica. L’analisi chimica ne scopre gli elementi, mentre e demandato alla [...]]]> di Luigi Veronelli

[In occasione dell’uscita del volume di Luigi Veronelli, Ode al vino e all’anarchia (elèuthera, 2026), ringraziando l’editore per la gentile concessione, si riporta di seguito il primo capitolo intitolato Ode al vino, testo uscito originariamente in «Volontà. Laboratorio di ricerche anarchiche», n. 1, 1991, pp. 99-102 – gh.t.]

Ode al vino

L’uomo è composto di carne, ossa e sangue, rilevabili con infiniti segni fisici e chimici, più un’entità vitalistica che sfugge a ogni tentativo di rilievo scientifico. Anche il vino è composto d’infiniti segni fisico-chimici e di un’entità vitalistica. L’analisi chimica ne scopre gli elementi, mentre e demandato alla degustazione il tentativo di avvicinare l’entità non rilevabile coi mezzi della scienza. Un vino – proprio come l’uomo – non e mai, muta senza interruzioni, si evolve momento per momento. Proprio per ciò va giudicato, da chi lo degusta, non solo per quello che è, ma per ciò che e stato e sarà. Davanti al vino versato, sia esso dell’ultima vendemmia o di un’antica bottiglia, ci si deve proporre di scoprirne le qualità, in primis sotto l’aspetto del pregio, e avere bene presenti le parole di Guittone d’Arezzo: «No è colore alcuno né forma a vizo, parola ne suono ad oreglie, odore a nare e a gusto savore o toccamento a mano, ove non sente forno alcuna defacultà, la quale desso li tolle pagamento». Berlo poi col proposito di essere nell’azione e di godere le correlative gioie e pene, tensioni e distensioni, appagamenti e sofferenze. Sì, il vino è un problematico compagno, e ha – come l’uomo – i pregi e i difetti relativi alla propria età: e assurdo infatti cercare in un Barolo di venti anni i pregi di un Barolo di cinque e viceversa; sono diversi e vanno ascoltati per ciò che possono essere. Un problematico compagno che ci ha accompagnato per secoli: Omero beveva vino, Platone beveva vino, Lucrezio beveva vino e cosi Dante, Giotto, Leonardo, Galileo, e via all’infinito.
Neppure è improprio paragonarlo, il vino, a un’opera d’arte: nell’atto di produrlo l’uomo si avvale d’una materia della natura, l’uva, e la trasforma in un qualcosa di nuovo e senza uguali. Un qualcosa che merita di essere inteso e apprezzato; bere un vino senza ascoltarlo è come passare davanti a un quadro senza vederlo; peggio ancora, è come non udire e rifiutare una musica (tapparsi le orecchie) nel momento che è suonata. L’attenzione dovrebbe essere, addirittura, maggiore: un quadro può essere rivisto, una musica riascoltata (una poesia riletta), mentre il vino, quel vino, bevuto in quel momento, è un irrepetibile. Non è certo più necessario alla vita che la musica e la poesia. Ma che sarebbe la vita senza musica, senza la poesia, senza il vino? L’uomo e il vino sono espressione del tempo vissuto.

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In Tech we Trust – Contro il tecnoabilismo ed il tecnomiracolismo https://www.carmillaonline.com/2026/07/06/in-tech-we-trust-contro-il-tecnoabilismo-ed-il-tecnomiracolismo/ Mon, 06 Jul 2026 20:00:45 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95128 di Gioacchino Toni

Ashley Shew, Futuri accessibili. Disabilità e tecnologia, traduzione e prefazione di Fabrizio Acanfora, Luiss University Press, Roma, 2026, pp. 140, Cartaceo € 18,00, ebook € 9,99

In un contesto caratterizzato dalla tendenza a cercare nei dispositivi tecnologici la soluzione ai problemi che affliggono l’umanità, si è fatto largo il convincimento che per migliorare le condizioni di vita delle persone disabili occorra guardare acriticamente alla tecnologia senza domandarsi quanto questa sia realmente neutra ed emancipativa. Il volume Futuri accessibili (Luiss 2026) di Ashley Shew si oppone all’idea che si debba guardare alle protesi ed ai dispositivi tecnologici come a strumenti [...]]]> di Gioacchino Toni

Ashley Shew, Futuri accessibili. Disabilità e tecnologia, traduzione e prefazione di Fabrizio Acanfora, Luiss University Press, Roma, 2026, pp. 140, Cartaceo € 18,00, ebook € 9,99

In un contesto caratterizzato dalla tendenza a cercare nei dispositivi tecnologici la soluzione ai problemi che affliggono l’umanità, si è fatto largo il convincimento che per migliorare le condizioni di vita delle persone disabili occorra guardare acriticamente alla tecnologia senza domandarsi quanto questa sia realmente neutra ed emancipativa. Il volume Futuri accessibili (Luiss 2026) di Ashley Shew si oppone all’idea che si debba guardare alle protesi ed ai dispositivi tecnologici come a strumenti in grado di “aggiustare” il corpo, e la mente, per ricondurre la vita entro una norma condivisa.

Intrecciando analisi teorica ed esperienza personale, derivata da un’amputazione subita, l’autrice, professoressa di Scienza, tecnologia e società alla Virginia Tech, a partire dalla nozione di “tecnoabilismo” – che si prefissa di misurare i “miglioramenti” apportati dalla tecnologia sui disabili secondo standard di normalità predefiniti – invita a domandarsi chi decida cosa debba essere corretto, secondo quali criteri e, soprattutto, con quali conseguenze concrete per le persone coinvolte, ma scarsamente interpellate. Le protesi, i dispositivi assistivi e le soluzioni digitali sono progettati su standard rigidi di “normalità” interessati a “correggere” i corpi disinteressandosi dei contesti sociali e materiali in cui vivono le persone con disabilità.

Shew non è su posizioni tencofobe; non rifiuta affatto la tecnologia, ma non accetta l’idea che questa, per come viene ideata e imposta oggi, debba essere per forza la risposta alla disabilità. L’autrice ritiene che sia necessario un cambio radicale di prospettiva: anziché guardare alle persone con disabilità come destinatarie passive del progresso, occorrerebbe considerarle come esseri umani produttori di saperi, pratiche e criteri alternativi, così da poter valutare ciò di cui necessitano davvero per ampliare i margini di autodeterminazione e sicurezza nei contesti in cui vivono. L’offerta tecnologica alle persone con disabilità spesso prescinde dall’averle interpellate per comprendere le loro reali necessità. Né neutra, né automaticamente emancipativa, la tecnologia, ad oggi, è votata a celare la condizione di disabilità e ad imporre una “normalità” prestazionale lontana dalle esigenze degli individui alle prese con la manutenzione continua delle attrezzature, con la dipendenza dalle infrastrutture, con i costi emotivi e le decisioni prese da altri.

Molti dei problemi sociali, strutturali e pratici che affliggono le persone con disabilità derivano dall’idea che queste siano fondamentalmente “difettose”, “indegne di inclusione” o “inadeguate” e tale convincimento non manca certo di riverberarsi sulla progettazione tecnologica ad esse dedicata. «Il tecnoabilismo è la fede nel potere della tecnologia che considera l’eliminazione della disabilità come qualcosa di buono, un obiettivo da perseguire. È una forma classica di abilismo: pregiudizio contro le persone disabili, favore verso modi di vita non disabili. Il tecnoabilismo è l’uso delle tecnologie per riaffermare questi pregiudizi, spesso mascherato da empowerment» (p. 17). L’idea che tutto debba essere indotto a uniformarsi all’idea di perfezione imperante a cui risponde il tecnoabilismo implica la “correzione”, tramite tecnologie, degli esseri umani che non rientrano nel canone e, nei casi in cui la tecnologia non sia in grado di agire a tale scopo, di mezzi tecno-eugenetici votati alla “gestione” dei casi “irrecuperabili”.

Passando in rassegna alcune narrazioni stereotipate della disabilità, Shew evidenzia come queste si intreccino spesso con idee di razza, genere e sessualità. Buona parte delle rappresentazioni della disabilità sono scritte da autori e interpretate da attori non disabili e, comunque, riguardano quasi sempre persone bianche e socialmente ben inserite. Secondo l’autrice si possono individuare cinque tropi principali di rappresentazione della disabilità: i mostri pietosi, gli approfittatori e impostori, gli storpi rancorosi, i peccatori riprovevoli e gli eroi che superano gli ostacoli. Il primo tropo, dilagante sui media, lo si ritrova in numerose campagne di beneficenza ed ha contributo a influenzare tanto le modalità con cui si guarda alle persone disabili quanto a come queste si percepiscono. Il tropo degli approfittatori e impostori compare nelle notizie riguardanti l’elargizione di sussidi o agevolazioni per la persone con disabilità. Nonostante molte delle richieste vengano rigettate per limitare le spese dei servizi sanitari e non per dichiarazioni mendaci di disabilità, è diffuso, anche grazie all’enorme spazio concesso dai media ai casi truffaldini, il convincimento che buona parte delle richieste di assistenza raccontino disabilità inesistenti. Il tropo dello storpio rancoroso è particolarmente presente nella fiction audiovisiva: in molti casi i personaggi negativi sono contraddistinti da una qualche forma di imperfezione fisica visibile simboleggiante la loro malvagità, oppure quest’ultima deriva proprio dalla loro disabilità. Nel tropo del peccatore riprovevole è invece individuabile l’idea della disabilità come punizione divina per qualche condotta peccaminosa e che la disabilità rappresenti un’occasione per trasformare e umanizzare chi circonda la persona disabile.

Il tropo degli eroi che superano gli ostacoli, chiamato ironicamente inspiration porn all’interno della comunità dei disabili, è probabilmente il più presente sui media e non solo trasmette l’idea che il “buon disabile” debba per forza combattere contro il proprio corpo e la propria mente per celare la propria disabilità simulando uno status di “normalità”, ma anche che esso è tenuto a “spettacolarizzarsi” facendosi fonte di ispirazione per i non-disabili. L’inspiration porn mostra spesso persone disabili che, aiutate da terapisti “umanitari”, riescono a trovare le tecnologie di cui necessitano per superare le difficoltà fisiche e/o mentali. Secondo Shew «la narrativa del “superamento” finge che i problemi strutturali di accessibilità possano essere risolti con il giusto atteggiamento intraprendente e volenteroso da parte di singole persone disabili; solleva le persone abili dalle loro responsabilità invece di chiamarle a contribuire realmente a rendere i mondo più accessibile» (p. 48). Tale tropo, sottolinea l’autrice, «ci tratta come individui eccezionali, piuttosto che come membri di una comunità minoritaria sottorappresentata che ha bisogno di accesso, accomodamenti e cambiamenti strutturali – non solo di gadget che ci aiutino a funzionare individualmente. Eccezionalizza, invece di normalizzare, la disabilità come aspetto dell’esperienza umana ed esagera quanto siamo diversi dalle presone non-disabili» (p. 49). Tale tropo, inoltre, mette l’esistenza della persona disabile al servizio degli altri, «della loro empatia, della loro ispirazione, della loro motivazione, del “se ce la fanno loro, allora posso farcela anch’io» (p. 49). Insomma, per essere considerati degni di cura, continua Shew, i disabili sono tenuti a interpretare il ruolo della “brava persona disabile”.

L’insistenza con cui i media trasmettono immagini di individui disabili – quasi sempre di pelle chiara, di bell’aspetto, socialmente accettabili, frequentemente eroi di guerra o atleti di élite – che riescono a superare i limiti dei loro corpi grazie alla tecnologia contribuisce a presentare quest’ultima come salvifica per il corpo e la mente. L’idea che il recupero della “normalità” sia tra le condizioni necessarie per essere considerati “disabili di successo” deriva dal convincimento che con la disabilità si è fronte per forza di cose non a una differenza ma ad una differenza negativa.

Le narrazioni sulla tecnologia per la disabilità, in ogni tipo di media, non servono alle persone su cui le storie sono teoricamente incentrate. In realtà, queste storie non sono affatto sulle persone disabili. Sono storie, filtrate attraverso un immaginario abile, che rafforzano tropi consumati sul progresso tecnologico, sul tecno ottimismo e sul potere innovatore dell’ingegneria. Le persone con disabilità sono personaggi secondari; la vera storia è quella della marcia trionfante della competenza tecnologica, del vivere meglio grazie alla tecnologia. E di conseguenza, più queste storie vengono lette, più la gente interiorizza le narrazioni rassicuranti che popolano i media e le cronache sportive. La standardizzazione delle narrazioni sugli individui che “superano” la disabilità, “tokenizzano”, cioè danno un valore simbolico ad alcuni tipi di disabilità cancellandone altre (pp. 56-57)

A partire dall’esperienza personale, Shew sottolinea l’enorme divario esistente tra le mirabolanti promesse degli ausili tecnologici per le disabilità e la realtà quotidiana con cui le persone si trovano ad avere a che fare. La disabilità è una categoria sociale, scrive l’autrice, non un problema risolvibile con la tecnologia. «Inquadrare la disabilità come il problema distoglie l’attenzione dal vero problema: il mondo è strutturato per escludere le persone disabili» (p. 59). Una società fondata sui dogmi della produzione e della prestazione, si propone di “recuperare” i disabili alla “normalità” ad essa necessaria, anziché preoccuparsi di rispondere alle loro reali esigenze.

Cosa significano le tecnologie per le persone? Che ruolo giocano nella loro vita? In che modo l’ambiente costruito include o esclude? In che modo le persone si identificano con e resistono agli interventi tecnologici? Come (e quando) le persone decidono di adottare o usare determinate tecnologie come le protesi? Queste domande non dovrebbero essere appannaggio esclusivo della speculazione filosofica astratta o dei rivoluzionari tecno-futuristi. Dovrebbero essere radicate nelle esperienze reali di persone disabili reali, le cui vite e corpi sono un banco di prova speciale per queste idee (pp. 62-63).

Fare delle immagini di amputati su gambe da corsa l’unica rappresentazione di cosa significhi cavarsela bene come amputato non permette alle persone di essere reali e di esprimere sentimenti e stati d’animo complessi; insomma, sostiene Shew, non permette ai disabili di essere tali.

Il corpo disabile tecnologizzato – il corpo riabilitato, “trionfante” sulle proprie condizioni – è una menzogna. La tecnologia non può trascendere la carne; il corpo è ancora lì, ancora sentito, ancora gestito, resistente. Ma la tecnologia – e le idee normative su cosa significhi avere il corpo o la mente giusti – separa sempre più il nostro io dai corpi con cui ci confrontiamo con mondo. […] Le nuove tecnologie sollevano domande su che tipo di persone vogliamo essere e in che tipo di società vogliamo vivere (pp. 74-75).

Dopo essersi soffermata anche sulle tecniche e sulle tecnologie specifiche per le neurodivergenze, Shew mette in guardia dalle narrazioni eugenetiche e transumaniste votate al perfezionamento e al potenziamento degli esseri umani, ricordando come, alla luce dei disastri ambientali, del diffondersi di nuove malattie e dell’invecchiamento della popolazione, il futuro che si prospetta sia un futuro di disabilità diffusa. Risulta pertanto miope pianificare un futuro senza disabilità. Converrebbe, piuttosto, iniziare a ripensare la disabilità e guardare alle potenzialità offerte dalla tecnologia in una prospettiva radicalmente differente rispetto a quella imposta dalla società della produzione e della prestazione.


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