Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 06 Aug 2026 02:55:55 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Street Fighting Men https://www.carmillaonline.com/2026/08/05/street-fighting-men/ Wed, 05 Aug 2026 20:00:54 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=96056 di Sandro Moiso

[Il testo che segue è stato distribuito, in una versione lievemente diversa, tra coloro che hanno partecipato alla presentazione, tenutasi a Genova il 17 luglio scorso, di Li chiamavano Teddy Boys. Il 30 giugno’60 tra antifascismo e lotta di classe, a cura della Libreria occupata Adespotos e pubblicato dalle Edizioni Colibrì (Milano 2026), che sarà prossimamente recensito su «Carmillaonline».]

Ev’rywhere I hear the sound of marching, charging feet, boy ‘Cause summer’s here and the time is right for fighting in the street, boy […] Hey! Said my name is called disturbance I’ll shout and scream, I’ll kill [...]]]> di Sandro Moiso

[Il testo che segue è stato distribuito, in una versione lievemente diversa, tra coloro che hanno partecipato alla presentazione, tenutasi a Genova il 17 luglio scorso, di Li chiamavano Teddy Boys. Il 30 giugno’60 tra antifascismo e lotta di classe, a cura della Libreria occupata Adespotos e pubblicato dalle Edizioni Colibrì (Milano 2026), che sarà prossimamente recensito su «Carmillaonline».]

Ev’rywhere I hear the sound of marching, charging feet, boy
‘Cause summer’s here and the time is right for fighting in the street, boy […]
Hey! Said my name is called disturbance
I’ll shout and scream, I’ll kill the king, I’ll rail at all his servants
(Street Fighting Man – Rolling Stones, 1968)

Dal punto di vista culturale, oltre che politico, un elemento estremamente significativo riguardo ai moti del giugno/luglio 1960 è dato dal fatto che il più noto motivo musicale ispirato agli stessi sia da sempre rappresentato da Per i morti di Reggio Emilia, canzone scritta ed eseguita da Fausto Amodei e dal gruppo del Cantacronache fin dal 1960.

Canzone tutto sommato lugubre, dal tempo simile a quello di una marcia funebre, invitante a ricordare, insieme ai nomi dei morti ammazzati il 7 luglio di quell’anno a Reggio anche alcuni autentici mitologemi intorno ai quali si è organizzato il pensiero, l’azione e ogni riferimento politico della sinistra istituzionale fin dal secondo dopoguerra.

Frutto, comunque, del tentativo di ingabbiare l’immaginario di classe in un quadro di riferimento in cui la retorica dell’antifascismo avrebbe dovuto rappresentare l’alfa e l’omega di ogni manifestazione di massa o iniziativa di piazza. Un quadro, però, che a ben guardare non poteva essere e non fu rispettato dai giovani proletari, dai teddy boys e dagli operai scesi in piazza a Genova nel giugno del 1960.

Se gli slogan antifascisti poterono ancora in quel momento esercitare una funzione propulsiva, ciò fu dovuto principalmente al fatto che la moderna iniziativa di classe e la sua autonomia non avevano ancora del tutto trovato le parole con cui esprimere, al contempo, la propria rabbia e dispiegare il proprio programma. Così come sarebbe, poi ancora, accaduto due anni dopo a Torino, con i fatti di piazza Statuto, ma che almeno in quell’occasione iniziarono ad essere inquadrati in maniera politicamente più efficace da Renato Panzieri e dai «Quaderni Rossi».

Come ha ben sottolineato e ripetuto in più occasioni lo scomparso Emilio Quadrelli, una canzone come (I Can’t Get No) Satisfaction del 1965 avrebbe molto meglio incarnato quella insoddisfazione esistenziale e quella rabbia senza parole d’ordine che aveva e avrebbe rapidamente innervato la rivolta giovanile1. Una rabbia e una rivolta che, subito dopo e sull’onda dei fatti del maggio ’68 e delle successive proteste giovanili, operaie e studentesche in tutto l’Occidente (ma non soltanto), sarebbe stata meglio espressa in una canzone, Street Fighting Man, sempre dei Rolling Stones e contenuta nell’album Beggar’s Banquet uscito proprio nel corso di quell’anno.

Ovunque sento il suono di passi che marciano e caricano, ragazzo
Perché l’estate è arrivata ed è il momento giusto per combattere per strada, ragazzo
[…] Ehi! Ho detto che il mio nome è disturbo,
urlerò e griderò, ucciderò il re, inveirò contro tutti i suoi servi.

Sottolineare questi aspetti dell’uso politico trasgressivo della cultura di massa e della musica rock non appartiene ad una semplice diatriba tra rockers e intellettuali legati invece alla scuola critica di Francoforte ma, piuttosto, alla necessità di liberare l’iniziativa autonoma di un proletariato ribelle e indomabile, come fu a Genova prima e a Torino due anni dopo, dalla caligine oscurantista che il martirologio antifascista e democratico, anche per mezzo di canzoni come quella di Amodei, cercava, e probabilmente cerca tutt’ora, di soffocare fin dalla culla, impedendo qualsiasi diversa e più radicale interpretazione della rivolta e della lotta di classe.

Mentre, infatti, testi come quelli delle due canzoni di Jagger e Richard qui citate lasciano i loro ascoltatori liberi di interpretarli come meglio credono, Per i morti di Reggio Emilia spinge l’ascoltatore ad una lettura dei fatti a senso unico. Prima il lugubre lamento funereo per i morti e per i martiri della violenza fascista dello Stato, poi la rivendicazione di guerre e lotte che vengono intese come unici e autentici punti di riferimento comunisti, tralasciando il fatto che proprio la guerra di Spagna vide all’opera il tradimento dello stalinismo che preferì eliminare i propri concorrenti anarchici e del POUM piuttosto che vincere la battaglia contro il franchismo. Anche a seguito degli accordi Ribbentrop-Molotov o Hitler-Stalin dei mesi precedenti la caduta della Repubblica.

Finendo con lo svolgere una funzione “didattica” in cui, oltre tutto, l’insistenza sul martirio e sul dolore ha lo scopo di nascondere lo spirito di festa e gioia che accompagna invece ogni rivolta e ogni autonoma mascalzonata politica nei confronti del potere nei brevi momenti in cui si scopre vittoriosa2. Un’autentica zombificazione della lotta di classe che, oltre tutto, rimuove la guerra civile dall’orizzonte della Storia e il fatto che la primavera della Resistenza fu ampiamente tradita e amputata dei suoi obiettivi classisti e la sua successiva memoria rivolta a celebrarla unicamente come recupero delle istituzioni liberali e democratiche precedenti la Dittatura.

Così il mito della Resistenza democratica e di tutti cancella l’indipendenza della classe dal capitale e l’autonomia politica rivoluzionaria rispetto ai progetti della sinistra istituzionale, rimandando sempre più lontano nel tempo un momento di rivincita o di vittoria da esprimersi attraverso il voto e le leggi dello Stato. Autentico ciarpame ideologico che vorrebbe rimuovere, una volta per tutte, il fatto che la Rivoluzione non è una semplice e legale redistribuzione dei posti a tavola, ma un’autentica catastrofe per l’esistente, destinata a rovesciarne leggi, strutture politiche, sociali ed economiche.

Tornando al tema iniziale va infine ricordato che proprio agli inizi degli anni Sessanta in Italia fu forte lo scontro tra coloro che interpretavano il canto popolare come espressione principalmente politica e dello scontento sociale e altri che come Roberto Leydi, il cui contributo all’etnomusicologia si inserì nel vasto filone di storia contemporanea e sociale che tendeva a cercare fonti alternative a quelle ufficiali per la ricognizione storica, ebbero chiaro che la documentazione della tradizione popolare non poteva essere soltanto limitata al suo carattere di emarginazione o protesta, o a quello del diretto impegno sociale. Non condividendo, però, nemmeno l’opinione, molto frequente negli anni ’60 e ’70, che la cultura popolare e contadina fosse in se stessa alternativa.

Erano anni, quelli i cui, saggisti come Umberto Eco, nella sua prefazione a Le canzoni della cattiva coscienza3 rifiutavano qualsiasi valore alla musica giovanile, relegandola al ruolo di musica leggera, negando così la possibilità che potesse essere il contesto sociale a definire il significato di un testo, di un brano musicale o di un qualsiasi altro artefatto culturale o artistico, sia di origine popolare che colta, più che l’intento immediato dei suoi creatori4.

Cui va aggiunto che il primo canto popolare in voga nella Francia della Rivoluzione alla fine del XVIII secolo, Ah! ça ira, ben prima della più istituzionale Marsigliese divenuta l’inno della nazione francese fino ai nostri giorni, fu scritto da un ex soldato musicista di strada di nome Ladré, che aveva adattato delle semplici parole al Carillon national, una contraddanza molto popolare di Jean-Antoine Bécourt, violinista del théâtre des Beaujolais, che la regina Maria Antonietta amava suonare al clavicembalo, ma che l’avrebbe poi accompagnata nel tragitto verso la ghigliottina.

Ah! Si farà, si farà, si farà!
Il popolo in questo giorno senza sosta ripete,
Ah! Si farà, si farà, si farà!
Malgrado gli ammutinati tutto riuscirà
I nostri nemici confusi resteran là
(Ah! ça ira, 1790)

La rivoluzione nel suo improvviso e inaspettato avanzare e nel suo svolgimento, per quanto momentaneo e caotico, travolge e stravolge teorie e convinzioni dati per assodati una volta per tutte. E’ sempre, nel suo svolgimento e nei suoi interpreti ed attori, per forza di cose eretica, così come ci ha insegnato Emilio Quadrelli con la sua passione per la rivolta (e il rock’n’roll). Contribuendo a dare vita a una musica vitale, assordante e impetuosa destinata a delimitare un campo di battaglia che non può essere rivolto al passato e che le parole, nella loro rigidità semantica, non possono essere sufficienti a definire.


  1. «(I can’t get no) Satisfaction era l’inno di guerra più amato e sentito del proletariato moderno degli anni ’60, non ce ne stupiamo di certo. Sono gli anni dell’ultima rottura, quella che vede sempre più il movimento operaio diventare una variabile del capitale (fino a diventarne il suo stato dentro la classe), e il formarsi dell’altro movimento, il proletario senza antenati». E. Quadrelli, La storia caotica di uno strano guerriero alla conquista di Macondo: il proletariato indiano, «Rockerilla» n° 29, dicembre 1982 ora su «Carmillaonline», 17 dicembre 2025.  

  2. Su questo argomento si veda qui.  

  3. M.L. Straniero, E. Jona, S. Liberovici, G. De Maria, Le canzoni della cattiva coscienza. La musica leggera in Italia, prefazione di Umberto Eco, Casa Editrice Valentino Bompiani, Milano 1964.  

  4. Una questione che il filosofo e critico letterario statunitense Stanley Eugene Fish avrebbe contribuito ad approfondire fin dal 1967, in un saggio sul Paradiso perduto di Milton, Surprised by Sin: the Reader in “Paradise Lost”, nel quale avanzava la tesi che nel poema di John Milton Satana fosse stato visto come eroe dai poeti romantici come Blake o Shelley, mentre il Paradiso perduto era stato concepito come poema di redenzione, ma il cui significato sarebbe invece coinciso con l’effetto prodotto sui suoi lettori. Con il passare degli anni Fish avrebbe poi ancora dimostrato che questo non era valido solo per Milton, ma per tutta la letteratura: sono i lettori, più che il testo statico, a costruire il senso in virtù delle teorie e delle credenze che si fanno a proposito del testo e che decidono di considerare vere. Ma questa formula può essere applicata a qualsiasi testo, anche non letterario. I lettori, gli spettatori o gli ascoltatori, sono dunque una comunità di persone che condividono le stesse strategie interpretative. Un tema sviluppato da Fish in C’è un testo in questa classe? : l’interpretazione nella critica letteraria e nell’insegnamento, Einaudi, Torino 1987, (Is There a Text in This Class? The Authority of Interpretive Communities, 1980) in cui sistema ulteriormente la sua teoria ed è forse il suo libro più noto. La risposta alla domanda del titolo è no se si intende il testo come una catena di significati preordinati e da srotolare, ma è anche se la comunità dei lettori definisce il senso del testo in qualche modo scrivendolo nuovamente insieme all’autore. Indipendentemente dal loro grado di istruzione o formazione politica, aggiunge chi qui scrive.  

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Si alza il vento / 4 – Zone di morte https://www.carmillaonline.com/2026/08/04/si-alza-il-vento-4-zone-di-morte/ Tue, 04 Aug 2026 20:00:28 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95923 di Maddalena Gretel Cammelli e gruppo TUAS (Tutta Un’Altra Storia)

Recandomi in libreria o aprendo un giornale, trovo sconcertante che il termine fascismo ormai sia frequente più di qualsiasi altro per descrivere politici o partiti, al governo o in campagna elettorale. Dal 2016, con la Brexit e Trump I, e ancor più dal 2022 con Meloni e, poco dopo, con Trump II, è un continuo ritornare della discussione su se questo sia o meno fascismo, e se lo sia perché rivendica un’eredità simbolico-tematica, o per via dei vari decreti sicurezza, delle politiche migratorie, della repressione del dissenso, e altro.

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di Maddalena Gretel Cammelli e gruppo TUAS (Tutta Un’Altra Storia)

Recandomi in libreria o aprendo un giornale, trovo sconcertante che il termine fascismo ormai sia frequente più di qualsiasi altro per descrivere politici o partiti, al governo o in campagna elettorale. Dal 2016, con la Brexit e Trump I, e ancor più dal 2022 con Meloni e, poco dopo, con Trump II, è un continuo ritornare della discussione su se questo sia o meno fascismo, e se lo sia perché rivendica un’eredità simbolico-tematica, o per via dei vari decreti sicurezza, delle politiche migratorie, della repressione del dissenso, e altro.

Non si contano più i contributi a tema “fascismo” usciti negli ultimi anni. I titoli sono troppi per riportarli tutti e la loro numerosità è direttamente proporzionale allo spettacolo di cui partecipano. Falasca Zamponi ha da tempo mostrato come, nel Fascismo storico, lo spettacolo di sé fosse parte integrante della macchina al cuore della fabbrica del potere di regime. Questo in una fase in cui, Benjamin docet, l’estetica era venuta ad occupare una parte sempre più consistente della politica o, per dirla con Hannah Arendt, dello “spazio fra” le persone. La possibilità di vedersi e rivedersi della folla ha facilitato il Fascismo storico nella sua ascesa e consolidamento, partecipando alla costruzione di una mitologia del sé che ancora oggi fa eco.

Entrando in libreria di questi tempi, e osservando i titoli, si rimane colpiti da quanto questa spettacolarizzazione ancora domini l’immaginario (e quindi le politiche editoriali). Se tutto è fascismo, allora ciò che non lo è come si chiama? Se tutto è fascismo, allora cosa distingue Meloni da Draghi? In termini di repressione del dissenso e leggi liberticide, infatti, giova ricordare che quest’ultimo ha ben poco da invidiare a Meloni, avendo direttamente tolto il diritto di manifestare, il diritto al lavoro, il diritto alla mobilità, solo per citare alcune espressioni del governo tecno-autoritario da lui presieduto e che nessuno (o pochi) hanno definito fascista.

Con ciò non intendo sminuire l’importanza delle permutazioni, delle forme pratiche e dei significati che assume oggi la presenza di forme fasciste in Europa (qui). Mi interessa piuttosto mettere in dubbio l’opportunità di usare il termine fascismo per definire i soli partiti di governi della destra o dell’estrema destra, come se nella politica parlamentare della sinistra ci fosse ancora un qualche antidoto. Su questo, Nancy Fraser ha fornito uno strumento analitico prezioso, quale la sua definizione di progressismo neoliberale, per descrivere proprio quelle componenti della sinistra che negli ultimi vent’anni hanno partecipato alla diffusione di infrastrutture che hanno consolidato frontiere, precariato, e così accentuato povertà e razzismo.

Al di là delle campagne elettorali e di chi siede al governo, dopo avere letto Il Mondo come progetto Manhattan di Royer è più facile cogliere la profondità del perché di fascismo sentiamo ancora parlare oggi, a oltre un secolo dal suo nascere. A monte dei suoi legami con questo o quel partito politico, la reale ascendenza di quel pensiero risiede nell’avere dato i lidi alla desiderabilità della morte, quella prodotta in modo sistematico dall’apparato tecnico-scientifico-industriale nel suo dispiegamento capitalistico sul mondo, sugli ecosistemi, sulle nostre vite e sulle vite degli altri.

Il fascismo è il figlio purosangue di un sistema che costruisce e dissemina distruzione e morte, eliminando il lutto e la socialità stessa legata alla morte. Fascismo diventa, dunque, l’aspirazione alla desiderabilità della morte nella violenza, con la pratica delle grandi commemorazioni funebri e con la nobilitazione del sacrificio individuale per l’astratta comunità, che rende la morte nella violenza non solo pensabile, ma desiderabile. Fascismo diventa così non un’idea fra altre, ma la idea che meglio condensa le necessità e le aspirazioni necropolitiche prodotte dal sistema stesso. Non è solo questione di reazioni alla lotta di classe e di difesa borghese, ma di come il capitalismo produce i propri stessi frutti di morte, rendendoli desiderabili.

La congiuntura storica che stiamo attraversando ha esposto tutti alle contraddizioni e alle criticità insite nel sistema mondiale di accumulazione. La morte è il principale elemento prodotto dal sistema attraverso il sacrificio di lavoratori, la messa al lavoro del tempo di vita, lo sfruttamento delle risorse energetiche del globo terrestre e la sistematica distruzione dell’ambiente naturale. Al tempo stesso, al centro delle preoccupazioni dei miliardiari libertarian della Silicon Valley c’è proprio la paura della morte biologica, la fuga dalla sua realtà. Che si tratti di Peter Thiel, di Elon Musk o degli altri loro sodali, non è scarno il numero di multi-milionari che stanno lavorando alacremente alla Quarta Rivoluzione Industriale anche con l’obiettivo di sconfiggere la morte – la loro, quantomeno, mentre quella degli altri continua a essere profittevolmente prodotta dalla necropolitica.

Dietro queste visioni apocalittiche, o tecno-fasciste, troviamo il riprodursi di gerarchie razziali dalle giustificazioni pseudo-biologiche, la volontà di fondare comunità chiuse e pure. Si cercano e si trovano luoghi in cui sottrarsi alla presa degli Stati, per edificare nuovi ordini sociali grazie a giurisdizioni speciali. Una genealogia dagli anni ’90 di questa forma esasperata di neoliberalismo è magistralmente documentata nel testo dello storico Quinn Slobodian, Il Capitalismo della Frammentazione. Gli integralisti del mercato e il sogno di un mondo senza democrazia (Einaudi 2023). Peter Thiel e i suoi amici libertarian della Silicon Valley sono qui inseriti in un contesto che dà il senso del loro percorso. Lo Stato qui non è qualcosa di cui impossessarsi, ma qualcosa da cui, negli ultimi quarant’anni, molti hanno cercato di sottrarsi, cercando luoghi in cui rendere possibile una secessione. Obiettivo: meno tasse, meno regole, meno obblighi. In due parole: svincolare il capitalismo dall’ancora democratica. Cominciando dalle Docklands di Londra, passando per Dubai, il Liechtenstein, le varie Zone Economiche Speciali in Asia – prima fra tutte Hong Kong, poi la città-Stato Singapore – e poi da quell’esempio le varie in Cina, per giungere infine nel regno virtuale del Metaverso. Il mondo che fotografa Slobodian è una gigantesca forma di emmental dove, negli ultimi vent’anni, le zone sottratte al controllo dello Stato si sono moltiplicate: «nel 1986 c’erano solo 176 zone a livello globale. Nel 2018 erano diventate 5400» (p. 113).

La zona svolge varie funzioni: si tratta di luoghi in cui non esistono diritti umani e non esistono costituzioni che regolamentano diritti e doveri dei cittadini. Le zone divengono la sperimentazione in cui mettere alla prova il fatto che «la libertà politica poteva in realtà erodere la libertà economica» (p. 12). Qui l’unica regola è il libero mercato, con l’idea che una minore democrazia può facilitare l’accumulo di ricchezze.

Il secessionismo e non il globalismo era il mantra dei libertarians di cui scrive Slobodian. Più Stati e zone ci sono, più c’è frammentazione, meno è possibile controllare tutto e, dunque, più è facile rendere alcune zone libere dalle imposizioni fiscali e statali, libere di sperimentare sistemi di regolamentazione con il solo fine dell’arricchimento. Dubai Inc. è forse uno degli esempi più noti, in cui non esistono cittadini e i lavoratori vengono prelevati al mattino e poi sono riportati e «rinchiusi in accampamenti nel deserto recintati col filo spinato per ridurre al minimo i rischi di fuga e il costo del mantenimento» (p. 204). Le zone che racconta Slobodian mostrano che la finanza non è un’entità astratta e fuori controllo, che è scoppiata poiché impossibile da governare. Al contrario, attraverso le zone, si sono creati business improvement districts (distretti di rivitalizzazione urbana) o paradisi fiscali, «si sono assegnati volontariamente a costruttori con agevolazioni fiscali interi quartieri e aree: la gentrificazione non è ciò che avviene quando il mercato viene lasciato libero. Avviene quando lo Stato lo prende per mano e lo guida» (p. 68).

Si tratta di territori strappati agli abitanti locali, che gli Stati hanno venduto a privati e che sono stati poi gestiti come aziende startup, da modello californiano, charter city: «città in connessione» (p. 218), luoghi in cui progettare una via d’uscita per i ricchi dalle morse dello Stato sociale. E, al tempo stesso, luoghi virtuali in cui fare prosperare nuova ricchezza ed espropriazione, come la Rete. Non si tratta di prendere il potere per sovvertire lo Stato, ma di svuotarne poco alla volta di senso le strutture, creando alternative. I libertarian californiani stanno facendo questo: mentre costruiscono infrastrutture da proporre ai governi, ricevendo fondi e sovvenzioni milionarie, «il loro scopo non era quello di usare una palla da demolizione contro lo Stato, ma di dirottarlo, smontarlo e ricostruirlo sotto il loro possesso privato» (p. 237). Il testo di Slobodian mostra chiaramente come queste zone siano state strumenti dello Stato, non una liberazione da esso, aiutandoci così a rimettere al centro i processi e i responsabili.

Lo storico canadese ha poi di recente pubblicato Muskismo. Una guida per perplessi (Einaudi 2026, con Ben Tarnoff), in cui il modello Silicon Valley viene messo ancor più sotto la lente per cogliere i meccanismi del suo funzionamento. Qui gli autori propongono di trovare in Elon Musk la figura esemplare di questa fase di accumulazione e ristrutturazione capitalistica: «Musk non è solo un uomo, ma l’avatar di una visione del mondo: il “muskismo”» (p. 5). L’ipotesi che avanzano è che, come il fordismo è stato il sistema operativo del XX secolo, il muskismo sia quello del XXI (p. 6).

Si tratta di un progetto di modernizzazione: «la sua promessa è quella della sovranità tramite la tecnologia» (ivi). La tecno-sovranità proposta dal muskismo punta alla costruzione di una comunità purificata, in cui sia tutelata «l’appartenenza culturale e genetica a un Occidente bianco ed europeo presidiato da una tecnologia superiore» (p. 6). Si delimita un interno e, come spesso in questi casi, si stabilisce chi non potrà accedervi.

Nel ripercorrere le principali tappe di vita di Musk, gli autori mostrano come egli si sia ogni volta arricchito grazie a sovvenzioni e investimenti dello Stato – fino all’ultimo obiettivo, quello di fondersi direttamente con lo Stato. L’interesse dell’opera di Slobodian e Tarnoff è di soffermarsi non tanto sull’uomo, quanto sulle «forze storiche che hanno plasmato le sue azioni» (p. 9).

Viene svelata in questo modo, nel muskismo, un’architettura che non si limita al controllo, ma costruisce pensiero e direzione attraverso tweet e bolle, portando sempre più in là la speculazione sull’immaginario. Marte non è un obiettivo reale ma, attraverso l’ossessione di Marte, Musk si è reso indispensabile alla NASA. Passando per Space X, Tesla, Doge e X, il testo mostra come l’apparato tecnologico sviluppato da Musk e dai suoi amici della Silicon Valley non stia partecipando all’erosione dello Stato ma, al contrario, sia lì per accrescerlo.

In conclusione, lo Slobodian aiuta a cogliere le continuità strutturali che ci hanno accompagnato negli ultimi trent’anni, mostrando come il neoliberalismo di questi libertarians sia venuto a nutrirsi di idee di purezza e gerarchia, sfruttamento e privilegio, e come al tempo stesso abbia goduto di appoggi e sovvenzioni giunti da governi di ogni schieramento. Che Musk o Thiel siano o meno fascisti è qualcosa di relativamente superfluo, e infatti è una questione che rimane al margine di questi testi (mentre invece viene teorizzata esplicitamente da altri autori, come in Apocalypse Nerd: comment le techno-fascists ont pris le pouvoir, ovvero “Apocalisse nerd: come i tecno-fascisti hanno preso il potere” di Nastasia Hadjadjie e Olivier Tesquet). Trovo che invece sia essenziale cogliere il peso che questi attori stanno avendo nell’attuale riconfigurazione di Stati e capitale e, non da ultimo, degli immaginari collettivi. Se c’è infatti qualcosa che caratterizza il Muskismo, è la forza e determinazione con cui riesce a colonizzare l’immaginario del futuro, intrappolando il pensiero e le idee all’interno della propria rete.

Ma davvero il nostro desiderio più grande è andare su Marte? Davvero non ambiamo ad altro che a partecipare a collettivi cyborg che nutrono le AI, o a passare le giornate davanti a videogiochi che simulano guerre e droni? Uno degli elementi più profondi del fascismo era la sua volontà di costruire un uomo nuovo, e agire così nella profondità dei desideri e delle ambizioni delle persone: desiderare la morte, il sacrificio, l’obbedienza e la gerarchia. Un ordine sociale organizzato attorno a una visione definita di natura, bene e male. Oggi, sconfiggere il fascismo che attornia le nostre quotidianità non significa limitarsi a denunciare le continuità simboliche e familistiche di alcuni esponenti di partiti e governi. Abbiamo alle spalle un secolo di esperienza, di lotte e di analisi che hanno mostrato la profonda imbricazione di fascismo e capitalismo, l’impossibilità di liberarsi di uno senza liberarsi dell’altro.

Riconnettiamoci al nostro istinto di vita, all’ambiente che vediamo attorno e di cui siamo espressione, alla bellezza del tatto, dei profumi, degli odori. Il mondo digitale in cui vogliono intrappolarci non può nutrire l’esigenza profonda che abbiamo di bellezza e di poesia, di luce e di carezze. Il tatto e l’odorato sono sensi estromessi dalla bolla dell’AI, che non può sentire, odorare, toccare. Ripartire da lì può forse essere un modo per riconnetterci, tra persone e sensazioni, in modo reale e non virtuale, per immaginare insieme un futuro che parta da noi, libero da gerarchie, dominio, sfruttamento. È una grande opera collettiva, ma toccherà partire dal sé.

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Genova è Napoli: Blaise Cendrars torna in Italia con Bourlinguer https://www.carmillaonline.com/2026/08/04/genova-e-napoli-blaise-cendrars-torna-in-italia-con-bourlinguer/ Mon, 03 Aug 2026 22:01:39 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95819 di Walter Catalano 

Blaise Cendrars, Bourlinguer. Storie di porti, traduzione di Albino Crovetto, a cura di Riccardo Benedettini, Lamantica Edizioni, Brescia 2025-2026, 432 pp.

Ci sono libri che arrivano tardi e ci sono autori che, per una congiura di distrazioni editoriali, restano sospesi in un purgatorio della ricezione: letti da pochi, citati da meno, amati da una setta di fedelissimi che ne tramanda il culto come un segreto di famiglia. Blaise Cendrars appartiene a questa categoria, e la sua sorte italiana lo dimostra con una nettezza quasi didascalica. Mentre la Francia lo ha da tempo consacrato — l’ingresso nella Bibliothèque [...]]]> di Walter Catalano 

Blaise Cendrars, Bourlinguer. Storie di porti, traduzione di Albino Crovetto, a cura di Riccardo Benedettini, Lamantica Edizioni, Brescia 2025-2026, 432 pp.

Ci sono libri che arrivano tardi e ci sono autori che, per una congiura di distrazioni editoriali, restano sospesi in un purgatorio della ricezione: letti da pochi, citati da meno, amati da una setta di fedelissimi che ne tramanda il culto come un segreto di famiglia. Blaise Cendrars appartiene a questa categoria, e la sua sorte italiana lo dimostra con una nettezza quasi didascalica. Mentre la Francia lo ha da tempo consacrato — l’ingresso nella Bibliothèque de la Pléiade ne è la sanzione istituzionale definitiva, preceduta da decenni di lavoro filologico condotto attorno alla figura di Claude Leroy, che ne ha curato l’edizione critica “Tout autour d’aujourd’hui” per Denoël — l’Italia lo ha conosciuto per frammenti, per sussulti, per iniziative isolate di editori indipendenti e traduttori appassionati, senza che si costituisse mai un vero e proprio canone di lettura. Ora, con la pubblicazione della prima versione integrale italiana di Bourlinguer per i tipi di Lamantica, nella traduzione di Albino Crovetto e con la cura di Riccardo Benedettini — un’operazione sostenuta dal Dipartimento di Lingue e Letterature Straniere dell’Università di Verona, a testimonianza di un investimento non solo editoriale ma propriamente accademico — qualcosa si muove. Il libro esce in un momento fortunato, quasi un piccolo rinascimento cendrarsiano: quasi in contemporanea, infatti, sono apparsi Resurrezioni a New York, il Kodak delle istantanee verbali, e la storica versione caproniana de La mano mozza, ripresa da Einaudi nella collana «Letture». Quattro libri, quattro editori, un solo nome che torna a occupare uno spazio che gli era stato sottratto.

Occorre allora, prima di misurarsi con il testo, restituire a Cendrars la sua biografia — o meglio le sue biografie, perché con lui la vita e la sua trasfigurazione letteraria non sono mai distinguibili con nettezza, e ogni tentativo di separare il documento dalla leggenda si scontra con la volontà, dichiarata e coltivata per tutta l’esistenza, di rendere le due cose indiscernibili.

Frédéric Sauser, o dell’invenzione di sé

Nasce Frédéric-Louis Sauser il 1° settembre 1887 a La Chaux-de-Fonds, in una famiglia svizzera borghese che lavora nel settore dell’orologeria, e morirà a Parigi il 21 gennaio 1961 come Blaise Cendrars, cittadino francese, mutilato di guerra, romanziere fra i più singolari del Novecento europeo. Fra questi due nomi si consuma un’intera biografia costruita, si direbbe con Sartre, come un progetto: la scelta dello pseudonimo non è un accidente onomastico ma una dichiarazione di poetica. Cendrars raccontava — e la leggenda, qui, si fa manifesto — che l’atto della creazione artistica coincide con l’ardere del poeta come brace che si consuma nella scrittura per trasformarsi infine in cenere: Blaise come braise, Cendrars come cendre. Il gioco fonetico non è un vezzo simbolista di maniera, bensì la cifra di un’intera estetica: la scrittura come consunzione, come rischio, come vita bruciata fino all’osso — un’idea che percorrerà i quattro volumi delle sue “memorie senza essere memorie” fino a Bourlinguer.

L’adolescenza di Freddy Sauser è già un romanzo di formazione picaresco. Fra il 1904 e il 1907 si trova a San Pietroburgo per apprendere il mestiere di orologiaio — mestiere paterno, mestiere di precisione che il figlio tradirà per l’imprecisione feconda della letteratura — e proprio in Russia, secondo una vulgata biografica che gli stessi filologi cendrarsiani hanno faticato a dirimere, avrebbe composto il suo primo testo, La Légende de Novgorode, opuscolo leggendario di cui per decenni si è dubitato persino dell’esistenza fisica, fino al ritrovamento di una copia presso un antiquario di Sofia nel 1995, un episodio che ha arricchito la mitologia del poeta di nuovi capitoli. È un aneddoto rivelatore: la critica cendrarsiana si è sempre dovuta misurare con un autore che ha costantemente sabotato, per gioco o per calcolo, la possibilità stessa di una filologia certa attorno a sé.

Rientrato in Svizzera, tenta gli studi di medicina a Berna — e qui la tradizione biografica vuole che abbia incrociato, all’ospizio della Waldau, il celebre disegnatore schizofrenico Adolf Wölfli, figura che avrebbe lasciato tracce nella genesi del “grande fauve umano” che è Moravagine, il doppio ossessivo che perseguiterà Cendrars per anni nella sua opera più radicale. Nel 1911 si imbarca per New York, dove raggiunge Féla Poznanska, studentessa polacca di origine ebraica che sposerà e da cui avrà tre figli, Odilon, Rémy e la futura biografa Miriam. È a New York, al termine di una notte di vagabondaggio urbano, che nasce Les Pâques à New York, poema fondatore della modernità poetica novecentesca, firmato per la prima volta con lo pseudonimo che lo accompagnerà per sempre.

Tornato a Parigi nel 1912, Cendrars entra nell’orbita delle avanguardie storiche: Apollinaire lo accoglie riconoscendolo — la formula è passata alla storia della critica — come un “errante delle biblioteche”, ossimoro perfetto per un uomo che farà del nomadismo fisico e di quello librario due facce della stessa inquietudine. Nel 1913 firma con Sonia Delaunay la Prose du Transsibérien et de la petite Jehanne de France, il “primo libro simultaneo”, oggetto-poema che rovescia il rapporto fra testo e immagine, fra tipografia e pittura, anticipando decenni di sperimentazione visiva. È un Cendrars già cubo-futurista, amico di Léger — la cui tela figurerà, non a caso, in copertina di più di un’edizione francese di Bourlinguer —, di Modigliani, di Picasso: un frequentatore assiduo dell’avanguardia pittorica parigina che tuttavia, come ha notato la critica italiana più recente in occasione di questa stessa stagione di ripubblicazioni, si sottrae sistematicamente a ogni affiliazione dogmatica, respingendo in particolare il surrealismo e il suo «papa» Breton, in nome di un vitalismo irriducibile a qualunque scuola.

Lo scoppio della Grande Guerra lo trova volontario straniero nell’esercito francese. Il 28 settembre 1915, sul fronte della Somme, una raffica di mitragliatrice tedesca gli costa l’amputazione del braccio destro. È l’evento-cardine di un’intera esistenza e di un’intera opera: la menomazione segnerà profondamente la vita e la scrittura di Cendrars, che dovrà reimparare a scrivere con la mano sinistra, e trent’anni più tardi dedicherà proprio a questo trauma fondativo — e alla propria rinascita come “scrittore della mano sinistra” — il secondo dei suoi libri di memorie, La Main coupée. Riformato, ottiene la naturalizzazione francese nel febbraio 1916. Da questo momento la sua scrittura narrativa esplode in una serie di romanzi che ridefiniscono il genere: L’Or (1924), Moravagine (1926), Le Plan de l’aiguille e Les Confessions de Dan Yack (1929). Nel 1924 scopre il Brasile, che diventerà per lui — la formula appartiene alla critica archivistica francese più recente — una sorta di “utopialand” personale, terra di rilancio vitalistico dopo la mutilazione e la guerra.

Gli anni Trenta sono quelli del grande reporter: introdotto da Pierre Lazareff nel Paris-Soir, Cendrars firma inchieste memorabili — il viaggio inaugurale del transatlantico Normandie, Hollywood la Mecque du cinéma — e nel dicembre 1934 incontra Henry Miller, con cui stringerà un’amicizia lunga e appassionata, testimoniata da un carteggio quarantennale che proprio Lamantica ha cominciato a far conoscere in Italia già dal 2016 con Se scopro un bel libro devo condividerlo con il mondo intero, seguito nel 2018 dall’inedito Una notte nella foresta. È significativo che l’editore bresciano abbia costruito, in un decennio, un piccolo canone cendrarsiano coerente, di cui Bourlinguer rappresenta oggi il tassello più ambizioso e sistematico.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale, Cendrars è corrispondente presso l’esercito britannico; il suo reportage Chez l’armée anglaise verrà mandato al macero dai tedeschi dopo l’occupazione. Profondamente segnato dalla débâcle, abbandona Parigi e il giornalismo, ritirandosi ad Aix-en-Provence per un lungo silenzio letterario durato tre anni. È un episodio, la visita dello scrittore Édouard Peisson il 21 agosto 1943, a innescare quello che i biografi francesi chiamano un vero e proprio “incendio” creatore: da quella riaccensione nasceranno, in rapida successione, i quattro volumi memorialistici che oggi la critica considera, in larga misura, il suo capolavoro assoluto — L’Homme foudroyé (1945), La Main coupée (1946), Bourlinguer (1948) e Le Lotissement du ciel (1949). Come Cendrars stesso amava precisare, correggendo con understatement polemico chi li definiva “Mémoires” (l’etichetta, va detto, non è sua ma di Albert T’Serstevens, il compagno di tante avventure a cui Bourlinguer è peraltro dedicato), sono “memorie che non sono memorie” — una sovranità nei confronti dei fatti e delle date che per lungo tempo ha spiazzato la critica più tradizionalista, prima di essere riconosciuta, in tempi più recenti, come un’anticipazione consapevole di quella che oggi chiameremmo autofiction, e che Cendrars designava con un termine tutto suo, “prochronies”.

Il dopoguerra lo vede tornare a Parigi nel 1950, collaboratore assiduo della Radiodiffusion française. Una prima congestione cerebrale lo colpisce nel luglio 1956; morirà cinque anni dopo, il 21 gennaio 1961, in seguito a un secondo attacco.

È il ritratto di un uomo — poeta, romanziere, saggista, reporter, sceneggiatore, editore di riviste, persino uomo d’affari in fasi alterne della sua esistenza — che ha fatto della propria biografia un’opera d’arte totale, al punto che distinguere fra il vissuto e l’inventato, in lui, non è solo difficile: è, filologicamente, un compito che rischia di tradire la natura stessa del suo progetto letterario.

Un titolo, un’etimologia, un programma

Bourlinguer nasce, come ricorda con precisione la prefazione italiana firmata da Riccardo Benedettini, da un’occasione editoriale precisa: undici racconti dovevano in origine accompagnare altrettante incisioni del pittore e decoratore Valdo Barbey, di origine svizzera come lo stesso Cendrars. Il progetto, concepito come opera illustrata di dimensioni contenute, viene però travolto dalla dismisura di alcuni testi — in particolare “Anversa”, “Genova” e “Parigi Porto-di-mare” — che si dilatano fino a diventare, da soli, un terzo del volume complessivo, trasformando quella che doveva essere una raccolta occasionale in un’opera autonoma e strutturalmente sbilanciata, dove capitoli di una pagina convivono con blocchi narrativi di duecento.

Il titolo merita una sosta filologica, perché in esso si condensa l’intero programma poetico del libro. “Bourlinguer” è verbo di ambito marinaresco, attestato in francese dalla fine del Settecento, che designa il vagabondare non senza fatica né avventura — un peregrinare soprattutto per mare, attraverso il mondo — da cui deriva il sostantivo “bourlingueur“, il giramondo, termine che meglio di ogni altro definisce l’identità che Cendrars ha voluto costruirsi e tramandare. Non è un caso che l’edizione italiana scelga di non tradurre il titolo, lasciandolo come marchio intraducibile: la lingua italiana non possiede un equivalente altrettanto denso, capace di tenere insieme lo sforzo fisico del viaggio, la sua componente avventurosa e quella marittima specifica. Ogni capitolo, come è noto, porta il nome di un porto — reale o fittizio: Venezia, Napoli, La Coruña, Bordeaux, Brest, Tolone, Anversa, Genova, Rotterdam, Amburgo, Parigi Porto-di-mare — e proprio a partire da questa geografia va compresa la struttura profonda del libro.

La finzione della biografia, o dell'”autoritratto stilizzato”

Il capitolo d’apertura, “Venezia”, è forse il più rivelatore, e la critica accademica francese lo ha isolato con particolare attenzione proprio per la sua funzione programmatica. Cendrars vi ambienta l’incipit alla Biblioteca Marciana, restituendo con dovizia di dettagli la vista sul porto lagunare dalle sue alte finestre — salvo che, come ha dimostrato la filologia più accurata, Cendrars a Venezia non ci è mai stato: quello sguardo va letto non referenzialmente ma come puro innesco letterario, dispositivo transtestuale. È una lezione di metodo che vale per l’intero libro: Bourlinguer non è cronaca di viaggi realmente compiuti, ma orchestrazione di una biografia possibile, costruita attraverso la citazione, la dedica, l’incipit mutuato — un’opera, per usare la felice definizione dello studioso Vincent Colonna ripresa dalla critica accademica più recente, che non appartiene al genere dell’autofiction in senso proprio, quanto piuttosto a quello che egli chiama una “finzione autobiografica”, dispositivo attraverso cui Cendrars costruisce di sé un vero e proprio autoritratto stilizzato.

Questa consapevolezza teorica — che oggi, dopo Doubrovsky, dopo decenni di dibattito sull’autofiction, appare quasi scontata — era in Cendrars precocissima e per nulla ingenua. Il libro è, in questo senso, disseminato di dediche e incipit che fungono da vere e proprie carte di credito letterarie: T’Serstevens, Picasso, Dos Passos, Miller. Ogni racconto si apre iscrivendosi in una genealogia dichiarata, un albero di paternità letterarie che serve a Cendrars per collocarsi consapevolmente in una lignée, in una tradizione che egli sceglie e non semplicemente subisce.

Genova che è Napoli: il capitolo-cuore del libro

Il capitolo centrale — quello che dà anche il maggior spazio, duecento pagine su quattrocentotrenta — porta il titolo “Genova” ma racconta, paradossalmente, non Genova bensì Napoli, o meglio: racconta il ritorno temporaneo di Cendrars, sfinito e braccato per aver preso parte a un contrabbando di perle a Teheran, sulle antiche terre paterne, dove si isola prendendo a modello il Kim kiplinghiano — riferimento dichiarato con la consueta strategia della dedica-incipit. È in questo isolamento che riaffiorano gli eventi traumatici dell’infanzia napoletana e un potente sentimento di colpa: Cendrars ha allora vent’anni, e Napoli-Genova diventa la sua discesa agli inferi personale, luogo di morte e rinascita — tema, questo, ricorrente in tutta la sua opera, dalla mutilazione bellica fino al silenzio creativo di Aix-en-Provence e alla successiva riaccensione.

È il capitolo più ambizioso del libro anche sul piano della tecnica narrativa: qui Cendrars abolisce sistematicamente la linearità temporale a favore di un’esposizione personale dei fatti in evocazioni simultanee di passato e presente, del sé e dell’altro — una scrittura che procede per accumulo, digressione, ritorno, piuttosto che per progressione cronologica. Non stupisce che proprio a questa sezione la critica italiana contemporanea, in occasione della presente uscita, abbia dedicato le pagine più impegnate: un volume «di profonda ricerca psicologica ed esistenziale», per usare la formula della nota editoriale di Lamantica, «intessuto di citazioni e impregnato di reminiscenze letterarie».

Lo stile: il “mare grosso” secondo Henry Miller

Se c’è un giudizio critico che ha segnato per sempre la ricezione di Bourlinguer nel mondo anglofono, e di riflesso in tutta la critica successiva, è quello formulato da Henry Miller nel capitolo a lui dedicato di The Books in My Life (1952). Miller descrive la scrittura di Cendrars come fatta di paragrafi gonfi, paragonabili a un mare in tempesta, capaci di travolgere il lettore meno attrezzato ad affrontarli — un’immagine con cui l’amico americano riconosce nell’autore uno spirito propriamente oceanico. È un giudizio che coglie con precisione la caratteristica sintattica di fondo di Bourlinguer: periodi lunghissimi, accumulazioni descrittive quasi chirurgiche nella loro precisione, un fiato che sembra non voler mai concedere pause al lettore. Miller lo accosta a Sinbad il marinaio e ad Aladino della lampada meravigliosa, sottolineando la sua “vita super-dimensionale” e insieme quella di “topo di biblioteca” — ossimoro biografico che, come si è visto, trova puntuale conferma nella definizione apollinairiana dell'”errante delle biblioteche”: vita scritta, secondo Miller, come Le Mille e una notte.

La critica francofona più recente ha inquadrato questa scelta stilistica entro una costellazione più ampia, quella di un vitalismo estetico condiviso, nella Francia fra le due guerre, da autori diversissimi fra loro come Céline, Giono, Queneau, Aragon, Ramuz, Poulaille. Si tratta di una postura che valorizza il primato, nello scritto, della voce e del corpo spontaneo, subordinando lo stile a una virtù fisica piuttosto che intellettuale, e che si accompagna spesso — è bene ricordarlo, distinguendo con cura fra fenomeno storico-culturale e responsabilità individuale — a una diffusa diffidenza nei confronti degli intellettuali “di libro”; una diffidenza che in autori come Céline avrebbe preso, negli anni Trenta, una deriva esplicitamente antisemita, mentre in Cendrars — ebreo per parte della propria famiglia acquisita, sposato con Féla Poznanska — resta un vitalismo anti-intellettualistico che non travalica mai in quella direzione, restando piuttosto ancorato a un anarchismo istintivo, a una simpatia dichiarata per zingari, contrabbandieri, prostitute, marginali di ogni sorta.

La galleria umana dei porti

Ed è proprio questa umanità di frontiera a costituire il vero soggetto di Bourlinguer, più ancora dei luoghi geografici che danno il titolo ai capitoli. Cendrars si interessa soprattutto a questo universo del passaggio e del cambiamento: vagabondi, delinquenti e prostitute, artisti e viaggiatori — la “vie interlope” dei bassifondi portuali, come l’ha definita la critica francese contemporanea. Nel capitolo “Anversa” incontriamo Rij, ritratto memorabile di una prostituta obesa che il narratore descrive con un’attenzione fisiognomica quasi fiamminga, un monumento di carne debordante; in “Rotterdam” assistiamo a una rissa tra marinai in un bar da antologia; in “Amburgo” affiora, per contrasto temporale, un ricordo dell’Occupazione parigina e della notizia del bombardamento della città anseatica. Il capitolo dedicato a Remy de Gourmont — che compare all’interno di uno dei racconti come figura di passaggio, ritratto con la consueta acribia fisionomica di Cendrars, un misantropo dall’aspetto invecchiato e imbronciato, con un pince-nez malfermo che ne accentua l’orgoglio compresso — è un piccolo saggio nel saggio, un cammeo critico che testimonia quanto Cendrars fosse, oltre che narratore, anche fine osservatore della temperie intellettuale del proprio tempo: Gourmont poligrafo scapigliato, autore di oltre cinquanta titoli fra romanzo, poesia, saggio erudito, trattatistica sui lapponi e sulla fisica amorosa, figura di cerniera fra la stagione del racconto fantastico ottocentesco e la sperimentazione modernista di Eliot e Pound.

È un tratto costante del metodo cendrarsiano: la biografia altrui, come la propria, viene sempre restituita attraverso un dettaglio fisico spinto fino all’eccesso caricaturale, per poi essere riscattata da un giudizio critico fulminante e spesso definitivo — su Gourmont, ad esempio, Cendrars liquiderà l’intera opera con una battuta tanto sprezzante quanto acuta, definendolo un sensuale privo di vere idee.

La filosofia del bourlingueur

Se si volesse condensare in una formula la weltanschauung che sorregge il libro, la critica francese l’ha fatto con efficacia: insouciance, vagabondaggio, assenza di senso della proprietà — una filosofia semplice da enunciare eppure, per Cendrars, fonte inesauribile di arricchimento personale. “Non abbiate rimorsi, non siete Giudici“, fa dire a un personaggio in uno dei racconti più memorabili; e altrove, in una delle formule più citate del libro, dichiara di voler vivere, di avere sete, sempre sete. È un’etica anarchico-vitalista che rifiuta ogni moralismo, ogni giudizio predefinito sulle vite marginali che popolano i porti del libro, e che trova il proprio contraltare filosofico proprio nella biografia dell’autore: un uomo che ha fatto ogni mestiere, ha frequentato i più grandi artisti del proprio tempo da pari a pari, e che tuttavia, proprio per questa refrattarietà a ogni canonizzazione, è stato progressivamente dimenticato dal grande pubblico, restando riferimento quasi esclusivo dei lettori più attrezzati — nonostante l’ingresso, ormai definitivo, nella Pléiade.

La ricezione italiana: una storia di ritardi e recuperi

Vale la pena, a questo punto, tornare sulla vicenda italiana di Cendrars, perché essa dice qualcosa di significativo sui meccanismi — spesso casuali, quasi mai sistematici — con cui la cultura letteraria italiana ha metabolizzato le avanguardie storiche francesi. La bibliografia italiana di Cendrars è, fino a tempi recentissimi, un elenco carsico: la traduzione caproniana de La mano mozza per Garzanti nel 1967 (poi Guanda 2000, Corbaccio 2009, infine Einaudi 2026), gli Universi di Blaise Cendrars curati da Rino Cortiana per Piovan nel 1992, il saggio di Maria Teresa Russo per Flaccovio nel 1999, il volume collettivo curato da Sergio Zoppi per Bulzoni nel 1991 — un catalogo che testimonia un interesse accademico mai del tutto sopito, ma che raramente si è tradotto in una vera diffusione presso il pubblico colto non specialistico.

In questo quadro, il lavoro decennale di Lamantica assume un rilievo particolare, quasi di supplenza culturale rispetto alla grande editoria. Dal 2016 a oggi la casa editrice bresciana ha costruito, con pazienza artigianale e tirature necessariamente contenute — il “micro formato” e la “micro tiratura” fanno parte dichiarata della sua identità editoriale — un piccolo canone italiano di Cendrars che comprende gli estratti del carteggio con Miller, il racconto inedito Una notte nella foresta, e ora questa prima versione integrale di Bourlinguer. È un lavoro che si affianca, quasi in una staffetta silenziosa, a quello che altri editori — Einaudi con La mano mozza, altri con Resurrezioni a New York e il Kodak — hanno condotto quasi in contemporanea, componendo nel giro di pochi mesi un piccolo mosaico che finalmente restituisce all’Italia una porzione consistente dell’opera cendrarsiana.

La traduzione e la cura

Sulla traduzione di Albino Crovetto vale la pena spendere qualche parola specifica, perché tradurre Cendrars pone problemi tutt’altro che banali. La sintassi dell’originale, come si è detto seguendo il giudizio di Miller, procede per accumulo, per subordinate che si rincorrono senza mai risolversi in un climax, per un fiato descrittivo che rischia, in traduzione, di scivolare o nella frammentazione innaturale o nell’appesantimento barocco. Crovetto sceglie, con equilibrio apprezzabile, di conservare l’ampiezza periodale dell’originale senza cedere alla tentazione di “italianizzare” la sintassi spezzandola in unità più maneggevoli — una scelta filologicamente corretta, che restituisce al lettore italiano l’esperienza di quella “mer houleuse” di cui parlava Miller, pur richiedendo, come notava già un lettore francese a proposito dell’originale, un margine di sforzo attivo da parte di chi legge. Non è una lettura agevole, né vuole esserlo: è un libro che si lascia attraversare, non consumare in fretta.

La cura di Riccardo Benedettini, dal canto suo, opera la scelta più opportuna: circoscrivere l’apparato critico all’essenziale — l’etimologia del titolo, l’inquadramento della genesi editoriale legata alle incisioni di Barbey, i riferimenti minimi alla collocazione del volume all’interno della tetralogia memorialistica — senza appesantire il testo con un armamentario filologico che ne tradirebbe lo spirito. È una prefazione che accompagna senza soffocare, lasciando che sia il testo di Cendrars, nella sua materia ruvida e sontuosa insieme, a parlare da sé.

Un bilancio critico

Resta da chiedersi, in chiusura, quale sia oggi il posto di Bourlinguer nell’economia complessiva dell’opera cendrarsiana, e quale valore aggiunga, alla luce di questa nuova disponibilità italiana, alla comprensione dell’autore nel suo complesso. La risposta che la critica francese più avvertita ha dato, e che questa edizione conferma pienamente, è che i quattro volumi delle “memorie che non sono memorie” costituiscono, più dei romanzi degli anni Venti che pure resero celebre Cendrars presso le avanguardie storiche, il vero opus magnum dello scrittore — il luogo dove la sua doppia natura di sperimentatore formale e di affabulatore visionario trova la sintesi più compiuta e più matura. Moravagine resta il romanzo del “grande fauve” giovanile, L’Or la riscrittura epica della corsa all’oro californiana; ma è in L’Homme foudroyé, La Main coupée, Bourlinguer e Le Lotissement du ciel che Cendrars trova la forma capace di contenere insieme l’autobiografia dichiarata e la sua sistematica smentita interna, l’erudizione bibliofila e il racconto orale da marinaio di lungo corso, il trauma della mutilazione bellica e la vitalità inesausta che a quel trauma sopravvive e del quale anzi, in qualche misura, si nutre.

Bourlinguer in particolare, terzo pannello di questo trittico allargato a tetralogia, occupa una posizione strategica: se L’Homme foudroyé è il libro della rinascita dopo il silenzio bellico e La Main coupée quello della mutilazione fondativa, Bourlinguer è il libro della geografia interiore, quello in cui il viaggio smette di essere semplice avventura picaresca per farsi esplorazione della propria infanzia, delle proprie colpe, del proprio rapporto irrisolto con la figura paterna — evocata proprio nel grande capitolo napoletano-genovese che costituisce il cuore pulsante del volume. È, in altre parole, il libro più intimo della tetralogia, quello in cui la maschera del bourlingueur spavaldo lascia intravedere, più che altrove, le crepe di un’esistenza segnata dal lutto, dalla perdita, dalla ricerca mai conclusa di un senso.

Ai lettori italiani che si avvicinano per la prima volta a Cendrars attraverso questo volume — e sarà, prevedibilmente, la maggioranza, vista la scarsissima circolazione pregressa dei suoi testi presso il grande pubblico — conviene un avvertimento che la critica francofona ha formulato in più occasioni a proposito proprio di questo libro: Bourlinguer non è probabilmente il punto di accesso più agevole all’opera cendrarsiana, e chi cerca un’introduzione più lineare potrebbe preferire partire da Moravagine o dalle poesie della Transiberiana. Ma per chi voglia misurarsi con Cendrars nella sua forma più compiuta, più stratificata, più esigente sul piano della lettura attiva che richiede, questo libro rappresenta precisamente il banco di prova necessario — l’opera in cui la leggenda che l’autore ha costruito attorno a sé stesso per un’intera esistenza raggiunge la propria formulazione letteraria più densa e definitiva.

Va infine sottolineato un ultimo elemento, che riguarda più da vicino la funzione culturale di questa operazione editoriale nel contesto italiano contemporaneo. In un panorama editoriale dominato dalla logica della novità immediatamente consumabile, la scelta di un piccolo editore indipendente di investire — con il sostegno di un’istituzione universitaria — nella traduzione integrale di un classico dimenticato del Novecento francese rappresenta un atto di resistenza culturale che merita di essere segnalato indipendentemente dal giudizio specifico sul singolo volume. Cendrars, va ripetuto, non è un autore “difficile” nel senso tecnico del termine, non richiede apparati ermeneutici sofisticati per essere apprezzato; è semplicemente un autore che il mercato editoriale ha lasciato ai margini, vittima di quella stessa “volontà di leggenda” che, se da un lato ne ha fatto un mito per pochi iniziati, dall’altro ne ha probabilmente ostacolato la piena canonizzazione presso il grande pubblico, troppo abituato a cercare negli autori del passato una biografia lineare e rassicurante, e non la costruzione consapevolmente instabile, mobile, “prochronica” che Cendrars ha voluto lasciare di sé.

Questa edizione Lamantica, con il suo apparato essenziale e la sua traduzione attenta, l’estetica raffinata della copertina vuota e bianca e delle pagine in carta azzurra, restituisce dunque all’Italia non solo un testo ma un intero programma di lettura: quello di un autore che ha fatto della propria vita un’opera letteraria prima ancora di scriverla, e che in Bourlinguer offre forse la dimostrazione più compiuta di come questa operazione — tutt’altro che ingenua, tutt’altro che spontanea — sia stata condotta con una consapevolezza teorica che la critica novecentesca ha impiegato decenni a riconoscere pienamente. Vale la pena, oggi, colmare questo ritardo.

 

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Dal modernismo all’attivismo femminista: la risemantizzazione del primitivismo https://www.carmillaonline.com/2026/08/02/dal-modernismo-allattivismo-femminista-la-risemantizzazione-del-primitivismo/ Sun, 02 Aug 2026 20:00:40 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95900 di Gioacchino Toni

Margherita Fontana, L’invenzione del primitivo. Itinerari estetici della falsa somiglianza, Mimesis, Milano-Udine 2026, pp. 208, € 20,00

A lungo l’Occidente si è riferito alle espressioni artistiche e culturali di altre civiltà etichettandole come “primitive”. In reazione alla logica coloniale con cui nei primi decenni del Novecento ha fatto ricorso al termine “primitivo”, l’Occidente ha finito per accantonarlo, sebbene non sempre abbia di fatto saputo modificare lo sguardo con cui osserva le manifestazioni artistico-culturali ad esso estranee. Nel volume L’invenzione del primitivo (Mimesis, 2026), la studiosa di antropologia delle immagini e delle connotazioni politiche e sociali degli atti artistici, Margherita [...]]]> di Gioacchino Toni

Margherita Fontana, L’invenzione del primitivo. Itinerari estetici della falsa somiglianza, Mimesis, Milano-Udine 2026, pp. 208, € 20,00

A lungo l’Occidente si è riferito alle espressioni artistiche e culturali di altre civiltà etichettandole come “primitive”. In reazione alla logica coloniale con cui nei primi decenni del Novecento ha fatto ricorso al termine “primitivo”, l’Occidente ha finito per accantonarlo, sebbene non sempre abbia di fatto saputo modificare lo sguardo con cui osserva le manifestazioni artistico-culturali ad esso estranee. Nel volume L’invenzione del primitivo (Mimesis, 2026), la studiosa di antropologia delle immagini e delle connotazioni politiche e sociali degli atti artistici, Margherita Fontana, riflette su come la rimozione del termine non solo non abbia “risolto” i limiti dello sguardo con cui l’Occidente si confronta con le altre civiltà, ma abbia anche limitato la capacità di decodificare le tendenze primitiviste riscontrabili nell’arte contemporanea, specialmente quella realizzata in contesti di attivismo critico. Insomma, piuttosto che privarsi della categoria di “primitivo”, sostituendola con espressioni affini che non ne cancellano la sostanza, secondo la studiosa occorre guardare al “primitivismo” come a un’espressione della propensione occidentale a cercare somiglianze tra il presente e il passato, tra il vicino e il lontano, tra il nuovo e l’antico, tra il moderno e il tribale.

Svincolando il “primitivismo” dalla riduttiva collocazione temporale e culturale che tende a confinarlo entro i primi decenni del secolo scorso, Fontana lo affronta come un dispositivo ricorrente nella storia dell’arte occidentale, nella convinzione che con esso si possa designare «una gamma di possibilità estetiche che nascono dall’accostamento di ciò che è ritenuto primitivo e il contemporaneo, con finalità che possono essere del tutto divergenti». La studiosa sfrutta, dunque, «l’oscillazione semantica che fa sì che si possa descrivere come primitiva non solo l’arte “altra” – come nell’espressione non più antropologicamente accurata di “arte primitiva” – ma anche quella lontanissima nel tempo, ovvero preistorica» (p. 14), con l’intenzione di cogliere i desideri e le esigenze a cui, in ambito statunitense, il concetto di primitivismo risponde e ha risposto in passato. La scelta di focalizzare l’indagine sul contesto statunitense si giustifica poiché in esso si manifesta con grande evidenza la duplicità di un fenomeno capace di intrecciarsi sia con l’ideologia coloniale e modernista, sia con quella rivoluzionaria e progressista.

Il primitivismo – inteso come la fascinazione per un’alterità “primitiva” eletta a modello positivo in quanto antitetico alla degenerazione moderna – è, sostiene l’autrice, una forma di pseudomorfismo: una “falsa somiglianza” basata su similitudini di superficie decontestualizzate, un “dispositivo della visione” guidato dal desiderio e dalla proiezione dell’osservatore occidentale. Oltre alla matrice colonialista, patriarcale e razzista di sottomissione culturale, il primitivismo contempla però anche un utilizzo critico. Se da una parte il concetto, intrecciandosi con la storia del modernismo e con il sistema museale, si è rivelato un’ideologia di dominio e di appropriazione culturale, dall’altra è stato recepito da movimenti artistici animati da uno spirito contestatario come pratica di espressione e identità, facendosi, dunque, strumento di intervento etico e politico.

Oltre che come forma di pseudomorfismo, secondo Fontana il primitivismo palesa il proprio anacronismo attraverso una doppia dinamica: da un lato, viene respinto nel passato per occultare la matrice coloniale; dall’altro, risemantizza e attualizza arbitrariamente la lontananza temporale. Se il formalismo modernista ricorreva alla “falsa somiglianza” come strumento di imposizione e gerarchizzazione coloniale, il primitivismo postmoderno e femminista si serve invece della somiglianza proprio per scardinare quelle stesse gerarchie.

Nell’indagare l’utilizzo modernista del primitivismo, la studiosa si sofferma in particolare sulle reazioni critiche alla celebre mostra “Primitivism” in 20th Century Art: Affinity of the Tribal and the Modern, tenutasi al MoMA di New York nel 1984, in cui si confrontavano le opere d’avanguardia occidentali con manufatti di lontane civiltà del tutto decontestualizzati. Sempre con riferimento al contesto statunitense, Fontana ricostruisce l’importanza di studiosi come Franz Boas e Robert Goldwater – attenti rispettivamente alla specificità culturale e all’innovazione artistica – nello sviluppo di un approccio che guarda al primitivismo non solo come fonte di ispirazione formale, ma anche come ambito conflittuale utile alla definizione di identità, autenticità e valori culturali. Infine, come esempio di prospettiva alternativa al modello modernista, la studiosa analizza il “primitivismo femminista” proposto nel volume Overlays: Contemporary Art and the Art of Prehistory (1983) della critica e storica dell’arte Lucy Lippard, in cui vengono indagati i legami tra arte contemporanea e produzioni preistoriche o non occidentali alla luce del pensiero femminista e postcoloniale.

Letto attraverso la lente dello pseudomorfismo, ovvero della “falsa somiglianza”, il primitivismo può rivelarsi sia un dispositivo di appropriazione e dominio, sia uno strumento di critica e di trasformazione. A tal proposito, Fontana riprende le riflessioni di Lucy Lippard sullo spazio espositivo o performativo della caverna come luogo di stratificazione temporale; quelle di Robert Smithson che, a partire dal concetto di “cinema cavernicolo”, guarda all’esperienza arcaica e rituale offerta dalla proiezione dei film nell’ipogeo roccioso; e, infine, le performance di Betsy Damon, in cui lo sciamanesimo viene reinterpretato in chiave critica e postmoderna, non più come mera appropriazione di pratiche “altre”, ma come potenzialità sovversiva e trasformativa, anche in senso femminista e postcoloniale.

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Difendersi dai morti https://www.carmillaonline.com/2026/08/01/difendersi-dai-morti/ Sat, 01 Aug 2026 20:00:32 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=96033 di Franco Pezzini

Emanuela Cocco, Come ama il buio, pp. 336, € 19, Nottetempo, 2026.

Senza spoilerare (ma un pochino sì, quindi prendete i vostri punti di vista) partiamo da quattro omicidi nella Roma contemporanea: in apparenza un caso rognoso, ma con un possibile movente economico alla grossa identificabile. Poi però ci accorgiamo che il movente può essere un altro, connesso fino a un certo punto e con un altro colpevole, e arriviamo a ricostruire un quadro più completo. Peccato per la nostra presunzione di risolutori che ora vada tutto ripensato: e fin qui l’intelligenza di un poliziesco che “afferra”, che [...]]]> di Franco Pezzini

Emanuela Cocco, Come ama il buio, pp. 336, € 19, Nottetempo, 2026.

Senza spoilerare (ma un pochino sì, quindi prendete i vostri punti di vista) partiamo da quattro omicidi nella Roma contemporanea: in apparenza un caso rognoso, ma con un possibile movente economico alla grossa identificabile. Poi però ci accorgiamo che il movente può essere un altro, connesso fino a un certo punto e con un altro colpevole, e arriviamo a ricostruire un quadro più completo. Peccato per la nostra presunzione di risolutori che ora vada tutto ripensato: e fin qui l’intelligenza di un poliziesco che “afferra”, che afferra anche lettori non troppo appassionati al genere giallo in astratto, perché la narrazione incalza con gusto, intriga, cala carte inattese – e di narrazioni che intrighino abbiamo tutti bisogno, amiamo o non amiamo il poliziesco.
Ma, come per lo sviluppo del caso, questo è solo il primo step da considerare, quello in fondo atteso e benvenuto – ma anche più ovvio – nella lettura di un romanzo di genere: perché c’è un gradino ulteriore, evidentissimo. E cioè il fatto che Come ama il buio abbia dalla sua – e, vorrei dire, parlarne ha senso anzitutto per questo – una voce straordinaria. Una cura della parola, un’attenzione al lessico superba, una puntualità di definizione psicologica realmente magistrale. Non si può soltanto (non è sbagliato, ma limitativo) parlare di sguardo cinematografico, perché la cura per i singoli passaggi, la descrizione dei singoli profili, oggetti e spazi è squisitamente narrativa, presuppone scelte espressive nette e proprie, modulate con cura. Per cui non solo visione, ma anche olfatto, tatto, percezione della temperatura… L’autrice valorizza le proprie competenze drammaturgiche non solo attraverso i dialoghi e le introspezioni dei personaggi, ma facendo parlare le cose (sia pure in modo diverso che nel suo incredibile Trofeo, Zona 42, 2023): oggetti d’indagine, frigoriferi, una Roma estenuata e fiatante del calore estivo, ambienti che sembrano restituire le voci dimesse o pretenziose, sofferte o ripiegate di chi vi getta (o ha gettato) ombra. Il passo narrativo è quello di un’autrice di vaglia (del resto, per averne conferma basta avvicinare la sua produzione precedente, o assaggiare le sue lezioni online), che sa dissipare come once di polvere vecchia i pregiudizi sull’impossibilità di un genere popolare di vantare connotati genuinamente letterari.
Ma come certe scale a pioli che aprendosi permettono di salire dai due lati, e si incernierano al culmine, anche qui c’è un terzo livello – apprezzabile sia dal punto di vista della buona tecnica di un genere poliziesco che da quella di un convincente spessore narrativo. Ed è il discorso sul tipo di originalità della storia in questione: che non è la corsa alla variante strana, il connotato “speciale” del detective (la storia del poliziesco ne è costellata, dalla cocaina alle orchidee, ma capita oggi di sentire autori di polizieschi tutti fieri di trovate naïf di nessuna autentica originalità). In questo caso è vero, la protagonista ha alcune ben definite peculiarità, ma non c’è alcuna corsa velleitaria al famolo strano (intendo il giallo): quel che l’autrice valorizza, lo specifico più indimenticabile è la qualità interiore dei suoi personaggi, l’umanità superbamente descritta e con l’originalità di un’attenzione autentica – comprese riflessioni sul rispetto dell’autonomia dei figli, l’empatia verso le vittime di narcisismo e sguaiato desiderio altrui, il mancato giudizio sull’alterità e un sano realismo nelle dinamiche sociali. Questo è davvero connotante.
Il discorso non concerne insomma soltanto la protagonista Toni Montixi, commissario della Mobile, sopravvissuta da bambina a un trauma che l’ha sfondata interiormente e la risucchia a volte in una dimensione altra, concedendole una specie di strana seconda vista: come aveva spiegato il padre preoccupato tanto tempo prima, “Mia figlia non sa difendersi dai morti”. Non è un caso che la sua squadra la studi con ammirazione e un po’ di paura, come una sciamana incomprensibile: ma con la stessa sensibilità scevra da ingerenze improprie lei sa guardare ciascuno di loro nelle rispettive debolezze caratteriali, nei fallimenti umanissimi e dolenti, nelle buffe insicurezze.

“Ha detto che non devo mai più avvicinarmi a lei, perché sono un poliziotto, un disgustoso poliziotto di merda che sa solo fare domande”.
“È così, ha ragione. È il nostro mestiere ma con lei la devi smettere. La devi smettere, hai capito?”
“Non posso”.
“Allora ha ragione lei, sei solo un poliziotto di merda se ti importa sapere cosa è successo più di quanto ti importi di lei, più di tutto”.
“Non capisci”.
“Invece lo capisco anche troppo. Perché volete sapere tutto, a ogni costo, volete sapere cosa è successo anche quando vi viene detto che non è possibile. E a volte non è possibile”.

Dove il buio del titolo non riguarda però tanto i fallimenti umbratili nei rapporti familiari, come nel caso di Toni e suo padre, o dello spigoloso collega della citazione nei confronti della propria figlia. È semmai qualcosa che si allarga in forma collosa a un’intera società di predatori – e quelli che non uccidono i corpi ma le anime sono per certi versi persino più allarmanti, perché socialmente accettati e magari premiati. Inevitabile a quel punto, e pur con tutte le empatie del caso (l’autrice l’ha dimostrato fin da prove piuttosto risalenti), erigere difese contro i morti che ovviamente vogliono vendetta: ma come Montixi anche il lettore diventa partecipe e confidente medianico di quel loro insondabile buio. E senza semplificazioni sciatte sul nesso tra personalità degli autori e qualità delle opere (a volte meravigliose sotto la penna di autori farabutti), una certa profondità umana non si inventa per la carta stampata e uno deve averla dentro. Onore dunque all’autrice.
Toni Montixi ha tutte le caratteristiche per diventare un eccellente personaggio seriale e permetterci di sapere di più sulla sua antica catabasi, sul ritorno almeno parziale alla vita, sulle difficoltà nei rapporti col padre: e la spada di Damocle della crepa che rischia di inghiottirla tra i morti rappresenta un elemento di tensione che potrà accrescere il frisson della serie. Ma l’attenzione all’interiorità e alle relative aggressioni sottolineata del terzo step di cui in discorso non si esaurisce in buona tecnica narrativa o in felici risultati editoriali di questo volume: ci fa pensare, forse ci sollecita, pretende da noi un’attenzione più acuta sul bastione dei morti – delle morte – di questa società. Se no, per noi resteranno solo parole e tanto buio attorno.

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Quello che è stato fatto di noi https://www.carmillaonline.com/2026/07/31/quello-che-e-stato-fatto-di-noi/ Fri, 31 Jul 2026 20:00:37 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95792 di Valentina Cabiale

Emmanuel Carrère, Kolchoz, Adelphi, pp. 407, euro 22,00 stampa

Quasi a metà libro, Carrère riporta una frase di Jean-Paul Sartre: conta ciò che facciamo di quello che è stato fatto di noi. Sì, ma quello che è stato fatto di noi è importante, rimarca Carrère. Il luogo da dove veniamo, il contesto e le situazioni che hanno formato coloro che ci hanno educati e cresciuti; contano le scelte dei nostri genitori. Avere una madre che come amici di gioventù ha avuto non Romain Gary ma dei collaborazioni dei tedeschi e del regime di destra nella Seconda [...]]]>

di Valentina Cabiale

Emmanuel Carrère, Kolchoz, Adelphi, pp. 407, euro 22,00 stampa

Quasi a metà libro, Carrère riporta una frase di Jean-Paul Sartre: conta ciò che facciamo di quello che è stato fatto di noi. Sì, ma quello che è stato fatto di noi è importante, rimarca Carrère. Il luogo da dove veniamo, il contesto e le situazioni che hanno formato coloro che ci hanno educati e cresciuti; contano le scelte dei nostri genitori. Avere una madre che come amici di gioventù ha avuto non Romain Gary ma dei collaborazioni dei tedeschi e del regime di destra nella Seconda guerra mondiale –  in particolare Robert Brassillach, scrittore giustiziato alla fine della guerra – conta, per i figli. Non ci possono non essere differenze tra chi ha avuto come nonno Vladimir Nabokov e chi invece Georges Zourabichvili, collaborazionista dei nazisti nato nello stesso anno di Nabokov, il 1899, e che il nipote, ovvero Carrère stesso, ha raccontato in Un romanzo russo (prima edizione italiana Einaudi, 2009). È per questo che leggere Kolchoz, racconto della memoria ricostruita della sua famiglia, aiuta a comprendere molto anche dello scrittore stesso e della sua letteratura (nei contenuti come nelle forme).

Dalla vertiginosa dimensione verticale (la narrazione degli avi) delle prime pagine emerge ben presto la figura principale, ovvero la madre, e la famiglia di lei, che Carrère non avrebbe potuto ricomporre in poco tempo senza il lavoro di ricerca e di raccolta di documentazione già fatto dal padre ed ereditato dallo scrittore alla morte del genitore, pochi mesi dopo quella della madre. Il padre era un genealogista e archiviava tutto. La madre, Hélène Carrère-Dencausse, nata Hélène Zourabichvili, è stata una figura molto nota in Francia, studiosa della storia e della cultura dell’Unione Sovietica prima e della Russia poi, autrice di grandi sintesi storiche e ideologiche e, fondamentalmente, una intellettuale di destra. Nata nel 1929, discendeva da una famiglia russa e da una georgiana; verso la prima, quella per parte materna, il padre di Emmanuel ha speso le maggiori attenzioni, attratto dall’aura di fascino della nobiltà russa decaduta (è una delle famiglie aristocratiche che fuggirono in Europa con la rivoluzione del 1917).

Hélène è stata una donna dura, impegnatissima, mondana, amante dei riconoscimenti ma nello stesso tempo una madre affettuosa, generosa e una incrollabile ottimista.

Come gli affezionati di Carrère ben  sanno, madre e figlio non si sono parlati per diversi anni dopo l’uscita di Un romanzo russo: Hélène gli aveva proibito di raccontare la vicenda del nonno Georges  (il padre di Hélène), scomparso durante la liberazione di Bordeaux, quando la figlia era quindicenne, probabilmente giustiziato dai gruppi dei FTP (Franchi tiratori e partigiani). Un uomo cupo, sfuggente, irrequieto, forse bipolare (a ipotizzarlo è lo stesso Carrère, che soffre dello stesso disturbo). Una figura sulla quale nella famiglia dello scrittore è presto calato un velo di omertà: “non bisogna dire niente”, veniva ripetuto continuamente a Nicolas, il fratello di Hélène.

La memoria viene nascosta, alterata. Segue percorsi tortuosi, per lo più allontanandosi da noi. Leggendo Kolchoz scopriamo da dove è nato I baffi, il terzo romanzo di Carrère e suo primo successo: il racconto gogoliano di un uomo che si taglia i baffi quasi per scherzo, e attende invano che la compagna se ne accorga – ma a lei pare che lui i baffi non li abbia mai avuti. Un romanzo che fa impazzire il lettore tanto quanto il protagonista (chi scrive non è riuscita a terminare il libro per l’angoscia che suscita quel mancato riconoscimento) e che racconta la fragilità della nostra identità e quanto il suo improvviso misconoscimento possa avvenire anche da parte delle persone a noi più vicine. Una linea sottilissima separa la nostra esistenza reale (almeno in apparenza) dalla voragine dell’assurdo, del grottesco, del tragico. Gli altri ci vedono a modo loro e possono non notarci affatto. I baffi del protagonista (un pezzo di sé) assurgono a elemento autonomo, come il naso del racconto di Gogol’, che si rifiuta di tornare a noi. Carrère li ha ripescati da una materia memoriale comune a lui e alla madre, ma pure niente affatto condivisa. In una delle ultime volte che i familiari hanno visto Georges Zourabichvili, prima che venisse prelevato da tre uomini armati di mitra, egli mostrava un rettangolo di pelle bianca al posto dei baffi consueti. Eppure Hélène, in qualche modo come la compagna del protagonista nel romanzo, sosteneva di non ricordare quel ritorno del padre senza baffi, nel dopoguerra, come se a un certo punto il suo inconscio avesse cancellato quel dettaglio (forse perché rimandava a un uomo che tentava di nascondersi? E che stava per morire?).

Leggendo Kolchoz scopriamo che non per caso il primo libro pubblicato da Carrère, sviluppando la sua tesi di laurea, è stato un libro di anti-storia, Ucronia, uscito in Francia nel 1986 (pubblicato in italiano da Adelphi nel 2024). Fare ucronia significa cambiare il corso del tempo già avvenuto, della storia irrevocabile. È una rivolta al passato, uno scandalo. Studiare le ucronie, le storie immaginarie deviate a partire da un punto reale della storia, è il contrario dello studiare la storia così come è avvenuta, il contrario di quello che ha fatto Hélène. A dire il vero non è proprio così, perché i regimi totalitari lavorano sempre di ucronia, come lei stessa ha fatto notare al figlio. U-topia nessun luogo, U-cronia nessun tempo: luoghi e tempi che non esistono, ma mentre utopia non ha bisogno del qui, di un luogo reale di partenza – le utopie sono raccontate quasi tutte all’interno di racconti di viaggi e spesso si materializzano in isole poste lungo un tragitto verso l’ignoto, perché di spazio ce n’è abbastanza per credere ragionevolemente all’esistenza di luoghi non ancora noti –  ucronia si innesta nella storia già accaduta. E lì di spazio, anzi di tempo, non ce n’è, è tutto già occupato. È la storia vera nella quale a un certo momento è successo qualcosa di diverso, a partire dal quale i fatti divergono. Il vero oggetto di interesse di Carrère però è l’individuo, l’ucronista. Scriveva in quel libro: “Essere un ucronista, anche su un piano personale, significa trovarsi da solo contro tutti, non poter contare, per l’appunto, sull’approvazione degli altri, del senso comune, della memoria condivisa”. L’ucronista è paurosamente vicino ad essere considerato alla stregua di un complottista, di qualcuno che nega la realtà comunemente approvata. Vicino al falso storico. Quel saggio di Carrère si chiudeva sulla letteratura, definita “il senno di poi”. Tutti i personaggi letterari vivono “come se” esistenze “sottratte all’impoderabile peso della realtà”. Mentre la letteratura di Carrère, che ha le sue radici in quell’interesse anti-materno per le ucronie, si avventurerà negli anni a venire nel territorio della realtà; nelle vite (e nelle finzioni) degli altri dentro il passato che resta quello che è stato. Lo scrittore lascia la storia com’è, i fatti gli eventi le date, ma reinventa le persone: Limonov (2011) ne è l’esempio più noto, oltre ad essere una contro-narrazione della Russia, dove i nomi della grande Storia, quelli studiati dalla madre, ci sono tutti ma il protagonista è un altro.

Carrère compone una letteratura ucronica dal di dentro, senza bisogno di deviazioni a partire da un punto noto ma, nello stesso tempo, insegue la verità con rigore pur nel rischio di perdere i rapporti con le persone a lui vicine. È cresciuto credendo nella versione della storia della sua famiglia costruita dalla madre, e nella sua visione della vita. Ma già adolescente si è avvicinato a Nicolas, lo zio, fratello di Hélène che – educato invece nella menzogna, nel grande nero intorno alla figura del padre – gli ha trasmesso la sua ossessione per la verità. Meglio il conflitto piuttosto che vivere in una dissonanza cognitiva e distopica (“credere a qualcosa a cui in realtà non si crede, ritenere vero qualcosa che si sa falso”) che per Carrère è stata una delle caratteristiche principali della vita nell’Unione Sovietica, un universo capovolto riproposto nel piccolo della vita di ogni famiglia.

La costruzione di realtà parallele, la persistenza e la difesa di quelle realtà sono state al centro del romanzo L’avversario, incentrato sul caso Romand (un medico francese che nel 1993 ha sterminato la famiglia dopo aver mentito sistematicamente per anni), che ha tenuto impegnato Carrère per lungo tempo nell’ultima parte degli anni Novanta.

Ma la questione non risiede soltanto nel distacco progressivo tra quello che davvero siamo e facciamo, e l’immagine, la figura, la persona costruita conformemente alle aspettative degli altri e in primo luogo di noi stessi; molti dei nostri sforzi e buona parte della nostra energia psichica e intellettuale sono volti a mantenere ben salda una semplice teoria, una opinione, una visione delle cose, perché è quella che ci rappresenta meglio. Hélène Carrère-Dencausse, mancata nell’agosto del 2023, deve aver sperato (una ucronia personale) che si potesse riscrivere la storia dei suoi ultimi anni. Lei che aveva predetto con largo anticipo il crollo dell’Unione Sovietica, ha sottovalutato invece Putin, sostenendo fino a pochi giorni prima dell’inizio della guerra in Ucraina che mai e poi mai avrebbe invaso il suolo ucraino; che era un uomo brutale sì ma razionale. È stato uno smacco forte, irrecuperabile, che ha segnato fortemente l’ultimo periodo della sua vita, e orientato il giudizio sul suo approccio filorusso. Il figlio si discosta, forse persino con troppa radicalità, dalla visione (di una vita) della madre, condannando la Russia contemporanea senza se e senza ma, e senza neppure un accenno ai lati oscuri della controparte ucraina. La Russia per i Carrère è una “questione di famiglia” : “il nostro asse verticale”, scrive al termine del primo capitolo, anche nella consapevolezza che senza la Rivoluzione di Ottobre lui stesso non sarebbe mai esistito e mai avrebbe potuto “fare kolchoz” con la madre e le sorelle, come chiamavano da bambini – prendendo a prestito il termine dato alle tipiche aziende agricole comuniste – il dormire tutti insieme nel letto grande.

Kolchov è, tra le altre cose, il racconto del crollo della Russia nel cuore di Carrère e ci si può chiedere quanto di questo abbia a che fare con la necessità (l’urgenza, la speranza, la critica che si avvicina a un omaggio) di essere da contrappunto alla madre. La storia immaginaria contro la storia reale. Lo scrivere usando la prima persona singolare, che la madre trovava detestabile preferendo la terza persona e l’impersonale. L’interessarsi alla Georgia dove invece la madre – che pure discendeva da georgiani per il lato paterno – non è mai andata. Eppure, nella trama delle divergenze accadute o cercate, ricostruire la verità, e la verità di un amore (in questo caso, tra un figlio e una madre), comporta di dover riempire i vuoti con delle congetture. Il retaggio della formazione ricevuta, di quel “che è stato fatto di noi”, non impedisce la pietà filiale, non smemora dell’attaccamento fortissimo provato da bambino. E se Kolchoz è anche il racconto del disamore presto sorto tra i genitori, è soprattutto una testimonianza del potere che quel “senno di poi”, la letteratura, ha di mondare le parole ambigue, le menzogne, gli errori, le prepotenze, le debolezze, i non detti, e lasciare l’essenziale, almeno quello sperato, che persista a memoria di quello che siamo stati nel migliore dei casi e dei giorni.

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Anamnesi di una paranoia https://www.carmillaonline.com/2026/07/30/anamnesi-di-una-paranoia/ Thu, 30 Jul 2026 20:00:53 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95787 di Franco Ricciardiello

Roberto Sturm, Confessioni e tradimenti, Ventura Edizioni, 2026, euro 18,00 stampa

Lo scrittore e critico letterario anconetano Roberto Sturm torna con un nuovo romanzo dopo un intervallo di oltre dieci anni, con un incisivo testo di media lunghezza, che come i precedenti scava nella mentalità e nei rapporti sociali e sentimentali di un’Italia che se non è provincia, non è neppure lo scontato scenario di una delle città che monopolizzano l’immaginario della fiction.

Si alternano nel ruolo di protagonisti due personaggi di età differenti, il padre Sandro e la figlia universitaria Evelyn; l’uomo è raccontato in prima persona singolare, [...]]]> di Franco Ricciardiello

Roberto Sturm, Confessioni e tradimenti, Ventura Edizioni, 2026, euro 18,00 stampa

Lo scrittore e critico letterario anconetano Roberto Sturm torna con un nuovo romanzo dopo un intervallo di oltre dieci anni, con un incisivo testo di media lunghezza, che come i precedenti scava nella mentalità e nei rapporti sociali e sentimentali di un’Italia che se non è provincia, non è neppure lo scontato scenario di una delle città che monopolizzano l’immaginario della fiction.

Si alternano nel ruolo di protagonisti due personaggi di età differenti, il padre Sandro e la figlia universitaria Evelyn; l’uomo è raccontato in prima persona singolare, la giovane in terza persona, a capitoli alterni, in una disamina abbastanza spietata dei danni sentimentali che può provocare la mancanza di comunicazione, anche con le migliori intenzioni.

La semplice, allusiva frase di un cliente intrigante instilla il seme del dubbio in un bancario di mezza età: il possibile tradimento della moglie; Sandro è un collezionista compulsivo di vinili e di libri, il cui rigido moralismo gli ha nel tempo alienato il rapporto privilegiato che aveva con la figlia; durante l’adolescenza di lei, la mania di controllo e una genitorialità malintesa li hanno irrimediabilmente separati, sebbene l’uomo non se ne renda conto, e attribuisca la lontananza al carattere della ragazza.

Evelyn è dominata da una volontà di ribellione che da una parte la spinge a vagheggiare un allontanamento dalla famiglia, magari per proseguire gli studi superiori a Roma, dall’altra a ripudiare una concezione borghese del mondo che accetta supinamente la crisi ecologica e climatica. Anche nel privato si manifesta questa sua ribellione alle costrizioni, con l’infatuazione per un uomo che ha l’età del padre, e che è ignaro di suscitare in lei un sentimento d’amore.

L’andamento della narrazione non è quello di un dramma borghese in interni, bensì quello della tragedia, che non ha bisogno però di gesti definitivi. Se il titolo del romanzo potrebbe indurre a pensare a Woody Allen, è più dalla parte di Ingmar Bergman che conviene guardare: un dramma psicologico dunque, una doppia difficoltà di affrontare la realtà, che se per l’uomo è una lenta discesa nel tunnel della paranoia, dettata soprattutto da una autoreferenzialità che lo porta a scontrarsi con chiunque cerchi di aiutarlo, per la ragazza potrebbe essere una difficoltà momentanea, causata dalla mancanza di riferimenti, di un esempio positivo in una vita che lei cerca di riempire di ideali riflessi dalla generazione precedente, scampoli di ricordi di un’infanzia felice quando lei e il padre erano vicini: la musica che piaceva a lui, i suoi libri.

Schiacciata tra i due protagonisti, la moglie di Sandro e madre di Evelyn, Giovanna, rimane un personaggio insondabile, tirato da una parte e dall’altra, consapevole forse della deriva che la famiglia sta rischiando ma incapace di comprenderne davvero le implicazioni, fino a quando rischia di essere troppo tardi.

Aspro e dolce al tempo stesso, talvolta irritante, scandito dalla precisione dei capitoli, il romanzo risolva alcune soprese quando si scopre la vera identità di personaggi secondari. Una lettura che fa provare sentimenti.

 

 

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Cantico per una dis/umanità dolente https://www.carmillaonline.com/2026/07/29/cantico-per-una-dolente-dis-umanita/ Wed, 29 Jul 2026 20:00:08 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95720 di Sandro Moiso

Ilias Venezis, Il numero 31328. Il libro della schiavitù, traduzione e postfazione di Francesco Colafemmina, prefazione di Antonia Arslan, Edizioni Medhelan, Milano 2026, pp. 304, 20 euro

I carcerieri pretendono un canto, l’aguzzino parole di gioia. (Salmo 137)

«Questo libro è scritto col sangue […] Ma io non parlo dello stile. Parlo della bruciante materia, della carne che stilla il suo sangue e ne impregna le pagine». Con queste parole si apriva la premessa dell’autore alla seconda edizione di un romanzo scritto in prima battuta nel 1924, poi rielaborato e pubblicato una prima volta nel 1931 e successivamente [...]]]> di Sandro Moiso

Ilias Venezis, Il numero 31328. Il libro della schiavitù, traduzione e postfazione di Francesco Colafemmina, prefazione di Antonia Arslan, Edizioni Medhelan, Milano 2026, pp. 304, 20 euro

I carcerieri pretendono un canto, l’aguzzino parole di gioia. (Salmo 137)

«Questo libro è scritto col sangue […] Ma io non parlo dello stile. Parlo della bruciante materia, della carne che stilla il suo sangue e ne impregna le pagine». Con queste parole si apriva la premessa dell’autore alla seconda edizione di un romanzo scritto in prima battuta nel 1924, poi rielaborato e pubblicato una prima volta nel 1931 e successivamente rivisto e pubblicato nella sua forma attuale nel 1945.

Attraverso gli anni e le revisioni, però, il drammatico romanzo memoriale di Ilias Venezis, destinato a ricordare i quindici mesi trascorsi prima nei battaglioni del lavoro e poi ai lavori forzati in Anatolia riservati agli uomini greci di età compresa tra i diciotto e i quarantacinque anni dal governo di Mustafa Kemal Atatürk, dopo la vittoria di quest’ultimo e delle sue truppe su quelle armene, francesi e greche, nonché degli ultimi lealisti del sultano ottomano, che avevano occupato la Turchia continentale, in previsione di una sua spartizione, dopo la sconfitta subita dall’Impero ottomano a seguito del suo schierarsi a fianco dell’Impero guglielmino durante il primo macello imperialista mondiale, ha acquisito un’importanza che va ben al di là della memoria personale, trasformandosi in uno strumento essenziale ai fini della comprensione delle drammatiche contraddizioni di un secolo ancora mai finito.

Atatürk, infatti, dopo aver impedito la dissoluzione della Turchia ottenne la rinegoziazione dei trattati di pace e quindi la firma del Trattato di Losanna (1923) in sostituzione di quello di Sèvres (1920), a seguito del quale l’Impero ottomano era stato ridotto ad un modesto Stato racchiuso entro i limiti della penisola anatolica, privato di tutti i territori arabi, spartiti prevalentemente tra Gran Bretagna e Francia, e della sovranità sugli stretti del Bosforo e dei Dardanelli. Così, dopo il nuovo trattato di Losanna, il nuovo leader nazionalista turco dichiarò decaduto il sultanato e proclamò la nascita della Repubblica di Turchia.

Ed è proprio a partire da ciò che per un turco moderno potrebbe rappresentare l’atto di nascita di un nuovo stato, libero sia dalle pastoie arcaiche del sultanato che dalle mire espansionistiche delle potenze europee, che prende avvio quella che per i greci che abitavano le sue coste meridionali fin dai tempi dell’ellenismo diventerà la Catastrofe dell’Asia minore, Mikrasiatikì Katastrofì. Di cui il romanzo di Venezis narra le violenze, le deportazioni e gli autentici orrori.

Eppure, eppure… direbbe ancora il monaco zen, considerato che le sofferenze estreme di cui ci parla l’autore, dopo averle vissute sulla propria pelle, hanno a loro volta origine in un altro sogno nazionalista: quello greco, alimentato dal revanscismo del primo ministro ellenico Eleftherios Venizelos. Un sogno nazionalistico definito come la «Grande Idea», Megali Idea, che aveva avuto origine fin dalla lotta per l’indipendenza nazionale greca sviluppatasi a partire dal 1821 al grido di Libertà o Morte (Eleftherìa i Thànatos), ma cui aggiungeva il desiderio espansionistico di riappropriazione in toto dei territori un tempo appartenenti all’Asia Minore ellenica e a Bisanzio.

Nel tentativo di realizzazione della “Megali Idea”, il governo greco alla fine del primo grande conflitto mondiale, durante il quale si era schierato con le potenze dell’Intesa, avrebbe guadagnato in un primo tempo le città di Adrianopoli e Smirne ma dalle quali, a seguito di calcoli militari sbagliati e disaccordi tra gli alleati principali che avevano usato il “sogno greco” soltanto ai fini di indebolire ulteriormente il Grande malato d’Europa ovvero l’ormai morente Impero ottomano per espandere la propria influenza sui suoi territori1, i greci sarebbero stati allontanati nel 1922, nella fase finale della guerra greco-turca e l’inizio della catastrofe dell’Asia Minore, dalle truppe di Mustafa Kemal Atatürk.

Così nel 1922, dopo la disordinata ritirata delle truppe di occupazione greche dall’Asia Minore, la popolazione greca dell’Anatolia fu abbandonata alla vendetta e alla violenza dell’armata kemalista e di feroci bande di irregolari, gli tsétes. Nell’autunno di quell’anno l’incendio di Smirne ad opera dei turchi segnò il definitivo tramonto dell’ellenismo nella sua antica culla ionica, mentre a fine ottobre l’esercito di Kemal sarebbe entrato ad Aivalì, cittadina greca sulla costa dell’Asia Minore, in cui l’autore di Il numero 31328 era nato e vissuto.

La sempre interessante casa editrice Medhelan ci presenta così nella sua prima edizione italiana integrale, tradotta direttamente dal greco ad opera del curatore Francesco Colafemmina, uno delle più importanti e potenti testimonianze letterarie contro la guerra e le sua conseguenze del ‘900. Un secolo che, nonostante gli sforzi politici, filosofici e ideologici destinati ad esaltarne il sostanziale miglioramento della qualità della vita collettiva si è rivelato di gran lunga quello più sanguinoso della storia, come ha tenuto a sottolineare lo storico inglese Niall Ferguson2.

Un secolo di cui la Shoa più che costituire un’eccezione, come vorrebbe la vulgata più frequente, rappresenta una delle versioni più crudeli, accompagnata però dai campi di concentramento realizzati nel Sud Africa boero per le detenzione delle popolazioni ribelli, dal massacro degl Armeni durante il primo conflitto mondiale, dalla anticipatrice chiusura nelle riserve, altri autentici campi di concentramento genocidari, dei popoli nativi americani su su fino agli attuali massacri di Gaza e del Libano, che però affondano ancora le loro origini nella dissoluzione e divisione imperialista dell’Impero ottomano e, paradossalmente, proprio nella Shoa, passando per i pogrom nei paesi dell’Est pre-Rivoluzione di Ottobre, le guerrer balcaniche degli anni ’90 e mille altri esempi ancora che non sarebbe possibile qui elencare tutti.

Ciò che ci narra Venezis appartiene, come Se questo è un uomo di Primo Levi, all’espressione più elevata e dolorosa di una di queste, purtroppo, tante esperienze di cui non sempre è rimasta traccia o memoria scritta di coloro che le vissero in prima persona. Cruda e spietata cronaca del genocidio dei greci dell’Asia Minore, Il Numero 31328 è racconto autobiografico, ricco di fatti circostanziati, luoghi e personaggi realmente esistiti e, allo stesso tempo, documento straordinario di una pagina oscura del Novecento.

Come ci racconta nella sua Prefazione Antonia Arslan, la prima edizione italiana del romanzo era comparsa nel 1947 (tradotta dal francese e non dal greco come la presente) con il titolo modificato in La grande pietà. Titolo fuorviante non solo perché tralasciava quel numero che indicava come tutti gli esseri umani sottoposti a prigionia non risultino essere altro che numeri per i loro carcerieri, ma anche perché sottolineava un sentimento scarsamente presente tra le pieghe di un romanzo che mostra invece, esattamente come quello di Primo Levi di cui la prima edizione uscì per un piccolo editore proprio nel 1947, come nelle condizioni della schiavitù e della forzata sottomissione al volere degli aguzzini la disumanità trionfi sia tra questi che tra coloro che devono e vogliono sopravvivere. Ad ogni costo.

Ilias Venezis, pseudonimo di Ilias Mellos, è considerato fra i massimi narratori greci del Novecento. Nato ad Ayvalik in Asia Minore (1898-1973). Venezis, tra i massimi esponenti della generazione della letteratura degli anni ’30 e visse nel 1922 la tragica e violenta fine dell’ellenismo anatolico. Successivamente, dopo la drammatica esperienza della prigionia nei campi di lavoro turchi, insieme ad oltre un milione di profughi, si sarebbe trasferito a Lesbo. Dove ebbe inizio il sodalizio con lo scrittore Stratìs Myrivilis. Autore di una famosa trilogia dedicata allo sradicamento (Il Numero 31328, Tranquillità e Terra Eolica, tutti pubblicati in Italia dalle edizioni Medhelan), Venezis scrisse libri di racconti, romanzi, opere teatrali e fu nominato membro dell’Accademia di Atene nel 1957 oltre che presidente del festival cinematografico di Salonicco dal 1963 al 1966.

La sua trilogia, sulla quale si spera di poter tornare ancora su Carmillaonline, costituisce uno straordinario esercizio di memoria, in cui la poesia serve a mitigare o ad esaltare la tragicità dei fatti narrati oppure la dolcezza dell’infanzia e della storia famigliare e collettiva di un’intera comunità destinata ad essere spazzata via dalle peggiore delle cancrene, quella del nazionalismo e della memoria conservata con l’esclusivo fine della vendetta “destinata” a venire, sia per una che per l’altra delle parti in causa.

Così pur narrando le violenze, gli stupri, il sadismo esercitati dai soldati turchi e dai loro ufficiali sugli uomini, tanti, e le poche donne di origine greca al seguito dei battaglioni del lavoro, l’autore non dimentica di elencare le ingiustificate atrocità perpetrate dalle truppe elleniche e dai volontari al loro seguito durante l’occupazione di Pergamo sui civili e sui militari turchi. In un continuo rinvio di violenze subite, vendette perpetrate, abusi e uccisioni di cui a far le spese sono spesso i civili di ogni genere ed età.

È andata anche la “bimba”. La lasciammo l’altro giorno in un burrone. Dall’alto se ne stava appesa a una montagna molto brulla e molto liscia. E sotto scorreva un fiumiciattolo. Ah, era bello!
Non la seppellimmo – questi sono lirismi, non avevamo tempo per la pura poesia. Rispettammo la sua dignità di restarsene sola sotto il cielo.
Quando si distese per terra, incapace di procedere, mezza svenuta, il comandante del distaccamento esitò per un attimo. Era lo stesso che avevamo ieri, non avevamo cambiato posa. Due volte si era “espresso” con lei ieri. Ci disse di trascinarla, ma si accorse poco dopo che era inutile. Allora riconobbe che si trattava di una risorsa che non aveva più nulla da offrirgli.
Guardò in basso. L’acqua scorreva in mezzo a grandi rocce. Eravamo ad una altezza, lì, di oltre dieci metri. Avvicinò piano il suo piede, esitò, poi spinse con freddezza3.

Privo di odio verso i carnefici l’autore, in un articolo pubblicato nel 1972, affermava ancora:

Siamo un paese il cui destino è quello di pagare il movimento della storia con il dolore e con il sangue. Dai tempi antichi ci giungono i ricordi, le favole, le lacrime. Le nostre madri per addormentare i loro figli non hanno da raccontargli favole liete che parlano di uccelli e di boschi. Gli narrano di negri e corsari, di ammazzamenti e carestie. Le nostre canzoni hanno il ritmo austero della nostra amara sorte, e gli uccelli e gli alberi parlano nelle nostre canzoni per poterci alleggerire il cuore, ma anche per tenere vivo il ricordo. Ogni cosa per noi qui esiste per tener vivo il ricordo. Siamo il popolo della memoria […] Dunque – diciamo noi alla sponda orientale dell’Egeo – se cercate di cancellare la nostra storia, il nostro sinassario e il nostro martirologio – questo non possiamo farlo. Pure, sappiamo fare qualcos’altro di onorevole e profondo: possiamo non portare rancore. Per questo, senza cancellare la nostra storia, aiuteremo così l’affratellamento dei nostri popoli: metteremo nella nostra porzione tutto quel che abbiamo sofferto, così tanti secoli di odio, la nostra afflizione e lo sradicamento. E dall’altra parte ci metteremo il nostro amore per la pace, la coscienza della necessità che i nostri popoli non si ritrovino più in guerra e stermini4.

Scritto con una prosa essenziale, vivida e straziante, Il Numero 31328 è «la protesta di un uomo contro la guerra» che anticipa, anche nel semplice numero di matricola inciso su un pezzo di latta, gli orrori dei campi di sterminio della Seconda guerra mondiale, del Gulag e di tutti gli altri, precedenti e successivi, ma lancia anche attraverso il tempo un messaggio imprescindibile per chiunque voglia ricostruire o ricostituire un’autentica gemeinwesen. Una comunità umana al di là degli orrori dell’attuale modo di produzione, delle sue guerre spietate e dei suoi ingiustificabili e tragici nazionalismi.


  1. Come ben ci spiega Francesco Colafemmina nella sua postfazione al testo di Venezis: Il numero 31328 e la catastrofe dell’Asia Minore, pp. 285-298.  

  2. Si veda: N. Ferguson, XX secolo, l’età della violenza, Mondadori, Milano 2008 e N. Ferguson, Il grido dei morti, Mondadori, Milano 2014.  

  3. I. Venezis, Il numero 31328. Il libro della schiavitù, traduzione e postfazione di Francesco Colafemmina, Edizioni Medhelan, Milano 2026, p. 97.  

  4. I. Venezis, De Profundis, sul quotidiano «TO VIMA», 1972 ora in I. Venezis, op. cit., p. 280.  

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Il sostenitore ideale https://www.carmillaonline.com/2026/07/28/il-sostenitore-ideale/ Tue, 28 Jul 2026 21:55:03 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=96008 Racconto di Massimiliano Di Giorgio

Fernanda Cortesi aveva settantasei anni, camminava con un bastone e donava ventotto euro al mese da undici anni. Era quella che in gergo chiamiamo una sostenitrice storica: acquisita tramite direct mail nel 2012, upgrade riuscito nel 2015 (da diciotto a ventotto euro), zero interruzioni, zero richieste di cancellazione.

La nostra sostenitrice Fernanda aveva insegnato lettere alle medie per trentadue anni. Poi, dopo la pensione, si era messa a insegnare italiano agli immigrati. Ora aveva settantasei anni ed era zia di quattro nipoti: lei non aveva avuto figli, ma sua sorella sì. Votava a sinistra dai tempi di [...]]]> Racconto di Massimiliano Di Giorgio

Fernanda Cortesi aveva settantasei anni, camminava con un bastone e donava ventotto euro al mese da undici anni. Era quella che in gergo chiamiamo una sostenitrice storica: acquisita tramite direct mail nel 2012, upgrade riuscito nel 2015 (da diciotto a ventotto euro), zero interruzioni, zero richieste di cancellazione.

La nostra sostenitrice Fernanda aveva insegnato lettere alle medie per trentadue anni. Poi, dopo la pensione, si era messa a insegnare italiano agli immigrati. Ora aveva settantasei anni ed era zia di quattro nipoti: lei non aveva avuto figli, ma sua sorella sì. Votava a sinistra dai tempi di Berlinguer. Sul nostro database appariva con tre stelline – donatrice ad alta fedeltà – e una nota nel campo osservazioni: lascito testamentario confermato, stima patrimonio immobiliare circa 400.000 euro, nessun erede diretto, nipoti esclusi per volontà esplicita della donatrice.

Tre stelline e nessun erede diretto. Nel settore chiamiamo questo profilo un diamante.

Perché diciamoci la verità: il donatore vuole essere ingannato. Non vuole sapere davvero dove vanno i suoi trenta euro. Se glielo spieghi, smette di darli. Vuole la foto del bambino, la letterina di Natale firmata con una grafia infantile da una stagista di ventidue anni, la sensazione tiepida di essere una brava persona per il costo di due pizze al mese. Noi gli vendiamo quella sensazione. È il prodotto. Il bambino è il packaging. Fernanda Cortesi quella sensazione la comprava da undici anni, puntuale, e aveva deciso di comprarla anche da morta, con tutto l’appartamento.

Il problema era che anche quelli di Cuori Aperti ODV lo sapevano, e l’avevano puntata.

Me l’aveva detto Mirella, una milfona che lavora al loro ufficio lasciti e ogni tanto, dopo due bicchieri, parla più del dovuto. Fernanda aveva cominciato a ricevere le loro buste – quelle con il bambino dagli occhi grandi sulla busta, carta riciclata, inchiostro soia, tutta la pantomima – con una frequenza anomala. Tre in un mese. Poi una telefonata di “ringraziamento”. Poi un volontario sotto casa sua, con una pettorina arancione e un sorriso allenato.

Cuori Aperti si stava lavorando Fernanda Cortesi.

Avevo riferito la cosa al dottor Bramante, il nostro direttore fundraising, un uomo che porta occhiali senza montatura e parla sempre come se stesse presentando un bilancio di sostenibilità. Mi ha ascoltato, ha annuito due volte e ha detto: “Situazione critica per il portafoglio lasciti”. Poi, con la stessa voce con cui avrebbe detto passiamo al prossimo punto all’ordine del giorno, ha aggiunto: “Sergio, tu sai cosa fare”.

Ho portato con me Giacomo, che era arrivato da tre mesi dalla sede di Milano e che avevo osservato con una certa attenzione. Ventisette anni, laurea in cooperazione internazionale, uno stage a Nairobi, il tipo che in riunione parla di impatto sistemico e approccio olistico con gli occhi che brillano. Ma io non guardo mai gli occhi che brillano. Guardo le altre cose.

E le altre cose, su Giacomo, le avevo raccolte con discrezione. Non è difficile, nel nostro ambiente: il settore è piccolo, i pettegolezzi e le voci girano, le persone parlano, basta offrire da bere alla persona giusta. Avevo saputo della famiglia: padre notaio, madre dirigente scolastica, una villetta in Brianza, vacanze impegnate e impegni civili, il genere di sinistra che firma appelli e finanzia ai figli master da dodicimila euro. E avevo saputo di Nairobi.

Durante lo stage, un coordinatore locale aveva fatto qualcosa a una beneficiaria – qualcosa di brutto – e Giacomo lo aveva visto, ma non aveva detto niente. Probabilmente, avrà pensato, perché parlare avrebbe significato compromettere lo stage e le referenze. E poi, negli ultimi due mesi, dalla piccola cassa dell’ufficio erano spariti dei soldi. Mai dimostrato. Mai contestato. Ma le date coincidevano con la sua presenza, e quando se n’era andato gli ammanchi erano cessati.

Due cose, in fila. La prima era viltà. La seconda era qualcosa di più interessante: era curiosità. Giacomo aveva voluto sapere se poteva farlo, se poteva pescare nella cassa. E aveva scoperto che poteva.

Questo è il tipo di persona che cerco. Non i cinici: i cinici fanno troppe domande. Cerco quelli che hanno già attraversato la linea una volta, di nascosto, e che da allora aspettano soltanto che qualcuno gli dica che andava bene così. Che era giusto. Che il mondo funziona davvero come avevano sospettato.

L’avevo messo alla prova due giorni prima, in ufficio, mostrandogli come si profila un sostenitore sul gestionale. Mentre parlavo, lui aveva aperto il campo osservazioni – quello dove annotiamo i lasciti, le stime di patrimonio, le malattie – prima che glielo indicassi. È un campo nascosto in fondo a una scheda secondaria: chi non ha mai usato quel programma non sa nemmeno che esista. “Impari in fretta,” gli avevo detto. Lui aveva fatto una faccia modesta. Mi era sembrato un buon segno.

“Dove andiamo?” ha chiesto, salendo in macchina.
Non era la nostra macchina. Era una Punto grigia, presa in prestito, diciamo.
“Andiamo a trovare una sostenitrice”.
“Un’uscita di ringraziamento?”.
“Una cosa del genere”.

Fernanda Cortesi usciva ogni martedì alle dieci e un quarto. Lo sapevamo da una risorsa territoriale che abitava nel suo palazzo: non un volontario nel senso nobile, più uno che aveva un debito con noi. Fernanda era di farmacia il lunedì, di mercato il giovedì, di fisioterapia il martedì. Usciva dal portone, girava a sinistra, percorreva ottanta metri fino all’incrocio, attraversava sulle strisce. In quel tratto un furgone parcheggiava sempre sul lato destro e riduceva la visibilità.

Avevo scelto quel punto anche per un’altra ragione. Un investimento stradale, oggi, è l’operazione più rischiosa che ci sia: la città è piena di occhi, varchi della ZTL, telecamere di traffico, citofoni che filmano il pianerottolo. Un pirata della strada lo prendono quasi sempre, e in fretta. Ma quell’incrocio era un buco: nessun varco comunale, nessuna telecamera di traffico, solo quella di una tabaccheria che inquadrava la propria vetrina e ignorava la strada. E poi c’era la macchina. La Punto grigia l’avevo prelevata la sera prima da un parcheggio lungo la tangenziale, con le sue targhe addosso, e dopo sarebbe sparita per sempre. Un’auto rubata che investe una persona e si dissolve non porta a niente: la polizia cerca un proprietario, e il proprietario è una vittima pure lui, che quella mattina dormiva. Non si improvvisa, un investimento. L’automobilista distratto viene preso proprio perché improvvisa.

Ho parcheggiato a cinquanta metri, con il motore acceso.
“Perché aspettiamo?”, ha chiesto Giacomo.
“Tra poco passa la nostra sostenitrice”.

Alle dieci e diciassette il portone si è aperto.

Fernanda Cortesi era più piccola di come me l’ero immaginata. Capelli bianchi corti, cappotto grigio, un bastone con il manico a uncino. Camminava guardando il marciapiede, con la prudenza di chi alla sua età ha imparato a temere le mattonelle rotte, le buche. Settantasei anni, insegnante in pensione, ventotto euro al mese da undici anni, e un appartamento da circa 400.000 euro che sarebbe andato a noi, la ONG “Su Le Mani! International”.
“È lei?” ha chiesto Giacomo.
“Sì”.

Ho aspettato che raggiungesse le strisce. Ha alzato gli occhi, ha controllato la strada nel modo in cui controllano gli anziani – con un secondo di ritardo su tutto – e ha fatto il primo passo.

Ho messo la prima e ho accelerato.

Il colpo è stato secco. L’ho sentita sul lato destro, ho visto con la coda dell’occhio il cappotto grigio piegarsi e cadere, il bastone saltare in aria. Non ho frenato. Ho proseguito dritto fino alla fine della strada, ho girato a destra, ho tenuto una velocità normale, regolare. Tre isolati dopo ho imboccato la circonvallazione.

Giacomo non aveva detto niente. Era rigido, le mani strette sulle ginocchia, lo sguardo fisso davanti a sé. Respirava con la bocca.

Ho lasciato che il silenzio lavorasse un po’ per me. Poi ho parlato.
“Adesso ascolta, perché lo dico una volta sola”. Ho tenuto gli occhi sulla strada. “Quella signora si chiamava Fernanda Cortesi. Tra sei mesi al massimo il suo appartamento sarebbe andato a Cuori Aperti, che se la stava lavorando da settimane. Adesso invece resta nostro. Quattrocentomila euro che diventano pozzi, vaccini, scuole. Impatto. Quello vero, non quello dei dépliant”.

Giacomo non rispondeva. Ma non aveva neanche aperto la portiera a un semaforo per scappare, e questo mi diceva già abbastanza.

“Tu adesso starai pensando che sei complice di una cosa enorme. E hai ragione. Lo è. Eri in macchina, conoscevi il nome della sostenitrice, sapevi dove abitava. Se questa storia esce, tu esci con me”. Ho fatto una pausa. “Ma non è per questo che te ne parlo”.

Ho girato lo sguardo verso di lui, un secondo, poi di nuovo sulla strada.

“Te ne parlo perché tu a Nairobi hai visto cosa faceva quel coordinatore alla ragazzina, e hai tenuto la bocca chiusa per non perdere le referenze. E poi hai preso i soldi dalla cassa, un po’ per volta, solo per vedere se ti riusciva. E ci sei riuscito. Nessuno l’ha mai saputo. Tranne me.”

Adesso mi guardava. L’espressione era diversa: non era spaventato. Aveva la faccia di uno che si accorge per la prima volta che lo stanno guardando davvero per com’è.

“Guarda, non te lo dico per ricattarti. Te lo dico perché so chi sei. Sei uno di quelli che hanno capito come funziona davvero il mondo e magari si vergognano di averlo capito. Io ti tolgo la vergogna. Ti dico che va bene”.

Abbiamo fatto un chilometro in silenzio.

Poi ha parlato lui, e la voce era più ferma di quanto mi aspettassi.

“Mio padre – ha detto – ha donato a cinque associazioni per trent’anni. Aveva l’adesivo del WWF sulla macchina e la casa in Brianza. Mia madre andava ai cortei e aveva la colf in nero”. Ha guardato fuori dal finestrino. “Tutta gente come quella signora. Hanno passato la vita a sentirsi buoni, e intanto si tenevano tutto. Le case, i soldi, i posti. E a noi cosa lasciano? I master che ci hanno pagato per tenerci buoni, e poi niente. Le case se le tengono fino a novant’anni e poi le lasciano a un’associazione per pulirsi la coscienza”.

Ho sorriso, ma discretamente.

“Quella signora – ha continuato lui; e adesso c’era qualcosa di duro, quasi allegro, nella sua voce – insegnava italiano agli immigrati. Lo faceva gratis per sentirsi giusta. Però con quell’appartamento in un posto così. ‘Sti vecchi qua ci hanno fottuto il futuro e sono pure morti sentendosi in credito”.
“Esatto”, ho detto.
“E adesso quei soldi almeno servono a qualcosa”.
“Esatto, Giacomo. Vedo che capisci al volo”.

Ha annuito. Non era più la risposta automatica del primo giorno, quel cenno che facevano i sostenitori prima di firmare senza aver capito. Questa volta aveva capito tutto. Si era tolto la vergogna da solo, mentre parlava, come ci si toglie un cappotto stretto.

Lo avevo letto bene. Li leggo sempre bene. È l’unica vera competenza che conta, in questo mestiere: riconoscere un diamante, quando ne vedi uno.

La rappresaglia è arrivata nove giorni dopo.

Si chiamava Walter, aveva ventidue anni ed era un dialogatore, insomma faceva il face to face, per noi: uno di quelli con la pettorina azzurra e il tablet, piazzati agli angoli buoni del centro a fermare i passanti. Ha due minuti per i bambini? Walter era bravo, con un tasso di conversione sopra la media, il sorriso facile, quel misto di entusiasmo e precarietà che funziona bene con quelli sotto i quarant’anni di reddito medio-alto. Lo hanno preso una sera mentre tornava al deposito, in una via laterale senza telecamere. Due uomini, genere disgraziati, di quelli che vivono più o meno per strada, di espedienti. Forse dell’est, violenti, con la puzza di alcol e di sporco vecchio. Gli hanno rotto un braccio, due costole e tre denti, e gli hanno portato via il tablet. Solo il tablet.

Aveva ancora il portafoglio in tasca, con dentro 30 euro e il bancomat. Non li hanno toccati. Hanno preso solo il tablet, dove c’erano i contatti caldi della settimana: nomi, telefoni, fasce di reddito stimate, tutti i prospect che Walter aveva agganciato e non ancora chiuso.

Una rapina non funziona così. Questo era un messaggio, e il messaggio diceva: sappiamo chi state lavorando, e possiamo arrivarci prima noi.

Ho capito subito da dove veniva. Walter lavorava la zona che stavamo contendendo a Cuori Aperti dopo la faccenda Cortesi. Avevamo intensificato l’acquisizione proprio lì, sul loro territorio, e a qualcuno non era piaciuto. Il dottor Bramante non ha detto granché. Ha guardato il referto medico che gli avevo girato, ha tolto gli occhiali, li ha puliti con il fazzoletto e ha detto: “Provvedi tu alla continuità operativa, Sergio?”. Poi ha rimesso gli occhiali. Continuità operativa.

I bravi dialogatori sono merce rara, e come ogni merce rara ogni tanto vengono rubati. Walter, prima che lo pestassero, aveva ricevuto due offerte da Cuori Aperti e una da Ponte Solidale: più fisso, più percentuale, un contratto vero invece della partita IVA. Si chiama poaching, e lo facciamo tutti. Mando una persona a fermarsi davanti al ragazzo migliore della concorrenza mentre stacca, a fine turno, e a offrirgli un caffè. Nel caffè non c’è niente di male. Nel caffè c’è solo il numero che guadagnerebbe da noi. I sostenitori credono che chi gli chiede dieci euro per i bambini lo faccia per vocazione. Qualcuno sì. Ma la vocazione, come tutto il resto, ha un prezzo di mercato, e quel prezzo lo conosciamo a memoria.

Quella sera ho detto a Giacomo che andavamo a farci due birre.

Non era del tutto una bugia. Avevamo davvero due birre tiepide nei portabicchieri, prese a un distributore, e giravamo senza fretta apparente per la cintura della città: capannoni, piazzali, la luce arancione dei lampioni sui muri di cemento. Solo che mentre giravamo io cercavo. Avevo un’idea abbastanza precisa di dove reclutano, quelli, perché è lo stesso posto dove reclutiamo tutti: la stazione, il piazzale dietro, dove stazionano gli uomini che accettano cento euro (anche cinquanta) in contanti per fare una cosa e dimenticarsela.

“Posso chiederti una cosa?” ha detto Giacomo a un certo punto.
“Chiedi”.
“È sempre stato così? Voglio dire, questo. Le ONG che si fanno la guerra”.

Ho bevuto un sorso di birra. Un po’ calda e sgasata, come piace a me.

“Da quando ci sono i soldi grossi, sì. E i soldi grossi ci sono da quando esistono i lasciti e il regular giving. Finché campavamo di spiccioli nelle cassette, nessuno si scannava per gli spicci”.
Ho rallentato a un incrocio, ho guardato un gruppo di figure ferme sotto un cavalcavia, ho proseguito. “Ti racconto come funziona, così capisci dove sei finito”.

“Tre anni fa Mondo Vivo ha perso l’intero archivio donatori. Un incendio, di notte, nella sede dove tenevano i server. Origine dolosa, hanno detto i pompieri, ma non hanno trovato niente. Sei mesi dopo gli stessi nominativi hanno cominciato a ricevere lettere da Ponte Solidale. Coincidenze”.

Giacomo ascoltava senza muoversi.

“Due anni fa al responsabile lasciti di una piccola fondazione cattolica hanno svuotato l’ufficio in una notte. Non i computer, i faldoni cartacei. I testamenti olografi, le promesse di donazione firmate, la roba che non puoi ricostruire. Senza quei fogli, metà dei lasciti che aspettavano non erano più dimostrabili. La fondazione ha chiuso il ramo lasciti l’anno dopo. Qualcuno ne ha ereditato i donatori”.
“E nessuno denuncia?”.
“Denunciare cosa? Un furto di scartoffie? Un incendio doloso senza colpevoli?”. Ho sorriso nello specchietto. “E poi denunciare significa ammettere che esiste una guerra. E nessuna ONG può permettersi che i sostenitori sappiano che esiste una guerra. Il sostenitore vuole crederci buoni. La nostra prima regola è proteggere quella convinzione. Tutto il resto viene dopo”.

Ho imboccato un piazzale dietro la stazione, a passo d’uomo.

“L’anno scorso – ho continuato – un coordinatore territoriale di Cuori Aperti è stato trovato impiccato in un box auto. Aveva debiti, hanno detto. Depressione, hanno detto. Probabile. Però quel coordinatore tre settimane prima era passato a Ponte Solidale portandosi dietro un portafoglio lasciti da quattro milioni, e a qualcuno questo trasloco era costato parecchio”. Ho fatto una pausa. “Ufficialmente si è impiccato, insomma”.

Non sempre succedono cose così drammatiche, intendiamoci. Però la questione di fondo è sempre quella. Il sostenitore ha un budget. Non è infinito. Chi dà trenta euro al mese ai bambini non li dà ai cani, e chi li dà ai cani non li dà ai migranti. Per questo le ONG non si fanno la guerra solo dentro lo stesso settore: se la fanno anche tra settori diversi, perché alla fine peschiamo tutti nello stesso portafoglio. Mondo Vivo, che si occupa di ambiente, ha fatto girare per due anni la voce che una certa associazione per l’infanzia spendeva il settanta per cento in stipendi. Non era vero – era il quaranta, come tutti – ma la voce è bastata. I donatori sensibili ai bambini hanno cominciato a guardarsi intorno, e indovina chi era lì pronto a riceverli con una bella campagna sulle foreste? Non rubi il donatore al concorrente diretto. Lo fai uscire da un settore e lo accogli nel tuo. È più pulito, e non lascia impronte.

Sì, lo so, sembra brutto, sembriamo persone orribili. Però. La gente pensa che la beneficenza sia gratis. Che i suoi trenta euro arrivino interi al pozzo, al vaccino, alla scuola. Non funziona così, e non può funzionare così. Tra il suo bonifico e il pozzo c’è un mondo intero che deve campare. Ci sono io. C’è Bramante. C’è chi scrive le buste e chi le stampa e chi le imbusta, c’è l’agenzia creativa che decide quale bambino mettere in copertina e quanto grandi devono essere i suoi occhi, c’è la società che gestisce il database, ci sono i dialogatori in strada e i call center che chiamano la sera all’ora di cena, ci sono i consulenti per i lasciti e i notai e i commercialisti e gli avvocati. C’è gente che si è comprata la casa, mandato i figli all’università, pagato le vacanze, facendo del bene agli altri per mestiere. È un’industria. Una delle poche che non va mai in crisi, perché la materia prima – la cattiva coscienza di chi sta bene – è inesauribile e si rinnova da sola a ogni telegiornale. Fa girare soldi, posti di lavoro, fatturato. Fa il suo bravo pezzettino di PIL.

Anche se i governi e pure la UE ogni tanto tagliano il budget dedicato all’assistenza e agli aiuti internazionali, e devo dire che questo non ci aiuta e anzi ci spinge a fare cose che in altri momenti non faremmo. Ma è l’economia, bellezza, che ci vuoi fare. E quando uno come me toglie di mezzo una vecchia signora per accelerare un lascito, non sta facendo niente di diverso, in fondo, da quello che fa tutto il sistema ogni giorno alla luce del sole. Sta solo saltando qualche passaggio intermedio.

Giacomo non ha detto niente per un po’. Poi: “E noi adesso cosa stiamo facendo?”.
“Adesso,” ho detto, “stiamo cercando due signori”.

Li ho visti dopo il terzo giro. Erano sotto la pensilina di un parcheggio chiuso, due figure che avevo già notato al primo passaggio e che al secondo erano ancora lì, il che voleva dire che aspettavano qualcuno o non avevano nessun posto dove andare. Uno era grosso, con un giubbotto di pelle troppo leggero per la stagione. L’altro era magro e si muoveva male, come chi ha dolori vecchi. Tutti e due avevano l’aria di chi accetta 100 euro per rompere un braccio e poi se lo dimentica.

Riconosco la gente di stazione come riconosco i diamanti. È sempre la stessa competenza. Ho accostato. Ho abbassato il finestrino.
“Cerco due persone per un lavoretto,” ho detto. “Pagato bene”.

Si sono avvicinati. Il grosso si è chinato verso il finestrino, e in quel momento ho visto, sul polso, l’orologio di Walter. Un Casio da quaranta euro che Walter portava sempre e di cui andava fiero perché glielo aveva regalato la ragazza. Non avevano preso i soldi o il bancomat, ma l’orologio sì. Certa gente è così: ruba secondo copione e poi tiene un souvenir.

Tanto mi bastava.

Quello che è successo dopo l’ho gestito in fretta, dietro il parcheggio, dove non arrivava la luce. Avevo nel bagagliaio una chiave inglese grossa, di quelle che non insospettiscono nessuno se le trovi in un’auto. Funziona meglio di tante altre cose perché non taglia e non spara, fa solo molto, molto male, e lascia segni che sembrano una rissa tra ubriachi. Giacomo è rimasto vicino alla macchina. Non l’ho obbligato a partecipare, non era ancora il momento. L’ho lasciato guardare.

Quando il grosso era a terra e il magro aveva smesso di provare a scappare perché aveva capito che con quella gamba non poteva, ho tirato fuori dalla tasca non il coltello che entrambi si aspettavano – glielo avevo visto negli occhi – ma una chiave. Una semplice chiave di sicurezza, di quelle a doppia mappa.

L’ho posata sul petto del grosso.

“Questa – ho detto – apre una porta sul retro in via Crespi 12. È un magazzino. Dentro ci sono delle carte e delle cose di computer, degli hard disk, e una cassaforte a muro che tanto non saprete aprire. Voi prendete i faldoni e gli hard disk, tutti, li mettete in due borsoni e li portate dove vi dirò. Per questo vi do cinquecento euro. Più di quanto vi ha dato chi vi ha mandato a pestare il ragazzo. E potete prendervi anche altre cose che sono lì, quello che vi serve”.

Il magro mi ha guardato dal basso, con un occhio che si stava già gonfiando. “E quelli di prima?”.
“Quelli di prima vi hanno pagato per un lavoro. Io vi pago per il prossimo. Funziona così, in questo settore: si cambia bandiera in continuazione. Nessuno se la prende”. Ho indicato la chiave. “Via Crespi 12 è una sede loro. Gli stessi che vi hanno mandato a rompere il braccio a Walter. Vedetela come una promozione”.

Il grosso ha guardato la chiave. Poi l’ha presa.

È sempre questione di trovare la leva giusta. Con i sostenitori è la coscienza. Con questi era il fatto che chi li aveva assoldati li aveva pagati poco e li avrebbe scaricati senza pensarci. Glielo avevo solo fatto notare. Il resto l’hanno fatto loro.

Siamo risaliti in macchina. Le birre erano ancora lì, definitivamente tiepide.

“Non li hai…”, ha cominciato a dire Giacomo.
“Ammazzati? No. Ma ti pare? Per chi mi hai preso, per un serial killer? Guarda che noi lavoriamo per il bene. E poi questi qui morti non servono a niente. Vivi e in debito, invece, sono una risorsa. Quei due adesso lavorano per noi. Deruberanno Cuori Aperti, avranno paura di tutte e due le parti, e l’unica persona al mondo con cui sono in regola sono io”. Ho rimesso in moto. “Questo è reclutamento, Giacomo. Il pestaggio era solo il colloquio”.

Lui guardava fuori dal finestrino i lampioni che scorrevano. Aveva un mezzo sorriso che la prima settimana non aveva.
“È geniale,” ha detto piano.
“È mestiere,” ho risposto.

Ma mentre lo dicevo, e mentre lo guardavo di profilo godersi la cosa, ho avvertito per la prima volta qualcosa che non saprei chiamare preoccupazione – non sono un tipo che si preoccupa – ma che gli somigliava. Giacomo non aveva detto: è giusto. Non aveva detto: poveracci. Aveva detto è geniale, e l’aveva detto con l’ammirazione di chi sta prendendo appunti.
Gli allievi che imparano troppo in fretta sono come i lasciti troppo grossi. Fanno gola, ma attirano l’attenzione delle persone sbagliate. E a volte la persona sbagliata sei tu.

Per qualche settimana non è successo niente di particolare. La faccenda Cortesi si era chiusa bene, i due della stazione avevano svuotato il magazzino di Cuori Aperti senza intoppi, e Bramante aveva ricevuto due borsoni di faldoni e hard disk con la soddisfazione contenuta di chi vede tornare in pari un bilancio. Giacomo lavorava bene. Imparava in fretta, faceva le domande giuste. Lo stavo formando con la pazienza che si usa per gli investimenti a lungo termine.

Poi è morto il professor Aldovrandi.

Non l’ho ucciso io, sia chiaro, e non l’ha ucciso nessuno dei nostri. L’ho saputo da una telefonata. Il professor Vittorio Aldovrandi, ottantatré anni, vedovo, ex docente di diritto commerciale, una villa sulla collina e un patrimonio che le voci stimavano sopra il milione e mezzo. Era caduto dalle scale di casa sua una domenica mattina. Trovato dalla donna delle pulizie il lunedì. Frattura cranica, niente segni di effrazione, archiviato in tre giorni come incidente domestico.

Il problema è che il professor Aldovrandi, sei mesi prima, aveva firmato un lascito testamentario a favore di Ponte Solidale International. E che nelle ultime settimane Mondo Vivo se lo stava lavorando con un’insistenza che a qualcuno doveva essere sembrata promettente, tanto che, secondo le voci, il professore aveva accennato a un nipote la possibilità di “rivedere certe disposizioni”.

“Rivedere certe disposizioni”: nel nostro settore non esistono tre parole più pericolose di queste.
Un lascito firmato è un asset iscritto a bilancio. Le ONG grosse li contabilizzano, ci fanno proiezioni, ci costruiscono sopra i piani triennali. Quando un donatore che ha già firmato comincia a “rivedere”, non sta facendo un ripensamento privato: sta spostando un milione e mezzo da una colonna all’altra di due bilanci diversi. E i bilanci, quando sono abbastanza grossi, si difendono.

Ne ho parlato con Giacomo, in ufficio, davanti al caffè della macchinetta. Lo trattavo ormai come uno a cui si possono dire tutte le cose.

“Vedi – gli ho spiegato – questa è la differenza tra noi e loro. La signora Cortesi era una piccola operazione. Pulita, mirata, quattrocentomila euro. La gestisci in due persone e un’auto presa in prestito. Ma Aldovrandi era un milione e mezzo, e a quel livello non mandano due disgraziati con una chiave inglese. A quel livello la cosa la decide un consiglio direttivo, anche se nel verbale c’è scritto altro”.
“Tu come fai a sapere che non è stata una caduta?”.
“Non lo so. Intendiamoci: ufficialmente è una caduta”. Ho bevuto il caffè. “Ma il professore aveva ottantatré anni e firmava lasciti da rivedere. Te lo dico perché tu lo sappia: noi siamo in mezzo alla catena alimentare, Giacomo. Su Le Mani! è un pesce medio. Possiamo permetterci una Cortesi ogni tanto. Quelli sopra di noi giocano un altro campionato”.

Giacomo ascoltava con quella sua attenzione che a quel punto avevo imparato ad apprezzare.
“Ponte Solidale e Mondo Vivo – ha detto – Ma il lascito alla fine a chi va? A chi ce l’aveva o a chi lo stava lavorando?”.
“A chi ce l’aveva. Se il professore è morto prima di modificare, vince la versione firmata. Ponte Solidale incassa”.
Ha annuito, piano. “Quindi a Mondo Vivo non è servito a niente”.
“A Mondo Vivo no. Ma non è detto che sia stata Mondo Vivo. Anzi: se il lascito era già di Ponte Solidale, l’unica che aveva interesse a farlo morire prima che cambiasse idea era proprio Ponte Solidale. Mondo Vivo aveva interesse a tenerlo in vita finché non firmava il nuovo”. Ho buttato il bicchierino.
Giacomo mi ha guardato con una specie di rispetto. “Sei bravo a leggere queste cose”.
“È il mestiere,” ho detto. “Leggere chi ha interesse a cosa. Funziona con i lasciti, funziona con i morti, funziona con le persone”.

Funziona con le persone. L’ho detto io, con la mia bocca, mentre lui mi guardava. E non ho letto niente.

Avrei dovuto capirlo prima. È questa la parte che ancora mi dà fastidio: il fatto che io, che leggo le persone per vivere, abbia avuto la risposta davanti per settimane e l’abbia scambiata per un’altra cosa.

I segni c’erano tutti. Li ho riletti dopo, uno per uno, con la pignoleria con cui si rilegge un contratto quando ormai l’hai già firmato.

Giacomo imparava troppo in fretta. Questo me l’ero detto fin dall’inizio, ma me l’ero detto nel modo sbagliato, con il compiacimento del maestro che si gode l’allievo dotato. Solo che un allievo dotato fa gli errori dei principianti, e poi li corregge. Giacomo non li faceva. Sapeva già dove guardare. Quel campo osservazioni che aveva aperto il primo giorno, prima che glielo indicassi – me l’ero raccontato come talento. Non era talento. Era uno che quel gestionale lo aveva già visto, da qualche parte, e si era dimenticato di fingere di non conoscerlo.

Una volta, parlando del face to face, ha usato la parola churn riferita ai dialogatori, non ai donatori. È un uso interno, gergale, che fanno solo le organizzazioni grosse e strutturate quando misurano il turnover dei raccoglitori in strada. Un ragazzo di ventisette anni alla prima esperienza dice “ricambio”, “abbandono”, dice che “la gente molla”. Non dice churn dei dialogatori. Gliel’ho sentito dire e ho pensato: ha studiato. Non mi sono chiesto dove.

E poi la domanda su Aldovrandi. Quel pomeriggio, davanti al caffè, mi aveva chiesto a chi andava il lascito di un donatore morto prima di modificare le disposizioni. Sul momento mi era sembrata la curiosità giusta, la domanda di uno che vuole imparare. Solo che non era una domanda da neofita. Era una domanda da addetto ai lavori che verifica una procedura che già conosce. Gliel’avevo spiegato con pazienza. Lui aveva annuito.

Tre cose, in fila. Esattamente come tre mesi prima avevo messo in fila le tre cose su di lui – la famiglia, la violenza coperta, i soldi dalla cassa – e ne avevo ricavato un ritratto. Solo che il ritratto era sbagliato. O meglio: era il ritratto che mi avevano lasciato vedere. La famiglia in Brianza era vera, lo stage a Nairobi era vero, probabilmente erano veri anche i soldi dalla cassa. Ma erano gli ingredienti di una copertura costruita bene, lasciati lì apposta perché uno come me li trovasse, li mettesse in fila, e si convincesse di aver capito tutto. Mi avevano dato un diamante da riconoscere, e io l’avevo riconosciuto. È la truffa più antica che esista: dai al mago il trucco che vuole vedere.

Ho cominciato a tirare il filo a fine ottobre, quando ormai era tardi.

Non sto a raccontare come: sono gli stessi metodi che uso per i sostenitori, applicati a un collega, una telefonata a un vecchio contatto, una verifica su uno stage che risultava più breve di come lui lo raccontava, un nome che non tornava in un’azienda dove diceva di aver lavorato. Bastò poco. La cooperazione internazionale, Nairobi, la laurea: tutto vero, tutto verificabile, tutto inutile. Perché negli ultimi otto mesi prima di arrivare da noi, aveva lavorato. Per Meridian Hope International.

Meridian Hope non la conoscevamo se non di nome, perché non esisteva ancora, in Italia. Era una di quelle macchine enormi del terzo settore anglosassone – sedi in quaranta paesi, un fatturato da multinazionale, un dipartimento legale più grande di tutta Su Le Mani! messa insieme – che aveva deciso di entrare nel mercato italiano. E quando una di quelle entra in un mercato nuovo, non comincia da zero. Non si costruisce i donatori uno per uno come ce li costruiamo noi, in vent’anni di buste e telefonate. Compra, assorbe; oppure – quando il mercato è piccolo e litigioso come il nostro – studia. Manda qualcuno dentro a imparare come funziona davvero: chi controlla quali territori, come si lavorano i lasciti, dove sono i punti deboli, quali ONG si possono comprare e quali conviene far crollare prima di arrivare.

Giacomo era quel qualcuno. Non era un allievo. Era uno che faceva sopralluoghi. E io gli avevo fatto da guida turistica. Gli avevo mostrato la Cortesi, il reclutamento alla stazione, il modo di leggere un database, la geografia dei territori, i nomi delle altre ONG e di cosa erano capaci. Gli avevo insegnato il mestiere con l’orgoglio dell’artigiano che forma il garzone, e intanto il garzone catalogava tutto per conto di chi, di lì a un anno, avrebbe usato quelle informazioni per spazzare via artigiano e bottega.

Quando ho capito, ho fatto l’unica cosa sensata: sono andato da Bramante. Ed è lì che ho scoperto di essere arrivato secondo anche in questo.

Bramante mi ha ricevuto un giovedì pomeriggio. Sul suo tavolo c’era una cartellina chiusa.

“Volevo parlarti di Giacomo,” ho detto.
“So di Giacomo.” Ha intrecciato le mani sul tavolo. “Sappiamo di Giacomo da qualche settimana, Sergio”.
L’ho guardato. “Come, sappiamo? Chi lo sa?”.
“Meridian Hope ci ha contattati. A livello, diciamo, di direzione”. Bramante ha fatto una piccola pausa, scegliendo le parole. “Non sono venuti a minacciarci. Sono venuti a proporci una collaborazione. Stanno entrando nel mercato, hanno bisogno di una struttura locale già radicata, con territori e portafoglio lasciti. Per loro Su Le Mani! è una struttura interessante. Il ragazzo non era qui per danneggiarci. Era qui per valutarci”.
Ho impiegato un attimo a capire. “Ci stanno comprando,” ho detto.
“È un’integrazione. La parola che usiamo è integrazione”. Bramante ha aperto la cartellina. “E un’integrazione di questo tipo richiede che certe… pratiche del passato non emergano. Tu capisci. Una multinazionale con un dipartimento di compliance non può ereditare un partner con dei rischi reputazionali in sospeso. La faccenda della signora Cortesi, i due individui della stazione, la sede di via Crespi. Cose che hai gestito tu, Sergio. Egregiamente, sia chiaro. Ma che esistono”.

La cartellina è scivolata verso di me sul tavolo.
“Cos’è?”, ho chiesto.
“Una soluzione vantaggiosa per tutti. Buonuscita di dodici mensilità. Referenze eccellenti. E un accordo di riservatezza che copre l’intero periodo della tua collaborazione con Su Le Mani! International. Tutto quello che hai fatto qui dentro resta qui dentro. Per sempre”. Ha rimesso a posto una piega della cravatta. “Tu in cambio, semplicemente, valuti altre opportunità professionali. Altrove”.
Ho guardato i fogli.
Un collaboratore che sa troppo è una passività. Liquidarla è fundraising difensivo. Lo avevo pensato decine di volte, di altri. Non avevo mai pensato di leggerlo dalla parte sbagliata del tavolo.

“E Giacomo?”.
“Giacomo rientra in sede. Ha completato la sua valutazione”. Bramante ha sorriso, forse per la prima volta da quando lo conoscevo. “Ti ha fatto i complimenti, sai. Ha detto che ha imparato moltissimo da te. Che sei il miglior professionista che ha incontrato in Italia”. Ha allungato verso di me una penna. “Prendilo come un riconoscimento”. Poi ha aggiunto: “Ci vuoi pensare un attimo su, oppure firmi?”.

Ho firmato.

Si firma sempre. È l’altra cosa che ho imparato in vent’anni: davanti al documento giusto, presentato dalla persona giusta, al momento giusto, tutti firmano. I sostenitori firmano i lasciti, i collaboratori firmano gli accordi di riservatezza, le vecchie signore firmano le revoche. Avevo costruito una carriera sul fatto che la gente firma. Era giusto che finisse con una firma anche per me.

Ho passato l’inverno a valutare opportunità, come si era detto.

Il settore delle ONG era precluso: l’accordo aveva una clausola di non concorrenza di ventiquattro mesi nella raccolta fondi. Ma le competenze, quelle no, quelle non te le toglie nessun accordo. Sapevo costruire relazioni con persone anziane, sole, con patrimoni da gestire e aspettative di vita da calcolare. Sapevo ascoltare. Sapevo essere paziente. Sapevo riconoscere, in una stanza piena di gente, l’unica persona che contava.

O almeno credevo di saperlo. Giacomo mi aveva lasciato un piccolo dubbio professionale, su quest’ultimo punto. Ma un dubbio sano, ci tengo a dirlo. Nel mio lavoro un po’ di umiltà sulle proprie capacità di lettura non ha mai fatto male a nessuno.

Il settore sanitario mi sembrava quello con le prospettive migliori.

Ho mandato il curriculum a tre gruppi privati e a una residenza sanitaria assistita di medie dimensioni, in provincia. Cercavano un responsabile delle relazioni con gli ospiti e le famiglie. Il profilo richiedeva empatia, capacità di gestione dello stress, esperienza nel rapporto con persone fragili e con i loro cari nei momenti delicati. Sapevo già quali fossero, i momenti delicati. Sono quelli in cui si parla di patrimoni, di volontà, di disposizioni per il dopo.

Una RSA privata è piena di persone anziane, sole, facoltose. In certi casi senza eredi diretti. Tutte, prima o poi, alla fine di un percorso.

È un settore con margini di crescita interessanti, e una concorrenza ancora poco organizzata.

Il colloquio era fissato per il martedì successivo. Mi sono presentato con una cravatta sobria e la risposta pronta alla domanda che fanno sempre, quella sul perché si lascia l’impiego precedente.

“Sentivo il bisogno – ho detto – di avere un impatto più diretto sulle persone”.

Il direttore ha annuito, soddisfatto. Aveva la faccia di uno che ha trovato la persona giusta.

Li riconosco sempre, quelli che hanno trovato la persona giusta. È l’unica vera competenza che conta, in questo mestiere.

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La storia non è una fossa comune https://www.carmillaonline.com/2026/07/27/la-storia-non-e-una-fossa-comune/ Mon, 27 Jul 2026 20:00:30 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95769 di Orizzonti*

And where have all the graveyards gone, long time passing? Where have all the graveyards gone, long time ago? Where have all the graveyards gone? Gone to flowers, every one! When will they ever learn, oh when will they ever learn?

Where have all the flowers gone di Pete Seeger sembra quasi una filastrocca per bambini, ma come tutti i maestri e le maestre della canzone popolare il cantautore folk statunitense aveva la capacità di tradurre concetti ed emozioni complesse in parole semplici e dirette. Il testo è quello tipico di un racconto circolare in cui la [...]]]> di Orizzonti*

And where have all the graveyards gone,
long time passing?
Where have all the graveyards gone,
long time ago?
Where have all the graveyards gone?
Gone to flowers, every one!
When will they ever learn,
oh when will they ever learn?

Where have all the flowers gone di Pete Seeger sembra quasi una filastrocca per bambini, ma come tutti i maestri e le maestre della canzone popolare il cantautore folk statunitense aveva la capacità di tradurre concetti ed emozioni complesse in parole semplici e dirette. Il testo è quello tipico di un racconto circolare in cui la conclusione della storia si lega al punto di partenza. Nella prima parte questo assomiglia a quello di una classica e stucchevole canzone d’amore, ragazze che ricevono fiori, che incontrano ragazzi. Ma poi la canzone cambia tono, domanda Seeger «Dove sono finiti tutti i giovani? Sono diventati soldati, tutti quanti!». La filastrocca diventa tetra: «Dove sono finiti tutti i soldati? Sono finiti nei cimiteri, tutti quanti!». Fino ad arrivare ai versi citati qui sopra dove i cimiteri vengono abbandonati, dimenticati e col passare del tempo tornano a diventare campi di fiori che prima o poi verranno raccolti da altre ragazze.

La forma circolare del racconto suggerisce che il tema della canzone sia la tendenza a dimenticare gli orrori della guerra e dunque a ripeterli. In tempi come i nostri, sull’orlo di una nuova guerra mondiale, con gli occhi pieni delle immagini di un devastante genocidio, possiamo facilmente comprendere lo stato d’animo di Pete Seeger.

L’altro aspetto curioso di Where have all the flowers gone è che ogni strofa si chiude con la stessa domanda:

When will they ever learn,
oh when will they ever learn?

Dice «Quando finalmente impareranno?», non «Quando finalmente impareremo?». Questa terza persona plurale è indicativa: a differenza di altre opere che trattano della guerra Seeger non pensa che questa sia una responsabilità collettiva, di tutta l’umanità, ma che ci siano dei responsabili specifici, precisi, da individuare riempiendo quella terza persona plurale.

Leggendo Terra Bruciata. Storia della violenza dal Paleolitico al XXI secolo di Alfredo González-Ruibal tornano in mente questi due significati nascosti della canzone di Seeger: la stratificazione della storia e le precise responsabilità della guerra.

Sono molte le storie di tombe e cimiteri dimenticati e scomparsi che Alfredo González-Ruibal racconta nel suo saggio. Tombe che spesso sono rimaste silenziose per millenni, ma che hanno molto da raccontare sulla nostra specie e sul pianeta che abitiamo.

Il compito di cui si è incaricato l’archeologo ed autore del libro, cioè fare una storia della violenza all’interno dei gruppi umani dal Paleolitico fino a quasi i giorni nostri, e farla attraverso un linguaggio accessibile e divulgativo è tutt’altro che semplice. Nonostante ciò il saggio è allo stesso tempo denso e scorrevole, scritto con una narrazione coinvolgente ed empatica. Tale, come dice Andrea Augenti, nella prefazione all’edizione italiana da suscitare commozione per le vittime delle guerre di migliaia di anni fa. Il testo è però soprattutto un robusto saggio archeologico ancorato alle più recenti scoperte e tecniche nel campo e dotato di un forte carattere multidisciplinare che fa incontrare le evidenze sollevate dall’archeologia con gli studi storici, sociologici, antropologici e climatici viaggiando attraverso diversi spazi temporali, compresa la cogente attualità. Malgrado la ricchezza di spunti contenuti nel libro noi ci concentreremo in questa recensione proprio sugli aspetti più politici, più “utili” per comprendere il nostro il nostro presente e provare a cambiarlo. Negli ultimi anni sono diversi i saggi archeologici che hanno riscosso un certo successo perché interrogano direttamente il nostro presente. Ed è lo stesso Alfredo González-Ruibal a spiegarcene i motivi nella sua premessa:

L’archeologia aiuta a comprendere i processi sociali e i modelli storici: attraverso i resti materiali del conflitto è possibile imparare molto su come erano organizzate le società del passato (e lo sono nel presente), su come percepivano la violenza e sul ruolo che attribuivano alla guerra. Attraverso i resti materiali si può anche scoprire quando la violenza comincia a trasformarsi in guerra, o quale rapporto esista tra il conflitto e la comparsa delle società patriarcali, o l’influsso dei cambiamenti climatici; e anche per quale motivo le armi siano sempre così attraenti, malgrado assolvano ad una funzione orribile. A volte nel lontano passato è possibile trovare le risposte alla violenza della nostra epoca, o magari nuove domande 1.

Il libro è una lettura importante a nostro parere perché smentisce tutta una serie di luoghi comuni sulla guerra e sulla violenza tra gruppi che ormai sono entrati nel nostro immaginario collettivo, sebbene siano più un prodotto ideologico dell’epoca storica in cui viviamo che delle evidenze scientifiche.

La comparsa della guerra
La tesi principale che accompagna tutta l’opera mira a smentire quello che forse è il più comune tra i luoghi comuni sulla guerra e cioè che questa faccia parte della natura umana. Dice González-Ruibal:

[…] in primo luogo, affermare che il conflitto è inerente alla natura umana non equivale a dire che l’aggressività fa parte dell’essere umano. Il conflitto è sempre esistito, con modalità assai diverse: ma ciò non rende l’essere umano (o gli ominidi che lo hanno preceduto) intrinsecamente aggressivo. […] uccidere non è mai stata la norma tra gli umani, anzi il contrario; e in ogni caso, la selezione naturale avrebbe agito favorendo coloro che non uccidono per un motivo qualsiasi2.

Continua:

Un altro concetto che necessita un chiarimento è quello di guerra: se il conflitto fa parte della condizione umana, lo è anche la guerra? Sulla questione esistono opinioni diverse: alcuni studiosi ritengono che qualsiasi forma di violenza collettiva ed organizzata – definita talvolta “violenza di gruppo” (coalitionary violence) – sia paragonabile alla guerra; […] L’identificazione tra la violenza organizzata e la guerra presenta, a mio parere, diversi problemi. […] una stessa espressione che serva a definire tanto quattro predoni a caccia di bestiame quanto un conflitto che vede coinvolti eserciti permanenti, imponenti infrastrutture logistiche e decine di migliaia di esseri umani certo non risulta molto utile3.

L’autore poi ci offre la sua definizione di guerra:

Quest’ultima, infatti, differisce dagli altri tipi di conflitto per diversi aspetti: implica due o più gruppi o fazioni, indentificati come tali, che partecipano alle ostilità; il concetto di guerrieri o soldati (a tempo pieno o parziale, ma sempre legato a un’identità e ad attività specifiche); l’esistenza di eserciti (temporanei o permanenti) con le rispettive forme di istituzionalizzazione (regole, rituali, gradi, gerarchie); un’arte marziale (norme di combattimento e conoscenze tattiche che possono essere apprese e trasmesse); una certa durata (non può terminare nel giro di poche ore) e una certa discrezionalità temporale (non può durare secoli). A tutto ciò si aggiunge un elemento di carattere archeologico: la guerra implica una cultura materiale specifica, diversa da quella della vita di tutti i giorni4.

A riprova di quanto affermato sopra González-Ruibal ci spiega che non esiste alcuna prova precedente alla comparsa dell’essere umano moderno dell’esistenza non solo della guerra, ma della violenza collettiva organizzata o almeno non vi sono tracce archeologiche che lo dimostrino. Vi sono, questo sì, tracce di violenza interpersonale fin dal Pleistocene medio. Dunque quand’è che questo fenomeno complesso ed articolato che definiamo guerra è apparso nella storia umana? L’istituzionalizzazione della guerra, almeno in Europa, secondo l’autore avviene in un preciso periodo storico: l’Età dei metalli. È in questo periodo infatti che ha luogo un altro importante fenomeno:

[…] la cosiddetta Rivoluzione dei prodotti secondari, come gli archeologi chiamano l’inizio dell’utilizzo dei derivati del bestiame quali latte, yogurt e formaggio, generalmente sconosciuti (o poco sfruttati) nel Neolitico. A ciò si collega anche l’introduzione dell’aratro, che permetteva di lavorare superfici più ampie e terreni più profondi e del fertilizzante, che aumentava la produttività dei raccolti: entrambi legati appunto all’utilizzo secondario degli animali […] un’economia più produttiva implica anche eccedenze che alcuni individui possono trasformare in capitale politico; a partire dall’Età del rame si fanno evidenti le differenze sociali e l’esistenza di capi, che si autodefiniscono “guerrieri”5.

Dunque la guerra compare compiutamente nello stesso periodo in cui per via dei fenomeni economici le società si vanno gerarchizzando, emergono le differenze sociali ed il patriarcato:

L’emergere del patriarcato coincide con un processo di individualizzazione degli uomini, di gerarchizzazione, di divisione dei compiti e di controllo maschile delle tecnologie. […] nel caso dell’Europa, disponiamo di prove che rimandano a forme di ideologia e di organizzazione sociale patriarcale fin dal Calcolitico, tra il IV e il III millennio a.C. […] Mentre gli uomini acquisiscono potere, le donne vengono di norma relegate ai loro ruoli riproduttivi e domestici; la loro cultura materiale è quella della casa, delle relazioni, della cura[…]. La politica, l’individualità e la guerra sono cose da uomini6.

Esistono delle eccezioni: in questa epoca storica una serie di evidenze archeologiche dimostrano che, sebbene la guerra fosse un’attività principalmente maschile, ai conflitti partecipavano un certo numero di donne-guerriere di cui sono state ritrovate le sepolture. Rimane il fatto che la guerra veniva raffigurata e celebrata come un’attività ad esclusivo appannaggio degli uomini. Questa cultura materiale maschile della guerra continua ad essere incarnata ancora oggi da personaggi alla Pete Hegseth e Peter Thiel.

Stato e guerra
All’incirca nello stesso periodo, il IV millennio, fa la sua comparsa sulla scena delle società umane in Mesopotamia la forma Stato:

[…] la Mesopotamia viene considerata la culla della civiltà. Ma che cos’è la civiltà? Il termine deriva dal latino civitas e da quando sono emersi i primi centri urbani il concetto di civiltà – nel senso di progresso materiale, sociale, morale e politico – è stato associato proprio alle città7.

Ma questa realtà vale principalmente per le classi dirigenti delle nascenti città-stato.

Di fatto, buona parte della popolazione aveva uno status servile o di dipendenza, oppure era costretta alla schiavitù per debiti. L’antropologo James C. Scott ha proposto di considerare i primi Stati come esito di un progetto di domesticazione simile a quello del Neolitico, con la differenza che in questo caso a essere domesticate furono le persone, non le capre 8.

Questo processo di domesticazione però non fu indolore ed incontrò delle significative resistenze da parte della popolazione, al punto che è in questo contesto, secondo l’autore, che nascono le prime guerre civili, cioè conflitti interni «scoppiati in concomitanza con lo sviluppo della città, la sua stratificazione sociale e la crescente disuguaglianza economica»9. La violenza che i nascenti Stati riservano a chi si ribella ha uno scopo ben preciso:

La brutalità rivelata dalle sepolture – il massacro indiscriminato di donne e bambini, l’esposizione dei cadaveri – indica che l’obiettivo era quello di iscrivere in modo duraturo la violenza nella memoria collettiva; eppure, il fatto che i conflitti si siano succeduti nel tempo dimostra che le élite dovettero ricorrere più volte alle punizioni esemplari10.

González-Ruibal definisce questa violenza statuale come “pedagogia del terrore”. Il destino della guerra però è legato a quello del concetto di città fin dalla sua costi non solo per quanto riguarda la guerra verso i nemici interni, ma anche verso quelli esterni:

Il filosofo ed urbanista Paul Virilio scrive che «la città è costitutiva di quella forma di conflitto che è la guerra»: la città è guerra, il che nel caso di Roma è vero alla lettera. Gli accampamenti romani erano centri urbani in miniatura […] spesso, finivano per trasformarsi in città vere e proprie11.

Sebbene si pensi spesso che la nascita degli Stati abbia portato stabilità e diminuito la conflittualità questo è smentito dai fatti. Dice l’autore:

In genere, il crollo degli Stati centralizzati è stato narrato in termini negativi, un fallimento che arriva persino a caratterizzare la denominazione stessa delle diverse fasi storiche: i “periodi intermedi” in Egitto o gli “Stati combattenti” in Cina, o addirittura il “Medioevo” in Europa, ossia fasi di decentramento in cui l’autorità centrale si volatizza mentre sembra prevalere il caos. E tuttavia, molte volte – anche se non sempre – tale processo comportò anche una maggiore libertà per un numero più elevato di individui e un minore sfruttamento. Il caso dell’impero romano è significativo: studi antropologici condotti su un nutrito campione di scheletri hanno dimostrato che nell’Europa “barbara” si viveva meglio che in quella romana; le persone erano meglio nutrite, erano più alte e godevano di una salute migliore12.

Il pensiero non può che andare alla crisi dell’impero americano, alla sua “pax” che ha riempito i cimiteri di diversi quadranti del globo. Forse è in questa crisi che si schiudono possibilità per una vita migliore?

Tecnica e guerra
Un altro classico luogo comune, molto in voga oggigiorno, è che la guerra, la ricerca per gli armamenti, sia il principale vettore dell’innovazione tecnologica che, solo successivamente, trova impieghi in ambiti civili. González-Ruibal ci spiega che questo è stato un itinerario specifico, fin dall’Età dei metalli, del contesto europeo:

Lo sviluppo delle armi da guerra segna l’inizio di un fenomeno assai familiare: in Occidente, la tecnologia più avanzata verrà d’ora in poi applicata innanzitutto alla sfera bellica. […] Nel caso dell’Europa preistorica, il metallo fu utilizzato all’inizio per le armi e solo successivamente per attrezzi agricoli ed artigianali: tre millenni dopo la sua comparsa, le falci venivano realizzate ancora con la selce. Non era un percorso evolutivo obbligato: come si vedrà, l’Africa subsahariana e la Cina seguiranno strade molto diverse, in cui l’innovazione tecnologica non veniva messa per prima cosa al servizio della guerra13.

A riprova di ciò poco più avanti l’autore scrive:

[…] i cinesi svilupparono anche una tecnologia siderurgica originale – la fusione – che in Europa non sarebbe comparsa fino a tempi più moderni. Curiosamente, il ferro fuso veniva utilizzato più spesso nella produzione di utensili agricoli che non per le armi, che continuavano ad essere in gran parte realizzate in bronzo […] a riprova del fatto che la logica della tecnologia occidentale non è applicabile in tutto il mondo ed in ogni tempo14.

Lo stesso ragionamento si potrebbe fare rispetto alla polvere da sparo che, scoperta in Cina, veniva utilizzata per lo più in ambito ludico per la costruzione di fuochi d’artificio e solo al suo arrivo in Europa venne adottata per costruire le micidiali armi da fuoco che caratterizzano le guerre moderne e contemporanee.

Guerra ed ambiente
Negli ultimi anni, per ovvi motivi connessi alla crisi climatica, sono diverse le riflessioni che si sono concentrate sugli effetti ambientali e climatici delle guerre. In Terra Bruciata González-Ruibal ci mostra come queste relazioni siano più antiche e biunivoche. Infatti mentre la guerra causa sempre modificazioni ambientali (e spesso catastrofi), dall’altro lato i cambiamenti climatici possono essere, fra altre, tra le cause delle guerre.

Le prove di queste due tendenze sono sparse ovunque nella storia e nel tempo: dall’America Latina, all’Africa, all’Europa naturalmente. La guerra e la logistica di guerra sono state, da quando esiste questo fenomeno, uno dei principali vettori di artificializzazione del paesaggio. Si pensi ai muri ed alle muraglie, all’enorme rete viaria romana, ai casi in cui i corsi d’acqua sono stati deviati per assetare il nemico. L’autore ne fa una vivida descrizione parlando della Guerra Civile Americana:

Le trincee cambiarono la concezione del paesaggio bellico: gli spazi trincerati interessavano vasti appezzamenti di territorio, che venivano trasformati in una landa desolata. Alberi ridotti in schegge dall’artiglieria e dai proiettili, foreste abbattute per liberare zone di tiro, terra bruciata: guardando le fotografie dell’epoca viene il dubbio che si tratti di immagini della Prima guerra mondiale. E non furono solo le trincee a provocare una trasformazione del paesaggio su larga scala: l’Unione praticò una forma di guerra totale contro il Sud che arrivò talvolta a sfiorare l’ecocidio, distruggendo le basi ecologiche del nemico, vale a dire le sue risorse naturali, la sua agricoltura, il suo bestiame, le sue riserve alimentari15.

Il pensiero, leggendo queste righe, non può che andare alla Palestina dove proprio la calcolata ed indiscriminata distruzione delle basi ecologiche della popolazione palestinese è una delle tattiche del genocidio, prima “silenziato” ed oggi completamente dispiegato, che lo Stato Israeliano sta compiendo contro di essi. Dice ancora González-Ruibal parlando della Prima Guerra mondiale come guerra definitivamente su scala industriale:

Gli esplosivi trituravano tanto i corpi quanto il paesaggio: mai prima di allora i campi di battaglia si erano trasformati fino a questo punto. Gli esplosivi e le trincee ebbero un effetto equivalente a decine di migliaia di anni di agenti biologici e geologici: la topografia di alcune zone, come quella di Verdun, è stata completamente alterata. […] Se l’Antropocene è l’epoca geologica in cui l’uomo diventa il principale agente di trasformazione, allora la Prima guerra mondiale ne può essere considerata l’inizio, almeno in termini geomorfologici16.

Naturalmente nel XX secolo l’umanità assisterà ad altrettante forme di devastazione ambientale legate alla guerra, dalla bomba atomica al Vietnam. Ma, come detto, la relazione tra guerra e ambiente si può guardare anche da un’altra prospettiva, cioè quella dei cambiamenti climatici come causa dei conflitti. Anche in questo caso esiste un lungo repertorio di esempi.

[…] che cosa fa sì che in un dato periodo i precetti morali che limitano la violenza vengano ignorati? Le cause sono molteplici, ma esistono alcune tendenze: una è il cambiamento climatico. Le lunghe siccità, ad esempio, hanno avuto un ruolo nella crisi della tarda Età del bronzo nel Vicino Oriente e forse nei massacri del Medio Nilo avvenuti 13.000 anni fa; un fattore ancor più decisivo è l’emergere di un regime climatico imprevedibile, come un migliaio di anni fa nel Southwest degli Stati Uniti… e oggi in tutto il mondo. Il passato dovrebbe servirci da monito17.

When will they ever learn
Il libro di González-Ruibal tocca tanti altri importanti argomenti che hanno connessioni con il presente, dalla nascita della pratica del genocidio, al colonialismo, all’industrializzazione, fino alla stessa trasformazione che subisce la guerra e la sua cultura materiale con l’avvento del capitalismo. Abbiamo scelto di tralasciare queste tematiche fondamentali perché già molto discusse ed al centro di importanti trattazioni contemporanee. Ci interessava in questa recensione sottolineare alcuni aspetti meno conosciuti.

Ma forse la questione più importante che solleva Terra Bruciata è che la guerra non fa parte di una supposta “natura umana”, ma è il prodotto di condizioni ambientali, sociali. economiche e di scelte che vengono compiute. Come dice l’autore nel suo Epilogo:

[…] sebbene la brutalità estrema risulti comune, è nello stesso tempo anche eccezionale: comune, perché compare in una gran varietà di culture e di periodi storici; eccezionale, perché non costituisce la norma. […] la verità è che in molti territori è stata la pace – o un conflitto limitato e intermittente – a prevalere nel corso dei secoli. Gli esseri umani sono stati in grado di trovare alternative allo scontro armato attraverso il negoziato o la cooperazione, e anche quando si è fatto ricorso alla guerra, la violenza non è sempre stata così selvaggia. […] la storia, nonostante tutto, non è una fossa comune. Di fatto nessuna delle due narrazioni dominanti sulla violenza è vera: non è una costante immutabile nell’essere umano, né è stata progressivamente domata dal processo di civilizzazione18.

Certo che se si guarda al putrescente pugno di capitalisti che oggi domina il mondo è difficile pensare che trovino quelle alternative di cui parla González-Ruibal. Ma d’altra parte l’ostilità alla guerra, al riarmo, alla militarizzazione che permea confusamente le classi popolari delle nostre società forse non ha paragoni storici. Le contraddizioni del sistema di sviluppo in cui siamo costretti a vivere maturano incessantemente: è semplicemente impossibile pensare uno sviluppo infinito in un contesto di risorse finite. Non c’è nulla di “naturale” nel voler perseguire questa strada ad ogni costo. Se ci continuiamo a chiedere «Quando finalmente impareranno?» la risposta è semplice: mai. La domanda giusta è quando finalmente gli toglieremo la possibilità di decidere per noi.

*Orizzonti è un progetto che mira a indagare le geografie del capitalismo in Italia ed ascoltare le voci dei conflitti e delle lotte nei territori periferici e provinciali. Crediamo che per conquistare un’efficacia, una rotta, una possibilità trasformativa efficace sia la nostra comprensione del sistema che ci sfrutta ed opprime rendendola il più possibile precisa, attuale e radicata.


  1. Alfredo González-Ruibal, Terra Bruciata. Storia della violenza dal Paleolitico al XXI secolo, Roma, Carocci Editore, 2026, p. 18.  

  2. Ivi, p. 21.  

  3. Ivi, p. 22.  

  4. Ibidem.  

  5. Ivi, p. 52.  

  6. Ivi, p. 60.  

  7. Ivi, p. 88.  

  8. Ibidem.  

  9. Ivi, p. 90.  

  10. Ivi, p. 91.  

  11. Ivi, p. 137.  

  12. Ivi, p. 88.  

  13. Ivi, p. 54.  

  14. Ivi p. 115.  

  15. Ivi p. 266.  

  16. Ivi p. 295.  

  17. Ivi p. 332.  

  18. Ivi p. 331.  

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