Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Tue, 21 Jul 2026 21:55:43 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 E man int la zità, cittadinanza e lavoro a Bologna https://www.carmillaonline.com/2026/07/21/e-man-int-la-zita-cittadinanza-e-lavoro-a-bologna/ Tue, 21 Jul 2026 21:55:43 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=96054 In memoria di Abderrahim Fakir, cittadino del Pilastro: prima o poi la militarizzazione di un quartiere doveva portare al morto…

di Nico Maccentelli

Se guardiamo a Bologna sul piano delle abitazioni a partire dai quartieri popolari, la differenza con il passato è stridente: fino a qualche decennio fa l’edilizia a partire da quella popolare era funzionale ai cittadini, intere famiglie avevano il pieno diritto di abitare in quartieri nelle proprie case e il gli alloggi pubblici rispondevano a questa esigenza primaria. Pur con tutte le contraddizioni sociali ben presenti, questo era un aspetto che non veniva minimamente messo in discussione dalle giunte [...]]]> In memoria di Abderrahim Fakir, cittadino del Pilastro: prima o poi la militarizzazione di un quartiere doveva portare al morto…

di Nico Maccentelli

Se guardiamo a Bologna sul piano delle abitazioni a partire dai quartieri popolari, la differenza con il passato è stridente: fino a qualche decennio fa l’edilizia a partire da quella popolare era funzionale ai cittadini, intere famiglie avevano il pieno diritto di abitare in quartieri nelle proprie case e il gli alloggi pubblici rispondevano a questa esigenza primaria. Pur con tutte le contraddizioni sociali ben presenti, questo era un aspetto che non veniva minimamente messo in discussione dalle giunte di sinistra.

Poi si è arrivati all’avvento del neoliberismo, gli anni Ottanta che hanno fatto da spartiacque. Da quel momento in poi, la città viene vista dai grandi appetiti del capitale come occasione di business, come opportunità di mettere a profitto il territorio. Le giunte hanno iniziato un vero patto implicito con questi comitati d’affari che volevano creare rendita da nuove strutture e da modifiche sostanziali dell’urbanistica per creare servizi e attività private che generassero profitto o che attirassero capitali da queste nuove configurazioni della città metropolitana. I bisogni sociali e la vivibilità della cittadinanza nei quartieri popolari in primis passava in secondo piano se non addirittura calpestata.

Questa seconda fase coincide con il passaggio al PD, non una forza di sinistra, al di là di certa demagogia sui diritti civili usata per abbindolare il suo popolo nella falsa coscienza (per dirla alla Marx), ma un vero e proprio regolatore dei comitati d’affari, dei potentati che nella città hanno capacità d’investimento e di attrazione degli investimenti.
Mostruosità (vere e proprie “macchine celibi”, ossia che non generano plusvalenze ma spese) come Eataly, e le opere che stiamo vedendo oggi, spesso inutili e demenziali come il People Mover che collega l’aeroporto alla stazione e che si blocca con due fiocchi di neve, dai palazzoni che tolgono luce e vista agli abitanti, ai vari centri commerciali e direzionali, parcheggi, viabilità e quant’altro, sono tutte operazioni in quota a questi gruppi voraci che di fatto mettono in scena una riedizione dell’eloquente quanto lungimirante film di Rosi “Le mani sulla città”.

Il risultato è la distruzione progressiva in sempre più zone cittadine dell’economia di vicinato (o di prossimità), l’aumento dei prezzi delle abitazioni al mq che rende insostenibile la permanenza dei ceti meno abbienti (ma non pensiamo al solo proletariato, anche la classe media) nella città a partire dal centro, e per ultimo, ma non certo meno importante la distruzione di suolo pubblico a partire dal verde esistente, a favore di una cementificazione dissennata e demenziale che assolve solo ai desiderata della rendita speculativa.

Le ultime due junte, Merola e Lepore, sono state l’apoteosi di queste operazioni spacciate per “rigenerazione urbana”, conferendo protagonismo a enti privati come la Fondazione Innovazione Urbana. Laddove occorrono servizi, salari ai lavoratori, si preferisce spendere quattrini per alimentare queste macchine della fuffa. Della Fondazione Innovazione Urbana tratterò in seguito. Desidero invece andare più a fondo sulla questione, arrivando al significato del titolo che ho dato a questo mio pezzo.

1. Nel momento in cui dagli anno ’80 circa, i grandi gruppi del capitalismo hanno deciso su scala mondiale di delocalizzare cicli di produzione verso le aree del sud del pianeta (molto eloquente il saggio Babylon By Bus del mai sufficientemente compianto Roberto Sassi:1, su tale argomento), la finanziarizzazione insieme alla terziarizzazione e privatizzazione dello stato sociale, di interi suoi comparti, sono state la tendenza portante del neoliberismo voluta da circoli di potere capitalistico come la Trilaterale, il Bildelberg e via dicendo.
Questa tendenza è stata sussunta anche dalla sinistra di appartenenza o provenienza socialdemocratica, laburista, liberal-democratica, che ha sposato questo modello applicandolo sia livello nazionale che locale (era Blair l’incipit).

Il passaggio dal PCI al PD, significa sul piano economico e dei rapporti di classe interni, un cambio di paradigma definitivo, dopo aver accettato con Berlinguer l’ombrello NATO e la fine della Rivoluzione d’Ottobre come motore propulsivo (parole sue).
Il terreno favorevole è stato l’aver adeguato il suo fiore all’occhiello, ossia il modello emiliano romagnolo che fino agli anni ’60 aveva messo al centro il lavoro condiviso, il cooperativismo di una volta, la messa al centro nei servizi e nel territorio delle esigenze sociali, la socialità dai forti valori (le case del popolo, ecc.), i servizi pubblici calmierati (vedi il costo se non la gratuità dei trasporti ATC a Bologna), in un terminale di filiera per la ristrutturazione capitalistica con conseguente scomposizione di classe: tradotto i soldoni il modello del decentramento produttivo ad alta riconversione di ciclo si sposava con le piccole imprese a conduzione familiare o di padroncini venuti su a pane e tornio.

Con l’avvento del neoliberalismo importato dai Chicago Boys di Milton Friedman, il TINA (there is not alternative) della Tatcher, si ha il passaggio dalla fase in cui la città era un luogo dove il lavoro aveva una sua soglia salariale tutelata dalla produttività con le sue aree artigianali a un terziario che presupponeva un lavoro precario e sottopagato del quale beneficiavano tutti i soggetti imprenditoriali: sia quelli a banchetto che quelli sotto il tavolo delle piccole attività.

Nella grande messa a profitto della città, quindi il lavoro c’entra eccome, facendo di tutta la questione e i conflitti che ne seguono anche sul piano della tutela dell’ambiente e del verde una questione che riguarda strettamente o indirettamente il rapporto tra capitale e lavoro. Le junte di sinistra, senza eccezione da parte dell’unica di centro-destra ossia quella di Guazzaloca, hanno sposato gradualmente ma inesorabilmente questa logica.

Chi opera per questa grande messa a profitto, per le privatizzazioni dei servizi comunali è un incrocio di consorterie e interessi, che hanno sempre questi soggetti:
Comune di Bologna, in particolare la Giunta e gli assessorati competenti per urbanistica e casa.
Fondazione Innovazione Urbana (oggi Fondazione IU Rusconi Ghigi), descritta come il principale soggetto di elaborazione e gestione dei processi partecipativi.
Università di Bologna, soprattutto attraverso docenti e consulenti coinvolti nella pianificazione urbana.
Azienda Casa Emilia-Romagna (ACER Bologna), per il ruolo nella gestione dell’edilizia residenziale pubblica.
Cooperative edilizie e di costruzione, in particolare quelle aderenti al sistema cooperativo emiliano (ad esempio il mondo Legacoop), considerate interlocutori privilegiati delle politiche di rigenerazione urbana.
Grandi operatori immobiliari e fondi di investimento, fondazioni bancarie, consorzi vari, società di progettazione e consulenza urbanistica, cioè studi professionali e progettisti che partecipano ai grandi interventi, gruppi assicurativi e finanziari che sappiamo bene quali sono e che operano oltre che nelle assicurazioni che surrogano la sanità pubblica e negli investimenti finanziari, sono attivi nella gestione immobiliare e nei fondi immobiliari con patrimoni consistenti, nelle partecipazioni bancarie, nelle joint venture, praticamente tutto. E non è che il maggiore partito della città non c’entri: ne è il garante e l’esecutore attraverso le PA2.

Questo intreccio di interessi ha ovvamente il sistema delle porte girevoli, in cui PD e centrosinistra sono bene inseriti. Sul piano edilizio, la vocazione a una resienza popolare si è persa con qualche contentinodi facciata. In realtà nulla si salva per favorire i fondi immobiliari e gli investitori nella realizzazione di una città gentrificata, tra uffici di pregio e studentati di lusso, residenze di fascia medio-alta ed edificazione di centri direzionali e commerciali. Tutto ciò, lo vedremo, determina espulsione sociale, forti differenze di classe e la formazione di una base lavorativa precaria che nelle condizioni mutate nella città e priva di garanzie che davano un minomo di protezione sociale nel epriodo del secondo dopoguerra, oggi è lasciata al libero arbitrio del mercato. La città diviene fonte primaria di profitto e di formazione di una forza-lavoro flessibile e ricattabile.

Prendo due paragrafi dall’articolo apparso su Antìgene (https://antigene.info/grand-hotel-bologna/) dal titolo Grand Hotel Bologna:

«Dall’accoglienza al rendimento: cosa sta diventando l’ospitalità
Hotel, studentati, residence, co-living e strutture ibride non sono mondi separati ma funzionano come parti dello stesso sistema. Mentre la distinzione tra turismo, studio e residenza sfuma. Un hotel oggi non è solo un luogo dove dormire: è un flusso economico da ottimizzare. Uno studentato non è solo un servizio per studenti: è un investimento con rendita stabile. Un co-living non è solo una forma abitativa: è un modo per monetizzare spazio e permanenza. La logica di fondo è semplice rendere ogni metro quadro sempre produttivo.

Rigenerazione urbana come porta d’ingresso dei capitali
Una delle dinamiche più visibili passa dalle aree ex industriali e militari. Spazi che per decenni hanno avuto una funzione vengono riconvertiti e reinseriti nel mercato urbano con nuove destinazioni. In questo passaggio la “rigenerazione urbana” non è solo un intervento fisico sulla città. Diventa anche una modalità di ingresso per capitali finanziari, che trovano in questi progetti un equilibrio tra rischio contenuto e alto rendimento atteso.»

Scontri al parco Don Bosco sulla vertenza delle scuole Besta: i manifestanti sono stati caricati persino sugli alberi mettendo a rischio la loro vita, ma di questo chi ha chiamato la polizia se ne fotte…

Ovviamente lo stesso schema d’investimento lo si può applicare anche per altri asset urbanistici e del terziario.

Un altro ambito, ma non disgiunto da questa grande mangiatoia è l’asse che va dall’hub aeroportuale del Marconi alle strutture ricettive gestite in massima parte da agenzie che fanno capo ai grandi player del settori come AirB&B e catene della ristorazione che hanno fatto del centro urbano una mortadella city.

Cementificazione e gentrificazione, così come la turistificazione non hanno bisogno di abitanti ma di forza lavoro disposta a tutto e sottopagata, meglio se desindacalizzata.

E qui passiamo al secondo punto. È un aspetto che si considera poco, ma se non si capisce un antico adagio, anzi … veloce del capitale, non si comprende la meccanica di tutta questa grande messa a profitto, ossia dell’unico vero progetto di spartizione della città nella sua espropriazione sistematica.

2. Per meglio comprendere la raiettoria che oggi più di ieri stanno prendendo poli metropolitani come Milano e Bologna, occorre andare indietro di secoli: nell’Europa pre industriale. Marx la descrive bene nel Primo libro de Il Capitale, parte VIII: Die sogenannte ursprüngliche Akkumulation.
Mi riferisco all’accumulazione originaria. Cosa accadeva nelle campagne inglesi, con un contado che coltivava la terra da secoli, in comune o in piccoli fondi di proprietà, garantendo sostentamento alle famiglie?
Già dal XIII-XV secolo: esistevano già casi isolati di recinzione delle terre comuni, ma erano ancora limitati.
Alla fine del XV secolo (circa 1470-1500): è qui che Marx colloca l’inizio del fenomeno su larga scala: i grandi proprietari terrieri iniziano a espellere i contadini per trasformare i campi coltivati in pascoli destinati all’allevamento delle pecore. La causa principale è l’enorme aumento della domanda europea di lana.

Ed è precisamente così che questa massa di contadini si riversa nelle città come Manchester e la stessa Londra, andando a formare quella forza-lavoro necessaria a far funzionare la manifattura a vapore (molti opifici della lana), l’inizio dell’era industriale e la formazione della classe operaia. Marx cita ironicamente una frase attribuita a Thomas More nell’Utopia: «Le pecore divorano gli uomini.»
Per Marx, l’accumulazione originaria è il processo storico che rese possibile il capitalismo:

• espropriazione dei contadini dalle terre comuni in Inghilterra;
• privatizzazione delle risorse collettive;
• colonialismo e schiavismo;
• formazione di una massa di lavoratori privi di mezzi di produzione e costretti a vendere la propria forza-lavoro.

Marx la descrive soprattutto come una fase storica preliminare alla piena affermazione del capitalismo.

Tutto questo è per sostanziare meglio cosa fu l’accumulazione originaria nell’analisi di Marx: ossia un processo storico di espropriazione violenta che separò i produttori dai loro mezzi di sussistenza- Infatti per secoli i contadini inglesi avevano accesso a:
• campi comuni (commons);
• boschi;
• pascoli;
• terreni demaniali.

Pensate che la questione sia cambiata da allora? A riattualizzarla ci ha pensato David Harvey3.
Harvey infatti sostiene che quando il capitalismo entra in crisi di sovraccumulazione (troppi capitali in cerca di profitto), tende a rilanciare l’accumulazione attraverso nuove forme di espropriazione:
• privatizzazione dei servizi pubblici;
• vendita di beni comuni;
• speculazione immobiliare;
• indebitamento forzato;
• appropriazione di risorse naturali;
• sfruttamento finanziario;
• brevetti su conoscenze e risorse genetiche.

Non vi ricorda qualcosa?
Ci sono tutti gli ingredienti della mangiatoia bolognese.

Nell’ottimo intervento del rappresentante sindacale di base di USB Federico Orlandini (che avrei voluto registrare…) all’iniziativa del 4 luglio a Bologna “Città pubblica, città merce”, il sindacalista ci parla di una Bologna nei quartieri come la Bolognina, il Navile, il Pilastro dove l’edilizia popolare e i servizi erano a su misura dei suoi abitanti, intere famiglie proletarie abitavano per generazioni alloggi pubblici a prezzi calmierati. Oggi invece i processi di gentrificazione e cementificazione non divorano solo il suolo pubblico e il verde in funzione dei progetti di messa a profitto, rendendo ai limiti dell’abitabilità e della socialità tali luoghi, ma di fatto inducono a un’espulsione sistematica dei suoi abitanti verso l’hinterland.

Che cos’è questo processo se non un enclosure, un’accumulazione per esproprio, o spoliazione, trasformando beni comuni, i commons – ossia quei beni comuni che sono il prodotto del welfare del secondo dopoguerra, patrimonio immobiliare gestito da enti pubblici, beni demaniali, ma anche quelle parti del territorio che esistono come patrimonio del verde non ancora aggredito dalla speculazione – in merce da ridefinire al miglior acquirente?
ACER per esempio è sì pubblica, ma attorno a lei interagiscono numerosi soggetti: cooperative di costruzione, imprese di edili, ordini professionali, istituti di credito che finanziano gli interventi, associazioni di categoria, oltre che la Regione Emilia-Romagna e il Comune di Bologna che hanno potere di indirizzo nei progetti secondo le logiche già trattate.

La manovra contro le fasce meno abbienti è concentrica, quasi un piano preordinato:
· forte aumento dei canoni di affitto;
· progressiva espulsione delle famiglie popolari dal centro;
· crescita della rendita immobiliare;
· insufficienza degli alloggi ERP;
· aumento degli sfratti per morosità;
· patrimonio pubblico inutilizzato.

Quest’ultimo, se non utilizzato diviene oggetto di speculazioni immobiliari. La politica abitativa è improntata al profitto e a un trasferimento dei soggetti più deboli fuori dalle zone appetibili o programmate per le speculazioni, e di sostituzione con ceti sociali che possono spendere parecchio per un alloggio: abitazioni, conglomerati e studentati di lusso, una media borghesia fatta di professionisti e tecnici che sono funzionali anche a progetti come il Polo tecnologico. Si preferisce costruire ex novo invece di ristrutturare il patrimonio immobiliare pubblico o privato esistente. E determina in un circolo dissennato il consumo di suolo e di verde. La percentuale di abitanti in rapporto agli alberi è tra le più basse del paese a Bologna: 1 su 22.

Ma detto questo, va ribaltata la litania dei “progressisti” che ci dice che l’aumento dei prezzi degli alloggi spinge settori sociali a migrare fuori città: in apparenza è così, come se però questo sia un fenomeno incontrollato. In realtà è esattamente il contrario, la necessità di peggiorare i rapporti tra capitale e lavoro (dal punto vista proletario) è tutta dentro la politica ben pianificata degli organismi di potere in capo al neoliberismo di cui sopra: i bassi salari e la precarietà dentro i progetti delle consorterie che governano il sistema Bologna necessitano di prendere due piccioni con una fava: mettere a profitto il territorio e nel contempo formare un proletariato flessibile e ricattabile che sopravviva ai limiti dell’indigenza, con l’esercito lavorativo di riserva che ne mantiene basse le condizioni contrattuali (se ci sono), di lavoro e salariali. Forse chi governa la città ha in mente il suo schemino “progressista” che lo legittina a devastare la città con opere infrastrutturali che rendono impossibile per anni la vita ai cittadini e usare le maniere forti poliziesche4 contro i comitati di quartiere vertenziali che si organizzano per protestare contro lo scempio sul patrimonio arboreo e la cementificazione. In realtà chi spinge per articolare la gentrificazione e la turistificazione della città sa bene che risultati ottenere: in pratica un mix di furbi e imbecilli.

Privatizzazioni ed esternalizzazioni sono organici a questa messa a profitto del territorio e dei servizi alla persona, in un piano organico che ha iniziato a funzionare come un orologio svizzero nel momento i cui il neoliberismo si è imposto in tutto il sistema capitalistico occidentale, con le regole UE, la schiforma del titolo V e il pareggio di bilancio, le politiche del debito, che già esse stesse rappresentano le enclosures del terzo millennio sulle popolazioni delle economie occidentali5.

Come si vede, il capitalismo, ossia chi ne gestisce la governance di sistema, a livello nazionale come locale, ha il potere di procedere per espropriazione, alienazione di diritti e beni comuni o privati acquisiti, privatizzazione (ho toccato solo alcuni punti di questo argomento). Per cui una forza che si intenda realmente di opposizione e di rappresentanza delle classi popolari salariate e precarie deve combattere con la lotta questo sistema: non ci sono scorciatoie o compromessi su questo terreno: o noi o loro. E loro hanno il potere di gestire la città, hanno dalla loro i media per criminalizzare ogni dissenso organizzato, hanno le forze dell’ordine con leggi sempre più penalizzanti il diritto di protesta e di mobilitazione.

E il succo della questione è il profitto, non altro, in cui rientra una forza-lavoro che proviene da devastazioni contrattuali e di legge fatte dalla destra come dalla sinistra negli ultimi decenni, e che viene riplasmata proprio con le politiche urbanistiche che regolano gli esodi e i flussi esattamente come seicento anni fa in Inghilterra. Cambiano le tecnologie e le modalità di realizzazione dei profitti, ma non cambia la logica di dominio sulle masse lavoratrici che alla bisogna vengono scomposte in piccole unità produttive (anni ’70), dequalificate e privatizzate in servizi sempre più inefficaci (che presuppongono ulteriori privatizzazioni), dati in pasto a manager di cooperative che di quelle d’un tempo non hanno più nemmeno l’odore, o peggio dati a polisportive e a un certo associazionismo compiacente, risparmiando con il terzo settore.

Questo sistema ha solo bisogno di far credere che tutto ciò venga deciso democraticamente, ma in realtà frutto di politiche decise dall’alto, da un comitato d’affari in quota ai decisori ed eletto in Comune con la storiella della “città più a sinistra d’Italia” e che questo gli dia il diritto di fare tutto ciò che vuole. E se la cosa è troppo puzzolente fare finta, come nel giochino della “riforma dei quartieri”, che siano i cittadini ad approvare ciò che è stato già deciso prima, nei vari consigli di amministrazione, nelle camere di compensazione dei vari interessi in gioco.

Oltre al sindacalismo conflittuale con l’organizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori nelle lotte, è fondamentale trasformare la resistenza popolare delle vertenze sul territorio in contesa degli spazi aggrediti e di assalto popolare a quelli non ancora oggetto di speculazione lasciati al deterioramento. Il territorio è dei cittadini e non di chi vuole mettere le mani sulla città e la sola forma di “cittadinanza attiva” si basa sulla presenza organizzata a partire dai punti di frizione con il potere della speculazione e dei loro agenti della junta.

Questo la controparte lo sa molto bene e a fianco degli interventi polizieschi c’è la criminalizzazione secondo la vecchia logica che non cambia sin dai tempi dei Settanta e del PCI6.

Ma è sempre più chiaro che si tratta di un “re nudo” che si immerda da solo a causa dei disagi che crea alla maggior parte della popolazione tra cemento, distruzione del verde, emarginazione sociale, sfruttamento nelle più diverse modalità. Ed è un giochino che va rotto portando alla mobilitazione più soggetti possibili, laddove si rende maturo e praticabile l’antagonismo. Non lasciamogli il campo libero, facciamogliela pagare con la lotta e l’organizzazione: è l’unico mezzo per incidere sui rapporti di forza e cambiare le cose.

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Per approfondire il contesto bolognese, alcuni articoli da Antìgene:

https://antigene.info/lurbanistica-come-ingegneria-della-rendita/

https://antigene.info/rigenerazione-urbana-o-sottrazione-di-beni-pubblici/

https://antigene.info/grand-hotel-bologna/

https://antigene.info/servizi-essenziali-vite-impossibili/

 

Note.

 


  1.   Roberto Sassi, Babylon By Bus – dalla “campagna mondiale allabidobìville mondiale” a cura di Paolo Brunetti e Nico Maccentelli, Ed. Andromeda, 2023  

  2. forse Acerbo segretario di Rifondazione Comunista dovrebbe pensarci bene prima di aderire al Campo Largo, considerando che le grandi compagnie assicurative stanno sostituendo una sanità pubblica portata volutamente allo sfascio anche dai burocrati in quota PD per favorire l’ingresso del privato nel sistema sanitario…  

  3. fondamentali le sue opere: The New Imperialism [Il nuovo imperialismo] e A Brief History of Neoliberalism [Breve storia del neoliberismo]  

  4. emblematiche le lotte delle Besta e Mubasta, ecco alcuni link: https://antigene.info/besta-scuola-e-spazi-pubblici-ieri-oggi-e-domani-atti-del-convegno/?utm_source=chatgpt.comhttps://antigene.info/comitato-parco-don-bosco/?utm_source=chatgpt.comhttps://antigene.info/comitato-mubasta/   

  5. a tal proposito, illuminante è il saggio di Francesco Raparelli Rivolta o barbarie, cap. 3 pag. 65, saggi. Ponte alle Grazie, Adriano Salani Editore, 2012  

  6. vedere l’art. su Il Carlino del 2 luglio scorso  

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Sottopagati, sporchi e puzzolenti: il lato cattivo della società https://www.carmillaonline.com/2026/07/21/sottopagati-sporchi-e-puzzolenti-il-lato-cattivo-della-societa/ Mon, 20 Jul 2026 22:01:46 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=96079 di Luca Cangianti

[Pochi giorni fa è uscito Culo al caldo (Effigi, pp. 448, € 18,00) di Adriano Benocci e Sandro Fracasso. Si tratta di una fenomenologia in forma di romanzo tragicomico dalle profonde implicazioni sociologiche e politiche. Di seguito si pubblica la postfazione.]

Arrivati fin qui è chiaro: i personaggi principali del romanzo di Adriano Benocci e Sandro Fracasso il culo al caldo non ce l’hanno proprio. Sono autisti, meccanici, operai edili, netturbini, tossicodipendenti, immigrati clandestini, ex carcerati, tutt’al più impiegate oggetto di desideri bavosi, piccoli lacchè tuttofare, coordinatori di cooperative sociali, lumpen-imprenditori di provincia. Ecco, forse questi ultimi se la [...]]]> di Luca Cangianti

[Pochi giorni fa è uscito Culo al caldo (Effigi, pp. 448, € 18,00) di Adriano Benocci e Sandro Fracasso. Si tratta di una fenomenologia in forma di romanzo tragicomico dalle profonde implicazioni sociologiche e politiche. Di seguito si pubblica la postfazione.]

Arrivati fin qui è chiaro: i personaggi principali del romanzo di Adriano Benocci e Sandro Fracasso il culo al caldo non ce l’hanno proprio. Sono autisti, meccanici, operai edili, netturbini, tossicodipendenti, immigrati clandestini, ex carcerati, tutt’al più impiegate oggetto di desideri bavosi, piccoli lacchè tuttofare, coordinatori di cooperative sociali, lumpen-imprenditori di provincia. Ecco, forse questi ultimi se la passano meglio, ma solo economicamente, per il resto l’umanità che emerge da queste pagine è proletariato in un contesto rurale e periferico, la Maremma. Non ha nulla a che fare con la composizione sociale fordista: quella della grande industria, della catena di montaggio, dei quartieri operai stretti intorno a fabbriche sbuffanti, delle tute blu, della fiera autopercezione di sé come gruppo portatore di interessi omogenei, dei muscolosi bicipiti da cliché e dello sguardo rivolto al sole dell’avvenire. Qui siamo in una terra desolata, dopo il grande reset sociale, iniziato negli anni Ottanta a colpi di ristrutturazioni tecnologiche, repressione del conflitto sociale e diffusione dell’eroina. È un proletariato fatto di individui «sottopagati, sporchi e puzzolenti», spogliati di ogni retorica: disprezzano il lavoro che svolgono, non sono politicamente impegnati, si rilassano consumando sostanze, hanno il «calendario con il pelo» affisso al muro, amano «macchine col tubo di scappamento grosso, e le donne con le cisterne fuori misura», esibiscono tatuaggi verdi sbiaditi, ruttano, non sono immuni da pulsioni razziste e intessono ghirlande di bestemmie: «diodeglinutili», «diosabotatore», «dioperbene», «diopluto», «diotraditore», «diostraniero», «dioimpostore», «diocapitalista», «diobagnato», «diogiudice». Nel romanzo Simone dice convinto: «non ho mai pregato né votato in vita mia e continuerò a non farlo», e si può immaginare che anche tutti gli altri facciano parte dei milioni che non partecipano più alle elezioni politiche; e che, se lo fanno, è solo per esprimere il proprio dolore con parole d’ordine rancorose, lontane da qualsiasi forma di coscienza di classe.
L’ambientazione periferica e l’estraneità dei personaggi al mondo cittadino non sono meri dettagli folclorici: «La città ti fotte, ti dice guarda in alto, i palazzi, i lampioni accesi, le vetrate a specchio»; «I tavolini dei bar di città sono minuscoli come le porzioni, sembrano bocconcini da aperitivo, a prenderne due a testa si finiscono prima i soldi della fame». Nell’ultimo decennio uno dei movimenti sociali più radicali in Europa è stato quello dei Gilets jaunes: nato per rivendicare la riduzione della tassazione “verde” dei carburanti, che penalizzava i ceti popolari rurali obbligati a utilizzare l’auto, si è scagliato contro le élite urbane privilegiate (i “quadrinai” di città, per usare il lessico del romanzo) incarnate dal presidente della repubblica francese; ha rivendicato migliori condizioni di vita e democrazia diretta; ha occupato la scena politica con manifestazioni settimanali, presidi e blocchi stradali per un anno intero mobilitando milioni di cittadini nonostante le migliaia di arresti e di feriti, tra cui decine di manifestanti che hanno perso occhi e mani. Quella di Culo al caldo non è un’identità geografica. È una scelta di campo sociale: «Meglio il bosco, devi guardare in basso per non inciampare tra i rovi e non ti fai fregare dagli arcobaleni.»

Oggi il carattere postfordista della produzione, la sua frammentazione etnica e geografica, l’architettura urbana, l’articolazione mondiale delle catene di valore, disincentivano una percezione del proprio sé adeguata alla posizione sociale ricoperta. Si può perfino ipotizzare che lo sviluppo capitalistico piuttosto che produrre una soggettività antagonista, la disarticoli strutturalmente.
Nel famoso Manifesto, Karl Marx e il suo amico Friedrich Engels esaltano – con qualche venatura etnocentrica – le capacità prometeiche della borghesia. Essa è stata capace di rivoluzionare modi di produzione antiquati, ha reso i fiumi navigabili, concentrato la popolazione nelle città, scatenato le forze della scienza e della tecnologia moltiplicando la produttività del lavoro. Nel compiere questa missione storica, tuttavia, la classe borghese avrebbe firmato la propria futura condanna a morte: «Il progresso dell’industria, del quale la borghesia – dicono i due pensatori tedeschi – è veicolo involontario e passivo, fa subentrare all’isolamento degli operai risultante dalla concorrenza, la loro unione rivoluzionaria, risultante dall’associazione. Con lo sviluppo della grande industria, dunque, vien tolto di sotto ai piedi della borghesia il terreno stesso sul quale essa produce e si appropria i prodotti. Essa produce anzitutto i suoi seppellitori. Il suo tramonto e la vittoria del proletariato sono del pari inevitabili.»1
L’esperienza delle rivoluzioni sconfitte, lo studio dell’antropologia e dei modi di produzione precapitalisti sopravvissuti, portarono Marx a un giudizio più articolato e prudente. Oggi è più facile capire che le conquiste produttive del capitalismo non sono propedeutiche a un mondo migliore in cui la tortura del lavoro sia ridotta ad attività residua, volontaria e autorealizzante. La distruzione dei valori comunitari delle forme precapitaliste di vita associata produce solo entropia e sfruttamento aggiuntivo. Così è lecito chiedersi se il contropotere messo in campo nei passati cicli di lotta novecenteschi fosse frutto dello sviluppo capitalistico oppure di una resistenza a questo stesso processo. Insomma: l’operaio massa dell’autunno caldo è figlio dell’omogeneizzazione fordista o dei modi di vita degli immigrati meridionali che non sopportavano il bioritmo industriale?
Molti sociologi hanno analizzato il processo di individualizzazione in corso: Ulrich Beck, Anthony Giddens, Zygmunt Bauman e, prima di loro, Georg Simmel. Esso consiste nel progressivo spostamento del peso delle scelte, delle responsabilità e della costruzione dell’identità, dall’ambito collettivo (famiglia, classe sociale, tradizione, religione) al singolo individuo: le norme sociali rigide perdono forza, le tradizioni sbiadiscono, le scelte biografiche (studio, lavoro, famiglia) percorrono iter meno standardizzati, aumenta lo spettro degli stili di vita, ma anche ed esponenzialmente l’incertezza, la solitudine, la perdita di senso e l’angoscia. Insomma le persone sono sempre meno inquadrate in ruoli già definiti e sempre più chiamate a costruire “autonomamente” il proprio futuro.
Tuttavia, dietro questo processo sociologico, apparentemente foriero di libertà, si nasconde un meccanismo ben più cogente. Infatti è il modo di produzione capitalistico che pone in essere il concetto di individuo come parallelo immaginario degli scambi tra liberi ed eguali possessori di merci. Ciò che non compare alla superficie è la trama di questi scambi, che è di natura vampirica. Una di queste merci è infatti incistata nel corpo stesso degli esseri umani: la forza lavoro. Essa è capace di produrre più ricchezza rispetto al valore con il quale è remunerata per riprodursi fisicamente e culturalmente. Tale ricchezza aggiuntiva viene espropriata invisibilmente dal capitale sotto forma di plusvalore.
Gli esseri umani venditori della propria forza lavoro tendono così a non vedere la mappa complessiva dei condotti idraulici dove scorre il sangue loro estratto e sono spinti a concepirsi come atomi, scatole vuote riempibili a piacere di valori liberamente scelti: identità politiche, religiose, sessuali, calcistiche, morali, alimentari, estetiche, nazionali, etniche e di consumo.
Questo, ovviamente, vale anche per chi li sfrutta, che in Culo al caldo si concede tutte le possibili sfumature di washing, dal green al pink. Come la signora Velluto dell’omonima azienda di autonoleggio: finanzia i Fridays for Future, si muove su un lussuoso plug-in hybrid e assume pose femministe, anche se la ditta usa gasolio di contrabbando e le assunzioni delle impiegate sono decise dal figlio Pierolo – quello che porta al collo un «crocifisso d’oro giallo da mezz’etto» e ha affibbiato a un’impiegata il soprannome di Vivianal «sfruttando una confidenza intima mentre erano strafatti».

I dibattiti sulle guerre culturali (identità di genere, diritti riproduttivi, wokismo e cancel culture, immigrazione/identità nazionale, cambiamento climatico), qualora non contestualizzati materialisticamente, rischiano di oscurare la trama profonda che soggiace alla realtà sociale contemporanea: gli oppressi (donne, omosessuali, transessuali, non binari, soggetti razzializzati, disabili, immigrati, poveri) possono aspirare solo al riconoscimento della loro sofferenza, in quanto vittime. In questo modo, sostiene Mimmo Cangiano, si ingenera «una lotta infinita fra tribù che, perso il comune riferimento al sistema economico, o si auto-accusano o riescono a compattarsi solo mediante l’utilizzo di strumenti normativi come il politically correct».2 Il risultato di questa deriva non casuale, conclude Fabio Ciabatti, da una parte provoca una «balcanizzazione del fronte dei subalterni» e dall’altra la prospettiva surreale di «Uno scontro in cui, contro il patriarcato grande russo, fantomatici soldati gay ucraini possono combattere fianco a fianco con i nazisti del battaglione Azov, attenti lettori della kantiana Per la pace perpetua».3
Se la classe lavoratrice – anche quella più malmessa che descrivono Benocci e Fracasso – è il luogo centrale di una possibile speranza di riscatto, non lo è in quanto identità presuntamente superiore alle altre o maggiormente vittimizzata, ma solo perché cuore della totalità vampirica del capitale, che sussume, funzionalizza e gerarchizza tutte le forme di oppressione, comprese quelle che esistevano prima della sua comparsa: patriarcali, coloniali, razziali, abiliste e religiose. La classe lavoratrice, per la sua peculiare posizione nella sfera produttiva, non è una edenica comunità originaria cui i vari soggetti oppressi devono genuflettersi, come potrebbero affermare dei reazionari verniciati di rosso. Tale classe è un terreno in cui le varie forme di oppressione culturale e di violenza epistemica si intersecano materialisticamente con la dimensione dello sfruttamento. È questo che la rende inaggirabile per chi aspiri a una vita collettiva migliore.
Pensavamo che Benocci e Fracasso ci parlassero solo della Maremma e invece scopriamo che in gioco c’è tutta la nostra vita, tutta la nostra sofferenza, il mondo intero.

I personaggi di Culo al caldo non sono rappresentati con pietismo deamicisiano, ciò nonostante traboccano di umanità. Spesso hanno soprannomi rivelatori, ferite profonde e poteri speciali, sono come «supereroi con il medesimo costume tutti i giorni». Il capofficina della Velluto Viaggi è FAP (come i filtri anti-particolato), Banano si chiama così perché «guida come se avesse un albero in culo», Flebo, autista di ambulanze, perché «Al pronto soccorso prima di metterlo al volante gli fanno una flebo di soluzione fisiologica per diluire l’alcool», Tripla perché «mangia sempre tre primi e tre secondi», Sciopero «perché i suoi l’hanno concepito in fabbrica durante uno sciopero a oltranza».
Culo al caldo è l’equivalente in letteratura di un saggio di sociologia sulla composizione di classe, ma a differenza di un’opera scientifica illustra il suo tema alternando cazzotti sul plesso solare e buffetti di humor. Il registro comico attraversa tutto il romanzo, anche se forse è maggiormente presente nella prima sezione: Iribus chiamati INRI per problemi di surriscaldamento, Tesla padronali che attraversano il piazzale silenziose come la Morte Nera, vecchi proprietari di azienda che collezionano compulsivamente Fiat 500, ma non hanno più controllo sulla continua e pubblica emissione di flatulenze. Si tratta di una trappola: il lettore si diverte e quando la mazza chiodata colpisce, fa ancora più male. Come nella scena struggente in cui due operai edili abbattono per sbaglio un tramezzo e ritrovano nell’appartamento attiguo il maestro di quando andavano alle elementari. L’uomo, vecchio e dimenticato, simboleggia il genitore archetipico che protegge e mai abbandona, il tempo immaginario in cui ancora i giochi non si erano chiusi sul presente fallimentare.

In questo romanzo si mette a nudo la realtà di gran parte del terzo settore che a partire dagli anni Novanta fu visto come surrogato della militanza politica o addirittura come via di fuga smart dal modo di produzione capitalistico. In quegli anni, archiviato il sogno di un cambiamento radicale della società, fu tutto un ribollire di teorie vagamente keynesiane e debitrici inconsapevoli del pensiero socialista proudhoniano. Colonizzarono il dibattito politico dal Sole 24 Ore ai movimenti sociali più radicali. Oggi, a trent’anni di distanza, risulta chiaro che si trattasse di un cavallo di Troia, utile a scarnificare il salario sociale globale: molti servizi che prima erano offerti dallo stato rispettando le normali (ancorché insufficienti) condizioni di lavoro, vengono erogati oggi da soggetti come le cooperative “La Cardarella” o la “SPpp” di cui ci narrano Benocci e Fracasso. Tali entità riescono a pagare meno la forza lavoro, sia contrattualmente che mediante traffici sui mercati grigi e neri; beneficiano di una manodopera più ricattabile e dunque economica, consentendo alle amministrazioni pubbliche di destinare globalmente meno ricchezza ai redditi da salario. «Cooperativa di ‘sta cippa», esclama la voce narrante ed è difficile non darle ragione. L’avessimo capito trent’anni fa sarebbe stato meglio.

Benocci e Fracasso danno voce a chi non ce l’ha. Lo fanno con uno stile che riproduce una parlata popolare ricca di similitudini («Più intricata di un nido di gazza», «brutto come l’Agenzia delle Entrate»), con un vocabolario edile (paiola, pennellessa, embrici, coppi, scavatore, benna, pala) e con una terminologia automotive («l’olio arriva alle punterie, le valvole smettono di cicalare, il fumo denso si fa più leggero, meno catramoso»; «Le gomme a occhio sembrano seminuove, ma hanno dodici anni e sono più dure degli addominali di Saturday, i freni fischiano come un pastore e il cambio gratta fisso»).
La voce narrante è in prima persona, anche se il soggetto cambia a ogni capitolo (Roberto, Mauro, Simone). Il punto di vista è volutamente lasco: prende a calci i manuali di scrittura creativa statunitensi, s’intrufola nelle teste di molti, conferisce al dolore della narrazione un carattere pervasivo.
La speranza in Culo al caldo è una pietra rara, ma non filosofale: «Che faccio? Mi arrendo? O provo a mantenere probabile un sogno?», si chiede Roberto e conclude: «Sognare è bello. Sognare è da signori. Se si accetta che il sogno rimane tale se non lo si realizza.»
L’attuazione di questo sogno non sta e non deve stare nel romanzo, ma fuori, nelle brecce di possibilità che si aprono ciclicamente nei muri dello status quo. La missione riuscita degli autori è porci in empatia con il «lato cattivo» della società, quello che, non per bontà o meriti morali, ma per necessità, è costretto ogni tanto a «produrre il movimento che fa la storia».4


  1. K. Marx-F. Engels, Il manifesto del partito comunista, Einaudi, 1948, pp. 116-117. 

  2. M. Cangiano, Guerre culturali e neoliberismo, Nottetempo, 2024, p.37. 

  3. F. Ciabatti, “God save the drag queen! La cultura woke tra antagonismo e neoliberismo”, Carmilla online, 17.9.2024

  4. K. Marx, Miseria della filosofia, Editori Riuniti, 1993, pp. 78-79. 

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Nostalgie horror contemporanee tra desiderio di un altrove e riemersioni perturbanti https://www.carmillaonline.com/2026/07/19/nostalgie-horror-contemporanee-tra-desiderio-di-un-altrove-e-riemersioni-perturbanti/ Sun, 19 Jul 2026 20:00:51 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95775 di Gioacchino Toni

Marco Malvestio, Nostalgia dell’orrore. L’horror contemporaneo e i fantasmi di un futuro passato, Meltemi, Milano, 2026, pp. 274, € 22,00

Seppure schematicamente, si può dire che all’insoddisfazione che si prova per il presente si può rispondere o proiettandosi verso un’idea di futuro alternativo al qui ed ora o recuperando un passato, più o meno lontano, quale modello a cui fare ritorno, quasi a volersi rifugiare in una realtà precedente il “deragliamento” che ha condotto all’indigesta attualità. In ambito artistico-culturale si sono avuti sia fenomeni di “rinascenza”, in cui è prevalso il sentimento della nostalgia volto a individuare in un [...]]]> di Gioacchino Toni

Marco Malvestio, Nostalgia dell’orrore. L’horror contemporaneo e i fantasmi di un futuro passato, Meltemi, Milano, 2026, pp. 274, € 22,00

Seppure schematicamente, si può dire che all’insoddisfazione che si prova per il presente si può rispondere o proiettandosi verso un’idea di futuro alternativo al qui ed ora o recuperando un passato, più o meno lontano, quale modello a cui fare ritorno, quasi a volersi rifugiare in una realtà precedente il “deragliamento” che ha condotto all’indigesta attualità. In ambito artistico-culturale si sono avuti sia fenomeni di “rinascenza”, in cui è prevalso il sentimento della nostalgia volto a individuare in un lontano passato l’antidoto alle brutture del periodo con cui ci si è trovati a fare i conti, sia stagioni caratterizzate da una propensione avanguardista verso un futuro tutto da immaginare, così da allontanarsi velocemente dall’odiato presente e con esso dal passato da cui è derivato.

Questa sorta di alternanza tra corse in avanti e nostalgici recuperi, tra velleità di cambiamento radicale e rappel à l’ordre, caratterizza anche la scena politica: alle stagioni mosse dal desiderio di proiettarsi verso il sol dell’avvenire, verso un futuro alternativo allo stato di cose presente, se ne sono alternate altre in cui, di fronte alle brutture del presente, ci si è nostalgicamente rifugiati nel passato. A riprova di come l’attualità politica sia attraversata da questa seconda opzione, basti pensare al mito MAGA trumpiano, fondato sul recupero della grandezza di un tempo, e al corrispondente putiniano, volto al costante richiamo ai fasti sia sovietici che zaristi. Evidentemente, come per i fenomeni di rinascenza artistico-culturale, anche questi indirizzi politici palesano forme di nostalgia costruite su un passato mitizzato in cui rifugiarsi per fuggire da una realtà difficilmente governabile e da un futuro che proprio non si riesce a prospettare.

A cogliere come il discorso pubblico e i prodotti culturali del presente siano intrisi di nostalgia, sia in risposta ai genuini desideri di alterità rispetto all’esistente sia per incanalarli verso sterili rievocazioni più immaginarie che reali, con relative ricadute sulle modalità con cui ci si rapporta al passato storico e al futuro, è il volume Nostalgia dell’orrore (Meltemi, 2026) di Marco Malvestio.

L’autore sceglie l’horror contemporaneo come chiave di lettura per interpretare il presente, un horror che nel suo rispecchiamento distorto della realtà palesa in tutta evidenza sia come questo primo scorcio del nuovo millennio si dia all’insegna della nostalgia per un passato mitizzato vissuto come rifugio rassicurante, sia il riemergere di fantasmi, di rimossi e di repressi, di qualcosa di perturbante di cui si aveva l’illusione di essersi sbarazzati definitivamente. In un contesto mediatizzato come l’attuale, sottolinea l’autore, l’horror contemporaneo non può che mettere in scena i fantasmi che popolano gli spazi mediali ormai divenuti parte integrante della realtà quotidiana. Anziché limitarsi a tematizzare la dimensione perturbante delle tecnologie e dei media, l’horror del nuovo millennio la incorpora nell’aspetto formale della messa in scena. Inoltre, sottolinea l’autore, proprio alla luce dell’attuale contesto mediatizzato e interattivo, occorre saper leggere l’opera allargando lo sguardo oltre il mero dato testuale, prendendo in esame il particolare contesto mediatico-culturale in cui questo agisce e viene agito.

Essendo la paura in larga misura un prodotto culturale, indagare ciò che oggi spaventa significa guardare alla società e alla cultura di questi tempi e ai relativi rimossi ed è proprio a questi che guardano, dando loro forme mostruose, molti horror contemporanei costruiti sul ritorno: ritorno a un passato idealizzato e ritorno del represso. Se il passato a cui si guarda nostalgicamente è un passato mai vissuto, allora, sostiene lo studioso, la nostalgia contemporanea non è soltanto un desiderio di ritorno ma anche, e soprattutto, un desiderio di un altrove, di una realtà spazio-temporale altra che, per quanto immaginaria e per quanto possa rivelarsi inquietante, rappresenta pur sempre una via di fuga dalla realtà quotidiana vissuta negativamente. Nel passato idealizzato costruito dalla nostalgia contemporanea si cerca di riconquistare il controllo sulla realtà in un periodo in cui si percepisce di averlo perso.

Ad accentuare la dimensione nostalgica nei media contemporanei concorre la loro propensione alla rimediazione, all’ossessiva riproposizione di frammenti mediatici appartenenti ad altre età tecnologico-mediatiche, e ciò contribuisce a creare negli individui una memoria mediata. Nella prima parte del volume Malvestio guarda proprio al rapporto tra la nostalgia (e dunque trauma storico e personale) e la tendenza dei nuovi media a riproporre i vecchi, riferendosi in particolare al found footage e ai creepypasta. Nel primo caso – in cui viene ripreso il topos del manoscritto ritrovato caro alla tradizione gotica, aggiornandolo a una società ipermediatizzata e sempre più interattiva disseminata di riprese amatoriali, registrazioni di telecamere di sorveglianza, archivi personali ecc. – l’autore si sofferma su esempi paradigmatici di found footage come The Blair Witch Project (1999) di Daniel Myrick e Eduardo Sánchez e Paranormal Activity (2007) di Oren Peli, oltre che su alcune opere horror in cui il ritrovamento di un filmato ricopre un ruolo centrale nella vicenda, come The Ring, nelle sue diverse versioni, e Sinister (2012) di Scott Derrickson.

Nel cinema horror del nuovo millennio, la rappresentazione del cambio del panorama mediale va insieme a una risemantizzazione perturbante del passato e del movimento nostalgico verso l’infanzia […]. I bambini mostruosi e omicidi al centro di The Ring e Sinister stanno a significare esattamente questo: l’impossibilità di un ritorno alla purezza senza tempo dell’infanzia; anzi, che questa purezza non è mai esistita, perché l’infanzia viene mostrata chiaramente come uno spazio ora di dolore, ora di minaccia. Allo stesso tempo, l’interazione di questi bambini con media spettrali indica come questa impossibilità sia da applicare in senso più ampio ai cambiamenti occorsi nei media contemporanei. Dietro l’asetticità e la neutralità dell’eterno presente dei media digitali, The Ring e Sinister mostrano il ritorno traumatico dei media del passato (p. 65).

Per quanto riguarda i creepypasta – racconti orrorifici creati e diffusi in internet – Malvestio indaga l’universo espanso di Slender Man, il celebre Candle Cove, indugiando in particolare sulla serie televisiva che ne è stata tratta (Channel Zero, 2016) – prestando attenzione al nesso tra trauma infantile e riproposizione fantasmatica di media tradizionali – e il romanzo Mandíbula (2018) di Mónica Ojeda, come esempio di ricorso all’immaginario dell’orrore digitale in ambito letterario.

Nella seconda parte del volume lo studioso si sofferma sui luoghi dell’horror contemporaneo passando in rassegna alcuni esempi di folk horror e di abitazioni infestate. Nel passare in rassegna il classico The Wicker Man (1973) di Robin Hardy, i più recenti The Village (2004) di M. Night Shyamalan, Kill List (2011) di Ben Wheatley, The VVitch (2015) di Robert Eggers e la narrativa di Andrew Michael Hurley, l’autore evidenzia l’ambiguità del folk horror e il suo particolare rapporto con la nostalgia, proponendo di guardare al passato, alla “tradizione”, che esso propone come a una proiezione del desiderio di un’alternativa alla modernità. Pertanto, secondo Malvestio, il folk horror dovrebbe essere letto non in rapporto alla tradizione, ma piuttosto alla globalizzazione, da cui si cerca rifugio in una tradizione immaginaria che mai si è data.

L’enfasi sugli spazi del folk horror ne fa un mezzo privilegiato per commentare i processi di urbanizzazione occorsi nella seconda metà del ventesimo secolo. In questo senso, il folk horror ha al centro il ritorno di un rimosso, ossia il ritorno fantasmatico e perturbante della tradizione e della ruralità in un mondo in cui la maggior parte degli individui vive ormai in centri urbani e in cui l’agricoltura si è trasformata in un’attività prevalentemente meccanizzata, che impiega sempre meno persone. Questo contrasto è legato in maniera fondamentale alla rappresentazione spaziale e all’opposizione tra luoghi (la città e la campagna, il centro abitato e la natura selvaggia) che sono riassunti nell’opposizione tra mobilità e stasi (p. 121).

Il ritorno promesso dal folk horror è un ritorno nostalgico per chi, vedendo smarrire il senso di comunità attorno a sé, ne proietta un’idealizzazione nel passato.

Il folk horror è un genere “globalgotico” nel momento in cui risponde alle ansie e ai traumi della globalizzazione, e tenta di risolverli attraverso un’operazione di maquillage culturale molto articolata. In questo senso, il folk horror permette di immaginare un ritorno a una località isolata che è in aperto contrasto con i meccanismi della globalizzazione, opponendo stasi e lunga durata a mobilità e frenesia; anzi, il fatto che le tradizioni in questione siano inventate, o libere riscritture di elementi folklorici poco noti, costruisce “un senso di tradizione che permette al pubblico di immaginare tradizioni e identità nazionali o regionali che si allontanano dalle versioni contemporanee di quelle categorie” (p. 126).

Di fronte alla fluidità e all’immagine effimera dell’era digitalizzata, scrive Malvestio, «il folk horror offre un immaginario in cui qualcosa resta invece solido, intatto dalle dinamiche di dissoluzione del capitalismo globalizzato: un immaginario dunque che è animato da tensioni spaventose, ma anche sinistramente nostalgico» (p. 127). Per quanto nel folk horror possa essere vista una risposta, nostalgica e allo stesso tempo perturbante, alla globalizzazione, secondo lo studioso risulta evidente anche come, in molte opere, le realtà locali non tentino nemmeno più di ancorare la loro nostalgia, per quanto immaginaria, alla cultura locale, accontentandosi di applicare quella globale.

Circa invece il topos dell’infestazione domestica, caro al gotico settecentesco, l’autore mette in luce come questo sia ancora ben presente nell’horror contemporaneo. La casa continua infatti ad essere luogo intimo, privato, in cui non mancano di andare a confluire elementi pubblici ed eventi storici. Come avviene per le località altre del folk horror, anche la casa viene ad assumere un ruolo di rifugio dalla realtà circostante, ma al contempo manifesta inquietudini perturbanti che hanno a che fare con le dinamiche familiari e identitarie. Malvestio esamina opere come Babadook (2014) di Jennifer Kent ed Hereditary (2018) di Ari Aster, in cui la dimensione al contempo pubblica e privata dell’abitazione rimanda a questioni legate all’identità e al ruolo sociale, The Conjuring (2013) di James Wan, caratterizzato da una fantasia regressiva e nostalgica, Lunar Park (2025) di Bret Easton Ellis ed Horrorstör (2014) di Grady Hendrix, ove vengono denunciate le logiche speculative del mercato immobiliare, His House (2020) di Remi Weekes, opera imperniata sulla mancanza di radici imposta dall’emigrazione, richiamata anche da Us (2019) di Jordan Peele.

L’ultima parte di Nostalgia dell’orrore è invece dedicata al rapporto tra horror e costruzione/messa in discussione dell’identità e la sua relazione con la nostalgia. L’horror del nuovo millennio si dimostra ossessionato dal corpo, intendendolo come spazio di contesa tra istanze psicologiche e sociali diverse in cui la spettralità trova manifestazioni tangibili e viscerali. Nell’insistenza con cui l’horror contemporaneo guarda al corpo nella sua fisicità, già manifestata dal body horror e dallo splatterpunk degli anni Ottanta, non è difficile scorgere la nostalgia per una realtà fisica sempre più negata dalla virtualità contemporanea. «Tornare al corpo significa, almeno in una certa misura, tornare a un momento in cui la realtà era ancora reale, in cui la smaterializzazione portata dai media digitali ancora non si è verificata» (p. 187).

A mostrare la centralità del corpo in un universo mediale che ne sta imponendo la dematerializzazione ha provveduto, già nei primi anni Ottanta, Videodrome (1983) di David Cronenberg: per quanto il film denunci la progressiva subordinazione del reale all’iperrealtà televisiva, ad inquietare davvero, suggerisce Malvestio, sono le modalità assolutamente fisiche con cui ciò avviene. Il regista canadese è stato tra i primi a fare del corpo, insieme alla mente, un vero e proprio campo di battaglia.

Hostel (2005) di Eli Roth viene indicato dallo studioso sia come esempio di “globalgotico”, per il suo manifestare come le specificità locali vengano azzerate dalla pervasività della globalizzazione, sia come esempio di film in cui si manifesta la nostalgia per il mondo precedente la deriva assunta dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre. «In Hostel, è l’America stessa come potenza imperialistica a essere punita nella figura dei turisti, le cui torture sono le uniche che il film mostra estesamente; e in fondo i turisti americani subiscono dai membri di questa misteriosa organizzazione esattamente quello che i soldati statunitensi andavano infliggendo ai civili iracheni» (p. 197).

In un universo condannato alla derealizzazione dai media, come Videodrome, anche «Hostel si aggrappa alla carne, attraverso la sua violazione e l’incontrollabilità dei suoi fluidi (il sangue, il vomito) come all’ultima cosa che continua a essere reale – l’unica cosa, anzi, il cui contenuto di realtà non può essere contraddetto». Esattamente come era accaduto nel film di Cronenberg, si è messi di fronte a «una reazione contraddittoria, che afferma (trasformando la tortura in spettacolo) quanto cerca di negare; ma al cui cuore sta comunque una torsione nostalgica, di ritorno a un mondo dove questa spettacolarizzazione non si dà» (p. 198).

All’insegna della nostalgia sono i franchise come Hellraiser, che si trascina dalla sua prima apparizione nel lontano 1987 ad opera di Clive Barker, ma anche opere che agli effetti speciali digitali preferiscono quelli tradizionali, che adottano un’estetica di altri tempi, come Midnight Mass (2021) di Mike Flanagan, o film che si proiettano in un futuro pervaso da un dolente clima rétro, come Crimes of the Future (2022) di David Cronenberg, in cui ancora una volta, il corpo diviene il vero teatro di guerra. «Le tecnologie di Crimes of the Future sono dunque allo stesso tempo una anticipazione di un futuro possibile, e un rifiuto del futuro come si prospetta davanti a noi, in favore invece di un futuro nostalgico di ritorno al corpo» (p. 210). Ancora una volta il regista canadese mostra la centralità del corpo attraverso la messa in scena dell’impotenza con cui si assiste al suo dolente processo di disintegrazione.

L’elemento corporale si manifesta con particolare violenza anche negli slasher incentrati sulle gesta di qualche serial killer; a differenza dei film di questo sottogenere risalenti agli anni Settanta, Ottanta e Novanta, quelli del nuovo millennio, segnala lo studioso, si caratterizzano spesso per un’ambientazione rivolta al passato.

È come se l’offesa al corpo potesse darsi solo nel passato, e non appartenesse più al presente: come se, in altre parole, la cultura contemporanea fosse tanto estraniata dalla materialità e dalla corporeità che queste possano essere recuperate soltanto in un passato dell’immaginario, non reale ma reso mitologico da innumerevoli rimediazioni (gli universi finzionali dei franchise slasher, prodotti di fiction e non fiction sulle gesta dei serial killer) (pp. 199-200).

Il capitolo finale del libro è dedicato al far capolino, in forma spettrale, delle identità queer a lungo rimosse dalla società. Qui Malvestio fa riferimento in particolare alla serie The Haunting of Bly Manor (2020), nel suo amplificare e complicare il contenuto queer latente dell’opera di Henry James, oltre che al film I Saw the TV Glow (2024) e ai romanzi Lunar Park e The Little Stranger di Sarah Waters (2009), ove la presa di coscienza della sessualità diventa un elemento perturbante.

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Le tristi storie delle morti delle regine https://www.carmillaonline.com/2026/07/18/le-tristi-storie-delle-morti-delle-regine/ Sat, 18 Jul 2026 20:00:17 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95873 di Franco Pezzini

Elizabeth Rasicci, Il segreto della rosa bianca, pp. 368, € 20, La Corte, Torino 2025

Di tale incompetenza si è dimostrata la gran parte degli storici nell’ambito di studi che si sono scelti, che, caso mai tornassero in vita i morti delle epoche passate, ci si potrebbe quasi chiedere se sarebbero in grado di riconoscere gli eventi del proprio tempo, così come a noi tramandati per ignoranza e distorsioni.

Con tale pepe Horace Walpole inizia “Historic doubts on the life and reign of King Richard the Third, 1768, quattro anni dopo aver varato il suo celeberrimo “The Castle [...]]]> di Franco Pezzini

Elizabeth Rasicci, Il segreto della rosa bianca, pp. 368, € 20, La Corte, Torino 2025

Di tale incompetenza si è dimostrata la gran parte degli storici nell’ambito di studi che si sono scelti, che, caso mai tornassero in vita i morti delle epoche passate, ci si potrebbe quasi chiedere se sarebbero in grado di riconoscere gli eventi del proprio tempo, così come a noi tramandati per ignoranza e distorsioni.

Con tale pepe Horace Walpole inizia “Historic doubts on the life and reign of King Richard the Third, 1768, quattro anni dopo aver varato il suo celeberrimo “The Castle of Otranto”, 1764. Autentico enfant terrible, dopo aver sbeffeggiato gli eruditi contemporanei con il divertito gioco semiotico del Castello (una storia che retrocede a dilettanti i maliziosi autori della famose teste di Modigliani), sulla base delle proprie competenze storiche e antiquarie Walpole si diverte a smontare uno dei luoghi comuni della storia inglese, la cattiva fama di Riccardo III, mostrando come la vulgata su di lui fosse a monte pilotata da concretissimi interessi politici della dinastia subentrante, i Tudor. Della pirotecnia di crimini di colui che era descritto come un mostro – in tutti i sensi, bodyshaming compreso – esistono molte voci e fragili prove; mentre la propaganda Tudor aveva assoluta necessità di demonizzare colui che attraverso gli York era comunque epigono della grande casa reale plantageneta, per srotolare il tappeto a una figura ben più oscura. L’inutile sconcio del cadavere di Riccardo dopo la morte in battaglia darà anche visivamente il senso di una brutalità volgare e inutile dei subentrati.
Il nuovo re Enrico VII farà d’altronde piazza pulita dei possibili rivali, quindi che criminalizzi il predecessore con ogni mezzo non è strano; e tanto più considerando i profili disinvolti dei suoi sponsor, il vescovo John Morton – credibile artefice della leggenda nera e grande manipolatore – e la sua figlioccia madre di Enrico, la beghina maneggiona Margaret Beaufort. Sarà in ultimo la consacrazione shakespeariana di Riccardo ad arcicattivo, nell’ambito di un dramma celeberrimo (ne ricordo solo un paio di splendide versioni in chiave cinematografica, con Laurence Olivier del 1955, molto classica, e con Ian McKellen del 1995 – quest’ultima ambientata in età fascista – più naturalmente la citazione con l’annegamento di un critico in una botte di vino nel geniale Oscar insanguinato con Vincent Price, 1973) a influire sulla percezione del pubblico. E i re successivi vi si adegueranno con compiacenza, un cattivo esempio – specie alla fine di una dinastia conclusa – fa sempre comodo.
Eppure i dubbi non sono mai mancati, tanto più che le fonti non appaiono mai scevre da interessi politici e mai a firma di persone del giro fedele di Riccardo: fin da John Rous, che al mutare di regime cambia allegramente versione, passando dalle lodi alla damnatio più fantasiosa, a Polidoro Virgili e Thomas More (che vivono dopo e attingono a fonti non neutrali, Morton in prima linea) e via via ad altri sempre più distanti. Si preferisce attenersi a una versione nera consolidata, ma non va perso il ricordo di alcune abilità del re: e i dubbi più pesanti iniziano a manifestarsi nel Seicento – età di grandi ridefinizioni delle dinastie inglesi – con George Buck. Un secolo dopo, appunto Walpole sottolinea non ci siano prove o siano contestabili le accuse tradizionalmente portate a Riccardo, che così elenca:

Presunti crimini di Riccardo III.

  1. L’assassinio di Edoardo, principe di Galles, figlio di Enrico VI.
  2. L’assassinio di Enrico VI.
  3. L’assassinio di suo fratello Giorgio, duca di Clarence [annegato, secondo tradizione, nel vino Malvasia].
  4. L’esecuzione di Rivers, Gray e Vaughan.
  5. L’esecuzione di Lord Hastings.
  6. L’assassinio di Edoardo V e di suo fratello [Riccardo, i due principi giovanissimi ipoteticamente fatti sopprimere nella Torre di Londra].
  7. L’assassinio della propria regina.

A questi si possono aggiungere, come spesso accade per infangarlo, il suo matrimonio combinato con la nipote Elisabetta, la penitenza [pubblicamente imposta, e umiliante] a Jane Shore e le sue deformità fisiche.

Provvedendo a confutarle una dopo l’altra.
Per lo studioso ottocentesco Clements Markham a far assassinare nella Torre i due principi ragazzini non sarebbe costui ma il suo nemico e successore Enrico VII Tudor, mentre il resto delle accuse si ridurrebbe a pura propaganda; altri autori coevi saranno più prudenti di Markham ma sottolineeranno le qualità del re sconfitto e una crudeltà diffusa nell’Inghilterra dell’epoca che avrebbe potuto condizionare anche Riccardo senza renderlo in senso proprio un mostro. Nel 1924 viene fondata la Richard III Society, prima di varie associazioni nate per rivalutare il vecchio re, e qualche decennio più tardi il romanzo giallo La figlia del tempo di Josephine Tey (1951) smonterà le accuse a Riccardo con il linguaggio della fiction. Ulteriore e inatteso colpo di scena sarà però recato dal ritrovamento sotto un parcheggio a Leicester (settembre 2012) dei resti di un convento francescano e delle ossa identificate – per una serie credibile di motivi – in quelle di Riccardo, poi traslate nella locale cattedrale (marzo 2015). Con l’onore che Enrico VII non gli aveva tributato.
A questo punto, nessuna sorpresa per una nuova operazione revisionistica, nel godibilissimo romanzo Il segreto della rosa bianca di Elizabeth Rasicci, giornalista e autrice di programmi televisivi cultrice di storia (il suo blog Beyond Death è ricco di spunti d’interesse): un intelligente, intenso e amaro romanzo storico in realtà ucronico, a ritoccare la realtà a colpi di “e se…?” ma proprio per questo necessariamente documentatissimo e scritto con penna molto controllata e felice. L’autrice non sbarella in fantasie assurde (non cede cioè alla moda dei cospirazionismi da Grande Congiura, oggi dilaganti), e si allontana dalla versione canonica solo dove lo vede credibile sulla base di una lettura rigorosa dei fatti. Capitalizzando dunque in chiave fantastica, l’ucronia, la vocazione popolare del romanzo storico romantico – si pensi solo al nostro Ottocento – con tutto quanto connota il genere: passioni, colpi di scena, tradimenti, amori oltre la vita…
La passione è tanta da far vagheggiare che l’autrice parli di storie proprie, con un sovrapporsi di un’Elizabeth sull’altra. Ma in fondo proprio la scrittura permette di valorizzare le tracce di noi – a volte impronte sull’argilla, altrove frantumi memoriali o persino genetici – alla deriva del tempo.
Per quanto colto, Il segreto della rosa bianca può essere letto facilmente e “prendere” senza difficoltà il grande pubblico. Invece di tanto scipito fantasy adolescenziale minore in traduzione, quegli stessi lettori troverebbero sollievo in (tardi)medioevi appassionati come questo, con il surplus di imparare qualcosa sulla grande storia, d’una sfida a scoprire dove sia stato utile “correggerla” e d’una lettura in buon italiano. I grossi editori ricordino l’autrice.
La storia vede come protagonista e in gran parte narrante Elizabeth di York (1466-1503), primogenita di Edoardo IV d’Inghilterra, principessa schiacciata dalle scelte dinastiche, costretta a sposare uno zio ma innamorata dell’altro, appunto Richard: una sintesi, questa mia, che farebbe pensare a un modesto teatrino sentimentale se non fosse per la statura dei personaggi. Elizabeth è appassionata, volitiva, non priva di iniziative personali, tormentata da rimpianti e rimorsi: non tanto per la storia adulterina con lo zio Lord Protettore del re nipote e poi sovrano a sua volta, ma per il dolore recato alla soave moglie di lui, Anne Neville e per le morti che fioccano intorno, di cui a tratti si sente responsabile. Il suo motto è inizialmente “Sans remevyr”, “Senza mai cambiare”, che lascia intuire con quanta fatica l’erede degli York costretta alle nozze con il vincitore Lancaster e ostaggio della suocera Margaret Beaufort potesse giudicare quelle forzature diplomatiche. E il fatto stesso che la Nostra si trovi a quel punto a cambiarlo in “Humble and Reverent”, “Umile e penitente”, ha giustamente posto all’autrice una serie di domande.
Interessante è poi come Rasicci sciolga i nodi su cui si era accanita la propaganda Tudor: non si tratta di revisionismo a buon prezzo, come quello che tante volte è stato speso tra faciloneria e manipolazione ideologica su vilain d’ogni tempo e latitudine (Caligola, Nerone, Vlad Dracula e magari gerarchi fascisti e nazisti). Lontano anni luce dalla caricatura del mostro, Riccardo appare figura nobile ma ingombrante, sensuale e calcolatore, divoratore di affetti e pronto a sacrificarli per un’idea molto sua di responsabilità verso il trono. Ovvio, fare il re – almeno nella brutale Inghilterra del tempo – non era un giro di valzer. Ma sappiamo che in generale, nelle nostre vite, i danni peggiori non li fanno tanto, o soltanto, i mostri.

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Storie di metamorfosi e di epidemie https://www.carmillaonline.com/2026/07/17/storie-di-metamorfosi-e-di-epidemie/ Fri, 17 Jul 2026 20:00:23 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95992 di Paolo Lago

È una storia di metamorfosi e di epidemia o, meglio, di una epidemia che provoca una metamorfosi in animale quella raccontata nel bel film The Animal Kingdom (2023) di Thomas Cailley: nelle prime sequenze vediamo i due protagonisti, lo chef François e suo figlio sedicenne Émile, bloccati nel traffico di una grande città. A un certo punto, si odono dei colpi fortissimi che riecheggiano nella strada mentre da un’ambulanza, a sua volta bloccata, una creatura umanoide con due grosse ali fugge dopo aver divelto le porte. In uno spazio normale e quotidiano, intrappolato nella metallica geometria del traffico, della [...]]]> di Paolo Lago

È una storia di metamorfosi e di epidemia o, meglio, di una epidemia che provoca una metamorfosi in animale quella raccontata nel bel film The Animal Kingdom (2023) di Thomas Cailley: nelle prime sequenze vediamo i due protagonisti, lo chef François e suo figlio sedicenne Émile, bloccati nel traffico di una grande città. A un certo punto, si odono dei colpi fortissimi che riecheggiano nella strada mentre da un’ambulanza, a sua volta bloccata, una creatura umanoide con due grosse ali fugge dopo aver divelto le porte. In uno spazio normale e quotidiano, intrappolato nella metallica geometria del traffico, della strada e dei grigi palazzi che si stagliano dintorno, erompe la dimensione ferina dell’animale. Quest’ultima sembra forse appartenere ad una dimensione ancestrale ormai repressa nella società industriale e tecnologica; la stessa misteriosa epidemia sembra portare il germe dell’animalità repressa che si insinua nella regolare e alienata quotidianità degli individui. La metamorfosi rappresenta un “imbestiamento” dell’essere umano, un elemento del resto presente nella cultura occidentale fin dall’antichità; pensiamo solo alla mitica figura del Centauro o alle storie di mascheramento e metamorfosi in animale che incontriamo nel folklore e nella letteratura. Nell’Iliade, nel libro X, il troiano Dolone si reca a spiare il campo acheo indossando una pelle di lupo e un berretto di martora per mimetizzarsi, compiendo quindi un primo passo verso l’“imbestiamento”, mentre nel Satyricon di Petronio, in una storia raccontata al banchetto di Trimalcione, un soldato si trasforma di notte in un lupo mannaro (versipellis) e nelle Metamorfosi di Apuleio l’ingenuo Lucio viene tramutato in asino. Senza contare i numerosi riti e rituali che da epoche remote sopravvivono in diversi luoghi rimasti isolati per vari motivi: pensiamo soltanto ai “Mamuthones” sardi o alle rappresentazioni folkloriche che prevedono il mascheramento in cervi o altri animali presenti ancora oggi nelle zone alpine.

Nel film, però, la trasformazione in animale non avviene per cause magiche, fantastiche o legate al folklore ma è provocata da una epidemia che sembra annientare la dimensione “sapiens” dell’essere umano per farlo ripiombare in una condizione di ferinità. Ma quella dimensione “sapiens” sembra foriera soltanto di devastazione e distruzione, soprattutto nei confronti di qualsiasi conduttore di diversità. Il giovane Émile, nel film, è l’unico che riesce ad avvicinarsi agli esseri umani trasformati o in via di trasformazione, forse perché anche sua madre da tempo è vittima della metamorfosi in animale. Il personaggio, il cui nome può rimandare a Émile ou de l’éducation di Rousseau, compie un percorso di crescita fino a rendersi conto che non esiste nessuna “bontà originaria dell’uomo”. Il giovane capisce che sono più buoni, alla fine, gli esseri umani trasformati in animali rispetto a quelli rimasti nella loro condizione originaria. Diversi ‘mutanti’ si erano rifugiati in un bosco nel Sud della Francia creando una piccola comunità che ben presto viene scoperta e attaccata dall’esercito. Émile si addentrava in essa come in uno spazio magico, circondato dagli alberi e dalla vegetazione, in cui le creature si muovevano libere. Uno spazio, quindi, nettamente contrapposto alla rigida geometria che domina nelle sequenze iniziali cittadine, in cui la stessa vita degli individui è irreggimentata e coloro che cominciano ad essere vittima delle mutazioni devono essere separati e reclusi. Ma ben presto quella geometria razionalizzante, quella normalizzazione escludente irrompe anche qui: vediamo bombe e granate lanciate dai soldati all’interno del bosco mentre avanzano carri armati e altri mezzi d’assalto per catturare ed uccidere. Gli uomini-animali rappresentano allora probabilmente gli animali tout court nella società contemporanea, una ‘minoranza’ indifesa continuamente violentata e ferita dalla specie umana che non esita ad ucciderli eliminando il loro habitat. E non è un caso che gli alieni del recente film di Steven Spielberg, Disclosure Day (2026), dopo essere stati sottoposti ad angherie e torture, per mostrarsi agli esseri umani da loro prescelti usino forme di animali selvatici, altri ‘diversi’, ma stavolta terrestri, sottoposti a violenze.

Lo stesso Émile viene infettato dall’epidemia ed è vittima di una graduale mutazione che lo trasforma gradatamente in lupo. Ma si tratta, appunto, di un cambiamento estremamente graduale e mai sapremo se giungerà prima o poi al suo stadio finale. Il regista affronta il tema della metamorfosi del ragazzo come se si trattasse della trasformazione del suo corpo dovuta all’età adolescenziale, un delicato momento di passaggio. Non è un caso che, come nota Carlo Ginzburg, fossero proprio dei giovani a travestirsi da animali in alcuni antichi rituali presenti nel folklore dell’arco alpino, nei quali il travestimento mirava a rappresentare le anime dei morti (cfr. C. Ginzburg, Storia notturna. Una decifrazione del sabba. Adelphi, Milano, 2017, p. 198). È proprio grazie al suo progressivo mutamento che Émile riesce a comprendere coloro che, per la società rigidamente incasellante, sono già morti, avendo inesorabilmente perso qualsiasi facoltà umana. Il suo corpo subisce dei cambiamenti e, più che assomigliare alle metamorfosi che vediamo in diversi film sui lupi mannari, dal celebre The Wolf Man del 1941 diretto da George Waggner fino al recente Wolf Man (2025), di Leigh Whannel, un remake noioso e poco riuscito, ci può far pensare alla graduale mutazione di cui è vittima il corpo del protagonista in La Mosca (The Fly, 1986) di David Cronenberg. Anche se quest’ultimo, a differenza di Émile, compirà fino in fondo il suo terribile processo di metamorfosi, possiamo incontrare degli elementi in comune nella progressiva ‘animalità’ che investe i personaggi, come l’affinamento di diverse capacità sensoriali o l’assunzione graduale di una specie di forza sovrumana.

Ma, se il mutamento di Émile avviene a causa di un virus, quello del protagonista di Cronenberg, lo scienziato Seth Brundle, è provocato da un esperimento da lui stesso creato. È un esperimento che prevedeva il teletrasporto di esseri umani e cose attraverso due capsule distanti fra loro a generare il mostruoso ibrido del film di Cronenberg. Brundle, in questo senso, è un perfetto figlio degli anni Ottanta reaganiani, dell’arricchimento ad ogni costo a scapito di qualsiasi dimensione umana e ‘naturale’. Un teletrasporto di persone o cose a distanza non è naturale o umano, ma è una grande macchina di guadagno. Ecco che l’uomo tecnologico e capitalistico, nel processo di tecnologizzazione del mondo, regredisce ad animale e, per di più, ad insetto. In The Animal Kingdom non sono più gli anni Ottanta a fare da sfondo alla metamorfosi ma la contemporaneità digitale, tecnologica ed asettica, incappata per un errore (forse l’epidemia è stata causata da una sbagliata relazione con gli stessi animali) in una regressione ferina.

Un altro interessante film che rappresenta una storia di epidemia e metamorfosi è The Bay (2012) di Barry Levinson, girato sotto forma di un’inchiesta svolta dalla giovane studentessa di giornalismo Donna Thompson, al suo primo incarico come reporter. Siamo stavolta negli Stati Uniti e la vicenda segue ciò che avviene nell’immaginaria cittadina di Claridge nel Maryland fra il 4 e il 5 luglio 2009 durante i festeggiamenti per la festa dell’Indipendenza. Improvvisamente scoppia una devastante epidemia provocata da un parassita mutante che si trova in mare. Le mutazioni sono state provocate verosimilmente dalle feci dei polli di un vicino allevamento intensivo e da altre sostanze tossiche scaricate nella baia. I malati si ricoprono di vesciche purulente e il parassita, cresciuto a dismisura, ne divora gli organi dall’interno. L’epidemia colpisce l’America del consumo e del divertimento intenta a festeggiare il 4 luglio, perduta nei suoi rituali di spettacolarizzazione e opulenza. In questo caso sappiamo bene da cosa è stata provocata: da una sete di arricchimento a tutti i costi probabilmente derivata da quella stessa temperie degli anni Ottanta che si protrae in mille e devastanti forme nella società tecnologica degli anni Dieci (il film è del 2012). Come in altri film che raccontano mutazioni degli animali provocate da scorie tossiche rilasciate nell’ambiente (ad esempio Frogs, del 1972, di George McCowan o Alligator, 1980, di Lewis Teague) ben delineate da Fabio Malagnini nel suo interessante saggio Antropocene Horror (Odoya, 2023), le autorità si alleano con l’oscuro potere di multinazionali e capitalisti vari per mettere a tacere devastanti operazioni di inquinamento dell’ambiente. In questo caso è il sindaco ad essere connivente perché l’allevamento di polli “porta lavoro e ricchezza” alla cittadinanza. Ma questo lavoro e questa ricchezza possiedono il loro macabro doppio, come nella recente e ben riuscita serie TV Bambini di piombo (2026), tratta da una storia vera, in cui un complesso industriale nella Slesia sovietica provoca una mortale intossicazione da piombo nei bambini e ragazzi della comunità.

Il macabro doppio è rappresentato da creature mutanti che nascono direttamente in seno a un “antropocene horror” che, in nome del profitto, sembra essersi esteso a macchia d’olio. Anche in questo caso possiamo ricordare il cinema di David Cronenberg: i mostruosi mutanti che si insinuano nei corpi delle vittime assomigliano tantissimo al parassita di Shivers (1975) che si insinua negli organismi degli abitanti di un tranquillo residence di Toronto. Ma, come nel caso di La Mosca, se il parassita di Cronenberg è stato creato da un folle scienziato che intendeva annientare l’eccessiva razionalità umana, i mutanti di The Bay nascono da un’epidemia creata non dall’esperimento di un folle ma da una scienza divenuta folle e asservita al capitale. Lo spettacolo dei festeggiamenti del 4 luglio mostra il suo lato in ombra, macabro e sanguinolento. La cittadina si trasforma in uno spazio mostruoso solcato da una specie di zombie malati e sanguinanti. La festa si converte in fosca tragedia segnata dal sangue, come nel racconto di Edgar Allan Poe La mascherata della Morte Rossa (The Masque of the Red Death). Dietro la maschera della festa vuota e inconsapevole creata dalle dinamiche ciniche del capitale spesso si cela l’orrore. Ma non crediamo che ciò avvenga soltanto nell’immaginario cinematografico perché l'”antropocene horror” è qui, in mezzo a noi e, come le temperature ‘mutanti’ di ogni estate, sta crescendo sempre di più.

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Guerra algoritmica, sovranità digitale e costruzione di immaginario https://www.carmillaonline.com/2026/07/16/guerra-algoritmica-sovranita-digitale-e-costruzione-di-immaginario/ Thu, 16 Jul 2026 20:00:07 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95414 di Gioacchino Toni

Arturo Di Corinto, Guerra profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti, Prefazione di Roberto Baldoini, Luiss University Press, Roma, 2026, pp. 220, € 22,00

Risulta ormai evidente come l’importanza assunta dalle tecnologie digitali nell’esercizio del potere contemporaneo abbia di fatto esteso all’ambito tecnologico la competizione internazionale tradizionalmente riservata ai piani commerciale e militare.

Essendo estremamente difficile pensare che un’entità nazionale possa raggiungere la piena autosufficienza tecnologica – che presupporrebbe la totale autonomia progettuale, la forza per imporre standard globali di funzionamento, il completo controllo delle infrastrutture e dei mercati necessari alla distribuzione e all’utilizzo delle tecnologie, oltre [...]]]> di Gioacchino Toni

Arturo Di Corinto, Guerra profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti, Prefazione di Roberto Baldoini, Luiss University Press, Roma, 2026, pp. 220, € 22,00

Risulta ormai evidente come l’importanza assunta dalle tecnologie digitali nell’esercizio del potere contemporaneo abbia di fatto esteso all’ambito tecnologico la competizione internazionale tradizionalmente riservata ai piani commerciale e militare.

Essendo estremamente difficile pensare che un’entità nazionale possa raggiungere la piena autosufficienza tecnologica – che presupporrebbe la totale autonomia progettuale, la forza per imporre standard globali di funzionamento, il completo controllo delle infrastrutture e dei mercati necessari alla distribuzione e all’utilizzo delle tecnologie, oltre che la disponibilità dei materiali necessari –, ecco dunque presentarsi in tutta la sua rilevanza il problema della sovranità digitale affrontato da Arturo Di Corinto nel volume Guerra profonda (Luiss, 2026).

Ogni Paese che ambisca al mantenimento di un ordinamento democratico si trova oggi a fare i conti sia con un livello crescente di dipendenza tecnologica da sistemi progettati e governati secondo logiche disinteressate ai principi democratici sia con una concentrazione di potere tecnologico nelle mani di poche corporation globali private. A fronte di tale contesto, il volume di Arturo Di Corinto mette in luce come cybersicurezza, informazione digitale e nuove tecnologie stiano ridefinendo profondamente le dinamiche contemporanee del conflitto e della competizione internazionale.

La guerra contemporanea è combattuta con algoritmi, satelliti e troll farm, il che ha esteso il campo di battaglia a device digitali, social e banche dati. Una guerra che ricorre a «software e algoritmi, intelligenza artificiale, dispositivi informatici e piattaforme digitali per sviluppare strategie politiche ed economiche, ma anche interventi militari, operazioni cibernetiche e di influenza informativa» (p. 22). Una guerra algoritmica, la definisce Di Corinto, in quanto basata sulla «capacità di macchine “intelligenti” di raccogliere e analizzare enormi quantità di dati, prendere decisioni, e agire in modi che sopravanzano le capacità umane in termini di velocità e complessità, estraendo informazioni generate da personal media e social network e arruolando le Big Tech nei conflitti moderni che usano gli utenti di Internet come terminali di senso e soldati passivi nella guerra dell’informazione» (p. 22).

Una volta delineata l’importanza assunta dalla sovranità digitale nel contesto contemporaneo e spiegato come ogni guerra possa dirsi ibrida, in quanto disposta a ricorrere ad ogni mezzo necessario per avere la meglio sul nemico, dalle armi da fuoco alla manipolazione dell’informazione, Di Corinto approfondisce i concetti di guerra cibernetica, guerra algoritmica, guerra cognitiva, spiega le differenze tra infowar, netwar e cyberwar, evidenzia il coinvolgimento dei civili nei conflitti cibernetici, tratteggia l’evoluzione dell’hacktivism come fenomeno sociale per poi illustrare il ruolo di hacker e hacktivisti nei conflitti russo-ucraino e mediorientale, a riprova di come il mondo cyber sconfini nel mondo fisico.

Quando si parla di cyberwar si fa riferimento agli attacchi informatici finalizzati a danneggiare le risorse della nazione nemica: si tratta,  dunque, sottolinea Di Corinto, di una guerra ibrida che oltrepassa l’ambito cyber coinvolgendo i domini di terra, mare, cielo e spazio impattando sull’economia, sulla politica e sull’informazione, e che arruola i civili, singoli od organizzati, rendendoli attivamente protagonisti trasformandoli in «terminali di una rete di produzione di senso e di intervento attivo nei conflitti» (p. 50). Ogni conflitto cyber impatta sullo spazio cognitivo del nemico, dunque l’informazione, sia giornalistica sia delle reti sociali, assume un ruolo centrale nella sua conduzione.

Per quanto la disinformazione nasca ben da prima dell’era digitale, è innegabile che il fenomeno si sia ampliato a dismisura con l’avvento dell’informazione digitalizzata, del web e dell’intelligenza artificiale impattando in maniera inedita sull’opinione pubblica e sulla stabilità sociale. In un contesto in cui proliferano fake news e realtà alternative, l’opinione pubblica tende a essere modellata più dagli impulsi emotivi, dalle credenze personali e dalle relazioni sociali (soprattutto digitali). Questo alimenta un meccanismo psicologico di conferma delle informazioni acquisite prescindendo dall’oggettività e dalla verificabilità dei fatti. Inoltre, il ricorso preferenziale alle sintesi prodotte dai sistemi di intelligenza artificiale per l’informazione e la formazione personale risente dell’autoreferenzialità di un sistema IA che spesso elabora le sue risposte a partire da informazioni prodotte da altri sistemi di IA, contribuendo a plasmare un immaginario collettivo incurante dell’attendibilità delle fonti e dell’oggettività e verificabilità dei dati su cui si struttura.

La guerra algoritmica, come detto, è una guerra ibrida combattuta anche a livello cognitivo che, alla luce del ruolo di primo piano giocato dalle grandi corporation tecnologiche private, mette gli Stati di fronte al problema della sovranità digitale. In particolare, quando si parla di guerra cognitiva, scrive Di Corinto, si fa riferimento allo «sfruttamento dell’opinione pubblica, da parte di un soggetto esterno, allo scopo di influenzare le politiche pubbliche e governative e destabilizzare le istituzioni pubbliche» (p. 87). Tale tipo di guerra ha lo scopo di intervenire sui processi cognitivi, sulla percezione pubblica e individuale degli eventi generando paura, malcontento, frustrazione e rabbia causando proteste, rivolte, instabilità sociale e politica.

Esempi di guerra cognitiva, almeno a parere di chi scrive, si possono individuare nelle cosiddette rivoluzioni colorate supportate, quando non orchestrate direttamente, da forze occidentali, soprattutto statunitensi, in alcuni Paesi post-sovietici ma anche, a livello interno – si potrebbe parlare in questo caso di guerra civile cognitiva – nella costruzione da parte dell’alt-right statunitense dell’immaginario da cui è derivato l’assalto a Capitol Hill del 2021.

Si parla di propaganda computazionale quando l’attività di propaganda e disinformazione viene attutata attraverso i mezzi digitali – piattaforme, social, Llm… – per diffondere narrative interamente o parzialmente false, sfruttando «i limiti attenzionali e le euristiche di scelta collegate alla selezione dell’informazione attraverso la diffusione personalizzata di messaggi emotivamente allarmanti, minacce reali o immaginarie e teorie del complotto che catturano l’attenzione più di altri contenuti» (p. 101).

Per quanto la propaganda computazionale nasca e si dispieghi nell’ambiente digitale, sottolinea Di Corinto, i suoi effetti sono spesso amplificati dai media tradizionali che, più o meno volontariamente, contribuiscono a collocarla all’interno dell’agenda mediatica ufficiale fornendole autorevolezza. Paradossalmente, la ripresa da parte dei media tradizionali della propaganda veicolata da media che, spesso, si presentano come alternativi ad essi, crea un cortocircuito utile alla diffusione di quei contenuti anche in ambienti originariamente restii ad accettarli.

Di Corinto si sofferma anche sulle differenze tra infowar, netwar e cyberwar. Con infowar si fa riferimento a un concetto di ambito militare fatto proprio, negli anni Novanta, dagli attivisti politici per indicare la diffusione di comunicazione alternativa attraverso il web, mentre con netwar si indica il ricorso alla rete da parte degli attivisti per praticare azioni di disobbedienza e di interferenza sociale. Se infowar e netwar, spiega l’autore, hanno a che fare con pratiche di conflitto tipiche dell’hacktivism, ben diverso è il caso della cyberwar. Quest’ultimo termine si riferisce alla guerra cibernetica,

cioè una guerra che si tiene nel cyberspace e che usa l’informatica, la cibernetica e le reti di comunicazione al pari di armi convenzionali, per definizione appannaggio degli Stati e degli eserciti. La cyberwar punta a smantellare i sistemi di comando, controllo e comunicazione del nemico in una maniera intenzionale e pianificata impiegando ingenti risorse computazionali centralizzate e facendo uso di cyber-armi come backdoor, botnet, malware, software exploit e virus trojan (p. 117).

A differenza della net-war che, per il suo carattere discontinuo e asimmetrico, rappresenta una forma di guerriglia portata sul web, la cyberwar si caratterizza per gli attacchi informatici contro uno Stato-nazione capaci di produrre danni significativi sia in termini di messa fuori uso di sistemi informatici vitali per il Paese, che in termini di vite umane, soprattutto civili.

L’autore sottolinea come nel parlare di hacktivism si faccia riferimento a una pratica decisamente mutata nel corso del tempo: si è infatti passati dalle azioni di gruppi decentralizzati, destrutturati e dalla composizione variegata che, per quanto spesso focalizzati su una causa specifica, mirano in qualche modo al cambiamento sociale, a gruppi strutturati e organizzati, dotati di tecnologie sofisticate, supportati, sebbene raramente in maniera esplicita, direttamente dai governi. Si tratta, insomma, di veri e propri gruppi mercenari al soldo chi può permetterseli.

Alla luce del ruolo assunto da questo nuovo tipo di hacker e hacktivisti nei conflitti ibridi russo-ucraino e mediorientale, ricostruito dall’autore, emerge con forza il problema centrale su cui insiste il volume: quello della sovranità digitale dei singoli Paesi. L’hacktivism contemporaneo entra prepotentemente nelle guerre guerreggiate in un contesto in cui si afferma la guerra cognitiva.

Ogni società ricorre infatti a delle narrazioni per fare progredire i gruppi sociali che la compongono verso mete utili alla collettività. […] La creazione di consenso attorno a queste narrazioni si basa su storie condivise e la loro forza dipende dall’innesco di meccanismi psicologici. Questi principi sono manipolati costantemente da specifici attori. La propaganda è una forma di narrazione e condivisione di storie collettive, mentre la disinformazione si basa su distorsioni narrative, bias psicologici e tecnologie persuasive. Con l’avvento del digitale e dei social network è più facile propagandare narrazioni vere, false o inventate. […] È l’apoteosi dei servizi di intelligence che operano secondo la logica delle Misure attive, l’insieme di strumenti volti a manipolare la percezione di un target, per portare il loro attacco, l’attacco alla mente (p. 172).

Lungi dall’essere appannaggio di regimi totalitari reali o immaginati dalla fiction del passato, oggi la disinformazione di massa ha assunto una dimensione industrializzata, apparentemente democratizzata dall’intelligenza artificiale, accessibile a chi voglia hackerare non tanto un sistema informatico, ma la percezione della realtà, l’immaginario.

Guerra profonda offre una riflessione sul rapporto tra tecnologia, informazione e potere, evidenziando come le pratiche di hackeraggio, disinformazione e i sistemi automatizzati abbiano assunto centralità nei conflitti del nuovo millennio. Di Corinto, anche alla luce del suo ruolo di consigliere dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, pone in evidenza il problema della sovranità digitale, per chi invece voglia affrontare il complesso contesto delineato dall’autore in un’ottica votata al cambiamento sociale si tratta di vedere come farlo.

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Elogio dell’eccesso / 11 – Per me si va ne la città dolente… la fucina infernale di Cèline https://www.carmillaonline.com/2026/07/15/elogio-delleccesso-11-per-me-si-va-ne-la-citta-dolente-il-laboratorio-di-celine/ Wed, 15 Jul 2026 20:00:58 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95434 di Sandro Moiso

Henri Mahé, La Brinquebale. Memorie e lettere di Louis-Ferdinand Cèline, con una prefazione di Massimo Raffaeli e una postfazione di Éric Mazet, Edizioni Medhelan, Milano 2025, pp. 557, 32 euro.

Per me si va nella città dolente, per me si va nell’etterno dolore, per me si va tra la perduta gente (D. Alighieri, Commedia, Inferno, Canto III, vv. 1-3)

E’ un avvicinamento obliquo a Louis-Ferdinand Céline quello che ci propone il testo di Henri Mahé pubblicato in traduzione italiana dalle edizioni Medhelan. Obliquo perché sospeso tra memoria personale dell’autore, narrazione condotta attraverso lo stile letterario di [...]]]> di Sandro Moiso

Henri Mahé, La Brinquebale. Memorie e lettere di Louis-Ferdinand Cèline, con una prefazione di Massimo Raffaeli e una postfazione di Éric Mazet, Edizioni Medhelan, Milano 2025, pp. 557, 32 euro.

Per me si va nella città dolente,
per me si va nell’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente

(D. Alighieri, Commedia, Inferno, Canto III, vv. 1-3)

E’ un avvicinamento obliquo a Louis-Ferdinand Céline quello che ci propone il testo di Henri Mahé pubblicato in traduzione italiana dalle edizioni Medhelan. Obliquo perché sospeso tra memoria personale dell’autore, narrazione condotta attraverso lo stile letterario di Céline e la sua lingua, la petite musique dal ritmo quasi jazzistico, ma anche attraverso le lettere che tra il 1947 e il 1954 il dottor Destouches inviò a Mahé e a Paul Marteau.

In realtà, il testo italiano è formato da due diversi scritti successivamente unificati: il vero e proprio Brinquebale, scritto tra il 1967 e il 1968, e La Genesi con Céline, cui Mahé pose mano nel 1970 per poi concluderlo mentre era a New York nel 1975, poco prima di morire. Insieme, oltre che un memoir su Céline, costituiscono una sorta di romanzo di formazione in cui i ricordi sono rivolti alla ricostruzione del percorso attraverso il quale l’autore, nato il 17 luglio 1907 nel V arrondissement di Parigi, divenne oltre che amico di uno dei maestri della letteratura francese del ‘900 anche artista poliedrico: pittore, decoratore e regista di un unico lungometraggio, Blondine, realizzato nel 1943.

Eccentrico abitatore di battelli sulla Senna, Mahé fu affrescatore di numerosi locali parigini (tra i quali il cinema Le Grand Rex celebre proprio per i suoi affreschi), decoratore e scenografo per il cinema e illustratore di libri, tra cui la prima edizione illustrata del Viaggio al termine della notte. Ma fu anche decoratore, e frequentatore, di spettacoli circensi e bordelli, dove ebbe modo di apprendere quella lingua “bassa”, ma estremamente vitale che avrebbe caratterizzato tutta l’opera di Céline.

Éric Mazet nella Postfazione lo ricorda così:

Aveva la parlantina e sapeva come vivere. Pittore di circhi e di bordelli, scenografo per il cinema e per i teatri, per le sale da ballo e per i salotti borghesi, marinaio che aveva schiumato a lungo e in largo sui mari della Bretagna, era un divoratore di storie di corsari e di poesia lirica, un oratore ispirato e fuori dal comune, con un linguaggio colorito più immaginifico che argotico, una cosa tutta sua.
Che gioia, che sfilate, quei mercoledì al 31 di rue Greuze!
Potevi incrociare di tutto: l’eroe della Resistenza colonnello Rémy e l’ultimo protettore di Londra Gaston-la-Peugeot, la regina dei gitani e il nano Piéral, una poetessa manouche e l’idraulico del quartiere, il sindaco del XVI ma anche preti fasulli e contesse improvvisate, ricchi industriali e studenti squattrinati, avvocati di grido e parrucchieri famosi, luminari della medicina e geni della geologia. Bastava stare a sentire…1.

Fu lui, fin dagli anni ‘20, a introdurre il dottor Destouches, alias Céline, nell’ambiente artistico e borderline parigino e quando gli veniva chiesto se fosse stato il suo modo di parlare ad aver influenzato la lingua dello scrittore, era solito rispondere che: «Secondo alcuni avrei influenzato la sua lingua, ma se ho piantato un piccolo seme, era in un buon terreno, e il fiore è diventato un gigante rispetto al seme».

Ed è proprio la lingua celiniana ad uscire dalle pagine del libro, sia per lo stile adottato dall’autore che dalle lettere del grande scrittore. Un vocabolario e una modalità espressiva che, occorre dirlo, avrebbe contribuito a riformulare la langue d’oil d’origine medievale con quella parigina, più che dell’Ile de France, sviluppatasi a livello popolare nella Ville Lumière a cavallo tra XIX e XX secolo: l’argot.

Un insieme di espressioni gergali, mimiche facciali e strani suoni emessi con la bocca che spesso, ancora oggi, accompagna la parlata di tanti parigini e che la scrittura di Céline riproduce benissimo nella sua fretta, ironia e comica ferocia che certo non ne facilita la lettura per chi pretenda invece una lingua al contrario più poetica e aulica. Una scelta “impossibile” di cui era ben conscio lo scrittore quando, nel pur sempre maledetto Bagatelle per un massacro, scriveva, immaginando un dialogo tra lui stesso e Léo Gutman2:

— Di’, non sei poeta per caso? sai, delle volte? mi domanda a bruciapelo.
— Mi prendi alla sprovvista (Non mi ero mai posto questa domanda.) Poeta? che dire… Poeta?… Poeta come il sig. Mallarmé? Tristan Derème, Valéry, l’Esposizione? Victor Hugo? Guernesey? Waterloo? La Gola del Gard? St.-Malo? il sig. Lifar?… Come tutto il Frente Popular? Come il síg. Bloch? Maurice Rostand ? Poeta insomma?…
— Sì! Poeta insomma!
— Uhm… Uhm… È molto difficile rispondere… Ma in tutta franchezza, non credo… Si vedrebbe… La critica me lo avrebbe detto…
— Non ha detto così la critica?…
— Ah! Neanche per sogno!… Ha detto che come miniera di merda non si poteva trovare di meglio… nei due emisferi, e dintorni… che i libroni di Ferdinand… Che si trattava veramente di veri letamai… « Forsennato, convulso, irrigidito, hanno scritto tutti, in una assolutamente deliberata ostinazione a creare lo scandalo verbale… Il signor Céline ci disgusta, ci stanca, senza stupirci… Un sotto-Zola senza slancio… Un povero imbecille maniaco della volgarità gratuita… una grossolanità piatta e funebre… Il sig. Céline è un plagiario di graffiti da vespasiano… niente è più artificiale, più vano della sua perpetua ricerca dell’ignobile… perfino un pazzo se ne sarebbe stancato. Ma il sig. Céline non è neppure pazzo… Questo isterico è un furbastro… Specula su tutta la scempiaggine, la credulità degli esteti fittizio, contorto al massimo, il suo stile è una cosa ripugnante, una perversione, un eccesso squallido e noioso. Nessun bagliore in questa cloaca!… non un attimo di respiro… il minimo fiorellino poetico… Bisogna essere uno snob “tutto di bronzo” per resistere a due pagine di questa lettura forsennata… Bisogna compiangere di tutto cuore i disgraziati recensori obbligati (il dovere professionale!) a percorrere, con che pena! una simile distesa di porcherie!… Lettori! Lettori!…
Guardatevi bene dal comprare un solo libro di quel maiale! Siete avvertiti! Avete tutto da rimpiangere! Il vostro denaro! Il vostro tempo!… e poi un inaudito disgusto, definitivo forse, per tutta la letteratura!…
Comprare un libro del signor Céline proprio quando tanti nostri autori, grandi, vigorosi e leali ingegni, onore della nostra lingua (la più bella di tutte) in pieno possesso della più splendida maestria, soverchiamente dotati, intristiscono, patiscono un’ingiusta scarsità di vendite! (Ne sanno qualcosa loro.) Significherebbe davvero commettere una pessima azione, incoraggiare il più sciatto, il più degradante degli “snobismi”, la “Célinomania”, il culto delle piatte porcherie… Significherebbe pugnalare, in un momento così grave per tutte le nostre Arti, le nostre Belle-Lettere Francesi! (le più belle di tutte!) ».
– Hanno detto tutto questo i critici? Non avevo letto tutto, non ricevo l’Argo3.

Come ha affermato Domenico Carosso nel suo saggio “La «petite musique» di Céline”:

Capire l’argot per leggere Céline non basta, il problema è andare verso l’asprezza tagliente di Céline, la densità fauve che caratterizza la sua pagina, tenendo conto che il suo intraducibile jazz è quello di chi è cresciuto sotto le vetrate del passage Choiseul, nel II Arrondissement, tra l’odore di orina, i merletti inamidati della madre Marguerite, le canzoni di Aristide Bruant, dure ed epiche, e di Fréhel, forti e commoventi. Nella voce stessa di Céline, nel suo modo di parlare e nella sua scrittura, c’è sempre il suono di una vecchia parlata da faubourg, un impasto di gerghi vari che per sonorità e cadenze non ha niente a che fare col francese scolastico.
Per Céline sono i modi parlati, l’argot, gli intercalari osceni, le “parole sporche” a costituire i depositi verbali nei quali si raccolgono i “fatti della vita”, anche quelli depositati nella memoria. […] Céline, pur legato all’impressionismo dei ricordi, evita le metafore e i simboli, ma anche le argomentazioni speculative, edificanti e moralistiche, oppure le presenta in chiave ironica e parodistica, rinunciando inoltre ad organizzare un qualunque flusso temporale, a favore di un presente in continuo movimento. La sua «petite musique» è quella di un batterista nato per il quale le note sono un incrociarsi ossessivo e percussivo di pronomi, avverbi, congiunzioni, con inversione di parole dall’interno delle frasi e, tra l’altro, l’impiego del condizionale al posto del congiuntivo, troppo indefinito e quindi noioso, irreale. La via di fuga, se non proprio la liberazione è rappresentata dalla scrittura indemoniata, paranoica, spezzata, capovolta; tutta tesa a rendere il suono, più che l’immagine, di un mondo stravolto, inguaribile eppure anche grandiosamente comico, irrimediabile com’è.

La frase di Céline sembra uscire sempre da un mondo fangoso e immondo, immerso in una eterna città dolente e in un tumulto sonoro che sembra salire dagli inferi, che rivela come soltanto a partire da un fondo atroce e sordido sia possibile dare nuova forma all’universo e alla lingua. Per Céline non sono la parola o il verbo a creare il mondo:

Macché! viene prima l’emozione! dagli esseri unicellulari in su… La parola, semmai, viene dopo, per descrivere l’emozione… E per descriverla, a che cosa ci serve quel linguaggio secco, adoperato in maniera disseccata?… E si credono tutti tanti Voltaire: maniaci…Vedi le scuole, vedi i concorsi per le carriere…tutto… e poi basta aprire un giornale qualunque: on fait du chromo

A dispetto di tutti coloro che in lui vogliono vedere soltanto l’anti-semita e il collaborazionista (in un paese, nota bene, in cui i collaborazionisti furono moltissimi, anche nelle file del Partito comunista), Céline affronta il male intero del mondo, inveisce contro di esso e i Tedeschi, che in quell’epoca sembravano essere i maggiori responsabili dello stesso:

I Tedeschi sono arcifottuti, imballate le ossa e piantate un salice, le trippe da un lato, i balli dall’altro…Un giro di valzer, fantocci, alla ballata dei fucilati… le loro sporche ghigne… Addio Sigmringen, ci ho il mio avere, finito il balletto di granchi pieni di pidocchi […] Adesso taglio la corda in Norvegia… al polo Nord… Su da quelle parti, non vedrò più le loro facce di Pierrot e di minchioni… Vado al paese dei laghi… Ne voglio più sapere, della loro Goebbel’s propaganda… grancassa, lanterne, lucciole, trombe, pancia vuota… trippe all’aria… avanti Das Reich, per il macello.

Così le sue lettere riportate nel testo di Mahé e le memorie dell’autore de La Brinquebale, ci conducono nel cuore di un’officina incandescente, destinata a dare vita a personaggi travolti dalla follia della storia, da una società profondamente disuguale e dai suoi movimenti scomposti e inarrestabili. Dentro e dietro questo irrefrenabile e tutt’altro che opaco caos, la «scrittura atroce» dei romanzi di Céline si dipana tra i calembours e gli aneddoti, i gesti e i puntini di sospensione che li contrappuntano, esaltandone la musicalità.


  1. É. Mazet in H. Mahé, La Brinquebale. Memorie e lettere di Louis-Ferdinand Cèline, Edizioni Medhelan, Milano 2025, pp. 519-520.  

  2. Léo Gutman (1875-1951), avvocato e scrittore tedesco di origini ebraiche.  

  3. Louis-Ferdinand Céline, Bagatelle per un massacro (ed. originale 1937),traduzione dal francese di Giancarlo Pontiggia, Ugo Guanda Editore S.r.l., Milano settembre 1981, pp. 33-34. Il 2 Gennaio 1982, il tribunale di Milano ordinò il sequestro del libro di Céline Bagatelle per un massacro, formalmente motivato dal parere contrario dalla vedova, mentre secondo l’editore Guanda si sarebbe trattato di un provvedimento di censura politica.  

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Due racconti pre agostani https://www.carmillaonline.com/2026/07/14/due-racconti-pre-agostani/ Tue, 14 Jul 2026 21:55:07 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95944 di Cesare Battisti

La cifra della prigionia

Tornare sul proprio passato e non ricordare la data di certi avvenimenti che, nonostante, hanno segnato momenti significativi della mia vita, è deprimente. Potrei descrivere nei dettagli una scena vissuta, affrescare uno stato d’animo o tornare sul significato di un gesto, un’espressione, non ho nemmeno dubbi sulla successione di questi avvenimenti. Ma dargli una data quando mi occorrerebbe farlo, questo è un altro paio di maniche. Non penso sia una faglia da attribuire alla vecchiaia, se così fosse, ad essere compromessa sarebbe piuttosto la memoria recente. Ma è proprio questo il punto: il carcere [...]]]> di Cesare Battisti

La cifra della prigionia

Tornare sul proprio passato e non ricordare la data di certi avvenimenti che, nonostante, hanno segnato momenti significativi della mia vita, è deprimente. Potrei descrivere nei dettagli una scena vissuta, affrescare uno stato d’animo o tornare sul significato di un gesto, un’espressione, non ho nemmeno dubbi sulla successione di questi avvenimenti. Ma dargli una data quando mi occorrerebbe farlo, questo è un altro paio di maniche. Non penso sia una faglia da attribuire alla vecchiaia, se così fosse, ad essere compromessa sarebbe piuttosto la memoria recente. Ma è proprio questo il punto: il carcere appiattisce i ricordi su una stessa linea di tempo, un rullo compressore che spiana tutto su uno sconfinato presente.

Il tempo vuoto è la cifra della prigionia, è il calendario di una sola pagina, è tempo che non passa nel luogo senza, senza speranza e senza senso. Nella smania dell’attesa,non è più possibile distinguere il passato recente dal quello remoto; può essere successo da un secolo o una settimana fa, per il prigioniero sarà sempre e solo un ieri. Non si tratta di un punto di vista personale, dovuto magari a un momento di sconforto, bensì di un responso senza appello. Esso si inscrive nell’anima dei sempre troppi esseri umani costretti ad adattarsi all’ambiente spietato del carcere. Che non è solo il luogo dell’espiazione della pena, è anche e soprattutto un modo diverso di non stare al mondo. Il prigioniero si adegua al vuoto, resiste, ma per far questo deve annullare sé stesso. E il tempo lo aiuta cessando la sua corsa. Certe volte, per dirmi che c’è sempre di peggio, o solo per riempire di pensieri il silenzio della notte, saltello di pena in pena confondendo epoche e prigioni. Risento allora il solletico sulle labbra che mi facevano gli scarafaggi quando venivano a succhiarmi la saliva, non appena chiudevo gli occhi in una cella di sicurezza del Quai des Orfèvres, la questura centrale di Parigi. E poi il freddo della prigione di Fresnes, il famigerato bastione della sicurezza sin dai tempi dell’occupazione nazista.

Mi ferisce la mente la crudeltà di quegli agenti di sorveglianza, il loro ordinario disprezzo per la dignità umana. Avendo sperimentato il regime delle carceri speciali al culmine della repressione in Italia, credevo non esistesse peggiore nefandezza che poteva impressionarmi. Sembra impossibile, a ricordarlo adesso, qui seduto a tavolino davanti al mio PC, con le vette delle Apuane così vicine alla mia finestra da farmi dimenticare a tratti le sbarre che ci separano.
Ancora detenuto, sì, e lontano da quella Francia così severa nel dovere quanto attenta al diritto. Ma non era ieri, come vorrebbe farmelo credere l’insonnia, è stato tanto tempo fa. Era in corso il mio primo processo di estradizione, poi negata dalla Corte di Parigi.

Nel carcere di Fresnes ci sono rimasto solo cinque mesi, altro mondo, altra epoca, ma la mente mi ci è rimasta impigliata e adesso non mi lascia andare. Mi obbliga a ricordare la sporcizia, risentire nelle ossa il freddo dell’inverno nordico, con il capo chino sotto gli insulti di guardie avvinazzate. Poi tradotto in giustizia mani e piedi incatenati. Valeva per tutti, non importava se ladro di polli o terrorista internazionale. La Francia dà e la Francia toglie, anche la vita, se pochi anni prima il governo socialista non avesse fatto saltare la ghigliottina. Fresnes è stata un’esperienza che mi marcherà più di tante altre disgrazie, talune anche peggiori, forse perché non me lo aspettavo da un paese che credevo di grande civiltà e che, oltretutto, non avevo mai offeso.

Il buio mi risucchia, da un freddo all’altro. E io non so più dire: Fresnes o Oristano? Le ossa tremanti sotto la coperta rozza sembrano le stesse, ma il cuore no, quello nell’isolamento di Oristano è stanco, anche la storia che racconta è un’altra. Sensazioni diverse, ma stesse esperienze che uccidono la speranza, definitive come la morte, al punto da non averne più paura. Anche il carcere di Oristano fa parte del passato, sta tutto nel sacco senza fondo della pena. Ma la notte è irrequieta e la mente ci va dietro. Saltella di carcere in carcere, rimette a nudo il pietoso rientro nelle patrie galere. Ricordi che credevo spenti ora nella notte bruciano. È stato ieri, solo ieri. Niente di strano, ho già sentito ergastolani rifare mille combinazioni del presente mischiando le carte di un ieri troppo lontano perfino per la memoria degli archivi giudiziari.

La disinvoltura con la quale questi prigionieri pluridecennali usano raccontare l’antica libertà, a dispetto del tempo e delle pene, è la mano tesa nella mia notte oscura. Una mano forte, mi guiderà verso il prossimo ieri.

 

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Silvana e baci

Silvana l’ho baciata alle scuole medie. Anzi, lei ha baciato me e, prima ancora di capire, si era staccata e già correva via tenendosi il vestitino a fiori con la mano. Cosa avesse mangiato Silvana prima di quel bacio, me lo sono chiesto fino alle superiori. C’era sulle sue labbra un sapore strano, che avrei ricercato invano in altre bocche da baciare. Ho creduto a volte di averlo ritrovato masticando un fiore, o dentro un cartoccio di dolciumi. Mi è sembrato anche di sentirlo tra le rime di una poesía letta a scuola, di scovarlo in una canzone degli Equipe 84 con Guccini.

Ho cercato Silvana correndo le vie di Latina, mentre baciavo le altre per esercitarmi e poi farglielo vedere. Era l’epoca dei baci. Si baciava per non sentirsi tagliato fuori dall’età che lievitava e anche per parlare di bocche a scuola, come fossero gelati da leccare. E per non dimenticare il sapore di Silvana, con il gonnellino a fiori e la frangetta nera scolpita sulla fronte. Silvana l’ho cercata dappertutto.

Ho creduto poi di riconoscerla tra i ragazzi della Quinta, con i pantaloni scampanati e la cinta a bassa vita. L’ho abbracciata di sfuggita nei sottoscala delle case popolari, chiedendole dove avesse lasciato il suo sapore, e facendomi trattare da imbranato quando inventavo scuse per fuggire. Silvana mi faceva vergognare, quando con Lino e la sua banda prendevamo in “prestito” un motorino per andare alle feste di paese, a impressionare le ragazze da baciare. Certe volte mi è sembrato di vederla applaudire, quando rinunciavo a una parte del mio bottino per una colletta militante, o per pagare l’avvocato a un compagno finito male; talvolta un ciclostile da comprare, ma il cui uso mi era ancora indifferente.

Ho creduto di vederla tra la folla che piangeva, la volta in cui Lotta Continua con quelli della Quinta avevano riempito piazza del Popolo, mentre io venivo schiaffeggiato e ammanettato a una volante della polizia. Il sapore di Silvana mi bruciava in gola, ogni volta che respiravo un po’ d’aria pura, andando a spasso con una nuova amica.
Ancora oggi, con la schiena curva e incanutito, mi pare di vederla tra le righe. Mentre, con aria delusa, lei si rimette i pantaloni sotto l’albero più frondoso della Macchiarella, l’alcova beffata dal mio primo amore. Bella da morire, sembrava fosse la sua pelle a profumarle la maglietta rossa. Era un giorno qualunque, buono per scoprire il sesso e il poco che con esso si può fare. E adesso, in questa domenica fredda e carcerata, cercando con la mente i giorni andati, con qualche orgasmo dato e ricevuto, chiudo gli occhi e mi vergogno ancora. Non era cosi che si doveva fare, troppo stupido per confessare a Silvana che non l’avevo mai fatto prima. Entrai ed arraffai in fretta e in furia quel che potevo, per poi ritirarmi come un ladro a mani vuote. Era quanto avevo fin li imparato a fare.

Adesso che pretendo aver capito tutto questo, cerco e non trovo il momento di rottura, il giorno e l’istante in cui l’adolescenza mi ha tradito e il mondo è diventato una prateria da bruciare. È difficile separare i sogni dalle illusioni, chissà sono farina dello stesso sacco, come la morte e la bellezza che mi forzava allora, e mi sforzo ancora oggi di capire. Cosa è successo al ragazzo che si fermava a chiedersi cos’era, che rendeva bello un qualcosa che succede tutti i giorni, come quel tramonto in riva al mare, che c’era anche ieri e tornerà domani.

Dall’alto dell’età, o dal basso delle mie disgrazie, guardo a quando ingannavo me stesso dicendomi che stavo con chi riempiva le piazze, mentre per un pugno di emozione e in tasca qualche lira in più sfidavo la notte con Lino e i suoi. Eppure, continuo a credere che è stato quello il periodo più fertile del mio passato. Mi ha fatto capire a posteriori il senso profondo di alcuni atti nella vita. È stato come guardare un seme piccolo e insignificante, dal quale germogliano piante che danno frutti, ma anche le bacche velenose. All’epoca rimanevo incantato davanti alla durezza di una ghianda che sarebbe diventata un albero gigante; oggi mi accontento di una foresta di pixel sullo schermo della televisione. Non ha colpa la quercia, se invece del fresco della sua ombra io ho scelto il gelo dello Stato.

Silvana è la ragazza che non è mai stata mia. È l’uccellino del galeotto che non porta pena, saltella sempre libero sul muretto che sta oltre la grata. L’ho reinventata per immaginarmi vivo e poter discutere col muro ad armi pari, quando esso mi rinfaccia un’esistenza incauta. Ne ho bisogno per riattizzare il sapore di un’epoca che mi è passata tra le dita, che ho cercato dappertutto altrove e che adesso sto qui a raccontare.

 

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L’altro Di Vittorio https://www.carmillaonline.com/2026/07/13/laltro-di-vittorio/ Mon, 13 Jul 2026 20:00:26 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=96017 di Giovanni Iozzoli

Michele Colucci, Giuseppe Di Vittorio cittadino del mondo. Una biografia tra sindacato e internazionalismo, Carocci editore, Roma, 2026, pp. 260, € 23,00

È da poco in libreria questo importante volume di Michele Colucci – primo ricercatore presso il CNR – che ha il merito di offrire al lettore un’altra dimensione, spesso ignorata o trascurata, dell’azione e della figura di Giuseppe di Vittorio, la personalità più carismatica della storia sindacale italiana. Il nome di Di Vittorio è stato spesso associato, quasi per riflesso automatico, ad un’idea di “arretratezza rurale”, espressione di un Mezzogiorno arcaico e immodificabile, da cui, grazie alla [...]]]> di Giovanni Iozzoli

Michele Colucci, Giuseppe Di Vittorio cittadino del mondo. Una biografia tra sindacato e internazionalismo, Carocci editore, Roma, 2026, pp. 260, € 23,00

È da poco in libreria questo importante volume di Michele Colucci – primo ricercatore presso il CNR – che ha il merito di offrire al lettore un’altra dimensione, spesso ignorata o trascurata, dell’azione e della figura di Giuseppe di Vittorio, la personalità più carismatica della storia sindacale italiana. Il nome di Di Vittorio è stato spesso associato, quasi per riflesso automatico, ad un’idea di “arretratezza rurale”, espressione di un Mezzogiorno arcaico e immodificabile, da cui, grazie alla formazione educativa dell’azione sindacale, un povero bracciante si emancipa fino a diventare segretario generale del più grande sindacato italiano. Se nel percorso biografico di Di Vittorio alcuni di questi elementi sono oggettivi – la mancanza di scolarizzazione, l’originaria condizione bracciantile –, un racconto appiattito su questi elementi rischia di farne una figura anacronistica, pittoresca o, peggio, un esempio di self made man ante litteram che “si fa strada nella vita”. Queste letture rappresenterebbero l’esatto opposto del quadro valoriale, politico e ideologico che segna la biografia militante di Di Vittorio: ribelle per vocazione, leader naturale, instancabile tessitore di trame sovversive dai primi del secolo fino alla nascita della Repubblica.

Colucci infatti valorizza ed elabora un elemento essenziale, nella traiettoria umana e politica di Giuseppe Di Vittorio: il suo rapporto con il mondo, con il proletariato internazionale, con i movimenti operai e sindacali che agitano il continente a cavallo tra le due guerre. Un’impronta che lo formerà nei lunghi anni della latitanza, nell’ambiente del fuoriuscitismo e nella sua responsabilità di dirigente sindacale internazionale. Altro che arretratezza contadina: Di Vittorio si muove con disinvoltura dentro ambienti, contesti geografici e politici che lo formano come leader operaio di statura internazionale, in grado di esercitare il suo ruolo di avanguardia tra il cuore dell’Europa e la giovane Unione Sovietica.

Alla luce della necessità di ricomporre le tante stagioni che lo hanno visto protagonista, la prospettiva dello sguardo internazionale è particolarmente stimolante, anche perchè è evidente che funziona sia come risorsa cui attingere in momenti difficili sia come elemento che nella stessa biografia consente di mettere in relazione i diversi ambienti che ha frequentato e i differenti periodi storici che ha vissuto. Un esempio […] la risposta all’esecuzione di Sacco e Vanzetti. Quando i due anarchici italiani vengono giustiziati negli Stati Uniti, ad agosto 1927, Di Vittorio si trova da pochi mesi esule a Parigi. Nel giro di poche ore è uno dei protagonisti della pianificazione e della realizzazione della rivolta di piazza che segue la loro morte: verrà per questo espulso dalla Francia (pag. 13).

Del resto, lo stesso universo bracciantile da cui Di Vittorio proveniva, non era già più il residuo semifeudale del Mezzogiorno arcaico; si trattava piuttosto di un mondo già segnato da imprese agricole di grandi dimensioni e abbastanza meccanizzate. Il giovanissimo Di Vittorio lavora sì la terra, ma impatta anche presto con le forme moderne dell’azienda capitalistica, dentro un territorio, la Capitanata, che già conosce da anni le lacerazioni sociali e le forme organizzate che la lotta di classe novecentesca sta generalizzando ovunque.

Gli eventi che si susseguono in Capitanata tra il 1909 e il 1914 ripropongono ciò che è avvenuto nel parmense con il grande sciopero agrario del 1908 e prefigurano relazioni e connessioni con le mobilitazioni che negli stessi anni vengono organizzate dal sindacalismo di classe negli Stati Uniti. Le cronache sugli scioperi a Cerignola scritte da Di Vittorio sono impaginate sulle colonne de “L’Internazionale” di fianco a quelle sui fatti di Chicago, di New York, di Paterson, di Lawrence (pag. 15).

In quella fioritura di organizzazioni e mobilitazioni contadine, il giovane Di Vittorio era emerso subito quale agitatore efficace e temuto. Suggestive le pagine sulla creazione del Circolo Giovanile Socialista a Cerignola, che sembrano evocare scenari attuali e prassi ricompositive, quasi da centro sociale ante litteram:

La nascita del Circolo rappresenta una novità dirompente nella storia di Cerignola, proprio a partire dalla ricomposizione tra città e campagna proposta da Di Vittorio. La struttura nasce per organizzare tutti quei lavoratori giovani e giovanissimi che di giorno lavorano dispersi nelle campagne ma che possono ritrovare una loro unità nell’ambito delle attività proposte dal Circolo, non solo in un’ottica di battaglie sindacali ma più in generale in chiave di emancipazione culturale e sociale. Grazie al Circolo giovanile, i ragazzi e le ragazze hanno la concreta possibilità di vivere un’alternativa all’alcolismo, si ritrovano la sera a cantare le canzoni di lotta in giro per la città, si rendono visibili fondando una nuova forma di socialità che per Cerignola rappresenta una grande novità, insieme all’autorganizzazione e alla rivendicazione di servizi fondamentali quali l’ambulatorio popolare e la scuola serale. […] Il posizionamento del Circolo è rivolto verso l’orientamento del sindacalismo rivoluzionario, in sintonia con la Camera del Lavoro di Parma (pag. 43).

Il movimento operaio italiano vive una fase di forte fluidità e Di Vittorio sta dentro questo magma di proposte, battaglie, feroci discussioni. Nel giro di quattro anni si passa dall’antimilitarismo contro la guerra coloniale in Libia, alle suggestioni interventiste a cui cede anche una parte del sindacalismo rivoluzionario. Questa articolazione delle posizioni dentro al campo operaio sarà il terreno di travaglio e formazione più aspro, per il giovane Di Vittorio.

La guerra irrompe in modo clamoroso all’interno del socialismo, delle organizzazioni sindacali, nelle formazioni anarchiche, nel mondo democratico: il dibattito su quale posizione prendere dilaga. Gli ambienti più vicini a Di Vittorio sono dilaniati dalla scelta. Si profilano due alternative, tra le quali lui stesso cerca di barcamenarsi senza prendere una posizione chiara per diversi mesi, almeno fino al dicembre 1914. […] Per gli interventisti, la guerra rappresenta una doppia occasione: combattere direttamente il militarismo tedesco e favorire a partire dal contesto bellico una dinamica di rottura rivoluzionaria. […] Il settore dei contrari all’intervento è convinto che in Italia, sulla scia delle battaglie contro la guerra in Libia, la gran parte delle masse sia istintivamente contraria alla guerra, ma i tentennamenti e le ambiguità dei dirigenti politici e sindacali possono rappresentare un grave rischio, anche alla luce delle tensioni militariste sempre più diffuse nella società” (pag. 69).

Anche dentro questo drammatico dibattito, l’autore evidenzia la visione globale del giovane Di Vittorio: l’arena mondiale è il vero terreno della lotta di classe, contro ogni approccio localista o provincialista. Nel 1924 Di Vittorio sceglie il PCD’I dopo aver partecipato in Unione Sovietica ai lavori del V Congresso mondiale della Terza Internazionale. L’epoca della fluidità ideale e organizzativa si è conclusa, lo sguardo si allunga definitivamente sul mondo, ma poggiando sulla roccia solida della bolscevizzazione.

Si apre una fase nuova: alla chiusura sempre più stringente e oppressiva degli spazi di libertà in Italia, si affianca la prospettiva dell’apertura di uno spazio di cooperazione globale incentrato su un luogo, l’Unione Sovietica, cui aveva guardato con estrema curiosità fin dalle prime notizie giunte dopo gli eventi del 1917. Non è più soltanto un auspicio o una speranza, è un livello concreto con cui si deve misurare, a partire dalle responsabilità che il gruppo dirigente comunista intende affidargli (pag. 101).

Quindi, sempre la dimensione internazionalista come fondante: trovando nel 1936 un terreno centrale nella battaglia contro il colonialismo italiano in Etiopia, il razzismo di regime e la sua pretesa missione “civilizzatrice”. Di Vittorio fa sue le parole profetiche di Marx: nessun popolo che anela alla libertà, può conculcare quella di altri popoli.

Gli anni dell’esilio sono un tourbillon frenetico e fecondo. Qui emerge il Di Vittorio più noto, rifugiato in Svizzera, in Germania, in Belgio – ma soprattutto a Parigi: “la città dove Di Vittorio riesce a raggiungere gli obiettivi politici più importanti, sperimentando alleanze, aggregazioni, interventi politici e sindacali che costituiscono un laboratorio di straordinaria importanza”. Agitatore metropolitano in Europa e poi commissario politico di brigata nella guerra di Spagna. E di nuovo, di ritorno dalla Spagna, instancabile costruttore di strutture, giornali, comitati e associazioni che tengono insieme il carattere pubblico e quello clandestino tipico del lavoro politico di un esule-latitante.

Dopo il 1943 – nel periodo che va dal Patto di Roma alla nascita della Repubblica, con la nuova centralità assunta della CGIL e il complesso equilibrio in seno alla Federazione Sindacale Mondiale – Di Vittorio consolida il suo ormai maturo protagonismo. Gode di un autorevolezza, nello scenario interno e mondiale, che gli permette di polemizzare con il mondo politico e sindacale di stretta osservanza sovietica, dopo i fatti ungheresi del ’56. Ma questa sua caratura – e il mito che ancora evoca la sua storia – vanno ricercati proprio in quel percorso di apertura al mondo che da Cerignola lo proietterà nella dura ed esaltante vicenda dell’esilio. Del Di Vittorio internazionalista e “cittadino del mondo”, ci parla Colucci in questo volume denso e interessante che sicuramente va consigliato a chi considera la storia del movimento operaio non un reperto archeologico, ma un libro aperto da interrogare.

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SF francese e critica sociale https://www.carmillaonline.com/2026/07/12/sf-francese-e-critica-sociale-2/ Sun, 12 Jul 2026 20:00:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95698 di Valerio Evangelisti

[Pubblicato dall’autore su “Carmilla online” il 5 febbraio 2003, lo scritto fa pertanto riferimento alla fantascienza francese in apertura del nuovo millennio]

La fantascienza francese è di gran lunga la più vitale e variegata dell’Europa continentale, e può gareggiare ad armi quasi pari con quella inglese. Sarà che ha una storia ormai secolare: non solo Jules Verne, ma anche scrittori popolari come Albert Robida, Gaston Leroux, Gustave Le Rouge trattarono, tra fine ’800 e inizi del ’900, temi modernamente scientifici: dai viaggi spaziali alle società future, dalle civiltà extraterrestri ai robot. Ciò educò i lettori a un genere di narrativa [...]]]> di Valerio Evangelisti

[Pubblicato dall’autore su “Carmilla online” il 5 febbraio 2003, lo scritto fa pertanto riferimento alla fantascienza francese in apertura del nuovo millennio]

La fantascienza francese è di gran lunga la più vitale e variegata dell’Europa continentale, e può gareggiare ad armi quasi pari con quella inglese. Sarà che ha una storia ormai secolare: non solo Jules Verne, ma anche scrittori popolari come Albert Robida, Gaston Leroux, Gustave Le Rouge trattarono, tra fine ’800 e inizi del ’900, temi modernamente scientifici: dai viaggi spaziali alle società future, dalle civiltà extraterrestri ai robot. Ciò educò i lettori a un genere di narrativa che solo in Inghilterra aveva già preso piede.

Una supremazia statunitense della fantascienza, dovuta a scrittura smaliziata e a produzione letteraria di stampo industriale, si affermò, come nel resto d’Europa, a partire dagli anni Cinquanta; tuttavia non cancellò affatto la fs francese, che ebbe un eccezionale rigoglio attraverso la collana Anticipation delle edizioni Fleuve Noir. Gli autori che vi si segnalarono (Francis Carsac, Maurice Limat, Jimmy Guieu, Peter Randa, Richard-Bessière ecc.) prediligevano il genere avventuroso, e a un’immaginazione fertile univano uno stile in genere fiacco, costellato di ingenuità e di luoghi comuni. Tuttavia seppero creare un mercato e coltivare intere generazioni di appassionati, spesso indifferenti nei confronti della fantascienza anglosassone. Furono anche capaci di varcare le frontiere: le riviste italiane degli anni Sessanta ospitarono moltissimi romanzi francesi, spesso senza badare troppo alla qualità.

La maggior parte di questi scrittori non solo aveva mezzi stilistici dubbi, ma, salvo rare eccezioni, professava idee politiche razziste, militariste e reazionarie, e non faceva nulla per nasconderle. Le cose cambiarono subito dopo il ’68, che ebbe sulla fantascienza lo stesso effetto dirompente prodotto nella società francese. Fu una rivista, Fiction, a segnare la svolta. Sulle sue pagine, ricche di studi approfonditi e di dibattiti avvincenti, apparvero scrittori come Philippe Curval, Jean-Pierre Andrevon e altri ancora che, influenzati dalla fantascienza “sociologica” americana ma anche dal clima politico di quegli anni, presero a comporre storie contenenti, in forma metaforica, precisi spunti di polemica sociale.

Non si può dire che il pubblico accogliesse troppo bene l’esperimento, dopo la curiosità iniziale. I lettori di fantascienza francofona erano stati abituati al conservatorismo sia dello stile che dei contenuti. Giudicarono i nuovi testi che venivano loro proposti incomprensibili e pretenziosi, talora anche a ragione. Tra gli autori stessi ve ne furono alcuni che si ribellarono a un’ideologizzazione troppo pesante, condotta a scapito dei valori narrativi. Non lo fecero in nome delle idee retrograde o addirittura fasciste tipiche di Anticipation: il ’68 era stato anche per loro un momento di svolta senza ritorno. Piuttosto, intendevano conferire alla fantascienza dignità formale e nobiltà letteraria.

La disputa tra “contenutisti” e “formalisti” si protrasse a lungo, senza evitare il rischio di ingenerare noia. Quando gli anni Settanta cedettero il posto agli anni Ottanta, e il quadro politico della Francia e dell’Europa si modificò, si spensero le contese, ma anche il numero dei lettori di fantascienza francofona toccò uno dei suoi minimi storici — sebbene una collana dell’editore Denoël, Présence du Futur, avesse soppiantato Anticipation in prestigio, qualità e diffusione.

La crisi si protrasse fino alla fine del decennio, poi si produsse un risveglio inatteso, dalle conseguenze durature. Il merito fu di un gruppo di nuovi autori, dallo stile forte e dalle idee altrettanto forti: Ayerdhal, Serge Lehman, Jean-Marc Ligny, Pierre Bordage, Roland Wagner, per non citare che i più significativi (ma bisogna menzionare anche Jean-Claude Dunyach, attivo già da anni). A questi giovani riuscì il miracolo fallito dai loro predecessori: coniugare felicità narrativa e critica socio-politica, restituendo la fantascienza alla sua vocazione naturale di letteratura popolare capace di cogliere le linee evolutive del presente.

Ayerdhal, forse per primo in ordine di tempo, diede vita ad appassionanti saghe avventurose ispirate a un ecologismo radicale e militante. Bordage, Ligny e Wagner fecero proprio lo stile caleidoscopico dell’americano Jack Vance, descrivendo mondi futuri in cui erano trasferiti, in chiave ora drammatica, ora umoristica, tutti i problemi del nostro tempo, dalle migrazioni, alle guerre più o meno “umanitarie”, alla discriminazione razziale e sessuale. Lehman non solo tratteggiò, col ciclo F.A.U.S.T., il quadro di un futuro governato dalle multinazionali e regno di ogni disuguaglianza, ma si fece storico e ideologo della nuova fantascienza francese. La sua prefazione all’antologia Escales sur l’Horizon (Fleuve Noir 1998) disegna la vicenda della fs transalpina con profondità e rigore, e al tempo stesso traccia una sorta di manifesto che invita a esplorare tutte le potenzialità di quel genere letterario. Idem per gli articoli dedicati al tema sulle colonne di Le Monde Diplomatique e de l’Humanité.

Il risultato della svolta fu il ritorno del pubblico — o, forse, l’accostarsi di un nuovo pubblico — a una narrativa prima marginale e negletta. Escales sur l’Horizon fu un vero bestseller; i romanzi di Pierre Bordage toccarono tirature di decine di migliaia di copie, tutti gli autori citati godono di enorme popolarità nel mondo francofono (che non è tanto piccolo) e sono tradotti in Italia o in procinto di esserlo. Il loro successo, ormai decennale, è anche legato a una caratteristica dei loro romanzi: attraverso essi il lettore ha accesso a temi di grande complessità, che difficilmente, nel clima di regresso politico e intellettuale europeo, potrebbe trovare altrove espressi con tanta forza.

Ma è tempo di abbandonare la cronologia e di venire a qualche esempio significativo. Accantoniamo F.A.U.S.T. di Lehman. Prendiamo invece quella che è forse l’opera più convincente della fantascienza europea degli ultimi anni: Jihad di Jean-Marc Ligny (Guerra santa, Fanucci 2001). E’ la storia di un giovane algerino sulle tracce dell’assassino della sorella, apparentemente uccisa dagli integralisti islamici. Per scovarlo, e per scoprire una realtà ben diversa, dovrà introdursi in una Francia in cui il Fronte Nazionale ha vinto le elezioni, e passare attraverso le angherie, le violenze, le discriminazioni che vivono i suoi compatrioti. Una vera discesa all’inferno, però analoga alle traversie di un immigrato in un paese straniero, solo un po’ più autoritario e militarizzato della norma.

Si pensa immediatamente ai risultati del primo turno delle presidenziali francesi. Solo che il romanzo è del 1998. In quell’anno il premio Goncourt in Francia, lo Strega o il Campiello in Italia andavano a libri che nessuno ricorda più, se non con un serio sforzo di memoria. Invece quello stesso anno uno scrittore di fantascienza ignorato dall’accademia descriveva, con antropologica precisione, minacce possibili e niente affatto remote. Non solo: finiva anche col controbattere in anticipo i loschi teorici dello “scontro di civiltà”, dipingendo un Islam credibile e un mondo arabo niente affatto barbarico, fornendo persino al lettore un glossario, pubblicato in appendice al romanzo, che oggi risulta addirittura prezioso.

Ciò non in virtù di capacità profetiche, che né Ligny né nessun altro possiede, bensì grazie a un uso ragionato delle possibilità intrinseche della fantascienza: sguardo attento a cogliere gli snodi delle trasformazioni del presente (chi pensa che la fs abbia per oggetto il futuro non ha capito nulla); vocazione massimalistica, con l’occhio rivolto a interi sistemi; conflitto tra forze e tendenze quale premessa all’interpretazione del reale. Caratteristiche ignote, lo si ammetta, a buona parte della narrativa corrente.

Mi si consenta un secondo esempio, riguardante un romanzo non ancora tradotto in italiano: Pollen di Joëlle Wintrebert (Au Diable Vauvert, 2002). La fantascienza francese odierna non è solo maschile, e Joëlle Wintrebert non è seconda a nessuno, per qualità e complessità. Nel suo libro ipotizza una società matriarcale, che ha raggiunto la pace sul pianeta che la ospita isolando i propri guerrieri su una luna adiacente. Ma una completa separazione dei sessi non è possibile, e tra i due mondi si intrecciano complesse relazioni, fatte di dominio, nostalgia, desiderio. Finché il muro non si rompe, e il gioco sottile non diventa manifesto e diretto, fino a culminare in scontro. Con esiti niente affatto scontati.
Qui non sono in scena tanto i rapporti sociali (anche), quanto gli archetipi maschile e femminile, con le loro ricadute culturali. Lo spessore è quello dei saggi di Eric Neumann, ma proposto con mano leggera e con stile impeccabile. Così ci si trova conquistati da riflessioni che nulla hanno di scontato o di banale, e che toccano profondità totalmente sconosciute alla letteratura mid-cult. Perché la fantascienza, quando è grande, pone più interrogativi di quanti ne risolva, e si alimenta di ambiguità. Non a caso è la narrativa che più spesso rifiuta il lieto fine. Suo scopo non è consolare: piuttosto inquietare, e all’occorrenza suscitare disagio.

Di motivi di disagio, la Francia odierna ne ha parecchi. Per fortuna la fantascienza, così come il noir, le ha fornito scrittori che non temono di guardare in faccia il presente, e attraverso esso il futuro.

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