Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Mon, 04 May 2026 20:00:38 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Si alza il vento /1 – La conoscenza dalla nebbia https://www.carmillaonline.com/2026/05/04/si-alza-il-vento-1-la-conoscenza-dalla-nebbia/ Mon, 04 May 2026 20:00:38 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93704 di Stefania Consigliere e gruppo TUAS (Tutta Un’Altra Storia)

Capita perfino qui in costa, non solo nelle terre laboriose di opifici, capannoni, concerie e OGM: a volte una nebbiolina sale dalle masse d’acqua marina e si diffonde a rotoloni fra i vicoli del turismo blasonato. Da queste parti si chiama caligo, in Sicilia ha il nome, ben più evocativo, di lupa. Fatto sta che, nel nostro eterno malumore ligure, quando la nebbia di mare riduce visibilità e capacità polmonare ci sentiamo traditi: sottosviluppo economico e strade in salita devono accompagnarsi a un clima “impeccabile” (salvo occasionali alluvioni, che a ogni [...]]]> di Stefania Consigliere e gruppo TUAS (Tutta Un’Altra Storia)

Capita perfino qui in costa, non solo nelle terre laboriose di opifici, capannoni, concerie e OGM: a volte una nebbiolina sale dalle masse d’acqua marina e si diffonde a rotoloni fra i vicoli del turismo blasonato. Da queste parti si chiama caligo, in Sicilia ha il nome, ben più evocativo, di lupa. Fatto sta che, nel nostro eterno malumore ligure, quando la nebbia di mare riduce visibilità e capacità polmonare ci sentiamo traditi: sottosviluppo economico e strade in salita devono accompagnarsi a un clima “impeccabile” (salvo occasionali alluvioni, che a ogni modo non contano perché sono, come ovunque, fatalità). Nelle poche ore di caligo che di tanto in tanto ci toccano, la frase che ci rilanciamo più spesso è: «Ma t’immagini passare così tutto l’autunno?». E rabbrividiamo nell’intimo, ringraziando il cielo per averci fatti nascere nel solo posto abitabile del nord Italia.

Per quanto antipatico, questo è, precisamente, il sentimento che ci attraversa quando siamo esposti alla nebbia: il sollievo metafisico di quelli a cui, nella vita, è andata proprio bene. Pensa quei poveretti in Padana. Chissà perché ci restano. Sarà per il lavoro, sennò non si spiega. Eh certo, lassù lavoro ce n’è più che qui… Però comunque che sfiga passar metà dell’anno all’umido, sai che reumatismi? E via dicendo.

In quanto genovese, plasmata fin nel midollo dalle strutture di sentimento di questa terra, solo di recente mi sono accorta di un paio di cose. La prima è che questo senso di sollievo cosmico s’apparenta, per inflessione, a quello dell’Occidente egemone quando, guardando al resto del mondo, pensa «Che fortuna esser nati nella terra della democrazia, del progresso e dell’industria! Certo, dalle altre parti non gli tocca puntare la sveglia alle sei e mezza e bombarsi di sostanze per arrivare a sera, ma vuoi mettere la soddisfazione di sentirsi superiori a chiunque altro?» La seconda è che, come spesso capita, fissare gli occhi sulle cose piccole impedisce di cogliere quelle grandi: si guarda l’albero senza vedere la foresta. Ci sono nebbie ben più fitte, malsane e durevoli della caligo, e perfino dei nebbioni in Val Padana, di cui non abbiamo contezza: grigiori cognitivi, ottundimenti percettivi che non riconosciamo come tali per il semplice motivo che ci viviamo dentro da sempre. Al punto da pensare che si tratti dello stato naturale del mondo.

Ciò che oggi ci obbliga a uscire dal compiacimento è l’alzarsi di un potente vento storico che, da brezza tesa che era verso la fine degli anni Dieci, s’è mosso a burrasca nel periodo della pandemia e ora è tempesta. Come ogni vento, anche questo spazza via la nebbia: non quella dolce di mari e fiumi, ma quella storica in cui siamo nati e cresciuti, la cappa vischiosa e caramellata di miti, narrazioni, credenze (a volte belle, a volte sinistre, quasi sempre false) che hanno costruito il nostro blocco culturale a partire dal dopoguerra e che ora, nel sommovimento parallelo di ciò che chiamiamo “politica” e di ciò che chiamiamo “natura”, si rivela per quel che sempre è stato: un castello ideologico, un giro d’orizzonte storicamente determinato.

Le fondamenta di questo castello di nebbia sono le stesse dell’occidente egemone che, nell’arco dei suoi cinque secoli, ha costruito un mondo particolarmente crudele fatto di colonialismo, capitalismo, scientismo riduzionista, Stato-nazione, individualismo, ideologia del progresso; e quindi, a livello pratico, di estrattivismo, di naturalizzazione di ciò che è storico, di profondo disprezzo per ogni forma di alterità, di imposizione violenta del proprio modo di “fare mondo”. A livello quotidiano, questo si traduce in lotta di tutti contro tutti, depressione, distruzione delle reti ecologiche da cui dipende la sussistenza di tutti. È quel che vediamo intorno a noi.

Talmente solide e blindate erano queste fondamenta che chi, negli ultimi due secoli, ha tentato di bucarle s’è trovato quasi privo di parole, ammutolito di fronte alla fatica immane di spiegare cos’è l’acqua ai pesci che vi nuotano. È l’intuizione dei romantici, sia nelle derive reazionarie che nelle aperture utopiche; dei luddisti, non a caso subito derisi e criminalizzati; di gran parte dei movimenti anarchici nel loro limpido rifiuto della ragione industriale; è il geniale scavo storico di Marx alle origini del capitalismo; è l’allusività di Conrad nel descrivere gli orrori del Congo agli europei che, inconsapevoli, li perpetravano; sono le voci di chi ha subito l’arroganza coloniale e la violenza di classe; e sono le grandi opere dell’archeologia filosofica novecentesca, il loro modo di toccare corde profonde.

Nella seconda metà del Novecento il castello di nebbia ha preso forme ancor più anguste, emotivamente e cognitivamente carcerarie. Negli ultimi ottant’anni abbiamo vissuto, pensato, sentito, amato e odiato secondo i modi imposti dalla nostra appartenenza al blocco atlantico a guida statunitense. Per quanto critici, antagonisti, attivisti e filo-qualsiasi altra cosa, questo fatto ci è intimo, ineludibile: poiché ogni forma umana si costruisce in relazione a un mondo storico specifico, le profondità di noi sono state plasmate dall’egemonia moderna e quindi degli USA, che la incarnavano come nessun altro.

Per capirci, ecco un breve test rapsodico. Quanta parte dei nostri sogni di libertà prevede un motore a scoppio? Che lingua parla la colonna sonora di quei sogni? Quanto ci sentiamo spersi senza un supermercato dove comprare il nostro cibo? Quanto diamo per scontato che il nostro passaporto ci porti ovunque nel mondo? Quali avventure cinematografiche hanno attraversato la nostra adolescenza, plasmando le nostre idee di amore, di eroismo, di famiglia, di giustizia? Con un capo conficcato nelle Alpi e un altro vicinissimo all’Africa, quanto sappiamo di geografia, storia, politica e costumi anglosassoni e quanto di quelli maghrebini? Fino a che punto la nostra idea di incanto è targata Disney? Quale immaginario erotico si è diffuso insieme all’internet delle piattaforme? E via così.

Questo per dire, con Françoise Sironi, che non solo esistono emozioni politiche, ma che, in senso ampio, quasi tutte le nostre emozioni lo sono, visto che perfino l’idea di “mamma”, la cosiddetta “famiglia naturale” o la rabbia sono costrutti storici e culturali, e dipendono quindi dalle scelte, implicite ed esplicite, dei collettivi che le fanno esistere. Il che apre questioni delicatissime sul rapporto di ciò, in noi, reputiamo più intimo e irriducibile e i sommovimenti dell’inconscio collettivo.

Si alza il vento: snebbia. E tocca capire come vivremo. Nell’insieme, il panorama che emerge fa molta paura e non potrebbe essere altrimenti: quando le coordinate fondamentali di un mondo si spostano, si apre la crisi. Se siamo fragili (e chi non lo è?), potrebbe venir voglia di buttarci per terra e fare i morti. Se siamo fortunati, invece, la crisi ci tocca in termini di commozione e lutto, come una chiamata. Come i fantasmi di Avery Gordon: tracce di ferite storiche, memorie di violenza sedimentate nei luoghi, che balenano alla periferia dello sguardo per avvisarci di “qualcosa che dev’esser fatto”. Una riparazione, una consolazione, forse una festa d’addio, o magari la scelta di deporre ogni crudeltà: in ogni caso, qualcosa di bellissimo.

Mentre manifestiamo perché il peggio non si compia (perché bombe e genocidi lascino qualcuno vivo o perché i militari la piantino di importunare gli scolari), c’è chi, sfidando il cretinismo imposto dagli schermi, è tornato a praticare lo studio, e cioè la disciplina della comprensione, come arte da combattimento. Gruppi piccoli e piccolissimi raccolgono biblioteche di base; si aprono cerchi di lettura e discussione; l’argomentazione ha bisogno di farsi precisa. Una notevole letteratura critica sta crescendo ai margini vivi dell’editoria dove, abbandonato il mercato librario, editori e tipografi ancora stampano per l’antica specie dei lettori, e cioè per gente che dalle parole scritte si aspetta qualcosa di non triviale. Oltre a ciò, questi ruggenti anni Venti hanno liberato dalla paralisi accademica molti “classici minori”, regalando loro una nuova leggibilità fatta anche di cuore, fegato e stomaco, oltreché di neocorteccia e note a margine.

Di questa letteratura vorrei (vorremmo) parlare in questa serie di interventi intitolata, per l’appunto, Si alza il vento: dei testi oggi a disposizione per la lettura critica del presente e dell’apertura d’immaginario indispensabile per muovere altrove. Lo farò insieme ai compagni e alle compagne del gruppo Tutta Un’Altra Storia, coi quali, a partire dal rifiuto intellettuale ed etico del governo della pandemia, è stato facile, negli anni seguenti, tracciare la continuità bellica degli eventi.

Nell’attraversare la parte critica potrebbe arrivare sconcerto, magari anche furore, nel percepire fino a che punto siamo stati plasmati nella disvisione e nella scissione. Ma poi anche ci sarà bellezza perché, nel prendere distanza da quel che è stato il nostro mondo, si può infine riprendere contatto in modo gentile e stupito coi mondi degli altri e con tutto ciò che, nella modernità, avevamo reso oggetto e invece (sorpresa!) è soggetto. E per quanto possa sembrare sciovinista detto da me, l’antropologia – questo immenso archivio di modi altri dell’umanità – sarà continuamente in causa, perché da essa emerge che la fine del mondo che ci apprestiamo a vivere è, in fondo, solo la fine di un mondo; e che altri mondi, più giusti e abitabili, sono pur sempre possibili, a volte perfino reali.

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Sophia Loren tra fame, bellezza e determinazione https://www.carmillaonline.com/2026/05/03/sophia-loren-tra-fame-bellezza-e-determinazione/ Sun, 03 May 2026 20:00:47 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94489 di Paolo Lago

Alberto Scandola, Sophia Loren, Carocci, Roma, 2025, pp. 122, euro 13,50.

Se molti sono stati gli studiosi e le studiose che hanno analizzato l’immagine divistica di Sophia Loren, a tutt’oggi l’unica superstite di una stagione del cinema italiano che vede protagoniste le cosiddette “maggiorate”, da Silvana Pampanini a Gina Lollobrigida, pochi o addirittura pochissimi sono stati quelli che si sono focalizzati sulle sue caratteristiche performative, sul contributo da lei offerto alla produzione di senso dei testi filmici. A colmare questa mancanza arriva oggi il bel saggio di Alberto Scandola, studioso dell’Università di Verona, recentemente uscito nella collana [...]]]> di Paolo Lago

Alberto Scandola, Sophia Loren, Carocci, Roma, 2025, pp. 122, euro 13,50.

Se molti sono stati gli studiosi e le studiose che hanno analizzato l’immagine divistica di Sophia Loren, a tutt’oggi l’unica superstite di una stagione del cinema italiano che vede protagoniste le cosiddette “maggiorate”, da Silvana Pampanini a Gina Lollobrigida, pochi o addirittura pochissimi sono stati quelli che si sono focalizzati sulle sue caratteristiche performative, sul contributo da lei offerto alla produzione di senso dei testi filmici. A colmare questa mancanza arriva oggi il bel saggio di Alberto Scandola, studioso dell’Università di Verona, recentemente uscito nella collana “Bussole” di Carocci. Scandola, che già in passato ha lavorato sulla performatività attoriale (basti ricordare il volume dedicato a Ornella Muti, uscito per L’Epos nel 2009, oppure quello dal titolo Il corpo e lo sguardo. L’attore nel cinema della modernità, Marsilio, 2020, qui la recensione su “Carmilla”), si concentra dunque principalmente su ciò che Sophia Loren, al di là della dimensione mitica e ‘favolistica’ che la avvolge, “ha fatto (o non ha fatto) dietro la macchina da presa” (p. 8).

Come ricorda l’autore, anni fa Italo Moscati scrisse che la vita della Loren manca di eventi clamorosi come quelli capitati, ad esempio, a Marilyn Monroe: d’altra parte, possono bastare “poche cose” per fare una grande trama. A detta di Scandola, le “poche cose di cui parla Moscati si possono riassumere in tre parole: fame, bellezza, determinazione” (p. 11). La “fame” caratterizza la nascita e l’infanzia dell’attrice. Nasce infatti a Roma da una ragazza madre il 20 settembre 1934 e vivrà i suoi primi anni nella Pozzuoli degli anni Quaranta, durante i mesi che precedono le Quattro giornate di Napoli. L’attrice, che ancora si chiamava Sofia Scicolone, trascorre l’infanzia nella miseria di una città sottoposta ai bombardamenti alleati finché seguirà la madre a Roma dove entrambe tenteranno la fortuna presso Cinecittà, la Hollywood sul Tevere che, in quel periodo postbellico, era il teatro di grandi produzioni della Metro Goldwyn Mayer come, ad esempio, Quo Vadis (1951) di Mervin Le Roy. Inizialmente, la giovane Sofia (che non sarà ancora Loren, ma si chiamerà Lazzaro, perché talmente bella da far resuscitare i morti) lavora nei fotoromanzi che, come ricorda lo studioso, “hanno svolto un ruolo molto importante nell’evoluzione dei costumi dell’Italia del dopoguerra” (p. 15). La carriera di attrice di fotoromanzi termina nel 1953 e la giovane attrice, che porta adesso il nome più ‘internazionale’ di Loren, comincia ad interpretare svariati film. Alla fame subentra quindi la bellezza, che la porterà a diventare una notissima star internazionale.

La collaborazione con Vittorio De Sica segna un’importante tappa nella caratterizzazione attoriale di Sophia Loren. Inizia con L’oro di Napoli, del 1954 e prosegue con Ieri, oggi, domani (1963) e Matrimonio all’italiana (1964) dove, sotto la guida del grande regista e attore, la sua interpretazione rivestita di ‘napoletanità’ si trasformerà in qualcosa di più complesso e raggiungerà una perfetta affinità con il partner Marcello Mastroianni. La cifra divistica di Sophia Loren è quella della dismisura: “è più alta delle altre donne, cammina più veloce e soprattutto dà la sensazione di essere inafferrabile proprio perché colta in continuo movimento in uno spazio urbano più oleografico che realistico” (p. 26). Il suo corpo – nota l’autore – “non è stanco o inattivo come quelli del cinema neorealista, ma perfettamente classico e quindi impegnato, per dirla con Deleuze, in una catena di immagini-azione al cui interno non trova posto alcuna immagine-affezione” (ibid.). L’obiettivo non sarà la mimesi del vero, “quanto la creazione di un significato simbolico che sarà decisivo per la costruzione del marchio Loren, ovvero l’associazione tra cibo, napoletanità e bellezza sotto il segno della genuinità” (ibid.).

Dopo numerosi film girati in Italia, Sophia approda a Hollywood: è il 1957 e l’attrice, da poco convolata a nozze con il produttore Carlo Ponti, arriva a Los Angeles accompagnata dalla sorella Maria. Che cosa cerca – si chiede lo studioso – l’industria hollywoodiana da Sophia Loren? Importante ed emblematico è, ancora una volta, il linguaggio del corpo. Come scrive Scandola, “mai, forse, il cinema italiano aveva fatto risuonare con tale intensità le corde non verbali di un’attrice che – come dimostreremo anche tra poco – a Hollywood non interpreta personaggi ornamentali, ma «personagge» risolute, mature e autodeterminate, aventi un ruolo attivo nelle dinamiche che regolano i rapporti tra i protagonisti, i quali, nella maggior parte dei casi, sono tre: due uomini e una donna (Sophia)” (p. 57). Ad esempio, nel personaggio di Dita in Timbuctù (Legend of the Lost, 1957), diretto da Henry Hathaway, emergono integrità morale, un istinto di protezione quasi materna verso l’uomo amato e una sensualità priva di accenti volgari: elementi che, come nota l’autore, accomunano Loren a Ingrid Bergman.

È comunque un film italiano a rivelare a tutto il mondo la vis tragica di Sophia Loren: La ciociara (1960), diretto da Vittorio De Sica e tratto dal romanzo di Alberto Moravia del 1957. Come scrive lei stessa nella sua autobiografia, Loren rimase molto colpita dalla lettura dell’opera di Moravia perché vi ritrovò le sue vicissitudini esistenziali. Secondo l’analisi di Scandola, De Sica intende decostruire il sex appeal dell’attrice plasmando un corpo che, anziché posare, agisce in stretta correlazione con l’ambiente. La Cesira di Sophia Loren è una unruly woman irritabile e aggressiva. Cesira non cambia il suo atteggiamento neppure di fronte a due miliziani fascisti la cui proposta (lavorare come cuoca per la milizia) è rifiutata a parole (“Non faccio la serva io”) e col gesto della ‘mano a carciofo’ utilizzato dall’attrice per rendere in scena l’autenticità richiesta da De Sica. Si può ricordare che una unruly woman è anche il personaggio di Catherine, la lavandaia parigina che diventa duchessa di Danzica, in Madame Sans-Gêne (1961) di Christian-Jacque. Di fronte agli ordini di Napoleone, che impone il divorzio a suo marito, Catherine ribatterà così: “Un’occhiata di vostra maestà fa tremare tutta l’Europa, ma io non sono tutta l’Europa, non mi lascerò far tremare”.

La corporalità scenica di Sophia Loren si materializza anche in contesti assai lontani sia da quelli della dimensione popolare italiana che da quelli hollywoodiani. Ad esempio, in I sequestrati di Altona (1962) di Vittorio De Sica, tratto da una pièce di Jean-Paul Sartre, l’attrice interpreta Johanna von Gerlach, moglie di Werner von Gerlach, il figlio di un industriale tedesco implicato negli orrori nazisti. Tra l’altro, Johanna è un’attrice che sta interpretando un’opera di Brecht contro il nazismo. In un curioso gioco metateatrale e metacinematografico, l’attrice Loren si trasforma in attrice brechtiana e si ritrova invischiata in una relazione con Franz, fratello di Werner, ex criminale di guerra, creduto morto ma in realtà nascosto, ormai folle, dalla sorella nella casa di famiglia ad Altona, a Amburgo. Il personaggio di Johanna appare inserito in un contesto connotato dalla tragicità e dalla follia, in spazialità tetre, nordiche ed oscure, lontanissime da quelle mediterranee italiane. A questo proposito, si può ricordare anche un’altra interpretazione di Loren, quella di Jennifer Rispoli Chamberlain, moglie del dottor Chamberlain (Richard Harris) in Cassandra Crossing (The Cassandra Crossing, 1976) di George Pan Cosmatos. Il personaggio, qui, si trova inserito in un altro contesto cupo, tragico ed oscuro, un treno diretto da Ginevra a Stoccolma ma deviato verso la Polonia dopo essere stato sigillato dalle autorità a causa di un virus letale sviluppatosi a bordo. Tra l’altro, riecheggiano anche qui gli orrori nazisti: il campo sanitario dove viene deviato il treno era stato un lager e uno dei passeggeri è un ex deportato. Lo spazio del treno, dove si muove il corpo dell’attrice, è un oscuro cunicolo viaggiante che attraversa un’Europa altrettanto oscura, ferita da un orrore che risuona ancora troppo vicino. Le autorità democratiche che decidono di sigillare il treno e deviarlo verso il Cassandra Crossing, un vecchio ponte pericolante, non sono poi troppo diverse da quelle del nazismo.

La vis tragica di Sophia Loren emergerà ancora in un grande film come Una giornata particolare (1977) di Ettore Scola, che la vede nei panni di Antonietta e nuovamente al fianco di Marcello Mastroianni (come ricorda Scandola, sono numerosi i film che vedono un perfetto sodalizio fra i due). Come Lina Wertmüller in Fatto di sangue fra due uomini per causa di una vedova. Si sospettano moventi politici (1978), anche Scola decostruisce l’icona Loren facendo rivivere una “grazia” raggiunta, forse, soltanto sul set della Ciociara: “Per «grazia» intendiamo l’espressione di una femminilità priva di connotati stellari ma autenticamente umana, emanata per mezzo di un lavoro sul personaggio finalizzato a restituire non la luminescenza della diva, ma la verità dell’emozione e del corpo” (p. 103). Anche Mastroianni, insieme a Loren, è oggetto di decostruzione da parte del regista e viene spogliato di qualsiasi tratto divistico. Il corpo dell’attrice, connotato da capelli non curati, vestaglia sdrucita e calze bucate, osserva l’autore, “non è quello di una maggiorata, ma è ciò che resta di una donna sfiancata da sei maternità e sfinita dai lavori domestici” (p. 104). Anche qui lo spazio scenico è cupo e connotato dagli orrori di un altro regime, quello fascista. La storia si ambienta infatti il 6 maggio 1938, giorno della visita di Hitler a Roma e racconta l’incontro fra Antonietta e Gabriele (Mastroianni), un intellettuale antifascista omosessuale in procinto di partire per il confino in Sardegna, in un grigio appartamento di Palazzo Federici a Roma.

Antonietta è una madre come lo era anche la Cesira di La ciociara e molte altre volte Loren aveva interpretato il personaggio di una madre che, come nota Scandola, diventa il suo “ruolo dominante”: è infatti indispensabile individuarlo per l’analisi semiologica di un attore cinematografico; è “una madre non sempre serena, appagata o spensierata, ma il più delle volte inquieta, ansiosa e, in alcuni casi, dolorosa” (p. 110). Fino a rivestire il ruolo di diverse figure di madri che infrangono il tabù di crescere un figlio da sola, al di fuori del focolare patriarcale, come l’Aurora di Qualcosa di biondo (1984) di Maurizio Ponzi. Un “ruolo dominante” che comunque, come osserva lo studioso, nulla ha tolto all’eclettismo e alla versatilità della bellezza “irregolare” e “smisurata” di Sophia Loren.

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Sport e dintorni – Il governo del pallone https://www.carmillaonline.com/2026/05/02/sport-e-dintorni-il-governo-del-pallone/ Sat, 02 May 2026 20:00:36 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94353 di Gioacchino Toni

Massimo Cervelli, Alberto Molinari, Il governo del pallone. Storia della Federazione Italiana Giuoco Calcio, Il Mulino, Bologna, 2026, pp. 360, € 28,00

La mancata qualificazione della Nazionale maschile maggiore alla fase finale dei Mondiali di calcio 2026 ha indotto il mondo del pallone, dagli addetti ai lavori agli appassionati, a dibattere sullo stato di crisi in cui versa il sistema-calcio italiano mettendone in discussione i vertici e invocando soluzioni drastiche e immediate non sempre derivate da una attenta analisi dell’universo calcistico nazionale nella sua complessità. Come spesso è accaduto in questo Paese, la discussione circa le cause dell’insuccesso della [...]]]> di Gioacchino Toni

Massimo Cervelli, Alberto Molinari, Il governo del pallone. Storia della Federazione Italiana Giuoco Calcio, Il Mulino, Bologna, 2026, pp. 360, € 28,00

La mancata qualificazione della Nazionale maschile maggiore alla fase finale dei Mondiali di calcio 2026 ha indotto il mondo del pallone, dagli addetti ai lavori agli appassionati, a dibattere sullo stato di crisi in cui versa il sistema-calcio italiano mettendone in discussione i vertici e invocando soluzioni drastiche e immediate non sempre derivate da una attenta analisi dell’universo calcistico nazionale nella sua complessità. Come spesso è accaduto in questo Paese, la discussione circa le cause dell’insuccesso della rappresentativa azzurra tende a concentrarsi sulla presenza di calciatori non italiani nei campionati nazionali.

Alla luce dell’attuale interrogarsi sulla salute del calcio italiano, risulta utile ripercorrere la storia della Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC) a partire dalla puntuale ricostruzione proposta dal volume Il governo del pallone (2026) di Massimo Cervelli e Alberto Molinari, così da poter guardare i risultati sportivi del calcio italiano anche alla luce della sua governance e del suo intrecciarsi con gli interessi economici, le logiche politiche e le questioni sociali. Il lavoro di ricerca degli autori, entrambi membri della Società Italiana di Storia dello Sport con alle spalle pubblicazioni di ambito calcistico relative alla figura dell’allenatore (Cervelli) e alla presenza di atleti  stranieri nei campionati italiani (Molinari), si è basato su un’ampia letteratura secondaria, sull’analisi di numerose testate sportive, di opinione e politiche, sugli scritti prodotti dai diversi organismi sportivi, sugli almanacchi e gli annuari calcistici e sul materiale d’archivio relativo alla storia federale.

Lo stato di salute del calcio italiano andrebbe valutato non solo a partire dai risultanti conseguiti dalla Nazionale maschile maggiore. Il panorama calcistico nazionale è, infatti, un universo complesso che vede, oggi, il Club Italia annoverare le Nazionali maschili e femminili A, Under 21, Under 18, 17, 16, 15, Universitaria, Calcio a 5 e Beach Soccer. Nel periodo compreso tra il 2007 e il 2024, ricordano gli autori, non sono mancati successi sportivi: «il Club Italia ha collezionato cinque titoli europei (Under 19 femminile, Under 19 maschile, Under 17, Nazionale Futsal di calcio a cinque e Nazionale beach soccer), oltre a diversi buoni piazzamenti nelle competizioni internazionali» (p. 324). Inoltre, le buone prestazioni della Nazionale femminile, giunta ai quarti di finale ai Mondiali del 2019, hanno contribuito a far emergere anche a livello mediatico il calcio femminile in un Paese storicamente poco propenso a prestarvi attenzione.

Le cause di ordine sportivo dei recenti insuccessi della Nazionale maggiore maschile vanno a collocarsi all’interno di una serie di criticità strutturali del sistema-calcio italiano tra cui la gestione dei settori giovanili.

Da troppo tempo viene denunciata una carenza qualitativa come se fosse un dato ineluttabile, senza mettere in discussione un modello basato sull’imitazione del calcio professionistico. I giovani calciatori vengono educati, fin da piccolissimi, a giocare come i grandi, inquadrati in un contesto tattico organizzato alla ricerca esasperata del risultato. La selezione privilegia la struttura fisica. Paradossalmente s’insegue la maturazione precoce per poi, rispetto agli altri maggiori campionati, inserirli tardivamente in prima squadra (p. 328).

Esistono poi problematiche di ordine strettamente economico che, spiegano Cervelli e Molinari, derivano da molteplici fattori. In Italia i mancati introiti determinati dalla recente pandemia sono andati ad aggravare problematiche strutturali preesistenti, come una dipendenza dai diritti televisivi maggiore rispetto a quella di altri sistemi calcistici europei e l’elevata incidenza degli stipendi e dei trasferimenti dei calciatori sui bilanci delle società professionistiche. A ciò vanno aggiunti il perdurare di un forte squilibrio regionale in termini di impianti e la scarsissima presenza di stadi di proprietà da cui i club potrebbero ricavare introiti utili al proprio finanziamento. A testimoniare lo stato di malessere in cui versa il calcio nazionale è anche la crescente disaffezione manifestata dagli italiani nei confronti di questo sport, palesata dal calo di presenze negli stadi e di ascolti televisivi, in controtendenza rispetto a ciò che accade in altre nazioni europee.

Guardando alla stretta attualità, è evidente come dell’enorme indebitamento delle società calcistiche italiane stiano approfittando grandi gruppi finanziari stranieri, soprattutto statunitensi, che, di fatto, ricavano profitti dai prestiti alle squadre in cambio dei futuri introiti dei diritti televisivi o della vendita di calciatori.

Diventato uno show business, attraverso la nuova governance economico-finanziaria il calcio si è progressivamente strutturato in un’“economia parallela globale”. Il sistema mira a colonizzare e ristrutturare il modello tradizionale di business fondato sul club come unità calcistica di base e sulla sua capacità di controllare il patrimonio di giocatori posti sotto contratto (p. 330).

Negli ultimi tempi, la dimensione sportiva e agonistica è stata sempre più subordinata a quella finanziaria interessata a far fruttare gli investimenti nel calcio. Di ciò sono corresponsabili gli stessi organismi calcistici internazionale che, sottolineano gli autori, «hanno di fatto assecondato i processi di commercializzazione, finanziarizzazione e spettacolarizzazione del calcio e da tempo non sono più solo enti regolatori del sistema ma “vere e proprie istituzioni finanziarie”» (p. 330). La crisi di credibilità e di governance che investe gli organismi calcistici internazionali deriva anche da una sempre più smaccata concentrazione di potere nelle mani di alcune grandi società calcistiche che, muovendo enormi flussi di denaro, di fatto, pilotano l’agenda dei tornei per club e per nazionali in linea con la «spinta neoliberista impressa al calcio internazionale dalla FIFA del presidente Gianni Infantino» (p. 332).

Quando si parla di crisi del calcio italiano, lo si deve fare certamente guardando alla specificità nazionale, ma anche calandolo all’interno di  un contesto internazionale che sta riscrivendo la mappa calcistica e lo stesso gioco piegandolo sempre più alle esigenze dello spettacolo, dei media e dei fondi d’investimento. Un contesto in cui l’Italia manifesta tutta la sua debolezza assoggettata com’è a dinamiche complesse da cui difficilmente potrà risollevarsi se pensa di cavarsela accontentandosi di riproporre il leitmotiv della regolamentazione dei flussi migratori come panacea di tutti i mali che affliggono il calcio nazionale. La débâcle della Nazionale maggiore maschile – a cui si aggiungono le difficoltà delle squadre di serie A nelle competizioni internazionali, più difficilmente spiegabili con la motivazione dei “troppi stranieri” – può essere un’utile occasione per una riflessione profonda sul sistema-calcio italiano, senza mai separarlo, come detto, dal contesto internazionale.

Il governo del pallone, ripercorrendo la storia della FIGC, ricostruisce le trasformazioni di una delle principali strutture di governance del calcio nazionale che è a tutti gli effetti parte integrante della storia di questo Paese, non fosse altro che per il ruolo assunto da tale sport in termini di immaginario popolare, interessi economici e politici. Il volume delinea i processi di formazione della classe dirigente federale così come si sono succeduti e trasformati nel corso del tempo, le modalità con cui questa si è confrontata con i cambiamenti del sistema calcistico dai suoi albori dilettantistico-artigianali, alla comparsa dei grandi mecenati, sino alla sua attuale finanziarizzazione, spettacolarizzazione, globalizzazione e mediatizzazione. Una storia, quella della Federazione, che ha dovuto confrontarsi con la trasformazione del calcio da originaria pratica elitaria a sport popolare, con il problema della violenza negli stadi e con gli episodi di razzismo, con i mutamenti sociali, le ingerenze della politica e i fenomeni del doping, dei bilanci falsati e delle partite truccate.

Nel primo capitolo vine ricostruito lo sviluppo della Federazione dalla sua nascita al primo dopoguerra, dagli anni pionieristici in cui, sotto le spinte nazionalistiche del periodo, la denominazione abbandona l’originario riferimento al Football (FIF) in favore dell’italiano Giuoco Calcio (FIGC), passando per la gestione di questo sport nel periodo bellico fino alla riorganizzazione della Federazione al termine della Prima guerra mondiale alla luce della repentina crescita di popolarità del calcio. Gli autori ricostruiscono puntualmente come la Federazione si sia trovata a fare i conti in questo periodo con ingerenze politiche e con episodi di violenza sugli spalti riconducibili al più generale clima di tensione che attraversa la società italiana al termine della guerra.

Nel secondo capitolo viene indagata la governance del calcio italiano dalla fascistizzazione dello sport alla Seconda guerra mondiale. Uno snodo centrale nella riorganizzazione del calcio in età fascista è rappresentato dalla stesura della Carta di Viareggio del 1926 che, eliminata qualsiasi istanza elettiva, affida la gestione della Federazione a un direttorio nominato per via gerarchica. Nell’ottica di una generale semplificazione dell’universo calcistico italiano, la Federazione adotta, a partire dalla stagione 1929-1930, il modello a girone unico nazionale per il massimo campionato italiano e incentiva le fusioni societarie fra squadre della medesima città. Attraverso la Carta di Viareggio, il regime vieta alle società, salvo eccezioni transitorie, di ricorrere a giocatori non italiani estendendo il divieto, qualche anno dopo, anche agli allenatori. Abbandonate le resistenze al professionismo, di fatto il regime incentiva i primi fenomeni di spettacolarizzazione e divismo intendendo sfruttare il successo internazionale degli atleti sia al fine di accrescere l’orgoglio nazionale che di fornire un’immagine di efficienza del fascismo all’estero. La virata verso una maggiore spettacolarizzazione dello sport, inoltre, contribuisce a gettare le basi per un nuovo assetto economico dei club di calcio, spesso guidati da presidenti legati alle gerarchie fasciste, che conoscono un inedito apporto di capitali da parte di grandi industriali.

La Carta di Viareggio aprì la strada alla completa fascistizzazione dei vertici sportivi italiani. Il processo di riordino complessivo dello sport fascista si concretizzò nel dicembre del 1926 con la trasformazione del Comitato Olimpico Nazionale Italiano in un organo alle dirette dipendenze del Partito Nazionale Fascista guidato da Augusto Turati. Il principio dello “sport per lo sport”, che aveva caratterizzato l’età liberale, lasciava il posto ad una completa politicizzazione della dimensione sportiva (p. 98).

Negli anni Trenta la Federazione può fregiarsi della vittoria dei Mondali del 1934 e del 1938, successi abilmente sfruttati dal regime sia sul versante interno che su quello esterno, e si trova a fare i conti con la questione dei “rimpatriati”, cioè di quei calciatori sudamericani che, vantando origini italiane, vengono accolti dal regime sia per avvalersi delle loro prestazioni sportive che per mostrarsi paternalisticamente benevolo nei confronti di chi era emigrato in cerca di fortuna. Nel corso dello stesso decennio, la vergognosa promulgazione delle leggi razziali del 1938 non manca di avere ricadute anche sul versante calcistico italiano tenuto a eliminare dalla scena giocatori e allenatori di origine ebraica. Ad essere ricostruito da Cervelli e Molinari è anche il ruolo della Federazione nella parabola finale del fascismo e nell’immediato dopoguerra, in un contesto tenuto a fare i conti con figure dirigenziali legate al passato regime.

Nel terzo capitolo gli autori analizzano il ruolo assunto dalla FIGC nel processo di modernizzazione del Paese, dagli anni della ricostruzione postbellica al cosiddetto “miracolo economico”, quando il calcio acquisisce ormai assoluta centralità tra gli sport popolari. In un contesto segnato da problemi organizzativi, economici, logistici e di ordine politico-sportivo, la governance dello sport italiano torna alle modalità elettive abbandonando l’inquadramento totalitario del regime ma si divide su come operare la riorganizzazione del sistema sportivo: alle spinte per un rinnovamento profondo, comportante la drastica rimozione dei dirigenti maggiormente compromessi con il fascismo, si contrappone una linea più conservatrice votata a una maggiore continuità con il passato. Il prevalere, come in altri ambiti, di quest’ultima tendenza, fa sì che buona parte delle figure che avevano avuto ruoli dirigenziali in ambito sportivo durante il regime vengano mantenute al loro posto limitando, di fatto, il drastico cambiamento auspicato da una parte del Paese.

Nel dopoguerra, la FIGC, che a livello interazionale paga per qualche tempo lo stretto legame intrattenuto con il passato regime, si trova a fare i conti con: le rivendicazioni della Associazione Italiana Calciatori (AIC), sorta alla fine del 1945; le richieste di riapertura agli atleti stranieri da parte dei club; la progettazione del Centro Tecnico Federale destinato a divenire un luogo per la preparazione delle formazioni nazionali e la formazione tecnica delle nuove generazioni di calciatori; la tragedia di Superga del Torino, con le inevitabili ricadute sulla gestione del campionato in corso e sulla stessa Nazionale, costruita sull’ossatura della squadra granata.

L’insuccesso degli azzurri ai Mondiali brasiliani del 1950 riapre la discussione attorno alla partecipazione di calciatori non italiani al campionato contrapponendo chi vede nella loro presenza un’opportunità di arricchimento del panorama calcistico nazionale a chi, invece, ritiene che questi limitino la formazione dei giovani calciatori italiani. Sulla “questione stranieri” si scomoda anche il mondo politico: nel 1953 l’allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giulio Andreotti vieta la concessione di permessi di soggiorno agli stranieri intenzionati a giocatore nei club di calcio italiani, ad eccezione di chi, tra questi, vanta la cittadinanza italiana in quanto figlio di italiani. Pur non essendo una novità il condizionamento del mondo sportivo da parte della politica, il cosiddetto “Veto Andreotti” resta nella storia come esempio paradigmatico di lesione del principio dell’indipendenza dello sport sancito dal CONI.

Le profonde dinamiche di trasformazione che attraversano l’Italia negli anni del “miracolo economico” coinvolgono direttamente anche il calcio. Se quest’ultimo, presente soprattutto nelle grandi città del Nord, soppianta il ciclismo nel ruolo di sport popolare per eccellenza del Paese, è anche perché al mondo contadino e provinciale, in cui affonda le radici il ciclismo, si sostituisce rapidamente l’universo metropolitano in cui sono presenti i principali club. Alla diffusione del calcio nel Paese nel corso degli anni Sessanta, sottolineano gli autori, concorrono il fenomeno dell’associazionismo sportivo legato all’universo politico, il successo del Totocalcio e, soprattutto, lo spazio sempre maggiore riservato a questo sport dalla radio e dalla televisione.

L’insuccesso della Nazionale nelle competizioni internazionali sul finire degli anni Cinquanta costringe la Federazione a confrontarsi, nuovamente, con la presenza dei calciatori non italiani, con l’elevato numero di squadre nella massima serie, con il potenziamento dei centri giovanili e dei quadri tecnici. In un susseguirsi di lotte intestine alla governance del calcio e di incapacità nel tradurre in pratica buona parte delle misure di rinnovamento pianificate, nel 1959 la guida della Federazione viene assegnata, per un breve periodo, a Umberto Agnelli, espressione diretta del grande padronato delle squadre di club, dunque a Giuseppe Pasquale, destinato a impattare con le feroci polemiche sorte attorno al disastro azzurro al mondiale cileno del 1962 e a quello quello inglese del 1970 mentre, nuovamente, riemerge il dibattito attorno alla presenza dei calciatori stranieri in Italia e continua ad aggravarsi la situazione debitoria delle società. Con Artemio Franchi ai vertici, la Federazione ottiene l’organizzazione e la vittoria dell’Europeo del 1968 e il secondo posto al Mondiale messicano del 1970, oltre che un’importante crescita dei vivai giovanili del Centro e del Sud e si trova a confrontarsi con il desiderio di protagonismo dalla rinnovata Associazione Italiana Calciatori e con la diffusione della violenza negli stadi in concomitanza con l’avvento di nuove forme di tifo organizzato.

L’ultimo capitolo del volume guarda al ruolo della Federazione nel momento in cui il calcio è sottoposto a un processo di industrializzazione e spettacolarizzazione sullo sfondo di un riassetto degli equilibri politico-sportivi ed economici che pongono le basi per la trasformazione globalizzata, finanziarizzata e mediatizzata del calcio contemporaneo. Nella seconda metà degli anni Settanta, in un contesto italiano segnato dalle crisi monetarie ed energetiche e da un incremento vertiginoso dell’inflazione, le società calcistiche italiane continuano a spendere cifre esorbitanti sul calciomercato nonostante siano sempre più indebitate. La crisi economica che attraversa il Paese non manca di riflettersi anche sulla presenza di pubblico negli impianti dovuta anche all’incremento della violenza negli stadi e al palesarsi di un evidente scadimento del livello tecnico a cui la Federazione tenta di porre rimedio facendo di Coverciano una sorta di “Università del calcio” istituendo un corso per dirigenti di società calcistiche.

In un clima di lotte intestine ai diversi organismi sportivi, sul finire degli anni Settanta emerge nuovamente la questione della presenza dei calciatori non italiani nei campionati nazionali alla luce del fatto che il blocco deciso dall’Italia contrasta con le norme sulla libera circolazione delle persone e la libera prestazione di servizi di natura economica del Trattato istitutivo della Comunità Economica Europea. Il mondo calcistico nazionale si trova anche a fare i conti con lo scandalo del calcio-scommesse che contribuisce alla perdita di credibilità del sistema italiano sia tra gli appassionati che a livello internazionale.

La vittoria del Mondiale spagnolo del 1982 contribuisce a riavvicinare i tifosi italiani al calcio e, in un clima di rinnovato ottimismo nel Paese, si apre un profondo cambiamento nella società italiana sotto la spinta neoliberista a cui l’imprenditore Silvio Berlusconi provvedere a fornire il necessario immaginario attraverso le sue televisioni e la gestione vincente del Milan acquistato a metà del decennio. Se da un lato gli anni Ottanta italiani si fregiano di avere “il campionato più bello del mondo”, dall’altro non mancano di palesare la crisi strutturale in cui versa il sistema-calcio nazionale. Ripetutamente alle prese con lo scandalo del calcio-scommesse, il mondo del pallone italiano si dimostra ancora una volta incapace di far fronte all’ulteriore indebitamento dei club derivato dall’euforia di onnipotenza di diversi presidenti di club disposti a spendere ingenti somme per accaparrarsi i campioni stranieri.

A metà degli anni Novanta la “Sentenza Bosman” obbliga il mondo del calcio italiano a non procrastinare ulteriormente l’adeguamento alle direttive europee in termini di libera circolazione dei calciatori. Di fatto la sentenza impone l’abolizione del tetto al numero di atleti comunitari negli organici dei club e riscrive i rapporti di forza tra società e calciatori in favore di questi ultimi e dei loro procuratori. L’apertura delle frontiere tra i Paesi dell’Unione Europea si inserisce all’interno di un generale processo di trasformazione dell’universo calcistico europeo caratterizzato da una sempre più evidente spettacolarizzazione sostenuta dalle televisioni e dalle sponsorizzazioni.

Nel corso degli anni Novanta la Federazione si trova a confrontarsi con la concessione dei diritti calcistici alle televisioni a pagamento, che contribuisce a concedere un inedito potere ai grandi club, con i fenomeni di violenza e razzismo negli stadi, con una lunga serie di scandali, dalle polemiche sugli arbitraggi ai casi di doping e di calcio-scommesse, oltre che con un indebitamento dei club ormai fuori controllo. Anche il nuovo millennio si apre all’insegna di uno scandalo, “calciopoli”, che si conclude con scudetti revocati, retrocessioni e punti di penalizzazione.

Il volume si conclude con uno sguardo disincantato sull’attualità privo di quel senso di nostalgia per una fantomatica età dell’oro andata perduta che, invece, sembra caratterizzare numerosi analisti e commentatori sportivi. Il governo del pallone mostra chiaramente come nell’intera storia del calcio italiano la dimensione sportiva si sia costantemente intrecciata con interessi economici, mire politiche e questioni sociali. Alla luce di ciò, pensare allo stato di salute del sistema calcistico del Paese guardando esclusivamente ai risultati sul campo della Nazionale maggiore maschile, o delle principali squadre di club nelle competizioni internazionali, rischia di essere fuorviante nella sua parzialità. Il volume di Cervelli e Molinari ha, tra gli altri, il merito di opporre allo sguardo selettivo con cui, troppo spesso, si guarda allo stato di salute del calcio nazionale, una serie di dati e riflessioni che mostrano come il sistema-calcio italiano sia stato attraversato da problemi e contraddizioni di ordine strutturale anche nei momenti di successo sportivo.

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Send Help, survival del quotidiano https://www.carmillaonline.com/2026/05/01/send-help-survival-del-quotidiano/ Fri, 01 May 2026 20:00:35 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93511 di Roberta Cospito

Sam Raimi, classe 1959, a quattro anni dall’uscita di Doctor Strange nel multiverso della follia, ritorna dietro la macchina da presa con Send Help, un film che usa l’idea del survival per mettere in scena la quotidiana guerra che si consuma sul posto di lavoro. La trama è piuttosto semplice: la protagonista Linda Liddle – interpretata da Rachel McAdams – è un’anonima impiegata che trascorre le proprie giornate tra lavoro, cura del suo pappagallino e visione di reality televisivi dedicati alla sopravvivenza che la rendono un’esperta in questo campo. Incurante del suo aspetto esteriore dimesso e poco attraente – indossa per [...]]]> di Roberta Cospito

Sam Raimi, classe 1959, a quattro anni dall’uscita di Doctor Strange nel multiverso della follia, ritorna dietro la macchina da presa con Send Help, un film che usa l’idea del survival per mettere in scena la quotidiana guerra che si consuma sul posto di lavoro. La trama è piuttosto semplice: la protagonista Linda Liddle – interpretata da Rachel McAdams – è un’anonima impiegata che trascorre le proprie giornate tra lavoro, cura del suo pappagallino e visione di reality televisivi dedicati alla sopravvivenza che la rendono un’esperta in questo campo. Incurante del suo aspetto esteriore dimesso e poco attraente – indossa per esempio scarpe comode e resistenti e larghi pantaloni di un colore smorto – un giorno ha l’ardire di ambire al posto di vicepresidente all’interno dell’azienda dove lavora da anni con diligenza e costanza, ma che resta saldamente governata da maschi ipercompetitivi.

L’inizio del film si svolge prima all’interno dell’azienda in cui Linda si muove goffamente, isolata dai colleghi e ignorata dal nuovo capo, poi – diretta a Bangkok per lavoro, insieme al superiore e ai suoi tirapiedi – sull’aereo della ditta dove vengono replicate sull’impiegata le stesse dinamiche di sfruttamento e derisione dell’ufficio. Il seguito di Send Help ci catapulterà in una lussureggiante isola deserta dove Linda e il capo Bradley – l’attore Dylan O’Brien – naufragano e si scoprono essere gli unici sopravvissuti all’incidente aereo che li ha coinvolti.

All’inizio della forzata convivenza, Bradley – in evidente difficoltà a rapportarsi con la nuova imprevedibile e complessa realtà in cui la sua sottoposta pare invece muoversi completamente a suo agio – prova a imporsi, replicando il rodato meccanismo sviluppato in ambito lavorativo, dando ordini e aspettando dalla controparte l’abituale muta obbedienza. Benché i rapporti di forza si siano bruscamente invertiti, per via che “il potere” è in mano alla sempre meno scialba ragazza che riesce a procacciarsi cibo, costruire un riparo dalle intemperie e aver tutto il necessario per sopravvivere, l’elegante uomo – nonostante l’evidente sua incompetenza – non riesce proprio a dimostrarsi gentile e comportarsi in maniera paritaria, malgrado questo sia, a rigor di logica, il comportamento da adottare per sopravvivere sull’isola, anche fosse temporaneamente.

Raimi gioca con gli stereotipi, talvolta ci scivola dentro, ma lascia emergere un aspetto socio-politico difficile da ignorare: quando il potere cambia di mano, chi lo ha sempre posseduto fatica a immaginare una relazione che non sia di dominio. La donna diventa per lo spettatore un triplo simbolo: soggetto della lotta di genere, figura della lotta di classe e paladina dell’ascensore sociale. La donna contro l’uomo, l’impiegata contro il dirigente e la competenza contro il privilegio. Il film alterna commedia nera, tensione thriller e incursioni horror, ma il vero interesse è dato dalle domande che inevitabilmente si affacciano dopo la visione di questo film: come mai nel 2026 siamo ancora qui a discutere sul fatto che se sei donna e non particolarmente attraente spesso vieni ignorata sul posto di lavoro?

Possibile che ancora si debba denunciare un mondo in cui non si riesce a non essere competitivi e in cui “l’altro” non è mai un compagno, ma sempre un avversario? Possibile che ancora si debba denunciare un’idea di maschio che pretende di essere servito e riverito? Le situazioni estreme trasformano una persona o tirano fuori quello che era solo sopito in lei? Cosa resta della nostra morale quando non c’è nessuno a guardarci?

Send Help non offre risposte ma, almeno, sotto la superficie del “survival movie”, lascia intravedere la speranza che il vero naufragio non sia quello su un’isola, bensì quello di un modello di potere che non sa sopravvivere senza subordinare qualcuno e ci invita a riflettere sul nostro comportamento quando vengono meno le infrastrutture sociali che, in qualche modo, lo regolano.

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D’Annunzio a Fiume. Esercizi di rivoluzione nostalgica https://www.carmillaonline.com/2026/05/01/94389/ Thu, 30 Apr 2026 22:01:35 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94389 di Walter Catalano

Claudia Salaris, Alla festa della rivoluzione. Artisti e libertari con D’Annunzio a Fiume, Il Mulino, pp.290, euro 16,00

Chi conosce la prima edizione di questo volume non troverà, nelle pagine centrali del lavoro di Claudia Salaris, nulla di sostanzialmente diverso. La nuova uscita per Il Mulino ripropone il testo nella sua interezza originale, arricchito da un’appendice dedicata al rapporto tra D’Annunzio e le avanguardie artistiche del primo Novecento — un’aggiunta utile che contestualizza meglio la koiné culturale in cui maturò l’impresa fiumana, ma che non modifica l’impianto interpretativo complessivo. Chi dunque ha già il volume in libreria potrà limitarsi a [...]]]> di Walter Catalano

Claudia Salaris, Alla festa della rivoluzione. Artisti e libertari con D’Annunzio a Fiume, Il Mulino, pp.290, euro 16,00

Chi conosce la prima edizione di questo volume non troverà, nelle pagine centrali del lavoro di Claudia Salaris, nulla di sostanzialmente diverso. La nuova uscita per Il Mulino ripropone il testo nella sua interezza originale, arricchito da un’appendice dedicata al rapporto tra D’Annunzio e le avanguardie artistiche del primo Novecento — un’aggiunta utile che contestualizza meglio la koiné culturale in cui maturò l’impresa fiumana, ma che non modifica l’impianto interpretativo complessivo. Chi dunque ha già il volume in libreria potrà limitarsi a recuperare quelle ultime pagine; chi non lo conosce ha ora una buona occasione per farlo.

Il libro resta, a distanza di anni, uno dei contributi più vivaci e documentati sulla dimensione festiva, libertaria e antiborghese dell’occupazione di Fiume (1919–1920). Salaris, studiosa del futurismo e delle avanguardie italiane, ricostruisce con dovizia di fonti e con passo narrativo agile il clima di ebbrezza collettiva che avvolse l’impresa: i concerti notturni sul lungomare, i discorsi dal balcone del Palazzo del Governo, l’incrocio improbabile tra nazionalismo romantico e istanze anarchiche, tra estetismo decadente e utopia sociale. Fiume fu, per sedici mesi, una città-laboratorio: vi confluirono reduci di guerra esaltati e disillusi, sindacalisti rivoluzionari, arditi, futuristi, anarchici, poeti. La Carta del Carnaro, redatta dal sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris con il contributo di D’Annunzio, era un documento ibrido e visionario che mescolava corporativismo sindacale, tutele dei lavoratori, libertà di culto e riconoscimento delle arti come funzione pubblica dello Stato — un testo che non assomigliava a nulla di ciò che il fascismo avrebbe poi prodotto, e che anzi fu guardato con sospetto dagli uomini di Mussolini proprio per la sua vena egualitaria e la sua ispirazione libertaria.

Va detto, però, che tutta questa ebbrezza era ebbrezza solo italiana — e che la prospettiva slava sulla vicenda è radicalmente diversa, e non può essere liquidata come irrilevante o marginale. Fiume era una città a popolazione mista: italiana in maggioranza nel centro urbano, ma circondata da un territorio — il cosiddetto corpus separatum e i villaggi circostanti — a netta prevalenza croata e slovena. L’annessione proclamata dai legionari era, da quella prospettiva, un’occupazione militare condotta con metodi che includevano violenze, intimidazioni e la cacciata sistematica degli abitanti slavi. Lo storico croato Rene Lovrenčić, nel suo studio sull’identità fiumana (Rijeka između dva rata, Zagabria 1988), e più recentemente Dominique Kirchner Reill in The Fiume Crisis (Harvard University Press, 2020) hanno documentato come la popolazione croata e slovena della regione vivesse l’impresa dannunziana non come festa liberatoria ma come occupazione etnica, accompagnata da episodi di violenza squadrista ante litteram contro le comunità slave. Le stesse tecniche di intimidazione — il manganello, l’olio di ricino, la distruzione delle sedi delle associazioni culturali slovene e croate — che il fascismo avrebbe poi sistematizzato furono sperimentate a Fiume e nell’Istria di quegli anni, come ha ricostruito con precisione Milica Kacin Wohinz nei suoi lavori sulla minoranza slovena sotto il fascismo. La festa, insomma, non era festa per tutti: e chi abitava quelle stesse strade con un cognome sbagliato ne faceva un’esperienza opposta e specularmente tragica. Ignorare questi dettagli, come per altro fa Salaris, non è lettura parziale: rischia di diventare falsificazione storica.

In ogni caso il teatrino fiumano è pittoresco. Il personaggio più memorabile — e più sconcertante — che emerge dalla ricostruzione è senza dubbio Guido Keller, aviatore, animatore del gruppo Yoga e figura di assoluta eccentricità. Keller incarnava una concezione della vita come perenne trasgressione: vegetariano radicale, nudista convinto, incline ai gesti simbolici più stravaganti (si narra di un volo sopra il parlamento di Roma da cui lanciò un pitale con un messaggio provocatorio, e di un’aquila ammaestrata che portava sempre con sé come totem personale), era al tempo stesso sinceramente antimilitarista e attratto dalla mistica dell’azione pura. Il gruppo Yoga — nome scelto con gusto per l’ambiguità, a metà tra ironia e ricerca spirituale — raccoglieva attorno a lui artisti, disertori, libertari e irregolari di vario genere, uniti da un rifiuto viscerale dell’ordine costituito e da un’idea di comunità basata sul dono, sulla condivisione e sul rifiuto della proprietà privata. Arrivarono a organizzare spedizioni di razzia nelle campagne e nei mari circostanti – Fiume sopravviveva grazie alla pirateria navale e terrestre dei cosiddetti Uscocchi, così battezzati dal Vate e spesso capitanati proprio da Keller – non per spirito predatorio ma, almeno nelle intenzioni, per portare viveri alla città assediata e distribuirli gratuitamente alla popolazione. Un anarchismo estetizzante e vitalista, lontanissimo da qualsiasi progetto politico organizzato.

Keller era omosessuale, e questo dato non è marginale per capire la natura dell’ambiente fiumano. Lo stesso Giovanni Comisso, che di quell’esperienza lasciò una delle testimonianze letterarie più belle — Le mie stagioni — era omosessuale, e nel suo memoir la sensualità dei corpi, la promiscuità gioiosa, l’eros maschile circolano con una libertà che sarebbe diventata impensabile di lì a pochi anni. D’Annunzio, con la sua visione estetizzante e pagana dell’esistenza, non aveva nulla della sessuofobia puritana e patriarcale che il fascismo mussoliniano avrebbe progressivamente imposto come norma. L’omofobia militante, il culto della virilità eterosessuale obbligatoria, la repressione di qualsiasi devianza dai codici sessuali del regime — codificata anche sul piano legislativo con le circolari Mussolini-Bocchini degli anni Trenta — erano estranei alla cultura dei legionari fiumani, anzi ne costituivano il contrario. È un’ulteriore ragione, e non secondaria, per non confondere quell’esperienza con il fascismo che venne dopo, pur riconoscendo tutti gli elementi che il fascismo poté strumentalizzare e incorporare a proprio uso.

Ed è qui che il libro di Salaris chiede al lettore uno sforzo interpretativo che l’autrice, pur nelle sue simpatie evidenti per l’oggetto di studio, suggerisce implicitamente: quella cultura non è omologabile al fascismo. Keller e i suoi compagni nutrivano un’ostilità profonda verso l’ordine borghese, verso lo Stato, verso ogni forma di gerarchia istituzionalizzata — tutto ciò che il fascismo, nel giro di pochi anni, avrebbe invece esasperato e portato al potere. La traiettoria di molti fiumani non coincise affatto con quella del regime: alcuni, come De Ambris, finirono in esilio e nell’antifascismo; altri si dispersero nell’indifferenza o nella disillusione. Keller stesso morì in un incidente d’auto nel 1929, prima di poter fare i conti fino in fondo con il regime.

La figura di D’Annunzio rimane la più ambigua e la più difficile da maneggiare storicamente. Il Vate non era un fascista, ma non era nemmeno un antifascista. Aveva costruito la sua carriera su un nazionalismo esasperato, sull’esaltazione della guerra come esperienza estetica e rigeneratrice, sul culto della morte bella e del sacrificio — tutti elementi che il fascismo incorporò avidamente nel proprio repertorio. Allo stesso tempo, D’Annunzio disprezzava Mussolini con il fastidio aristocratico del poeta verso il politicante: lo chiamava privatamente mascellone, e non nascondeva di considerarlo un epigono volgare e un innominabile trastullo del destino (Tom Antongini, segretario del Vate per decenni, e altri, riportano la frase nelle loro memorie). Dopo il Natale di sangue del 1920 — il bombardamento di Fiume da parte dell’esercito italiano, ordinato dal governo Giolitti e accettato supinamente da Mussolini, che non mosse un dito per difendere i legionari — D’Annunzio si ritirò sul Garda, nel Vittoriale degli Italiani, dove costruì la sua tomba-monumento e dove visse gli ultimi vent’anni in una sorta di dorato esilio volontario, sorvegliato, finanziato e neutralizzato dal regime. Mussolini aveva capito che D’Annunzio era troppo popolare per essere perseguitato e troppo imprevedibile per essere davvero utilizzato (come scrisse: “D’Annunzio è come un dente marcio: o lo si estirpa o lo si ricopre d’oro”): meglio tenerlo lì, tra i suoi cimeli, i suoi libri, le sue amanti, i suoi veleni. Proverbiale è l’aneddoto, presumibilmente veridico, del saluto che il duce in visita al Vittoriale rivolse al poeta: “Salve, o fante alato!”, al che il Vate rispose “Salve, o lesto fante!”. La morte nel 1938 — forse un malore, forse qualcosa di meno accidentale, come alcuni storici hanno ipotizzato — lo sottrasse alla necessità di schierarsi apertamente di fronte alla guerra imminente al fianco di Hitler.

Il futurismo, d’altra parte, aveva avuto un percorso in parte diverso. Marinetti aveva aderito al fascismo con convinzione, e tuttavia anche il futurismo portava in sé tensioni irriducibili al regime: l’internazionalismo dell’avanguardia, il rifiuto del passato e dei musei (difficilmente conciliabile con il culto romano e imperiale del fascismo maturo), l’irriverenza verso ogni autorità costituita. Quando il fascismo si consolidò come regime conservatore e clericale, il futurismo fu progressivamente marginalizzato, tollerato ma non amato, esibito all’estero come modernità italiana ma tenuto a bada in patria. La storia dei rapporti tra avanguardia e potere fascista è storia di un equivoco reciproco, non di una coincidenza.

Tutto questo premesso — e premesso con la necessaria chiarezza — il distacco critico rimane indispensabile. La cultura fiumana e dannunziana era intrisa di nazionalismo esasperato, di culto della violenza rigeneratrice, di disprezzo per le istituzioni parlamentari e per la mediazione politica. Questi elementi il fascismo seppe efficacemente incorporare e strumentalizzare, trasformando l’estetismo della rivolta in estetica del potere, il gesto liberatorio in parata di regime, la festa anarchica in adunata oceanica. Non confondere non significa assolvere, né significa ignorare le responsabilità storiche di chi, con la propria retorica e il proprio esempio, contribuì a preparare il terreno culturale su cui il fascismo attecchì.

Il punto è tanto più urgente oggi, e qui è lecito alzare la voce. Le formazioni politiche dell’estrema destra italiana, alcune delle quali siedono attualmente al governo, stanno portando avanti da anni un’operazione di recupero sistematico ed edulcorato di quella stagione culturale: il dannunzianesimo come serbatoio di immagini patrie, il futurismo come estetica della modernità nazionalista, Fiume come mito fondativo di un’italianità ferita e rivendicata. Si tratta di un’operazione che funziona precisamente perché selettiva: prende il nazionalismo e lascia l’anarchia, prende l’estetismo del gesto e lascia il contenuto libertario, prende il culto della nazione e lascia la critica alla borghesia, prende D’Annunzio poeta-soldato e lascia D’Annunzio trasgressore sessuale, bisessuale, pagano, irriducibile a qualsiasi ortodossia morale. Lascia, soprattutto, Keller e Comisso — i loro corpi, i loro desideri, la loro allegra estraneità a tutto ciò che di lì a poco sarebbe diventato il modello dell’italiano nuovo. Un’operazione, in altre parole, che non è recupero storico ma travestimento ideologico che svuota quei movimenti del loro senso più conflittuale e li riduce a repertorio iconografico spendibile per un patriottismo di maniera, convenientemente epurato di tutto ciò che risulterebbe, come la libertà sessuale e la fluidità dei costumi che caratterizzarono Fiume, indigeribile all’elettorato conservatore e clericale di riferimento.

Alla festa della rivoluzione è un libro che merita di essere letto, e che in questa nuova edizione torna opportunamente in circolazione — anche se la strumentalizzazione di cui abbiamo appena detto incombe: ne è evidente prova il pessimo filmetto – inutile citare titolo e autore dal momento che ci ha già pensato lo stesso editore del volume riportandoli prontamente in fascetta – mal sceneggiato, mal interpretato e mal diretto che riprende – almeno in teoria – i fatti descritti nel libro. Brutture cinematografiche a parte (1), l’epica e la retorica, ben contestualizzate, possono strapparci un sorriso, a patto di non dimenticare mai che la festa, a Fiume, finì male: con i cannoni del governo italiano, con la dispersione dei legionari, con le illusioni infrante di chi aveva creduto che la storia potesse essere piegata dalla pura forza del desiderio. E che le macerie di quell’entusiasmo contribuirono a costruire qualcosa di molto più cupo di quanto i suoi protagonisti avessero immaginato o voluto.

(1) A questo proposito, al posto del fotoromanzetto paratelevisivo italiano, consiglio la visione del bel documentario del 2025 Fiume o morte! del fiumano Igor Bezinović – vincitore  di un premio al 54° International Film Festival di Rotterdam – in cui l’autore ricostruisce con ironia e caustico umorismo l’impresa dannunziana chiamando a partecipare i concittadini croati dell’attuale Rijeka/Fiume alla rivisitazione e reinterpretazione dell’evento.

 

 

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L’Agnese va a morire, di Renata Viganò https://www.carmillaonline.com/2026/04/29/lagnese-va-a-morire-di-renata-vigano/ Wed, 29 Apr 2026 19:58:52 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94311 di Mauro Baldrati

Einaudi, Torino 1949 – 2024 pagg. 246 euro 12.50

Oggi ricorre il cinquantesimo anniversario della morte di Renata Viganò. La ricordiamo con alcune note di lettura del suo romanzo, uno dei più importanti e sinceri sulla guerra partigiana.

Alfonsine è un paese di 11.667 abitanti della Bassa ravennate. Si trova sulla linea di confine con la provincia di Ferrara, che interessa gran parte delle valli di Comacchio. A guerra ormai terminata i tedeschi in ritirata hanno fatto saltare gli edifici, per cui è stato quasi interamente ricostruito. Qui, lungo la riva destra del fiume Reno, in zona [...]]]> di Mauro Baldrati

Einaudi, Torino 1949 – 2024 pagg. 246 euro 12.50

Oggi ricorre il cinquantesimo anniversario della morte di Renata Viganò. La ricordiamo con alcune note di lettura del suo romanzo, uno dei più importanti e sinceri sulla guerra partigiana.

Alfonsine è un paese di 11.667 abitanti della Bassa ravennate. Si trova sulla linea di confine con la provincia di Ferrara, che interessa gran parte delle valli di Comacchio. A guerra ormai terminata i tedeschi in ritirata hanno fatto saltare gli edifici, per cui è stato quasi interamente ricostruito. Qui, lungo la riva destra del fiume Reno, in zona foce del fiume Senio, è posizionata una classica casa colonica di fine Ottocento, con l’arco centrale, i solai di canne e tavelle, il tetto in coppi. Fu scelta da Giuliano Montaldo nel 1975 per girare il film tratto da L’Agnese va a morire. Uscito nel 1949, il libro fu al centro di polemiche più che altro politiche che riguardavano gli aspetti della Resistenza, che ne travalicarono il contenuto letterario. Per cui a lungo fu considerato un memoir, importante e dettagliato, sulla guerra partigiana che infuriò nella zona delle valli. In realtà non si tratta di un memoir in senso stretto, ovvero una serie di eventi narrati con precisione, dove i personaggi, e la progressione degli eventi, sono al servizio di una restituzione esatta degli eventi stessi. L’agnese va a morire è un romanzo scritto col filtro letterario di una scrittrice esperta e raffinata, che ha proiettato se stessa e la sua esperienza su una donna veramente esistita, prendendosi tutte le libertà concesse per rappresentare il mondo, il conflitto, e l’avanzare implacabile della Storia: quella di una terra, la sua terra, occupata da una spaventosa dittatura.

La prima volta che vidi l’Agnese, o quella che nel mio libro porta il nome di Agnese, vivevo davvero in un brutto momento. Ero in un paese della Bassa, sola col mio bambino. Mio marito l’avevano preso le SS a Belluno, non ne sapevo più niente, ogni ora che passavo lo vedevo torturato e fucilato, un corpo anonimo che non avrei trovato mai più, neppure per seppellirlo. Nel villaggio mi credevano una sfollata della città, con la casa distrutta da un bombardamento: a causa dell’arresto di mio marito avevo perso i contatti coi compagni, non potevo parlare con nessuno dei veri dolori. Venne l’Agnese, un giorno che stavo nel greto del fiume (il Reno ndr) a guardar giocare il bambino con la sabbia, e intanto pensavo che forse sarei stata sempre così sola nel guardarlo giocare e poi studiare e poi crescere e diventare un uomo senza il babbo. L’Agnese mi arrivò vicino coi suoi brutti piedi scalzi nelle ciabatte. Vidi per primi quei brutti piedi, ero tanto piena di odio e di pena che mi fecero schifo. (Dalla postfazione dell’autrice La storia di Agnese non è una fantasia).

I “brutti piedi scalzi” di una “donna vecchia e grassa”, sono presenti come importanti comprimari nel romanzo. Se qualcuno ha visto il formidabile Una battaglia dopo l’altra avrà presente Leonardo DiCaprio che corre, combatte, cade, si rialza sempre indossando una vecchia vestaglia sbottonata. Ebbene l’Agnese è sempre in ciabatte. In ogni scena, ogni evento. Durante l’orribile inverno vallivo, sferzata dal vento, dalla pioggia, con la neve, “Mamma Agnese” avanza nella notte spettrale, spingendo una di quelle pesanti biciclette con l’eterna sporta coi viveri e i messaggi per i partigiani nascosti in una casa allagata, affondando i piedi in ciabatte nella fanghiglia gelida, o addirittura nell’acqua, quando gli invasi tracimano e allagano i sentieri.

Sul personaggio, che nella realtà ha condiviso con l’autrice le peripezie, e le sgridate del Comandante che le facevano piangere, Renata Viganò ha riversato tutto il peso della Storia, ma anche se stessa, il suo dolore, la sua determinazione e l’assoluta fedeltà alla propria missione. Una immensa protagonista letteraria che passa attraverso eventi realmente accaduti, lo scontro senza pietà contro un nemico mortale, in un connubio perfetto di iperrealismo e finzione, con personaggi realmente esistiti anche se riprogrammati per esigenze letterarie: “Se ho voluto mutare il fisico del comandante e l’ho reso piccolo e grigio mentre era robusto e bruno, anche se ho inventato nomi di battaglia e posposto i fatti e alterate le età, fu per aver moto più libero nell’acqua corrente nel racconto.” (Dalla citata postfazione).

L’Agnese è un personaggio complesso in questo romanzo perfettamente materialista, come lo è stata la Resistenza: “Non crediate che ci si dicesse frasi eroiche. Nessuno nella guerra partigiana diceva mai frasi eroiche, neppure quando stava per morire. Tutt’al più gridava: ‘Viva i partigiani’, o cantava ‘Bandiera rossa’ e questo è già molto per uno che sta per morire”. Supera i limiti del neorealismo per assurgere quasi alla dimensione di personaggio collettivo, protagonista ma al contempo ostaggio della Storia. Su questo riflette Sebastiano Vassalli nella breve, lapidaria introduzione:

E’ fin troppo evidente che Agnese non è solo un personaggio letterario, è un simbolo di qualcosa di più grande e di più importante che tanto meglio traspare nel testo quanto più essa si annulla come personaggio, per accumulazione di virtù negative: semplicità, umiltà, abnegazione eccetera. Agnese è una donna che vive, sia pure in una prospettiva limitata, un grande fatto storico: annullandosi come donna, diventando “donna senza qualità”, Agnese esce in pratica dalla realtà per diventare incarnazione di un mito destinato a compiersi con la sua morte (quella morte di cui il lettore sa già prima di aprire il libro, dal titolo). (…) E’ anche un’immagine collettiva, è uno dei molti, è oggetto e soggetto del sacrificio, è un personaggio assai reale sotto certi punti di vista, ma poi disumano per la sua grandezza, la sua capacità spinta fino all’assoluto di annullarsi nei fatti e nelle vicende.

Il romanzo materialista avanza con cadenza inesorabile, come lo fu la lotta partigiana. Obbligato il confronto con l’altra opera-capolavoro, la scrittura di Beppe Fenoglio. Gli stessi pericoli mortali, gli stessi stenti che calano il lettore in uno stato di identificazione e malessere per gli inenarrabili sacrifici cui erano costretti i partigiani. E la stessa inevitabile – così inevitabile da diventare “normale” – ineluttabilità. In Fenoglio compaiono alcune fucilazioni di fascisti e nazisti caduti prigionieri. I condannati di fronte alla morte regrediscono allo stato infantile. Piangono, implodono, gli cambia addirittura la voce. Siamo praticamente costretti a provare un briciolo di pietà. Ma non ci può essere pietà in una guerra all’ultimo sangue. Compassione forse, ma l’esecuzione va portata a termine. Nel libro della Viganò i componenti della brigata organizzano una pericolosissima azione per liberare dei compagni prigionieri dei fascisti. Lanciano un attacco, neutralizzano i fascisti, liberano i compagni, uno è morto, un altro stremato e sfigurato dalle torture. Prima di uscire, sulla soglia, il Comandante dà l’ordine: “Fateli fuori tutti”. Va fatto.

E’ la guerra, una guerra scatenata dagli occupanti con la partecipazione attiva dei traditori del paese occupato. Non c’è morale rassicurante, la morale è nella lotta senza quartiere, nella clandestinità e nel rischio continuo della vita, quando la vita non viene stroncata. Avvincente, irto di pericoli e colpi di scena, non si sottrae alla vocazione di romanzo d’avventura. Un’avventura che veicola la missione stessa della letteratura e dell’arte, quando l’arte si pone di fronte alla rappresentazione della vita, con tutti i suoi conflitti, le sue tragedie, e si schiera in una lotta feroce del bene contro il male.

(La foto: la casa dell’Agnese ad Alfonsine)

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Philip Roth, l’ebreo e l’altro https://www.carmillaonline.com/2026/04/28/philip-roth-lebreo-e-laltro-ebreo/ Tue, 28 Apr 2026 19:40:51 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94335 di Sandro Moiso

Philip Roth, Operazione Shylock, prefazione di Emmanuel Carrère, traduzione di Ottavio Fatica; Adelphi Edizioni, Milano 2026, pp. 455, 22 euro.

Se il passato della nazione è stato soprattutto un sogno, perché non cominciare a sognare un nuovo futuro, prima che questo sogno si trasformi in incubo? (Shlomo Sand, L’invenzione del popolo ebraico, 2010)

Gregor Samsa, svegliandosi un mattino da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo. Giaceva sulla schiena, dura come una corazza, e sollevando un po’ la testa vide un addome arcuato, scuro, attraversato da numerose nervature. La coperta, [...]]]> di Sandro Moiso

Philip Roth, Operazione Shylock, prefazione di Emmanuel Carrère, traduzione di Ottavio Fatica; Adelphi Edizioni, Milano 2026, pp. 455, 22 euro.

Se il passato della nazione è stato soprattutto un sogno, perché non cominciare a sognare un nuovo futuro, prima che questo sogno si trasformi in incubo? (Shlomo Sand, L’invenzione del popolo ebraico, 2010)

Gregor Samsa, svegliandosi un mattino da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo. Giaceva sulla schiena, dura come una corazza, e sollevando un po’ la testa vide un addome arcuato, scuro, attraversato da numerose nervature. La coperta, in equilibrio sulla sua punta, minacciava di cadere da un momento all’altro; mentre le numerose zampe, pietosamente sottili rispetto alla sua mole, gli ondeggiavano confusamente davanti agli occhi. “Che mi è successo?” pensò. Non era un sogno. ( Franz Kafka, La metamorfosi, 1915)

Occorrer partire da un altro scrittore di origini ebraiche, autore di una delle opere più significative della letteratura del ‘900, per affrontare un tema che è presente in molte opere di Philipo Roth ovvero quello dell’altro da noi che in realtà è in noi, del doppelganger (il “doppio camminatore”) che al contempo fa parte di noi e di un altro, con cui condividiamo l’aspetto esteriore. Costretti a vivere una vita non nostra oppure ad assistere mentre tenta di sostituirsi a noi.

Una volta «consapevoli – come hanno osservato Gioacchino Toni e Paolo Lago – che lo sguardo sull’alterità è inevitabilmente anche uno sguardo su se stessi»1, diventa evidente che l’altro da sé stimola gran parte delle paure moderne basate sulle differenze di razza, classe, genere e che ciò avviene perché spesso tale alterità può anche presentarsi come la presa di coscienza dell’esistenza dell’altro nel sé.

Prima ancora di Kafka, fu certamente Ernst Theodor Amadeus Hoffmann (1776 -1822) il primo autore a far precipitare, con i suoi Notturni e in particolare con il racconto L’uomo della sabbia (1815), nella letteratura della sua epoca la figura del doppio, una sorta di gemello malvagio che si presenta rivelando il lato più oscuro e patologico della personalità.

Possiamo fissare qui l’inizio dell’incubo della modernità rappresentato dalla paura della perdita del sé o della scoperta di essere individualmente portatori di un altro Io, sconosciuto e fin troppo conosciuto allo stesso tempo. Un Io altro nascosto dall’abitudine a frequentarlo senza riconoscerlo per quello che è davvero e che, magari, le convenzioni sociali e le narrazioni su cui si basano le fondamenta della comunità che circonda l’individuo abituano a considerare come espressione autentica del sé.

Una figura che diventa ossessione nel romanzo di Philip Roth, Operazione Shylock (Operation Shylock: A Confession, 1993) appena ripubblicato da Adelphi, che già aveva abitato altre opere dell’autore americano ma che, in questo caso, è identica in tutto e per tutto, fin nel nome (Philip Roth), a quella dell’io narrante ovvero l’autore stesso.
Anche se il doppio dello scrittore rinvia all’altro con cui deve fare fatalmente i conti chiunque appartenga alla comunità ebraica in qualsiasi parte del mondo, motivo per cui il romanzo sottopone all’attenzione del lettore il problema di quante siano le sfaccettature che tale identità porta con sé, fin dai tempi della sua invenzione mosaica2.

Roth (1933-2018), era, e rimane, secondo il critico americano Harold Bloom: «il culmine di un enigma irrisolto nella letteratura ebraica dei secoli XX e XXI» – poiché – «le complesse influenze di Kafka e Freud e il malessere della vita ebraico-statunitense produssero in Philip un nuovo genere di sintesi». Una sintesi in cui il problema dell’ebraicità è posto in maniera ironica, talvolta distopica come nel Complotto contro l’America (The Plot Against America, 2004 – ed. italiana Einaudi, Torino 2005), quasi sempre ferocemente drammatica e comica allo stesso tempo. Proprio come capita in Operazione Shylock la cui lettura, nonostante i problemi trattati, suscita in chi lo abbia tra le mani numerosi momenti di ilarità.

L’autentico capolavoro dello scrittore è da sempre considerato Portnoy’s Complaint (1969 – oggi in italiano come Portnoy nelle edizioni Adelphi, 2025), allo stesso tempo tragedia e commedia personale di Alexander Portnoy, un paziente ossessivamente monologante, preda di una nevrosi a sfondo sessuale, che dopo le iniziali accuse di oscenità si trasformò in un grande successo di vendite. Nonostante ciò, il filosofo israeliano Gershom Scholem, presidente dell’Accademia israeliana delle Scienze e delle Lettere, affermò che Portnoy’s Complaint avrebbe potuto causare un secondo Olocausto: «Questo è il libro che tutti gli antisemiti aspettavano», scrisse sul quotidiano «Haaretz», riferendosi al modo in cui gli ebrei venivano ritratti attraverso i ricordi del protagonista.

Gershom Sholem aveva in precedenza rotto ogni rapporto, nonostante l’amicizia che li legava da due decenni, con Hannah Arendt a seguito della polemica sorta tra i due a partire dalla pubblicazione da parte della seconda di La banalità del male3, nel 1963. Il testo era dedicato all’analisi del processo svoltosi a partire dall’11 aprile 1961 contro l’ufficiale Adolf Eichmann (1906-1962) — rapito in Argentina, quindi processato e giustiziato (1962) dallo Stato di Israele a Gerusalemme — che aveva offerto all’autrice e filosofa la possibilità di riflettere sull’eccezionalità, o meno, della Shoa.

Opera che ave fatto infuriare gran parte dell’ambiente intellettuale ebraico, alimentando fin dal suo apparire aspre critiche in tutto il mondo nei confronti della Arendt, rea di aver violato l’autentico tabù posto a fondazione e giustificazione storica dello Stato di Israele. Motivo per cui Sholem avrebbe scritto in una lettera a lei indirizzata il 23 giugno 1963:

«Perché, allora, il tuo libro lascia dietro di sé un simile sentimento di amarezza e vergogna, e non rispetto a ciò che viene riferito, bensì rispetto a chi riferisce? Perché il tuo resoconto occulta in così larga misura ciò che viene presentato in quel libro, che pure tu avevi giustamente voluto raccomandare alla riflessione? La risposta, per quanto io ne abbia una e che non posso tacere proprio perché ti stimo così profondamente, (…) [risiede in] ciò che ci divide in questa vicenda. È il tono senza cuore, spesso persino beffardo, con cui questa materia, che ci tocca nel centro reale della nostra vita, viene da te trattata. Nella lingua ebraica esiste qualcosa di assolutamente concreto e in alcun modo definibile che gli ebrei chiamano Ahavat Israel: l’amore per gli ebrei. Di tutto ciò, cara Hannah, non vi è traccia in te […] Non provo alcuna simpatia per quello stile improntato alla leggerezza di cui dai prova fin troppo spesso nel tuo libro. È in modo inimmaginabile inadeguato alla materia di cui parli»4.

I toni sono solo apparentemente più pacati rispetto a quelli usati successivamente con Roth, ma la sostanza rimane la stessa: il buon ebreo deve amare Israele e nel fare ciò non deve avere dubbi di sorta o fornire immagini fuori luogo della cultura e dell’identità ebraica. Non per nulla Scholem, oltre ad essere riconosciuto come il più autorevole pensatore di mistica ebraica, era a tutti gli effetti uno dei padri dello Stato di Israele, dove si era trasferito negli anni Venti, insegnando all’università dal 1925 al 1965, per poi essere insignito del ruolo di presidente dell’Accademia delle Scienze di Israele. Cui Hannah Arendt, docente universitaria negli Stati Uniti e autrice, tra le tante sue altre opere, di un fondamentale testo sulla barbarie totalitaria, le Origini del totalitarismo, avrebbe risposto con una lettera del 24 luglio dello stesso anno:

«Hai perfettamente ragione, non sono animata da alcun amore di questo genere, e ciò per due ragioni: nella mia vita non ho mai “amato” nessun popolo o collettività – né il popolo tedesco, né il popolo francese, né quello americano, né la classe operaia, né nulla di questo genere. Io amo “solo” i miei amici, e la sola specie di amore che conosco e in cui credo, è l’amore per le persone. In secondo luogo, questo «amore per gli ebrei» mi sembrerebbe, essendo io stessa ebrea, qualcosa di piuttosto sospetto. Non posso amare me stessa o qualcosa che so essere una parte essenziale della mia persona. La verità è che io non ho mai avuto la pretesa di essere qualcosa d’altro o diversa da quella che sono, né ho mai avuto la tentazione di esserlo. Sarebbe stato come dire che ero un uomo e non una donna – cioè qualcosa di insensato. So, naturalmente, che esiste un “problema ebraico” anche a questo livello, ma non è mai stato un mio problema – nemmeno durante l’infanzia. Ho sempre considerato la mia ebraicità come uno di quei dati indiscutibili, della mia vita, che non ho mai desiderato cambiare o ripudiare. Esiste una sorta di gratitudine verso ciò che è così come è; per ciò che è stato dato e non è, né potrebbe essere, fatto; per le cose che sono “physei” e non “nomo”»5.

C’è ancora da aggiungere che la Arendt aveva abbracciato la causa sionista durante gli anni dell’occupazione nazista dell’Europa, ma i seguito aveva duramente criticato non solo la pretesa dello Stato ebraico di dominare i territori abitati da milioni di arabi senza tenere conto delle necessità degli stessi, ma anche le figure politiche su cui tale pretesa si appoggiava, come scrisse in una lettera del dicembre1948, redatta insieme ad Albert Einstein, inviata al «New York Times».

Fra i fenomeni più preoccupanti dei nostri tempi emerge quello relativo alla fondazione, nel nuovo stato di Israele, del Partito della Libertà (Tnuat Haherut)6, un partito politico che nell’organizzazione, nei metodi, nella filosofia politica e nell’azione sociale appare strettamente affine ai partiti Nazista e Fascista. È stato fondato fuori dall’assemblea e come evoluzione del precedente Irgun Zvai Leumi, una organizzazione terroristica, sciovinista, di destra della Palestina.
L’odierna visita di Menachem Begin, capo del partito, negli Stati Uniti è stata fatta con il calcolo di dare l’impressione che l’America sostenga il partito nelle prossime elezioni israeliane, e per cementare i legami politici con elementi sionisti conservatori americani. […]
Prima che si arrechi un danno irreparabile attraverso contributi finanziari, manifestazioni pubbliche a favore di Begin, e alla creazione di una immagine di sostegno americano ad elementi fascisti in Israele, il pubblico americano deve essere informato delle azioni e degli obiettivi del Sig. Begin e del suo movimento.
Le confessioni pubbliche del sig. Begin non sono utili per capire il suo vero carattere. Oggi parla di libertà, democrazia e anti-imperialismo, mentre fino ad ora ha apertamente predicato la dottrina dello stato Fascista. È nelle sue azioni che il partito terrorista tradisce il suo reale carattere, dalle sue azioni passate noi possiamo giudicare ciò che farà nel futuro.
[…] All’interno della comunità ebraica hanno predicato un misto di ultranazionalismo, misticismo religioso e superiorità razziale. Come altri partiti fascisti sono stati impiegati per interrompere gli scioperi e per la distruzione delle unioni sindacali libere. Al loro posto hanno proposto unioni corporative sul modello fascista italiano. Durante gli ultimi anni di sporadica violenza anti-britannica, i gruppi IZL e Stern inaugurarono un regno di terrore sulla comunità ebraica della Palestina. Gli insegnanti che parlavano male di loro venivano aggrediti, gli adulti che non permettevano ai figli di incontrarsi con loro venivano colpiti in vario modo. Con metodi da gangster, pestaggi, distruzione di vetrine, furti su larga scala, i terroristi hanno intimorito la popolazione e riscosso un pesante tributo7.

Non solo, poiché in un’altra occasione la stessa aveva scritto:

Il nazionalismo è piuttosto nefasto quando s’appoggia unicamente alla forza bruta della nazione. Un nazionalismo che riconosce la necessità di dipendere dalla forza di una nazione straniera è ancora peggiore. E’ questo il destino incombente sul nazionalismo ebraico e sul progettato Stato ebraico, inevitabilmente circondato da Stati Arabi e popolazioni arabe. Persino una maggioranza di ebrei in Palestina – anzi, perfino il trasferimento di tutti gli arabi di Palestina, come i revisionisti [sionisti] richiedono apertamente – non cambierebbe, nella sostanza, una situazione in cui gli ebrei devono, nello stesso tempo, chiedere la protezione di una potenza estera contro i loro vicini e pervenire a un accordo efficace con loro. […] se i sionisti continueranno a ignorare i popoli del Mediterraneo e a guardare unicamente alle grandi potenze lontane, finiranno coll’apparire strumenti o agenti di interessi estranei e ostili. Gli ebrei che conoscono la loro storia dovrebbero rendersi conto che una situazione del genere condurrebbe inevitabilmente a una nuova ondata di odio anti-ebraico, l’anti-semitismo di domani8.

Occorre partire da qui, dunque, per parlare del “doppio ebraico” di cui si parlava a proposito del romanzo di Roth, anche perché l’autore/narratore inizia la sua peregrinazione alla ricerca del suo alter ego a Gerusalemme proprio in occasione del processo reale, come molti altri fatti e personaggi presenti nel testo, a un tranquillo pensionato ucraino, tale John Demjanjuk, che i sopravvissuti di Treblinka accusavano di essere stato il più orrendo dei carnefici, noto con il soprannome di Ivan il Terribile. Fatto che è impossibile separare da quanto si affermava poc’anzi a proposito delle presenza di Hannah Arendt al processo Eichmann nel 1962.

Un processo, però, quello a Demjanjuk, avvenuto realmente e da cui l’imputato uscì assolto a differenza di Eichmann, che fornisce a Roth la possibilità di sottolineare gli elementi di “eccezionalità” della Shoa e tutte le narrazioni inerenti le sofferenze degli ebrei internati e della spietatezza dei loro carnefici; come, appunto, secondo Sholem anche la Arendt avrebbe dovuto fare per dimostrare il proprio amore per il “suo popolo”.

A quanto pare, Roth non seguì davvero il processo. E tanto meno si trovò di fronte, a Gerusalemme, a un quasi-sosia che si spacciava per lui, Philip Roth, e sotto la sua identità raccoglieva fondi destinati a promuovere un grandioso progetto, il diasporismo, ovverosia la partenza da Israele di vari milioni di ebrei ashkenaziti (i sefarditi a Roth interessano pochissimo) verso il loro paese di origine, la Polonia, dove il falso Roth è certo che saranno accolti a braccia aperte. Tali amorevoli sentimenti dei polacchi nei confronti dei loro ebrei gli sono stati garantiti da papa Giovanni Paolo II e da Lech Wałesa. Oltre a promuovere il diasporismo, il falso Philip Roth ha creato il gruppo degli Antisemiti Anonimi 9.

Un’operazione, quella dell’”altro” Philip Roth che crea un elemento di comicità, proprio a partire dal cozzo con la realtà dei fatti. Prima di tutto un papa polacco che proprio nel 1979 era stato il primo pontefice a celebrare una messa nel lager di Auschwitz, portavoce di un cristianesimo “polacco” che non si era distinto particolarmente nell’opera di salvataggio degli ebrei. Tema sul quale si sarebbe scatenata l’ironia di una scrittrice ebrea americana, Tova Reich, che nel 2007 avrebbe fortemente ironizzato sulla pretesa cattolica di darsi una ripulita dal precedente antisemitismo nel suo romanzo My Holocaust (Il mio Olocausto, Einaudi, Torino 2008).

Uno scioccante atto di accusa contro la banalizzazione della memoria e la cultura del vittimismo che non risparmia niente e nessuno, a parte le vittime, in cui due soci in affari, riconoscono nell’Olocausto un buon prodotto da vendere. Così Maurice Messer, un sopravvissuto ai campi con una storia personale confezionata ad hoc, e suo figlio Norman, una vittima «per delega» in qualità di membro della cosiddetta seconda generazione, decidono entusiasticamente di imporlo sul mercato. Intravisto il profitto dello Shoah business i Messer usano l’eredità dei 6 milioni di morti per indurre il senso di colpa e spillare denaro. Per convincere gli eventuali mecenati organizzano così dei tour in un Auschwitz mercificato dato in pasto a comitive di ragazzini che si rincorrono tra le macerie dei crematori e buddhisti che sbarcano il lunario dando consulenze sui chakra.
Una satira cinica e scandalosa contro lo sfruttamento dell’Olocausto e il gran circo del vittimismo auto-consolatorio attorno alla memoria di una tragedia.

Il secondo fatto è costituito proprio dalla figura di Lech Walesa, che da rappresentante sindacale fondatore di Solidarność prima e capopopolo successivamente, divenne presidente del paese, dopo la fine del regime comunista, nel 1990. In tale veste traghettò la Polonia attraverso la privatizzazione e la transizione verso un’economia di libero mercato e contribuì ad avviare un periodo di ridefinizione delle relazioni estere del paese, sostenendo l’entrata della Polonia nella NATO e nell’Unione europea.

Wałęsa, però, è anche sempre stato un devoto cattolico e amico personale di papa Giovanni Paolo II oltre che fedele alla Vergine nera di Częstochowa. Convinto oppositore dell’aborto, nel 1993, durante la sua presidenza, firmò una legge che limita tutt’ora gli aborti in Polonia. Questa legge ha annullato l’accesso praticamente gratuito all’aborto che esisteva dal 1956 ed è una delle più restrittive in Europa. A completare il quadretto resta ancora irrisolto il problema del contributo dato da Walesa ai servizi segreti polacchi e russi nel corso degli anni Settanta.

Nulla di più lontano dunque da un tranquillo rientro garantito degli Ebrei in Polonia dove, al contrario, come ha documentato Adam Michnik, i superstiti dei lager, una volta rientrati a casa furono talvolta eliminati dai vicini che nel frattempo si erano impadroniti delle loro proprietà10.

Ma il vero nemico per gli ebrei del mondo, come si afferma nel romanzo di Roth attraverso le parole del “falso” Philip, è rappresentato proprio dallo Stato di Israele, così come aveva anche affermato Primo Levi in un’intervista a «la Repubblica» del 24 settembre 1982, proprio in occasione del massacro di Sabra e Shatila compiuto a Beirut tra il 16 e il 18 settembre di quell’anno: «Il comportamento dell’attuale governo di Israele rischia di essere il peggior nemico degli ebrei». Cui aggiungeva poi ancora:

Per Begin «fascista» è una definizione che accetto. Credo che lo stesso Begin non la rifiuterebbe. E’ stato allievo di Jabotinski: costui era l’ala destra del sionismo, si proclamava fascista, era uno degli interlocutori di Mussolini. Sì, Begin è stato suo allievo […] La mia condanna comunque è totale11.

Ecco allora che nelle pagine del romanzo l’antagonista, il falso Philip Roth ovvero l’altro dall’ebreo “vero” che dovrebbe essere, afferma: «Sono un nemico di Israele, se vuole usare certi toni sensazionalistici, solo perché sto dalla parte degli ebrei e Israele non fa più gli interessi degli ebrei. Dalla fine della seconda guerra mondiale Israele è diventato la minaccia più grave per la sopravvivenza ebraica»12. Mentre poco prima aveva affermato che «il sionismo ha esaurito la sua funzione storica»13.

Naturalmente per “l’antagonista di Gerusalemme”, come l’autore lo definisce, il pericolo non è soltanto fisico, legato all’odio crescente degli arabi nei confronti degli ebrei, ma anche, forse soprattutto, culturale. La realizzazione dello Stato di Israele, insieme al suo alter ego e involontario sobillatore, l’antisemitismo dei pogrom e dei lager, ha finito soltanto col dare vita a un paese i cui, come afferma Claire la moglie del “vero” Roth, «sono tutti armati. Per la strada, metà della gente gira armata: non ho mai visto tante armi in vita mia»14, dove non c’è posto per la “cultura ebraica” e contano solo l’identità e la promessa della realizzazione del Regno di Sion esattamente come per l’America trumpiana delle sette del fondamentalismo evangelico.

Ma se il pericolo apparentemente è rappresentato per gli ebrei di Israele dall’odio dei palestinesi, il romanzo è ambientato al tempo della prima Intifada “delle pietre”, nondimeno l’autore, attraverso la voce di un vecchio compagno di università palestinese, George Ziad, concede ai veri altri sul suolo di Israele le parole per esporre un differente punto di vista.

Israele trionfante è un posto spaventoso, spaventoso dove prendere un caffè. Questi ebrei vittoriosi sono gente spaventosa. E non intendo solo i Kahane e gli Sharon. Intendo proprio tutti, compresi gli Yehoshua e gli Oz. I buoni, che sono contrari all’occupazione della Cisgiordania ma non all’occupazione della casa di mio padre, gli “israeliani belli” che non rinunciano alle ruberie sioniste ma neppure alla coscienza pulita. Non sono meno sprezzanti degli altri: sono addirittura più sprezzanti. Che ne sanno dell’“ ebraicità” questi ebrei “sani e sicuri di sé” che guardano dall’alto in basso voi “nevrotici” della diaspora? È sanità, questa? È sicurezza di sé, questa? Questa è arroganza. Ebrei che fanno dei loro figli bruti in uniforme – e come si sentono superiori a voi ebrei che non sapete niente di armi! Ebrei che usano il randello per rompere le mani ai bambini arabi […] A scuola insegnano ai figli a guardare con disgusto l’ebreo della diaspora, a vedere l’ebreo che parla inglese, l’ebreo che parla spagnolo, l’ebreo che parla russo come un mostro, come un verme, come un nevrotico terrorizzato. Come se questo ebreo che adesso parla ebraico non fosse solo un altro tipo di ebreo, come se parlare ebraico fosse l’apice dell’affermazione umana! Sono qui, pensano loro, e parlo ebraico, questa è la mia lingua e la mia patria, e non devo andare in giro domandandomi di continuo: “Sono ebreo, ma che cos’è un ebreo?”. Non devo essere uno di quei nevrotici che si mettono in discussione, che si odiano, che si sentono alienati, che hanno paura. E di ciò che quei cosiddetti nevrotici hanno dato al mondo in termini di ingegno, arte, scienza, competenze e ideali della civiltà, di quello non si curano. Del resto, non si curano del mondo intero. Per il mondo intero hanno una sola parola: goy! […] Oh, che ebreo immiserito è questo israeliano arrogante! Eh già, autentici sono loro, gli Yehoshua e gli Oz, e allora ditemi, gli domando, cosa sono Saul Alinsky, David Riesman, Meyer Schapiro, Leonard Bernstein, Bella Abzug, Paul Goodman, Allen Ginsberg, eccetera, eccetera, eccetera? Chi si credono di essere queste nullità provinciali? Aguzzini! Ecco la grande conquista ebraica: ricavare dagli ebrei aguzzini e piloti di caccia-bombardieri!15.

Ecco allora che anche la voce dell’intellettuale arabo serve a Roth per dare voce a dubbi che lo divorano: «“Dov’è Philip Roth?” domandavo ad alta voce. “Dov’è andato?”. Non lo dicevo per fare scena. Domandavo perché volevo saperlo»16. Così come la depressione, che accompagnò lo scrittore nel periodo precedente alla stesura del romanzo, che costituisce anche una falsa confessione come afferma l’autore proprio nell’ultima pagina17, serve a manifestare la separazione dell’ebreo da se stesso, dopo secoli di persecuzioni e decenni di identarismo sionista che lo hanno reso sempre più confuso e schizofrenico in un contesto che richiede a molti di essere ciò che non vogliono essere. Come le manifestazioni dei giovani e meno giovani ebrei americani a favore della causa palestinese dopo il 7 ottobre hanno contribuito a dimostrare, al contrario della più che farlocca narrazione del contributo dato dalla Brigata ebraica alla Resistenza italiana18.

Pagine da meditare, quelle di Roth e del suo Shylock, non a caso tratto dal nome di una delle figure più contraddittorie e controverse ideate da William Shakespeare, una volta considerato che la questione del doppio ebraico ne apre una ben più universale: quella dell’alienazione dell’essere umano dal suo essere sociale. Indipendentemente dalla classe, etnia, religione di appartenenza o dalle sofferenze patite in precedenza e che lo giustificherebbero nel suo desiderio di disumanizzare a sua volta tutti i suoi nemici ed avversari. Anche di ciò il paria ebreo19 può costituire rappresentanza e non solo dell’odio reciproco instillato ad arte da forze destinate soltanto alla distruzione e allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.


  1. G. Toni, P. Lago, Identità, alterità, spazio. Introduzione a G. Toni, P. Lago, Alle radici di un nuovo immaginario. Alien, Blade Runner, La cosa, Videodrome, Rogas Edizioni, Roma 2023, p. 21.  

  2. In proposito si vedano: S. Freud, Mosè e il monoteismo, Newton Compton Editori, Roma 2010; J. Assmann, Mosè l’egizio, Adelphi Edizioni, Milano 2000 e S. Sand, L’invenzione del popolo ebraico, RCS Libri S.p.a., Milano 2010.  

  3. H. Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 1964.  

  4. Cit. in P. Fisogni, Amare gli amici, non il popolo. La controversia Arendt-Scholem sull’Ahavat Israel, «Exăgère Rivista» marzo – aprile 2026, n. 3-4 anno XI.  

  5. Cit. in H. Arendt, Ebraismo e modernità, Feltrinelli, Milano 2009.  

  6. Partito politico da cui deriva e ha le sue radici il partito di Netanyahu, il Likud, fondato nel 1973 proprio da Menachem Begin.  

  7. Albert Einstein e Hannah Arendt (più altri 48 firmatari), lettera al New York Times, 2 dicembre 1948.  

  8. H. Arendt, Zionism Reconsidered ora in Idith Zertal, Israele e la Shoa. La nazione e il culto della tragedia, Einaudi, Torino 2000, p. 165.  

  9. E. Carrère, Una di troppo, prefazione a P. Roth, Operazione Shylock, Adelphi Edizioni, Milano 2026, p. 12.  

  10. Si veda: A. Michnik, Il pogrom, Bollati Boringhieri editore, Torino 2007 e J. T. Gross, I. G. Gross, Un raccolto d’oro. Il saccheggio dei beni ebraici, Einaudi, Torino 2016.  

  11. P. Levi, «Io, Primo Levi chiedo le dimissioni di Begin», intervista rilasciata a G. Pansa, «la Repubblica» 24 settembre 1982.  

  12. P. Roth, Operazione Shylock, cit,. p. 53.  

  13. Ibidem, p. 42.  

  14. Ivi, p. 48.  

  15. Ivi, pp. 146-147.  

  16. Ibid., p. 31,  

  17. «Giusto per contraddirsi, perché contraddire se stesso, contraddire gli altri, contraddire il mondo intero è l’unico passatempo nonché l’unico patrimonio che Landsman e la sua gente possiedono.» in M. Chabon, Il sindacato dei poliziotti yiddish, RCS Libri, Milano 2007, p. 23.  

  18. Si veda: A. Fazolo, La Brigata ebraica. Una storia “controversa” dal 1944 ad oggi, 4 Punte Edizioni, 2026.  

  19. Si veda: H. Arendt, L’ebreo come paria. Una tradizione nascosta, Casa Editrice Giuntina, Firenze 2017. Edizione originale The Jew as Pariah. A Hidden Tradition, 1944.  

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Il fantasma del nemico palestinese https://www.carmillaonline.com/2026/04/28/il-fantasma-del-nemico-scomparso/ Mon, 27 Apr 2026 22:30:30 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93548 di Fabio Ciabatti

Azem Ibtisam, Il libro della scomparsa, Hopefulmonster, Torino 2021, pp. 172, € 23,00

Quella tra i palestinesi e gli israeliani è “una forma di coabitazione forzata che non prevede contatto. Vicinanza senza relazione”. Il popolo occupante e quello occupato confinano in una realtà “che connette senza comunicare”. Una realtà in cui “non ci si incontra mai davvero” e dove “l’unico luogo di contatto, reale e umano, è la linea del fronte”. Vengono in mente queste parole di Alba Nablusi, scritte nel suo recente testo Lessico palestinese, per introdurre Il libro della scomparsa, romanzo della scrittrice e giornalista israelo-palestinese Ibstsam [...]]]> di Fabio Ciabatti

Azem Ibtisam, Il libro della scomparsa, Hopefulmonster, Torino 2021, pp. 172, € 23,00

Quella tra i palestinesi e gli israeliani è “una forma di coabitazione forzata che non prevede contatto. Vicinanza senza relazione”. Il popolo occupante e quello occupato confinano in una realtà “che connette senza comunicare”. Una realtà in cui “non ci si incontra mai davvero” e dove “l’unico luogo di contatto, reale e umano, è la linea del fronte”. Vengono in mente queste parole di Alba Nablusi, scritte nel suo recente testo Lessico palestinese, per introdurre Il libro della scomparsa, romanzo della scrittrice e giornalista israelo-palestinese Ibstsam Azem, uscito in arabo nel 2014, tradotto in italiano nel 2021 e opportunamente ripubblicato nel 2025, con una postfazione alla ristampa di Paola Caridi.
Il testo, come sostiene la stessa autrice, si può accostare al genere del realismo magico dal momento che la storia ruota attorno all’improvvisa e inspiegabile scomparsa di tutti i palestinesi in Israele e nei Territori occupati. Cosa succede agli israeliani quando scompare il loro nemico? Disappunto per i problemi che derivano dall’assenza di un grande numero di lavoratori, ovviamente. Delusione per il “tradimento” di persone cui si è dato fiducia consentendogli magnanimamente di vivere e lavorare in Israele. In alcuni casi, preoccupazione per il buon nome dello stato sionista, possibile oggetto di critiche per aver organizzato una nuova pulizia etnica. Ma ancor di più sconcerto e inquietudine per una possibile trama ordita nell’oscurità dai palestinesi che potrebbero sbucare come zombie per vendicarsi. E soprattutto sollievo perché, come per miracolo, il più grande problema di Israele si è finalmente risolto. In fin dei conti, a nessuno interessa veramente la sorte dei palestinesi. I più aperti tra gli ebrei israeliani esprimono solo il desiderio che li lascino in pace.
La vicenda viene narrata attraverso la descrizione di diverse scene di vita quotidiana che, collegate al contesto generale del racconto ma indipendenti dalla trama principale, potrebbero rappresentare dei brevi racconti a se stanti. Ma soprattutto la storia riguarda due protagonisti, più una terza di cui parleremo più avanti. Il primo è Ariel, ebreo israeliano, corrispondente da Tel Aviv per una testata statunitense, sionista liberal. Il secondo è Alaa, cameramen freelance palestinese con cittadinanza israeliana. I due vivono a Giaffa nello stesso palazzo, anche se si ignorano reciprocamente finché non fanno conoscenza attraverso una comune collega, una giovane tedesca ossessionata dal senso di colpa per l’Olocausto. Alaa si presenta al suo futuro amico dicendo in tono scherzoso: “Shalom, Ariel. Sono l’arabo della festa, quello di cui avete bisogno per poter dire che avete un amico arabo”. Ariel scoppia a ridere e inizia così un rapporto sincero, ma inevitabilmente conflittuale. Un rapporto possibile perché entrambi sono figure tormentate: Ariel deve far convivere le sue convinzioni liberal con la sua anima sionista, mentre Alaa deve mettere d’accordo il suo status di cittadino israeliano con la suo nazionalità palestinese.

Ariel non mette mai in dubbio il diritto degli ebrei sulla terra di Israele. E i palestinesi? Beh, i vincitori non si guardano indietro. Vanno dritti alla meta spianando la strada del futuro. Per lui l’esercito israeliano è guidato dagli ideali umani come valore più alto. In fin dei conti, il suo paese è l’unica democrazia del Medio Oriente. Certo, la giustizia assoluta non è cosa di questo mondo. D’altra parte dov’era la giustizia quando i nazisti perpetravano l’Olocausto? In ogni caso Ariel pensa che Israele debba ritirarsi dalla Cisgiordania e da Gaza e consentire la creazione di uno Stato palestinese demilitarizzato per concentrarsi sul problema principale, l’Iran e il suo braccio armato Hezbollah. Quando esprime queste idee durante una cena i suoi commensali lo guardano come se venisse da un altro pianeta. Come può lui, figlio di un martire delle forze armate, chiamare quella terra Cisgiordania invece di Galilea e Samaria?
In realtà, anche Ariel nella maggior parte dei casi utilizza gli antichi nomi biblici per indicare i territori occupati dove viene inviato per il suo servizio di leva.  Inizialmente, pensa di rifiutarsi quando viene a sapere che dovrà andare ad Hebron, anche se non è contrario in linea di principio a fare il militare. Alla fine accetta l’arruolamento perché ritiene che la cosa più importante sia poter scrivere della situazione sul campo. Ma finisce per vivere un vero incubo. A Hebron vede un palestinese quattordicenne che lancia pietre freddato da uno dei tanti cecchini dell’esercito, vere e proprie divinità che premendo il grilletto possono decidere della vita e della morte. E subito dopo vede l’amico del ragazzo ucciso fermo a un centinaio di metri con le mani piene di sassi, in un silenzio glaciale, perché dentro di lui la paura è morta. Esperienze come questa fanno vacillare ma non crollare le sue certezze sioniste. Per esempio la convinzione che suo nonno, gentiluomo inglese trasferitosi nella terra promessa negli anni Venti del Novecento, non era un colonizzatore, dal momento che non aveva mai appoggiato l’espulsione dei palestinesi. Anche se, deve ammettere a malincuore, gli assomigliava molto, convinto com’era che ogni progresso a quel popolo di nomadi e contadini era stato portato dagli europei.

Il tormento di Alaa è probabilmente ancora più profondo. Quando si trova inavvertitamente a esprimersi in ebraico, sente una voce estranea che parla al posto suo. Per superare gli esami a scuola e all’università deve memorizzare i racconti e i sogni degli ebrei israeliani sulla terra dei suoi avi seppellendo dentro di sé le proprie storie e quelle dei suoi simili. La memoria dell’Altro, insinuata nella propria, è la tassa da pagare per avere il diritto di restare nella terra oramai appropriata dal colonizzatore. Ma la memoria non scompare perché si eredita come il colore degli occhi e della pelle. E ad Alaa è stata trasmessa da sua nonna, il terzo tra i personaggi principali del libro. La conosciamo, in una sorta di prologo, nel primo capitolo, quando si lascia morire da sola davanti al mare di Giaffa, oramai stanca della vita. Ma la sua presenza aleggia per tutto il racconto perché è la persona con cui Alaa dialoga costantemente nei suoi pensieri e nelle pagine del suo diario che costituisco molti dei capitoli del romanzo.
La nonna rappresenta per il nipote la memoria del popolo palestinese e della sua catastrofe. Nel 1948, incinta di sei mesi, aveva deciso di rimanere a Giaffa. In quell’anno la città, successivamente inglobata da Tel Aviv, conta più di centomila abitanti palestinesi. Durante la Nakba scompaiono quasi tutti, “Come se il buio li avesse inghiottiti. Come se il mare li avesse rapiti”, sostiene la nonna. Ne rimangono appena quattromila. Tra questi lei, abbandonata da tutta la famiglia fatta eccezione per il padre che, però, presto morirà oramai impazzito, delirando di un ritorno a casa perché incapace di riconoscere la città in cui aveva vissuto per tutta la sua vita.  Giaffa è una città infestata dai fantasmi. Le sue strade sono piene di gente, eppure vuote, si lamenta la nonna che però continua ad amarla. Camminando in questi luoghi insieme al nipote, utilizza nomi diversi da quelli scritti sui cartelli. Di notte sente ancora il vociare, la musica e i tamburi delle vecchie feste di matrimonio palestinesi. E così Alaa impara a vedere quello che vede lei. Due città incarnate l’una nell’altra. Il nipote e la nonna diventano due spettri che vivono l’uno nella città dell’altra.
C’è qualcosa, nei sopravvissuti, che li rende perennemente soli, nota Alaa pensando alla nonna. Orfani a casa propria. Eppure è la stessa la nonna a ripetere spesso che tutto andrà bene e a continuare ad amare la vita, pur abitando in una città che, sostiene, non la riconosce. A differenza di molti reduci della Nakba, ammutoliti dal dolore, ha la forza per continuare a raccontare la sua storia, anche se il peso del passato la spinge spesso a chiudere i suoi discorsi con un improvviso “adesso basta”. Per questo la sua memoria è indelebilmente impressa nella mente del nipote. Una memoria con molte crepe che non significano mancanza di chiarezza, ma inestirpabile dolore. Alaa è arrabbiato con lei per questo fardello che gli ha trasmesso ma, in realtà, ce l’ha con la nonna perché è rimasto solo quando lei ha deciso di lasciarsi morire. Ogni scomparsa lascia dietro di sé qualcosa di irrisolto. Per quanto possiamo illuderci, nulla sparisce mai del tutto. 

Lo stesso vale per Ariel che, chiedendosi dove sia finito il suo amico dopo la scomparsa di tutti i palestinesi, prova una sorta di rabbia. Perché Alaa non si era mai potuto godere il fatto di vivere in un paese moderno che gli permetteva di essere libero? Per quale motivo non aveva capito che solo rimanendo, un giorno, avrebbe forse potuto cambiare tutto quello che voleva? Come mai si era sempre fatto ostacolare dal passato invece di guardare avanti? Probabilmente per trovare una risposta a queste domande irrisolte Ariel inizia a leggere ossessivamente il diario di Alaa che trova entrando a casa dell’amico, grazie al fatto che i due si erano scambiati le chiavi dei rispettivi appartamenti per qualsiasi evenienza. Vedendolo immergersi nei pensieri dell’amico, il lettore può sperare che Ariel possa finalmente comprendere davvero il suo Altro. Che il colonizzatore possa riconoscersi nel colonizzato. Ariel e Alaa, in fin dei conti, hanno un legame vero e, pur divisi dall’appartenenza etnica, non rappresentano certo le componenti più intransigenti delle due parti in conflitto. È possibile infrangere i limiti angusti della realtà, che sembra imprigionata nella ripetizione all’infinito di uno scontro sanguinario, almeno attraverso l’immaginazione fantastica?

Alla fine, però, dobbiamo constatare che l’improvvisa scomparsa di tutti i palestinesi è un evento meno fantasioso di come potrebbe apparire a prima vista. Non è forse la narrazione ufficiale israeliana a raccontarci che tra i settecento e gli ottocentomila palestinesi si sono dileguati di loro spontanea volontà dal territorio del nuovo stato tra il 1947 e il 1948, come se il buio li avesse inghiottiti? Se nel romanzo la scomparsa dei palestinesi appare come un’assurdità, non lo è altrettanto la verità di stato sulla loro sparizione nel corso della sedicente guerra di liberazione della terra promessa?

Insomma, l’impressione è che il racconto di Ibstsam Azem non ci proietti in avanti verso una soluzione immaginaria delle contraddizioni del presente, ma ci catapulti nuovamente in un passato irrisolto. O meglio, in una sorta di ripetizione utopica del passato. Una utopia esclusivamente sionista, sia ben inteso, che nasce dal più contradditorio dei desideri: poter eliminare completamente i palestinesi liberandosi di ogni senso di colpa e senza perdere il proprio status di vittima per eccellenza. Un desiderio talmente radicato che può portare a capovolgere ogni logica, come accade nel romanzo quando Ariel legge un blog in cui i palestinesi, con i loro racconti sulla Nakba, sono accusati di aver rubato agli ebrei israeliani la loro catastrofe. Sono stati proprio questi ultimi, sostiene infatti il blogger, che hanno sofferto più di tutti per aver ucciso chi voleva ucciderli facendo violenza alla propria natura misericordiosa.
Sia come sia, non si può scappare da un senso di déjà vu quando leggiamo il discorso che, nel romanzo, il primo ministro israeliano tiene davanti alla Knesset: 

Nelle prossime ore faremo un censimento, e a tutti coloro il cui nome non compare, o che non ritornano entro le quarantotto ore dai primi casi di scomparsa degli arabi, ovvero entro le tre del mattino, non sarà consentito di rientrare. I loro diritti e le loro proprietà verranno trasferiti allo stato. Queste persone sono scomparse dal nostro paese di loro spontanea volontà. Non abbiamo cacciato nessuno, e sarebbe impossibile per chiunque provare il contrario […] Ci piacerebbe sapere dove sono andati, ma in fin dei conti questa è stata la loro decisione e noi non abbiamo obbligato nessuno ad andarsene. Qualunque sia la ragione, hanno scelto di partire, come altri palestinesi in precedenza, e di tornare nei loro paesi. 

Come altri palestinesi, appunto, che una legge israeliana del 1950 consentiva di espropriare dei loro beni in quanto assenti, cioè residenti al di fuori dei confini del nuovo stato tra il 1947 e il 1948, durante la guerra. O, per aggiungere un tocco surreale all’infamia, in quanto presenti-assenti, vale a dire persone che nel medesimo periodo erano state lontane dalle loro residenze abituali pur essendo rimaste all’interno dei confini di quella che sarebbe diventata la la terra di Israele.

Ma, in conclusione, torniamo a uno dei protagonisti della nostra storia. Ariel, senza un motivo apparente, si trasferisce nella casa di Alaa. È notte. Sente un brusio, ma non riesce a capire da dove venga. Ricomincia a leggere il diario del suo amico scomparso e sente di nuovo un bisbiglio. Alla fine si addormenta con un’idea fissa che torna anche nei suoi sogni: devo cambiare la serratura della porta.
In fin dei conti, sionista liberal o un sionista messianico poco cambia, sembra dirci l’autrice. C’è un comune istinto predatorio che, però, non riesce a cancellare una profonda inquietudine. Perché questo assillo di cambiare la serratura? Forse perché alle porte dell’inconscio israeliano continua a bussare il fantasma dei palestinesi che conservano a distanza di generazioni le chiavi delle case da cui sono stati scacciati per poterci un giorno fare ritorno?   

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Il giallo è un cavallo di Troia https://www.carmillaonline.com/2026/04/27/il-giallo-e-un-cavallo-di-troia/ Sun, 26 Apr 2026 22:01:39 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94296 di Luca Cangianti

Alberto Sebastiani, Il poliziesco e la letteratura italiana contemporanea, Carocci, 2026, pp. 209, pp. 22,00.

Il giallo è un genere di mero intrattenimento in cui lo schema fisso ruota intorno a un crimine, all’indagine per scoprire il colpevole e alla soluzione dell’enigma. Giusto? Manco per niente, afferma Alberto Sebastiani nel suo nuovo saggio Il poliziesco e la letteratura italiana contemporanea. Questa definizione è un cliché che separa la letteratura “alta” di scandaglio psicologico individuale da quella popolare, buona, tutt’al più, a farci passare qualche ora in beata spensieratezza.

In primo luogo Sebastiani preferisce utilizzare la nozione di modo piuttosto [...]]]> di Luca Cangianti

Alberto Sebastiani, Il poliziesco e la letteratura italiana contemporanea, Carocci, 2026, pp. 209, pp. 22,00.

Il giallo è un genere di mero intrattenimento in cui lo schema fisso ruota intorno a un crimine, all’indagine per scoprire il colpevole e alla soluzione dell’enigma. Giusto? Manco per niente, afferma Alberto Sebastiani nel suo nuovo saggio Il poliziesco e la letteratura italiana contemporanea. Questa definizione è un cliché che separa la letteratura “alta” di scandaglio psicologico individuale da quella popolare, buona, tutt’al più, a farci passare qualche ora in beata spensieratezza.

In primo luogo Sebastiani preferisce utilizzare la nozione di modo piuttosto che quella di genere. Il primo consente infatti di far risaltare meglio il dialogo che il poliziesco intrattiene con altri modi: fantastici (come nella Casa femmina di Lino Aldani, nel ciclo di Eymerich di Valerio Evangelisti e in Eva di Nicoletta Vallorani), spionistici (come nel Candeliere a sette fiamme di Augusto De Angelis) e horror (come in Bloodyline di Gianfranco Nerozzi). Certo, il poliziesco è figlio della modernità borghese, della fiducia nella conoscibilità del mondo e nella capacità umana di risolvere gli enigmi con il potere della razionalità e della scienza. Tuttavia, con lo stesso sviluppo storico della società capitalistica, le cose si evolvono e già il commissario Maigret, ci ricorda l’autore, nel «Caso Saint-Fiacre non riesce a leggere la realtà, diventa un gregario, inetto, incapace di svolgere le indagini e quindi di scoprire la verità, cioè quanto più di lontano si possa pensare da un investigatore.»
Ma c’è di peggio (o di meglio, a seconda dei punti di vista). Sebastiani, rifacendosi alla lezione di Valerio Evangelisti, sostiene che i temi più scomodi, sommersi e indicibili, si nascondono spesso proprio dove meno te lo aspetti, per esempio in una pubblicazione di carta a basso costo con la copertina gialla: «il giallo è un cavallo di Troia, dove Ilio è il lettore da conquistare nell’ecosistema mediale attuale, e il cavallo una storia che può acquisire più configurazioni, ma attraente, e in grado di veicolare contenuti non banali, o addirittura “impegnati”, per cercare di orientare una (diversa?) coscienza del reale.»

Ciò vale massimamente per il poliziesco italiano, nato a cavallo tra il XIX e il XX secolo, che si caratterizza subito per l’attenzione alle classi disagiate, alle ingiustizie sociali e alla criminalità organizzata, in un clima di sfiducia per le istituzioni e nella possibilità di ristabilire, o perfino concepire, un ordine, una linea di demarcazione tra legale e illegale. Sebastiani passa così in rassegna – con larghe spalle accademiche, ma l’affabulazione del narratore – molti dei fondatori riconosciuti del giallo italiano, da Alessandro Varaldo ad Augusto De Angelis, dedicando tuttavia molto spazio alla produzione più recente. In quest’ultimo caso, oltre alla ricca base empirica va menzionato il taglio multimediale del saggio con un’attenzione originale a webzine, blog letterari e podcast.

Il virus delle tematiche “massimaliste” viene rilevato nel Nome della rosa di Umberto Eco, in cui vengono trasposti i conflitti degli anni settanta, in Falange armata, in cui Carlo Lucarelli descrive una nuova strategia della tensione, nella saga dell’Alligatore, in cui Massimo Carlotto mette in scena l’irriducibilità della memoria del decennio rivoluzionario italiano a fronte del potere dei vincitori. E così il “delitto” finisce per diventare un mero pretesto per parlare d’altro: lotta armata, repressione politica, mafia, razzismo, omofobia, overtourism. Alla faccia del mero intrattenimento!

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Pazuzu e Hastur contro l’umanità https://www.carmillaonline.com/2026/04/25/pazuzu-e-hastur-contro-lumanita/ Sat, 25 Apr 2026 20:00:34 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94194 di Franco Pezzini

Danilo Arona, Daniele Bonfanti, Valentina Kay, Pazuzu: Effetto Nocebo, pp. 199, € 18, Delos Digital, Milano 2025.

Michael P. Matheos, Fuejima Crisis, pp. 328, € 20, Castelvecchi, Roma 2025.

L’intreccio narrativo di personaggi da saghe diverse non è certamente un’invenzione postmoderna, ma è solo negli ultimi secoli che lo sviluppo raggiunge le forme spudorate a noi note. Così per esempio il vampiro Lord Ruthven polidoriano – o meglio postpolidoriano, quello che sgambetta tra romanzi apocrifi e balletti teatrali – fa un suo timido ingresso nientemeno che nel Conte di Montecristo, evocato molto di sfuggita da Dumas (che lo [...]]]> di Franco Pezzini

Danilo Arona, Daniele Bonfanti, Valentina Kay, Pazuzu: Effetto Nocebo, pp. 199, € 18, Delos Digital, Milano 2025.

Michael P. Matheos, Fuejima Crisis, pp. 328, € 20, Castelvecchi, Roma 2025.

L’intreccio narrativo di personaggi da saghe diverse non è certamente un’invenzione postmoderna, ma è solo negli ultimi secoli che lo sviluppo raggiunge le forme spudorate a noi note. Così per esempio il vampiro Lord Ruthven polidoriano – o meglio postpolidoriano, quello che sgambetta tra romanzi apocrifi e balletti teatrali – fa un suo timido ingresso nientemeno che nel Conte di Montecristo, evocato molto di sfuggita da Dumas (che lo riprenderà addirittura in un’opera teatrale). Il fenomeno assume poi in età odierna connotati sontuosamente labirintici, e merita esaminare due casi recenti.
Uno dei padri – nonni, dice lui – del fantastico italiano è senz’altro Danilo Arona, che con il conio di una peculiare cifra stilistica tra il narrativo e il saggistico ha consegnato ai lettori un pandemonium di storie in continua e lussureggiante ramificazione: tanto più che, da grande studioso di leggende metropolitane, il Nostro ha un’acuta coscienza della babelica transmedialità del fenomeno. È come se la realtà – psichica ma anche storica – fosse non solo traversata ma letteralmente tessuta da saghe cinematografiche, televisive, videoludiche portatrici di grandi figure di personaggi come pure di climi, epopee, bufere: qualcosa che non stupisce chi studi l’immaginario, ma ci provoca sul nostro appartenere alla specie Homo narrans, sulla nostra incapacità di concepire la realtà (a partire da quella della vita che ci tocca) se non come narrazione.
Un peso di buon rilievo, ci mostra Arona, ha in questo senso il profilo (o meglio il grugno) di quel Pazuzu antico demone mesopotamico oggetto di un’allegra vita postuma grazie al film L’esorcista e ai suoi seguiti. Dove l’aspetto più interessante è il ruolo in sé defilatissimo del demone in quella saga, evocato in modo indiretto e insieme perturbante: e sullo spunto, Arona sviluppa prima riflessioni saggistiche e metasaggistiche e poi sviluppi propriamente narrativi. Sarebbe scorretto richiamare la cifra del pastiche per il disinvolto rapporto tra la saga dell’Esorcista e l’Aronaverse: Pazuzu non è il classico elemento la cui vicenda liofilizzata (re)agisce con altre all’interno di una storia-mosaico, ma un vero e proprio personaggio/tema che sovrasta la trama e il suo senso – un po’ come la fantasima autostoppista Melissa di altre storie dell’Arona infaticabile repertoriatore di urban legends e ricicli pop di antichi mitemi.
Con questo libro troviamo una nuova tappa del viaggio nel labirinto tra storie diverse. Come sempre in Arona i temi si intersecano: dalla demonologia sumera passiamo senza soluzione di continuità all’intelligenza artificiale attraverso il tema del sogno dell’entità addormentata e di certi programmi IA, a convocare per esempio in forma nuovamente allusiva/perturbante un altro mattatore della cultura pop, il Grande Cthulhu che dorme sognando nella sua sommersa città-sepolcro di R’lyeh nell’Oceano Pacifico. Il tutto qui con richiami alle isole perdute dell’Atlantico – in una si consuma il tremendo finale – e alle minacce apocalittiche sul filo di una crisi persino meno climatica che pneumatica. La storia è veloce, come sempre in Arona “prende” e intriga anche per l’incastro un po’ alla Kolosimo di suggestioni diversissime, di dati culturali e di oggettive paure d’epoca.
Nel caso del volume in questione siamo però costretti a un passo ancora successivo: qui Arona non è solo uno dei coautori (al lettore non è dato sapere con quale preciso ruolo della procedura di narrazione, a fianco del valido duo di avventurieri della penna Kay & Bonfanti) ma per sovrapprezzo anche il protagonista. Se è vero che un autore è spesso – vorrei dire sempre – coinvolto in prima persona in ciò che scrive, in questo caso la presenza è così diretta da far porre al lettore interessanti domande su cosa sia il libro che sta sfogliando. Dove la posizione di Arona, verrebbe da dire, è in qualche modo simile e parallela a quella di Pazuzu, entrambi presenti in forme alternative e transmediali.
Considerazioni diverse (ma in qualche modo analoghe) riguardano il secondo volume: a partire dalla dimensione un po’ sfuggente dell’autorialità, visto che qui si tratta direttamente dello pseudonimo di un “imprenditore, manager e docente universitario” (così il profilo in copertina).
La crisi del titolo riguarda gli eventi consumati in una piccolissima isola (di nuovo il topos di infinite narrazioni fantastiche fin dall’antichità) nel sud del Pacifico. Un romanzo d’azione con forte vocazione fantascientifica (fantapolitica, fantaeconomica…) dove due multinazionali dell’alta tecnologia celano segreti francamente disturbanti: qualcosa che di nuovo interpella zone grigie imbarazzanti sul piano delle tradizionali partizioni tra tecnologia e vita biologica. Tra agguati e doppi giochi, un assassinio eccellente, operazioni di polizie opposte e diversamente istituzionali, esoscheletri corazzati per uso militare (cioè indossati e non pilotati), esseri biologici artificiali, tradimenti, dipendenti dalla carriera bruciata ma per convenienza ripescati, eredi un po’ troppo avventurosi di imperi economici, si dipana una storia di buona tensione su cui sarebbe peccato spoilerare.
I personaggi – un certo numero – sono ben tratteggiati e il taglio felicemente cinematografico pare già pronto per una sceneggiatura: di più, per sviluppi ludici, visto che l’autore ha ammesso in una presentazione che il tutto parte da un progetto di gioco di ruolo. Potrà apprezzare Fuejima Crisis in modo speciale il vasto pelago degli amatori del fantastico giapponese, dei manga e di storie avventurose sul Pacifico (anche del sottogenere thriller economico).
Ma di nuovo non mancano interferenze con altri filoni narrativi: se questo romanzo non si può certamente definire weird, pesca qualcosa anche da tale orizzonte. Non in modo tale – neanche in questo caso – da far pensare al pastiche, perché si tratta di un gioco a usare suggestivamente denominazioni allusive, segni di passo che il lettore attento coglie quale echi di familiarità ma senza dirette ricadute di trama.
Il caso più emblematico riguarda Hastur, nome coniato da Ambrose Bierce come di un fantomatico dio dei pastori in un racconto fantasy, ripreso con enigmatica menzione da Chambers ne Il Re in Giallo, oggetto per Lovecraft di un culto maledetto (Hastur l’innominabile), riciclato disinvoltamente da Derleth a Grande Antico e di lì assorbito in una ingovernabile mitopoiesi pop fino a True Detective, Buona Apocalisse a tutti! e oltre: che è qui invece il nome di una fazione politica, una “forza militare, una religione, una cultura e un territorio” – senza peraltro che alla fine se ne sappia molto di più. Ma Chambers – e soprattutto i suoi derivati – è oggetto in questo romanzo di un più ampio ripescaggio di nomi: il Re in Giallo, Il Segno Giallo, Carcosa (qui Lost Carcosa, un misterioso videogioco fuori commercio), le Iadi, Camilla, Cassilda, Hali (qui la Hali Zone, territorio anarchico nella porzione occidentale dell’isola)… echi in rapporto con singoli temi ma senza perdere l’evanescenza di una tradizione. Tanto più considerando (testimone il web) come Il Re in Giallo rappresenti un’opera spesso incompresa, tra le estasi nerd che lo celebrano come inarrivabile capolavoro weird – peccato che alcune parti non siano affatto weird nel senso comunemente inteso – e i brontolii di chi non si dà ragione della natura composita dell’insieme. Evocare qui Il Re in Giallo dà dunque conto della natura particolare (fino, perché no, alla naïveté del fandom) di un certo sincretismo transmediale – come del resto altre citazioni che costellano il romanzo. Che arriva a toccare la memoria di un’altra isola emblematica delle fantasie sul Pacifico, il perduto continente di Mu delle speculazioni del colonnello James Churchward (1851-1936).
Tutto ciò a confermare quale ingovernabile viluppo di realtà e fantasia sostanzi il nostro modo di raccontarci. E il fatto che di questi immensi mitologi pop, da Ignatius L. Donnelly a Charles Fort, da Churchward a Immanuel Velikovsky e von Däniken, da Peter Kolosimo ad Arona (che tradotto in inglese farebbe impazzire di gioia il fandom anglosassone di tutto il mondo) e a tanti altri missionari dell’improbabile, palombari degli interstizi della cultura e collettori di glossolalie, le nostre fantasie postmoderne non possono proprio fare a meno.

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