Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Mon, 20 Apr 2026 20:00:08 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Oriente/Occidente o Sud/Nord? https://www.carmillaonline.com/2026/04/20/oriente-occidente-o-sud-nord/ Mon, 20 Apr 2026 20:00:08 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93505 di Franco Ricciardiello

Tayeb Salih, La stagione della migrazione a Nord, tr. Francesco Leggio, Sellerio 2025, pp. 182, euro 16,00

Il famoso orientalista libanese Edward Said lo ha definito “uno dei sei migliori romanzi della letteratura araba del Novecento”. Uscito in Libano nel 1967, pubblicato in Italia da Sellerio nel 1992, riedito nel 2025 in questa edizione riveduta dallo stesso traduttore, Francesco Leggio, è un libro che ha avuto grandissima diffusione a partire dall’edizione in lingua inglese.

Il protagonista è Mustafà Sa’ìd, un sudanese senza padre e senza istruzione, che vive nella più completa miseria in un ambiente rurale negli anni Venti [...]]]> di Franco Ricciardiello

Tayeb Salih, La stagione della migrazione a Nord, tr. Francesco Leggio, Sellerio 2025, pp. 182, euro 16,00

Il famoso orientalista libanese Edward Said lo ha definito “uno dei sei migliori romanzi della letteratura araba del Novecento”. Uscito in Libano nel 1967, pubblicato in Italia da Sellerio nel 1992, riedito nel 2025 in questa edizione riveduta dallo stesso traduttore, Francesco Leggio, è un libro che ha avuto grandissima diffusione a partire dall’edizione in lingua inglese.

Il protagonista è Mustafà Sa’ìd, un sudanese senza padre e senza istruzione, che vive nella più completa miseria in un ambiente rurale negli anni Venti del secolo scorso, al quale viene offerta l’opportunità di studiare. La sua intelligenza fuori dal comune lo qualifica per proseguire l’iter scolastico al Cairo, sotto l’egida dell’ex potenza colonizzatrice, la Corona britannica, e infine a Londra per l’istruzione superiore. Lo sbocco naturale di questa progressione sociale dovrebbe essere l’incorporazione nella nuova classe dirigente post-coloniale, destinata a prendere in mano le redini dello sviluppo del Sudan. Ma qualcosa in questo meccanismo di promozione sociale si inceppa e Sa’ìd, malgrado i risultati brillanti, le doti innate e le potenzialità, trascorre il suo periodo londinese in un simulacro di vita “occidentale”, seducendo donne fragili che vedono nella sua diversità un fascino esotico in grado di liberarle dall’asfissiante routine borghese tardo-vittoriana, o post-vittoriana.

La classica e ancora attuale contrapposizione Oriente/Occidente si sposta in questo romanzo su un asse Sud/Nord; come la postfazione rivela, le vicissitudini di Sa’ìd in terra inglese possono essere state percepite dai lettori arabi come una rivincita dell’ex colonizzato sugli ex colonizzatori, ma se così è, si rivela presto la vacuità di questo tentativo: il protagonista, raggiunta ormai la mezza età e dopo anni di prigione, deve tornare nel villaggio natale, dove sposa una donna più giovane che ha già due figli, mantiene nascosto il suo passato e diventa uno dei punti di riferimento della comunità rurale grazie alle sue doti pratiche.

Il lettore osserva la vicenda attraverso gli occhi di un io narrante che ha seguito lo stesso iter formativo del protagonista, cioè scolarizzazione superiore in Europa e cooptazione nell’amministrazione statale, ma la cui azione nel solco di una modernizzazione socialdemocratica post-coloniale che ben presto si lascia corrompere dal potere, non ha alcun influsso benefico sulla vita dei contadini.

Tayeb Salih, morto del 2009 dopo avere vissuto quasi sempre a Londra, non ci offre una morale anticoloniale, non mitizza assolutamente il mondo tradizionale dal quale egli stesso proviene; anzi mostra gli effetti deleteri dello scontro nelle campagne fra tradizione e modernizzazione, rappresentata se vogliamo da Hosna, la vedova di Mustafà: è lei che si ribella alla volontà del padre di darla in sposa a un altro uomo del villaggio, e porta alle estreme conseguenze il suo radicale rifiuto di una sottomissione che ritiene anacronistica.

Se Londra appare come il luogo della vita libera, sebbene non felice se consideriamo le donne che il seduttore Sa’ìd fa innamorare di sé, il Sudan rurale significa subordinazione femminile, infibulazione nell’infanzia, sottomissione alla potestà maschile del marito o del padre, e anche una donna emancipata come Bint Majdùb, che fuma sigarette e parla di sesso con gli uomini del villaggio, al momento della disubbidienza di Hosna si rivela ideologicamente allineata con il pensiero comune.

]]>
Echi di una cella brasiliana https://www.carmillaonline.com/2026/04/19/echi-di-una-cella-brasiliana/ Sun, 19 Apr 2026 21:55:23 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94212 Racconto di Cesare Battisti 

Il Nobel Jon Fosse dice che: “Scrivere richiede fede profonda nel fatto che ci sia qualcosa dentro di noi, e che possa venire a galla. La scrittura implica abbandono, ed è qualcosa che viene donato. Ma perché arrivi, ci si deve appunto affidare. In questo senso, sì, scrivere assomiglia al credere. Entrambi sono processi in cui non si sa dove si vada a parare: scrivere è un modo per conoscere, per capire di più qualcosa man mano che si procede: è quasi un logico, direi, che implichi un atto se non di fede. almeno di fiducia.

Diciotto anni [...]]]> Racconto di Cesare Battisti 

Il Nobel Jon Fosse dice che: “Scrivere richiede fede profonda nel fatto che ci sia qualcosa dentro di noi, e che possa venire a galla. La scrittura implica abbandono, ed è qualcosa che viene donato. Ma perché arrivi, ci si deve appunto affidare. In questo senso, sì, scrivere assomiglia al credere. Entrambi sono processi in cui non si sa dove si vada a parare: scrivere è un modo per conoscere, per capire di più qualcosa man mano che si procede: è quasi un logico, direi, che implichi un atto se non di fede. almeno di fiducia.

Diciotto anni fa, quando mi trovavo nella cella di un carcere federale a Brasilia, non conoscevo Jon Fosse, né la sua “fede”, che eppure dovevo avere già frequentato. Se l’avessi lette allora, nel caldo asfissiante di una cella affollata, queste sue parole sarebbero state vapore esalato dal mucchio di carne umana. Il nostro abbandono aveva poco a che fare con la fiducia e l’inspirazione dell’artista. Nella nostra cella non c’era posto per la fede di Jon Fosse, non c’era posto nemmeno per carta e penna. Di giornali e pubblicazioni nemmeno a parlarne, mangiavamo a terra, accovacciati l’uno sull’altro e per posate avevamo le dita delle mani. Facevamo i turni per dormire perché sul pavimento non c’era posto sufficiente per sdraiarci tutti allo stesso tempo. C’era chi riusciva a sonnecchiare in piedi, legandosi con strisce di coperta all’inferriata.

Qualcuno si lasciava andare, deperiva a vista, finché se lo portavano via e un altro veniva a rimpiazzarlo.
Le prime settimane credevo di morire, sarebbe stata una liberazione. Ma nemmeno la morte è gratis, bisogna meritarsela e io non avevo niente da offrire in cambio. Nemmeno un guizzo di coraggio per l’atto estremo, ma dove trovare un angolo per appendersi? Condannato a resistere, come me lo imploravano da dietro il vetro blindato gli sguardi di visitatori che neppure conoscevo. Uomini e donne che sul palmo della mano avevano scritto il nome della persona che li mandava. Erano nomi che dicevano “ci siamo” e che per qualche minuto, una volta alla settimana, naso e bocca schiacciati contro il vetro divisorio, mi facevano trattenere il fiato e con esso anche il filo di speranza. Giusto il tempo di tornare in cella e vederla evaporare nel carnaio.

“Resistere”, dicevano gli sguardi dietro il vetro divisorio del colloquio. Una parola che i miei compagni di prigionia non pronunciavano mai. Loro lo facevano e basta, respirando aria viziata e divorando, dopo essersi segnati, la ciotola di riso e fagioli. I fagioli, sempre pochi, che due volte al giorno ci passavano dal pertugio rasoterra. Mangiavo anch’io, una capitolazione ogni volta che affondavo le dita nella sbobba. Ai devoti sembrava una conquista, oppure sapevano fingere bene. Erano sempre stati timorosi di Dio o gli tornava utile esserlo in prigione? Non avevo la Fede, perciò riempivo il vuoto con domande stupide. Ma la fede di cui Jon Fosse mi avrebbe parlato due decenni dopo era un’altra cosa, se l’avessi capito allora, non l’avrei confusa con la pena. Era una fede che non mi dava pace.

La velocità con cui il passato e la realtà presente s’intrecciano è tale da non poter talvolta districare l’uno dall’altro. Succede che non sono più sicuro se è o se è stato. La prigionia comprime il tempo, l’emozione lo dilata e il tutto sta in un solo istante. Oggi sono qui, prigioniero che racconta un’altra prigionia e cerca sé stesso nella differenza. È necessario poter dire questo è oggi, le sbarre sembrano le stesse ma in realtà non lo sono. Queste che ho qui adesso fingono di non esserci, rischio di non vederle e ci vado a sbattere contro. A Brasilia avrei fatto chissà che per avere un tavolo dove leggere Jon Fosse e poter dire è vero. A modo mio, lo sapevo anche allora che la scrittura è un atto di fede.

Un disperato deve per forza affidarsi a qualcosa più grande di lui. Magari non ci crede fino in fondo, perché la vita lo ha reso diffidente, ma sa anche di non avere scelta, così si butta e prende quello che viene. Lo faccio ancora oggi e la paura da vincere è la stessa di allora: come accettare la propria vulnerabilità, renderla palese a chi ti può ferire. Non è il coraggio a spingerti nel vuoto, sperando che ti spuntino le ali, è l’incoscienza.

Ce ne sarebbe voluta una buona dose nell’inferno di Brasilia, per dire a diavoli e dannati
datemi carta e penna e scordatevi di me. Ma l’incoscienza da sola non basta ci sarebbe voluto dell’altro, solo un pazzo avrebbe preteso tanto. O un disperato che sa di non avere scelta: scrivi o muori. Ma abbiamo sempre bisogno di qualcuno che ce lo dica, di una persona amica che venga a ricordarci che mantenersi vivo non è solo un diritto, talvolta può essere un dovere, perché è nelle circostanze avverse che l’umano si rivela, e ricompensa così la mano tesa.

]]>
Sesso, razza e nefandezza ( Nightmare Abbey 25) https://www.carmillaonline.com/2026/04/18/sesso-razza-e-nefandezza-nightmare-abbey-25/ Sat, 18 Apr 2026 20:00:47 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93569 di Franco Pezzini

Charlotte Dacre, Zofloya o il Moro, ed. orig. 1806, trad. di Silvia Amalia Di Cocco, a cura di Helena Mariapia Falbo, pp. 351, € 15, Storie Effimere, San Donà di Piave 2025.

Infelice Laurina! Abbandonando in modo così criminale la vostra prole, avete gettato loro addosso tanta miseria e degradazione. In questa prima fase della loro esistenza, osservate la colpa e l’indegnità di cui siete responsabile. Ma i giorni a venire saranno oscuri quanto più distorti da orrendi crimini. Un comportamento virtuoso avrebbe svergognato la natura orgogliosa e violenta di vostra figlia, rendendola esempio di dignità; eppure guardatela [...]]]> di Franco Pezzini

Charlotte Dacre, Zofloya o il Moro, ed. orig. 1806, trad. di Silvia Amalia Di Cocco, a cura di Helena Mariapia Falbo, pp. 351, € 15, Storie Effimere, San Donà di Piave 2025.

Infelice Laurina! Abbandonando in modo così criminale la vostra prole, avete gettato loro addosso tanta miseria e degradazione. In questa prima fase della loro esistenza, osservate la colpa e l’indegnità di cui siete responsabile. Ma i giorni a venire saranno oscuri quanto più distorti da orrendi crimini. Un comportamento virtuoso avrebbe svergognato la natura orgogliosa e violenta di vostra figlia, rendendola esempio di dignità; eppure guardatela ora, senza alcun rimorso, mentre abbandona i precetti che avrebbe dovuto osservare. Vostro figlio, segnato dal suo temperamento oscuro, è divenuto schiavo di un’abile e inutile donna che si considera sua pari e che, in una tragica e imprevedibile congiura, l’ha quasi spinto a uccidere sua sorella! Tremate, madre miserabile e colpevole, perché la lista dei vostri crimini sta per diventare più lunga e più cupa!

Sentiamo dire, da lettori anche eccellenti, che di rado i testi gotici più antichi siano leggibili: dal povero Walpole (che mi sento però di difendere), ad altri meno illustri, e che possono richiedere effettivamente un certo impegno. Una parte della fatica può essere senz’altro imputabile alle estasi patetiche e svenevoli delle eroine, alla vuotezza insipida di troppi loro vagheggini, alla prevedibilità di taluni meccanismi narrativi: ma da un lato questi aspetti svelano interessanti impliciti culturali e sociali (tra i quali la scelta del gotico per molte autrici schiacciate dall’afonia imposta alle donne), dall’altro non si può fare di tutta l’erba un fascio. Come mostra Zofloya di Charlotte Dacre (1806), un bel romanzo gotico a lungo considerato minore, forse non proprio del livello del famigerato Il monaco di Matthew Lewis (1796) col suo tripudio di fantasie nere, ma tale comunque da afferrare il lettore, divertire con la pirotecnia degli eccessi – che mandano in frantumi tutta la cristalleria da educate madamine di un’Inghilterra in cui la donna vive le stesse pastoie delle proprietà immobiliari – e prefigurare provocatoriamente riflessioni moderne sul corpo, il genere e la violenza femminile. Tali da farlo avvicinare con interesse a fine XX secolo dalla critica femminista.
Senza girarci attorno: al tempo dell’uscita il romanzo verrà attaccato per le sue provocazioni morali e razziali, l’inopportuna attenzione alla sessualità femminile e una “sfacciataggine da prostituzione” nel narrare il desiderio, restando semidimenticato per due secoli, finché negli anni Novanta alcune studiose gli hanno riconosciuto un’importanza fondamentale per gli studi gotici. Sfidando gli archetipi femminili del gotico d’epoca, Dacre incassa il biasimo corrucciato dei censori – che liquidano Zofloya come pornografia e ne attaccano pure il peculiare registro linguistico, considerato non elegante – ma insieme l’ammirazione di Shelley (a cui ispirerà le prose Zastrozzi e St. Irvyne) e un certo successo di vendite, con traduzioni in francese e tedesco.
Partiamo dall’autrice, che lo merita (e di cui varrebbe la pena proporre anche altro): in un incantevole ritratto di Adam Buck dal frontespizio della raccolta lirica Hours of Solitude (1805) appare una brunetta coi capelli sollevati nelle acconciature inglesi del tempo, un viso fresco e in apparenza innocuo. Eppure Charlotte Dacre (tra 1771 e 1782 – 1825), come meglio conosciuta col secondo nom de plume adottato a schermo dagli strali dei critici, nata King e divenuta Byrne dopo il matrimonio, scrive all’inizio con lo pseudonimo Rosa Matilda, che è già tutto un programma: Matilda è l’eroina satanica de Il monaco, ed è dunque una rosa spinosa e ben poco innocua quella che offre ai lettori quattro romanzi e tre libri di poesia. “Tale scelta [di pseudonimo] non fu casuale: come ha sottolineato Adriana Craciun, essa rivela la volontà di Dacre di dichiarare apertamente la propria adesione all’immaginario della ‘donna demoniaca’, figura che nei suoi testi diventa insieme minaccia e liberazione”, commenta opportunamente Helena Mariapia Falbo, curatrice di questa nuova, bellissima, annotatissima edizione. Solo alla morte del padre, Charlotte/Matilda regolarizzerà la relazione con l’uomo (l’editore Nicholas Byrne, poi tra i fondatori del The Morning Post) da cui ha già avuto tre figli probabilmente già prima che diventasse vedovo: quindi una certa libertà la vive in prima persona e non solo nelle posture letterarie.
Non conosciamo la data esatta di nascita dell’autrice, ma è legittimo immaginarla di età un po’ maggiore dell’ingenua eroina di Northanger Abbey (pubblicato a fine 1817 ma concluso da Jane Austen nel 1799) divoratrice di romanzi gotici. Però dimentichiamoci i fremiti pavidi di eroine angelicate e ammodino che nell’ennesimo castello orecchiano qualcosa e travisano tutto con fantasia naïf: le eroine o piuttosto antieroine di Dacre, “donne sessualmente ardite, violente e ribelli”, si comportano piuttosto come i personaggi maschili dei romanzi gotici coevi, connotati esplicitamente da lussuria, ambizione, violenza. Queste figure femminili conoscono fasi di desolazione e sconvolgimento, certo, ma quali tappe avanzate per delitti più estremi; e – orrore orrore – l’autrice non marca un distacco di condanna morale, non necessariamente giustifica (anzi sottolinea gli errori) ma in qualche modo empatizza. La Vittoria protagonista di Zofloya, sessualmente aggressiva e pronta alla violenza, manipolata e manipolatrice, “sedotta e seduttrice, incarnazione di una libertà femminile che si afferma nella sfida alle istituzioni patriarcali e alla morale tradizionale” ne è esempio emblematico: come ricorda Beatriz González Moreno, “Il romanzo di Dacre costituisce un’opera strategicamente costruita e singolare di complesso gotico femminile che parla al suo tempo sfidando varie visioni consolidate sulla natura e i ruoli femminili”.
Dacre ha alle spalle anni difficili. Il padre John King, già usuraio e (pare) ricattatore, irrequieto scrittore radicale di origine sefardita, è ben noto a Londra: tra cause e problemi innescati dall’ingombrante genitore, la prole ha dovuto patire difficoltà economiche e disagi. Tuttavia Charlotte e la sorella Sophia King, forse minore d’età, destinata a una vita parecchio più breve e che pure comporrà liriche e romanzi a effetti forti, avranno il coraggio di ringraziare affettuosamente il padre per l’educazione ricevuta, nella dedica al volume di liriche Trifles of Helicon (1798) da loro scritto a quattro mani. Se la dedica a un soggetto tanto discusso potrà non contribuire al successo del volume, questo tema del lascito di un’educazione sarà centrale nel secondo romanzo di Charlotte, Zofloya: e torna a più riprese, sia dalla voce narrante che da quella della figlia, il biasimo all’irresponsabilità della generazione precedente (nello specifico, la madre). Considerando che l’ormai adulta Vittoria sta combinandone ben di peggio, in tema di irresponsabilità biasimevole ce n’è davvero per tutti.
D’altra parte, per quanto il padre di Dacre finisca col non cadere male – dopo il divorzio dalla moglie, Sarah King (nata Lara), si stabilirà nientemeno che con la contessa vedova di Lanesborough – possiamo stupirci che la figlia di un uomo marginalizzato per motivi anche razziali renda l’(anti)eroe eponimo del Zofloya maschera di un’altra comunità marginalizzata, i neri? Sul tema dovremo tornare.
Qualche spoiler si rende necessario, e non danneggia l’intatto divertimento della lettura.

Il narratore che desidera imprimere le sue lezioni nell’animo umano, aspirando così a rendere l’umanità più virtuosa e felice, non può limitarsi a raccontare una mera successione di eventi. Egli deve rintracciarne le cause, analizzarne gradualmente gli effetti, trarre conclusioni dagli avvenimenti man mano che si presentano, per poi ricondurre ogni cosa al principio che li ha originati.

E infatti la prima metà del romanzo guarda spregiudicatamente a cause e relativi effetti. Tutto inizia in una Venezia rinascimentale, tra fine XV e inizio XVI secolo – cioè dopo “la guerra e la caduta dei Mori di Granada per mano degli spagnoli”, 1492: il che dovrebbe tranquillizzare i censori, considerando come l’Italia dell’età Borgia fosse già in fondo archetipica di un certo modo di comportarsi. Ma tant’è.
Vittoria, figlia del Marchese Loredan e della scintillante Laurina Cornaro (unitisi per amore ma un po’ troppo prematuramente), è una splendida giovane passionale. I genitori affettuosi e troppo liberali non si sono mai preoccupati troppo dell’educazione di lei e del fratello Leonardo, che crescono senza particolari freni: ma il suo mondo di affetti e valori si frantuma quando la madre si lascia sedurre dal belloccio e infame conte Ardolph, accolto ingenuamente in casa dal solito padre malaccorto dei romanzi gotici. La colpa di Laurina finirà col travolgere non solo il marito, che ne muore, ma i figli e se stessa. Sulla base di quell’imprinting – si è tentati di usare le categorie di Konrad Lorenz – la già superba Vittoria non riuscirà a “stare” nella virtù convenzionale attesa dalla società intorno: per cui, sfuggita alle mene di Ardolph e condizionata dal cattivo esempio della genitrice (“Ne deriva una critica implicita alla mancanza di educazione morale e intellettuale per le donne, vista come prima causa del disordine” osserva la curatrice), riesce a fuggire e raggiungere l’amato Berenza. Amato – e amante, in parallelo – senza troppo trasporto: uno dei nodi di questa storia sembra legato a una certa fragilità nel tempo dell’appello all’amore, oggetto di delusione e pieno di limiti quando conseguito, di idealizzazione ossessiva quando impossibile. Vittoria sviluppa per contro una spregiudicatezza machiavellica, che le permette di incassare una serie di vantaggi, ma non di essere felice. Anzi, quando si trova di fronte l’amore tra il bel cognato Enrico per cui nutre un “nascente e disordinato affetto” e la giovanissima Lilla – relazione che flirta con la pedofilia, ma forse la proiezione nel passato rende meno straniante l’insieme – Vittoria matura verso di lei una feroce ostilità. Priva com’è di qualunque categoria di colpa o di rimorso, prende a vagheggiare sistemi drastici per separare dalla fanciullina “l’idolo dei suoi pensieri, [tanto più che questi] continuava a rimanere del tutto insensibile alle sue aperte allusioni – quasi vere e proprie confessioni dei sentimenti che ardevano in lei”. In questo contesto mette a fuoco “di non aver mai amato il povero Berenza, ma che erano state le circostanze, la situazione del momento e una semplice combinazione di eventi a indurla prima a posare lo sguardo su di lui, e poi a gettarsi tra le sue braccia, quale unico essere che sembrasse in grado di proteggerla”… ed è allora che le appare, inizialmente in sogno, un Moro maestoso che poi identificherà come Zofloya, un servitore di Enrico. Siamo all’incirca a metà della vicenda, e presto la melanconia di Vittoria la spingerà a confidarsi con lui.
Enigmatico, carismatico e fascinoso, Zofloya da questo punto in avanti prende ad apparire e scomparire illusionisticamente per recare alla Nostra il sollievo di un conforto verbale e di un aiuto materiale. Sempre meno padrona di se stessa, Vittoria trova in lui non solo un confidente, consigliere e alleato dalle indubbie abilità: il Moro sembra garbatamente invaghito di lei, e vellica la sua vanità offrendole sostegno per esaudire desideri rovinosi e renderla sempre più schiava delle sue colpe. Di qui vari delitti: e in balia delle proprie trasgressioni e ossessioni, alla fine Vittoria non potrà che soccombere. La scoperta finale che Zofloya sia Satana – potevamo già sospettarlo, e non solo per i richiami a Il monaco di Lewis – non snatura però una storia di deflagrazione psichica e sociale.
Come nota la curatrice:

L’ambiguità delle opere di Dacre ha generato letture critiche divergenti: alcuni le considerano conservatrici, antifemministe e razzialmente problematiche; altri le vedono come testi proto-femministi, che elaborano nuove forme di sessualità e identità in un’epoca di repressione sociale. Tuttavia, queste due letture non si escludono: la contraddizione è parte integrante del progetto di Dacre. Con la sua narrazione ambivalente, fluida, instabile – come una sorta di “ninfomania narrativa” –, la scrittrice manipola le convenzioni che lei stessa mette in discussione (Chassefière, 2022).

Nei fatti, il romanzo gotico viene così condotto verso nuovi territori: lontana anni luce dalle virtuose ed educatissime eroine di Ann Radcliffe, Vittoria (Victoria nel testo) non è una vittima perseguitata, ma sceglie di manipolare, sedurre e dominare, lasciandosi guidare – non senza obiezioni e colpi di testa – da forze potenti e demoniache. E non è neppure l’unica, nel romanzo: la vorace seduttrice Maddalena (Megalena, con grafie altalenanti tra Megalina e Megallena) Strozzi è un altro esempio di manipolatrice dominante con tendenza al voyeurismo, un terzo è la Signora Zappi che attenta alla virtù del fratello di Vittoria, Leonardo. Mentre le donne sensuali, ambigue e fastidiosamente deboli (Laurina Cornaro – nel testo, di Cornari – madre di Vittoria) e quelle buone, angelicate e alla fine insopportabili (appunto Lilla, “poco più che tredicenne”) – tipologia quest’ultima che in gran parte dei gotici risulterebbe vincitrice in grazia di Provvidenza – vengono marginalizzate o eliminate senza pietà… Stessa cosa vale per gli uomini sensibili, siano essi inefficaci e fragili come il pur gentile, nobile e degno Marchese Loredan (nel testo, di Loredani) padre di Vittoria, oppure ambigui e distratti come l’ingenuo, illuso “filosofo” conte Berenza o il suo ambito, insipido e virtuoso fratello Enrico (Henriquez), o persino l’impulsivo fratello della Nostra, Leonardo, di cui seguiremo a tratti le avventure – più come contrappunto a quelle di Vittoria che per interesse specifico verso di lui. Va detto peraltro che nel romanzo i personaggi “buoni” – o almeno dall’apprezzabile bonomia – sono pochini, e tali che il lettore non vi si affezioni minimamente: mattatori sono i vilain, e neppure tanto lo spregevole sciupafemmine conte Ardolph, il cui narcisismo megalomane da libertino innesca il tutto, quanto il fascinoso e misterioso nero Zofloya. Nelle opere delle due sorelle King (anche in The Libertine, 1807, di Charlotte) l’antieroe libertino – sia in senso filosofico come in Berenza che in quello sessuale come in Ardolph – è una presenza più o meno fascinosa e portatrice di guai.
Rispetto ai personaggi principali del Monaco di Lewis qui troviamo un’inversione di generi sessuali, e l’inserimento di una blackness che complica il quadro: ma è assolutamente ingiusto vedervi un mero plagio o un romanzo-calco, per non parlare delle critiche aggiuntive – rispetto a quelle saettate sul Monaco – perché la storia di trasgressione sessuale connotata da orrori e linguaggio voluttuoso è scritta da una donna. Non mancò chi, dalle colonne del Literary Journal, diagnosticasse alla “fair authoress” (con venustà impugnata quale criterio svalutativo) “the dismal malady of maggots in the brain” – cioè in sostanza quei vermi nel cervello che avrebbero giustificato un disordine mentale. Non era al diavolo – si disse – che avrebbero dovuto attribuirsi le nefandezze descritte, ma alla testa bacata di un’autrice che, in quanto donna, avrebbe dovuto mostrare ben altra delicatezza. Lo scandalo era legato in gran parte alla descrizione tanto sopra le righe dell’intensità del desiderio femminile. Ricorda la curatrice:

Dacre esplora la sessualità e la psiche femminile anticipando interrogativi centrali del primo femminismo: cosa accade quando la donna diventa soggetto del desiderio? Queste eroine non si conformano ai ruoli imposti, né si limitano a subirli. Cercano alternative, oltrepassano gli stereotipi di vittima o martire gotica, vivendo un erotismo tossico, ma interiorizzato e autodiretto: il sesso e la violenza non sono qui strumenti maschili, ma esperienze della soggettività femminile.

Il piacere erotico femminile non nasce dall’affetto, ma dal dominio. Le donne esercitano potere attraverso la sessualità, che diventa strumento strategico di controllo sugli uomini. Questa dinamica è resa esplicita da Dacre anche a livello linguistico, tramite l’uso di metafore sessuali di tipo agricolo o seminale: Maddalena è raffigurata come colei che feconda, mentre Leonardo diventa il campo fertile, passivo e ricettivo. Tale inversione non solo destabilizza la dicotomia sessuale tradizionale, ma rende visibile il potenziale sovversivo della soggettività erotica femminile, capace di “mascolinizzarsi” nella dominazione e di femminilizzare l’uomo attraverso la seduzione (Craciun, 2002).

Nel romanzo, eros e violenza sono strettamente intrecciati. L’erotismo femminile non è mai puro o sentimentale, ma si manifesta come desiderio di dominio, vendetta o annientamento. Il piacere si esprime attraverso il conflitto e la trasgressione, minando i confini tradizionali tra “maschile” e “femminile”. Le protagoniste, consapevoli delle norme che infrangono, agiscono con lucidità, definendo la loro soggettività contro le strutture patriarcali.

Non hanno torto i critici d’epoca che vedono nel romanzo un caveat sui rischi del cadere in tentazione a causa di lussuria, a rifiutargli al contempo la natura di romanzo “morale”: non è affatto questa l’intenzione dell’autrice, intenzionata a riconoscere ai suoi personaggi un’autenticità di carne e sangue, in vista di un esito non etico ma sovversivo.

Zofloya resiste tenacemente a ogni classificazione come opera “morale”, disco­standosi dalla narrativa femminile del primo Ottocento, solitamente inscritta in una cornice edificante. In questa scelta c’è una duplice operazione: da un lato, una critica implicita al gotico maschile tradizionale; dall’altro, il riconoscimento che donne e uo­mini possano cercare piaceri diversi nelle immagini del gotico. L’idea che una donna possa trarre piacere dalla visione di morte, violenza o potere anticipa di quasi due secoli le teorie femministe sulla fruizione estetica e il desiderio nel genere gotico.

Il gotico di Dacre assalta il potere patriarcale, ma senza offrire vie di fuga praticabili: la morte resta l’unico destino per chi viola le regole. Il suo femminismo narrativo è radicale nel gesto, ma tragicamente pessimista nell’esito – la libertà è pen­sabile, ma non vivibile.

Emblematica è semmai la scelta delle citazioni d’incipit: “Le furiose passioni faranno di loro strazio” di Gray, che echeggia un certo tipo di vocazione tragica in fondo ben documentato nelle Fedra e Medea d’un teatro nutritore del gotico fin dalle primissime origini; e quest’altra di Milton: “Non v’è gioia per me fuor che la gioia / Di colui che distrugge, e or non voglio / Che la felice occasion mi sfugga. / Ecco! sola è la donna e indifesa” che richiama idealmente le due posizioni, di Zofloya e di Vittoria. Certo, sul “sola […] e indifesa” si tratta di intendersi: ma in effetti Vittoria non ha veri interlocutori al di fuori del Moro, perché non è stata messa in grado di beneficiarne. Dunque nessun buonismo facile, ma un simpatizzare – ed empatizzare – con lei, più vitale di tante eroine insipide anche nei suoi errori, negli sbarellamenti e nel non riuscire ad accontentarsi del tiepido e nell’idilliaco, con la tragedia di non saper fermarsi.
Rilevante, pur nelle caratteristiche stereotipicamente canoniche, il colore: la biondissima Lilla emblema di una bontà facile, fortunata e infantile, verrà travolta da Vittoria, sempre più connotata come scura e maschile all’abbandonarsi al potere di Zofloya.

La pelle che si scurisce, il corpo che si mascolinizza, diventano indizi visivi della sua corruzione morale ma anche della miscegenazione, letta come contaminazione etnica e sessuale. Questa trasformazione corporea, enfatizzata nella scena dello stupro di Enrico, fonde l’orrore erotico con la paura coloniale dell’ibridazione.

Mentre la contrapposizione tra il candore di Lilla e l’oscurità passionale di Vittoria non echeggia semplice manicheismo, ma una

una struttura psichica duale, in cui le due figure rap­presentano poli opposti della stessa identità femminile. A differenza della logica del “doppio” gotico tradizionale, in cui è la protagonista a soccombere, qui è Lilla a essere annientata. Dacre ribalta così le aspettative del genere, mostrando come sia l’ideale femminile docile e irraggiungibile – incarnato da Lilla – a essere destinato alla spari­zione.

Lilla è il doppio spettrale di ciò che Vittoria sarebbe stata accettando il ruolo tradizionale di moglie.

Ma la dualità finisce appunto col vederle condannate entrambe: “La punizione delle protagoniste va letta non come monito morale, ma come conseguenza tragica dell’assenza di spazi per una soggettività femminile autonoma”.
Dove la nerezza cui Vittoria si avvicina epifanizza in chiave xenofoba, razzista e orientalista quale ansioso emblema di minaccia alla donna bianca (specie nella versione più disturbante di “desiderio femminile bianco rivolto al corpo maschile nero”) e di sovversione sociale (Vittoria in combutta col servo, non importa quale sia la nobiltà della schiatta originaria di lui): anzi di imbarazzante rifrazione tra due subordinazioni, di “Zofloya al sistema schiavista e capitalista, [di] Vittoria al dominio patriarcale”.
È d’altronde interessante che il Moro irrompa nella storia al seguito di personaggi positivi, che nella loro cecità distratta e superficiale non ne riconoscono il carattere equivoco. Dove il gotico si rivela un efficace genere-laboratorio per riflettere su desideri e interazioni proibiti. Emblematica la sottesa eccitazione e sottile seduzione che Zofloya suscita, quasi sotto il livello della percezione razionale di Vittoria in scacco d’un sentimento ben altrimenti vuoto (più una necrosi che una passione) per l’inefficace Enrico: un mamozzo sempre più privo di appetibilità sessuale – come già il vecchio Loredan e Berenza – e la cui unica lama fallica si rivolge contro di sé, in una denuncia di generale debolezza, inefficacia e insulsaggine dei maschi “civili”, bianchi. Come penetrative e “maschili” sono in fondo le coltellate vibrate da Vittoria contro Lilla.
Anche l’ambientazione veneziana di parte importante della vicenda, conformemente a una tradizione gotica e in generale a una vulgata letteraria più o meno basata su una cronaca tenebrosa (delitti, condanne atroci…) e su stereotipi sugli abitanti (gelosi, diffidenti…) della Serenissima, contribuisce ad accrescere la dimensione labirintica del desiderio articolata da Dacre: l’ambientazione urbana genera la crisi dell’individuo e mantiene ambigui i confini con lo spettacolo sociale. Mentre il finale si consuma, guarda caso, in un castello dai connotati geografici vaghi.
D’altra parte non manca una componente chiaramente politica, visto che Zofloya viene scritto poco dopo la grande – e allarmante, per la borghesia bianca europea – rivolta degli schiavi a Saint-Domingue (1791-1803), condotta sotto le benedizioni degli dei “diabolici” del Vudu, e la proclamazione dell’indipendenza del primo stato nero dell’America da parte del “Napoleone nero” Jean Jacques Dessalines (1804). Zofloya diventa così una sorta di alter ego dell’ex schiavo e rivoluzionario Toussaint Louverture (1743-1803), morto in prigionia in Francia: una maschera, per inglesi di posizioni radicali, insieme seduttiva e inquietante anche alla luce di topoi immaginali (letterari, eccetera) come la vendetta dello schiavo, che Vittoria inconsapevolmente fa suoi. Il subalterno diventa cioè ambiguamente dominatore della psiche di chi sta sopra di lui, sovvertendo con guanto di velluto la gerarchia sociale in modo persino più allarmante.
D’altronde,

Zofloya non appartiene al gotico femminile canonico, nel quale (secondo Anne Williams) la protagonista affronta un maschile minaccioso che può essere reden­to dall’amore – come nella fiaba della Bella e la Bestia. Dacre rovescia questa logica: Vittoria è attratta non dal principe nascosto nel mostro, ma dal mostro stesso. Questa scelta segna un netto distacco dal tentativo del gotico femminile di umanizzare l’Altro maschile. In Zofloya, l’Altro è accolto, desiderato, e infine interiorizzato.

Va detto che in Zofloya la seduzione è uno strumento ordinario, che abbina sesso e conoscenza di segreti, captati con una finezza di osservazione che flirta col voyeurismo: tutti seducono tutti grazie alla conoscenza di segreti sessuali altrui, ed eventualmente dei padroni. L’Albero della conoscenza insidiato dal serpente continua insomma a nutrire equivocamente un rapporto simbolico col sesso.
Poi certo, il necrologio di Dacre sul Times, alla morte il 7 novembre 1825 dopo lunga malattia, ne ricorderà la “purezza e sublime grandezza d’animo”: qualcosa che solo apparentemente stride con la fama un po’ provocatoria dell’autrice. Al netto delle coccodrillesche formule d’uso, forse solo chi riconosce le urgenze della ribellione, la tossicità di un certo buonismo, la fatica di conciliare sentimenti forti e un’etica di sostanza può in fondo aspirare a un simile riconoscimento.

]]>
Contro Dracula oggi a Roma è Carmillafest https://www.carmillaonline.com/2026/04/18/contro-dracula-oggi-a-roma-e-carmillafest/ Fri, 17 Apr 2026 22:01:25 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94145 Redazione

Dracula è la metafora dello sfruttamento, del morto che per continuare a esistere deve succhiare sangue ai vivi. Marx non a caso costruì intorno alla figura del vampiro la teoria del plusvalore: «Il capitale – diceva – è lavoro morto, che, come un vampiro, vive solo succhiando lavoro vivo, e vive tanto più, quanto più lavoro succhia». Valerio Evangelisti sosteneva che Carmilla, il personaggio creato dallo scrittore irlandese Sheridan Le Fanu, fosse invece completamente diverso: «Seducente e trasgressiva, non teme affatto la luce del sole e non ama dormire troppo a lungo nei sepolcri. Si muove tra prati e fanciulle in [...]]]> Redazione

Dracula è la metafora dello sfruttamento, del morto che per continuare a esistere deve succhiare sangue ai vivi. Marx non a caso costruì intorno alla figura del vampiro la teoria del plusvalore: «Il capitale – diceva – è lavoro morto, che, come un vampiro, vive solo succhiando lavoro vivo, e vive tanto più, quanto più lavoro succhia».
Valerio Evangelisti sosteneva che Carmilla, il personaggio creato dallo scrittore irlandese Sheridan Le Fanu, fosse invece completamente diverso: «Seducente e trasgressiva, non teme affatto la luce del sole e non ama dormire troppo a lungo nei sepolcri. Si muove tra prati e fanciulle in fiore, impegnata in una lotta per la sopravvivenza che dura da secoli, contro una morte a cui non si è mai rassegnata».
Valerio dubitava che potesse essere un Van Helsing qualsiasi a sconfiggere Dracula, restaurando lo status quo vittoriano. Sosteneva che «Solo un vampiro può sconfiggere un altro vampiro»: di fronte alle allucinazioni indotte dal mostro notturno, solo il morso di una vampira lunare e felina avrebbe potuto offrire un’adeguata risposta antagonista. Carmilla online nella contesa dell’immaginario (letterario, politico, culturale) ha sempre voluto essere questo tipo di vampira!

Incontriamoci alla Carmillafest 2026, contrastiamo la guerra e la morte del capitale, sogniamo e costruiamo un mondo migliore.

Appuntamento oggi, sabato 18 aprile,  a Roma, a partire dalle ore 17.00 (“vere!”). Il tema è “Valerio Evangelisti e l’arte delle insurrezioni immaginarie”. La location dell’evento è il Granma in via dei Lucani 11 nel quartiere di San Lorenzo.

Ecco il programma

17.00 –  Introduzione: Granma

17.15 – Modulo 1: Valerio
Moderazione: Granma
L’insurrezione immaginaria di Valerio Evangelisti (Sandro Moiso)
Carmilla: la figlia lunare di Valerio (Nico Maccentelli)
Nicolas Eymerich: la zona oscura dell’eroe (Fabio Ciabatti)

18.30 – Modulo 2: La guerra che viene
Dialogo tra Geraldina Colotti e Sandro Moiso

19.15 – Modulo 3 – Libri carmilli
Moderazione: Granma
Presentazione dei seguenti libri:
Domenico Gallo, L’ultima cordata e altri racconti degli anni Novanta e La patria del ribelle e altri racconti degli anni Duemila, Delos, 2025
Paolo Lago, Gioacchino Toni, Ibridazioni. Viaggio nell’immaginario tecnologico di David Cronenberg, Rogas, 2025
Franco Pezzini, Morte astrale,  Polidoro, 2025 e Le pirate, Tempesta, 2026.

Dalle 20.00 in poi: aperitivo sociale e dj set (a cura di Granma)

]]>
We are not robots – Nutrire la macchina. L’intelligenza artificiale estrattivista https://www.carmillaonline.com/2026/04/16/we-are-not-robots-nutrire-la-macchina-lintelligenza-artificiale-estrattivista/ Thu, 16 Apr 2026 20:00:09 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93484 di Gioacchino Toni

James Muldoon, Mark Graham, Callum Cant, Nutrire la macchina. Come alimentiamo l’intelligenza artificiale, traduzione del Gruppo Ippolita, Mimesis, Milano-Udine 2026, pp. 290, € 22,00

«Se pensiamo all’intelligenza artificiale come a una macchina estrattivista, allora noi siamo la materia prima». «La macchina vuole il tuo lavoro, le tue idee, la tua arte, la tua acqua, la tua energia, i tuoi dati e i minerali rari del tuo paese. Tutti questi input vengono alimentati nel fuoco che li trasforma in output, potere e profitti. C’è un nome semplice per il sistema che ha creato questa macchina. Si chiama capitalismo». Questa, in [...]]]> di Gioacchino Toni

James Muldoon, Mark Graham, Callum Cant, Nutrire la macchina. Come alimentiamo l’intelligenza artificiale, traduzione del Gruppo Ippolita, Mimesis, Milano-Udine 2026, pp. 290, € 22,00

«Se pensiamo all’intelligenza artificiale come a una macchina estrattivista, allora noi siamo la materia prima». «La macchina vuole il tuo lavoro, le tue idee, la tua arte, la tua acqua, la tua energia, i tuoi dati e i minerali rari del tuo paese. Tutti questi input vengono alimentati nel fuoco che li trasforma in output, potere e profitti. C’è un nome semplice per il sistema che ha creato questa macchina. Si chiama capitalismo». Questa, in estrema sintesi, la convinzione espressa da James Muldoon, Mark Graham e Callum Cant nel volume Nutrire la macchina (2026) uscito in lingua inglese nel 2024 e ora tradotto in italiano dal Gruppo Ippolita per Mimesis edizioni.

Il testo «racconta le storie delle persone il cui lavoro rende possibile l’esistenza dell’intelligenza artificiale, descrivendo i sistemi di potere che alimentano le disuguaglianze globali nell’accesso al capitale, alle reti e alle opportunità professionali. Lo studio porta alla luce la forza lavoro nascosta che contribuisce all’intelligenza artificiale e rivela come questo aspetto essenziale venga deliberatamente occultato» (p. 13). L’ammaliante narrazione di macchine portentose, capaci di apprendere da sole sfruttando quantità sterminate di dati e di fornire risposte alle più diverse richieste che vengono loro sottoposte, nasconde un universo di lavoro umano mal pagato e massacrante, non riconducibile soltanto ai dannati della terra destinati all’estrazione dei materiali utili alla loro realizzazione materiale e a coloro che assemblano le macchine, ma anche all’attività di tantissimi «annotatori di dati, moderatori di contenuti, ingegneri di machine learning, esperti di etica dell’IA, magazzinieri, organizzatori del lavoro e figure di spicco del settore» (p. 13). A questi occorre poi aggiungere quanti forniscono gratuitamente dati e prendono parte all’addestramento delle macchine semplicemente utilizzandole quotidianamente.

Le oltre 200 interviste realizzate dagli autori del volume lungo un decennio di inchiesta sul campo fanno emergere il mondo nascosto della produzione dell’intelligenza artificiale rivelando non solo come questa venga utilizzata per intensificare e dequalificare i processi lavorativi attraverso subdole pratiche di sorveglianza e il suo impiego in ambito militare, ma anche l’eredità coloniale che caratterizza queste innovazioni tecnologiche che contribuiscono all’estrema concentrazione di potere, ricchezza e capacità di plasmare il futuro. Gli autori hanno individuato sette soggetti a testimonianza di altrettante attività inerenti l’universo della IA: “l’annotatore”, “l’ingegnere”, “il tecnico”, “l’artista”, “l’operatore”, “l’investitore” e “l’organizzatore”. Il lavoro di ciascuno di questi si intreccia con il lavoro degli altri incidendo sulla vita di tutti.

Muldoon, Graham e Cant evidenziano come l’IA sia di fatto una “macchina estrattivista”, visto che «attinge input fondamentali quali capitale, potere, risorse naturali, lavoro umano, dati e intelligenza collettiva e li trasforma in previsioni statistiche, che le aziende a loro volta trasformano in profitti» (p. 15). Anziché guardare alla IA come ad una sorta di tecnomagia decontestualizzata, sottolineano gli autori, occorre pesarla come a una macchina dotata di una storia bene precisa, costruita da soggetti in carne, ossa e pensiero in un determinato momento per svolgere compiti specifici, strettamente «integrata nei sistemi politici ed economici esistenti e quando classifica, discrimina e fa previsioni lo fa al servizio di coloro che l’hanno creata. L’IA è espressione degli interessi dei ricchi e dei potenti che la utilizzano per rafforzare ulteriormente la loro posizione. Rafforza il loro potere e allo stesso tempo incorpora i pregiudizi sociali in nuove forme di discriminazione digitale» (p. 15).

Dotata di un corpo materiale, fatto di chip, server e cavi la macchina IA necessita continuamente di nutrirsi di elettricità, di acqua per raffreddare i server e del lavoro invisibile e sottopagato di esseri umani sparsi in tutto il mondo, tenuti a lavorare anch’essi come macchine per compensare i limiti della tecnologia e far sì che essa replichi l’essere umano potenziandolo.

La macchina estrattivista non solo richiede risorse fisiche e manodopera, ma vive dell’intelligenza umana contenuta nei suoi dataset di addestramento. L’IA cattura la conoscenza degli esseri umani e la codifica in processi automatici attraverso modelli di apprendimento precostituiti. È un sistema che deriva e dipende dai suoi dati di addestramento, attraverso i quali impara a svolgere una data gamma di attività: […] tutto si basa su un progetto di raccolta della storia della conoscenza umana in enormi dataset costituiti da miliardi di voci di riferimento. […] Le aziende di IA hanno intrapreso una forma di privatizzazione dell’intelligenza collettiva, chiudendo questi insiemi di dati e utilizzando un software proprietario per creare nuovi output basati sulla loro manipolazione. La macchina estrattivista richiede tali risorse intellettuali tanto quanto quelle materiali (p. 17).

Si può parlare della IA come di una “macchina estrattivista”, sottolineano gli autori, non solo per il suo saccheggiare risorse, lavoro umano e intelligenza collettiva, ma anche perché i sistemi di IA intensificano «l’estrazione dello sforzo dai lavoratori, che sono costretti a lavorare più duramente e più velocemente dai sistemi di gestione, i quali centralizzano la conoscenza del processo lavorativo e riducono il livello di abilità richiesto per svolgere un lavoro, routinizzandolo e semplificandolo» (p. 17). Nutrire la macchina mostra chiaramente «che noi esseri umani siamo la forza invisibile che alimenta l’intelligenza artificiale, sia fisicamente con il nostro lavoro, sia intellettualmente attraverso l’assimilazione e la sintesi da parte dell’intelligenza artificiale della nostra intelligenza collettiva» (p. 278).

La macchina utilizza con logica estrattiva i lavoratori malpagati – e gli utenti non pagati – a seconda della posizione che occupano nel capitalismo globale con lo scopo di arricchire gli azionisti delle aziende tecnologiche e concentrare il potere nelle mani di una élite. Coloro che sono occupati nell’annotazione dei dati, ad esempio, oltre ad essere trattati come macchine destinate a compiti ripetitivi monitorate nei loro movimenti e nelle prestazioni, fungono da carburante necessario per far funzionare l’intelligenza artificiale. Che si alimenti direttamente la macchina estrattivista (sul lavoro) o indirettamente (nel ricorrere a queste tecnologie), in qualche modo tutti si viene consumati nella forsennata ricerca di prestazioni.

Muldoon, Graham e Cant intrecciano l’analisi economica e politica dei sistemi di lavoro che producono l’intelligenza artificiale e la vita di chi lavora in tale contesto mostrando tanto gli elementi di novità quanto quelli che riprendono le modalità produttive e di sfruttamento del passato.

Nel far emergere i percorsi di produzione dell’IA riecheggia la storia coloniale dell’estrazione e dello sfruttamento per mezzo del saccheggio sistematico e di accordi commerciali asimmetrici. […] La colonizzazione fa parte della logica strutturante dell’intelligenza artificiale, sia nel modo in cui viene implementata che in quello in cui opera. L’IA è costruita attraverso una divisione internazionale del lavoro digitale, in cui i compiti sono distribuiti tra una forza lavoro globale con i lavori più stabili, ben pagati e desiderabili, situati nelle città chiave degli Stati Uniti, e i lavori più precari, poco pagati e pericolosi, esternalizzati verso località periferiche del Sud globale. I minerali chiave che risultano indispensabili per l’IA vengono estratti e lavorati in queste aree geografiche e trasportati in zone di assemblaggio speciali per essere trasformati in prodotti tecnologici, come ad esempio i chip di ultima generazione necessari per i grandi modelli linguistici. Queste pratiche riproducono schemi coloniali ben collaudati, in cui i paesi occidentali fanno leva sul loro dominio economico e si arricchiscono estraendo minerali e manodopera dai territori periferici. I risultati dell’IA generativa rafforzano le gerarchie coloniali poiché molti dei dataset e dei benchmark comuni su cui vengono addestrati i modelli privilegiano le forme di conoscenza occidentali e possono riprodurre, attraverso gli stereotipi contenuti nei dati, pregiudizi nei confronti di gruppi subalternizzati che sono già mal rappresentati e discriminati (pp. 25-26).

Tra le storie raccolte nel volume si trovano i racconti degli abominevoli video a cui sono sottoposti quanti si occupano di moderazione dei contenuti, dell’alienante lavoro di chi deve annotare dati od opera in un data center e di chi si ritrova a da essere replicato dall’intelligenza artificiale. Oltre a documentare lo sfruttamento, il volume mostra anche l’emergere di conflittualità, come nel caso di chi si trova a fronteggiare le implicazioni etiche della tecnologia che sta contribuendo a costruire, o di chi, per ottenere un aumento salariale, si prodiga nell’organizzazione di uno sciopero selvaggio o nel mettere in piedi un’organizzazione sindacale nel settore in cui lavora. Gli autori tratteggiano anche la nascita di movimenti transnazionali di lavoratori e lavoratrici determinati a lottare per migliorare le condizioni di lavoro e ripensare l’uso delle tecnologie.

Nelle ultime pagine del volume, dopo le testimonianze di chi – tra il Kena, l’Uganda, l’Islanda, l’Inghilterra e diverse altre località sparse per il mondo – si trova a lavorare per la macchina estrattivista del nuovo millennio, gli autori riportano le parole pronunciate il 2 dicembre 1964 da Mario Savio, uno studente attivista dell’Università di Berkeley in California, per denunciare il malessere provato nel sentirsi relegato a ingranaggio di una dannata macchina di sfruttamento ed esprimere il desiderio di ribellarsi ad essa. All’epoca la macchina estrattiva IA non esisteva, ma le parole pronunciate oltre sessant’anni fa restano spendibili ancora oggi:

C’è un momento in cui il funzionamento della macchina diventa ripugnante, ti fa stare così male che non puoi più farne parte; non puoi nemmeno partecipare passivamente, e devi mettere il tuo corpo sugli ingranaggi, sulle ruote, sulle leve, su tutto l’apparato, e devi farlo smettere (cit. p. 281).


We are not robots – serie completa 

 

 

]]>
Il nuovo disordine mondiale / 35 – Come iniziano e come vanno a finire le guerre https://www.carmillaonline.com/2026/04/15/il-nuovo-disordine-mondiale-35-come-iniziano-e-dove-finiscono-le-guerre/ Wed, 15 Apr 2026 20:00:34 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94064 di Sandro Moiso

Peter Fleming, Il destino dell’ammiraglio Kolčak, Edizioni Medhelan, Milano 2024, pp. 300, 26 euro

Potrà sembrare un argomento distante dall’attualità, anche bellica, ma la storia di intrighi, tradimenti, alleanze incerte, signori della guerra e semplici banditi oltre che di mire imperiali di vario genere e di una rivoluzione, che doveva ancora assurgere alla sua piena valenza mitopoietica prima che politica, narrata da Peter Fleming nello studio appena pubblicato dalle edizioni Medhelan, Il destino dell’ammiraglio Kolčak, comparso nell’edizione originale inglese nel 1963, può essere di grande utilità per comprendere ancora oggi i meccanismi reali e concreti che conducono alle [...]]]> di Sandro Moiso

Peter Fleming, Il destino dell’ammiraglio Kolčak, Edizioni Medhelan, Milano 2024, pp. 300, 26 euro

Potrà sembrare un argomento distante dall’attualità, anche bellica, ma la storia di intrighi, tradimenti, alleanze incerte, signori della guerra e semplici banditi oltre che di mire imperiali di vario genere e di una rivoluzione, che doveva ancora assurgere alla sua piena valenza mitopoietica prima che politica, narrata da Peter Fleming nello studio appena pubblicato dalle edizioni Medhelan, Il destino dell’ammiraglio Kolčak, comparso nell’edizione originale inglese nel 1963, può essere di grande utilità per comprendere ancora oggi i meccanismi reali e concreti che conducono alle guerre e, successivamente, alle vittorie o sconfitte che sono, prima o poi, destinate a concluderle.

La guerra di cui si parla nel testo di Fleming è quella civile, successiva alla Rivoluzione d’Ottobre, che si sviluppò tra il 1918 e il 1921 in Russia, che vide come principali protagoniste le armate rosse bolsceviche da un lato e quelle bianche filo-zariste, appoggiate da diversi paesi appena usciti oppure ancora coinvolti nel primo conflitto mondiale, dall’altro. Una guerra dilaniante e devastante da cui sarebbero uscite vincitrici le armate rosse poste sotto il comando di Leone “Lev” Trockij in qualità di Commissario del Popolo alla Guerra. Anche se la lettura del libro di Fleming aiuta a comprendere come quest’ultima parte della narrazione faccia parte di una storia ben più intricata e complessa.

Al cui centro l’autore pone la figura, allo steso tempo tragica e meschina, dell’ammiraglio Kolčak mentre accompagna il lettore attraverso gli alterni destini dell’esercito contro-rivoluzionario; fino alla definitiva sconfitta delle armate bianche e alla cattura e fucilazionei dello stesso Kolčak da parte dei Bolscevichi. Una narrazione, che costituisce anche l’ultima opera di Fleming, condotta con la professionalità dello storico e, allo stesso tempo, con gli occhi del viaggiatore che aveva conosciuto i luoghi estremi della Russia orientale e dell’Asia Centrale.

Robert Peter Fleming (Londra 1907 – Glencoe 1971), è stato uno scrittore, giornalista e militare britannico, noto soprattutto per essere il fratello di Ian Fleming (1908-1964), il ben più celebre autore dei romanzi di James Bond alias agente 007.

The Fate of Admiral Kolchak è la seconda opera di carattere storico di Fleming pubblicata dalle edizioni Medhelan, dopo Baionette a Lhasa. L’invasione britannica del Tibet (ed. originale Bayonets to Lhasa: The First Full Account of the British Invasion of Tibet in 1904 – 1961). Mentre le edizioni Dall’Oglio avevano pubblicato il suo The Siege at Peking (ed. originale 1959), una relazione sulla ribellione dei Boxer e l’assedio di Pechino del 1900, con il titolo La rivolta dei Boxers, già nel 1965.

Anche se l’autore inglese, per formazione e convinzioni, non può essere certo annoverato tra gli ammiratori della Rivoluzione russa e del Partito bolscevico, nella sua ricerca, pur manifestando una certa simpatia per la figura di Kolčak, sceglie spesso l’imparzialità di giudizio, accompagnata talvolta da una certa dose di ironia, nella descrizione degli eventi narrati. Come afferma infatti egli stesso nella Prefazione:

Il mio interesse per gli eventi descritti in queste pagine risale all’autunno del 1931 quando, all’età di ventiquattro anni, intrapresi per la prima volta un viaggio lungo la Transiberiana. All’epoca sapevo ben poco della guerra civile che si era conclusa un decennio prima ma, notando gli scarni scheletri di filo spinato che ancora fiancheggiavano la maggior parte dei ponti e i fori di proiettile non ancora cancellati dagli edifici delle stazioni, mi ritrovai spesso ad interrogarmi sulla lotta che aveva lasciato quelle piccole cicatrici in angoli dimenticati di una terra vuota e sconfinata. Negli anni successivi ho trascorso molto tempo in Manciuria e nelle zone periferiche della Cina settentrionale e nordoccidentale e ho ascoltato, spesso dalla bocca di chi vi aveva preso parte, molte storie sulla guerra civile in Siberia.
[…] Il contesto politico dell’episodio è complesso. La Siberia fu solo uno della mezza dozzina di scenari russi in cui intervennero gli Alleati. Quell’intervento non fu il risultato di una politica concordata: venne intrapreso da ciascuna delle Potenze con motivazioni diverse. Le speranze, le paure e le illusioni che le animavano non rimasero mai costanti a lungo, poiché l’incedere degli avvenimenti al di fuori della Russia superava o rendeva obsoleti i presupposti, per lo più infondati, su cui si basavano i piani degli alleati. L’effetto di tutto ciò è quello di produrre una sorta di palude della storia. In questo pantano è necessario farsi strada1.

In poche righe l’autore condensa il significato di una storia politica, militare e personale atta a comprendere non soltanto le vicende di allora, ma anche le contraddizioni, gli errori prospettici e militari e le giustificazioni, spesso farlocche, dei conflitti odierni e di alcuni personaggi solo apparentemente centrali nel loro attuale e confuso svolgimento. Un autentico pantano, ieri come oggi, in cui non è facile districarsi e in cui occorre assolutamente evitare di addentrarsi armati soltanto di strumenti di carattere ideologico.

Tanto per iniziare occorre perciò ricordare che l’elemento portante per l’avvio successivo della guerra civile in Russia, più che dalla Rivoluzione in sé, fu costituito dal trattato di pace stipulato tra la Russia bolscevica e gli Imperi centrali il 3 marzo 1918 nell’odierna Bielorussia, presso la città di Brest, al tempo conosciuta come Brest-Litovsk, che di fatto sancì la resa e l’uscita della Russia dalla prima guerra mondiale.

La promessa mantenuta da Lenin e dal suo partito di porre immediatamente fine alla partecipazione al macello imperialista, che al contrario non era stata minimamente presa in considerazione dal governo provvisorio di Kerensky rovesciato nell’ottobre del 1917, avrebbe così paradossalmente dato fuoco alle polveri su gran parte del territorio appartenente all’ormai ex-impero zarista. Una sanguinosa dimostrazione, certo non soltanto simbolica, dell’insofferenza del capitale e delle leggi che lo regolamentano per ogni autentico trattato destinato a porre fine alla guerra.

Ciò che risulta chiaro dall’analisi dei fatti condotta da Fleming è che dalle forze alleate la pace di Brest-Litovsk fu considerata un tradimento di fronte da parte della Russia, più che la prima e reale conseguenza di una rivoluzione che, prima ancora che dall’iniziativa bolscevica, era stata avviata dalla diserzione e dall’abbandono del posto di combattimento da parte di un milione e mezzo di soldati russi ritiratisi dalle prime linee nell’inverno tra il 1916 de il 1917 e dall’insorgenza delle giovani operaie di San Pietroburgo nel febbraio del ’172.

Quando nel 1914 Francia e Gran Bretagna scesero in campo contro gli Imperi tedesco e austro-ungarico, riponevano grandi speranze nell’alleato orientale. Il “rullo compressore russo” si rivelò ben presto una macchina che, per quanto innegabilmente ponderosa, […] dopo i primi mesi tendeva a muoversi all’indietro invece che in avanti, e richiedeva un grande sostegno in termini di rifornimenti che non potevano essere distolti dal fronte occidentale […]; ma almeno vi era un fronte russo, e per di più molto lungo. Vi erano concentrate centinaia di migliaia di truppe del nemico: a esso dovevano essere continuamente distribuiti, per quanto il nemico fosse a corto di scorte, per quanto le sue fabbriche fossero sotto pressione, i rifornimenti regolari [e] fu quindi con una certa incredulità, oltre che con allarme e indignazione, che Francia e Gran Bretagna osservarono la Russia ritirarsi dalla guerra quasi da un giorno all’altro3.

Il trionfo del bolscevismo e della rivoluzione in Russia costituì un fenomeno di portata storica, ma sul momento le sue conseguenze immediate più importanti furono, dal punto di vista degli alleati, soprattutto, se non esclusivamente, di ordine militare.

Il 21 marzo 1918 i tedeschi lanciarono l’ultima e più grande offensiva in Occidente. La Quinta Armata britannica arretrò di fronte a essa. L’intero fronte occidentale cedette. Parigi venne bombardata a lungo. Come se fossero stati liberati da un disgelo nefasto, fiumi di scritte in piccolo cominciarono di nuovo a inondare i giornali quando vennero pubblicati gli elenchi dei caduti. In quelle settimane di disperazione nacque l’impulso a intervenire. Sarebbe nato se i bolscevichi fossero stati buddisti o liberali gladstoniani, o qualsiasi altra cosa4.

Gli storici, sia sovietici che non, nelle ricostruzioni successive sembrano aver ignorato, se non rimosso, questa semplice verità, preferendole spesso una ricostruzione in cui a far la parte del leone sarebbe stata invece la chiara e inflessibile volontà imperialista di strangolare e soffocare l’esperimento socialista dello Stato sovietico fin dal suo primo apparire.

Nonostante i segnali di stanchezza nei confronti della guerra avvertibili nella società russa e nel suo esercito fossero da tempo evidenti, così come avevano iniziato ad esserlo anche sul fronte occidentale:

né la Francia né la Gran Bretagna si resero conto di quanto la situazione in Russia fosse precipitata durante il 1917. Entrambi i governi avevano ricevuto rapporti inquietanti dai loro rappresentanti a Pietrogrado e altrove; ma era da molto tempo che non si leggeva un rapporto dalla Russia che non fosse inquietante, e nell’anno di Passchendaele e Caporetto5 gli alleati tendevano, e forse dovevano, guardare agli eventi in Russia con un certo distacco. Ormai si aspettavano poco o nulla ma certo non si aspettavano il peggio. Così quando il peggio arrivò, e videro all’improvviso che la Germania poteva d’ora in poi combatterli con entrambe le mani, non furono disposti come forse avrebbero dovuto a fare sconti alla nuova Russia […] Ricordando le grandi speranze che un tempo avevano riposto nella Russia, i solenni trattat che avevano cofirmato e i prodigiosi aiuti finanziari e materiali che aveva ricevuto, non vedevano nella sua defezione altro che un semplice tradimento; e ben presto si convinsero che questo sviluppo imprevisto, così propizio dal punto di vista della Germania, doveva essere stato provocato da complotti e tangenti tedesche6.

Fermiamoci un attimo e osserviamo le conseguenze di tali convinzioni e ricostruzioni in cui la spontaneità del rifiuto della guerra e delle condizioni e dei sacrifici da essa imposti, che è alla base della rottura in seno alla società russa e con il suo Stato definitivamente messa in opera dal partito di Lenin nell’Ottobre, viene rimossa quasi del tutto sia nelle ricostruzioni ex-post ad opera degli studiosi filo-sovietici dei decenni successivi, che preferirono, e ancora preferiscono, darne una ricostruzione decisamente più ideologica e partitica, che dai politici e dai comandi militari occidentali che in tutto ciò seppero soltanto, ed erroneamente, cogliere il complotto e il tradimento.

Incapaci di leggere, ieri come oggi, i movimenti profondi del malcontento di classe e dell’autonomia operativa dell’antagonismo nei confronti del modo di produzione dominante, delle sue leggi e delle sue conseguenze. Una lezione che anche oggi non andrebbe invece mai dimenticata.

Entrambe le ipotesi erano false. Lenin, Trockij e i loro collaboratori non erano interessati alla guerra. Poiché il concetto di lealtà verso gli alleati capitalisti di un regime imperialista non trovava posto nella loro ideologia, […] per le loro menti dure e stracolme di idee una simile accusa (di tradimento – NdR) sarebbe parsa frivola più che eretica. Nessuno di loro era al soldo dei tedeschi7.

Paradossalmente, però, un secondo importante, anche se casuale, elemento per lo scatenamento della guerra civile e dell’intervento alleato in Russia, fu costituito proprio dalla stanchezza dei soldati nei confronti della guerra, delle sue conseguenza e della prigionia che ne era derivata per molti di loro. A dimostrazione di ciò può servire quanto avvenne a Čelyabinsk, una località all’epoca di scarsa importanza situata lungo la ferrovia che dagli Urali corre verso la grande pianura siberiana, il 14 maggio 1918.

In quella data, nella summenzionata stazione, si incrociarono diversi treni carichi di prigionieri di guerra, tutti appartenenti all’esercito imperiale austro-ungarico, ma con mete differenti. Quello diretto verso ovest era un treno carico di soldati austriaci e ungheresi destinati ad essere riportati in patria dopo essere stati liberati in seguito agli accordi intervenuti tra la Russia sovietica e gli Imperi centrali nel marzo di quell’anno.

Su quelli diretti a Oriente, nello specifico in direzione del porto russo di Vladivostock, viaggiavano i soldati del Primo Corpo d’Armata cecoslovacco che, a differenza degli altri, erano considerati apolidi poiché le terre boeme di origine facevano ancora parte dell’Impero asburgico, ma erano stati riconosciuti in febbraio dal governo bolscevico come parte autonoma dell’armata cecoslovacca dislocata in Francia. Per questo motivo dovevano rientrare in Europa seguendo un percorso più tortuoso e via mare per andare a rinforzare il fronte occidentale, messo sotto pressione dai tedeschi, su richiesta del Consiglio supremo di guerra alleato.

Il treno cecoslovacco a Čelyabinsk era l’anello di una catena frammentata; lungo le 5.000 miglia di ferrovia tra il Volga e il Pacifico c’erano sessanta o settanta treni cechi […]. I treni di testa avevano già raggiunto Vladivostock, ma durante l’ultima parte di aprile il movimento verso est dei treni di coda, lento e imprevedibile nel migliore dei casi, si era praticamente arrestato.
A Čelyabinsk non c’era simpatia tra i viaggiatori diretti a est e quelli diretti a ovest. I cechi vedevano negli austriaci e negli ungheresi un odioso popolo di presuntuosi, personificazione della tirannia di cui desideravano liberarsi; mentre ai prigionieri di ritorno, i cechi – molti dei quali avevano disertato o si erano arresi alla prima occasione alle armate dello zar – apparivano come dei traditori. Da parte ceca, un motivo di risentimento più immediato risiedeva nella consapevolezza che ai prigionieri invidiabilmente diretti a casa era stata data la precedenza ferroviaria8.

Fu quindi sufficiente un nonnulla per scatenare una violenta rissa in cui un soldato ceco perse la vita. Così i cechi, che a differenza degli altri portavano con sé le armi, bloccarono il treno diretto a ovest, si fecero consegnare l’ungherese colpevole dell’omicidio e lo linciarono sul posto. Per tale motivo un distaccamento di Guardie rosse giunse alla stazione per portare nella prigione della città diversi cechi come “testimoni”.

Da questo fatto e dal successivo tentativo riuscito dei soldati cechi di “liberare” i loro commilitoni trattenuti in città si svilupparono conseguenza che possono essere considerate tra le più decisive per la successiva guerra civile poiché la dura risposta del governo sovietico, che intervenne in maniera repressiva su indicazione di Trockij e non seppe tener conto della situazione psicologica dei soldati dell’armata ceca, così come invece aveva saputo fare a proposito delle richiesta di cessazione del conflitto da parte dei soldati russi, spinse i distaccamenti cechi, dispersi lungo la linea ferroviaria, ad occupare molte stazioni, avamposti militari e cittadine siberiane in direzione di Vladivostock.

Ma proprio in quel porto continuavano ad essere assenti o scarsamente presenti le navi a disposizione per il trasferimento delle divisioni ceche verso il fronte occidentale, mentre vi era una piccola concentrazione di navi da guerra alleate, il cui compito era quello di:

sorvegliare, come meglio potevano, le enormi giacenza di materiale bellico che si trovavano all’interno o intorno al porto. Queste scorte per un valore di un miliardo di dollari, erano state fornite alla Russia dagli Alleati che poi aveva abbandonato; non solo non erano state pagate ma c’era – o sembrava esserci – il pericolo che questo materiale, dopo essere stato trasportato verso ovest, finisse nelle mani dei tedeschi9.

A questo timore, per gli alleati, andava aggiunto quello derivante dalla grande massa di prigionieri turchi, tedeschi, austro-ungarici e di altri paesi che si trovavano in mano ai russi.

Di questi senza contare i turchi ce n’erano circa un milione e mezzo; solo il dieci per cento circa erano tedeschi; la metà, o forse più della metà, si trovavano in Siberia. Dopo la ratifica del trattato di Brest-Litovsk gli uomini, molti dei quali godevano già di un’ampia libertà personale, cessarono tecnicamente di essere prigionieri. Ma in ragione delle condizioni caotiche delle ferrovie russe, il rimpatrio fu, nella migliore delle ipotesi, molto lento e cominciarono ad arrivare notizie che questi grandi contingenti di soldati dispersi venivano armati o si stessero armando. Non passò molto tempo prima che i prigionieri assumessero lo status di spauracchi strategici. Non è mai stato chiarito con esattezza in che modo si pensava potessero danneggiare la causa alleata. Era sufficiente che venissero considerati tedeschi e, sebbene la stragrande maggioranza di loro non fosse nulla di tutto questo, tanto bastava per ammantarli di mistero e di minaccia sullo sfondo chimerico di una cospirazione bolscevico-tedesca. Gli inglesi temevano che quelli detenuti in Turkestan potessero costituire il nucleo di una minaccia per l’India10.

Incapaci di liberarsi dei fantasmi del “Grande Gioco”, che era stato condotto per quasi due secoli tra l’impero zarista e quello britannico per il controllo dell’Asia centrale e del sub-continente indiano11, gli inglesi soprattutto risultavano essere totalmente incapaci di comprendere le nuove condizioni politiche venutesi a creare dopo la Rivoluzione d’ottobre. Il cui unico spauracchio in quel momento era rappresentato, sempre per i rappresentanti alleati, dal fatto che i prigionieri potessero essere reclutati nell’esercito russo.

Questa, come molte altre affermazioni dello stesso tenore era una sciocchezza, Era comunque vero che le autorità sovietiche stavano facendo del loro meglio per indurre i prigionieri a rinunciare a servire il proprio paese e a unirsi all’Armata Rossa […]; ai prigionieri veniva data la possibilità di entrare in azione diventando “internazionalisti”, come venivano chiamati quelli che si arruolavano. Più tardi, quando Trockij si accinse a ricostruire l’Armata Rossa, la necessità di reclute, e soprattutto di uomini già addestrati, fece sì che venissero privilegiati i prigionieri di guerra. Fin dall’inizio i volontari erano stati deludentemente scarsi, ma [comunque] venne costruito sulla carta un considerevole contingente di internazionalisti, [anche se] sembra che rappresentasse solo il cinque o il sei per cento del numero totale dei prigionieri., pochissimi dei suoi membri arrivarono ad essere armati e agli internazionalisti non fu permesso, tranne in un paio di casi, di formare distaccamenti propri, ma vennero distribuiti in diversi scaglioni tra le unità russe12.

Occorre, per analizzare a fondo i fatti storici inerenti quel periodo, comprendere, esattamente come per le diserzioni sul fronte russo, a Caporetto, in Francia e per le proteste dei soldati inglesi dislocati ad Arkhangelsk e per quelli americani destinati a proteggere la linea transiberiana tra il 1918 e il 1919, che tali iniziative, quasi sempre spontanee e di massa, derivavano più dalla stanchezza per la guerra e il servizio militare in sé che non da una precisa scelta di campo ideologica. Così come quella dei marinai della portaerei Gerald Ford che qualche settimana fa è stata danneggiata gravemente da un incendio, molto probabilmente doloso, sviluppatosi a partire dalle lavanderia. Cosa che ha costretto i comandi americani a ritirarla dalla posizione assunta nel Mar Mediterraneo per sostenere le operazioni nel Golfo Persico per farla riparare prima in un porto greco e successivamente a riprendere la via del ritorno verso gli Stati Uniti, dopo una permanenza in mare durata ben oltre i sei mesi di servizio attivo programmato normalmente per le portaerei americane.

Sarebbe stato inoltre il caso da parte dei comandi alleati, che già nel luglio del 1918, su suggerimento dell’addetto militare britannico a Pechino, affermavano che non c’era dubbio che in Trans-Baikalia l’influenza tedesca stesse pericolosamente aumentando, di considerare gli uomini non soltanto come pedine, ma come tutt’altro che immuni alla nostalgia di casa, alla malnutrizione, alle malattie e alla demoralizzazione.

Il buon senso avrebbe dovuto dire agli strateghi alleati che i prigionieri di guerra, molti dei quali per più di tre anni erano stati ammassati in condizioni spaventose, che appartenevano a una mezza dozzina di razze reciprocamente antipatiche e tra i quali gli ufficiali erano divisi dai soldati, non avrebbero mai potuto costituire più di un fattore trascurabile nella situazione russa. Il buon senso però non era certo un ingrediente fondamentale della strategia interventista13.

E’ proprio la casualità del moto, ancor più che la sua causalità, che deve infatti essere compresa da chi voglia opporsi all’esistente, motivo per cui la funzione di un ‘eventuale direzione politica o partito non è quella di creare, ma di comprendere le condizioni in cui sia possibile agire in maniera utile e, possibilmente, vincente. Mentre, come affermava già Marx, «il bue borghese crede e diffonde» le stesse falsità che ha contribuito a creare14, ieri con i giornali e oggi con i social media così massivamente usati da politici e capi di governo per ogni “sommaria” comunicazione!

D’altra parte se gli Alleati si stavano lentamente avvicinando alla decisione di intervenire partendo da indizi sbagliati, anche i bolscevichi furono a tratti confusi da fenomeni come quello dei soldati cechi in rivolta che sembravano operare secondo chissà quali ordini invece che per se stessi. Così come dalla presenza di vari signori della guerra che cercavano di spadroneggiare tra le grandi pianure della Siberia e la vicina Manciuria per scopi prevalentemente banditeschi, approfittando del crollo dell’ordine precedente.

Tra questi un ruolo di rilievo sarebbe stato svolto da un ataman cosacco, un ventottenne capitano di nome Grigori Semënov, compagno per un periodo del famigerato barone Ungern-Stemberg15 che si sarebbe guadagnato nella guerra civile una reputazione di sadica brutalità superata da ben pochi rivali, che con un rapido colpo di mano si era assicurato il controllo di una piccola località, Manzhouli, appena all’interno della frontiera della Manciuria, in cui la Transiberiana si collegava alla Ferrovia Orientale cinese, che forniva la via più diretta per Vladivostock.

Prima di comprendere che il cosacco operava sotto la guida delle autorità giapponesi, interessate già all’epoca ad estendere il dominio imperiale sulla Cina, gli alleati videro in lui un potenziale punto di riferimento per il controllo del territorio siberiano a occidente del porto russo. La sua piccola armata di seicento “canaglie” (di cui due terzi erano costituiti da mongoli e cinesi) venne sbaragliata, nella sua avanzata, da un contingente, che comprendeva alcuni prigionieri di guerra ungheresi, al comando di Lazo, un capo partigiano bolscevico di talento, ma nonostante ciò suscitò tra i francesi e gli inglesi un certo interesse. Così, nei primi giorni di febbraio del 1918, Semënov ricevette 10.000 sterline e gli inglesi gli promisero una somma simile per ogni mese a venire.

Anche i francesi, informati di questa transazione, cominciarono a sovvenzionare Semënov, mentre i giapponesi fornirono – oltre ai soldi – armi e munizioni e un certo numero di “volontari” che arrivarono a Manzhouli in borghese e, oltre a presidiare i cannoni da campo di Semënov, costituirono il fiore della sua fanteria. […] Il Giappone, unico tra i tre benefattori di Semënov, esercitò una certa misura di controllo sulle sue attività16.

Le illusioni riconducibili alla figura di Semënov, sul quale gli alleati europei smisero ben presto di far conto, sono da ricordare soltanto per sottolineare le profonda confusione, le contraddizioni e le rivalità che animavano lo schieramento dei fautori dell’intervento in Russia. Così, anche se una fotografia contenuta nel volume ci mostra i rappresentanti di nove paesi17 apparentemente uniti dallo scopo comune, in realtà gli obiettivi rimanevano spesso confusi e sostanzialmente nemici tra di loro.

L’unica cosa che inglesi e francesi continuavano a sbandierare era il pericolo rappresentato dalle “forze tedesche” ancora presenti sul campo durante il maggio-giugno dello stesso anno, quando le commissioni tedesco-austriache arrivarono in Russia per definire le condizioni del rimpatrio dei soldati. Cosa che, tra le altre, aveva fatto sì che il riarruolamento degli “internazionalisti” nelle armate sovietiche fosse sospeso.

Tuttavia ciò non impedì agli Alleati di continuare a parlare, e infine di agire, come se ampie quanto imprecisate zone di territorio russo ospitassero importanti concentrazioni di truppe nemiche. Ancora nel settembre 1918 – almeno due mesi dopo che l’ultimo magiaro perplesso aveva restituito il proprio obsoleto fucile Berdan ai magazzini del quartier generale – il Primo Ministro britannico si congratulava con il dottor Masaryk18 per gli “eclatanti successi dalle forze cecoslovacche contro gli eserciti di truppe tedesche e austriache in Siberia”19.

Certo non è stata soltanto la guerra in Iraq ad avere bisogno di inesistenti “pistole fumanti” per giustificare interventi militari destinati soltanto al fallimento dopo inutili distruzioni di vite umane. Mentre la politica militare condotta dal Giappone in Siberia serve a rivelare, insieme a quella americana, la profonda diversità di vedute e di obiettivi tra gli “alleati”. Infatti, mentre Semënov, autentico fantoccio dei giapponesi, si era installato a un’estremità della Ferrovia Orientale cinese:

all’altra estremità, saldamente confinato in un luogo chiamato Pogranichnaia, un altro leader cosacco, di nome Kalmykov, un delinquente minore ma per certi versi più rivoltante di Semënov, era ancora più alle dipendenze dei padroni giapponesi.
Cosa ancor più importante di tutti questi intrallazzi, il Giappone concluse a metà maggio un accordo militare segreto con la Cina che prevedeva la cooperazione tra le rispettive forze armate se “il nemico” avesse minacciato i loro territori o “la pace o la tranquillità generale in Estremo Oriente”. Poiché il nemico non veniva identificato, i limiti geografici dell’Estremo Oriente non erano definiti e non veniva offerta alcuna interpretazione di ciò che poteva essere considerato una minaccia alla pace generale e alla tranquillità, il trattato dava di fatto al Giappone il diritto di dispiegare le proprie truppe sul territorio cinese ogni volta che avesse voluto inventarsi un pretesto per farlo. [Il Giappone] Voleva consolidare la propria sfera d’influenza in Manciuria. [I suoi] obiettivi finali erano quindi diametralmente opposti, anche se non dichiaratamente, a quelli degli alleati. L’ultima cosa che il Giappone voleva era proprio […] un’amministrazione russa forte e stabile in Siberia. Il Giappone aveva tutto l’interesse a creare l’anarchia, o perlomeno il sistema di signori della guerra che Semënov, con il suo aiuto, aveva così vividamente esemplificato20.

Se al lettore paziente tutto ciò facesse venire in mente non soltanto l’attuale politica di Israele nei confronti del Medio Oriente, ma anche il miglior romanzo a fumetti di Hugo Pratt21, non sarebbe molto lontano dal vero e proprio per questo motivo si è scelto di illustrare questo articolo con immagini provenienti dai bozzetti preparatori o dalle pagine dello stesso.

Ma ancor più destinato a creare confusione fu l’intervento americano, per giustificare il quale l’allora presidente Wilson scrisse pagine degne del miglior Donald Trump, in piena crisi di senescenza personale e imperiale americana. Una decisione di intervento, ratificata il 6 luglio del 1918, a favore di quella che, nel frattempo, era stata denominata Legione ceca, ovvero quell’insieme di circa 40.000 soldati, di cui 12.000 arrivati a Vladivostock in attesa di navi che non c’erano, dislocati lungo i 4.800 chilometri della Transiberiana tra Irkutsk e Penza. Una decisione presentata da Wilson al suo Segretari di Stato e successivamente agli ambasciatori alleati per mezzo di un memoir composto alla macchina da scrivere dallo stesso presidente22.

«L’azione militare», vi si affermava, «è ammissibile in Russia […] solo per aiutare i cecoslovacchi a consolidare le proprie unità, a cooperare con successo con i fratelli slavi e per sostenere qualsiasi sforzi di autogoverno o di autodifesa in cui i russi stessi potrebbero essere disposti ad accettare aiuto.» E anche se una nuova versione presentata successivamente avrebbe ripreso il pericolo rappresentato dai prigionieri armati tedeschi e austriaci, quel documento non aveva quasi alcun significato: «Quali russi? Autodifesa contro chi? E soprattutto cosa aveva a che fare con la vittoria della guerra contro la Germania il fatto che i cechi “potessero collaborare con successo con i loro fratelli slavi”?»23 Soprattutto una volta considerato il fatto che molti fuggitivi e ufficiali russi filo-zaristi avevano dato vita ad Harbin ad una comunità piuttosto numerosa, presieduta dal generale Horvat, dove:

Nelle sale pubbliche sovraffollate dell’Hotel Moderne gli speroni tintinnavano senza posa, risuonavano brindisi patriottici e gli occhi si riempivano di lacrime. Gli opinionisti anatomizzavano i pettegolezzi, le canaglie portavano avanti intrighi e gli speculatori facevano fortuna. Si scambiavano saluti, si baciavano le mani, si lucidava l’elsa della spada. Ma a parte qualche losco e deplorevole avventuriero nessuno lasciò la scena di questo tableau vivant marzial-patriottico per prendere un treno verso il fronte24.

E se tutto ciò, ancora una volta, suggerisse al lettore qualche parallelo con le politiche internazionali, e soprattutto europee, nei confronti del conflitto russo-ucraino attuale…beh, ancora una volta non si sbaglierebbe di certo. Così come sembra confermare l’immagine di un territorio frammentato in vari governatorati e percorso da piccoli e grandi eserciti, ognuno rispondente ad esigenze ed interessi diversi.

Deve essere allora chiaro, in chiusura, che il successivo ruolo svolto dall’ammiraglio russo Aleksandr Vasil’evič Kolčak (San Pietroburgo 1874-Irkutsk 1920), ex-comandante della flotta russa del Baltico destituito dall’incarico a seguito della Rivoluzione, nella posizione assunta nelle armate Bianche dopo essersi volontariamente presentato ai comandi alleati per continuare a battersi anche come semplice soldato, tanto da far ipotizzare in un primo tempo ai comandi britannici di usarlo in Mesopotamia, sarebbe stato destinato all’insuccesso fin dall’inizio.

Nonostante i suoi progetti di liberare la famiglia del zar, che non contribuirono ad altro che a indurre i bolscevichi ad eliminarne tutti i componenti il più rapidamente possibile nella notte tra il 16 e il 17 luglio 1918 a Ekaterinburg; le sue iniziali vittorie e la fondazione di una Repubblica siberiana di cui si autonominò dittatore, Kolčak finì come tutti i mercenari di talento, come Wallenstein nella Guerra dei Trent’anni oppure Yevgeny Prigozhin nell’odierna guerra in Ucraina, ovvero tradito dai suoi stesi padroni, infastiditi da una personalità tendente ad ampliare i limiti entro cui avrebbe dovuto esclusivamente muoversi.

Kolčak avrebbe allora perso l’appoggio della legione Ceca e della Quinta divisione fucilieri polacca che si ritirarono dal conflitto già nell’ottobre 1918, mentre il nuovo comandante della Legione Ceca, il generale francese Janin, lo considerava un mero strumento dei britannici. Kolčak non poté neppure contare sull’aiuto dei giapponesi che temevano che volesse interferire con la loro occupazione dell’estremo oriente russo, mentre le truppe americane stanziate in Siberia finirono col dichiarsi strettamente neutrali riguardo “agli affari interni russi” e rimasero solo per sovraintendere alla “sicurezza” della Ferrovia Transiberiana.

Quando nel 1919 le forze dell’Armata Rossa riuscirono a riorganizzarsi e passarono al contrattacco, l’esercito di Kolčak iniziò a perdere terreno. I bolscevichi scatenarono la controffensiva nell’aprile, e, alla fine del mese di giugno, le forze di Michail Tuchačevskij sfondarono le difese dei Bianchi sugli Urali, catturando Čeljabinskil 25 luglio. Ma Kolčak era anche sotto la minaccia di nemici interni al proprio Stato: oppositori locali iniziarono a cospirare contro il suo potere e persino il supporto inglese venne meno, riponendo il governo britannico più fiducia in Denikin.

Kolčak fu costretto a lasciare Omsk, sede del suo comando, utilizzando la ferrovia Transiberiana il 13 novembre 1919; attraversando aree controllate dai Cecoslovacchi fu più volte fermato e successivamente dichiarato decaduto dal comando. Anche se a Kolčak fu promesso che sarebbe stato consegnato al comando britannico a Irkutsk, dove però, il 20 gennaio 1920, il governo della città aveva rimesso il potere nelle mani di un comitato bolscevico. A seguito dell’arrivo di un ordine da Mosca, fu condannato a morte e fucilato all’alba del 7 febbraio.

Anche se la guerra sarebbe finita circa due anni dopo, con la tragica repressione della ribelle Kronstadt e la disastrosa iniziativa di avanzata bolscevica e delle armate rosse sulla Vistola, che non avrebbe tenuto conto del fatto che la possibilità di un appoggio rivoluzionario in Germania era venuto meno con la repressione dell’insurrezione spartachista del gennaio 1919 da parte del socialdemocratico Noske, che aveva concesso piena libertà d’azione ai Freikorps formati da volontari nazionalisti, in realtà fruttò alcuni risultati degni di attenzione.

In particolare la disarticolazione dell’intervento alleato, cui alla confusione di intenti si sovrappose molto rapidamente il rifiuto dei soldati, soprattutto inglesi e americani, di continuare la permanenza e lo stato di belligeranza in Russia. La piena riaffermazione del governo bolscevico sui territori dell’ex-impero zarista e la diffusione verso l’Asia centrale e l’Estremo Oriente delle idee rivoluzionarie e socialiste. Diffusione che, contribuendo ad animare le iniziative rivoluzionarie in tutto l’area fino alla costituzione della Repubblica Popolare cinese e ancor più avnti nel tempo, compensò l’autentico scacco subito in Occidente dalle altalenanti politiche dell’Internazionale comunista, prima e dopo l’avvento dello stalinismo.

Se, infine, il disastro delle strategie alleate e delle armate bianche in Siberia nel corso del 1918-19 dovesse suggerire al paziente lettore un parallelo con il recente fallimento politico e militare americano nel Golfo Persico, non dovrebbe fare altro che leggere qui per trovare conferma delle proprie supposizioni.


  1. P. Fleming, Prefazione a Il destino dell’ammiraglio Kolčak, Edizioni Medhelan, Milano 2024, pp. 17-18.  

  2. Si veda: C. Miéville, Ottobre. Storia della Rivoluzione russa, Nutrimenti, Roma 2017.  

  3. P. Fleming, Il destino dell’ammiraglio Kolčak, Edizioni Medhelan, Milano 2024, pp. 35-36.  

  4. P. Fleming, op. cit., p. 37.  

  5. La battaglia di Passchendaele fu combattuta tra il 31 luglio e il 6 novembre 1917. L’obiettivo franco-britannico consisteva nel prendere possesso dei crinali meridionali e orientali nei pressi della città belga di Ypres nelle Fiandre, ma per le elevatissime perdite subite, i modesti risultati e l’incapacità dei generali britannici, la battaglia di Passchendaele nella storiografia britannica diventò sinonimo di fiasco militare, mentre lo storico militare Basil Liddell Hart la definì”il più triste dramma della storia militare inglese”.  

  6. Fleming, op. cit., pp. 38-39.  

  7. Ibidem, p.39.  

  8. Ibid., pp. 25-26.  

  9. Ivi, pp. 29-30.  

  10. ibid., p. 74.  

  11. Si veda: P. Hopkirk, Il Grande Gioco, Adelphi Edizioni, Milano 2004.  

  12. Fleming, op. cit., pp. 75-76.  

  13. Ivi, p. 75.  

  14. K. Marx – Lettera a Kugelmann del 27 luglio 1871.  

  15. Si veda: V. Pozner, Il barone sanguinario, Adelphi Edizioni, Milano 2012.  

  16. Fleming, op. cit., pp. 63-64.  

  17. Si tratta di una fotografia scattata a Vladivostock in cui sono presenti, in pose più o mene austere e marziali, gli ufficiali americani, giapponesi, polacchi, inglesi, rumeni, francesi, italiani, cinesi e cecoslovacchi dei contingenti militari presenti in città.  

  18. Tomáš Garrigue Masaryk, primo presidente della Cecoslovacchia eletto nel 1918.  

  19. Fleming, op. cit., p. 77.  

  20. Ibidem, pp. 86-89.  

  21. Corte Sconta detta Arcana, appartenente al ciclo di Corto Maltese e uscito originariamente a puntate su «Linus» tra il 1974 e il 1977.  

  22. Oggi avrebbe avuto a disposizione X, Truth o gli altri social usati quotidianamente da “The Donald”.  

  23. Fleming, op. cit., pp. 82-83.  

  24. Ivi, p. 64.  

]]>
Un altro reboot per il Dr. Mabuseterza parte https://www.carmillaonline.com/2026/04/14/un-altro-reboot-per-il-dr-mabuseterza-parte/ Tue, 14 Apr 2026 20:00:54 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93170 di Fabio Malagnini

III – Prove di piattaforma all’Hotel Luxor

Il rapporto tra il totalitarismo fascista e l’ipnosi – il potere più sinistro e caratterizzante di Mabuse – emerge dalla riflessione antifascista del Dopoguerra con la forza di un luogo comune. Theodor Adorno, filosofo e critico della cultura popolare, molto vicino a Lang durante il suo esilio californiano, osserva ad esempio che: «Il modello libidico del fascismo e l’intera tecnica dei demagoghi fascisti sono autoritari. È qui che le tecniche del demagogo e dell’ipnotizzatore coincidono con il meccanismo psicologico con cui gli individui vengono sottoposti alle regressioni che li riducono a semplici [...]]]> di Fabio Malagnini

III – Prove di piattaforma all’Hotel Luxor

Il rapporto tra il totalitarismo fascista e l’ipnosi – il potere più sinistro e caratterizzante di Mabuse – emerge dalla riflessione antifascista del Dopoguerra con la forza di un luogo comune. Theodor Adorno, filosofo e critico della cultura popolare, molto vicino a Lang durante il suo esilio californiano, osserva ad esempio che: «Il modello libidico del fascismo e l’intera tecnica dei demagoghi fascisti sono autoritari. È qui che le tecniche del demagogo e dell’ipnotizzatore coincidono con il meccanismo psicologico con cui gli individui vengono sottoposti alle regressioni che li riducono a semplici membri di un gruppo»1. Due anni dopo ribadirà lo stesso concetto nei Minima Moralia. Per uno storico del cinema come Joe McElhaney2, questa associazione potrebbe aver spinto Lang a riconsiderare in una luce anche più critica Mabuse, personaggio feticcio ma anche indesiderato doppelgänger del regista stesso, un anziano tedesco con il monocolo e un accento che l’americano medio associa ormai alle SS che vede dei film di guerra. E l’ipnosi, in cui si rispecchiano le origini letterarie di Mabuse, suona ora anch’essa come un cliché fascista. Non stupisce quindi che quando Lang dovrà nuovamente mettere mano al soggetto, rimettendo in discussione per un’ultima volta l’eredità del suo cinema, ne farà a meno: se l’ipnosi è il marchio del “vecchio” Mabuse, sarà quindi la prima feature a essere sacrificata, dovendo ora immaginare il seguito del mad doctor nella Germania di Adenauer, così diversa dall’edonismo di Weimar. Quando, dopo essersi rifiutato di girare il remake dei Nibelunghi, il regista accetterà invece quest’altra proposta, il suo commento sarà non a caso lapidario: “Il vecchio bastardo è morto e sepolto”. Lasciando pochi dubbi sui reali intenti di questo cambio di direzione.

Nel 1960, Lang, dopo il successo dei due film girati in India, rientra in Germania per realizzare, sempre per Artur “Atze” Brauner, quello che questa volta sarà il suo testamento cinematografico e non soltanto di Mabuse. Brauner, un ebreo tedesco di origini polacche, era un produttore instancabile, che in 70 anni produsse oltre 300 film. In quel momento raccontava in giro che la sua passione per il cinema era nata da ragazzo proprio durante la visione de Il Testamento del Dr. Mabuse. Un cerchio, insomma, dopo quasi 40 anni, si stava chiudendo attorno a Lang, con il nuovo progetto, mentre se ne apriva un altro, che arriverà in pratica ai giorni nostri. Grazie ai nuovi B movies di Mabuse, realizzati con una parte del cast originale, Brauner lancerà infatti due anni prima di Bond il cosiddetto Eurospy, un genere a basso costo che farà concorrenza al krimi tedesco, il “giallo” alla Edgar Wallace che teneva banco a cavallo degli anni ‘50 e ‘60. Come prima mossa, Brauner si assicura intanto i diritti di Mr. Tot aĉetas mil okulojn (Mr. Tot Buys A Thousand Eyes), un romanzo anteguerra a metà tra fantasy e detective story di Jan Fethke, uno scrittore che ora fa il regista nella DDR comunista. Un libro per lo meno insolito, non foss’altro che per essere stato scritto in esperanto. Secondo il critico Raymond Bellour, non bisogna farsi ingannare dalla confezione dimessa: «sotto la convenzionalità e la gratuità della serie, l’ultimo Mabuse rivela una tematica particolarmente urgente». Come nei due precedenti film con Brauner, «Lang smentisce la sua assoluta integrità: si fa gioco dei soggetti triti e ritriti che gli vengono offerti, come per una beffarda fedeltà a se stesso, ma nel suo terzo Mabuse sventa i giochi ultimi della visione e della vita, precipitando il mito in una riflessione che lo guida verso la sua realtà ultima: il cinema come possibile»3.

Il diabolico dottor Mabuse (Die 1000 Augen des Dr. Mabuse) si apre trent’anni dopo il Testamento, sulla Germania impacciata e ottimista del miracolo economico e della ricostruzione. In questa cornice, niente suona più fuori contesto del nichilismo di Mabuse che, rimosso dalla memoria collettiva, non sappiamo se dai nazisti o dal regime democratico, non figura più neppure tra i brutti ricordi. Sarà solo la dinamica del primo omicidio, con le auto della vittima e del killer entrambe ferme al semaforo, a ricordare a un poliziotto l’esecuzione, del tutto simile4 avvenuta trent’anni prima nel film precedente. Se là Mabuse tesseva la sua tela apparentemente sotto gli occhi di tutti, dalla cella di un manicomio, questa volta, nella meccanica del thriller, non conosceremo fino all’ultimo il “vero” volto del maestro del travestimento, ora interpretato da Wolfgang Preiss. Il suo smascheramento, alla fine, sarà poi solo uno spettacolo dimesso, che non rivela un memorabile criminale bensì un uomo, anzi un professionista, dall’aspetto ordinario. Se nel primo film lo spettatore non doveva conoscere in anticipo i travestimenti di Mabuse, benché fosse poi in qualche modo allertato dei suoi camuffamenti, qui, la maschera melodrammatica del sensitivo, ai cui poteri nessuno crede più, è delegata all’alter ego del criminale, l’istrionico Cornelius, mentre il “vero” Mabuse in definitiva non è che un altro volto anonimo tra la folla, o poco più. Un copycat che impersona un criminale morto da tempo, un significante vuoto che acquista un significato soltanto ripetendo i gesti di un passato che la Germania attuale è convinta di essersi lasciata alle spalle. Il titolo stesso del film Die 1000 Augen des Dr. Mabuse, (I 1.000 occhi del Dr. Mabuse) si riferisce evidentemente ai poteri del mad doctor, ora moltiplicati dalla tecnologia videoelettronica, ma può essere anche letto come un’allusione ai “mille occhi della folla” con cui ora quelli di Mabuse o, meglio, del suo imitatore, si confondono adesso. Come osserva McElhaney: «Ne I mille occhi, Mabuse diventa un modo per nominare qualcosa che in ultima analisi resiste all’essere nominato. In effetti, l’atto del nominare (avere un nome, assumere quello di un altro, ricordare quello di qualcun altro, scoprire uno pseudonimo) è centrale in questo film prodotto in un contesto di estrema incertezza»5. Dall’altra parte della barricata, le Forze del Bene si dividono tra le fattezze grassocce del commissario Kras (Gert Fröbe, il futuro Goldfinger), virtualmente erede di Lohmann, e quelle più dinamiche e atletiche di Henry B. Travers (il biondo Peter van Eyck, specializzato nelle parti da nazista), un miliardario americano abbastanza improbabile, con più di un piede nel complesso militare industriale del suo paese (missili, centrali atomiche, ecc). Sono le due facce della Deutsch-Amerikanische Freundschaft ma a nessuna delle due tocca propriamente la parte dell’eroe.

Il nucleo narrativo ruota intorno all’Hotel Luxor, un lussuoso complesso alberghiero, in parte ispirato al celebre Hotel Adlon, non molto diverso, stando alla testimonianza di Schlöndorff, dagli alberghi in cui nel 1960 Lang si nascondeva, tornato in una città che sentiva ormai irrimediabilmente estranea. Nel film si dice che la Gestapo lo utilizzasse ai tempi del Terzo Reich per il lavoro di intelligence. L’intero edificio è stato infatti cablato con un sistema di telecamere a circuito chiuso che permette di controllare dai monitor della sala controllo, posta nei sotterranei, ciò che avviene in ogni stanza e in ogni angolo dell’hotel. In pratica, un panopticon che trasforma lo stabile in una teca di cristallo e che consente a Mabuse e ai suoi uomini di spiare indisturbati, senza essere visti, rimanendo sempre un passo avanti rispetto al corso degli eventi. Il mondo del Luxor, dove il film si svolge quasi per intero, non è più il mondo classico delle porte segrete, ma uno spazio che si complica ad ogni passaggio aperto o specchio rotto, rafforzando la sensazione in un labirinto controllato elettronicamente. Oggi che qualsiasi metropoli conta più telecamere che abitanti, l’intuizione di Lang può sembrare una banalità, o persino una parodia del suo stile paranoico ma nel 1960 non era così. Dopo aver mostrato il cinema per la moderna macchina di propaganda che era – una macchina così perfetta da mettere soggezione inizialmente allo stesso Goebbels – dal punto di vista di Lang il video è semplicemente il passaggio più logico e conseguente. Al cinema occorrerà attendere gli anni Ottanta per ritrovare i temi anticipati da Lang ripresi in Videodrome (1980) da David Cronenberg e in Osterman Weekend (1983) da Sam Peckinpah.

I 1000 occhi rappresenta una progressione anche rispetto a ciò che Chion chiama “la perfetta acusmacchina”, il dispositivo dispositivo in grado di emulare la presenza umana da un centro di controllo non soltanto remoto e invisibile ma fuori dalla portata degli avversari, in modo da “non poter essere raggiunto né disinnescato”. Questa misteriosa stanza segreta non figura in effetti nel Testamento ed è significativo che ne I 1000 occhi diventi invece il centro operativo di Mabuse. Il passaggio dal suono alla visione richiede evidentemente al criminale anche un grado maggiore di segretezza. Guardando oltre l’analisi sincronica dei tre film, ciò che distingue veramente Die 1000 Augen des Dr. Mabuse è invece il fatto non essere un sequel ma qualcosa che oggi chiameremmo un completo “reboot”. Lang non è interessato ai progetti commerciali di Brauner ma a un radicale aggiornamento della figura di Mabuse che resuscita nella Germania della Guerra Fredda – una guerra combattuta principalmente tra spie – e della nascente sorveglianza elettronica.

Secondo Jonathan Crary, The Thousand Eyes va considerato un film “profetico” e non “antiquato” perché avanza una riflessione sullo status dello schermo televisivo. «Diventa chiaro che il nome “Mabuse” designa molto più di un personaggio di fantasia centrale nelle narrazioni di questi film. Nel 1960, ne I mille occhi del Dr. Mabuse, il tubo catodico emerge come componente dominante del sistema Mabuse. Lang non presenta un’immagine omogenea della televisione, differenziando specificamente la televisione tradizionale da un lato e l’uso del video a circuito chiuso per la sorveglianza dall’altro. Piuttosto che suggerire modelli orwelliani di controllo onnipresente, Lang colloca gli schermi televisivi all’interno di un regime spettacolare più ampio e caotico di pseudo-eventi, disinformazione, voyeurismo e desiderio scopico»6. In Germania la prima trasmissione televisiva risale al 1929, a Berlino-Witzleberg, la prima immagine a comparire su uno schermo tremolante mostra un uomo che sta fumando. Una rivista per l’occasione titolò: “Il telecinema a casa tua!” ma a quel tempo la tv era vista ancora come qualcosa di magico e perturbante e alla fine non se ne fece nulla. Non sappiamo se Lang fosse presente all’esperimento ma trent’anni dopo, in qualche modo richiama quell’episodio. Lasciatosi alle spalle non solo il ciarpame esoterico ma anche le teorie di Freud (e Adorno) sull’ipnosi di massa, tra le stanze dell’Hotel Luxor intavola un gioco con la metafora del panopticon, che Michel Foucault renderà popolare anni dopo in Sorvegliare e punire (1975). Ne I 1000 occhi assistiamo alla messa a terra di un intero ecosistema che di orwelliano però ha ben poco. Scettico e iconoclasta fino all’ultimo, Lang si discosta anche dal ripensamento critico che, all’indomani di Hiroshima, investe l’ideale della tecnica nella cultura europea del Secondo dopoguerra e che, a valle della heideggeriana Questione della tecnica (1953), viene declinato nel milieu tedesco di volta in volta come “fallimento tecnologico” (Friedrich Georg Jünger, 1946), “sostituzione dell’ organico” (Sigfried Giedion, 1948), “vergogna prometeica” (Günther Anders, 1956). Come osserva ancora McElhaney: «Non è un regime apertamente totalitario quello che Lang presenta ne I 1000 occhi. Ma il fallimento della memoria e della responsabilità collettive all’indomani della Seconda guerra mondiale nel mondo del film di Lang non è meno essenziale: (…) Nel film abbiamo corpi che sembrano appena abitati, voci che emergono da essi con scarsa funzione espressiva, volti inespressivi che si avvicinano allo status di maschere. È come se i personaggi rispondessero a una mente che non è la loro e che svuota i loro corpi, privandoli delle possibilità di movimento e azione “normali”»7.

Non c’è dubbio che Lang ci mostri non solo la sorveglianza come forma di controllo sociale ma il controllo stesso come il prodotto di una programmazione cibernetica. Come i suoi avversari, anche Mabuse cambia pelle ogni volta che la tecnologia muta attorno a lui. Ora è un ingegnere del crimine che utilizza la tecnica, un operatore concentrato sulla raccolta dei dati e l’avanzamento del suo piano criminale. Anche i nuovi obiettivi da mad doctor – impossessarsi di missili e centrali nucleari per ricattare il mondo bipolare della Guerra fredda, un classico cliché dei nemici di James Bond, che per ora restano nei libri di Ian Fleming – sono cambiati. È chiaro che per lui capitalismo e comunismo, che in quel momento si dividono la Germania, si equivalgono davanti alle reali priorità della tecnica a cui entrambi sono soggetti. Il nuovo Mabuse è un personaggio volto soprattutto all’efficienza che ricorda l’Uomo della Tecnica descritto in The Technology Society da Jacques Ellul: «Il fenomeno tecnico è impersonale e, seguendone il corso, abbiamo scoperto che è diretto verso l’uomo. Indagando sui suoi luoghi preferiti, troviamo l’uomo stesso. Quest’uomo non è l’uomo nello specchio. Né è l’uomo della porta accanto o l’uomo della strada. Procedendo al suo ritmo, la tecnica analizza i suoi oggetti in modo da poterli ricostituire; nel caso dell’uomo, lo ha analizzato e ha sintetizzato un essere fino ad allora sconosciuto»8.
Al tramonto di un secolo e della sua stessa vita, Lang/Mabuse osserva le prime luci di una nuova alba, quella della cibernetica e dell’informazione, del controllo e delle nuove macchine per la comunicazione. A catturare la sua curiosità non è tanto il rischio immaginario della nostra disumanizzazione o del nostro asservimento alla macchina ma, piuttosto, il supplemento di mentalità tecnica richiesto per prendere parte alla nuova società dell’intelligenza collettiva, nella neo economia del capitale che di certo non assomiglierà al nazismo e non ripeterà i suoi stessi errori. Sono, come sempre, le strategie del caos, l’assemblaggio ingarbugliato, che soltanto la neonata tecnologia dell’informazione sembra ora tenere assieme dopo che il vecchio manovratore è “morto e sepolto”. Un assemblaggio tra umani e macchine, che Norbert Wiener aveva già descritto, quando avvertiva che se « le persone non sono impiegate secondo le loro piene facoltà di esseri umani responsabili, ma come altrettanti ingranaggi, leve e connessioni, non ha molta importanza il fatto che la loro materia prima sia costituita da carne e da sangue. Ciò che è usato come un elemento in una macchina, è un elemento nella macchina». La differenza, per lui come per Lang, è che ora nessuno poteva dirsi all’oscuro, nessuno può più dire di non sapere che «Il genietto che standardizza le forme di linguaggio in un grande complesso industriale è altrettanto temibile di qualsiasi consacrato giuoco di prestigio. Il tempo stringe e l’ora della scelta fra il bene e il male è ormai imminente»9.

 

Bibliografia

Adorno, W. Theodor, Freudian Theory and the Pattern of Fascist Propaganda in Psychoanalysis and the Social Sciences 3 (408-433) 1951. In italiano: La teoria freudiana e la struttura della propaganda fascista in Adorno, W. Theodor, Contro l’antisemitismo, manifestolibri, Roma, 2007.

Bellour, Raymond, On Fritz Lang, SubStance, Vol. 3, No. 9, Film. Spring, 1974, pp. 25-34. Prima edizione: Sur Fritz Lang. Critique, 1966

Bernays, L. Edward, Propaganda, Lightright Publishing Corporation, New York, 1928. In italiano: Propaganda, trad. A. Zuliani‎, Fausto Lupetti Editore, 2013

Chion, Michel, Michel Chion, The Voice in cinema, Columbia University Press, New York City, 1999. Prima edizione: La voix au cinéma, Cahiers du cinéma, 1984

Crary, Jonathan, Dr. Mabuse and Mr. Edison in Tricks of the Light: Essays on Art and Spectacle, Zone Books, 2023

Eisner, Lotte, Fritz Lang, Da Capo Press, New York, 1976. In italiano:  Fritz Lang, Gabriele Mazzotta, 1977

Ellul, Jacques, The Technology Society, Random House, 1964. In italiano: La società tecnologica, Silvio Berlusconi Editore, 2025

Eugeni, Ruggero, Imaginary Screens: The Hypnotic Gesture and Early Film, in C. Buckley, R. Campe, F. Casetti, Screen Genealogies: From Optical Device to Environmental Medium, Routledge, 2025

Freud, Sigmund, Psicologia delle masse e Analisi dell’io, Bollati Boringhieri, trad. Emilio Q. Panaitescu, 1978, Prima edizione: Massenpsychologie und Ich-Analyse, Internationaler Psychoanalytischer Verlag (Lipsia, Vienna, Zurich), 1921

Holl, Ute, Cinema, Trance and Cybernetics, Amsterdam University Press, 2017

Kracauer, Siegfried, From Caligari to Hitler. A psychological history of German film, Princeton University Press, 1947. In italiano: Da Caligari a Hitler. Una storia psicologica del cinema tedesco. A cura di L. Quaresima, Lindau, 2007

Kreimeier, Klaus, The UFA Story: A History of Germany’s Greatest Film Company 1918-1945, Hill & Wang Pub, 1996. Prima edizione: Die Ufa – Story: Geschichte eines Filmkonzerns, Carl Hanser Verlag GmbH & Co. KG, 1992

Le Bon, Gustav, Psicologia delle Folle, trad. David De Angelis, Apogeo, 2025. Prima edizione: Psychologie des foules,  Félix Alcan, 1895

McElhaney, Joe, The Death of Classical Cinema. Hitchcock, Lang, Minnelli, State University of New York Press, Albany, 2006

McGilligan, Patrick, Fritz Lang. The Nature of the Beast, University of Minnesota Press – Minneapolis, London, 1998

Reich, Wilhelm, La psicologia di massa del fascismo, trad. F. Belfiore, A. Wolf, Einaudi, 2009. Prima edizione: Die Massenpsychologie des Faschismus, International Psychoanalytic University, Copenhagen, Praga, Zurigo, 1933

Wiener, Norbert, Introduzione alla cibernetica, Boringhieri, 1966. Prima edizione: The human use of human beings. Cybernetics and society. The Riverside Press, Cambridge Massachusetts, 1950

 

Filmografia del dottor Mabuse (da Wikipedia)

  1. Il dottor Mabuse (Dr. Mabuse, der Spieler), regia di Fritz Lang con Rudolf Klein-Rogge nel ruolo del dottor Mabuse (1922)
  2. Il testamento del dottor Mabuse (Das Testament des Dr. Mabuse), regia di Fritz Lang con Rudolf Klein-Rogge nel ruolo del dottor Mabuse (1933)
  3. Il diabolico dottor Mabuse (Die 1000 Augen des Dr. Mabuse), regia di Fritz Lang con Wolfgang Preiss nel ruolo del dottor Mabuse (1960)
  4. F.B.I. contro dottor Mabuse (Im Stahlnetz des Dr. Mabuse), regia di Harald Rein con Wolfgang Preiss nel ruolo del dottor Mabuse (1961)
  5. Gli artigli invisibili del Dottor Mabuse (Die unsichtbaren Krallen des dr. Mabuse), regia di Harald Reinl con Wolfgang Preiss nel ruolo del dottor Mabuse (1961)
  6. Il testamento del dottor Mabuse (Das Testament des Dr. Mabuse), regia di Werner Klingler con Wolfgang Preiss nel ruolo del dottor Mabuse (1962)
  7. Scotland Yard contro dr. Mabuse (Scotland Yard jagt Dr. Mabuse), regia di Paul May con Wolfgang Preiss nel ruolo del dottor Mabuse (1963)
  8. I raggi mortali del dottor Mabuse (Die Todesstrahlen des Dr. Mabuse), regia di Hugo Fregonese con Joachim Nottke nel ruolo del dottor Mabuse (1964)
  9. La vendetta del dottor Mabuse (Dr. M schlägt zu), regia di Jesus Franco, con Jack Taylor nel ruolo del dottor Mabuse (1972)

Wolfgang Preiss ritornerà nel 1989 in un cameo nel film di Claude Chabrol, Dr. M, liberamente ispirato al personaggio creato da Norbert Jacques.


  1. Theodor W. Adorno, Freudian Theory and the Pattern of Fascist Propaganda, Harper Brothers. New York, 1949. 

  2. Joe McElhaney, The Death of Classical Cinema. Hitchcock, Lang, Minnelli, State University of New York Press, Albany, 2006, pp. 48 

  3. Raymond Bellour, On Fritz Lang, SubStance, Vol. 3, No. 9, Film (Spring, 1974), pp. 27 

  4. Tra le due scene le differenze in verità non mancano. In particolare, il killer (Howard Vernon, futuro Dr. Orloff di Jesus Franco), che Lang mostra all’opera in un montaggio incrociato, nel 1960 non usa un’arma da fuoco ma spara un ago d’acciaio che si conficca nel cranio della sua vittima 

  5. Joe McElhaney, Op. Cit, pp. 45 

  6. Jonathan Crary, Dr. Mabuse and Mr. Edison in Tricks of the Light: Essays on Art and Spectacle, Zone Books, 2023 

  7. Joe McElhaney, Op. Cit, pp. 69 

  8. Jacques Ellul, The Technology Society, Random House, 1964, pp. 387 

  9. Norbert Wiener, Introduzione alla cibernetica, Boringhieri, 1966, pp. 229 

]]>
L’infinita Apocalisse di ogni guerra https://www.carmillaonline.com/2026/04/13/linfinita-apocalisse-di-ogni-guerra/ Mon, 13 Apr 2026 20:00:37 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93326 di Marco Sommariva

Nel 1969, dopo vent’anni di esilio e a trentacinque di distanza dalla pubblicazione di Confessioni di un borghese (Adelphi, 2025) – il suo primo volume di memorie scritto a metà anni Trenta, a soli trentaquattro anni –, Sándor Márai decide di pescare nuovamente fra i suoi ricordi, stavolta per raccontare gli atroci anni del Secondo dopoguerra, e scrive Terra, Terra!… (Adelphi, 2025). Lo scrittore ungherese, che riconosce l’esilio come un pericolo ma anche come una possibilità – “[…] è necessario andare spontaneamente in esilio, perché solo così si ha il modo di dire la verità, senza la quale lo scrivere [...]]]> di Marco Sommariva

Nel 1969, dopo vent’anni di esilio e a trentacinque di distanza dalla pubblicazione di Confessioni di un borghese (Adelphi, 2025) – il suo primo volume di memorie scritto a metà anni Trenta, a soli trentaquattro anni –, Sándor Márai decide di pescare nuovamente fra i suoi ricordi, stavolta per raccontare gli atroci anni del Secondo dopoguerra, e scrive Terra, Terra!… (Adelphi, 2025).
Lo scrittore ungherese, che riconosce l’esilio come un pericolo ma anche come una possibilità – “[…] è necessario andare spontaneamente in esilio, perché solo così si ha il modo di dire la verità, senza la quale lo scrivere non ha senso” –, ci racconta delle rovine di Budapest, compresa casa sua, e del faticoso ritorno a una parvenza di normalità in una città dove tutti odiano tutti, in un’Ungheria stremata e terrorizzata, su cui pesa un brutale processo di sovietizzazione. Non solo, ci racconta anche quando – nel settembre del 1948, con la sua opera ormai bollata in patria come “borghese” – decide d’andar via, spinto dal desiderio di vedere se esiste da qualche parte un Mondo Nuovo, se è possibile rivivere l’emozione che provò il mozzo di Cristoforo Colombo quando, “dalla coffa dell’albero maestro della caravella” gridò, appunto, “Terra, terra!…”.
Gli esempi dell’esilio di Lenin in Svizzera, Victor Hugo a Jersey per vent’anni, Karl Marx a Londra, Voltaire a Londra, Potsdam, Parigi e poi Ferney, danno forza all’idea di Márai che senza libertà non c’è letteratura, che lo scrittore può vivere solo in un paese libero se non vuole rassegnarsi a diventare un servo pieno di paura di cui “i compagni di schiavitù non si fidano e […] con invidia e gelosia denunciano al tiranno”, perché solo la verità può essere rivoluzionaria. E non è di certo un caso se ci ricorda che Stalin “non amava i rivoluzionari”, ma “amava gli impiegati ubbidienti e gli uomini-robot sordomuti – tutti gli altri erano sospetti…”.
In questo secondo libro di memorie, lo scrittore ungherese mostra ciò che fa seguito a una guerra come una sua variante di un orrore equivalente, così come fece Stig Dagerman in Autunno tedesco (Iperborea, 2018) quando, nel 1946, insieme a cronisti di tutto il mondo, accorse in Germania per raccontare quel che restava del Reich sconfitto. L’intellettuale anarchico svedese non offrì ai lettori un ritratto preconfezionato di una nazione distrutta come fecero tanti altri, ma raccontò loro la sofferenza dei vinti andando a trovare masse di affamati che vivevano in cantine allagate: “Ci si sveglia, se mai si è riusciti a dormire, gelati in un letto senza coperte, e con l’acqua fredda che arriva sopra le caviglie si cammina fino alla stufa per provare ad accendere il fuoco con qualche ramo umidiccio tolto a un albero bombardato. Da qualche parte là dietro, in mezzo all’acqua, dei bambini tossiscono come adulti tubercolotici. Se finalmente si riesce ad accendere il fuoco in questa stufa estratta da rovine pericolanti a rischio della propria vita […] il fumo si sparge per la cantina e quelli che già tossivano tossiscono ancora di più”.
Così come accade oggi, mostrare ciò che fa seguito a una guerra come una sua variante di un orrore equivalente alla guerra era disturbante anche allora; diversamente, non si spiegherebbe perché un giornalista francese “di nota abilità” arriverà a consigliare a Dagerman “con le migliori intenzioni e nell’interesse dell’obiettività” di leggere i giornali tedeschi anziché guardare le abitazioni distrutte o andare ad annusare cosa bolle nelle pentole degli sconfitti.
Ma uno scrittore non può tacere, deve parlare anche del cumulo di macerie del mondo, deve sbraitare qualcosa anche davanti a una fossa comune, non può semplicemente dire tutto con belle parole; occorre la Parola, quella che, bella o brutta, può modificare un po’ quel che avviene nel mondo.
Uno dei primi vinti ungheresi che incontra Márai è un uomo massiccio, un ciabattino “segretamente comunista” che lo raggiunge correndo e avvia ansimando un concitato, confuso racconto: “Quell’uomo massiccio mi stava davanti nel gran freddo senza giacca e mi spiegava agitato come non mai che i russi, al loro arrivo, lo avevano incontrato fuori dal villaggio e al grido di «Burzsuj, burzsuj!», borghese, borghese, gli avevano strappato di dosso la giacca di pelle; poi, dopo avergli messo in mano duecento pengő di carta, avevano dato una pacca sulla schiena al poveretto terrorizzato ed erano ripartiti al galoppo”. Il ciabattino era stato scambiato per un borghese perché era grasso e aveva la giacca di pelle: “E pensare che io li aspettavo…”. Fu la prima volta che lo scrittore ungherese udì quel tono di voce deluso.
La delusione nasceva da qualcosa che, allora, non era ancora risaputo, il fatto che un grande popolo, al prezzo di orrendi sacrifici, aveva cambiato l’andamento della storia mondiale e aveva portato, ai perseguitati dai nazisti, la liberazione, la salvezza dal terrore, ma non poteva portare la libertà perché neanche quel popolo l’aveva: “[…] voi non siete liberi. E non lo sarete neppure ora […] perché noi russi possiamo liberare solo noi stessi. Anche gli ungheresi, i bulgari, i romeni possono liberare solo se stessi”.
La forza di quel popolo, che a Stalingrado inferse la prima grande sconfitta alla Germania nazista e ai suoi alleati, era personificata nei soldati sovietici, ed era una forza che poteva dare, ma anche togliere, come quando uno di questi soldati entrò in casa di un vecchio signore con la barba bianca che gli andò incontro dichiarandosi ebreo. A quelle parole il russo sorrise, depose a terra la mitragliatrice e baciò il vecchio su entrambe le guance: anche lui era ebreo, gli disse, ma “[…] subito dopo, riappesa al collo la mitragliatrice, intimò all’anziano gentiluomo e al resto dei presenti di mettersi nell’angolo della stanza con la faccia al muro e le mani alzate. Poiché il vecchio non comprese l’ordine, quello gli urlò di ubbidire subito, altrimenti li avrebbe ammazzati tutti. Il vecchio e la moglie si misero nell’angolo della stanza, le facce rivolte al muro. E il russo, con imperturbabile lentezza, prese a derubarli di ogni cosa, a proprio agio: era uno specialista e con la sapienza di un tecnico picchiettò sulle pareti della stufa, sui muri, aprì i cassetti, trovò i gioielli nascosti, il denaro contante – circa quattromila pengő. Si mise tutto in tasca e se ne andò”.

A proposito di Stalingrado, ancora in Autunno tedesco, Dagerman riporta un episodio che la dice lunga sulla crudeltà e le infinite sfaccettature della guerra. Racconta di un tedesco appena tornato dall’Unione sovietica che, in stridente contrasto con la maggior parte dei reduci, è un filo-sovietico fanatico perché non è stato fucilato alla cattura: “L’hanno preso a Stalingrado e ora racconta ininterrottamente di come una volta i suoi commilitoni rivestirono il parapetto di un ponte di cadaveri russi nudi, per il divertimento di scattare una fotografia davvero unica. Non riuscirà mai a capacitarsi che gli sia stato concesso di sopravvivere”.
Ma torniamo ai sovietici che prendevano in Ungheria tutto ciò che vedevano. La villa dei vicini di Márai venne svuotata in pieno giorno, sotto i suoi occhi: i mobili, gli oggetti, persino i listelli del parquet vennero caricati sui camion. Tutto venne portato via, solo i libri furono lasciati sugli scaffali.
Quest’aggressività fa tornare in mente allo scrittore ungherese un’affermazione del vecchio Sigmund Freud, il quale, in uno dei suoi ultimi libri, affermava con amarezza che i comunisti avevano privato l’uomo della proprietà privata perché – secondo loro – il possesso incitava all’aggressione, per poi concludere che la società bolscevica era rimasta aggressiva anche senza la proprietà privata.
Secondo Márai, la ragione più vera e profonda di quel saccheggio continuo, non era tanto la rabbia contro il nemico fascista, quanto la miseria; sia in pace sia in guerra, il comunista sovietico “era così povero, così bisognoso e privo di tutto che, uscito nel mondo dopo trent’anni di stenti e di lavoro automatizzato, si gettava con avidità famelica su ogni cosa fosse alla sua portata, dal momento che la Rivoluzione prima e il regime poi lo avevano privato di tutto quanto potesse rendere la vita più umana e colorita”.
La potenza russo-sovietica, peraltro sottovalutata dai tedeschi che si fidarono di informazioni false, non si spaventò di fronte all’avanzata nazista, ma temette più di ogni altra cosa i comunisti che avevano visto l’Occidente, ossia una forma diversa, più veloce e redditizia, di sviluppo sociale. Fu forse anche per questo che, in una sola notte, travolsero l’intera classe dei proprietari terrieri ungheresi avvalendosi di una prepotenza chiamata «riforma fondiaria»: “[…] e se con la manovra di una sola notte avevano nazionalizzato tutta la grande industria, il commercio e le banche, così si preparavano a distruggere il potere della Chiesa sulle anime e a sbaragliare le barricate dello spirito e dell’educazione. Questa selvaggia risolutezza in ogni espressione non conosceva ostacoli né morali né spirituali e fu la causa del loro successo. Una volontà che non conosceva ostacolo, solo scopi e risultati”. Per questo, Sándor Márai era convinto che la molla capace di far scattare tutta questa energia non fosse la lotta di classe, “ma la miseria e i bisogni dell’Oriente”.
Al giorno d’oggi, alcuni arriverebbero a definire Márai profetico, specie quando scrive che l’Unione Sovietica, dopo essersi gettata sui beni dei vinti, un giorno si sarebbe gettata anche su quelli dell’Europa occidentale, appena se ne fosse creata l’occasione, “trovando il terreno già preparato da quegli intellettuali liberali favorevoli alla «coesistenza pacifica»”.
Riguardo all’Unione Sovietica le possibili profezie, in Terra, Terra!… è riportato questo passaggio di Marx che credo sarebbe bene ricordare a lungo: “Quando la Russia costruisce sulla vigliaccheria e sulle paure delle potenze occidentali, fa tintinnare più che può la sua spada, aumenta le proprie pretese per potersi poi comportare con magnanimità appena raggiunti i suoi scopi più immediati… È passato questo pericolo? No, è solo che la cecità dei regnanti d’Europa ha raggiunto il suo zenit. Prima di tutto, la politica russa è immutabile… Possono cambiare i metodi, le tattiche, le manovre, ma la stella polare della sua politica – il dominio globale – è una stella fissa”.
Una stella polare, quella della politica russa, che qualcuno provò a offuscare quando nella Repubblica Ceca, l’unico paese europeo che abbia optato per il comunismo con elezioni libere e democratiche, gli scrittori cechi e slovacchi redassero “il manifesto detto delle «Duemila parole» […] per riconoscere che il sistema chiamato comunismo in realtà non difendeva gli interessi di lavoratori, intellettuali e contadini, ma solo quelli del Partito, dei suoi privilegiati e dei suoi mantenuti”.
Fra le componenti della variante che rendono il Dopoguerra spaventoso come il conflitto terminato, Márai ci ricorda esserci anche l’odio; non esattamente quello che provano gli sconfitti verso i vincitori o viceversa, ma quello che nasce tra amici, familiari, fidanzati. Perché questo odio fra gente che dovrebbe volersi bene, a maggior ragione dopo anni di guerra? Perché l’altro era sopravvissuto, perché l’uno non aveva sofferto quanto l’altro, perché chi aveva sofferto non aveva avuto una ricompensa immediata, né abbastanza ricca e consolatoria, perché altri avevano avuto di più o lo avevano rubato. Tutti odiavano, anche coloro che avevano avuto la fortuna di tornare nel loro appartamento o avevano aperto un negozio, e questo perché l’odio non può essere soddisfatto essendo “pari alla sete di papavero del narcomane, non cessa”. Tutti odiavano perché aspettavano “qualcuno” che non tornava. Non tornava il figlio, la madre, il marito, l’amante. Non tornavano anche se fisicamente si erano salvati dai tanti inferni, anche se erano tornati trascinandosi coperti di stracci e pidocchi. Erano periti nonostante si fossero salvati nella loro realtà corporea, poiché coloro che erano sopravvissuti ai tanti inferni non erano più quelli che erano una volta. Quest’assenza di “qualcuno” che non tornava valeva sia per chi, salvatosi dal conflitto, rientrava a casa sia per chi l’aveva aspettato. E chi patisce una tale delusione comincia a odiare. Quel momento arrivava, per esempio, tra madri e figli quando, dopo i primi abbracci e i pianti dirotti, si guardavano negli occhi, interdetti, e prendevano a parlare d’altro: “Coniugi, amanti e […] amici correvano l’uno verso l’altro a braccia aperte. In seguito le braccia spesso si abbassarono non appena i membri di una stessa famiglia o gli innamorati o gli amici cominciarono a sospettare o a subodorare attoniti, scandalizzati e talvolta inorriditi che l’altro non odiava abbastanza ciò che loro odiavano”.
È certamente crudele un odio tale dopo una guerra, ma è così, nessun altro organismo è incline alla crudeltà come l’uomo. Chissà, forse a renderci così crudeli è il panico che ci assale perché sappiamo che un giorno dovremo morire: “[…] tutti noi viventi siamo condannati a morte, dei condannati a morte chiamati alla vita da un cieco caso, vagolanti in un universo buio e indifferente. Il mondo massificato ha inventato, accanto all’astuta, individuale crudeltà «umana», nuovi tipi di tortura – così sono la tortura d’autorità, la crudeltà comandata, la vessazione ufficializzata della vita privata, la mutilazione regolamentata dei diritti naturali dell’uomo. Queste crudeltà istituzionalizzate non sono più lievi di quelle individuali, tiranniche, personali”.
Quando odio, crudeltà, tirannia, malvagità continua, cocciuta disonestà e bugie ti circondano, nasce un nuovo ulteriore grave pericolo, la noia: “Niente è noioso come il peccato”.
Queste pagine di Márai potrebbero risultare consolatorie a chi oggi spalanca gli occhi davanti all’ottusità di certi politici che si occupano di politica estera, specie quando si legge che nel febbraio del 1947, a Parigi, venivano nuovamente stipulati trattati di pace che, con la stessa testarda miopia, prevedevano di tagliuzzare con le forbici le carte geografiche o di disfare comunità storiche, economiche e culturali grazie a inutili statistiche, proprio “come un quarto di secolo prima”.
Questa mancanza di sottigliezze dei dettagli, il non tenere in considerazione le peculiarità individuali, la varietà delle razze, delle lingue e delle culture, caratterizzò anche il Grande Progetto dei tecnici del Cremlino: “In Ungheria, Polonia, Cecoslovacchia, Romania e Bulgaria, come in precedenza nei paesi baltici, i comunisti non si preoccuparono di ottenere l’appoggio degli abitanti. I loro programmi, portati avanti, come da prescrizione, con la violenza, furono concepiti con univoca monotonia”; in pratica, a Mosca si ritenne che ciò che pareva opportuno per Varsavia dovesse esserlo anche per Budapest e Sofia.
Nel febbraio del 1947, Márai annota un altro fatto spiacevole – anche se meno grave del precedente –, la nascita di una pseudo-letteratura che, “come un’onda enorme”, sommerge tutto, anche le rubriche di critica su quotidiani e settimanali. Lo scrittore ungherese scrive che il pericolo da lui intuito di questa pseudo-letteratura, l’ha poi riscontrato negli anni Cinquanta e Sessanta quando constatò che “il Libro era mutato nella sua essenza. […] Tutti possedevano libri e sempre meno erano coloro che dai libri si aspettavano una risposta: aspettavano informazioni, o divertimento, o sorpresa, scandalo o vicende sensazionali, ma in pochi aspettavano la Risposta”. Che in quel periodo fosse nata una pseudo-letteratura non mi ha stupito, mi ha sorpreso invece leggere che già all’epoca l’immagine mirava a sostituire la lettera, perché la prima “non dev’essere capita, ma guardata e basta, a bocca aperta, senza sforzo intellettuale”.
Quello sforzo intellettuale che è necessario specie quando le pagine di un libro hanno la potenzialità di suscitare nel lettore un processo di pensiero che alla fine può diventare azione. Un’azione che potrebbe non essere solo muscolare. Potrebbe, per esempio, farci scostare da uno schieramento, magari per guardarlo da una nuova angolazione e, da lì, analizzarlo; una prospettiva diversa che può nascere dalla lettura di passaggi come questo: “I nazisti, in definitiva, si accontentarono «modestamente», di annientare fisicamente le proprie vittime. I comunisti volevano qualcosa di più e di diverso: esigevano che la vittima restasse in vita e che celebrasse il sistema che annientava in lei la coscienza umana e la stima di sé”.
Senza lo sforzo intellettuale è a rischio la libertà di ognuno di noi: “La libertà non è uno stato permanente, ma una continua tensione verso qualcosa, e il lavaggio del cervello annienta proprio questo nella coscienza: chi viene «trattato» un giorno si accorge di non voler più essere libero”. È lo sforzo intellettuale a farci conoscere i libri. E i libri vanno conosciuti, non semplicemente letti. E non basta conoscerne uno, ne vanno conosciuti molti perché colui “[…] che conosce un solo libro è sempre pericoloso: è il tipo che si accosta ai problemi della vita senza elasticità mentale e con rigidi pregiudizi”.
Nel caso realizzassimo che è la libertà a spaventarci, e che magari ci fa paura perché siamo cresciuti demandando sempre ad altri qualsiasi cosa ci riguardasse, proviamo comunque ad andarle incontro, così come fece Márai quando lasciò l’Ungheria “sovietica” destinazione la Svizzera e l’Italia, insomma, l’Occidente: “Dopo qualche minuto oltrepassammo il ponte; viaggiavamo sotto il cielo stellato verso il mondo, dove nessuno ci aspettava. In quel momento, per la prima volta in vita mia, conobbi la paura. Compresi di essere libero. E cominciai ad avere paura”.

]]>
Piero Gobetti, cioè la gioia di non essere schiavi https://www.carmillaonline.com/2026/04/12/piero-gobetti-cioe-la-gioia-di-non-essere-schiavi/ Sun, 12 Apr 2026 21:00:15 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94157 di Luca Baiada 

Davide Mattiello, L’antifascista geniale. Il coraggio di Piero Gobetti, postfazione di Davide Luppino, Marotta&Cafiero, Melito di Napoli 2026, pp. 106, euro 15.

Siamo in una Torino vecchiotta e dimessa. Città di cortili misteriosi, di silenzi e strade solitarie, di tramestii e conversazioni prudenti. In questa Torino di nebbie, spesso notturna, sempre vera, un sarto non vorrebbe lasciare la sua illusoria tranquillità; il lavoro in bottega gli piace. Ma ha un vicino di casa speciale, Piero Gobetti, sente le grida dell’ennesimo pestaggio fascista e mette giù quello che sta facendo.

Comincia così una storia di solidarietà, di cospirazione minima [...]]]> di Luca Baiada 

Davide Mattiello, L’antifascista geniale. Il coraggio di Piero Gobetti, postfazione di Davide Luppino, Marotta&Cafiero, Melito di Napoli 2026, pp. 106, euro 15.

Siamo in una Torino vecchiotta e dimessa. Città di cortili misteriosi, di silenzi e strade solitarie, di tramestii e conversazioni prudenti. In questa Torino di nebbie, spesso notturna, sempre vera, un sarto non vorrebbe lasciare la sua illusoria tranquillità; il lavoro in bottega gli piace. Ma ha un vicino di casa speciale, Piero Gobetti, sente le grida dell’ennesimo pestaggio fascista e mette giù quello che sta facendo.

Comincia così una storia di solidarietà, di cospirazione minima ma non per questo senza pericoli. Si susseguono fischi d’intesa; porte si schiudono con circospezione; professori immersi in una biblioteca domestica, all’apparenza tranquilli, di colpo si lanciano in progetti compromettenti e caparbi, davanti a una toma e a una bottiglia di vino; perché quando si tratta di cercare la libertà, non è mai tardi e non ci si confronta mai abbastanza. E poi c’è Gobetti: una cultura come la sua fa pensare a un tipo pedante, ma secondo chi lo conobbe era un giovane gioioso. È questo il clima in cui L’antifascista geniale – lavoro, è il caso di dirlo, cucito addosso al coraggioso intellettuale – ci accompagna in presa diretta.

Il volume fa parte della collana «le zanzare», diretta da Rosario Esposito La Rossa. A stamparlo è la Banda degli Onesti ed è certificato «made in Scampia»: garanzie di un percorso che fa cultura con le persone, per le persone, anche in realtà con storie difficili. Col motto «Dove prima si vendeva la droga, oggi si spacciano libri» Marotta&Cafiero, casa editrice pizzo free che diffonde «letteratura stupefacente, narrativa civile, storie dei Sud del mondo, storie provocatorie», lancia una sfida: percorrere le strade della comunicazione culturale, fondere arte e linguaggi, curare bene la confezione dell’oggetto da lettura, per coinvolgere in un circuito comunitario chi fa libri e chi li attraversa: da Scampia con amore. Vale anche per contesti come quello, la chiosa del sarto torinese: «La forza d’animo che sosteneva tutti noi nei momenti di maggior sconforto si alimentava di questa ferma solidarietà senza fronzoli. La solidarietà di chi sente di appartenere a uno stesso destino».

Contro le imboscate fasciste, a Torino, un aiuto può venire da una bambina, perché il popolo sa tenere i contatti. Anche la forza di un condominio fa la differenza; è uno di quei casamenti dimessi, con la corte interna, il lavabo e una latrina comune. Ma l’intelligenza di Gobetti, la sua proprietà di linguaggio e la sua padronanza di fatti e ragioni, quelle sono cose con la caratura del genio, rigoroso sul presente e slanciato sull’avvenire:

Gobetti: «Il problema non è Mussolini, lui è un burocrate, un ministeriale scaltro. Quello che sta facendo lui, lo poteva fare un altro. Il problema è il fascismo, che è un movimento molto profondo, radicato, diffuso nel popolo italiano, il fascismo viene prima di Mussolini e, temo, arriverà molto più lontano di lui».

«Cosa intendi? Senza Duce non ci sarebbe il fascismo».

Gobetti: «Dico che il fascismo ha certamente bisogno di un Duce e che oggi questo Duce si chiama Mussolini, ma il nome del Duce è relativo, tra cent’anni potrà avere un nome tutto diverso, potrà persino essere il nome di una donna…»[1].

Quanto pesano, oggi, sulla coscienza di tutti noi, parole che da un secolo svelano i nostri limiti! Gobetti, appena picchiato dai fascisti: «Noi infatti assistiamo, protagonisti gli intellettuali e l’opinione pubblica media, al formarsi di una vera e propria voluttà del servire. Voluttà è più che volontà, è provare una intima gioia nel fare quel che si fa». È la voglia di padrone che oggi dilaga, ancora una volta; questo giovane – muore a ventiquattro anni dopo aver fondato riviste, fatto l’editore, pubblicato più di cento libri – lo capisce e lo spiega, dopo una bastonatura, meglio di noi che comodamente scriviamo e leggiamo in uno schermo.

Il segnale convenuto per mettere Gobetti al sicuro da un agguato imminente è inconfondibile:

Matteotti, sempre! Era la parola d’ordine che avevamo convenuto per casi come quello di questa notte. L’Italia oltre che un Paese di fascisti e di indifferenti – cioè di fascisti di comodo – era diventato un Paese di cospiratori. E i cospiratori hanno bisogno di clandestinità e linguaggi segreti[2].

Attenzione. La parola d’ordine è il nome del martire socialista, eppure Gobetti è un liberale – il senso che dà a questa categoria politica non è quello prevedibile oggi – e il sarto che lo nasconde è un comunista. Che bella lezione.

C’è da sperare che oggi non ci vogliano persecuzioni per insegnare la solidarietà antifascista; noi, adesso, non solo non abbiamo quelle persone, ma non abbiamo quel loro stile rigoroso e aperto. Consideriamo semplicemente Gobetti e Gramsci: non abbiamo quel che permise all’uno di scrivere sulla rivista dell’altro e viceversa, stimandosi su posizioni esplicite e articolate, senza cerimonie e senza acredine, in una capitale industriale ricca di giovani energie, lavoratori organizzati, intellettuali. E su «La rivoluzione liberale» di Gobetti scrissero, oltre a Gramsci, anche Giustino Fortunato e Luigi Sturzo, in una varietà di convinzioni e timbri espressivi che mosse le migliori intelligenze. Perché il faro politico ed etico che Gobetti riconosceva era il Risorgimento, soprattutto quello secondo Carlo Cattaneo.

Adesso che siamo rissosi, stizzosi, individualisti, adesso che ci distraggono cento sirene – telefoni palestre scommesse apericene campionato – , se ci fosse bisogno di quella fermezza, saremmo pronti a essere saldi e aperti a ogni antifascismo, anche quello che ci sembra troppo rigido, troppo morbido, troppo questo e troppo quello? Speriamo di non essere messi alla prova. Sarebbe triste scoprire che i nostri dispetti sono maschere piccine per tirarci indietro, magari proclamando vanterie, dettando consigli, compiacendoci di rese dei conti. Proprio Matteotti, nel 1922:

Mi vergogno che i nostri congressi dedichino tutto il loro tempo a queste diatribe; che non si pensi ad altro che a scissioni; e che la frazione dominante non abbia altro programma che cacciare fuori i compagni[3].

Non a caso, queste parole compaiono su «La lotta». Si trattava di «un giornale illeggibile per i pettegoli e per gli svagati che si dirigeva al senso pratico e alla pazienza del contadino»[4]; così lo descrive Gobetti nel suo Matteotti, un libro straordinario del 1924 in cui si sentono la vicinanza di un gemello e la lucidità di un morituro.

Certe frasi di Gobetti, in L’antifascista geniale, si ispirano alle sue, e così siamo quasi di fronte a una narrativa documentaria:

La piccola borghesia è la classe degli impieghi, una classe cortigiana, provinciale, pronta alle esaltazioni patriottiche e sportive, costretta dalla povertà a transigere sulla dignità, attaccata disperatamente a stipendi da fame. È una classe ministeriale per sistema, salvo non credere sul serio a nessun ministero. Insomma, salvo qualche rara eccezione, l’apoliticità, l’immaturità politica, l’esaltazione cortigiana, il parassitismo, sono le caratteristiche costanti di grassi ceti che hanno conosciuto la vita moderna soltanto nelle forme più goffe dell’americanismo sportivo[5].

Fulmineo accostamento, in questo libro, tra il caso del segretario della Fiom Pietro Ferrero, assassinato e trascinato per Torino coi piedi legati a un camion, e quello del capitalista Alfredo Frassati che prima, al tempo del delitto Matteotti, schiera «La Stampa» contro Mussolini, poi cede alle pressioni fasciste e passa il quotidiano agli Agnelli[6]. C’è la violenza di sangue sui corpi degli sfruttati e c’è quella mediata dalla politica e dal denaro, che flette gli apparati borghesi verso la dittatura. Proprio perché ci sono diversi metodi per fascistizzare la società, l’iniziativa gobettiana vuole sia mobilitazione sul territorio sia lavoro culturale.

Il fascismo aveva dilagato, e ad ampio raggio fu l’impegno di Gobetti. Come scrisse in un articolo su «La Rivoluzione Liberale», a proposito della violenza politica sia giolittiana sia mussoliniana: «La pratica della non resistenza al male è una malattia non meno grave del politicantismo nel nostro paese»[7].

 

 

[1] Davide Mattiello, L’antifascista geniale. Il coraggio di Piero Gobetti, Marotta&Cafiero, Melito di Napoli 2026, p. 24.

[2] Ivi, p. 34.

[3] Carlo Carini, Giacomo Matteotti. Idee giuridiche e azione politica, Olschki, Firenze 1984, p. 136, che cita Giacomo Matteotti, Lavoratori uniti!, «La lotta», 30 settembre 1922.

[4] Piero Gobetti, Matteotti, Piero Gobetti Editore, Torino 1924, p. 22.

[5] Mattiello, L’antifascista geniale, cit., p. 36.

[6] Ivi, pp. 57-58.

[7] Piero Gobetti, L’autobiografia della nazione, Aras Edizioni, Fano 2016, p. 153.

 

]]>
Fantasy di passaggio https://www.carmillaonline.com/2026/04/11/fantasy-di-passaggio/ Sat, 11 Apr 2026 20:00:48 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93977 di Franco Pezzini

Marcel Brion, La città di sabbia (La Ville de sable, Albin Michel, 1959), prefaz. di Delphine Gachet, trad. di Elena Furlan, pp. 216, € 16,90, Hypnos, Milano 2025.

Elena Furlan, Storia di Achille, pp. 452, € 17,90, Hypnos, Milano 2025.

L’etichetta fantasy per noi in Italia veicola immediatamente una serie di suggestioni. In genere legate all’heroic fantasy, magari nell’eccezione tolkienoide che tenta di ricalcare fino all’allergia cutanea la produzione di uno scrittore in sé immenso (ma dopo di lui ha poco senso imitarne le storie di elfi e di orchi, brandite con una consapevolezza filologica e antropologica inimitabile). Meno [...]]]> di Franco Pezzini

Marcel Brion, La città di sabbia (La Ville de sable, Albin Michel, 1959), prefaz. di Delphine Gachet, trad. di Elena Furlan, pp. 216, € 16,90, Hypnos, Milano 2025.

Elena Furlan, Storia di Achille, pp. 452, € 17,90, Hypnos, Milano 2025.

L’etichetta fantasy per noi in Italia veicola immediatamente una serie di suggestioni. In genere legate all’heroic fantasy, magari nell’eccezione tolkienoide che tenta di ricalcare fino all’allergia cutanea la produzione di uno scrittore in sé immenso (ma dopo di lui ha poco senso imitarne le storie di elfi e di orchi, brandite con una consapevolezza filologica e antropologica inimitabile). Meno frequentemente – ma con una certa attestazione di presenza – troviamo dark fantasy, urban fantasy o quel romance fantasy che capitalizza l’elemento romance tanto vivo attraverso certa narrativa rosa autoprodotta. Poi le tipologie sono infinite, quindi è difficile pretendere di irrigidire troppo il discorso; ma occorre ricordare che il termine fantasy, nel mondo anglosassone, è il corrispettivo del nostro fantastico – genus estremamente ampio o anche species non meglio etichettabile. Oltretutto, come sappiamo, non tutto è genere: con buona pace di alcune semplificazioni fandom, non possiamo applicare tout court l’etichetta fantasy a grandi poemi come l’Odissea o l’Orlando furioso, dove l’elemento immaginale è giocato su tavoli diversi da quello tecnico appunto del genere.
Che d’altronde esistano esigenze – o tentazioni – di marketing sulla disinvolta etichettatura come fantasy di opere non meglio inquadrabili è un dato reale. E prendo in esame due casi di grande interesse recentemente editi da Hypnos. Due testi in modo diverso eccellenti e poetici, per i quali la collocazione in uno scaffale fantasy dei grandi distributori è probabilmente automatica ma un tantino falsante, e che sollevano interessanti interrogativi sulla rispettiva natura letteraria.
Il primo è opera – la prima edita in Italia, anche se l’autore ha contribuito a diffondere in Francia scrittori nostrani come Papini e Buzzati, oltre che Rilke e Joyce – dell’eclettico e rispettatissimo Marcel Brion (1895-1984), pluripremiato in sedi di grande prestigio (Prix Jules Davaine, 1931; Prix de l’Académie française, 1936 e 1948; Prix Montyon, 1938; Grand prix de littérature de l’Académie française, 1953; Prix littéraire de la Fondation Prince-Pierre-de-Monaco, 1956; Grand Prix national des lettres, 1979). Autore di scintillanti biografie storiche, artistiche e letterarie, critico letterario, storico dell’arte e narratore di rara eleganza, Brion sfugge a tutte le possibili classificazioni e vanta un registro pienamente mainstream: ma la sua coscienza profonda del fantastico (a monte tra l’altro del meraviglioso saggio Art fantastique, Albin Michel, 1961, 1989) gli permette di produrre un romanzo che si è tentati di inserire in una biblioteca di genere, in quel fantasy dell’avventura esotica che in sé ha prodotto meraviglie – non tutte esenti da ambiguità. Scrive opportunamente Delphine Gachet nella bellissima Prefazione:

[…] il fantastico di Marcel Brion ha una tonalità del tutto particolare; si colloca al confine tra il fantastico, il meraviglioso e l’onirico. Più che una “irruzione” inquietante dell’irrazionale nel mondo quotidiano, mette in scena uno slittamento dal reale al surreale, dal vissuto al sognato. I contorni della realtà si sfumano, diventano meno concreti. Tutto si fa vago ed equivoco, fluttuante tra realtà tangibile e visione onirica. L’autore ci trascina in uno spazio etereo, uno strano universo fuori dal tempo e dallo spazio quotidiano del lettore contemporaneo, rappresentato dai protagonisti e/o dai narratori dei suoi racconti. Non è più il vento del soprannaturale che sconvolge la realtà quotidiana, è la leggera brezza dell’insolito che ne fa tremare le sagome. Marcel Brion, spesso, non “racconta” una storia fantastica, piuttosto “crea” un mondo dove presente e passato, reale e irreale, realtà e sogno si confondono. Il fantastico emerge lentamente dagli oggetti, dalle atmosfere che sono al centro dei suoi testi. Il velo poetico, la nebbia di mistero che attutisce anche la realtà più consueta ci fa entrare in un mondo avvincente, affascinante, dove gli oggetti rivestono apparenze insolite.
Il viaggio che Brion ci propone nei suoi romanzi e nei suoi racconti è un viaggio nel tempo, un pellegrinaggio nostalgico nel limbo evanescente del passato, in quelli che chiamava gli “Altrove del tempo”. Durante questo breve momento, questa parentesi aperta dal fantastico – liturgia dell’effimero, scriveva Marcel Schneider – nel flusso lineare del tempo che conosciamo, Marcel Brion risveglia un passato di cui non si può dire se è scomparso o immaginato.

“La sostanza del sogno è la coscienza di una mancanza”, scrive Brion nel romanzo Algues (1976). E la sensazione leggendo è quella di un passaggio, un vagare per dimensioni dove reale e immaginario non sono demarcati da confini precisi. Ma quella sabbia che monta (“Il vento girerà, e smetterà di piovere sabbia” – e invece) e costringe la popolazione a lasciare la città, forse la conosciamo; come la risposta, tornando: “Non ho scoperto niente? Niente che meriti di essere raccontato. Niente che si possa esprimere con le parole del linguaggio umano”. Qualcosa che ha a che fare con la nostra vita concreta e i simun che spesso ci lasciano la sensazione di affondare. E lo studioso che si addentra in una sconosciuta regione dell’Asia “alla ricerca di affreschi manichei dei quali mi era stata segnalata l’esistenza” (una suggestione già in sé di bellezza stupefacente, e che evoca in fondo la difficoltà di veder rappresentati in noi i grandi conflitti Bene/Male se non come un faticoso itinerario) attraversa scene che fanno pensare all’incredibile fortezza di Arg-e Bam in cui Zurlini girerà la sua splendida trasposizione de Il deserto dei Tartari, 1976 (Buzzati, ancora). Insomma non solo estetica, ma una Bellezza che si fa meditazione sul viaggio incerto della nostra esistenza. In queste pagine non troviamo l’orientalismo avventuroso e un po’ equivoco di fantasie coloniali ma quello rarefatto e altamente simbolico che parla di attese struggenti, di frustrazioni (la Fortezza Bastiani, in fondo!), di coscienza di ciò che ci manca – affilata negli anni, a tratti dolorosa ma ancora aperta al Bello di quanto è umano e ai suoi segni. Come alla scuola della Madre dei Segni del romanzo.
La difficoltà di collocare questo romanzo letterarissimo nel genere si lega alla tecnica narrativa: e non perché il testo di Brion sia letterario e il fantasy non possa esserlo (vecchio pregiudizio: anche il fantasy può essere letterario in presenza di stile elevato, spessore di riflessione, pluralità di livelli della narrazione eccetera) ma perché l’autore non ricorre a strategie e meccanismi propri del genere. Il suo approccio fa pensare semmai all’inclassificabilità onirica dei testi di Walter de la Mare (1873-1956), un altro maestro di eleganza letteraria la cui grandezza resta fuori dagli schemi. La parentela con il fantasy resta da lontano, e dunque non sarà da stupirsi nell’incontrare La città di sabbia in quello scaffale delle librerie. In sostanza un romanzo non fantasy che al fantasy può in qualche modo essere avvicinato, come di passaggio.
Un secondo caso similmente liminale riguarda un altro romanzo – completamente diverso – edito più o meno nello stesso periodo dalla benemerita Hypnos: questa Storia di Achille scritto dalla stessa traduttrice di Brion (e di tanti altri), la bravissima Elena Furlan per l’occasione all’esordio narrativo. In questo caso, la forma può essere considerata quella dell’urban fantasy: ma l’enfasi del testo è sull’avventura esistenziale, filosofica e di formazione (al filtro di un’ironia vivacissima che talora esonda nella comicità) più che sull’azione o sul conflitto magico in quanto tali. Vero, tanto fantasy young adult riguarda la formazione, ma qui il protagonista eponimo non è più un ragazzo, bensì un adulto con un dolore interiore che non sa spiegare e gli antipsicotici non fronteggiano, e che esaurita ogni scorta di sopportazione avrebbe deciso di farla finita. Ma a quel punto Dio – o piuttosto un dio, simile a un hippie, che gli si presenta con il nome di Luce – gli piomba in casa e gli scardina vita, trappole mentali e ogni punto fermo. Dimentichiamo per un momento Frank Capra e La vita è meravigliosa, siamo in tutt’altra parrocchia: sia perché l’impianto è almeno fantasiosamente neopagano, sia perché il tipo di ironia è diverso e meno glicemico, e la pirotecnia di trovate buffe o grottesche, fantasiosissime, non lesina neppure momenti di inquietudine. All’originalità estrema si accompagna la percezione di un grande lavoro interiore dell’autrice, che offre risultati – parrebbe – di una ricerca personale.
Grazie al proprio nuovo coinquilino, Achille si trova a confrontarsi con una realtà metafisica illuminante e molto buffa, tra strani incontri, apparizioni di creaturine imprevedibili, accessi a realtà parallele, esperienze paradossali e stranianti, ingaggi in operazioni surreali, battibecchi filosofici e acquisizioni interiori che lo ridisegnano nel profondo – perché ordine e caos sono la stessa danza. Dove al plauso all’autrice per le trovate e la qualità narrativa va almeno abbinato quello all’editore per aver “osato” con un libro tanto particolare, dove l’impianto sapienziale non è mai asfitticamente didattico e il tema di fondo serissimo si contrappunta bene a una tersa e giocosa ironia. A volerne offrire la regia, si potrebbe pensare al Tim Burton di Big Fish, anche se la storia è molto diversa.
Senza indebiti spoiler, si può dire almeno che la storia non “finisce” in senso proprio perché parla di una vita concreta, che va avanti: o piuttosto di vite, tante quanti i lettori, chiamati a ritrovarsi naturalmente con le proprie fratture interiori nel frustrato, sarcastico, umanissimo protagonista. Intorno all’alloggio di Achille, la banale geografia suburbana si popola così di luoghi magici, altri: e l’abilità dell’autrice sta anche nel non ridurre mai gli eventi al prevedibile, offrendo spunti di riflessione ironici e acuti e uno smontaggio di brontolii e frustrazioni che sovente sono i nostri. In una materia potenzialmente delicata – la fragilità interiore in un’Italia di depressioni e compulsioni diffuse – Storia di Achille ha il pregio di non risultare mai didascalico né offensivo per il lettore che condivida alcune disperazioni. Un esordio insomma molto riuscito, e che torna a ricordare come etichette e definizioni narrative siano, sì, utili e a volte preziose per la messa a fuoco di alcuni aspetti, ma in nessun modo tali da banalizzare contenuto e senso delle singole opere. Per cui sì, anche il meraviglioso del fantasy può parlarci in termini molto concreti di chi siamo, qui e ora.

]]>