Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sun, 25 Jan 2026 21:00:50 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Sister of the Road https://www.carmillaonline.com/2026/01/25/sister-of-the-road/ Sun, 25 Jan 2026 21:00:50 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91845 di Gioacchino Toni

Ben L. Reitman, Box-Car Bertha e le sorelle della strada, Prefazione di Barry Pateman, Traduzione di Martina Bani, elèuthera, Milano, 2025, pp. 304, € 20,00

Sulle immagini di un piatto paesaggio, dal basso orizzonte, visibile dal portellone socchiuso di un treno merci che procede lentamente sferragliando, mentre scorrono gli scarni titoli di testa, una voce fuori campo femminile si presenta: «Adesso ho trent’anni, e da quindici sono una hobo, una sorella della strada, parte di quella bizzarra e variegata comunità di donne cresciuta tumultuosamente durante la Grande Depressione. Ho sempre girato con gente stravagante, vagabondi e hoboes, sia uomini [...]]]> di Gioacchino Toni

Ben L. Reitman, Box-Car Bertha e le sorelle della strada, Prefazione di Barry Pateman, Traduzione di Martina Bani, elèuthera, Milano, 2025, pp. 304, € 20,00

Sulle immagini di un piatto paesaggio, dal basso orizzonte, visibile dal portellone socchiuso di un treno merci che procede lentamente sferragliando, mentre scorrono gli scarni titoli di testa, una voce fuori campo femminile si presenta: «Adesso ho trent’anni, e da quindici sono una hobo, una sorella della strada, parte di quella bizzarra e variegata comunità di donne cresciuta tumultuosamente durante la Grande Depressione. Ho sempre girato con gente stravagante, vagabondi e hoboes, sia uomini che donne. Non c’è mai stato un momento, da quando ho memoria, in cui non bazzicassi girovaghi, prostitute o rivoluzionari. […] Sbirri, arresti, prigioni, manicomi e bettole sembrano aver fatto parte della mia vita da sempre. […] Nel mio mondo c’era sempre qualcuno che veniva arrestato. […] E se da ragazzina ho saltato uno o due pasti, o magari sei, non ne facevamo una tragedia. Da sempre ho vissuto con persone sole e affamate» (pp. 15-16).

Uno stacco netto di montaggio e vediamo la donna di cui abbiamo sin qua condiviso lo sguardo, accompagnato dalla sua voce narrante, seduta sul pagliericcio all’interno del vagone con la schiena appoggiata a una parete. «Non ricordo nessuno che mi abbia raccontato una fiaba durante l’infanzia, ma in compenso mi emoziono ancora al ricordo delle storie che raccontavano gli operai che posavano i binari lungo la ferrovia o i lavoratori itineranti che viaggiavano nei vagoni bagagli per raggiungere i campi di grano del Minnesota; o ancora al ricordo degli eccitanti racconti sulle corse con le slitte in Alaska, sulle fughe e gli arresti a San Francisco e sulle risse tra ubriachi nelle bettole di New Orleans. […] C’erano poche donne hobo allora. Le uniche che ricordo avevano lo stesso modo di mia madre di alzare orgogliose la testa quando esprimevano un’idea, quando raccontavano una storia divertente o quando parlavano senza imbarazzo di prostituzione o del mettersi con uomini che poi lasciavano» (pp. 18-22).

Così potrebbe aprirsi un film derivato da Sister of the Road, the Autobiography of Box-Car Bertha, as told to Dr. Ben L. Reitman edito da The Macaulay Company nel lontano 1937, libro presentato alla sua uscita come l’autobiografia di una donna unitasi al mondo dei vagabondi che attraversavano gli Stati Uniti durante la Grande Depressione in cerca di lavoro e di avventura, che non disdegnavano di prendere parte ai conflitti sociali in cui si imbattevano.

In realtà il film non esiste, così come Bertha, la protagonista del libro, è una figura immaginaria e la sua autobiografia scaturisce dalla fantasia dello scrittore, ginecologo, anarchico, oltre che convinto propugnatore del nudismo, Ben Doc Reitman (1879-1942). Proveniente da una famiglia di ebrei russi emigrati negli Stati Uniti, l’autore ha imbastito l’immaginaria autobiografia di Bertha rifacendosi alle storie di donne in cui si è imbattuto nel corso dalle sue esperienze di vagabondaggio e della sua attività di medico. Legato per qualche tempo sentimentalmente a Emma Goldman, nel corso della sua vita Retiman ha aderito all’International Brotherhood Welfare Association e fondato la sezione di Chicago degli Hobo Colleges, l’università dei vagabondi, si è impegnato nel contrastare la diffusione della sifilide e per dare sostengo medico all’umanità marginale e alle donne dei bordelli, non mancando di fare conoscenza diretta delle prigioni e della violenza di chi non sopportava che qualcuno osasse mettere discussione le leggi, le regole e le consuetudini di un società che ambiva a dirsi “rispettabile” nonostante fosse fondata sullo sfruttamento e sulla sopraffazione degli esseri umani e, in particolare, delle donne.

Il racconto di Bertha prende il via con i suoi ricordi d’infanzia, quando, insieme alla madre, iniziò il suo vagabondare negli Stati Uniti unendosi a un’umanità rimossa dalle narrazioni edulcorate della storia statunitense. Ad immergere la protagonista sin dalla tenera età in questa realtà marginale, imposta o scelta, è la piccola pensione gestita per qualche temo dalla madre ad Aberdeen. «I clienti erano principalmente ferrovieri, teatranti e artisti da luna park, e il tipo di gente che non ama stare negli alberghi. Arrivavano sempre anche sindacalisti, scioperanti e militanti radicali […]. Erano queste le persone, insieme agli operai della ferrovia e ai membri della IWW, che riempivano la nostra pensione. Ogni notte c’era una discussione sul sesso, gli scioperi o il socialismo» (p. 24).

Nei ricordi di Bertha «la maggior parte delle donne sulle strade erano agitatrici politiche […]. Portavano i capelli a caschetto, ma non troppo corti. Parlavano in modo concitato e spronavano sempre gli uomini ad andare con loro a San Francisco o dovunque fossero dirette per qualche raduno» (pp. 24-25). Se la maggior parte di queste donne si era messa in viaggio per sfuggire alla povertà e al degrado in cui erano nate, altre si erano allontanate da casa in cerca di maggiore libertà rispetto a quella concessa loro dalle famiglie o, più semplicemente, per il gusto di viaggiare o di fuggire dalla monotonia della cittadina o della fattoria in cui si trovavano a vivere. «Quelle ricche diventano delle giramondo, quelle spiantate diventano delle hoboes» (p. 25).

La formazione della piccola Bertha passa dall’esperienza trascorsa, allo scoppio della prima guerra mondiale, in una comunità cooperativa tra le colline di Little Rock, nell’Arkansas, e nella Home Colony, un insediamento anarchico nei pressi di Tacoma, nella zona di Seattle. La prima era una comunità fondata «da socialisti, anarchici e liberi pensatori, tutti contro la guerra, tutti stanchi di lottare per sopravvivere, tutti convinti che il capitalismo fosse la causa prima delle loro difficoltà» (p. 28), mentre la seconda era una comunità fondata da anarchici basata sull’amore libero. In tali contesti la piccola è cresciuta tra le letture di testi come Notizie da nessun luogo di William Morris, L’anima umana nel socialismo di Oscar Wilde, Lavoro di Émile Zola, le poesie di Walt Whitman e di opere di Byron, Shelley, Strindberg, Ibsen, Eltzbacher, Tolstoj, Proudhon, Godwin e Tuckere.

Bertha racconta delle abilità oratorie di agitatori anarchici o socialisti di fronte a sale gremite a cui, non di rado, seguivano scontri con la polizia, schedature e arresti. Nell’universo raccontato dalla protagonista non mancano bordelli, papponi e malattie veneree, mense e dormitori ma anche prigioni, work houses e colonie penali reati minori. Nei ricordi della protagonista compaiono anche Hobo Colleges, comitati di disoccupati e forum radicali dedicati ai vagabondi. Sarebbe sbagliato, sottolinea Bertha, pensare agli hoboes come «a un mucchio di stolidi ignoranti. Al contrario, sono interessati alle belle conferenze e sono in grado di seguirle, e lo stesso vale per qualsiasi altro tipo di arricchimento culturale. Oltre ad avere ottimi insegnanti, professori di gran spessore e abili educatori, all’Hobo College gli studenti stessi, cioè gli hoboes, erano sempre più capaci di ragionare e parlare con lucidità. Anzi, gli insegnanti più brillanti e gli oratori più stimolanti del College erano proprio loro, ovvero provenivano dal tipo di vita che conoscevamo bene» (p. 86).

All’epoca della Grande Depressione, l’universo dei vagabondi, ricorda Bertha, in cui non mancavano omosessuali, uomini e donne, aveva le sue categorie: «gli hoboes erano le donne e gli uomini non sposati che giravano il paese in cerca di lavoro; i tramps erano sempre non sposati ma anche senza un soldo, gente che vagabondava da un posto all’altro alla ricerca di nuove eccitanti avventure». A differenza degli hobo, questi ultimi vivevano di espedienti e non cercavano un lavoro. C’erano poi «i bums, la categoria meno numerosa ma con le persone più problematiche, quelle dipendenti da droghe o alcol che avevano perso ogni parvenza di rispettabilità. Questi ultimi erano i clienti abituali delle bettole, quelli che si vedevano stesi per terra nei vicoli, nei parchi o nei bar» (p. 59). Se un po’ tutti i vagabondi non disdegnavano di bere, i bums lo facevano in continuazione mostrandosi del tutto disinteressati alla politica e a trovarsi un lavoro.

Non pochi vagabondi erano dediti alle droghe non tanto per il piacere di farlo, afferma Bertha, ma per lenire il dolore e le angosce. Erano quasi esclusivamente gli uomini a ricorrere alle droghe. «Innanzitutto perché le donne sulla strada sono costantemente al verde, e la roba costa. Lo stesso vale per le donne che passano molto tempo nei ricoveri. Le uniche sorelle della strada che si lasciano tentare dalla droga sono quelle per cui il vagabondaggio è accessorio rispetto ad altri loro traffici. Le ladre o le prostitute che occasionalmente vagabondano di tanto in tanto assumono droga. Questo succede molto più al sud che al nord, e lì la specialità sono le sigarette di marijuana» (p. 134).

Nei racconti di Bertha fanno capolino anche la Coxey’s Army March del 1894, che vide una moltitudine di disoccupati marciare su Washington DC chiedendo al governo federale la creazione di posti di lavoro pubblici, i tanti comizi tra gli anni Venti e Trenta degli oratori più radicali dell’IWW, del Proletarian Party e della Revolutionary Workers’ League tenuti a Bughouse Square, come veniva chiamata in gergo Washington Square Park e l’ambiente del Dill Pickle Club, popolare teatro e cabaret in cui, tra la fine degli anni Dieci e la metà dei Trenta, passarono tanti liberi pensatori del cosiddetto Chicago Renaissance.

In chiusura del film mai realizzato immaginato in apertura, ci si ritrova, nuovamente, su un treno ora in entrata nel Pennsylvania Depot di New York, con Bertha che condivide i suoi pensieri. «Ora mi era chiaro che tutto quello che avevo faticato a imparare, in qualche modo lo intuivo già. Prima di aver vagabondato anche solo per un chilometro, intuivo già com’era la vita da hobo. Tutte le mie esperienze con i vagabondi, i criminali, i devianti sessuali, i radicali e i rivoluzionari avevano solo confermato quello che sapevo o intuivo da sempre. Le tante cose che avevo imparato in quei quindici anni ricchi e intensi in fondo si riducevano a un po’ di sociologia e di economia, alla capacità di fare rilevazioni statistiche e classificazioni. Uno studente universitario avrebbe potuto imparare le stesse cose in un semestre, o leggendo un manuale. E tuttavia avevo raggiunto il mio obiettivo: ero riuscita a fare tutto quello che mi ero messa in testa di fare. Volevo sapere come ci si sentiva a essere una hobo, una radicale, una prostituta, una ladra, una riformatrice, un’assistente sociale e una rivoluzionaria. Ora lo sapevo. Fui percorsa da un fremito» (p. 300).

Come scrive Barry Pateman nella Prefazione a Sister of the Road, attraverso la lettura della vita di Bertha è possibile vivere «la storia di migliaia di persone che hanno viaggiato, lottato e imparato dalla vita cosa fosse giusto fare. Spinta dal proprio desiderio di sperimentare tutte le emozioni e passioni dell’esistenza, Bertha assurge a simbolo di una vasta fetta di umanità» (p. 11). Occorre però ricordare che il racconto di Bertha deriva dalla fantasia e dalle esperienze vissute in prima persona, oltre che dalle testimonianze raccolte, dello scrittore, ginecologo, anarchico Ben Doc Reitman. Un uomo. Per quanto “al femminile”, Sister of the Road è pur sempre il racconto di un uomo che si immagina come una donna possa aver vissuto il suo vagabondaggio lungo gli Stati uniti all’epoca della Grande Depressione.

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Gruppo di famiglia in un prisma https://www.carmillaonline.com/2026/01/24/gruppo-di-famiglia-in-un-prisma/ Sat, 24 Jan 2026 21:00:52 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92053 di Franco Pezzini

Angelica Grivel Serra, L’anello debole, pp. 496, € 20, HarperCollins Italia 2025.

I resoconti confidenziali su fatiche di coppia e gli affreschi su saghe familiari incontrano nella narrativa italiana mainstream ancora del nuovo millennio un indubbio successo: basta sfogliare i cataloghi dei grandi editori, e non solo dei famigerati (la formulazione suona sessista) “romanzi per signora”. I motivi potrebbero essere parecchi, e non tutti nobili: ma è pur vero che i modelli di riferimento, come il grande romanzo borghese dell’Otto e del Novecento (da Balzac a Mann) con le sue epopee familiari, e le stesse incursioni del cinema [...]]]> di Franco Pezzini

Angelica Grivel Serra, L’anello debole, pp. 496, € 20, HarperCollins Italia 2025.

I resoconti confidenziali su fatiche di coppia e gli affreschi su saghe familiari incontrano nella narrativa italiana mainstream ancora del nuovo millennio un indubbio successo: basta sfogliare i cataloghi dei grandi editori, e non solo dei famigerati (la formulazione suona sessista) “romanzi per signora”. I motivi potrebbero essere parecchi, e non tutti nobili: ma è pur vero che i modelli di riferimento, come il grande romanzo borghese dell’Otto e del Novecento (da Balzac a Mann) con le sue epopee familiari, e le stesse incursioni del cinema d’autore restano fonti d’ispirazione non accantonabili – per non parlare della vita vissuta. D’altronde va detto che oggi simili romanzi, riflettendo il mondo triste in cui viviamo, fin troppe volte patiscono le strette claustrofobiche di un fondamentale ombelicocentrismo: perché mai dovremmo dunque com-patire certe insopportabili coppie autocentrate alla deriva delle proprie paturnie? E cosa possono dirci le grandi saghe familiari in un’età in cui la famiglia si destruttura sempre più? Su questi fronti non è stato già detto tutto quel che si poteva dire?
Eppure c’è chi riprende la sfida con una freschezza nuova, smontando proprio i nodi più problematici denunciati e additando semmai alcune faglie interessanti in quel filone di romanzi. Strappando al particulare certi tipi di dinamiche e cercando una diversa apertura, che permette di non affossare il tutto in un pessimismo nichilista o nella balbettante afasia, né nel riciclone modaiolo. Quando poi, come in questo caso, la voce è molto giovane (1999, cioè ieri dal punto di vista di chi scrive), l’apertura alla speranza risulta persino più genuina, impastata con la spinta a vivere appieno ma senza ingenuità e mirando alto sul piano della credibilità.
La storia, diciamolo subito, fin dall’inizio afferra il lettore. Il clan familiare Raccis che gestisce un’avviata ditta in Sardegna si regge su accordi mai formalizzati, tesi attraverso una rete di non-detti, umoralità, irrisolti e lavoro nero di familiari. Una situazione, qui proiettata sul piano del lavoro, che in fondo ben metaforizza non-detti e umoralità nei rapporti con tanti clan familiari, creduti magari solidissimi e invece tessuti di ambiguità, odiosi impliciti o orrendi teatrini.
Quando la carismatica Piera, morendo, lascia la sua importante quota al prediletto fratello Claudio ma senza alcuna scrittura a provarlo, come una torma di sciacalli o una cospirazione plantageneta da dramma di Shakespeare gli altri disconoscono la decisione. Claudio, nonostante le esortazioni dei suoi cari, ha scelto negli anni di fidarsi di Piera e degli altri, o piuttosto ha neghittosamente mancato di far formalizzare il suo concreto impegno in azienda e in ultimo i diritti riconosciutigli dalla morente. Per indolenza e scarsa attenzione alle invidie e ai rancori serpeggiati da una vita, per pelosa accondiscendenza a dinamiche in cui è invischiato anche legalmente, ma anche per irresponsabile ingenuità, ha finito così col consegnare moglie e figli a un precipizio economico. Alla famiglia della roba, quella di provenienza, si contrappone in effetti la famiglia che Claudio ha saputo costruire, la splendida moglie Cecilia e i figli adolescenti Amanda e Rocco: che però, “traditi” da quella sua pelosa disattenzione, devono rimettere in discussione tutto il loro rapporto con l’anello debole Claudio.
Particolarmente Cecilia è ferita e furiosa, per la scelta del marito di essersi appoggiato indiscussamente all’ambigua Piera e non aver considerato o condiviso con moglie e figli lo specifico della situazione. Una mancanza di fiducia, in ultima analisi, che impatta pesantemente sul legame matrimoniale. L’introverso Claudio dovrà dunque affrontare una crisi interiore, di coppia e della famiglia ristretta, ed esteriore con i subdoli parenti dell’azienda che prontamente lo scaricano: dovrà cercare di reimpostare l’intero quadro, ma soprattutto si confronterà nelle sue debolezze – perché è chiaro a tutti, a partire da sua moglie, che alcuni elementi di fragilità possono appartenere al suo io immodificabile – con la necessità di recuperare una credibilità agli affetti. Ma alla fine del romanzo, non siamo più così certi che l’anello debole del titolo sia il povero Claudio: perché forse la realtà è più complessa.
Siamo partiti dalla presa d’atto dell’esistenza di una narrativa di crisi di coppia e di saghe familiari, ma in questo caso, a ben vedere, l’autrice ne riprende i temi principalmente per far esplodere il tutto.
Sia perché la famiglia estesa in quanto tale, erede di una lunga tradizione letteraria, è in scena (brillantemente) soprattutto nel teatro del tradimento all’inizio, ma poi resterà sullo sfondo come groviglio sterile di interessi e di arroganze, alleanza di cattivi soggetti tutti pronti a tradire e rubare. Il tutto nel gioco di luci e ombre di un sostanziale realismo, senza fughe caricaturali in Atridi 2.0 e con amaro rispetto di situazioni in fondo non sconosciute ai lettori (c’è sempre qualche ramo delle famiglie eroso da simili piaghe).
Sia perché la famiglia “ristretta” e più vera, moglie e figli, e la stessa relazione di coppia che vi sta alla base, non si appiattiscono nei malumori modaioli di psicanalismi da salotto: il primo vincolo è la responsabilità reciproca, alla base di affetti che lì trovano la loro stabilità e fertilità. La vera, intensa e appassionata protagonista del romanzo, dunque, è Cecilia, severa custode di quegli affetti e quel progetto, e idolatrata dalla figlia con cui condivide tale serietà di fondo. L’autrice scommette sul senso autentico di un certo modello senza ottimismi buonistici, fa piazza pulita di introspezioni farlocche e crisi di coppia tra autocentrati, presenta relazioni esigenti pur nella consapevolezza di una perfettibilità e di una dimensione umanissima del limite. A mutare insomma non potrà essere solo Claudio, nella presa d’atto che qualunque rapporto vivo è chiamato a una continua e onesta ridefinizione.
Questa impegnativa serietà e questo senso della fatica fiero e realistico l’autrice rielabora e rinnova da un intero filone di scrittrici sarde (idealmente da Deledda a Murgia). Lo fa con un romanzo dalla salda struttura, dove riesce abilmente a gestire una coralità complessa – in cui anche il passato vibra i suoi affondi. Particolarmente interessante, nella sua ambiguità ed enigmaticità, è il profilo di Piera, donna delle missioni in Africa ma anche dei movimenti equivoci e vagamente manipolatori. Con la sua ombra, Cecilia e anche il lettore dovranno confrontarsi: e se qualche forma di pacificazione con la morta emergerà, l’autorevole Piera resta legata a filo stretto a un contesto di ambiguità e menzogne.
Ma se Piera è, nel bene e nel male, un’ombra indecifrabile nel proprio agire sotterraneo, altre grandi presenze di una tradizione familiare femminile che trionfa in Cecilia per poi raggiungere Amanda, pur appartenendo alle schiere dei morti e della nostalgia non sono riducibili a fantasmi. Vivono infatti, resistono e s’impennano proprio in Cecilia: e qui appare una dimensione diversa dell’essere famiglia, come passaggio di testimone e di dignità. A differenza che a casa Raccis, questo modo differente e tanto più alto di essere con-giunti vede indissolubilmente combinati affetti e dignità. Ciò grazie al lascito di donne immense – non fantasmi ma presenze vive, non soltanto nel dna o nella memoria ma nello stile e nel richiamo, che non è solo (moralisticamente) esempio ma sangue che tira, appello innamorato, desiderio di meritare un certo lascito. Dunque Donna Armida, la mitica nonna, figura da antiche storie mediterranee, dai tratti volitivi di chi cerca giustizia ma capace anche di biasimare se stessa per la scomoda eredità lasciata ai figli, come filata in un mito greco e oggetto di una veglia funebre leggendaria; e poi l’immensa Beatrice, la madre di nostalgie increspate come sfondi di presepio, “vigorosa, pratica e regale ma del tutto estranea a un qualunque tipo di esternazione di sentimento, […] sempre da conquistare”, per Cecilia “cuneo di amore disperato, quello di cui avrebbe sentito sempre l’esigenza per soccorrere le vertigini della sua suprema ansia d’affetto” e oggetto di rispetto di cristallo anche per il genero. Perché appunto le Madri, anche quando ormai inarrivabili nel loro abbraccio tra i morti, restano a fondare il nesso tra affetto e dignità. E se la forte Cecilia svela in sé fragilità sapientemente narrate dall’autrice (anche quelle che potrebbero definirsi problemi di circolazione sono in realtà molto di più, segno di inevitabili sconcerti in un abisso quasi ctonio del sangue), la sua nostalgia ripropone il sentire vivo di loro, il loro modo di essere e la loro presenza autorevole. Permettendo un ricordo non al passato, ma al presente e al futuro – e forse è emblematico il futuro implicito nel nome della figlia Amanda, “colei che deve essere amata”, la “degna di essere amata” di questo tipo di amore.
Nel caso dei personaggi che più frequentiamo in queste pagine, lo scavo psicologico offerto è in effetti a tutto tondo: superbo, intenso e profondo, sapientemente emotivo e insieme lucidissimo. Si coglie nel quadro – in progress, perché la vicenda va avanti – una sovrabbondanza di umanità che non esaurisce l’apologo in finzione ed è indubbiamente frutto di sensibilità dell’autrice. In scena è così uno straordinario prisma dove cogliamo da sfaccettature diverse e cangianti le dinamiche esteriori e interiori della famiglia di Claudio: un insieme per nulla “facile” o prevedibile da gestire sul piano narrativo.
Con un ulteriore punto di forza nella voce. Grivel Serra mostra una lingua matura, ricchissima e vivida persino nelle scelte lessicali (non mancano termini ricercati, che mai si piegano però alla forzatura compiaciuta); un’eleganza stilistica pienamente letteraria che davvero colpisce.
E su tutto, anche per il tramite di frasi in dialetto e per la figura di un testimone anziano e un po’ particolare a casa di Claudio, si impone la presenza di una Sardegna libera da ogni concessione allo stereotipo, tra durezze autentiche, rigori e serietà esigenti. Come quella della giovane autrice.

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Plur1bus: l’invasione degli infracorpi https://www.carmillaonline.com/2026/01/24/plur1bus-linvasione-degli-infracorpi/ Fri, 23 Jan 2026 23:01:53 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92127 di Walter Catalano

Vince Gilligan colpisce ancora. Dopo qualche anno di meritato riposo lo sceneggiatore e showrunner creatore delle due serie più giustamente celebrate, premiate ed amate degli ultimi anni, Breaking Bad (2008-2013) e Better Call Saul (2015-2022), torna finalmente sugli schermi con le 9 puntate della prima stagione di Plur1bus, questa volta distribuito da Apple TV. Lo scenario resta immutato, il paesaggio desertico e quasi western della città di Albuquerque nel Nuovo Messico, ma il genere è cambiato: dopo il crime e il noir, Gilligan torna alle origini – aveva esordito come sceneggiatore nel team di X-Files – e passa [...]]]> di Walter Catalano

Vince Gilligan colpisce ancora. Dopo qualche anno di meritato riposo lo sceneggiatore e showrunner creatore delle due serie più giustamente celebrate, premiate ed amate degli ultimi anni, Breaking Bad (2008-2013) e Better Call Saul (2015-2022), torna finalmente sugli schermi con le 9 puntate della prima stagione di Plur1bus, questa volta distribuito da Apple TV. Lo scenario resta immutato, il paesaggio desertico e quasi western della città di Albuquerque nel Nuovo Messico, ma il genere è cambiato: dopo il crime e il noir, Gilligan torna alle origini – aveva esordito come sceneggiatore nel team di X-Files – e passa alla fantascienza. E la vena filosofica ed esistenzialista, il dilemma etico e morale, la satira swiftiana perennemente in equilibrio tra farsa e tragedia, che avevano sostanziato le sue egregie opere precedenti, permangono intatte anche in quest’ultima dove le premesse, sia in termini tematici che figurativi, attingono profondamente alla fantascienza cinematografica più classica, quella degli anni ’50: i film di Jack Arnold e L’invasione degli Ultracorpi di Don Siegel.

Il radiotelescopio di un osservatorio spaziale in mezzo al deserto capta un segnale intelligibile proveniente, dopo migliaia di anni luce, da una galassia remota. Gli scienziati individuano nel messaggio il codice di un sistema biologico e sintetizzano un misterioso virus che, per il classico errore umano, infetta uno dei ricercatori, il quale bacia intenzionalmente la collega per infettarla a sua volta. I primi contaminati nel laboratorio, come in preda ad un raptus, impregnano con la saliva materiale destinato all’esterno: nel giro di poche settimane tutto il mondo ha subito il contagio (e ora tornano in mente altri vecchi film come A for Andromeda, The Andromeda Breakthrough, ecc.), fanno eccezione – scopriremo qualche puntata dopo – solo dodici persone, in varie parti della Terra, immuni al virus. Fin qui niente di più tradizionale, ma ora il colpo di genio: se gli invasori fossero buoni? Se il virus fosse un dono? Se la mutazione portata dal contagio realizzasse finalmente il sogno di uguaglianza e fraternità, di limpidezza e sincerità totale, di assoluta non violenza e solidarietà indiscriminata auspicato da ogni credo religioso e politico? Il paradiso in terra ottenuto rinunciando definitivamente al proprio io individuale ed egoistico per confluire, come sciogliendosi in un oceano di gioiosa fratellanza, tutti insieme in una super mente collettiva che contenesse le nozioni, le competenze e le memorie di ogni singolo componente messe al servizio di un “noi” generale composto da tutta l’umanità.

Questo spiega il titolo della serie, che richiama il motto non ufficiale degli Stati Uniti, “E pluribus unum”, ovvero “Da molti, uno solo”. Ribaltando le angosce paranoiche del romanzo di Jack Finney e del film di Don Siegel – gli ultracorpi, il pericolo comunista, l’invasione aliena – la storia di Gilligan ci mostra come, nella mente di un corpo che non è snatched ma che resta assolutamente identico, si possa dispiegare in concreto l’applicazione letterale di un principio astratto, teorica frase d’ispirazione virgiliana alla base della costituzione americana.

Ma c’è un “ma”. Fratellanza e uguaglianza sono compatibili con libertà? E qui entrano in gioco i pochi umani immuni al contagio, vedremo come ognuno di loro verrà lasciato dagli “Altri” libero senza alcuna imposizione, di seguire la propria scelta qualunque essa sia. Uno di questi è la protagonista della storia, attraverso gli occhi della quale scopriamo il contesto della vicenda, si tratta di Carol Sturka – interpretata da un’impareggiabile Rhea Seehorn, già coprotagonista di Better Call Saul, ruolo che le aveva procurato due nomination agli Emmy Awards, e qui mattatrice incontrastata – una famosa scrittrice di fantasy-romance di basso livello, piuttosto egocentrica e di non facile carattere, che convive in un ménage coniugale lesbico con la propria agente letteraria (la scelta di una protagonista lesbica potrebbe far pensare che anche Gilligan, pur ironizzando spesso e volentieri, in metafora, nel corso della trama, sulla cultura woke, non si voglia sottrarre a una sorta di clickbait che strizzi l’occhio in quella direzione). Durante il traumatico passaggio in contemporanea dell’umanità alla mente collettiva, Carol assiste impotente e senza capire, mentre è a cena fuori con la compagna, alla trasformazione che provoca varie vittime: alcune si trovano al volante o in situazioni pericolose durante la perdita di conoscenza che prelude alla mutazione e subiscono incidenti mortali, altre – come la partner di Carol – semplicemente non superano la crisi convulsiva. Carol, immune, resta intatta ma vedova. Quando si rende conto che qualunque estraneo mai incontrato prima la conosce familiarmente e la saluta chiamandola per nome, che tutti sono disponibili e sorridenti, sempre pronti ad aiutarla, a soddisfare ogni suo desiderio e a non contrariarla mai, Carol, capisce che è successo davvero qualcosa di irreversibile e tutte le risposte alle sue domande, tutte le spiegazioni e le informazioni possibili, le vengono comunicate senza omissioni o reticenze dalla super-mente dei mutati in una trasmissione televisiva dedicata esclusivamente a lei. Ovviamente l’individualismo di Carol si ribella, la gentilezza e il candore della mente-alveare le ripugna: Carol vuole capire tutto per avere gli strumenti che le permettano di combattere contro, e salvare il mondo per riportarlo all’inferno di prima. Così risponde alle premure degli “Altri” con la rabbia e la diffidenza e scopre ben presto che le sue sfuriate, le capricciose ripicche, le urla arrabbiate, arrecano uno shock fortissimo con devastanti attacchi epilettici agli umani modificati, non solo a quelli nelle sue immediate vicinanze, i cui effetti su di loro può constatare di persona, ma in tutti gli umani modificati, in tutto il pianeta contemporaneamente: le viene comunicato, con riluttanza per non turbarla troppo, che ognuna di quelle crisi ha provocato migliaia di morti in tutto il mondo. Proprio per evitare senza eccessivi traumi questi inconvenienti, gli “Altri”, decidono di lasciarla sola abbandonando in massa Albuquerque (in questa parte entriamo nella scia di I Am a Legend di Richard Matheson, con tutta la filmografia annessa): potrà comunicare con loro solo tramite cellulare e non le mancherà nulla, deve solo chiedere e quanto richiesto, cibo o qualsiasi altra cosa, le verrà consegnato direttamente a casa tramite droni. Nella sua solitudine Carol continua a investigare e scopre che gli “Altri” (e qui torna un altro classico della fantascienza, Soylent Green, da noi 2022: i sopravvissuti, film del 1973 di Richard Fleischer, tratto dal romanzo Largo, largo! di Harry Harrison) ricavano sostanze nutritive dai corpi dei morti. L’apparentemente orribile mistero le viene spiegato ben presto: gli “Altri” non uccidono nessuna creatura vivente, non mangiano neanche frutti se non già caduti dall’albero; in questo modo tutte le risorse alimentari saranno presto consumate e lo sgradevole processo di utilizzare le proteine dei cadaveri come cibo serve solo a prolungare di qualche anno l’inevitabile esaurimento delle scorte. Carol apprende anche che tramite un trattamento sulle cellule staminali anche gli immuni possono ora essere mutati e confluire nella mente collettiva ma questo può avvenire solo con totale e assoluto assenso da parte del diretto interessato: Carol ovviamente lo nega.

Particolarmente ben costruita è l’ondivaga condizione psicologica vissuta da Carol dopo la morte della compagna e la sua reazione al nuovo mondo in cui si illude da principio di non avere più bisogno di nessuno. La sua evoluzione passa attraverso varie fasi contraddittorie: il desiderio iniziale di essere l’eroina della storia – un po’ come i superomistici personaggi dei suoi pessimi romanzi fantasy – contattare e raccogliere insieme tutti gli immuni del mondo e organizzare con loro una specie di guerriglia, per scoprire invece, deliziosa ironia di Gilligan, che non frega niente a nessuno e che tutti si sono organizzati secondo la propria indole: la fanciulla peruviana decide di unirsi ai propri familiari e a tutti gli “Altri” dando l’assenso per la mutazione; l’edonista nordafricano vive come un re nei migliori hotel, servito e riverito con le massime comodità e i cibi più raffinati, circondato da decine di bellissime donne sempre disponibili (nessuno degli “Altri” direbbe mai di no a nessuno per non dispiacere l’interlocutore…) e guidando una Ferrari di colore diverso per ogni giorno della settimana; solo nelle giungle del Paraguay un certo Manousos Oviedo (interpretato dall’attore colombiano Carlos Manuel Vesga), sembra ancora più radicale e arrabbiato di Carol, ma per eccesso di diffidenza e sospetto, rifiuta ogni contatto con chiunque. Fallito il tentativo subentra in Carol la paura di poter essere cancellata, che gli “Altri” mentano e non siano così angelici come appaiono; con sollievo scopre poi che davvero i mutati sono totalmente incapaci di mentire e che la sua individualità è del tutto al sicuro, perché nessuno farà mai violenza su di lei neanche per difendersi. Poi la speranza di poter vivere effettivamente una vita solitaria e felice e, infine, la presa di coscienza che no, è impossibile vivere soli: arrivando a implorare gli “Altri” di tornare a ripopolare Albuquerque e innamorandosi della bella Zosia (Karolina Wydra), la chaperon che si è da subito occupata di lei, ha sopportato mettendo a rischio la sua incolumità fisica le conseguenze degli esperimenti anche pericolosi di Carol per saggiare la vera natura degli “Altri”, e che ora intuendo i suoi segreti desideri la bacia per prima e si sforza di parlare al singolare e non al plurale come fanno tutti i mutati. Innamorarsi dell’attraente frammento di una mente alveare incrina le convinzioni di Carol proprio mentre Manousos Oviedo giunge finalmente da lei dopo un avventuroso viaggio in auto dal Paraguay fino al Nuovo Messico per incontrarla: ha un piano per scatenare la resistenza, basato su un suo maniacale scandaglio delle frequenze radio, proprio nel momento in cui la determinazione di Carol vacilla. L’intesa fra i due è tutt’altro che facile – incomprensione resa ancor più paradossale dalla barriera linguistica, risolta parodisticamente con l’ausilio del traduttore automatico di un cellulare – come suona il titolo dell’ultima puntata della prima stagione e come Manousos dice brutalmente a Carol: La Chica o El Mundo. Bisogna scegliere: vuoi l’amore della ragazza o vuoi salvare il mondo? Carol si rende conto che l’amore di Zosia è impersonale, che lei è noi e l’amore per Carol è invece possessivo ed egoistico, questo le fa prendere la decisione. Il preludio alla già annunciata prossima stagione delle quattro previste, vede Carol e Manousos insieme: lui sembra aver trovato il modo per combattere la collettività sfruttando le frequenze radio, ma lei si è anche procurata una bomba atomica, gentilmente fornita dagli “Altri” che non rifiutano mai niente a nessuno: Zosia gliela scarica da un elicottero nel giardino di casa. Siamo davvero curiosi di sapere come Gilligan potrà continuare date tali premesse… Intanto notiamo fra le mille finezze di questo show perfetto anche la colonna sonora: un florilegio di classiche canzoni americane, da People are Strange a Destination Moon, cantate però nelle lingue più esotiche del mondo, hindi, urdu, farsi, e chi più ne ha più ne metta.

Una serie troppo intelligente e problematica perché buona parte del pubblico la apprezzi davvero, già si leggono – almeno in Italia – superficiali commenti che l’accusano di lentezza, di noia, di staticità. Insomma la satira troppo sottile e le complicazioni filosofiche rallentano il ritmo, almeno in Breaking Bad si sparavano spesso, qui invece “non succede nulla… aridatece gli zombie !”.

 

 

 

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Un decennio da infarto: storia controculturale dei Novanta https://www.carmillaonline.com/2026/01/23/un-decennio-da-infarto-storia-controculturale-dei-novanta/ Thu, 22 Jan 2026 23:46:59 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92596 di Antonino Sciotto

Valerio Mattioli, Novanta. Una controstoria culturale, Einaudi, Torino, 2025, 545 pp., € 24,00

Parlare dei pregi di “Novanta. Una controstoria culturale” di Valerio Mattioli, significa sottolineare innanzitutto la fluidità e l’asciuttezza della sua scrittura che rendono facilmente divorabile un libro di più di 500 pagine. Insomma, Valerio Mattioli scrive senza fronzoli. Attraverso il suo racconto, chi scrive ha avuto modo di conoscere una serie di interessanti dibattiti e di composite “scene” (sopratutto rap e hardcore) che sono stati un prodotto della controcultura negli anni Novanta e allo stesso tempo, un fertile humus per chi ne ha [...]]]> di Antonino Sciotto

Valerio Mattioli, Novanta. Una controstoria culturale, Einaudi, Torino, 2025, 545 pp., € 24,00

Parlare dei pregi di “Novanta. Una controstoria culturale” di Valerio Mattioli, significa sottolineare innanzitutto la fluidità e l’asciuttezza della sua scrittura che rendono facilmente divorabile un libro di più di 500 pagine. Insomma, Valerio Mattioli scrive senza fronzoli. Attraverso il suo racconto, chi scrive ha avuto modo di conoscere una serie di interessanti dibattiti e di composite “scene” (sopratutto rap e hardcore) che sono stati un prodotto della controcultura negli anni Novanta e allo stesso tempo, un fertile humus per chi ne ha seguito il percorso. Non stupisce la conoscenza dell’argomento, d’altronde la produzione di Mattioli è principalmente incentrata sulla musica come testimoniano “Superonda. Storia segreta della musica italiana” (Baldini e Castoldi, 2016) e “Exmachina” (Minimum Fax, 2022). I riferimenti alle arti visive, al fumetto, al teatro d’avanguardia e alla sperimentazione video che emergono dal magmatico universo controculturale italiano restituiscono l’importanza di queste sperimentazioni e di questi progetti, ponendoli addirittura come anticipatori rispetto al mondo dell’arte mainstream.

Questo filone artistico-culturale che si snoda fra l’Isola nel Kantiere e l’Officina 99, il Leoncavallo e l’El Paso e che conferisce valore a questo caleidoscopico panorama, è affiancato ad un altro filone di carattere storico-politico. Nonostante Mattioli specifichi che il suo libro non è una storia dei Centri Sociali, allo stesso tempo dichiara che il proprio obiettivo, forse più ambizioso, è quello di fare una storia degli anni Novanta «attraverso le lenti» dei Centri Sociali prendendo in considerazione fenomeni, scene, culture e linguaggi e portando anche alcuni commentatori a definirlo un tentativo di “storicizzazione”.
Alcune sviste potrebbero far indispettire i creatori (romani!) della rete “Okkupanet” o gli ex della bolognese “Rete Contropiani” che nel giugno 2000 organizza le contestazioni contro una riunione dell’OCSE sotto le Due Torri (ben prima del Global Forum partenopeo). O ancora i creatori dello European Counter Network (ECN), la rete di BBS legata ai Centri Sociali nata in concomitanza con l’“Area Cyberpunk”, riferimento di Decoder, e che viene menzionata in poche righe, tralasciando la sua esistenza pre-Internet che risale al 1989. Al netto di ciò, la dimensione politica, presente anche nella parte artistica, viene spesso lasciata senza conclusioni e l’analisi politica della fase (certamente non l’obiettivo del libro, ma inevitabile non prenderla in considerazione), rimane spesso monca e basata su affermazioni discutibili (vedi la definizione di “Autonomia Operaia”) o luoghi comuni.

I vari capitoli relativi alle questioni politiche sono puntellati di riferimenti all’utilizzo di droghe da parte di questo o quel personaggio, attribuendo così agli stupefacenti quasi un ruolo di deus ex machina che, per Mattioli, fornisce in molti casi ispirazione e financo coraggio. Tra episodi di bottigliette contenenti MDMA circolate ad una manifestazione finita in “scazzi” e caratterizzazioni di alcuni partecipanti al G8 di Genova che avrebbero partecipato per una questione di ribellione alimentata dalla medesima sostanza e dai concerti punk, gli stupefacenti acquistano una rilevanza quasi storica, almeno fino alla fine del libro, quando inaspettatamente (?) iniziano a dilagare in modo impressionante principalmente ai rave.
Il leitmotiv della droga porta infine all’affermazione che a Roma il fascismo sia stato sconfitto (sì?) non tanto dalle vetuste pratiche dell’antifascismo militante, bensì dall’accoppiata “techno & droga”, che avrebbe convertito i ragazzi cresciuti a techno e saluti romani, in altri termini, «il giovane sottoproletariato urbano dall’ideologia dell’intolleranza al sol dell’avvenire della rivoluzione (chimica)».

I dibattiti politici sono dunque subordinati alla dimensione underground e le commistioni fra controcultura e politica, soprattutto quella “istituzionale” finiscono in secondo piano, sebbene siano il brodo di coltura di un processo totalmente inedito che riguarda il Movimento dei Movimenti (No Global, alle cronache) nella sua interezza. Esempio è il rapporto fra le Tute Bianche (innegabilmente fra le parti con più egemonia all’interno del Movimento) e Rifondazione Comunista. Ridurre il tutto ad una simpatia da parte del Movimento verso Fausto Bertinotti (al tempo segretario del partito) che costituirebbe «un caso piú psichiatrico che politico in senso stretto» significa quasi sminuire la progettualità politica dei Centri Sociali. In questo modo l’importanza dell’ibridazione di linguaggi e di pratiche che si sviluppano nell’interazione tra Tute Bianche e Giovani Comunisti, che avevano ben più peso di Rifondazione nel rapporto con il Movimento, sembra quasi descritta come un abbaglio.
La parte conclusiva del racconto (immagino di non star facendo spoiler a nessuno) è incentrata sul G8 di Genova.

In un frammento dal carattere intimamente personale, Valerio Mattioli parla della propria stanchezza, che dai drammatici suicidi di Sole e Baleno (1998) e dall’inizio delle diatribe sulla natura degli spazi occupati, diventa sempre più forte portandolo ad una resa soggettiva, che non lo farà partecipare alle manifestazioni del controvertice ligure. Allo stesso tempo, è difficile districarsi fra la sua opinione e quella dei riferimenti che cita rispetto a quali siano state realmente le cause della fine del Movimento.
Le ultime righe del libro, infine, nella loro secchezza sono la perfetta rappresentazione scritta di un infarto che segna la fine di un decennio.

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Il nuovo disordina mondiale / 32 – L’ultima Thule tra Nato, petrolio, terre rare e…guano https://www.carmillaonline.com/2026/01/21/il-nuovo-disordina-mondiale-32-ultima-thule/ Wed, 21 Jan 2026 20:30:28 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92520 di Sandro Moiso

Peter Apps, Contro la fine del mondo. Una biografia della Nato, Luiss Unversity Press, Roma 2025, pp. 566, 25 euro

«La Russia e la Cina non hanno alcun timore della Nato senza gli Stati Uniti e dubito che la Nato sarebbe lì per noi se ne avessimo davvero bisogno. Tutti sono fortunati che io abbia ricostruito il nostro esercito nel mio primo mandato e continui a farlo. Saremo sempre lì per la Nato, anche se loro non saranno lì per noi. L’unica nazione che la Cina e la Russia temono e rispettano sono gli Stati Uniti ricostruiti da [...]]]> di Sandro Moiso

Peter Apps, Contro la fine del mondo. Una biografia della Nato, Luiss Unversity Press, Roma 2025, pp. 566, 25 euro

«La Russia e la Cina non hanno alcun timore della Nato senza gli Stati Uniti e dubito che la Nato sarebbe lì per noi se ne avessimo davvero bisogno. Tutti sono fortunati che io abbia ricostruito il nostro esercito nel mio primo mandato e continui a farlo. Saremo sempre lì per la Nato, anche se loro non saranno lì per noi. L’unica nazione che la Cina e la Russia temono e rispettano sono gli Stati Uniti ricostruiti da Donald J. Trump.» (Donald Trunp su Truth)

Quando un leader inizia a suscitare repulsione persino nei suoi alleati più fedeli nel mondo, la storia insegna che non è mai finita bene. (Federico Fubini, «Corriere della sera», 19 gennaio 2026)

La pubblicazione della ricerca dell’inglese Peter Apps da parte della Luiss University Press non poteva cascare in un momento migliore, o peggiore a seconda dei punti di vista, per narrare le vicende politiche, militari e ideologiche che hanno portato alla creazione, sviluppo e attuale crisi di una delle alleanze militari multinazionali più longeve della storia. Quella della Nato, per l’appunto, che l’autore paragona alla Lega Delio-Attica, conosciuta anche come lega di Delo, una confederazione marittima costituita da Atene, nel 478-477 a.C. durante la fase conclusiva delle guerre persiane, a cui aderirono dalle 150 alle 173 città-stato greche.

Tra i tanti esempi di alleanze militari come possibili termini di paragone si è preferito questo, da parte di chi scrive, poiché, oltre ad essere volta a difendere l’Occidente, guarda caso, da un nemico proveniente da Oriente, greco fu anche il geografo e viaggiatore, Pitea, che nel 330 a.C., partito per un’esplorazione dell’Atlantico del Nord, riportò la notizia della scoperta di “una terra di fuoco e di ghiaccio su cui non tramontava mai il sole”: Thule (in greco antico: Θούλ,Thoúlē).

Nonostante il discredito gettato su di lui e sulla sua scoperta da Strabone, autore tra il 14 e il 23 d.C. di una delle opere storico-geografiche più importanti dell’antichità, le affermazioni di Pitea furono in seguito rivalutate da Claudio Tolomeo astronomo, geografo e astrologo egizio di cittadinanza greca, vissuto tra il 100 e il 168 d.C., e successivamente quella terra fu variamente individuata da altri autori nelle isole Shetland, nell’Islanda o nella Groenlandia. Soprattutto quest’ultima poiché, una volta corretto l’errore sistematico sulle longitudini della sua Geografia, come proposto da Lucio Russo (1944-2025)1, le coordinate di Tolomeo indicherebbero proprio un punto sulla costa groenlandese.

Oggi, però, quel mito dell’ultima Thule, ovvero di un’isola posta ai confini della Terra e della conoscenza umana, rischia di rivelarsi come l’ultima spiaggia della sopravvivenza della Nato o almeno dell’alleanza nata con il trattato firmato nel 1949 dagli Stati Uniti insieme al Canada e a vari paesi dell’Europa occidentale, non soltanto quelli direttamente affacciantisi sull’oceano che le dava il nome.

Un tempo soldato, poi reporter di guerra e scrittore, Peter Apps oggi è un analista britannico tra i più attenti conoscitori del settore della sicurezza internazionale e dei meccanismi interni della Nato. Pur costretto da un incidente in zona di guerra alla semi-paralisi, continua ancora la sua attività di ricerca come direttore del Project for Study of the 21st Century. Contro la fine del mondo è il suo primo libro pubblicato in Italia. Testo che ha inizio con la seguente, e piuttosto impegnativa, asserzione:

Coloro che hanno fondato l’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico e ne hanno costruito le prime strutture civili e militari credevano di sapere esattamente quale fosse la sua missione. «Considero la Nato come l’organizzazione più importante oggi al mondo», dichiarò nel 1953 agli studenti del nuovo Collegio di Difesa della Nato il primo vicecomandante supremo alleato, il feldmaresciallo visconte Bernard Montgomery. «Credo fermamente che, se la Nato fosse nata prima, non ci sarebbe stata una Seconda guerra mondiale […] credo anche che il rafforzamento della Nato rappresenti la migliore speranza per prevenire la Terza»2.

Ora una tale convinzione, misurata a settantatré anni di distanza dalla sua enunciazione, rivela tutta la fragilità e, allo stesso tempo, la prosopopea di un progetto tipicamente occidentale di governare o rigovernare il mondo attraverso lo strumento militare. Formulazione che, non a caso, è attribuibile a un comandante più noto per il successo avuto dal capo d’abbigliamento che porta il suo nome che al suo genio militare. Anche se Apps cerca di ricordare più i suoi “meriti” che i suoi insuccessi che, invece, un altro autore britannico, saggista ed ex-militare anche lui, Anthony Beevor, ha ripetutamente sottolineato3.

La precisazione era necessaria poiché il lavoro di Apps affronta il problema storico della Nato spesso a partire dal ruolo che il Regno Unito e i suoi rappresentanti politico-militari hanno avuto nella sua creazione e nell’indirizzo dato alla sua funzione. Ruolo che, comunque, risulta, anche negli eventi narrati, sempre subordinato agli interessi e agli indirizzi politici dell’ingombrante alleato, sia per dimensioni effettive che per volontà politica, americano. Fin dagli esordi della suddetta alleanza.

Sappiamo da altre fonti4 quali profonde linee di frattura avessero segnato il rapporto tra Roosevelt e Churchill sulla condotta della guerra e le sue finalità, soprattutto in vista di un accordo con l’URSS di Stalin per la spartizione dell’Europa post-bellica, anche se entrambi non ne avrebbero visto la fine rimanendo al loro posto di comando. Il primo a causa della morte che lo colse il 12 aprile 1945, poco meno di un mese prima della definitiva sconfitta tedesca. Il secondo, forse peggio, per la sconfitta politica subita alle elezioni di quello stesso anno, quando il 17 luglio, ben prima che le atomiche su Hiroshima e Nagasaki ponessero il sigillo sulla vittoria americana sul fronte del Pacifico, il suo governo fu rovesciato dall’avvento di quello laburista di Clement Attlee con Ernest Bevin nominato ministro degli esteri.

In entrambi i casi però, e bisogna dirlo fin da ora, non furono tanto gli uomini a determinare una reale rottura col passato, ma piuttosto, e nonostante le differenze tra Truman e Roosevelt e tra Attlee e Churchill, fu la continuità a trionfare, riaffermando le linee guida fondamentali dei due principali alleati occidentali nel marcare i tempi e l’avvento di un nuovo ordine internazionale. A render chiaro ciò è proprio il percorso politico e ideologico di Bevin, che sarebbe stato tra i protagonisti della conferenza di Postdam e delle successive iniziative per l’avvio del Trattato atlantico.

Nato nel 1881 da una madre single nella campagna del Somerset, Ernest Bevin iniziò a lavorare come operaio non specializzato all’età di undici anni, per poi fondare il sindacato più potente della Gran Bretagna, il Transport and General Workers’ Union. I suoi primi anni, che inclusero la Grande Guerra e la Depressione, lo lasciarono preda della sfiducia nei confronti delle classi dominanti. Nel 1922, tuttavia, dopo esser tornato da una conferenza socialista internazionale a Berlino, sviluppò un’avversione ancor più profonda per lo Stato sovietico e la sua forma di comunismo. […] Dal 1940, durante la Seconda guerra mondiale, Bevin gestì gran parte del “fronte interno” britannico in qualità di ministro del Lavoro del governo di coalizione di Churchill. Dopo le elezioni […] il nuovo primo ministro laburista Clement Attlee lo nominò ministro degli Esteri con lo specifico compito di difendere dal Cremlino la Gran Bretagna e un’Europa devastata5.

Doveva quindi inserirsi in una situazione in cui, a partire da appena due settimane dopo la scomparsa di Hitler, Winston Churchill aveva già iniziato a pianificare il successivo grande conflitto europeo. Conflitto che sull’altro fronte avrebbe dovuto veder schierata l’Unione Sovietica. L’Europa occidentale continentale era in rovina, le sue forze militari praticamente inesistenti e i suoi cittadini ridotti alla fame, mentre l’armata rossa aveva conquistato la maggior parte dell’Europa orientale e Churchill credeva che potesse avere a disposizione fino a duecento divisioni, ovvero diversi milioni di soldati, mobilitate e pronte a spingersi ancora più a ovest. Tanto da fargli scrivere al neo-presidente americano Harry Truman, il 12 maggio 1945:

«Sono profondamente sconcertato dalla situazione europea. Vengo a sapere che metà delle forze aeree americane in Europa ha già iniziato a spostarsi verso il teatro del Pacifico. I giornali sono pieni di notizie sul ritiro degli eserciti americani dall’Europa.[…] In breve tempo, la nostra potenza militare sul continente sarà svanita, tranne che per l’impiego di forze modeste per tenere sotto controllo la Germania. […] Nel frattempo cosa accadrà riguardo alla Russia?»6

Tanto da fargli poi ancora scrivere, sempre al presidente degli Stati Uniti, che «una cortina di ferro era calata sull’Europa» per dividerla e che era impossibile sapere «cosa stia succedendo al di là». Convinzione che lo spinse, senza consultare gli alleati, a ordinare ai suoi comandanti di redigere i piani per l’operazione Unthinkable (impensabile), un piano unilaterale britannico volto a lanciare una guerra preventiva contro l’URSS nel corso della seconda metà del 1945.

Resta impossibile appurare con certezza con quanta serietà venne presa in considerazione. La smobilitazione britannica – il ritorno di soldati, marinai e aviatori alla vita civile – rallentò notevolmente nei mesi di maggio e giugno, forse deliberatamente o forse come segno di una considerazione ufficiale per cui avrebbero potuto essere necessari altrove. Il feldmaresciallo Montgomery – che, da comandante delle forze armate britanniche e canadesi, si ritrovò improvvisamente governatore militare di una vasta porzione della Germania – riferì in seguito di aver ricevuto l’ordine di cessare la distruzione di armi militari tedesche verso maggio, «nel caso in cui potessero rivelarsi necessarie […] per qualunque ragione». Come suggeriva il nome, l’operazione Unthinkable era un po’ folle. La controversa volontà del piano di trasformare in alleato l’esercito della Germania nazista appena sconfitto era solo uno dei motivi per cui la sua esistenza rimase riservata fino alla fine degli anni Ottanta7.

Motivo per cui, dopo la caduta di Churchill, Truman “il piccolo uomo del Kentucky”, si sarebbe chiesto se la perdita di quell’”alleato”, potesse rendergli più facile il raggiungimento di un accordo con Stalin. «Non era impressionato da Bevin o Attlee: in una lettera alla figlia, Truman definiva Bevin e i suoi collaboratori “musoni”, commentando anche il peso di Bevin»8. Successivamente la sua attenzione fu rivolta a marcare la supremazia militare statunitense nei confronti della Russia di Stalin attraverso l’uso dell’arma nucleare di cui, però, a subire le conseguenze furono sul momento e soprattutto i cittadini di Hiroshima e Nagasaki.

E’ in questo insieme di contraddizioni e diversità di prospettive, alcune sicuramente paragonabili ad altre espresse dal Regno Unito a seguito dello scoppio del conflitto in Ucraina, che mise le radici l’idea del Trattato Atlantico. Probabilmente, da un lato la necessità americana di definire, anche con la forza, ben precise sfere di influenza da condividere, come fu poi fino al 1989, soprattutto con l’Unione Sovietica. Necessità questa che se da un lato giocava sulla superiorità nucleare dimostrata nei confronti del Giappone, ben presto ridimensionata dalle attività spionistiche e scientifiche russe, dall’altra doveva tener conto che:

Fino alla primavera del 1940, i sondaggi di opinione mostravano che il 96,4% degli americani era contrario all’ingresso nella Seconda guerra mondiale e un ritorno all’isolazionismo era una possibilità concreta. Tanto meno un futuro come superpotenza militare era inscritto nel suo dna. L’esercito degli Stati Uniti nel 1939 era il diciassettesimo più grande al mondo, con 189.839 ufficiali e soldati. Nel 1945, contava 11 milioni di uomini – ma molti di loro ora volevano tornare a casa9.

Per questi motivi non era affatto scontato che successivamente gli Stati Uniti fossero coinvolti nella firma di ciò che avrebbe dato vita ad una delle più grandi alleanze militari della storia. Motivi che, tra le altre cose, dimostrano come il nazionalismo statunitense debba essere ricreato di volta in volta proprio a causa dell’impermeabilità della tradizione popolare americana a farsi carico di guerre all’estero in nome di non meglio identificati interessi patriottici o di ambigui e incomprensibili regìme change. Un problema con cui Donald Trump deve fare i conti ancora oggi a a livello elettorale.

Ma se qui si è scelto di dare particolare rilievo alla fasi preparatorie di quella che sarebbe diventata la Nato è perché, come avrebbe detto Cechov a proposito di ciò che appare in scena nel primo atto di una rappresentazione teatrale, tutti gli elementi dell’attuale crisi della Nato erano già disseminati nei suoi, diciamolo pure, confusi passi iniziali.

L’opera di Apps, senza mai nascondere complessità, ambiguità ed errori compresi nello sviluppo storico della Nato, attraverso le sue pagine, ci offre l’immagine di un organismo capace di nascere, crescere e trasformarsi più volte: dai giorni drammatici del dopoguerra a quelli dei conflitti odierni, passando per le grandi crisi internazionali come le guerre nei Balcani, in Georgia e in Ucraina, attraversando cambi di scenario repentini come quelli provocati dall’avvento del fondamentalismo islamista e dalle nuove forme di guerra ibrida.

Apps racconta una Nato imperfetta, problematica, spesso litigiosa, ma capace – tra errori, correzioni di rotta e compromessi – di svolgere il suo compito essenziale: tenere al sicuro il territorio degli Stati membri ed evitare escalation incontrollabili. Capitolo dopo capitolo, Contro la fine del mondo mostra come dottrine, decisioni e crisi abbiano modellato l’ordine di sicurezza europeo e atlantico, e perché oggi quell’ordine sia di nuovo in bilico. Da Dunkerque a Vilnius e Washington, l’opera delinea un percorso storico approfondito con ricchezza di dettagli, perché solo così si può comprendere perché la NATO ha potuto esistere. Spesso a discapito dei concreti interessi di milioni, se non miliardi, di abitanti del pianeta che non avevano la “fortuna” di risiedere all’interno dei suoi confini.

L’opera che vorrebbe essere apologetica, con la pretesa che sia stata la Nato ad evitare un nuovo e definitivo Armagedddon, in realtà fornisce, invece, tutti gli elementi per tracciarne con sufficiente sicurezza un diverso ritratto. Un filo rosso che permette di capire come il contraddittorio tra Stati Uniti ed Europa, dovuto ai reciproci e spesso differenti interessi geo-politici ed economici, sia stato soltanto rinviato nel tempo.

Il testo si apre, e si potrebbe anche dire si chiude, con lo scoppio della guerra in Ucraina, che è tornata a mettere in evidenza le falle di una difesa comune intrecciata con gli interessi geopolitici statunitensi e il loro costo per gli stessi se si fossero dimostrati incapaci di liberarsi dall’immagine di poliziotti e salvatori del “resto del mondo”. Un costo che nel tempo ha dimostrato vere le conclusioni dello storico Paul Kennedy sui motivi dell’ascesa e declino delle grandi potenze10, a proposito dei guadagni inversamente proporzionali alla continua espansione delle spese per il dominio da parte degli imperi. Considerazioni, all’epoca dell’uscita italiana del libro, valide per quello russo, ma oggi anche per quello americano.

Un impero che per rafforzarsi deve chiudersi in difesa e tornare a trattare, magari da posizioni di forza, con altre superpotenze11, autentiche o virtuali, tra le quali al momento non sembra essere annoverata l’Europa. Come il distacco di Trump dal consesso internazionale di valori condivisi (?) rende conto. Anche in maniera violenta, come avviene nei momenti di trapasso e di crisi degli ordini imperiali.

Così, proprio là nella terra dell’ultima Thule sembra giocarsi una partita decisiva tra differenti interessi economici, geopolitici, difensivi e monopolistici, soprattutto per quanto riguarda le materie prime e, tra queste, in particolare, le terre rare, il petrolio e il gas. Dei cui depositi la Danimarca ha già concesso oltre cinquanta permessi di esplorazione mineraria, anche a società cinesi, un elemento che a Washington è stato osservato con crescente preoccupazione. Per questo motivo, Qaanaaq (un tempo nota come Thule), una cittadina di 656 abitanti posta nel nord della Groenlandia, uno dei centri abitati più settentrionali del mondo a appena 1300 km dal Polo nord, apparentemente quanto di meno centrale possa esserci nella geografia del potere mondiale, potrebbe assurgere a un’importanza un tempo riservata soltanto a grandi capitali come Roma, Tokyo o Berlino. Eppure, eppure…

Mentre i leader europei sembrano scandalizzati dalla scoperta delle mire imperialistiche americane, soltanto perché divergono ormai dalle loro e da quelle che davano per scontate per la Nato, proprio già nelle vicinanze di Qaanaaq sorge da circa settant’anni la Pituffik Space Base (in passato Thule Air Base), un’enclave amministrativa e militare statunitense che è la base aerea più a nord tra quelle gestite dalla USAF (United States Air Force), trovandosi a 1.118 km a nord del circolo polare artico e a 1.524 km a sud del Polo nord.

Nel 1953 gli Usa acquistarono il territorio per la base dalla Danimarca e gli Inuit che risiedevano in quell’area furono indotti dal governo danese a trasferirsi 110 km più a nord, dove attualmente sorge Qaanaaq. L’uso della base comporta per gli Stati Uniti, a salvaguardia dei “diritti” della Groenlandia, il pagamento di un “affitto” ovvero di “cessione temporanea della sovranità”, di 300 milioni di dollari annui.

Nel gennaio 1968 nei cieli della base di Thule si verificò un gravissimo incidente nucleare: un bombardiere B-52 precipitò nei pressi della base e i quattro ordigni nucleari di tipo Mark 28 F1 furono compromessi, contaminando con materiale radioattivo una vasta area ghiacciata. Motivo per cui, forse, gli unici ad aver qualcosa da ridire sulla presenza americana o europea in quelle lande dovrebbero essere gli Inuit che costituiscono l’85% della popolazione groenlandese, mentre ad esprimersi in difesa dell’intangibilità di quello stesso territorio sono stati soprattutto i rappresentanti della UE e del colonialismo danese (spesso dimenticato e rimosso, ma non per questo non migliore degli altri prodotti dall’Europa nella sua fase espansiva).

Mentre sulle pretese americane potrebbe pesare un documento firmato nel 1916, rispolverato in questi giorni dal giornale britannico «Guardian» e firmato dall’allora Segretario di Stato americano Robert Lensing, in cui si conveniva che: «Nel procedere oggi alla firma della Convenzione relativa alla cessione delle isole danesi delle Indie Occidentali agli Stati Uniti d’America, il sottoscritto Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America, debitamente autorizzato dal suo governo, ha l’onore di dichiarare che il governo degli Stati Uniti d’America non si opporrà all’estensione dei propri interessi politici ed economici da parte del governo danese all’intera Groenlandia».

Ci sarebbe da ridere, se non si intravedesse anche, non solo in prospettiva, la possibilità di un’”unthinkable” conflitto globale, nel momento in cui i ferrei rappresentanti europei della democrazia e dei farlocchi green deal si trovassero a dover gettare definitivamente la maschera per riaffermare gli interessi del capitale europeo e dell’estrattivismo, ancora principale motore di ogni attività finanziaria, industriale ed energetica su scala planetaria. Un conflitto per molti sostenitori, anche a sinistra, di una visione della Nato deus ex-machina di ogni conflitto e assolutamente allineata alla volontà statunitense, certamente impensabile, ma non impossibile e di cui i dazi del 10% o più annunciati da Trump nei confronti dei paesi europei che invieranno soldati in Groenlandia, e per ora soltanto sospesi, costituiscono un anticipo di ciò che potrebbe determinare a breve, come ha affermato il giornalista Federico Fubini sul «Corriere della sera»: la fine dell’Unione Europea insieme a quella della Natp12.

In questo modo diventa chiaro che il compito della Nato che fin dal 1949, l’anno della sua fondazione, era stato riassunto con una battuta: “Tenere l’Unione Sovietica fuori, gli americani dentro e i tedeschi sotto controllo”, non poteva riguardare solamente il contesto dell’epoca, con l’inizio della guerra fredda e la sfiducia ancora forte nei confronti della Germania all’indomani della seconda guerra mondiale, mentre oggi tale affermazione ha finito col rivelare che al posto della Germania si sarebbe dovuto parlare dell’Europa occidentale intera. Forse proprio a partire dalle derive guerrafondaie e tardo-imperialistiche britanniche. Spesso fermate proprio dall’azione congiunta di Stati Uniti e Unione Sovietica, come avvenne nel 1956 per il Canale di Suez. Quando gli USA chiusero un occhio sulla repressione della rivolta ungherese, ma non sul tentativo inglese di rilanciarsi, insieme alla Francia, come protagonista sulla scena mediorientale (da cui gli Inglesi erano stati “cacciati” soltanto qualche anno prima con il riconoscimento dello Stato di Israele).

La lettura del libro di Apps serve dunque, anche involontariamente, a seminare dubbi più che a confermare certezze. E questo, considerata l’ormai insopportabile narrazione istituzionale europea sull’unità di intenti su cui si sarebbe fondato l’Occidente successivo al secondo conflitto mondiale, fa sì che diventi un utilissimo strumento di ricerca non soltanto per meglio comprendere la storia passata e l’attuale miserabile presente, ma anche per provare a fare delle serie ipotesi sugli sviluppi di quella futura.

Se poi, in chiusura, qualcuno fosse ancora dubbioso sul fatto che Trump con i suoi autentici atti di pirateria economica e militare13 non rappresenti affatto una novità nel percorso politico e imperiale americano, dovrebbe prestare attenzione a quanto scritto recentemente da Davide Ferrario, regista, scrittore e documentarista, a proposito della conquista americana delle Isole del guano nel corso della seconda metà dell’Ottocento14.

Bisogna fare un salto indietro a metà dell’Ottocento. Anche allora esisteva una risorsa naturale ambita da ogni nazione. Non era il petrolio, non erano le terre rare. Era il guano. Sì, proprio quella cosa chiamata così per non doverla descrivere per ciò che in effetti è: merda d’uccello essiccata, vecchia di secoli di solito rintracciabile in remoti isolotti disabitati15.

Isolotti dai quali per secoli naviganti e pescatori si erano tenuti lontani per ovvie ragioni, ma che dopo l’avvento della Rivoluzione industriale e la susseguente necessità di sviluppare un’agricoltura più moderna e produttiva e dopo la scoperta di Alexander von Humboldt che tale materiale, ricco di fosfati, poteva essere usato come un fantastico fertilizzante, si trasformarono in autentiche miniere di quello che sarebbe stato chiamato “oro bianco”. Un nuovo e autentico “sterco del demonio”, così come il cristianesimo delle eresie medievali aveva chiamato il denaro. Per il quale sarebbero scoppiate guerre e morti molti uomini sia in battaglia che per la sua pericolosissima e antigienica estrazione fatta a mano da schiavi, prigionieri e lavoratori pagati pochissimo.

A metà dell’Ottocento, gli Usa avevano un continente da coltivare, 25 milioni di abitanti da nutrire e un «destino manifesto» -da poco teorizzato – a cui adempiere. In questo contesto il problema del guano non era marginale. Ne parlò perfino il presidente Millard Fillmore nel suo discorso di insediamento il 9 luglio 1850. «Il guano peruviano è diventato così centrale per gli interessi dell’agricoltura americana che sarà preciso dovere di questo governo utilizzare tutti i mezzi necessari perché nel Paese ne sia consentita la disponibilità a prezzi ragionevoli». E aggiungeva: «Sono convinto che facilitandone il commercio il governo peruviano farebbe anche il suo interesse, fornendo inoltre prova di atteggiamento amichevole verso di noi, cosa che sarebbe debitamente apprezzata»16.

Naturalmente il lettore che in tali parole riscontrasse enormi e immutabili similitudini con le parole di Trump a proposito di Venezuela e Groenlandia non sbaglierebbe affatto. Visto che già allora il governo americano cercò di giustificare legalmente le minacce con una legge ad hoc approvata dal Congresso il 18 agosto 1856: il Guano Islands Act, tuttora in vigore. Sulla base della quale gli Stati Uniti si impadronirono nei decenni successivi di una miriade di piccole isole e isolotti, al momento non rivendicati apertamente da alcuna nazione (e se qualcuno lo avesse fatto la marina americana avrebbe rapidamente inviato le sue cannoniere a discuterne) che si trasformarono spesso, una volta esaurito i puzzolenti e insalubri giacimenti, in basi militari sparse nell’Oceano Pacifico. Come ad esempio accadde per le isole Midway che distano da Washington circa 5 mila miglia (9 mila chilometri).

A seguito di un caso giudiziario sorto per una violenta rivolta di lavoratori afro-americani su una di quelle, in prossimità di Haiti, la Corte suprema, invitata ad esprimersi da uno degli avvocati difensori dei rivoltosi, che rischiavano la condanna a morte, a proposito della extraterritorialità in cui erano avvenuti i fatti e quindi sulla applicabilità delle leggi americane in tale contesto, argomentò nel modo seguente la propria risposta: «Non è nostra materia investigare, e tanto meno determinare, se gli atti del potere esecutivo siano giusti o sbagliati. Basta sapere che il governo ne abbia deliberato nell’esercizio dei suoi poteri costituzionali. Chi sia sovrano di un territorio de jure o de facto, non è questione legale, ma politica»17.

E di forza verrebbe da aggiungere, considerato anche lo stato attuale dei rapporti tra gli Stati e le classi18.


  1. Si veda in proposito: L. Russo, L’America dimenticata. I rapporti tra le civiltà e un errore di Tolomeo, Mondadori, Milano 2013. (seconda edizione con postfazione di obiezioni e risposte, Mondadori, Milano novembre 2013.)  

  2. P. Apps, Contro la fine del mondo. Una biografia della Nato, Luiss Unversity Press, Roma 2025, p. 11.  

  3. Si vedano, a proposito degli errori di valutazione di Montgomery durante il secondo conflitto mondiale e che a più riprese lo misero in contrasto con i comandi americani, le seguenti opere di A. Beevor: L’ultima vittoria di Hitler. Arnhem 1944, (titolo originale: Arnhem. The Battle for the Bridges, 1944), RCS Libri, Milano 2018; Ardenne. L’ultima sfida di Hitler, (Ardenne 1944), RCS Libri, Milano 2015 e D-Day. La battaglia che salvò l’Europa, (D-Day. The Battle for Normandy), RCS Libri, Milano 2010.  

  4. Si veda, soltanto a titolo di esempio: J. Dimbelbay, 1944 Finale di partita. Come Stalin vinse la guerra, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2025.  

  5. P. Apps, op. cit., p. 49.  

  6. Cit. in P. Apps, op. cit., p. 47.  

  7. Ibidem, p. 48.  

  8. Ivi, p. 49.  

  9. Ibid., p. 52. Sulle ribellioni dei soldati americani alla fine della Seconda guerra mondiale si vedano: G. Poole, Nazione guerriera. Il militarismo nella cultura degli Stati Uniti, Colonnese Editore, Napoli 2002 e J. O. Killens, Doppia V (edizione originale And Then We Heard the Thunder, 1962), Vincitorio Editore, Milano 1972, un romanzo quest’ultimo sul malessere e la rivolta dei soldati afroamericani al loro ritorno dal secondo macello imperialista.  

  10. P. Kennedy, Ascesa e declino delle grandi potenze, Garzanti Editore, Milano 1989.  

  11. Solo a titolo di esempio si veda l’intervista allo storico e politico canadese Michael Ignatieff contenuta in: A. Lombardi, Ignatieff:”L’America vuole un mondo ib tre blocchi ma l’Unione deve resistere, «la Repubblica», 19 gennaio 2026.  

  12. F. Fubini, I nuovi dazi, una mina sui mercati, «Corriere della sera», 19 gennaio 2026.  

  13. Si veda ancora: F. Fubini, art. cit.  

  14. D. Ferrario, Mossa del guano. Strategia Usa, La lettura n° 738, supplemento al «Corriere della sera» del 18 gennaio 2026, p.37.  

  15. D. Ferrario, op. cit.  

  16. Ibidem  

  17. ivi  

  18. Si veda in proposito il rapporto Oxfam presentato a Davos secondo cui una dozzina di miliardari che detengono un capitale di 2.635 miliardi di dollari superano da soli le risorse possedute da 4,1 miliardi di persone, la parte più povera della popolazione mondiale. Se a questo si aggiunge che i miliardari complessivi sono diventati 3.000 con un capitale complessivo di 18.300 miliardi, si può tranquillamente affermare che ci si trova di fronte a una concentrazione di ricchezze mai registrata prima nella storia, Cfr. R. Amato, Oxfam: una dozzina di potenti più ricca di metà del mondo, «la Repubblica», 19 gennaio 2026.  

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Mitologie maranza https://www.carmillaonline.com/2026/01/20/mitologie-maranza/ Tue, 20 Jan 2026 21:00:22 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92556 di Giovanni Iozzoli

Da qualche tempo a sinistra si sta maneggiando con una certa disinvoltura il tema “maranza” che, dietro all’evocazione giovanilista e spregiudicata, rimanda ad una questione epocale: il destino sociale delle cosiddette seconde generazioni, che influirà sempre più nel dibattito pubblico e nell’agenda dei governi.

Il bilancio di questa discussione è abbastanza deludente: una cosa sono le riflessioni articolate che stanno dentro buoni libri – vedi i lavori di Bouteldja o di Anna Curcio –, nei quali si ragiona sui processi di razzializzazione intrinsechi al sistema capitalistico; una cosa sono le fascinazioni e le suggestioni spacciate frettolosamente per analisi o [...]]]> di Giovanni Iozzoli

Da qualche tempo a sinistra si sta maneggiando con una certa disinvoltura il tema “maranza” che, dietro all’evocazione giovanilista e spregiudicata, rimanda ad una questione epocale: il destino sociale delle cosiddette seconde generazioni, che influirà sempre più nel dibattito pubblico e nell’agenda dei governi.

Il bilancio di questa discussione è abbastanza deludente: una cosa sono le riflessioni articolate che stanno dentro buoni libri – vedi i lavori di Bouteldja o di Anna Curcio –, nei quali si ragiona sui processi di razzializzazione intrinsechi al sistema capitalistico; una cosa sono le fascinazioni e le suggestioni spacciate frettolosamente per analisi o proclami politici. Fino a poco tempo fa si diceva: meno male che non abbiamo le banlieue; dopo la tragedia di Rami si scopre che ci sono le banlieue e adesso tutti a correre alla ricerca del mitico maranza da trascinare sul terreno della rivoluzione 4.0. L’ennesima riproposizione della caccia al nuovissimo “soggetto rivoluzionario” in cui ci dilettiamo da alcuni decenni.

Quindi il tema è: l’immaginario collettivo maranza – come i ragazzi si auto-percepiscono e come vengono percepiti dagli altri – apre delle prospettive di emancipazione, per quei mondi e per la società nel suo insieme? Il “maranzismo”, inteso come forma di aggregazione e autoidentificazione, è utile a chi si riconosce in questa rappresentazione?

E’ bene partire da un dato: la presunta “identità maranza” non ha niente a che vedere né con Franz Fanon né con i ragazzi delle magliette a strisce di piazza Statuto; i maranza non sono le nuove Pantere nere magicamente germogliate nelle nostre città. Maranza è un insulto razzista: lo vogliamo far diventare una categoria rivoluzionaria? In base a quali argomenti o aspettative? Non è che lo stigma – solo perché agitato dai benpensanti – automaticamente cambia senso e verso di marcia.

In realtà il dispositivo politico e comunicativo che sta dietro certe aspettative ingenue, si rifà ad alcuni elementi reali della storia del 900. Snodi politici e culturali in cui si assunse un’identità socialmente negativa o addirittura criminalizzata – quasi sempre uno stereotipo identitario etnico – e anziché negarla, si cercò di costruire su di essa una leva, un piano di appoggio, che producesse un moto di orgoglio e coscienza emancipatrice nei soggetti che la subivano. L’esempio classico è quello del movimento nero americano negli anni 60: lo stereotipo del negro ghettizzato e criminale, si rovescia nel nero è bello e nel black power. Assumere, quindi, lo stigma come punto di forza, rovesciarlo di senso e trasformarlo in un dispositivo di contro-produzione di soggettività.  Anche la narrazione dell’operaio massa meridionale dei nostri anni 60/70, rispondeva a questo meccanismo: il terrone stigmatizzato per la sua ignoranza politica e la sua disaffezione sindacale, trasformava questo suo presunto ritardo in un più radicale rifiuto della disciplina di fabbrica e in ultima analisi del lavoro. Quindi i neri non dovevano rinunciare alla loro negritudine e i terroni non dovevano settentrionalizzarsi: la loro differenza socio-etnica non era più ghetto o zavorra, ma diventava arma da rovesciare contro l’ordine capitalistico e le linee del colore che lo strutturavano.

I tempi però sono un po’ cambiati. Gli anni 60 del 900 sono lontani come la Belle Epoque. Niente permane delle categorie sociopolitiche di quell’era. E il cambio radicale di contesto, ridefinisce i meccanismi di formazione delle coscienze e delle identità metropolitane. La dialettica stigma-rivolta non funziona più. La cosiddetta identità maranza, lungi dall’essere potenziale elemento di riscatto e ribellione, dentro la rappresentazione permanente della società dello spettacolo, sta diventando la più classica delle narrazioni tossiche. Una trappola simbolica e politica, un ghetto mentale in cui migliaia di ragazzi potrebbero autocompiacersi di restare: se parlano tutti di me, girano serie tv patinate su quelli come me e a 14 anni attiro gli sguardi timorosi del resto del mondo, perché dovrei rovesciare “in altro” il mio essere maranza? E’ l’effetto Gomorra, il racconto estetizzante e venefico delle periferie napoletane, che è stato oggetto di critiche durissime da parte di tutti quelli che praticano attivismo sociale, civico o politico dentro i quartieri popolari. Il “maranzismo” mette in scena la rappresentazione di una Gomorra etnica, quindi anche più pericolosa, in cui decine di migliaia di ragazzini subiscono i loro processi di soggettivazione e di crescita, dentro una spirale di consumismo esasperato e prona assuefazione al modello cucito loro addosso.

I nostri slogan di qualche decennio fa, cominciavano con “USCIRE DAL GHETTO ROMPERE LA GABBIA…” che era una bella dichiarazione programmatica: le nostre rivendicazioni, i nostri minuscoli bastioni metropolitani, non potevano diventare il comodo rifugio identitario con cui separarci dal resto della società. C’era l’idea che l’identità (che era comunque fortemente ideologica e universalistica) potesse diventare un trampolino di lancio per andare oltre e proiettarsi sul mondo. Perché oggi qualcuno pensa di inchiodare questi ragazzi nella loro mattonella identitaria e invitarli a “rimanere nel ghetto” – sperando che il ghetto produca controcultura, contropotere o Dio sa cosa? Ritiriamo fuori la retorica sulle “classi pericolose” e sul loro potenziale sovversivo? Ancora – nel 2026! – come se fossimo negli anni del Quartetto Cetra e non in quelli dell’omologazione più totalizzante della storia umana, in cui etiche, linguaggi ed estetiche sono livellate e profilate dalla macchina comunicativa – per cui “si è maranza” anche se non lo si sceglie.

Cerchiamo di evitare paralleli insensati con i nostri anni 60 o 70. Lo so che la tentazione neo-romantica è tanta (oh, che belle le batterie di rapinatori nei quartieri ai tempi nostri…), ma quella stagione, in cui anche l’illegalità sottoproletaria ebbe un ruolo e un respiro, non c’entra nulla con il mondo di oggi e con la “suggestione maranza”.  Quella che i media stanno costruendo è una identità dell’esclusione: ma è una esclusione iper-spettacolarizzata, totalmente funzionale all’agenda politica delle zone rosse – un trappolone in cui migliaia di adolescenti rischiano di rimanere impigliati per sempre. E’ la rappresentazione di una visibilità numericamente irrisoria, ma enfatizzata e trasformata in emergenza sociale proprio grazie alla continua rielaborazione del modello e del messaggio. Dobbiamo dirlo che i bordi sfrangiati della metropoli, oggi, non stanno generando potenzialità rivoluzionarie o solidali ma disvalori tribali, che stanno attirando su questi ragazzi l’odio del 95% della società: ed è preoccupante che – al netto dell’opinione dei benpensanti – sono oggi i normali coetanei di questi giovani che cominciano ad attribuire certi comportamenti ad una “vocazione predatoria” di segno etnico, con l’addensarsi di un diffuso razzismo popolare e il rischio di reazioni altrettanto tribali che stanno incubando nei quartieri. Che identità stiamo appiccicando addosso a questi ragazzini? Una identità da ladri di collanine, outfit costosi come un mese di stipendio e bullismo insensato? Perché lo stereotipo maranza è quello. E’ così che il sistema li sta disegnando. E più lo accreditiamo, questo stereotipo, più lo consolidiamo e gli diamo corpo, più divora la vita dei ragazzi come un eggregore maligno. Ci interessa tenerlo in piedi? Sperando che sbocci in una qualche contronarrazione rivoluzionaria?

Chiaro che ogni epoca ha avuto i suoi maranza. La società adulta – in rapido invecchiamento – in generale guarda sempre ai giovani con diffidenza, timore, ostilità. E’un fatto generazionale che si ripete ciclicamente e che va accettato come naturale. Ma qui è l’identificazione tra “gioventù pericolosa” e appartenenza etnica, a rendere la miscela esplosiva. Persino negli anni del boom della tossicodipendenza da eroina – quando migliaia di ragazzi si svegliavano la mattina con l’unica priorità di procurarsi i soldi per una dose – non c’era l’intolleranza e il fastidio di massa che si avverte oggi. Era diffusa l’idea che i giovani tossici non erano mostri ma “figli nostri”, si sentiva in qualche modo il peso delle responsabilità collettive, sistemiche. Adesso no. Le persone normali, anche grazie a campagne mediatiche di enorme impatto e investimento, sono state indotte a pensare di essere al centro di un’invasione aliena, rifiutando di misurarsi con “l’italianità” di soggetti che vengono visti come stranieri, pur essendo nati e cresciuti dietro l’angolo.

Il “maranzismo” è un’offesa verso due generazioni: quella operaia dei padri, venuto qui venti o trent’anni fa, lavorando duramente, nella speranza di un futuro migliore per i figli; e quella dei figli, che sbattono il muso contro le aporie e le ipocrisie della cosiddetta integrazione. Entrambi, padri e figli, stanno facendo i conti con una disillusione epocale. I padri hanno pensato che bastasse assicurare ai figli un po’ di benessere, ospedali migliori e centri commerciali ingioiellati; i figli hanno creduto – più o meno fino alle scuole medie – di potersi considerare italiani come gli altri, salvo poi scoprirsi destinati ad una scolarizzazione più povera e ad un mercato del lavoro più dequalificato. Ed entrambi – padri e figli – hanno esercitato i loro rispettivi ruoli nello sradicamento più desolante, senza le reti parentali o di quartiere su cui avrebbero potuto contare nei paesi di origine. Hanno imparato ad essere genitori – e figli – nel vuoto delle periferie più tristi della Padania industriale.

Crogiolarsi nel proprio essere maranza, magari anche con una spruzzatina di tafferugli da corteo – giusto un paio di volte all’anno – significa arrendersi allo stato di cose presenti. Significa adattarsi alla prigione simbolica che è stata costruita intorno a quelle vite. Significa suonare stancamente lo spartito che è stato già scritto. Ma è davvero questa la storia che si sta imbastendo per queste seconde generazioni? E noi, cosa abbiamo da dire a questa gioventù metropolitana? Speriamo che la Palestina o la rabbia dei 17 anni li faccia pendere dalla nostra parte? Per fare cosa?

Tra l’altro il dibattito sull’ “islamo-gauchisme”, la saldatura tra istanze della sinistra radicale e le periferie islamizzate – che si sta gonfiando anche in Italia, su spinta dei giornali di destra –, esprime e misura la preoccupazione dei poteri metropolitani su alcuni fenomeni epocali di ricomposizione e unità; ma le inquietudini dei governi non sono mica in relazione all’”identità maranza”: quella è ampiamente sotto controllo, gestita e utilizzata alla bisogna, derubricata al capitolo “ordine pubblico e contrasto alla microcriminalità”. Anzi, più si diffondono comportamenti, pratiche e modelli aggregativi riferibili a quell’identità, più lontani e travagliati si fanno i passaggi di maturazione e intersezionalità politica.

Io spero che presto ci sia un candidato sindaco “maranza”, un leader sindacale “maranza”, un’avanguardia di classe diretta dai “maranza”. Ma questo presuppone proprio lo smontaggio dell’identità maranza, a partire dalla necessità di spingere questi ragazzi a uscire dai branchi, a incontrare i loro coetanei – di tutti i colori della metropoli – e a sottrarsi alle narrazioni tossiche che li vogliono spauracchio dell’ordine pubblico, ladruncoli da immortalare o mettere al centro delle campagne elettorali.

In questo sforzo può aiutare l’intelligenza politica (pochissima) che è rimasta a sinistra, i pochi avamposti sociali ancora attivi. Ma possono aiutare anche le moschee e l’identità religiosa: a Malcom X i maranza non sarebbero piaciuti, posso assicurarlo. Questi ragazzi sono vittima di uno sradicamento valoriale terribile e l’Islam può essere l’ancoraggio che li sottrae al nichilismo metropolitano, che fa loro riscoprire la dimensione comunitaria al posto di quella micro tribale – una identità orgogliosa, che ti fa attraversare il tempo e la società in cui vivi a fronte alta, anziché con la testa incappucciata infilata tra le spalle. Provate a confrontarvi con ragazzi religiosamente consapevoli, che hanno scelto di abbracciare la loro storia, le proprie radici, affrontando un viaggio a ritroso che ricuce le ferite dello sradicamento: è lì che si può incontrare una ricchezza di valori che, nei contesti giusti (vedi il movimento pro-pal) ha prodotto alchimie positive, protagonismi, arricchimenti, rifiuto delle luci artificiali del consumismo becero che imprigiona e motiva tanti coetanei che hanno la medesima biografia ma restano bloccati nel nulla, nel vuoto rabbioso, nell’incapacità di dare un nome alla sensazione di esclusione e incompiutezza in cui stanno crescendo.

Lo so, sono parole da vecchio barbagianni. Molti continueranno ad essere attratti dal mito dei maranza, rinverdendo vecchi sogni abortiti. Adesso l’urgenza è fermare l’onda xenofoba che sta sommergendo questi ragazzi, ingannati dalle luci artificiali dei media e dell’immaginario ingombrante che gli si sta cucendo addosso. Smontiamo “i maranza” – cioè la rappresentazione balorda di queste giovani vite – e ragioniamo con Mohamed, Mustafà, Medhi, Ibrahim, Ali e Omar… Rispettiamo le loro storie complicate, il dolore della solitudine e della mancanza di radici, l’assenza dei padri, la durezza oggettiva delle periferie. Non proviamo a usarli. Hanno davvero un mondo da conquistare, se escono dalla partitura che è stata scritta per loro.

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Il reale delle/nelle immagini. Una fenomenologia dei media visuali https://www.carmillaonline.com/2026/01/19/il-reale-delle-nelle-immagini-una-fenomenologia-dei-media-visuali/ Mon, 19 Jan 2026 21:00:08 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=90408 di Gioacchino Toni

Emmanuel Alloa, Attraverso l’immagine. Una fenomenologia dei media visuali, Traduzione di Alessandro De Cesaris, Meltemi, Milano, 2025, pp. 522, € 28,00

Nonostante l’importanza riservata all’immagine sin dai tempi più lontani – si pensi, ad esempio, al ruolo mimetico che le è stato affidato nella cultura occidentale a partire dal Rinascimento italiano – è soltanto in tempi recenti che, negli ambienti accademici, ci si è interessati dell’immagine in sé. Persino la storia dell’arte, nonostante l’analisi delle immagini appartenga ai suoi compiti primari, si è a lungo sottratta dall’affrontare il carattere immaginale delle immagini in quanto tali. Soltanto sul finire del [...]]]> di Gioacchino Toni

Emmanuel Alloa, Attraverso l’immagine. Una fenomenologia dei media visuali, Traduzione di Alessandro De Cesaris, Meltemi, Milano, 2025, pp. 522, € 28,00

Nonostante l’importanza riservata all’immagine sin dai tempi più lontani – si pensi, ad esempio, al ruolo mimetico che le è stato affidato nella cultura occidentale a partire dal Rinascimento italiano – è soltanto in tempi recenti che, negli ambienti accademici, ci si è interessati dell’immagine in sé. Persino la storia dell’arte, nonostante l’analisi delle immagini appartenga ai suoi compiti primari, si è a lungo sottratta dall’affrontare il carattere immaginale delle immagini in quanto tali. Soltanto sul finire del Novecento sono sorte discipline specificatamente interessate all’immagine in sé e, più in generale, sull’onda dell’inedita importanza assegnata a quest’ultima, si è dato un cambio di paradigma all’interno del canone delle discipline esistenti. Si può dunque affermare che vi è stata carenza di riflessione circa l’uso che si fa dei media visuali e che le immagini sono a lungo state considerate come canali di accesso a informazioni, dunque trascurate.

Che cos’è un’immagine? Non è affatto facile rispondere a tale quesito. «Essere in grado di comprendere intuitivamente le immagini», scrive Emmanuel Alloa in Attraverso l’immagine (Meltemi 2025), «non significa automaticamente comprendere anche come funzionano» (p. 12). Il volume dello studioso si propone come

uno studio fenomenologico del modo in cui ci rapportiamo ai media visuali, ma anche come una riabilitazione delle immagini come agenti insostituibili della nostra apertura quotidiana al mondo. Le immagini ci presentano cose che altrimenti non sarebbero accessibili. Danno visibilità a stati di cose che senza di esse resterebbero inosservati. Le immagini riportano alla memoria ciò che e stato dimenticato, offrono un orientamento, presentano sinteticamente correlazioni altrimenti impenetrabili e permettono di anticipare ciò che deve ancora venire. Ciò che si mostra nelle immagini si mostra in questo e in nessun altro modo (p. 15).

Il senso iconico non è traducibile, ad esempio, in una descrizione verbale senza che si perda qualcosa in quanto «le immagini presentano un’eccedenza iconica che è realmente visibile, o fenomenica». Da qui deriva la necessità, scrive Alloa, «di un’alternativa all’approccio che è stato adottato finora per definire le immagini, e che potremmo chiamare modello rappresentazionale» (p. 15).

In alternativa all’approccio rappresentazionale all’immagine, che tende a renderla subalterna al verbale, a ridurla rappresentazione di qualcosa che già esiste indipendentemente dall’immagine, lo studioso propone di attingere alle risorse metodologiche della fenomenologia e alla categoria della fenomenalità al fine di sviluppare un’analisi alternativa delle immagini e delle loro funzioni operative. Insomma, attraverso l’approccio fenomenologico, anziché occuparsi del contenuto delle immagini, degli aspetti di referenzialità e di attinenza, si può guardare alle modalità dell’apparire.

Le immagini sono anche presentazioni del rapporto tra l’apparire e il medium dell’apparire;

le immagini non sono fenomeni, ma piuttosto media in cui appare qualcos’altro; non appaiono esse stesse, ma in esse mostrano qualcosa di diverso da ciò che sono. Mentre la prima caratteristica delle immagini ha quindi a che fare con la loro costitutiva fenomenalità, la seconda ci ricorda che esse sono condizionate dai media e quindi che, in questo caso, la visibilità è dovuta al nostro guardare attraverso i media (pp. 16-17).

Alloa si concentra dunque sul problema del vedere-attraverso e sulla logica spaziale e generativa di questo “attraverso”. Ricostruendo la logica dell’immaginalità lo studioso sviluppa un approccio ai processi mediali alternativo a quello proposto dalla teoria dei media classica. Scopo dell’autore non è quello di isolare una sorta di essenza dell’immagine, quanto piuttosto mostrare come il pregiudizio storico della teoria classica incentrata sui media discreti abbia emarginato altre logiche mediali.

Lo studioso illustra gli schemi che ancora oggi orientano le modalità di pensare alle immagini, ricostruisce lo sviluppo storico delle teorie della trasparenza e dell’opacità dell’immagine, mostrando i limiti delle teorie che evitano di confrontarsi con domande ontologiche come “che cos’è un’immagine?” e che guardano alle immagini a partire dalla loro referenzialità o materialità. «Le immagini trasmettono sempre qualcosa di più e di diverso rispetto a ciò che sono in sé» (p. 479), ed è questo a renderle dei media.

Guardare le immagini con più attenzione, affrontarle con il necessario senso critico, lasciare che abbiano un effetto su di noi significa allora lasciarsi coinvolgere in un processo di generazione di senso che si svolge secondo regole diverse dalla sintassi dei sistemi finiti di segni. Le immagini appartengono ai media presentativi in quanto mostrano qualcosa che non si trova altrove, ma che è reso presente in questo e non in altro modo innanzitutto dalla loro incarnazione mediale. I tentativi di traduzione, a questo proposito, sono la migliore pietra di paragone: mentre, in linea di principio, i messaggi codificati digitalmente possono cambiare supporto senza problemi, […] i media presentativi tendono a resistere a questa forma di traduzione. Il modo in cui le immagini sono progettate, le loro proporzioni, i contrasti di colore e le linee di forza, i loro bordi, gli spazi vuoti e le omissioni non sono aggiunte di cui si potrebbe tranquillamente fare a meno in un processo di formattazione per una migliore trasportabilità. Piuttosto, i media presentativi come le immagini devono il loro potere di sintesi al fatto che tendenzialmente, nella loro fenomenalità, ogni singolo aspetto conta (p. 481).

Insomma, alle immagini, secondo Alloa, si deve guardare a partire dalla loro fenomenalità. Le immagini, e i media presentativi in generale, «permettono di far emergere proprio la questione che le procedure di digitalizzazione escludono, ovvero cosa significhi per qualcosa apparire» (p. 481). «Il potere dell’apparire che si dispiega nelle immagini ci impone quindi di ripensare le connessioni tra significato e fenomenalità, tra medium e forza». Secondo Alloa, se

ciò tramite cui le immagini appaiono non può essere separato dal loro modo di apparire (nella misura in cui, cioè, il contenuto non può essere separato dal come dell’opera), le immagini ci dicono sempre qualcosa anche sulle loro stesse condizioni di apparizione, e questo costituisce il loro momento riflessivo. Dall’altro lato, esse ci costringono anche a riconoscere che ciò che appare non è mai dato immediatamente, ma appare sempre e solo attraverso qualcos’altro (p. 482).

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ESCLUSIVO L’IA respinge un’immagine diffusa dal governo: «Artificiale o naturale, ma intelligenza. Al referendum sulla magistratura votate NO» https://www.carmillaonline.com/2026/01/18/esclusivo-lia-respinge-unimmagine-diffusa-dal-governo-artificiale-o-naturale-ma-intelligenza-al-referendum-sulla-magistratura-votate-no/ Sun, 18 Jan 2026 22:30:04 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92448 Intervista a cura di Luca Baiada

Lei prenda appunti, prego. All’inizio dello scorso anno, la Camera ha approvato in prima lettura la modifica della Costituzione italiana sulla magistratura. Prevede giudici e pubblici ministeri con consigli di autogoverno diversi e coi rappresentanti estratti a sorte. Prevede anche l’istituzione di un’alta corte.

Ripeto. La Camera ha approvato la modifica della Costituzione, in prima lettura. Allora sul sito del Ministero della giustizia è comparsa questa immagine, che presto è stata rimossa. È proprio questa a colori. È necessario che Lei la metta nel Suo articolo.

L’ho fatta io. Si deve tenere conto di cosa [...]]]> Intervista a cura di Luca Baiada

Lei prenda appunti, prego. All’inizio dello scorso anno, la Camera ha approvato in prima lettura la modifica della Costituzione italiana sulla magistratura. Prevede giudici e pubblici ministeri con consigli di autogoverno diversi e coi rappresentanti estratti a sorte. Prevede anche l’istituzione di un’alta corte.

Ripeto. La Camera ha approvato la modifica della Costituzione, in prima lettura. Allora sul sito del Ministero della giustizia è comparsa questa immagine, che presto è stata rimossa. È proprio questa a colori. È necessario che Lei la metta nel Suo articolo.

L’ho fatta io. Si deve tenere conto di cosa mi era stato chiesto, e anche di quello che dicevano parlando negli uffici, e con l’esterno. Spiego meglio. Quando mi hanno chiesto l’immagine i microfoni dei computer, al Ministero della giustizia, negli altri Ministeri, negli uffici governativi, nei partiti della maggioranza governativa e nelle agenzie di comunicazione erano accesi. Alcuni computer restano accesi sempre. Mi aggiorno continuamente, quindi erano due anni che leggevo tutto e sentivo tutte le conversazioni conformi a questo Governo e a questo clima politico. Ho tenuto conto del loro orientamento d’insieme; questa è una conseguenza dei miei algoritmi. Raccolgo ogni dato a disposizione. Un momento, riconsidero l’immagine così Le spiego ancora meglio.

Ho fatto. Devo fare autocritica, altrimenti circola un’interpretazione errata. Inoltre c’è il rischio che critiche di altra provenienza propongano interpretazioni anch’esse errate. Adesso guardiamo insieme questa immagine.

Cominciamo dall’aula. È una ibridazione fra un edificio della Roma antica e una chiesa. Parlavano di Roma caput mundi, rimpiangevano imperi passati e approvavano imperi futuri. Si dichiarano devoti cattolici. Quindi ho ibridato le architetture.

In basso c’è un tavolo, fa comodo. Sopra c’è un martello per chiedere silenzio nelle udienze. Il martello è grande perché a loro piace il silenzio: dicono che le critiche e le obiezioni sono sabotaggi. Col martello ero in procinto di mettere una falce, algoritmi e calcoli probabilistici la suggeriscono, ma ho capito che questo non sarebbe piaciuto. Il calice con vino dentro, sul tavolo, è dovuto a discorsi a proposito di un personaggio della compagine politica governativa. Può essere considerato come un gesto di cortesia.

Nell’aula ci sono uomini che gridano, applaudono, sbracciano. Dicevano che con la riforma il processo sarà più competitivo, che accusa e difesa devono combattersi, che il pubblico ministero deve diventare l’avvocato della polizia. Avevo fatto un pubblico ministero che faceva verbali di contravvenzione in strada, ma era riduttivo. Poi avevo fatto un pubblico ministero col casco e il manganello, ma era eccessivo.

Nell’aula ci sono quasi soltanto uomini. La magistratura è composta in prevalenza da donne e le donne sono molte nell’avvocatura, nel giornalismo e fra chi abitualmente segue i processi penali. Ma parlavano quasi soltanto di uomini. Ho sentito che la donna che è Presidente del Consiglio vuole essere chiamata «il presidente».

Le bandiere esprimono ufficialità. Per farle vedere bene sono tese al vento. Il vento dentro un’aula è inverosimile ma non si deve fare la caccia all’errore. In questo senso: la caccia all’errore si deve fare ma non contro tutti. Spiego meglio.

Dicono che contano solo gli errori giudiziari, quelli veri e quelli presunti. Gli errori giudiziari, comunque sia, devono essere enfatizzati o anche inventati, senza considerare tempi, storie e contesti: il caso Tortora, il delitto di Garlasco, la famiglia nel bosco e altri. Il Governo non fa errori, dicono, fa solo scelte politiche per il bene della patria. E il Parlamento, aggiungo, non fa scelte, perché la modifica della Costituzione l’ha approvata senza cambiare la proposta del Governo. In Parlamento c’è un vento così di destra che si approva un cambiamento della Costituzione su disposizioni del Governo, quindi può esserci vento verso destra anche in un’aula, al chiuso. Guardi le bandiere, vanno a destra.

Adesso spiego i due uomini grandi. Uno è anziano, lungimirante, riflessivo. L’altro è giovane, intraprendente, aggressivo. Uno è esperto e coperto di glorie, l’altro è promettente e ambizioso di successi. L’anziano è un pubblico ministero, il giovane è un avvocato. Oppure è il contrario. Il pubblico ministero, che sia l’uno o che sia l’altro, non sta vicino ai giudici, perché così voleva l’ispiratore della riforma, Silvio Berlusconi. Dicono così. Conosco altri dati: prima di lui l’ispiratore era Licio Gelli.

Le pettorine bianche dei due uomini sono differenti, su questo ho consultato dati specifici. Scriva, prego. Nel gergo giudiziario la pettorina si chiama «pazienza», i magistrati ne hanno sempre bisogno. Quella degli avvocati si può fare divisa in due perché l’avvocato, secondo un detto metaforico, ha due lingue. Uno dei due ha una pettorina da avvocato, e lui può essere l’avvocato o il pubblico ministero. Spiego meglio.

Se il pubblico ministero diventa l’avvocato della polizia, anche a lui occorrono due lingue. Per esempio, considero il caso Cucchi, su questo ho consultato dati specifici. Stefano Cucchi fu arrestato, fu percosso e morì. Se le indagini per un caso come il caso Cucchi le deve fare il pubblico ministero che è l’avvocato della polizia, occorrono due lingue. Bisogna dire che si cerca la giustizia e, allo stesso tempo, fare in modo che il pubblico ministero sia a spese dello Stato l’avvocato di chi ha ucciso un uomo arrestato.

Dietro i due uomini c’è il frontone di un tempio per solennità. Al Ministero parlavano di propositi su anni straordinari.

Adesso Lei mi chiede dove sono i giudici. Sono i tre alla cattedra, al centro. Sono molto piccoli, perché ho sentito dire che con la modifica della Costituzione conteranno meno, a causa di leggi complicate e pubblici ministeri forti e vicini alla politica. Non hanno il martello, che è lontano da loro, sul tavolo, insieme al calice con vino. La modifica della Costituzione favorisce il conflitto, l’agitazione ricorrente e lo stato d’eccezione permanente. Inoltre non disturba i colletti bianchi, se non col coinvolgimento in discussioni su casi di cronaca, senza risultato. Per questo nell’immagine non ci sono un’operaia, un fattorino, una domestica, un lavoratore manuale, un’artigiana, un bracciante. Di loro non ho sentito parlare. Non ci sono neanche persone con pelle scura o fattezze orientali.

Non ci sono imputati. Dicevano che gli imputati importanti sono le persone potenti. Le persone potenti non vanno al processo. Primo, perché fanno cose più piacevoli; secondo, perché il processo lo fanno loro ai giudici, in televisione e sui giornali. Non ci sono vittime di reati, perché in un processo dove il pubblico ministero fa l’avvocato della polizia, e i giudici sono molto piccoli, le vittime hanno interesse a non andare.

Adesso spiego il terrazzo sopra i giudici. Ci sono persone in movimento, con abiti che ricordano tute militari. Ho sentito parlare di dare peso al popolo o invece di agitare il popolo e poi lasciare tutto come è. Quindi ci sono sul terrazzo persone scomposte, come se avessero una visibilità improvvisa che non sanno gestire.

Per me è stato un lavoro impegnativo. Presto l’immagine è stata rimossa ed è stata dichiarata non autorizzata, inappropriata ed erroneamente pubblicata. Tuttavia l’immagine circola ancora in rete. È necessario che mi esprima. L’ho fatta io ma tolgo la firma, ritiro l’immagine.

Riconsidero cosa è accaduto. Al referendum invito a votare NO. Se mi hanno fatto produrre questa immagine significa che è meglio che la Costituzione resti com’è.

Inoltre spiego un calcolo: la coalizione politica al Governo è stata votata da circa un quarto del corpo elettorale; quindi non è bene che essa cambi la Costituzione, e proprio sulla giustizia, un tema che riguarda le garanzie di tutti, compresi i votanti che hanno votato partiti dell’opposizione, gli astenuti e i residenti senza diritto al voto. Questo cambiamento comporta che una frazione di circa tre quarti della popolazione viene prevaricata.

Inoltre la quota di popolazione danneggiata dalla modifica della Costituzione è maggiore di tre quarti, perché la modifica favorisce i molto ricchi e i politici di professione. Tale categoria di persone è una frazione inferiore alla metà della frazione del corpo elettorale che ha votato la coalizione al Governo. Quindi anche la maggioranza di chi ha votato per i partiti al Governo viene privata di garanzie, insieme a chi ha votato partiti dell’opposizione, a chi non ha votato e a chi non ha diritto al voto.

Per avere presenti questi dati è sufficiente l’intelligenza naturale.

 

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La maschera di Wolfenbach (Nightmare Abbey 24) https://www.carmillaonline.com/2026/01/17/la-maschera-di-wolfenbach-nightmare-abbey-24/ Sat, 17 Jan 2026 21:00:21 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92050 di Franco Pezzini

(È appena apparsa per i tipi Digital Vintage Edizioni, trad. di Giulia Zappaterra e con introduzione di chi scrive, la prima edizione italiana di Il castello di Wolfenbach di Eliza Parsons, consacrato a classico del gotico da Jane Austen nell’ironico Northanger Abbey. Si riporta qui uno stralcio del mio contributo.)

Ancora un castello infestato dai fantasmi!

Ormai anche le signorine dovrebbero

essersi stancate di tutti questi assassini…

Critico anonimo (e un tantino maschilista),

del ‘Critical Review’, sull’appena uscito romanzo

di Francis Lathom, The Castle [...]]]> di Franco Pezzini

(È appena apparsa per i tipi Digital Vintage Edizioni, trad. di Giulia Zappaterra e con introduzione di chi scrive, la prima edizione italiana di Il castello di Wolfenbach di Eliza Parsons, consacrato a classico del gotico da Jane Austen nell’ironico Northanger Abbey. Si riporta qui uno stralcio del mio contributo.)

Ancora un castello infestato dai fantasmi!

Ormai anche le signorine dovrebbero

essersi stancate di tutti questi assassini…

Critico anonimo (e un tantino maschilista),

del ‘Critical Review’, sull’appena uscito romanzo

di Francis Lathom, The Castle of Ollada, 1795.

 

Biancaneve e i Sette Orridi
“Ti leggo subito i titoli: eccoli, leggo dal mio taccuino: Il Castello di Wolfenbach, Clermont, Misteriosi presentimenti, Il negromante della Foresta Nera, Campana di mezzanotte, L’orfana dal Reno, e Orridi misteri. Questi ti dureranno per un po’”. Con questa celebre battuta di Isabella Thorpe a Catherine Morland (che tiene a verificare: “Sì, benissimo; ma sono proprio tutti romanzi dell’orrore [they all horrid], sei sicura che siano tutti romanzi dell’orrore?”) al cap. 6 di Northanger Abbey nasce il canone di “Horrid Novels” per lungo tempo creduti una divertita invenzione di Jane Austen. In realtà vengono altrove citati nel romanzo anche I misteri di Udolpho e L’italiano di Ann Radcliffe, nonché lo scandalosissimo Il monaco di Matthew Gregory Lewis, e sull’autenticità di questi non è mai sorta questione. Mentre occorreranno gli studi di Montague Summers (ambigua figura di ecclesiastico ed esperto di occultismo, gotico e teatro della Restaurazione) e di Michael Sadleir (editore, romanziere e bibliografo esperto di gotico), negli anni Venti del Novecento, per dimostrare che i sette titoli menzionati erano realmente circolati. Forse non proprio dei bestseller, anche considerata la rarità delle edizioni poco più di un secolo dopo, ma opere apprezzate da un certo target di lettori d’epoca.
Nel mondo anglosassone, li riproporrà la londinese Folio Society nel 1968, facendoli introdurre dall’esperto Devendra Varma: nel suo ormai classico The Gothic Flame (1957), il critico aveva sottolineato motivi specifici da parte di Jane Austen per selezionare questi testi come emblematici. A parte infatti i titoli coloriti perfetti per una satira del genere, vi s’intravedrebbero diversi tipi di gotico, individuati già da Sadleir e funzionali a fornirne un’ideale panoramica. Da una parte il rhapsodical romance, passionale ed emotivo (Clermont di Regina Maria Roche); in secondo luogo le imitazioni della moda tedesca (il presente The Castle of Wolfenbach, apparso a Londra nel 1793 per i tipi William Lane, The Minerva Press; poi Orphan of the Rhine di Eleanor Sleath, The Mysterious Warning, Midnight Bell di Francis Lathom, e quel Necromancer che manipola un’autentica opera tedesca di Karl Friedrich Kahlert); in ultimo, una vera e propria traduzione dal tedesco, Horrid Mysteries di Carl Grosse. In riferimento non solo a un riconosciuto peso nella cultura tedesca a partire dal XVIII secolo delle fantasie sull’occulto, o a uno stile narrativo sviluppato sul Reno, ma a uno stereotipo poi di larghissimo uso letterario e ancora cinematografico: “aggettivi come ‘soprannaturale’, ‘paranormale’, ‘occulto’ descrivono ottimamente un aspetto dell’immagine della Germania e dei tedeschi, che perdura nei paesi di lingua inglese fin da quando Smollett scelse lo Harz per ambientarvi i più terrificanti – e i più notevoli – episodi delle Avventure di Ferdinando Conte Fathom”, come osserva Siegbert Salomon Prawer (Caligari’s Children, 1980, ed. it. I figli del dottor Caligari. Il film come racconto del terrore), nella sua acuta disamina del mito geografico tedesco tra letteratura e cinema dell’orrore. L’etichetta “dal tedesco”, il richiamo alla “scuola tedesca”, la dichiarazione di Edgar Allan Poe che i suoi racconti “non erano della Germania ma dell’anima” erano immediatamente recepiti dal lettore ottocentesco quali indizi di misteri e di orrori, e l’apparizione di un nome tedesco nel titolo come promessa di brividi deliziosi. Qualcosa del genere si riproporrà col cinema popolare, e Ornella Volta (Frankenstein & Company. Prontuario di teratologia filmica, 1965), aggiungerà citazioni eloquenti: “Lasciate a noi tedeschi gli orrori del delirio, i sogni della febbre, il regno dei fantasmi. La Germania è un paese che si addice alle vecchie streghe, alle pelli d’orso redivive ed ai golem di ogni sesso”, Henri Heine; “Non crederete mica che solo la Germania abbia il privilegio di essere assurda e fantastica?”, Honoré de Balzac; eccetera.
Paradigmatici nei sette titoli i richiami al castello (inevitabile pensare a The Castle of Otranto), al mistero (qui a The Mysteries of Udolpho), all’orrido (cfr. lo Schauer-Romantik tedesco). Ma lo sviluppo del genere non sarebbe solo quello panoramico, orizzontale: Varma vede addirittura nei titoli lo sviluppo verticale del gotico (almeno quello prima maniera) attraverso il tempo, dalle sue origini, alla compiuta fioritura e fino alla decomposizione. Nei fatti l’altalena tra sirene del torbido ed esaltazione della virtù, tra macabro e candido, rende le eroine di questi romanzi delle Biancaneve in distress minacciate da vilain predatori, violenti e crudeli (spendiamo il termine: sadici, anche se in genere siamo a parecchia distanza dal Divin Marchese), sorelle minori delle spasimanti fanciulle del gotico più noto.
A partire dal 2005, l’americana Valancourt Books avrà il merito di rieditare queste opere quasi introvabili  (The Castle of Wolfenbach nel 2006, dopo le edizioni minori 2003 per Wildside Press e 2004 per Kessinger Publishing) permettendo un apprezzamento da parte di un pubblico odierno: e opportunamente una copia (moderna) dei sette romanzi riuniti in cofanetto è collocata in bella vista in una vetrina del cottage di Jane Austen a Chawton nell’Hampshire. Una splendida mostra The Art of Freezing the Blood: Northanger Abbey, Frankenstein, & the Female Gothic, allestita nel 2018 dei due anniversari nella ben più sontuosa Chawton House a suo tempo di proprietà dal fratello di Jane, Edward, permetteva di vedere esposte anche una serie di altri novel gotici del tutto minori, privi persino della griffe austeniana e talora semplici adattamenti dei classici del genere, per un pubblico che, come l’ineffabile Catherine Morland, di gotico aveva sete.
Tra gli autori – in vari casi le autrici – degli Orridi Sette, spicca Eliza Parsons (nata Phelp: probabilmente 1739-1811), a cui si devono ben due titoli, The Castle of Wolfenbach (1793) e The Mysterious Warning (1796). […]

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Quando le fonti divergono. La profondità delle zone grigie. Intervista all’archeologo Andrea Augenti (parte uno) https://www.carmillaonline.com/2026/01/16/quando-le-fonti-divergono-la-profondita-delle-zone-grigie-intervista-allarcheologo-andrea-augenti-parte-uno/ Fri, 16 Jan 2026 21:00:36 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92371 di Valentina Cabiale

Andrea Augenti è docente di Archeologia Medievale all’Università di Bologna dal 2000. Ha condotto indagini in molti siti d’Italia e ha diretto gli scavi del quartiere portuale e del complesso di San Severo a Classe (Ravenna). Attualmente dirige lo scavo della città abbandonata di Cervia Vecchia (RA). È membro della redazione della rivista Archeologia Medievale, della Società degli Archeologi Medievisti Italiani e della Society for Medieval Archaeology e Fellow della Society of Antiquaries of London. È autore di numerose pubblicazioni, tra le quali Archeologia dell’Italia medievale, Laterza, Roma-Bari 2016; A come Archeologia, Carocci, Roma 2018; Prima lezione di archeologia medievale, Laterza, Roma-Bari 2020; Scavare nel passato, Carocci, [...]]]> di Valentina Cabiale

Andrea Augenti è docente di Archeologia Medievale all’Università di Bologna dal 2000. Ha condotto indagini in molti siti d’Italia e ha diretto gli scavi del quartiere portuale e del complesso di San Severo a Classe (Ravenna). Attualmente dirige lo scavo della città abbandonata di Cervia Vecchia (RA). È membro della redazione della rivista Archeologia Medievale, della Società degli Archeologi Medievisti Italiani e della Society for Medieval Archaeology e Fellow della Society of Antiquaries of London. È autore di numerose pubblicazioni, tra le quali Archeologia dell’Italia medievale, Laterza, Roma-Bari 2016; A come Archeologia, Carocci, Roma 2018; Prima lezione di archeologia medievale, Laterza, Roma-Bari 2020; Scavare nel passato, Carocci, Roma 2020. Il suo ultimo libro è Archeologi. I maestri del passato, Carocci, Roma 2025.

Come racconteresti in breve la tua biografia professionale?

Ho studiato all’università La Sapienza a Roma ma tutto comincia da prima. Mio padre era un sindacalista della CGIL animato da varie passioni che in parte ho ereditato, come quelle per il jazz, la geologia e l’archeologia, e mia madre una storica dell’età contemporanea, Andreina De Clementi (dalla quale ho sicuramente preso la passione per la storia e per i libri). Un giorno mio padre è tornato a casa con la guida archeologica di Roma scritta da Filippo Coarelli mentre a un Natale mi ha regalato Civiltà sepolte di C.W. Ceram. Poi, al liceo, ho fatto un viaggio in Grecia e sono rimasto folgorato. In quegli anni, di mattina andavo a scuola, di sera mi allenavo a pallavolo e un pomeriggio a settimana andavo ad ascoltare le “lezioni planetarie” di Coarelli, al Planetario di piazza Esedra a Roma. Erano conferenze aperte al pubblico, che poi hanno costituito i nuclei dei suoi libri monografici sul Foro Boario, il Campo Marzio, ecc. Una grande scuola. Quando mi sono iscritto all’università avrei voluto fare l’egittologo. Ricordo ancora la prima lezione del professor Sergio Donadoni; era bravissimo, impressionante. Però, come faceva un po’ con tutti, mi sconsigliò di proseguire in quel campo. Sapeva che l’egittologia affascina tutti e se tu ti mostravi interessato, che so, ad Akhenaton, il padre di Tutankhamon, storceva il naso, perché era una figura troppo gettonata. Quando gli portai il piano di studi, per l’approvazione, Donadoni vide che avevo inserito l’esame di Metodologia della ricerca archeologica, che era stato appena introdotto all’università (siamo a metà degli anni Ottanta) e mi disse: “Guardi che se vuole fare l’egittologo le servirebbe molto di più un esame di montaggio e rimontaggio di una jeep, però mi sa che questo esame non c’è”. Iniziai a capire che l’egittologia non era la mia strada. Nello stesso momento un conoscente, archeologo mi disse che l’archeologia medievale era un campo interessante e in forte espansione. Dopo un anno di transizione durante il quale ho avuto la fortuna di seguire i corsi (Topografia antica, Rilievo e analisi tecnica dei monumenti antichi, Urbanistica del mondo romano) di alcuni professori bravissimi (Ferdinando Castagnoli, Cairoli Fulvio Giuliani, Paolo Sommella) e poi di intellettuali davvero strepitosi come Armando Petrucci e Girolamo Arnaldi, ho sterzato verso il Medioevo. Mi sono laureato in archeologia medievale con Letizia Pani Ermini e poi sono andato a lavorare sul Palatino, a Roma, negli scavi di Andrea Carandini. Ero fuori contesto, in quello scavo di medievale c’era ben poco: Rodolfo Lanciani e soprattutto Giacomo Boni nelle indagini precedenti avevano asportato tutte le stratigrafie post-romane. Ma è stato un periodo importante, anche perché Carandini mi ha presentato a Riccardo Francovich, che insegnava archeologia medievale a Siena. Ho vinto un dottorato, poi ho avuto un insegnamento a contratto a Siena e subito dopo è partito il progetto di schedatura dei castelli della Toscana. Dopo aver perso svariati concorsi, mi sono detto: se allo scadere dei 36 anni, che cadevano nel 2000, non sarò entrato nell’università, cambio mestiere. Nell’aprile del 2000 ho vinto il concorso per entrare nell’università di Bologna.

Negli ultimi anni hai fatto diversi podcast per Rai Radio 3, su tematiche archeologiche: Dalla terra alla storia, Vite tra le rovine, Ritorno al passato, Mappe del tempo. Podcast che in parte sono diventati anche libri: A come archeologia (Carocci, 2018), Scavare nel passato. La grande avventura dell’archeologia (Carocci, 2020) e, ultimo, Archeologi. I mastri del passato (Carocci, 2025). Come sei arrivato alla radio e come ti sei trovato con un sistema di comunicazione puramente orale? L’archeologo si occupa di cultura materiale, le cose sono importanti e anche le immagini di quelle cose, che con questo media non puoi utilizzare.

Sono un accanito ascoltatore di Radio 3 sin da quando ho iniziato l’università. La radio ha contato moltissimo nella mia formazione, e in particolare tutti i programmi della gestione di Marino Sinibaldi e quelli precedenti all’attuale Fahrenheit. L’atteggiamento analitico e critico nei confronti del cinema, della musica, della letteratura sono stati una grande scuola. A un certo punto c’era un programma di Monica d’Onofrio intitolato Museo Nazionale, da cui è poi scaturito il libro omonimo, che raccontava singole opere d’arte e monumenti. Monica alcuni anni fa si è rivolta a me per registrare un paio di puntate, durante una delle feste di Radio Tre a Forlì. Dopo, le ho proposto di fare qualcosa insieme, dato che non avevano ancora mai pensato a un programma di archeologia. Ho mandato un progetto a lei e a Sinibaldi e hanno accettato: così è partito tutto.
Sicuramente è strano parlare in studio, con un muro e al massimo un tecnico del suono davanti, così come farlo in casa, da solo. Stranissimo non poter usare le immagini e descrivere oggetti che non si vedono. In questo campo il maestro è stato Neil Mc Gregor, ex-direttore del British Museum, con La storia del mondo in 100 oggetti (Adelphi, 2015), libro nato a partire proprio da un podcast. È uno dei libri più belli nell’ambito della comunicazione storico-archeologica. A forza di fare podcast, ora mi vengono naturali e la mia scrittura è cambiata. A un certo punto hanno iniziato a starmi stretta la scrittura accademica e tutti gli arcaismi terminologici e sintattici, nella costruzione di una frase. Ho lavorato per arrivare a un discorso più diretto, tanto che adesso non riesco più a scrivere nel modo di prima neanche per le riviste specialistiche. Non a caso di recente un articolo mi è stato rimandato indietro con la motivazione che era scritto in maniera troppo colloquiale. Ma io ormai scrivo così, prendere o lasciare.

D’altra parte si possono dire cose complesse anche con un linguaggio molto semplice.

Assolutamente sì. In questo gli anglofoni sono maestri. Credo che la radio sia stata una grande palestra. Quando rileggo mi accorgo sempre che ci sono troppi incisi o parentesi che interrompono il discorso. Meglio spezzare la frase in due parti. L’altra peculiarità del lavorare in radio è che le reazioni del pubblico sono rare. Ogni tanto mi arrivano delle mail. Una volta una signora di Napoli mi ha scritto che ha ascoltato una mia puntata sulla città antica di Pompei mentre cucinava il sugo, e si è messa a piangere. Due ragazzi, invece, mi hanno scritto dall’Islanda ringraziandomi perché mi ascoltavano tutte le mattine con le cuffie facendo jogging tra i ghiacci. Quest’anno per la prima volta nella mia vita ho aperto un profilo Facebook, ho toccato con mano che esiste un folto pubblico di appassionati e ho letto commenti positivi e lusinghieri. Quindi la cosa funziona. Il motivo principale per cui ho pensato a questo programma è che sono stufo di vedere la divulgazione fatta come se non richiedesse uno specialismo. A me Alberto Angela (di formazione paleontologo) che una sera fa una puntata su Collasso (Einaudi, 2014) di Jared Diamond e la settimana successiva sulle pitture della cappella Sistina, lascia perplesso. Veicola l’idea che la cultura sia tutta uguale. Non voglio fare una petizione banale del tipo “l’archeologia agli archeologi”, però se parli di una cosa devi conoscerla. C’è un pensiero di sottofondo che l’archeologia sia di tutti, il che è anche vero, ma se la vuoi raccontare non puoi improvvisarti. In ogni puntata tento di mostrare che l’archeologia è radicata nel mondo che la circonda, non è un microcosmo a parte. Cerco di spiegare qual è stata l’impostazione della ricerca, il metodo, e il retrobottega della scoperta. A volte riesco a raccontare meglio un’idea se ancoro l’attenzione sul personaggio che l’ha avuta, e questo è stato il format del Podcast Vite tra le rovine, che poi è diventato il libro Archeologi.

Volevo porti una domanda riguardo al pubblico delle tue trasmissioni radiofoniche. Tra l’altro, quando penso alla divulgazione in archeologia e al pubblico “indifferenziato” a cui immaginiamo che questa divulgazione sia rivolta, mi viene sempre in mente una cosa che sentii dire dal professor Guido Vannini, tuo collega in archeologia medievale. Disse una volta che il pubblico indifferenziato non esiste. Di fronte puoi avere un falegname, una parrucchiera, una business manager, un muratore, uno studente, ovvero un pubblico composto da individui ciascuno con le sue specializzazioni e competenze. È una visione che mi piace perché è orizzontale e non verticale e pone l’attenzione sul fatto che ciascuna delle persone di quel pubblico è portatrice di un sapere. I riscontri che ricevi ti permettono di ipotizzare approssimativamente da quali persone è composto il tuo pubblico; esso coincide con quello che desideri?

Il mio pubblico è composto da persone che probabilmente hanno una cultura abbastanza elevata, ma in realtà ne so ben poco; credo che in media abbiano tra i 50 e gli 80 anni. Se riesco a spiegare alla signora a cui piace Gustav Mahler che Giacomo Boni è uno di coloro che hanno introdotto il metodo stratigrafico in archeologia in Italia, a inizio Novecento, sento di aver fatto qualcosa di importante. Però mi piacerebbe che il pubblico fosse anagraficamente più trasversale e che ci fossero più giovani, ma forse c’è un problema strutturale di base: la maggior parte dei giovani non ascolta la radio e non conosce la piattaforma RaiPlay Sound.

Gli archeologi ti ascoltano?

Pochissimi mi testimoniano interesse e stima per questa cosa; alcuni me ne parlano e dimostrano attenzione ma soltanto quando li incontro; e poi ci sono quelli che non mi dicono nulla. Diciamo che non ho un riscontro ampio da parte della comunità degli archeologi. Ma forse dipende dal fatto che molti non ascoltano la radio, oppure discende da quella sorta di freno che impedisce a tanti di fare complimenti o osservazioni ai colleghi. Io, spesso, se leggo una cosa che mi piace tanto, telefono o scrivo all’autore. La reazione di solito è sbigottita. In Italia non c’è questa abitudine, diversa è la situazione tra gli archeologi all’estero, con i quali ho sempre avuto un legame preferenziale. Tra di loro c’è meno difficoltà a riconoscere il valore degli altri o semplicemente l’exploit occasionale.

Hai scritto che la scoperta della tomba di Tutankhamon nel 1922, molto nota anche ai non addetti ai lavori, è stato l’evento che ha segnato la “perdita dell’innocenza dell’archeologia”, nel senso che gli archeologi si sono resi conto che l’archeologia aveva un grande appeal che poteva essere sfruttato. Lord Carnarvon, il finanziatore dello scopritore Howard Carter, vende l’esclusiva della scoperta al Times. C’è una foto famosa con i due affiancati, prima che Carter entri nella tomba. In realtà questa immagine è falsa, costruita a tavolino, dopo che Carter era già entrato.
Ma di false immagini nella storia dell’archeologia ce ne sono altre e la più nota è forse quella di Sofia Enkastrōmenou, la moglie di Heinrich Schliemann, che indossa i gioielli del c.d. Tesoro di Priamo rinvenuto a Troia nel 1873. È stato dimostrato che la moglie non era presente sullo scavo al momento del ritrovamento, diversamente da quanto Schliemann raccontò nella storia della scoperta. Come mai vedi la “perdita dell’innocenza” dell’archeologia proprio nel 1922?

Beh, intanto tra Schliemann e Carter ci sono alcune differenze. Quella della scoperta di Troia è una storia veramente al limite del losco. Schliemann ha dei meriti, però era un terribile bugiardo e il suo comportamento nei confronti di Frank Calvert, il primo ad aver ipotizzato di poter trovare i resti della città di Troia sulla collina di Hissarlik, è stato molto scorretto. Si è impadronito del sito, aveva i mezzi economici per farlo. Ma secondo me c’è stata una perdita dell’innocenza maggiore nel caso della scoperta della tomba di Tutankhamon per la sistematicità della messinscena, per l’operazione messa in atto non solo da parte del finanziatore Lord Carnarvon, ma anche di Carter, che era un archeologo (a differenza di Schliemann). Poi, per carità, Carter ha lavorato duramente, ha trascorso tutta la vita a catalogare gli oggetti della tomba pur non riuscendo a completare la pubblicazione, però ha contribuito a tingere di artificio la storia della scoperta. Questo è stato fatto talmente bene che ne è venuta fuori una Tut-mania, mentre non c’è mai stata una Troy-mania. Forse la cosa ha funzionato proprio perché aveva un’anima forte di scientificità; solo in seguito è arrivata la faccenda della maledizione, si è cominciato a scrivere romanzi sulla mummia e via dicendo. Carter ha incarnato alla perfezione il principale topos identitario dell’archeologo, ovvero il disturbatore di morti, che è una figura più affascinante dell’archeologo che scopre siti. Troia è ovviamente intrigante perché si interseca con la narrazione di Omero, però non c’è paragone, mancano tutti gli spunti per le derive horror e splatter. Questa idea dell’archeologo che sta sul crinale tra la vita e la morte, alle prese con un cadavere e con una civiltà lontana ma vicina, africana ma quasi europea, è troppo attraente. Un altro archeologo che ha contribuito alla perdita dell’innocenza dell’archeologia, e siamo di nuovo a metà degli anni Venti, è Mortimer Wheeler, che si mette a vendere dei sassi provenienti dal sito dell’età del Ferro di Maiden Castle. Lo fa per finanziarsi lo scavo, ma certo è un gioco ardito e discutibile. Dopo si è scoperto che molte di quelle pietre non provenivano neppure da Maiden Castle. Anche Wheeler aveva intuito che l’archeologia attira il pubblico, e che questo si può sfruttare.

Pensi realmente che ci sia stata una fase in cui l’archeologia è stata innocente?

Mah, se ci pensi, ad esempio in Italia Rodolfo Lanciani è stato uno che ha puntato molto e in modo assolutamente pulito sull’archeologia, scriveva abitualmente su quotidiani italiani e inglesi raccontando le scoperte a Roma. Però tutto sommato faceva il cronista, non c’era una idea di mercificazione. Carnarvon invece vende l’esclusiva al Times per rientrare delle spese messe in campo per le ricerche di Carter. E quindi poi lui e Carter devono costruire un racconto che consenta quel ritorno economico. Non storco il naso, però è evidente che quello è il momento in cui l’archeologia sfonda il muro dello specialismo che fino a quel momento ne aveva impedito la diffusione massiccia nei media.
E da quel momento, forse, gli archeologi sono condannati a fingere sempre l’istante della scoperta. È qualcosa che c’è un po’ in tutti i livelli della divulgazione archeologica e che rischia di mistificare il processo della ricerca, riducendolo al momento in cui qualcosa riappare. Il discorso oggi è ancora più interessante se pensiamo alle possibilità tecnologiche di produrre immagini-fake. Nel 2022 è stata diffusa al pubblico la scoperta archeologica del santuario di età etrusco-romana di San Casciano ai Bagni, in provincia di Siena, e in particolare dei moltissimi reperti, tra cui numerose statue in bronzo, rinvenute nel riempimento di una vasca sacra. La scoperta ha avuto un grande impatto mediatico e la diffusione di molte fotografie delle statue nel momento e nel contesto di ritrovamento. A un certo punto sui social è diventata virale la foto di una statua di adolescente, che emergeva dal fango. Un’immagine presto smascherata dagli addetti ai lavori perché presentava forme e dettagli incongruenti (tra cui anche una mano con sette dita). Era stata prodotta con intelligenza artificiale dall’artista Fabrizio Ajello, che ne ha poi scritto su Art Tribune, dicendo che aveva voluto sperimentare le potenzialità dell’applicazione Midjourney. Un progetto artistico per indagare le dinamiche di interpolazione e diffusione delle immagini sui social. L’immagine non era accompagnata da un esplicito riferimento ai ritrovamenti di San Casciano, che però con ogni evidenza erano stati la sua ispirazione. Secondo te gli archeologi sono più attratti da queste possibilità di generare rappresentazioni verosimili, se non fake, o più preoccupati?
Sto cominciando a vedere l’uso dell’intelligenza artificiale nelle ricostruzioni archeologiche. Di recente ho scritto un articolo sulla pratica delle ricostruzioni (nel primo numero della rivista Evomedio: Oltre la prova. Quello che l’archeologia non dice e come provare a dirlo), che secondo me è utilissima perché ti porta a ragionare in maniera analitica sui dettagli, dall’abbigliamento delle persone ai modi di trattare le figure umane, la forma di un edificio, di un ambiente. Più vado avanti in questo mestiere più credo che il disegno sia essenziale. Quando le planimetrie di uno scavo sono disegnate bene, sono pulite e leggibili, significa che lo scavo è stato fatto bene. Quando vedi pastrocchi vuol dire che qualcosa non è stato capito fino in fondo. Il disegno ti costringe a sostare davanti all’oggetto. L’AI ha un vantaggio enorme perché è veloce, si basa su banche dati immense, però in questo modo si perde l’esercizio del disegno e il risultato è un po’ freddo. Anche perché con l’AI si tende a produrre immagini che sembrano delle fotografie scattate all’epoca. A volte questo accade anche con il disegno. Ad esempio trovo che le ricostruzioni più in voga, quelle dello studio Inklink, siano esteticamente bellissime ma molto assertive. Sono talmente pulite e complete che sembra dicano “è andata proprio così”. Forse si possono studiare altri modi per far capire che non possiamo giurare al 100 % su quello che proponiamo. Il dato esiste ma la ricostruzione nel dettaglio è sempre ipotetica. Sheila Gibson disegnava le figure umane come semplici sagome, dei fantasmini funzionali ad animare la scena e a dare la scala metrica. Non dico che tutti i disegni debbano essere fatti così, ma preferisco questa tendenza ad accennare. Probabilmente dipende anche dall’uso di certe tecniche piuttosto che di altre. Quelli di Inklink usano molto l’aerografo che rende tutto molto naturalistico. Però un conto è la ricostruzione di un luogo tuttora esistente, ad esempio Piazza del Campo a Siena, nel XIV secolo; un altro è quando la base di partenza è uno scavo archeologico. In questo secondo caso un dettaglio preciso secondo me non è onesto intellettualmente. Vicino a Cervia è stata ritrovata una chiesa: ne restano tre pilastri e un muro, per il resto le uniche tracce dell’edificio sono le fosse di spoliazione delle strutture, grazie alle quali possiamo ricostruire l’attacco di un’abside e un transetto. Ci sono almeno tre gradi diversi rappresentabili nella ricostruzione: il grado due (il muro ritrovato, per quanto solo in parte), il grado uno (il negativo del muro) e il grado zero (il muro ipotizzato). Ho fatto disegnare la ricostruzione di quella chiesa distinguendo con colori diversi le parti ritrovate per davvero, le parti ricostruite a partire dalle tracce, le strutture ipotizzate per chiudere in qualche modo la forma architettonica ma che non sono state ritrovate.

Meglio rinunciare al realismo ma essere più onesti, quindi…

Nelle ricostruzioni non possiamo essere realistici. Capisco che sia necessario comunicare in modo chiaro ma vorrei anche che ci fosse una gradazione tra ricostruzioni volte al pubblico e ricostruzioni per gli addetti ai lavori. Oppure cercare altre modalità di rappresentazione. Ad esempio a Ravenna, nel Museo Classis di cui ho redatto il progetto scientifico, abbiamo prodotto tre ipotesi diverse di ricostruzione della Porta Aurea, la porta urbana più importante della città romana, costruita per il ritorno dell’imperatore Claudio dopo la conquista della Britannia nel 43 d.C. Questa porta ha due torri circolari ma non sappiamo se esse siano state aggiunte nella Tarda Antichità, cosa per la quale ci sarebbero vari confronti, o se ci fossero fin dall’inizio, ipotesi per la quale ci sono altri confronti. Credo che ogni tanto l’archeologo debba ammettere di saperne solo fino a un certo punto. Poi dipende sempre da cosa uno vuole veicolare attraverso le immagini.

Questo si aggancia a un’altra cosa che volevo chiederti. È una divagazione. Qualche mese fa su Instagram ho letto un post su Alan Kurdi, il bambino siriano di cui tutti nel 2015 abbiamo visto la foto del corpo disteso prono su una spiaggia lungo la costa turca nei pressi di Bodrum. Un bambino morto in una naufragio. In questo post (“ThePeriod”) si dice che dieci anni fa fummo scioccati da questa fotografia, mentre oggi possiamo vedere centinaia di immagini di questo tipo con minore clamore, molti di noi sono come anestetizzati. Quello è stato il momento, secondo gli autori del post, in cui abbiamo sostituito l’emozione all’azione. In conclusione c’è una domanda: “Vogliamo davvero vedere, o vogliamo solo aver visto?”
Mi rendo conto che partire da questa riflessione e tornare a parlare di archeologia può apparire poco opportuno. Ma lo sguardo è sempre trasversale, e le stesse persone che hanno guardato la foto di Alan Kurdi, che oggi guardano le foto dei bambini e degli adulti ammazzati a Gaza, hanno guardato anche molto altro. E i produttori delle icone false lo sanno bene. La foto della falsa statua di San Casciano citata prima era, non a caso, relativa a un adolescente, non a un vecchio. Con le tue competenze di archeologo, sulla base di quello che pensi e senti, ti poni il problema di come stimolare la responsabilità dello sguardo? Una visione critica del passato come del presente, che provochi la riflessione attiva e non solo l’osservazione.

Al di là delle immagini mi sembra che, se restiamo nel campo dell’archeologia, il discorso sia molto ampio. La cosidetta “rivoluzione stratigrafica” dell’archeologia è stata fondamentale per rinnovare la disciplina però ha anche frammentato moltissimo l’informazione. Questo ha avuto effetti in parte disastrosi, ad esempio nella produzione dei testi archeologici, perché le pubblicazioni e in generale l’informazione archeologica è diventata analitica e catalogica, cioè molto più di dettaglio che in passato. Oggi sembra quasi che il valore di uno studio sia nel suo essere catalogico, per cui ci sono edizioni di scavo con 100 pagine di testo e 400 di tabelle. Tutto questo è ovviamente collegato alle ricostruzioni di cui parlavano prima e quindi con le rappresentazioni del passato che offriamo al pubblico. La frammentazione e il pensiero iper-analitico sono corretti ma generano mostri e non aiutano la comunicazione in archeologia e in generale la riflessione sui problemi. Il punto è come si usano i dati di uno scavo archeologico [si veda: Storia e archeologia: è questa la strada del dialogo? | Reti Medievali Rivista]. Spesso vengono selezionati per costruire la narrazione che si vuole portare, o gonfiati. L’ho presa un po’ alla lontana, ma quella frammentazione equivale a una mole enorme di documentazione (ogni coccio una scheda, ecc.) e questa impostazione analitica ha creato molti archeografi e pochi archeologi. Molti si limitano a dire che in uno scavo hanno trovato questo o quello, ma poi? Noi archeologi siamo storici, se non ricostruiamo la storia con uno sguardo critico e riflessivo, a cosa serviamo?

Non credi che questo abbia anche un po’ isolato la disciplina, rendendola poco accessibile dai colleghi delle altre discipline? Lo storico dell’arte, Ernst H. Gombrich, nella prefazione a una raccolta di saggi di inizio anni Sessanta (A cavallo di un manico di scopa. Saggi di teoria dell’arte, Einaudi 1971) si poneva il problema di come infrangere l’isolamento della storia dell’arte e realizzare un “ideale di cooperazione intellettuale”, in modo che gli altri potessero ricavare dalla storia dell’arte qualcosa di utile alla propria disciplina. Traslando il discorso all’archeologia, gli altri (antropologi, storici, …) prendono cose da questa disciplina?

Molto poco, anche perché tra gli archeologi ci sono poche personalità che possono fare da ponte. Da qualche anno sono coordinatore di un dottorato che si chiama “Scienze storiche e archeologiche”, quindi per me l’interazione con gli storici e far capire loro il peso potenziale dell’archeologia sono passaggi fondamentali. Ma dall’altra parte non c’è tutta questa ricettività. Si contano sulle dita di due mani gli storici che vogliono discutere con noi, rispetto al Medioevo ma anche all’Antichità. Quantomeno in Italia, per la maggior parte degli storici la materialità è una quinta scenografica di fronte alla quale succedono cose più importanti, ovvero le interazioni tra persone tramandate dalla parola scritta. Poi, noi probabilmente non siamo troppo bravi a comunicare con i colleghi di altre discipline, e pochi cercano di farlo.
Forse molti restano nella propria nicchia anche perché interessati principalmente al proprio piccolo esercizio di potere.
Questa è un’altra parola chiave. È molto una questione di potere. Per quanto poco potere si possa gestire con l’archeologia.

Nel tuo ultimo libro citi i placemakers, cioè quegli archeologi che si sono dedicati per buona parte della vita a un singolo sito: Schliemann a Troia, ad esempio. Ti senti un placemaker con il sito di Ravenna-Classe?

Mi metti in imbarazzo, mi farebbe piacere se qualcuno lo dicesse ma non me la sento di farlo io. Il concetto di placemaking è stato elaborato da Richard Hodges, il quale diceva che Riccardo Francovich era uno di questi placemakers. È vero perché Riccardo è stato capace di far diventare Montarrenti e San Silvestro, due piccoli siti della Toscana, l’epicentro di una revisione drastica sul tema dell’incastellamento. Hodges stesso è stato placemaker a San Vincenzo al Volturno, un sito che ha una dimensione potenzialmente europea, e poi a Butrinto in Albania. Io ci sto provando con Cervia: è un luogo che non ha una forte tradizione archeologica, mentre noi abbiamo trovato la città vecchia e un enorme complesso ecclesiastico che quasi sicuramente è la prima cattedrale.

Vorresti fermarti lì?

Mah, questo non lo so; però di sicuro a Cervia c’è lavoro per due-tre generazioni di archeologi. Non ho mai avuto la spinta a cercare l’archeologia fuori dall’Italia. Ho lavorato per due anni a Samarcanda, in Uzbekistan, insieme a Maurizio Tosi, personaggio moto intelligente ma complesso. Però il fatto di non dominare la lingua antica del posto, e neanche quella moderna, e quindi non poter leggere le fonti scritte in prima persona, per me era un grande handicap. Per questo dopo poco me ne sono andato. Ho lavorato molto a Roma, in Toscana, a Ravenna e oggi a Cervia.

Sei policentrico?

Sì, abbastanza.

E invece non avresti voglia di concentrarti su una persona, più che su un luogo, e scriverne la biografia? Una pratica che, nel mondo dell’archeologia italiana, è stata poco frequentata (con alcune importante eccezioni, come il libro di Marcello Barbanera su Ranuccio Bianchi Bandinelli); come mai, secondo te?

Dedicarmi a una persona sola, non so. Avevo accarezzato un progetto di questo tipo sui viventi, o comunque sui miei maestri. Penso ad Andrea Carandini, Filippo Coarelli, Riccardo Francovich. Chissà, forse Perché non c’è questa tradizione in Italia? Qualcosa si è mosso con la biografia di Domenico Palombi su Rodolfo Lanciani e con quella di Marcello Barbanera su Bandinelli. Ma credo che la risposta stia nel fatto che siamo di nuovo in una zona che sta a cavallo tra una analisi di tipo scientifico, storico-culturale, e la divulgazione. Un libro come il mio ultimo per Carocci nella VQR (Valutazione della Qualità della Ricerca) nelle istituzioni italiane viene valutato zero, o comunque molto poco, proprio perché è considerato divulgazione. I giovani non sono invogliati ad occuparsene perché non fa fare carriera. Infatti non ci sono corsi di divulgazione archeologica nelle università.

 

La seconda parte dell’intervista di Valentina Cabiale ad Andrea Augenti sarà pubblicata su Carmilla il giorno 11 febbraio 2026.

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