Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Mon, 29 Jun 2026 22:30:50 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Petrolio e conflitti globali nella crisi del capitalismo fossile statunitense https://www.carmillaonline.com/2026/06/30/petrolio-e-conflitti-globali-nella-crisi-del-capitalismo-fossile-statunitense/ Mon, 29 Jun 2026 22:30:50 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94973 di Fabio Ciabatti

Adam Hanieh, Crude Capitalism. Oil Corporate Power and the Making of the World Market, Verso Books, London 2024, pp. 336, € 18,47.

Il sovrano è pazzo, ma la sua follia non spiega un granché. Anzi è proprio ciò che va spiegato. Come è possibile che la più grande potenza mondiale, gli Stati Uniti, si sia messa nelle mani di uno squilibrato? La domanda non nasce certo da un’ingenua fiducia nelle presunte virtù della democrazia americana. Piuttosto la vera questione è come sia potuto accadere che il deep state americano, cioè l’insieme di istituzioni, apparati e interessi che garantiscono la [...]]]> di Fabio Ciabatti

Adam Hanieh, Crude Capitalism. Oil Corporate Power and the Making of the World Market, Verso Books, London 2024, pp. 336, € 18,47.

Il sovrano è pazzo, ma la sua follia non spiega un granché. Anzi è proprio ciò che va spiegato. Come è possibile che la più grande potenza mondiale, gli Stati Uniti, si sia messa nelle mani di uno squilibrato? La domanda non nasce certo da un’ingenua fiducia nelle presunte virtù della democrazia americana. Piuttosto la vera questione è come sia potuto accadere che il deep state americano, cioè l’insieme di istituzioni, apparati e interessi che garantiscono la continuità del ruolo globale degli Stati Uniti, si sia affidato a un presidente che ha una ben scarsa cognizione di quello che fa, come appare chiaramente dalla gestione della guerra scatenata contro l’Iran insieme a Israele. Per farla breve, deve essere un sistema impazzito nel suo complesso quello che riesce a partorire soltanto una strategia del “cane pazzo” (formula coniata, guarda caso, dal fu capo di stato maggiore israeliano Moshe Dayan) come unica via per cercare di tirarsi fuori dal pantano delle sue contraddizioni interne (una coesione sociale oramai in pezzi) ed esterne (la crisi della sua egemonia globale). Dio acceca chi vuole perdere, verrebbe da commentare con malcelata soddisfazione, se di mezzo non ci fossero innumerevoli vittime, per non parlare della famigerata valigetta nucleare affidata a mani davvero poco rassicuranti.

Quanto alle accennate contraddizioni esterne, un capitolo importante di questa storia andata a male è costituito dalle profonde trasformazioni che ha subito dall’inizio del nuovo millennio il capitalismo fossile a guida statunitense, perno fondamentale dell’ordine globale del dopoguerra. Sebbene si tratti solo di un capitolo di una storia più ampia, sarebbe sbagliato sottostimarene la profonda rilevanza per comprendere il proliferare sempre più accelerato di conflitti bellici a cui stiamo assistendo. A tal proposito può essere utile prendere le distanze dall’immediata attualità e soffermarsi sulle dinamiche strutturali di più lungo periodo attraverso un interessante testo di Adam Hanieh, Crude Capitalism. Oil Corporate Power and the Making of the World Market. In questo modo possiamo mettere a fuoco come il petrolio non sia semplicemente una risorsa energetica tra le altre, ma rappresenti una componente materiale che attraversa l’intero sistema economico mondiale, legando produzione industriale, trasporti, finanza e potere politico. Seguendo il libro di Hanieh possiamo comprendere come il petrolio, con la sua maggiore densità energetica, portabilità e flessibilità chimica, si sia affermato quale substrato energetico ideale per alimentare l’accumulazione senza fine del capitalismo. La sua centralità emerge se non ci limitiamo a considerare le operazioni di ricerca e estrazione del greggio (le attività a monte, upstream), ma rivolgiamo il nostro sguardo anche alla raffinazione, alla distribuzione e all’industria petrolchimica (le attività a valle, downstream). Il petrolio, in breve, è una componente strutturale del sistema industriale non solo come fonte di energia, ma anche come elemento costitutivo di una vastissima gamma di beni prodotti quali materie plastiche, fibre sintetiche, fertilizzanti, gomma ecc.

L’oro nero si afferma come perno del sistema capitalistico nell’ambito di un ordine coloniale in cui le potenze europee controllano le principali riserve, in Medio Oriente come in America Latina. Le concessioni petrolifere riflettono una divisione internazionale del lavoro che assegna ai paesi produttori il ruolo di fornitori di materie prime, mentre il valore aggiunto si concentra nei centri industriali. Questa gerarchia globale sopravvive anche dopo la conquista dell’indipendenza da parte dei paesi produttori del Medio Oriente e il parziale riequilibrio dei rapporti di forza conseguito attraverso la creazione dell’OPEC negli anni Settanta.
Nel dopoguerra il petrolio soppianta il carbone come prima fonte energetica in Europa, passaggio già avvenuto negli USA prima del secondo conflitto mondiale, diventando la base energetica per la diffusione dell’automobile, la crescita urbana e l’industrializzazione di massa. Questo ordine globale si basa su un sistema di alleanze degli Stati Uniti con i paesi produttori del Medio Oriente e, in particolare dopo il 1967, con Israele. Lo stato sionista, durante la Guerra dei sei giorni contro Egitto, Siria e Giordania, dimostra la sua utilità nello sconfiggere il nazionalismo arabo, impegnato a trasformare il petrolio nella risorsa per lo sviluppo dei Paesi produttori, sottraendo una parte consistente dei suoi proventi alle imprese occidentali. Circostanza che spiega, tra l’altro, la predilezione statunitense nello stringere legami strategici con sistemi autocratici e reazionari, meno inclini a soddisfare le rivendicazioni delle rispettive popolazioni e dunque poco propensi a sfidare, almeno in quella fase, il controllo occidentale sulle proprie risorse.
Questo controllo ha anche un altra importante conseguenza per il capitalismo globale: l’oro nero rappresenta uno dei pilastri dell’ordine finanziario internazionale grazie al suo legame con il dollaro, soprattutto a partire dagli anni Settanta con la fine del sistema di Bretton Woods e con la crescita dei prezzi del greggio successivo agli shock petroliferi. I paesi produttori, infatti, vendono il greggio in moneta statunitense e reinvestono i suoi proventi nei mercati finanziari occidentali, in particolare negli USA. Questo meccanismo rafforza il ruolo del dollaro come moneta mondiale e consente agli Stati Uniti di finanziare, ancora oggi, il proprio disavanzo e mantenere una posizione dominante nell’economia globale. 

A partire dagli anni Duemila, ed è qui che volevamo arrivare, questo sistema entra in una fase di profonda trasformazione che si può schematizzare attraverso due processi di portata storica. In primo luogo, si assiste nei paesi produttori alla crescita delle società petrolifere nazionali a controllo statale (National Oil Companies) che si sviluppano come enormi e diversificate corporation con l’integrazione delle attività a monte e a valle sul modello delle imprese americane ed europee, superando le major private nord-occidentali quanto a produzione e riserve di petrolio, capitalizzazione di mercato e quantità di esportazioni.
Per avere un’idea delle proporzioni di questo fenomeno, prendiamo come esempio Saudi Aramco, il colosso nazionale dell’Arabia Saudita. Nel 2019 ha realizzato la più grande Offerta Pubblica Iniziale di azioni al pubblico (IPO) mai vista fino ad allora (primato superato solo quest’anno da SpaceX di Musk) e nel 2022 ha conseguito il più elevato profitto mai registrato a livello globale da un’azienda, in qualsiasi settore. Analogamente, aziende come l’emiratina ADNOC, la qatariota QatarEnergy, la russa Rosneft e anche le cinesi CNPC e Sinopec svolgono un ruolo centrale sia come attori di mercato sia come strumenti di politica economica e geopolitica dei rispettivi Stati. I colossi petroliferi occidentali, invece, sono sempre più controllati da banche d’investimento, fondi di private equity e società di gestione patrimoniale, tra cui un ruolo fondamentale è riservato alle onnipresenti Big Three (Blackrock, Vanguard e State Street).
Venendo al secondo aspetto della trasformazione sopra richiamata, si deve registrare un cambiamento radicale nella geografia della domanda energetica. La maggior parte delle esportazioni di petrolio greggio e raffinato da USA, Canada e Messico si dirige verso il blocco nord americano, per lo più controllato dalle major occidentali. Per quanto riguarda il Medio Oriente, invece, il suo petrolio fluisce sempre più verso l’Asia a differenza di quanto accadeva nel secondo dopoguerra quando si dirigeva principalmente verso l’Europa occidentale. La Cina è la principale protagonista di questa trasformazione. Nel 2000 rappresentava solo il 6% della domanda mondiale di petrolio, ma dopo circa vent’anni consumava il 14% del greggio a livello globale, seconda solo agli Stati Uniti. Allo stesso tempo l’Asia nel suo complesso consumava quasi un terzo del petrolio mondiale, più di Europa, Russia, Africa, Centro e Sud America messe insieme. L’India segue una traiettoria simile a quella cinese, con una domanda in crescita rapida che la rende uno dei principali poli energetici globali. Anche la Russia, soprattutto dopo il 2022, ha ridirezionato una parte significativa delle sue esportazioni di petrolio proprio verso Cina e India, offrendo prezzi scontati e rafforzando ulteriormente l’asse energetico eurasiatico. 

Questo spostamento si riflette nel rafforzamento di rapporti economici bilaterali tra stati mediorientali e asiatici. L’Arabia Saudita ha consolidato la Cina come suo principale cliente, mentre investe direttamente in raffinerie e impianti petrolchimici del Paese. Allargando lo sguardo, tra il 2012 e il 2021, circa la metà degli investimenti provenienti da paesi non asiatici e indirizzati verso asset petroliferi della stessa Asia proveniva dagli Stati del Golfo. Non solo Cina, dunque, ma anche Corea del Sud, Singapore, Malesia e Giappone: sono questi i Paesi in cui le imprese del Golfo Persico (utilizzando materie prime provenienti dallo stesso Golfo) producono prodotti petroliferi raffinati e sostanze chimiche di base che vengono poi commercializzati in Asia. L’ex Impero celeste, da parte sua, ha indirizzato crescenti risorse finanziarie verso il Medio Oriente: tra il 2017 e il 2021 il 30% dei suoi investimenti legati al petrolio sono andati in questa regione (erano circa il 6% nel quinquennio precedente), una quota superiore rispetto a qualsiasi altra area del mondo.
Questa trasformazione riguarda in realtà l’intera organizzazione del sistema produttivo globale. La Cina e l’Asia nel suo complesso non sono soltanto grandi consumatori di energia, ma anche il centro dell’industria manifatturiera mondiale, compresa la produzione petrolchimica, attività in cui hanno superato USA e Europa. Tra il 1992 e il 2022, infatti, la capacità di raffinazione del petrolio asiatica è cresciuta fino al 29% del totale mondiale. In questo settore l’unica altra regione che aumenta la sua quota globale è il Medio Oriente che dall’inizio degli anni Novanta del secolo scorso ha più che raddoppiato la sua capacità di raffinazione, arrivata fino all’11% del totale.
È inoltre da notare il fatto che i principali attori nel settore della raffinazione dalla fine del secolo scorso sono rimasti più o meno gli stessi, mentre sono cambiate le posizioni relative: quindici imprese detengono circa la metà della capacità produttiva mondiale (era circa il 40% a fine secolo scorso) e tra queste il primo, il secondo e il quarto posto sono oggi appannaggio di sauditi o cinesi (Saudi Aramco, CNCP e Sinopec), mentre nel 1999 i tre più grandi produttori erano tutti occidentali (Royal Dutch Shell, Exxon e BP Amoco). Più in generale, circa la metà della capacità di raffinazione tra le prime quindici oil company è attualmente detenuta da imprese petrolifere nazionali, contro il 37% del 1999. Ma il controllo statale degli idrocarburi, è bene sottolinearlo, non è in contraddizione con la crescita del capitale privato in questo settore e in quelli collegati perché proprio attraverso le partnership con le società petrolifere pubbliche molti conglomerati aziendali nazionali si sono potuti espandere in Asia, Medio Oriente e Russia. 
Tutte le trasformazioni che abbiamo brevemente descritto hanno anche rilevanti  conseguenze sul mercato monetario e finanziario internazionale. Nel 2018 la Shanghai International Energy Exchange, la borsa merci cinese con focus su prodotti energetici e materie prime, lancia un contratto futures sul petrolio con l’obiettivo di farlo diventare benchmark di riferimento per il prezzo dell’oro nero nella regione Asia-Pacifico. Poiché si tratta di un contratto denominato in renminbi, la moneta cinese, esso rappresenta una potenziale minaccia per l’egemonia internazionale del dollaro. Per quanto il commercio denominato in renminbi sia cresciuto da allora, il dollaro continua ad essere di gran lunga la moneta di riferimento per il petrolio, così come per il commercio transfrontaliero in generale (per non parlare del suo ruolo ancora preponderante come valuta di riserva mondiale). Ciò non di meno la minaccia per il “privilegio esorbitante” della moneta statunitense sul mercato mondiale rimane, almeno in prospettiva, anche alla luce della situazione debitoria degli USA sempre più problematica.

Per riassumere il testo di Hanieh, la produzione di merci a livello globale, incluso molto di ciò che viene alla fine consumato in Europa e negli Stati Uniti, fa perno oramai sull’asse del capitalismo fossile che connette i giacimenti petroliferi, le raffinerie e le fabbriche tra Medio Oriente e dell’Asia. Torniamo dunque all’attualità, tenendo conto della cornice concettuale dell’autore per inquadrare la guerra contro l’Iran nell’ambito del più ampio scontro tra Stati Uniti e Cina. Il petrolio è al centro di questo conflitto, anche se la principale materia del contendere non riguarda le necessità di approvvigionamento degli USA che, anche grazie allo shale oil, sono diventati il primo produttore e uno dei più principali esportatori di petrolio a livello mondiale. La vera questione sta nell’interesse degli Stati Uniti a riprendere il controllo della risorsa attraverso cui si organizza il sistema globale per avere la capacità di condizionare lo sviluppo del Paese che viene considerato apertamente come la principale sfida sistemica all’ordine internazionale da loro guidato. Un controllo che significherebbe anche consolidare il rapporto tra oro nero e dollaro.
Se questo è il quadro, l’attacco all’Iran, per quanto progettato e gestito in modo sconsiderato, ha una sua logica che non può essere ridotta al capriccio di un presidente folle e ricattabile (anche se folle e ricattabile lo è davvero). L’Iran rappresenta un nodo strategico sia per le sue risorse sia per la sua posizione geografica. Il suo legame strategico con la  Cina ne rafforza il ruolo all’interno di un possibile blocco energetico alternativo. Lo scontro con gli Stati Uniti, dunque, riflette il tentativo di impedire che si consolidi un’integrazione tra Medio Oriente e Asia capace di sfuggire al controllo occidentale. Già ne La grande scacchiera del 1997, Zbigniew Brzezinski  avvertiva che  lo scenario più pericoloso, per quanto ritenuto allora improbabile, sarebbe stato quello di una coalizione anti-egemonica composta da Cina e Russia, con la possibile aggiunta dell’Iran, unificata non da una comune ideologia, ma da rivendicazioni complementari.
Insomma, se è pur vero che Netanyahu ha trascinato Trump in guerra facendolo fesso con la promessa di una facile vittoria, rimane il fatto che le ragioni di fondo di questo conflitto non le ha certo inventate il premier israeliano. Anche perché i Paesi del Golfo, come si può arguire dal testo Hanieh, stanno oramai sviluppando propri interessi economici e geopolitici tali da renderli per gli Stati Uniti degli alleati non completamente affidabili. Quello che è certo è che la guerra ha dimostrato come la rete di basi militari americane, invece di essere uno scudo protettivo, rappresenti un pericolo per i Paesi del Golfo. L’unico rapporto nel Medio Oriente che appare al momento irrinunciabile per gli USA, per quanto anch’esso si sia mostrato oramai problematico, è quello con Israele, uno Stato che considera come minaccia esistenziale il consolidamento di qualsiasi potenza regionale: oggi l’Iran, domani la Turchia e dopodomani chissà. Anche nella scelta degli amici più fidati si confermano le pulsioni belliciste e suprematiste degli USA, sintomi di una crisi destinata a proseguire e, probabilmente, ad approfondirsi. Folle o meno che sia il suo prossimo sovrano.

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On the road nel Nord Est https://www.carmillaonline.com/2026/06/28/on-the-road-nel-nord-est/ Sun, 28 Jun 2026 20:00:59 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95682 di Paolo Lago

“Ma come fate a non sapere un cazzo del posto dove state?” dice Giulio a Doriano e Carlobianchi mentre stanno visitando la Tomba Brion, al che quest’ultimo gli risponde: “Non sappiamo un cazzo ma sappiamo tutto”. E probabilmente ha ragione perché i protagonisti del bel film Le città di pianura (2025) di Francesco Sossai, Doriano detto Dori e Carlobianchi (interpretati rispettivamente da due bravissimi Pierpaolo Capovilla e Sergio Romano) sono due personaggi in continuo movimento, nomadici, legati strettamente al territorio ma soggetti a una continua deterritorializzazione come i nomadi di Deleuze e Guattari, esponenti di una nuova soggettività [...]]]> di Paolo Lago

“Ma come fate a non sapere un cazzo del posto dove state?” dice Giulio a Doriano e Carlobianchi mentre stanno visitando la Tomba Brion, al che quest’ultimo gli risponde: “Non sappiamo un cazzo ma sappiamo tutto”. E probabilmente ha ragione perché i protagonisti del bel film Le città di pianura (2025) di Francesco Sossai, Doriano detto Dori e Carlobianchi (interpretati rispettivamente da due bravissimi Pierpaolo Capovilla e Sergio Romano) sono due personaggi in continuo movimento, nomadici, legati strettamente al territorio ma soggetti a una continua deterritorializzazione come i nomadi di Deleuze e Guattari, esponenti di una nuova soggettività policentrica, queer e metamorfica. Il loro movimento continuo attraverso le strade del Nord Est è un espediente conoscitivo che non scaturisce da una volontà predeterminata ma dalla casualità. Doriano e Carlobianchi si muovono esclusivamente per andare a “bere l’ultima”, il cosiddetto “bicchiere della staffa” e per questo motivo sarebbero capaci di spostarsi, in piena notte, da un capo all’altro della loro terra, il Veneto. Perché Le città di pianura è un film strettamente legato al territorio, un esperimento di mappatura dei luoghi – rigorosamente senza l’utilizzo di Google Maps – che attua una riscrittura creativa del territorio stesso. Contemporaneamente fiabesco e reale, quello spazio che pare scaturito da un “capriccio” del Veronese che osserva Giulio (un altrettanto bravissimo Filippo Scotti) nella villa del Conte, è forse allora il protagonista indiscusso del film. I personaggi nomadici, lanciati in una dimensione picaresca on the road alla ricerca del bicchiere della staffa, possiedono uno sguardo particolare – forse magico e fiabesco – sullo spazio che attraversano, un po’ come Totò e Ninetto nei film-fiaba di Pasolini (penso a Uccellacci e uccellini e a La Terra vista dalla Luna), che si trovano a solcare le periferie romane nel momento della trasformazione del boom economico. Fra cantieri e segnaletiche strampalate, fra spazialità lancinanti che verranno cementificate, i due si muovono come folletti straniti in un’età dominata da un cieco sviluppo.

Non troppo diversa è l’età, quella contemporanea, in cui si muovono Doriano e Carlobianchi: anche adesso il territorio appare continuamente soggetto a scempi paesaggistici, a distruzioni, a cambiamenti inaspettati. Fiabeschi e marginali, a volte i due si trovano in mezzo a personaggi ancora più straniti, ma stavolta in senso negativo (ma che pure si pensano ‘normali’), storditi e ‘zombificati’ dallo sviluppo e dal conformismo. Come nel momento in cui si recano nel locale in stile far west lungo la strada per Venezia dove, sorseggiando una birra, Doriano osserva: “Sembra di stare negli Stati Uniti”. E in effetti si trovano in mezzo a ragazze con cappelli da cow boy che si muovono meccanicamente al suono di folk music, fra musicisti agghindati anch’essi alla cow boy e bandiere americane. Le persone spente, stranite e zombificate che si trovano nel locale sono forse una metafora della società contemporanea, dell’incapacità degli individui di sentirsi vicini al proprio territorio in modo positivo e propositivo. Forse, invece, i frequentatori del locale sono capaci di essere vicini al territorio solo in modo deleterio e negativo, con tutte le implicazioni sovraniste, razziste e leghiste, un po’ come i frequentatori dei bar che si lamentano delle gestioni cinesi in un altro bel film ambientato nel Nord Est, Io sono Li (2011) di Andrea Segre. Mentre loro sono dentro a stonarsi nel loro universo fatto di America e di cow boys, fuori dal locale Carlobianchi si fa offrire una sigaretta da un curioso personaggio, un tedesco che gira l’Italia per vederla prima che gli italiani la distruggano e che sta cercando il cantiere dell’autostrada Lisbona-Treviso-Budapest, che sembra un aggiornamento 4.0 dei cantieri solcati da Totò e Ninetto nei film di Pasolini. Mentre una gran parte di paese passa il suo tempo nell’indifferenza e nel qualunquismo, quello stesso paese viene progressivamente vandalizzato e devastato dal potere, con la tacita connivenza di molti.

Nel loro movimento continuo, i personaggi sembrano poi metamorficamente assumere connotazioni provenienti da altre storie e da altri film. Ad esempio, quando ‘agganciano’ Giulio, giovane studente di architettura, in una Venezia notturna alla festa per la laurea di Giulia Antonia, di cui è segretamente innamorato, i due assomigliano un po’ al Bruno Cortona-Vittorio Gassman in Il sorpasso (1962) di Dino Risi che, a sua volta, ‘aggancia’ e si porta con sé il timido Roberto Mariani (Jean-Louis Trintignant), innamorato di una sua compagna di università che vive in Versilia. Come il personaggio di Trintignant (ma in una storia, stavolta, con happy end), Giulio è sempre sul punto di abbandonare i due per tornarsene a casa, alla sua vita ‘seria’ fatta di studio. Senonché, i due fiabeschi folletti avranno il compito di incoraggiarlo e di instradarlo verso la sua amata che, guarda caso, abita a Verona, città da innamorati. Nel momento in cui Giulio sale sul treno per recarsi dalla ragazza non riesce a capirsi con Carlobianchi, che gli dice qualcosa quando le porte sono già chiuse; allo stesso modo, alla fine di La dolce vita (1959) di Federico Fellini, Marcello (Marcello Mastroianni) non riesce a capire le parole di una ragazza che gli parla da lontano sulla spiaggia. Carlobianchi, poi, nella sua continua ricerca di sigarette che non compra perché – dice – “io non fumo”, può far pensare al personaggio di Domenico (Erland Josephson) in Nostalghia (1983) di Andrej Tarkovskij, che chiede sempre una sigaretta perché non fuma dicendo: “bisogna imparare a non fumare, bisogna imparare a fare le cose importanti”.

Dori, Carlobianchi, Giulio e anche Genio (Andrea Pennacchi), il vecchio amico tornato dall’Argentina, sono legati al territorio ma anche estranei: se Dori e Carlobianchi sono fiabescamente marginali, Giulio, studente di architettura a Venezia, è ‘straniero’ in quanto napoletano e Genio ritorna come un forestiero dopo un lungo soggiorno in Argentina. Lo vediamo in immagini poetiche mentre attraversa territori sconfinati insieme ai lavoratori del posto, o sperduto in bivacchi notturni dove, appunto poeticamente, la sua figura potrebbe evocare i versi di Dino Campana dedicati al periodo trascorso dal poeta in Argentina: “Quiere Usted Mate? Uno spagnolo mi profferse a bassa voce, quasi a non turbare il silenzio della Pampa. Le tende si allungavano a pochi passi da noi seduti in circolo in silenzio guardavamo a tratti furtivamente le strane costellazioni che doravano l’ignoto della prateria notturna” (D. Campana, Canti orfici, Rizzoli, Milano, 1989, p. 183).

E il territorio, sotto lo sguardo dei personaggi, non cessa di cambiare. Spariscono vecchi luoghi del cuore, autentici e popolari, stritolati dalla macina sfrenata dello sviluppo, come la trattoria della Mery dove i tre amici si recavano a mangiare le lumache mentre le vecchie case vengono abbandonate e nuove autostrade e veloci vie di comunicazione si apprestano a devastare antichi giardini e ville storiche. La narrazione on the road di Le città di pianura srotola un movimento picaresco che fotografa in tanti flash il territorio del Nord Est e i suoi spazi, lembi di terra ormai preda del degrado e della solitudine, specchio dell’intero paese. Per guardare allo spazio circostante i personaggi sembrano scegliere una specie di contro-spazio, la Tomba Brion, costruita dall’architetto veneziano Carlo Scarpa e rimasta incompiuta, che si configura quasi come una eterotopia foucaultiana. Da questo luogo ‘altro’, diverso, separato dal contesto quotidiano, Doriano e Carlobianchi, insieme a Giulio, scrutano campi abbandonati e villette a schiera tutte uguali che si susseguono nella eterna periferia delle “città di pianura” del Nord Est. Città blandite e ferite, come la working class che le abita, da crisi su crisi e da cinici esponenti del capitale come il Cavalier Fadìga (Roberto Citran), pronto a premiare, appunto cinicamente, l’operaio Sossai (che ha lo stesso nome del regista) nel giorno del suo pensionamento.

Eppure, lo sguardo incantato dei personaggi, perennemente on the road per andare “a bere l’ultima”, sembra poter sovvertire qualsiasi convenzione e normalizzazione, qualsiasi cinismo nascosto nelle pieghe della calma piatta quotidiana. Perché la stessa passione per il bere che li caratterizza, più che un vizio moralisticamente da condannare, appare come un ulteriore legame culturale con lo spazio che li circonda e una spinta aperta alla socializzazione, in una successione pressoché infinita di incontri, contro l’individualismo imperante. “Andiamo a bere l’ultima?” è la risposta popolare e sociale, intrisa della cultura del popolo, all’individualista, volgare, elitaria e ignorante “Milano da bere” degli anni Ottanta. La ricerca continua del “bicchiere della staffa” sembra assumere i tratti della ricerca dell'”antica festa” in un mondo ormai ‘tecnicizzato’, secondo quanto scrive Furio Jesi riguardo alla trilogia La bella estate (1949) di Cesare Pavese. Come nota Jesi, “le «feste» dei tre romanzi sono le lunghe veglie in compagnia, nelle ore notturne in cui i personaggi si uniscono e continuano a camminare per la città e per la collina, esitando sempre all’istante di lasciarsi, prolungando fino all’alba quell’essere desti insieme che nell’antichità era condizione festiva, ma coincideva con l’attesa e la celebrazione di un’epifania oggi impossibile” (F. Jesi, Letteratura e mito, Einaudi, Torino, 1968, p. 163). La ricerca dell’ultimo bicchiere è quasi un legame impossibile con il mito, il prolungamento di una socialità arcaica sconosciuta all’universo della tecnologia che devasta gli spazi in nome del profitto e che, dopo avere cementificato quegli stessi spazi, ha costretto gli individui nelle solitudini domestiche di fronte ad apparecchiature elettriche ed elettroniche, che siano il televisore degli inizi, lo smartphone o una smart TV con piattaforme a pagamento; è il legame diretto con le dinamiche ancestrali del saper stare insieme oggi inesorabilmente perdute. Lo sguardo dei personaggi, tra una birra, un vinello e una grappa, legge, mappa e ama follemente il territorio e la sua gente, almeno fino alla prossima devastazione.

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La storia è crudele https://www.carmillaonline.com/2026/06/27/la-storia-e-crudele/ Sat, 27 Jun 2026 20:00:33 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95406 di Franco Pezzini

Auguste de Villiers de l’Isle-Adam, Racconti crudeli, trad. e intr. di Bruno Nacci, pp. 280, € 21, Carbonio, Milano 2025.

“Il commendatore di pietra può venire a cena con noi, può tenderci la mano! Gliela stringeremo. Sarà lui forse ad avere freddo”. L’editoria italiana perde i pezzi, a partire dalla chiusura di case editrici meravigliose – come la Carbonio (edizioni curatissime sia sul piano dei contenuti sia su quello dell’eleganza di forma), giunta dopo dieci anni al suo canto del cigno. Una storia dunque crudele, che per paradosso vede tra gli ultimi volumi appunto Racconti crudeli del simbolista [...]]]> di Franco Pezzini

Auguste de Villiers de l’Isle-Adam, Racconti crudeli, trad. e intr. di Bruno Nacci, pp. 280, € 21, Carbonio, Milano 2025.

“Il commendatore di pietra può venire a cena con noi, può tenderci la mano! Gliela stringeremo. Sarà lui forse ad avere freddo”.
L’editoria italiana perde i pezzi, a partire dalla chiusura di case editrici meravigliose – come la Carbonio (edizioni curatissime sia sul piano dei contenuti sia su quello dell’eleganza di forma), giunta dopo dieci anni al suo canto del cigno. Una storia dunque crudele, che per paradosso vede tra gli ultimi volumi appunto Racconti crudeli del simbolista bretone Auguste de Villiers de l’Isle-Adam (1838-1889): uno dei sommi libri visionari del secondo Ottocento francese, idealmente all’ombra di Barbey d’Aurevilly e Mallarmé, Bertrand e Baudelaire, Nerval e il Flaubert più lisergico, e poi venerato da simbolisti e surrealisti.
Un’antologia, questa in esame, certo già nota ai lettori italiani e presente in vari cataloghi, ma che questa edizione curata da Bruno Nacci valorizza in modo particolare con una splendida introduzione (un saggio che esonda dai confini della raccolta) e un ricchissimo e chiarificante corredo di note – prezioso per la comprensione di un periodare francese a volte non troppo perspicuo, e che in compenso gronda un’erudizione (o pseudo tale) smaniante di fantasie liberissime. Leggere Villiers – che teorizzava l’arte per l’arte – è una festa dalle bevande ad alta gradazione, che gioca con il romantico o il sarcastico, comporta l’inabissarsi ora in un sabba di eccessi deliranti del passato, ora in un crepitacolo di trovate di ironia sferzante, feroce, swiftiana e crepuscolare sul presente e il futuro: è nel suo caso particolarmente importante che una traduzione riesca ad assecondare l’ebbrezza poetica e anzi musicale cercata dall’autore. Nacci vi riesce, con una resa bellissima: del resto, va ricordato, aveva offerto per Carbonio tre anni fa una edizione esemplare di un altro dei titoli febbrili di quel mezzo secolo in Francia, La tentazione di sant’Antonio di Flaubert (2023), al cui clima Villiers in parte si rifà, e in seguito quella di L’eredità di Guy de Maupassant (2024).
Curioso profilo quello di Villiers, nella Francia della borghesia trionfante: aristocratico decadente che difende con orgoglio il profilo dei propri antenati, tanto più snob quanto più povero, reazionario e rivoluzionario insieme, tifa per la Comune di Parigi (pur biasimandone certe violenze) e ne deplora la spaventosa repressione, ma poi si candida per i legittimisti. Comunque il bersaglio di questo amico di Huysmans, Léon Bloy, Mallarmé o più da lontano di Wagner – e che tuttavia li tiene sempre un po’ a distanza – resta la borghesia: gretta, ridicola, mendace, votata al soldo e alle apparenze. Suo padre, il poco danaroso marchese Joseph-Toussaint, si era svenato acquistando senza successo terreni dove vagheggiava, come un personaggio di Maurice Leblanc, di recuperare il tesoro perduto dei Cavalieri Ospitalieri: un antenato ne era stato Gran Maestro nel Cinquecento, ma il tesoro sarebbe stato nascosto durante la Rivoluzione francese – e ovviamente non verrà trovato. Questo è il lignaggio da cui promana Villiers, ma il suo vero tesoro non sarà nascosto in fantomatiche Guglie normanne per fiorire invece nel tessuto delle sue pagine.
Partiamo dal titolo di questa formidabile raccolta di racconti, dal 1867 sparsi su riviste non sempre di rilievo: dove l’aggettivo crudeli viene scelto solo nel 1883 all’edizione in volume, dopo l’esame di una serie di alternative meno illuminanti – enigmatici, cupi, filosofici, misteriosi. Di lì, in omaggio di Villiers, la forma conte cruel verrà canonizzata nel mondo anglosassone come genere di storie brevi e fulminanti di horror non sovrannaturale e piuttosto connotati da una raggelante ironia del destino. Interessante notare però che la traduzione in inglese della raccolta nel 1927 non verrà titolata Cruel Tales ma Sardonic Tales – che in effetti dice parecchio di una spietatezza ironica.
Del resto una crudeltà peculiare corre in queste storie, il cui autore ha letto Sade ma è troppo elegante per sposarne idee e brutalità fisica: preferisce le allusioni, l’orrore evocato fuori scena e possibilmente velato da un sarcasmo verso il mondo, la società, le insensatezze dell’uomo. Non è un caso che Borges, antologizzando anche Villiers nella visionaria Biblioteca di Babele per Franco Maria Ricci, l’avesse ricondotto sotto la cappa lugubre di un titolo eccellente che della raccolta Carbonio fornisce una sorta di spina dorsale, Il convitato delle ultime feste: la storia terribile di un uomo ricchissimo che trova una raggelante iniziazione alla crudeltà in Oriente. Ma tra frizzi e moine emerge la realtà persino più disturbante di un civile Occidente pronto ad arruolarlo… una storia in fondo che già prefigura teatrini che conosciamo.
Simili crudeltà troviamo nella cinica storia di eros e thanatos nell’autunno del Medioevo La regina Isabelle (inevitabile pensare a Histoire secernere d’Isabelle de Bavière, reine de France proprio di Sade) e, senza patiboli, ne Il duca di Portland, dove un nobiluomo noto alla corte della Regina Vittoria contrae la “grande lebbra antica” per aver stretto la mano con fatale temerarietà all’ultimo portatore della medesima. Impazienza della folla racconta di un cieco e feroce linciaggio che attende per un fraintendimento a Sparta il messaggero di Leonida contro i Persiani; mentre Ricordi occulti evoca fantasmagoriche Indie dove, quasi a prefigurare Cuore di tenebra, un ipotetico avo del narrante, guerriero gaelico, sarebbe caduto. Sempre un Oriente favoloso ma ben più orrifico e inquietante di quelli di Nerval è il racconto di Epilogo, L’annunciatore, dove Villiers pare recuperare lo stesso spunto folklorico poi alla base di un’opera molto più pop, la canzone Samarcanda. L’angelo della morte si stupirà di trovare un veggente lontano da dove intendeva afferrarlo: e la descrizione della corte del re-mago Salomone presenta un tripudio di trovate lussureggianti e visionarie tale da richiamare proprio il Flaubert della Tentazione.
In questi casi Villiers apparecchia un sontuoso teatro di morte a metà tra romanzo d’orrore ed exemplum paradossale, in qualche caso con torbide venature erotiche.
Ma è la società, che in queste storie resta comunque sullo sfondo, a emergere oggetto del feroce sarcasmo dell’autore. A volte nello sbeffeggio delle sue categorie etiche e della doppia morale borghese, come nell’esemplare Le signorine di Bienfilâtre, con il riscatto etico in punto di morte sulla base di un catechismo borghese: nessuno si turba che la ragazza si prostituisse, ma era imperdonabile che si innamorasse di uno spiantato, e il finale è fulminante. Del resto, proprio l’amore, topos classico del teatro borghese permette al misogino Villiers di vibrare stilettate epocali. Anzitutto attraverso altre donne del demi-monde, come le ciangottanti signorine del Convitato, la protagonista di Antoine che nel medaglione conserva i propri capelli come pegno di fedeltà, e quella di Maryelle con il suo modo un po’ singolare di amare fedelmente. Ma non va molto meglio ai giovani innamorati infettati dal pragmatismo del borsellino borghese, nell’esilarante Virginia e Paolo, che sovverte fin dal titolo i paradigmatici struggimenti del melodramma roussoviano a tinte esotiche Paul et Virginie di Bernardin de Saint-Pierre. La raccolta di poesie Racconto d’amore riguarda una passione infelice che finirà oggetto di disprezzo.
Paradossi tra ironia e amarezza emergono in Il segreto della vecchia musica (memore dello sciovinismo antitedesco post Sedan), dove si affettano surreali pretesti per rifiutare l’arte del nemico e sembra di vedere prefigurati certi ridicoli teatrini dell’oggi contro la cultura russa; La più bella cena del mondo dove la tenzone gastronomica tra due filistei di provincia si risolve a favore di chi è pronto a passare bustarelle; I briganti, dove gruppi di borghesi (paurosissimi di perdere quell’assoluto che sono i propri beni) si armano per sentirsi tanto temerari contro banditi che non ci sono, e finiscono con lo spararsi addosso – salvo rappresentare a quel punto una minaccia per i vagabondi che sanno già che verranno accusati della relativa strage. Oggi il racconto citerebbe anarchici e centri sociali.
Dove poi Villiers si toglie qualche sassetto personale più mirato su editori e, nello specifico, direttori di giornali, ma in genere sul mondo spocchioso e superficiale di quella Francia, sul suo culto di scienza e tecnica votati all’utile e sulla sua miseria interiore, è in un gruppo di racconti dove il sarcasmo assurge alle più virtuose pirotecnie surreali. A partire da Due indovini, dove la qualità di scrittura è vista come elemento di discredito. E proseguendo con le storie sulla fantastiche invenzioni dell’ingegner Grave – L’affissione celeste, cioè la proiezione nell’altrimenti improduttiva volta celeste di messaggi di pubblicità o propaganda –, dell’ingegner Bottom – La macchina della gloria a beneficio di autori teatrali o letterari –, del professor Schneitzoëffer – L’apparecchio per l’analisi chimica dell’ultimo respiro, che permette ai parenti di assuefarsi all’idea del lutto inalando respiri penultimi dei loro cari – e Il trattamento del dottor Tristan che riprende panoramicamente tutte le altre simili storie (e anche quella di Eva futura che l’autore sta scrivendo) nella trovata ultramoderna per soffocare voci interiori, provvedendo alla rottura del timpano. Attraverso queste fantasie e soprattutto il romanzo Eva futura Villiers finisce col rivelarsi – come l’ultimo Verne – uno dei padri più pessimisti della fantascienza europea.
Ancora a sbeffeggiare teatrini sociali, Racconto cupo, narratore più cupo ancora vede il disinvolto drammaturgo D. intento a raccontare la triste storia di un duello: ma il vero fuoco della narrazione non è tanto in quell’episodio drammatico ma nel cinico e fintamente partecipe spettacolo dell’affabulatore, che ricorda il rancore di Villiers verso il mondo teatrale ostile all’arte a favore delle opere “facili”.
Il racconto d’impronta dostoevskijana Il desiderio di essere un uomo (si ricordi che Delitto e castigo è del 1866), vede un tragediografo in caduta libera perpetrare terribili, segrete nefandezze pur di provare qualcosa che non sia finzione e avvertire spettri di rimorso che però non arrivano. Qualcosa che introduce idealmente al tema dell’autenticità in rapporto all’arte. In Sentimentalismo, la fictio dell’artista si rivela la forma più autentica e sublimata di comunicazione dell’interiorità contro il feticcio di una “spontaneità” vuota e insincera; mentre ne La sconosciuta si consuma un incontro fatale tra una dignitosissima fanciulla sorda e un giovane gentiluomo, che lei rifiuta per la constatazione che tutto è illusione e l’impossibilità di comunicare appieno la delicatezza dei sentimenti.
Un’altra delle chiavi della raccolta è in effetti il rapporto con l’illusione, una forma di sogno che permette di sospendere la realtà e sottrarci al tempo. Come nel celeberrimo Véra, dal nome della protagonista che in grazia dell’illusione può manifestarsi all’amante; o in Da perderci la testa!, dove per l’illusione di una stessa geometria lo spettacolo della Morgue di Parigi si fonde e confonde con quello dei caffè degli affari. In Fiori di tenebre i mazzi dei funerali finiranno riciclati per madamine innamorate, nell’illusione che quei petali parlino di vita. Eppure la realtà sa varcare mascherate e spettacoli della politica, come “il centenario Mendicante, decano della Miseria di Parigi” che sopravvive a tempo e cambi di regime con il suo appello di povertà; o altrimenti correre per vie più sfuggenti dell’interiorità, come ne Il presagio, storia gotica di visioni trasfigurate e soprassalti notturni, memore delle sue curiosità verso l’occulto.
In effetti più che Sade, troviamo in questo racconti l’eredità dello snob Poe, grande amore della galassia Baudelaire: l’amore per la musicalità, l’orrido e il grottesco, le sue sferzate agli editori, le sue pirotecnie comiche su trovate di successo in un teatro sociale ottuso e bottegaio, alcuni effetti visivi (la camera arrossata dall’incendio di La regina Isabelle sembra orecchiare in modo liberissimo certe pagine del Metzengerstein), la pseudoerudizione dagli effetti poetici e visionari e certe venature misogine, gli eccessi ebbri di alcuni Orienti… dove magari piomba inatteso l’Angelo della Morte.
La cifra corrisposta per questo gioiello dall’editore editori Calmann-Lévy sarà minima; e sei anni dopo, pieni di opere e di miseria cui sovvengono le collette degli amici, Azrael scende in forma di tumore allo stomaco a prendere l’autore. Pare che Villers lo accolga con le parole: “Bene, ricorderò questo pianeta”. Un tributo dell’incisore Louis Legrand (Courrier français, 1 settembre 1935) lo mostra, afferrato dalle mani scheletriche della morte, intento a lanciarsi verso l’alto, dove lo contempla un ambiguo angelo femminile dal diadema orientale.

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Incursione nell’immaginario dei corpi dell’età moderna https://www.carmillaonline.com/2026/06/26/incursione-nellimmaginario-dei-corpi-delleta-moderna/ Fri, 26 Jun 2026 20:00:01 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94253 di Gioacchino Toni

Victor I. Stoichita, Storie di corpi. Un’indagine sull’arte, la scienza e le credenze dell’età moderna, traduzione di Rossella Savio, il Saggiatore, Milano 2026, pp. 280, € 26,00

Lo storico dell’arte Victor I. Stoichita si contraddistingue per l’originalità di alcuni suoi studi, tutti pubblicati in Italia da il Saggiatore, che lo hanno visto: indagare le modalità con cui alcune opere pittoriche e cinematografiche propongono un esercizio investigativo all’osservatore (Effetto Sherlock, 2017); ricostruire il ruolo dell’ombra nelle opere d’arte (Breve storia dell’ombra, 2023); riflettere su come l’inserimento di un’immagine all’interno di una cornice abbia trasformato la modalità di rappresentare il mondo [...]]]> di Gioacchino Toni

Victor I. Stoichita, Storie di corpi. Un’indagine sull’arte, la scienza e le credenze dell’età moderna, traduzione di Rossella Savio, il Saggiatore, Milano 2026, pp. 280, € 26,00

Lo storico dell’arte Victor I. Stoichita si contraddistingue per l’originalità di alcuni suoi studi, tutti pubblicati in Italia da il Saggiatore, che lo hanno visto: indagare le modalità con cui alcune opere pittoriche e cinematografiche propongono un esercizio investigativo all’osservatore (Effetto Sherlock, 2017); ricostruire il ruolo dell’ombra nelle opere d’arte (Breve storia dell’ombra, 2023); riflettere su come l’inserimento di un’immagine all’interno di una cornice abbia trasformato la modalità di rappresentare il mondo (L’invenzione del quadro, 2024).

Intendendo il corpo come rappresentazione inseparabile dallo sguardo che lo elabora e dal medium che lo mostra, dall’involucro cutaneo – raddoppiato dagli artefatti che lo ricoprono – e dalle molteplici forme espressive che contribuiscono a produrlo, con Storie di corpi (2026) Stoichita compie un’incursione nell’immaginario del corpo affrontando la storia di quest’ultimo come storia di una costruzione. A interessare l’autore non è l’evoluzione delle immagini del corpo, ma la loro continua rielaborazione nel corso dell’età moderna. Dopo avere guardato al corpo a partire dal rapporto tra la profanazione dello sguardo anatomico e la sua glorificazione artistica, lo studioso lo indaga per il suo farsi detentore e/o bersaglio del potere nell’esporsi e nel nascondersi per poi riflettere sul ruolo assunto dal corpo nelle fantasie.

Il viaggio di Stoichita nella storia dei corpi prende il via dalle modalità di resa dell’incarnato in pittura prospettate dal trattato Diversarum artium schedula steso attorno alla prima metà del XII secolo dal monaco benedettino Teofilo che introduce quella dialettica tra superficie e corporalità destinata ad attraversare l’intera storia della rappresentazione pittorica della carne. Per quanto nata come questione “tecnica”, la rappresentazione visiva della carne non manca di riverberarsi in ambito filosofico ed a tal proposito lo studioso si sofferma sulle riflessioni di Hegel.

La rappresentazione della carne ha in Tiziano uno dei grandi maestri tanto da indurre, nella seconda metà del XVII, a considerarlo come un “artista demiurgo” vedendo nella sua abilità di manipolare l’impasto pittorico una sorta di replica dell’atto con cui il Creatore ha plasmato la materia primordiale per ricavarne il corpo umano. Nella messa in rilievo dell’abilità “tattile” del maestro cadornino si ravvisa un’inversione dei precetti albertiani/fiorentini tendenti a imporre al pittore di partire dallo scheletro/disegno per poi “rivestirlo” con la carne/colore. A proposito dell’Alberti, ricorda Stoichita, è interessante notare che mentre la versione latina del De pictura (1435) prevede una progressione stratificata “ossa-musculi-moderatis carnibus-cute”, che dallo scheletro portante interno (non visibile) conduce all’epidermide (visibile), la versione del testo stesa in volgare non prevede la cute.

Nel sottolineare l’importanza degli studi anatomici negli artisti della “Maniera moderna”, Giorgio Vasari (Vite, 1550 e 1568) guarda alla pelle come a un ostacolo alla rappresentazione e sostiene che soltanto attraverso la sua rimozione sia possibile giungere alla profonda comprensione e rappresentazione della fisiologia del corpo. Più in generale, l’intera letteratura artistica dell’età moderna ruota attorno all’idea che l’apprendistato anatomico indirizzi l’artista dall’esterno all’interno del corpo. Il monito vasariano che “al pittore nulla s’appartiene delle cose quali non vede” evidenzia come «nell’arte lo studio dell’interno avviene in nome della rappresentazione dell’esterno di quell’interno» (p. 43). Si apre così, nel momento dell’abbandono della “maniera cruda e scorticata” in favore della “somma perfezione” della “maniera moderna”, una particolare dialettica tra visibile e non visibile, “fra ’l vedi e non vedi”, destinata a lasciare il segno nella storia dell’arte. Esempio emblematico dello stretto rapporto tra ricerca anatomica e disegno è, secondo Vasari, il caso di Michelangelo che “scorticando corpi morti” inizia quel processo che lo conduce alla perfezione del disegno. Lo statuto scopico attribuito da Vasari all’arte rinascimentale nel suo collocare la realizzazione del corpo nell’ambiguità dello spazio “che apparisce fra ’l vedi e il non vedi” si rivela applicabile tanto al toscano Michelangelo, quanto al veneto Tiziano a patto però, spiega Stoichita, di rovesciarne il significato perché, a differenza dell’artista di Caprese, il cadornino rifugge dalle attrazioni del “corpo trasparente”, sia per il suo guardare al ruolo “costruttivo” del colore, che per il particolare rapporto che egli instaura con la ricerca anatomica del suo tempo.

Mentre Tiziano «opera per costruire una carne pittorica, collocata nella zona poetica “fra ’l vedi e il non vedi”», un anatomista come Andrea Vasalio (De humani corporis fabrica, 1543) «incide la pelle, espone i tessuti, libera i visceri» (p. 49). Facendo poi riferimento al celebre Venere e Adone (1555) di Tiziano, non manca chi, nel corso del Cinquecento, riconosce al pittore di Pieve di Cadore la capacità di esprimere i sentimenti non solo attraverso il movimento del corpo, ma anche attraverso l’incarnato del volto.

Le immagini assumono notevole importanza nella trasmissione del sapere anatomico cinquecentesco, come testimoniano i Commentaria cum amplissimis additionibus super Anatomia Mundini (1521) dell’anatomista Berengario da Carpi e De humani corporis fabrica (1543) di Andrea Vesalio, opere in cui l’apparato illustrativo presenta corpi che si offrono allo sguardo aprendo direttamente i propri tessuti. In Vesalio l’esibizione dello spazio sottocutaneo si relaziona con la rappresentazione artistica; nelle tavole presenti nei suoi trattati si è messi al cospetto di “corpi-statua” riprendenti, nelle posture e nelle proporzioni, le sculture classiche. Se i grandi artisti del Rinascimento maturo, seppure per strade diverse, intendono suggerire la vita nello spazio liminale “fra ’l vedi e il non vedi”, nel disegno anatomico, invece, si infrange l’equilibrio e, con l’aprirsi della pelle e il separarsi dei tessuti, il “non visto” si offre alla visione. Se nella manualistica anatomica il corpo sventrato si “muove”, questo lo si deve a un’abile retorica della rappresentazione mostrando così come la “carne” abbia ancora una derivazione culturale. «Il suo ambito di manifestazione non sarà l’anatomia scientifica, ma l’arte e il mito» (p. 66).

Stoichita si sofferma sul particolare del Giudizio universale (1534-1541) michelangiolesco in cui san Bartolomeo viene dotato di corpo integro nell’atto di sostenere una pelle che, però, anziché replicare i lineamenti del martire, sembrerebbe, almeno stando alle interpretazioni introdotte nel primo Novecento, sembrerebbe riferirsi alla pelle dell’artista. Paradossalmente, in uno scenario che celebra la resurrezione dei corpi, il corpo di Michelangelo viene rappresentato dalla sua assenza, da una pelle vuota a suggerire i dubbi dell’artista circa la sopravvivenza del suo io-pelle e io-volto.

A proposito della rappresentazione del corpo, la trattazione non può mancare di affrontare il problema della non facile traduzione visiva della doppia natura del Cristo nelle opere che, inevitabilmente, finisce per riflettersi sulla loro interpretazione. A tal proposito Stoichita propone alcuni esempi di statuaria michelangiolesca in cui il corpo del Cristo, anziché manifestarsi ai pochi eletti, come sostenuto dagli evangelisti, si espone alla folla nella sua tridimensionalità a grandezza naturale.

Il San Francesco d’Assisi in piedi, mummificato (ca. 1645) dipinto dallo spagnolo Francisco de Zurbarán induce Stoichita a passare in rassegna le modalità con cui l’arte ha tradotto la spoglia miracolosa del santo sottolineando come si possa far riferimento alla categoria del “perturbante” nel riferirsi a una rappresentazione estremamente realistica per dare immagine a un evento che ha le caratteristiche dell’eccezionalità e contraddistinto dall’incertezza di definire vivente o meno quel corpo. Lo studioso sottolinea anche come rispetto alle modalità trecentesche, il miracolo del corpo inalterato del santo venga divulgato diversamente in epoca post-tridentina e, successivamente, nel secolo dei Lumi. Nel San Francesco di Zurbarán, sostiene lo studioso, può essere individuato il punto di arrivo di un longo processo destinato a fare dell’arte il mezzo attraverso cui «può “manifestarsi” questo corpo morto (che non è morto), questo corpo vivo (che non è vivo), questo corpo resuscitato (che non è risorto), questo redivivo (che non è un redivivo)» (p. 131).

A partire dalla natura performativa del ritratto, riconosciuta sin dal Rinascimento, Stoichita guarda al ruolo delle armature e degli elmi che ricoprono i corpi e le teste dei condottieri nei dipinti e nelle sculture mettendo in luce come tali dispositivi di rinforzo anatomico e simbolico assumano finalità e valori oscillanti all’interno alla dialettica esposizione/protezione. Il corpo corazzato del XVI secolo si fa portatore di segni palesando di essere debitore nei confronti di una concezione magica della difesa del corpo che oltrepassa di gran lunga l’originale funzione guerriera della corazza, mostrando analogie con il ricorso al tatuaggio che, nelle culture non occidentali, funziona da armatura simbolica. Mentre il sistema di difesa occidentale combina la resistenza del materiale che riveste il corpo all’efficacia simbolica, il tatuaggio tradizionale investe di potere assoluto i segni impressi sulla pelle nuda. Prima che l’introduzione delle armi da fuoco la renda obsoleta, l’armatura di metallo vive i suoi ultimi momenti di gloria come «dispositivo ipnotico con valore politico» (p. 223). Al termine della sua storia, ormai lontana dalla sua funzione originaria, nell’avvolgere il corpo l’armatura lo rende statua assegnandogli significato.

Un particolare tipo di armatura è anche quella che rende “quasi invulnerabile” il corpo di Achille. Stoichita ripercorre le modalità attraverso cui, nell’antichità, è stato narrato il rafforzamento del corpo dell’eroe greco dai bagni che ne induriscono la pelle ai travestimenti che, con tanto di trasgressione di genere, raccontano un processo di maschermanto e svelamento, occultamento e scoperta. Nella versione che fa riferimento al travestimento femminile, lo studioso invita a cogliere non un rito di iniziazione attraverso cui la madre supporta la costruzione della mascolinità del figlio, ma la volontaria interruzione di tale processo. A tal proposito Stoichita si sofferma su alcuni esempi di raffigurazione della vicenda tratti dal mondo antico romano e da artisti della prima modernità come Peter Paul Rubens, Antoon van Dyck e Nicolas Poussin.

In chiusura di volume lo studioso mette in relazione il Don Chisciotte (1605) di Cervantes con La sepoltura del conte Orgaz (1586) di El Greco. «Costruito intorno a una spoglia in armatura, questo dipinto celebra, come nessun altro, la manifestazione di un perturbante: quella del cadavere in armatura. Don Chisciotte, invece, non è un cavaliere, ma un fantasma. Al “non corpo” del cavaliere corazzato, Cervantes contrappone il “corpo utopico” del caballero de la triste figura» (p. 254) e qua, il perturbante muove al sorriso piuttosto che incutere spavento.

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I tipi delle Edizioni Malamente hanno dato alle stampe un interessante libro di Bernard Charbonneau, Il totalitarismo industriale (pp. 532, euro 25,00). È una raccolta di suoi testi scritti tra gli anni Settanta e Novanta, in cui analizza la società industriale come un fenomeno globale e invita ad abbandonare la retorica dell’adattarsi al cambiamento spiegando che la civiltà industriale non sta solo consumando le risorse del pianeta, sta anche edificando un nuovo tipo di totalitarismo che ha svuotato le campagne, imposto l’agrochimica e portato al trionfo della standardizzazione: periferie identiche, menti uniformate dalla cultura di massa, consumatori ridotti a [...]]]> di Marco Sommariva

I tipi delle Edizioni Malamente hanno dato alle stampe un interessante libro di Bernard Charbonneau, Il totalitarismo industriale (pp. 532, euro 25,00). È una raccolta di suoi testi scritti tra gli anni Settanta e Novanta, in cui analizza la società industriale come un fenomeno globale e invita ad abbandonare la retorica dell’adattarsi al cambiamento spiegando che la civiltà industriale non sta solo consumando le risorse del pianeta, sta anche edificando un nuovo tipo di totalitarismo che ha svuotato le campagne, imposto l’agrochimica e portato al trionfo della standardizzazione: periferie identiche, menti uniformate dalla cultura di massa, consumatori ridotti a ingranaggi. È un grido d’allarme, quello di Charbonneau, che coniuga la conservazione della natura con la conquista della libertà, invitando a riscoprire il “sentimento della natura” non come svago domenicale, ma come forza sovversiva per costruire un mondo a misura umana, decentrato e capace di autolimitarsi.

Bernard Charbonneau, filosofo, insegnante e storico francese, è nato il 28 novembre 1910 a Bordeaux (Gironda). Quand’era bambino, alle porte della sua città natale c’era una Polinesia da scoprire: un’immensa pineta e grandi laghi d’acqua limpida, per fortuna ignorati dalla borghesia concentrata più a sud, ad Arcachon, una cittadina sulle rive di un bacino d’acqua salata comunicante con l’Oceano Atlantico. Da giovane, senza alcun bisogno di un tour operator che gl’indicasse dove andare, Charbonneau parte con un gruppo di amici alla scoperta della sierra di una Spagna sconosciuta ai turisti dell’asse San Sebastian-Madrid-Granada-Siviglia. Camminando, macina centinaia di chilometri di villaggio in villaggio, incontrando popolazioni che, nonostante la povertà, vivono ancora le loro canzoni e le loro feste. Sono tempi in cui, con pochi soldi, sul ponte di una barca, si può raggiungere un’isola deserta come la Gomera, situata nella parte occidentale dell’arcipelago spagnolo delle Isole Canarie, con le sue cascate che scendono tra giganteschi alberi di alloro, la stessa isola su cui anni dopo verrà costruito un aeroporto che, oggi, permette l’arrivo a frotte di turisti. Il giovane Charbonneau cresce interessandosi alla storia e alla geografia perché pensa che la realtà sia un insieme di tempo e spazio, e che questo si modifichi continuamente sotto i nostri occhi. Si costruirà una casa per la propria famiglia sulla riva di un torrente nel villaggio di Laroin, nel dipartimento dei Pirenei Atlantici nella regione della Nuova Aquitania e, prima della moda della casa di campagna, fisserà il proprio luogo di ritiro sulle rive dell’Oloron, ritenuto con i suoi salmoni l’ultimo fiume incontaminato di Francia. Invecchiando, Charbonneau vivrà in prima persona la rovina della campagna: intorno a lui, le ultime querce, gli ultimi contadini e gli ultimi paesaggi, lentamente, svaniranno. Benché un po’ superficiale, credo questo sunto di vita renda bene l’idea di quanto Charbonneau sia rimasto fedele al suo pensiero: quando, fin dall’adolescenza, si ha la passione di vivere in libertà sulla Terra, diventa naturale dedicarsi alla sensibilizzazione della minaccia che incombe su entrambe le cose – la libertà e la natura – anche se si è gli unici a muoversi in quella direzione. Charbonneau ha vissuto per questo, per salvare la natura e per salvare la libertà, al di là di cosa la storia gli ponesse davanti – crisi, guerre, rivoluzioni. Quella che era la vocazione personale di un individuo è diventata col tempo un movimento sociale e politico, etichettato come “ecologista”. Nato in America e apparso improvvisamente in Francia nel 1970, il movimento écolo è stato inizialmente opera di un ristretto numero di outsiders, tra cui Charbonneau. Il successo elettorale e il riconoscimento mediatico trasformeranno il movimento ecologista in una forza politica e, così, l’ambiente che ne era orfano, avrebbe avuto il suo ministro.

Ora vediamo come si comportò, invece, la classe politica di fronte ai problemi che il movimento etichettato come “ecologista” aveva iniziato a sollevare negli anni Sessanta. Il 28 febbraio 1970, l’allora presidente della Repubblica francese Georges Pompidou, tenne un discorso a Chicago in cui ammetteva che lo sviluppo fulmineo della tecnologia stava stravolgendo la società, le condizioni di vita e l’ambiente. In ordine sparso, citò la saturazione dello spazio, la congestione automobilistica, la disumanizzazione e la perdita di libertà nelle città ipertrofiche: “Nell’affollamento di questi grandi agglomerati, l’uomo si trova gravato da servitù e costrizioni di ogni genere, che vanno ben oltre i vantaggi che gli derivano dall’aumento del tenore di vita e dai mezzi individuali o collettivi messi a sua disposizione”. Aggiunse che l’uomo avrebbe dovuto mettere in discussione la fede nel progresso lineare, dominare l’esplosione tecnologica e adottare un’etica ambientale rispettando le regole e i divieti stabiliti dalle autorità pubbliche, senza i quali il mondo diventerebbe irrespirabile. Nel 1970, proclamato dal Consiglio d’Europa come “anno della conservazione della natura”, i tecnocrati modernizzatori iniziarono finalmente a preoccuparsi delle nocività prodotte dal boom industriale, ma la nascente politica ambientale che pretendeva di introdurre una «nuova direzione», escluse fin dall’inizio qualsiasi messa in discussione del sacrosanto principio dello sviluppo; per gli esperti sarà fuori discussione l’ipotesi di un arresto della crescita economica, anzi, sosterranno che sarà lo stesso progresso tecnico a permettere di rimediare agli effetti nocivi della società della tecnica. In pratica, la consapevolezza dell’importanza di questi problemi e la lotta contro le nocività non potevano in alcun modo sconvolgere le condizioni di funzionamento dell’economia e compromettere la competitività delle industrie. I tecnocrati modernizzatori sentenziarono: “Contrariamente a un’illusione troppo spesso nutrita, non è ancora giunto il momento in cui una società come la nostra possa porre fine al perseguimento del progresso quantitativo”. Il loro progresso infinito consisterà nell’investire per attrezzare l’intero paese e svilupparne ogni recondito angolo, creare infrastrutture di trasporto e di telecomunicazione, costruire complessi turistici, proseguire l’urbanizzazione, la desertificazione delle campagne e l’etnocidio dei contadini – la difesa del mondo contadino sarà una questione centrale nella battaglia ecologista di Charbonneau –, formare la forza lavoro e riqualificarla per i mercati in crescita, stare al passo con i cambiamenti dettati dalla concorrenza internazionale e dall’evoluzione tecnica, intensificare la circolazione delle merci, produrre ed esportare sempre di più, mobilitare più energia, nuclearizzare, sostenere la ricerca scientifica, garantire un uso ottimale delle risorse umane e dei materiali, massimizzare i rendimenti. È evidente che, con queste prospettive, la “protezione dell’ambiente” non doveva in alcun modo ostacolare la ricerca di potenza ed efficienza; in nuce, l’ambiente non sarebbe stato quasi per nulla protetto. Ecco cosa fa la politica mentre Charbonneau non smette d’interrogarsi sui costi di uno sviluppo esponenziale e di sottolineare i danni del progresso osservando direttamente la trasformazione dei paesaggi e dei modi di vita a lui familiari come quando, ancora adolescente, vede Bordeaux – la sua città – trasformarsi radicalmente con l’invasione delle automobili, quelle macchine rumorose che scacciano pedoni e animali dalle strade, allungano le periferie e allontanano le campagne che lui ama percorrere a piedi. Charbonneau si rende conto della profonda mutazione della specie umana provocata dall’ascesa della scienza e della tecnica; tale questione fondamentale, assente dalle ideologie dell’epoca, diventa l’impegno della sua vita. Il filosofo francese non si limiterà a fornire una base teorica, ma s’impegnerà a fondo e in prima persona nel movimento, dando la priorità all’azione locale e alle lotte di base; per esempio, nel 1973 è tra i fondatori del Comitato di difesa Soussouéou-Ossau, nei Pirenei Atlantici nel sud-ovest della Francia, che si oppone con successo alla costruzione di una stazione sciistica, nonostante le cause per diffamazione intentate dal costruttore; nel 1976 partecipa alla creazione dell’associazione Ecoropa, una rete europea di riflessione e azione ecologista; da critico dell’agrochimica contribuisce alle attività dell’associazione Nature et progrès, mettendo in guardia dal rischio che il cibo biologico venga ridotto a un’etichetta elitaria.

Nel marzo del 1973, Charbonneau scrisse: “Gridate, scrivete e pubblicate ovunque quello che tutti pensano: il pollo industriale è disgustoso, sospetto, molle e vilmente insipido. Il colore bluastro della carne di vitello nutrito con ormoni è quello di un feto marcio; lo yogurt alla fragola sembra sputato da una macchina. Che coraggio a venderci questi inutili placebo al prezzo di carne e latticini. […] prodotti agrochimici [che] non vi avvelenano soltanto, ma ingannano la vostra fame, mistificano il vostro stomaco. Riducendo il pasto a un buttare giù che preannuncia la pillola nutrizionale, vi nega la possibilità di condividere una zuppiera fumante con i vostri amici. Quale tiranno ha mai osato infossare la libertà fino a questo punto?”. Fra i tanti passaggi interessanti dei suoi scritti raccolti in questo volume, ho scelto questo che, forse, riassume meglio di tanti altri la sua idea che non scinde il salvare la natura dal salvare la libertà. Chissà se Charbonneau sapeva che, prima di lui, la pillola nutrizionale l’avevano già prevista in tanti, fra questi Antonio Ghislanzoni nel suo Abrakadabra. Storia dell’avvenire del 1884, un  romanzo in cui troviamo venditori che strillano a tutta gola la possibilità di pranzare con una sola pillola, mentre qualcuno non regge a quell’orribile spettacolo dell’umana follia sostenendo che quelle pillole affretteranno di due secoli il suicidio totale dell’umanità, oppure Camille Flammarion nel suo La fine del mondo del 1894: “Da principio le carni erano state distillate; in seguito, poiché gli animali sono formati di elementi tolti al regno vegetale e al regno minerale, si ricorse a questi elementi. In bevande squisite, in frutta, in dolci, in pillole la bocca assorbiva i principi necessari alla riparazione dei tessuti organici, liberata dalla grossolana necessità di masticar della carne”.

Altro passaggio di Charbonneau, stavolta datato maggio 1986, su cui dovremmo riflettere a lungo è quello in cui allerta che se le industrie che sfruttano la materia rischiano di scontrarsi con la scarsità di materie prime e di bisogni, ce ne sono altre che pensano di poter svilupparsi all’infinito, perché meno onerose e rispondenti a desideri illimitati, quelli dell’immaginazione e del tempo libero; non solo, nello stesso scritto il filosofo francese ci preavvisa che, un domani – che poi sarebbe già l’oggi –, saranno il Club Méditerranée e Disneyland a dare lavoro, che il mercato del tempo libero, pur essendo illimitato, consuma più spazio di qualsiasi altro, e che Gilbert Trigano (imprenditore francese noto per aver sviluppato e diretto la rete del Club Méditerranée) potrà presto acquistare l’ultima spiaggia coltivata a palme da cocco. Charbonneau chiude questo scritto con l’ultimo terribile ammonimento: “Certo, Disneyland – e poi qualcos’altro di impensabile – produrrà posti di lavoro, almeno fino a quando lo sviluppo di tecnologie all’avanguardia non li cederà a robot automatizzati”. Questi “robot automatizzati” ventilati nell’86 mi fanno pensare sia ai droni che, per esempio, in Texas e in Arizona consegnano a domicilio entro un’ora pacchi sino a due chili e mezzo, sia all’intelligenza artificiale che, oggi, svolge in una manciata di secondi lavori da impiegato che ora mi son stati tolti, e che sbrigavo in non meno di una giornata. Credo si parli ancora poco di quanto stiano prendendo piede questi robot automatizzati, mentre ritengo ci si dovrebbe preoccupare un po’ di più dato che non mi sembra per nulla impossibile che un giorno neanche troppo distante ci si ritrovi in una realtà simile a quella immaginata in Genocidio quantistico, un racconto ambientato nel 2041, contenuto nella raccolta del 2021 intitolata AI 2041. Scenari dal futuro dell’intelligenza artificiale di Kai-Fu Lee e Chen Qiufan: “Ogni forma di produzione e di trasporto era automatizzata. […] Le droghe potevano essere coltivate, raccolte, trattate e poi appaltate a robot in regioni disabitate, trasferite nei luoghi di vendita tramite veicoli autonomi e consegnate da droni. Gli acquirenti dovevano soltanto accedere al dark web e cliccare su ciò che desideravano, come da un menu. Senza intermediari umani, tutti i tradimenti, le soffiate e gli agenti sotto copertura dei vecchi film di gangster non esistevano più. Anche se la polizia avesse avuto un sentore di un’impresa criminale in corso, ogni stadio del processo sarebbe andato avanti in maniera isolata, permettendo di rimpiazzarli efficacemente e con perdite minime”. In quest’ultimi anni, ritengo droni e intelligenza artificiale i maggiori artefici di un sostanzioso cambiamento della nostra vita, e non intendo soltanto quella banale che ci vede al lavoro, relazionarci con gli altri, spendere in qualche modo il nostro tempo libero; sarà per questo che, su questo cambiamento, mi pongo sempre più spesso alcune delle domande che il filosofo francese già formulava nel ’77: “Qual è il suo senso? Dove sta andando, cosa lo guida e qual è la sua natura? Buono o cattivo, mi viene imposto o l’ho scelto? Con quali mezzi e a quale ritmo sta avvenendo?”. Chiudo con una riflessione di Charbonneau che, anche senza esserlo, potrebbe risultare la risposta a ognuna delle domande precedenti: “Ogni cambiamento finalizzato all’aumento del profitto comporta dei costi che saranno tanto maggiori quanto più la sua brutalità non avrà permesso di calcolarli in anticipo”. E io, scusate, gente intorno a me con la calcolatrice è un pezzo che non ne vedo.

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Ricordando il compagno Visconte Grisi https://www.carmillaonline.com/2026/06/24/ricordando-il-compagno-visconte-grisi/ Wed, 24 Jun 2026 20:00:39 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95370 a cura di Calusca City Lights

Il 29 maggio Visconte, il dottore, ci ha lasciato. Era nato a Cutro, in Calabria, vicino a Crotone il 2 aprile 1944. Nel 1962 va a Roma iscritto alla facoltà di medicina. Scoppia il ‘68 che lo coglie all’ultimo anno di università. Qui incontra gli m- l di diverse organizzazioni per approdare all’Unione dei comunisti italiani, quelli di Servire il Popolo, il giornale uscì nel novembre 1968. Alla facoltà di Lettere incontra Scalzone, Russo e Mordenti, leaders del movimento delle occupazioni ma soprattutto Luca Meldolesi che aveva creato un gruppo maoista l’UCI, Unione comunisti italiani. [...]]]> a cura di Calusca City Lights

Il 29 maggio Visconte, il dottore, ci ha lasciato. Era nato a Cutro, in Calabria, vicino a Crotone il 2 aprile 1944. Nel 1962 va a Roma iscritto alla facoltà di medicina. Scoppia il ‘68 che lo coglie all’ultimo anno di università. Qui incontra gli m- l di diverse organizzazioni per approdare all’Unione dei comunisti italiani, quelli di Servire il Popolo, il giornale uscì nel novembre 1968. Alla facoltà di Lettere incontra Scalzone, Russo e Mordenti, leaders del movimento delle occupazioni ma soprattutto Luca Meldolesi che aveva creato un gruppo maoista l’UCI, Unione comunisti italiani.

Ritorna a Crotone nell’estate del ‘68 e insieme a Brandirali, Migale, contadino del PCdI-Linea rossa, Lo Giudice e altri organizzano e fanno propaganda tra i contadini del Crotonese. Fino al 1975 a Milano ricopre incarichi dirigenziali nel partito, si avvicina alla fronda costituita dalla Fiorani e Leonetti che spinge Brandirali alle dimissioni. La minima base operaia si avvicina a “Rosso” e all’Autonomia Operaia di Negri ma la maggior parte non ci sta e fonda “Operai contro”.

Partecipa con il partito al movimento del ‘77 con l’area autonoma e dopo il Convegno di Bologna diventa chiaro che i gruppi armati propongono di partecipare alla lotta armata o stare a casa. Nel 1979 si produce lo scioglimento ufficiale del Pc – ml e del giornale “La voce operaia”. Sempre a Milano nel 1978 incontra alcuni compagni di “Collegamenti” durante l’occupazione della Unidal (Motta – Alemagna).

Per alcuni anni, dal 1979, torna nel privato a fare il medico ma tra l’84 e ‘85 ritrova i compagni di “Collegamenti” e frequenta le riunioni di via Scaldasole. Nonostante la rivista sia di area anarchica e ben poco avesse a che fare con i percorsi e le esperienze precedenti di Visconte la redazione è classista, sensibile e aperta ad accettare i suoi contributi che lo porteranno a interessarsi ai comunisti dei Consigli e all’autogestione.
Tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio degli anni ‘90 il gruppo milanese si sfalda e le tensioni portano la redazione da Milano a Torino e Visconte resta, continuando a lavorare per la testata, l’unico riferimento milanese.

Dal 1994 “Collegamenti” cambia formato e periodicità e si qualifica per affrontare sempre più questioni teoriche, le riunioni si svolgono a Torino con il solo “milanese” Visconte che incontra e frequenta Giussani spingendolo a scrivere un articolo sul post-fordismo che verrà pubblicato sulla rivista e darà luogo a un convegno sul tema.
Negli ultimi anni diversi suoi articoli appaiono su “Umanità Nova”, significativi i contributi sulla polarizzazione sociale inerenti l’impoverimento delle mezze classi e le riflessioni sul sistema sanitario italiano.

“Collegamenti” è stata per più di venti anni e fino all’ultimo la sua identità preferita.
La morte della figlia ha reso più amari e difficili gli ultimi anni della sua vita.
Ci mancherà la sua presenza e la sua capacità di ascoltare e dialogare sulle questioni trattate sino a produrre i suoi contributi. A Milano sono diversi i luoghi dove durante delle riunioniguardandosi in giro lo cercheremo.

N.B. Il testo è stato realizzato usando prevalentemente l’articolo di “Collegamenti/Wobbly”: Per ricordare Visconte Grisi.

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Una storia di giustizia minorile https://www.carmillaonline.com/2026/06/23/una-storia-di-giustizia-minorile/ Tue, 23 Jun 2026 20:00:50 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95384 di G.M.

Il 15 luglio 2025 sono stato arrestato. Ricordo, come se fosse ieri, le facce dei miei genitori quando, mentre eravamo tutti insieme alla caserma Fatebenefratelli, mi hanno detto che il PM aveva disposto l’arresto e che a breve mi avrebbero portato al carcere minorile Beccaria. Gli stessi due poliziotti che mi avevano arrestato mi hanno messo in macchina e sul momento avevo già realizzato quanto seria fosse la cosa: avevo ancora stampata nella testa l’immagine di mia madre che piangeva.

Dopo un quarto d’ora in macchina siamo arrivati nella zona di Bisceglie dove appunto c’è il carcere: una volta entrato, [...]]]> di G.M.

Il 15 luglio 2025 sono stato arrestato.
Ricordo, come se fosse ieri, le facce dei miei genitori quando, mentre eravamo tutti insieme alla caserma Fatebenefratelli, mi hanno detto che il PM aveva disposto l’arresto e che a breve mi avrebbero portato al carcere minorile Beccaria.
Gli stessi due poliziotti che mi avevano arrestato mi hanno messo in macchina e sul momento avevo già realizzato quanto seria fosse la cosa: avevo ancora stampata nella testa l’immagine di mia madre che piangeva.

Dopo un quarto d’ora in macchina siamo arrivati nella zona di Bisceglie dove appunto c’è il carcere: una volta entrato, incontro un assistente sociale accompagnato da due ufficiali della polizia penitenziaria, che mi spiega che sarei stato in cella fino all’udienza preliminare con un giudice, che avrebbe deciso il mio destino. Mi ha detto anche che dovevo fare una doccia e consegnare i miei effetti personali ad una delle guardie, così, nonostante fossi osservato, mi sono spogliato. Mi hanno buttato in una piccola stanza senza finestre, con uno sciacquone sul pavimento e un doccino che a malapena funzionava.

Finita la doccia mi hanno portato alla mia cella dove ho incontrato un ragazzo algerino con cui avrei passato le notti successive. All’inizio ero un po’ in paranoia, perché non riuscivo a capire se quel ragazzo fosse uno a posto o meno, ma dopo poco mi sono deciso ad iniziare una conversazione. Il ragazzo parlava un mix tra italiano e francese quindi ho dovuto un po’ improvvisare con la comunicazione: ho studiato francese alle medie quindi non avevo problemi a capirlo ma riuscire a rispondere nella sua lingua mi era molto difficile.
Mi è rimasto impresso come lui fosse quasi contento di essere lì, perché mi raccontava che era in Italia da dieci giorni e che non sapeva come procurarsi da mangiare o da dormire, quindi, nel tentativo di rapinare dei turisti sulla metro, ha trovato dei poliziotti in borghese che lo hanno portato via. Per lui il fatto di avere un tetto sulla testa e due piatti al giorno era molto meglio che stare in strada, anche se questo significava stare in una cella sporca con i muri imbrattati di graffiti fatti col dentifricio dai detenuti precedenti, dormendo su materassini di polistirolo senza coperte e mangiare cibo che a casa mia non avremmo dato neanche al cane.

A ripensarci mi fa strano rendermi conto che non ci siamo neanche scambiati i nomi, probabilmente perché entrambi eravamo presi dalla situazione e non ci abbiamo pensato, probabilmente anche perché essendo solamente in due bastava dirsi ‘’bro” e l’altro si girava.
Mi ricordo che la mattina dopo la prima notte, anche se non ho potuto vederlo, mio padre mi ha portato le sigarette e un libro da leggere.
In quei giorni ho fatto diversi colloqui con il mio avvocato, gli assistenti sociali e il frate che lavora al Beccaria, e mi dissero che avevo una brava mamma che chiamava per sapere come stessi e adesso mi chiedo: ci sono mamme che non chiamano?
In quei pochi giorni mi sono reso anche conto di come io e il mio compagno di cella fossimo trattati diversamente per una questione etnica: io ero di una buona famiglia italiana e lui un immigrato scappato di casa e solo al mondo. A volte a me le guardie permettevano di fumare in cella e di uscire a bere un tè o un caffè alla macchinetta, mentre a lui no; infatti, quando chiedevo di portarmi una sigaretta, ne chiedevo sempre due dicendo che una era per dopo, ma la davo sempre a lui.

Dopo qualche giorno, le guardie mi hanno avvisato che a breve avrei avuto un’udienza preliminare con il giudice che avrebbe deciso il mio destino: ero molto in ansia e non sapevo cosa aspettarmi, anche perché, in fondo al mio cuore, sapevo che avevo commesso un reato abbastanza grave e temevo di rimanere rinchiuso per molto più tempo di quanto in realtà non è stato.
Quella mattina anche il mio compagno di cella aveva la sua udienza e il fatto di non essere l’unico in ansia per il proprio futuro mi è stato d’aiuto.

Arrivato dal giudice, dopo una breve chiacchierata con l’avvocato per capire cosa dire, venivo informato che il PM aveva chiesto di mettermi in una comunità, ma dopo avermi interrogato e aver constatato che ero già in cura al Policlinico di Milano e dopo aver verificato che i miei genitori erano disponibili a prendermi in casa e che tra di noi in famiglia non c’erano problemi, il giudice ha deciso che la cosa migliore, in attesa di processo, fossero i domiciliari.

I miei genitori mi aspettavano fuori e riunirmi a loro è stato un sollievo immenso come se non li vedessi da anni e come se tutte le cose brutte che avevo pensato di loro non fossero mai esistite.
Il periodo dei domiciliari e stato sicuramente quello più difficile, non tanto i primi giorni, in cui la gioia di essere a casa mia, essermi sbarazzato di un tipo di vita che in realtà odiavo e la forte motivazione a fare le cose bene hanno prevalso su ogni altro sentimento.
Non dimenticherò mai gli sforzi della mia famiglia: mio padre mi portava a scuola tutti i giorni, la mamma mi accompagnava a piedi al Policlinico perché io potessi fare un po’ di esercizio fisico e i nonni venivano a Milano da *** ogni settimana per farmi compagnia e non lasciarmi troppo solo.

Sicuramente una delle sfide più difficili di quel periodo riguardava le sostanze, il cui uso ho interrotto da un momento all’altro e il fatto di non avere wi-fi o telefono che mi ha portato ad avere molte paranoie anche rispetto al fatto che i miei amici potessero essere arrestati a causa delle informazioni contenute nel mio telefono.
Per fortuna però sono riuscito a trovare degli svaghi: il sacco da box che mi ha regalato mia mamma oppure tra uno spostamento e l’altro mi fermavo al negozio di fumetti con mio padre e ne compravo alcuni per ammazzare la noia.

Per fortuna anche questo periodo dopo appena sei mesi è finito e il 6 novembre del 2025 c’è stato il processo, che mi ha portato ad una sospensione della pena e ad una Messa alla prova della durata di 12 mesi.

Oggi oltre alla scuola, gli incontri al Policlinico e gli esami delle urine, ho iniziato anche i lavori socialmente utili.
Ogni martedì vado in un centro di ascolto per persone disagiate: consegno kit per le docce ai senzatetto: asciugamano vestiti puliti shampoo.
Vedo passare molte persone diverse, tutte hanno i loro problemi ed in comune hanno di essere apparentemente soli al mondo.
Al centro ci sono molti volontari e tutti sono molto anziani, probabilmente in pensione, e vogliono usare il loro tempo per rendersi utili alla società.

Prima di iniziare mi chiedevo se mi avrebbero giudicato per quello che avevo fatto, ma in realtà non mi hanno fatto neanche una domanda e mi hanno trattato come un membro del gruppo, insegnandomi a fare il mio lavoro e facendomi sentire utile.
Si incontrano persone diverse con storie diverse: ad esempio, uno dei primi giorni ho incontrato una donna che mi ha chiesto una bacinella d’acqua e della crema idratante da spalmare sulle gambe: quando si è alzata i pantaloni ho visto che aveva le gambe gonfissime e viola come se stessero andando in cancrena e mi sono reso conto che queste persone con cui ho a che fare vengono lì per soddisfare i loro bisogni primari: una doccia, un pasto caldo, vestiti puliti, igiene personale e assistenza medica.
Il 20 giugno è prevista una udienza intermedia in attesa di quella definitiva del 21 novembre in cui si deciderà il mio futuro e un giudice valuterà se merito o meno di essere riammesso in società con la fedina penale pulita.

***

Questa che ho raccontato è la mia storia, che mi ha portato a stare rinchiuso al Beccaria per tre giorni in un contesto che però non è quello specifico del carcere, ma una sorta di stallo in attesa di giudizio.
Chi va invece veramente negli Istituti Penali per Minorenni, che sono le carceri per ragazzi e ragazze che hanno commesso reati e hanno meno di 18 anni?
Ho letto alcuni articoli in particolare uno dell’associazione Antigone che riporta dei dati molto tristi e interessanti.
A gennaio 2024 negli IPM italiani erano detenuti 496 ragazzi, il numero più alto degli ultimi anni. Più della metà è composta da cittadini stranieri e sono più i maschi delle femmine, quasi la metà dei detenuti si trova negli istituti del Sud Italia.

Dopo molti anni in cui i detenuti minorenni diminuivano, nel 2023 e nel 2024 si è registrata una crescita significativa. Secondo l’articolo, questo aumento dipende soprattutto dal fatto che ci siano più ragazzi in custodia cautelare cioè in carcere prima della sentenza definitiva, come sarebbe successo a me se non ci fosse stato posto in case-famiglia o se i miei genitori non fossero stati disponibili, e che ci siano più ingressi per reati legati agli stupefacenti, aumentati notevolmente rispetto all’anno precedente.

Circa 8 ragazzi su 10 entrano in IPM in custodia cautelare, quindi prima della condanna definitiva. Gli stranieri finiscono più spesso in questa situazione rispetto agli italiani.
Molti giovani non restano in carcere fino alla fine della pena: alcuni passano alla detenzione domiciliare e altri vengono affidati ai servizi sociali.
Tuttavia, l’articolo che ho letto evidenzia che sta aumentando il numero di ragazzi che terminano la pena direttamente in carcere, mentre diminuisce l’uso delle misure alternative.

Parlando con il mio avvocato e con gli assistenti sociali, ho capito come la giustizia minorile si stia sempre più inasprendo.
In particolare, l’istituto di cui io sto usufruendo in questo momento (la messa alla prova minorile), che era nata come strumento educativo e di recupero del minore autore di reato, sta assumendo caratteristiche sempre più vicine al sistema penale degli adulti. Tradizionalmente, questo istituto consentiva di sospendere il processo e avviare un percorso di responsabilizzazione e reinserimento sociale, senza particolari limiti legati alla gravità del reato, perché al centro vi era la personalità del minore e la sua possibilità di recupero.

Le più recenti riforme normative – in particolare quelle del cosiddetto “Decreto Caivano” (introdotto in seguito alla scoperta di abusi perpetrati per mesi da un gruppo di giovanissimi su due bambine di 10 e 12 anni) – hanno però cambiato questa impostazione, escludendo la messa alla prova per alcuni reati particolarmente gravi. In questo modo il legislatore sembra aver privilegiato esigenze di sicurezza e repressione rispetto alla finalità educativa che ha sempre caratterizzato la giustizia minorile.

Diversi Tribunali hanno sollevato dubbi di costituzionalità su queste nuove limitazioni. I giudici ritengono che impedire automaticamente l’accesso alla messa alla prova per determinate categorie di reati possa entrare in contrasto con i principi fondamentali della giustizia minorile, basati sulla valutazione individuale del ragazzo e sul suo percorso di recupero.
In conclusione, secondo quanto mi è parso di capire, la giustizia penale minorile sta attraversando una fase di trasformazione: da un modello centrato sull’educazione e sul reinserimento del minore verso uno più orientato alla logica punitiva. Questa evoluzione, definita appunto “adultizzazione”, rischia di indebolire la funzione rieducativa della messa alla prova e di allontanare il sistema dai principi che ne hanno storicamente giustificato l’esistenza.

***

Dopo ormai 7 mesi di messa alla prova, sta arrivando l’estate e mi rendo conto di essere cambiato completamente rispetto ad un anno fa.
Sono grato a tutte le persone che mi hanno aiutato anche perché sono consapevole che, nonostante i miei sforzi incredibili, da solo non avrei potuto farcela. Anche la scuola si è dimostrata molto comprensiva e d’aiuto e, se non lo fosse stata, non so che fine avrei fatto, anche perché all’inizio dell’anno ero convinto di non riuscire a combinare nulla, perché nei precedenti due anni, per darmi ad attività illegali e reati di vario genere, la scuola era qualcosa che non mi passava nemmeno per la testa, tanto che in terza dopo solo il primo trimestre avevo fatto già moltissime assenze e per non essere bocciato sono andato in una scuola privata dove fumavo canne in classe e non aprivo un libro nemmeno se pagato.

Mi sento diverso e mi sembra di essere uscito da quella nube di fumo che mi impediva di pensare.
La mia vita non è perfetta, faccio ancora fatica a fare un sacco di cose: andare a scuola la mattina, frequentare ragazzi della mia età, dormire la notte…
Sto facendo un percorso che è iniziato il 15 luglio quando la legge mi ha messo di fronte a me stesso e a quello che ero diventato.
Se non fossi stato arrestato non credo che oggi sarei qui, ma è anche vero che, se non avessi avuto tutto l’aiuto che ho avuto, questo percorso che sto facendo non sarebbe possibile.

In questi anni ho frequentato tanti ragazzi che vivono in condizioni molto diverse dalle mie e per loro non c’è una cameretta pulita, il frigo pieno dei genitori che ti chiedono come stai e che ti portano in vacanza e spesso neanche una scuola che ti accoglie o un medico con cui parlare.
Si può parlare di recupero se si è lasciati soli abbandonati a sé stessi? Io non credo.
La giustizia non è uguale per tutti, le misure impiegate forse lo sono, ma certamente non le possibilità di riuscita e di reinserimento nella società.
In questo periodo penso molto a cosa sarebbe stato di me in un altro contesto culturale ed economico e penso al mio “bro” del Beccaria quello che non so neanche come si chiama, arrivato da chissà dove alla ricerca di quel qualcosa che io invece ho rischiato con noncuranza di gettare via. Dove sarà? In una casa-famiglia? Di nuovo per strada? Mi piacerebbe saperlo.

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Dal campismo alla rivoluzione, quando la geopolitica critica diventa critica della geopolitica https://www.carmillaonline.com/2026/06/23/dal-campismo-alla-rivoluzione-quando-la-geopolitica-critica-diventa-critica-della-geopolitica/ Tue, 23 Jun 2026 04:00:43 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94896 di Fabio Ciabatti

Raffaele Sciortino, Geopolitica e rivoluzione. Halford John Mackinder e il perno geografico della storia – Halford John Mackinder, Il perno geografico della storia, Asterios, Trieste 2026, pp. 96, €12,00. 

Gli esperti di geopolitica, veri o presunti tali, sono oramai le nuove star di mass media e social, ruolo che un tempo non lontano appartenne a virologi e professionisti di varia natura in campo sanitario. La guerra e le sue conseguenze sono entrate nella nostra quotidianità, per quanto gli scenari propriamente bellici in Occidente siano, al momento, osservati da lontano. È uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pure convincerci che [...]]]> di Fabio Ciabatti

Raffaele Sciortino, Geopolitica e rivoluzione. Halford John Mackinder e il perno geografico della storia – Halford John Mackinder, Il perno geografico della storia, Asterios, Trieste 2026, pp. 96, €12,00. 

Gli esperti di geopolitica, veri o presunti tali, sono oramai le nuove star di mass media e social, ruolo che un tempo non lontano appartenne a virologi e professionisti di varia natura in campo sanitario. La guerra e le sue conseguenze sono entrate nella nostra quotidianità, per quanto gli scenari propriamente bellici in Occidente siano, al momento, osservati da lontano. È uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pure convincerci che occorre fare sacrifici in nome della nostra sicurezza o dell’amor patrio. Eppure, c’è un modo diverso di guardare a questa disciplina, quello che ci presenta Raffaele Sciortino nel suo ultimo libro intitolato Geopolitica e rivoluzione. Halford John Mackinder e il perno geografico della storia: “L’interesse per la Geopolitica (anglosassone) sta precisamente in questo: essa permette di leggere in controluce il formarsi delle condizioni (necessarie, non sufficienti) di riemergenza della rivoluzione, per quanto tale prospettiva possa ad oggi apparire remota”.1 Affermazione che, però, deve fare i conti con un altro assunto che l’autore esprime a proposito di questa branca del sapere: “il suo è esplicitamente il punto di vista dell’egemone, l’universalismo del dominio”.2
È a partire da questa polarità che si dipana il nuovo libro di Sciortino dedicato alla contestualizzazione storica e all’attualizzazione dell’opera dell’inglese Mackinder, padre nobile della geopolitica, di cui viene pubblicato, nel medesimo volume, il seminale saggio del 1904 intitolato, appunto, Il perno geografico della storia. Sciortino mette in evidenza quella che potremmo considerare una delle principali virtù di questa scienza triste: “La Geopolitica non nasconde la natura antagonistica del sistema mondiale […] di contro all’ipocrita universalismo propinato nelle accademie e dai media”.3 Tutto ciò rappresenta uno choc per la generazione cresciuta in Occidente nella fase ascendente della globalizzazione che, dopo l’implosione dell’Unione Sovietica, sembrava aver lasciato spazio solo all’“interventismo umanitario” di un egemone “benigno”, assegnando alla liberal-democrazia il ruolo di cornice politica insuperabile del presente anche per i movimenti radicali orfani della lotta tra classi.
Ben venga, possiamo dunque commentare, la riscoperta del marxiano “lato cattivo” capace di produrre “il movimento che fa la storia, determinando la lotta”. Una lotta che ha come scenario necessario il mondo intero perché, come sostiene Sciortino, lo spazio analizzato dalla geopolitica corrisponde a un sistema internazionale plasmato dall’affermarsi della legge del valore sul mercato mondiale capitalistico. O, per dirla altrimenti, la geopolitica, sin dalla sua nascita, prova “a individuare le linee di fondo relativamente invarianti all’opera nel sistema internazionale nell’epoca del pieno sviluppo del sistema capitalistico mondiale, ovvero dello stadio imperialista di leniniana memoria”.4

Questo significa che possiamo fare affidamento su una geopolitica critica a fini rivoluzionari? Non è questa l’opzione di Sciortino che sostiene la necessità di una critica della geopolitica similmente a quanto fece Marx con la critica dell’economia politica, cosa ben diversa da un’economia critica dall’esito fatalmente riformistico. La geopolitica, al pari della scienza triste dissezionata dall’autore de Il capitale,  ha infatti un contenuto oggettivo, un nucleo razionale, ma esso è inscindibile dal suo lato propriamente ideologico e per questo la sua verità ci viene restituita come riflesso deformato dalle rappresentazioni dominanti. Una geopolitica critica, possiamo commentare pensando di cogliere lo spirito del testo, può portare al massimo a un esito “campista” che assume come soli attori rilevanti gli Stati, mettendo in secondo piano rapporti di classe e conflitti sociali al loro interno, per potersi schierare senza troppi scrupoli dalla parte del blocco presuntamente antimperialista. Insomma, l’immagine che ci viene restituita dalla geopolitica critica rischia di rivelarsi solo il negativo della fotografia scatta da quella classica, senza mettere in discussione i presupposti del suo schema teorico di fondo.  

E allora vediamo in breve questo schema 

elaborato e perfezionato nell’arco di un quarantennio, da Mackinder in poi, che emerso per l’intento di salvaguardia dell’Impero Britannico ha poi fatto da base per la strategia statunitense del Contenimento durante l’intero arco della Guerra Fredda e serve, oggi, da inquadramento dello scontro che si è aperto con la Cina (e nuovamente con la Russia).5

Il modello teorico della geopolitica è semplice, a rischio di diventare riduzionistico, ma proprio per questo potente, sostiene Sciortino. La sua aspirazione a diventare scienza generale accosta l’impostazione di Mackinder al positivismo sociologico di Comte, mentre la sua visione conflittuale del mondo rimanda al socialdarwinismo dell’epoca, trasportato sul piano della lotta tra nazioni. Una lotta che nella modernità, dopo la scoperta delle Americhe, si esplica nella antitesi decisiva tra potenze marittime e potenze terrestri sostituendo quella millenaria tra popolazioni nomadi e sedentarie.
La conseguenza più rilevante è l’inversione delle relazioni di forza tra Europa e Asia grazie all’emergere della forza navale quale fattore di potenza militare ed economica. L’Europa non risulta più subordinata all’Asia in quanto suo bordo o promontorio, sottoposta alla ripetuta pressione delle popolazioni nomadi che, grazie alla loro mobilità a cavallo, invadono a più riprese il Vecchio Continente. Le potenza asiatica può e deve essere circondata dalle potenze talassocratiche. In uno spazio divenuto unico e interconnesso, infatti, la potenza marittima egemone non può limitarsi alla difesa di una delimitata sfera di influenza poiché la sua area geopolitica di interesse è diventato il mondo intero. E lo stesso vale per la potenza terrestre, limitata nella sua espansione dalla pressione proveniente dai suoi margini.

Tutto ciò si basa su un intreccio tra elementi di natura geografica e storico-sociale. Il punto di partenza è l’esistenza dell’Heartland, la parte centrale e settentrionale della massa euroasiatica: si tratta della pianura più vasta del globo, attraversata da lunghi fiumi senza sbocco nei mari oceanici, che offre condizioni favorevoli alla mobilità terrestre verso le zone occidentali mentre è al riparo da interventi delle potenze marittime.
Trasportando questi elementi geografici nell’ambito delle relazioni internazionali, emerge il concetto strategico di Regione Perno, estesa dall’Asia centrale ai bordi dell’Est Europa. Si tratta in sostanza della Russia che può rafforzare la sua storica proiezione verso i suoi margini occidentali grazie alle moderne condizioni di mobilità della potenza economica e militare. Le ferrovie sostituiscono le capacità di spostamento in passato assicurate dai cavalli.
Attorno alla Heartland, secondo Mackinder, abbiamo le terre marginali costituite da due mezze lune: la prima è quella interna, una fascia che comprende Germania, Austria, Turchia, India e Cina; la seconda è quella esterna, comprensiva di Regno Unito, Stati Uniti, Canada, Giappone e Australia. La prima fascia, area di drenaggio oceanico e di fiumi navigabili, è accessibile alle potenze marittime collocate nella mezzaluna esterna, con un arco di isole che fa da base alla loro forza navale e commerciale data la sua inaccessibilità alle potenze eurasiatiche. È da qui che l’impero britannico ha costruito una rete o collana di basi commerciali e militari, periferiche o insulari.
Nicholas John Spykman, olandese naturalizzato statunitense, riprende l’idea di Heartland, ma assegna maggiore importanza alle “terre marginali” mackinderiane. Il nuovo nome assegnato a queste aree, il Rimland, è la conseguenza di una riformulazione concettuale che porta alla definizione di una fascia geografica continua collocata attorno alla massa eurasiatica, estesa dall’Europa occidentale fino al Giappone, passando per Medio Oriente, subcontinente indiano, Cina e Corea. Questa area marittima periferica sarà proprio quella presidiata dagli Stati Uniti nel dopoguerra, costruendo una collana di basi navali e approntando una rete di alleanze in funzione del contenimento dell’URSS. Il capolavoro della politica statunitense nel secondo dopoguerra, sostiene Sciortino, sarà quello di integrare le potenze sconfitte in questo quadro strategico, inserendole al contempo in un meccanismo di accumulazione economica in grado di lasciarsi alle spalle gli spettri del ‘29.

Nel Novecento, di conseguenza, la dinamica rivoluzionaria su scala mondiale è stata costretta nell’Heartland economicamente arretrato, privo di un retroterra coloniale utile per l’accumulazione originaria o, addirittura, ridotto a semicolonia come nel caso cinese. Questo processo storico dimostra che “anche la rivoluzione sociale si dà per grandi campi geografici e fasi storiche con relativi contenuti economici e sociali”.6 E il contenuto, in questo contesto, è rappresentato dal compito oggettivamente rivoluzionario di costruire il socialismo in un solo Paese, cioè di industrializzare l’Unione Sovietica. Un compito che, precisa Sciortino a scanso di equivoci, ha significato tendere verso il capitalismo anche in assenza di una classe borghese degna di questo nome, passando attraverso una fase di relativa chiusura al mercato mondiale.
Generalizzando il discorso, i nuovi centri di accumulazione capitalistica “nazionalcomunisti” e anti-coloniali, restano espressione di un sottosuolo in fermento costituito da strati contadini in cerca di terra, masse proletarie sfruttate ma non disposte a sottomettersi a centrali estere e stratificazioni borghesi insofferenti del passato. Ma ogni volta che la modernizzazione di queste aree giungeva al punto di richiedere l’apertura nei confronti del mercato mondiale, superando l’illusione dell’autarchia, sono fatalmente arrivati gli artigli rapaci dei centri dominanti dell’imperialismo occidentale esigendo sottomissione economica e politica.

Le cose, però, cambiano decisamente a partire dalla crisi globale del 2007-2008 che ha il suo epicentro proprio nell’economia statunitense. Comincia a incrinarsi l’asse che ha retto la globalizzazione economica attraverso l’integrazione asimmetrica della Cina nel mercato mondiale a guida statunitense. Pechino inizia a cercare un percorso economico meno dipendente dall’Occidente, capace di assicurare maggiori ritorni in termini di valore catturato lungo le catene internazionalizzate della produzione. Allargando lo sguardo, gli USA e i loro alleati non hanno potuto evitare lo sviluppo di centri di accumulazione extra-occidentali, fecondati proprio dalle precedenti ondate rivoluzionarie modernizzatrici.
Non li hanno visti arrivare, verrebbe da commentare, perché i capitali egemoni sono stati obnubilati dalla loro insaziabile brama di profitto che ritenevano di poter saziare senza più limiti, proiettandosi su uno spazio globale che si illudevano fosse diventato definitivamente liscio e privo di barriere; perché le potenze occidentali sono state accecate dalla hybris derivante dalla vittoria sull’Unione Sovietica e dalla presunta fine della storia che la sconfitta del loro nemico storico pensavano potesse significare. E invece la storia è andata avanti producendo, in termini mackinderiani, una nuova potenziale Regione Pivot che, per la collocazione geografica e il ruolo geoeconomico, assomma le caratteristiche dello Heartland e della Periferia Marittima. La Cina, insomma, è diventata una potenza in grado sia di difendersi sia di proiettare la propria forza economica e militare verso l’Oceano ben più di quanto non abbiano mai potuto fare la Russia/Urss o la Germania nella prima metà del 900.

Si aggiunga che un’alleanza effettiva tra Russia e Cina è, attualmente, assai più fattibile di quanto lo sia mai stata quella tra Russia e Germania nel Novecento, vero spauracchio della geopolitica occidentale fin dalla sua nascita perché una simile coalizione avrebbe rappresentato un rafforzamento decisivo delle potenze continentali capace di ostacolare efficacemente l’egemonia talassocratica. Questo fantasma, capace di proiettare le sue ombre fino ai giorni nostri,  può spiegare, almeno in parte, l’allargamento ad Est della Nato, antefatto della guerra tra Ucraina e Russia che ha portato alla rescissione di ogni legame economico e politico tra quest’ultima e la Germania. Non a caso, già nel 1919, Mackinder proponeva di rafforzare una “fascia mediana di stati” est europei, che comprendeva anche una Grande Ucraina, come zona cuscinetto per separare Germania e Russia.

Tutto ciò significa che abbiamo trovato un nuovo stato guida che potrà finalmente sostituire l’URSS nell’indicarci la via verso il sol dell’avvenir? Non proprio, stando a quanto sostiene Sciortino. Innanzi tutto, la Cina e gli altri Paesi Brics, per quanto in contrasto con la potenza egemone e con tutte le loro specificità rispetto al modello economico-finanziario occidentale, rappresentano pur sempre dei centri di accumulazione capitalistica. In secondo luogo, esiste oramai un profondo intreccio geoeconomico tra produzioni cinesi e investimenti statunitensi. È senz’altro vero che è in corso un processo di parziale decoupling ma, data la fitta trama di rapporti tra le economie dei due Paesi, questo disaccoppiamento, per quanto limitato, non potrà avvenire in modo indolore. A complicare il quadro c’è il fatto che la globalizzazione sta diventando per gli USA una camicia di forza, con minori ritorni e gravi ricadute sociali interne e internazionali rispetto a un recente passato, con la conseguente difficoltà di conciliare la Grand Strategy geopolitica statunitense con il sostegno all’accumulazione capitalistica su scala globale. In questo contesto, per quanto il bilancio delle forze stia mutando, i nuovi centri di accumulazione mondiale non sono in grado di soverchiare il centro egemone. 

Gli attori statali meno forti non possono imporsi ma resistendo – e a condizione misura che lo facciano effettivamente – contribuirebbero alla rottura dell’ordine mondiale dollarocentrico e dunque alla rimessa in discussione degli assetti interstatali e di classe.7

Se è vero che la vittoria della democrazia occidentale imperialista nei primi due conflitti mondiali ha obiettivamente allontanato la possibilità di una rivoluzione comunista, come sostiene l’autore incurante di infrangere feticci democratici e idoli terzinternazionalisti, 

la condizione fondamentale per l’innesco di una possibile dinamica rivoluzionaria è dunque la débacle interna e internazionale degli Stati Uniti “volano dell’inerzia storica paurosa del sistema e del modo di produzione del capitale”.8

Dunque, per le sorti della lotta di classe l’esito dello scontro intercapitalistico non è affatto indifferente. L’opzione più propizia, secondo Sciortino, è quella che vede “intaccare ed erodere l’anello più forte e quindi decisivo della catena imperialista”.9 Ma questo non può e non deve significare la sostituzione di una potenza egemone con un’altra, magari più benigna. Chi auspica questo esito si sta in realtà affidando a una sorta di “transustanziazione della lotta di classe sul piano dei rapporti fra Stati”.10 In questi termini Karl Korsch, in uno scritto del 1943 citato da Sciortino, ha descritto il significato della geopolitica tedesca che si era sviluppata tra le due guerre mondiali reinterpretando quella anglosassone. Si trattava, secondo il marxista tedesco, del disperato tentativo di un Paese newcomer come la Germania di risolvere i problemi rivoluzionari con altri mezzi: il tentativo, in altre parole, di evitare la rivoluzione a casa propria “attraverso il cataclisma della controrivoluzione mondiale”.11
Difficilmente oggi potremmo identificare la Cina e gli altri Brics, i newcomer della nostra epoca, con la controrivoluzione mondiale, anche alla luce della torsione sempre più autoritaria, sperequativa e predatoria della politica degli Stati Uniti e dei suoi alleati. Ancora oggi, però, possiamo collocare la geopolitica nel cuore del nesso tra rivoluzione e controrivoluzione, come faceva Korsch. A patto, è utile ribadirlo in conclusione, di non confondere le strategie geopolitiche con la lotta di classe. Perché le prime rimangono sempre l’espressione del dominio, mentre la seconda è l’arma di chi vuole liberarsi da oppressione e sfruttamento. 


  1. Raffaele Sciortino, Geopolitica e rivoluzione. Halford John Mackinder e il perno geografico della storia, Asterios, Trieste 2026, p. 58. 

  2. Ivi, p.18. 

  3. Ivi, p.18. 

  4. Ivi, p. 15. 

  5. Ivi, p. 16. 

  6. Ivi, p. 59. 

  7. Ivi, p. 62. 

  8. Ivi, p. 61. Il testo tra virgolette è una citazione di A. Bordiga, I fattori di razza e nazione nella teoria marxista, Il Programma Comunista, 20, 1953. 

  9. Ivi, p. 62. 

  10. K. Korsch, A Historical View of Geopolitics, cit. in R. Sciortino, Geopolitica e rivoluzione, p. 53, nota. 

  11. K. Korsch, ibidem. 

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Costruire esperienze, interrogare il visibile e dare forma all’inesprimibile. A lezione di cinema con David Lynch https://www.carmillaonline.com/2026/06/21/costruire-esperienze-interrogare-il-visibile-e-dare-forma-allinesprimibile-a-lezione-di-cinema-con-david-lynch/ Sun, 21 Jun 2026 20:00:08 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95263 di Gioacchino Toni

Roy Menarini, Fuoco cammina con noi. A lezione di cinema con David Lynch, Mimesis. Milano-Udine, 2026, pp. 144, € 14,00

David Lynch può essere annoverato tra i registi che hanno maggiormente destabilizzato l’immaginario audiovisivo degli anni Ottanta e Novanta attraverso opere generanti esperienze percettive complesse, coinvolgenti e, soprattutto, “non rassicuranti”, capaci di colpire profondamente tanto la critica e gli studiosi di cinema, quanto un pubblico non per forza di cose soltanto di nicchia, dimostrando di saper toccare inquietudini profonde diffuse e, al tempo stesso, di riuscire a condividere le proprie.

Il volume Fuoco cammina con noi (Mimesis 2026), che [...]]]> di Gioacchino Toni

Roy Menarini, Fuoco cammina con noi. A lezione di cinema con David Lynch, Mimesis. Milano-Udine, 2026, pp. 144, € 14,00

David Lynch può essere annoverato tra i registi che hanno maggiormente destabilizzato l’immaginario audiovisivo degli anni Ottanta e Novanta attraverso opere generanti esperienze percettive complesse, coinvolgenti e, soprattutto, “non rassicuranti”, capaci di colpire profondamente tanto la critica e gli studiosi di cinema, quanto un pubblico non per forza di cose soltanto di nicchia, dimostrando di saper toccare inquietudini profonde diffuse e, al tempo stesso, di riuscire a condividere le proprie.

Il volume Fuoco cammina con noi (Mimesis 2026), che Roy Menarini dedica alle opere del regista statunitense, prende le mosse proprio dalla constatazione della “doppia natura” che caratterizza la sua produzione: «da una parte film che appaiono ermetici, inaccessibili ai più, troppo oscuri per poter essere condivisi in contesti diversi da quelli della celebrazione del potere sovversivo dell’arte cinematografica; dall’altra opere divenute patrimonio collettivo, addestramento a uno sguardo completamente diverso e distorto sulla realtà, attraversate da un’energia immaginifica contagiosa, talmente ricche e preziose da poter – o dover – essere utilizzate in altri ambiti» (p. 8).

Fuoco cammina con noi non è una nuova monografia sul cinema dello statunitense, ma, come del resto suggerisce il sottotitolo – A lezione di cinema con David Lynch –, un invito indirizzato a chi opera in ambito educativo a fare della produzione del regista un oggetto di studio. Esplicitando sin dalle prime pagine tale obbiettivo primario, Menarini guarda alla produzione di Lynch attraverso la lente della media education e della sua diramazione che si occupa di film and audiovisual education, analizzando in maniera specifica i film The Elephant Man (1980), Mulholland Drive (2001), Una storia vera (1999) e la serie televisiva I segreti di Twin Peaks (1990), suggerendo, per ognuna di queste opere, un “piano di lavoro”, comprendente anche una breve rassegna critica, a cui possono ricorrere formatori, docenti e semplici appassionati di cinema desiderosi di confrontarsi con l’opera del regista statunitense.

Guardare attentamente alla produzione audiovisiva di Lynch significa fare i conti «con la materialità dell’immagine, con la funzione strutturale del suono, con le anomalie del montaggio e con una concezione dello spazio e del tempo che eccede e smonta tutte le categorie narrative tradizionali» (p. 13). Le opere dello statunitense possono dirsi contraddistinte da: una dimensione visiva capace sia di veicolare significati sia di proporre esperienze sensoriali autonome; un’intensa espressività acustica; una mise en scène rigorosa quanto straniante; un montaggio che contribuisce a destabilizzare l’identità narrativa del film e a moltiplicare le possibilità interpretative; una recitazione oscillante tra naturalismo e artificio; uno spazio e una scenografia che assumono un’importante funzione simbolica e percettiva.

La produzione di Lynch «dimostra come il cinema possa essere pensato come un sistema integrato, in cui ogni componente contribuisce in modo decisivo alla costruzione dell’esperienza spettatoriale» (p. 18). È dunque, scrive Menarini,

questa valorizzazione integrale del cinema a rendere Lynch un autore centrale per la disciplina dell’analisi del film, da una parte, e per l’educazione all’immagine dall’altra. I suoi lavori pongono domande radicali sul funzionamento dell’immagine, del suono, del tempo e dello spazio. In questo senso, il cinema di Lynch, oltre che oggetto di studio privilegiato, diventa un dispositivo teorico che continua a stimolare e a rinnovare il pensiero sul cinema stesso (p. 18).

Parte dell’originalità della proposta di Menarini consiste anche nella scelta, dichiarata esplicitamente, di strutturare i vari lesson plan avvalendosi dei contributi dei sistemi di intelligenza artificiale

sia per integrare le prove didattiche sia per osservare in che modo la macchina racconta e osserva Lynch, a partire dai pattern critici più utilizzati e dal patrimonio interpretativo che ha suscitato (e che l’IA sfrutta, pescandolo dai repertori editoriali e accademici, ma anche procedendo con ragionamenti e riflessioni di una learning machine che a sua volta sta cercando di “imparare David Lynch”) (pp. 8-9).

Menarini ha dunque scelto di avvalersi del contributo dell’intelligenza artificiale, consapevole di come questo apporto derivi, con tutti i limiti del caso, da una sorta di “lettura media” ricavata dalla critica, dal mondo accademico e dagli utenti delle rete, ma che la “logica della macchina” possa anche proporre inedite letture da cui ricavare suggerimenti che meritano di essere presi in considerazione e sviluppati. Interagendo attivamente con l’I.A., Menarini intende, dunque, «valorizzare una cooperazione formativa e cognitiva» capace di «stimolare il lavoro sull’universo esperienziale e culturale di David Lynch» (p. 9).

In The Elephant Man Lynch affronta la questione dell’alterità e della costruzione dello sguardo con cui la si guarda plasmandola. Il film, scrive Menarini, funziona «come un dispositivo critico che interroga i processi di rappresentazione e le responsabilità emotive dello spettatore» (p. 39). Lynch intende mostrare «come la deformità fisica acquisisca significato a partire dal momento in cui viene inscritta in un regime visivo fondato sulla curiosità, sullo spettacolo, e di conseguenza sul controllo» (p. 40). Il fatto che allo spettatore sia a lungo preclusa la possibilità di guardare direttamente la deformità del protagonista, lo induce a confrontarsi con il desiderio di vedere e con le motivazioni del proprio sguardo. «In termini di film and audiovisual education, tale strategia rappresenta un esempio paradigmatico di come il cinema possa educare non attraverso contenuti dichiaratamente didattici, ma mediante l’organizzazione dell’esperienza percettiva e temporale della visione» (p. 41).

Menarini si sofferma sull’importanza che Lynch assegna alla rappresentazione dello spazio sia negli interni che negli esterni, ove l’ambiente meccanizzato e rumoroso palesa il suo agire oppressivamente sulla fragilità dell’individuo, sulla scelta del bianco e nero, sul ricorso a una fotografia accentuante la dimensione relazionale ed emotiva, anziché adeguarsi alla tendenza cinematografica e mediatica di naturalizzare la differenza spettacolarizzandola, mostrando così come la forma filmica possa «diventare un agente attivo nella costruzione del senso e dell’etica della rappresentazione» (p. 41).

The Elephant Man «articola una riflessione complessa sull’identità come processo intersoggettivo. John Merrick non nasce “mostro”, lo diventa attraverso l’interiorizzazione dello sguardo altrui, che lo definisce come non umano» (pp. 41-42). Nel film viene mostrato anche come persino le intenzioni compassionevoli possano riprodurre asimmetrie di potere.

Questa complessità etica rende il film particolarmente rilevante per la media education, poiché invita a superare letture semplificanti basate su opposizioni rigide tra vittima e salvatore. L’opera educa a riconoscere le forme sottili di dominio che si annidano nelle pratiche di visibilità e di cura, così importanti nelle rappresentazioni contemporanee della sofferenza all’interno dei media (che andrebbero confrontate con The Elephant Man) (p. 42).

Lo studioso inviata a cogliere nel monologo in cui Merrik rivendica la sua umanità – “I am a human being” – un «atto performativo, di rottura biopolitica, che interrompe il regime dello sguardo disumanizzante» che impone allo spettatore di «confrontarsi con il proprio ruolo all’interno del dispositivo di visione e a riconoscere la responsabilità etica implicita nell’atto del guardare» (p. 44).

Della serie televisiva I segreti di Twin Peaks, Menarini invita a coglierne alcuni aspetti caratteristici: l’indubbio contributo che ha dato alla diffusione ad un pubblico allargato di opere audiovisive stranianti, disturbanti, eccentriche ed inquietanti; l’intrecciarsi della suspense con la dimensione comica; l’ampliamento dei confini del rappresentabile permesso dall’insistito ricorso alla trasgressione in relazione alla dimensione orrorifica e sessuale rintracciabile nelle diverse personalità disturbate che abitano la serie.

Menarini si sofferma anche sulla potente macchina promozionale che ha supportato la serie sin dalla prima stagione, il cui primo episodio, oltre a introdurre una trama investigativa, «dichiara, in immagine e tono, l’ambizione estetica e la strategia di ricezione della serie» (p. 59) costruita su un doppio registro, come del resto avviene in Velluto blu (1986): uno di superficie, la quotidianità apparentemente tranquilla e pacificata di una piccola cittadina americana, ed uno più profondo, «oscuro e perturbante che rimette in questione la stabilità dei ruoli sociali» (p. 59).

L’enigma presentato dal pilot di Twin Peaks, nota lo studioso, funziona come motore della serie senza esaurire una narrazione destinata a diramarsi in molteplici sottotrame e nelle tante personalità contraddittorie richiedente una fruizione prolungata e partecipativa da parte dello spettatore. In questa puntata vengono di fatto presentate le principali caratteristiche della serie: la natura assume connotazioni simboliche, proponendosi come «paesaggio psicologico e deposito di misteri»; la fotografia, nel suo alternare toni caldi e freddi, enfatizza «la dicotomia tra apparenza e abisso»; l’insistito ricorso a punti di vista insoliti «instaura una distanza di sguardo che spiazza lo spettatore»; gli oggetti apparentemente banali «diventano “oggetti di scena” che partecipano al lavoro interpretativo richiesto allo spettatore»; la scelta disorientate per il pubblico televisivo generalista di contaminare generi diversi (noir, melodramma, investigativo, orrorifico, soprannaturale ecc…); la tensione «tra industria e autorialità, tra serialità popolare e pratica estetica sperimentale» (pp. 60-62). Indubbiamente la serie di Lynch svolge un ruolo importante nelle ridefinizione della produzione seriale nei decenni a cavallo del cambio di millennio aprendo le porte alle sue estensioni nella rete comportanti un sempre più marcato coinvolgimento degli spettatori.

Concepito come pilot per una serie televisiva, poi trasformato in un lungometraggio per le sale cinematografiche, nella sua sospensione tra sogno e realtà, il film Mulholland Drive, caratterizzato da discontinuità narrative, slittamenti sia temporali sia identitari, e da una logica più onirica che causale, risulta particolarmente adatto ad essere analizzato attraverso lo sguardo della film and audiovisual education. Il fatto che la vicenda si svolga ad Hollywood, inoltre, consente una «una riflessione meta-cinematografica sul desiderio di successo, sull’identità dell’attore e sul potere illusorio delle immagini – e sulle pulsioni che tutto questo genera»; tale ambientazione, continua Menarini, si rivela «un vero e proprio spazio simbolico e tortuoso, mentale e carnale, teatro di sogni infranti e di costruzioni identitarie fittizie» (p. 71).

Anche nel caso di Mulholland Drive, Lynch dimostra l’intenzione di evitare forme di racconto racconti tradizionali, preferendo proporre al pubblico vere e proprie esperienze percettive. Menarini invita a cogliere l’importanza assegnata dal regista al sonoro e alla musica, utili a creare un’atmosfera emotiva votata al dubbio, alla fotografia, nel suo contribuire a creare spaesamento, agli studiati movimenti della macchina da presa che spesso conducono a inquadrature ravvicinate utili a creare un rapporto intimo e inquietante con personaggi caratterizzati da identità scisse e mutevoli, in parte determinate, nel contesto hollywoodiano, dalle immagini e dai ruoli.

Costruito su associazioni simboliche e affettive, anziché su connessioni di causa/effetto, Mulholland Drive richiede allo spettatore un forte coinvolgimento cognitivo ed emotivo. Ciò, scrive lo studioso,

rende il film particolarmente interessante dal punto di vista educativo, poiché stimola competenze di interpretazione, analisi critica e soprattutto tolleranza dell’incertezza. In un contesto mediale dominato da narrazioni esplicite e semplificate, Mulholland Drive educa alla complessità e al pensiero non lineare. Ad accettare che talvolta le contraddizioni vincano sulla logica e che le apparenze siano accompagnate da verità complesse e persino insondabili (p. 73).

Analizzare la mise en scène, il montaggio, l’uso del sonoro e dalla fotografia in un film come questo «permette agli studenti di comprendere come il significato non risieda solo nella storia raccontata, ma nella forma stessa del racconto» (p. 73).

Menarini invita a soffermarsi sulla sequenza del Club Silencio, «snodo tra i livelli narrativi, affettivi e simbolici» in cui si condensa la poetica del regista, «momento in cui il film rende esplicito, senza didascalismo, il proprio statuto di costruzione audiovisiva, e insieme intensifica l’esperienza emotiva dello spettatore». Si tratta di una sequenza che «opera come dispositivo metacinematografico: mostra il trucco in modo trasparente e, nello stesso tempo, lo rende perturbante» (p. 74). È qui ravvisabile «un tratto tipico di Lynch: la rivelazione del trucco non elimina l’emozione, anzi, la rende più inquietante. La conoscenza del meccanismo non coincide con la liberazione dal suo potere» (p. 75).

Attraverso sequenze come questa, evidenzia lo studioso, è possibile mostrare come il cinema agisca su un livello pre-argomentativo: «lo spettatore può sapere che è finzione e tuttavia esserne attraversato e rivelato. In termini didattici, questo è un passaggio cruciale: la sequenza mostra che la competenza critica consiste nel comprendere come e perché proviamo». La sequenza mette lo spettatore direttamente di fronte al potere del cinema di «produrre emozione anche quando il trucco è rivelato» (p. 76). In Mulholland Drive è pertanto ravvisabile

una critica all’industria culturale e ai miti mediatici del successo, della celebrità e del talento, anche se non può naturalmente essere risolta in essa. Hollywood appare come una macchina che produce sogni e allo stesso tempo li distrugge, anticipando a sorpresa molte riflessioni contemporanee sulla precarietà delle identità professionali e creative nel sistema dei media (p. 77).

Per quanto all’interno dell’opera di Lynch Una storia vera appaia come un film più tradizionale, in realtà anche in esso sono ravvisabili numerosi tropi che si ritrovano nell’intera produzione del regista statunitense. Il film mette in scena il viaggio dell’anziano protagonista a bordo di un tosaerba lungo l’America rurale adottando un tempo estremamente dilatato, in linea con la dimensione contemplativa e le movenze rarefatte di un anziano creando così un effetto straniante per lo spettatore abituato ai ritmi frenetici e produttivi imposti dal mondo contemporaneo. «Lynch propone la vecchiaia non come uno stadio deficitario della vita, ma come modalità specifica di esistenza nel tempo» (p. 100); in un film in cui il tempo intende coincidere con quello della vecchiaia, tutto è rallentato perché non può che esserlo e lo spettatore è tenuto a condividere un ritmo che, ancora, non gli appartiene. «La vecchiaia diventa così una forma di resistenza implicita alla temporalità dominante», scrive Menarini, «Lynch restituisce alla vecchiaia la sua opacità, la sua resistenza alla piena comprensione. La terza età viene lasciata esistere come esperienza» (p. 101).

La tensione verso i limiti del linguaggio del cinema di Lynch costringe il pubblico a fare i conti con l’esperienza spettatoriale. L’intera opera del regista statunitense, conclude lo studioso, rende esplicita le potenzialità del cinema: oltre a raccontare storie, esso serve anche «a costruire esperienze, a interrogare il visibile e a dare forma a ciò che, altrimenti, resterebbe inesprimibile» (p. 133).

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Weird & ghost: spettri per Algernon (Victoriana 63) https://www.carmillaonline.com/2026/06/20/weird-ghost-spettri-per-algernon-victoriana-63/ Sat, 20 Jun 2026 20:00:20 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95158 di Franco Pezzini

Algernon Blackwood, La Casa Vuota e altre storie, con un saggio di Giacomo Ortolani, pp. 316, euro 24,90, Providence Press, Bologna 2022. Algernon Blackwood, Shock, pp. 353, euro 25,90, Providence Press, Bologna 2025.

“Il mio interesse per le questioni psichiche ha sempre riguardato casi di coscienza estesa o espansa. Se viene percepito uno spettro a me interessa meno ciò che è di ciò che lo percepisce”. Come il collega gallese Arthur Machen, anche se con caratteristiche un po’ diverse, anche l’inglese Algernon Blackwood è autore oggi oggetto di ampia riscoperta editoriale: se sillogi di suoi testi brevi sono [...]]]> di Franco Pezzini

Algernon Blackwood, La Casa Vuota e altre storie, con un saggio di Giacomo Ortolani, pp. 316, euro 24,90, Providence Press, Bologna 2022.
Algernon Blackwood, Shock, pp. 353, euro 25,90, Providence Press, Bologna 2025.

“Il mio interesse per le questioni psichiche ha sempre riguardato casi di coscienza estesa o espansa. Se viene percepito uno spettro a me interessa meno ciò che è di ciò che lo percepisce”.
Come il collega gallese Arthur Machen, anche se con caratteristiche un po’ diverse, anche l’inglese Algernon Blackwood è autore oggi oggetto di ampia riscoperta editoriale: se sillogi di suoi testi brevi sono apparse in Italia già parecchi anni fa, l’interesse per uno scrittore spesso archiviato nel pop ma che mostra le panoplie d’un registro letterario è vivo e basta un giro su shop online come ibs per farsene un’idea. Per i testi lunghi o comunque di una certa ampiezza, a parte storie notissime come I salici (il Saggiatore, 2022; Newton Compton, 2025) e le periodiche riproposte della raccolta John Silence, negli ultimi anni sono apparse opere meno note come I dannati (Landscape Books, 2022), La promessa dell’aria (Agenzia Alcatraz, 2025), Jimbo (Arcoiris, 2023; Agenzia Alcatraz, 2026) e si annuncia come prossimo Il centauro; quanto alle antologie di testi brevi o brevissimi o alle comparse di singoli racconti, sono piuttosto numerose.
In questa sede concentrerei però l’attenzione sulla latitudine della proposta della bolognese Providence Press, che ha il grande merito di aver offerto con rigore di traduzioni e cura filologica un corpo vastissimo delle short stories di Blackwood come riunite (tranne singole esclusioni per evitare racconti troppo noti) nelle edizioni originali. Certo, si parla di tirature piccole, che vanno esaurite in fretta ma che vale senz’altro la pena di inseguire – tenendo d’occhio le ristampe – per la qualità e la cura dei paratesti; e certo, si tratta ancora soltanto di una scelta di titoli, visto che dell’autore resta a tutt’oggi comunque intradotta molta della produzione. Teniamo presente che non c’è neppure completa certezza del numero di opere scritte da questo infaticabile e prolificissimo cantore del mistero. E che sarebbe riduttivo liquidare con le solite categorie amatoriali ferme alle etichette anni Settanta o magari alle idiosincrasie di Lovecraft, che diffida dei tecnicismi occultisti alla Silence e rimprovera a Blackwood scarso amore per la poesia della parola, pur apprezzandone singole prove (del resto i due culturalmente non potevano davvero capirsi: cfr. quanto già anticipato qui a proposito del blackwoodiano Discesa in Egitto, Hypnos, 2017).
Proprio le edizioni Providence Press permettono comunque già di mappare uno sviluppo di estremo interesse nella produzione dell’autore britannico: e merita leggere in sequenza due di queste raccolte.
La Casa Vuota e altre storie (The Empty House and Other Ghost Stories), edito la prima volta nel 1906, si articola in dieci racconti – Providence Press vi aggiunge il bel saggio critico “Una immaginazione così vivida”: Algernon Blackwood e la coscienza drammatica della ghost story di Giacomo Ortolani, che nuovamente, come su Machen nel volume Il Cerchio Verde per lo stesso editore, offre pagine di grande interesse, lucidità critica e ricchezza di documentazione. Senza polemiche inutili, su mattatori del fantastico che tanti presumono di conoscere è ormai venuto il tempo di presentazioni meno generiche, più approfondite e consapevoli di quanto spesso troviamo nei siti di sussiegosi amatori o nelle note a corredo delle edizioni spesso circolanti: presentazioni – come questa di un serio studioso come Ortolani – che prendano sul serio Machen, Blackwood & Co. appunto nella loro dimensione letteraria, con le analisi filologiche del caso.
Merita affrontare almeno brevemente i dieci racconti, cercando di spoilerare il meno possibile ma con la coscienza che il loro alto pregio stia anzitutto nel modo in cui sono scritte e non tanto in qualche “sorpresa” finale. Tanto più che uno degli aspetti affascinanti di questi racconti è che le storie in genere non vedono una chiusura “a effetto”: le case restano infestate, i fenomeni torneranno probabilmente a proporsi, l’infezione metapsichica non scompare solo perché ci è stata raccontata. Tutto ciò aumenta la credibilità, rendendo le narrazioni – in sé eleganti quanto a stile – anche di notevole efficacia.
Il primo racconto, La casa vuota, in qualche modo fornisce il passo al florilegio, dedicato in larga parte a costruzioni infestate o variamente ossesse: del resto l’ultima delle rivoluzioni del 1848 è quella dello spiritismo, legata appunto alla casa infestata delle sorelle Fox. Parlare di fantasmi è in prima battuta parlare del loro manifestarsi in uno spazio chiuso: e il genere ghost story che da metà ottocento ai primi decenni del secolo breve incontra una straordinaria fortuna trova in Blackwood una ridefinizione fondamentale. Non è casuale dunque che la produzione edita dell’autore parta proprio di qui, mostrando peraltro una duttilità dello spunto – ciò a spiegare come la formula non sia troppo rigida.
Seguendo l’ordine, La casa vuota è la narrazione di folgorante efficacia della catabasi in una casa infestata in città – plausibilmente in Inghilterra, il modello reale era a Brighton – del giovane protagonista con la temeraria e spaventatissima zia: quel che costituisce il tessuto del racconto è la partecipazione al lettore dei batticuori dei due improvvisati cacciafantasmi, la loro recezione di fenomeni angoscianti e fisici, l’ingresso in una dimensione altra segnata da un antico delitto. Per inciso il simpatico Jim Shorthouse eroe della vicenda, alter ego dell’autore e predecessore di una serie di altri personaggi in qualche modo simili, nel suo svagato e insieme pragmatico approccio all’avventura tornerà in vari altri racconti.
L’isola infestata vede nuovamente l’irruzione d’un mistero non decrittabile con le categorie razionali d’una semplice storia nera: in una piccola isola all’interno di un grande lago canadese (nella zona dei laghi Muskoka, dove l’autore era vissuto da solo per un mese autunnale) irrompono misteriosi aggressori nativi… ma di nuovo il finale muta la situazione solo soggettivamente. Il caso dell’uomo che origliava rivede in scena Jim Shorthouse ormai quarantenne, stavolta alle prese coi problemi dello stabile di una grande città americana (ispirata da New York) dove ha affittato una camera e con quella categoria misteriosa che tutti conosciamo per suoni inesplicabili e silenzi ancora più enigmatici, i vicini: anche qui alla fine una scoperta ci sarà, ma la casa resterà infestata. Per inciso, di fronte alla carta da parati descritta, inevitabile pensare al fulminante La carta da parati gialla di Charlotte Perkins Gilman, 1892.
In Una promessa mantenuta, nel clima straniato di una maratona di studio notturno a Edimburgo (dove Blackwood era stato pessimo studente) troviamo qualcosa di più simile a un evento sovrannaturale “risolto”, ma è una manifestazione una tantum secondo uno schema folkloricamente noto; e Intenzioni nascoste torna a una situazione che resta aperta tra i muri di un fienile, dove il solito Shorthouse – meno prudente che in altre avventure – e un amico fronteggiano pericolosamente l’ombra infestante di un antico stregone. In apparenza la storia si ambienta in Inghilterra, ma il mago nero è legato a un gruppo russo, eventualmente una trasfigurazione sciamanica dei chlysty mixata a un ricordo di Gilles de Rais.
Il Bosco dei Morti inanella una storia strana e triste su un’altra dimensione della coscienza, legata al luogo eponimo e a una locanda in Inghilterra dove il narrante torna a fermarsi; Quello che accadde a Smith in una pensione (in Inghilterra?) evoca nuovamente un mondo di studenti pensionanti e loro strane avventure con l’alterità – qui esseri pneumatici dal centro vibrante, scatenati imprudentemente da un vicino di stanza con il ricorso a un trattato rabbinico – proprio oltre la porta. Blackwood, che l’occulto lo conosce davvero ma resta molto discreto sulle proprie frequentazioni e fonti, ha oltretutto l’accortezza di alludervi per meri cenni, accrescendo l’effetto-verità della narrazione.
Un dono sospetto vede nuovamente un pensionante in una stanza economica a New York – un certo Blake, giornalista tuttofare e aspirante scrittore (l’assonanza con Blackwood, dai più vari e talora disastrosi trascorsi di lavoro è evidente) alle prese con ossessioni criminali alla Poe; e Jim Shorthouse torna in Le strane avventure di un segretario privato a New York, in un contesto da feuilleton nerissimo dove di nuovo il rilievo è agli spazi inquietanti di un edificio. Il mistero del Lago degli Scheletri, infine, ambientato nei boschi del Quebec, tratta la sinistra vicenda di un’affabulazione raggelante, che sfiora la verità ma non abbastanza da salvare l’anima. La casa infestata qui è la foresta: “Sono tre giorni che ho soltanto alberi con cui parlare, e non posso più tenermelo dentro. Quegli alberi maledetti e silenziosi, gliel’ho raccontato mille volte”; ma insieme casa è la stessa narrazione con “parole vere e false” e assediata di ombre alle spalle.
La raccolta, meravigliosa, verrà considerata paradigmatica della forma ghost story: l’infestazione non riguarda più labirintici castelli o dirute abbazie come nel vecchio gotico ma stanze in affitto di studenti e avventurosi in cerca di fortuna come l’autore, passato dall’Inghilterra natia a lunghe peregrinazioni lavorative in Stati Uniti e Canada (produttore di latte, gestore d’albergo, barista, modello, giornalista, segretario privato, uomo d’affari, insegnante di violino…) per poi tornare ad Albione e iniziare a scrivere. Le avventure come cronista l’avevano messo davanti a sufficienti storie nere da lasciarlo segnato: in queste fabule di fantasmi allignano traumi e brutture molto reali, attraverso una “immaginazione […] così vivida da essere quasi un’estensione della coscienza” come quella di cui parla il suo perplesso alter ego Blake.
È ricordiamolo, il 1906: segue in rapida successione una serie di altre raccolte dove l’autore declina le sue fantasie lungo altri fili della ghost story, e Providence Press ne offre una buona panoramica: The Listener and Other Stories (1907); John Silence (1908), che sviluppa la figura – di successo all’epoca – del detective dell’occulto; The Lost Valley and Other Stories (1910: Il Wendigo e altre storie, 2022); Pan’s Garden: a Volume of Nature Stories (1912: Il Giardino di Pan, 2024, su un altro tema-chiave del fantastico d’epoca, la dimensione panica, più o meno estatica o allarmante); Ten Minute Stories (1914: La fattoria infestata e altre storie, 2026, dove la sfida è formale, concentrare la narrazione in una lettura da dieci minuti); Incredible Adventures (1914: Avventure incredibili, 2023).
Altre raccolte seguono – intendo di racconti originali, senza citare le selezioni da volumi precedenti – nel corso dei successivi decenni fino al 1946 ma poi anche postume (The Magic Mirror, 1989): ma nello stile e nei temi dell’autore sono emerse interessanti modifiche.
Come si può notare da una bella raccolta tarda, Shocks (1935), di quindici racconti della fine decennio Venti e inizio Trenta, presentata da Providence Press come Shock (2025). Al netto di preferenze che ciascun lettore può avere, si considera in genere la prima stagione di volumi di Blackwood come la sua migliore: ma sarebbe ingiusto archiviare come di scarso interesse queste prove tarde ammiccanti all’horror popolare o a tratti all’urban fantasy. Dove più in generale il linguaggio della ghost story lascia spazio a un tipo di fantasie che definiremmo weird, ai paradossi causali e a quelli dell’identità: in questione è soprattutto il funzionamento della realtà e in nostro modo di porci rispetto a essa, qualcosa di sottilmente inquietante ma non esauribile nella paura in senso proprio. Ovviamente non si ha una svolta brusca rispetto alle narrazioni del passato e ai variegati tipi di fantasmi in scena, ma una sorta di evoluzione attraverso micropassaggi, fino a esiti però profondamente diversi. Qualcosa non strano, se pensiamo al successo dell’insolito (come verrà più tardi definito nell’Italia dei Sessanta di Buzzati, Fellini e Kolosimo) delle compilazioni al tempo di Charles Hoy Fort, morto nel 1932 (dopo Il libro dei dannati, 1919, escono Nuove terre, 1923, Lo!, 1931 e Talenti selvaggi, 1932) ma soprattutto di riviste popolari del fantastico come l’americana “Weird Tales”, avviata nel 1923, che insieme a linguaggi di genere meglio demarcati (horror, fantascienza, fantasy…) ospita anche con larghezza i paradossi sconcertanti del weird. Con la produzione americana coeva di “Weird Tales”, per esempio certa di Clark Ashton Smith, questa stagione blackwoodiana ha parecchio a che vedere.
Nel caso di Shock, rispetto alla prima raccolta, è ancora più problematico spoilerare, ma sembra utile dire almeno qualcosa sulla struttura delle singole storie.
Emblematico è già il primo ampio testo, Altri tempi, altri spazi, scritto in apparenza per la raccolta senza previe pubblicazioni, e che indirizza verso questa nuova chiave: la storia di sparizione di un uomo come quelle raccolte anni prima dal provocatore Bierce, ma con la svolta di una ricomparsa inattesa con gli stigmi di particolari caratteristiche fisiche, dopo anni trascorsi in una dimensione parallela come al contrario del tempo, e dell’impossibilità di comunicare l’accaduto per l’assenza di un linguaggio umano congruo. Certo, viene citato il famoso caso dei cosiddetti fantasmi del Petit Trianon – la straniante visione del passato di due insegnanti inglesi a Versailles, 1901 – ma la vicenda deforma in modo liberissimo le strutture della ghost story, fino a rendere il tutto totalmente altro.
A un fantastico di linguaggio interiore e delicatamente esistenziale rimandano la fantasia romantica Lo sconosciuto e la parabola Chiudere il cerchio; Il dottor Feldman riprende il tema delle case infestate ma con una provocazione interessante sul profilo dell’indagatore. Ancora alla formula ghost story e a spazi chiusi infestati richiamano Un cordone a tre capi e Chimica: il primo conduce ai misteriosi meccanismi del suicidio, già considerato peccato per antonomasia e atto per definizione contro natura, ma che anche nelle riletture più laiche appare circonfuso di brividi spettrali, di orrida e contagiosa infezione; nel secondo l’infestazione legata a un delitto conosce ripercussioni di chimica emotiva nell’ennesima pensione – peraltro meno sordida delle solite. Sempre uno sguardo all’interiorità e ai contraccolpi delle emozioni guarda non senza ironia Shock, idealmente tra Pirandello e Frank Capra; nuovamente in stile Twilight Zone è I sopravvissuti, che interpella nuovamente i confini tra vita e morte; Le peripezie di Tornado Smith è una garbata parabola tra revisione di vita e affabulazione fantasy, che conferma la sensazione che l’autore stia rivedendo gli equilibri di un’intera esistenza. Probabilmente gli amanti del Blackwood prima stagione resteranno un po’ stuccati da alcune di queste fantasie più gentilmente interiori che non algidamente spettrali: i paradossi causali che vi serpeggiano rispondono molto meglio a un certo weird sognante e fiabesco che alla ghost story propriamente detta.
Il macabro Le mani della morte richiama in chiave western pulp ai trascorsi americani, costringendo a ricordare come il termine weird evochi etimologicamente un fato; La terra dello zenzero verde sembra ammiccare agli eventi traumatici occorsi al giornalista Blackwood e che offrirono combustibile per la sua vocazione di scrittore – richiamando tra l’altro a un set, quello del negozio di rigattiere, che offrirà il destro a infinite storie popolari, fumetti e film (particolarmente della Amicus) in chiave horror.
Ma niente paura, decisamente orrifico è L’anello del colonnello, vicenda disturbante che combina il tema del suicidio con la visione preternaturale e un disagio interiore anche più sottile. Vendetta vede nuovamente mixarsi orrore, colpa e un ritorno dalla morte tanto più disturbante perché risulta benevolo, mentre L’uomo che visse all’indietro ripropone paradossi del tempo in un contesto quasi da commedia fantasy. Infine, il curiosissimo Le avventure della signorina de Fontenoy fa interagire il Blackwood editor e collettore di storie strane con uno dei suoi informatori, inizialmente creduto donna: e lo straniamento del lettore di fronte a storie dove il punto di vista sembra sfuggire improvvisamente in un’altra dimensione, l’io si scompone e si riaggrega in percorsi paralleli e una gita in campagna sfuma oniricamente in una vicenda di antica stregoneria offre più di tante spiegazioni teoriche la chiave di cosa, a monte di una certa varietà di racconti, possa senza forzature definirsi weird.

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