Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 28 May 2026 09:44:19 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Il nuovo disordine mondiale / 37 – Sull’utilità o il danno della teoria del socialismo in un paese solo per l’internazionalismo https://www.carmillaonline.com/2026/05/27/il-nuovo-disordine-mondiale-37-una-riflessione-sulle-origini-e-i-danni-arrecati-dal-socialismo-in-un-paese-solo-alla-teoria-della-rivoluzione/ Wed, 27 May 2026 20:00:05 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94855 di Sandro Moiso

Alessandro Mantovani, Lo scontro sul “Socialismo in un Paese solo” al VII esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista. Dicembre 1926 – Gennaio 1927. Con gli interventi di Bucharin, Kamenev, Stalin, Trotsky, Zinov’ev a altri documenti dell’opposizione internazionale allo stalinismo e una postfazione sul rapporto Bordiga-Korsch e una Prefazione di Graziano Giusti, collana «Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria» vol. 7, Associazione Eguaglianza e Solidarietà 2026, pp. 316, 19 euro

Come sottolinea nella sua ampia prefazione Graziano Giusti, potrebbe sembrare strana, se non curiosa, la scelta di dedicare oggi una ricerca voluminosa ad un evento avvenuto un secolo fa e di cui gran [...]]]> di Sandro Moiso

Alessandro Mantovani, Lo scontro sul “Socialismo in un Paese solo” al VII esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista. Dicembre 1926 – Gennaio 1927. Con gli interventi di Bucharin, Kamenev, Stalin, Trotsky, Zinov’ev a altri documenti dell’opposizione internazionale allo stalinismo e una postfazione sul rapporto Bordiga-Korsch e una Prefazione di Graziano Giusti, collana «Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria» vol. 7, Associazione Eguaglianza e Solidarietà 2026, pp. 316, 19 euro

Come sottolinea nella sua ampia prefazione Graziano Giusti, potrebbe sembrare strana, se non curiosa, la scelta di dedicare oggi una ricerca voluminosa ad un evento avvenuto un secolo fa e di cui gran parte degli attuali lettori, forse, non ha la minima conoscenza oppure non ha mai sentito nemmeno lontanamente parlare. Eppure, eppure…

Nel breve periodo compreso tra il dicembre del 1926 e il gennaio del 1927 si consumò un’autentica tragedia politica per la successiva storia del movimento rivoluzionario comunista e proletario, destinata a riflettersi non soltanto nelle campagne diffamatorie e persecutorie condotte nei confronti di alcuni dei suoi protagonisti più in vista dalla dirigenza staliniana del Partito bolscevico russo e dell’Internazionale Comunista, ma anche sulle scelte di politica interna ed estera della ormai non più neonata Repubblica dei soviet e su quelle inerenti la tattica o le tattiche da adottare nei confronti degli avversari.

Scelte che avrebbero finito con l’influenzare anche la più generale strategia del movimento operaio e la concezione che il movimento rivoluzionario avrebbe avuto di sé non soltanto nei decenni immediatamente successivi ma anche, purtroppo, fino ai nostri giorni. Ed è il titolo stesso della ricerca condotta con precisione e ricchezza di argomenti e materiali da Alessandro Mantovani a rivelare come tale battaglia in seno al Partito comunista, che avrebbe dovuto essere mondiale, riguardasse all’epoca la possibilità o meno di instaurare il “socialismo in un solo paese”.

Una scelta che, una volta affermatasi per la Russia sovietica, avrebbe non soltanto permesso la diffusione della medesima idea nel corso delle rivoluzioni anticoloniali sviluppatesi a partire da allora e nella seconda metà del ‘900, ma anche contribuito ad un totale stravolgimento della teoria marxista rivoluzionaria e della pratica internazionalista che ne costituiva, e dovrebbe ancora costituire, l’irremovible e irrinunciabile corollario.

Un’idea, quella della possibilità di realizzare il socialismo in un “paese solo”, che oltre a confondere le finalità anticapitaliste della rivoluzione con quelle del “necessario” sviluppo economico in chiave di ammodernamento delle strutture economiche e sociali, ha finito con il rappresentare un’autentica spinta all’interclassismo e alla collaborazione tra le classi in funzione delle difesa degli interessi “nazionali”. Un percorso teorico che ha finito con il giustificare qualsiasi collaborazione politica con quelli che avrebbero dovuto essere gli avversari dichiarati di un progetto rivoluzionario atto a superare l’attuale modo di produzione: Stato, interesse nazionale delle classi possidenti, partiti borghesi che ne rappresentano gli interessi.

Così ancora oggi, dopo essere entrati «in una fase di nuova spartizione del mondo tra imperialismi […] in cui emerge nettamente e irreversibilmente la tendenza al riarmo generale e alla guerra “guerreggiata”», il mito della realizzazione del socialismo in un solo paese oppure che un solo paese possa rappresentare il modello sociale, politico ed economico cui ispirarsi per il rovesciamento dell’esistente si traveste subdolamente, ma in maniera assai «varia e penetrante», attraverso «il nuovo mito del “campismo”» 1.

Mito ravvisabile spesso tra quelle correnti politiche che si richiamano ancor oggi al marxismo-leninismo, altra “invenzione” del principale artefice della svolta controrivoluzionaria all’interno dell’Internazionale Comunista e nel partito russo: Iosif Stalin.

Una teoria della Rivoluzione che nel dichiararsi sia marxista che leninista è riuscita nel duplice intento di tradire sia Marx, che come è noto mai si sarebbe dichiarato marxista2, che Lenin, le cui battaglie internazionaliste furono travisate nel loro intento dopo che Stalin ebbe creato un vero e proprio culto della personalità del leader bolscevico per presentare la propria politica come la diretta continuazione della sua opera, in contrasto con l’opposizione di sinistra riunita intorno a Trotsky.

Stalin avrebbe introdotto pubblicamente il marxismo-leninismo alla fine del suo resoconto al XVII Congresso del Partito Comunista di tutta l’Unione (bolscevico) il 26 gennaio 1934, anche se già nel 1924 aveva tenuto lezioni presso l’Università Sverdlov che sarebbero poi state successivamente raccolte in un volume dal titolo Principi del leninismo. Ma soltanto nel 1938, nel Corso breve di storia del Partito bolscevico redatto dall’apposita commissione del Comitato centrale del PCU(b), tale pensiero acquisì la forma di “dogma”. Infatti, in quell’anno vennero istituite in URSS le prime Università di marxismo-leninismo come livello superiore della formazione partitica, divenendo in seguito elemento di grande importanza nei sistemi scolastici dei paesi socialisti. Motivo per cui ogni università ed istituto superiore doveva possedere un proprio “Istituto di marxismo-leninismo”.

Il termine “marxismo-leninismo” rimase in uso presso i partiti comunisti anche dopo il XX Congresso del PCUS e le critiche ufficiali avanzate allo stalinismo, mentre nella Russia di Putin, cui Lenin è sicuramente inviso, una rivalutazione della figura e del ruolo di Stalin come grande statista che ha avuto il merito di avviare la modernizzazione del paese è entrata a far parte non soltanto del discorso politico ma, anche, dei manuali di storia della Russia, pubblicati con il sostegno del Ministero dell’Istruzione e destinati agli insegnanti3.

Questa apparente divagazione sul tema del marxismo-leninismo serve per tornare sia sul tema principale del testo curato da Alessandro Mantovani che su quello, precedentemente indicato, di una posizione politica che oggi, nell’illusione di abbreviare i tempi della ripresa della lotta di classe nei confronti della guerra imperialista, fa perno sulla possibilità che paesi come Cina e Russia o blocchi di potenze emergenti, i BRICS, oppure singole nazioni aggredite dalle campagne militari americane, come Venezuela, Iran o Cuba, possano rappresentare « realtà “alternative” » ai “vecchi” imperialismi. Una logica tutt’altro che nuova che fa propria l’idea, sempre foriera di tradimenti e menzogne, che il nemico del mio nemico è mio amico.

Una posizione che richiamandosi, troppo spesso, anche all’evanescente concetto di “diritto internazionale”4 potrebbe in futuro giungere a giustificare una possibile guerra dell’imperialismo europeo contro la Russia o l’ormai ex-alleato americano.

Un’idea truffaldina attraverso la quale si finisce col negare qualsiasi soggettività e autonomia politica al proletariato internazionale e ai popoli ancora oppressi dalle proprie borghesie “nazionali”, asservendola invece, esattamente come fece lo stalinismo proprio con l’invenzione del «socialismo in un solo paese», agli interessi delle borghesie o delle classi dirigenti poste ai vertici dello Stato, sancendo così «il ribaltamento del rapporto tra Stato nazionale (definito socialista) e classi sfruttate, a favore del primo»5.

Quello in cui si svolse il VII esecutivo allargato (22 novembre – 16 dicembre 1926) fu un periodo difficile e confuso della storia sia dell’Internazionale Comunista che del movimento proletario internazionale. Da un lato il secondo, dopo le fallite insurrezioni in Germania, stava per affrontare un’ulteriore sconfitta in Cina nel corso del 1927, mentre le indicazioni dell’Internazionale che avevano contribuito o avrebbero contribuito a tali disastri sociali e politici affondavano le loro radici in un contesto in cui il tentativo di centralizzare a livello mondiale la tattica rivoluzionaria “una volta per tutte” cozzavano tra di loro, così come le divergenze in seno al partito russo e alle stesse opposizioni.

Sono elementi, soprattutto quelli riguardanti lo scontro politico tra Stalin e Trotsky, Kamenev e Zinov’ev, che la premessa di Mantovani analizza con abbondanza di elementi e documenti che riescono a mettere il luce la contraddittorietà profondissima che stava alla base dell’Opposizione al nuovo programma di Stalin. Tutti gli interventi dei tre principali oppositori, in quel momento, al programma di Stalin per la realizzazione del «socialismo in un paese solo» erano corroborati da un solido riferimento al marxismo e a Lenin, ma forse, proprio per questo, riponevano troppa fiducia nella sola “forza della teoria”.
Kamenev affermò nel suo intervento dell’11 dicembre, tra i tumulti e le grida dell’assemblea:

I nostri avversari affermano che nel nostro paese, dove qualche milione di proletari deve guidare 100 milioni di contadini nelle condizioni della NEP e dell’accerchiamento capitalista mondiale, si può costruire una società socialista, indipendentemente da una rivoluzione del proletariato, almeno in alcuni paesi avanzati. Questo punto di vista, che pone speranze tanto ottimistiche nelle capacità socialiste della massa contadina è chiamato “ottimismo”. Noi affermiamo che il raggiungimento dell’economia socialista in Unione Sovietica terminerà con il concorso della rivoluzione proletaria negli altri paesi e si chiama ciò “pessimismo”. Noi affermiamo che l’ottimismo dei nostri avversari nelle capacità socialiste dei contadini non è che il rovescio del loro pessimismo verso la rivoluzione proletaria internazionale6.

Con una serie stringente di citazioni da Marx, Engels, Lenin, e dallo stesso Stalin, Zinov’ev dimostrò che:

la teoria attuale dell’edificazione del socialismo in un solo paese non è sorta che alla fine dell’anno 1924 […] E’ assolutamente necessario avere una prospettiva per l’edificazione del socialismo. Ma perché questa prospettiva deve essere nazionale e non internazionale? E’ questo il nodo della questione. Se il nostro proletariato si rende conto che la questione della rivoluzione è per esso una questione di vita o di morte, ciò è diverso dall’educarlo nella convinzione che edifica il socialismo indipendentemente dalla marcia della rivoluzione mondiale. La nostra prospettivaè, di conseguenza, la prospettiva della rivoluzione mondiale7.

Il giorno successivo a quello dell’intervento di Zinov’ev, sarebbe stato lo stesso Trotsky a gridare, con una impeccabile argomentazione marxista:

Ripetiamolo ancora , la vera edificazione del socialismo significa l’abolizione delle classi e, poi,la sparizione dello Stato. Ed ecco che Stalin dice che noi possiamo assicurare l’edificazione del socialismo nel nostro paese, precisamente nel senso di questo raggiungimento, vincendo solamente la nostra borghesia interna. Ma, compagni, lo Stato e l’esercito ci sono necessari contro il nemico esterno. Dunque, questo elemento resterà in ogni caso, fin t che esisterà la borghesia mondiale. Si può credere, poi, che noi possiamo, con l’aiuto delle nostre sole risorse interne, economiche e culturali, fondere il proletariato e il contadiname in un’economia socialista unica prima che il proletariato d’Europa prenda il potere?8.

In realtà, a ben guardare con il necessario distacco dovuto al secolo trascorso nel frattempo, nel corso di quelle turbolente sedute si svolse più ancora che uno scontro politico, che pur fu centrale, un autentico dramma psicologico che coinvolse in primis proprio coloro che al progetto di Stalin intendevano opporsi. Questo, come ancora ben delinea nelle sue pagine il curatore, derivava non solo dal fatto che i tre principali protagonisti di quella che all’epoca era definita come Opposizione unificata erano stati in fasi successive alleati di Stalin e nemici tra di loro. Fin dai tempi dell’insurrezione ottobrina che avevo visto Kamenez e Zinov’ev opporsi all’azione armata condotta da Lenin e Trotsky per il rovesciamento del governo provvisorio di Kerensky.

Oppure in altre occasioni accondiscendere in nome dell’unità del partito a scelte, non solo di Stalin, con cui non concordavano minimamente. Un tatticismo che si sarebbe ripercosso fino ai grandi processi moscoviti della seconda metà degli anni Trenta che avrebbero finito col liquidare, anche fisicamente, un’opposizione troppo divisa al suo interno e sostanzialmente incerta sul da farsi. Un dramma molto ben descritto, oltre che nelle ricerche storiche accumulatesi nel frattempo, anche nei principali romanzi di Victor Serge9, testimone diretto di quelle tragedie.

Ma indebolita, come afferma Mantovani nelle sue conclusioni, anche da un progressivo diradarsi e da una sconfitta sul campo degli ultimi barlumi rivoluzionari dell’azione proletaria su scala internazionale.

Ciò che all’osservatore odierno può sembrare chiaro, ossia che la parabola della rivoluzione internazionale (e perciò dell’opposizione) era ormai segnata, non poteva esserlo allora per i protagonisti, come mai può esserlo nella storia, a priori.
In realtà tutto dipendeva dal corso che la lotta di classe avrebbe assunto nei mesi e negli anni successivi in Russia, in Europa, in Cina e solo oggi noi sappiamo quale fu lo svolgimento delle cose, e come alla dégringolade del proletariato internazionale, e dunque delle sue élites rivoluzionarie, abbiano contribuito in modo determinante la sconfitta del grande sciopero generale inglese del maggio 1926 e quella della rivoluzione cinese del 1927.
Ai tempi del VII Esecutivo Allargato, che si soffermò lungamente sia sui fatti inglesi sia sulle prospettive della rivoluzione cinese, si riteneva ancora che la situazione britannica fosse promettente dal punto di vista della lotta rivoluzionaria del proletariato, e alle tardive denunce dell’opposizione sul mantenimento del comitato “anglo-russo” (gli oppositori, con la parziale eccezione di Trotsky, non lo avevano all’inizio avversato) mancava (non poteva non mancare) la consapevolezza che si trattava dell’episodio conclusivo delle lotte operaie del dopoguerra europeo. Né maggior consapevolezza – anche per la sostanziale mancanza di informazioni – essa mostrò nel tragico sbocco a cui di lì a pochi mesi avrebbe portato, in Cina, la linea politica Stalin-Bucharin di subordinazione al Kuomintang contro la quale, ancora una volta in ritardo, l’Opposizione Unificata avrebbe invano ripreso vigore e giocato le sue residue carte.
Sarebbe stato – quello cinese – il canto del cigno del ciclo rivoluzionario apertosi con l’Ottobre rosso. Una vittoria in Cina avrebbe sicuramente, come già avvenuto con la Rivoluzione russa, galvanizzato le masse dei lavoratori occidentali e le plebi agrarie dei paesi coloniali. Tutto sarebbe stato rimesso in gioco. Tutto sarà invece definitivamente perduto […] Dopo di allora la storia dell’opposizione – contro la volontà dei suoi stessi protagonisti – si svolgerà al di fuori dell’Internazionale ormai sostanzialmente defunta10.

Successivamente proprio sul piano internazionale, ma non solo, lo stalinismo finì con lo svolgere un ruolo profondamente controrivoluzionario, sia dal punto di vista delle alleanze che della tattica, entrambe determinate dagli interessi nazionali russi. Considerato che, come ancora scrive Mantovani: «le realizzazioni economico-sociali dello stalinismo furono effettivamente rivoluzionarie se valutate col metro di misura delle rivoluzioni borghesi del XVIII e XIX secolo […] Ma lo hanno fatto deformando la dottrina marxista tradizionale da un lato, e ponendo, dall’altro, il partito comunista e l’Internazionale al servizio degli interessi nazionali russi11.

All’epoca, non v’è dubbio alcuno, gran parte della riflessione teorica, anche di parte dell’Opposizione di sinistra più radicale, si basava su una concezione eccessivamente deterministica sia del ruolo del partito che dello sviluppo delle contraddizioni di classe, un fattore che finì col limitare l’azione delle stesse opposizioni sia nei confronti delle strutture politiche di riferimento che delle lotte che si sarebbero poi ancora andate manifestando.

Un determinismo che sembrava, troppo spesso, far derivare le sue formulazioni e principi da una fisica classica che proprio in quei decenni sarebbe stata messa parzialmente in crisi dall’avvento della meccanica quantistica. La prima, per secoli, aveva fornito una visione piuttosto rigida di un universo in cui, date le condizioni iniziali e le loro leggi, il futuro sarebbe già scritto. Un’idea potentissima e rassicurante, ma che escludeva troppe variabili.

Tutto sommato un tema che il vecchio Engels aveva già affrontato in una lettera a Joseph Bloch, scritta il 21 e 22 settembre 1890, in cui si affermava chiaramente che non era certo semplice applicare leggi che, anche quando potevano rappresentare un modello delle dinamiche sociali, certo non dovevano essere meccanicamente applicate ai conflitti di classe e ai cambiamenti che avrebbero potuto derivarne.

Secondo la concezione materialistica della storia la produzione e riproduzione della vita reale è nella storia il momento in ultima istanza determinante. Di più né io né Marx abbiamo mai affermato. Se ora qualcuno distorce quell’affermazione in modo che il momento economico risulti essere l’unico determinante, trasforma quel principio in una frase fatta insignificante, astratta e assurda. La situazione economica è la base, ma i diversi momenti della sovrastruttura – le forme politiche della lotta di classe e i risultati di questa – costituzioni stabilite dalla classe vittoriosa dopo una battaglia vinta, ecc. – le forme giuridiche, anzi persino i riflessi di tutte queste lotte reali nel cervello di coloro che vi prendono parte, le teorie politiche, giuridiche, filosofiche, le visioni religiose ed il loro successivo sviluppo in sistemi dogmatici, esercitano altresì la loro influenza sul decorso delle lotte storiche e in molti casi ne determinano in modo preponderante la forma. È un’azione reciproca di tutti questi momenti, in cui alla fine il movimento economico si impone come fattore necessario attraverso un’enorme quantità di fatti casuali (cioè di cose e di eventi il cui interno nesso è così vago e così poco dimostrabile che noi possiamo fare come se non ci fosse e trascurarlo). In caso contrario, applicare la teoria a un qualsiasi periodo storico sarebbe certo più facile che risolvere una semplice equazione di primo grado.

Soprattutto quando milioni di individui sembrano, nella loro soggettività pur determinata, comportarsi in maniera più vicina al principio di indeterminazione di Heisenberg che a quelli della meccanica classica. Un modo questo per ricordare che la soggettività espressa dai movimenti sociali deriva da un accumulo di elementi e comportamenti che non sempre è possibile prevedere con precisione e, soprattutto, liquidare con superficialità.

Ad esempio, tornando al dibattito prima citato, per quanto riguardava la questione contadina che i tre relatori dell’opposizione sembravano sottovalutare se non eludere con frasi e formule ad effetto (contadiname), in un paese in cui la stragrande maggioranza della popolazione viveva ancora nelle campagne, spesso in condizioni di estrema arretratezza ma anche di gestione comunitaria delle terre.

Questo derivava, molto probabilmente, da una concezione meccanicistica della successione storica delle forme di produzione che lo stesso Marx, dopo averla delineata nei Grundrisse, aveva relegato ad ipotesi valide solo per l’Europa e non per tutti i continenti, Russia compresa, nel corso dei suoi ultimi anni. Cosicché, in una lettera dell’8 marzo 1881 con cui rispondeva a Vera Zasulich, al tempo facente parte del gruppo Emancipazione del lavoro fondato con Plechanov e altri, sul tema del possibile ruolo della comune russa (obščina) nel corso della trasformazione dei rapporti di produzione in Russia, aveva scritto:

L’«inevitabilità storica» di questo corso è dunque espressamente limitata ai paesi dell’Europa occidentale. La ragione di questa limitazione è indicata nel capitolo XXXII: « La proprietà privata, fondata sul lavoro personale… viene soppiantata dalla proprietà privata capitalistica, che si basa sullo sfruttamento del lavoro altrui, sul lavoro salariato».
Nel caso occidentale, quindi, una forma di proprietà privata si trasforma in un’altra forma di proprietà privata. Nel caso dei contadini russi, invece, la loro proprietà comune dovrebbe essere trasformata in proprietà privata.
L’analisi contenuta ne Il Capitale non fornisce quindi argomentazioni né a favore né contro la vitalità della comune russa. Tuttavia, lo studio specifico che ho condotto sull’argomento, compresa la ricerca di fonti originali, mi ha convinto che la comune rappresenta il fulcro della rigenerazione sociale in Russia. Affinché possa funzionare come tale, però, è necessario innanzitutto eliminare le influenze nocive che la assalgono da ogni lato, e solo in seguito garantirle le normali condizioni per uno sviluppo spontaneo.

In una prima bozza della stessa aveva altresì scritto:

Da un punto di vista storico, è stato addotto un solo argomento serio a favore dell’inevitabile dissoluzione della comune contadina russa: si dice che, se si torna indietro nel tempo, un tipo più o meno arcaico di proprietà comune si possa trovare ovunque nell’Europa occidentale. Ma con il progresso della società è ovunque scomparso. Perché dovrebbe sfuggire alla stessa sorte solo in Russia?
La mia risposta è che, grazie alla particolare combinazione di circostanze in Russia, la comune rurale, ancora presente su scala nazionale, può gradualmente scrollarsi di dosso le sue caratteristiche primitive e svilupparsi direttamente come elemento di produzione collettiva su scala nazionale. Proprio perché contemporanea alla produzione capitalistica, la comune rurale può appropriarsi di tutti i suoi successi positivi senza subirne le [terribili] e spaventose vicissitudini. La Russia non vive isolata dal mondo moderno, né è caduta preda, come le Indie Orientali, di una potenza straniera conquistatrice.
Se gli ammiratori russi del sistema capitalistico dovessero negare che un simile sviluppo sia teoricamente possibile, allora vorrei porre loro la seguente domanda: la Russia ha dovuto forse attraversare una lunga fase di incubazione dell’industria meccanica, sul modello occidentale, prima di poter utilizzare macchinari, navi a vapore, ferrovie, ecc.? Che spieghino anche come siano riusciti a introdurre, in un batter d’occhio, tutto quell’apparato di scambio (banche, società di credito, ecc.) che in Occidente ha richiesto secoli di lavoro.
Se, al tempo dell’emancipazione, la comune rurale fosse stata inizialmente posta in condizioni di normale prosperità, se, inoltre, l’enorme debito pubblico, finanziato in gran parte a spese dei contadini, insieme alle ingenti somme che lo Stato (sempre a spese dei contadini) ha stanziato per i “nuovi pilastri della società”, trasformatisi in capitalisti, se tutte queste spese fossero servite all’ulteriore sviluppo della comune rurale, nessuno oggi sognerebbe l'”inevitabilità storica” della sua annientamento. Tutti vedrebbero la comune come un elemento di rigenerazione della società russa e un elemento di superiorità rispetto ai paesi ancora asserviti al regime capitalista.

Come si vede l’ipotesi marxiana è ben lontana da quell’esclusivo dogma dell’industrializzazione che avrebbe comunque caratterizzato il dibattito in seno al partito bolscevico, sia nella sua variante stalinista che in quella dell’Opposizione. Un fatto probabilmente dovuto alla scelta di Plechanov e della stessa Zasulich di non rendere nota la posizione di Marx in seno alla nascente socialdemocrazia per non mettere in crisi la tattica gradualistica di emancipazione della società russa all’epoca elaborata e contro la quale ben presto Lenin, per altre vie e con altre motivazioni, avrebbe lanciato i suoi strali

A ri/scoprire la lettera, insieme alle bozze preparatorie, sarebbe stato nel 1911 David B. Rjazanov che in seguito, dopo essere stato nominato direttore dell’Istituto Marx-Engels fondato successivamente alla rivoluzione in vista della ripubblicazione dei testi dei due padri del socialismo “scientifico”, l’avrebbe resa nota e pubblicata, insieme alle bozze, nel 1926 nel Marx-Engels-Archiv. Mossa che forse Stalin non gli perdonò mai, considerato che lo studioso e storico russo, dopo essere stato allontanato dalla direzione dell’Istituto nel 1931, finì fucilato nel 1938, a sessantotto anni, durante il cosiddetto Grande Terrore.12.

Una riflessione, quella di Marx che, in un’altra parte degli scritti destinati alla Zasulich, si sarebbe allargata anche ad altre forme comunitarie di condivisione delle terre e dei beni:

Nel leggere le storie delle comunità primitive, scritte da borghesi, bisogna stare in guardia. Essi non indietreggiano «dinanzi a nulla» neppure dinanzi ai fatti. Sir Henry Maine, per esempio, che fu un ardente collaboratore del governo inglese nell’opera di violenta distruzione delle comunità indiane, ci racconta ipocritamente che “tutti i nobili sforzi da parte dl governo per sostenere queste comunità fallirono contro la forza spontanea delle leggi economiche!”. E sottolineava ancora che: ”nessuno – eccetto Sir H. Maine e altra gente della stessa risma – ignora che laggiù la soppressione della proprietà comunitaria del suolo fu solo un atto di vandalismo inglese, che spinse il popolo indigeno non avanti, bensì indietro13.

Tutte riflessioni che avrebbero dovuto rendere più prudente non solo Stalin, artefice indiscusso del violento processo di industrializzazione dell’URSS, ma anche i membri dell’Opposizione, accecati invece da una concezione estremamente schematica dei rapporti sociali di produzione e della loro evoluzione. Mentre, troppe volte, è stato taciuto a proposito di Lenin il fatto che nella parte finale della sua vita, mentre si scatenava la lotta intorno al suo presunto testamento14, avesse cercato di indirizzare il partito verso una più prudente linea di costruzione del socialismo.

Quel che ci interessa non è l’ineluttabilità della vittoria del socialismo. Ci interessa la tattica cui dobbiamo attenerci noi, Partito comunista russo [perché] anche noi non abbiamo un grado sufficiente di civiltà per passare direttamente al socialismo pur essendoci da noi le premesse politiche. Dobbiamo […] attuare per la nostra salvezza la politica seguente. Dobbiamo ridurre il nostro apparato statale in modo da fare la massima economia. Dobbiamo eliminare ogni traccia di quello che la Russia zarista e il suo apparato burocratico e capitalistico ha lasciato in così larga misura in eredità al nostro apparato15.

Cosa avrebbe fatto l’Opposizione al governo non è dato sapere perché la Storia non si fa con i se, ma non fu certo Stalin, che già aveva suscitato allarme nel leader bolscevico a causa del suo sciovinismo (nazionalismo) grande russo nei confronti dei popoli da annettere alla federazione sovietica, a seguire le indicazione Vladimir Ilich.

Certo è che la campagna di industrializzazione e collettivizzazione forzata delle terre degli anni successivi avrebbe visto idealmente affiancati i ribelli contadini e gli operai in rivolta nelle fabbriche in cui lo stachanovismo imponeva ritmi di lavoro assurdi e misure repressive eccezionali. Tutti, contadini ed operai, destinati a cadere a decine di migliaia, vittime spesso senza nome di un programma forzato di ammodernamento che più che realizzare il socialismo avrebbe contribuito a dar vita ad un capitalismo di stato neppure troppo efficiente16.

N.B.
Su tutto questo, che richiederebbe altre innumerevoli pagine destinate a dimostrare che la lotta di classe non può mai morire proprio a causa delle contraddizioni create dal modo di produzione capitalistico, sotto qualsiasi bandiera esso si presenti, e non per aprioristica volontà di un partito, potrebbe rivelarsi utile la consultazione dei seguenti testi: D. Montaldi, Saggio sulla politica comunista in Italia (1919-1970), Edizioni quaderni piacentini, Piacenza 1976; A. Graziosi, Stato e industria in Unione Sovietica (1917-1953), Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1993; F. Benvenuti, Fuoco sui sabotatori! Stachanovismo e organizzazione industriale in URSS 1934-1938, Valerio Levi Editore, Roma 1988; L. Viola, Stalin e i ribelli contadini, Rubbettino Editore, Catanzaro 2000. Mentre per l’uso del “terrore“ durante la guerra civile si consiglia la lettura dello splendido La scheggia. Racconto su lei e ancora su lei (a cura di Serena Vitale, Adelphi 1990) di Vladimir Zazubrin, in cui “lei” è la rivoluzione colta nel suo massimo grado di violenza. Motivo per cui il romanzo breve o racconto lungo, scritto nel 1923, venne censurato, rimosso e defalcato insieme all’autore dalla storia ufficiale della letteratura russa e pubblicato in Russia soltanto nel 1989, quando il suo autore fu riabilitato, molti anni dopo la morte, avvenuta il 6 dicembre 1938 sull’onda delle grandi purghe staliniane.


  1. G. Giusti, Prefazione a A. Mantovani, Lo scontro sul “Socialismo in un Paese solo” al VII esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista. Dicembre 1926 – Gennaio 1927, collana «Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria» vol. 7, Associazione Eguaglianza e Solidarietà 2026, p. 23.  

  2. Affermazione che secondo Engels, in una lettera indirizzata a Bernstein il 2/3 novembre 1882, Marx avrebbe usato con Lafargue per prendere le distanze dal gruppo francese dei cosiddetti “collettivisti” di cui facevano parte lo stesso Lafargue, genero di Marx, e Guesde: «ce qu’il a de certain c’est que moi, je ne suis pas marxiste» [quel che è certo è che io non sono marxista]” .  

  3. Si veda: M. Calusio, Nota all’edizione italiana di L. Jurgenson (a cura di), Lettere al boia. Scrivere a Stalin, RCS Libri, Milano 2011, pp. 8-9.  

  4. Si veda quanto scritto in proposito nell’editoriale del n° 3 di «Limes» del 2026:

    Da studiare in quanto arma di legittimazione agitata da attori interessati a spacciare per ecumenici gli interessi propri. Questo abracadabra manca del carattere primo di qualsiasi sistema legale: l’applicazione uniforme e consensuale. […] Ma dove? In nessun luogo, da nessuna parte. Si pretende universale mentre è apolide. A disposizione di qualsiasi passante pronto a travestirsi da portavoce della civiltà. Spendibile in ogni contesto, quindi falso dappertutto […] Tradotto: gli attori aderiscono ai flessibili principi del «diritto internazionale» finché coincidono con i propri interessi. ( Bussando alla porta dell’Inferno in In trappola, «Limes» n° 3 /2026, pp. 28-29.)

     

  5. G. Giusti, Prefazione a A. Mantovani, op. cit., p. 25.  

  6. «La Correspondance internationale» n. 12, 25 gennaio 1927, p. 155 ora in A. Mantovani, Premessa a Lo scontro sul «Socialismo in un Paese solo» al VII esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista, dicembre 1926 -gennaio 1927, op. cit., pp. 39-40.  

  7. «La Correspondance internationale» n. 4, 10 gennaio 1927, p. 67 ora in A. Mantovani, op. cit., pp. 36-37.  

  8. «La Correspondance internationale» n. 6, 14 gennaio 1927, p. 86, ora in A. Mantovani, op. cit., pp. 38-39.  

  9. Di Victor Serge si vedano, almeno: Anni spietati, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1974; E’ mezzanotte del secolo, Edizioni e/o, Roma 1980 (ed. originale 1939) e Il caso Tulaev, Casa editrice Valentino Bompiani & C., Milano 1952.  

  10. A. Mantovani, op. cit., pp. 98-99.  

  11. Ivi, p. 100.  

  12. Sull’intera faccenda si veda il documentatissimo testo di E. Cinnella, L’altro Marx, Della Porta Editori, Pisa – Cagliari 2014.  

  13. Cit. in E. Cinnella, op. cit, p. 162.  

  14. Si veda in proposito: M. Lewin, L’ultima battaglia di Lenin, Giuseppe Laterza & Figli, Bari 1969, e L. Canfora, Il testamento di Lenin. Storia segreta di una lettera non spedita, RCS, MIlano 2025.  

  15. Lenin, Meglio meno, ma meglio, «Pravda», 4 marzo 1923; ora in M. Lewin, op. cit., pp. 188-189.  

  16. Si veda a proposito di questa definizione del sistema sovietico: A. Bordiga, Struttura economica e sociale della Russia d’oggi, edizioni il programma comunista, Milano 1976.  

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Lavoratore dipendente https://www.carmillaonline.com/2026/05/26/lavoratore-dipendente/ Tue, 26 May 2026 20:00:47 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94120 di Camillo Acquilino

Il lavoro è stato un mio compagno di vita fin da quando ero giovanissimo. La mia famiglia, insieme a quella dei nonni e degli zii contadini, nell’educazione di noi bambini poneva la capacità operativa e la disposizione al lavoro come obiettivi primari. Si era premiati con la riconoscenza al termine dei piccoli servizi prestati ai grandi, ma si veniva elogiati soprattutto quando il servizio era svolto senza una richiesta esplicita: “Questu figgeu u vedde u lòu” sottintendendo ovviamente che non lo rifugge. Durante le vacanze scolastiche collaboravamo in modo naturale, acquisendo senso pratico, manualità e un senso di appartenenza [...]]]> di Camillo Acquilino

Il lavoro è stato un mio compagno di vita fin da quando ero giovanissimo. La mia famiglia, insieme a quella dei nonni e degli zii contadini, nell’educazione di noi bambini poneva la capacità operativa e la disposizione al lavoro come obiettivi primari. Si era premiati con la riconoscenza al termine dei piccoli servizi prestati ai grandi, ma si veniva elogiati soprattutto quando il servizio era svolto senza una richiesta esplicita: “Questu figgeu u vedde u lòu” sottintendendo ovviamente che non lo rifugge. Durante le vacanze scolastiche collaboravamo in modo naturale, acquisendo senso pratico, manualità e un senso di appartenenza alla comunità. Senza saperlo, vivevamo in modo coerente con l’articolo 4 della Costituzione.

Il mio ciclo di studi si è concluso con l’acquisizione della maturità tecnica nel 1976. Il Civico Istituto Tecnico Industriale che avevo frequentato passava per una scuola molto impegnativa, anche per via degli orari che già si avvicinavano a quelli delle industrie verso le quali eravamo destinati. All’esame finale adottai alcune scelte personali:

  • Scelsi, per la prova orale, le materie considerate più impegnative: Teoria delle Macchine e Tecnologia Meccanica, argomento vastissimo. Così mi collocavo nella posizione meno favorevole e non dovevo temere il peggio;
  • Dopo la prova scritta, in attesa dell’orale, passai alcuni giorni sulla collina “a Michea”, versante “Palìn”, con uno dei primi decespugliatori arrivati in zona, una tanica di miscela e un bottiglione di bianco “du Tunn-a”: uno per il suo funzionamento, l’altro per il mio. Credo di essere stato l’ultimo a tagliare il fieno in quel prato, nel 1976. Oggi quel versante si presenta come un bosco di alberi di alto fusto;
  • Subito prima del colloquio finale mi sono offerto un bicchierino di Marsala secco.

Il risultato di questa strategia è stato un 51/60, che per il CITI G. Galilei di allora non era niente male.

Ho seguito tutto il ciclo scolastico con il mio gemello Gigi e, giunti alla maturità, contavamo ancora su un’estate di vacanza, operativa come lo erano state le precedenti, prima di intraprendere il servizio militare obbligatorio. Però, non senza un certo imbarazzo, i miei ci hanno accennato di un’officina che cercava proprio l’aiuto di un paio di disegnatori meccanici. Avrebbero contato sul nostro aiuto fino alla partenza per il militare, riconoscendoci 250.000 lire al mese, 125.000 a testa, di stipendio. Abbiamo accettato, ovviamente, ma io ricordo ancora il brivido lungo la schiena che mi ha colto pensando che sarebbe incominciata una stagione lavorativa che avrebbe caratterizzato la maggior parte della mia vita. Era fine luglio 1976 e, salvo il periodo del servizio militare, ho lavorato con contratti ininterrotti fino al 30 aprile 2019.

Il mio primo lavoro “vero” è iniziato nella primavera del 1977 con un contratto di borsa di studio presso un centro di ricerca in campo navale. Quell’ambiente mi colpì profondamente per la sua natura specialistica, per procedure operative ancora largamente manuali e per i molti lavoratori anziani che vi operavano come consulenti specialisti in quanto avevano vissuto in precedenza la grandezza postbellica dei cantieri navali italiani. Giovane perito industriale meccanico, inesperto, mi trovavo a dover imparare velocemente il mestiere del costruttore navale, non senza provare il disagio di non sapere nulla delle navi pur essendo un genovese. Per mia fortuna il mio “gemello” di assunzione era un costruttore navale vero, e quella non era la sua sola autenticità. Lorenzo era competente, paziente e generoso nel trasmettere ciò che sapeva. Il nostro intervallo quotidiano prevedeva la rinuncia al pasto in mensa, per un giro cittadino con la sua motocicletta e la visita alla Cantina del chianti in Via Frugoni o all’oste Mauro, quello dell’Asinello, in Canneto il Lungo. A quell’epoca coltivavo una passione intensa per l’alpinismo e spesso iniziavo la settimana di lavoro stanco e teso per le arrampicate del fine settimana; ero intrattabile, ma non per lui. Mi dispiace esserci persi di vista dopo che ho cambiato lavoro nel 1982 e posso solo consolarmi per il fatto che ancora oggi guido quella stessa motocicletta, che avevo acquistato da Lorenzo nel 1979.

Il banco da disegno navale ha un piano orizzontale di circa uno per quattro metri. Uno strumento di queste dimensioni non consente uffici piccoli: richiede una sala disegno. Quindi i disegnatori navali lavoravano necessariamente in spazi condivisi, molto prima che l’espressione “open space” entrasse nel lessico aziendale. La collocazione in un’unica sala di tutte le postazioni che sviluppavano le varie specialità di un solo progetto rendeva l’ambiente di lavoro vivace e continuo nel confronto. Con Lorenzo, sotto la guida teorica del carenista Doria e quella pratica dei disegnatori Taccini e Parodi, due disegnatori consulenti già in pensione che all’inizio della giornata indossavano un grembiule leggero per proteggere dall’usura i calzoni quando dovevano appoggiarsi al banco di lavoro e, per lo stesso motivo, indossavano anche dei manicotti sopra la camicia, ci occupavamo dell’aspetto idrodinamico del progetto. L’istruzione avveniva quasi interamente in dialetto genovese. Gli strumenti principali per il disegno della carena erano i “ciungi”, pesi in piombo sagomati che bloccavano le aste flessibili sul piano di costruzione, il reticolo delle sezioni nei tre piani della forma. Era l’uso dei “ciungi” che richiedeva un piano orizzontale.

Le aste flessibili fermate dai piombi erano costruite in legno da un falegname che aveva il laboratorio presso la Villa Giustiniani Cambiaso di Albaro, allora sede della facoltà di Ingegneria Navale di Genova. Le “linee d’aegua” si rastremavano verso un’estremità, così da favorire l’avvio delle linee verso la chiusura di poppa o verso il dritto di prua. Una versione più robusta di queste aste flessibili era “a cua de rattu”. Esistevano anche aste spesse alle estremità e sottili al centro, necessarie per tracciare “a sessiùn mestra”. Le più sottili erano costruite con il legno di bosso (büsciu). Un piano di costruzione richiedeva settimane: partendo da una bozza delle sezioni trasversali, occorreva far coincidere tutti i punti d’incontro delle sezioni orizzontali e longitudinali.
Si raccontava che nei cantieri Ansaldo alcuni disegnatori, pur avendo lavorato insieme per tutta la vita, continuassero a darsi del “vu scia”.
“Vu scià cusse scia ne dixe? A va ben questa linea d’aegua?”, “Scia l’agge pasienza, ma a me pà in po troppu süssà”. (troppo succhiata, nel senso di troppo fine in chiusura). E ancora più impegnativo, a mio parere, era il disegno delle eliche.

Fra i colleghi giovani ve ne erano due, nelle postazioni di lavoro davanti alla mia, che si occupavano della schematizzazione delle strutture navali in elementi finiti, da valutare con il programma di calcolo Nastran, sviluppato dalla NASA. Un livornese di mezza età era specializzato nella sistemazione dell’apparato motore. Aveva un portamento elegante, ma a volte giocava ad essere irrispettoso verso i più anziani sostituendosi a loro nella funzione di mentore di noi giovani. Da lui ho imparato l’imprecazione “bù di hulo” che fino ad allora non avevo mai sentito. Lo specialista della struttura della nave era riconosciuto come molto valente, ma spesso era preso di mira per la sua avarizia. Sul suo banco, assieme ai disegni strutturali della “sessiùn mestra” abitavano i tomi dei vari registri di classificazione; RINA, ma anche Det Norske Veritas, American Bureau of Shipping, Bureau Veritas, Lloyd Register.

Ultimo componente operativo era il disegnatore dei Piani Generali, la mappa dell’imbarcazione. Era un uomo di Sestri Ponente, di indole socialista, non particolarmente apprezzato dalla direzione. I Piani Generali sono dei disegni complessi e di sintesi e il signor Cavalli era davvero bravo nel suo lavoro. Per mitigare la sua posizione a volte difficile, alcuni colleghi lo avevano coinvolto per la predisposizione di uno schizzo a matita che serviva urgentemente al Direttore, impegnato in una importante riunione. Quando il prodotto, terminato in tempi brevi, è stato consegnato al Direttore, questi è subito esploso con rabbia: “Avevo detto a matita, non a china”. “Ma, Signor Direttore, è a matita”.

La nostra attività era anche rivolta alla valutazione della geometria della nave, anche con l’uso di planimetri, dei calcoli di stabilità, di valutazione delle prove in vasca navale e delle prove di navigabilità in mare. Per tutti questi lavori nella sala disegno avevamo un calcolatore Olivetti Programma 101, ma gli anziani usavano ancora alcune calcolatrici meccaniche, e nel centro c’era un calcolatore elettronico IBM e altri, con input dati a schede, dischi rigidi amovibili di grosse dimensioni, stampante a modulo continuo grande come una lavatrice.

I giri del tavolo

Valter, dopo aver letto il mio ultimo post, con tono di rimprovero scherzoso, mi ha detto: “Però non l’hai raccontata tutta; non hai detto dei giri del tavolo.”

È vero. Aggiungo però che è stato solo per un vuoto di memoria. Non era mia intenzione mascherare situazioni che possono incrinare l’immagine degli assidui giovani lavoratori che forse ho descritto con troppa enfasi.

La smania per l’arrampicata mi dominava dopo che avevo frequentato un corso di alpinismo nel 1980. Avevo anche detto che con il mio collega di lavoro Lorenzo, a piedi o in moto, giravamo per il centro di Genova durante la pausa pranzo, invece che andare in mensa. A proposito della moto, devo aggiungere che allora l’obbligo del casco non vigeva ancora.

Un episodio che può dare la misura della mia fissazione per l’arrampicata riguarda una volta che, in uno dei giri con Lorenzo, mi trovavo in Piazza de Ferrari dal lato del Teatro Carlo Felice. Passò di lì in Vespa Marco, uno dei miei più assidui compagni di cordata, ed essendo senza casco poté richiamare la nostra attenzione gridando: “Camilluu!”. Proseguì poi la sua corsa girando attorno alla vasca che ancora si trovava al centro della piazza, così da urlarmi, in un secondo passaggio davanti a noi: “Existe anche a patatta!”.

In effetti il fuoco sacro che mi animava allora era di fatto incompatibile con implicazioni amorose.

Il luogo dove lavoravo aveva un lungo corridoio in testa al quale, sul lato sud, c’era la postazione del dirigente, mentre, sulla destra dell’altra estremità, c’era la sala disegno, con di fronte il deposito della cancelleria. Anche questo locale aveva delle caratteristiche specifiche per il disegno navale. Al suo centro c’era un tavolo che serviva a tagliare, dai rotoli di fornitura, i grandi fogli di carta lucida sui quali disegnavamo. Il ripiano di quel mobile appoggiava su solide gambe ed era largo almeno un metro e mezzo. I bordi laterali erano fasciati da una banda metallica che facilitava il taglio dei fogli. Mi capitò di vedere in quel mobile un attrezzo da allenamento, perché la parte inferiore del piano, posizionata a poco più di un metro da terra, sembrava un tetto da superare in arrampicata. Quel modo di vedere le cose mi aveva già permesso di individuare come arrampicabili tanti manufatti, soprattutto nell’ottica del sassista. Ad esempio, passando da Orco per uno o più bicchieri del nostralino della Toppia, dopo una giornata di arrampicata in quell’area del finalese, non mancavo ancora di provare un passaggio di arrampicata che prevedeva di ristabilirsi in piedi sul lastrone che fascia la base del campanile, senza approfittare dell’aiuto dello spigolo del campanile stesso. Eravamo in tanti ad avere un approccio di quel genere; nel 1982 era stato pubblicato “Sassismo, spazio per la fantasia”, considerato una pietra miliare del bouldering (che all’epoca in Italia veniva appunto chiamato “sassismo”), dove Gian Carlo Grassi esponeva un censimento maniacale di tanti massi sui quali@ si poteva sviluppare un gesto di arrampicata. A Genova molti arrampicavano già sui muri verticali del “tritagalüsci” di Punta Vagno.

Generalmente, in una pausa di lavoro autogestita nel primo pomeriggio, incitato dai miei giovani colleghi iniziai a usare quel tavolo per i miei acrobatici allenamenti. Partendo dal piano superiore, mi lasciavo scivolare al di sotto di uno dei bordi laterali, attraversavo la faccia inferiore per ristabilirmi poi nuovamente sul piano superiore salendo dall’altro lato. Tutto questo senza toccare a terra e avendo a disposizione la sola presa dei due bordi, resi taglienti dalla banda metallica di rivestimento.

Eseguivo quella traversata in tre versioni che avevano difficoltà crescenti. Il passaggio più agevole era quello che chiamavo laterale, con il mio corpo in asse con i bordi del tavolo. C’era poi quello longitudinale, con la testa in avanti e quello longitudinale con piedi in avanti, il più difficile perché richiedeva di uscire da sotto il tavolo con una posizione a candela e ribaltamento del corpo sul piano del tavolo. La tecnica dei tre passaggi richiedeva la forza fisica necessaria a rimanere appeso sotto il tetto senza toccare a terra, ma il segreto del successo stava nella gestione del trasferimento “dolce” del proprio baricentro da un bordo all’altro, giocando anche con gli agganci dei piedi. Era proprio questa necessità tecnica ad avvicinare questa prestazione indoor all’arrampicata su roccia strapiombante.

Un giorno è successo che un giovane ingegnere, prestante e sicuro di sé, volesse provare il passaggio laterale. Con la sua forza è riuscito a rimanere appeso sotto con mano e piedi destri appigliati a un bordo e quelli sinistri all’altro. Non riusciva però a gestire il trasferimento del baricentro verso il bordo di uscita e, dopo un po’ di tentativi, ha chiesto il mio aiuto: “Camillo, sono nella merda”. Non ha però ottenuto la mia risposta, anzi, ha forse percepito il silenzio improvviso di tutti i presenti. Da sotto il tavolo poté solo vedere le scarpe e i calzoni del dirigente che ha intimato: “Scendi giù di lì!” e lui: “Sono proprio nella merda”.

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Sport e dintorni – Il Neocalcio: data analytics, videogamificazione, squadre in borsa e giocatori in pigiama https://www.carmillaonline.com/2026/05/25/sport-e-dintorni-il-neocalcio-data-analytics-videogamificazione-squadre-in-borsa-e-giocatori-in-pigiama/ Mon, 25 May 2026 20:00:39 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94803 di Gioacchino Toni

Bruno Bartolozzi, Enrico Currò, Il Neocalcio. Storia, filosofia e cronaca tra stadi, finanza e social network, Rogas, Roma, 2026, pp. 190, € 17,70

Non appena il gioco del calcio ha abbandonato lo spirito ludico-sportivo dilettantistico delle origini, assumendo una dimensione di massa, ha rivelato il suo potenziale economico ed è risultato appetibile alle mire della politica trasformandosi in un organismo complesso che, al di là delle sue specificità, ha inevitabilmente finito per assoggettarsi alle trasformazioni che hanno investito la società contemporanea indirizzandosi, in linea con la le logiche neoliberiste, ad assecondare i processi di commercializzazione, finanziarizzazione e spettacolarizzazione che [...]]]> di Gioacchino Toni

Bruno Bartolozzi, Enrico Currò, Il Neocalcio. Storia, filosofia e cronaca tra stadi, finanza e social network, Rogas, Roma, 2026, pp. 190, € 17,70

Non appena il gioco del calcio ha abbandonato lo spirito ludico-sportivo dilettantistico delle origini, assumendo una dimensione di massa, ha rivelato il suo potenziale economico ed è risultato appetibile alle mire della politica trasformandosi in un organismo complesso che, al di là delle sue specificità, ha inevitabilmente finito per assoggettarsi alle trasformazioni che hanno investito la società contemporanea indirizzandosi, in linea con la le logiche neoliberiste, ad assecondare i processi di commercializzazione, finanziarizzazione e spettacolarizzazione che hanno via via subordinato la dimensione sportiva e agonistica a quella finanziaria.

A modificare profondamente il gioco del calcio è stato anche il suo inevitabile rapportarsi ai mezzi di comunicazione di massa, dalla radio alla televisione sino al web, che hanno modificato tanto la sua pratica, indirizzandola verso una maggiore spettacolarizzazione – coadiuvata da cronache mediatiche che hanno prontamente adeguato il registro retorico in funzione di ciò –, quanto la sua fruizione. Si pensi, ad esempio, a come l’introduzione della moviola nei programmi televisivi abbia modificato non solo la modalità di fruizione di questo sport, ma anche lo stesso gioco, piegandolo alla visione tecnologica che ha finito per “entrare in campo” attraverso il Video Assistant Referee (VAR) che trasforma l’immagine televisiva da testimone attendibile di ciò che è avvenuto sul campo in un concreto attore dell’avvenimento agonistico che incide in maniera rilevante sulle scelte arbitrali.

La presenza degli schermi giganti sui campi di calcio, nel loro duplicare l’evento in versione ingrandita attraverso le immagini, ha modificato non solo la visione della partita da parte dei telespettatori e del pubblico presente sugli spalti, ma anche gli atteggiamenti dei calciatori che al termine di ogni azione tendono a rivolgervi lo sguardo sapendo di essere inquadrati, dunque atteggiandosi di conseguenza. Allo stadio la visione della partita è, inoltre, spesso filtrata dagli smartphone puntati sui protagonisti o utilizzati per procurarsi contenuti aggiuntivi (ripetizione delle azioni appena concluse, immagini dagli altri campi…) e per ottenere una sorta di “testimonianza” di partecipazione “diretta” all’evento. L’universo dei social network ha poi modificato la visione e la narrazione degli eventi sportivi creando inedite modalità di protagonismo virtuale per i tifosi e per gli stessi giocatori. È evidente quanto il pubblico, il tifo organizzato, i calciatori, gli allenatori e i dirigenti ormai vivano la partita – dilatata a dismisura dai media – costantemente “in favore di telecamera” in ossequio alla tendenza alla “vetrinizzazione” contemporanea.

L’incidenza delle sponsorizzazioni e del merchandising hanno impattato in maniera rilevante anche sul logo e sulle divise dei club, introducendo colorazioni e grafiche improponibili, in alcuni casi rasentanti il ridicolo nel loro rifarsi più ai piagami o alle divise da commessi di centri commerciali che non alle tradizionali tenute da calcio. Si tende così a spezzare la linea di continuità della storia dei club i cui simboli e colori meriterebbero di essere preservati e tutelati come “bene comune”, vero e proprio patrimonio storico-identitario delle comunità di tifosi. Tutto ciò riflette la graduale trasformazione dell’appassionato o del tifoso in utente tenuto a consumare intrattenimento anziché vivere emotivamente il gioco.

Per quanto già a partire dalla metà del secolo scorso il calcio si sia allontanato sempre più dai suoi connotati sportivi originari, sostengono Bruno Bartolozzi ed Enrico Currò nel volume Il Neocalcio (Rogas 2026), è soprattutto a partire dagli anni Dieci del nuovo millennio che tale sport ha subito un vero e proprio cambio di paradigma traforandosi nella sua stessa riproduzione. La mutazione in Neocalcio ha sostituito alle liturgie proprie di un rito sacralizzato dalla passione popolare i canoni della civiltà tecnologica, dell’interconnessione globale, dell’individualismo assoluto, del capitalismo finanziario e della datificazione digitale.

Ad aprire il volume dei due autori sono alcune considerazioni sul mondo del pallone e sulla società di cui questo è parte dell’ex calciatore brasiliano Walter Casagrande, passato dai campi italiani indossando le maglie dell’Ascoli e del Torino, noto per aver fondato insieme a Socrates e Wladimir, la Democrazia Corinthiana, esperienza politico-sportiva di gestione collettivista della squadra del Corinthians di San Paolo durante l’ultimo scorcio della dittatura militare brasiliana. Nel testimoniare un calcio in cui le scelte dettate dalla passione per il gioco e dalla volontà agire e pensare collettivamente nello sport, come nella società, potevano ancora avere la meglio rispetto a quelle dettate dal conto in banca e dalla fama individuale, le parole di Casagrande testimoniano come tutto sia davvero cambiato, come le competizioni sportive si siano adeguate all’imperativo del successo individuale a ogni costo e con ogni mezzo necessario, leale o sleale che sia.

In questo quadro il fine non è solo la vittoria in classifica. Il successo è un riconoscimento che Dio mostra a chi lo ottiene, un po’ come per Max Weber (1864-1920) la disciplina e la operosità erano un segno della Grazia ultraterrena. Vincere è l’epifania della propria virtù. E questo si è riverberato in tutti i campi. […] Un uomo, un collettivo, un’azienda, una squadra valgono solo se conquistano un titolo, ovvero la ricchezza o il predominio sociale o la legittimità delle rappresentazioni di relazione e valoriali. […] Il graduale allineamento dello sport ai modi di produzione ha fabbricato un’idea di mondo che istituzionalizza ovunque il diritto del più forte. […] Nello sport tutto è stato più evidente perché l’agonismo, diventato apparato e ordinamento, si è rivelato più funzionale a propagandare il nuovo sentire capitalistico, quello della fine della storia, proposto dallo statunitense Francis Fukuyama [che] parlava di una edificazione dell’ultimo uomo, il quale si era liberato, “finalmente”, dalle ambizioni ugualitarie del socialismo o dai valori delle altre ideologie (pp. 15-16).

Il linguaggio sportivo si è adeguato all’idea di questo “uomo nuovo” che si rapporta in maniera mutata con il mondo e con il proprio corpo  all’interno di una forma tecnologica votata al consumo. «Un fatto sportivo è fruito davanti a un tablet o a una TV, si guarda un pezzo di partita (tra uno spot pubblicitario e un altro o dentro un flusso continuo di messaggi) per poi passare a consumare un altro trancio di evento, magari su suggerimento di algoritmi che interpretano e sostituiscono i nostri desideri. Ci si immerge in ambienti social o di contesto gaming dove si affievoliscono i contorni dell’evento» (p. 17).

Il filtro tecnologico-mediatico ha creato un nuovo soggetto e una nuova modalità di fruizione dello sport offrendo al capitale la possibilità di smembrare e sfruttare il fatto sportivo rispetto a quell’unità originaria che, tra mille contraddizioni, era rimasta in equilibrio fra epica, pedagogia ed estasi. L’attuale fruitore mediatico dello sport viene indotto a confrontarsi con un gesto particolare separato dal suo contesto all’interno di continuum di immagini digitali ri-mediate da un mezzo all’altro che, anziché riflettere ciò che è avvenuto, in linea con i meccanismi predittivi dell’attuale economia, provvedono a plasmare una nuova realtà. La stessa Fifa non si limita più a organizzare il calcio come in passato, ma, sottolineano Bartolozzi e Currò, lo sta rimodellando imponendo una nuova visione del mondo. Non si tratta semplicemente di una “visione aumentata” del gioco, ma di una sua trasformazione in intrattenimento spettacolare. «Si vogliono imporre nuovi criteri estetici cosmopoliti, nati e sviluppati negli Stati Uniti, in base ai quali sport e intrattenimento sviluppano le proprie produzioni» (p. 22).

Ridotto ad una serie di unità minime, di frammenti decontestualizzati dall’evento sportivo complessivo, il calcio mediatizzato fornisce al Neocalcio una nuova semiotica sportiva caratterizzata, come detto, da nuove modalità di fruizione. «Il tifoso-cliente, nel sistema produttivo dell’intrattenimento, dovrà ricevere poche spiegazioni, dovrà discutere il meno possibile, applaudire e comprare (abbonamenti pay per view, oggetti di merchandising…) (p. 31). La modalità mediatica di derivazione videoludica di fruizione dello sport, esattamente come accade in altri contesti dell’intrattenimento, si è fatta sempre più individuale, una fruizione non più collettiva che si svolge all’insegna della solitudine digitale con tanto di pressanti inviti a prendere parte al business delle scommesse online. Dalle sponsorizzazione sulle magliette dei calciatori, agli inserti pubblicitari, all’esibizione delle quote proposte dai diversi operatori, anziché trasmettere l’amore per il gioco del calcio i media finiscono per fomentare comportamenti ludopatici malcelati da ipocriti inviti alla “moderazione”.

Nell’era del Neocalcio, sottolineano gli autori, «il tifoso soppiantato dalla figura del cliente viene oggi tracciato attraverso i big data, che ne censiscono le simpatie calcistiche, i gusti, gli spostamenti e li trasmettono ai club stessi e alle aziende di articoli sportivi. Il fatturato delle grandi squadre di calcio è condizionato da questa catalogazione globale degli appassionati. La gara è a chi si accaparra più clienti» (p. 140). Per i grandi club esiste un campionato parallelo a quello che si gioca sui campi e che riempie gli stadi, è un campionato assai redditizio in cui ci si contendono i tifosi-social ricorrendo all’intelligenza artificiale, un campionato in cui il Real Madrid è giunto, nel 2025, ad avere 500 milioni di follower sulle diverse piattaforme online.

Il calcio dell’era globalizzata ha provveduto non solo ad omogenizzare gli stili di gioco e le differenze culturali, ma anche a cancellare la dimensione popolare degli impianti di gioco imponendo stadi-nonluoghi per un pubblico di clienti e turisti. Le manifestazioni sportive internazionali organizzate in maniera faraonica, grottesca e decontestualizzata in Medio Oriente non sono che l’aspetto più evidente di un indirizzo intrapreso anche dai Paesi occidentali.

Il Neocalcio, sottolineano gli autori, richiede la sostituzione dell’identità e della spontaneità dei tifosi con le regole dello show business, e una marcata verticalizzazione dei rapporti che si vivono anche dentro lo stadio. Lo stesso tifo organizzato è stato investito da fenomeni verticistici sempre più smaccati e, non di rado, messo a profitto nell’ambito di un’economia illegale che condivide con la variante legale logiche e finalità. Nelle curve, ove non è potuto arrivare il business legale delle società, in svariati casi, soprattutto nei club delle grandi città, alla messa a profitto ha provveduto la criminalità organizzata.

La stessa politica non ha mancato di sfruttate il seguito popolare del calcio a proprio vantaggio; basti pensare agli esempi eclatanti di sfruttamento politico dello sport che in Italia si palesano, oltre che nel corso del ventennio fascista, nei casi degli anni Cinquanta del secolo scorso dell’armatore Achille Lauro alla presidenza del Napoli calcio, che frutta il suo ruolo dirigenziale per finalità elettorali, o dell’ingerenza di Giulio Andreotti nell’ambito della chiusura delle frontiere ai calciatori non italiani e negli anni Ottanta, nelle forzature di alcuni politici, sia locali che nazionali, per le controverse ammissioni al campionato di campioni stranieri come Zico all’Udinese della Zanussi e di Cerezo nella Roma di Dino Viola, impegnato direttamente in politica, oltre che, nel decennio successivo, nel caso del Milan di Silvio Berlusconi in cui diversi calciatori di primo piano si sono persino prestati a fare da testimonial dell’entrata in politica dell’imprenditore brianzolo. A livello internazionale occorre poi ricordare i casi di sfruttamento politico del mondo ultras nel conflitto fratricida degli anni Novanta nella ex-Jugoslavia.

La spinta neoliberista al laissez faire, sottolineano gli autori, ha espulso «le rappresentanze e i relativi bisogni cresciuti socialmente o territorialmente, dalle programmazioni economiche lasciate in balìa delle logiche del business» (p. 41). In un tale contesto «le relazioni, a ogni livello, non sono più basate sul riconoscimento o sulla competizione, dentro sfide dettate da regole di accesso e garanzie per tutti. Sono determinate solo dall’appartenenza ad un unico mercato globale in cui si può soltanto scegliere se stare dalla parte di chi comanda (e competere ma sottostando ai diktat del più forte) o schierarsi fra chi si oppone e pagarne più dure conseguenze» (p. 41).

Divenuto un’articolazione del mondo degli affari e della geopolitica, nello sport a rafforzarsi sono soltanto quelle strutture capaci di «fare cartello con gli oligopoli delle grandi corporations, degli Stati organizzatori delle manifestazioni, delle confederazioni, dei portatori di interesse mondiali, dei network e dei media, degli sponsor» (p. 41) in una lotta senza quartiere. In un tale contesto, il risultato sportivo è stato del tutto subordinato alle speculazioni finanziarie dei fondi di investimento che stanno accaparrandosi uno ad uno i club calcistici. «Chi investe in una grande squadra di calcio lo fa scommettendo sulle potenzialità del settore e sulla sua popolarità nel sistema economico interconnesso. La vittoria è un sovrappiù» (p. 85). Alla luce di ciò, era inevitabile che gli enti del governo calcistico mondiale ed europeo del calcio (Fifa e Uefa) impattassero con la volontà dei club più potenti di emanciparsi da quelli minori, come dimostra il progetto della Superlega che, per quanto bloccato sul nascere, ha comunque comportato una riorganizzazione delle coppe europee per club in tal senso.

La storia concettuale dello sport ha un inizio olimpico e uno sviluppo legato all’irrompere della politica e alle trasformazioni industriali e tecnologiche. Il cambio di statuto comincia dopo i primi due decenni del Novecento, determinato dalle tecniche e dalla diffusione di massa. Lo sport cresce insieme al cinema, ai cartoons e all’industrializzazione. […] È questa la fase in cui lo sport diviene concettualmente la sua riproduzione. Si passa così dall’etico all’estetico. […] Ma l’eroe sportivo, raccontato con la tecnica del montaggio e in qualche modo reso simile a una macchina, contiene già la grammatica che consentirà la trasformazione dell’atleta olimpico in un atleta-cyborg. La rivoluzione cibernetica conclude la trasformazione. Con il Neocalcio contano i dati, i cosiddetti analytics, attraverso i quali si costruiscono le squadre, si acquistano i calciatori, si fanno crescere gli atleti. L’industria delle scommesse, economia parallela del Neocalcio, anch’essa cresciuta fra algoritmi e connessioni globali, è la più potente replica di una disciplina che perde gradualmente identità. Si sviluppa uno sport per nuovi o modificati utenti. Tutto e proiettato in una dimensione digitale che rivoluziona il modo di fruizione dell’evento sportivo e l’evento stesso. I display, le protesi che ci permettono di accrescere le nostre potenzialità, le wearable technologies, potenziano le nostre relazioni con il mondo dello sport. Ma in questo sviluppo si perde l’evento. Protagonisti e fruitori smarriscono l’identità (pp. 143-144).

Con la trasformazione dello sport, in linea con l’indirizzo intrapreso dal mondo di cui è parte, si è assistito alla graduale perdita dell’incanto della dimensione sportiva in favore delle logiche della macchina predittiva del neoliberismo digitale. Per quanto il contesto delineato nel volume renda difficile pensare che lo sport possa requisire una vitalità forte, se ancora resta una speranza, affermano i due autori, questa non può che guardare alla pratica sportiva, così che la sua dimensione vitale possa, in qualche modo, sopravvivere e, perché no, contribuire alla messa in discussione di un sistema di sviluppo mortifero, non solo in ambito sportivo.


Sport e dintorni – serie completa

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Attenzione ai fascisti hi-tech https://www.carmillaonline.com/2026/05/24/attenzione-ai-fascisti-hi-tech/ Sun, 24 May 2026 20:00:45 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94909 di Paolo Lago

Irene Doda, Onnipotenti. Chi sono, cosa vogliono e in che modo i TECNOFASCISTI stanno plasmando il nostro futuro, Fuori Scena, Milano, 2026, pp. 164, euro 16,90.

Il bel saggio di Irene Doda, recentemente uscito per Fuori Scena, parla, come leggiamo in quarta di copertina, di fascismo, “non quello delle camicie nere e dell’olio di ricino, ma di un fascismo più cool: quello hi-tech”. Come ha sottolineato Umberto Eco nel suo saggio del 1995 dal titolo Il fascismo eterno, esiste infatti un ur-fascismo che è esistito e ha continuato ad esistere dopo la contingenza storica che ha visto l’affermarsi [...]]]> di Paolo Lago

Irene Doda, Onnipotenti. Chi sono, cosa vogliono e in che modo i TECNOFASCISTI stanno plasmando il nostro futuro, Fuori Scena, Milano, 2026, pp. 164, euro 16,90.

Il bel saggio di Irene Doda, recentemente uscito per Fuori Scena, parla, come leggiamo in quarta di copertina, di fascismo, “non quello delle camicie nere e dell’olio di ricino, ma di un fascismo più cool: quello hi-tech”. Come ha sottolineato Umberto Eco nel suo saggio del 1995 dal titolo Il fascismo eterno, esiste infatti un ur-fascismo che è esistito e ha continuato ad esistere dopo la contingenza storica che ha visto l’affermarsi dei regimi fascisti. Nella contemporaneità sembra andare per la maggiore il cosiddetto “tecnofascismo”, cool, americano e hi-tech. Ma chi sono, precisamente, i tecnofascisti? Come spiega l’autrice, si tratta di alcuni tecnomiliardari che vedono l’inizio della loro fortuna tra fine anni novanta e inizio del nuovo millennio, tutti impegnati nella realizzazione delle nuove tecnologie digitali, accomunati dall’ideologia “libertarian” (libertaria di destra), individualista, nonché dalla capacità di estendere la propria rete di influenza fino alle più alte sfere politiche auspicando “una convergenza tra industria tecnologica e istituzioni militari, con l’obiettivo di difendere o restaurare la supremazia occidentale nel mondo” (p. 15). Due degli elementi politici e ideologici che caratterizzano le nuove destre egemoniche, secondo la studiosa, sono il culto dell’individuo e il fascino per i valori tradizionali. Quest’ultimo è un tratto comune anche al fascismo storico e all’ur-fascismo secondo Eco, legato al culto della tradizione. Si può ricordare che anche Furio Jesi, nel suo saggio Cultura di destra (1979), aveva scritto che la “cultura di destra” ama a tal punto i valori tradizionali dei tempi andati da creare una vera e propria “pappa del passato” modellabile all’infinito, in cui viene mescolato tutto ciò che è ritenuto importante e degno di venerazione, infarcito di luoghi comuni facilmente spendibili per attirare le masse.

Con l’avvento del tecnofascismo – scrive Irene Doda – stiamo assistendo anche a una prepotente colonizzazione degli immaginari, cioè un “processo attraverso cui visioni del mondo, valori, modelli di futuro e narrazioni prodotte in contesti culturali dominanti si impongono come universali, limitando la capacità di immaginare alternative plurali o emancipative” (n. 2, p. 16). Nella narrazione messa in atto dai tecnomiliardari non è più possibile pensare a un futuro che non comprenda un’élite capitalista in grado di sfruttare le risorse naturali o le invenzioni tecnologiche a proprio (e a nostro, secondo questa stessa narrazione) vantaggio. Persino un luogo simbolico come lo spazio interstellare (che da sempre attrae l’attenzione dei tecnofascisti) diventa uno strumento di potere nelle mani di pochi. Come scrive Doda, “anche le utopie si tramutano in proprietà privata” (p. 91). Insomma, sembra proprio che Alien, diretto da Ridley Scott nel lontano 1979, ci avesse visto giusto: nel film veniva infatti messo in scena un mondo futuro in cui una Corporation globale, assistita da una AI sotto forma di androide, non esita a condurre sulla Terra una mostruosa creatura aliena, letale per gli esseri umani, unicamente per soddisfare i propri interessi e tornaconti.

Eppure, ciò che oggi possiamo definire come “tecnofascismo”, all’inizio degli anni duemila non sembrava così terribile. Al tempo in cui Mark Zuckerberg ha fondato Facebook, la tecnologia digitale pareva promettere orizzontalità, libertà, emancipazione dal controllo. Ma il progressismo iniziale della Silicon Valley si è rivelato un’illusione: “l’uso delle tecnologie digitali, da quelle social a quelle di sorveglianza, è sempre stato ambivalente, al servizio di movimenti sociali così come di dittature sanguinarie” (p. 26). Le tecnologie stesse, in pochi anni, sono diventate un elemento di controllo e di accentramento del potere; un “perfetto trampolino di lancio per l’egemonia politica e culturale dell’estrema destra globale” (p. 32). Le radici politiche della Big Tech risalgono all’ideologia nota come anarcocapitalismo, termine coniato dall’economista e filosofo politico statunitense Murray Rothbard nella seconda metà del XX secolo, che non ha niente a che vedere con il pensiero anarchico di matrice europea o russa, permeato di una spinta egualitaria e comunitaria. Nucleo centrale di questa ideologia è il concetto di libertà: naturalmente si tratta di una libertà strettamente individualista. Ciò che gli oligarchi occidentali hanno a cuore, infatti, è la loro libertà di investimento, estrazione e profitto.

Uno dei “tecnofascisti” più influenti è senza dubbio Peter Thiel. Nato nel 1967 a Francoforte sul Meno, trascorre con la famiglia anche alcuni anni in Sudafrica (non a caso, in Sudafrica è nato un altro pezzo da novanta del tecnofascismo, Elon Musk) a causa del lavoro del padre ingegnere chimico, per poi trasferirsi negli Stati Uniti dove si laureerà in Filosofia all’Università di Stanford. Thiel è il fondatore di PayPal, un’impresa apparentemente user-friendly ma che è in realtà un impero dai molti lati oscuri. Nel 2003, poi, getta le basi di Palantir Techologies, azienda specializzata in analisi dei dati, strettamente legata anche al mondo poliziesco e militare. Punta di diamante della tech right, Palantir, secondo alcune inchieste giornalistiche, “avrebbe ricevuto milioni di dollari dall’ICE per lavorare a un enorme database contenente i dati personali di alcuni segmenti di popolazione, in particolare persone migranti, con fini di sorveglianza” (p. 58). Per Thiel, inoltre, la vita e i suoi ritmi naturali sono delle catene da cui liberarsi. Le frontiere della nuova umanità, secondo il tecnocrate, sarebbero costituite da Internet, lo spazio interstellare e gli oceani. Come nota Doda, “la libertà di Thiel, insomma, è rappresentata da un essere umano che si separa da ciò che lo rende tale” (p. 54). Significativi, poi, sono i suoi agganci con la politica: secondo il “New York Times” sarebbe stato proprio Thiel a presentare Vance a Trump nel 2021.

Il tecnofascismo appare paradossalmente legato anche a un immaginario parareligioso. Attraverso un immaginario simbolico (ecco di nuovo la colonizzazione degli immaginari), coloro che controllano la tecnologia presentano le nuove frontiere di quest’ultima non come un fenomeno socialmente situato e quindi governabile ma come un elemento soprannaturale da cui l’umanità potrebbe essere schiacciata. Interessante, a questo proposito, è quanto viene messo in scena nel film AfrAId (2024), diretto da Chris Waltz, in cui i due tecnocrati miliardari inventori di una nuova e sofisticatissima intelligenza artificiale ne sono in realtà succubi: in realtà non sono loro i leader dell’azienda, ma lo è la stessa intelligenza artificiale tratteggiata come una divinità adorata dentro una teca di vetro. Molti tecnofascisti, mentre continuano a svilupparla, paventano una perdita di controllo negli usi dell’AI e una conseguente sopraffazione dell’umanità. In questo modo, situandosi al di là dei rischi concreti di uno sviluppo incontrollato dell’AI, essi spostano il dibattito lontano dai reali impatti materiali del loro operato. “Si sente molto più spesso parlare dei rischi legati all’estinzione per mano di un super robot senziente” –  scrive Irene Doda – “che del problema, molto più tangibile, del consumo di acqua e suolo per la costruzione dei data center” (p. 78). E poi, a dirla tutta, all’interno del sistema capitalistico, è quasi assurdo parlare di parametri etici negli usi dell’AI, tanto sbandierati dagli stessi tecnomiliardari. Quest’ultima non è altro che una tecnologia orientata al profitto e, come tale, rientra a pieno titolo nella logica del capitale, il quale procede come una gigantesca macchina abulica. In realtà non si dovrebbe temere l’AI in sé, ma una AI creata, sviluppata e governata dal sistema capitalistico. All’interno di esso, come nota Robert Kurz, un produttore può produrre indifferentemente torte al cioccolato, ordigni nucleari o scavare buche per poi riempirle: tutto ciò non è importante, ciò che conta è solo l’astratto interesse monetario. La stessa cosa vale per la tecnologia più avanzata.

Nell’interessante saggio di Irene Doda non poteva poi mancare un capitolo dedicato alla stretta parentela fra tecnofascismo e guerra. Lo stato di Israele (una Startup Nation), ad esempio, utilizza sistemi molto sofisticati di intelligenza artificiale, come Lavender e The Gospel, per identificare rapidamente i target per i bombardamenti. Se la sperimentazione di queste tecnologie avviene sulla pelle dei palestinesi, sono sempre le popolazioni più fragili (migranti, cittadini e ancora di più le cittadine del Sud globale) a subire gli effetti più devastanti della stretta alleanza fra guerra e hi-tech. Lo stato israeliano appare inoltre strettamente legato a Microsoft, a Amazon e a Alphabet, la società madre di Google. Il dual use, cioè il doppio utilizzo civile e militare, sembra investire pressoché tutti i colossi industriali della tecnologia. Strumenti diventati ormai indispensabili alla nostra vita quotidiana, utilizzati anche negli ambiti della sanità pubblica e della scuola, si configurano come conglomerati che traggono profitto dalla violenza genocidaria.

Come si può resistere a questo universo tecnofascista che sembra pervadere ogni angolo della nostra esistenza? Sulla contemporaneità si dispiega un vero e proprio “illuminismo oscuro” (Dark Enlightenment), secondo la definizione coniata nel 2012 dal filosofo britannico Nick Land per definire i principi fondamentali del pensiero neoreazionario contemporaneo. L’esistenza degli individui, oggi, appare fagocitata dall’universo dei social i quali, dai loro inizi, hanno subito importanti modifiche. Pensare di utilizzarli per sostenere movimenti di liberazione radicali appare sempre più un’utopia. In essi, infatti, agiscono tre fattori: “la frammentazione dell’attenzione, la spinta all’autoimprenditorialità (ovvero la trasformazione dell’identità online in brand) e la sorveglianza” (p. 134). Se alle sue origini Facebook aveva un carattere, per così dire, ‘privato’ (condividere materiale con gli ‘amici’) oggi, insieme agli altri social, subisce esso stesso una vera e propria “tiktokizzazione”, cioè una conformazione al social del momento, Tik Tok, nel cui sistema operativo appaiono infatti sempre meno i post dei propri contatti e assai di più quelli di profili divenuti virali, in una sorta di star system il cui unico fine è una vera e propria ‘capitalizzazione’ dell’attenzione. Suona davvero paradossale condurre lotte di liberazione dallo status quo e dalle dinamiche capitalistiche utilizzando strumenti creati da aziende hi-tech di estrema destra che “macinano i nostri interessi, il nostro tempo e la nostra capacità critica, usandoli come fattori di produzione da tramutare in profitto” (p. 140).

Nonostante la pervasività di questo universo hi-tech – scrive Irene Doda nel capitolo finale del suo saggio, dal titolo Appunti di resistenza – “possiamo mettere in atto piccole strategie di rifiuto quotidiano o prendere parte a discussioni collettive sul futuro degli strumenti che plasmano le nostre vite. Anche noi, come il potere che combattiamo, possiamo muoverci su più assi: quello intimo, quotidiano, e quello della resistenza organizzata, della protesta sui luoghi di lavoro. E possiamo arrivare, piano piano, a mettere in campo strategie creative per organizzare altre traiettorie di resistenza” (p. 158). Come ha scritto Valerio Evangelisti, l’immaginario è tra i principali terreni di battaglia e resistere non è mai inutile per contrastare il velo di anomia che sta calando su tutti noi. È ancora possibile e necessario decolonizzare gli immaginari. I fascisti hi-tech saranno anche onnipotenti, ma non sono invincibili.

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Le Sultane della Magia Nera (Piccole stregherie 4) https://www.carmillaonline.com/2026/05/23/le-sultane-della-magia-nera-piccole-stregherie-4/ Sat, 23 May 2026 20:00:25 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94521 di Franco Pezzini

Marilù Oliva, Via delle Streghe, Solferino, pp. 266, € 18,50, Milano 2026.

Stanno praticando la Magia Nera, che nella stregoneria è l’arte portentosa della distruzione. In grado di provocare insuccessi, disfatte, rovina. Forze potentissime che arrecano danno ai nemici, sotto la protezione degli dèi inferi, almeno così si vocifera. Ma le donne di via delle Streghe la intendono diversamente. Il loro è impegno politico, vendetta, tutt’al più una miccia verso la rinascita.

Negli anni, Marilù Oliva ha varato un impressionante numero di volumi. In gran parte solidi romanzi, narrati soprattutto dal punto di vista femminile: per citare solo [...]]]> di Franco Pezzini

Marilù Oliva, Via delle Streghe, Solferino, pp. 266, € 18,50, Milano 2026.

Stanno praticando la Magia Nera, che nella stregoneria è l’arte portentosa della distruzione. In grado di provocare insuccessi, disfatte, rovina. Forze potentissime che arrecano danno ai nemici, sotto la protezione degli dèi inferi, almeno così si vocifera. Ma le donne di via delle Streghe la intendono diversamente. Il loro è impegno politico, vendetta, tutt’al più una miccia verso la rinascita.

Negli anni, Marilù Oliva ha varato un impressionante numero di volumi. In gran parte solidi romanzi, narrati soprattutto dal punto di vista femminile: per citare solo gli ultimi di una lunghissima serie, si va da quelli ispirati a opere classiche, poemi epici (ultimo arrivato, L’Iliade cantata dalle dee, Solferino, 2024) e persino la Bibbia (La Bibbia raccontata da Eva, Giuditta e le altre, Solferino, 2025), ad altri di vario genere (il romanzo young adult I ribelli, DeAgostini 2023; il thriller Repetita, Solferino 2023) – ma anche saggi scintillanti dove pone a frutto la sua cultura e la professione d’insegnante (Atlante della Magna Grecia, Rizzoli 2023; Atlante goloso del Mito, Rizzoli 2024).
Per non parlare delle riedizioni, tra cui il romanzo Le Sultane, uno scintillante noir felicemente ibridato con commedia (tenera, ironica, grottesca: Elliot 2014; Solferino 2021) che ha qualcosa a che vedere con questa nuova felicissima prova. Le tre terribili vecchiette dell’opera precedente, che infliggevano violenze, sequestravano, ammazzavano (sia pure senza intenzione, poverine) con la spudorata e omertosa complicità del lettore, traevano il loro soprannome dalla casa d’abitazione nella bolognesissima via Damasco; e ora è nuovamente la provocazione d’una via di Bologna, via delle Streghe, quella attorno a cui si consumano altri omicidi. Stavolta intenzionali.
Un nuovo gruppo femminile, stavolta un quartetto, prende qui a eliminare serialmente femminicidi rimasti scandalosamente impuniti: ovvio, come l’autrice sottolinea in Note finali e ringraziamenti, non si tratta di una strategia condivisibile o giusta a fronte di “secoli di conquiste del diritto e della civiltà” e la stessa

Congrega [in scena] ne è consapevole. Però vuol portare avanti azioni provocatorie e furibonde, perché le sue adepte sono esasperate dalle reiterazione e dalla brutalità di molti casi di cronaca[,]

alcuni tali da averle colpite direttamente. Il fatto è però che la violenza, per quanto circoscritta nelle intenzioni, tende a prendere la mano e condurre a conseguenze impreviste. Come avverrà in un incalzare da cardiopalma.
Il gruppo, curiosamente assortito attorno a torte e tisane, comprende la ginnica Serena, cioè la figura giovane forse più in primo piano, e la sua ex-professoressa Magalie, appassionata studiosa di casi storici di stregoneria – in particolare Gentile Budrioli arsa a Bologna nel 1498 –, orbate entrambe di persone care da brutalità “al maschile”;  l’anziana Zulmira (la più simile alle Sultane dell’altro romanzo), fattucchiera settantenne di buon cuore per cui la magia è insieme mezzo truffaldino per piccoli guadagni, matrice di desiderata notorietà e connotazione identitaria, specialista per la squadra di erbe medicinali e tossiche, afflitta da un figlio cinico e rampante; la giovanissima Iside nata Maurizio, bloccata in sedia a rotelle dopo un tentato suicidio, asso della ricerca web e torturata da ribellioni e inquietudini.
Spoilerare sarebbe imperdonabile, limitiamoci a considerare che il costo umano per le streghe sarà, come sempre nella Storia, molto alto – soprattutto per metà della Congrega, e non necessariamente la metà che ci attendiamo. Le altre, forse meno consapevoli, ne usciranno in termini meno infelici e persino con qualche vantaggio: nel romanzo la tensione e in qualche punto la tragedia sono stemperati, come spesso in Oliva, da quelle dimensioni di umanità che certo spingono il lettore a solidarizzare con vite tanto ferite ma anche a godere ciò che è Bello – gli affetti, l’arte.
Che un sottotesto tragico però ci sia è inevitabile nell’eco delle tragedie cui le streghe (cioè donne non remissive, pronte a lottare per una propria autonomia) sono esposte fin da un lontano passato e poi nei continui abusi permessi dalla società: dai buoni adottanti della bambina di colore che però deve restare schiacciata in un proprio posto subordinato, all’uomo tanto caro pronto a frequentare la persona transessuale salvo liquidarla bruscamente per motivi di status.
La Magia Nera dell’incipit è dunque, razionalisticamente, il singolo piano per votare alla morte e uccidere l’infamone di turno. Anche se, si ripete, il romanzo non è certo un peana al farsi la giustizia da soli: resta però, serissimamente, un grido perché un certo sdegno non venga relativizzato. In questione non sono soltanto i femminicidi conclamati, ma le morti interiori inflitte da contesti brutali, soprattutto alle donne, e pronte a riverberarsi in catene di effetti terribili.
La vivida scrittura, i ritratti amabilissimi (impossibile, per dire, non amare Magalie), gli scorci affascinati di Bologna grondante Storia e i colori d’insieme permettono di riconoscere la voce di Oliva in una delle sue migliori prove noir.

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Le onde e la carne https://www.carmillaonline.com/2026/05/22/le-onde-e-la-carne/ Fri, 22 May 2026 20:00:37 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94684 di Emanuela Cocco

Teratocene: l’horror contemporaneo italiano tra dissoluzione e metamorfosi AA.VV., Teratocene, a cura di Lucio Besana, Andrea Gibertoni, Luigi Musolino, Zona 42 Editore, Modena 2025, pp. 352, € 17, 90.

Il futuro è ormai il buio sotto i nostri letti, lo spauracchio che si nasconde negli armadi della nostra esistenza. Se ci portiamo al margine di quella porzione di avvenire che il nostro presente illumina con le sue certezze – una zona sempre più ristretta, una luce sempre più fioca – e ci sporgiamo a guardare nell’oscurità che si estende al di là, vedremo dei mostri.

La solida delimitazione [...]]]> di Emanuela Cocco

Teratocene: l’horror contemporaneo italiano tra dissoluzione e metamorfosi
AA.VV., Teratocene, a cura di Lucio Besana, Andrea Gibertoni, Luigi Musolino, Zona 42 Editore, Modena 2025, pp. 352, € 17, 90.

Il futuro è ormai il buio sotto i nostri letti, lo spauracchio che si nasconde negli armadi della nostra esistenza. Se ci portiamo al margine di quella porzione di avvenire che il nostro presente illumina con le sue certezze – una zona sempre più ristretta, una luce sempre più fioca – e ci sporgiamo a guardare nell’oscurità che si estende al di là, vedremo dei mostri.

La solida delimitazione dei corpi umani è spaventosa, diceva Kafka nei suoi diari, ma nei racconti dell’orrore e del fantastico di Teratocene (l’antologia è a cura di Lucio Besana, Andrea Gibertoni, Luigi Musolino è pubblicata Zona 42, nella collana “Caronte”, diretta da Luigi Musolino, e questo già dovrebbe dirvi che siamo nel territorio della scrittura di qualità) gli autori e le autrici coinvolti tendono, più che a farvi saltare sulla sedia, a farvi inorridire davanti alla prospettiva agghiacciante, per dirla con le parole di Thomas Ligotti, di una possibile terribile iperalterità.
Il puro terrore, qui, è dato proprio dal decadimento di questa delimitazione tra i corpi e tra il corpo e l’altro non umano, una dinamica che raggiunge esiti raccapriccianti fino all’insostenibile, incarnandosi in storie ambientate in un mondo che emana un terribile fetore, che pulsa, che geme e fluttua, insieme a uomini e donne costretti in una dimensione che, affatto depressiva, è più che altro tragica. Il lettore è trasportato nel bel mezzo di una rappresentazione del sublime terrore dell’individuo davanti a qualcosa altro da lui che però lo comprende, cosa di cui, suo malgrado è figlio, da cui dipende, di cui è senza dubbio debitore ma che al tempo stesso lo attanaglia in una insopportabile schiavitù che lambisce i territori della tortura.
Tutto, nei racconti di Teratocene, porta in scena una battaglia tra l’abbandono alla degradazione e l’estenuante difesa dei confini, fisici, etici, di quello che possiamo definire umano. Una battaglia che ben conosciamo, noi che viviamo oggi, nel mondo in cui, testimoni di un genocidio, ne siamo in qualche modo anche complici nel momento in cui fingiamo di non riconoscerlo, di non nominarlo.
Così i protagonisti di queste storie, nel tentativo di resistere al flusso o stremati dal desiderio di una liberatoria riconciliazione con quel tutto indistinto che li trasformerà in niente, nuotano tra le onde di un mondo- corpo deforme, mostruoso, con il quale, forse, sarebbe auspicabile fondersi, per avere tregua, per vedere riconosciuto, nel medesimo grido, nella stessa multiforme, aberrante struttura disarticolata, lo stesso dolore, le stesse (una volta infantili, ora depravate) aspirazioni alla supremazia dell’unico, in un mondo di uguali, dell’irreplicabile, in un mondo sopraffatto dall’indistinguibile.
Racconti di alto livello, molte voci italiane contemporanee che non si tirano indietro davanti alla sfida di usare il genere per parlare di un orrore comune, attuale, quotidiano, in cui siamo immersi. Teratocene è una raccolta che chiunque voglia scrivere horror oggi in Italia dovrebbe leggere per confrontarsi con i suoi pari e mettere alla prova il suo sguardo con lo sguardo degli altri, scoprendo forse, come è accaduto a me, sinistre inevitabili similitudini: il sentimento di perdita di orientamento in un mondo che, come dice Besana, uno dei curatori, nella prefazione, non è più casa nostra, e tentativi di fuga, immagini di uno spazio deformato, iniquo e a tratti sempre meno prevedibile se non attraverso la minacciosa sensazione di disfatta che lo avvolge.
Dentro, nei racconti di Francesco Corigliano, Stefano Cucinotta, Linda De Santi, Flavio Dionigi, Paolo Di Orazio, David Fragale, Elia Gonella, Federica Leonardi, Marco Malvestio, Maddalena Marcarini, Elena Giorgiana Mirabelli, Maico Morellini, e Francesca Tassini, trovano spazio: corpi separati dall’esercizio della loro meccanica, moltiplicazione dell’orrore, e degli sguardi, cannibalismo rituale, psicosi legate alla maternità, relazioni ambigue, zone buie di speranze tradite, di lutto, attese senza nome, fabbriche dismesse, corpi traslucidi, attraversabili, sostanze tossiche che penetrano, attraverso l’epidermide, l’olfatto, la vista, in una sempre più traballante, indistinta, forma di identità in bilico tra l’umano e la cosa animata.
Il mondo che un tempo credevamo essere la nostra casa, il mondo fatto per noi, lo stesso che abbiamo abitato, agito e adulterato senza il minimo riguardo, reagisce, inglobandoci dentro il suo orrore attraverso una sconcertante aggressione dei sensi, alla quale è impossibile fuggire.
È un mondo in cui tutto viene smontato e rimontato in una forma altra, dove ogni elemento perde la propria stabilità originaria per diventare parte di un organismo diverso, mutevole, incessantemente in trasformazione. Un mondo nel quale l’annullamento del singolo non è solo possibile ma necessario, quasi un atto di sopravvivenza, una forma estrema di adesione a un corpo collettivo che ingloba e dissolve.
In questa dinamica, i racconti gemono, invocano, abbracciano oppure resistono al flusso che li attraversa. Nell’inclusione si apre una doppia tensione: il terrore della dispersione e la malinconia profonda verso la propria perduta unicità, come se ogni perdita di confine fosse insieme ferita e promessa. Eppure, proprio in questo movimento, emerge anche una volontà sotterranea di ricomposizione, il tentativo di costruire una nuova identità, anche se franta, esausta, ancora tesa verso la propria impossibile individuazione.
Teratocene è l’inno della carne in balia delle onde oscure che agitano il nuovo mondo, il mormorio inceppato, a volte macabro, emesso da un corpo che sta per inabissarsi, incapace di sottrarsi alla propria trasformazione, all’evoluzione sinistra e inevitabile, un movimento vasto di intenti e voci autoriali, che questa trasformazione la attraversa e la supera, lasciando intravedere questo dopo, nel bel mezzo della tempesta.

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Escher: rigore matematico e incanto dell’immaginazione oltre le miserie e le prigioni dell’ovvio https://www.carmillaonline.com/2026/05/21/escher-rigore-matematico-e-incanto-dellimmaginazione-oltre-le-miserie-e-le-prigioni-dellovvio/ Thu, 21 May 2026 20:00:01 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93731 di Gioacchino Toni

M.C. Escher, Esplorando l’infinito, introduzione di Luca Taddio, presentazione di Federico Giudiceandrea, Aesthetica Edizioni, Milano, 2026, pp. 214, € 26,00

Come scrive Luca Taddio introducendo il volume Esplorando l’infinito, coniugando rigore matematico e incanto dell’immaginazione, Escher sfida la percezione dello spettatore, «celebra l’enigma della visione: invita chi guarda a smarrirsi nei labirinti della percezione, a seguire scale che non portano in nessun luogo, a contemplare superfici che si trasformano e a indagare oggetti impossibili dove l’infinito sembra sfidare il finito» (p. 7). La potenza dell’inatteso delle opere di Escher deriva l’onirico e l’incanto dal rigore delle geometrie impossibili che [...]]]> di Gioacchino Toni

M.C. Escher, Esplorando l’infinito, introduzione di Luca Taddio, presentazione di Federico Giudiceandrea, Aesthetica Edizioni, Milano, 2026, pp. 214, € 26,00

Come scrive Luca Taddio introducendo il volume Esplorando l’infinito, coniugando rigore matematico e incanto dell’immaginazione, Escher sfida la percezione dello spettatore, «celebra l’enigma della visione: invita chi guarda a smarrirsi nei labirinti della percezione, a seguire scale che non portano in nessun luogo, a contemplare superfici che si trasformano e a indagare oggetti impossibili dove l’infinito sembra sfidare il finito» (p. 7). La potenza dell’inatteso delle opere di Escher deriva l’onirico e l’incanto dal rigore delle geometrie impossibili che inventano metamorfosi e trasformazioni, scambi sorprendenti tra pieno e vuoto, alto e basso, interno ed esterno, ecc…

Derivando la realtà dall’illusione, scrive Taddio, «Escher sembra volerci ricordare che il mondo non è fatto solo di ciò che vediamo, ma anche di ciò che immaginiamo»; il suo è «un invito a guardare oltre, a sfidare i limiti della percezione, a perdersi per il puro piacere di scoprire nuove possibilità di visione: virtualità dove ogni curva rivela un paradosso, ogni angolo una possibilità, ogni spazio un segreto». Insomma, l’olandese si rivela «un creatore di mondi, un poeta dell’infinito, un artigiano della forma che ha saputo intrecciare arte e scienza, trasformando la realtà in sogno e il sogno in realtà» (p. 8), mostrando la reversibilità del confine tra illusione e verità.

Esplorando l’infinito, sottolinea Federico Giudiceandrea nel presentare il volume ideato dalla M.C. Escher Foundation, cede la parola direttamente all’olandese raccogliendo numerosi suoi interventi: dai testi preparati per le conferenze negli Stati Uniti, che poi non ha avuto modo di tenere, agli studi dedicati alla divisione regolare del piano da cui emerge la volontà di trasformare un principio matematico in immagine poetica, dalle riflessioni sull’impossibile a quelle sull’infinito ove rivela il desiderio di rendere visibile ciò che non ha fine.

Escher sottolinea più volte come la creatività non derivi dalla totale spontaneità, ma da regole consapevolmente accettate. Le prospettive ingannevoli e le figure geometriche complesse dell’olandese sfidano la percezione abituale stimolano riflessioni sulla natura della realtà. I suoi paradossi visivi invitano a «vedere oltre l’ovvio, a esplorare i confini della percezione e a comprendere che la realtà può essere molto più complessa e meravigliosa di quanto i nostri sensi ci permettano di percepire» (p. 24).

Apprezzato inizialmente negli ambienti matematici e cristallografi, solo in un secondo momento Escher ottiene l’interesse del mondo dell’arte e del grande pubblico. Il successo in ambito artistico, tuttavia, non scalfisce la sua preferenza per essere annoverato tra i grafici piuttosto che tra gli artisti.

A rendere le tecniche grafiche affascinanti, sostiene Escher in uno scritto pubblicato nel 1950, sono il desiderio di moltiplicare l’opera, la bellezza del mestiere e i limiti imposti dalla tecnica. Il desiderio di ottenere immagini multiple risponde, secondo l’olandese, a un non meglio definibile «istinto primordiale», la bellezza del mestiere ritiene derivi dall’esperienza artigianale del confronto diretto dell’intagliatore e dell’incisore con «una materia ribelle», gioia, a suo avviso, sconosciuta all’illustratore. Circa i limiti imposti dalla tecnica, Escher sottolinea come la libertà di cui gode l’illustratore non è permessa a chi si cimenta nelle arti grafiche. Chi ha scelto di confrontarsi con la materia

vuole coscientemente porsi delle limitazioni precise, preferendo la disciplina alla seduzione della molteplicità e del caos. Infatti, semplicità e ordine sono, se non le principali, almeno le più importanti direttive per gli esseri umani in generale. Il bisogno di semplificazione e ordine ci guida lungo la nostra strada e ci ispira in mezzo al caos. Il principio è caos, la fine è semplicità. Il già citato fattore di ripetizione e moltiplicazione non è in conflitto con questo. Al contrario, l’ordine è ripetizione delle unità; il caos è molteplicità senza ritmo (p. 40).

Nel discorso tenuto in occasione del conferimento di un premio nella cittadina olandese di Hilversum nel 1965, Escher ha modo non solo di esplicitare che nonostante l’influenza esercitata dai matematici e dai cristallografi sul suo lavoro egli continui a muoversi da profano in campo matematico, ma anche di sottolineare come le sue produzioni siano permeate di giocosità. «Non riesco a fare a meno di scherzare con quelle che consideriamo certezze inconfutabili» (p. 47). L’olandese ritorna ancora sulle caratteristiche artigiani del suo mestiere, ribadendo di sentirsi «un grafico anima e corpo» e di provare imbarazzo per la qualifica di artista che gli viene attribuita.

Nei testi delle conferenze che avrebbe dovuto tenere negli Stati Uniti, puntualmente corredati delle immagini che intendeva proiettare, Escher palesa i suoi debiti nei confronti degli esempi giapponesi e arabi, facendo riferimento diretto soprattutto a quanto visionato nei palazzi spagnoli dell’Alhambra, ove sono presenti veri e propri capolavori di riempimento del piano con figure perfettamente incastrate tra loro senza spazi vuoti.

Nel testo per la prima conferenza, Escher inizia con il mostrare esempi pratici delle tre regole principali per il riempimento regolare del piano – per trasposizione, per assi e per riflessi speculari –, dunque illustra gli sviluppi di forma e di contrasto e si sofferma su ciò che chiama funzione e significato degli sfondi, sull’idea di immensità e su storie per immagini che suggeriscono trasposizioni dal piano nello spazio.

Nel testo per la seconda conferenza prevista, l’olandese presenta una serie di cinquanta diapositive che illustrano svariati temi: esempi di osservazione meticolosa della realtà (paesaggi e architetture) o di mera fantasia realizzati durante i soggiorni in Italia; immagini riflesse (sull’acqua, su specchi orizzontali e curvi, su occhi…); nastri ricurvi o strisce capaci d suggerire tridimensionalità, in alcuni casi ispirati alla fantasia di H.G. Wells o all’opera di Möbius; stampe che mettono in scena il conflitto tra bidimensionalità e tridimensionalità; esempi di inversione del concavo nel convesso; poliedri regolari; opere incentrate sulla relatività della funzione di un piano; animali fantastici e giochi di relatività.

In Esplorando l’infinito vengono ripresi anche alcuni importanti riflessioni di Escher relative alla divisione regolare dei piani, tematica affrontata, oltre che in un celebre saggio pubblicato sulla rivista d’arte «De Delver» (1941), nel volume Regelmatige vlakverdeling (1951), poi confluito in Leven en werk van M.C. Escher (1981), dandone una definizione: «Un piano, che immaginiamo si estenda in tutte le direzioni, può essere riempito o diviso all’infinito, seguendo un numero limitato di sistemi, con figure geometriche simili che siano contigue in tutti i lati senza lasciare “spazi vuoti”» (p. 129). In tale pubblicazione Escher si sofferma anche sull’importanza esercitata sulle sue teorie dalla musica di Bach:

La razionalità, gli arrangiamenti matematici e la severità delle regole probabilmente svolgono un ruolo importante, sebbene non diretto. È un’influenza che nasce dalle emozioni, o almeno così la percepisco consapevolmente mentre ascolto quella musica. Eppure, o forse proprio per questo motivo, il fluire delle note di Bach ispira e rende fertile la mente. Ciò accade sia perché evoca precise ispirazioni o immagini, sia perché suscita un bisogno irresistibile di inventarne di nuove. Nella musica di Bach, più che in qualsiasi altra, classica o moderna, qualcosa si rivela a me con chiarezza. Qualcosa che aspettavo senza saperlo, come quando si riconosce un paesaggio visto per la prima volta. Un senso vago e improvviso di attesa si manifesta durante un concerto, in un periodo di infertilità creativa. Il desiderio di creare precede il bisogno stesso di creazione ed è la scintilla iniziale che mette in moto il processo di generazione delle immagini. Così, nei momenti di svogliatezza, di vuoto mentale e di indifferenza, mi rivolgo alla musica di Bach come a un tonico che risveglia il mio desiderio di creatività (p. 162).

A concludere Esplorando l’infinito sono un saggio sull’infinito e due conferenze, una sulla prospettiva e l’altra sull’impossibile. A proposito di quest’ultimo, Escher sottolinea come gli esseri umani, nel cercare l’innaturale o il soprannaturale per fuggire dall’ordinaria, noiosa e prevedibile realtà tridimensionale, tendano a precludersi il fascino della tridimensionalità dello spazio quotidiano. Per quanto sia già di per sé sufficientemente enigmatica e misteriosa, la realtà in cui vive, l’essere umano si ostina a volersi allontanare da essa rifugiandosi nei racconti e nelle immagini.

Chiunque voglia rappresentare qualcosa che non esiste deve seguire alcune regole, valide più o meno anche per chi narra storie di fate: sfruttare la funzione dei contrasti; suscitare emozioni. L’elemento misterioso su cui si vuole focalizzare l’attenzione deve essere circondato e velato da fatti quotidiani chiari e riconoscibili da tutti. Questo contesto, naturalmente credibile per un osservatore superficiale, è fondamentale per raggiungere l’effetto desiderato. Proprio per questo, un gioco del genere può essere compreso e apprezzato solo da chi è capace di andare oltre la superficie, disposto a usare la propria mente come se risolvesse un enigma. Non si tratta quindi di affidarsi ai sensi, ma al pensiero. La serietà non è affatto necessaria, ma è invece fondamentale un certo tipo di umorismo e autoironia, almeno da parte di chi crea queste rappresentazioni (p. 178).

Insomma, in controtendenza rispetto a tanti altri artisti, Escher sceglie la via mentale, non quella emotiva, per andare oltre le miserie e le prigioni dell’ovvio.

 

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La rivoluzione come una bella avventura / 9 – Daniel Blanchard e il senso del possibile https://www.carmillaonline.com/2026/05/20/la-rivoluzione-come-una-bella-avventura-9-daniel-blanchard-e-il-senso-del-possibile/ Wed, 20 May 2026 20:00:30 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94743 di Sandro Moiso

Daniel Blanchard, Una vita in cresta. Saggio autobiografico, Biblioteca Franco Serantini/BFS edizioni, Pisa 2026, pp. 164, 16 euro

E’ la montagna, non soltanto quella delle selve e delle cime, dei pascoli e dei sentieri, ad accompagnare spesso i ricordi dei rivoluzionari, ma ancor più spesso quella dei ribelli e degli insorti, degli eretici e dei vagabondi della storia. Vagabondi del pensiero e dell’azione conseguente che, come l’autore di questa magnifica e indispensabile autobiografia, scendono dalle creste montane ai meandri delle metropoli per poi tornare sui loro passi per poter meglio osservare da distante la realtà dei conflitti e [...]]]> di Sandro Moiso

Daniel Blanchard, Una vita in cresta. Saggio autobiografico, Biblioteca Franco Serantini/BFS edizioni, Pisa 2026, pp. 164, 16 euro

E’ la montagna, non soltanto quella delle selve e delle cime, dei pascoli e dei sentieri, ad accompagnare spesso i ricordi dei rivoluzionari, ma ancor più spesso quella dei ribelli e degli insorti, degli eretici e dei vagabondi della storia. Vagabondi del pensiero e dell’azione conseguente che, come l’autore di questa magnifica e indispensabile autobiografia, scendono dalle creste montane ai meandri delle metropoli per poi tornare sui loro passi per poter meglio osservare da distante la realtà dei conflitti e delle contraddizioni di un mondo che, più che nasconderle, fa di tutto per nascondersele.

Così i profili delle creste che illuminano fin dall’infanzia i ricordi di Daniel non sono tanto quelli delle cime dei monti, ma quelli dei gruppi del maquis partigiano di cui il padre faceva parte durante l’occupazione tedesca nei dintorni di Barcelonnette in prossimità del confine italiano oppure quello dei guerriglieri algerini durante la guerra di indipendenza nei confronti del colonialismo francese. Due guerre di Liberazione di cui il Partito comunista francese avrebbe riconosciuto la valenza soltanto nel caso della prima.

Nato a Parigi nel 1934, Daniel Blanchard trascorse l’infanzia nelle Alpi meridionali dove, durante la guerra, i suoi genitori parteciparono attivamente alla Resistenza. Al suo ritorno a Parigi dopo la guerra, si dedicò agli studi classici, prima al Lycée Henri IV e poi alla Sorbona. Successivamente, nel 1957, entrò a far parte del gruppo “Socialisme ou Barbarie” con lo pseudonimo di P. Canjuers e nel 1959, si avvicinò all'”Internazionale Situazionista” ed entrò in contatto con Guy Debord, con cui firmò un testo programmatico, Preliminari per una definizione dell’unità del programma rivoluzionario. Nel 1961 Debord decise di separare le loro strade mentre Blanchard avrebbe lasciato “Socialisme ou Barbarie” nel 1965, poco prima dello scioglimento del gruppo, avvenuto nel 1967.

L’autobiografia stessa da Daniel, come lui stesso afferma, nasce dal bisogno di esplorare il “senso della possibilità” che sembra sospingere, non fosse altro che nel pensiero, «ogni essere umano oltre il limite della realtà. E l’idea di scriverla nasce, forse, in un radioso mattino di maggio quando: «Un fiotto di sangue mi ha aperto gli occhi, ha fatto risplendere davanti al mio sguardo il rubino del mio intimo essere e intendere, per così dire, il lavoro – di roccia, di pianta – che credo sia il vivere e, anche, la mia morte»1.

Un bisogno che parte da una domanda che l’autore riterrebbe utile trasformare da «Di dove sei?» oppure «Quando sei nato?» a «Da dove vieni?», perché è sempre il percorso di vita che rivela la qualità dell’essere umano che ci sta davanti. Un dove non solo determinato da coordinate geografiche e un quando che non deve indicare soltanto un tempo o un istante preciso, ma un cammino. Una domanda che permette di ricostruire

quella realtà che attraversiamo, prima che ci ricada dietro sotto forma di storia, di vissuto, di passato, di trascorso… Per trovargli un senso diverso dalla fatalità noi vi apriamo crepe, la perforiamo di possibilità attraverso le quali muoviamo il passo che dall’oggi ci porta al domani.
Questo è l’itinerario che tenta di ripercorrere, a seconda delle circostanze, il racconto che segue; un racconto scritto in prima persona, ma che avrebbe anche accompagnare uno dei numerosi e diversi passeggeri del possibile che questa prima persona ha incontrato o frequentato e i quali, tutti, hanno appassionatamente esplorato e tentato di realizzare i possibili di quest’ultimo mezzo secolo2.

Una sorta di autobiografia collettiva che vede coinvolti i movimenti del maggio francese, della critica consigliarista dello stalinismo e di un movimento operaio asservito alle esigenze del capitale e di quella situazionista alla società dello spettacolo. Un’esigenza, personale e collettiva, di esplorare le possibilità offerte dalle lotte di liberazione nazionale in Africa oppure dai movimenti ecologisti, alternativi e comunitari americani a cavallo tra la fine degli anni sessanta e i primi anni settanta.

Un autentico giro del mondo, con alcune fermate anche nell’Europa dell’Est in fermento dopo i fatti ungheresi del 1956 e gli scioperi operai polacchi dei decenni successivi, in cui ad accompagnare il diarista sono, oltre alla sua compagna Helen Arnold, intellettuali della levatura di Guy Debord, Cornelius Castoriadis, Jean Baudrillard e Murray Bookchin, insieme a tanti altri, più o meno sconosciuti, militanti, poeti, editori, operai tutti accomunati dal desiderio di esercitare un critica radicale dell’esistente non solo attraverso le parole ma anche, e forse soprattutto, attraverso le personali scelte di vita. Artistiche, lavorative o politiche che queste siano state.

Senza mai essere cinico, però, Blanchard osserva ciascuno di questi ed ogni esperienza vissuta o attraversata, con uno sguardo consapevole dei limiti che ognuna di queste porta necessariamente e inevitabilmente con sé. Così gli stessi tentativi legati al radicalismo del “Do It!”, che spesso possono sfociare in forme di auto-imprenditorialità e auto-sfruttamento, oppure i movimenti legati a specifiche problematiche quali quelle di genere, cultura di appartenenza, nazionalità non riconosciuta sono analizzati attraverso le difficoltà e le contraddizioni che li hanno contraddistinti, ieri come oggi, nella loro incapacità di diventare universali e autenticamente collettivi. Oppure, nel peggiore dei casi, a diventare soltanto un ulteriore stimolo alla diffusione dei valori e dell’ordine del capitale.

Anche se tutte fanno o hanno fattoi parte del tentativo di realizzare una Rivoluzione che è stimolo a realizzare possibilità infinite, soprattutto intese collettivamente, ma che non può essere codificata né a parole, né tanto meno in una teoria di per sé autosufficiente o, peggio ancora, pretenziosamente capace di prevedere tutto.

Durante tutta la mia vita adulta, e se penso ai miei amici, ai miei compagni, posso dire tutta la nostra vita, abbiamo scrutato ed esplorato il pensiero della crisi e, in certi momenti, anche la sua realtà, giacché essa era inerente alla società moderna, all’irrazionalità radicale della dominazione […] allargando in tal modo la sensazione – angosciosa per alcuni, di speranza per altri – che non si posa più “continuare così”, che circostanze più o meno ancora imprevedibili imporranno cambiamenti radicali all’economia, all’organizzazione sociale, alla politica, al “nostro” modo di vita…Cambiamenti radicali, ma quali? E decisi da chi? Cerchiamo di immaginare, di prepararci, di organizzarci per non lasciarci manipolare…3.

Non c’è comunque mai rimpianto nelle pagine dell’autore e, tanto meno, odor di reducismo ma, piuttosto, sempre un’attenzione rivolta a comprendere tutto ciò che di nuovo potrebbe illuminare, anche solo per un attimo, la strada verso un futuro libero dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sulla donna e sulla natura. Un’attenzione “militante” per le possibili rivoluzioni a venire che ancora nel 2017 lo avrebbe spinto a far parte del gruppo “Active Deserters” che mirava al boicottaggio attivo delle elezioni presidenziali dell’aprile-maggio di quell’anno. Oppure a seguire con attenzione, fino al giorno della sua morte, avvenuta il 3 maggio 2024, nel giorno del suo novantesimo compleanno, movimenti reali come quello valsusino contro il TAV oppure quello della ZAD di Notre-Dame-des-Landes dediti a difendere la società e l’ambiente insieme alle specie che lo abitano, compresa la nostra.

Scopro, non senza una certa sorpresa […] che quel che mi ha condotto da un episodio all’altro di questa narrazione, così come di questa vita, è la coazione – naturalmente incosciente – a ripetere il paradigma che si era impresso in me, a dieci anni, nella primavera del 1944: la fuga in montagna, la generosa solidarietà dei Raynard a Herbez, i racconti di mio padre, Goletto… Ciò che si può riassumere nell’espressione la vita in cresta… Una qualche variazione, insomma, su uno stesso tema, di cui io non sono l’autore…E’ questa la libertà?4


  1. D. Blanchard, Una vita in cresta. Saggio autobiografico, Biblioteca Franco Serantini/BFS izioni, Pisa 2026, p. 8.  

  2. D. Blanchard, op. cit., p. 5.  

  3. Ivi, p. 141.  

  4. Ibidem, p. 139.  

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Smettere https://www.carmillaonline.com/2026/05/19/smettere/ Tue, 19 May 2026 21:55:57 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94853 di Cesare Battisti

L’ultimo libro è come l’ultima sigaretta, si butta via il pacchetto e se ne compra un altro. Ho smesso tante volte di fumare e altrettante di scrivere. È da un quarto di secolo che ho detto addio al fumo, ma con la scrittura non ce l’ho fatta, è droga dura. Ci sto provando anche adesso mentre scrivo. Offrendo tutta intera la mia vita a questa autobiografia, dopodiché il tarlo dovrà cercarsi un altro legno da rosicchiare. Ma mi manca ancora un pezzo di cammino da rifare, l’ultimo, senza il quale non non si lascerà cadere la parola fine. [...]]]> di Cesare Battisti

L’ultimo libro è come l’ultima sigaretta, si butta via il pacchetto e se ne compra un altro. Ho smesso tante volte di fumare e altrettante di scrivere. È da un quarto di secolo che ho detto addio al fumo, ma con la scrittura non ce l’ho fatta, è droga dura. Ci sto provando anche adesso mentre scrivo. Offrendo tutta intera la mia vita a questa autobiografia, dopodiché il tarlo dovrà cercarsi un altro legno da rosicchiare. Ma mi manca ancora un pezzo di cammino da rifare, l’ultimo, senza il quale non non si lascerà cadere la parola fine. Il pensiero di poterlo veramente fare, che questa volta con il pacchetto pieno butto via anche anche la smania di capire, già che per me scrivere è sempre stato un regolamento di conti personale, è sconcertante. E triste, come dare forma a qualcosa che non sarà più; come circoscrivere il vuoto che l’ultima sigaretta lascia nella vita del fumatore.

E così ieri non ce l’ho fatta a continuare. Rimanere davanti allo schermo a macinare ricordi, come quando partorivo idee, e a ravvivare con il disagio anche il dolore di esserci stato. Oltre al rischio di star pagando, anche adesso, l’ennesimo tributo alla scrittura: ultimo insulto alla memoria. Così alla beffa, ho preferito una scappatina all’aria.

Giù in cortile ho trovato una lingua di sole che lambiva il muro, una fila di detenuti la seguiva. Mi sono accodato a loro, gli occhi bassi, attento a non provocare conversazioni, che eppure mi avrebbero distratto: curare la tristezza somministrandosi una dose infinitesimalmente minore dello stesso male. Una volta, almeno, in cortili simili a questo c’era la rabbia a tenermi compagnia, adesso è la malinconia a farla da padrone. Seguo il sole, “beato lui che può arrampicarsi sui muri senza rischiare una raffica di mitra”. L’ha detto un giorno Raffaele, mentre guardava il cielo e ci vedeva il volto di Gesù. Lui vede Gesù dappertutto, ci mette tanta passione a dirlo che tante volte sono tentato di crederci. Qui lo prendono in giro perché lui ride sempre, qualche volta piange ma è come se ridesse. Raffaele è un vecchio ladro, di quelli di una volta che rubavano per vivere e non come fanno oggi per la dose. Io gli sono simpatico perché lo sto ad ascoltare. Ho cominciato a dargli retta per educazione, poi mi ha incuriosito e qualche volta mi sorprende con un’intuizione, allora ridiamo insieme. “Il vecchio terrorista ride con il vecchio scemo”, dicono gli sguardi dei compagni di galera. Sguardi che si accendono ad intermittenza, al ritmo imposto dal metadone, dalla buona telefonata a casa, dell’ennesimo rigetto del magistrato di sorveglianza, dall’ansia e dall’amore che li divora. Occhi che camminano e io che li seguo, dietro questa lingua di sole che si assottiglia e sale e più sale più gli sguardi si sollevano, si aggrappano ad essa come all’ultima luce di speranza.

Ed è sperando di portare a termine questa attraversata, che ricomincio di buonora stamattina. A disseppellire i ricordi di un tempo in cui della scrittura credevo di poterne fare un esame di coscienza. Di quando, un libro dopo l’altro, sempre rincorrendo l’incompiuto, alla spasmodica ricerca d’innocenza, trovavo mille versioni per raccontare la stessa storia. Una storia poco chiara, diciamolo, con un inizio che sembrava un fine e alle circostanze andava sempre l’ultima parola. Allora nessuno mi aveva visto arrivare, suppongo sia stata la luce morente di fine millennio a favorire la mia incursione tra i santuari patinati di Saint Germain de Près.

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Gaza: profilo storico di un genocidio perpetrato con il consenso dell’Occidente https://www.carmillaonline.com/2026/05/18/gaza-profilo-storico-di-un-genocidio-perpetrato-con-il-consenso-delloccidente/ Mon, 18 May 2026 20:00:35 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94829 di Paolo Lago

Gilbert Achcar, Gaza, genocidio annunciato. La catastrofe palestinese in una prospettiva storica e mondiale, trad. it. di G. Morosato, ombre corte, Bologna, 2026, pp. 227, euro 20,00.

Recentemente, diverse voci critiche, tra le poche che sono riuscite a restare umane nelle tragedie che avvolgono il mondo contemporaneo, hanno espresso il loro disappunto venato di incredulità nel constatare, riguardo all’arresto di alcuni attivisti della Flotilla in acque internazionali vicino all’isola di Creta, l’onnipotenza e l’impunità di Israele nel compiere qualsiasi azione bellica al di fuori della propria sfera di competenza, quasi fosse il padrone del mondo. È stato detto [...]]]> di Paolo Lago

Gilbert Achcar, Gaza, genocidio annunciato. La catastrofe palestinese in una prospettiva storica e mondiale, trad. it. di G. Morosato, ombre corte, Bologna, 2026, pp. 227, euro 20,00.

Recentemente, diverse voci critiche, tra le poche che sono riuscite a restare umane nelle tragedie che avvolgono il mondo contemporaneo, hanno espresso il loro disappunto venato di incredulità nel constatare, riguardo all’arresto di alcuni attivisti della Flotilla in acque internazionali vicino all’isola di Creta, l’onnipotenza e l’impunità di Israele nel compiere qualsiasi azione bellica al di fuori della propria sfera di competenza, quasi fosse il padrone del mondo. È stato detto anche che, se a fermare le barche della Flotilla e a compiere gli arresti fossero stati i russi o gli iraniani, in occidente si sarebbe gridato al terrorismo e miriadi di navi da guerra americane e della Nato si sarebbero immediatamente precipitate sul posto. È la pura verità. D’altronde, sono anni che stiamo assistendo a un vero e proprio genocidio a Gaza (iniziato ben prima del 7 ottobre 2023) senza che nessuna nazione si mobiliti per fermarlo; se a compiere questo genocidio fosse l’Iran, l’Iraq o qualsiasi altro stato non ‘occidentalizzato’ – mettiamoci anche la Russia – si griderebbe al terrorismo. Perché, allora, ci sono stati che possono compiere palesemente atti illeciti e gravi sul piano internazionale e altri che non possono farlo? Innanzitutto, verrebbe da dire che tale logica la decide il sistema capitalistico, e siamo d’accordo. Però ci sono anche dinamiche storiche di carattere più contingente. Per rispondere a questa domanda riguardo all’impunità internazionale di Israele è assai utile leggere il bel saggio di Gilbert Achcar, studioso franco-libanese, professore emerito dell’Università di Londra, dal titolo Gaza, genocidio annunciato, che raccoglie diversi saggi e articoli usciti su riviste e giornali, dagli anni Novanta a oggi, pubblicato recentemente da ombre corte.

Le dinamiche storiche di carattere più contingente, cui si è accennato sopra, sono ben spiegate da Achcar. Si può pensare che tale impunità derivi da quella che lo studioso definisce “compassione narcisistica occidentale verso gli israeliani”, cioè quel “complesso di colpa dei paesi dell’Europa occidentale che hanno compiuto o permesso il genocidio nazista degli ebrei – Germania, Austria, Francia e Italia in particolare” che “ha portato a un grado senza precedenti di solidarietà incondizionata con lo Stato sionista, proprio nel momento in cui esso è guidato da persone che hanno sicuramente più cose in comune con i nazisti che con le loro vittime, siano esse vittime dell’odio razzista o membri della sinistra che i nazisti cercarono di annientare” (p. 55). La “compassione narcisistica” fa commuovere di più per le calamità che colpiscono i propri simili piuttosto che per quelle che colpiscono i propri dissimili: ecco che l’Occidente si è commosso molto di più per l’atroce massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023, in cui sono stati coinvolti individui bianchi e dall’aspetto occidentale, che per le reiterate e incessanti uccisioni dei palestinesi di Gaza. Sulla connotazione politica e ideologica dell’attuale governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu – come nota Achcar – basta ricordare quanto scrisse su “Haaretz” nel febbraio 2023 lo storico dell’Olocausto Daniel Blatman dell’Università ebraica di Gerusalemme: “Il governo israeliano ha dei ministri neonazisti. Ricorda davvero la Germania del 1933”. Esso appartiene infatti al Likud, un partito erede del revisionismo sionista di estrema destra di Ze’ev Jabotinsky, ammiratore di Mussolini, che ha vinto per la prima volta le elezioni legislative nel 1977.

Eppure, per comprendere questa deriva è necessario compiere un’analisi storica a ritroso fino al 1947, anno in cui l’Assemblea generale delle Nazioni Unite adottò la risoluzione che autorizzava la creazione di uno “Stato ebraico” in Palestina e in cui avvenne anche l’indipendenza dell’India. In questa “simmetria antitetica” – scrive Achcar – c’era l’elemento comune della partizione: “L’ONU che votò per la partizione della Palestina contro la volontà dei suoi abitanti era composto da soli cinquantasei Stati, dominati dal Nord del mondo, Unione Sovietica compresa, con un ruolo molto preponderante degli Stati Uniti in un momento in cui la maggior parte del resto del mondo aveva bisogno della loro benevolenza economica” (pp. 37-38). Allo “Stato ebraico” veniva così concesso più del 56 % del territorio della Palestina tra il fiume e il mare. Meno nota è la risoluzione 273 dell’Assemblea generale, del 1949, che ammise alle Nazioni Unite lo Stato d’Israele entro i confini che aveva ampliato con la forza durante la guerra del 1948 con i suoi vicini arabi e con i palestinesi. Come nota lo studioso, si tratta di una flagrante violazione del diritto internazionale, uno dei cui pilastri fondamentali è il divieto di acquisizione di territorio con la forza. La maggioranza dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite decise che “Israele è uno stato pacifico (peace-lover State) che accetta gli obblighi della Carta ed è in grado di adempiere a tali obblighi. Come osserva Achcar con amarezza, “raramente una risoluzione adottata dalle Nazioni Unite si è rivelata, col tempo, essere così chiaramente l’esatto contrario della verità!” (p. 38).

La Carta delle Nazioni Unite avrebbe dovuto costituire la base del nuovo ordine democratico istituito nel 1945 all’indomani della sconfitta dell’estrema destra mondiale; un ordine portato avanti da una coalizione guidata dagli Stati Uniti di Franklin Delano Roosevelt. La morte di quest’ultimo nell’aprile del 1945 e la sua sostituzione con il vicepresidente anticomunista e di destra Harry Truman rappresentarono, secondo Achcar, l’evento chiave che portò alla trasformazione della Seconda guerra mondiale in Guerra fredda:

Il liberalismo atlantista sostituì il liberalismo tout court e fu utilizzato come cemento fondativo del mondo libero contro il totalitarismo comunista, mentre i principi liberali fondamentali venivano negati dalle caratteristiche comuni ai principali Stati del mondo apparentemente libero: colonialismo, imperialismo, discriminazione e oppressione razziale e sessista, autoritarismo, alleanza con i principali violatori dei diritti umani, compresi i più elementari diritti delle donne ecc. (p. 59).

Nel corso del tempo, l’anticomunismo venne sostituito dalla “guerra al terrorismo”: “bandiera comune sotto la quale l’amministrazione di George W. Bush e il governo di Ariel Sharon hanno condotto le loro guerre” (p. 62). E, continua lo studioso, “Il «nuovo antisemitismo», attribuito in blocco ai musulmani e alle persone di sinistra che difendono i diritti degli immigrati musulmani e criticano Israele, è così diventato un pretesto ideologico per assolvere l’estrema destra europea e americana dal suo antisemitismo passato e presente, al fine di trovare un accordo con essa sul terreno dell’islamofobia, attuale bersaglio privilegiato del suo razzismo e della sua xenofobia” (p. 64). Tratti di antisemitismo, infatti, si possono intravedere nei sostenitori incondizionati di Israele e non certo nei suoi detrattori (che vanno invece definiti come antisionisti). Come ha scritto la storica dell’antisemitismo Eleanor Sterling (lo ricorda Achcar in un articolo del 2012 riportato nel saggio), i cui genitori furono uccisi in un campo di concentramento nazista, l’antisemitismo e la nuova idolatria degli ebrei hanno molto in comune perché, per l’antisemita come per il filosemita, l’ebreo resta uno “straniero”, un diverso. Se i nazisti vedevano negli ebrei l’incarnazione del male, i filosemiti ritengono che la difesa degli “ebrei”, che vedono rappresentati dallo Stato di Israele, sia un dovere che prevale su tutti gli altri.

Uno dei presidenti americani più sionisti di tutti i tempi è stato Biden, e non certo Trump. Egli, il 18 ottobre 2023 in occasione di una visita ufficiale, affermò che “se non ci fosse Israele, dovremmo inventarlo” (p. 53). Infatti, Israele ha sempre rappresentato per l’Occidente un avamposto nel mondo arabo, una specie di insula felix popolata da individui bianchi e ‘civilizzati’ in mezzo a mostruosi selvaggi. L’allora ministro della difesa israeliano Yoav Gallant, nel 2023 dichiarò che “stiamo combattendo contro animali umani e agiamo di conseguenza” (p. 51). Una dichiarazione che ricorda i modi brutali del personaggio di Kurtz in Cuore di tenebra (Heart of Darkness, 1899) di Joseph Conrad che, parlando degli africani, invita a “sterminare tutte queste bestie”. Nei romanzi di Conrad è possibile intravedere quello che Edward Said definisce come “orientalismo”, cioè l’atteggiamento europeo di fronte ai ‘diversi’ appartenenti all’est e al sud del mondo. Una discreta dose di orientalismo la possiamo riscontrare anche nelle posizioni europee e occidentali in genere nei confronti di Gaza e del genocidio che qui si sta perpetrando. Come spiega Said, l’orientalismo si configura come un vero e proprio “discorso” europeo sull’Oriente, ed è sorretto da istituzioni, insegnamenti, immagini, dottrine “e in certi casi da burocrazie e politiche coloniali” (E.W. Said, Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente, trad. it. di S. Galli, Feltrinelli, Milano, 2013, p. 12). Lo sguardo occidentale su Gaza sembra incastrato in questa prospettiva orientalistica di matrice coloniale e colonialista. Se gli occidentali si autorappresentano (e rappresentano le loro guerre) come perfetti, razionali, eleganti, logici, gli ‘orientali’, gli ‘arabi’ vengono ritratti in modo opposto. Come scrive Said, nella prospettiva orientalistica, “da un lato ci sono gli occidentali, dall’altro gli arabi-orientali; i primi sono, nell’ordine che preferite, razionali, propensi alla pace, democratici, logici, realistici, fiduciosi; i secondi sono quasi esattamente l’opposto” (ivi, pp. 55-56). Se gli israeliani sono bianchi, vestiti all’occidentale, ‘razionali’ e ‘democratici’, professanti una religione assai vicina al cristianesimo, i palestinesi sono scuri di pelle, vestiti all’orientale e professanti la religione musulmana (non dimentichiamo che i musulmani sono stati per secoli i nemici giurati dell’Occidente cristiano). Come nota Said, è stata proprio la sua difficile esperienza personale di arabo-palestinese in Occidente che lo ha spinto a scrivere questo libro: “L’esistenza di un arabo-palestinese in Occidente, e in America in modo particolare, è tutt’altro che facile. Vi è un quasi unanime consenso sul principio che politicamente esso non esista, o esista solo come un ‘problema’ o, nel migliore dei casi, come un ‘orientale’. L’influenza del razzismo, degli stereotipi culturali, di un’ideologia imperialista o disumanizzante nei confronti di arabi e musulmani è assai forte, e con essa ogni palestinese deve fare i conti, come con un avverso destino” (ivi, p. 35).

Come affermò il poeta martinicano Aimé Césaire nel 1950 nel Discorso sul colonialismo, l’Occidente ha sempre adottato due pesi e due misure nei confronti dei bianchi e dei non bianchi. Ciò che il “distinto, umanista, cristiano borghese del XX secolo” non perdona a Hitler non è il fatto di aver compiuto un crimine contro l’uomo in quanto tale, ma contro l’uomo bianco. I nazisti hanno applicato nei confronti degli ebrei bianchi i brutali trattamenti tipicamente coloniali che prima di allora erano stati applicati nei confronti “degli Arabi d’Algeria, dei coolie dell’India e dei negri d’Africa” (p. 77). Come già notato in precedenza, i capi di stato e i governanti europei, nonché i mezzi di informazione occidentale, provano narcisisticamente maggiore empatia nei confronti dei propri simili; ecco perché il genocidio di Gaza può essere perpetrato sotto i loro occhi senza che muovano un dito, un genocidio che vede coinvolti migliaia e migliaia di bambini. Ecco perché la potenza democratica per eccellenza, gli Stati Uniti, insieme a Israele, può massacrare centinaia di bambini in Iran, come è successo recentemente con il bombardamento di una scuola. Gli Stati Uniti e Israele possono massacrare impunemente centinaia di bambini mentre se, ad esempio, a compiere il massacro fosse stato un missile russo, si sarebbe gridato ovunque al genocidio più infame. Evidentemente i bambini bianchi ed europei valgono più di quelli palestinesi o iraniani. Non è una constatazione cinica ma un crudo dato di fatto. Anche la recente guerra in Iran portata avanti da USA e Israele, per una larga fetta dell’Occidente non equivale a un massacro indiscriminato di civili fra cui donne e bambini ma alla sempre più difficile reperibilità e quindi a un aumento dei prezzi dei combustili fossili indispensabili per far muovere la macchina capitalistica.

La raccolta di saggi che Gilbert Achcar propone in questo interessante volume ci porta quindi nel cuore di tenebra delle democrazie occidentali, nel lato in ombra di qualsiasi pensiero illuminista, umanista, democratico e liberale soggiogato alla logica atroce del capitale. È un viaggio anche doloroso ma, crediamo, necessario per comprendere al meglio quello che sta accadendo intorno a noi perché ci svela anche i retroscena storico-politici di guerre, accordi, di “cessate il fuoco” più o meno farlocchi avvenuti nell’area del Medio Oriente. I governanti occidentali e i loro media (inclusi quelli italiani) stanno assomigliando troppo ai personaggi della famiglia del comandante del campo di sterminio di Auschwitz nel film La zona d’interesse (The Zone of Interest, 2023) di Jonathan Glazer, tratto dall’omonimo romanzo di Martin Amis. Se nel film la famiglia del comandante continua la sua vita come se niente fosse nel suo giardino fiorito ben sapendo che al di là del muro si sta compiendo un terribile genocidio, nella realtà l’Occidente dei potenti e dei loro leccapiedi mediatici continua la sua insulsa vita nella bolla di un capitalismo fondato su un benessere pronto a esplodergli sotto i piedi ignorando l’atroce genocidio di Gaza. Come scrive Achcar, infatti, in Occidente si sta profilando “l’era del neofascismo”, segnata dal ritorno di Trump alla Casa Bianca mentre il futuro del Medio Oriente si annuncia molto cupo: “Di fronte a tutto questo, non c’è spazio per l’ottimismo. Resta solo la speranza che la resistenza che si sta diffondendo tra i palestinesi, gli israeliani, i popoli arabi e il mondo intero, in particolare tra i giovani, possa alla fine riuscire a contrastare i progetti regionali e globali della nuova internazionale neofascista” (p. 218). Utopia o speranza fondata? A noi e solo a noi l’ardua sentenza perché altro non resta se non una resistenza quotidiana al fascismo strisciante e all’indifferenza, alla “cultura di destra”, come direbbe Furio Jesi, ormai diffusasi ovunque in Occidente e in questo paese, soprattutto nelle idee di chi si crede al sicuro nel suo bel giardino incantato. Ma i muri di questo giardino, ormai, hanno troppe brecce, ci sono troppi buchi da cui penetra l’orrore. L’orrore è più presente che mai e neppure un Occidente cinico, indifferente e razzista può starsene tranquillo a recitare i suoi inutili mantra di pace e democrazia tra un aperitivo e l’altro.

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