Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Mon, 09 Mar 2026 23:01:33 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Mensaleri e l’immaginario della creatura oppressa https://www.carmillaonline.com/2026/03/10/mensaleri-e-limmaginario-della-creatura-oppressa/ Mon, 09 Mar 2026 23:01:33 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93345 di Luca Cangianti

Wu Ming 2, Mensaleri, Einaudi, 2025, pp. 480, € 21,00 stampa, € 13,99 ebook.

Per descrivere l’essenza del capitalismo Marx non trovò di meglio che disseminare la sua principale opera teorica, Il capitale, di vampiri, lupi mannari, macchinari posseduti, creature frankensteiniane e altre stregonerie. Similmente Wu Ming 2 colloca al centro del suo romanzo Mensaleri la figura del mago aziendale Horus. Gli eventi si snodano lungo due linee principali. Una si svolge tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima del Novecento; riguarda l’imprenditore filantropo Nazzaro Mensa che costruisce una cartiera sull’isola di Parpai e un villaggio operaio sulla sponda del [...]]]> di Luca Cangianti

Wu Ming 2, Mensaleri, Einaudi, 2025, pp. 480, € 21,00 stampa, € 13,99 ebook.

Per descrivere l’essenza del capitalismo Marx non trovò di meglio che disseminare la sua principale opera teorica, Il capitale, di vampiri, lupi mannari, macchinari posseduti, creature frankensteiniane e altre stregonerie. Similmente Wu Ming 2 colloca al centro del suo romanzo Mensaleri la figura del mago aziendale Horus.
Gli eventi si snodano lungo due linee principali. Una si svolge tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima del Novecento; riguarda l’imprenditore filantropo Nazzaro Mensa che costruisce una cartiera sull’isola di Parpai e un villaggio operaio sulla sponda del fiume Leri. Dalla giustapposizione del cognome dell’industriale e del corso d’acqua si ricava il nome dell’abitato: Mensaleri, per l’appunto. L’uomo d’affari, guidato dai tarocchi del suo consulente magico, si scontra con un’antica confraternita capeggiata da donne che costudiscono un temibile segreto capace di deformare il tempo – altra ossessione filosofica marxiana.
La seconda linea narrativa è ambientata nel 1995. Riniero Mensa, imprenditore della moda, pronipote del fondatore, decide di rilanciare il villaggio operaio ormai deindustrializzato con un progetto di rigenerazione. In questo ambito, la regista teatrale Toni Pohlmann è incaricata di allestire uno spettacolo che racconti la storia del centro abitato. Inizia così una ricerca che scatena eventi inattesi, coinvolge anche la figlia di Toni, Neda, e si intreccia con la prima linea narrativa.

Un primo elemento caratterizzante del romanzo è il mondo narrativo: «ogni dramma», afferma non casualmente la regista, «porta in scena un ordine sociocosmico. I personaggi e l’intreccio vengono dopo.» Mensaleri è infatti un romanzo “geografico” in cui la descrizione rurale e industriale di un’Emilia immaginaria spingono il lettore e la lettrice in una situazione di esitazione fantastica («Sarà tutto vero? Ci si può fidare dei ricordi di una novantenne?»).
Un secondo fattore distintivo è la ricerca stilistica che si avvale di un punto di vista multiplo, a volte onnisciente, altre lasco, sincronico, transtemporale, inclusivo perfino di animali non umani («Il tordo capì che lo strano rapace, appollaiato su un moncone di tronco, doveva essere drogato.»). La voce autoriale è calda, riflessiva, a tratti ricorda quella di un cantastorie, in alcuni capitoli assume le forme esplicite di un “noi” corale che funge da coscienza etica e guida delle emozioni. La lingua è ibridata dal dialetto, la terminologia oscilla tra il mondo contadino e quello della meccanica, narrazione e metanarrazione si inseguono.

Infine, Mensaleri narra di una guerra secolare che si combatte anche nella sfera dell’immaginario. Da una parte individui che espropriano ricchezza altrui, recintano, trasformano l’incanto in magia prezzolata, le feste popolari in competizioni, l’utilità delle cose in valore di scambio, il tempo per vivere in tempo di lavoro; dall’altra una comunità di miserabili che per vivere e resistere si affida alla doppiezza della religione: essa, come affermava Marx nell’Introduzione alla Critica della filosofia del diritto di Hegel, è «oppio dei popoli», ma allo stesso tempo «protesta contro la miseria reale», «sospiro della creatura oppressa». E così, sfruttando questa seconda caratteristica, le figure devianti e sofferenti descritte da Wu Ming 2 esprimono la loro ribellione, evocano «Le ipotesi che non si sono avverate», «Le forze del possibile contro quelle del passato, l’immaginazione contro la realtà, il salto invece della ripetizione».

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Sport e dintorni – Un calcio al potere. Gioco e lotta sociale https://www.carmillaonline.com/2026/03/08/sport-e-dintorni-un-calcio-al-potere-gioco-e-lotta-sociale/ Sun, 08 Mar 2026 21:00:43 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92685 di Gabriel Kuhn

Gabriel Kuhn, Un calcio al potere. Gioco e lotta sociale, Prefazione di Pierpaolo Casarin, elèuthera, Milano, 2026, pp. 248, € 19,00

«Lo scopo è quello di fornire una rassegna dei nessi che legano il calcio alla politica radicale – ovvero quella politica, per intenderci, che ambisce a un cambiamento fondamentale della società che possa dar luogo a una comunità di individui liberi e uguali – ponendo l’attenzione su tre aspetti: 1. le varie espressioni di politica radicale fra i professionisti; 2. la politica radicale nella cultura ultras; 3. l’ambiente calcistico underground e l’eco che ha avuto nel mondo. […] [...]]]> di Gabriel Kuhn

Gabriel Kuhn, Un calcio al potere. Gioco e lotta sociale, Prefazione di Pierpaolo Casarin, elèuthera, Milano, 2026, pp. 248, € 19,00

«Lo scopo è quello di fornire una rassegna dei nessi che legano il calcio alla politica radicale – ovvero quella politica, per intenderci, che ambisce a un cambiamento fondamentale della società che possa dar luogo a una comunità di individui liberi e uguali – ponendo l’attenzione su tre aspetti: 1. le varie espressioni di politica radicale fra i professionisti; 2. la politica radicale nella cultura ultras; 3. l’ambiente calcistico underground e l’eco che ha avuto nel mondo. […] Il corpo principale del libro [proviene da] Anarchist Football (Soccer) Manual, scritto nel 2005 e pubblicato dalla Alpine Anarchist Productions. Il testo è stato aggiornato e modificato sensibilmente, ma la sua anima da “prontuario” è rimasta inalterata: l’idea è quella di fornire informazioni concise su diversi aspetti del mondo del calcio in modo tale che possano essere d’interesse per i tifosi di sinistra».

[In occasione dell’uscita del volume viene pubblicato di seguito un breve intervento di Gabriel Kuhn ringraziando l’autore e l’editore per la gentile concessione – gh.t.].

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Non è certo merito della FIFA se il calcio è lo sport più popolare al mondo

di Gabriel Kuhn

Il mantra “sport e politica non vanno mescolati” è noto a tutti. Di norma viene ripetuto da chi è al potere per assicurarsi che nessun settore della società, sport compreso, diventi un’arena di protesta politica. Inutile dirlo, è pura ipocrisia. Tutto è politico e, contrariamente a ciò che predica, chi è al potere in realtà non si fa nessun problema a mescolare sport e politica, purché il risultato sia funzionale ai propri interessi.

Se qualcuno avesse bisogno di una prova definitiva di tutto ciò, non esiste esempio più lampante della recente “bromance” tra il presidente della FIFA Gianni infantino e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Ne abbiamo avuto un assaggio quando infantino ha invitato Trump alla cerimonia di assegnazione del trofeo di uno dei tornei più inutili nella storia del calcio, la Coppa del mondo per club FIFA. Trump, a dirla tutta, era così entusiasta che non voleva lasciare il podio, raggiante come un bambino in mezzo alla squadra del Chelsea in festa, di cui con ogni probabilità non conosce nemmeno un giocatore.

Ma quello era solo l’inizio. Quando, ai primi di dicembre, Infantino ha consegnato a Trump il Primo premio per la pace della FIFA, inventato appositamente per lui dopo che aveva mancato il Premio Nobel per la pace, ha dimostrato ciò che sospettavamo da sempre: è un uomo che non conosce vergogna. Trump ha ricevuto il premio mentre inviava truppe armate nelle città americane, bombardava imbarcazioni civili al largo delle coste del Sud America e concludeva accordi sulle armi con regimi autoritari in tutto il mondo.

Ed ecco la parte più triste di tutta la faccenda: ci siamo talmente abituati a questi affronti alla dignità umana più basilare che c’è stata a malapena una protesta. Certo, la maggior parte delle persone trova tutto questo ridicolo, ma si limita a scrollare le spalle. Nessuna conseguenza? Né per Trump, né per Infantino. Ma per quanto tempo ancora accetteremo che dei simili pagliacci trasformino in farsa ciò che è stato creato dagli sforzi collettivi delle persone?

Non è certo merito della FIFA se il calcio è lo sport più popolare al mondo. Il calcio è lo sport più popolare al mondo perché milioni di persone, in tutto il pianeta, lo praticano da centocinquanta anni su campi improvvisati, utilizzando praticamente qualsiasi cosa possa tecnicamente fungere da pallone e con regole adattate alle circostanze in cui si trovano. Ciò che unisce tutti è la gioia del gioco, del movimento e dell’attività fisica, e di un’esperienza collettiva che talvolta finisce in conflitto ma il più delle volte porta a fare nuove amicizie, ad ampliare i propri orizzonti e a imparare di più su se stessi e sul mondo.

Il calcio è davvero il gioco del popolo, ma è sotto attacco da parte di personaggi come Gianni Infantino, che cercano di appropriarsene per le uniche cose a cui sono veramente interessati: potere e denaro.

È giunto il momento di riprendersi il gioco del calcio, di boicottare la FIFA e di sabotare l’industria del calcio moderno. Purtroppo le federazioni calcistiche, i club di alto profilo e i giocatori famosi sono troppo coinvolti nello spettacolo per poter contare su di loro. Celebreranno i Mondiali maschili del 2026 nonostante tutte le assurdità che li accompagnano: dalle buffonate di Trump al numero eccessivo di squadre (beh, almeno fa comodo all’Italia, suppongo!), fino a un’impronta ecologica disastrosa, con i tifosi costretti a viaggiare per migliaia di chilometri tra una partita e l’altra. Tuttavia, esiste un contro-movimento in crescita da decenni. Si esprime in leghe “selvagge” e “colorate”, e in tornei come i mondiali antirazzisti, nel calcio popolare, nei tifosi che protestano contro le misure di sicurezza restrittive, i prezzi dei biglietti elevati e gli orari di inizio scomodi (sempre a beneficio delle emittenti televisive, ovviamente). Unendo queste forze, potremmo creare un movimento con cui fare i conti, non solo per conquistare un calcio diverso, ma anche una politica diversa. Oggi, rovesciare la FIFA è più che un atto politico simbolico: gli effetti a catena sarebbero enormi. Sport e politica sono intrinsecamente legati e dovremmo sfruttare al meglio questa connessione.

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Gabriel Kuhn, Un calcio al potere. Gioco e lotta sociale (elèuthera 2026) – Indice: Prefazione all’edizione italiana di Pierpaolo Casarin / Introduzione / capitolo primo – Il calcio professionistico: storia, verità e miti sulle origini proletarie del calcio / capitolo secondo – Il dibattito radicale attorno al calcio / capitolo terzo – Le incursioni della politica radicale nel gioco professionistico / capitolo quarto – Calcio dal basso e cultura calcistica underground / Epilogo dell’edizione italiana

Gabriel Kuhn (Innsbruck 1972), oltre a essere un attivista libertario e un organizzatore sindacale, è anche un ex calciatore semiprofessionista. Di origine austriaca, dal 2007 vive a Stoccolma. Ha pubblicato vari libri tra cui Playing as if the World Mattered: An Illustrated History of Activism in Sports (2015), Antifascism, Sports, Sobriety: Forging a Militant Working-Class Culture (2017), X: Straight Edge and Radical Sobriety (2019) e Liberating Sápmi: Indigenous Resistance in Europe’s Far North (2020). Ha inoltre curato le antologie di scritti politici di Gustav Landauer Revolution and Other Writings (2010) e di Erich Mühsam Liberating Society from the State and Other Writings (2011), oltre a una raccolta di documenti sulla rivoluzione tedesca del 1918-1919 All Power to the Councils! (2012). Per elèuthera ha pubblicaro La vita all’ombra del Jolly Roger (2018) e Un calcio al potere. Gioco e lotta sociale (2026).

Sport e dintorni – serie completa

 

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Dreamers https://www.carmillaonline.com/2026/03/07/dreamers/ Sat, 07 Mar 2026 21:00:19 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92864 di Neil Novello

Rosa Mangini, La rivoluzione, forse domani, a cura di Chiara Solerio e Marco Vagnozzi, Divergenze, Pavia, 2025, euro 16.00.

Quella resistenziale, salvo le rare eccezioni rappresentate da Pin nei Sentieri dei nidi di ragno (1947) di Calvino o da Corrado nella Casa in collina (1948) di Pavese, personaggi più fuori che dentro la Resistenza, è una letteratura «in re». D’altra parte, attraverso l’impegno di Enne 2 in Uomini e no (1945) di Vittorini, la staffetta Agnese di L’Agnese va a morire (1949) di Renata Viganò, i protagonisti di I ventitre giorni della città di Alba (1952) di [...]]]> di Neil Novello

Rosa Mangini, La rivoluzione, forse domani, a cura di Chiara Solerio e Marco Vagnozzi, Divergenze, Pavia, 2025, euro 16.00.

Quella resistenziale, salvo le rare eccezioni rappresentate da Pin nei Sentieri dei nidi di ragno (1947) di Calvino o da Corrado nella Casa in collina (1948) di Pavese, personaggi più fuori che dentro la Resistenza, è una letteratura «in re». D’altra parte, attraverso l’impegno di Enne 2 in Uomini e no (1945) di Vittorini, la staffetta Agnese di L’Agnese va a morire (1949) di Renata Viganò, i protagonisti di I ventitre giorni della città di Alba (1952) di Fenoglio oppure la narrazione in presa diretta di Diario partigiano (1956) di Ada Gobetti o, ancora di Fenoglio, la vita di Milton nella Questione privata (1963) o quella di Johnny nel Partigiano (1968), la letteratura della Resistenza rappresenta una sua peculiare dimensione «abrupta», interamente collocata, per così dire, «in medias res».

All’alba degli anni Quaranta, prima ancora che una letteratura della Resistenza fissasse in narrazione i crudi anni della lotta armata antifascista, un’anonima insegnante del pavese, forse di origine tedesca, Rosa Mangini, tra il 7 e il 16 febbraio 1941 scrive il racconto lungo (o romanzo breve) La rivoluzione, forse domani, al novembre 2025 giunto alla ventinovesima ristampa. Sulla misteriosa autrice si sa, inoltre, che abbia scritto l’opera tra Costa de’ Nobili e San Zenone del Po, le terre pavesi presso il ramo dell’Olona che immette nel Po. Custodito in una cartella di pelle insieme a un romanzo andato perduto per i due terzi, La rivoluzione anzitutto ridefinisce la periodizzazione della letteratura resistenziale. Tra i romanzi appartenenti al canone, questo di Rosa Mangini costituisce, non solamente una prima voce, ma qualcosa di più. Esso appare un racconto pre-resistenziale, un’orchestrazione di contenuto che annuncia la resistenza antifascista prima della Resistenza. E prima della Resistenza, scrivendo La rivoluzione Rosa Mangini ha scritto anzitutto un’istantanea dal vero, la realistica fotografia di un mondo vivificato da uomini di grandi ideali tra eventi capitali accaduti in un lembo di terra esteso fra Zenevredo e i suoi immediati dintorni. La singolare caratura della narrazione, l’interpretazione resistenziale della Resistenza che verrà, tradisce propriamente l’imperativo «in re», cioè la lotta antifascista come fatto di armi, di violenza e sangue. E la tradisce perché La rivoluzione è resistenziale nella misura in cui mette in scena una primordiale coscienza politica collettiva, l’emergere di un sentimento che restituisce l’empito originario di un’organizzazione antifascista. Nella Rivoluzione insomma è in boccio l’avvento di una visione di parte e già la necessità di superare gli ideologemi antireazionari pervenendo così a una prassi secolare, a un’insurrezione sognata che resta embrionale e si fa la rappresentazione in vitro di un tempo di vittoria a venire.

Al cuore della Rivoluzione troviamo la storia d’amore tra Michele e Melania. Un cuore che irradia e pulsa sia la ragione del sentimento sia la volontà di opposizione, ideologica e prammatica, alla pervasiva forma di un’azione nazifascista che penetra nelle campagne, circola nei paesi, minaccia apparendo e così richiama appunto la necessità di contrastare, di pensare una dialettica liberatrice. Uomini come Michele e Melania, Clerici, Paolino, Volpe, Stalin e il Balussìn (e Bicio, Artemio, Cecco, Baldo) saranno i «condannati a morte della Resistenza italiana», i sognatori di un tempo aurorale cancellato dalla cupa barbarie fascista. Dall’inizio della Rivoluzione, infatti, per il vecchio Aldo Balossi i «giovanotti» sono anche «soldati», uomini in potenza di utilizzare un’arma, proprio contro quei «tudèsc» capaci di combattere la «guerra persa» (il Balossi vi ha combattuto contro nella Prima guerra mondiale), invisi anche a Michele che li obbligherebbe alla «servitù». Ora, nella Rivoluzione, l’intera sostanza dell’esistenza comunitaria figura una sopravvivenza edenica, e i giovani, gli anziani la vivono nella consapevolezza di doverla difendere, preservare dalla sciagura nazifascista. Ritorna in mente un celebre incipit critico di Pasolini a Un po’ di febbre di Sandro Penna, poi rifluito in Scritti corsari, tra le cui righe si legge di uno status quo inalterabile nonostante la forma della vita, ritenuta comunque stupenda, appaia un’isola felice battuta dalla marea fascista:

Che paese meraviglioso era l’Italia durante il periodo del fascismo e subito dopo!
La vita era come la si era conosciuta da bambini, e per venti trent’anni non è più cambiata: non dico i suoi valori – che sono una parola troppo alta e ideologica per quello che voglio semplicemente dire – ma le apparenze parevano dotate del dono dell’eternità: si poteva appassionatamente credere nella rivolta o nella rivoluzione, ché tanto quella meravigliosa cosa che era la forma della vita, non sarebbe cambiata.
Ci si poteva sentire eroi del mutamento e della novità, perché a dare coraggio e forza era la certezza che la città e gli uomini, nel loro aspetto profondo e bello, non sarebbero mai mutati […].

Ora, la Rivoluzione mette in scena proprio tale «forma della vita», anzi introduce il suo momento aurorale e insieme la minaccia, il pericolo della sua fine. È qui dunque il nucleo esemplare del racconto, la storia intima, profonda di una comunità umana che si difende dall’apocalisse, dalla distruzione del proprio essere collettivo. Perché a rischio di perdita vi è proprio quel «paradiso» che Melania immagina quale teatro del suo amore per Michele, del suo amore appunto per la pasoliniana «forma della vita», o con le parole di Rosa Mangini, di un «sogno senza spazio e volume che prende l’età della giovinezza quando cavalca una fantasia». E dopo il primo e di qua del secondo bacio tra Michele e Melania a irrompere è la voce di Clerici, la voce che avverte l’amico su «due nella piazzetta!», due che parlano anche in nome di «chi si consegnava alle fila del regime». Quando poi Stalin affronta l’«uomo a capo nudo», l’uomo che ha chiesto «Qualcheduno sa dov’è?» a proposito di uno fra i «traditori», Mombelli, il giovane compagno replica coraggiosamente: «A tradire la terra!». I «traditori», dunque, con le parole di Melania, cioè «chi è con loro», figurano il flagello fascista identificando il morbo che contamina un «giardino incantato».

Ma il fascismo, le guerre del fascismo requisiscono e condannano vite umane, come Ercole e tanti figli di «comari», di madri senza una «bara» né una «pietra» su cui piangere le proprie creature. Morire senza ragione, perdere la vita per un mandato irragionevole, inumano, è su questo punto che la generazione dei Balossi, della moglie Gina e i «giovanotti», di Michele e Melania, si salda a un solido proposito, l’antifascismo come difesa del proprio mondo. Ed è da tale consapevolezza collettiva che il «nonu» Balossi regala una «lama» a Michele perché la faccia vibrare contro gli «impostori».

Quando due «foresti», uno in «camicia nera», l’altro della «stessa risma», entrano nell’osteria di Peppa e Giuàn, come per l’episodio di Stalin, ancora una volta è Melania il «deus ex machina», cioè chi ragiona sull’evento da una specola onnisciente: un vero e proprio panòpticon civile. La donna medita sulla possibile relazione tra i due squadristi, i cupi avventori nell’osteria, forse «impostori» o «traditori». Pertanto, il grande gioco della rivoluzione senza domani, nel racconto di Rosa Mangini richiama la comune volontà sociale di una traque al fascista segreto, al «tudèsc», a quel «Montacuto», al secolo Montù Beccaria, il nome del quale Melania coglie nel dialogo tra i due «gallonati» per poi riferirlo a Michele. La segreta tensione politica dei «giovanotti» appare, al momento del suo sviluppo, come un saggio di cospirazione, la prova di un gruppo di adolescenti antifascisti colto nell’atto di sperimentare strategie, prove, tattiche e scelte per contrastare la macchina fascista, la sua infame compromissione con i tedeschi. Quando la voce di Stalin si alza sulle altre, «chi sta col duce è contro di noi», la cospirazione sta maturando in un progetto, in un’idea ritenuta talmente «balorda» da poter scatenare un benefico «putiferio».

L’embrionale coscienza politica dei cospiratori è dotata di un forte senso politico. Esso, infatti, riguarda il tema cruciale della terra, in sostanza il luogo primo di sopravvivenza e di vita per la comunità. Saggiare i contadini introducendo la diceria che il «partito ha deciso di mandare degl’uomini a valutare le terre» allo scopo di «vendere ai tedeschi», è notizia che colpisce il bene primario, il denaro, alimentando così lo spauracchio della fame. Ma la «favola» pubblica è la colossale costruzione di una strategia politica in scala ridotta, un carotaggio teso a verificare la tenuta di una cospirazione volta a isolare il fascismo, e i fascisti a far apparire la banda di «predatori» che è. La cospirazione dunque equivale a una guerriglia di parole, anzi è una diceria armata senza spargimento di sangue. Poiché la «terra è l’unica bandiera a cui s’appartiene», per la sua difesa la comunità si schiera contro i «gallonati», fa opera di resistenza e protezione della loro sola possibile realtà, un «paradiso» appunto fatto di terra, fatto di «paese», fatto di «libertà» come racconta Melania a Michele parlando del significato della «poesia». Anzi, c’è di più. Vi è un’antropologia di base ontologica ovvero una dimensione dell’essere in permanente compimento nella terra. E tra essere e poesia, la Rivoluzione esprime il suo momento più religioso, la sua connotazione sacrale, nel nome ormai dichiarato di un «palpito di poesia che va dalle terre allo spirito e dallo spirito alle terre».

«Giovanotti», cospiratori, rivoluzionari in fieri, sognatori e una donna: la vera, l’«unica guerra vinta è quella che si smette di combattere». Così medita Melania, la mite pasionaria della Rivoluzione, in un momento di pensosa solitudine. L’immaginario politico si è aperto. Dalle cospirazioni di paese, la visione di Melania svetta in altri mondi e investe il grande e universale tema della guerra. È proprio Melania a riconoscersi, come in un rendez-vous della propria coscienza destinata a valicare il ristretto orizzonte paesano, anzi a distinguere la storia dalla Storia, i «sogni da niente» dagli alti ideali, le lotte paesane dagli infiammati furori. E così in un dialogo tra Stalin e Volpe, lo studente universitario proprietario di terre, a proposito della «rivoluzione» ammette che «per noi è fuori di natura». In una tale estraneità, appare, si rivela ciò che invece è nella natura profonda dei cospiratori, pensare a cosa accade, a cosa realmente accadrà «domani». È Stalin, il suo realismo profetico, a parlare di «Repubblica democratica d’Italia», a illuminare un orizzonte a venire senza dimenticare che per «questo bisogna combattere il regime», dare la «caccia al fascista», poiché solo attraverso un tale travaglio la comunità potrà vivere di terra e di democrazia, di libertà.

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Malesangue: lotta di classe in Apecar https://www.carmillaonline.com/2026/03/07/malesangue-lotta-di-classe-in-apecar/ Fri, 06 Mar 2026 23:01:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93129 di Alessandra Arezzo

Raffaele Cataldi, Malesangue. Storia di un operaio dell’Ilva di Taranto, Alegre, 2025, pp. 144, € 13.00 stampa, € 6,99 ebook.

È una «Guerra che posso raccontare in prima persona perché sono stato ventun anni in prima linea, dal 1997 al 2018, tanto che la mia salute e la mia integrità fisica sono state minate da diversi infortuni, più o meno gravi, e da patologie correlate alle diverse mansioni e ai vari reparti cui sono stato assegnato nel corso degli anni.» A scrivere non è un soldato del reparto speciale di qualche esercito in missione, ma Raffaele Cataldi, operaio Ilva, [...]]]> di Alessandra Arezzo

Raffaele Cataldi, Malesangue. Storia di un operaio dell’Ilva di Taranto, Alegre, 2025, pp. 144, € 13.00 stampa, € 6,99 ebook.

È una «Guerra che posso raccontare in prima persona perché sono stato ventun anni in prima linea, dal 1997 al 2018, tanto che la mia salute e la mia integrità fisica sono state minate da diversi infortuni, più o meno gravi, e da patologie correlate alle diverse mansioni e ai vari reparti cui sono stato assegnato nel corso degli anni.» A scrivere non è un soldato del reparto speciale di qualche esercito in missione, ma Raffaele Cataldi, operaio Ilva, autore del libro Malesangue pubblicato per Alegre, nella collana Working Class diretta da Alberto Prunetti.

È una testimonianza preziosissima di un uomo ancorato alle sue radici tarantine da un legame viscerale, rafforzato dalla passione per il calcio che non segue solo negli stadi, ma anche in campo come portiere.
Cataldi ripercorre la sua esperienza nell’acciaieria dal 1997 al 2018, dalla sua assunzione fino al momento in cui è stato messo in cassa integrazione.
Con una prosa semplice e diretta l’autore racconta che cosa significhi veramente entrare in fabbrica senza sapere se poi effettivamente se ne possa uscire vivi, trovandosi durante ogni turno di fronte a una vera e propria roulette russa. Fin dall’inizio si scontra con i capireparto, si batte in prima linea per la sicurezza sul lavoro e con altri colleghi si iscrive alla Fiom fino a sentirsi tradito dallo stesso sindacato. Con Massimo Battista, a cui il libro è dedicato, e altri colleghi, intraprende una serie di battaglie che culmineranno nella formazione del Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, promotore successivamente dell’Uno Maggio, manifestazione musicale di grade impatto che si svolge ogni anno in concomitanza con il “concertone” di Roma organizzato dai sindacati confederali.

Nel luglio 2012 la procura di Taranto, con i primi arresti, dispone il sequestro senza facoltà d’uso dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico.
Il 2 agosto successivo Cataldi e compagni decidono di partecipare a una manifestazione dei sindacati confederali che, nascondendosi dietro intenti come la coniugazione dell’occupazione con l’ambiente, hanno il reale obiettivo di opporsi alla decisione della magistratura di chiudere gli impianti. Nonostante i sindacati neghino loro la possibilità di intervenire, la determinazione degli operai ha la meglio: con un Apecar scassato e un microfono collegato a una cassa entrano in Piazza della Vittoria e dopo il netto ed esplicito rifiuto di dare loro la parola, Cataldi e compagni se la prendono. Mentre parla Landini, allora segretario nazionale della Fiom, qualcuno stacca la spina al microfono, seguono grida di esultanza e mentre Camusso, Bonanni e Angeletti se ne vanno scortati dalla polizia, i due operai Massimo Battista e Aldo Ranieri riescono finalmente a dire la loro: intervengono dall’Apecar, rifiutano di cedere al ricatto occupazionale e accusano lo Stato di essere contro il lavoro e contro la salute.
Da allora l’Apecar diventa il simbolo delle lotte del Comitato che ha sempre avuto l’obiettivo di porre fine a questa vera e propria strage di Stato arrivando a redigere il Piano Taranto. Si tratta di un progetto elaborato dal basso contenente le linee guida per la riconversione economica e sociale del territorio in ottica di chiusura e alternativa radicale alle industrie portatrici di inquinamento e di morte, oltre che di depressione economica ed etica.

Dal 2012 al 2020 nella fabbrica sono morti nove lavoratori e Cataldi nel libro li ricorda tutti. Oggi sappiamo che il 12 gennaio 2026 è morto Claudio Salamida, operaio di 47 anni di Acciaierie d’Italia, durante un intervento di manutenzione e la rabbia è tanta perché questa morte, come le altre, poteva essere evitata.
In questo libro emerge tutta la passione e l’amore per Taranto, ma anche l’amarezza per l’immobilismo e la rassegnazione di molti tarantini.
Nel capitolo «I miei compagni d’avventura» Raffaele intervista vari compagni e compagne del Comitato, tra i quali Simona, la presidente, che afferma: «Sono fiera e orgogliosa di far parte di un collettivo che, in una città difficile come Taranto, non accetta compromessi al ribasso; che nonostante le ritorsioni non si tira indietro; che denuncia a viso scoperto perché ha un obiettivo troppo importante: proteggere la propria terra, seminare il seme della resistenza e della rinascita, insegnare ai nostri figli che sopravvivere non è un compromesso accettabile e che la resa non ci appartiene».

Mentre leggo queste testimonianze penso alle due manifestazioni alle quali partecipai a Taranto: una nel 1995 contro il sindaco Cito, ex picchiatore fascista vicino alla Sacra Corona Unita e proprietario di una emittente televisiva locale; l’altra nel 2009 per la sicurezza nei luoghi di lavoro e contro i danni ambientali, in cui i lavoratori dell’Ilva erano in prima fila nel chiedere tutele e diritti.
La città di Taranto non è solo malavita e inquinamento, è anche l’orgoglio e la caparbietà di Raffaele Cataldi e di tutti cittadini e le cittadine che non delegano, che si battono in prima linea pretendendo la parola. E se gli non viene concessa se la prendono con un megafono a bordo di un Apecar.

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Planimetrie catastali dell’infestazione https://www.carmillaonline.com/2026/03/06/planimetrie-catastali-dellinfestazione/ Thu, 05 Mar 2026 23:01:58 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92832 di Walter Catalano

AA.VV. Geometrie del terrore, Lo spazio architettonico nella letteratura weird, A cura di Agostino De Rosa, Giulia Lazzaretto e Giulia Piccinin, Anteferma Edizioni, pp. 315, euro 28,00 stampa.

Che relazione intercorre tra lo spazio architettonico di una casa e la possibilità della sua infestazione? I fantasmi abitano di preferenza particolari geometrie? Qual è il rapporto tra spazio letterario e spazio fisico, tra plot narrativo e Genius loci, tra atmosfera haunté, paesaggio ed organizzazione dello spazio abitato? E’possibile planimetrare le principali hounted houses della narrativa weird e horror? A queste e ad altre inquietanti domande sul rapporto tra spazialità e spettralità, [...]]]> di Walter Catalano

AA.VV. Geometrie del terrore, Lo spazio architettonico nella letteratura weird, A cura di Agostino De Rosa, Giulia Lazzaretto e Giulia Piccinin, Anteferma Edizioni, pp. 315, euro 28,00 stampa.

Che relazione intercorre tra lo spazio architettonico di una casa e la possibilità della sua infestazione? I fantasmi abitano di preferenza particolari geometrie? Qual è il rapporto tra spazio letterario e spazio fisico, tra plot narrativo e Genius loci, tra atmosfera haunté, paesaggio ed organizzazione dello spazio abitato? E’possibile planimetrare le principali hounted houses della narrativa weird e horror? A queste e ad altre inquietanti domande sul rapporto tra spazialità e spettralità, risponde l’iconografico e piacevolissimo volume Geometrie del terrore, edito da Anteferma, preziosa casa editrice trevigiana specializzata in architettura, scaturito da un geniale corso universitario triennale tenuto presso la laurea magistrale in Architettura dell’Università Iuav di Venezia dal prof. Agostino De Rosa e dalle sue collaboratrici Giulia Lazzaretto e Giulia Piccinin. Come spiega De Rosa, “è stato chiesto agli studenti del corso di adottare […] una ghost story […] e di ricostruire in proiezioni ortogonali, prospettiche e assonometriche quelle dimore avite, adottando un linguaggio formale e un layout grafico condivisi, per descrivere spazi, apparizioni, cambiamenti percettivi e ambientali, connessi alle presenze spettrali e/o ultraterrene”. Il libro raccoglie quindi nella prima parte i saggi scientifici dei curatori del corso e degli invitati che hanno tenuto presso l’Università un seguitissimo ciclo di conferenze sul tema, e nella seconda parte le tavole grafiche (con relative, dettagliate schede testuali) inerenti a dieci casi studio ispirati ai maggiori classici del genere, esplorando graficamente e retoricamente lo spazio liminale tra il fantastico e il quotidiano.

Fra i nomi degli autori dei saggi della prima parte oltre a quelli di vari specialisti nell’ambiente accademico, tutti meritevoli di menzione, ricordiamo per brevità solo quelli più noti fra i lettori e gli appassionati di horror e weird: Andrea Vaccaro – l’artefice di Hypnos, piccola ma attivissima casa editrice specializzata nel genere; Lucio Besana, scrittore e sceneggiatore cinematografico; Francesco Corigliano, scrittore e saggista; Fabio Camilletti, saggista, docente universitario e ghostbuster. I temi affrontati – tutti interessanti – spaziano tra l’altro, dal fantasmatico ambiguo di Henry James e Shirley Jackson, ai fantasmi e al Genius loci nell’antica Roma, dall’analisi di un vecchio classico televisivo inglese dell’infestazione – The Stone Tape, scritto da Nigel Kneale, l’inventore di Quatermass – alla disamina di The Tomb di H.P. Lovecraft o a quella dei non-luoghi evocati dagli strange tales di Robert Aickman. Le letture esemplari della seconda parte invece percorrono – fornendo per ogni scheda un’approfondita descrizione del testo, le notizie biografiche sull’autore e la legenda con didascalie di spiegazione all’affascinante apparato visuale e grafico, probabilmente la parte più originale e accattivante del volume – tutti i principali testi in argomento: La casa dei suoni di M.P. Shiel; Il giro di vite di Henry James; La casa sull’abisso di William Hope Hodgson; La casa stregata di H.P. Lovecraft (si intende The Shunned House, meglio tradotto come La casa sfuggita, e non come si potrebbe pensare, il più tardo The Dreams in the Witch-House, racconto che ci avrebbe intrigato molto di più vedere rappresentato graficamente, dati gli spazi non euclidei descritti nella storia); L’incubo di Hill House di Shirley Jackson; La stanza interna e Ravissante di Robert Aickman; The Shining di Stephen King; Casa di foglie di Mark Danielewski; Coraline di Neil Gaiman; L’altra casa di Simona Vinci.

Un volume che affronta un tema talvolta abusato (soprattutto nel cinema: la casa infestata, se banalizzata, rischia di non fare più paura) in modo del tutto nuovo, inusitato e intrigante: bello da sfogliare e da guardare – a cominciare dalla più che perturbante immagine di copertina, il quadro di Dino Valls, Dedalo – ricco più di sfumati frissons che di febbrili jump-scare nel suo apparato visuale, di molteplici e multiformi riflessioni e descrizioni, stimolanti e avvincenti in quello teorico e retorico. Sicuramente unico e indispensabile nella biblioteca dell’appassionato ma anche assolutamente utile per chi invece sia un neofita o cerchi una guida per avvicinarsi ad un argomento che interessa e riguarda un po’ tutti, fantasmi compresi.

 

 

 

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La casa sull’abisso https://www.carmillaonline.com/2026/03/04/la-casa-sullabisso/ Wed, 04 Mar 2026 21:00:08 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93352 di Sandro Moiso

William Sloane, La porta dell’alba, traduzione di Gianni Pannofino, Adelphi Edizioni, Milano 2026, pp. 295, 20 euro

Pensò alle antiche leggende del Caos Primigenio, al cui centro brancica goffamente, cieco e idiota, il dio Azathoth, Signore di Tutte le Cose, circondato dalla sua inetta schiera di danzatori ottusi e amorfi e cullato dal sottile, monotono lamento d’un flauto demoniaco stretto da mani mostruose. (H.P. Lovecraft – L’abitatore del buio, 1935)

La mia paura non aveva un oggetto su cui proiettarsi: colorava ogni mio pensiero, ma non aveva contorni precisi. (W. Sloane – La porta dell’alba, 1939)

Azathoth [...]]]> di Sandro Moiso

William Sloane, La porta dell’alba, traduzione di Gianni Pannofino, Adelphi Edizioni, Milano 2026, pp. 295, 20 euro

Pensò alle antiche leggende del Caos Primigenio, al cui centro brancica goffamente, cieco e idiota, il dio Azathoth, Signore di Tutte le Cose, circondato dalla sua inetta schiera di danzatori ottusi e amorfi e cullato dal sottile, monotono lamento d’un flauto demoniaco stretto da mani mostruose. (H.P. Lovecraft – L’abitatore del buio, 1935)

La mia paura non aveva un oggetto su cui proiettarsi: colorava ogni mio pensiero, ma non aveva contorni precisi. (W. Sloane – La porta dell’alba, 1939)

Azathoth è un dio appartenente al Ciclo di Cthulhu ideato dallo scrittore Howard Phillips Lovecraft. Conosciuto anche come il Caos Primigenio o il Demone Sultano, Azathoth è il più antico e potente dei Grandi Antichi descritti nei lavori dell’autore americano. Pur definito come il più potente degli Dei Esterni, viene descritto mentre «bestemmia e farfuglia al centro dell’Universo».

Mentre Azathoth veglia in questo stato di semi-incoscienza, gli altri antichi dei ballano ininterrottamente intorno a lui, perché se si il dormiente si risvegliasse del tutto potrebbe ordinare la distruzione dell’universo, compito che spetterebbe a Nyarlathotep. Oppure rivelare che l’universo è solo un sogno di Azathoth che, con il suo risveglio, cesserebbe semplicemente di esistere.

E’ da qui che occorre partire per comprendere come il vero orrore descritto e immaginato da Howard Phillips Lovecraft non sia tanto quello rappresentato dalle divinità mostruose del summenzionato Ciclo o dalle aberranti trasformazioni fisiche e mentali di esseri umani casualmente entrati in contatto con entità che di divino per la nostra specie non hanno assolutamente nulla, quanto piuttosto da un universo caotico in cui la vita, almeno così come l’uomo si immagina di conoscere proiettandola anche in un inesistente “aldilà”, più ancora che il frutto della casualità ricombinatoria degli elementi che l’hanno resa possibile, costituisce nient’altro che un errore.

Un cosmo freddo, buio e inconoscibile in cui ogni umano tentativo di esplorazione, comprensione o controllo non può essere destinato ad altro che al fallimento e alla scoperta di orrori prima inimmaginabili. Ed è questa visione del mistero che circonda l’uomo sbattuto nell’universo che fa sì che sia possibile avvicinare il romanzo di William Sloane pubblicato da Adelphi ai racconti e ai romanzi del solitario di Providence.

Sono passati quattro anni da quando Richard Sayles, psicologo e professore, ha perso le tracce di Julian Blair. Prima suo insegnante, poi fraterno amico, Blair è stato un geniale elettrofisico, almeno finché la morte improvvisa della moglie Helen non ne ha ottenebrato la mente. Ed eccolo ora rifarsi vivo, con un messaggio con cui invita Richard a raggiungerlo a Barsham Harbor, nel Maine, dove si è ritirato per poter continuare le sue ricerche lontano dagli occhi indiscreti della comunità scientifica. Sayles si rende subito conto che la salute mentale di Julian non è affatto migliorata, il che non gli ha impedito di dedicarsi a esperimenti sempre più temerari, fino alla soglia di quello che definisce «il progresso più grandioso mai immaginato». Prende così avvio una vicenda che nel volgere di poco più di settantadue ore vedrà i suoi protagonisti giungere pericolosamente ai margini estremi della conoscenza umana, senza trarne alcun profitto e ricavandone invece soltanto orrore, morte e odio.

La figura di Julian Blair e la sua richiesta di aiuto e consiglio rinviano non soltanto a numerosi altri scienziati descritti dalla letteratura fantascientifica o dell’orrore, ma in particolare a quella folle e disperata dell’invisibile protagonista del racconto Colui che sussurrava nel buio (1931) di Lovecraft in cui, ancora una volta, compare Azathot, ovvero il dio che incarna la casualità e il caos che governano un universo in cui soltanto gli esseri umani possono credere di individuare leggi precise e forze comprensibili e controllabili.

In cinque anni una persona può cambiare notevolmente, e Anne mi aveva avvertito che avrei trovato Julian molto diverso da come lo ricordavo. Eppure, quando entrai in soggiorno, fu un colpo vedere com’era ridotto. Dava le spalle alle finestre e alla luce, seduto su una poltrona sfondata, ma già a prima vista notai quant’era invecchiato. La sua faccia, stretta e spigolosa, non aveva mai avuto un colorito granché vivace, ma ora la pelle era sottile come pergamena, tesa sugli zigomi, e le labbra erano di un grigio sbiadito, quasi come se in lui non fosse rimasta una stilla di sangue.
[…] Quell’uomo trasandato, nello squallido soggiorno della vecchia casa, era un’altra persona, una sorta di decrepita controfigura. I vestiti erano sporchi, oltre che sgualciti. [Ma] Da vicino, la sua faccia non era così spenta come mi era parsa a prima vista. Gli occhi erano vivaci, ardenti dello stesso entusiasmo dei vecchi tempi […] Quel giorno, però, notai qualcos’altro, un’intensità che non era solo semplice entusiasmo. Nelle sue pupille c’era una luce che mi parve fuori dal normale e mi costrinse, dopo un attimo, a distogliere lo sguardo1.

La vecchia casa, quella “dei Talcott” come è conosciuta in paese, sembra essere, nel suo isolamento, sospesa su un abisso di orrori, inimmaginabili e inspiegabili, esattamente come quella Casa sull’abisso che dava il titolo all’omonimo romanzo (1908) di William Hope Hodgson che H.P. Lovecraft annoverava, insieme al Re in giallo (1895) di Robert Chambers, tra le sue maggiori influenze.

Una casa, quella immaginata da Hope Hodgson, nelle cui vicinanze è nascosto un passaggio che scende nell’oscurità e conduce ad eoni di distanza, in un mondo che travalica spazio e tempo e che viene dominato da altre e sconosciute comete, stelle e soli alieni. Un universo da cui possono sorgere e librarsi dall’abisso sottostante creature mostruose con cui hanno dovuto fare i conti i precedenti proprietari, il Vecchio recluso e sua sorella. Una casa in rovina, ottocentesca e in prossimità di un fiume, esattamente come quella descritta nel romanzo di Sloane.

Come in Attraverso la notte (1937), Sloane gioca con i generi letterari e ne ricombina gli elementi – una grande casa isolata, un complicato macchinario da romanzo di fantascienza, una fugace ma terrificante sbirciata nell’orrore cosmico, un rompicapo degno di un mystery d’antan, perfino un po’ di storia d’amore e l’intuizione dei buchi neri la cui esistenza era stata teorizzata dal fisico Karl Schwarzschild nel 1916, un anno dopo la pubblicazione della Teoria della relatività generale, nella quale il campo gravitazionale viene descritto come deformazione dello spazio-tempo – per ricavarne qualcosa di inclassificabile e perturbante che resta a lungo nella mente del lettore, come l’eco di un segnale proveniente da qualche pianeta sconosciuto. Segnale che, nel romanzo, il professor Blair e la sua ambigua assistente, la medium Esther Walters, scambiano per la possibilità di comunicare effettivamente con il mondo dei morti

Un gioco di rimandi che giunge fino al maestro dell’orrore cosmico se si considera che Robert M. Price, un importante studioso di Lovecraft, abbia suggerito come anche quest’ultimo si sia ispirato, per la creazione Azathoth, all’opera di Lord Dunsany intitolata The Gods of Pegana, poiché in quella compariva Mana-Yood-Sushai, il dio supremo creatore dell’universo e di tutti gli altri dei, che, secondo Dunsany, è eternamente addormentato, cullato dalla musica delle altre divinità, poiché se si dovesse risvegliare distruggerebbe tutto ciò che ha creato. Motivo per cui non c’è da stupirsi che William Sloane abbia tratto ispirazione da così tante fonti e generi letterari.

Anche se una certa sua passione per il realismo lo allontana da Lovecraft e dagli altri autori citati, soprattutto quando ironizza sulle tattiche del Partito comunista americano all’epoca dei fatti narrati oppure delinea con grande maestria la netta separazione tra città e campagna e l’enorme differenza tra la mentalità razionale della borghesia e quella irrazionale delle classi meno abbienti che ancora oggi, soprattutto nell’America di Donald Trump, può essere motivo di divisione e odio fuori controllo.

Una razionalità positivista che, però, quasi sempre non mantiene le sue promesse e le illusioni che diffonde con troppo entusiasmo, finendo così troppo spesso, proprio come capita nella buia casa circondata da una campagna ridente e vicina a un fiume impetuoso, col fomentare le paure, non sempre del tutto irrazionali, di chi per censo e cultura ne è escluso. Proprio come avviene nel duro confronto tra i frequentatori della magione e gli abitanti del vicino villaggio di Barsham Harbor.

Da La porta dell’alba (The Edge of Running Water -1939) fu tratto, nel 1941, il film The Devil Commands diretto da Edward Dmytryk con Boris Karloff, uno dei tanti film in cui, tra il 1930 e i primi anni Quaranta, l’attore avrebbe interpretato la figura di uno scienziato pazzo, prima che nello stesso anno la Universal producesse il film che lo avrebbe reso definitivamente celebre: The Wolf Man (L’uomo lupo), diretto da George Waggner e scritto da Curt Siodmak.


  1. William Sloane, La porta dell’alba, Adelphi Edizioni, Milano 2026, pp. 67-68.  

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Archeologia e politica. Morte di un archeologo e archeologia per sopravvivereparte prima https://www.carmillaonline.com/2026/03/03/archeologia-e-politica-morte-di-un-archeologo-e-archeologia-per-sopravvivereparte-prima/ Tue, 03 Mar 2026 21:00:43 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92736 di Enrico Giannichedda

Il 19 gennaio 1992, l’archeologo statunitense Albert Glock fu ucciso a colpi di pistola in Cisgiordania, a poca distanza da Gerusalemme, da un sicario rimasto sconosciuto. Forse un sicario che nessuno, mai, ha voluto davvero individuare e perseguire. Eppure Glock lavorava in Palestina dal 1962 ed era un pastore protestante, che nacque archeologo biblico e poi divenne altro con un percorso professionale particolare e importante. Glock, nel corso degli anni, aveva difatti modificato le proprie prospettive di ricerca mostrandosi, però, pienamente partecipe delle innovazioni teorico metodologiche della coeva New archaeology americana. Dalla morte di Albert Glock a oggi sono [...]]]> di Enrico Giannichedda

Il 19 gennaio 1992, l’archeologo statunitense Albert Glock fu ucciso a colpi di pistola in Cisgiordania, a poca distanza da Gerusalemme, da un sicario rimasto sconosciuto. Forse un sicario che nessuno, mai, ha voluto davvero individuare e perseguire. Eppure Glock lavorava in Palestina dal 1962 ed era un pastore protestante, che nacque archeologo biblico e poi divenne altro con un percorso professionale particolare e importante. Glock, nel corso degli anni, aveva difatti modificato le proprie prospettive di ricerca mostrandosi, però, pienamente partecipe delle innovazioni teorico metodologiche della coeva New archaeology americana.
Dalla morte di Albert Glock a oggi sono trascorsi 34 anni e nel piccolo mondo degli archeologi, la sua figura e la sua opera se non dimenticata è restata comunque priva di qualsivoglia particolare attenzione. In rare occasioni gli archeologi hanno valorizzato il pensiero di Glock e, con l’eccezione di un libro inchiesta, la sua morte non è stata ritenuta segnare un momento importante nella storia dell’archeologia. Eppure, a rendere la sua vicenda interessante, anche per i media generalisti, avrebbe dovuto essere proprio il movente del suo omicidio. Un assassinio impunito ma che, nell’ambito della questione israelo-palestinese, entrambe le parti ritennero diretta conseguenza delle ricerche che conduceva. Dopo un primo momento, segnato da indagini approssimative e qualche necrologio, la vicenda perse, però, interesse e l’argomento fu probabilmente ritenuto sgradevole perché trattarne significa ragionare non di grandi e meravigliose scoperte ma di archeologia e politica. In Israele, per il caso specifico, e in generale1.
In circostanze del tutto diverse quella di Glock fu una morte, con la conseguente indagine, che ricorda quella di Pierpaolo Pasolini, anch’egli intellettuale scomodo perché non controllabile, libero, originale e ingombrante. Siccome i casi della vita fanno sì che tutto si tenga, su Pasolini torneremo con una battuta.

1. L’archeologia della Palestina e noi. Alcuni appunti sull’oggi

Sir Matthew Flinders Petrie, uno dei grandi dell’archeologia medio orientale, ritratto a Gaza nel 1931. https://www.timesofisrael.com/in-jerusalem-a-crowd-turns-out-to-honor-an-archaeological-giant-flinders-petrie/

Per chi non è del mestiere, per chi conosce l’archeologia solo grazie ai mass media, per chi, da archeologo, è impegnato a gestire solo la propria piccola torre d’avorio, antepongo qualche informazione generale sull’archeologia, in Israele e Territori occupati, così da contestualizzare quanto seguirà.2

L’archeologia è disciplina occidentale che si esercita ovunque nel mondo perché il ricco ‘Occidente’ che potremmo definire capitalista, cristiano, scientista e storicista ha deciso di scrivere lui la storia di tutti gli altri. Talvolta quasi solo la storia di periodi ricchi in paesi oggi poveri. Egitto, Vicino Oriente, Centro America e Africa solo per citarne alcuni. Ovviamente senza chiedere permesso, imponendo metodi e standard, scegliendo cosa merita attenzione e cosa ne merita meno. E se qualcuno obietta che gli archeologi nati nel Terzo mondo non mancano dovrebbe anche ammettere che, quasi sempre, essi si sono formati nel ‘primo’ da cui dipendono per titoli, fondi, possibilità di carriera e tutto quel che gli necessita. L’archeologia è, quindi, una disciplina nata coloniale che fatica spesso a riconoscere ciò come un proprio caratteristico peccato originale. Per brevità, parafraso una frase pronunciata da Guido Vannini, archeologo medievista fiorentino nel suo intervento alla tredicesima International Conference on the History and Archaeology of Jordan, ad Amman, nel 20163: l’archeologia inizierà a liberarsi del proprio retroterra culturale ‘colonialista’ quando un archeologo nato e cresciuto nel Terzo mondo potrà concretamente dirigere attività di ricerca nel primo ribaltando lo schema che, tutt’oggi, è esclusivo e prevede che siano sempre gli archeologi ‘occidentali’ ad andare in missione a casa altrui e non il contrario. Spesso anche con lo scopo di portare ‘a casa propria’ oggetti scavati altrove come nel caso della Petrie Palestinian collection che fu definita homeless collection fin quando trovò spazio all’University College of Archaeology a Londra4.

Monili dagli scavi di Flinders Petrie a Tell Ajjul, ora al British Museum.


A tale considerazione generale sull’archeologia disciplina colonialista, e predatoria, si può aggiungere che tutt’oggi in Israele e territori limitrofi operano molte missioni archeologiche, ma non è questo il motivo per cui, di fronte alla gravità dei fatti di cronaca, gli archeologi si sono mossi. Vediamo come con alcuni esempi non tutti positivi.

La Petrie Palestine collection, definita negli anni Cinquanta anche homeless collection e chiusa in casse in attesa di collocazione.

In occasione del meeting previsto per il 3-6 settembre 2025 a Belgrado dall’European Association of Archaeologist, che prevedeva numerosissime sezioni di studio, l’organizzazione ha emanato una nota, e organizzato quello che in altri tempi si sarebbe definito servizio d’ordine, per evitare qualsiasi riferimento alla Palestina5. Una censura preventiva che ha portato molti colleghi a protestare, abolire il proprio intervento, abbandonare l’associazione. Poi, ovviamente, si potrebbe cavillare sui dettagli e formalismi del come sono andate le cose, ma il direttivo della più ampia associazione europea di categoria, che conta oltre 3000 membri, aveva deciso per tutti che di Gaza non si deve parlare.

«Espulsione mascherata da archeologia» in un cartello di protesta contro il controllo israeliano a Silwan (Gerusalemme Est) il 29 febbraio 2009. Fonte Ahmad Gharabli/ AFP/ Getty Images : https://nieuweinstituut.nl/en/articles/reclaiming-palestinianity

E di cosa non si deve parlare? Ad esempio di cosa stanno facendo i colleghi israeliani (e non solo!) non a Gaza, ma in Cisgiordania. Anche qui, in breve, ricordo solo un fatto. Le autorità israeliane e l’Università Bar-Ilan, sorta nell’insediamento illegale di coloni ad Ariel, avevano organizzato per il 10-13 febbraio 2025 il convegno First International Conference on Archaeology and Site Conservation of Judea and Samaria sponsorizzato dal Ministero del Patrimonio6.

Decine i partecipanti, fra cui molti europei, e addirittura una sezione dedicata all’archeologia islamica, ma l’intenzione era chiara fin dal titolo dove non si scrive Cisgiordania o West Bank ma Giudea e Samaria. Intendendo, in tal modo, le terre bibliche in cui le leggi internazionali, almeno in teoria, impediscono qualsiasi intervento di archeologia ‘coloniale’. In buona sostanza, fin dal 1907, in qualsiasi area di guerra o in territori contesi agli occupanti è, difatti, vietato gestire il patrimonio culturale come fosse il proprio. È vietato agli invasori razziare opere, distruggere siti ma anche decidere per altri come conservare i resti del passato. Non c’è oggettività scientifica che conti, se mai qualcosa di simile possa esistere, e il diritto del più forte non dovrebbe trovare applicazione in campo archeologico.

L’Università Bar Ilan informa della scoperta di un campo di battaglia riferibile a un episodio eroico ricordato dalle fonti ebraiche. https://www.biu.ac.il/en/article/584106

Forse definire la First International Conference un convegno a delinquere sarebbe eccessivo, e chissà quanti vi avevano aderito ‘ingenuamente’, anche perché l’iniziativa è saltata quando un docente di archeologia presso l’Università di Tel Aviv, Raphael Greenberg, ha scritto una lettera aperta sottolineando che quella Conferenza non avrebbe rispettato gli standard delle Convenzioni internazionali sui Territori occupati7. A ben vedere, però, siccome i convegni non uccidono, al massimo armano di argomentazioni sconnesse gli assassini, forse sarebbe stato meglio averne gli atti a riprova di comportamenti che Alfonso Stiglitz, un archeologo ben attento ai problemi medio orientali, ha ben inquadrato analizzandone il programma: “Gli interventi alla Conferenza presentano titoli asettici, apparentemente oggettivi, ma che rientrano nelle consuete attività coloniali del cosiddetto whitewash (letteralmente “sbiancamento”) che porta a cancellare la storia dei luoghi per trasformarla in una narrativa funzionale all’occupante. Samaria e Giudea sono le denominazioni di un pezzo della storia di questi luoghi, legati al regno di Israele di biblica memoria, che occupa una parte del primo millennio prima della nostra era. Utilizzarlo oggi significa da una parte cancellare la storia di quei luoghi, precedente e posteriore a quel regno, dall’altra autoproclamarsi come eredi diretti di quell’esperienza storica e, come, tali detentori del titolo di proprietà”8.

La stessa notizia sul sito dell’Armstrong Institute of Biblical Archaeology in cui si collega passato e presente (insediativo e militare): With this discovery, we have yet another find that proves the millenniums-long history of the Jews in the Promised Land and their struggle to survive and remain independent.
https://armstronginstitute.org/1396-material-evidence-of-maccabean-battlefield-unveiled

Lo stesso Alfonso Stiglitz ha dedicato alla citata Università di Ariel parole significative anche in un articolo in cui ricorda che Il World Archaeological Congress (WAC) del 25-28 giugno 2025, ha deciso «di escludere dalla partecipazione al WAC-10 gli studiosi affiliati all’Università Ariel, un’istituzione situata in un insediamento israeliano nei territori palestinesi occupati (Cisgiordania) e, pertanto, è essa stessa una istituzione illegale ai sensi del diritto internazionale». Inoltre, con riferimento agli scavi archeologici condotti nei territori occupati in violazione dei Regolamenti dell’Aja (1907), della Convenzione dell’Aja (1954) e del Secondo Protocollo (1999), la risoluzione conclude: «Il Congresso Archeologico Mondiale riafferma il suo impegno per una pratica archeologica etica, inclusiva e legalmente responsabile e si dichiara solidale con tutte le comunità il cui patrimonio culturale e i cui diritti sono minacciati dall’occupazione e dal conflitto»9 . Infine, anche la recentissima distruzione da parte israeliana della sede di Gaza dell’École biblique et archéologique française de Jérusalem è la riprova del deliberato intento di cancellare la memoria storica concedendo un solo giorno per evacuare, persone e reperti, prima di bombardare10 . A Gaza, per gli israeliani, non c’è difatti nulla da conservare, mentre in Cisgiordania, dove lavorò Glock, il patrimonio va reinterpretato. Così dal 2002, e con più forza dal 2024, Israele ha assunto il controllo di oltre 4500 siti in Cisgiordania, con i militari e i coloni, che fanno da apripista a una più generalizzata espropriazione del territorio e, ovviamente, delle memorie storiche che vi insistono11 . Nella logica di ‘ritornare dove eravamo’ e dell’appropriarsi di «una terra senza un popolo per un popolo senza terra»12 .

Uno fra i tanti siti archeologici posto nel 2025 sotto il controllo israeliano è Sebastia nei Territori occupati. La figura è tratta da un articolo di R. Rérolle su Le Monde del 19 maggio 2025, ma versioni contrastanti sull’occupazione come forma di tutela o di esproprio si trovano in molti siti israeliani e palestinesi.

Altri elementi fattuali e recenti di cui secondo alcuni non converrebbe parlare possono essere utili per comprendere, a posteriori, l’omicidio di Albert Glock e il contesto in cui maturò. Si va dal gran numero di scavi illegali con scoperte di testimonianze bibliche poi palesatesi false, al testo di due archeologi, di cui uno palestinese e anonimo per ovvie ragioni, che si chiedono, provocatoriamente, che senso abbia parlare di archeologia quando si hanno di fronte massacri e distruzioni deliberate: “Il patrimonio e l’archeologia sono davvero una priorità in questo momento? Se sì, per chi stiamo preservando il patrimonio? Per il nostro universo accademico che capitalizza sull’ennesima crisi? O per le comunità locali i cui membri sono uccisi all’interno e nelle vicinanze di questi siti storici, molti dei quali ora utilizzati come luoghi di rifugio?” Fino ad ammettere che, purtroppo, “L’archeologia ha una lunga tradizione nel separare il patrimonio storico dal suo contesto contemporaneo”13.Di ciò ho avuto la riprova, seppur in scala minore, quando, il 9 settembre 2025, ho presentato un documento di condanna del genocidio (o massacro che dire si voglia) in atto a Gaza e in Cisgiordania al X Congresso Nazionale della Società degli archeologi medievisti italiani. L’incipit era il seguente: «Se ti occupi di archeologia certamente ti sei interessato alla Palestina. Perché, prima o poi, hai letto Ceram o le grandi storie dell’archeologia; per essere rimasto a bocca aperta di fronte alle stratigrafie di Gerico neolitica; perché non lontano sorsero le grandi civiltà del mondo antico; perché quando ti leggevano la Bibbia tu pensavi a quei luoghi e, poi, quando sei diventato più grande, ti sei interessato al problema posto dal raffronto fra fonti scritte e evidenze materiali. Perché la storia dell’archeologia, e dell’antichità dell’Uomo, con tutto ciò, e con la storia della Palestina, ha molto a che fare. E se sei un medievista, ti sarai inizialmente interessato alla Palestina per le vicende cavalleresche la cui narrazione fa parte di un comune retroterra culturale; o per le Crociate che mai ebbero come scopo l’annientamento dell’altro; o perché dalla Palestina e regioni limitrofe giunsero in Europa grandi invenzioni e produzioni, dalla scrittura ai numeri, dal vetro alle maioliche. E se operi sul terreno, ben sai che ovunque in Europa si trovano tracce delle due grandi religioni monoteiste e che in molte città il “ghetto” è un quartiere che segnala passate convivenze e convenienze»14. A seguire la proposta di “sanzioni pertinenti anche all’ambito turistico e culturale perché, diversamente da altre vicende tragiche, la politica di Israele prevede la cancellazione della memoria storica non ebraica in tutta la regione” per cui chiedevo di “sospendere missioni, collaborazioni, contratti, partnership e simili con Israele”. L’assemblea dei medievisti ha approvato all’unanimità tale proposta ma il dibattito che ha preceduto tale atto è stato

interessante per due motivi: secondo taluni a occuparsi della questione dovrebbero essere solo coloro che lavorano in Israele; per altri, invece, il documento era condivisibile ma inutile e comunque ne sarebbero serviti di analoghi per ogni situazione di conflitto. Nell’occasione io risposi approfittando di una frase di Pasolini che, guarda caso, compariva a lettere cubitali e un po’ enfaticamente, su una parete dell’aula magna in cui si svolgeva il congresso: «E noi abbiamo una vera missione, in questa spaventosa miseria italiana, una missione non di potenza o di ricchezza, ma di educazione, di civiltà»15.

La citata frase di Pier Paolo Pasolini sul muro dell’Università di Udine

Pasolini, ovviamente, non scriveva pensando all’archeologia e migliore di quella sarebbe stata una frase che Alfonso Stiglitz ha scritto, però, solo qualche giorno dopo e che fa giustizia di ogni perplessità di fronte a quello che dovrebbe essere sempre l’operato degli archeologi. «Perché parlare di archeologia davanti a una carneficina di vite umane? Perché l’archeologia è una delle armi dello sterminio, ne fornisce le basi ideologiche»16. In Israele e altrove. Oggi, purtroppo, più in Israele che altrove.

2. Per movente l’archeologia

Sulla base di tutto questo, la vita e la morte di un archeologo impegnato, nei Territori occupati, su tematiche che dall’archeologia biblica arrivarono all’archeologia del territorio palestinese, costituiscono un tassello di storia dell’archeologia importante e poco noto al pubblico italiano (e non solo). Un tassello che si inserisce in anni cruciali per l’evoluzione dei metodi di ricerca sul territorio (con lo stabilirsi di un rapporto proficuo fra archeologia ed etnoarcheologia e fra sistemi di fonti autonomi), ma che qui interessa soprattutto per l’uso politico dell’archeologia. Un uso che in questo caso è palese, al limite dello scandalo, ma che non deve fare dimenticare che, in generale, fare archeologia è sempre fare politica. E, spesso, non una buona politica.

La copertina dell’edizione inglese del libro di Edward Fox, Sacred Geography: A Tale of Murder and Archeology in the Holy Land, London 2002.

Il 19 gennaio 1992, l’archeologo americano Albert E. Glock, che era nato in Idaho nel 1925, venne assassinato in Palestina e, quasi certamente, ciò avvenne perché aveva scavato troppo in profondità nel passato di quel paese conteso. Oggi, quella vicenda umana e professionale merita di essere ricordata non solo come testimonianza dell’abisso in cui è precipitata una parte importante del mondo mediterraneo antico, ma per ragionare su quanto può essere stretto il legame fra ricerca archeologica e cronaca, fra studio del passato e vita reale.
Attualmente, per la ricostruzione di quell’omicidio rimasto impunito, la fonte fondamentale è il libro inchiesta di Edward Fox, Sacred Geography cui si rinvia non dimenticando però di segnalare che molte notizie, e il clima in cui quel “giallo” va inserito, sono recuperabili nelle edizioni on-line di svariati giornali dell’epoca17.

La notizia dell’uccisione di Glock (erroneamente scritto Block) in un annuario delle vittime del terrorismo (p. 117) con le differenti attribuzioni di colpa delle parti in causa (da MICKOLUS E.F., SIMMONS S., Terrorism 1992-1995. A Chronology of Events and a Selectively Annotated Bibliography, London 2007).

Proprio nelle cronache del Jerusalem Post, nelle dichiarazioni diffuse dalla radio Voice of Palestine o nel più equilibrato The Guardian abbiamo, difatti, potuto riscontrare il ruolo che all’archeologia fu attribuito da chi solitamente si occupa d’altro: di cronaca, di politica, di guerra. Sia da chi ne scrive e commenta e sia da chi opera sul terreno scavando, valorizzando o distruggendo, talvolta ammazzando.
Nato nel 1925 in Illinois, il pastore luterano Albert Glock divenne archeologo con l’intento di contribuire alla comprensione delle Sacre Scritture e a rafforzare il diritto di Israele sui territori palestinesi. Nel 1962 egli iniziò a scavare la biblica Tell Ta’nach, ma con il progredire delle ricerche si convinse che erano i palestinesi ad avere storicamente i maggiori diritti su quei territori che solo un insostenibile luogo comune presentava come terre ‘senza gente’ destinate al popolo israeliano altrimenti ‘senza patria’. Gli scavi che Glock stesso aveva condotto dimostravano che tali affermazioni non avevano alcun senso ed egli finì quindi con abbracciare la causa palestinese. Lasciato un posto prestigioso all’Albright Institute di Gerusalemme Est, si trasferì perciò all’Università palestinese di Bir Zeit, nei Territori occupati, dove organizzò il Dipartimento di archeologia.
E se l’Albright Institute, fondato nel 1870 con il nome di The American School of Oriental Research, nel proprio sito web ricorda che The history of the Albright is the history of American archaeology in the Near East, completamente differente è la storia recentissima della Birzeit University, nata nei Territori occupati a circa 30 km da Gerusalemme. Un’università ‘povera’ che fra i pochi corsi attivati nel 1978 comprendeva anche quello di Albert Glock e aveva una mission attualissima: “Questa era una delle caratteristiche della resistenza non violenta all’occupazione militare israeliana sotto forma di servizio alla comunità e di costruzione di istituzioni palestinesi indipendenti dall’esercito israeliano”18. In poche parole, resistenza non violenta all’occupazione e costruzione di istituzioni palestinesi indipendenti.
Altro non serve per capire cosa poté significare, per uno statunitense passare dall’una all’altra istituzione, da una situazione di privilegio a una di difficoltà oggettive e, forse, neppure immaginabili. E questo in un periodo ben più tranquillo, politicamente e militarmente, dell’attuale, per cui lo stesso Albright Institute, di cui Glock era stato direttore, lo supportò nell’intento di creare un’istituzione autonoma che visse poi di alti e bassi con, nel 2000, la nascita della rivista Journal of Palestinian Archaeology e fino alla crisi che nel 2003 portò alla chiusura dell’istituto di Archeologia inglobato in quello di Storia19.

La home page della Birzeit University in data 19 dicembre 2025.

Partecipe del clima di generalizzata innovazione teorica e metodologica che caratterizzava l’archeologia statunitense, in quegli anni Glock intraprese lo studio di un villaggio abbandonato dai rifugiati del 1948 e poi, fra grandi difficoltà e aggirando anch’egli il divieto posto dall’Unesco agli scavi nei Territori occupati, iniziò a indagare Tell Jenin, un villaggio rurale importante per documentare, indipendentemente dalle fonti bibliche, quale fu, per secoli, la vita quotidiana dei palestinesi. Per Glock, persona descritta come non facile e arrogante, questa era una sorta di missione e per compierla si scontrò anche con quei palestinesi che non capivano il perché indagasse un sito povero anziché le vestigia arabe più imponenti. Il suo obiettivo era, però, la costruzione di un’archeologia palestinese svincolata dalle fonti e basata su originali ricerche di campo, ma nonostante l’impegno e i sacrifici non ebbe modo di procedere troppo oltre in quella direzione. Nel pomeriggio del 19 gennaio 1992, dopo avere assistito alla Messa e avere classificato frammenti ceramici nei locali dell’Università, Glock fu difatti ucciso con tre colpi di pistola sparatigli alla schiena mentre si apprestava a bussare alla porta della casa di un’amica.
Chi poteva essere interessato a uccidere Glock? Secondo i testimoni a sparargli con un’arma israeliana fu un giovane mascherato con la kefiah palestinese e subito fuggito su un’auto con targa israeliana. Gli indizi – l’arma, la kefiah e l’auto – erano quindi fra loro contrastanti almeno quanto le successive ipotesi circa il movente. Già il giorno successivo all’omicidio il quotidiano israeliano Jerusalem Post scriveva che trattandosi di un americano Glock avrebbe da sempre dovuto ritenersi in pericolo, e che quindi un po’ se la era cercata, ma, in maniera un po’ ambigua, suggeriva che la sua uccisione poteva dipendere da contrasti accademici o da fatti personali, quali l’amicizia per una sua assistente, o dal desiderio dei palestinesi di fermare un archeologo non particolarmente interessato alle testimonianze islamiche. D’altro canto, nessuna organizzazione palestinese rivendicò l’agguato e fu invece avanzata l’ipotesi che i colpevoli fossero agenti segreti israeliani o coloni ostili a quell’archeologo che tutti in zona sapevano stare con i palestinesi. Per la radio Voice of Palestine, Glock fu addirittura ucciso perché ormai prossimo ad annunciare una scoperta che avrebbe reso insostenibili le pretese israeliane sui Territori e altri ipotizzano sia stato ucciso nel tentativo di sabotare il processo di pace allora faticosamente avviatosi.

6 gennaio 2026. Il Jerusalem Post informa dell’assalto da parte israeliana alla Birzeit University. https://www.jpost.com/israel-news/defense-news/article-882536

A oltre trent’anni dalla morte di Glock non è noto chi gli sparò alla schiena. Nel 1993, la polizia israeliana arrestò un uomo che rientrava in aereo da Chicago con 97.000 dollari in contanti. Sospettato di essere un attivista di Hamas, l’uomo fu interrogato e, a suo dire, torturato fin quando fece il nome del possibile assassino. Un palestinese ricercato invano per anni e ucciso dalla polizia durante un blitz di cui non sono noti i particolari. Il tutto senza riscontri per cui i dubbi restano anche perché quanto dichiarato dai familiari di Glock deve fare riflettere. Quel che sembra certo è, stando al loro racconto, il ritardo di ore con cui la polizia israeliana intervenne sul luogo del delitto e il poco impegno nelle indagini. Nonostante l’ucciso fosse un cittadino statunitense, non furono fatti i consueti rastrellamenti e le stesse autorità americane, FBI compresa, benché sollecitate dalla moglie, non dimostrarono interesse per il caso20 .
Quasi certamente, come andarono effettivamente le cose non si saprà mai, e neppure cercare di capire a chi poteva giovare l’uccisione di Glock aiuta a fare chiarezza, ma certo resta inquietante sapere che, pur nel disastro di una contrapposizione decennale, entrambe le parti in lotta abbiano ritenuto possibile un movente ‘archeologico’ e che Glock sia stato ucciso per il lavoro che faceva: scavare immondezzai e livelli d’abbandono, catalogare ceramiche, proporre ricostruzioni storiche.
L’archeologia negli ultimi decenni sembra avere individuato nella valorizzazione dei beni culturali il principale compito a cui volgersi, ma questo “essere nella società” non deve fare dimenticare che, volente o nolente, l’archeologia ha da sempre un altro compito di gran lunga più importante: quello di contribuire, studiando le testimonianze materiali, ad una ‘onesta’ ricostruzione storica complessiva. Una storia che inevitabilmente dipende da ciò in cui si crede e, conseguentemente, dalle idee su ciò che si pensa meritevole di essere studiato e fatto conoscere, ma che non può essere strumento di parte e, tantomeno, di oppressione. Glock, lo vedremo più avanti, di questo era certamente consapevole, così come aveva sentore dei pericoli che correva e allora, senza per questo farne un eroe, se è morto per il lavoro che faceva gli si deve riconoscere una coerenza non comune e l’essere il protagonista, sua malgrado, di una vicenda destinata a rimanere nella storia dell’archeologia.

Le foto sono fornite dall’Autore

L’immagine di apertura è tratta da American Antiquity, 59, n. 2, 1994, pp. 270-272

La seconda parte sarà on line il giorno 11 marzo 2026


  1. Un articolo dedicato al tema e da me proposto al mensile Archeo è stato l’unico fra i miei lavori inviati dalla redazione a non essere pubblicato. Benché non si possa parlare di censura è evidente che il tema non rientra nella narrazione mainstream dell’archeologia come disciplina neutra interessata solo alla scoperta delle passate civiltà. Questo testo non pubblicato è disponibile nel sito di Academia.  

  2. La bibliografia, soprattutto in lingua inglese, è sterminata ma una buona sintesi è fornita da M. Gori, The Stones of Contention: The Role of Archaeological Heritage in Israeli–Palestinian Conflict, Archaeologies: Journal of the World Archaeological Congress, 2013, vol. 9, n. 1, pp. 213-229.  

  3. L’intervento, al momento ancora inedito, aveva per titolo: The Archaeological Missions: A New Cultural Approach, Beyond the Crisis. The ‘Future’ Experience of the Italian-European Archaeological Mission ‘Medieval Petra’ of the University of Florence. Per queste e altre informazioni ringrazio Elisa Pruno- 

  4. Sulla vicenda B. Butler, Rehoming Flinders Petrie’s “Homeless Palestinian Collection”, Jerusalem Quarterly 90, 2022, pp. 37-57  

  5. Sulla questione, e sulle polemiche conseguenti, le risorse in rete sono numerose. Fra queste, https://www.e-a-a.org/EAA2025/EAA2025/Home.aspx. Nello specifico l’associazione AAA Archaeologist Against Apartheid aveva ottenuto che i colleghi israeliani potessero partecipare solo a titolo personale, come già per i russi, ma dopo varie proteste il board EAA ha modificato tale decisione e cercato di censurare ogni successiva discussione spaccando, di fatto, in due la stessa associazione. In sintesi, la posizione di molti archeologi italiani è riassunta in https://www.archeologi-italiani.it/2025/09/13/13-09-2025-cosa-succede-alleaa/  

  6. https://arch-js.co.il/?page_id=781&lang=en  

  7. https://emekshaveh.org/en/annexation-and-conference/  

  8. Tutta la vicenda è ben discussa in A. Stiglitz, 2025, Archeologia coloniale in Cisgiordania. Articolo pubblicato il 25 febbraio 2025 su Il manifesto sardo:  https://www.manifestosardo.org/archeologia-coloniale-in-cisgiordania/ 

  9. Stiglitz, 2025, L’archeologia per la Palestina e noi (2). Articolo pubblicato il 29 giugno 2025 su Il manifesto sardo: https://www.manifestosardo.org/larcheologia-per-la-palestina-e-noi-2/ 

  10. La notizia in Italia è passata quasi sotto silenzio. A fare eccezione è stata Giovanna Cifoletti su Il manifesto del 11 settembre 2025; https://ilmanifesto.it/gaza-la-scuola-biblica-e-archeologica-minacciata-di-distruzione?t=anfTcG0wCmTMLMI-S9c3S 

  11. Per maggiori informazioni, si veda Salah Al-Houdalieh, The Battle to Protect Archaeological Sites in the West Bankhttps://www.sapiens.org/archaeology/west-bank-heritage-looting-destruction/. Il testo è discusso nel già citato A. Stiglitz, 2025, L’archeologia per la Palestina e noi (2). Articolo pubblicato il 29 giugno 2025 su Il manifesto sardohttps://www.manifestosardo.org/larcheologia-per-la-palestina-e-noi-2/ 

  12. A. Stiglitz, 2025, Cancellare la memoria a Gaza. Articolo pubblicato il 24 settembre 2025 su Il manifesto sardohttps://www.manifestosardo.org/cancellare-la-memoria-a-gaza  

  13. Stiglitz, 2025, L’archeologia per la Palestina e noi. Articolo pubblicato il 5 giugno 2025 su Il manifesto sardo: https://www.manifestosardo.org/larcheologia-per-la-palestina-e-noi/. Il testo di Giorgia Andreou docente all’Università di Southampton e dell’anonimo studente di Gaza è scaricabile on line: https://www.americananthropologist.org/online-content/what-is-heritage-without-people  

  14. Lettera aperta ai membri della Società degli archeologi medievisti italiani SAMI in occasione del X Congresso Nazionale di Archeologia Medievale. Il testo discusso in assemblea, ridotto ed emendato, è stato poi reso pubblico con l’impegno di organizzare occasioni d’incontro e studio sul tema della ricerca archeologica in aree di conflitto. https://www.samiarcheologia.it/mozione-sami-di-condanna-del-genocidio-atto-palestina  

  15. Frase tratta da Lettera a Luciano Serra, Casarsa, agosto 1943  

  16. Stiglitz, Cancellare la memoria a Gaza. Articolo pubblicato il 24 settembre 2025 su Il manifesto sardo: https://www.manifestosardo.org/cancellare-la-memoria-a-gaza/  

  17. Il testo di riferimento a cui si rinvia anche per indicazioni bibliografiche specifiche è: Fox, Sacred Geography: A Tale of Murder and Archeology in the Holy Land, London 2002. L’edizione americana si intitola Palestine Twilight: The Murder of Dr Albert Glock and the Archaeology of the Holy Land, New York 2002. Per questioni più strettamente archeologiche: K. Lamie, Archaeology in Palestine: The Life and Death of Albert Glock, Nebraska Anthropologist, 2007, n. 30, pp. 113-123  

  18. https://www.birzeit.edu/en/blogs/community-and-public-health  

  19. Per la storia delle università palestinesi si veda: Salah Hussein A. Al-Houdalieh, Archaeology Programs at the Palestinian Universities: Reality and Challenges, Archaeologies: Journal of the World Archaeological Congress, 2009, volume 5, n. 1, pp. 161-183.  

  20. Al riguardo, oltre a quanto riportato da Edward Fox nel libro citato, si veda la nota editoriale anonima che introduce all’articolo, pubblicato postumo, di Glock dal titolo Archaeology as cultural survival: the future of the palestinian past, Journal of Palestine Studies, XXIII, no. 3 (Spring 1994), pp. 70-84. 

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Quella generazione che dissipò i suoi poeti… Il problema Majakovskij https://www.carmillaonline.com/2026/03/02/quella-generazione-che-dissipo-i-suoi-poeti-il-problema-majakovskij/ Mon, 02 Mar 2026 22:55:51 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93436 di Francisco Soriano

Note su un saggio di Roman Jakobson

Personalmente ritengo che esista per la poesia, e non solo quella russa, un prima e un dopo Vladimir Majakovskij. L’importanza deflagrante e decisiva della presenza di questo straordinario poeta nel percorso compiuto dalla letteratura, soprattutto negli anni del suo gesto artistico, è ancora oggi tema di riflessione. In questo solco, necessaria è la rilettura di uno dei migliori e più disvelanti saggi che delineano la profondità della poesia majakovskijana.

Il saggio in questione ha un titolo chiarificatore ed emblematico: Una generazione che ha dissipato i suoi poeti. Come ben sostenuto da [...]]]> di Francisco Soriano

Note su un saggio di Roman Jakobson

Personalmente ritengo che esista per la poesia, e non solo quella russa, un prima e un dopo Vladimir Majakovskij. L’importanza deflagrante e decisiva della presenza di questo straordinario poeta nel percorso compiuto dalla letteratura, soprattutto negli anni del suo gesto artistico, è ancora oggi tema di riflessione. In questo solco, necessaria è la rilettura di uno dei migliori e più disvelanti saggi che delineano la profondità della poesia majakovskijana.

Il saggio in questione ha un titolo chiarificatore ed emblematico: Una generazione che ha dissipato i suoi poeti. Come ben sostenuto da Vittorio Strada nell’introduzione al testo di Jakobson, «più ancora per la ben umana penetrazione del testimone [Jakobson e Majakovskij si conoscevano ed erano amici], di chi ha appartenuto, anche se in disparte e a distanza, alla “generazione che ha dissipato i suoi poeti”, questo libro assume una feconda prospettiva di analisi filologica e storica degli eventi».

Jakobson pone in esergo alle sue argomentazioni una domanda netta: «come parlare della poesia di Majakovskij adesso che dominante non è il ritmo, ma la morte del poeta […]?»1. Per questo motivo Jakobson sente la necessità di argomentare a partire da «ciò che è stato perduto e di chi ha perso» e, senza dubbi di sorta, nel testo afferma: «chi ha perso è la nostra generazione»2. Egli parla soprattutto di coloro che si catapultarono nella rivoluzione già maturi e con la forza della trasformazione ancora intatta, in uno stato di sublimante energia creativa. Tuttavia, prima di addentrarsi nel tema, egli chiarisce che Velimir Chlebnikov fu il primo vero poeta a dare alla poesia russa un epos, che fondeva ad arte nel poema narrativo. Per queste ragioni tuttavia egli fu sempre un po’ lontano dal consumatore di massa. In questa ottica lo stesso Majakovskij incarnò totalmente lo spirito lirico della sua generazione e Jakobson, infatti, ci ricorda quando lo stesso poeta tentò la strada dell’epica con alcuni suoi componimenti come «la sanguinosa Iliade delle rivoluzioni e l’Odissea degli anni di fame» che, al contrario, non produssero quanto desiderato, ma partorirono «una lirica eroica di un diapason immenso: a piena voce»3.

In questo epicedio composto il 5 giugno 1930, a poco più di un mese dal suicidio di Majakovskij (avvenuto il 14 aprile di quell’anno), Jakobson sembra abbandonare la sua abituale organicità nello scrivere: il suo non è semplicemente un canto funebre di chi ha conosciuto davvero Majakovskij, ma la testimonianza fedele dell’attraversamento dolorosissimo di un’epoca di poeti raffinatissimi che a un certo punto abbandonarono la loro missione artistica, decretando una rottura con quanto avevano perdutamente creduto. Lunga è «l’agonia spirituale» e la perdita, a cominciare dal primo amore poetico di quella generazione fra tormenti fisici e psichici: a cominciare da Blok (1880-1921), poi Chlebnikov (1885-1922) e la fucilazione di Gumilëv (1886-1921), infine i suicidi di Majakovskij (1894-1930) ed Esenin (1895-1925), e aggiungerei a questi ultimi Cvetaeva (1892-1941) e Mandel’štam (1891-1938), morto nei pressi di un lager (quest’ultimo tuttavia, non aveva mai creduto nella Rivoluzione d’Ottobre e aveva scritto una lirica contro Stalin: Il montanaro del Cremlino). Quasi come una condanna, cadono la maggior parte, uno a uno, i poeti che pur nella rivoluzione si erano formati, ineluttabilmente. Eppure Majakovskij era forse intimamente convinto che la Russia di Stalin avrebbe ridotto lui stesso a una bandiera o a un vuoto vessillo, come in effetti avvenne alla sua morte, lasciando passare il messaggio che il suicidio fosse l’effetto della contraddizione interiore del poeta di unificare l’ode epica rivoluzionaria alla lirica intimista dell’amore. Per questo motivo Jakobson stabilisce su pietra che «la creazione poetica di Majakovskij, dai primi versi […] fino alle ultime righe, è una e indivisibile»4. Necessario è affermare che l’Io del poeta è prorompente: «anche quando in un suo poema nella parte del protagonista si ha una collettività di 150.000 uomini, questo si trasforma in un unico Ivan collettivo, […] il quale a sua volta acquista i noti tratti dell’Io del poeta»5. È chiaro che l’Io di Majakovskij non è certo quello melenso del dolore in amore e non è da considerarsi all’interno della realtà empirica nel senso lato del termine. L’Io è spirito che travolge, trapassa le anime, i muscoli, e si veste dell’eterna rivolta. L’Io insomma rappresenta uno spirito scatenato senza nome. Egli avverte invece l’Io tanto piccolo che «qualcuno dal mio didentro si vuole liberare ostinatamente»6: «Nuovo nome / svincolati / e vola / nello spazio della dimora mondiale; / cielo basso / millenario / vattene, tu, azzurro deretano. / Sono Io, / Io, Io, / Io / Io / Io / Io / della terra svuotacessi ispirato…»7.

A questo punto entrano in gioco due concetti specifici, quelli di «futuro» e di «presente»: il primo contiene uno «slancio creativo», il secondo stabilizza e rimane invariato. Il presente si incrosta di «vecchiume inerte», e si spegne «della vita entro angusti schemi irrigiditi». A questo proposito Jakobson ricorda alcuni versi del poeta che così recitano: «in uno / riconobbi / – somiglianti come gemelli – / me stesso: / ero / io»8. Inoltre la vita quotidiana ammuffisce, sedimenta, annienta. Come ricorda Jakobson, è la nemica di sempre, mentre «il grasso invade le fessure della vita quotidiana e si rapprende, quieto e largo». Infatti, parafrasando ancora il poeta, «all’ordine del giorno mettete il problema della vita quotidiana»: «D’autunno / d’inverno, / di primavera, / d’estate, / sveglio e / addormentato, / non accetto, / odio tutto / ciò. / Tutto / ciò che in noi / ha inculcato il passato da schiavi, / tutto / ciò che in uno sciame meschino / s’è calato / e depositato come vita quotidiana / anche nella nostra / schiera di bandiere rosse»9.

Roman Jakobson

Un tema chiaro nella poesia di Majakovskij è la primordiale unità fra la sua poesia e il tema della rivoluzione ma, ci fa notare Jakobson, ce n’è un altro, quello della rivoluzione e la sua morte. E qui il discorso diventa interessante perché la questione è completamente spostata sul futuro e, in particolare, sul ruolo dell’arte nel futuro. Il poeta intravede il futuro senza che gli sia concesso entrarvi, e per questo vuole annichilire ogni contraddizione, soprattutto vorrebbe risolvere il problema della «disunione fra la costruzione concreta e la poesia»10. Per Majakovskij il futuro è una sintesi dialettica. Nella sua opera incompiuta La Quinta Internazionale egli poneva il problema dell’arte del futuro. Infatti veniva sostenuto che, nella prima tappa, la rivoluzione nella sua funzione di «rivolgimento sociale mondiale» aveva esaurito la sua missione: l’umanità «si annoia» perché «la vita quotidiana è sopravvissuta». Per questo motivo il poeta teorizzava la Quinta Internazionale, cioè la rivoluzione dello spirito in nome di un nuovo ordine di vita, di arte e di scienza. Dunque Majakovskij ordina di bandire le bellurie del verso e consiglia «la brevità e l’esattezza delle formule matematiche e della logica inconfutabile»: «si dà un esempio di costruzione poetica svolta secondo il modello di un problema logico»11. Jakobson narra che Majakovskij in merito a questa questione gli disse con un sorriso: «Ma hai notato che la soluzione del mio problema è transmentale? (linguaggio transmentale teorizzato dai cubofuturisti)»12.

Anche l’antinomia razionale/irrazionale occupa nel poeta rivoluzionario un aspetto teorico rilevante. Egli vorrebbe fonderli e in questa poesia citata da Jakobson se ne intravede il tentativo: «Io mi sento / una fabbrica sovietica, / che produce felicità. / Non voglio / che mi si colga / come un fiorellino nei prati / dopo le grane di un giorno di lavoro. / Voglio / che come superstipendio / il cuore / riceva un gigantesco amore. / Voglio / che alla fine del lavoro / il comitato di fabbrica / chiuda le mie labbra / con un lucchetto. / Che come sulla ghisa / e la lavorazione dell’acciaio, / sul lavoro dei versi, / a nome del Politbjuro, / faccia rapporto / Stalin. / “Le cose, dirà, stanno così / e così… / E siamo saliti / alle vette più alte / dei tuguri operai: / nell’Unione / delle Repubbliche / la comprensione dei versi / è superiore / alla norma prebellica…”»13. Infatti il tema dell’affermazione dell’irrazionale è molto presente, e il suo tema principale è l’amore. Un elemento che mette in crisi tutto e «disperde come una burrasca». Se l’amore viene esautorato dal quotidiano allora si capisce che al pari della poesia è inseparabile dalla vita di tutti i giorni, non può esistere se in disunione con essa. Così anche la costruzione pianificata di macchine e del progresso tecnico può trasformarsi in uno spazio abitato da provincialismo laddove non vi è slancio, energia, sogni. Dunque il punto è questo: «la rivoluzione sociale mondiale si è compiuta, ma la rivoluzione dello spirito è ancora da venire»14. Non è possibile che la dialettica venga sostituita dal compromesso, anche perché come dice Jakobson la riconciliazione meccanica degli opposti, in Majakovskij, è impossibile. Non a caso il sarcasmo del poeta verso i burocrati, gli scribi del potere, i produttori invincibili di documenti timbrati si tinge di odio.

Il tema del suicidio torna spesso nelle opere di Majakovskij. Ricorda ancora Jakobson che alla morte di un giovane comunista suicida il poeta avrebbe esclamato: «Come mi assomiglia! È spaventoso»15. È il risultato della immagine che Majakovskij dava di sé era testualmente definita: «Attraverserò la città, lasciando l’anima sulle lance delle case, un brandello dietro l’altro»16. Al suicidio vengono dedicati i poemi più pregnanti di tensione, come L’uomo del 1916 e Quella cosa del 1923. Majakovskij dunque non sarà mai un uomo del presente, calamitato dalle vuote stanze del potere, dal vanesio e consapevole volto di chi la rivoluzione l’ha fatta per davvero. Il suo sguardo sulla vita è di una onestà impareggiabile fino alle estreme conseguenze. In Quella cosa egli dirà: «Io non darò la gioia di vedere che da solo con una pallottola mi sono fatto tacere»17.

Dunque Jakobson traccia un quadro straordinario sul poeta della rivoluzione senza il quale noi non avremmo potuto capire molto. Tragico e chiaro come mai nessuno lo è stato sul «caso Majakovskij», ci tramanda un testo ineludibile e profondo: «noi ci siamo gettati con troppa foga e avidità verso il futuro perché ci potesse restare un passato. S’è spezzato il legame dei tempi», scrive Jakobson18. Così, in una iperbole del poeta, ben si evince quello che a questa generazione era accaduto: «l’altra gamba corre ancora nella via accanto». E allora che sia non un monito, questo meraviglioso testo di Jakobson, e una vera e drammatica consapevolezza sulla sconfitta nel presente e nel quotidiano senza utopie, né sogni, tantomeno afflati. Maestose queste parole dell’«amico di Majakovskij», perché anche del passato pare non restare più traccia, egli ci svela un ultimo e finale giudizio: «quando i cantori sono uccisi, e le canzoni trascinate nel museo e attaccate con uno spillo al passato, ancora più deserta, derelitta e desolata diventa questa generazione, nullatenente nel più autentico senso della parola»19.

 


  1. Roman Jakobson, Una generazione che ha dissipato i suoi poeti. Il problema Majakovskij, Einaudi, Torino 1975, p. 3  

  2. Ibid.  

  3. Ivi, p. 4.  

  4. Ivi, p. 6.  

  5. Ivi, p. 8.  

  6. Ibid.  

  7. Ibid.  

  8. Ivi, p. 12.  

  9. Ivi, p. 10.  

  10. Ivi, p. 14.  

  11. Ivi, p. 15.  

  12. Ibid.  

  13. Ivi, p. 16.  

  14. Ivi, p. 17.  

  15. Ivi, p. 27.  

  16. Ibid.  

  17. Ivi, p. 29.  

  18. Ibid.  

  19. Ivi, p. 42.  

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Guerra. Per una nuova antropologia politica https://www.carmillaonline.com/2026/03/01/guerra-per-una-nuova-antropologia-politica/ Sun, 01 Mar 2026 21:00:41 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92920 di Gioacchino Toni

Silvano Cacciari, Guerra. Per una nuova antropologia politica, McGraw-Hill Education, Milano 2025, pp. 158, € 19,00

Il volume di Silvano Cacciari si apre facendo riferimento a opere cinematografiche che hanno saputo mostrare come sia cambiata la guerra rispetto a come la si era conosciuta e messa in scena in passato. Se Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola aveva saputo mostrare una guerra ormai indirizzata ad autoalimentarsi priva di scopo e indipendente dalle forze che si proponevano di controllarla, più recentemente il film russo Best in Hell (2022) di Andrey Batov, prodotto dai mercenari del Gruppo Wagner, ha evidenziato lo [...]]]> di Gioacchino Toni

Silvano Cacciari, Guerra. Per una nuova antropologia politica, McGraw-Hill Education, Milano 2025, pp. 158, € 19,00

Il volume di Silvano Cacciari si apre facendo riferimento a opere cinematografiche che hanno saputo mostrare come sia cambiata la guerra rispetto a come la si era conosciuta e messa in scena in passato. Se Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola aveva saputo mostrare una guerra ormai indirizzata ad autoalimentarsi priva di scopo e indipendente dalle forze che si proponevano di controllarla, più recentemente il film russo Best in Hell (2022) di Andrey Batov, prodotto dai mercenari del Gruppo Wagner, ha evidenziato lo stato di assoluta incontrollabilità raggiunto dalla guerra. «La grammatica delle immagini della guerra contemporanea, dai film strutturati all’universo di video postati sui social, propone un processo di significazione della crisi radicale del télos, della finalità politica che Clausewitz poneva a fondamento della razionalità bellica» (p. IX).

Dalla fine del secolo scorso la guerra si è fatta sempre più tecnologica, permanente, ibrida, senza limiti e basata su «una violenza tanto radicale da sembrare ancestrale, quanto innovativa da sembrare magica» (p. IX). Delle guerre tradizionali il conflitto non dichiarato in atto condivide la portata globale e il carattere totale, ma li esprime in forme nuove: globale è la connessione dei piani di conflitto (finanziario, commerciale, economico, informativo-cognitivo, cibernetico, tecnologico ecc.), totale è la «molteplicità di domini globali connessi tra loro, sinergici con guerre locali e guerre non militari che alimentano l’instabilità planetaria proprio perché moltiplicano i piani di battaglia esistenti». Insomma, scrive Cacciari, si tratta di «guerre che, in forma nuova, sono globali nella loro portata e totali nei loro metodi» (pp. X-XI). La sfera bellica si è allargata ben oltre gli Stati, coinvolgendo una pluralità di attori che agiscono globalizzando le crisi locali, conferendo loro effetti planetari e, in quanto guerra non dichiarata, questa evita di confrontarsi con le conseguenze politiche, legali ed economiche proprie di una guerra dichiarata. In un tale scenario la politica non detta la logica della guerra ma si adegua ad essa. «La politica è, ora, la continuazione della guerra ibrida con altri mezzi, questo è il marchio, a caratteri indelebili, del campo di forza antropologico che si è creato» (p. XI).

Cacciari individua nell’Actor-Network Theory lo strumento analitico che consente di definire una nuova microfisica del potere: «con la sua ostinata attenzione per le associazioni concrete, per l’ordine del discorso e le pratiche degli attanti umani e non-umani, permette di “seguire” un algoritmo, di mappare la rete che lega una piattaforma social a una campagna di disinformazione, un drone a una decisione politica, o un flusso finanziario a una crisi sociale» (pp. XII-XIII).

Guerra ibrida e intelligenza artificiale – che rappresenta una mutazione ontologica nel suo essere a tutti gli effetti un attante operativo nelle reti del potere – hanno nell’incontrollabilità la normale e specifica modalità di funzionamento. Nonostante l’arrogarsi il diritto al monopolio della violenza per contenere e addomesticare la guerra, lo Stato, attraverso la propria spinta all’innovazione tecnologica e strategica, sostiene Cacciari, ha finito per scatenare una forma di guerra talmente potente, reticolare e autonoma che agisce al di fuori del suo controllo politico.

Non è più la politica, come istanza sovrana e deliberativa, a decidere sull’eccezione della guerra, ma è la logica della guerra ibrida a dettare i tempi, i modi e persino gli obiettivi dell’agire politico. Il terrore ancestrale della guerra che sfugge al controllo delle azioni umane, è tornato in abito tecnologico. […] Il politico, in questo campo di forza antropologico, anche quando formalmente è l’architetto del conflitto, non è che uno degli attanti, spesso nemmeno il più importante, costretto ad adattarsi e a sopravvivere in un ecosistema sociale e tecnologico le cui regole non scrive più (p. XV).

A partire da tali premesse, Cacciari indaga il campo di forza antropologico, «il terreno su cui si definiscono le relazioni e le gerarchie tra gli attanti – umani e non-umani –, in cui si scontrano le logiche sistemiche e dal quale emergono incessantemente le dinamiche di ordine e caos che caratterizzano il nostro scenario» (p. XVI), al fine di delineare una nuova antropologia politica.

In questo campo di forza antropologico, non si assiste a una dialettica tra pace (la norma) e guerra (l’eccezione), ma a uno stato di emergenza senza fine su molteplici livelli e a un moltiplicarsi dei piani di realtà che si fanno guerra […] In questo ambiente, la politica si scopre strutturalmente incapace di esercitare la sua prerogativa sovrana: la decisione. La decisione sull’eccezione le è, infatti, sottratta dalla velocità dei processi tecnologici, dall’opacità degli attori che operano nella rete e dalla complessità emergente del sistema che dovrebbe governare. Il politico non decide più sullo stato di eccezione: è lo stato di eccezione che ritaglia gli spazi di decisione del politico. Se un sovrano esiste ancora, non è più un’istituzione o tantomeno una persona, ma è la logica tecnologicamente mediata della guerra ibrida stessa ad essere diventata un “sovrano senza corona” (pp. XVII-XVIII).

Cacciari guarda al mito e l’anomia, tecnologicamente accelerati, come al “software” culturale e affettivo del campo di forza antropologico. Riprendendo il pensiero di Franz Boas e gli strumenti analitici dell’Actor-Network Theory e dell’Agent-Based Modeling, l’autore indaga la funzione del mito contemporaneo e la sua connessione con le logiche di potere e di conflitto della guerra ibrida. «Se la guerra ha esteso i propri piani operativi ben oltre il campo di battaglia tradizionale, infiltrandosi nella finanza, nel cyberspazio, nell’informazione e nel diritto, si deve all’intreccio con il piano della realtà simbolica e mitopoietica» (p. 31). I miti contemporanei (le narrazioni che creano consenso per il conflitto o per introdurre misure di sicurezza, che polarizzano la società ecc.) «non si limitano a descrivere il mondo, ma contribuiscono a crearlo, fornendo le mappe cognitive e le giustificazioni emotive che orientano l’azione. Consolidano la logica del conflitto come unica cornice interpretativa della realtà e contribuiscono attivamente a marginalizzare la politica basata sulla deliberazione razionale e la ricerca di compromessi fondati su una realtà condivisa» (p. 32).

«Quando il caos della guerra determina il paradigma della politica, la società esiste in modo difficilmente controllabile e come strumento della pratica di weaponization of everything tipico della guerra ibrida. Disconnessa dalla politica, essa perde di centralità sistemica e diviene strumento di guerra» (p. 36). In un contesto contraddistinto da «una comunicazione emotiva, frammentata e tecnologicamente mediata da piattaforme algoritmiche che privilegiano l’engagement istantaneo e la reazione affettiva, rispetto alla deliberazione razionale e al confronto argomentato» è difficile che si formi un senso collettivo condiviso, una volontà generale o una guida politica legittimata e in grado di confrontarsi con sfide sistemiche e globali.

Se la società produce incessantemente piani di realtà irriducibili tra loro, la guerra ibrida conduce questa moltiplicazione di piani sul terreno della guerra permanente.
La politica, intesa come continuazione della guerra ibrida con altri mezzi, opera all’interno di queste fratture, sfruttando l’anomia, alimentando la polarizzazione e legittimando emozioni e narrazioni per raggiungere i propri obiettivi di potere e di sopravvivenza. Allo stesso tempo, si innesta in una società che è terreno di sviluppo della guerra ibrida, in quanto altamente specializzata, caotica ed entropica.
La società stessa, quindi, non è solo il “contesto” della guerra ibrida, ma ne diviene una componente attiva, come un campo di battaglia e, in ultima analisi, una vittima (p. 53).

In uno scenario in cui la società diviene un «piano di complessità che esiste tra una dimensione ridotta di ordine e una prevalente di caos» (p. 55), prende piede un pensiero magico aggiornato che non si oppone alla tecnologia, ma deriva da essa. Dalla saldatura tra la dimensione magico-operativa di matrice tecnologica e la guerra deriva un immaginario collettivo in cui la politica è relegata al ruolo di comparsa tenuta ad adattarsi a linguaggi costruiti altrove.

Il contesto tecno-magico della guerra ibrida, sottolinea Cacciari, tende a piegare il futuro sul presente imponendo uno scenario distopico vissuto come normalità. Anziché consolidare un ordine sociale condiviso, come avveniva in passato, i miti contemporanei si fanno «veicoli di narrazioni magiche che legittimano il potere, creano “tribù” identitarie in perenne conflitto e offrono spiegazioni semplicistiche a un mondo percepito come caotico» (p. 70). Insomma, il vuoto creato dall’anomia viene riempito dal pensiero tenco-magico strumentalizzato dalla politica-guerra che priva la politica della prerogativa di decidere lo stato d’eccezione: la guerra ibrida non si presenta come un’eccezione ma come uno stato di emergenza permanente che ha delegato il potere alla capacità di connettere le reti e orientare le percezioni.

Alla luce della marginalità riservata all’attante umano nei conflitti contemporanei, la politica che si fa continuazione della guerra ibrida necessita che gli individui interiorizzino non solo la propensione a collaborare con i sistemi tecnologici, ma persino a sottomettersi ad essi.

In questo scenario, la politica non solo perde il controllo operativo sulla guerra, ma anche la sua capacità di renderla un oggetto di dibattito pubblico significativo e di decisione democratica. Essa può solo commentare, reagire, subire o, nel peggiore dei casi, utilizzare lo spettacolo della guerra per i propri effimeri fini di consenso interno. Di fronte allo spettacolo della violenza tecnologicamente potenziata e la sua subordinazione alla guerra ibrida, la politica trova la sua eclissi forse definitiva (p. 94).

Dal momento in cui la politica si è fatta la continuazione della guerra ibrida con altri mezzi, sostiene Cacciari, il capitalismo politico si è trasformato/potenziato in tecnocapitalismo politico: un sistema in cui l’alleanza tra le élite politiche e quelle economiche si fonda soprattutto sul controllo e lo sviluppo delle infrastrutture tecnologiche, i nuovi strumenti di potere e di controllo sociale e militare. Il nuovo legame sociale che si viene a creare integra i gruppi sociali «insieme agli attanti tecnologici, in una rete performativa la cui funzione ultima è la perpetuazione di uno stato di competizione e di conflitto permanente. La società non è più il fine della politica, ma il suo terreno operativo, la sua risorsa strategica e, in definitiva, il suo principale campo di battaglia» (p. 108).

Cacciari conclude il volume guardando alla crisi che attraversa l’istituzione universitaria, un tempo funzionale alla stabilizzazione e al progresso della società industriale e dello Stato-nazione fornendogli le competenze scientifiche, tecniche e umanistiche necessarie alla governamentalità.

Nel momento in cui questa istituzione entra in una crisi così profonda, travolta dalle stesse forze tecnologiche, economiche e culturali che alimentano la guerra ibrida, diventa strutturalmente incapace di supportare la politica […], non può più fornire alla politica quegli strumenti di analisi, di visione a lungo termine e di legittimazione razionale di cui avrebbe disperatamente bisogno per affrontare la complessità dello scenario contemporaneo. […] La rottura sistemica della vecchia università è, in definitiva, la condizione che sancisce e rende forse irreversibile la trasformazione della politica nella mera continuazione della guerra ibrida con altri, sempre più immateriali, potenti e inumani, mezzi (p. 126-128).

Con la rottura sistemica dell’università tradizionale la civiltà viene privata di una fonte importante di auto-riflessione critica. La sfida per una nuova antropologia politica, conclude Cacciari, è quella «di fornire una “grammatica” per decifrare questo nuovo campo di forza, nominare i nuovi attanti e comprendere le nuove forme di potere, come primo, indispensabile, passo per pensare la possibilità di una politica che non sia la continuazione della guerra» (p. 129).


 

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Nell’abisso del Bianco https://www.carmillaonline.com/2026/02/28/nellabisso-del-bianco/ Sat, 28 Feb 2026 21:00:12 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93037 di Franco Pezzini

Bianco, testo e regia di Susanna Gianandrea, con Antonio Strollo, Roberto Carelli, Maria Teresa Cavalli, Lorelaj Stefanelli, Artisti Associati Paolo Trenta, Torino, 2026.

“[…] un baratro è l’uomo e il suo cuore un abisso” denuncia il salmo 64, opportunamente richiamato tra gli incipit al foglio di presentazione di questo spettacolo. Per quanto consumatosi ormai parecchi anni fa, nel 1993, l’affaire Romand non smette di interpellare: non a caso ha ispirato saggistica, opere letterarie (“L’Adversaire” / “L’avversario” di Emmanuel Carrère, 2000; “Rouge, pair, impasse” di Ysa Dedeau, 2005), filmiche (L’Emploi du temps / A tempo pieno di Laurent Cantet, [...]]]> di Franco Pezzini

Bianco, testo e regia di Susanna Gianandrea, con Antonio Strollo, Roberto Carelli, Maria Teresa Cavalli, Lorelaj Stefanelli, Artisti Associati Paolo Trenta, Torino, 2026.

“[…] un baratro è l’uomo e il suo cuore un abisso” denuncia il salmo 64, opportunamente richiamato tra gli incipit al foglio di presentazione di questo spettacolo. Per quanto consumatosi ormai parecchi anni fa, nel 1993, l’affaire Romand non smette di interpellare: non a caso ha ispirato saggistica, opere letterarie (“L’Adversaire” / “L’avversario” di Emmanuel Carrère, 2000; “Rouge, pair, impasse” di Ysa Dedeau, 2005), filmiche (L’Emploi du temps / A tempo pieno di Laurent Cantet, Francia 2001; L’Adversaire / L’avversario, trasposizione del romanzo, diretta da Nicole Garcia, Francia-Svizzera-Spagna 2002, con Daniel Auteuil; La vida de nadie di Eduard Cortés, sempre 2002; più puntate di serie tv e vari documentari), radiofoniche, musicali e teatrali (Le Signal du promeneur del Raoul collectif, 2012, e la trasposizione L’Adversaire a cura di Frédéric Cherbœuf del romanzo di Carrère, 2016). All’elenco del teatro si aggiunge ora questo magnifico Bianco scritto e diretto con efficacia e profondità da Susanna Gianandrea. Un testo che però non si esaurisce nella contingenza del singolo caso criminale, ampliando liberamente la visuale e lo spettro – come ricordato da un po’ tutto l’impianto e comunque dalla pagine letta in chiusura dalla stessa regista.
Partiamo dal caso Romand, spaventoso nella sua paradossalità. Il 9 gennaio 1993 a Prévessin-Moëns (Ain, nel Rodano-Alpi) Jean-Claude Romand, classe 1954, considerato fino a quel momento uomo dolce e affettuoso, ammazza la moglie e i due figli. A distanza di non molte ore, a Clairvaux-les-Lacs nel Giura, uccide anche i genitori, poi cerca di uccidere l’ex-amante, ma alla fine la risparmia raccontandole che un tumore al cervello condiziona il proprio comportamento; quindi incendia l’abitazione e tenta – senza successo – di suicidarsi. L’inchiesta svelerà una verità straniante: per diciotto anni Romand ha mentito alla famiglia, si è finto medico raccontando di essersi laureato in medicina e di lavorare come ricercatore prima all’INSERM e poi all’OMS a Ginevra: in effetti iscritto a medicina, ha iniziato a mentire clamorosamente dalla fine del secondo anno di università, quando non si è presentato agli esami, pur sostenendo a casa di averli superati ed essere stato ammesso al terzo anno. In realtà sembra che fin da adolescente se ne fosse uscito in pirotecniche panzane, a partire dal racconto della presunta aggressione da parte di uno sconosciuto, forse una fantasia per attirare l’attenzione su di sé. Da allora ha iniziato a condurre una vita farlocca, spettrale, senza speranze per il futuro, con il panico di essere scoperto, trascorrendo fuori casa il tempo del presunto lavoro, e ingegnandosi di raccattare egualmente danaro. Mitomane, nel tanto tempo libero Romand – che qualche numero ce l’ha – ha tempo per costruirsi una maschera di cultura che impressiona amici e conoscenti e lo fa stimare: ma nonostante le sbandierate partecipazioni a congressi medici internazionali all’estero, l’impostore finisce col passare intere giornate nei parcheggi delle autostrade vicino al Lago di Ginevra. Verrà condannato all’ergastolo, e dopo ventisei anni di reclusione rilasciato in libertà condizionale nel 2019, soggetto a vari obblighi e divieti.
Sembra che il punto di rottura vada individuato nel momento in cui la verità stava per emergere in modo esplosivo, per i sospetti incrociati della moglie e di un amico. Del resto, già molto strana era stata la morte incidentale del suocero a cui Romand doveva dei soldi, e pare che il padre avesse già mangiato la foglia sulla sua troppo disinvolta gestione delle sostanze di famiglia affidategli.
La vergogna che gli sarebbe derivata andrebbe dunque riconosciuta come causa della strage e del tentato suicidio. Un peso remoto nella vicenda può averlo avuto l’educazione dell’immaturo Jean-Claude, la pressione delle aspettative e il diktat moralizzante da parte dei genitori di non mentire mai: come evidenzia Alice Miller in Libres de savoir: Ouvrir les yeux sur notre propre histoire (2001) a proposito della ricostruzione di Carrère, un bambino intrappolato in un simile clima familiare si trova però obbligato a mentire proprio per conformarsi alle attese di riuscita e obbedienza che gli premono addosso. A quel punto, in assenza di input esterni che permettano di ripensare i meccanismi di tale educazione, lo sforzo di stare nel modello richiestogli inibisce la possibilità di riconoscersi come un mentitore, in un progressivo slittamento dalla realtà. La ricostruzione ha il pregio di ricordare che da un lato esiste certo una dimensione straniante e in ultimo deumanizzante della menzogna, come uno specchio deformante in cui si consuma distruttivamente lo scarto da una realtà fattuale; ma dall’altro fare della verità un feticcio – cioè non riconoscere uno spazio di verità alternativa, “permessa” rispetto a quella concessa/imposta dal “regime”, anche solo familiare, e che condiziona comportamenti e approvazioni – comporta un inevitabile proliferare di menzogne, “necessarie” o meno.
Anche attraverso contatti con Romand, in apparenza contento che qualcuno lo aiuti a capire la verità su se stesso (ma è difficile sapere quanto ciò sia genuino e quanto appartenga al solito bisogno di approvazione), Emmanuel Carrère cercherà di ricostruirne il profilo, arrivando con angoscia a ritrovare in se stesso ombre delle pulsioni del suo soggetto – come sussurrate all’orecchio dall’Avversario per antonomasia, il diavolo. E indubbiamente, se un soggetto come il diavolo può esistere (in teologia il tema della persona diaboli – una persona / non persona – ha offerto riflessioni novecentesche di estremo interesse), si tratta del Senzafaccia che si pone addosso quella degli uomini, caricando di mistero uno sciame di banalità, rifiuti, inibizioni, coazioni, paure, menzogne più o meno assurde.
Fin qui il caso: ma Bianco va oltre, in modo tale da rendere il tutto una macchina per pensare di più ampio interesse – anche politico. Tutto qui parte dalla figura di un amico affezionato e impotente, chiamato A (Roberto Carelli, in un’interpretazione sofferta e sconcertata) che prende a scrivere all’assassino in carcere: ne ha bisogno per capire – un tempo lo stimava, ora si sente in colpa per non aver sondato di più, per non essere stato abbastanza vicino da (hai visto mai) disinnescare lo tsunami – e cerca di aprire spazio al logos. Forse scrive anzitutto a se stesso, per non perdersi davanti a quell’evento che travolge tutto e cercare un filo e una logica, o forse solo un appiglio di verità innocente che soccorra il senso del loro legame e lo assolva dalla sua scarsa attenzione a qualcosa che lentamente ma su tempi lunghissimi stava suppurando.
Il problema è che l’assassino, B (Antonio Strollo, bravissimo – e che ben rende la sovreccitazione del finto uomo di successo alla conta delle proprie menzogne) non permette spazi di dialogo: il suo è un monologo disperato, dove le vittime (moglie e figli, qui tre manichini, più un altro su cui traccia a pennarello segni rossi) sono semplici oggetti e l’identità si frantuma a colpi di menzogne. Perché non è andato a dare quell’ultimo esame universitario? E giù a citare motivi cangianti – malattia, aggressione… – ignorando ogni gancio dialettico dell’amico. C’è un rapporto tra quel nonsenso e l’antico bisogno di approvazione dei genitori, il contemporaneo “starvi” e sfuggirne; tra quell’orrore e l’urgenza di mostrarsi uomo riuscito e anzi “perfetto”, privo di fratture e di fallimenti; tra quella solitudine in fondo compiaciuta e la derubricazione degli altri a semplici oggetti e in ultimo corpi, destinatari al massimo di un po’ di facile sentimentalismo a proprio uso e consumo. Resta il bianco – non certo della purezza, ma semmai più vicino all’orrore del bianco evocato da Melville (il cap. 41 di Moby Dick ci sprofonda in tale dimensione) con la sua sensibilità di americano dell’Ottocento:

Forse, con la sua indefinitezza, la bianchezza adombra i vuoti e le immensità crudeli dell’universo, e così ci pugnala alle spalle col pensiero dell’annientamento mentre contempliamo gli abissi bianchi della via lattea? Oppure la ragione è che nella sua essenza la bianchezza non è tanto un colore, quanto l’assenza visibile di ogni colore e nello stesso tempo l’amalgama di tutti i colori, ed è per questo motivo che c’è una vacuità muta, piena di significato, in un gran paesaggio di nevi, un omnicolore incolore di ateismo che ci ripugna? […]
E, andando  ancora oltre, ricordiamo che il cosmetico misterioso che produce tutte le tinte del mondo, il gran principio della luce, rimane sempre in se stesso bianco e incolore, e se operasse sulla materia senza mediazione, darebbe a ogni oggetto, anche ai tulipani e alle rose, la sua tinta vuota. […]
E di tutte queste cose, la balena albina era il simbolo.

La “tinta vuota” è quella dell’inferno: non quello di Dante o di Milton, ma la dimensione in cui, incapaci di apprendere o concepire un senso, scolorisce ogni possibilità di amore, pietà, e degli stessi felicità e dolore. Tutto ciò per l’incapacità di autodefinirsi in rapporto agli altri e di vivere secondo parametri, attese, aspettative (più o meno oppressive) di famiglia e società. Fino a morirne o – in mancanza delle stesse categorie di dolore e rimorso – appunto a uccidere… Il risultato è che l’amico si rende conto di quanto sia labile il confine e quanto il peso del fallimento in una società tanto richiedente come l’odierna possa essere fatale. Il torpore dell’amico e l’angoscia nevrotica dell’assassino finiscono in fondo col rappresentare due facce della stessa banalità del vivere e del gran vuoto apparecchiatoci dal mondo attorno.
La scenografia è del resto astratta, uno spazio con parole emblematiche proiettate sul fondo, alcuni attrezzi – i manichini bianchi, una carriola pure bianca per trasportare i corpi, una forca e una corda troppo spessa per riuscire a farne un cappio decente (e infatti c’è anche la pantomima di un suicidio non riuscito) ma che rende l’idea di un legame soffocante… il tutto a evocare, abbastanza trasparentemente, uno spazio interiore. Dove peraltro si agitano due figure oniriche con maschere bianche, Bibi e Bobo (Maria Teresa Cavalli e Lorelaj Stefanelli – la prima, per inciso, già apprezzata qualche anno fa come straordinaria, emozionante Cassandra in un altro grande spettacolo di Gianandrea, Ossa): sorta di Zanni da Commedia dell’arte ma emerse da un terreno tutto interiore (all’inizio, immobili, si confondono tra i manichini) intente a far esplodere i discorsi offerti, rimarcarne le ambiguità e le zone d’ombra, rendere nelle loro schermaglie la dialettica frantumata non solo della mente dell’assassino ma di un qualunque spazio di “confronto” con il mondo attorno, a partire dall’amico. Abbiamo insomma la possibilità di affacciarci su uno spazio mentale, in qualche modo condiviso, giustamente sconnesso e smaniante, e incontrarne i demoni che tormentano o piuttosto intrattengono l’assassino in un gioco allegramente tragico sopra i corpi-manichini.
Preso atto dell’orrore consumato, dello sbiancamento (si sarebbe tentati di dire sbianchettamento) di ogni parola di dialogo/ragione, dello scolorire di qualunque dimensione autenticamente umana nell’adolescenzialissimo regno delle potenzialità aperte – senza rispetto d’impegni, in un quadro che si pretenderebbe eternamente vergine – capiamo a questo punto che il discorso non riguarda solo un singolo caso criminale. Resettando la realtà e inventando menzogne che via via sono recepite dagli altri e scompaiono nel deserto della sua vita, B non è solo il Romand della cronaca nera, ma il frutto di una società che pompa il narcisismo di consumo, il mediocre che fa storytelling compiaciuto sui social, nei media o comunque nel quotidiano, il portatore di quelle maschere che non sono strumenti vitali per provocare se stessi ma mistificazioni predatorie (non a caso Bibi e Bobo sono mascherate, sono maschere): e la maschera va gestita, pena il suo gorgonesco autonomizzarsi e pietrificare.
Di fronte alle infinite e impunite mistificazioni della cronaca e della politica, alle “verità” proclamate e poi disinvoltamente dimenticate nel deserto che abbiamo intorno (chi andrà a contestare affermazioni politiche false o magari criminali di qualche tempo prima?) è legittimo chiedersi quale prezzo sarà da pagare e fin dove si potranno spingere i tanti B sulla piazza. Senza dimenticare che la prassi pubblica diventa pedagogia – o antipedagogia: anche al netto degli aspetti più atroci, quanti B trovano modelli nelle menzogne spudorate proclamate ogni giorno da politicanti compiaciuti, scribacchini di regime, faccendieri di moda? Con la differenza che B finisce annichilito, calcinato nella sua solitudine ossessa, mentre i suoi fratelli meglio accreditati trovano nel mondo il proprio riconoscimento. E opportunamente la regista legge nel finale le parole del Monsieur Verdoux di Charlie Chaplin:

Carnefice? Credevo che il mondo li incoraggiasse. Non costruisce forse armi con l’unico scopo di commettere carneficine? Non ha forse fatto saltare in mille pezzi bambini, donne e uomini innocenti con precisione scientifica? Uccidere è l’impresa attraverso la quale prospera il sistema… Guerre, conflitti, tutti affari… un omicidio è delitto, un milione è eroismo. Il numero legalizza.

Pensando alla disinvoltura con cui le verità ufficiali vengono cucinate e alle loro ricadute orrende, a menzogne e disinformazioni tramite sussiegoso silenzio, al prevalere della chiacchiera (il presunto comico presente o meno al festival di Sanremo) su un’agenda di effettive urgenze pubbliche e impellenze umanitarie, alla sordina interessata su catastrofi non più di moda (solo un nome, Gaza), la cifra di un certo biancore mistificante merita d’essere tenuta ben presente.

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