Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sun, 24 May 2026 20:00:45 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Attenzione ai fascisti hi-tech https://www.carmillaonline.com/2026/05/24/attenzione-ai-fascisti-hi-tech/ Sun, 24 May 2026 20:00:45 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94909 di Paolo Lago

Irene Doda, Onnipotenti. Chi sono, cosa vogliono e in che modo i TECNOFASCISTI stanno plasmando il nostro futuro, Fuori Scena, Milano, 2026, pp. 164, euro 16,90.

Il bel saggio di Irene Doda, recentemente uscito per Fuori Scena, parla, come leggiamo in quarta di copertina, di fascismo, “non quello delle camicie nere e dell’olio di ricino, ma di un fascismo più cool: quello hi-tech”. Come ha sottolineato Umberto Eco nel suo saggio del 1995 dal titolo Il fascismo eterno, esiste infatti un ur-fascismo che è esistito e ha continuato ad esistere dopo la contingenza storica che ha visto l’affermarsi [...]]]> di Paolo Lago

Irene Doda, Onnipotenti. Chi sono, cosa vogliono e in che modo i TECNOFASCISTI stanno plasmando il nostro futuro, Fuori Scena, Milano, 2026, pp. 164, euro 16,90.

Il bel saggio di Irene Doda, recentemente uscito per Fuori Scena, parla, come leggiamo in quarta di copertina, di fascismo, “non quello delle camicie nere e dell’olio di ricino, ma di un fascismo più cool: quello hi-tech”. Come ha sottolineato Umberto Eco nel suo saggio del 1995 dal titolo Il fascismo eterno, esiste infatti un ur-fascismo che è esistito e ha continuato ad esistere dopo la contingenza storica che ha visto l’affermarsi dei regimi fascisti. Nella contemporaneità sembra andare per la maggiore il cosiddetto “tecnofascismo”, cool, americano e hi-tech. Ma chi sono, precisamente, i tecnofascisti? Come spiega l’autrice, si tratta di alcuni tecnomiliardari che vedono l’inizio della loro fortuna tra fine anni novanta e inizio del nuovo millennio, tutti impegnati nella realizzazione delle nuove tecnologie digitali, accomunati dall’ideologia “libertarian” (libertaria di destra), individualista, nonché dalla capacità di estendere la propria rete di influenza fino alle più alte sfere politiche auspicando “una convergenza tra industria tecnologica e istituzioni militari, con l’obiettivo di difendere o restaurare la supremazia occidentale nel mondo” (p. 15). Due degli elementi politici e ideologici che caratterizzano le nuove destre egemoniche, secondo la studiosa, sono il culto dell’individuo e il fascino per i valori tradizionali. Quest’ultimo è un tratto comune anche al fascismo storico e all’ur-fascismo secondo Eco, legato al culto della tradizione. Si può ricordare che anche Furio Jesi, nel suo saggio Cultura di destra (1979), aveva scritto che la “cultura di destra” ama a tal punto i valori tradizionali dei tempi andati da creare una vera e propria “pappa del passato” modellabile all’infinito, in cui viene mescolato tutto ciò che è ritenuto importante e degno di venerazione, infarcito di luoghi comuni facilmente spendibili per attirare le masse.

Con l’avvento del tecnofascismo – scrive Irene Doda – stiamo assistendo anche a una prepotente colonizzazione degli immaginari, cioè un “processo attraverso cui visioni del mondo, valori, modelli di futuro e narrazioni prodotte in contesti culturali dominanti si impongono come universali, limitando la capacità di immaginare alternative plurali o emancipative” (n. 2, p. 16). Nella narrazione messa in atto dai tecnomiliardari non è più possibile pensare a un futuro che non comprenda un’élite capitalista in grado di sfruttare le risorse naturali o le invenzioni tecnologiche a proprio (e a nostro, secondo questa stessa narrazione) vantaggio. Persino un luogo simbolico come lo spazio interstellare (che da sempre attrae l’attenzione dei tecnofascisti) diventa uno strumento di potere nelle mani di pochi. Come scrive Doda, “anche le utopie si tramutano in proprietà privata” (p. 91). Insomma, sembra proprio che Alien, diretto da Ridley Scott nel lontano 1979, ci avesse visto giusto: nel film veniva infatti messo in scena un mondo futuro in cui una Corporation globale, assistita da una AI sotto forma di androide, non esita a condurre sulla Terra una mostruosa creatura aliena, letale per gli esseri umani, unicamente per soddisfare i propri interessi e tornaconti.

Eppure, ciò che oggi possiamo definire come “tecnofascismo”, all’inizio degli anni duemila non sembrava così terribile. Al tempo in cui Mark Zuckerberg ha fondato Facebook, la tecnologia digitale pareva promettere orizzontalità, libertà, emancipazione dal controllo. Ma il progressismo iniziale della Silicon Valley si è rivelato un’illusione: “l’uso delle tecnologie digitali, da quelle social a quelle di sorveglianza, è sempre stato ambivalente, al servizio di movimenti sociali così come di dittature sanguinarie” (p. 26). Le tecnologie stesse, in pochi anni, sono diventate un elemento di controllo e di accentramento del potere; un “perfetto trampolino di lancio per l’egemonia politica e culturale dell’estrema destra globale” (p. 32). Le radici politiche della Big Tech risalgono all’ideologia nota come anarcocapitalismo, termine coniato dall’economista e filosofo politico statunitense Murray Rothbard nella seconda metà del XX secolo, che non ha niente a che vedere con il pensiero anarchico di matrice europea o russa, permeato di una spinta egualitaria e comunitaria. Nucleo centrale di questa ideologia è il concetto di libertà: naturalmente si tratta di una libertà strettamente individualista. Ciò che gli oligarchi occidentali hanno a cuore, infatti, è la loro libertà di investimento, estrazione e profitto.

Uno dei “tecnofascisti” più influenti è senza dubbio Peter Thiel. Nato nel 1967 a Francoforte sul Meno, trascorre con la famiglia anche alcuni anni in Sudafrica (non a caso, in Sudafrica è nato un altro pezzo da novanta del tecnofascismo, Elon Musk) a causa del lavoro del padre ingegnere chimico, per poi trasferirsi negli Stati Uniti dove si laureerà in Filosofia all’Università di Stanford. Thiel è il fondatore di PayPal, un’impresa apparentemente user-friendly ma che è in realtà un impero dai molti lati oscuri. Nel 2003, poi, getta le basi di Palantir Techologies, azienda specializzata in analisi dei dati, strettamente legata anche al mondo poliziesco e militare. Punta di diamante della tech right, Palantir, secondo alcune inchieste giornalistiche, “avrebbe ricevuto milioni di dollari dall’ICE per lavorare a un enorme database contenente i dati personali di alcuni segmenti di popolazione, in particolare persone migranti, con fini di sorveglianza” (p. 58). Per Thiel, inoltre, la vita e i suoi ritmi naturali sono delle catene da cui liberarsi. Le frontiere della nuova umanità, secondo il tecnocrate, sarebbero costituite da Internet, lo spazio interstellare e gli oceani. Come nota Doda, “la libertà di Thiel, insomma, è rappresentata da un essere umano che si separa da ciò che lo rende tale” (p. 54). Significativi, poi, sono i suoi agganci con la politica: secondo il “New York Times” sarebbe stato proprio Thiel a presentare Vance a Trump nel 2021.

Il tecnofascismo appare paradossalmente legato anche a un immaginario parareligioso. Attraverso un immaginario simbolico (ecco di nuovo la colonizzazione degli immaginari), coloro che controllano la tecnologia presentano le nuove frontiere di quest’ultima non come un fenomeno socialmente situato e quindi governabile ma come un elemento soprannaturale da cui l’umanità potrebbe essere schiacciata. Interessante, a questo proposito, è quanto viene messo in scena nel film AfrAId (2024), diretto da Chris Waltz, in cui i due tecnocrati miliardari inventori di una nuova e sofisticatissima intelligenza artificiale ne sono in realtà succubi: in realtà non sono loro i leader dell’azienda, ma lo è la stessa intelligenza artificiale tratteggiata come una divinità adorata dentro una teca di vetro. Molti tecnofascisti, mentre continuano a svilupparla, paventano una perdita di controllo negli usi dell’AI e una conseguente sopraffazione dell’umanità. In questo modo, situandosi al di là dei rischi concreti di uno sviluppo incontrollato dell’AI, essi spostano il dibattito lontano dai reali impatti materiali del loro operato. “Si sente molto più spesso parlare dei rischi legati all’estinzione per mano di un super robot senziente” –  scrive Irene Doda – “che del problema, molto più tangibile, del consumo di acqua e suolo per la costruzione dei data center” (p. 78). E poi, a dirla tutta, all’interno del sistema capitalistico, è quasi assurdo parlare di parametri etici negli usi dell’AI, tanto sbandierati dagli stessi tecnomiliardari. Quest’ultima non è altro che una tecnologia orientata al profitto e, come tale, rientra a pieno titolo nella logica del capitale, il quale procede come una gigantesca macchina abulica. In realtà non si dovrebbe temere l’AI in sé, ma una AI creata, sviluppata e governata dal sistema capitalistico. All’interno di esso, come nota Robert Kurz, un produttore può produrre indifferentemente torte al cioccolato, ordigni nucleari o scavare buche per poi riempirle: tutto ciò non è importante, ciò che conta è solo l’astratto interesse monetario. La stessa cosa vale per la tecnologia più avanzata.

Nell’interessante saggio di Irene Doda non poteva poi mancare un capitolo dedicato alla stretta parentela fra tecnofascismo e guerra. Lo stato di Israele (una Startup Nation), ad esempio, utilizza sistemi molto sofisticati di intelligenza artificiale, come Lavender e The Gospel, per identificare rapidamente i target per i bombardamenti. Se la sperimentazione di queste tecnologie avviene sulla pelle dei palestinesi, sono sempre le popolazioni più fragili (migranti, cittadini e ancora di più le cittadine del Sud globale) a subire gli effetti più devastanti della stretta alleanza fra guerra e hi-tech. Lo stato israeliano appare inoltre strettamente legato a Microsoft, a Amazon e a Alphabet, la società madre di Google. Il dual use, cioè il doppio utilizzo civile e militare, sembra investire pressoché tutti i colossi industriali della tecnologia. Strumenti diventati ormai indispensabili alla nostra vita quotidiana, utilizzati anche negli ambiti della sanità pubblica e della scuola, si configurano come conglomerati che traggono profitto dalla violenza genocidaria.

Come si può resistere a questo universo tecnofascista che sembra pervadere ogni angolo della nostra esistenza? Sulla contemporaneità si dispiega un vero e proprio “illuminismo oscuro” (Dark Enlightenment), secondo la definizione coniata nel 2012 dal filosofo britannico Nick Land per definire i principi fondamentali del pensiero neoreazionario contemporaneo. L’esistenza degli individui, oggi, appare fagocitata dall’universo dei social i quali, dai loro inizi, hanno subito importanti modifiche. Pensare di utilizzarli per sostenere movimenti di liberazione radicali appare sempre più un’utopia. In essi, infatti, agiscono tre fattori: “la frammentazione dell’attenzione, la spinta all’autoimprenditorialità (ovvero la trasformazione dell’identità online in brand) e la sorveglianza” (p. 134). Se alle sue origini Facebook aveva un carattere, per così dire, ‘privato’ (condividere materiale con gli ‘amici’) oggi, insieme agli altri social, subisce esso stesso una vera e propria “tiktokizzazione”, cioè una conformazione al social del momento, Tik Tok, nel cui sistema operativo appaiono infatti sempre meno i post dei propri contatti e assai di più quelli di profili divenuti virali, in una sorta di star system il cui unico fine è una vera e propria ‘capitalizzazione’ dell’attenzione. Suona davvero paradossale condurre lotte di liberazione dallo status quo e dalle dinamiche capitalistiche utilizzando strumenti creati da aziende hi-tech di estrema destra che “macinano i nostri interessi, il nostro tempo e la nostra capacità critica, usandoli come fattori di produzione da tramutare in profitto” (p. 140).

Nonostante la pervasività di questo universo hi-tech – scrive Irene Doda nel capitolo finale del suo saggio, dal titolo Appunti di resistenza – “possiamo mettere in atto piccole strategie di rifiuto quotidiano o prendere parte a discussioni collettive sul futuro degli strumenti che plasmano le nostre vite. Anche noi, come il potere che combattiamo, possiamo muoverci su più assi: quello intimo, quotidiano, e quello della resistenza organizzata, della protesta sui luoghi di lavoro. E possiamo arrivare, piano piano, a mettere in campo strategie creative per organizzare altre traiettorie di resistenza” (p. 158). Come ha scritto Valerio Evangelisti, l’immaginario è tra i principali terreni di battaglia e resistere non è mai inutile per contrastare il velo di anomia che sta calando su tutti noi. È ancora possibile e necessario decolonizzare gli immaginari. I fascisti hi-tech saranno anche onnipotenti, ma non sono invincibili.

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Le Sultane della Magia Nera (Piccole stregherie 4) https://www.carmillaonline.com/2026/05/23/le-sultane-della-magia-nera-piccole-stregherie-4/ Sat, 23 May 2026 20:00:25 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94521 di Franco Pezzini

Marilù Oliva, Via delle Streghe, Solferino, pp. 266, € 18,50, Milano 2026.

Stanno praticando la Magia Nera, che nella stregoneria è l’arte portentosa della distruzione. In grado di provocare insuccessi, disfatte, rovina. Forze potentissime che arrecano danno ai nemici, sotto la protezione degli dèi inferi, almeno così si vocifera. Ma le donne di via delle Streghe la intendono diversamente. Il loro è impegno politico, vendetta, tutt’al più una miccia verso la rinascita.

Negli anni, Marilù Oliva ha varato un impressionante numero di volumi. In gran parte solidi romanzi, narrati soprattutto dal punto di vista femminile: per citare solo [...]]]> di Franco Pezzini

Marilù Oliva, Via delle Streghe, Solferino, pp. 266, € 18,50, Milano 2026.

Stanno praticando la Magia Nera, che nella stregoneria è l’arte portentosa della distruzione. In grado di provocare insuccessi, disfatte, rovina. Forze potentissime che arrecano danno ai nemici, sotto la protezione degli dèi inferi, almeno così si vocifera. Ma le donne di via delle Streghe la intendono diversamente. Il loro è impegno politico, vendetta, tutt’al più una miccia verso la rinascita.

Negli anni, Marilù Oliva ha varato un impressionante numero di volumi. In gran parte solidi romanzi, narrati soprattutto dal punto di vista femminile: per citare solo gli ultimi di una lunghissima serie, si va da quelli ispirati a opere classiche, poemi epici (ultimo arrivato, L’Iliade cantata dalle dee, Solferino, 2024) e persino la Bibbia (La Bibbia raccontata da Eva, Giuditta e le altre, Solferino, 2025), ad altri di vario genere (il romanzo young adult I ribelli, DeAgostini 2023; il thriller Repetita, Solferino 2023) – ma anche saggi scintillanti dove pone a frutto la sua cultura e la professione d’insegnante (Atlante della Magna Grecia, Rizzoli 2023; Atlante goloso del Mito, Rizzoli 2024).
Per non parlare delle riedizioni, tra cui il romanzo Le Sultane, uno scintillante noir felicemente ibridato con commedia (tenera, ironica, grottesca: Elliot 2014; Solferino 2021) che ha qualcosa a che vedere con questa nuova felicissima prova. Le tre terribili vecchiette dell’opera precedente, che infliggevano violenze, sequestravano, ammazzavano (sia pure senza intenzione, poverine) con la spudorata e omertosa complicità del lettore, traevano il loro soprannome dalla casa d’abitazione nella bolognesissima via Damasco; e ora è nuovamente la provocazione d’una via di Bologna, via delle Streghe, quella attorno a cui si consumano altri omicidi. Stavolta intenzionali.
Un nuovo gruppo femminile, stavolta un quartetto, prende qui a eliminare serialmente femminicidi rimasti scandalosamente impuniti: ovvio, come l’autrice sottolinea in Note finali e ringraziamenti, non si tratta di una strategia condivisibile o giusta a fronte di “secoli di conquiste del diritto e della civiltà” e la stessa

Congrega [in scena] ne è consapevole. Però vuol portare avanti azioni provocatorie e furibonde, perché le sue adepte sono esasperate dalle reiterazione e dalla brutalità di molti casi di cronaca[,]

alcuni tali da averle colpite direttamente. Il fatto è però che la violenza, per quanto circoscritta nelle intenzioni, tende a prendere la mano e condurre a conseguenze impreviste. Come avverrà in un incalzare da cardiopalma.
Il gruppo, curiosamente assortito attorno a torte e tisane, comprende la ginnica Serena, cioè la figura giovane forse più in primo piano, e la sua ex-professoressa Magalie, appassionata studiosa di casi storici di stregoneria – in particolare Gentile Budrioli arsa a Bologna nel 1498 –, orbate entrambe di persone care da brutalità “al maschile”;  l’anziana Zulmira (la più simile alle Sultane dell’altro romanzo), fattucchiera settantenne di buon cuore per cui la magia è insieme mezzo truffaldino per piccoli guadagni, matrice di desiderata notorietà e connotazione identitaria, specialista per la squadra di erbe medicinali e tossiche, afflitta da un figlio cinico e rampante; la giovanissima Iside nata Maurizio, bloccata in sedia a rotelle dopo un tentato suicidio, asso della ricerca web e torturata da ribellioni e inquietudini.
Spoilerare sarebbe imperdonabile, limitiamoci a considerare che il costo umano per le streghe sarà, come sempre nella Storia, molto alto – soprattutto per metà della Congrega, e non necessariamente la metà che ci attendiamo. Le altre, forse meno consapevoli, ne usciranno in termini meno infelici e persino con qualche vantaggio: nel romanzo la tensione e in qualche punto la tragedia sono stemperati, come spesso in Oliva, da quelle dimensioni di umanità che certo spingono il lettore a solidarizzare con vite tanto ferite ma anche a godere ciò che è Bello – gli affetti, l’arte.
Che un sottotesto tragico però ci sia è inevitabile nell’eco delle tragedie cui le streghe (cioè donne non remissive, pronte a lottare per una propria autonomia) sono esposte fin da un lontano passato e poi nei continui abusi permessi dalla società: dai buoni adottanti della bambina di colore che però deve restare schiacciata in un proprio posto subordinato, all’uomo tanto caro pronto a frequentare la persona transessuale salvo liquidarla bruscamente per motivi di status.
La Magia Nera dell’incipit è dunque, razionalisticamente, il singolo piano per votare alla morte e uccidere l’infamone di turno. Anche se, si ripete, il romanzo non è certo un peana al farsi la giustizia da soli: resta però, serissimamente, un grido perché un certo sdegno non venga relativizzato. In questione non sono soltanto i femminicidi conclamati, ma le morti interiori inflitte da contesti brutali, soprattutto alle donne, e pronte a riverberarsi in catene di effetti terribili.
La vivida scrittura, i ritratti amabilissimi (impossibile, per dire, non amare Magalie), gli scorci affascinati di Bologna grondante Storia e i colori d’insieme permettono di riconoscere la voce di Oliva in una delle sue migliori prove noir.

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Le onde e la carne https://www.carmillaonline.com/2026/05/22/le-onde-e-la-carne/ Fri, 22 May 2026 20:00:37 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94684 di Emanuela Cocco

Teratocene: l’horror contemporaneo italiano tra dissoluzione e metamorfosi AA.VV., Teratocene, a cura di Lucio Besana, Andrea Gibertoni, Luigi Musolino, Zona 42 Editore, Modena 2025, pp. 352, € 17, 90.

Il futuro è ormai il buio sotto i nostri letti, lo spauracchio che si nasconde negli armadi della nostra esistenza. Se ci portiamo al margine di quella porzione di avvenire che il nostro presente illumina con le sue certezze – una zona sempre più ristretta, una luce sempre più fioca – e ci sporgiamo a guardare nell’oscurità che si estende al di là, vedremo dei mostri.

La solida delimitazione [...]]]> di Emanuela Cocco

Teratocene: l’horror contemporaneo italiano tra dissoluzione e metamorfosi
AA.VV., Teratocene, a cura di Lucio Besana, Andrea Gibertoni, Luigi Musolino, Zona 42 Editore, Modena 2025, pp. 352, € 17, 90.

Il futuro è ormai il buio sotto i nostri letti, lo spauracchio che si nasconde negli armadi della nostra esistenza. Se ci portiamo al margine di quella porzione di avvenire che il nostro presente illumina con le sue certezze – una zona sempre più ristretta, una luce sempre più fioca – e ci sporgiamo a guardare nell’oscurità che si estende al di là, vedremo dei mostri.

La solida delimitazione dei corpi umani è spaventosa, diceva Kafka nei suoi diari, ma nei racconti dell’orrore e del fantastico di Teratocene (l’antologia è a cura di Lucio Besana, Andrea Gibertoni, Luigi Musolino è pubblicata Zona 42, nella collana “Caronte”, diretta da Luigi Musolino, e questo già dovrebbe dirvi che siamo nel territorio della scrittura di qualità) gli autori e le autrici coinvolti tendono, più che a farvi saltare sulla sedia, a farvi inorridire davanti alla prospettiva agghiacciante, per dirla con le parole di Thomas Ligotti, di una possibile terribile iperalterità.
Il puro terrore, qui, è dato proprio dal decadimento di questa delimitazione tra i corpi e tra il corpo e l’altro non umano, una dinamica che raggiunge esiti raccapriccianti fino all’insostenibile, incarnandosi in storie ambientate in un mondo che emana un terribile fetore, che pulsa, che geme e fluttua, insieme a uomini e donne costretti in una dimensione che, affatto depressiva, è più che altro tragica. Il lettore è trasportato nel bel mezzo di una rappresentazione del sublime terrore dell’individuo davanti a qualcosa altro da lui che però lo comprende, cosa di cui, suo malgrado è figlio, da cui dipende, di cui è senza dubbio debitore ma che al tempo stesso lo attanaglia in una insopportabile schiavitù che lambisce i territori della tortura.
Tutto, nei racconti di Teratocene, porta in scena una battaglia tra l’abbandono alla degradazione e l’estenuante difesa dei confini, fisici, etici, di quello che possiamo definire umano. Una battaglia che ben conosciamo, noi che viviamo oggi, nel mondo in cui, testimoni di un genocidio, ne siamo in qualche modo anche complici nel momento in cui fingiamo di non riconoscerlo, di non nominarlo.
Così i protagonisti di queste storie, nel tentativo di resistere al flusso o stremati dal desiderio di una liberatoria riconciliazione con quel tutto indistinto che li trasformerà in niente, nuotano tra le onde di un mondo- corpo deforme, mostruoso, con il quale, forse, sarebbe auspicabile fondersi, per avere tregua, per vedere riconosciuto, nel medesimo grido, nella stessa multiforme, aberrante struttura disarticolata, lo stesso dolore, le stesse (una volta infantili, ora depravate) aspirazioni alla supremazia dell’unico, in un mondo di uguali, dell’irreplicabile, in un mondo sopraffatto dall’indistinguibile.
Racconti di alto livello, molte voci italiane contemporanee che non si tirano indietro davanti alla sfida di usare il genere per parlare di un orrore comune, attuale, quotidiano, in cui siamo immersi. Teratocene è una raccolta che chiunque voglia scrivere horror oggi in Italia dovrebbe leggere per confrontarsi con i suoi pari e mettere alla prova il suo sguardo con lo sguardo degli altri, scoprendo forse, come è accaduto a me, sinistre inevitabili similitudini: il sentimento di perdita di orientamento in un mondo che, come dice Besana, uno dei curatori, nella prefazione, non è più casa nostra, e tentativi di fuga, immagini di uno spazio deformato, iniquo e a tratti sempre meno prevedibile se non attraverso la minacciosa sensazione di disfatta che lo avvolge.
Dentro, nei racconti di Francesco Corigliano, Stefano Cucinotta, Linda De Santi, Flavio Dionigi, Paolo Di Orazio, David Fragale, Elia Gonella, Federica Leonardi, Marco Malvestio, Maddalena Marcarini, Elena Giorgiana Mirabelli, Maico Morellini, e Francesca Tassini, trovano spazio: corpi separati dall’esercizio della loro meccanica, moltiplicazione dell’orrore, e degli sguardi, cannibalismo rituale, psicosi legate alla maternità, relazioni ambigue, zone buie di speranze tradite, di lutto, attese senza nome, fabbriche dismesse, corpi traslucidi, attraversabili, sostanze tossiche che penetrano, attraverso l’epidermide, l’olfatto, la vista, in una sempre più traballante, indistinta, forma di identità in bilico tra l’umano e la cosa animata.
Il mondo che un tempo credevamo essere la nostra casa, il mondo fatto per noi, lo stesso che abbiamo abitato, agito e adulterato senza il minimo riguardo, reagisce, inglobandoci dentro il suo orrore attraverso una sconcertante aggressione dei sensi, alla quale è impossibile fuggire.
È un mondo in cui tutto viene smontato e rimontato in una forma altra, dove ogni elemento perde la propria stabilità originaria per diventare parte di un organismo diverso, mutevole, incessantemente in trasformazione. Un mondo nel quale l’annullamento del singolo non è solo possibile ma necessario, quasi un atto di sopravvivenza, una forma estrema di adesione a un corpo collettivo che ingloba e dissolve.
In questa dinamica, i racconti gemono, invocano, abbracciano oppure resistono al flusso che li attraversa. Nell’inclusione si apre una doppia tensione: il terrore della dispersione e la malinconia profonda verso la propria perduta unicità, come se ogni perdita di confine fosse insieme ferita e promessa. Eppure, proprio in questo movimento, emerge anche una volontà sotterranea di ricomposizione, il tentativo di costruire una nuova identità, anche se franta, esausta, ancora tesa verso la propria impossibile individuazione.
Teratocene è l’inno della carne in balia delle onde oscure che agitano il nuovo mondo, il mormorio inceppato, a volte macabro, emesso da un corpo che sta per inabissarsi, incapace di sottrarsi alla propria trasformazione, all’evoluzione sinistra e inevitabile, un movimento vasto di intenti e voci autoriali, che questa trasformazione la attraversa e la supera, lasciando intravedere questo dopo, nel bel mezzo della tempesta.

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Escher: rigore matematico e incanto dell’immaginazione oltre le miserie e le prigioni dell’ovvio https://www.carmillaonline.com/2026/05/21/escher-rigore-matematico-e-incanto-dellimmaginazione-oltre-le-miserie-e-le-prigioni-dellovvio/ Thu, 21 May 2026 20:00:01 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93731 di Gioacchino Toni

M.C. Escher, Esplorando l’infinito, introduzione di Luca Taddio, presentazione di Federico Giudiceandrea, Aesthetica Edizioni, Milano, 2026, pp. 214, € 26,00

Come scrive Luca Taddio introducendo il volume Esplorando l’infinito, coniugando rigore matematico e incanto dell’immaginazione, Escher sfida la percezione dello spettatore, «celebra l’enigma della visione: invita chi guarda a smarrirsi nei labirinti della percezione, a seguire scale che non portano in nessun luogo, a contemplare superfici che si trasformano e a indagare oggetti impossibili dove l’infinito sembra sfidare il finito» (p. 7). La potenza dell’inatteso delle opere di Escher deriva l’onirico e l’incanto dal rigore delle geometrie impossibili che [...]]]> di Gioacchino Toni

M.C. Escher, Esplorando l’infinito, introduzione di Luca Taddio, presentazione di Federico Giudiceandrea, Aesthetica Edizioni, Milano, 2026, pp. 214, € 26,00

Come scrive Luca Taddio introducendo il volume Esplorando l’infinito, coniugando rigore matematico e incanto dell’immaginazione, Escher sfida la percezione dello spettatore, «celebra l’enigma della visione: invita chi guarda a smarrirsi nei labirinti della percezione, a seguire scale che non portano in nessun luogo, a contemplare superfici che si trasformano e a indagare oggetti impossibili dove l’infinito sembra sfidare il finito» (p. 7). La potenza dell’inatteso delle opere di Escher deriva l’onirico e l’incanto dal rigore delle geometrie impossibili che inventano metamorfosi e trasformazioni, scambi sorprendenti tra pieno e vuoto, alto e basso, interno ed esterno, ecc…

Derivando la realtà dall’illusione, scrive Taddio, «Escher sembra volerci ricordare che il mondo non è fatto solo di ciò che vediamo, ma anche di ciò che immaginiamo»; il suo è «un invito a guardare oltre, a sfidare i limiti della percezione, a perdersi per il puro piacere di scoprire nuove possibilità di visione: virtualità dove ogni curva rivela un paradosso, ogni angolo una possibilità, ogni spazio un segreto». Insomma, l’olandese si rivela «un creatore di mondi, un poeta dell’infinito, un artigiano della forma che ha saputo intrecciare arte e scienza, trasformando la realtà in sogno e il sogno in realtà» (p. 8), mostrando la reversibilità del confine tra illusione e verità.

Esplorando l’infinito, sottolinea Federico Giudiceandrea nel presentare il volume ideato dalla M.C. Escher Foundation, cede la parola direttamente all’olandese raccogliendo numerosi suoi interventi: dai testi preparati per le conferenze negli Stati Uniti, che poi non ha avuto modo di tenere, agli studi dedicati alla divisione regolare del piano da cui emerge la volontà di trasformare un principio matematico in immagine poetica, dalle riflessioni sull’impossibile a quelle sull’infinito ove rivela il desiderio di rendere visibile ciò che non ha fine.

Escher sottolinea più volte come la creatività non derivi dalla totale spontaneità, ma da regole consapevolmente accettate. Le prospettive ingannevoli e le figure geometriche complesse dell’olandese sfidano la percezione abituale stimolano riflessioni sulla natura della realtà. I suoi paradossi visivi invitano a «vedere oltre l’ovvio, a esplorare i confini della percezione e a comprendere che la realtà può essere molto più complessa e meravigliosa di quanto i nostri sensi ci permettano di percepire» (p. 24).

Apprezzato inizialmente negli ambienti matematici e cristallografi, solo in un secondo momento Escher ottiene l’interesse del mondo dell’arte e del grande pubblico. Il successo in ambito artistico, tuttavia, non scalfisce la sua preferenza per essere annoverato tra i grafici piuttosto che tra gli artisti.

A rendere le tecniche grafiche affascinanti, sostiene Escher in uno scritto pubblicato nel 1950, sono il desiderio di moltiplicare l’opera, la bellezza del mestiere e i limiti imposti dalla tecnica. Il desiderio di ottenere immagini multiple risponde, secondo l’olandese, a un non meglio definibile «istinto primordiale», la bellezza del mestiere ritiene derivi dall’esperienza artigianale del confronto diretto dell’intagliatore e dell’incisore con «una materia ribelle», gioia, a suo avviso, sconosciuta all’illustratore. Circa i limiti imposti dalla tecnica, Escher sottolinea come la libertà di cui gode l’illustratore non è permessa a chi si cimenta nelle arti grafiche. Chi ha scelto di confrontarsi con la materia

vuole coscientemente porsi delle limitazioni precise, preferendo la disciplina alla seduzione della molteplicità e del caos. Infatti, semplicità e ordine sono, se non le principali, almeno le più importanti direttive per gli esseri umani in generale. Il bisogno di semplificazione e ordine ci guida lungo la nostra strada e ci ispira in mezzo al caos. Il principio è caos, la fine è semplicità. Il già citato fattore di ripetizione e moltiplicazione non è in conflitto con questo. Al contrario, l’ordine è ripetizione delle unità; il caos è molteplicità senza ritmo (p. 40).

Nel discorso tenuto in occasione del conferimento di un premio nella cittadina olandese di Hilversum nel 1965, Escher ha modo non solo di esplicitare che nonostante l’influenza esercitata dai matematici e dai cristallografi sul suo lavoro egli continui a muoversi da profano in campo matematico, ma anche di sottolineare come le sue produzioni siano permeate di giocosità. «Non riesco a fare a meno di scherzare con quelle che consideriamo certezze inconfutabili» (p. 47). L’olandese ritorna ancora sulle caratteristiche artigiani del suo mestiere, ribadendo di sentirsi «un grafico anima e corpo» e di provare imbarazzo per la qualifica di artista che gli viene attribuita.

Nei testi delle conferenze che avrebbe dovuto tenere negli Stati Uniti, puntualmente corredati delle immagini che intendeva proiettare, Escher palesa i suoi debiti nei confronti degli esempi giapponesi e arabi, facendo riferimento diretto soprattutto a quanto visionato nei palazzi spagnoli dell’Alhambra, ove sono presenti veri e propri capolavori di riempimento del piano con figure perfettamente incastrate tra loro senza spazi vuoti.

Nel testo per la prima conferenza, Escher inizia con il mostrare esempi pratici delle tre regole principali per il riempimento regolare del piano – per trasposizione, per assi e per riflessi speculari –, dunque illustra gli sviluppi di forma e di contrasto e si sofferma su ciò che chiama funzione e significato degli sfondi, sull’idea di immensità e su storie per immagini che suggeriscono trasposizioni dal piano nello spazio.

Nel testo per la seconda conferenza prevista, l’olandese presenta una serie di cinquanta diapositive che illustrano svariati temi: esempi di osservazione meticolosa della realtà (paesaggi e architetture) o di mera fantasia realizzati durante i soggiorni in Italia; immagini riflesse (sull’acqua, su specchi orizzontali e curvi, su occhi…); nastri ricurvi o strisce capaci d suggerire tridimensionalità, in alcuni casi ispirati alla fantasia di H.G. Wells o all’opera di Möbius; stampe che mettono in scena il conflitto tra bidimensionalità e tridimensionalità; esempi di inversione del concavo nel convesso; poliedri regolari; opere incentrate sulla relatività della funzione di un piano; animali fantastici e giochi di relatività.

In Esplorando l’infinito vengono ripresi anche alcuni importanti riflessioni di Escher relative alla divisione regolare dei piani, tematica affrontata, oltre che in un celebre saggio pubblicato sulla rivista d’arte «De Delver» (1941), nel volume Regelmatige vlakverdeling (1951), poi confluito in Leven en werk van M.C. Escher (1981), dandone una definizione: «Un piano, che immaginiamo si estenda in tutte le direzioni, può essere riempito o diviso all’infinito, seguendo un numero limitato di sistemi, con figure geometriche simili che siano contigue in tutti i lati senza lasciare “spazi vuoti”» (p. 129). In tale pubblicazione Escher si sofferma anche sull’importanza esercitata sulle sue teorie dalla musica di Bach:

La razionalità, gli arrangiamenti matematici e la severità delle regole probabilmente svolgono un ruolo importante, sebbene non diretto. È un’influenza che nasce dalle emozioni, o almeno così la percepisco consapevolmente mentre ascolto quella musica. Eppure, o forse proprio per questo motivo, il fluire delle note di Bach ispira e rende fertile la mente. Ciò accade sia perché evoca precise ispirazioni o immagini, sia perché suscita un bisogno irresistibile di inventarne di nuove. Nella musica di Bach, più che in qualsiasi altra, classica o moderna, qualcosa si rivela a me con chiarezza. Qualcosa che aspettavo senza saperlo, come quando si riconosce un paesaggio visto per la prima volta. Un senso vago e improvviso di attesa si manifesta durante un concerto, in un periodo di infertilità creativa. Il desiderio di creare precede il bisogno stesso di creazione ed è la scintilla iniziale che mette in moto il processo di generazione delle immagini. Così, nei momenti di svogliatezza, di vuoto mentale e di indifferenza, mi rivolgo alla musica di Bach come a un tonico che risveglia il mio desiderio di creatività (p. 162).

A concludere Esplorando l’infinito sono un saggio sull’infinito e due conferenze, una sulla prospettiva e l’altra sull’impossibile. A proposito di quest’ultimo, Escher sottolinea come gli esseri umani, nel cercare l’innaturale o il soprannaturale per fuggire dall’ordinaria, noiosa e prevedibile realtà tridimensionale, tendano a precludersi il fascino della tridimensionalità dello spazio quotidiano. Per quanto sia già di per sé sufficientemente enigmatica e misteriosa, la realtà in cui vive, l’essere umano si ostina a volersi allontanare da essa rifugiandosi nei racconti e nelle immagini.

Chiunque voglia rappresentare qualcosa che non esiste deve seguire alcune regole, valide più o meno anche per chi narra storie di fate: sfruttare la funzione dei contrasti; suscitare emozioni. L’elemento misterioso su cui si vuole focalizzare l’attenzione deve essere circondato e velato da fatti quotidiani chiari e riconoscibili da tutti. Questo contesto, naturalmente credibile per un osservatore superficiale, è fondamentale per raggiungere l’effetto desiderato. Proprio per questo, un gioco del genere può essere compreso e apprezzato solo da chi è capace di andare oltre la superficie, disposto a usare la propria mente come se risolvesse un enigma. Non si tratta quindi di affidarsi ai sensi, ma al pensiero. La serietà non è affatto necessaria, ma è invece fondamentale un certo tipo di umorismo e autoironia, almeno da parte di chi crea queste rappresentazioni (p. 178).

Insomma, in controtendenza rispetto a tanti altri artisti, Escher sceglie la via mentale, non quella emotiva, per andare oltre le miserie e le prigioni dell’ovvio.

 

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La rivoluzione come una bella avventura / 9 – Daniel Blanchard e il senso del possibile https://www.carmillaonline.com/2026/05/20/la-rivoluzione-come-una-bella-avventura-9-daniel-blanchard-e-il-senso-del-possibile/ Wed, 20 May 2026 20:00:30 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94743 di Sandro Moiso

Daniel Blanchard, Una vita in cresta. Saggio autobiografico, Biblioteca Franco Serantini/BFS edizioni, Pisa 2026, pp. 164, 16 euro

E’ la montagna, non soltanto quella delle selve e delle cime, dei pascoli e dei sentieri, ad accompagnare spesso i ricordi dei rivoluzionari, ma ancor più spesso quella dei ribelli e degli insorti, degli eretici e dei vagabondi della storia. Vagabondi del pensiero e dell’azione conseguente che, come l’autore di questa magnifica e indispensabile autobiografia, scendono dalle creste montane ai meandri delle metropoli per poi tornare sui loro passi per poter meglio osservare da distante la realtà dei conflitti e [...]]]> di Sandro Moiso

Daniel Blanchard, Una vita in cresta. Saggio autobiografico, Biblioteca Franco Serantini/BFS edizioni, Pisa 2026, pp. 164, 16 euro

E’ la montagna, non soltanto quella delle selve e delle cime, dei pascoli e dei sentieri, ad accompagnare spesso i ricordi dei rivoluzionari, ma ancor più spesso quella dei ribelli e degli insorti, degli eretici e dei vagabondi della storia. Vagabondi del pensiero e dell’azione conseguente che, come l’autore di questa magnifica e indispensabile autobiografia, scendono dalle creste montane ai meandri delle metropoli per poi tornare sui loro passi per poter meglio osservare da distante la realtà dei conflitti e delle contraddizioni di un mondo che, più che nasconderle, fa di tutto per nascondersele.

Così i profili delle creste che illuminano fin dall’infanzia i ricordi di Daniel non sono tanto quelli delle cime dei monti, ma quelli dei gruppi del maquis partigiano di cui il padre faceva parte durante l’occupazione tedesca nei dintorni di Barcelonnette in prossimità del confine italiano oppure quello dei guerriglieri algerini durante la guerra di indipendenza nei confronti del colonialismo francese. Due guerre di Liberazione di cui il Partito comunista francese avrebbe riconosciuto la valenza soltanto nel caso della prima.

Nato a Parigi nel 1934, Daniel Blanchard trascorse l’infanzia nelle Alpi meridionali dove, durante la guerra, i suoi genitori parteciparono attivamente alla Resistenza. Al suo ritorno a Parigi dopo la guerra, si dedicò agli studi classici, prima al Lycée Henri IV e poi alla Sorbona. Successivamente, nel 1957, entrò a far parte del gruppo “Socialisme ou Barbarie” con lo pseudonimo di P. Canjuers e nel 1959, si avvicinò all'”Internazionale Situazionista” ed entrò in contatto con Guy Debord, con cui firmò un testo programmatico, Preliminari per una definizione dell’unità del programma rivoluzionario. Nel 1961 Debord decise di separare le loro strade mentre Blanchard avrebbe lasciato “Socialisme ou Barbarie” nel 1965, poco prima dello scioglimento del gruppo, avvenuto nel 1967.

L’autobiografia stessa da Daniel, come lui stesso afferma, nasce dal bisogno di esplorare il “senso della possibilità” che sembra sospingere, non fosse altro che nel pensiero, «ogni essere umano oltre il limite della realtà. E l’idea di scriverla nasce, forse, in un radioso mattino di maggio quando: «Un fiotto di sangue mi ha aperto gli occhi, ha fatto risplendere davanti al mio sguardo il rubino del mio intimo essere e intendere, per così dire, il lavoro – di roccia, di pianta – che credo sia il vivere e, anche, la mia morte»1.

Un bisogno che parte da una domanda che l’autore riterrebbe utile trasformare da «Di dove sei?» oppure «Quando sei nato?» a «Da dove vieni?», perché è sempre il percorso di vita che rivela la qualità dell’essere umano che ci sta davanti. Un dove non solo determinato da coordinate geografiche e un quando che non deve indicare soltanto un tempo o un istante preciso, ma un cammino. Una domanda che permette di ricostruire

quella realtà che attraversiamo, prima che ci ricada dietro sotto forma di storia, di vissuto, di passato, di trascorso… Per trovargli un senso diverso dalla fatalità noi vi apriamo crepe, la perforiamo di possibilità attraverso le quali muoviamo il passo che dall’oggi ci porta al domani.
Questo è l’itinerario che tenta di ripercorrere, a seconda delle circostanze, il racconto che segue; un racconto scritto in prima persona, ma che avrebbe anche accompagnare uno dei numerosi e diversi passeggeri del possibile che questa prima persona ha incontrato o frequentato e i quali, tutti, hanno appassionatamente esplorato e tentato di realizzare i possibili di quest’ultimo mezzo secolo2.

Una sorta di autobiografia collettiva che vede coinvolti i movimenti del maggio francese, della critica consigliarista dello stalinismo e di un movimento operaio asservito alle esigenze del capitale e di quella situazionista alla società dello spettacolo. Un’esigenza, personale e collettiva, di esplorare le possibilità offerte dalle lotte di liberazione nazionale in Africa oppure dai movimenti ecologisti, alternativi e comunitari americani a cavallo tra la fine degli anni sessanta e i primi anni settanta.

Un autentico giro del mondo, con alcune fermate anche nell’Europa dell’Est in fermento dopo i fatti ungheresi del 1956 e gli scioperi operai polacchi dei decenni successivi, in cui ad accompagnare il diarista sono, oltre alla sua compagna Helen Arnold, intellettuali della levatura di Guy Debord, Cornelius Castoriadis, Jean Baudrillard e Murray Bookchin, insieme a tanti altri, più o meno sconosciuti, militanti, poeti, editori, operai tutti accomunati dal desiderio di esercitare un critica radicale dell’esistente non solo attraverso le parole ma anche, e forse soprattutto, attraverso le personali scelte di vita. Artistiche, lavorative o politiche che queste siano state.

Senza mai essere cinico, però, Blanchard osserva ciascuno di questi ed ogni esperienza vissuta o attraversata, con uno sguardo consapevole dei limiti che ognuna di queste porta necessariamente e inevitabilmente con sé. Così gli stessi tentativi legati al radicalismo del “Do It!”, che spesso possono sfociare in forme di auto-imprenditorialità e auto-sfruttamento, oppure i movimenti legati a specifiche problematiche quali quelle di genere, cultura di appartenenza, nazionalità non riconosciuta sono analizzati attraverso le difficoltà e le contraddizioni che li hanno contraddistinti, ieri come oggi, nella loro incapacità di diventare universali e autenticamente collettivi. Oppure, nel peggiore dei casi, a diventare soltanto un ulteriore stimolo alla diffusione dei valori e dell’ordine del capitale.

Anche se tutte fanno o hanno fattoi parte del tentativo di realizzare una Rivoluzione che è stimolo a realizzare possibilità infinite, soprattutto intese collettivamente, ma che non può essere codificata né a parole, né tanto meno in una teoria di per sé autosufficiente o, peggio ancora, pretenziosamente capace di prevedere tutto.

Durante tutta la mia vita adulta, e se penso ai miei amici, ai miei compagni, posso dire tutta la nostra vita, abbiamo scrutato ed esplorato il pensiero della crisi e, in certi momenti, anche la sua realtà, giacché essa era inerente alla società moderna, all’irrazionalità radicale della dominazione […] allargando in tal modo la sensazione – angosciosa per alcuni, di speranza per altri – che non si posa più “continuare così”, che circostanze più o meno ancora imprevedibili imporranno cambiamenti radicali all’economia, all’organizzazione sociale, alla politica, al “nostro” modo di vita…Cambiamenti radicali, ma quali? E decisi da chi? Cerchiamo di immaginare, di prepararci, di organizzarci per non lasciarci manipolare…3.

Non c’è comunque mai rimpianto nelle pagine dell’autore e, tanto meno, odor di reducismo ma, piuttosto, sempre un’attenzione rivolta a comprendere tutto ciò che di nuovo potrebbe illuminare, anche solo per un attimo, la strada verso un futuro libero dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sulla donna e sulla natura. Un’attenzione “militante” per le possibili rivoluzioni a venire che ancora nel 2017 lo avrebbe spinto a far parte del gruppo “Active Deserters” che mirava al boicottaggio attivo delle elezioni presidenziali dell’aprile-maggio di quell’anno. Oppure a seguire con attenzione, fino al giorno della sua morte, avvenuta il 3 maggio 2024, nel giorno del suo novantesimo compleanno, movimenti reali come quello valsusino contro il TAV oppure quello della ZAD di Notre-Dame-des-Landes dediti a difendere la società e l’ambiente insieme alle specie che lo abitano, compresa la nostra.

Scopro, non senza una certa sorpresa […] che quel che mi ha condotto da un episodio all’altro di questa narrazione, così come di questa vita, è la coazione – naturalmente incosciente – a ripetere il paradigma che si era impresso in me, a dieci anni, nella primavera del 1944: la fuga in montagna, la generosa solidarietà dei Raynard a Herbez, i racconti di mio padre, Goletto… Ciò che si può riassumere nell’espressione la vita in cresta… Una qualche variazione, insomma, su uno stesso tema, di cui io non sono l’autore…E’ questa la libertà?4


  1. D. Blanchard, Una vita in cresta. Saggio autobiografico, Biblioteca Franco Serantini/BFS izioni, Pisa 2026, p. 8.  

  2. D. Blanchard, op. cit., p. 5.  

  3. Ivi, p. 141.  

  4. Ibidem, p. 139.  

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Smettere https://www.carmillaonline.com/2026/05/19/smettere/ Tue, 19 May 2026 21:55:57 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94853 di Cesare Battisti

L’ultimo libro è come l’ultima sigaretta, si butta via il pacchetto e se ne compra un altro. Ho smesso tante volte di fumare e altrettante di scrivere. È da un quarto di secolo che ho detto addio al fumo, ma con la scrittura non ce l’ho fatta, è droga dura. Ci sto provando anche adesso mentre scrivo. Offrendo tutta intera la mia vita a questa autobiografia, dopodiché il tarlo dovrà cercarsi un altro legno da rosicchiare. Ma mi manca ancora un pezzo di cammino da rifare, l’ultimo, senza il quale non non si lascerà cadere la parola fine. [...]]]> di Cesare Battisti

L’ultimo libro è come l’ultima sigaretta, si butta via il pacchetto e se ne compra un altro. Ho smesso tante volte di fumare e altrettante di scrivere. È da un quarto di secolo che ho detto addio al fumo, ma con la scrittura non ce l’ho fatta, è droga dura. Ci sto provando anche adesso mentre scrivo. Offrendo tutta intera la mia vita a questa autobiografia, dopodiché il tarlo dovrà cercarsi un altro legno da rosicchiare. Ma mi manca ancora un pezzo di cammino da rifare, l’ultimo, senza il quale non non si lascerà cadere la parola fine. Il pensiero di poterlo veramente fare, che questa volta con il pacchetto pieno butto via anche anche la smania di capire, già che per me scrivere è sempre stato un regolamento di conti personale, è sconcertante. E triste, come dare forma a qualcosa che non sarà più; come circoscrivere il vuoto che l’ultima sigaretta lascia nella vita del fumatore.

E così ieri non ce l’ho fatta a continuare. Rimanere davanti allo schermo a macinare ricordi, come quando partorivo idee, e a ravvivare con il disagio anche il dolore di esserci stato. Oltre al rischio di star pagando, anche adesso, l’ennesimo tributo alla scrittura: ultimo insulto alla memoria. Così alla beffa, ho preferito una scappatina all’aria.

Giù in cortile ho trovato una lingua di sole che lambiva il muro, una fila di detenuti la seguiva. Mi sono accodato a loro, gli occhi bassi, attento a non provocare conversazioni, che eppure mi avrebbero distratto: curare la tristezza somministrandosi una dose infinitesimalmente minore dello stesso male. Una volta, almeno, in cortili simili a questo c’era la rabbia a tenermi compagnia, adesso è la malinconia a farla da padrone. Seguo il sole, “beato lui che può arrampicarsi sui muri senza rischiare una raffica di mitra”. L’ha detto un giorno Raffaele, mentre guardava il cielo e ci vedeva il volto di Gesù. Lui vede Gesù dappertutto, ci mette tanta passione a dirlo che tante volte sono tentato di crederci. Qui lo prendono in giro perché lui ride sempre, qualche volta piange ma è come se ridesse. Raffaele è un vecchio ladro, di quelli di una volta che rubavano per vivere e non come fanno oggi per la dose. Io gli sono simpatico perché lo sto ad ascoltare. Ho cominciato a dargli retta per educazione, poi mi ha incuriosito e qualche volta mi sorprende con un’intuizione, allora ridiamo insieme. “Il vecchio terrorista ride con il vecchio scemo”, dicono gli sguardi dei compagni di galera. Sguardi che si accendono ad intermittenza, al ritmo imposto dal metadone, dalla buona telefonata a casa, dell’ennesimo rigetto del magistrato di sorveglianza, dall’ansia e dall’amore che li divora. Occhi che camminano e io che li seguo, dietro questa lingua di sole che si assottiglia e sale e più sale più gli sguardi si sollevano, si aggrappano ad essa come all’ultima luce di speranza.

Ed è sperando di portare a termine questa attraversata, che ricomincio di buonora stamattina. A disseppellire i ricordi di un tempo in cui della scrittura credevo di poterne fare un esame di coscienza. Di quando, un libro dopo l’altro, sempre rincorrendo l’incompiuto, alla spasmodica ricerca d’innocenza, trovavo mille versioni per raccontare la stessa storia. Una storia poco chiara, diciamolo, con un inizio che sembrava un fine e alle circostanze andava sempre l’ultima parola. Allora nessuno mi aveva visto arrivare, suppongo sia stata la luce morente di fine millennio a favorire la mia incursione tra i santuari patinati di Saint Germain de Près.

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Gaza: profilo storico di un genocidio perpetrato con il consenso dell’Occidente https://www.carmillaonline.com/2026/05/18/gaza-profilo-storico-di-un-genocidio-perpetrato-con-il-consenso-delloccidente/ Mon, 18 May 2026 20:00:35 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94829 di Paolo Lago

Gilbert Achcar, Gaza, genocidio annunciato. La catastrofe palestinese in una prospettiva storica e mondiale, trad. it. di G. Morosato, ombre corte, Bologna, 2026, pp. 227, euro 20,00.

Recentemente, diverse voci critiche, tra le poche che sono riuscite a restare umane nelle tragedie che avvolgono il mondo contemporaneo, hanno espresso il loro disappunto venato di incredulità nel constatare, riguardo all’arresto di alcuni attivisti della Flotilla in acque internazionali vicino all’isola di Creta, l’onnipotenza e l’impunità di Israele nel compiere qualsiasi azione bellica al di fuori della propria sfera di competenza, quasi fosse il padrone del mondo. È stato detto [...]]]> di Paolo Lago

Gilbert Achcar, Gaza, genocidio annunciato. La catastrofe palestinese in una prospettiva storica e mondiale, trad. it. di G. Morosato, ombre corte, Bologna, 2026, pp. 227, euro 20,00.

Recentemente, diverse voci critiche, tra le poche che sono riuscite a restare umane nelle tragedie che avvolgono il mondo contemporaneo, hanno espresso il loro disappunto venato di incredulità nel constatare, riguardo all’arresto di alcuni attivisti della Flotilla in acque internazionali vicino all’isola di Creta, l’onnipotenza e l’impunità di Israele nel compiere qualsiasi azione bellica al di fuori della propria sfera di competenza, quasi fosse il padrone del mondo. È stato detto anche che, se a fermare le barche della Flotilla e a compiere gli arresti fossero stati i russi o gli iraniani, in occidente si sarebbe gridato al terrorismo e miriadi di navi da guerra americane e della Nato si sarebbero immediatamente precipitate sul posto. È la pura verità. D’altronde, sono anni che stiamo assistendo a un vero e proprio genocidio a Gaza (iniziato ben prima del 7 ottobre 2023) senza che nessuna nazione si mobiliti per fermarlo; se a compiere questo genocidio fosse l’Iran, l’Iraq o qualsiasi altro stato non ‘occidentalizzato’ – mettiamoci anche la Russia – si griderebbe al terrorismo. Perché, allora, ci sono stati che possono compiere palesemente atti illeciti e gravi sul piano internazionale e altri che non possono farlo? Innanzitutto, verrebbe da dire che tale logica la decide il sistema capitalistico, e siamo d’accordo. Però ci sono anche dinamiche storiche di carattere più contingente. Per rispondere a questa domanda riguardo all’impunità internazionale di Israele è assai utile leggere il bel saggio di Gilbert Achcar, studioso franco-libanese, professore emerito dell’Università di Londra, dal titolo Gaza, genocidio annunciato, che raccoglie diversi saggi e articoli usciti su riviste e giornali, dagli anni Novanta a oggi, pubblicato recentemente da ombre corte.

Le dinamiche storiche di carattere più contingente, cui si è accennato sopra, sono ben spiegate da Achcar. Si può pensare che tale impunità derivi da quella che lo studioso definisce “compassione narcisistica occidentale verso gli israeliani”, cioè quel “complesso di colpa dei paesi dell’Europa occidentale che hanno compiuto o permesso il genocidio nazista degli ebrei – Germania, Austria, Francia e Italia in particolare” che “ha portato a un grado senza precedenti di solidarietà incondizionata con lo Stato sionista, proprio nel momento in cui esso è guidato da persone che hanno sicuramente più cose in comune con i nazisti che con le loro vittime, siano esse vittime dell’odio razzista o membri della sinistra che i nazisti cercarono di annientare” (p. 55). La “compassione narcisistica” fa commuovere di più per le calamità che colpiscono i propri simili piuttosto che per quelle che colpiscono i propri dissimili: ecco che l’Occidente si è commosso molto di più per l’atroce massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023, in cui sono stati coinvolti individui bianchi e dall’aspetto occidentale, che per le reiterate e incessanti uccisioni dei palestinesi di Gaza. Sulla connotazione politica e ideologica dell’attuale governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu – come nota Achcar – basta ricordare quanto scrisse su “Haaretz” nel febbraio 2023 lo storico dell’Olocausto Daniel Blatman dell’Università ebraica di Gerusalemme: “Il governo israeliano ha dei ministri neonazisti. Ricorda davvero la Germania del 1933”. Esso appartiene infatti al Likud, un partito erede del revisionismo sionista di estrema destra di Ze’ev Jabotinsky, ammiratore di Mussolini, che ha vinto per la prima volta le elezioni legislative nel 1977.

Eppure, per comprendere questa deriva è necessario compiere un’analisi storica a ritroso fino al 1947, anno in cui l’Assemblea generale delle Nazioni Unite adottò la risoluzione che autorizzava la creazione di uno “Stato ebraico” in Palestina e in cui avvenne anche l’indipendenza dell’India. In questa “simmetria antitetica” – scrive Achcar – c’era l’elemento comune della partizione: “L’ONU che votò per la partizione della Palestina contro la volontà dei suoi abitanti era composto da soli cinquantasei Stati, dominati dal Nord del mondo, Unione Sovietica compresa, con un ruolo molto preponderante degli Stati Uniti in un momento in cui la maggior parte del resto del mondo aveva bisogno della loro benevolenza economica” (pp. 37-38). Allo “Stato ebraico” veniva così concesso più del 56 % del territorio della Palestina tra il fiume e il mare. Meno nota è la risoluzione 273 dell’Assemblea generale, del 1949, che ammise alle Nazioni Unite lo Stato d’Israele entro i confini che aveva ampliato con la forza durante la guerra del 1948 con i suoi vicini arabi e con i palestinesi. Come nota lo studioso, si tratta di una flagrante violazione del diritto internazionale, uno dei cui pilastri fondamentali è il divieto di acquisizione di territorio con la forza. La maggioranza dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite decise che “Israele è uno stato pacifico (peace-lover State) che accetta gli obblighi della Carta ed è in grado di adempiere a tali obblighi. Come osserva Achcar con amarezza, “raramente una risoluzione adottata dalle Nazioni Unite si è rivelata, col tempo, essere così chiaramente l’esatto contrario della verità!” (p. 38).

La Carta delle Nazioni Unite avrebbe dovuto costituire la base del nuovo ordine democratico istituito nel 1945 all’indomani della sconfitta dell’estrema destra mondiale; un ordine portato avanti da una coalizione guidata dagli Stati Uniti di Franklin Delano Roosevelt. La morte di quest’ultimo nell’aprile del 1945 e la sua sostituzione con il vicepresidente anticomunista e di destra Harry Truman rappresentarono, secondo Achcar, l’evento chiave che portò alla trasformazione della Seconda guerra mondiale in Guerra fredda:

Il liberalismo atlantista sostituì il liberalismo tout court e fu utilizzato come cemento fondativo del mondo libero contro il totalitarismo comunista, mentre i principi liberali fondamentali venivano negati dalle caratteristiche comuni ai principali Stati del mondo apparentemente libero: colonialismo, imperialismo, discriminazione e oppressione razziale e sessista, autoritarismo, alleanza con i principali violatori dei diritti umani, compresi i più elementari diritti delle donne ecc. (p. 59).

Nel corso del tempo, l’anticomunismo venne sostituito dalla “guerra al terrorismo”: “bandiera comune sotto la quale l’amministrazione di George W. Bush e il governo di Ariel Sharon hanno condotto le loro guerre” (p. 62). E, continua lo studioso, “Il «nuovo antisemitismo», attribuito in blocco ai musulmani e alle persone di sinistra che difendono i diritti degli immigrati musulmani e criticano Israele, è così diventato un pretesto ideologico per assolvere l’estrema destra europea e americana dal suo antisemitismo passato e presente, al fine di trovare un accordo con essa sul terreno dell’islamofobia, attuale bersaglio privilegiato del suo razzismo e della sua xenofobia” (p. 64). Tratti di antisemitismo, infatti, si possono intravedere nei sostenitori incondizionati di Israele e non certo nei suoi detrattori (che vanno invece definiti come antisionisti). Come ha scritto la storica dell’antisemitismo Eleanor Sterling (lo ricorda Achcar in un articolo del 2012 riportato nel saggio), i cui genitori furono uccisi in un campo di concentramento nazista, l’antisemitismo e la nuova idolatria degli ebrei hanno molto in comune perché, per l’antisemita come per il filosemita, l’ebreo resta uno “straniero”, un diverso. Se i nazisti vedevano negli ebrei l’incarnazione del male, i filosemiti ritengono che la difesa degli “ebrei”, che vedono rappresentati dallo Stato di Israele, sia un dovere che prevale su tutti gli altri.

Uno dei presidenti americani più sionisti di tutti i tempi è stato Biden, e non certo Trump. Egli, il 18 ottobre 2023 in occasione di una visita ufficiale, affermò che “se non ci fosse Israele, dovremmo inventarlo” (p. 53). Infatti, Israele ha sempre rappresentato per l’Occidente un avamposto nel mondo arabo, una specie di insula felix popolata da individui bianchi e ‘civilizzati’ in mezzo a mostruosi selvaggi. L’allora ministro della difesa israeliano Yoav Gallant, nel 2023 dichiarò che “stiamo combattendo contro animali umani e agiamo di conseguenza” (p. 51). Una dichiarazione che ricorda i modi brutali del personaggio di Kurtz in Cuore di tenebra (Heart of Darkness, 1899) di Joseph Conrad che, parlando degli africani, invita a “sterminare tutte queste bestie”. Nei romanzi di Conrad è possibile intravedere quello che Edward Said definisce come “orientalismo”, cioè l’atteggiamento europeo di fronte ai ‘diversi’ appartenenti all’est e al sud del mondo. Una discreta dose di orientalismo la possiamo riscontrare anche nelle posizioni europee e occidentali in genere nei confronti di Gaza e del genocidio che qui si sta perpetrando. Come spiega Said, l’orientalismo si configura come un vero e proprio “discorso” europeo sull’Oriente, ed è sorretto da istituzioni, insegnamenti, immagini, dottrine “e in certi casi da burocrazie e politiche coloniali” (E.W. Said, Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente, trad. it. di S. Galli, Feltrinelli, Milano, 2013, p. 12). Lo sguardo occidentale su Gaza sembra incastrato in questa prospettiva orientalistica di matrice coloniale e colonialista. Se gli occidentali si autorappresentano (e rappresentano le loro guerre) come perfetti, razionali, eleganti, logici, gli ‘orientali’, gli ‘arabi’ vengono ritratti in modo opposto. Come scrive Said, nella prospettiva orientalistica, “da un lato ci sono gli occidentali, dall’altro gli arabi-orientali; i primi sono, nell’ordine che preferite, razionali, propensi alla pace, democratici, logici, realistici, fiduciosi; i secondi sono quasi esattamente l’opposto” (ivi, pp. 55-56). Se gli israeliani sono bianchi, vestiti all’occidentale, ‘razionali’ e ‘democratici’, professanti una religione assai vicina al cristianesimo, i palestinesi sono scuri di pelle, vestiti all’orientale e professanti la religione musulmana (non dimentichiamo che i musulmani sono stati per secoli i nemici giurati dell’Occidente cristiano). Come nota Said, è stata proprio la sua difficile esperienza personale di arabo-palestinese in Occidente che lo ha spinto a scrivere questo libro: “L’esistenza di un arabo-palestinese in Occidente, e in America in modo particolare, è tutt’altro che facile. Vi è un quasi unanime consenso sul principio che politicamente esso non esista, o esista solo come un ‘problema’ o, nel migliore dei casi, come un ‘orientale’. L’influenza del razzismo, degli stereotipi culturali, di un’ideologia imperialista o disumanizzante nei confronti di arabi e musulmani è assai forte, e con essa ogni palestinese deve fare i conti, come con un avverso destino” (ivi, p. 35).

Come affermò il poeta martinicano Aimé Césaire nel 1950 nel Discorso sul colonialismo, l’Occidente ha sempre adottato due pesi e due misure nei confronti dei bianchi e dei non bianchi. Ciò che il “distinto, umanista, cristiano borghese del XX secolo” non perdona a Hitler non è il fatto di aver compiuto un crimine contro l’uomo in quanto tale, ma contro l’uomo bianco. I nazisti hanno applicato nei confronti degli ebrei bianchi i brutali trattamenti tipicamente coloniali che prima di allora erano stati applicati nei confronti “degli Arabi d’Algeria, dei coolie dell’India e dei negri d’Africa” (p. 77). Come già notato in precedenza, i capi di stato e i governanti europei, nonché i mezzi di informazione occidentale, provano narcisisticamente maggiore empatia nei confronti dei propri simili; ecco perché il genocidio di Gaza può essere perpetrato sotto i loro occhi senza che muovano un dito, un genocidio che vede coinvolti migliaia e migliaia di bambini. Ecco perché la potenza democratica per eccellenza, gli Stati Uniti, insieme a Israele, può massacrare centinaia di bambini in Iran, come è successo recentemente con il bombardamento di una scuola. Gli Stati Uniti e Israele possono massacrare impunemente centinaia di bambini mentre se, ad esempio, a compiere il massacro fosse stato un missile russo, si sarebbe gridato ovunque al genocidio più infame. Evidentemente i bambini bianchi ed europei valgono più di quelli palestinesi o iraniani. Non è una constatazione cinica ma un crudo dato di fatto. Anche la recente guerra in Iran portata avanti da USA e Israele, per una larga fetta dell’Occidente non equivale a un massacro indiscriminato di civili fra cui donne e bambini ma alla sempre più difficile reperibilità e quindi a un aumento dei prezzi dei combustili fossili indispensabili per far muovere la macchina capitalistica.

La raccolta di saggi che Gilbert Achcar propone in questo interessante volume ci porta quindi nel cuore di tenebra delle democrazie occidentali, nel lato in ombra di qualsiasi pensiero illuminista, umanista, democratico e liberale soggiogato alla logica atroce del capitale. È un viaggio anche doloroso ma, crediamo, necessario per comprendere al meglio quello che sta accadendo intorno a noi perché ci svela anche i retroscena storico-politici di guerre, accordi, di “cessate il fuoco” più o meno farlocchi avvenuti nell’area del Medio Oriente. I governanti occidentali e i loro media (inclusi quelli italiani) stanno assomigliando troppo ai personaggi della famiglia del comandante del campo di sterminio di Auschwitz nel film La zona d’interesse (The Zone of Interest, 2023) di Jonathan Glazer, tratto dall’omonimo romanzo di Martin Amis. Se nel film la famiglia del comandante continua la sua vita come se niente fosse nel suo giardino fiorito ben sapendo che al di là del muro si sta compiendo un terribile genocidio, nella realtà l’Occidente dei potenti e dei loro leccapiedi mediatici continua la sua insulsa vita nella bolla di un capitalismo fondato su un benessere pronto a esplodergli sotto i piedi ignorando l’atroce genocidio di Gaza. Come scrive Achcar, infatti, in Occidente si sta profilando “l’era del neofascismo”, segnata dal ritorno di Trump alla Casa Bianca mentre il futuro del Medio Oriente si annuncia molto cupo: “Di fronte a tutto questo, non c’è spazio per l’ottimismo. Resta solo la speranza che la resistenza che si sta diffondendo tra i palestinesi, gli israeliani, i popoli arabi e il mondo intero, in particolare tra i giovani, possa alla fine riuscire a contrastare i progetti regionali e globali della nuova internazionale neofascista” (p. 218). Utopia o speranza fondata? A noi e solo a noi l’ardua sentenza perché altro non resta se non una resistenza quotidiana al fascismo strisciante e all’indifferenza, alla “cultura di destra”, come direbbe Furio Jesi, ormai diffusasi ovunque in Occidente e in questo paese, soprattutto nelle idee di chi si crede al sicuro nel suo bel giardino incantato. Ma i muri di questo giardino, ormai, hanno troppe brecce, ci sono troppi buchi da cui penetra l’orrore. L’orrore è più presente che mai e neppure un Occidente cinico, indifferente e razzista può starsene tranquillo a recitare i suoi inutili mantra di pace e democrazia tra un aperitivo e l’altro.

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Pensa alla salute https://www.carmillaonline.com/2026/05/17/pensa-alla-salute/ Sun, 17 May 2026 20:00:57 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94236 a cura di Orizzonti*

Rivolgendo lo sguardo al proletariato l’ambito in cui si è manifestata più chiaramente e ferocemente la lunga crisi capitalista di questi decenni in Occidente è quello della riproduzione sociale. Sì, i salari sono stagnanti, l’inflazione è salita, l’occupazione è altalenante e la precarietà è pervasiva. Ma è nella scuola, nella sanità, nei trasporti, nelle politiche per la casa che la qualità della vita del proletariato si è drasticamente ridotta ed è qui che si sono manifestati alcuni dei conflitti più significativi del presente. Se poi si considera la riproduzione sociale non solo economicamente, cioè dal punto [...]]]> a cura di Orizzonti*

Rivolgendo lo sguardo al proletariato l’ambito in cui si è manifestata più chiaramente e ferocemente la lunga crisi capitalista di questi decenni in Occidente è quello della riproduzione sociale. Sì, i salari sono stagnanti, l’inflazione è salita, l’occupazione è altalenante e la precarietà è pervasiva. Ma è nella scuola, nella sanità, nei trasporti, nelle politiche per la casa che la qualità della vita del proletariato si è drasticamente ridotta ed è qui che si sono manifestati alcuni dei conflitti più significativi del presente. Se poi si considera la riproduzione sociale non solo economicamente, cioè dal punto di vista di quello che una volta si sarebbe definito salario indiretto, ma anche dal punto di vista delle gerarchie sociali capitaliste è qui che il comando (verticale) e la guerra tra poveri (orizzontale) si mostrano più chiaramente. Presidi sceriffo, aggressioni nelle scuole, sui treni e negli ospedali, sfratti, profilazioni razziali sui trasporti, morti durante il trasporto in ambulanza a causa della distanza dei presidi sanitari: è un bollettino quotidiano di violenza. Fino ad arrivare al nucleo basico dell’organizzazione della riproduzione sociale capitalista cioè la famiglia tra abusi e sopraffazioni.

Le considerazioni precedenti non vogliono sminuire la centralità dell’ambito della produzione nei rapporti sociali capitalistici, ma è una fotografia dei terreni in cui l’attacco alle conquiste della classe operaia si è fatto più crudo.

La sfera della salute è un buon punto di osservazione per cogliere le contraddizioni, i processi, le meccaniche ed i conflitti, dispiegati o potenziali, che riguardano l’ambito della riproduzione sociale. Basta pensare al cuore imperiale del sistema di sviluppo in cui viviamo, gli USA, per comprendere quanto è profonda la crisi. È il paese delle epidemie di oppioidi, dei feriti che fuggono dalle ambulanze perché privi di un’assicurazione sanitaria adeguata, di Luigi Mangione. I tagli al Medicaid 1 da parte dell’amministrazione Trump hanno rappresentato uno dei primi momenti di frattura emotiva dentro al movimento MAGA. Ma anche alle nostre longitudini la situazione si sta degradando velocemente. L’accesso alla sanità va incontro a sempre maggiori disparità territoriali e di classe. In Italia coesistono regioni considerate in cima alle classifiche mondiali per quanto riguarda il sistema ospedaliero, Emilia e Lombardia su tutte, ed altre che sono sull’orlo del collasso, ben noto è il caso della regione Calabria. Questa situazione dà vita a quello che viene chiamato, senza vergogna, turismo sanitario. Allo stesso tempo si evidenziano sempre più chiare differenze di classe: in una grande città come Torino l’aspettativa di vita può diminuire di 5-6 anni per chi vive in periferia rispetto a chi vive in centro2.

A livello nazionale, secondo le stime, nel 2024 un italiano su 10 ha rinunciato alle cure. Subito dopo le liste d’attesa vi sono i costi troppo alti tra le cause di questo fenomeno3. Ciò significa che dentro un quadro di impoverimento complessivo circa il 9,9% della popolazione è messo di fronte alla scelta di prendersi cura della propria salute oppure pagare l’affitto, le bollette, la spesa.

Sull’aspettativa di vita e soprattutto sull’aspettativa di vita in buona salute (cioè in condizioni che permettono una vita “normale” per la propria età) del proletariato impattano poi gli ambienti di vita, di lavoro, il tipo di lavoro, l’alimentazione, la quantità e la qualità di relazioni, l’educazione alla prevenzione, il benessere psicofisico tanto che generalmente le malattie croniche incidono in modo sproporzionato sulle classi sociali più povere. Questa condizione tendenzialmente innesca un tragico meccanismo: chi ha un malato cronico in casa deve dedicare tempo e soldi alle sue cure dovendo così sacrificare un’altra parte del già risicato reddito. Chiunque abbia anche solo passeggiato nei cortili di un caseggiato popolare sa quanto è diffusa questa situazione e quanta sofferenza comporta. É una sofferenza silenziosa perché spesso con un malato a carico ed un reddito basso mancano le forze e gli strumenti per rivendicare i propri diritti.

La pandemia da Covid19 non ha invertito la tendenza ma semmai ha contribuito a cronicizzare le insufficienze del sistema sanitario. Dunque che fare? Larga parte della sinistra moderata e radicale si attiene al copione consolidato di rivendicare maggiori fondi alla sanità pubblica. Una rivendicazione giusta e basilare che però non prende atto di una situazione molto più complessa e incistata e dei bisogni emergenti della popolazione.

Dunque quali prospettive di liberazione ed uguaglianza possiamo immaginarci oggi nel campo della salute? Una lettura utile può essere il libro Pensare la sanità. Terapie per la sanità malata (Edizioni Studium, 2025) di Luca Antonini e Stefano Zamagni. Gli autori non sono certo dei rivoluzionari: Luca Antonini è il Vicepresidente della Corte Costituzionale e Stefano Zamagni è un economista di area cattolica, ma il libro è interessante per due motivi: in primo luogo rileva il fatto che serve un ripensamento radicale del Sistema Sanitario non solo per quanto riguarda le risorse e la loro distribuzione, ma anche le tendenze organizzative e relazionali. In secondo luogo sostiene che una delle principali cause della crisi del Sistema Sanitario è la sua taylorizzazione. Sono due considerazioni da cui è utile partire anche per chi, come noi, ha posizioni anticapitaliste. Ma andiamo con ordine.

Scienza medica e capitalismo
Il libro fin dalle prime righe dell’introduzione riprende l’utile distinzione nella lingua latina tra valetudo (benessere fisico) e salus (salvezza del corpo e dell’anima). Gli autori individuano la radice del pensiero moderno sulla salute in un preciso momento storico:

Fino a tutto il XVI secolo, la seconda [salus NdR] è stata l’accezione prevalente, ma a partire dalla Rivoluzione Scientifica inizia ad affermarsi la concezione “cartesiana” secondo cui – semplificando – esiste la malattia e non l’ammalato. Il medico “cartesiano” spiega la patologia (il disease), non la infermità (l’illness)4.

Dunque la concezione moderna della salute nasce in concomitanza con l’affermarsi del capitalismo come modo di produzione dominante, con il progressivo diffondersi dell’industria e con il prevalere del pensiero positivista in ambito scientifico. Qui un primo punto importante: esattamente come in altri campi la scienza capitalista tende ad oggettivare il malato. Questo non è altro che un «portatore di patologie, che vanno curate e possibilmente guarite»5. Ma la realtà empirica ci mostra quanto siano invece importanti le condizioni soggettive del malato nella sua guarigione:

È un fatto, impossibile da negare, che gli interventi in chiave terapeutica sono di natura relazionale (si pensi al rapporto medico-paziente di cui già parlava Platone a proposito del patto di cura) il che significa che non si soddisfano i bisogni dell’ammalato in modo anonimo, prescindendo dalla sua storia di vita e dalla trama di relazioni che lo legano alla famiglia, agli amici, e ad altri ancora6.

La stessa critica si può applicare in maniera più ampia all’intera scienza capitalista. Su impulso dei movimenti ecologisti ad esempio è tornata alla luce la nozione marxista di frattura metabolica:

Negli appunti per la stesura del Capitale, che sarebbero poi stati raccolti da Engels per comporre il terzo volume, Marx scrive che il capitalismo aveva reciso quel legame con la natura, «producendo una incolmabile frattura nel nesso del ricambio organico sociale [metabolismo] prescritto dalle leggi naturali della vita (Karl Marx, Il Capitale, libro III (2), Editori Riuniti, 1980, p. 926)7.

L’esempio più comune, utilizzato dallo stesso Marx, è quello dell’agricoltura. Semplificando si può dire che mentre i modelli di produzione agricoli pre-capitalistici prevedevano la rotazione delle colture per permettere ai terreni di rigenerarsi dal punto di vista organico, l’agro-industria capitalista, votata alla massimizzazione del profitto, tenta di aggirare i cicli biologici attraverso l’uso delle macchine e dei fertilizzanti chimici. Ma a lungo andare questo modo di produzione sterilizza i terreni, genera appunto una frattura metabolica tra i cicli naturali e quelli produttivi.

Tracciando un parallelo, in parte ardito, l’agronomo dell’agro-industria ed il medico cartesiano condividono la stessa prospettiva: individuano la patologia (nel caso dell’agronomo l’infertilità del terreno), la isolano dalle condizioni soggettive ed ambientali oggettivandola, e provano a porvi rimedio in una maniera standardizzata (i fertilizzanti). Tra l’altro spesso questo rimedio è un prodotto chimico. Continuando il parallelo si può dire che il caffè, il tabacco, gli integratori, la cocaina, gli oppioidi e vari altri tipi di farmaci e droghe sono per l’essere umano ciò che l’introduzione di specie allogene per predazione, pesticidi e fertilizzanti chimici sono per l’agricoltura. Come i secondi vengono utilizzati per intensificare lo sfruttamento dei terreni, così i primi vengono utilizzati per estrarre più valore dal nostro lavoro, con le conseguenze degenerative che ben conosciamo.

Un esempio palese di frattura metabolica in ambito medico si può riscontrare ad esempio nel fenomeno dell’antibiotico-resistenza: l’utilizzo massiccio degli antibiotici tanto nell’allevamento industriale (e quindi nell’alimentazione umana), quanto nelle prescrizioni mediche ha generato un effetto avverso potenzialmente devastante. I batteri si stanno evolvendo ed adattando divenendo più resistenti ai farmaci8.

Questa piccola divagazione serve a comprendere quanto la storia del capitalismo e della moderna scienza medica siano intrecciate ben oltre l’attuale privatizzazione della sanità o la questione dei brevetti sui farmaci. Per certi versi le differenti configurazioni che hanno caratterizzato i sistemi sanitari dall’Ottocento in poi corrispondono a differenti fasi dello sviluppo capitalista (e della lotta di classe). Richiederebbe tempo ricostruire in maniera sufficientemente dettagliata queste fasi per cui, insieme agli autori ci atteniamo a considerare il lasso di tempo tra la nascita del Servizio Sanitario Nazionale in Italia nel 1978 fino ad oggi.

La crisi del welfare state
Nel capitolo “All’origine del modello universalista” Luca Antonini ricostruisce i passaggi politici che hanno portato alla nascita del SSN. Spiega che il dibattito sulle forme che avrebbe dovuto assumere il sistema sanitario in Italia affonda le sue radici nell’Assemblea Costituente e si protrae per tre lunghi decenni, fino a che nel 1978:

La nascita del Servizio sanitario nazionale poneva fine al sistema di copertura sanitaria delle mutue: un sistema divenuto costoso, obsoleto e ingiusto. L’assicurazione mutualistica, infatti, era legata al posto di lavoro e questo comportava grandi differenze di assistenza in riferimento all’occupazione; discriminava quindi a seconda della classe sociale9.

Il libro dà velocemente conto del clima politico del paese in quel momento in cui era in corso il sequestro Moro e al governo vi era Andreotti con l’appoggio esterno del PCI, ma glissa sul fatto che la nascita del SNN sia stato uno dei prodotti dei due decenni di conflittualità sociale e operaia che alcuni autori hanno ribattezzato “il lungo ‘68 italiano”. Anche qui servirebbe una lunga disquisizione sulle dinamiche che dal basso hanno portato alla costituzione di uno dei modelli sanitari universalisti tra i più avanzati al mondo, ma per il momento ci fermiamo a proporre un’ipotesi. L’SNN è stato il prodotto di due tendenze contrapposte, da un lato è stata l’ultima conquista del movimento operaio nelle sue varie forme e declinazioni, dall’altro la conseguenza sul fronte della riproduzione sociale della ristrutturazione capitalistica in corso. Infatti mentre la legge 833 veniva approvata il modello industriale a grande concentrazione operaia che aveva caratterizzato i precedenti decenni era sulla via del tramonto. Al decentramento produttivo e alla delocalizzazione industriale corrispondevano un aumento della disoccupazione e del lavoro precario. Il vecchio sistema delle mutue avrebbe escluso dalla copertura sanitaria la nuova classe operaia precaria espulsa dalla grande fabbrica. Dunque si può ipotizzare che la nascita del SNN fosse una qualche mediazione tra queste due esigenze: placare la conflittualità sociale offrendo delle concessioni ed allo stesso tempo riorganizzare questo aspetto della riproduzione sociale proletaria in maniera funzionale alle mutazioni del mondo del lavoro.

Il SNN rimane però lungamente un’opera non del tutto compiuta, infatti bisogna aspettare il 1999 perché vengano definiti i famosi LEA, cioè i livelli essenziali delle prestazioni che il sistema sanitario è tenuto ad offrire. Nel frattempo però in tutto il mondo occidentale il modello del welfare state è entrato in crisi. Stefano Zamagni spiega così l’origine di questa crisi almeno in ambito sanitario:

Quattro i fattori causali maggiormente responsabili delle tendenze in atto. Il primo concerne l’influenza degli aumenti di reddito sulle prestazioni sanitarie. […] aumenti del reddito medio pro-capite trascinano con sé aumenti più che proporzionali della domanda di servizi sanitari […] il consumatore razionale all’aumentare della propria disponibilità di bilancio muta la struttura, cioè la composizione, dei propri consumi, riducendo la quantità acquistata di beni inferiori e normali e aumentando quella di beni superiori, come appunto è il bene salute 10.

In sostanza nella breve parentesi della “società del benessere” la domanda di beni sanitari è aumentata alla luce dell’aumento dei redditi. Il secondo aspetto considerato da Zamagni è in parte collegato al primo:

[…] si accresce l’interesse degli utenti per la qualità dei servizi sanitari. All’aumentare cioè delle sue disponibilità economiche, l’utente sanitario tende a diventare sempre più esigente 11.

L’autore spiega che essendo la sanità un ambito ad alta intensità di lavoro umano, difficilmente sostituibile dalle macchine, l’aumento della qualità dei servizi sanitari non può che determinare aumenti tendenziali della spesa sanitaria. La terza causa riguarda invece il progresso scientifico e tecnologico:

[…] quello sanitario è uno dei pochi settori dell’economia in cui il progresso tecnico tende a non essere risparmiatore di lavoro e dunque un settore che tende a conoscere costi unitari crescenti nel lungo periodo 12.

Infine a pesare è la transizione demografica in atto in alcune delle società a capitalismo avanzato dove vi è sia un allungamento della vita media sia il declino del tasso di morbilità. La convergenza di queste tendenze evidenzia come i costi sanitari (ma per certi versi si potrebbe fare lo stesso ragionamento sulla formazione) all’interno del modello del welfare state classico sono destinati ad aumentare a prescindere da sprechi ed inefficienze, proprio per la natura particolare di questa attività, fino a rappresentare una voce di bilancio sempre più pesante sulla contabilità pubblica.

Per quanto controintuitivo possa sembrare questa è la dimostrazione di quanto il modello sociale capitalista sia un limite al pieno sviluppo del benessere e delle capacità umane. Detto in soldoni entrambe le principali configurazioni dell’organizzazione della riproduzione sociale capitalistica emerse nell’ultimo secolo portano ad un vicolo cieco. Quella welfaristica, cioè quella in cui la riproduzione sociale del proletariato viene appaltata allo Stato che la finanzia attraverso la redistribuzione della tassazione, si va a schiantare sull’aumento dei costi, mentre quella privatistica, a cui i proletari hanno accesso solo attraverso l’indebitamento, si va a schiantare nell’insolvenza. Senza considerare poi le conseguenze indirette del sistema privatistico: una classe operaia che non può curarsi sufficientemente è una classe operaia debilitata, affaticata, meno produttiva. Una parte della crisi degli oppiacei negli Stati Uniti è derivata proprio dalla sostituzione della cura delle malattie da lavoro con la cosiddetta “terapia del dolore”. Le conseguenze sono davanti agli occhi di tutti.

Taylorismo e salute
Dunque quale è stata la risposta alla crisi del welfare state?

In buona sostanza, si interviene sui livelli di efficienza (allocativa e tecnica) allo scopo di ridurre gli sprechi e migliorare la produttività del lavoro di tutti coloro che prendono parte al processo sanitario. È in ciò il senso ultimo dell’aziendalizzazione e delle varie pratiche (esplicite e, più spesso, implicite) di razionamento delle prestazioni 13.

Con il razionamento delle prestazioni Zamagni si riferisce anche alla questione delle liste d’attesa. Naturalmente a corredo, implicito, di questo processo di aziendalizzazione del SSN va inserita la sostanziale delega al privato ed al privato-convenzionato di tutta una serie di prestazioni, quelle che producono un qualche tipo di profitto, che proprio attraverso i meccanismi di razionamento il pubblico devolve al mercato.

Ad ogni modo la risposta che i governi, a partire dagli anni ‘90, hanno dato alla crisi del welfare state è stata l’applicazione della filosofia aziendale taylorista al lavoro di cura. L’idea alla base del taylorismo è quella di scomporre i processi produttivi in mansioni semplici e ripetitive codificando metodi e standardizzando i tempi per svolgerle. L’obiettivo naturalmente è quello di ridurre i tempi e gli sprechi ed aumentare la produttività del lavoro.

L’applicazione delle strategie manageriali tayloriste alla sanità ha diverse implicazioni in primo luogo sull’organizzazione del lavoro. Visite mediche brevi e contingentate, aumento dei carichi di lavoro e razionalizzazione delle risorse a disposizione. Medici ed infermieri svolgono un lavoro sempre più alienato e ripetitivo che contribuisce a privare tanto i sanitari quanto i pazienti di quella preziosa soggettività che è fondamentale in un processo relazionale come quello della cura. Inoltre il principio di economicità alla base di questa ristrutturazione predilige la centralizzazione delle strutture ospedaliere, riducendo i presidi sanitari sui territori. Uno dei grandi elementi di fragilità del sistema sanitario che la pandemia da Covid19 ha mostrato chiaramente.

Il tentativo è quello di provare a rendere scalabile dentro dei processi produttivi di tipo simil-industriale qualcosa che per sua natura scalabile non è come la salute umana.

Pensare la salute
In Pensare la sanità Antonini e Zamagni provano a proporre una terza via rispetto a quella welfaristica e a quella privatistica che salvaguardi il principio dell’universalismo. Si chiedono:

Se si vuole conservare […] l’impianto universalistico del nostro sistema sanitario, quali problemi di natura propriamente organizzativa devono essere risolti per far sì che il vincolo dell’economicità della gestione non interferisca negativamente con le scelte mediche che per natura loro, mirano al miglioramento della qualità delle prestazioni?14

La risposta che viene data è duplice, da un lato l’abbandono del modello taylorista di organizzazione del lavoro a favore di

un ambiente organizzativo che amplifichi l’immaginazione umana e liberi la creatività latente che esiste, tanto o poco, in ogni persona 15.

Dall’altro la realizzazione di una sanità plurale che includa soggetti di offerta pubblica, privati e civili. Per gli autori il fatto che:

[…] la salute di ciascuno dipende da quella di tutti comporta chela salute sia un bene comune […] né un bene pubblico, né un bene privato, e pertanto né la sola gestione pubblicistica, né la gestione privatistica sono adeguate.

L’idea è che la società civile ed il Terzo Settore vadano inclusi nel processo decisionale e nelle articolazioni organizzative del sistema sanitario.
Ciò che si può apprezzare di questa proposta è che implicitamente sostiene la necessità di una de-mercificazione della sanità, di una maggiore possibilità di decisione sui processi sanitari da parte della società e infine di una trasformazione dell’organizzazione del lavoro che rimetta al centro la molteplicità di relazioni che concorrono alla salute.

Il problema di fondo che si può rintracciare in questo testo è che pur criticandola assume per assodata la dicotomia tra pubblico e privato, tra Stato e Capitale come due entità in contrapposizione. Questa idea, residuo della semplificazione ideologica della Guerra Fredda, è ancora troppo diffusa negli ambienti di sinistra che distinguono tra un pubblico “buono” ed un privato “cattivo”. Per noi lo Stato rimane, secondo la definizione di Marx, “il comitato che amministra gli affari comuni di tutta la classe borghese”. È lo Stato che attraverso l’attività legislativa, giuridica e burocratica ha aperto la strada all’aziendalizzazione e alla privatizzazione, è lo Stato che ha preparato il terreno per la mercificazione della sanità. Dunque a meno che una frazione dominante della borghesia torni a considerare vantaggiosa per i propri scopi la visione della sanità universale o che nuovi conflitti sociali riescano ad imporla è improbabile vedere realizzata una trasformazione che fornisca potere e decisionalità alla società ed ai professionisti ed alle professioniste della sanità sulla salute.

Al netto di ciò va constatato che negli ambienti antagonisti e nella sinistra di classe la capacità di costruire un “pensiero forte” sulla salute e più in generale sulla riproduzione sociale è piuttosto limitato e nebuloso, nonostante l’eredità di sperimentazioni, teorie di critica della scienza e possibilità di intervento. Tra guerre, pandemie e crisi climatica la questione della riproduzione sociale del proletariato sarà sempre più centrale, dunque forse è ora di iniziare a pensare alla salute.

*Orizzonti è un progetto che mira a indagare le geografie del capitalismo in Italia ed ascoltare le voci dei conflitti e delle lotte nei territori periferici e provinciali. Crediamo che per conquistare un’efficacia, una rotta, una possibilità trasformativa efficace sia la nostra comprensione del sistema che ci sfrutta ed opprime rendendola il più possibile precisa, attuale e radicata.


  1. https://www.avvenire.it/attualita/senza-assistenza-cosi-la-legge-bellissima-di-trump-fara-vittime-negli-usa_93342  

  2. https://volerelaluna.it/territori/2024/07/09/torino-la-salute-e-laspettativa-di-vita-la-variabile-sociale/  

  3. https://www.ilsole24ore.com/art/crescono-italiani-che-rinunciano-curarsi-ora-sono-su-dieci-colpa-liste-d-attesa-e-motivi-economici-AHFmlGs  

  4. Luca Antonini, Stefano Zamagni. Pensare la sanità. Terapie per la sanità malata, Roma, Studium Edizioni, 2025, p. 11.  

  5. Ibidem.  

  6. Ivi, p. 12.  

  7. https://www.antropocene.org/index.php/341-che-cos-e-la-frattura-metabolica  

  8. https://www.marionegri.it/magazine/antibioticoresistenza#:~:text=L’antibiotico%20resistenza%20(AMR),grazie%20a%20mutazioni%20del%20DNA.  

  9. L. Antonini, S. Zamagni. Pensare la sanità. Terapie per la sanità malata, op. cit, p. 28.  

  10. Ivi, p. 93.  

  11. Ivi, p. 94.  

  12. Ivi, p. 96.  

  13. Ivi, p. 102.  

  14. Ivi, p. 121.  

  15. Ivi, p. 127.  

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Visum et repertum 9 https://www.carmillaonline.com/2026/05/16/visum-et-repertum-9/ Sat, 16 May 2026 20:00:30 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92610 di Franco Pezzini

Vampiro è l’autore

[È comparso qualche tempo fa per i tipi Hypnos, Milano 2026, il dittico Jan Blazek. Le chimere del cacciatore di vampiri, seguito dell’episodio precedente qui presentato, a firma di Antilia de Caston Motte e a cura di chi scrive. La saga costituisce un omaggio ai film della Hammer e al genere cappa e spada; e un’ulteriore coppia di avventure, Jan Blazek. La terra dei minotauri, di prossima uscita, è già disponibile in questi giorni al Salone del libro di Torino. Dalla Postfazione de Le chimere si propone qui un breve stralcio.]

La grandissima stagione vittoriana delle storie di vampiri [...]]]> di Franco Pezzini

Vampiro è l’autore

[È comparso qualche tempo fa per i tipi Hypnos, Milano 2026, il dittico Jan Blazek. Le chimere del cacciatore di vampiri, seguito dell’episodio precedente qui presentato, a firma di Antilia de Caston Motte e a cura di chi scrive. La saga costituisce un omaggio ai film della Hammer e al genere cappa e spada; e un’ulteriore coppia di avventure, Jan Blazek. La terra dei minotauri, di prossima uscita, è già disponibile in questi giorni al Salone del libro di Torino. Dalla Postfazione de Le chimere si propone qui un breve stralcio.]

La grandissima stagione vittoriana delle storie di vampiri e le relative ricadute nell’ambito di un gotico su schermo – anche in costumi, parafernali e (diciamo così) parainfernali – rendono oggi molto difficile pensare di darvi seguito in narrazioni, pena il ricadere in fatali cliché. Più fertile dunque l’indagare in chiave di affabulazione il secolo precedente, di cappa e spada & di vampiri, non ancora confinati in quel canone pseudostokeriano che le regie popolari hanno irrigidito; e cercare chiavi diverse dalle solite saghe di tombe aperte e morsi sul collo. Tanto più che i vampiri folklorici non attingono al collo ma al petto (e collo è censura linguistica vittoriana per seno), a svelare le disturbanti parentele del vampir con la grande categoria di incubi oppressori e demoni inclini allo stupro.
D’altra parte il vampiro – se ha senso parlare in termini unitari di una creatura dai connotati tanto vaghi, una sorta di nebulosa immaginale che richiede a chi brandisca il termine di circoscriverne subito l’ambito – sorge nel contesto di culture continuamente meticciate e dai confini mobilissimi, a colpi di paci settecentesche (Passarowitz, 1718; Belgrado, 1739; eccetera) stipulate tirando linee sulla carta: tutto resta, come nel titolo del giallo “vampiresco” di Fred Vargas (2008: Einaudi, 2009) Un luogo incerto. Un luogo in senso topografico ma anche tematico, un topos: e un’incertezza che non è solo quella dell’imbarazzo del fantastico alla Todorov, categoria come all’incrocio degli spazi di strano e meraviglioso, ma quella radicale di un soggetto – oltretutto un soggetto ossimorico, come ricordava Gianfranco Manfredi, “Il vampiro è un ossimoro” – dalla definizione sfuggente.
E ancora, al di là del vampiro c’è il vampiresco, come dimensione e qualifica. Possono essere vampireschi – o vampiri, come si preferisca, ma in chiave diversa dal classico vampir – svariatissimi tipi di creature (animali, piante…) e persino oggetti. […]
In ogni caso, la prima ambiguità vampiresca sta nel rapporto tra chi scrive e il suo soggetto. […] Qualunque scrittore si appoggia a concreti materiali umani per dar corpo e volto alle proprie creazioni, in genere persone ben conosciute (ricordare l’influsso del mattatore Sir Henry Irving nella costruzione della figura del conte Dracula da parte di Bram Stoker è in questa sede persino fin troppo ovvio) o magari profondamente amate. L’autore vampirizza il modello e a sua volta in qualche modo ne viene vampirizzato – perché non ne uscirà più, sta modellando un legame immaginale e in fondo magico: di nuovo, i confini si fanno incerti. In grazia, a pensarci bene, di quell’operazione assieme sacra e occulta che è la scrittura, per cui coinvolgere (a livello di ispirazione o scrittura comune, o anche solo fantasticando assieme) significa legare, saldare, unire virtualmente per sempre.

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L’Anarchia non uccide: ventenni contro Franco https://www.carmillaonline.com/2026/05/16/lanarchia-non-uccide-ventenni-contro-franco/ Fri, 15 May 2026 22:01:28 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94642 di Walter Catalano

Leopoldo Santovincenzo, Invito a pranzo con pistola. Storia dimenticata del primo sequestro politico nell’Italia degli anni ’60, Solferino, pp. 350, 20,50 €.

C’è un paradosso sottile nel titolo di questo libro: Invito a pranzo con pistola suona quasi come una commedia di costume, un I soliti ignoti riveduto in chiave noir, e invece custodisce una delle storie più serie, moralmente limpide e politicamente rilevanti che l’Italia del dopoguerra abbia prodotto prima che il decennio successivo trasformasse ogni gesto di protesta in qualcosa di irreversibilmente sanguinoso. Leopoldo Santovincenzo sceglie il tono giusto fin dal titolo, preso dichiaratamente in prestito da un [...]]]> di Walter Catalano

Leopoldo Santovincenzo, Invito a pranzo con pistola. Storia dimenticata del primo sequestro politico nell’Italia degli anni ’60, Solferino, pp. 350, 20,50 €.

C’è un paradosso sottile nel titolo di questo libro: Invito a pranzo con pistola suona quasi come una commedia di costume, un I soliti ignoti riveduto in chiave noir, e invece custodisce una delle storie più serie, moralmente limpide e politicamente rilevanti che l’Italia del dopoguerra abbia prodotto prima che il decennio successivo trasformasse ogni gesto di protesta in qualcosa di irreversibilmente sanguinoso. Leopoldo Santovincenzo sceglie il tono giusto fin dal titolo, preso dichiaratamente in prestito da un articolo in proposito del 1977: un titolo che sintetizza esattamente ciò che accadde il 28 settembre 1962 a Milano, quando un membro del gruppo di giovani anarchici e socialisti rivoluzionari telefonò al viceconsole spagnolo Isu Elías – l’ambasciatore stava a Roma e i giovanissimi cospiratori non avevano fondi per la trasferta; il console in carica era assente, dunque non restava che accontentarsi del viceconsole, l’unica autorità della Spagna franchista rintracciabile in quei giorni a Milano –  spacciandosi per il segretario del vicesindaco democristiano Luigi Meda, per invitarlo a gustare l’ossobuco e il risotto giallo della Taverna della Giarrettiera in Galleria. L’invito era finto, il pranzo non ci fu mai, ma la pistola — due pistole, per l’esattezza, per quanto mai mostrate alla vittima e da questa stessa messe in dubbio al processo: “sentivo qualcosa di duro ma non posso dire fossero pistole” — era reale quanto le manette con cui, poche settimane dopo, i protagonisti di questa vicenda sarebbero comparsi davanti al tribunale di Varese.

Santovincenzo –  in quota Rai, ideatore e autore da decenni del miglior programma sulla narrativa e il cinema di genere, Wonderland – pubblicista e scrittore in proprio che si definisce modestamente nel libro uno “svuotacantine” non un ricercatore, uno che persegue le sue ossessioni e le sue memorie infantili rimestando fra vecchie pubblicazioni polverose e dimenticate: già autore di un saggio sui gloriosi sceneggiati fantastici Rai degli anni ’60 – Fantasceneggiati. Sci-fi e giallo magico nelle produzioni RAI (1954-1987), Elara 2016; e di un romanzo-memoriale, La balena di piazza Savoia. L’immaginario che avevamo in dote, Exòrma, 2017, in cui ricostruisce i percorsi tortuosi, assolutamente reali seppur trascesi a vero e proprio mito, della balena imbalsamata itinerante che ha infestato i sogni o i ricordi (difficile talvolta distinguere) di tutti i baby boomers, me compreso, ad averla incrociata da bambini. Qui, di nuovo inseguendo una storia e un’ossessione, ricostruisce con scrupolo e con evidente passione civile un episodio che la storiografia italiana ha sistematicamente lasciato ai margini, confinato nelle memorie militanti del movimento anarchico e in qualche articolo sparso, senza mai ricevere lo spazio e la riflessione che meriterebbe. Eppure si tratta — come il sottotitolo dichiara senza reticenze — del primo sequestro politico nell’Italia moderna, un atto che precede di oltre un decennio le spirali di violenza degli anni Settanta e che, proprio per questa ragione, offre uno specchio utilissimo per misurare la distanza abissale tra due modi di concepire l’azione politica radicale: quello dei ventenni del 1962, animati da un’etica della responsabilità e da una quasi paradossale fiducia nel potere della parola pubblica, e quello che verrà dopo, quando la politica si trasformerà in guerra, una guerra che non risparmierà nessuno.

La vicenda, nei suoi contorni essenziali, è questa. Il 28 settembre 1962 un gruppo formato da quattro anarchici — Amedeo Bertolo, Luigi Gerli, Gianfranco Pedron e Aimone Fornaciari — da un “comunista rivoluzionario”, come si definisce Vittorio De Tassis e da tre più o meno convinti socialisti rivoluzionari – Alberto Tomiolo, Giorgio Bertani e Giambattista Novello-Paglianti – rapisce a Milano il viceconsole spagnolo Isu Elias. Lo scopo non è il denaro, non è la rivoluzione, non è nemmeno — almeno nella concezione degli organizzatori — la vendetta politica. Lo scopo è salvare una vita: quella di Jorge Conill Valls, giovane anarchico catalano condannato a morte dal tribunale militare franchista per aver partecipato ad alcuni attentati dimostrativi a Barcellona, uno dei quali nella sede della Falange, un altro in quella dell’Opus Dei. Era previsto che il viceconsole, senza che gli venisse torto un capello, fosse consegnato a un gruppo di anarchici spagnoli, affinché questi lo rilasciassero in libertà a Ginevra, nella sede della Lega dei Diritti Umani. Il piano aveva una sua logica da romanzo d’avventura, con twist narrativi quasi da film, e Santovincenzo li restituisce con una scrittura che sa essere insieme precisa e avvincente, senza cedere alla tentazione della novelization gratuita.

Il cuore del libro non sta però nella meccanica del sequestro — pur descritta con dovizia di particolari gustosi: dall’auto a noleggio, una Giulietta bianca presa a Verona per trentunomila lire senza che nessuno dei cospiratori avesse la patente, tanto da dover coinvolgere un amico neopatentato nel complotto e far dire poi al rapito al processo “non avevo paura dei rapitori, gentilissimi, avevo paura del modo come guidava l’autista”; alla sgangherata casupola di vacanza montana familiare a Cugliate Fabiasco, paesino di 178 anime in provincia di Varese a cinque chilometri dalla frontiera svizzera — ma nel contesto in cui quella scelta azzardata emerge. Santovincenzo è acuto nel non separare il gesto dalla sua matrice: racconta come Amedeo Bertolo, ancora ventunenne, avesse già compiuto una missione clandestina in Spagna in sella al suo “galletto”, con un ciclostile mascherato da cassetta da pittore, per distribuire materiale di propaganda ai gruppi libertari spagnoli, e come quella rete di solidarietà internazionale — concreta, rischiosa, fondata su rapporti umani diretti — fosse la premessa morale dell’azione successiva. Non si sequestra un viceconsole per capriccio o per ideologia astratta: lo si fa perché si conosce di persona l’uomo che sta per essere fucilato o garrotato, perché si è dormito nelle case dei suoi compagni, perché l’antifascismo non è una parola ma un legame di carne e sangue attraverso i confini territoriali e linguistici.

La ricostruzione storica è uno dei punti di forza del libro. Santovincenzo inquadra la vicenda nell’Italia del 1962, un paese in piena trasformazione economica, alle soglie del centrosinistra, ma ancora percorso da tensioni profonde. Eravamo allora ben lontani da quel che verrà dagli anni Settanta in avanti: né gli anarchici né i socialisti erano davvero terroristi, né avevano mai avuto alcuna intenzione di sfiorare con un dito il loro “prigioniero”. E in effetti il viceconsole Elías — cinquantacinquenne di origine bulgara, con un passato non del tutto limpido, secondo alcuni qualche connivenza nella fuga dei Petacci in Spagna, ma sostanzialmente una brava persona — viene trattato con una cura quasi commovente: bendato con occhiali da sole incerottati, certo, ma rassicurato, confortato da ogni possibile spiegazione e persino intrattenuto dal suo guardiano durante la breve detenzione. Al processo testimonierà con sincerità di non aver corso alcun pericolo reale. È un dettaglio che Santovincenzo non lascia cadere, perché dice molto sull’etica di questi militanti: c’era una linea precisa che non intendevano attraversare.

Ma il libro non è solo cronaca: è anche storia delle idee, o meglio storia dei corpi in cui le idee si incarnano. Uno dei passaggi più riusciti è la descrizione del gruppo nella sua eterogeneità: metà milanesi anarchici e metà socialisti rivoluzionari scaligeri, una eterogeneità ideologica che Bertolo giustificherà con ragioni logistiche e che sarà alla base di una diffidenza reciproca e una memoria non condivisa del gesto. Questo dettaglio è prezioso perché smaschera la mitologia dell’azione politica come momento di fusione fraterna: in realtà il sequestro di Isu Elías è anche una storia di tensioni interne, di sospetti, di gelosie militanti. I socialisti veronesi e gli anarchici milanesi non parlano sempre la stessa lingua, e quando i rapporti di Tomiolo con un giornalista di “Stasera” vengono considerati dagli anarchici una trama alle loro spalle, decidono di liberare immediatamente il viceconsole consegnandolo a un giornalista de “Il Giorno”, lo scoop finisce però per essere bruciato dal collega di un settimanale scandalistico che aveva ricevuto una soffiata: un piccolo vaudeville involontario che Santovincenzo descrive con il giusto tocco di ironia.

Il processo di Varese — che si apre il 13 novembre 1962 — è un altro momento in cui la ricostruzione dell’autore si fa particolarmente densa e illuminante. Il pubblico ministero – con una moderazione impensabile oggi – chiese pene che si aggiravano al massimo sull’anno di reclusione, ulteriormente ridotte dal tribunale, con il riconoscimento dell’attenuante di aver agito per motivi di alto valore morale e sociale: il centro sinistra è alle porte, la DC vuole fare bella figura coi futuri alleati di governo. Ma il momento più teatrale — e più simbolicamente potente — è quello dell’ingresso di Amedeo Bertolo, l’unico imputato ancora latitante, nell’aula. Fuggito in Francia dopo il sequestro, aveva annunciato che si sarebbe consegnato spontaneamente. Il palazzo di giustizia era strettamente vigilato dai carabinieri, ma il fuggitivo riuscì ad arrivare sino alla stessa sala d’udienza, facendosi passare per l’aiutante dell’avvocato. Quando si identificò di fronte al tribunale, scoppiò uno scandalo enorme. È una scena da romanzo picaresco, e Santovincenzo ha la saggezza di non drammatizzarla troppo: lascia che parli da sola, con la sua carica mista di beffa e di serietà.

Ma l’esito più importante di tutta la vicenda non è processuale: è diplomatico, e politico nel senso più alto. Il sequestro ebbe il merito di dar avvio alla diplomazia sotterranea. Il 5 ottobre 1962, il Supremo Tribunale Militare  confermò la sentenza della Corte marziale di Barcellona – l’intercessione del cardinale Montini, futuro Papa Paolo VI, sarebbe arrivata poco dopo – e la minacciata pena di morte fu commutata in trent’anni di carcere. Nessun ministro degli Esteri, nessuna ambasceria, nessun organismo internazionale era riuscito a ottenere quello che otto ventenni con due pistole, una Giulietta bianca a noleggio e un ciclostile su un galletto avevano ottenuto in quattro giorni di sequestro. L’editoria, la stampa di mezzo mondo, l’opinione pubblica internazionale avevano fatto il resto: i comunicati diffusi da Parigi raggiunsero le agenzie, i giornali pubblicarono tutto, il franchismo si trovò sotto una luce che certo non gradiva. È una lezione sull’efficacia della comunicazione come arma politica che Santovincenzo sottolinea con intelligenza, senza trionfalismi ma senza neanche sminuire la sua importanza.

Un aspetto che il libro affronta con particolare acutezza è la questione della memoria divisa. Come spesso accade nella storia italiana, questo episodio non ha una narrazione univoca: gli anarchici lo rivendicano come proprio, i socialisti veronesi lo ricordano diversamente, e la storiografia mainstream lo ha per decenni semplicemente ignorato. Quello di Isu Elias è stato il primo sequestro politico dell’epoca moderna, seguito — nel 1966 — da quello del diplomatico spagnolo monsignor Ussia, sempre per opera di un gruppo anarchico, e quindi dalla miriade di sequestri effettuati in ogni parte del mondo nel decennio successivo. Eppure nella memoria collettiva italiana il termine “sequestro politico” evoca quasi automaticamente il 1978, il caso Moro, le Brigate Rosse. Tutto ciò che viene prima sembra non contare, o conta troppo poco. Santovincenzo compie un atto di giustizia storiografica restituendo a questa vicenda la sua priorità cronologica e la sua specificità etica: il sequestro del 1962 non è la preistoria del terrorismo, è un’altra cosa interamente.

Come in una sorta di Anarchist Graffiti, Santovincenzo ricostruisce anche le notizie sul destino successivo di tutti i protagonisti: fra questi Amedeo Bertolo, che diventerà uno degli intellettuali anarchici più importanti del secondo Novecento italiano, fondatore nel 1971 di “A rivista anarchica”, nel 1976 del Centro Studi Libertari/Archivio Pinelli e nel 1986 della casa editrice Elèuthera — una biografia che trasforma retroattivamente il sequestro del 1962 nel primo atto di una lunga e coerente storia di militanza culturale.

Il libro raggiunge perfettamente il suo scopo: portare alla luce una storia che rischiava di sparire del tutto, consegnarla ai lettori con rispetto e rigore, mostrare che nell’Italia degli anni Sessanta — prima della strategia della tensione, prima di piazza Fontana, prima dell’assassinio del povero Pino Pinelli e la criminalizzazione di Pietro Valpreda (che già compaiono come figuranti nella storia raccontata), prima del “terrorismo rosso” — c’erano giovani capaci di rischiare la propria libertà per salvare la vita di un amico in un paese straniero oppresso dalla dittatura, e di farlo con una pistola nascosta e la coscienza pulita.

Invito a pranzo con pistola è un libro da leggere: non come curiosità storica, non come documento militante, ma come contributo a quella memoria collettiva senza la quale nessun presente riesce davvero a capire sè stesso.

 

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