Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 03 Jul 2026 15:58:49 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Sport e dintorni – Storia popolare e politica del ciclismo https://www.carmillaonline.com/2026/07/02/sport-e-dintorni-storia-popolare-e-politica-del-ciclismo/ Thu, 02 Jul 2026 20:00:15 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95238 di Gioacchino Toni

Ramon Usall, Un secolo in salita. Storia popolare e politica del ciclismo, Mimesis, Milano-Udine, 2026, pp. 298, € 20,00

Alla luce dell’imminente partenza del Tour de France 2026, giunto alla centotredicesima edizione, vale la pena ricordare come la sua nascita agli albori del Novecento sia stata fortemente influenzata dalle pulsioni antisemite di importanti imprenditori francesi. Il primo Tour si è tenuto nel 1903, ma si può far risalire la sua storia alla fine del secolo precedente quando, in Francia, anche la stampa sportiva si è trovata a confrontarsi con l’Affaire Dreyfus. Di fronte alla presa di posizione in favore [...]]]> di Gioacchino Toni

Ramon Usall, Un secolo in salita. Storia popolare e politica del ciclismo, Mimesis, Milano-Udine, 2026, pp. 298, € 20,00

Alla luce dell’imminente partenza del Tour de France 2026, giunto alla centotredicesima edizione, vale la pena ricordare come la sua nascita agli albori del Novecento sia stata fortemente influenzata dalle pulsioni antisemite di importanti imprenditori francesi. Il primo Tour si è tenuto nel 1903, ma si può far risalire la sua storia alla fine del secolo precedente quando, in Francia, anche la stampa sportiva si è trovata a confrontarsi con l’Affaire Dreyfus. Di fronte alla presa di posizione in favore del capitano alsaziano di origine ebraica Dreyfus da parte del giornale sportivo “Le Vélo”, organizzatore delle principali gare ciclistiche francesi dell’epoca, diversi industriali francesi hanno deciso di ritirare le inserzioni pubblicitarie e di fondare una nuova testata sportiva su posizioni più conservatrici denominata in un primo tempo “L’Auto Vélo”, poi “L’Auto”. Si deve a questa nuova testata dalle pagine gialle, per differenziarsi dal colore verde utilizzato dal giornale concorrente, l’organizzazione del primo Tour in sei tappe.

È con il racconto della nascita del Tour de France che si apre il volume Un secolo in salita (Mimesis 2026) del sociologo catalano Ramon Usall in cui vengono ripercorsi in quaranta capitoli, che scorrono come le tappe di un grande giro, alcuni grandi accadimenti che hanno attraversato il Novecento con cui si è trovato a fare i conti il ciclismo a partire, come detto, dalla nascita della Grande Boucle, proseguendo poi attraverso la Guerra civile spagnola, la Francia del Front populaire, l’uso propagandistico dello sport nell’Italia fascista e nella Germania nazista, i movimenti indipendentisti e anticoloniali, le strade del maggio ’68 parigino e via dicendo, fino a concludersi con le sfide ciclistiche tra Stati Uniti e Unione Sovietica nei primi anni Ottanta. Il volume di Usall si inserisce nell’ambito di quelle letture della realtà sportiva che coniugano la passione per lo sport e uno sguardo critico attento alle sue implicazioni storico-sociali.

Tornando al Tour de France, che nella sua edizione 2026 prende il via da Barcellona, occorre notare come l’usanza di organizzare qualche tappa al di fuori dei confini nazionali, introdotta nel corso della sua quarta edizione nel 1906, non sia sempre stata dettata da motivazioni di ordine meramente commerciale. Ad esempio, a partire da quell’edizione, per alcuni anni l’itinerario del Tour ha previsto il passaggio nelle regioni dell’Alsazia e della Lorena, all’epoca a sovranità tedesca, con l’esplicita intenzione di “allargare” simbolicamente i confini francesi ai territori persi in linea con le posizioni nazionaliste del quotidiano sportivo “L’Auto”, organizzatore del Tour. Tale testata, nata, come detto, sull’onda dell’antisemitismo di alcuni industriali all’epoca dell’Affaire Dreyfus, ha mantenuto nel tempo la sua inclinazione reazionaria, tanto che nel periodo della seconda guerra mondiale non ha mancato di trasformare l’iniziale presa di posizione antinazista in esplicito collaborazionismo ed aperta ostilità nei confronti della Resistenza francese, posizioni che, a fine guerra, hanno portato alla chiusura del giornale e alla condanna a morte del direttore.

Dal volume di Usall emerge come le testate sportive abbiano avuto un ruolo centrale nella promozione e nell’organizzazione delle gare ciclistiche in molti Paesi. Lo stesso Giro delle Fiandre, che si tiene in Belgio dal 1913, è nato per volontà del giornale sportivo “SportWereld” esplicitamente schierato con il nazionalismo fiammingo. Sfruttando il collaborazionismo della comunità fiamminga con l’occupante nazista, De Ronde, come amano chiamarla nelle Fiandre, è stata l’unica classica a disputarsi anche durante la seconda guerra mondiale.

La bicicletta ha assunto un suo ruolo anche nella storia della lotta di emancipazione basca a partire dalle gare ciclistiche organizzate ad inizio Novecento ancora una volta da un giornale sportivo, l’“Excelsior”, per far conoscere al mondo la loro lotta indipendentista attraverso itinerari estesi anche ai territori a sovranità francese. Passate nel periodo franchista sotto l’organizzazione del quotidiano “La Voz de España” – sulla cui testata campeggia il motto “Dio, Patria, Re” –, le corse basche sono state assoggettate alla dittatura spagnola, tanto che il Gran Premio República, nato nel 1932 per celebrare la proclamazione della Repubblica, è stato sostituito dalla Vuelta a España organizzata per la prima volta nel 1935 dal quotidiano antirepubblicano “Informaciones” caratterizzato da posizioni antisemite e filonaziste. Anche in ambito catalano la storia del ciclismo è segnata dall’eliminazione ad opera del franchismo di gare come La Republicana, tenutasi per alcune edizioni a metà degli anni Trenta, e la manifestazione cicloturistica Jaca-Barcelona promossa dal quotidiano barcellonese progressista repubblicano “El Diluvio” in memoria della tragica sollevazione antimonarchica di Jaca del 1930. Allo stesso stesso giornale si deve l’organizzazione del trofeo Pedal Antifascista del 1937 a sostegno del Soccorso Rosso Internazionale.

Nella Francia del Front populaire il Tour è stato seguito con grande attenzione anche dai quotidiani “Le Populaire (organo della Sfio) e “L’Humanité” (organo del Pcf), in passato critici nei confronti della gara per i suoi legami con gli industriali e con i settori politici conservatori. “L’Humanité”, ad esempio, ha colto l’occasione per dedicare una rubrica alla puntuale ricostruzione storica delle rivolte popolari dei luoghi attraversati dal Tour, per manifestare lungo il tracciato le vertenze dei lavoratori e per esprimere solidarietà alla Spagna repubblicana minacciata dal franchismo.

Come visto, oltre agli aspetti economici e sportivi, non di rado l’itinerario delle competizioni ciclistiche è stato pianificato anche per motivazioni politiche. Nell’edizione del 1952 del Tour è stata introdotta la tappa Vichy-Parigi per suggerire la necessità di giungere ad una sorta di riconciliazione nazionale dopo le profonde lacerazioni della guerra, mentre nel 1987 la competizione francese ha preso il via in una Germania ancora divisa dal muro a Berlino Ovest, così da segnalare la sua collocazione all’interno del “mondo libero”. Un altro itinerario studiato a tavolino per trasmettere messaggi politici avrebbe voluto collegare Parigi con Mosca nel 1989. L’intenzione degli organizzatori – le testate giornalistiche “Pravda” (Urss), “Neues Deutschland” (Ddr), “Trybuna Ludu” (Polonia), “Rudé Právo” (Cecoslovacchia) e “L’Humanité” (organo del Pcf francese) – era quella di celebrare l’anniversario della Rivoluzione francese legandola a quella russa. Il progetto è poi naufragato a causa dello sgretolarsi del blocco sovietico. Anche il Tour ha voluto celebrare a suo modo il bicentenario della Rivoluzione francese con la tappa Versailles-Parigi.

L’utilizzo dello sport come macchina di regolamentazione sociale e di propaganda da parte del fascismo italiano e del nazismo tedesco è noto. Anche il ciclismo è stato assoggettato a tali obbiettivi ed a tal proposito Usall si sofferma sulle vicende del ciclista tedesco Albert Richter che ha finito per pagare con la morte per mano della Gestapo nel 1939 il suo costante rifiuto di adeguarsi al saluto nazista e di portare la svastica sulla maglia. In ambito italiano viene ricordato nel volume lo sfruttamento propagandistico fascista del successo di Bartali al Tour del 1938 ed il ruolo “distensivo” che si è voluto vedere nel successo del campione italiano nell’edizione del 1948 in occasione dell’attentato a Togliatti.

Le competizioni ciclistiche si sono intrecciate anche con i movimenti anticoloniali, come nel caso del corridore algerino Ahmed Kebaïli, combattente indipendentista che ha pagato con la tortura e la prigionia la sua militanza, che con i suoi successi ha rappresentato l’orgoglio di un popolo in lotta contro il colonialismo francese. Le competizioni sportive tra “Paesi fratelli” del blocco socialista si sono rivelate occasioni di riscatto per i “Paesi satelliti” nei confronti del controllo esercitato su di essi dall’URSS. Nel volume viene ricordato il caso del ciclista polacco Stanisław Królak, vincitore nel 1956 della Varsavia-Praga, denominata all’epoca Corsa Internazionale della Pace. Anche in questa competizione l’itinerario è stato sfruttato per trasmettere messaggi politici: l’intenzione degli organizzatori è stata infatti quella di celebrare lo spirito di fratellanza tra i “Paesi fratelli” e, alla luce della scelta di far iniziare la corsa il primo maggio, la portata internazionale della festa dei lavoratori. Anche nella Jugoslavia di Tito il Trka Kroz Jugoslaviju, competizione nata nel 1937 in età monarchica, l’itinerario è stato studiato in modo da attraversa tutte le aree del Paese, così da rappresentare simbolicamente l’unità e la fratellanza di popolazioni diverse.

La storia del Tour de France riflette la storia della società francese e con essa il ruolo femminile; sino al 1979, salvo rarissime eccezioni, alle donne è stata preclusa la partecipazione alla carovana ciclistica anche in ambito giornalistico. Atteggiamenti discriminatori nei confronti delle donne da parte di ciclisti e giornalisti non sono mancati nemmeno nei decenni successivi. Usall si sofferma anche sul ruolo della bicicletta durante le insorgenze studentesche e operaie del ’68 francese: se da un lato il blocco dei trasporti pubblici e del settore degli idrocarburi ha riempito le strade delle grandi città di biciclette, dall’altro il ciclismo professionistico ha guardato con ostilità le mobilitazioni temendo, fino all’ultimo, di veder sfumare l’edizione del Tour di quell’anno. Soltanto il graduale ritorno all’ordine del Paese ha permesso il regolare svolgimento della competizione mentre, parallelamente, nella Spagna franchista, la Vuleta ha dovuto confrontarsi con le manifestazioni degli indipendentisti baschi. Nel 1974 il Tour de France è stato preso di mira dagli antifranchisti anarchici spagnoli dei Gruppi d’Azione Rivoluzionaria Internazionalista (Gari) e, pochi anni dopo, gli incidenti che hanno caratterizzato le tappe basche della Vuelta del 1978, hanno determinato la scelta di non attraversare più qui territori fino agli anni Duemila. Anche la decisione di far partire nel 1988 la Vuelta dalle isole Canarie, a rimarcare il loro assoggettamento alla Spagna, ha determinato azioni di protesta da parte degli indipendentisti locali. A riverberarsi sullo sport, ciclismo compreso, sono stati anche i difficili rapporti tra Francia e Spagna negli anni Ottanta derivati da contenziosi di natura agricola nell’ambito della Comunità europea e dalla questine dei prigionieri baschi riconsegnati dai francesi alle autorità spagnole.

Nei primi anni Ottanta la Guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica ha finito per riflettersi anche in ambito sportivo con una serie di reciproci boicottaggi alle competizioni internazionali organizzate da uno o dall’altro blocco. Tra le eccezioni figura la partecipazione sovietica, nel 1981, alla Coors Classic, la principale competizione ciclistica nordamericana. Se a livello individuale la sfida, seguita con estremo interesse dai media internazionali che hanno voluto leggervi la sfida il mondo capitalista e quello socialista. Nella vittoria nella classifica individuale di uno statunitense davanti a due sovietici e nel trionfo dell’URSS nella gara a squadre diversi media hanno voluto cogliere le differenze tra i due sistemi, la valorizzazione dell’individualismo in un caso e del collettivo nell’altro. Con lo sgretolarsi definitivo del mondo sovietico è terminato anche il suo sistema sportivo. A tal proposito Usall si sofferma sul caso del ciclista di origini usbeke Djamolidine Abdoujaparov, campione degli anni Novanta formatosi nel sistema sportivo sovietico, che non ha mai nascosto di provare nostalgia per il mondo in cui è cresciuto.

Con Un secolo in salita Usall propone un’avvincente storia popolare e politica del ciclismo concentrandosi soprattutto sulle competizioni a tappe francesi e spagnole che merita di essere letta anche dai non appassionati delle corse in bicicletta. Unica annotazione che si può muovere all’autore è quella di non essersi soffermato altrettanto sul contesto italiano e in particolare sul Giro d’Italia, una gara ciclistica meritevole di essere affrontata nell’ambito della sua storia popolare e politica delle due ruote. Chi volesse affrontare la storia del panorama ciclistico italiano alla luce dei suoi risvolti politico-sociali, oltre che sportivi, può contare sul meticoloso studio che vi ha dedicato Stefano Pivato nei suoi volumi Sia lodato Bartali (Castelvecchi, 1986), La bicicletta e il sol dell’avvenire (Ponte alle Grazie, 1992), Il Touring Club Italiano (Il Mulino, 2007) e Storia sociale della bicicletta (Il Mulino, 2019).


Sport e dintorni – serie completa

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Quando in Indonesia finirono le illusioni della “terza via” e delle rivoluzioni nazionali a carattere socialista https://www.carmillaonline.com/2026/07/01/il-nuovo-disordine-mondiale-39-lillusione-del-non-allineamento-e-delle-rivoluzioni-nazionali-di-carattere-socialista/ Wed, 01 Jul 2026 20:00:17 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95195 di Sandro Moiso

Nicola Tanno, Arcipelago rosso. Lotta politica e genocidio in Indonesia (1914-1968), Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2026, pp. 256, 22 euro

Viviamo per lottare e lottiamo per vivere. Non viviamo per il semplice gusto di esistere, ma per difendere la vita con coraggio fino all’ultimo battito del cuore. Dalla nascita all’ultimo respiro, la vita è sempre una lotta. Talvolta ci attende una prova durissima, talvolta una battaglia aspra. Non ogni contesa conduce alla vittoria. Ma il senso della vita è avere il coraggio di affrontare quelle battaglie e, insieme, aspirare a vincerle. (Sudisman, ultimo segretario generale del Partito Comunista [...]]]> di Sandro Moiso

Nicola Tanno, Arcipelago rosso. Lotta politica e genocidio in Indonesia (1914-1968), Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2026, pp. 256, 22 euro

Viviamo per lottare e lottiamo per vivere. Non viviamo per il semplice gusto di esistere, ma per difendere la vita con coraggio fino all’ultimo battito del cuore. Dalla nascita all’ultimo respiro, la vita è sempre una lotta. Talvolta ci attende una prova durissima, talvolta una battaglia aspra. Non ogni contesa conduce alla vittoria. Ma il senso della vita è avere il coraggio di affrontare quelle battaglie e, insieme, aspirare a vincerle. (Sudisman, ultimo segretario generale del Partito Comunista Indonesiano. Discorso difensivo dinanzi al tribunale militare straordinario (Mahmillub) poco prima della condanna a morte – 21 luglio 1967)

All’epoca non costituì soltanto una strategia comunicativa tra le tante possibili, ma un sogno di alterità rispetto all’esistente. Una possibilità altra di riorganizzare il mondo al di fuori della spartizione del pianeta tra le due uniche superpotenze uscite vincitrici dal secondo macello imperialista: USA e URSS. Ma, come tutti i sogni, era destinato a finire, senza aver mai inciso davvero sulla realtà.

Si parla, ovviamente, del movimento dei Paesi non allineati che anche se era nato ufficialmente con il vertice tenutosi a Belgrado dal 1° al 6 settembre 1961, in realtà, aveva iniziato a formarsi con la Conferenza di Bandung, in Indonesia, ospitata dal presidente Sukarno su iniziativa di Josip Broz Tito, Jawaharlal Nehru e Gamal Abd el-Nasser. Un movimento da cui avrebbe preso vita la definizione di Terzo Mondo, ispirata al Terzo Stato protagonista della Rivoluzione francese e, per questo motivo, tutt’altro che riduttiva; i cui intenti dichiarati erano, oltre a quelli di una necessaria presa di distanza sia dagli USA che dall’URSS, costituiti dall’opposizione al colonialismo, all’ imperialismo e al neocolonialismo.

A quell’epoca i paesi aderenti erano 25, in gran parte, escluse Iugoslavia e Cuba, appartenenti all’Africa, al Medio Oriente, al Sub-continente indiano e all’estremo oriente peninsulare, mentre il vertice successivo si sarebbe tenuto al Cairo nel 1964, tra 46 Stati. Con il vertice del 1969 a Lusaka si sarebbe poi giunti alla realizzazione di una struttura permanente su temi economici e politici. Ma con il venir meno dei suoi principali leader e promotori come Nasser, Neheru e il maresciallo Tito il movimento avrebbe perso progressivamente peso e importanza a partire dalla fine degli anni 1960, anche se continuò ad attirare molti Paesi usciti dalla colonizzazione che, con il passare degli anni, l’avrebbero associato principalmente ad un’unione che garantisse sostegno economico per lo sviluppo.

E’ sicuramente un lungo cappello introduttivo quello che qui si è posto alla recensione del libro di Nicola Tanno pubblicato da Mimesis, ma utile per inquadrare un insieme di illusioni, prospettive politiche e valutazioni più di carattere ideologico che materiale, che fecero parte di una lunga storia, spesso contraddittoria e confusa, di cui il massacro perpetrato nei confronti del Partito Comunista Indonesiano (PKI) nel 1965 costituì un elemento tutt’altro che secondario, essendo avvenuto proprio nel paese in cui tale movimento aveva iniziato formalmente il suo cammino.

Un paese che conta oggi quasi trecento milioni di abitanti, ponendosi in tal modo al quarto posto tra quelli più popolati (dopo India, Cina e Stati Uniti), costituisce la nazione islamica più grande (in cui quasi il 90% della popolazione aderisce all’Islam) e si estende su un territorio di un milione e 905mila chilometri quadrati suddiviso in un arcipelago formato da 17.508 isole (di cui 2.342 abitate, secondo le stime del governo nel 2013), tra le quali le maggiori sono quelle di Giava, Sumatra, Borneo e Papua o Nuova Guinea Occidentale. Le due ultime attualmente condivise con Malesia e Brunei la prima e con lo Stato di Papua Nuova Guinea nella sua parte sud-orientale.

Anche se la lingua ufficiale, almeno fin dalla dichiarazione di indipendenza del 1945, è l’indonesiano occorre segnalare che le lingue presenti sul territorio sono almeno 700, secondo le stime riportate da Tanno, e che la maggior parte degli indonesiani parla almeno una di queste lingue locali (bahasa daerah), spesso come prima lingua. Di queste il giavanese è la più parlata, essendo la lingua del principale gruppo etnico e anche dell’isola che da sola raccoglie circa la metà della popolazione complessiva.

Nell’economia indonesiana odierna è il settore dei servizi a garantire la percentuale più elevata della ricchezza del paese, contribuendo al 45,3% del PIL Segue l’industria (40,7%) e l’agricoltura (14,0%), anche se quest’ultima occupa ancora la parte più importante della forza lavoro, rappresentando il 44,3% dei 95 milioni di lavoratori. Mentre il settore dei servizi occupa il 36,9% delle persone impiegate e l’industria il 18,8%. Le principali industrie includono quella petrolifera e del gas naturale, dei prodotti tessili, dell’abbigliamento e il settore minerario. I principali prodotti agricoli sono olio di palma, riso, tè, caffè, spezie e gomma. Anche se ancora nel 2006 si stimava che il 17,8% della popolazione vivesse al di sotto della soglia di povertà e che il 49,0% della popolazione vivesse con meno di due dollari al giorno.

Un paese che, sicuramente ha costituito il cuore dell’impero olandese delle Indie orientali e la cui indipendenza dall’Olanda fu per forza di cose osteggiata e combattuta con un mix di parziali riforme e di brutale repressione che l’autore del libro, un collaboratore di “Jacobin Italia” laureato in Scienze politiche e relazioni internazionali e in Analisi economica delle istituzioni internazionali all’Università Sapienza di Roma che vive e lavora a Barcellona, descrive nella prima parte della sua ricerca.

Prima parte (Revolusi 1914-1948, pp. 29-70) di cui l’aspetto più interessante è costituito dal lento e contraddittorio processo di formazione e sviluppo di quello che sarebbe stato il più grande partito comunista al mondo non al potere, inferiore nei numeri solo a quello sovietico e a quello cinese. Uno sviluppo segnato da alcuni fattori cui vale la pena di dedicare attenzione sia per il loro studio che per una loro corretta interpretazione.

Il primo di questi è rappresentato dall’avere avuto tra i suoi fondatori un militante rivoluzionario neerlandese, Henk Sneevliet, giunto a Semarang nel 1914 in un momento di risveglio politico e sindacale. Proveniente da una famiglia povera, nei Paesi Bassi Sneevliet era stato capo del sindacato dei ferrovieri e aveva rotto con l’area maggioritaria del partito socialista, da lui accusata di moderatismo. Da ciò derivo un’originale mescolanza tra lavoratori indonesiani, meticci e di origine europea che, in qualche modo, superò le rigide interpretazioni secondinternazionaliste dello sviluppo delle lotte proletarie nelle colonie.

Da questo punto di vista l’aspetto forse più significativo è fornito dal fatto che tale unità tra lavoratori indigeni e allogeni avvenisse, comunque, in uno dei settori per l’epoca più avanzati dal punto di vista tecnologico e dell’importanza economica: quello delle ferrovie e dei trasporti. Cosa che, però, orientò inizialmente l’azione politica in direzione di un eccesso di attenzione nei confronti di una classe operaia industriale tutt’altro che sviluppata, in un paese che vedeva, e ancora oggi, come si è visto già prima, vede, la maggior parte della forza lavoro impiegata nell’agricoltura.

Il secondo fattore fu determinato da una radicalizzazione politica, non soltanto di quel comparto lavorativo, sviluppatasi in un contesto in cui i primi movimenti per l’indipendenza nazionale furono caratterizzati da una significativa presenza di ideali e concetti derivati dalla religione islamica, che era stata adottata per la prima volta nel nord dell’isola di Sumatra nel XIII secolo attraverso l’influenza dei commerci, diventando la religione dominante del paese nel XVI secolo. Mentre la Chiesa cattolica era stata invece introdotta dai colonizzatori e dai missionari portoghesi e il protestantesimo durante il periodo coloniale olandese.

Una presenza, quella olandese, che, come ci ricorda Nicola Tanno, solo da inizio Ottocento si era trasformata da dominio commerciale a potere coloniale vero e proprio, pur essendo gli olandesi presenti nell’arcipelago sin dal XVII secolo attraverso la Compagnia Olandese delle Indie Orientali. Avvenne dunque in questo modo che durante i primi anni del Novecento le Indie Orientali Olandesi vivessero il proprio apogeo.

Giava era la principale isola delle Indie Orientali Olandesi. Pur essendo soltanto la quinta dell’arcipelago per ordine di grandezza, essa ne era il principale centro politico, economico e culturale, ospitando nel 1920 all’incirca il 70% della popolazione delle Indie, pari a trentaquattro milioni di persone. Dalla metà del XIX secolo uno dei principali centri agricoli dell’isola divenne la fertile zona di Surakarta, incastonata tra maestosi vulcani nella parte interna del paese. Lungo la pianura migliaia di contadini coltivavano la canna da zucchero e poi trasportavano i fusti ai mulini a vapore, dove altri lavoratori erano impiegati nella loro lavorazione. Questa città era anche la capitale del Principato di Surakarta, uno Stato nominalmente indipendente, ma di fatto al servizio del governatorato delle Indie Olandesi e che, in nome dell’obbedienza ai Paesi Bassi, garantiva il mantenimento dei privilegi dell’aristocrazia giavanese. Chi viveva tra i campi di Surakarta e il porto di Semarang – nella parte centro-settentrionale dell’isola – osservava un mondo che cambiava velocemente, e viveva sulla propria pelle lo sfruttamento sia del vecchio mondo feudale che del potere capitalista e coloniale. Lungo le linee ferroviarie che trasportavano lo zucchero, viaggiavano anche idee nuove, che denunciavano il colonialismo, il feudalesimo, il capitalismo e che promuovevano la solidarietà tra i lavoratori di tutto il mondo1.

Quello che, giunti a questo punto, dovrebbe saltare agli occhi è dato dal fatto che tutto quanto avrebbe contribuito alle successive sollevazioni indipendentistiche e/o proletarie dell’arcipelago indonesiano sarebbe stato di origine esterna alla tradizione dei popoli che abitavano con le loro culture, lingue e religioni molte delle isole dello stesso; come conseguenza di una partita più ampia che, se al centro aveva il commercio di varie potenze economiche con un’area particolarmente ricca di materie prime, derivava anche dal fatto che tra l’isola di Sumatra e la prospiciente penisola malese si sviluppa uno degli stretti più importanti per il commercio mondiale, quello di Malacca. Lungo 930 chilometri e largo poco meno di due miglia nautiche nel suo punto più stretto, cosa che costringe le navi che lo utilizzano ad avere dimensioni conformi, costituendo il collegamento più breve tra l’Oceano Indiano e il Mar Cinese Meridionale e fungendo così da porta d’accesso marittima all’Asia. Come ha spiegato in una recente intervista Paola Morselli, Research Fellow per l’Asia Center dell’ISPI:

La sua importanza deriva soprattutto dalla posizione geografica che collega direttamente i principali fornitori di risorse energetiche con i grandi poli manifatturieri asiatici.
Ogni anno vi transitano circa 80mila navi, un flusso che riflette la sua centralità nelle catene di approvvigionamento globali: si stima infatti che attraverso questo stretto passi circa un quarto del commercio marittimo mondiale e oltre il 40% del petrolio trasportato via mare.
La stessa natura delle merci che passano dallo stretto è fortemente strategica in quanto riguarda le forniture energetiche dirette alle principali economie asiatiche. Paesi come Cina, Giappone, Corea del Sud e Taiwan dipendono in larga misura da questa rotta per l’importazione di petrolio e gas dal Medio Oriente. In particolare, si stima che circa l’80% delle importazioni petrolifere cinesi attraversi lo stretto. Questa combinazione di fattori rende lo Stretto di Malacca un’infrastruttura strategica insostituibile, nonostante negli ultimi anni si parli sempre più di rotte alternative o corridoi terrestri, nessuna opzione appare ad ora in grado di pareggiarne l’efficienza e i costi.

Se si stima che lo stretto di Hormuz contribuisce per il 20,9%, quello di Suez per l’8,8%, Bab-el-Mandeb l’8,6%, gli stretti danesi ovvero i tre canali che congiungono il mar Baltico con il mare del Nord il 4,9%, i Dardanelli e il Bosforo il 3,4 e il canale di Panama il 2,1%, si comprenderà come quel canale sia di enorme interesse geo-politico, economico e militare non soltanto a partire dal petrolio e da oggi. Un pesante fattore indiretto di necessità di controllo di un’area vastissima, in cui i fattori ideologici, politici, religiosi hanno quasi sempre rivestito soltanto, o quasi, la funzione di mascheramento degli interessi profondi che li agitavano, più o meno coscientemente.

Il testo di Tanno si interroga su alcune questioni essenziali: com’è stato possibile che nel biennio 1965-1966 almeno 500.000 militanti del Partito Comunista Indonesiano (PKI) siano stati assassinati dall’esercito di Suharto, finendo con l’annientare del tutto un partito così grande?

E come è stato possibile che un crimine di tali dimensioni sia stato quasi del tutto cancellato dalla narrazione storica e dalle menti degli stessi discendenti delle vittime?
Infine, quale ruolo decisivo giocarono le potenze occidentali, a cominciare dagli Stati Uniti, nel permettere e sostenere quel massacro?

Attraversando cinquant’anni di storia indonesiana, il libro racconta la storia di quel partito: dalla lotta anticoloniale contro i Paesi Bassi fino alle grandi battaglie anti-imperialiste del dopoguerra nell’Indonesia di Sukarno, segnate dalla nascita del movimento dei Paesi Non Allineati. Ma è anche il racconto dei dilemmi che il PKI si trovò ad affrontare – sul rapporto tra democrazia e rivoluzione, tra violenza e legalità, tra socialismo e nazionalismo – e che restano ancora attuali.

Problemi e dilemmi ancora scottanti per chi si voglia impegnare, ancora oggi, nella lotta anti-imperialista e contro la guerra. Motivo per il quale rivolgere l’attenzione ai miti fondativi del movimento rivoluzionario indonesiano, con il suo mai superato misto di incroci tra marxismo e islamismo, tra nazionalismo e sindacalismo, tra interessi dei lavoratori poveri e quelli della piccola e media borghesia e tra aspirazioni all’indipendenza e sudditanza agli interessi degli imperi maggiori, rimane di fondamentale e più che complessa importanza.

Ad esempio nel caso, fondamentale ad avviso di chi scrive, del conflitto dichiarato, in nome di un sempre sedicente antifascismo, dall’Occidente e dalla Russia contro l’occupazione giapponese dell’estremo oriente peninsulare e di una città importantissima come Singapore. Una lotta feroce cui fu chiamata la popolazione di quell’arcipelago anche nelle sue lande più isolate, come il Borneo, in cui la guerra nel 1945 raggiunse momenti di esasperazione, rappresaglie e crudeltà difficilmente raggiunti su altri fronti2.

Un coinvolgimento in una guerra che, però, fece sì che la forza della lotta anticoloniale dei popoli sottomessi agli imperi occidentali volgesse a favore dell’Occidente stesso e che Stalin contribuì a benedire sostenendo che in quel frangente la lotta anti-imperialista e anticolonialista nei confronti dell’Olanda, della Gran Bretagna e della Francia dovesse lasciare il passo a quella «prioritaria» contro l’imperialismo giapponese. Un modo come un altro, dopo tutta la sequela di battute d’arresto, cambi di fronte e di parole d’ordine, di tattiche e strategie politiche, tutte riassunte nel libro di Tanno, che avevano accompagnato l’Internazionale Comunista fin dagli anni successivi alla rivoluzione d’ottobre, per sviluppare l’idea del socialismo in un solo paese e la sua difesa. A qualsiasi costo: politico, economico e umano.

Ecco dove affondava le radici il fallimento, annunciato, non solo del non allineamento come alternativa o terza via di sviluppo tra capitalismo e socialismo, ma soprattutto del movimento comunista indonesiano. Utilizzato e poi abbandonato anche dallo stesso presidente Sukarno, abile venditore di sé stesso e della propria ideologia politica destinata a governare un paese troppo grande e diviso attraverso gli strumenti della mescolanza ideologica tra religione, laicismo, marxismo sempre e irrimediabilmente deformato, sviluppismo e valori provenienti dalle necessità dell’accumulazione di stampo capitalistico. Cui la bestiale repressione neerlandese e anglo-americana pose fine senza interrompere la continuità degli interessi nazionali, imperiali e neo-coloniali.

Senza tutto ciò, e senza l’incomprensione mostrata dai rivoluzionari per la complessità di quel mondo, il «metodo Giacarta» non sarebbe certo stato sufficiente3. Così, proprio per questo motivo, l’entità del crimine, la vastità della sconfitta, le insurrezioni mancate e quelle fallite non possono soltanto servire a farci invocare la giustizia, soprattutto quella di un ordine internazionale superiore mai esistito e sempre asservito, per perorarne ancora la causa, ma al contrario farci riflettere sugli errori e sulla loro diabolica ripetizione. Non solo per pietà per i caduti e gli sconfitti, ma per non ripetere parole d’ordine, formule politiche e giaculatorie talmudiche inefficaci e troppo spesso nate già morte.

In una sorta di eterno giorno della marmotta politico, senza alcuna via d’uscita4.


  1. N. Tanno, Arcipelago rosso. Lotta politica e genocidio in Indonesia (1914-1968), Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2026, pp. 29-30.  

  2. Si veda lo spietato romanzo Addio al Re di Pierre Schoendoerffer (Bompiani 1970 – ed. originale Éditions Bernard Grasset 1969) da cui, nel 1988, John Milius avrebbe tratto un film (Farewell to the King) interpretato da Nick Nolte, in cui si narra come i soldati giapponesi fossero giunti al cannibalismo per continuare la resistenza e la propria sopravvivenza e avessero contribuito a massacrare con implacabile ferocia le tribù locali che avevano accettato di combattere contro di loro. Pierre Schoendoerffer (1928-2012) è stato anche regista cinematografico e in questa veste realizzò, nel 1964, La 317e Section, in assoluto il miglior documento filmico sulla catastrofe militare del colonialismo francese in Indocina dopo la sconfitta di Diên Biên Phu, che vinse il premio per la migliore sceneggiatura al Festival di Cannes del 1965.  

  3. Si veda: V. Bevins, Il metodo Giacarta. La crociata anticomunista di Washington e il programma di omicidi di massa che hanno plasmato il nostro mondo, Giulion Einaudi Editore, Torino 2021. Si vedano, inoltre anche i due documentari di J. Oppenheimer: The act of killing del 2012, candidato agli Oscar come miglior documentario e The look of silence (2014), che si ricollega ai fatti del precedente (il massacro in Indonesia degli oppositore del generale Suharto), presentato in concorso alla 71ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove ha vinto il Gran Premio della Giuria, il premio FIPRESCI, il Mouse d’Oro della critica online italiana e il Premio Miglior Film dell’Area Europea e Mediterranea.  

  4. Il riferimento è al film Groundhog Day di Harold Ramis, realizzato nel 1993, in cui il protagonista (Bill Murray) appare rinchiuso in un loop temporale che lo condanna a risvegliarsi sempre nello stesso giorno e a ripetere le medesime azioni.  

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Ritratto di strega https://www.carmillaonline.com/2026/06/30/ritratto-di-strega/ Tue, 30 Jun 2026 20:00:48 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95310 di Francesco Gallo

Francesca Mattei, Come si smette di avere una faccia, pp. 214, € 18, effequ, Roma 2026.

C’è ancora chi stenta a credere che le grandi persecuzioni contro le streghe abbiano avuto, tra i vari obiettivi, l’eliminazione di un numero considerevole di devianze; ovvero, persone e comportamenti (tanto individuali quanti collettivi) contravvenenti alle norme sociali di una data comunità. Tra il Quattrocento e il Settecento, e fino al 1944 – quando la medium Helen Duncan, sulla base del Witchcraft Act promulgato dal Parlamento della Gran Bretagna nel 1713, venne condannata a nove mesi di carcere –, i processi per [...]]]> di Francesco Gallo

Francesca Mattei, Come si smette di avere una faccia, pp. 214, € 18, effequ, Roma 2026.

C’è ancora chi stenta a credere che le grandi persecuzioni contro le streghe abbiano avuto, tra i vari obiettivi, l’eliminazione di un numero considerevole di devianze; ovvero, persone e comportamenti (tanto individuali quanti collettivi) contravvenenti alle norme sociali di una data comunità. Tra il Quattrocento e il Settecento, e fino al 1944 – quando la medium Helen Duncan, sulla base del Witchcraft Act promulgato dal Parlamento della Gran Bretagna nel 1713, venne condannata a nove mesi di carcere –, i processi per stregoneria hanno mandato al rogo un numero spaventoso tra ammaliatrici, maghe, fattucchiere e indovine. Per quale pretestuosa, assurda ragione? Si trattava di donne spesso e volentieri straniere, vedove, isolate, magari levatrici o sedicenti guaritrici. Curatrici, e alla bisogna capaci di procurare interruzioni di gravidanza volontarie a chi ne avesse la necessità; depositarie, insomma, di una serie di competenze escluse se non apertamente avversate dalla medicina ufficiale. Che era, e per certi versi, non dimentichiamolo, è ancora, quella degli uomini. Le stesse persone che a tutto questo non credono, non credono neppure all’esistenza, oggi, delle “nuove” malattie considerate “invisibili”: la fibromialgia e la vulvodinia, per esempio. Disturbi abitualmente liquidati a delle mere manifestazioni di stress, quando va bene, e che ancora una volta finiscono per collocare ai margini, se non addirittura all’esterno del consesso sociale, le donne e la loro capacità di sentire, di sentirsi. Per fortuna a testimoniare il collegamento tra questi due fenomeni – la stregoneria e la discriminazione femminile – ci sono la scrittrice Francesca Mattei e la sua ultima fatica letteraria, Come si smette di avere una faccia (effequ, 2026). Dopo l’esordio de Il giorno in cui diedi fuoco alla mia casa (Pidgin, 2021), e la novella Gli stessi occhi (Zona42, 2022), Mattei progetta e assembla un libro più maturo, rispetto alle opere precedenti, e più incisivo. Sostenuto da una voce narrante, o meglio: da più voci narranti che si alternano e che costituiscono senz’ombra di dubbio l’aspetto più riuscito dell’antologia.

Associo una delle possibili interpretazioni di queste voci a in una piccola citazione cinematografica; una breve sequenza tratta da Il giardino delle vergini suicide (1999) di Sofia Coppola; per la precisione al momento in cui Cecilia, la più giovane delle sorelle Lisbon (le quali si toglieranno la vita, tutte e cinque), al medico che la rimprovera per aver appena tentato di uccidersi («What are you doing here, honey? You’re not even old enough to know how bad life gets»), pallida, e con un filo di voce, risponde: «Obviously, doctor, you’ve never been a thirteen old girl.» Ecco: Francesca Mattei lo è stata, una ragazza di tredici anni. E, sostenuta dalla lucida grazia presente nella sua scrittura, ribadisce di esserlo ancora: di essere, volendo, ogni donna. E ogni strega.

In uno dei primissimi racconti (La fortuna) è possibile leggere: «Il primo medico che mi ha diagnosticato l’endometriosi ha detto che non era niente di grave e che comportava soltanto cicli più dolorosi della media. Sul momento non mi sono chiesta come facesse a sapere quanto fosse doloroso un ciclo mestruale, visto che era un uomo.» Fosse soltanto questo, il valore di Come smettere di avere una faccia risiederebbe principalmente nello sguardo ultra moderno che cataloga i nuovi (e vecchi) mali che affliggono la società contemporanea. A mano a mano che si procede nella lettura, però, si intuiscono le tracce di un ordito assai più complesso, più ambizioso, e, soprattutto, letterariamente appagante: un desiderio di vertiginosa trasformazione.

I passaggi in cui il corpo dei personaggi cambia, muta, finisce per assomigliare a qualcos’altro, sempre con l’idea di poter essere compreso più facilmente, sono innumerevoli. «Le mie dita si muovevano sotto la superficie turbinosa come dei vermi pallidi.» (In Cose da raccogliere.) «I miei capelli li taglio ogni giorno e sono calva. Durante la notte ricrescono. In inverno sono rami secchi, senza foglie né insetti. In estate sono fronde verdi oppure fiorite.» (In Ogni tanto qualcuno mi trova.) C’è chi ammira i tardigradi, micro-animali segmentati a otto zampe, perché: «A volte, per sopravvivere, bisogna spegnersi un po’.» E c’è chi invidia Nana, la gatta di Huda (nel racconto Il pigolio), la quale: «[…] non sa niente di quello che succede là fuori. Non sa niente dell’olocausto, dell’ascesa della Cina, dei remix accelerati di TikTok e della rotazione dell’asse terrestre. Nana non sa niente neanche di quello che succede dentro a lei stessa.» Voci differenti per timbro, frequenza, durata. Voci giovani e vecchie, credulone e scaltre, seducenti e ripugnanti. Voci che paiono avvolgersi, fermarsi quasi, come fanno i capelli tra i denti di un pettine. In Ogni tanto qualcuno mi trova la voce narrante è proprio quella di una strega: «Tutti al villaggio odiano la mia testa, quindi mi chiamano Strega. Alle donne non piace perché ricorda loro che devono invecchiare – e morire. Agli uomini non piace perché sembro una cosa viva. Per questo mi chiamano Strega.»

Assieme alle voci, però, cambia anche il libro. Contrae le forme. Le espande, le piega, diciamo così, a seconda delle esigenze. Non è una semplice raccolta di racconti, questa: la ricorsività di certi personaggi fa pensare a Olive Kitteridge di Elizabeth Strout. Oppure, per fare un esempio italiano, a Sofia si veste sempre di nero di Paolo Cognetti. Si tratta di racconti brevi, talvolta brevissimi (fulminante: Arriveranno le arance), che fanno seguito o cedono il passo a intrecci più elaborati: Siamo la ciurma anemica di una galera infame, per esempio, oppure Il pigolio, una novella che, a parere di chi scrive, rende superflua qualsiasi narrazione su OnlyFans a partire dal famosissimo Margo ha problemi di soldi di Rufi Thorpe.

I personaggi ritornano, insomma, e anche le tematiche, affrontate sempre in maniera molto consapevole; pervase, anche, da un’attenzione rivolta alle ingiustizie sociali, alle disuguaglianze di genere e alle più subdole forme di marginalizzazione. La narratrice di Cose da raccogliere, per esempio, esercita «[…] il capriccio ridicolo di una bianca ragazza annoiata.» Ne Il pigolio, i fatti del 6 gennaio 2021 accaduti a Washington D.C. (ovvero l’occupazione del Campidoglio da parte dei sostenitori di Donald Trump) vengono così riassunti: «Ora guardo questi bianchi di mezza età con la faccia larga arrampicarsi sulla scalinata del Campidoglio e penso a Huda che mi dice che gli americani fanno schifo, ma sanno come farlo.» Possiamo dotarci del linguaggio più attento e woke, sembra dirci Francesca Mattei, ma le paure, così come le insicurezze, i desideri e i dubbi che ci affliggono, sono destinati a restare sempre gli stessi. A meno che lo sguardo non cambi. Che la consapevolezza non maturi. Che il tentativo di decostruzione dei privilegi, forse la sola vera sfida etico-intellettuale contemporanea, sia genuino e ininterrotto.

La ricerca di un’affinità sentimentale, per esempio, progredisce soltanto nei confronti di chi, come i personaggi dell’Uomo e della Volpe in Ogni tanto qualcuno mi trova, sa trasformarsi tanto in un uomo quanto in una volpe così da fare esperienza dei ruoli di Persecutore, Salvatore e Vittima e ridurre l’osservazione del Triangolo di Karpman all’attività distraente di un fidget spinner.

Forse tra tutte le suggestioni presenti è David Lynch, però, a balzare più netto fuor della pagina. Per richiamo diretto, diciamo così, ma anche, o forse soprattutto, per ragioni d’atmosfera. Il racconto finale, quello che si intitola Piede in spiaggia, se da un lato richiama alla memoria Velluto blu – dove il protagonista, passeggiando in una radura, s’imbatte in un orecchio mozzato –, dall’altro trova un riferimento più fedele in Una storia vera (1999): torna alla memoria proprio la scena in cui il settantatreenne Alvin, che a bordo di un trattorino rasaerba sta andando a fare visita al fratello che vive a più di 500 chilometri di distanza, incontra una donna che ha appena investito un cervo. E non se ne capacita, la donna. Anzi: è profondamente rattristata per il fatto che oramai, dice, uccide quasi un cervo a settimana, sempre nello stesso tragitto tra la casa e il lavoro; «E da dov’è che saltano fuori?!» s’interroga poi, stranita e straniante, setacciando il vastissimo panorama brullo che li circonda. Io credo che Piede in spiaggia, così come tutti i racconti di questo Come si smette di avere una faccia, siano un po’ come questi cervi di David Lynch; per qualche ragione misteriosa, e da qualche altrettanto misteriosa dimensione, continuano a sbucare e a lasciarci, ogni volta, turbati, inquieti, sconvolti. Sempre attraversati, però, da una lieve corrente di embrionale speranza. Non foss’altro che per il piacere di fermare sulla carta quello che di extra-ordinario accade e continua ad accadere nelle nostre esistenze.

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Petrolio e conflitti globali nella crisi del capitalismo fossile statunitense https://www.carmillaonline.com/2026/06/30/petrolio-e-conflitti-globali-nella-crisi-del-capitalismo-fossile-statunitense/ Mon, 29 Jun 2026 22:30:50 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94973 di Fabio Ciabatti

Adam Hanieh, Crude Capitalism. Oil Corporate Power and the Making of the World Market, Verso Books, London 2024, pp. 336, € 18,47.

Il sovrano è pazzo, ma la sua follia non spiega un granché. Anzi è proprio ciò che va spiegato. Come è possibile che la più grande potenza mondiale, gli Stati Uniti, si sia messa nelle mani di uno squilibrato? La domanda non nasce certo da un’ingenua fiducia nelle presunte virtù della democrazia americana. Piuttosto la vera questione è come sia potuto accadere che il deep state americano, cioè l’insieme di istituzioni, apparati e interessi che garantiscono la [...]]]> di Fabio Ciabatti

Adam Hanieh, Crude Capitalism. Oil Corporate Power and the Making of the World Market, Verso Books, London 2024, pp. 336, € 18,47.

Il sovrano è pazzo, ma la sua follia non spiega un granché. Anzi è proprio ciò che va spiegato. Come è possibile che la più grande potenza mondiale, gli Stati Uniti, si sia messa nelle mani di uno squilibrato? La domanda non nasce certo da un’ingenua fiducia nelle presunte virtù della democrazia americana. Piuttosto la vera questione è come sia potuto accadere che il deep state americano, cioè l’insieme di istituzioni, apparati e interessi che garantiscono la continuità del ruolo globale degli Stati Uniti, si sia affidato a un presidente che ha una ben scarsa cognizione di quello che fa, come appare chiaramente dalla gestione della guerra scatenata contro l’Iran insieme a Israele. Per farla breve, deve essere un sistema impazzito nel suo complesso quello che riesce a partorire soltanto una strategia del “cane pazzo” (formula coniata, guarda caso, dal fu capo di stato maggiore israeliano Moshe Dayan) come unica via per cercare di tirarsi fuori dal pantano delle sue contraddizioni interne (una coesione sociale oramai in pezzi) ed esterne (la crisi della sua egemonia globale). Dio acceca chi vuole perdere, verrebbe da commentare con malcelata soddisfazione, se di mezzo non ci fossero innumerevoli vittime, per non parlare della famigerata valigetta nucleare affidata a mani davvero poco rassicuranti.

Quanto alle accennate contraddizioni esterne, un capitolo importante di questa storia andata a male è costituito dalle profonde trasformazioni che ha subito dall’inizio del nuovo millennio il capitalismo fossile a guida statunitense, perno fondamentale dell’ordine globale del dopoguerra. Sebbene si tratti solo di un capitolo di una storia più ampia, sarebbe sbagliato sottostimarene la profonda rilevanza per comprendere il proliferare sempre più accelerato di conflitti bellici a cui stiamo assistendo. A tal proposito può essere utile prendere le distanze dall’immediata attualità e soffermarsi sulle dinamiche strutturali di più lungo periodo attraverso un interessante testo di Adam Hanieh, Crude Capitalism. Oil Corporate Power and the Making of the World Market. In questo modo possiamo mettere a fuoco come il petrolio non sia semplicemente una risorsa energetica tra le altre, ma rappresenti una componente materiale che attraversa l’intero sistema economico mondiale, legando produzione industriale, trasporti, finanza e potere politico. Seguendo il libro di Hanieh possiamo comprendere come il petrolio, con la sua maggiore densità energetica, portabilità e flessibilità chimica, si sia affermato quale substrato energetico ideale per alimentare l’accumulazione senza fine del capitalismo. La sua centralità emerge se non ci limitiamo a considerare le operazioni di ricerca e estrazione del greggio (le attività a monte, upstream), ma rivolgiamo il nostro sguardo anche alla raffinazione, alla distribuzione e all’industria petrolchimica (le attività a valle, downstream). Il petrolio, in breve, è una componente strutturale del sistema industriale non solo come fonte di energia, ma anche come elemento costitutivo di una vastissima gamma di beni prodotti quali materie plastiche, fibre sintetiche, fertilizzanti, gomma ecc.

L’oro nero si afferma come perno del sistema capitalistico nell’ambito di un ordine coloniale in cui le potenze europee controllano le principali riserve, in Medio Oriente come in America Latina. Le concessioni petrolifere riflettono una divisione internazionale del lavoro che assegna ai paesi produttori il ruolo di fornitori di materie prime, mentre il valore aggiunto si concentra nei centri industriali. Questa gerarchia globale sopravvive anche dopo la conquista dell’indipendenza da parte dei paesi produttori del Medio Oriente e il parziale riequilibrio dei rapporti di forza conseguito attraverso la creazione dell’OPEC negli anni Settanta.
Nel dopoguerra il petrolio soppianta il carbone come prima fonte energetica in Europa, passaggio già avvenuto negli USA prima del secondo conflitto mondiale, diventando la base energetica per la diffusione dell’automobile, la crescita urbana e l’industrializzazione di massa. Questo ordine globale si basa su un sistema di alleanze degli Stati Uniti con i paesi produttori del Medio Oriente e, in particolare dopo il 1967, con Israele. Lo stato sionista, durante la Guerra dei sei giorni contro Egitto, Siria e Giordania, dimostra la sua utilità nello sconfiggere il nazionalismo arabo, impegnato a trasformare il petrolio nella risorsa per lo sviluppo dei Paesi produttori, sottraendo una parte consistente dei suoi proventi alle imprese occidentali. Circostanza che spiega, tra l’altro, la predilezione statunitense nello stringere legami strategici con sistemi autocratici e reazionari, meno inclini a soddisfare le rivendicazioni delle rispettive popolazioni e dunque poco propensi a sfidare, almeno in quella fase, il controllo occidentale sulle proprie risorse.
Questo controllo ha anche un altra importante conseguenza per il capitalismo globale: l’oro nero rappresenta uno dei pilastri dell’ordine finanziario internazionale grazie al suo legame con il dollaro, soprattutto a partire dagli anni Settanta con la fine del sistema di Bretton Woods e con la crescita dei prezzi del greggio successivo agli shock petroliferi. I paesi produttori, infatti, vendono il greggio in moneta statunitense e reinvestono i suoi proventi nei mercati finanziari occidentali, in particolare negli USA. Questo meccanismo rafforza il ruolo del dollaro come moneta mondiale e consente agli Stati Uniti di finanziare, ancora oggi, il proprio disavanzo e mantenere una posizione dominante nell’economia globale. 

A partire dagli anni Duemila, ed è qui che volevamo arrivare, questo sistema entra in una fase di profonda trasformazione che si può schematizzare attraverso due processi di portata storica. In primo luogo, si assiste nei paesi produttori alla crescita delle società petrolifere nazionali a controllo statale (National Oil Companies) che si sviluppano come enormi e diversificate corporation con l’integrazione delle attività a monte e a valle sul modello delle imprese americane ed europee, superando le major private nord-occidentali quanto a produzione e riserve di petrolio, capitalizzazione di mercato e quantità di esportazioni.
Per avere un’idea delle proporzioni di questo fenomeno, prendiamo come esempio Saudi Aramco, il colosso nazionale dell’Arabia Saudita. Nel 2019 ha realizzato la più grande Offerta Pubblica Iniziale di azioni al pubblico (IPO) mai vista fino ad allora (primato superato solo quest’anno da SpaceX di Musk) e nel 2022 ha conseguito il più elevato profitto mai registrato a livello globale da un’azienda, in qualsiasi settore. Analogamente, aziende come l’emiratina ADNOC, la qatariota QatarEnergy, la russa Rosneft e anche le cinesi CNPC e Sinopec svolgono un ruolo centrale sia come attori di mercato sia come strumenti di politica economica e geopolitica dei rispettivi Stati. I colossi petroliferi occidentali, invece, sono sempre più controllati da banche d’investimento, fondi di private equity e società di gestione patrimoniale, tra cui un ruolo fondamentale è riservato alle onnipresenti Big Three (Blackrock, Vanguard e State Street).
Venendo al secondo aspetto della trasformazione sopra richiamata, si deve registrare un cambiamento radicale nella geografia della domanda energetica. La maggior parte delle esportazioni di petrolio greggio e raffinato da USA, Canada e Messico si dirige verso il blocco nord americano, per lo più controllato dalle major occidentali. Per quanto riguarda il Medio Oriente, invece, il suo petrolio fluisce sempre più verso l’Asia a differenza di quanto accadeva nel secondo dopoguerra quando si dirigeva principalmente verso l’Europa occidentale. La Cina è la principale protagonista di questa trasformazione. Nel 2000 rappresentava solo il 6% della domanda mondiale di petrolio, ma dopo circa vent’anni consumava il 14% del greggio a livello globale, seconda solo agli Stati Uniti. Allo stesso tempo l’Asia nel suo complesso consumava quasi un terzo del petrolio mondiale, più di Europa, Russia, Africa, Centro e Sud America messe insieme. L’India segue una traiettoria simile a quella cinese, con una domanda in crescita rapida che la rende uno dei principali poli energetici globali. Anche la Russia, soprattutto dopo il 2022, ha ridirezionato una parte significativa delle sue esportazioni di petrolio proprio verso Cina e India, offrendo prezzi scontati e rafforzando ulteriormente l’asse energetico eurasiatico. 

Questo spostamento si riflette nel rafforzamento di rapporti economici bilaterali tra stati mediorientali e asiatici. L’Arabia Saudita ha consolidato la Cina come suo principale cliente, mentre investe direttamente in raffinerie e impianti petrolchimici del Paese. Allargando lo sguardo, tra il 2012 e il 2021, circa la metà degli investimenti provenienti da paesi non asiatici e indirizzati verso asset petroliferi della stessa Asia proveniva dagli Stati del Golfo. Non solo Cina, dunque, ma anche Corea del Sud, Singapore, Malesia e Giappone: sono questi i Paesi in cui le imprese del Golfo Persico (utilizzando materie prime provenienti dallo stesso Golfo) producono prodotti petroliferi raffinati e sostanze chimiche di base che vengono poi commercializzati in Asia. L’ex Impero celeste, da parte sua, ha indirizzato crescenti risorse finanziarie verso il Medio Oriente: tra il 2017 e il 2021 il 30% dei suoi investimenti legati al petrolio sono andati in questa regione (erano circa il 6% nel quinquennio precedente), una quota superiore rispetto a qualsiasi altra area del mondo.
Questa trasformazione riguarda in realtà l’intera organizzazione del sistema produttivo globale. La Cina e l’Asia nel suo complesso non sono soltanto grandi consumatori di energia, ma anche il centro dell’industria manifatturiera mondiale, compresa la produzione petrolchimica, attività in cui hanno superato USA e Europa. Tra il 1992 e il 2022, infatti, la capacità di raffinazione del petrolio asiatica è cresciuta fino al 29% del totale mondiale. In questo settore l’unica altra regione che aumenta la sua quota globale è il Medio Oriente che dall’inizio degli anni Novanta del secolo scorso ha più che raddoppiato la sua capacità di raffinazione, arrivata fino all’11% del totale.
È inoltre da notare il fatto che i principali attori nel settore della raffinazione dalla fine del secolo scorso sono rimasti più o meno gli stessi, mentre sono cambiate le posizioni relative: quindici imprese detengono circa la metà della capacità produttiva mondiale (era circa il 40% a fine secolo scorso) e tra queste il primo, il secondo e il quarto posto sono oggi appannaggio di sauditi o cinesi (Saudi Aramco, CNCP e Sinopec), mentre nel 1999 i tre più grandi produttori erano tutti occidentali (Royal Dutch Shell, Exxon e BP Amoco). Più in generale, circa la metà della capacità di raffinazione tra le prime quindici oil company è attualmente detenuta da imprese petrolifere nazionali, contro il 37% del 1999. Ma il controllo statale degli idrocarburi, è bene sottolinearlo, non è in contraddizione con la crescita del capitale privato in questo settore e in quelli collegati perché proprio attraverso le partnership con le società petrolifere pubbliche molti conglomerati aziendali nazionali si sono potuti espandere in Asia, Medio Oriente e Russia. 
Tutte le trasformazioni che abbiamo brevemente descritto hanno anche rilevanti  conseguenze sul mercato monetario e finanziario internazionale. Nel 2018 la Shanghai International Energy Exchange, la borsa merci cinese con focus su prodotti energetici e materie prime, lancia un contratto futures sul petrolio con l’obiettivo di farlo diventare benchmark di riferimento per il prezzo dell’oro nero nella regione Asia-Pacifico. Poiché si tratta di un contratto denominato in renminbi, la moneta cinese, esso rappresenta una potenziale minaccia per l’egemonia internazionale del dollaro. Per quanto il commercio denominato in renminbi sia cresciuto da allora, il dollaro continua ad essere di gran lunga la moneta di riferimento per il petrolio, così come per il commercio transfrontaliero in generale (per non parlare del suo ruolo ancora preponderante come valuta di riserva mondiale). Ciò non di meno la minaccia per il “privilegio esorbitante” della moneta statunitense sul mercato mondiale rimane, almeno in prospettiva, anche alla luce della situazione debitoria degli USA sempre più problematica.

Per riassumere il testo di Hanieh, la produzione di merci a livello globale, incluso molto di ciò che viene alla fine consumato in Europa e negli Stati Uniti, fa perno oramai sull’asse del capitalismo fossile che connette i giacimenti petroliferi, le raffinerie e le fabbriche tra Medio Oriente e dell’Asia. Torniamo dunque all’attualità, tenendo conto della cornice concettuale dell’autore per inquadrare la guerra contro l’Iran nell’ambito del più ampio scontro tra Stati Uniti e Cina. Il petrolio è al centro di questo conflitto, anche se la principale materia del contendere non riguarda le necessità di approvvigionamento degli USA che, anche grazie allo shale oil, sono diventati il primo produttore e uno dei più principali esportatori di petrolio a livello mondiale. La vera questione sta nell’interesse degli Stati Uniti a riprendere il controllo della risorsa attraverso cui si organizza il sistema globale per avere la capacità di condizionare lo sviluppo del Paese che viene considerato apertamente come la principale sfida sistemica all’ordine internazionale da loro guidato. Un controllo che significherebbe anche consolidare il rapporto tra oro nero e dollaro.
Se questo è il quadro, l’attacco all’Iran, per quanto progettato e gestito in modo sconsiderato, ha una sua logica che non può essere ridotta al capriccio di un presidente folle e ricattabile (anche se folle e ricattabile lo è davvero). L’Iran rappresenta un nodo strategico sia per le sue risorse sia per la sua posizione geografica. Il suo legame strategico con la  Cina ne rafforza il ruolo all’interno di un possibile blocco energetico alternativo. Lo scontro con gli Stati Uniti, dunque, riflette il tentativo di impedire che si consolidi un’integrazione tra Medio Oriente e Asia capace di sfuggire al controllo occidentale. Già ne La grande scacchiera del 1997, Zbigniew Brzezinski  avvertiva che  lo scenario più pericoloso, per quanto ritenuto allora improbabile, sarebbe stato quello di una coalizione anti-egemonica composta da Cina e Russia, con la possibile aggiunta dell’Iran, unificata non da una comune ideologia, ma da rivendicazioni complementari.
Insomma, se è pur vero che Netanyahu ha trascinato Trump in guerra facendolo fesso con la promessa di una facile vittoria, rimane il fatto che le ragioni di fondo di questo conflitto non le ha certo inventate il premier israeliano. Anche perché i Paesi del Golfo, come si può arguire dal testo Hanieh, stanno oramai sviluppando propri interessi economici e geopolitici tali da renderli per gli Stati Uniti degli alleati non completamente affidabili. Quello che è certo è che la guerra ha dimostrato come la rete di basi militari americane, invece di essere uno scudo protettivo, rappresenti un pericolo per i Paesi del Golfo. L’unico rapporto nel Medio Oriente che appare al momento irrinunciabile per gli USA, per quanto anch’esso si sia mostrato oramai problematico, è quello con Israele, uno Stato che considera come minaccia esistenziale il consolidamento di qualsiasi potenza regionale: oggi l’Iran, domani la Turchia e dopodomani chissà. Anche nella scelta degli amici più fidati si confermano le pulsioni belliciste e suprematiste degli USA, sintomi di una crisi destinata a proseguire e, probabilmente, ad approfondirsi. Folle o meno che sia il suo prossimo sovrano.

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On the road nel Nord Est https://www.carmillaonline.com/2026/06/28/on-the-road-nel-nord-est/ Sun, 28 Jun 2026 20:00:59 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95682 di Paolo Lago

“Ma come fate a non sapere un cazzo del posto dove state?” dice Giulio a Doriano e Carlobianchi mentre stanno visitando la Tomba Brion, al che quest’ultimo gli risponde: “Non sappiamo un cazzo ma sappiamo tutto”. E probabilmente ha ragione perché i protagonisti del bel film Le città di pianura (2025) di Francesco Sossai, Doriano detto Dori e Carlobianchi (interpretati rispettivamente da due bravissimi Pierpaolo Capovilla e Sergio Romano) sono due personaggi in continuo movimento, nomadici, legati strettamente al territorio ma soggetti a una continua deterritorializzazione come i nomadi di Deleuze e Guattari, esponenti di una nuova soggettività [...]]]> di Paolo Lago

“Ma come fate a non sapere un cazzo del posto dove state?” dice Giulio a Doriano e Carlobianchi mentre stanno visitando la Tomba Brion, al che quest’ultimo gli risponde: “Non sappiamo un cazzo ma sappiamo tutto”. E probabilmente ha ragione perché i protagonisti del bel film Le città di pianura (2025) di Francesco Sossai, Doriano detto Dori e Carlobianchi (interpretati rispettivamente da due bravissimi Pierpaolo Capovilla e Sergio Romano) sono due personaggi in continuo movimento, nomadici, legati strettamente al territorio ma soggetti a una continua deterritorializzazione come i nomadi di Deleuze e Guattari, esponenti di una nuova soggettività policentrica, queer e metamorfica. Il loro movimento continuo attraverso le strade del Nord Est è un espediente conoscitivo che non scaturisce da una volontà predeterminata ma dalla casualità. Doriano e Carlobianchi si muovono esclusivamente per andare a “bere l’ultima”, il cosiddetto “bicchiere della staffa” e per questo motivo sarebbero capaci di spostarsi, in piena notte, da un capo all’altro della loro terra, il Veneto. Perché Le città di pianura è un film strettamente legato al territorio, un esperimento di mappatura dei luoghi – rigorosamente senza l’utilizzo di Google Maps – che attua una riscrittura creativa del territorio stesso. Contemporaneamente fiabesco e reale, quello spazio che pare scaturito da un “capriccio” del Veronese che osserva Giulio (un altrettanto bravissimo Filippo Scotti) nella villa del Conte, è forse allora il protagonista indiscusso del film. I personaggi nomadici, lanciati in una dimensione picaresca on the road alla ricerca del bicchiere della staffa, possiedono uno sguardo particolare – forse magico e fiabesco – sullo spazio che attraversano, un po’ come Totò e Ninetto nei film-fiaba di Pasolini (penso a Uccellacci e uccellini e a La Terra vista dalla Luna), che si trovano a solcare le periferie romane nel momento della trasformazione del boom economico. Fra cantieri e segnaletiche strampalate, fra spazialità lancinanti che verranno cementificate, i due si muovono come folletti straniti in un’età dominata da un cieco sviluppo.

Non troppo diversa è l’età, quella contemporanea, in cui si muovono Doriano e Carlobianchi: anche adesso il territorio appare continuamente soggetto a scempi paesaggistici, a distruzioni, a cambiamenti inaspettati. Fiabeschi e marginali, a volte i due si trovano in mezzo a personaggi ancora più straniti, ma stavolta in senso negativo (ma che pure si pensano ‘normali’), storditi e ‘zombificati’ dallo sviluppo e dal conformismo. Come nel momento in cui si recano nel locale in stile far west lungo la strada per Venezia dove, sorseggiando una birra, Doriano osserva: “Sembra di stare negli Stati Uniti”. E in effetti si trovano in mezzo a ragazze con cappelli da cow boy che si muovono meccanicamente al suono di folk music, fra musicisti agghindati anch’essi alla cow boy e bandiere americane. Le persone spente, stranite e zombificate che si trovano nel locale sono forse una metafora della società contemporanea, dell’incapacità degli individui di sentirsi vicini al proprio territorio in modo positivo e propositivo. Forse, invece, i frequentatori del locale sono capaci di essere vicini al territorio solo in modo deleterio e negativo, con tutte le implicazioni sovraniste, razziste e leghiste, un po’ come i frequentatori dei bar che si lamentano delle gestioni cinesi in un altro bel film ambientato nel Nord Est, Io sono Li (2011) di Andrea Segre. Mentre loro sono dentro a stonarsi nel loro universo fatto di America e di cow boys, fuori dal locale Carlobianchi si fa offrire una sigaretta da un curioso personaggio, un tedesco che gira l’Italia per vederla prima che gli italiani la distruggano e che sta cercando il cantiere dell’autostrada Lisbona-Treviso-Budapest, che sembra un aggiornamento 4.0 dei cantieri solcati da Totò e Ninetto nei film di Pasolini. Mentre una gran parte di paese passa il suo tempo nell’indifferenza e nel qualunquismo, quello stesso paese viene progressivamente vandalizzato e devastato dal potere, con la tacita connivenza di molti.

Nel loro movimento continuo, i personaggi sembrano poi metamorficamente assumere connotazioni provenienti da altre storie e da altri film. Ad esempio, quando ‘agganciano’ Giulio, giovane studente di architettura, in una Venezia notturna alla festa per la laurea di Giulia Antonia, di cui è segretamente innamorato, i due assomigliano un po’ al Bruno Cortona-Vittorio Gassman in Il sorpasso (1962) di Dino Risi che, a sua volta, ‘aggancia’ e si porta con sé il timido Roberto Mariani (Jean-Louis Trintignant), innamorato di una sua compagna di università che vive in Versilia. Come il personaggio di Trintignant (ma in una storia, stavolta, con happy end), Giulio è sempre sul punto di abbandonare i due per tornarsene a casa, alla sua vita ‘seria’ fatta di studio. Senonché, i due fiabeschi folletti avranno il compito di incoraggiarlo e di instradarlo verso la sua amata che, guarda caso, abita a Verona, città da innamorati. Nel momento in cui Giulio sale sul treno per recarsi dalla ragazza non riesce a capirsi con Carlobianchi, che gli dice qualcosa quando le porte sono già chiuse; allo stesso modo, alla fine di La dolce vita (1959) di Federico Fellini, Marcello (Marcello Mastroianni) non riesce a capire le parole di una ragazza che gli parla da lontano sulla spiaggia. Carlobianchi, poi, nella sua continua ricerca di sigarette che non compra perché – dice – “io non fumo”, può far pensare al personaggio di Domenico (Erland Josephson) in Nostalghia (1983) di Andrej Tarkovskij, che chiede sempre una sigaretta perché non fuma dicendo: “bisogna imparare a non fumare, bisogna imparare a fare le cose importanti”.

Dori, Carlobianchi, Giulio e anche Genio (Andrea Pennacchi), il vecchio amico tornato dall’Argentina, sono legati al territorio ma anche estranei: se Dori e Carlobianchi sono fiabescamente marginali, Giulio, studente di architettura a Venezia, è ‘straniero’ in quanto napoletano e Genio ritorna come un forestiero dopo un lungo soggiorno in Argentina. Lo vediamo in immagini poetiche mentre attraversa territori sconfinati insieme ai lavoratori del posto, o sperduto in bivacchi notturni dove, appunto poeticamente, la sua figura potrebbe evocare i versi di Dino Campana dedicati al periodo trascorso dal poeta in Argentina: “Quiere Usted Mate? Uno spagnolo mi profferse a bassa voce, quasi a non turbare il silenzio della Pampa. Le tende si allungavano a pochi passi da noi seduti in circolo in silenzio guardavamo a tratti furtivamente le strane costellazioni che doravano l’ignoto della prateria notturna” (D. Campana, Canti orfici, Rizzoli, Milano, 1989, p. 183).

E il territorio, sotto lo sguardo dei personaggi, non cessa di cambiare. Spariscono vecchi luoghi del cuore, autentici e popolari, stritolati dalla macina sfrenata dello sviluppo, come la trattoria della Mery dove i tre amici si recavano a mangiare le lumache mentre le vecchie case vengono abbandonate e nuove autostrade e veloci vie di comunicazione si apprestano a devastare antichi giardini e ville storiche. La narrazione on the road di Le città di pianura srotola un movimento picaresco che fotografa in tanti flash il territorio del Nord Est e i suoi spazi, lembi di terra ormai preda del degrado e della solitudine, specchio dell’intero paese. Per guardare allo spazio circostante i personaggi sembrano scegliere una specie di contro-spazio, la Tomba Brion, costruita dall’architetto veneziano Carlo Scarpa e rimasta incompiuta, che si configura quasi come una eterotopia foucaultiana. Da questo luogo ‘altro’, diverso, separato dal contesto quotidiano, Doriano e Carlobianchi, insieme a Giulio, scrutano campi abbandonati e villette a schiera tutte uguali che si susseguono nella eterna periferia delle “città di pianura” del Nord Est. Città blandite e ferite, come la working class che le abita, da crisi su crisi e da cinici esponenti del capitale come il Cavalier Fadìga (Roberto Citran), pronto a premiare, appunto cinicamente, l’operaio Sossai (che ha lo stesso nome del regista) nel giorno del suo pensionamento.

Eppure, lo sguardo incantato dei personaggi, perennemente on the road per andare “a bere l’ultima”, sembra poter sovvertire qualsiasi convenzione e normalizzazione, qualsiasi cinismo nascosto nelle pieghe della calma piatta quotidiana. Perché la stessa passione per il bere che li caratterizza, più che un vizio moralisticamente da condannare, appare come un ulteriore legame culturale con lo spazio che li circonda e una spinta aperta alla socializzazione, in una successione pressoché infinita di incontri, contro l’individualismo imperante. “Andiamo a bere l’ultima?” è la risposta popolare e sociale, intrisa della cultura del popolo, all’individualista, volgare, elitaria e ignorante “Milano da bere” degli anni Ottanta. La ricerca continua del “bicchiere della staffa” sembra assumere i tratti della ricerca dell'”antica festa” in un mondo ormai ‘tecnicizzato’, secondo quanto scrive Furio Jesi riguardo alla trilogia La bella estate (1949) di Cesare Pavese. Come nota Jesi, “le «feste» dei tre romanzi sono le lunghe veglie in compagnia, nelle ore notturne in cui i personaggi si uniscono e continuano a camminare per la città e per la collina, esitando sempre all’istante di lasciarsi, prolungando fino all’alba quell’essere desti insieme che nell’antichità era condizione festiva, ma coincideva con l’attesa e la celebrazione di un’epifania oggi impossibile” (F. Jesi, Letteratura e mito, Einaudi, Torino, 1968, p. 163). La ricerca dell’ultimo bicchiere è quasi un legame impossibile con il mito, il prolungamento di una socialità arcaica sconosciuta all’universo della tecnologia che devasta gli spazi in nome del profitto e che, dopo avere cementificato quegli stessi spazi, ha costretto gli individui nelle solitudini domestiche di fronte ad apparecchiature elettriche ed elettroniche, che siano il televisore degli inizi, lo smartphone o una smart TV con piattaforme a pagamento; è il legame diretto con le dinamiche ancestrali del saper stare insieme oggi inesorabilmente perdute. Lo sguardo dei personaggi, tra una birra, un vinello e una grappa, legge, mappa e ama follemente il territorio e la sua gente, almeno fino alla prossima devastazione.

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La storia è crudele https://www.carmillaonline.com/2026/06/27/la-storia-e-crudele/ Sat, 27 Jun 2026 20:00:33 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95406 di Franco Pezzini

Auguste de Villiers de l’Isle-Adam, Racconti crudeli, trad. e intr. di Bruno Nacci, pp. 280, € 21, Carbonio, Milano 2025.

“Il commendatore di pietra può venire a cena con noi, può tenderci la mano! Gliela stringeremo. Sarà lui forse ad avere freddo”. L’editoria italiana perde i pezzi, a partire dalla chiusura di case editrici meravigliose – come la Carbonio (edizioni curatissime sia sul piano dei contenuti sia su quello dell’eleganza di forma), giunta dopo dieci anni al suo canto del cigno. Una storia dunque crudele, che per paradosso vede tra gli ultimi volumi appunto Racconti crudeli del simbolista [...]]]> di Franco Pezzini

Auguste de Villiers de l’Isle-Adam, Racconti crudeli, trad. e intr. di Bruno Nacci, pp. 280, € 21, Carbonio, Milano 2025.

“Il commendatore di pietra può venire a cena con noi, può tenderci la mano! Gliela stringeremo. Sarà lui forse ad avere freddo”.
L’editoria italiana perde i pezzi, a partire dalla chiusura di case editrici meravigliose – come la Carbonio (edizioni curatissime sia sul piano dei contenuti sia su quello dell’eleganza di forma), giunta dopo dieci anni al suo canto del cigno. Una storia dunque crudele, che per paradosso vede tra gli ultimi volumi appunto Racconti crudeli del simbolista bretone Auguste de Villiers de l’Isle-Adam (1838-1889): uno dei sommi libri visionari del secondo Ottocento francese, idealmente all’ombra di Barbey d’Aurevilly e Mallarmé, Bertrand e Baudelaire, Nerval e il Flaubert più lisergico, e poi venerato da simbolisti e surrealisti.
Un’antologia, questa in esame, certo già nota ai lettori italiani e presente in vari cataloghi, ma che questa edizione curata da Bruno Nacci valorizza in modo particolare con una splendida introduzione (un saggio che esonda dai confini della raccolta) e un ricchissimo e chiarificante corredo di note – prezioso per la comprensione di un periodare francese a volte non troppo perspicuo, e che in compenso gronda un’erudizione (o pseudo tale) smaniante di fantasie liberissime. Leggere Villiers – che teorizzava l’arte per l’arte – è una festa dalle bevande ad alta gradazione, che gioca con il romantico o il sarcastico, comporta l’inabissarsi ora in un sabba di eccessi deliranti del passato, ora in un crepitacolo di trovate di ironia sferzante, feroce, swiftiana e crepuscolare sul presente e il futuro: è nel suo caso particolarmente importante che una traduzione riesca ad assecondare l’ebbrezza poetica e anzi musicale cercata dall’autore. Nacci vi riesce, con una resa bellissima: del resto, va ricordato, aveva offerto per Carbonio tre anni fa una edizione esemplare di un altro dei titoli febbrili di quel mezzo secolo in Francia, La tentazione di sant’Antonio di Flaubert (2023), al cui clima Villiers in parte si rifà, e in seguito quella di L’eredità di Guy de Maupassant (2024).
Curioso profilo quello di Villiers, nella Francia della borghesia trionfante: aristocratico decadente che difende con orgoglio il profilo dei propri antenati, tanto più snob quanto più povero, reazionario e rivoluzionario insieme, tifa per la Comune di Parigi (pur biasimandone certe violenze) e ne deplora la spaventosa repressione, ma poi si candida per i legittimisti. Comunque il bersaglio di questo amico di Huysmans, Léon Bloy, Mallarmé o più da lontano di Wagner – e che tuttavia li tiene sempre un po’ a distanza – resta la borghesia: gretta, ridicola, mendace, votata al soldo e alle apparenze. Suo padre, il poco danaroso marchese Joseph-Toussaint, si era svenato acquistando senza successo terreni dove vagheggiava, come un personaggio di Maurice Leblanc, di recuperare il tesoro perduto dei Cavalieri Ospitalieri: un antenato ne era stato Gran Maestro nel Cinquecento, ma il tesoro sarebbe stato nascosto durante la Rivoluzione francese – e ovviamente non verrà trovato. Questo è il lignaggio da cui promana Villiers, ma il suo vero tesoro non sarà nascosto in fantomatiche Guglie normanne per fiorire invece nel tessuto delle sue pagine.
Partiamo dal titolo di questa formidabile raccolta di racconti, dal 1867 sparsi su riviste non sempre di rilievo: dove l’aggettivo crudeli viene scelto solo nel 1883 all’edizione in volume, dopo l’esame di una serie di alternative meno illuminanti – enigmatici, cupi, filosofici, misteriosi. Di lì, in omaggio di Villiers, la forma conte cruel verrà canonizzata nel mondo anglosassone come genere di storie brevi e fulminanti di horror non sovrannaturale e piuttosto connotati da una raggelante ironia del destino. Interessante notare però che la traduzione in inglese della raccolta nel 1927 non verrà titolata Cruel Tales ma Sardonic Tales – che in effetti dice parecchio di una spietatezza ironica.
Del resto una crudeltà peculiare corre in queste storie, il cui autore ha letto Sade ma è troppo elegante per sposarne idee e brutalità fisica: preferisce le allusioni, l’orrore evocato fuori scena e possibilmente velato da un sarcasmo verso il mondo, la società, le insensatezze dell’uomo. Non è un caso che Borges, antologizzando anche Villiers nella visionaria Biblioteca di Babele per Franco Maria Ricci, l’avesse ricondotto sotto la cappa lugubre di un titolo eccellente che della raccolta Carbonio fornisce una sorta di spina dorsale, Il convitato delle ultime feste: la storia terribile di un uomo ricchissimo che trova una raggelante iniziazione alla crudeltà in Oriente. Ma tra frizzi e moine emerge la realtà persino più disturbante di un civile Occidente pronto ad arruolarlo… una storia in fondo che già prefigura teatrini che conosciamo.
Simili crudeltà troviamo nella cinica storia di eros e thanatos nell’autunno del Medioevo La regina Isabelle (inevitabile pensare a Histoire secernere d’Isabelle de Bavière, reine de France proprio di Sade) e, senza patiboli, ne Il duca di Portland, dove un nobiluomo noto alla corte della Regina Vittoria contrae la “grande lebbra antica” per aver stretto la mano con fatale temerarietà all’ultimo portatore della medesima. Impazienza della folla racconta di un cieco e feroce linciaggio che attende per un fraintendimento a Sparta il messaggero di Leonida contro i Persiani; mentre Ricordi occulti evoca fantasmagoriche Indie dove, quasi a prefigurare Cuore di tenebra, un ipotetico avo del narrante, guerriero gaelico, sarebbe caduto. Sempre un Oriente favoloso ma ben più orrifico e inquietante di quelli di Nerval è il racconto di Epilogo, L’annunciatore, dove Villiers pare recuperare lo stesso spunto folklorico poi alla base di un’opera molto più pop, la canzone Samarcanda. L’angelo della morte si stupirà di trovare un veggente lontano da dove intendeva afferrarlo: e la descrizione della corte del re-mago Salomone presenta un tripudio di trovate lussureggianti e visionarie tale da richiamare proprio il Flaubert della Tentazione.
In questi casi Villiers apparecchia un sontuoso teatro di morte a metà tra romanzo d’orrore ed exemplum paradossale, in qualche caso con torbide venature erotiche.
Ma è la società, che in queste storie resta comunque sullo sfondo, a emergere oggetto del feroce sarcasmo dell’autore. A volte nello sbeffeggio delle sue categorie etiche e della doppia morale borghese, come nell’esemplare Le signorine di Bienfilâtre, con il riscatto etico in punto di morte sulla base di un catechismo borghese: nessuno si turba che la ragazza si prostituisse, ma era imperdonabile che si innamorasse di uno spiantato, e il finale è fulminante. Del resto, proprio l’amore, topos classico del teatro borghese permette al misogino Villiers di vibrare stilettate epocali. Anzitutto attraverso altre donne del demi-monde, come le ciangottanti signorine del Convitato, la protagonista di Antoine che nel medaglione conserva i propri capelli come pegno di fedeltà, e quella di Maryelle con il suo modo un po’ singolare di amare fedelmente. Ma non va molto meglio ai giovani innamorati infettati dal pragmatismo del borsellino borghese, nell’esilarante Virginia e Paolo, che sovverte fin dal titolo i paradigmatici struggimenti del melodramma roussoviano a tinte esotiche Paul et Virginie di Bernardin de Saint-Pierre. La raccolta di poesie Racconto d’amore riguarda una passione infelice che finirà oggetto di disprezzo.
Paradossi tra ironia e amarezza emergono in Il segreto della vecchia musica (memore dello sciovinismo antitedesco post Sedan), dove si affettano surreali pretesti per rifiutare l’arte del nemico e sembra di vedere prefigurati certi ridicoli teatrini dell’oggi contro la cultura russa; La più bella cena del mondo dove la tenzone gastronomica tra due filistei di provincia si risolve a favore di chi è pronto a passare bustarelle; I briganti, dove gruppi di borghesi (paurosissimi di perdere quell’assoluto che sono i propri beni) si armano per sentirsi tanto temerari contro banditi che non ci sono, e finiscono con lo spararsi addosso – salvo rappresentare a quel punto una minaccia per i vagabondi che sanno già che verranno accusati della relativa strage. Oggi il racconto citerebbe anarchici e centri sociali.
Dove poi Villiers si toglie qualche sassetto personale più mirato su editori e, nello specifico, direttori di giornali, ma in genere sul mondo spocchioso e superficiale di quella Francia, sul suo culto di scienza e tecnica votati all’utile e sulla sua miseria interiore, è in un gruppo di racconti dove il sarcasmo assurge alle più virtuose pirotecnie surreali. A partire da Due indovini, dove la qualità di scrittura è vista come elemento di discredito. E proseguendo con le storie sulla fantastiche invenzioni dell’ingegner Grave – L’affissione celeste, cioè la proiezione nell’altrimenti improduttiva volta celeste di messaggi di pubblicità o propaganda –, dell’ingegner Bottom – La macchina della gloria a beneficio di autori teatrali o letterari –, del professor Schneitzoëffer – L’apparecchio per l’analisi chimica dell’ultimo respiro, che permette ai parenti di assuefarsi all’idea del lutto inalando respiri penultimi dei loro cari – e Il trattamento del dottor Tristan che riprende panoramicamente tutte le altre simili storie (e anche quella di Eva futura che l’autore sta scrivendo) nella trovata ultramoderna per soffocare voci interiori, provvedendo alla rottura del timpano. Attraverso queste fantasie e soprattutto il romanzo Eva futura Villiers finisce col rivelarsi – come l’ultimo Verne – uno dei padri più pessimisti della fantascienza europea.
Ancora a sbeffeggiare teatrini sociali, Racconto cupo, narratore più cupo ancora vede il disinvolto drammaturgo D. intento a raccontare la triste storia di un duello: ma il vero fuoco della narrazione non è tanto in quell’episodio drammatico ma nel cinico e fintamente partecipe spettacolo dell’affabulatore, che ricorda il rancore di Villiers verso il mondo teatrale ostile all’arte a favore delle opere “facili”.
Il racconto d’impronta dostoevskijana Il desiderio di essere un uomo (si ricordi che Delitto e castigo è del 1866), vede un tragediografo in caduta libera perpetrare terribili, segrete nefandezze pur di provare qualcosa che non sia finzione e avvertire spettri di rimorso che però non arrivano. Qualcosa che introduce idealmente al tema dell’autenticità in rapporto all’arte. In Sentimentalismo, la fictio dell’artista si rivela la forma più autentica e sublimata di comunicazione dell’interiorità contro il feticcio di una “spontaneità” vuota e insincera; mentre ne La sconosciuta si consuma un incontro fatale tra una dignitosissima fanciulla sorda e un giovane gentiluomo, che lei rifiuta per la constatazione che tutto è illusione e l’impossibilità di comunicare appieno la delicatezza dei sentimenti.
Un’altra delle chiavi della raccolta è in effetti il rapporto con l’illusione, una forma di sogno che permette di sospendere la realtà e sottrarci al tempo. Come nel celeberrimo Véra, dal nome della protagonista che in grazia dell’illusione può manifestarsi all’amante; o in Da perderci la testa!, dove per l’illusione di una stessa geometria lo spettacolo della Morgue di Parigi si fonde e confonde con quello dei caffè degli affari. In Fiori di tenebre i mazzi dei funerali finiranno riciclati per madamine innamorate, nell’illusione che quei petali parlino di vita. Eppure la realtà sa varcare mascherate e spettacoli della politica, come “il centenario Mendicante, decano della Miseria di Parigi” che sopravvive a tempo e cambi di regime con il suo appello di povertà; o altrimenti correre per vie più sfuggenti dell’interiorità, come ne Il presagio, storia gotica di visioni trasfigurate e soprassalti notturni, memore delle sue curiosità verso l’occulto.
In effetti più che Sade, troviamo in questo racconti l’eredità dello snob Poe, grande amore della galassia Baudelaire: l’amore per la musicalità, l’orrido e il grottesco, le sue sferzate agli editori, le sue pirotecnie comiche su trovate di successo in un teatro sociale ottuso e bottegaio, alcuni effetti visivi (la camera arrossata dall’incendio di La regina Isabelle sembra orecchiare in modo liberissimo certe pagine del Metzengerstein), la pseudoerudizione dagli effetti poetici e visionari e certe venature misogine, gli eccessi ebbri di alcuni Orienti… dove magari piomba inatteso l’Angelo della Morte.
La cifra corrisposta per questo gioiello dall’editore editori Calmann-Lévy sarà minima; e sei anni dopo, pieni di opere e di miseria cui sovvengono le collette degli amici, Azrael scende in forma di tumore allo stomaco a prendere l’autore. Pare che Villers lo accolga con le parole: “Bene, ricorderò questo pianeta”. Un tributo dell’incisore Louis Legrand (Courrier français, 1 settembre 1935) lo mostra, afferrato dalle mani scheletriche della morte, intento a lanciarsi verso l’alto, dove lo contempla un ambiguo angelo femminile dal diadema orientale.

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Incursione nell’immaginario dei corpi dell’età moderna https://www.carmillaonline.com/2026/06/26/incursione-nellimmaginario-dei-corpi-delleta-moderna/ Fri, 26 Jun 2026 20:00:01 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94253 di Gioacchino Toni

Victor I. Stoichita, Storie di corpi. Un’indagine sull’arte, la scienza e le credenze dell’età moderna, traduzione di Rossella Savio, il Saggiatore, Milano 2026, pp. 280, € 26,00

Lo storico dell’arte Victor I. Stoichita si contraddistingue per l’originalità di alcuni suoi studi, tutti pubblicati in Italia da il Saggiatore, che lo hanno visto: indagare le modalità con cui alcune opere pittoriche e cinematografiche propongono un esercizio investigativo all’osservatore (Effetto Sherlock, 2017); ricostruire il ruolo dell’ombra nelle opere d’arte (Breve storia dell’ombra, 2023); riflettere su come l’inserimento di un’immagine all’interno di una cornice abbia trasformato la modalità di rappresentare il mondo [...]]]> di Gioacchino Toni

Victor I. Stoichita, Storie di corpi. Un’indagine sull’arte, la scienza e le credenze dell’età moderna, traduzione di Rossella Savio, il Saggiatore, Milano 2026, pp. 280, € 26,00

Lo storico dell’arte Victor I. Stoichita si contraddistingue per l’originalità di alcuni suoi studi, tutti pubblicati in Italia da il Saggiatore, che lo hanno visto: indagare le modalità con cui alcune opere pittoriche e cinematografiche propongono un esercizio investigativo all’osservatore (Effetto Sherlock, 2017); ricostruire il ruolo dell’ombra nelle opere d’arte (Breve storia dell’ombra, 2023); riflettere su come l’inserimento di un’immagine all’interno di una cornice abbia trasformato la modalità di rappresentare il mondo (L’invenzione del quadro, 2024).

Intendendo il corpo come rappresentazione inseparabile dallo sguardo che lo elabora e dal medium che lo mostra, dall’involucro cutaneo – raddoppiato dagli artefatti che lo ricoprono – e dalle molteplici forme espressive che contribuiscono a produrlo, con Storie di corpi (2026) Stoichita compie un’incursione nell’immaginario del corpo affrontando la storia di quest’ultimo come storia di una costruzione. A interessare l’autore non è l’evoluzione delle immagini del corpo, ma la loro continua rielaborazione nel corso dell’età moderna. Dopo avere guardato al corpo a partire dal rapporto tra la profanazione dello sguardo anatomico e la sua glorificazione artistica, lo studioso lo indaga per il suo farsi detentore e/o bersaglio del potere nell’esporsi e nel nascondersi per poi riflettere sul ruolo assunto dal corpo nelle fantasie.

Il viaggio di Stoichita nella storia dei corpi prende il via dalle modalità di resa dell’incarnato in pittura prospettate dal trattato Diversarum artium schedula steso attorno alla prima metà del XII secolo dal monaco benedettino Teofilo che introduce quella dialettica tra superficie e corporalità destinata ad attraversare l’intera storia della rappresentazione pittorica della carne. Per quanto nata come questione “tecnica”, la rappresentazione visiva della carne non manca di riverberarsi in ambito filosofico ed a tal proposito lo studioso si sofferma sulle riflessioni di Hegel.

La rappresentazione della carne ha in Tiziano uno dei grandi maestri tanto da indurre, nella seconda metà del XVII, a considerarlo come un “artista demiurgo” vedendo nella sua abilità di manipolare l’impasto pittorico una sorta di replica dell’atto con cui il Creatore ha plasmato la materia primordiale per ricavarne il corpo umano. Nella messa in rilievo dell’abilità “tattile” del maestro cadornino si ravvisa un’inversione dei precetti albertiani/fiorentini tendenti a imporre al pittore di partire dallo scheletro/disegno per poi “rivestirlo” con la carne/colore. A proposito dell’Alberti, ricorda Stoichita, è interessante notare che mentre la versione latina del De pictura (1435) prevede una progressione stratificata “ossa-musculi-moderatis carnibus-cute”, che dallo scheletro portante interno (non visibile) conduce all’epidermide (visibile), la versione del testo stesa in volgare non prevede la cute.

Nel sottolineare l’importanza degli studi anatomici negli artisti della “Maniera moderna”, Giorgio Vasari (Vite, 1550 e 1568) guarda alla pelle come a un ostacolo alla rappresentazione e sostiene che soltanto attraverso la sua rimozione sia possibile giungere alla profonda comprensione e rappresentazione della fisiologia del corpo. Più in generale, l’intera letteratura artistica dell’età moderna ruota attorno all’idea che l’apprendistato anatomico indirizzi l’artista dall’esterno all’interno del corpo. Il monito vasariano che “al pittore nulla s’appartiene delle cose quali non vede” evidenzia come «nell’arte lo studio dell’interno avviene in nome della rappresentazione dell’esterno di quell’interno» (p. 43). Si apre così, nel momento dell’abbandono della “maniera cruda e scorticata” in favore della “somma perfezione” della “maniera moderna”, una particolare dialettica tra visibile e non visibile, “fra ’l vedi e non vedi”, destinata a lasciare il segno nella storia dell’arte. Esempio emblematico dello stretto rapporto tra ricerca anatomica e disegno è, secondo Vasari, il caso di Michelangelo che “scorticando corpi morti” inizia quel processo che lo conduce alla perfezione del disegno. Lo statuto scopico attribuito da Vasari all’arte rinascimentale nel suo collocare la realizzazione del corpo nell’ambiguità dello spazio “che apparisce fra ’l vedi e il non vedi” si rivela applicabile tanto al toscano Michelangelo, quanto al veneto Tiziano a patto però, spiega Stoichita, di rovesciarne il significato perché, a differenza dell’artista di Caprese, il cadornino rifugge dalle attrazioni del “corpo trasparente”, sia per il suo guardare al ruolo “costruttivo” del colore, che per il particolare rapporto che egli instaura con la ricerca anatomica del suo tempo.

Mentre Tiziano «opera per costruire una carne pittorica, collocata nella zona poetica “fra ’l vedi e il non vedi”», un anatomista come Andrea Vasalio (De humani corporis fabrica, 1543) «incide la pelle, espone i tessuti, libera i visceri» (p. 49). Facendo poi riferimento al celebre Venere e Adone (1555) di Tiziano, non manca chi, nel corso del Cinquecento, riconosce al pittore di Pieve di Cadore la capacità di esprimere i sentimenti non solo attraverso il movimento del corpo, ma anche attraverso l’incarnato del volto.

Le immagini assumono notevole importanza nella trasmissione del sapere anatomico cinquecentesco, come testimoniano i Commentaria cum amplissimis additionibus super Anatomia Mundini (1521) dell’anatomista Berengario da Carpi e De humani corporis fabrica (1543) di Andrea Vesalio, opere in cui l’apparato illustrativo presenta corpi che si offrono allo sguardo aprendo direttamente i propri tessuti. In Vesalio l’esibizione dello spazio sottocutaneo si relaziona con la rappresentazione artistica; nelle tavole presenti nei suoi trattati si è messi al cospetto di “corpi-statua” riprendenti, nelle posture e nelle proporzioni, le sculture classiche. Se i grandi artisti del Rinascimento maturo, seppure per strade diverse, intendono suggerire la vita nello spazio liminale “fra ’l vedi e il non vedi”, nel disegno anatomico, invece, si infrange l’equilibrio e, con l’aprirsi della pelle e il separarsi dei tessuti, il “non visto” si offre alla visione. Se nella manualistica anatomica il corpo sventrato si “muove”, questo lo si deve a un’abile retorica della rappresentazione mostrando così come la “carne” abbia ancora una derivazione culturale. «Il suo ambito di manifestazione non sarà l’anatomia scientifica, ma l’arte e il mito» (p. 66).

Stoichita si sofferma sul particolare del Giudizio universale (1534-1541) michelangiolesco in cui san Bartolomeo viene dotato di corpo integro nell’atto di sostenere una pelle che, però, anziché replicare i lineamenti del martire, sembrerebbe, almeno stando alle interpretazioni introdotte nel primo Novecento, sembrerebbe riferirsi alla pelle dell’artista. Paradossalmente, in uno scenario che celebra la resurrezione dei corpi, il corpo di Michelangelo viene rappresentato dalla sua assenza, da una pelle vuota a suggerire i dubbi dell’artista circa la sopravvivenza del suo io-pelle e io-volto.

A proposito della rappresentazione del corpo, la trattazione non può mancare di affrontare il problema della non facile traduzione visiva della doppia natura del Cristo nelle opere che, inevitabilmente, finisce per riflettersi sulla loro interpretazione. A tal proposito Stoichita propone alcuni esempi di statuaria michelangiolesca in cui il corpo del Cristo, anziché manifestarsi ai pochi eletti, come sostenuto dagli evangelisti, si espone alla folla nella sua tridimensionalità a grandezza naturale.

Il San Francesco d’Assisi in piedi, mummificato (ca. 1645) dipinto dallo spagnolo Francisco de Zurbarán induce Stoichita a passare in rassegna le modalità con cui l’arte ha tradotto la spoglia miracolosa del santo sottolineando come si possa far riferimento alla categoria del “perturbante” nel riferirsi a una rappresentazione estremamente realistica per dare immagine a un evento che ha le caratteristiche dell’eccezionalità e contraddistinto dall’incertezza di definire vivente o meno quel corpo. Lo studioso sottolinea anche come rispetto alle modalità trecentesche, il miracolo del corpo inalterato del santo venga divulgato diversamente in epoca post-tridentina e, successivamente, nel secolo dei Lumi. Nel San Francesco di Zurbarán, sostiene lo studioso, può essere individuato il punto di arrivo di un longo processo destinato a fare dell’arte il mezzo attraverso cui «può “manifestarsi” questo corpo morto (che non è morto), questo corpo vivo (che non è vivo), questo corpo resuscitato (che non è risorto), questo redivivo (che non è un redivivo)» (p. 131).

A partire dalla natura performativa del ritratto, riconosciuta sin dal Rinascimento, Stoichita guarda al ruolo delle armature e degli elmi che ricoprono i corpi e le teste dei condottieri nei dipinti e nelle sculture mettendo in luce come tali dispositivi di rinforzo anatomico e simbolico assumano finalità e valori oscillanti all’interno alla dialettica esposizione/protezione. Il corpo corazzato del XVI secolo si fa portatore di segni palesando di essere debitore nei confronti di una concezione magica della difesa del corpo che oltrepassa di gran lunga l’originale funzione guerriera della corazza, mostrando analogie con il ricorso al tatuaggio che, nelle culture non occidentali, funziona da armatura simbolica. Mentre il sistema di difesa occidentale combina la resistenza del materiale che riveste il corpo all’efficacia simbolica, il tatuaggio tradizionale investe di potere assoluto i segni impressi sulla pelle nuda. Prima che l’introduzione delle armi da fuoco la renda obsoleta, l’armatura di metallo vive i suoi ultimi momenti di gloria come «dispositivo ipnotico con valore politico» (p. 223). Al termine della sua storia, ormai lontana dalla sua funzione originaria, nell’avvolgere il corpo l’armatura lo rende statua assegnandogli significato.

Un particolare tipo di armatura è anche quella che rende “quasi invulnerabile” il corpo di Achille. Stoichita ripercorre le modalità attraverso cui, nell’antichità, è stato narrato il rafforzamento del corpo dell’eroe greco dai bagni che ne induriscono la pelle ai travestimenti che, con tanto di trasgressione di genere, raccontano un processo di maschermanto e svelamento, occultamento e scoperta. Nella versione che fa riferimento al travestimento femminile, lo studioso invita a cogliere non un rito di iniziazione attraverso cui la madre supporta la costruzione della mascolinità del figlio, ma la volontaria interruzione di tale processo. A tal proposito Stoichita si sofferma su alcuni esempi di raffigurazione della vicenda tratti dal mondo antico romano e da artisti della prima modernità come Peter Paul Rubens, Antoon van Dyck e Nicolas Poussin.

In chiusura di volume lo studioso mette in relazione il Don Chisciotte (1605) di Cervantes con La sepoltura del conte Orgaz (1586) di El Greco. «Costruito intorno a una spoglia in armatura, questo dipinto celebra, come nessun altro, la manifestazione di un perturbante: quella del cadavere in armatura. Don Chisciotte, invece, non è un cavaliere, ma un fantasma. Al “non corpo” del cavaliere corazzato, Cervantes contrappone il “corpo utopico” del caballero de la triste figura» (p. 254) e qua, il perturbante muove al sorriso piuttosto che incutere spavento.

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Stiamo davvero calcolando tutto? https://www.carmillaonline.com/2026/06/25/stiamo-davvero-calcolando-tutto/ Thu, 25 Jun 2026 20:00:58 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94757 di Marco Sommariva

I tipi delle Edizioni Malamente hanno dato alle stampe un interessante libro di Bernard Charbonneau, Il totalitarismo industriale (pp. 532, euro 25,00). È una raccolta di suoi testi scritti tra gli anni Settanta e Novanta, in cui analizza la società industriale come un fenomeno globale e invita ad abbandonare la retorica dell’adattarsi al cambiamento spiegando che la civiltà industriale non sta solo consumando le risorse del pianeta, sta anche edificando un nuovo tipo di totalitarismo che ha svuotato le campagne, imposto l’agrochimica e portato al trionfo della standardizzazione: periferie identiche, menti uniformate dalla cultura di massa, consumatori ridotti a [...]]]> di Marco Sommariva

I tipi delle Edizioni Malamente hanno dato alle stampe un interessante libro di Bernard Charbonneau, Il totalitarismo industriale (pp. 532, euro 25,00). È una raccolta di suoi testi scritti tra gli anni Settanta e Novanta, in cui analizza la società industriale come un fenomeno globale e invita ad abbandonare la retorica dell’adattarsi al cambiamento spiegando che la civiltà industriale non sta solo consumando le risorse del pianeta, sta anche edificando un nuovo tipo di totalitarismo che ha svuotato le campagne, imposto l’agrochimica e portato al trionfo della standardizzazione: periferie identiche, menti uniformate dalla cultura di massa, consumatori ridotti a ingranaggi. È un grido d’allarme, quello di Charbonneau, che coniuga la conservazione della natura con la conquista della libertà, invitando a riscoprire il “sentimento della natura” non come svago domenicale, ma come forza sovversiva per costruire un mondo a misura umana, decentrato e capace di autolimitarsi.

Bernard Charbonneau, filosofo, insegnante e storico francese, è nato il 28 novembre 1910 a Bordeaux (Gironda). Quand’era bambino, alle porte della sua città natale c’era una Polinesia da scoprire: un’immensa pineta e grandi laghi d’acqua limpida, per fortuna ignorati dalla borghesia concentrata più a sud, ad Arcachon, una cittadina sulle rive di un bacino d’acqua salata comunicante con l’Oceano Atlantico. Da giovane, senza alcun bisogno di un tour operator che gl’indicasse dove andare, Charbonneau parte con un gruppo di amici alla scoperta della sierra di una Spagna sconosciuta ai turisti dell’asse San Sebastian-Madrid-Granada-Siviglia. Camminando, macina centinaia di chilometri di villaggio in villaggio, incontrando popolazioni che, nonostante la povertà, vivono ancora le loro canzoni e le loro feste. Sono tempi in cui, con pochi soldi, sul ponte di una barca, si può raggiungere un’isola deserta come la Gomera, situata nella parte occidentale dell’arcipelago spagnolo delle Isole Canarie, con le sue cascate che scendono tra giganteschi alberi di alloro, la stessa isola su cui anni dopo verrà costruito un aeroporto che, oggi, permette l’arrivo a frotte di turisti. Il giovane Charbonneau cresce interessandosi alla storia e alla geografia perché pensa che la realtà sia un insieme di tempo e spazio, e che questo si modifichi continuamente sotto i nostri occhi. Si costruirà una casa per la propria famiglia sulla riva di un torrente nel villaggio di Laroin, nel dipartimento dei Pirenei Atlantici nella regione della Nuova Aquitania e, prima della moda della casa di campagna, fisserà il proprio luogo di ritiro sulle rive dell’Oloron, ritenuto con i suoi salmoni l’ultimo fiume incontaminato di Francia. Invecchiando, Charbonneau vivrà in prima persona la rovina della campagna: intorno a lui, le ultime querce, gli ultimi contadini e gli ultimi paesaggi, lentamente, svaniranno. Benché un po’ superficiale, credo questo sunto di vita renda bene l’idea di quanto Charbonneau sia rimasto fedele al suo pensiero: quando, fin dall’adolescenza, si ha la passione di vivere in libertà sulla Terra, diventa naturale dedicarsi alla sensibilizzazione della minaccia che incombe su entrambe le cose – la libertà e la natura – anche se si è gli unici a muoversi in quella direzione. Charbonneau ha vissuto per questo, per salvare la natura e per salvare la libertà, al di là di cosa la storia gli ponesse davanti – crisi, guerre, rivoluzioni. Quella che era la vocazione personale di un individuo è diventata col tempo un movimento sociale e politico, etichettato come “ecologista”. Nato in America e apparso improvvisamente in Francia nel 1970, il movimento écolo è stato inizialmente opera di un ristretto numero di outsiders, tra cui Charbonneau. Il successo elettorale e il riconoscimento mediatico trasformeranno il movimento ecologista in una forza politica e, così, l’ambiente che ne era orfano, avrebbe avuto il suo ministro.

Ora vediamo come si comportò, invece, la classe politica di fronte ai problemi che il movimento etichettato come “ecologista” aveva iniziato a sollevare negli anni Sessanta. Il 28 febbraio 1970, l’allora presidente della Repubblica francese Georges Pompidou, tenne un discorso a Chicago in cui ammetteva che lo sviluppo fulmineo della tecnologia stava stravolgendo la società, le condizioni di vita e l’ambiente. In ordine sparso, citò la saturazione dello spazio, la congestione automobilistica, la disumanizzazione e la perdita di libertà nelle città ipertrofiche: “Nell’affollamento di questi grandi agglomerati, l’uomo si trova gravato da servitù e costrizioni di ogni genere, che vanno ben oltre i vantaggi che gli derivano dall’aumento del tenore di vita e dai mezzi individuali o collettivi messi a sua disposizione”. Aggiunse che l’uomo avrebbe dovuto mettere in discussione la fede nel progresso lineare, dominare l’esplosione tecnologica e adottare un’etica ambientale rispettando le regole e i divieti stabiliti dalle autorità pubbliche, senza i quali il mondo diventerebbe irrespirabile. Nel 1970, proclamato dal Consiglio d’Europa come “anno della conservazione della natura”, i tecnocrati modernizzatori iniziarono finalmente a preoccuparsi delle nocività prodotte dal boom industriale, ma la nascente politica ambientale che pretendeva di introdurre una «nuova direzione», escluse fin dall’inizio qualsiasi messa in discussione del sacrosanto principio dello sviluppo; per gli esperti sarà fuori discussione l’ipotesi di un arresto della crescita economica, anzi, sosterranno che sarà lo stesso progresso tecnico a permettere di rimediare agli effetti nocivi della società della tecnica. In pratica, la consapevolezza dell’importanza di questi problemi e la lotta contro le nocività non potevano in alcun modo sconvolgere le condizioni di funzionamento dell’economia e compromettere la competitività delle industrie. I tecnocrati modernizzatori sentenziarono: “Contrariamente a un’illusione troppo spesso nutrita, non è ancora giunto il momento in cui una società come la nostra possa porre fine al perseguimento del progresso quantitativo”. Il loro progresso infinito consisterà nell’investire per attrezzare l’intero paese e svilupparne ogni recondito angolo, creare infrastrutture di trasporto e di telecomunicazione, costruire complessi turistici, proseguire l’urbanizzazione, la desertificazione delle campagne e l’etnocidio dei contadini – la difesa del mondo contadino sarà una questione centrale nella battaglia ecologista di Charbonneau –, formare la forza lavoro e riqualificarla per i mercati in crescita, stare al passo con i cambiamenti dettati dalla concorrenza internazionale e dall’evoluzione tecnica, intensificare la circolazione delle merci, produrre ed esportare sempre di più, mobilitare più energia, nuclearizzare, sostenere la ricerca scientifica, garantire un uso ottimale delle risorse umane e dei materiali, massimizzare i rendimenti. È evidente che, con queste prospettive, la “protezione dell’ambiente” non doveva in alcun modo ostacolare la ricerca di potenza ed efficienza; in nuce, l’ambiente non sarebbe stato quasi per nulla protetto. Ecco cosa fa la politica mentre Charbonneau non smette d’interrogarsi sui costi di uno sviluppo esponenziale e di sottolineare i danni del progresso osservando direttamente la trasformazione dei paesaggi e dei modi di vita a lui familiari come quando, ancora adolescente, vede Bordeaux – la sua città – trasformarsi radicalmente con l’invasione delle automobili, quelle macchine rumorose che scacciano pedoni e animali dalle strade, allungano le periferie e allontanano le campagne che lui ama percorrere a piedi. Charbonneau si rende conto della profonda mutazione della specie umana provocata dall’ascesa della scienza e della tecnica; tale questione fondamentale, assente dalle ideologie dell’epoca, diventa l’impegno della sua vita. Il filosofo francese non si limiterà a fornire una base teorica, ma s’impegnerà a fondo e in prima persona nel movimento, dando la priorità all’azione locale e alle lotte di base; per esempio, nel 1973 è tra i fondatori del Comitato di difesa Soussouéou-Ossau, nei Pirenei Atlantici nel sud-ovest della Francia, che si oppone con successo alla costruzione di una stazione sciistica, nonostante le cause per diffamazione intentate dal costruttore; nel 1976 partecipa alla creazione dell’associazione Ecoropa, una rete europea di riflessione e azione ecologista; da critico dell’agrochimica contribuisce alle attività dell’associazione Nature et progrès, mettendo in guardia dal rischio che il cibo biologico venga ridotto a un’etichetta elitaria.

Nel marzo del 1973, Charbonneau scrisse: “Gridate, scrivete e pubblicate ovunque quello che tutti pensano: il pollo industriale è disgustoso, sospetto, molle e vilmente insipido. Il colore bluastro della carne di vitello nutrito con ormoni è quello di un feto marcio; lo yogurt alla fragola sembra sputato da una macchina. Che coraggio a venderci questi inutili placebo al prezzo di carne e latticini. […] prodotti agrochimici [che] non vi avvelenano soltanto, ma ingannano la vostra fame, mistificano il vostro stomaco. Riducendo il pasto a un buttare giù che preannuncia la pillola nutrizionale, vi nega la possibilità di condividere una zuppiera fumante con i vostri amici. Quale tiranno ha mai osato infossare la libertà fino a questo punto?”. Fra i tanti passaggi interessanti dei suoi scritti raccolti in questo volume, ho scelto questo che, forse, riassume meglio di tanti altri la sua idea che non scinde il salvare la natura dal salvare la libertà. Chissà se Charbonneau sapeva che, prima di lui, la pillola nutrizionale l’avevano già prevista in tanti, fra questi Antonio Ghislanzoni nel suo Abrakadabra. Storia dell’avvenire del 1884, un  romanzo in cui troviamo venditori che strillano a tutta gola la possibilità di pranzare con una sola pillola, mentre qualcuno non regge a quell’orribile spettacolo dell’umana follia sostenendo che quelle pillole affretteranno di due secoli il suicidio totale dell’umanità, oppure Camille Flammarion nel suo La fine del mondo del 1894: “Da principio le carni erano state distillate; in seguito, poiché gli animali sono formati di elementi tolti al regno vegetale e al regno minerale, si ricorse a questi elementi. In bevande squisite, in frutta, in dolci, in pillole la bocca assorbiva i principi necessari alla riparazione dei tessuti organici, liberata dalla grossolana necessità di masticar della carne”.

Altro passaggio di Charbonneau, stavolta datato maggio 1986, su cui dovremmo riflettere a lungo è quello in cui allerta che se le industrie che sfruttano la materia rischiano di scontrarsi con la scarsità di materie prime e di bisogni, ce ne sono altre che pensano di poter svilupparsi all’infinito, perché meno onerose e rispondenti a desideri illimitati, quelli dell’immaginazione e del tempo libero; non solo, nello stesso scritto il filosofo francese ci preavvisa che, un domani – che poi sarebbe già l’oggi –, saranno il Club Méditerranée e Disneyland a dare lavoro, che il mercato del tempo libero, pur essendo illimitato, consuma più spazio di qualsiasi altro, e che Gilbert Trigano (imprenditore francese noto per aver sviluppato e diretto la rete del Club Méditerranée) potrà presto acquistare l’ultima spiaggia coltivata a palme da cocco. Charbonneau chiude questo scritto con l’ultimo terribile ammonimento: “Certo, Disneyland – e poi qualcos’altro di impensabile – produrrà posti di lavoro, almeno fino a quando lo sviluppo di tecnologie all’avanguardia non li cederà a robot automatizzati”. Questi “robot automatizzati” ventilati nell’86 mi fanno pensare sia ai droni che, per esempio, in Texas e in Arizona consegnano a domicilio entro un’ora pacchi sino a due chili e mezzo, sia all’intelligenza artificiale che, oggi, svolge in una manciata di secondi lavori da impiegato che ora mi son stati tolti, e che sbrigavo in non meno di una giornata. Credo si parli ancora poco di quanto stiano prendendo piede questi robot automatizzati, mentre ritengo ci si dovrebbe preoccupare un po’ di più dato che non mi sembra per nulla impossibile che un giorno neanche troppo distante ci si ritrovi in una realtà simile a quella immaginata in Genocidio quantistico, un racconto ambientato nel 2041, contenuto nella raccolta del 2021 intitolata AI 2041. Scenari dal futuro dell’intelligenza artificiale di Kai-Fu Lee e Chen Qiufan: “Ogni forma di produzione e di trasporto era automatizzata. […] Le droghe potevano essere coltivate, raccolte, trattate e poi appaltate a robot in regioni disabitate, trasferite nei luoghi di vendita tramite veicoli autonomi e consegnate da droni. Gli acquirenti dovevano soltanto accedere al dark web e cliccare su ciò che desideravano, come da un menu. Senza intermediari umani, tutti i tradimenti, le soffiate e gli agenti sotto copertura dei vecchi film di gangster non esistevano più. Anche se la polizia avesse avuto un sentore di un’impresa criminale in corso, ogni stadio del processo sarebbe andato avanti in maniera isolata, permettendo di rimpiazzarli efficacemente e con perdite minime”. In quest’ultimi anni, ritengo droni e intelligenza artificiale i maggiori artefici di un sostanzioso cambiamento della nostra vita, e non intendo soltanto quella banale che ci vede al lavoro, relazionarci con gli altri, spendere in qualche modo il nostro tempo libero; sarà per questo che, su questo cambiamento, mi pongo sempre più spesso alcune delle domande che il filosofo francese già formulava nel ’77: “Qual è il suo senso? Dove sta andando, cosa lo guida e qual è la sua natura? Buono o cattivo, mi viene imposto o l’ho scelto? Con quali mezzi e a quale ritmo sta avvenendo?”. Chiudo con una riflessione di Charbonneau che, anche senza esserlo, potrebbe risultare la risposta a ognuna delle domande precedenti: “Ogni cambiamento finalizzato all’aumento del profitto comporta dei costi che saranno tanto maggiori quanto più la sua brutalità non avrà permesso di calcolarli in anticipo”. E io, scusate, gente intorno a me con la calcolatrice è un pezzo che non ne vedo.

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Ricordando il compagno Visconte Grisi https://www.carmillaonline.com/2026/06/24/ricordando-il-compagno-visconte-grisi/ Wed, 24 Jun 2026 20:00:39 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95370 a cura di Calusca City Lights

Il 29 maggio Visconte, il dottore, ci ha lasciato. Era nato a Cutro, in Calabria, vicino a Crotone il 2 aprile 1944. Nel 1962 va a Roma iscritto alla facoltà di medicina. Scoppia il ‘68 che lo coglie all’ultimo anno di università. Qui incontra gli m- l di diverse organizzazioni per approdare all’Unione dei comunisti italiani, quelli di Servire il Popolo, il giornale uscì nel novembre 1968. Alla facoltà di Lettere incontra Scalzone, Russo e Mordenti, leaders del movimento delle occupazioni ma soprattutto Luca Meldolesi che aveva creato un gruppo maoista l’UCI, Unione comunisti italiani. [...]]]> a cura di Calusca City Lights

Il 29 maggio Visconte, il dottore, ci ha lasciato. Era nato a Cutro, in Calabria, vicino a Crotone il 2 aprile 1944. Nel 1962 va a Roma iscritto alla facoltà di medicina. Scoppia il ‘68 che lo coglie all’ultimo anno di università. Qui incontra gli m- l di diverse organizzazioni per approdare all’Unione dei comunisti italiani, quelli di Servire il Popolo, il giornale uscì nel novembre 1968. Alla facoltà di Lettere incontra Scalzone, Russo e Mordenti, leaders del movimento delle occupazioni ma soprattutto Luca Meldolesi che aveva creato un gruppo maoista l’UCI, Unione comunisti italiani.

Ritorna a Crotone nell’estate del ‘68 e insieme a Brandirali, Migale, contadino del PCdI-Linea rossa, Lo Giudice e altri organizzano e fanno propaganda tra i contadini del Crotonese. Fino al 1975 a Milano ricopre incarichi dirigenziali nel partito, si avvicina alla fronda costituita dalla Fiorani e Leonetti che spinge Brandirali alle dimissioni. La minima base operaia si avvicina a “Rosso” e all’Autonomia Operaia di Negri ma la maggior parte non ci sta e fonda “Operai contro”.

Partecipa con il partito al movimento del ‘77 con l’area autonoma e dopo il Convegno di Bologna diventa chiaro che i gruppi armati propongono di partecipare alla lotta armata o stare a casa. Nel 1979 si produce lo scioglimento ufficiale del Pc – ml e del giornale “La voce operaia”. Sempre a Milano nel 1978 incontra alcuni compagni di “Collegamenti” durante l’occupazione della Unidal (Motta – Alemagna).

Per alcuni anni, dal 1979, torna nel privato a fare il medico ma tra l’84 e ‘85 ritrova i compagni di “Collegamenti” e frequenta le riunioni di via Scaldasole. Nonostante la rivista sia di area anarchica e ben poco avesse a che fare con i percorsi e le esperienze precedenti di Visconte la redazione è classista, sensibile e aperta ad accettare i suoi contributi che lo porteranno a interessarsi ai comunisti dei Consigli e all’autogestione.
Tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio degli anni ‘90 il gruppo milanese si sfalda e le tensioni portano la redazione da Milano a Torino e Visconte resta, continuando a lavorare per la testata, l’unico riferimento milanese.

Dal 1994 “Collegamenti” cambia formato e periodicità e si qualifica per affrontare sempre più questioni teoriche, le riunioni si svolgono a Torino con il solo “milanese” Visconte che incontra e frequenta Giussani spingendolo a scrivere un articolo sul post-fordismo che verrà pubblicato sulla rivista e darà luogo a un convegno sul tema.
Negli ultimi anni diversi suoi articoli appaiono su “Umanità Nova”, significativi i contributi sulla polarizzazione sociale inerenti l’impoverimento delle mezze classi e le riflessioni sul sistema sanitario italiano.

“Collegamenti” è stata per più di venti anni e fino all’ultimo la sua identità preferita.
La morte della figlia ha reso più amari e difficili gli ultimi anni della sua vita.
Ci mancherà la sua presenza e la sua capacità di ascoltare e dialogare sulle questioni trattate sino a produrre i suoi contributi. A Milano sono diversi i luoghi dove durante delle riunioniguardandosi in giro lo cercheremo.

N.B. Il testo è stato realizzato usando prevalentemente l’articolo di “Collegamenti/Wobbly”: Per ricordare Visconte Grisi.

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Una storia di giustizia minorile https://www.carmillaonline.com/2026/06/23/una-storia-di-giustizia-minorile/ Tue, 23 Jun 2026 20:00:50 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95384 di G.M.

Il 15 luglio 2025 sono stato arrestato. Ricordo, come se fosse ieri, le facce dei miei genitori quando, mentre eravamo tutti insieme alla caserma Fatebenefratelli, mi hanno detto che il PM aveva disposto l’arresto e che a breve mi avrebbero portato al carcere minorile Beccaria. Gli stessi due poliziotti che mi avevano arrestato mi hanno messo in macchina e sul momento avevo già realizzato quanto seria fosse la cosa: avevo ancora stampata nella testa l’immagine di mia madre che piangeva.

Dopo un quarto d’ora in macchina siamo arrivati nella zona di Bisceglie dove appunto c’è il carcere: una volta entrato, [...]]]> di G.M.

Il 15 luglio 2025 sono stato arrestato.
Ricordo, come se fosse ieri, le facce dei miei genitori quando, mentre eravamo tutti insieme alla caserma Fatebenefratelli, mi hanno detto che il PM aveva disposto l’arresto e che a breve mi avrebbero portato al carcere minorile Beccaria.
Gli stessi due poliziotti che mi avevano arrestato mi hanno messo in macchina e sul momento avevo già realizzato quanto seria fosse la cosa: avevo ancora stampata nella testa l’immagine di mia madre che piangeva.

Dopo un quarto d’ora in macchina siamo arrivati nella zona di Bisceglie dove appunto c’è il carcere: una volta entrato, incontro un assistente sociale accompagnato da due ufficiali della polizia penitenziaria, che mi spiega che sarei stato in cella fino all’udienza preliminare con un giudice, che avrebbe deciso il mio destino. Mi ha detto anche che dovevo fare una doccia e consegnare i miei effetti personali ad una delle guardie, così, nonostante fossi osservato, mi sono spogliato. Mi hanno buttato in una piccola stanza senza finestre, con uno sciacquone sul pavimento e un doccino che a malapena funzionava.

Finita la doccia mi hanno portato alla mia cella dove ho incontrato un ragazzo algerino con cui avrei passato le notti successive. All’inizio ero un po’ in paranoia, perché non riuscivo a capire se quel ragazzo fosse uno a posto o meno, ma dopo poco mi sono deciso ad iniziare una conversazione. Il ragazzo parlava un mix tra italiano e francese quindi ho dovuto un po’ improvvisare con la comunicazione: ho studiato francese alle medie quindi non avevo problemi a capirlo ma riuscire a rispondere nella sua lingua mi era molto difficile.
Mi è rimasto impresso come lui fosse quasi contento di essere lì, perché mi raccontava che era in Italia da dieci giorni e che non sapeva come procurarsi da mangiare o da dormire, quindi, nel tentativo di rapinare dei turisti sulla metro, ha trovato dei poliziotti in borghese che lo hanno portato via. Per lui il fatto di avere un tetto sulla testa e due piatti al giorno era molto meglio che stare in strada, anche se questo significava stare in una cella sporca con i muri imbrattati di graffiti fatti col dentifricio dai detenuti precedenti, dormendo su materassini di polistirolo senza coperte e mangiare cibo che a casa mia non avremmo dato neanche al cane.

A ripensarci mi fa strano rendermi conto che non ci siamo neanche scambiati i nomi, probabilmente perché entrambi eravamo presi dalla situazione e non ci abbiamo pensato, probabilmente anche perché essendo solamente in due bastava dirsi ‘’bro” e l’altro si girava.
Mi ricordo che la mattina dopo la prima notte, anche se non ho potuto vederlo, mio padre mi ha portato le sigarette e un libro da leggere.
In quei giorni ho fatto diversi colloqui con il mio avvocato, gli assistenti sociali e il frate che lavora al Beccaria, e mi dissero che avevo una brava mamma che chiamava per sapere come stessi e adesso mi chiedo: ci sono mamme che non chiamano?
In quei pochi giorni mi sono reso anche conto di come io e il mio compagno di cella fossimo trattati diversamente per una questione etnica: io ero di una buona famiglia italiana e lui un immigrato scappato di casa e solo al mondo. A volte a me le guardie permettevano di fumare in cella e di uscire a bere un tè o un caffè alla macchinetta, mentre a lui no; infatti, quando chiedevo di portarmi una sigaretta, ne chiedevo sempre due dicendo che una era per dopo, ma la davo sempre a lui.

Dopo qualche giorno, le guardie mi hanno avvisato che a breve avrei avuto un’udienza preliminare con il giudice che avrebbe deciso il mio destino: ero molto in ansia e non sapevo cosa aspettarmi, anche perché, in fondo al mio cuore, sapevo che avevo commesso un reato abbastanza grave e temevo di rimanere rinchiuso per molto più tempo di quanto in realtà non è stato.
Quella mattina anche il mio compagno di cella aveva la sua udienza e il fatto di non essere l’unico in ansia per il proprio futuro mi è stato d’aiuto.

Arrivato dal giudice, dopo una breve chiacchierata con l’avvocato per capire cosa dire, venivo informato che il PM aveva chiesto di mettermi in una comunità, ma dopo avermi interrogato e aver constatato che ero già in cura al Policlinico di Milano e dopo aver verificato che i miei genitori erano disponibili a prendermi in casa e che tra di noi in famiglia non c’erano problemi, il giudice ha deciso che la cosa migliore, in attesa di processo, fossero i domiciliari.

I miei genitori mi aspettavano fuori e riunirmi a loro è stato un sollievo immenso come se non li vedessi da anni e come se tutte le cose brutte che avevo pensato di loro non fossero mai esistite.
Il periodo dei domiciliari e stato sicuramente quello più difficile, non tanto i primi giorni, in cui la gioia di essere a casa mia, essermi sbarazzato di un tipo di vita che in realtà odiavo e la forte motivazione a fare le cose bene hanno prevalso su ogni altro sentimento.
Non dimenticherò mai gli sforzi della mia famiglia: mio padre mi portava a scuola tutti i giorni, la mamma mi accompagnava a piedi al Policlinico perché io potessi fare un po’ di esercizio fisico e i nonni venivano a Milano da *** ogni settimana per farmi compagnia e non lasciarmi troppo solo.

Sicuramente una delle sfide più difficili di quel periodo riguardava le sostanze, il cui uso ho interrotto da un momento all’altro e il fatto di non avere wi-fi o telefono che mi ha portato ad avere molte paranoie anche rispetto al fatto che i miei amici potessero essere arrestati a causa delle informazioni contenute nel mio telefono.
Per fortuna però sono riuscito a trovare degli svaghi: il sacco da box che mi ha regalato mia mamma oppure tra uno spostamento e l’altro mi fermavo al negozio di fumetti con mio padre e ne compravo alcuni per ammazzare la noia.

Per fortuna anche questo periodo dopo appena sei mesi è finito e il 6 novembre del 2025 c’è stato il processo, che mi ha portato ad una sospensione della pena e ad una Messa alla prova della durata di 12 mesi.

Oggi oltre alla scuola, gli incontri al Policlinico e gli esami delle urine, ho iniziato anche i lavori socialmente utili.
Ogni martedì vado in un centro di ascolto per persone disagiate: consegno kit per le docce ai senzatetto: asciugamano vestiti puliti shampoo.
Vedo passare molte persone diverse, tutte hanno i loro problemi ed in comune hanno di essere apparentemente soli al mondo.
Al centro ci sono molti volontari e tutti sono molto anziani, probabilmente in pensione, e vogliono usare il loro tempo per rendersi utili alla società.

Prima di iniziare mi chiedevo se mi avrebbero giudicato per quello che avevo fatto, ma in realtà non mi hanno fatto neanche una domanda e mi hanno trattato come un membro del gruppo, insegnandomi a fare il mio lavoro e facendomi sentire utile.
Si incontrano persone diverse con storie diverse: ad esempio, uno dei primi giorni ho incontrato una donna che mi ha chiesto una bacinella d’acqua e della crema idratante da spalmare sulle gambe: quando si è alzata i pantaloni ho visto che aveva le gambe gonfissime e viola come se stessero andando in cancrena e mi sono reso conto che queste persone con cui ho a che fare vengono lì per soddisfare i loro bisogni primari: una doccia, un pasto caldo, vestiti puliti, igiene personale e assistenza medica.
Il 20 giugno è prevista una udienza intermedia in attesa di quella definitiva del 21 novembre in cui si deciderà il mio futuro e un giudice valuterà se merito o meno di essere riammesso in società con la fedina penale pulita.

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Questa che ho raccontato è la mia storia, che mi ha portato a stare rinchiuso al Beccaria per tre giorni in un contesto che però non è quello specifico del carcere, ma una sorta di stallo in attesa di giudizio.
Chi va invece veramente negli Istituti Penali per Minorenni, che sono le carceri per ragazzi e ragazze che hanno commesso reati e hanno meno di 18 anni?
Ho letto alcuni articoli in particolare uno dell’associazione Antigone che riporta dei dati molto tristi e interessanti.
A gennaio 2024 negli IPM italiani erano detenuti 496 ragazzi, il numero più alto degli ultimi anni. Più della metà è composta da cittadini stranieri e sono più i maschi delle femmine, quasi la metà dei detenuti si trova negli istituti del Sud Italia.

Dopo molti anni in cui i detenuti minorenni diminuivano, nel 2023 e nel 2024 si è registrata una crescita significativa. Secondo l’articolo, questo aumento dipende soprattutto dal fatto che ci siano più ragazzi in custodia cautelare cioè in carcere prima della sentenza definitiva, come sarebbe successo a me se non ci fosse stato posto in case-famiglia o se i miei genitori non fossero stati disponibili, e che ci siano più ingressi per reati legati agli stupefacenti, aumentati notevolmente rispetto all’anno precedente.

Circa 8 ragazzi su 10 entrano in IPM in custodia cautelare, quindi prima della condanna definitiva. Gli stranieri finiscono più spesso in questa situazione rispetto agli italiani.
Molti giovani non restano in carcere fino alla fine della pena: alcuni passano alla detenzione domiciliare e altri vengono affidati ai servizi sociali.
Tuttavia, l’articolo che ho letto evidenzia che sta aumentando il numero di ragazzi che terminano la pena direttamente in carcere, mentre diminuisce l’uso delle misure alternative.

Parlando con il mio avvocato e con gli assistenti sociali, ho capito come la giustizia minorile si stia sempre più inasprendo.
In particolare, l’istituto di cui io sto usufruendo in questo momento (la messa alla prova minorile), che era nata come strumento educativo e di recupero del minore autore di reato, sta assumendo caratteristiche sempre più vicine al sistema penale degli adulti. Tradizionalmente, questo istituto consentiva di sospendere il processo e avviare un percorso di responsabilizzazione e reinserimento sociale, senza particolari limiti legati alla gravità del reato, perché al centro vi era la personalità del minore e la sua possibilità di recupero.

Le più recenti riforme normative – in particolare quelle del cosiddetto “Decreto Caivano” (introdotto in seguito alla scoperta di abusi perpetrati per mesi da un gruppo di giovanissimi su due bambine di 10 e 12 anni) – hanno però cambiato questa impostazione, escludendo la messa alla prova per alcuni reati particolarmente gravi. In questo modo il legislatore sembra aver privilegiato esigenze di sicurezza e repressione rispetto alla finalità educativa che ha sempre caratterizzato la giustizia minorile.

Diversi Tribunali hanno sollevato dubbi di costituzionalità su queste nuove limitazioni. I giudici ritengono che impedire automaticamente l’accesso alla messa alla prova per determinate categorie di reati possa entrare in contrasto con i principi fondamentali della giustizia minorile, basati sulla valutazione individuale del ragazzo e sul suo percorso di recupero.
In conclusione, secondo quanto mi è parso di capire, la giustizia penale minorile sta attraversando una fase di trasformazione: da un modello centrato sull’educazione e sul reinserimento del minore verso uno più orientato alla logica punitiva. Questa evoluzione, definita appunto “adultizzazione”, rischia di indebolire la funzione rieducativa della messa alla prova e di allontanare il sistema dai principi che ne hanno storicamente giustificato l’esistenza.

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Dopo ormai 7 mesi di messa alla prova, sta arrivando l’estate e mi rendo conto di essere cambiato completamente rispetto ad un anno fa.
Sono grato a tutte le persone che mi hanno aiutato anche perché sono consapevole che, nonostante i miei sforzi incredibili, da solo non avrei potuto farcela. Anche la scuola si è dimostrata molto comprensiva e d’aiuto e, se non lo fosse stata, non so che fine avrei fatto, anche perché all’inizio dell’anno ero convinto di non riuscire a combinare nulla, perché nei precedenti due anni, per darmi ad attività illegali e reati di vario genere, la scuola era qualcosa che non mi passava nemmeno per la testa, tanto che in terza dopo solo il primo trimestre avevo fatto già moltissime assenze e per non essere bocciato sono andato in una scuola privata dove fumavo canne in classe e non aprivo un libro nemmeno se pagato.

Mi sento diverso e mi sembra di essere uscito da quella nube di fumo che mi impediva di pensare.
La mia vita non è perfetta, faccio ancora fatica a fare un sacco di cose: andare a scuola la mattina, frequentare ragazzi della mia età, dormire la notte…
Sto facendo un percorso che è iniziato il 15 luglio quando la legge mi ha messo di fronte a me stesso e a quello che ero diventato.
Se non fossi stato arrestato non credo che oggi sarei qui, ma è anche vero che, se non avessi avuto tutto l’aiuto che ho avuto, questo percorso che sto facendo non sarebbe possibile.

In questi anni ho frequentato tanti ragazzi che vivono in condizioni molto diverse dalle mie e per loro non c’è una cameretta pulita, il frigo pieno dei genitori che ti chiedono come stai e che ti portano in vacanza e spesso neanche una scuola che ti accoglie o un medico con cui parlare.
Si può parlare di recupero se si è lasciati soli abbandonati a sé stessi? Io non credo.
La giustizia non è uguale per tutti, le misure impiegate forse lo sono, ma certamente non le possibilità di riuscita e di reinserimento nella società.
In questo periodo penso molto a cosa sarebbe stato di me in un altro contesto culturale ed economico e penso al mio “bro” del Beccaria quello che non so neanche come si chiama, arrivato da chissà dove alla ricerca di quel qualcosa che io invece ho rischiato con noncuranza di gettare via. Dove sarà? In una casa-famiglia? Di nuovo per strada? Mi piacerebbe saperlo.

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