Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sun, 14 Jun 2026 20:17:45 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Netflix come una macchina di Deleuze e Guattari https://www.carmillaonline.com/2026/06/14/netflix-come-una-macchina-di-deleuze-e-guattari/ Sun, 14 Jun 2026 20:00:43 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95267 di Paolo Lago

Antonio Ricciardi, La macchina Netflix. Algoritmi, estetica e politica delle piattaforme, prefazione di Tiziana Terranova, ombre corte, Bologna, 2026, pp. 170, euro 15,00.

Rifacendosi al concetto di “capitalismo delle piattaforme” coniato da Nick Srnicek nel 2017, Antonio Ricciardi, nel suo interessante e denso saggio recentemente uscito per ombre corte, considera Netflix come una delle piattaforme digitali più importanti e significative della contemporaneità, un agglomerato algoritmico avvicinabile ad altri colossi come Meta, Google, Microsoft o Amazon il cui “dual use”, che prevede sia un utilizzo ‘pacifico’ che uno bellico, poliziesco e genocidario, è sempre in agguato. Ma Netflix, [...]]]> di Paolo Lago

Antonio Ricciardi, La macchina Netflix. Algoritmi, estetica e politica delle piattaforme, prefazione di Tiziana Terranova, ombre corte, Bologna, 2026, pp. 170, euro 15,00.

Rifacendosi al concetto di “capitalismo delle piattaforme” coniato da Nick Srnicek nel 2017, Antonio Ricciardi, nel suo interessante e denso saggio recentemente uscito per ombre corte, considera Netflix come una delle piattaforme digitali più importanti e significative della contemporaneità, un agglomerato algoritmico avvicinabile ad altri colossi come Meta, Google, Microsoft o Amazon il cui “dual use”, che prevede sia un utilizzo ‘pacifico’ che uno bellico, poliziesco e genocidario, è sempre in agguato. Ma Netflix, secondo lo studioso, si configura anche come una “macchina” nel senso dato a questo termine da Gilles Deleuze e Félix Guattari prima nell’Anti-Edipo (uscito in edizione originale nel 1972) e poi in Mille Piani (uscito nel 1980). Una “macchina”, come hanno scritto Deleuze e Guattari rifacendosi alla teoria marxiana, è un sistema di produzione che si definisce come un sistema di tagli: essa intercetta e recide un flusso di energia o materia e lo connette ad un altro flusso. Non c’è un inizio né una fine ma solo una catena continua di macchine che innestano altre macchine in un ininterrotto “phylum” macchinico.

Come nota Ricciardi, Netflix nasce come un sistema di noleggio di VHS per posta, e successivamente di DVD. Se prima la rete di distribuzione erano le poste americane, “adesso il supporto sono i cavi in fibra che trasportano il segnale e i pacchetti della rete internet, assieme ai dispositivi informatici dei suoi clienti” (p. 51). La macchina Netflix funziona come un assemblaggio di flussi in continua evoluzione: flussi di tecnologia, di segnale, di innovazione, di immagine. Il passaggio allo streaming costituisce per l’azienda un momento cruciale. Come scrive Ricciardi, “se nella prima fase, le informazioni che l’azienda riusciva a tirare fuori dal comportamento dei suoi clienti si fermavano alla scelta del film noleggiato, adesso la piattaforma riesce a tracciare qualsiasi forma di interazione tra il cliente ed i contenuti che egli sceglie di consumare (ibid.). Se la televisione e i suoi programmi si muovevano nella direzione da uno a molti con la capacità di ‘striare’ il tempo sociale, cioè sezionarlo e racchiuderlo in griglie preconfezionate, Netflix agisce con un sistema di flussi in continuo movimento, con una ‘colonizzazione’ digitale che investe in modo impressionante le sfere private degli individui. Viene da pensare al flusso televisivo mostruoso preconizzato da David Cronenberg in Videodrome, del 1983. Gli strumenti analogici dell’epoca (televisore ‘panciuto’, videocassette, videoregistratori e segnali televisivi) diventavano flussi mostruosi capaci di penetrare nella carne e nelle coscienze delle persone. Netflix, grazie al sistema algoritmico della piattaforma, ci riesce in modo apparentemente meno ‘mostruoso’ ma altrettanto pervasivo. Come non manca di ricordare Ricciardi, il sistema delle piattaforme riproduce sotto forme nuove il meccanismo dell’internamento studiato da Michel Foucault, e con esso tutte le sue dinamiche disciplinari e di controllo.

Lo sviluppo di Netflix appare segnato dalla doppia natura che costituisce uno dei tratti genetici del Capitale. Come hanno rilevato Deleuze e Guattari nell’Anti-Edipo, ad una logica schizofrenica del capitalismo se ne affianca un’altra, definita “assiomatica”, il cui scopo è una incessante produzione di regole (assiomi) che catturano i flussi divenuti inarrestabili. Netflix ha bisogno di un’assiomatica: per ogni flusso che sembra filare via viene prodotto un assioma che lo riporta sotto il suo controllo. Netflix, come una “rit-macchina”, una macchina “del ritmo” secondo i due studiosi francesi, è completamente avvolta dalla funzione capitalista, che vi è ‘colata’ dentro e l’ha trasformata in piattaforma. Perché – scrive Ricciardi – “la piattaforma è esattamente la rit-macchina asservita alla macchina capitalista” (p. 99). Passioni, relazioni sociali, affetti, gioie e dolori degli individui vengono tramutati in profitto. La macchina non guarda in faccia a niente e a nessuno. Il capitalismo è una “macchina miracolante” (Deleuze e Guattari) che procede come uno zombie disumanizzato, come un’AI fatta di fasci di algoritmi.

La piattaforma intende infatti ‘striare’ e regolamentare qualsiasi flusso da essa promani; si viene allora al punto dell’immagine e dell’estetica Netflix cui Ricciardi dedica un capitolo del suo saggio. Le produzioni Netflix sono regolate da diversi parametri che, messi insieme, costituiscono una ritmologia: le tipologie di videocamere che impone la produzione ai creatori delle opere Netflix Originals e le inquadrature in campo medio, assai frequenti, contribuiscono ad una omogeneità che “finisce per avere una ricaduta estetica che si fa immediatamente macchina” (p. 105). Ogni opera Netflix è connotata da un nitore che gioca un ruolo estetico fondamentale: “su Netflix non abbiamo sfumature, non abbiamo con-fusioni. Tutto riluce di una luminosità che taglia i confini, i corpi e le identità in maniera chiara e distinta” (p. 106). Le etichette e i tag di cui sono disseminati i film e le serie TV prodotti dalla piattaforma hanno poi il compito di regolarizzare, sezionare e – per dirla con Deleuze e Guattari – “striare”. Rendere striato, cioè sottoposto al controllo, lo spazio liscio, nomadico e potenzialmente sovvertitore. Le etichette “disarticolano le ritmologie immanenti alle opere, congelandole dentro delle griglie che ne costituiscono una sorta di inerte rappresentazione” (p. 108). Se per noi spettatori i valori estetici delle opere di cui fruiamo sono “delle vere e proprie vibrazioni, degli affetti coi quali di volta in volta facciamo i conti” (p. 111), per Netflix diventano dei potenziali per l’estrazione di valore perché “la piattaforma ha bisogno dell’estetico, lo anela, se ne nutre” (p. 119). Anche i territori narrativi più oscuri, più nomadici, più silenziosi, più apparentemente lontani dalle logiche del capitale diventano terre incognite da colonizzare e conquistare, da asservire e schiavizzare. Come scrive Ricciardi in modo suggestivo, “il complesso delle piattaforme sembra seguire la stessa logica delle destre di ispirazione trumpiana: lo sconosciuto, pur attraversato da infiniti pattern, è trattato alla stregua di un incestuoso caos che attende di essere legalizzato attraverso l’istituzione di una serie di divieti sovrani” (p. 149). Le piattaforme conquistano territori in maniera “preventiva”, secondo la logica bellica di Bush e anche di Trump: potenziali territori o individui pericolosi devono essere assoggettati con le armi prima che diventino realmente nocivi per lo status quo del capitalismo a stelle e strisce. L’altro, il diverso, lo sconosciuto, femminile e irrazionale – scrive Ricciardi – deve essere catturato e assiomatizzato e “se la sua alterità non può essere assiomatizzata, allora va incarcerata, violentata, uccisa. È così che ovunque prendono corpo dei divenire-maschio che si oppongono ai divenire donna, animale e bambino auspicati da Deleuze e Guattari” (p. 157).

Le produzioni Netflix, anche quando potrebbero sembrare degli elementi di sabotaggio del funzionamento macchinico della piattaforma, agiscono perciò unicamente per il profitto della piattaforma stessa, un po’ come l’alieno di Alien (1979) di Ridley Scott, la “macchina da guerra nomade” inglobata dall’apparato di stato capitalistico del futuro che non esita a condurla sulla Terra a scopo di profitto ben sapendo che è letale per gli esseri umani. Pensiamo ad esempio a serie TV disturbanti e apparentemente ‘sovversive’ come Black Mirror (2011-2025), Dark (2017), 1899 (2022),  Alice in Borderland (2020-2025) o Squid Game (2021-2025). Queste ultime due mostrano una società devastata dalla digitalizzazione e dalla sete di denaro e arricchimento nonché una terribile oppressione delle classi sociali più deboli, schiacciate dai debiti e dalla miseria. I personaggi sono costretti a partecipare a dei misteriosi giochi mortali per arricchirsi e per sopravvivere fra le macerie dello stesso sistema capitalistico (Alice in Borderland si ambienta in una distopica e devastata Tokio), diventando le pedine di un entourage di ricchissimi esponenti della politica e della finanza che si celano nell’oscurità. All’apparenza sembrerebbero quindi mettere in luce sia metaforicamente che realisticamente il sistema oppressivo del capitale e i suoi ingranaggi perversi. Ugualmente, Black Mirror svela in modo geniale cosa si cela dietro lo “specchio nero” della tecnologia non solo contemporanea ma anche futuristica, inseguendo appunto i possibili sviluppi futuri delle attuali tecnologie in forme più o meno distopiche e disturbanti. In modo particolare, un episodio di questa serie sembra disvelare certi meccanismi perversi dello stesso Netflix e delle piattaforme di streaming: in Joan è terribile, primo episodio della sesta stagione, infatti, una donna comune scopre che una piattaforma di streaming, palese parodia di Netflix, ha trasformato la sua vita in una serie TV di successo interpretata da Salma Hayek. Sembrerebbe di trovarsi di fronte a un messaggio per certi aspetti ‘sovversivo’ e antagonista, eppure non dobbiamo dimenticare che, dietro le indiscutibili genialità e valore estetico di queste serie, si cela pur sempre la produzione Netflix. Esse sono flussi macchinici prodotti dalla stessa azienda globale; certo, noi possiamo percepirne i valori estetici, possiamo recensirle quanto vogliamo mettendo in rilievo il loro carattere antagonista, eppure non dobbiamo dimenticare che il loro fine ultimo è il profitto. È trasformare le nostre passioni, il nostro senso estetico e la nostra affettività in profitto.

Perciò – si chiede Ricciardi utilizzando ancora la terminologia di Deleuze e Guattari – “è realmente possibile pensare alla piattaforma come ad un vettore di deterritorializzazione? Possono le serie TV che guardiamo su Netflix contribuire in qualche modo ad alimentare quelle stesse battaglie che la piattaforma cerca di mettere a profitto?” (p. 122); “come raccogliere, dentro un’opera di Netflix, una vibrazione liberatrice per poi farla risuonare nello spazio sociale?” (p. 131). Non è certo facile nello spazio sociale contemporaneo, in cui, per usare le parole di Tiziana Terranova citate da Ricciardi, “gli stati nazione vanno smantellati e sostituiti con cosiddetti gov-corps (cioè governi delle corporazioni) guidati da amministratori delegati che hanno il potere di decisione su tutto” (p. 156). Non è facile perché le piattaforme assorbono qualsiasi dimensione affettiva: “amicizie, estetiche, sonorità, cultura, lavoro” (p. 155). Ma non dobbiamo neanche dimenticare che “Netflix non sarebbe niente senza il desiderio di storie, di immagini, di colori, di musiche dei suoi utenti” (p. 151). Il coltello dalla parte del manico, forse, alla fine ce l’abbiamo noi. È possibile che dei parassiti si innestino nelle griglie del controllo: ad esempio – dice lo studioso – negli “usi capovolti che delle piattaforme si possono fare e continuamente vengono fatti, dalle primavere arabe alle rivolte dei rider. Ma non solo. Le maglie del filtro che le piattaforme possono imporre su ciò che le attraversa sono – e devono essere – fatalmente larghe. Attraverso queste maglie possono insinuarsi innumerevoli molecole di resistenza, flussi di desiderio che custodiscono infinite virtualità” (p. 154). Un parassita, una molecola di resistenza o un flusso di desiderio, nel suo piccolo, può essere allora anche una recensione a una serie TV o a un film Netflix pubblicata su “Carmilla online”.

]]>
Noi siamo la poesia del gastrico https://www.carmillaonline.com/2026/06/13/noi-siamo-la-poesia-del-gastrico/ Sat, 13 Jun 2026 20:00:36 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95072 di Franco Pezzini

Fabrizio Schepisi, Le forme, pp. 464, € 20, Polidoro, Napoli 2026.

Nel dubbio, Maxwell correva. Ha sempre corso, mio fratello, ma dopo papà la sua corsa acquistò un fine, credo. Anche se non lo ricordava. Oppure, magari? Fatto sta che iniziò a correre di più, che non è scappare, ma far vivere il tempo nel movimento, dargli una direzione.

[…] della sgradevolezza delle cose informi. Perché l’orrore e l’ingiustizia della materia è che potrebbe contenere veramente tutto e di tutto, e invece a guardarla bene non contiene proprio nulla.

Ormai da un buon numero d’anni il genere distopia [...]]]> di Franco Pezzini

Fabrizio Schepisi, Le forme, pp. 464, € 20, Polidoro, Napoli 2026.

Nel dubbio, Maxwell correva. Ha sempre corso, mio fratello, ma dopo papà la sua corsa acquistò un fine, credo. Anche se non lo ricordava. Oppure, magari? Fatto sta che iniziò a correre di più, che non è scappare, ma far vivere il tempo nel movimento, dargli una direzione.

[…] della sgradevolezza delle cose informi. Perché l’orrore e l’ingiustizia della materia è che potrebbe contenere veramente tutto e di tutto, e invece a guardarla bene non contiene proprio nulla.

Ormai da un buon numero d’anni il genere distopia – tanto più oggi si può parlarne come di un genere a sé – ha eroso non solo la narrativa utopica ma la stessa fantascienza, marginalizzata in una realtà in cui non riusciamo più a coniugare fantasie al futuro. Come ci mancasse il tempo verbale, discorso già fatto: quando eravamo bambini ci veniva chiesto cos’avremmo voluto fare da grandi ed enunciavamo il nostro piccolo elenco di aspettative; oggi la domanda pare quasi uno sfottò, e in generale si confronta con una vertiginosa difficoltà non solo di immaginare un futuro degno di tal nome ma di percepirne la direzione concettuale e, in radice, di dirlo.
Uno dei grandi compiti dell’immaginario oggi è forse dunque di aiutarci a vincere questa paralisi tossica, perché l’homo sapiens di futuro ha bisogno. La distopia rischia di diventare in questo senso una mutazione blasfema dell’escatologia: un già e non ancora saldamente ancorato alle putredini del presente ma tale da negare la prospettiva almeno sognata di una svolta. Invece di una fine del mondo – o di un mondo – assurge così a suo sostitutivo disturbante una continuità nel peggio.
D’altronde se da bambini il nostro futuro era pieno di automatismi, razzi e robot come quelli dei Pronipoti Hanna-Barbera (avviati non a caso nel 1962), non avremmo immaginato che le svolte più drastiche sarebbero state piuttosto nelle comunicazioni e nei loro modi di plasmare il mondo, poteri e politica compresi. E questo ha finito con l’interpellare anche il fronte delle distopie: da quelle “dure”, esterne e politiche di mondi devastati e militarizzati, tra urbanesimo da incubo, deserti postapocalittici e waterworlds sommersi dagli oceani, passiamo oggi ad affreschi molto più sottili, dove la devastazione riguarda anzitutto la percepibilità e dicibilità del reale, la possibilità di dirlo. Qualcosa che fa esplodere strutture sintattiche o le stravolge in stringhe, frantumi, grumi semantici, trascinando sempre più a fondo nell’onirico: aggettivo che una volta enfatizzava anzitutto una surrealtà di immagini (Artemidoro docet), ma oggi sempre più riguarda il loro modo di inanellarle, connetterle e comunicarle. L’homo narrans diventa così una pizia laica balbettante visioni dai nessi causali dubbi, una sibilla che scrive sulle foglie in una lingua immediatamente frantumata. Quest’ordine di narrazioni già si profilava nei solidi romanzi di Lorenzo Monfregola, La città dei Serpenti, ed Emiliano Ereddia, L’Oltremondo, entrambi Polidoro, 2025: e ora, nella stessa collana “Interzona” di Orazio Labbate, ma persino più radicale e spiazzante negli esiti di quei precedenti, giunge Le forme di Fabrizio Schepisi, che sottolinea la dimensione simbolica e filosofica dell’apologo.
Siamo in un’isola assediata dal caldo, in un tempo che alcune suggestioni potrebbero collocare in una civiltà precedente la nostra ma al tempo stesso slitta idealmente per il lettore verso un futuro estremo – comunque il calendario (tempo base 391 di quel mondo, ma con scorci del tempo antico della fondazione) è qualcosa di molto relativo e funzionale a porre frantumi di un ordine fragile tra diversi fili della narrazione. L’isola, un’Atlantide della parola o forse un’isola di Utopia ormai degradata, è lontana dal resto del mondo e non vede interazioni con altri popoli.
La storia è quella del narrante/protagonista Abel, un Abele forzatamente buono e succube di un regime in apparenza morbido quanto però equivoco e vessatorio. Il potere che regge l’isola e che vede – o piuttosto non vede, il concetto è nebuloso – al vertice l’enigmatico Gestore, per ottenere una società pacificata ne ha rimosso tutte le emozioni forti, i conflitti, i concetti di dolore, sofferenza e lutto. Qualcosa di persino più radicale che in una distopia come Polpa di Flor Canosa, fortemente incentrata sui corpi. E una simile cancellazione finalizzata a stabilità, sicurezza, equilibrio sociali interviene sulla memoria anche personale, resettando i nessi del passato ed erodendo fatalmente l’identità. La misura di apparente perfezione reca così in sé un’oscura specularità, il volto di una tirannia più insidiosa e spersonalizzante.
Da cui una straniante, geniale vaghezza in tutto il romanzo, come alla deriva di un dormiveglia dove nulla raggiunge la solidità d’una certezza, tutto muove in una trasfigurazione onirica e simbolica al passo di una lingua letteraria congrua: in assenza di quella memoria che del resto è funzionale alla coscienza, Le forme – quelle del titolo – sfumano e si disincarnano in simboli e conati di emozioni.
Essendo impossibile il linguaggio del dolore, Abel vive un disagio senza forma di fronte alla scomparsa di una serie di persone fondamentali dalla sua vita: il padre (si è gettato in mare a scopo suicida o voleva solo allontanarsi a nuoto?), il fratello Maxwell (che corre come forma di resistenza e a un tratto sparisce), la stessa partner di Abel, Clara (che trovava nel sesso qualche forma di attrito con la realtà circostante, forse violentata e uccisa). È il problema insomma delle “sofferenze non autorizzate” (esistono macchine del dolore per simularlo ai fini delle lezioni di guida, con elettrodi e l’eccitante mextos): chiunque sperimenti il dolore senza permessi rischia dunque d’essere posto fuori dalla società, escluso, o almeno marginalizzato come Abel.
Il fatto è che il travaglio interiore, con dolore e fatiche pungenti alle quali giustamente cerchiamo di sfuggire, trattiene però una dimensione formativa e fondativa: ci piaccia o no, affossa mondi e altri ne apre in noi. Vietarlo o anche solo annacquarne il portato, come nella nostra età superficiale di risposte banalizzanti alla complessità, significa in fondo sprecarne le potenzialità esistenziali, mutilarci, svuotarci.
Per rendere la sofferenza del protagonista senza descriverla troppo, l’autore gioca ergodicamente sull’incastro tra voce narrante, descrizione di un mondo straniato e inserti di documentazione amministrativa: in effetti è un’intera società a essere inebetita e talora sofferente, tra manifestazioni sopra le righe e sacche sordide di miseria tra una discarica e l’altra.
Tanto più che le soluzioni offerte dal regime al problema della morte – fantastiche mutazioni in alberi – non risultano particolarmente consolatorie: e l’isola, che non conosce l’idea di Dio (il concetto si degraderà in una sorta di pupazzetto), tributa una sorta di divinizzazione alla città. Con tutta l’epica dei lavoratori nel cantiere di fondazione, in particolare attorno alla figura del veterano Tito scomparso nell’utero della terra e del suo interlocutore, l’operoso Cesare. L’autore evoca così in distanza tutta una letteratura di cantieri, da quelli virgiliani di Cartagine ai cantieri dell’archeologia industriale, a quelli sovietici di un eroe del lavoro Stachanov in fondo non lontano da Tito e Cesare.
Dove di nuovo un passato vertiginosamente remoto (megalitico? Caino fondatore di città vs. Abel(e)? le stirpi preadamite dell’uomo-sauro qui incontrato?) e un futuro architettonico inconcepibile alla Megalopolis di Coppola (in un’età che pare conoscere vagamente le lettere paoline e l’attacco alle Torri Gemelle) circonfondono l’assoluto della fondazione urbana. A quel punto la storia della quest di Abel, gravata da amnesie, mancanza di dati e incomprensioni, e la storia della città si dipanano insieme: fino a fargli vagheggiare, per le implicazioni letteralmente viscerali,

una storia gastrica dell’isola […]. Nessuno ci ha mai davvero pensato, al livello gastrico. Ai corpi che si rovinano nel lavoro, che sfioriscono o si fondono dall’interno a causa della bile. E dovrai scriverla tu, tu che hai il coraggio di vomitare sulla sabbia, sulla pietra.

La fondazione della città viene fatta coincidere proprio con la fine del dolore e della morte. Ma anche la natura appare sovvertita, e forse il padre si è lanciato in mare come i branchi di animali qui intenti a periodici suicidi di massa.
A fronte di questa situazione c’è chi tenta di reagire, con scarsi risultati: il fratello di Abel attraverso lo strumento della corsa; alcuni ribelli attraverso la violenza sessuale; Abel stesso in una ricerca contra legem di qualche verità sui propri cari, muovendosi in modo ufficioso e quasi clandestino.
Prima assoggettato a cure istituzionali come tanti altri traumatizzati sull’isola, privi di strumenti per elaborare gli eventi dolorosi (il che apre ovviamente al topos del narrante inaffidabile da un lato, dall’altro alla domanda su quale sia la normalità “sana” in una situazione come quella descritta), il Nostro viene poi arruolato per demolire relitti della fase urbanistica precedente: e il tema delle discariche torna ossessivamente, in un’isola dove tutto sembra consumarsi tra cantieri e smaltimenti. Infine Abel viene ingaggiato per produrre sculture per conto del governo: ma se la creatività permette una base minima di resistenza attraverso dubbio, amarezza e malessere (o vagheggiando animali invisibili, come l’incorporeo leone di Maxwell), la crisi delle forme si traduce in una disturbata materialità magmatica, in definizioni plastiche incerte, ossessive e parossistiche come certe statuette disturbanti e incomplete su uno scaffale. Come se tutta l’isola fosse un impasto un po’ informe e continuamente riplasmato senza riuscire a trovare una compiutezza.
Inevitabile pensare alla distopia young adult di Lois Lowry, The Giver – Il donatore (1993); o al citato Polpa. Ma l’autore, colto lettore di Vittorini, Peake e di postmoderno fino ad Arbasino e Pynchon, lavora in termini di grande originalità. La forza prima di questo bel romanzo non sta probabilmente nello spunto pur brillante, ma nella voce con cui è offerto. E che proprio dove ci spiazza svela le vertigini di un approccio indocile alla letteratura, traghettandoci in un’esperienza psichica e narrativa a suo modo sconvolgente.

]]>
Il Palazzo Rosso https://www.carmillaonline.com/2026/06/12/il-palazzo-rosso/ Fri, 12 Jun 2026 20:00:04 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94127 di Camillo Acquilino

Per tanti genovesi, e non solo per loro, il Palazzo Rosso è lo storico edificio situato nella Strada Nuova (odierna via Garibaldi), splendida dimora dei Brignole Sale un tempo, sede museale ai giorni nostri.

Per noi ragazzi di Genova PP invece il Palazzo Rosso è indubbiamente il grande edificio rivestito di lastre di travertino, rosso appunto, che si trova al limite nord ovest del piazzale della stazione. Il suo nome ufficiale è Fabbricato Servizi Accessori della stazione, ma se vi dovesse capitare di doverlo nominare a Genova PP chiamatelo anche voi Palazzo Rosso.

Ho dovuto iniziare a conoscere [...]]]> di Camillo Acquilino

Per tanti genovesi, e non solo per loro, il Palazzo Rosso è lo storico edificio situato nella Strada Nuova (odierna via Garibaldi), splendida dimora dei Brignole Sale un tempo, sede museale ai giorni nostri.

Per noi ragazzi di Genova PP invece il Palazzo Rosso è indubbiamente il grande edificio rivestito di lastre di travertino, rosso appunto, che si trova al limite nord ovest del piazzale della stazione. Il suo nome ufficiale è Fabbricato Servizi Accessori della stazione, ma se vi dovesse capitare di doverlo nominare a Genova PP chiamatelo anche voi Palazzo Rosso.

Ho dovuto iniziare a conoscere quel fabbricato partendo, con molta umiltà, dalle sue fondamenta. Era il settembre del 1982 quando, vincitore del bando di concorso esterno per Capo Tecnico in prova, sono stato assunto dalla Azienda Autonoma FS e inquadrato come responsabile dell’OCA.

OCA?? Officina Carica Accumulatori, mi hanno spiegato dopo aver accolto la mia promessa di fedeltà allo Stato e prima di accompagnarmi nell’inquietante percorso che mi ha portato in un piccolo ufficio situato nelle fondamenta del palazzo.

La mia inquietudine derivava da quei grandi locali interrati semibui, popolati da un gran numero di persone che da quel momento avrei dovuto guidare nel loro lavoro, ma che ora mi guardavano come si guarda un pivello da schernire. Improvvisamente mi sono imbattuto nella consapevolezza della mia assoluta ignoranza in ciò che mi chiedeva il nuovo lavoro, un’attività che si basava su di un vastissimo impianto normativo di impostazione statale, pieno zeppo di acronimi (concetto nuovo per me in quel momento) come OCA infatti.

Uscivo, per scelta, da una interessante esperienza di lavoro in un centro studi di tecnica navale dove, io giovane perito industriale con specializzazione in meccanica, mi ero prodigato per cinque anni a diventare un costruttore navale. Era un lavoro impegnativo e interessante dicevo, che però non mi ha mai concesso di vivere una reale indipendenza operativa, semmai mi ha quasi sempre fatto provare la sgradevole sensazione di avere costantemente il fiato sul collo di qualche superiore.

Quando invece sono arrivato nel primo ufficio che mi ha assegnato le FS, il superiore che aveva accolto la mia promessa formale di fedeltà allo Stato anticipandomi che, se avessi chiuso con successo il periodo di prova di un anno, avrei dovuto perfezionarla con un giuramento, ha ribadito che da quel momento io ero il responsabile di quella officina e dell’operato di chi ci lavorava e si è congedato.

Iniziava l’autunno del 1982 e si era conclusa forse l’ultima ondata di reclutamento in FS mediante concorso pubblico, processo di selezione organizzato per il 1980, ma che era stato rimandato a causa del disastroso terremoto che si era verificato in Irpinia.

Le maestranze dell’OCA occupavano forse il livello più basso della manovalanza in ferrovia. Gli addetti al rifornimento accumulatori alle vetture per viaggiatori lavoravano in coppia e dovevano trasbordare, in posizioni spesso scomode, delle batterie che pesavano 90 kg ciascuna. Molti di loro avevano vinto il concorso pubblico nelle regioni meridionali e vivevano a Genova, spesso in condizioni di precarietà, aspettando un agognato trasferimento in avvicinamento alla famiglia rimasta al sud. Non era un ambiente facile da gestire per un novellino come me. In quel mondo sotterraneo ero suggestionato anche da alcuni nomi propri che non avevo mai sentito nella vita “normale” come Elmo, Adelchi, Efisio….

In ufficio ero affiancato da uno “Scritturale” che mi introduceva nel mondo dei regolamenti. I nostri erano classificati con la sigla TV (Trazione e Veicoli). Esistevano poi quelli M del Movimento, IE degli Impianti Elettrici, L dei Lavori ….

L’officina era costituita da un grande salone dove erano installati i banchi di carica degli accumulatori IEA/IEAU  (Impianto Elettrico Autonomo / Impianto Elettrico Autonomo Unificato) da 140 Ah, da una cabina elettrica, dove erano ancora custoditi dei raddrizzatori trifase a vapore di mercurio e da due officine, una attrezzata per la riparazione degli accumulatori e l’altra per la riparazione dei carrelli da trasporto.

I raddrizzatori a vapori di mercurio non erano più in uso in quella officina, ma io li ho visti ancora operativi e sfiammeggianti nella consorella di Brignole. Uno di quegli oggetti è però diventato uno dei primi miei problemi da risolvere come neo assunto. Un famoso ex Dirigente delle FS, l’Ing. Finzi, mi aveva fatto ordinare di inviarne uno alla Scuola Impianti Elettrici Ferroviari (SIEF) di Rivarolo. Era destinato a una vetrina espositiva dove credo che si trovi ancora oggi. Si trattava di un oggetto pesante e fragilissimo ed era custodito in una vecchia struttura di supporto che assomigliava a un pollaio per le galline. Io dovevo valutare se quella struttura fosse sufficientemente robusta per garantire il trasporto sicuro di quell’ampolla, contenente una discreta quantità di mercurio, fino al SIEF.

L’OCA era collegata a un sottopassaggio di servizio munito dei montacarichi necessari a trasferire i carrelli con le batterie al piano dei marciapiedi della stazione. Questo sottopassaggio era utilizzato anche dagli addetti al servizio postale, dalla cooperativa portabagagli e dagli operatori del servizio di carico scarico dei vagoni bagagliaio. Inoltre costituiva una comoda via di accesso al Palazzo Rosso ed era preferita da molti che vi erano impiegati.  Sono testimone del fatto che in quel mondo sotterraneo si muovessero molte più persone addette ai lavori di quante oggi sono impiegate in tutta la stazione.

Il processo di carica degli accumulatori libera idrogeno e, in determinate concentrazioni può rendere esplosiva l’aria circostante. Per questo motivo la sala di carica aveva delle finestre a soffitto poste al livello del marciapiede della stazione. Così il fabbricato non aveva il piano terra, ma un piano ammezzato dove, fra gli altri, si trovava l’ufficio che avrei occupato con il mio primo avanzamento di carriera: CT PV GEPP (Capo Tecnico turnista del Posto Verifica di Genova Piazza Principe). Anche in questa nuova collocazione, nonostante fossero trascorsi un paio di anni dalla mia assunzione, mi trovavo nella condizione del pivello del gruppo con la differenza che il mondo dei verificatori di allora, anch’esso difficile da gestire, era tutto particolare e meriterebbe uno o più racconti per poterlo descrivere adeguatamente. Per curiosità aggiungo solo che i nostri vicini di piano vivevano in un’ala segregata del palazzo dove si diceva che già avessero l’aria condizionata. Un termine, che a me pare appartenere al modernariato, li classificava come “Elettrocontabili”, probabilmente si occupavano della perforazione delle schede di input degli elaboratori IBM. Fonti sedicenti informate riferivano cha avessero anche una cucina e che fossero capaci di prepararsi una mensa prelibata.

Con un altro passo in carriera sono arrivato al primo piano del Palazzo Rosso, nel sacro ufficio del Capo Impianto dove alcuni anni prima avevo prestato il giuramento di fedeltà allo Stato Italiano. Qui i nostri vicini di piano erano gli addetti al Collaudo del Materiale Rotabile, altro ambito lavorativo piuttosto defilato rispetto alle attività della circolazione dei treni.

Nell’ufficio del Capo Impianto, il Titolare come si dice nella lingua delle FS, ricoprivo il ruolo del suo assistente tecnico diretto. Ai tempi della mia assunzione quel posto era occupato da un custode storico dell’Impianto, tanto da meritarsi il soprannome di “U Frattun”. Quel signore allora mi incuteva un certo timore e anche un senso di tristezza dato che lo vedevo invecchiare in quell’ufficio come eterno secondo dei vari Titolari che nel frattempo si erano avvicendati.

Da quella mia nuova posizione non immaginavo quindi di poter assistere a un evento innovativo per le FS, ma per mia fortuna il Titolare al quale ero stato affiancato si poteva considerare giovane per quei tempi e giovanile era anche per l’apertura, quasi sportiva, con la quale si approcciava alle novità tecnologiche. Quell’uomo, che annovero fra i migliori insegnanti di mestiere che mi è capitato di incontrare, si chiama Pasquale. Egli, nel settore della verifica tecnica dei veicoli, era anche molto esperto delle modalità di assicurazione del carico sui carri.

L’evento a cui accennavo è stato l’arrivo dei Personal Computer nelle sedi periferiche delle FS. In un pomeriggio del 1991 ero solo in ufficio quando è arrivato un corriere per la consegna di alcuni scatoloni e mi ha detto che contenevano gli elementi di un computer Olivetti 286 (PC, monitor a tubo catodico, tastiera e stampante ad aghi per modulo continuo). Conoscendo l’inerzia del mondo FS e dando credito alle voci secondo le quali quella fornitura non mirava tanto a dare un aiuto al lavoro dei ferrovieri, quanto a costituire un appoggio di stato all’AD della Olivetti, azienda in quegli anni in grosse difficoltà, stavo già pensando di dover trovare un posto nel magazzino per quelle scatole, in attesa dell’attivazione di quella nuova macchina che chissà quando sarebbe avvenuta.  Proprio in quel momento è arrivato Pasquale il quale, dopo aver appreso del contenuto di quegli ingombranti imballaggi, con gioia mi ha detto: “Lo montiamo?” .

Windows non esisteva e si lavorava direttamente dal prompt del DOS. Contagiato dall’entusiasmo di Pasquale ho iniziato subito a “picchiarmi” con quel nuovo strumento di lavoro, ma devo riconoscere che il vero specialista in dBASE III e Clipper era lui.

Successivamente Pasquale è stato trasferito al quinto piano del Palazzo Rosso, sede dell’Ufficio Materiale e Trazione di Genova. Lui era stato promosso Capo del Reparto Veicoli e io, che nel frattempo avevo lavorato  alla manutenzione delle carrozze per viaggiatori, l’ho raggiunto per tornare a essere il suo assistente. Proprio in virtù dell’utilizzo dei PC in quel periodo, in due riuscivamo a svolgere una mole di lavoro davvero eccezionale.

Il posto di Pasquale è poi passato a Maurizio, un altro mio grande maestro di mestiere. Maurizio non amava particolarmente i PC, ma era molto attento alla normativa che regolava il nostro settore ferroviario e alla conoscenza diretta delle particolarità tecniche delle carrozze viaggiatori e dei carri merci. Un suo “pallino” tecnico/normativo riguardava l’impianto del freno continuo automatico dei treni. Oltre alle capacità professionali era dotato di uno stile ammirevole; quando si doveva confrontare in controversie burrascose, riusciva a mantenere un profilo corretto e signorile. Con lui sento di aver completato la mia formazione professionale.

Per descrivere l’ambiente del 5° piano del Palazzo Rosso, sede dell’Ufficio Materiale e Trazione di Genova che rappresentava il centro di coordinamento per la Liguria delle attività di manutenzione dei rotabili, di verifica dei veicoli e del personale di condotta (macchinisti), vi accenno a un personaggio ancora oggi molto noto per la sua competenza professionale, con il quale sono stato vicino di ufficio. Occupavamo due stanze contigue, molto ampie e che, dato che erano affacciate sul lato sud del fabbricato, beneficiavano di una bella visuale sul piazzale della stazione, sul Ponte dei Mille e sul bacino portuale fino alla Calata Sanità e la Lanterna.

Armando, questo è il suo nome, aveva istruito moltissimi dei macchinisti genovesi ed era considerato da tutti loro come una persona molto preparata, corretta e affidabile. Quando mi è capitato di incontrare dei colleghi fiorentini che si occupavano della stesura dei regolamenti nazionali per i macchinisti, immancabilmente mi sono sentito dire: “Noi si ragiona, si discute, si scrive e poi si manda il tutto ad Armando: se per lui va bene noi si è a posto”.

Però, come in tante realtà lavorative, esisteva un conflitto di fondo fra chi produceva (da noi sui binari o nelle officine) e chi invece dirigeva le operazioni dagli uffici di sede centrale. Allusioni reciproche collocavano lavativi e incapaci nel campo avversario, quando invece capacità e voglia di lavorare, come pure le situazioni opposte, erano ovviamente presenti e distribuite nei due campi.

Un giorno ho visto arrivare una baldanzosa comitiva dagli impianti operativi, forse convocata per un confronto di tipo sindacale. Uno di quelli che guidavano il gruppo ha scorto Armando che stava lavorando alla propria scrivania proprio accanto alla finestra, postazione che oramai occupava da diversi mesi. Fermandosi in modo plateale, tanto da essere visto e udito da tutto il suo seguito, quello ha salutato così: “Armandu, te l’han deta n’a scrivania cun n’a bella vista!” Prima di dare la risposta, Armando ha sollevato lo sguardo dal testo che stava studiando e, dopo essersi voltato verso la finestra, ha ammesso: “Ti se che ti è propriu raxiun. Nu gh’eiva mai fetu caxu”.

Un altro giorno sotto quella stessa finestra una locomotiva E656 sostava in testa a un treno pronto in partenza dal binario 18 quando è arrivato dal mare il fronte di un forte temporale. Lo scroscio d’acqua è stato così intenso che dal ginocchio del pantografo anteriore, che si trovava in posizione abbassata, si è innescato un arco elettrico verso il tetto della cabina. La scarica è durata diversi secondi e ha provocato la salita di una colonna di fumo verso il cielo, già nero di per se stesso, rendendo uno spettacolo tetro e infernale. In molti ci siamo affacciati dalle finestre nonostante l’imperversare della burrasca. La tregua è arrivata quando sono intervenuti i dispositivi di sicurezza del sistema di alimentazione della linea aerea che staccato l’alimentazione. Nel silenzio ritrovato si è inserito il vociare dei soliti commenti inutili. Solo Armando si era accorto che l’altro pantografo era ancora alzato toccando il filo di contatto e, prevedendo il prossimo tentativo automatico di re inserimento della remota cabina di alimentazione, ha iniziato a urlare verso il macchinista: “Tira giù! Tira giù!”.

L’alimentazione a 3.000 V è infatti ritornata provocando un secondo arco elettrico che ha costretto il macchinista a una fuga precipitosa. Si è poi saputo che lui in effetti aveva comandato l’abbassamento del pantografo, forse in seguito dell’incitazione di Armando, ma che l’operazione non si era compiuta perché lo strisciante si era saldato al filo di contatto.

Ho imparato molto nel percorso attraverso i vari piani del Palazzo Rosso, soprattutto quando ho incontrato persone come Pasquale, Maurizio e Armando. Se posso riassumere qui il loro insegnamento, mi sento di dire che a guardare sono tutti capaci, ma pochi sanno anche vedere.

]]>
Vivendo la mia vita di Emma Goldman vol. 4 https://www.carmillaonline.com/2026/06/11/vivendo-la-mia-vita-di-emma-goldman-vol-4/ Thu, 11 Jun 2026 19:53:47 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94634 di Marc Tibaldi

Intervista al collettivo Quaderni di Paola

Per festeggiare l’uscita del quarto e ultimo volume delle memorie di Emma Goldman abbiamo pensato di intervistare le attiviste del collettivo femminista che cura le edizioni Quaderni di Paola, che hanno pubblicato integralmente, per la prima volta in italiano, il capolavoro della celebre rivoluzionaria.

Prima dell’intervista, qualche veloce parola sull’opera e sull’autrice. Il primo volume copre il periodo che va dal 1889 al 1899; il secondo dal 1900 al 1907; il terzo dal 1908 al 1917; il quarto dal 1917 al 1928. Per comprendere l’attualità del pensiero di Goldman è utile [...]]]> di Marc Tibaldi

Intervista al collettivo Quaderni di Paola

Per festeggiare l’uscita del quarto e ultimo volume delle memorie di Emma Goldman abbiamo pensato di intervistare le attiviste del collettivo femminista che cura le edizioni Quaderni di Paola, che hanno pubblicato integralmente, per la prima volta in italiano, il capolavoro della celebre rivoluzionaria.

Prima dell’intervista, qualche veloce parola sull’opera e sull’autrice. Il primo volume copre il periodo che va dal 1889 al 1899; il secondo dal 1900 al 1907; il terzo dal 1908 al 1917; il quarto dal 1917 al 1928. Per comprendere l’attualità del pensiero di Goldman è utile ripetere una frase della filosofa Chiara Bottici, che ha dedicato a Goldman importanti pagine di Nessuna sottomissione. Il femminismo come critica dell’ordine sociale (Laterza). Bottici critica chi pensa a Goldman come a un mito dimenticando o minimizzando così l’assoluta importanza del suo contributo teorico; scrive: “nessuno dei suoi precursori intellettuali è in grado di offuscare l’originalità delle sue prospettive”.

I tre volumi precedenti sono stati recensiti su Carmilla, qui: , il quarto volume è forse quello che riflette con più amarezza sulle lotte e sui fallimenti rivoluzionari, soprattutto sull’involuzione e la burocratizzazione della rivoluzione russa, che in pochi anni vide la repressione di tutte le voci dissonanti, gruppi che alla rivoluzione avevano partecipato con speranza e che la speranza l’avevano rilanciata a Kronstadt, nel 1921, con lo slogan “Tutto il potere ai soviet e non ai partiti”. Il racconto del viaggio nella Russia postrivoluzionaria di Emma e di Alexander Berkman è pieno di amarezza per ciò che verificano e di struggente bellezza per gli incontri con i molti rivoluzionari indomiti che affrontano il carcere. Toccante è l’incontro con le comunità yiddish in Ucraina (ricordiamo che Goldman nacque da una famiglia di origine ebraica a Kaunas, in Lituania, allora provincia dell’impero russo) represse da spaventosi pogrom. Parentesi: della grande tradizione proletaria e rivoluzionaria ebraica in Europa si dovrà pur scriverne in maniera articolata, magari partendo da Rudolf Rocker e la tradizione yiddish. Rocker – che era amico di Goldman – venne soprannominato scherzosamente, ma con grande rispetto, “Rabbi goy” (rabbino non ebreo) dai lavoratori ebrei londinesi. Invece di limitarsi a predicare, si immerse completamente nella loro cultura, ne imparò la lingua e lottò per migliorare le terribili condizioni lavorative. Fu una figura chiave nel gruppo ebraico Arbeter Fraynd (Amico dei Lavoratori). Diresse il settimanale in yiddish Der Arbeiter Fraint e la rivista Germinal. Queste pubblicazioni furono fondamentali per diffondere le idee anarchiche e la cultura laica nel contesto yiddish.

Prima di dare la parola alle compagne di Quaderni di Paola, vale la pena di riassumere gli aspetti fondamentali della vita di Emma Goldman: partecipazione alle lotte contro lo sfruttamento; l’interesse per la filosofia, la poesia e il teatro: in questo quarto volume – denso di incontri con intellettuali e rivoluzionari – viene raccontata una sua conferenza sull’opera di Walt Whitman che entusiasmò la sala stracolma. Infine, la visione intersezionale delle lotte planetarie, che ha tenuto assieme le multiformi sfaccettature della ribellione: esistenziale, ecologica, di classe, di genere e riflette su temi come l’anticapitalismo, l’ateismo, l’antimilitarismo, il libero amore, l’internazionalismo e l’abolizione del carcere.

Chi siete? Perché i Quaderni di Paola, in cosa vi caratterizzate da altre case editrici libertarie, anarchiche, di movimento?

Siamo un piccolo collettivo femminista e libertario, organizzato come associazione culturale, fuori da ogni logica di mercato e senza scopo di lucro. Con i Quaderni di Paola portiamo avanti un lavoro militante di diffusione di pratiche e pensieri di liberazione: femminismo, storia delle donne, anarchismo, educazione libertaria, lotta alle discriminazioni, movimenti transfemministi e queer. Non è il nostro lavoro: ognuna di noi si occupa di altro e questo progetto è una scelta politica. Proprio per questo rivendichiamo un’indipendenza piena e una radicalità che non deve rispondere a logiche editoriali o di mercato. Il progetto nasce da un lascito di Paola Mazzaroli, da cui prende il nome, e prosegue nel solco del suo impegno quotidiano libertario e femminista. Per noi la cultura non è neutra né accessoria: è terreno di conflitto e strumento di trasformazione.

Perchè avete deciso di ripubblicare la biografia di Goldman?

Innanzitutto perché mancava da troppi anni ed era ormai introvabile. Inoltre, non era mai uscita in versione integrale per un’unica casa editrice. Ma la nostra non è in alcun modo una semplice operazione archeologica o celebrativa. Siamo convinte cha sia un testo vivo, che attraversa lotte, corpi, desideri e contraddizioni ancora attuali. Rimetterlo in circolazione significa restituirlo come strumento politico, farlo parlare con i movimenti di oggi e rimettere in circolo parole e pratiche capaci di riaprire immaginari.

Il lavoro di traduzione e di curatela quali differenza ha rispetto alle edizioni parziali pubblicate negli scorsi decenni?

Si è concentrato soprattutto sul rendere il testo più accessibile e su un aggiornamento del linguaggio. In particolare abbiamo cercato di “svecchiare” la lingua, che in alcune traduzioni precedenti risultava un po’ appesantita rispetto alla chiarezza dell’originale. Il testo di Emma Goldman è infatti già molto diretto: scriveva in un inglese semplice e immediato, non essendo l’inglese la sua lingua madre. Il nostro lavoro è stato quindi quello di restituire questa immediatezza, rendendo il testo più leggibile oggi.

Il colore fucsia delle belle copertine ricorda il fucsia e nero di Non Una di Meno, c’è un contatto tra voi e questo movimento?

Il fucsia e il nero sono due colori storicamente importanti e insieme rappresentano la convinzione che la lotta contro il patriarcato sia inseparabile dalla lotta contro lo Stato e le gerarchie di potere. Il fucsia infatti è da più di un secolo il colore scelto dai movimenti femministi mentre il nero è da sempre il colore simbolo dell’anarchismo. In questo senso i due colori insieme sono segni riconoscibili di un preciso posizionamento politico. Per quanto riguarda i rapporti con Non Una di Meno, guardiamo sicuramente con grande interesse a questo movimento: alcune di noi ne fanno parte, altre lo incrociano nelle pratiche e nei percorsi di lotta. Più che un rapporto formale possiamo dire che ci sono diverse convergenze sul piano delle analisi e delle pratiche, dentro uno stesso terreno di conflitto.

Quali sono le sintonie tra Goldman e le attiviste del movimento transfemminista?

Stanno nel modo in cui viene pensata la libertà: non come principio astratto, ma come pratica che riguarda corpi, desideri e condizioni materiali di vita. Nel suo pensiero troviamo temi ancora centrali: il libero amore, la maternità consapevole, la critica al matrimonio e alle istituzioni che normano le vite, insieme all’idea che il personale è politico. A questo si lega anche la dimensione della soddisfazione dei bisogni e dei desideri, la possibilità di una vita non ridotta alla sola sopravvivenza: la celebre idea per cui “Se non posso danzare, non è la mia rivoluzione” restituisce proprio questa tensione tra liberazione e gioia, tra rottura e vita piena. C’è anche una forte dimensione antimilitarista e anti-autoritaria, che lega la critica alla guerra alla critica più ampia dello Stato e dei dispositivi di controllo sui corpi. Non si tratta di sovrapporre epoche diverse, ma di riconoscere una continuità di domande sul potere e sulle sue forme. In questo senso è un pensiero che continua a fornire strumenti validi anche oggi.

Oltre alla biografia di Goldman, avete pubblicato un racconto illustrato per bambini, il volume Queer e anarchia. Quali sono le motivazioni per questi due titoli?

Storia di Ayçiçeǧi. Il girasole del Mar Nero, scritto da Clara Germani e illustrato da Emma M. Marinelli, nasce dalla volontà di rivolgerci a lettori e lettrici di tutte le età ed è anche un omaggio a Paola Mazzaroli: la storia, pensata durante un viaggio in Turchia fatto insieme a lei, parla di un fiore ribelle e curioso che vuole conoscere il mondo e non solo venerare padre Sole come i suoi fratelli. Il volume Queer e anarchia risponde invece a un’esigenza diversa ma complementare: è un’antologia ricca e variegata che apre uno spazio di confronto tra anarchismo e pensiero queer. L’obiettivo è mettere in relazione saperi e pratiche che spesso sono stati tenuti separati, ma che condividono una critica ai dispositivi di normalizzazione e alle gerarchizzazioni.

Cosa avete in programma per il futuro?

Abbiamo molte idee in cantiere, tra ristampe, incontri e nuove pubblicazioni. Il prossimo volume è già in uscita, scritto da una giovane studiosa e dedicato ai contro-immaginari politici, in particolare al municipalismo libertario e alla “comunità di comunità” come proposte per mettere in discussione il paradigma dello Stato. Il secondo volume che vorremmo pubblicare è dedicato alla storia delle Mujeres Libres durante la Rivoluzione spagnola del 1936, un’esperienza femminista anarchica che dentro la rivoluzione ha costruito pratiche di emancipazione e autonomia per le donne lavoratrici. In generale vogliamo continuare a promuovere riflessioni che attraversano i conflitti del presente e, da una prospettiva transfemminista e libertaria, alimentano la costruzione di un mondo nuovo.

Grazie per il vostro impegno e per aver pubblicato Vivendo la mia vita. Più che un libro è un viaggio nel tempo, nella memoria, nelle idee, nella ribellione, merita di essere letto. Magari accompagnandolo con la visione di Reds, il film di Warren Beatty (basato sulla vita di John Reed, e sul libro I dieci giorni che sconvolsero il mondo), tre Premi Oscar nel 1982: alla regia; alla fotografia (Vittorio Storaro); alla miglior attrice non-protagonista Maureen Stapleton, che guarda caso interpretava Emma Goldman. Certo a Emma e a noi interesserebbero di più altre vittorie, ma è storia ed è giusto registrarla.

P.S. Le edizioni Quaderni di Paola ( www.quadernidipaola.it ) non hanno ancora distribuzione nelle librerie. Per info e richieste: quadernidipaola@gmail.com – +39 334 744 5568.

]]>
Il nuovo disordine mondiale / 38 – Da un impero all’altro https://www.carmillaonline.com/2026/06/10/il-nuovo-disordine-mondiale-38-da-un-impero-allaltro-il-superamento-del-dominio-occidentale-visto-attraverso-5000-anni-di-storia/ Wed, 10 Jun 2026 20:00:51 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95009 di Sandro Moiso

Amitav Acharya, Storia e futuro dell’ordine mondiale. Perché la civiltà globale sopravvivrà al declino dell’Occidente, con una prefazione di Franco Cardini, Fazi Editore, Roma 2026, pp. 552, euro 24.

L’America sta morendo: è solo un’idea sopravvissuta alla sua utilità. (The Handmaid’s Tale, stagione 5, episodio 8 – 2022)

Non vi può essere dubbio alcuno sul fatto che oggi ci si trovi, a livello planetario, in un’età di transizione, ovvero di passaggio da una globalizzazione che avrebbe dovuto rappresentare il coronamento dell’imperio politico, militare e economico dell’Occidente, sia estremo (Stati Uniti) che mediano (Europa e addentellati extra-europei) secondo [...]]]> di Sandro Moiso

Amitav Acharya, Storia e futuro dell’ordine mondiale. Perché la civiltà globale sopravvivrà al declino dell’Occidente, con una prefazione di Franco Cardini, Fazi Editore, Roma 2026, pp. 552, euro 24.

L’America sta morendo: è solo un’idea sopravvissuta alla sua utilità. (The Handmaid’s Tale, stagione 5, episodio 8 – 2022)

Non vi può essere dubbio alcuno sul fatto che oggi ci si trovi, a livello planetario, in un’età di transizione, ovvero di passaggio da una globalizzazione che avrebbe dovuto rappresentare il coronamento dell’imperio politico, militare e economico dell’Occidente, sia estremo (Stati Uniti) che mediano (Europa e addentellati extra-europei) secondo la definizione che ne dà Franco Cardini, sul mercato e sulla ripartizione dei beni e delle risorse a livello mondiale ad una ripartizione di ricchezze e ruoli che vede tra i protagonisti anche altre realtà politiche, nazionali ed economiche non propriamente includibili nei valori e nelle forme da questi assunti in un Ovest che, pur mantenendo la sua posizione di riferimento orientativo sul piano geografico, è andato nel tempo sempre più restringendosi.

Un momento storico che se da un lato suscita le peggiori paure e forme di aggressività all’interno di formazioni sociali ed economiche un tempo soddisfatte dalla loro posizione di predominio, dall’altro agita le speranze non solo dei governi e delle classi dirigenti, ma anche dei popoli e delle classi sociali meno abbienti che si riconoscono negli interessi dei nuovi “competitor” scesi nel circo delle relazioni di potere internazionali. Nuovi protagonisti di giochi gladiatori di cui le varie forme di conflitto andate sviluppandosi sempre più rapidamente e su scala sempre più vasta negli ultimi anni sono la diretta emanazione. Indipendentemente dalle considerazioni su chi abbia aggredito l’altro o viceversa.

Per affrontare questo tema, che da tempo il presidente cinese Xi riassume nella “trappola di Tucidide”, facendo riferimento al rischi che l’attuale percorso di confronto economico, politico e sempre più frequentemente militare possa dare vita d una nuova guerra del Peloponneso su scala globale, in cui il ruolo di Sparta e Atene, l’una in decadenza e l’altra in ascesa, potrebbe essere rivestito dagli Stati Uniti e dalla Cina, Amitav Acharya, Distinguished Professor alla American University di Washington, D.C. ed ex presidente della International Studies Association, prova a tracciare un percorso, attraverso 5000 anni di storia, che delinea come tale passaggio di consegne, ma soprattutto di mantenimento di una pace e di un ordine internazionale, non abbia mai costituito soltanto una prerogativa della storia e degli imperi nati a Occidente. Come egli stesso afferma nella introduzione a Storia e futuro dell’ordine mondiale:

Un concetto comune ai singoli Stati e agli ordini mondiali nel corso dei secoli si riassume nell’espressione «caos versus ordine». Tale retorica ha rappresentato la principale giustificazione per il costituirsi dell’autorità politica che a sua volta deriva dal bisogno di uno Stato e di un capo forti e dal desiderio di uno Stato di conquistare o comunque controllare gli altri.
Così i faraoni egizi legittimavano la propria autorità presentandosi come forza di ma’at (ordine o armonia) che trionfava su isfet (caos o violenza). Negli antichi racconti sumeri, gli dei stessi ristabilivano l’ordine cosmico punendo i terrestri “chiassosi” e violenti e mandando loro inondazioni, malattie e morte. L’ideologia dell’Impero achemenide di Persia, fondato da Ciro il Grande, poggiava sulla dualità zoroastriana tra asha (ordine cosmico) e druj (caos e disordine). Uno dei miti cardine della civiltà indù contrappone i Deva (le forze divine dell’ordine) agli Asura (le forze demoniache del caos e dell’oscurità) in un’eterna lotta per la luce e la tranquillità. Pur evolutasi separatamente dal sistema di credenze indoeuropeo, la civiltà cinese, guidata dagli ideali confuciani e taoisti, ha estremizzato il bisogno di armonia sociale, equilibrio e stabilità per far fronte al disordine, e l’impatto di tale logica permane ancora oggi.
Pur non configurandosi strettamente come dualismo tra caos e stabilità, l’islam distingue tra Dãr al-Islam (casa o territorio dell’islam), strutturata su principi e modalità di governo islamici, e Dãr al-harb ( casa o territorio della guerra), la cui mancanza di principi islamici e di sicurezza per i musulmani autorizza a farne un bersaglio di aggressione e assimilazione. Gengis Khan e i suoi successori invocavano l’”eterno Cielo blu” (tengri), il concetto mongolo di Cielo, per legittimare la propria autorità di governo, che consisteva nell’imporre l’ordine sul caos.
In un continente sperduto e lontano, i governanti dell’impero Inca giustificavano la propria espansione spiegando ai loro vicini che la sottomissione avrebbe portato loro non solo stabilità, ma anche prosperità e giustizia. Più a nord, i sovrani aztechi sfruttavano il timore del caos e il bisogno di ordine, procurato dal dio del sole Huitzilopochtli, per giustificare il domino interno e le conquiste all’estero1

L’autore collabora con «The Washington Post», «Financial Times», «Foreign Affairs», CNN, BBC e Al Jazeera e ha vissuto e lavorato in India, Singapore, Canada, Regno Unito, Cina e Stati Uniti, mentre tra i suoi libri più noti va considerato The End of American World Order (2014), una sorta di preludio all’opera attuale uscita negli Stati Uniti nel 2025. Amitav Acharya è tra i maggiori studiosi di relazioni internazionali e da sempre cerca di farsi promotore di un approccio globale alle discipline storiche, in grado di mettere in discussione le narrazioni eurocentriche ancora oggi troppo diffuse.

A ricordarcelo è lo storico Franco Cardini che, nella sua Prefazione all’edizione italiana del testo in questione, sottolinea come abbia impressionato molti, nel dicembre 2025:

leggere nella traccia dei programmi per l’insegnamento della storia proposta dal Ministero dell’Istruzione della Repubblica Italiana, l’eco appena attutita dalla prudenza, ma netta nella sostanza, del pregiudizio inveterato secondo il quale “soltanto l’Occidente” conosce (o quantomeno “ha compreso”) la storia. Il che, peraltro, riguarderebbe non tutto l’Occidente, bensì quello “moderno”, successivo alla grande rivoluzione quattro-cinquecentesca che ha posto fine a un mondo fondato su un equilibrio tra tra civiltà che si ignoravano reciprocamente, ma tra le quali pure sussisteva una qualche comunicazione o contaminazione, come si verifica in un qualunque sistema di compartimenti stagni imperfettamente concepiti e realizzati2.

Una storia, quindi che non solo nasce con l’invenzione della scrittura, modalità narrata da secoli e già di per sé escludente per una infinità di società “altre” che della scrittura hanno potuto fare a meno, ma addirittura dalla reinvenzione occidentale del mondo. Possibilmente a sua immagina e somiglianza. Un’autentica, anche se solo pretesa, rifondazione del mondo che sembra assumere una funzione divina ancor prima che divinatoria nel concedere patenti di civiltà, o meno, ai popoli degli altri continenti.

Una rifondazione del mondo che si è avvalsa tanto delle figure di Cristo, Platone e Aristotele quanto di quelle di Cristoforo Colombo, Vasco da Gama e Ferdinando Magellano per fornire una lettura in cui i primi tre avrebbero, secoli addietro, fondato i valori etici e morali del mondo occidentale figlio della cultura greca e i secondi rappresentato gli scopritori, se non addirittura gli inventori, di un mondo che non avrebbe altrimenti avuto coscienza di sé. Così, come afferma ancora Cardini:

Approdo di tale processo – per quanto non sempre lucidamente inteso […]- è stato il razzismo genocida, del quale costituisce esempio e modello principale la storia degli Stati Uniti d’America, con le sue esperienze non casuali né episodiche, ancorché fatalmente […] entrambe imperfette, di genocidio perpetrato sia contro i native americans – basti il “caso” del nobilissimo popolo cheyenne, ingannato, combattuto e deportato fin dal 1830 dal Minnessota per mezzo di una sequenza di promesse non mantenute, di patti non osservati e di micidiali marce forzate, fino alla carneficina di Washita River del 1868 – sia contro le genti africane vittime dello slave trade3.

Ma, oggi, l’Occidente appare in declino e l’assertività del suo ordine e delle sue ipotesi e illusioni economiche, filosofiche, politiche e sociali viene sempre più messa in discussione non soltanto dai fatti (guerre, crisi economiche ricorrenti, instabilità politica e ascesa di nuove grandi potenze, come la Cina o l’India), ma anche da un’ondata di nuovi studi prodotti sia nelle sue università che in quelle dei paesi un tempo dipendenti dalle sue scelte.

I post-colonial studies, che sempre più spesso e con grande abbondanza di interventi e di ricerche rimettono in discussione il mondo e una storia narrata troppo spesso, se non sempre fino ad ora, a partire da quella dell’Occidente. Cosa che insieme alle contraddizioni ormai esplose e ad un ordine in via di implosione, fa temere a molti l’avvento di un’era di caos globale.

Ma è stata soltanto una men che pia illusione ritenere che l’Occidente potesse detenere all’infinito il monopolio dell’architettura politica che rende possibile la cooperazione e la pace tra le nazioni. Per questo motivo, ripercorrendo cinquemila anni di vicende umane, Amitav Acharya, mostra che un ordine mondiale esisteva ben prima dell’ascesa occidentale. Così, come si è già visto più sopra, passando dalla Sumeria e dall’Egitto all’India e fino alla Mesoamerica, passando per i califfati medievali, gli imperi eurasiatici e l’Africa, sembrano emergere valori politici, interdipendenze economiche e norme di condotta tra Stati affermatisi in diverse epoche e aree del pianeta.

Rivelando come l’ordine non coincida obbligatoriamente con il dominio di un solo polo. Da qui la tesi centrale del libro: anche se l’Occidente arretrerà, l’ordine potrebbe perdurare ancora a lungo. Il declino occidentale non preannuncerebbe la fine della civiltà globale, ma la possibilità di aprire la strada a più centri di potere e a un assetto più equo, in cui il “resto” del mondo abbia maggiore voce e responsabilità.

Così, invece di cedere ai timori apocalittici sulla fine della civiltà, Acharya invita l’Occidente a imparare dal passato e a cooperare con le nuove potenze per forgiare un ordine condiviso, capace di affrontare sfide comuni – guerre, sicurezza energetica, disuguaglianze – senza ricadere nelle contrapposizioni tra blocchi. Nel tentativo di andare oltre le interpretazioni geopolitiche convenzionali, Storia e futuro dell’ordine mondiale cerca di offrire una differente prospettiva storica per comprendere il presente e orientarsi nel mondo che viene. Rassicurando, in tal modo, sia le élite intellettuali che le borghesie delle potenze emergenti, oltre che di quelle declinanti, sulla possibile continuità del mantenimento, senza scosse troppo violente, degli attuali rapporti di produzione, di scambio e di valorizzazione.

«Fin qui tutto bene, come diceva l’uomo che cadeva dal trentesimo piano di un palazzo una volta giunto al ventesimo»4, ma anche se è sacrosanto e necessario smontare pezzo a pezzo l’autentica narrazione tossica su cui si è basata la giustificazione del predominio occidentale e del cosiddetto “fardello dell’uomo bianco”, che tanto ha contribuito ad avvelenare anche i principi del socialismo a cavallo tra XIX e XX secolo e poi ancora successivamente, è anche vero che la narrazione della storia per imperi, civiltà e popoli, siano essi asiatici, mesoamericani o africani, di religione mussulmana o altra ancora, rischia di riproporre gli stessi errori, le stesse illusioni e confermare i rapporti d classe già contenuti in ciò che, solo in apparenza, si vorrebbe cancellare definitivamente. Considerato che la continuità della pace dovrebbe basarsi sul mantenimento della pace sociale tra le classi, il cui sovvertimento rappresenta l’unico vero disordine e caos temuto dalle classi possidenti detentrici del potere e degli strumenti repressivi dello Stato.

Un ordine multipolare, pur essendo oggi inviso ai detentori dell’impero americano, non è di per sé garanzia di maggiore democrazia ed uguaglianza per la maggioranza dell’umanità e soprattutto delle classi lavoratrici. Mentre invece l’insistita richiesta del suo avvento da parte di molti stati interessati (BRICS, Turchia, stati del Golfo, Iran etc.) sembra preludere ad un più serrato confronto, anche e forse soprattutto militare, non soltanto con la Vecchia Europa e gli Stati Uniti, ma anche tra i vari protagonisti della rinnovata scena politica internazionale.

In cui un apparente moto di rivolta anti o post-coloniale può nascondere il tentativo di coinvolger negli interessi del capitale nazionale o di quello transnazionale le moltitudini degli oppressi. Così, pur apprezzando sinceramente l’enorme sforzo condotto da Amitav Acharya per ricostruire una storia millenaria di rapporti politici diversi e più complessi tra stati, regni e imperi del passato (Egitto, Sumeria, Persia, Cina, Kanato mongolo, India come già detto più sopra), occorre cogliere come oggi una grande quantità di studi post-coloniali sia prodotta proprio da studiosi originari del Sub-continente indiano, in cui il nazionalismo del premier Modi e del suo partito dimostra come non solo non vi siano grandi interessi comuni tra proletariato e borghesia di quella vasta area prossima ormai ai due miliardi abitanti che, grazie anche al frutto avvelenato lasciato in dono dal colonialismo inglese nel 1947 con la ripartizione tra India (induista) e Pakistan (mussulmano), rischia di dover affrontare conflitti spietati per il controllo della regione oggi e, domani, con la Cina per il controllo del mercato mondiale.

Troppo spesso, infatti, le strade per l’Inferno sono lastricate di buone intenzioni (almeno apparentemente). Considerato che gli imperi, i regni e gli stati sono sempre e solo la manifestazione del dominio di classe da parte di una ristretta élite, sia questa economica, militare, religiosa o peggio ancora etnica, sulla maggioranza della popolazione e dei meno abbienti. Uomini o donne che siano.


  1. A. Acharya, Introduzione a Storia e futuro dell’ordine mondiale, Fazi Editore, Roma 2026, pp. 18-19.  

  2. F. Cardini, Prefazione a A. Acharya, Storia e futuro dell’ordine mondiale, op.cit., p. XIV  

  3. F. Cardini, op. cit., pp. XIV-XV  

  4. La citazione è tratta da La haine (L’odio), film realizzato da Mathieu Kassovitz nel 1995, vincitore del premio per la miglior regia al Festival del cinema di Cannes e prima, serratissima narrazione dello scontro nelle banlieue parigine tra i giovani di seconda o terza generazione e il potere, la violenza e il razzismo dello stato francese. Si veda in proposito: G. Toni, P. Lago, Spazi contesi. Cinema e banlieue: L’odio, I miserabili, Athena, Milieu Edizioni, 2024.  

]]>
La memoria tende all’intemporalità https://www.carmillaonline.com/2026/06/09/la-memoria-tende-allitnemporalita/ Tue, 09 Jun 2026 20:00:45 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94240 di Franco Ricciardiello

Sergej Roić, Dura Madre. L’infinito di Leopardi, pp. 130, euro 14,00, Mimesis, 2026

Leggere un romanzo di Sergej Roić ricorda un po’ l’esperienza di pattinare su un lago di ghiaccio in una giornata di nebbia: non puoi prevedere cosa troverai voltando la pagina, e rischi di continuo che la narrazione si apra precipitandoti in un altrove che non ti aspetti.

Roić, svizzero di origine croata, scrive in italiano; ha già pubblicato con Mimesis Editore tre romanzi, Wish you were here (2017), Solaris parte seconda (2019) e Feríta. Giovanna d’Arco 1971 (2022), e in tutti e tre gioca a nascondino [...]]]> di Franco Ricciardiello

Sergej Roić, Dura Madre. L’infinito di Leopardi, pp. 130, euro 14,00, Mimesis, 2026

Leggere un romanzo di Sergej Roić ricorda un po’ l’esperienza di pattinare su un lago di ghiaccio in una giornata di nebbia: non puoi prevedere cosa troverai voltando la pagina, e rischi di continuo che la narrazione si apra precipitandoti in un altrove che non ti aspetti.

Roić, svizzero di origine croata, scrive in italiano; ha già pubblicato con Mimesis Editore tre romanzi, Wish you were here (2017), Solaris parte seconda (2019) e Feríta. Giovanna d’Arco 1971 (2022), e in tutti e tre gioca a nascondino con alcuni tópoi della fantascienza, genere che evidentemente conosce — quantomeno i suoi autori più letterari. Tra i quattro, questo mi sembra il più radicale benché, a dire il vero, non ci sia nulla di sperimentale nella scrittura; al contrario, la semplicità e la bellezza della frase risaltano immediatamente. Ciò che destabilizza, rispetto a una narrazione tradizionale, è la diluizione del filo della trama in una struttura che richiede di continuo l’attenzione del lettore, e in cui ogni frase sembra alludere a qualche significato nascosto tra le parole.

C’è del resto molta riflessione filosofica nella scrittura di Roić, nel caso di questo romanzo si tratta di alcune speculazioni di Giacome Leopardi (richiamato esplicitamente solo nelle ultime pagine del testo), sull’infinito naturalmente, ma anche sulla struttura del reale — e sembra di sentire qualche eco di Immanuel Kant sulla realtà-in-sé. Soprattutto, la riflessione centrale è intorno al tema della Memoria. “Nella passione, il ricordo tende all’intemporalità” scrive J.L. Borges nella sua Storia dell’Eternità (Adelphi, 2014), la memoria concatena impressioni che si evocano a vicenda: e questo è il significato profondo che ho letto nella struttura di Dura madre, imperniata su una serie di ricordi e sul diario di uno dei protagonisti.

Nel 2564, il direttore del Progetto Memoria nella città di Nuova Lisbona lavora sull’esperienza vissuta dai fratelli Nazor, sulle loro riflessioni intorno alla forma dell’universo. Il primogenito Neven Nazor, nella breve parte a lui dedicata, evoca immagini irreali, che egli definisce “idee-allucinazioni”, affidate, oltre che alla ricerca scientifica, anche a un manoscritto ritrovato dal fratello a bordo della barca sulla quale ha trascorso un rilevante periodo della propria vita.

La parte maggiore del libro è occupata dal diario di Mario Nazor, fratello minore di Neven, dai suoi ricordi, dalle peregrinazioni a bordo della barca a vela Vesna in un mondo dalla geografia diversa da quello che conosciamo. A giudicare dai toponimi, inventati, sembra che l’ambientazione sia tra il Nordest italiano, l’Austria e soprattutto la Jugoslavia, con le migliaia di isole della Dalmazia a fare da sfondo alla navigazione.

Mario Nazor riceve in eredità, con sua stessa sorpresa, la Vesna, la bianca imbarcazione dalla quale Neven non si separava mai, e decide di partire sulle sue tracce; l’amica del cuore Fanny, più giovane di lui di una decina d’anni, accetta di accompagnarlo, incuriosita dai misteriosi racconti di Mario sulle visioni del fratello maggiore.

Poco alla volta Mario tira fuori dalla memoria racconti sulla terra d’origine dalla madre Tanja, soprattutto su un clan quasi mitologico, la famiglia Bili, tutti albini da generazioni, che possiedono la facoltà di ricordare pressoché tutto: ecco di nuovo il tema della Memoria, la dura madre del titolo, la meninge esterna che avvolge il cervello e lo protegge da traumi e contaminazioni che arrivano dal sistema circolatorio, ma che in virtù della magia delle parole assorbe nel testo il significato della Natura leopardiana, una madre dura dunque, simbolo del funzionamento meccanicistico del mondo alla cui idea si ribellava il poeta.

Non è semplice la lettura di un libro di Sergej Roić, tuttavia è bello rimuovere i freni della mente e lasciarsi galleggiare nel mare di apologhi, di brevi racconti, di storie che sembrano aggiungere ogni volta un tassello alla comprensione del tutto, però non bisogna illudersi che il significato sia lì, esplicitato sulla carta prima della parola “Fine”.

]]>
Sei giorni troppo lunghi https://www.carmillaonline.com/2026/06/08/sei-giorni-troppo-lunghi-2/ Mon, 08 Jun 2026 21:55:11 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95225 di Edoardo Todaro

Umberto Lucarelli, Sei giorni troppo lunghi, Milieu Edizioni, 2024, 112 pp.,  € 13,00

Milano, anni ’70, anzi Italia 1979. Non voglio addentrarmi sul valore sull’importanza che hanno avuto, in questo paese, gli anni ’70. Anni di conquiste sociali, di protagonismo attivo. Anni che da qualche tempo a questa parte sono posti sotto silenzio, quando va bene, denigrati e ridotti alla definizione abusata e buona per ogni evenienza, di “anni di piombo”. Ebbene Umberto Lucarelli mette in atto, con “Sei giorni troppo lunghi”, un’operazione significativa. Lucarelli va in contro tendenza e ci porta in modo, forte e [...]]]> di Edoardo Todaro

Umberto Lucarelli, Sei giorni troppo lunghi, Milieu Edizioni, 2024, 112 pp.,  € 13,00

Milano, anni ’70, anzi Italia 1979. Non voglio addentrarmi sul valore sull’importanza che hanno avuto, in questo paese, gli anni ’70. Anni di conquiste sociali, di protagonismo attivo. Anni che da qualche tempo a questa parte sono posti sotto silenzio, quando va bene, denigrati e ridotti alla definizione abusata e buona per ogni evenienza, di “anni di piombo”. Ebbene Umberto Lucarelli mette in atto, con “Sei giorni troppo lunghi”, un’operazione significativa. Lucarelli va in contro tendenza e ci porta in modo, forte e deciso,al febbraio del 1979. Siamo in pieno periodo di attacco, da parte delle forze della repressione, a tutte quelle realtà  che si pongono sul terreno del conflitto e che mettono in discussione lo stato di cose presente, quindi è doveroso ricordare gli avvenimenti che hanno portato Lucarelli a far stampare questo libro:

Pierluigi Torregiani era un gioielliere titolare di un piccolo esercizio nella periferia nord di Milano, in via Mercantini, nel quartiere della “Bovisa” La sera del 22 gennaio 1979, Torregiani subì un tentativo di rapina mentre stava cenando in una pizzeria.Torregiani reagì al tentativo di rapina,con conseguente sparatoria che causò la morte di uno dei rapinatori, Orazio Daidone. Il 16 febbraio successivo, mentre stava aprendo il negozio insieme ai figli, fu vittima da parte di un gruppo di fuoco dei PAC .Alcuni militanti dei Proletari Armati per il Comunismo affermarono di aver subito pesanti torture, per far loro rivelare i colpevoli dell’omicidio Torregiani. Tra questi,Sisinnio Bitti, vittima di violenze della polizia, come anche altri membri del Collettivo Politico della Barona,sorto nel 1974. Gli autonomi Sisinnio Bitti, Umberto Lucarelli, Roberto Villa, Gioacchino Vitrani, Annamaria e Michele Fatone  presenteranno esposti all’Autorità Giudiziaria per aver subito violenze dalla polizia,almeno dieci persone avrebbero confessato, sotto tortura, di essere autori materiali dell’omicidio. Il trattamento a cui sono sottoposti i fermati, anzi i sequestrati,entra a pieno titolo, inaugura una tecnica, ripresa in futuro del piano repressivo volto a dare una lettura esclusivamente “criminale” di un percorso politico. Tecnica che in precedenza fu già usata nei confronti di Alberto Buonoconto, nel 1975 e di Enrico Triaca nel 1978. Agenti e funzionari della DIGOS fanno a gara: pestaggi, pugni, cerini accesi sotto i piedi ed i testicoli, bastonate sul torace attraverso una coperta per non lasciare segni, ingerimento forzato di acqua con un tubo di gomma, il neon sempre acceso, le false esecuzioni, la musica della radio a tutto volume per coprire le grida di chi è sottoposto a tortura ( in Italia, non in Argentina )  ecc… Due degli arrestati/torturati devono essere ricoverati in ospedale, una storia di adolescenti sequestrati, umiliati, stuprati e torturati.

Detto questo, e  ritornando a “Sei giorni troppo lunghi”, possiamo dire che, questo testo,  oggi assume un valore in più. Due i motivi: 1) in carcere e di tortura si continua a morire e non certo ad opera di qualche mela marcia, carcere luogo inutile, una istituzione totale che non serve a niente; 2) a dispetto delle anime belle che continuano ad affermare che in Italia la tortura non è esistita e non esiste, che il “terrorismo” è stato battuto dalla forza della democrazia: “Sei giorni troppo lunghi” è la smentita secca e decisa, e ci dice che in Italia, questo è avvenuto. Tra l’altro, Lucarelli ne parla di quanto avvenuto in quanto  protagonista, e ne parla soprattutto per averne subito gli effetti collaterali, e ci parla dell’Italia democratica non certo di un paese del Sud America. Lucarelli ci mette a tu per tu con l’urgenza di scrivere per fissare i fatti, quei fatti che fanno parte della storia, anzi della nostra storia, anche se sono state, e sono, storie di ordinaria repressione.

Parlare di questo libro ci obbliga a dover riferirsi ad un testo fondamentale nel momento in cui poniamo elementi di riflessione sulla tortura,la tortura che diviene parte della metodologia degli interrogatori, tortura come norma e non pratica isolata, mi riferisco a “Henry Alleg: La Tortura” con l’importante introduzione di Jean Paul Sartre. Henri Alleg, direttore del quotidiano comunista “Alger republicain” che in maniera esplicita denuncia i metodi degli occupanti francesi contro gli algerini, e verrà sottoposto a tortura. Ma ci obbliga anche di parlare al presente: Alfredo Cospito ed i prigionieri politici in Italia, con il suo famigerato 41 bis; il genocidio in atto in Palestina ….. Ps:  mi permetto di suggerire un libro per approfondire la questione fin qui trattata: “Processo all’istruttoria” (ormai pressoché introvabile).

]]>
Sport e dintorni – Ma noi non ci saremo. Il mondiale degli altri https://www.carmillaonline.com/2026/06/07/sport-e-dintorni-ma-noi-non-ci-saremo-il-mondiale-degli-altri/ Sun, 07 Jun 2026 20:00:29 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95148 di Massimo Cervelli

Le guerre, le diseguaglianze, i cambiamenti climatici sono i veri protagonisti dell’imminente campionato Mondiale di calcio organizzato nel già difficile equilibrio dei paesi organizzatori: USA, Messico e Canada. Mentre l’ente promotore, la FIFA, parla di “armonia e rispetto”, dando l’indicazione di sorridere ed essere felici, gli Stati Uniti negano visti d’ingresso a membri di delegazioni ufficiali, a partire dall’IRAN, e ai tifosi provenienti dai paesi del sud del mondo…

Fra i tanti elementi tecnici e tecnologici che accompagnano le partite quest’anno ci sarà anche l’indice di stress termico (WBGT, Wet Bulb Globe Temperature) che farà scattare pause obbligatorie di [...]]]> di Massimo Cervelli

Le guerre, le diseguaglianze, i cambiamenti climatici sono i veri protagonisti dell’imminente campionato Mondiale di calcio organizzato nel già difficile equilibrio dei paesi organizzatori: USA, Messico e Canada. Mentre l’ente promotore, la FIFA, parla di “armonia e rispetto”, dando l’indicazione di sorridere ed essere felici, gli Stati Uniti negano visti d’ingresso a membri di delegazioni ufficiali, a partire dall’IRAN, e ai tifosi provenienti dai paesi del sud del mondo…

Fra i tanti elementi tecnici e tecnologici che accompagnano le partite quest’anno ci sarà anche l’indice di stress termico (WBGT, Wet Bulb Globe Temperature) che farà scattare pause obbligatorie di 3 minuti per tempo.

Un mondiale extralarge, con 48 paesi partecipanti (16 europei, 10 africani, 9 asiatici, 6 sudamericani, 6 americani e la Nuova Zelanda, rappresentante dell’Oceania) che insegue l’ambizioso obiettivo di incassare più di 10 miliardi di dollari. Lo sponsor principale sarà la saudita ARAMCO, la più grande compagnia petrolifera ed energetica.

Insomma, tanti elementi su cui riflettere, ben oltre ai destini del pallone…

Un Mondiale a cui, per la terza volta consecutiva, l’Italia non partecipa, ma con la presenza di molte rappresentative di paesi che hanno consistenti comunità migranti. Ed è stata proprio la curiosità sul modo delle varie comunità di vivere la Coppa del Mondo, di seguire assieme le partite che ha rappresentato la molla di questa trasmissione radiofonica, offrendo un’occasione per parlare dei loro paesi e delle loro comunità.


Il programma di Novaradio in collaborazione con Massimo Cervelli, in avvicinamento al Mondiale di Calcio. Tutti i lunedì alle 12.00, si parlerà del Mondiale che si disputerà in Usa, Canada e Messico, da un punto di vista più politico che sportivo, con uno sguardo ad alcuni dei paesi partecipanti. Lo faremo insieme ad ospiti vari che rappresenteranno il punto di vista delle varie comunità straniere di Firenze e non solo.

  • Podcast Puntata Zero – Anticipazioni sulle prossime puntate e curiosità di questo nuovo Mondiale a 48 squadre, tra paesi esordienti, guerre in corso e le trame politiche della FIFA  (trasmissione dell’11 maggio 2026)
  • Podcast Puntata 1 – Canada, USA, Messico. Le nazioni ospitanti (trasmissione del 18 maggio 2026)
    Ospiti: Brett Auerbach Lynn; traduttore, copywriter ed editor di madrelingua inglese, con doppia nazionalità statunitense e canadese. Abita a Firenze dal 2009. Ha collaborato con diverse istituzioni culturali e case editrici della città. Grande appassionato di calcio, tifoso dell’Arsenal e della Fiorentina. Leonardo Molinelli, giornalista fiorentino (mugellano) di nascita, vive a Toronto dal 2010, oggi producer per Omni News italiano, media televisivo dove lavora dal 2017.
  • Podcast Puntata 2 – Iran (trasmissione del 25 maggio 2026)
    Ospiti: Manhaz Lamei e Sara Mirkamali dell’associazione Hamseda Firenze.
  • Podcast Puntata 3 – Congo e Senegal (trasmissione del 1 giugno 2026)
  • Podcast Puntata 4 – Colombia e Messico (trasmissione dell’8 giugno 2026)

***

1958. L’altra volta che non andammo ai Mondiali

Quelli ospitati in Svezia nel 1958 furono i primi Mondiali di calcio in cui la nazionale italiana non riuscì a qualificarsi alla fase finale. Alla competizione del 1958 ed ai suoi “dintorni” è dedicato il volume 1958. L’altra volta che non andammo ai Mondiali (Rogas 2018) di Bruno Barba, ricercatore di Antropologia del Dipartimento di Scienze Politiche – Scuola di Scienze Sociali – dell’Università di Genova, studioso del meticciato culturale e del sincretismo religioso del Brasile, oltre che dei significati antropologici del calcio [gh.t.].

«Nel 1958 la Svezia ospitò un Mondiale elettrizzante e spettacolare, che vide le gesta di Pelé, Garrincha e di un Brasile assurto finalmente alla gloria del calcio dopo la “tragedia del Maracanã” di otto anni prima. Analogie, ricordi, narrazioni del tempo passato che spingono a varie riflessioni. Com’era il Brasile, com’era il mondo, com’era l’Italia e com’era il calcio dell’epoca? Tra speranze di pace e conservatorismo politico, bossa nova brasiliana e l’immortale Volare di Modugno, boom economico nascente e tensioni da guerra fredda, conquiste spaziali e rock and roll, questo testo è l’occasione per focalizzare l’attenzione su “un anno decisivo” come si disse allora. Con il calcio che funge da più che un pretesto per leggere dinamiche sociali, eroi, fatti antichi e nuovi della nostra vita».

Sport e dintorni – serie completa

]]>
Tutti ospiti all’Abbazia degli incubi https://www.carmillaonline.com/2026/06/06/tutti-ospiti-allabbazia-degli-incubi/ Sat, 06 Jun 2026 20:00:33 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94695 di Franco Pezzini

[È comparso per i tipi Agenzia Alcatraz, Milano 2026, il saggio L’abbazia degli incubi. Fantasmagorie Gotico-Romantiche (1750-1850) a cura di chi scrive. Dall’Introduzione si propone qui un breve stralcio.]

Ho quasi finito Nightmare Abbey. Ritengo necessario “prendere posizione” contro le “invasioni” dell’atrabile. Il quarto canto del Childe Harold [di Lord Byron] è davvero pessimo. Non posso consentire ad essere auditor tantum di questo sistematico “avvelenamento” della “mente” del pubblico lettore.

Thomas Love Peacock a Percy Bysshe Shelley, 30 maggio 1818

Tra le parodie d’autore del gotico la più nota è senz’altro Northanger Abbey di Jane Austen, 1817: l’antieroina Catherine Morland [...]]]> di Franco Pezzini

[È comparso per i tipi Agenzia Alcatraz, Milano 2026, il saggio L’abbazia degli incubi. Fantasmagorie Gotico-Romantiche (1750-1850) a cura di chi scrive. Dall’Introduzione si propone qui un breve stralcio.]

Ho quasi finito Nightmare Abbey. Ritengo necessario “prendere posizione” contro le “invasioni” dell’atrabile. Il quarto canto del Childe Harold [di Lord Byron] è davvero pessimo. Non posso consentire ad essere auditor tantum di questo sistematico “avvelenamento” della “mente” del pubblico lettore.

Thomas Love Peacock a Percy Bysshe Shelley, 30 maggio 1818

Tra le parodie d’autore del gotico la più nota è senz’altro Northanger Abbey di Jane Austen, 1817: l’antieroina Catherine Morland appassionata di romanzi gotici, e che crede di viverci dentro, è in fondo la versione solo più caricata e parodistica delle eroine di Ann Radcliffe che fraintendono giochi d’ombre e bisbigli, vedendo cadaveri dove non ci sono, sentendo sussurri di minacce inesistenti e trasfigurando fantasiosamente le (oggettive) vessazioni sociali in orripilazioni assortite. Il fatto è che il gotico, con le sue incertezze, i suoi misteri che diventano misunderstanding, le impennate grottesche dal sapor di paradosso lynchiano (si pensi a Walpole, a Beckford, a Hoffmann, a certo Poe) all’ironia presta volontariamente il fianco: e del resto proprio in chiave gotica si sono giocate commedie o trasposizioni allegramente sopra le righe come quelle dell’immenso Vincent Price.
Ma c’è almeno un altro testo parodistico che merita assolutamente citare. Chi oggi vada a Marlow, ameno e curatissimo villaggio a poco più di cinquanta chilometri da Londra, in West Street avrà la gioia di vedere dall’esterno il delizioso Shelley Cottage (un tempo Albion House) dove Mary e Percy Bysshe Shelley andarono ad abitare dopo la fatale vacanza in Svizzera rimasta associata alla sfida narrativa di Villa Diodati. La vacanza cioè in cui Mary ha concepito quel Frankenstein al cui titolo resterà indissolubilmente legata: e proprio dietro gli infissi di forma goticheggiante di Shelley Cottage, quel primo abbozzo diventerà il romanzo gotico/fantascientifico noto in tutto il mondo. A quel tempo la cittadina ha poche pretese ed è semplicemente un luogo tranquillo dove anche in seguito artisti vari abiteranno per periodi più o meno lunghi: a parte gli Shelley, il pittore Edward John Gregory, Jerome K. Jerome e per un periodo T. S. Eliot. Ma anche un amico di Percy, Thomas Love Peacock (1785-1866), che al villaggio gli trova casa – anzi ospita gli Shelley durante i lavori nel nuovo alloggiamento – e a sua volta cambia varie abitazioni fino all’ultima al 47 West Street, nella camere oggi sovrastanti un bel negozio di rivestimenti e piastrelle. Per tutti e tre il periodo dal 1816 al 1818 si rivela particolarmente fertile, e senza paragoni nel resto della loro produzione. E proprio lì a Marlow, Peacock scrive il suo capolavoro Nightmare Abbey, 1818 (con lievi revisioni 1837), una delle più formidabili parodie gotiche mai prodotte – in cui si toglie anche qualche sassetto (si torni alla sua lettera citata) in fatto di mode letterarie.
Legato a Percy da genuina riconoscenza per alcuni iniziali appoggi economici e per un proficuo dialogo (per quanto resti allergico a idee radicali dell’amico come il libero amore, il naturismo e il vegetarianesimo), Peacock coinvolge in Nightmare Abbey tutto il giro di Percy, in chiave di scatenato divertissement: il trascendentalista Mr Ferdinando Flosky è nientemeno che Samuel Taylor Coleridge, e l’Onorevole Mr Listless una macchietta di Sir Lumley Skeffington, il misantropo Mr Cypress si basa su Lord Byron, il millenarista Mr Toobad tale J. F. Newton… ma soprattutto il protagonista Scythrop Glowry offre la spassosa, effervescente caricatura dello stesso Percy. La pantomima gesticolante del romanzo fa pensare al dimenarsi di certe figure straniate di Füssli: e leggendolo da ragazzo l’avevo immaginato interpretato dalla squadra di gigioni arruolati negli anni Sessanta da Corman (la saga Poe & Price) e Jacques Tourneur (Il clan del terrore/The Comedy of Terrors). Nell’allarmato manicheo millenarista Mr. Toobad vedevo Peter Lorre, e nel cupo, corrucciato trascendentalista Ferdinando Flosky un ormai stagionato Basil Rathbone; mentre Christopher Glowry signore dell’Abbazia degli Incubi – più o meno modellata su Albion House – e padre del protagonista Scythrop sarebbe stato ovviamente Vincent Price. (Scythrop, ça va sans dire, sarei stato io…).

L’Abbazia degli incubi, vetusta magione familiare in un assai pittoresco stato di semidecadenza, era amenamente situata su una striscia di terra arida tra il mare e le paludi, al limitare della contea di Lincoln; l’esimio Christopher Glowry le aveva dato lustro eleggendola a sua dimora. Il suddetto gentiluomo, per natura di indole malinconica, era grandemente afflitto da quei fantasmi della dispepsia comunemente chiamati umor nero. Già amareggiato nel verde dei suoi anni da un’amicizia deludente, aveva poi sofferto per un amore contrastato. Offrì quindi il suo nome, per ripicca, a una dama che – troncando di netto i vincoli di un provato affetto giovanile – l’accettò per interesse. […] Un bel giorno però, come Sir Leoline in Christabel, “al risveglio trovò la sua signora morta”, e così rimase vedovo – un vedovo molto consolabile – con un solo figlioletto.
Quest’unico rampollo ed erede il signor Glowry lo aveva battezzato Scythrop [dal greco skuthropós, “d’aspetto triste”], dal nome di un antenato materno che in un giorno di pioggia s’era impiccato in un accesso di toedium vitae e aveva ricevuto un encomio solenne nell’esauriente verdetto di suicidio. Per tale ragione, il signor Glowry tenne la sua memoria in grande onore, e fece del suo cranio una coppa da ponce.

In scena nel romanzo in chiave di commedia sono anzitutto vicissitudini sentimentali: quelle di Percy, ovviamente, ma indirettamente quelle dello stesso Peacock, che sta affrontando le proprie difficoltà a trovar moglie. Il fallito tentativo di accasarsi con Claire Clairmont sorellastra di Mary, resa madre da Lord Byron e comunque attratta da Shelley, si colloca proprio nel periodo della scrittura di Nightmare Abbey, che esce nel novembre 1818.
Si discute sull’identità retrostante il personaggio dell’avventurosa, romantica Celinda Toobad (ma si presenta quale Stella, come l’eroina di Goethe) che in Nightmare Abbey conquista il cuore dell’indeciso Scythrop, strappandolo alla ciangottante Miss Marionetta Celestina O’Carroll. Certo qualcuno degli amori di Shelley, nei cui romanzi gotici Zastrozzi e St. Irvyne l’eroe (guarda caso) è amato da due donne contemporaneamente: e di solito si intende Marionetta come Harriet Westbrook, prima moglie del poeta, e Celinda come colei che gli rapì il cuore, cioè la giovane Mary Wollstonecraft Godwin, la futura Mary Shelley. In realtà non è certo, Marionetta potrebbe integrare il ricordo una ragazza amata dallo stesso Peacock, Marianne de St Croix, nell’ambito di un complesso triangolo con una terza signorina; e dietro Celinda si sono viste altre donne, Elizabeth Hitchener o Claire Clairmont. In effetti Peacock, in buoni rapporti con Harriet, vede nei primi tempi con una certa freddezza Mary, che lo ricambia senza infingimenti (disprezzandolo oltretutto per i sostegni economici che accetta da Percy); e il successivo suicidio di Harriet potrebbe spingere il Nostro a voler dimenticare di averla caricaturata in Marionetta…

Scythrop era di nuovo in paradiso. – Cosa vorrei? E che altro se non voi, Marionetta? Voi, come compagna dei miei studi e dei miei pensieri; come coadiutrice nei miei grandi progetti per l’emancipazione dell’umanità.
– Temo che non sarei un gran che come coadiutrice, Scythrop. Quale sarebbe il mio compito?
– Fare ciò che Rosalia fa con Carlos [personaggi del romanzo gotico Horrid Mysteries], divina Marionetta! Apriamoci reciprocamente una vena del braccio, così da mescere il nostro sangue in una coppa e berlo come sacramento d’amore. Allora avremo visioni d’illuminazione trascendentale, e ci libreremo sulle ali delle idee nello spazio dell’intelligenza pura.
Marionetta ammutolì; il suo stomaco era più delicato di quello di Rosalia, e il solo pensiero le diede la nausea. Si staccò di colpo da Scythrop, si precipitò alla porta della torre e fuggì per i corridoi. Scythrop la rincorse, gridando:
– Fermatevi! Fermatevi, Marionetta, vita mia, amor mio!

Il frangente sentimentale continuerà peraltro a rappresentare per Peacock un fronte delicato. Riesce ad accasarsi con Jane Gryffydh, figlia di un parroco gallese, ma dopo qualche anno sereno la morte della seconda figlia non ancora treenne precipita Jane in una crisi inarrestabile e invalidante. Lui fa di tutto per starle accanto, ma la crisi diventa malattia mentale e alla fine si trovano costretti a separarsi – anche se lui continuerà a provvedere alle necessità della moglie. Il tentativo di risposarsi – stavolta con Pauline Clairmont nipote di Claire – fallisce per l’eccessivo divario di età.
Decisamente più fortunati sono per lui il fronte del lavoro – dopo tante ricerche alla fine si sistema alla East India Company, diventando un apprezzato specialista di navigazione a vapore – e quello della produzione letteraria, con un taglio satirico che incontra approvazione e gli garantirà memoria postuma. Particolarmente attraverso Nightmare Abbey.
Nel gotico, il peso immaginale del tema del nightmare, l’incubo inteso anzitutto come ombra che opprime, è tra Sette e Ottocento determinante, basti pensare agli esiti diversi e paralleli di Walpole – coi suoi brutti sogni e i suoi giganti da paura notturna – e Füssli; quanto all’abbazia, più o meno in rovina dopo la Dissoluzione dei monasteri o riadattata a costruzione civile, è un topos forse persino più emblematico del castello. Il titolo di Peacock dunque è ben trovato – e nella carrellata che qui si apre offre una chiave per affrontare quella più vasta produzione visionaria che approssimativamente da metà Settecento corre fino a metà ottocento attraverso diversi fenomeni culturali e politici: il gotico, la tarda età libertina, il preromanticismo, la Rivoluzione francese, l’età napoleonica, la stagione Regency, l’età romantica, le altre rivoluzioni… epoche fitte di fantasmi – anzi d’incubi – e dove un fantastico ormai laico proietta (a dirla con Goya) i sogni e gli incubi della ragione generando mostri. Per affrontarla in realtà da più punti di vista, i temi d’epoca – opere, personaggi, miti… – e riletture tarde e magari postmoderne – letterarie, cinematografiche… – che quei temi assumono come provocazioni su un’archetipica età gotico-romantica di cui siamo eredi. Tutti ospiti all’Abbazia degli incubi. […]

]]>
Sul fare poesia. Se lo diceva Leopardi… https://www.carmillaonline.com/2026/06/05/sul-fare-poesia-se-lo-diceva-leopardi/ Fri, 05 Jun 2026 21:52:42 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95096 di Francisco Soriano

Ai «caratteri degli uomini e sulla loro condotta in società» accennava Giacomo Leopardi in una lettera poco prima della sua morte: appartenevano ai «pensieri», resi noti postumi nel 1845 ed estratti da quel pozzo senza fondo che rimane ancora oggi lo Zibaldone. i pensieri mi sono stati consigliati da Claudia dopo la lettura del testo sul fare poesia. vanità come male del poetare: il gesto mi ha reso la giornata meno afflitta dai sensi di colpa per aver potuto (senza volerlo) ferire alcuni miei amici e amiche poeti. ma tuttora confermo: la vanità è un elemento [...]]]> di Francisco Soriano

Ai «caratteri degli uomini e sulla loro condotta in società» accennava Giacomo Leopardi in una lettera poco prima della sua morte: appartenevano ai «pensieri», resi noti postumi nel 1845 ed estratti da quel pozzo senza fondo che rimane ancora oggi lo Zibaldone. i pensieri mi sono stati consigliati da Claudia dopo la lettura del testo sul fare poesia. vanità come male del poetare: il gesto mi ha reso la giornata meno afflitta dai sensi di colpa per aver potuto (senza volerlo) ferire alcuni miei amici e amiche poeti. ma tuttora confermo: la vanità è un elemento disturbatore, inquietante, malsano e fuorviante, bisogna liberarsene e poi combatterlo.

«Se avessi l’ingegno del Cervantes, io farei un libro per purgare, come egli la Spagna dall’imitazione de’ cavalieri erranti, così io l’Italia, anzi il mondo incivilito, da un vizio che, avendo rispetto alla mansuetudine de’ costumi presenti, e forse anche in ogni altro modo, non è meno crudele né meno barbaro di qualunque avanzo della ferocia de’ tempi medii castigato dal Cervantes. Parlo del vizio di leggere o di recitare ad altri i componimenti propri: il quale, essendo antichissimo, pure nei secoli addietro fu una miseria tollerabile, perché rara; ma oggi, che il comporre è di tutti, e che la cosa più difficile è il trovare uno che non sia autore, è divenuto un flagello, una calamità pubblica, e una nuova tribolazione della vita umana»: basterebbe leggere questa breve riflessione che si trova quasi come un esergo al «pensiero ventesimo» di Leopardi, al fine di deporre ogni tipo di nostra velleità «espressiva» in pubblico. dal testo leopardiano si evince che la su citata «calamità pubblica» viene riferita soprattutto a una nuova «tribolazione» della vita umana: «il vizio di leggere o di recitare ad altri i componimenti propri». inoltre è giusto sottolineare che il poeta dell’Infinito definisce come «flagello» il comporre, ormai appannaggio di «tutti». nei secoli precedenti a Leopardi (considerando che la pratica del declamare ha radici antichissime), il poeta ci informa che questa «miseria intollerabile» è in effetti deflagrata in quantità macroscopica anche durante i suoi anni. noi possiamo certificare questa testimonianza, convincendoci ancora di più dell’inesorabilità dell’azione declamatoria e, nello stesso tempo, della nostra ineluttabile resistenza a tale pratica disturbante quando è fonte di retorica e supponente vanità.

Leopardi continua nel suo scritto con puntualità sulla questione: «E non è scherzo ma verità il dire, che per lui le conoscenze sono sospette, e le amicizie pericolose; e che non v’è ora né luogo dove qualunque innocente non abbia a temere di essere assaltato, e sottoposto quivi medesimo, o strascinato altrove, al supplizio di udire prose senza fine o versi a migliaia, non più sotto scusa di volersene intendere il suo giudizio, scusa che già lungamente fu costume di assegnare per motivo di tali recitazioni; ma solo ed espressamente per dar piacere all’autore udendo, oltre alle lodi necessarie alla fine. In buona coscienza io credo che in pochissime cose apparisca più, da un lato, la puerilità della natura umana, ed a quale estremo di cecità, anzi di stolidità, sia condotto l’uomo dall’amor proprio; da altro lato, quanto innanzi possa l’animo nostro fare illusione a sé medesimo; di quello che ciò si dimostri in questo negozio del recitare gli scritti propri». credo fermamente, così come ho sottoposto me stesso a una puntigliosa cura al fine di eliminare ogni scoria prodotta dalla vanità, che ognuno possa compiere un percorso come processo di superamento della propria, seppur legittima vanità di «esposizione» al pubblico giudizio delle proprie poesie. per un «poeta» che voglia serenamente mirarsi in uno specchio senza far svanire la propria immagine e il proprio buon senso in un batter d’occhio, dunque, non resta che assumersi la responsabilità della «puerilità» della natura umana in generale e, in particolare, il livello di «cecità» che conduce l’uomo lontano dall’amor proprio. inoltre nel suo meraviglioso ragionamento Leopardi usa un’espressione profondissima, che si riassume in quel «fare illusione a sé medesimo». «Illusione» è termine onnicomprensivo, si direbbe parola polisemica, che racchiude nel nostro caso radici riconducibili a vanità, dissociazione, addirittura arroganza. essere buoni scrittori passa attraverso l’analisi delle proprie azioni, della «realtà delle cose», della coerenza della prassi in ciò che si sostiene senza cedere alla debolezza del falso, anzi prendendo spunto dallo studio e interpretazione del silenzio rilkiano nel poetare, della paziente estasi dell’attesa elitisiana, della tradizione innovativa poundiana, della contemplazione estatica di Cristina Campo, dell’«imperturbabilità profonda» montaliana, solo per citare alcuni riferimenti ineludibili di chi intende avere a che fare con la poesia.

Straordinario nell’ironia – e come un uomo di tale profondità e vastità nelle conoscenze non potesse praticarla –, Leopardi cita uomini savissimi o maestri eccelsi delle lettere, purtroppo incorsi nel disturbante vizio che tutti noi «conosciamo», lasciandoci percepire – nonostante tutto – margini di umanissima comprensione verso costoro ma, attenzione, mai di giustificazione: «Fino gli scritti più belli e di maggior prezzo, recitandoli il proprio autore, diventano di qualità di uccidere annoiando: al qual proposito notava un filologo mio amico, che se è vero che Ottavia, udendo Virgilio leggere il sesto dell’Eneide, fosse presa da uno svenimento, è credibile che le accadesse ciò non tanto per la memoria, come dicono, del figliuolo Marcello, quanto per la noia del sentir leggere».

Praticare letture quasi costringendo il pubblico all’ascolto è modalità disturbante e molesta, ineffabile, «vedendo sbigottire e divenire smorte le persone invitate ad ascoltare le cose sue, allegare ogni sorte d’impedimenti per iscusarsi, ed anche fuggire da esso e nascondersi a più potere; nondimeno con fronte metallica, con perseveranza maravigliosa, come un orso affamato, cerca ed insegue la sua preda per tutta la città, e sopraggiunta, la tira dove ha destinato. E durando la recitazione, accorgendosi, prima allo sbadigliare, poi al distendersi, allo scontorcersi, e a cento altri segni, delle angosce mortali che prova l’infelice uditore, non per questo si rimane né gli dà posa; anzi sempre più fiero e accanito, continua aringando o gridando per ore, anzi quasi per giorni e per notti intere, fino a diventarne roco, e finché, lungo tempo dopo tramortito l’uditore, non si sente rifinito di forze egli stesso, benché non sazio». perché dunque non ammetterlo: a quanti di voi non è capitato di assistere a queste scene descritte da Leopardi fra gli astanti divenuti relitti sbattuti dalla corrente del vociare informe e incontrollato del poeta?
Interessante soffermarsi sulla parola «piacere», pronunciata dal poeta di Recanati, per comprendere quale sentimento quest’ultima suscitasse in chi legge e chi «ode»: «E questo piacere consiste in una ferma credenza che l’uomo ha, di destare ammirazione e di dar piacere a chi ode: altrimenti il medesimo gli tornerebbe recitare al deserto che alle persone.

Ora, come ho detto, quale sia il piacere di chi ode (pensatamente dico sempre ode, e non ascolta), lo sa per esperienza ciascuno, e colui che recita lo vede; e io so ancora, che molti eleggerebbero, prima che un piacere simile, qualche grave pena corporale». trovo estasiante la «grave pena corporale» suscitata da Leopardi che, per l’umanissima sua inclinazione, sappiamo bene fosse una esagerazione verbale dettata dallo spirito e dal buon gusto di dire cose di tal genere al fine di scatenare un episodico sorriso. la realtà diviene però cosa seria, triste e forse astiosa, quando si ammette per certo che «tale è l’uomo», che possiede vizi definiti «barbari e ridicoli» e sicuramente lontani da ogni umana razionalità, determinando nello spirito umano una vera e propria patologia, meglio definita da Leopardi come «morbo». non vi è infatti scampo e si ritorna a dolorosi esempi: « E come è questo vizio de’ tempi nostri, così fu di quelli di Orazio, al quale parve già insopportabile; e di quelli di Marziale, che dimandato da uno perché non gli leggesse i suoi versi, rispondeva: “Per non udire i tuoi”: e così anche fu della migliore età della Grecia, quando, come si racconta, Diogene cinico, trovandosi in compagnia d’altri, tutti moribondi dalla noia, ad una di tali lezioni, e vedendo nelle mani dell’autore, al fine del libro, comparire il chiaro della carta, disse: “Fate cuore, amici; veggo terra”».

Dunque, sia negli anni in cui Giacomo Leopardi scriveva la magnifica Ginestra, sia oggi, «gli uditori, anche forzati, a fatica possono bastare alle occorrenze degli autori». a noi non sarà riservato che assistere alle lancinanti note del dolore di ognuno di loro, emotive corde dell’infelicità, fra lacrime dissetanti e immancabili accordi musicali così poco inebrianti ai nostri eroici orecchi.

]]>