Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 30 Jan 2026 21:00:20 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 I terroristi del desiderio https://www.carmillaonline.com/2026/01/30/i-terroristi-del-desiderio/ Fri, 30 Jan 2026 21:00:20 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92615 di Franco Pezzini

Flor Canosa, Polpa, trad. di Giovanni Barone, pp. 112, € 16, Neo edizioni, Castel di Sangro (AQ) 2025

… fare l’amore è sentire il proprio corpo che si chiude su se stesso, è esistere finalmente al di fuori di ogni utopia, con tutta la propria densità, tra le mani dell’altro. Sotto le dita dell’altro che ti percorrono, tutte le parti invisibili del tuo corpo trovano vita, sulle labbra dell’altro le tue diventano sensibili, davanti ai suoi occhi socchiusi il tuo viso acquisisce una certezza: c’è finalmente uno sguardo che vede le tue palpebre chiuse. Anche l’amore, come lo [...]]]> di Franco Pezzini

Flor Canosa, Polpa, trad. di Giovanni Barone, pp. 112, € 16, Neo edizioni, Castel di Sangro (AQ) 2025

… fare l’amore è sentire il proprio corpo che si chiude su se stesso, è esistere finalmente al di fuori di ogni utopia, con tutta la propria densità, tra le mani dell’altro. Sotto le dita dell’altro che ti percorrono, tutte le parti invisibili del tuo corpo trovano vita, sulle labbra dell’altro le tue diventano sensibili, davanti ai suoi occhi socchiusi il tuo viso acquisisce una certezza: c’è finalmente uno sguardo che vede le tue palpebre chiuse. Anche l’amore, come lo specchio e come la morte, placa l’utopia del tuo corpo, la fa tacere, la calma, la rinchiude come in una scatola, la rende inaccessibile e la sigilla. Per questo, l’amore è un parente stretto dell’illusione dello specchio e della minaccia della morte. E se, nonostante la presenza di queste due figure pericolose che lo circondano, piace tanto fare l’amore è perché, nell’amore, il corpo è qui.

Tale il bellissimo incipit della prima parte, da Foucault, Il corpo, luogo di utopia. Ma Polpa può definirsi una storia d’amore? Sicuramente, in qualche modo febbrile e assai poco convenzionale: quello tra Irma, obbligata fin dall’infanzia a non provare emozioni – e che dunque vive giovanissima il dolore di alcune spine nel dito come un’eccitante scoperta, preludio a una deriva che solo per approssimazione e impoverimento potremmo definire masochistica – e Lunes, un quarantenne ricco totalmente in balia di pulsioni sempre più eccessive, stimolate dalle censuratissime fonti a disposizione al suo orizzonte culturale e da esperienze ai confini ultimi della “civiltà” in cui vive. E che a un certo punto prende a praticare (senza freni e con una spendita totale del corpo, dei corpi) con Irma. O, per meglio dire, su Irma.
Certo una storia di passione immorale che rotolando come un sasso da una montagna si fa valanga e innesco di esplosione d’una società-stato che vieta le emozioni e si rivela interiormente, materialmente morta. E il finale non è tranquillizzante… Attenzione, seguiranno spoiler.
In Italia, l’argentina Flor Canosa – 1979, sceneggiatrice, montatrice cinematografica e docente all’Università di Buenos Aires, all’attivo sei romanzi – è nota per La seconda lingua madre (Future Fiction, 2024) e Tette (Tempesta, 2025). Arriva ora questo Polpa (ed. orig. Pulpa, 2016) che richiede al lettore, diciamolo, uno stomaco forte e probabilmente non è per tutti.
Sorretto da un controllo stilistico insieme saldo e tremendo – dati i temi, a tratti siamo quasi all’intollerabilità – il romanzo apre a una pluralità di suggestioni e riflessioni. In scena è il futuro angosciante di un singolo paese che potrebbe essere un’Argentina del futuro (in altri, ci viene rivelato, le cose vanno diversamente): corpo fisico e corpo sociale vi intrecciano un minuetto a tratti atroce, che provoca sui temi del rapporto tra umano e bestiale, della censura e dell’obbedienza coatta o ribelle al potere, dell’uso e abuso del corpo nostro e altrui e dei relativi sentimenti, del nesso tra controllo, autocontrollo e piacere, dei pericoli della tecnologia gestita dal potere… Ma l’autrice non è interessata a fornire soluzioni, o una morale: evoca caveat, prefigura tentazioni personali e collettive, mette in scena dialetticamente modelli opposti, la negazione ufficiale e censoria e l’abbandono pulsionale assoluto. Le scene sono a volte sopra le righe, ma non si tratta di vuota corsa all’effettaccio: Polpa è una provocazione tagliente, intelligente e ben strutturata, misuratissima. Sul piano poi dell’edizione, il breve romanzo vede a incipit di ogni capitoletto l’immagine di un antico strumento di tortura, per tutti i gusti.
Le definizioni di genere non risultano inutili: si tratta di un romanzo distopico dalle forti implicazioni erotiche, ambientato in una società-stato apparentemente ipercontrollata. Nella logica che “Non provare grandi emozioni, se non per la curiosità e l’istinto di sopravvivenza, è meraviglioso”, il dolore vi è stato prima privatizzato e poi progressivamente estromesso con sentimenti e autenticità dall’esperienza quotidiana lecita:

Una volta messe sotto controllo alcune questioni pratiche come natalità e mortalità, regolamentato l’universo degli alimenti sintetici, convertite le industrie farmaceutiche in laboratori alimentari volti a contenere le perdite e, in realtà, a quadruplicare i guadagni, la medicina decise che qualsiasi manifestazione di dolore doveva essere trattata come un episodio autoinflitto, perché il dolore non aveva motivo di esistere in un ambito (il corpo) totalmente manipolato nei processi biologici dal governo. Il corpo appartiene allo Stato; la sovranità sulla mente, invece, resta a ognuno di noi. Con i dovuti limiti, chiaro. E allora, se il dolore era uscito dai normali processi dell’organismo umano ed era una sensazione provocata artificialmente – una droga sintetica, uno stato di illuminazione –, non poteva essere permesso. In teoria, oggi lo Stato non ha il dominio sul dolore emozionale, quel sentimento di profonda pena o tristezza che aveva cercato di spiegarmi Lunes senza risultato, ma in qualche modo, fin da piccoli, siamo stati resi immuni a tutte quelle sensazioni. Se affiorano – come inevitabilmente è successo a tutti – sappiamo come controllarci. Ci sono droghe (specifiche e limitate, prodotte da un grande laboratorio che ha il monopolio dell’industria farmaceutica) per ogni cosa: per il dolore, per il piacere, per la depressione, per l’odio e l’amore, per la nostalgia, la noia, per la sovraeccitazione, per l’insonnia e la sonnolenza, e così per ogni piccola manifestazione delle emozioni più grandi. Una pasticca di diverso colore.

Mentre, come più tardi sintetizzato, “La malattia è, per definizione, una devianza dello stato fisiologico del corpo. È l’alterazione strutturale di qualche parte o organo. Qualcosa è fuori norma (salute). Anormale”.
Esiste un’unica inquietudine istituzionalmente accettata, che inverte nel segno del non-mostrato e non-detto gli antichi usi sanzionatori delle esecuzioni pubbliche: infatti

Esiste […] qualcosa chiamata la pena che nessuno conosce, ed è quella la prigione perfetta. Nemmeno Foucault avrebbe potuto immaginarla meglio. Non abbiamo più bisogno della tortura né del carcere: abbiamo la paura. Una paura viscerale, sicuramente impiantata in laboratorio.

Protagonista della prima parte del trittico in scena, Irma è però figlia e nipote di donne nel complesso poco ligie ai dettami governativi che pongono precisi e spersonalizzanti veti a emozioni e sofferenza – in caso di malattia ci si dovrebbe autoricoverare subito, lasciarsi trattare con oppiacei e ridurre in stato di incoscienza perché il dolore è un crimine e si paga, e nella situazioni estreme si finisce polverizzati. La giovanissima vede aprirsi un mondo allo scoprire ferite di spine (della pianta nota come Santa Rita, forse l’Euphorbia milii) nella carne della nonna morta e allo sperimentare quel pungersi: il tutto in quel luogo d’infezione sovversiva – una casa in generale decadenza, acqua sporca dai tubi, infezioni incombenti… – dove non è un caso che abbia la prima mestruazione. Quando assaggia il proprio sangue ferendosi con un vetro, avrà un orgasmo… Il fatto è che il

dolore proibito era un concetto mitizzato, una leggenda metropolitana. Il dolore non esiste, il dolore è tabù, il dolore può ucciderti, come se la sua assenza non fosse uno degli aspetti della morte, la morte per mancanza di sensazioni. Io avevo dodici anni e una curiosità innata. Dodici anni e il bisogno di saziare una sete che mi divorava le viscere come gli avvoltoi di Prometeo, ma senza volto né becco né ali.
La cosa peggiore di essere vivi è non sapere cos’è che ti sta uccidendo. Se qualcosa non ti uccide con la sua presenza, probabilmente lo sta facendo attraverso la sua assenza.

Mentre per Irma il dolore tabù diventa feticcio e marchio del piacere, matrice identitaria: e crescendo, abbandonata una vita sessuale insoddisfacente, si consegna per sempre a Lunes. Via via, mette a fuoco che la sovversione è possibile:

Ciò che conta è che ho incontrato un gruppo di persone, poche, che aveva trovato il modo di disobbedire. Conducevano un’esistenza apparentemente rispettosa delle leggi, ma in realtà il loro mondo interiore li spingeva a tramare contro l’armonia sociale. Nonna e i suoi segni impossibili sui polsi; madre e la sua agonia lunga due mesi, mentre il cancro la distruggeva da dentro; Lunes e le sue piccole morti, cercate, contro ogni legge, oscene, ossessive, ostinate.

Nel complesso, più facilmente condivisibile per il lettore è la forma di ribellione condotta ai margini del paese da chi vive secondo usi antichi, i cosiddetti uomini-bestia:

Io non sapevo che nelle zone dove gli uomini-bestia cacciano gli animali e li divorano ci sono anche saggi che trasmettono conoscenze antiche a chi vuole ascoltare. Ne sono rimasti pochi, ma per fortuna i progressi biologici hanno costruito uomini e donne dotati di memoria e curiosità prodigiose. Creature costrette a tacere per il 95% della vita che utilizzano il restante 5% del tempo a disposizione per tramandare.

Mentre nel paese “civile”

L’unica forma di resistenza, dove la memoria ancora persiste, è nell’istinto che ci spinge ad aggregarci per tornare a raccontare come facevano i primi narratori orali. Sebbene manteniamo la stessa lingua, la cultura, la scrittura e la complessità insita nel concetto di modernità, la verità è stata compromessa. Abbiamo superato da tempo l’epoca della post-verità, in cui si sosteneva che le reti e la democratizzazione dell’informazione avessero distrutto i presupposti che garantivano l’esistenza di un’unica verità in mano a pochi attori. Quei presupposti tremano lì dove le fonti si moltiplicano e diventano anonime, dove tutti hanno voce e ciascuno può farsi sentire, dove non esiste una verità assoluta ma molteplici punti di vista. Però questo è già passato. Lo Stato ha fatto in modo che quella post-verità divenisse innocua ed è tornato a regnare il pensiero unico, l’ha diviso in due o tre parti facilmente assimilabili e ripartito equamente tra i migliori offerenti del regime. Vale a dire che si è tornati alla situazione di sempre. La natura e il corpo seguono dei cicli; i governi anche.
Lunes mi ha insegnato anche che il corpo fin dalle origini è stato una preoccupazione della filosofia.

Anche se ormai il passato, come viene trasmesso ai cittadini, è estremamente vago. All’archiviazione nel paese del caotico, labirintico web (ancora presente all’estero), è subentrata la rack sua versione filtrata, balbettio di informazioni di regime annacquate fino all’insussistenza. Borges (ricordiamo che l’autrice è argentina) “nessuno sa se sia davvero esistito o sia una leggenda”; di “un filosofo francese chiamato Michel Foucault, [si arriva a sapere] che affrontò la questione del dolore inflitto come meccanismo di controllo” (in antico il sovrano infliggeva la tortura per restituire la sovranità oltraggiata, ma “il potere disciplinare sviluppatosi a partire dal XIX secolo considerava che il corpo dovesse essere riformato, corretto” e normalizzato). Tuttavia “Per la rack, Foucault non è mai esistito e Platone è solo l’autore di alcune frasi new age”; Nietzsche, Kierkegaard, Heidegger, Sartre, sono visti confusamente come guru della musica dai messaggi sovversivi; si cita a brandelli Fromm, si cita Crowley… mentre curiosamente – ma forse non troppo perché sgomiterebbe troppo nel contesto – non si trova menzione di Sade, idealmente presente a ogni pagina.
Partner e mentore, Lunes offre così a Irma una sorta di consapevolezza teorica, politica e filosofica che però lei resetta costantemente – pur riassumendo via via a noi le rivelazioni ricevute. Va detto che Irma non può ricordare le affabulazioni politiche di Lunes: lui soffre di una sindrome d’incontinenza orale e ipermnesia, lei al contrario ha solo una memoria sensoriale e tende a rimuovere il resto, per cui almeno nella sua sezione è legittimo porsi qualche dubbio sulla parte speculativa riportata. Ma senza sentimenti ed emozioni forti, l’atrofia mentale è garantita, l’esperienza e il dissenso sterilizzati, la personalità negata; e il desiderio coartato devia verso logiche di controllo, dipendenza e violenza solo apparentemente opposte a quelle di repressione.
Se Irma incarna il Dolore, la seconda parte è dedicata a Lunes, il Piacere. Quarantenne, appartiene alla classe privilegiata, il che gli permette trasgressioni in grande, fughe presso gli uomini-bestia, pratiche sessuali imbevute di cinismo che lo vedono infettato dalla sifilide e curato da un medico-schiavo. La sottomissione fisica di Irma – sottomissione raccapricciante, estrema – apre un nuovo capitolo della sua vita. I ricchi hanno solo il guinzaglio più lungo: la moglie di Lunes – terrorizzata, sa che lui finirà con l’ucciderla – è fuggita, finendo sostituita da una bambola iperrealista con le sue fattezze…
Però archiviate la moglie e la bambola, superate le esperienze con malati terminali e cadaveri, la fase delle malattie veneree, quelle delle orge al buio e delle battute di caccia con gli uomini-bestia, Lunes è passato a dedicarsi totalmente a Irma. O meglio a se stesso, perché il corpo di cui apprezza non solo il sangue ma il siero e (il lettore non me ne voglia) il pus, visto che le infezioni li eccitano, non è un’interlocutrice ma piuttosto un oggetto sotto shock, pronta a permettergli tutto: “ciò che di diverso aveva il sesso con Irma era la possibilità di controllare ogni minima parte del piacere di entrambi. La sua passività era attiva perché la trasformava in oggetto e soggetto della mia malattia”. Ci sentiamo dire: “Fromm non crede che l’amore e il masochismo possano coesistere. Pensa che siano antitetici. / Erich Fromm sbaglia”. Per cui si parli pure di amore (“Tutto ciò che ami ti uccide; a volte, semplicemente, bisogna scegliere il boia migliore”), ma collocandolo in luce particolare, sadiana:

Il mio viso non si avvicina mai lentamente al suo per baciarla. Non si ferma, non è contemplativo. Non è mai stato così, nemmeno la prima volta. I miei baci le mangiano la faccia, la divorano dentro, la lingua come un’entità extraterrestre che le penetra la testa. I miei baci sono la voglia di possedere l’impossibile.

Nessun dubbio sul fatto che in un sistema che non lascia sanguinare o dolere, gli abusi su Irma risultino una forma di ribellione; nessun dubbio neppure che siano narrati “bene”, cioè privi di compiacimento equivoco, giustamente disturbanti e fastidiosissimi – e Lunes resta un personaggio odioso. Ovviamente verranno scoperti e impacchettati, con l’aiuto di subdoli dipendenti di lui.
Comunque la terza parte smonterà le posture da illuminato del Grand’Uomo. Dolore e Piacere non possono che avere un contrappunto ideale, il Potere, incarnato nel fratello di Lunes, Enero. Apprendiamo infatti per bocca di lui –prezioso dipendente della rack di regime, voyeur spregiudicato che si muove dietro le quinte – le post-verità di cui Lunes è convinto d’aver bisogno: dal suo panopticon (ancora Foucault, fortemente presente nel romanzo) Enero gli lascia credere tutto quel che vuole, manipola le convinzioni del fratello in funzione d’un progetto personalissimo, perché ne riconosce un losco carisma di manipolatore.

Così si costruisce un leader, lasciandogli credere di essersi fatto da solo. Dandogli il coraggio di considerarsi onnipotente, invece che un burattino. Però è lui che ha l’ambizione e il carisma necessari. È lui che può conquistare e detenere il potere. Io mi limito a realizzare eccellenti analisi, spostare dati, programmare percorsi, aggirare gli antivirus, bucare le password, cose da hacker.

Volevamo vivere insieme e imparare dagli uomini-bestia. Violavamo i codici di sicurezza per ficcare il naso nelle informazioni non manipolate. Lui esplorava in cerca di stranezze che lo eccitavano; io cercavo di infrangere il sistema. Due anarchici totalmente diversi. E la differenza stava nel fatto che io era già tanto se avevo il dono della parola, mentre lui poteva facilmente convincere una pietra a trasformarsi in sabbia.

Lunes è

del tutto incapace di vivere fuori dal sistema come di perdurare all’interno di esso […] non potrebbe vivere in un mondo dove le relazioni sono volontarie e la punizione inflitta risponde alla gravità del crimine. Passerebbe la vita in prigione, perché non sa gestire la libertà personale, non sa che esistono i limiti della buona coscienza, del desiderio del prossimo, del bene comune. Lunes è al di là delle regole, perciò non è in grado di sopravvivere in un mondo dove le regole sono stabilite da altri e vanno rispettate, un mondo in cui chi le viola va incontro a castighi misteriosi e inquietanti. La società degli uomini-bestia si basa su principi morali estremamente forti, radicati nella buona coscienza, coscienza della quale Lunes è del tutto privo. Per questo dev’essere il re di una società infame, per amministrare il suo desiderio e seminare la sua coscienza malata. L’unico modo per sconfiggere il sistema è infettarlo con un germe nocivo.

In effetti Lunes “dimostra che è nato per essere un leader, per conquistare il popolo, per costringerlo a fare quello che vuole”. E il fratello decide di usarlo.
Enero è attratto da Irma, non perché sia particolarmente affascinante, “ma perché il suo sguardo bramoso era più intenso di qualunque altro sguardo avessi visto in tutta la mia vita”. Ma è troppo realista per offrire aperture a questa attrazione, e comunque ha famiglia.
Non solo, ha contatti con altri stati dove il web esiste ancora e medita di filarsela dal paese: ma prima intende utilizzare le doti del fratello, inoculandolo nei gangli del potere e al vertice del medesimo. L’apparizione di Irma è stata preziosa per spingerlo al limite delle esperienze, e nessuno avrebbe potuto immaginare che si sarebbe innamorato (lo scopriamo da Enero, interessante). Preso atto di tutto ciò, il burocrate spegne il sistema permettendo il crollo dell’organizzazione di regime, la liberazione dei due amanti e insieme del dolore – che torna a dilagare nelle strutture sanitarie dove tutto cessa di funzionare.

È ora di concludere il lavoro, di collegare il master server alla mente e all’organismo di Lunes, alla figura e alla comprensione di Irma. Così mi hanno chiesto e così si dovrà fare.
Tutto il potere per l’uno.
Tutto il dolore per l’altra.

E mentre i due amanti si rivolgono lo sguardo estatico della prima volta, riconoscendosi “uguali, complici e condannati”, Enero preme nuovamente il pulsante. Connettendoli al sistema, carne & macchina assieme, “in un orgasmo che illumina la città intera e torna a elettrificare le mura che separano le bestie-uomini di dentro dagli uomini-bestia di fuori”: tripudio estremo per chi ha osato ribellarsi, pena spietata per imbelli e collusi col regime.

Lunes sarà la macchina pensante, il computer alimentato dal desiderio, l’onnipotente dio delle macchine e della gente. Modellerà la società secondo la sua volontà. Una volontà malata, omicida, sadica. Esattamente ciò che merita chi ha scelto di dare fiducia ai governanti che poi li hanno abbandonati, quei politici che hanno promesso un benessere e un progresso che non sono riusciti a garantire. Ecco cosa meritano. Coloro che sono rimasti consapevolmente in questa regione morta avranno il loro premio. La mancanza di volontà e di talento per prosperare come società non può restare impunita. Lì fuori, oltre il nemico, prosperano le vere società del futuro, quelle che affidano la propria crescita ai saperi del popolo, e gli restituiscono tutto. Questa regione ignorante e superficiale è ormai al capolinea. Il futuro dei suoi abitanti è ora connesso a una mente crudele che li farà vivere in una sorta di loop perverso. Tutto per voi. Avete creato il dio a vostra immagine e somiglianza, dio di fango, dio di merda, così l’avete chiesto in silenzio per decenni. Lo avete reclamato, senza sapere, con il sangue dei governanti che vi hanno lasciato orfani e con la delega a un’intelligenza artificiale senza obiettivi. Eccolo, un obiettivo. L’obiettivo è che sarete burattini delle pulsioni sadiche di mio fratello, e il vostro dolore si canalizzerà attraverso il corpo della sua amante. Irma riceverà i vostri download, le vostre grida, le vostre piaghe. Ospedali e cure palliative non torneranno a esistere. Tutto ciò è programmato per estinguersi. Programmato da me.

Sarà Lunes la pena che nessuno conosce: “Benvenuti nel governo del dolore”.
Può essere di scarso momento discettare se la terza parte rappresenti uno sviluppo concreto, ancorché fantasiosamente simbolico in quell’innesto dei due amanti al sistema, o una mera fantasia evocata per contrasto – per cui Lunes e Irma scomparirebbero nelle prigioni/ricoveri del regime e noi percepiamo solo un sogno.
Non esattamente però un lieto fine: di certo la presa d’atto in termini di costrutti sociali ipotizzabili, di una dialettica tra il regime della censura asettica e quello del piacere/dolore che sgomita, ma anche (e direi soprattutto) tra repressione e sovversione legata al desiderio e al corpo fin dalla sua carne viva. Non ci sono “buoni” da imitare, modelli da proporre e neppure consigli di buone prassi sociali. Al limite, forse, avvertenze: è fatale che un certo tipo di ipocrisia reazionaria che tenta di erodere la cultura nel giubilo di ottuse platee, per non disturbare il manovratore e garantire servilmente assenso al più forte, finisca spento da una rivoluzione che parte dal profondo – il corpo stesso, la carne viva – di chi non teme la demonizzazione, la propria fragilità e nuovi modi di sognare la realtà. Che questo avvenga in forme diverse da quanto vagheggiato nelle fantasie di corpi & desiderio di fine anni Settanta è probabile; che il numero di risposte al termine della lettura sia inferiore a quello delle domande aperte è inevitabile.

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Il disastro dell’Heweliusz (2025) https://www.carmillaonline.com/2026/01/29/il-disastro-dellheweliusz-2025/ Thu, 29 Jan 2026 21:00:00 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92570 di Paolo Lago e Gioacchino Toni

La serie televisiva polacca Il disastro dell’Heweliusz (Heweliusz, 2025), sceneggiata da Kasper Bajon e diretta da Jan Holoubek, ricostruisce il naufragio del traghetto-cargo MS Jan Heweliusz partito dal porto polacco di Świnoujście e diretto in quello svedese di Ystad, avvenuto nella notte tra il 13 e il 14 gennaio 1993 al largo dell’isola tedesca di Rügen nel Mar Baltico, in cui persero la vita 55 delle 64 persone a bordo tra membri dell’equipaggio e passeggeri, per lo più camionisti. La serie è sicuramente tra le produzioni audiovisive più importanti della Polonia contemporanea per l’elevato numero di [...]]]> di Paolo Lago e Gioacchino Toni

La serie televisiva polacca Il disastro dell’Heweliusz (Heweliusz, 2025), sceneggiata da Kasper Bajon e diretta da Jan Holoubek, ricostruisce il naufragio del traghetto-cargo MS Jan Heweliusz partito dal porto polacco di Świnoujście e diretto in quello svedese di Ystad, avvenuto nella notte tra il 13 e il 14 gennaio 1993 al largo dell’isola tedesca di Rügen nel Mar Baltico, in cui persero la vita 55 delle 64 persone a bordo tra membri dell’equipaggio e passeggeri, per lo più camionisti. La serie è sicuramente tra le produzioni audiovisive più importanti della Polonia contemporanea per l’elevato numero di attori utilizzati durante le riprese che si sono protratte per oltre cento giorni impegnando una troupe decisamente corposa e per la difficile ricostruzione del naufragio, in parte inscenato presso i Lites Film Studios di Bruxelles, specializzati in scene acquatiche, facendo ricorso a repliche degli interni dell’Heweliusz montati su piattaforme in grado di inclinarsi fino a simulare il rovesciamento dell’imbarcazione.

Insieme alla tragedia consumatasi nelle gelide acque nordiche, la serie mette in scena la transizione in corso nella Polonia di inizio anni Novanta in cui si intrecciano i meccanismi e i soprusi del potere del passato socialista con il cinismo capitalista che, dietro le retoriche del libero mercato e della democrazia, si mostra disposto a sacrificare tutto e tutti sulla strada del profitto. È una duplice tempesta quella a cui sono sottoposti i personaggi della serie: se in mare sono costretti ad affrontare la furia cieca e sovrumana della natura, a terra si trovano a fare i conti con la forza, altrettanto sovrumana, della macchina del potere dispensatrice di sfruttamento, cinismo e negligenza disposta ad offuscare la verità e negare un minimo di giustizia.

Bajon e Holoubek avevano già collaborato nella serie L’alluvione (Wielka woda, 2022), incentrata sull’inondazione del 1997 che ha colpito Polonia, parte della Repubblica Ceca e della Germania. In entrambe le serie un evento catastrofico che scuote la Polonia diviene il punto di partenza per una più generale riflessione sullo stato di un Paese e dei suoi abitanti alle prese con una difficile transizione, attraversata da vecchi e nuovi potentati, piccoli e grandi rancori, ambizioni, inettitudini, personalismi, spirito competitivo e scarso interesse per le comunità, insomma una trasformazione decisamente più complessa e contraddittoria rispetto alla narrazione edulcorata con cui a lungo si è voluto raccontare l’ingresso dei Paesi e dei cittadini dell’ex blocco socialista nel patinato mondo democratico e del libero mercato.

Costruito sul finire degli anni Settanta nei cantieri navali norvegesi, a causa di un grave incendio occorsogli nel 1986, il traghetto era stato sottoposto a riparazioni al risparmio che avevano finito per comprometterne la stabilità. Ultimo tra i tanti inconvenienti che si erano succeduti nel corso della sua breve storia, è stato il danneggiamento al portellone di poppa a causa di una collisione durante le fasi di approdo in un porto svedese. Anche in questo caso, sotto pressione degli armatori, la compagnia Euroafrica Shipping Lines, la sistemazione era stata effettuata alla meglio affinché, nonostante la ritrosia del comandante, Andrzej Ułasiewicz (Borys Szyc), il traghetto potesse salpare e compiere la sua tratta.

La vicenda non viene raccontata in forma lineare ma attraverso un alternarsi di frammenti dei concitati momenti del naufragio con squarci della difficile quotidianità dei parenti dell’equipaggio e dei passeggeri dello Heweliusz alle prese con le notizie confuse sugli eventi derivate da un intrecciarsi di reticenze e condotte maldestre da parte delle autorità, tutt’altro che incalzate dai giornalisti, e di fasi di un dibattimento in tribunale palesemente indirizzato a scaricare le colpe sul comandante e sull’equipaggio al fine di salvaguardare gli interessi della compagnia navale e il prestigio delle istituzioni addette a garantire la sicurezza di navigazione. L’unico personaggio che, sin dal principio, tenta di far luce sull’accaduto, contrastando le versioni ufficiali, è Piotr Binter (Michał Żurawski), il secondo capitano della nave restato a terra in occasione del maledetto ultimo viaggio dell’Heweliusz, costretto a infrangere il codice del silenzio imposto dalle autorità e dall’armatore e a sacrificarsi in nome della verità e della giustizia. Ad impersonare i genitori di Piotr sono stati chiamati due volti noti del cinema polacco: Jan Englert e Magdalena Zawadzka, madre del regista dalla serie.

La raffigurazione del traghetto assume spesso connotazioni di carattere mostruoso: perfino ancora prima della partenza sembra già un putrido relitto destinato ad affondare. Il cinismo della compagnia di navigazione, interessata unicamente a salvare il proprio tornaconto, condanna l’Heweliusz ad una fine certa: nelle sequenze in cui vediamo la nave in procinto di partire e affrontare la tempesta, essa appare inesorabilmente già predestinata alla devastazione. Se, come osserva Michel Foucault, la nave si presenta come un “frammento galleggiante di spazio, un luogo senza luogo, che vive per se stesso”1, in sostanza, una vera e propria “eterotopia”2, uno spazio separato dalla realtà quotidiana, quel cinico potere, per preservare i suoi interessi, sceglie di sacrificare proprio quello stesso “frammento galleggiante di spazio” che rappresenta qualcosa di totalmente diverso da sé. La nave, rispetto al potere stanziale, irreggimentato nelle dinamiche di una quotidianità sottoposta al controllo, rappresenta l’“altro da sé” all’ennesima potenza, il diverso che è possibile sacrificare. Lo spazio navigante rappresenta un’alterità che si può sacrificare e allontanare per garantire lo scorrere del quieto vivere: non è un caso che i folli, nel Rinascimento, come ricorda lo stesso Foucault, venissero abbandonati su “uno strano battello ubriaco che fila lungo i fiumi della Renania e i canali fiamminghi”3.

Anche l’Heweliusz si trasforma in una sorta di “nave dei folli” da emarginare e da allontanare perché è stata condannata dalla società cinica ed economicista, basata sulle dinamiche ripetitive imposte dal capitale. Diviene allora un capro espiatorio da abbandonare al mare e alla tempesta. Il traghetto è una vera e propria “nave morta”, come quella raccontata da B. (Bruno o Ben) Traven nel suo romanzo La nave morta (Das Totenschiff, 1926), una nave vecchissima già destinata dal suo armatore ad affondare, un vero e proprio inferno navigante. I marinai della Yorikke, la “nave morta” del romanzo di Traven, sono condannati a morire, sono dei folli da emarginare e da allontanare dalle placide dinamiche della quotidianità. Un altro “frammento di spazio” abbandonato ed emarginato dai suoi armatori può essere considerata, mutatis mutandis, la nave spaziale Nostromo messa in scena da Ridley Scott in Alien (1979): gli esseri umani imbarcati su di essa, infatti, sono considerati sacrificabili dalla Corporation interessata a condurre sulla Terra la terribile creatura aliena che si infiltrerà a bordo. Gli interessi economici prevalgono sulla conservazione della vita degli individui che si trovano sulla nave. Anche la Nostromo, impegnata in estenuanti viaggi ai confini dell’universo conosciuto, è una “nave dei folli” che rappresenta un’alterità sacrificabile: non a caso, i personaggi che si trovano a bordo appaiono più come operai sottopagati e sfruttati, vestiti in modo trascurato e dimesso, piuttosto che come aitanti astronauti dalle perfette e linde tute spaziali.

La frequente rievocazione, nel corso della narrazione, delle sequenze del naufragio, sia quelle girate all’interno del battello, prima dell’abbandono, che quelle che lo riprendono dall’esterno, dunque dei naufraghi in balia della tempesta in mare aperto, possiedono un impatto visivo talmente forte da proiettarsi sulle sequenze ambientate a terra. L’adozione di un tale tipo di montaggio, che svela man mano quanto è accaduto a bordo del traghetto, contribuisce a mantenere un livello di tensione costante che, come detto, non cala negli squarci di quotidianità vissuta dalle donne dei naufraghi e nelle sequenze in tribunale. I labirintici scenari del traghetto, entro cui sono costretti a barcamenarsi gli uomini dell’equipaggio e i passeggeri in cerca della salvezza, sembrano duplicarsi negli intrighi che caratterizzano l’inchiesta entro cui sono catapultati i parenti delle vittime. A mantenere legate tra loro le diverse situazioni concorre una fotografia mantenuta su tonalità cupe e fredde, capace di amalgamare l’austerità che caratterizza l’aula del dibattimento, l’urbanistica popolare, il posto di comando del traghetto e la sua sala macchine.

Se gli interni del traghetto rappresentano quell’alterità mostruosa di un folle e maledetto spazio navigante, le sale del tribunale dove si svolge il processo sono la rappresentazione iconica di una quotidianità sottoposta alle dinamiche ripetitive del controllo e dell’ordine, come se lo stesso oscuro ordine imposto da un sistema ancora più cinico e spietato, perché proveniente dall’altrettanto oscura macchina burocratica del regime terminato da poco – si veda, a questo proposito, l’ambiguità malata del potere messa in scena dalla serie TV polacca Pantano (Rojst, 2018) – gravasse ovunque. E allora, gli spazi labirintici della nave rappresentano l’inferno a cui sono condannati coloro che sono stati scelti come vittime sacrificali da questo oscuro potere, probabilmente coloro che si sarebbero opposti a qualsiasi ambiguo e mostruoso insabbiamento. Finiranno come i marinai dannati della Yorikke, come la maggior parte dell’equipaggio della Nostromo, perduti, feriti, lacerati su un fondale marino o abbandonati negli spazi siderali in balia delle fauci di una terribile creatura aliena. Accomunato ai folli perduti sulla nave è Piotr: anch’egli estraneo a quell’oscuro potere, anch’egli deciso a contrastare qualsiasi possibile insabbiamento. Non a caso, anche Piotr troverà la morte in una landa desolata ricoperta di neve, uno spazio estremo e lontano assimilabile quasi alla lontananza e all’alterità della distesa marina. Anche Piotr è emarginato e allontanato dalle dinamiche securitarie e ciniche di quell’oscuro potere; è un folle che, al pari dei marinai dell’Heweliusz, deve essere allontanato ed eliminato.

La ricostruzione di comodo pianificata dalle autorità – a cui concorre il capitano Henryk Kubara (Andrzej Konopka) –, volta a responsabilizzare il comandante Ułasiewicz e l’equipaggio, tra cui il superstite Witek (Konrad Eleryk), per tutelare gli interessi degli armatori, celare le negligenze delle autorità marittime e mantenere un assoluto riserbo sulla presenza di materiale militare a bordo, crea inevitabili conflittualità tra i parenti delle vittime e quelli dell’equipaggio e, soprattutto, del comandante dell’imbarcazione. Sono la moglie di quest’ultimo, Jola (Magdalena Różczka) e la figlia adolescente Agnieszka (Mia Goti), ad essere guardate con disprezzo dagli altri parenti delle vittime – in particolare dalla moglie Aneta Kaczkowska (Justyna Wasilewska) e dal figlio Marek (Tomasz Schuchardt) del camionista Korzyński (Piotr Łukaszczyk) che ha perso la vita – oltre che da un’opinione pubblica alla ricerca di qualcuno su cui scaricare le responsabilità per l’accaduto.

Nella serie la conflittualità tra le due donne, mogli rispettivamente del comandante e del camionista, è destinata a risolversi in una comune presa d’atto di come le autorità stiano cinicamente insabbiando il caso: Jola, avvalendosi dell’avvocato Igancy Budzisz (Jacek Koman), presentatole da Piotr, si prodiga caparbiamente affinché emerga l’innocenza del marito al comando del traghetto, mentre Aneta saprà resistere al tentativo di corruzione da parte dei servizi segreti militari affinché riporti false dichiarazioni del marito sul comandante dell’imbarcazione. L’ostinata ricerca della verità e delle responsabilità del disastro al fine di tutelare l’onore, la dignità e la memoria dei propri cari, portata avanti dalle vedove, costrette a confrontarsi in maniera impari con i potentati economici, burocratici, politici e militari, assume così dimensioni epiche che trascendono i fatti specifici.

Nella realtà, dopo la sospensione nel marzo del 1993 dei lavori della prima commissione istituita dal governo polacco senza l’emissione di una sentenza, si è dovuto attendere il gennaio del 1999 per ottenere un pronunciamento in merito agli accadimenti che, pur riconoscendo il pessimo stato in cui si trovava il traghetto, si ostinava ad attribuire responsabilità anche al capitano Ułasiewicz per non essersi opposto alla navigazione. Grazie alla caparbietà con cui le famiglie delle vittime hanno continuato a cercare giustizia portando il caso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, nel marzo 2005 tale istituzione ha giudicato l’inchiesta ufficiale polacca mancante di imparzialità e ha condannato lo Stato polacco al risarcimento dei parenti dei naufraghi.


  1. M. Foucault, Spazi altri. I luoghi delle eterotopie, a cura di S. Vaccaro, Mimesis, Milano, 2002, p. 31. 

  2. Cfr. ibid

  3. Id., Storia della follia nell’età classica, trad. it. Rizzoli, Milano, 1978, p. 20. 

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Un nero caso di evangelizzazione nel Giappone del dopoguerra https://www.carmillaonline.com/2026/01/28/tra-lonore-della-katana-e-lumiliazione-della-croce/ Wed, 28 Jan 2026 21:00:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92408 di Sandro Moiso

Matsumoto Seichō, Vangelo nero, traduzione di Alessandro Passarella, collana «Fabula», Edizioni Adelphi, Milano 2025, pp. 420, 22 euro

Mentre intorno a Taiwan le fiamme della guerra tornano a surriscaldare un’antica eredità di rivalità, conquiste e dominio coloniale tra Cina e Giappone, il loro bagliore più che riflettersi sulle lame delle tradizionali spade dei samurai sembra oggi riflettersi, dalle parti di Tokyo, sull’heavy metal di cui, prima di assurgere al ruolo di premier bellicista, Sanae Takaichi era una fan, tanto da essersi spinta, durante gli anni degli studi universitari, a suonare la batteria in una band il cui [...]]]> di Sandro Moiso

Matsumoto Seichō, Vangelo nero, traduzione di Alessandro Passarella, collana «Fabula», Edizioni Adelphi, Milano 2025, pp. 420, 22 euro

Mentre intorno a Taiwan le fiamme della guerra tornano a surriscaldare un’antica eredità di rivalità, conquiste e dominio coloniale tra Cina e Giappone, il loro bagliore più che riflettersi sulle lame delle tradizionali spade dei samurai sembra oggi riflettersi, dalle parti di Tokyo, sull’heavy metal di cui, prima di assurgere al ruolo di premier bellicista, Sanae Takaichi era una fan, tanto da essersi spinta, durante gli anni degli studi universitari, a suonare la batteria in una band il cui suono si ispirava ai Black Sabbath e agli Iron Maiden (qui).

Un modo, questo, per segnalare l’enorme distanza che separa la tradizione giapponese dalle attuali mode e posizioni espresse da una società che per lunghi periodi si oppose alla penetrazione occidentale entro i sui confini, rifiutandone merci, imposizioni politico-militari e cultura religiosa. Subendo a sua volta alcuni traumi imprescindibili dalla sua storia.

Il primo nel 1853 con l’apertura a suon di cannonate dei suoi porti da parte della flotta del commodoro americano Matthew Perry, che portò alla firma della Convenzione di Kanagawa con gli Stati Uniti, un trattato commerciale che pose termine all’isolamento con in cui il paese aveva difeso i propri confini per circa duecentoventi anni. Trattato poi seguito da quello di amicizia anglo-giapponese firmato il 14 ottobre 1854 che riproponeva in sostanza gli stessi accordi della convenzione firmata pochi mesi prima, fortemente sbilanciato a favore della Gran Bretagna, sancendo l’apertura alle navi britanniche dei porti di Nagasaki e Hakodate e riconoscendo alla stessa lo status di nazione favorita.

Nagasaki tornerà in scena novantun anni dopo quando il Giappone sarà sottoposto ad un secondo shock, ancora più violento del primo, quando il 6 e il 9 agosto 1945 le forze aeree statunitensi sganciarono due bombe atomiche sulle città di Hiroshima e Nagasaki, crimine mai sottoposto a processo e mai nemmeno registrato come tale alla fine del secondo conflitto mondiale1. Due traumi che si sono diversamente riflessi nella cultura, nella politica e nell’immaginario, anche cinematografico e dei manga, giapponesi. E che dovrebbero da soli ricordare anche qui, in un Occidente ormai in crisi e fortemente diviso dalla competizione per la sopravvivenza del benessere per i suoi cittadini, o almeno quelli che costituiscono la parte più ricca degli stessi, che la politica delle cannoniere e dell’imperialismo americano, ma anche europeo, non è certo iniziata con l’avvento di Donald Trump al potere.

Cosa c’entra tutto ciò con l’opera di uno scrittore, Seichō Matsumoto (1909-1992), reso famoso soprattutto dai suoi romanzi polizieschi lo vedremo tra poco. Dopo aver abbandonato gli studi molto presto il futuro scrittore giapponese lavorò per qualche tempo in una tipografia, iniziando soltanto nel 1942 a lavorare per una rivista dove riuscì a pubblicare alcuni racconti di carattere storico. Proprio in questo ambito, nel 1953, avrebbe vinto il Premio Akutagawa e tale successo gli permise, nell’arco di pochi anni, di dedicarsi a tempo pieno all’attività di scrittore.

Così dal 1955 avrebbe iniziato a pubblicare romanzi polizieschi di stampo realistico, in netto contrasto con l’allora vigente letteratura di genere giapponese, impregnata di elementi fantastici. Per questo motivo le tematiche dei suoi polizieschi affondano le radici nei problemi della società giapponese, cosa che farà sì che sia stato avvicinato a Georges Simenon. Probabilmente non soltanto per i temi scelti e lo stile, ma anche per aver scritto più di 300 romanzi, oltre a moltissimi racconti, che hanno riscosso un certo successo anche al di fuori del Giappone.

In Italia, dopo un lungo ritardo, prima Mondadori, nella collana «Il Giallo Mondadori» (con cinque romanzi e una raccolta di sei racconti pubblicati tra il 1971 e il 2021) e successivamente le Edizioni Adelphi (cinque romanzi di cui quattro nella collana «Fabula» e due raccolte di racconti di cui una nella medesima collana tra il 2018 e il 2025) hanno iniziato a pubblicare le sue opere. Mentre va infine segnalato che dalla sua opera sono stati tratti 19 film, due speciali televisivi dedicati ai suoi racconti, ed una serie televisiva basata su Come sabbia tra le dita ( Il Giallo Mondadori n.2112, Milano, luglio 1989), rimasti ancora del tutto sconosciuti al pubblico italiano.

E’ interessante qui ancora sottolineare come del suo passaggio dal genere storico al romanzo poliziesco, sia rimasta traccia nel romanzo pubblicato ora da Adelphi, Vangelo nero, apparso originariamente in Giappone prima a puntate fra il 1959 e il 1960 e poi in volume nel 1961. La trama, infatti, non solo si ispira a fatti realmente accaduti, ma rinvia a ciò che della storia del paese del sol levante si diceva poc’anzi.

Per esempio al fatto che se, dall’inizio del XVII secolo, lo shogunato Tokugawa che governava il Giappone perseguì una politica di pressoché completo isolamento del paese questo non fu dovuto soltanto al fatto che il commercio estero fosse stato mantenuto solo con gli olandesi e i cinesi e condotto esclusivamente a Nagasaki sotto uno stretto monopolio del governo, ma anche alla volontà di impedire la diffusione del cristianesimo nel paese.

Quel periodo, cosiddetto “Sakoku” (paese chiuso), fu caratterizzato dalla pace interna, dalla stabilità sociale, dallo sviluppo commerciale e dall’espansione dell’alfabetizzazione e i Tokugawa temevano che il commercio con le potenze occidentali, portando influenze quali il cristianesimo avrebbe finito col creare instabilità nel paese Così, anche se in un recente film di Martin Scorsese, Silenzio (2016), tratto da un romanzo di Shūsaku Endō pubblicato nel 1966, si tratta la storia delle persecuzioni subite dai cristiani giapponesi in quel periodo attraverso la storia di due gesuiti portoghesi in chiave di martirologio cristiano, è possibile qui sottolineare che lo scontro sui confini economico-politici e le tradizioni religiose rivestì un’importante ruolo anti-coloniale della storia del Giappone prima della sua modernizzazione politica, industriale e militare.

Un elemento che non va separato dalle successive reazioni antiamericane e antioccidentali che avrebbero percorso il paese dopo la fine, catastrofica, del secondo conflitto mondiale non soltanto nelle file della sinistra di ispirazione comunista e socialista contro l’imposizione di basi americane nell’arcipelago giapponese e il ferreo controllo esercitato dai vincitori sulla vita sociale, economica e politica del paese2, ma anche in quei settori più conservatori, nostalgici della potenza passata e delle sue tradizioni, come ad esempio quello rappresentato dallo scrittore e militante tradizionalista Yukio Mishima, morto suicida praticando il rito del “seppuku” il 25 novembre 1970, quando, insieme a quattro membri della sua milizia, dopo aver fatto irruzione in una base militare di Tokyo, preso in ostaggio il comandante della base e aver tenuto, dal balcone del suo ufficio, un discorso alle truppe accorse, incitandole all’insurrezione contro la costituzione post-bellica.

Vangelo nero, inevitabilmente, risente di questo contesto e di queste reazioni al dominio occidentale, così la detective novel ancora una volta, si rivela essere un valido strumento per denunciare, in maniera audace e implacabile, ciò che una normale, per quanto coraggiosa, inchiesta potrebbe non poter del tutto fare, rivelando non soltanto i fatti in sé, ma anche ipotizzando le loro meschine motivazioni e la macchina messa in moto per nasconderle e rimuoverne le tracce. Come afferma il curatore nella nota posta al termine del volume:

Nel corso della sua articolata attività di scrittore, la vocazione di Matsumoto Seicho all’indagine storica e sociale si è misurata e non di rado scontrata con i limiti della finzione narrativa, fino ad approdare alla produzione di opere dal taglio documentaristico e di marcato impegno civico. Vangelo nero si colloca in una fase ancora germinale di questa metamorfosi: a metà strada fra l’inchiesta giornalistica e la fiction, impiega « nomi falsi in una storia vera » […].
Al centro della narrazione vi è un omicidio realmente avvenuto nel marzo del ’59, e ancora oggetto di una forte copertura mediatica quando, nel novembre dello stesso anno, il romanzo cominciò a uscire a puntate sulla rivista « Shukan Koron ». Il 10 marzo 1959, la ventisettenne Takekawa Tomoko (alias Ikuta Setsuko), hostess giapponese della British Overseas Airways Corporation, fu trovata morta sulle rive del fiume Zenpukuji, a Tokyo. Il principale sospettato fu il sacerdote belga Louis Charles Vermeersch (Charles Tolbecque nel romanzo), un salesiano dell’ordine di Don Bosco, che non venne mai arrestato né formalmente incriminato. Il caso venne archiviato nel ’74, e Vermeersch morì da uomo libero in Canada nel 2017, all’età di novantasei anni3.

La trama della vicenda narrata, molto semplicemente, è tutta riassunta in queste poche righe. Ciò che interessa all’autore non è far arrivare poco a poco il lettore alla scoperta dell’assassino poiché, in fin dei conti, l’evento divenne celebre come «il caso della hostess BOAC» rendendo inutile nascondere l’identità di colui che rimase soltanto l’assassino presunto. Ma delineare un ambiente, uno stile di vita, una scelta culturale religiosa che non può portare ad altro che alla rovina.

Nei sobborghi a nord di Tokyo c’è una ferrovia privata con due linee che corrono verso ovest partendo da due stazioni differenti. Attraversano Musashino quasi in parallelo, a una certa distanza l’una dall’altra. A causa dell’aumento demografico nella capitale, che di anno in anno preme sulle aree periferiche, sia al mattino sia alla sera le affolla un gran numero di passeggeri. Tuttavia, fra le due linee, lo spazio è rimasto come in sospeso, e ci sono luoghi che non sono più rurali ma nemmeno pienamente urbani o frequentati.
Sparse ovunque vi sono macchie d’aceri e di querce lobate, appuntite e glauche. La strada vecchia serpeggia in mezzo agli alberi, e nel fitto della vegetazione si cela un gruppetto di case contadine. Proseguendo oltre, il piccolo abitato si trasforma all’improvviso in un’area residenziale di recente costruzione, una nuova Tokyo che stride con i vecchi campi di Musashino su cui sorge.
A tarda ora il panorama è splendido, bucolico: i campi aperti e il bosco in lontananza si fanno lividi, poi neri, mentre la bruma della sera si solleva bianca ai margini. Il tetto acuto di una chiesa si profila come un’ombra ritagliata sugli estesi nuvoloni accesi di luce, suscitando un sentimento poetico e carico di religiosità anche in chi ne è sprovvisto.
[…] Di notte, invece, la zona è terribilmente desolata. Da qualunque stazione delle due linee ci si arrivi, superato il distretto commerciale che corre tutto in una via, la vivace luminaria cede il passo a un susseguirsi di recinzioni buie. Cessate le luci artificiali, si avverte a un tratto l’oscuro estendersi della natura4.

Si traduce quasi in un sussurro tutta l’abilità narrativa dello scrittore che, in poche righe, rende l’idea di una città in trasformazione dove il passato viene rimosso insieme al suo originario panorama per lasciar spazio a stazioni, casette della classe media e a un classico elemento dell’alterità occidentale: una chiesa. Che in prossimità delle ombre serali sembra celare una pace opposta all’oscurità della notte che scende. Ma è proprio l’oscurità a circondare già il primo personaggio che ci viene incontro dalle pagine del libro: Ebara Yasuko, vestita all’occidentale, che frequenta quella chiesa quasi quotidianamente, anche se dista tre chilometri da casa.

«Di corporatura florida, aveva sopracciglia fini, occhi a mandorla molto sottili, un grosso naso e un paio di labbra carnose. Non era bella, affatto, ma nemmeno brutta, e le sue rotondità la rendevano procace. Rideva in modo sguaiato»5. Una donna dalla riservatezza estrema, al limiti della scontrosità che non permette a nessun di entrare in casa sua. Tranne che a un prete europeo.

I vicini, quando scoprivano che quella donna di mezza età dall’aria non particolarmente affabile era una fervida credente e si occupava di traduzioni bibliche, si vedevano costretti a riconsiderarla in quanto religiosa, e anche i suoi scarsi contatti con il prossimo potevano essere letti come un segno della sua devozione.
[…] Stando così le cose, il fatto che un prete europeo si recasse a bordo di una piccola vettura dalla chiesa a casa della donna non pareva poi tanto strano. Incontrava la traduttrice, era evidente. Eppure le ripetute visite di un prete dai capelli rossi, per giunta a cadenza quotidiana e a qualsiasi ora del giorno e della notte, avvenivano un po’ troppo spesso. Ma si trattava pur sempre di traduzioni bibliche, non potevano certo essere affrontate alla leggera, occorreva zelo negli incontri.
L’uomo che arrivava in auto era sempre lo stesso prete, un tipo magro, alto, con un viso rubicondo. Era calvo, ma gli restava una corona di capelli fulvi che da dietro le orecchie gli scendeva sulla nuca. Sebbene per i giapponesi non sia mai facile capire quanti anni abbiano gli occidentali, lui doveva averne cinquantadue o cinquantatré. Si chiamava René Villiers ed era il parroco, ovvero la massima autorità presso la chiesa di San Guglielmo6.

L’evidente carnalità del rapporto, nonostante il non detto, e la jeep americana con cui si muove il parroco costituiscono già elementi significativi e certo non soltanto simbolici del dramma che si svilupperà a partire dal ritrovamento del cadavere di una giovane hostess, Ikuta Setsuko, restituito dalle acque del vicino fiume Genpakuji. In cui entreranno in gioco anche delle misteriose casse consegnate da un gruppo di energumeni, due o tre volte la settimana, proprio a Ebara.

Così, poco a poco, per centri concentrici come quelli creati da un sasso scagliato in uno stagno, verrà a galla tutto il malessere, la corruzione, la perdita di dignità ricollegabile al lungo e sofferto dopoguerra giapponese. Un periodo in cui, religiosi e stranieri, protetti da una rete di potenti amicizie, i sacerdoti della chiesa cattolica appaiono intoccabili.

Almeno fino a quando la morte della hostess rivelerà anche il sordido desiderio di nuove esperienze del più giovane dei sette sacerdoti della chiesa di San Guglielmo, Charles Tolbecque, che la frequentava in segreto. E in questo intrico di vergognosi interessi e protezioni tra le alte sfere ecclesiastiche e non solo, dovranno mettere le mani, nella seconda parte del romanzo, più dedicata all’inchiesta sull’omicidio, il detective Fujisawa Rokuro e il cronista Sano la cui ricerca della verità darà vita a una impari lotta contro le gerarchie della Chiesa, risolute a insabbiare il caso, e contro il potere politico, timoroso di urtare le nazioni di cui queste sono espressione.

Specchio di un Giappone ferito, ma animato dai primi sussulti di orgoglio, Vangelo nero è un implacabile atto d’accusa contro chi ha trasformato il Paese in un « territorio in concessione», dove persino la Chiesa pensa di potersi impunemente arricchire ai danni di un popolo che in fondo disprezza.

[Matsumoto] prendendo le mosse dal suo precedente Suchuwadesu-goroshi ron (Saggio sull’omicidio della hostess), uno studio rigoroso dedicato al caso BOAC, nella stesura del romanzo […] in assenza di un movente certo, congetturò la presenza di un terzo uomo, Lancaster, e l’esistenza di una rete di traffici internazionali che spiegasse la sistematica e occulta opposizione dei poteri forti, non solo giapponesi, ai tentativi della polizia di dare un volto all’assassino.
Dopo l’esperimento di Vangelo nero Matsumoto, sempre più convinto che « l’inserimento di finzione finisca per offuscare e indebolire la verità oggettiva », diede il via alla stesura di Nihon no kuroi kiri (Nebbia nera sul Giappone ), vasta silloge saggistica redatta nel bel mezzo delle proteste del ’60 contro l’Anpo – il trattato che permetteva agli Stati Uniti di mantenere basi militari sul suolo giapponese –, culminate nel ’70 in quell’apice simbolico che fu il suicidio rituale di Mishima Yukio7. Se Nebbia nera sul Giappone affronta di petto casi irrisolti e scandali, riconducendoli all’inquietante e vasta rete delle ingerenze estere nella politica nipponica, Vangelo nero rappresenta il primo vero tentativo di squarciare questa coltre oscura8.

Una storia nera come l’abito talare dei suoi protagonisti, ma che aiuta il lettore a prendere coscienza di alcuni aspetti del modo in cui si affermarono in Asia i sacri valori dell’Occidente uscito vittorioso dal secondo conflitto mondiale.


  1. Si veda in proposito: Gary J. Bass, Il processo di Tokyo. La seconda guerra mondiale a giudizio, Mondadori Libri S.p.a., Milano 2025.  

  2. Realtà ben descritta nei romanzi della Trilogia di Tokyo dell’autore inglese David Peace (Tokyo anno zero; Tokyo città occupata e Tokyo riconquistata, tutti editi in Italia da Il Saggiatore), quando sotto l’occupazione dei vincitori americani Tokyo era ridotta in macerie, con le strade invase da cani randagi e da un’umanità disperata. Mentre le notti erano dominate dai traffici del mercato nero, dalle lotte tra gruppi criminali, dall’impotenza della polizia, dalla connivenza della stessa e il passato cancellato insieme ai simboli dell’impero e ai nomi svuotati di significatp dai cambi d’identità. Ma dove, soprattutto, la memoria collettiva e individuale era rimossa e cancellata.  

  3. A. Passarella, Nota al testo in Matsumoto Seichō, Vangelo nero, Edizioni Adelphi, Milano 2025, p. 419.  

  4. Matsumoto Seichō, op. cit., pp. 13-14.  

  5. Ivi, p. 16.  

  6. Ibidem, p. 17.  

  7. Le proteste del 1959 e del 1960,riprese poi ancora nel 1970, contro l’Anpo si verificarono per contrastare la revisione, avvenuta definitivamente nel 1960, del Trattato di mutua cooperazione e sicurezza tra Stati Uniti d’America e Giappone e finirono per dare vita alle più grandi manifestazioni popolari del Giappone moderno. Già il 27 novembre 1959, 80.000 tra lavoratori e studenti irruppero nel cortile della Dieta avendo ragione di 5.000 agenti di polizia; successivamente, il 15 giugno 1960, i manifestanti si fecero ancora strada all’interno dell’edificio della Dieta, dove uno scontro violento con la polizia portò alla morte di una studentessa dell’ Università di Tokyo. A seguito di questo incidente, la visita pianificata in Giappone del presidente americano Dwight Eisenhower fu cancellata e il primo ministro conservatore Nobusuke Kishi costretto a dimettersi. Un secondo ciclo di proteste si verificò nel 1970, con il rinnovo del Trattato. Nonostante la minor durata, le proteste raggiunsero ugualmente dimensioni significative. – NdR – cfr. L’Ampo ‘60 in S. Bellieni, Hiroshi Sano (a cura di), Zengakuren Zenkyoto. Giappone: rapporto su una generazione in rivolta, Gian Giacomo Feltrinelli Editore, Milano 1969, pp. XVI-XXI.  

  8. A. Passarella, op. cit., p. 420.  

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ESCLUSIVO Velia Titta Matteotti indagata per vilipendio delle autorità: «Votate NO al referendum, fatelo per Giaki. Un bacio all’Italia proprio d’amore» https://www.carmillaonline.com/2026/01/28/esclusivo-velia-titta-matteotti-indagata-per-vilipendio-delle-autorita-votate-no-al-referendum-fatelo-per-giaki-un-bacio-allitalia-proprio-damore/ Tue, 27 Jan 2026 23:01:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92637 Intervista a cura di Luca Baiada

Giaki, sì, il mio Giaki. Si chiamava Giacomo. Fra noi era Giaki. Bello, sensibile, elegante. L’avevo conosciuto all’Abetone, in villeggiatura con mio fratello, Titta Ruffo, l’artista. Come Titta perché? Titta è il cognome, mio fratello aveva scambiato il nome col cognome. Io, invece, il mio romanzo lo firmai Andrea Rota. Un nome da uomo, e anche Giaki parlava di me al maschile: «il Chini». Ma Le pare il momento dei pettegolezzi? Voglio ricordare il mio Giacomo, l’onorevole Matteotti. Il nostro amore, il suo impegno. All’università era un genio negli studi giuridici, carriera accademica aperta, invece [...]]]> Intervista a cura di Luca Baiada

Giaki, sì, il mio Giaki. Si chiamava Giacomo. Fra noi era Giaki. Bello, sensibile, elegante. L’avevo conosciuto all’Abetone, in villeggiatura con mio fratello, Titta Ruffo, l’artista. Come Titta perché? Titta è il cognome, mio fratello aveva scambiato il nome col cognome. Io, invece, il mio romanzo lo firmai Andrea Rota. Un nome da uomo, e anche Giaki parlava di me al maschile: «il Chini». Ma Le pare il momento dei pettegolezzi? Voglio ricordare il mio Giacomo, l’onorevole Matteotti. Il nostro amore, il suo impegno. All’università era un genio negli studi giuridici, carriera accademica aperta, invece si votò al socialismo.

Mi confidava tante cose, anche le debolezze dei compagni. I pavidi lo spazientivano e gli estremisti lo sconcertavano. Sa cosa diceva, del partito? Che era un mortorio, che perdevano tempo, che ci voleva gente di volontà. Naturalmente i suoi nemici erano altri. Gli agrari, i possidenti e i loro fattori, sgherri, squadristi. La polizia compiacente coi ricchi e con gli speculatori. In Polesine c’era la fame, i lavoratori vivevano in capannoni di frasche, col bestiame. Giaki non li abbandonò mai, ed era nato benestante, in una grande villa.

Il nostro amore, meraviglioso. Cominciato un po’ alla volta, scrivendoci lettere profonde. Lo stuzzicavo, lo ammetto. Quel suo fare serio ed energico mi faceva venir voglia di scompigliargli i capelli. Cominciava già a perderli, e così lo prendevo in giro. Ma non è neanche di questo che voglio parlare.

Voglio ricordarlo come giurista, anche se io non sono stata all’università. Lui diceva che la facoltà di legge è una fabbrica di spostati, senza alta cultura, che c’è un’avvocateria italiana che vive sulla litigiosità, sulla teatralità dei processi e sugli affari. Diceva che se un giurista non ha voglia di imparare per conto suo, somiglia agli specialisti di Multatuli. Ah, già, Multatuli non va più di moda. Era uno scrittore, un olandese, si chiamava Eduard Douwes Dekker.

Giacomo coi giuristi era severissimo. Aveva capito che coltivare il diritto è utile: se si è all’opposizione, per invocare le garanzie; se si conquista il potere, per condurre la società. Ma diceva che la cultura giuridica è tutta posticcia, formalistica, proceduristica.

Nel mondo giuridico c’erano scuole diverse. Lo racconto come me lo spiegava Giaki. Ma l’amore è una traduzione straordinaria, sa? Va diritto al cuore e non si dimentica. E non mi guardi così. Se Le sembra strano che la figlia di un fabbro, sorella di un cantante, racconti queste cose, si chieda quanto tempo ho avuto per ripensarci. Quando sono rimasta vedova avevo trentaquattro anni, tre bambini e una casa isolata diventata fredda e triste. Allora, mi ascolti.

C’erano la scuola classica e quella positivista, oltre a una scuola socialista. Giacomo era di impostazione classica, ma non gli piaceva il dogmatismo. Ragionava per conto suo e vedeva lontano. Il positivismo era più moderno, sembrava progressista, e diventò presto fascista; dopo, la scuola classica si adeguò al fascismo anche quella. I socialisti furono travolti. Come in amore: se uno tradisce, tutto frana.

Le pugnalate, non le abbiamo mai potute contare. Quando andai da Mussolini, dopo il rapimento, lo sentivo che il colpevole era lui. Ma il corpo ce lo fecero avere dopo due mesi, disfatto. Noi non potemmo contare le ferite? Nessuno potrà mai misurare il bene che fece, l’amore per lui di tutte le persone con un’anima. Ovunque ci sarà un essere umano, sempre, batterà un cuore per Giacomo Matteotti.

Il delitto fu a Roma, ma il processo lo fecero a Chieti. Gli antifascisti sapevano che era pilotato e lo chiamarono «farsa di Chieti». Già, perché scelsero proprio Chieti? Ascolti, è interessante. Un centro piccolo, un ambiente fermo, tradizionale. Pensi, Giaki a Chieti c’era stato, nel 1920, e mi aveva scritto: «Gente un po’ primitiva e… tanto pecorino». Cittadina controllabile, insomma, niente sorprese. Il processo lo fecero solo ai sicari, difesi da Roberto Farinacci, segretario del partito fascista. Ha capito?

Il difensore era il segretario del partito al governo. Le pare un processo? Non volli esserci come parte civile, avrei avallato l’infamia. La sentenza fu scandalosa. Dopo, Farinacci pubblicò la sua arringa in un libriccino; la prefazione la scrisse un professore famoso, Vincenzo Manzini, uno citato ancora adesso nei manuali di diritto: «Come ritiene il Manzini… La teoria del Manzini…». Sa cosa scrisse Manzini, quel vile, su mio marito? Scrisse che faceva della politica una professione, che la sua fine era un rischio del mestiere di demagogo.

Vuole un altro giurista, una serpe? Proprio Farinacci: disse che siccome mio marito era una provocazione permanente, per gli assassini ci voleva l’attenuante di essere stati provocati; arrivò a negare l’aggravante di aver ucciso un deputato, perché mio marito, secondo lui, col suo impegno politico all’opposizione dimostrava di non essere un vero parlamentare!

Ma adesso un fatto mi ha colpita. Fra tante accuse contro la magistratura, non potevano trovarne una più assurda. I giudici nemici dei bambini! Senta che storia. Una famiglia serena, naturista, che vive nel bosco, in un mondo incontaminato. Una famiglia all’antica, pura. E dove? In un bosco vicino a Chieti. I magistrati, cattivi, portano via i bambini e rovinano tutto. Ecco: in un altro modo, è tornata la farsa di Chieti.

E si permettono di parlare di bambini. Io e Giacomo ne avemmo tre, e a dividerli dal padre non furono i magistrati ma i sicari fascisti. Un padre meraviglioso, un vero uomo. Era capace di scrivermi parole travolgenti, ascolti questa lettera: «Il ricordo di una notte lontana d’amore mi tiene nel dormiveglia come un sogno che non finisce. Ti sento come un vortice d’acqua che attira per posarsi sul fondo, ma con la volontà di non posarsi mai»; e ancora: «Vorrei baciarti così piano che tu non mi sentissi se non quando già ti avessi circondata tutta, fino all’ultima e più profonda sensibilità. Vorrei baciarti così forte da non lasciarti respiro né libertà, nella violenza di una conquista perfetta che nulla abbandona».

Io, l’ultima lettera che gli scrissi la chiusi così: «Bacia i piccoli e dammi notizie, un bacio a te proprio d’amore». L’uomo che mi dava tutto questo, lo trascinarono in un’automobile e lo uccisero. Quando fu ritrovato vicino a Roma, alla Quartarella, chiamarono «quartarellisti» quelli che chiedevano la destituzione di Mussolini. I magistrati che cercarono la verità furono ostacolati e perseguitati.

È una coincidenza, che la storia della famiglia nel bosco sia proprio a Chieti. Eppure certe coincidenze sono fili della storia, più difficili da vedere, ma non per una donna innamorata. Cosa Le dicevo? Un centro piccolo, un ambiente fermo, tradizionale. Niente sorprese. E adesso: valori familiari, attacco alla giustizia, propaganda. Non sto parlando di una macchinazione. C’è un clima di falsità, una melma fa affiorare la sua schiuma. L’eterna ipocrisia dei prepotenti, il peggio dell’Italia. La farsa di Chieti pesa ancora su Roma.

Se non ci fossero altri motivi per votare NO, al referendum sulla pugnalata alla Costituzione, basterebbero le bugie che inventano. Il potere colpisce chi deve applicare le regole. I giuristi sono un punto speciale della società, un punto forte e insieme debole. Parola di donna abituata a raccogliere le confidenze di un combattente fra aule, riunioni e biblioteche. Posti tranquilli, per imboscati? No, posti delicati e pericolosi, quando si usano con coraggio, e la storia di mio marito lo dimostra.

Lui usava la razionalità, la scrittura e la parola per un progetto unitario di giustizia sociale. Adesso, per scompaginare la magistratura, giudici e pubblici ministeri vengono divisi e nei consigli di autogoverno vengono sorteggiati invece che eletti. C’è l’odio per la ragione, nei pugnali dei sicari come nella resa alla sorte. Ha notato come dicono volentieri «fato», i fascisti?

Mio marito sapeva che la pratica della libertà esige persone lucide, scelte logiche e regole. Proprio perché era giurista, Giaki aveva capito. In un libro, Un anno di dominazione fascista, denunciò il pericolo di una riforma costituzionale sul tipo del cancellierato. Guardi adesso cosa succede. Approfittano di una legge elettorale ingiusta per stravolgere la Costituzione. Il governo non ha la maggioranza né fra chi ha diritto al voto né fra chi è andato a votare. Giaki era per il sistema elettorale proporzionale.

Dopo questa denuncia contro di me bisogna alzare la voce. Lo scriva: sono Velia Titta, la sorella di Titta Ruffo, il più grande baritono del mondo. La mia famiglia viene da un quartiere popolare di Pisa, da via Carraia, fra l’Arno e il mattatoio. Ho perso presto mia madre, mio padre ha trovato un’altra donna, sono andata a scuola con l’aiuto di mio fratello. Ho sposato Giacomo Matteotti, l’hanno assassinato e ho cresciuto da sola i nostri figli; ho sempre avuto alla porta la polizia e in casa una spia dell’Ovra che fingeva di aiutarmi.

Adesso lo dico più forte: votate NO al referendum, svergognate tutte le farse di Chieti e difendete la libertà! Il NO è un bacio all’Italia proprio d’amore!

 

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Gli spietati https://www.carmillaonline.com/2026/01/26/gli-spietati/ Mon, 26 Jan 2026 21:00:25 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92491 di Carlo Lauro

Michele Mari, I convitati di pietra, Einaudi, Torino 2025, pp.159, € 17,50

Lo spirito dell’eliminatoria non è nuovo nell’opera di Michele Mari. Basti pensare all’apologo degli Otto scrittori (1996) in cui l’incoronazione di Melville a maestro dell’Avventura era passata attraverso la sofferta selezione di altri sette beniamini (da Verne a Stevenson passando per altre esclusioni eccellenti). Ma in I convitati di pietra l’eliminatoria sottesa alla “riffa della morte” organizzata dalla III A del Liceo-Ginnasio Berchet di Milano è cosa ben più venale e impoetica. Durante la cena che li riunisce il 22 luglio 1975 (a un anno [...]]]> di Carlo Lauro

Michele Mari, I convitati di pietra, Einaudi, Torino 2025, pp.159, € 17,50

Lo spirito dell’eliminatoria non è nuovo nell’opera di Michele Mari. Basti pensare all’apologo degli Otto scrittori (1996) in cui l’incoronazione di Melville a maestro dell’Avventura era passata attraverso la sofferta selezione di altri sette beniamini (da Verne a Stevenson passando per altre esclusioni eccellenti).
Ma in I convitati di pietra l’eliminatoria sottesa alla “riffa della morte” organizzata dalla III A del Liceo-Ginnasio Berchet di Milano è cosa ben più venale e impoetica. Durante la cena che li riunisce il 22 luglio 1975 (a un anno e un giorno dalla data della Maturità) i trenta convitati ratificano di stanziare ciascuno annualmente una cifra (“non alta ma nemmeno irrisoria”). Col trascorrere degli anni si formerà un capitale che andrà a beneficio dei tre ultimi sopravvissuti (se non dell’unico: si vedrà). Intanto la compagine avrà modo di continuare a rivedersi a cena ogni anno alla stessa data e nello stesso ristorante: proposito misto di nostalgia, goliardia e fuga dal tempo.
Su questo canovaccio polifonico Mari (un Mari qui restìo all’uso di forme auliche) costruisce una narrazione galoppante, così densa di eventi da non caderci uno spillo: quasi 78 anni concentrati in poco meno di 160 sulfuree pagine nelle quali l’avidità di certi partecipanti agirà senza esclusioni di colpi (malevoli scommesse, ricatti, macumbe, alleanze di convenienza, spionaggi, persino omicidi) in un crinale miracoloso fra noir e umorismo. A differenza dei compagni liceali di Locus desperatus che erano volutamente indistinti, larvali (e di qualcuno si dubitava financo dell’esistenza) qui non pochi convitati (tutti classe 1955: puri boomer) da semplici nomi da appello scolastico (l’onomastica di Mari è particolarmente connotativa) sviluppano individualità ben nette, talora gagliarde, tra realismo e grottesco.

E’, tra l’altro, una classe in buona parte “colta” (vari tra loro, a precisa domanda, affermeranno d’aver letto per intero la Recherche; Gombrowicz è oggetto di schermaglie epistolari, etc.).
I seriosi mentori del gruppo si chiamano Lorenzo Rivadeneyra (aura ispano-aristocratica; è il “gran cerimoniere”, garante del regolamento e degli interessi bancari del Fondo III A) e Luciana Migliavacca, sorta di ecumenica buona coscienza: il primo crede fortissimamente nella riffa a oltranza, la seconda, intimorita dall’eco di episodi funesti (non esclusi alcuni suicidi), guiderà invano un gruppetto di “scissionisti” che ne vorrebbe l’interruzione (cena del 2024). Né mancheranno un paio di timorosi rinunciatari, liquidati da buonuscite simboliche. A tutto pensa Rivadeneyra (anche a neutralizzare una Erinni ricattatrice, Anna Mascolo, che minaccia di sparigliare il gioco se non le si compensa il presunto copyright dell’iniziativa). Fibrillazioni della riffa.

Ma è soprattutto con due personaggi dominanti, Luca Brodo e Lothar Semprini, che l’Autore può esternare quelle ossessioni che sono le nervature della sua poetica.
Il mingherlino Brodo è un cultore seriale di pornografia (“nei confronti della quale provava una gratitudine religiosa”), da qui un coatto, involontario, pseudo-parkinsoniano agitarsi del suo braccio destro nei contesti meno opportuni (il romanzo ne trarrà infinite variazioni). Orditore di macchinose quanto ingenue macumbe, a lui si deve il maggiore sfoltimento “forzoso” della III A: tra l’uso di un veleno e la commissione di una bomba spariranno dalla scena i balordi Mentasti, Piselli e Ridolfi (quanto ai primi due trattasi di una vendetta annunciata: ai tempi l’avevano sbeffeggiato con lanci di dadi Knorr). A incoraggiare silentemente le sue imprese è Lola Ricci, una compagna immobilizzata in seguito a un incidente (complice forse la riffa); di lei Brodo, da buon feticista, adorerà immediatamente non solo l’infermità in sé (gli ricorda la menomazione di Catherine Deneuve in Tristana, cult di tante sue esercitazioni) ma gli stessi braccioli cromati della sedia a rotelle.

Semprini è invece descritto da Mari “nel guscio infantile e programmaticamente regressivo” di quelle che sono alcune delle sue proprie passioni-ossessioni: i fumetti (con aspirazioni collezionistiche a tavole originali: Magnus, Jacovitti, Hergé, Herriman, etc.), i film con Gene Hackman, il Milan. Somiglianza tanto più palese tra Autore e personaggio per quel maniacale rigore filologico col suo contrappunto di rovelli “ipotetico-ottativi”.
Certamente l’insolita fine di Gene Hackman nel febbraio scorso (2025) fa di I convitati di pietra una sorta di instant book commemorativo: è il totem dell’intero romanzo. Nel magma dei complotti piccoli e grandi degli inquieti post-liceali, più volte le pagine si rischiarano di colpo con gli elenchi dei film che man mano, in rigorosa successione cronologica, Semprini va vedendo (con tanti fermo immagine) e rivedendo (“E rivide…” “E rivide…” recita l’anafora), mentre concepisce il progetto di un libro-monstre, definitivo, sul sommo attore (da lui immaginato, in quegli ultimi fantasmatici giorni, circondato dalla visione delle sue numerose interpretazioni).

La prospera filmografia hackmaniana (73 film accertati) ispira a Semprini strabilianti tassonomie che strutturano la narrazione come un mantra. Non solo i film sono via via tutti elencati (con propria data e nome del regista), ma i ruoli di Hackman vengono distinti in principali e secondari; poi i rovelli e le ucronie provvedono a moltiplicare gli interrogativi (cosa sarebbe successo se certi ruoli importanti, di Jack Nicholson o di Marlon Brando, fossero stati affidati a lui; perché eminenti registi, vedi Kubrick o De Palma o Scorsese, non lo hanno mai chiamato, etc.). Brodo con i suoi tre film cult di Sergio Leone (ne recita a memoria tante battute con le voci dei doppiatori) non può competere con la lussureggiante cultura cinefila di Semprini, ma gli terrà testa dialetticamente in un intrigante contenzioso che vede contrapposti film d’autore e pornografia (un confine non inaccessibile, concorderanno alla fine, se si pensa a un compromesso quale La bestia di Borowczyk). Anche la comune infatuazione per l’affascinante Elisabetta Bathory (descritta algida, magrissima, nerovestita e discendente di un’omonima e sanguinaria contessa ungherese) rispecchia la divergenza: in Semprini prevale “la semplice ragione che sembrava uscita, contemporaneamente, da un fumetto e da un film”, in Brodo l’attrazione per la mastectomia da lei subita in gioventù.
Da una dipartita all’altra, la riffa a oltranza si arresterà al 2053. Seppellendo gli ultimi due “resistenti”, il novantottenne personaggio vincente, pur appagato dalla realizzazione dei propri progetti, “si sentì vuoto come un sacco di carta”.

E’ il crudele bagliore finale di un divertissement che gioca impavido sul demone del denaro e sul trascorrere del tempo, con un capitale che cresce parallelo agli acciacchi degli aspiranti (e che dunque si svaluta col decrescere delle reali possibilità di godimento). La dice lunga la rituale elencazione (quasi un compendio di anatomia patologica) dei propri malanni che i commensali devono relazionarsi a vicenda per fare il sestante delle probabilità di ciascuno. Il miracolo è che in questa danse macabre di imprevisti e paradossi, il lettore sorride e soprattutto ride a ogni pagina, come di rado può capitargli, piacere che si estende anche a certe miniaturistiche diversioni enciclopediche sulla storia del brodo, i prodromi del fumetto o l’erotismo delle cromature nel cinema americano.
Michele Mari ha costruito una macchina narrativa perfetta ed esorcistica, un virtuosistico puzzle (come quelli del suo racconto Certi verdini), del quale, nonostante l’alto numero di personaggi e le loro più sottili e stratificate interazioni, ha il controllo del grande narratore onnisciente. Abolita la forma dialogica, il discorso indiretto favorisce il continuum della sua voce narrante nella quale mai si avverte sdegno, semmai ironia o simpatia, per le esternazioni delle sue pedine. In fondo, per il fatto di chiamarsi ancora per cognome come tra i banchi del liceo e di credere così tanto al loro gioco micidiale, è difficile al lettore immaginarsi i convitati del Berchet trasfigurati dal trascorrere di tante decadi. Lo stigma della classe -finché essa sussiste- sfida il tempo. Insieme a quello della tragica inconsapevolezza che si ha sempre della propria gioventù, è uno dei sottintesi di un romanzo che è tutto milanese (un secondo omaggio dopo Milano fantasma?).

Con l’eccezione del grottesco scontro frontale automobilistico in provincia di Perugia che eliminava in un sol colpo due ex-fidanzati concorrenti (Brusaglia e Letellier), i destini di vita e di morte si compiono a Milano. Una delle liturgie della narrazione è quella di registrare puntigliosamente gli indirizzi abitativi dei liceali e quelli delle chiese in cui si svolgono le esequie. Inquietante toponomastica che andrà annoverando anche più estese panoramiche urbane di sicura maestrìa (pp. 112, 117). E nella città del derby per eccellenza, la partizione fatale concernerà anche alcuni soggetti della III A: tifosi interisti due tangheri come Piselli e Mentasti, devoti al Milan Brodo e in specie Semprini (il cui noto furor casuistico non può non struggersi su eventi infausti come quello del 25 maggio 2005 in quel di Istanbul).

Quanto fin qui scritto può solo dare una pallida idea del grande, geniale viluppo. Ma tra i personaggi non citati -la gran parte- non si può non ricordare l’ombra di Banquo del racconto, quella povera Rita Podesta la cui mente incrinatasi seriamente nel 1980 la costringe ad essere la grande assente delle cene annuali. Eppure nella distanza dei ricoveri e nella demenza, il suo “sguardo vitreo” ha sempre visione della riffa. Temuta dagli ex-compagni come una Sibilla e come una fragile ben dura a morire, il suo claudicante balbettio (biascica ancora a memoria l’appello della III A) ricorda non poco la loquela di certi mostri. E’ un salto nell’”Altrove” come in Mari non poteva mancare.

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Sister of the Road https://www.carmillaonline.com/2026/01/25/sister-of-the-road/ Sun, 25 Jan 2026 21:00:50 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91845 di Gioacchino Toni

Ben L. Reitman, Box-Car Bertha e le sorelle della strada, Prefazione di Barry Pateman, Traduzione di Martina Bani, elèuthera, Milano, 2025, pp. 304, € 20,00

Sulle immagini di un piatto paesaggio, dal basso orizzonte, visibile dal portellone socchiuso di un treno merci che procede lentamente sferragliando, mentre scorrono gli scarni titoli di testa, una voce fuori campo femminile si presenta: «Adesso ho trent’anni, e da quindici sono una hobo, una sorella della strada, parte di quella bizzarra e variegata comunità di donne cresciuta tumultuosamente durante la Grande Depressione. Ho sempre girato con gente stravagante, vagabondi e hoboes, sia uomini [...]]]> di Gioacchino Toni

Ben L. Reitman, Box-Car Bertha e le sorelle della strada, Prefazione di Barry Pateman, Traduzione di Martina Bani, elèuthera, Milano, 2025, pp. 304, € 20,00

Sulle immagini di un piatto paesaggio, dal basso orizzonte, visibile dal portellone socchiuso di un treno merci che procede lentamente sferragliando, mentre scorrono gli scarni titoli di testa, una voce fuori campo femminile si presenta: «Adesso ho trent’anni, e da quindici sono una hobo, una sorella della strada, parte di quella bizzarra e variegata comunità di donne cresciuta tumultuosamente durante la Grande Depressione. Ho sempre girato con gente stravagante, vagabondi e hoboes, sia uomini che donne. Non c’è mai stato un momento, da quando ho memoria, in cui non bazzicassi girovaghi, prostitute o rivoluzionari. […] Sbirri, arresti, prigioni, manicomi e bettole sembrano aver fatto parte della mia vita da sempre. […] Nel mio mondo c’era sempre qualcuno che veniva arrestato. […] E se da ragazzina ho saltato uno o due pasti, o magari sei, non ne facevamo una tragedia. Da sempre ho vissuto con persone sole e affamate» (pp. 15-16).

Uno stacco netto di montaggio e vediamo la donna di cui abbiamo sin qua condiviso lo sguardo, accompagnato dalla sua voce narrante, seduta sul pagliericcio all’interno del vagone con la schiena appoggiata a una parete. «Non ricordo nessuno che mi abbia raccontato una fiaba durante l’infanzia, ma in compenso mi emoziono ancora al ricordo delle storie che raccontavano gli operai che posavano i binari lungo la ferrovia o i lavoratori itineranti che viaggiavano nei vagoni bagagli per raggiungere i campi di grano del Minnesota; o ancora al ricordo degli eccitanti racconti sulle corse con le slitte in Alaska, sulle fughe e gli arresti a San Francisco e sulle risse tra ubriachi nelle bettole di New Orleans. […] C’erano poche donne hobo allora. Le uniche che ricordo avevano lo stesso modo di mia madre di alzare orgogliose la testa quando esprimevano un’idea, quando raccontavano una storia divertente o quando parlavano senza imbarazzo di prostituzione o del mettersi con uomini che poi lasciavano» (pp. 18-22).

Così potrebbe aprirsi un film derivato da Sister of the Road, the Autobiography of Box-Car Bertha, as told to Dr. Ben L. Reitman edito da The Macaulay Company nel lontano 1937, libro presentato alla sua uscita come l’autobiografia di una donna unitasi al mondo dei vagabondi che attraversavano gli Stati Uniti durante la Grande Depressione in cerca di lavoro e di avventura, che non disdegnavano di prendere parte ai conflitti sociali in cui si imbattevano.

In realtà il film non esiste, così come Bertha, la protagonista del libro, è una figura immaginaria e la sua autobiografia scaturisce dalla fantasia dello scrittore, ginecologo, anarchico, oltre che convinto propugnatore del nudismo, Ben Doc Reitman (1879-1942). Proveniente da una famiglia di ebrei russi emigrati negli Stati Uniti, l’autore ha imbastito l’immaginaria autobiografia di Bertha rifacendosi alle storie di donne in cui si è imbattuto nel corso dalle sue esperienze di vagabondaggio e della sua attività di medico. Legato per qualche tempo sentimentalmente a Emma Goldman, nel corso della sua vita Retiman ha aderito all’International Brotherhood Welfare Association e fondato la sezione di Chicago degli Hobo Colleges, l’università dei vagabondi, si è impegnato nel contrastare la diffusione della sifilide e per dare sostengo medico all’umanità marginale e alle donne dei bordelli, non mancando di fare conoscenza diretta delle prigioni e della violenza di chi non sopportava che qualcuno osasse mettere discussione le leggi, le regole e le consuetudini di un società che ambiva a dirsi “rispettabile” nonostante fosse fondata sullo sfruttamento e sulla sopraffazione degli esseri umani e, in particolare, delle donne.

Il racconto di Bertha prende il via con i suoi ricordi d’infanzia, quando, insieme alla madre, iniziò il suo vagabondare negli Stati Uniti unendosi a un’umanità rimossa dalle narrazioni edulcorate della storia statunitense. Ad immergere la protagonista sin dalla tenera età in questa realtà marginale, imposta o scelta, è la piccola pensione gestita per qualche tempo dalla madre ad Aberdeen. «I clienti erano principalmente ferrovieri, teatranti e artisti da luna park, e il tipo di gente che non ama stare negli alberghi. Arrivavano sempre anche sindacalisti, scioperanti e militanti radicali […]. Erano queste le persone, insieme agli operai della ferrovia e ai membri della IWW, che riempivano la nostra pensione. Ogni notte c’era una discussione sul sesso, gli scioperi o il socialismo» (p. 24).

Nei ricordi di Bertha «la maggior parte delle donne sulle strade erano agitatrici politiche […]. Portavano i capelli a caschetto, ma non troppo corti. Parlavano in modo concitato e spronavano sempre gli uomini ad andare con loro a San Francisco o dovunque fossero dirette per qualche raduno» (pp. 24-25). Se la maggior parte di queste donne si era messa in viaggio per sfuggire alla povertà e al degrado in cui erano nate, altre si erano allontanate da casa in cerca di maggiore libertà rispetto a quella concessa loro dalle famiglie o, più semplicemente, per il gusto di viaggiare o di fuggire dalla monotonia della cittadina o della fattoria in cui si trovavano a vivere. «Quelle ricche diventano delle giramondo, quelle spiantate diventano delle hoboes» (p. 25).

La formazione della piccola Bertha passa dall’esperienza trascorsa, allo scoppio della prima guerra mondiale, in una comunità cooperativa tra le colline di Little Rock, nell’Arkansas, e nella Home Colony, un insediamento anarchico nei pressi di Tacoma, nella zona di Seattle. La prima era una comunità fondata «da socialisti, anarchici e liberi pensatori, tutti contro la guerra, tutti stanchi di lottare per sopravvivere, tutti convinti che il capitalismo fosse la causa prima delle loro difficoltà» (p. 28), mentre la seconda era una comunità fondata da anarchici basata sull’amore libero. In tali contesti la piccola è cresciuta tra le letture di testi come Notizie da nessun luogo di William Morris, L’anima umana nel socialismo di Oscar Wilde, Lavoro di Émile Zola, le poesie di Walt Whitman e di opere di Byron, Shelley, Strindberg, Ibsen, Eltzbacher, Tolstoj, Proudhon, Godwin e Tuckere.

Bertha racconta delle abilità oratorie di agitatori anarchici o socialisti di fronte a sale gremite a cui, non di rado, seguivano scontri con la polizia, schedature e arresti. Nell’universo raccontato dalla protagonista non mancano bordelli, papponi e malattie veneree, mense e dormitori ma anche prigioni, work houses e colonie penali reati minori. Nei ricordi della protagonista compaiono anche Hobo Colleges, comitati di disoccupati e forum radicali dedicati ai vagabondi. Sarebbe sbagliato, sottolinea Bertha, pensare agli hoboes come «a un mucchio di stolidi ignoranti. Al contrario, sono interessati alle belle conferenze e sono in grado di seguirle, e lo stesso vale per qualsiasi altro tipo di arricchimento culturale. Oltre ad avere ottimi insegnanti, professori di gran spessore e abili educatori, all’Hobo College gli studenti stessi, cioè gli hoboes, erano sempre più capaci di ragionare e parlare con lucidità. Anzi, gli insegnanti più brillanti e gli oratori più stimolanti del College erano proprio loro, ovvero provenivano dal tipo di vita che conoscevamo bene» (p. 86).

All’epoca della Grande Depressione, l’universo dei vagabondi, ricorda Bertha, in cui non mancavano omosessuali, uomini e donne, aveva le sue categorie: «gli hoboes erano le donne e gli uomini non sposati che giravano il paese in cerca di lavoro; i tramps erano sempre non sposati ma anche senza un soldo, gente che vagabondava da un posto all’altro alla ricerca di nuove eccitanti avventure». A differenza degli hobo, questi ultimi vivevano di espedienti e non cercavano un lavoro. C’erano poi «i bums, la categoria meno numerosa ma con le persone più problematiche, quelle dipendenti da droghe o alcol che avevano perso ogni parvenza di rispettabilità. Questi ultimi erano i clienti abituali delle bettole, quelli che si vedevano stesi per terra nei vicoli, nei parchi o nei bar» (p. 59). Se un po’ tutti i vagabondi non disdegnavano di bere, i bums lo facevano in continuazione mostrandosi del tutto disinteressati alla politica e a trovarsi un lavoro.

Non pochi vagabondi erano dediti alle droghe non tanto per il piacere di farlo, afferma Bertha, ma per lenire il dolore e le angosce. Erano quasi esclusivamente gli uomini a ricorrere alle droghe. «Innanzitutto perché le donne sulla strada sono costantemente al verde, e la roba costa. Lo stesso vale per le donne che passano molto tempo nei ricoveri. Le uniche sorelle della strada che si lasciano tentare dalla droga sono quelle per cui il vagabondaggio è accessorio rispetto ad altri loro traffici. Le ladre o le prostitute che occasionalmente vagabondano di tanto in tanto assumono droga. Questo succede molto più al sud che al nord, e lì la specialità sono le sigarette di marijuana» (p. 134).

Nei racconti di Bertha fanno capolino anche la Coxey’s Army March del 1894, che vide una moltitudine di disoccupati marciare su Washington DC chiedendo al governo federale la creazione di posti di lavoro pubblici, i tanti comizi tra gli anni Venti e Trenta degli oratori più radicali dell’IWW, del Proletarian Party e della Revolutionary Workers’ League tenuti a Bughouse Square, come veniva chiamata in gergo Washington Square Park e l’ambiente del Dill Pickle Club, popolare teatro e cabaret in cui, tra la fine degli anni Dieci e la metà dei Trenta, passarono tanti liberi pensatori del cosiddetto Chicago Renaissance.

In chiusura del film mai realizzato immaginato in apertura, ci si ritrova, nuovamente, su un treno ora in entrata nel Pennsylvania Depot di New York, con Bertha che condivide i suoi pensieri. «Ora mi era chiaro che tutto quello che avevo faticato a imparare, in qualche modo lo intuivo già. Prima di aver vagabondato anche solo per un chilometro, intuivo già com’era la vita da hobo. Tutte le mie esperienze con i vagabondi, i criminali, i devianti sessuali, i radicali e i rivoluzionari avevano solo confermato quello che sapevo o intuivo da sempre. Le tante cose che avevo imparato in quei quindici anni ricchi e intensi in fondo si riducevano a un po’ di sociologia e di economia, alla capacità di fare rilevazioni statistiche e classificazioni. Uno studente universitario avrebbe potuto imparare le stesse cose in un semestre, o leggendo un manuale. E tuttavia avevo raggiunto il mio obiettivo: ero riuscita a fare tutto quello che mi ero messa in testa di fare. Volevo sapere come ci si sentiva a essere una hobo, una radicale, una prostituta, una ladra, una riformatrice, un’assistente sociale e una rivoluzionaria. Ora lo sapevo. Fui percorsa da un fremito» (p. 300).

Come scrive Barry Pateman nella Prefazione a Sister of the Road, attraverso la lettura della vita di Bertha è possibile vivere «la storia di migliaia di persone che hanno viaggiato, lottato e imparato dalla vita cosa fosse giusto fare. Spinta dal proprio desiderio di sperimentare tutte le emozioni e passioni dell’esistenza, Bertha assurge a simbolo di una vasta fetta di umanità» (p. 11). Occorre però ricordare che il racconto di Bertha deriva dalla fantasia e dalle esperienze vissute in prima persona, oltre che dalle testimonianze raccolte, dello scrittore, ginecologo, anarchico Ben Doc Reitman. Un uomo. Per quanto “al femminile”, Sister of the Road è pur sempre il racconto di un uomo che si immagina come una donna possa aver vissuto il suo vagabondaggio lungo gli Stati uniti all’epoca della Grande Depressione.

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Gruppo di famiglia in un prisma https://www.carmillaonline.com/2026/01/24/gruppo-di-famiglia-in-un-prisma/ Sat, 24 Jan 2026 21:00:52 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92053 di Franco Pezzini

Angelica Grivel Serra, L’anello debole, pp. 496, € 20, HarperCollins Italia 2025.

I resoconti confidenziali su fatiche di coppia e gli affreschi su saghe familiari incontrano nella narrativa italiana mainstream ancora del nuovo millennio un indubbio successo: basta sfogliare i cataloghi dei grandi editori, e non solo dei famigerati (la formulazione suona sessista) “romanzi per signora”. I motivi potrebbero essere parecchi, e non tutti nobili: ma è pur vero che i modelli di riferimento, come il grande romanzo borghese dell’Otto e del Novecento (da Balzac a Mann) con le sue epopee familiari, e le stesse incursioni del cinema [...]]]> di Franco Pezzini

Angelica Grivel Serra, L’anello debole, pp. 496, € 20, HarperCollins Italia 2025.

I resoconti confidenziali su fatiche di coppia e gli affreschi su saghe familiari incontrano nella narrativa italiana mainstream ancora del nuovo millennio un indubbio successo: basta sfogliare i cataloghi dei grandi editori, e non solo dei famigerati (la formulazione suona sessista) “romanzi per signora”. I motivi potrebbero essere parecchi, e non tutti nobili: ma è pur vero che i modelli di riferimento, come il grande romanzo borghese dell’Otto e del Novecento (da Balzac a Mann) con le sue epopee familiari, e le stesse incursioni del cinema d’autore restano fonti d’ispirazione non accantonabili – per non parlare della vita vissuta. D’altronde va detto che oggi simili romanzi, riflettendo il mondo triste in cui viviamo, fin troppe volte patiscono le strette claustrofobiche di un fondamentale ombelicocentrismo: perché mai dovremmo dunque com-patire certe insopportabili coppie autocentrate alla deriva delle proprie paturnie? E cosa possono dirci le grandi saghe familiari in un’età in cui la famiglia si destruttura sempre più? Su questi fronti non è stato già detto tutto quel che si poteva dire?
Eppure c’è chi riprende la sfida con una freschezza nuova, smontando proprio i nodi più problematici denunciati e additando semmai alcune faglie interessanti in quel filone di romanzi. Strappando al particulare certi tipi di dinamiche e cercando una diversa apertura, che permette di non affossare il tutto in un pessimismo nichilista o nella balbettante afasia, né nel riciclone modaiolo. Quando poi, come in questo caso, la voce è molto giovane (1999, cioè ieri dal punto di vista di chi scrive), l’apertura alla speranza risulta persino più genuina, impastata con la spinta a vivere appieno ma senza ingenuità e mirando alto sul piano della credibilità.
La storia, diciamolo subito, fin dall’inizio afferra il lettore. Il clan familiare Raccis che gestisce un’avviata ditta in Sardegna si regge su accordi mai formalizzati, tesi attraverso una rete di non-detti, umoralità, irrisolti e lavoro nero di familiari. Una situazione, qui proiettata sul piano del lavoro, che in fondo ben metaforizza non-detti e umoralità nei rapporti con tanti clan familiari, creduti magari solidissimi e invece tessuti di ambiguità, odiosi impliciti o orrendi teatrini.
Quando la carismatica Piera, morendo, lascia la sua importante quota al prediletto fratello Claudio ma senza alcuna scrittura a provarlo, come una torma di sciacalli o una cospirazione plantageneta da dramma di Shakespeare gli altri disconoscono la decisione. Claudio, nonostante le esortazioni dei suoi cari, ha scelto negli anni di fidarsi di Piera e degli altri, o piuttosto ha neghittosamente mancato di far formalizzare il suo concreto impegno in azienda e in ultimo i diritti riconosciutigli dalla morente. Per indolenza e scarsa attenzione alle invidie e ai rancori serpeggiati da una vita, per pelosa accondiscendenza a dinamiche in cui è invischiato anche legalmente, ma anche per irresponsabile ingenuità, ha finito così col consegnare moglie e figli a un precipizio economico. Alla famiglia della roba, quella di provenienza, si contrappone in effetti la famiglia che Claudio ha saputo costruire, la splendida moglie Cecilia e i figli adolescenti Amanda e Rocco: che però, “traditi” da quella sua pelosa disattenzione, devono rimettere in discussione tutto il loro rapporto con l’anello debole Claudio.
Particolarmente Cecilia è ferita e furiosa, per la scelta del marito di essersi appoggiato indiscussamente all’ambigua Piera e non aver considerato o condiviso con moglie e figli lo specifico della situazione. Una mancanza di fiducia, in ultima analisi, che impatta pesantemente sul legame matrimoniale. L’introverso Claudio dovrà dunque affrontare una crisi interiore, di coppia e della famiglia ristretta, ed esteriore con i subdoli parenti dell’azienda che prontamente lo scaricano: dovrà cercare di reimpostare l’intero quadro, ma soprattutto si confronterà nelle sue debolezze – perché è chiaro a tutti, a partire da sua moglie, che alcuni elementi di fragilità possono appartenere al suo io immodificabile – con la necessità di recuperare una credibilità agli affetti. Ma alla fine del romanzo, non siamo più così certi che l’anello debole del titolo sia il povero Claudio: perché forse la realtà è più complessa.
Siamo partiti dalla presa d’atto dell’esistenza di una narrativa di crisi di coppia e di saghe familiari, ma in questo caso, a ben vedere, l’autrice ne riprende i temi principalmente per far esplodere il tutto.
Sia perché la famiglia estesa in quanto tale, erede di una lunga tradizione letteraria, è in scena (brillantemente) soprattutto nel teatro del tradimento all’inizio, ma poi resterà sullo sfondo come groviglio sterile di interessi e di arroganze, alleanza di cattivi soggetti tutti pronti a tradire e rubare. Il tutto nel gioco di luci e ombre di un sostanziale realismo, senza fughe caricaturali in Atridi 2.0 e con amaro rispetto di situazioni in fondo non sconosciute ai lettori (c’è sempre qualche ramo delle famiglie eroso da simili piaghe).
Sia perché la famiglia “ristretta” e più vera, moglie e figli, e la stessa relazione di coppia che vi sta alla base, non si appiattiscono nei malumori modaioli di psicanalismi da salotto: il primo vincolo è la responsabilità reciproca, alla base di affetti che lì trovano la loro stabilità e fertilità. La vera, intensa e appassionata protagonista del romanzo, dunque, è Cecilia, severa custode di quegli affetti e quel progetto, e idolatrata dalla figlia con cui condivide tale serietà di fondo. L’autrice scommette sul senso autentico di un certo modello senza ottimismi buonistici, fa piazza pulita di introspezioni farlocche e crisi di coppia tra autocentrati, presenta relazioni esigenti pur nella consapevolezza di una perfettibilità e di una dimensione umanissima del limite. A mutare insomma non potrà essere solo Claudio, nella presa d’atto che qualunque rapporto vivo è chiamato a una continua e onesta ridefinizione.
Questa impegnativa serietà e questo senso della fatica fiero e realistico l’autrice rielabora e rinnova da un intero filone di scrittrici sarde (idealmente da Deledda a Murgia). Lo fa con un romanzo dalla salda struttura, dove riesce abilmente a gestire una coralità complessa – in cui anche il passato vibra i suoi affondi. Particolarmente interessante, nella sua ambiguità ed enigmaticità, è il profilo di Piera, donna delle missioni in Africa ma anche dei movimenti equivoci e vagamente manipolatori. Con la sua ombra, Cecilia e anche il lettore dovranno confrontarsi: e se qualche forma di pacificazione con la morta emergerà, l’autorevole Piera resta legata a filo stretto a un contesto di ambiguità e menzogne.
Ma se Piera è, nel bene e nel male, un’ombra indecifrabile nel proprio agire sotterraneo, altre grandi presenze di una tradizione familiare femminile che trionfa in Cecilia per poi raggiungere Amanda, pur appartenendo alle schiere dei morti e della nostalgia non sono riducibili a fantasmi. Vivono infatti, resistono e s’impennano proprio in Cecilia: e qui appare una dimensione diversa dell’essere famiglia, come passaggio di testimone e di dignità. A differenza che a casa Raccis, questo modo differente e tanto più alto di essere con-giunti vede indissolubilmente combinati affetti e dignità. Ciò grazie al lascito di donne immense – non fantasmi ma presenze vive, non soltanto nel dna o nella memoria ma nello stile e nel richiamo, che non è solo (moralisticamente) esempio ma sangue che tira, appello innamorato, desiderio di meritare un certo lascito. Dunque Donna Armida, la mitica nonna, figura da antiche storie mediterranee, dai tratti volitivi di chi cerca giustizia ma capace anche di biasimare se stessa per la scomoda eredità lasciata ai figli, come filata in un mito greco e oggetto di una veglia funebre leggendaria; e poi l’immensa Beatrice, la madre di nostalgie increspate come sfondi di presepio, “vigorosa, pratica e regale ma del tutto estranea a un qualunque tipo di esternazione di sentimento, […] sempre da conquistare”, per Cecilia “cuneo di amore disperato, quello di cui avrebbe sentito sempre l’esigenza per soccorrere le vertigini della sua suprema ansia d’affetto” e oggetto di rispetto di cristallo anche per il genero. Perché appunto le Madri, anche quando ormai inarrivabili nel loro abbraccio tra i morti, restano a fondare il nesso tra affetto e dignità. E se la forte Cecilia svela in sé fragilità sapientemente narrate dall’autrice (anche quelle che potrebbero definirsi problemi di circolazione sono in realtà molto di più, segno di inevitabili sconcerti in un abisso quasi ctonio del sangue), la sua nostalgia ripropone il sentire vivo di loro, il loro modo di essere e la loro presenza autorevole. Permettendo un ricordo non al passato, ma al presente e al futuro – e forse è emblematico il futuro implicito nel nome della figlia Amanda, “colei che deve essere amata”, la “degna di essere amata” di questo tipo di amore.
Nel caso dei personaggi che più frequentiamo in queste pagine, lo scavo psicologico offerto è in effetti a tutto tondo: superbo, intenso e profondo, sapientemente emotivo e insieme lucidissimo. Si coglie nel quadro – in progress, perché la vicenda va avanti – una sovrabbondanza di umanità che non esaurisce l’apologo in finzione ed è indubbiamente frutto di sensibilità dell’autrice. In scena è così uno straordinario prisma dove cogliamo da sfaccettature diverse e cangianti le dinamiche esteriori e interiori della famiglia di Claudio: un insieme per nulla “facile” o prevedibile da gestire sul piano narrativo.
Con un ulteriore punto di forza nella voce. Grivel Serra mostra una lingua matura, ricchissima e vivida persino nelle scelte lessicali (non mancano termini ricercati, che mai si piegano però alla forzatura compiaciuta); un’eleganza stilistica pienamente letteraria che davvero colpisce.
E su tutto, anche per il tramite di frasi in dialetto e per la figura di un testimone anziano e un po’ particolare a casa di Claudio, si impone la presenza di una Sardegna libera da ogni concessione allo stereotipo, tra durezze autentiche, rigori e serietà esigenti. Come quella della giovane autrice.

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Plur1bus: l’invasione degli infracorpi https://www.carmillaonline.com/2026/01/24/plur1bus-linvasione-degli-infracorpi/ Fri, 23 Jan 2026 23:01:53 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92127 di Walter Catalano

Vince Gilligan colpisce ancora. Dopo qualche anno di meritato riposo lo sceneggiatore e showrunner creatore delle due serie più giustamente celebrate, premiate ed amate degli ultimi anni, Breaking Bad (2008-2013) e Better Call Saul (2015-2022), torna finalmente sugli schermi con le 9 puntate della prima stagione di Plur1bus, questa volta distribuito da Apple TV. Lo scenario resta immutato, il paesaggio desertico e quasi western della città di Albuquerque nel Nuovo Messico, ma il genere è cambiato: dopo il crime e il noir, Gilligan torna alle origini – aveva esordito come sceneggiatore nel team di X-Files – e passa [...]]]> di Walter Catalano

Vince Gilligan colpisce ancora. Dopo qualche anno di meritato riposo lo sceneggiatore e showrunner creatore delle due serie più giustamente celebrate, premiate ed amate degli ultimi anni, Breaking Bad (2008-2013) e Better Call Saul (2015-2022), torna finalmente sugli schermi con le 9 puntate della prima stagione di Plur1bus, questa volta distribuito da Apple TV. Lo scenario resta immutato, il paesaggio desertico e quasi western della città di Albuquerque nel Nuovo Messico, ma il genere è cambiato: dopo il crime e il noir, Gilligan torna alle origini – aveva esordito come sceneggiatore nel team di X-Files – e passa alla fantascienza. E la vena filosofica ed esistenzialista, il dilemma etico e morale, la satira swiftiana perennemente in equilibrio tra farsa e tragedia, che avevano sostanziato le sue egregie opere precedenti, permangono intatte anche in quest’ultima dove le premesse, sia in termini tematici che figurativi, attingono profondamente alla fantascienza cinematografica più classica, quella degli anni ’50: i film di Jack Arnold e L’invasione degli Ultracorpi di Don Siegel.

Il radiotelescopio di un osservatorio spaziale in mezzo al deserto capta un segnale intelligibile proveniente, dopo migliaia di anni luce, da una galassia remota. Gli scienziati individuano nel messaggio il codice di un sistema biologico e sintetizzano un misterioso virus che, per il classico errore umano, infetta uno dei ricercatori, il quale bacia intenzionalmente la collega per infettarla a sua volta. I primi contaminati nel laboratorio, come in preda ad un raptus, impregnano con la saliva materiale destinato all’esterno: nel giro di poche settimane tutto il mondo ha subito il contagio (e ora tornano in mente altri vecchi film come A for Andromeda, The Andromeda Breakthrough, ecc.), fanno eccezione – scopriremo qualche puntata dopo – solo dodici persone, in varie parti della Terra, immuni al virus. Fin qui niente di più tradizionale, ma ora il colpo di genio: se gli invasori fossero buoni? Se il virus fosse un dono? Se la mutazione portata dal contagio realizzasse finalmente il sogno di uguaglianza e fraternità, di limpidezza e sincerità totale, di assoluta non violenza e solidarietà indiscriminata auspicato da ogni credo religioso e politico? Il paradiso in terra ottenuto rinunciando definitivamente al proprio io individuale ed egoistico per confluire, come sciogliendosi in un oceano di gioiosa fratellanza, tutti insieme in una super mente collettiva che contenesse le nozioni, le competenze e le memorie di ogni singolo componente messe al servizio di un “noi” generale composto da tutta l’umanità.

Questo spiega il titolo della serie, che richiama il motto non ufficiale degli Stati Uniti, “E pluribus unum”, ovvero “Da molti, uno solo”. Ribaltando le angosce paranoiche del romanzo di Jack Finney e del film di Don Siegel – gli ultracorpi, il pericolo comunista, l’invasione aliena – la storia di Gilligan ci mostra come, nella mente di un corpo che non è snatched ma che resta assolutamente identico, si possa dispiegare in concreto l’applicazione letterale di un principio astratto, teorica frase d’ispirazione virgiliana alla base della costituzione americana.

Ma c’è un “ma”. Fratellanza e uguaglianza sono compatibili con libertà? E qui entrano in gioco i pochi umani immuni al contagio, vedremo come ognuno di loro verrà lasciato dagli “Altri” libero senza alcuna imposizione, di seguire la propria scelta qualunque essa sia. Uno di questi è la protagonista della storia, attraverso gli occhi della quale scopriamo il contesto della vicenda, si tratta di Carol Sturka – interpretata da un’impareggiabile Rhea Seehorn, già coprotagonista di Better Call Saul, ruolo che le aveva procurato due nomination agli Emmy Awards, e qui mattatrice incontrastata – una famosa scrittrice di fantasy-romance di basso livello, piuttosto egocentrica e di non facile carattere, che convive in un ménage coniugale lesbico con la propria agente letteraria (la scelta di una protagonista lesbica potrebbe far pensare che anche Gilligan, pur ironizzando spesso e volentieri, in metafora, nel corso della trama, sulla cultura woke, non si voglia sottrarre a una sorta di clickbait che strizzi l’occhio in quella direzione). Durante il traumatico passaggio in contemporanea dell’umanità alla mente collettiva, Carol assiste impotente e senza capire, mentre è a cena fuori con la compagna, alla trasformazione che provoca varie vittime: alcune si trovano al volante o in situazioni pericolose durante la perdita di conoscenza che prelude alla mutazione e subiscono incidenti mortali, altre – come la partner di Carol – semplicemente non superano la crisi convulsiva. Carol, immune, resta intatta ma vedova. Quando si rende conto che qualunque estraneo mai incontrato prima la conosce familiarmente e la saluta chiamandola per nome, che tutti sono disponibili e sorridenti, sempre pronti ad aiutarla, a soddisfare ogni suo desiderio e a non contrariarla mai, Carol, capisce che è successo davvero qualcosa di irreversibile e tutte le risposte alle sue domande, tutte le spiegazioni e le informazioni possibili, le vengono comunicate senza omissioni o reticenze dalla super-mente dei mutati in una trasmissione televisiva dedicata esclusivamente a lei. Ovviamente l’individualismo di Carol si ribella, la gentilezza e il candore della mente-alveare le ripugna: Carol vuole capire tutto per avere gli strumenti che le permettano di combattere contro, e salvare il mondo per riportarlo all’inferno di prima. Così risponde alle premure degli “Altri” con la rabbia e la diffidenza e scopre ben presto che le sue sfuriate, le capricciose ripicche, le urla arrabbiate, arrecano uno shock fortissimo con devastanti attacchi epilettici agli umani modificati, non solo a quelli nelle sue immediate vicinanze, i cui effetti su di loro può constatare di persona, ma in tutti gli umani modificati, in tutto il pianeta contemporaneamente: le viene comunicato, con riluttanza per non turbarla troppo, che ognuna di quelle crisi ha provocato migliaia di morti in tutto il mondo. Proprio per evitare senza eccessivi traumi questi inconvenienti, gli “Altri”, decidono di lasciarla sola abbandonando in massa Albuquerque (in questa parte entriamo nella scia di I Am a Legend di Richard Matheson, con tutta la filmografia annessa): potrà comunicare con loro solo tramite cellulare e non le mancherà nulla, deve solo chiedere e quanto richiesto, cibo o qualsiasi altra cosa, le verrà consegnato direttamente a casa tramite droni. Nella sua solitudine Carol continua a investigare e scopre che gli “Altri” (e qui torna un altro classico della fantascienza, Soylent Green, da noi 2022: i sopravvissuti, film del 1973 di Richard Fleischer, tratto dal romanzo Largo, largo! di Harry Harrison) ricavano sostanze nutritive dai corpi dei morti. L’apparentemente orribile mistero le viene spiegato ben presto: gli “Altri” non uccidono nessuna creatura vivente, non mangiano neanche frutti se non già caduti dall’albero; in questo modo tutte le risorse alimentari saranno presto consumate e lo sgradevole processo di utilizzare le proteine dei cadaveri come cibo serve solo a prolungare di qualche anno l’inevitabile esaurimento delle scorte. Carol apprende anche che tramite un trattamento sulle cellule staminali anche gli immuni possono ora essere mutati e confluire nella mente collettiva ma questo può avvenire solo con totale e assoluto assenso da parte del diretto interessato: Carol ovviamente lo nega.

Particolarmente ben costruita è l’ondivaga condizione psicologica vissuta da Carol dopo la morte della compagna e la sua reazione al nuovo mondo in cui si illude da principio di non avere più bisogno di nessuno. La sua evoluzione passa attraverso varie fasi contraddittorie: il desiderio iniziale di essere l’eroina della storia – un po’ come i superomistici personaggi dei suoi pessimi romanzi fantasy – contattare e raccogliere insieme tutti gli immuni del mondo e organizzare con loro una specie di guerriglia, per scoprire invece, deliziosa ironia di Gilligan, che non frega niente a nessuno e che tutti si sono organizzati secondo la propria indole: la fanciulla peruviana decide di unirsi ai propri familiari e a tutti gli “Altri” dando l’assenso per la mutazione; l’edonista nordafricano vive come un re nei migliori hotel, servito e riverito con le massime comodità e i cibi più raffinati, circondato da decine di bellissime donne sempre disponibili (nessuno degli “Altri” direbbe mai di no a nessuno per non dispiacere l’interlocutore…) e guidando una Ferrari di colore diverso per ogni giorno della settimana; solo nelle giungle del Paraguay un certo Manousos Oviedo (interpretato dall’attore colombiano Carlos Manuel Vesga), sembra ancora più radicale e arrabbiato di Carol, ma per eccesso di diffidenza e sospetto, rifiuta ogni contatto con chiunque. Fallito il tentativo subentra in Carol la paura di poter essere cancellata, che gli “Altri” mentano e non siano così angelici come appaiono; con sollievo scopre poi che davvero i mutati sono totalmente incapaci di mentire e che la sua individualità è del tutto al sicuro, perché nessuno farà mai violenza su di lei neanche per difendersi. Poi la speranza di poter vivere effettivamente una vita solitaria e felice e, infine, la presa di coscienza che no, è impossibile vivere soli: arrivando a implorare gli “Altri” di tornare a ripopolare Albuquerque e innamorandosi della bella Zosia (Karolina Wydra), la chaperon che si è da subito occupata di lei, ha sopportato mettendo a rischio la sua incolumità fisica le conseguenze degli esperimenti anche pericolosi di Carol per saggiare la vera natura degli “Altri”, e che ora intuendo i suoi segreti desideri la bacia per prima e si sforza di parlare al singolare e non al plurale come fanno tutti i mutati. Innamorarsi dell’attraente frammento di una mente alveare incrina le convinzioni di Carol proprio mentre Manousos Oviedo giunge finalmente da lei dopo un avventuroso viaggio in auto dal Paraguay fino al Nuovo Messico per incontrarla: ha un piano per scatenare la resistenza, basato su un suo maniacale scandaglio delle frequenze radio, proprio nel momento in cui la determinazione di Carol vacilla. L’intesa fra i due è tutt’altro che facile – incomprensione resa ancor più paradossale dalla barriera linguistica, risolta parodisticamente con l’ausilio del traduttore automatico di un cellulare – come suona il titolo dell’ultima puntata della prima stagione e come Manousos dice brutalmente a Carol: La Chica o El Mundo. Bisogna scegliere: vuoi l’amore della ragazza o vuoi salvare il mondo? Carol si rende conto che l’amore di Zosia è impersonale, che lei è noi e l’amore per Carol è invece possessivo ed egoistico, questo le fa prendere la decisione. Il preludio alla già annunciata prossima stagione delle quattro previste, vede Carol e Manousos insieme: lui sembra aver trovato il modo per combattere la collettività sfruttando le frequenze radio, ma lei si è anche procurata una bomba atomica, gentilmente fornita dagli “Altri” che non rifiutano mai niente a nessuno: Zosia gliela scarica da un elicottero nel giardino di casa. Siamo davvero curiosi di sapere come Gilligan potrà continuare date tali premesse… Intanto notiamo fra le mille finezze di questo show perfetto anche la colonna sonora: un florilegio di classiche canzoni americane, da People are Strange a Destination Moon, cantate però nelle lingue più esotiche del mondo, hindi, urdu, farsi, e chi più ne ha più ne metta.

Una serie troppo intelligente e problematica perché buona parte del pubblico la apprezzi davvero, già si leggono – almeno in Italia – superficiali commenti che l’accusano di lentezza, di noia, di staticità. Insomma la satira troppo sottile e le complicazioni filosofiche rallentano il ritmo, almeno in Breaking Bad si sparavano spesso, qui invece “non succede nulla… aridatece gli zombie !”.

 

 

 

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Un decennio da infarto: storia controculturale dei Novanta https://www.carmillaonline.com/2026/01/23/un-decennio-da-infarto-storia-controculturale-dei-novanta/ Thu, 22 Jan 2026 23:46:59 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92596 di Antonino Sciotto

Valerio Mattioli, Novanta. Una controstoria culturale, Einaudi, Torino, 2025, 545 pp., € 24,00

Parlare dei pregi di “Novanta. Una controstoria culturale” di Valerio Mattioli, significa sottolineare innanzitutto la fluidità e l’asciuttezza della sua scrittura che rendono facilmente divorabile un libro di più di 500 pagine. Insomma, Valerio Mattioli scrive senza fronzoli. Attraverso il suo racconto, chi scrive ha avuto modo di conoscere una serie di interessanti dibattiti e di composite “scene” (sopratutto rap e hardcore) che sono stati un prodotto della controcultura negli anni Novanta e allo stesso tempo, un fertile humus per chi ne ha [...]]]> di Antonino Sciotto

Valerio Mattioli, Novanta. Una controstoria culturale, Einaudi, Torino, 2025, 545 pp., € 24,00

Parlare dei pregi di “Novanta. Una controstoria culturale” di Valerio Mattioli, significa sottolineare innanzitutto la fluidità e l’asciuttezza della sua scrittura che rendono facilmente divorabile un libro di più di 500 pagine. Insomma, Valerio Mattioli scrive senza fronzoli. Attraverso il suo racconto, chi scrive ha avuto modo di conoscere una serie di interessanti dibattiti e di composite “scene” (sopratutto rap e hardcore) che sono stati un prodotto della controcultura negli anni Novanta e allo stesso tempo, un fertile humus per chi ne ha seguito il percorso. Non stupisce la conoscenza dell’argomento, d’altronde la produzione di Mattioli è principalmente incentrata sulla musica come testimoniano “Superonda. Storia segreta della musica italiana” (Baldini e Castoldi, 2016) e “Exmachina” (Minimum Fax, 2022). I riferimenti alle arti visive, al fumetto, al teatro d’avanguardia e alla sperimentazione video che emergono dal magmatico universo controculturale italiano restituiscono l’importanza di queste sperimentazioni e di questi progetti, ponendoli addirittura come anticipatori rispetto al mondo dell’arte mainstream.

Questo filone artistico-culturale che si snoda fra l’Isola nel Kantiere e l’Officina 99, il Leoncavallo e l’El Paso e che conferisce valore a questo caleidoscopico panorama, è affiancato ad un altro filone di carattere storico-politico. Nonostante Mattioli specifichi che il suo libro non è una storia dei Centri Sociali, allo stesso tempo dichiara che il proprio obiettivo, forse più ambizioso, è quello di fare una storia degli anni Novanta «attraverso le lenti» dei Centri Sociali prendendo in considerazione fenomeni, scene, culture e linguaggi e portando anche alcuni commentatori a definirlo un tentativo di “storicizzazione”.
Alcune sviste potrebbero far indispettire i creatori (romani!) della rete “Okkupanet” o gli ex della bolognese “Rete Contropiani” che nel giugno 2000 organizza le contestazioni contro una riunione dell’OCSE sotto le Due Torri (ben prima del Global Forum partenopeo). O ancora i creatori dello European Counter Network (ECN), la rete di BBS legata ai Centri Sociali nata in concomitanza con l’“Area Cyberpunk”, riferimento di Decoder, e che viene menzionata in poche righe, tralasciando la sua esistenza pre-Internet che risale al 1989. Al netto di ciò, la dimensione politica, presente anche nella parte artistica, viene spesso lasciata senza conclusioni e l’analisi politica della fase (certamente non l’obiettivo del libro, ma inevitabile non prenderla in considerazione), rimane spesso monca e basata su affermazioni discutibili (vedi la definizione di “Autonomia Operaia”) o luoghi comuni.

I vari capitoli relativi alle questioni politiche sono puntellati di riferimenti all’utilizzo di droghe da parte di questo o quel personaggio, attribuendo così agli stupefacenti quasi un ruolo di deus ex machina che, per Mattioli, fornisce in molti casi ispirazione e financo coraggio. Tra episodi di bottigliette contenenti MDMA circolate ad una manifestazione finita in “scazzi” e caratterizzazioni di alcuni partecipanti al G8 di Genova che avrebbero partecipato per una questione di ribellione alimentata dalla medesima sostanza e dai concerti punk, gli stupefacenti acquistano una rilevanza quasi storica, almeno fino alla fine del libro, quando inaspettatamente (?) iniziano a dilagare in modo impressionante principalmente ai rave.
Il leitmotiv della droga porta infine all’affermazione che a Roma il fascismo sia stato sconfitto (sì?) non tanto dalle vetuste pratiche dell’antifascismo militante, bensì dall’accoppiata “techno & droga”, che avrebbe convertito i ragazzi cresciuti a techno e saluti romani, in altri termini, «il giovane sottoproletariato urbano dall’ideologia dell’intolleranza al sol dell’avvenire della rivoluzione (chimica)».

I dibattiti politici sono dunque subordinati alla dimensione underground e le commistioni fra controcultura e politica, soprattutto quella “istituzionale” finiscono in secondo piano, sebbene siano il brodo di coltura di un processo totalmente inedito che riguarda il Movimento dei Movimenti (No Global, alle cronache) nella sua interezza. Esempio è il rapporto fra le Tute Bianche (innegabilmente fra le parti con più egemonia all’interno del Movimento) e Rifondazione Comunista. Ridurre il tutto ad una simpatia da parte del Movimento verso Fausto Bertinotti (al tempo segretario del partito) che costituirebbe «un caso piú psichiatrico che politico in senso stretto» significa quasi sminuire la progettualità politica dei Centri Sociali. In questo modo l’importanza dell’ibridazione di linguaggi e di pratiche che si sviluppano nell’interazione tra Tute Bianche e Giovani Comunisti, che avevano ben più peso di Rifondazione nel rapporto con il Movimento, sembra quasi descritta come un abbaglio.
La parte conclusiva del racconto (immagino di non star facendo spoiler a nessuno) è incentrata sul G8 di Genova.

In un frammento dal carattere intimamente personale, Valerio Mattioli parla della propria stanchezza, che dai drammatici suicidi di Sole e Baleno (1998) e dall’inizio delle diatribe sulla natura degli spazi occupati, diventa sempre più forte portandolo ad una resa soggettiva, che non lo farà partecipare alle manifestazioni del controvertice ligure. Allo stesso tempo, è difficile districarsi fra la sua opinione e quella dei riferimenti che cita rispetto a quali siano state realmente le cause della fine del Movimento.
Le ultime righe del libro, infine, nella loro secchezza sono la perfetta rappresentazione scritta di un infarto che segna la fine di un decennio.

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Il nuovo disordina mondiale / 32 – L’ultima Thule tra Nato, petrolio, terre rare e…guano https://www.carmillaonline.com/2026/01/21/il-nuovo-disordina-mondiale-32-ultima-thule/ Wed, 21 Jan 2026 20:30:28 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92520 di Sandro Moiso

Peter Apps, Contro la fine del mondo. Una biografia della Nato, Luiss Unversity Press, Roma 2025, pp. 566, 25 euro

«La Russia e la Cina non hanno alcun timore della Nato senza gli Stati Uniti e dubito che la Nato sarebbe lì per noi se ne avessimo davvero bisogno. Tutti sono fortunati che io abbia ricostruito il nostro esercito nel mio primo mandato e continui a farlo. Saremo sempre lì per la Nato, anche se loro non saranno lì per noi. L’unica nazione che la Cina e la Russia temono e rispettano sono gli Stati Uniti ricostruiti da [...]]]> di Sandro Moiso

Peter Apps, Contro la fine del mondo. Una biografia della Nato, Luiss Unversity Press, Roma 2025, pp. 566, 25 euro

«La Russia e la Cina non hanno alcun timore della Nato senza gli Stati Uniti e dubito che la Nato sarebbe lì per noi se ne avessimo davvero bisogno. Tutti sono fortunati che io abbia ricostruito il nostro esercito nel mio primo mandato e continui a farlo. Saremo sempre lì per la Nato, anche se loro non saranno lì per noi. L’unica nazione che la Cina e la Russia temono e rispettano sono gli Stati Uniti ricostruiti da Donald J. Trump.» (Donald Trunp su Truth)

Quando un leader inizia a suscitare repulsione persino nei suoi alleati più fedeli nel mondo, la storia insegna che non è mai finita bene. (Federico Fubini, «Corriere della sera», 19 gennaio 2026)

La pubblicazione della ricerca dell’inglese Peter Apps da parte della Luiss University Press non poteva cascare in un momento migliore, o peggiore a seconda dei punti di vista, per narrare le vicende politiche, militari e ideologiche che hanno portato alla creazione, sviluppo e attuale crisi di una delle alleanze militari multinazionali più longeve della storia. Quella della Nato, per l’appunto, che l’autore paragona alla Lega Delio-Attica, conosciuta anche come lega di Delo, una confederazione marittima costituita da Atene, nel 478-477 a.C. durante la fase conclusiva delle guerre persiane, a cui aderirono dalle 150 alle 173 città-stato greche.

Tra i tanti esempi di alleanze militari come possibili termini di paragone si è preferito questo, da parte di chi scrive, poiché, oltre ad essere volta a difendere l’Occidente, guarda caso, da un nemico proveniente da Oriente, greco fu anche il geografo e viaggiatore, Pitea, che nel 330 a.C., partito per un’esplorazione dell’Atlantico del Nord, riportò la notizia della scoperta di “una terra di fuoco e di ghiaccio su cui non tramontava mai il sole”: Thule (in greco antico: Θούλ,Thoúlē).

Nonostante il discredito gettato su di lui e sulla sua scoperta da Strabone, autore tra il 14 e il 23 d.C. di una delle opere storico-geografiche più importanti dell’antichità, le affermazioni di Pitea furono in seguito rivalutate da Claudio Tolomeo astronomo, geografo e astrologo egizio di cittadinanza greca, vissuto tra il 100 e il 168 d.C., e successivamente quella terra fu variamente individuata da altri autori nelle isole Shetland, nell’Islanda o nella Groenlandia. Soprattutto quest’ultima poiché, una volta corretto l’errore sistematico sulle longitudini della sua Geografia, come proposto da Lucio Russo (1944-2025)1, le coordinate di Tolomeo indicherebbero proprio un punto sulla costa groenlandese.

Oggi, però, quel mito dell’ultima Thule, ovvero di un’isola posta ai confini della Terra e della conoscenza umana, rischia di rivelarsi come l’ultima spiaggia della sopravvivenza della Nato o almeno dell’alleanza nata con il trattato firmato nel 1949 dagli Stati Uniti insieme al Canada e a vari paesi dell’Europa occidentale, non soltanto quelli direttamente affacciantisi sull’oceano che le dava il nome.

Un tempo soldato, poi reporter di guerra e scrittore, Peter Apps oggi è un analista britannico tra i più attenti conoscitori del settore della sicurezza internazionale e dei meccanismi interni della Nato. Pur costretto da un incidente in zona di guerra alla semi-paralisi, continua ancora la sua attività di ricerca come direttore del Project for Study of the 21st Century. Contro la fine del mondo è il suo primo libro pubblicato in Italia. Testo che ha inizio con la seguente, e piuttosto impegnativa, asserzione:

Coloro che hanno fondato l’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico e ne hanno costruito le prime strutture civili e militari credevano di sapere esattamente quale fosse la sua missione. «Considero la Nato come l’organizzazione più importante oggi al mondo», dichiarò nel 1953 agli studenti del nuovo Collegio di Difesa della Nato il primo vicecomandante supremo alleato, il feldmaresciallo visconte Bernard Montgomery. «Credo fermamente che, se la Nato fosse nata prima, non ci sarebbe stata una Seconda guerra mondiale […] credo anche che il rafforzamento della Nato rappresenti la migliore speranza per prevenire la Terza»2.

Ora una tale convinzione, misurata a settantatré anni di distanza dalla sua enunciazione, rivela tutta la fragilità e, allo stesso tempo, la prosopopea di un progetto tipicamente occidentale di governare o rigovernare il mondo attraverso lo strumento militare. Formulazione che, non a caso, è attribuibile a un comandante più noto per il successo avuto dal capo d’abbigliamento che porta il suo nome che al suo genio militare. Anche se Apps cerca di ricordare più i suoi “meriti” che i suoi insuccessi che, invece, un altro autore britannico, saggista ed ex-militare anche lui, Anthony Beevor, ha ripetutamente sottolineato3.

La precisazione era necessaria poiché il lavoro di Apps affronta il problema storico della Nato spesso a partire dal ruolo che il Regno Unito e i suoi rappresentanti politico-militari hanno avuto nella sua creazione e nell’indirizzo dato alla sua funzione. Ruolo che, comunque, risulta, anche negli eventi narrati, sempre subordinato agli interessi e agli indirizzi politici dell’ingombrante alleato, sia per dimensioni effettive che per volontà politica, americano. Fin dagli esordi della suddetta alleanza.

Sappiamo da altre fonti4 quali profonde linee di frattura avessero segnato il rapporto tra Roosevelt e Churchill sulla condotta della guerra e le sue finalità, soprattutto in vista di un accordo con l’URSS di Stalin per la spartizione dell’Europa post-bellica, anche se entrambi non ne avrebbero visto la fine rimanendo al loro posto di comando. Il primo a causa della morte che lo colse il 12 aprile 1945, poco meno di un mese prima della definitiva sconfitta tedesca. Il secondo, forse peggio, per la sconfitta politica subita alle elezioni di quello stesso anno, quando il 17 luglio, ben prima che le atomiche su Hiroshima e Nagasaki ponessero il sigillo sulla vittoria americana sul fronte del Pacifico, il suo governo fu rovesciato dall’avvento di quello laburista di Clement Attlee con Ernest Bevin nominato ministro degli esteri.

In entrambi i casi però, e bisogna dirlo fin da ora, non furono tanto gli uomini a determinare una reale rottura col passato, ma piuttosto, e nonostante le differenze tra Truman e Roosevelt e tra Attlee e Churchill, fu la continuità a trionfare, riaffermando le linee guida fondamentali dei due principali alleati occidentali nel marcare i tempi e l’avvento di un nuovo ordine internazionale. A render chiaro ciò è proprio il percorso politico e ideologico di Bevin, che sarebbe stato tra i protagonisti della conferenza di Postdam e delle successive iniziative per l’avvio del Trattato atlantico.

Nato nel 1881 da una madre single nella campagna del Somerset, Ernest Bevin iniziò a lavorare come operaio non specializzato all’età di undici anni, per poi fondare il sindacato più potente della Gran Bretagna, il Transport and General Workers’ Union. I suoi primi anni, che inclusero la Grande Guerra e la Depressione, lo lasciarono preda della sfiducia nei confronti delle classi dominanti. Nel 1922, tuttavia, dopo esser tornato da una conferenza socialista internazionale a Berlino, sviluppò un’avversione ancor più profonda per lo Stato sovietico e la sua forma di comunismo. […] Dal 1940, durante la Seconda guerra mondiale, Bevin gestì gran parte del “fronte interno” britannico in qualità di ministro del Lavoro del governo di coalizione di Churchill. Dopo le elezioni […] il nuovo primo ministro laburista Clement Attlee lo nominò ministro degli Esteri con lo specifico compito di difendere dal Cremlino la Gran Bretagna e un’Europa devastata5.

Doveva quindi inserirsi in una situazione in cui, a partire da appena due settimane dopo la scomparsa di Hitler, Winston Churchill aveva già iniziato a pianificare il successivo grande conflitto europeo. Conflitto che sull’altro fronte avrebbe dovuto veder schierata l’Unione Sovietica. L’Europa occidentale continentale era in rovina, le sue forze militari praticamente inesistenti e i suoi cittadini ridotti alla fame, mentre l’armata rossa aveva conquistato la maggior parte dell’Europa orientale e Churchill credeva che potesse avere a disposizione fino a duecento divisioni, ovvero diversi milioni di soldati, mobilitate e pronte a spingersi ancora più a ovest. Tanto da fargli scrivere al neo-presidente americano Harry Truman, il 12 maggio 1945:

«Sono profondamente sconcertato dalla situazione europea. Vengo a sapere che metà delle forze aeree americane in Europa ha già iniziato a spostarsi verso il teatro del Pacifico. I giornali sono pieni di notizie sul ritiro degli eserciti americani dall’Europa.[…] In breve tempo, la nostra potenza militare sul continente sarà svanita, tranne che per l’impiego di forze modeste per tenere sotto controllo la Germania. […] Nel frattempo cosa accadrà riguardo alla Russia?»6

Tanto da fargli poi ancora scrivere, sempre al presidente degli Stati Uniti, che «una cortina di ferro era calata sull’Europa» per dividerla e che era impossibile sapere «cosa stia succedendo al di là». Convinzione che lo spinse, senza consultare gli alleati, a ordinare ai suoi comandanti di redigere i piani per l’operazione Unthinkable (impensabile), un piano unilaterale britannico volto a lanciare una guerra preventiva contro l’URSS nel corso della seconda metà del 1945.

Resta impossibile appurare con certezza con quanta serietà venne presa in considerazione. La smobilitazione britannica – il ritorno di soldati, marinai e aviatori alla vita civile – rallentò notevolmente nei mesi di maggio e giugno, forse deliberatamente o forse come segno di una considerazione ufficiale per cui avrebbero potuto essere necessari altrove. Il feldmaresciallo Montgomery – che, da comandante delle forze armate britanniche e canadesi, si ritrovò improvvisamente governatore militare di una vasta porzione della Germania – riferì in seguito di aver ricevuto l’ordine di cessare la distruzione di armi militari tedesche verso maggio, «nel caso in cui potessero rivelarsi necessarie […] per qualunque ragione». Come suggeriva il nome, l’operazione Unthinkable era un po’ folle. La controversa volontà del piano di trasformare in alleato l’esercito della Germania nazista appena sconfitto era solo uno dei motivi per cui la sua esistenza rimase riservata fino alla fine degli anni Ottanta7.

Motivo per cui, dopo la caduta di Churchill, Truman “il piccolo uomo del Kentucky”, si sarebbe chiesto se la perdita di quell’”alleato”, potesse rendergli più facile il raggiungimento di un accordo con Stalin. «Non era impressionato da Bevin o Attlee: in una lettera alla figlia, Truman definiva Bevin e i suoi collaboratori “musoni”, commentando anche il peso di Bevin»8. Successivamente la sua attenzione fu rivolta a marcare la supremazia militare statunitense nei confronti della Russia di Stalin attraverso l’uso dell’arma nucleare di cui, però, a subire le conseguenze furono sul momento e soprattutto i cittadini di Hiroshima e Nagasaki.

E’ in questo insieme di contraddizioni e diversità di prospettive, alcune sicuramente paragonabili ad altre espresse dal Regno Unito a seguito dello scoppio del conflitto in Ucraina, che mise le radici l’idea del Trattato Atlantico. Probabilmente, da un lato la necessità americana di definire, anche con la forza, ben precise sfere di influenza da condividere, come fu poi fino al 1989, soprattutto con l’Unione Sovietica. Necessità questa che se da un lato giocava sulla superiorità nucleare dimostrata nei confronti del Giappone, ben presto ridimensionata dalle attività spionistiche e scientifiche russe, dall’altra doveva tener conto che:

Fino alla primavera del 1940, i sondaggi di opinione mostravano che il 96,4% degli americani era contrario all’ingresso nella Seconda guerra mondiale e un ritorno all’isolazionismo era una possibilità concreta. Tanto meno un futuro come superpotenza militare era inscritto nel suo dna. L’esercito degli Stati Uniti nel 1939 era il diciassettesimo più grande al mondo, con 189.839 ufficiali e soldati. Nel 1945, contava 11 milioni di uomini – ma molti di loro ora volevano tornare a casa9.

Per questi motivi non era affatto scontato che successivamente gli Stati Uniti fossero coinvolti nella firma di ciò che avrebbe dato vita ad una delle più grandi alleanze militari della storia. Motivi che, tra le altre cose, dimostrano come il nazionalismo statunitense debba essere ricreato di volta in volta proprio a causa dell’impermeabilità della tradizione popolare americana a farsi carico di guerre all’estero in nome di non meglio identificati interessi patriottici o di ambigui e incomprensibili regìme change. Un problema con cui Donald Trump deve fare i conti ancora oggi a a livello elettorale.

Ma se qui si è scelto di dare particolare rilievo alla fasi preparatorie di quella che sarebbe diventata la Nato è perché, come avrebbe detto Cechov a proposito di ciò che appare in scena nel primo atto di una rappresentazione teatrale, tutti gli elementi dell’attuale crisi della Nato erano già disseminati nei suoi, diciamolo pure, confusi passi iniziali.

L’opera di Apps, senza mai nascondere complessità, ambiguità ed errori compresi nello sviluppo storico della Nato, attraverso le sue pagine, ci offre l’immagine di un organismo capace di nascere, crescere e trasformarsi più volte: dai giorni drammatici del dopoguerra a quelli dei conflitti odierni, passando per le grandi crisi internazionali come le guerre nei Balcani, in Georgia e in Ucraina, attraversando cambi di scenario repentini come quelli provocati dall’avvento del fondamentalismo islamista e dalle nuove forme di guerra ibrida.

Apps racconta una Nato imperfetta, problematica, spesso litigiosa, ma capace – tra errori, correzioni di rotta e compromessi – di svolgere il suo compito essenziale: tenere al sicuro il territorio degli Stati membri ed evitare escalation incontrollabili. Capitolo dopo capitolo, Contro la fine del mondo mostra come dottrine, decisioni e crisi abbiano modellato l’ordine di sicurezza europeo e atlantico, e perché oggi quell’ordine sia di nuovo in bilico. Da Dunkerque a Vilnius e Washington, l’opera delinea un percorso storico approfondito con ricchezza di dettagli, perché solo così si può comprendere perché la NATO ha potuto esistere. Spesso a discapito dei concreti interessi di milioni, se non miliardi, di abitanti del pianeta che non avevano la “fortuna” di risiedere all’interno dei suoi confini.

L’opera che vorrebbe essere apologetica, con la pretesa che sia stata la Nato ad evitare un nuovo e definitivo Armagedddon, in realtà fornisce, invece, tutti gli elementi per tracciarne con sufficiente sicurezza un diverso ritratto. Un filo rosso che permette di capire come il contraddittorio tra Stati Uniti ed Europa, dovuto ai reciproci e spesso differenti interessi geo-politici ed economici, sia stato soltanto rinviato nel tempo.

Il testo si apre, e si potrebbe anche dire si chiude, con lo scoppio della guerra in Ucraina, che è tornata a mettere in evidenza le falle di una difesa comune intrecciata con gli interessi geopolitici statunitensi e il loro costo per gli stessi se si fossero dimostrati incapaci di liberarsi dall’immagine di poliziotti e salvatori del “resto del mondo”. Un costo che nel tempo ha dimostrato vere le conclusioni dello storico Paul Kennedy sui motivi dell’ascesa e declino delle grandi potenze10, a proposito dei guadagni inversamente proporzionali alla continua espansione delle spese per il dominio da parte degli imperi. Considerazioni, all’epoca dell’uscita italiana del libro, valide per quello russo, ma oggi anche per quello americano.

Un impero che per rafforzarsi deve chiudersi in difesa e tornare a trattare, magari da posizioni di forza, con altre superpotenze11, autentiche o virtuali, tra le quali al momento non sembra essere annoverata l’Europa. Come il distacco di Trump dal consesso internazionale di valori condivisi (?) rende conto. Anche in maniera violenta, come avviene nei momenti di trapasso e di crisi degli ordini imperiali.

Così, proprio là nella terra dell’ultima Thule sembra giocarsi una partita decisiva tra differenti interessi economici, geopolitici, difensivi e monopolistici, soprattutto per quanto riguarda le materie prime e, tra queste, in particolare, le terre rare, il petrolio e il gas. Dei cui depositi la Danimarca ha già concesso oltre cinquanta permessi di esplorazione mineraria, anche a società cinesi, un elemento che a Washington è stato osservato con crescente preoccupazione. Per questo motivo, Qaanaaq (un tempo nota come Thule), una cittadina di 656 abitanti posta nel nord della Groenlandia, uno dei centri abitati più settentrionali del mondo a appena 1300 km dal Polo nord, apparentemente quanto di meno centrale possa esserci nella geografia del potere mondiale, potrebbe assurgere a un’importanza un tempo riservata soltanto a grandi capitali come Roma, Tokyo o Berlino. Eppure, eppure…

Mentre i leader europei sembrano scandalizzati dalla scoperta delle mire imperialistiche americane, soltanto perché divergono ormai dalle loro e da quelle che davano per scontate per la Nato, proprio già nelle vicinanze di Qaanaaq sorge da circa settant’anni la Pituffik Space Base (in passato Thule Air Base), un’enclave amministrativa e militare statunitense che è la base aerea più a nord tra quelle gestite dalla USAF (United States Air Force), trovandosi a 1.118 km a nord del circolo polare artico e a 1.524 km a sud del Polo nord.

Nel 1953 gli Usa acquistarono il territorio per la base dalla Danimarca e gli Inuit che risiedevano in quell’area furono indotti dal governo danese a trasferirsi 110 km più a nord, dove attualmente sorge Qaanaaq. L’uso della base comporta per gli Stati Uniti, a salvaguardia dei “diritti” della Groenlandia, il pagamento di un “affitto” ovvero di “cessione temporanea della sovranità”, di 300 milioni di dollari annui.

Nel gennaio 1968 nei cieli della base di Thule si verificò un gravissimo incidente nucleare: un bombardiere B-52 precipitò nei pressi della base e i quattro ordigni nucleari di tipo Mark 28 F1 furono compromessi, contaminando con materiale radioattivo una vasta area ghiacciata. Motivo per cui, forse, gli unici ad aver qualcosa da ridire sulla presenza americana o europea in quelle lande dovrebbero essere gli Inuit che costituiscono l’85% della popolazione groenlandese, mentre ad esprimersi in difesa dell’intangibilità di quello stesso territorio sono stati soprattutto i rappresentanti della UE e del colonialismo danese (spesso dimenticato e rimosso, ma non per questo non migliore degli altri prodotti dall’Europa nella sua fase espansiva).

Mentre sulle pretese americane potrebbe pesare un documento firmato nel 1916, rispolverato in questi giorni dal giornale britannico «Guardian» e firmato dall’allora Segretario di Stato americano Robert Lensing, in cui si conveniva che: «Nel procedere oggi alla firma della Convenzione relativa alla cessione delle isole danesi delle Indie Occidentali agli Stati Uniti d’America, il sottoscritto Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America, debitamente autorizzato dal suo governo, ha l’onore di dichiarare che il governo degli Stati Uniti d’America non si opporrà all’estensione dei propri interessi politici ed economici da parte del governo danese all’intera Groenlandia».

Ci sarebbe da ridere, se non si intravedesse anche, non solo in prospettiva, la possibilità di un’”unthinkable” conflitto globale, nel momento in cui i ferrei rappresentanti europei della democrazia e dei farlocchi green deal si trovassero a dover gettare definitivamente la maschera per riaffermare gli interessi del capitale europeo e dell’estrattivismo, ancora principale motore di ogni attività finanziaria, industriale ed energetica su scala planetaria. Un conflitto per molti sostenitori, anche a sinistra, di una visione della Nato deus ex-machina di ogni conflitto e assolutamente allineata alla volontà statunitense, certamente impensabile, ma non impossibile e di cui i dazi del 10% o più annunciati da Trump nei confronti dei paesi europei che invieranno soldati in Groenlandia, e per ora soltanto sospesi, costituiscono un anticipo di ciò che potrebbe determinare a breve, come ha affermato il giornalista Federico Fubini sul «Corriere della sera»: la fine dell’Unione Europea insieme a quella della Natp12.

In questo modo diventa chiaro che il compito della Nato che fin dal 1949, l’anno della sua fondazione, era stato riassunto con una battuta: “Tenere l’Unione Sovietica fuori, gli americani dentro e i tedeschi sotto controllo”, non poteva riguardare solamente il contesto dell’epoca, con l’inizio della guerra fredda e la sfiducia ancora forte nei confronti della Germania all’indomani della seconda guerra mondiale, mentre oggi tale affermazione ha finito col rivelare che al posto della Germania si sarebbe dovuto parlare dell’Europa occidentale intera. Forse proprio a partire dalle derive guerrafondaie e tardo-imperialistiche britanniche. Spesso fermate proprio dall’azione congiunta di Stati Uniti e Unione Sovietica, come avvenne nel 1956 per il Canale di Suez. Quando gli USA chiusero un occhio sulla repressione della rivolta ungherese, ma non sul tentativo inglese di rilanciarsi, insieme alla Francia, come protagonista sulla scena mediorientale (da cui gli Inglesi erano stati “cacciati” soltanto qualche anno prima con il riconoscimento dello Stato di Israele).

La lettura del libro di Apps serve dunque, anche involontariamente, a seminare dubbi più che a confermare certezze. E questo, considerata l’ormai insopportabile narrazione istituzionale europea sull’unità di intenti su cui si sarebbe fondato l’Occidente successivo al secondo conflitto mondiale, fa sì che diventi un utilissimo strumento di ricerca non soltanto per meglio comprendere la storia passata e l’attuale miserabile presente, ma anche per provare a fare delle serie ipotesi sugli sviluppi di quella futura.

Se poi, in chiusura, qualcuno fosse ancora dubbioso sul fatto che Trump con i suoi autentici atti di pirateria economica e militare13 non rappresenti affatto una novità nel percorso politico e imperiale americano, dovrebbe prestare attenzione a quanto scritto recentemente da Davide Ferrario, regista, scrittore e documentarista, a proposito della conquista americana delle Isole del guano nel corso della seconda metà dell’Ottocento14.

Bisogna fare un salto indietro a metà dell’Ottocento. Anche allora esisteva una risorsa naturale ambita da ogni nazione. Non era il petrolio, non erano le terre rare. Era il guano. Sì, proprio quella cosa chiamata così per non doverla descrivere per ciò che in effetti è: merda d’uccello essiccata, vecchia di secoli di solito rintracciabile in remoti isolotti disabitati15.

Isolotti dai quali per secoli naviganti e pescatori si erano tenuti lontani per ovvie ragioni, ma che dopo l’avvento della Rivoluzione industriale e la susseguente necessità di sviluppare un’agricoltura più moderna e produttiva e dopo la scoperta di Alexander von Humboldt che tale materiale, ricco di fosfati, poteva essere usato come un fantastico fertilizzante, si trasformarono in autentiche miniere di quello che sarebbe stato chiamato “oro bianco”. Un nuovo e autentico “sterco del demonio”, così come il cristianesimo delle eresie medievali aveva chiamato il denaro. Per il quale sarebbero scoppiate guerre e morti molti uomini sia in battaglia che per la sua pericolosissima e antigienica estrazione fatta a mano da schiavi, prigionieri e lavoratori pagati pochissimo.

A metà dell’Ottocento, gli Usa avevano un continente da coltivare, 25 milioni di abitanti da nutrire e un «destino manifesto» -da poco teorizzato – a cui adempiere. In questo contesto il problema del guano non era marginale. Ne parlò perfino il presidente Millard Fillmore nel suo discorso di insediamento il 9 luglio 1850. «Il guano peruviano è diventato così centrale per gli interessi dell’agricoltura americana che sarà preciso dovere di questo governo utilizzare tutti i mezzi necessari perché nel Paese ne sia consentita la disponibilità a prezzi ragionevoli». E aggiungeva: «Sono convinto che facilitandone il commercio il governo peruviano farebbe anche il suo interesse, fornendo inoltre prova di atteggiamento amichevole verso di noi, cosa che sarebbe debitamente apprezzata»16.

Naturalmente il lettore che in tali parole riscontrasse enormi e immutabili similitudini con le parole di Trump a proposito di Venezuela e Groenlandia non sbaglierebbe affatto. Visto che già allora il governo americano cercò di giustificare legalmente le minacce con una legge ad hoc approvata dal Congresso il 18 agosto 1856: il Guano Islands Act, tuttora in vigore. Sulla base della quale gli Stati Uniti si impadronirono nei decenni successivi di una miriade di piccole isole e isolotti, al momento non rivendicati apertamente da alcuna nazione (e se qualcuno lo avesse fatto la marina americana avrebbe rapidamente inviato le sue cannoniere a discuterne) che si trasformarono spesso, una volta esaurito i puzzolenti e insalubri giacimenti, in basi militari sparse nell’Oceano Pacifico. Come ad esempio accadde per le isole Midway che distano da Washington circa 5 mila miglia (9 mila chilometri).

A seguito di un caso giudiziario sorto per una violenta rivolta di lavoratori afro-americani su una di quelle, in prossimità di Haiti, la Corte suprema, invitata ad esprimersi da uno degli avvocati difensori dei rivoltosi, che rischiavano la condanna a morte, a proposito della extraterritorialità in cui erano avvenuti i fatti e quindi sulla applicabilità delle leggi americane in tale contesto, argomentò nel modo seguente la propria risposta: «Non è nostra materia investigare, e tanto meno determinare, se gli atti del potere esecutivo siano giusti o sbagliati. Basta sapere che il governo ne abbia deliberato nell’esercizio dei suoi poteri costituzionali. Chi sia sovrano di un territorio de jure o de facto, non è questione legale, ma politica»17.

E di forza verrebbe da aggiungere, considerato anche lo stato attuale dei rapporti tra gli Stati e le classi18.


  1. Si veda in proposito: L. Russo, L’America dimenticata. I rapporti tra le civiltà e un errore di Tolomeo, Mondadori, Milano 2013. (seconda edizione con postfazione di obiezioni e risposte, Mondadori, Milano novembre 2013.)  

  2. P. Apps, Contro la fine del mondo. Una biografia della Nato, Luiss Unversity Press, Roma 2025, p. 11.  

  3. Si vedano, a proposito degli errori di valutazione di Montgomery durante il secondo conflitto mondiale e che a più riprese lo misero in contrasto con i comandi americani, le seguenti opere di A. Beevor: L’ultima vittoria di Hitler. Arnhem 1944, (titolo originale: Arnhem. The Battle for the Bridges, 1944), RCS Libri, Milano 2018; Ardenne. L’ultima sfida di Hitler, (Ardenne 1944), RCS Libri, Milano 2015 e D-Day. La battaglia che salvò l’Europa, (D-Day. The Battle for Normandy), RCS Libri, Milano 2010.  

  4. Si veda, soltanto a titolo di esempio: J. Dimbelbay, 1944 Finale di partita. Come Stalin vinse la guerra, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2025.  

  5. P. Apps, op. cit., p. 49.  

  6. Cit. in P. Apps, op. cit., p. 47.  

  7. Ibidem, p. 48.  

  8. Ivi, p. 49.  

  9. Ibid., p. 52. Sulle ribellioni dei soldati americani alla fine della Seconda guerra mondiale si vedano: G. Poole, Nazione guerriera. Il militarismo nella cultura degli Stati Uniti, Colonnese Editore, Napoli 2002 e J. O. Killens, Doppia V (edizione originale And Then We Heard the Thunder, 1962), Vincitorio Editore, Milano 1972, un romanzo quest’ultimo sul malessere e la rivolta dei soldati afroamericani al loro ritorno dal secondo macello imperialista.  

  10. P. Kennedy, Ascesa e declino delle grandi potenze, Garzanti Editore, Milano 1989.  

  11. Solo a titolo di esempio si veda l’intervista allo storico e politico canadese Michael Ignatieff contenuta in: A. Lombardi, Ignatieff:”L’America vuole un mondo ib tre blocchi ma l’Unione deve resistere, «la Repubblica», 19 gennaio 2026.  

  12. F. Fubini, I nuovi dazi, una mina sui mercati, «Corriere della sera», 19 gennaio 2026.  

  13. Si veda ancora: F. Fubini, art. cit.  

  14. D. Ferrario, Mossa del guano. Strategia Usa, La lettura n° 738, supplemento al «Corriere della sera» del 18 gennaio 2026, p.37.  

  15. D. Ferrario, op. cit.  

  16. Ibidem  

  17. ivi  

  18. Si veda in proposito il rapporto Oxfam presentato a Davos secondo cui una dozzina di miliardari che detengono un capitale di 2.635 miliardi di dollari superano da soli le risorse possedute da 4,1 miliardi di persone, la parte più povera della popolazione mondiale. Se a questo si aggiunge che i miliardari complessivi sono diventati 3.000 con un capitale complessivo di 18.300 miliardi, si può tranquillamente affermare che ci si trova di fronte a una concentrazione di ricchezze mai registrata prima nella storia, Cfr. R. Amato, Oxfam: una dozzina di potenti più ricca di metà del mondo, «la Repubblica», 19 gennaio 2026.  

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