Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Mon, 27 Jul 2026 20:00:30 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 La storia non è una fossa comune https://www.carmillaonline.com/2026/07/27/la-storia-non-e-una-fossa-comune/ Mon, 27 Jul 2026 20:00:30 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95769 di Orizzonti*

And where have all the graveyards gone, long time passing? Where have all the graveyards gone, long time ago? Where have all the graveyards gone? Gone to flowers, every one! When will they ever learn, oh when will they ever learn?

Where have all the flowers gone di Pete Seeger sembra quasi una filastrocca per bambini, ma come tutti i maestri e le maestre della canzone popolare il cantautore folk statunitense aveva la capacità di tradurre concetti ed emozioni complesse in parole semplici e dirette. Il testo è quello tipico di un racconto circolare in cui la [...]]]> di Orizzonti*

And where have all the graveyards gone,
long time passing?
Where have all the graveyards gone,
long time ago?
Where have all the graveyards gone?
Gone to flowers, every one!
When will they ever learn,
oh when will they ever learn?

Where have all the flowers gone di Pete Seeger sembra quasi una filastrocca per bambini, ma come tutti i maestri e le maestre della canzone popolare il cantautore folk statunitense aveva la capacità di tradurre concetti ed emozioni complesse in parole semplici e dirette. Il testo è quello tipico di un racconto circolare in cui la conclusione della storia si lega al punto di partenza. Nella prima parte questo assomiglia a quello di una classica e stucchevole canzone d’amore, ragazze che ricevono fiori, che incontrano ragazzi. Ma poi la canzone cambia tono, domanda Seeger «Dove sono finiti tutti i giovani? Sono diventati soldati, tutti quanti!». La filastrocca diventa tetra: «Dove sono finiti tutti i soldati? Sono finiti nei cimiteri, tutti quanti!». Fino ad arrivare ai versi citati qui sopra dove i cimiteri vengono abbandonati, dimenticati e col passare del tempo tornano a diventare campi di fiori che prima o poi verranno raccolti da altre ragazze.

La forma circolare del racconto suggerisce che il tema della canzone sia la tendenza a dimenticare gli orrori della guerra e dunque a ripeterli. In tempi come i nostri, sull’orlo di una nuova guerra mondiale, con gli occhi pieni delle immagini di un devastante genocidio, possiamo facilmente comprendere lo stato d’animo di Pete Seeger.

L’altro aspetto curioso di Where have all the flowers gone è che ogni strofa si chiude con la stessa domanda:

When will they ever learn,
oh when will they ever learn?

Dice «Quando finalmente impareranno?», non «Quando finalmente impareremo?». Questa terza persona plurale è indicativa: a differenza di altre opere che trattano della guerra Seeger non pensa che questa sia una responsabilità collettiva, di tutta l’umanità, ma che ci siano dei responsabili specifici, precisi, da individuare riempiendo quella terza persona plurale.

Leggendo Terra Bruciata. Storia della violenza dal Paleolitico al XXI secolo di Alfredo González-Ruibal tornano in mente questi due significati nascosti della canzone di Seeger: la stratificazione della storia e le precise responsabilità della guerra.

Sono molte le storie di tombe e cimiteri dimenticati e scomparsi che Alfredo González-Ruibal racconta nel suo saggio. Tombe che spesso sono rimaste silenziose per millenni, ma che hanno molto da raccontare sulla nostra specie e sul pianeta che abitiamo.

Il compito di cui si è incaricato l’archeologo ed autore del libro, cioè fare una storia della violenza all’interno dei gruppi umani dal Paleolitico fino a quasi i giorni nostri, e farla attraverso un linguaggio accessibile e divulgativo è tutt’altro che semplice. Nonostante ciò il saggio è allo stesso tempo denso e scorrevole, scritto con una narrazione coinvolgente ed empatica. Tale, come dice Andrea Augenti, nella prefazione all’edizione italiana da suscitare commozione per le vittime delle guerre di migliaia di anni fa. Il testo è però soprattutto un robusto saggio archeologico ancorato alle più recenti scoperte e tecniche nel campo e dotato di un forte carattere multidisciplinare che fa incontrare le evidenze sollevate dall’archeologia con gli studi storici, sociologici, antropologici e climatici viaggiando attraverso diversi spazi temporali, compresa la cogente attualità. Malgrado la ricchezza di spunti contenuti nel libro noi ci concentreremo in questa recensione proprio sugli aspetti più politici, più “utili” per comprendere il nostro il nostro presente e provare a cambiarlo. Negli ultimi anni sono diversi i saggi archeologici che hanno riscosso un certo successo perché interrogano direttamente il nostro presente. Ed è lo stesso Alfredo González-Ruibal a spiegarcene i motivi nella sua premessa:

L’archeologia aiuta a comprendere i processi sociali e i modelli storici: attraverso i resti materiali del conflitto è possibile imparare molto su come erano organizzate le società del passato (e lo sono nel presente), su come percepivano la violenza e sul ruolo che attribuivano alla guerra. Attraverso i resti materiali si può anche scoprire quando la violenza comincia a trasformarsi in guerra, o quale rapporto esista tra il conflitto e la comparsa delle società patriarcali, o l’influsso dei cambiamenti climatici; e anche per quale motivo le armi siano sempre così attraenti, malgrado assolvano ad una funzione orribile. A volte nel lontano passato è possibile trovare le risposte alla violenza della nostra epoca, o magari nuove domande 1.

Il libro è una lettura importante a nostro parere perché smentisce tutta una serie di luoghi comuni sulla guerra e sulla violenza tra gruppi che ormai sono entrati nel nostro immaginario collettivo, sebbene siano più un prodotto ideologico dell’epoca storica in cui viviamo che delle evidenze scientifiche.

La comparsa della guerra
La tesi principale che accompagna tutta l’opera mira a smentire quello che forse è il più comune tra i luoghi comuni sulla guerra e cioè che questa faccia parte della natura umana. Dice González-Ruibal:

[…] in primo luogo, affermare che il conflitto è inerente alla natura umana non equivale a dire che l’aggressività fa parte dell’essere umano. Il conflitto è sempre esistito, con modalità assai diverse: ma ciò non rende l’essere umano (o gli ominidi che lo hanno preceduto) intrinsecamente aggressivo. […] uccidere non è mai stata la norma tra gli umani, anzi il contrario; e in ogni caso, la selezione naturale avrebbe agito favorendo coloro che non uccidono per un motivo qualsiasi2.

Continua:

Un altro concetto che necessita un chiarimento è quello di guerra: se il conflitto fa parte della condizione umana, lo è anche la guerra? Sulla questione esistono opinioni diverse: alcuni studiosi ritengono che qualsiasi forma di violenza collettiva ed organizzata – definita talvolta “violenza di gruppo” (coalitionary violence) – sia paragonabile alla guerra; […] L’identificazione tra la violenza organizzata e la guerra presenta, a mio parere, diversi problemi. […] una stessa espressione che serva a definire tanto quattro predoni a caccia di bestiame quanto un conflitto che vede coinvolti eserciti permanenti, imponenti infrastrutture logistiche e decine di migliaia di esseri umani certo non risulta molto utile3.

L’autore poi ci offre la sua definizione di guerra:

Quest’ultima, infatti, differisce dagli altri tipi di conflitto per diversi aspetti: implica due o più gruppi o fazioni, indentificati come tali, che partecipano alle ostilità; il concetto di guerrieri o soldati (a tempo pieno o parziale, ma sempre legato a un’identità e ad attività specifiche); l’esistenza di eserciti (temporanei o permanenti) con le rispettive forme di istituzionalizzazione (regole, rituali, gradi, gerarchie); un’arte marziale (norme di combattimento e conoscenze tattiche che possono essere apprese e trasmesse); una certa durata (non può terminare nel giro di poche ore) e una certa discrezionalità temporale (non può durare secoli). A tutto ciò si aggiunge un elemento di carattere archeologico: la guerra implica una cultura materiale specifica, diversa da quella della vita di tutti i giorni4.

A riprova di quanto affermato sopra González-Ruibal ci spiega che non esiste alcuna prova precedente alla comparsa dell’essere umano moderno dell’esistenza non solo della guerra, ma della violenza collettiva organizzata o almeno non vi sono tracce archeologiche che lo dimostrino. Vi sono, questo sì, tracce di violenza interpersonale fin dal Pleistocene medio. Dunque quand’è che questo fenomeno complesso ed articolato che definiamo guerra è apparso nella storia umana? L’istituzionalizzazione della guerra, almeno in Europa, secondo l’autore avviene in un preciso periodo storico: l’Età dei metalli. È in questo periodo infatti che ha luogo un altro importante fenomeno:

[…] la cosiddetta Rivoluzione dei prodotti secondari, come gli archeologi chiamano l’inizio dell’utilizzo dei derivati del bestiame quali latte, yogurt e formaggio, generalmente sconosciuti (o poco sfruttati) nel Neolitico. A ciò si collega anche l’introduzione dell’aratro, che permetteva di lavorare superfici più ampie e terreni più profondi e del fertilizzante, che aumentava la produttività dei raccolti: entrambi legati appunto all’utilizzo secondario degli animali […] un’economia più produttiva implica anche eccedenze che alcuni individui possono trasformare in capitale politico; a partire dall’Età del rame si fanno evidenti le differenze sociali e l’esistenza di capi, che si autodefiniscono “guerrieri”5.

Dunque la guerra compare compiutamente nello stesso periodo in cui per via dei fenomeni economici le società si vanno gerarchizzando, emergono le differenze sociali ed il patriarcato:

L’emergere del patriarcato coincide con un processo di individualizzazione degli uomini, di gerarchizzazione, di divisione dei compiti e di controllo maschile delle tecnologie. […] nel caso dell’Europa, disponiamo di prove che rimandano a forme di ideologia e di organizzazione sociale patriarcale fin dal Calcolitico, tra il IV e il III millennio a.C. […] Mentre gli uomini acquisiscono potere, le donne vengono di norma relegate ai loro ruoli riproduttivi e domestici; la loro cultura materiale è quella della casa, delle relazioni, della cura[…]. La politica, l’individualità e la guerra sono cose da uomini6.

Esistono delle eccezioni: in questa epoca storica una serie di evidenze archeologiche dimostrano che, sebbene la guerra fosse un’attività principalmente maschile, ai conflitti partecipavano un certo numero di donne-guerriere di cui sono state ritrovate le sepolture. Rimane il fatto che la guerra veniva raffigurata e celebrata come un’attività ad esclusivo appannaggio degli uomini. Questa cultura materiale maschile della guerra continua ad essere incarnata ancora oggi da personaggi alla Pete Hegseth e Peter Thiel.

Stato e guerra
All’incirca nello stesso periodo, il IV millennio, fa la sua comparsa sulla scena delle società umane in Mesopotamia la forma Stato:

[…] la Mesopotamia viene considerata la culla della civiltà. Ma che cos’è la civiltà? Il termine deriva dal latino civitas e da quando sono emersi i primi centri urbani il concetto di civiltà – nel senso di progresso materiale, sociale, morale e politico – è stato associato proprio alle città7.

Ma questa realtà vale principalmente per le classi dirigenti delle nascenti città-stato.

Di fatto, buona parte della popolazione aveva uno status servile o di dipendenza, oppure era costretta alla schiavitù per debiti. L’antropologo James C. Scott ha proposto di considerare i primi Stati come esito di un progetto di domesticazione simile a quello del Neolitico, con la differenza che in questo caso a essere domesticate furono le persone, non le capre 8.

Questo processo di domesticazione però non fu indolore ed incontrò delle significative resistenze da parte della popolazione, al punto che è in questo contesto, secondo l’autore, che nascono le prime guerre civili, cioè conflitti interni «scoppiati in concomitanza con lo sviluppo della città, la sua stratificazione sociale e la crescente disuguaglianza economica»9. La violenza che i nascenti Stati riservano a chi si ribella ha uno scopo ben preciso:

La brutalità rivelata dalle sepolture – il massacro indiscriminato di donne e bambini, l’esposizione dei cadaveri – indica che l’obiettivo era quello di iscrivere in modo duraturo la violenza nella memoria collettiva; eppure, il fatto che i conflitti si siano succeduti nel tempo dimostra che le élite dovettero ricorrere più volte alle punizioni esemplari10.

González-Ruibal definisce questa violenza statuale come “pedagogia del terrore”. Il destino della guerra però è legato a quello del concetto di città fin dalla sua costi non solo per quanto riguarda la guerra verso i nemici interni, ma anche verso quelli esterni:

Il filosofo ed urbanista Paul Virilio scrive che «la città è costitutiva di quella forma di conflitto che è la guerra»: la città è guerra, il che nel caso di Roma è vero alla lettera. Gli accampamenti romani erano centri urbani in miniatura […] spesso, finivano per trasformarsi in città vere e proprie11.

Sebbene si pensi spesso che la nascita degli Stati abbia portato stabilità e diminuito la conflittualità questo è smentito dai fatti. Dice l’autore:

In genere, il crollo degli Stati centralizzati è stato narrato in termini negativi, un fallimento che arriva persino a caratterizzare la denominazione stessa delle diverse fasi storiche: i “periodi intermedi” in Egitto o gli “Stati combattenti” in Cina, o addirittura il “Medioevo” in Europa, ossia fasi di decentramento in cui l’autorità centrale si volatizza mentre sembra prevalere il caos. E tuttavia, molte volte – anche se non sempre – tale processo comportò anche una maggiore libertà per un numero più elevato di individui e un minore sfruttamento. Il caso dell’impero romano è significativo: studi antropologici condotti su un nutrito campione di scheletri hanno dimostrato che nell’Europa “barbara” si viveva meglio che in quella romana; le persone erano meglio nutrite, erano più alte e godevano di una salute migliore12.

Il pensiero non può che andare alla crisi dell’impero americano, alla sua “pax” che ha riempito i cimiteri di diversi quadranti del globo. Forse è in questa crisi che si schiudono possibilità per una vita migliore?

Tecnica e guerra
Un altro classico luogo comune, molto in voga oggigiorno, è che la guerra, la ricerca per gli armamenti, sia il principale vettore dell’innovazione tecnologica che, solo successivamente, trova impieghi in ambiti civili. González-Ruibal ci spiega che questo è stato un itinerario specifico, fin dall’Età dei metalli, del contesto europeo:

Lo sviluppo delle armi da guerra segna l’inizio di un fenomeno assai familiare: in Occidente, la tecnologia più avanzata verrà d’ora in poi applicata innanzitutto alla sfera bellica. […] Nel caso dell’Europa preistorica, il metallo fu utilizzato all’inizio per le armi e solo successivamente per attrezzi agricoli ed artigianali: tre millenni dopo la sua comparsa, le falci venivano realizzate ancora con la selce. Non era un percorso evolutivo obbligato: come si vedrà, l’Africa subsahariana e la Cina seguiranno strade molto diverse, in cui l’innovazione tecnologica non veniva messa per prima cosa al servizio della guerra13.

A riprova di ciò poco più avanti l’autore scrive:

[…] i cinesi svilupparono anche una tecnologia siderurgica originale – la fusione – che in Europa non sarebbe comparsa fino a tempi più moderni. Curiosamente, il ferro fuso veniva utilizzato più spesso nella produzione di utensili agricoli che non per le armi, che continuavano ad essere in gran parte realizzate in bronzo […] a riprova del fatto che la logica della tecnologia occidentale non è applicabile in tutto il mondo ed in ogni tempo14.

Lo stesso ragionamento si potrebbe fare rispetto alla polvere da sparo che, scoperta in Cina, veniva utilizzata per lo più in ambito ludico per la costruzione di fuochi d’artificio e solo al suo arrivo in Europa venne adottata per costruire le micidiali armi da fuoco che caratterizzano le guerre moderne e contemporanee.

Guerra ed ambiente
Negli ultimi anni, per ovvi motivi connessi alla crisi climatica, sono diverse le riflessioni che si sono concentrate sugli effetti ambientali e climatici delle guerre. In Terra Bruciata González-Ruibal ci mostra come queste relazioni siano più antiche e biunivoche. Infatti mentre la guerra causa sempre modificazioni ambientali (e spesso catastrofi), dall’altro lato i cambiamenti climatici possono essere, fra altre, tra le cause delle guerre.

Le prove di queste due tendenze sono sparse ovunque nella storia e nel tempo: dall’America Latina, all’Africa, all’Europa naturalmente. La guerra e la logistica di guerra sono state, da quando esiste questo fenomeno, uno dei principali vettori di artificializzazione del paesaggio. Si pensi ai muri ed alle muraglie, all’enorme rete viaria romana, ai casi in cui i corsi d’acqua sono stati deviati per assetare il nemico. L’autore ne fa una vivida descrizione parlando della Guerra Civile Americana:

Le trincee cambiarono la concezione del paesaggio bellico: gli spazi trincerati interessavano vasti appezzamenti di territorio, che venivano trasformati in una landa desolata. Alberi ridotti in schegge dall’artiglieria e dai proiettili, foreste abbattute per liberare zone di tiro, terra bruciata: guardando le fotografie dell’epoca viene il dubbio che si tratti di immagini della Prima guerra mondiale. E non furono solo le trincee a provocare una trasformazione del paesaggio su larga scala: l’Unione praticò una forma di guerra totale contro il Sud che arrivò talvolta a sfiorare l’ecocidio, distruggendo le basi ecologiche del nemico, vale a dire le sue risorse naturali, la sua agricoltura, il suo bestiame, le sue riserve alimentari15.

Il pensiero, leggendo queste righe, non può che andare alla Palestina dove proprio la calcolata ed indiscriminata distruzione delle basi ecologiche della popolazione palestinese è una delle tattiche del genocidio, prima “silenziato” ed oggi completamente dispiegato, che lo Stato Israeliano sta compiendo contro di essi. Dice ancora González-Ruibal parlando della Prima Guerra mondiale come guerra definitivamente su scala industriale:

Gli esplosivi trituravano tanto i corpi quanto il paesaggio: mai prima di allora i campi di battaglia si erano trasformati fino a questo punto. Gli esplosivi e le trincee ebbero un effetto equivalente a decine di migliaia di anni di agenti biologici e geologici: la topografia di alcune zone, come quella di Verdun, è stata completamente alterata. […] Se l’Antropocene è l’epoca geologica in cui l’uomo diventa il principale agente di trasformazione, allora la Prima guerra mondiale ne può essere considerata l’inizio, almeno in termini geomorfologici16.

Naturalmente nel XX secolo l’umanità assisterà ad altrettante forme di devastazione ambientale legate alla guerra, dalla bomba atomica al Vietnam. Ma, come detto, la relazione tra guerra e ambiente si può guardare anche da un’altra prospettiva, cioè quella dei cambiamenti climatici come causa dei conflitti. Anche in questo caso esiste un lungo repertorio di esempi.

[…] che cosa fa sì che in un dato periodo i precetti morali che limitano la violenza vengano ignorati? Le cause sono molteplici, ma esistono alcune tendenze: una è il cambiamento climatico. Le lunghe siccità, ad esempio, hanno avuto un ruolo nella crisi della tarda Età del bronzo nel Vicino Oriente e forse nei massacri del Medio Nilo avvenuti 13.000 anni fa; un fattore ancor più decisivo è l’emergere di un regime climatico imprevedibile, come un migliaio di anni fa nel Southwest degli Stati Uniti… e oggi in tutto il mondo. Il passato dovrebbe servirci da monito17.

When will they ever learn
Il libro di González-Ruibal tocca tanti altri importanti argomenti che hanno connessioni con il presente, dalla nascita della pratica del genocidio, al colonialismo, all’industrializzazione, fino alla stessa trasformazione che subisce la guerra e la sua cultura materiale con l’avvento del capitalismo. Abbiamo scelto di tralasciare queste tematiche fondamentali perché già molto discusse ed al centro di importanti trattazioni contemporanee. Ci interessava in questa recensione sottolineare alcuni aspetti meno conosciuti.

Ma forse la questione più importante che solleva Terra Bruciata è che la guerra non fa parte di una supposta “natura umana”, ma è il prodotto di condizioni ambientali, sociali. economiche e di scelte che vengono compiute. Come dice l’autore nel suo Epilogo:

[…] sebbene la brutalità estrema risulti comune, è nello stesso tempo anche eccezionale: comune, perché compare in una gran varietà di culture e di periodi storici; eccezionale, perché non costituisce la norma. […] la verità è che in molti territori è stata la pace – o un conflitto limitato e intermittente – a prevalere nel corso dei secoli. Gli esseri umani sono stati in grado di trovare alternative allo scontro armato attraverso il negoziato o la cooperazione, e anche quando si è fatto ricorso alla guerra, la violenza non è sempre stata così selvaggia. […] la storia, nonostante tutto, non è una fossa comune. Di fatto nessuna delle due narrazioni dominanti sulla violenza è vera: non è una costante immutabile nell’essere umano, né è stata progressivamente domata dal processo di civilizzazione18.

Certo che se si guarda al putrescente pugno di capitalisti che oggi domina il mondo è difficile pensare che trovino quelle alternative di cui parla González-Ruibal. Ma d’altra parte l’ostilità alla guerra, al riarmo, alla militarizzazione che permea confusamente le classi popolari delle nostre società forse non ha paragoni storici. Le contraddizioni del sistema di sviluppo in cui siamo costretti a vivere maturano incessantemente: è semplicemente impossibile pensare uno sviluppo infinito in un contesto di risorse finite. Non c’è nulla di “naturale” nel voler perseguire questa strada ad ogni costo. Se ci continuiamo a chiedere «Quando finalmente impareranno?» la risposta è semplice: mai. La domanda giusta è quando finalmente gli toglieremo la possibilità di decidere per noi.

*Orizzonti è un progetto che mira a indagare le geografie del capitalismo in Italia ed ascoltare le voci dei conflitti e delle lotte nei territori periferici e provinciali. Crediamo che per conquistare un’efficacia, una rotta, una possibilità trasformativa efficace sia la nostra comprensione del sistema che ci sfrutta ed opprime rendendola il più possibile precisa, attuale e radicata.


  1. Alfredo González-Ruibal, Terra Bruciata. Storia della violenza dal Paleolitico al XXI secolo, Roma, Carocci Editore, 2026, p. 18.  

  2. Ivi, p. 21.  

  3. Ivi, p. 22.  

  4. Ibidem.  

  5. Ivi, p. 52.  

  6. Ivi, p. 60.  

  7. Ivi, p. 88.  

  8. Ibidem.  

  9. Ivi, p. 90.  

  10. Ivi, p. 91.  

  11. Ivi, p. 137.  

  12. Ivi, p. 88.  

  13. Ivi, p. 54.  

  14. Ivi p. 115.  

  15. Ivi p. 266.  

  16. Ivi p. 295.  

  17. Ivi p. 332.  

  18. Ivi p. 331.  

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“Da lunedì a lunedì” di Fernando Di Leo per guardare ai resti dei Settanta https://www.carmillaonline.com/2026/07/26/da-lunedi-a-lunedi-di-fernando-di-leo-per-guardare-ai-resti-dei-settanta/ Sun, 26 Jul 2026 20:00:41 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95959 di Gioacchino Toni

Fernando Di Leo, Da lunedì a lunedì, Rogas, Roma, 2026, pp. 224, € 15,70

Riscoperto, dopo qualche decennio di oblio, da Quentin Tarantino, Fernando Di Leo appartiene – insieme a Mario Bava, Umberto Lenzi, Lucio Fulci, Mario Caiano e diversi altri – a quel gruppo di sceneggiatori e registi italiani che hanno saputo cogliere, a cavallo tra gli anni Sessanta e i Settanta, sia i cambiamenti che stavano avvenendo nel mondo del crimine sia il desiderio del pubblico di esorcizzare, anche attraverso i film, il clima di crescente violenza che stava attraversando la società del periodo.

Tra le tante [...]]]> di Gioacchino Toni

Fernando Di Leo, Da lunedì a lunedì, Rogas, Roma, 2026, pp. 224, € 15,70

Riscoperto, dopo qualche decennio di oblio, da Quentin Tarantino, Fernando Di Leo appartiene – insieme a Mario Bava, Umberto Lenzi, Lucio Fulci, Mario Caiano e diversi altri – a quel gruppo di sceneggiatori e registi italiani che hanno saputo cogliere, a cavallo tra gli anni Sessanta e i Settanta, sia i cambiamenti che stavano avvenendo nel mondo del crimine sia il desiderio del pubblico di esorcizzare, anche attraverso i film, il clima di crescente violenza che stava attraversando la società del periodo.

Tra le tante pellicole dirette da Fernando Di Leo si possono ricordare: I ragazzi del massacro (1969); La bestia uccide a sangue freddo (1971); la cosiddetta Trilogia del milieu, composta da Milano calibro 9 (1972), La mala ordina (1972) e Il boss (1973); Il poliziotto è marcio (1974); i film erotici La seduzione (1973) e Avere vent’anni (1978); la serie televisiva L’assassino ha le ore contate (1981), realizzata per la Rai; Vacanze per un massacro – Madness (1980); Razza violenta (1984); Killer contro killers (1985).

Di Leo è stato anche autore di romanzi, in alcuni casi ricavati dalle sceneggiature stese per film realizzati o mai girati. Se, ad esempio, Beati gli ultimi… se i primi crepano (2001) deriva dalle sceneggiature stese per Colpo in canna (1975), girato dallo stesso Di Leo, e per Uomini si nasce poliziotti si muore (1976), diretto da Ruggero Deodato, il romanzo Da lunedì a lunedì, la cui scrittura può essere collocata attorno al cambio di millennio, non riprende la storia del film che doveva originariamente avere questo titolo, poi divenuto Milano calibro 9.

La recente riscoperta di Da lunedì a lunedì si deve all’editore Simone Luciani. Nel discutere con gli eredi dell’autore circa la possibilità di ripubblicare Beati gli ultimi…, uscito in passato per un piccolo editore nel frattempo scomparso, per la nascente collana di Rogas dedicata al recupero del genere noir/poliziesco di autori italiani del secondo Novecento, Luciani si è imbattuto nel misterioso romanzo Da lunedì a lunedì, di cui si vociferava da tempo: il libro era stato effettivamente scritto e stampato ad uso privato da Di Leo, ma mai pubblicato e diffuso.

A raccontare la singolare genesi del romanzo, ora dato alle stampe da Rogas, è lo stesso editore in una nota iniziale in cui motiva la decisione di pubblicare l’opera. Non si tratta di un poliziesco scritto negli anni Settanta e nemmeno di un romanzo che si ispira alla produzione di quel decennio: a Da lunedì a lunedì, sostiene Luciani, si può guardare come a una sorta di «manifesto a posteriori» del noir/poliziesco degli anni Settanta steso da uno dei massimi artefici di un genere che ha saputo riflettere e dare immagine alla violenza e all’erotismo del periodo.

Si tratta di un romanzo che guarda ai resti di quel mondo criminale messo in scena dal cinema italiano di autori come Di Leo, e lo fa con lo stesso sguardo freddo e ruvido con cui quei film lo hanno messo in scena “in diretta”. Lo sguardo con cui l’autore guarda ai resti di quel mondo è lo stesso con cui lo osservava quando gli dava immagine nei film, uno sguardo che si potrebbe dire virato dalle lenti giallastre o verdastre degli occhiali da sole di quegli anni, che cercavano e cercano il loro realismo non in una supposta neutralità dello sguardo, ma riproponendo il filtro deformato con cui lo si osservava.

Nel romanzo non c’è nostalgia né per quel mondo né per lo sguardo con cui lo si coglieva in diretta, ma, piuttosto, la volontà di mostrare un passato in cui nulla era innocente, un passato che proietta i suoi resti su un oggi altrettanto disseminato di colpe e colpevoli macchiati dalle tracce insanguinate del passato.

Da lunedì a lunedì è un romanzo sul declino delle famiglie malavitose, del mondo in cui hanno prosperato e sull’impossibilità degli individui di sottrarsi alle proprie origini. Ne è prova la protagonista, una donna che, dopo essersi a lungo mantenuta a “distanza di sicurezza” dall’impero criminale creato dal padre, limitandosi a seguire gli sviluppi delle indagini in corso attraverso qualche telefonata scambiata con l’avvocato di famiglia, non riesce a sottrarsi alle proprie origini. Pur non essendo tenuta a farlo, per risolvere un conto rimasto aperto da vent’anni, la protagonista decide di abbandonare la comfort zone svizzera in cui si era rifugiata per rimettere piede nella provincia del Sud Italia, alle prese con quel che resta dei potentati locali, dei loro affari e delle vecchie fedeltà, imbattendosi in un mondo i cui resti riaffiorano ora tra i colletti bianchi delle banche e tra antiche e nuove faide punteggiate da spietati omicidi.

In Da lunedì a lunedì non si può dire che manchino scene erotiche, a volte gratuitamente appiccicate, come del resto avveniva nei film degli anni Settanta. D’altra parte, nel corso della sua carriera, l’autore si è cimentato anche con il filone erotico sia a livello cinematografico che narrativo, in un continuo intrecciarsi dei due diversi linguaggi espressivi.

Il romanzo erotico Quello che volevano sapere due ragazze perbene, ad esempio, Di Leo lo scrive recuperando il soggetto abbozzato per un prequel cinematografico, ambientato negli anni Quaranta, di Avere vent’anni. Quest’ultimo è un film incentrato sulle vicissitudini di due attraenti ed emancipate giovani girovaghe da contestualizzare nel clima culturale e mediatico dell’Italia di fine anni Settanta, disseminato di episodi di violenza esercitata sui corpi delle donne tanto nella cronaca nazionale quanto nei film di exploitation del periodo. In bilico tra la volontà di presentarsi come metafora disillusa della fine di un’epoca, sia storica che cinematografica, “liberatoria”, e compiacimenti voyeuristici sessuali e di estetizzazione della violenza più brutale, Avere vent’anni è andato incontro all’insuccesso al botteghino nonostante i tentativi della produzione di invertire il disastro con un montaggio alternativo all’originale, attraverso l’eliminazione di sequenze considerate sessualmente troppo esplicite e/o eccessivamente violente.

Le produzioni cinematografiche e narrative di Fernando Di Leo, come del resto quelle dei coevi Bava e Fulci, nel loro barcamenarsi tra infrazione del retrogrado moralismo italiano e concessioni ai desideri voyeuristici del pubblico, soprattutto maschile, hanno dato immagine, in pellicola e sulla carta, all’immaginario contraddittorio di un’epoca che, come dimostra Da lunedì a lunedì, continua a riverberarsi in un avvio di millennio che, piaccia o meno, continua a mostrarne i resti.

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I malaveglia https://www.carmillaonline.com/2026/07/25/i-malaveglia/ Sat, 25 Jul 2026 20:00:42 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95869 di Franco Pezzini

[Nella Torino arroventata del passato fine giugno si è tenuta alla libreria Belgravia la presentazione del volume qui citato, primo titolo della nuova collana I Viaggi dell’Empusa dell’editore campano D’Amico.]

Franco Mistrali, I racconti del Diavolo. Storia della paura, a cura di Antonio Daniele, pp. 200, € 15, D’Amico, Nocera Superiore 2026.

Lo sappiamo, il gotico nasce “all’italiana” – Il castello d’Otranto – e si trapianta in Italia molto presto sull’onda del romanticismo. Oggi non è più sostenibile una svalutazione del fenomeno gotico in Italia, a prescindere dalla presenza di frutti di impatto non comparabile con i grandi [...]]]> di Franco Pezzini

[Nella Torino arroventata del passato fine giugno si è tenuta alla libreria Belgravia la presentazione del volume qui citato, primo titolo della nuova collana I Viaggi dell’Empusa dell’editore campano D’Amico.]

Franco Mistrali, I racconti del Diavolo. Storia della paura, a cura di Antonio Daniele, pp. 200, € 15, D’Amico, Nocera Superiore 2026.

Lo sappiamo, il gotico nasce “all’italiana” – Il castello d’Otranto – e si trapianta in Italia molto presto sull’onda del romanticismo. Oggi non è più sostenibile una svalutazione del fenomeno gotico in Italia, a prescindere dalla presenza di frutti di impatto non comparabile con i grandi capolavori neri inglesi o americani (da Mary Shelley a Stevenson, da Poe a Stoker), catafratti oltretutto da un successo transmediale planetario; eppure il romanzo storico a forte apprezzamento popolare che da noi trionfa nell’Ottocento deriva dal gotico in modo piuttosto visibile fino a grandissimi come Manzoni (che a tratti a Walpole si ispira, e comunque dipinge i suoi Promessi in chiave molto più nera di quanto in genere si ami sottolineare a scuola) e opere di vario tipo presentano potenti suggestioni gotiche (come certe Operette morali leopardiane). Per non parlare di tutta una produzione “minore” ma che tanto minore non è (per esempio nell’ambito della Scapigliatura, o di veristi attenti all’occulto come Capuana) e comunque di un orizzonte fittissimo di evocatori di male veglie. Che anzi, se notiamo, superano di parecchio il primo Ottocento del Sublime romantico e le fatiche insanguinate della prima metà del secolo (la questione nazionale oscura ovviamente tutto il resto) per approdare all’Italia postunitaria greve di ansie e depressioni, incubi e scandali. Già, perché fatta l’Italia – come, ben lo ricordiamo – i bei sogni finiscono in naftalina: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi” e il dettame resterà invariato fino a questo nuovo Millennio di miserie.
La produzione di Franco Mistrali (1833-1880), più o meno ricollegabile agli esordi del movimento scapigliato, va collocata in tale clima. Figlio della piccola aristocrazia parmigiana, studioso di statistica, geologia, cultore di musica e autore teatrale, svilupperà un acceso amore per la patria italiana in formazione. Lo troviamo così rappresentante della “commissione permanente del congresso generale degli operai italiani” (si vedano suoi scritti come Dio e popolo: idee di un rivoluzionario al Congresso, Tip. Scotti, 1860) per guidare a Caprera una deputazione di associazioni operaie del Regno, intervistarvi Garibaldi a fini biografici e sollecitarlo a riprendere la battaglia per l’unità del paese (cfr. Franco Mistrali, Il pellegrinaggio degli operai italiani a Caprera, Tip. Sanvito, Milano 1861).
Come molti autori d’epoca, anche nel tentativo di smarcare la spiritualità dalle agenzie confessionistiche istituzionali, si interessa di mesmerismo, magnetismo e delle sonnambule meravigliose con facoltà di chiaroveggenza. Scrive poi una Vita di Gesù, dedicata a Renan, che viene prontamente messa all’Indice nel marzo 1863, e una serie di romanzi e saggi storici o di frisson anticlericale dai soggetti a forti tinte: la Maddalena (altra opera all’Indice) e Savonarola, i briganti e l’assedio di Forlì, i Borgia e i misteri del Vaticano, la massoneria, Le memorie d’un prete e Cagliostro – ma anche quel pionieristico Il vampiro. Storia vera (Tip. dei Compositori, Bologna 1869) che guarda molto più ai vampiri francesi alla Feval & Dumas, con cui in fondo ha parecchio in comune, che con quelli anglosassoni di Le Fanu e Stoker, almeno nelle trascrizioni definitive.
Merita sottolineare il lavoro di ricerca del curatore Antonio Daniele, che ha intercettato gli esigui e introvabili libretti delle pubblicazioni mistraliane – in particolare la trilogia dedicata a Garibaldi – tra biblioteche, cataloghi antiquari e siti specializzati, dando corpo a una biografia dell’autore e alla connessa bibliografia estremamente elusivi prima delle sue ricerche.
Proprio Il vampiro – riscoperto nel 1986 con una prima citazione da Fabio Giovannini – era stato riedito integralmente e curato da Daniele durante la breve, meritevole stagione delle Keres Edizioni (Mercogliano AV, 2011) dirette dallo stesso studioso, tra l’altro cogestore de Il Catafalco, il sito web più documentato in Italia sul tema vampiresco. In tempi più recenti l’opera è stata riproposta a cura di Jacopo Corazza e Gianluca Venditti per i tipi Arcoiris (2020) e più tardi Alcatraz (2025). Nell’insolito set del Principato di Monaco, il narrante, ospite del nobile polacco Alfredo Kostia, finisce coinvolto nel malsano rapporto di lui con l’enigmatica principessa Metella Schonenberg. In apparenza in Metella rivive quale non-morta Pia Ludowiska, disperatamente amata da Kostia anni prima e a sua conoscenza defunta; e senza dubbio quello di lei è un profilo psicologicamente vampiresco. Troviamo poi un ambiguo dottore forse circasso, cultore dei misteri del sangue; una setta dei Vampiri, a spalancare la trama a un lontano sfondo di cospirazioni politiche e drammi sentimentali tra Russia e Polonia, attraverso la progressiva ricostruzione del passato dei personaggi; ed è vampiro in fondo lo stesso narratore, che trae energie di status dalla società ospitante e – tra proclami di sollecita amicizia – tratta misteri e patemi dell’amico come un allegro gioco di società insieme a Sua Altezza il Principe di Monaco dove la vicenda si svolge. Fino agli ultimi capitoli, quando il passaggio in Lituania proietta la narrazione divenuta sempre più improbabile nei sottoscala dei sogni e del casi irresolubili.
Rispetto al più tardo Il vampiro e ai suoi funambolismi visionari, la raccolta I racconti del Diavolo (Tip. Pagnoni, Milano 1861) resta un’opera minore e acerba: minore anche come numero di pagine, tanto che a opportuno arricchimento in vista di una riedizione, il curatore Daniele offre de Il vampiro uno stralcio in appendice, un episodio gotico ben autonomizzabile. Minore non significa però priva d’interesse: e almeno due aspetti meritano attenzione.
Anzitutto una certa sfrenata visionarietà. Sia nella verve anticlericale, dove Mistrali si rifà alla tradizione dell’antipapismo gotico innestandolo in polemiche molto più recenti; sia in generale in una furia da pubblicista bellicoso che nel suo compiacimento retorico finisce con l’esondare in un surreale effetto Hellzapoppin’, sparando su tutto come certi vecchietti sul tram ma appunto con effetti febbrili, stranianti. Ciò è evidente nei primi due testi, quasi fantasie d’occasione. La sinfonia del Diavolo è una dedica scherzosa all’amico Giuseppe De Bonis che diventa bordata polemica contro i più vari obiettivi, compresi “i portici di Po per via della simmetrica fattura della regal Torino” (l’Italia non cambia: un centinaio d’anni dopo, in tempi di grandi licenziamenti Fiat, fantasiosi psicologi televisivi addebiteranno similmente i suicidi di operai alle vie dritte di Torino) – e non vi mancano genuini spunti d’orrore, come il ritrovamento d’una fanciulla conosciuta “bella, gentile, giovanetta, all’aurora della vita”, figlia di un fornaio e traviata per le miserie della vita, sul freddo bancone del teatro anatomico. Se il primo testo è una dedica, il secondo è una cornice alla raccolta: L’osteria della Maddalena, che trova il Nostro a Milano la notte del 18 giugno 1860, intento a ricevere in osteria – in compagnia d’un gatto ghignante – visioni streghesche o piuttosto etiliche su un intero teatro spettrale di storia patria. Il sogno a occhi aperti sull’onda dell’alcool traghetta alla categoria todoroviana dell’incertezza propria del fantastico per culminare in un’ode al vino.
Un secondo aspetto degno di nota sta poi nel passo linguistico, nel lessico tondo e sapido pronto a una lettura ad alta voce. Leggere Mistrali permette di trovare espressioni felici quasi da fine dicitore, pochi esempi (corsivi miei):

Quivi abitava Marzi, l’amico e il maestro di Pali nell’arte di Tubal, il vecchio zingano che, abbandonato il vivere erratico e predace, faceva ora professione di guarire, col miracoloso Abracadabra della medicina popolare, gli uomini e gli animali, suonando oltrecciò nelle sere festive il violino alle danze dei giovani valligiani.

Il bottoncino del suo corpo, irrorato un tempo dalla fresca rugiada dell’innocenza, erasi schiuso e pompeggiava ora come splendido fiore.

Tu taci, Erzsi? Nulla può dunque svellere dal tuo cuore il ghiaccio che lo assidera? Il pensiero di menare una vita segregata, semplice, tranquilla, consacrata soltanto alla virtù, dacché tu sei libera, è egli dunque sì orribile che tu gli abbia a sagrificare un cuore che tanto ti ama? La vuota pompa, le splendide miserie del mondo pajonti elleno più pregevoli della riputazione, della dignità e felicità della donna? Credimi, Erzsi, il mondo, in cui tanto ti piaci, è sconoscente! Esso fa orribil governo di coloro che gli si sacrificano; esso contamina, insozza, come le arpie, la sua preda. Povera Erzsi! tu non hai mai amato, tu non fosti mai amata! Tu ti sveglierai con terrore dal tuo letargo – troppo tardi forse! Nella deserta solitudine del tuo cuore tu rimpiangerai allora il passato. Io ti ho consecrato tutte le ore della mia vita, tutti i battiti del mio cuore, e tu getti via il mio cuore come il fanciullo un ninnolo che più non cura! Chi è quest’uomo cui tu ti donasti? Un giocatore, un cavaliere d’industria! [notiamo il disgusto di quest’ultima affermazione]

Tacite lagrime sgocciolarono sulle guancie aduste di Pali;

[…] e, ogni volta che lo sgraziato fattorino dalle gambe sottili entrava nella stanza, il vecchio Lobbs principiava immancabilmente a bestemmiare contro a lui nella maniera più saracinesca e feroce, sebbene in apparenza senz’altro fine ed oggetto che quello di alleggerirsi lo stomaco collo scaricare qualche superflua bestemmia.

eccetera. Qualcosa che non si esaurisce nelle forme anticate del lessico ottocentesco, ma in una consuetudine retorica alla parola rotonda e d’effetto che avrebbe fatto la gioia (per dirne uno) di Paolo Poli.
Ma veniamo al contenuto fantastico dell’opera. Riferendo

come i morti e le streghe non solamente parlino, ma veramente si dia anche il caso, più strano, che parlino le bestie, le piante, e peggio ancora le panche, i tavolini e le pentole

l’autore guarda idealmente ai persecutori folklorici che infestano come poltergeist locande di campagna e cucine regionali come tra i paioli di Pellegrino Artusi (uno spettro che vessa un’osteria torinese verrà qualche anno dopo studiato da Lombroso, ma sono storie popolari presenti in tutto lo Stivale) e insieme alla nuova negromanzia da tavolini borghesi, in fase di sviluppo un po’ ovunque.
Dopo i due testi d’ingresso citati, si passa dunque al corpo della raccolta. Il cranio dello Svevo e il pulpito di Pontida vede l’evocazione – diremmo – paranormale, grazie al cranio sfondato di un antico combattente imperiale, di un intero affresco nazionale: una sorta di ballata romantica in prosa musicale farcita sì di luoghi comuni d’epoca ma ricca di suggestioni. E sappiamo che l’affabulazione retorica su Pontida avrà vita lunga.
Decisamente più forte e apprezzabile dagli odierni cultori del gotico è però il seguente bel dramma napoleonico Caino, storia di legami e cruenta rivalità, proiezioni prodigiose, mesmerismo e terribili nemesi tra due ex-amici fraterni che fa pensare al Dumas dei Mille e un fantasma. È l’opera migliore della raccolta, meno prevedibile che a un primo esame, e basterebbe da sola a giustificarla.
Invece “I due ultimi racconti sono libera versione dal Claus [sic] e dal Dickens, onde offrire belli esempi di letteratura fantastica straniera”: dove l’aggettivo fantastica va però inteso come di fantasia, cioè fiction senza violazioni supernaturali dell’ordine delle cose. Si tratta dei racconti Lo zingaro ungherese. Racconto magiaro di Karl Clauss, un apprezzabile melodramma dalle vivide descrizioni comparso su varie riviste tedesche nell’estate del 1857 e incentrato sulla forza distruttiva dell’amore, e il divertente Il sagrista della parrocchia, estrapolato da Il circolo Pickwick di Dickens. Cos’hanno in comune con il resto, a parte l’occasione editoriale che ha indotto l’autore a una scelta un po’ miscellanea? Forse la possibilità di giocare anche polemicamente con istituzioni sociali e religiose come il matrimonio, in chiave di invettiva e di beffa, variando da virtuoso il registro: dal melodramma con tragico finale de Lo zingaro ungherese si passa così alla commedia burattinesca e acidula di Dickens.
Gli anni Sessanta avviati da questa raccolta sono per Mistrali di scatenata attività editoriale: non solo varo di opere narrative e saggistiche, non solo frenetico lavoro coi giornali (fondati, acquisiti, contrastati) nel confronto grigio tra Sinistra e Destra postunitarie e battaglie politiche, ma una condanna a cinque anni di prigione per bancarotta fraudolenta in rapporto al fallimento della Banca dell’Emilia per cui è consigliere delegato (a sua discolpa, di fronte ai fatti concreto del caso, più che di disonestà occorrerà però parlare di faciloneria e antipatie incrociate, da cui il siluro giudiziario). Sono in fondo i prodromi di una storia unitaria di pasticci bancari che attraverso il successivo, epocale scandalo della Banca Romana (1893, Mistrali è già morto da tredici anni – poco dopo la liberazione all’amnistia di Umberto I) condurranno in ultimo alle vicende sciagurate di un mondo molto più recente: Banca Privata Italiana, Banco Ambrosiano eccetera.
Un bilancio su Mistrali, autore di qualche ingegno e di buona penna, può essere difficile: archiviato anche per l’ostilità di quel Carducci con cui pure condivide bordate (i cavalieri d’industria, eccetera), fantasie e miti (Pontida…), passioni ideali, il barone parmigiano appare uno di quei minori la cui avventura fa meglio capire la storia di una nazione. Goffaggini incluse.

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Wasichu, papalagi, sempre quelli siamo https://www.carmillaonline.com/2026/07/24/wasichu-papalagi-sempre-quelli-siamo/ Fri, 24 Jul 2026 20:00:00 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95798 di Marco Sommariva

John G. Neihardt conobbe Alce Nero nell’agosto del 1930. Andò a trovarlo insieme al figlio Sigurd e a Falco Volante, un interprete che accettò di accompagnarli sino all’abitazione dello stregone e predicatore della tribù Oglala dei Sioux. L’alloggio si trovava a circa due miglia a ovest di Manderson, in una regione dove non accadeva quasi mai nulla, fuorché la “comparsa e scomparsa del sole, della luna e delle stelle”. Arrivarono a una capanna di legno, di una sola stanza, con l’erba che cresceva sul tetto di terra, dopo aver percorso una strada senza uscita, “attraverso i monti gialli, senza [...]]]> di Marco Sommariva

John G. Neihardt conobbe Alce Nero nell’agosto del 1930. Andò a trovarlo insieme al figlio Sigurd e a Falco Volante, un interprete che accettò di accompagnarli sino all’abitazione dello stregone e predicatore della tribù Oglala dei Sioux. L’alloggio si trovava a circa due miglia a ovest di Manderson, in una regione dove non accadeva quasi mai nulla, fuorché la “comparsa e scomparsa del sole, della luna e delle stelle”. Arrivarono a una capanna di legno, di una sola stanza, con l’erba che cresceva sul tetto di terra, dopo aver percorso una strada senza uscita, “attraverso i monti gialli, senza alberi”. Arrivati sulle montagne brulle del Big Horn, dove non c’era quasi nulla da fare se non “aspettare il ritorno del passato”, ad attenderli c’era Alce Nero, un vecchio semicieco, cugino del grande capo Cavallo Pazzo. L’incontro andò talmente bene che, quando il sole stava ormai per tramontare, Alce Nero disse a Neihardt di tornare. E così fece. I primi giorni di maggio del 1931, in compagnia delle figlie Enid e Hilda, tornò per farsi raccontare la storia della vita di un uomo che portava lo stesso nome del papà, del nonno e del bisnonno, nato nella Luna degli Alberi Scoppiettanti, quel periodo che per noi è, banalmente, dicembre.

In Alce Nero parla di John G. Neihardt sono tanto numerosi quanto interessanti gli episodi raccontati dalla guida spirituale dei nativi americani Oglala, ognuno dei quali ci mette di fronte alle poche analogie e alle tante differenze fra noi uomini bianchi, Wasichu, e loro: dal confronto ne usciremo con le ossa rotte.

Nel 1860 i Wasichu scoprono la presenza del “metallo giallo” sulla terra degli Oglala. Per accaparrarsi l’oro che già all’epoca adoravano e li “rendeva pazzi”, gli uomini bianchi decidono di costruire una strada che attraversa le terre della tribù per raggiungere il luogo dov’è il prezioso metallo. I nativi non vogliono quella strada per due motivi: avrebbe spaventato i bisonti che se ne sarebbero andati e avrebbe permesso ad altri Wasichu di arrivare lì “come un fiume”. Allora gli uomini bianchi rilanciano chiedendo solo un po’ di terra, almeno quella sufficiente a far passare le ruote di un carro, ma gli indiani non si fanno ingannare. Quello che i Wasichu volevano davvero, gli Oglala lo scoprirono in seguito, quando vennero rinchiusi in “piccole isole” che diventeranno sempre più piccole perché intorno a queste crescerà “la marea divorante dell’uomo bianco sporca di menzogne e di cupidigia”.

La stessa marea divorante che oggi, per esempio, s’appropria del petrolio dell’Angola e della Nigeria, del litio dello Zimbabwe, della bauxite della Guinea, del cobalto della Repubblica Democratica del Congo o delle terre rare di Sudafrica, Madagascar, Kenya, Namibia, Mozambico, Tanzania, Zambia e Burundi. Un continente intero più o meno depredato dalla cupidigia degli uomini bianchi, gialli, olivastri e chi più ne ha più ne metta, ossia di statunitensi, europei, cinesi e indiani.

È il 1872 e Alce Nero ha nove anni quando, insieme ai suoi amici, si esercita a sopportare il dolore. Venivano messi loro sui polsi dei semi secchi di girasole. Questi venivano accesi dalla parte di sopra e dovevano essere lasciati bruciare sino alla pelle. Facevano male e lasciavano delle bruciature, ma chi li faceva cadere oppure gridava “Ahi!”, veniva chiamato donna. A dieci anni, insieme al suo coetaneo Toro di Ferro, si divertiva a pescare. Quando prendevano il primo pesce lo mettevano sulla punta di un palo forcuto e lo baciavano perché, se non facevano così, erano sicuri che gli altri pesci non si sarebbero avvicinati. Se il pesce che prendevano era piccolo, lo ributtavano, ma non senza prima aver baciato anche questo in modo che, al ritorno dagli altri, non spaventasse i pesci grossi. Un modo di agire che portava i suoi frutti, visto che i due prendevano sempre una grande quantità di pesce e, per questo, i loro genitori erano molto orgogliosi.

Oltre che bugiardi e avidi, i bianchi si riveleranno anche smemorati. Alce Nero ricorda che, ovunque andassero, arrivavano i soldati per ucciderli, nonostante il paese fosse tutto loro e tale sarebbe rimasto anche dopo il patto fra Nuvola Rossa e i Wasichu, un accordo in cui si prevedeva che il territorio sarebbe rimasto degli Oglala finché “l’erba non avesse smesso di crescere e l’acqua di scorrere”. Peccato che, dopo solo otto inverni da questo patto, i bianchi cacciarono via i nativi perché, dice Alce Nero, “noi ricordavamo e loro dimenticavano”. Probabilmente, sono episodi come questi che lo portano a domandarsi come mai gli uomini diventano grassi quando sono cattivi e muoiono dalla fame quando sono buoni.

Sulla scarsa memoria dell’uomo bianco abbiamo da tempo esempi quotidiani da cui attingere. Il primo che mi viene in mente è l’invito di Donald Trump, datato 13 gennaio 2026, quando, mentre le forze di sicurezza della Repubblica Islamica già stavano sparando sulla folla nelle piazze di Teheran, scrisse su Truth Social: Iranian Patriots, KEEP PROTESTING – TAKE OVER YOUR INSTITUTIONS! HELP IS ON ITS WAY – ossia, Patrioti iraniani, CONTINUATE A PROTESTARE – PRENDETE IL CONTROLLO DELLE ISTITUZIONI! STIAMO ARRIVANDO! I ragazzi iraniani, quelli sopravvissuti, sono ancora lì che aspettano. È la solita memoria dell’uomo bianco, quella che va e viene a seconda della convenienza.

foto da Wikipedia

Combattere la fame e il freddo era una priorità quotidiana per i nativi. In un’occasione, Alce Nero uccise quattro bisonti con un fucile a ripetizione ma, sfortunatamente, avendo precedentemente buttato i suoi guantoni, per via del gelo l’arma gli si attaccò alle mani e dovette strapparsi la pelle per staccare il fucile dalle dita. Riguardo bisonti e Wasichu, Alce Nero racconta a John G. Neihardt un episodio accaduto nel 1883. Nell’autunno di quell’anno gli uomini bianchi macellarono l’ultimo branco rimasto di bisonti. Questo fatto riporta alla mente dello stregone Oglala i bei tempi in cui i bisonti erano tanti che non li si poteva contare e anche quelli seguenti, molto tristi, quando i sempre più numerosi Wasichu li uccisero finché non rimasero che mucchi sparsi di ossa nei luoghi dov’erano soliti vivere. L’uomo bianco non li uccideva per mangiarli, ma “per il metallo che li rende pazzi”: si prendevano le pelli unicamente per venderle. A volte non prendevano neppure quelle, si portavano via solo le lingue. “Battelli di fuoco” scendevano il fiume Missouri carichi di lingue di bisonte in conserva. Altre volte i Wasichu esageravano e non prendevano neppure le lingue, uccidevano per il solo gusto di ammazzare e nient’altro, a differenza dei nativi che, quando davano la caccia ai bisonti, uccidevano solo quelli che servivano loro. Quando non rimasero che i mucchi delle ossa, gli uomini bianchi tornarono indietro, le raccolsero e si vendettero anche quelle.

Ancora oggi non ci facciamo problemi a vendere ossa, e non di animali, ma di esseri umani. È notizia dei giorni scorsi  che su piattaforme online svizzere – notare bene, non sul darknet – è stato scoperto un commercio di resti umani con prezzi che potevano superare i 10.000 franchi per uno scheletro completo. Non c’è nulla da fare, non è solo il metallo giallo a renderci ancora pazzi, ci interessa qualsiasi cosa possa risultare monetizzabile, che aumenti il nostro conto in banca, insomma.

Alce Nero rimpiange i tempi quando la sua gente era felice e di rado pativa la fame, quando “i bipedi e i quadrupedi vivevano insieme come parenti, e c’era abbondanza per loro e per noi”. Racconta che fu “un grosso battello di fuoco” a portarlo, insieme alla sua gente, giù per lo Yellowstone e poi per il Missouri sino al forte Yates, dove c’era una delle nuove riserve che avevano preparato per i Lakota. Lì vi trovarono molta gente di Toro Seduto, anche se il capo tribù che sconfisse Custer a Little Bighorn era ancora nella Terra della Nonna, in Canada.

Il tempo passava e gli Oglala venivano sistemati in “case grigie quadrate” sparse qua e là su una terra ormai impoverita dai Wasichu, gli stessi che tracceranno intorno a loro una linea per recintarli: “Il cerchio della nazione era stato spezzato, e non c’era più un centro per l’albero fiorente”. La gente era disperata e affamata perché buona parte di ciò che il Grande Padre a Washington mandava loro, molto probabilmente lo rubavano i Wasichu: “C’erano molte menzogne, ma non le potevamo mangiare”. Oggi ci siamo evoluti: nessuno perde tempo fra le tende sparse qua e là su una terra impoverita, a raccontare ai palestinesi menzogne per nulla commestibili.

Alce Nero racconta che seguitò a curare i malati per altri tre anni, che molti andarono da lui e furono salvati, ma che quando pensava alla sua grande visione in cui salvava il centro della nazione e faceva fiorire nel suo centro l’albero sacro, gli veniva voglia di piangere perché il cerchio sacro era ormai stato spezzato e sparso qua e là, e la vita del popolo era tutta in quel cerchio.

foto da Wikipedia

Verso la fine della sua ventitreesima estate (1886), ad Alce Nero parve esserci una piccola speranza per un futuro migliore. Alcuni bianchi chiesero agli Oglala una banda per un grande spettacolo organizzato da un Pahuska, un Capelli Lunghi, da noi meglio conosciuto come Buffalo Bill. Alce Nero fece parte di quella banda e ricorda quando a New York, nei giardini del Madison Square, per tutto l’inverno fecero spettacoli per molti Wasichu. Alla fine, si abituò a vivere lì, ma era come “un uomo che non avesse mai avuto una visione”. Si sentiva morto, la sua gente si sentiva perduta e pensava che non l’avrebbe ritrovata mai più – non vedeva nulla che potesse aiutarla. Notava i Wasichu che non si curavano degli altri Wasichu come, invece, faceva la sua gente prima che il cerchio della nazione fosse spezzato. Ognuno prendeva all’altro tutto quel che poteva, e così c’erano alcuni che avevano più di quanto potesse servire loro e moltitudini di altri che non avevano proprio nulla. Alce Nero si rese conto che gli uomini bianchi avevano dimenticato che la terra era la loro madre, e questo modo di pensare non poteva di certo portare alla sua gente una vita migliore di quella che avevano una volta, e così iniziò ad avere diversi brutti presentimenti: “C’era una casa di prigionieri sopra un’isola […] e un giorno andammo a vederla. Gli uomini puntavano i loro fucili sui prigionieri e li facevano girare là dentro come animali in gabbia. Questo mi fece sentire molto triste, perché anche il mio popolo era recintato in piccole isole, e forse i Wasichu avrebbero finito per trattarli così”.

Lo spettacolo del selvaggio West organizzato da Buffalo Bill, che raffigurava stereotipi romantici di cowboy, indiani delle pianure e fuorilegge, girò pure per l’Europa: Inghilterra, Francia, Germania e anche in Italia: “[…] andammo in […] un luogo dove la terra bruciava. C’era un monte alto, che finiva a forma di tenda, e lassù bruciava. Sentii dire che molto tempo fa una grossa città e molte persone erano scomparse nella terra, in quel luogo”.

Tre anni dopo, quando farà ritorno alla sua terra, ad accogliere Alce Nero ci sarà una brutta sorpresa. Scoprirà che la sua gente è ancora più affamata di prima, quando s’era diretto con la carovana di Buffalo BIll “di là dell’acqua grande”, e questo perché gli uomini bianchi non avevano mai dato agli Oglala più della metà di tutte le provviste assicurate ai nativi nel trattato dei Black Hills. La situazione era questa: “Faceva pietà vedere il mio popolo. C’era una grande siccità, e i fiumi grossi e piccoli sembrava dovessero morire. Nulla di ciò che la gente seminava cresceva, e i Wasichu mandavano ancor meno bestiame e altri cibi di quanti ne mandassero prima. I Wasichu avevano uccisi tutti i bisonti e ci avevano rinchiusi in recinti. Sembrava che noi tutti fossimo condannati a morire di fame. Non potevamo mangiare le menzogne, e non potevamo fare nulla”. Ma Alce Nero scopre esserci altro ancora: i Wasichu avevano pronto un altro trattato per togliere via circa la metà della terra che era rimasta loro. Ovviamente, il popolo indiano non voleva quel trattato, ma il generale Crook – per gli Oglala “Tre Stelle” – che capeggiava la commissione che negoziò il trattato del 1889, lo fece lo stesso e, così, l’inondazione di Wasichu “sporchi di cattive azioni”, si portò via la metà dell’isola che era rimasta loro. Chiusa e recintata, la gente di Alce Nero non poté nulla contro Tre Stelle; in pratica, questa cattività che li aveva resi impotenti, permise al generale Crook di prendersi la rivincita senza neppure sparare un colpo: tempo prima, quando provò a sconfiggerli con soldati e armi, il suo esercito fu sbaragliato e rimandato indietro da Cavallo Pazzo.

Le storie di questo libro proseguono sino a poco dopo il massacro di Wounded Knee che provo, malamente, a riassumere con queste parole di Alce Nero: “C’erano soltanto un centinaio di guerrieri, e i soldati erano quasi cinquecento. […] quando i soldati se ne andarono, dopo questo infame macello, cominciò a nevicare forte. […] La neve veniva spazzata dal vento, in quantità, nel burrone che era diventato una sola, lunga tomba di donne e fanciulli e bambini piccoli macellati: i quali non avevano fatto mai male a nessuno e soltanto volevano fuggire”.

Detto quanto sopra, sarei curioso di sapere cosa lega Alce Nero ai fascisti del Terzo Millennio di CasaPound visto che, fedeli alla loro strategia di egemonia culturale, lo inserirono in un pantheon di ottantotto numi tutelari dell’organizzazione. Numero non casuale, l’ottantotto, dato che si allude alla ripetizione dell’ottava lettera dell’alfabeto, l’acca, e quindi all’acronimo di “Heil Hitler!”.

La lettura di Alce Nero parla che temo l’estrema destra non abbia neppure sfogliato, può aiutarci a capire da dove arriva l’uomo bianco di oggi o, se credete meglio, a comprendere da quanto tempo è ridotto così; in questo senso, c’è un altro libro che consiglio vivamente: Papalagi che, nella lingua samoana, significa uomo bianco – guarda la combinazione!

Questo libro raccoglie tutti i discorsi concepiti esclusivamente per le sue genti polinesiane da Tuiavii, un saggio capovillaggio delle isole Samoa tedesche – un protettorato dell’Impero tedesco durato dal 1900 al 1919, nella parte occidentale delle isole Samoa –, quando compì un viaggio in Europa agli inizi del secolo scorso e venne a contatto con gli usi e i costumi dell’uomo bianco.

Aveva raccolto le sue impressioni perché dovevano servirgli a mettere in guardia il suo popolo dal fascino pericoloso dell’Occidente. Sono arrivate a noi a sua insaputa e contro la sua volontà perché Erich Scheurmann – conosciuto soprattutto per aver dato alle stampe nel 1920 proprio Papalagi, in quegli anni in Polinesia per fuggire dagli orrori della Prima guerra mondiale –, colpito dalle parole del capovillaggio, decise di offrire i discorsi di questo nativo al mondo dei lettori europei nella convinzione che anche per i bianchi “illuminati” potesse essere importante sapere con quali occhi, un uomo ancora così strettamente legato alla natura, vedeva noi e la nostra civiltà.

Oltre un secolo fa, questo saggio scriveva che la maggioranza delle nostre “capanne” sono abitate da più persone di quante non ce ne siano in un solo villaggio delle Samoa, e che per questo bisognava conoscere bene il nome della famiglia che si voleva andare a trovare, perché ognuna ha per sé una determinata parte del “cassone di pietra”. Precisava anche che una famiglia spesso non sapeva nulla delle altre, come se non ci fosse tra loro solo una parete di pietra, “ma le isole Manono, Apolima e Savaii e poi molti mari”.

Scrive che il denaro è la vera divinità dell’uomo bianco, il quale monetizza tutto, a parte una cosa: l’aria che respira. Ma aggiunge di ritenere questa nostra mancanza solo una temporanea dimenticanza.

Giunge alla conclusione che più uno è un vero europeo, più ha bisogno di cose, e che è per questa ragione che le mani del Papalagi non cessano mai di fare cose e che “i volti dei Bianchi sono spesso così stanchi e tristi”. Sul fatto che non abbiamo ancora smesso di produrre cose di cui ne abbiamo così poco bisogno che le più tante le gettiamo via inquinando il pianeta, come dimenticare il Great Pacific trash patch, l’isola di rifiuti plastici che da oltre quarant’anni galleggia sulle acque dell’Oceano Pacifico e continua a ingrandirsi? C’è chi dice sia più estesa della Penisola iberica, c’è chi sostiene sia più grande degli Stati Uniti, di certo c’è che è un disastro ambientale che stiamo già pagando sulla nostra pelle, tutti quanti, compresi gli abitanti delle isole Samoa e quei pochi indiani d’America rimasti.

Sulla nostra ricerca spasmodica di tempo che riteniamo non essere mai abbastanza, Tuiavii scrive che facciamo tanta scena e discorsi ridicoli, e che nonostante non ce ne potrà mai essere di più di quanto non ce ne sia tra l’alba e il tramonto, per noi non è mai abbastanza. Racconta d’aver incontrato una sola volta un uomo che non si lamentava mai per la mancanza di tempo: era povero, sporco, abbandonato, nessuno lo rispettava e la gente si teneva alla larga da lui. Quest’uomo risulterà l’unico essere umano che il saggio vedrà camminare senza fretta, con occhi che sorridono in modo tranquillo e amichevole.

Il nostro egoismo lo riassume così: “Il Papalagi ha un modo di pensare particolare ed estremamente contorto. […] Pensa sempre a una sola persona, non a tutte quante. E questa persona è lui stesso”.

Pensando all’uomo bianco, questo era l’augurio del saggio capo Tuiavii: “Rimani lontano da noi, con le tue voglie e i tuoi pensieri, con l’accumulare ricchezza nelle mani e nella testa, con la frenesia di sovrastare tuo fratello, con l’insensatezza del tuo fare, con il mulinare delle mani, con il curioso pensare e sapere, con le follie che rendono inquieto il tuo sonno sulla stuoia”.

Purtroppo, a un secolo di distanza, noi siamo ancora quelli che impazziscono per il metallo giallo, siamo animati dalla frenesia di sovrastare i nostri fratelli e prendiamo all’altro tutto quello che possiamo, cosicché alcuni hanno più di quanto può servire loro e moltitudini di altri non hanno proprio nulla. Chissà quando mai cambieremo.

Un giorno m’illusi tutto questo fosse solo un incubo a occhi aperti e allora li chiusi e provai a sognare la fine di questa infinita nostra prepotenza. Ricordo che sognai d’essere in un posto che, inizialmente, poteva essere il Centroamerica o il Sudamerica – tipo Cuba o il Venezuela – e poi, immediatamente dopo, il Medioriente – tipo l’Iran o la Striscia di Gaza –, ma sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso. Quando riaprii gli occhi c’erano solo cani e fumo, e tende capovolte.

John G. Neihardt, Alce Nero parla, Adelphi, pp. 304, euro 14,00 stampa

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Case morte https://www.carmillaonline.com/2026/07/23/case-morte/ Thu, 23 Jul 2026 21:55:34 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=96134 di Nico Maccentelli

Miguel Otero Silva, Case Morte, Collana Infuocata, Argolibri, traduzione Geraldina Colotti, 2025 pg. 167, € 18,00

Pubblicato nel 1955, Case morte (Casas muertas) di Miguel Otero Silva costituisce uno dei più alti esempi del realismo sociale latinoamericano. Ambientato nel villaggio di Ortiz durante gli ultimi anni della dittatura di Juan Vicente Gómez, a cavallo tra il finire degli anni ’20 e gli anni ’30 del secolo scorso, il romanzo racconta il progressivo spopolamento di una comunità rurale devastata dalla malaria, dalla miseria e dall’abbandono. Ma l’opera non è soltanto la rappresentazione di una tragedia umana: è soprattutto l’analisi [...]]]> di Nico Maccentelli

Miguel Otero Silva, Case Morte, Collana Infuocata, Argolibri, traduzione Geraldina Colotti, 2025 pg. 167, € 18,00

Pubblicato nel 1955, Case morte (Casas muertas) di Miguel Otero Silva costituisce uno dei più alti esempi del realismo sociale latinoamericano. Ambientato nel villaggio di Ortiz durante gli ultimi anni della dittatura di Juan Vicente Gómez, a cavallo tra il finire degli anni ’20 e gli anni ’30 del secolo scorso, il romanzo racconta il progressivo spopolamento di una comunità rurale devastata dalla malaria, dalla miseria e dall’abbandono. Ma l’opera non è soltanto la rappresentazione di una tragedia umana: è soprattutto l’analisi narrativa di una trasformazione dei rapporti di produzione che investe il Venezuela nel passaggio dall’economia agraria a quella petrolifera.
Case morte può essere letto come il romanzo della dissoluzione di una formazione economico-sociale e della nascita di un nuovo modello capitalistico dipendente dall’imperialismo internazionale.
Due note sull’autore: scrive Geraldina Colotti, la traduttrice del romanzo:

“Per tutta la vita, coi suoi romanzi corali e potenti, Otero ha raccontato la storia contemporanea del suo paese dall’angolo dei diseredati. E con i suoi articoli, anche satirici, ha messo in forma politica la critica del presente: dopo quello della dittatura di Marco Pérez Jimenez (1952-1958), quello delle democrazie della IV Repubblica, nate dal patto di Punto Fijo (l’accordo del 1958 fra i principali partiti – AD, COPEI e URD – per escludere dal governo i comunisti). Otero è stato, infatti, uno dei co-fondatori del principale giornale di sinistra, «El Nacional», di cui fu a lungo direttore, e un intellettuale di spicco nella società venezuelana, insignito del Premio Lenin per la Pace in Unione Sovietica, nel 1979.”

La decadenza del paesino di Ortiz, Otero Silva non la spiega in fattori naturali o morali, non esiste qui la fatalità ineluttabile. E i personaggi lo sanno. La malaria, l’ematuria che colpiscono gli abitanti e alcuni dei protagonisti della storia, il cimitero che fa da sfondo nei funerali come nei giochi dei ragazzi, così come la povertà e l’abbandono rappresentano soltanto la manifestazione visibile di una causa più profonda: il mutamento della società venezuelana in quesi luoghi di frontiera.

Decadenza, disfacimento del borgo, evocazioni d’un tempo che fu, tristezza, voglia di andarsene, non sono però accettate dai personaggi come l’inevitabile segno dei tempi, ma a modo loro mettono in relazione, istintivamente, senza tante speculazioni, la realtà che vivono a un potere che li ha abbandonati a ai quali sa dare solo controlloe repressione all’occorrenza.

Per questo, a un certo punto del romanzo vive una reazione vitale questo essere lontani dal mondo “che conta”, e viene individuata la causa: quel regime che nel tempo succederà ad altri regimi del fascismo (come si può definire una sopraffazione coloniale ultrasecolare se non così?) congenito nelle classi compradore latino americane. Questa spinta alla ribellione non si oggettiva in atti concreti, ma comunque fa da sfondo anche nel rapporto tra arretratezza e inibizione da una parte, ossia nelle strade sicure di un consenso remissivo a una religione cattolica che non ammette deviazioni dalle regole e dall’altra e di contro uno spirito di ricerca intellettuale e morale che al di là delle generazioni contiene in nuce i germi di una società a venire. Questo antagonismo però non mina la solidarietà e il sostegno degli abitanti tra loro. Nel romanzo non esiste cinismo, ma atteggiamenti e punti di diversi nella consapevolezza che il destino è comune e va affrontato insieme.
Il fattore che fa da collante è l’amore dei giovani che si incontrano e si conoscono e già questo è un messaggio di speranza persino in un contesto che si va disfacendo.

In definitiva in Case morte si possono leggere tutte le contraddizioni di un continente che vive ancora oggi la rottura con la sottomissione imposta “per natura” e volere altrui, che scorre nelle sue “vene aperte” e che mantiene aperta l’utopia di una liberazione che a volte è a portata di mano e in altri momenti sfuma come sabbia tra le dita. Un romanzo che porta Otero Silva a essere un dei maggiori interpreti della sua gente.

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Il poeta che cantò la gravitazione universale e la caduta (degli angeli e degli uomini) https://www.carmillaonline.com/2026/07/22/il-poeta-dalla-brutta-voce-che-canto-la-gravitazione-universale-e-la-caduta-degli-angeli-e-degli-uomini/ Wed, 22 Jul 2026 20:00:11 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95113 di Sandro Moiso

Christophe Lebold, Leonard Cohen. L’uomo che ha visto cadere gli angeli, Edizioni minimum fax, Roma 2025, pp. 618 (di cui 32 di immagini e fotografie), 26 euro

Definire monumentale l’opera dedicata da Christophe Lebold a Leonard Cohen, di cui è stato ammiratore e amico, è ancora poco. Non tanto per le dimensioni del volume e per il numero delle pagine ma, soprattutto, per la cura e l’attenzione che l’autore dedica ad una delle figure più complesse della musica e della poesia, se non della letteratura, degli ultimi sessant’anni.

Inseguendo, infatti, l’artista canadese tra i suoi romanzi, [...]]]> di Sandro Moiso

Christophe Lebold, Leonard Cohen. L’uomo che ha visto cadere gli angeli, Edizioni minimum fax, Roma 2025, pp. 618 (di cui 32 di immagini e fotografie), 26 euro

Definire monumentale l’opera dedicata da Christophe Lebold a Leonard Cohen, di cui è stato ammiratore e amico, è ancora poco. Non tanto per le dimensioni del volume e per il numero delle pagine ma, soprattutto, per la cura e l’attenzione che l’autore dedica ad una delle figure più complesse della musica e della poesia, se non della letteratura, degli ultimi sessant’anni.

Inseguendo, infatti, l’artista canadese tra i suoi romanzi, nella sua poesia, nei testi delle sue canzoni, e dopo aver ascoltato il suo incessante dialogo con la religione ebraica, il Buddhismo e la filosofia zen oppure con le stanze d’albergo e nei luoghi della sua vita errante, con estrema attenzione Lebold, che è professore associato all’Università di Strasburgo dove insegna letteratura, storia dello spettacolo e storia della musica rock, ha saputo, attraverso un’imponente mole di materiale, dare vita non solo ad una biografia appassionata, ma anche a un saggio critico estremamente erudito.

In una ricostruzione in cui filosofia, religiosità e letteratura si fondono attraverso le canzoni dello stesso, a giudizio di chi qui scrive, soprattutto nei primi nove album in studio registrati in un periodo di tempo che va dal 1967 (Songs of Leonard Cohen) al 1992 (The Future), anche se la sua carriera artistica, di cui Lebold tiene perfettamente conto, sarebbe proseguita con altre numerose incisioni dal vivo e altri sei album tra il 2001 e il 2019. Considerato l’ultimo uscito postumo, tre anni dopo la sua morte, proprio in quell’anno: Thanks for the Dance.

Cohen, che nell’ultima parte della sua vita aveva contribuito, collaborando con lo studioso francese, alla stesura finale di questa biografia, era nato a Montreal nel 1934 in una famiglia di ebrei ortodossi immigrata in Canada, il cui cognome sembrava già anticipare il suo stesso destino, visto che gli israeliti che portano il cognome Cohen, si ritengono discendente in linea diretta maschile da Aronne, fratello di Mosè.

E’ però inevitabile, giunti a questo punto, accennare a ciò che avvicina e allontana il cantautore canadese dall’altro grande innovatore della musica folk statunitense, anche lui di origine ebraica e figlio di madre nata, come quella di Leonard in una famiglia lituana di origine: Robert Allen Zimmerman, meglio noto come Bob Dylan.

A partire dal nome pienamente accettato anche sulla scena dal primo, Leonard Norman Eliezer Cohen, e dal cambiamento della propria immagine pubblica attraverso l’assunzione del nome Bob Dylan del secondo nato, sette anni dopo il canadese, a Duluth nel Minnesota, ma arrivato nella Grande Mela, quando le cose per la musica folk americana iniziavano a cambiare, nel 1961, intorno ai vent’anni, e dove Cohen giunse, attirato proprio da quella nouvelle vague di poeti armati di chitarre che si riunivano in luoghi e locali del Greenwich Village, qualche anno più tardi, nel 1966, a trentadue anni.

Prima di giungere a New York, Cohen aveva già pubblicato poesie, sia in raccolte a stampa che su disco, sotto forma di reading, in Canada fin dal 1957; cosa che aveva contribuito a farlo definire da una parte della critica come «il migliore giovane poeta contemporaneo del Canada anglofono»1. Arrivò, insomma, già con l’allure dell’intellettuale e del poeta che, a differenza di Dylan, non aveva bisogno di abbeverarsi alle fonti della musica tradizionale, del blues e del rock’n’roll per giungere a dar forma al suo personale discorso/percorso artistico.

Così, mentre Bob dopo l’incontro con Woody Guthrie, Pete Seeger, Dave Van Ronk e Joan Baez inizierà a stravolgere la musica folk tradizionale, giungendo poi ad elettrificarla proprio nell’anno in cui Leonard giungeva a New York, il secondo avrebbe trovato nelle vie della metropoli quegli angeli caduti e quegli amori delusi e infranti che avrebbero poi sempre abitato la maggior parte dei suoi testi, in versi e in prosa, e delle sue canzoni. Arrivando così a unire la sua poesia con il suono di una società in movimento, verso il futuro ma con solide radici nel passato.

A caratterizzare le canzoni di Cohen, però non sarà l’invenzione musicale, anzi si può dire che il suono di quegli anni, ma anche dei decenni successivi, sarà sempre molto stringato e semplice, con qualche scarso riferimento alla musica country o a un folk più “internazionale” che esclusivamente statunitense (come invece fu sempre quello di Dylan) e certo, agli inizi, non la sua voce che, come ci racconta Lebold, fu considerata brutta e inadatta a cantare. Saranno invece i temi trattati e in particolare quello della caduta a colpire pubblico e critica:

L’arte di Leonard Cohen scaturisce da un’acutezza visiva estremamente specifica: vede gli uomini cadere. E insieme a loro le donne, i santi e gli angeli. Ci troviamo quindi davanti a una fascinazione per i corpi che cadono e a una carriera dedicata a un’esplorazione metodica, pressoché sensuale, delle leggi di gravita. Il suo oggetto: come e perché cadiamo, da quali altezze, seguendo quali traiettorie. Il suo obiettivo dichiarato: affermare con il necessario rigore la bellezza insondabile dei corpi che cadono e spiegare perché gli uomini cadono, incessantemente.
Dapprima nelle vesti di poeta e romanziere e poi in quelle di troubadour internazionale, Cohen ha osservato ovunque – a Montreal, sull’isola greca di Idra, negli alberghi di New York e nei vigneti del Luberon– le infinite variazioni della gravità all’opera: tragici tracolli da una parte, salti negli abissi interiori dall’altra, e dappertutto comici scivoloni sulle bucce di banana della vita2.

E’ chiaro che la caduta ha a che fare innanzitutto con la perdita della grazia o dello stato di grazia, un tema che riavvicina, o meglio rivela la vicinanza dei suoi testi al tema biblico della salvezza, di cui però non può esservi certezza. Una visione biblica, legata all’Antico Testamento e ai dubbi della riflessione rabbinica sulla Torah che farà sì che Leonard Cohen, nonostante sia diventato in seguito monaco zen, dopo anni di studio e isolato raccoglimento, non si allontani mai dal suo intimo essere “ebreo”.

Altra cosa che lo differenzia da Dylan, che pur nel suo percorso si avvicinerà a tratti e si allontanerà in altri periodi a quella stessa radice religiosa, sarà data dal fatto che l’attenzione del secondo per le scritture sembra derivare più dalle “storie” in esse narrate che dal vero e proprio contenuto “sacro”3. Differenza certificata anche dalle dichiarazioni dello stesso Zimmerman/Dylan che, nel 1984, in occasione di una domanda riguardante la sua appartenenza ai “cristiani rinati” o se fosse affiliato a qualche chiesa o sinagoga,avrebbe risposto a Kurt Loder di «Rolling Stone»: «No davvero. Uh, forse la “Chiesa della Mente Avvelenata”».

Mentre in un’intervista rilasciata a David Gates per «Newsweek» del 6 ottobre 1997, avrebbe aggiunto: «Ecco come stanno le cose tra me e la religione. Questa è la pura verità: trovo la religiosità e la filosofia nella musica. Non la trovo da nessuna altra parte. Canzoni come Let Me Rest on a Peaceful Mountain o I Saw the Light — questa è la mia religione. Non aderisco a nessun rabbino, prete, evangelista, ecc… Ho imparato di più da queste canzoni che da qualsiasi altro tipo di entità. Le canzoni sono il mio lessico. Io credo nelle canzoni».
Non altrettanto avrebbe potuto invece dire il cantautore canadese che, sempre secondo il suo biografo francese:

Armato della forza visionaria che permette di vedere il mondo esattamente per quello che è, ha affilato i suoi strumenti lungo il cammino: una voce talmente profonda da bruciare l’ascoltatore, uno stile di scrittura nitido e sempre più letale e la sua miscela unica di angoscia, misticismo ebraico e interesse per il cristianesimo e il buddismo. […] Il risultato, com’era prevedibile, e di un’intensità feroce: canzoni che ci confortano a ritmo di valzer ma sono anche armi spirituali che puntano al cuore e non mancano mai il bersaglio. Che cosa dicono? Quello che sappiamo già: l’irriducibile gravità dell’esistenza. Che moriamo. Che il nostro cuore cuoce e sfrigola come uno shish kebab nel petto. Che l’apocalisse è iniziata e il Diluvio e già avvenuto. Che Dio ci ha convocati per giocare a nascondino e chiaramente ha intenzione di vincere. Che uomini e donne sono per sempre attratti gli uni dagli altri ma che il loro abbraccio è un fuoco che si lascia alle spalle soltanto cenere. In poche parole: che siamo pericolosamente sospesi tra la gravità e la grazia. Il nostro destino è precipitare dall’alto. Il nostro santo patrono: Icaro. Il vangelo secondo Leonard (( C. Lebold, op. cit., p.12. )).

Le canzoni, e più in generale tutte le opere di Cohen, sono sicuramente ammantate di misticismo, ma di un misticismo che non abbandona mai la materialità della vita e della legge della gravitazione universale che, a sua volta, mai l’abbandona.

Già da giovane Leonard aveva avvertito la stretta della gravità e scoprì ben presto di avere un grande talento per la caduta. Innanzitutto il talento per innamorarsi, cosa che fece senza sosta. A volte per una notte, altre per un decennio, spesso di sante. Di Santa Kateri Tekakwitha, una vergine irochese del diciassettesimo secolo. Di Santa Suzanne, per la quale scrisse una celebre ode. Di Santa Nico di Colonia, di cui sopportò il gelo4. Di Giovanna d’Arco, che venne arsa sul rogo. E di migliaia di altre5.

Ma la forza di gravità per Cohen non riguardò mai soltanto il contenuto delle sue opere ma, come ci racconta ancora Lebold, il suo stesso essere fisico, il suo corpo, e la sua mente.

Durante l’adolescenza, Cohen cominciò anche a cadere negli abissi, con le crisi depressive che lo iniziarono agli aspetti più oscuri della vita e poi gli garantirono la reputazione di grande poeta della tragedia personale. Qualche volta, inoltre, cadeva a terra, semplicemente. Nel documentario di Tony Palmer Bird on a Wire lo si vede steso sul palco della Jahrhunderthalle di Francoforte, il 6 aprile del 1972, rannicchiato tra le braccia degli spettatori in prima fila. Era l’ultimo giorno della Pasqua ebraica, in cui gli ebrei di tutto il mondo celebrano la divisione delle acque del Mar Rosso, una separazione che per lui, evidentemente, non era avvenuta. Il giorno dopo commentò con una frase eloquente: «Sono un disgraziato». In altri termini, «sono caduto in disgrazia». Un’altra caduta, che ha scatenato il panico tra il pubblico, è avvenuta quasi quarant’anni dopo durante un concerto a Valencia, in Spagna, il 18 settembre del 2009, tre giorni prima del suo settantacinquesimo compleanno. Il filmato è penoso a vedersi: pochi minuti dopo l’inizio dello show, Leonard Cohen è crollato a terra. Prima in ginocchio, poi di faccia, sconfitto dalla gravità. Sette anni più tardi morirà pacificamente nel sonno, per i postumi di una caduta nel suo appartamento, il suo ultimo assaggio della gravità6.

Una vita fatta di tentativi di ascesa verso la grazia, sempre irraggiungibile, e di cadute, sempre a portata di mano o di “tentazione”, tipica di quelle dei santi e dei profeti. Così Leonard Cohen, come Giacobbe, ha combattuto con gli angeli, come Davide, ha cantato salmi e sedotto le donne e, come Abramo, si è spostato di luogo in luogo, restando ovunque uno straniero. Ma anche una vita fatta di colpe e di errori, di illusioni e innamoramenti, come quella di tutti gli esseri umani e che ci avvicina, attraverso le intense pagine di Lebold all’essenza di un autentico poeta. E alla sua più intima e fondamentale pietà e misericordia.


  1. Come riportato in I. B. Nadel, Una vita di Leonard Cohen, Firenze, Giunti, 2011.  

  2. C. Lebold, Leonard Cohen. L’uomo che ha visto cadere gli angeli, Edizioni minimum fax, Roma 2025, pp. 11-12.  

  3. Si veda in proposito R. Giovannoli, La Bibbia di Bob Dylan. Volume I. Dalle canzoni di protesta alla vigilia della conversione (1961-1978), Editrice Ancora, Milano 2017; Volume II. Il “periodo cristiano” e la crisi spirituale (1978-1988), Ancora, Milano 2018 e Volume III. Un nuovo inizio e la maturità (1988-2012), Ancora, Milano 2018. Sulla Bibbia come grande raccolta universale di “storie” si veda invece: R. Calasso, Il libro di tutti i libri, Adelphi Edizioni, Milano 2019.  

  4. Si accenna in questo caso alla complessa e tormentata storia d’amore di Leonard Cohen con Christa Päffgen alias Nico (1938-1988) modella, attrice e chanteuse, scoperta prima da Federico Fellini per il film La dolce vita e poi da Andy Warhol che la fece cantare nel primo album dei Velvet Underground (1966), e in seguito erratica interprete di drammatiche e visionarie canzoni spesso sospese tra cabaret tedesco dell’epoca precedente il nazismo e la musica sperimentale ed elettronica. Personaggio oscuro e complesso, con una vita segnata dall’uso di droghe e amata da Lou Reed, John Cale, Jim Morrison e Alain Delon (dal quale ebbe un figlio mai riconosciuto), tra gli altri.  

  5. C. Lebold, op. cit., pp. 12-13.  

  6. Ivi, p. 13.  

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E man int la zità, cittadinanza e lavoro a Bologna https://www.carmillaonline.com/2026/07/21/e-man-int-la-zita-cittadinanza-e-lavoro-a-bologna/ Tue, 21 Jul 2026 21:55:43 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=96054 In memoria di Abderrahim Fakir, cittadino del Pilastro: prima o poi la militarizzazione di un quartiere doveva portare al morto…

di Nico Maccentelli

Se guardiamo a Bologna sul piano delle abitazioni a partire dai quartieri popolari, la differenza con il passato è stridente: fino a qualche decennio fa l’edilizia a partire da quella popolare era funzionale ai cittadini, intere famiglie avevano il pieno diritto di abitare in quartieri nelle proprie case e il gli alloggi pubblici rispondevano a questa esigenza primaria. Pur con tutte le contraddizioni sociali ben presenti, questo era un aspetto che non veniva minimamente messo in discussione dalle giunte [...]]]> In memoria di Abderrahim Fakir, cittadino del Pilastro: prima o poi la militarizzazione di un quartiere doveva portare al morto…

di Nico Maccentelli

Se guardiamo a Bologna sul piano delle abitazioni a partire dai quartieri popolari, la differenza con il passato è stridente: fino a qualche decennio fa l’edilizia a partire da quella popolare era funzionale ai cittadini, intere famiglie avevano il pieno diritto di abitare in quartieri nelle proprie case e il gli alloggi pubblici rispondevano a questa esigenza primaria. Pur con tutte le contraddizioni sociali ben presenti, questo era un aspetto che non veniva minimamente messo in discussione dalle giunte di sinistra.

Poi si è arrivati all’avvento del neoliberismo, gli anni Ottanta che hanno fatto da spartiacque. Da quel momento in poi, la città viene vista dai grandi appetiti del capitale come occasione di business, come opportunità di mettere a profitto il territorio. Le giunte hanno iniziato un vero patto implicito con questi comitati d’affari che volevano creare rendita da nuove strutture e da modifiche sostanziali dell’urbanistica per creare servizi e attività private che generassero profitto o che attirassero capitali da queste nuove configurazioni della città metropolitana. I bisogni sociali e la vivibilità della cittadinanza nei quartieri popolari in primis passava in secondo piano se non addirittura calpestata.

Questa seconda fase coincide con il passaggio al PD, non una forza di sinistra, al di là di certa demagogia sui diritti civili usata per abbindolare il suo popolo nella falsa coscienza (per dirla alla Marx), ma un vero e proprio regolatore dei comitati d’affari, dei potentati che nella città hanno capacità d’investimento e di attrazione degli investimenti.
Mostruosità (vere e proprie “macchine celibi”, ossia che non generano plusvalenze ma spese) come Eataly, e le opere che stiamo vedendo oggi, spesso inutili e demenziali come il People Mover che collega l’aeroporto alla stazione e che si blocca con due fiocchi di neve, dai palazzoni che tolgono luce e vista agli abitanti, ai vari centri commerciali e direzionali, parcheggi, viabilità e quant’altro, sono tutte operazioni in quota a questi gruppi voraci che di fatto mettono in scena una riedizione dell’eloquente quanto lungimirante film di Rosi “Le mani sulla città”.

Il risultato è la distruzione progressiva in sempre più zone cittadine dell’economia di vicinato (o di prossimità), l’aumento dei prezzi delle abitazioni al mq che rende insostenibile la permanenza dei ceti meno abbienti (ma non pensiamo al solo proletariato, anche la classe media) nella città a partire dal centro, e per ultimo, ma non certo meno importante la distruzione di suolo pubblico a partire dal verde esistente, a favore di una cementificazione dissennata e demenziale che assolve solo ai desiderata della rendita speculativa.

Le ultime due junte, Merola e Lepore, sono state l’apoteosi di queste operazioni spacciate per “rigenerazione urbana”, conferendo protagonismo a enti privati come la Fondazione Innovazione Urbana. Laddove occorrono servizi, salari ai lavoratori, si preferisce spendere quattrini per alimentare queste macchine della fuffa. Della Fondazione Innovazione Urbana tratterò in seguito. Desidero invece andare più a fondo sulla questione, arrivando al significato del titolo che ho dato a questo mio pezzo.

1. Nel momento in cui dagli anno ’80 circa, i grandi gruppi del capitalismo hanno deciso su scala mondiale di delocalizzare cicli di produzione verso le aree del sud del pianeta (molto eloquente il saggio Babylon By Bus del mai sufficientemente compianto Roberto Sassi:1, su tale argomento), la finanziarizzazione insieme alla terziarizzazione e privatizzazione dello stato sociale, di interi suoi comparti, sono state la tendenza portante del neoliberismo voluta da circoli di potere capitalistico come la Trilaterale, il Bildelberg e via dicendo.
Questa tendenza è stata sussunta anche dalla sinistra di appartenenza o provenienza socialdemocratica, laburista, liberal-democratica, che ha sposato questo modello applicandolo sia livello nazionale che locale (era Blair l’incipit).

Il passaggio dal PCI al PD, significa sul piano economico e dei rapporti di classe interni, un cambio di paradigma definitivo, dopo aver accettato con Berlinguer l’ombrello NATO e la fine della Rivoluzione d’Ottobre come motore propulsivo (parole sue).
Il terreno favorevole è stato l’aver adeguato il suo fiore all’occhiello, ossia il modello emiliano romagnolo che fino agli anni ’60 aveva messo al centro il lavoro condiviso, il cooperativismo di una volta, la messa al centro nei servizi e nel territorio delle esigenze sociali, la socialità dai forti valori (le case del popolo, ecc.), i servizi pubblici calmierati (vedi il costo se non la gratuità dei trasporti ATC a Bologna), in un terminale di filiera per la ristrutturazione capitalistica con conseguente scomposizione di classe: tradotto i soldoni il modello del decentramento produttivo ad alta riconversione di ciclo si sposava con le piccole imprese a conduzione familiare o di padroncini venuti su a pane e tornio.

Con l’avvento del neoliberalismo importato dai Chicago Boys di Milton Friedman, il TINA (there is not alternative) della Tatcher, si ha il passaggio dalla fase in cui la città era un luogo dove il lavoro aveva una sua soglia salariale tutelata dalla produttività con le sue aree artigianali a un terziario che presupponeva un lavoro precario e sottopagato del quale beneficiavano tutti i soggetti imprenditoriali: sia quelli a banchetto che quelli sotto il tavolo delle piccole attività.

Nella grande messa a profitto della città, quindi il lavoro c’entra eccome, facendo di tutta la questione e i conflitti che ne seguono anche sul piano della tutela dell’ambiente e del verde una questione che riguarda strettamente o indirettamente il rapporto tra capitale e lavoro. Le junte di sinistra, senza eccezione da parte dell’unica di centro-destra ossia quella di Guazzaloca, hanno sposato gradualmente ma inesorabilmente questa logica.

Chi opera per questa grande messa a profitto, per le privatizzazioni dei servizi comunali è un incrocio di consorterie e interessi, che hanno sempre questi soggetti:
Comune di Bologna, in particolare la Giunta e gli assessorati competenti per urbanistica e casa.
Fondazione Innovazione Urbana (oggi Fondazione IU Rusconi Ghigi), descritta come il principale soggetto di elaborazione e gestione dei processi partecipativi.
Università di Bologna, soprattutto attraverso docenti e consulenti coinvolti nella pianificazione urbana.
Azienda Casa Emilia-Romagna (ACER Bologna), per il ruolo nella gestione dell’edilizia residenziale pubblica.
Cooperative edilizie e di costruzione, in particolare quelle aderenti al sistema cooperativo emiliano (ad esempio il mondo Legacoop), considerate interlocutori privilegiati delle politiche di rigenerazione urbana.
Grandi operatori immobiliari e fondi di investimento, fondazioni bancarie, consorzi vari, società di progettazione e consulenza urbanistica, cioè studi professionali e progettisti che partecipano ai grandi interventi, gruppi assicurativi e finanziari che sappiamo bene quali sono e che operano oltre che nelle assicurazioni che surrogano la sanità pubblica e negli investimenti finanziari, sono attivi nella gestione immobiliare e nei fondi immobiliari con patrimoni consistenti, nelle partecipazioni bancarie, nelle joint venture, praticamente tutto. E non è che il maggiore partito della città non c’entri: ne è il garante e l’esecutore attraverso le PA2.

Questo intreccio di interessi ha ovvamente il sistema delle porte girevoli, in cui PD e centrosinistra sono bene inseriti. Sul piano edilizio, la vocazione a una resienza popolare si è persa con qualche contentinodi facciata. In realtà nulla si salva per favorire i fondi immobiliari e gli investitori nella realizzazione di una città gentrificata, tra uffici di pregio e studentati di lusso, residenze di fascia medio-alta ed edificazione di centri direzionali e commerciali. Tutto ciò, lo vedremo, determina espulsione sociale, forti differenze di classe e la formazione di una base lavorativa precaria che nelle condizioni mutate nella città e priva di garanzie che davano un minomo di protezione sociale nel epriodo del secondo dopoguerra, oggi è lasciata al libero arbitrio del mercato. La città diviene fonte primaria di profitto e di formazione di una forza-lavoro flessibile e ricattabile.

Prendo due paragrafi dall’articolo apparso su Antìgene (https://antigene.info/grand-hotel-bologna/) dal titolo Grand Hotel Bologna:

«Dall’accoglienza al rendimento: cosa sta diventando l’ospitalità
Hotel, studentati, residence, co-living e strutture ibride non sono mondi separati ma funzionano come parti dello stesso sistema. Mentre la distinzione tra turismo, studio e residenza sfuma. Un hotel oggi non è solo un luogo dove dormire: è un flusso economico da ottimizzare. Uno studentato non è solo un servizio per studenti: è un investimento con rendita stabile. Un co-living non è solo una forma abitativa: è un modo per monetizzare spazio e permanenza. La logica di fondo è semplice rendere ogni metro quadro sempre produttivo.

Rigenerazione urbana come porta d’ingresso dei capitali
Una delle dinamiche più visibili passa dalle aree ex industriali e militari. Spazi che per decenni hanno avuto una funzione vengono riconvertiti e reinseriti nel mercato urbano con nuove destinazioni. In questo passaggio la “rigenerazione urbana” non è solo un intervento fisico sulla città. Diventa anche una modalità di ingresso per capitali finanziari, che trovano in questi progetti un equilibrio tra rischio contenuto e alto rendimento atteso.»

Scontri al parco Don Bosco sulla vertenza delle scuole Besta: i manifestanti sono stati caricati persino sugli alberi mettendo a rischio la loro vita, ma di questo chi ha chiamato la polizia se ne fotte…

Ovviamente lo stesso schema d’investimento lo si può applicare anche per altri asset urbanistici e del terziario.

Un altro ambito, ma non disgiunto da questa grande mangiatoia è l’asse che va dall’hub aeroportuale del Marconi alle strutture ricettive gestite in massima parte da agenzie che fanno capo ai grandi player del settori come AirB&B e catene della ristorazione che hanno fatto del centro urbano una mortadella city.

Cementificazione e gentrificazione, così come la turistificazione non hanno bisogno di abitanti ma di forza lavoro disposta a tutto e sottopagata, meglio se desindacalizzata.

E qui passiamo al secondo punto. È un aspetto che si considera poco, ma se non si capisce un antico adagio, anzi … veloce del capitale, non si comprende la meccanica di tutta questa grande messa a profitto, ossia dell’unico vero progetto di spartizione della città nella sua espropriazione sistematica.

2. Per meglio comprendere la raiettoria che oggi più di ieri stanno prendendo poli metropolitani come Milano e Bologna, occorre andare indietro di secoli: nell’Europa pre industriale. Marx la descrive bene nel Primo libro de Il Capitale, parte VIII: Die sogenannte ursprüngliche Akkumulation.
Mi riferisco all’accumulazione originaria. Cosa accadeva nelle campagne inglesi, con un contado che coltivava la terra da secoli, in comune o in piccoli fondi di proprietà, garantendo sostentamento alle famiglie?
Già dal XIII-XV secolo: esistevano già casi isolati di recinzione delle terre comuni, ma erano ancora limitati.
Alla fine del XV secolo (circa 1470-1500): è qui che Marx colloca l’inizio del fenomeno su larga scala: i grandi proprietari terrieri iniziano a espellere i contadini per trasformare i campi coltivati in pascoli destinati all’allevamento delle pecore. La causa principale è l’enorme aumento della domanda europea di lana.

Ed è precisamente così che questa massa di contadini si riversa nelle città come Manchester e la stessa Londra, andando a formare quella forza-lavoro necessaria a far funzionare la manifattura a vapore (molti opifici della lana), l’inizio dell’era industriale e la formazione della classe operaia. Marx cita ironicamente una frase attribuita a Thomas More nell’Utopia: «Le pecore divorano gli uomini.»
Per Marx, l’accumulazione originaria è il processo storico che rese possibile il capitalismo:

• espropriazione dei contadini dalle terre comuni in Inghilterra;
• privatizzazione delle risorse collettive;
• colonialismo e schiavismo;
• formazione di una massa di lavoratori privi di mezzi di produzione e costretti a vendere la propria forza-lavoro.

Marx la descrive soprattutto come una fase storica preliminare alla piena affermazione del capitalismo.

Tutto questo è per sostanziare meglio cosa fu l’accumulazione originaria nell’analisi di Marx: ossia un processo storico di espropriazione violenta che separò i produttori dai loro mezzi di sussistenza- Infatti per secoli i contadini inglesi avevano accesso a:
• campi comuni (commons);
• boschi;
• pascoli;
• terreni demaniali.

Pensate che la questione sia cambiata da allora? A riattualizzarla ci ha pensato David Harvey3.
Harvey infatti sostiene che quando il capitalismo entra in crisi di sovraccumulazione (troppi capitali in cerca di profitto), tende a rilanciare l’accumulazione attraverso nuove forme di espropriazione:
• privatizzazione dei servizi pubblici;
• vendita di beni comuni;
• speculazione immobiliare;
• indebitamento forzato;
• appropriazione di risorse naturali;
• sfruttamento finanziario;
• brevetti su conoscenze e risorse genetiche.

Non vi ricorda qualcosa?
Ci sono tutti gli ingredienti della mangiatoia bolognese.

Nell’ottimo intervento del rappresentante sindacale di base di USB Federico Orlandini (che avrei voluto registrare…) all’iniziativa del 4 luglio a Bologna “Città pubblica, città merce”, il sindacalista ci parla di una Bologna nei quartieri come la Bolognina, il Navile, il Pilastro dove l’edilizia popolare e i servizi erano a su misura dei suoi abitanti, intere famiglie proletarie abitavano per generazioni alloggi pubblici a prezzi calmierati. Oggi invece i processi di gentrificazione e cementificazione non divorano solo il suolo pubblico e il verde in funzione dei progetti di messa a profitto, rendendo ai limiti dell’abitabilità e della socialità tali luoghi, ma di fatto inducono a un’espulsione sistematica dei suoi abitanti verso l’hinterland.

Che cos’è questo processo se non un enclosure, un’accumulazione per esproprio, o spoliazione, trasformando beni comuni, i commons – ossia quei beni comuni che sono il prodotto del welfare del secondo dopoguerra, patrimonio immobiliare gestito da enti pubblici, beni demaniali, ma anche quelle parti del territorio che esistono come patrimonio del verde non ancora aggredito dalla speculazione – in merce da ridefinire al miglior acquirente?
ACER per esempio è sì pubblica, ma attorno a lei interagiscono numerosi soggetti: cooperative di costruzione, imprese di edili, ordini professionali, istituti di credito che finanziano gli interventi, associazioni di categoria, oltre che la Regione Emilia-Romagna e il Comune di Bologna che hanno potere di indirizzo nei progetti secondo le logiche già trattate.

La manovra contro le fasce meno abbienti è concentrica, quasi un piano preordinato:
· forte aumento dei canoni di affitto;
· progressiva espulsione delle famiglie popolari dal centro;
· crescita della rendita immobiliare;
· insufficienza degli alloggi ERP;
· aumento degli sfratti per morosità;
· patrimonio pubblico inutilizzato.

Quest’ultimo, se non utilizzato diviene oggetto di speculazioni immobiliari. La politica abitativa è improntata al profitto e a un trasferimento dei soggetti più deboli fuori dalle zone appetibili o programmate per le speculazioni, e di sostituzione con ceti sociali che possono spendere parecchio per un alloggio: abitazioni, conglomerati e studentati di lusso, una media borghesia fatta di professionisti e tecnici che sono funzionali anche a progetti come il Polo tecnologico. Si preferisce costruire ex novo invece di ristrutturare il patrimonio immobiliare pubblico o privato esistente. E determina in un circolo dissennato il consumo di suolo e di verde. La percentuale di abitanti in rapporto agli alberi è tra le più basse del paese a Bologna: 1 su 22.

Ma detto questo, va ribaltata la litania dei “progressisti” che ci dice che l’aumento dei prezzi degli alloggi spinge settori sociali a migrare fuori città: in apparenza è così, come se però questo sia un fenomeno incontrollato. In realtà è esattamente il contrario, la necessità di peggiorare i rapporti tra capitale e lavoro (dal punto vista proletario) è tutta dentro la politica ben pianificata degli organismi di potere in capo al neoliberismo di cui sopra: i bassi salari e la precarietà dentro i progetti delle consorterie che governano il sistema Bologna necessitano di prendere due piccioni con una fava: mettere a profitto il territorio e nel contempo formare un proletariato flessibile e ricattabile che sopravviva ai limiti dell’indigenza, con l’esercito lavorativo di riserva che ne mantiene basse le condizioni contrattuali (se ci sono), di lavoro e salariali. Forse chi governa la città ha in mente il suo schemino “progressista” che lo legittina a devastare la città con opere infrastrutturali che rendono impossibile per anni la vita ai cittadini e usare le maniere forti poliziesche4 contro i comitati di quartiere vertenziali che si organizzano per protestare contro lo scempio sul patrimonio arboreo e la cementificazione. In realtà chi spinge per articolare la gentrificazione e la turistificazione della città sa bene che risultati ottenere: in pratica un mix di furbi e imbecilli.

Privatizzazioni ed esternalizzazioni sono organici a questa messa a profitto del territorio e dei servizi alla persona, in un piano organico che ha iniziato a funzionare come un orologio svizzero nel momento i cui il neoliberismo si è imposto in tutto il sistema capitalistico occidentale, con le regole UE, la schiforma del titolo V e il pareggio di bilancio, le politiche del debito, che già esse stesse rappresentano le enclosures del terzo millennio sulle popolazioni delle economie occidentali5.

Come si vede, il capitalismo, ossia chi ne gestisce la governance di sistema, a livello nazionale come locale, ha il potere di procedere per espropriazione, alienazione di diritti e beni comuni o privati acquisiti, privatizzazione (ho toccato solo alcuni punti di questo argomento). Per cui una forza che si intenda realmente di opposizione e di rappresentanza delle classi popolari salariate e precarie deve combattere con la lotta questo sistema: non ci sono scorciatoie o compromessi su questo terreno: o noi o loro. E loro hanno il potere di gestire la città, hanno dalla loro i media per criminalizzare ogni dissenso organizzato, hanno le forze dell’ordine con leggi sempre più penalizzanti il diritto di protesta e di mobilitazione.

E il succo della questione è il profitto, non altro, in cui rientra una forza-lavoro che proviene da devastazioni contrattuali e di legge fatte dalla destra come dalla sinistra negli ultimi decenni, e che viene riplasmata proprio con le politiche urbanistiche che regolano gli esodi e i flussi esattamente come seicento anni fa in Inghilterra. Cambiano le tecnologie e le modalità di realizzazione dei profitti, ma non cambia la logica di dominio sulle masse lavoratrici che alla bisogna vengono scomposte in piccole unità produttive (anni ’70), dequalificate e privatizzate in servizi sempre più inefficaci (che presuppongono ulteriori privatizzazioni), dati in pasto a manager di cooperative che di quelle d’un tempo non hanno più nemmeno l’odore, o peggio dati a polisportive e a un certo associazionismo compiacente, risparmiando con il terzo settore.

Questo sistema ha solo bisogno di far credere che tutto ciò venga deciso democraticamente, ma in realtà frutto di politiche decise dall’alto, da un comitato d’affari in quota ai decisori ed eletto in Comune con la storiella della “città più a sinistra d’Italia” e che questo gli dia il diritto di fare tutto ciò che vuole. E se la cosa è troppo puzzolente fare finta, come nel giochino della “riforma dei quartieri”, che siano i cittadini ad approvare ciò che è stato già deciso prima, nei vari consigli di amministrazione, nelle camere di compensazione dei vari interessi in gioco.

Oltre al sindacalismo conflittuale con l’organizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori nelle lotte, è fondamentale trasformare la resistenza popolare delle vertenze sul territorio in contesa degli spazi aggrediti e di assalto popolare a quelli non ancora oggetto di speculazione lasciati al deterioramento. Il territorio è dei cittadini e non di chi vuole mettere le mani sulla città e la sola forma di “cittadinanza attiva” si basa sulla presenza organizzata a partire dai punti di frizione con il potere della speculazione e dei loro agenti della junta.

Questo la controparte lo sa molto bene e a fianco degli interventi polizieschi c’è la criminalizzazione secondo la vecchia logica che non cambia sin dai tempi dei Settanta e del PCI6.

Ma è sempre più chiaro che si tratta di un “re nudo” che si immerda da solo a causa dei disagi che crea alla maggior parte della popolazione tra cemento, distruzione del verde, emarginazione sociale, sfruttamento nelle più diverse modalità. Ed è un giochino che va rotto portando alla mobilitazione più soggetti possibili, laddove si rende maturo e praticabile l’antagonismo. Non lasciamogli il campo libero, facciamogliela pagare con la lotta e l’organizzazione: è l’unico mezzo per incidere sui rapporti di forza e cambiare le cose.

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Per approfondire il contesto bolognese, alcuni articoli da Antìgene:

https://antigene.info/lurbanistica-come-ingegneria-della-rendita/

https://antigene.info/rigenerazione-urbana-o-sottrazione-di-beni-pubblici/

https://antigene.info/grand-hotel-bologna/

https://antigene.info/servizi-essenziali-vite-impossibili/

 

Note.

 


  1.   Roberto Sassi, Babylon By Bus – dalla “campagna mondiale allabidobìville mondiale” a cura di Paolo Brunetti e Nico Maccentelli, Ed. Andromeda, 2023  

  2. forse Acerbo segretario di Rifondazione Comunista dovrebbe pensarci bene prima di aderire al Campo Largo, considerando che le grandi compagnie assicurative stanno sostituendo una sanità pubblica portata volutamente allo sfascio anche dai burocrati in quota PD per favorire l’ingresso del privato nel sistema sanitario…  

  3. fondamentali le sue opere: The New Imperialism [Il nuovo imperialismo] e A Brief History of Neoliberalism [Breve storia del neoliberismo]  

  4. emblematiche le lotte delle Besta e Mubasta, ecco alcuni link: https://antigene.info/besta-scuola-e-spazi-pubblici-ieri-oggi-e-domani-atti-del-convegno/?utm_source=chatgpt.comhttps://antigene.info/comitato-parco-don-bosco/?utm_source=chatgpt.comhttps://antigene.info/comitato-mubasta/   

  5. a tal proposito, illuminante è il saggio di Francesco Raparelli Rivolta o barbarie, cap. 3 pag. 65, saggi. Ponte alle Grazie, Adriano Salani Editore, 2012  

  6. vedere l’art. su Il Carlino del 2 luglio scorso  

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Sottopagati, sporchi e puzzolenti: il lato cattivo della società https://www.carmillaonline.com/2026/07/21/sottopagati-sporchi-e-puzzolenti-il-lato-cattivo-della-societa/ Mon, 20 Jul 2026 22:01:46 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=96079 di Luca Cangianti

[Pochi giorni fa è uscito Culo al caldo (Effigi, pp. 448, € 18,00) di Adriano Benocci e Sandro Fracasso. Si tratta di una fenomenologia in forma di romanzo tragicomico dalle profonde implicazioni sociologiche e politiche. Di seguito si pubblica la postfazione.]

Arrivati fin qui è chiaro: i personaggi principali del romanzo di Adriano Benocci e Sandro Fracasso il culo al caldo non ce l’hanno proprio. Sono autisti, meccanici, operai edili, netturbini, tossicodipendenti, immigrati clandestini, ex carcerati, tutt’al più impiegate oggetto di desideri bavosi, piccoli lacchè tuttofare, coordinatori di cooperative sociali, lumpen-imprenditori di provincia. Ecco, forse questi ultimi se la [...]]]> di Luca Cangianti

[Pochi giorni fa è uscito Culo al caldo (Effigi, pp. 448, € 18,00) di Adriano Benocci e Sandro Fracasso. Si tratta di una fenomenologia in forma di romanzo tragicomico dalle profonde implicazioni sociologiche e politiche. Di seguito si pubblica la postfazione.]

Arrivati fin qui è chiaro: i personaggi principali del romanzo di Adriano Benocci e Sandro Fracasso il culo al caldo non ce l’hanno proprio. Sono autisti, meccanici, operai edili, netturbini, tossicodipendenti, immigrati clandestini, ex carcerati, tutt’al più impiegate oggetto di desideri bavosi, piccoli lacchè tuttofare, coordinatori di cooperative sociali, lumpen-imprenditori di provincia. Ecco, forse questi ultimi se la passano meglio, ma solo economicamente, per il resto l’umanità che emerge da queste pagine è proletariato in un contesto rurale e periferico, la Maremma. Non ha nulla a che fare con la composizione sociale fordista: quella della grande industria, della catena di montaggio, dei quartieri operai stretti intorno a fabbriche sbuffanti, delle tute blu, della fiera autopercezione di sé come gruppo portatore di interessi omogenei, dei muscolosi bicipiti da cliché e dello sguardo rivolto al sole dell’avvenire. Qui siamo in una terra desolata, dopo il grande reset sociale, iniziato negli anni Ottanta a colpi di ristrutturazioni tecnologiche, repressione del conflitto sociale e diffusione dell’eroina. È un proletariato fatto di individui «sottopagati, sporchi e puzzolenti», spogliati di ogni retorica: disprezzano il lavoro che svolgono, non sono politicamente impegnati, si rilassano consumando sostanze, hanno il «calendario con il pelo» affisso al muro, amano «macchine col tubo di scappamento grosso, e le donne con le cisterne fuori misura», esibiscono tatuaggi verdi sbiaditi, ruttano, non sono immuni da pulsioni razziste e intessono ghirlande di bestemmie: «diodeglinutili», «diosabotatore», «dioperbene», «diopluto», «diotraditore», «diostraniero», «dioimpostore», «diocapitalista», «diobagnato», «diogiudice». Nel romanzo Simone dice convinto: «non ho mai pregato né votato in vita mia e continuerò a non farlo», e si può immaginare che anche tutti gli altri facciano parte dei milioni che non partecipano più alle elezioni politiche; e che, se lo fanno, è solo per esprimere il proprio dolore con parole d’ordine rancorose, lontane da qualsiasi forma di coscienza di classe.
L’ambientazione periferica e l’estraneità dei personaggi al mondo cittadino non sono meri dettagli folclorici: «La città ti fotte, ti dice guarda in alto, i palazzi, i lampioni accesi, le vetrate a specchio»; «I tavolini dei bar di città sono minuscoli come le porzioni, sembrano bocconcini da aperitivo, a prenderne due a testa si finiscono prima i soldi della fame». Nell’ultimo decennio uno dei movimenti sociali più radicali in Europa è stato quello dei Gilets jaunes: nato per rivendicare la riduzione della tassazione “verde” dei carburanti, che penalizzava i ceti popolari rurali obbligati a utilizzare l’auto, si è scagliato contro le élite urbane privilegiate (i “quadrinai” di città, per usare il lessico del romanzo) incarnate dal presidente della repubblica francese; ha rivendicato migliori condizioni di vita e democrazia diretta; ha occupato la scena politica con manifestazioni settimanali, presidi e blocchi stradali per un anno intero mobilitando milioni di cittadini nonostante le migliaia di arresti e di feriti, tra cui decine di manifestanti che hanno perso occhi e mani. Quella di Culo al caldo non è un’identità geografica. È una scelta di campo sociale: «Meglio il bosco, devi guardare in basso per non inciampare tra i rovi e non ti fai fregare dagli arcobaleni.»

Oggi il carattere postfordista della produzione, la sua frammentazione etnica e geografica, l’architettura urbana, l’articolazione mondiale delle catene di valore, disincentivano una percezione del proprio sé adeguata alla posizione sociale ricoperta. Si può perfino ipotizzare che lo sviluppo capitalistico piuttosto che produrre una soggettività antagonista, la disarticoli strutturalmente.
Nel famoso Manifesto, Karl Marx e il suo amico Friedrich Engels esaltano – con qualche venatura etnocentrica – le capacità prometeiche della borghesia. Essa è stata capace di rivoluzionare modi di produzione antiquati, ha reso i fiumi navigabili, concentrato la popolazione nelle città, scatenato le forze della scienza e della tecnologia moltiplicando la produttività del lavoro. Nel compiere questa missione storica, tuttavia, la classe borghese avrebbe firmato la propria futura condanna a morte: «Il progresso dell’industria, del quale la borghesia – dicono i due pensatori tedeschi – è veicolo involontario e passivo, fa subentrare all’isolamento degli operai risultante dalla concorrenza, la loro unione rivoluzionaria, risultante dall’associazione. Con lo sviluppo della grande industria, dunque, vien tolto di sotto ai piedi della borghesia il terreno stesso sul quale essa produce e si appropria i prodotti. Essa produce anzitutto i suoi seppellitori. Il suo tramonto e la vittoria del proletariato sono del pari inevitabili.»1
L’esperienza delle rivoluzioni sconfitte, lo studio dell’antropologia e dei modi di produzione precapitalisti sopravvissuti, portarono Marx a un giudizio più articolato e prudente. Oggi è più facile capire che le conquiste produttive del capitalismo non sono propedeutiche a un mondo migliore in cui la tortura del lavoro sia ridotta ad attività residua, volontaria e autorealizzante. La distruzione dei valori comunitari delle forme precapitaliste di vita associata produce solo entropia e sfruttamento aggiuntivo. Così è lecito chiedersi se il contropotere messo in campo nei passati cicli di lotta novecenteschi fosse frutto dello sviluppo capitalistico oppure di una resistenza a questo stesso processo. Insomma: l’operaio massa dell’autunno caldo è figlio dell’omogeneizzazione fordista o dei modi di vita degli immigrati meridionali che non sopportavano il bioritmo industriale?
Molti sociologi hanno analizzato il processo di individualizzazione in corso: Ulrich Beck, Anthony Giddens, Zygmunt Bauman e, prima di loro, Georg Simmel. Esso consiste nel progressivo spostamento del peso delle scelte, delle responsabilità e della costruzione dell’identità, dall’ambito collettivo (famiglia, classe sociale, tradizione, religione) al singolo individuo: le norme sociali rigide perdono forza, le tradizioni sbiadiscono, le scelte biografiche (studio, lavoro, famiglia) percorrono iter meno standardizzati, aumenta lo spettro degli stili di vita, ma anche ed esponenzialmente l’incertezza, la solitudine, la perdita di senso e l’angoscia. Insomma le persone sono sempre meno inquadrate in ruoli già definiti e sempre più chiamate a costruire “autonomamente” il proprio futuro.
Tuttavia, dietro questo processo sociologico, apparentemente foriero di libertà, si nasconde un meccanismo ben più cogente. Infatti è il modo di produzione capitalistico che pone in essere il concetto di individuo come parallelo immaginario degli scambi tra liberi ed eguali possessori di merci. Ciò che non compare alla superficie è la trama di questi scambi, che è di natura vampirica. Una di queste merci è infatti incistata nel corpo stesso degli esseri umani: la forza lavoro. Essa è capace di produrre più ricchezza rispetto al valore con il quale è remunerata per riprodursi fisicamente e culturalmente. Tale ricchezza aggiuntiva viene espropriata invisibilmente dal capitale sotto forma di plusvalore.
Gli esseri umani venditori della propria forza lavoro tendono così a non vedere la mappa complessiva dei condotti idraulici dove scorre il sangue loro estratto e sono spinti a concepirsi come atomi, scatole vuote riempibili a piacere di valori liberamente scelti: identità politiche, religiose, sessuali, calcistiche, morali, alimentari, estetiche, nazionali, etniche e di consumo.
Questo, ovviamente, vale anche per chi li sfrutta, che in Culo al caldo si concede tutte le possibili sfumature di washing, dal green al pink. Come la signora Velluto dell’omonima azienda di autonoleggio: finanzia i Fridays for Future, si muove su un lussuoso plug-in hybrid e assume pose femministe, anche se la ditta usa gasolio di contrabbando e le assunzioni delle impiegate sono decise dal figlio Pierolo – quello che porta al collo un «crocifisso d’oro giallo da mezz’etto» e ha affibbiato a un’impiegata il soprannome di Vivianal «sfruttando una confidenza intima mentre erano strafatti».

I dibattiti sulle guerre culturali (identità di genere, diritti riproduttivi, wokismo e cancel culture, immigrazione/identità nazionale, cambiamento climatico), qualora non contestualizzati materialisticamente, rischiano di oscurare la trama profonda che soggiace alla realtà sociale contemporanea: gli oppressi (donne, omosessuali, transessuali, non binari, soggetti razzializzati, disabili, immigrati, poveri) possono aspirare solo al riconoscimento della loro sofferenza, in quanto vittime. In questo modo, sostiene Mimmo Cangiano, si ingenera «una lotta infinita fra tribù che, perso il comune riferimento al sistema economico, o si auto-accusano o riescono a compattarsi solo mediante l’utilizzo di strumenti normativi come il politically correct».2 Il risultato di questa deriva non casuale, conclude Fabio Ciabatti, da una parte provoca una «balcanizzazione del fronte dei subalterni» e dall’altra la prospettiva surreale di «Uno scontro in cui, contro il patriarcato grande russo, fantomatici soldati gay ucraini possono combattere fianco a fianco con i nazisti del battaglione Azov, attenti lettori della kantiana Per la pace perpetua».3
Se la classe lavoratrice – anche quella più malmessa che descrivono Benocci e Fracasso – è il luogo centrale di una possibile speranza di riscatto, non lo è in quanto identità presuntamente superiore alle altre o maggiormente vittimizzata, ma solo perché cuore della totalità vampirica del capitale, che sussume, funzionalizza e gerarchizza tutte le forme di oppressione, comprese quelle che esistevano prima della sua comparsa: patriarcali, coloniali, razziali, abiliste e religiose. La classe lavoratrice, per la sua peculiare posizione nella sfera produttiva, non è una edenica comunità originaria cui i vari soggetti oppressi devono genuflettersi, come potrebbero affermare dei reazionari verniciati di rosso. Tale classe è un terreno in cui le varie forme di oppressione culturale e di violenza epistemica si intersecano materialisticamente con la dimensione dello sfruttamento. È questo che la rende inaggirabile per chi aspiri a una vita collettiva migliore.
Pensavamo che Benocci e Fracasso ci parlassero solo della Maremma e invece scopriamo che in gioco c’è tutta la nostra vita, tutta la nostra sofferenza, il mondo intero.

I personaggi di Culo al caldo non sono rappresentati con pietismo deamicisiano, ciò nonostante traboccano di umanità. Spesso hanno soprannomi rivelatori, ferite profonde e poteri speciali, sono come «supereroi con il medesimo costume tutti i giorni». Il capofficina della Velluto Viaggi è FAP (come i filtri anti-particolato), Banano si chiama così perché «guida come se avesse un albero in culo», Flebo, autista di ambulanze, perché «Al pronto soccorso prima di metterlo al volante gli fanno una flebo di soluzione fisiologica per diluire l’alcool», Tripla perché «mangia sempre tre primi e tre secondi», Sciopero «perché i suoi l’hanno concepito in fabbrica durante uno sciopero a oltranza».
Culo al caldo è l’equivalente in letteratura di un saggio di sociologia sulla composizione di classe, ma a differenza di un’opera scientifica illustra il suo tema alternando cazzotti sul plesso solare e buffetti di humor. Il registro comico attraversa tutto il romanzo, anche se forse è maggiormente presente nella prima sezione: Iribus chiamati INRI per problemi di surriscaldamento, Tesla padronali che attraversano il piazzale silenziose come la Morte Nera, vecchi proprietari di azienda che collezionano compulsivamente Fiat 500, ma non hanno più controllo sulla continua e pubblica emissione di flatulenze. Si tratta di una trappola: il lettore si diverte e quando la mazza chiodata colpisce, fa ancora più male. Come nella scena struggente in cui due operai edili abbattono per sbaglio un tramezzo e ritrovano nell’appartamento attiguo il maestro di quando andavano alle elementari. L’uomo, vecchio e dimenticato, simboleggia il genitore archetipico che protegge e mai abbandona, il tempo immaginario in cui ancora i giochi non si erano chiusi sul presente fallimentare.

In questo romanzo si mette a nudo la realtà di gran parte del terzo settore che a partire dagli anni Novanta fu visto come surrogato della militanza politica o addirittura come via di fuga smart dal modo di produzione capitalistico. In quegli anni, archiviato il sogno di un cambiamento radicale della società, fu tutto un ribollire di teorie vagamente keynesiane e debitrici inconsapevoli del pensiero socialista proudhoniano. Colonizzarono il dibattito politico dal Sole 24 Ore ai movimenti sociali più radicali. Oggi, a trent’anni di distanza, risulta chiaro che si trattasse di un cavallo di Troia, utile a scarnificare il salario sociale globale: molti servizi che prima erano offerti dallo stato rispettando le normali (ancorché insufficienti) condizioni di lavoro, vengono erogati oggi da soggetti come le cooperative “La Cardarella” o la “SPpp” di cui ci narrano Benocci e Fracasso. Tali entità riescono a pagare meno la forza lavoro, sia contrattualmente che mediante traffici sui mercati grigi e neri; beneficiano di una manodopera più ricattabile e dunque economica, consentendo alle amministrazioni pubbliche di destinare globalmente meno ricchezza ai redditi da salario. «Cooperativa di ‘sta cippa», esclama la voce narrante ed è difficile non darle ragione. L’avessimo capito trent’anni fa sarebbe stato meglio.

Benocci e Fracasso danno voce a chi non ce l’ha. Lo fanno con uno stile che riproduce una parlata popolare ricca di similitudini («Più intricata di un nido di gazza», «brutto come l’Agenzia delle Entrate»), con un vocabolario edile (paiola, pennellessa, embrici, coppi, scavatore, benna, pala) e con una terminologia automotive («l’olio arriva alle punterie, le valvole smettono di cicalare, il fumo denso si fa più leggero, meno catramoso»; «Le gomme a occhio sembrano seminuove, ma hanno dodici anni e sono più dure degli addominali di Saturday, i freni fischiano come un pastore e il cambio gratta fisso»).
La voce narrante è in prima persona, anche se il soggetto cambia a ogni capitolo (Roberto, Mauro, Simone). Il punto di vista è volutamente lasco: prende a calci i manuali di scrittura creativa statunitensi, s’intrufola nelle teste di molti, conferisce al dolore della narrazione un carattere pervasivo.
La speranza in Culo al caldo è una pietra rara, ma non filosofale: «Che faccio? Mi arrendo? O provo a mantenere probabile un sogno?», si chiede Roberto e conclude: «Sognare è bello. Sognare è da signori. Se si accetta che il sogno rimane tale se non lo si realizza.»
L’attuazione di questo sogno non sta e non deve stare nel romanzo, ma fuori, nelle brecce di possibilità che si aprono ciclicamente nei muri dello status quo. La missione riuscita degli autori è porci in empatia con il «lato cattivo» della società, quello che, non per bontà o meriti morali, ma per necessità, è costretto ogni tanto a «produrre il movimento che fa la storia».4


  1. K. Marx-F. Engels, Il manifesto del partito comunista, Einaudi, 1948, pp. 116-117. 

  2. M. Cangiano, Guerre culturali e neoliberismo, Nottetempo, 2024, p.37. 

  3. F. Ciabatti, “God save the drag queen! La cultura woke tra antagonismo e neoliberismo”, Carmilla online, 17.9.2024

  4. K. Marx, Miseria della filosofia, Editori Riuniti, 1993, pp. 78-79. 

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Nostalgie horror contemporanee tra desiderio di un altrove e riemersioni perturbanti https://www.carmillaonline.com/2026/07/19/nostalgie-horror-contemporanee-tra-desiderio-di-un-altrove-e-riemersioni-perturbanti/ Sun, 19 Jul 2026 20:00:51 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95775 di Gioacchino Toni

Marco Malvestio, Nostalgia dell’orrore. L’horror contemporaneo e i fantasmi di un futuro passato, Meltemi, Milano, 2026, pp. 274, € 22,00

Seppure schematicamente, si può dire che all’insoddisfazione che si prova per il presente si può rispondere o proiettandosi verso un’idea di futuro alternativo al qui ed ora o recuperando un passato, più o meno lontano, quale modello a cui fare ritorno, quasi a volersi rifugiare in una realtà precedente il “deragliamento” che ha condotto all’indigesta attualità. In ambito artistico-culturale si sono avuti sia fenomeni di “rinascenza”, in cui è prevalso il sentimento della nostalgia volto a individuare in un [...]]]> di Gioacchino Toni

Marco Malvestio, Nostalgia dell’orrore. L’horror contemporaneo e i fantasmi di un futuro passato, Meltemi, Milano, 2026, pp. 274, € 22,00

Seppure schematicamente, si può dire che all’insoddisfazione che si prova per il presente si può rispondere o proiettandosi verso un’idea di futuro alternativo al qui ed ora o recuperando un passato, più o meno lontano, quale modello a cui fare ritorno, quasi a volersi rifugiare in una realtà precedente il “deragliamento” che ha condotto all’indigesta attualità. In ambito artistico-culturale si sono avuti sia fenomeni di “rinascenza”, in cui è prevalso il sentimento della nostalgia volto a individuare in un lontano passato l’antidoto alle brutture del periodo con cui ci si è trovati a fare i conti, sia stagioni caratterizzate da una propensione avanguardista verso un futuro tutto da immaginare, così da allontanarsi velocemente dall’odiato presente e con esso dal passato da cui è derivato.

Questa sorta di alternanza tra corse in avanti e nostalgici recuperi, tra velleità di cambiamento radicale e rappel à l’ordre, caratterizza anche la scena politica: alle stagioni mosse dal desiderio di proiettarsi verso il sol dell’avvenire, verso un futuro alternativo allo stato di cose presente, se ne sono alternate altre in cui, di fronte alle brutture del presente, ci si è nostalgicamente rifugiati nel passato. A riprova di come l’attualità politica sia attraversata da questa seconda opzione, basti pensare al mito MAGA trumpiano, fondato sul recupero della grandezza di un tempo, e al corrispondente putiniano, volto al costante richiamo ai fasti sia sovietici che zaristi. Evidentemente, come per i fenomeni di rinascenza artistico-culturale, anche questi indirizzi politici palesano forme di nostalgia costruite su un passato mitizzato in cui rifugiarsi per fuggire da una realtà difficilmente governabile e da un futuro che proprio non si riesce a prospettare.

A cogliere come il discorso pubblico e i prodotti culturali del presente siano intrisi di nostalgia, sia in risposta ai genuini desideri di alterità rispetto all’esistente sia per incanalarli verso sterili rievocazioni più immaginarie che reali, con relative ricadute sulle modalità con cui ci si rapporta al passato storico e al futuro, è il volume Nostalgia dell’orrore (Meltemi, 2026) di Marco Malvestio.

L’autore sceglie l’horror contemporaneo come chiave di lettura per interpretare il presente, un horror che nel suo rispecchiamento distorto della realtà palesa in tutta evidenza sia come questo primo scorcio del nuovo millennio si dia all’insegna della nostalgia per un passato mitizzato vissuto come rifugio rassicurante, sia il riemergere di fantasmi, di rimossi e di repressi, di qualcosa di perturbante di cui si aveva l’illusione di essersi sbarazzati definitivamente. In un contesto mediatizzato come l’attuale, sottolinea l’autore, l’horror contemporaneo non può che mettere in scena i fantasmi che popolano gli spazi mediali ormai divenuti parte integrante della realtà quotidiana. Anziché limitarsi a tematizzare la dimensione perturbante delle tecnologie e dei media, l’horror del nuovo millennio la incorpora nell’aspetto formale della messa in scena. Inoltre, sottolinea l’autore, proprio alla luce dell’attuale contesto mediatizzato e interattivo, occorre saper leggere l’opera allargando lo sguardo oltre il mero dato testuale, prendendo in esame il particolare contesto mediatico-culturale in cui questo agisce e viene agito.

Essendo la paura in larga misura un prodotto culturale, indagare ciò che oggi spaventa significa guardare alla società e alla cultura di questi tempi e ai relativi rimossi ed è proprio a questi che guardano, dando loro forme mostruose, molti horror contemporanei costruiti sul ritorno: ritorno a un passato idealizzato e ritorno del represso. Se il passato a cui si guarda nostalgicamente è un passato mai vissuto, allora, sostiene lo studioso, la nostalgia contemporanea non è soltanto un desiderio di ritorno ma anche, e soprattutto, un desiderio di un altrove, di una realtà spazio-temporale altra che, per quanto immaginaria e per quanto possa rivelarsi inquietante, rappresenta pur sempre una via di fuga dalla realtà quotidiana vissuta negativamente. Nel passato idealizzato costruito dalla nostalgia contemporanea si cerca di riconquistare il controllo sulla realtà in un periodo in cui si percepisce di averlo perso.

Ad accentuare la dimensione nostalgica nei media contemporanei concorre la loro propensione alla rimediazione, all’ossessiva riproposizione di frammenti mediatici appartenenti ad altre età tecnologico-mediatiche, e ciò contribuisce a creare negli individui una memoria mediata. Nella prima parte del volume Malvestio guarda proprio al rapporto tra la nostalgia (e dunque trauma storico e personale) e la tendenza dei nuovi media a riproporre i vecchi, riferendosi in particolare al found footage e ai creepypasta. Nel primo caso – in cui viene ripreso il topos del manoscritto ritrovato caro alla tradizione gotica, aggiornandolo a una società ipermediatizzata e sempre più interattiva disseminata di riprese amatoriali, registrazioni di telecamere di sorveglianza, archivi personali ecc. – l’autore si sofferma su esempi paradigmatici di found footage come The Blair Witch Project (1999) di Daniel Myrick e Eduardo Sánchez e Paranormal Activity (2007) di Oren Peli, oltre che su alcune opere horror in cui il ritrovamento di un filmato ricopre un ruolo centrale nella vicenda, come The Ring, nelle sue diverse versioni, e Sinister (2012) di Scott Derrickson.

Nel cinema horror del nuovo millennio, la rappresentazione del cambio del panorama mediale va insieme a una risemantizzazione perturbante del passato e del movimento nostalgico verso l’infanzia […]. I bambini mostruosi e omicidi al centro di The Ring e Sinister stanno a significare esattamente questo: l’impossibilità di un ritorno alla purezza senza tempo dell’infanzia; anzi, che questa purezza non è mai esistita, perché l’infanzia viene mostrata chiaramente come uno spazio ora di dolore, ora di minaccia. Allo stesso tempo, l’interazione di questi bambini con media spettrali indica come questa impossibilità sia da applicare in senso più ampio ai cambiamenti occorsi nei media contemporanei. Dietro l’asetticità e la neutralità dell’eterno presente dei media digitali, The Ring e Sinister mostrano il ritorno traumatico dei media del passato (p. 65).

Per quanto riguarda i creepypasta – racconti orrorifici creati e diffusi in internet – Malvestio indaga l’universo espanso di Slender Man, il celebre Candle Cove, indugiando in particolare sulla serie televisiva che ne è stata tratta (Channel Zero, 2016) – prestando attenzione al nesso tra trauma infantile e riproposizione fantasmatica di media tradizionali – e il romanzo Mandíbula (2018) di Mónica Ojeda, come esempio di ricorso all’immaginario dell’orrore digitale in ambito letterario.

Nella seconda parte del volume lo studioso si sofferma sui luoghi dell’horror contemporaneo passando in rassegna alcuni esempi di folk horror e di abitazioni infestate. Nel passare in rassegna il classico The Wicker Man (1973) di Robin Hardy, i più recenti The Village (2004) di M. Night Shyamalan, Kill List (2011) di Ben Wheatley, The VVitch (2015) di Robert Eggers e la narrativa di Andrew Michael Hurley, l’autore evidenzia l’ambiguità del folk horror e il suo particolare rapporto con la nostalgia, proponendo di guardare al passato, alla “tradizione”, che esso propone come a una proiezione del desiderio di un’alternativa alla modernità. Pertanto, secondo Malvestio, il folk horror dovrebbe essere letto non in rapporto alla tradizione, ma piuttosto alla globalizzazione, da cui si cerca rifugio in una tradizione immaginaria che mai si è data.

L’enfasi sugli spazi del folk horror ne fa un mezzo privilegiato per commentare i processi di urbanizzazione occorsi nella seconda metà del ventesimo secolo. In questo senso, il folk horror ha al centro il ritorno di un rimosso, ossia il ritorno fantasmatico e perturbante della tradizione e della ruralità in un mondo in cui la maggior parte degli individui vive ormai in centri urbani e in cui l’agricoltura si è trasformata in un’attività prevalentemente meccanizzata, che impiega sempre meno persone. Questo contrasto è legato in maniera fondamentale alla rappresentazione spaziale e all’opposizione tra luoghi (la città e la campagna, il centro abitato e la natura selvaggia) che sono riassunti nell’opposizione tra mobilità e stasi (p. 121).

Il ritorno promesso dal folk horror è un ritorno nostalgico per chi, vedendo smarrire il senso di comunità attorno a sé, ne proietta un’idealizzazione nel passato.

Il folk horror è un genere “globalgotico” nel momento in cui risponde alle ansie e ai traumi della globalizzazione, e tenta di risolverli attraverso un’operazione di maquillage culturale molto articolata. In questo senso, il folk horror permette di immaginare un ritorno a una località isolata che è in aperto contrasto con i meccanismi della globalizzazione, opponendo stasi e lunga durata a mobilità e frenesia; anzi, il fatto che le tradizioni in questione siano inventate, o libere riscritture di elementi folklorici poco noti, costruisce “un senso di tradizione che permette al pubblico di immaginare tradizioni e identità nazionali o regionali che si allontanano dalle versioni contemporanee di quelle categorie” (p. 126).

Di fronte alla fluidità e all’immagine effimera dell’era digitalizzata, scrive Malvestio, «il folk horror offre un immaginario in cui qualcosa resta invece solido, intatto dalle dinamiche di dissoluzione del capitalismo globalizzato: un immaginario dunque che è animato da tensioni spaventose, ma anche sinistramente nostalgico» (p. 127). Per quanto nel folk horror possa essere vista una risposta, nostalgica e allo stesso tempo perturbante, alla globalizzazione, secondo lo studioso risulta evidente anche come, in molte opere, le realtà locali non tentino nemmeno più di ancorare la loro nostalgia, per quanto immaginaria, alla cultura locale, accontentandosi di applicare quella globale.

Circa invece il topos dell’infestazione domestica, caro al gotico settecentesco, l’autore mette in luce come questo sia ancora ben presente nell’horror contemporaneo. La casa continua infatti ad essere luogo intimo, privato, in cui non mancano di andare a confluire elementi pubblici ed eventi storici. Come avviene per le località altre del folk horror, anche la casa viene ad assumere un ruolo di rifugio dalla realtà circostante, ma al contempo manifesta inquietudini perturbanti che hanno a che fare con le dinamiche familiari e identitarie. Malvestio esamina opere come Babadook (2014) di Jennifer Kent ed Hereditary (2018) di Ari Aster, in cui la dimensione al contempo pubblica e privata dell’abitazione rimanda a questioni legate all’identità e al ruolo sociale, The Conjuring (2013) di James Wan, caratterizzato da una fantasia regressiva e nostalgica, Lunar Park (2025) di Bret Easton Ellis ed Horrorstör (2014) di Grady Hendrix, ove vengono denunciate le logiche speculative del mercato immobiliare, His House (2020) di Remi Weekes, opera imperniata sulla mancanza di radici imposta dall’emigrazione, richiamata anche da Us (2019) di Jordan Peele.

L’ultima parte di Nostalgia dell’orrore è invece dedicata al rapporto tra horror e costruzione/messa in discussione dell’identità e la sua relazione con la nostalgia. L’horror del nuovo millennio si dimostra ossessionato dal corpo, intendendolo come spazio di contesa tra istanze psicologiche e sociali diverse in cui la spettralità trova manifestazioni tangibili e viscerali. Nell’insistenza con cui l’horror contemporaneo guarda al corpo nella sua fisicità, già manifestata dal body horror e dallo splatterpunk degli anni Ottanta, non è difficile scorgere la nostalgia per una realtà fisica sempre più negata dalla virtualità contemporanea. «Tornare al corpo significa, almeno in una certa misura, tornare a un momento in cui la realtà era ancora reale, in cui la smaterializzazione portata dai media digitali ancora non si è verificata» (p. 187).

A mostrare la centralità del corpo in un universo mediale che ne sta imponendo la dematerializzazione ha provveduto, già nei primi anni Ottanta, Videodrome (1983) di David Cronenberg: per quanto il film denunci la progressiva subordinazione del reale all’iperrealtà televisiva, ad inquietare davvero, suggerisce Malvestio, sono le modalità assolutamente fisiche con cui ciò avviene. Il regista canadese è stato tra i primi a fare del corpo, insieme alla mente, un vero e proprio campo di battaglia.

Hostel (2005) di Eli Roth viene indicato dallo studioso sia come esempio di “globalgotico”, per il suo manifestare come le specificità locali vengano azzerate dalla pervasività della globalizzazione, sia come esempio di film in cui si manifesta la nostalgia per il mondo precedente la deriva assunta dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre. «In Hostel, è l’America stessa come potenza imperialistica a essere punita nella figura dei turisti, le cui torture sono le uniche che il film mostra estesamente; e in fondo i turisti americani subiscono dai membri di questa misteriosa organizzazione esattamente quello che i soldati statunitensi andavano infliggendo ai civili iracheni» (p. 197).

In un universo condannato alla derealizzazione dai media, come Videodrome, anche «Hostel si aggrappa alla carne, attraverso la sua violazione e l’incontrollabilità dei suoi fluidi (il sangue, il vomito) come all’ultima cosa che continua a essere reale – l’unica cosa, anzi, il cui contenuto di realtà non può essere contraddetto». Esattamente come era accaduto nel film di Cronenberg, si è messi di fronte a «una reazione contraddittoria, che afferma (trasformando la tortura in spettacolo) quanto cerca di negare; ma al cui cuore sta comunque una torsione nostalgica, di ritorno a un mondo dove questa spettacolarizzazione non si dà» (p. 198).

All’insegna della nostalgia sono i franchise come Hellraiser, che si trascina dalla sua prima apparizione nel lontano 1987 ad opera di Clive Barker, ma anche opere che agli effetti speciali digitali preferiscono quelli tradizionali, che adottano un’estetica di altri tempi, come Midnight Mass (2021) di Mike Flanagan, o film che si proiettano in un futuro pervaso da un dolente clima rétro, come Crimes of the Future (2022) di David Cronenberg, in cui ancora una volta, il corpo diviene il vero teatro di guerra. «Le tecnologie di Crimes of the Future sono dunque allo stesso tempo una anticipazione di un futuro possibile, e un rifiuto del futuro come si prospetta davanti a noi, in favore invece di un futuro nostalgico di ritorno al corpo» (p. 210). Ancora una volta il regista canadese mostra la centralità del corpo attraverso la messa in scena dell’impotenza con cui si assiste al suo dolente processo di disintegrazione.

L’elemento corporale si manifesta con particolare violenza anche negli slasher incentrati sulle gesta di qualche serial killer; a differenza dei film di questo sottogenere risalenti agli anni Settanta, Ottanta e Novanta, quelli del nuovo millennio, segnala lo studioso, si caratterizzano spesso per un’ambientazione rivolta al passato.

È come se l’offesa al corpo potesse darsi solo nel passato, e non appartenesse più al presente: come se, in altre parole, la cultura contemporanea fosse tanto estraniata dalla materialità e dalla corporeità che queste possano essere recuperate soltanto in un passato dell’immaginario, non reale ma reso mitologico da innumerevoli rimediazioni (gli universi finzionali dei franchise slasher, prodotti di fiction e non fiction sulle gesta dei serial killer) (pp. 199-200).

Il capitolo finale del libro è dedicato al far capolino, in forma spettrale, delle identità queer a lungo rimosse dalla società. Qui Malvestio fa riferimento in particolare alla serie The Haunting of Bly Manor (2020), nel suo amplificare e complicare il contenuto queer latente dell’opera di Henry James, oltre che al film I Saw the TV Glow (2024) e ai romanzi Lunar Park e The Little Stranger di Sarah Waters (2009), ove la presa di coscienza della sessualità diventa un elemento perturbante.

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Le tristi storie delle morti delle regine https://www.carmillaonline.com/2026/07/18/le-tristi-storie-delle-morti-delle-regine/ Sat, 18 Jul 2026 20:00:17 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95873 di Franco Pezzini

Elizabeth Rasicci, Il segreto della rosa bianca, pp. 368, € 20, La Corte, Torino 2025

Di tale incompetenza si è dimostrata la gran parte degli storici nell’ambito di studi che si sono scelti, che, caso mai tornassero in vita i morti delle epoche passate, ci si potrebbe quasi chiedere se sarebbero in grado di riconoscere gli eventi del proprio tempo, così come a noi tramandati per ignoranza e distorsioni.

Con tale pepe Horace Walpole inizia “Historic doubts on the life and reign of King Richard the Third, 1768, quattro anni dopo aver varato il suo celeberrimo “The Castle [...]]]> di Franco Pezzini

Elizabeth Rasicci, Il segreto della rosa bianca, pp. 368, € 20, La Corte, Torino 2025

Di tale incompetenza si è dimostrata la gran parte degli storici nell’ambito di studi che si sono scelti, che, caso mai tornassero in vita i morti delle epoche passate, ci si potrebbe quasi chiedere se sarebbero in grado di riconoscere gli eventi del proprio tempo, così come a noi tramandati per ignoranza e distorsioni.

Con tale pepe Horace Walpole inizia “Historic doubts on the life and reign of King Richard the Third, 1768, quattro anni dopo aver varato il suo celeberrimo “The Castle of Otranto”, 1764. Autentico enfant terrible, dopo aver sbeffeggiato gli eruditi contemporanei con il divertito gioco semiotico del Castello (una storia che retrocede a dilettanti i maliziosi autori della famose teste di Modigliani), sulla base delle proprie competenze storiche e antiquarie Walpole si diverte a smontare uno dei luoghi comuni della storia inglese, la cattiva fama di Riccardo III, mostrando come la vulgata su di lui fosse a monte pilotata da concretissimi interessi politici della dinastia subentrante, i Tudor. Della pirotecnia di crimini di colui che era descritto come un mostro – in tutti i sensi, bodyshaming compreso – esistono molte voci e fragili prove; mentre la propaganda Tudor aveva assoluta necessità di demonizzare colui che attraverso gli York era comunque epigono della grande casa reale plantageneta, per srotolare il tappeto a una figura ben più oscura. L’inutile sconcio del cadavere di Riccardo dopo la morte in battaglia darà anche visivamente il senso di una brutalità volgare e inutile dei subentrati.
Il nuovo re Enrico VII farà d’altronde piazza pulita dei possibili rivali, quindi che criminalizzi il predecessore con ogni mezzo non è strano; e tanto più considerando i profili disinvolti dei suoi sponsor, il vescovo John Morton – credibile artefice della leggenda nera e grande manipolatore – e la sua figlioccia madre di Enrico, la beghina maneggiona Margaret Beaufort. Sarà in ultimo la consacrazione shakespeariana di Riccardo ad arcicattivo, nell’ambito di un dramma celeberrimo (ne ricordo solo un paio di splendide versioni in chiave cinematografica, con Laurence Olivier del 1955, molto classica, e con Ian McKellen del 1995 – quest’ultima ambientata in età fascista – più naturalmente la citazione con l’annegamento di un critico in una botte di vino nel geniale Oscar insanguinato con Vincent Price, 1973) a influire sulla percezione del pubblico. E i re successivi vi si adegueranno con compiacenza, un cattivo esempio – specie alla fine di una dinastia conclusa – fa sempre comodo.
Eppure i dubbi non sono mai mancati, tanto più che le fonti non appaiono mai scevre da interessi politici e mai a firma di persone del giro fedele di Riccardo: fin da John Rous, che al mutare di regime cambia allegramente versione, passando dalle lodi alla damnatio più fantasiosa, a Polidoro Virgili e Thomas More (che vivono dopo e attingono a fonti non neutrali, Morton in prima linea) e via via ad altri sempre più distanti. Si preferisce attenersi a una versione nera consolidata, ma non va perso il ricordo di alcune abilità del re: e i dubbi più pesanti iniziano a manifestarsi nel Seicento – età di grandi ridefinizioni delle dinastie inglesi – con George Buck. Un secolo dopo, appunto Walpole sottolinea non ci siano prove o siano contestabili le accuse tradizionalmente portate a Riccardo, che così elenca:

Presunti crimini di Riccardo III.

  1. L’assassinio di Edoardo, principe di Galles, figlio di Enrico VI.
  2. L’assassinio di Enrico VI.
  3. L’assassinio di suo fratello Giorgio, duca di Clarence [annegato, secondo tradizione, nel vino Malvasia].
  4. L’esecuzione di Rivers, Gray e Vaughan.
  5. L’esecuzione di Lord Hastings.
  6. L’assassinio di Edoardo V e di suo fratello [Riccardo, i due principi giovanissimi ipoteticamente fatti sopprimere nella Torre di Londra].
  7. L’assassinio della propria regina.

A questi si possono aggiungere, come spesso accade per infangarlo, il suo matrimonio combinato con la nipote Elisabetta, la penitenza [pubblicamente imposta, e umiliante] a Jane Shore e le sue deformità fisiche.

Provvedendo a confutarle una dopo l’altra.
Per lo studioso ottocentesco Clements Markham a far assassinare nella Torre i due principi ragazzini non sarebbe costui ma il suo nemico e successore Enrico VII Tudor, mentre il resto delle accuse si ridurrebbe a pura propaganda; altri autori coevi saranno più prudenti di Markham ma sottolineeranno le qualità del re sconfitto e una crudeltà diffusa nell’Inghilterra dell’epoca che avrebbe potuto condizionare anche Riccardo senza renderlo in senso proprio un mostro. Nel 1924 viene fondata la Richard III Society, prima di varie associazioni nate per rivalutare il vecchio re, e qualche decennio più tardi il romanzo giallo La figlia del tempo di Josephine Tey (1951) smonterà le accuse a Riccardo con il linguaggio della fiction. Ulteriore e inatteso colpo di scena sarà però recato dal ritrovamento sotto un parcheggio a Leicester (settembre 2012) dei resti di un convento francescano e delle ossa identificate – per una serie credibile di motivi – in quelle di Riccardo, poi traslate nella locale cattedrale (marzo 2015). Con l’onore che Enrico VII non gli aveva tributato.
A questo punto, nessuna sorpresa per una nuova operazione revisionistica, nel godibilissimo romanzo Il segreto della rosa bianca di Elizabeth Rasicci, giornalista e autrice di programmi televisivi cultrice di storia (il suo blog Beyond Death è ricco di spunti d’interesse): un intelligente, intenso e amaro romanzo storico in realtà ucronico, a ritoccare la realtà a colpi di “e se…?” ma proprio per questo necessariamente documentatissimo e scritto con penna molto controllata e felice. L’autrice non sbarella in fantasie assurde (non cede cioè alla moda dei cospirazionismi da Grande Congiura, oggi dilaganti), e si allontana dalla versione canonica solo dove lo vede credibile sulla base di una lettura rigorosa dei fatti. Capitalizzando dunque in chiave fantastica, l’ucronia, la vocazione popolare del romanzo storico romantico – si pensi solo al nostro Ottocento – con tutto quanto connota il genere: passioni, colpi di scena, tradimenti, amori oltre la vita…
La passione è tanta da far vagheggiare che l’autrice parli di storie proprie, con un sovrapporsi di un’Elizabeth sull’altra. Ma in fondo proprio la scrittura permette di valorizzare le tracce di noi – a volte impronte sull’argilla, altrove frantumi memoriali o persino genetici – alla deriva del tempo.
Per quanto colto, Il segreto della rosa bianca può essere letto facilmente e “prendere” senza difficoltà il grande pubblico. Invece di tanto scipito fantasy adolescenziale minore in traduzione, quegli stessi lettori troverebbero sollievo in (tardi)medioevi appassionati come questo, con il surplus di imparare qualcosa sulla grande storia, d’una sfida a scoprire dove sia stato utile “correggerla” e d’una lettura in buon italiano. I grossi editori ricordino l’autrice.
La storia vede come protagonista e in gran parte narrante Elizabeth di York (1466-1503), primogenita di Edoardo IV d’Inghilterra, principessa schiacciata dalle scelte dinastiche, costretta a sposare uno zio ma innamorata dell’altro, appunto Richard: una sintesi, questa mia, che farebbe pensare a un modesto teatrino sentimentale se non fosse per la statura dei personaggi. Elizabeth è appassionata, volitiva, non priva di iniziative personali, tormentata da rimpianti e rimorsi: non tanto per la storia adulterina con lo zio Lord Protettore del re nipote e poi sovrano a sua volta, ma per il dolore recato alla soave moglie di lui, Anne Neville e per le morti che fioccano intorno, di cui a tratti si sente responsabile. Il suo motto è inizialmente “Sans remevyr”, “Senza mai cambiare”, che lascia intuire con quanta fatica l’erede degli York costretta alle nozze con il vincitore Lancaster e ostaggio della suocera Margaret Beaufort potesse giudicare quelle forzature diplomatiche. E il fatto stesso che la Nostra si trovi a quel punto a cambiarlo in “Humble and Reverent”, “Umile e penitente”, ha giustamente posto all’autrice una serie di domande.
Interessante è poi come Rasicci sciolga i nodi su cui si era accanita la propaganda Tudor: non si tratta di revisionismo a buon prezzo, come quello che tante volte è stato speso tra faciloneria e manipolazione ideologica su vilain d’ogni tempo e latitudine (Caligola, Nerone, Vlad Dracula e magari gerarchi fascisti e nazisti). Lontano anni luce dalla caricatura del mostro, Riccardo appare figura nobile ma ingombrante, sensuale e calcolatore, divoratore di affetti e pronto a sacrificarli per un’idea molto sua di responsabilità verso il trono. Ovvio, fare il re – almeno nella brutale Inghilterra del tempo – non era un giro di valzer. Ma sappiamo che in generale, nelle nostre vite, i danni peggiori non li fanno tanto, o soltanto, i mostri.

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