Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Tue, 02 Jun 2026 20:00:32 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Guardare la città da dentro: sull’ultimo documentario di Roberto C. https://www.carmillaonline.com/2026/06/02/guardare-la-citta-da-dentro-sullultimo-documentario-di-roberto-c/ Tue, 02 Jun 2026 20:00:32 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95088 di Andrea Bottalico

Padrone e sotto (2025), documentario di Roberto C. prodotto da Parallelo 41 e coprodotto da Luce Cinecittà, in collaborazione con Rai Cinema e con il contributo di Film Commission Regione Campania e Regione Campania da un’idea di Quintessenza, durata 86 minuti.

Il documentario di Roberto C. parla chiaro già a partire dal titolo. “Padrone e sotto”, evocazione immediata di una gerarchia sociale rigida, asimmetrica e storicamente determinata ma mai del tutto impermeabile, mostra le storie degli invisibili in una Napoli sfiancata dalle contraddizioni del turismo di massa, da un classismo strutturale e da un’economia del risentimento che corrode i [...]]]> di Andrea Bottalico

Padrone e sotto (2025), documentario di Roberto C. prodotto da Parallelo 41 e coprodotto da Luce Cinecittà, in collaborazione con Rai Cinema e con il contributo di Film Commission Regione Campania e Regione Campania da un’idea di Quintessenza, durata 86 minuti.

Il documentario di Roberto C. parla chiaro già a partire dal titolo. “Padrone e sotto”, evocazione immediata di una gerarchia sociale rigida, asimmetrica e storicamente determinata ma mai del tutto impermeabile, mostra le storie degli invisibili in una Napoli sfiancata dalle contraddizioni del turismo di massa, da un classismo strutturale e da un’economia del risentimento che corrode i legami sociali.

Il titolo si fa chiave di lettura di una città dell’Europa mediterranea spaccata a metà. In esso convergono vicende individuali e collettive che riguardano Napoli e i suoi subalterni, ma che finiscono per riflettersi in un altrove universale, sia pure in forme diverse: un Sud sempre più globale, che non descrive più soltanto uno spazio geografico contrapposto a un Nord opulento, ma una vera e propria categoria, una prospettiva e una questione ancora irrisolta.

Il film rispecchia una quotidianità segnata da disoccupazione endemica, lavoro nero e violenza di Stato. È un’opera importante, innanzitutto perché oggi è raro incontrare sguardi così ravvicinati, capaci di immergersi con una simile, genuina umanità in determinati contesti e di essere accolti con complicità pur avendo una telecamera in mano. Questa accoglienza rivela l’enorme lavoro preliminare dell’autore: quell’indispensabile, lento e difficile percorso quotidiano fatto di ascolto, rispetto, prossimità e reciproca fiducia che precede le riprese e consente di restituire scene di così intima verità. È una precondizione etica che permette di affilare lo sguardo e restituire la realtà per quella che è, senza lo schermo del paternalismo, offrendo una lezione involontaria a chiunque si misuri con la responsabilità del racconto del reale.

Del resto, l’empatia del regista ci è già nota. Se nel precedente Lievito l’attenzione si concentrava su alcune esperienze d’intervento educativo a Napoli, mostrando il percorso accidentato e sotterraneo dell’apprendimento e della trasmissione del sapere, in quest’ultima opera s’intravede in controluce lo sforzo dell’azione individuale e collettiva che tenta di farsi strada nel presente. È come se il regista scegliesse di guardare a valle del fenomeno, non a monte.

Osserviamo così da vicino la vita di Pio nel tritacarne alienante del precariato turistico, giovane migrante interno costretto a partire per un altro lavoro sottopagato al Nord. È uno dei tanti ragazzi alla ricerca di qualcosa, come evocato dalle scene in cui si aggira in un giardino con un metal detector, scavando la terra in cerca di metalli preziosi. L’elemento distintivo che solleva la sua storia è l’insubordinazione: Pio subisce la propria precarietà esistenziale e materiale, ma non passivamente, non si lascia addomesticare. Può soccombere sotto il peso dello sfruttamento sistematico, certo, ma il suo istinto non può accettare le logiche di quello sfruttamento. Un punto di rottura interiore che ne ribadisce la rilevanza politica.

La storia di Pio s’intreccia a quella di Ugo Russo, adolescente ucciso da un carabiniere fuori servizio durante un tentativo di rapina. L’obiettivo della telecamera si concentra sui familiari del giovane e sulle iniziative del comitato che da anni rivendica verità e giustizia. Qui le immagini si fanno ancora più prossime, accostandosi ai volti stanchi ma determinati di chi lotta e si mobilita. L’azione collettiva si mescola organicamente alle pratiche religiose, come mostrano le scene che commemorano Ugo su un carro durante la processione della Madonna dell’Arco; è così, infatti, attraverso una complessa grammatica di simboli condivisi e ancestrali, che i subalterni elaborano in prima istanza il lutto e il conflitto, esorcizzando un destino di marginalità che solo in apparenza risulta ineluttabile. In questo senso, colpiscono le immagini e le parole del padre di Ugo al microfono durante un presidio. Dimostrano come il comitato “Verità e Giustizia” non insegua semplicemente un obiettivo concreto, ma abbia saputo creare nel tempo uno spazio d’azione per una famiglia privata di un figlio. Articolando un discorso pubblico alternativo, il comitato ha creato le condizioni e costruito un luogo in cui un padre può prendere la parola con dignità: una vera e propria arma da contrapporre al silenzio, alla mistificazione mediatica, alle calunnie e alle colpevoli approssimazioni della stampa.

La terza storia ci ricorda che la vergogna non è un lavoro. È la vicenda collettiva del movimento dei disoccupati organizzati “7 Novembre”, di cui osserviamo i repertori di azione in presa diretta. Sono scene che mostrano la vera posta in gioco di un movimento che eredita e attualizza le pratiche di lotta provenienti dal passato (come vediamo in alcune immagini di repertorio); persone che assumono sfumature eversive agli occhi dello Stato, subendo sulla propria pelle denunce, repressione, condanne e una costante stigmatizzazione sociale. L’autore compie la scelta rigorosa di non estetizzare la lotta, lasciando invece parlare le voci dei protagonisti che si organizzano giorno dopo giorno. Emerge così quanto la forza di queste mobilitazioni non risieda soltanto nella possibilità materiale di vincere una vertenza storica, ma nella capacità di connettere piani diversi della realtà, inserendo la rivendicazione di un lavoro dignitoso dentro un conflitto più ampio, capace di generare un alfabeto politico inedito. Un patrimonio comune da mettere a disposizione di chi oggi è disoccupato, domani lavorerà e dopodomani continuerà a lottare sul proprio posto di lavoro.

Mentre scorrono i titoli di coda, viene da chiedersi cosa accomuna queste tre storie. E la risposta risiede nel loro valore politico. Attraverso di esse vediamo chiaramente il meccanismo che riproduce quei rapporti di sottomissione indispensabili alla sopravvivenza del sistema stesso. Ci rendiamo conto di come il potere sia alla continua ricerca di soluzioni tecniche o di ordine pubblico alle tensioni sociali, nel tentativo sistematico di disinnescare i percorsi collettivi di emancipazione attraverso i processi di isolamento e individualizzazione.

Se la migliore funzione di polizia si realizza quando i poveri sanno stare al loro posto senza bisogno di manganellarli, la più giusta delle lotte è quella che problematizza e spezza la presunta ineluttabilità della tragedia, la cui lezione principale consiste nel perenne conflitto tra verità e potere.

In questo senso, Padrone e sotto si impone come un documentario d’osservazione puro, privo di retorica, capace di seguire la traiettoria di tre storie esemplari. Vi troviamo l’esito di un percorso tragico, i cui rivoli conflittuali suggeriscono però, sottovoce, una verità ostinata: tra chi sta sopra e chi sta sotto non è mai detta l’ultima parola. A ben vedere, quest’opera rappresenta un unicum per l’empatia con cui riesce a raccontare quel mondo – che, in definitiva, è il nostro. Nel panorama desolante del racconto reale di una città sempre più inghiottita da se stessa, c’è ancora chi riesce a guardarla dentro.

]]>
Walk on the Mild Side – Lou Reed e il Tai Chi Chuan https://www.carmillaonline.com/2026/06/02/walk-on-the-mild-side-lou-reed-e-il-tai-chi-chuan/ Mon, 01 Jun 2026 22:01:32 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93690 di Walter Catalano

Lou Reed, Il mio Tai Chi: L’arte dell’allineamento, trad. Natascia Pennacchietti, Jimenez Editore, pp.280, euro 22,00

Il mio maestro di Tai Chi Chuan, che è anche un appassionato di musica, dice che Lou Reed (1942-2013) è stato un grandissimo musicista (e su questo concordo pienamente) ed un mediocrissimo praticante di Tai Chi (su questo secondo punto non ho sufficienti competenze per esprimere un’opinione). Del maestro di Lou, Ren Guang Yi, che ha esportato il Tai Chi in America (secondo lo stile Chen; noi pratichiamo invece secondo lo stile Yang Originale), dice invece che il fatto di venire considerato il maestro [...]]]> di Walter Catalano

Lou Reed, Il mio Tai Chi: L’arte dell’allineamento, trad. Natascia Pennacchietti, Jimenez Editore, pp.280, euro 22,00

Il mio maestro di Tai Chi Chuan, che è anche un appassionato di musica, dice che Lou Reed (1942-2013) è stato un grandissimo musicista (e su questo concordo pienamente) ed un mediocrissimo praticante di Tai Chi (su questo secondo punto non ho sufficienti competenze per esprimere un’opinione). Del maestro di Lou, Ren Guang Yi, che ha esportato il Tai Chi in America (secondo lo stile Chen; noi pratichiamo invece secondo lo stile Yang Originale), dice invece che il fatto di venire considerato il maestro più famoso internazionalmente non implica in automatico il fatto di essere anche davvero il più bravo. Sul punto tenderei a concordare, almeno in linea di principio, perché non sono affatto in grado ovviamente di esprimere pareri su Ren. Mi fido però del giudizio di un discepolo di VI generazione della famiglia Yang.

Yang o Chen che sia, comunque, – cambia la forma ma non la sostanza – il Tai Chi Chuan è un’arte marziale interna, che, a differenza delle arti marziali esterne – come il Kung Fu, il Ju Jitsu, il Karate, ecc. – utilizza solo l’energia interna (Chi) e non la forza muscolare esterna. Lo Yi, l’Intenzione, sposta il Chi, il Soffio: i muscoli non servono. Gli americani – certo è una generalizzazione eccessiva ma c’è del vero – apprezzano soprattutto le palestre, la forma fisica atletica, i bicipiti in bella mostra, le scazzottate coreografiche, la competizione e la contrapposizione piuttosto che la complementarità. Ren sembra aver venduto bene la sua merce adattandola con successo ai loro gusti e i suoi allievi famosi, tra cui Lou Reed, lo provano. Non è affatto una critica ma solo una prospettiva di cui tenere conto.

Grazie al Tai Chi Lou Reed si disintossicò dalle droghe, si dette una regolata, trovò un allineamento fisico e mentale, e non smise mai di praticare per oltre vent’anni, fino agli ultimi giorni di vita, finchè le forze glielo concessero. Questo è il messaggio più utile e universale del libro, un libro che Lou avrebbe voluto scrivere ma non ebbe il tempo di fare. Sebbene infatti il volume sia intitolato a suo nome, le parti davvero scritte da lui sono minime e il testo si riduce soprattutto a una raccolta di interviste e di testimonianze di amici, parenti, collaboratori, colleghi musicisti – come Iggy Pop o l’ultima moglie, Laurie Anderson – artisti amici – come Wim Wenders – compagni di pratica, maestri e discepoli, medici e allenatori, consulenti finanziari e segretari personali dell’ex Velvet Underground passato dal vuoto dell’eroina a quello del wu wei taoista – manca giusto quella della sua donna delle pulizie… La forma parlata e frammentaria dei dialoghi non aiuta certo la lettura e conferisce un senso generale di superficiale trasandatezza e approssimazione, un bla-bla in cui dopo qualche pagina la ripetitività e la noia prevalgono: chi si aspettava un testo teorico sul Tai Chi o una serie di riflessioni in tema dove Lou Reed emulasse Lao-Tsi, resterà deluso. Si tratta più che altro della magnificazione di un artista famoso e della sua (ragguardevole) opera, della celebrazione di un mito, una sorta di agiografia in cui il Tai Chi, e il suo profeta, il maestro Ren, fanno le veci dello Spirito Santo e riscattano il peccatore dalla perdizione. Il genio della musica e il genio del Tai Chi si sono incontrati, non in Cina ma negli USA, e, da bravi yankee pragmatici (ma i cinesi, almeno quelli contemporanei, non sono da meno), per loro quello che conta davvero è la prestazione: così Lou scriverà droni musicali per accompagnare le sessioni di Tai Chi nella scuola del maestro Ren, e il maestro Ren seguirà Lou in tour curando le coreografie Tai Chi dei concerti. Come dice il proverbio cinese: “Gli Otto Immortali attraversano il mare, ognuno rivela i propri poteri divini”

 

 

]]>
Il reale delle/nelle immagini. Il manifestarsi della tossicità capitalista nella fotografia https://www.carmillaonline.com/2026/05/31/il-reale-delle-nelle-immagini-il-manifestarsi-della-tossicita-capitalista-nella-fotografia/ Sun, 31 May 2026 20:00:52 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94045 di Gioacchino Toni

Sara Benaglia, Immagini infestate. Ecologie tossiche della fotografia, Mimesis, Milano-Udine, 2026, pp. 116, € 15.00

«Immagini infestate è un’indagine storica, speculativa, poetica. Scava tra le scorie dell’atto fotografico: estrazione industriale, colonialismo chimico, spettri ibridati nella materia analogica. […] La fotografia è una rovina lucente. Una macchina che imprime, consuma e lascia dietro di sé solo resti. Senza lavoro coatto, senza violenza geologica del capitalismo, nessuna luce sarebbe mai stata impressa su carta. L’immagine non documenta: persiste. Sopravvive come scarto ideologico, come traccia necrotica, come reliquia di un’ecologia collassata» (pp. 7-8). Così Sara Benaglia presenta lo sguardo critico con cui [...]]]> di Gioacchino Toni

Sara Benaglia, Immagini infestate. Ecologie tossiche della fotografia, Mimesis, Milano-Udine, 2026, pp. 116, € 15.00

«Immagini infestate è un’indagine storica, speculativa, poetica. Scava tra le scorie dell’atto fotografico: estrazione industriale, colonialismo chimico, spettri ibridati nella materia analogica. […] La fotografia è una rovina lucente. Una macchina che imprime, consuma e lascia dietro di sé solo resti. Senza lavoro coatto, senza violenza geologica del capitalismo, nessuna luce sarebbe mai stata impressa su carta. L’immagine non documenta: persiste. Sopravvive come scarto ideologico, come traccia necrotica, come reliquia di un’ecologia collassata» (pp. 7-8). Così Sara Benaglia presenta lo sguardo critico con cui guarda alle fotografie riconsocendo loro, alla materia di cui sono fatte, un livello di agentività che contraddice le pretese di unicità autoriale umana.

Il ragionamento proposto dall’autrice prende il via dalla constatazione della naturale trasformazione che subisce nel tempo l’immagine fotografica, del suo sottrarsi all’idea che la vuole strumento in grado di fissare per l’eternità un istante mantenendosi, al contempo, inalterabile. Benaglia invita a non guardare all’infiorescenza che compare con il tempo sulla sua superficie fotografica come a un semplice deterioramento, ma come a una manifestazione di un processo vitale in atto. «L’immagine non si sta spegnendo, si sta riaccendendo in un registro distinto» (p. 11), non si adegua al ruolo di mero deposito di significato umano, autoriale e spettatoriale, ma manifesta le sue potenzialità di generare autonomamente significati infrangendo le pretese di congelamento a documento del realismo capitalista che la vorrebbe documento inerte.

Riconoscere l’agentività dell’immagine fotografica, sostiene Benaglia, significa ripensare il concetto di autorialità abbandonando le pretese di esclusività umana per contemplare la presenza di un creatività non-umana. «Ciò che chiamiamo “autorialità”» scrive l’autrice, «è una struttura mitologica, un apparato normativo costruito per congelare la creazione dentro una griglia di nomi, proprietà, intenzioni. Ma la materia si muove» (p. 21) e, nel muoversi, mostra la natura spettrale del castello giuridico autoriale, insinuando «l’idea disturbante di un diritto (d’autore) multiagentee: non più costruito attorno a un io centrale, ma distribuito tra materia, codice e tempo» (p. 22).

Tanto l’immagine analogica, «costellazione chimica che scaturisce dalla terra e si imprime sulla pellicola», quanto quella digitale, derivata da «materie rare, estratte dal cuore oscuro del pianeta, che alimentano lo splendore immateriale dei pixel», sottolinea Benaglia, «sono epistemologie connesse, visioni del mondo inscritte nella materia. L’analogico sussurra attraverso il decadimento, la corrosione, l’imperfezione. Il digitale simula purezza, ma è anch’esso fondato su una filiera di estrazione invisibile, che lega ogni schermo a un paesaggio devastato» (p. 35). In entrambi i casi, continua l’autrice, si tratta di «un’alleanza tra desiderio ed estrazione, tra visione e sfruttamento. Una miniera che si finge memoria. Un dispositivo che colonizza la luce e la trasforma in superficie. Ma lascia dietro di sé scorie. Polveri. Sostanze. Ogni immagine è un’eco minerale. Una reliquia velenosa di un mondo in esaurimento. Ma questa eco non è astratta. Ha una chimica. Ha un corpo. È composizione attiva della materia» (p. 37).

Nell’osservare una fotografia occorrerebbe prendere atto delle sue connessioni con l’industrializzazione e l’inquinamento, della sua genealogia sostanzialmente distruttiva in quanto gesto colonizzatore, «estrattivo che trasforma la realtà in superficie. In scarto. In residuo energetico» (p. 43).

La fotografia nasce nelle infernali miniere d’argento del Cinquecento sudamericano ed è, al pari del capitalismo, «un’illusione ottica sostenuta da un’infrastruttura invisibile e tossica. Senza la conquista coloniale, senza i combustibili fossili, senza il lavoro coatto e l’estrazione incessante, non ci sarebbe alcuna camera oscura, alcuna immagine da sviluppare. Ogni fotografia è già da sempre una composizione geologica e politica. La materia da cui è fatta è il risultato di violenza storica e raffinazione chimica» (p. 49).

Dietro all’apparente immaterialità dell’immagine fotografica si cela una costruzione ideologica che nasconde il suo essere «un prodotto stratificato di logistica, trasporto, ingegneria» (pp. 49-50), altro che «semplice estensione di un progetto autoriale, un’estetica disincarnata» (p. 50). Insieme alla riorganizzazione del vedere la fotografia concorre alla rovina del pianeta bruciando e dissolvendo ciò che osserva per renderlo visibile. Anziché «contemplare la fotografia per ciò che mostra» scrive Benaglia, la si dovrebbe guardare «come una ferita ecologica, come una macchina produttrice di scarti» (p. 70). Negli aloni di ruggine che affiorano a distanza di tempo dalle stampe fotografiche si dovrebbe allora cogliere il ritorno del rimosso, il manifestarsi della tossicità autodistruttiva del Capitalocene.

Le tecniche marginali, riprese o nuove che siano, attente all’impatto ecologico, muovono dall’idea che, anziché riprodurlo, la fotografia debba entrare in relazione con il mondo. «In un’epoca di collasso climatico, la fotografia non può limitarsi a riattivare il non visto. Deve imparare a denunciare i sistemi che rendono il mondo sempre meno visibile. Se ha ancora una funzione critica, non sta nel documentare il disastro, ma nello smontare le condizioni che lo producono» (p. 96).

Se la fotografia chimica presupponeva una relazione con la luce e con il tempo, la smaterializzazione del digitale ha «convertendo la luce in dato, l’esposizione in calcolo, l’attesa in immediatezza. L’immagine non viene più impressa, ma generata. Non reagisce, esegue. È una funzione algoritmica, un’operazione logistica del visibile» (p. 100) che fa del vedere un atto di ottimizzazione, un calcolo predittivo, non una rappresentazione ma una valutazione.

Viviamo in una fotonecrosi estetica. Ogni immagine è già un resto. La memoria visiva è colonizzata. La luce è necropolitica. Vedere non è più un diritto: è una concessione. Il visibile non è ciò che appare, ma ciò che sopravvive all’occultamento. Le immagini non ci rappresentano: ci regolano. Ogni pixel è il risultato di un processo di selezione che coinvolge silicio, cobalto, rame, lavoro estrattivo. Il digitale non è neutro: è minerale, coloniale, tossico. La fotografia è diventata un atto geologico. Ogni gesto visivo consuma risorse, genera calore, lascia scorie. Nel frattempo, bruciamo. Data center che divorano fiumi. GPU che sciolgono permafrost. Reti alimentate da coltan, cobalto, lavoro esaurito. Il digitale è la nuova plastica invisibile. Non la tocchi. Ma ti entra dentro (pp. 102-103).

Qualcosa sfugge comunque all’ottimizzazione, nella datanecrosi, sostiene Benaglia, «è possibile individuare anche una condizione critica che interroga l’apparato e i suoi rapporti di potere che consente di ripensare la relazione dell’essere umano con le immagini «non come superfici da consumare, ma come sintomi da ascoltare» (p. 103). La fotografia, analogica o digitale che sia, è rappresentazione e al tempo stesso corrosione del tempo, è gestione e non memoria. In un tale contesto, scrive l’autrice di Immagini infestate, la conservazione della fotografia «diventa anch’essa un gesto algoritmico, un tentativo di fissare ciò che per sua natura eccede ogni fissazione. La fotografia non ci mostra più il mondo. Lo divora. E ciò che sopravvive, nelle sue rovine, è la vitalità opaca della materia stessa» (p. 106).

Il reale delle/nelle immagini – serie completa

 

]]>
Il furore della pietra https://www.carmillaonline.com/2026/05/30/il-furore-della-pietra/ Sat, 30 May 2026 20:00:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94688 di Emanuela Cocco

Ruth Rendell, La morte non sa leggere, trad. di Marina Clavaresi, 66thand2nd, 2026, pp. 240, € 19.

“Una pietra che respirava. Ecco cos’era, ed era sempre stata, Eunice.” Il segreto che rende deforme Eunice Parchman, la protagonista di questa storia, ci viene svelato nella prima riga del romanzo. La morte non sa leggere di Ruth Rendell, appena ripubblicato da 66thand2nd, 2026 con la traduzione di Marina Clavaresi è una storia nerissima, piena di morte e mistero, che inizia con la sua completa risoluzione. Tutto è già accaduto, tutto è stato svelato: il nome dei colpevoli, le vittime, un movente [...]]]> di Emanuela Cocco

Ruth Rendell, La morte non sa leggere, trad. di Marina Clavaresi, 66thand2nd, 2026, pp. 240, € 19.

“Una pietra che respirava. Ecco cos’era, ed era sempre stata, Eunice.”
Il segreto che rende deforme Eunice Parchman, la protagonista di questa storia, ci viene svelato nella prima riga del romanzo. La morte non sa leggere di Ruth Rendell, appena ripubblicato da 66thand2nd, 2026 con la traduzione di Marina Clavaresi è una storia nerissima, piena di morte e mistero, che inizia con la sua completa risoluzione. Tutto è già accaduto, tutto è stato svelato: il nome dei colpevoli, le vittime, un movente che però non sembra comprensibile, la ragione inesplicabile che ha portato a un orrendo fatto di sangue. Eunice, la domestica analfabeta di una famiglia colta e di ottima estrazione sociale, ha commesso una strage, perché non sapeva leggere, perché non sapeva scrivere, ci informa il narratore, ma in questa storia, aggiunge, c’è molto di più.

Per Eunice Parchman e anche per i diretti interessati, fu una iattura che i suoi datori di lavoro, sotto il cui tetto aveva vissuto per dieci mesi, fossero gente di particolare cultura. Se fosse stata una famiglia di zoticoni, forse oggi sarebbero ancora vivi, e lei svincolata nella sua libertà oscura e misteriosa fatta di sensazioni, pulsioni e assenza totale di parole scritte.

Al centro del romanzo c’è il movente del massacro, l’oscuro perché, oggetto privilegiato delle storie investigative, che qui si presenta come motivazione scivolosa e inafferrabile proprio in virtù della sua evidenza. La correlazione tra i fatti è sfuggente. Come si legano il sangue e le ingiurie con l’analfabetismo dell’assassina e con la furia demolitrice della sua complice? Il perché di questa storia, di tutte queste morti, non è un perché fattuale, non è un movente che può essere circoscritto in una frase, del resto in questo romanzo, che non appartiene alla serie più tradizionale che hanno per protagonista l’ispettore capo Reginald Wexford, Ruth Rendell cambia completamente il suo approccio alla storia, e decide, come anche in altri romanzi memorabili quali Paura di uccidere o La bambola che uccide, di concentrarsi sul mistero dell’identità e delle motivazioni individuali, lì dove i nessi causa ed effetto si allentano, lasciando spazio a ossessioni e inquietanti proiezioni della mente che poi sfociano in una violenza inarrestabile.

Lowfield Hall traboccava di libri. Le sembrava che ce ne fossero tanti quanti nella biblioteca di Tooting, dove era entrata una volta, e una soltanto, per restituire in ritardo un romanzo preso in prestito dalla signora Samson. Ai suoi occhi erano solo piccole scatole piatte, piene di mistero e minaccia.

La morte non sa leggere è l’incubo di una donna che sente di non avere posto tra gli esseri umani, una donna in perenne esilio, bandita dalla società a causa di quello che lei avverte essere non un limite ma una deformazione ignominiosa. L’analfabetismo, del quale Eunice non ha colpa, è il suo crimine e il suo segreto, Eunice lo cela dentro di sé come un orribile misfatto, se ne vergogna, ne prova paura ed è disposta a tutto pur di mantenerlo sepolto, celato agli occhi di una comunità di uomini e donne alla quale sente di non appartenere. Da una parte c’è lei, Eunice, la donna un tempo bambina, mai amata, mai veramente accolta in seno alla sua famiglia, trattata come una semplice risorsa, come una macchina nata per accudire, abusata nel modo indegno e silenzioso del disamore, della noncuranza che si consuma all’interno di tante famiglie all’apparenza normali.  Dall’altra parte del muro ci sono loro, gli altri, capaci di vedere l’altro e di essere visti, altri che possiedono gli sguardi amorevoli, gli abbracci e le parole scritte, altri che non potendo essere visti da lei come amici, alleati, o anche come simili compagni di viaggio, diventano in modo automatico nemici, una minaccia dalla quale difendersi, oppure le vittime contro le quali infuriare.

C’erano libri sui comodini, riviste e giornali nelle ceste apposite. I Coverdale leggevano a qualsiasi ora del giorno. E Eunice aveva come la sensazione che lo facessero a mo’ di provocazione, visto che nessuno, neppure un professorone, poteva ammazzarsi così tanto di lettura per puro piacere.

L’amore, che per esistere deve essere pensato attraverso le parole ed è nelle parole che si incarna, che viaggia all’interno di questa famiglia attraverso le letture condivise,  le frasi gentili, le riviste sfogliate, i libri letti, i bigliettini sui quali i membri di  questa famiglia, ignara del pericolo, annotano istruzioni per la loro domestica analfabeta, l’amore fatto di caratteri scritti a penna o stampati, è anche la miccia che fa divampare la furia di Eunice fino a farle incenerire tutto, alla ricerca di una pace innaturale, di una compostezza agghiacciante che non è dei vivi, e non è degli umani, ma degli esseri inanimati.
La morte non sa leggere è la magistrale storia di come si diventa di pietra, di come, in quanto pietra, si finisce per usare se stessi per colpire l’altro, quell’altro che non sappiamo avvicinare, lo stesso che a sua volta non sa accerchiare la nostra resistenza a ogni tipo di contatto, non sa fare altro che accertare come sia immutabile la nostra consistenza dura e inanimata.
Come ogni processo di pietrificazione esistenziale anche quello di Eunice Parchman, la protagonista, potrebbe essere reversibile, ma Eunice, scarsa di immaginazione e così a lungo raggelata dalla paura da essere incapace anche solo di ipotizzare un cambiamento, non lo sospetta neppure. Ruth Rendell è bravissima a scegliere per questa donna, così ossessionata dal terribile segreto dell’analfabetismo, la peggiore famiglia possibile. Dei colti e ben disposti privilegiati che, almeno all’inizio, tentano goffamente di farla sentire parte della famiglia, senza capire che proprio la loro natura di “gente cresciuta dritta”, come direbbe Theodor Fontane, offende in lei cioè che è guasto, deforme, fino a farlo urlare e infuriare.
Con La morte non sa leggere Ruth Rendell ci regala il ritratto di un’assassina selvaggia e quello di una vittima predestinata che sono la stessa sgradevole donna: la feroce, inerme, indimenticabile Eunice Parchman.

]]>
Dalla Russia con dolore: una spia bianca nella Russia rossa https://www.carmillaonline.com/2026/05/30/dalla-russia-con-dolore-una-spia-bianca-nella-russia-rossa/ Fri, 29 May 2026 22:01:32 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94309 di Walter Catalano

Paul Dukes, Crepuscolo rosso e il nuovo giorno, Edizioni Medhelan, trad. Fabrizio Bagatti, prefazione di Antonio Carioti, pp. 320, 24,00 €.

Se Peter Fleming – il fratello maggiore di Ian, l’inventore di James Bond – osserva la guerra civile russa dall’esterno (qui), con gli occhi dello storico che ricostruisce a posteriori un disastro annunciato, Paul Dukes la vive dal di dentro, con il fiato corto di chi sa che un errore di calcolo può costargli la vita. Crepuscolo rosso e il nuovo giorno, pubblicato nel 1922 e ora finalmente tradotto in italiano da Medhelan, è [...]]]> di Walter Catalano

Paul Dukes, Crepuscolo rosso e il nuovo giorno, Edizioni Medhelan, trad. Fabrizio Bagatti, prefazione di Antonio Carioti, pp. 320, 24,00 €.

Se Peter Fleming – il fratello maggiore di Ian, l’inventore di James Bond – osserva la guerra civile russa dall’esterno (qui), con gli occhi dello storico che ricostruisce a posteriori un disastro annunciato, Paul Dukes la vive dal di dentro, con il fiato corto di chi sa che un errore di calcolo può costargli la vita. Crepuscolo rosso e il nuovo giorno, pubblicato nel 1922 e ora finalmente tradotto in italiano da Medhelan, è un documento eccezionale: le memorie di un agente del MI6 infiltrato nella Pietrogrado bolscevica per due anni, dal 1918 al 1920, autorizzate dai servizi britannici in un’epoca in cui simile concessione era praticamente inaudita. Come notava all’epoca il Times Literary Supplement, si trattava di un caso quasi unico: un agente segreto in attività cui veniva concesso di raccontare la propria missione mentre i protagonisti di quella storia erano ancora vivi e pericolosi.

Il contesto in cui Dukes si muove è quello dei mesi più convulsi della rivoluzione bolscevica. Dopo l’ottobre del 1917, Pietrogrado — che aveva cessato di essere capitale a favore di Mosca nel marzo del 1918, proprio per sottrarla all’avanzata tedesca — è una città allo stremo: la fame morde, le fabbriche sono ferme, le strade percorse da pattuglie della Čeka e da delatori pronti a vendere chiunque per un tozzo di pane. Il Terrore Rosso, proclamato ufficialmente nell’estate del 1918 dopo l’attentato a Lenin, ha trasformato la città in una trappola in cui la sopravvivenza dipende dalla capacità di sparire nella folla, di cambiare identità, di non fidarsi di nessuno. È in questo scenario che Dukes deve operare, raccogliere informazioni, mantenere i contatti con i circoli controrivoluzionari clandestini e far pervenire i propri dispacci a Londra attraverso una catena di corrieri che attraversano clandestinamente il confine finlandese.

Dukes non era una spia di professione. Era un giovane insegnante d’inglese, prima a Riga poi a San Pietroburgo, innamorato della Russia e della sua cultura, abbastanza fluente in russo da potersi muovere tra la gente comune senza destare sospetti. Fu proprio questa sua anomalia — non l’agente addestrato ma l’appassionato che conosce il paese e la sua anima — a renderlo prezioso agli occhi dell’MI6, che lo reclutò nell’estate del 1918 dopo che l’assassinio del capitano Francis Cromie nell’ambasciata britannica di Pietrogrado aveva decimato le reti di spionaggio esistenti. Cromie era stato ucciso il 31 agosto 1918 da un gruppo di bolscevichi che avevano fatto irruzione nell’edificio diplomatico: la sua morte segnò la rottura definitiva dei rapporti tra il governo britannico e il regime di Lenin, e lasciò l’intelligence britannica quasi cieca proprio nel momento in cui più urgentemente aveva bisogno di occhi sul campo. Le istruzioni che Dukes ricevette erano di una vaghezza quasi comica: torni in Russia come può, si arrangi, mandi dispacci. Come attraversare il confine ghiacciato tra Finlandia e Russia bolscevica era affar suo.

Sul piano narrativo, il libro segue Dukes attraverso una serie di identità successive, costruite con pazienza artigianale e abbandonate all’ultimo momento quando diventano troppo pericolose. Si fa chiamare Aleksandr, poi Joseph, poi ancora con altri nomi, coprendosi con documenti falsi di volta in volta procurati attraverso la rete clandestina. Si nasconde in appartamenti di fortuna, dorme in rifugi improvvisati, assiste a esecuzioni sommarie, frequenta riunioni segrete di socialrivoluzionari e monarchici che si illudono ancora di poter rovesciare il regime. Incontra personalità reali della resistenza clandestina, alcune delle quali pagheranno la propria opposizione con la vita. Uno dei momenti più drammatici del libro è la fuga finale attraverso il Golfo di Finlandia su una barca a remi nel cuore dell’inverno, inseguito dalle motovedette bolsceviche: una sequenza che anticipa quasi cinematograficamente certi topoi della spy story del Novecento, e che non stupisce abbia lasciato traccia nell’immaginario di chi, come Ian Fleming, crebbe in un ambiente familiare saturo di storie di questo tipo.

Ciò che ne risulta è un libro che sfugge con eleganza alle categorie: non è propriamente una spy story, non è un memoir convenzionale, non è un saggio storico, eppure è un po’ tutte e tre le cose insieme. Dukes racconta i travestimenti successivi — una barba da russo, un nome ucraino per giustificare l’accento non perfetto, documenti contraffatti — con quella capacità tutta britannica di trattare il pericolo con un humour misurato che non scade mai nell’autocompiacimento. Ma sotto la superficie avventurosa scorre qualcosa di più prezioso: una testimonianza diretta e affettuosa della vita quotidiana a Pietrogrado nei primi anni del regime bolscevico, le opinioni della gente comune raccolta dalla voce stessa della strada, la progressiva organizzazione repressiva della Čeka, i velleitari tentativi controrivoluzionari destinati al fallimento. Dukes descrive con precisione il funzionamento dei comitati di quartiere attraverso cui il potere bolscevico penetrava capillarmente nella vita privata dei cittadini, il sistema delle razioni utilizzato come strumento di controllo politico, la sistematica eliminazione di quella borghesia colta e liberale che aveva creduto, nel febbraio del 1917, di poter guidare la Russia verso una democrazia parlamentare.

Dukes amava i russi — li amava davvero, non come l’agente ama il suo terreno di caccia ma come chi ha vissuto abbastanza a lungo in un paese da farne propria qualcosa dell’anima. Questa empatia autentica è forse la qualità più rara del libro, quella che lo distingue dalla produzione spionistica contemporanea: non c’è qui il freddo disprezzo del professionista per le sue pedine, né la superiorità dell’osservatore occidentale verso una civiltà che non capisce. C’è invece la curiosità genuina di chi vuole capire cosa stia succedendo a un popolo che conosce e rispetta, e la malinconia di chi vede qualcosa di irrecuperabile andare perduto nel vortice della storia. La Pietrogrado che Dukes aveva conosciuto prima della rivoluzione — la città dei teatri, dei caffè letterari, delle serate musicali in cui lui stesso aveva suonato il pianoforte nei salotti dell’intellighenzia — è ormai irriconoscibile, svuotata dei suoi abitanti più colti dalla fame, dalla fuga e dalla repressione. Questo lutto per una civiltà perduta, quella borghese che la Rivoluzione ha scalzato via, percorre il libro come un basso continuo, e gli conferisce una profondità emotiva che trascende il resoconto di spionaggio.

Come nel caso del volume flemingiano, la cura editoriale di Medhelan si fa sentire: la prefazione di Antonio Carioti contestualizza il testo con precisione nel panorama storico e nella storia del servizio segreto britannico, e la traduzione di Bagatti restituisce il tono di Dukes — quel mix di tensione narrativa e understatement tipicamente inglese — senza forzature. I due volumi, Fleming e Dukes, si leggono bene in sequenza: sono le due facce della stessa medaglia, lo stesso momento storico visto dall’esterno e dall’interno, il grande crollo dell’ordine zarista raccontato da chi c’era e da chi, più tardi, ha cercato di capire cosa fosse successo davvero. Medhelan ha avuto l’intelligenza di pubblicarli quasi in contemporanea, costruendo così non due semplici uscite editoriali ma un dittico coerente su uno dei momenti più drammatici e emblematici del secolo scorso.

]]>
Un amore platonico, ma non troppo https://www.carmillaonline.com/2026/05/28/un-amore-platonico-ma-non-troppo/ Thu, 28 May 2026 20:00:59 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94242 di Franco Ricciardiello

Matteo Nucci Platone. Una storia d’amore, pp. 580, euro 22,00, Feltrinelli, 2025

Scrivere un’autobiografia romanzata di Platone è un’impresa che dovrebbe far tremare le vene ai polsi. Affrontare la storia di uno tra i personaggi più conosciuti dell’antichità, benché citato più per sentito dire che per conoscenza diretta, Platone è un nome-etichetta che di solito si associa direttamente all’idea stessa di filosofia. Come se non bastasse, è l’unico grande filosofo classico del quale ci sia pervenuto intatto l’intero corpus di opere, a differenza di Aristotele e di Socrate: quest’ultimo neppure ha lasciato testi scritti, tutto ciò che sappiamo del [...]]]> di Franco Ricciardiello

Matteo Nucci Platone. Una storia d’amore, pp. 580, euro 22,00, Feltrinelli, 2025

Scrivere un’autobiografia romanzata di Platone è un’impresa che dovrebbe far tremare le vene ai polsi. Affrontare la storia di uno tra i personaggi più conosciuti dell’antichità, benché citato più per sentito dire che per conoscenza diretta, Platone è un nome-etichetta che di solito si associa direttamente all’idea stessa di filosofia. Come se non bastasse, è l’unico grande filosofo classico del quale ci sia pervenuto intatto l’intero corpus di opere, a differenza di Aristotele e di Socrate: quest’ultimo neppure ha lasciato testi scritti, tutto ciò che sappiamo del suo pensiero ci arriva appunto dal suo allievo Platone.

Ecco la triade filosofica della Grecia classica; Socrate (470-399) fu maestro di Platone (428-348), che a sua volta ebbe come allievo Aristotele (384-322), e infine Alessandro il Grande (336-323) fu allievo di Aristotele: una linea retta che attraversa le Guerre Persiane, lo scontro tra Atene e Sparta, l’era di Pericle, rappresentando il periodo di massimo splendore della civiltà greca, antenata diretta di quella occidentale, che sfocia con la conquista dell’Asia da parte del re macedone.

Torniamo a Platone; che poi non si chiamava neppure così, bensì Aristocle. Nei secoli è stato conosciuto con il soprannome che gli dette il maestro di ginnastica, con allusione alla corporatura e alle spalle ampie, platýs in greco. Un nome trasformato anche in aggettivo, platonico, usato — a sproposito — per indicare un amore contemplativo, non consumato.

Un’impresa da far tremare i polsi, romanzare la vita del filosofo, dicevamo; eppure Matteo Nucci ci si è impegnato, e il risultato è esaltante. Nucci, esperto del mondo antico e studioso delle origini del pensiero filosofico, ha curato nel 2009 un’edizione del Simposio di Platone per Einaudi; forse quest’impresa poteva essere portata a termine solo da lui, almeno nella forma del presente romanzo, cioè evitando sia il sensazionale che il patetico, per concentrarsi quasi sulla quotidianità di un titano della cultura, che fu comunque soprattutto un uomo della sua epoca, più influente di molti politici, conosciuto in tutto il Mediterraneo ellenizzato, e anche oltre.

La narrazione parte dalla prima infanzia e termina con la morte; il narratore è un suo amico di gioventù, ma spesso la voce si sposta molto più vicino all’autore che al narratore, per inquadrare in determinati passaggi alcuni avvenimenti nella prospettiva futura rispetto al tempo del racconto.

Va detto che ci sono ben pochi passaggi apertamente filosofici nel romanzo, il pensiero di Platone è sempre filtrato attraverso altri personaggi, smontato, messo in relazione agli eventi storici. Il lettore non deve aspettarsi di apprendere il contenuto dei Dialoghi, della Repubblica o della Politica, piuttosto scoprirà chi furono le persone reali che il filosofo rende protagonisti dei suoi confronti dialettici. Infatti, 34 delle sue 36 opere sono dialoghi tra personaggi sui più disparati argomenti filosofici e i dialoganti sono persone realmente vissute, come il condottiero Alcibiade, il filosofo Gorgia, il politico Crizia, zio di Platone, il matematico Ippia e Socrate stesso.

In appendice al romanzo, la sezione Riferimenti indica pagina per pagina le fonti della narrazione, costruita comunque con la più ampia libertà d’interpretazione e d’invenzione della fiction e va considerata come un’importante lezione sulla liceità del romanzo storico di riempire le lacune delle fonti, e al tempo stesso il dovere morale di mettere in scena il punto di vista di un uomo del suo tempo, ancorché più intelligente dei contemporanei, evitando — come infatti è riuscito a fare Nucci — anacronistiche modernità di pensiero. Una vita vissuta comunque pericolosamente, quella di Platone: lo testimoniano i molti viaggi per mare, da Cirene all’Egitto alla Sicilia, la sua riduzione in schiavitù per volere di Dionisio, tiranno di Siracusa, la feroce opposizione incontrata un po’ ovunque, dalla patria alla Sicilia, il tutto raccontato con equanimità e pudore dall’autore, del quale comunque si percepisce la passione per il personaggio.

Alcuni dei momenti più iconici della storia greca vengono illuminati dai protagonisti che ne furono testimoni oculari: il devastante processo populista che condannò a morte Socrate; la trentennale guerra del Peloponneso, che vide Atene arrendersi a Sparta; la catastrofica spedizione ateniese contro Siracusa, terminata con dodicimila morti nelle prigioni della città siciliana; il tiranno Dionisio, che per un certo tempo suscitò le speranze di Platone per un governo illuminato.

Sicuramente l’aspetto che più potrebbe far discutere è l’attenta ricostruzione della parte sessuale, o erotica, della vita del filosofo; d’altronde Nucci tiene fede al sottotitolo del romanzo, Una storia d’amore, raccontando le continue passioni, gli innamoramenti, le sbandate che ne caratterizzano l’esistenza fino all’età avanzata; naturalmente, si parla di passione erotica nella Grecia classica, e dunque di relazioni sentimentali tra uomini di età diverse, il maturo e l’adolescente, mentre la sessualità uomo-donna rimane sullo sfondo, legata alla procreazione; siccome Platone non ebbe figli, la giostra dei suoi amori approfondisce il rapporto erotico tra uomini vissuto senza senso del peccato (che sarebbe stato imposto dal cristianesimo) e senza anacronistici pudori.

]]>
Il nuovo disordine mondiale / 37 – Sull’utilità o il danno della teoria del socialismo in un paese solo per l’internazionalismo https://www.carmillaonline.com/2026/05/27/il-nuovo-disordine-mondiale-37-una-riflessione-sulle-origini-e-i-danni-arrecati-dal-socialismo-in-un-paese-solo-alla-teoria-della-rivoluzione/ Wed, 27 May 2026 20:00:05 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94855 di Sandro Moiso

Alessandro Mantovani, Lo scontro sul “Socialismo in un Paese solo” al VII esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista. Dicembre 1926 – Gennaio 1927. Con gli interventi di Bucharin, Kamenev, Stalin, Trotsky, Zinov’ev a altri documenti dell’opposizione internazionale allo stalinismo e una postfazione sul rapporto Bordiga-Korsch e una Prefazione di Graziano Giusti, collana «Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria» vol. 7, Associazione Eguaglianza e Solidarietà 2026, pp. 316, 19 euro

Come sottolinea nella sua ampia prefazione Graziano Giusti, potrebbe sembrare strana, se non curiosa, la scelta di dedicare oggi una ricerca voluminosa ad un evento avvenuto un secolo fa e di cui gran [...]]]> di Sandro Moiso

Alessandro Mantovani, Lo scontro sul “Socialismo in un Paese solo” al VII esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista. Dicembre 1926 – Gennaio 1927. Con gli interventi di Bucharin, Kamenev, Stalin, Trotsky, Zinov’ev a altri documenti dell’opposizione internazionale allo stalinismo e una postfazione sul rapporto Bordiga-Korsch e una Prefazione di Graziano Giusti, collana «Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria» vol. 7, Associazione Eguaglianza e Solidarietà 2026, pp. 316, 19 euro

Come sottolinea nella sua ampia prefazione Graziano Giusti, potrebbe sembrare strana, se non curiosa, la scelta di dedicare oggi una ricerca voluminosa ad un evento avvenuto un secolo fa e di cui gran parte degli attuali lettori, forse, non ha la minima conoscenza oppure non ha mai sentito nemmeno lontanamente parlare. Eppure, eppure…

Nel breve periodo compreso tra il dicembre del 1926 e il gennaio del 1927 si consumò un’autentica tragedia politica per la successiva storia del movimento rivoluzionario comunista e proletario, destinata a riflettersi non soltanto nelle campagne diffamatorie e persecutorie condotte nei confronti di alcuni dei suoi protagonisti più in vista dalla dirigenza staliniana del Partito bolscevico russo e dell’Internazionale Comunista, ma anche sulle scelte di politica interna ed estera della ormai non più neonata Repubblica dei soviet e su quelle inerenti la tattica o le tattiche da adottare nei confronti degli avversari.

Scelte che avrebbero finito con l’influenzare anche la più generale strategia del movimento operaio e la concezione che il movimento rivoluzionario avrebbe avuto di sé non soltanto nei decenni immediatamente successivi ma anche, purtroppo, fino ai nostri giorni. Ed è il titolo stesso della ricerca condotta con precisione e ricchezza di argomenti e materiali da Alessandro Mantovani a rivelare come tale battaglia in seno al Partito comunista, che avrebbe dovuto essere mondiale, riguardasse all’epoca la possibilità o meno di instaurare il “socialismo in un solo paese”.

Una scelta che, una volta affermatasi per la Russia sovietica, avrebbe non soltanto permesso la diffusione della medesima idea nel corso delle rivoluzioni anticoloniali sviluppatesi a partire da allora e nella seconda metà del ‘900, ma anche contribuito ad un totale stravolgimento della teoria marxista rivoluzionaria e della pratica internazionalista che ne costituiva, e dovrebbe ancora costituire, l’irremovible e irrinunciabile corollario.

Un’idea, quella della possibilità di realizzare il socialismo in un “paese solo”, che oltre a confondere le finalità anticapitaliste della rivoluzione con quelle del “necessario” sviluppo economico in chiave di ammodernamento delle strutture economiche e sociali, ha finito con il rappresentare un’autentica spinta all’interclassismo e alla collaborazione tra le classi in funzione delle difesa degli interessi “nazionali”. Un percorso teorico che ha finito con il giustificare qualsiasi collaborazione politica con quelli che avrebbero dovuto essere gli avversari dichiarati di un progetto rivoluzionario atto a superare l’attuale modo di produzione: Stato, interesse nazionale delle classi possidenti, partiti borghesi che ne rappresentano gli interessi.

Così ancora oggi, dopo essere entrati «in una fase di nuova spartizione del mondo tra imperialismi […] in cui emerge nettamente e irreversibilmente la tendenza al riarmo generale e alla guerra “guerreggiata”», il mito della realizzazione del socialismo in un solo paese oppure che un solo paese possa rappresentare il modello sociale, politico ed economico cui ispirarsi per il rovesciamento dell’esistente si traveste subdolamente, ma in maniera assai «varia e penetrante», attraverso «il nuovo mito del “campismo”» 1.

Mito ravvisabile spesso tra quelle correnti politiche che si richiamano ancor oggi al marxismo-leninismo, altra “invenzione” del principale artefice della svolta controrivoluzionaria all’interno dell’Internazionale Comunista e nel partito russo: Iosif Stalin.

Una teoria della Rivoluzione che nel dichiararsi sia marxista che leninista è riuscita nel duplice intento di tradire sia Marx, che come è noto mai si sarebbe dichiarato marxista2, che Lenin, le cui battaglie internazionaliste furono travisate nel loro intento dopo che Stalin ebbe creato un vero e proprio culto della personalità del leader bolscevico per presentare la propria politica come la diretta continuazione della sua opera, in contrasto con l’opposizione di sinistra riunita intorno a Trotsky.

Stalin avrebbe introdotto pubblicamente il marxismo-leninismo alla fine del suo resoconto al XVII Congresso del Partito Comunista di tutta l’Unione (bolscevico) il 26 gennaio 1934, anche se già nel 1924 aveva tenuto lezioni presso l’Università Sverdlov che sarebbero poi state successivamente raccolte in un volume dal titolo Principi del leninismo. Ma soltanto nel 1938, nel Corso breve di storia del Partito bolscevico redatto dall’apposita commissione del Comitato centrale del PCU(b), tale pensiero acquisì la forma di “dogma”. Infatti, in quell’anno vennero istituite in URSS le prime Università di marxismo-leninismo come livello superiore della formazione partitica, divenendo in seguito elemento di grande importanza nei sistemi scolastici dei paesi socialisti. Motivo per cui ogni università ed istituto superiore doveva possedere un proprio “Istituto di marxismo-leninismo”.

Il termine “marxismo-leninismo” rimase in uso presso i partiti comunisti anche dopo il XX Congresso del PCUS e le critiche ufficiali avanzate allo stalinismo, mentre nella Russia di Putin, cui Lenin è sicuramente inviso, una rivalutazione della figura e del ruolo di Stalin come grande statista che ha avuto il merito di avviare la modernizzazione del paese è entrata a far parte non soltanto del discorso politico ma, anche, dei manuali di storia della Russia, pubblicati con il sostegno del Ministero dell’Istruzione e destinati agli insegnanti3.

Questa apparente divagazione sul tema del marxismo-leninismo serve per tornare sia sul tema principale del testo curato da Alessandro Mantovani che su quello, precedentemente indicato, di una posizione politica che oggi, nell’illusione di abbreviare i tempi della ripresa della lotta di classe nei confronti della guerra imperialista, fa perno sulla possibilità che paesi come Cina e Russia o blocchi di potenze emergenti, i BRICS, oppure singole nazioni aggredite dalle campagne militari americane, come Venezuela, Iran o Cuba, possano rappresentare « realtà “alternative” » ai “vecchi” imperialismi. Una logica tutt’altro che nuova che fa propria l’idea, sempre foriera di tradimenti e menzogne, che il nemico del mio nemico è mio amico.

Una posizione che richiamandosi, troppo spesso, anche all’evanescente concetto di “diritto internazionale”4 potrebbe in futuro giungere a giustificare una possibile guerra dell’imperialismo europeo contro la Russia o l’ormai ex-alleato americano.

Un’idea truffaldina attraverso la quale si finisce col negare qualsiasi soggettività e autonomia politica al proletariato internazionale e ai popoli ancora oppressi dalle proprie borghesie “nazionali”, asservendola invece, esattamente come fece lo stalinismo proprio con l’invenzione del «socialismo in un solo paese», agli interessi delle borghesie o delle classi dirigenti poste ai vertici dello Stato, sancendo così «il ribaltamento del rapporto tra Stato nazionale (definito socialista) e classi sfruttate, a favore del primo»5.

Quello in cui si svolse il VII esecutivo allargato (22 novembre – 16 dicembre 1926) fu un periodo difficile e confuso della storia sia dell’Internazionale Comunista che del movimento proletario internazionale. Da un lato il secondo, dopo le fallite insurrezioni in Germania, stava per affrontare un’ulteriore sconfitta in Cina nel corso del 1927, mentre le indicazioni dell’Internazionale che avevano contribuito o avrebbero contribuito a tali disastri sociali e politici affondavano le loro radici in un contesto in cui il tentativo di centralizzare a livello mondiale la tattica rivoluzionaria “una volta per tutte” cozzavano tra di loro, così come le divergenze in seno al partito russo e alle stesse opposizioni.

Sono elementi, soprattutto quelli riguardanti lo scontro politico tra Stalin e Trotsky, Kamenev e Zinov’ev, che la premessa di Mantovani analizza con abbondanza di elementi e documenti che riescono a mettere il luce la contraddittorietà profondissima che stava alla base dell’Opposizione al nuovo programma di Stalin. Tutti gli interventi dei tre principali oppositori, in quel momento, al programma di Stalin per la realizzazione del «socialismo in un paese solo» erano corroborati da un solido riferimento al marxismo e a Lenin, ma forse, proprio per questo, riponevano troppa fiducia nella sola “forza della teoria”.
Kamenev affermò nel suo intervento dell’11 dicembre, tra i tumulti e le grida dell’assemblea:

I nostri avversari affermano che nel nostro paese, dove qualche milione di proletari deve guidare 100 milioni di contadini nelle condizioni della NEP e dell’accerchiamento capitalista mondiale, si può costruire una società socialista, indipendentemente da una rivoluzione del proletariato, almeno in alcuni paesi avanzati. Questo punto di vista, che pone speranze tanto ottimistiche nelle capacità socialiste della massa contadina è chiamato “ottimismo”. Noi affermiamo che il raggiungimento dell’economia socialista in Unione Sovietica terminerà con il concorso della rivoluzione proletaria negli altri paesi e si chiama ciò “pessimismo”. Noi affermiamo che l’ottimismo dei nostri avversari nelle capacità socialiste dei contadini non è che il rovescio del loro pessimismo verso la rivoluzione proletaria internazionale6.

Con una serie stringente di citazioni da Marx, Engels, Lenin, e dallo stesso Stalin, Zinov’ev dimostrò che:

la teoria attuale dell’edificazione del socialismo in un solo paese non è sorta che alla fine dell’anno 1924 […] E’ assolutamente necessario avere una prospettiva per l’edificazione del socialismo. Ma perché questa prospettiva deve essere nazionale e non internazionale? E’ questo il nodo della questione. Se il nostro proletariato si rende conto che la questione della rivoluzione è per esso una questione di vita o di morte, ciò è diverso dall’educarlo nella convinzione che edifica il socialismo indipendentemente dalla marcia della rivoluzione mondiale. La nostra prospettivaè, di conseguenza, la prospettiva della rivoluzione mondiale7.

Il giorno successivo a quello dell’intervento di Zinov’ev, sarebbe stato lo stesso Trotsky a gridare, con una impeccabile argomentazione marxista:

Ripetiamolo ancora , la vera edificazione del socialismo significa l’abolizione delle classi e, poi,la sparizione dello Stato. Ed ecco che Stalin dice che noi possiamo assicurare l’edificazione del socialismo nel nostro paese, precisamente nel senso di questo raggiungimento, vincendo solamente la nostra borghesia interna. Ma, compagni, lo Stato e l’esercito ci sono necessari contro il nemico esterno. Dunque, questo elemento resterà in ogni caso, fin t che esisterà la borghesia mondiale. Si può credere, poi, che noi possiamo, con l’aiuto delle nostre sole risorse interne, economiche e culturali, fondere il proletariato e il contadiname in un’economia socialista unica prima che il proletariato d’Europa prenda il potere?8.

In realtà, a ben guardare con il necessario distacco dovuto al secolo trascorso nel frattempo, nel corso di quelle turbolente sedute si svolse più ancora che uno scontro politico, che pur fu centrale, un autentico dramma psicologico che coinvolse in primis proprio coloro che al progetto di Stalin intendevano opporsi. Questo, come ancora ben delinea nelle sue pagine il curatore, derivava non solo dal fatto che i tre principali protagonisti di quella che all’epoca era definita come Opposizione unificata erano stati in fasi successive alleati di Stalin e nemici tra di loro. Fin dai tempi dell’insurrezione ottobrina che avevo visto Kamenez e Zinov’ev opporsi all’azione armata condotta da Lenin e Trotsky per il rovesciamento del governo provvisorio di Kerensky.

Oppure in altre occasioni accondiscendere in nome dell’unità del partito a scelte, non solo di Stalin, con cui non concordavano minimamente. Un tatticismo che si sarebbe ripercosso fino ai grandi processi moscoviti della seconda metà degli anni Trenta che avrebbero finito col liquidare, anche fisicamente, un’opposizione troppo divisa al suo interno e sostanzialmente incerta sul da farsi. Un dramma molto ben descritto, oltre che nelle ricerche storiche accumulatesi nel frattempo, anche nei principali romanzi di Victor Serge9, testimone diretto di quelle tragedie.

Ma indebolita, come afferma Mantovani nelle sue conclusioni, anche da un progressivo diradarsi e da una sconfitta sul campo degli ultimi barlumi rivoluzionari dell’azione proletaria su scala internazionale.

Ciò che all’osservatore odierno può sembrare chiaro, ossia che la parabola della rivoluzione internazionale (e perciò dell’opposizione) era ormai segnata, non poteva esserlo allora per i protagonisti, come mai può esserlo nella storia, a priori.
In realtà tutto dipendeva dal corso che la lotta di classe avrebbe assunto nei mesi e negli anni successivi in Russia, in Europa, in Cina e solo oggi noi sappiamo quale fu lo svolgimento delle cose, e come alla dégringolade del proletariato internazionale, e dunque delle sue élites rivoluzionarie, abbiano contribuito in modo determinante la sconfitta del grande sciopero generale inglese del maggio 1926 e quella della rivoluzione cinese del 1927.
Ai tempi del VII Esecutivo Allargato, che si soffermò lungamente sia sui fatti inglesi sia sulle prospettive della rivoluzione cinese, si riteneva ancora che la situazione britannica fosse promettente dal punto di vista della lotta rivoluzionaria del proletariato, e alle tardive denunce dell’opposizione sul mantenimento del comitato “anglo-russo” (gli oppositori, con la parziale eccezione di Trotsky, non lo avevano all’inizio avversato) mancava (non poteva non mancare) la consapevolezza che si trattava dell’episodio conclusivo delle lotte operaie del dopoguerra europeo. Né maggior consapevolezza – anche per la sostanziale mancanza di informazioni – essa mostrò nel tragico sbocco a cui di lì a pochi mesi avrebbe portato, in Cina, la linea politica Stalin-Bucharin di subordinazione al Kuomintang contro la quale, ancora una volta in ritardo, l’Opposizione Unificata avrebbe invano ripreso vigore e giocato le sue residue carte.
Sarebbe stato – quello cinese – il canto del cigno del ciclo rivoluzionario apertosi con l’Ottobre rosso. Una vittoria in Cina avrebbe sicuramente, come già avvenuto con la Rivoluzione russa, galvanizzato le masse dei lavoratori occidentali e le plebi agrarie dei paesi coloniali. Tutto sarebbe stato rimesso in gioco. Tutto sarà invece definitivamente perduto […] Dopo di allora la storia dell’opposizione – contro la volontà dei suoi stessi protagonisti – si svolgerà al di fuori dell’Internazionale ormai sostanzialmente defunta10.

Successivamente proprio sul piano internazionale, ma non solo, lo stalinismo finì con lo svolgere un ruolo profondamente controrivoluzionario, sia dal punto di vista delle alleanze che della tattica, entrambe determinate dagli interessi nazionali russi. Considerato che, come ancora scrive Mantovani: «le realizzazioni economico-sociali dello stalinismo furono effettivamente rivoluzionarie se valutate col metro di misura delle rivoluzioni borghesi del XVIII e XIX secolo […] Ma lo hanno fatto deformando la dottrina marxista tradizionale da un lato, e ponendo, dall’altro, il partito comunista e l’Internazionale al servizio degli interessi nazionali russi11.

All’epoca, non v’è dubbio alcuno, gran parte della riflessione teorica, anche di parte dell’Opposizione di sinistra più radicale, si basava su una concezione eccessivamente deterministica sia del ruolo del partito che dello sviluppo delle contraddizioni di classe, un fattore che finì col limitare l’azione delle stesse opposizioni sia nei confronti delle strutture politiche di riferimento che delle lotte che si sarebbero poi ancora andate manifestando.

Un determinismo che sembrava, troppo spesso, far derivare le sue formulazioni e principi da una fisica classica che proprio in quei decenni sarebbe stata messa parzialmente in crisi dall’avvento della meccanica quantistica. La prima, per secoli, aveva fornito una visione piuttosto rigida di un universo in cui, date le condizioni iniziali e le loro leggi, il futuro sarebbe già scritto. Un’idea potentissima e rassicurante, ma che escludeva troppe variabili.

Tutto sommato un tema che il vecchio Engels aveva già affrontato in una lettera a Joseph Bloch, scritta il 21 e 22 settembre 1890, in cui si affermava chiaramente che non era certo semplice applicare leggi che, anche quando potevano rappresentare un modello delle dinamiche sociali, certo non dovevano essere meccanicamente applicate ai conflitti di classe e ai cambiamenti che avrebbero potuto derivarne.

Secondo la concezione materialistica della storia la produzione e riproduzione della vita reale è nella storia il momento in ultima istanza determinante. Di più né io né Marx abbiamo mai affermato. Se ora qualcuno distorce quell’affermazione in modo che il momento economico risulti essere l’unico determinante, trasforma quel principio in una frase fatta insignificante, astratta e assurda. La situazione economica è la base, ma i diversi momenti della sovrastruttura – le forme politiche della lotta di classe e i risultati di questa – costituzioni stabilite dalla classe vittoriosa dopo una battaglia vinta, ecc. – le forme giuridiche, anzi persino i riflessi di tutte queste lotte reali nel cervello di coloro che vi prendono parte, le teorie politiche, giuridiche, filosofiche, le visioni religiose ed il loro successivo sviluppo in sistemi dogmatici, esercitano altresì la loro influenza sul decorso delle lotte storiche e in molti casi ne determinano in modo preponderante la forma. È un’azione reciproca di tutti questi momenti, in cui alla fine il movimento economico si impone come fattore necessario attraverso un’enorme quantità di fatti casuali (cioè di cose e di eventi il cui interno nesso è così vago e così poco dimostrabile che noi possiamo fare come se non ci fosse e trascurarlo). In caso contrario, applicare la teoria a un qualsiasi periodo storico sarebbe certo più facile che risolvere una semplice equazione di primo grado.

Soprattutto quando milioni di individui sembrano, nella loro soggettività pur determinata, comportarsi in maniera più vicina al principio di indeterminazione di Heisenberg che a quelli della meccanica classica. Un modo questo per ricordare che la soggettività espressa dai movimenti sociali deriva da un accumulo di elementi e comportamenti che non sempre è possibile prevedere con precisione e, soprattutto, liquidare con superficialità.

Ad esempio, tornando al dibattito prima citato, per quanto riguardava la questione contadina che i tre relatori dell’opposizione sembravano sottovalutare se non eludere con frasi e formule ad effetto (contadiname), in un paese in cui la stragrande maggioranza della popolazione viveva ancora nelle campagne, spesso in condizioni di estrema arretratezza ma anche di gestione comunitaria delle terre.

Questo derivava, molto probabilmente, da una concezione meccanicistica della successione storica delle forme di produzione che lo stesso Marx, dopo averla delineata nei Grundrisse, aveva relegato ad ipotesi valide solo per l’Europa e non per tutti i continenti, Russia compresa, nel corso dei suoi ultimi anni. Cosicché, in una lettera dell’8 marzo 1881 con cui rispondeva a Vera Zasulich, al tempo facente parte del gruppo Emancipazione del lavoro fondato con Plechanov e altri, sul tema del possibile ruolo della comune russa (obščina) nel corso della trasformazione dei rapporti di produzione in Russia, aveva scritto:

L’«inevitabilità storica» di questo corso è dunque espressamente limitata ai paesi dell’Europa occidentale. La ragione di questa limitazione è indicata nel capitolo XXXII: « La proprietà privata, fondata sul lavoro personale… viene soppiantata dalla proprietà privata capitalistica, che si basa sullo sfruttamento del lavoro altrui, sul lavoro salariato».
Nel caso occidentale, quindi, una forma di proprietà privata si trasforma in un’altra forma di proprietà privata. Nel caso dei contadini russi, invece, la loro proprietà comune dovrebbe essere trasformata in proprietà privata.
L’analisi contenuta ne Il Capitale non fornisce quindi argomentazioni né a favore né contro la vitalità della comune russa. Tuttavia, lo studio specifico che ho condotto sull’argomento, compresa la ricerca di fonti originali, mi ha convinto che la comune rappresenta il fulcro della rigenerazione sociale in Russia. Affinché possa funzionare come tale, però, è necessario innanzitutto eliminare le influenze nocive che la assalgono da ogni lato, e solo in seguito garantirle le normali condizioni per uno sviluppo spontaneo.

In una prima bozza della stessa aveva altresì scritto:

Da un punto di vista storico, è stato addotto un solo argomento serio a favore dell’inevitabile dissoluzione della comune contadina russa: si dice che, se si torna indietro nel tempo, un tipo più o meno arcaico di proprietà comune si possa trovare ovunque nell’Europa occidentale. Ma con il progresso della società è ovunque scomparso. Perché dovrebbe sfuggire alla stessa sorte solo in Russia?
La mia risposta è che, grazie alla particolare combinazione di circostanze in Russia, la comune rurale, ancora presente su scala nazionale, può gradualmente scrollarsi di dosso le sue caratteristiche primitive e svilupparsi direttamente come elemento di produzione collettiva su scala nazionale. Proprio perché contemporanea alla produzione capitalistica, la comune rurale può appropriarsi di tutti i suoi successi positivi senza subirne le [terribili] e spaventose vicissitudini. La Russia non vive isolata dal mondo moderno, né è caduta preda, come le Indie Orientali, di una potenza straniera conquistatrice.
Se gli ammiratori russi del sistema capitalistico dovessero negare che un simile sviluppo sia teoricamente possibile, allora vorrei porre loro la seguente domanda: la Russia ha dovuto forse attraversare una lunga fase di incubazione dell’industria meccanica, sul modello occidentale, prima di poter utilizzare macchinari, navi a vapore, ferrovie, ecc.? Che spieghino anche come siano riusciti a introdurre, in un batter d’occhio, tutto quell’apparato di scambio (banche, società di credito, ecc.) che in Occidente ha richiesto secoli di lavoro.
Se, al tempo dell’emancipazione, la comune rurale fosse stata inizialmente posta in condizioni di normale prosperità, se, inoltre, l’enorme debito pubblico, finanziato in gran parte a spese dei contadini, insieme alle ingenti somme che lo Stato (sempre a spese dei contadini) ha stanziato per i “nuovi pilastri della società”, trasformatisi in capitalisti, se tutte queste spese fossero servite all’ulteriore sviluppo della comune rurale, nessuno oggi sognerebbe l'”inevitabilità storica” della sua annientamento. Tutti vedrebbero la comune come un elemento di rigenerazione della società russa e un elemento di superiorità rispetto ai paesi ancora asserviti al regime capitalista.

Come si vede l’ipotesi marxiana è ben lontana da quell’esclusivo dogma dell’industrializzazione che avrebbe comunque caratterizzato il dibattito in seno al partito bolscevico, sia nella sua variante stalinista che in quella dell’Opposizione. Un fatto probabilmente dovuto alla scelta di Plechanov e della stessa Zasulich di non rendere nota la posizione di Marx in seno alla nascente socialdemocrazia per non mettere in crisi la tattica gradualistica di emancipazione della società russa all’epoca elaborata e contro la quale ben presto Lenin, per altre vie e con altre motivazioni, avrebbe lanciato i suoi strali

A ri/scoprire la lettera, insieme alle bozze preparatorie, sarebbe stato nel 1911 David B. Rjazanov che in seguito, dopo essere stato nominato direttore dell’Istituto Marx-Engels fondato successivamente alla rivoluzione in vista della ripubblicazione dei testi dei due padri del socialismo “scientifico”, l’avrebbe resa nota e pubblicata, insieme alle bozze, nel 1926 nel Marx-Engels-Archiv. Mossa che forse Stalin non gli perdonò mai, considerato che lo studioso e storico russo, dopo essere stato allontanato dalla direzione dell’Istituto nel 1931, finì fucilato nel 1938, a sessantotto anni, durante il cosiddetto Grande Terrore.12.

Una riflessione, quella di Marx che, in un’altra parte degli scritti destinati alla Zasulich, si sarebbe allargata anche ad altre forme comunitarie di condivisione delle terre e dei beni:

Nel leggere le storie delle comunità primitive, scritte da borghesi, bisogna stare in guardia. Essi non indietreggiano «dinanzi a nulla» neppure dinanzi ai fatti. Sir Henry Maine, per esempio, che fu un ardente collaboratore del governo inglese nell’opera di violenta distruzione delle comunità indiane, ci racconta ipocritamente che “tutti i nobili sforzi da parte dl governo per sostenere queste comunità fallirono contro la forza spontanea delle leggi economiche!”. E sottolineava ancora che: ”nessuno – eccetto Sir H. Maine e altra gente della stessa risma – ignora che laggiù la soppressione della proprietà comunitaria del suolo fu solo un atto di vandalismo inglese, che spinse il popolo indigeno non avanti, bensì indietro13.

Tutte riflessioni che avrebbero dovuto rendere più prudente non solo Stalin, artefice indiscusso del violento processo di industrializzazione dell’URSS, ma anche i membri dell’Opposizione, accecati invece da una concezione estremamente schematica dei rapporti sociali di produzione e della loro evoluzione. Mentre, troppe volte, è stato taciuto a proposito di Lenin il fatto che nella parte finale della sua vita, mentre si scatenava la lotta intorno al suo presunto testamento14, avesse cercato di indirizzare il partito verso una più prudente linea di costruzione del socialismo.

Quel che ci interessa non è l’ineluttabilità della vittoria del socialismo. Ci interessa la tattica cui dobbiamo attenerci noi, Partito comunista russo [perché] anche noi non abbiamo un grado sufficiente di civiltà per passare direttamente al socialismo pur essendoci da noi le premesse politiche. Dobbiamo […] attuare per la nostra salvezza la politica seguente. Dobbiamo ridurre il nostro apparato statale in modo da fare la massima economia. Dobbiamo eliminare ogni traccia di quello che la Russia zarista e il suo apparato burocratico e capitalistico ha lasciato in così larga misura in eredità al nostro apparato15.

Cosa avrebbe fatto l’Opposizione al governo non è dato sapere perché la Storia non si fa con i se, ma non fu certo Stalin, che già aveva suscitato allarme nel leader bolscevico a causa del suo sciovinismo (nazionalismo) grande russo nei confronti dei popoli da annettere alla federazione sovietica, a seguire le indicazione Vladimir Ilich.

Certo è che la campagna di industrializzazione e collettivizzazione forzata delle terre degli anni successivi avrebbe visto idealmente affiancati i ribelli contadini e gli operai in rivolta nelle fabbriche in cui lo stachanovismo imponeva ritmi di lavoro assurdi e misure repressive eccezionali. Tutti, contadini ed operai, destinati a cadere a decine di migliaia, vittime spesso senza nome di un programma forzato di ammodernamento che più che realizzare il socialismo avrebbe contribuito a dar vita ad un capitalismo di stato neppure troppo efficiente16.

N.B.
Su tutto questo, che richiederebbe altre innumerevoli pagine destinate a dimostrare che la lotta di classe non può mai morire proprio a causa delle contraddizioni create dal modo di produzione capitalistico, sotto qualsiasi bandiera esso si presenti, e non per aprioristica volontà di un partito, potrebbe rivelarsi utile la consultazione dei seguenti testi: D. Montaldi, Saggio sulla politica comunista in Italia (1919-1970), Edizioni quaderni piacentini, Piacenza 1976; A. Graziosi, Stato e industria in Unione Sovietica (1917-1953), Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1993; F. Benvenuti, Fuoco sui sabotatori! Stachanovismo e organizzazione industriale in URSS 1934-1938, Valerio Levi Editore, Roma 1988; L. Viola, Stalin e i ribelli contadini, Rubbettino Editore, Catanzaro 2000. Mentre per l’uso del “terrore“ durante la guerra civile si consiglia la lettura dello splendido La scheggia. Racconto su lei e ancora su lei (a cura di Serena Vitale, Adelphi 1990) di Vladimir Zazubrin, in cui “lei” è la rivoluzione colta nel suo massimo grado di violenza. Motivo per cui il romanzo breve o racconto lungo, scritto nel 1923, venne censurato, rimosso e defalcato insieme all’autore dalla storia ufficiale della letteratura russa e pubblicato in Russia soltanto nel 1989, quando il suo autore fu riabilitato, molti anni dopo la morte, avvenuta il 6 dicembre 1938 sull’onda delle grandi purghe staliniane.


  1. G. Giusti, Prefazione a A. Mantovani, Lo scontro sul “Socialismo in un Paese solo” al VII esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista. Dicembre 1926 – Gennaio 1927, collana «Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria» vol. 7, Associazione Eguaglianza e Solidarietà 2026, p. 23.  

  2. Affermazione che secondo Engels, in una lettera indirizzata a Bernstein il 2/3 novembre 1882, Marx avrebbe usato con Lafargue per prendere le distanze dal gruppo francese dei cosiddetti “collettivisti” di cui facevano parte lo stesso Lafargue, genero di Marx, e Guesde: «ce qu’il a de certain c’est que moi, je ne suis pas marxiste» [quel che è certo è che io non sono marxista]” .  

  3. Si veda: M. Calusio, Nota all’edizione italiana di L. Jurgenson (a cura di), Lettere al boia. Scrivere a Stalin, RCS Libri, Milano 2011, pp. 8-9.  

  4. Si veda quanto scritto in proposito nell’editoriale del n° 3 di «Limes» del 2026:

    Da studiare in quanto arma di legittimazione agitata da attori interessati a spacciare per ecumenici gli interessi propri. Questo abracadabra manca del carattere primo di qualsiasi sistema legale: l’applicazione uniforme e consensuale. […] Ma dove? In nessun luogo, da nessuna parte. Si pretende universale mentre è apolide. A disposizione di qualsiasi passante pronto a travestirsi da portavoce della civiltà. Spendibile in ogni contesto, quindi falso dappertutto […] Tradotto: gli attori aderiscono ai flessibili principi del «diritto internazionale» finché coincidono con i propri interessi. ( Bussando alla porta dell’Inferno in In trappola, «Limes» n° 3 /2026, pp. 28-29.)

     

  5. G. Giusti, Prefazione a A. Mantovani, op. cit., p. 25.  

  6. «La Correspondance internationale» n. 12, 25 gennaio 1927, p. 155 ora in A. Mantovani, Premessa a Lo scontro sul «Socialismo in un Paese solo» al VII esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista, dicembre 1926 -gennaio 1927, op. cit., pp. 39-40.  

  7. «La Correspondance internationale» n. 4, 10 gennaio 1927, p. 67 ora in A. Mantovani, op. cit., pp. 36-37.  

  8. «La Correspondance internationale» n. 6, 14 gennaio 1927, p. 86, ora in A. Mantovani, op. cit., pp. 38-39.  

  9. Di Victor Serge si vedano, almeno: Anni spietati, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1974; E’ mezzanotte del secolo, Edizioni e/o, Roma 1980 (ed. originale 1939) e Il caso Tulaev, Casa editrice Valentino Bompiani & C., Milano 1952.  

  10. A. Mantovani, op. cit., pp. 98-99.  

  11. Ivi, p. 100.  

  12. Sull’intera faccenda si veda il documentatissimo testo di E. Cinnella, L’altro Marx, Della Porta Editori, Pisa – Cagliari 2014.  

  13. Cit. in E. Cinnella, op. cit, p. 162.  

  14. Si veda in proposito: M. Lewin, L’ultima battaglia di Lenin, Giuseppe Laterza & Figli, Bari 1969, e L. Canfora, Il testamento di Lenin. Storia segreta di una lettera non spedita, RCS, MIlano 2025.  

  15. Lenin, Meglio meno, ma meglio, «Pravda», 4 marzo 1923; ora in M. Lewin, op. cit., pp. 188-189.  

  16. Si veda a proposito di questa definizione del sistema sovietico: A. Bordiga, Struttura economica e sociale della Russia d’oggi, edizioni il programma comunista, Milano 1976.  

]]>
Lavoratore dipendente https://www.carmillaonline.com/2026/05/26/lavoratore-dipendente/ Tue, 26 May 2026 20:00:47 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94120 di Camillo Acquilino

Il lavoro è stato un mio compagno di vita fin da quando ero giovanissimo. La mia famiglia, insieme a quella dei nonni e degli zii contadini, nell’educazione di noi bambini poneva la capacità operativa e la disposizione al lavoro come obiettivi primari. Si era premiati con la riconoscenza al termine dei piccoli servizi prestati ai grandi, ma si veniva elogiati soprattutto quando il servizio era svolto senza una richiesta esplicita: “Questu figgeu u vedde u lòu” sottintendendo ovviamente che non lo rifugge. Durante le vacanze scolastiche collaboravamo in modo naturale, acquisendo senso pratico, manualità e un senso di appartenenza [...]]]> di Camillo Acquilino

Il lavoro è stato un mio compagno di vita fin da quando ero giovanissimo. La mia famiglia, insieme a quella dei nonni e degli zii contadini, nell’educazione di noi bambini poneva la capacità operativa e la disposizione al lavoro come obiettivi primari. Si era premiati con la riconoscenza al termine dei piccoli servizi prestati ai grandi, ma si veniva elogiati soprattutto quando il servizio era svolto senza una richiesta esplicita: “Questu figgeu u vedde u lòu” sottintendendo ovviamente che non lo rifugge. Durante le vacanze scolastiche collaboravamo in modo naturale, acquisendo senso pratico, manualità e un senso di appartenenza alla comunità. Senza saperlo, vivevamo in modo coerente con l’articolo 4 della Costituzione.

Il mio ciclo di studi si è concluso con l’acquisizione della maturità tecnica nel 1976. Il Civico Istituto Tecnico Industriale che avevo frequentato passava per una scuola molto impegnativa, anche per via degli orari che già si avvicinavano a quelli delle industrie verso le quali eravamo destinati. All’esame finale adottai alcune scelte personali:

  • Scelsi, per la prova orale, le materie considerate più impegnative: Teoria delle Macchine e Tecnologia Meccanica, argomento vastissimo. Così mi collocavo nella posizione meno favorevole e non dovevo temere il peggio;
  • Dopo la prova scritta, in attesa dell’orale, passai alcuni giorni sulla collina “a Michea”, versante “Palìn”, con uno dei primi decespugliatori arrivati in zona, una tanica di miscela e un bottiglione di bianco “du Tunn-a”: uno per il suo funzionamento, l’altro per il mio. Credo di essere stato l’ultimo a tagliare il fieno in quel prato, nel 1976. Oggi quel versante si presenta come un bosco di alberi di alto fusto;
  • Subito prima del colloquio finale mi sono offerto un bicchierino di Marsala secco.

Il risultato di questa strategia è stato un 51/60, che per il CITI G. Galilei di allora non era niente male.

Ho seguito tutto il ciclo scolastico con il mio gemello Gigi e, giunti alla maturità, contavamo ancora su un’estate di vacanza, operativa come lo erano state le precedenti, prima di intraprendere il servizio militare obbligatorio. Però, non senza un certo imbarazzo, i miei ci hanno accennato di un’officina che cercava proprio l’aiuto di un paio di disegnatori meccanici. Avrebbero contato sul nostro aiuto fino alla partenza per il militare, riconoscendoci 250.000 lire al mese, 125.000 a testa, di stipendio. Abbiamo accettato, ovviamente, ma io ricordo ancora il brivido lungo la schiena che mi ha colto pensando che sarebbe incominciata una stagione lavorativa che avrebbe caratterizzato la maggior parte della mia vita. Era fine luglio 1976 e, salvo il periodo del servizio militare, ho lavorato con contratti ininterrotti fino al 30 aprile 2019.

Il mio primo lavoro “vero” è iniziato nella primavera del 1977 con un contratto di borsa di studio presso un centro di ricerca in campo navale. Quell’ambiente mi colpì profondamente per la sua natura specialistica, per procedure operative ancora largamente manuali e per i molti lavoratori anziani che vi operavano come consulenti specialisti in quanto avevano vissuto in precedenza la grandezza postbellica dei cantieri navali italiani. Giovane perito industriale meccanico, inesperto, mi trovavo a dover imparare velocemente il mestiere del costruttore navale, non senza provare il disagio di non sapere nulla delle navi pur essendo un genovese. Per mia fortuna il mio “gemello” di assunzione era un costruttore navale vero, e quella non era la sua sola autenticità. Lorenzo era competente, paziente e generoso nel trasmettere ciò che sapeva. Il nostro intervallo quotidiano prevedeva la rinuncia al pasto in mensa, per un giro cittadino con la sua motocicletta e la visita alla Cantina del chianti in Via Frugoni o all’oste Mauro, quello dell’Asinello, in Canneto il Lungo. A quell’epoca coltivavo una passione intensa per l’alpinismo e spesso iniziavo la settimana di lavoro stanco e teso per le arrampicate del fine settimana; ero intrattabile, ma non per lui. Mi dispiace esserci persi di vista dopo che ho cambiato lavoro nel 1982 e posso solo consolarmi per il fatto che ancora oggi guido quella stessa motocicletta, che avevo acquistato da Lorenzo nel 1979.

Il banco da disegno navale ha un piano orizzontale di circa uno per quattro metri. Uno strumento di queste dimensioni non consente uffici piccoli: richiede una sala disegno. Quindi i disegnatori navali lavoravano necessariamente in spazi condivisi, molto prima che l’espressione “open space” entrasse nel lessico aziendale. La collocazione in un’unica sala di tutte le postazioni che sviluppavano le varie specialità di un solo progetto rendeva l’ambiente di lavoro vivace e continuo nel confronto. Con Lorenzo, sotto la guida teorica del carenista Doria e quella pratica dei disegnatori Taccini e Parodi, due disegnatori consulenti già in pensione che all’inizio della giornata indossavano un grembiule leggero per proteggere dall’usura i calzoni quando dovevano appoggiarsi al banco di lavoro e, per lo stesso motivo, indossavano anche dei manicotti sopra la camicia, ci occupavamo dell’aspetto idrodinamico del progetto. L’istruzione avveniva quasi interamente in dialetto genovese. Gli strumenti principali per il disegno della carena erano i “ciungi”, pesi in piombo sagomati che bloccavano le aste flessibili sul piano di costruzione, il reticolo delle sezioni nei tre piani della forma. Era l’uso dei “ciungi” che richiedeva un piano orizzontale.

Le aste flessibili fermate dai piombi erano costruite in legno da un falegname che aveva il laboratorio presso la Villa Giustiniani Cambiaso di Albaro, allora sede della facoltà di Ingegneria Navale di Genova. Le “linee d’aegua” si rastremavano verso un’estremità, così da favorire l’avvio delle linee verso la chiusura di poppa o verso il dritto di prua. Una versione più robusta di queste aste flessibili era “a cua de rattu”. Esistevano anche aste spesse alle estremità e sottili al centro, necessarie per tracciare “a sessiùn mestra”. Le più sottili erano costruite con il legno di bosso (büsciu). Un piano di costruzione richiedeva settimane: partendo da una bozza delle sezioni trasversali, occorreva far coincidere tutti i punti d’incontro delle sezioni orizzontali e longitudinali.
Si raccontava che nei cantieri Ansaldo alcuni disegnatori, pur avendo lavorato insieme per tutta la vita, continuassero a darsi del “vu scia”.
“Vu scià cusse scia ne dixe? A va ben questa linea d’aegua?”, “Scia l’agge pasienza, ma a me pà in po troppu süssà”. (troppo succhiata, nel senso di troppo fine in chiusura). E ancora più impegnativo, a mio parere, era il disegno delle eliche.

Fra i colleghi giovani ve ne erano due, nelle postazioni di lavoro davanti alla mia, che si occupavano della schematizzazione delle strutture navali in elementi finiti, da valutare con il programma di calcolo Nastran, sviluppato dalla NASA. Un livornese di mezza età era specializzato nella sistemazione dell’apparato motore. Aveva un portamento elegante, ma a volte giocava ad essere irrispettoso verso i più anziani sostituendosi a loro nella funzione di mentore di noi giovani. Da lui ho imparato l’imprecazione “bù di hulo” che fino ad allora non avevo mai sentito. Lo specialista della struttura della nave era riconosciuto come molto valente, ma spesso era preso di mira per la sua avarizia. Sul suo banco, assieme ai disegni strutturali della “sessiùn mestra” abitavano i tomi dei vari registri di classificazione; RINA, ma anche Det Norske Veritas, American Bureau of Shipping, Bureau Veritas, Lloyd Register.

Ultimo componente operativo era il disegnatore dei Piani Generali, la mappa dell’imbarcazione. Era un uomo di Sestri Ponente, di indole socialista, non particolarmente apprezzato dalla direzione. I Piani Generali sono dei disegni complessi e di sintesi e il signor Cavalli era davvero bravo nel suo lavoro. Per mitigare la sua posizione a volte difficile, alcuni colleghi lo avevano coinvolto per la predisposizione di uno schizzo a matita che serviva urgentemente al Direttore, impegnato in una importante riunione. Quando il prodotto, terminato in tempi brevi, è stato consegnato al Direttore, questi è subito esploso con rabbia: “Avevo detto a matita, non a china”. “Ma, Signor Direttore, è a matita”.

La nostra attività era anche rivolta alla valutazione della geometria della nave, anche con l’uso di planimetri, dei calcoli di stabilità, di valutazione delle prove in vasca navale e delle prove di navigabilità in mare. Per tutti questi lavori nella sala disegno avevamo un calcolatore Olivetti Programma 101, ma gli anziani usavano ancora alcune calcolatrici meccaniche, e nel centro c’era un calcolatore elettronico IBM e altri, con input dati a schede, dischi rigidi amovibili di grosse dimensioni, stampante a modulo continuo grande come una lavatrice.

I giri del tavolo

Valter, dopo aver letto il mio ultimo post, con tono di rimprovero scherzoso, mi ha detto: “Però non l’hai raccontata tutta; non hai detto dei giri del tavolo.”

È vero. Aggiungo però che è stato solo per un vuoto di memoria. Non era mia intenzione mascherare situazioni che possono incrinare l’immagine degli assidui giovani lavoratori che forse ho descritto con troppa enfasi.

La smania per l’arrampicata mi dominava dopo che avevo frequentato un corso di alpinismo nel 1980. Avevo anche detto che con il mio collega di lavoro Lorenzo, a piedi o in moto, giravamo per il centro di Genova durante la pausa pranzo, invece che andare in mensa. A proposito della moto, devo aggiungere che allora l’obbligo del casco non vigeva ancora.

Un episodio che può dare la misura della mia fissazione per l’arrampicata riguarda una volta che, in uno dei giri con Lorenzo, mi trovavo in Piazza de Ferrari dal lato del Teatro Carlo Felice. Passò di lì in Vespa Marco, uno dei miei più assidui compagni di cordata, ed essendo senza casco poté richiamare la nostra attenzione gridando: “Camilluu!”. Proseguì poi la sua corsa girando attorno alla vasca che ancora si trovava al centro della piazza, così da urlarmi, in un secondo passaggio davanti a noi: “Existe anche a patatta!”.

In effetti il fuoco sacro che mi animava allora era di fatto incompatibile con implicazioni amorose.

Il luogo dove lavoravo aveva un lungo corridoio in testa al quale, sul lato sud, c’era la postazione del dirigente, mentre, sulla destra dell’altra estremità, c’era la sala disegno, con di fronte il deposito della cancelleria. Anche questo locale aveva delle caratteristiche specifiche per il disegno navale. Al suo centro c’era un tavolo che serviva a tagliare, dai rotoli di fornitura, i grandi fogli di carta lucida sui quali disegnavamo. Il ripiano di quel mobile appoggiava su solide gambe ed era largo almeno un metro e mezzo. I bordi laterali erano fasciati da una banda metallica che facilitava il taglio dei fogli. Mi capitò di vedere in quel mobile un attrezzo da allenamento, perché la parte inferiore del piano, posizionata a poco più di un metro da terra, sembrava un tetto da superare in arrampicata. Quel modo di vedere le cose mi aveva già permesso di individuare come arrampicabili tanti manufatti, soprattutto nell’ottica del sassista. Ad esempio, passando da Orco per uno o più bicchieri del nostralino della Toppia, dopo una giornata di arrampicata in quell’area del finalese, non mancavo ancora di provare un passaggio di arrampicata che prevedeva di ristabilirsi in piedi sul lastrone che fascia la base del campanile, senza approfittare dell’aiuto dello spigolo del campanile stesso. Eravamo in tanti ad avere un approccio di quel genere; nel 1982 era stato pubblicato “Sassismo, spazio per la fantasia”, considerato una pietra miliare del bouldering (che all’epoca in Italia veniva appunto chiamato “sassismo”), dove Gian Carlo Grassi esponeva un censimento maniacale di tanti massi sui quali@ si poteva sviluppare un gesto di arrampicata. A Genova molti arrampicavano già sui muri verticali del “tritagalüsci” di Punta Vagno.

Generalmente, in una pausa di lavoro autogestita nel primo pomeriggio, incitato dai miei giovani colleghi iniziai a usare quel tavolo per i miei acrobatici allenamenti. Partendo dal piano superiore, mi lasciavo scivolare al di sotto di uno dei bordi laterali, attraversavo la faccia inferiore per ristabilirmi poi nuovamente sul piano superiore salendo dall’altro lato. Tutto questo senza toccare a terra e avendo a disposizione la sola presa dei due bordi, resi taglienti dalla banda metallica di rivestimento.

Eseguivo quella traversata in tre versioni che avevano difficoltà crescenti. Il passaggio più agevole era quello che chiamavo laterale, con il mio corpo in asse con i bordi del tavolo. C’era poi quello longitudinale, con la testa in avanti e quello longitudinale con piedi in avanti, il più difficile perché richiedeva di uscire da sotto il tavolo con una posizione a candela e ribaltamento del corpo sul piano del tavolo. La tecnica dei tre passaggi richiedeva la forza fisica necessaria a rimanere appeso sotto il tetto senza toccare a terra, ma il segreto del successo stava nella gestione del trasferimento “dolce” del proprio baricentro da un bordo all’altro, giocando anche con gli agganci dei piedi. Era proprio questa necessità tecnica ad avvicinare questa prestazione indoor all’arrampicata su roccia strapiombante.

Un giorno è successo che un giovane ingegnere, prestante e sicuro di sé, volesse provare il passaggio laterale. Con la sua forza è riuscito a rimanere appeso sotto con mano e piedi destri appigliati a un bordo e quelli sinistri all’altro. Non riusciva però a gestire il trasferimento del baricentro verso il bordo di uscita e, dopo un po’ di tentativi, ha chiesto il mio aiuto: “Camillo, sono nella merda”. Non ha però ottenuto la mia risposta, anzi, ha forse percepito il silenzio improvviso di tutti i presenti. Da sotto il tavolo poté solo vedere le scarpe e i calzoni del dirigente che ha intimato: “Scendi giù di lì!” e lui: “Sono proprio nella merda”.

]]>
Sport e dintorni – Il Neocalcio: data analytics, videogamificazione, squadre in borsa e giocatori in pigiama https://www.carmillaonline.com/2026/05/25/sport-e-dintorni-il-neocalcio-data-analytics-videogamificazione-squadre-in-borsa-e-giocatori-in-pigiama/ Mon, 25 May 2026 20:00:39 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94803 di Gioacchino Toni

Bruno Bartolozzi, Enrico Currò, Il Neocalcio. Storia, filosofia e cronaca tra stadi, finanza e social network, Rogas, Roma, 2026, pp. 190, € 17,70

Non appena il gioco del calcio ha abbandonato lo spirito ludico-sportivo dilettantistico delle origini, assumendo una dimensione di massa, ha rivelato il suo potenziale economico ed è risultato appetibile alle mire della politica trasformandosi in un organismo complesso che, al di là delle sue specificità, ha inevitabilmente finito per assoggettarsi alle trasformazioni che hanno investito la società contemporanea indirizzandosi, in linea con la le logiche neoliberiste, ad assecondare i processi di commercializzazione, finanziarizzazione e spettacolarizzazione che [...]]]> di Gioacchino Toni

Bruno Bartolozzi, Enrico Currò, Il Neocalcio. Storia, filosofia e cronaca tra stadi, finanza e social network, Rogas, Roma, 2026, pp. 190, € 17,70

Non appena il gioco del calcio ha abbandonato lo spirito ludico-sportivo dilettantistico delle origini, assumendo una dimensione di massa, ha rivelato il suo potenziale economico ed è risultato appetibile alle mire della politica trasformandosi in un organismo complesso che, al di là delle sue specificità, ha inevitabilmente finito per assoggettarsi alle trasformazioni che hanno investito la società contemporanea indirizzandosi, in linea con la le logiche neoliberiste, ad assecondare i processi di commercializzazione, finanziarizzazione e spettacolarizzazione che hanno via via subordinato la dimensione sportiva e agonistica a quella finanziaria.

A modificare profondamente il gioco del calcio è stato anche il suo inevitabile rapportarsi ai mezzi di comunicazione di massa, dalla radio alla televisione sino al web, che hanno modificato tanto la sua pratica, indirizzandola verso una maggiore spettacolarizzazione – coadiuvata da cronache mediatiche che hanno prontamente adeguato il registro retorico in funzione di ciò –, quanto la sua fruizione. Si pensi, ad esempio, a come l’introduzione della moviola nei programmi televisivi abbia modificato non solo la modalità di fruizione di questo sport, ma anche lo stesso gioco, piegandolo alla visione tecnologica che ha finito per “entrare in campo” attraverso il Video Assistant Referee (VAR) che trasforma l’immagine televisiva da testimone attendibile di ciò che è avvenuto sul campo in un concreto attore dell’avvenimento agonistico che incide in maniera rilevante sulle scelte arbitrali.

La presenza degli schermi giganti sui campi di calcio, nel loro duplicare l’evento in versione ingrandita attraverso le immagini, ha modificato non solo la visione della partita da parte dei telespettatori e del pubblico presente sugli spalti, ma anche gli atteggiamenti dei calciatori che al termine di ogni azione tendono a rivolgervi lo sguardo sapendo di essere inquadrati, dunque atteggiandosi di conseguenza. Allo stadio la visione della partita è, inoltre, spesso filtrata dagli smartphone puntati sui protagonisti o utilizzati per procurarsi contenuti aggiuntivi (ripetizione delle azioni appena concluse, immagini dagli altri campi…) e per ottenere una sorta di “testimonianza” di partecipazione “diretta” all’evento. L’universo dei social network ha poi modificato la visione e la narrazione degli eventi sportivi creando inedite modalità di protagonismo virtuale per i tifosi e per gli stessi giocatori. È evidente quanto il pubblico, il tifo organizzato, i calciatori, gli allenatori e i dirigenti ormai vivano la partita – dilatata a dismisura dai media – costantemente “in favore di telecamera” in ossequio alla tendenza alla “vetrinizzazione” contemporanea.

L’incidenza delle sponsorizzazioni e del merchandising hanno impattato in maniera rilevante anche sul logo e sulle divise dei club, introducendo colorazioni e grafiche improponibili, in alcuni casi rasentanti il ridicolo nel loro rifarsi più ai piagami o alle divise da commessi di centri commerciali che non alle tradizionali tenute da calcio. Si tende così a spezzare la linea di continuità della storia dei club i cui simboli e colori meriterebbero di essere preservati e tutelati come “bene comune”, vero e proprio patrimonio storico-identitario delle comunità di tifosi. Tutto ciò riflette la graduale trasformazione dell’appassionato o del tifoso in utente tenuto a consumare intrattenimento anziché vivere emotivamente il gioco.

Per quanto già a partire dalla metà del secolo scorso il calcio si sia allontanato sempre più dai suoi connotati sportivi originari, sostengono Bruno Bartolozzi ed Enrico Currò nel volume Il Neocalcio (Rogas 2026), è soprattutto a partire dagli anni Dieci del nuovo millennio che tale sport ha subito un vero e proprio cambio di paradigma traforandosi nella sua stessa riproduzione. La mutazione in Neocalcio ha sostituito alle liturgie proprie di un rito sacralizzato dalla passione popolare i canoni della civiltà tecnologica, dell’interconnessione globale, dell’individualismo assoluto, del capitalismo finanziario e della datificazione digitale.

Ad aprire il volume dei due autori sono alcune considerazioni sul mondo del pallone e sulla società di cui questo è parte dell’ex calciatore brasiliano Walter Casagrande, passato dai campi italiani indossando le maglie dell’Ascoli e del Torino, noto per aver fondato insieme a Socrates e Wladimir, la Democrazia Corinthiana, esperienza politico-sportiva di gestione collettivista della squadra del Corinthians di San Paolo durante l’ultimo scorcio della dittatura militare brasiliana. Nel testimoniare un calcio in cui le scelte dettate dalla passione per il gioco e dalla volontà agire e pensare collettivamente nello sport, come nella società, potevano ancora avere la meglio rispetto a quelle dettate dal conto in banca e dalla fama individuale, le parole di Casagrande testimoniano come tutto sia davvero cambiato, come le competizioni sportive si siano adeguate all’imperativo del successo individuale a ogni costo e con ogni mezzo necessario, leale o sleale che sia.

In questo quadro il fine non è solo la vittoria in classifica. Il successo è un riconoscimento che Dio mostra a chi lo ottiene, un po’ come per Max Weber (1864-1920) la disciplina e la operosità erano un segno della Grazia ultraterrena. Vincere è l’epifania della propria virtù. E questo si è riverberato in tutti i campi. […] Un uomo, un collettivo, un’azienda, una squadra valgono solo se conquistano un titolo, ovvero la ricchezza o il predominio sociale o la legittimità delle rappresentazioni di relazione e valoriali. […] Il graduale allineamento dello sport ai modi di produzione ha fabbricato un’idea di mondo che istituzionalizza ovunque il diritto del più forte. […] Nello sport tutto è stato più evidente perché l’agonismo, diventato apparato e ordinamento, si è rivelato più funzionale a propagandare il nuovo sentire capitalistico, quello della fine della storia, proposto dallo statunitense Francis Fukuyama [che] parlava di una edificazione dell’ultimo uomo, il quale si era liberato, “finalmente”, dalle ambizioni ugualitarie del socialismo o dai valori delle altre ideologie (pp. 15-16).

Il linguaggio sportivo si è adeguato all’idea di questo “uomo nuovo” che si rapporta in maniera mutata con il mondo e con il proprio corpo  all’interno di una forma tecnologica votata al consumo. «Un fatto sportivo è fruito davanti a un tablet o a una TV, si guarda un pezzo di partita (tra uno spot pubblicitario e un altro o dentro un flusso continuo di messaggi) per poi passare a consumare un altro trancio di evento, magari su suggerimento di algoritmi che interpretano e sostituiscono i nostri desideri. Ci si immerge in ambienti social o di contesto gaming dove si affievoliscono i contorni dell’evento» (p. 17).

Il filtro tecnologico-mediatico ha creato un nuovo soggetto e una nuova modalità di fruizione dello sport offrendo al capitale la possibilità di smembrare e sfruttare il fatto sportivo rispetto a quell’unità originaria che, tra mille contraddizioni, era rimasta in equilibrio fra epica, pedagogia ed estasi. L’attuale fruitore mediatico dello sport viene indotto a confrontarsi con un gesto particolare separato dal suo contesto all’interno di continuum di immagini digitali ri-mediate da un mezzo all’altro che, anziché riflettere ciò che è avvenuto, in linea con i meccanismi predittivi dell’attuale economia, provvedono a plasmare una nuova realtà. La stessa Fifa non si limita più a organizzare il calcio come in passato, ma, sottolineano Bartolozzi e Currò, lo sta rimodellando imponendo una nuova visione del mondo. Non si tratta semplicemente di una “visione aumentata” del gioco, ma di una sua trasformazione in intrattenimento spettacolare. «Si vogliono imporre nuovi criteri estetici cosmopoliti, nati e sviluppati negli Stati Uniti, in base ai quali sport e intrattenimento sviluppano le proprie produzioni» (p. 22).

Ridotto ad una serie di unità minime, di frammenti decontestualizzati dall’evento sportivo complessivo, il calcio mediatizzato fornisce al Neocalcio una nuova semiotica sportiva caratterizzata, come detto, da nuove modalità di fruizione. «Il tifoso-cliente, nel sistema produttivo dell’intrattenimento, dovrà ricevere poche spiegazioni, dovrà discutere il meno possibile, applaudire e comprare (abbonamenti pay per view, oggetti di merchandising…) (p. 31). La modalità mediatica di derivazione videoludica di fruizione dello sport, esattamente come accade in altri contesti dell’intrattenimento, si è fatta sempre più individuale, una fruizione non più collettiva che si svolge all’insegna della solitudine digitale con tanto di pressanti inviti a prendere parte al business delle scommesse online. Dalle sponsorizzazione sulle magliette dei calciatori, agli inserti pubblicitari, all’esibizione delle quote proposte dai diversi operatori, anziché trasmettere l’amore per il gioco del calcio i media finiscono per fomentare comportamenti ludopatici malcelati da ipocriti inviti alla “moderazione”.

Nell’era del Neocalcio, sottolineano gli autori, «il tifoso soppiantato dalla figura del cliente viene oggi tracciato attraverso i big data, che ne censiscono le simpatie calcistiche, i gusti, gli spostamenti e li trasmettono ai club stessi e alle aziende di articoli sportivi. Il fatturato delle grandi squadre di calcio è condizionato da questa catalogazione globale degli appassionati. La gara è a chi si accaparra più clienti» (p. 140). Per i grandi club esiste un campionato parallelo a quello che si gioca sui campi e che riempie gli stadi, è un campionato assai redditizio in cui ci si contendono i tifosi-social ricorrendo all’intelligenza artificiale, un campionato in cui il Real Madrid è giunto, nel 2025, ad avere 500 milioni di follower sulle diverse piattaforme online.

Il calcio dell’era globalizzata ha provveduto non solo ad omogenizzare gli stili di gioco e le differenze culturali, ma anche a cancellare la dimensione popolare degli impianti di gioco imponendo stadi-nonluoghi per un pubblico di clienti e turisti. Le manifestazioni sportive internazionali organizzate in maniera faraonica, grottesca e decontestualizzata in Medio Oriente non sono che l’aspetto più evidente di un indirizzo intrapreso anche dai Paesi occidentali.

Il Neocalcio, sottolineano gli autori, richiede la sostituzione dell’identità e della spontaneità dei tifosi con le regole dello show business, e una marcata verticalizzazione dei rapporti che si vivono anche dentro lo stadio. Lo stesso tifo organizzato è stato investito da fenomeni verticistici sempre più smaccati e, non di rado, messo a profitto nell’ambito di un’economia illegale che condivide con la variante legale logiche e finalità. Nelle curve, ove non è potuto arrivare il business legale delle società, in svariati casi, soprattutto nei club delle grandi città, alla messa a profitto ha provveduto la criminalità organizzata.

La stessa politica non ha mancato di sfruttate il seguito popolare del calcio a proprio vantaggio; basti pensare agli esempi eclatanti di sfruttamento politico dello sport che in Italia si palesano, oltre che nel corso del ventennio fascista, nei casi degli anni Cinquanta del secolo scorso dell’armatore Achille Lauro alla presidenza del Napoli calcio, che frutta il suo ruolo dirigenziale per finalità elettorali, o dell’ingerenza di Giulio Andreotti nell’ambito della chiusura delle frontiere ai calciatori non italiani e negli anni Ottanta, nelle forzature di alcuni politici, sia locali che nazionali, per le controverse ammissioni al campionato di campioni stranieri come Zico all’Udinese della Zanussi e di Cerezo nella Roma di Dino Viola, impegnato direttamente in politica, oltre che, nel decennio successivo, nel caso del Milan di Silvio Berlusconi in cui diversi calciatori di primo piano si sono persino prestati a fare da testimonial dell’entrata in politica dell’imprenditore brianzolo. A livello internazionale occorre poi ricordare i casi di sfruttamento politico del mondo ultras nel conflitto fratricida degli anni Novanta nella ex-Jugoslavia.

La spinta neoliberista al laissez faire, sottolineano gli autori, ha espulso «le rappresentanze e i relativi bisogni cresciuti socialmente o territorialmente, dalle programmazioni economiche lasciate in balìa delle logiche del business» (p. 41). In un tale contesto «le relazioni, a ogni livello, non sono più basate sul riconoscimento o sulla competizione, dentro sfide dettate da regole di accesso e garanzie per tutti. Sono determinate solo dall’appartenenza ad un unico mercato globale in cui si può soltanto scegliere se stare dalla parte di chi comanda (e competere ma sottostando ai diktat del più forte) o schierarsi fra chi si oppone e pagarne più dure conseguenze» (p. 41).

Divenuto un’articolazione del mondo degli affari e della geopolitica, nello sport a rafforzarsi sono soltanto quelle strutture capaci di «fare cartello con gli oligopoli delle grandi corporations, degli Stati organizzatori delle manifestazioni, delle confederazioni, dei portatori di interesse mondiali, dei network e dei media, degli sponsor» (p. 41) in una lotta senza quartiere. In un tale contesto, il risultato sportivo è stato del tutto subordinato alle speculazioni finanziarie dei fondi di investimento che stanno accaparrandosi uno ad uno i club calcistici. «Chi investe in una grande squadra di calcio lo fa scommettendo sulle potenzialità del settore e sulla sua popolarità nel sistema economico interconnesso. La vittoria è un sovrappiù» (p. 85). Alla luce di ciò, era inevitabile che gli enti del governo calcistico mondiale ed europeo del calcio (Fifa e Uefa) impattassero con la volontà dei club più potenti di emanciparsi da quelli minori, come dimostra il progetto della Superlega che, per quanto bloccato sul nascere, ha comunque comportato una riorganizzazione delle coppe europee per club in tal senso.

La storia concettuale dello sport ha un inizio olimpico e uno sviluppo legato all’irrompere della politica e alle trasformazioni industriali e tecnologiche. Il cambio di statuto comincia dopo i primi due decenni del Novecento, determinato dalle tecniche e dalla diffusione di massa. Lo sport cresce insieme al cinema, ai cartoons e all’industrializzazione. […] È questa la fase in cui lo sport diviene concettualmente la sua riproduzione. Si passa così dall’etico all’estetico. […] Ma l’eroe sportivo, raccontato con la tecnica del montaggio e in qualche modo reso simile a una macchina, contiene già la grammatica che consentirà la trasformazione dell’atleta olimpico in un atleta-cyborg. La rivoluzione cibernetica conclude la trasformazione. Con il Neocalcio contano i dati, i cosiddetti analytics, attraverso i quali si costruiscono le squadre, si acquistano i calciatori, si fanno crescere gli atleti. L’industria delle scommesse, economia parallela del Neocalcio, anch’essa cresciuta fra algoritmi e connessioni globali, è la più potente replica di una disciplina che perde gradualmente identità. Si sviluppa uno sport per nuovi o modificati utenti. Tutto e proiettato in una dimensione digitale che rivoluziona il modo di fruizione dell’evento sportivo e l’evento stesso. I display, le protesi che ci permettono di accrescere le nostre potenzialità, le wearable technologies, potenziano le nostre relazioni con il mondo dello sport. Ma in questo sviluppo si perde l’evento. Protagonisti e fruitori smarriscono l’identità (pp. 143-144).

Con la trasformazione dello sport, in linea con l’indirizzo intrapreso dal mondo di cui è parte, si è assistito alla graduale perdita dell’incanto della dimensione sportiva in favore delle logiche della macchina predittiva del neoliberismo digitale. Per quanto il contesto delineato nel volume renda difficile pensare che lo sport possa requisire una vitalità forte, se ancora resta una speranza, affermano i due autori, questa non può che guardare alla pratica sportiva, così che la sua dimensione vitale possa, in qualche modo, sopravvivere e, perché no, contribuire alla messa in discussione di un sistema di sviluppo mortifero, non solo in ambito sportivo.


Sport e dintorni – serie completa

]]>
Attenzione ai fascisti hi-tech https://www.carmillaonline.com/2026/05/24/attenzione-ai-fascisti-hi-tech/ Sun, 24 May 2026 20:00:45 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94909 di Paolo Lago

Irene Doda, Onnipotenti. Chi sono, cosa vogliono e in che modo i TECNOFASCISTI stanno plasmando il nostro futuro, Fuori Scena, Milano, 2026, pp. 164, euro 16,90.

Il bel saggio di Irene Doda, recentemente uscito per Fuori Scena, parla, come leggiamo in quarta di copertina, di fascismo, “non quello delle camicie nere e dell’olio di ricino, ma di un fascismo più cool: quello hi-tech”. Come ha sottolineato Umberto Eco nel suo saggio del 1995 dal titolo Il fascismo eterno, esiste infatti un ur-fascismo che è esistito e ha continuato ad esistere dopo la contingenza storica che ha visto l’affermarsi [...]]]> di Paolo Lago

Irene Doda, Onnipotenti. Chi sono, cosa vogliono e in che modo i TECNOFASCISTI stanno plasmando il nostro futuro, Fuori Scena, Milano, 2026, pp. 164, euro 16,90.

Il bel saggio di Irene Doda, recentemente uscito per Fuori Scena, parla, come leggiamo in quarta di copertina, di fascismo, “non quello delle camicie nere e dell’olio di ricino, ma di un fascismo più cool: quello hi-tech”. Come ha sottolineato Umberto Eco nel suo saggio del 1995 dal titolo Il fascismo eterno, esiste infatti un ur-fascismo che è esistito e ha continuato ad esistere dopo la contingenza storica che ha visto l’affermarsi dei regimi fascisti. Nella contemporaneità sembra andare per la maggiore il cosiddetto “tecnofascismo”, cool, americano e hi-tech. Ma chi sono, precisamente, i tecnofascisti? Come spiega l’autrice, si tratta di alcuni tecnomiliardari che vedono l’inizio della loro fortuna tra fine anni novanta e inizio del nuovo millennio, tutti impegnati nella realizzazione delle nuove tecnologie digitali, accomunati dall’ideologia “libertarian” (libertaria di destra), individualista, nonché dalla capacità di estendere la propria rete di influenza fino alle più alte sfere politiche auspicando “una convergenza tra industria tecnologica e istituzioni militari, con l’obiettivo di difendere o restaurare la supremazia occidentale nel mondo” (p. 15). Due degli elementi politici e ideologici che caratterizzano le nuove destre egemoniche, secondo la studiosa, sono il culto dell’individuo e il fascino per i valori tradizionali. Quest’ultimo è un tratto comune anche al fascismo storico e all’ur-fascismo secondo Eco, legato al culto della tradizione. Si può ricordare che anche Furio Jesi, nel suo saggio Cultura di destra (1979), aveva scritto che la “cultura di destra” ama a tal punto i valori tradizionali dei tempi andati da creare una vera e propria “pappa del passato” modellabile all’infinito, in cui viene mescolato tutto ciò che è ritenuto importante e degno di venerazione, infarcito di luoghi comuni facilmente spendibili per attirare le masse.

Con l’avvento del tecnofascismo – scrive Irene Doda – stiamo assistendo anche a una prepotente colonizzazione degli immaginari, cioè un “processo attraverso cui visioni del mondo, valori, modelli di futuro e narrazioni prodotte in contesti culturali dominanti si impongono come universali, limitando la capacità di immaginare alternative plurali o emancipative” (n. 2, p. 16). Nella narrazione messa in atto dai tecnomiliardari non è più possibile pensare a un futuro che non comprenda un’élite capitalista in grado di sfruttare le risorse naturali o le invenzioni tecnologiche a proprio (e a nostro, secondo questa stessa narrazione) vantaggio. Persino un luogo simbolico come lo spazio interstellare (che da sempre attrae l’attenzione dei tecnofascisti) diventa uno strumento di potere nelle mani di pochi. Come scrive Doda, “anche le utopie si tramutano in proprietà privata” (p. 91). Insomma, sembra proprio che Alien, diretto da Ridley Scott nel lontano 1979, ci avesse visto giusto: nel film veniva infatti messo in scena un mondo futuro in cui una Corporation globale, assistita da una AI sotto forma di androide, non esita a condurre sulla Terra una mostruosa creatura aliena, letale per gli esseri umani, unicamente per soddisfare i propri interessi e tornaconti.

Eppure, ciò che oggi possiamo definire come “tecnofascismo”, all’inizio degli anni duemila non sembrava così terribile. Al tempo in cui Mark Zuckerberg ha fondato Facebook, la tecnologia digitale pareva promettere orizzontalità, libertà, emancipazione dal controllo. Ma il progressismo iniziale della Silicon Valley si è rivelato un’illusione: “l’uso delle tecnologie digitali, da quelle social a quelle di sorveglianza, è sempre stato ambivalente, al servizio di movimenti sociali così come di dittature sanguinarie” (p. 26). Le tecnologie stesse, in pochi anni, sono diventate un elemento di controllo e di accentramento del potere; un “perfetto trampolino di lancio per l’egemonia politica e culturale dell’estrema destra globale” (p. 32). Le radici politiche della Big Tech risalgono all’ideologia nota come anarcocapitalismo, termine coniato dall’economista e filosofo politico statunitense Murray Rothbard nella seconda metà del XX secolo, che non ha niente a che vedere con il pensiero anarchico di matrice europea o russa, permeato di una spinta egualitaria e comunitaria. Nucleo centrale di questa ideologia è il concetto di libertà: naturalmente si tratta di una libertà strettamente individualista. Ciò che gli oligarchi occidentali hanno a cuore, infatti, è la loro libertà di investimento, estrazione e profitto.

Uno dei “tecnofascisti” più influenti è senza dubbio Peter Thiel. Nato nel 1967 a Francoforte sul Meno, trascorre con la famiglia anche alcuni anni in Sudafrica (non a caso, in Sudafrica è nato un altro pezzo da novanta del tecnofascismo, Elon Musk) a causa del lavoro del padre ingegnere chimico, per poi trasferirsi negli Stati Uniti dove si laureerà in Filosofia all’Università di Stanford. Thiel è il fondatore di PayPal, un’impresa apparentemente user-friendly ma che è in realtà un impero dai molti lati oscuri. Nel 2003, poi, getta le basi di Palantir Techologies, azienda specializzata in analisi dei dati, strettamente legata anche al mondo poliziesco e militare. Punta di diamante della tech right, Palantir, secondo alcune inchieste giornalistiche, “avrebbe ricevuto milioni di dollari dall’ICE per lavorare a un enorme database contenente i dati personali di alcuni segmenti di popolazione, in particolare persone migranti, con fini di sorveglianza” (p. 58). Per Thiel, inoltre, la vita e i suoi ritmi naturali sono delle catene da cui liberarsi. Le frontiere della nuova umanità, secondo il tecnocrate, sarebbero costituite da Internet, lo spazio interstellare e gli oceani. Come nota Doda, “la libertà di Thiel, insomma, è rappresentata da un essere umano che si separa da ciò che lo rende tale” (p. 54). Significativi, poi, sono i suoi agganci con la politica: secondo il “New York Times” sarebbe stato proprio Thiel a presentare Vance a Trump nel 2021.

Il tecnofascismo appare paradossalmente legato anche a un immaginario parareligioso. Attraverso un immaginario simbolico (ecco di nuovo la colonizzazione degli immaginari), coloro che controllano la tecnologia presentano le nuove frontiere di quest’ultima non come un fenomeno socialmente situato e quindi governabile ma come un elemento soprannaturale da cui l’umanità potrebbe essere schiacciata. Interessante, a questo proposito, è quanto viene messo in scena nel film AfrAId (2024), diretto da Chris Waltz, in cui i due tecnocrati miliardari inventori di una nuova e sofisticatissima intelligenza artificiale ne sono in realtà succubi: in realtà non sono loro i leader dell’azienda, ma lo è la stessa intelligenza artificiale tratteggiata come una divinità adorata dentro una teca di vetro. Molti tecnofascisti, mentre continuano a svilupparla, paventano una perdita di controllo negli usi dell’AI e una conseguente sopraffazione dell’umanità. In questo modo, situandosi al di là dei rischi concreti di uno sviluppo incontrollato dell’AI, essi spostano il dibattito lontano dai reali impatti materiali del loro operato. “Si sente molto più spesso parlare dei rischi legati all’estinzione per mano di un super robot senziente” –  scrive Irene Doda – “che del problema, molto più tangibile, del consumo di acqua e suolo per la costruzione dei data center” (p. 78). E poi, a dirla tutta, all’interno del sistema capitalistico, è quasi assurdo parlare di parametri etici negli usi dell’AI, tanto sbandierati dagli stessi tecnomiliardari. Quest’ultima non è altro che una tecnologia orientata al profitto e, come tale, rientra a pieno titolo nella logica del capitale, il quale procede come una gigantesca macchina abulica. In realtà non si dovrebbe temere l’AI in sé, ma una AI creata, sviluppata e governata dal sistema capitalistico. All’interno di esso, come nota Robert Kurz, un produttore può produrre indifferentemente torte al cioccolato, ordigni nucleari o scavare buche per poi riempirle: tutto ciò non è importante, ciò che conta è solo l’astratto interesse monetario. La stessa cosa vale per la tecnologia più avanzata.

Nell’interessante saggio di Irene Doda non poteva poi mancare un capitolo dedicato alla stretta parentela fra tecnofascismo e guerra. Lo stato di Israele (una Startup Nation), ad esempio, utilizza sistemi molto sofisticati di intelligenza artificiale, come Lavender e The Gospel, per identificare rapidamente i target per i bombardamenti. Se la sperimentazione di queste tecnologie avviene sulla pelle dei palestinesi, sono sempre le popolazioni più fragili (migranti, cittadini e ancora di più le cittadine del Sud globale) a subire gli effetti più devastanti della stretta alleanza fra guerra e hi-tech. Lo stato israeliano appare inoltre strettamente legato a Microsoft, a Amazon e a Alphabet, la società madre di Google. Il dual use, cioè il doppio utilizzo civile e militare, sembra investire pressoché tutti i colossi industriali della tecnologia. Strumenti diventati ormai indispensabili alla nostra vita quotidiana, utilizzati anche negli ambiti della sanità pubblica e della scuola, si configurano come conglomerati che traggono profitto dalla violenza genocidaria.

Come si può resistere a questo universo tecnofascista che sembra pervadere ogni angolo della nostra esistenza? Sulla contemporaneità si dispiega un vero e proprio “illuminismo oscuro” (Dark Enlightenment), secondo la definizione coniata nel 2012 dal filosofo britannico Nick Land per definire i principi fondamentali del pensiero neoreazionario contemporaneo. L’esistenza degli individui, oggi, appare fagocitata dall’universo dei social i quali, dai loro inizi, hanno subito importanti modifiche. Pensare di utilizzarli per sostenere movimenti di liberazione radicali appare sempre più un’utopia. In essi, infatti, agiscono tre fattori: “la frammentazione dell’attenzione, la spinta all’autoimprenditorialità (ovvero la trasformazione dell’identità online in brand) e la sorveglianza” (p. 134). Se alle sue origini Facebook aveva un carattere, per così dire, ‘privato’ (condividere materiale con gli ‘amici’) oggi, insieme agli altri social, subisce esso stesso una vera e propria “tiktokizzazione”, cioè una conformazione al social del momento, Tik Tok, nel cui sistema operativo appaiono infatti sempre meno i post dei propri contatti e assai di più quelli di profili divenuti virali, in una sorta di star system il cui unico fine è una vera e propria ‘capitalizzazione’ dell’attenzione. Suona davvero paradossale condurre lotte di liberazione dallo status quo e dalle dinamiche capitalistiche utilizzando strumenti creati da aziende hi-tech di estrema destra che “macinano i nostri interessi, il nostro tempo e la nostra capacità critica, usandoli come fattori di produzione da tramutare in profitto” (p. 140).

Nonostante la pervasività di questo universo hi-tech – scrive Irene Doda nel capitolo finale del suo saggio, dal titolo Appunti di resistenza – “possiamo mettere in atto piccole strategie di rifiuto quotidiano o prendere parte a discussioni collettive sul futuro degli strumenti che plasmano le nostre vite. Anche noi, come il potere che combattiamo, possiamo muoverci su più assi: quello intimo, quotidiano, e quello della resistenza organizzata, della protesta sui luoghi di lavoro. E possiamo arrivare, piano piano, a mettere in campo strategie creative per organizzare altre traiettorie di resistenza” (p. 158). Come ha scritto Valerio Evangelisti, l’immaginario è tra i principali terreni di battaglia e resistere non è mai inutile per contrastare il velo di anomia che sta calando su tutti noi. È ancora possibile e necessario decolonizzare gli immaginari. I fascisti hi-tech saranno anche onnipotenti, ma non sono invincibili.

]]>