Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Tue, 12 May 2026 22:01:44 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Anche un brigante deve avere un cuore https://www.carmillaonline.com/2026/05/13/anche-un-brigante-deve-avere-un-cuore/ Tue, 12 May 2026 22:01:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94738 di Alessandra Arezzo

Yu Hua, La città che non c’è, traduzione di Silvia Pozzi, Feltrinelli 2025, pp.372 € 22,00

Yu Hua ambienta il suo ultimo romanzo La città che non c’è nella Cina dell’inizio del ventesimo secolo, dopo il crollo dell’impero dovuto alla fine della dinastia Qing (1911) e alla nascita della Repubblica (1912), un periodo di caos sociale durato circa quindici anni caratterizzato dai signori della guerra e dal fenomeno del brigantaggio. Il romanzo è diviso in due parti totalmente indipendenti l’una dall’altra. Nella prima il protagonista Lin Xiangfu, figlio unico molto devoto ai suoi genitori, a diciannove anni rimane orfano [...]]]> di Alessandra Arezzo

Yu Hua, La città che non c’è, traduzione di Silvia Pozzi, Feltrinelli 2025, pp.372 € 22,00

Yu Hua ambienta il suo ultimo romanzo La città che non c’è nella Cina dell’inizio del ventesimo secolo, dopo il crollo dell’impero dovuto alla fine della dinastia Qing (1911) e alla nascita della Repubblica (1912), un periodo di caos sociale durato circa quindici anni caratterizzato dai signori della guerra e dal fenomeno del brigantaggio.
Il romanzo è diviso in due parti totalmente indipendenti l’una dall’altra. Nella prima il protagonista Lin Xiangfu, figlio unico molto devoto ai suoi genitori, a diciannove anni rimane orfano e si trova a gestire le terre di famiglia con l’aiuto della famiglia Tian. Cerca una compagna di vita con l’aiuto di una mezzana, ma è il destino a fargli trovare la donna che diventa poi sua moglie, Li Xiaomei. Per ben due volte questa se ne va, lasciando senza alcun preavviso il marito e la figlia piccola. Lin Xiangfu dal nord giunge nella cittadina meridionale di Xizhen con in braccio la piccola Baijia durante una grandissima nevicata, cercando la madre della bimba in una località di nome Wencheng che nessuno conosce. Non riuscendo a trovare la donna amata, incontra Chen Yongliang e Li Meilian che con i loro figli diventano la sua nuova famiglia. Insieme a loro cresce Baijia e affronta molte difficoltà, dal grande gelo alle razzie dei briganti. Nella seconda parte l’autore racconta la storia di Xiaomei, sposa bambina che arriva a dieci anni nella famiglia Shen di Xizhen diventando moglie del giovane Qiang. Entrambe le parti iniziano con l’ambientazione a Xizhen e terminano con la stessa immagine dei fratelli Tian che portano Li Xiangfu nella cittadina natale.

La storia è correlata da tante vicende con molteplici personaggi che appassionano e tengono il fiato sospeso. Le peripezie sentimentali del protagonista si intrecciano a quelle della Cina di quegli anni. Lin Xiangfu instaura un legame di grande affetto e solidarietà con Chen Yongliang, la moglie e i due figli. Il loro rapporto di fratellanza è tale che di fronte al pericolo che la giovane Baijia sia stuprata dai briganti, dovendo scegliere tra i due mali, i genitori di Chen Yaowen scelgono di mandarla nelle grinfie dei briganti.
Come in una saporita zuppa fumante, tipica della cucina cinese, in questa epopea si ritrovano tanti sapori e parecchi ingredienti che la rendono unica. Ogni personaggio è ben caratterizzato e l’elemento che lega tutta la narrazione è l’esplosione dei sentimenti. Tra tutti emergono quelli dell’umanità, della solidarietà e dell’amore che s’intrecciano con quelli dell’odio e della vendetta. Scene romantiche e liriche si avvicendano a quelle più tragicomiche, come la partenza dell’esercito dei volontari dall’orecchio mozzato o come quelle più cruenti descritte durante i saccheggi dei briganti.

«In tempi difficili come questi se sei un contadino, vieni razziato dai briganti,» disse il Bonzo, «e se sei un brigante, non puoi fare a meno di compiere razzie per sopravvivere.» «Di questi tempi, non è una vergogna essere briganti» replicò Chen Yongliang, «Ma anche un brigante deve avere un cuore».

Tra i personaggi dei briganti ne spiccano due: Ascia Zhang, uomo violento, senza scrupoli né pietà che uccide con efferata crudeltà anche donne incinte e il Bonzo, uomo più riflessivo, gentile e umano che risparmia la vita a Chen Yaowu e successivamente non esita ad allearsi con Chen Yongliang proprio contro Ascia Zhang. Probabilmente non è un caso che il carattere utilizzato dall’autore per il titolo della città immaginaria sia “Wen” che in cinese è lo stesso che si utilizza per “scrittura”, “cultura”, “lingua” e per “civiltà”.
In un’intervista all’Ansa del 2024 venne chiesto a Yu Hua, nato ad Hangzhou nel 1960, quale sia la città che non esiste. L’autore rispose dichiarando che lui stesso lo ignorava: «Questa città nel libro si chiama Wencheng come il titolo originale del romanzo, ma non la trovi sulla carta geografica. Dopo l’uscita del libro è nato un modo di dire che adesso è abbastanza di moda in Cina: nel cuore di tutti noi esiste una Wencheng. Questa idea della città che non c’è significa anche che in ciascuno di noi c’è qualcosa che non riusciamo a ritrovare della nostra vita».

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Series killed the literary star https://www.carmillaonline.com/2026/05/11/series-killed-the-literary-star/ Mon, 11 May 2026 19:58:28 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94623 di Mauro Baldrati

La legge di Lidia Poët, terza stagione

Accade, è accaduto, inutile abbandonarsi a rimpianti o ardere nella rabbia. La letteratura forse sarebbe ancora attiva, creativa, ma l’editoria, per conto dei lettori, ha deciso altrimenti. Dagli studi di settore arrivano i dati disarmanti di una caduta a picco delle vendite. Si legge sempre meno, e la causa non è solo l’avvento delle piattaforme cinematografiche, oltre alla dipendenza dai social, la scrittura povera del web e così via. Questi sono sintomi. Ma la malattia è strutturale, e a quanto pare incurabile. La vita che continua a complicarsi lascia sempre meno [...]]]> di Mauro Baldrati

La legge di Lidia Poët, terza stagione

Accade, è accaduto, inutile abbandonarsi a rimpianti o ardere nella rabbia. La letteratura forse sarebbe ancora attiva, creativa, ma l’editoria, per conto dei lettori, ha deciso altrimenti. Dagli studi di settore arrivano i dati disarmanti di una caduta a picco delle vendite. Si legge sempre meno, e la causa non è solo l’avvento delle piattaforme cinematografiche, oltre alla dipendenza dai social, la scrittura povera del web e così via. Questi sono sintomi. Ma la malattia è strutturale, e a quanto pare incurabile. La vita che continua a complicarsi lascia sempre meno tempo a disposizione. E i soldi. Il potere d’acquisto è in continuo calo, col rischio di un impoverimento di enormi masse di popolazione, con le loro risorse cannibalizzate dalle oligarchie che scatenano guerre per cercare di rinverdire un poco la stremata crescita. Quando la civiltà sprofonda leggere diventa faticoso. Medium man quando vede il libro sul comodino viene assalito da una stanchezza greve. Si sente pesante, la mente affaticata. Perché il libro lo obbliga a essere attivo, a interagire col racconto, a usare l’intuito, a rivivere certe storie. Una volta partiti, limata la ruggine iniziale, il lavoro a due autore-lettore fila a meraviglia, e allora si procede con scioltezza e quanta apertura mentale dà quel meccanismo sofisticato che è la capacità di uscire dal blocco e sentire se stessi scivolare sui i misteri, la creazione di una storia, un mondo popolato da angeli e demoni.

Ma l’inizio, quanto è duro e scoraggiante. Quanto è respingente. E siamo stanchi.

Invece le serie sono per la passività. Ci si abbandona alle serie. Non dobbiamo camminare con le nostre gambe, le seguiamo dal nostro rizoma. E loro ci guidano. I personaggi non dobbiamo vederli, sono già lì, davanti a i nostri occhi. Li ascoltiamo con le nostre orecchie. E la storia ci prende per mano, ci pensa il finale a svelare i misteri che abbiamo seguito in stato di riposo.

Per cui partiamo. E’ arrivato il fine settimana finalmente. Abbiamo tempo. Quindi sistemiamoci sul divano, espletiamo i doveri più urgenti, abbassiamo le luci, stappiamo una birra, dotiamoci di snack e spariamoci senza stacchi la terza stagione de La legge di Lidia Poët (su Netflix).

Della prima e seconda stagione abbiamo già parlato su Carmilla qui. Se la seconda perdeva, rispetto alla prima, tensione politica in virtù di un plot più classico da giallo, in questa terza la procedura è diventata procedimento. Le storie laterali e conflittuali dei personaggi portanti si sono consolidate. Il coraggioso giornalista combattente (il bravo Edoardo Scarpetta) si è sistemato, ora dirige Il Martello, un giornale di tendenza socialista. Non deve più combattere col coltello tra i denti per far passare un articolo scomodo. E l’amore latente per Lidia Poët si è risolto. Almeno sembra. Ora è felicemente innamorato di una focosa cantate spagnola. Con sofferenza di Lidia, che si macera in una contraddittoria gelosia. Infatti l’altro innamorato, l’incorruttibile procuratore baffuto, anche lui salito di ruolo come pubblico ministero, è diventato il suo amante, anche se clandestino. Infatti si vedono di nascosto, per non creare scandalo. Ma lei soffre assistendo a certe effusioni tra il giornalista e la sua cantante spagnola. Da donna libera si permette l’insicurezza delle emozioni, e la tentazione, elemento scandaloso in quel mondo paralizzato di uomini anziani arcigni e ottusi. L’impianto giallo è interessante, c’è un caso portante – un omicidio – che passa attraverso tutti gli episodi, che ne contengono altri che invece si risolvono abbastanza velocemente. Lidia procede con la sua libertà mentale, senza cercare soluzioni comode e sbrigative, tipiche dei capi che cercano il colpevole facile. Il fratello intanto è diventato parlamentare e lei, non potendo esercitare l’avvocatura in quanto donna, agisce guidandolo, talvolta strumentalizzandolo, superando le sue resistenze, che ora sono molto più deboli rispetto alla continua schermaglia della prima, e della seconda già più morbida stagione. L’aspetto politico, la battaglia contro i pregiudizi dell’epoca e dei tromboni che detengono il potere prosegue, anche se con spazi più ridotti rispetto alla prima e la seconda stagione. E’ calma, evita i colpi di testa o le forme di opposizione frontale che non porterebbero altro che aggravamenti della situazione. Lidia non è una riformista, resta una rivoluzionaria, ma consapevole che i margini di manovra sono limitati negli spazi di un potere marmoreo che non ammette libertà alcuna. Quando uno dei caporioni ingessati nel loro povero spazio mentale esce con una delle solite battute sullo stereotipo femminile, Lidia risponde con un sorriso di commiserazione, mentre continua per la sua strada.

Senza il personaggio magnetico di Matilde de Angelis resterebbe un prodotto medio, con costumi magnifici e ambienti aristocratici un po’ troppo curati e quindi poco vissuti, artificiosi. Fino all’ultimo episodio. Parte in progressione, poi va in accelerazione, le carte si sparigliano, vira verso un romanticismo epico e si conclude in un finale che ci lascia soddisfatti e persino un po’ emozionati. Insomma, anche per questa catarsi finale resta una serie che scorre, non annoia, un piacere per gli occhi con quelle vestaglie che evocano le superbe Fortuny dei salotti proustiani del Faubourg. Sono cinque ore di passività spese bene.

A questo punto Medium man si alza dal divano, con le membra intorpidite, e anche la mente, cercando di capire se è cosa è rimasto da quella maratona visiva. Si stira, si rimette in movimento. Passa accanto al comodino. Vede il libro. Ma che stanchezza, che testa pesante.
Ma che problema c’è? Un’altra serie è già pronta sui blocchi di partenza.

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Baxeicò. Una storia del basilico https://www.carmillaonline.com/2026/05/10/baxeico-una-storia-del-basilico/ Sun, 10 May 2026 20:00:53 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94115 di Camillo Acquilino

Ho conosciuto Camillo Acquilino alpinista, mio istrutture severo e paziente alla Scuola del CAI, oltre quaranta anni fa. Oggi ho conosciuto Camillo Acquilino scrittore, attento osservatore del lavoro, letterato con una grande attenzione alla storia della sua comunità. Ligure di quelli inerpicati sulle fasce, lì dove le famiglie contadine hanno costruito le serre per il basilico, diventato alpinista e tecnico, la sua scrittura è meticolosa, segnata dalla precisione richiesta dal lavoro (e anche dalla pratica dell’alpinismo), essenziale ma ricca di particolari. Con Baxeicò inizia la pubblicazione di tre suoi racconti dedicati al tema del lavoro. [dg]

Alle cugine Gaggero [...]]]> di Camillo Acquilino

Ho conosciuto Camillo Acquilino alpinista, mio istrutture severo e paziente alla Scuola del CAI, oltre quaranta anni fa. Oggi ho conosciuto Camillo Acquilino scrittore, attento osservatore del lavoro, letterato con una grande attenzione alla storia della sua comunità. Ligure di quelli inerpicati sulle fasce, lì dove le famiglie contadine hanno costruito le serre per il basilico, diventato alpinista e tecnico, la sua scrittura è meticolosa, segnata dalla precisione richiesta dal lavoro (e anche dalla pratica dell’alpinismo), essenziale ma ricca di particolari. Con Baxeicò inizia la pubblicazione di tre suoi racconti dedicati al tema del lavoro. [dg]

Alle cugine Gaggero
che di basilico ne sanno
e a Lorenzo Ferrando
che ancora lo coltiva!

Nel 1958 ero alle prese con le prime parole della lingua madre: il dialetto genovese nella versione in uso presso i contadini voltresi. Come concesso a tutti i bambini, nel primo apprendimento semplificavo alcune parole ed è così che il nome del mio gemello Luigi è diventato Gigi (Giggi in genovese) e ancora oggi, che è un omone di cinquantacinque anni, un uomo buono dalle spalle larghe, anche in senso figurato, si porta appresso il nome Gigi con orgoglio, quasi fosse un nome di battaglia. Mio nonno Camillo era un patriarca, ma io, che ne avevo ereditato il nome, per un po’ di tempo ho potuto chiamarlo “Nonnu Billu”. Mi dicevano poi che un’altra delle primissime parole che ho pronunciato è stata “bicò” una semplificazione di baxeicò, il basilico.

Nella mia infanzia ho visto il basilico come l’oggetto della mobilitazione dei grandi che mi circondavano poiché, a vari livelli di coinvolgimento, erano tutti impegnati nella sua produzione. Un continuo movimento, consumato dall’alba fino a oltre il tramonto di ogni giorno, caratterizzava l’esistenza dei membri di questa famiglia contadina. Potete immaginarli operosi come un nugolo di api, solo che nell’arnia, al posto del miele, depositavano i mazzetti di basilico.

La nonna Marinin si occupava da sempre della vendita al mercato all’ingrosso del basilico e di altre verdure. Aveva iniziato a vendere da bambina al Mercato dello Statuto, credo, o forse, ancora prima di quello, all’aperto in una piazza di Genova. Negli anni Sessanta partiva da Voltri con il primo tram del mattino per raggiungere, assieme ad altri contadini della zona, il mercato di Corso Sardegna dove assisteva il piazzista nella vendita dei prodotti raccolti il giorno precedente e tradotti nottetempo al mercato per mezzo di un camioncino.

Il piazzista Carmelin era un bravo mediatore così come lo era diventata sua figlia Lisetta. All’epoca le notizie sull’andamento delle vendite al mercato genovese arrivavano a Voltri portate dalla stessa nonna che, prima di ogni altra incombenza casalinga, si preoccupava di informare tutto il parentado sui risultati ottenuti a Corso Sardegna e orientare così il lavoro in corso d’opera. La relazione era rapida come una sentenza: “Ghè vendia” oppure, drammaticamente, “A l’è molla”.

Dopo che avevamo installato il telefono l’annuncio arrivava direttamente dalla signora Lisetta la quale, con la sua cantilena bisagnina, quando le vendite andavano male diceva: “Prontoo…sun a Lizeettaa (con la z di Zena)… a l’è mollaa!”.

Vendere poco è spiacevole per tutti, ma con il basilico coltivato in serra la situazione diventa critica. Se non si vende non si raccoglie nemmeno, ma le piantine continuano a crescere perdendo inesorabilmente e in breve tempo la misura giusta per realizzare il pesto più delicato. Perciò, quando il mercato non “tira”, ben presto tutto il raccolto perde valore e, in pochi giorni, può essere compromesso il risultato di settimane di lavoro: roba da villèn! roba da contadini!

Quando invece c’era vendita tutti, grandi e piccini, erano subito mobilitati freneticamente a soddisfare le richieste della piazza.

Dopo aver indirizzato la produzione, la nonna riferiva anche varie notizie su quello che succedeva nella vita degli altri contadini e, perché no, sulle attività e iniziative intraprese dai concorrenti diretti come, ad esempio, i Laviosa di Coronata (I Laviùsa de Cuunà). Una particolare attenzione era riservata alle clienti più assidue, e casann-e, per le quali erano sempre accantonati i prodotti migliori della giornata.

Tutto questo si concludeva a metà mattinata, giusto per dare il tempo alla nonna di mettersi ai fornelli vicino ai quali dimostrava di essere una cuoca valente, nel senso che riusciva a rendere ottimi anche i piatti più semplici, a consolazione di chi lavorava tanto.

La località Chiappa si trova sulle pendici meridionali della collina che sovrasta il quartiere di Sant’Ambrogio di Voltri. In alcune delle sue fasce, intorno al 1920, furono costruite delle stüffe pe u baxeicò, le serre. Queste costruzioni furono realizzare con criteri di massima economia. La copertura aveva un solo spiovente che a monte si appoggiava, tramite una piccola soletta calpestabile in cemento, al muro di contenimento di un terrazzamento. L’altezza della serra, sopra i camminamenti interni, era sufficiente al passaggio di una persona in piedi, ma non era mai eccessiva in maniera da limitare al minimo i volumi da riscaldare durante l’inverno. I terrazzamenti, che nella lingua ligure sono nominati fasce, all’interno della stüffa prendono il nome più delicato di èaa (area). Sono superfici coltivabili, lunghe e orizzontali, larghe poco più di due metri, contornate sul lato lungo dai tubi dell’impianto di riscaldamento i quali sono anche usati come sostegno delle tavole di legno che, come dirò, si utilizzano per la raccolta delle piantine. Per sfruttare al massimo il volume riscaldato della serra si approfittava anche dello spazio verticale del muro di contenimento sul quale erano state costruite due solette, larghe meno di un metro e riempite della terra sufficiente per la semina del basilico. Le chiamavano càntie, cioè cassetti.

Dotare la serra di un impianto di riscaldamento è un requisito indispensabile per la coltivazione invernale della pianta di basilico. I primi allestimenti erano autarchici, costruiti quasi interamente con pezzi di recupero e… tanta sapienza. Erano realizzati con tubi di due pollici di diametro, alcuni dei quali costruiti in ghisa e muniti di alette per favorire la dispersione del calore e recuperati da qualche essiccatoio da cartiera, che contornavano le èee e che erano allacciati a una caldaia a carbone. L’impianto di riscaldamento sfruttava il ciclo naturale dell’acqua calda e, quindi, per il suo funzionamento non serviva l’energia elettrica. Nelle lunghe notti invernali, quelle più rigide, si era costretti a frequenti ricariche del focolaio, tanto che il nonno Camillo spesso vegliava la caldaia in compagnia di qualche libro da leggere preso in prestito dalla biblioteca del vicino palazzo padronale del quale era il custode.

In pieno inverno però il basilico teme il freddo anche nella radice e non cresce, nonostante che il tepore della serra ne protegga lo stelo e le foglie. L’eccellenza del coltivatore di basilico era così sancita dalla capacità di mettere in atto un espediente con il quale risolvere questo problema ed era premiata dalla disponibilità del prodotto nel periodo dell’anno in cui era più raro e, quindi, meglio pagato. Già dalla fine dell’estate bisognava preparare ciò che serviva per metterlo in atto; era un lavorone quello e richiedeva l’impegno di tutta la famiglia. Ad una filanda della Val di Susa si ordinava un carico degli scarti della pulitura del cotone grezzo. Questo materiale, contenuto in grossi sacchi di iuta, arrivava a Voltri su di un camion grande con il quale non si poteva raggiungere la destinazione del trasporto. Bisognava così trasbordare i sacchi, alcuni dei quali superavano il quintale, su di un motocarro che, con numerosi viaggi lungo un percorso di circa un chilometro su strada sterrata, li trasferiva alla partenza di una piccola teleferica. Questa, in alto, terminava proprio vicino al magazzino in cui andavano stivati i sacchi; u baracun da püa. Sì, della polvere, perché ogni movimento dei sacchi provocava una copiosa dispersione della parte più fine degli scarti di cotone attraverso la trama grossolana del tessuto in iuta. Questa polvere, assieme alla fatica, caratterizzava la giornata di lavoro e si depositava su tutto, sulle ciglia, sulle sopraciglia, nelle mucose nasali, s’impastava con il sudore, entrava nella canottiera, nei calzoni, nelle scarpe, dappertutto. Al termine della giornata, con in mano un bicchiere di vino bianco del nostro, ci osservavamo reciprocamente ridendo ognuno della sporcizia dell’altro, soddisfatti però di aver completato assieme il lavoro.

Prima della semina di dicembre il nonno o lo zio Ton, artisti nel manipolare la terra, ne asportavano alcuni centimetri dalla superficie dell’èaa, stendevano uno strato di cinque dita di polvere di cotone che compattavano battendolo ripetutamente con un attrezzo realizzato con una tavola fissata inclinata su un lungo manico. Ricoprivano poi il cotone con la terra prima rimossa.

È sorprendente vedere come vecchie mani indurite possano essere capaci e delicate. Abili nello spargere uniformemente la giusta quantità di semi, anche se minuscoli come quelli del basilico, nel manovrare il rastrello per interrare i semini quel tanto che basta per farli germogliare, nel premere il pollice contro l’estremità della manichetta e realizzare così un ventaglio nebulizzato d’acqua, adatto ad annaffiare senza far danni.

Dopo le prime irrigazioni il cotone iniziava una fermentazione che riscaldava dal basso le radici del basilico per tutto il periodo della crescita e, nello stesso tempo, produceva un prezioso concime naturale.

La manutenzione della copertura delle serre rappresentava l’immancabile impegno di ogni estate. In realtà le coperture erano rimesse in ordine ogni due anni, ma la sensata laboriosità dei contadini si preoccupava di riservare metà delle serre per la produzione estiva del basilico e metà per le riparazioni. Scoperchiare una serra era un altro di quei lavori che mobilitavano tutti. Si trattava di rimuovere uno a uno i telai con i vetri, e arve, e accatastarli nel luogo destinato alla loro riparazione. Lo zio Ton, in piedi su una sedia con intelaiatura in ferro, per rispetto della sua mole corporea, schiodava i quattro agguanti, tiranti costituiti da filo di acciaio zincato attorcigliato, che avevano due chiodi alle estremità e che servivano a fissare la testa e il fondo del telaio alla struttura portante della serra. Quindi sollevava l’arva e, ruotandola, la “scendeva” porgendola a chi aveva il compito di trasportarla. Eravamo tutti in fila ad aspettare il nostro turno per il trasporto e ogni carico era accompagnato dalla raccomandazione di non farsi male e di non rompere i vetri. Da notare che la serra più grande era ricoperta da più di trecento telai.

Le arve erano costruite con criteri di uniformità. Il loro telaio, due metri per ottanta centimetri, serviva a sostenere due file parallele di cinque vetri larghi trentaquattro e alti trentanove centimetri e dello spessore di tre millimetri. Erano realizzate con legno di peackpine, in genovese piccepaine, il più adatto a sopportare il logorio dell’ambiente umido della serra. Nel legno risiedeva il valore dell’oggetto, il più pregiato era quello recuperato dalle demolizioni delle navi dato che aveva già dimostrata l’attitudine alla sopravvivenza negli ambienti umidi più impegnativi. Spesso si riconosceva perché mostrava degli intarsi con i quali erano stati chiusi i fori che erano serviti a fissare il legname nel suo impiego primitivo.

Gli elementi principali del telaio erano la testata, il fondo, le longherine e il bastetto centrale ed erano fissati fra loro per mezzo di incastri e caviglie in legno. I chiodi erano utilizzati per fissare i due bastetti trasversali, che irrigidivano il telaio e servivano come maniglie da trasporto, e la foderina collocata sopra la longherina di destra, che serviva da coprigiunto fra le due arve contigue. C’erano inoltre quelli necessari a tenere in sede i vetri prima del loro fissaggio con lo stucco masticote. Un componente fondamentale, utile per la durata dell’arva, era l’olio di lino con il quale si imbeveva per bene il legno prima della coloritura e funzionava anche come diluente della pittura. L’effetto serra, auspicato per il miglior sfruttamento dell’energia termica fornita dal sole, era favorito dal fatto che i telai erano colorati con pittura verde scuro sulla faccia esterna e con pittura bianca su quella interna.

La manutenzione di ogni arva iniziava con la raschiatura del legno, necessaria a rimuovere le sfogliature della pittura. Spesso questo lavoro preliminare si faceva quando essa si trovava ancora in piedi nel posto in cui era stata accatastata. L’arva era poi adagiata orizzontale su due cavalletti di legno dove veniva esaminata per valutare, prima della pitturazione, se erano necessarie delle riparazioni importanti, come la sostituzione di un componente in legno o la riparazione di un vetro. Prima di arrivare a decidere di sostituire un vetro si tentavano tutti i modi possibili per rabberciare il danno poiché il vetro nuovo lo si doveva comprare e ciò contrastava con la politica di economia autarchica che vigeva allora. Intanto bisognava stare molto attenti nella rimozione di quelli rotti perché lo stucco, con il tempo e l’esposizione al sole, si induriva e non era facile toglierlo senza estendere il danno ai vetri vicini. A questo proposito ricordo di aver assistito lo zio Ton, uomo generalmente molto paziente e parsimonioso, mentre era intento a smontare uno dei vetri in fondo al telaio. Chino sull’arva, con lievi colpi di martello battuti sullo scalpello, lavorava alla rimozione dello stucco. Come faceva spesso quando era impegnato, mostrava la lingua stretta fra i denti al lato della bocca. È stato un attimo, non proprio di disattenzione, ed è partita una venatura sul vetro vicino. Solo un sospiro, poi ha iniziato a levare lo stucco, maledettamente duro, anche da quel vetro. Lavorava ancora concentrato alla delicata rimozione dello stucco in prossimità del vetro successivo, ma anche questo, quasi beffardo, si è spaccato. Lo zio ha rialzato la schiena, è stato un attimo immobile dopo di che ha cominciato a impartire una serie di violente martellate su tutti i vetri rimanenti della fila che sono andati in frantumi. Ancora un momento di silenziosa sosta e ha ripreso a lavorare.

La pittura verde, quella esterna, doveva essere stesa sotto le continue raccomandazioni di “tirare” il pennello alla lunga. Solo in quella maniera il nuovo velo protettivo si stendeva aderendo per bene su tutta la superficie e non rischiava di formare bolle che si sarebbero staccate ben presto. Girato sottosopra il telaio si passava alla pittura bianca, che era la più noiosa da stendere perché da quel lato fra il legno e il vetro non c’era lo stucco ed era così più facile imbrattare i vetri. L’arva passava finalmente nella catasta delle “fatte” e riceveva l’ultimo ritocco sui bastetti trasversali che si erano impugnati per manovrarla: una di meno!

Protetti da una tenda parasole, ci si dedicava a quest’attività nelle ore più calde della giornata, quando non si potevano fare altri lavori faticosi, ma quando sarebbe stato anche bello rimanere in ozio. La terra attorno ai cavalletti era calpestata fino a diventare un solco polveroso cosparso di croste di vecchia pittura. Tutto intorno imperava l’odore di olio di lino, misto a quello del masticote, che aumentava l’effetto soffocante del caldo e imponeva, per resistere, l’adozione di un atteggiamento di rassegnata pazienza.

Molta di quella pazienza la metteva il signor Cesare, un anziano vicino di casa, oramai in pensione dopo aver lavorato come falegname alla riparazione dei tram genovesi, che si dedicava alla manutenzione delle arve per intere giornate senza dire una parola. A lui erano riservate le lavorazioni più complesse, come la sostituzione dei componenti del telaio, per le quali adoperava i suoi utensili che custodiva gelosamente in un’apposita cassetta in legno. Naturalmente a noi giovani era precluso l’uso di quegli attrezzi. Aveva un singolare tic che lo costringeva a sputacchiare a labbra strette, come se si dovesse continuamente liberare di un pelucco rimasto fra le labbra. Chissà cosa pensava mentre lavorava per ore in silenzio.

Per ricoprire la serra, ovviamente, si procedeva in modo inverso da quello della scopertura con l’aggiunta di una non trascurabile attenzione rivolta ai numerosi nidi di vespa che, durante l’estate, si erano insediati lungo la sua intelaiatura. Erano lavori duri, ma per identificarli si usavano i termini descrüvì e crüvì, scoprire e coprire, pronunciati attribuendo loro anche il significato dell’accudimento, perche il basilico coltivato in serra ha bisogno di essere accudito.

La prima evoluzione del sistema di coltivazione del basilico è arrivata nel 1964 con l’introduzione dell’impianto di riscaldamento a nafta. Era ancora in vita il nonno Camillo il quale, forse più di tutti, ha seguito con molto interesse l’installazione delle nuove caldaie in ghisa Ideal Standard e degli innovativi bruciatori Riello.

La zona in cui c’erano le serre era raggiungibile solo a piedi e, per alleviare la fatica del trasporto a spalla, esisteva la teleferica. Devono aver installato questo sistema di trasporto nell’immediato dopoguerra e per farlo, naturalmente, hanno utilizzato tutti pezzi di recupero, compresa la fune portante in trefoli d’acciaio. Questa era ancorata a valle ad una putrella affogata in un basamento di cemento interrato, era sostenuta da due cavalletti intermedi e da quello di arrivo e terminava avvolta in un tamburo che serviva a dare alla stessa la giusta tensione. Il carrello era sostenuto da due ruote a quattro razze munite di una gola adatta ad abbracciare il cavo portante, unite fra loro da un telaio. Su di esso era fissata l’estremità della fune di traino e due tondini rigidi, sagomati opportunamente per sostenere il piano di carico. Il fondo del piano poteva essere sganciato da un lato quando si doveva scaricare il carbone che serviva per le calderine. Il verricello di traino era munito, dal lato esterno, di un semplice tamburo sul quale agiva un freno a nastro azionato da una leva. La trasmissione del movimento fra il motore elettrico, che era molto grosso nonostante erogasse la potenza di un solo cavallo vapore, e il verricello era garantita da una cinghia di cuoio. Sostanzialmente la sicurezza del sistema era affidata all’abilità del manovratore il quale doveva regolare la velocità di discesa per mezzo del freno ed essere pronto, al termine della salita, a bloccare il freno non appena disinserita l’alimentazione elettrica. L’interruttore destinato all’azionamento del motore, naturalmente anche questo di recupero, aveva la leva di manovra ricostruita con un legnetto e la protezione dei contatti elettrici realizzata con robusta carta straccia. L’autorizzazione a manovrare la teleferica ha costituito per me un passo importante nel percorso verso l’età adulta.

Gli elementi in ghisa delle nuove caldaie e tutto ciò che è stato necessario per rinnovare l’impianto di riscaldamento sono stati i trasporti più impegnativi della teleferica. Ma l’eccellenza nel suo impiego è stata raggiunta con la risalita delle lamiere necessarie alla costruzione del serbatoio della nafta. L’artefice del progetto di questo serbatoio, comprensivo della soluzione adottata per il trasporto dei suoi componenti, è stato mio papà. Specialista di trasporti ferroviari e progettista tuttofare di casa (già da sedicenne in tempo di guerra, ad esempio, aveva disegnato il tracciato del rifugio sotterraneo antiaereo) con il serbatoio aveva dato prova del meglio di sé.

Per trasportare lamiere lunghe quattro metri e larghe un metro e settantacinque, del peso di oltre tre quintali, come quelle utilizzate per realizzare il serbatoio di acciaio, il progettista ha stupito tutti. Aveva stimato la larghezza massima delle lamiere fidando di poterle fare passare inclinate secondo la diagonale dei portali che sostenevano il cavo portante della teleferica e aveva poi azzeccato il calcolo della posizione dei punti in cui sostenere la lamiera per ottenere l’inclinazione voluta. Per questo trasporto, come per altri impegnativi, si era rinunciato all’azionamento motorizzato del verricello, ma per il traino del carrello si era fatto ricorso alla manovella manovrata da braccia robuste.

Il cantiere di lavoro per la costruzione del nuovo impianto era equipaggiato con strumenti che ora sarebbero a dir poco insoliti. L’acetilene per la saldatura, ad esempio, era prodotto sul posto per mezzo di un vecchio gasogeno a carburo di calcio. Anche l’operaio che lo utilizzava era in sintonia con i propri attrezzi. Per via dell’ambiente disagiato in cui doveva operare, alcune lavorazioni non gli riuscivano alla perfezione, ma lui le sistemava dicendo semplicemente al committente: “Nu v’arragè Tognu”.

La proficua stagione dei nuovi bruciatori è stata coronata da mio papà con la costruzione di telecomandi con i quali, il quasi ottantenne nonno Camillo, negli ultimi due anni della sua vita, ha potuto sovraintendere da casa e con molta soddisfazione la buona conduzione delle due caldaie messe in opera.

La saggia sensibilità del contadino di un tempo era orientata principalmente alla sorveglianza di quello che succedeva per potere, possibilmente, tentare di porre rimedio all’imprevisto. Nel caso delle nuove caldaie, per esempio, si era sempre pronti a rimettere in funzione velocemente quelle vecchie a carbone, lasciate prudentemente ancora allacciate ai nuovi impianti. Allora, più di adesso, si sapevano apprezzare i risultati della buona stagione, consapevoli del rischio sempre presente di incappare in quella grama. Sulla porta della cantina, il cui uso era condiviso da più famiglie contadine della zona, qualcuno aveva scritto, con il pennello intriso nel minio e manovrato con incerta grafia: “1929 ano di miseria”. L’ilarità che suscitava in noi quell’enne mancante era ben presto compensata dal monito che trasmetteva una frase così disperata.

Negli ultimi trent’anni le vecchie serre sono state sostituite con strutture moderne, costruite con acciaio zincato e grossi e luminosi vetri. La necessità della manutenzione ordinaria si è quasi azzerata, ma bisogna ricordare che alcuni anni orsono, una grandinata di pochi minuti, ha “regalato” la necessità di alcuni mesi di lavoro imprevisto, necessari per sostituire un migliaio di vetri andati in frantumi e per bonificare l’area di coltivazione, rimasta cosparsa da infiniti frammenti.

Anche l’impianto di riscaldamento è stato modificato con l’introduzione di scaldiglie interrate che rendono superfluo in inverno l’impiego della polvere di cotone. Però l’attuale esorbitante costo del gasolio ha imposto il recente ritorno all’uso della legna da ardere.

Bisogna ancora tenere conto che il lavoro, un tempo eseguito anche da una decina di persone, oggi è affrontato da tre sole; tuttavia la raccolta del basilico migliore per la preparazione del pesto alla genovese è l’unica operazione che nel tempo non è cambiata e, quindi, richiede sempre la stessa pazienza e fatica. Il campo di basilico pronto al raccolto è una distesa fitta di piantine alte dai dieci ai quindici centimetri. Non sarebbe possibile entrarvi senza far danni per cui non si deve mai calpestarlo. Ogni raccoglitore utilizza una tavola di legno appoggiata trasversalmente all’èaa sui tubi di riscaldamento e che si trova così una ventina di centimetri sopra le piante di basilico. Egli si deve inginocchiare su questa tavola sulla quale deve anche appoggiare il gomito sinistro che gli servirà a controllare la propria posizione rispetto all’area di raccolta e ne utilizzerà la mano per impugnare il mazzetto in formazione di piantine appena estirpate. La semina del basilico è molto fitta e fa sì che le prime piantine che germogliano crescano più rapidamente di quelle che rimangono sottomesse. La raccolta avviene quindi “schiumando” le piantine più alte, cioè estirpando solo quelle e avendo cura di lasciare intatte le altre, le quali, una volta guadagnata l’esposizione alla luce, cresceranno e saranno raccolte a loro volta in successive passate. Per fare questo il pollice e l’indice della mano destra devono serrare alla base il gambo di una sola piantina alla volta e, con un colpo deciso del polso, estirparla, completa delle radici, lasciando sul posto le piantine circostanti. La raccolta prosegue così per ore, con una serie infinita di piccoli gesti, condotti in rapida successione come il pittare di una gallina.

La raccolta del basilico inizia prestissimo la mattina poiché deve finire prima che faccia troppo caldo, nel rispetto di chi deve lavorare in serra, ma, ancora prima, della fragranza del basilico. Per questo nella serra si preparano dei mazzi grossi che contengono tante piantine quante ne stanno nella mano. Questi, via via che si producono, sono trasportati nel locale nel quale si confezionerà definitivamente il prodotto. Nell’attesa di questa lavorazione i mazzi sono adagiati su di un tavolo con le radici appoggiate su di un sacco di iuta imbevuto d’acqua. Inoltre un lenzuolo bagnato ricoprirà le foglie.

Generalmente nel pomeriggio, seduti attorno al tavolo dove erano stati depositati i mazzi, con un lavoro paziente quanto ripetitivo, questi si scompongono e le piantine sono raccolte in mazzetti più piccoli. La radice e il gambo sono quindi avvolte con erba inumidita e fasciate con un foglio di carta che è chiuso per mezzo di un elastichino. Il mazzetto così preparato è depositato, ancora provvisoriamente, in una cesta. Un tempo per chiudere i mazzetti si usava la fibra delle foglie di canna che era legata con il caratteristico tortiglione; da qui il termine antico “ligà u baxeicò” con il quale era chiamata questa lavorazione. Prima di sera ogni lavoratore arriva a confezionare anche più di un migliaio di mazzetti.

A turno, per alleviare la noia della legatura, ci si alza, per “incorbà u baxeicò”. Prima si prepara una cassetta, un tempo si usava una corba, fasciandone l’interno con fogli di carta disposti in una specifica maniera. Al centro, nel senso più lungo della cassetta, si adagia una striscia di carta straccia imbevuta d’acqua e si iniziano a depositare, contandoli, i mazzetti, avendo cura di sistemarli su due file, con le chiome a contatto fra loro nel centro. In ogni cassetta ci stanno cinque o sei decine di mazzetti. Dopo aver depositato anche sulla parte superiore della chioma del basilico un’altra striscia di carta bagnata, la cassetta è chiusa con i lembi dei fogli di carta utilizzati per il rivestimento interno in modo da sigillare il prezioso prodotto.

Un tempo il marchio di fabbrica era siglato direttamente sulla carta panciuta che copriva la cassetta con un pennellino intinto nell’inchiostro. Ad esempio “Merello 5” voleva dire cinquanta mazzi di basilico dei Merello della Chiappa.

Il viaggio delle cassette iniziava la sera sulla teleferica, proseguiva sul camion sgangherato di Gaspare, assieme ai prodotti degli altri contadini della zona, approdava al posteggio du Carmelin Caneva dal quale, con buona fortuna, era avviato alla cucina di qualche brava cuoca genovese, possibilmente per tramite di una negoziante “bunn-a Casann-a”.

L’attuale produzione condotta con sistema tradizionale, per la quale rimane invariata la necessità di una totale dedizione degli addetti, è mortificata da una concorrenza che invade il mercato con un prodotto che non è altro che un surrogato del basilico verace da pesto. La principale caratteristica dei tempi in cui viviamo, che è quella di considerare solo l’apparenza delle cose, porta generalmente ad acquistare il basilico sulla base del suo minor prezzo se non a comprare il pesto già fatto da chissà chi e chissà dove. Fra le coltivazioni più economiche del basilico vi è quella idroponica. È realizzata in vasche riempite d’acqua, con disciolti i necessari elementi nutritivi, sulla quale galleggiano contenitori di polistirolo che diventano il supporto di semina e crescita delle piantine fino al momento della raccolta. La zappa è sostituita dal contagocce, ma ne vale la pena?

Il rischio maggiore adesso è che il sapore del nuovo pesto crei una tendenza mutante del gusto che in poco tempo possa fare dimenticare quello tradizionale e porti al fallimento della coltivazione del basilico da pesto di Pra e Voltri.

Nei momenti migliori della sua storia, l’uomo ha ricondotto le pratiche necessarie alla propria alimentazione alla sfera della cultura. Coltivare il basilico secondo il rito che ho tentato di descrivere è soprattutto un fatto culturale. I contenuti di questo sapere sono stati tramandati fra le generazioni con raffinati metodi d’insegnamento orali e pratici e credo che, onestamente, nessuno possa improvvisarli.

Racconto pubblicato in una prima versione su Nuova Prosa, Greco Editori

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L’incantatrice del villaggio https://www.carmillaonline.com/2026/05/09/lincantatrice-del-villaggio/ Sat, 09 May 2026 20:00:59 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94526 di Francesco Gallo

Giorgia Tribuiani, Pezzi, pp. 320, € 19, il Saggiatore, Milano 2026

Sarebbe un errore chiedersi da quale tipo di sentimento nasca questo romanzo. Dall’odio, forse? Dalla rassegnazione? Dalla nostalgia, dalla rabbia, dalla fiducia? Dall’amore? È che mi pare impossibile immaginare una predisposizione d’animo così esclusiva nonché fornita di una calibratura sufficientemente salda da durare tanto a lungo nel tempo. Nemmeno sono disposto a credere nella capacità di mettere ordine in una congerie di emozioni solo per estrarne di vantaggiose e opportune. Non è tra i sentimenti, e nemmeno tra le emozioni, quindi, che una storia come questa nasconde [...]]]> di Francesco Gallo

Giorgia Tribuiani, Pezzi, pp. 320, € 19, il Saggiatore, Milano 2026

Sarebbe un errore chiedersi da quale tipo di sentimento nasca questo romanzo. Dall’odio, forse? Dalla rassegnazione? Dalla nostalgia, dalla rabbia, dalla fiducia? Dall’amore? È che mi pare impossibile immaginare una predisposizione d’animo così esclusiva nonché fornita di una calibratura sufficientemente salda da durare tanto a lungo nel tempo. Nemmeno sono disposto a credere nella capacità di mettere ordine in una congerie di emozioni solo per estrarne di vantaggiose e opportune. Non è tra i sentimenti, e nemmeno tra le emozioni, quindi, che una storia come questa nasconde la propria origine: risultati più convincenti si otterrebbero indagando l’apparizione di certi funghi quando, incapace di trattenere un moto di raccapriccio, li vedo spuntare sulle cortecce di certi alberi. E che siano vivi o morti, gli alberi, non fa alcuna differenza. Da dove salta fuori, allora, Pezzi, il nuovo romanzo di Giorgia Tribuiani?
Più di una volta, leggendone le pagine densissime, sono stato attraversato da una suggestione: si tratta di una storia che nasce da un’altra storia, da una storia concepita da un’altra penna, e ho pensato, con l’immediatezza di certi ricordi improvvisi, a Il Mar delle Blatte di Tommaso Landolfi. A una delle prime scene. Quella in cui Roberto, il figlio dell’avvocato Coracaglina, mostra al padre le labbra divaricate e sanguinolenti di una ferita (apparsa misteriosamente sul proprio avambraccio) rivelandone il contenuto fantastico: «una bulletta da scarpe, alcuni pallini da caccia, dei chicchi di riso […] un moscone colle ali appiccicate e un vermiciattolo azzurro e diafano». Ecco: più volte sono stato attraversato dalla certezza che Giorgia Tribuiani abbia dato fondo alle proprie riserve di coraggio per rimestare in questa landolfiana «melma sanguinolenta» in modo da estrarne qualcosa che valesse la pena di essere raccontato. Qualcosa di magico, ecco. E di oscuro. Ma di cosa parla questa storia? E dov’è ambientata?
Siamo in un piccolo villaggio perso tra i boschi: il Villaggio di G.: «[…] troppo anonimo e stanco per destare l’interesse di qualcuno già da prima della strage, e troppo arronzatello, e così, anonimamente e stancamente, arronzatellamente, gli abitanti seguivano quel giorno il rintoccare di campane […]». Un villaggio tipico e inconsueto a un tempo, capace di evocare altri modesti agglomerati rurali. Come, per esempio, quelli delle favole, delle filastrocche e delle Fiabe del focolare dei fratelli Grimm. Ma anche, o forse soprattutto, Borgo San Giuda, il «posto che quasi non esiste» – ma che esiste invece, esiste eccome – in XY di Sandro Veronesi, là dove un terribile sconvolgimento si manifesta davanti agli occhi increduli degli abitanti. Un destino, sentenzia Veronesi, quasi sempre invisibile: «[…] ma almeno quella volta, per noi, non avrebbe potuto essere più appariscente.» E quanto è appariscente, e chiassoso, e macabro, per gli abitanti del Villaggio di G., il destino che li attende?
Una mattina, attraverso un sistema di cordicelle legate alle caviglie, una comunità di merli deposita sui gradini della chiesa un pacchetto. Contenuto: due falangi di un indice umano e l’invito a un gioco. Obiettivo: indovinare il nome della persona mutilata prima di commettere il numero massimo delle penalità. Il superamento delle penalità consentite comporterà l’uccisione della persona fatta a pezzi. Tratteggiati i contorni di questa sfida, che assieme all’apparizione della mappa del Villaggio di G., con il BOSCO, i POSSEDIMENTI, la PIAZZA del MUNICIPIO e la PIAZZA della CHIESA, evoca, o meglio: cita, poiché è presente nel romanzo a mo’ di esergo («La gente di qui sta facendo del suo meglio, nonostante molte difficili circostanze.» «Ma questo meglio è abbastanza buono?»), il film Dogville (2003) del regista danese Lars von Trier, Giorgia Tribuiani intreccia e attorciglia le esistenze dei suoi personaggi. Il romanzo ci li presenta un po’ alla volta, capitolo per capitolo, neanche fossero maschere di cartapesta da indossare durante la cerimonia di un santo patrono: il Sarto, la Panettiera, il Pittore, la Pettegola, la Maestra, il Cantante, l’Allettato, il Lustrascarpe, il Becchino, il Mutilato di Guerra… Una comunità, insomma, che condivide un territorio, un passato e una cultura e che improvvisamente si ritrova a fare i conti con delle dinamiche comunitarie sovvertite dall’uomo dei pezzi, colui che, mentre intona un’inquietante filastrocca («gira, gira, volta, viene anche la coda se viene la testa–»), sterilizza la lama di una roncola sulle braci di un fuoco ardente. Cosa prevarrà, alla fine? I legami affettivi e tradizionali, oppure quelli razionali, addirittura d’interesse?
Il talento di Giorgia Tribuiani tutto questo non lo dice, per fortuna, bensì lo mostra. Allestisce un inventario tanto arcano quanto moderno di ripensamenti tardivi, atti brutali e risposte abiette che drammatizzano il modo in cui gli abitanti del Villaggio di G. – a volte restando in piedi, a fatica; certe altre soccombendo, miseramente – affrontano l’apparizione di quella che di continuo, in fondo, si manifesta davanti ai nostri occhi, aperti eppure insensibili, mai mostrando contorni tanto evidenti: l’ineluttabilità dell’esistenza. Pezzi è una storia dalla doppia vocazione: da una parte trovano spazio il rigore, lo scrupolo, l’acribia da naturalista d’accademia, dall’altra spintonano la disinvoltura, la sfrontatezza, l’abbandono quasi romantico al resoconto delle passioni. E, a proposito di passioni: Giorgia Tribuiani pare rispecchiarsi in una specifica genia di narratrici ottocentesche. Quelle che, come ha scritto Pietro Citati riferendosi ad Anna Maria Ortese, sono dotate di «[…] un ardore, un fuoco incontenibile, a cui la letteratura non sembra bastare: gli opposti abissi di tenebra e di eterea letizia: un lieve delirio, che sfuma le sensazioni: il dono di cogliere il reale e l’irreale appena si producono, e di fonderli nell’incantesimo di un unico sogno.» Proprio L’Iguana di Ortese, in effetti, è la creatura che più mi sento di accostare ai merli che popolano questa vicenda e che di fatto posseggono delle “Caratteristiche fisiche” assai peculiari: possono misurare «da 86cm a 145cm», posseggono un peso che va «da 16kg a circa 43kg» e sfoggiano una «estensione alare: da 1,5m a 2,3 m». Come se non bastasse, attraverso le “Credenze popolari” e le “Superstizioni del dopoguerra” veniamo a conoscenza persino della loro “Organizzazione sociale e gerarchia”. Tutto ciò, e non è per niente poco, viene tenuto insieme da una scrittura che è il vero punto di forza del romanzo. Una prosa contraddistinta da un fraseggio elaborato, flessibile e plasmabile, che contribuisce alla restituzione di una realtà in grado di colare dappertutto, terrorizzata dal vuoto. Dal vuoto della memoria, ovviamente. Singola e collettiva. Dall’oblio. E dal momento in cui i personaggi di Pezzi sono ruoli, e maschere intercambiabili, e parole – anzi: forse sono soprattutto parole –, sono le parole di una letteratura che, come ogni letteratura, è carica di memoria. La nostra memoria. La nostra memoria chiamata in causa affinché riesca a colmare quel minuscolo spazio nero e minaccioso che talvolta si inceppa e rende nefasti i meccanismi e le reazioni della nostra coscienza di esseri umani.

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Quante storie per nulla! https://www.carmillaonline.com/2026/05/08/quante-storie-per-nulla/ Fri, 08 May 2026 20:00:35 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93528 di Marco Sommariva

In un articolo intitolato L’ultimo dei demoni pubblicato nell’inverno del 2008 sulla rivista francese XXI (in Propizio è avere ove recarsi, Adelphi, 2017), Emmanuel Carrère scriveva d’essersi trovato a parlare di Eduard Limonov con più di trenta persone, sconosciuti e amici – artisti, editori e giornalisti –, e nessuna di queste gli aveva parlato male di lui, anzi. Scriveva anche d’aver chiesto a questi amici se il nome Partito nazionalbolscevico di cui Limonov era il leader, non li imbarazzasse, così come i crani rasati, i teschi sulle fasce al braccio e la bandiera del partito che imitava quella nazista, [...]]]> di Marco Sommariva

In un articolo intitolato L’ultimo dei demoni pubblicato nell’inverno del 2008 sulla rivista francese XXI (in Propizio è avere ove recarsi, Adelphi, 2017), Emmanuel Carrère scriveva d’essersi trovato a parlare di Eduard Limonov con più di trenta persone, sconosciuti e amici – artisti, editori e giornalisti –, e nessuna di queste gli aveva parlato male di lui, anzi. Scriveva anche d’aver chiesto a questi amici se il nome Partito nazionalbolscevico di cui Limonov era il leader, non li imbarazzasse, così come i crani rasati, i teschi sulle fasce al braccio e la bandiera del partito che imitava quella nazista, a parte che nel cerchio bianco in campo rosso, invece della croce uncinata, si trovavano la falce e il martello. Carrère raccontava che i suoi interlocutori s’erano stretti nelle spalle e gli avevano risposto che era lui a essere schizzinoso, che faceva delle storie per nulla e che di umanisti con le mani pulite ne avevano quanti ne volevano, mentre i nazbol pagavano di persona, andavano in galera per le loro idee.

Cos’era un nazbol era stato scritto sulla rivista di Limonov, Limonka, il cui titolo rinviava chiaramente al suo nome, ma significava anche “granata”. “Sei giovane. Non ti piace vivere in questo paese di merda. Non vuoi diventare né un qualsiasi compagno Popov, né un figlio di puttana che pensa soltanto alla grana, né un čekista. Sei uno spirito ribelle. I tuoi eroi sono Che Guevara, Mussolini, Lenin, Mishima, Baader. Ecco: sei già un nazbol”. Nell’articolo veniva specificato che i nazbol comprendevano skinhead che andavano in giro con i cani lupo e che si divertivano a fare il saluto nazista per rompere le palle alle persone perbene, fascisti di base, fascisti intellettuali, estremisti di sinistra, fumettisti, bassisti rock alla ricerca di compagni per formare un gruppo, quelli che scrivevano poesie di nascosto, chi sognava vagamente di compiere una strage a scuola e poi farsi saltare le cervella come succede in America, e anche coloro che “prima o poi finiscono per convertirsi all’islam”. Provo a riassumere: sull’argomento nazbol gli amici artisti, editori e giornalisti di Carrère fecero spallucce e gli dissero d’essere schizzinoso e che faceva delle storie per nulla.

Nel 2020 ho il  pubblicato Appropriazione indebita – sottotitolo Ray Bradbury non era di destra –, un mio pamphlet scritto contro quella che ritengo essere, appunto, un’appropriazione indebita da parte di CasaPound della figura dello scrittore statunitense e dell’intera sua opera, specie del romanzo Fahrenheit 451.

Ray Bradbury è compreso fra gli 88 numi tutelari di CasaPound, protettori che, spesso, hanno poco o niente a che fare con chi si definisce “fascista del terzo millennio”. È una lista che comprende personaggi quali George Orwell, James G. Ballard, Geronimo, Alce Nero, John Fante, William Butler Yeats, Corto Maltese, Giordano Bruno e tanti altri ancora, compreso Dante Alighieri. Notare che il numero 88 non è una scelta casuale: al numero 8 corrisponde nel nostro alfabeto la lettera H e, come 1312 sta per ACAB (All Cops Are Bastards), 88 sta per HH (Heil Hitler).

Fra i vari obiettivi di Appropriazione indebita, opera arricchita da un testo di Erri De Luca e dalla postfazione di Elia Rosati, c’era quello di allertare il lettore circa l’avanzata di CasaPound che, da quando è nata, ha sempre viaggiato in parallelo alla crescita esponenziale della destra nel nostro Paese arrivata, oggi, ai vertici del governo. Un’avanzata iniziata a fine anni Novanta quando, prima di occupare CasaPound, un gruppo neofascista romano decise di prendere un romanzo di Bradbury come vessillo facendosi chiamare “Fahrenheit 451”: si era all’inizio di una storia che avrebbe dato vita a una nuova corrente della destra radicale giovanile italiana. Pochi lo notarono e tra questi molti ironizzarono o risero, anche a destra, di quegli strani camerati che non sceglievano nomi sacri e consueti, ma si affidavano a un immaginario che sembrava estraneo all’area.
A distanza di qualche anno questa strategia nera sembrerà decisamente più chiara e lineare: sarà una delle chiavi del successo di quella organizzazione e più in generale di quanti a destra sapranno rendersi mainstream, abbandonando per sempre quell’autocompiaciuto e aristocratico sentirsi esuli in patria, per costruire una comunità di fascisti della porta accanto. E non è certo un caso che tutto ciò sia iniziato col rubare da destra Fahrenheit 451 di Bradbury, un testo del 1953 che, in quegli Stati Uniti militaristi, razzisti e classisti, per primo narrava quanto poteva essere sovversiva la cultura, un libro che, nonostante la fine del nazifascismo, ribadiva che una società che voleva essere ordinata e pura sarebbe finita sempre per ridurre in cenere le diversità.

Questo libello aveva come fine anche quello di mettere a disposizione nuove armi per coloro che desideravano intraprendere una militante controffensiva intellettuale verso una certa destra che già allora – l’idea del pamphlet è del 2016 – stava avanzando, almeno nella mia quotidianità, persino tra colleghi e conoscenti. Non fu un successo. A parte un lettore veneto che mi scrisse quanto utili fossero risultate quelle mie pagine durante le discussioni col figlio adolescente affascinato da Cp (così è chiamata l’organizzazione da chi ne fa parte), non sortii alcun altro ritorno, anzi, l’unica recensione che s’occupò del mio scritto fece presente questo: “Smentire, con dovizia di esempi, ricerche e persino ragionamenti seri, che Ray Bradbury era «di destra» poiché quelli di CasaPound l’hanno messo tra i loro 88 numi tutelari facendoti venire l’orticaria, dai, non è serio. Anzi, è da non credersi: non dico il fatto che quelli l’abbiano messo lì nel loro pantheon, ma che tu, Marco, abbia perso tempo per smentirli, che è tipo catturare l’aria con le mani. Ma che ce ne fotte se Bradbury era o non era di destra o fascista? […] Intellettualmente, CasaPound non è deprecabile, figurarsi, è solo un buco (nero) che si riempie grazie soprattutto a libri come questo” (Stefano I. Bianchi, Blow up, n. 274).

Quindi, “non è serio” provare a smentire, persino con “ragionamenti seri”, ciò che si ritiene falso, che poi sarebbe un tentativo per invitare a non parlare male cosicché, di conseguenza, non si finisca con il pensare male. E dire che fu proprio Orwell – uno dei numi tutelari di CasaPound – col suo 1984, ad allertarci sul fatto che il fascismo non si identifica con un determinato sistema di governo, ma viene praticato da tutti coloro che, indipendentemente dal colore ideologico, parlano male e facciano parlare male, e parlando male e facendo parlare male, pensino male e facciano pensare male. Provo a riassumere: la sensazione è che, sull’argomento CasaPound, io sia risultato schizzinoso, uno che abbia fatto delle storie per nulla.

Mi auguro vada meglio a Paolo Berizzi, inviato speciale de la Repubblica dove lavora dal 2000, autore de Il libro segreto di CasaPound edito nel 2025, che ho avuto il piacere di andare ad ascoltare lo scorso 6 dicembre nella sala Rossa del Comune di Savona, durante un incontro organizzato dalla libreria savonese Ubik.

Berizzi, che s’è occupato anche di lavoro nero, caporalato, droga, narcotraffico e tanto altro ancora, è conosciuto soprattutto per il suo ventennale lavoro di indagine sul neofascismo. Inchieste che mi sa siano state realizzate parecchio bene, dato che dal 1° febbraio 2019 vive sotto scorta in seguito a minacce di morte e atti intimidatori ricevuti da gruppi neofascisti.

“Non so ancora se e quanto resterò in CasaPound. Uscire è ancora più complicato che entrare. Soprattutto adesso. È peggiorato il clima di sospetto e di tensione, anche gratuita, spesso immotivata. Ho partecipato a campagne denigratorie sui fuoriusciti. Anche a trattamenti educativi per chi ha lasciato la comunità, magari con spiegazioni e giustificazioni che non stavano in piedi e che la direzione non gradiva. Se esci per motivi famigliari o lavorativi si accetta: non militi più, va bene, ma resti comunque un simpatizzante. Se invece lasci di punto in bianco, senza motivazioni plausibili, e la cosa non sta bene al capo sezione, scattano le spedizioni punitive. La paura la senti”, comincia così Il libro segreto di CasaPound. Le parole sono di un militante storico di Cp, deciso a rivelare storia, segreti, alleanze e affari di questa struttura di matrice neofascista, a partire dall’occupazione nel 2003 del palazzo in pieno centro a Roma, al civico 8 di via Napoleone III, di proprietà dell’Agenzia del demanio – un’occupazione tuttora in atto.

È una testimonianza straordinaria perché raccolta all’interno di un mondo da sempre inaccessibile, chiuso e protetto. Mai era successo prima che un militante storico di CasaPound rilasciasse una testimonianza così forte, precisa e dettagliata. Dice lo stesso Berizzi: “La voce di un militante di CasaPound da oltre vent’anni solleva per la prima volta il velo nero che copre l’organizzazione e ci guida alla scoperta di un mondo oscuro che riguarda tutti. Perché il neofascismo, quando è sdoganato, sfacciato, protetto e coperto da chi ha in mano il potere, è pericoloso per la democrazia”.

La sollevazione di questo velo nero, intende rivelare la vera storia dell’occupazione del palazzo di proprietà dello Stato in pieno centro a Roma, i nomi dei finanziatori di CasaPound mai resi pubblici prima, il “piano B” eversivo in caso di sgombero da via Napoleone III, i rapporti con Giorgia Meloni, i legami con la destra di governo, la violenza come metodo, i campi di addestramento, la copertura delle istituzioni, i rapporti con i media mainstream e ancora… i capi e i capetti, le donne, le ombre criminali e il sistema su cui s’è retta sinora l’architettura di questo lungo inganno chiamato CasaPound, un movimento che – dopo quasi un quarto di secolo – potrebbe andare incontro allo scioglimento per tentata ricostituzione del Partito fascista.

Prima di addentrarci in questo mondo oscuro, qualche parola sulle origini del libro, un lavoro che nasce da un incontro totalmente inaspettato. È il 6 giugno 2020 e Berizzi, accompagnato dai carabinieri della sua scorta, sta seguendo la manifestazione di CasaPound contro il green pass in piazza Santi Apostoli a Roma, un mezzo flop che, nonostante tutto, verrà ricordato come la protesta delle “mascherine tricolori”. È in quell’occasione che gli uomini della scorta lasciano che una ragazza lo avvicini perché possa dirgli alcune parole: “Le sembrerà strano, ma se vuole sapere la verità su CasaPound contatti questo numero…”. Gli lascia un bigliettino, saluta e s’allontana. La modalità della ragazza sorprende Berizzi e, pensando a uno scherzo, inizialmente sorride, poi smette pensando a una possibile trappola, una provocazione. Dimentica l’episodio, ma mesi dopo, in seguito a un suo tweet su X, un utente gli scrive in privato dicendogli d’essere disposto a raccontargli cose inedite su CasaPound. Al termine di alcuni rapidi contatti telefonici con la presunta fonte e di numerose verifiche effettuate di persona specialmente sul territorio romano, il giornalista scoprirà di non esser stato contattato da un millantatore, ma da un militante di primo livello di Cpi (acronimo di CasaPound Italia). Ottenute le dovute garanzie reciproche, fissano il primo appuntamento a cui ne seguiranno molti altri. La fonte è pronta a “tradire” il gruppo, un gruppo in cui il militante ha molto creduto ma nel quale, così spiega, non crede più. O perlomeno non crede più come prima. Berizzi sa bene di correre il rischio di essere “usato” – è evidente che il neofascista stia mettendo in atto una regolazione di conti all’interno di CasaPound –, ma il materiale messogli a disposizione è davvero tanto e interessante, e capisce che quella mole d’informazioni non solo può reggere un libro, ma è importante che lo diventi.

Verremo così a leggere quella che per Berizzi è la vera storia dell’occupazione del palazzo dello Stato. Un’occupazione che darà vita alla “prima di una serie di stronzate che hanno tolto credibilità al gruppo e creato forti tensioni interne”. Secondo la gola profonda, la prima stronzata è stata quella di convertire gli spazi dell’edificio occupato in quattro alloggi per piano, che avrebbero dovuto ospitare solo famiglie povere in difficoltà – solo ed esclusivamente italiane, ovviamente – mentre, invece, finiranno con l’accogliere anche capi e capetti di CasaPound con tanto di mogli, figli, genitori e parenti vari.

La fonte racconta inoltre che Giorgia Meloni ha fatto tanti “presenti” insieme ai militanti di Cp, quand’era giovane, e che il suo gancio era l’amico Simone Di Stefano – cofondatore di CasaPound, di cui ne è stato anche vicepresidente e segretario nazionale –, lo stesso che l’accolse nella sezione del Msi della Garbatella quando, nel 1992, Meloni iniziò a fare politica attiva: “Quando Giorgia Meloni ha iniziato ad avere ruoli istituzionali non è più venuta ad Acca Larentia. Non da militante, insomma. Ha cominciato a tenere la distanza fisica della prudenza. Ma il suo giro è comunque lo stesso di Di Stefano […]”. Insomma, il libro sostiene che non è affatto vero che Giorgia Meloni non abbia avuto e non abbia rapporti con CasaPound.

Altro passaggio parecchio interessante è quello dedicato agli Unici, una settantina di uomini e donne dei quali si fanno nomi e cognomi, fra cui imprenditori (per esempio, Marco Della Bernardina, presidente dei Giovani di Confindustria Verona), giornalisti (per esempio, Gianluca Mazzini di Mediaset e Davide Burchiellaro per dodici anni vicedirettore di Marie Claire Italia e per altri quattordici anni a Panorama), avvocati (per esempio, Domenico Di Tullio, anche legale di CasaPound), il generale dell’Aeronautica Paolo Pappalepore, l’ambasciatore d’Italia in Giappone Mario Vattani, oltre a docenti universitari, medici, politici, tassisti, una guida turistica e altri insospettabili. Gli Unici nascono nel 2017, un anno prima delle elezioni politiche, quando CasaPound prova a ottenere una rappresentanza parlamentare. Gli Unici sono persone che assicurano a Cp una copertura finanziaria non solo nell’immediato, ma anche nel tempo. Soldi necessari a sostenere campagne elettorali, iniziative, candidature. Risorse che servono a far crescere il movimento e aiutarlo a essere competitivo in mezzo a partiti al confronto dei quali CasaPound scompare. Sino a quel momento Cp era sempre stato un movimento, mai un partito, non aveva mai percepito finanziamenti pubblici. Per loro le elezioni non andarono benissimo: otterranno lo 0,9%, molto al di sotto della soglia del 3%, e il 26 giugno 2019 decideranno di non presentarsi più alle competizioni elettorali.

È un libro pieno di tante altre sorprese che non svelo, anche per rispetto del lavoro dell’autore. Aggiungo solo un passaggio della fonte rivelatasi a Berizzi, che richiama alla memoria tanta Italia degli ultimi cent’anni: “Ci sono state tante aggressioni premeditate, organizzate a tavolino. O comunque che sono partite da noi. E sono state decine. Quella a Trastevere contro i quattro ragazzi del Cinema America; quelle di Torino e Cremona; quella ancora a Roma, nei pressi del Cutty Sark, contro quattro giovani della Rete degli studenti medi e della Sinistra Universitaria dopo la manifestazione del Partito democratico in piazza Santi Apostoli; quella di Torino, contro il cronista de La Stampa Andrea Joly”.

Ma forse anche tutte queste aggressioni, così come l’intero libro di Berizzi, potrebbero risultare, ai più, come delle pratiche da evadere velocemente archiviandole nel fascicolo degli schizzinosi, di chi fa delle storie per nulla, che poi credo sia un po’ quello che successe con le prime aggressioni fasciste avvenute tra il 1919 e il 1922.

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Capitalismo e Neanderthal https://www.carmillaonline.com/2026/05/07/capitalismo-e-neanderthal/ Thu, 07 May 2026 20:00:15 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94238 di Franco Ricciardiello

Rachel Kushner, Il lago della creazione (Creation lake, 2024), 400 pagg, euro 21,00, Einaudi 2026

“Non ci interessa come vivere nell’epoca attuale, ma come vivere contro l’epoca attuale” Bruno Lacombe, pag. 154

Nel precedente, straordinario I lanciafiamme (2013; Ponte alle Grazie, 2014), Kushner raccontava en passant l’Italia degli anni Settanta, introducendo tra l’altro un personaggio nel quale Nanni Balestrini stesso si sarebbe riconosciuto; nel presente Lago della creazione l’autrice statunitense continua ad affrontare, come pure negli altri due romanzi della sua non prolifica carriera (Telex da Cuba, 2008; Mondadori, 2010 e Mars Room, 2018; Einaudi, 2019), gli [...]]]> di Franco Ricciardiello

Rachel Kushner, Il lago della creazione (Creation lake, 2024), 400 pagg, euro 21,00, Einaudi 2026

“Non ci interessa come vivere nell’epoca attuale,
ma come vivere contro l’epoca attuale”
Bruno Lacombe, pag. 154

Nel precedente, straordinario I lanciafiamme (2013; Ponte alle Grazie, 2014), Kushner raccontava en passant l’Italia degli anni Settanta, introducendo tra l’altro un personaggio nel quale Nanni Balestrini stesso si sarebbe riconosciuto; nel presente Lago della creazione l’autrice statunitense continua ad affrontare, come pure negli altri due romanzi della sua non prolifica carriera (Telex da Cuba, 2008; Mondadori, 2010 e Mars Room, 2018; Einaudi, 2019), gli orrori del capitalismo e storie varie di opposizione: dopo l’insurrezione castrista, la spontaneità operaia e l’assistenza nelle carceri private americane, sceglie un’ambientazione europea, la Francia rurale e l’utopia di un ritorno alla natura.

Nella Guienna, entroterra di Bordeaux, una comunità in qualche modo anarchica ha fondato una comune agricola, Le Moulin, ispirata al pensiero del filosofo radicale post-marxista Bruno Lacombe. Quest’ultimo, ex seguace del situazionista Guy Debord, si è ritirato a vivere in una località non specificata, ma vicina alla comune, e da lì spedisce email ai Moulinard in risposta a domande specifiche, ma divaga anche su questioni filosofiche.

I Moulinard, i componenti della comune agricola, sono sospettati di voler boicottare il progetto di un gigantesco bacino idrico che minaccia di dissestare le risorse e l’ecosistema della regione, al quale si oppongono fieramente anche a nome di molti agricoltori. L’autrice sceglie un punto di vista particolare, il personaggio di Sadie Smith, una statunitense giovane e attraente, che però è pagata da committenti che neppure lei conosce per infiltrare i Moulinard e, nel caso in cui non stessero progettando un sabotaggio illegale, indurli a un’azione violenta, così da scatenare la repressione delle autorità e spazzare via la comune.

Sadie si è trasferita a lavorare in Europa dopo essere stata licenziata da un’agenzia federale Usa per la quale agiva sotto copertina: ha sì indotto un adolescente a un attentato terroristico, ma il successivo processo ha sentenziato che il ragazzo è stato convinto all’atto da una agente prezzolata. Non se ne conosce ancora la vera identità, ma giornalisti investigativi stanno lavorando sui documenti, e Sadie sente sul collo il fiato della giustizia.

A Le Moulin il suo incarico di spia e agent provocateur procede come previsto, tranne il fatto che le email di Lacombe suscitano il vivo interesse dell’infiltrata. Lacombe è in effetti il vero protagonista del romanzo, e la sua filosofia di vita è il cuore della riflessione intorno al problema di come opporsi alla massificazione capitalista e consumista. Nelle sue lunghe email, Lacombe espone una propria “teoria unificata dell’esistenza” basata sulla contrapposizione, fra l’alba dell’umanità e oggi, tra i remissivi Neanderthal e gli aggressivi Sapiens, e sulla sopravvivenza di caratteri Thal (così chiama la razza ominide spazzata via dagli uomini) nella nostra genetica.

Dopo il maggio del ’68 c’è stata una scissione tra lui e diversi compagni marxisti. Lacombe era l’unico a sostenere che il proletariato non fosse più in grado di distruggere la società capitalista. Anzi, era diventato parte integrante del capitalismo, un pilastro di quel mondo che, secondo lui, dobbiamo abbandonare. (par. 154)

Il lago della creazione non è un romanzo d’azione, anche se gli ultimi capitoli sono piuttosto concitati; l’autrice ci trascina inevitabilmente a simpatizzare con Sadie Smith, anche se non condividiamo i suoi intenti e disprezziamo i metodi e le motivazioni di chi l’ha inviata. Un colpo di coda nell’epilogo giustifica retrospettivamente la nostra fiducia nel personaggio, senza distoglierci dalla consapevolezza che l’autrice “si è ispirata a vicende reali di infiltrazione poliziesca e persecuzione giudiziaria contro l’attivismo ecologista”, come leggiamo nei risvolti di copertina.

La scrittura di Rachel Kushner è molto particolare; è noto che è stata paragonata a quella di Don DeLillo (da David Ulin sul New York Times); è estremamente adatta a inserire divagazioni, storie collaterali, flashback, documenti apocrifi e tutto ciò che fa di un romanzo come questo una pietra importante nella riflessione su come sostituire il capitalismo con un sistema più umano — e più thal se preferite.

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Memoria selettiva e riscrittura del passato nella Russia contemporanea https://www.carmillaonline.com/2026/05/06/memoria-selettiva-e-riscrittura-del-passato-nella-russia-contemporanea/ Wed, 06 May 2026 20:00:26 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94012 di Gioacchino Toni

Gian Piero Piretto, Il Paese di Putin. 20 parole russe al servizio della propaganda, Raffaello Cortina Editore, Milano 2026, pp. 240, € 19,00

«C’erano una volta parole che raccontavano l’identità di un popolo. Sobórnost’, l’unione spirituale tra individui, prostór, lo spazio sconfinato che attraeva e respingeva con la sua immensità, stabíl’nost’, la stabilità e l’attendibilità di un sistema governativo. Per secoli questi concetti hanno improntato di sé letteratura, filosofia e memoria collettiva russa. Oggi quelle parole parlano un’altra lingua. Con sottile violenza la propaganda del potere le ha svuotate, travisate, trasformate in slogan. La spiritualità è diventata moralismo di [...]]]> di Gioacchino Toni

Gian Piero Piretto, Il Paese di Putin. 20 parole russe al servizio della propaganda, Raffaello Cortina Editore, Milano 2026, pp. 240, € 19,00

«C’erano una volta parole che raccontavano l’identità di un popolo. Sobórnost’, l’unione spirituale tra individui, prostór, lo spazio sconfinato che attraeva e respingeva con la sua immensità, stabíl’nost’, la stabilità e l’attendibilità di un sistema governativo. Per secoli questi concetti hanno improntato di sé letteratura, filosofia e memoria collettiva russa. Oggi quelle parole parlano un’altra lingua. Con sottile violenza la propaganda del potere le ha svuotate, travisate, trasformate in slogan. La spiritualità è diventata moralismo di Stato. L’identità popolare è stata ridotta a nazionalismo. La memoria si è ristretta a un mito glorioso, utile al presente». Così, in quarta di copertina, viene presentato il volume Il Paese di Putin (2026) in cui Gian Piero Piretto, analizzando una serie di parole chiave della cultura russa, indaga come, sfruttando le disillusioni che non hanno tardato a manifestarsi nella Russia postsovietica, gli attuali detentori del potere abbiano operato un recupero selettivo del passato e una sua riscrittura al servizio della costruzione di un immaginario loro utile.

Non si tratta di un processo del tutto nuovo, avverte Piretto. Mentre la cultura nel periodo rivoluzionario sovietico, intenzionata a creare un nuovo mondo, si era focalizzata sulla cancellazione del passato senza operare un vero e proprio processo di riscrittura, sotto Stalin si è data una vera e propria rivisitazione della storia, contemplante una riscrittura dalla stessa rivoluzione volta a neutralizzarne diverse componenti  utopistiche, ricorrendo ad aspetti della cultura russa pererivoluzionaria utili al nuovo corso politico. Analogamente, la politica putinina ha operato una ripresa e una riscrittura di termini e concetti chiave della cultura russa, sia sovietica che presovietica, a proprio uso e consumo.

Nel volume Piretto passa in rassegna venti termini di cui indaga il processo di ripresa e risignificazione dedicandovi altrettanti capitoli: Prostór (Spazio sconfinato); Juródivyj (Folle in Cristo); Stránnik (Pellegrino eterno); Rússkaja dušá (Anima russa); Toská (Malinconia, struggimento, angoscia); Chandrá (Spleen, male di vivere); Sobórnost’ (Unità nella molteplicità); Smirénie (Remissiva accettazione, umiltà interiore); Ikóna (Icona); Rússkaja idéja (Idea russa); Rússkij mir (Mondo, pace, comunità russa); Póšlost’ (Volgarità etica, banalità); Chámstvo (Arroganza gratuita); Nostal’gíja (Nostalgia per il passato); Pobéda (Vittoria); Byt (Peso della quotidianità, atteggiamento comportamentale); Stabíl’nost’ (Stabilità); Monumentál’nyj patriotízm (Patriottismo monumentale); O glávnom (A proposito di ciò che conta); Bátjuška (Caro padre (padrone)).

L’intenzione dell’autore, come lui stesso tiene a sottolineare, non è decretare quali di questi termini siano “autentici” e quali “mistificati”, tantomeno proporre una sorta di controdizionario della Russia attuale, bensì «mostrare come alcune parole della tradizione culturale russa siano oggi diventate dispositivi di potere, strumenti attraverso cui il linguaggio organizza il consenso, legittima la violenza e normalizza l’autoritarismo» (p. 227).

Nel capitolo dedicato al concetto di nostal’gíja, nostalgia per il passato, Piretto riporta alcuni esempi di come nella Russia contemporanea il potere abbia cavalcato il sentimento di nostalgia che ha coinvolto soprattutto la componente meno giovane della società alle prese con le disillusioni per il nuovo corso postsovietico. Del periodo sovietico, sottolinea Piretto, il rimpianto non riguarda l’ideologia comunista in sé, quanto piuttosto la stabilità, la sicurezza sociale e la prevedibilità che esso garantiva. Di fronte all’insoddisfazione per il dilagare di prodotti materiali e culturali occidentali estranei alla tradizione russa non ha tardato a farsi strada, tra i più anziani, un immaginario votato all’autarchia teso a rifugiarsi nel passato.

A testimonianza del rifugio nella nostalgia, l’autore riporta la messa in onda a cavallo del cambio di millennio di programmi televisivi musicali votati al recupero di vecchie canzoni e la riposizione di marchi e prodotti alimentari del passato preoccidentalizzato in cui alle preferenze estetiche si sovrappongono nostalgie emotive derivanti sopratutto dall’insoddisfazione per il presente. Il potere putiniano ha saputo sfruttare tale clima giocando la carta del recupero selettivo e risignificato tanto della vecchia Russia zarista quanto di quella sovietica, in questo ultimo caso piegando il senso di nostalgia non all’ideologia comunista ma alla sua estetica rassicurante in un clima di incertezza come quello attuale. In tal senso può essere letta la scelta del ministro degli Esteri Lavróv di presentarsi all’incontro Trump-Putin in Alaska con una felpa recante la scritta CCCP. Al mito trumpiano del recupero della grandezza di un tempo da parte statunitense, si affianca quello putiniano del recupero della grandezza della Russia di età sovietica. In entrambi i casi si è di fronte a forme di nostalgia costruite su un passato mitizzato al servizio dell’esercizio del potere contemporaneo.

Nostalgia per un ordine allegorico perduto, contro il caos e l’indeterminatezza del presente. Grande investimento sulla retorica dei “nonni che hanno vinto la guerra”, come aveva fatto Stalin nel 1941 (rispetto alla guerra civile) per legittimare le politiche correnti con il recupero del modello di uno Stato forte e centralizzato, rivalutando i meriti di Stalin, sostenendo e investendo in un rimpianto per la potenza perduta e la stabilità simbolica, evitando però di recuperare il comunismo (soprattutto in chiave leniniana) (p. 138).

Nella Russia contemporanea in preda all’incertezza, l’URSS è divenuta un «contenitore simbolico fluido» in cui rifugiarsi, sia che la si pieghi a mito eroico o a feticcio estetico da rielaborare con ironia. Il ricorso a categorie tradizionali è utile al discorso ufficiale per reinventare un “senso comune”; il passato diviene mero arsenale simbolico da cui attingere per prospettare il futuro come un ritorno. «Gli individui provano nostalgia non per l’URSS reale o per la Russia imperiale, ma per la promessa di un futuro migliore che le rappresentazioni mitologiche di quelle realtà raffigurano» (p. 139).

A proposito del lemma pobéda, vittoria, Piretto tratteggia come è cambiata nel tempo la parata del 9 maggio introdotta da Stalin con cui, a partire dal 1945, viene celebrata la vittoria nella Grande guerra patriottica. Tornata per volere dello stesso Stalin giornata lavorativa già nel 1947, la festività viene reintrodotta nel 1965 aggiungendo l’esposizione sulla Piazza Rossa del vessillo della vittoria posto trionfalmente sul Reichstag di Berlino. Il protocollo introdotto da Stalin che prevede che il leader assista alla parata militare senza tradire emotività dall’alto della tribuna del Mausoleo di Lenin viene sostanzialmente mantenuto sino al 1985, quando Gorbačëv adotta atteggiamenti meno austeri nei confronti delle autorità straniere presenti.

A infrangere decisamente la tradizione è invece Putin nel 2005 quando, oltre a conferire un inedito significato nazionalistico al nastro di san Giorgio con i colori coincidenti con quelli del tricolore russo, si concede, insieme alla moglie, di sfilare con passo misurato su di un tappeto rosso steso sulla piazza palesando un atteggiamento di superiorità nei confronti degli ospiti stranieri allineati ad attenderlo, inaugurando una strategia di esibizione ripetuta nel corso dei suoi insediamenti presidenziali. Nonostante le modifiche al cerimoniale tradizionale, la parata di Putin può dirsi a tutti gli effetti all’insegna della nostalgia sovietica, con tanto di canti, uniformi e bandiere del periodo della guerra ed esibizione dei pochi veterani ancora in vita. Una messa in scena studiata per omaggiare la potenza della vecchia Unione sovietica e coloro che erano stati umiliati e dimenticati dal crollo del regime socialista. Soprattutto a partire dalla metà degli anni Dieci del nuovo millennio, per quanto all’insegna di una certa sobrietà, i festeggiamenti si sono via via impregnati di quel nazionalismo e di quella esaltazione del sacrificio in guerra che si sarebbero palesati in maniera amplificata nel 2022 in una vera e propria mitologizzazione del “popolo vincitore”, alle prese con nuove prove.

A proposito del monumentál’nyj patriotízm, patriottismo monumentale, Piretto ricorda come la “propaganda monumentale” lanciata da Lenin nei primi anni di potere sovietico, finalizzata a rifondare l’immaginario collettivo in senso rivoluzionario con l’abbattimento dei vecchi miti imperiali, sia stata ripresa, con scopi parzialmente differenti, da Stalin negli anni Trenta. A sua volta lo stesso Putin ha ripreso la variante staliniana piegandola a un patriottismo che «si presenta come una forma depurata e istituzionalizzata di nazionalismo, funzionale al controllo sociale e all’espansione geopolitica» (p. 173). A differenza del nazionalismo classico, però, sottolinea Piretto, in questo caso non si tratta soltanto di rivendicare «la superiorità del popolo russo, ma anche la centralità dello Stato come polo morale, storico e spirituale» (p. 174).

Nel 2005 il metropolita Kiríll, futuro patriarca, istituisce la giornata dell’Unità nazionale con riferimento alla storica liberazione del Cremlino dai polacchi del 1612 istituendo un parallelo con la vittoria della Grande guerra patriottica alla luce della comune spinta eroica e di massa e della solidarietà di fronte alle minacce di un nemico mortale enfatizzando la componente religiosa della festività volta a ricordare come il popolo russo abbia sempre combattuto con il sostegno di Dio. Una fusione tra religiosità e Stato all’insegna di una sorta di “teologia della guerra” «in cui sia la discesa in campo sia la vittoria sono percepite come convalide divine» (p. 175).

Sostanzialmente la nuova solennità del 4 novembre fu istituita per mettere in ombra la festività sovietica della Grande rivoluzione socialista d’ottobre che storicamente cadeva pochi giorni più tardi, il 7 dello stesso mese. La ricorrenza del 7 novembre non fu annullata, ma venne dedicata non già all’anniversario dell’ottobre 1917, bensì alla parata organizzata in quella ricorrenza da Stalin nel 1941 quando, nell’URSS già occupata da Hitler, i soldati sfilarono al suo cospetto sulla Piazza Rossa marciando verso il fronte (p. 175).

La vittoria sovietica contro i nazisti ha assunto un ruolo centrale nell’ideologia putiniana di grandezza russa con la figura di Stalin posta a simbolo di eroe di guerra per eccellenza.

Nel 2021, in occasione dell’inaugurazione a Pskov di un monumento ad Aleksánder Névskij, santo della Chiesa Ortodossa a cui si lega la vittoria contro gli svedesi nel 1240 e quella sui cavalieri teutonici del 1242, Putin ha parlato di lui come di un sovrano patriota custode della fede, delle tradizioni, della forza spirituale e morale del popolo. La figura di Névskij era stata celebrata anche da Stalin che aveva paragonato la sua guerra contro i cavalieri teutonici a quella condotta contro il nazismo rivendicando la «superiorità morale e identitaria della Russia rispetto al corrotto Occidente» (p. 177).

Piretto evidenzia come anche la roboante colonna sonora di Prokóf’ev composta per il film di Éjzenštéjn del 1938, commissionato da Stalin, dedicato alla figura di Névskij, sia stata utilizzata in chiave propagandistica contemporanea: il perentorio invito al popolo – “Levatevi, genti russe!” –, ripreso dalle parole dalla versione russa dell’Internazionale, lo si ritrova non solo nell’incipit di uno dei canti più importanti della Grande guerra patriottica contro il nazismo, risuonante ad ogni parata della vittoria putiniana, ma anche in una canzone di Shamán, celebrità del pop mistico-nazionalistico russo attuale, in cui si miscelano ortodossia religiosa, folklore e militarismo con espliciti rifermenti a sostegno dell’Operazione militare speciale in Ucraina. «Apologia della belligeranza e macabro culto glamour della morte: guerra e sacrificio della vita unificati nello spirito di una dimensione sacrale» (p. 179).

Putin crede nell’eccezionalità del “mondo russo” a partire dalla conversione ortodossa di Vladímir il Grande nel 988. Disprezza l’ideologia marxista, convinto che la rivoluzione leninista abbia distrutto l’Impero russo. Da una decina d’anni, in occasione delle manifestazioni sulla Piazza Rossa, il Mausoleo di Lenin viene mimetizzato con strutture e pannelli scenografici spesso finalizzati a ospitare la tribuna d’onore e, al contempo, a dissimulare la presenza del monumento (p. 180).

Mentre si è appropriato, selettivamente, di componenti dell’estetica sovietica, Putin ha fatto di tutto, scrive Piretto, per deideologizzare Lenin, in quanto simbolo del comunismo sovietico, a favore di Stalin e di altre figure del passato remoto russo. Non è pertanto un caso se, in Russia, dal Duemila a oggi sono state erette più di cento statue in onore di Stalin e si sono moltiplicati gli omaggi a personaggi impresentabili del passato come nel caso dell’enorme monumento a Iván il Terribile innalzato a Vólogda il 4 novembre del 2025, in occasione del giorno della festa per l’unità nazionale. Il tono assertivo di questi monumenti volti a celebrare personalità del passato russo, sostiene Piretto, mostra il procedere per semplificazioni della storia attraverso operazioni di decontestualizzazione e ricontestualizzazione di eventi e personaggi ad uso del presente e di chi lo governa.

A dare il senso dell’utilizzo politico propagandistico delle religione è il processo di risignificazione dell’ikóna, icona, a cui si assiste da qualche tempo in Russia. Per quanto, puntualizza Piretto, il particolare rapporto nei confronti delle icone che caratterizza l’universo russo non fosse venuto meno nemmeno durante l’epoca sovietica, indubbiamente con la fine dell’URSS la Chiesa ortodossa, insieme all’amor di patria, ha assunto sempre più il ruolo di custode della tradizione e dell’identità russe facendo di essa un interlocutore privilegiato della politica contemporanea di matrice smaccatamente nazionalistica.

La pratica religiosa nella Russia di oggi, strizza l’occhio alla gestione governativa, alimenta una religiosità popolare facile da gestire e carica di simbolismo che oppone, ancora una volta, l’unicità della “Russia spirituale” all’Occidente secolarizzato. Emozione, pàthos e orgoglio nazionale: il sacro diventa strumento emotivo e performativo (p. 96)

La Chiesa ortodossa guidata dal patriarca Kiríll, con le sue concessioni a forme di religiosità legate alla superstizione popolare non in linea con la teologia ufficiale, in cui si accavallano elementi pagani al credo cristiano, ha assunto un ruolo politico sempre più importante nella Russia contemporanea, non a caso le argomentazioni teologiche e morali a sostegno dell’intervento russo in Ucraina portate dal patriarca – che ha esplicitamente parlato di “guerra santa” e di “lotta spirituale” a difesa della fede – sono state riprese dallo stesso Putin che, in occasione del Natale ortodosso del 2026, ha esplicitamente fatto riferimento alla “missione sacra per conto del Signore” portata avanti, da sempre, dai soldati russi. In un tale contesto il culto delle icone ha acquisito valenze politiche ben distanti da quelle primigenie, piegandosi al rafforzamento del potere temporale fino a suggerire che «la leadership di Putin sia non solo politica ma anche spiritualmente ratificata» (p. 102). Frequentemente a fare da sfondo ai comizi politici e agli spettacoli patriottici troneggiano gigantografie di antiche icone così da «ribadire il legame di quanto succede sul palco con la sacralità della nazione e di chi la rappresenta» (p. 102).

Concludendo, stando al volume di Piretto, l’operazione di eclettica riscrittura di termini/concetti tradizionali in funzione della propaganda contemporanea, li ha allontanati dalle radici storiche, materiali, politiche e culturali da cui sono sorti e dalla stratificazione che li ha plasmati nel corso del tempo, riducendoli, spesso, a slogan grossolani, volti a preservare il potere, che parlano all’emotività di un popolo che, paradossalmente, anziché riappropriarsi della storia materiale e culturale che gli è stata sottratta, attraverso tale processo, ne viene ulteriormente privato.

 

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Il nuovo disordine mondiale / 36 – Imperi e fine dei mondi https://www.carmillaonline.com/2026/05/05/le-conquiste-degli-imperi-e-la-fine-dei-mondi/ Tue, 05 May 2026 20:00:31 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94510 di Sandro Moiso

Lucio Russo, Il tracollo culturale. La conquista romana del Mediterraneo (146-145 a.C.), Nuova edizione a cura di Emanuela Salciccia, Carocci editore, Roma 2026, pp. 298, 27 euro

Francesco Borri, Il regno perduto degli dèi. Il paganesimo nell’Europa medievale (300-1200), Carocci editore, Roma 2026, pp. 455, 42 euro

Nei primi giorni di aprile il demi-monde dell’intellettualità liberal si è mostrato estremamente impressionato e preoccupato per le parole espresse da Donald Trump a proposito dello scontro, da lui voluto insieme al degno compare Bibi Netanyahu, con l’Iran: «Questa notte un’intera civiltà morirà». Minaccia preceduta di poche ore da un’altra: [...]]]> di Sandro Moiso

Lucio Russo, Il tracollo culturale. La conquista romana del Mediterraneo (146-145 a.C.), Nuova edizione a cura di Emanuela Salciccia, Carocci editore, Roma 2026, pp. 298, 27 euro

Francesco Borri, Il regno perduto degli dèi. Il paganesimo nell’Europa medievale (300-1200), Carocci editore, Roma 2026, pp. 455, 42 euro

Nei primi giorni di aprile il demi-monde dell’intellettualità liberal si è mostrato estremamente impressionato e preoccupato per le parole espresse da Donald Trump a proposito dello scontro, da lui voluto insieme al degno compare Bibi Netanyahu, con l’Iran: «Questa notte un’intera civiltà morirà». Minaccia preceduta di poche ore da un’altra: «L’Iran potrebbe essere eliminato in una sola notte, e potrebbe accadere già domani sera». Dichiarazioni che sono proseguite negli ultimi giorni, con la promessa di radere al suolo l’Iran, se questo oserà attaccare le navi della marina statunitense schierate nello Stretto di Hormuz.

Lo stupore per tali affermazioni, da un lato, ci obbliga senz’altro a configurare l’orizzonte storico in cui ci troviamo come fine del mondo, un’apocalisse in cui si corre il rischio che non possa più esserci alcun mondo possibile, mentre dall’altro rivela come per la società occidentale, figlia e nipote del colonialismo, del capitalismo e dell’ideologia del progresso, tale idea costituisca «una novità assoluta, una possibilità che finora, sulla nostra trionfale traiettoria storica, non s’era mai affacciata»1.

Uno stupore, però, che può essere manifestato soltanto da chi, in Occidente, non conosca oppure voglia ignorare una storia di dominio che della cancellazione di civiltà, culture e popoli ha fatto la sua essenza a partire da molti secoli addietro. Una tradizione che le operazioni militari di Israele a Gaza e in Libano e le minacce di Trump nei confronti dell’Iran non fanno che confermare.

La fine del mondo è un tema apparentemente sconfinato – perlomeno, è chiaro, fino a che non accade. Il registro etnografico restituisce una varietà di modi in cui le culture umane hanno immaginato la disarticolazione dei cardini spazio-temporali della storia. Alcune di queste concezioni sembrano aver riguadagnato nuova vita a partire dagli anni ’90 del secolo scorso, quando si è formato un consenso scientifico sulle trasformazioni in corso nel regime termodinamico del pianeta. I materiali e le analisi sulle cause (antropiche) e le conseguenze (catastrofiche) della “crisi” planetaria si accumulano con estrema rapidità, mobilitando sia la percezione popolare, debitamente influenzata dai media, sia la riflessione accademica. […] Su questo tema esistono blockbusters di genere fantascientifico, docu-fiction di History Channel, libri di divulgazione scientifica con vari livelli di complessità, videogiochi, opere musicali e artistiche, blog rappresentativi di ogni sorta di ideologia, congressi scientifici, riviste accademiche e reti di informazione specializzate, rapporti e dichiarazioni di organizzazioni mondiali tra le più diverse, summit sul clima invariabilmente frustranti, simposi di teologia e pronunciamenti papali, saggi di filosofia, cerimonie new age e di altri movimenti neopagani, un numero esponenzialmente crescente di manifesti politici – ogni genere di testi, contesti, strumenti, oratori e tipi di pubblico. La presenza di questo tema nella cultura contemporanea si è intensificata sempre più rapidamente2.

Gli autori di queste considerazioni sottolineano, però, che valgono principalmente per “noi” poiché nel corso della storia, per un gran numero di culture, società e civiltà altre dalla “nostra”, tale fine è già avvenuta, a seguito delle conquiste e devastazioni di cui si è macchiato il cammino del progresso o, almeno, di ciò che l’Occidente ha a lungo presentato come tale.

Vicende drammatiche che non basta soltanto inserire nella storia del dominio coloniale europeo sugli altri mondi possibili e i popoli degli altri continenti, poiché tale rimozione forzata di conoscenze, società, culture e religioni è partita proprio dall’interno dello stesso continente europeo, almeno fin dall’espansione di Roma e del suo, successivo, impero. Cosa che invece ci ricordano i due importantissimi testi pubblicati a breve distanza di tempo da Carocci editore.

Nel primo Lucio Russo spiega come il biennio 146-145 a.C. costituisca uno spartiacque drammatico e fondamentale della storia del mondo mediterraneo, durante il quale Roma si impadronì di fatto di tutto il Mediterraneo, distruggendo Cartagine, sottomettendo la Grecia e riducendo Egitto e Siria alle sue dipendenze. L’espansione del potere di Roma si accompagnò a un grave regresso culturale, finora largamente ignorato, che nel testo viene illustrato nei suoi vari aspetti: il crollo della scienza, la fine delle ricerche filosofiche e linguistiche, la profonda trasformazione della tecnologia, che recise ogni legame con la scienza e la cultura scritta, insieme alla drastica riduzione delle conoscenze geografiche. Contribuendo a dimostrare come quel tracollo e l’oblio che lo ha avvolto nella ricerca storiografica abbiano fortemente condizionato tutta la successiva cultura occidentale fino ai nostri giorni.

Lucio Russo (Venezia, 1944 – Bologna, 2025) è stato fisico, filologo e storico della scienza e ha insegnato nelle Università di Napoli, Modena e Roma Tor Vergata, dove si è occupato di meccanica statistica, probabilità e storia della scienza. Tra le sue tante pubblicazioni vanno ricordate in particolare: L’America dimenticata. I rapporti tra le civiltà e un errore di Tolomeo (Mondadori Università, 2013), La rivoluzione dimenticata. Il pensiero scientifico greco e la scienza moderna (Feltrinelli, 2021), Archimede. Un grande scienziato antico (Carocci Editore, 4ᵃ ristampa 2024) e Euclide: il libro degli Elementi. Una nuova lettura (con G. Pirro ed E. Salciccia, Carocci, 10ᵃ rist., 2025).

Proprio nella sua Introduzione al testo, l’autore ricorda la domanda che più volte gli è stata posta a proposito delle conoscenze scientifiche e geografiche antiche, dopo la pubblicazione di La rivoluzione dimenticata e L’America dimenticata: «Se veramente si erano raggiunte conoscenze di così alto livello, come è stato possibile perderle?»3.

Secondo l’autore, per comprendere l’autentica catastrofe culturale succedutasi alla conquista e alla sottomissione da parte romana di Cartagine, della Grecia, dell’Egitto, della Siria seleucide e degli altri stati del Mediterraneo orientale, avvenuta quasi contemporaneamente intorno al 145 a.C., occorre ricordare come l’attività bellica fosse prioritaria nell’economia romana e come l’esercito svolgesse un ruolo centrale nella società romana e nel suo sistema di valori.

Lo Stato romano era un’estensione dell’esercito: i consoli erano innanzitutto comandanti militari e il cittadino esercitava i suoi diritti politici nei comizi centuriati, ossia come membro della particolare unità militare detta “centuria”.
[…] Gli enormi costi, economici e umani, di un esercito che impegnava le migliori forze lavoro disponibili erano sopportabili solo se le guerre fornivano anche una parte essenziale del reddito.
[Così] Il fondamentale contributo della guerra all’economia della Roma repubblicana (senza analogie in città come Cartagine o Alessandria) è stato spesso sottovalutato; tuttavia diversi storici l’hanno sottolineato: in primo luogo Max Weber, che aveva individuato nella Roma repubblicana una forma di “capitalismo imperialistico” basato sulla guerra […] Naturalmente il sistema poteva funzionare, come in realtà funzionò per tanti secoli, solo se le guerre si succedevano senza interruzioni. Le porte del tempio di Giano erano chiuse in tempo di pace e tenute aperte quando si era in guerra. Tito Livio afferma che nei sei secoli e mezzo trascorsi tra il regno di Numa Pompilio e l’ascesa di Ottaviano Augusto quelle porte erano state chiuse una sola volta: nel 235 a. C., durante il consolato di Tito Manlio Torquato, che aveva appena completato la conquista della Sardegna4.

Si capisce così il motivo per cui i Romani siano rimasti celebri più per le opere di ingegneria, spesso dai risvolti militari come nel caso di strade e ponti oppure strutture e macchine da assedio, che non per la scienza, la filosofia o altre forme di conoscenza teorica ben più sviluppate nelle “civiltà” che avevano sottomesso e/o distrutto. E anche se la rete stradale romana raggiunse la lunghezza di 120.000 chilometri, non vi è dubbio che la tecnologia fosse, secondo l’autore, di carattere post-scientifico, ottenuta assimilando molti elementi della tecnologia scientifica precedente, ma eliminando quelli più complessi e raffinati, contenuti nell’antica manualistica, e tagliandone ogni rapporto con la scienza. Una tecnologia di notevole efficacia, che però si trasmetteva da maestro a apprendista, in assenza di una vera letteratura tecnologica. Una situazione che si protrasse fino al Rinascimento.

Gli elementi perduti di conoscenza, riscoperti soltanto molti secoli dopo, furono numerosi: dalla certezza della sfericità della Terra al concetto di atomo, insieme a quello di molecola che già erano appartenuti alla scienza ellenistica. Anche l’idea dell’interazione gravitazionale tra il Sole e i pianeti è stata tramandata da autori che avevano letto i trattati astronomici ellenistici. Senza contare i risultati raggiunti da Euclide che, nei suoi Elementi, pose le basi, soltanto in seguito esaminate da studiosi arabi ed europei delle epoche successive alla caduta dell’impero romano, per una introduzione al metodo scientifico; oppure da Archimede dallo studio delle cui opere matematiche si sarebbe in seguito sviluppata la moderna analisi infinitesimale. Cui, tra le tante altre scoperte ed intuizioni, vanno ancora aggiunte la “scoperta” del continente americano in largo anticipo sulle successive esplorazioni che avrebbero dovuto prime liberarsi dai divieti e dalle superstizioni sorte con la definizione del mare nostrum romano5 oppure, ancora soltanto per citare un’altra conoscenza perduta, l’esposizione di Diogene Laerzio della storia delle diverse scuole filosofiche leggendo la quale si nota che in genere l’ultimo esponente di ciascuna scuola fu attivo nel biennio 146-145 dopo di che ogni scuola di pensiero si estinse.

Riprendendo i brillanti risultati raggiunti con il suo studio sulle scienze ellenistiche6 in cui si sottolineava dettagliatamente il debito delle rivoluzioni scientifiche e del metodo scientifico moderno nei confronti delle conoscenze di età ellenistica, l’autore ci rivela come le conquiste imperiali romane, più che un tratto di continuità ed evoluzione civile e culturale con le società precedenti, quella greca in primis come vorrebbe la vulgata storiografica e politica più diffusa, abbiano costituito un’autentica catastrofe conoscitiva e culturale. Così come avrebbero spesso fatto le conquiste coloniali e imperiali europee successive. Svelando in tal modo il volto di un imperialismo che ha continuato a chiamare progresso ciò che troppo spesso ha significato soltanto ritorno all’oscurità del dominio basato sull’ignoranza, in nome della convenienza tecnologica, economica, politica o morale.

Proprio come corollario di quest’ultimo punto può rilevarsi estremamente utile e istruttiva la lettura del secondo testo qui presentato. Quello di Francesco Borri dedicato al paganesimo diffuso ancora tra il 300 e il 1200 d. C., un periodo in cui, dalla conversione di Costantino alla conquista di Arkona nel 1168, in una vasta regione che dal Mediterraneo raggiungeva il Mar Baltico e l’Irlanda donne e uomini continuarono a seguire usanze antiche, praticandone i rituali. Lasciando tracce sbiadite che ci conducono in luoghi distanti: le zone d’ombra dei grandi regni, foreste tenebrose e stagni profondi, fino alle sconfinate terre che si estendevano oltre i limiti della parola scritta.

Francesco Borri, docente di storia medievale all’Università Ca’ Foscari di Venezia ci racconta il paganesimo nell’Europa medioevale, i cui caratteri più evidenti risiedevano nel culto della natura e degli animali e che i cristiani chiamarono pagani, narrandone il caleidoscopico mondo spirituale in racconti sospesi tra fascinazione e biasimo, cui la propaganda della Chiesa avrebbe dato toni foschi e demoniaci. Così il volume ci guida in un viaggio attraverso un mondo perduto, oscuro a causa delle smarrite testimonianze che non siano di parte cattolica, ma rischiarato qua e là da frammenti che illuminano ancora il buio di ciò che fu definito come “fede autentica”, ma che in realtà avrebbe definito solo una forma obbrobriosa di superstizione autoritaria.

Sì perché, nonostante i sussulti di scontro tra Papato e Impero ravvisabili nelle odierne polemiche tra Donald Trump e Papa Leone XIV, l’autorità della Chiesa, fin dalla sua affermazione in età costantiniana, si è basata più sull’autorità e la forza di carattere imperiale che non sulla pietas, che invece troppe volte è servita soltanto a giustificarne gli aspetti più impositivi e repressivi.

Un’azione, quella della Chiesa romana, che avrebbe costituito proprio qui in Europa, oltre i confini della passate civiltà mediterranea, un’altra autentica catastrofe culturale e sociale e che, comunque, si era già rivelata anche sulle coste del Mediterraneo con la distruzione, ad esempio, da parte dei Cristiani delle antiche biblioteche, poiché «il rogo di libri è parte della cristianizzazione»7.

Heinrich Heine, nel suo Gli dèi in esilio (Adelphi, 1978), fin dall’Ottocento ci aveva narrato come i rimasugli del pantheon greco-romano fossero stati dispersi e trasformati talvolta in santi quando «il cristianesimo conquistò il dominio del mondo». Ma tra le genti delle campagne, delle montagne e dei boschi rimasero a lungo presenti divinità forse ancor più antiche, spesso legate agli elementi della Natura e delle manifestazioni quotidiane della vita umana. Spesso anche a quelle più essenziali, come ad esempio quelle ricollegabili direttamente alle attività e alle norme di tipo sessuale, che la religione cattolica intendeva nascondere, proibire e rimuovere dall’immaginario collettivo. Con effetti di carattere psichico e sociale che avrebbero ben presto rivelato la loro devastante e divisoria funzione, durata fino ai nostri giorni e amplificata dalle attuali sette evangeliche.

D’altra parte, in un testo pubblicato nell’edizione originale nel 2019, Walter Scheidel, professore di Storia Antica presso l’Università di Stanford, nell’esaltare la liberazione di forze sociali, politiche ed economiche avvenuta con la caduta definitiva dell’Impero romano, ha affermato che «se mai il diritto romano ha avuto influenza è stato perché nel medioevo la Chiesa l’ha mantenuto in vita, non solo consentendo al latino di sopravvivere, ma anche sfruttando parte della sua tradizione per i propri scopi e la formazione del clero»8.

Cosa che dimostra che la sventolata importanza e continuità del diritto romano per le istituzioni europee attuali non sia altro che il risultato di un suo collegamento politico con l’altra forza dominante nella storia europea ovvero quella della Chiesa, prima e dopo la Riforma. Un’osservazione che ci obbliga a considerare come l’idea di unità ideale basata sulla tradizione del diritto romano e della fede cristiana altro non sia che una scelta tutta “politica” atta a preservare un’unità di intenti autoritaria e impositiva nei confronti di qualsiasi altra istanza sociale , politica e culturale proveniente dal “basso”. Anche se fin da subito la Chiesa:

stabilì netti confini tra la sua comunità e le autorità secolari: come dicono i vangeli sinottici, “a Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio”. Da cui derivarono pretese di supremazia, come la celebre distinzione di papa Gelasio I di due secoli dopo (proclamata a distanza di sicurezza dal potere imperiale) tra la “sacra autorità” del clero e la “potestà regale”, tra le quali la prima ha “più grave responsabilità”. Una posizione che poteva contare sulla natura divina del fondatore, un concetto subito adottato (in modo un po’ contorto, data la sorte su questa terra del suddetto fondatore) dai tardi imperatori romani9.

In realtà dando vita ad un matrimonio di convenienza in cui la Fede si armava del braccio dello Stato e il Potere si poteva ammantare di derivazione divina. Cosa che la successiva definizione di Sacro Romani Impero riassumerà con sintetica precisione. Soprattutto in un contesto in cui il Diritto, di origine romana, contornava l’azione dei tribunali della Santa inquisizione, prima autentica forma di organizzazione giudiziaria europea dopo la caduta dell’impero d’Occidente10.

In cui, per tornare al testo qui recensito, gli imputati erano spesso gli eretici oppure i pagani, anche se spesso le due definizioni finivano col coincidere, la cui unica colpa era quella di non volersi adeguare alla norma religiosa cattolica per continuare invece a seguire i culti ancestrali11.

Il bellissimo testo di Borri, nel ricostruire il percorso dal paganesimo medievale fino alle attuali e diversificate forme di neopaganesimo, permette di individuare come a sostenere quelle credenze, contro cui tanto si batterono tanto i primi cristiani quanto i “padri della Chiesa”, erano anche forme di organizzazione sociale altre rispetto a quelle che si sarebbero più tardi affermate in Europa attraverso il fuoco della fede e il ferro dei regnanti.

Per imporsi, le nuove leggi del mercato e le nuove forme dello Stato avrebbero infatti dovuto abbattere ogni forma di opposizione in cui la convivenza egualitaria tra Uomo e Natura troppo spesso prevedeva anche forme di egualitarismo sociale che non era certo quello predicato dalla Chiesa o spinto dalla diffusione dell’economia di tipo monetario.

Anche perché il cristianesimo, che pur all’epoca ebbe carattere parzialmente rivoluzionario rispetto alle istituzioni dello Stato e dell’ordine economico romano, apriva nuove linee di faglia tra chi credeva nell’”unico vero Dio” e chi ostinava a fare della diversità, anche tra gli dèi onorati, una forma di riconoscimento del diritto all’esistenza e alla convivenza tra comportamenti e organismi sociali differenti tra di loro. Un contesto in cui anche il ruolo delle donne era radicalmente diverso da quello affermatosi sia con la romanità che con la cristianità.

Non a caso, come sottolinea l’autore, la figura del pagano finì ben presto, nella narrazione e nell’immaginario cristiani, col coincidere con quella del contadino, del villano, dell’ignorante e arretrato “campagnolo” che se non accettava di evolvere verso una fede superiore doveva essere condannato alla pena o alla gogna, non soltanto nella vita ultraterrena ma anche, e forse soprattutto, in quella mondana, in cui rischiava di diventare un ostacolo per il “progresso” della fede e della società.

Definire chi fossero i “pagani” e chi no costituì quindi un modo per riordinare le società in un modello unico, facendo sì che nel giro pochi secoli un vastissimo repertorio di culti e tradizioni, dall’Irlanda al Baltico, fossero quasi del tutto cancellati. Sacche di paganesimo, inizialmente tollerate forse per lo scontro ancora in corso tra Impero con i suoi Numi e i cristiani ancor minoritari, dovettero essere debellate.

Come fece scrivere l’imperatore Teodosio nell’Editto di Tessalonica (380 d.C.): “Chi segue questa norma sarà chiamato cristiano cattolico, gli altri invece saranno considerati stolti eretici. Costoro saranno condannati anzitutto dal castigo divino, poi dalla nostra autorità che ci viene dal Giudice Celeste”. Così pagani ed eretici furono perseguitati con molta più determinazione di quanto lo fossero mai stati i cristiani e i templi e i santuari degli antichi dèi furono utilizzati come chiese oppure, più spesso, dati alle fiamme.

Tutto ciò anticipava soltanto ciò che nei secoli a venire sarebbe avvenuto nel resto del mondo a seguito delle “scoperte geografiche”, delle conquiste coloniali e della sottomissione e della conversione forzata di interi popoli, di cui a lungo in ambito cattolico si discusse se potessero avere o meno un’anima non avendo mai conosciuto il vero Dio.

Tali sono le catastrofi e le fini dei mondi causate dall’espansione degli imperi, anche nella loro forma apparentemente teocratica. Ciò che ci aspetta in futuro dovrà esser per forza di cose radicalmente diverso e certo non ci farà rimpiangere la fine di un mondo che ha fondato i suoi più intimi rapporti sociali sullo sfruttamento dell’uomo e della natura, sulla sottomissione delle donne e dei diversi, sulla devastazione e sulla guerra generalizzate oltre che sulla violenza dello Stato e dei suoi tribunali, in cui la Legge non è mai uguale per tutti.


  1. Stefania Consigliere, Racconti «de paura» sulla megamacchina, di prossima pubblicazione su «Carmillaonline».  

  2. D. Danowski e E. Viveiros de Castro, E quale rozza bestia… in D. Danowski e E. Viveiros de Castro, Esiste un mondo a venire? Saggio sulle paure della fine, nottetempo, Roma 2014 – nuova edizione 2024, pp. 19-20.  

  3. L. Russo, Introduzione a L. Russo, Il tracollo culturale. La conquista romana del Mediterraneo (146-145 a.C.), Nuova edizione a cura di Emanuela Salciccia, Carocci editore, Roma 2026, p. 16.  

  4. L. Russo, Il tracollo culturale. La conquista romana del Mediterraneo (146-145 a.C.), op. cit., pp. 24-26.  

  5. Di cui l’autore si era già occupato nel già citato L. Russo, L’America dimenticata. I rapporti tra le civiltà e un errore di Tolomeo, seconda edizione con postfazione di obiezioni e risposte, Mondadori Università, Milano 2023.  

  6. L. Russo, La rivoluzione dimenticata. Il pensiero scientifico greco e la scienza moderna, Giangiacomo Feltrinelli editore, Milano 1996 – nuova edizione completamente rivista giugno 2021.  

  7. Come ben ci ha raccontato Luciano Canfora nel suo La Biblioteca scomparsa, Sellerio editore, Palermo 1986, p. 199.  

  8. W. Scheidel, Fuga dall’impero. La caduta di Roma e le origini della prosperità occidentale, LUISS University Press, Roma 2022, p. 511.  

  9. W. Scheidel, op. cit., p. 506.  

  10. Cfr. I. Mereu, Storia dell’intolleranza in Europa. Sospettare e punire, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1979.  

  11. Si veda, per il periodo successivo a quello esaminato dal testo di Borri: C. Ginzburg, I benandanti. Stregoneria e culti agrari tra Cinquecento e Seicento, Giulio Einaudi editore, Torino 1966 e, sempre di C. Ginzburg, Storia notturna. Una definizione del sabba, Adelphi Edizioni, Milano 2017.  

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Si alza il vento /1 – La conoscenza dalla nebbia https://www.carmillaonline.com/2026/05/04/si-alza-il-vento-1-la-conoscenza-dalla-nebbia/ Mon, 04 May 2026 20:00:38 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93704 di Stefania Consigliere e gruppo TUAS (Tutta Un’Altra Storia)

Capita perfino qui in costa, non solo nelle terre laboriose di opifici, capannoni, concerie e OGM: a volte una nebbiolina sale dalle masse d’acqua marina e si diffonde a rotoloni fra i vicoli del turismo blasonato. Da queste parti si chiama caligo, in Sicilia ha il nome, ben più evocativo, di lupa. Fatto sta che, nel nostro eterno malumore ligure, quando la nebbia di mare riduce visibilità e capacità polmonare ci sentiamo traditi: sottosviluppo economico e strade in salita devono accompagnarsi a un clima “impeccabile” (salvo occasionali alluvioni, che a ogni [...]]]> di Stefania Consigliere e gruppo TUAS (Tutta Un’Altra Storia)

Capita perfino qui in costa, non solo nelle terre laboriose di opifici, capannoni, concerie e OGM: a volte una nebbiolina sale dalle masse d’acqua marina e si diffonde a rotoloni fra i vicoli del turismo blasonato. Da queste parti si chiama caligo, in Sicilia ha il nome, ben più evocativo, di lupa. Fatto sta che, nel nostro eterno malumore ligure, quando la nebbia di mare riduce visibilità e capacità polmonare ci sentiamo traditi: sottosviluppo economico e strade in salita devono accompagnarsi a un clima “impeccabile” (salvo occasionali alluvioni, che a ogni modo non contano perché sono, come ovunque, fatalità). Nelle poche ore di caligo che di tanto in tanto ci toccano, la frase che ci rilanciamo più spesso è: «Ma t’immagini passare così tutto l’autunno?». E rabbrividiamo nell’intimo, ringraziando il cielo per averci fatti nascere nel solo posto abitabile del nord Italia.

Per quanto antipatico, questo è, precisamente, il sentimento che ci attraversa quando siamo esposti alla nebbia: il sollievo metafisico di quelli a cui, nella vita, è andata proprio bene. Pensa quei poveretti in Padana. Chissà perché ci restano. Sarà per il lavoro, sennò non si spiega. Eh certo, lassù lavoro ce n’è più che qui… Però comunque che sfiga passar metà dell’anno all’umido, sai che reumatismi? E via dicendo.

In quanto genovese, plasmata fin nel midollo dalle strutture di sentimento di questa terra, solo di recente mi sono accorta di un paio di cose. La prima è che questo senso di sollievo cosmico s’apparenta, per inflessione, a quello dell’Occidente egemone quando, guardando al resto del mondo, pensa «Che fortuna esser nati nella terra della democrazia, del progresso e dell’industria! Certo, dalle altre parti non gli tocca puntare la sveglia alle sei e mezza e bombarsi di sostanze per arrivare a sera, ma vuoi mettere la soddisfazione di sentirsi superiori a chiunque altro?» La seconda è che, come spesso capita, fissare gli occhi sulle cose piccole impedisce di cogliere quelle grandi: si guarda l’albero senza vedere la foresta. Ci sono nebbie ben più fitte, malsane e durevoli della caligo, e perfino dei nebbioni in Val Padana, di cui non abbiamo contezza: grigiori cognitivi, ottundimenti percettivi che non riconosciamo come tali per il semplice motivo che ci viviamo dentro da sempre. Al punto da pensare che si tratti dello stato naturale del mondo.

Ciò che oggi ci obbliga a uscire dal compiacimento è l’alzarsi di un potente vento storico che, da brezza tesa che era verso la fine degli anni Dieci, s’è mosso a burrasca nel periodo della pandemia e ora è tempesta. Come ogni vento, anche questo spazza via la nebbia: non quella dolce di mari e fiumi, ma quella storica in cui siamo nati e cresciuti, la cappa vischiosa e caramellata di miti, narrazioni, credenze (a volte belle, a volte sinistre, quasi sempre false) che hanno costruito il nostro blocco culturale a partire dal dopoguerra e che ora, nel sommovimento parallelo di ciò che chiamiamo “politica” e di ciò che chiamiamo “natura”, si rivela per quel che sempre è stato: un castello ideologico, un giro d’orizzonte storicamente determinato.

Le fondamenta di questo castello di nebbia sono le stesse dell’occidente egemone che, nell’arco dei suoi cinque secoli, ha costruito un mondo particolarmente crudele fatto di colonialismo, capitalismo, scientismo riduzionista, Stato-nazione, individualismo, ideologia del progresso; e quindi, a livello pratico, di estrattivismo, di naturalizzazione di ciò che è storico, di profondo disprezzo per ogni forma di alterità, di imposizione violenta del proprio modo di “fare mondo”. A livello quotidiano, questo si traduce in lotta di tutti contro tutti, depressione, distruzione delle reti ecologiche da cui dipende la sussistenza di tutti. È quel che vediamo intorno a noi.

Talmente solide e blindate erano queste fondamenta che chi, negli ultimi due secoli, ha tentato di bucarle s’è trovato quasi privo di parole, ammutolito di fronte alla fatica immane di spiegare cos’è l’acqua ai pesci che vi nuotano. È l’intuizione dei romantici, sia nelle derive reazionarie che nelle aperture utopiche; dei luddisti, non a caso subito derisi e criminalizzati; di gran parte dei movimenti anarchici nel loro limpido rifiuto della ragione industriale; è il geniale scavo storico di Marx alle origini del capitalismo; è l’allusività di Conrad nel descrivere gli orrori del Congo agli europei che, inconsapevoli, li perpetravano; sono le voci di chi ha subito l’arroganza coloniale e la violenza di classe; e sono le grandi opere dell’archeologia filosofica novecentesca, il loro modo di toccare corde profonde.

Nella seconda metà del Novecento il castello di nebbia ha preso forme ancor più anguste, emotivamente e cognitivamente carcerarie. Negli ultimi ottant’anni abbiamo vissuto, pensato, sentito, amato e odiato secondo i modi imposti dalla nostra appartenenza al blocco atlantico a guida statunitense. Per quanto critici, antagonisti, attivisti e filo-qualsiasi altra cosa, questo fatto ci è intimo, ineludibile: poiché ogni forma umana si costruisce in relazione a un mondo storico specifico, le profondità di noi sono state plasmate dall’egemonia moderna e quindi degli USA, che la incarnavano come nessun altro.

Per capirci, ecco un breve test rapsodico. Quanta parte dei nostri sogni di libertà prevede un motore a scoppio? Che lingua parla la colonna sonora di quei sogni? Quanto ci sentiamo spersi senza un supermercato dove comprare il nostro cibo? Quanto diamo per scontato che il nostro passaporto ci porti ovunque nel mondo? Quali avventure cinematografiche hanno attraversato la nostra adolescenza, plasmando le nostre idee di amore, di eroismo, di famiglia, di giustizia? Con un capo conficcato nelle Alpi e un altro vicinissimo all’Africa, quanto sappiamo di geografia, storia, politica e costumi anglosassoni e quanto di quelli maghrebini? Fino a che punto la nostra idea di incanto è targata Disney? Quale immaginario erotico si è diffuso insieme all’internet delle piattaforme? E via così.

Questo per dire, con Françoise Sironi, che non solo esistono emozioni politiche, ma che, in senso ampio, quasi tutte le nostre emozioni lo sono, visto che perfino l’idea di “mamma”, la cosiddetta “famiglia naturale” o la rabbia sono costrutti storici e culturali, e dipendono quindi dalle scelte, implicite ed esplicite, dei collettivi che le fanno esistere. Il che apre questioni delicatissime sul rapporto di ciò, in noi, reputiamo più intimo e irriducibile e i sommovimenti dell’inconscio collettivo.

Si alza il vento: snebbia. E tocca capire come vivremo. Nell’insieme, il panorama che emerge fa molta paura e non potrebbe essere altrimenti: quando le coordinate fondamentali di un mondo si spostano, si apre la crisi. Se siamo fragili (e chi non lo è?), potrebbe venir voglia di buttarci per terra e fare i morti. Se siamo fortunati, invece, la crisi ci tocca in termini di commozione e lutto, come una chiamata. Come i fantasmi di Avery Gordon: tracce di ferite storiche, memorie di violenza sedimentate nei luoghi, che balenano alla periferia dello sguardo per avvisarci di “qualcosa che dev’esser fatto”. Una riparazione, una consolazione, forse una festa d’addio, o magari la scelta di deporre ogni crudeltà: in ogni caso, qualcosa di bellissimo.

Mentre manifestiamo perché il peggio non si compia (perché bombe e genocidi lascino qualcuno vivo o perché i militari la piantino di importunare gli scolari), c’è chi, sfidando il cretinismo imposto dagli schermi, è tornato a praticare lo studio, e cioè la disciplina della comprensione, come arte da combattimento. Gruppi piccoli e piccolissimi raccolgono biblioteche di base; si aprono cerchi di lettura e discussione; l’argomentazione ha bisogno di farsi precisa. Una notevole letteratura critica sta crescendo ai margini vivi dell’editoria dove, abbandonato il mercato librario, editori e tipografi ancora stampano per l’antica specie dei lettori, e cioè per gente che dalle parole scritte si aspetta qualcosa di non triviale. Oltre a ciò, questi ruggenti anni Venti hanno liberato dalla paralisi accademica molti “classici minori”, regalando loro una nuova leggibilità fatta anche di cuore, fegato e stomaco, oltreché di neocorteccia e note a margine.

Di questa letteratura vorrei (vorremmo) parlare in questa serie di interventi intitolata, per l’appunto, Si alza il vento: dei testi oggi a disposizione per la lettura critica del presente e dell’apertura d’immaginario indispensabile per muovere altrove. Lo farò insieme ai compagni e alle compagne del gruppo Tutta Un’Altra Storia, coi quali, a partire dal rifiuto intellettuale ed etico del governo della pandemia, è stato facile, negli anni seguenti, tracciare la continuità bellica degli eventi.

Nell’attraversare la parte critica potrebbe arrivare sconcerto, magari anche furore, nel percepire fino a che punto siamo stati plasmati nella disvisione e nella scissione. Ma poi anche ci sarà bellezza perché, nel prendere distanza da quel che è stato il nostro mondo, si può infine riprendere contatto in modo gentile e stupito coi mondi degli altri e con tutto ciò che, nella modernità, avevamo reso oggetto e invece (sorpresa!) è soggetto. E per quanto possa sembrare sciovinista detto da me, l’antropologia – questo immenso archivio di modi altri dell’umanità – sarà continuamente in causa, perché da essa emerge che la fine del mondo che ci apprestiamo a vivere è, in fondo, solo la fine di un mondo; e che altri mondi, più giusti e abitabili, sono pur sempre possibili, a volte perfino reali.

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Sophia Loren tra fame, bellezza e determinazione https://www.carmillaonline.com/2026/05/03/sophia-loren-tra-fame-bellezza-e-determinazione/ Sun, 03 May 2026 20:00:47 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94489 di Paolo Lago

Alberto Scandola, Sophia Loren, Carocci, Roma, 2025, pp. 122, euro 13,50.

Se molti sono stati gli studiosi e le studiose che hanno analizzato l’immagine divistica di Sophia Loren, a tutt’oggi l’unica superstite di una stagione del cinema italiano che vede protagoniste le cosiddette “maggiorate”, da Silvana Pampanini a Gina Lollobrigida, pochi o addirittura pochissimi sono stati quelli che si sono focalizzati sulle sue caratteristiche performative, sul contributo da lei offerto alla produzione di senso dei testi filmici. A colmare questa mancanza arriva oggi il bel saggio di Alberto Scandola, studioso dell’Università di Verona, recentemente uscito nella collana [...]]]> di Paolo Lago

Alberto Scandola, Sophia Loren, Carocci, Roma, 2025, pp. 122, euro 13,50.

Se molti sono stati gli studiosi e le studiose che hanno analizzato l’immagine divistica di Sophia Loren, a tutt’oggi l’unica superstite di una stagione del cinema italiano che vede protagoniste le cosiddette “maggiorate”, da Silvana Pampanini a Gina Lollobrigida, pochi o addirittura pochissimi sono stati quelli che si sono focalizzati sulle sue caratteristiche performative, sul contributo da lei offerto alla produzione di senso dei testi filmici. A colmare questa mancanza arriva oggi il bel saggio di Alberto Scandola, studioso dell’Università di Verona, recentemente uscito nella collana “Bussole” di Carocci. Scandola, che già in passato ha lavorato sulla performatività attoriale (basti ricordare il volume dedicato a Ornella Muti, uscito per L’Epos nel 2009, oppure quello dal titolo Il corpo e lo sguardo. L’attore nel cinema della modernità, Marsilio, 2020, qui la recensione su “Carmilla”), si concentra dunque principalmente su ciò che Sophia Loren, al di là della dimensione mitica e ‘favolistica’ che la avvolge, “ha fatto (o non ha fatto) dietro la macchina da presa” (p. 8).

Come ricorda l’autore, anni fa Italo Moscati scrisse che la vita della Loren manca di eventi clamorosi come quelli capitati, ad esempio, a Marilyn Monroe: d’altra parte, possono bastare “poche cose” per fare una grande trama. A detta di Scandola, le “poche cose di cui parla Moscati si possono riassumere in tre parole: fame, bellezza, determinazione” (p. 11). La “fame” caratterizza la nascita e l’infanzia dell’attrice. Nasce infatti a Roma da una ragazza madre il 20 settembre 1934 e vivrà i suoi primi anni nella Pozzuoli degli anni Quaranta, durante i mesi che precedono le Quattro giornate di Napoli. L’attrice, che ancora si chiamava Sofia Scicolone, trascorre l’infanzia nella miseria di una città sottoposta ai bombardamenti alleati finché seguirà la madre a Roma dove entrambe tenteranno la fortuna presso Cinecittà, la Hollywood sul Tevere che, in quel periodo postbellico, era il teatro di grandi produzioni della Metro Goldwyn Mayer come, ad esempio, Quo Vadis (1951) di Mervin Le Roy. Inizialmente, la giovane Sofia (che non sarà ancora Loren, ma si chiamerà Lazzaro, perché talmente bella da far resuscitare i morti) lavora nei fotoromanzi che, come ricorda lo studioso, “hanno svolto un ruolo molto importante nell’evoluzione dei costumi dell’Italia del dopoguerra” (p. 15). La carriera di attrice di fotoromanzi termina nel 1953 e la giovane attrice, che porta adesso il nome più ‘internazionale’ di Loren, comincia ad interpretare svariati film. Alla fame subentra quindi la bellezza, che la porterà a diventare una notissima star internazionale.

La collaborazione con Vittorio De Sica segna un’importante tappa nella caratterizzazione attoriale di Sophia Loren. Inizia con L’oro di Napoli, del 1954 e prosegue con Ieri, oggi, domani (1963) e Matrimonio all’italiana (1964) dove, sotto la guida del grande regista e attore, la sua interpretazione rivestita di ‘napoletanità’ si trasformerà in qualcosa di più complesso e raggiungerà una perfetta affinità con il partner Marcello Mastroianni. La cifra divistica di Sophia Loren è quella della dismisura: “è più alta delle altre donne, cammina più veloce e soprattutto dà la sensazione di essere inafferrabile proprio perché colta in continuo movimento in uno spazio urbano più oleografico che realistico” (p. 26). Il suo corpo – nota l’autore – “non è stanco o inattivo come quelli del cinema neorealista, ma perfettamente classico e quindi impegnato, per dirla con Deleuze, in una catena di immagini-azione al cui interno non trova posto alcuna immagine-affezione” (ibid.). L’obiettivo non sarà la mimesi del vero, “quanto la creazione di un significato simbolico che sarà decisivo per la costruzione del marchio Loren, ovvero l’associazione tra cibo, napoletanità e bellezza sotto il segno della genuinità” (ibid.).

Dopo numerosi film girati in Italia, Sophia approda a Hollywood: è il 1957 e l’attrice, da poco convolata a nozze con il produttore Carlo Ponti, arriva a Los Angeles accompagnata dalla sorella Maria. Che cosa cerca – si chiede lo studioso – l’industria hollywoodiana da Sophia Loren? Importante ed emblematico è, ancora una volta, il linguaggio del corpo. Come scrive Scandola, “mai, forse, il cinema italiano aveva fatto risuonare con tale intensità le corde non verbali di un’attrice che – come dimostreremo anche tra poco – a Hollywood non interpreta personaggi ornamentali, ma «personagge» risolute, mature e autodeterminate, aventi un ruolo attivo nelle dinamiche che regolano i rapporti tra i protagonisti, i quali, nella maggior parte dei casi, sono tre: due uomini e una donna (Sophia)” (p. 57). Ad esempio, nel personaggio di Dita in Timbuctù (Legend of the Lost, 1957), diretto da Henry Hathaway, emergono integrità morale, un istinto di protezione quasi materna verso l’uomo amato e una sensualità priva di accenti volgari: elementi che, come nota l’autore, accomunano Loren a Ingrid Bergman.

È comunque un film italiano a rivelare a tutto il mondo la vis tragica di Sophia Loren: La ciociara (1960), diretto da Vittorio De Sica e tratto dal romanzo di Alberto Moravia del 1957. Come scrive lei stessa nella sua autobiografia, Loren rimase molto colpita dalla lettura dell’opera di Moravia perché vi ritrovò le sue vicissitudini esistenziali. Secondo l’analisi di Scandola, De Sica intende decostruire il sex appeal dell’attrice plasmando un corpo che, anziché posare, agisce in stretta correlazione con l’ambiente. La Cesira di Sophia Loren è una unruly woman irritabile e aggressiva. Cesira non cambia il suo atteggiamento neppure di fronte a due miliziani fascisti la cui proposta (lavorare come cuoca per la milizia) è rifiutata a parole (“Non faccio la serva io”) e col gesto della ‘mano a carciofo’ utilizzato dall’attrice per rendere in scena l’autenticità richiesta da De Sica. Si può ricordare che una unruly woman è anche il personaggio di Catherine, la lavandaia parigina che diventa duchessa di Danzica, in Madame Sans-Gêne (1961) di Christian-Jacque. Di fronte agli ordini di Napoleone, che impone il divorzio a suo marito, Catherine ribatterà così: “Un’occhiata di vostra maestà fa tremare tutta l’Europa, ma io non sono tutta l’Europa, non mi lascerò far tremare”.

La corporalità scenica di Sophia Loren si materializza anche in contesti assai lontani sia da quelli della dimensione popolare italiana che da quelli hollywoodiani. Ad esempio, in I sequestrati di Altona (1962) di Vittorio De Sica, tratto da una pièce di Jean-Paul Sartre, l’attrice interpreta Johanna von Gerlach, moglie di Werner von Gerlach, il figlio di un industriale tedesco implicato negli orrori nazisti. Tra l’altro, Johanna è un’attrice che sta interpretando un’opera di Brecht contro il nazismo. In un curioso gioco metateatrale e metacinematografico, l’attrice Loren si trasforma in attrice brechtiana e si ritrova invischiata in una relazione con Franz, fratello di Werner, ex criminale di guerra, creduto morto ma in realtà nascosto, ormai folle, dalla sorella nella casa di famiglia ad Altona, a Amburgo. Il personaggio di Johanna appare inserito in un contesto connotato dalla tragicità e dalla follia, in spazialità tetre, nordiche ed oscure, lontanissime da quelle mediterranee italiane. A questo proposito, si può ricordare anche un’altra interpretazione di Loren, quella di Jennifer Rispoli Chamberlain, moglie del dottor Chamberlain (Richard Harris) in Cassandra Crossing (The Cassandra Crossing, 1976) di George Pan Cosmatos. Il personaggio, qui, si trova inserito in un altro contesto cupo, tragico ed oscuro, un treno diretto da Ginevra a Stoccolma ma deviato verso la Polonia dopo essere stato sigillato dalle autorità a causa di un virus letale sviluppatosi a bordo. Tra l’altro, riecheggiano anche qui gli orrori nazisti: il campo sanitario dove viene deviato il treno era stato un lager e uno dei passeggeri è un ex deportato. Lo spazio del treno, dove si muove il corpo dell’attrice, è un oscuro cunicolo viaggiante che attraversa un’Europa altrettanto oscura, ferita da un orrore che risuona ancora troppo vicino. Le autorità democratiche che decidono di sigillare il treno e deviarlo verso il Cassandra Crossing, un vecchio ponte pericolante, non sono poi troppo diverse da quelle del nazismo.

La vis tragica di Sophia Loren emergerà ancora in un grande film come Una giornata particolare (1977) di Ettore Scola, che la vede nei panni di Antonietta e nuovamente al fianco di Marcello Mastroianni (come ricorda Scandola, sono numerosi i film che vedono un perfetto sodalizio fra i due). Come Lina Wertmüller in Fatto di sangue fra due uomini per causa di una vedova. Si sospettano moventi politici (1978), anche Scola decostruisce l’icona Loren facendo rivivere una “grazia” raggiunta, forse, soltanto sul set della Ciociara: “Per «grazia» intendiamo l’espressione di una femminilità priva di connotati stellari ma autenticamente umana, emanata per mezzo di un lavoro sul personaggio finalizzato a restituire non la luminescenza della diva, ma la verità dell’emozione e del corpo” (p. 103). Anche Mastroianni, insieme a Loren, è oggetto di decostruzione da parte del regista e viene spogliato di qualsiasi tratto divistico. Il corpo dell’attrice, connotato da capelli non curati, vestaglia sdrucita e calze bucate, osserva l’autore, “non è quello di una maggiorata, ma è ciò che resta di una donna sfiancata da sei maternità e sfinita dai lavori domestici” (p. 104). Anche qui lo spazio scenico è cupo e connotato dagli orrori di un altro regime, quello fascista. La storia si ambienta infatti il 6 maggio 1938, giorno della visita di Hitler a Roma e racconta l’incontro fra Antonietta e Gabriele (Mastroianni), un intellettuale antifascista omosessuale in procinto di partire per il confino in Sardegna, in un grigio appartamento di Palazzo Federici a Roma.

Antonietta è una madre come lo era anche la Cesira di La ciociara e molte altre volte Loren aveva interpretato il personaggio di una madre che, come nota Scandola, diventa il suo “ruolo dominante”: è infatti indispensabile individuarlo per l’analisi semiologica di un attore cinematografico; è “una madre non sempre serena, appagata o spensierata, ma il più delle volte inquieta, ansiosa e, in alcuni casi, dolorosa” (p. 110). Fino a rivestire il ruolo di diverse figure di madri che infrangono il tabù di crescere un figlio da sola, al di fuori del focolare patriarcale, come l’Aurora di Qualcosa di biondo (1984) di Maurizio Ponzi. Un “ruolo dominante” che comunque, come osserva lo studioso, nulla ha tolto all’eclettismo e alla versatilità della bellezza “irregolare” e “smisurata” di Sophia Loren.

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