Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Tue, 05 Jul 2022 22:10:18 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.20 La guerra e il lato oscuro dell’Occidente/ 4: a caccia di mostri https://www.carmillaonline.com/2022/07/06/la-guerra-e-il-lato-oscuro-delloccidente-4-a-caccia-di-mostri/ Tue, 05 Jul 2022 22:10:18 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=72780 di Fabio Ciabatti

I periodi bellici non sembrano adatti al tentativo approfondire l’analisi. La propaganda non va tanto per il sottile. I nemici diventano mostri, il male assoluto. Parlando di nemico come lato oscuro si potrebbe dare l’impressione che stiamo menando il can per l’aia di fronte alla domanda pressante che viene rivolta a tutti noi: tu da che parte stai? Ma è proprio a questa domanda che bisogna sottrarsi. Perché, comunque si sviluppi nel breve periodo, il conflitto è destinato a far emergere i fondamenti mostruosi del nostro mondo. Un modo per [...]

La guerra e il lato oscuro dell’Occidente/ 4: a caccia di mostri è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Fabio Ciabatti

I periodi bellici non sembrano adatti al tentativo approfondire l’analisi. La propaganda non va tanto per il sottile. I nemici diventano mostri, il male assoluto. Parlando di nemico come lato oscuro si potrebbe dare l’impressione che stiamo menando il can per l’aia di fronte alla domanda pressante che viene rivolta a tutti noi: tu da che parte stai? Ma è proprio a questa domanda che bisogna sottrarsi. Perché, comunque si sviluppi nel breve periodo, il conflitto è destinato a far emergere i fondamenti mostruosi del nostro mondo. Un modo per provare a disertare il campo di battaglia è proprio quello di riconoscere che il nemico non rappresenta un’alterità incommensurabile rispetto alla nostra identità (stiamo parlando di una diserzione ideale ben consapevoli che quella reale cosa assai diversa). In questo modo possiamo mettere in questione la logica assoluta dell’“amico-nemico” che ci viene imposta e contrastare gli slanci bellicamente eroici che essa porta con sé. Si tratta certamente di un primo passo necessario perché ci consente di capire che, al di là delle manifeste differenze, esiste un sostrato comune tra i contendenti.1

Adesso, però, è venuto il momento di chiederci se questo passo sia anche sufficiente. La suggestione del lato oscuro l’abbiamo ripresa da uno dei manuali di sceneggiatura più diffusi di Hollywood, Il viaggio dell’eroe di Christopher Vogler. Qui l’antagonista è considerato come l’“insieme degli aspetti negativi dell’Eroe stesso”, come la “dimora dei mostri che reprimiamo dentro di noi”. Il nemico non è altro che l’eroe al rovescio, il suo lato oscuro, appunto. In questo contesto, la sconfitta dell’antagonista deve passare necessariamente per una trasformazione dell’eroe, perché la vittoria contro il male che è rappresentato esteriormente dal nemico significa anche la sconfitta del male che si cela in profondità nel protagonista stesso. La domanda da porsi a questo punto è la seguente: a partire da questa dinamica si può immaginare che la trasformazione dell’eroe possa produrre qualcosa di realmente nuovo?
Per rispondere occorre storicizzare la concezione del nemico che abbiamo ripreso da Vogler. E a tal fine occorre porsi un’ulteriore domanda: non è che questo modo di concepire il nemico si può affermare quando si è consolidata, fino a diventare senso comune, la convinzione che il nostro mondo non è solo quello più giusto, ma anche l’unico realmente esistente? Quando siamo oramai convinti che “there is no alternative”, né all’interno delle nostre società occidentali né al di fuori? Se esistiamo solo “noi” l’unico nemico può stare solo dentro di noi.
Insomma, il nemico vogleriano fa parte di un tipo di narrazione adeguato ai tempi del neoliberismo trionfante e della globalizzazione rampante. Tempi in cui il nemico storico del sistema capitalistico, quello interno rappresentato dall’Unione Sovietica e quello interno formato dalla classe operaia, sono stati sconfitti. Sulla scena rimane soltanto “il mondo libero”, destinato ad espandersi su tutto il globo. Rimane solo il capitale.

Si può dunque sostenere, utilizzando le categorie di Frederic Jameson, che l’idea del nemico come lato oscuro dell’eroe rappresenti una soluzione immaginaria ad una contraddizione reale che può essere posta in questi termini: come è possibile che esista ancora il male quando il bene ha oramai trionfato? Si tratta di una soluzione che occulta le radici storiche del problema cui cerca di dare una risposta: il problema stesso viene infatti rappresentato come espressione delle eterne contraddizioni della natura umana. Detto in altri termini, il male persiste perché luce e ombra fanno parte dell’essenza immutabile dell’umanità. L’unica soluzione possibile sembra stia nel prevalere del lato positivo su quello negativo. Il primo deve riuscire a inglobare e governare il secondo. Quest’ultimo, però, può sempre risorgere perché imperituro. L’eterno ritorno del conflitto tra luce e tenebre finisce però per offuscare la necessità di un superamento della contraddizione reale si concretizzi in una nuova configurazione storica. Quando le contraddizioni di un periodo storico si incancreniscono, infatti, è inutile sperare che uno dei poli esca vincitore dalla lotta senza che questo comporti la riproposizione di un medesimo ordine in forma sempre più marcescente. Non era questa la lezione di Marx quando sosteneva che la classe operaia deve negare sé stessa per poter trionfare, pena la comune disfatta delle classi in lotta?
Solo attraverso una soluzione immaginaria si può pensare di evitare questo esito riproducendo un vecchio mondo già condannato. In effetti nella narrazione che contiene il moderno archetipo del nemico come ombra, la già richiamata saga di Star Wars, c’è il trucco che consente al mondo di ritrovare il suo perduto equilibrio. Il lato oscuro della forza, Dart Fener, riconosce alla fine la sua manchevolezza e si sacrifica per il trionfo della luce. In fin dei conti la speranza in un regime change in Russia sembra rimandare a questo tipo di epilogo. C’è purtroppo un altro esito possibile che la serialità televisiva ci suggerisce. Dexter, il famoso serial killer che uccide solo serial killer (state forse pensando agli Stati Uniti e alla Russia?), alla fine non riesce più a convivere con il suo “passeggero oscuro”, il suo irresistibile impulso omicida. Le regole del suo “codice” che lo obbligano ad uccidere solo i malvagi sfuggiti alla giustizia ordinaria non sono più sufficienti a impedire che la sua oscurità faccia del male agli innocenti. (danni collaterali?). L’unico modo per evitarlo è uccidere il “passeggero oscuro” insieme a chi gli dà il passaggio. Siamo destinati ad un suicidio collettivo? Magari con una guerra nucleare in cui il Sansone occidentale perisce insieme a tutti i filistei russofoni? Forse per evitare questo tragico esito dobbiamo andare a caccia di mostri, quelli veri, non gli spauracchi che ci vengono spacciati come tali. 

Uno che di mostri se ne intende, il romanziere marxista China Mieville, afferma: “La massima ‘Abbiamo visto i veri mostri e siamo noi’ non è né una rivelazione, né una cosa intelligente, interessante o vera. È un tradimento del mostro e dell’umanità”.2  Il mostro, in senso forte, è infatti ciò che è completamente altro da noi. E come tale è inafferrabile, inconoscibile, irrazionale. Il mostro nella sua totale alterità sembra venire dall’esterno: è un’entità extraterrestre (la cosa venuta dallo spazio), extramondana (il demone), extraumana (la catastrofe naturale). Ma, in un senso forse ancora più forte, il mostro, nella sua completa indecifrabilità, non ci rivela la sua origine. Non riusciamo a sapere se provenga da un qualche altrove o se sia un parto del nostro mondo. Il mostro, sostiene sempre Mieville, è l’impossibile eppure necessaria incarnazione dell’inconoscibile. Tale incarnazione è talmente necessaria che “La storia delle società fino ad ora esistite è la storia di mostri”. O, detto altrimenti, “Le epoche generano i mostri di cui hanno bisogno. Dei mostri e attraverso di essi può essere scritta la storia”. Una cosa necessaria richiede una spiegazione, ma una cosa impossibile la rifiuta. Da questa tensione scaturisce l’irresistibile tendenza all’esemplificazione del mostruoso. “Una cosa così evasiva rispetto alla categorizzazione provoca – e si arrende a – un desiderio famelico di specificità, di elencazione del suo corpo impossibile, di genealogia, di un’illustrazione. Il telos dell’essenza mostruosa è l’esemplificazione”.

Cerchiamo di applicare queste idee alla guerra che, in fin dei conti, potrebbe essere considerata uno dei peggiori mostri di cui possiamo fare reale esperienza. Prendiamo gli Stati Uniti, la nazione guida del “mondo libero” che senz’altro influenza più di ogni altra il nostro immaginario collettivo. Dal 1776, anno della dichiarazione di indipendenza “solo 18 anni su 245 sono trascorsi in completa pace”.3 La guerra è dunque necessaria perché viene praticata in continuazione. È il passeggero oscuro della nazione americana, il suo irresistibile impulso omicida. Ma essa è al contempo impossibile perché gli USA sono il faro della democrazia, la terra delle opportunità per tutti, il campione dell’autodeterminazione dei popoli. E allora sorge la necessità di esemplificare la guerra attraverso una sequela di nemici cattivi, anzi cattivissimi che possano rientrare nel novero degli assassini meritevoli di essere uccisi secondo il “codice” del serial killer statunitense. Dopo la Seconda guerra mondiale, in ogni conflitto arriva immancabile la reductio ad Hitlerum. Il primo prototipo di questa illustrazione è L’URSS che viene assimilata alla Germania nazista attraverso un utilizzo disinvolto della categoria di totalitarismo.
Ma il nemico, anche se cattivissimo come può essere un Putin qualsiasi, rimane una cosa diversa dal mostro, almeno nel senso forte che abbiamo attribuito a questo termine. Il nemico è qualcosa con cui siamo in grado di fare i conti perché possiamo comprenderlo o quantomeno collocarlo in uno spazio conoscitivo oscuro, ma delimitato. Per questo, quando affrontiamo un nemico, la nostra identità e le nostre coordinate esistenziali non sono messe in discussione fino alla loro radice ultima.  Questo scontro, almeno fino a quando pensiamo di poter essere vittoriosi, ci impone solo di rafforzare la nostra identità, cambiandola quanto basta per sconfiggere l’avversario, qualora necessario. Il mostro ci pone di fronte a un compito ben più difficile: ci obbliga a negare radicalmente il nostro mondo e dunque noi stessi. Poiché la sua minaccia è al tempo stesso inafferrabile e mortale, nulla di ciò che sappiamo o siamo in grado di fare ci può salvare. La catastrofe che incombe manifesta i limiti invalicabili del nostro universo, dal punto di vista pratico e da quello conoscitivo. Pensare di sconfiggere il mostro significa cercare di oltrepassare questi confini provando a immaginare un altro mondo possibile, un’esigenza che appare al contempo impossibile e necessaria. Mi verrebbe da dire che si tratta di una dialettica aperta. Senza garanzie. Anche questo fa paura.

Cerchiamo di approfondire la questione prendendola da un altro punto di vista. L’idea che il nemico sia il lato oscuro dell’eroe, come abbiamo già accennato, rimanda ad una sorta di pessimismo antropologico. Il presupposto è che ci sia un lato oscuro dell’umano in quanto tale da cui scaturisce, tra le sue peggiori manifestazioni, l’incapacità di pensare l’alterità senza mostrificarla. Questo è un dato che possiamo senz’altro ammettere, in considerazione degli orrori ripetuti della storia (dis)umana. Eppure, fermarci a questa considerazione non ci porta molto lontano. Se è vero che il rapporto con l’alterità è sempre stata problematica, non per questo ciò ha dato sempre luogo a esiti estremi come la demonizzazione dell’altro. L’etnocentrismo, che per semplicità possiamo considerare un fenomeno universale, è una cosa, il razzismo è un’altra. Vero è che nel primo possono essere individuati i semi del secondo. Ma non sempre quei semi germogliano. 

Possiamo pensare … che la propensione al dominio e alla violenza, il gusto per la crudeltà e il penchant totalitario facciano parte della natura umana, che siano intrinseci al desiderio che ci muove. È una posizione filosofica fin troppo convincente, molto disperata e infine profondamente reazionaria. Oppure possiamo pensare che violenza, crudeltà, abuso e produzione di miseria siano una possibilità ineludibile, che tuttavia deve ogni volta di nuovo essere scelta. Che siano, cioè, l’esito di una storia.4

La scelta di cui si parla, dunque, avviene ogni volta in condizioni diverse, storicamente determinate e produce effetti di volta in volta differenti. “Le epoche generano i mostri di cui hanno bisogno”, ripetiamo insieme a Mieville. Il mostro, potremmo dire, è un modo per raffigurare ciò che le categorie con cui si autorappresenta una data epoca non possono concettualizzare; un modo per narrare allegoricamente le conseguenze più disumane che scaturiscono da un dato sistema sociale e che questo stesso sistema non può riconoscere come propri frutti necessari. Perché se li riconoscesse come tali verrebbe meno quell’etnocentrismo che appare come momento necessario per cementare una qualche forma di solidarietà e di unione di un dato gruppo umano. Il mostro non è solo l’essere spaventoso che minaccia di divorare qualche malcapitato, ma quello che preannuncia la possibile distruzione di un intero mondo. È ciò che, per dirla con De Martino, minaccia la presenza e annuncia l’apocalisse culturale.
Nella concezione di Mieville il mostro deve rimanere qualcosa di inspiegabile, una sorta di imperscrutabile divinità malevola. Rimanendo nell’ambito della narrazione romanzesca, ciò evita il rischio di scadere nel didascalico. Ma se usciamo dalla fiction, siamo sicuri che non possiamo fare qualche passo ulteriore per affacciarci al di là delle categorie con cui si autorappresenta una data epoca? Scrivere la storia attraverso i mostri che di volta in volta essa ha generato non prelude proprio a questo tipo di tentativo?

Ritorniamo alla guerra. Lo sviluppo della cosiddetta globalizzazione avrebbe dovuto portare al mondo la “pace perpetua” perché, secondo uno stereotipo fondante dell’ideologia moderna reso celebre da Kant, lo “spirito commerciale” non può coesistere con la guerra. E invece ci ha condotto alle soglie di un conflitto mondiale. Non dobbiamo perciò pensare la guerra come l’esito delle scellerate azioni del mostriciattolo di turno che interrompe il normale funzionamento di un sistema altrimenti destinato a diffondere la pacifica e fattiva coesistenza tra i popoli. Queste azioni sono solo le cause immediate di un conflitto. Dobbiamo pensare la guerra come un fenomeno mostruoso in senso forte, come raccapricciante conseguenza dei fondamenti indicibili del nostro mondo. In altri termini, con buona pace di Kant, dobbiamo pensare la “guerra come inevitabile punto di arrivo di tutte le contraddizioni di un sistema basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo per conseguire come fine ultimo l’accumulo privato di profitti e capitali”. 5
Ovviamente la guerra non l’ha inventata il capitalismo. Ma la guerra in grado di distruggere, letteralmente, l’intera umanità (un conflitto mondiale, a maggior ragione se nucleare) è impensabile senza il capitalismo. Cannoni, missili, carri armati sono le zanne e gli artigli più visibili del capitale totale che ci sta divorando. Ciò detto è evidente che una cosa è individuare la genesi dei mostri che appartengono al nostro mondo e pensare le condizioni di una società libera dalle loro minacce, altro è riuscire a immaginare un mondo che sia privo da qualsiasi mostro. Insomma, liberarci da un male storicamente determinato non è lo stesso che liberarci da ogni male. Un mondo libero dalla minaccia di una guerra totale può ben essere costellato da una serie di feroci battaglie locali, tribali, sociali. Anche in questo senso la dialettica di una possibile liberazione non può che rimanere aperta. 

(4 – fine– le precedenti puntate qui, qui e qui)


  1. Lo abbiamo già detto, ma vale la pena qui ripeterlo. Oggi assistiamo a uno scontro tra potenze che si gioca sulla pelle della popolazione ucraina, vera carne da cannone cinicamente mandata allo sbaraglio dagli USA e massacrata senza pietà dalla Russia. Ciò sia detto senza nulla togliere al fatto che le responsabilità dello scoppio di questa guerra ricadono, nell’immediato, sullo stato guidato da Putin, incapace di rispondere politicamente, con una strategia di tipo egemonico, alla Nato che abbaiava alle sue porte. 

  2. China Mieville, Theses on Monsters, pubblicato in www.chinamieville.net. Le successive citazioni sono tratte dallo stesso scritto (traduzione nostra). 

  3. Questa affermazione non è presa non da un sito filo-Putin, ma dalla sezione Infodata del Sole 24 ore 

  4. Stefania Consigliere, Favole del reincanto. Molteplicità, immaginario, rivoluzione, DeriveApprodi, Roma 2020, p. 72. 

  5. Sandro Moiso, Il nuovo disordine mondiale: chi semina vento raccoglie tempestasu Carmilla qui 

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Morti in una città silente https://www.carmillaonline.com/2022/07/04/morti-in-una-citta-silente/ Mon, 04 Jul 2022 20:00:46 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=72732 di Giovanni Iozzoli

Sara Manzoli, Morti in una città silente, Sensibili alle foglie, 2022, pp. 120, € 15,00

Se qualcuno, solo 3 anni fa, avesse previsto un ciclo di rivolte nelle carceri italiane, sezioni distrutte o incendiate, 13 morti, decine di agenti sotto processo per tortura e centinaia di detenuti per “devastazione”, ebbene quel qualcuno sarebbe passato per visionario o  allarmista paranoico. Questo, non perché il sistema dell’esecuzione penale in Italia fosse stato negli anni umanizzato, bonificato o riformato: ma solo perché il carcere era stato espunto dall’agenda politica, dal dibattito pubblico e dall’attenzione mediatica, diventando uno di quei  rimossi ingombranti [...]

Morti in una città silente è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Giovanni Iozzoli

Sara Manzoli, Morti in una città silente, Sensibili alle foglie, 2022, pp. 120, € 15,00

Se qualcuno, solo 3 anni fa, avesse previsto un ciclo di rivolte nelle carceri italiane, sezioni distrutte o incendiate, 13 morti, decine di agenti sotto processo per tortura e centinaia di detenuti per “devastazione”, ebbene quel qualcuno sarebbe passato per visionario o  allarmista paranoico. Questo, non perché il sistema dell’esecuzione penale in Italia fosse stato negli anni umanizzato, bonificato o riformato: ma solo perché il carcere era stato espunto dall’agenda politica, dal dibattito pubblico e dall’attenzione mediatica, diventando uno di quei  rimossi ingombranti e pericolosi attraverso cui le società liberali costruiscono la narrazione di se stesse. Del resto, chi si occupa normalmente di discariche? Solo quando si intasano o vanno a fuoco, mettendo in discussione il ciclo della raccolta e smaltimento, qualcuno si pone il problema della gestione del rifiuto: finché la discarica funziona, lontano da occhi indiscreti, nessuno se ne preoccupa più di tanto. La discariche nascondono al nostro sguardo lo scarto della vita sociale: dei loro siti maleodoranti, meno si vede meglio è.

Sara Manzoli, dopo aver scritto di sfruttamento del lavoro domestico e della crisi del sistema socio-psichiatrico, affronta il tema di un altro “inferno di prossimità” insospettabilmente vicino eppure pervicacemente rimosso: il sistema carcerario italiano e soprattutto l’esplosione che lo ha coinvolto, in quella primavera del 2020, che ha segnato un punto di non ritorno nella storia della governance delle emergenze in Italia e in Europa. L’autrice si concentra sulla vicenda della  Casa Circondariale  di Modena, quella che ha fatto registrare gli esiti più pesanti e tragici. Sant’Anna, anche prima del Covid, era una fedele rappresentazione  del malessere strutturale del carcere italiano: a un passo dal centro cittadino, eppure totalmente sradicato dal suo contesto sociale; ordinariamente sovraffollato da una popolazione prevalentemente straniera e tossicodipendente; una piccola polveriera di provincia di cui tutti fingevano di ignorare la inumana pericolosità – tranne gli ineffabili sindacati della destra secondina, che chiedevano, ottenendola, nel tempo, una avocazione del potere di gestione interna, sempre più sbilanciato verso la componente in divisa.

Manzoli ricostruisce i giorni folli del primo lockdown, quando il panico e le misure di emergenza  che stanno impattando sulla società, si rovesciano sul malandato circuito penitenziario, trasformando gli istituti italiani in altrettanti campi minati. Se fuori dal carcere l’ansia e le restrizioni crescono progressivamente – in carcere il clima ansiogeno travolge immediatamente ogni precarissimo equilibrio. I contatti con l’esterno, le visite dei congiunti, l’arrivo dei pacchi, la socialità interna: tutto viene sospeso per via amministrativa. Centinaia di detenuti afflitti da dipendenze mal gestite, da problemi psichiatrici irrisolti, dalla voglia di ribellarsi ad un sistema oppressivo e irrazionale, dalla paura del contagio per chi condivide cameroni sovraffollati (mentre si invoca a reti unificate il distanziamento sociale), esplodono in mille atti di insubordinazione. La febbre si trasmette da un istituto all’altro, da Sud a Nord, in alcuni casi rientra rapidamente senza danni, in altri lasciando dietro di sé una scia di cadaveri e incendi.

In quei giorni tanti amanti della dietrologia che affollavano talk show e rilasciavano interviste circa l’origine e le finalità delle rivolte: dalla regia ’ndranghetistica ai sodalizi anarco-mafiosi, con l’intento in ogni caso di “fare uscire i boss”. Questi teoremi verranno poi smontati. Le rivolte dei detenuti sono state spontanee, dettate dalla rabbia e dalla paura. Rabbia per essere stati esclusi dalle precauzioni che il governo stava predisponendo per la società libera; paura per questo nemico invisibile che stava terrorizzando il mondo intero. (…) . Le narrazioni arrivate in quei giorni da centinaia di familiari, e successivamente dai detenuti, alcune delle quali confluite in diversi esposti (su Milano Opera, Pavia, Voghera, Foggia, Melfi, Rieti, Bologna, Alessandria,…), parlavano di un medesimo modus operandi da parte delle forze dell’ordine intervenute nelle diverse carceri. E testimoniano di reparti speciali intervenuti non solo per sedare le rivolte ma anche per dare una “lezione” ai rivoltosi (pag. 9).

Qualcuno mette in discussione l’uso della categoria della “rivolta” – per descrivere gli episodi di quella primavera tragica: troppa la sproporzione nel rapporto di forza  tra “rivoltosi” e apparati. Per capirci: nel 1974 si contarono circa un centinaio di sommosse nei penitenziari italiani, con morti, sparatorie e prese di ostaggi; ma si trattava di azioni spesso coordinate da organizzazioni che agivano “dentro e fuori le mura”, all’interno di strategie, metodi e dentro un certo clima della società italiana di quegli anni. Niente di paragonabile all’oggi. Nel marzo del 2020 queste jaquerie carcerarie, più che il segno della “rivolta”, assumono quello della disperazione; sono più urla di dolore, che di resistenza; puntano agli armadietti dei medicinali non al controllo delle carceri; i detenuti non prendono ostaggi, non fanno male a nessuno se non a se stessi e ai pollai in cui sono stivati. Protagonisti sono ragazzi giovani, in qualche caso alla prima condanna, quasi tutti molto vicini al fine pena. Solo l’insopportabilità quotidiana della propria condizione, può spiegare la loro scelta.

La deflagrazione  di Modena lascia sul terreno 9 morti, una parte importante dell’Istituto incendiata, centinaia di detenuti trasferiti in condizioni inumane e molte testimonianze circa la consueta rappresaglia indiscriminata operata dalla Polizia penitenziaria, su cui la Procura ha aperto una inchiesta. L’autrice racconta delle ore concitate, dopo le prime notizie che cominciavano a trapelare; racconta del filo di fumo nero ben visibile da tutta la città; del pellegrinaggio dei parenti allibiti davanti ai cancelli di Sant’Anna, ignari della sorte dei propri cari; di mogli e genitori di alcuni dei morti che saranno avvisati dagli avvocati, giorni dopo il decesso. Racconta di istituzioni pronte cinicamente a tacitare lo scandalo di una strage senza precedenti. Racconta di una versione – suicidio per overdose di metadone – che è già pronta e confezionata mentre la rivolta è ancora in corso e non si sa neanche quante siano le vittime. Uno scenario sudamericano calato nella placida cittadina padana, resa ancora più silente dalle regole del lockdown. A Sant’Anna per almeno 48 ore saltano tutte  le leggi della Repubblica: l’Istituto vive uno stato di guerra  non dichiarata e si sottrae ad ogni regola di garanzia a tutela  della vita, della salute e dei diritti delle persone detenute.

Dodici delle tredici vittime (in tutta Italia) erano migranti, e anche questo lo avevamo presagito da subito di fronte al silenzio “istituzionale” sull’identità dei detenuti morti. Casualità? No! Sistema. E non si può continuare a ignorare la componente strutturale del razzismo in buona parte delle forze dell’ordine. Come non si può continuare a ignorare il carattere razzista e classista del carcere e del sistema penale in sé. Come non si può credere alle mele marce né, tanto meno, alle “morti per metadone”. Il medico che constatò il decesso dei detenuti di Modena notò che uno dei morti era in mutande mentre all’esame autoptico venne presentato rivestito e con le tasche piene di farmaci (pag. 12).

A Modena, l’8 marzo del 2020, cade la maschera del carcere “casa di vetro”, con le sue retoriche piene di buone intenzioni e pessime pratiche. Anche San Vittore o Poggioreale, faranno registrare insubordinazioni e proteste, ma è nel “piccolo” istituto di provincia che succedono le cose più gravi. Così come nel micro contesto modenese, risulterà da subito difficile fare chiarezza sulla ricostruzione di cause e condizioni degli eventi. Il ” sistema Modena” , un misto  di repressione, omertà e conformismo istituzionale e mediatico, si chiude a riccio, a garanzia del suo ordine istituzionale e simbolico.

Un incubo che solo a Modena spezzerà la vita di nove persone: Chouchane Hafedh, Methnani Bilel, Agrebi Slim, Rouan Abdellah, Hadidi Ghazi, Iuzu Artur, Bakili Ali, Ben Mesmia Lofti e Salvatore Cuono Piscitelli, le quali, a posteriori, non meriteranno nemmeno la fatica di vedere aperto un processo sulla loro morte. Come insegna la storia di questo Paese, lo Stato si autoassolve. Sempre. Il loro status di detenuti che si sono ribellati non merita troppi approfondimenti investigativi e pochi spazi devono essere lasciati ai dubbi. In fin dei conti, a distanza di poco più di un anno dall’8 marzo la conclusione alla quale era giunta la Procura di Modena nella sua richiesta d’archiviazione coincideva pressoché esattamente con le ipotesi fatte circolare fin dalle prime ore di quella tragica giornata e cioè che i detenuti morti durante la rivolta fossero morti, tutti, per overdose di metadone. Morti che andavano cancellate in fretta e furia nel tentativo di purificare l’immagine di una città e di istituzioni ormai molto lontane dall’orizzonte democratico professato (pag. 16).

Sara Manzoli ricostruisce bene il clima che si respira in città nei giorni successivi a quella carneficina. Lo conosce perchè lo ha attraversato da attivista, dentro il  Comitato  Verità e  Giustizia per la Strage di  Sant’Anna: organismo che fin dalla denominazione rivendica con forza lo stragismo di Stato come cifra di quelle morti, al di là delle autopsie e delle versioni ufficiali. Il clima, dicevamo, della “piccola città” è solo apparentemente condizionato dai lockdown. Entra all’opera piuttosto un riflesso condizionato di rimozione dei traumi, delle brutture, delle zone d’ombra, che le piccole comunità sanno mettere in atto con efficace discrezione, compattandosi e allontanando da sé l’ombra del “male”. Il carcere di Sant’Anna viene semplicemente considerato un corpo estraneo, alieno, una escrescenza artificiale in una città sana; tutto quello che accade dietro quelle mura non riguarda i cittadini, non riguarda la società civile – le istituzioni, i partiti, i sindacati, gli ordini professionali, l’associazionismo. gli intellettuali e il mondo accademico, con i suoi patetici festival filosofici. La strage viene derubricata a incidente, una parentesi sfortunata da rimuovere dal calendario civico.  Bene ha fatto l’autrice a rimarcare, fin dal titolo, lo scandalo della “città silente”: perchè la discarica sociale di Sant’Anna è sempre stata parte integrante del sistema di governo della polis, dei suoi codici di comando, dei suoi strumenti di disciplinamento sociale. E’ ipocrita e rassicurante, la narrazione di chi sostiene il contrario.

Il libro è denso e si legge d’un fiato. Nelle sue pagine troviamo la Spoon River dei morti di Sant’Anna, sottratti all’anonimato da tastiera e restituiti alle loro biografie spezzate; si rende conto del materiale di controinchiesta che organismi, avvocati e giornalisti coraggiosi, hanno saputo accumulare segnalando le criticità della versione ufficiale. Un campionario di fatti e circostanze di cui sulla stampa mainstream si è potuto leggere solo frammenti o stralci. Raccogliere tutto e operare una sintesi coerente e fruibile da chiunque, è il merito principale di questo sforzo editoriale.

Il volume di Sara Manzoli è un contributo importante per provare a tenere alta la bandiera della verità: non quella giudiziaria – che probabilmente è già chiusa (ma quando mai in Italia la giustizia arriva dalle aule dei Tribunali?); quanto piuttosto il perseguimento di un’ altra verità possibile, di una partita ancora più cruciale, quella della memoria. Questo libro vuole spingere la comunità dei “silenti” ad assumersi le proprie responsabilità storiche, a togliere dall’oblio quelle nove vittime, a onorarne il ricordo e assumerlo come elemento della vita cittadina in uno dei suoi snodi più drammatici.

Sensibili alle foglie – la casa editrice che più di ogni altro in questi anni ha posto il carcere al centro della sua produzione saggistica e letteraria -, continua a raccontare il perturbante, “gli indicibili sociali” (che è anche il titolo della collana che ospita questo volume): nella speranza che la storia rimossa, sepolta, imprigionata, diventi finalmente storia e memoria collettiva, sapere alternativo e condiviso. Non sarebbe male, come esercizio di educazione civica, se qualche insegnante coraggioso proponesse la lettura di questo libro ai suoi studenti: studiare la Costituzione repubblicana a partire dalle galere, il luogo di massima violazione del suo spirito e della sua lettera.

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Morti in una città silente è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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L’ombra di un’ombra https://www.carmillaonline.com/2022/07/03/lombra-di-unombra/ Sun, 03 Jul 2022 20:29:19 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=72823 di Franco Pezzini

Lorenza Ghinelli, La stirpe e il sangue, illustrazioni (splendide) di Darkam, pp. 171, € 18, Bompiani, Milano 2022.

Cosa può spingere un’autrice certo eclettica, capace di muoversi disinvoltamente tra mainstream e genere e comunque di offrire un genere elegantemente letterario, ma non cultrice del romanzo storico in quanto tale, ad allontanarsi dagli sfondi e dalle storie pur tanto crudeli della nostra epoca per precipitare indietro fino al XV secolo? Se lo chiedeva lei stessa, Lorenza Ghinelli, in una presentazione di questo libro tenuta di recente a Torino. Cosa può spingere [...]

L’ombra di un’ombra è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Franco Pezzini

Lorenza Ghinelli, La stirpe e il sangue, illustrazioni (splendide) di Darkam, pp. 171, € 18, Bompiani, Milano 2022.

Cosa può spingere un’autrice certo eclettica, capace di muoversi disinvoltamente tra mainstream e genere e comunque di offrire un genere elegantemente letterario, ma non cultrice del romanzo storico in quanto tale, ad allontanarsi dagli sfondi e dalle storie pur tanto crudeli della nostra epoca per precipitare indietro fino al XV secolo? Se lo chiedeva lei stessa, Lorenza Ghinelli, in una presentazione di questo libro tenuta di recente a Torino. Cosa può spingere soprattutto a cercare in quel passato le dimensioni più oscure, umbratili e meno immediatamente attraenti per l’uomo della strada, persino per chi quegli sfondi – Valacchia, Anno Domini 1442 – studia per interesse alla nerissima saga dei Drăculeștii, ormai di dominio pop? Che qui invece resta assolutamente sullo sfondo e defilata. In scena sono invece gli ultimi e i senza storia, una madre Maria e i due piccoli Anna e Radu, sopravvissuti all’eccidio consumato nel loro villaggio al dilagare dell’esercito ottomano di Murad II: ultimi che dovranno reinventarsi un ritmo quotidiano per sopravvivere – mangiare, essere difesi, non impazzire – nelle circostanze più estreme: la foresta piena di pericoli concreti, poi la casa di un boiardo persino più insidiosa, quindi di nuovo la foresta e la casa di una “strega”.

Quel che si dipana – e l’immagine, considerando la visceralità, non va tanto a un gomitolo ma a intestini srotolati –, è una sorta di romanzo di formazione. Formazione per la madre, costretta a cambiare la propria vita in un modo drastico che mai avrebbe immaginato; per Anna, la piccola che però dovrà subire tutto, perché abbastanza cresciuta da non conoscere la pietà dell’incoscienza; per Radu stesso, che in mezzo a tutto ciò cresce, con il suo problema metabolico per cui solo il sangue può integrare davvero il suo vitto – o almeno di ciò è convinta la madre e dunque si convinceranno anche lui e (in qualche misura) la sorella. Una formazione terribile che, come nei riti di passaggio, vede consumarsi l’esplosione di ogni regola civile, in un’ostinazione a vivere che non pretende assoluzioni o simpatie di nessuno. Alla stirpe dei padri – i signori della storia, i coinvolti nella gestione di alleanze e voltafaccia ai tavoli dei principi e comunque gli amministratori della forza comunitaria – si oppone così la logica del sangue, delle madri, cioè le complicità e alleanze segrete delle donne, figure marginalizzate e ultime che però possono spalleggiarsi con effetti eversivi: e la storia (esilio, fughe continue e anzitutto da se stesse) è quella di una liberazione non condotta sotto le insegne della luce. Non per tutte le liberazioni è possibile, riflette l’autrice, e del resto la Storia invita a essere molto cauti verso chi pretenda di bandire gonfaloni luminosi. Più in generale è utile riflettere che nell’intreccio della Storia le lotte di liberazione possono conoscere dimensioni  oscure senza per questo perdere il loro valore di fondo (bene ribadirlo, in un tempo in cui per esempio la Rivoluzione francese è oggetto di una serie di scandalose svalutazioni da parte di bigotti, reazionari e ignoranti sempre più numerosi): ma il teatro simbolico qui in scena e volutamente enfatizzato (di fronte a certe trovate è impossibile non pensare all’amore, più volte dichiarato, dell’autrice verso il terribile Titus di Julie Taymor da Shakespeare, 1999) parla il linguaggio nero delle fiabe. Sia nel ritmo ipnotico, a tratti cantilenante, lucidamente eletto come cifra stilistica, sia nelle scelte estreme dei contenuti: il buonismo becero da società-chioccia confonde il sadismo inutile di Bambi con la necessità che una fiaba abbia connotati “impresentabilmente” neri. Del resto, chi non si fa inquietare all’infanzia dalle storie di ombre, ricorda Le Fanu in Carmilla, è candidato da adulto a farsi divorare dalle medesime, in quanto mancante di quel sacrosanto vaccino della fantasia che aiuta a tenervi testa.

Se, in un mondo estremo, il cuore della morale è rappresentato dalla sopravvivenza nostra e delle persone che amiamo – come quel cucciolo malriuscito e troppo pallido che la Morte stessa non ha toccato in vista di chissà quali progetti – a quel punto la lotta è aperta: ed è questa la fiaba nera che Ghinelli racconta. Dove l’ombra dilagante attribuita al voivoda arcivampiro si rivela invece, al netto di tutte le deformazioni dei fuochi notturni e della luna, quella esile di un ragazzo che le donne hanno fatto sopravvivere.

Per tornare dunque alle domande iniziali: da dove questa storia? Forse è normale che un’autrice come Lorenza Ghinelli, con una sensibilità accentuata al sentire dei ragazzi, l’allergia alle storie con la morale (manzoniana o meno) ma lo sguardo ben oltre quelle esaurite in un nero fino a se stesso, andasse prima o poi a sgattare nelle ombre e nel terriccio retrostanti l’antico mito vampirico: a stanare quei bambini perduti nell’orrore organizzato dai padri, e costretti a trovare nel sangue sghembe formule di sopravvivenza (c’entra fino a un certo punto, ma mi pare inevitabile ricordare Il vampiro di Ropraz di Jacques Chessex, con la sua Svizzera/Transilvania). E insieme vien da pensare a un calare sciamanico tra i morti per coglierne le voci con la medianità della letteratura, e riportarle a noi, e traversare i mondi col suo fiato di rivolta.

Tanto più che il romanzo finisce col costituire insieme una potente, fiabesca metafora della sete di sangue di noi lettori, nelle terre occupate del neocapitalismo ostaggio di voci educatamente esangui, di romanzi da salotto tantopresentabili, di rovelli ombelicocentrici terreno di mamozzi altoborghesi le cui paturnie vengono paludate come spasmodicamente interessanti. Un grottesco impoverirsi della letteratura che spinge allora gli assetati a cercare storie dove vengano imbandite, magari di cattiva qualità o di cattive idee, perché quella sete di sangue (cioè di vita vera, di storie vere) c’è, e in sé è sana. E certo non vi sovvengono gli uomini delle Alte Poltrone, che hanno solo interesse a confermare questa forma del mondo. Mentre le storie terribili dobbiamo conservarle, tanto più se raccontano che i poteri cattivi si possono sovvertire: fiabe di formazione di cui, in momenti difficili come questo, abbiamo un gran bisogno.

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L’ombra di un’ombra è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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poesia questa sconosciuta. sulla necessità di scrivere poesie oggi /3 https://www.carmillaonline.com/2022/07/02/poesia-questa-sconosciuta-sulla-necessita-di-scrivere-poesie-oggi-3/ Sat, 02 Jul 2022 21:55:05 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=72810 di Francisco Soriano

w.b.yeats inviò a ezra pound, nel 1914, una lettera in cui annunciava di aver rinunciato a un premio letterario conferitogli dalla rivista d’avanguardia “poetry”. fino a questo punto nulla di particolarmente interessante se non il motivo del rifiuto in favore del poeta statunitense, come specificato dallo stesso yeats in una missiva alla rivista: “faccio il suo nome perché, pur non provando davvero una grande simpatia per gli esperimenti metrici da lui fatti per voi, ritengo che codesti esperimenti rivelino un vigoroso spirito fantastico. pound ha certo una singolare personalità creativa (…). [...]

poesia questa sconosciuta. sulla necessità di scrivere poesie oggi /3 è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Francisco Soriano

w.b.yeats inviò a ezra pound, nel 1914, una lettera in cui annunciava di aver rinunciato a un premio letterario conferitogli dalla rivista d’avanguardia “poetry”. fino a questo punto nulla di particolarmente interessante se non il motivo del rifiuto in favore del poeta statunitense, come specificato dallo stesso yeats in una missiva alla rivista: “faccio il suo nome perché, pur non provando davvero una grande simpatia per gli esperimenti metrici da lui fatti per voi, ritengo che codesti esperimenti rivelino un vigoroso spirito fantastico. pound ha certo una singolare personalità creativa (…). i suoi esperimenti sono forse errori; ma è sempre meglio premiare errori vigorosi che un’ortodossia non ispirata” (1). era dal 1913 che yeats collaborava con la rivista “poetry”: vi scrisse alcune poesie divenute fra le più note e amate come “beggar to beggar cried”, “the magi”, “when helen lived”, e altre ancora. anche ezra pound aveva molta considerazione per il poeta irlandese e, proprio in seguito a quella lettera, nacque un’amicizia profonda e duratura. di lui pound scrisse: “yeats è un imagista? no, yeats è un simbolista, ma ha scritto des images come hanno fatto molti grandi poeti prima di lui”. insomma pound intravedeva nei testi di yeats anche versi imagisti in una “cornice teorica” di poetica simbolista. non a caso, l’imagismo fu un movimento che aveva qualche aspetto in comune con il simbolismo ma, nello stesso momento, rappresentò il suo definitivo quanto irreversibile superamento.

l’imagismo fu, soprattutto, un movimento letterario d’avanguardia nato in opposizione ai canoni letterari del tempo. Questi ultimi rappresentavano sistemi poetici non più comprensibili in un contesto di radicali cambiamenti, ormai in atto in tutto il mondo artistico. tuttavia, fu proprio agli inizi del 1913 che pound spiegò ai lettori di “poetry” che, in generale, “l’appartenenza a una scuola non significava affatto scrivere versi conformi a una teoria”: proprio in queste affermazioni riconosciamo l’atteggiamento tipico di pound che fu quello di un poeta assolutamente slegato da ogni moda, canone o regolamento che lo potesse imprigionare in un codice asfittico e spersonalizzante. certamente, sotto l’egida del “movimento imagista” molti poeti si ritrovarono sotto lo stesso tetto nonostante le loro antitetiche posizioni o “stili poetici”. furono piuttosto in armonia e compatti sull’idea di mutazione che, non deve trarre in inganno, per molti poeti non rappresentò mai un totale distacco dal passato. del movimento imagista ne fecero parte e ne interpretarono messaggi e valori, la meravigliosa scrittrice h.d. (hilda doolittle, già compagna in giovinezza di un insofferente e trasgressivo ezra pound, ambedue avvolti nella nebbia della pallida, noiosa e angosciosa provincia americana), richard aldington, d.h. lawrence, james joyce, allen upward, amy lowell, j.g. fletcher, w.c. williams, f.s. flint, hueffer (ford madox ford), il già citato w.b. yeats ed emily dickinson: quest’ultima fu considerata addirittura come un’antesignana del nuovo movimento. per tutta questa serie di motivi, dunque, si può affermare che “l’imagismo nacque dopo gli imagisti”, nel senso che il movimento originò da una naturale trasformazione e per una serie di dinamiche concomitanti, insieme a un’azione e una condivisione del vissuto poetico fra scrittori di grandissimo livello.

W. B. Yeats

dal punto di vista del sistema teorico su cui si tracciava un “solco imagista”, fu il filosofo e letterato t.e. hulme, a dare impulso e definire le “linee guida” della “nuova poesia”. egli fu una personalità di spiccata vivacità intellettuale, talvolta scapigliato, dotato di qualità dialettiche e di una poderosa cultura filosofica. il mito di quest’uomo crebbe con la sua morte prematura, avvenuta al fronte nei pressi di nieuwpoort, in belgio, dopo aver preso parte come volontario al conflitto bellico nella “royal marine artillery”, nel 1917. nel 1958, a molti anni di distanza dalla sua tragica scomparsa, fu j. epstein a curare la raccolta di saggi scritti da hulme, sotto il nome di “speculation”, con una sua introduzione: “non teneva in alcun conto la fama o la notorietà personale, e pensava che la sua opera appartenesse tutta al futuro (…); con un gruppo di imagisti compose alcune brevi poesie con le quali se avesse seguitato per quella via, avrebbe ottenuto un più importante successo letterario. ma ciò gli pareva troppo facile. come socrate e platone, attirò intorno a sé i giovani intellettuali del suo tempo. non c’è nessuno che sia proprio come lui, oggi, in inghilterra.” una testimonianza che ben definiva il personaggio, carismatico e affascinante. per spiegare il suo concetto di poesia, hulme utilizzava spesso termini in contrapposizione, dicotomici, per meglio rappresentare il contrasto e il cambio di rotta in poesia che proponeva nei suoi scritti. ad esempio, usava la parola “hardness” in opposizione alla “smoothness” della poesia romantica; gli attributi “dry” all’opposto di “damp” e, ancora, “definite”, “accurate”, “solid”, “phisical”, “concrete” e altri ancora che intendevano esplicitare l’idea di un componimento poetico finalmente oggettivo, diretto, distaccato, senza che subisse il banale e mellifluo sentimentalismo provocato dal dolore cosmico e universale. per hume la poesia subiva ineluttabilmente un’operazione che l’avrebbe trascinata nella realtà, asciutta ed essenziale, terrena e concentrata, finalmente pregna di intensità. insomma, una poesia mai superflua con gli orpelli e altri abbellimenti retorici.

 

per gli imagisti, sulla strada maestra indicata da hulme, il testo poetico doveva essere concentrato su un’immagine, oppure sulla sua metafora: ciò avrebbe consentito la completa definizione del “correlativo oggettivo” che il poeta avrebbe voluto trasmettere al lettore. non solo hume ma anche altri poeti davano la propria definizione di immagine: pound la riteneva “un complesso intellettuale ed emotivo presentato in un istante di tempo”; per Flint era, invece, “il centro di risonanza di un momento squisito”, in armonia con certe influenze dell’arte cinese ed orientale. inoltre, per individuare i valori fondanti dell’imagismo basta consultare il manifesto redatto secondo le formulazioni teoriche di hulme, dove si riscontravano non solo le sue idee dell’immagine in poesia, ma anche la legittimazione, finalmente, del verso libero, del testo caratterizzato da chiarezza e definitività, concretezza e durezza. si “raccomandava”, insomma, il definitivo rifiuto del sentimentalismo sdolcinato e le illusioni degli sperimentalismi di certe avanguardie così avvitate su se stesse: ci si dirigeva spediti verso la “tecnica del frammento”. nella sua opera “Romanticism and Classicism”, Hulme scriveva: “la grande meta è la descrizione precisa, accurata e definita. occorre anzitutto riconoscerne la difficoltà, giacché non si tratta soltanto di attenzione: bisogna usare il linguaggio, e il linguaggio è per natura una cosa comune, cioè non esprime mai la cosa esatta, ma un compromesso: ciò che è comune a voi, a me, a tutti. ogni uomo però vede le cose in maniera lievemente diversa e, per descrivere esattamente e chiaramente ciò che egli vede, deve sostenere una lotta tremenda col linguaggio, si tratti di parole o della tecnica di altre arti. il linguaggio ha la sua natura speciale, le sue convenzioni e i suoi luoghi comuni. è soltanto con uno sforzo mentale concentrato che potete tenerlo fisso al vostro intento (…). voi sapete che cosa io intenda per curve architettoniche: pezzi di legno piatto con ogni tipo di curvature. tramite un’adeguata selezione è possibile tracciare approssimativamente la curva voluta. io definisco “artista” l’uomo che non può tollerare l’idea di quell’”approssimativamente”. egli coglierà la curva esatta di quanto vede, si tratti di un oggetto o di un’idea (…)“.

 

per hulme il linguaggio poetico era una intelaiatura di immagini. questa definizione sublimava il linguaggio poetico determinando perfettamente la sua opposizione alla prosa. una proposta che serviva al filosofo per definire la concretezza e la “monoliticità” della poesia. parole e pagine interessanti che ci lasciano comprendere quanto la poesia rappresenti davvero il fare, il creare e il costruire. dunque, per hulme, la creazione di metafore è fondamentale per la formulazione di un’associazione che si verifica in due momenti peculiari, cioè dal momento mentale a quello semantico in una sorta di analogia fra due immagini da concretare in linguaggio: “il pensiero è anteriore al linguaggio e consiste nel presentarsi simultaneo alla mente di due immagini diverse. il linguaggio è solo un modo più o meno debole di fare la stessa cosa (…) pensare è unire insieme nuove analogie, sicché l’ispirazione è soltanto un’analogia colta per caso o una somiglianza non cercata …”. creare in poesia è la capacità di produrre metafore e non semplicemente quella di percepire visioni. è la metafora che prolunga la visione e trasforma un punto in una linea: consente di trasformare un punto in una linea, permettendo al lettore di sostare senza limiti di tempo in questo punto-linea. egli aggiunge: “la principale funzione dell’analogia, in poesia, è quella di essere in grado di dimorare e sostare in un punto di eccitazione. raggiungere l’impossibile e trasformare un punto in una linea (…). la poesia è l’arte di dimorare in un punto.” grazie alla relazione, all’unisono, fra immagine e idea nella sua capacità di creare metafore e analogie, si crea finalmente quel rapporto di osmosi fra il lettore e lo scrittore, il cosiddetto “stato di eccitazione diretta”.

 

nel manifesto imagista vengono dunque enucleati molti punti su cui è necessario soffermarsi, come ad esempio il concetto di “linguaggio quotidiano” e la “ricerca della parola esatta”. lo stesso pound argomentando sul “common speech” si poneva in contraddittorio con le convenzioni e le artificiosità dei linguaggi, ormai divenuti per lui dei gusci vuoti e insignificanti; amy lowell invece ripeteva la sua contrarietà a ogni linguaggio che andasse contro l’originalità e la naturalezza delle espressioni, due concetti che sostituivano, in sostanza, il concetto poundiano di linguaggio comune. per quanto riguarda il ritmo, in pound era dinamica fondamentale della poesia perché definiva con la sua funzione precisa ogni parola, lettera e suono che ne derivasse. per la lowell, i nuovi ritmi e le cadenze erano in realtà concetti vaghi se non effimeri di contenuto. queste erano soltanto alcune delle disarmonie concettuali fra poeti di quel gruppo. infatti, nel secondo imagismo, molti dei concetti immessi nella poetica da pound e hulme verranno abbandonati, se non completamente disattesi. ad esempio, in questa seconda fase, la “presentazione” di un dato oggetto attraverso un’immagine veniva trascurata, così come il concetto del verso libero venne ben presto sostituito dalla cosiddetta “prosa polifonica e dalla unrhymed cadence”. furono questi alcuni degli aspetti di “tradimento” alla poetica di pound. ne seguirono l’abbandono dell’idea della concretezza e della poesia come operazione-processo di “fattura artigianale”, con quel fare fortemente “tecnico”: la lavorazione del “fabbro” caratteristica anche nel linguaggio di eliottiana memoria (e dantesca). infatti e non a caso, i poeti del secondo imagismo si premurarono di riportare nel secondo volume dedicato alla poetica imagista, una prefazione che includeva un manifesto, forse in aperta collisione con l’antologia scritta da pound. la prefazione, dunque, nel “some imagist poets”, stabiliva nuovi principi imagisti con la presunzione di affermare in quale senso si dovesse intendere una scuola imagista. inoltre, si cercava una connessione dei canoni di questo nuovo movimento alla tradizione della grande poesia e ci si soffermava sul concetto del verso libero proclamando sei punti su cui si fondava la seconda nouvelle vague imagista:1) usare il linguaggio del discorso comune, ma adoperare sempre la parola esatta, non quella quasi esatta né quella puramente decorativa; 2) creare nuovi ritmi, come espressioni di nuovi stati d’animo e non imitare ritmi vecchi che si limitano a riecheggiare vecchi stati d’animo. noi non insistiamo sul “verso libero” come unico sistema di scrivere poesia. noi lottiamo a suo favore, in quanto è un principio di libertà. crediamo che l’individualità d’un poeta può spesso esprimersi meglio nel verso libero, che non nelle forme convenzionali. in poesia, una nuova cadenza significa una nuova idea; 3) consentire un’assoluta libertà nella scelta del soggetto. non è buona arte scrivere malamente sugli aeroplani e le automobili; né è necessariamente arte cattiva scrivere bene su cose passate. noi crediamo appassionatamente nel valore artistico della vita moderna, ma vorremmo far notare come non vi sia nulla di più impoetico e fuori moda d’un aeroplano del 1911; 4) presentare un’immagine (donde il nome: “imagisti”). noi non siamo una scuola di pittori, ma crediamo che la poesia debba rendere i particolari con esattezza e non trattare cose vaghe e generiche, per quanto sonore e roboanti esse possano essere. per questo motivo ci opponiamo al poeta cosmico che ci sembra rifugga dalle genuine difficoltà della sua arte; 5) produrre poesia che sia dura, difficile e chiara, mai offuscata né indefinita;6) infine, molti di noi sostengono che la concentrazione è l’essenza stessa della poesia.

 

in ogni epoca storica le mutazioni, le trasformazioni e, talvolta, le cancellazioni di canoni e movimenti (anche in dinamiche che avvengono al proprio interno in una sorta di processo di auto-deflagrazione), sono processi abbastanza naturali. per questo è facile capire le incomprensioni, i malintesi e le differenziazioni teoriche che i vari esponenti del movimento imagista innescarono a più riprese. rimane certo la traccia indelebile dei versi di poeti divenuti giganti nella storia letteraria e nella poetica mondiale.

 

Amy Lowell

di amy lowell rimane una stupenda riflessione sulla poesia, in un paragrafo dell’antologia dei poeti imagisti dal nome “un esame della poesia moderna”. lowell sostiene che “la poesia sia composta in diversa misura da due ingredienti: la visione e le parole. quando la visione è esile e di una intensità non preponderante, noi la chiamiamo fantasia. quando usurpa un posto maggiore e conferisce sapore al miscuglio in misura accentuata, la chiamiamo immaginazione. quando costituisce il fattore dominante, la chiamiamo ispirazione, le infinite maniere in cui visione e parole possono fondersi tra loro costituiscono le enormi variazioni di cui è capace la poesia. questa comunque deve racchiudere in se la visione, altrimenti non merita affatto il nome di poesia, sia essa scritta in versi oppure no. che ciò sia vero, è dimostrato dal fatto che la prosodia delle diverse nazioni, e persino di epoche diverse nella medesima nazione, si diversifica in misura notevole. è stato proprio questo fatto a confondere tante persone e a chiedere la legittimazione di qualcosa che esse definiscono “fra prosa e poesia””.

 

pound stesso prenderà parte, con un suo scritto, in forma di missiva e con una serie di poesie di una bellezza inesorabile, a questa seconda antologia imagista. egli scrive ad harriet monroe: “la poesia deve essere ben scritta come la prosa. il suo linguaggio deve essere bello, e non deve allontanarsi in alcun modo dal discorso se non per una accresciuta intensità (cioè semplicità). deve essere semplice come la migliore prosa di maupassant e difficile come quella di stendhal. non ci devono essere interiezioni. niente parole che svaniscono nel nulla. (…) il ritmo deve avere un significato.non può essere un incurante buttar giù, senza aderenza né presa reale alle parole e al senso, un tumty tum tumty tum tum ta. (…) oggettività e ancora oggettività, ed espressione: niente davanti che diventa dietro, niente aggettivi a cavalcioni (come putridi acquitrini malsani), niente discorsi alla tennyson”. e dopo una serie di considerazioni su altri poeti e amici come aldington, fletcher, h.d., william c. william, master, eliot e lindsay, così aggiunge: “volesse il cielo che io potessi scorgere un po’ più di severità sofoclea nelle ambizioni dei mes amis et confrères. la debolezza generale degli scrittori della nuova scuola è la rilassatezza, la mancanza di costruzione ritmica e di intensità: e, in secondo luogo, un tentativo di applicare la decorazione, di usare quel che dovrebbe essere un vortice come una specie di manifesto o di vernice per steccati. hinc illae lachrymae. peccato per amy – perché poi non riesca a vedersi come una figura del rinascimento anziché come una guida spirituale, che non è! ebbene (riportato in italiano nel suo testo), basta di ciò”.

e dopo questa classica nota caustica tipica di pound, come non trascrivere il testo di una sua poesia, appartenente a questa antologia di poeti imagisti – dal nome ∆ὠῥίᾀ:

 

Sii con me come gli umori eterni

del vento diaccio, e non

come le cose fugaci –

gaiezza dei fiori.

Abbimi nella forte solitudine

di scegliere senza sole

e di acque grigie.

Che gli dèi parlino piano di noi

nei giorni a venire,

che i fiori ombrosi dell’Orco

Ti ricordino.

 

* i brani e i riferimenti inseriti in questo saggio sono stati estrapolati da: Ruggero Bianchi, “La parola e l’immagine” – Antologia dei poeti imagisti da Ezra Pound a Amy Lowell. Civiltà letteraria del Novecento. Sezione inglese-americana. Mursia,1968, Milano

 

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poesia questa sconosciuta. sulla necessità di scrivere poesie oggi /3 è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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La perdita dello sguardo nell’era della te(o)cnocrazia https://www.carmillaonline.com/2022/07/01/la-perdita-dello-sguardo-nellera-della-teocnocrazia/ Fri, 01 Jul 2022 20:00:58 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=71991 di Gioacchino Toni

Riflettendo sul rapporto tra essere umano e realtà ipertecnologizzata contemporanea, Yuri Berio Rapetti, La società senza sguardo. Divinizzazione della tecnica nell’era della teocnocrazia (Mimesis, 2021), ricorre al termine “teocnocrazia” per riferirsi a quella peculiare forma di idolatria della tecnica e dell’ipersviluppo che contraddistinguere i più entusiasti apologeti dello sviluppo tecnologico ma che non manca di riverberarsi sempre più diffusamente sull’immaginario collettivo.

Senza voler far proprie tendenze tecnofobe, Rapetti ritiene che, in taluni casi, si sarebbero già pericolosamente varcate le soglie critiche del ribaltamento dei mezzi in fini: anziché essere la macchina a porsi al servizio dell’essere umano parrebbe [...]

La perdita dello sguardo nell’era della te(o)cnocrazia è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Gioacchino Toni

Riflettendo sul rapporto tra essere umano e realtà ipertecnologizzata contemporanea, Yuri Berio Rapetti, La società senza sguardo. Divinizzazione della tecnica nell’era della teocnocrazia (Mimesis, 2021), ricorre al termine “teocnocrazia” per riferirsi a quella peculiare forma di idolatria della tecnica e dell’ipersviluppo che contraddistinguere i più entusiasti apologeti dello sviluppo tecnologico ma che non manca di riverberarsi sempre più diffusamente sull’immaginario collettivo.

Senza voler far proprie tendenze tecnofobe, Rapetti ritiene che, in taluni casi, si sarebbero già pericolosamente varcate le soglie critiche del ribaltamento dei mezzi in fini: anziché essere la macchina a porsi al servizio dell’essere umano parrebbe essere quest’ultimo ad assoggettarsi ad essa.

L’autore esplicita sin dalle prime pagine del volume come le sue riflessioni muovano dalla convinzione che esista un principio nell’essere umano che trascende la pura materialità o la sfera biologica. «Questa apertura verso una realtà spirituale e trascendente non implica per forza un’adesione ad una specifica forma religiosa ma sicuramente una qualche forma di apertura ad una dimensione “altra” che non può essere completamente ricondotta ai meri dati di ordine fisico o biologico» (p. 21).

Rapetti riprende letture che vogliono il processo di divinizzazione della tecnica, che ha portato alle attuali forme di tecnocrazia e idolatria della macchina, derivare dalla tendenza dell’essere umano contemporaneo a cercare nei prodigi tecnologici, anche quando non crede fino in fondo alle loro promesse, un sostituto alle forme di culto religiose tradizionali in cui gli umani avevano cercato consolazione e una possibilità di riscatto.

La tesi principale attorno a cui muovono le riflessioni dello studioso

è quella di una graduale deumanizzazione o meccanizzazione dell’umano e una rispettiva antropoformizzazione della macchina le cui cause più profonde sono individuate in una graduale perdita del senso della trascendenza e del centro spirituale da parte dell’uomo contemporaneo. Egli è così portato a cercare un nuovo centro e finanche sicurezza e salvezza nel mondo levigato e rassicurante dell’inorganico e del macchinale in un disperato tentativo di sottrarsi al ciclo di vita e rifugiandosi in un grottesco surrogato di eternizzazione che viene offerto dal modello della perfezione tecnica (p. 19).

Analizzando l’interazione tra l’essere umano e il prodotto tecnico, lo studioso individua alcune tendenze di fondo tra cui la graduale perdita dello sguardo, l’antropomorfizzazione della macchina «nel (vano) tentativo di dotarla di un suo proprio sguardo (lo schermo), una sua intelligenza e finanche coscienza (l’algoritmo) e infine una sua personalità specifica (il design)» (p. 20).

In un’epoca ipertecnologica caratterizzata dal trionfo del visivo, Rapetti individua una vera e propria “perdita dello sguardo” nelle forme di interazione in quando la mediazione tecnologica contemporanea sembrerebbe votata a rimuovere il contatto visivo tra gli interlocutori indirizzando i loro occhi verso «un “oltre” privo di corpi e di sguardi e privo addirittura di apparecchiature tecnologiche che, per così dire, “amano nascondersi”, si sottraggono allo sguardo e lo inghiottono. Veri e propri ladri di sguardi questi oggetti tecnici introducono – o meglio fagocitano – gli interlocutori in carne ed ossa in un mondo privo di “carne” dove l’interazione avviene senza il bisogno – almeno in apparenza e nella percezione dei partecipanti – di un’interazione corporea concreta» (p. 123).

Un’interazione che prescinde dallo scambio di sguardi con l’altro/a può sicuramente dirsi un’interazione impoverita di uno degli aspetti essenziali che fanno del rapporto tra esseri umani un rapporto tra persone e non tra cose; non a caso l’assenza corporea, di soggetti interagenti anche attraverso sguardi diretti, contribuisce a far cadere i più elementari freni inibitori di rispetto reciproco tra gli individui permettendo loro di disumanizzare l’altro/a da sé, dunque di esercitare su di esso/a forme di violenza altrimenti impensabili. Tali mutamenti di relazione che si strutturano in ambienti tecnologici sempre più pervasivi, sottolinea l’autore, non mancano di debordare nel quotidiano mutilando e compromettendo i tradizionali rapporti umani.

Il rischio di disumanizzazione che secondo Rapetti è individuabile nella struttura stessa dei social network deve a suo avviso essere arginato attraverso il recupero di ambiti di interazione genuinamente umana necessariamente faccia a faccia. «Cercare di ricostruire artificialmente il volto dell’altro all’interno del mondo virtuale o addirittura provare a dotare la macchina di un suo volto ed uno sguardo propri sono tentativi nobili e quasi commoventi che però […] non possono compensare l’uomo della perdita di una dimensione genuinamente e integralmente umana come quella della presenza spirituale e “incarnata” della relazione con altri individui in carne ed ossa» (p. 126).

«Ad una graduale e spietata meccanizzazione (ma meglio sarebbe dire macchinalizzazione) dell’umano, dal luogo di lavoro alle relazioni interpersonali, sembra quasi fare da contrappeso, forse in un inconscio e disperato tentativo di compensazione, un’umanizzazione del mondo della macchina» (p. 128); non a caso l’essere umano sembra voler compensare l’eliminazione del proprio sguardo introducendone uno all’interno dell’universo delle macchine conferendo un “residuo di umanità” in quelle macchine che percepisce sempre più avviate ad avere il sopravvento su di lui.

Rapetti si dice convinto che più di ogni altra cosa, ciò che spinge l’essere umano a tentare di preservare qualche “residuo di umanità” nel vano tentativo di ricostruire artificialmente l’essenza umana, a partire dal suo sguardo perduto, è in fin dei conti «la speranza di riottenere da materiale di scarto e frantumato l’integrità dell’idea del principio che si è voluto ad ogni costo negare in una sfrenata rincorsa della volontà di potenza, o meglio della volontà di essere Dio» (p. 129).

Lo schermo dello smartphone, così come quello di altre apparecchiature, rappresenta una sorta di confine che «introduce sulla soglia di un nuovo mondo e come ogni soglia tende a scomparire, a sottrarsi allo sguardo. Ma mentre la soglia tradizionale è un non-oggetto, un non-spazio vuoto che fa da confine tra due spazi collegati appunto da una soglia, lo schermo è dotato di una sua materialità (non lo si può attraversare) ed è normalmente una superficie piana. Altra caratteristica dello schermo è quella che chi lo guarda in realtà non lo guarda, ovvero lo trascende e punta verso un “oltre” che è il mondo aperto da esso» (p.131).

Già il dipinto vanta qualità analoghe; anche questo si propone come uno spazio che introduce in un mondo “altro” e cattura lo sguardo oltre sé nascondendosi allo sguardo nel momento in cui proietta verso un “oltre”. Se la mancanza di movimento delle immagini proposte dal dipinto è stata compensata successivamente dall’avvento del cinema e dalla televisione, è con l’arrivo sulla scena del computer che diviene possibile interagire con lo schermo conquistando un controllo diretto sul mondo che esso dischiude e ciò sembra indirizzarsi verso modalità sempre meno fisiche. Anche le dita che comandano ora gli schermi touch sembrano destinate ad essere soppiantate da un tipo di controllo mentale capace dunque di bypassare l’interazione corporea e ciò, sottolinea lo studioso, potrà avvenire «soltanto quando anche lo schermo corporeo scomparirà e lo strumento cibernetico sarà impiantato direttamente all’interno del corpo umano per introdurlo direttamente nei sui mondi virtuali e finire per eternizzarlo nei flussi di informazioni della rete» (p. 132).

Man mano che «all’interno dell’interazione tra esseri umani, ma anche con altri organismi viventi, ci si allontana dalla situazione in carne ed ossa per affidarsi all’intermediazione della macchina», sostiene Rapetti, «cresce la distanza dal livello dell’esperienza spirituale e insieme il grado di oggettivazione e deumanizzazione» (p. 135).

Lungi dall’essere qualcosa di neutro, la mediazione della tecnica

impone in modo crescente la sua logica, che è quella del meccanico-inorganico, su quella dell’organico-spirituale. La tendenziale scomparsa dello sguardo dal nostro mondo, […] intesa qui come categoria esemplare dell’interazione genuinamente umana e spirituale – e denunciata da molti acuti osservatori dell’evoluzione del tecnocapitalismo a partire da Marx – è una necessaria conseguenza del massiccio impiego degli strumenti tecnologici nella nostra vita e in modo ancor più essenziale dell’estensione della tecnica manipolatoria e reificante a tutti gli ambiti della vita (pp. 135-136).

Il volume di Rapetti si concentra sulle grandi trasformazioni in corso a partire da una prospettiva dichiarata, come detto, sin dalle prime pagine, che può essere più o meno condivisa, ma ha di certo il merito di evidenziare come le analisi che si concentrano su quanto tali trasformazioni risultino funzionali o siano determinate dall’egemone sistema vigente non esauriscano la complessità e la portata dei cambiamenti in atto.

 

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La perdita dello sguardo nell’era della te(o)cnocrazia è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Divine Divane Visioni (Novissime) – 84 https://www.carmillaonline.com/2022/06/30/le-novissime-divine-divane-visioni-film-e-serie-recenti-viste-da-dziga-cacace/ Thu, 30 Jun 2022 20:00:22 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=72420 di Dziga Cacace 

Zitto!  La smetta con quel mandolino altrimenti ci cacciano, sssh! (Filini a Fantozzi)

1936 – Una famiglia vincente – King Richard di Reinaldo Marcus Green, USA 2021 Filmone agiografico che racconta la storia del papà delle ubertenniste sorelle Williams, della sua caparbietà e infine del suo successo. Tutto sommato ben costruito e ritmato, è per forza di cose prevedibile, un po’ perché la realtà la conosciamo tutti, un po’ perché gli snodi sono quelli classici di ogni narrazione di questo tipo con i temi di caparbietà e successo che [...]

Divine Divane Visioni (Novissime) – 84 è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Dziga Cacace 

Zitto!  La smetta con quel mandolino altrimenti ci cacciano, sssh! (Filini a Fantozzi)

1936 – Una famiglia vincente – King Richard di Reinaldo Marcus Green, USA 2021
Filmone agiografico che racconta la storia del papà delle ubertenniste sorelle Williams, della sua caparbietà e infine del suo successo. Tutto sommato ben costruito e ritmato, è per forza di cose prevedibile, un po’ perché la realtà la conosciamo tutti, un po’ perché gli snodi sono quelli classici di ogni narrazione di questo tipo con i temi di caparbietà e successo che tanto piacciono agli americani: la determinazione e il rigare dritto portano indubitabilmente all’affermazione del talento. Venus e Serena Williams sono state produttrici esecutive e sebbene non si tratti di un documentario la sensazione talvolta è quella. Alla fin fine non mi pare un gran film ma il pubblico, più della critica, ha apprezzato (io ovviamente mi metto nella categoria dei guitti). Salto in avanti di due settimane dalla mia visione in sala e Will Smith vince il premio Oscar come migliore attore per questa sua prestazione edificante, condendola con un ceffone – un dritto in top spin, per rimanere in ambito tennistico – al comico Chris Rock in risposta primordiale a una battuta infelice su sua moglie Jada Pinkett. Che dire? Ma niente, dài. (Cinema Orizzonte, Milano, 12/3/22)

1938 – I fichissimi di Carlo Vanzina, Italia 1981
Mi tolgo uno sfizio. Ci son critici che non han mai visto un film di Murnau e c’è il Cacace che mai ha visto I fichissimi, lo ammetto dolorosamente. E com’è? Una bella cacatina che però ha un sapore casereccio, di tempi semplici e si fa vedere con sapore archeologico. La storia è poco più di un canovaccio basato su Romeo e Giulietta, con la rivalità metropolitana tra milanesi e immigrati e di mezzo una ragazza, Giulietta, appunto, che s’innamora di Romeo, Jerry Calà, ed è sorella di Felice, Diego Abatantuono. Definire la comicità di grana grossa è quasi riduttivo: Calà si affida a iperboli linguistiche che forse per l’epoca erano innovative ma che non stupiscono mai granché. Abatantuono invece dà il meglio con la sua parlata da terrunciello che qualche risata la strappa, un delirio linguistico dove si mescolano alto e basso, citazioni colte e strafalcioni inimmaginabili che avrebbero trovato la consacrazione definitiva col successivo (quello sì un masterpiece) Eccezzziunale… veramente. Milano era un’altra città e questo è forse uno dei motivi più interessanti del film, come la rappresentazione di un’Italia scalcagnata prima della sbornia degli anni Ottanta, ancora povera, divisa esplicitamente in classi. Non che oggi ci sia una stratificazione diversa, ma è dissimulata da tutti mentre allora era esplicita e condivisa, dal basso quasi con orgoglio. Nella vicenda ci sono naturalmente i froci (il fratello di Abatantuono, definito “ibrido”), l’avvocato paralitico e strabico e le donne sono intese come prede (“gallinelle”) ma processare tempi e linguaggi diversi mi sembra un esercizio un po’ carognesco e molto ipocrita. E vabbeh. In un finale caotico si riesce a far decidere a Calà di disonorare Giulietta pur di poterla sposare: d’accordo che siamo nella farsaccia, ma nel 1981 si faceva ancora ricorso a questi escamotage pensando che fossero credibili? Mah! I fichissimi fa quasi tenerezza, con protagonisti che non sono comunque ricchi, belli o eroici ma che lottano contro una società di gente attempata, rivendicando il loro diritto alla felicità. Detta così sembra che si stia parlando di un’opera con un senso altissimo, ma poi l’impressione è che il film sia stato scritto e girato in due settimane e che certo cinema d’epoca anticipasse quella che poi sarebbe diventata la tivù (solo 2 anni dopo, il Drive In). Una comicità veloce e ricca di tormentoni, in qualche maniera antagonista di quella dei padri, più pomposa e, seppure tecnicamente inappuntabile, antica. Spulciando su Internet scopro che il film costò una miseria per arrivare poi a incassare una decina di miliardi di lire, preceduto nella classifica dei film della stagione da titoli come Innamorato pazzo, Il marchese del Grillo, Il tempo delle mele, Culo e camicia, I predatori dell’Arca perduta, Nessuno è perfetto, Eccezzziunale… veramente, Excalibur, Fracchia la belva umana. (Dvd, 16/3/22)

1939 – Succession Season 2 & 3 di Jesse Armstrong, USA 2019
A solo poco più di un mese dalla visione della prima stagione ci metto un po’ a ingranare perché c’è un intrico di nomi e mosse finanziarie e politiche che, in inglese stretto e stante il mio ottundimento, rende tutto difficoltoso. Ma Succession decolla ancora, talvolta sfiora il ridicolo quando scade nel grottesco, eppure regge e inanella scene eccezionali. Come quella del primogenito dei Roy, Connor, il megalomane che vuole diventare presidente degli Stati Uniti, che al funerale di uno zio molestatore legge un’eulologia imbarazzante scritta dalla fidanzata aspirante commediografa (ed ex escort). Poi c’è il più piccolo degli eredi, Roman, impotente, onanista e bipolare che rivela insospettabili capacità professionali dopo diversi disastri. E c’è anche la sorella Shiv, strategista politica rosa da gelosie e ambizioni, accompagnata al marito imbecille Tom, dall’eloquio ricercatissimo e succube di un rapporto insensato col cugino idiota Greg. Uno spasso dove emergono la figura gigantesca del capofamiglia Roy e del tormentatissimo figliol prodigo Kendall, schiavo di polveri e sensi di colpa. Insomma un bazar familiare impressionate e gustosissimo che prospera grazie ad attori eccezionali con in bocca dialoghi superbi, curati al dettaglio infinitesimale, tra interiezioni umorali e battute laceranti. Nell’ultima serie il gioco di alleanze e ricatti assume proporzioni inimmaginabili e si consuma l’ennesimo impensabile tradimento. Ma c’è ancora una quarta serie in arrivo e chissà chi la spunterà. (Sky, marzo 2022)

1940 – One Day One Day di Olmo Parenti & co., Italia 2021
Olmo parenti e i suoi soci (Marco Zannoni, Matteo Keffer e Giacomo Ostini) non hanno neanche trent’anni e arrivano da studi diversi; hanno l’energia dell’età e le idee chiare su cosa raccontare e seguono uno dei principi cardine di Werner Herzog: prendi e vai, un film non è questione di tecnica o di attrezzature, ma di idee e volontà. E così, vivendo per un anno fianco a fianco dei braccianti extracomunitari di Borgo Mezzanone vicino a Foggia ci viene raccontata l’esistenza coraggiosa di chi ci porta in tavola la frutta e la verdura lavorando a salari da schiavitù. Una vita lontana dalla famiglia, col conforto delle telefonate a casa, della musica, della cura personale, ma dimenticati dallo Stato, senza documenti e diritti, abbandonati in una shanty town che fa notizia solo se scoppia un incendio o ci scappa il morto. Detta così – da me, male – potrebbe essere il consueto atto d’accusa, un film frignone e in qualche maniera deresponsabilizzante. Ma invece si vola alto perché il ritratto intimo dei protagonisti e la cinematografia, che sa essere lirica senza indugiare in un’estetica del disagio, rendono One Day One Day un documentario unico, entusiasmante, senza alcuna menata ideologica o dito puntato, senza strillate o piagnistei: vedi la vita di questa gente così com’è e ti rendi conto anche di tanta ipocrisia cinematografica che trasforma le disgrazie altrui in una sorta di giustificazione propria, come se potesse bastare la denuncia bella infiocchettata. Olmo & company – dopo essersi prodotti il film con pochissimi soldi e tanto lavoro – hanno cercato invano una distribuzione ma in questo paese a nessuno piace non lasciare il proprio timbro e con poco da guadagnarci: un film così è la dimostrazione plastica di come ci sia un blocco culturale e produttivo nei confronti di giovani pieni di energia che vogliono uscire dai percorsi soliti, dalle terrazze degli aperitivi, dalle cordate amicali che escludono tutti gli altri. E ci sono riusciti: visto che non si trovavano sbocchi hanno portato il film nelle scuole conoscendo un successo immediato (e non è un film facile all’inizio, per quanto alla fine immensamente soddisfacente) tanto che poi un distributore coraggioso s’è trovato e presto – si spera – One Day One Day lo vedrete su qualche piattaforma. Ma questi ragazzi hanno fatto tutto senza rivendicazioni, rimpianti o accuse: hanno semplicemente usato i social come sa fare chi ha la loro età e annunciato che il documentario era vietato ai maggiori di 18 anni, visto che i “grandi” non gli permettevano di avere una vita distributiva propria regolare. E io sono felice e son sicuro che arriveranno altri film perché qui, in One Day One Day, c’è la vita, magari misera ma dignitosa, e di opere così ne abbiamo tutti un gran bisogno. (Marzo 2022)
P.s.: Not everything is Black, primo documentario di Parenti, è su Amazon Prime: date un senso a quell’abbonamento e vedete come dalle semplici idee possano scaturire grandi film.

1941 – La persona peggiore del mondo di Joachim Trier, Norvegia 2021
A me per godere di un film certe volte basta un sorriso, un tocco delicato, una canzone che irrompe dalla colonna sonora. Questo film ha tante qualità, forse anche dei difetti, ma mi ha talmente conquistato il ritratto di Julie che non starò a sindacare. Julie (Renata Reinsve) è una magnifica ragazza irrisolta che – divisa tra due uomini – prova a capire cosa le riserverà la vita. Quale lavoro? Quale ruolo? Madre, compagna, amica? Una boccata d’aria per uscire dagli schemi americani o italiani: bello, coi tempi giusti, vitale, con idee di montaggio ed evasione fantastica inaspettate. E poi una buona fattura generale, con attori azzeccati e partecipi. Candidato agli Oscar stranieri 2022 (premio poi vinto da Drive My Car), mi è piaciuto, mi ha intenerito. (Sky, 2/4/22)

1942 – Licorice Pizza di Paul Thomas Anderson, Usa 2022
Dopo la pandemia e il blackout seguente non era ancora capitata l’occasione. Colgo la palla al balzo e costringo la famiglia tutta a un film assieme, finalmente in sala, senza considerare che le figlie sono cresciute, hanno sviluppato un gusto loro e andare al cinema col papà è un supplizio e non più il piacere d’una volta. Infatti si annoiano, abituati ad altri tempi e ritmi. Io invece il film l’ho trovato bello, affettuoso e positivo ma ammetto che avrei apprezzato ancora di più se Anderson avesse lavorato di forbici e sintesi, perché anche a me, alla fin fine, l’accumulo ha un po’ stancato. Ma detto questo ci sta pure che questo ritratto dell’adolescenza (o perlomeno della gioventù) sia così: una vita esagerata, senza rete, senza particolare razionalità ma anzi con un po’ di stupidera collettiva, però con entusiasmo, generosità e ingenuità e soprattutto senza paura, con nulla che possa fermare la corsa dei protagonisti, una corsa che alla fine, finalmente, li porterà a collidere. Negli USA di inizio anni Settanta, tra nuove mode e crisi del petrolio, il liceale Gary si innamora della venticinquenne Alana, senza preoccuparsi della differenza d’età. Gli attori sono bravi e con facce interessanti e tutta la ricostruzione d’epoca, la musica e la fotografia sono eccellenti e alcune scene rimangono impresse, magari quelle minimali dove c’è un’intuizione che – sbam! – ti restituisce quelle emozioni perse crescendo. Come quando Gary e Alana si sfiorano le dita distesi su un materasso ad acqua, galleggiando in una sorta di liquido amniotico. Nel film c’è un mondo di giovani, praticamente una banda, che è in perenne movimento, lavorativo, affettivo, economico, senza freni e senza paure. Ogni occasione va presa, divincolandosi e oltrepassando le convenzioni della generazione dei vecchi, con ritmi antichi, grotteschi o semplicemente passati. C’è qualcosa che ricorda il free cinema o Hal Ashby, quella magnifica onestà dell’essere ragazzi e di vivere in libertà e di questi tempi non è assolutamente poco. Sofia ed Elena sono uscite dal cinema abbastanza incazzate perché si fermano su particolari inessenziali ma mancano la big picture. Vabbeh, cresceranno. (Cinema Ducale, Milano, 3/4/22)

1945 – Anna di Niccolò Ammaniti, Italia 2021
Dopo un’epidemia globale che ha colpito solo gli adulti è rimasto un mondo di bambini abbandonati a loro stessi: Ammaniti coglie nel segno di nuovo, dopo Il miracolo, e costruisce un universo folle credibile, crudele, spietato, disturbante, coloratissimo e spesso poetico, convincente fin dai titoli di testa. E tutto in anticipo sulla pandemia reale scoppiata mentre si girava la serie. Riaffiorano certi temi e manie dello scrittore: gli animali, i rapporti di forza, il cibo confezionato, ma ha tutto un lirismo coerente e un impatto visivo clamoroso. Location siciliana inedita, lontana dal cartolinismo televisivo delle fiction italiane abituali, e cast azzeccato con bambini e adolescenti diretti benissimo. Che bello. (Sky, aprile 2022)

1946 – Jimmy Savile: A British Horror Story di Rowan Deacon, Gran Bretagna 2022
Jimmy Savile, personaggio onnipresente per oltre 40 anni sulla televisione britannica, era una star incontrastata e grottesca dedita alla beneficenza e anche a diversi vizi innominabili. Molti sospettavano, molti sapevano, moltissimi vivevano in trance seguendo le gesta di questo pagliaccio orrendo, pedofilo e stupratore e impunito fino alla morte. Confezione documentaria ricchissima e impeccabile, costruzione intrigante, forse finale un po’ troppo veloce, come se si avesse ancora pudore a far vedere l’inganno in cui è cascata una nazione intera che fa ancora fatica a riconoscere l’errore. Comunque bello e terrificante, montato bene e narrato con onestà, sbattendoci in faccia l’equivoco televisivo tra persona e personaggio. (Netflix, aprile 2022)

1397 – Ozark Season 4, part 2 di Bill Dubuque e Mark Williams, USA 2022
Poco da aggiungere rispetto a quanto scritto in precedenza (qui). Ozark è (stata) una serie con tutti i difetti e pregi (effimeri) della nuova serialità. L’ho subita e ora, all’ultima stagione, la vivo con sentimenti altalenanti. Se penso a Breaking Bad, là c’era una coralità coerente, un universo risolto, dove tutto quello che veniva toccato narrativamente aveva un suo senso nell’affresco generale. Sapevamo perché era lì, da dove arrivava, come sarebbe finita (c’era una finalità). Qui in Ozark invece sembra tutto casuale e in molti casi lo è: entrano ed escono personaggi secondo convenienza effettistica. Tutte le attività della famiglia Byrde (economiche, politiche, diplomatiche, affettive etc.) durano lo spazio di una breve costruzione fino al colpo di scena e al prossimo giro, dimenticando conseguenze e destini. Ogni serie insomma pare ripartire da capo, senza uno svolgimento complessivo coerente. Poi ovviamente lo svolgimento è divertente (diverte proprio, nel senso che ti fa spostare lo sguardo, ti inganna facendoti distrarre), gli attori sono molto bravi, la fotografia è interessante (luci fredde fino all’acidità, senza colori caldi). Ma io rimpiango – per dire – tutto l’affresco delle prime due stagioni del mondo southern, pian piano perso per quanto il sud sia ancora il luogo dove tutto si svolge. Quei riti, quella signorilità antica mescolata a una certa rozzezza, la fede, il white thrash, l’etica redneck… tutto smarrito nella virata verso Narcos. Tant’è la serie ha tenuto comunque bene ma, ripeto, l’impressione è che si sia alzata l’asticella sempre, sfiorando il ridicolo e giocando apertamente con l’implausibile, purché lo spettacolo reggesse. Così si fanno gli ascolti, certo, ma non la storia, eh no. Il rush finale è abbastanza emblematico e tutto sommato ben concertato seppure nella consueta economia che quando conviene fa saltare passaggi e sviluppi, rendendo all’improvviso semplice e immediato quello che pareva insormontabile (del resto basta dire: “risolto!” e nella finzione è… risolto!). Rimane aperta una possibilità di riapertura delle vicende future dei Byrde e in qualche maniera si chiude esplicitando quello che era intuibile sottotraccia fin dall’inizio ma si faceva fatica a dire: tutti i personaggi con una coscienza e una dirittura morale vengono fatti secchi e trionfano il male, il familismo amorale e le connivenze. Un sussulto finale che che non illumina retrospettivamente quanto visto finora ma dà un minimo di nobiltà a una serie che del cinismo era interprete in tutti i sensi. (Netflix, maggio 2022)

1398 – Tromperie – Inganno di Arnaud Desplechin, Francia 2021
Il film ce lo hanno caldamente consigliato i miei genitori e io mi fido di una presentazione di MyMovies che parla di “film che dovremmo pregare di vedere. Luminoso e galvanizzante”. E non mi sfiora l’idea di dare un’occhiatina, chessò, a Rotten Tomatoes dove un 40% di consenso avrebbe dovuto farmi venire qualche dubbio (non che il sito sia le Tavole della Legge, però un’ideuzza te la fai). Vedendo il film ho poi pensato a quando si diceva “tua suora” o “tua Prinz verde”, passandosi la sfiga. Chi vede ‘sto film si fa passare la scalogna consigliandolo a qualcuno, se no non si spiega, perché Tromperie è una fetecchia delle peggiori, le fetecchie presuntuose, supponenti, compiaciute, che puntano altissimo e crollano miseramente. E che ovviamente convogliano l’apprezzamento di tutto il carrozzone critico che – non bastassero i cineasti cani – sfoga la propria frustrazione sugli spettatori mettendoli in soggezione e mandandoli poi a vedere film come questi, supposte pellicole d’autore, in realtà solo dolorosissime supposte. Tromperie o Inganno tiene fede al suo titolo e trascina lo spettatore in un tour de force dialogico sfiancante e poco riuscito, senza fascino, senza particolari intuizioni. Inganna perché è come una raffica di sberle e tu rimani frastornato. La base drammaturgica è fornita da Philip Roth, dal suo romanzo Deception (che mi mancava e che da adesso mi mancherà per sempre), di cui l’autore è anche protagonista. Si racconta del suo rapporto con una amante inglese, relazione alla base a sua volta per il romanzo nel romanzo (o nel film), in una masturbazione intellettualoide esasperante, di quelle che ti esulcerano e ti spossano. Io ho capito che avevamo preso il pacco dopo neanche 30 secondi. E pacco di quelli super. Per cominciare Roth ha la faccia di Denis Podalydès, già protagonista del funesto Imprevisti digitali. Veste i panni di Roth (vero o finto non mi importa, diciamo i panni di uno scrittore intelligente e affascinante) ed è credibile nella parte quanto un Lino Banfi. Inoltre ha le mani più brutte del creato, con le dita tozze e le unghie da bambino, e visto in questi due ultimi film francesi per me adesso ha il rating più scarso di sempre. La donna inglese con cui si trastulla con arzigogoli mentali è Léa Seydoux, pure lei credibile come inglese quanto una ugandese a interpretare una lappone. E non aiutano a dar retta al rapporto tra i due i dialoghi spezzettati, con ciance che si vogliono filosofiche e cazzeggi con pretese di poesia e profondità, sicuramente sensati su carta ma qui disidratati e coreografati in una messa in scena che vorrebbe essere ardita ma risulta solo vuota, neanche fotografata particolarmente bene, e piagata o da montaggi in asse che fanno moderno o, quando si vuole andare sul classico, da campi e controcampi con spesso palesi deficit di continuità. Ora: il regista, con una decina di film all’attivo, sarà mica un cretino, no? Boh: io volevo scappare e in quasi 50 anni di cinema m’è successo forse due tre volte. Perché era evidente subito che non si sarebbe andato a parare da nessuna parte (e sì che la confusione tra autore e protagonista era un bel tema – e lo si affronta veramente negli ultimi 10 minuti – così come il tema dell’ebraismo, sfiorato neanche male, ma solo sfiorato. Come in generale tutto il dualismo pubblico/privato, reale/romanzesco). Per il resto si cincischia, invece, si fa della poesia da strapazzo, si giochicchia con i temi cari a Roth (ma Roth lo può fare, non tu che adatti Roth!) e il risultato è una ciofeca sciagurata anche perché pretenziosa oltre ogni dire, col regista che ti dà di gomito facendo dire alla Seydoux che anni prima aveva i capelli blu. Capito? Ti faccio l’occhiolino, ti compiaccio dicendoti che era lei ne La vie d’Adele. Unico sussulto quando sullo schermo irrompe Rebecca Marder che è Valentina Cervi 20 anni fa, incredibile, veramente identica. Però, ecco: è il sussulto che può avere un rimbambito come me ed evidentemente mio padre che sarà stato conquistato anche dalla generosa e inutile capezzolata della Seydoux a inizio film. Quanto sarà costato un film così? Qualche milioncino di sicuro e io mi chiedo: ma chi sgancia i soldi – produttori, consorzi, commissioni etc. – quando vede poi questa roba, rimane allo stesso posto? Non viene giubilato con peci e piume e magari anche nerbate con bambù fresco? Io mi chiedo come si faccia, veramente. Son troppo vecchio per tollerare ancora il cinema cagone da festival, compiaciuto e compiacente con i criticonzi che poi scrivono recensioni imbellettate. E mio padre me la pagherà cara. (Cinema Ariosto, Milano, 8/5/22)

1400 – La svolta di Riccardo Antonaroli, Italia 2002
Veloce, pulito, ben fotografato, ben recitato, con diverse ideuzze e una trama ben gestita. Un piccolo film con pochi difetti (il sonoro, forse… tra romanesco rubato e raccolta bassissima dopo un po’ abbiamo messo i sottotitoli) che ci ha fatto subito simpatia. Ludovico è un ragazzo irrisolto, solitario, inconcludente. Nella sua routine irrompe il criminale Jack, pieno di forza di vivere e in fuga: l’incontro porterà conseguenze imprevedibili (belle queste note di trama da quotidiano pigro). Thriller meticciato con la commedia all’italiana, ha un finale non consolatorio e tanti rimandi al cinema nostrano che fu (anche la commedia sexy!) ma in modo funzionale e ammiccante, senza compiacimenti e citazionismo autoreferenziale. Carino e riuscito. (Netflix, 21/5/22)

(Continua – 84)

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Divine Divane Visioni (Novissime) – 84 è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Che le parole diventino pietre https://www.carmillaonline.com/2022/06/30/che-le-parole-diventino-pietre/ Wed, 29 Jun 2022 22:01:51 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=72623 di Luca Cangianti

Nicoletta Dosio, Fogli dal carcere. Il diario della prigionia di una militante No Tav, Red Star Press, 2022, pp. 137.

Le flessioni da fare nude sul pavimento a specchio, le perquisizioni umilianti, il disprezzo delle secondine, i cubicoli umidi e affollati, lo sferragliare delle chiavi nei corridoi, il cemento del cortile da misurare passo dopo passo, le parole d’amore di mogli e fidanzate gridate verso le sezioni maschili, la sala dei colloqui, «piena di parole e di sofferenza». Questo troviamo in Fogli dal carcere, un volume snello in [...]

Che le parole diventino pietre è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Luca Cangianti

Nicoletta Dosio, Fogli dal carcere. Il diario della prigionia di una militante No Tav, Red Star Press, 2022, pp. 137.

Le flessioni da fare nude sul pavimento a specchio, le perquisizioni umilianti, il disprezzo delle secondine, i cubicoli umidi e affollati, lo sferragliare delle chiavi nei corridoi, il cemento del cortile da misurare passo dopo passo, le parole d’amore di mogli e fidanzate gridate verso le sezioni maschili, la sala dei colloqui, «piena di parole e di sofferenza». Questo troviamo in Fogli dal carcere, un volume snello in cui ogni pagina investe fisicamente il lettore e la lettrice: a volte come una lancia trafigge lo stomaco, altre, come un balsamo, provoca sollievo.

Si tratta del diario di Nicoletta Dosio, insegnante pensionata di greco e latino, militante No Tav, condannata per una manifestazione pacifica al casello autostradale di Avigliana nel 2012 e finita in prigione alla fine del 2019 per aver rifiutato di «fare atto di sudditanza con la firma quotidiana» ritenendo di non aver nulla di cui rispondere.
È un libro dal quale non si esce indenni. È costruito con frasi brevi, semplici, prive di enfasi, anche a fronte degli episodi più mortificanti. La prosa è una diga di dignità che trattiene una rabbia temibile, un sentimento cresciuto in trent’anni di lotte nella Val di Susa, non solo contro opere dannose e inutili, ma contro un intero sistema sociale basato sull’ingiustizia e sullo sfruttamento. Non è casuale che leggendo queste pagine mi siano tornate in mente quelle famose e asciuttissime di Banditi (Einaudi, 1975) di Pietro Chiodi: anche lui in un’epoca diversa, durante la Resistenza, insegnò e combatté in Piemonte.

Insieme alla rabbia troviamo la nostalgia per le vecchie vigne ormai sradicate, i boschi della Clarea, gli affetti, la casa e le sue creature domestiche. Poi c’è la speranza: «che le parole diventino pietre, materia vivente per la barricata della primavera che dovrà venire.» Sono le pagine più poetiche. Parlano della luna oltre le sbarre, di un ciliegio fiorito, del volo di una coccinella, di uno scarafaggio salvato dallo scarpone di una secondina, di un concerto No Tav vicino al carcere che rafforza il morale delle detenute, del grido di un gabbiano: «sa di avventura e di malinconia» e ricorda il mare, da qualche parte, al di là delle mura.

«Da quest’esperienza una cosa l’ho imparata» conclude Dosio: «che il fine esplicito e istituzionale del carcere è quello di ridurre all’obbedienza cieca». Si tratta di «un’istituzione totale fondata su principi non certo di giustizia, ma di repressione e di vendetta, controproducente per qualsiasi volontà di riscatto.» E infatti vi troviamo rinchiusi immigrati, rom, sinti, italiani di origini umilissime e si fa di tutto per spedirci quanti più No Tav possibili, tra le migliaia di indagati. Di certo non vi soggiornano i potenti, nonostante le frequenti infrazioni delle norme da loro stessi concepite.

Infine, in un giorno di primavera, nel periodo più drammatico della pandemia, l’autrice esce: «Mentre percorro il corridoio, parte la battitura di saluto. Le trovo tutte, queste mie sorelle, affacciate ai blindi. Battono le sbarre, mi gridano saluti, mi chiedono di non dimenticarle, di raccontare di loro quando sarò fuori». Potrebbe accadere anche a voi, che, terminato il libro, vi sorprendiate a picchiare il pugno sul tavolo.

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Che le parole diventino pietre è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Banlieue del Garda https://www.carmillaonline.com/2022/06/29/banlieue-del-garda/ Tue, 28 Jun 2022 22:01:15 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=72757 di Jack Orlando

Nella tempistica tritatutto del giornalismo mainstream, come sempre, le notizie finiscono per dominare le prime pagine per pochi giorni, massimo una settimana, salvo poi sparire nel flusso indistinto delle news. Gli eventi, si sa, appaiono così auto generati ed indipendenti, perdendo completamente il loro significato complessivo. Ritorniamo quindi in controtendenza, a distanza di un mese, a un episodio che ha dominato i telegiornali nostrani per una settimana con consueti toni isterici apocalittici. E che ha calamitato su di sé l’evergreen dell’emergenza.

Peschiera del Garda, località balneare per lo struscio [...]

Banlieue del Garda è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Jack Orlando

Nella tempistica tritatutto del giornalismo mainstream, come sempre, le notizie finiscono per dominare le prime pagine per pochi giorni, massimo una settimana, salvo poi sparire nel flusso indistinto delle news. Gli eventi, si sa, appaiono così auto generati ed indipendenti, perdendo completamente il loro significato complessivo.
Ritorniamo quindi in controtendenza, a distanza di un mese, a un episodio che ha dominato i telegiornali nostrani per una settimana con consueti toni isterici apocalittici. E che ha calamitato su di sé l’evergreen dell’emergenza.

Peschiera del Garda, località balneare per lo struscio del fine settimana in quel del motore d’Italia.
Il 2 giugno un raduno di ragazzini, dalle proporzioni certamente notevoli, ha finito per diventare agli occhi del paese poco meno che un invasione barbarica.
La dinamica è semplice: una chiamata su Tik Tok aperta alla community per un raduno spontaneo aggrega, come d’altronde successo da altre parti e in altri momenti, centinaia se non migliaia di ragazzini.
Quasi fosse una sorta di innovazione di quei modelli di riappropriazione dello spazio che un tempo avremmo chiamati rave o taz; e già qui potremmo rilevare un primo elemento di interesse ma procediamo oltre.
Il raduno prende corpo e libera energie compresse, quelle energie potenti e frustrate che può provare un adolescente che per due anni non ha potuto sperimentare una socialità degna di tale nome e che spingono per essere tirate fuori. La situazione degenera velocemente e dai tuffi di gruppo, dai balli per strada, si passa senza soluzione di continuità all’assalto dei baretti, ai furti di telefoni e al vandalismo negli stabilimenti.
A sistemare le cose interviene la celere, che distribuisce manganellate e porta le cariche sulle spiagge e sul lungolago, senza che ciò sembri dare particolarmente fastidio né ai ragazzi che la fronteggiano, né al resto di un paese che ormai non trova nulla di strano perfino a vedere la polizia antisommossa che fronteggia quattordicenni in ciabatte e costume in riva a un lago.
A fine giornata, binari del treno invasi, vagoni presi d’assalto e molestie a delle ragazzine. Il solito carosello di dichiarazioni nevrasteniche, di programmi di sicurezza per blindare spiagge e stazioni dal giorno dopo, di cordoglio per la festa della repubblica rovinata ai bagnanti.

Ma non è stato banalmente tutto questo pasticcio a destare apprensione. A confluire su Peschiera sono stati soprattutto ragazzini di seconda generazione, italiani dal sangue magrebino o africano. Sono i figli delle ondate migratorie degli ultimi due o tre decenni, i figli quindi di quello strato di popolazione su cui grava un reticolo di ostacoli e ricatti che tiene in ostaggio il diritto di vita entro questi confini, relegato perlopiù ai gradini bassi del proletariato, tra lavoro sottopagato, autosfrtuttamento, precarizzazione totale della vita e attività illegale. Sono la gioventù dei palazzoni delle periferie e delle province grigie.
In questo senso incarnano un prototipo quasi perfetto delle umanità generate dal capitale: lungi dal rappresentare una marginalità mossa ontologicamente da istinti vandalici o criminali, rappresentano in primis il frutto stabile del tardocapitalismo.
Sradicati e lacerati da una doppia identità: nè arabi/africani, perché il loro paese non lo hanno forse nemmeno mai visto, se non dentro la comunità familiare, ma nemmeno italiani poiché abitanti di un paese che li rifiuta con il suo tradizionale razzismo e che non perde occasione di sottolineare loro il ruolo di subalternità che gli spetta.
Da questa gioventù ci si aspetta che segua le orme dei propri genitori e che scelga il proprio percorso al bivio tra lavoro duro e carcere, che resti quindi ferma in questo asfittico parcheggio per forza lavoro a basso costo che ci si ostina a chiamare integrazione.

È una storia che ricorda quella delle torme di giovani meridionali andati a fare da benzina per le fabbriche del nord, prima che a quel destino si ribellassero e che quelle fabbriche venissero smantellate.
Ed in fondo anche su quegli operai, per quanto italiani, si riversava un discorso razzializzante che gli cuciva addosso il vestito della bestia da soma, buona per la fatica o per la cella. È quel dispositivo della colonia attivo nel cuore della democrazia occidentale: il continuo produrre una classificazione degli umani, una divisione gerarchica, che determina il ruolo di territori e soggetti collettivi all’interno del modo di produzione, cucendogli addosso un’identità; e poco importa che essa sia definita da reazionari nazionalisti o da progressisti umanitari, ciò che è essenziale è che che costruisca i bacini di forza lavoro da riversare nei diversi campi dello sfruttamento.

Tornando ai giovani di Peschiera; ad una vita inabitabile e a delle prospettive che sarebbero desiderabili in fondo solo a un masochista, il teppismo non può che rispondere come una pratica, sicuramente fallace, ma assolutamente liberatoria. Distruggi ciò che ti distrugge, era il brillante slogan di una formazione politica ormai quasi dimenticata; potrebbe essere il credo senza tempo di ogni giovane senza speranza.
E d’altronde, come potrebbero degli squattrinati ragazzini viversi le location dell’estate senza la possibilità di pagare per questo diritto allo svago? Semplicemente assaltandolo.
Se non posso affittare il lettino sulla battigia, possiamo invadere insieme l’intera spiaggia. Se devo essere guardato male mentre cammino sul corso, per il doppio taglio o per il colore della pelle, allora ti devasto la strada e lo faccio con le bandiere della mia terra. Se una pattuglia di poliziotti si fermerebbe a controllarmi solo per la mia immagine, tanto vale offrire un motivo camminando sulle macchine e saltando su quei ridicoli trenini per turisti. Se di norma devo scegliere tra pagarmi il biglietto del treno o poter fare un aperitivo al chiosco, per una volta mi prendo entrambi occupando in massa il treno e non pagando quello che consumo. Prendersi la merce, prendersi la città. Farlo platealmente e rivendicarlo quando la dimensione collettiva ne garantisce la possibilità. Semplice, limpido.

Attenzione, non vogliamo qui fare una mitologia del teppismo o qualche pantomima sui giovani immigrati stile bon sauvage. Ci limitiamo a registrare un fatto e a coglierne le possibili implicazioni: a Peschiera una soggettività finora ignorata ha finalmente imposto la sua presenza all’intero paese. E ne ha mandato in corto circuito le capacità di risposta.
Per i sovranisti è venuto meno lo spauracchio dell’extracomunitario violento: è vero che sono figli di immigrati, ma sono nati qui, hanno fatto le scuole qui, e a fare i teppisti con loro ci sono anche giovani bianchi e puramente italici, come facciamo a rimandarli al paese loro se ci sono già? Colti da isteria, non possono fare altro che dichiarare, come nel celebre film, con enfasi e aria grave che la repressione è l’unica cura, l’unica risposta civile a questa barbarie.
Dal canto loro, per i filantropi dell’umanitarismo progressista, è difficile “guardare alla complessità” della situazione o invocare comprensione per questi giovani, vittime del disagio e del razzismo, quando questi stessi ragazzi si rivendicano fieramente che per un giorno “Peschiera è Africa” e molestano delle ragazzine palpeggiandole e intimandogli che quello su cui viaggiano “non è un treno per bianche”; balbettano i democratici, e poi scuotono tristemente il capo constatando il fallimento della loro cultura dell’integrazione.

Non è un caso che alla fine si sia concentrata quasi tutta l’attenzione mediatica, politica e giudiziaria sulle molestie sessuali a bordo del treno; l’unico tema su cui si poteva convergere nella condanna unanime e si poteva archiviare il tutto facendo rientrare l’accaduto dentro il perimetro di una atavica e violenta pulsione sessuale da trogloditi che i suddetti giovani, ancora a metà del loro apprendistato al vivere civile, si portano appresso, peccato originale, dalle loro origini tribali e retrograde. Come quelli che al capodanno milanese non hanno semplicemente, in quanto maschi, molestato delle ragazze, ma hanno praticato un Taharrush Jama’i, un rituale pagano, terribile e lontano da noi. Come se l’Italia non fosse un baluardo della violenza patriarcale, come se questa gioventù, immigrata e non, non crescesse con dei modelli di mascolinità pateticamente artefatta e rozza.

Qui è possibile cogliere probabilmente anche il senso dell’imbarazzato silenzio della cosiddetta sinistra antagonista, il cui riflesso pavloviano, in assenza di schemi di lettura, si limita ad anatemi o esaltazioni sul fenomeno del momento. Ma non si possono condannare i giovani razzializzati e delle classi popolari, nè si possono assumere degli stupratori potenziali, per di più, anche un po’ razzisti. La stessa cultura di appartenenza delle bande di Peschiera è una cultura troppo lontana e spigolosa per essere assunta tal quale. È la sottocultura della Trap, con le sue mitologie gangsta, che parla di spaccio e di pistole, di contanti sporchi e macchine rubate, dove gli altri sono fratelli o prede e le donne pezzi di carne (si, lo sappiamo che c’è anche altro, ma qui non stiamo facendo né sociologia né critica musicale).
Certo, quanto di più liberista possibile, ma non sembra esserci all’orizzonte una dimensione alternativa in grado di influenzare immaginari altri. E in questa pesante assenza, questo genere di sottocultura è quanto più si avvicini ad una idea di liberazione dal lavoro, di autoemancipazione. E questa gioventù lo sa bene, nessuno vuole crepare in cantiere o sulla bici di Glovo, tutti vogliono i soldi per fare una vita piena.

D’altronde non serve il poster di Lenin in cameretta per sapere che si vivrebbe molto meglio senza sgobbare sotto padrone. Viene in mente il discorso famoso di un mitologico teppista milanese degli anni ‘70. “Noi volevamo stare meglio, vivere meglio: mangiare, bere, scopare, essere liberi più di prima. Non volevamo andare a morire all’Innocenti”. A quei giovani proletari di ieri era il movimento rivoluzionario a dare questa prospettiva, ai ragazzi del 2 giugno, sono Baby Gang e Massimo Pericolo. Distanze siderali che convergono su di una semplicissima istanza, comune e primitiva, vecchia come il mondo.

A Peschiera è emersa, almeno per un momento, una soggettività selvaggia che è irriducibile tanto ai vittimismi quanto alle criminalizzazioni stereotipate e alle apologie utopiche. È emersa la banlieue che conoscevamo solo oltralpe, quella dei figli bastardi della metropoli; è il battesimo all’italiana di una figura che è venuta a galla per restare è che impone ci si rapporti a lei, alle sue contraddizioni e potenzialità.
A Peschiera di politico non c’era nulla. Di pre-politico, tutto o, perlomeno, l’essenziale.

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Armi letali /2: Aggressione militare, difesa della Patria e disfattismo rivoluzionario in un articolo di Amadeo Bordiga del 1949 https://www.carmillaonline.com/2022/06/27/armi-letali-2-aggressione-e-difesa-della-patria-e-della-nazione-in-un-articolo-di-amadeo-bordiga-del-1949/ Mon, 27 Jun 2022 20:00:12 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=72465 [In tempi in cui pretesi filosofi “marxisti” come Slavoj Zizek dichiarano che non è di sinistra chi non appoggia l’invio di armi all’Ucraina, potrebbe rivelarsi estremamente utile la rilettura di un testo, apparso per la prima volta sul n° 13 del 1949 della rivista «Prometeo» del Partito Comunista Internazionalista, in cui si dimostra come tanta parte del dibattito contemporaneo, spesso confuso e sconclusionato (soprattutto nel caso in cui si parli di Patria, diritti, aggressione, diritto alla difesa, Nazione e guerra) sia stato ampiamente anticipato e superato da riflessioni che soltanto la solerte [...]

Armi letali /2: Aggressione militare, difesa della Patria e disfattismo rivoluzionario in un articolo di Amadeo Bordiga del 1949 è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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[In tempi in cui pretesi filosofi “marxisti” come Slavoj Zizek dichiarano che non è di sinistra chi non appoggia l’invio di armi all’Ucraina, potrebbe rivelarsi estremamente utile la rilettura di un testo, apparso per la prima volta sul n° 13 del 1949 della rivista «Prometeo» del Partito Comunista Internazionalista, in cui si dimostra come tanta parte del dibattito contemporaneo, spesso confuso e sconclusionato (soprattutto nel caso in cui si parli di Patria, diritti, aggressione, diritto alla difesa, Nazione e guerra) sia stato ampiamente anticipato e superato da riflessioni che soltanto la solerte opera di rimozione e censura preventiva esercitata dallo stalinismo togliattiano e dai suoi epigoni (rispetto ai quali Gabrielli e Urso sembrano soltanto dei principianti) ha potuto tener lontano da un pubblico antagonista e antisistemico desideroso di trovar risposte alle necessità di lotta e opposizione poste all’ordine del giorno dalle sempre più pressanti contraddizioni socio-economiche e interimperialiste. Il testo è stato lasciato nella sua integrità, evidenziandone in grassetto le parti più significative, anche per mantenerne intatte l’ironia e lo stile di Bordiga, che mai si era definito filosofo e mai aveva dimenticato l’undicesima tesi di Karl Marx su Feuerbach. Unico nel suo tempo e ancora in quello attuale e per questo ancora ben confacentesi a ciò che contraddistingue generalmente i testi pubblicati su Carmilla. Sandro Moiso]

Aggressione all’Europa

Guerre di difesa e di aggressione, grossa polemica allo scoppio del conflitto europeo nel 1914 su questa distinzione, nei riguardi dell’atteggiamento dei socialisti.
Per i benpensanti è un quesito semplice, al solito. Governo, Stato, Patria, Nazione, Razza, senza andare troppo per il sottile, sono assimilati ad un unico soggetto con ragione torto diritto e dovere, come tutto si riduce alla Persona Umana, e alla dottrinetta sul suo comportamento, pigliala vuoi dalla morale cristiana, vuoi dal diritto naturale, vuoi dall’innato senso della giustizia e dell’equità, e quando si parla più difficile dalla eticità dell’imperativo categorico. E allora come l’uomo giusto e alieno dal male, se assalito, si difende dall’aggressore – lasciando per un momento da parte l’affare dell’altra guancia – così il Popolo assalito ha diritto di difendersi, la guerra è cosa barbara ma la difesa della patria è sacra, ogni cittadino deve democraticamente pronunziarsi per la pace e contro le guerre, ma dall’attimo in cui il suo Paese è aggredito deve correre alla difesa contro l’invasore! Questo vale per il singolo, vale per tutta la Nazione fatta Persona, vale dunque anche per i partiti a loro volta mossi e trattati come soggetti personificati nei loro obblighi, vale per le classi.
Ne venne fuori il tradimento generale del socialismo, il guerrafondaismo su tutti i fronti, il trionfo in tutte le lingue del militarismo. E non meno ovviamente non ci fu guerra che lo Stato e il Governo che la conducevano non qualificassero di difesa.

La polemica marxista naturalmente fu impostata sgombrando il campo di tutte quelle fantomatiche persone ad una testa, a più teste, o senza testa, o senza testa e colla testa altrui sul collo, riponendo al loro posto il carattere e la funzione di quegli organismi che sono le classi, i partiti, gli Stati, aventi una propria dinamica storica per indagare la quale a nulla servono i buoni principii morali.

Si rispose ai borghesi che i proletari non hanno patria e che il partito proletario persegue i suoi fini colla rottura dei fronti interni, cui le guerre possono offrire ottime occasioni; che non vede lo sviluppo storico nella grandezza o nella salvezza delle nazioni; che nei congressi internazionali era già impegnato a spezzare tutti i fronti di guerra cominciando ove meglio si poteva.

Si dispersero in una lunga lotta non solo verbale i falsificatori del marxismo, i quali in vari modi e in varie lingue si provarono a smantellare la teoria che il proletariato può costituirsi in classe nazionale, in primo tempo, solo con l’attuare contro la schiacciata borghesia la sua dittatura, come Marx insegnò, e vi sostituirono l’altra, spudorata, che esso e il suo partito assumono carattere nazionale sol che la democrazia politica e il liberalismo siano stati attuati.

Si chiarì lungamente come siano diversi i problemi delle conseguenze che le guerre, il loro procedere e il loro scioglimento hanno sulle vicende interne e mondiali della lotta di classe socialista e, del comportamento del partito socialista nei paesi in guerra, essendo condizione di ogni sfruttamento di condizioni nuove o di nuove fragilità di regimi, la continuità, la autonomia, la fiera opposizione classista, la disposizione teorica e materiale alla guerra sociale interna, del partito rivoluzionario.

Negata ogni adesione alla guerra degli Stati o dei governi, cadeva ogni discriminazione sulla guerra di difesa o di offesa, ogni scusante che da tali oblique distinzioni potesse sorgere per giustificare il passaggio dei socialisti nei fronti di unione nazionale.
D’altra parte la vacuità dei confronti colla zuffa di due persone sta nella diversa portata dei concetti di aggressione e di invasione. Anche i due mocciosi in rissa badano a berciare che il primo è stato lui, ma quando si invoca la integrità del territorio il caso è molto diverso. Nelle guerre di una volta, e in larga misura nella Prima Guerra Mondiale, la guerra pesava sull’incolumità dell’individuo in quanto soldato spedito a combattere, ma il rischio di morte per il civile lontano dal fronte era praticamente nullo. Se invece un territorio veniva invaso dall’esercito avversario, ecco sorgere il solito quadro della distruzione dei beni delle case dei focolari della famiglia, la violenza sulle donne e sugli indifesi e così via, tutto materiale di propaganda cui si fece largo ricorso per trarre i partiti socialisti nell’agguato. Anche il lavoratore nullatenente, si disse, maturo a lottare per i fini di classe, ha qualcosa da perdere e vede minacciati vitali suoi interessi in senso materiale ed immediato, se un esercito nemico invade la città o la campagna in cui vive e lavora. Deve dunque correre a ributtare l’invasore. Tesi letterariamente robusta. Siamo alla difesa organizzata nel castello dell’Innominato contro i Lanzichenecchi predoni, siamo al ritmo della Marsigliese: ils viennent jusque dans nos bras égorger nos fils et nos compagnes…

In risposta a tante piacevolezze i marxisti stabilirono cento volte che senza affatto rinunziare alla valutazione, critica e storica, dei caratteri distintivi tra guerra e guerra nella loro ripercussione sugli sviluppi delle lotte sociali e sulle crisi rivoluzionarie, tutti questi motivi di giustificazione della guerra, usati al fine di trovare carne da cannone e disperdere i movimenti e i partiti che traversano la strada al militarismo, sono inconsistenti e si distruggono tra di loro. Il motivo abusatissimo dell’aggressione e quello non meno sfruttato dell’invasione possono stare in contrasto. Uno Stato può prendere l’iniziativa della guerra ma, se ha dei rovesci militari, la sconfitta può esporre in breve i suoi territori all’invasore, come dalla già ricordata togliattiana teoria dell’inseguimento dell’aggressore.

Non meno contraddittori sono gli altri famosi motivi tratti dalle rivendicazioni nazionali e irredentiste, e quelli che molti marxisti di bocca buona allinearono per giustificare l’appoggio a guerre coloniali, che valevano a diffondere in paesi “barbari” i caratteri della moderna economia capitalistica. La guerra anglo-boera del 1899-900 fu una palese aggressione, i coloni boeri di razza olandese difesero la patria la libertà nazionale e il territorio violato, ma i laburisti riuscirono a giustificare come progressiva la impresa britannica. Nel maggio 1915 quella dell’Italia all’Austria ex-alleata fu palese aggressione, ma la giustificarono – i vari socialtraditori – col motivo della liberazione di Trento e Trieste e con l’altro della “guerra per la democrazia”, senza imbarazzarsi del fatto che dall’altro lato l’Austria-Ungheria era alle prese con gli eserciti dello Zar.

Un caso classico è riportato nel libro interessantissimo di Bertram D. Wolfe Three made a revolution1, vera miniera di dati storici, con ogni riserva sulla linea propria dell’autore.
Il 6 febbraio 1904 i giapponesi, alla Pearl Harbour, attaccano e liquidano la flotta russa davanti a Port Arthur senza dichiarazione di guerra. Palese aggressione. Dopo il lungo assedio da terra e da mare la cittadella cade nel gennaio del 1905. Lutto nero per il patriottismo russo. Nel Vperiòd del 4 gennaio 1905 Lenin scrive frasi come le seguenti: “Il proletariato ha ogni motivo di rallegrarsi… Non il popolo russo ma l’assolutismo ha subito una disfatta vergognosa: la capitolazione di Port Arthur è il prologo della capitolazione dello zarismo. La guerra è lontana dalla fine ma la sua continuazione solleva ad ogni passo l’inarrestabile fermento ed indignazione delle masse russe, ci porta più vicini al momento di una nuova grande guerra, la guerra del popolo contro l’assolutismo”.

Tutta la questione merita maggiori analisi se si vuol chiarire l’insieme dei problemi sui rapporti storici tra assolutismo borghesia e proletariato, sciogliendo mediante la dialettica marxista la pretesa contraddizione che il citato autore vede tra i tempi storici della dottrina e dell’opera leninista – ci basti ora notare che lo scritto dell’esule isolato vive dello stesso contenuto della gigantesca battaglia rivoluzionaria russa del 1905, sorta dalla disfatta nazionale pochi mesi oltre.

Passano quarant’anni e il 2 settembre del 1945 il Giappone battuto dagli Americani colle atomiche di Hiroshima e Nagasaki capitola senza condizioni. Benché la Russia non abbia dichiarata la guerra ai nipponici che nelle ultime ore, il Maresciallo Stalin dirama un Indirizzo di Vittoria, che testualmente dice: “La disfatta delle truppe russe nel periodo della guerra russo-giapponese lasciò un ricordo doloroso nelle menti dei nostri popoli. Fu una oscura macchia sul nostro paese. Il nostro popolo ebbe fede ed attese il giorno in cui il Giappone sarebbe stato disfatto e la macchia cancellata. Noi della vecchia generazione abbiamo atteso questo giorno per quarant’anni. Ed ora questo giorno è venuto!”.

La suggestiva storia delle adesioni alle guerre fornisce dunque argomenti decisivi in sostegno del disfattismo rivoluzionario di Lenin, della norma tattica che i partiti proletari non possono in questo campo entrare nella via della minima concessione, senza porre la classe operaia alla mercé delle mosse degli Stati militari. Basterà che questi creino con un breve telegramma la mossa irreparabile, perché il pericolo per la nazione il suo suolo e il suo onore sia determinato, ed ogni sensibilità a tali argomenti sarà la rovina del movimento di classe nazionale e internazionale.
Quando l’aggressione italiana del 1915 condusse col rovescio di Caporetto alla invasione, si fece vacillare la meritoria opposizione dei socialisti italiani, nel grido di Turati: “La patria è sul Grappa!” malgrado che il suo fratello intellettuale Treves avesse osato ammonire: “Un altro inverno non più in trincea!”.

Più ancora, gli Stati borghesi e i partiti di governo coniarono la teoria degli spazi vitali, della invasione preventiva, della guerra preventiva, motivandola con argomenti di salute nazionale. Motivi tutti non privi di reale consistenza storica, ma che non devono smuovere i rivoluzionari, come non devono smuoverli i motivi di difesa e di libertà del più candido e innocentino – se ci fosse – dei governi capitalisti. La stessa guerra del 1914, strombazzata aggressione teutonica, fu una guerra preventiva inglese. Ogni governo vede dove vuole i suoi interessi e i suoi spazi vitali; è un gioco di secoli quello inglese di avere le proprie frontiere sul Reno e sul Po, e questo gioco avrebbe salvato tante volte la Libertà, mentre la avrebbe offesa a morte la pretesa di Hitler di avere le frontiere vitali oltre i Sudeti e a Danzica… pochi chilometri fuori o anche pochi chilometri dentro casa, nell’ineffabile democratico capolavoro versagliese del corridoio polacco.

Le guerre potranno volgersi in rivoluzioni a condizione che, qualunque sia il loro apprezzamento, che i marxisti non rinunziano a compiere, sopravviva in ogni paese il nucleo del movimento rivoluzionario di classe internazionale, sganciato integralmente dalla politica dei governi e dai movimenti degli Stati Maggiori militari, che non ponga riserve teoriche e tattiche di nessun genere tra sé e le possibilità di disfattismo e di sabotaggio della classe dominante in guerra, ossia delle sue organizzazioni politiche statali e militari.

Nel numero precedente di questa rivista abbiamo del resto chiarito che questo proclamato disfattismo non è grande scandalo, avendolo tutti i nostri avversari, sia sedicenti rivoluzionari che borghesi autentici, in vari casi e luoghi decantato e applicato. Solo che in tutti questi casi il contenuto dialettico del disfattismo non è la conquista rivoluzionaria di un nuovo regime di classe, ma un semplice mutamento di stati maggiori politici nel quadro dell’ordine borghese vigente, e i disfattisti di tal tipo rischiano molte parole e poca pelle per il solo incentivo che un dato regime cadrà solo se sconfitto in guerra, e solo se cadrà si aprirà per essi uno spiraglio al successo personale ed a cariche di potere. Basta loro tanto poco – e sono poi gli stessi gentiluomini dei motivi patriottici nazionali liberi e democratici – per approvare che il paese e la sua popolazione nel senso materiale, e giusta la tecnica moderna di guerra, siano schiacciati da bombardamenti distruttivi e dilaniati da tutte le manifestazioni irreparabili dell’azione bellica e dell’occupazione militare.

Ciò ribadito una ennesima volta, vediamo che razza di guerra sarebbe la eventuale prossima dell’America per cui si votano crediti militari immensi, si fanno riunioni di Stati Maggiori e si danno ordini di preparazione e dettami strategici a paesi stranieri e lontani. Potrebbe risultare la più nobile delle guerre sotto il profilo dei lodati argomenti letterari, potrebbe riuscire ad avere di contro figure più nere dei Cecco Beppe, dei Guglielmone, dei Beniti, degli Adolfi, dei Tojo, di un rinato con essi Nicola dalle mani goccianti sangue, essa non indurrebbe i marxisti rivoluzionari a dare parole di attenuazione della lotta antiborghese e antistatale, ovunque.

Ciò non toglie diritto ad analizzare questa guerra e a definirla come la più clamorosa impresa di aggressione di invasione di oppressione e di schiavizzamento di tutta la storia. Non si tratta solo di una guerra eventuale ed ipotetica poiché essa è già in atto, essendo tale impresa legata da stretta continuazione con gli interventi nelle guerre europee del 1917 e del 1942, ed essendo in fondo il coronamento del concentrarsi di una immensa forza militare e distruttrice in un supremo centro di dominio e di difesa dell’attuale regime di classe, quello capitalistico, la costruzione dell’optimum delle condizioni atte a soffocare la rivoluzione dei lavoratori in qualunque paese.

Tale processo potrebbe svilupparsi anche senza una guerra nel senso pieno tra Stati Uniti e Russia, se il vassallaggio della seconda potesse essere assicurato, anziché con mezzi militari e una vera e propria campagna di distruzione e di occupazione, con la pressione delle forze economiche preponderanti della massima organazione capitalistica nel mondo – forse domani lo Stato unico Anglo-Americano di cui già si parla – con un compromesso attraverso il quale la organizzazione dirigente russa si farebbe comprare ad alte condizioni; e Stalin avrebbe già precisata la cifra in due miliardi di dollari.

Sta di fatto che le prepotenze di quei citati aggressori storici europei che si dannavano per una provincia o una città a tiro di cannone, fanno ridere di fronte alla improntitudine con cui si discute in pubblico – ed è facile arguire di che tipo saranno i piani segreti – se la incolumità di Nuova York e di San Francisco si difenderà sul Reno o sull’Elba, sulle Alpi o sui Pirenei. Lo spazio vitale dei conquistatori statunitensi è una fascia che fa il giro della terra; è il punto di arrivo di un metodo cominciato con Esopo quando il lupo disse all’agnello che gli intorbidiva l’acqua pur bevendo a valle. Bianco nero e giallo, nessuno di noi può ingollare un sorso d’acqua senza intorbidire i cocktails serviti ai re della camorra plutocratica nei night-clubs degli Stati.

Quando i reggimenti americani sbarcarono la prima volta in Francia i tecnici militari risero e gli Stati Maggiori anglo-francesi pregarono di ridar loro subito i pochi tratti di fronte occidentale consegnati, se non si voleva vedere subito Guglielmo a Parigi. I boys, ubriachi allora ed oggi, avrebbero però ben potuto rispondere che c’era poco da sfottere, e vediamo oggi i sorci verdi di un militarismo che surclassa quelli della nostra storia plurimillenaria. Sono i soldi i capitali gli impianti produttivi che contano per fare la guerra; l’abilità militare e il coraggio sono merci in vendita sul mercato mondiale, ricchissimo di superfurbi e di superfessi.

Si vantarono fin da allora di una prima vittoria, arricciarono il naso per aver dovuto uscire, sulla scia degli inglesi, dal loro isolazionismo, si ritrassero dopo aver disegnata una Europa più assurda di quella che, se ce l’avessero fatta, avrebbero disegnata Tamerlano o Omar Pascià. Venti anni di pace erano quello che ci voleva per la preparazione, e la consacrazione alla Libertà super-statuata, di una superflotta una superaviazione e un superesercito. Al servizio della superaggressione.

Nell’intervallo i coloni del Far West si sono anche ripuliti in fatto di alfabeto e hanno perfino studiata la storia, senza rinunziare alla ineffabile comodità di essere senza storia. Al secondo sbarco in Normandia non si sa se Clark o un altro graduato, giunto alla tomba del generale francese che lottò per l’indipendenza americana, ha trovato la frase sensazionale: “Nous voici, Lafayette!”. Ossia siamo venuti per ricambiare la finezza e liberare la Francia.

Ed infatti come a Mosca insegnano nei manuali di storia che Vladimiro Ulianoff detto Lenin chiese ed ottenne dallo Zar Nicola di poter formare un corpo di volontari per correre alla difesa della Manciuria contro i giapponesi, così insegneranno a Washington come il francese Lafayette, nella alleanza di tutte le forze democratiche mondiali capitanata dalla libera Inghilterra, combatté per liberare l’America del Nord, fino ad allora colonia oppressa dei tedeschi, che da allora in tutte le guerre mirano ad attaccarla e riconquistarla. Ed in una prossima edizione può darsi che i manuali yankee parlino addirittura di una lotta di emancipazione coloniale contro il conquistatore moscovita, le cui esose intenzioni di rivincita sono evidenti da quando cominciò col vendersi l’Alaska per poche libbre di oro.

Neanche nella seconda impresa le gesta militari sono state di prim’ordine, ma anche in fatto di bravura di guerra la quantità si trasforma in qualità. A proposito di Clark dicono che proprio in America gli negano la gloria della battaglia di Cassino. Avranno forse scoperto che non vi è mai stata una battaglia a Cassino, e non vi è mai stata una linea Gustavo, come possono attestare poche decine di soldati tedeschi rimasti incolumi e varie centinaia di migliaia di italiani civili bombardati sanguinosamente per cinque mesi, fino a che non si trovarono da fare avanzare alcuni reparti di polacchi, di italiani e, nella direttrice Sessa-Ausonia, di marocchini che si occuparono di violare tutte le donne dai dieci ai settanta anni e qualche altro ancora, agganciando meno deutsche grenadiere di quanti banditi di Giuliano aggancino le forze romane di polizia.

Tra le grandi decisioni del sinedrio americano militare per i fatti di Europa c’è dunque il riarmo italiano. Strana la parte dell’Italia in tutto questo muoversi di colossi, dopo che negli ultimi decenni la potenza demografica non è più il primo fattore di forza militare.
Dopo essere stata nella Prima Guerra sulle soglie di almeno un grande tentativo di disfattismo rivoluzionario, nella Seconda il nostro paese ne ha vissuto in pieno uno di disfattismo borghese.
In sostanza nessuno ha scalzato alle spalle la guerra dei fascisti nel periodo delle fortunate imprese di guerra tedesche. Molti hanno disfattisticamente sperato, ma per fatto personale. Mussolini era tra loro e la voluttà del potere. Qui tutto. Non potevano scalzare alle spalle l’esercito di Benito e di Hitler, standosene alle spalle degli eserciti avversari.
Nell’autunno del 1942 si diffuse la notizia che le forze di sbarco americane, dopo le lunghe discussioni, e reciproche insidie, cogli alleati russi che giorno per giorno si svenavano senza misura sul secondo fronte, erano sulle coste del Marocco, con un chiaro itinerario: il Mediterraneo, la penisola italiana.

Erano tappe di una unica invasione, passata da Versailles nel 1917-18, diretta a Berlino. Solo a Berlino? No, insensati allora plaudenti, diretta anche a Mosca. Per grandi specialisti della sensibilità al mutarsi della storia, siete in ritardo oggi nel gridare alla minaccia imperiale e all’aggressione. Sarebbe poco essere in ritardo, siete senza più fiato nella strozza, non potete più risuscitare e mandare in senso opposto i milioni di caduti di Stalingrado. Nessuno vi risponderà.

Quella notizia doveva bastare a prevedere il calvario che avrebbe traversato il paese italiano. A fini di classe, a fini di rivoluzione, il marxista attira sulla zona dove opera anche maggiori cataclismi. Ma qui si trattava di pura cecità. Aveva più senso storico la radio fascista che cantava una canzonetta di propaganda, per trarre acqua al proprio mulino sia pure, ma adatta oggi a passare nelle bocche degli alleati di ieri dell’America strapotente, dei tripudianti per il fallimento della classica contromossa militare italo-tedesca nella Tunisia, garantita in primo tempo alla Francia neutralizzata, contromossa giocata bene tecnicamente dall’ultimo esercito italiano da Scipione in poi (godiamo del fatto che non vi saranno più eserciti italiani senza altri aggettivi, più godremo quando eserciti non ve ne saranno con nessun aggettivo), ma che per lo strapotere dei mezzi accumulati sull’altra riva atlantica in tutta calma, mentre i cadaveri europei si ammonticchiavano davanti al Volga, non evitò la sanguinosa farsa del bagnasciuga.
Godevano del roseo futuro i patrioti, i nazionali, i popolari italiani.

Ma quale era la canzonetta, fascista ma non tanto scema? Ricordava che Colombo era italiano e diceva nel ritornello: “Colombo, Colombo, Colombo, chi te l’ha fatto fa’?”.
Secondo una moda già invalsa, temo forte che Stalin dovrà far scoprire dagli storici di Mosca che Colombo era russo.


  1. traduzione italiana: Bertram D. Wolfe, I tre artefici della Rivoluzione (Lenin, Trozki, Stalin), La Nuova Italia, Firenze 1953, nella collana Documenti della crisi contemporanea  

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Armi letali /2: Aggressione militare, difesa della Patria e disfattismo rivoluzionario in un articolo di Amadeo Bordiga del 1949 è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Anatomia del potere nel teatro di Pasolini https://www.carmillaonline.com/2022/06/26/lanatomia-del-potere-nel-teatro-di-pasolini/ Sun, 26 Jun 2022 21:00:27 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=72726 di Paolo Lago

Georgios Katsantonis, Anatomia del potere. Orgia, Porcile, Calderón. Pasolini drammaturgo vs Pasolini filosofo, Metauro, Pesaro, 2021, pp. 298, euro 22,00.

La dimensione del corpo è indubbiamente fondamentale nell’intera opera di Pasolini: nella poesia, in cui spesso ad essere rappresentato è lo stesso corpo del poeta, rivestito della sua dimensione fisica più autentica, senza filtri estetici; nella narrativa, da Ragazzi di vita, in cui la stessa città di Roma sembra trasformarsi in corpo che cresce e soffre insieme ai corpi dei ragazzi sottoproletari, fino a Petrolio, in cui il [...]

Anatomia del potere nel teatro di Pasolini è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Paolo Lago

Georgios Katsantonis, Anatomia del potere. Orgia, Porcile, Calderón. Pasolini drammaturgo vs Pasolini filosofo, Metauro, Pesaro, 2021, pp. 298, euro 22,00.

La dimensione del corpo è indubbiamente fondamentale nell’intera opera di Pasolini: nella poesia, in cui spesso ad essere rappresentato è lo stesso corpo del poeta, rivestito della sua dimensione fisica più autentica, senza filtri estetici; nella narrativa, da Ragazzi di vita, in cui la stessa città di Roma sembra trasformarsi in corpo che cresce e soffre insieme ai corpi dei ragazzi sottoproletari, fino a Petrolio, in cui il corpo emerge nei suoi aspetti più strettamente legati ad un eros annientatore; nel cinema, in cui ad essere rappresentati sono i corpi di sottoproletari votati al sacrificio, come Accattone, Ettore o Mamma Roma, o quelli di personaggi inseriti in un «carnevale di stili e di sessi», come ha scritto Barthelemy Amengual a proposito di Medea. Sicuramente, anche nel teatro pasoliniano il corpo riveste un ruolo di primo piano, basti ricordare questi versi di Calderón: «Tu sei qui perché hai un corpo. / Senza corpo non ci sarebbe vergogna, sofferenza e morte, / e quindi non ci sarebbe espiazione». Adesso, ad analizzare la ‘funzione-corpo’ nel teatro di Pasolini, interviene un ricco e ben documentato saggio di Georgios Katsantonis, oggetto del quale non è tanto «definire la centralità del corpo» nel teatro dell’autore, quanto invece «capire come essa si esprima e quali segni emetta».

Il saggio si concentra su tre tragedie di Pasolini: Orgia, Porcile e Calderón. Come specifica l’autore, «l’analisi condotta indaga i seguenti snodi tematico-testuali: 1) il corpo in preda al desiderio sadomasochistico (Orgia), 2) il corpo con la sua viscerale motivazione erotica che sconfina nella zooerastia (Porcile), 3) il corpo imprigionato tra scissione e visionarietà (Calderón)». Le tre opere selezionate «illustrano un tentativo di lettura del potere nelle sue varie declinazioni simboliche», con lo scopo «di far risaltare la concezione filosofica e l’impegno politico che si nascondono dietro le drammaturgie pasoliniane». Viene quindi attuata una vera e propria «anatomia del potere» nelle tre opere teatrali di Pasolini dimostrando come, in esse, sia lo stesso potere a manovrare i corpi degli individui: un potere, come quello della società dei consumi del neocapitalismo, che assume connotazioni simboliche che lo avvicinano a quello attuato da dittature sanguinarie come il fascismo e il nazismo.

L’analisi di Katsantonis parte da Orgia, un’opera teatrale composta (come le altre) nel 1966, l’unica allestita da Pasolini stesso. I due protagonisti, l’Uomo e la Donna, marito e moglie, sono chiusi nella loro camera borghese e praticano esperienze sadomasochiste «per scoprire una nuova libertà all’interno della prigionia sociale». Entrambi sono desiderosi della morte e si uccidono, «trascinati nella confusione tra vittima e carnefice dalle loro pulsioni oscure e violente». L’autore prende in esame Orgia mediante un’ottica comparata, a partire da una lettura della Philosophie dans le boudoir di Sade. Questo rapporto erotico basato sul sadomasochismo, sullo scambio di ruoli fra vittima e carnefice, assume le connotazioni metaforiche di una riflessione critica sulla società e sul potere. Il corpo appare schiavo delle dinamiche imposte da quest’ultimo, all’interno di un feticismo che diviene anche e soprattutto feticismo delle merci. Gli oggetti dell’adorazione feticistica – che rappresentano le merci nella società consumistica – sono diventati le catene che schiavizzano i corpi dei personaggi, nello stesso modo in cui l’adorazione della merce schiavizza i corpi degli individui all’interno della società neocapitalistica. Se l’Uomo appare totalmente schiavizzato nel corpo da questo rapporto feticistico dominato dal potere, la Donna assume diverse connotazioni di resistenza a quello stesso potere. Infatti, come nota lo studioso, spesso, «le donne nell’opera di Pasolini rappresentano l’elemento di rottura e di resistenza alla corruzione e all’ideologia dominante della società. Hanno un ruolo socio-politico eversivo che definisce una figura frequente nel cinema e nel teatro pasoliniano: quello della vittima del Potere, in cui si crea anche una sorta di parallelismo tra il “diverso” e la donna». Possiamo ricordare Anna Magnani-Mamma Roma, figura materna e prostituta (le prostitute, infatti, secondo Sade – e non da ultimo anche secondo Pasolini – come scrive l’autore, «sono le uniche donne degne di rispetto e le più sagge»), oppure Medea, interpretata da Maria Callas, vera e propria rappresentante del sacro nella società desacralizzata della Grecia in cui regna Creonte e nella quale viene condotta da Giasone, una società che rappresenta la razionalità della moderna borghesia; oppure, ancora, Silvana Mangano-Lucia in Teorema (1968) o, nello stesso film, Emilia, interpretata da Laura Betti, l’unica che, toccata dalla sacralità dell’Ospite, si distacca da una società borghese per fare ritorno agli spazi di un’Italia paleoindustriale e contadina che sta scomparendo. Se il sesso, in Orgia come in Teorema, è un sostituto del sacro, una espressione vitale e innocente (come nella Trilogia della vita), l’eros imposto dal potere, come in Salò, è invece una violenza effettuata sui corpi degli individui, come l’obbligo del godimento all’interno della società dei consumi.

Il secondo capitolo prende in esame Porcile, un’altra pièce teatrale pasoliniana abbozzata nel 1966 e riscritta tra la fine del 1967 e l’inizio del 1968, attraverso un’analisi comparata che include anche il film omonimo del 1969. Julian, il giovane figlio di un ricco industriale della Germania del 1967, non è né ubbidiente né disubbidiente nei confronti dell’autorità paterna e perciò, secondo lo studioso, presenta un carattere spiccato di alterità. Quest’ultima si configura come un’assenza di identità sociale: Julian rifiuta qualsiasi aspetto della sua vita borghese, incluso l’amore della giovane Ida, per ritirarsi a compiere infinitamente il suo unico atto d’amore, l’accoppiamento con i maiali. Se in tale atto è da intravedere appunto una marginalità sociale del personaggio all’interno della quale appare evidente la sua omosessualità, esso presuppone comunque anche una qualche forma di protesta, che emerge soprattutto durante il dialogo con Spinoza nel porcile (scena che sarà poi eliminata nella versione cinematografica). Secondo il filosofo, Julian una decisione, invece, la ha già presa da tempo, cioè quella di sparire, di rifiutare di sottoporsi al rutilante gioco spettacolare del potere che celebra i suoi fasti in una vera e propria catena di montaggio linguistica, in cui le battute si susseguono le une alle altre intervallate da espressioni come «urrà» o «trallallà», scegliendo la dimensione dell’afasia, definita dallo studioso come un vero e proprio spazio eterotopico. Nel frattempo, il Potere si ricicla, rinasce dalle sue ceneri: gli industriali della Germania del 1967 non sono altro che ex criminali nazisti votati alla civiltà dei nuovi consumi «nell’inferno del totalitarismo tecnocratico in cui si neutralizzano le diversità, falsamente accettate dal Potere mediante un’accorta politica di tolleranza fittizia». Julian, come il giovane cannibale che, nella versione cinematografica, viene condannato a essere sbranato dai cani, subisce un vero e proprio sparagmos, uno smembramento, «requisito necessario per la costruzione di una nuova immagine che sfugge ad ogni tentativo di contenimento entro sistemi organici».

La lente dello studioso, analizzando Porcile, si focalizza anche sulla presenza degli animali, nella fattispecie dei maiali. Questi ultimi assumono una doppia valenza: animali veri, come quelli che sono nel porcile, ma anche animali metaforici, «i padri capitalisti e borghesi, nel metaforico porcile della Germania neocapitalista». Se gli animali veri si situano al di là del male e del bene, su quelli metaforici ricadono invece gravi colpe. Inoltre, «l’animale in Porcile è il luogo in cui svelare i meccanismi su cui poggia la società capitalistica»: da questa stessa società, gli animali sono stati appiattiti nella funzione di materia prima dell’industria di macellazione di massa. In un mondo in cui il Potere si riveste cupamente di connotazioni totalitarie, in una orrenda continuità fra industrializzazione degli anni Sessanta e crimini nazisti, gli animali appaiono come le vittime innocenti imprigionate per essere spedite ai macelli, veri e propri nuovi lager contemporanei. L’autore ricorda in modo appropriato una lettera che Pasolini scrisse ad Anna Magnani, pubblicata su «Tempo» nel 1969, in cui il poeta paragona i vagoni fermi ai confini, pieni di animali destinati al macello, a quelli che trasportavano gli esseri umani verso i lager nazisti. Se nelle parole di Pasolini non emerge una vera e propria etica animalista, si può pensare a una volontà dello scrittore di «fare un ritratto dei totalitarismi soprattutto sulla base dell’equazione uomini-animali al macello». Del resto, si potrebbe ricordare anche un altro esempio, non riportato dallo studioso, in cui Pasolini riflette, mosso da una vera e propria pietas, sul destino degli animali destinati al macello. In Storia burina (1956-1965), un racconto che l’autore rielabora utilizzando la tecnica del non finito, poi incluso in Alì dagli occhi azzurri, spicca la descrizione delle vacche destinate al macello: «Venerdì, fiesta dell’Ammazzatore. Passano, passano, vacche magre, trasparenti, passano vacche secche come alici, passano in fila, trasparenti come l’osso, buone buone, con la morte negli occhi, come ubriachi che tornano la mattina accecati dal sole, bianche come uccelli della neve, e con le croste dello sterco sulle ossa che bucano la pelle tirata come la seta, passano masticando, masticando come per fare le indifferenti, ma sapendo bene quello che le aspetta, passano, passano come ombre cinesi bianche, come grandi pipistrelli bianchi che hanno preso la strada dell’inferno, mentre il sole non passa mai, nero come un toro sopra il monte di Testaccio».

Il saggio di Katsantonis, per mezzo delle sue originali e innovative intuizioni, fa venire delle idee: sicuramente un solido punto di forza per un lavoro critico. Allora, dalle suggestioni legate al confronto fra porcile e campi di concentramento, fra industria della carne e crimini nazisti, potrebbe venire in mente un paragone fra Porcile e Okja (2017), del regista sudcoreano Bong Joon-ho. In quest’ultimo film, i luoghi in cui viene imprigionato Okja, il «supermaiale» sottratto alla sua padroncina negli spazi incontaminati della Corea del Sud e condotto negli Stati Uniti, sono rappresentati come veri e propri nuovi campi di concentramento, circondati da filo spinato, in cui migliaia di «supermaiali» vengono portati alla morte. Anche Bong Joon-ho attua una riflessione sulle dinamiche di potere nella società tecnocratica: quello che decide di uccidere Okja è infatti il Potere delle multinazionali contemporanee, che agiscono nei tessuti più profondi della società per mezzo della digitalizzazione diffusa, capillarmente inserita nelle vite degli individui per mezzo di PC portatili, smartphone e tablet (oggetti assai presenti nelle immagini del film).

Nel capitolo finale del suo saggio, lo studioso affronta la tragedia pasoliniana Calderón ponendola a confronto non solo con La vita è sogno di Pedro Calderón de la Barca, a cui lo stesso Pasolini si ispira, ma anche con Un sogno di Strindberg, un autore molto amato e frequentato dallo scrittore bolognese, fino al postumo Petrolio. Secondo Katsantonis, Pasolini, Calderón de la Barca e Strindberg, «si servono del sogno partendo da prospettive diverse e sono legati tra loro da un elemento strutturale: la simbologia carceraria del sogno». Nel dramma pasoliniano, ambientato nella Spagna franchista, Rosaura si risveglia dal metaforico sogno calderoniano aristocratica, sottoproletaria e piccolo-borghese. Se il sogno appare come una via di fuga dalle maglie del Potere, su di esso si esercita un controllo ‘carcerario’ attuato dallo stesso Potere: Rosaura si trasforma in un corpo marionetta di cui il Potere, rappresentato dalla figura di Basilio, il re padre padrone, regge i fili addirittura pilotandone i sogni. Il saggista si serve delle teorie di Goffman per analizzare le dinamiche messe in opera dalle stesse strutture di potere. Gli spazi in cui Rosaura si risveglia assomigliano alle istituzioni totali analizzate dallo studioso (i manicomi, le prigioni) e lo stesso personaggio assume le connotazioni di un internato. Come osserva Katsantonis, «in Calderón Pasolini mette in luce la sopravvivenza del sistema concentrazionario nelle società contemporanee; il grado zero della libertà individuale a causa dell’estensione del controllo capillare delle masse e della loro omologazione». D’altronde, il medesimo sistema concentrazionario si è messo in moto in occasione della recente pandemia da Covid 19, la quale ha messo in luce «il furore autodistruttivo del capitalismo, che non si ferma neppure di fronte alla prospettiva della vita abolita».

Un’immagine emblematica del potere che controlla gli individui, secondo lo studioso, è quella della marionetta. L’uomo è una marionetta (basti pensare a Che cosa sono le nuvole?), i cui fili sono tenuti da un Potere oscuro ed imperscrutabile che immerge gli individui negli inferni del cieco sviluppo, portato avanti ad ogni costo, deturpando la natura e gli scorci paesaggistici. All’interno di questo sistema di potere – osserva lo studioso – le stesse forze rivoluzionarie sono l’espressione di un illuminismo borghese che obbedisce agli schemi della dialettica servo-padrone. In questa dinamica rientrerebbe anche «l’avversione nutrita da Pasolini per il movimento studentesco» durante gli scontri del Sessantotto, tema, comunque, molto complesso, che meriterebbe ulteriori spunti di riflessioni. A mio avviso, infatti, Pasolini non aveva nessuna avversione per il movimento studentesco, anzi: l’intera poesia Il PCI ai giovani!!!, in cui il poeta prendeva posizione a favore dei poliziotti, andrebbe letta in una chiave ironica e autoironica, come scrisse lo stesso Pasolini. Si tratta di un pezzo di ars retorica, un testo provocatorio, che va letto al di là del suo significato letterale tanto che Pasolini, in una «Lettera al Presidente del Consiglio» uscita su «Tempo» nel settembre del 1968, definiva la Resistenza e il Movimento Studentesco come «le due uniche esperienze democratico-rivoluzionarie del popolo italiano».

In definitiva, il saggio di Georgios Katsantonis risulta estremamente interessante perché srotola un tema, come quello delle dinamiche del potere nell’opera pasoliniana, anche oggi molto attuale, in un’epoca in cui lo stesso Potere cerca di controllare in tutti i modi la vita degli individui, anche in forma invisibile e spettrale per mezzo della diffusa digitalizzazione di massa. Ha inoltre il pregio di affrontare tre opere fondamentali del teatro pasoliniano in modo nuovo ed inedito, portando esempi, confronti, analisi comparate che mai erano state affrontate in precedenza e offrendo, come già notato, lo spunto per nuove analisi e riflessioni. Che non dovrebbero mai venire a mancare riguardo a una figura complessa e fondamentale come quella di Pasolini, a maggior ragione oggi che ricorrono i cento anni dalla nascita. Ricorrenza che però non dovrebbe soltanto comparire nelle sembianze di un salottiero ircocervo di accademiche celebrazioni fini a se stesse, ma dovrebbe rappresentare l’occasione per dare nuova vitalità a espressioni artistiche, teoriche e letterarie che provengano da una cultura dal basso e militante.

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Anatomia del potere nel teatro di Pasolini è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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