Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 19 Jun 2026 22:16:13 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Un amaro tributo alla tormentata anima cipriota: “Africa Star” di Adonis Florides https://www.carmillaonline.com/2026/06/20/un-amaro-tributo-alla-tormentata-anima-cipriota-africa-star-di-adonis-florides/ Fri, 19 Jun 2026 22:16:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94999 Di Ottone Ovidi

La cinematografia cipriota non è particolarmente conosciuta alle nostre latitudini, così come tanta della produzione culturale della piccola repubblica. L’isola in effetti ha ricevuto attenzioni da parte del mondo dell’informazione in Italia solo per le recenti vicende di politica internazionale, che la vedono trovarsi alla confluenza delle tante linee di attrito e frattura che attraversano il Medio Oriente e il Mediterraneo orientale, tra espansionismo israeliano, guerra all’Iran, tensioni con la Turchia e grandi progetti per lo sfruttamento dei giacimenti gasieri offshore.

È dunque un peccato che sia passato quasi inosservato l’ultimo film di Adonis Florides Africa Star [...]]]> Di Ottone Ovidi

La cinematografia cipriota non è particolarmente conosciuta alle nostre latitudini, così come tanta della produzione culturale della piccola repubblica. L’isola in effetti ha ricevuto attenzioni da parte del mondo dell’informazione in Italia solo per le recenti vicende di politica internazionale, che la vedono trovarsi alla confluenza delle tante linee di attrito e frattura che attraversano il Medio Oriente e il Mediterraneo orientale, tra espansionismo israeliano, guerra all’Iran, tensioni con la Turchia e grandi progetti per lo sfruttamento dei giacimenti gasieri offshore.

È dunque un peccato che sia passato quasi inosservato l’ultimo film di Adonis Florides Africa Star (Cipro, 2024), tornato in Italia quest’anno grazie alle proiezioni organizzate in occasione del Francofilm-Festival del cinema francofono dell’Institut Français e delle giornate dedicate al cinema cipriota presso la Casa del cinema di Roma, entrambe in collaborazione con l’Ambasciata di Cipro in Italia.
È possibile classificare l’opera principalmente come un dramma storico ma sono diversi i
livelli di analisi con cui è possibile interpretarlo.

Il primo livello, quello maggiormente visibile, è appunto quello storico. Il film si muove tra tre diverse temporalità – il 1945, il 1967 e quella della contemporaneità – ognuna delle quali ci racconta qualcosa dell’anima tormentata del paese.
Nel 1945 troviamo Ploumou, in estrema povertà, che con la piccola Vasilou attende il ritorno del marito, partito per la guerra. All’epoca l’isola era ancora sotto dominazione britannica e nel corso del secondo conflitto mondiale circa 30 mila ciprioti vennero arruolati nel Cyprus Regiment e combatterono in Nord Africa, in Italia e su altri fronti. È a queste vicende che si richiama il titolo, in quanto la “Stella dell’Africa” era la medaglia commemorativa assegnata a coloro che avevano prestato servizio tra Mediterraneo orientale e Corno d’Africa. Il dominio britannico ci viene quindi raffigurato tramite un trittico composto da guerra (con il suo carico di morte e violenza), povertà (aggravata dalla struttura sociale ereditata dall’epoca ottomana e mai messa veramente in discussione) e corruzione, ben rappresentata dall’ufficiale inglese che vende la carne in scatola al mercato nero.

Nel 1967 invece ritroviamo l’isola diventata indipendente (1960) ma l’euforia era stata di
breve durata. Già nel 1963-1964 violenti scontri erano esplosi tra la comunità greco-cipriota e la minoranza turco-cipriota, portando alla separazione delle due comunità e alla creazione di enclavi per i turco-ciprioti. I due nazionalismi – quello greco che anelava all’énosis (l’unione con la Grecia) e quello turco che progettava la taksim (la separazione dell’isola in due parti) – fanno da sfondo alle vicende di Vasilou diventata una prostituta con il nome di Litza e infatuatasi di un giovane soldato greco. È interessante notare che durante tutto l’arco del film non viene mai fatto riferimento diretto all’invasione turca (1974) e all’ancora attuale divisione di fatto dell’isola, ma la tragedia viene evocata dal rapporto ostile che caratterizzava le due comunità, schiacciate dagli elementi più violenti e criminali tra di loro.
La contemporaneità apre e chiude il film con l’incontro tra Zeno, l’unico personaggio che
attraversa tutto l’arco della storia, e Christina, la figlia di Vasilou/Litza, alla ricerca di notizie sui membri della sua famiglia immortalati su di una vecchia foto. Una foto che rappresenta l’elemento simbolico in grado di tenere insieme una memoria familiare – e nazionale – fatta a pezzi, sparpagliata e dispersa.
Le temporalità sono attraversate da ambienti sociali e fisici differenti e per questo motivo il regista ha impiegato diversi registri stilistici. Se per il 1945 si possono riscontrare elementi e suggestioni tipici sia del Neorealismo – si veda La terra trema per le scene di miseria della campagna – che del Western – come quando la famiglia del mukhtar si introduce nella casa di Ploumou –, per il 1967 invece il film richiama chiaramente i toni e le atmosfere del Noir anni Quaranta.

Il secondo livello con cui è possibile leggere il film sono la dimensione di genere e quella di classe, strettamente legate. Delle tre protagoniste – la madre, la figlia e la nipote – le prime due sono costantemente in lotta contro un sistema stratificato che le vuole sottomesse e vittime. Seppure alla fine perdenti, queste donne non smettono mai di combattere per la loro indipendenza e dignità, per quanto possibile proteggendosi a vicenda. Anche se non si tratta di una vera e propria lotta tra bene e male – quasi tutti i personaggi sono caratterizzati da luci e ombre – non è possibile non notare che i personaggi maschili sono tutti caratterizzati dalla volontà di sottomettere e sfruttare per piacere, potere o colpa, le protagoniste. In questo contesto, nel film i soldi, onnipresenti sullo schermo, assumono la rappresentazione plastica di questa diversa morale di fondo: se per l’uomo sono il mezzo per comprare il corpo o lo spirito delle protagoniste, per le donne rappresentano invece un tramite per difendere un perimetro minimo di dignità e indipendenza.
Il terzo livello, infine, è quello della memoria rappresentato dalla contemporaneità della terza protagonista, la nipote. Christina è infatti, almeno inizialmente, riluttante a conoscere la storia della sua famiglia e, come raccontato dallo stesso regista in una bella intervista concessa a Diane Sippl (Kinocaviar), simboleggia tutte le difficoltà della attuale società greco cipriota a riflettere sul proprio passato, a farsi carico dei tanti traumi della sua storia, e mettere in discussione una costruzione della memoria collettiva per tanti versi confortante ma distorta.

Due passaggi dell’ultimo dialogo tra Zeno e Christina ben rappresentano sia la violenza della storia recente di questo paese che tutta la difficoltà per gran parte della società cipriota di affrontare ed elaborare traumi e lutti: se alla domanda di Christina su dove siano i cadaveri dei nonni assassinati, Zeno non può che rispondere laconicamente “c’è un pozzo dove non sia stato gettato un cadavere?”, la stessa Christina deve infine prendere atto che “tutto il villaggio sapeva…”.
Un amaro tributo a Cipro, alla sua terra riarsa dal sole e alla tormentata storia di un’isola che ancora oggi rischia di ritrovarsi schiacciata da processi storici più potenti di lei.

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Sport e dintorni – Breve storia sociale dei Mondiali di calcio https://www.carmillaonline.com/2026/06/18/sport-e-dintorni-breve-storia-sociale-dei-mondiali-di-calcio/ Thu, 18 Jun 2026 20:00:14 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95322 di Gioacchino Toni

Giuseppe Ranieri, Breve storia sociale dei Mondiali di calcio, Milieu edizioni, Milano, 2026, pp. 304, € 18,00

Trattandosi di una competizione sportiva internazionale per nazioni, la Coppa del Mondo di calcio non poteva che intrecciarsi sin dall’inizio della sua storia con gli equilibri geopolitici prestandosi a farsi strumento di legittimazione per gli Stati e di esercizio di soft power. Ripercorrere la storia dei Mondiali da una prospettiva capace di coniugare l’attrazione esercitata dallo sport con le sue implicazioni storico-sociali consente di cogliere da un punto di vista inconsueto, per quanto parziale, i grandi cambiamenti che hanno attraversato i singoli [...]]]> di Gioacchino Toni

Giuseppe Ranieri, Breve storia sociale dei Mondiali di calcio, Milieu edizioni, Milano, 2026, pp. 304, € 18,00

Trattandosi di una competizione sportiva internazionale per nazioni, la Coppa del Mondo di calcio non poteva che intrecciarsi sin dall’inizio della sua storia con gli equilibri geopolitici prestandosi a farsi strumento di legittimazione per gli Stati e di esercizio di soft power. Ripercorrere la storia dei Mondiali da una prospettiva capace di coniugare l’attrazione esercitata dallo sport con le sue implicazioni storico-sociali consente di cogliere da un punto di vista inconsueto, per quanto parziale, i grandi cambiamenti che hanno attraversato i singoli Paesi e le relazioni tra essi.

Il volume Breve storia sociale dei Mondiali di calcio (Milieu, 2026) di Giuseppe Ranieri, redattore del blog Sportpopolare.it, offre una rassegna agile e di gradevole lettura delle diverse edizioni della competizione internazionale osservandole sia dal punto di vista sportivo sia da quello politico-sociale. Il volume si apre con la prima edizione della Coppa del Mondo tenutasi in Uruguay nel 1930, tra sole tredici squadre, in concomitanza con i festeggiamenti per il centenario dell’indipendenza del Paese e con le gravi difficoltà economiche derivate dal crollo della borsa di New York. In un periodo in cui il calcio non ha ancora del tutto abbracciato il professionismo, la designazione sudamericana ha di fatto comportato la mancata partecipazione delle federazioni europee ad eccezione di Jugoslavia, Romania, Belgio e Francia. Alcune rappresentative sono giunte in Uruguay alle prese con forti contrasti interni riflettenti divisioni in atto nei rispettivi Paesi, come nel caso del Brasile e della Jugoslavia, attraversate, rispettivamente, dalle polemiche tra carioca e paulisti e tra serbi e croati. A riprova del seguito popolare che ha accompagnato la prima edizione, basti pensare che la finale, vinta dall’Uruguay sull’Argentina, si è giocata alla presenza di centomila spettatori, ventimila dei quali giunti a sostengo dell’Albiceleste.

Il secondo Mondiale, tenutosi nel 1934, è stato invece ospitato dall’Italia con l’esplicito intento di mostrare all’interno e all’esterno del Paese le capacità del fascismo sia dal punto di vista organizzativo che sportivo. Anche la vittoria italiana ottenuta nell’edizione francese del 1938, in un clima internazionale sempre più testo, è stata efficacemente utilizzata dal regime per celebrare la “superiorità dell’atleta fascista”. Anche il Mondiale francese ha visto numerose defezioni, tra cui: l’Inghilterra, ancora incline a snobbare l’evento; l’Unione Sovietica, la cui Federazione non era ancora stata riconosciuta dalla FIFA; l’Uruguay, in risposta alla scarsa partecipazione europea al suo Mondiale; l’Argentina, per il mancato rispetto del principio di alternanza tra Europa e Sudamerica nell’assegnazione del torneo. Dal punto di vista sportivo l’edizione del 1938 del Mondiale merita di essere ricordata, oltre che per l’indubbia impresa della Nazionale di Pozzo, per le gesta del brasiliano Leonidas Da Silva che, qualche tempo dopo, come ricorda Ranieri, sarà tra i primi calciatori ad esplicitare le sue simpatie comuniste.

Dopo la sospensione imposta dalla Seconda guerra mondiale, la Coppa del Mondo si è riproposta con l’edizione brasiliana del 1950 in un clima internazionale da un lato ancora segnato dal conflitto da poco concluso e dall’altro già alle prese con la Guerra fredda. Al Mondiale sudamericano si sono presentate soltanto tredici nazionali, tra gli assenti: l’intero blocco socialista, ad eccezione della Jugoslavia; la Turchia e l’India, per motivi economici; l’Argentina, a causa di un serrato e prolungato contenzioso sindacale tra federazione e calciatori. Delle potenze sconfitte nella Seconda guerra mondiale non sono state ammesse Germania, Austria e Giappone, mentre è stata accettata la presenza dell’Italia, costretta a presentarsi con una formazione molto rimaneggiata in seguito alla tragedia di Superga che l’ha privata dei campioni del Grande Torino. Al Mondiale brasiliano ha finalmente fatto il suo debutto l’Inghilterra e si è ripresenta l’Uruguay che ha vinto il torneo in una finale da incubo per i brasiliani giocata al Maracanã di fronte a quasi duecentomila spettatori.

A suggerire l’assegnazione dei Mondiali del 1954 alla Svizzera, in occasione dei cinquant’anni della FIFA, ha di certo contribuito la sua storica neutralità, elemento utile a mantenere la competizione al riparo dai contenziosi internazionali così da non ostacolare la presenza di diverse rappresentative. In questa edizione sono state riammesse le nazioni sconfitte nella Seconda guerra mondiale e si sono presentate le selezioni dei paesi socialisti, tra cui la fortissima Ungheria, la leggendaria Aranycsapat, celebrata come modello di applicazione del socialismo nello sport, destinata, inaspettatamente, a perdere la finale con la Germania Ovest, elevata, per contrasto, a simbolo del mondo capitalista, che farà di questa vittoria un simbolo di rinascita dopo il disastro della guerra. L’edizione del 1954, sottolinea Ranieri, è anche la prima ad usufruire della diretta televisiva. La pessima figura rimediata dall’Italia, proprio per mano dei padroni di casa, ha trovato il suo capro espiatorio, come accadrà più volte nella storia del calcio italiano, nella presenza di calciatori stranieri nel campionato nazionale.

Anche per l’edizione del 1958 è stato scelto un paese “non divisivo”: la socialdemocratica Svezia. A rendere interessante questo Mondale hanno concorso: la presenza, per la prima volta, dell’Unione Sovietica e di tutte e quattro le nazionali del Regno Unito; la curiosità di vedere l’Ungheria dopo la delusione del mondiale precedente e di verificare la forza dei campioni in carica della Germania Ovest; l’occasione di vedere all’opera la Francia degli attaccanti Kopa e Fontaine, che saranno tra i fondatori del primo sindacato dei calciatori e di ritrovare e l’Argentina, destinata a subire in questa edizione una delle peggiori sconfitte della sua storia; di valutare il cambio di gioco del Brasile e di constatare la forza della rappresentativa di casa. Nonostante la scelta di organizzare il Mondiale in un paese lontano dai contenziosi internazionali, anche in questo caso la politica non ha mancato di far capolino. Ranieri ricorda il riverberarsi sul mondo del calcio del clima di cambiamento politico e sociale prodotto dalla decolonizzazione, con particolare riferimento al contesto nordafricano, e il rifiuto di Egitto Turchia, Indonesia e Sudan di affrontare Israele, durante le qualificazioni, in seguito alla Crisi di Suez. Calcisticamente parlando, il Mondiale del 1958 è passato alla storia per le gesta di Pelé e Garrincha e per il gioco del loro Brasile, vincitore finale, desideroso di lasciarsi alle spalle la “tragedia del Maracanã”.

Il Mondiale cileno del 1962 si è tenuto in un Paese ancora alle prese con gli effetti del devastante terremoto di due anni prima e attraversato da una condizione di miseria su cui, ricorda Ranieri, la stampa italiana ha insistito ricorrendo una narrazione oscillante tra patetici toni paternalistici e spocchioso sguardo occidentale. La compagine azzurra ha finito per pagare con la sconfitta e con l’ostilità del pubblico l’atteggiamento di superiorità con cui ha affrontato la squadra di casa. Il Mondiale cileno si è concluso con la vittoria del Brasile e un ottimo terzo piazzamento per l’orgogliosa e battagliera squadra cilena. Nel parlare del Mondiale del Cile, Raneri si sofferma su Lev Yashin, leggendario portiere dell’URSS assurto a simbolo dell’“uomo nuovo sovietico”, unico estremo difensore nella storia ad essersi aggiudicato il Pallone d’oro.

L’edizione del torneo del 1966 è stata assegnata all’Inghilterra, la nazione che ha creato il gioco del calcio, in un clima di forte contrapposizione internazionale sia tra le federazioni che tra le nazioni. Le nazionali africane hanno boicottato le qualificazioni al Mondiale in segno di protesta per lo scarsissimo spazio loro riservato.

La doppia affermazione della Seleção aveva ridefinito le gerarchie calcistiche, tanto quanto l’epopea delle lotte di liberazione nazionale e la decolonizzazione fecero con gli assetti geopolitici. Ma come le aspettative dei popoli trovavano le dittature militari (e la CIA) sulla propria strada – dall’Indonesia all’Argentina – allo stesso modo le istanze di rinnovamento del mondo del pallone trovavano le resistenze della FIFA, intrisa di mentalità coloniale e gestita al suo vertice da uomini bianchi e conservatori come Stanley Rous. Questo era soprattutto vero nella ripartizione degli accessi ai Mondiali: per esempio era previsto uno solo posto per tutta l’area che includeva Africa, Asia e Oceania. Questa questione generò un contenzioso fra la stessa FIFA e la Confederazione Africana, la CAF, che sospinta dai tumulti politici del continente e dalla lotta della decolonizzazione optò, appoggiata da molte federazioni asiatiche, per il boicottaggio della manifestazione (p. 92).

Segnato dalle accuse delle nazionali sudamericane di favoritismo per le squadre europee, il mondiale inglese per l’Italia è passato alla storia per la clamorosa sconfitta subita ad opera della Corea del Nord. Giocata a Wembley davanti a quasi centomila spettatori, la finale tra Germania Ovest e Inghilterra, risoltasi a favore della squadra di casa, tra le polemiche per l’arbitraggio, è stata accompagnata da una una retorica nazionalista dai toni bellicisti da parte della stampa locale.

Gli anni Settanta sanciscono l’adeguamento dei Mondali alla logica del capitalismo moderno. Terminati con la vittoria del Brasile, e ricordati dagli italiani per la leggendaria vitoria 4-3 ottenuta ai tempi supplementari sulla Germania Ovest in semifinale, i Mondiali messicani del 1970 hanno infatti rappresentato un punto di svolta importante per la storia della competizione sia per la rottura dell’egemonia europea-sudamericana sia per l’inedito ruolo riservato ai capitali privati nell’organizzazione dell’evento, per l’irruzione delle sponsorizzazioni e l’iper-esposizione mediatica. Il rinnovamento del torneo è proseguito anche nell’edizione tedesca del 1974, ove è stato dato ulteriore slancio al business. A caratterizzare questa edizione è stata anche l’inedita apertura a favore delle federazioni africane e asiatiche. Il contesto in cui si è data la competizione organizzata dalla Germania Ovest, ancora memore dell’azione di Settembre Nero alle Olimpiadi di Monaco di due anni prima, sottolinea Ranieri, è caratterizzato dalla Rivoluzione dei Garofani portoghese, dal colpo di stato militare filo-turco a Cipro Nord, dall’esplosione dello scandalo Watergate negli Stati Uniti, dalla crisi petrolifera del 1973 e dal golpe cileno, destinato ad impattare pesantemente anche sullo sport internazionale. Dal punto di vista calcistico, quello del 1974, nonostante la vittoria finale della Germania Ovest – pur subendo, nel corso del torneo, una storica sconfitta ad opera della DDR –, è stato indubbiamente il Mondiale del totaalvoetbal olandese basato sul collettivo.

Tra il 1976 e il 1977, mentre in Argentina la Giunta militare sta organizzando i Mondiali del 1978, assegnati al Paese nel 1970, a livello internazionale ci si interroga sull’opportunità che questi si giochino in una realtà sottoposta a una feroce dittatura. A non avere dubbi circa l’opportunità che i Mondiali si tengano è il vicepresidente della FIFA Hermann Neuberger, ex-nazista, che non manca di rispolverare la retorica della neutralità dello sport rispetto alle questioni politiche. Il Mondiale argentino ha rappresentato per il regime militare l’occasione per alimentare sentimenti nazionalistici e trasmettere sia all’interno sia a livello internazionale l’immagine di un Paese unito e normalizzato. I movimenti di protesta europei inclini al boicottaggio dell’evento, alle prese con l’affievolirsi della spinta contestataria “lungo sessantotto”, di fatto non sono riusciti ad impattare efficacemente sull’opinione pubblica. Nel caso italiano, a contrastare le richieste di boicottaggio, ha contribuito una stampa in buona parte incline a chiudere gli occhi di fronte alla realtà argentina rifugiandosi dietro la retorica della neutralità dello sport. Il Mondiale dell’Argentina dei desaparecidos è terminato con la vittoria della squadra di casa e con le immagini del dittatore Videla intento a celebrare, insieme alla vittoria calcistica, il “riconoscimento” interazionale di uno dei più sanguinosi regimi militari sudamericani. È difficile soffermarsi sull’aspetto sportivo di una competizione andata in scena in tale macabro contesto.

Se da un lato l’aumento dei partecipanti ha indubbiamente contributo ad allargare la competizione oltre il duopolio europeo-sudamericano, dall’altro ha permesso ai vertici della FIFA di mantenere la governance sul mondo del pallone sfruttando il sostengo dalle nuove federazioni ammesse. È in questa duplice ottica che deve essere letto l’ampliamento del numero di squadre partecipanti voluto da Havelange, primo presidente non europeo della FIFA, per il Mondiale spagnolo del 1982 organizzato da un Paese desideroso di lasciarsi al più presto alle spalle la lunga dittatura franchista e di presentare al mondo il suo nuovo volto democratico e moderno. Fuori dai rettangoli di gioco, nei primi anni Ottanta il mondo si trova a fare i conti con l’affermarsi del neoliberismo, con i primi scricchiolii nel blocco socialista e con la follia della guerra anglo-argentina per il controllo delle isole Falkland/Malvinas.

La competizione del 1982 è passata alla storia soprattutto per la fortissima Seleção brasiliana, incredibilmente sconfitta in semifinale da un’Italia giunta in Spagna ancora frastornata dallo scandalo del “Calcioscommesse” e accompagnata da un giornalismo sportivo particolarmente critico nei confronti del Commissario Tecnico Bearzot. L’inattesa vittoria della squadra azzurra del trofeo, ottenuta con la sconfitta della Germania Ovest in finale, ha indotto i giornalisti italiani a mistificare la vittoria attraverso una narrazione del tutto dimentica delle perplessità e degli attacchi portati, in precedenza, alla squadra e al suo CT. Affrontando il Mondiale spagnolo, Ranieri si sofferma sulla figura di Socrates, giocatore, medico, dichiaratamente marxista, incline al colpo di tacco come al bere, al fumare e ad alzare il pugno chiuso al cielo. In particolare, ad essere ricordato è il ruolo di primo piano che ha avuto nell’esperienza della “Democracia Corinthiana” che, pur per breve tempo, ha sperimentato la pratica autogestionaria in una squadra di calcio, il Corinthians, in un Paese alle prese con gli ultimi scampoli della dittatura.

L’edizione messicana del 1986 sancisce l’asservimento del Mondiale alle logiche televisive. L’organizzazione dell’evento viene infatti ceduta al colosso radiotelevisivo Televisa che, per assecondare le esigenze europee di audience, non ha esitato a piazzare incontri a mezzogiorno incurante delle infernali condizioni climatiche. Tra gli elementi di interesse del torneo messicano spiccano il ritorno del colonnello Lobanovs’kyj sulla panchina dell’URSS, quasi a mitigare con un nostalgico richiamo al passato il nuovo corso intrapreso dal Paese di Gorbačëv, la sorpresa della Danimarca e, ovviamente, la sfida tra l’Argentina di Maradona e l’Inghilterra in un clima ancora segnato dal ricordo del conflitto per le Falkland/Malvinas. La partita tra le due nazionali, andata in scena allo stadio Azteca di Città del Messico davanti a più di centomila spettatori, è passato alla storia per il significato di rivincita che ha assunto per gli argentini e per le due reti di Maradona destinate a restare nella storia del calcio e ad immortalare il genio e la sregolatezza del grande campione. Alla rete truffaldina segnata di mano, e rivendicata come “Mano de Dios”, ha fatto seguito un capolavoro costruito su sessanta metri di dribbling ubriacanti. Quello del 1986, vinto dagli argentini in finale con la Germania Ovest, è stato a tutti gli effetti il Mondiale di Maradona, quasi a sancire il trionfo del genio di un singolo sul collettivo e sulla tattica.

Nel 1990 il Mondiale è stato assegnato ad un’Italia alle prese con gli ultimi sussulti della Prima Repubblica, in un contesto internazionale segnato dal crollo del Muro di Berlino, dalla conseguente riunificazione tedesca, e dalle prime avvisaglie della guerra che avrebbe di lì a poco dilaniato la Jugoslavia. Organizzato letteralmente senza badare a spese – con un aumento della spesa prevista di oltre l’80% –, il Mondiale italiano, che ha visto la squadra azzurra doversi accontentare di un modesto terzo posto, si è risolto con la vittoria della Germania riunificata sull’Argentina che, per bocca di Maradona, non ha mancato di denunciare i favoritismi concessi alla squadra di casa e alla Germania. Come sottolinea Ranieri, questa edizione deve essere ricordata anche come occasione mancata per una fortissima Jugoslavia ancora unita.

L’edizione del 1994 è stata organizzata dagli Stati Uniti, da un Paese privo di tradizione calcistica, in un contesto internazionale tutt’altro che pacificato, nonostante l’avvenuto crollo del blocco socialista. In questi Mondiali sono state introdotte diverse modifiche ai regolamenti, come i tre punti per la vittoria, in linea con una logica del calcio sempre più votata alla spettacolarizzazione e alle esigenze televisive, tanto da  subordinare gli orari delle partite all’audience europea nonostante le proibitive condizioni climatiche. L’edizione del 1994 è passata alla storia anche per positività all’antidoping di Maradona, letta da moti suoi estimatori come vendetta orchestrata dalla FIFA per punirlo delle sue prese di posizione contro i vertici calcistici internazionali. La finale, per la prima volta terminata ai rigori, tra Italia e Brasile si è risolta con la vittoria della Seleção. Il Mondiale statunitense, sostiene Ranieri, ha rappresentato uno vero e proprio spartiacque tra il calcio del passato e quello che sarebbe divenuto, sempre più propenso a sacrificare il tasso tecnico sull’altare dell’intrattenimento spettacolare mediatico. Un cambiamento, occorre ammettere, sostanzialmente accettato dai più, a riprova di un epocale cambio di immaginario, sportivo e non.

Il Mondiale francese del 1998 è ricordato sia per il cinismo con cui lo sponsor ha imposto la presenza in campo nella finale tra Brasile e Francia di Ronaldo “il Fenomeno”, colto da malore alla vigilia delle partita, sia per la prima vittoria del torneo dalla Francia capitanata dal campione franco-algerino Zidane. Come ricorda Ranieri, l’aspetto multietnico della squadra francese, specchio della sua società, si rivelerà un elemento di discussione politica ricorrente nel Paese.

In un contesto internazionale segnato dagli attacchi alle Torri Gemelle e dalla reazione statunitense nell’area mediorientale, il Mondiale che ha aperto il nuovo millennio è stato assegnato per la prima volta al continente asiatico introducendo, inoltre, l’organizzazione congiunta di più Paesi. Tenutasi in Giappone e Corea del Sud, l’edizione del 2002 è ricordata: per le accuse di brogli e corruzione che hanno investito la FIFA di Blatter; per l’adozione di un pallone dalle traiettorie imprevedibili; per diversi arbitraggi maldestri; per il quinto successo mondiale del Brasile che ha sconfitto la Germania in finale; per l’inattesa eliminazione al primo turno dei campioni in carica francesi; per i buoni risultati delle formazioni ospitanti. L’Italia, al là delle polemiche arbitrali, ha finto per lasciare mestamente il Mondiale, eliminata dalla Corea del Sud, soprattutto per i suoi demeriti sportivi

Come il precedente, anche il Mondiale tedesco del 2006 ha dovuto fare i conti, sin dalla sua assegnazione, con le accuse di corruzione rivolte da più parti ai vertici della FIFA. A questa edizione, espressamente voluta per celebrare la riacquista importanza internazionale della Germania riunificata, hanno fatto il loro esordio l’Angola, il Ghana, il Togo, la Costa d’Avorio, Trinidad e Tobago, l’Ucraina, la Repubblica Ceca e la Serbia-Montenegro. Se al Mondiale spagnolo del 1982 l’Italia era arrivata frastornata dal “Calcioscommesse”, a quello tedesco si è presentata scossa dallo scandalo, ben più strutturale, di “Calciopoli”, cosa che i media tedeschi non hanno mancato di rimarcare, insieme ai tanti luoghi comuni sugli italiani, alla vigilia della partita Italia-Germania tenutasi all’Olympiastadion berlinese risoltasi con la vittoria della squadra azzurra che ha così potuto disputare la finale contro la Francia vincendola ai rigori. Come da peggiore tradizione italiana, l’inattesa vittoria del Mondiale è stata sfruttata dai tifosi e dai media per lasciarsi rapidamente alle spalle gli scandali calcistici casalinghi riproponendo l’insopportabile retorica del popolo che nei momenti difficili riesce a dare il meglio di sé.

L’edizione del 2010 della Coppa ha avuto luogo in Sudafrica. Dietro all’immagine edulcorata del “Mondiale di Nelson Mandela”, di un Paese desideroso di mostrare alla comunità interazionale il suo nuovo volto dopo l’infame regime dell’apartheid, si è celata una realtà decisamente meno gradevole. Buona parte degli interventi infrastrutturali non solo non sono serviti a migliorare le condizioni di vita in un Paese in gravi difficoltà economiche, ma hanno persino peggiorato le cose per gli strati più poveri della popolazione. Lo saltellamento di diverse baraccopoli, utile a dare un’immagine meno disastrata della realtà sudafricana, ha di fatto letteralmente lasciato senza abitazione una parte non irrilevante della popolazione più povera. A riprova di come i grandi eventi sportivi siano rivolti più a fornire un’immagine positiva del Paese organizzatore agli occhi internazionali, oltre che a foraggiare alcuni imprenditori, piuttosto che a favorire la popolazione locale, basti osservare come il costo dei biglietti per assistere agli incontri sia risultato del tutto proibitivo per buona parte dei sudafricani. Dal punto di vista calcistico, l’edizione sudafricana, vinta per la prima volta dalla Spagna, destinata ad aprire un ciclo importante nella sua storia calcistica, si è caratterizzata anche per lo psicodramma andato in scena all’interno della equipe francese, con tanto di ammutinamento dei calciatori nei confronti dell’allenatore, evento che non ha mancato di aprire l’ennesimo dibattito in patria sul “problema multietnico” della società francese e della sua rappresentativa calcistica. Il Mondiale sudafricano, come giustamente sottolinea Ranieri, ha mostrato anche come i primi tre posti siano stati conquistati da nazionali europee – Spagna, Paesi Bassi e Germania – che hanno saputo lavorare proficuamente sui vivai giovanili attraverso attente programmazioni.

L’edizione del 2014 concessa al Brasile è stata accompagnata da polemiche e proteste per gli sprechi e le spese vertiginose, ben tre volte superiori a quelle sudafricane di quattro anni prima. Anche in questo caso il Paese ospitante ha promosso una spregevole “gentrificazione calcistica”: soltanto a Rio si calcola che siano stati sfrattati non meno di 65 mila abitanti delle favelas. Ranieri si sofferma anche su come le proteste che hanno attraversato il Brasile durante i Mondiali abbiano avuto una duplice caratterizzazione politica e sociale, esplicitata anche da un diverso cromatismo: mentre fuori dagli stadi i ceti popolari hanno manifestato contro le opere faraoniche e i costi proibitivi dei biglietti indossando spesso magliette rosse, all’interno degli impianti la classe media emergente ha invece espresso le sue proteste contro la gestione della “cosa pubblica” ricorrendo al colore giallo, che verrà poi ripreso dai sostenitori di Bolsonaro. Il Mondiale è terminato con la vittoria della Germania, campione per la quarta volta, dimostrando la sua abilità nell’attuare una politica calcistica attenta ai settori giovanili basata sull’apertura di numerose scuole di calcio federali e sul conferimento facilitato della cittadinanza ai figli degli immigrati.

Nel 2010 la FIFA di Blatter ha assegnato l’organizzazione della Coppa del Mondo alla Russia, per il 2018, e al Qatar, per il 2022. A pesare sulle scelte dei vertici internazionali del calcio, sommersi dalle accuse di corruzione e riciclaggio, sono stati soprattutto gli sponsor. Il Mondiale russo del 2018, sostenuto sia dal colosso petrolifero Gazprom sia da fondi pubblici, è servito a Putin sia per rafforzare la coesione sociale interna sia per rimarcare il ruolo di primo piano della Russia nel mutato contesto internazionale. Subentrato alla guida della FIFA proprio in occasione del mondiale russo, Infantino ha provveduto ad allargare il numero di squadre partecipanti e ad introdurre il VAR. Ranieri ricorda come con la veloce eliminazione della squadra tedesca abbia ribaltato in patria l’immagine positiva che aveva accompagnato quattro anni prima l’allargamento della Nazionale ai figli degli immigrati. Terminato con la vittoria in finale della Francia sulla sorprendente Croazia, il Mondiale russo ha palesato l’indirizzo che Infantino avrebbe dato a questo tipo di competizione nelle successive edizioni, caratterizzato da una FIFA sempre più cinicamente schierata con i potenti di turno in ossequio agli imperativi del business.

Il Mondiale in Qatar del 2022 rappresenta la quintessenza dell’indirizzo impresso da Infantino alla FIFA, tanto da scatenare, sin dal 2020, una trasversale campagna di boicottaggio internazionale soprattutto alla luce delle carenze del Paese ospitante in termini di diritti. Come ricorda Ranieri, si è trattato del primo Mondiale assegnato a un Paese esordiente alla Coppa del Mondo e, soprattutto, del tutto privo di storia calcistica, tanto da doverla introdurre artificialmente importandola dall’estero senza badare a spese. A dare l’idea dell’autentica follia del mondiale qatariota, l’autore ricorda alcuni dati: l’investimento sostenuto si è aggirato sui 220 miliardi di dollari, a partire dal 2010 la realizzazione degli stadi e delle infrastrutture ha impiegato quasi seimila lavoratori, per i 90% stranieri impiegati sostanzialmente in assenza di diritti con un impressionante costo in vite umane. Ne è scaturito un Mondiale talmente surreale – a partire all’impatto ambientale che ha avuto, dal vergognoso sfruttamento dei lavoratori e dal fatto che è stato per la prima volta giocato, per motivi climatici, in pieno inverno, impattando pesantemente sui campionati nazionali dei partecipanti – da far passare in secondo piano i risultati sportivi, che hanno visto comunque vincere l’Argentina di Messi sulla Francia in finale.

Breve storia sociale dei Mondiali di calcio di Giuseppe Ranieri si chiude con qualche annotazione, in Postfazione, sui Mondiali 2026, attualmente in corso, organizzati da Messico, Canada e Stati Uniti a cui, per la terza volta consecutiva l’Italia non si è qualificata, palesando la grave crisi che attraversa il sistema calcistico nazionale, incapace di confrontarsi con i suoi problemi storici.

La sensazione è che il calcio e chi lo governa oggi vogliano assolutamente raccontarsi attraverso una narrazione di forza e potenza, perfettamente allineata a quella dell’anfitrione del Mondiale del 2026, Donald Trump: Make Football Great Again. Eppure, sotto questa ostentazione, quello che si intravede sempre più distintamente è una grande fragilità. Le ultime tre edizioni del torneo sono state segnate da crescenti iniziative di boicottaggio; quando, nel dicembre del 2024, Infantino ha ufficializzato il Mondiale del 2034 in Arabia Saudita, lo ha fatto in una cerimonia in cui tutti i membri della FIFA si erano dovuti collegare da remoto, nessuno aveva facoltà di intervenire, e il voto è stato effettuato per acclamazione, così da marginalizzare qualsiasi forma di dissenso (p. 294-295).

L’immagine di Infantino alla Casa Bianca che, nel lanciare il mondiale 2026, consegna, ossequioso, un farsesco “Premio FIFA per la pace” al presidente Trump, tra i massimi responsabili di un clima internazionale segnato dall’aggressione di Stati Uniti e Israele all’Iran, dal genocidio del popolo palestinese e dal foraggiamento in armi del massacro ucraino-russo, è sufficiente a dare il senso della deriva a cui è stata condotta la Coppa del Mondo di calcio dalla dirigenza della FIFA. Mai come ora a contraddire la retorica della separatezza dello sport dal mondo che lo plasma sono gli stessi vertici internazionali del calcio, di uno sport ridotto, nei suoi “grandi eventi”, sempre più a farsesco e redditizio intrattenimento spettacolare orchestrato di potenti di turno.


Sport e dintorni – serie completa

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L’uomo che voleva essere Bogart https://www.carmillaonline.com/2026/06/17/jorge-semprun-federico-sanchez-ramon-mercader-e-bogart/ Wed, 17 Jun 2026 20:00:03 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91549 di Sandro Moiso

[In occasione della pubblicazione del romanzo La seconda morte di Ramón Mercader di Jorge Semprún per i tipi delle Edizioni Medhelan, si pubblica qui una versione rielaborata della Prefazione allo stesso]

Tutto quello che c’è nei libri è vero perché l’autore l’ha inventato… (Jorge Semprún)

Già in passato si è parlato su Carmillaonline dell’esperienza politico-letteraria di Jorge Semprún, ricordando come gran parte di questa fosse ricollegabile sia all’esperienza dello stesso nelle fila del Partito comunista, prima francese e poi spagnolo, che nei servizi segreti dell’Europa Orientale che proprio attraverso il partito spagnolo avevano operato in Europa [...]]]> di Sandro Moiso

[In occasione della pubblicazione del romanzo La seconda morte di Ramón Mercader di Jorge Semprún per i tipi delle Edizioni Medhelan, si pubblica qui una versione rielaborata della Prefazione allo stesso]

Tutto quello che c’è nei libri è vero perché l’autore l’ha inventato… (Jorge Semprún)

Già in passato si è parlato su Carmillaonline dell’esperienza politico-letteraria di Jorge Semprún, ricordando come gran parte di questa fosse ricollegabile sia all’esperienza dello stesso nelle fila del Partito comunista, prima francese e poi spagnolo, che nei servizi segreti dell’Europa Orientale che proprio attraverso il partito spagnolo avevano operato in Europa durante la Guerra fredda. Ora si torna a parlarne per dimostrare come la letteratura “di parte” sia spesso impregnata di concezioni ideologiche romantiche, troppo spesso destinate a falsificare la cruda realtà dei fatti.

Un’esperienza quella di Semprún, che dopo la morte di Franco e il ritorno della democrazia in Spagna era diventato Ministro della Cultura nel governo socialista dal 1988 al 1991, ammantata, nei romanzi scritti dopo la fine della stessa, di amarezza e disillusione oltre che di critica dei meccanismi di (non)collaborazione e reciproco tradimento tra gli agenti dello stesso campo e nei confronti dei possibili avversari politici all’interno delle agenzie di intelligence sovietiche, dei partiti satelliti e dei paesi associati al Patto di Varsavia.

Un’esperienza narrata, si potrebbe dire, post-mortem, o quasi, dei suddetti servizi e sulla quale lo scrittore spagnolo, ma di lingua francese per quanto riguarda quasi tutte le sue opere, ha costruito gran parte del suo percorso artistico e umano. Una sorta di autobiografismo letterario che però, pur prendendo spunto dal ricordo di fatti autentici come la guerra civile spagnola, l’arresto da parte della polizia di Vichy e della Gestapo, la detenzione nei campi di concentramento, la successiva liberazione e la collaborazione con i servizi filo-sovietici, risulta ad una più attenta e analitica lettura più di finzione che reale.

Una lunga impresa di ricostruzione di un’identità simile, e per questo motivo ancor più autobiografica, a quella del protagonista “immaginario” di una delle sue opere, uscita in Spagna nel 1977: Autobiografia di Federico Sánchez1. In cui l’”eroe” porta lo stesso nome utilizzato da Semprún per costruire la sua identità di agente del Partito Comunista Spagnolo, sia per le missioni condotte all’estero che in Spagna per conto dello stesso PCE nel corso degli anni Cinquanta.

Così, come ci narra l’autore di se stesso, veniamo anche a sapere che il futuro scrittore spagnolo era entrato nella resistenza francese contro i tedeschi ed era finito prigioniero a Buchenwald, dopo che la Gestapo lo aveva arrestato in un rastrellamento di provincia, sorpreso nel sonno in uno dei tanti rifugi clandestini della Resistenza.

Esperienza che avrebbe in seguito così ricordato: «I fantasmi fanno sempre paura. Io non ero veramente sopravvissuto alla morte, non l’avevo evitata. Non le ero sfuggito. Piuttosto, l’avevo percorsa da un capo all’altro. Ne avevo percorso i sentieri, mi ero perduto e ritrovato, immenso territorio dove scorre l’assenza. Un fantasma, appunto». Una sensazione che Semprún avrebbe avvertito in maniera sempre più forte nei diciotto giorni che passarono dalla liberazione dal campo di prigionia al suo ritorno a Parigi, in un convoglio di rimpatriati organizzato da una associazione cattolica, quella dell’abate Rodhain2.

Ma, aggiunge ancora, dopo esser ritornato in Francia: «Ero convinto di essere immortale. Fuori pericolo, in ogni caso. Mi era successo tutto, niente poteva più accadermi. Nient’altro che la vita, da mordere con denti voraci. È con questa sicurezza che ho attraversato, più tardi, dieci anni di clandestinità in Spagna». Il tono dello scrittore, come si vede anche da queste poche righe, è sempre molto romanzesco, a tratti foscoliano se si pensa all’Ugo Foscolo che in una lettera a una delle sue tante amanti aveva scritto: «Chiamami romanzo». Tanto che lo stesso Semprún avrebbe in seguito affermato che tutti i suoi romanzi costituivano di fatto «un libro interminabile»3.

Nell’opera pubblicata invece nel 1969, La seconda morte di Ramón Mercader, si affaccia in continuazione la storia collettiva e personale della Guerra Civile spagnola. Anch’essa caratterizzata da tradimenti, violenze, soprusi che non ne hanno certo lasciata immacolata l’immagine. Anche sul fronte repubblicano, a causa delle repressione della sua componente anarchica e di sinistra messa in atto dagli agenti di Stalin, come l’italiano Vittorio Vidali alias “comandante Carlos”, operanti nelle Brigate internazionali. Più attenti a sconfiggere e sopprimere gli avversari dello stalinismo che non il nemico franchista4.

L’”eroe” in questo caso porta lo stesso, pesantissimo nome di un personaggio simbolicamente importante del tortuoso percorso della rivoluzione dall’Ottobre allo stalinismo e al Gulag: Ramón Mercader, l’assassino di Leone Trotzkji in Messico, il 21 agosto 1940. Condannato a vent’anni di carcere in Messico come esecutore dell’assassinio, Mercader scontò tutto il periodo della condanna, senza mai parlare o confessare, in attesa di tornare in Russia a ritirare la medaglia d’oro che Stalin gli aveva assegnato per il compito svolto e gli onori che avrebbero dovuto essergli tributati. Ma Stalin era morto nel 1953 e quando Mercader era ritornato in URSS erano già passati quattro anni da quel congresso, voluto da Nikita Kruscev (segretario generale del Partito dal 1954 al 1964), che ne aveva rivelato i crimini. E per questo motivo, dopo aver vissuto nelle vicinanze di Mosca per un decennio, si sarebbe successivamente trasferito a Cuba nel 1970, dove morì, dimenticato da tutti, nel 1978 a 65 anni. Rivelando involontariamente l’autentico destino degli ”eroi” della burocrazia socialista.

Nell’evolvere della sua autobiografia politica, Semprún, senza aver mai davvero precisato la data dell’arresto e del suo trasferimento Buchenwald (autunno del ‘43 o primavera del ‘44, a seconda delle testimonianze fornite dallo stesso), nell’aprile del 1945, secondo una delle tante narrazioni che lo riguardano, afferma che la sua figura si stagliò come quella di un fantasma davanti agli occhi di tre ufficiali britannici in forza alle truppe americane del generale Patton. Fantasma eroico con bandoliera a tracolla e arma automatica in pugno, presa a chi non si sa, proprio sulla porta di ingresso del campo di concentramento.

Narrando poi ancora in seguito come per i suoi dubbi e le sue critiche fosse stato espulso dal partito spagnolo nel 1965. Motivo per cui, pur continuando a dichiararsi comunista per anni, avrebbe poi deciso di non più tacere e trasformare in letteratura ciò che apparentemente avrebbe dovuto appartenere soltanto alla Storia e non solo alla sua personale autobiografia.

Ma, si sa, la strada o le strade per l’Inferno sono lastricate più da inganni e tradimenti che da buone intenzioni. Motivo per cui lo stesso Semprún è stato spesso accusato di aver assolto fattivamente e in maniera consenziente parecchi “lavori sporchi” di censura letteraria e politica, proprio nel corso di quegli anni che egli ha sempre voluto rimuovere attraverso le “confessioni”, reali e inventate contenute nei due romanzi di cui si è fino ad ora principalmente parlato.

Anche lui bravo soldato di un concetto di rivoluzione che non avrebbe risparmiato gli avversari politici sia nel campo di Buchenwald, di cui rimangono tragiche testimonianze della collaborazione dei militanti comunisti con i guardiani del campo, sia nel campo della cultura quando, durante il franchismo, le durissime critiche condotte nei confronti dei letterati spagnoli in esilio resero ancor più dure le loro condizioni di vita rendendo spesso impubblicabili le loro opere5.

Una contraddizione drammatica che ne contiene ancora un’altra, che vide per anni Jorge contrapposto al fratello Carlos. Entrambi comunisti, entrambi scrittori, entrambi pieni di risentimento. Jorge, fuori dai radar della polizia franchista, nell’autorappresentazione era diventato, come si è già detto, Federico Sánchez, l’agente segreto che attraversava il confine guidando una decappottabile, bello e con i modi di un Kim Philby 6, o che almeno così si era raccontato, poiché quasi tutto ciò che ha scritto sull’argomento e su di sé sembra spesso volgere verso una personale interpretazione di un personaggio alla Humphrey Bogart, eludendo spesso, però, altri aspetti della sua militanza comunista. Mentre Carlos Semprún si poneva esattamente all’opposto.

In un libro apparso anni or sono e curato da una nipote dei due fratelli, Soledad Fox Maura, intitolato Ida y vuelta (Andata e ritorno), rivolto soprattutto a recuperare l’immagine “eroica” di Jorge, Carlos si dimostrò trasparente, senza nascondere il suo risentimento nei confronti del fratello.
Uno degli aspetti che Carlos gli rimproverava di più può essere così riassunto: essere rimasto nel PCE dopo il 1956, quando già si sapeva che l’URSS era uno stato criminale. Carlos, che era anche lui nel partito, passò al Frente de Liberación Popular (FLP) e da lì ad Azione Comunista, prendendo in questo modo definitivamente le distanze dall’URSS e dai partiti di obbedienza sovietica7.

Ma anche se sulla personalità di Jorge, sono state scritte centinaia di pagine, rimane pur sempre una cartella vuota nel suo archivio personale. Quella riguardante la risposta alla domanda: «che effetto aveva avuto su di lui Buchenwald?» Non lo sappiamo: quasi tutto ciò che ha scritto sull’argomento è freddamente intellettualizzato, perché Jorge ha sempre scritto sempre di sé come se fosse Bogart che interpreta Bogart.

Così quando Jorge raccontò la sua uscita dal PCE come il dramma di un uomo giusto della sinistra spagnola, Carlos gli ricordò i suoi anni di complicità e, insieme a ciò, il suo falso eroismo a Buchenwald. Dichiarando di aver scoperto che a Buchenwald Jorge Semprún era stato un kapò (Kameradschafts Polizei), un collaborazionista nazista, un fatto che anche Stéphane Hessel8 sosteneva.

Uno spiacevole dramma famigliare di rivalità irrisolte, ma accompagnato da un’accusa sicuramente grave, che avrebbe, però, potuto essere attenuata rivelando come il PC francese nel 1940, dopo l’occupazione tedesca, ma molto probabilmente anche a causa del trattato di non aggressione russo-tedesco Ribbentropp-Molotov firmato nell’agosto dell’anno precedente, avesse ordinato ai suoi militanti di collaborare9.

Un affare da tragedia greca in famiglia, che pone però un altro interrogativo: perché Jorge non l’ha raccontata così? Sarebbe stato un gesto nobile. Ma Jorge voleva essere una reincarnazione di Bogart e i Bogart nonostante tutto coltivano il mistero. Spesso anche in nome del (l’ex-)Partito.


  1. J. Semprún, Autobiografia di Federico Sánchez, Sellerio Editore, Palermo 1979.  

  2. Si veda: J. Semprún, Ritorno al Lutetia in J. Semprún, Esercizi di sopravvivenza, Ugo Guanda Editore, Parma 2014, p. 100.  

  3. Si veda la Nota editoriale a p.132 di J. Semprún, Esercizi di sopravvivenza, op. cit.  

  4. Si veda, tra le tante testimonianze, G. Orwell, Omaggio alla Catalogna (Homage to Catalonia – 1938), Il Saggiatore, Milano 1964.  

  5. Si veda in proposito il blog «Una temporada en el infierno» (Una stagione all’inferno) sul quale Juan Pedro Quiñonero Martínez, un giornalista e scrittore spagnolo. figlio di Juan Quiñonero Gálvez e Luz Martínez Pérez, insegnanti, fondatori della scuola razionalista Francisco Ferrer Guardia, e soci della cooperativa Democracia y cultura, di Totana (Murcia) durante la Repubblica e la guerra civile (cui, nelle rappresaglie successive alla fine della stessa, fu proibito di esercitare la professione di insegnanti e il padre condannato a morte, pena commutata in una pena di vent’anni di carcere e successivamente graziato), conduce da anni una personale battaglia per il disvelamento di ciò che gli definisce la Caina dei tradimenti avvenuti all’epoca e in seguito in ambito comunista.  

  6. Kim Philby, vero nome Harold Adrian Russell Philby (1912-1988), è stato un agente segreto e militare inglese, che acuisì la cittadinanza sovietica nel 1963. Da sempre comunista fu al servizio dell’NKVD e del KGB dall’interno del Military Intelligence (MI) e del corpo diplomatico del Regno Unito. Nonostante l’erronea convinzione che Kim Philby fosse stato prima un agente al servizio del Regno Unito e che soltanto a un certo punto della sua carriera avesse tradito, fu da sempre al servizio dell’URSS, per la quale lavorò ben prima di ricoprire cariche nell’establishment britannico. Dal 1936 al 1963 fu un agente che lavorò per l’URSS tramite i vari incarichi affidatigli dagli apparati diplomatici e spionistici britannici. Per ulteriori informazioni si veda qui  

  7. Di Carlos Semprún Maura è stato pubblicato in Italia: Rivoluzione e controrivoluzione in Catalogna. Anarchici contro stalinisti, proletariato contro burocrazia, autogestione contro stato. Dal luglio 1936 al maggio 1937: l’anno cruciale della rivoluzione spagnola, Edizioni AntiStato, Milano 1976.  

  8. Stéphane Hessel (1917 –2013) è stato un politico e scrittore tedesco combattente nella Resistenza francese, deportato nel lager di Buchenwald. Dopo la liberazione collaborò con Henri Laugier alla stesura della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.  

  9. Si veda in proposito il controverso articolo di Michel Lefebvre, Quand le PCF négociait avec les nazis, comparso sul quotidiano «Le Monde» nei giorni 10 e 11 dicembre 2006.  

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Carosello napoletano https://www.carmillaonline.com/2026/06/16/carosello-napoletano/ Tue, 16 Jun 2026 20:00:00 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95252 di Giovanni Iozzoli

Michele Franco, Carosello napoletano. Interventi sulla città, autoproduzione, Napoli, Aprile 2026, pp. 495, scaricabile gratuitamente qui.

Michele Franco è una di quelle figure che, attraversando nei decenni la scena politica di alcuni territori – nel nostro caso l’area metropolitana di Napoli -, esercitano un ruolo e una funzione non solo militante ma anche intellettuale, contribuendo alla lettura delle trasformazioni dei territori stessi. In un’epoca di apologia acritica del giovanilismo, c’è ancora un disperato bisogno di intelligenze che incarnino, anche biograficamente, la continuità della presenza e dell’analisi, soprattutto dentro le convulsioni di una metropoli come Napoli. Figure [...]]]> di Giovanni Iozzoli

Michele Franco, Carosello napoletano. Interventi sulla città, autoproduzione, Napoli, Aprile 2026, pp. 495, scaricabile gratuitamente qui.

Michele Franco è una di quelle figure che, attraversando nei decenni la scena politica di alcuni territori – nel nostro caso l’area metropolitana di Napoli -, esercitano un ruolo e una funzione non solo militante ma anche intellettuale, contribuendo alla lettura delle trasformazioni dei territori stessi. In un’epoca di apologia acritica del giovanilismo, c’è ancora un disperato bisogno di intelligenze che incarnino, anche biograficamente, la continuità della presenza e dell’analisi, soprattutto dentro le convulsioni di una metropoli come Napoli. Figure preziose in cui “rosso ed esperto” si fondono e l’inchiesta sociale diventa presupposto e risultante dei processi di organizzazione.

Questa ponderosa raccolta di scritti – che attraversa quasi un cinquantennio di militanza ed elaborazione – è stata pubblicata, in ere geopolitiche differenti, dentro bollettini, documenti, giornali, blog, riviste cartacee e digitali. Aver messo in fila cronologicamente e reso disponibile questa mole di documentazione, consente di uscire dalla logica polverosa degli “archivi di movimento” e considerare piuttosto questi materiali come una cartografia della metropoli, dei suoi conflitti, delle sue metamorfosi sociali e produttive. Uno strumento attuale di lavoro politico, dunque.

Michele, nella ricca introduzione, ricostruisce per somme linee il suo percorso politico e intellettuale: l’esplosione del ’77, l’approdo all’autonomia operaia (sponda Rosso-Veneto) e la straordinaria deflagrazione del post-terremoto, che produsse nella metropoli partenopea livelli di conflitto formidabili. Tale specialissima condizione, nella ricostruzione della storia sociale napoletana, rende inadeguato lo schema narrativo che racconta il decennio ’80 solo in termini di “riflusso”:

Occorre ricordare che nei primi anni ’80, nell’area napoletana, i fattori di cosiddetto riflusso culturale e politico – che cominciavano ad affermarsi in forme rovinose e destrutturanti nel resto del paese – furono attutiti e percepiti con meno nettezza da una condizione sociale di diffusa mobilitazione che ancora permaneva. Infatti, nell’area partenopea, vivemmo una sorta di dilatazione temporale del ciclo di lotte degli anni 70, la quale derivava dalle lotte post-terremoto che, fin dai primi giorni dopo il sisma, attraversarono, con forme di esemplificazione radicali, la metropoli almeno fino alla metà degli anni 80. (pag. 4)

Le giovani generazioni che si affacciavano alla politica nel decennio ’80 a Napoli, potevano contare su un quadro di mobilitazione sociale ancora vivo e attivo – il fronte casa/lavoro ma anche la deindustrializzazione che ridimensionava il peso sociale delle partecipazioni statali, in primis l’Italsider e l’Alfa e degradava territori e aspettative. Il fattore centrale di ogni lettura restava l’evento terremoto, che assunse la funzione di formidabile acceleratore della modernizzazione degli assetti in tutta la Campania; l’area metropolitana fu letteralmente ridisegnata, così come l’intero arco delle figure sociali e produttive. Chiaro che questo “frullatore” della storia richiedeva uno sforzo di analisi ed elaborazione continuo e sollecito. All’indomani del sisma, nei primi mesi dell’81, scrive l’autore su una pubblicazione dell’autonomia napoletana:

Certamente non tutti i piani di ristrutturazione e di riconversione nascono a ridosso del terremoto del 23 novembre, ma esiste un ventaglio di progetti che faranno registrare delle accelerazioni e delle forzature dalla situazione venutasi a creare dopo il sisma. Non è un caso che un esercito di progettisti, di enti di ricerca, di centri studi, di istituti universitari, si sono lanciati in un “orgia” di proposte e di consigli al potere ufficiale, una testimonianza quindi dell’interesse del capitale affinché la cosiddetta “ricostruzione” marci in una direzione che consenta che il ciclo di accumulazione capitalistica non si fermi ma che si aprano nuove forme di valorizzazione per il capitale. (pag. 12)

E ancora:

Il terremoto è l’occasione storica per il capitale di portare a compimento i suoi progetti nella metropoli partenopea, città “particolare” per il suo ruolo strategico rispetto alla politica d’intervento più generale del capitale nel meridione, sia per la qualità e quantità dei comportamenti conflittuali operai e proletari. (…) L’intervento statale si cimenta ai massimi livelli per recuperare un controllo sociale dimostratosi inadeguato e per un recupero del deficit statale. In questo senso è possibile affermare che ai caratteri tradizionali della spesa pubblica – ristrutturazione dell’intervento, tagli antiproletari – si aggiunge quello di essere il principale strumento per la riconversione territoriale. (pag. 41)

E proprio il dibattito di movimento della Napoli post 1980 – scrittura militante di un’epoca in cui l’analisi della fase è una cosa maledettamente seria – è forse quello che più attira lo sguardo del lettore contemporaneo. Alcuni elementi sembrano profetici, altri decisamente meno, ma le tendenze di fondo sono individuate adeguatamente, sia pur con gli ampi margini di approssimazione che la storia impone alle previsioni umane. Michele in quegli anni è uno dei giovani quadri di movimento che studia le onde del conflitto dall’osservatorio privilegiato dell’internità. Sia pur nel “canone” stilistico dei documenti politici dell’epoca, tutti i nodi vengono squadernati con lucidità: la catastrofe naturale assimilata alla guerra; la deindustrializzazione come riorientamento di grandi flussi di investimento pubblico/privato; la ininterrotta pressione sulla spesa pubblica che da arma proletaria diventerà nel corso del decennio sbilancio cronico e crisi fiscale.

E ancora la dialettica tra iniziativa di movimento e iniziativa armata, nel territorio in cui il Partito Guerriglia pone per tre anni una pesante ipoteca sulla dinamica sociale – e anche qui lo sforzo di assunzione di un punto di vista autonomo in grado di sottrarsi alla pretesa egemonia senzaniana, senza mai scivolare sul terreno della desolidarizzazione o della dissociazione. Una ricchezza di temi e suggestioni che definiscono una narrazione “in diretta” del conflitto e degli attori sociali in campo.

… al di là di come il “caso Cirillo” si risolverà, vogliamo affermare alcune cose da comunisti a comunisti, alle BR.
Bagnoli, Secondigliano, il centro storico, non sono campi di battaglia in cui la rivoluzione si può fare con la divisa del “nuovo partigiano”; queste zone e tante altre di Napoli e del sud, sono i lager diffusi e i laboratori sociali dove il comando del capitale, in tutta la sua violenza, esercita il suo controllo ed estorce il suo profitto. (…)  La trasformazione dei processi proletari di autovalorizzazione in autodeterminazione si dà esclusivamente sul terreno del contropotere, in una accurata dialettica tra iniziativa di massa e azione politica destabilizzante. (pag. 48)

Al netto degli equilibrismi semantici e gergali dell’epoca – che riflettevano la necessità di collocarsi nello spazio stretto della critica marxista, non delle scomuniche – la posizione di movimento era chiara: l’azione brigatista rischiava di spostare il conflitto sociale sul piano della militarizzazione e, proprio dove sembrava porsi come vincente (vedi l’esito “vertenziale” del sequestro Cirillo) lasciava sul terreno macerie pesantissime che avrebbero ostacolato la lotta di classe nella sua fase di sviluppo ulteriore.

Particolarmente centrale in quegli anni, è il rovello epistemologico e politico sul “soggetto”, che in quel drammatico crinale rappresentava forse il nodo più problematico e dibattuto. Napoli fu, tra l’altro, il laboratorio in cui nacquero i Nap, cioè l’espressione più matura di un protagonismo diverso del sottoproletariato, che assumeva valenza rivoluzionaria superando lo stigma storico del movimento operaio ufficiale contro i lumpen. Michele, dirigente per lunghi anni del movimento dei disoccupati organizzati, misurerà sul campo difficoltà e potenzialità delle nuove letture della composizione di classe.

In quegli anni – a Napoli e nel Sud – come compagni autonomi, non ci accontentavamo esclusivamente delle suggestioni e delle oggettive novità analitiche a proposito di fabbrica diffusa o del poliedrico dibattito circa i nuovi soggetti sociali, che costituivano i classici capisaldi teorici del filone politico dell’Autonomia dopo la crisi dello stato piano. Nei territori meridionali cominciavamo a leggere il testo di Alessandro Serafini/Luciano Ferrari Bravo “Stato e sottosviluppo”, il libro di James O’Connor su La crisi fiscale dello Stato ed avevamo conosciuto la vera e propria epopea del Vogliamo tutto di Nanni Balestrini in cui è narrata la vicenda dell’immigrato meridionale incarnato dal buon Alfonso Natella di Salerno, che diventa l’avanguardia di lotta nella cattedrale dell’operaio massa, la Fiat Mirafiori di Torino. (pag. 2)

Michele Franco, come decine di altri quadri politici e sociali, pagherà il suo prezzo alla pratica della “pesca a strascico” che i magistrati mettono in atto in quegli anni per isolare le formazioni combattenti. Colpire le avanguardie sociali e la militanza diffusa, significava mettere in ginocchio i fattori di organizzazione e di direzione politica dei movimenti.

Attraverso le oltre 500 pagine di interventi e riflessioni, si snoda il rosario doloroso delle eterne crisi napoletane che però – anche quando esalano il tanfo della putrescenza – manifestano sempre guizzi di vitalità e rilancio in avanti delle contraddizioni.
Leggiamo qualche titolo: “Dalle mobilitazioni contro l’uso antisociale dell’emergenza rifiuti alle campagne antiautoritarie”; “Mobilitazione popolare e protagonismo delle periferie”; “I primi 100 giorni di Luigi Bonaparte De Magistris”; “Rita De Crescenzo o della ragionevole ideologia”. Munnezza, bassolinismo, produzione di soggettività e discorso pubblico, periferie in fiamme, degrado e riscatto: gli ultimi 25 anni, soprattutto napoletani (ma non solo) squadernati davanti al lettore alla ricerca di un filo rosso che tenga il caleidoscopio partenopeo dentro una dimensione coerente. L’intellettuale – collettivo o individuale – resta quasi abbacinato dalle infinite vie di fuga che frammentano all’infinito i fenomeni sociali a Sud. Si parte dal terremoto – crepuscolo e spartiacque di un’epoca – e si arriva ad un presente inafferrabile, che non si riesce a collocare come “inizio” o come “fine” di qualcosa.

Dal 23 novembre 1980 la città non ha più smesso di mutare pelle e il nuovo impattante terremoto è stata la sua progressiva collocazione dentro i grandi flussi turistici mediterranei. La turistificazione dell’economia napoletana sta ricreando i medesimi effetti della catastrofe naturale: migliaia di persone vengono espulse dal centro storico, masse di f-l si spostano da un serbatoio all’altro del precariato metropolitano, una quantità enorme di attività economiche deperiscono e altre nascono, mentre nuovi ceti e centri di potere si spartiscono finanziamenti privati e fondi pubblici.  L’ultimo ventennio, insomma, è quello in cui il degrado antropologico e il boom turistico intrecciano le rispettive linee di crescita. L’autore conclude, nella post-fazione, con una nota ascrivibile all’ottimismo della volontà:

l’auspicio – dunque – è che riprenda un affatto collettivo orientato ad una pratica di inchiesta permanente – una grande con/ricerca corale – per aggiornare ed adeguare costantemente la lettura e l’interpretazione del complicato sommovimento strutturale, culturale e sociale su cui si fondano le forme di vita e di riproduzione della metropoli partenopea. (pag. 495).

Studiare e organizzarsi, insomma, come sempre la storia del movimento operaio ha imposto ai suoi figli migliori.

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Andy Warhol, Ladies and Gentlemen https://www.carmillaonline.com/2026/06/15/andy-warhol-ladies-and-gentlemen/ Mon, 15 Jun 2026 19:55:06 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95291 di Mauro Baldrati

La mostra, che sarà visitabile fino al 19 luglio al Palazzo dei Diamanti di Ferrara, è la riedizione della mitica Ladies and Gentlemen del 1975, che provocò diverse polemiche per l’argomento trattato: le Drag Queen di Manhattan. Inoltre ampi spazi sono dedicati all’inserimento di alcune opere classiche, le serigrafie e i ritratti di Man Ray, Mao, Marilyn, Mick Jagger, Liza Minnelli. Ne ripete anche l’allestimento, le gigantografie degli articoli che ne parlavano applicate sulle soglie delle porte, che Andy Warhol in persona sfondò il giorno dell’inaugurazione.

E proprio l’arrivo dell’artista e Ferrara, un remoto filmato in bianco [...]]]> di Mauro Baldrati

La mostra, che sarà visitabile fino al 19 luglio al Palazzo dei Diamanti di Ferrara, è la riedizione della mitica Ladies and Gentlemen del 1975, che provocò diverse polemiche per l’argomento trattato: le Drag Queen di Manhattan. Inoltre ampi spazi sono dedicati all’inserimento di alcune opere classiche, le serigrafie e i ritratti di Man Ray, Mao, Marilyn, Mick Jagger, Liza Minnelli. Ne ripete anche l’allestimento, le gigantografie degli articoli che ne parlavano applicate sulle soglie delle porte, che Andy Warhol in persona sfondò il giorno dell’inaugurazione.

E proprio l’arrivo dell’artista e Ferrara, un remoto filmato in bianco e nero perfettamente sgranato come vuole la tecnica dell’epoca, è proiettato come una sequenza onirica osservata da un binocolo rovesciato su uno schermo all’inizio del percorso. Contiene alcuni passaggi dell’intervista, con domande da parte di critici e del responsabile dell’allestimento della mostra. E qui assistiamo divertiti all’atteggiamento vacuo del personaggio, che ricorda le interviste del primo Bob Dylan: espressione distratta, risposte telegrafiche tipo Beh, è possibile, Credo di sì, non più di quattro o cinque parole. Gli intervistatori, con tanto di giacca e cravatta anni Settanta e occhiali dalla montatura pesante, spiazzati, non demordono, e quando uno gli chiede se è cosciente del fatto che lo smantellamento del mito attraverso la sua estremizzazione ha creato un nuovo mito (il suo), Warhol, impassibile, formula un vago Ah, credo che potrebbe essere… Poi si gira verso un ragazzo che gli siede a fianco e fa un garbato: Forse è meglio se rispondi tu… E lui parte con una classica disamina critica.

Le Drag Queen di cinquant’anni fa – travestiti (un termine oggi in completo disuso) che animavano l’ambiente off di New York) sono ritratti – o rappresentati attraverso l’intervento artistico con intensi colori acrilici – quasi sempre in primo piano o di quarta. Sono immagini dai toni espressionisti, si potrebbero definire gioiosi, certamente performativi di un’iconografia underground, di cui Warhol è stato uno dei maestri assoluti.

Il visitatore in età che entra nelle stanze coi ritratti sulle pareti, con quelle sequenze – oggi diremmo serie – di sfondi e volti colorati, può provare sensazioni simili a quelle di una leggendaria notte del 1971, quando i Pink Floyd si esibirono a Brescia in un palazzo dello sport circolare. Il suono elettronico di Ummagumma viaggiava lungo le pareti, proiettando gli spettatori, stesi sul pavimento (non c’erano sedie) coi sensi potenziati dalla cannabis, nell’iperspazio.

Qui il visitatore gira su se stesso, segue il flusso dei ritratti seriali, quegli stessi primi piani che transitano nei loro doppi attraverso scale progressive di colore e prova un senso di smarrimento. C’è qualcosa di imperiale in quei ritratti. In quei personaggi che, come fantasmi, sono stati fissati su fondali antichi, come i mosaici di una cattedrale. Chi deve aver provato sensazioni simili è stato Pier Paolo Pasolini, espresse in un articolo dattiloscritto esposto sotto vetro:

Ho davanti agli occhi le serigrafie e alcuni dipinti di Warhol. L’impressione è di essere di fronte a un affresco ravennate rappresentante figure isocefale, tutte, s’intende, frontali. Iterate al punto da perdere la propria identità e di essere riconoscibili, come i gemelli, dal colore del loro vestito. L’abside della cattedrale che Warhol costruisce e poi getta al vento disperdendola nei tanti ritagli delle figure isocefale e iterate, è in effetti bizantina. L’archetipo delle varie è sempre lo stesso: perfettamente ontologico. E’ la qualità di vita americana che sembrerebbe essere l’equivalente della sacralità autoritaria della pittura ufficiale cristiana delle origini: fornire cioè il modello metafisico di ogni possibile figura vivente.

Come non evocare Marguerite Yourcenar nel 1935 in contemplazione dei mosaici di San Vitale a Ravenna:

Qui, imperatori hanno spaccato in quattro capelli di dogmi, hanno violentato verità, hanno trattato testi come città conquistate, hanno fatto subire al senso delle frasi della Scrittura l’equivalente delle trasposizioni di sesso con le quali si erano cimentati i Cesari. Tutti i fuochi d’artifizio celesti sono stati consumati su questi muri da una razza impaziente, decisa a mangiare quaggiù le promesse di un Dio appena germogliate. Uno dei segreti di Ravenna sta in questo confinare dell’immobilità con la velocità suprema; essa conduce alla vertigine. Il secondo segreto di Ravenna è quello dell’ascesa al profondo, l’enigma del Nadir. Letteralmente, i personaggi dei mosaici sono minati: hanno scavato in se stessi enormi caverne nelle quali raccolgono Dio. Affondati nelle viscere dell’estasi, partono alla ricerca di un sole di mezzanotte, ai mistici antipodi del giorno. Rinchiusi in un sogno, imprigionati sotto la campana da palombaro delle cupole, sfuggono alla frenesia del mondo nella serenità del baratro.

Quegli uomini-donna, come li definiva Proust settant’anni prima, artisti, attori in compagnie teatrali off, frequentatori di salotti mondani contaminati dalla frenesia del mondo nella serenità del baratro gesticolano, posano, lampeggiano sguardi, recitano parti estreme della vita. Distruggono dogmi, violentano verità. La loro innocenza, la loro purezza, filtrate dalla serialità cromatica che ne fa una continua rinascita, sono alla ricerca ossessiva del sole di mezzanotte. Nelle serigrafie, nelle Polaroid, una tecnica fotografica che ha influenzato generazioni di artisti e fotografi degli anni Ottanta e Novanta, Andy Warhol ha inseguito i volti e la mimica degli ultimi imperatori che hanno regnato agli antipodi del giorno.

La mostra contiene anche scritti, schede informative, e una sezione dedicata alla creazione della Factory, la comune artistica (e stupefacente, le droghe scorrevano a fiumi) che operava in un vecchio magazzino con le pareti tappezzate di allumino. Seguiamo la fondazione dei Velvet Undergound nel 1964, la creatività furiosa degli esordi, l’inizio del cannibalismo artistico della mitologia commerciale e consumista (le trenta lattine di zuppa Campbell), le serigrafie che l’hanno rivolta anche alla mitopoietica politica (la formidabile stanza dedicata alla serie su Mao) e dello spettacolo (la serie iconica e malinconica di Marilyn Monroe), gli attori, i poeti, le modelle, i beatnik emaciati nerovestiti che la frequentavano giorno e notte.

E’ una mostra da visitare con calma, evitando il fine settimana (nell’ultima foto vediamo la fila dei visitatori in attesa di entrare in un tardo pomeriggio di sabato). Per gli orari e i biglietti qui.

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Netflix come una macchina di Deleuze e Guattari https://www.carmillaonline.com/2026/06/14/netflix-come-una-macchina-di-deleuze-e-guattari/ Sun, 14 Jun 2026 20:00:43 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95267 di Paolo Lago

Antonio Ricciardi, La macchina Netflix. Algoritmi, estetica e politica delle piattaforme, prefazione di Tiziana Terranova, ombre corte, Bologna, 2026, pp. 170, euro 15,00.

Rifacendosi al concetto di “capitalismo delle piattaforme” coniato da Nick Srnicek nel 2017, Antonio Ricciardi, nel suo interessante e denso saggio recentemente uscito per ombre corte, considera Netflix come una delle piattaforme digitali più importanti e significative della contemporaneità, un agglomerato algoritmico avvicinabile ad altri colossi come Meta, Google, Microsoft o Amazon il cui “dual use”, che prevede sia un utilizzo ‘pacifico’ che uno bellico, poliziesco e genocidario, è sempre in agguato. Ma Netflix, [...]]]> di Paolo Lago

Antonio Ricciardi, La macchina Netflix. Algoritmi, estetica e politica delle piattaforme, prefazione di Tiziana Terranova, ombre corte, Bologna, 2026, pp. 170, euro 15,00.

Rifacendosi al concetto di “capitalismo delle piattaforme” coniato da Nick Srnicek nel 2017, Antonio Ricciardi, nel suo interessante e denso saggio recentemente uscito per ombre corte, considera Netflix come una delle piattaforme digitali più importanti e significative della contemporaneità, un agglomerato algoritmico avvicinabile ad altri colossi come Meta, Google, Microsoft o Amazon il cui “dual use”, che prevede sia un utilizzo ‘pacifico’ che uno bellico, poliziesco e genocidario, è sempre in agguato. Ma Netflix, secondo lo studioso, si configura anche come una “macchina” nel senso dato a questo termine da Gilles Deleuze e Félix Guattari prima nell’Anti-Edipo (uscito in edizione originale nel 1972) e poi in Mille Piani (uscito nel 1980). Una “macchina”, come hanno scritto Deleuze e Guattari rifacendosi alla teoria marxiana, è un sistema di produzione che si definisce come un sistema di tagli: essa intercetta e recide un flusso di energia o materia e lo connette ad un altro flusso. Non c’è un inizio né una fine ma solo una catena continua di macchine che innestano altre macchine in un ininterrotto “phylum” macchinico.

Come nota Ricciardi, Netflix nasce come un sistema di noleggio di VHS per posta, e successivamente di DVD. Se prima la rete di distribuzione erano le poste americane, “adesso il supporto sono i cavi in fibra che trasportano il segnale e i pacchetti della rete internet, assieme ai dispositivi informatici dei suoi clienti” (p. 51). La macchina Netflix funziona come un assemblaggio di flussi in continua evoluzione: flussi di tecnologia, di segnale, di innovazione, di immagine. Il passaggio allo streaming costituisce per l’azienda un momento cruciale. Come scrive Ricciardi, “se nella prima fase, le informazioni che l’azienda riusciva a tirare fuori dal comportamento dei suoi clienti si fermavano alla scelta del film noleggiato, adesso la piattaforma riesce a tracciare qualsiasi forma di interazione tra il cliente ed i contenuti che egli sceglie di consumare (ibid.). Se la televisione e i suoi programmi si muovevano nella direzione da uno a molti con la capacità di ‘striare’ il tempo sociale, cioè sezionarlo e racchiuderlo in griglie preconfezionate, Netflix agisce con un sistema di flussi in continuo movimento, con una ‘colonizzazione’ digitale che investe in modo impressionante le sfere private degli individui. Viene da pensare al flusso televisivo mostruoso preconizzato da David Cronenberg in Videodrome, del 1983. Gli strumenti analogici dell’epoca (televisore ‘panciuto’, videocassette, videoregistratori e segnali televisivi) diventavano flussi mostruosi capaci di penetrare nella carne e nelle coscienze delle persone. Netflix, grazie al sistema algoritmico della piattaforma, ci riesce in modo apparentemente meno ‘mostruoso’ ma altrettanto pervasivo. Come non manca di ricordare Ricciardi, il sistema delle piattaforme riproduce sotto forme nuove il meccanismo dell’internamento studiato da Michel Foucault, e con esso tutte le sue dinamiche disciplinari e di controllo.

Lo sviluppo di Netflix appare segnato dalla doppia natura che costituisce uno dei tratti genetici del Capitale. Come hanno rilevato Deleuze e Guattari nell’Anti-Edipo, ad una logica schizofrenica del capitalismo se ne affianca un’altra, definita “assiomatica”, il cui scopo è una incessante produzione di regole (assiomi) che catturano i flussi divenuti inarrestabili. Netflix ha bisogno di un’assiomatica: per ogni flusso che sembra filare via viene prodotto un assioma che lo riporta sotto il suo controllo. Netflix, come una “rit-macchina”, una macchina “del ritmo” secondo i due studiosi francesi, è completamente avvolta dalla funzione capitalista, che vi è ‘colata’ dentro e l’ha trasformata in piattaforma. Perché – scrive Ricciardi – “la piattaforma è esattamente la rit-macchina asservita alla macchina capitalista” (p. 99). Passioni, relazioni sociali, affetti, gioie e dolori degli individui vengono tramutati in profitto. La macchina non guarda in faccia a niente e a nessuno. Il capitalismo è una “macchina miracolante” (Deleuze e Guattari) che procede come uno zombie disumanizzato, come un’AI fatta di fasci di algoritmi.

La piattaforma intende infatti ‘striare’ e regolamentare qualsiasi flusso da essa promani; si viene allora al punto dell’immagine e dell’estetica Netflix cui Ricciardi dedica un capitolo del suo saggio. Le produzioni Netflix sono regolate da diversi parametri che, messi insieme, costituiscono una ritmologia: le tipologie di videocamere che impone la produzione ai creatori delle opere Netflix Originals e le inquadrature in campo medio, assai frequenti, contribuiscono ad una omogeneità che “finisce per avere una ricaduta estetica che si fa immediatamente macchina” (p. 105). Ogni opera Netflix è connotata da un nitore che gioca un ruolo estetico fondamentale: “su Netflix non abbiamo sfumature, non abbiamo con-fusioni. Tutto riluce di una luminosità che taglia i confini, i corpi e le identità in maniera chiara e distinta” (p. 106). Le etichette e i tag di cui sono disseminati i film e le serie TV prodotti dalla piattaforma hanno poi il compito di regolarizzare, sezionare e – per dirla con Deleuze e Guattari – “striare”. Rendere striato, cioè sottoposto al controllo, lo spazio liscio, nomadico e potenzialmente sovvertitore. Le etichette “disarticolano le ritmologie immanenti alle opere, congelandole dentro delle griglie che ne costituiscono una sorta di inerte rappresentazione” (p. 108). Se per noi spettatori i valori estetici delle opere di cui fruiamo sono “delle vere e proprie vibrazioni, degli affetti coi quali di volta in volta facciamo i conti” (p. 111), per Netflix diventano dei potenziali per l’estrazione di valore perché “la piattaforma ha bisogno dell’estetico, lo anela, se ne nutre” (p. 119). Anche i territori narrativi più oscuri, più nomadici, più silenziosi, più apparentemente lontani dalle logiche del capitale diventano terre incognite da colonizzare e conquistare, da asservire e schiavizzare. Come scrive Ricciardi in modo suggestivo, “il complesso delle piattaforme sembra seguire la stessa logica delle destre di ispirazione trumpiana: lo sconosciuto, pur attraversato da infiniti pattern, è trattato alla stregua di un incestuoso caos che attende di essere legalizzato attraverso l’istituzione di una serie di divieti sovrani” (p. 149). Le piattaforme conquistano territori in maniera “preventiva”, secondo la logica bellica di Bush e anche di Trump: potenziali territori o individui pericolosi devono essere assoggettati con le armi prima che diventino realmente nocivi per lo status quo del capitalismo a stelle e strisce. L’altro, il diverso, lo sconosciuto, femminile e irrazionale – scrive Ricciardi – deve essere catturato e assiomatizzato e “se la sua alterità non può essere assiomatizzata, allora va incarcerata, violentata, uccisa. È così che ovunque prendono corpo dei divenire-maschio che si oppongono ai divenire donna, animale e bambino auspicati da Deleuze e Guattari” (p. 157).

Le produzioni Netflix, anche quando potrebbero sembrare degli elementi di sabotaggio del funzionamento macchinico della piattaforma, agiscono perciò unicamente per il profitto della piattaforma stessa, un po’ come l’alieno di Alien (1979) di Ridley Scott, la “macchina da guerra nomade” inglobata dall’apparato di stato capitalistico del futuro che non esita a condurla sulla Terra a scopo di profitto ben sapendo che è letale per gli esseri umani. Pensiamo ad esempio a serie TV disturbanti e apparentemente ‘sovversive’ come Black Mirror (2011-2025), Dark (2017), 1899 (2022),  Alice in Borderland (2020-2025) o Squid Game (2021-2025). Queste ultime due mostrano una società devastata dalla digitalizzazione e dalla sete di denaro e arricchimento nonché una terribile oppressione delle classi sociali più deboli, schiacciate dai debiti e dalla miseria. I personaggi sono costretti a partecipare a dei misteriosi giochi mortali per arricchirsi e per sopravvivere fra le macerie dello stesso sistema capitalistico (Alice in Borderland si ambienta in una distopica e devastata Tokio), diventando le pedine di un entourage di ricchissimi esponenti della politica e della finanza che si celano nell’oscurità. All’apparenza sembrerebbero quindi mettere in luce sia metaforicamente che realisticamente il sistema oppressivo del capitale e i suoi ingranaggi perversi. Ugualmente, Black Mirror svela in modo geniale cosa si cela dietro lo “specchio nero” della tecnologia non solo contemporanea ma anche futuristica, inseguendo appunto i possibili sviluppi futuri delle attuali tecnologie in forme più o meno distopiche e disturbanti. In modo particolare, un episodio di questa serie sembra disvelare certi meccanismi perversi dello stesso Netflix e delle piattaforme di streaming: in Joan è terribile, primo episodio della sesta stagione, infatti, una donna comune scopre che una piattaforma di streaming, palese parodia di Netflix, ha trasformato la sua vita in una serie TV di successo interpretata da Salma Hayek. Sembrerebbe di trovarsi di fronte a un messaggio per certi aspetti ‘sovversivo’ e antagonista, eppure non dobbiamo dimenticare che, dietro le indiscutibili genialità e valore estetico di queste serie, si cela pur sempre la produzione Netflix. Esse sono flussi macchinici prodotti dalla stessa azienda globale; certo, noi possiamo percepirne i valori estetici, possiamo recensirle quanto vogliamo mettendo in rilievo il loro carattere antagonista, eppure non dobbiamo dimenticare che il loro fine ultimo è il profitto. È trasformare le nostre passioni, il nostro senso estetico e la nostra affettività in profitto.

Perciò – si chiede Ricciardi utilizzando ancora la terminologia di Deleuze e Guattari – “è realmente possibile pensare alla piattaforma come ad un vettore di deterritorializzazione? Possono le serie TV che guardiamo su Netflix contribuire in qualche modo ad alimentare quelle stesse battaglie che la piattaforma cerca di mettere a profitto?” (p. 122); “come raccogliere, dentro un’opera di Netflix, una vibrazione liberatrice per poi farla risuonare nello spazio sociale?” (p. 131). Non è certo facile nello spazio sociale contemporaneo, in cui, per usare le parole di Tiziana Terranova citate da Ricciardi, “gli stati nazione vanno smantellati e sostituiti con cosiddetti gov-corps (cioè governi delle corporazioni) guidati da amministratori delegati che hanno il potere di decisione su tutto” (p. 156). Non è facile perché le piattaforme assorbono qualsiasi dimensione affettiva: “amicizie, estetiche, sonorità, cultura, lavoro” (p. 155). Ma non dobbiamo neanche dimenticare che “Netflix non sarebbe niente senza il desiderio di storie, di immagini, di colori, di musiche dei suoi utenti” (p. 151). Il coltello dalla parte del manico, forse, alla fine ce l’abbiamo noi. È possibile che dei parassiti si innestino nelle griglie del controllo: ad esempio – dice lo studioso – negli “usi capovolti che delle piattaforme si possono fare e continuamente vengono fatti, dalle primavere arabe alle rivolte dei rider. Ma non solo. Le maglie del filtro che le piattaforme possono imporre su ciò che le attraversa sono – e devono essere – fatalmente larghe. Attraverso queste maglie possono insinuarsi innumerevoli molecole di resistenza, flussi di desiderio che custodiscono infinite virtualità” (p. 154). Un parassita, una molecola di resistenza o un flusso di desiderio, nel suo piccolo, può essere allora anche una recensione a una serie TV o a un film Netflix pubblicata su “Carmilla online”.

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Noi siamo la poesia del gastrico https://www.carmillaonline.com/2026/06/13/noi-siamo-la-poesia-del-gastrico/ Sat, 13 Jun 2026 20:00:36 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95072 di Franco Pezzini

Fabrizio Schepisi, Le forme, pp. 464, € 20, Polidoro, Napoli 2026.

Nel dubbio, Maxwell correva. Ha sempre corso, mio fratello, ma dopo papà la sua corsa acquistò un fine, credo. Anche se non lo ricordava. Oppure, magari? Fatto sta che iniziò a correre di più, che non è scappare, ma far vivere il tempo nel movimento, dargli una direzione.

[…] della sgradevolezza delle cose informi. Perché l’orrore e l’ingiustizia della materia è che potrebbe contenere veramente tutto e di tutto, e invece a guardarla bene non contiene proprio nulla.

Ormai da un buon numero d’anni il genere distopia [...]]]> di Franco Pezzini

Fabrizio Schepisi, Le forme, pp. 464, € 20, Polidoro, Napoli 2026.

Nel dubbio, Maxwell correva. Ha sempre corso, mio fratello, ma dopo papà la sua corsa acquistò un fine, credo. Anche se non lo ricordava. Oppure, magari? Fatto sta che iniziò a correre di più, che non è scappare, ma far vivere il tempo nel movimento, dargli una direzione.

[…] della sgradevolezza delle cose informi. Perché l’orrore e l’ingiustizia della materia è che potrebbe contenere veramente tutto e di tutto, e invece a guardarla bene non contiene proprio nulla.

Ormai da un buon numero d’anni il genere distopia – tanto più oggi si può parlarne come di un genere a sé – ha eroso non solo la narrativa utopica ma la stessa fantascienza, marginalizzata in una realtà in cui non riusciamo più a coniugare fantasie al futuro. Come ci mancasse il tempo verbale, discorso già fatto: quando eravamo bambini ci veniva chiesto cos’avremmo voluto fare da grandi ed enunciavamo il nostro piccolo elenco di aspettative; oggi la domanda pare quasi uno sfottò, e in generale si confronta con una vertiginosa difficoltà non solo di immaginare un futuro degno di tal nome ma di percepirne la direzione concettuale e, in radice, di dirlo.
Uno dei grandi compiti dell’immaginario oggi è forse dunque di aiutarci a vincere questa paralisi tossica, perché l’homo sapiens di futuro ha bisogno. La distopia rischia di diventare in questo senso una mutazione blasfema dell’escatologia: un già e non ancora saldamente ancorato alle putredini del presente ma tale da negare la prospettiva almeno sognata di una svolta. Invece di una fine del mondo – o di un mondo – assurge così a suo sostitutivo disturbante una continuità nel peggio.
D’altronde se da bambini il nostro futuro era pieno di automatismi, razzi e robot come quelli dei Pronipoti Hanna-Barbera (avviati non a caso nel 1962), non avremmo immaginato che le svolte più drastiche sarebbero state piuttosto nelle comunicazioni e nei loro modi di plasmare il mondo, poteri e politica compresi. E questo ha finito con l’interpellare anche il fronte delle distopie: da quelle “dure”, esterne e politiche di mondi devastati e militarizzati, tra urbanesimo da incubo, deserti postapocalittici e waterworlds sommersi dagli oceani, passiamo oggi ad affreschi molto più sottili, dove la devastazione riguarda anzitutto la percepibilità e dicibilità del reale, la possibilità di dirlo. Qualcosa che fa esplodere strutture sintattiche o le stravolge in stringhe, frantumi, grumi semantici, trascinando sempre più a fondo nell’onirico: aggettivo che una volta enfatizzava anzitutto una surrealtà di immagini (Artemidoro docet), ma oggi sempre più riguarda il loro modo di inanellarle, connetterle e comunicarle. L’homo narrans diventa così una pizia laica balbettante visioni dai nessi causali dubbi, una sibilla che scrive sulle foglie in una lingua immediatamente frantumata. Quest’ordine di narrazioni già si profilava nei solidi romanzi di Lorenzo Monfregola, La città dei Serpenti, ed Emiliano Ereddia, L’Oltremondo, entrambi Polidoro, 2025: e ora, nella stessa collana “Interzona” di Orazio Labbate, ma persino più radicale e spiazzante negli esiti di quei precedenti, giunge Le forme di Fabrizio Schepisi, che sottolinea la dimensione simbolica e filosofica dell’apologo.
Siamo in un’isola assediata dal caldo, in un tempo che alcune suggestioni potrebbero collocare in una civiltà precedente la nostra ma al tempo stesso slitta idealmente per il lettore verso un futuro estremo – comunque il calendario (tempo base 391 di quel mondo, ma con scorci del tempo antico della fondazione) è qualcosa di molto relativo e funzionale a porre frantumi di un ordine fragile tra diversi fili della narrazione. L’isola, un’Atlantide della parola o forse un’isola di Utopia ormai degradata, è lontana dal resto del mondo e non vede interazioni con altri popoli.
La storia è quella del narrante/protagonista Abel, un Abele forzatamente buono e succube di un regime in apparenza morbido quanto però equivoco e vessatorio. Il potere che regge l’isola e che vede – o piuttosto non vede, il concetto è nebuloso – al vertice l’enigmatico Gestore, per ottenere una società pacificata ne ha rimosso tutte le emozioni forti, i conflitti, i concetti di dolore, sofferenza e lutto. Qualcosa di persino più radicale che in una distopia come Polpa di Flor Canosa, fortemente incentrata sui corpi. E una simile cancellazione finalizzata a stabilità, sicurezza, equilibrio sociali interviene sulla memoria anche personale, resettando i nessi del passato ed erodendo fatalmente l’identità. La misura di apparente perfezione reca così in sé un’oscura specularità, il volto di una tirannia più insidiosa e spersonalizzante.
Da cui una straniante, geniale vaghezza in tutto il romanzo, come alla deriva di un dormiveglia dove nulla raggiunge la solidità d’una certezza, tutto muove in una trasfigurazione onirica e simbolica al passo di una lingua letteraria congrua: in assenza di quella memoria che del resto è funzionale alla coscienza, Le forme – quelle del titolo – sfumano e si disincarnano in simboli e conati di emozioni.
Essendo impossibile il linguaggio del dolore, Abel vive un disagio senza forma di fronte alla scomparsa di una serie di persone fondamentali dalla sua vita: il padre (si è gettato in mare a scopo suicida o voleva solo allontanarsi a nuoto?), il fratello Maxwell (che corre come forma di resistenza e a un tratto sparisce), la stessa partner di Abel, Clara (che trovava nel sesso qualche forma di attrito con la realtà circostante, forse violentata e uccisa). È il problema insomma delle “sofferenze non autorizzate” (esistono macchine del dolore per simularlo ai fini delle lezioni di guida, con elettrodi e l’eccitante mextos): chiunque sperimenti il dolore senza permessi rischia dunque d’essere posto fuori dalla società, escluso, o almeno marginalizzato come Abel.
Il fatto è che il travaglio interiore, con dolore e fatiche pungenti alle quali giustamente cerchiamo di sfuggire, trattiene però una dimensione formativa e fondativa: ci piaccia o no, affossa mondi e altri ne apre in noi. Vietarlo o anche solo annacquarne il portato, come nella nostra età superficiale di risposte banalizzanti alla complessità, significa in fondo sprecarne le potenzialità esistenziali, mutilarci, svuotarci.
Per rendere la sofferenza del protagonista senza descriverla troppo, l’autore gioca ergodicamente sull’incastro tra voce narrante, descrizione di un mondo straniato e inserti di documentazione amministrativa: in effetti è un’intera società a essere inebetita e talora sofferente, tra manifestazioni sopra le righe e sacche sordide di miseria tra una discarica e l’altra.
Tanto più che le soluzioni offerte dal regime al problema della morte – fantastiche mutazioni in alberi – non risultano particolarmente consolatorie: e l’isola, che non conosce l’idea di Dio (il concetto si degraderà in una sorta di pupazzetto), tributa una sorta di divinizzazione alla città. Con tutta l’epica dei lavoratori nel cantiere di fondazione, in particolare attorno alla figura del veterano Tito scomparso nell’utero della terra e del suo interlocutore, l’operoso Cesare. L’autore evoca così in distanza tutta una letteratura di cantieri, da quelli virgiliani di Cartagine ai cantieri dell’archeologia industriale, a quelli sovietici di un eroe del lavoro Stachanov in fondo non lontano da Tito e Cesare.
Dove di nuovo un passato vertiginosamente remoto (megalitico? Caino fondatore di città vs. Abel(e)? le stirpi preadamite dell’uomo-sauro qui incontrato?) e un futuro architettonico inconcepibile alla Megalopolis di Coppola (in un’età che pare conoscere vagamente le lettere paoline e l’attacco alle Torri Gemelle) circonfondono l’assoluto della fondazione urbana. A quel punto la storia della quest di Abel, gravata da amnesie, mancanza di dati e incomprensioni, e la storia della città si dipanano insieme: fino a fargli vagheggiare, per le implicazioni letteralmente viscerali,

una storia gastrica dell’isola […]. Nessuno ci ha mai davvero pensato, al livello gastrico. Ai corpi che si rovinano nel lavoro, che sfioriscono o si fondono dall’interno a causa della bile. E dovrai scriverla tu, tu che hai il coraggio di vomitare sulla sabbia, sulla pietra.

La fondazione della città viene fatta coincidere proprio con la fine del dolore e della morte. Ma anche la natura appare sovvertita, e forse il padre si è lanciato in mare come i branchi di animali qui intenti a periodici suicidi di massa.
A fronte di questa situazione c’è chi tenta di reagire, con scarsi risultati: il fratello di Abel attraverso lo strumento della corsa; alcuni ribelli attraverso la violenza sessuale; Abel stesso in una ricerca contra legem di qualche verità sui propri cari, muovendosi in modo ufficioso e quasi clandestino.
Prima assoggettato a cure istituzionali come tanti altri traumatizzati sull’isola, privi di strumenti per elaborare gli eventi dolorosi (il che apre ovviamente al topos del narrante inaffidabile da un lato, dall’altro alla domanda su quale sia la normalità “sana” in una situazione come quella descritta), il Nostro viene poi arruolato per demolire relitti della fase urbanistica precedente: e il tema delle discariche torna ossessivamente, in un’isola dove tutto sembra consumarsi tra cantieri e smaltimenti. Infine Abel viene ingaggiato per produrre sculture per conto del governo: ma se la creatività permette una base minima di resistenza attraverso dubbio, amarezza e malessere (o vagheggiando animali invisibili, come l’incorporeo leone di Maxwell), la crisi delle forme si traduce in una disturbata materialità magmatica, in definizioni plastiche incerte, ossessive e parossistiche come certe statuette disturbanti e incomplete su uno scaffale. Come se tutta l’isola fosse un impasto un po’ informe e continuamente riplasmato senza riuscire a trovare una compiutezza.
Inevitabile pensare alla distopia young adult di Lois Lowry, The Giver – Il donatore (1993); o al citato Polpa. Ma l’autore, colto lettore di Vittorini, Peake e di postmoderno fino ad Arbasino e Pynchon, lavora in termini di grande originalità. La forza prima di questo bel romanzo non sta probabilmente nello spunto pur brillante, ma nella voce con cui è offerto. E che proprio dove ci spiazza svela le vertigini di un approccio indocile alla letteratura, traghettandoci in un’esperienza psichica e narrativa a suo modo sconvolgente.

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Il Palazzo Rosso https://www.carmillaonline.com/2026/06/12/il-palazzo-rosso/ Fri, 12 Jun 2026 20:00:04 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94127 di Camillo Acquilino

Per tanti genovesi, e non solo per loro, il Palazzo Rosso è lo storico edificio situato nella Strada Nuova (odierna via Garibaldi), splendida dimora dei Brignole Sale un tempo, sede museale ai giorni nostri.

Per noi ragazzi di Genova PP invece il Palazzo Rosso è indubbiamente il grande edificio rivestito di lastre di travertino, rosso appunto, che si trova al limite nord ovest del piazzale della stazione. Il suo nome ufficiale è Fabbricato Servizi Accessori della stazione, ma se vi dovesse capitare di doverlo nominare a Genova PP chiamatelo anche voi Palazzo Rosso.

Ho dovuto iniziare a conoscere [...]]]> di Camillo Acquilino

Per tanti genovesi, e non solo per loro, il Palazzo Rosso è lo storico edificio situato nella Strada Nuova (odierna via Garibaldi), splendida dimora dei Brignole Sale un tempo, sede museale ai giorni nostri.

Per noi ragazzi di Genova PP invece il Palazzo Rosso è indubbiamente il grande edificio rivestito di lastre di travertino, rosso appunto, che si trova al limite nord ovest del piazzale della stazione. Il suo nome ufficiale è Fabbricato Servizi Accessori della stazione, ma se vi dovesse capitare di doverlo nominare a Genova PP chiamatelo anche voi Palazzo Rosso.

Ho dovuto iniziare a conoscere quel fabbricato partendo, con molta umiltà, dalle sue fondamenta. Era il settembre del 1982 quando, vincitore del bando di concorso esterno per Capo Tecnico in prova, sono stato assunto dalla Azienda Autonoma FS e inquadrato come responsabile dell’OCA.

OCA?? Officina Carica Accumulatori, mi hanno spiegato dopo aver accolto la mia promessa di fedeltà allo Stato e prima di accompagnarmi nell’inquietante percorso che mi ha portato in un piccolo ufficio situato nelle fondamenta del palazzo.

La mia inquietudine derivava da quei grandi locali interrati semibui, popolati da un gran numero di persone che da quel momento avrei dovuto guidare nel loro lavoro, ma che ora mi guardavano come si guarda un pivello da schernire. Improvvisamente mi sono imbattuto nella consapevolezza della mia assoluta ignoranza in ciò che mi chiedeva il nuovo lavoro, un’attività che si basava su di un vastissimo impianto normativo di impostazione statale, pieno zeppo di acronimi (concetto nuovo per me in quel momento) come OCA infatti.

Uscivo, per scelta, da una interessante esperienza di lavoro in un centro studi di tecnica navale dove, io giovane perito industriale con specializzazione in meccanica, mi ero prodigato per cinque anni a diventare un costruttore navale. Era un lavoro impegnativo e interessante dicevo, che però non mi ha mai concesso di vivere una reale indipendenza operativa, semmai mi ha quasi sempre fatto provare la sgradevole sensazione di avere costantemente il fiato sul collo di qualche superiore.

Quando invece sono arrivato nel primo ufficio che mi ha assegnato le FS, il superiore che aveva accolto la mia promessa formale di fedeltà allo Stato anticipandomi che, se avessi chiuso con successo il periodo di prova di un anno, avrei dovuto perfezionarla con un giuramento, ha ribadito che da quel momento io ero il responsabile di quella officina e dell’operato di chi ci lavorava e si è congedato.

Iniziava l’autunno del 1982 e si era conclusa forse l’ultima ondata di reclutamento in FS mediante concorso pubblico, processo di selezione organizzato per il 1980, ma che era stato rimandato a causa del disastroso terremoto che si era verificato in Irpinia.

Le maestranze dell’OCA occupavano forse il livello più basso della manovalanza in ferrovia. Gli addetti al rifornimento accumulatori alle vetture per viaggiatori lavoravano in coppia e dovevano trasbordare, in posizioni spesso scomode, delle batterie che pesavano 90 kg ciascuna. Molti di loro avevano vinto il concorso pubblico nelle regioni meridionali e vivevano a Genova, spesso in condizioni di precarietà, aspettando un agognato trasferimento in avvicinamento alla famiglia rimasta al sud. Non era un ambiente facile da gestire per un novellino come me. In quel mondo sotterraneo ero suggestionato anche da alcuni nomi propri che non avevo mai sentito nella vita “normale” come Elmo, Adelchi, Efisio….

In ufficio ero affiancato da uno “Scritturale” che mi introduceva nel mondo dei regolamenti. I nostri erano classificati con la sigla TV (Trazione e Veicoli). Esistevano poi quelli M del Movimento, IE degli Impianti Elettrici, L dei Lavori ….

L’officina era costituita da un grande salone dove erano installati i banchi di carica degli accumulatori IEA/IEAU  (Impianto Elettrico Autonomo / Impianto Elettrico Autonomo Unificato) da 140 Ah, da una cabina elettrica, dove erano ancora custoditi dei raddrizzatori trifase a vapore di mercurio e da due officine, una attrezzata per la riparazione degli accumulatori e l’altra per la riparazione dei carrelli da trasporto.

I raddrizzatori a vapori di mercurio non erano più in uso in quella officina, ma io li ho visti ancora operativi e sfiammeggianti nella consorella di Brignole. Uno di quegli oggetti è però diventato uno dei primi miei problemi da risolvere come neo assunto. Un famoso ex Dirigente delle FS, l’Ing. Finzi, mi aveva fatto ordinare di inviarne uno alla Scuola Impianti Elettrici Ferroviari (SIEF) di Rivarolo. Era destinato a una vetrina espositiva dove credo che si trovi ancora oggi. Si trattava di un oggetto pesante e fragilissimo ed era custodito in una vecchia struttura di supporto che assomigliava a un pollaio per le galline. Io dovevo valutare se quella struttura fosse sufficientemente robusta per garantire il trasporto sicuro di quell’ampolla, contenente una discreta quantità di mercurio, fino al SIEF.

L’OCA era collegata a un sottopassaggio di servizio munito dei montacarichi necessari a trasferire i carrelli con le batterie al piano dei marciapiedi della stazione. Questo sottopassaggio era utilizzato anche dagli addetti al servizio postale, dalla cooperativa portabagagli e dagli operatori del servizio di carico scarico dei vagoni bagagliaio. Inoltre costituiva una comoda via di accesso al Palazzo Rosso ed era preferita da molti che vi erano impiegati.  Sono testimone del fatto che in quel mondo sotterraneo si muovessero molte più persone addette ai lavori di quante oggi sono impiegate in tutta la stazione.

Il processo di carica degli accumulatori libera idrogeno e, in determinate concentrazioni può rendere esplosiva l’aria circostante. Per questo motivo la sala di carica aveva delle finestre a soffitto poste al livello del marciapiede della stazione. Così il fabbricato non aveva il piano terra, ma un piano ammezzato dove, fra gli altri, si trovava l’ufficio che avrei occupato con il mio primo avanzamento di carriera: CT PV GEPP (Capo Tecnico turnista del Posto Verifica di Genova Piazza Principe). Anche in questa nuova collocazione, nonostante fossero trascorsi un paio di anni dalla mia assunzione, mi trovavo nella condizione del pivello del gruppo con la differenza che il mondo dei verificatori di allora, anch’esso difficile da gestire, era tutto particolare e meriterebbe uno o più racconti per poterlo descrivere adeguatamente. Per curiosità aggiungo solo che i nostri vicini di piano vivevano in un’ala segregata del palazzo dove si diceva che già avessero l’aria condizionata. Un termine, che a me pare appartenere al modernariato, li classificava come “Elettrocontabili”, probabilmente si occupavano della perforazione delle schede di input degli elaboratori IBM. Fonti sedicenti informate riferivano cha avessero anche una cucina e che fossero capaci di prepararsi una mensa prelibata.

Con un altro passo in carriera sono arrivato al primo piano del Palazzo Rosso, nel sacro ufficio del Capo Impianto dove alcuni anni prima avevo prestato il giuramento di fedeltà allo Stato Italiano. Qui i nostri vicini di piano erano gli addetti al Collaudo del Materiale Rotabile, altro ambito lavorativo piuttosto defilato rispetto alle attività della circolazione dei treni.

Nell’ufficio del Capo Impianto, il Titolare come si dice nella lingua delle FS, ricoprivo il ruolo del suo assistente tecnico diretto. Ai tempi della mia assunzione quel posto era occupato da un custode storico dell’Impianto, tanto da meritarsi il soprannome di “U Frattun”. Quel signore allora mi incuteva un certo timore e anche un senso di tristezza dato che lo vedevo invecchiare in quell’ufficio come eterno secondo dei vari Titolari che nel frattempo si erano avvicendati.

Da quella mia nuova posizione non immaginavo quindi di poter assistere a un evento innovativo per le FS, ma per mia fortuna il Titolare al quale ero stato affiancato si poteva considerare giovane per quei tempi e giovanile era anche per l’apertura, quasi sportiva, con la quale si approcciava alle novità tecnologiche. Quell’uomo, che annovero fra i migliori insegnanti di mestiere che mi è capitato di incontrare, si chiama Pasquale. Egli, nel settore della verifica tecnica dei veicoli, era anche molto esperto delle modalità di assicurazione del carico sui carri.

L’evento a cui accennavo è stato l’arrivo dei Personal Computer nelle sedi periferiche delle FS. In un pomeriggio del 1991 ero solo in ufficio quando è arrivato un corriere per la consegna di alcuni scatoloni e mi ha detto che contenevano gli elementi di un computer Olivetti 286 (PC, monitor a tubo catodico, tastiera e stampante ad aghi per modulo continuo). Conoscendo l’inerzia del mondo FS e dando credito alle voci secondo le quali quella fornitura non mirava tanto a dare un aiuto al lavoro dei ferrovieri, quanto a costituire un appoggio di stato all’AD della Olivetti, azienda in quegli anni in grosse difficoltà, stavo già pensando di dover trovare un posto nel magazzino per quelle scatole, in attesa dell’attivazione di quella nuova macchina che chissà quando sarebbe avvenuta.  Proprio in quel momento è arrivato Pasquale il quale, dopo aver appreso del contenuto di quegli ingombranti imballaggi, con gioia mi ha detto: “Lo montiamo?” .

Windows non esisteva e si lavorava direttamente dal prompt del DOS. Contagiato dall’entusiasmo di Pasquale ho iniziato subito a “picchiarmi” con quel nuovo strumento di lavoro, ma devo riconoscere che il vero specialista in dBASE III e Clipper era lui.

Successivamente Pasquale è stato trasferito al quinto piano del Palazzo Rosso, sede dell’Ufficio Materiale e Trazione di Genova. Lui era stato promosso Capo del Reparto Veicoli e io, che nel frattempo avevo lavorato  alla manutenzione delle carrozze per viaggiatori, l’ho raggiunto per tornare a essere il suo assistente. Proprio in virtù dell’utilizzo dei PC in quel periodo, in due riuscivamo a svolgere una mole di lavoro davvero eccezionale.

Il posto di Pasquale è poi passato a Maurizio, un altro mio grande maestro di mestiere. Maurizio non amava particolarmente i PC, ma era molto attento alla normativa che regolava il nostro settore ferroviario e alla conoscenza diretta delle particolarità tecniche delle carrozze viaggiatori e dei carri merci. Un suo “pallino” tecnico/normativo riguardava l’impianto del freno continuo automatico dei treni. Oltre alle capacità professionali era dotato di uno stile ammirevole; quando si doveva confrontare in controversie burrascose, riusciva a mantenere un profilo corretto e signorile. Con lui sento di aver completato la mia formazione professionale.

Per descrivere l’ambiente del 5° piano del Palazzo Rosso, sede dell’Ufficio Materiale e Trazione di Genova che rappresentava il centro di coordinamento per la Liguria delle attività di manutenzione dei rotabili, di verifica dei veicoli e del personale di condotta (macchinisti), vi accenno a un personaggio ancora oggi molto noto per la sua competenza professionale, con il quale sono stato vicino di ufficio. Occupavamo due stanze contigue, molto ampie e che, dato che erano affacciate sul lato sud del fabbricato, beneficiavano di una bella visuale sul piazzale della stazione, sul Ponte dei Mille e sul bacino portuale fino alla Calata Sanità e la Lanterna.

Armando, questo è il suo nome, aveva istruito moltissimi dei macchinisti genovesi ed era considerato da tutti loro come una persona molto preparata, corretta e affidabile. Quando mi è capitato di incontrare dei colleghi fiorentini che si occupavano della stesura dei regolamenti nazionali per i macchinisti, immancabilmente mi sono sentito dire: “Noi si ragiona, si discute, si scrive e poi si manda il tutto ad Armando: se per lui va bene noi si è a posto”.

Però, come in tante realtà lavorative, esisteva un conflitto di fondo fra chi produceva (da noi sui binari o nelle officine) e chi invece dirigeva le operazioni dagli uffici di sede centrale. Allusioni reciproche collocavano lavativi e incapaci nel campo avversario, quando invece capacità e voglia di lavorare, come pure le situazioni opposte, erano ovviamente presenti e distribuite nei due campi.

Un giorno ho visto arrivare una baldanzosa comitiva dagli impianti operativi, forse convocata per un confronto di tipo sindacale. Uno di quelli che guidavano il gruppo ha scorto Armando che stava lavorando alla propria scrivania proprio accanto alla finestra, postazione che oramai occupava da diversi mesi. Fermandosi in modo plateale, tanto da essere visto e udito da tutto il suo seguito, quello ha salutato così: “Armandu, te l’han deta n’a scrivania cun n’a bella vista!” Prima di dare la risposta, Armando ha sollevato lo sguardo dal testo che stava studiando e, dopo essersi voltato verso la finestra, ha ammesso: “Ti se che ti è propriu raxiun. Nu gh’eiva mai fetu caxu”.

Un altro giorno sotto quella stessa finestra una locomotiva E656 sostava in testa a un treno pronto in partenza dal binario 18 quando è arrivato dal mare il fronte di un forte temporale. Lo scroscio d’acqua è stato così intenso che dal ginocchio del pantografo anteriore, che si trovava in posizione abbassata, si è innescato un arco elettrico verso il tetto della cabina. La scarica è durata diversi secondi e ha provocato la salita di una colonna di fumo verso il cielo, già nero di per se stesso, rendendo uno spettacolo tetro e infernale. In molti ci siamo affacciati dalle finestre nonostante l’imperversare della burrasca. La tregua è arrivata quando sono intervenuti i dispositivi di sicurezza del sistema di alimentazione della linea aerea che staccato l’alimentazione. Nel silenzio ritrovato si è inserito il vociare dei soliti commenti inutili. Solo Armando si era accorto che l’altro pantografo era ancora alzato toccando il filo di contatto e, prevedendo il prossimo tentativo automatico di re inserimento della remota cabina di alimentazione, ha iniziato a urlare verso il macchinista: “Tira giù! Tira giù!”.

L’alimentazione a 3.000 V è infatti ritornata provocando un secondo arco elettrico che ha costretto il macchinista a una fuga precipitosa. Si è poi saputo che lui in effetti aveva comandato l’abbassamento del pantografo, forse in seguito dell’incitazione di Armando, ma che l’operazione non si era compiuta perché lo strisciante si era saldato al filo di contatto.

Ho imparato molto nel percorso attraverso i vari piani del Palazzo Rosso, soprattutto quando ho incontrato persone come Pasquale, Maurizio e Armando. Se posso riassumere qui il loro insegnamento, mi sento di dire che a guardare sono tutti capaci, ma pochi sanno anche vedere.

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Vivendo la mia vita di Emma Goldman vol. 4 https://www.carmillaonline.com/2026/06/11/vivendo-la-mia-vita-di-emma-goldman-vol-4/ Thu, 11 Jun 2026 19:53:47 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94634 di Marc Tibaldi

Intervista al collettivo Quaderni di Paola

Per festeggiare l’uscita del quarto e ultimo volume delle memorie di Emma Goldman abbiamo pensato di intervistare le attiviste del collettivo femminista che cura le edizioni Quaderni di Paola, che hanno pubblicato integralmente, per la prima volta in italiano, il capolavoro della celebre rivoluzionaria.

Prima dell’intervista, qualche veloce parola sull’opera e sull’autrice. Il primo volume copre il periodo che va dal 1889 al 1899; il secondo dal 1900 al 1907; il terzo dal 1908 al 1917; il quarto dal 1917 al 1928. Per comprendere l’attualità del pensiero di Goldman è utile [...]]]> di Marc Tibaldi

Intervista al collettivo Quaderni di Paola

Per festeggiare l’uscita del quarto e ultimo volume delle memorie di Emma Goldman abbiamo pensato di intervistare le attiviste del collettivo femminista che cura le edizioni Quaderni di Paola, che hanno pubblicato integralmente, per la prima volta in italiano, il capolavoro della celebre rivoluzionaria.

Prima dell’intervista, qualche veloce parola sull’opera e sull’autrice. Il primo volume copre il periodo che va dal 1889 al 1899; il secondo dal 1900 al 1907; il terzo dal 1908 al 1917; il quarto dal 1917 al 1928. Per comprendere l’attualità del pensiero di Goldman è utile ripetere una frase della filosofa Chiara Bottici, che ha dedicato a Goldman importanti pagine di Nessuna sottomissione. Il femminismo come critica dell’ordine sociale (Laterza). Bottici critica chi pensa a Goldman come a un mito dimenticando o minimizzando così l’assoluta importanza del suo contributo teorico; scrive: “nessuno dei suoi precursori intellettuali è in grado di offuscare l’originalità delle sue prospettive”.

I tre volumi precedenti sono stati recensiti su Carmilla, qui: , il quarto volume è forse quello che riflette con più amarezza sulle lotte e sui fallimenti rivoluzionari, soprattutto sull’involuzione e la burocratizzazione della rivoluzione russa, che in pochi anni vide la repressione di tutte le voci dissonanti, gruppi che alla rivoluzione avevano partecipato con speranza e che la speranza l’avevano rilanciata a Kronstadt, nel 1921, con lo slogan “Tutto il potere ai soviet e non ai partiti”. Il racconto del viaggio nella Russia postrivoluzionaria di Emma e di Alexander Berkman è pieno di amarezza per ciò che verificano e di struggente bellezza per gli incontri con i molti rivoluzionari indomiti che affrontano il carcere. Toccante è l’incontro con le comunità yiddish in Ucraina (ricordiamo che Goldman nacque da una famiglia di origine ebraica a Kaunas, in Lituania, allora provincia dell’impero russo) represse da spaventosi pogrom. Parentesi: della grande tradizione proletaria e rivoluzionaria ebraica in Europa si dovrà pur scriverne in maniera articolata, magari partendo da Rudolf Rocker e la tradizione yiddish. Rocker – che era amico di Goldman – venne soprannominato scherzosamente, ma con grande rispetto, “Rabbi goy” (rabbino non ebreo) dai lavoratori ebrei londinesi. Invece di limitarsi a predicare, si immerse completamente nella loro cultura, ne imparò la lingua e lottò per migliorare le terribili condizioni lavorative. Fu una figura chiave nel gruppo ebraico Arbeter Fraynd (Amico dei Lavoratori). Diresse il settimanale in yiddish Der Arbeiter Fraint e la rivista Germinal. Queste pubblicazioni furono fondamentali per diffondere le idee anarchiche e la cultura laica nel contesto yiddish.

Prima di dare la parola alle compagne di Quaderni di Paola, vale la pena di riassumere gli aspetti fondamentali della vita di Emma Goldman: partecipazione alle lotte contro lo sfruttamento; l’interesse per la filosofia, la poesia e il teatro: in questo quarto volume – denso di incontri con intellettuali e rivoluzionari – viene raccontata una sua conferenza sull’opera di Walt Whitman che entusiasmò la sala stracolma. Infine, la visione intersezionale delle lotte planetarie, che ha tenuto assieme le multiformi sfaccettature della ribellione: esistenziale, ecologica, di classe, di genere e riflette su temi come l’anticapitalismo, l’ateismo, l’antimilitarismo, il libero amore, l’internazionalismo e l’abolizione del carcere.

Chi siete? Perché i Quaderni di Paola, in cosa vi caratterizzate da altre case editrici libertarie, anarchiche, di movimento?

Siamo un piccolo collettivo femminista e libertario, organizzato come associazione culturale, fuori da ogni logica di mercato e senza scopo di lucro. Con i Quaderni di Paola portiamo avanti un lavoro militante di diffusione di pratiche e pensieri di liberazione: femminismo, storia delle donne, anarchismo, educazione libertaria, lotta alle discriminazioni, movimenti transfemministi e queer. Non è il nostro lavoro: ognuna di noi si occupa di altro e questo progetto è una scelta politica. Proprio per questo rivendichiamo un’indipendenza piena e una radicalità che non deve rispondere a logiche editoriali o di mercato. Il progetto nasce da un lascito di Paola Mazzaroli, da cui prende il nome, e prosegue nel solco del suo impegno quotidiano libertario e femminista. Per noi la cultura non è neutra né accessoria: è terreno di conflitto e strumento di trasformazione.

Perchè avete deciso di ripubblicare la biografia di Goldman?

Innanzitutto perché mancava da troppi anni ed era ormai introvabile. Inoltre, non era mai uscita in versione integrale per un’unica casa editrice. Ma la nostra non è in alcun modo una semplice operazione archeologica o celebrativa. Siamo convinte cha sia un testo vivo, che attraversa lotte, corpi, desideri e contraddizioni ancora attuali. Rimetterlo in circolazione significa restituirlo come strumento politico, farlo parlare con i movimenti di oggi e rimettere in circolo parole e pratiche capaci di riaprire immaginari.

Il lavoro di traduzione e di curatela quali differenza ha rispetto alle edizioni parziali pubblicate negli scorsi decenni?

Si è concentrato soprattutto sul rendere il testo più accessibile e su un aggiornamento del linguaggio. In particolare abbiamo cercato di “svecchiare” la lingua, che in alcune traduzioni precedenti risultava un po’ appesantita rispetto alla chiarezza dell’originale. Il testo di Emma Goldman è infatti già molto diretto: scriveva in un inglese semplice e immediato, non essendo l’inglese la sua lingua madre. Il nostro lavoro è stato quindi quello di restituire questa immediatezza, rendendo il testo più leggibile oggi.

Il colore fucsia delle belle copertine ricorda il fucsia e nero di Non Una di Meno, c’è un contatto tra voi e questo movimento?

Il fucsia e il nero sono due colori storicamente importanti e insieme rappresentano la convinzione che la lotta contro il patriarcato sia inseparabile dalla lotta contro lo Stato e le gerarchie di potere. Il fucsia infatti è da più di un secolo il colore scelto dai movimenti femministi mentre il nero è da sempre il colore simbolo dell’anarchismo. In questo senso i due colori insieme sono segni riconoscibili di un preciso posizionamento politico. Per quanto riguarda i rapporti con Non Una di Meno, guardiamo sicuramente con grande interesse a questo movimento: alcune di noi ne fanno parte, altre lo incrociano nelle pratiche e nei percorsi di lotta. Più che un rapporto formale possiamo dire che ci sono diverse convergenze sul piano delle analisi e delle pratiche, dentro uno stesso terreno di conflitto.

Quali sono le sintonie tra Goldman e le attiviste del movimento transfemminista?

Stanno nel modo in cui viene pensata la libertà: non come principio astratto, ma come pratica che riguarda corpi, desideri e condizioni materiali di vita. Nel suo pensiero troviamo temi ancora centrali: il libero amore, la maternità consapevole, la critica al matrimonio e alle istituzioni che normano le vite, insieme all’idea che il personale è politico. A questo si lega anche la dimensione della soddisfazione dei bisogni e dei desideri, la possibilità di una vita non ridotta alla sola sopravvivenza: la celebre idea per cui “Se non posso danzare, non è la mia rivoluzione” restituisce proprio questa tensione tra liberazione e gioia, tra rottura e vita piena. C’è anche una forte dimensione antimilitarista e anti-autoritaria, che lega la critica alla guerra alla critica più ampia dello Stato e dei dispositivi di controllo sui corpi. Non si tratta di sovrapporre epoche diverse, ma di riconoscere una continuità di domande sul potere e sulle sue forme. In questo senso è un pensiero che continua a fornire strumenti validi anche oggi.

Oltre alla biografia di Goldman, avete pubblicato un racconto illustrato per bambini, il volume Queer e anarchia. Quali sono le motivazioni per questi due titoli?

Storia di Ayçiçeǧi. Il girasole del Mar Nero, scritto da Clara Germani e illustrato da Emma M. Marinelli, nasce dalla volontà di rivolgerci a lettori e lettrici di tutte le età ed è anche un omaggio a Paola Mazzaroli: la storia, pensata durante un viaggio in Turchia fatto insieme a lei, parla di un fiore ribelle e curioso che vuole conoscere il mondo e non solo venerare padre Sole come i suoi fratelli. Il volume Queer e anarchia risponde invece a un’esigenza diversa ma complementare: è un’antologia ricca e variegata che apre uno spazio di confronto tra anarchismo e pensiero queer. L’obiettivo è mettere in relazione saperi e pratiche che spesso sono stati tenuti separati, ma che condividono una critica ai dispositivi di normalizzazione e alle gerarchizzazioni.

Cosa avete in programma per il futuro?

Abbiamo molte idee in cantiere, tra ristampe, incontri e nuove pubblicazioni. Il prossimo volume è già in uscita, scritto da una giovane studiosa e dedicato ai contro-immaginari politici, in particolare al municipalismo libertario e alla “comunità di comunità” come proposte per mettere in discussione il paradigma dello Stato. Il secondo volume che vorremmo pubblicare è dedicato alla storia delle Mujeres Libres durante la Rivoluzione spagnola del 1936, un’esperienza femminista anarchica che dentro la rivoluzione ha costruito pratiche di emancipazione e autonomia per le donne lavoratrici. In generale vogliamo continuare a promuovere riflessioni che attraversano i conflitti del presente e, da una prospettiva transfemminista e libertaria, alimentano la costruzione di un mondo nuovo.

Grazie per il vostro impegno e per aver pubblicato Vivendo la mia vita. Più che un libro è un viaggio nel tempo, nella memoria, nelle idee, nella ribellione, merita di essere letto. Magari accompagnandolo con la visione di Reds, il film di Warren Beatty (basato sulla vita di John Reed, e sul libro I dieci giorni che sconvolsero il mondo), tre Premi Oscar nel 1982: alla regia; alla fotografia (Vittorio Storaro); alla miglior attrice non-protagonista Maureen Stapleton, che guarda caso interpretava Emma Goldman. Certo a Emma e a noi interesserebbero di più altre vittorie, ma è storia ed è giusto registrarla.

P.S. Le edizioni Quaderni di Paola ( www.quadernidipaola.it ) non hanno ancora distribuzione nelle librerie. Per info e richieste: quadernidipaola@gmail.com – +39 334 744 5568.

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Il nuovo disordine mondiale / 38 – Da un impero all’altro https://www.carmillaonline.com/2026/06/10/il-nuovo-disordine-mondiale-38-da-un-impero-allaltro-il-superamento-del-dominio-occidentale-visto-attraverso-5000-anni-di-storia/ Wed, 10 Jun 2026 20:00:51 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95009 di Sandro Moiso

Amitav Acharya, Storia e futuro dell’ordine mondiale. Perché la civiltà globale sopravvivrà al declino dell’Occidente, con una prefazione di Franco Cardini, Fazi Editore, Roma 2026, pp. 552, euro 24.

L’America sta morendo: è solo un’idea sopravvissuta alla sua utilità. (The Handmaid’s Tale, stagione 5, episodio 8 – 2022)

Non vi può essere dubbio alcuno sul fatto che oggi ci si trovi, a livello planetario, in un’età di transizione, ovvero di passaggio da una globalizzazione che avrebbe dovuto rappresentare il coronamento dell’imperio politico, militare e economico dell’Occidente, sia estremo (Stati Uniti) che mediano (Europa e addentellati extra-europei) secondo [...]]]> di Sandro Moiso

Amitav Acharya, Storia e futuro dell’ordine mondiale. Perché la civiltà globale sopravvivrà al declino dell’Occidente, con una prefazione di Franco Cardini, Fazi Editore, Roma 2026, pp. 552, euro 24.

L’America sta morendo: è solo un’idea sopravvissuta alla sua utilità. (The Handmaid’s Tale, stagione 5, episodio 8 – 2022)

Non vi può essere dubbio alcuno sul fatto che oggi ci si trovi, a livello planetario, in un’età di transizione, ovvero di passaggio da una globalizzazione che avrebbe dovuto rappresentare il coronamento dell’imperio politico, militare e economico dell’Occidente, sia estremo (Stati Uniti) che mediano (Europa e addentellati extra-europei) secondo la definizione che ne dà Franco Cardini, sul mercato e sulla ripartizione dei beni e delle risorse a livello mondiale ad una ripartizione di ricchezze e ruoli che vede tra i protagonisti anche altre realtà politiche, nazionali ed economiche non propriamente includibili nei valori e nelle forme da questi assunti in un Ovest che, pur mantenendo la sua posizione di riferimento orientativo sul piano geografico, è andato nel tempo sempre più restringendosi.

Un momento storico che se da un lato suscita le peggiori paure e forme di aggressività all’interno di formazioni sociali ed economiche un tempo soddisfatte dalla loro posizione di predominio, dall’altro agita le speranze non solo dei governi e delle classi dirigenti, ma anche dei popoli e delle classi sociali meno abbienti che si riconoscono negli interessi dei nuovi “competitor” scesi nel circo delle relazioni di potere internazionali. Nuovi protagonisti di giochi gladiatori di cui le varie forme di conflitto andate sviluppandosi sempre più rapidamente e su scala sempre più vasta negli ultimi anni sono la diretta emanazione. Indipendentemente dalle considerazioni su chi abbia aggredito l’altro o viceversa.

Per affrontare questo tema, che da tempo il presidente cinese Xi riassume nella “trappola di Tucidide”, facendo riferimento al rischi che l’attuale percorso di confronto economico, politico e sempre più frequentemente militare possa dare vita d una nuova guerra del Peloponneso su scala globale, in cui il ruolo di Sparta e Atene, l’una in decadenza e l’altra in ascesa, potrebbe essere rivestito dagli Stati Uniti e dalla Cina, Amitav Acharya, Distinguished Professor alla American University di Washington, D.C. ed ex presidente della International Studies Association, prova a tracciare un percorso, attraverso 5000 anni di storia, che delinea come tale passaggio di consegne, ma soprattutto di mantenimento di una pace e di un ordine internazionale, non abbia mai costituito soltanto una prerogativa della storia e degli imperi nati a Occidente. Come egli stesso afferma nella introduzione a Storia e futuro dell’ordine mondiale:

Un concetto comune ai singoli Stati e agli ordini mondiali nel corso dei secoli si riassume nell’espressione «caos versus ordine». Tale retorica ha rappresentato la principale giustificazione per il costituirsi dell’autorità politica che a sua volta deriva dal bisogno di uno Stato e di un capo forti e dal desiderio di uno Stato di conquistare o comunque controllare gli altri.
Così i faraoni egizi legittimavano la propria autorità presentandosi come forza di ma’at (ordine o armonia) che trionfava su isfet (caos o violenza). Negli antichi racconti sumeri, gli dei stessi ristabilivano l’ordine cosmico punendo i terrestri “chiassosi” e violenti e mandando loro inondazioni, malattie e morte. L’ideologia dell’Impero achemenide di Persia, fondato da Ciro il Grande, poggiava sulla dualità zoroastriana tra asha (ordine cosmico) e druj (caos e disordine). Uno dei miti cardine della civiltà indù contrappone i Deva (le forze divine dell’ordine) agli Asura (le forze demoniache del caos e dell’oscurità) in un’eterna lotta per la luce e la tranquillità. Pur evolutasi separatamente dal sistema di credenze indoeuropeo, la civiltà cinese, guidata dagli ideali confuciani e taoisti, ha estremizzato il bisogno di armonia sociale, equilibrio e stabilità per far fronte al disordine, e l’impatto di tale logica permane ancora oggi.
Pur non configurandosi strettamente come dualismo tra caos e stabilità, l’islam distingue tra Dãr al-Islam (casa o territorio dell’islam), strutturata su principi e modalità di governo islamici, e Dãr al-harb ( casa o territorio della guerra), la cui mancanza di principi islamici e di sicurezza per i musulmani autorizza a farne un bersaglio di aggressione e assimilazione. Gengis Khan e i suoi successori invocavano l’”eterno Cielo blu” (tengri), il concetto mongolo di Cielo, per legittimare la propria autorità di governo, che consisteva nell’imporre l’ordine sul caos.
In un continente sperduto e lontano, i governanti dell’impero Inca giustificavano la propria espansione spiegando ai loro vicini che la sottomissione avrebbe portato loro non solo stabilità, ma anche prosperità e giustizia. Più a nord, i sovrani aztechi sfruttavano il timore del caos e il bisogno di ordine, procurato dal dio del sole Huitzilopochtli, per giustificare il domino interno e le conquiste all’estero1

L’autore collabora con «The Washington Post», «Financial Times», «Foreign Affairs», CNN, BBC e Al Jazeera e ha vissuto e lavorato in India, Singapore, Canada, Regno Unito, Cina e Stati Uniti, mentre tra i suoi libri più noti va considerato The End of American World Order (2014), una sorta di preludio all’opera attuale uscita negli Stati Uniti nel 2025. Amitav Acharya è tra i maggiori studiosi di relazioni internazionali e da sempre cerca di farsi promotore di un approccio globale alle discipline storiche, in grado di mettere in discussione le narrazioni eurocentriche ancora oggi troppo diffuse.

A ricordarcelo è lo storico Franco Cardini che, nella sua Prefazione all’edizione italiana del testo in questione, sottolinea come abbia impressionato molti, nel dicembre 2025:

leggere nella traccia dei programmi per l’insegnamento della storia proposta dal Ministero dell’Istruzione della Repubblica Italiana, l’eco appena attutita dalla prudenza, ma netta nella sostanza, del pregiudizio inveterato secondo il quale “soltanto l’Occidente” conosce (o quantomeno “ha compreso”) la storia. Il che, peraltro, riguarderebbe non tutto l’Occidente, bensì quello “moderno”, successivo alla grande rivoluzione quattro-cinquecentesca che ha posto fine a un mondo fondato su un equilibrio tra tra civiltà che si ignoravano reciprocamente, ma tra le quali pure sussisteva una qualche comunicazione o contaminazione, come si verifica in un qualunque sistema di compartimenti stagni imperfettamente concepiti e realizzati2.

Una storia, quindi che non solo nasce con l’invenzione della scrittura, modalità narrata da secoli e già di per sé escludente per una infinità di società “altre” che della scrittura hanno potuto fare a meno, ma addirittura dalla reinvenzione occidentale del mondo. Possibilmente a sua immagina e somiglianza. Un’autentica, anche se solo pretesa, rifondazione del mondo che sembra assumere una funzione divina ancor prima che divinatoria nel concedere patenti di civiltà, o meno, ai popoli degli altri continenti.

Una rifondazione del mondo che si è avvalsa tanto delle figure di Cristo, Platone e Aristotele quanto di quelle di Cristoforo Colombo, Vasco da Gama e Ferdinando Magellano per fornire una lettura in cui i primi tre avrebbero, secoli addietro, fondato i valori etici e morali del mondo occidentale figlio della cultura greca e i secondi rappresentato gli scopritori, se non addirittura gli inventori, di un mondo che non avrebbe altrimenti avuto coscienza di sé. Così, come afferma ancora Cardini:

Approdo di tale processo – per quanto non sempre lucidamente inteso […]- è stato il razzismo genocida, del quale costituisce esempio e modello principale la storia degli Stati Uniti d’America, con le sue esperienze non casuali né episodiche, ancorché fatalmente […] entrambe imperfette, di genocidio perpetrato sia contro i native americans – basti il “caso” del nobilissimo popolo cheyenne, ingannato, combattuto e deportato fin dal 1830 dal Minnessota per mezzo di una sequenza di promesse non mantenute, di patti non osservati e di micidiali marce forzate, fino alla carneficina di Washita River del 1868 – sia contro le genti africane vittime dello slave trade3.

Ma, oggi, l’Occidente appare in declino e l’assertività del suo ordine e delle sue ipotesi e illusioni economiche, filosofiche, politiche e sociali viene sempre più messa in discussione non soltanto dai fatti (guerre, crisi economiche ricorrenti, instabilità politica e ascesa di nuove grandi potenze, come la Cina o l’India), ma anche da un’ondata di nuovi studi prodotti sia nelle sue università che in quelle dei paesi un tempo dipendenti dalle sue scelte.

I post-colonial studies, che sempre più spesso e con grande abbondanza di interventi e di ricerche rimettono in discussione il mondo e una storia narrata troppo spesso, se non sempre fino ad ora, a partire da quella dell’Occidente. Cosa che insieme alle contraddizioni ormai esplose e ad un ordine in via di implosione, fa temere a molti l’avvento di un’era di caos globale.

Ma è stata soltanto una men che pia illusione ritenere che l’Occidente potesse detenere all’infinito il monopolio dell’architettura politica che rende possibile la cooperazione e la pace tra le nazioni. Per questo motivo, ripercorrendo cinquemila anni di vicende umane, Amitav Acharya, mostra che un ordine mondiale esisteva ben prima dell’ascesa occidentale. Così, come si è già visto più sopra, passando dalla Sumeria e dall’Egitto all’India e fino alla Mesoamerica, passando per i califfati medievali, gli imperi eurasiatici e l’Africa, sembrano emergere valori politici, interdipendenze economiche e norme di condotta tra Stati affermatisi in diverse epoche e aree del pianeta.

Rivelando come l’ordine non coincida obbligatoriamente con il dominio di un solo polo. Da qui la tesi centrale del libro: anche se l’Occidente arretrerà, l’ordine potrebbe perdurare ancora a lungo. Il declino occidentale non preannuncerebbe la fine della civiltà globale, ma la possibilità di aprire la strada a più centri di potere e a un assetto più equo, in cui il “resto” del mondo abbia maggiore voce e responsabilità.

Così, invece di cedere ai timori apocalittici sulla fine della civiltà, Acharya invita l’Occidente a imparare dal passato e a cooperare con le nuove potenze per forgiare un ordine condiviso, capace di affrontare sfide comuni – guerre, sicurezza energetica, disuguaglianze – senza ricadere nelle contrapposizioni tra blocchi. Nel tentativo di andare oltre le interpretazioni geopolitiche convenzionali, Storia e futuro dell’ordine mondiale cerca di offrire una differente prospettiva storica per comprendere il presente e orientarsi nel mondo che viene. Rassicurando, in tal modo, sia le élite intellettuali che le borghesie delle potenze emergenti, oltre che di quelle declinanti, sulla possibile continuità del mantenimento, senza scosse troppo violente, degli attuali rapporti di produzione, di scambio e di valorizzazione.

«Fin qui tutto bene, come diceva l’uomo che cadeva dal trentesimo piano di un palazzo una volta giunto al ventesimo»4, ma anche se è sacrosanto e necessario smontare pezzo a pezzo l’autentica narrazione tossica su cui si è basata la giustificazione del predominio occidentale e del cosiddetto “fardello dell’uomo bianco”, che tanto ha contribuito ad avvelenare anche i principi del socialismo a cavallo tra XIX e XX secolo e poi ancora successivamente, è anche vero che la narrazione della storia per imperi, civiltà e popoli, siano essi asiatici, mesoamericani o africani, di religione mussulmana o altra ancora, rischia di riproporre gli stessi errori, le stesse illusioni e confermare i rapporti d classe già contenuti in ciò che, solo in apparenza, si vorrebbe cancellare definitivamente. Considerato che la continuità della pace dovrebbe basarsi sul mantenimento della pace sociale tra le classi, il cui sovvertimento rappresenta l’unico vero disordine e caos temuto dalle classi possidenti detentrici del potere e degli strumenti repressivi dello Stato.

Un ordine multipolare, pur essendo oggi inviso ai detentori dell’impero americano, non è di per sé garanzia di maggiore democrazia ed uguaglianza per la maggioranza dell’umanità e soprattutto delle classi lavoratrici. Mentre invece l’insistita richiesta del suo avvento da parte di molti stati interessati (BRICS, Turchia, stati del Golfo, Iran etc.) sembra preludere ad un più serrato confronto, anche e forse soprattutto militare, non soltanto con la Vecchia Europa e gli Stati Uniti, ma anche tra i vari protagonisti della rinnovata scena politica internazionale.

In cui un apparente moto di rivolta anti o post-coloniale può nascondere il tentativo di coinvolger negli interessi del capitale nazionale o di quello transnazionale le moltitudini degli oppressi. Così, pur apprezzando sinceramente l’enorme sforzo condotto da Amitav Acharya per ricostruire una storia millenaria di rapporti politici diversi e più complessi tra stati, regni e imperi del passato (Egitto, Sumeria, Persia, Cina, Kanato mongolo, India come già detto più sopra), occorre cogliere come oggi una grande quantità di studi post-coloniali sia prodotta proprio da studiosi originari del Sub-continente indiano, in cui il nazionalismo del premier Modi e del suo partito dimostra come non solo non vi siano grandi interessi comuni tra proletariato e borghesia di quella vasta area prossima ormai ai due miliardi abitanti che, grazie anche al frutto avvelenato lasciato in dono dal colonialismo inglese nel 1947 con la ripartizione tra India (induista) e Pakistan (mussulmano), rischia di dover affrontare conflitti spietati per il controllo della regione oggi e, domani, con la Cina per il controllo del mercato mondiale.

Troppo spesso, infatti, le strade per l’Inferno sono lastricate di buone intenzioni (almeno apparentemente). Considerato che gli imperi, i regni e gli stati sono sempre e solo la manifestazione del dominio di classe da parte di una ristretta élite, sia questa economica, militare, religiosa o peggio ancora etnica, sulla maggioranza della popolazione e dei meno abbienti. Uomini o donne che siano.


  1. A. Acharya, Introduzione a Storia e futuro dell’ordine mondiale, Fazi Editore, Roma 2026, pp. 18-19.  

  2. F. Cardini, Prefazione a A. Acharya, Storia e futuro dell’ordine mondiale, op.cit., p. XIV  

  3. F. Cardini, op. cit., pp. XIV-XV  

  4. La citazione è tratta da La haine (L’odio), film realizzato da Mathieu Kassovitz nel 1995, vincitore del premio per la miglior regia al Festival del cinema di Cannes e prima, serratissima narrazione dello scontro nelle banlieue parigine tra i giovani di seconda o terza generazione e il potere, la violenza e il razzismo dello stato francese. Si veda in proposito: G. Toni, P. Lago, Spazi contesi. Cinema e banlieue: L’odio, I miserabili, Athena, Milieu Edizioni, 2024.  

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