Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 08 Jan 2026 23:01:10 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Zac zac zac: i granchi rossi bucano la rete nera https://www.carmillaonline.com/2026/01/09/zac-zac-zac-i-granchi-rossi-bucano-la-rete-nera/ Thu, 08 Jan 2026 23:01:10 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92201 di Luca Baiada

Zerocalcare, Nel nido dei serpenti, Bao Publishing, Milano 2025, pp. 200, euro 22.

A seguire Zerocalcare in questo groviglio di cose, in questo andirivieni di tempi e luoghi, si perde la testa e quasi si finisce per parlare come lui. Ti prende, non si fa mollare, peggio di un venditore di aspirapolvere. Lo segui e ti incanta, ti fa arrabbiare e ti sembra di discuterci a tu per tu, poi è lui che ti pianta lì e ti rendi conto che la strada, o si fa tutti insieme, o non vale niente.

Ma come si fa, a dire [...]]]> di Luca Baiada

Zerocalcare, Nel nido dei serpenti, Bao Publishing, Milano 2025, pp. 200, euro 22.

A seguire Zerocalcare in questo groviglio di cose, in questo andirivieni di tempi e luoghi, si perde la testa e quasi si finisce per parlare come lui. Ti prende, non si fa mollare, peggio di un venditore di aspirapolvere. Lo segui e ti incanta, ti fa arrabbiare e ti sembra di discuterci a tu per tu, poi è lui che ti pianta lì e ti rendi conto che la strada, o si fa tutti insieme, o non vale niente.

Ma come si fa, a dire i fumetti? Specialmente quelli di uno che scappa da tutte le parti, che ti sbatte in faccia le sue debolezze e i tic nervosi. Cammina per le città d’Europa e te lo ritrovi sdoppiato, lui e un cane, una gallina, un robot giocattolo, in conversazioni e introspezioni vorticose. Poi si intrufola e fa domande: lo rivedi in cucina, per strada, nei guai. Non si capisce come ne esca senza le ossa rotte, o semplicemente senza farsi mandare a quel paese, da impiccione incallito.

Stavolta Zerotrottola gira intorno al fascismo internazionale. La prende larga, poi stringe, taglia le pareti del labirinto e te lo fa vedere sezionato e putrido come le fette di una melanzana marcia. Per qualche sua bussola misteriosa, conosce la direzione come un cane randagio – si intenerisce proprio quando accarezza il cane di Maja T. – ma la strada giusta te la rivela un po’ alla volta. Il dritto la sa lunga, quando racconta, e così resti nell’incastro con la voglia di saperne sempre di più.

Dov’è, davvero, il nido dei serpenti? C’è l’Ungheria di Orban, certo, ma non è tutto lì. La narrazione va avanti e indietro attraverso gli anni e le frontiere, ed è percorsa da presenze fasciste e naziste strutturate, con complicità negli apparati statali armati. I nazisti hanno anche un alleato sparso e senza volto: è fatto di un vago consenso, di silenzi, di perbenismi.

Risaltano cose, in questo collage di storie1. Ilaria Salis, con la detenzione e il processo delle catene. Maja T., un’altra persona inghiottita da un carcere ungherese. Altri antifascisti, anche italiani, arrestati in vari paesi su richiesta di Budapest, col rischio di essere consegnati. Soprattutto risalta un appuntamento nero internazionale, il «giorno dell’onore», che raduna la schiuma del suprematismo. Un evento che spazza via la vergogna, rinsalda legami, conforta i dubbiosi, conquista proseliti. E terrorizza chi non è dei loro, facendo sferragliare gente palestrata.

Vengono fuori vicende poco note, con scenari inquietanti, specialmente in Germania. Il caso della Hammerbande: un’iniziativa giudiziaria di ingegneria penale, un teorema accusatorio estensibile, diretto a costruire la colpevolezza di antifascisti perché di fronte alla violenza della destra hanno deciso di non stare fermi. E allora sono perquisizioni notturne in cerca di antifa, frugando nelle case e spaventando i familiari: apparati speciali di polizia mobilitati con tecniche militari repressive. E poi lo stillicidio di uccisioni mirate di immigrati, piccoli imprenditori ben integrati nella società tedesca (la scia di sangue dei «delitti del kebab», Döner-Morde). Persino la misteriosa uccisione di una giovane poliziotta, Michèle Kiesewetter: lei indagava sui nazisti, un suo superiore e un collega erano vicini al Ku Klux Klan.

A volte la parte interessante della storia è nell’ordine del discorso, quasi più che nei contenuti. A seconda di come si raccontano le cose il senso cambia, e i migliori studi su questo, in Italia, sono in tema di azioni partigiane e stragi nazifasciste durante la Resistenza. Andando su e giù nel tempo, ma anche nella sua coscienza, Zerolindo spiega che si arriva alla violenza antifascista perché prima c’è stata – ricorrente e strutturata su base territoriale – quella di destra. Dai e dai con le azioni delle squadracce, a un certo punto la gente non ne può più, prende la varichina e fa un repulisti. La volante antifascista è un fatto, non chiede permesso: «La paura ha cambiato campo».

Coi fumetti, storia e giustizia si possono spiegare bene. Lo ammetto: per me, che scrivo da anni sull’uso sedativo della memoria, diventata un feticcio e un surrogato, è una soddisfazione leggere nelle nuvolette, dalla mano di un fumettista, osservazioni sul «mai più», il nie wieder, e sul suo sapore ingannevole2. E ora che ci penso, questo uso distorto della memoria – è proprio un caso? – è andato di pari passo in Italia e in Germania. Detto alla giurista: la giuridicizzazione della memoria ufficializzata e burocratizzata delegittima l’effettività della tutela giurisdizionale dei diritti. Detto alla Zerozecca: la memoria coi blablabla non è solo pallosa destocazzo, è una presa per il culo galattica.

Ancora sul diritto. Ci sono diverse cose, ma ci vuole un’aggiunta. Maja T. ha la cittadinanza tedesca, e lì la Costituzione vieta l’estradizione di chi ha la cittadinanza. Un divieto strabiliante, posto quando fu scritta la Carta costituzionale della Germania occidentale, dopo la Seconda guerra mondiale. E una regola che è stata modificata, in questo secolo, ma solo in parte. Per alcuni imputati, l’estradizione è sempre stata impossibile. È gravissima, la mancata consegna dei criminali nazisti processati in Italia dalla fine degli anni Novanta al 2015, che alla fine sono morti di vecchiaia a casa loro. Per Maja T., invece: arresto in Germania, ricorso del suo avvocato alla Corte costituzionale, poi consegna veloce all’Ungheria, senza aspettare l’esito del ricorso (la Corte costituzionale dopo ha vietato l’estradizione, ma ormai). Per stragi come Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, Civitella, Fucecchio, guanti di velluto. Per il ferimento di un nazista a Budapest, pugno di ferro.

Sempre sul diritto. Su mandato ungherese, si fanno iniziative legali contro gli antifascisti in altri paesi. È comodo per tutte le fascisterie europee, avere un Eldorado nero, un cecchino in terra franca che può sparare uncini stando al riparo, poi tirare la fune e portarsi la preda nella tana, per divorarla con comodo. Malgrado il sovranismo, i mandati ungheresi colpiscono dove vogliono; malgrado l’antieuropeismo, le autorità ungheresi usano strumenti europei. E qui, allora, dobbiamo dire con convinzione, tutti e tutte, un grosso NO, un enorme NOOO.

Dobbiamo dire NO, cioè, andando a votare al referendum sulla modifica della Costituzione. La riforma approvata nel 2025, la cosiddetta «separazione delle carriere» (un’etichetta falsa), manomette la giustizia in Italia. Ci raccontano un cazzeggio alla moda: il pubblico ministero bisogna metterlo sullo stesso piano del difensore dell’imputato, e con la riforma sarà l’avvocato della polizia. Ma davvero? Sì, ma allora, come la polizia, dipenderà dal governo. Cioè, quando serve, pubblico ministero e polizia faranno quello che vogliono il governo e i suoi alleati. Magari l’Ungheria. Da vedere, nel volume, Maja T. col «non lo possono fare». Il pubblico ministero, in Italia, deve diventare l’avvocato di Orban? o di altri come lui? Un altro uncino al servizio dei cecchini, un’altra lingua biforcuta che piace al nido dei serpenti? Abbiamo già le nostre magagne, grazie, NO NO NO.

Ancora su Maja T. Pensiamoci. Una pagina nera nella storia dei diritti umani e della legalità penale in Europa. Un caso che contraddice il mito della Germania che ha fatto i conti col passato. Anche una crisi della cittadinanza. Una vicenda che svela un’invisibile linea del colore: se sei antifascista sei un nero, uno straniero, un intruso.

Se sapessi disegnare aggiungerei alle pagine su Maja T. un Primo Levi incazzato: direbbe che la Bewältigung der Vergangenheit «è uno stereotipo, un eufemismo della Germania d’oggi»3. Ci metterei anche Adriano Prosperi, lo storico, che dalla Scuola Normale di Pisa gli dà ragione4Vergangenheit vuol dire passato, Bewältigung è parola ambigua, con un senso di elaborazione ma anche di manipolazione, di forzatura (Gewalt è la violenza, Vergewaltigung è lo stupro). Levi traduce Bewältigung der Vergangenheit come «distorsione del passato» o «violenza fatta al passato». Detto così sembra un gioco filologico da topi di biblioteca. In fumetto sarebbe tutta un’altra cosa.

Zerocalcare non vende ricette e si schermisce: non insegna, non pretende. Ma qualcosa ci trasmette. A difesa degli antifascisti perseguitati non serve il botto mediatico, quello che illumina il cielo e si spegne. Serve un impegno che protegga il fuoco, anche piccolo, una fiaccola che duri nel tempo. Tenerla accesa e passarcela, la fiaccola, tocca a noi.

 

 


  1. Zerocalcare, Nel nido dei serpenti, Bao Publishing, Milano 2025, contiene anche le storie In fondo al pozzo, Questa notte non sarà breve e Una giornata a Budapest, che sono state pubblicate da Momo edizioni in Questa notte non sarà breve nel 2024.  

  2. Mi permetto di rinviare, per esempio, ai miei: L’atlante delle stragi, «l’Unità», 11 febbraio 2014, p. 20; La carne e la memoria, «Il Ponte», LXXI n. 1 (gennaio 2015), pp. 69-73; Memoria di un anno di memoria, «Il Ponte», LXXV n. 2 (marzo-aprile 2019), pp. 129-133.  

  3. Primo Levi, Il sistema periodico, Einaudi, Torino 2014, p. 210.  

  4. Adriano Prosperi, Un tempo senza storia. La distruzione del passato, Einaudi, Torino 2021, p. 45.  

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Elogio dell’eccesso / 11 – Dal letame nascono i fiori: storia del CBGB https://www.carmillaonline.com/2026/01/07/elogio-delleccesso-11-e-dalla-merda-che-nascono-i-fiori-storia-del-cbgb/ Wed, 07 Jan 2026 21:00:08 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91941 di Sandro Moiso

Roman Kozak, Questa non è una discoteca. La storia del CBGB, edizione italiana a cura di Luca Frazzi, edizioni Interno 4, Rimini 2025, pp. 316, 24 euro

Il CBGB nei suoi primi tempi non era percepito come un posto di tendenza dove stare, la gente andava a vedere i concerti. Il Max’s Kansas City era il luogo di ritrovo. Il retro del Max’s era un luogo in cui potevi vedere David Bowie o Lou Reed. Il CB’s era molto più proletario. Era un posto da concerti. E tutto ciò aveva a che fare con la sua atmosfera [...]]]> di Sandro Moiso

Roman Kozak, Questa non è una discoteca. La storia del CBGB, edizione italiana a cura di Luca Frazzi, edizioni Interno 4, Rimini 2025, pp. 316, 24 euro

Il CBGB nei suoi primi tempi non era percepito come un posto di tendenza dove stare, la gente andava a vedere i concerti. Il Max’s Kansas City era il luogo di ritrovo. Il retro del Max’s era un luogo in cui potevi vedere David Bowie o Lou Reed. Il CB’s era molto più proletario. Era un posto da concerti. E tutto ciò aveva a che fare con la sua atmosfera e tutto il resto (Ira Robbins – «Trouser Press»)

Vi sono al mondo fin troppi luoghi considerati “mitici”. Da quelli rappresentati dai siti archeologici ai paesaggi naturali, ormai, finti wild a quelli dello spettacolo come Hollywood e il Sunset Boulevard oppure La Scala milanese. Anche la musica rock non è mai sfuggita, per sua intrinseca natura, alle leggi dello spettacolo. Sia che si tratti di locali divenuti famosi per la nascita della musica psichedelica come il Matrix o il Fillmore West di San Francisco oppure per gli schiaffi inferti dai Charlatans di Mike Wilhelm a Bill Graham, proprietario del secondo. Precludendosi così il successo che sarebbe invece poi spettato a Grateful Dead e Jefferson Airplane.

Locali che a partire dalla fine degli anni Settanta avrebbero perso splendore e assistito al trionfo del “far tendenza” tra lustrini, sorrisi ebeti e gli esordi della musica disco in nuovi locali più consoni alla danza modernizzata e regolamentata dal business e dalla cocaina come lo Studio 84 di New York, reso celebre da La febbre del sabato sera e dalle giravolte di John Travolta.

Eppure, è esistito uno solo locale sul quale, per lungo tempo, le luci della ribalta delle riviste patinate non si sono accese. Un locale per il quale la fin troppo utilizzata definizione di underground calza a pennello. Anche perché, per esplorarlo e comprenderlo, occorre entrarvi, ancora a distanza di decenni, non dall’ingresso principale, che già di per sé costituiva un programma, ma dai suoi bagni sotterranei, autentiche Love Toilet.

Tra le tante fotografie di Ebet Roberts, che il bel volume appena pubblicato da Interno 4 consegna allo sguardo dei lettori, ne manca una, che qui si è pensato bene di fornire, anche se tardiva essendo datata 2005 ovvero un anno prima delle definitiva chiusura del CBGB1: quella dei cessi del locale, che chi scrive ebbe la “fortuna” di visitare nella tarda estate del 1977.

Come ha scritto l’autore, la Bowery, dove il locale aveva aperto le porte, «fu uno dei pochi posti nel mondo occidentale in cui l’afflusso di punk e hard rocker migliorò effettivamente un quartiere»2. Ma come ha narrato Hilly Kristal, colui che aveva deciso di aprire il locale al 315 della Bowery, allo stesso Kozak:

Quando lo aprii per la prima volta come Hilly’s sulla Bowery, lo gestii per un po’ come un bar fatiscente, e i barboni si mettevano in fila alle otto del mattino quando aprivo le porte. Poi entravano e cadevano faccia in terra ancora prima di aver bevuto il loro primo drink. C’erano falchi e colombe, borseggiatori e veri alcolizzati di vecchia data, anche se alcuni erano giovani. Penso che molte di queste persone soffrissero di depressione e di crolli nervosi e avessero bisogno di fuggire. Qui erano al sicuro; nessuno sapeva dove fossero. Ma poi iniziarono ad arrivare questi tizi che li derubavano continuamente. Ricordo che stavo lavorando al bar e sentii un suono di soffocamento provenire dal bagno degli uomini. Dovetti togliere due tipi da un pover’uomo. Lo avevano messo all’indietro sul water e lo stavano spogliando, prendendogli tutti i soldi. Ne presi uno per il colletto e l’altro per l’altro e li trascinai via3.

Nel 1977 i bagni erano stati messi in sicurezza, per così dire: le proposte esplicite, le effusioni, gli scambi di umori corporali e sostanze erano all’ordine del giorno, anzi della notte, ma nessuno era più brutalmente aggredito, anche se non era interessato a quel genere di intrattenimenti, collettivi o individuali.

Scendere le scale o risalirle per tornare alle luci fioche del locale o a quelle del palco su cui si esibivano i gruppi, era come sprofondare oppure tornare a galla da quelle che, in fondo, sono sempre state le radici dell’underground: sesso, rabbia, desolazione e voli pindarici senza alcun tipo di ali. Trasformati in UFO autentici, Unidentified Flying Object estranei, almeno per un lungo periodo, alle mode e ai richiami dello spettacolo della merce “culturale” e politica ufficializzato.

In fin dei conti come ci narra Kozak, nel libro uscito originariamente nel 1988 quando il CBGB era ancora ufficialmente attivo, le cose, per essere autentiche, accadono, spesso senza alcuna premeditazione. Esattamente come per il locale in questione che, quando Hilly lo trasformò in locale da concerti, avrebbe dovuto dovuto veder esibirsi sul suo palco musicisti Country, BlueGrass e Blues come riassumeva l’acronimo (CBGB) che l’avrebbe caratterizzato fin alla sua chiusura e che lo avrebbe consegnato alla storia della cultura “popolare”.

Acronimo accompagnato subito sotto da un altro, OMFUG, che però, pur richiamandosi a quello che indicava stupore (Oh, My Fucking God!), indicava le altre musiche che avrebbero potuto trovare posto tra la sue mura: Other Music For Uplifting Gourmandizers (Altre musiche per stimolare i buongustai).

Come ha affermato lo stesso Kristal: «Aprii il CBGB perché pensavo che la musica country sarebbe diventata la cosa più importante. E lo divenne anche se non qui». In realtà, come già visto, il locale era stato aperto da Hilly nel 1969 e fino al 1972 funzionò come caotico ritrovo per vagabondi e alcolisti tutt’altro che anonimi, che Kristal chiuse tra le lamentele dei vicini del bar. Dopo la chiusura di quello e nello stesso sito della Bowery si concentrò su quello che nel 1973 sarebbe diventato il CBGB. Così, come afferma Luca Frazzi nella sua sintetica e bellissima introduzione:

Kozak raccontava il CBGB con un linguaggio antico. Nei tempi, nei termini, nelle immagini evocate che sono quelle di un mondo lontanissimo, più di quanto dica il calendario. La formula del racconto orale, in tutta la sua imperfezione (ed efficacia), era l’unica possibile. […] Kozak non aveva scelta. O meglio: ne aveva una sola, quella giusta.
Questa non è una discoteca è una Polaroid scattata sulla Bowery cinquant’anni fa, dai colori più crudi del b/n. E’ una foto sbagliata. Mossa, sfocata, ingiallita sui bordi. Puzza di birra e piscio come i cessi del CBGB […] Quel mondo non esiste più. Stop. Finito4.

Ma, forse il vero dramma è che tale memoria si stata istituzionalizzata, come sempre purtroppo accade per gli aspetti più radicali dei movimenti che un tempo, anche se per poco, hanno spaventato l’immaginario borghese (che poi ci ripensa e, visto l’affare, li recupera nei modi più adeguati per il proprio modus vivendi commerciale e mediatico). E non soltanto attraverso tutto il merchandising di magliette indossate da aspiranti modelle o cazzari che si pensano musicisti punk; no, nel 2013, l’edificio un tempo del CBGB, 315 Bowery, è stato inserito nel Registro nazionale dei luoghi storici, facente parte del Bowery Historic District. Amen.

Da quando il CBGB non c’è più, la letteratura su quel buco maleodorante è esplosa: prima il trentennale, poi il quarantennale, infine il cinquantennale.E’ trascorso mezzo secolo dai tempi in cui Ramones, Patti Smith, Blondie e Television tra quelle mura azzeravano la storia del rock’n’roll. Richard Hell, Talking Heads, Heartbreakers, Dead Boys, Bad Brains, tutti nomi scolpiti nella memoria collettiva del punk, è lì che scatenavano la prima e ultima vera rivoluzione nella musica che amiamo. […] Oggi sogniamo ancora quel passato come se non ci fossimo mai mossi da lì, da quell’idea del CBGB che nessuno può portarci via.
Il libro di Kozak suona come un tributo ingenuo e puro al club dove il punk ha scoperto di esistere e di poter cambiare, se non il mondo, la vita di tanta gente. E pazienza se oggi Patti Smith suona in chiesa per vescovi, assessori e banchieri, pazienza se Marky ramone suona alla sagra della spalla cotta di San Secondo. […] Niente e nessuno potrà ridimensionare quello che è successo al 315 di Bowery Street a partire dal 10 dicembre 1973, quando Hilly Kristal apriva per la prima volta le porte del locale5.

A chi scrive rimane la memoria di un concerto dei Tuff Darts ancora con Robert Gordon e di un Willy, all’epoca Mink, DeVille ancora sospeso tra Dylan e soul latino, in un locale sudicio, traspirante umanità, bella e brutta, da ogni anfratto, comprese alcune vivacissime ragazze francesi, accompagnate da quello che sembrava essere il loro “santo” protettore, con le quali, proprio il giorno seguente, avrebbe casualmente condiviso lo stesso volo per il rientro in Europa.

Il 28 agosto 2007 Hilly lasciò il CBGB e il pianeta per sempre per andare probabilmente ad aprire un locale per anime perdute in un altro angolo dell’universo, mentre il club chiuse i battenti il 15 ottobre 2006, con una performance di Patti Smith, che in fin dei conti lì era nata debuttando al CBGB con il suo gruppo il 14 febbraio 1975, quando Lou Reed poteva dire di lei che avesse in una mano più carisma di tutte le altre rock star messe insieme. Patti salì sul palco e suonò per tre ore e mezza fino alle prime ore del mattino del 16 ottobre 2006, chiudendo quell’ultimo concerto con la lettura di una lista di musicisti punk scomparsi negli anni.

«Joey, Johnny, Dee Dee e Tommy non ci sono più, Johnny Thunders nemmeno. E’ morto Tom Verlaine, sono morti Willy DeVille, Stiv Bators, Walter Lure, David Johansen, Clem Burke»6 e tanti altri, mentre la Bowery è stata ripulita (gentrificata?) e «l’incrocio di fronte al 315 oggi si chiama Joey Ramone Place»7.

Per ricordare al meglio quella storia, quei musicisti, quel locale e il suo proprietario ci resta il volume, magnifico di Kozak, con la Prefazione di Chris Frantz dei Talking Heads e con un’appendice a cura di Luca Frazzi, Italian Hc Goes to Lower East Side. CCM, Negazione, Raw Power:un pezzo d’Italia al 315 di Bowery Street, in cui in una conversazione con Antonio Cecchi, Roberto “Tax” Farano e Mauro Codeluppi si ricostruisce l’avventura dei gruppi hardcore italiani che si esibirono su quel palco tra la seconda metà degli anni Ottanta e il 1990. Oltre ad una straordinaria raccolta “archeologica” di immagini relative al materiale prodotto dal locale e/o dai gruppi che vi suonarono, per pubblicizzare concerti ed iniziative, curata da Matteo Torcinovich.

«Supporti fragili, testimoni cagionevoli pensati per sopravvivere solo per il tempo di pubblicizzare un evento. Stampati in poche copie, affissi pochi giorni prima di un concerto fuori dal locale e destinati ad essere strappati, coperti di altre locandine o a deteriorarsi fino a sparire del tutto. Di poco valore e importanti, a malapena, per una settimana. Proprio per questa loro natura effimera, delicata nel supporto ma potentissima nel messaggio»8 costituiscono ancora oggi, insieme ai suoni conservati su vinile e audiocassette9, la testimonianza e allo stesso la metafora di un movimento musicale effimero e potente come pochi altri nella storia delle culture giovanili. A conferma del fatto che dai diamanti non nasce niente.


  1. Almeno così come indicato nel volume da cui è stata tratta: Steven Blush, New York Rock. Dalla nascita dei Velvet Underground al declino del CBGB, Goodfellas, collana Spittle, Firenze 2018.  

  2. R. Kozak, Questa non è una discoteca. La storia del CBGB, edizione italiana a cura di Luca Frazzi, edizioni Interno 4, Rimini 2025, p. 31.  

  3. Ibidem, p. 31.  

  4. L. Frazzi, Lost Trails in R. Kozak, op. cit., pp. 5-6.  

  5. L. Frazzi, op. cit., p. 6.  

  6. Ivi, p. 7.  

  7. Ibid.  

  8. M. Torcinovich, Archeologia Punk, in R. Kozak, op. cit., p. 265.  

  9. Valga per tutte l’antologia Live At CBGB’s – The Home Of Underground Rock, un doppio Lp pubblicato dalla Atlantic nel 1976.  

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E insieme osammo. Dall’io al noi nella poesia di Sante Notarnicola https://www.carmillaonline.com/2026/01/07/e-insieme-osammo-dallio-al-noi-nella-poesia-di-sante-notarnicola/ Tue, 06 Jan 2026 23:01:38 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92225 di Angela Pesce

Io la poesia, per quanto mi riguarda, io la ritengo sempre una poesia collettiva Sante Notarnicola

Il 15 luglio 2021 i ragazzi del carcere minorile di Firenze partecipano a un laboratorio di poesia dai versi di Sante Notarnicola. Sante Notarnicola (1938-2021) ha attraversato anni di povertà, cambiamenti, lotte, Resistenza; è stato operaio, bandito, carcerato, scrittore, poeta, oste, compagno. Nel 1972 ha pubblicato L’evasione impossibile, successivamente le raccolte poetiche Con quest’anima inquieta (1979), La nostalgia e la memoria (1986) e il testo di prose e poesie Materiale interessante (1997).

Entrato in carcere nel 1967, Sante avverte subito la necessità di [...]]]> di Angela Pesce

Io la poesia, per quanto mi riguarda, io la ritengo sempre una poesia collettiva
Sante Notarnicola

Il 15 luglio 2021 i ragazzi del carcere minorile di Firenze partecipano a un laboratorio di poesia dai versi di Sante Notarnicola.
Sante Notarnicola (1938-2021) ha attraversato anni di povertà, cambiamenti, lotte, Resistenza; è stato operaio, bandito, carcerato, scrittore, poeta, oste, compagno. Nel 1972 ha pubblicato L’evasione impossibile, successivamente le raccolte poetiche Con quest’anima inquieta (1979), La nostalgia e la memoria (1986) e il testo di prose e poesie Materiale interessante (1997).

Entrato in carcere nel 1967, Sante avverte subito la necessità di resistere nella comunicazione con i compagni del carcere e con chi sta fuori, perché trova un carcere inaccettabile, ma anche un carcere a cui si resisteva individualmente: «Chi lottava lo faceva da solo e, alla lunga, ne usciva a pezzi nel morale e spesso nel fisico». In quegli anni Sante e i suoi compagni costruiscono una lotta collettiva. Sante è consapevole e orgoglioso del noi dei detenuti che lottarono per trasformare quel carcere: «Rivendico alle lotte dei detenuti, non alla sensibilità dei politici, se qualcosa nelle prigioni è mutato». Si avverte l’eco della poesia La nostalgia e la memoria: «Ma pure/ritrovare le radici/in questo quartiere,/piatto come l’anima,/vasto come l’orgoglio,/amato e vissuto/da quella generazione,/la più infelice/la più dura/la più cara», l’aggettivo cara rimanda all’aggettivo caro usato per Francesco Berardi, «caro caro compagno», impiccatosi nella cella del carcere di Cuneo dove Sante viveva da tre anni. Al noi di Sante appartengono, infatti, anche i morti con cui spesso – dice – gli succedeva di camminare. Gli anni di San Vittore lo avevano impregnato di morte e anche i pensieri erano diventati «roba morta»: dovette scegliere tra «un cappio all’inferriata o il coraggio di vivere», scelse la vita ma «vivere fu la scelta più scomoda». È questa vicinanza con la morte, che tiene i morti dentro un unico noi, compagni di viaggio di Sante, di chi sconta la pena di vivere, di chi sconta la morte vivendo. Nella poesia Sono una creatura, il cui titolo afferma il sentirsi parte di parte di un universo vivente, Giuseppe Ungaretti descrive un universo pietrificato, arso, «roba morta»: è la pietra del Carso, scenario dei degli orrori della guerra, che lascia negli occhi del poeta un pianto anch’esso pietrificato. Sono questi occhi asciutti e pietrificati che rendono fratelli i compagni in carcere e quelli morti, Sante e Francesco e Martino, uniti nella stessa Fiducia che dà il titolo alla poesia di Paul Celan, poeta di lingua tedesca, nato in Bucovina ma naturalizzato francese, morto suicida, voce della Shoah; Fiducia, della raccolta Grata di parole, si chiude con il verso «come vi fossero ancora fratelli perché vi è pietra» e ricorda drammaticamente la pietra-seme della poesia Palestina di Sante, della raccolta Liberi dal silenzio, in cui la voce del poeta si rivolge a un tu che cammina in un sentiero che sembra condurre al nulla, ma in pugno tiene stretto un seme, un seme-pietra nascosto sotto una terra da scavare, un seme-pietra da scagliare «Scaverai la terra, scaglierai la pietra».

Lo scrittore Valerio Evangelisti racconta che Sante «notava tutto, notava i dettagli». L’attenzione era uno strumento della sua lotta per restare vivo. Il laboratorio di poesia di Firenze propone ai ragazzi la poesia come occasione per prestare attenzione, per vedere, oltre i muri, ogni squarcio di cielo. «Poesia per rompere l’isolamento a cui vorrebbero costringere corpo e cervello. Poesia come difesa dall’abbruttimento della prigione».
Eugenio Montale nei versi finali della seconda strofa della poesia I limoni scrive «qui tocca a noi poveri la nostra parte di ricchezza/ ed è l’odore dei limoni», e con il sintagma noi poveri, rivendica il diritto alla percezione, che appartiene a tutti, anche alla generazione uscita distrutta dalla prima guerra mondiale: percepire la realtà con i propri sensi è un diritto di tutti, indissolubilmente legato al dovere e alla libertà dell’attenzione. Scrive Montale «Lo sguardo fruga d’intorno, la mente indaga, accorda, disunisce»; la poesia di Sante nasce da questo sguardo, di cui essa è madre e figlia: la poesia preserva la percezione anche quando il carcere cerca di spegnerla, al tempo stesso da essa nasce la parola poetica, che a sua volta creerà l’incontro con gli altri, noi poveri, noi dannati della terra. Nella strofa iniziale della poesia, Montale parla in prima persona rafforzata dal sintagma per me «io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi/ fossi dove in pozzanghere/ mezzo seccate agguantano i ragazzi/ qualche sparuta anguilla […] e piove in petto una dolcezza inquieta». Dall’io, attraverso una dolcezza inquieta, soggetto e oggetto del predicato piove significativamente transitivizzato, si passa al noi fino all’incontro conclusivo con i gialli dei limoni «ci si mostrano i gialli dei limoni». Come scrive Cristina Campo, «Davanti alla realtà l’immaginazione indietreggia. L’attenzione la penetra invece, direttamente e come simbolo. […] Essa è dunque, alla fine, la forma più legittima, assoluta di immaginazione».

Scegliamo quindi di raccontare ai ragazzi l’attenzione di Sante. Il laboratorio inizia con la poesia Esausto affiancata all’Infinito di Giacomo Leopardi.

Esausto
Uno squarcio/di libertà/da invocare/su strade/con angoli/troppo acuti/è sempre/urgente l’urlo/di grandi/voglie/di sterminati prati/di sterminati cieli/di sterminata calma.

Esausto, scritta nel carcere speciale di Favignana il 1 dicembre del 1973, esce nella prima raccolta Con quest’anima inquieta, è l’urlo dell’uomo che, anche se esausto, o forse proprio perché esausto, invoca uno squarcio di libertà su strade con angoli troppo acuti, senza vie di fuga. L’avverbio sempre, in enjambement, genera l’urlo del poeta, voce della sua voglia di sterminati prati, cieli, calma, in cui il significante, con l’anafora, si semantizza in un significato che richiama il titolo e lo supera. L’Infinito di Leopardi si apre con l’avverbio sempre e nell’alternanza dei deittici questo e quello ci racconta di un’attenzione che diventa immaginazione, nel senso etimologico e dantesco di creazione. Quando leggiamo insieme ai ragazzi Esausto, tutti si riconoscono nel titolo. Diamo loro delle immagini di strade interrotte da incollare su uno sfondo nero alle nostre spalle. Poi chiediamo di ritagliare dalla poesia e di incollare sullo sfondo le parole che possano aprire quelle strade: le parole che evidenziano per prime non sono urlo e libertà, come avremmo potuto aspettarci, ma l’aggettivo sterminati e le parole prati e cieli. Osserviamo che la lettera S trasforma i prati e i cieli da limitati a sterminati; allora lavoriamo sulla S, che assomiglia al simbolo dell’infinito, usiamo il tatto e la maneggiamo per farla diventare infinito; poi la pronunciamo tutti insieme e sentiamo il soffio, il vento, l’aria. Per qualcuno S è anche la lettera del silenzio, torniamo alla poesia, ritagliamo la parola urlo, urgente urlo, e l’attacchiamo sullo sfondo. Dopo questo lavoro, mostriamo un video, in cui Sante racconta di aver usato la poesia quando il cuore gli “saltava in gola”, l’espressione il cuore che salta in gola è già poesia e immediatamente crea un’immagine negli occhi dei ragazzi: vedono e sentono l’urlo urgente. Sante spiega che un’esigenza personale è all’origine della sua poesia, perché il carcere gli ha fatto mettere in dubbio la sua capacità di amare, di riprodursi, ha rischiato cioè di strappargli la percezione di essere vivo. Dopo il video proponiamo ai ragazzi di lavorare insieme con altre le poesie: Vivere, IV raggio cella 71, La prigione, Con quest’anima inquieta, Posto di guardia, Galera e Mattinata; devono cercare e poi ritagliare le parole che conducono lo sguardo oltre i muri. Ogni ragazzo lavora su una poesia, per poi incontrarsi davanti allo sfondo, ciascuno con le parole scelte e ritagliate da incollare: maneggiano i ritagli, li arrotolano, li srotolano, si scambiano domande, scelgono dove attaccarli, scherzano. La poesia Posto di guardia sembra non lasciare scampo: il muro è reso insormontabile dalle parole di scherno del guardiano.

Posto di guardia
Il guardiano più giovane/ha preso posto/davanti alla mia cella/«Dietro quel muro – mi ha/Indicato – il mare è azzurrissimo”/Per farmi morire un poco/Il guardiano più giovane/Mi ha detto questo.»

Un ragazzo la fissa, poi sceglie l’aggettivo azzurrissimo, lo ritaglia e l’attacca sullo sfondo. Proprio le parole di morte del guardiano, unite alla pratica dell’attenzione, hanno permesso a Sante di fingere, nel significato etimologico di immaginare e creare, un mare azzurrissimo, e continuano a permetterlo ai lettori della sua poesia e al ragazzo che ha scelto di attaccare quella parola sullo sfondo nero: un buco azzurrissimo su uno sfondo nero. Dalla poesia Galera scelgono cielo, altissimi, gabbiani, e i verbi guardiamo e volano «infine/vollero sbarrare il cielo/…/non ci riuscirono del tutto/altissimi/guardiamo i gabbiani che volano». L’attenzione, il notare tutto, come possibilità di salvezza e come azione collettiva. È nell’essere di tutti il senso ultimo della poesia di Sante, che nasce come esigenza personale e si scopre collettiva. Dice Sante: «quando scrivevo una cosa gliela passavo a un vicino di cella, senti, vedi, ti piace, funziona, non ti piace? la risposta era sempre una, mi diceva: hai scritto una cosa che io l’ho pensata sempre, […] io dicevo guarda che è anche tua, io forse ho una capacità in più e l’appunto, però parlo di te, di me, di noi».

L’ultima poesia del laboratorio, Natura, scritta a Bologna il 30 gennaio 2017, richiama la poesia Preambolo, che apre la raccolta La nostalgia e la memoria, nei suoi rimandi agli elementi naturali e ai «fratelli e compagni/ dagli occhi e dai cervelli svegli», anche quando in carcere «mancava l’orientamento/ e mancavano tutti i colori».

Natura
La collina la scalammo/quando l’ora più ingarbugliata/passò oltre e ci segnalò/il centro preciso della notte. // Incespicammo più volte/sul campo buio e sdrucciolevole/e ogni volta ci fermammo/per recuperare/forze ed equilibrio. // L’albero del carrubo/era ancora lontano/e la pianura conteneva/quel campo di grano/che muoveva con/leggerezza/le spighe mature. // Più tardi/l’ombra scomparve/e insieme osammo/attraversare/la linea del sole.

I verbi alla prima persona plurale, al passato remoto, fermano nella memoria un momento collettivo; osammo è rafforzato dall’avverbio insieme e dall’enjambement che lo separa dal verbo attraversare, per trasmettere la fatica collettiva. Ma il vero noi di questa poesia è la natura che le dà il titolo. La natura è la collina che apre significativamente la poesia in dislocazione a sinistra e ripresa pronominale; è il centro preciso della notte, forse la luna, forse la mezzanotte; è il campo buio e sdrucciolevole in sinestesia tra vista e tatto; sono l’albero del carrubo, la pianura, il campo di grano, le spighe mature; è il vento tra le spighe; è l’ombra, è il sole. Sullo sfondo nero campeggia insieme osammo senza la congiunzione e. Ci colpisce l’evidenza dell’avverbio insieme accanto a osammo, risentiamo la forza della S e, spinti dall’urgenza di dare un nome a quell’azione poetica collettiva, tralasciamo la e. Resta per ognuno e per tutti i carcerati da ritagliare e scrivere, quando saranno liberi, per recuperare la propria memoria, la propria storia, per tornare ad essere io dentro a un noi ritrovato. E a inizio verso rimanda, infatti, a qualcosa già accaduto, alla storia di ciascuno, alla storia di quelli che non ci sono più, ai morti, a chi è uscito, a chi è evaso; condensa in sé la nostalgia e la memoria che sono, come spiega Sante nella prefazione, «un ulteriore arricchimento di quanto ho vissuto […] quell’accumulo di conoscenza e di forza a cui attingere nei momenti duri, quando bisogna resistere a ogni costo ai rovesci […] quel bagaglio di esperienza che permette di guardare al futuro anche dal profondo dell’ergastolo».

[Questo articolo è uscito originariamente sul n. 1 della “librivista” “Zona franca” dell’editore Mompracem. Il numero è dedicato al tema “Io Vs. Noi”. Si ringrazia la rivista per la gentile concessione.]

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Sé come un re. Saggio sulle derive identitarie, di Élisabeth Roudinesco https://www.carmillaonline.com/2026/01/05/se-come-un-re-saggio-sulle-derive-identitarie-di-elisabeth-roudinesco/ Mon, 05 Jan 2026 20:55:46 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92118 di Marc Tibaldi

Mimesis, Milano 2025 pp 238 € 22

“Non domandatemi chi sono e non chiedetemi di rimanere lo stesso: è una morale da stato civile; regna sulle nostre carte d’identità”, Michel Foucault in L’archeologia del sapere.

Che l’identità – in ogni sua articolazione sociale e individuale – sia un campo minato in cui ci si può trovare in pericolo, per scelta o per sbaglio, distraendosi un attimo dal punto di vista che tiene assieme critica di tutte le forme di dominio e di sfruttamento, dovrebbe essere ormai evidente per chi si riconosce nelle aspirazioni di un’altra società, una società [...]]]> di Marc Tibaldi

Mimesis, Milano 2025 pp 238 € 22

“Non domandatemi chi sono e non chiedetemi di rimanere lo stesso: è una morale da stato civile; regna sulle nostre carte d’identità”, Michel Foucault in L’archeologia del sapere.

Che l’identità – in ogni sua articolazione sociale e individuale – sia un campo minato in cui ci si può trovare in pericolo, per scelta o per sbaglio, distraendosi un attimo dal punto di vista che tiene assieme critica di tutte le forme di dominio e di sfruttamento, dovrebbe essere ormai evidente per chi si riconosce nelle aspirazioni di un’altra società, una società e un’umanità egualitaria.

Molto utile per riflettere sul groviglio identitario è allora la recente traduzione di questo libro di Élisabeth Roudinesco. Le argomentazioni sostenute a volte sono – anche per la scivolosità dei temi toccati – non condivisibili, ma arricchiscono di prospettive la riflessione. È sotto gli occhi di tutti come negli ultimi anni l’identità sia divenuta uno dei problemi centrali all’interno del dibattito politico, filosofico e sociale. Che sia declinata in chiave postcolonialista oppure rispetto al tema dell’intersezionalità, l’identità si presenta oggi come un campo di battaglia dove si scontrano visioni del mondo e teorie dell’essere umano e della società.

L’autrice, storica, psicoanalista e direttrice di ricerca all’Université Paris VII, autrice di numerosi testi sulla storia della psicoanalisi, sulla filosofia e sull’ebraismo (delle sue opere uscite in Italia ricordiamo la biografia di Jacques Lacan, edita da Raffaello Cortina editore, e la conversazione con Jacques Derrida Quale domani, Bollati Boringhieri), afferma che il significato profondo di questa sua opera risiede interamente nelle parole di Claude Lévi-Strauss: “Né troppo vicino, né troppo lontano”, affermando che la standardizzazione del mondo porta alla sua estinzione tanto quanto la frammentazione delle culture, e sostiene che ciò che accomuna queste posizioni è l’ipostatizzazione rigida e gerarchica della nozione di identità e, di conseguenza, della soggettività. Analizzando la genesi e lo sviluppo del dibattito contemporaneo sull’identità, attraverso una ricognizione di alcuni dei suoi maggiori nodi concettuali, Élisabeth Roudinesco propone una riflessione dettagliata per sfuggire ai pericoli e agli eccessi delle “derive identitarie”. È una lettura avvincente che passa attraverso il pensiero di molti teorici da Simone de Beauvoir a Jean-Paul Sartre, da Edward Said a Edouard Glissant, da Franz Fanon a Carlo Ginzburg, da Michel Foucault a Judith Butler.

Nel primo capitolo, L’assegnazione identitaria, l’autrice discute alcune forme moderne di attribuzione identitaria, il cui obiettivo è “porre fine all’alterità”, esponendo fin da subito le proprie convinzioni, che potrebbero essere definite “progressiste” (Roudinesco si definisce socialdemocratica con un passato da comunista): “Solo la diversità e la mescolanza sono, a mio avviso, fonti di progresso. […] Solo la laicità può garantire la libertà di coscienza”. L’autrice sfuma però immediatamente queste affermazioni: “È difficile affermare che [il modello di laicità] sia superiore a tutti gli altri e quindi esportabile. Voler imporre questo modello a tutti i popoli del mondo sarebbe suicida”, e mette in guardia dal pericolo dell’omogeneizzazione dei modi di vivere e di pensare che, man mano che si intensifica, provoca reazioni identitarie assolutamente violente, accompagnate dalla ricerca delle “presunte radici”: “la globalizzazione è accompagnata da una recrudescenza delle angosce identitarie più reazionarie”.

Nel secondo capitolo, La galassia di genere, analizza le variazioni che hanno caratterizzato la nozione di “genere”. Inizia con la famosa frase di Simone de Beauvoir: “Non si nasce donna, lo si diventa”, ricordando che Il secondo sesso (1949) ha aperto la strada a un gran numero di studi letterari, sociologici e psicoanalitici degli anni ’70 che miravano a distinguere il sesso, o corpo sessuato, dal genere (gender) come costruzione identitaria. Qui però l’autrice cerca di delegittimare il pensiero di Judith Butler (basato sul desiderio di sovvertire la norma, contrastando l’ordine familiare, patrocentrico, eteronormato) definendolo “militante e non razionale”, e totalmente estraneo al pensiero di Foucault al quale Butler fa rifermento, mentre a noi leggiamo il pensiero della filosofa americana come attualizzazione di quello della de Beauvoir.

Il capitolo Decostruire la razza discute le diverse metamorfosi dell’idea di “razza”, attraverso la questione dei cosiddetti studi “postcoloniali” e “decoloniali”. Roudinesco sostiene, che attraverso Razza e storia (1959), Claude Lévi-Strauss intraprese la lotta contro il pregiudizio razziale denunciando le mostruosità commesse dalle nazioni europee attraverso l’affermazione di una presunta disuguaglianza tra le razze, ma anche il colonialismo che aveva eretto a dogma l’idea dell’inferiorità dei popoli non occidentali. Secondo Lévi-Strauss, qualsiasi forma di occidentalizzazione integrale del mondo, sotto l’effetto del vertiginoso progresso della scienza, non potrebbe che portare a un disastro per l’umanità intera. “Egli rifiuta quindi, a ragione, l’uniformazione del mondo a favore del rispetto di ogni cultura […]. Le società non devono quindi né dissolversi in un modello unico (la globalizzazione) né chiudersi in confini carcerari (il nazionalismo)”.

Nel capitolo Postcolonialità, viene sottolineato il paradosso secondo cui sono stati proprio gli intellettuali che vivevano nel cuore dell’Occidente a produrre le critiche più aspre nei suoi confronti. Tradotto in quaranta lingue, Orientalismo (1978) di Edward Said diventò in pochi anni la bibbia degli studi postcoloniali, “essendo letto, molto spesso, in senso contrario a ciò che affermava”. Said affermava che l’Oriente, nel senso generico del termine piuttosto che in quello geografico, era una sorta di costruzione fittizia attraverso la quale il discorso occidentale cercava di definire un’alterità che gli sfuggiva. In queste pagine ci sembra che Roudinesco dimentichi le fondamenta marxiane e di classe con cui Said sostanzia la sua critica.

Il labirinto dell’intersezionalità è il capitolo più complicato e sfuggente. L’autrice affronta la cosiddetta “cancel culture”: “Questa ‘cultura’ consiste nel puntare il dito, per ostracizzare o eliminare, una persona, un’associazione o un’istituzione le cui parole, costumi, azioni o abitudini sarebbero giudicati ‘offensivi’ nei confronti di questa o quella minoranza”. Questa cultura della denuncia pubblica, “sempre pericolosa per la democrazia, va di pari passo con altre forme di spedizioni punitive, come quelle che mirano alla ‘appropriazione culturale’, per esempio: “I sostenitori di questo approccio ‘intersezionale’ rifiutano qualsiasi idea di universalizzazione dell’espressione artistica: solo i neri avrebbero il diritto di pensare alla ‘negritudine’, gli ebrei alla ‘ebraicità’, i bianchi alla ‘bianchezza’…”. Secondo Elisabeth Roudinesco, i sostenitori della cancel culture “si sforzano meno di lottare per una vera emancipazione, sulla scia di Martin Luther King, piuttosto che sostituire la storia odiata con agiografie fantasiose e binarie”.

Come in altri punti nevralgici del libro, l’autrice dimentica di situare le rivendicazioni dei movimenti di sinistra, non tiene conto che spesso è dalle azioni e dagli sbagli che si possono ricalibrare le proprie posizioni: un’altra delle differenze sostanziali con i movimenti di destra che rivendicano valori astorici e immutabili nel tempo. Manca in questo capitolo uno sguardo antiessenzialista che possa aprire alla prospettiva intersezionale, ossia guardare all’interazione e al conflitto tra le diverse dimensioni dell’identità, di razza, di genere e di classe, andando oltre la semplice sommatoria di questi diversi aspetti, e analizzando piuttosto la produzione di ricombinazioni inedite, sia progressiste e liberatorie, sia stigmatizzanti e oppressive. L’intersezionalità, in questo senso, può collocare e trasformare le identità, e, contemporaneamente, le destabilizza e le contesta.

Nell’ultimo capitolo del libro, Grandi sostituzioni, l’autrice si interroga sulla nozione di “identità nazionale” tornata con veemenza negli ultimi decenni, ispirata dal terrore della “grande sostituzione”, sostiene che gli identitari, i sovranisti “hanno in comune la volontà di una controrivoluzione mondiale fondata sul rifiuto delle élite, dell’università, del ‘sistema’ e della democrazia in quanto non consentirebbe di rappresentare il vero popolo”, mentre i rivoluzionari, “indipendentemente dalle loro dispute dottrinali, si concentravano su un obiettivo comune: un futuro più giusto. I reazionari, così disgustati dal presente da avere difficoltà a immaginare il futuro, fanno invece riferimento a un passato idealizzato. Il reazionario non è uno studioso di storia, è un idolatra del passato. Per vivere, ha bisogno di una narrazione che spieghi come l’insopportabile presente sia il risultato necessario di una catastrofe storica imputabile a forze oscure ben precise. Ciò che temono i nazionalisti identitari è la ‘mescolanza’, “come se fosse possibile preservare i popoli e i territori da ogni contatto, come se ciascuno dovesse proteggersi dagli eccessi della globalizzazione, non attraverso la regolamentazione, la legge o la protezione delle frontiere, ma con muri e filo spinato. Si sentono naufraghi, poveri, ‘sostituiti’, esclusi, e pensano di essere gli ultimi custodi di una civiltà minacciata dalla modernità […] affermano di essere costretti al pentimento, all’abbassamento dei propri valori. Spesso sviluppano una sindrome di identità infelice di fronte a quella che definiscono la ‘grande deculturazione’ del loro Paese, legata a una ‘immigrazione sostitutiva’. […] Gridano la loro indignazione, vogliono sradicare dai loro territori le presunte ‘branchi’ straniere che minaccerebbero di soppiantare i buoni cittadini ‘autoctoni’”. Ma gli autoctoni si trovano solo nelle loro fantasie…

Identità e differenze. Per chiudere ci vengono in aiuto le parole di Paolo Virno, filosofo post-operaista recentemente scomparso.

“Differenza è stata una delle parole chiave dell’ideologia postmoderna (non del postmoderno come momento storico e sociologico), cioè l’ideologia dei vincitori che si è imposta all’inizio degli anni Ottanta, dopo aver spezzato la schiena al movimento rivoluzionario degli anni Settanta. Tutti siamo per la differenza, ma dobbiamo tener presente che differenza non è una parola innocente ma un campo di battaglia. Lo sfruttamento contemporaneo è un sistema basato sulla proliferazione delle differenze. Ma qual è l’elemento comune da cui partono le differenze? E’ un imbecille chi ama la differenza e non si pone il problema di quale ‘uno’ rende possibile la dinamica delle differenze…”.

Virno, già nel 1992 (in presa diretta, proprio nel periodo dello scatenarsi dei localismi identitari (controllo dei corpi), ovvero l’altra faccia della medaglia del capitalismo mondiale integrato (controllo delle merci), scriveva in un articolo su Luogo comune: “Chi cerca identità, prima o poi si commuoverà al dialetto di una SS, un genere di commozione cui sempre inclina chi, nella metropoli contemporanea, coltivi il sogno di una piccola patria immaginaria, da rieditare a viva forza. […] Nonostante tutto, è futile (e alla lunga pericoloso) sbarazzarsi con un’alzata di spalle dell’esigenza di un luogo abituale. […] Ma cos’è, in ultimo, questa abitualità non originaria, non presupposta, di secondo grado? Grossomodo e pressappoco, all’incirca e più o meno, la sua possibilità fa tutt’uno con l’attualità sempre differita di ciò che, da duecento anni, è stato designato con il nome di comunismo”. Un comunismo a venire, non certo un’identità originaria.

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Il noir italiano prima e dopo Scerbanenco https://www.carmillaonline.com/2026/01/04/il-noir-italiano-prima-e-dopo-scerbanenco/ Sun, 04 Jan 2026 21:00:33 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91518 di Gioacchino Toni

Alberto Pezzotta, Il noir italiano prima e dopo Scerbanenco. Cinema e narrativa dal dopoguerra agli anni Settanta, Mimesis, Milano-Udine 2025, pp. 436, € 34,00

In Italia, dopo la seconda guerra mondiale, il giallo è passato dall’essere considerato un genere che poco aveva a che fare con la tradizione nazionale a strumento in grado di rappresentare la società italiana, i suoi bisogni e le sue paure, sia al cinema che sulla carta stampata. Nel volume Il noir italiano prima e dopo Scerbanenco, Alberto Pezzotta afferma di guardare al giallo come a «un genere transmediale dalle ramificazioni profonde e complesse, che [...]]]> di Gioacchino Toni

Alberto Pezzotta, Il noir italiano prima e dopo Scerbanenco. Cinema e narrativa dal dopoguerra agli anni Settanta, Mimesis, Milano-Udine 2025, pp. 436, € 34,00

In Italia, dopo la seconda guerra mondiale, il giallo è passato dall’essere considerato un genere che poco aveva a che fare con la tradizione nazionale a strumento in grado di rappresentare la società italiana, i suoi bisogni e le sue paure, sia al cinema che sulla carta stampata. Nel volume Il noir italiano prima e dopo Scerbanenco, Alberto Pezzotta afferma di guardare al giallo come a «un genere transmediale dalle ramificazioni profonde e complesse, che produce numerosi adattamenti dalla pagina allo schermo» che va a sovrapporsi «al “poliziesco” e a ciò che già negli anni Trenta del Novecento comincia a essere definito come “nero”» (p. 9). L’intenzione dello studioso è dunque quella di «portare alla luce uno “spazio discorsivo” condiviso tra cinema, letteratura e altri media nell’ambito del giallo – o meglio ancora, come si vedrà, del “nero” (o del noir, se si preferisce il francese)» (p. 10).

Circa la questione terminologica, spiega l’autore sin dalle prime pagine, non è sua intenzione proporre una  nuova tassonomia a posteriori; nel corso della trattazione viene fatto ricorso a «termini coestensivi ma non sinonimi come “giallo”, “nero”, “noir”, “poliziesco” e “thriller” (all’epoca declinato spesso come “thrilling”)» riflettendo «volta per volta precise modalità di produzione, di mercato e di ricezione» (p. 17), indagando le modalità con cui si ricorreva a questa o quella etichetta e definizione di genere.

Se l’uscita, nel 1966, di Venere privata, primo capitolo della Quadrilogia di Duca Lamberti di Giorgio Scerbanenco, venne accolta come un momento di svolta epocale per il giallo italiano, occorre comprendere, scrive Pezzotta, «le ragioni della percezione di questa novità» ricostruendo «la cultura gialla e nera che precede, circonda e spesso influenza l’opera di uno scrittore attivo in più generi» (p. 14) che non mancherà di riflettersi sul cinema. Per quanto, nel dopoguerra, il giallo e il nero italiano, a prescindere da Scerbanenco, si rinnovino in stretto rapporto ai mutamenti sociali e culturali, acquisendo un’inedita rilevanza, indubbiamente la “svolta gialla” dello scrittore ha la sua importanza anche alla luce di un successo di mercato e culturale senza precedenti e dei riflessi che è andata ad avere sulla cinematografia nazionale contribuendo a porre le basi per gli sviluppi del cinema di genere, sopratutto poliziesco, degli anni Settanta. Insomma, se l’evoluzione del poliziesco italiano non deriva dal solo Scerbanenco, si può però parlare, sostiene Pezzotta, di «un prima e dopo Scerbanenco, nella rappresentazione della violenza nell’espressione della ideologia sottostante a questa rappresentazione» (p. 16). L’influenza esercitata da tale scrittore andrà poi ad esaurirsi negli anni Settanta, con l’emergere di una nuova produzione di narrativa gialla e poliziesca di successo capace di creare modelli alternativi.

Pur con qualche difficoltà iniziale, il giallo/noir – in tutte le sue varianti – finisce per prendere piede anche in Italia; da genere importato, la produzione nazionale finirà per costruirsi la sua platea a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta per poi, nel decennio successivo, palesare due importanti trasformazioni: «il giallonoir si fa ricettacolo di quegli umori di sinistra che non trovano più espressione nel cinema, come avveniva invece alla fine degli anni Settanta» e, dagli anni Novanta, anche in Italia, diviene «possibile diventare autori ed entrare nella Letteratura anche partendo direttamente dal giallo» (p. 367).

Il volume di Pezzotta è suddiviso in sei capitoli, il primo dei quali è dedicato a questioni come l’adattamento, l’intertestualità, il realismo, lo spazio del rappresentabile e l’uso delle fonti. Lo studioso si sofferma in particolare sul variare della percezione del realismo, in letteratura come nel cinema, su come questa dipenda da una serie di convenzioni e modalità di rappresentazione proprie di un determinato contesto socio-culturale e su come nelle opere gialle/noir italiane, narrative e cinematografiche, sia possibile cogliere una testimonianza di quanto è legittimo o meno fare in una determinata società e quanto è permesso o meno rappresentare. Lo spazio discorsivo del cinema e della letteratura gialla e nera, sia di fascia popolare che alta, contribuisce ad allargare lo «spazio del reale», a cerare nuovi «spazi di realtà», ad espandere «il territorio del visibile».

Il secondo capitolo del volume guarda alla questione dell’italianità del giallo – termine introdotto dalla collana “I libri gialli” di Mondadori inaugura nel 1929, poi divenuta, dal 1946, “I Gialli Mondadori” –, genere osteggiato durante il fascismo, focalizzandosi sulla produzione successiva alla seconda guerra mondiale e, in particolare, sui motivi che hanno indotto la prima ondata di gialli a coinvolgere il cinema soltanto parzialmente e tardivamente. Se i gialli pubblicati da Mondadori sono tendenzialmente conservatori e modellati sull’indagine, pian piano, nel dopoguerra, le cose cambiano anche grazie alle traduzioni di romanzi stranieri, con editori come Garzanti (con la sua “Serie gialla” che prende il via nel 1953) e Longanesi (con i suoi “Gialli proibiti” inaugurati nel 1952) che introducono nel contesto italiano inedite dosi di violenza e sesso.

Nel terzo capitolo viene ricostruita la cultura gialla, nera e poliziesca che caratterizza il dopoguerra italiano guardando con attenzione anche al cinema, ricostruendo il filone noir neorealista e gli incroci con i film processuali e d’appendice degli anni Cinquanta, per poi giungere alle opere che riflettono sui mutamenti sociali dell’Italia del periodo del Boom. Insieme alla letteratura e al cinema, in questo capitolo è presa in considerazione anche la televisione degli anni Cinquanta e Sessanta per il suo contributo alla rappresentazione del crimine. Una volta venuta meno la cappa di silenzio imposta dal regime fascista, si assiste alla comparsa della cronaca nera e con essa di un immaginario giallo/noir a cui il cinema fa da cassa di risonanza e luogo di negoziazione. In tale contesto, il giallo/nero/poliziesco rappresenta una modalità con cui il cinema torna alla realtà.

All’opera letteraria di Scerbanenco, anche precedente la celebre Quadrilogia, e al suo rapporto con il cinema e con le rappresentazioni sociali del periodo, è dedicato il quarto capitolo. Vengono qua esaminati i racconti scritti a metà degli anni Trenta e pubblicati, ricorrendo a vari pseudonimi, sul settimanale “Il Secolo Illustrato” di Rizzoli. Dopo questa prima produzione narrativa attraversata da immancabili banditi sadici, donne traditrici e poliziotti spietati, nei primi anni Quaranta lo scrittore si sposta sul giallo d’indagine realizzando alcuni romanzi che hanno per protagonista l’Ispettore Jelling, archivista della Polizia di Boston.

La prolifica produzione di Scerbanenco nel dopoguerra (si contano ben 45 suoi romanzi tra il 1946 ed il 1960) lo porta ed essere particolarmente presente sui settimanali femminili. Secondo Pezzotta andrebbe sfumata la rigida distinzione con cui a lungo è stata distinta la sua produzione rosa da quella nera; nel dopoguerra, nei romanzi di Scerbanenco, che spesso escono in prima battuta a puntate sui settimanali femminili, trovano spazio, in misura variabile, sia elementi gialli che neri senza eccedere in violenza e sessualità, adottando un lessico che non rinuncia al decoro borghese dell’epoca.

Se le sue storie del primissimo dopoguerra sono spesso ambientate tra l’alta borghesia imprenditoriale milanese, o comunque si guarda ad essa attraverso il punto di vista di chi intende entrare a farvi parte, poco dopo nei romanzi l’ambientazione si fa più popolare e realistica. Nella produzione degli anni Cinquanta lo scrittore alterna opere in cui le descrizioni della violenza e della sessualità si fanno più dirette con altre in cui queste vengono soffocate. Nel decennio successivo la produzione di racconti brevi di Scerbanenco procede a ritmi vertiginosi: nel periodo compreso tra il 1963 ed il 1965 escono al ritmo di quattro a settimana su “Novella”. Se, rispetto al decennio precedente, i racconti degli anni Sessanta presentano maggiore realismo e tonalità più crude, lo scrittore sembra però voler controbilanciare tale scelta palesando un evidente moralismo: il colpevole deve essere assolutamente catturato e punito.

A ridosso della pubblicazione, nel 1966, del primo romanzo della Quadrilogia, lo scrittore inizia a ricorrere al «termine “nero”, identificando con precisione il genere di partenza, diverso dal giallo tradizionale all’insegna della detection» (p. 181). Per quanto Scerbanenco derivi il termine dal francese noir – a cui, del resto, ricorre anche Mondadori, con i suoi “I libri neri” (1961-62) e “I neri” (1964-66) –, lo adotta anche per evidenziare l’appartenenza delle sue opere a un’illustre tradizione letteraria solita a rapportarsi con il problema del male. Italianizzando il termine “nero”, inoltre, scrive Pezzotta, lo scrittore sembra voler sottolineare «la specificità culturale e al tempo stesso l’italianità della sua operazione» (p. 182).

I romanzi che compongono la Quadrilogia ottengono un successo crescente, tanto da essere presto tradotti e premiati in Francia e guardati con interesse in ambito cinematografico. Si tratta di un successo del tutto inedito per un autore italiano di gialli e le recensioni positive del periodo tendono a insistere sulla capacità dei suoi romanzi di affrontare la contemporaneità in modo realistico, grazie soprattutto all’abilità nel  rappresentare la violenza del periodo. Se nella Quadrilogia si intrecciano il romanzo-enigma tradizionale con il nuovo giallo d’azione di scuola americana, il personaggio di Lamberti resta un detective differente da quelli hammettiani e chandleriani; tutto sommato, da tali universi, Scerbanenco si limita a derivare qualche suggestione ambientale, ma ciò che, secondo Pezzotta, Chandler fornisce a Scerbanenco è soprattutto

un’estetica, dove l’osservazione di prima mano della realtà (la cronaca nera tanto temuta dal fascismo) viene filtrata da una coscienza morale. Non è il suo unico modello […] ma il punto di partenza è lo stesso: il realismo, o meglio l’aspirazione al realismo; un realismo che, sia a livello di intenzionalità dell’autore sia di ricezione, svolge […] una “funzione modellizzante”, e che pertanto diventa ideologia (p. 191).

È il realismo dell’ambientazione milanese, del centro e delle periferie, in rapida trasformazione a colpire il lettore della Quadrilogia, un realismo che non mancherà di esercitare un «irresistibile effettonostalgia» su diversi scrittori degli anni Novanta. Quella messa in scena dai romanzi della Quadrilogia è un’umanità che vive ai margini della società civile e in ostilità ad essa:

ladri pronti a diventare assassini, per caso o per crudeltà congenita; prostitute di ogni età e livello; prosseneti e sfruttatori, sia uomini sia donne; trafficanti di valuta, di armi e di droga; gigolò, papponi, giovani sbandati, maniaci sessuali; serial killer. Accanto a essi compaiono onesti lavoratori del ceto operaio o della piccolissima borghesia […]. Questi ultimi spesso sono le vittime designate di una società che sta cambiando (p. 193).

È una città feroce quella raccontata da Scerbanenco e se i criminali vengono presentati privi di qualsiasi scusante, anche il resto della società non può dirsi del tutto innocente. «In questa metropoli, a conservare un senso della morale e del decoro, a essere depositaria dei pochi valori autentici cui Scerbanenco sembra tenere, è solo la borghesia – o meglio, la piccola borghesia: un ceto schiacciato tra la violenza delinquenziale del sottoproletariato e la prepotenza dei ricchi che la marginalizzano e indirettamente la sfruttano» (p. 193). Quella di Scerbanenco, sostiene Pezzotta, è una visione della società anacronistica e ormai superata.

Nella Quadrilogia il realismo, ispirato dalla cronaca e fondato sulla precisione topografica, diventa una retorica: lo strumento per esprimere in modo programmatico, quando non didascalico, un’ideologia precisa, che nella società cova sopita perché nessuno ha il coraggio di esprimerla. È l’ideologia della cosiddetta maggioranza silenziosa: l’ideologia di chi, di fronte a una percezione di insicurezza, di fronte alla paura innescata dalle trasformazioni sociali, pensa che la legge non offre protezione sufficiente, e auspica soluzioni alternative – o regressive. Per raccontare questo mondo ed esprimere questa ideologia Scerbanenco intreccia due sguardi e due voci, quella del protagonista Duca Lamberti e quella del narratore cosiddetto eterodiegetico. A differenza che in una narrazione oggettiva alla Hemingway, nei romanzi della Quadrilogia un classico narratore manzoniano onnisciente interviene costantemente a giudicare i personaggi e gli eventi, a svolgere considerazioni di ordine generale e a influenzare la tonalità emotiva e l’interpretazione delle vicende – anche con un solo aggettivo o avverbio idiosincratico. È un narratore spesso beffardo, per altro non nuovo nell’opera di Scerbanenco (p. 194).

La narrazione eterodiegetica consente allo scrittore di mantenere saldamente il controllo del discorso dall’esterno e a far sì che il lettore si identifichi con il narratore onnisciente e con il suo giudizio morale. Scerbanenco si rende conto che la civiltà di massa è quella delle merci e della fine di ogni solidarietà collettiva, ma, sostiene Pezzotta, lo scrittore si limita a prenderne atto, tanto da evitare accuratamente ogni termine che possa rimandare a categorie critiche proprie alla cultura di sinistra.

Ciò che evoca la parola “massa” agli occhi di Scerbanenco non sono le leggi del mercato, lo sfruttamento dell’economia capitalista e il genocidio del popolo: è la paura del caos e di perdere i propri privilegi di classe. Ciò che evoca la parola “massa”, agli occhi di Scerbanenco, non è il capitalismo, è il “massacro”, la violenza diffusa e che può sbucare ovunque dalle periferie, dai meridioni […], minacciando il quieto vivere borghese. Il problema della criminalità di massa è solo un problema di ordine pubblico (p. 198).

Scerbanenco è intimamente reazionario, infastidito dalle manifestazioni più superficiali della civiltà di massa, spaventato dal senso di insicurezza che percepisce in essa e dal non sentirsi tutelato dalla legge, dunque tende a rifugiarsi in un “eroe”, per quanto “sporcato”, per renderlo maggiormente al passo con i tempi, un eroe tenuto a ricorrere alla violenza per fronteggiare i delinquenti. Allo scrittore interessa «ispirare orrore per gli assassini, esseri degenerati, subumani, macchiati da una tara genetica che esclude qualunque forma di redenzione, morale e sociale» (p. 206). La morte violenta a cui sono destinati i malfattori diviene per Scerbanenco una forma di risarcimento.

Nel quinto capitolo del volume Pezzotta, ricorrendo anche a fonti epistolari e archivistiche inedite o poco note, ricostruisce le negoziazioni effettuate negli adattamenti dei romanzi e dei racconti dello scrittore a partire dalla fine degli anni Sessanta. Di come il successo di Scerbanenco rilanci la narrativa gialla e di come i nuovi modelli che fanno capolino conducano il genere verso altri paradigmi ideologici e nuove forme si occupa, invece, il sesto capitolo. Lo studioso delinea qua le tendenze principali del cinema giallo, nero e poliziesco nel decennio tra il 1969 ed il 1979, dando particolare rilievo alla questione del realismo, all’intertestualità, al dialogo con gli episodi di la cronaca, individuando intrecci tra il cinema degli autori, i generi e le influenze straniere. Dopo aver raccolto in un primo tempo istanze dell’ideologia scerbanenchiana, scrive Pezzotta, nella seconda metà degli anni Settanta, il cinema di genere italiano finisce per privilegiare il grottesco e la commedia per poi, con l’entrata in crisi del cinema popolare, cedere gradualmente l’ambito del giallo, in tutte le sue varianti, alla televisione.

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La coscienza di Gustav (appunti meyrinkiani) 15 https://www.carmillaonline.com/2026/01/03/la-coscienza-di-gustav-appunti-meyrinkiani-15/ Sat, 03 Jan 2026 21:00:54 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91852 di Franco Pezzini

(Per le parti precedenti, cfr. qui)

Enter Kelley (1927)

Il narrante prosegue, pescando a caso, la trascrizione delle carte del mago John Dee, in relazione ora a un periodo più tardo (“Anno 1578”). Ventotto anni dopo gli eventi narrati, nuovamente nel giorno di Pasqua, Dee può riflettere sulla bontà della Provvidenza e sulla fine di tanti sogni e illusioni. È sposato – con la terza moglie Jane (Fromond, 1555-1604/5) – e padre (il piccolo Arthur destinato a divenire medico e alchimista, e in realtà altri sei o sette, tra maschi e femmine) – e per la maggior [...]]]> di Franco Pezzini

(Per le parti precedenti, cfr. qui)

Enter Kelley (1927)

Il narrante prosegue, pescando a caso, la trascrizione delle carte del mago John Dee, in relazione ora a un periodo più tardo (“Anno 1578”).
Ventotto anni dopo gli eventi narrati, nuovamente nel giorno di Pasqua, Dee può riflettere sulla bontà della Provvidenza e sulla fine di tanti sogni e illusioni. È sposato – con la terza moglie Jane (Fromond, 1555-1604/5) – e padre (il piccolo Arthur destinato a divenire medico e alchimista, e in realtà altri sei o sette, tra maschi e femmine) – e per la maggior parte i suoi nemici sono morti. La scelta di Meyrink e del suo coautore di lavorare creativamente sulla vita di John Dee (1527-1608), il “Merlino moderno” della corte di Elisabetta I, probabilmente ispiratore del Prospero de La tempesta di Shakespearee dello stesso Faustus di Marlowe, uno degli occultisti più celebri e stimati della storia d’occidente anche a dispetto di alcune marchiane ingenuità – come nel rapporto con il losco sodale Edward Kelley, che vedremo più avanti entrare in scena – si spiega bene per la connection con la Praga magica di Rodolfo II, dove Dee si recò negli anni Ottanta. Tra l’altro, dal 1577 al 1601, Dee tenne in modo non regolare un diario, da cui si sono tratte gran parte delle informazioni sulla sua vita in quel periodo.
Il suo lascito familiare – tema che, lo sappiamo, è caro all’autore de Il domenicano bianco e anche qui trova sviluppo – proseguirà attraverso il citato figlio Arthur Dee (1579-1651), medico prima della regina Anna, poi dello zar Michele I, e quindi di Carlo I, lasciando a un altro grande nome degli studi medici ed esoterici, Sir Thomas Browne, parte della sua biblioteca.
Riprendiamo il romanzo. Passeggiando lungo il ruscello Dee, John si lascia prendere dall’insoddisfazione e rivede il suo passato in Inghilterra, dal carcere con Green alla corte di Elisabetta, e poi a quella imperiale nel centro Europa… la sua prima moglie era stata la sua pestifera avversaria Lady Ellinor (storicamente, in realtà, la prima fu Katherine Constable, cui ne seguì per un anno una seconda dal nome non tramandato): di Ellinor disertava il capezzale per recarsi a incontrare Elisabetta. Eppure tante maschere non erano che la crisalide per far nascere finalmente il vero John Dee, “colui che conquista la Groenlandia, e assalta il mondo intero, il giovinetto coronato!”: e all’improvviso tutto gli diventa chiaro al punto da doverne scrivere una sintesi.
Discendente (almeno secondo Meyrink & Noerr) di sovrani più antichi di quelli della “due Rose” d’Inghilterra, fatto educare per volontà paterna dai migliori maestri, giunto al baccalaureato a Cambridge, a ventiquattro anni Dee si trova orfano di entrambi i genitori, erede della fortuna e del titolo. Dopo una formazione all’estero (Lovanio, Utrecht, Leida, Parigi) ed essere divenuto allievo di Cornelius Gemma detto Frisius e di Gerardus Mercator, al rientro in Inghilterra assurto alla carica di professore di lingua greca al Trinity College di Cambridge e riconosciuto protofisico e protoastronomo in Inghilterra a solo ventiquattro anni, è un tantino scavezzacollo: per la messa in scena della Pace di Aristofane costruisce un gigantesco scarabeo che si solleva in aria come un drone, tra l’orrore di colleghi e spettatori che gridano alla magia nera… ma capisce di fronte alle loro reazioni furiose quanto a una burla possa seguire serissimo odio.
Allora abbandona l’Inghilterra e un buon posto e raggiunge Lovanio dove studia chimica, alchimia e si appronta un laboratorio. Frequentato dai duchi di Mantova e di Medina Coeli, si fa conoscere dall’imperatore Carlo V, prima scettico sulle sue capacità e poi pronto a ricompensarlo. Sfuggito a Parigi dal dilagare di un’epidemia, trova ascolto nel re Enrico XI, ma poi uno “spettrale suonatore di pibrochs scozzesi” (forse lo stesso sinistro pastore che aveva plagiato Bartlett Green) lo convince a tornare in Inghilterra dove finisce coinvolto nelle lotte di religione. Mirando a conquistare Elisabetta prende le parti dei protestanti. Sfuggito come sappiamo alla Torre trova ospitalità presso l’amico Robert Dudley conte di Leicester, che gli elogia l’audacia con cui la principessa Elisabetta si era adoperata per la sua libertà – ma John sa qualcosa di più, a proposito del filtro d’amore da lei bevuto. Passando poi oltre gli anni di Maria la sanguinaria – nei quali lui, nel suo ritiro forzato, prepara l’impresa di conquista della Groenlandia – riflette sulla convinzione d’essere destinato a un trono, sulle profezie ricevute: però forse si tratta di una corona non terrena… Morta la regina Maria, preparato nei dettagli il piano per la conquista della Groenlandia, affidato a Dee tramite Dudley il compito di redigere l’oroscopo per la nuova sovrana – finalmente Elisabetta – il Nostro crede giunto il momento di realizzare i sogni. E invece nulla: la regina, compiaciuta dell’appellativo e ormai titolo di “vergine”, prende a giocare con lui. Che a quel punto rifiuta di recarsi a farle compagnia a Windsor: “ciò che desideravo non era affatto passare la notte con una vergine invasata, bensì l’avvento della nostra gloriosa e regale comunione” – ed è Dudley ad approfittarne. Sdegnato, Dee parte per l’Ungheria, per sottoporre all’imperatore Massimiliano i piani di conquista del Nordamerica, ma poi, preso da rimorso, gli parla soltanto di astrologia e alchimia e alla fine ritorna in Inghilterra.


Elisabetta lo accoglie con affetto e si interessa ai suoi lavori, ma lo considera come un fratello, fino al momento di una “autentica riunione nel sangue”. Lui non capisce ma sospetta che attraverso lei parli un’entità non terrena… però poi lei prende a mostrare “un’ambiguità quasi sarcastica”, e di fronte ai discorsi di Dee su istinto maschile e desiderio, pensando alle condizioni economiche di lui non floridissime, decide di fargli sposare una donna ricca. Cioè quella molesta Lady Ellinor Huntington per cui lui prova da sempre avversione… e ovviamente Dee deve chinare il capo, furibondo. Costringendolo a sposare una donna per cui John prova avversione, Elisabetta sa di non poter provare gelosia; e addirittura gli commissiona di cercarle uno sposo per ragioni politiche… Non se ne farà nulla e Dee, spedito in Francia, vi si ammala.
Torna alla casa di Mortlake (è ormai l’autunno 1571) e apprende dalla gelosissima Ellinor che Elisabetta verrà lì vicino, a Richmond: la regina lo riceve, preoccupata della sua salute, e pare interessata più che mai ai progetti di lui – la spedizione in Groenlandia, approvata dall’ammiragliato – e alla sua stessa persona. Ma nel giro di una notte cambia tutto: il professarsi di Dee totalmente devoto alla potenza di lei deve urtarla come persona e come donna, e l’invidia del cancelliere Walshingham completa lo scacco.
Green gli appare nottetempo e gli chiarisce cosa sia successo. Poi lo convince a un’azione magica: una terribile evocazione nudo al gelo, sotto la luna calante, alla quale risponde il rapido incedere nel parco della figura della regina, vacillante e a occhi chiusi. Lui la porta in camera e la possiede…
Nel diario di Dee seguono pagine di simboli incomprensibili e orridi, legati probabilmente all’insano rituale. Il narrante ammette un senso di straniamento da quando trascrive il diario, e riflette che assieme al sangue si ereditino le esperienze. Prosegue col diario.
Dove Dee spiega che Elisabetta in seguito l’aveva visitato più volte, evidentemente succhiandolo come un vampiro: “Non era dunque Elisabetta? Inorridisco. Era Isais la nera? Un succubo?”, eppure in qualche modo “fu Elisabetta a vivere quelle ore, sì proprio lei!”. Ma in quella notte di caduta Dee perde l’oggetto più prezioso della sua eredità, il pugnale o punta di lancia dell’antenato Hywel Dda che stringeva durante l’evocazione. “È come se lo capissi solo oggi: Isais è la femmina in ogni femmina ed è anche la trasformazione di ogni essere femminile in… Isais!”. Da quel momento l’animo di Elisabetta gli è precluso, estraneo, pur sentendola vicina come non mai. Alla benevolenza mostrata dalla regina si accompagna uno sguardo gelido, lontano, di un freddo quasi spettrale: quando passa a cavallo per Mortlake sferza un tiglio col frustino e quello muore, a Windsor carezza l’alano di Dee e quello muore… Visto che Ellinor da sempre lo odia, Dee passa allora il tempo nello studio di Euclide e di una stella mutante in Cassiopea.
Una visita di Dudley avverte che Elisabetta verrà a Mortlake per vedere un certo glass, una pietra magica: quella di Bartless Green, che la regina ha visto in sogno. Alla venuta della sovrana, il suo improvviso bussare col frustino alla finestra spaventa Ellinor che perde i sensi – Dee porta la pietra a Elisabetta (che sa tutto quanto stia accadendo a Ellinor) e la sera la moglie di Dee muore. Non più convocato a corte ma ormai animato da “un’avversione più forte dell’odio” Dee è soddisfatto: e per evitare nuove imposizioni, a cinquantaquattro anni si risposa con l’innocente e per nulla aristocratica Jane Fromont, ventitreenne e a lui devotissima. Un certo moto interiore lo avverte di aver ferito la sovrana, e si scopre soddisfatto.
Però quando Elisabetta è colpita da una febbre violenta e versa in gravi condizioni, lui corre sollecito al suo capezzale. Vengono allontanati i presenti e i due restano soli: lei gli rimprovera di averle fatto inutilmente male con l’inserire tra loro qualcosa di estraneo – prima il filtro e poi i sogni – e Dee risponde che i filtri non infrangono le leggi di natura e la legge dello spirito prevede la libertà del volere. A dispetto della risposta piccata, lei ribatte lasciando parlare la regina “spirituale”: l’immagine delle stelle che lui studia gli dimora dentro, e ha “supposto giustamente che la meravigliosa stella nella costellazione di Cassiopea sia una stella doppia, la quale gira intorno a se stessa splendente in una beata eternità, e senza posa in se stessa si rirae, come è nella natura dell’amore”. Continui a studiarla anche quando tra non molto lei morirà… Dee, crollato allora a terra in preda all’emozione, ricorda poco del seguito. La malattia si rivela così grave che il Nostro corre sul continente a cercare i luminari con cui aveva avuto contatto in passato… finchè non lo raggiunge la notizia della guarigione della regina. Per la terza volta torna dunque sull’isola dopo viaggi vani, e scopre di essere divenuto padre del piccolo Arthur.
Ritiratosi lontano dalla corte, dedica a Elisabetta una Tabula geographica Americae a suggello dei progetti di esplorazione: ma lo fa per puro senso del dovere, conoscendo la grettezza invidiosa di troppi che la consigliano – al momento in particolare il primo consigliere William Cecil, barone Burghley. Oltretutto ormai Dee dubita che la Groenlandia geografica sia il vero oggetto di conquista a cui è predestinato: in fondo ormai ha capito di dover diffidare dello spettrale Bartlett Green, che dice la verità in modo che venga fraintesa. Esiste un retromondo, dimensioni non esaurite tra corpi e spazi umani, e Grön-land significa Terra Verde. Forse è quella che deve cercare… Ha compreso chi davvero sia Green quando l’ha aiutato “a evocare il demone femminile che assunse la natura astrale di Elisabetta per impadronirsi” di lui. Ma ora ha percepito qualcosa che gli rende estranea quella vita che era come crisalide, ed è libero per la metamorfosi, il regno, la “regina” e la “corona”.
Così termina il quaderno sui circa ventotto anni tra la scarcerazione dalla Torre e il 1581: ma il discendente avverte che le vere tempeste esploderanno ora – che lui sta diventando Dee, e in piedi dinanzi allo scrittoio c’è una figura spettrale…
Il giorno dopo, a seguito di una notte insomme, cerca di capire. Il John Dee che lui reca nelle sue cellule si è impadronito di lui, lasciandogli come un ricordo dei fatti narrati e il presentimento di un destino minaccioso. Avverte come una seconda faccia sul retro della testa, Giano/Bafometto; e di fronte gli si materializza Bartlett Green.

Fu allora che accadde l’inconcepibile: non ero più io e tuttavia lo ero; mi trovavo al di qua e al di là nello stesso momento, ero presente e remoto, ancora da venire e da gran pezza “svanito”, tutto in uno. Ero “io” ed ero un altro – ero John Dee nel ricordo e, al contempo, nella mia viva, attuale coscienza. A parole non riesco a esprimere altrimenti un simile slittamento. Forse si può dir così: spazio e tempo mi erano in pari modo slittati, proprio come accade quando vediamo qualcoa tenendo una pupilla chiusa e premuta: in modo obliquo, realtà e irrealtà al contempo; infatti, quale dei due occhi “vede” la giusta immagine? E come il campo visivo anche l’udito era slittato.

Inconcepibile, certo, ma non per chi scriva: anzi l’esperienza del narratore che è sempre di qua e di là dalla penna, scrittore e personaggio sparigliati tra dimensioni diverse, fa comprendere meglio la riflessione che gli autori conducono sul piano dell’esoterismo, e aiuta a relativizzare l’individualità.
Quando vicinissima e tanto remota risuona la voce di Green, il Nostro si sente impossibilitato a pronunciare uno scongiuro: una voce che non controlla erompe a a rimbrottare l’antico eretico, non gli ostacoli il cammino verso la sua “immagine perfetta nello specchio verde”, ma l’altro risponde che da specchio verde o carbone nero, comunque lo saluta “sempre il volto della vergine celata nella luna calante – […] la buona sovrana a cui tanto sta a cuore la lancia!”. Il narrante può così comprendere le mire della principessa sulla lancia. Poi cade nel dormiveglia, rivive la scena dell’evocazione del succubo e nel cristallo di carbone vede non Elisabetta ma la principessa Chotokalungin… insomma l’eredità di John Roger ha preso vita, e il Nostro si propone di tornare in sé. Ma i suoi nervi sono ancora scossi, e comunque non può riposare perché un vecchio amico ha comunicato che gli farà visita. Il chimico Theodor Gärtner, arrichitosi in Cile, viene a trovarlo: per sfortuna, proprio quel giorno la sua governante è partita lasciandolo con la sostituta – giovane, divorziata, tale Johanna Fromm.
Succede di tutto. L’amico atteso non compare, in compenso il Nostro si imbatte in Lipotin, che accompagnato al suo negozietto gli mostra un oggetto appena pervenutogli, uno specchio forse antico con cornice, appartenuto al principe Jusupov – Lipotin sostiene che è falso ma al Nostro piace, così glielo regala.
Tornato a casa, nel riflesso dello specchio vede arrivare l’amico Gärtner in stazione, cordialissimo (tutta la scena che segue è vista nello specchio, appartiene cioè a una sorta di realtà parallela): se lo porta a casa con un vago senso di straniamento a causa di piccoli mutamenti tutti intorno, crede anzi di non riconoscere l’amico, che a quel punto gli confessa essere morto da tempo annegato nell’oceano. Eppure è lì a fumare sigari e bere tè con lo sguardo “fisso alla causa prima”: è Gärtner il giardiniere e alchimista, dunque artefice della vita eterna. In dialogo con lui, il Nostro capisce che il cugino non aveva saputo concludere il lavoro legato all’eredità, perché era morto a causa di Isais la nera. Anzi, salta fuori un foglietto che il protagonista non aveva notato, dove John Roger spiega di non essere stato il primo a incontrare Dee: per quanto lo riguarda, ha ricevuto la visita di tale Lady Sissy, fascinosa dama dal profumo di belva, che vorrebbe da lui un’arma misteriosa… Come spiega Gärtner, proprio da lei, Isais la nera, è derivata la rovina di Roger.

Eccolo lì, messo a nudo, il retromondo del regno dei demoni a cui si votò John Dee e, dopo di lui, anche lo sconosciuto perseguitato dall’angoscia che scrisse nel diario di John Dee l’annotazione da cui grida l’orrore; e, dopo di lui, mio cugino Roger; e, dopo di lui, io: io che ho pregato Lipotin di aiutarmi con ogni mezzo a soddisfare lo strano desiderio della principessa!

Prima di perdere fisicità e dileguarsi con un rumore secco, l’ospite giardiniere esorta il Nostro a scegliere (“liberamente”) tra le possibilità imposte dall’alchimia dell’anima, metamorfosi o morte. Tutta questa scena il Nostro l’ha vista però all’interno dello specchio, quello verde di cui parlava Dee nel diario.
Ma a quel punto compare, timida, Johanna Fromm, la sostituta della governante: lui le dà precise istruzioni di tenergli lontani tutti, nel prossimo periodo. Ma emerge che la giovane aveva sognato di lui, e ricevuto l’ordine di aiutarlo: assume un’espressione tormentata, e solo con fatica riesce a farle spiegare meglio. La signora Fromm, vedova per un breve matrimonio, ricorda però di essere stata sposata prima – in un’altra vita, plausibilmente – a un vecchio inglese e rammenta una casa e un paesaggio britannici: ma è molto imbarazzata per quell’assurdo fenomeno che non sa come spiegare. Ha anche avuto visioni di Praga (ecco profilarsi di lontano la città rudolfina) e di un uomo orrendo con le orecchie tagliate che le “sembra lo spirito maligno di quella terribile città”, che certo le distruggerebbe la vita… Quanto alle scene inglesi, le vede immerse in una luce verdastra, come in un antico specchio verde (come quello donato da Lipotin): “Ma da qualche tempo avvert[e] che un pericolo […] minaccia” il suo vero sposo – non l’uomo che le ha dato il cognome Fromm in anni recenti ed è morto, ma l’antico inglese di Richmond che tanto assomiglia al nuovo padrone di lei. E nella cui casa si sente al proprio posto e anzi necessaria.
Il Nostro l’ha tranquillizzata, ma non intende lasciarsi trascinare nelle stranezze di lei, “Fissazioni oniriche” forse frutto di isteria. E inizia invece a studiare un nuovo incartamento di Dee, dal titolo Diario intimo, e sul frontespizio Libro di bordo del mio primo viaggio alla scoperta della vera e reale Groenlandia, del trono e della corona dell’eterna Anglia Angelica. Che inizia infatti (20 novembre 1582) con l’acquisita certezza che quella Groenlandia non si trovi sulla terra. Il vano abbaglio della relazione coi Ravenheads e le menzogne di Bartlett Green l’hanno condotto su una falsa pista e un cammino di corruzione spirituale: “è ‘dall’altra parte’ che si deve scavare, e non qui”, e il malefico Green ha rischiato di far fallire la vocazione della persona e della stirpe di Dee. Da tre giorni ha una visione:

Prima non sospettavo affatto che potesse esistere qualcosa che sta oltre la veglia e il sogno, oltre il sonno profondo e l’allucinazione; un quinto stato, inspiegabile: una visione di processi immaginali che non hanno alcun rapporto con la terra.

(Verrebbe da tornare a osservare che un simile status sia noto a chi scrive con quella partecipazione che fa della scrittura, come di qualunque arte intensamente vissuta, un vero atto magico.) Una visione comunque completamente diversa da quelle precedenti nel cristallo di carbone di Green: “Per quanto sono in grado di giudicare è stata una profezia in simboli”. Vede dunque Gladhill, la collina della sua stirpe come appare nello stemma dei Dee: sulla sommità un albero verde ai piedi del quale sgorga una fonte. E mentre sale, si accorge di essere lui stesso quell’albero, e la fonte evoca i suoi discendenti destinati a una resurrezione nella vita eterna, tutti diversi ma a lui somiglianti. Tra i rami più alti spicca un duplice volto coronato: dal lato femminile riconosce con giubilo Elisabetta, salvo desolarsi perché il viso maschile non appare il proprio. Però l’albero lo rimprovera, perché nemmeno ora riconosce se stesso, “Cos’è il tempo? Cos’è la metamorfosi?”: “Un uomo che non smette di credere infine vive! Cresci fino a me e io sarò te! Sperimenta vivendo te stesso e sperimenterai me, me… Bafometto!”. A quel punto Dee scoppia in lacrime, e la voce gli ricorda che “La materia dovrà attraversare molteplici stadi di sofferenza!”.
Il cammino per giungere a se stesso è duplice: da un lato una via incerta che potrà permettergli di ricordarsi di sé in futuro, “E cos’altro è mai l’immortalità, se non rimembranza?”.

Dunque scelgo la via magica della scrittura; in questo diario metto nero su bianco ciò che mi è stato rivelato circa il mio destino: in un certo senso l’ho consacrato e preservato dagli insulti del tempo e degli spiriti maligni. Amen.

E insomma appella i discendenti perché guardino in sé stessi e riconoscano l’identità con lui.
Ma c’è una seconda via, l’alchimizzazione del corpo e dell’anima perché entrambi raggiungano l’immortalità. Per questo ha allestito in casa un laboratorio munito del necessario e accolto un bravo assistente, Gardener, che però dopo un primo periodo di buona collaborazione diventa superbo, riottoso e molto critico nei confronto degli spiriti pii del mondo “dall’altra parte”, che liquida come spiriti infernali. Dee inizia e chiude sempre le sessioni con una preghiera e le entità appaiono timorate di Dio – ma visto che i loro insegnamenti tecnici confliggono con le conoscenze di Gardener, Dee sospetta che si senta ferito nella vanità. Gardener invece teorizza una serie di rituali protettivi di rinascita spirituale – di cui non rivela la fonte, vincolato come sarebbe da un giuramento – e in sua assenza Dee interpella gli spiriti nel nome della Trinità a proposito di Bartlett Green. La risposta, di evitare ogni contatto con quell’emissario di Isais la nera, lo induce anche a infrangere il tramite costituito dal cristallo di carbone donatogli alla Torre. Lo brucia, e non restano scorie.
Ma qualcosa con Gardener si è irrimediabilmente spezzato: l’assistente se ne va lasciandogli un breve messaggio di commiato. Nel frattempo una breve apparizione di Green lascia a Dee per un attimo la sensazione di un volto d’uomo senza orecchie: e, la mattina dopo, proprio un tipo senza orecchie (punizione per vari tipi di colpe inflitta spesso anche a innocenti), giovane e volgarotto – ma non somigliante all’apparizione – gli si presenta a casa con la pretesa di parlargli di qualcosa di riservatissimo. Si fa spiegare cosa s’intenda per proiezione (dell’alchimia ha un’idea molto vaga) e gli mostra un vecchio libro che Dee capisce essere molto prezioso. Qualcosa di estrema importanza per la Grande Opera alchemica: il tipo vorrebbe da Dee un giuramento di essere in grado di capirlo, ma il Nostro è giustamente prudente: e a quel punto l’ospite trae fuori dalla camicia un sacchetto con le due biglie d’avorio di Mascee, passate anche per le mani di Dee e da lui buttate dalla finestra prima dell’arresto di parecchi anni prima. Sono quelle, perché riconosce i segni che vi ha inciso: ma ora scopre che si possono svitare. Quella bianca contiene una polvere grigia, evidentemente materia transmutationis; quella rossa la polvere regale, il “Leone rosso”, lamelle scistose color porpora. Dee è stupefatto, conferma all’uomo che valga la pena di sperimentare il valore di libro e polveri.
Il tipo è compiaciuto: riconosce l’onestà di Dee, saranno soci. Le bilie e il libro, già nella tomba di san Dunstano, erano stati predati dai profanatori Ravenheads, venduti a uno straniero – evidentemente Mascee – e passati poi in proprietà del proprietario di un bordello, che però era stato agente segreto del vescovo Bonner: sparite per qualche tempo, le bilie erano state infine recuperate, ma l’ex-agente segreto era poi morto dopo averle regalate all’ospite (che più probabilmente l’aveva ucciso per appropriarsene, ma il benevolo Dee non è propenso a pensar male). Accoglie così in casa lo sconosciuto – già piccolo avvocato a Londra, speziale girovago, ciarlatano, condannato al taglio delle orecchie per aver falsificato documenti: si chiama Edward Kelley, e rappresenterà nella vita di Dee una presenza calamitosa.

(15-continua)

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Il capitalismo ha raggiunto il compito a cui era destinato https://www.carmillaonline.com/2026/01/02/il-capitalismo-ha-raggiunto-il-compito-a-cui-era-destinato/ Fri, 02 Jan 2026 21:00:52 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91522 di Franco Ricciardiello

Michel Nieva, L’infanzia del mondo, trad. Massimiliano Bonatto, Il Saggiatore 2025, € 17,00

In un panorama letterario desolante, in cui la fantascienza è ridotta a sorella minore della distopia (ma quest’ultima sta rapidamente tramontando), per un effetto trainato soprattutto dal film hollywoodiano d’effetti speciali, la traduzione in italiano del terzo romanzo di Michel Nieva è una novità da non trascurare. L’odierno, squallido genere distopico, distantissimo dall’epoca di 1984 di George Orwell o di Noi di Evgenij Zamjatin, è completamente omologato alla narrazione T.I.N.A — there is no alternative — e funzionale alla logica conservatrice-reazionaria dell’internazionale sovranista e suprematista che è la più [...]]]> di Franco Ricciardiello

Michel Nieva, L’infanzia del mondo, trad. Massimiliano Bonatto, Il Saggiatore 2025, € 17,00

In un panorama letterario desolante, in cui la fantascienza è ridotta a sorella minore della distopia (ma quest’ultima sta rapidamente tramontando), per un effetto trainato soprattutto dal film hollywoodiano d’effetti speciali, la traduzione in italiano del terzo romanzo di Michel Nieva è una novità da non trascurare.
L’odierno, squallido genere distopico, distantissimo dall’epoca di 1984 di George Orwell o di Noi di Evgenij Zamjatin, è completamente omologato alla narrazione T.I.N.A — there is no alternative — e funzionale alla logica conservatrice-reazionaria dell’internazionale sovranista e suprematista che è la più recente incarnazione del capitalismo: se il presente in cui vi costringiamo a vivere vi sembra brutto, guardate un po’ come il futuro potrebbe essere anche peggio. Il romanzo di Nieva, argentino che insegna all’università a New York, è invece intriso dalla prima all’ultima pagina di una rabbia sorda, che non deve stupire chi conosce la storia di asservimento dell’America Latina alla politica USA.
Siamo nel 2272; l’innalzamento della temperatura globale a causa delle emissioni di scarto dei combustibili fossili, ha provocato lo scioglimento totale dei ghiacci polari, e la sommersione di non poche terre. L’ambientazione del romanzo è l’Argentina, la cui parte meridionale, la Patagonia, è trasformata in un arcipelago, mentre l’interno del continente sudamericano ha temperature inadatte alla vita umana. Più o meno all’altezza dell’odierna Bahía Blanca si è formato un arcipelago, i “Caraibi pampeani”, dove vivono i protagonisti. La storia segue le vicende del Pupo Dengue, un bambino mostruoso con occhi composti, antenne, ali e pungiglione, che si dice nato dalla violenza subita da sua madre ad opera di un gigantesco tafano. Bullizzato dai compagni di scuola, schernito, insultato, il Pupo Dengue scopre la possibilità di vendicarsi non solo delle angherie, ma anche dello sfruttamento cui è sottoposta la madre, domestica presso un ricchissimo industriale del distretto finanziario di Santa Rosa. La Borsa locale è specializzata in azioni di case farmaceutiche che speculano sulla diffusione di epidemie; infatti, malgrado la catastrofe globale che ha provocato, il capitalismo si è fatto ancora più feroce e non teme alcuna opposizione da parte degli ultimi della terra, stipati in baraccopoli torturate dal caldo e impegnati a giocare con una realtà virtuale che riproduce situazioni della sanguinosa colonizzazione della Pampa da parte dei “bianchi”.
Come è scritto nel risvolto di copertina del libro, “il capitalismo ha raggiunto il compito a cui era destinato: tramutare la malattia in ricchezza, i figli in investimento, la morte stessa in algoritmo di borsa.” Il Ceo di una di queste multinazionali di Santa Rosa, Noah Nuclopio, sostiene che “il capitalismo che aveva devastato la natura poteva ricostruirla utilizzando gli stessi metodi industriali”, per esempio ricreando un ambiente invernale in un’Antartide ormai completamente priva di ghiacci. In questo futuro di estrema miseria e scandalosa ricchezza, la seconda non incontra alcun freno, non c’è opposizione, e la vita non ha alcun valore. La comparsa del Pupo Dengue, che attraversa quattro differenti stadi di sviluppo, inserisce un’incognita imprevedibile, che interagisce con il misterioso concetto della Gran Anarca legato alla scoperta di pietre ovali telepatiche sul suo lo antartico, e con il gioco di realtà virtuale Cristiani vs indios.
Michel Nieva è nato nel 1988 a Buenos Aires; tutta la sua fiction, scritta in spagnolo, rimane all’interno della fantascienza contemporanea, dal cyberpunk in poi. Significativo dei suoi gusti il titolo del primo romanzo, pubblicato nel 2013: ¿Sueñan los gauchoides con ñandúes eléctricos?, cioè “i gauchoidi sognano struzzi elettrici?”. Nieva definisce il proprio genere “gauchopunk”. Nello stesso anno di L’infanzia del mondo pubblica il saggio Ciencia ficción y capitalismo. Cómo los multimillonarios nos salvarán del fin del mundo (recensito qui su Carmilla), dal titolo evidentemente satirico, che “mappa la strumentalizzazione della fantascienza da parte delle élite finanziarie della Silicon Valley e di altri poli tecnologici del Nord del mondo” (parole di Valeria Meiller da Otra Parte).

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La Sinistra Negata 08 https://www.carmillaonline.com/2026/01/01/la-sinistra-negata-08/ Thu, 01 Jan 2026 22:55:34 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92162 La Sinistra Negata e gli anni ’90 a cura di Nico Maccentelli

Redazionale del nr. 18, Dicembre 1998 Anno X di Progetto Memoria, Rivista di storia dell’antagonismo sociale. Le puntate precedenti le trovate nei link a piè di pagina. (Questa prima parte del redazionale dedicata agli Anni ‘90 è divisa in due puntate e questa è la seconda puntata)

Parte prima/2: quale sinistra rivoluzionaria?

6. L’IPOTESI… POLACCA.

Gli anni ’80 ci presentarono un quadro solo apparentemente contraddittorio. Da un lato, anni di reaganismo diretto o indiretto hanno reso estremamente netto il profilo delle classi sociali, divaricando enormemente le distanze tra chi partecipa [...]]]> La Sinistra Negata e gli anni ’90 a cura di Nico Maccentelli

Redazionale del nr. 18, Dicembre 1998 Anno X di Progetto Memoria, Rivista di storia dell’antagonismo sociale. Le puntate precedenti le trovate nei link a piè di pagina.
(Questa prima parte del redazionale dedicata agli Anni ‘90 è divisa in due puntate e questa è la seconda puntata)

Parte prima/2: quale sinistra rivoluzionaria?

6. L’IPOTESI… POLACCA.

Gli anni ’80 ci presentarono un quadro solo apparentemente contraddittorio. Da un lato, anni di reaganismo diretto o indiretto hanno reso estremamente netto il profilo delle classi sociali, divaricando enormemente le distanze tra chi partecipa al banchetto allestito dal potere e chi ne è invece escluso. D’altro lato, uno sguardo all’intemo delle classi subalterne rivela una realtà magmatica, priva di fulcri e di momenti di condensazione, prodotto diretto della ristrutturazione produttiva degli anni Ottanta. Nessuna ricomposizione soggettiva è possibile a partire da un solo frammento di classe, dal momento che nessuno di essi, considerato isolatamente, aveva in quegli anni una collocazione strategica tale da consentirgli di fungere da catalizzatore di tutti gli antagonismi. In altri termini, né i macchinisti, né gli insegnanti, né gli studenti, né gli operai, né i disoccupati, né i portuali, e via elencando, potevano agire da detonatore dell’antagonismo sociale, poiché nessuna di queste (o di altre) categorie occupava autonomamente un posto chiave nell’assetto socioeconomico.
A ciò si deve l’estrema frammentazione delle domande e dei bisogni, che incanalò il diffuso malessere sociale – pur quanto mai tangibile – entro rivendicazioni anche significative ma parziali, e sul piano ideologico incoraggiò uno spostamento d’attenzione dal sistema nel suo complesso alle sue singole disfunzioni (mafia, eroina, disastro ambientale, razzismo, ecc.). La tensione “rivoluzionaria” venne dunque meno, perché allontanata dalle cause e dispersa tra gli effetti; mentre lo stesso movimento antagonista, socialmente frammentato al proprio interno quanto la realtà in cui era calato, stentava a farsi portatore di un’alternativa globale, tendendo piuttosto ad assumere una visione delle cose assai simile al No future cantato dai Sex Pistols.

A suo tempo il taylorismo, frantumando le mansioni lavorative, si era incaricato di spezzare un rivendicazionismo collegato alla qualità e all’utilità del lavoro svolto; successivamente, l’automazione e l’informatizzazione si fecero carico di neutralizzare un antagonismo fondato sul senso di appartenenza ad un corpo sociale omogeneo e con eguali bisogni: in anni ancor più vicini, la trasformazione della “sovrastruttura” ideologico-culturale in struttura direttamente produttiva, destinata a far introiettare le regole del capitale su aree ben più vaste del luogo di lavoro e a far smarrire l’idea stessa di un’alternativa al sistema (pur lasciando un certo spazio all’opposizione a questa o quella distorsione), aveva cercato di spegnere le tensioni antagoniste ancora viventi sul territorio.

L’avanzata unificazione dei mercati sotto il segno del capitalismo, l’accresciuta capacità di spostare flussi di forza-lavoro da un quadrante all’altro del globo, l’omogeneizzazione ideologica operata dal neoliberismo, l’asservimento del Sud del mondo tramite la catena del debito avevano già rotto gli argini che ancora imbrigliavano l’estensione a livello planetario del dominio del capitale, lasciando sussistere unicamente isolate sacche di resistenza. Perché il quadro iniziasse a mutare era indispensabile che la ribellione raggiungesse il cuore della metropoli occidentale, strappando coscienze ed incrinando leve di comando.
Abbiamo ripetutamente parlato nelle varie puntate della Sinistra Negata dell’esistenza, oggettiva anche se non ancora soggettiva, di un proletariato transnazionale mobile e polivalente, prodotto diretto dell’unificazione dei capitali nazionali. Negli anni ’80 dicevamo che la soggettività di questa nuova configurazione sociale poteva vedere la luce, solo se le spinte antagonistiche fossero rimaste concentrate, e non disperse su tematiche certo importanti, ma sostanzialmente marginali rispetto al cuore del problema. In quel periodo mettevamo in evidenza come l’assenza di fulcri, di nuclei avanzati, di poli trainanti avrebbe potuto essere rovesciata di segno, da negativa a positiva, solo usando il carattere magmatico della composizione di classe per diffondere magmaticamente nella società non una, ma mille rivendicazioni, tutte ugualmente sentite e tutte ugualmente gridate. Con l’andar del tempo però, abbiamo assistito ad una ulteriore segmentazione del movimento che, preso in un meccanismo perverso di affannoso inseguimento di questa o quell’altra rivendicazione o lotta episodica – spesso anche inutile -, è andata progressivamente perdendo la propria capacità di analisi generale, smarrendo così quella chiave di lettura complessiva necessaria al fine di mirare i propri interventi intorno a obiettivi centrali oltre che realmente percorribili.

Se possiamo certamente ribadire che l’ipotesi cilena” non funzionò nemmeno in Cile, che il Palazzo d’Inverno si è sciolto nella società, che le “zone liberate” conterebbero meno di nulla, ci troviamo però di fronte al dilemma della validità dell’ipotesi che definimmo allora “polacca”, dall’esempio del sindacato Solidarnosc (che non ci è mai stato simpatico), secondo la quale l’unica ipotesi credibile è quella di un movimento che si spande come una colla seguendo i confini dilatati della composizione di classe, e come una colla unisce fra loro i frammenti di discorso, gli antagonismi dispersi ed abbozzati, le richieste parziali, le reazioni isolate. Un movimento in grado di raccogliere tutte le proteste, tutti i malumori, tutte le dissidenze, fino a sottrarre interamente al potere il controllo sul sociale.

È chiaro che un simile schema è legato a variabili che nella società italiana, e occidentale in genere, non erano presenti negli anni ’80 e che oggi lo sono ancor meno. Non sembra tuttavia assurdo asserire che, nella misura in cui un sistema gioca tutte le sue carte sul consenso, attivo o passivo, del sociale, l’arma della indisciplina ha la stessa efficacia della disciplina delle armi. Analogamente, l’elevazione della sovrastruttura a struttura produttiva fa sì che ogni cuneo conficcato nel meccanismo della trasmissione ideologica, del condizionamento, dell’obnubilamento di massa abbia gli effetti devastanti di un sabotaggio. Se lo schema di questa ipotesi risulta tutt’ora il più percorribile tra quelli esposti in questa sede, c’è da dire però che il movimento della sinistra antagonista brancola da molto tempo in una fase di tale regresso qualitativo e quantitativo da rendere qualsiasi tipo di analisi in progress poco più che un puro esercizio teorico.

L’illusione da parte di alcune componenti del movimento, di poter contribuire alla creazione di un’opzione partitica che potesse essere l’espressione di valori e contenuti del movimento antagonista dei decenni precedenti, si è infranta contro il muro del verticalismo autoritario di un partito, Rifondazione Comunista, che non si è mai posto il problema di una reale ridefinizione della forma-partito, ma che semmai ha continuato a riproporre con grande pervicacia i vecchi schemi “piccisti” di gestione personalistica e burocratica per una esperienza politica che è poi risultata distante anni-luce da quella democratica ed orizzontale auspicata da più parti.
Alcune componenti del movimento antagonista che scelsero di confluire in R.C. nei primi anni di sviluppo del partito, e ci riferiamo in particolare a quelle che avevano partecipato all’esperienza di Democrazia Proletaria, si trovarono in molti casi attanagliate dalle maglie burocratiche di un partito che non ha mai avuto la minima intenzione di assumere caratteristiche movimentiste. In molti altri casi invece molti dei quadri ex-D.P. furono talmente ammaliati dal fascino neanche tanto discreto del “grande partito comunista”, che furono i primi a condividerne e a riprodurne gli aspetti più tipicamente burocratico-autoritari, soprattutto nei confronti delle dissidenze interne al partito, spesso integrate dai loro stessi ex-compagni di lotta. Mentre quindi alcuni ex-esponenti della sinistra rivoluzionaria cercavano di accaparrarsi alcune poltrone accanto a coloro che anni prima li additavano come “estremisti provocatori” (e magari gli mandavano contro i servizi d’ordine dei sindacati), dall’altra parte ciò che rimaneva dei gruppi della sinistra di classe entrava in un processo di progressiva asfissia della propria proposta politica, dovuto in buona parte alla mancanza di ricambio generazionale causata dall’intensificarsi della battaglia culturale scatenata dai vari governi che si sono succeduti durante il decennio che sta volgendo al termine. Il risultato di questo processo, costellato da scissioni, dipartite e corse al compromesso con le istituzioni, è sotto gli occhi di tutti. Da una parte il filone tradizionale dell’Autonomia Operaia non riesce a trovare una via d’uscita a quella crisi politica e progettuale che la attanaglia ormai da alcuni anni a questa parte e che, se non fosse per la tenacia con cui alcune situazioni che si richiamano a quella matrice movimentista continuano a produrre iniziative politiche e varie pubblicazioni, avrebbe già portato l’area politica in questione verso un processo di inaridimento forse irreversibile.

Dall’altra parte troviamo invece l’area che racchiude i gruppi politici e le individualità, in stragrande maggioranza provenienti proprio dalla tradizione dell’Autonomia, che hanno optato più che per la mediazione con le istituzioni – per la mera condivisione di precetti, valori, linee e comportamenti politici che sono propri più di una sinistra riformista che di una sinistra antagonista. Ci riferiamo a quelle componenti politiche facenti capo soprattutto ai cosiddetti “centri sociali del nord-est” che, nella loro corsa frenetica all’occupazione di quegli spazi di agibilità politica giovanile lasciati liberi dall’inettitudine o forse dell’inesistenza dei gruppi giovanili dei partiti della sinistra istituzionale, hanno completamente abbandonato ogni loro anche minimo rimasuglio di identità politica in senso di opposizione radicale all’esistente, trasformandosi in un breve lasso di tempo in un gruppo di pressione, spesso di tipo inter-istituzionale, il cui ruolo è delineato da un atteggiamento politico da “mezzadro” del nuovo sistema politico ulivista. La trasversalità politica, o forse è meglio dire partitica, di questi proventi del localismo, del federalismo, nonché di questo nuovo – assai ambiguo – “patto di cittadinanza”, non può stupire un attento osservatore. Nella strategia attuata dalla sinistra istituzionale di assorbimento di qualsiasi esperienza di opposizione radicale o di tensione ribellista, è di fondamentale importanza la presenza di “teste di ponte”, in questo caso nell’universo antagonista, con cui scardinare definitivamente la possibilità stessa di riproposizione di un movimento politico antisistemico sulle orme delle esperienze “storiche” degli anni ’60 e ’70.

L’impianto concettuale di questa area gravita intorno ad una rilettura del conflitto di classe che potremmo definire caricaturale, nonché intorno ad una interpretazione dei nuovi modelli produttivi che, se da una parte risulta improbabile, dall’altra invece è indubbiamente furbesca, considerando che abbiamo a che fare, oltre che con una area politica, anche con qualcosa che sta diventando rapidamente una sorta di impero economico, sia per quanto concerne la dimensione che opera nella sfera dei servizi, sia per quanto riguarda ciò che per comodità potremmo definire la “Disneyland delle subculture riassorbite” (musicali e non). Di certo questa capacità imprenditoriale non è una virtù comune a tutti i centri sociali che possono essere annoverati a questa area, risulta comunque stupefacente constatare la velocità con cui in alcuni di questi centri sia assolutamente scomparsa qualsiasi tipo di iniziativa politica che non sia la solita serata antiproibizionista. Non c’è allora da meravigliarsi se in questo ambiente si muovono comodamente noti esponenti del revisionismo storico, oppure anche diffusori e riproduttori di alcuni materiali negazionisti che, fino a poco tempo fa, trovavano ospitalità e attenzione esclusivamente negli ambienti filo-nazisti del continente.

Il panorama descritto qui sopra ha fatto sì che negli ultimi anni si verificasse un mutamento in ciò che, peccando sicuramente di wishful thinking, continuiamo a chiamare movimento antagonista. E’ ormai più che manifesto il profondo gap di trasmissione di memoria e di continuità politica che ha accompagnato il movimento lungo questo decennio. Il vuoto che si è creato tra le ultime generazioni di militanti delle aree antagoniste non ha permesso lo svolgimento naturale di quel “filo rosso” di continuità tra i movimenti che ha sempre sviluppato una funzione fondamentale di unione orizzontale tra l’origine del movimento operaio, e il movimento del ’77, passando per la resistenza e gli anni ’60, fino ad arrivare agli ultimi contraddittori movimenti studenteschi alla fine degli anni ’80. Lo smarrimento dei referenti politici e ideologici, ma anche la dispersione di quel patrimonio di esperienze, conoscenze, pratiche accumulate nelle precedenti stagioni di lotte politiche e sociali, ha generato una profonda lacerazione in ciò che è rimasto della sinistra antagonista italiana. Una parte che comincia ad essere consistente di gruppi, collettivi, centri sociali, etc., stanno vivendo un processo di depoliticizzazione che spesso assume caratteristiche pseudo-anarcoidi veramente disarmanti nella loro vacuità.
Un esempio tra – purtroppo – molti è questo stralcio di volantino che è stato raccolto durante una manifestazione nell’aprile di quest’anno:

«Nessuno ha la soluzione in tasca, si va avanti sbattendo la testa per tentativi non sempre in un’unica direzione, ci interessa agire e su questo agire misuriamo la validità di quanto asseriamo. E sulla nostra capacità di trovare una continuità e un dinamismo nell’azione capace di espandersi a macchia d’olio che dobbiamo confidare, più che tendere al possesso del quadro più corretto e preciso del contesto sociale, dato che in quest’ultimo caso non agiremo mai, in quanto l’analisi, qualsiasi analisi, è sempre insufficiente. Quindi non occorrono imbonitori, ma azioni; ognuno per sé l’anarchia per tutti!».

Ora, il fatto che il volantino in questione è stato distribuito ad una manifestazione antifascista, implica che chi lo ha scritto aveva una certa sensibilità nei confronti delle tematiche di cui si faceva carico l’iniziativa, ciononostante l’equazione sposata dal documento “analisi inazione” risulta quanto meno demenziale per chi si propone di costruire un’opposizione sociale al sistema capitalistico. Ma forse questo obiettivo non interessa neanche tanto agli autori del volantino.
Indubbiamente quello appena riportato è solamente un esempio, forse non è il caso di generalizzare, ma l’apparire di gruppi di giovani che sembrano evitare quasi certosinamente un’analisi minimamente articolata e quindi di malleare la propria azione politica intorno ad una realtà sociale o territoriale, a seconda degli obiettivi, è a nostro avviso il primo sintomo di una deriva preoccupante verso un’abulia politica tutt’altro che auspicabile.

 

7. IL CONTROPOTERE GLOBALE.

Nessun paese occidentale è oggi alle soglie di una rivoluzione. Lasciamo perdere Irlanda del Nord, Paesi Baschi, ecc., che costituiscono casi peculiari e non esportabili. Nessun paese occidentale lo sarà nei prossimi anni. Chi sostenga il contrario, o illude se stesso, o prende in giro gli altri. Ciò significa forse che chi si autopropone come “rivoluzionario”, in questo tipo di società, è un ingenuo?
Niente affatto. La dimensione ideale e pratica del rivoluzionario non è limitata né ad una nazione, né ad una società, né ad un continente. Il suo “spazio vitale” segue i contorni della classe e dell’antagonismo di classe, che oggi, come il capitale e le sue espressioni politiche, non conoscono frontiere. Ciò significa che, se le condizioni oggettive non gli consentono di operare una completa trasformazione rivoluzionaria nella propria situazione politica e geografica, può e deve operare al fine di agevolare il processo rivoluzionario globale, nella certezza che la crescita di quest’ultimo finirà per ripercuotersi sulla propria situazione apparentemente così inossidabile.
Facciamo un esempio concreto, anche al fine di fugare ogni sospetto di “terzomondismo” di vecchio stampo (quello, cioè, che appoggiava le rivoluzioni ovunque salvo che in casa propria). Il movimento statunitense degli anni Sessanta contro la guerra nel Vietnam – movimento di sicuro non rivoluzionario, ma nel quale elementi rivoluzionari ebbero un decisivo ruolo di guida – incise enormemente sull’impegno statunitense nella guerra, come i vietnamiti stessi riconobbero. D’altro canto, le vittorie dei vietnamiti incoraggiarono le lotte di una serie di altri movimenti di liberazione, in Asia, in Africa, in Medio Oriente, in America Latina. La “ricaduta” di queste ultime sull’Occidente agevolò la nascita di una nuova sinistra e l’apertura del ciclo di lotte del ’68, su cui gli esempi del Vietnam, delle lotte di liberazione del Terzo Mondo, del movimento antibellicista americano, oltre che della rivoluzione culturale cinese, ebbero una influenza decisiva. Quel ciclo di lotte iniziò a spegnersi un decennio più tardi, dopo aver inflitto al capitale la più grave crisi di comando del dopoguerra.

Abbiamo esposto i fatti quasi fossero l’uno successivo all’altro. In realtà si produssero simultaneamente (o quasi). Ecco dunque un caso in cui ognuno “fece la propria parte”: sia i rivoluzionari statunitensi (che non abbatterono il capitalismo USA, però contribuirono a paralizzare la politica estera del loro governo) che i rivoluzionari vietnamiti, sia i rivoluzionari europei che quelli di altre parti del mondo.
Ma va anche rilevato che il movimento antibellicista statunitense (di proposito non lo chiamiamo “pacifista”: era tutt’altro che alieno dall’impiego della violenza) non era che uno dei tanti aspetti del “movimento” in senso lato che agitava la società, e che comprendeva studenti in lotta contro l’assetto classista dell’università, minoranze razziali organizzate (neri, chicanos, indiani, ecc.), gruppi femministi, nuclei operai (specie nell’industria dell’auto), gruppi di controcultura, e così via. Per tentare di arginare queste tensioni, l’amministrazione Johnson fu costretta a varare programmi di assistenza sociale e di soccorso alla povertà i cui effetti si sono sentiti fino alle soglie dell’amministrazione Reagan. Il Movement, dunque, non dettava al governo solo la politica estera: dettava anche la politica interna.

Ecco quindi il caso di un movimento che, pur non contando nuclei sociali trainanti al proprio interno, riesce nondimeno a svolgere, usando la propria configurazione di magma, un’azione effettivamente “rivoluzionaria” sia a livello nazionale che (forse soprattutto) internazionale. Certo, quel movimento non riuscì ad instaurare il comunismo negli Stati Uniti: ma sarebbe stato chiedere un po’ troppo. È più che sufficiente che riuscisse ad ostacolare per un certo tempo i meccanismi di comando del capitale, tanto da facilitare l’accensione di altri focolai di lotta.
Altri due particolari vanno rilevati. Intanto che non si trattava di un movimento maggioritario. Si trattava di minoranze decise. E poi non era diffuso ovunque, e nemmeno su aree rilevanti del territorio nazionale. Una situazione esemplare ne accendeva un’altra, che a sua volta ne accendeva una terza e così via, a catena.
A questo punto ci fermiamo. La rivoluzione in Occidente, per usare un’espressione pomposa, sembra oggi poter passare solo attraverso una via analoga a quella descritta. La via del contropotere non disseminato, ma globale, che forza uno Stato staccato dalla società all’obbedienza ai dettami di quest’ultima, fino alla maturazione di un’alternativa al sistema dentro e fuori delle frontiere. E finché una via alla rivoluzione resterà aperta, esisterà una sinistra rivoluzionaria transnazionale intenzionata ad imboccarla.

(Ne La Sinistra Negata 09 seguirà la parte seconda: quale Comunismo?)

Le puntate precedenti le trovate: 01 qui, 02 qui, 03 qui, 04 qui, 05  qui, 06 qui, e 07 qui

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L’arte come tramite per ciò che è occulto e che libera https://www.carmillaonline.com/2025/12/31/larte-come-tramite-per-cio-che-e-occulto/ Wed, 31 Dec 2025 21:00:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91866 di Sara Picardi e Franco Pezzini

«Bisogna avere il coraggio di rompere il cubo ordinato delle idee, di precipitarsi verso la confusione primordiale» In questa breve citazione di Leonora Carrington, per molti aspetti, si condensa la sua postura interiore. La sua produzione è sempre stata alimentata dalla “confusione primordiale” a cui fa riferimento. Un brodo come quelli sobbolliti nella sua cucina alchemica  con le erbe magiche del mercato di Sonora a Città del Messico e una varietà di altri ingredienti surreali e fantasiosi: un brodo interiore a ciascun individuo ma che riguarda anche il collettivo, e in cui mito, inconscio, memoria [...]]]> di Sara Picardi e Franco Pezzini

«Bisogna avere il coraggio di rompere il cubo ordinato delle idee, di precipitarsi verso la confusione primordiale»
In questa breve citazione di Leonora Carrington, per molti aspetti, si condensa la sua postura interiore.
La sua produzione è sempre stata alimentata dalla “confusione primordiale” a cui fa riferimento. Un brodo come quelli sobbolliti nella sua cucina alchemica  con le erbe magiche del mercato di Sonora a Città del Messico e una varietà di altri ingredienti surreali e fantasiosi: un brodo interiore a ciascun individuo ma che riguarda anche il collettivo, e in cui mito, inconscio, memoria e immaginazione si mescolano senza gerarchie.
Carrington ha una familiarità profonda con questa energia caotica, soprattutto grazie all’elaborazione e alla sublimazione artistica di esperienze traumatiche che hanno segnato la sua vita e che sono state il combustibile, pagato a caro prezzo, della sua libertà visionaria. Di qui la continua ricerca di mappe interiori per orizzontarsi tra le proprie visioni (Mappa dell’animale umano del 1962 sembra richiamare per esempio le antiche allegorie ermetiche tra strutture geometriche, animali e oggetti simbolici), attingendo febbrilmente a mitologie, religioni, tradizioni mistiche, e insieme sublimandole con un passo ironico tutto suo (Breton definisce Carrington “un’incantatrice dallo sguardo limpido e beffardo”). Un passo ironico apparentemente paradossale per chi sia passato nei suoi inferni interiori: se c’è un’aria di famiglia tra le eresie di Leonor Fini e di Carrington, il matraccio di quest’ultima è posto a un fuoco molto più sconvolgente e feroce, senza protezioni sociali o ambientali. Eppure Leonora sorride: come quando nel video presentato alla mostra di Milano ora a lei dedicata, alla domanda del perplesso intervistatore (siamo nei primi anni Duemila) sul ruolo dell’amore, ormai molto anziana e segnata dalle rughe di un’esistenza di rara intensità, risponde che l’amore autentico, forte, è quello per i figli. L’altro, l’eros che pure ha avuto un peso tanto importante nella sua vita, è in fondo come una semplice sbornia… Una provocazione, forse, visto che l’archetipo dell’unione di coppia preludio alle nozze alchemiche è reso dall’olio su tela Gli amanti (1987): una tenda da nomadi nel deserto ospita l’atanor/talamo nuziale dei protagonisti, Re rosso (principio maschile) e Regina blu (principio femminile), rigidi come moai e circondati da adepti velati in bianco e nero e animali – tra i quali una iena psicopompa, azzoppata, che cammina con due bastoni. Quella zoppia rivela delusioni e dolori?
La prima retrospettiva italiana dedicata a Leonora Carrington si svolge al Palazzo Reale di Milano (dal 20 settembre 2025 all’11 gennaio 2026) e offre uno sguardo prezioso sulla sua arte, pur con il limite di non riuscire a suggerire appieno l’incredibile ampiezza della sua ricerca creativa. In effetti l’artista, originaria di Lancaster (ma “Come non chiedersi, a margine, se si appartenga al luogo in cui si è nati o non piuttosto a quello in cui si muore”?), si muove con leggiadria tra pittura, scrittura, scultura e pratiche tessili, ma a Milano godiamo principalmente delle sue opere pittoriche – con una scelta relativamente ampia, oltre sessanta opere, che dà comunque il senso di una sguardo, di una vertigine. C’è in effetti abbastanza materiale per farci addentrare nel suo universo interiore, misterioso e arcaico che possiamo provare a comprendere, per quanto possibile, anche attraverso i dati della sua biografia.

Sono nata cinquantatré anni fa come animale umano femmina. Questo, mi dissero, significava che ero una “donna”.
Anche se non ho mai capito cosa volessero dire.
Innamorati di un uomo e vedrai… Mi sono innamorata (più volte), ma non l’ho visto.
Partorisci e vedrai… Ho partorito, e non ho saputo chi fossi. Fossi? Chi? Sono ciò che osservo o ciò che mi osserva?

Nata nel 1917 in un’agiata famiglia della borghesia inglese, e con radici irlandesi per parte di madre, Carrington mostra un precoce talento per il disegno, che diventa sin dall’infanzia spazio di fuga e autonomia personale. Da giovanissima soggiorna in Italia, dove si innamora dell’arte rinascimentale, un’influenza che riaffiora spesso rielaborata in forme del tutto personali nelle sue opere. Ma ama anche Bosch, il cui rigore visionario da miniaturista e l’uso di dettagli minimi, quasi segreti e grotteschi, entrano a far parte della sua visione artistica personale. Una vena ribelle, libertaria e femminista, la anima fin dagli anni più verdi, con la complicità di un’immaginazione mitologica che le permette di evadere dalle strette maglie concesse a una giovanissima inglese di buona famiglia. Con una tale tensione alla libertà radicale che nessuna delle etichette a lei riservate in seguito – neppure quella di surrealista – risulterà davvero congrua.
Le prove giovanili esposte in mostra, come la serie Sisters of the Moon (1932-33), nonostante la mano acerba, offrono immediati indizi sulle tematiche cardine della sua carriera: un femminile potente e liminale, figure ibride, animali e creature misteriose, talvolta mostruose ma quasi sempre benevole. Le fiabesche “sorelle della luna” tra cavalli, canidi, leopardi e pavoni, di fatto, sono una galleria di donne emancipate e “magiche”, ritratte spesso insieme ai loro animali-guida.
Nel 1936, l’anno della prima esposizione surrealista a Londra, Leonora diciannovenne conosce il surrealista per eccellenza, l’affascinante quarantaseienne Max Ernst, e in seguito con lui si trasferisce nella Parigi del movimento – un posto che le appartiene in modo innato, e dove si parla un linguaggio affine al suo, quello dell’inconscio come richiamo da ascoltare per evolvere. La loro unione è occasione di sperimentazione e crescita creativa, la coppia si autopercepisce come fusa in un perfetto matrimonio alchemico. Lei è la bellissima “sposa del vento”, lui si trasfigura in Loplop, l’Uccello Superiore, figura sciamanica di uomo-uccello: inevitabile una dipendenza della giovane dall’amante-mentore tanto maggiore, adorato e divorante. Prima a Parigi, poi nel villaggio di S. Martin D’Ardèche, ricercano e creano assieme in un clima febbrile di fantasia – qui abbiamo a testimoniarla anche le ante dipinte di un armadio. L’esposizione a Milano include alcuni lavori di Ernst (cui già era stata dedicata una esposizione a Palazzo Reale tra il 2022 e il 2023), nonché l’incompiuto e bellissimo autoritratto di Carrington in coppia con l’amato nel piumaggio di Loplop, Double Portrait (Self-Portrait with Max Ernst) del 1938. Su tela, i due appaiono affiancati e, sullo sfondo, campeggia un cavallo, allegoria onnipresente nell’opera di Carrington.

A frantumare l’idillio amoroso della coppia, gli eventi bellici: nel settembre 1939 Ernst, di origini tedesche e dunque “straniero indesiderabile”, viene internato in un campo vicino ad Aix-en-Provence. Paradossalmente, con l’occupazione tedesca della Francia, verrà poi nuovamente arrestato dalla Gestapo in quanto portatore di “arte degenerata”. Col risultato che la “sposa del vento”, strappata da lui, conosce uno spaventoso crollo emotivo. Si lascia condurre in Spagna, ma dopo ulteriori drammatiche vicende finisce in ricovero psichiatrico.
L’esposizione italiana, che dal 18 febbraio al 19 luglio 2026 sarà ospitata al Musée du Luxembourg di Parigi, racconta la vita di Carrington secondo la struttura del “viaggio dell’eroe” descritto da Joseph Campbell nel testo L’eroe dai mille volti. L’inizio del viaggio, in questo caso, viene identificato proprio con la crisi che porta Carrington ad essere rinchiusa in una struttura per malati mentali.
Le verrà consigliato di scrivere per elaborare l’esperienza, e nasce così Down Below (Giù in fondo): un testo allucinato e lucidissimo, in cui la follia, la violenza e la sofferenza diventano materia creativa; uno degli esempi più potenti di sublimazione artistica del trauma nella storia del surrealismo, e in generale una delle più coinvolgenti narrazioni d’un delirio della storia della letteratura. Carrington si inoltra nell’incubo e ritorna da un viaggio nella follia con l’elisir alchemico: ora è un’iniziata. L’incontro con la divinità è l’incontro con se stessa e da quel momento la sua voce artistica diventa riconoscibilissima.
Una volta dimessa, Carrington non tornerà più con Max Ernst, sebbene lui sia ormai libero (si rincontrano casualmente a Lisbona nel 1941) e nonostante qualche sporadica frequentazione. Si è tentati di riconoscere nel clima mutato la scena strana dell’olio su tela Camera in giardino (appunto 1941), dove il baldacchino del letto matrimoniale è retto da figure femminili macilente, un’altra figura rabbiosa cavalca un cavallo a dondolo tra gli svolazzi di un pappagallo, un’altra forse mascherata mostra (simula?) di dilettarsi tra i conigli e persino l’abete di Natale svela tra i rami una figura femminile poco tranquillizzante. Ma il rischio incombente, in questi casi, è quello della sovrainterpretazione.

Per l’ambiente dei surrealisti, Leonora resta ancora troppo confinata nel ruolo della discepola/musa dell’ingombrante Max. Fugge dall’Europa in guerra con il diplomatico Renato Leduc, che in cambio della salvezza le propone un matrimonio d’interesse. Dopo una breve parentesi di vita a New York, approda in Messico, non come esule spezzata, ma come qualcuno che finalmente può cominciare una nuova vita. A Città del Messico, Carrington incontra Chiki Weisz, fotografo ungherese, che sposerà e sarà suo compagno fino alla morte, da lui avrà due figli, Gabriel e Pablo.
Il Messico meta di vari transfughi surrealisti si trasforma in una nuova patria spirituale. Con le sue contraddizioni ma anche la stratificazione sincretistica di cristianesimo e tradizioni indigene, quel mondo appartato le offre l’occasione di studiare tranquilla, meditare e approfondire esoterismo, cosmogonie e spiritualità attraverso circoli e gruppi locali (dove tra l’altro negli anni Settanta sarà tra le fondatrici del movimento di liberazione della donna). Oltre che di frequentare un ambiente artistico in cui trovano posto altre donne simili a lei, come Remedios Varo (1908-1963), con cui instaurerà un’amicizia intellettuale e spirituale decisiva, e la fotografa Kati Horna (1912-2000) che rende iconicamente il suo eclettismo raffigurandola come dama rinascimentale su uno sfondo alla Piranesi (1947). Di Carrington e Varo parla in questi termini Octavio Paz:

Due streghe stregate, indifferenti alla morale sociale, alle forme e al denaro, che attraversano la nostra città con indicibile e ineffabile leggerezza. Dove andranno? Dove chiama l’immaginazione e la passione.

 

In scena nei quadri di Carrington, come vediamo alla mostra milanese, sono sequenze visive che non parlano alla ragione ma a un sentire dell’inconscio – persino dove il soggetto è, alla grossa, “tradizionale”, come ne Le tentazioni di sant’Antonio, paludato di bianco e con tanto di porcellino (1945), nella lunga tavola Gli elementi (1946) o nell’altra Senza titolo (L’arca di Noè, 1962). Mentre il disegno Séance (s.d.) evoca senza dubbio una seduta spiritica, con figure elusive attorno al tavolo a suggerire le entità intervenute, ma quel che vi accade non è chiarissimo.
In altri casi, temi folklorici o persino ritratti sono trattati in forme comunque liberissime e a tratti criptiche: Il buon re Dagoberto (Corno d’alce, 1948) mostra palchi di corna alla Cernunnos e un manto pescino, Il mago Zoroastro incontra la sua immagine in giardino (1960) inscena un dialogo surreale con il Doppio, il Ritratto di Enrique Álvarez Félix (Quería ser pájaro, 1960) coglie il giovane attore messicano intento a scrivere su un enorme uovo, tra creature animali fiabesche. Alla libera reinvenzione di temi mitici appartengono quadri come Canto di Gomorra (1963) con creature-uccello in un giardino, o Tre Norne (1998): a far comprendere il livello di fantasia che le tante letture dell’autrice hanno potuto stimolare.
Vano sarebbe pretendere di descrivere le figurette di sfondo e le Ombre/macchie/sfingi di Composizione (Ur dei Caldei, 1950) o capire il senso di Orplied (1955), con il grandioso spettacolo – vagamente allusivo agli encausti pompeiani? – tra selve e mare, di una processione verso una figura sfingea. Difficile di primo acchito anche comprendere una tavola come Oink (Essi contempleranno i tuoi occhi, 1959): una specie di grifone sembra irrorare alcuni dormienti in un grande letto (o sono malati?). Ne I poteri di Madame Phoenicia (1974), poi, sono ectoplasmi, quelli che le sorgono dalle narici?
La galleria di dipinti di Carrington offre un bestiario che sfugge a qualsiasi tassonomia. Basti pensare all’aggraziata e indefinibile Ballerina II (Figura mitologica: olio e foglia d’oro su masonite, 1954) piumata e caudata, con tre occhi e una lingua che pare un fiore, intenta a qualche improbabile passo di danza. Poi la biblica scala di Giacobbe vedeva angeli salire e scendere dal cielo, l’olio su tela Scena Occulta (La scala di Giacobbe, 1955) mostra una scala diretta in alto attorniata da un gruppo di figure strane, in gran parte aviformi, tra arcate, elementi tortili e fuochi sacri. Ma la surrealtà investe anche temi meno carichi di mito, come Levitasium (1950), con i suoi ginnasti appunto levitanti tra rapaci e un angelo.
Il linguaggio dell’artista diventa col tempo ancora più onirico e criptico. Attinge ai tarocchi (affascinante la serie da lei prodotta), alle leggende, alla natura, ai simboli arcaici che non vogliono e non devono essere spiegati nel senso banale del termine. Sono chiavi, richiami, cifre. La pittrice evoca rituali dal significato inconoscibile (per esempio nel bellissimo Senza titolo – Il Rituale, 1964, dove adepti di un culto ofidico paiono evocare un essere disturbante), creature ibride della sfera del sogno e del subconscio, sigilli e diagrammi (in un altro Senza titolo, 1956, viene mappato il corpo di una bestia favolosa) per dischiudere dimensioni altre. Non a caso Carrington si è sempre rifiutata di decifrare per altri i propri lavori; l’atto stesso di spiegarli li avrebbe, nel suo sentire, snaturati.
Ma in generale, e fuori da ogni esoterismo d’accatto, la magia è un modo di resistere a tutte le autorità patriarcali che cercano di soffocarla: e la cucina non è mero luogo di confino tradizionale della donna, ma il suo altare e laboratorio alchemico, luogo di trasmutazione, di riappropriazione di saperi antichi, di potenza d’una Grande Opera. Indicativo un dipinto come La cucina aromatica di nonna Moorhead (1974) dove attorno a un tavolo coperto di verdure – ce n’è anche per terra, soprattutto aglio – e circondato da un cerchio magico, si affaccendano figure incappucciate o mascherate intente a preparare tortillas. Una grande oca bianca si avvicina, vigilata alle spalle da una figura streghesca… Cucinare, nutrire, dare la vita e la morte: la scena è simbolicamente emblematica.
Già decenni prima, un tavolo da pranzo con uova sembra il focus di La locanda (1949), sia pure circondato da presenze sfuggenti; Dando da mangiare a un tavolo (1959) e Tre donne a tavola con i corvi (1951) – figure femminili ma dalle teste francamente bizzarre, una ha la forma di un intero uccello – si collocano ancora più sorprendentemente su questa linea; quanto al bellissimo Colazione astrale (1964), tra uova e figure scimmiesche, proietta il tema su un altro piano dell’esistenza. Anche Monito alla Madre (1973) si ambienta in cucina davanti al fornello, dove l’Avvertitore pare avere natura pneumatica o gassosa, e creature piccole come il gatto giochicchiano o vomitano sul pavimento. Tra i testi fondamentali per la formazione di Carrington resta un’opera del 1948, The Mirror of Magic di Kurt Seligmann (1900-1962), amico e collega surrealista, un libro che esplora il valore estetico della magia e il suo impatto sulla creatività.
Ma soprattutto, in qualità di mondo magico, quello di Carrington non concede accesso ai razionalisti ostinati. Si ha accesso a una connessione autentica solo se si è abbastanza coraggiosi da lasciare cadere ogni difesa logica, ogni rigidità del pensiero lineare:

Le menzogne in mezzo a cui viviamo ci vengono rivelate dai sogni. Sembra esistere nell’inconscio un Sapiente che non si lascia mai ingannare e può affiorare alla coscienza, se le emozioni sono disposte ad accettare alcuni elementi di verità,

scrive negli anni Settanta in un testo pubblicato in Messico e poi ristampato nel 1981 sul n. 12 della rivista “Cultural Correspondence”. Lo stesso testo in cui definisce se stessa come “animale umano femmina”.
E gli animali simbolici nel suo lessico sono veri e propri autoritratti, alter ego dell’artista. La iena ad esempio, spesso considerata bizzarra, scomoda, sprezzante, è una figura liberatrice, Carrington la vede come emblema antiborghese. Si tratta di una creatura il cui verso assomiglia ad una risata incontrollata, l’opposto del mantenersi composta come si conviene ad una ragazza “per bene”. Mentre i cavalli, onnipresenti nei suoi quadri, incarnano ribellione, energia e potere sensuale.

Non è la prima volta che Milano ospita le opere di Carrington. Nel 1980, nella storica mostra L’altra metà dell’avanguardia 1910-1940, Lea Vergine portò a Palazzo Reale una selezione pionieristica di artiste dimenticate o marginalizzate. Fu una mostra seminale, un punto di svolta. Da allora Palazzo Reale sembra aver intrapreso una linea precisa, ossia valorizzare le protagoniste della modernità. Di recente lo ha fatto con la retrospettiva dedicata a Leonor Fini, grande amica di Carrington. E oggi la retrospettiva monografica dedicata a Leonora – morta a Città del Messico nel 2011, novantaquattrenne – arriva in un clima culturale nuovo, segnato dalla recente riscoperta internazionale del surrealismo femminile, culminata nella Biennale di Venezia Il latte dei sogni (2022), il cui titolo è tratto proprio da un’opera di Carrington.
La mostra comprende soprattutto dipinti, ma qualche altro oggetto c’è. Per esempio, Specchio magico (Guardiani, 1950), con due figure arcane sugli stipiti, richiama la possibilità di vedere un riflesso diverso della nostra realtà, e forse di andare oltre. Leonora Carrington sembra esserci stata mandata per invitare a questo, e condurci per mano a incontrare le sfingi che abbiamo dentro. Come solo una maga o una profetessa può fare.

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Assuntina https://www.carmillaonline.com/2025/12/31/assuntina/ Tue, 30 Dec 2025 23:01:18 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92034 di Luca Baiada

Com’è andata? Mi chiedi com’è andata? Tieniti forte. Non ci volevo credere nemmeno io. Allora, prima di tutto: me l’hanno fatta sentire che stava dietro una tenda, sul palco, al solito posto. Con la scusa che non si era rifatta il trucco e cazzate varie. E anche che non si potevano accendere i riflettori, perché poi il contatore gira, e insomma non abbiamo ancora un produttore con la grana, lo sai.

Ma che, potevo rinunciare a sentire le prove? Per come siamo messi da due mesi? No, tre mesi, quasi, accidenti! Barbara che si è tirata indietro perché voleva [...]]]> di Luca Baiada

Com’è andata? Mi chiedi com’è andata? Tieniti forte. Non ci volevo credere nemmeno io. Allora, prima di tutto: me l’hanno fatta sentire che stava dietro una tenda, sul palco, al solito posto. Con la scusa che non si era rifatta il trucco e cazzate varie. E anche che non si potevano accendere i riflettori, perché poi il contatore gira, e insomma non abbiamo ancora un produttore con la grana, lo sai.

Ma che, potevo rinunciare a sentire le prove? Per come siamo messi da due mesi? No, tre mesi, quasi, accidenti! Barbara che si è tirata indietro perché voleva soldi e non ci sono, Debora la ficona che è rimasta incinta, e altre non se ne trovano. E lo sai, che senza la vocalist non si va da nessuna parte. E bisogna iscriversi agli eventi, alle anteprime; e farlo per tempo. E bisogna provare bene, ma bene bene, e ci vuole una col repertorio, una con la voce che non se la mangia il sassofono, e che sta sul ritmo. E poi diciamocelo. Un produttore coi coglioni, lo vogliamo trovare o no? Deve finire così, per i Crazy Fuck Devils? Proprio adesso?

Dopo tre anni che ci smazziamo, e le prove, e suonare anche quando non si alza un euro, e quella volta che Danilo ha esagerato e abbiamo chiamato il medico che quasi coma, e poi nascondere tutto. Adesso ci arrendiamo? I Crazy Fuck Devils non devono andare nella merda. Vuoi tornare a pedalare con le pizze sulla schiena? E io, io devo tornare in carrozzeria da mio cugino, pagato a calci in culo? Beh, stai a sentire.

Penombra, tenda chiusa, mi metto in mezzo alla sala, voglio il sound pieno, corposo. Parte la base con la tastiera, poi chitarra e basso. Una cosa soul, una tirata di heavy, due pezzi progressive e altro: il meglio, per i Crazy Fuck Devils. Quando entra il sassofono credo di svenire, ma dopo è ancora meglio. La sezione ritmica stringe, poi smorza, fa spazio a lei, la invita, la chiama. E succede il finimondo. Una voce che è uno schianto, una cannonata. Aprono la tenda e la vedo, mi viene un accidente. Allora chiedo chi l’ha chiamata, e senti il bello.

Dice Danilo che era lì perché c’erano le prove di un coro del cazzo che non sapeva quale, che era entrata e si erano messi a ridere. Dico: «Danilo, che sei matto?» Dice: «No, guarda eccetera»; doveva cantare le sue robe là, poi lui e Nelson l’hanno guardata, l’hanno sfidata, per prenderla per il culo, no? Quella invece di scappare via, dice, prima guarda il pavimento, si stira in giù la gonna con le mani, si schiarisce la voce. Capito? Si stira in giù la gonna! Che Debora ficona portava la minigonna ascellare, e sul palco se la tirava su fino al naso.

Poi si guarda intorno, chiede se quelli del suo coro proprio non sono venuti, vuole essere sicura. Quando proprio è sicura che non ci sono, accetta. E Danilo fa: ma è uno scherzo, dai verginella fila via. E quella tutta rossa fa: almeno provare. Insomma, va al microfono, che è più grosso di lei. Ed è una botta pazzesca: una vocalist col dark nell’anima, anche di più. E poi, di suo, prova in rap e va giù duro: una trap della madonna, un flow che non perde un pelo.

E lo vuoi sapere, chi è, vero? Beh, pensa che la conosci già. Ti do un paio di tracce: catechismo, sempre alla messa, mai una bestemmia, sempre a struscio coi preti. Il sabato un gelato con la mamma, se si parla di sesso cambia discorso, fino a un anno fa portava il cerchietto nei capelli, coi cuoricini. Ne vuoi ancora? Quando vedeva i film in parrocchia li raccontava a tutti, come una paperella, e voleva far sapere che aveva pianto mangiando le patatine, e che la carta del pacchetto l’aveva portata a casa per ricordo. Ci sei arrivato? Beh, ma allora sei proprio tonto.

Ti aiuto ancora. Non l’hai mai vista coi tacchi, perché a casa dicono che non sta bene. Non ha un tatuaggio perché è roba da «sporcaccioni», dice proprio così. Vestiti che non si vede niente, gonne sempre sotto il ginocchio, braccialettini quelli delle sorprese nell’uovo di pasqua. Cammina tutta precisa, le spalle un po’ curve perché si vergogna del seno. Ancora al buio? Beh, sei proprio cieco. Ma che ti devo dire? Ero cieco pure io. Assuntina!

Ecco, lo sapevo che ridevi. Sì, lei, quella che non la volevano neanche per un picnic. Quella dei compiti fatti bene a scuola, dei voti buoni, quella che a danza classica da quando aveva sei anni, quella col barboncino che quando morì lo mise nell’aiuola e pianse una settimana. Quella che portava l’apparecchio ai denti e domenica pomeriggio diceva: «Fono ftata alla fanta meffa». Assuntina, detta «dammela dammela, ma solo la mano».

Ha una voce da schianto, sa tutto il repertorio, non perde una battuta, non la ferma neanche la polizia, neanche un blackout, se sale di un’ottava fa tremare i muri. Ha detto che viene coi Crazy Fuck Devils, perché basta che c’è da cantare. Ha detto che era venuta in sala per il coro della parrocchia, che ha tirato fuori la voce e adesso non se la rimette in gola neanche se paghiamo, neanche se lo dice il vescovo. E ha accettato. Canta con noi.

E lo vuoi sapere? Adesso devo chiudere la chiamata, ho un appuntamento. Con Assuntina. Vado a prenderla sotto casa. Beh, sotto casa per dire; dietro l’angolo, altrimenti non scende. Succo di frutta, passeggiata. No, dico passeggiata con la mia macchina, fino a un posticino. Ci siamo già stati. La riporto dai suoi in tempo per il cenone. Oggi pomeriggio lei non canta e io non suono. Ciao ciao. E buon anno nuovo!

 

 

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