Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sun, 11 Jan 2026 21:00:06 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Immaginario e costruzione sociale della realtà https://www.carmillaonline.com/2026/01/11/immaginario-e-costruzione-sociale-della-realta/ Sun, 11 Jan 2026 21:00:06 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91536 di Gioacchino Toni

Patrick Legros, Frédéric Monnyeron, Jean-Bruno Renard, Patrick Tacussel, Sociologia dell’immaginario, Traduzione e cura di Fabio La Rocca e Francesco Barbalace, Mimesis, Milano-Udine 2025, pp. 220, € 20,00

Valerio Evangelisti aveva da tempo compreso come l’immaginario sarebbe divenuto uno dei campi di battaglia per le forze antagoniste al sistema vigente. Nell’introdurre il volume Immaginari alterati (Mimesis 2017), steso da alcuni redattori di “Carmilla online”, lo scrittore bolognese aveva evidenziato come, in Occidente, un settore non irrilevante dell’economia guardi ormai esclusivamente alla produzione di informazione finalizzate a offrire esperienze di vita parallela colonizzando sogni e desideri degli individui e di come [...]]]> di Gioacchino Toni

Patrick Legros, Frédéric Monnyeron, Jean-Bruno Renard, Patrick Tacussel, Sociologia dell’immaginario, Traduzione e cura di Fabio La Rocca e Francesco Barbalace, Mimesis, Milano-Udine 2025, pp. 220, € 20,00

Valerio Evangelisti aveva da tempo compreso come l’immaginario sarebbe divenuto uno dei campi di battaglia per le forze antagoniste al sistema vigente. Nell’introdurre il volume Immaginari alterati (Mimesis 2017), steso da alcuni redattori di “Carmilla online”, lo scrittore bolognese aveva evidenziato come, in Occidente, un settore non irrilevante dell’economia guardi ormai esclusivamente alla produzione di informazione finalizzate a offrire esperienze di vita parallela colonizzando sogni e desideri degli individui e di come il fascino di cui ha saputo ammantarsi l’Occidente abbia concorso tanto alla caduta del blocco socialista, quanto al dare il via a immensi fenomeni migratori.

“L’immaginario è dunque tra i terreni salienti di battaglia, per chi voglia sottrarsi alla dittatura più insinuante, senza scrupoli e invasiva che la storia ricordi”, ha scritto Evangelisti, e in linea con il suo convincimento, gli autori di Immaginari alterati hanno esplicitamente parlato nel loro volume della necessità di “liberare l’immaginario dal ruolo falsamente sovrastrutturale che gli viene affidato nella società dello spettacolo per affermarne la dialettica appartenenza alla struttura stessa delle società umane e per far sì che tutta la sua potenza creativa e innovativa diventi strumento di radicale cambiamento dello stato di cose presenti”. Del resto, l’importanza assegnata dalla redazione di “Carmilla online” all’immaginario è testimoniata dal sottotitolo che continua a campeggiare a fianco della testata: “letteratura, immaginario e cultura d’opposizione”.

Scrive Fabio La Rocca nel suo Preambolo a Sociologia dell’immaginario (Mimesis 2025): «l’immaginario non si definisce, o meglio non ha un’unica designazione, perché esso si vive, si sente, lo proviamo e lo sperimentiamo in quanto esperienza. L’immaginario è parte integrante della realtà, come indicava André Breton: l’imaginaire, ce qui tend à devenir réel. Ovvero è quello che tende a diventare realtà, o nell’ottica moriniana, è più reale del reale» (p. 9).

Essendo che l’immaginario contribuisce a definire la realtà vissuta incidendo sul divenire della società, «la sociologia dell’immaginario rappresenta innanzitutto una visione del sociale e possiede una polisemia tematica e un tipo di trasversalità che si applica all’elaborazione della conoscenza del mondo e, nella riflessione sul sociale, si basa sulle rappresentazioni collettive, le credenze, il simbolico, i miti e l’immagine» (pp. 9-10). Riprendendo le riflessioni elaborate da Norbert Elias nel suo Il processo di civilizzazione del 1939, l’immaginario può essere considerato «come una sfera di influenza di questo processo in quanto determina riti e usanze socioculturali» (p. 10), ciò che istituisce la società come un mondo di significazioni, come sostiene Cornelius Castoriadis nel suo L’istituzione immaginaria della società del 1975.

Immaginario e reale si influenzano dunque vicendevolmente e se il sociologo intende comprendere e interpretare il mondo in cui si vive, scrive La Rocca, allora non può prescindere dal saper vedere, dunque indagare, «l’elemento dell’immaginario poiché in esso si rivelano le rappresentazioni sensibili che influenzano la sfera della vita quotidiana» (p. 11). In linea con quanto proposto da Charles Margrave Taylor nel suo Modern Social Imaginaries del 2004, l’immaginario è dunque da intendersi «come un processo di comprensione di una società e, allo stesso tempo, come un repertorio di pratiche e attività simboliche che danno significato alla società» (p. 11).

Se a lungo l’immaginario è stato pensato come un qualcosa staccato dalla realtà, appartenente alla sfera del sogno, scrive la Rocca, è giunto il momento di vedere in esso un qualcosa che «invita a pensare alla realtà e a come agire» (p. 11), come a un qualcosa che, come suggerisce Gilbert Durand, «coincide con una dimensione costitutiva dell’umanità» (p. 11). Apprendere il mondo, conclude La Rocca nel suo Preambolo al volume, è la «finalità dell’immaginario», è attraverso esso che «diamo senso alle nostre azioni» (p. 13).

La sociologia dell’immaginario, viene messo in chiaro nell’Introduzione generale al volume, nel suo interessarsi alla dimensione immaginaria delle attività umane, si propone come un punto di vista sul sociale che non si accontenta di un’analisi di superficie, pratica a cui si è ridotta tanta sociologia contemporanea fatta di sondaggi e visioni impressionistiche, ambendo piuttosto a «una sociologia del profondo, che cerca di raggiungere le motivazioni più intime e le correnti dinamiche che sottendono e guidano le società umane» (p. 15). Sociologia dell’immaginario si propone si legittimare tale tipo di sociologia dandole «un supporto storico, definitorio e metodologico», delineando le sue principali caratteristiche contemporanee traducibili in funzioni sociali:

il bisogno di fantasticheria; una funzione di regolazione umana di fronte all’incomprensibile (la morte, ad esempio): operando attraverso il mito, il rito, il sogno o la scienza; una funzione di creatività sociale e individuale: rappresentando i principali meccanismi della creazione e offrendo un’apertura epistemologica (relativizzando la percezione della realtà); una funzione di comunione sociale: promovendo, in particolare attraverso il mimetismo, idealtipi, sistemi di rappresentazione e memoria collettiva (p. 17).

Nella Conclusione generale al volume viene messo in luce come l’interesse per l’immaginario sia esploso soltanto negli ultimi decenni, soprattutto a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso; se l’aggettivo “immaginario” è presente in lingua francese fin dal XVI secolo, il sostantivo risulta di uso più recente. Per quanto il termine immaginario abbia fatto capolino negli studi umanistici, restano comunque scarsi i lavori teorici e metodologici a esso dedicati ed è tale lacuna che il volume intende contribuire a colmare nella convinzione che l’immaginario rappresenti un ambito essenziale nella comprensione della vita sociale.

In Sociologia dell’immaginario, Legros, Monnyeron, Renard e Tacussel, guardano trasversalmente all’immaginario, adottando un approccio multidisciplinare che permette loro di cogliere la complessità delle dinamiche sociali contemporanee.

La prima parte del volume – L’immaginario nella tradizione sociologica – si struttura in due capitoli dedicati rispettivamente a come è stato diversamente utilizzato il concetto di immaginario dai fondatori della sociologia e alla presentazione dei principali autori che hanno posto le basi per una sociologia dell’immaginario.

La seconda parte del testo – Epistemologia e metodologia dell’immaginario –, scansionata anch’essa in due capitoli dedicati alle interpretazioni dell’immaginario e ai metodi, si concentra sulle nozioni di rappresentazione, ideologia, immaginazione e simbolico.

La terza ed ultima parte del volume – I campi di ricerca – presenta tre capitoli: Immaginario e vita quotidiana, ove, a partire da Don Giovanni, si indagano le figure della seduzione moderna, i rumors e leggende contemporanee; Immaginario e concezioni del mondo, in cui si analizzano i miti nella storia e la politica, il rapporto tra religione e immaginario, l’immaginario religioso e quello sociale, l’immaginario della religione popolare, le credenze parareligiose, le religioni secolari, il rapporto tra scienza e immaginario e l’immaginario prima, durante e dopo la scienza; Finzione e immaginario, capitolo in cui vengono passati in rassegna il sogno e la fantasticheria, la letteratura e l’immaginario sociale, gli esseri fantastici e l’angoscia della finitudine, l’interpretazione sociologica e i giganti.

Se, come scrive Francesco Barbalace nella Postfazione al volume, l’immaginario viene inteso come «parte integrante del processo di costruzione sociale della realtà» e come «potente dispositivo euristico e analitico capace di fornire importanti dati sulle percezioni, le credenze, le pratiche quotidiane, le angosce, le paure e le aspirazioni per il futuro di una data cultura» (p. 211), allora la sociologia dell’immaginario deve essere vista «come una prospettiva che permette di analizzare la realtà sociale attraverso la lente delle rappresentazioni simboliche, degli archetipi e delle narrazioni collettive» (p. 212). Nel suo riconoscere «il valore della dimensione simbolica e della narrazione nella costruzione del mondo sociale», scrive Barbalace, la sociologia dell’immaginario «si pone come un ponte tra le scienze sociali e le discipline umanistiche, tra l’analisi razionale e la comprensione intuitiva ed esperienziale del mondo» (p. 212).

Barbalace invita rintracciare nella sociologia dell’immaginario strumenti critici utili a decostruire le narrazioni dominanti e immaginare nuovi orizzonti in svariati ambiti riguardanti le urgenze contemporanee; dalle problematiche ecologiche a quelle legate la post-verità e al crescente intrecciarsi di politica e tecnologia. Di fronte al ruolo che stanno assumendo gli algoritmi, l’intelligenza artificiale e le piattaforme online nella proliferazione di immaginari digitali, la sociologia dell’immaginario può rivelarsi utile a svelare le dinamiche di potere che si celano dietro le tecnologie. «L’immaginario non è solo uno specchio del presente, ma un laboratorio del futuro, un campo di tensione in cui si decidono le forme del possibile. Ripensare l’immaginario significa ripensare il mondo, aprendo nuove strade per l’azione e la conoscenza» (p. 215).

 

 

]]>
Nella stretta morsa del ragno (Piccole stregherie 3) https://www.carmillaonline.com/2026/01/10/nella-stretta-morsa-del-ragno-piccole-stregherie-3/ Sat, 10 Jan 2026 21:00:51 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91972 di Franco Pezzini

Manuela Maddamma, L’affascino, pp. 164, € 15, Fandango, Roma 2025.

“Non sono vane le parole della poetessa, quando conia la definizione di Tigre Assenza. Cos’è infatti, l’assenza della persona cara, se non un essere immondo, dal passo leggero e la stretta definitiva?”. Manuela Maddamma è una narratrice elegante, colta, inquieta. E questo suo secondo romanzo (in genere si occupa di letteratura francese) conferma le doti apprezzate dai suoi lettori. Un romanzo fantastico, da folk horror – a voler usare una categoria consacrata nel mondo anglosassone –, sicuramente originale: una novella o romanzo breve madido di molte letture [...]]]> di Franco Pezzini


Manuela Maddamma, L’affascino, pp. 164, € 15, Fandango, Roma 2025.

“Non sono vane le parole della poetessa, quando conia la definizione di Tigre Assenza. Cos’è infatti, l’assenza della persona cara, se non un essere immondo, dal passo leggero e la stretta definitiva?”.
Manuela Maddamma è una narratrice elegante, colta, inquieta. E questo suo secondo romanzo (in genere si occupa di letteratura francese) conferma le doti apprezzate dai suoi lettori.
Un romanzo fantastico, da folk horror – a voler usare una categoria consacrata nel mondo anglosassone –, sicuramente originale: una novella o romanzo breve madido di molte letture e sul piano stilistico molto elegante, letterario. Idealmente richiama Ernesto de Martino (citato fin nell’aletta), soprattutto nella prima parte, anche se è inevitabile pensare al controcanto di certo cinema – Il  demonio di Brunello Rondi (1963), per richiamare solo un titolo noto.
La storia, che qui si riassume a cenni leggeri per evitare quell’effetto spoiler non così grave in caso di buona scrittura, ma sicuramente fastidioso per un lettore, risulta nei fatti un dittico.
1972: Emilio Della Torre, giovane antropologo romano, scende nell’Altrove salentino per studiare il tarantismo. Non incontrerà soltanto il fenomeno cercato, ma l’amore con Mira (quindici anni in più): si accoppieranno nei campi – come avveniva in età arcaiche – mimando le movenze del ragno, in un’unione insieme appassionata e non scevra di brividi. Nel mondo del Salento, la taranta rimanda a competenze tradizionalmente note, la comunità dispone di rituali specifici e in fondo, per quanto misterioso, si tratta di un fenomeno relativamente (con alcune cautele) “controllabile”. Ma Emilio non è del posto: è persona colta, di un mondo moderno totalmente altro, e quella catabasi sarà in qualche modo fatale. Per gente come lui, erudita e scevra da superstizioni, gli antichi rituali non sono a disposizione, e ne patiranno dunque tutta la forza d’urto. Perché l’accoppiamento del paredro con la Grande Dea Aracne è anche un sacrificio, la morte rituale del Re Sacro. La perdita accidentale della bambina in grembo a Mira muoverà dunque qualcosa sui piani sottili. Ma come la Tessaglia delle Madri streghesche apuleiane, il Salento di Maddamma non riuscirà a insegnar nulla al protagonista.
Seconda parte, fine anni Ottanta (1988 con chiusura 1989). Un Emilio snervato, quasi prigioniero e vampirizzato (il pensiero corre al Ragno di Ewers, cfr. qui e qui), vive o sopravvive a Roma in un’enorme, claustrofobica e folle casa ereditata: e vi accoglie Irma, seconda figlia di Mira con cui si sono lasciati, e che viene a studiare all’Accademia di Danza. Qui, senza bisogno di citazioni ma in simile contesto streghesco, si è portati a pensare al suspirante Argento; e sì, c’è un anagramma tra i nomi di madre e figlia. Il fatto è che la giovane ospite inizia a vedere e subire quel che Emilio sospetta/teme/sopporta, una presenza raggelante di bambina spettrale che infesta la casa (chi sarà?): e via via dalla ghost story si passa a qualcosa di ancora più raccapricciante, legato alla ragnatela demoniaca di una donna-ragno del passato e della sua furia, del suo odio satanico. A condurre almeno idealmente a un altro aracnide, quel Ragno nero di Jeremias Gotthelf (Die schwarze Spinne, 1842) che turba Canetti e resta uno degli emblemi più indimenticabili del Male nella letteratura europea. Però questi richiami non sono necessari alla lettura, e pencolano soltanto come da fili di ragnatela sul lettore: per il suo testo sostanzialmente limpido l’autrice non vuole troppe sovrastrutture citazionistiche. Solo qualche citazione c’è, opportuna: il saggio di Irma è sulla danza delle Villi (da Giselle di Adolphe-Charles Adam, su libretto di Jules-Henri Vernoy de Saint-Georges e Théophile Gautier, 1841), creature fatate, vendicative e spettrali del mondo slavo, ragazze tradite e abbandonate morte prima del matrimonio oppure giovanissime madri distrutte dall’ingiusta morte dei loro piccoli. Creature della furia, che impongono una danza fatale: e a far fronte all’odio di amori frustrati non può sovvenire – parrebbe – che un esorcismo gestito dai Padri.

]]>
Stessa musica: da Coj a Naoko https://www.carmillaonline.com/2026/01/09/stessa-musica-da-coj-a-naoko/ Fri, 09 Jan 2026 21:00:48 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92046 di Giorgio Bona

Come riporta Gian Piero Piretto nel suo libro Quando c’era l’Urss. 70 anni di storia culturale sovietica (Raffaello Cortina, 2018):

Il ciclo di barzellette Armjanskoe Radio (Radio Armenia) approdato all’estero come Radio Erevan, fu popolare in Unione Sovietica dagli anni sessanta fino agli anni ottanta. (Si ritiene che a dare il via alla serie sia stata una battuta pronunciata da un annunciatore di Radio Erevan: “nel mondo capitalista vige lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, nel mondo socialista il contrario”.) Era costituito di battute brevissime composte da una domanda (ipoteticamente posta da un ascoltatore) a cui dai microfoni della radio [...]]]> di Giorgio Bona

Come riporta Gian Piero Piretto nel suo libro Quando c’era l’Urss. 70 anni di storia culturale sovietica (Raffaello Cortina, 2018):

Il ciclo di barzellette Armjanskoe Radio (Radio Armenia) approdato all’estero come Radio Erevan, fu popolare in Unione Sovietica dagli anni sessanta fino agli anni ottanta.
(Si ritiene che a dare il via alla serie sia stata una battuta pronunciata da un annunciatore di Radio Erevan: “nel mondo capitalista vige lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, nel mondo socialista il contrario”.)
Era costituito di battute brevissime composte da una domanda (ipoteticamente posta da un ascoltatore) a cui dai microfoni della radio rispondevano con una freddura tra il paradossale e l’assurdo che metteva alla berlina la realtà quotidiana sovietica.

Ma mentre la satira poteva essere contenuta, a volte anche tollerata dal potere, l’onda dirompente della musica diventava inarrestabile e incontrollabile. Lo era stato con Vladimir Vysockij e Bulat Okudžava negli anni del socialismo reale, e quando si pensò che la glasnost potesse evitare i veti della censura e le voci si alzassero all’unisono del cambiamento, anche la politica gorbaceviana non risparmiò nulla. Il rock incontrava fortuna e seguito nelle grandi città dell’ex Unione Sovietica ma, anche con la nuova svolta, quella musica era considerata una minaccia e un cattivo esempio per le nuove generazioni.
Il rock apparve in Russia negli anni Sessanta. I primi gruppi beat si formarono in quel periodo e non erano certo visti di buon occhio. La prima canzone in lingua russa risale al 1965 per opera del gruppo Sokol e la canzone si chiamava Il sole sopra di noi che divenne in breve tempo un inno di un movimento hippie in crescita. In seguito nacquero gruppi come i Chaif il cui nome è una sorta di fusione tra le parole russe “kaif” (sballo) e “Chaj” (te).
Questa prima fase si conclude idealmente all’inizio degli anni Settanta, quando furono organizzati anche diversi festival dove i gruppi nati in quegli anni poterono far conoscere la loro opera a platee di appassionati. Si apriva così una seconda fase in cui la musica assumeva una funzione sociale ben definita battendo la strada della protesta e di adesione a modelli di vita critici delle imposizioni del regime: ma se la satira poteva, in certa misura, risultare accettabile, diverso discorso valeva per la musica, su cui la censura interveniva esercitando una dura repressione. Di conseguenza gruppi musicali come i Kino, Akvarium, Mašina Vremenj, e autori come Viktor Coj subirono una pesante repressione dai governi di Andropov e Černenko e ancora durante il periodo gorbaceviano, quando la censura restava comunque durissima.
Nei fatti, i testi del rock russo erano molto più concentrati su questioni politico-sociali rispetto a quelli britannici e americani. La musica di tali gruppi rappresentava uno strumento per esprimere dissenso contro il governo e la monotonia della vita sovietica.
Di recente, l’invasione russa ai danni dell’Ucraina ha fatto esplodere in occidente una vera e propria russofobia, con forme di repressione verso arte, musica e poesia, soggette a censure pesantissime. Ma se torniamo negli anni Ottanta dell’invasione in Afghanistan, che non aveva nulla a che vedere con la guerra russo-ucraina, le similitudini non mancano: la situazione di uno stato socialista che invadeva un altro stato socialista generò nella stessa Russia accese discussioni.
In Urss nel 1979 quell’invasione vide emergere ostilità al conflitto e nove anni più tardi uno dei gruppi rock più celebri nel paese, i Kino con il frontman Viktor Coj, si presentarono con una canzone che diede nome al disco Gruppa Krovi (Gruppo sanguigno). La canzone costituì un manifesto politico contro la guerra che negli anni vedrà un altissimo tributo di caduti da entrambe le parti. In quel contesto, la morte di Viktor Coj rappresentò uno dei misteri più oscuri della storia del paese.
Ed eccoci trentacinque anni dopo con l’arresto di Diana Loginova in arte Naoko. Naoko ha soltanto diciotto anni e si stava esibendo con il suo gruppo pop Stoptime davanti ad una affollatissima stazione della metropolitana con un brano della cantautrice Monetočka, nota per le sue posizioni contro la guerra in Ucraina. Una multa di 30.000 rubli (circa 325 euro) per discredito dell’esercito russo e tredici giorni di carcere sono stati inflitti alla giovane rapper, mentre il batterista e il chitarrista, interrogati, venivano subito rilasciati dopo l’arresto. La decisione di arrestare i musicisti è peraltro conseguenza di una denuncia di un collega, il rapper pietroburghese Mikhail Nikolaev che ha provveduto a segnalare in tempo reale alle autorità quanto stesse avvenendo, e a chiederne l’intervento. Nikolaev aveva più volte espresso sui suoi canali social ostilità e antipatia verso la diciottenne Naoko.
Diana Loginova è una studentessa dell’istituto musicale “Rimskij Korsakov” di San Pietroburgo e con i suoi compagni è solita cantare per le vie della metropoli della Russia settentrionale brani di autori proibiti all’ascolto e alla pubblica esecuzione.
Merita ricordare che proprio San Pietroburgo, o meglio Pietroburgo come la chiamano i russi, è stata la capitale della musica negli anni successivi alla riforma che ha superato il socialismo reale e ha conosciuto le conseguenti censure. L’onda liberticida non ha risparmiato l’arte. Del resto, andare controcorrente, come accade anche nelle “perfette” democrazie occidentali, disturba il manovratore.

]]>
Zac zac zac: i granchi rossi bucano la rete nera https://www.carmillaonline.com/2026/01/09/zac-zac-zac-i-granchi-rossi-bucano-la-rete-nera/ Thu, 08 Jan 2026 23:01:10 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92201 di Luca Baiada

Zerocalcare, Nel nido dei serpenti, Bao Publishing, Milano 2025, pp. 200, euro 22.

A seguire Zerocalcare in questo groviglio di cose, in questo andirivieni di tempi e luoghi, si perde la testa e quasi si finisce per parlare come lui. Ti prende, non si fa mollare, peggio di un venditore di aspirapolvere. Lo segui e ti incanta, ti fa arrabbiare e ti sembra di discuterci a tu per tu, poi è lui che ti pianta lì e ti rendi conto che la strada, o si fa tutti insieme, o non vale niente.

Ma come si fa, a dire [...]]]> di Luca Baiada

Zerocalcare, Nel nido dei serpenti, Bao Publishing, Milano 2025, pp. 200, euro 22.

A seguire Zerocalcare in questo groviglio di cose, in questo andirivieni di tempi e luoghi, si perde la testa e quasi si finisce per parlare come lui. Ti prende, non si fa mollare, peggio di un venditore di aspirapolvere. Lo segui e ti incanta, ti fa arrabbiare e ti sembra di discuterci a tu per tu, poi è lui che ti pianta lì e ti rendi conto che la strada, o si fa tutti insieme, o non vale niente.

Ma come si fa, a dire i fumetti? Specialmente quelli di uno che scappa da tutte le parti, che ti sbatte in faccia le sue debolezze e i tic nervosi. Cammina per le città d’Europa e te lo ritrovi sdoppiato, lui e un cane, una gallina, un robot giocattolo, in conversazioni e introspezioni vorticose. Poi si intrufola e fa domande: lo rivedi in cucina, per strada, nei guai. Non si capisce come ne esca senza le ossa rotte, o semplicemente senza farsi mandare a quel paese, da impiccione incallito.

Stavolta Zerotrottola gira intorno al fascismo internazionale. La prende larga, poi stringe, taglia le pareti del labirinto e te lo fa vedere sezionato e putrido come le fette di una melanzana marcia. Per qualche sua bussola misteriosa, conosce la direzione come un cane randagio – si intenerisce proprio quando accarezza il cane di Maja T. – ma la strada giusta te la rivela un po’ alla volta. Il dritto la sa lunga, quando racconta, e così resti nell’incastro con la voglia di saperne sempre di più.

Dov’è, davvero, il nido dei serpenti? C’è l’Ungheria di Orban, certo, ma non è tutto lì. La narrazione va avanti e indietro attraverso gli anni e le frontiere, ed è percorsa da presenze fasciste e naziste strutturate, con complicità negli apparati statali armati. I nazisti hanno anche un alleato sparso e senza volto: è fatto di un vago consenso, di silenzi, di perbenismi.

Risaltano cose, in questo collage di storie1. Ilaria Salis, con la detenzione e il processo delle catene. Maja T., un’altra persona inghiottita da un carcere ungherese. Altri antifascisti, anche italiani, arrestati in vari paesi su richiesta di Budapest, col rischio di essere consegnati. Soprattutto risalta un appuntamento nero internazionale, il «giorno dell’onore», che raduna la schiuma del suprematismo. Un evento che spazza via la vergogna, rinsalda legami, conforta i dubbiosi, conquista proseliti. E terrorizza chi non è dei loro, facendo sferragliare gente palestrata.

Vengono fuori vicende poco note, con scenari inquietanti, specialmente in Germania. Il caso della Hammerbande: un’iniziativa giudiziaria di ingegneria penale, un teorema accusatorio estensibile, diretto a costruire la colpevolezza di antifascisti perché di fronte alla violenza della destra hanno deciso di non stare fermi. E allora sono perquisizioni notturne in cerca di antifa, frugando nelle case e spaventando i familiari: apparati speciali di polizia mobilitati con tecniche militari repressive. E poi lo stillicidio di uccisioni mirate di immigrati, piccoli imprenditori ben integrati nella società tedesca (la scia di sangue dei «delitti del kebab», Döner-Morde). Persino la misteriosa uccisione di una giovane poliziotta, Michèle Kiesewetter: lei indagava sui nazisti, un suo superiore e un collega erano vicini al Ku Klux Klan.

A volte la parte interessante della storia è nell’ordine del discorso, quasi più che nei contenuti. A seconda di come si raccontano le cose il senso cambia, e i migliori studi su questo, in Italia, sono in tema di azioni partigiane e stragi nazifasciste durante la Resistenza. Andando su e giù nel tempo, ma anche nella sua coscienza, Zerolindo spiega che si arriva alla violenza antifascista perché prima c’è stata – ricorrente e strutturata su base territoriale – quella di destra. Dai e dai con le azioni delle squadracce, a un certo punto la gente non ne può più, prende la varichina e fa un repulisti. La volante antifascista è un fatto, non chiede permesso: «La paura ha cambiato campo».

Coi fumetti, storia e giustizia si possono spiegare bene. Lo ammetto: per me, che scrivo da anni sull’uso sedativo della memoria, diventata un feticcio e un surrogato, è una soddisfazione leggere nelle nuvolette, dalla mano di un fumettista, osservazioni sul «mai più», il nie wieder, e sul suo sapore ingannevole2. E ora che ci penso, questo uso distorto della memoria – è proprio un caso? – è andato di pari passo in Italia e in Germania. Detto alla giurista: la giuridicizzazione della memoria ufficializzata e burocratizzata delegittima l’effettività della tutela giurisdizionale dei diritti. Detto alla Zerozecca: la memoria coi blablabla non è solo pallosa destocazzo, è una presa per il culo galattica.

Ancora sul diritto. Ci sono diverse cose, ma ci vuole un’aggiunta. Maja T. ha la cittadinanza tedesca, e lì la Costituzione vieta l’estradizione di chi ha la cittadinanza. Un divieto strabiliante, posto quando fu scritta la Carta costituzionale della Germania occidentale, dopo la Seconda guerra mondiale. E una regola che è stata modificata, in questo secolo, ma solo in parte. Per alcuni imputati, l’estradizione è sempre stata impossibile. È gravissima, la mancata consegna dei criminali nazisti processati in Italia dalla fine degli anni Novanta al 2015, che alla fine sono morti di vecchiaia a casa loro. Per Maja T., invece: arresto in Germania, ricorso del suo avvocato alla Corte costituzionale, poi consegna veloce all’Ungheria, senza aspettare l’esito del ricorso (la Corte costituzionale dopo ha vietato l’estradizione, ma ormai). Per stragi come Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, Civitella, Fucecchio, guanti di velluto. Per il ferimento di un nazista a Budapest, pugno di ferro.

Sempre sul diritto. Su mandato ungherese, si fanno iniziative legali contro gli antifascisti in altri paesi. È comodo per tutte le fascisterie europee, avere un Eldorado nero, un cecchino in terra franca che può sparare uncini stando al riparo, poi tirare la fune e portarsi la preda nella tana, per divorarla con comodo. Malgrado il sovranismo, i mandati ungheresi colpiscono dove vogliono; malgrado l’antieuropeismo, le autorità ungheresi usano strumenti europei. E qui, allora, dobbiamo dire con convinzione, tutti e tutte, un grosso NO, un enorme NOOO.

Dobbiamo dire NO, cioè, andando a votare al referendum sulla modifica della Costituzione. La riforma approvata nel 2025, la cosiddetta «separazione delle carriere» (un’etichetta falsa), manomette la giustizia in Italia. Ci raccontano un cazzeggio alla moda: il pubblico ministero bisogna metterlo sullo stesso piano del difensore dell’imputato, e con la riforma sarà l’avvocato della polizia. Ma davvero? Sì, ma allora, come la polizia, dipenderà dal governo. Cioè, quando serve, pubblico ministero e polizia faranno quello che vogliono il governo e i suoi alleati. Magari l’Ungheria. Da vedere, nel volume, Maja T. col «non lo possono fare». Il pubblico ministero, in Italia, deve diventare l’avvocato di Orban? o di altri come lui? Un altro uncino al servizio dei cecchini, un’altra lingua biforcuta che piace al nido dei serpenti? Abbiamo già le nostre magagne, grazie, NO NO NO.

Anzi, senza aspettare di dire NO quando sarà, si può fare una cosa subito, e si deve fare entro il 30 gennaio: sulla stessa riforma, firmare la nuova richiesta di referendum, che serve ad aggiungere informazione, discussione, partecipazione. Con questa richiesta si rimedia al fatto che la modifica della Costituzione, l’anno scorso, il governo l’ha presentata alle Camere e l’ha fatta uscire approvata uguale. Se in Parlamento va così, bisogna discutere fuori. Si firma QUI, gratis.

Ancora su Maja T. Pensiamoci. Una pagina nera nella storia dei diritti umani e della legalità penale in Europa. Un caso che contraddice il mito della Germania che ha fatto i conti col passato. Anche una crisi della cittadinanza. Una vicenda che svela un’invisibile linea del colore: se sei antifascista sei un nero, uno straniero, un intruso.

Se sapessi disegnare aggiungerei alle pagine su Maja T. un Primo Levi incazzato: direbbe che la Bewältigung der Vergangenheit «è uno stereotipo, un eufemismo della Germania d’oggi»3. Ci metterei anche Adriano Prosperi, lo storico, che dalla Scuola Normale di Pisa gli dà ragione4Vergangenheit vuol dire passato, Bewältigung è parola ambigua, con un senso di elaborazione ma anche di manipolazione, di forzatura (Gewalt è la violenza, Vergewaltigung è lo stupro). Levi traduce Bewältigung der Vergangenheit come «distorsione del passato» o «violenza fatta al passato». Detto così sembra un gioco filologico da topi di biblioteca. In fumetto sarebbe tutta un’altra cosa.

Zerocalcare non vende ricette e si schermisce: non insegna, non pretende. Ma qualcosa ci trasmette. A difesa degli antifascisti perseguitati non serve il botto mediatico, quello che illumina il cielo e si spegne. Serve un impegno che protegga il fuoco, anche piccolo, una fiaccola che duri nel tempo. Tenerla accesa e passarcela, la fiaccola, tocca a noi.

 

 


  1. Zerocalcare, Nel nido dei serpenti, Bao Publishing, Milano 2025, contiene anche le storie In fondo al pozzo, Questa notte non sarà breve e Una giornata a Budapest, che sono state pubblicate da Momo edizioni in Questa notte non sarà breve nel 2024.  

  2. Mi permetto di rinviare, per esempio, ai miei: L’atlante delle stragi, «l’Unità», 11 febbraio 2014, p. 20; La carne e la memoria, «Il Ponte», LXXI n. 1 (gennaio 2015), pp. 69-73; Memoria di un anno di memoria, «Il Ponte», LXXV n. 2 (marzo-aprile 2019), pp. 129-133.  

  3. Primo Levi, Il sistema periodico, Einaudi, Torino 2014, p. 210.  

  4. Adriano Prosperi, Un tempo senza storia. La distruzione del passato, Einaudi, Torino 2021, p. 45.  

]]>
Elogio dell’eccesso / 11 – Dal letame nascono i fiori: storia del CBGB https://www.carmillaonline.com/2026/01/07/elogio-delleccesso-11-e-dalla-merda-che-nascono-i-fiori-storia-del-cbgb/ Wed, 07 Jan 2026 21:00:08 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91941 di Sandro Moiso

Roman Kozak, Questa non è una discoteca. La storia del CBGB, edizione italiana a cura di Luca Frazzi, edizioni Interno 4, Rimini 2025, pp. 316, 24 euro

Il CBGB nei suoi primi tempi non era percepito come un posto di tendenza dove stare, la gente andava a vedere i concerti. Il Max’s Kansas City era il luogo di ritrovo. Il retro del Max’s era un luogo in cui potevi vedere David Bowie o Lou Reed. Il CB’s era molto più proletario. Era un posto da concerti. E tutto ciò aveva a che fare con la sua atmosfera [...]]]> di Sandro Moiso

Roman Kozak, Questa non è una discoteca. La storia del CBGB, edizione italiana a cura di Luca Frazzi, edizioni Interno 4, Rimini 2025, pp. 316, 24 euro

Il CBGB nei suoi primi tempi non era percepito come un posto di tendenza dove stare, la gente andava a vedere i concerti. Il Max’s Kansas City era il luogo di ritrovo. Il retro del Max’s era un luogo in cui potevi vedere David Bowie o Lou Reed. Il CB’s era molto più proletario. Era un posto da concerti. E tutto ciò aveva a che fare con la sua atmosfera e tutto il resto (Ira Robbins – «Trouser Press»)

Vi sono al mondo fin troppi luoghi considerati “mitici”. Da quelli rappresentati dai siti archeologici ai paesaggi naturali, ormai, finti wild a quelli dello spettacolo come Hollywood e il Sunset Boulevard oppure La Scala milanese. Anche la musica rock non è mai sfuggita, per sua intrinseca natura, alle leggi dello spettacolo. Sia che si tratti di locali divenuti famosi per la nascita della musica psichedelica come il Matrix o il Fillmore West di San Francisco oppure per gli schiaffi inferti dai Charlatans di Mike Wilhelm a Bill Graham, proprietario del secondo. Precludendosi così il successo che sarebbe invece poi spettato a Grateful Dead e Jefferson Airplane.

Locali che a partire dalla fine degli anni Settanta avrebbero perso splendore e assistito al trionfo del “far tendenza” tra lustrini, sorrisi ebeti e gli esordi della musica disco in nuovi locali più consoni alla danza modernizzata e regolamentata dal business e dalla cocaina come lo Studio 84 di New York, reso celebre da La febbre del sabato sera e dalle giravolte di John Travolta.

Eppure, è esistito uno solo locale sul quale, per lungo tempo, le luci della ribalta delle riviste patinate non si sono accese. Un locale per il quale la fin troppo utilizzata definizione di underground calza a pennello. Anche perché, per esplorarlo e comprenderlo, occorre entrarvi, ancora a distanza di decenni, non dall’ingresso principale, che già di per sé costituiva un programma, ma dai suoi bagni sotterranei, autentiche Love Toilet.

Tra le tante fotografie di Ebet Roberts, che il bel volume appena pubblicato da Interno 4 consegna allo sguardo dei lettori, ne manca una, che qui si è pensato bene di fornire, anche se tardiva essendo datata 2005 ovvero un anno prima delle definitiva chiusura del CBGB1: quella dei cessi del locale, che chi scrive ebbe la “fortuna” di visitare nella tarda estate del 1977.

Come ha scritto l’autore, la Bowery, dove il locale aveva aperto le porte, «fu uno dei pochi posti nel mondo occidentale in cui l’afflusso di punk e hard rocker migliorò effettivamente un quartiere»2. Ma come ha narrato Hilly Kristal, colui che aveva deciso di aprire il locale al 315 della Bowery, allo stesso Kozak:

Quando lo aprii per la prima volta come Hilly’s sulla Bowery, lo gestii per un po’ come un bar fatiscente, e i barboni si mettevano in fila alle otto del mattino quando aprivo le porte. Poi entravano e cadevano faccia in terra ancora prima di aver bevuto il loro primo drink. C’erano falchi e colombe, borseggiatori e veri alcolizzati di vecchia data, anche se alcuni erano giovani. Penso che molte di queste persone soffrissero di depressione e di crolli nervosi e avessero bisogno di fuggire. Qui erano al sicuro; nessuno sapeva dove fossero. Ma poi iniziarono ad arrivare questi tizi che li derubavano continuamente. Ricordo che stavo lavorando al bar e sentii un suono di soffocamento provenire dal bagno degli uomini. Dovetti togliere due tipi da un pover’uomo. Lo avevano messo all’indietro sul water e lo stavano spogliando, prendendogli tutti i soldi. Ne presi uno per il colletto e l’altro per l’altro e li trascinai via3.

Nel 1977 i bagni erano stati messi in sicurezza, per così dire: le proposte esplicite, le effusioni, gli scambi di umori corporali e sostanze erano all’ordine del giorno, anzi della notte, ma nessuno era più brutalmente aggredito, anche se non era interessato a quel genere di intrattenimenti, collettivi o individuali.

Scendere le scale o risalirle per tornare alle luci fioche del locale o a quelle del palco su cui si esibivano i gruppi, era come sprofondare oppure tornare a galla da quelle che, in fondo, sono sempre state le radici dell’underground: sesso, rabbia, desolazione e voli pindarici senza alcun tipo di ali. Trasformati in UFO autentici, Unidentified Flying Object estranei, almeno per un lungo periodo, alle mode e ai richiami dello spettacolo della merce “culturale” e politica ufficializzato.

In fin dei conti come ci narra Kozak, nel libro uscito originariamente nel 1988 quando il CBGB era ancora ufficialmente attivo, le cose, per essere autentiche, accadono, spesso senza alcuna premeditazione. Esattamente come per il locale in questione che, quando Hilly lo trasformò in locale da concerti, avrebbe dovuto dovuto veder esibirsi sul suo palco musicisti Country, BlueGrass e Blues come riassumeva l’acronimo (CBGB) che l’avrebbe caratterizzato fin alla sua chiusura e che lo avrebbe consegnato alla storia della cultura “popolare”.

Acronimo accompagnato subito sotto da un altro, OMFUG, che però, pur richiamandosi a quello che indicava stupore (Oh, My Fucking God!), indicava le altre musiche che avrebbero potuto trovare posto tra la sue mura: Other Music For Uplifting Gourmandizers (Altre musiche per stimolare i buongustai).

Come ha affermato lo stesso Kristal: «Aprii il CBGB perché pensavo che la musica country sarebbe diventata la cosa più importante. E lo divenne anche se non qui». In realtà, come già visto, il locale era stato aperto da Hilly nel 1969 e fino al 1972 funzionò come caotico ritrovo per vagabondi e alcolisti tutt’altro che anonimi, che Kristal chiuse tra le lamentele dei vicini del bar. Dopo la chiusura di quello e nello stesso sito della Bowery si concentrò su quello che nel 1973 sarebbe diventato il CBGB. Così, come afferma Luca Frazzi nella sua sintetica e bellissima introduzione:

Kozak raccontava il CBGB con un linguaggio antico. Nei tempi, nei termini, nelle immagini evocate che sono quelle di un mondo lontanissimo, più di quanto dica il calendario. La formula del racconto orale, in tutta la sua imperfezione (ed efficacia), era l’unica possibile. […] Kozak non aveva scelta. O meglio: ne aveva una sola, quella giusta.
Questa non è una discoteca è una Polaroid scattata sulla Bowery cinquant’anni fa, dai colori più crudi del b/n. E’ una foto sbagliata. Mossa, sfocata, ingiallita sui bordi. Puzza di birra e piscio come i cessi del CBGB […] Quel mondo non esiste più. Stop. Finito4.

Ma, forse il vero dramma è che tale memoria si stata istituzionalizzata, come sempre purtroppo accade per gli aspetti più radicali dei movimenti che un tempo, anche se per poco, hanno spaventato l’immaginario borghese (che poi ci ripensa e, visto l’affare, li recupera nei modi più adeguati per il proprio modus vivendi commerciale e mediatico). E non soltanto attraverso tutto il merchandising di magliette indossate da aspiranti modelle o cazzari che si pensano musicisti punk; no, nel 2013, l’edificio un tempo del CBGB, 315 Bowery, è stato inserito nel Registro nazionale dei luoghi storici, facente parte del Bowery Historic District. Amen.

Da quando il CBGB non c’è più, la letteratura su quel buco maleodorante è esplosa: prima il trentennale, poi il quarantennale, infine il cinquantennale.E’ trascorso mezzo secolo dai tempi in cui Ramones, Patti Smith, Blondie e Television tra quelle mura azzeravano la storia del rock’n’roll. Richard Hell, Talking Heads, Heartbreakers, Dead Boys, Bad Brains, tutti nomi scolpiti nella memoria collettiva del punk, è lì che scatenavano la prima e ultima vera rivoluzione nella musica che amiamo. […] Oggi sogniamo ancora quel passato come se non ci fossimo mai mossi da lì, da quell’idea del CBGB che nessuno può portarci via.
Il libro di Kozak suona come un tributo ingenuo e puro al club dove il punk ha scoperto di esistere e di poter cambiare, se non il mondo, la vita di tanta gente. E pazienza se oggi Patti Smith suona in chiesa per vescovi, assessori e banchieri, pazienza se Marky ramone suona alla sagra della spalla cotta di San Secondo. […] Niente e nessuno potrà ridimensionare quello che è successo al 315 di Bowery Street a partire dal 10 dicembre 1973, quando Hilly Kristal apriva per la prima volta le porte del locale5.

A chi scrive rimane la memoria di un concerto dei Tuff Darts ancora con Robert Gordon e di un Willy, all’epoca Mink, DeVille ancora sospeso tra Dylan e soul latino, in un locale sudicio, traspirante umanità, bella e brutta, da ogni anfratto, comprese alcune vivacissime ragazze francesi, accompagnate da quello che sembrava essere il loro “santo” protettore, con le quali, proprio il giorno seguente, avrebbe casualmente condiviso lo stesso volo per il rientro in Europa.

Il 28 agosto 2007 Hilly lasciò il CBGB e il pianeta per sempre per andare probabilmente ad aprire un locale per anime perdute in un altro angolo dell’universo, mentre il club chiuse i battenti il 15 ottobre 2006, con una performance di Patti Smith, che in fin dei conti lì era nata debuttando al CBGB con il suo gruppo il 14 febbraio 1975, quando Lou Reed poteva dire di lei che avesse in una mano più carisma di tutte le altre rock star messe insieme. Patti salì sul palco e suonò per tre ore e mezza fino alle prime ore del mattino del 16 ottobre 2006, chiudendo quell’ultimo concerto con la lettura di una lista di musicisti punk scomparsi negli anni.

«Joey, Johnny, Dee Dee e Tommy non ci sono più, Johnny Thunders nemmeno. E’ morto Tom Verlaine, sono morti Willy DeVille, Stiv Bators, Walter Lure, David Johansen, Clem Burke»6 e tanti altri, mentre la Bowery è stata ripulita (gentrificata?) e «l’incrocio di fronte al 315 oggi si chiama Joey Ramone Place»7.

Per ricordare al meglio quella storia, quei musicisti, quel locale e il suo proprietario ci resta il volume, magnifico di Kozak, con la Prefazione di Chris Frantz dei Talking Heads e con un’appendice a cura di Luca Frazzi, Italian Hc Goes to Lower East Side. CCM, Negazione, Raw Power:un pezzo d’Italia al 315 di Bowery Street, in cui in una conversazione con Antonio Cecchi, Roberto “Tax” Farano e Mauro Codeluppi si ricostruisce l’avventura dei gruppi hardcore italiani che si esibirono su quel palco tra la seconda metà degli anni Ottanta e il 1990. Oltre ad una straordinaria raccolta “archeologica” di immagini relative al materiale prodotto dal locale e/o dai gruppi che vi suonarono, per pubblicizzare concerti ed iniziative, curata da Matteo Torcinovich.

«Supporti fragili, testimoni cagionevoli pensati per sopravvivere solo per il tempo di pubblicizzare un evento. Stampati in poche copie, affissi pochi giorni prima di un concerto fuori dal locale e destinati ad essere strappati, coperti di altre locandine o a deteriorarsi fino a sparire del tutto. Di poco valore e importanti, a malapena, per una settimana. Proprio per questa loro natura effimera, delicata nel supporto ma potentissima nel messaggio»8 costituiscono ancora oggi, insieme ai suoni conservati su vinile e audiocassette9, la testimonianza e allo stesso la metafora di un movimento musicale effimero e potente come pochi altri nella storia delle culture giovanili. A conferma del fatto che dai diamanti non nasce niente.


  1. Almeno così come indicato nel volume da cui è stata tratta: Steven Blush, New York Rock. Dalla nascita dei Velvet Underground al declino del CBGB, Goodfellas, collana Spittle, Firenze 2018.  

  2. R. Kozak, Questa non è una discoteca. La storia del CBGB, edizione italiana a cura di Luca Frazzi, edizioni Interno 4, Rimini 2025, p. 31.  

  3. Ibidem, p. 31.  

  4. L. Frazzi, Lost Trails in R. Kozak, op. cit., pp. 5-6.  

  5. L. Frazzi, op. cit., p. 6.  

  6. Ivi, p. 7.  

  7. Ibid.  

  8. M. Torcinovich, Archeologia Punk, in R. Kozak, op. cit., p. 265.  

  9. Valga per tutte l’antologia Live At CBGB’s – The Home Of Underground Rock, un doppio Lp pubblicato dalla Atlantic nel 1976.  

]]>
E insieme osammo. Dall’io al noi nella poesia di Sante Notarnicola https://www.carmillaonline.com/2026/01/07/e-insieme-osammo-dallio-al-noi-nella-poesia-di-sante-notarnicola/ Tue, 06 Jan 2026 23:01:38 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92225 di Angela Pesce

Io la poesia, per quanto mi riguarda, io la ritengo sempre una poesia collettiva Sante Notarnicola

Il 15 luglio 2021 i ragazzi del carcere minorile di Firenze partecipano a un laboratorio di poesia dai versi di Sante Notarnicola. Sante Notarnicola (1938-2021) ha attraversato anni di povertà, cambiamenti, lotte, Resistenza; è stato operaio, bandito, carcerato, scrittore, poeta, oste, compagno. Nel 1972 ha pubblicato L’evasione impossibile, successivamente le raccolte poetiche Con quest’anima inquieta (1979), La nostalgia e la memoria (1986) e il testo di prose e poesie Materiale interessante (1997).

Entrato in carcere nel 1967, Sante avverte subito la necessità di [...]]]> di Angela Pesce

Io la poesia, per quanto mi riguarda, io la ritengo sempre una poesia collettiva
Sante Notarnicola

Il 15 luglio 2021 i ragazzi del carcere minorile di Firenze partecipano a un laboratorio di poesia dai versi di Sante Notarnicola.
Sante Notarnicola (1938-2021) ha attraversato anni di povertà, cambiamenti, lotte, Resistenza; è stato operaio, bandito, carcerato, scrittore, poeta, oste, compagno. Nel 1972 ha pubblicato L’evasione impossibile, successivamente le raccolte poetiche Con quest’anima inquieta (1979), La nostalgia e la memoria (1986) e il testo di prose e poesie Materiale interessante (1997).

Entrato in carcere nel 1967, Sante avverte subito la necessità di resistere nella comunicazione con i compagni del carcere e con chi sta fuori, perché trova un carcere inaccettabile, ma anche un carcere a cui si resisteva individualmente: «Chi lottava lo faceva da solo e, alla lunga, ne usciva a pezzi nel morale e spesso nel fisico». In quegli anni Sante e i suoi compagni costruiscono una lotta collettiva. Sante è consapevole e orgoglioso del noi dei detenuti che lottarono per trasformare quel carcere: «Rivendico alle lotte dei detenuti, non alla sensibilità dei politici, se qualcosa nelle prigioni è mutato». Si avverte l’eco della poesia La nostalgia e la memoria: «Ma pure/ritrovare le radici/in questo quartiere,/piatto come l’anima,/vasto come l’orgoglio,/amato e vissuto/da quella generazione,/la più infelice/la più dura/la più cara», l’aggettivo cara rimanda all’aggettivo caro usato per Francesco Berardi, «caro caro compagno», impiccatosi nella cella del carcere di Cuneo dove Sante viveva da tre anni. Al noi di Sante appartengono, infatti, anche i morti con cui spesso – dice – gli succedeva di camminare. Gli anni di San Vittore lo avevano impregnato di morte e anche i pensieri erano diventati «roba morta»: dovette scegliere tra «un cappio all’inferriata o il coraggio di vivere», scelse la vita ma «vivere fu la scelta più scomoda». È questa vicinanza con la morte, che tiene i morti dentro un unico noi, compagni di viaggio di Sante, di chi sconta la pena di vivere, di chi sconta la morte vivendo. Nella poesia Sono una creatura, il cui titolo afferma il sentirsi parte di parte di un universo vivente, Giuseppe Ungaretti descrive un universo pietrificato, arso, «roba morta»: è la pietra del Carso, scenario dei degli orrori della guerra, che lascia negli occhi del poeta un pianto anch’esso pietrificato. Sono questi occhi asciutti e pietrificati che rendono fratelli i compagni in carcere e quelli morti, Sante e Francesco e Martino, uniti nella stessa Fiducia che dà il titolo alla poesia di Paul Celan, poeta di lingua tedesca, nato in Bucovina ma naturalizzato francese, morto suicida, voce della Shoah; Fiducia, della raccolta Grata di parole, si chiude con il verso «come vi fossero ancora fratelli perché vi è pietra» e ricorda drammaticamente la pietra-seme della poesia Palestina di Sante, della raccolta Liberi dal silenzio, in cui la voce del poeta si rivolge a un tu che cammina in un sentiero che sembra condurre al nulla, ma in pugno tiene stretto un seme, un seme-pietra nascosto sotto una terra da scavare, un seme-pietra da scagliare «Scaverai la terra, scaglierai la pietra».

Lo scrittore Valerio Evangelisti racconta che Sante «notava tutto, notava i dettagli». L’attenzione era uno strumento della sua lotta per restare vivo. Il laboratorio di poesia di Firenze propone ai ragazzi la poesia come occasione per prestare attenzione, per vedere, oltre i muri, ogni squarcio di cielo. «Poesia per rompere l’isolamento a cui vorrebbero costringere corpo e cervello. Poesia come difesa dall’abbruttimento della prigione».
Eugenio Montale nei versi finali della seconda strofa della poesia I limoni scrive «qui tocca a noi poveri la nostra parte di ricchezza/ ed è l’odore dei limoni», e con il sintagma noi poveri, rivendica il diritto alla percezione, che appartiene a tutti, anche alla generazione uscita distrutta dalla prima guerra mondiale: percepire la realtà con i propri sensi è un diritto di tutti, indissolubilmente legato al dovere e alla libertà dell’attenzione. Scrive Montale «Lo sguardo fruga d’intorno, la mente indaga, accorda, disunisce»; la poesia di Sante nasce da questo sguardo, di cui essa è madre e figlia: la poesia preserva la percezione anche quando il carcere cerca di spegnerla, al tempo stesso da essa nasce la parola poetica, che a sua volta creerà l’incontro con gli altri, noi poveri, noi dannati della terra. Nella strofa iniziale della poesia, Montale parla in prima persona rafforzata dal sintagma per me «io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi/ fossi dove in pozzanghere/ mezzo seccate agguantano i ragazzi/ qualche sparuta anguilla […] e piove in petto una dolcezza inquieta». Dall’io, attraverso una dolcezza inquieta, soggetto e oggetto del predicato piove significativamente transitivizzato, si passa al noi fino all’incontro conclusivo con i gialli dei limoni «ci si mostrano i gialli dei limoni». Come scrive Cristina Campo, «Davanti alla realtà l’immaginazione indietreggia. L’attenzione la penetra invece, direttamente e come simbolo. […] Essa è dunque, alla fine, la forma più legittima, assoluta di immaginazione».

Scegliamo quindi di raccontare ai ragazzi l’attenzione di Sante. Il laboratorio inizia con la poesia Esausto affiancata all’Infinito di Giacomo Leopardi.

Esausto
Uno squarcio/di libertà/da invocare/su strade/con angoli/troppo acuti/è sempre/urgente l’urlo/di grandi/voglie/di sterminati prati/di sterminati cieli/di sterminata calma.

Esausto, scritta nel carcere speciale di Favignana il 1 dicembre del 1973, esce nella prima raccolta Con quest’anima inquieta, è l’urlo dell’uomo che, anche se esausto, o forse proprio perché esausto, invoca uno squarcio di libertà su strade con angoli troppo acuti, senza vie di fuga. L’avverbio sempre, in enjambement, genera l’urlo del poeta, voce della sua voglia di sterminati prati, cieli, calma, in cui il significante, con l’anafora, si semantizza in un significato che richiama il titolo e lo supera. L’Infinito di Leopardi si apre con l’avverbio sempre e nell’alternanza dei deittici questo e quello ci racconta di un’attenzione che diventa immaginazione, nel senso etimologico e dantesco di creazione. Quando leggiamo insieme ai ragazzi Esausto, tutti si riconoscono nel titolo. Diamo loro delle immagini di strade interrotte da incollare su uno sfondo nero alle nostre spalle. Poi chiediamo di ritagliare dalla poesia e di incollare sullo sfondo le parole che possano aprire quelle strade: le parole che evidenziano per prime non sono urlo e libertà, come avremmo potuto aspettarci, ma l’aggettivo sterminati e le parole prati e cieli. Osserviamo che la lettera S trasforma i prati e i cieli da limitati a sterminati; allora lavoriamo sulla S, che assomiglia al simbolo dell’infinito, usiamo il tatto e la maneggiamo per farla diventare infinito; poi la pronunciamo tutti insieme e sentiamo il soffio, il vento, l’aria. Per qualcuno S è anche la lettera del silenzio, torniamo alla poesia, ritagliamo la parola urlo, urgente urlo, e l’attacchiamo sullo sfondo. Dopo questo lavoro, mostriamo un video, in cui Sante racconta di aver usato la poesia quando il cuore gli “saltava in gola”, l’espressione il cuore che salta in gola è già poesia e immediatamente crea un’immagine negli occhi dei ragazzi: vedono e sentono l’urlo urgente. Sante spiega che un’esigenza personale è all’origine della sua poesia, perché il carcere gli ha fatto mettere in dubbio la sua capacità di amare, di riprodursi, ha rischiato cioè di strappargli la percezione di essere vivo. Dopo il video proponiamo ai ragazzi di lavorare insieme con altre le poesie: Vivere, IV raggio cella 71, La prigione, Con quest’anima inquieta, Posto di guardia, Galera e Mattinata; devono cercare e poi ritagliare le parole che conducono lo sguardo oltre i muri. Ogni ragazzo lavora su una poesia, per poi incontrarsi davanti allo sfondo, ciascuno con le parole scelte e ritagliate da incollare: maneggiano i ritagli, li arrotolano, li srotolano, si scambiano domande, scelgono dove attaccarli, scherzano. La poesia Posto di guardia sembra non lasciare scampo: il muro è reso insormontabile dalle parole di scherno del guardiano.

Posto di guardia
Il guardiano più giovane/ha preso posto/davanti alla mia cella/«Dietro quel muro – mi ha/Indicato – il mare è azzurrissimo”/Per farmi morire un poco/Il guardiano più giovane/Mi ha detto questo.»

Un ragazzo la fissa, poi sceglie l’aggettivo azzurrissimo, lo ritaglia e l’attacca sullo sfondo. Proprio le parole di morte del guardiano, unite alla pratica dell’attenzione, hanno permesso a Sante di fingere, nel significato etimologico di immaginare e creare, un mare azzurrissimo, e continuano a permetterlo ai lettori della sua poesia e al ragazzo che ha scelto di attaccare quella parola sullo sfondo nero: un buco azzurrissimo su uno sfondo nero. Dalla poesia Galera scelgono cielo, altissimi, gabbiani, e i verbi guardiamo e volano «infine/vollero sbarrare il cielo/…/non ci riuscirono del tutto/altissimi/guardiamo i gabbiani che volano». L’attenzione, il notare tutto, come possibilità di salvezza e come azione collettiva. È nell’essere di tutti il senso ultimo della poesia di Sante, che nasce come esigenza personale e si scopre collettiva. Dice Sante: «quando scrivevo una cosa gliela passavo a un vicino di cella, senti, vedi, ti piace, funziona, non ti piace? la risposta era sempre una, mi diceva: hai scritto una cosa che io l’ho pensata sempre, […] io dicevo guarda che è anche tua, io forse ho una capacità in più e l’appunto, però parlo di te, di me, di noi».

L’ultima poesia del laboratorio, Natura, scritta a Bologna il 30 gennaio 2017, richiama la poesia Preambolo, che apre la raccolta La nostalgia e la memoria, nei suoi rimandi agli elementi naturali e ai «fratelli e compagni/ dagli occhi e dai cervelli svegli», anche quando in carcere «mancava l’orientamento/ e mancavano tutti i colori».

Natura
La collina la scalammo/quando l’ora più ingarbugliata/passò oltre e ci segnalò/il centro preciso della notte. // Incespicammo più volte/sul campo buio e sdrucciolevole/e ogni volta ci fermammo/per recuperare/forze ed equilibrio. // L’albero del carrubo/era ancora lontano/e la pianura conteneva/quel campo di grano/che muoveva con/leggerezza/le spighe mature. // Più tardi/l’ombra scomparve/e insieme osammo/attraversare/la linea del sole.

I verbi alla prima persona plurale, al passato remoto, fermano nella memoria un momento collettivo; osammo è rafforzato dall’avverbio insieme e dall’enjambement che lo separa dal verbo attraversare, per trasmettere la fatica collettiva. Ma il vero noi di questa poesia è la natura che le dà il titolo. La natura è la collina che apre significativamente la poesia in dislocazione a sinistra e ripresa pronominale; è il centro preciso della notte, forse la luna, forse la mezzanotte; è il campo buio e sdrucciolevole in sinestesia tra vista e tatto; sono l’albero del carrubo, la pianura, il campo di grano, le spighe mature; è il vento tra le spighe; è l’ombra, è il sole. Sullo sfondo nero campeggia insieme osammo senza la congiunzione e. Ci colpisce l’evidenza dell’avverbio insieme accanto a osammo, risentiamo la forza della S e, spinti dall’urgenza di dare un nome a quell’azione poetica collettiva, tralasciamo la e. Resta per ognuno e per tutti i carcerati da ritagliare e scrivere, quando saranno liberi, per recuperare la propria memoria, la propria storia, per tornare ad essere io dentro a un noi ritrovato. E a inizio verso rimanda, infatti, a qualcosa già accaduto, alla storia di ciascuno, alla storia di quelli che non ci sono più, ai morti, a chi è uscito, a chi è evaso; condensa in sé la nostalgia e la memoria che sono, come spiega Sante nella prefazione, «un ulteriore arricchimento di quanto ho vissuto […] quell’accumulo di conoscenza e di forza a cui attingere nei momenti duri, quando bisogna resistere a ogni costo ai rovesci […] quel bagaglio di esperienza che permette di guardare al futuro anche dal profondo dell’ergastolo».

[Questo articolo è uscito originariamente sul n. 1 della “librivista” “Zona franca” dell’editore Mompracem. Il numero è dedicato al tema “Io Vs. Noi”. Si ringrazia la rivista per la gentile concessione.]

]]>
Sé come un re. Saggio sulle derive identitarie, di Élisabeth Roudinesco https://www.carmillaonline.com/2026/01/05/se-come-un-re-saggio-sulle-derive-identitarie-di-elisabeth-roudinesco/ Mon, 05 Jan 2026 20:55:46 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92118 di Marc Tibaldi

Mimesis, Milano 2025 pp 238 € 22

“Non domandatemi chi sono e non chiedetemi di rimanere lo stesso: è una morale da stato civile; regna sulle nostre carte d’identità”, Michel Foucault in L’archeologia del sapere.

Che l’identità – in ogni sua articolazione sociale e individuale – sia un campo minato in cui ci si può trovare in pericolo, per scelta o per sbaglio, distraendosi un attimo dal punto di vista che tiene assieme critica di tutte le forme di dominio e di sfruttamento, dovrebbe essere ormai evidente per chi si riconosce nelle aspirazioni di un’altra società, una società [...]]]> di Marc Tibaldi

Mimesis, Milano 2025 pp 238 € 22

“Non domandatemi chi sono e non chiedetemi di rimanere lo stesso: è una morale da stato civile; regna sulle nostre carte d’identità”, Michel Foucault in L’archeologia del sapere.

Che l’identità – in ogni sua articolazione sociale e individuale – sia un campo minato in cui ci si può trovare in pericolo, per scelta o per sbaglio, distraendosi un attimo dal punto di vista che tiene assieme critica di tutte le forme di dominio e di sfruttamento, dovrebbe essere ormai evidente per chi si riconosce nelle aspirazioni di un’altra società, una società e un’umanità egualitaria.

Molto utile per riflettere sul groviglio identitario è allora la recente traduzione di questo libro di Élisabeth Roudinesco. Le argomentazioni sostenute a volte sono – anche per la scivolosità dei temi toccati – non condivisibili, ma arricchiscono di prospettive la riflessione. È sotto gli occhi di tutti come negli ultimi anni l’identità sia divenuta uno dei problemi centrali all’interno del dibattito politico, filosofico e sociale. Che sia declinata in chiave postcolonialista oppure rispetto al tema dell’intersezionalità, l’identità si presenta oggi come un campo di battaglia dove si scontrano visioni del mondo e teorie dell’essere umano e della società.

L’autrice, storica, psicoanalista e direttrice di ricerca all’Université Paris VII, autrice di numerosi testi sulla storia della psicoanalisi, sulla filosofia e sull’ebraismo (delle sue opere uscite in Italia ricordiamo la biografia di Jacques Lacan, edita da Raffaello Cortina editore, e la conversazione con Jacques Derrida Quale domani, Bollati Boringhieri), afferma che il significato profondo di questa sua opera risiede interamente nelle parole di Claude Lévi-Strauss: “Né troppo vicino, né troppo lontano”, affermando che la standardizzazione del mondo porta alla sua estinzione tanto quanto la frammentazione delle culture, e sostiene che ciò che accomuna queste posizioni è l’ipostatizzazione rigida e gerarchica della nozione di identità e, di conseguenza, della soggettività. Analizzando la genesi e lo sviluppo del dibattito contemporaneo sull’identità, attraverso una ricognizione di alcuni dei suoi maggiori nodi concettuali, Élisabeth Roudinesco propone una riflessione dettagliata per sfuggire ai pericoli e agli eccessi delle “derive identitarie”. È una lettura avvincente che passa attraverso il pensiero di molti teorici da Simone de Beauvoir a Jean-Paul Sartre, da Edward Said a Edouard Glissant, da Franz Fanon a Carlo Ginzburg, da Michel Foucault a Judith Butler.

Nel primo capitolo, L’assegnazione identitaria, l’autrice discute alcune forme moderne di attribuzione identitaria, il cui obiettivo è “porre fine all’alterità”, esponendo fin da subito le proprie convinzioni, che potrebbero essere definite “progressiste” (Roudinesco si definisce socialdemocratica con un passato da comunista): “Solo la diversità e la mescolanza sono, a mio avviso, fonti di progresso. […] Solo la laicità può garantire la libertà di coscienza”. L’autrice sfuma però immediatamente queste affermazioni: “È difficile affermare che [il modello di laicità] sia superiore a tutti gli altri e quindi esportabile. Voler imporre questo modello a tutti i popoli del mondo sarebbe suicida”, e mette in guardia dal pericolo dell’omogeneizzazione dei modi di vivere e di pensare che, man mano che si intensifica, provoca reazioni identitarie assolutamente violente, accompagnate dalla ricerca delle “presunte radici”: “la globalizzazione è accompagnata da una recrudescenza delle angosce identitarie più reazionarie”.

Nel secondo capitolo, La galassia di genere, analizza le variazioni che hanno caratterizzato la nozione di “genere”. Inizia con la famosa frase di Simone de Beauvoir: “Non si nasce donna, lo si diventa”, ricordando che Il secondo sesso (1949) ha aperto la strada a un gran numero di studi letterari, sociologici e psicoanalitici degli anni ’70 che miravano a distinguere il sesso, o corpo sessuato, dal genere (gender) come costruzione identitaria. Qui però l’autrice cerca di delegittimare il pensiero di Judith Butler (basato sul desiderio di sovvertire la norma, contrastando l’ordine familiare, patrocentrico, eteronormato) definendolo “militante e non razionale”, e totalmente estraneo al pensiero di Foucault al quale Butler fa rifermento, mentre a noi leggiamo il pensiero della filosofa americana come attualizzazione di quello della de Beauvoir.

Il capitolo Decostruire la razza discute le diverse metamorfosi dell’idea di “razza”, attraverso la questione dei cosiddetti studi “postcoloniali” e “decoloniali”. Roudinesco sostiene, che attraverso Razza e storia (1959), Claude Lévi-Strauss intraprese la lotta contro il pregiudizio razziale denunciando le mostruosità commesse dalle nazioni europee attraverso l’affermazione di una presunta disuguaglianza tra le razze, ma anche il colonialismo che aveva eretto a dogma l’idea dell’inferiorità dei popoli non occidentali. Secondo Lévi-Strauss, qualsiasi forma di occidentalizzazione integrale del mondo, sotto l’effetto del vertiginoso progresso della scienza, non potrebbe che portare a un disastro per l’umanità intera. “Egli rifiuta quindi, a ragione, l’uniformazione del mondo a favore del rispetto di ogni cultura […]. Le società non devono quindi né dissolversi in un modello unico (la globalizzazione) né chiudersi in confini carcerari (il nazionalismo)”.

Nel capitolo Postcolonialità, viene sottolineato il paradosso secondo cui sono stati proprio gli intellettuali che vivevano nel cuore dell’Occidente a produrre le critiche più aspre nei suoi confronti. Tradotto in quaranta lingue, Orientalismo (1978) di Edward Said diventò in pochi anni la bibbia degli studi postcoloniali, “essendo letto, molto spesso, in senso contrario a ciò che affermava”. Said affermava che l’Oriente, nel senso generico del termine piuttosto che in quello geografico, era una sorta di costruzione fittizia attraverso la quale il discorso occidentale cercava di definire un’alterità che gli sfuggiva. In queste pagine ci sembra che Roudinesco dimentichi le fondamenta marxiane e di classe con cui Said sostanzia la sua critica.

Il labirinto dell’intersezionalità è il capitolo più complicato e sfuggente. L’autrice affronta la cosiddetta “cancel culture”: “Questa ‘cultura’ consiste nel puntare il dito, per ostracizzare o eliminare, una persona, un’associazione o un’istituzione le cui parole, costumi, azioni o abitudini sarebbero giudicati ‘offensivi’ nei confronti di questa o quella minoranza”. Questa cultura della denuncia pubblica, “sempre pericolosa per la democrazia, va di pari passo con altre forme di spedizioni punitive, come quelle che mirano alla ‘appropriazione culturale’, per esempio: “I sostenitori di questo approccio ‘intersezionale’ rifiutano qualsiasi idea di universalizzazione dell’espressione artistica: solo i neri avrebbero il diritto di pensare alla ‘negritudine’, gli ebrei alla ‘ebraicità’, i bianchi alla ‘bianchezza’…”. Secondo Elisabeth Roudinesco, i sostenitori della cancel culture “si sforzano meno di lottare per una vera emancipazione, sulla scia di Martin Luther King, piuttosto che sostituire la storia odiata con agiografie fantasiose e binarie”.

Come in altri punti nevralgici del libro, l’autrice dimentica di situare le rivendicazioni dei movimenti di sinistra, non tiene conto che spesso è dalle azioni e dagli sbagli che si possono ricalibrare le proprie posizioni: un’altra delle differenze sostanziali con i movimenti di destra che rivendicano valori astorici e immutabili nel tempo. Manca in questo capitolo uno sguardo antiessenzialista che possa aprire alla prospettiva intersezionale, ossia guardare all’interazione e al conflitto tra le diverse dimensioni dell’identità, di razza, di genere e di classe, andando oltre la semplice sommatoria di questi diversi aspetti, e analizzando piuttosto la produzione di ricombinazioni inedite, sia progressiste e liberatorie, sia stigmatizzanti e oppressive. L’intersezionalità, in questo senso, può collocare e trasformare le identità, e, contemporaneamente, le destabilizza e le contesta.

Nell’ultimo capitolo del libro, Grandi sostituzioni, l’autrice si interroga sulla nozione di “identità nazionale” tornata con veemenza negli ultimi decenni, ispirata dal terrore della “grande sostituzione”, sostiene che gli identitari, i sovranisti “hanno in comune la volontà di una controrivoluzione mondiale fondata sul rifiuto delle élite, dell’università, del ‘sistema’ e della democrazia in quanto non consentirebbe di rappresentare il vero popolo”, mentre i rivoluzionari, “indipendentemente dalle loro dispute dottrinali, si concentravano su un obiettivo comune: un futuro più giusto. I reazionari, così disgustati dal presente da avere difficoltà a immaginare il futuro, fanno invece riferimento a un passato idealizzato. Il reazionario non è uno studioso di storia, è un idolatra del passato. Per vivere, ha bisogno di una narrazione che spieghi come l’insopportabile presente sia il risultato necessario di una catastrofe storica imputabile a forze oscure ben precise. Ciò che temono i nazionalisti identitari è la ‘mescolanza’, “come se fosse possibile preservare i popoli e i territori da ogni contatto, come se ciascuno dovesse proteggersi dagli eccessi della globalizzazione, non attraverso la regolamentazione, la legge o la protezione delle frontiere, ma con muri e filo spinato. Si sentono naufraghi, poveri, ‘sostituiti’, esclusi, e pensano di essere gli ultimi custodi di una civiltà minacciata dalla modernità […] affermano di essere costretti al pentimento, all’abbassamento dei propri valori. Spesso sviluppano una sindrome di identità infelice di fronte a quella che definiscono la ‘grande deculturazione’ del loro Paese, legata a una ‘immigrazione sostitutiva’. […] Gridano la loro indignazione, vogliono sradicare dai loro territori le presunte ‘branchi’ straniere che minaccerebbero di soppiantare i buoni cittadini ‘autoctoni’”. Ma gli autoctoni si trovano solo nelle loro fantasie…

Identità e differenze. Per chiudere ci vengono in aiuto le parole di Paolo Virno, filosofo post-operaista recentemente scomparso.

“Differenza è stata una delle parole chiave dell’ideologia postmoderna (non del postmoderno come momento storico e sociologico), cioè l’ideologia dei vincitori che si è imposta all’inizio degli anni Ottanta, dopo aver spezzato la schiena al movimento rivoluzionario degli anni Settanta. Tutti siamo per la differenza, ma dobbiamo tener presente che differenza non è una parola innocente ma un campo di battaglia. Lo sfruttamento contemporaneo è un sistema basato sulla proliferazione delle differenze. Ma qual è l’elemento comune da cui partono le differenze? E’ un imbecille chi ama la differenza e non si pone il problema di quale ‘uno’ rende possibile la dinamica delle differenze…”.

Virno, già nel 1992 (in presa diretta, proprio nel periodo dello scatenarsi dei localismi identitari (controllo dei corpi), ovvero l’altra faccia della medaglia del capitalismo mondiale integrato (controllo delle merci), scriveva in un articolo su Luogo comune: “Chi cerca identità, prima o poi si commuoverà al dialetto di una SS, un genere di commozione cui sempre inclina chi, nella metropoli contemporanea, coltivi il sogno di una piccola patria immaginaria, da rieditare a viva forza. […] Nonostante tutto, è futile (e alla lunga pericoloso) sbarazzarsi con un’alzata di spalle dell’esigenza di un luogo abituale. […] Ma cos’è, in ultimo, questa abitualità non originaria, non presupposta, di secondo grado? Grossomodo e pressappoco, all’incirca e più o meno, la sua possibilità fa tutt’uno con l’attualità sempre differita di ciò che, da duecento anni, è stato designato con il nome di comunismo”. Un comunismo a venire, non certo un’identità originaria.

]]>
Il noir italiano prima e dopo Scerbanenco https://www.carmillaonline.com/2026/01/04/il-noir-italiano-prima-e-dopo-scerbanenco/ Sun, 04 Jan 2026 21:00:33 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91518 di Gioacchino Toni

Alberto Pezzotta, Il noir italiano prima e dopo Scerbanenco. Cinema e narrativa dal dopoguerra agli anni Settanta, Mimesis, Milano-Udine 2025, pp. 436, € 34,00

In Italia, dopo la seconda guerra mondiale, il giallo è passato dall’essere considerato un genere che poco aveva a che fare con la tradizione nazionale a strumento in grado di rappresentare la società italiana, i suoi bisogni e le sue paure, sia al cinema che sulla carta stampata. Nel volume Il noir italiano prima e dopo Scerbanenco, Alberto Pezzotta afferma di guardare al giallo come a «un genere transmediale dalle ramificazioni profonde e complesse, che [...]]]> di Gioacchino Toni

Alberto Pezzotta, Il noir italiano prima e dopo Scerbanenco. Cinema e narrativa dal dopoguerra agli anni Settanta, Mimesis, Milano-Udine 2025, pp. 436, € 34,00

In Italia, dopo la seconda guerra mondiale, il giallo è passato dall’essere considerato un genere che poco aveva a che fare con la tradizione nazionale a strumento in grado di rappresentare la società italiana, i suoi bisogni e le sue paure, sia al cinema che sulla carta stampata. Nel volume Il noir italiano prima e dopo Scerbanenco, Alberto Pezzotta afferma di guardare al giallo come a «un genere transmediale dalle ramificazioni profonde e complesse, che produce numerosi adattamenti dalla pagina allo schermo» che va a sovrapporsi «al “poliziesco” e a ciò che già negli anni Trenta del Novecento comincia a essere definito come “nero”» (p. 9). L’intenzione dello studioso è dunque quella di «portare alla luce uno “spazio discorsivo” condiviso tra cinema, letteratura e altri media nell’ambito del giallo – o meglio ancora, come si vedrà, del “nero” (o del noir, se si preferisce il francese)» (p. 10).

Circa la questione terminologica, spiega l’autore sin dalle prime pagine, non è sua intenzione proporre una  nuova tassonomia a posteriori; nel corso della trattazione viene fatto ricorso a «termini coestensivi ma non sinonimi come “giallo”, “nero”, “noir”, “poliziesco” e “thriller” (all’epoca declinato spesso come “thrilling”)» riflettendo «volta per volta precise modalità di produzione, di mercato e di ricezione» (p. 17), indagando le modalità con cui si ricorreva a questa o quella etichetta e definizione di genere.

Se l’uscita, nel 1966, di Venere privata, primo capitolo della Quadrilogia di Duca Lamberti di Giorgio Scerbanenco, venne accolta come un momento di svolta epocale per il giallo italiano, occorre comprendere, scrive Pezzotta, «le ragioni della percezione di questa novità» ricostruendo «la cultura gialla e nera che precede, circonda e spesso influenza l’opera di uno scrittore attivo in più generi» (p. 14) che non mancherà di riflettersi sul cinema. Per quanto, nel dopoguerra, il giallo e il nero italiano, a prescindere da Scerbanenco, si rinnovino in stretto rapporto ai mutamenti sociali e culturali, acquisendo un’inedita rilevanza, indubbiamente la “svolta gialla” dello scrittore ha la sua importanza anche alla luce di un successo di mercato e culturale senza precedenti e dei riflessi che è andata ad avere sulla cinematografia nazionale contribuendo a porre le basi per gli sviluppi del cinema di genere, sopratutto poliziesco, degli anni Settanta. Insomma, se l’evoluzione del poliziesco italiano non deriva dal solo Scerbanenco, si può però parlare, sostiene Pezzotta, di «un prima e dopo Scerbanenco, nella rappresentazione della violenza nell’espressione della ideologia sottostante a questa rappresentazione» (p. 16). L’influenza esercitata da tale scrittore andrà poi ad esaurirsi negli anni Settanta, con l’emergere di una nuova produzione di narrativa gialla e poliziesca di successo capace di creare modelli alternativi.

Pur con qualche difficoltà iniziale, il giallo/noir – in tutte le sue varianti – finisce per prendere piede anche in Italia; da genere importato, la produzione nazionale finirà per costruirsi la sua platea a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta per poi, nel decennio successivo, palesare due importanti trasformazioni: «il giallonoir si fa ricettacolo di quegli umori di sinistra che non trovano più espressione nel cinema, come avveniva invece alla fine degli anni Settanta» e, dagli anni Novanta, anche in Italia, diviene «possibile diventare autori ed entrare nella Letteratura anche partendo direttamente dal giallo» (p. 367).

Il volume di Pezzotta è suddiviso in sei capitoli, il primo dei quali è dedicato a questioni come l’adattamento, l’intertestualità, il realismo, lo spazio del rappresentabile e l’uso delle fonti. Lo studioso si sofferma in particolare sul variare della percezione del realismo, in letteratura come nel cinema, su come questa dipenda da una serie di convenzioni e modalità di rappresentazione proprie di un determinato contesto socio-culturale e su come nelle opere gialle/noir italiane, narrative e cinematografiche, sia possibile cogliere una testimonianza di quanto è legittimo o meno fare in una determinata società e quanto è permesso o meno rappresentare. Lo spazio discorsivo del cinema e della letteratura gialla e nera, sia di fascia popolare che alta, contribuisce ad allargare lo «spazio del reale», a cerare nuovi «spazi di realtà», ad espandere «il territorio del visibile».

Il secondo capitolo del volume guarda alla questione dell’italianità del giallo – termine introdotto dalla collana “I libri gialli” di Mondadori inaugura nel 1929, poi divenuta, dal 1946, “I Gialli Mondadori” –, genere osteggiato durante il fascismo, focalizzandosi sulla produzione successiva alla seconda guerra mondiale e, in particolare, sui motivi che hanno indotto la prima ondata di gialli a coinvolgere il cinema soltanto parzialmente e tardivamente. Se i gialli pubblicati da Mondadori sono tendenzialmente conservatori e modellati sull’indagine, pian piano, nel dopoguerra, le cose cambiano anche grazie alle traduzioni di romanzi stranieri, con editori come Garzanti (con la sua “Serie gialla” che prende il via nel 1953) e Longanesi (con i suoi “Gialli proibiti” inaugurati nel 1952) che introducono nel contesto italiano inedite dosi di violenza e sesso.

Nel terzo capitolo viene ricostruita la cultura gialla, nera e poliziesca che caratterizza il dopoguerra italiano guardando con attenzione anche al cinema, ricostruendo il filone noir neorealista e gli incroci con i film processuali e d’appendice degli anni Cinquanta, per poi giungere alle opere che riflettono sui mutamenti sociali dell’Italia del periodo del Boom. Insieme alla letteratura e al cinema, in questo capitolo è presa in considerazione anche la televisione degli anni Cinquanta e Sessanta per il suo contributo alla rappresentazione del crimine. Una volta venuta meno la cappa di silenzio imposta dal regime fascista, si assiste alla comparsa della cronaca nera e con essa di un immaginario giallo/noir a cui il cinema fa da cassa di risonanza e luogo di negoziazione. In tale contesto, il giallo/nero/poliziesco rappresenta una modalità con cui il cinema torna alla realtà.

All’opera letteraria di Scerbanenco, anche precedente la celebre Quadrilogia, e al suo rapporto con il cinema e con le rappresentazioni sociali del periodo, è dedicato il quarto capitolo. Vengono qua esaminati i racconti scritti a metà degli anni Trenta e pubblicati, ricorrendo a vari pseudonimi, sul settimanale “Il Secolo Illustrato” di Rizzoli. Dopo questa prima produzione narrativa attraversata da immancabili banditi sadici, donne traditrici e poliziotti spietati, nei primi anni Quaranta lo scrittore si sposta sul giallo d’indagine realizzando alcuni romanzi che hanno per protagonista l’Ispettore Jelling, archivista della Polizia di Boston.

La prolifica produzione di Scerbanenco nel dopoguerra (si contano ben 45 suoi romanzi tra il 1946 ed il 1960) lo porta ed essere particolarmente presente sui settimanali femminili. Secondo Pezzotta andrebbe sfumata la rigida distinzione con cui a lungo è stata distinta la sua produzione rosa da quella nera; nel dopoguerra, nei romanzi di Scerbanenco, che spesso escono in prima battuta a puntate sui settimanali femminili, trovano spazio, in misura variabile, sia elementi gialli che neri senza eccedere in violenza e sessualità, adottando un lessico che non rinuncia al decoro borghese dell’epoca.

Se le sue storie del primissimo dopoguerra sono spesso ambientate tra l’alta borghesia imprenditoriale milanese, o comunque si guarda ad essa attraverso il punto di vista di chi intende entrare a farvi parte, poco dopo nei romanzi l’ambientazione si fa più popolare e realistica. Nella produzione degli anni Cinquanta lo scrittore alterna opere in cui le descrizioni della violenza e della sessualità si fanno più dirette con altre in cui queste vengono soffocate. Nel decennio successivo la produzione di racconti brevi di Scerbanenco procede a ritmi vertiginosi: nel periodo compreso tra il 1963 ed il 1965 escono al ritmo di quattro a settimana su “Novella”. Se, rispetto al decennio precedente, i racconti degli anni Sessanta presentano maggiore realismo e tonalità più crude, lo scrittore sembra però voler controbilanciare tale scelta palesando un evidente moralismo: il colpevole deve essere assolutamente catturato e punito.

A ridosso della pubblicazione, nel 1966, del primo romanzo della Quadrilogia, lo scrittore inizia a ricorrere al «termine “nero”, identificando con precisione il genere di partenza, diverso dal giallo tradizionale all’insegna della detection» (p. 181). Per quanto Scerbanenco derivi il termine dal francese noir – a cui, del resto, ricorre anche Mondadori, con i suoi “I libri neri” (1961-62) e “I neri” (1964-66) –, lo adotta anche per evidenziare l’appartenenza delle sue opere a un’illustre tradizione letteraria solita a rapportarsi con il problema del male. Italianizzando il termine “nero”, inoltre, scrive Pezzotta, lo scrittore sembra voler sottolineare «la specificità culturale e al tempo stesso l’italianità della sua operazione» (p. 182).

I romanzi che compongono la Quadrilogia ottengono un successo crescente, tanto da essere presto tradotti e premiati in Francia e guardati con interesse in ambito cinematografico. Si tratta di un successo del tutto inedito per un autore italiano di gialli e le recensioni positive del periodo tendono a insistere sulla capacità dei suoi romanzi di affrontare la contemporaneità in modo realistico, grazie soprattutto all’abilità nel  rappresentare la violenza del periodo. Se nella Quadrilogia si intrecciano il romanzo-enigma tradizionale con il nuovo giallo d’azione di scuola americana, il personaggio di Lamberti resta un detective differente da quelli hammettiani e chandleriani; tutto sommato, da tali universi, Scerbanenco si limita a derivare qualche suggestione ambientale, ma ciò che, secondo Pezzotta, Chandler fornisce a Scerbanenco è soprattutto

un’estetica, dove l’osservazione di prima mano della realtà (la cronaca nera tanto temuta dal fascismo) viene filtrata da una coscienza morale. Non è il suo unico modello […] ma il punto di partenza è lo stesso: il realismo, o meglio l’aspirazione al realismo; un realismo che, sia a livello di intenzionalità dell’autore sia di ricezione, svolge […] una “funzione modellizzante”, e che pertanto diventa ideologia (p. 191).

È il realismo dell’ambientazione milanese, del centro e delle periferie, in rapida trasformazione a colpire il lettore della Quadrilogia, un realismo che non mancherà di esercitare un «irresistibile effettonostalgia» su diversi scrittori degli anni Novanta. Quella messa in scena dai romanzi della Quadrilogia è un’umanità che vive ai margini della società civile e in ostilità ad essa:

ladri pronti a diventare assassini, per caso o per crudeltà congenita; prostitute di ogni età e livello; prosseneti e sfruttatori, sia uomini sia donne; trafficanti di valuta, di armi e di droga; gigolò, papponi, giovani sbandati, maniaci sessuali; serial killer. Accanto a essi compaiono onesti lavoratori del ceto operaio o della piccolissima borghesia […]. Questi ultimi spesso sono le vittime designate di una società che sta cambiando (p. 193).

È una città feroce quella raccontata da Scerbanenco e se i criminali vengono presentati privi di qualsiasi scusante, anche il resto della società non può dirsi del tutto innocente. «In questa metropoli, a conservare un senso della morale e del decoro, a essere depositaria dei pochi valori autentici cui Scerbanenco sembra tenere, è solo la borghesia – o meglio, la piccola borghesia: un ceto schiacciato tra la violenza delinquenziale del sottoproletariato e la prepotenza dei ricchi che la marginalizzano e indirettamente la sfruttano» (p. 193). Quella di Scerbanenco, sostiene Pezzotta, è una visione della società anacronistica e ormai superata.

Nella Quadrilogia il realismo, ispirato dalla cronaca e fondato sulla precisione topografica, diventa una retorica: lo strumento per esprimere in modo programmatico, quando non didascalico, un’ideologia precisa, che nella società cova sopita perché nessuno ha il coraggio di esprimerla. È l’ideologia della cosiddetta maggioranza silenziosa: l’ideologia di chi, di fronte a una percezione di insicurezza, di fronte alla paura innescata dalle trasformazioni sociali, pensa che la legge non offre protezione sufficiente, e auspica soluzioni alternative – o regressive. Per raccontare questo mondo ed esprimere questa ideologia Scerbanenco intreccia due sguardi e due voci, quella del protagonista Duca Lamberti e quella del narratore cosiddetto eterodiegetico. A differenza che in una narrazione oggettiva alla Hemingway, nei romanzi della Quadrilogia un classico narratore manzoniano onnisciente interviene costantemente a giudicare i personaggi e gli eventi, a svolgere considerazioni di ordine generale e a influenzare la tonalità emotiva e l’interpretazione delle vicende – anche con un solo aggettivo o avverbio idiosincratico. È un narratore spesso beffardo, per altro non nuovo nell’opera di Scerbanenco (p. 194).

La narrazione eterodiegetica consente allo scrittore di mantenere saldamente il controllo del discorso dall’esterno e a far sì che il lettore si identifichi con il narratore onnisciente e con il suo giudizio morale. Scerbanenco si rende conto che la civiltà di massa è quella delle merci e della fine di ogni solidarietà collettiva, ma, sostiene Pezzotta, lo scrittore si limita a prenderne atto, tanto da evitare accuratamente ogni termine che possa rimandare a categorie critiche proprie alla cultura di sinistra.

Ciò che evoca la parola “massa” agli occhi di Scerbanenco non sono le leggi del mercato, lo sfruttamento dell’economia capitalista e il genocidio del popolo: è la paura del caos e di perdere i propri privilegi di classe. Ciò che evoca la parola “massa”, agli occhi di Scerbanenco, non è il capitalismo, è il “massacro”, la violenza diffusa e che può sbucare ovunque dalle periferie, dai meridioni […], minacciando il quieto vivere borghese. Il problema della criminalità di massa è solo un problema di ordine pubblico (p. 198).

Scerbanenco è intimamente reazionario, infastidito dalle manifestazioni più superficiali della civiltà di massa, spaventato dal senso di insicurezza che percepisce in essa e dal non sentirsi tutelato dalla legge, dunque tende a rifugiarsi in un “eroe”, per quanto “sporcato”, per renderlo maggiormente al passo con i tempi, un eroe tenuto a ricorrere alla violenza per fronteggiare i delinquenti. Allo scrittore interessa «ispirare orrore per gli assassini, esseri degenerati, subumani, macchiati da una tara genetica che esclude qualunque forma di redenzione, morale e sociale» (p. 206). La morte violenta a cui sono destinati i malfattori diviene per Scerbanenco una forma di risarcimento.

Nel quinto capitolo del volume Pezzotta, ricorrendo anche a fonti epistolari e archivistiche inedite o poco note, ricostruisce le negoziazioni effettuate negli adattamenti dei romanzi e dei racconti dello scrittore a partire dalla fine degli anni Sessanta. Di come il successo di Scerbanenco rilanci la narrativa gialla e di come i nuovi modelli che fanno capolino conducano il genere verso altri paradigmi ideologici e nuove forme si occupa, invece, il sesto capitolo. Lo studioso delinea qua le tendenze principali del cinema giallo, nero e poliziesco nel decennio tra il 1969 ed il 1979, dando particolare rilievo alla questione del realismo, all’intertestualità, al dialogo con gli episodi di la cronaca, individuando intrecci tra il cinema degli autori, i generi e le influenze straniere. Dopo aver raccolto in un primo tempo istanze dell’ideologia scerbanenchiana, scrive Pezzotta, nella seconda metà degli anni Settanta, il cinema di genere italiano finisce per privilegiare il grottesco e la commedia per poi, con l’entrata in crisi del cinema popolare, cedere gradualmente l’ambito del giallo, in tutte le sue varianti, alla televisione.

]]>
La coscienza di Gustav (appunti meyrinkiani) 15 https://www.carmillaonline.com/2026/01/03/la-coscienza-di-gustav-appunti-meyrinkiani-15/ Sat, 03 Jan 2026 21:00:54 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91852 di Franco Pezzini

(Per le parti precedenti, cfr. qui)

Enter Kelley (1927)

Il narrante prosegue, pescando a caso, la trascrizione delle carte del mago John Dee, in relazione ora a un periodo più tardo (“Anno 1578”). Ventotto anni dopo gli eventi narrati, nuovamente nel giorno di Pasqua, Dee può riflettere sulla bontà della Provvidenza e sulla fine di tanti sogni e illusioni. È sposato – con la terza moglie Jane (Fromond, 1555-1604/5) – e padre (il piccolo Arthur destinato a divenire medico e alchimista, e in realtà altri sei o sette, tra maschi e femmine) – e per la maggior [...]]]> di Franco Pezzini

(Per le parti precedenti, cfr. qui)

Enter Kelley (1927)

Il narrante prosegue, pescando a caso, la trascrizione delle carte del mago John Dee, in relazione ora a un periodo più tardo (“Anno 1578”).
Ventotto anni dopo gli eventi narrati, nuovamente nel giorno di Pasqua, Dee può riflettere sulla bontà della Provvidenza e sulla fine di tanti sogni e illusioni. È sposato – con la terza moglie Jane (Fromond, 1555-1604/5) – e padre (il piccolo Arthur destinato a divenire medico e alchimista, e in realtà altri sei o sette, tra maschi e femmine) – e per la maggior parte i suoi nemici sono morti. La scelta di Meyrink e del suo coautore di lavorare creativamente sulla vita di John Dee (1527-1608), il “Merlino moderno” della corte di Elisabetta I, probabilmente ispiratore del Prospero de La tempesta di Shakespearee dello stesso Faustus di Marlowe, uno degli occultisti più celebri e stimati della storia d’occidente anche a dispetto di alcune marchiane ingenuità – come nel rapporto con il losco sodale Edward Kelley, che vedremo più avanti entrare in scena – si spiega bene per la connection con la Praga magica di Rodolfo II, dove Dee si recò negli anni Ottanta. Tra l’altro, dal 1577 al 1601, Dee tenne in modo non regolare un diario, da cui si sono tratte gran parte delle informazioni sulla sua vita in quel periodo.
Il suo lascito familiare – tema che, lo sappiamo, è caro all’autore de Il domenicano bianco e anche qui trova sviluppo – proseguirà attraverso il citato figlio Arthur Dee (1579-1651), medico prima della regina Anna, poi dello zar Michele I, e quindi di Carlo I, lasciando a un altro grande nome degli studi medici ed esoterici, Sir Thomas Browne, parte della sua biblioteca.
Riprendiamo il romanzo. Passeggiando lungo il ruscello Dee, John si lascia prendere dall’insoddisfazione e rivede il suo passato in Inghilterra, dal carcere con Green alla corte di Elisabetta, e poi a quella imperiale nel centro Europa… la sua prima moglie era stata la sua pestifera avversaria Lady Ellinor (storicamente, in realtà, la prima fu Katherine Constable, cui ne seguì per un anno una seconda dal nome non tramandato): di Ellinor disertava il capezzale per recarsi a incontrare Elisabetta. Eppure tante maschere non erano che la crisalide per far nascere finalmente il vero John Dee, “colui che conquista la Groenlandia, e assalta il mondo intero, il giovinetto coronato!”: e all’improvviso tutto gli diventa chiaro al punto da doverne scrivere una sintesi.
Discendente (almeno secondo Meyrink & Noerr) di sovrani più antichi di quelli della “due Rose” d’Inghilterra, fatto educare per volontà paterna dai migliori maestri, giunto al baccalaureato a Cambridge, a ventiquattro anni Dee si trova orfano di entrambi i genitori, erede della fortuna e del titolo. Dopo una formazione all’estero (Lovanio, Utrecht, Leida, Parigi) ed essere divenuto allievo di Cornelius Gemma detto Frisius e di Gerardus Mercator, al rientro in Inghilterra assurto alla carica di professore di lingua greca al Trinity College di Cambridge e riconosciuto protofisico e protoastronomo in Inghilterra a solo ventiquattro anni, è un tantino scavezzacollo: per la messa in scena della Pace di Aristofane costruisce un gigantesco scarabeo che si solleva in aria come un drone, tra l’orrore di colleghi e spettatori che gridano alla magia nera… ma capisce di fronte alle loro reazioni furiose quanto a una burla possa seguire serissimo odio.
Allora abbandona l’Inghilterra e un buon posto e raggiunge Lovanio dove studia chimica, alchimia e si appronta un laboratorio. Frequentato dai duchi di Mantova e di Medina Coeli, si fa conoscere dall’imperatore Carlo V, prima scettico sulle sue capacità e poi pronto a ricompensarlo. Sfuggito a Parigi dal dilagare di un’epidemia, trova ascolto nel re Enrico XI, ma poi uno “spettrale suonatore di pibrochs scozzesi” (forse lo stesso sinistro pastore che aveva plagiato Bartlett Green) lo convince a tornare in Inghilterra dove finisce coinvolto nelle lotte di religione. Mirando a conquistare Elisabetta prende le parti dei protestanti. Sfuggito come sappiamo alla Torre trova ospitalità presso l’amico Robert Dudley conte di Leicester, che gli elogia l’audacia con cui la principessa Elisabetta si era adoperata per la sua libertà – ma John sa qualcosa di più, a proposito del filtro d’amore da lei bevuto. Passando poi oltre gli anni di Maria la sanguinaria – nei quali lui, nel suo ritiro forzato, prepara l’impresa di conquista della Groenlandia – riflette sulla convinzione d’essere destinato a un trono, sulle profezie ricevute: però forse si tratta di una corona non terrena… Morta la regina Maria, preparato nei dettagli il piano per la conquista della Groenlandia, affidato a Dee tramite Dudley il compito di redigere l’oroscopo per la nuova sovrana – finalmente Elisabetta – il Nostro crede giunto il momento di realizzare i sogni. E invece nulla: la regina, compiaciuta dell’appellativo e ormai titolo di “vergine”, prende a giocare con lui. Che a quel punto rifiuta di recarsi a farle compagnia a Windsor: “ciò che desideravo non era affatto passare la notte con una vergine invasata, bensì l’avvento della nostra gloriosa e regale comunione” – ed è Dudley ad approfittarne. Sdegnato, Dee parte per l’Ungheria, per sottoporre all’imperatore Massimiliano i piani di conquista del Nordamerica, ma poi, preso da rimorso, gli parla soltanto di astrologia e alchimia e alla fine ritorna in Inghilterra.


Elisabetta lo accoglie con affetto e si interessa ai suoi lavori, ma lo considera come un fratello, fino al momento di una “autentica riunione nel sangue”. Lui non capisce ma sospetta che attraverso lei parli un’entità non terrena… però poi lei prende a mostrare “un’ambiguità quasi sarcastica”, e di fronte ai discorsi di Dee su istinto maschile e desiderio, pensando alle condizioni economiche di lui non floridissime, decide di fargli sposare una donna ricca. Cioè quella molesta Lady Ellinor Huntington per cui lui prova da sempre avversione… e ovviamente Dee deve chinare il capo, furibondo. Costringendolo a sposare una donna per cui John prova avversione, Elisabetta sa di non poter provare gelosia; e addirittura gli commissiona di cercarle uno sposo per ragioni politiche… Non se ne farà nulla e Dee, spedito in Francia, vi si ammala.
Torna alla casa di Mortlake (è ormai l’autunno 1571) e apprende dalla gelosissima Ellinor che Elisabetta verrà lì vicino, a Richmond: la regina lo riceve, preoccupata della sua salute, e pare interessata più che mai ai progetti di lui – la spedizione in Groenlandia, approvata dall’ammiragliato – e alla sua stessa persona. Ma nel giro di una notte cambia tutto: il professarsi di Dee totalmente devoto alla potenza di lei deve urtarla come persona e come donna, e l’invidia del cancelliere Walshingham completa lo scacco.
Green gli appare nottetempo e gli chiarisce cosa sia successo. Poi lo convince a un’azione magica: una terribile evocazione nudo al gelo, sotto la luna calante, alla quale risponde il rapido incedere nel parco della figura della regina, vacillante e a occhi chiusi. Lui la porta in camera e la possiede…
Nel diario di Dee seguono pagine di simboli incomprensibili e orridi, legati probabilmente all’insano rituale. Il narrante ammette un senso di straniamento da quando trascrive il diario, e riflette che assieme al sangue si ereditino le esperienze. Prosegue col diario.
Dove Dee spiega che Elisabetta in seguito l’aveva visitato più volte, evidentemente succhiandolo come un vampiro: “Non era dunque Elisabetta? Inorridisco. Era Isais la nera? Un succubo?”, eppure in qualche modo “fu Elisabetta a vivere quelle ore, sì proprio lei!”. Ma in quella notte di caduta Dee perde l’oggetto più prezioso della sua eredità, il pugnale o punta di lancia dell’antenato Hywel Dda che stringeva durante l’evocazione. “È come se lo capissi solo oggi: Isais è la femmina in ogni femmina ed è anche la trasformazione di ogni essere femminile in… Isais!”. Da quel momento l’animo di Elisabetta gli è precluso, estraneo, pur sentendola vicina come non mai. Alla benevolenza mostrata dalla regina si accompagna uno sguardo gelido, lontano, di un freddo quasi spettrale: quando passa a cavallo per Mortlake sferza un tiglio col frustino e quello muore, a Windsor carezza l’alano di Dee e quello muore… Visto che Ellinor da sempre lo odia, Dee passa allora il tempo nello studio di Euclide e di una stella mutante in Cassiopea.
Una visita di Dudley avverte che Elisabetta verrà a Mortlake per vedere un certo glass, una pietra magica: quella di Bartless Green, che la regina ha visto in sogno. Alla venuta della sovrana, il suo improvviso bussare col frustino alla finestra spaventa Ellinor che perde i sensi – Dee porta la pietra a Elisabetta (che sa tutto quanto stia accadendo a Ellinor) e la sera la moglie di Dee muore. Non più convocato a corte ma ormai animato da “un’avversione più forte dell’odio” Dee è soddisfatto: e per evitare nuove imposizioni, a cinquantaquattro anni si risposa con l’innocente e per nulla aristocratica Jane Fromont, ventitreenne e a lui devotissima. Un certo moto interiore lo avverte di aver ferito la sovrana, e si scopre soddisfatto.
Però quando Elisabetta è colpita da una febbre violenta e versa in gravi condizioni, lui corre sollecito al suo capezzale. Vengono allontanati i presenti e i due restano soli: lei gli rimprovera di averle fatto inutilmente male con l’inserire tra loro qualcosa di estraneo – prima il filtro e poi i sogni – e Dee risponde che i filtri non infrangono le leggi di natura e la legge dello spirito prevede la libertà del volere. A dispetto della risposta piccata, lei ribatte lasciando parlare la regina “spirituale”: l’immagine delle stelle che lui studia gli dimora dentro, e ha “supposto giustamente che la meravigliosa stella nella costellazione di Cassiopea sia una stella doppia, la quale gira intorno a se stessa splendente in una beata eternità, e senza posa in se stessa si rirae, come è nella natura dell’amore”. Continui a studiarla anche quando tra non molto lei morirà… Dee, crollato allora a terra in preda all’emozione, ricorda poco del seguito. La malattia si rivela così grave che il Nostro corre sul continente a cercare i luminari con cui aveva avuto contatto in passato… finchè non lo raggiunge la notizia della guarigione della regina. Per la terza volta torna dunque sull’isola dopo viaggi vani, e scopre di essere divenuto padre del piccolo Arthur.
Ritiratosi lontano dalla corte, dedica a Elisabetta una Tabula geographica Americae a suggello dei progetti di esplorazione: ma lo fa per puro senso del dovere, conoscendo la grettezza invidiosa di troppi che la consigliano – al momento in particolare il primo consigliere William Cecil, barone Burghley. Oltretutto ormai Dee dubita che la Groenlandia geografica sia il vero oggetto di conquista a cui è predestinato: in fondo ormai ha capito di dover diffidare dello spettrale Bartlett Green, che dice la verità in modo che venga fraintesa. Esiste un retromondo, dimensioni non esaurite tra corpi e spazi umani, e Grön-land significa Terra Verde. Forse è quella che deve cercare… Ha compreso chi davvero sia Green quando l’ha aiutato “a evocare il demone femminile che assunse la natura astrale di Elisabetta per impadronirsi” di lui. Ma ora ha percepito qualcosa che gli rende estranea quella vita che era come crisalide, ed è libero per la metamorfosi, il regno, la “regina” e la “corona”.
Così termina il quaderno sui circa ventotto anni tra la scarcerazione dalla Torre e il 1581: ma il discendente avverte che le vere tempeste esploderanno ora – che lui sta diventando Dee, e in piedi dinanzi allo scrittoio c’è una figura spettrale…
Il giorno dopo, a seguito di una notte insomme, cerca di capire. Il John Dee che lui reca nelle sue cellule si è impadronito di lui, lasciandogli come un ricordo dei fatti narrati e il presentimento di un destino minaccioso. Avverte come una seconda faccia sul retro della testa, Giano/Bafometto; e di fronte gli si materializza Bartlett Green.

Fu allora che accadde l’inconcepibile: non ero più io e tuttavia lo ero; mi trovavo al di qua e al di là nello stesso momento, ero presente e remoto, ancora da venire e da gran pezza “svanito”, tutto in uno. Ero “io” ed ero un altro – ero John Dee nel ricordo e, al contempo, nella mia viva, attuale coscienza. A parole non riesco a esprimere altrimenti un simile slittamento. Forse si può dir così: spazio e tempo mi erano in pari modo slittati, proprio come accade quando vediamo qualcoa tenendo una pupilla chiusa e premuta: in modo obliquo, realtà e irrealtà al contempo; infatti, quale dei due occhi “vede” la giusta immagine? E come il campo visivo anche l’udito era slittato.

Inconcepibile, certo, ma non per chi scriva: anzi l’esperienza del narratore che è sempre di qua e di là dalla penna, scrittore e personaggio sparigliati tra dimensioni diverse, fa comprendere meglio la riflessione che gli autori conducono sul piano dell’esoterismo, e aiuta a relativizzare l’individualità.
Quando vicinissima e tanto remota risuona la voce di Green, il Nostro si sente impossibilitato a pronunciare uno scongiuro: una voce che non controlla erompe a a rimbrottare l’antico eretico, non gli ostacoli il cammino verso la sua “immagine perfetta nello specchio verde”, ma l’altro risponde che da specchio verde o carbone nero, comunque lo saluta “sempre il volto della vergine celata nella luna calante – […] la buona sovrana a cui tanto sta a cuore la lancia!”. Il narrante può così comprendere le mire della principessa sulla lancia. Poi cade nel dormiveglia, rivive la scena dell’evocazione del succubo e nel cristallo di carbone vede non Elisabetta ma la principessa Chotokalungin… insomma l’eredità di John Roger ha preso vita, e il Nostro si propone di tornare in sé. Ma i suoi nervi sono ancora scossi, e comunque non può riposare perché un vecchio amico ha comunicato che gli farà visita. Il chimico Theodor Gärtner, arrichitosi in Cile, viene a trovarlo: per sfortuna, proprio quel giorno la sua governante è partita lasciandolo con la sostituta – giovane, divorziata, tale Johanna Fromm.
Succede di tutto. L’amico atteso non compare, in compenso il Nostro si imbatte in Lipotin, che accompagnato al suo negozietto gli mostra un oggetto appena pervenutogli, uno specchio forse antico con cornice, appartenuto al principe Jusupov – Lipotin sostiene che è falso ma al Nostro piace, così glielo regala.
Tornato a casa, nel riflesso dello specchio vede arrivare l’amico Gärtner in stazione, cordialissimo (tutta la scena che segue è vista nello specchio, appartiene cioè a una sorta di realtà parallela): se lo porta a casa con un vago senso di straniamento a causa di piccoli mutamenti tutti intorno, crede anzi di non riconoscere l’amico, che a quel punto gli confessa essere morto da tempo annegato nell’oceano. Eppure è lì a fumare sigari e bere tè con lo sguardo “fisso alla causa prima”: è Gärtner il giardiniere e alchimista, dunque artefice della vita eterna. In dialogo con lui, il Nostro capisce che il cugino non aveva saputo concludere il lavoro legato all’eredità, perché era morto a causa di Isais la nera. Anzi, salta fuori un foglietto che il protagonista non aveva notato, dove John Roger spiega di non essere stato il primo a incontrare Dee: per quanto lo riguarda, ha ricevuto la visita di tale Lady Sissy, fascinosa dama dal profumo di belva, che vorrebbe da lui un’arma misteriosa… Come spiega Gärtner, proprio da lei, Isais la nera, è derivata la rovina di Roger.

Eccolo lì, messo a nudo, il retromondo del regno dei demoni a cui si votò John Dee e, dopo di lui, anche lo sconosciuto perseguitato dall’angoscia che scrisse nel diario di John Dee l’annotazione da cui grida l’orrore; e, dopo di lui, mio cugino Roger; e, dopo di lui, io: io che ho pregato Lipotin di aiutarmi con ogni mezzo a soddisfare lo strano desiderio della principessa!

Prima di perdere fisicità e dileguarsi con un rumore secco, l’ospite giardiniere esorta il Nostro a scegliere (“liberamente”) tra le possibilità imposte dall’alchimia dell’anima, metamorfosi o morte. Tutta questa scena il Nostro l’ha vista però all’interno dello specchio, quello verde di cui parlava Dee nel diario.
Ma a quel punto compare, timida, Johanna Fromm, la sostituta della governante: lui le dà precise istruzioni di tenergli lontani tutti, nel prossimo periodo. Ma emerge che la giovane aveva sognato di lui, e ricevuto l’ordine di aiutarlo: assume un’espressione tormentata, e solo con fatica riesce a farle spiegare meglio. La signora Fromm, vedova per un breve matrimonio, ricorda però di essere stata sposata prima – in un’altra vita, plausibilmente – a un vecchio inglese e rammenta una casa e un paesaggio britannici: ma è molto imbarazzata per quell’assurdo fenomeno che non sa come spiegare. Ha anche avuto visioni di Praga (ecco profilarsi di lontano la città rudolfina) e di un uomo orrendo con le orecchie tagliate che le “sembra lo spirito maligno di quella terribile città”, che certo le distruggerebbe la vita… Quanto alle scene inglesi, le vede immerse in una luce verdastra, come in un antico specchio verde (come quello donato da Lipotin): “Ma da qualche tempo avvert[e] che un pericolo […] minaccia” il suo vero sposo – non l’uomo che le ha dato il cognome Fromm in anni recenti ed è morto, ma l’antico inglese di Richmond che tanto assomiglia al nuovo padrone di lei. E nella cui casa si sente al proprio posto e anzi necessaria.
Il Nostro l’ha tranquillizzata, ma non intende lasciarsi trascinare nelle stranezze di lei, “Fissazioni oniriche” forse frutto di isteria. E inizia invece a studiare un nuovo incartamento di Dee, dal titolo Diario intimo, e sul frontespizio Libro di bordo del mio primo viaggio alla scoperta della vera e reale Groenlandia, del trono e della corona dell’eterna Anglia Angelica. Che inizia infatti (20 novembre 1582) con l’acquisita certezza che quella Groenlandia non si trovi sulla terra. Il vano abbaglio della relazione coi Ravenheads e le menzogne di Bartlett Green l’hanno condotto su una falsa pista e un cammino di corruzione spirituale: “è ‘dall’altra parte’ che si deve scavare, e non qui”, e il malefico Green ha rischiato di far fallire la vocazione della persona e della stirpe di Dee. Da tre giorni ha una visione:

Prima non sospettavo affatto che potesse esistere qualcosa che sta oltre la veglia e il sogno, oltre il sonno profondo e l’allucinazione; un quinto stato, inspiegabile: una visione di processi immaginali che non hanno alcun rapporto con la terra.

(Verrebbe da tornare a osservare che un simile status sia noto a chi scrive con quella partecipazione che fa della scrittura, come di qualunque arte intensamente vissuta, un vero atto magico.) Una visione comunque completamente diversa da quelle precedenti nel cristallo di carbone di Green: “Per quanto sono in grado di giudicare è stata una profezia in simboli”. Vede dunque Gladhill, la collina della sua stirpe come appare nello stemma dei Dee: sulla sommità un albero verde ai piedi del quale sgorga una fonte. E mentre sale, si accorge di essere lui stesso quell’albero, e la fonte evoca i suoi discendenti destinati a una resurrezione nella vita eterna, tutti diversi ma a lui somiglianti. Tra i rami più alti spicca un duplice volto coronato: dal lato femminile riconosce con giubilo Elisabetta, salvo desolarsi perché il viso maschile non appare il proprio. Però l’albero lo rimprovera, perché nemmeno ora riconosce se stesso, “Cos’è il tempo? Cos’è la metamorfosi?”: “Un uomo che non smette di credere infine vive! Cresci fino a me e io sarò te! Sperimenta vivendo te stesso e sperimenterai me, me… Bafometto!”. A quel punto Dee scoppia in lacrime, e la voce gli ricorda che “La materia dovrà attraversare molteplici stadi di sofferenza!”.
Il cammino per giungere a se stesso è duplice: da un lato una via incerta che potrà permettergli di ricordarsi di sé in futuro, “E cos’altro è mai l’immortalità, se non rimembranza?”.

Dunque scelgo la via magica della scrittura; in questo diario metto nero su bianco ciò che mi è stato rivelato circa il mio destino: in un certo senso l’ho consacrato e preservato dagli insulti del tempo e degli spiriti maligni. Amen.

E insomma appella i discendenti perché guardino in sé stessi e riconoscano l’identità con lui.
Ma c’è una seconda via, l’alchimizzazione del corpo e dell’anima perché entrambi raggiungano l’immortalità. Per questo ha allestito in casa un laboratorio munito del necessario e accolto un bravo assistente, Gardener, che però dopo un primo periodo di buona collaborazione diventa superbo, riottoso e molto critico nei confronto degli spiriti pii del mondo “dall’altra parte”, che liquida come spiriti infernali. Dee inizia e chiude sempre le sessioni con una preghiera e le entità appaiono timorate di Dio – ma visto che i loro insegnamenti tecnici confliggono con le conoscenze di Gardener, Dee sospetta che si senta ferito nella vanità. Gardener invece teorizza una serie di rituali protettivi di rinascita spirituale – di cui non rivela la fonte, vincolato come sarebbe da un giuramento – e in sua assenza Dee interpella gli spiriti nel nome della Trinità a proposito di Bartlett Green. La risposta, di evitare ogni contatto con quell’emissario di Isais la nera, lo induce anche a infrangere il tramite costituito dal cristallo di carbone donatogli alla Torre. Lo brucia, e non restano scorie.
Ma qualcosa con Gardener si è irrimediabilmente spezzato: l’assistente se ne va lasciandogli un breve messaggio di commiato. Nel frattempo una breve apparizione di Green lascia a Dee per un attimo la sensazione di un volto d’uomo senza orecchie: e, la mattina dopo, proprio un tipo senza orecchie (punizione per vari tipi di colpe inflitta spesso anche a innocenti), giovane e volgarotto – ma non somigliante all’apparizione – gli si presenta a casa con la pretesa di parlargli di qualcosa di riservatissimo. Si fa spiegare cosa s’intenda per proiezione (dell’alchimia ha un’idea molto vaga) e gli mostra un vecchio libro che Dee capisce essere molto prezioso. Qualcosa di estrema importanza per la Grande Opera alchemica: il tipo vorrebbe da Dee un giuramento di essere in grado di capirlo, ma il Nostro è giustamente prudente: e a quel punto l’ospite trae fuori dalla camicia un sacchetto con le due biglie d’avorio di Mascee, passate anche per le mani di Dee e da lui buttate dalla finestra prima dell’arresto di parecchi anni prima. Sono quelle, perché riconosce i segni che vi ha inciso: ma ora scopre che si possono svitare. Quella bianca contiene una polvere grigia, evidentemente materia transmutationis; quella rossa la polvere regale, il “Leone rosso”, lamelle scistose color porpora. Dee è stupefatto, conferma all’uomo che valga la pena di sperimentare il valore di libro e polveri.
Il tipo è compiaciuto: riconosce l’onestà di Dee, saranno soci. Le bilie e il libro, già nella tomba di san Dunstano, erano stati predati dai profanatori Ravenheads, venduti a uno straniero – evidentemente Mascee – e passati poi in proprietà del proprietario di un bordello, che però era stato agente segreto del vescovo Bonner: sparite per qualche tempo, le bilie erano state infine recuperate, ma l’ex-agente segreto era poi morto dopo averle regalate all’ospite (che più probabilmente l’aveva ucciso per appropriarsene, ma il benevolo Dee non è propenso a pensar male). Accoglie così in casa lo sconosciuto – già piccolo avvocato a Londra, speziale girovago, ciarlatano, condannato al taglio delle orecchie per aver falsificato documenti: si chiama Edward Kelley, e rappresenterà nella vita di Dee una presenza calamitosa.

(15-continua)

]]>
Il capitalismo ha raggiunto il compito a cui era destinato https://www.carmillaonline.com/2026/01/02/il-capitalismo-ha-raggiunto-il-compito-a-cui-era-destinato/ Fri, 02 Jan 2026 21:00:52 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91522 di Franco Ricciardiello

Michel Nieva, L’infanzia del mondo, trad. Massimiliano Bonatto, Il Saggiatore 2025, € 17,00

In un panorama letterario desolante, in cui la fantascienza è ridotta a sorella minore della distopia (ma quest’ultima sta rapidamente tramontando), per un effetto trainato soprattutto dal film hollywoodiano d’effetti speciali, la traduzione in italiano del terzo romanzo di Michel Nieva è una novità da non trascurare. L’odierno, squallido genere distopico, distantissimo dall’epoca di 1984 di George Orwell o di Noi di Evgenij Zamjatin, è completamente omologato alla narrazione T.I.N.A — there is no alternative — e funzionale alla logica conservatrice-reazionaria dell’internazionale sovranista e suprematista che è la più [...]]]> di Franco Ricciardiello

Michel Nieva, L’infanzia del mondo, trad. Massimiliano Bonatto, Il Saggiatore 2025, € 17,00

In un panorama letterario desolante, in cui la fantascienza è ridotta a sorella minore della distopia (ma quest’ultima sta rapidamente tramontando), per un effetto trainato soprattutto dal film hollywoodiano d’effetti speciali, la traduzione in italiano del terzo romanzo di Michel Nieva è una novità da non trascurare.
L’odierno, squallido genere distopico, distantissimo dall’epoca di 1984 di George Orwell o di Noi di Evgenij Zamjatin, è completamente omologato alla narrazione T.I.N.A — there is no alternative — e funzionale alla logica conservatrice-reazionaria dell’internazionale sovranista e suprematista che è la più recente incarnazione del capitalismo: se il presente in cui vi costringiamo a vivere vi sembra brutto, guardate un po’ come il futuro potrebbe essere anche peggio. Il romanzo di Nieva, argentino che insegna all’università a New York, è invece intriso dalla prima all’ultima pagina di una rabbia sorda, che non deve stupire chi conosce la storia di asservimento dell’America Latina alla politica USA.
Siamo nel 2272; l’innalzamento della temperatura globale a causa delle emissioni di scarto dei combustibili fossili, ha provocato lo scioglimento totale dei ghiacci polari, e la sommersione di non poche terre. L’ambientazione del romanzo è l’Argentina, la cui parte meridionale, la Patagonia, è trasformata in un arcipelago, mentre l’interno del continente sudamericano ha temperature inadatte alla vita umana. Più o meno all’altezza dell’odierna Bahía Blanca si è formato un arcipelago, i “Caraibi pampeani”, dove vivono i protagonisti. La storia segue le vicende del Pupo Dengue, un bambino mostruoso con occhi composti, antenne, ali e pungiglione, che si dice nato dalla violenza subita da sua madre ad opera di un gigantesco tafano. Bullizzato dai compagni di scuola, schernito, insultato, il Pupo Dengue scopre la possibilità di vendicarsi non solo delle angherie, ma anche dello sfruttamento cui è sottoposta la madre, domestica presso un ricchissimo industriale del distretto finanziario di Santa Rosa. La Borsa locale è specializzata in azioni di case farmaceutiche che speculano sulla diffusione di epidemie; infatti, malgrado la catastrofe globale che ha provocato, il capitalismo si è fatto ancora più feroce e non teme alcuna opposizione da parte degli ultimi della terra, stipati in baraccopoli torturate dal caldo e impegnati a giocare con una realtà virtuale che riproduce situazioni della sanguinosa colonizzazione della Pampa da parte dei “bianchi”.
Come è scritto nel risvolto di copertina del libro, “il capitalismo ha raggiunto il compito a cui era destinato: tramutare la malattia in ricchezza, i figli in investimento, la morte stessa in algoritmo di borsa.” Il Ceo di una di queste multinazionali di Santa Rosa, Noah Nuclopio, sostiene che “il capitalismo che aveva devastato la natura poteva ricostruirla utilizzando gli stessi metodi industriali”, per esempio ricreando un ambiente invernale in un’Antartide ormai completamente priva di ghiacci. In questo futuro di estrema miseria e scandalosa ricchezza, la seconda non incontra alcun freno, non c’è opposizione, e la vita non ha alcun valore. La comparsa del Pupo Dengue, che attraversa quattro differenti stadi di sviluppo, inserisce un’incognita imprevedibile, che interagisce con il misterioso concetto della Gran Anarca legato alla scoperta di pietre ovali telepatiche sul suo lo antartico, e con il gioco di realtà virtuale Cristiani vs indios.
Michel Nieva è nato nel 1988 a Buenos Aires; tutta la sua fiction, scritta in spagnolo, rimane all’interno della fantascienza contemporanea, dal cyberpunk in poi. Significativo dei suoi gusti il titolo del primo romanzo, pubblicato nel 2013: ¿Sueñan los gauchoides con ñandúes eléctricos?, cioè “i gauchoidi sognano struzzi elettrici?”. Nieva definisce il proprio genere “gauchopunk”. Nello stesso anno di L’infanzia del mondo pubblica il saggio Ciencia ficción y capitalismo. Cómo los multimillonarios nos salvarán del fin del mundo (recensito qui su Carmilla), dal titolo evidentemente satirico, che “mappa la strumentalizzazione della fantascienza da parte delle élite finanziarie della Silicon Valley e di altri poli tecnologici del Nord del mondo” (parole di Valeria Meiller da Otra Parte).

]]>