Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Mon, 18 May 2026 20:00:35 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Gaza: profilo storico di un genocidio perpetrato con il consenso dell’Occidente https://www.carmillaonline.com/2026/05/18/gaza-profilo-storico-di-un-genocidio-perpetrato-con-il-consenso-delloccidente/ Mon, 18 May 2026 20:00:35 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94829 di Paolo Lago

Gilbert Achcar, Gaza, genocidio annunciato. La catastrofe palestinese in una prospettiva storica e mondiale, trad. it. di G. Morosato, ombre corte, Bologna, 2026, pp. 227, euro 20,00.

Recentemente, diverse voci critiche, tra le poche che sono riuscite a restare umane nelle tragedie che avvolgono il mondo contemporaneo, hanno espresso il loro disappunto venato di incredulità nel constatare, riguardo all’arresto di alcuni attivisti della Flotilla in acque internazionali vicino all’isola di Creta, l’onnipotenza e l’impunità di Israele nel compiere qualsiasi azione bellica al di fuori della propria sfera di competenza, quasi fosse il padrone del mondo. È stato detto [...]]]> di Paolo Lago

Gilbert Achcar, Gaza, genocidio annunciato. La catastrofe palestinese in una prospettiva storica e mondiale, trad. it. di G. Morosato, ombre corte, Bologna, 2026, pp. 227, euro 20,00.

Recentemente, diverse voci critiche, tra le poche che sono riuscite a restare umane nelle tragedie che avvolgono il mondo contemporaneo, hanno espresso il loro disappunto venato di incredulità nel constatare, riguardo all’arresto di alcuni attivisti della Flotilla in acque internazionali vicino all’isola di Creta, l’onnipotenza e l’impunità di Israele nel compiere qualsiasi azione bellica al di fuori della propria sfera di competenza, quasi fosse il padrone del mondo. È stato detto anche che, se a fermare le barche della Flotilla e a compiere gli arresti fossero stati i russi o gli iraniani, in occidente si sarebbe gridato al terrorismo e miriadi di navi da guerra americane e della Nato si sarebbero immediatamente precipitate sul posto. È la pura verità. D’altronde, sono anni che stiamo assistendo a un vero e proprio genocidio a Gaza (iniziato ben prima del 7 ottobre 2023) senza che nessuna nazione si mobiliti per fermarlo; se a compiere questo genocidio fosse l’Iran, l’Iraq o qualsiasi altro stato non ‘occidentalizzato’ – mettiamoci anche la Russia – si griderebbe al terrorismo. Perché, allora, ci sono stati che possono compiere palesemente atti illeciti e gravi sul piano internazionale e altri che non possono farlo? Innanzitutto, verrebbe da dire che tale logica la decide il sistema capitalistico, e siamo d’accordo. Però ci sono anche dinamiche storiche di carattere più contingente. Per rispondere a questa domanda riguardo all’impunità internazionale di Israele è assai utile leggere il bel saggio di Gilbert Achcar, studioso franco-libanese, professore emerito dell’Università di Londra, dal titolo Gaza, genocidio annunciato, che raccoglie diversi saggi e articoli usciti su riviste e giornali, dagli anni Novanta a oggi, pubblicato recentemente da ombre corte.

Le dinamiche storiche di carattere più contingente, cui si è accennato sopra, sono ben spiegate da Achcar. Si può pensare che tale impunità derivi da quella che lo studioso definisce “compassione narcisistica occidentale verso gli israeliani”, cioè quel “complesso di colpa dei paesi dell’Europa occidentale che hanno compiuto o permesso il genocidio nazista degli ebrei – Germania, Austria, Francia e Italia in particolare” che “ha portato a un grado senza precedenti di solidarietà incondizionata con lo Stato sionista, proprio nel momento in cui esso è guidato da persone che hanno sicuramente più cose in comune con i nazisti che con le loro vittime, siano esse vittime dell’odio razzista o membri della sinistra che i nazisti cercarono di annientare” (p. 55). La “compassione narcisistica” fa commuovere di più per le calamità che colpiscono i propri simili piuttosto che per quelle che colpiscono i propri dissimili: ecco che l’Occidente si è commosso molto di più per l’atroce massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023, in cui sono stati coinvolti individui bianchi e dall’aspetto occidentale, che per le reiterate e incessanti uccisioni dei palestinesi di Gaza. Sulla connotazione politica e ideologica dell’attuale governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu – come nota Achcar – basta ricordare quanto scrisse su “Haaretz” nel febbraio 2023 lo storico dell’Olocausto Daniel Blatman dell’Università ebraica di Gerusalemme: “Il governo israeliano ha dei ministri neonazisti. Ricorda davvero la Germania del 1933”. Esso appartiene infatti al Likud, un partito erede del revisionismo sionista di estrema destra di Ze’ev Jabotinsky, ammiratore di Mussolini, che ha vinto per la prima volta le elezioni legislative nel 1977.

Eppure, per comprendere questa deriva è necessario compiere un’analisi storica a ritroso fino al 1947, anno in cui l’Assemblea generale delle Nazioni Unite adottò la risoluzione che autorizzava la creazione di uno “Stato ebraico” in Palestina e in cui avvenne anche l’indipendenza dell’India. In questa “simmetria antitetica” – scrive Achcar – c’era l’elemento comune della partizione: “L’ONU che votò per la partizione della Palestina contro la volontà dei suoi abitanti era composto da soli cinquantasei Stati, dominati dal Nord del mondo, Unione Sovietica compresa, con un ruolo molto preponderante degli Stati Uniti in un momento in cui la maggior parte del resto del mondo aveva bisogno della loro benevolenza economica” (pp. 37-38). Allo “Stato ebraico” veniva così concesso più del 56 % del territorio della Palestina tra il fiume e il mare. Meno nota è la risoluzione 273 dell’Assemblea generale, del 1949, che ammise alle Nazioni Unite lo Stato d’Israele entro i confini che aveva ampliato con la forza durante la guerra del 1948 con i suoi vicini arabi e con i palestinesi. Come nota lo studioso, si tratta di una flagrante violazione del diritto internazionale, uno dei cui pilastri fondamentali è il divieto di acquisizione di territorio con la forza. La maggioranza dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite decise che “Israele è uno stato pacifico (peace-lover State) che accetta gli obblighi della Carta ed è in grado di adempiere a tali obblighi. Come osserva Achcar con amarezza, “raramente una risoluzione adottata dalle Nazioni Unite si è rivelata, col tempo, essere così chiaramente l’esatto contrario della verità!” (p. 38).

La Carta delle Nazioni Unite avrebbe dovuto costituire la base del nuovo ordine democratico istituito nel 1945 all’indomani della sconfitta dell’estrema destra mondiale; un ordine portato avanti da una coalizione guidata dagli Stati Uniti di Franklin Delano Roosevelt. La morte di quest’ultimo nell’aprile del 1945 e la sua sostituzione con il vicepresidente anticomunista e di destra Harry Truman rappresentarono, secondo Achcar, l’evento chiave che portò alla trasformazione della Seconda guerra mondiale in Guerra fredda:

Il liberalismo atlantista sostituì il liberalismo tout court e fu utilizzato come cemento fondativo del mondo libero contro il totalitarismo comunista, mentre i principi liberali fondamentali venivano negati dalle caratteristiche comuni ai principali Stati del mondo apparentemente libero: colonialismo, imperialismo, discriminazione e oppressione razziale e sessista, autoritarismo, alleanza con i principali violatori dei diritti umani, compresi i più elementari diritti delle donne ecc. (p. 59).

Nel corso del tempo, l’anticomunismo venne sostituito dalla “guerra al terrorismo”: “bandiera comune sotto la quale l’amministrazione di George W. Bush e il governo di Ariel Sharon hanno condotto le loro guerre” (p. 62). E, continua lo studioso, “Il «nuovo antisemitismo», attribuito in blocco ai musulmani e alle persone di sinistra che difendono i diritti degli immigrati musulmani e criticano Israele, è così diventato un pretesto ideologico per assolvere l’estrema destra europea e americana dal suo antisemitismo passato e presente, al fine di trovare un accordo con essa sul terreno dell’islamofobia, attuale bersaglio privilegiato del suo razzismo e della sua xenofobia” (p. 64). Tratti di antisemitismo, infatti, si possono intravedere nei sostenitori incondizionati di Israele e non certo nei suoi detrattori (che vanno invece definiti come antisionisti). Come ha scritto la storica dell’antisemitismo Eleanor Sterling (lo ricorda Achcar in un articolo del 2012 riportato nel saggio), i cui genitori furono uccisi in un campo di concentramento nazista, l’antisemitismo e la nuova idolatria degli ebrei hanno molto in comune perché, per l’antisemita come per il filosemita, l’ebreo resta uno “straniero”, un diverso. Se i nazisti vedevano negli ebrei l’incarnazione del male, i filosemiti ritengono che la difesa degli “ebrei”, che vedono rappresentati dallo Stato di Israele, sia un dovere che prevale su tutti gli altri.

Uno dei presidenti americani più sionisti di tutti i tempi è stato Biden, e non certo Trump. Egli, il 18 ottobre 2023 in occasione di una visita ufficiale, affermò che “se non ci fosse Israele, dovremmo inventarlo” (p. 53). Infatti, Israele ha sempre rappresentato per l’Occidente un avamposto nel mondo arabo, una specie di insula felix popolata da individui bianchi e ‘civilizzati’ in mezzo a mostruosi selvaggi. L’allora ministro della difesa israeliano Yoav Gallant, nel 2023 dichiarò che “stiamo combattendo contro animali umani e agiamo di conseguenza” (p. 51). Una dichiarazione che ricorda i modi brutali del personaggio di Kurtz in Cuore di tenebra (Heart of Darkness, 1899) di Joseph Conrad che, parlando degli africani, invita a “sterminare tutte queste bestie”. Nei romanzi di Conrad è possibile intravedere quello che Edward Said definisce come “orientalismo”, cioè l’atteggiamento europeo di fronte ai ‘diversi’ appartenenti all’est e al sud del mondo. Una discreta dose di orientalismo la possiamo riscontrare anche nelle posizioni europee e occidentali in genere nei confronti di Gaza e del genocidio che qui si sta perpetrando. Come spiega Said, l’orientalismo si configura come un vero e proprio “discorso” europeo sull’Oriente, ed è sorretto da istituzioni, insegnamenti, immagini, dottrine “e in certi casi da burocrazie e politiche coloniali” (E.W. Said, Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente, trad. it. di S. Galli, Feltrinelli, Milano, 2013, p. 12). Lo sguardo occidentale su Gaza sembra incastrato in questa prospettiva orientalistica di matrice coloniale e colonialista. Se gli occidentali si autorappresentano (e rappresentano le loro guerre) come perfetti, razionali, eleganti, logici, gli ‘orientali’, gli ‘arabi’ vengono ritratti in modo opposto. Come scrive Said, nella prospettiva orientalistica, “da un lato ci sono gli occidentali, dall’altro gli arabi-orientali; i primi sono, nell’ordine che preferite, razionali, propensi alla pace, democratici, logici, realistici, fiduciosi; i secondi sono quasi esattamente l’opposto” (ivi, pp. 55-56). Se gli israeliani sono bianchi, vestiti all’occidentale, ‘razionali’ e ‘democratici’, professanti una religione assai vicina al cristianesimo, i palestinesi sono scuri di pelle, vestiti all’orientale e professanti la religione musulmana (non dimentichiamo che i musulmani sono stati per secoli i nemici giurati dell’Occidente cristiano). Come nota Said, è stata proprio la sua difficile esperienza personale di arabo-palestinese in Occidente che lo ha spinto a scrivere questo libro: “L’esistenza di un arabo-palestinese in Occidente, e in America in modo particolare, è tutt’altro che facile. Vi è un quasi unanime consenso sul principio che politicamente esso non esista, o esista solo come un ‘problema’ o, nel migliore dei casi, come un ‘orientale’. L’influenza del razzismo, degli stereotipi culturali, di un’ideologia imperialista o disumanizzante nei confronti di arabi e musulmani è assai forte, e con essa ogni palestinese deve fare i conti, come con un avverso destino” (ivi, p. 35).

Come affermò il poeta martinicano Aimé Césaire nel 1950 nel Discorso sul colonialismo, l’Occidente ha sempre adottato due pesi e due misure nei confronti dei bianchi e dei non bianchi. Ciò che il “distinto, umanista, cristiano borghese del XX secolo” non perdona a Hitler non è il fatto di aver compiuto un crimine contro l’uomo in quanto tale, ma contro l’uomo bianco. I nazisti hanno applicato nei confronti degli ebrei bianchi i brutali trattamenti tipicamente coloniali che prima di allora erano stati applicati nei confronti “degli Arabi d’Algeria, dei coolie dell’India e dei negri d’Africa” (p. 77). Come già notato in precedenza, i capi di stato e i governanti europei, nonché i mezzi di informazione occidentale, provano narcisisticamente maggiore empatia nei confronti dei propri simili; ecco perché il genocidio di Gaza può essere perpetrato sotto i loro occhi senza che muovano un dito, un genocidio che vede coinvolti migliaia e migliaia di bambini. Ecco perché la potenza democratica per eccellenza, gli Stati Uniti, insieme a Israele, può massacrare centinaia di bambini in Iran, come è successo recentemente con il bombardamento di una scuola. Gli Stati Uniti e Israele possono massacrare impunemente centinaia di bambini mentre se, ad esempio, a compiere il massacro fosse stato un missile russo, si sarebbe gridato ovunque al genocidio più infame. Evidentemente i bambini bianchi ed europei valgono più di quelli palestinesi o iraniani. Non è una constatazione cinica ma un crudo dato di fatto. Anche la recente guerra in Iran portata avanti da USA e Israele, per una larga fetta dell’Occidente non equivale a un massacro indiscriminato di civili fra cui donne e bambini ma alla sempre più difficile reperibilità e quindi a un aumento dei prezzi dei combustili fossili indispensabili per far muovere la macchina capitalistica.

La raccolta di saggi che Gilbert Achcar propone in questo interessante volume ci porta quindi nel cuore di tenebra delle democrazie occidentali, nel lato in ombra di qualsiasi pensiero illuminista, umanista, democratico e liberale soggiogato alla logica atroce del capitale. È un viaggio anche doloroso ma, crediamo, necessario per comprendere al meglio quello che sta accadendo intorno a noi perché ci svela anche i retroscena storico-politici di guerre, accordi, di “cessate il fuoco” più o meno farlocchi avvenuti nell’area del Medio Oriente. I governanti occidentali e i loro media (inclusi quelli italiani) stanno assomigliando troppo ai personaggi della famiglia del comandante del campo di sterminio di Auschwitz nel film La zona d’interesse (The Zone of Interest, 2023) di Jonathan Glazer, tratto dall’omonimo romanzo di Martin Amis. Se nel film la famiglia del comandante continua la sua vita come se niente fosse nel suo giardino fiorito ben sapendo che al di là del muro si sta compiendo un terribile genocidio, nella realtà l’Occidente dei potenti e dei loro leccapiedi mediatici continua la sua insulsa vita nella bolla di un capitalismo fondato su un benessere pronto a esplodergli sotto i piedi ignorando l’atroce genocidio di Gaza. Come scrive Achcar, infatti, in Occidente si sta profilando “l’era del neofascismo”, segnata dal ritorno di Trump alla Casa Bianca mentre il futuro del Medio Oriente si annuncia molto cupo: “Di fronte a tutto questo, non c’è spazio per l’ottimismo. Resta solo la speranza che la resistenza che si sta diffondendo tra i palestinesi, gli israeliani, i popoli arabi e il mondo intero, in particolare tra i giovani, possa alla fine riuscire a contrastare i progetti regionali e globali della nuova internazionale neofascista” (p. 218). Utopia o speranza fondata? A noi e solo a noi l’ardua sentenza perché altro non resta se non una resistenza quotidiana al fascismo strisciante e all’indifferenza, alla “cultura di destra”, come direbbe Furio Jesi, ormai diffusasi ovunque in Occidente e in questo paese, soprattutto nelle idee di chi si crede al sicuro nel suo bel giardino incantato. Ma i muri di questo giardino, ormai, hanno troppe brecce, ci sono troppi buchi da cui penetra l’orrore. L’orrore è più presente che mai e neppure un Occidente cinico, indifferente e razzista può starsene tranquillo a recitare i suoi inutili mantra di pace e democrazia tra un aperitivo e l’altro.

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Pensa alla salute https://www.carmillaonline.com/2026/05/17/pensa-alla-salute/ Sun, 17 May 2026 20:00:57 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94236 a cura di Orizzonti*

Rivolgendo lo sguardo al proletariato l’ambito in cui si è manifestata più chiaramente e ferocemente la lunga crisi capitalista di questi decenni in Occidente è quello della riproduzione sociale. Sì, i salari sono stagnanti, l’inflazione è salita, l’occupazione è altalenante e la precarietà è pervasiva. Ma è nella scuola, nella sanità, nei trasporti, nelle politiche per la casa che la qualità della vita del proletariato si è drasticamente ridotta ed è qui che si sono manifestati alcuni dei conflitti più significativi del presente. Se poi si considera la riproduzione sociale non solo economicamente, cioè dal punto [...]]]> a cura di Orizzonti*

Rivolgendo lo sguardo al proletariato l’ambito in cui si è manifestata più chiaramente e ferocemente la lunga crisi capitalista di questi decenni in Occidente è quello della riproduzione sociale. Sì, i salari sono stagnanti, l’inflazione è salita, l’occupazione è altalenante e la precarietà è pervasiva. Ma è nella scuola, nella sanità, nei trasporti, nelle politiche per la casa che la qualità della vita del proletariato si è drasticamente ridotta ed è qui che si sono manifestati alcuni dei conflitti più significativi del presente. Se poi si considera la riproduzione sociale non solo economicamente, cioè dal punto di vista di quello che una volta si sarebbe definito salario indiretto, ma anche dal punto di vista delle gerarchie sociali capitaliste è qui che il comando (verticale) e la guerra tra poveri (orizzontale) si mostrano più chiaramente. Presidi sceriffo, aggressioni nelle scuole, sui treni e negli ospedali, sfratti, profilazioni razziali sui trasporti, morti durante il trasporto in ambulanza a causa della distanza dei presidi sanitari: è un bollettino quotidiano di violenza. Fino ad arrivare al nucleo basico dell’organizzazione della riproduzione sociale capitalista cioè la famiglia tra abusi e sopraffazioni.

Le considerazioni precedenti non vogliono sminuire la centralità dell’ambito della produzione nei rapporti sociali capitalistici, ma è una fotografia dei terreni in cui l’attacco alle conquiste della classe operaia si è fatto più crudo.

La sfera della salute è un buon punto di osservazione per cogliere le contraddizioni, i processi, le meccaniche ed i conflitti, dispiegati o potenziali, che riguardano l’ambito della riproduzione sociale. Basta pensare al cuore imperiale del sistema di sviluppo in cui viviamo, gli USA, per comprendere quanto è profonda la crisi. È il paese delle epidemie di oppioidi, dei feriti che fuggono dalle ambulanze perché privi di un’assicurazione sanitaria adeguata, di Luigi Mangione. I tagli al Medicaid 1 da parte dell’amministrazione Trump hanno rappresentato uno dei primi momenti di frattura emotiva dentro al movimento MAGA. Ma anche alle nostre longitudini la situazione si sta degradando velocemente. L’accesso alla sanità va incontro a sempre maggiori disparità territoriali e di classe. In Italia coesistono regioni considerate in cima alle classifiche mondiali per quanto riguarda il sistema ospedaliero, Emilia e Lombardia su tutte, ed altre che sono sull’orlo del collasso, ben noto è il caso della regione Calabria. Questa situazione dà vita a quello che viene chiamato, senza vergogna, turismo sanitario. Allo stesso tempo si evidenziano sempre più chiare differenze di classe: in una grande città come Torino l’aspettativa di vita può diminuire di 5-6 anni per chi vive in periferia rispetto a chi vive in centro2.

A livello nazionale, secondo le stime, nel 2024 un italiano su 10 ha rinunciato alle cure. Subito dopo le liste d’attesa vi sono i costi troppo alti tra le cause di questo fenomeno3. Ciò significa che dentro un quadro di impoverimento complessivo circa il 9,9% della popolazione è messo di fronte alla scelta di prendersi cura della propria salute oppure pagare l’affitto, le bollette, la spesa.

Sull’aspettativa di vita e soprattutto sull’aspettativa di vita in buona salute (cioè in condizioni che permettono una vita “normale” per la propria età) del proletariato impattano poi gli ambienti di vita, di lavoro, il tipo di lavoro, l’alimentazione, la quantità e la qualità di relazioni, l’educazione alla prevenzione, il benessere psicofisico tanto che generalmente le malattie croniche incidono in modo sproporzionato sulle classi sociali più povere. Questa condizione tendenzialmente innesca un tragico meccanismo: chi ha un malato cronico in casa deve dedicare tempo e soldi alle sue cure dovendo così sacrificare un’altra parte del già risicato reddito. Chiunque abbia anche solo passeggiato nei cortili di un caseggiato popolare sa quanto è diffusa questa situazione e quanta sofferenza comporta. É una sofferenza silenziosa perché spesso con un malato a carico ed un reddito basso mancano le forze e gli strumenti per rivendicare i propri diritti.

La pandemia da Covid19 non ha invertito la tendenza ma semmai ha contribuito a cronicizzare le insufficienze del sistema sanitario. Dunque che fare? Larga parte della sinistra moderata e radicale si attiene al copione consolidato di rivendicare maggiori fondi alla sanità pubblica. Una rivendicazione giusta e basilare che però non prende atto di una situazione molto più complessa e incistata e dei bisogni emergenti della popolazione.

Dunque quali prospettive di liberazione ed uguaglianza possiamo immaginarci oggi nel campo della salute? Una lettura utile può essere il libro Pensare la sanità. Terapie per la sanità malata (Edizioni Studium, 2025) di Luca Antonini e Stefano Zamagni. Gli autori non sono certo dei rivoluzionari: Luca Antonini è il Vicepresidente della Corte Costituzionale e Stefano Zamagni è un economista di area cattolica, ma il libro è interessante per due motivi: in primo luogo rileva il fatto che serve un ripensamento radicale del Sistema Sanitario non solo per quanto riguarda le risorse e la loro distribuzione, ma anche le tendenze organizzative e relazionali. In secondo luogo sostiene che una delle principali cause della crisi del Sistema Sanitario è la sua taylorizzazione. Sono due considerazioni da cui è utile partire anche per chi, come noi, ha posizioni anticapitaliste. Ma andiamo con ordine.

Scienza medica e capitalismo
Il libro fin dalle prime righe dell’introduzione riprende l’utile distinzione nella lingua latina tra valetudo (benessere fisico) e salus (salvezza del corpo e dell’anima). Gli autori individuano la radice del pensiero moderno sulla salute in un preciso momento storico:

Fino a tutto il XVI secolo, la seconda [salus NdR] è stata l’accezione prevalente, ma a partire dalla Rivoluzione Scientifica inizia ad affermarsi la concezione “cartesiana” secondo cui – semplificando – esiste la malattia e non l’ammalato. Il medico “cartesiano” spiega la patologia (il disease), non la infermità (l’illness)4.

Dunque la concezione moderna della salute nasce in concomitanza con l’affermarsi del capitalismo come modo di produzione dominante, con il progressivo diffondersi dell’industria e con il prevalere del pensiero positivista in ambito scientifico. Qui un primo punto importante: esattamente come in altri campi la scienza capitalista tende ad oggettivare il malato. Questo non è altro che un «portatore di patologie, che vanno curate e possibilmente guarite»5. Ma la realtà empirica ci mostra quanto siano invece importanti le condizioni soggettive del malato nella sua guarigione:

È un fatto, impossibile da negare, che gli interventi in chiave terapeutica sono di natura relazionale (si pensi al rapporto medico-paziente di cui già parlava Platone a proposito del patto di cura) il che significa che non si soddisfano i bisogni dell’ammalato in modo anonimo, prescindendo dalla sua storia di vita e dalla trama di relazioni che lo legano alla famiglia, agli amici, e ad altri ancora6.

La stessa critica si può applicare in maniera più ampia all’intera scienza capitalista. Su impulso dei movimenti ecologisti ad esempio è tornata alla luce la nozione marxista di frattura metabolica:

Negli appunti per la stesura del Capitale, che sarebbero poi stati raccolti da Engels per comporre il terzo volume, Marx scrive che il capitalismo aveva reciso quel legame con la natura, «producendo una incolmabile frattura nel nesso del ricambio organico sociale [metabolismo] prescritto dalle leggi naturali della vita (Karl Marx, Il Capitale, libro III (2), Editori Riuniti, 1980, p. 926)7.

L’esempio più comune, utilizzato dallo stesso Marx, è quello dell’agricoltura. Semplificando si può dire che mentre i modelli di produzione agricoli pre-capitalistici prevedevano la rotazione delle colture per permettere ai terreni di rigenerarsi dal punto di vista organico, l’agro-industria capitalista, votata alla massimizzazione del profitto, tenta di aggirare i cicli biologici attraverso l’uso delle macchine e dei fertilizzanti chimici. Ma a lungo andare questo modo di produzione sterilizza i terreni, genera appunto una frattura metabolica tra i cicli naturali e quelli produttivi.

Tracciando un parallelo, in parte ardito, l’agronomo dell’agro-industria ed il medico cartesiano condividono la stessa prospettiva: individuano la patologia (nel caso dell’agronomo l’infertilità del terreno), la isolano dalle condizioni soggettive ed ambientali oggettivandola, e provano a porvi rimedio in una maniera standardizzata (i fertilizzanti). Tra l’altro spesso questo rimedio è un prodotto chimico. Continuando il parallelo si può dire che il caffè, il tabacco, gli integratori, la cocaina, gli oppioidi e vari altri tipi di farmaci e droghe sono per l’essere umano ciò che l’introduzione di specie allogene per predazione, pesticidi e fertilizzanti chimici sono per l’agricoltura. Come i secondi vengono utilizzati per intensificare lo sfruttamento dei terreni, così i primi vengono utilizzati per estrarre più valore dal nostro lavoro, con le conseguenze degenerative che ben conosciamo.

Un esempio palese di frattura metabolica in ambito medico si può riscontrare ad esempio nel fenomeno dell’antibiotico-resistenza: l’utilizzo massiccio degli antibiotici tanto nell’allevamento industriale (e quindi nell’alimentazione umana), quanto nelle prescrizioni mediche ha generato un effetto avverso potenzialmente devastante. I batteri si stanno evolvendo ed adattando divenendo più resistenti ai farmaci8.

Questa piccola divagazione serve a comprendere quanto la storia del capitalismo e della moderna scienza medica siano intrecciate ben oltre l’attuale privatizzazione della sanità o la questione dei brevetti sui farmaci. Per certi versi le differenti configurazioni che hanno caratterizzato i sistemi sanitari dall’Ottocento in poi corrispondono a differenti fasi dello sviluppo capitalista (e della lotta di classe). Richiederebbe tempo ricostruire in maniera sufficientemente dettagliata queste fasi per cui, insieme agli autori ci atteniamo a considerare il lasso di tempo tra la nascita del Servizio Sanitario Nazionale in Italia nel 1978 fino ad oggi.

La crisi del welfare state
Nel capitolo “All’origine del modello universalista” Luca Antonini ricostruisce i passaggi politici che hanno portato alla nascita del SSN. Spiega che il dibattito sulle forme che avrebbe dovuto assumere il sistema sanitario in Italia affonda le sue radici nell’Assemblea Costituente e si protrae per tre lunghi decenni, fino a che nel 1978:

La nascita del Servizio sanitario nazionale poneva fine al sistema di copertura sanitaria delle mutue: un sistema divenuto costoso, obsoleto e ingiusto. L’assicurazione mutualistica, infatti, era legata al posto di lavoro e questo comportava grandi differenze di assistenza in riferimento all’occupazione; discriminava quindi a seconda della classe sociale9.

Il libro dà velocemente conto del clima politico del paese in quel momento in cui era in corso il sequestro Moro e al governo vi era Andreotti con l’appoggio esterno del PCI, ma glissa sul fatto che la nascita del SNN sia stato uno dei prodotti dei due decenni di conflittualità sociale e operaia che alcuni autori hanno ribattezzato “il lungo ‘68 italiano”. Anche qui servirebbe una lunga disquisizione sulle dinamiche che dal basso hanno portato alla costituzione di uno dei modelli sanitari universalisti tra i più avanzati al mondo, ma per il momento ci fermiamo a proporre un’ipotesi. L’SNN è stato il prodotto di due tendenze contrapposte, da un lato è stata l’ultima conquista del movimento operaio nelle sue varie forme e declinazioni, dall’altro la conseguenza sul fronte della riproduzione sociale della ristrutturazione capitalistica in corso. Infatti mentre la legge 833 veniva approvata il modello industriale a grande concentrazione operaia che aveva caratterizzato i precedenti decenni era sulla via del tramonto. Al decentramento produttivo e alla delocalizzazione industriale corrispondevano un aumento della disoccupazione e del lavoro precario. Il vecchio sistema delle mutue avrebbe escluso dalla copertura sanitaria la nuova classe operaia precaria espulsa dalla grande fabbrica. Dunque si può ipotizzare che la nascita del SNN fosse una qualche mediazione tra queste due esigenze: placare la conflittualità sociale offrendo delle concessioni ed allo stesso tempo riorganizzare questo aspetto della riproduzione sociale proletaria in maniera funzionale alle mutazioni del mondo del lavoro.

Il SNN rimane però lungamente un’opera non del tutto compiuta, infatti bisogna aspettare il 1999 perché vengano definiti i famosi LEA, cioè i livelli essenziali delle prestazioni che il sistema sanitario è tenuto ad offrire. Nel frattempo però in tutto il mondo occidentale il modello del welfare state è entrato in crisi. Stefano Zamagni spiega così l’origine di questa crisi almeno in ambito sanitario:

Quattro i fattori causali maggiormente responsabili delle tendenze in atto. Il primo concerne l’influenza degli aumenti di reddito sulle prestazioni sanitarie. […] aumenti del reddito medio pro-capite trascinano con sé aumenti più che proporzionali della domanda di servizi sanitari […] il consumatore razionale all’aumentare della propria disponibilità di bilancio muta la struttura, cioè la composizione, dei propri consumi, riducendo la quantità acquistata di beni inferiori e normali e aumentando quella di beni superiori, come appunto è il bene salute 10.

In sostanza nella breve parentesi della “società del benessere” la domanda di beni sanitari è aumentata alla luce dell’aumento dei redditi. Il secondo aspetto considerato da Zamagni è in parte collegato al primo:

[…] si accresce l’interesse degli utenti per la qualità dei servizi sanitari. All’aumentare cioè delle sue disponibilità economiche, l’utente sanitario tende a diventare sempre più esigente 11.

L’autore spiega che essendo la sanità un ambito ad alta intensità di lavoro umano, difficilmente sostituibile dalle macchine, l’aumento della qualità dei servizi sanitari non può che determinare aumenti tendenziali della spesa sanitaria. La terza causa riguarda invece il progresso scientifico e tecnologico:

[…] quello sanitario è uno dei pochi settori dell’economia in cui il progresso tecnico tende a non essere risparmiatore di lavoro e dunque un settore che tende a conoscere costi unitari crescenti nel lungo periodo 12.

Infine a pesare è la transizione demografica in atto in alcune delle società a capitalismo avanzato dove vi è sia un allungamento della vita media sia il declino del tasso di morbilità. La convergenza di queste tendenze evidenzia come i costi sanitari (ma per certi versi si potrebbe fare lo stesso ragionamento sulla formazione) all’interno del modello del welfare state classico sono destinati ad aumentare a prescindere da sprechi ed inefficienze, proprio per la natura particolare di questa attività, fino a rappresentare una voce di bilancio sempre più pesante sulla contabilità pubblica.

Per quanto controintuitivo possa sembrare questa è la dimostrazione di quanto il modello sociale capitalista sia un limite al pieno sviluppo del benessere e delle capacità umane. Detto in soldoni entrambe le principali configurazioni dell’organizzazione della riproduzione sociale capitalistica emerse nell’ultimo secolo portano ad un vicolo cieco. Quella welfaristica, cioè quella in cui la riproduzione sociale del proletariato viene appaltata allo Stato che la finanzia attraverso la redistribuzione della tassazione, si va a schiantare sull’aumento dei costi, mentre quella privatistica, a cui i proletari hanno accesso solo attraverso l’indebitamento, si va a schiantare nell’insolvenza. Senza considerare poi le conseguenze indirette del sistema privatistico: una classe operaia che non può curarsi sufficientemente è una classe operaia debilitata, affaticata, meno produttiva. Una parte della crisi degli oppiacei negli Stati Uniti è derivata proprio dalla sostituzione della cura delle malattie da lavoro con la cosiddetta “terapia del dolore”. Le conseguenze sono davanti agli occhi di tutti.

Taylorismo e salute
Dunque quale è stata la risposta alla crisi del welfare state?

In buona sostanza, si interviene sui livelli di efficienza (allocativa e tecnica) allo scopo di ridurre gli sprechi e migliorare la produttività del lavoro di tutti coloro che prendono parte al processo sanitario. È in ciò il senso ultimo dell’aziendalizzazione e delle varie pratiche (esplicite e, più spesso, implicite) di razionamento delle prestazioni 13.

Con il razionamento delle prestazioni Zamagni si riferisce anche alla questione delle liste d’attesa. Naturalmente a corredo, implicito, di questo processo di aziendalizzazione del SSN va inserita la sostanziale delega al privato ed al privato-convenzionato di tutta una serie di prestazioni, quelle che producono un qualche tipo di profitto, che proprio attraverso i meccanismi di razionamento il pubblico devolve al mercato.

Ad ogni modo la risposta che i governi, a partire dagli anni ‘90, hanno dato alla crisi del welfare state è stata l’applicazione della filosofia aziendale taylorista al lavoro di cura. L’idea alla base del taylorismo è quella di scomporre i processi produttivi in mansioni semplici e ripetitive codificando metodi e standardizzando i tempi per svolgerle. L’obiettivo naturalmente è quello di ridurre i tempi e gli sprechi ed aumentare la produttività del lavoro.

L’applicazione delle strategie manageriali tayloriste alla sanità ha diverse implicazioni in primo luogo sull’organizzazione del lavoro. Visite mediche brevi e contingentate, aumento dei carichi di lavoro e razionalizzazione delle risorse a disposizione. Medici ed infermieri svolgono un lavoro sempre più alienato e ripetitivo che contribuisce a privare tanto i sanitari quanto i pazienti di quella preziosa soggettività che è fondamentale in un processo relazionale come quello della cura. Inoltre il principio di economicità alla base di questa ristrutturazione predilige la centralizzazione delle strutture ospedaliere, riducendo i presidi sanitari sui territori. Uno dei grandi elementi di fragilità del sistema sanitario che la pandemia da Covid19 ha mostrato chiaramente.

Il tentativo è quello di provare a rendere scalabile dentro dei processi produttivi di tipo simil-industriale qualcosa che per sua natura scalabile non è come la salute umana.

Pensare la salute
In Pensare la sanità Antonini e Zamagni provano a proporre una terza via rispetto a quella welfaristica e a quella privatistica che salvaguardi il principio dell’universalismo. Si chiedono:

Se si vuole conservare […] l’impianto universalistico del nostro sistema sanitario, quali problemi di natura propriamente organizzativa devono essere risolti per far sì che il vincolo dell’economicità della gestione non interferisca negativamente con le scelte mediche che per natura loro, mirano al miglioramento della qualità delle prestazioni?14

La risposta che viene data è duplice, da un lato l’abbandono del modello taylorista di organizzazione del lavoro a favore di

un ambiente organizzativo che amplifichi l’immaginazione umana e liberi la creatività latente che esiste, tanto o poco, in ogni persona 15.

Dall’altro la realizzazione di una sanità plurale che includa soggetti di offerta pubblica, privati e civili. Per gli autori il fatto che:

[…] la salute di ciascuno dipende da quella di tutti comporta chela salute sia un bene comune […] né un bene pubblico, né un bene privato, e pertanto né la sola gestione pubblicistica, né la gestione privatistica sono adeguate.

L’idea è che la società civile ed il Terzo Settore vadano inclusi nel processo decisionale e nelle articolazioni organizzative del sistema sanitario.
Ciò che si può apprezzare di questa proposta è che implicitamente sostiene la necessità di una de-mercificazione della sanità, di una maggiore possibilità di decisione sui processi sanitari da parte della società e infine di una trasformazione dell’organizzazione del lavoro che rimetta al centro la molteplicità di relazioni che concorrono alla salute.

Il problema di fondo che si può rintracciare in questo testo è che pur criticandola assume per assodata la dicotomia tra pubblico e privato, tra Stato e Capitale come due entità in contrapposizione. Questa idea, residuo della semplificazione ideologica della Guerra Fredda, è ancora troppo diffusa negli ambienti di sinistra che distinguono tra un pubblico “buono” ed un privato “cattivo”. Per noi lo Stato rimane, secondo la definizione di Marx, “il comitato che amministra gli affari comuni di tutta la classe borghese”. È lo Stato che attraverso l’attività legislativa, giuridica e burocratica ha aperto la strada all’aziendalizzazione e alla privatizzazione, è lo Stato che ha preparato il terreno per la mercificazione della sanità. Dunque a meno che una frazione dominante della borghesia torni a considerare vantaggiosa per i propri scopi la visione della sanità universale o che nuovi conflitti sociali riescano ad imporla è improbabile vedere realizzata una trasformazione che fornisca potere e decisionalità alla società ed ai professionisti ed alle professioniste della sanità sulla salute.

Al netto di ciò va constatato che negli ambienti antagonisti e nella sinistra di classe la capacità di costruire un “pensiero forte” sulla salute e più in generale sulla riproduzione sociale è piuttosto limitato e nebuloso, nonostante l’eredità di sperimentazioni, teorie di critica della scienza e possibilità di intervento. Tra guerre, pandemie e crisi climatica la questione della riproduzione sociale del proletariato sarà sempre più centrale, dunque forse è ora di iniziare a pensare alla salute.

*Orizzonti è un progetto che mira a indagare le geografie del capitalismo in Italia ed ascoltare le voci dei conflitti e delle lotte nei territori periferici e provinciali. Crediamo che per conquistare un’efficacia, una rotta, una possibilità trasformativa efficace sia la nostra comprensione del sistema che ci sfrutta ed opprime rendendola il più possibile precisa, attuale e radicata.


  1. https://www.avvenire.it/attualita/senza-assistenza-cosi-la-legge-bellissima-di-trump-fara-vittime-negli-usa_93342  

  2. https://volerelaluna.it/territori/2024/07/09/torino-la-salute-e-laspettativa-di-vita-la-variabile-sociale/  

  3. https://www.ilsole24ore.com/art/crescono-italiani-che-rinunciano-curarsi-ora-sono-su-dieci-colpa-liste-d-attesa-e-motivi-economici-AHFmlGs  

  4. Luca Antonini, Stefano Zamagni. Pensare la sanità. Terapie per la sanità malata, Roma, Studium Edizioni, 2025, p. 11.  

  5. Ibidem.  

  6. Ivi, p. 12.  

  7. https://www.antropocene.org/index.php/341-che-cos-e-la-frattura-metabolica  

  8. https://www.marionegri.it/magazine/antibioticoresistenza#:~:text=L’antibiotico%20resistenza%20(AMR),grazie%20a%20mutazioni%20del%20DNA.  

  9. L. Antonini, S. Zamagni. Pensare la sanità. Terapie per la sanità malata, op. cit, p. 28.  

  10. Ivi, p. 93.  

  11. Ivi, p. 94.  

  12. Ivi, p. 96.  

  13. Ivi, p. 102.  

  14. Ivi, p. 121.  

  15. Ivi, p. 127.  

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Visum et repertum 9 https://www.carmillaonline.com/2026/05/16/visum-et-repertum-9/ Sat, 16 May 2026 20:00:30 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92610 di Franco Pezzini

Vampiro è l’autore

[È comparso qualche tempo fa per i tipi Hypnos, Milano 2026, il dittico Jan Blazek. Le chimere del cacciatore di vampiri, seguito dell’episodio precedente qui presentato, a firma di Antilia de Caston Motte e a cura di chi scrive. La saga costituisce un omaggio ai film della Hammer e al genere cappa e spada; e un’ulteriore coppia di avventure, Jan Blazek. La terra dei minotauri, di prossima uscita, è già disponibile in questi giorni al Salone del libro di Torino. Dalla Postfazione de Le chimere si propone qui un breve stralcio.]

La grandissima stagione vittoriana delle storie di vampiri [...]]]> di Franco Pezzini

Vampiro è l’autore

[È comparso qualche tempo fa per i tipi Hypnos, Milano 2026, il dittico Jan Blazek. Le chimere del cacciatore di vampiri, seguito dell’episodio precedente qui presentato, a firma di Antilia de Caston Motte e a cura di chi scrive. La saga costituisce un omaggio ai film della Hammer e al genere cappa e spada; e un’ulteriore coppia di avventure, Jan Blazek. La terra dei minotauri, di prossima uscita, è già disponibile in questi giorni al Salone del libro di Torino. Dalla Postfazione de Le chimere si propone qui un breve stralcio.]

La grandissima stagione vittoriana delle storie di vampiri e le relative ricadute nell’ambito di un gotico su schermo – anche in costumi, parafernali e (diciamo così) parainfernali – rendono oggi molto difficile pensare di darvi seguito in narrazioni, pena il ricadere in fatali cliché. Più fertile dunque l’indagare in chiave di affabulazione il secolo precedente, di cappa e spada & di vampiri, non ancora confinati in quel canone pseudostokeriano che le regie popolari hanno irrigidito; e cercare chiavi diverse dalle solite saghe di tombe aperte e morsi sul collo. Tanto più che i vampiri folklorici non attingono al collo ma al petto (e collo è censura linguistica vittoriana per seno), a svelare le disturbanti parentele del vampir con la grande categoria di incubi oppressori e demoni inclini allo stupro.
D’altra parte il vampiro – se ha senso parlare in termini unitari di una creatura dai connotati tanto vaghi, una sorta di nebulosa immaginale che richiede a chi brandisca il termine di circoscriverne subito l’ambito – sorge nel contesto di culture continuamente meticciate e dai confini mobilissimi, a colpi di paci settecentesche (Passarowitz, 1718; Belgrado, 1739; eccetera) stipulate tirando linee sulla carta: tutto resta, come nel titolo del giallo “vampiresco” di Fred Vargas (2008: Einaudi, 2009) Un luogo incerto. Un luogo in senso topografico ma anche tematico, un topos: e un’incertezza che non è solo quella dell’imbarazzo del fantastico alla Todorov, categoria come all’incrocio degli spazi di strano e meraviglioso, ma quella radicale di un soggetto – oltretutto un soggetto ossimorico, come ricordava Gianfranco Manfredi, “Il vampiro è un ossimoro” – dalla definizione sfuggente.
E ancora, al di là del vampiro c’è il vampiresco, come dimensione e qualifica. Possono essere vampireschi – o vampiri, come si preferisca, ma in chiave diversa dal classico vampir – svariatissimi tipi di creature (animali, piante…) e persino oggetti. […]
In ogni caso, la prima ambiguità vampiresca sta nel rapporto tra chi scrive e il suo soggetto. […] Qualunque scrittore si appoggia a concreti materiali umani per dar corpo e volto alle proprie creazioni, in genere persone ben conosciute (ricordare l’influsso del mattatore Sir Henry Irving nella costruzione della figura del conte Dracula da parte di Bram Stoker è in questa sede persino fin troppo ovvio) o magari profondamente amate. L’autore vampirizza il modello e a sua volta in qualche modo ne viene vampirizzato – perché non ne uscirà più, sta modellando un legame immaginale e in fondo magico: di nuovo, i confini si fanno incerti. In grazia, a pensarci bene, di quell’operazione assieme sacra e occulta che è la scrittura, per cui coinvolgere (a livello di ispirazione o scrittura comune, o anche solo fantasticando assieme) significa legare, saldare, unire virtualmente per sempre.

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L’Anarchia non uccide: ventenni contro Franco https://www.carmillaonline.com/2026/05/16/lanarchia-non-uccide-ventenni-contro-franco/ Fri, 15 May 2026 22:01:28 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94642 di Walter Catalano

Leopoldo Santovincenzo, Invito a pranzo con pistola. Storia dimenticata del primo sequestro politico nell’Italia degli anni ’60, Solferino, pp. 350, 20,50 €.

C’è un paradosso sottile nel titolo di questo libro: Invito a pranzo con pistola suona quasi come una commedia di costume, un I soliti ignoti riveduto in chiave noir, e invece custodisce una delle storie più serie, moralmente limpide e politicamente rilevanti che l’Italia del dopoguerra abbia prodotto prima che il decennio successivo trasformasse ogni gesto di protesta in qualcosa di irreversibilmente sanguinoso. Leopoldo Santovincenzo sceglie il tono giusto fin dal titolo, preso dichiaratamente in prestito da un [...]]]> di Walter Catalano

Leopoldo Santovincenzo, Invito a pranzo con pistola. Storia dimenticata del primo sequestro politico nell’Italia degli anni ’60, Solferino, pp. 350, 20,50 €.

C’è un paradosso sottile nel titolo di questo libro: Invito a pranzo con pistola suona quasi come una commedia di costume, un I soliti ignoti riveduto in chiave noir, e invece custodisce una delle storie più serie, moralmente limpide e politicamente rilevanti che l’Italia del dopoguerra abbia prodotto prima che il decennio successivo trasformasse ogni gesto di protesta in qualcosa di irreversibilmente sanguinoso. Leopoldo Santovincenzo sceglie il tono giusto fin dal titolo, preso dichiaratamente in prestito da un articolo in proposito del 1977: un titolo che sintetizza esattamente ciò che accadde il 28 settembre 1962 a Milano, quando un membro del gruppo di giovani anarchici e socialisti rivoluzionari telefonò al viceconsole spagnolo Isu Elías – l’ambasciatore stava a Roma e i giovanissimi cospiratori non avevano fondi per la trasferta; il console in carica era assente, dunque non restava che accontentarsi del viceconsole, l’unica autorità della Spagna franchista rintracciabile in quei giorni a Milano –  spacciandosi per il segretario del vicesindaco democristiano Luigi Meda, per invitarlo a gustare l’ossobuco e il risotto giallo della Taverna della Giarrettiera in Galleria. L’invito era finto, il pranzo non ci fu mai, ma la pistola — due pistole, per l’esattezza, per quanto mai mostrate alla vittima e da questa stessa messe in dubbio al processo: “sentivo qualcosa di duro ma non posso dire fossero pistole” — era reale quanto le manette con cui, poche settimane dopo, i protagonisti di questa vicenda sarebbero comparsi davanti al tribunale di Varese.

Santovincenzo –  in quota Rai, ideatore e autore da decenni del miglior programma sulla narrativa e il cinema di genere, Wonderland – pubblicista e scrittore in proprio che si definisce modestamente nel libro uno “svuotacantine” non un ricercatore, uno che persegue le sue ossessioni e le sue memorie infantili rimestando fra vecchie pubblicazioni polverose e dimenticate: già autore di un saggio sui gloriosi sceneggiati fantastici Rai degli anni ’60 – Fantasceneggiati. Sci-fi e giallo magico nelle produzioni RAI (1954-1987), Elara 2016; e di un romanzo-memoriale, La balena di piazza Savoia. L’immaginario che avevamo in dote, Exòrma, 2017, in cui ricostruisce i percorsi tortuosi, assolutamente reali seppur trascesi a vero e proprio mito, della balena imbalsamata itinerante che ha infestato i sogni o i ricordi (difficile talvolta distinguere) di tutti i baby boomers, me compreso, ad averla incrociata da bambini. Qui, di nuovo inseguendo una storia e un’ossessione, ricostruisce con scrupolo e con evidente passione civile un episodio che la storiografia italiana ha sistematicamente lasciato ai margini, confinato nelle memorie militanti del movimento anarchico e in qualche articolo sparso, senza mai ricevere lo spazio e la riflessione che meriterebbe. Eppure si tratta — come il sottotitolo dichiara senza reticenze — del primo sequestro politico nell’Italia moderna, un atto che precede di oltre un decennio le spirali di violenza degli anni Settanta e che, proprio per questa ragione, offre uno specchio utilissimo per misurare la distanza abissale tra due modi di concepire l’azione politica radicale: quello dei ventenni del 1962, animati da un’etica della responsabilità e da una quasi paradossale fiducia nel potere della parola pubblica, e quello che verrà dopo, quando la politica si trasformerà in guerra, una guerra che non risparmierà nessuno.

La vicenda, nei suoi contorni essenziali, è questa. Il 28 settembre 1962 un gruppo formato da quattro anarchici — Amedeo Bertolo, Luigi Gerli, Gianfranco Pedron e Aimone Fornaciari — da un “comunista rivoluzionario”, come si definisce Vittorio De Tassis e da tre più o meno convinti socialisti rivoluzionari – Alberto Tomiolo, Giorgio Bertani e Giambattista Novello-Paglianti – rapisce a Milano il viceconsole spagnolo Isu Elias. Lo scopo non è il denaro, non è la rivoluzione, non è nemmeno — almeno nella concezione degli organizzatori — la vendetta politica. Lo scopo è salvare una vita: quella di Jorge Conill Valls, giovane anarchico catalano condannato a morte dal tribunale militare franchista per aver partecipato ad alcuni attentati dimostrativi a Barcellona, uno dei quali nella sede della Falange, un altro in quella dell’Opus Dei. Era previsto che il viceconsole, senza che gli venisse torto un capello, fosse consegnato a un gruppo di anarchici spagnoli, affinché questi lo rilasciassero in libertà a Ginevra, nella sede della Lega dei Diritti Umani. Il piano aveva una sua logica da romanzo d’avventura, con twist narrativi quasi da film, e Santovincenzo li restituisce con una scrittura che sa essere insieme precisa e avvincente, senza cedere alla tentazione della novelization gratuita.

Il cuore del libro non sta però nella meccanica del sequestro — pur descritta con dovizia di particolari gustosi: dall’auto a noleggio, una Giulietta bianca presa a Verona per trentunomila lire senza che nessuno dei cospiratori avesse la patente, tanto da dover coinvolgere un amico neopatentato nel complotto e far dire poi al rapito al processo “non avevo paura dei rapitori, gentilissimi, avevo paura del modo come guidava l’autista”; alla sgangherata casupola di vacanza montana familiare a Cugliate Fabiasco, paesino di 178 anime in provincia di Varese a cinque chilometri dalla frontiera svizzera — ma nel contesto in cui quella scelta azzardata emerge. Santovincenzo è acuto nel non separare il gesto dalla sua matrice: racconta come Amedeo Bertolo, ancora ventunenne, avesse già compiuto una missione clandestina in Spagna in sella al suo “galletto”, con un ciclostile mascherato da cassetta da pittore, per distribuire materiale di propaganda ai gruppi libertari spagnoli, e come quella rete di solidarietà internazionale — concreta, rischiosa, fondata su rapporti umani diretti — fosse la premessa morale dell’azione successiva. Non si sequestra un viceconsole per capriccio o per ideologia astratta: lo si fa perché si conosce di persona l’uomo che sta per essere fucilato o garrotato, perché si è dormito nelle case dei suoi compagni, perché l’antifascismo non è una parola ma un legame di carne e sangue attraverso i confini territoriali e linguistici.

La ricostruzione storica è uno dei punti di forza del libro. Santovincenzo inquadra la vicenda nell’Italia del 1962, un paese in piena trasformazione economica, alle soglie del centrosinistra, ma ancora percorso da tensioni profonde. Eravamo allora ben lontani da quel che verrà dagli anni Settanta in avanti: né gli anarchici né i socialisti erano davvero terroristi, né avevano mai avuto alcuna intenzione di sfiorare con un dito il loro “prigioniero”. E in effetti il viceconsole Elías — cinquantacinquenne di origine bulgara, con un passato non del tutto limpido, secondo alcuni qualche connivenza nella fuga dei Petacci in Spagna, ma sostanzialmente una brava persona — viene trattato con una cura quasi commovente: bendato con occhiali da sole incerottati, certo, ma rassicurato, confortato da ogni possibile spiegazione e persino intrattenuto dal suo guardiano durante la breve detenzione. Al processo testimonierà con sincerità di non aver corso alcun pericolo reale. È un dettaglio che Santovincenzo non lascia cadere, perché dice molto sull’etica di questi militanti: c’era una linea precisa che non intendevano attraversare.

Ma il libro non è solo cronaca: è anche storia delle idee, o meglio storia dei corpi in cui le idee si incarnano. Uno dei passaggi più riusciti è la descrizione del gruppo nella sua eterogeneità: metà milanesi anarchici e metà socialisti rivoluzionari scaligeri, una eterogeneità ideologica che Bertolo giustificherà con ragioni logistiche e che sarà alla base di una diffidenza reciproca e una memoria non condivisa del gesto. Questo dettaglio è prezioso perché smaschera la mitologia dell’azione politica come momento di fusione fraterna: in realtà il sequestro di Isu Elías è anche una storia di tensioni interne, di sospetti, di gelosie militanti. I socialisti veronesi e gli anarchici milanesi non parlano sempre la stessa lingua, e quando i rapporti di Tomiolo con un giornalista di “Stasera” vengono considerati dagli anarchici una trama alle loro spalle, decidono di liberare immediatamente il viceconsole consegnandolo a un giornalista de “Il Giorno”, lo scoop finisce però per essere bruciato dal collega di un settimanale scandalistico che aveva ricevuto una soffiata: un piccolo vaudeville involontario che Santovincenzo descrive con il giusto tocco di ironia.

Il processo di Varese — che si apre il 13 novembre 1962 — è un altro momento in cui la ricostruzione dell’autore si fa particolarmente densa e illuminante. Il pubblico ministero – con una moderazione impensabile oggi – chiese pene che si aggiravano al massimo sull’anno di reclusione, ulteriormente ridotte dal tribunale, con il riconoscimento dell’attenuante di aver agito per motivi di alto valore morale e sociale: il centro sinistra è alle porte, la DC vuole fare bella figura coi futuri alleati di governo. Ma il momento più teatrale — e più simbolicamente potente — è quello dell’ingresso di Amedeo Bertolo, l’unico imputato ancora latitante, nell’aula. Fuggito in Francia dopo il sequestro, aveva annunciato che si sarebbe consegnato spontaneamente. Il palazzo di giustizia era strettamente vigilato dai carabinieri, ma il fuggitivo riuscì ad arrivare sino alla stessa sala d’udienza, facendosi passare per l’aiutante dell’avvocato. Quando si identificò di fronte al tribunale, scoppiò uno scandalo enorme. È una scena da romanzo picaresco, e Santovincenzo ha la saggezza di non drammatizzarla troppo: lascia che parli da sola, con la sua carica mista di beffa e di serietà.

Ma l’esito più importante di tutta la vicenda non è processuale: è diplomatico, e politico nel senso più alto. Il sequestro ebbe il merito di dar avvio alla diplomazia sotterranea. Il 5 ottobre 1962, il Supremo Tribunale Militare  confermò la sentenza della Corte marziale di Barcellona – l’intercessione del cardinale Montini, futuro Papa Paolo VI, sarebbe arrivata poco dopo – e la minacciata pena di morte fu commutata in trent’anni di carcere. Nessun ministro degli Esteri, nessuna ambasceria, nessun organismo internazionale era riuscito a ottenere quello che otto ventenni con due pistole, una Giulietta bianca a noleggio e un ciclostile su un galletto avevano ottenuto in quattro giorni di sequestro. L’editoria, la stampa di mezzo mondo, l’opinione pubblica internazionale avevano fatto il resto: i comunicati diffusi da Parigi raggiunsero le agenzie, i giornali pubblicarono tutto, il franchismo si trovò sotto una luce che certo non gradiva. È una lezione sull’efficacia della comunicazione come arma politica che Santovincenzo sottolinea con intelligenza, senza trionfalismi ma senza neanche sminuire la sua importanza.

Un aspetto che il libro affronta con particolare acutezza è la questione della memoria divisa. Come spesso accade nella storia italiana, questo episodio non ha una narrazione univoca: gli anarchici lo rivendicano come proprio, i socialisti veronesi lo ricordano diversamente, e la storiografia mainstream lo ha per decenni semplicemente ignorato. Quello di Isu Elias è stato il primo sequestro politico dell’epoca moderna, seguito — nel 1966 — da quello del diplomatico spagnolo monsignor Ussia, sempre per opera di un gruppo anarchico, e quindi dalla miriade di sequestri effettuati in ogni parte del mondo nel decennio successivo. Eppure nella memoria collettiva italiana il termine “sequestro politico” evoca quasi automaticamente il 1978, il caso Moro, le Brigate Rosse. Tutto ciò che viene prima sembra non contare, o conta troppo poco. Santovincenzo compie un atto di giustizia storiografica restituendo a questa vicenda la sua priorità cronologica e la sua specificità etica: il sequestro del 1962 non è la preistoria del terrorismo, è un’altra cosa interamente.

Come in una sorta di Anarchist Graffiti, Santovincenzo ricostruisce anche le notizie sul destino successivo di tutti i protagonisti: fra questi Amedeo Bertolo, che diventerà uno degli intellettuali anarchici più importanti del secondo Novecento italiano, fondatore nel 1971 di “A rivista anarchica”, nel 1976 del Centro Studi Libertari/Archivio Pinelli e nel 1986 della casa editrice Elèuthera — una biografia che trasforma retroattivamente il sequestro del 1962 nel primo atto di una lunga e coerente storia di militanza culturale.

Il libro raggiunge perfettamente il suo scopo: portare alla luce una storia che rischiava di sparire del tutto, consegnarla ai lettori con rispetto e rigore, mostrare che nell’Italia degli anni Sessanta — prima della strategia della tensione, prima di piazza Fontana, prima dell’assassinio del povero Pino Pinelli e la criminalizzazione di Pietro Valpreda (che già compaiono come figuranti nella storia raccontata), prima del “terrorismo rosso” — c’erano giovani capaci di rischiare la propria libertà per salvare la vita di un amico in un paese straniero oppresso dalla dittatura, e di farlo con una pistola nascosta e la coscienza pulita.

Invito a pranzo con pistola è un libro da leggere: non come curiosità storica, non come documento militante, ma come contributo a quella memoria collettiva senza la quale nessun presente riesce davvero a capire sè stesso.

 

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Palestina, la radicalizzazione algoritmica https://www.carmillaonline.com/2026/05/14/palestina-la-radicalizzazione-algoritmica/ Thu, 14 May 2026 20:00:27 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94813 di Silvano Cacciari

Le dinamiche della comunicazione sono segnate da una trasformazione strutturale profonda nei meccanismi di formazione dell’opinione pubblica e di costruzione della legittimità politica. Questo mutamento non rappresenta una semplice evoluzione tecnologica, ma un cambio di paradigma che ha ridefinito i rapporti di forza sul terreno del soft power internazionale. Il conflitto israelo-palestinese, a partire dall’escalation del 2021 e in modo dirompente dopo gli eventi dell’ottobre 2023, funziona come laboratorio primario per osservare come la radicalizzazione algoritmica operi come un ariete capace di scardinare egemonie comunicative decennali. Mentre lo stato di Israele continua a esercitare un vantaggio militare convenzionale e [...]]]> di Silvano Cacciari

Le dinamiche della comunicazione sono segnate da una trasformazione strutturale profonda nei meccanismi di formazione dell’opinione pubblica e di costruzione della legittimità politica. Questo mutamento non rappresenta una semplice evoluzione tecnologica, ma un cambio di paradigma che ha ridefinito i rapporti di forza sul terreno del soft power internazionale. Il conflitto israelo-palestinese, a partire dall’escalation del 2021 e in modo dirompente dopo gli eventi dell’ottobre 2023, funziona come laboratorio primario per osservare come la radicalizzazione algoritmica operi come un ariete capace di scardinare egemonie comunicative decennali. Mentre lo stato di Israele continua a esercitare un vantaggio militare convenzionale e tecnologico schiacciante sulla Palestina e a dominare i canali diplomatici tradizionali, la sua capacità di influenzare il “feed” della comunicazione globale è in una fase di declino accelerato, superata da flussi informativi orizzontali e decentralizzati che privilegiano l’immediata la mobilitazione di massa.

1.
Nei processi di comunicazione la transizione dalla centralità dei gatekeeper tradizionali (giornalisti, editori, esperti istituzionali) a un ecosistema mediatico governato da algoritmi di raccomandazione ha alterato la gerarchia della visibilità e quindi del peso politico. Storicamente, la diplomazia pubblica israeliana, nota come Hasbara, ha operato con successo influenzando i media mainstream e i decision-maker politici attraverso narrazioni centralizzate e controllate. Tuttavia, la nuova struttura dell’opinione pubblica si fonda su piattaforme come TikTok, Instagram e YouTube, che bypassano completamente questi filtri. Non si tratta più solo di una dinamica generazionale che coinvolge gli under-35; i dati indicano che anche la maggioranza degli over-35 si informa ora primariamente attraverso contenuti visuali e social media, segnando una rottura definitiva con il consumo mediatico del XX secolo.

2.
L’architettura dei social media promuove un flusso informativo orizzontale in cui la credibilità non è più concessa dall’autorità istituzionale, ma dall’engagement e dalla percezione di autenticità. In questo contesto, Israele si trova in una posizione di svantaggio strutturale: controlla il territorio e l’accesso fisico dei giornalisti a Gaza, ma non possiede più gli strumenti per arginare il flusso di immagini e storie che emergono dal basso. La narrazione istituzionale, spesso percepita come “costruita” o “inautentica”, fatica a competere con la potenza emotiva di video brevi sui social, meme e testimonianze dirette che si allineano perfettamente con le logiche algoritmiche.
Questo spostamento dell’asse dei processi di comunicazione ha trasformato il campo di battaglia della legittimità politica internazionale. Se Israele vince sui telegiornali della sera grazie a relazioni consolidate con le élite mediatiche, perde sistematicamente nei feed di TikTok, dove risiede l’attenzione della nuova opinione pubblica globale. Gli algoritmi non sono intrinsecamente schierati per una parte politica, ma sono programmati per massimizzare e monetizzare il tempo di visualizzazione e l’interazione; di conseguenza, premiano i contenuti che generano forti reazioni emotive come l’indignazione morale, la protesta radicale e l’empatia verso le vittime civili.

3.
La radicalizzazione algoritmica non deve essere intesa come un processo di conversione ideologica lineare, ma come una condizione di “intensificazione affettiva”. Le piattaforme monitorano il comportamento dell’utente a livello micro — replay, like, commenti e tempo di permanenza su un frame — per inferire interessi e regolare le raccomandazioni di visualizzazione. Durante il conflitto a Gaza, questo design ha permesso la creazione di un pubblico che si mobilita attorno a narrazioni emotivamente cariche.
La logica della piattaforma privilegia quello che può essere definito “arousal emotivo”. I contenuti pro-palestinesi, spesso caratterizzati da immagini di sofferenza umana, resistenza grassroots e simbolismo visivo potente, performano meglio secondo le metriche di engagement rispetto alle dichiarazioni istituzionali o ai video di operazioni militari tecniche. Questa dinamica crea una dinamica circolare: l’utente che interagisce con un contenuto di protesta riceve dosi sempre più massicce di contenuti simili, rinforzando una specifica visione del conflitto e marginalizzando i punti di vista israeliani di fatto privi per appetibilità algoritmica.

La ricerca di Laura Edelson della Northeastern University evidenzia una disparità quantitativa e qualitativa senza precedenti nella distribuzione dei contenuti su TikTok : l’analisi di questi dati rivela un’intuizione profonda: mentre il post pro-Israele mediano riceve leggermente più visualizzazioni (indicando una base di supporto stabile ma limitata), quella che possiamo chiamare lotteria della viralità è dominata in modo schiacciante dalla causa palestinese. Avendo 17 volte più “biglietti della lotteria” (post), la probabilità che un contenuto pro-palestinese diventi virale e raggiunga milioni di utenti è esponenzialmente molto più alta. Inoltre, i tassi di engagement (like e condivisioni) sono significativamente superiori per la narrazione palestinese, suggerendo che quest’ultima risuoni in modo più efficace con le strutture psicologiche incentivate dall’algoritmo.

4.
Il processo di piattaformizzazione dei media ha reso le multinazionali tecnologiche (Meta, ByteDance, Google) i nuovi regolatori della sovranità informativa. Questo ha portato a quello che alcuni analisti chiamano colonialismo dei dati, dove le attività giornalistiche e di attivismo diventano prigioniere di economie estrattive che ottimizzano la visibilità basandosi su logiche commerciali e non su valori democratici o di verità. In questo scenario, la Hasbara israeliana ha cercato di adattarsi attraverso investimenti massicci in pubblicità mirata e intelligenza artificiale, ma tali sforzi sono spesso percepiti come tentativi di manipolazione del mercato dell’attenzione piuttosto che come espressioni credibili.
Lo stato di Israele ha storicamente fondato la propria legittimità su una narrazione di vittimismo storico unita a un’eccezionalità morale e tecnologica. Con lo scoppio della guerra nel 2023, questa strategia è entrata in collisione con un ambiente informativo che premia la velocità e la trasparenza radicale. Le autorità israeliane hanno iniziato a definire la situazione come una guerra di conoscenza, cercando di superare il concetto ormai logoro di Hasbara. Tuttavia, il passaggio a una gestione centralizzata della propaganda governativa ha mostrato limiti evidenti di fronte alla fluidità delle reti decentralizzate.
Per contrastare la perdita di egemonia, il governo israeliano ha lanciato iniziative sofisticate come il Progetto Esther. Questo progetto non deve essere confuso con l’omonima iniziativa della Heritage Foundation negli Stati Uniti, sebbene condividano obiettivi simili di contrasto al movimento pro-palestinese. Il Progetto Esther guidato da Israele è una campagna di propaganda digitale segreta che utilizza influencer pagati e tecnologie IA per influenzare l’opinione pubblica americana.
Nonostante la sofisticazione tecnica, queste campagne non risultano credibili: il tentativo di presentare un volto moderno e democratico di Israele attraverso influencer sponsorizzati si scontra violentemente con le immagini di distruzione documentate in tempo reale da cittadini e attivisti a Gaza. Mentre gli influencer del Progetto Esther producono contenuti patinati e embedded con l’esercito, il feed globale viene inondato da video grezzi e non filtrati che l’algoritmo identifica come più autentici e quindi meritevoli di maggiore visibilità.
Immediatamente dopo il 7 ottobre 2023, migliaia di cittadini israeliani e professionisti dell’hi-tech si sono mobilitati spontaneamente per creare war room digitali. Sono state mappate inoltre circa 120 sale operative e 40 organizzazioni dedicate allo sviluppo di strumenti tecnologici per rendere la Hasbara più efficace. Tuttavia, queste iniziative sono declinate rapidamente. Molti volontari hanno percepito i propri sforzi come una goccia nell’oceano rispetto allo tsunami della narrazione pro-palestinese mondiale. Inoltre, molta di questa attività ha finito per risuonare quasi esclusivamente all’interno della società israeliana, creando una camera dell’eco domestica che non è riuscita a scalfire le percezioni internazionali.

5.
La lezione fondamentale emersa dal conflitto è che i sostenitori della causa palestinese hanno mostrato una maggiore fluidità nell’uso del linguaggio algoritmico. Mentre Israele ha combattuto una guerra di comunicazione del XX secolo — basata sul controllo dei messaggi e sulla narrazione istituzionale — la controparte ha utilizzato un fiume di formati nativi del XXI secolo: meme, template virali e audio trending che si adattano perfettamente ai criteri di selezione degli algoritmi.
L’uso di TikTok da parte dei palestinesi e dei loro sostenitori rappresenta un caso studio di “attivismo ludico”. Questa pratica non si limita alla protesta seria, ma utilizza la cultura dell’imitazione e della competizione tipica della piattaforma (sfide, duetti, lip-syncing) per veicolare messaggi politici profondi. Analizzando i video sotto l’hashtag #gazaunderattack, diversi analisti hanno identificato tre template memetici principali che alimentano flussi affettivi di contenuti audiovisivi tra cui il Lip-syncing: Utilizzo di audio virali per narrare l’esperienza dell’occupazione o della guerra, rendendo il messaggio politico facilmente digeribile e imitabile; i duetti (Duets), funzione che permette agli utenti di reagire visivamente ai video provenienti da Gaza, creando un senso di comunità e testimonianza condivisa; il Point-of-View (POV), formato che mette lo spettatore nei panni di chi vive il conflitto, massimizzando l’empatia e l’impatto emotivo.
Queste pratiche trasformano gli utenti ordinari in nodi di distribuzione attivi, amplificando narrazioni emotivamente risonanti in cerca di validazione sociale. In contrasto, i tentativi istituzionali di Israele di utilizzare influencer spesso falliscono perché percepiti come cringe o palesemente orchestrati, mancando di quella spontaneità che l’algoritmo premia con la portata organica.
Un esempio brillante di fluidità algoritmica è l’adozione dell’emoji dell’anguria come simbolo di solidarietà palestinese. Questo fenomeno, noto come algospeak, nasce dalla necessità di bypassare la censura automatizzata e lo shadowbanning su piattaforme come Meta, che tendono a limitare la visibilità di post contenenti termini come “Gaza” o “Palestine”.
L’anguria, avendo gli stessi colori della bandiera palestinese (rosso, verde, bianco e nero), è diventata un simbolo di resistenza che trascende le lingue e le culture. Questo codice segreto permette di mantenere la visibilità del messaggio politico ingannando gli algoritmi di moderazione che non possono facilmente penalizzare l’emoji di un frutto senza apparire arbitrari. È un caso esemplare di come la radicalizzazione politica sappia confrontarsi consapevolmente con la radicalizzazione algoritmica, volgendone a proprio favore i meccanismi di funzionamento.
Possiamo avanzare una similitudine tra questo fenomeno e il boom del mercato musicale e dell’editoria a cavallo del 1968. In quegli anni, la controcultura trovò un alleato potente nell’espansione dei prodotti culturali (dischi, libri, giornali) che, pur essendo merci capitalistiche, permettevano la diffusione di idee radicali su scala di massa. Allo stesso modo, oggi gli algoritmi dei social media fungono da veicolo per la radicalizzazione politica contemporanea.
Come sappiamo, esiste un pregiudizio culturale profondo che vede le culture di sinistra spesso diffidenti nei confronti degli algoritmi, considerati inautentici in quanto macchinici e artificiali, a differenza dei libri o dei dischi, che non solo altro che tecnologie,. percepiti come oggetti autentici. Questa visione, un pò troppo influenzata dalla vecchia teoria critica, impedisce di comprendere che la radicalizzazione politica ha un futuro solo se saprà confrontarsi con la radicalizzazione algoritmica. I sostenitori della Palestina lo hanno fatto trasformando la sofferenza e la resistenza in un prodotto culturale virale che si adatta perfettamente alle logiche di consumo rapido di TikTok. Mentre la Hasbara israeliana cerca ancora di “spiegare” (Hasbara significa letteralmente spiegazione), la causa palestinese ha scelto di influenzare attraverso il sentimento, comprendendo che nell’economia dell’attenzione contemporanea, l’emozione precede sempre la ragione.

6.
Israele si trova in un paradosso geopolitico: possiede un’enorme superiorità tecnologica e militare e controlla fisicamente il territorio (comprese le infrastrutture di comunicazione di Gaza), ma non controlla più il flusso delle storie. Questa asimmetria è amplificata dalle nuove tecnologie di monitoraggio open-source (OSINT). Le azioni militari che un tempo potevano essere giustificate o oscurate attraverso la nebbia della guerra sono ora monitorate dallo spazio in tempo reale. Ricercatori come Lina Eklund dell’Università di Lund utilizzano immagini satellitari radar (Sentinel-1) per analizzare settimana dopo settimana la distruzione degli edifici a Gaza.
Questa trasparenza forzata, amplificata dai social della radicalizzazione algoritmica, è un nemico mortale per la diplomazia tradizionale basata sulla gestione accurata dell’informazione. Israele può impedire ai giornalisti internazionali di entrare a Gaza, ma non può spegnere i satelliti né impedire che i dati grezzi vengano trasformati in mappe virali e contenuti di denuncia sui social media. La radicalizzazione moderna non avviene in uno spazio puramente digitale separato dalla realtà fisica. Si svolge in quello che il filosofo Luciano Floridi definisce spazio “onlife”, dove l’online e l’offline si integrano senza soluzione di continuità.
La canzone ‘Leve Palestina’ (Lunga vita alla Palestina) della band Kofia, composta nel 1976, è diventata infatti un fenomeno internazionale nel 2023 proprio grazie a questa dinamica ibrida. Questo esempio dimostra come la radicalizzazione algoritmica non sia finta o virtuale, ma sia un motore di mobilitazione reale che si nutre della velocità e della capacità di superare i confini nazionali tipica delle piattaforme. Israele, cercando di combattere questa ondata con il Progetto Esther o con la censura diretta, non fa altro che confermare la propria natura di superato gatekeeper del XX secolo agli occhi di una popolazione globale che percepisce la libertà di espressione digitale come un diritto fondamentale.

7.
In ultima analisi, bisogna ribadire che l’algoritmo non è intrinsecamente “pro-Palestina” o “pro-Israele”. La sua unica lealtà è verso la viralità e l’engagement e la monetizzazione. Tuttavia, nel contesto specifico del conflitto mediorientale, le caratteristiche strutturali della narrazione palestinese (grassroots, emotiva, visuale, resistente) si allineano meglio con i criteri algoritmici rispetto alla narrazione israeliana (istituzionale, giustificativa, tecnologica, statale).
Israele ha perso il controllo del flusso delle immagini perché ha continuato a investire in un’egemonia comunicativa basata sull’influenza delle élite, mentre il potere si è spostato orizzontalmente verso il “feed”. La radicalizzazione algoritmica è l’ariete che ha abbattuto le mura della Hasbara non perché l’algoritmo abbia scelto una parte, ma perché una parte ha saputo abitare lo spazio digitale con maggiore fluidità, trasformando la propria lotta in un contenuto nativo del XXI secolo.

Per i movimenti politici del futuro, la sfida non è resistere all’algoritmo in nome di una purezza autodefinitasi autentica, ma capire che la battaglia per la legittimità politica si vince o si perde nella capacità di tradurre le proprie istanze nel linguaggio della radicalizzazione algoritmica. Il caso Palestina insegna che il controllo del territorio militare è una vittoria parziale, e forse effimera, se non si possiede la fluidità necessaria per navigare le correnti affettive che oggi governano l’opinione pubblica globale.
Il futuro della politica globale sarà sempre più determinato da questa capacità di sincronizzare la radicalizzazione politica con le architetture di engagement delle piattaforme. Chi rimane ancorato ai modelli comunicativi del secolo scorso, pur avendo il vantaggio delle armi, e persino della IA come principale arma militare, rischia di trovarsi isolato in un mondo che non si informa più attraverso i telegiornali, ma attraverso lo scorrere infinito di uno schermo che premia l’indignazione e la mobilitazione veloce.


Silvano Cacciari, autore di Guerra. Per una nuova antropologia politica (McGraw-Hill 2025)

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1969 Indagine a Milano https://www.carmillaonline.com/2026/05/13/unindagine-intorno-a-piazza-fontana/ Wed, 13 May 2026 20:00:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94562 di Sandro Moiso

Marco Caccamo, La ragazza del parco Solari. 1969 indagine a Milano, Agenzia X, Milano 2025, pp. 154, 14 euro.

I romanzi di Marco Caccamo, di cui quello qui recensito costituisce il più recente, potrebbero rappresentare una boccata d’aria per il “giallo” italiano. Più vicini a quelli di Georges Simenon, che vedevano protagonista il commissario Maigret, che a quelli della scuola hard boiled americana, non si ammantano della cupezza del noir o della violenza del polar che proprio in Francia avevano costituito l’assimilazione in chiave europea delle storie precedentemente narrate da Dashiell Hammett e Raymond Chandler.

Al massimo, [...]]]> di Sandro Moiso

Marco Caccamo, La ragazza del parco Solari. 1969 indagine a Milano, Agenzia X, Milano 2025, pp. 154, 14 euro.

I romanzi di Marco Caccamo, di cui quello qui recensito costituisce il più recente, potrebbero rappresentare una boccata d’aria per il “giallo” italiano. Più vicini a quelli di Georges Simenon, che vedevano protagonista il commissario Maigret, che a quelli della scuola hard boiled americana, non si ammantano della cupezza del noir o della violenza del polar che proprio in Francia avevano costituito l’assimilazione in chiave europea delle storie precedentemente narrate da Dashiell Hammett e Raymond Chandler.

Al massimo, si potrebbero vedere riflesse nelle pagine di cui è protagonista il commissario Nicola Russo le influenze di quelli raccolti da Léo Malet nei suoi Nuovi misteri di Parigi, pubblicati in Francia tra il 1949 e il 1959 e ambientati meticolosamente nei vari arrondissement parigini in cui si svolgono di volta in volta le indagini del detective privato Nestor Burma. Sedici romanzi tutti pubblicati in Italia da Fazi editore tra il 2002 e il 2020 dopo essere stati proposti precedentemente, ma soltanto in qualche caso, nella collana «Il Giallo Mondadori».

E l’uso dell’aggettivo giallo, già utilizzata in apertura, riassume in sé una narrazione di carattere “popolare” che non deve contenere per forza figure, oggi fin troppo di moda, di agenti e investigatori prossimi all’alcolismo, abituati alla corruzione di cui spesso costituiscono un elemento oppure travagliati da complesse storie di traumi infantili o drammi famigliari.

Il commissario Russo, “terrone” in forza alla polizia di Milano, prossimo ai quarant’anni di età, ha sì qualche problema con Alessia, la donna più giovane con cui convive, ma non passa le serate libere ad affogare i suoi ricordi di un matrimonio fallito nell’alcol e nel blues oppure tra le braccia accoglienti di una prostituta. No, qui siamo lontani dall’ormai abituale e scontato repertorio di investigatori, detective, agenti “perduti” che, dopo essere apparsi, costituendone una novità, nei romanzi di James Ellroy e di numerosi altri autori americani e francesi, hanno cominciato ad inondare le serie televisive, i film e le pagine di troppi altri romanzi.

Con il risultato di aggiungere inutili complicazioni alle vicende narrate, che troppo spesso, senza saper raggiungere i vertici dell’autentico dramma psicologico, hanno contribuito soltanto ad aumentare di un numero spropositato le pagine dei romanzi stessi oppure ad allungare sine die serie televisive che, per essere veramente efficaci, avrebbero dovuto usufruire al contrario di abbondanti tagli e più sintetiche trattazioni fin dalla loro prima sceneggiatura.

Questo fenomeno ha contribuito a tradire lo spirito originario della letteratura di genere, cercando forzatamente di ammantarla di un valore letterario che non può essere certo la lunghezza della sue trame a giustificare. Un’autentica crescita tumorale di dettagli (spesso inutili), violenza gratuita e scene di sesso, contornati da altrettante descrizioni minuziose di ambienti e sentimenti (troppo spesso farlocchi), che ha fatto perdere al “poliziesco” la funzione di coinvolgimento e allo stesso tempo divertimento che quasi sempre dovrebbe caratterizzare la letteratura di genere.

Attenzione però, qui non si intende affatto disarmare la paraletteratura di quella funzione critica dell’esistente che in molte occasioni ha saputo manifestare meglio di quella ritenuta “alta” o degna dei premi della critica, soprattutto italiana. Piuttosto l’intento è quello di tornare a rivendicare una funzione “liberatoria” della stessa, che non deve però afflosciarsi sugli allori della definizione del noir e del poliziesco come nuova forma di romanzo sociale, sostitutivo del realismo di un tempo ormai trascorso, su cui si è ricamato fin troppo.

Marco Caccamo ci riporta, con sguardo sornione, alle 150 pagine del romanzo popolare che non abbisogna di troppi ingorghi narrativi per giungere al suo obiettivo. Contribuendo così, in un sol colpo, anche se c’è da sperare che ce ne siano ancora altri in futuro, a rendere più rapida e piacevole la lettura e a salvaguardare le foreste dalla distruzione in vista di un’iper-produzione di cellulosa destinata ad una industria editoriale dedita a distruggere, allo stesso tempo, risorse naturali e pazienza dei lettori attraverso la pubblicazione di romanzi monumentali oppure soltanto troppo lunghi.

L’autore, oltre che storico libraio e custode della cultura antagonista all’interno della Libreria Calusca City Light, è anche cultore della storia popolare milanese. Motivo per cui ha scritto diversi volumi sul capoluogo lombardo, tra i quali vanno ricordati: Milano. Le parole del dialetto dimenticate (Colibrì, Milano 2018), 1898 Cannonate a Milano (Colibrì, Milano 1998) e un altro romanzo con protagonista il commissario Nicola Russo: L’orologiaio di porta Genova (Agenzia X, Milano 2019).

Come è facile immaginare, in una storia che ruota intorno al ritrovamento del cadavere di una bella ragazza di buona famiglia nella fontana di un noto parco milanese ambientata nella primavera del 1969, i riferimenti agli eventi “politici” di quel periodo non possono mancare. Così come i riferimenti ai dirigenti delle forze del dis/ordine di quegli anni. Ma anche se questi interferiscono con le vicende e ne costituiscono in qualche modo il vero motore, la ricerca e la denuncia dell’autentico deus ex-machina non contribuisce mai ad aggrovigliare una narrazione che pur si dipana tra le manifestazioni del Movimento Studentesco, gli scontri di via Larga e le prime bombe esplose a Milano proprio in quella primavera.

In fin dei conti, ma con mano leggera, l’autore ci ricorda che era in corso in quel periodo a Milano, ma anche nel resto d’Italia e del mondo, una profonda trasformazione culturale, sociale e politica che coinvolgeva differenti ambienti e aspetti della società. In mezzo ai quali il commissario e i suoi collaboratori più stretti, sia agenti che informatori, devono muoversi con cautela e difficoltà. Anche per la distanza culturale che li separa dai giovani che devono avvicinare e talvolta dalla stessa compagna di vita.

Il nostro commissario che è contento di occuparsi di ladri, assassini, prostitute e truffatori «perché per ognuno di questi casi arriva il momento della verità, mentre per quelli dove c’è di mezzo la politica non si capisce mai chi ha ragione e chi ha torto»1, di certo non è un super-eroe o semplicemente un duro; è soltanto un uomo convinto di poter condurre con onestà il proprio lavoro. Sapendo talvolta, come Maigret, chiudere un occhio su alcuni reati minori o discutere del caso gustando un buon piatto con la sua compagna oppure con il suo collaboratore più fidato.

La delusione, però, è dietro l’angolo in una città che, come si è detto prima, l’autore conosce benissimo e in cui la vecchia malavita locale, detta ligera, sta lasciando il passo ad un’altra più spietata e violenta e dove gli ordini dall’alto decidono il destino delle indagini di polizia e quello di tutti coloro che nelle stesse sono rimasti coinvolti.


  1. M. Caccamo, La ragazza del parco Solari. 1969 indagine a Milano, Agenzia X, Milano 2025, p. 115.  

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Anche un brigante deve avere un cuore https://www.carmillaonline.com/2026/05/13/anche-un-brigante-deve-avere-un-cuore/ Tue, 12 May 2026 22:01:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94738 di Alessandra Arezzo

Yu Hua, La città che non c’è, traduzione di Silvia Pozzi, Feltrinelli 2025, pp.372 € 22,00

Yu Hua ambienta il suo ultimo romanzo La città che non c’è nella Cina dell’inizio del ventesimo secolo, dopo il crollo dell’impero dovuto alla fine della dinastia Qing (1911) e alla nascita della Repubblica (1912), un periodo di caos sociale durato circa quindici anni caratterizzato dai signori della guerra e dal fenomeno del brigantaggio. Il romanzo è diviso in due parti totalmente indipendenti l’una dall’altra. Nella prima il protagonista Lin Xiangfu, figlio unico molto devoto ai suoi genitori, a diciannove anni rimane orfano [...]]]> di Alessandra Arezzo

Yu Hua, La città che non c’è, traduzione di Silvia Pozzi, Feltrinelli 2025, pp.372 € 22,00

Yu Hua ambienta il suo ultimo romanzo La città che non c’è nella Cina dell’inizio del ventesimo secolo, dopo il crollo dell’impero dovuto alla fine della dinastia Qing (1911) e alla nascita della Repubblica (1912), un periodo di caos sociale durato circa quindici anni caratterizzato dai signori della guerra e dal fenomeno del brigantaggio.
Il romanzo è diviso in due parti totalmente indipendenti l’una dall’altra. Nella prima il protagonista Lin Xiangfu, figlio unico molto devoto ai suoi genitori, a diciannove anni rimane orfano e si trova a gestire le terre di famiglia con l’aiuto della famiglia Tian. Cerca una compagna di vita con l’aiuto di una mezzana, ma è il destino a fargli trovare la donna che diventa poi sua moglie, Li Xiaomei. Per ben due volte questa se ne va, lasciando senza alcun preavviso il marito e la figlia piccola. Lin Xiangfu dal nord giunge nella cittadina meridionale di Xizhen con in braccio la piccola Baijia durante una grandissima nevicata, cercando la madre della bimba in una località di nome Wencheng che nessuno conosce. Non riuscendo a trovare la donna amata, incontra Chen Yongliang e Li Meilian che con i loro figli diventano la sua nuova famiglia. Insieme a loro cresce Baijia e affronta molte difficoltà, dal grande gelo alle razzie dei briganti. Nella seconda parte l’autore racconta la storia di Xiaomei, sposa bambina che arriva a dieci anni nella famiglia Shen di Xizhen diventando moglie del giovane Qiang. Entrambe le parti iniziano con l’ambientazione a Xizhen e terminano con la stessa immagine dei fratelli Tian che portano Li Xiangfu nella cittadina natale.

La storia è correlata da tante vicende con molteplici personaggi che appassionano e tengono il fiato sospeso. Le peripezie sentimentali del protagonista si intrecciano a quelle della Cina di quegli anni. Lin Xiangfu instaura un legame di grande affetto e solidarietà con Chen Yongliang, la moglie e i due figli. Il loro rapporto di fratellanza è tale che di fronte al pericolo che la giovane Baijia sia stuprata dai briganti, dovendo scegliere tra i due mali, i genitori di Chen Yaowen scelgono di mandarla nelle grinfie dei briganti.
Come in una saporita zuppa fumante, tipica della cucina cinese, in questa epopea si ritrovano tanti sapori e parecchi ingredienti che la rendono unica. Ogni personaggio è ben caratterizzato e l’elemento che lega tutta la narrazione è l’esplosione dei sentimenti. Tra tutti emergono quelli dell’umanità, della solidarietà e dell’amore che s’intrecciano con quelli dell’odio e della vendetta. Scene romantiche e liriche si avvicendano a quelle più tragicomiche, come la partenza dell’esercito dei volontari dall’orecchio mozzato o come quelle più cruenti descritte durante i saccheggi dei briganti.

«In tempi difficili come questi se sei un contadino, vieni razziato dai briganti,» disse il Bonzo, «e se sei un brigante, non puoi fare a meno di compiere razzie per sopravvivere.» «Di questi tempi, non è una vergogna essere briganti» replicò Chen Yongliang, «Ma anche un brigante deve avere un cuore».

Tra i personaggi dei briganti ne spiccano due: Ascia Zhang, uomo violento, senza scrupoli né pietà che uccide con efferata crudeltà anche donne incinte e il Bonzo, uomo più riflessivo, gentile e umano che risparmia la vita a Chen Yaowu e successivamente non esita ad allearsi con Chen Yongliang proprio contro Ascia Zhang. Probabilmente non è un caso che il carattere utilizzato dall’autore per il titolo della città immaginaria sia “Wen” che in cinese è lo stesso che si utilizza per “scrittura”, “cultura”, “lingua” e per “civiltà”.
In un’intervista all’Ansa del 2024 venne chiesto a Yu Hua, nato ad Hangzhou nel 1960, quale sia la città che non esiste. L’autore rispose dichiarando che lui stesso lo ignorava: «Questa città nel libro si chiama Wencheng come il titolo originale del romanzo, ma non la trovi sulla carta geografica. Dopo l’uscita del libro è nato un modo di dire che adesso è abbastanza di moda in Cina: nel cuore di tutti noi esiste una Wencheng. Questa idea della città che non c’è significa anche che in ciascuno di noi c’è qualcosa che non riusciamo a ritrovare della nostra vita».

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Series killed the literary star https://www.carmillaonline.com/2026/05/11/series-killed-the-literary-star/ Mon, 11 May 2026 19:58:28 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94623 di Mauro Baldrati

La legge di Lidia Poët, terza stagione

Accade, è accaduto, inutile abbandonarsi a rimpianti o ardere nella rabbia. La letteratura forse sarebbe ancora attiva, creativa, ma l’editoria, per conto dei lettori, ha deciso altrimenti. Dagli studi di settore arrivano i dati disarmanti di una caduta a picco delle vendite. Si legge sempre meno, e la causa non è solo l’avvento delle piattaforme cinematografiche, oltre alla dipendenza dai social, la scrittura povera del web e così via. Questi sono sintomi. Ma la malattia è strutturale, e a quanto pare incurabile. La vita che continua a complicarsi lascia sempre meno [...]]]> di Mauro Baldrati

La legge di Lidia Poët, terza stagione

Accade, è accaduto, inutile abbandonarsi a rimpianti o ardere nella rabbia. La letteratura forse sarebbe ancora attiva, creativa, ma l’editoria, per conto dei lettori, ha deciso altrimenti. Dagli studi di settore arrivano i dati disarmanti di una caduta a picco delle vendite. Si legge sempre meno, e la causa non è solo l’avvento delle piattaforme cinematografiche, oltre alla dipendenza dai social, la scrittura povera del web e così via. Questi sono sintomi. Ma la malattia è strutturale, e a quanto pare incurabile. La vita che continua a complicarsi lascia sempre meno tempo a disposizione. E i soldi. Il potere d’acquisto è in continuo calo, col rischio di un impoverimento di enormi masse di popolazione, con le loro risorse cannibalizzate dalle oligarchie che scatenano guerre per cercare di rinverdire un poco la stremata crescita. Quando la civiltà sprofonda leggere diventa faticoso. Medium man quando vede il libro sul comodino viene assalito da una stanchezza greve. Si sente pesante, la mente affaticata. Perché il libro lo obbliga a essere attivo, a interagire col racconto, a usare l’intuito, a rivivere certe storie. Una volta partiti, limata la ruggine iniziale, il lavoro a due autore-lettore fila a meraviglia, e allora si procede con scioltezza e quanta apertura mentale dà quel meccanismo sofisticato che è la capacità di uscire dal blocco e sentire se stessi scivolare sui i misteri, la creazione di una storia, un mondo popolato da angeli e demoni.

Ma l’inizio, quanto è duro e scoraggiante. Quanto è respingente. E siamo stanchi.

Invece le serie sono per la passività. Ci si abbandona alle serie. Non dobbiamo camminare con le nostre gambe, le seguiamo dal nostro rizoma. E loro ci guidano. I personaggi non dobbiamo vederli, sono già lì, davanti a i nostri occhi. Li ascoltiamo con le nostre orecchie. E la storia ci prende per mano, ci pensa il finale a svelare i misteri che abbiamo seguito in stato di riposo.

Per cui partiamo. E’ arrivato il fine settimana finalmente. Abbiamo tempo. Quindi sistemiamoci sul divano, espletiamo i doveri più urgenti, abbassiamo le luci, stappiamo una birra, dotiamoci di snack e spariamoci senza stacchi la terza stagione de La legge di Lidia Poët (su Netflix).

Della prima e seconda stagione abbiamo già parlato su Carmilla qui. Se la seconda perdeva, rispetto alla prima, tensione politica in virtù di un plot più classico da giallo, in questa terza la procedura è diventata procedimento. Le storie laterali e conflittuali dei personaggi portanti si sono consolidate. Il coraggioso giornalista combattente (il bravo Edoardo Scarpetta) si è sistemato, ora dirige Il Martello, un giornale di tendenza socialista. Non deve più combattere col coltello tra i denti per far passare un articolo scomodo. E l’amore latente per Lidia Poët si è risolto. Almeno sembra. Ora è felicemente innamorato di una focosa cantate spagnola. Con sofferenza di Lidia, che si macera in una contraddittoria gelosia. Infatti l’altro innamorato, l’incorruttibile procuratore baffuto, anche lui salito di ruolo come pubblico ministero, è diventato il suo amante, anche se clandestino. Infatti si vedono di nascosto, per non creare scandalo. Ma lei soffre assistendo a certe effusioni tra il giornalista e la sua cantante spagnola. Da donna libera si permette l’insicurezza delle emozioni, e la tentazione, elemento scandaloso in quel mondo paralizzato di uomini anziani arcigni e ottusi. L’impianto giallo è interessante, c’è un caso portante – un omicidio – che passa attraverso tutti gli episodi, che ne contengono altri che invece si risolvono abbastanza velocemente. Lidia procede con la sua libertà mentale, senza cercare soluzioni comode e sbrigative, tipiche dei capi che cercano il colpevole facile. Il fratello intanto è diventato parlamentare e lei, non potendo esercitare l’avvocatura in quanto donna, agisce guidandolo, talvolta strumentalizzandolo, superando le sue resistenze, che ora sono molto più deboli rispetto alla continua schermaglia della prima, e della seconda già più morbida stagione. L’aspetto politico, la battaglia contro i pregiudizi dell’epoca e dei tromboni che detengono il potere prosegue, anche se con spazi più ridotti rispetto alla prima e la seconda stagione. E’ calma, evita i colpi di testa o le forme di opposizione frontale che non porterebbero altro che aggravamenti della situazione. Lidia non è una riformista, resta una rivoluzionaria, ma consapevole che i margini di manovra sono limitati negli spazi di un potere marmoreo che non ammette libertà alcuna. Quando uno dei caporioni ingessati nel loro povero spazio mentale esce con una delle solite battute sullo stereotipo femminile, Lidia risponde con un sorriso di commiserazione, mentre continua per la sua strada.

Senza il personaggio magnetico di Matilde de Angelis resterebbe un prodotto medio, con costumi magnifici e ambienti aristocratici un po’ troppo curati e quindi poco vissuti, artificiosi. Fino all’ultimo episodio. Parte in progressione, poi va in accelerazione, le carte si sparigliano, vira verso un romanticismo epico e si conclude in un finale che ci lascia soddisfatti e persino un po’ emozionati. Insomma, anche per questa catarsi finale resta una serie che scorre, non annoia, un piacere per gli occhi con quelle vestaglie che evocano le superbe Fortuny dei salotti proustiani del Faubourg. Sono cinque ore di passività spese bene.

A questo punto Medium man si alza dal divano, con le membra intorpidite, e anche la mente, cercando di capire se è cosa è rimasto da quella maratona visiva. Si stira, si rimette in movimento. Passa accanto al comodino. Vede il libro. Ma che stanchezza, che testa pesante.
Ma che problema c’è? Un’altra serie è già pronta sui blocchi di partenza.

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Baxeicò. Una storia del basilico https://www.carmillaonline.com/2026/05/10/baxeico-una-storia-del-basilico/ Sun, 10 May 2026 20:00:53 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94115 di Camillo Acquilino

Ho conosciuto Camillo Acquilino alpinista, mio istrutture severo e paziente alla Scuola del CAI, oltre quaranta anni fa. Oggi ho conosciuto Camillo Acquilino scrittore, attento osservatore del lavoro, letterato con una grande attenzione alla storia della sua comunità. Ligure di quelli inerpicati sulle fasce, lì dove le famiglie contadine hanno costruito le serre per il basilico, diventato alpinista e tecnico, la sua scrittura è meticolosa, segnata dalla precisione richiesta dal lavoro (e anche dalla pratica dell’alpinismo), essenziale ma ricca di particolari. Con Baxeicò inizia la pubblicazione di tre suoi racconti dedicati al tema del lavoro. [dg]

Alle cugine Gaggero [...]]]> di Camillo Acquilino

Ho conosciuto Camillo Acquilino alpinista, mio istrutture severo e paziente alla Scuola del CAI, oltre quaranta anni fa. Oggi ho conosciuto Camillo Acquilino scrittore, attento osservatore del lavoro, letterato con una grande attenzione alla storia della sua comunità. Ligure di quelli inerpicati sulle fasce, lì dove le famiglie contadine hanno costruito le serre per il basilico, diventato alpinista e tecnico, la sua scrittura è meticolosa, segnata dalla precisione richiesta dal lavoro (e anche dalla pratica dell’alpinismo), essenziale ma ricca di particolari. Con Baxeicò inizia la pubblicazione di tre suoi racconti dedicati al tema del lavoro. [dg]

Alle cugine Gaggero
che di basilico ne sanno
e a Lorenzo Ferrando
che ancora lo coltiva!

Nel 1958 ero alle prese con le prime parole della lingua madre: il dialetto genovese nella versione in uso presso i contadini voltresi. Come concesso a tutti i bambini, nel primo apprendimento semplificavo alcune parole ed è così che il nome del mio gemello Luigi è diventato Gigi (Giggi in genovese) e ancora oggi, che è un omone di cinquantacinque anni, un uomo buono dalle spalle larghe, anche in senso figurato, si porta appresso il nome Gigi con orgoglio, quasi fosse un nome di battaglia. Mio nonno Camillo era un patriarca, ma io, che ne avevo ereditato il nome, per un po’ di tempo ho potuto chiamarlo “Nonnu Billu”. Mi dicevano poi che un’altra delle primissime parole che ho pronunciato è stata “bicò” una semplificazione di baxeicò, il basilico.

Nella mia infanzia ho visto il basilico come l’oggetto della mobilitazione dei grandi che mi circondavano poiché, a vari livelli di coinvolgimento, erano tutti impegnati nella sua produzione. Un continuo movimento, consumato dall’alba fino a oltre il tramonto di ogni giorno, caratterizzava l’esistenza dei membri di questa famiglia contadina. Potete immaginarli operosi come un nugolo di api, solo che nell’arnia, al posto del miele, depositavano i mazzetti di basilico.

La nonna Marinin si occupava da sempre della vendita al mercato all’ingrosso del basilico e di altre verdure. Aveva iniziato a vendere da bambina al Mercato dello Statuto, credo, o forse, ancora prima di quello, all’aperto in una piazza di Genova. Negli anni Sessanta partiva da Voltri con il primo tram del mattino per raggiungere, assieme ad altri contadini della zona, il mercato di Corso Sardegna dove assisteva il piazzista nella vendita dei prodotti raccolti il giorno precedente e tradotti nottetempo al mercato per mezzo di un camioncino.

Il piazzista Carmelin era un bravo mediatore così come lo era diventata sua figlia Lisetta. All’epoca le notizie sull’andamento delle vendite al mercato genovese arrivavano a Voltri portate dalla stessa nonna che, prima di ogni altra incombenza casalinga, si preoccupava di informare tutto il parentado sui risultati ottenuti a Corso Sardegna e orientare così il lavoro in corso d’opera. La relazione era rapida come una sentenza: “Ghè vendia” oppure, drammaticamente, “A l’è molla”.

Dopo che avevamo installato il telefono l’annuncio arrivava direttamente dalla signora Lisetta la quale, con la sua cantilena bisagnina, quando le vendite andavano male diceva: “Prontoo…sun a Lizeettaa (con la z di Zena)… a l’è mollaa!”.

Vendere poco è spiacevole per tutti, ma con il basilico coltivato in serra la situazione diventa critica. Se non si vende non si raccoglie nemmeno, ma le piantine continuano a crescere perdendo inesorabilmente e in breve tempo la misura giusta per realizzare il pesto più delicato. Perciò, quando il mercato non “tira”, ben presto tutto il raccolto perde valore e, in pochi giorni, può essere compromesso il risultato di settimane di lavoro: roba da villèn! roba da contadini!

Quando invece c’era vendita tutti, grandi e piccini, erano subito mobilitati freneticamente a soddisfare le richieste della piazza.

Dopo aver indirizzato la produzione, la nonna riferiva anche varie notizie su quello che succedeva nella vita degli altri contadini e, perché no, sulle attività e iniziative intraprese dai concorrenti diretti come, ad esempio, i Laviosa di Coronata (I Laviùsa de Cuunà). Una particolare attenzione era riservata alle clienti più assidue, e casann-e, per le quali erano sempre accantonati i prodotti migliori della giornata.

Tutto questo si concludeva a metà mattinata, giusto per dare il tempo alla nonna di mettersi ai fornelli vicino ai quali dimostrava di essere una cuoca valente, nel senso che riusciva a rendere ottimi anche i piatti più semplici, a consolazione di chi lavorava tanto.

La località Chiappa si trova sulle pendici meridionali della collina che sovrasta il quartiere di Sant’Ambrogio di Voltri. In alcune delle sue fasce, intorno al 1920, furono costruite delle stüffe pe u baxeicò, le serre. Queste costruzioni furono realizzare con criteri di massima economia. La copertura aveva un solo spiovente che a monte si appoggiava, tramite una piccola soletta calpestabile in cemento, al muro di contenimento di un terrazzamento. L’altezza della serra, sopra i camminamenti interni, era sufficiente al passaggio di una persona in piedi, ma non era mai eccessiva in maniera da limitare al minimo i volumi da riscaldare durante l’inverno. I terrazzamenti, che nella lingua ligure sono nominati fasce, all’interno della stüffa prendono il nome più delicato di èaa (area). Sono superfici coltivabili, lunghe e orizzontali, larghe poco più di due metri, contornate sul lato lungo dai tubi dell’impianto di riscaldamento i quali sono anche usati come sostegno delle tavole di legno che, come dirò, si utilizzano per la raccolta delle piantine. Per sfruttare al massimo il volume riscaldato della serra si approfittava anche dello spazio verticale del muro di contenimento sul quale erano state costruite due solette, larghe meno di un metro e riempite della terra sufficiente per la semina del basilico. Le chiamavano càntie, cioè cassetti.

Dotare la serra di un impianto di riscaldamento è un requisito indispensabile per la coltivazione invernale della pianta di basilico. I primi allestimenti erano autarchici, costruiti quasi interamente con pezzi di recupero e… tanta sapienza. Erano realizzati con tubi di due pollici di diametro, alcuni dei quali costruiti in ghisa e muniti di alette per favorire la dispersione del calore e recuperati da qualche essiccatoio da cartiera, che contornavano le èee e che erano allacciati a una caldaia a carbone. L’impianto di riscaldamento sfruttava il ciclo naturale dell’acqua calda e, quindi, per il suo funzionamento non serviva l’energia elettrica. Nelle lunghe notti invernali, quelle più rigide, si era costretti a frequenti ricariche del focolaio, tanto che il nonno Camillo spesso vegliava la caldaia in compagnia di qualche libro da leggere preso in prestito dalla biblioteca del vicino palazzo padronale del quale era il custode.

In pieno inverno però il basilico teme il freddo anche nella radice e non cresce, nonostante che il tepore della serra ne protegga lo stelo e le foglie. L’eccellenza del coltivatore di basilico era così sancita dalla capacità di mettere in atto un espediente con il quale risolvere questo problema ed era premiata dalla disponibilità del prodotto nel periodo dell’anno in cui era più raro e, quindi, meglio pagato. Già dalla fine dell’estate bisognava preparare ciò che serviva per metterlo in atto; era un lavorone quello e richiedeva l’impegno di tutta la famiglia. Ad una filanda della Val di Susa si ordinava un carico degli scarti della pulitura del cotone grezzo. Questo materiale, contenuto in grossi sacchi di iuta, arrivava a Voltri su di un camion grande con il quale non si poteva raggiungere la destinazione del trasporto. Bisognava così trasbordare i sacchi, alcuni dei quali superavano il quintale, su di un motocarro che, con numerosi viaggi lungo un percorso di circa un chilometro su strada sterrata, li trasferiva alla partenza di una piccola teleferica. Questa, in alto, terminava proprio vicino al magazzino in cui andavano stivati i sacchi; u baracun da püa. Sì, della polvere, perché ogni movimento dei sacchi provocava una copiosa dispersione della parte più fine degli scarti di cotone attraverso la trama grossolana del tessuto in iuta. Questa polvere, assieme alla fatica, caratterizzava la giornata di lavoro e si depositava su tutto, sulle ciglia, sulle sopraciglia, nelle mucose nasali, s’impastava con il sudore, entrava nella canottiera, nei calzoni, nelle scarpe, dappertutto. Al termine della giornata, con in mano un bicchiere di vino bianco del nostro, ci osservavamo reciprocamente ridendo ognuno della sporcizia dell’altro, soddisfatti però di aver completato assieme il lavoro.

Prima della semina di dicembre il nonno o lo zio Ton, artisti nel manipolare la terra, ne asportavano alcuni centimetri dalla superficie dell’èaa, stendevano uno strato di cinque dita di polvere di cotone che compattavano battendolo ripetutamente con un attrezzo realizzato con una tavola fissata inclinata su un lungo manico. Ricoprivano poi il cotone con la terra prima rimossa.

È sorprendente vedere come vecchie mani indurite possano essere capaci e delicate. Abili nello spargere uniformemente la giusta quantità di semi, anche se minuscoli come quelli del basilico, nel manovrare il rastrello per interrare i semini quel tanto che basta per farli germogliare, nel premere il pollice contro l’estremità della manichetta e realizzare così un ventaglio nebulizzato d’acqua, adatto ad annaffiare senza far danni.

Dopo le prime irrigazioni il cotone iniziava una fermentazione che riscaldava dal basso le radici del basilico per tutto il periodo della crescita e, nello stesso tempo, produceva un prezioso concime naturale.

La manutenzione della copertura delle serre rappresentava l’immancabile impegno di ogni estate. In realtà le coperture erano rimesse in ordine ogni due anni, ma la sensata laboriosità dei contadini si preoccupava di riservare metà delle serre per la produzione estiva del basilico e metà per le riparazioni. Scoperchiare una serra era un altro di quei lavori che mobilitavano tutti. Si trattava di rimuovere uno a uno i telai con i vetri, e arve, e accatastarli nel luogo destinato alla loro riparazione. Lo zio Ton, in piedi su una sedia con intelaiatura in ferro, per rispetto della sua mole corporea, schiodava i quattro agguanti, tiranti costituiti da filo di acciaio zincato attorcigliato, che avevano due chiodi alle estremità e che servivano a fissare la testa e il fondo del telaio alla struttura portante della serra. Quindi sollevava l’arva e, ruotandola, la “scendeva” porgendola a chi aveva il compito di trasportarla. Eravamo tutti in fila ad aspettare il nostro turno per il trasporto e ogni carico era accompagnato dalla raccomandazione di non farsi male e di non rompere i vetri. Da notare che la serra più grande era ricoperta da più di trecento telai.

Le arve erano costruite con criteri di uniformità. Il loro telaio, due metri per ottanta centimetri, serviva a sostenere due file parallele di cinque vetri larghi trentaquattro e alti trentanove centimetri e dello spessore di tre millimetri. Erano realizzate con legno di peackpine, in genovese piccepaine, il più adatto a sopportare il logorio dell’ambiente umido della serra. Nel legno risiedeva il valore dell’oggetto, il più pregiato era quello recuperato dalle demolizioni delle navi dato che aveva già dimostrata l’attitudine alla sopravvivenza negli ambienti umidi più impegnativi. Spesso si riconosceva perché mostrava degli intarsi con i quali erano stati chiusi i fori che erano serviti a fissare il legname nel suo impiego primitivo.

Gli elementi principali del telaio erano la testata, il fondo, le longherine e il bastetto centrale ed erano fissati fra loro per mezzo di incastri e caviglie in legno. I chiodi erano utilizzati per fissare i due bastetti trasversali, che irrigidivano il telaio e servivano come maniglie da trasporto, e la foderina collocata sopra la longherina di destra, che serviva da coprigiunto fra le due arve contigue. C’erano inoltre quelli necessari a tenere in sede i vetri prima del loro fissaggio con lo stucco masticote. Un componente fondamentale, utile per la durata dell’arva, era l’olio di lino con il quale si imbeveva per bene il legno prima della coloritura e funzionava anche come diluente della pittura. L’effetto serra, auspicato per il miglior sfruttamento dell’energia termica fornita dal sole, era favorito dal fatto che i telai erano colorati con pittura verde scuro sulla faccia esterna e con pittura bianca su quella interna.

La manutenzione di ogni arva iniziava con la raschiatura del legno, necessaria a rimuovere le sfogliature della pittura. Spesso questo lavoro preliminare si faceva quando essa si trovava ancora in piedi nel posto in cui era stata accatastata. L’arva era poi adagiata orizzontale su due cavalletti di legno dove veniva esaminata per valutare, prima della pitturazione, se erano necessarie delle riparazioni importanti, come la sostituzione di un componente in legno o la riparazione di un vetro. Prima di arrivare a decidere di sostituire un vetro si tentavano tutti i modi possibili per rabberciare il danno poiché il vetro nuovo lo si doveva comprare e ciò contrastava con la politica di economia autarchica che vigeva allora. Intanto bisognava stare molto attenti nella rimozione di quelli rotti perché lo stucco, con il tempo e l’esposizione al sole, si induriva e non era facile toglierlo senza estendere il danno ai vetri vicini. A questo proposito ricordo di aver assistito lo zio Ton, uomo generalmente molto paziente e parsimonioso, mentre era intento a smontare uno dei vetri in fondo al telaio. Chino sull’arva, con lievi colpi di martello battuti sullo scalpello, lavorava alla rimozione dello stucco. Come faceva spesso quando era impegnato, mostrava la lingua stretta fra i denti al lato della bocca. È stato un attimo, non proprio di disattenzione, ed è partita una venatura sul vetro vicino. Solo un sospiro, poi ha iniziato a levare lo stucco, maledettamente duro, anche da quel vetro. Lavorava ancora concentrato alla delicata rimozione dello stucco in prossimità del vetro successivo, ma anche questo, quasi beffardo, si è spaccato. Lo zio ha rialzato la schiena, è stato un attimo immobile dopo di che ha cominciato a impartire una serie di violente martellate su tutti i vetri rimanenti della fila che sono andati in frantumi. Ancora un momento di silenziosa sosta e ha ripreso a lavorare.

La pittura verde, quella esterna, doveva essere stesa sotto le continue raccomandazioni di “tirare” il pennello alla lunga. Solo in quella maniera il nuovo velo protettivo si stendeva aderendo per bene su tutta la superficie e non rischiava di formare bolle che si sarebbero staccate ben presto. Girato sottosopra il telaio si passava alla pittura bianca, che era la più noiosa da stendere perché da quel lato fra il legno e il vetro non c’era lo stucco ed era così più facile imbrattare i vetri. L’arva passava finalmente nella catasta delle “fatte” e riceveva l’ultimo ritocco sui bastetti trasversali che si erano impugnati per manovrarla: una di meno!

Protetti da una tenda parasole, ci si dedicava a quest’attività nelle ore più calde della giornata, quando non si potevano fare altri lavori faticosi, ma quando sarebbe stato anche bello rimanere in ozio. La terra attorno ai cavalletti era calpestata fino a diventare un solco polveroso cosparso di croste di vecchia pittura. Tutto intorno imperava l’odore di olio di lino, misto a quello del masticote, che aumentava l’effetto soffocante del caldo e imponeva, per resistere, l’adozione di un atteggiamento di rassegnata pazienza.

Molta di quella pazienza la metteva il signor Cesare, un anziano vicino di casa, oramai in pensione dopo aver lavorato come falegname alla riparazione dei tram genovesi, che si dedicava alla manutenzione delle arve per intere giornate senza dire una parola. A lui erano riservate le lavorazioni più complesse, come la sostituzione dei componenti del telaio, per le quali adoperava i suoi utensili che custodiva gelosamente in un’apposita cassetta in legno. Naturalmente a noi giovani era precluso l’uso di quegli attrezzi. Aveva un singolare tic che lo costringeva a sputacchiare a labbra strette, come se si dovesse continuamente liberare di un pelucco rimasto fra le labbra. Chissà cosa pensava mentre lavorava per ore in silenzio.

Per ricoprire la serra, ovviamente, si procedeva in modo inverso da quello della scopertura con l’aggiunta di una non trascurabile attenzione rivolta ai numerosi nidi di vespa che, durante l’estate, si erano insediati lungo la sua intelaiatura. Erano lavori duri, ma per identificarli si usavano i termini descrüvì e crüvì, scoprire e coprire, pronunciati attribuendo loro anche il significato dell’accudimento, perche il basilico coltivato in serra ha bisogno di essere accudito.

La prima evoluzione del sistema di coltivazione del basilico è arrivata nel 1964 con l’introduzione dell’impianto di riscaldamento a nafta. Era ancora in vita il nonno Camillo il quale, forse più di tutti, ha seguito con molto interesse l’installazione delle nuove caldaie in ghisa Ideal Standard e degli innovativi bruciatori Riello.

La zona in cui c’erano le serre era raggiungibile solo a piedi e, per alleviare la fatica del trasporto a spalla, esisteva la teleferica. Devono aver installato questo sistema di trasporto nell’immediato dopoguerra e per farlo, naturalmente, hanno utilizzato tutti pezzi di recupero, compresa la fune portante in trefoli d’acciaio. Questa era ancorata a valle ad una putrella affogata in un basamento di cemento interrato, era sostenuta da due cavalletti intermedi e da quello di arrivo e terminava avvolta in un tamburo che serviva a dare alla stessa la giusta tensione. Il carrello era sostenuto da due ruote a quattro razze munite di una gola adatta ad abbracciare il cavo portante, unite fra loro da un telaio. Su di esso era fissata l’estremità della fune di traino e due tondini rigidi, sagomati opportunamente per sostenere il piano di carico. Il fondo del piano poteva essere sganciato da un lato quando si doveva scaricare il carbone che serviva per le calderine. Il verricello di traino era munito, dal lato esterno, di un semplice tamburo sul quale agiva un freno a nastro azionato da una leva. La trasmissione del movimento fra il motore elettrico, che era molto grosso nonostante erogasse la potenza di un solo cavallo vapore, e il verricello era garantita da una cinghia di cuoio. Sostanzialmente la sicurezza del sistema era affidata all’abilità del manovratore il quale doveva regolare la velocità di discesa per mezzo del freno ed essere pronto, al termine della salita, a bloccare il freno non appena disinserita l’alimentazione elettrica. L’interruttore destinato all’azionamento del motore, naturalmente anche questo di recupero, aveva la leva di manovra ricostruita con un legnetto e la protezione dei contatti elettrici realizzata con robusta carta straccia. L’autorizzazione a manovrare la teleferica ha costituito per me un passo importante nel percorso verso l’età adulta.

Gli elementi in ghisa delle nuove caldaie e tutto ciò che è stato necessario per rinnovare l’impianto di riscaldamento sono stati i trasporti più impegnativi della teleferica. Ma l’eccellenza nel suo impiego è stata raggiunta con la risalita delle lamiere necessarie alla costruzione del serbatoio della nafta. L’artefice del progetto di questo serbatoio, comprensivo della soluzione adottata per il trasporto dei suoi componenti, è stato mio papà. Specialista di trasporti ferroviari e progettista tuttofare di casa (già da sedicenne in tempo di guerra, ad esempio, aveva disegnato il tracciato del rifugio sotterraneo antiaereo) con il serbatoio aveva dato prova del meglio di sé.

Per trasportare lamiere lunghe quattro metri e larghe un metro e settantacinque, del peso di oltre tre quintali, come quelle utilizzate per realizzare il serbatoio di acciaio, il progettista ha stupito tutti. Aveva stimato la larghezza massima delle lamiere fidando di poterle fare passare inclinate secondo la diagonale dei portali che sostenevano il cavo portante della teleferica e aveva poi azzeccato il calcolo della posizione dei punti in cui sostenere la lamiera per ottenere l’inclinazione voluta. Per questo trasporto, come per altri impegnativi, si era rinunciato all’azionamento motorizzato del verricello, ma per il traino del carrello si era fatto ricorso alla manovella manovrata da braccia robuste.

Il cantiere di lavoro per la costruzione del nuovo impianto era equipaggiato con strumenti che ora sarebbero a dir poco insoliti. L’acetilene per la saldatura, ad esempio, era prodotto sul posto per mezzo di un vecchio gasogeno a carburo di calcio. Anche l’operaio che lo utilizzava era in sintonia con i propri attrezzi. Per via dell’ambiente disagiato in cui doveva operare, alcune lavorazioni non gli riuscivano alla perfezione, ma lui le sistemava dicendo semplicemente al committente: “Nu v’arragè Tognu”.

La proficua stagione dei nuovi bruciatori è stata coronata da mio papà con la costruzione di telecomandi con i quali, il quasi ottantenne nonno Camillo, negli ultimi due anni della sua vita, ha potuto sovraintendere da casa e con molta soddisfazione la buona conduzione delle due caldaie messe in opera.

La saggia sensibilità del contadino di un tempo era orientata principalmente alla sorveglianza di quello che succedeva per potere, possibilmente, tentare di porre rimedio all’imprevisto. Nel caso delle nuove caldaie, per esempio, si era sempre pronti a rimettere in funzione velocemente quelle vecchie a carbone, lasciate prudentemente ancora allacciate ai nuovi impianti. Allora, più di adesso, si sapevano apprezzare i risultati della buona stagione, consapevoli del rischio sempre presente di incappare in quella grama. Sulla porta della cantina, il cui uso era condiviso da più famiglie contadine della zona, qualcuno aveva scritto, con il pennello intriso nel minio e manovrato con incerta grafia: “1929 ano di miseria”. L’ilarità che suscitava in noi quell’enne mancante era ben presto compensata dal monito che trasmetteva una frase così disperata.

Negli ultimi trent’anni le vecchie serre sono state sostituite con strutture moderne, costruite con acciaio zincato e grossi e luminosi vetri. La necessità della manutenzione ordinaria si è quasi azzerata, ma bisogna ricordare che alcuni anni orsono, una grandinata di pochi minuti, ha “regalato” la necessità di alcuni mesi di lavoro imprevisto, necessari per sostituire un migliaio di vetri andati in frantumi e per bonificare l’area di coltivazione, rimasta cosparsa da infiniti frammenti.

Anche l’impianto di riscaldamento è stato modificato con l’introduzione di scaldiglie interrate che rendono superfluo in inverno l’impiego della polvere di cotone. Però l’attuale esorbitante costo del gasolio ha imposto il recente ritorno all’uso della legna da ardere.

Bisogna ancora tenere conto che il lavoro, un tempo eseguito anche da una decina di persone, oggi è affrontato da tre sole; tuttavia la raccolta del basilico migliore per la preparazione del pesto alla genovese è l’unica operazione che nel tempo non è cambiata e, quindi, richiede sempre la stessa pazienza e fatica. Il campo di basilico pronto al raccolto è una distesa fitta di piantine alte dai dieci ai quindici centimetri. Non sarebbe possibile entrarvi senza far danni per cui non si deve mai calpestarlo. Ogni raccoglitore utilizza una tavola di legno appoggiata trasversalmente all’èaa sui tubi di riscaldamento e che si trova così una ventina di centimetri sopra le piante di basilico. Egli si deve inginocchiare su questa tavola sulla quale deve anche appoggiare il gomito sinistro che gli servirà a controllare la propria posizione rispetto all’area di raccolta e ne utilizzerà la mano per impugnare il mazzetto in formazione di piantine appena estirpate. La semina del basilico è molto fitta e fa sì che le prime piantine che germogliano crescano più rapidamente di quelle che rimangono sottomesse. La raccolta avviene quindi “schiumando” le piantine più alte, cioè estirpando solo quelle e avendo cura di lasciare intatte le altre, le quali, una volta guadagnata l’esposizione alla luce, cresceranno e saranno raccolte a loro volta in successive passate. Per fare questo il pollice e l’indice della mano destra devono serrare alla base il gambo di una sola piantina alla volta e, con un colpo deciso del polso, estirparla, completa delle radici, lasciando sul posto le piantine circostanti. La raccolta prosegue così per ore, con una serie infinita di piccoli gesti, condotti in rapida successione come il pittare di una gallina.

La raccolta del basilico inizia prestissimo la mattina poiché deve finire prima che faccia troppo caldo, nel rispetto di chi deve lavorare in serra, ma, ancora prima, della fragranza del basilico. Per questo nella serra si preparano dei mazzi grossi che contengono tante piantine quante ne stanno nella mano. Questi, via via che si producono, sono trasportati nel locale nel quale si confezionerà definitivamente il prodotto. Nell’attesa di questa lavorazione i mazzi sono adagiati su di un tavolo con le radici appoggiate su di un sacco di iuta imbevuto d’acqua. Inoltre un lenzuolo bagnato ricoprirà le foglie.

Generalmente nel pomeriggio, seduti attorno al tavolo dove erano stati depositati i mazzi, con un lavoro paziente quanto ripetitivo, questi si scompongono e le piantine sono raccolte in mazzetti più piccoli. La radice e il gambo sono quindi avvolte con erba inumidita e fasciate con un foglio di carta che è chiuso per mezzo di un elastichino. Il mazzetto così preparato è depositato, ancora provvisoriamente, in una cesta. Un tempo per chiudere i mazzetti si usava la fibra delle foglie di canna che era legata con il caratteristico tortiglione; da qui il termine antico “ligà u baxeicò” con il quale era chiamata questa lavorazione. Prima di sera ogni lavoratore arriva a confezionare anche più di un migliaio di mazzetti.

A turno, per alleviare la noia della legatura, ci si alza, per “incorbà u baxeicò”. Prima si prepara una cassetta, un tempo si usava una corba, fasciandone l’interno con fogli di carta disposti in una specifica maniera. Al centro, nel senso più lungo della cassetta, si adagia una striscia di carta straccia imbevuta d’acqua e si iniziano a depositare, contandoli, i mazzetti, avendo cura di sistemarli su due file, con le chiome a contatto fra loro nel centro. In ogni cassetta ci stanno cinque o sei decine di mazzetti. Dopo aver depositato anche sulla parte superiore della chioma del basilico un’altra striscia di carta bagnata, la cassetta è chiusa con i lembi dei fogli di carta utilizzati per il rivestimento interno in modo da sigillare il prezioso prodotto.

Un tempo il marchio di fabbrica era siglato direttamente sulla carta panciuta che copriva la cassetta con un pennellino intinto nell’inchiostro. Ad esempio “Merello 5” voleva dire cinquanta mazzi di basilico dei Merello della Chiappa.

Il viaggio delle cassette iniziava la sera sulla teleferica, proseguiva sul camion sgangherato di Gaspare, assieme ai prodotti degli altri contadini della zona, approdava al posteggio du Carmelin Caneva dal quale, con buona fortuna, era avviato alla cucina di qualche brava cuoca genovese, possibilmente per tramite di una negoziante “bunn-a Casann-a”.

L’attuale produzione condotta con sistema tradizionale, per la quale rimane invariata la necessità di una totale dedizione degli addetti, è mortificata da una concorrenza che invade il mercato con un prodotto che non è altro che un surrogato del basilico verace da pesto. La principale caratteristica dei tempi in cui viviamo, che è quella di considerare solo l’apparenza delle cose, porta generalmente ad acquistare il basilico sulla base del suo minor prezzo se non a comprare il pesto già fatto da chissà chi e chissà dove. Fra le coltivazioni più economiche del basilico vi è quella idroponica. È realizzata in vasche riempite d’acqua, con disciolti i necessari elementi nutritivi, sulla quale galleggiano contenitori di polistirolo che diventano il supporto di semina e crescita delle piantine fino al momento della raccolta. La zappa è sostituita dal contagocce, ma ne vale la pena?

Il rischio maggiore adesso è che il sapore del nuovo pesto crei una tendenza mutante del gusto che in poco tempo possa fare dimenticare quello tradizionale e porti al fallimento della coltivazione del basilico da pesto di Pra e Voltri.

Nei momenti migliori della sua storia, l’uomo ha ricondotto le pratiche necessarie alla propria alimentazione alla sfera della cultura. Coltivare il basilico secondo il rito che ho tentato di descrivere è soprattutto un fatto culturale. I contenuti di questo sapere sono stati tramandati fra le generazioni con raffinati metodi d’insegnamento orali e pratici e credo che, onestamente, nessuno possa improvvisarli.

Racconto pubblicato in una prima versione su Nuova Prosa, Greco Editori

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L’incantatrice del villaggio https://www.carmillaonline.com/2026/05/09/lincantatrice-del-villaggio/ Sat, 09 May 2026 20:00:59 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94526 di Francesco Gallo

Giorgia Tribuiani, Pezzi, pp. 320, € 19, il Saggiatore, Milano 2026

Sarebbe un errore chiedersi da quale tipo di sentimento nasca questo romanzo. Dall’odio, forse? Dalla rassegnazione? Dalla nostalgia, dalla rabbia, dalla fiducia? Dall’amore? È che mi pare impossibile immaginare una predisposizione d’animo così esclusiva nonché fornita di una calibratura sufficientemente salda da durare tanto a lungo nel tempo. Nemmeno sono disposto a credere nella capacità di mettere ordine in una congerie di emozioni solo per estrarne di vantaggiose e opportune. Non è tra i sentimenti, e nemmeno tra le emozioni, quindi, che una storia come questa nasconde [...]]]> di Francesco Gallo

Giorgia Tribuiani, Pezzi, pp. 320, € 19, il Saggiatore, Milano 2026

Sarebbe un errore chiedersi da quale tipo di sentimento nasca questo romanzo. Dall’odio, forse? Dalla rassegnazione? Dalla nostalgia, dalla rabbia, dalla fiducia? Dall’amore? È che mi pare impossibile immaginare una predisposizione d’animo così esclusiva nonché fornita di una calibratura sufficientemente salda da durare tanto a lungo nel tempo. Nemmeno sono disposto a credere nella capacità di mettere ordine in una congerie di emozioni solo per estrarne di vantaggiose e opportune. Non è tra i sentimenti, e nemmeno tra le emozioni, quindi, che una storia come questa nasconde la propria origine: risultati più convincenti si otterrebbero indagando l’apparizione di certi funghi quando, incapace di trattenere un moto di raccapriccio, li vedo spuntare sulle cortecce di certi alberi. E che siano vivi o morti, gli alberi, non fa alcuna differenza. Da dove salta fuori, allora, Pezzi, il nuovo romanzo di Giorgia Tribuiani?
Più di una volta, leggendone le pagine densissime, sono stato attraversato da una suggestione: si tratta di una storia che nasce da un’altra storia, da una storia concepita da un’altra penna, e ho pensato, con l’immediatezza di certi ricordi improvvisi, a Il Mar delle Blatte di Tommaso Landolfi. A una delle prime scene. Quella in cui Roberto, il figlio dell’avvocato Coracaglina, mostra al padre le labbra divaricate e sanguinolenti di una ferita (apparsa misteriosamente sul proprio avambraccio) rivelandone il contenuto fantastico: «una bulletta da scarpe, alcuni pallini da caccia, dei chicchi di riso […] un moscone colle ali appiccicate e un vermiciattolo azzurro e diafano». Ecco: più volte sono stato attraversato dalla certezza che Giorgia Tribuiani abbia dato fondo alle proprie riserve di coraggio per rimestare in questa landolfiana «melma sanguinolenta» in modo da estrarne qualcosa che valesse la pena di essere raccontato. Qualcosa di magico, ecco. E di oscuro. Ma di cosa parla questa storia? E dov’è ambientata?
Siamo in un piccolo villaggio perso tra i boschi: il Villaggio di G.: «[…] troppo anonimo e stanco per destare l’interesse di qualcuno già da prima della strage, e troppo arronzatello, e così, anonimamente e stancamente, arronzatellamente, gli abitanti seguivano quel giorno il rintoccare di campane […]». Un villaggio tipico e inconsueto a un tempo, capace di evocare altri modesti agglomerati rurali. Come, per esempio, quelli delle favole, delle filastrocche e delle Fiabe del focolare dei fratelli Grimm. Ma anche, o forse soprattutto, Borgo San Giuda, il «posto che quasi non esiste» – ma che esiste invece, esiste eccome – in XY di Sandro Veronesi, là dove un terribile sconvolgimento si manifesta davanti agli occhi increduli degli abitanti. Un destino, sentenzia Veronesi, quasi sempre invisibile: «[…] ma almeno quella volta, per noi, non avrebbe potuto essere più appariscente.» E quanto è appariscente, e chiassoso, e macabro, per gli abitanti del Villaggio di G., il destino che li attende?
Una mattina, attraverso un sistema di cordicelle legate alle caviglie, una comunità di merli deposita sui gradini della chiesa un pacchetto. Contenuto: due falangi di un indice umano e l’invito a un gioco. Obiettivo: indovinare il nome della persona mutilata prima di commettere il numero massimo delle penalità. Il superamento delle penalità consentite comporterà l’uccisione della persona fatta a pezzi. Tratteggiati i contorni di questa sfida, che assieme all’apparizione della mappa del Villaggio di G., con il BOSCO, i POSSEDIMENTI, la PIAZZA del MUNICIPIO e la PIAZZA della CHIESA, evoca, o meglio: cita, poiché è presente nel romanzo a mo’ di esergo («La gente di qui sta facendo del suo meglio, nonostante molte difficili circostanze.» «Ma questo meglio è abbastanza buono?»), il film Dogville (2003) del regista danese Lars von Trier, Giorgia Tribuiani intreccia e attorciglia le esistenze dei suoi personaggi. Il romanzo ci li presenta un po’ alla volta, capitolo per capitolo, neanche fossero maschere di cartapesta da indossare durante la cerimonia di un santo patrono: il Sarto, la Panettiera, il Pittore, la Pettegola, la Maestra, il Cantante, l’Allettato, il Lustrascarpe, il Becchino, il Mutilato di Guerra… Una comunità, insomma, che condivide un territorio, un passato e una cultura e che improvvisamente si ritrova a fare i conti con delle dinamiche comunitarie sovvertite dall’uomo dei pezzi, colui che, mentre intona un’inquietante filastrocca («gira, gira, volta, viene anche la coda se viene la testa–»), sterilizza la lama di una roncola sulle braci di un fuoco ardente. Cosa prevarrà, alla fine? I legami affettivi e tradizionali, oppure quelli razionali, addirittura d’interesse?
Il talento di Giorgia Tribuiani tutto questo non lo dice, per fortuna, bensì lo mostra. Allestisce un inventario tanto arcano quanto moderno di ripensamenti tardivi, atti brutali e risposte abiette che drammatizzano il modo in cui gli abitanti del Villaggio di G. – a volte restando in piedi, a fatica; certe altre soccombendo, miseramente – affrontano l’apparizione di quella che di continuo, in fondo, si manifesta davanti ai nostri occhi, aperti eppure insensibili, mai mostrando contorni tanto evidenti: l’ineluttabilità dell’esistenza. Pezzi è una storia dalla doppia vocazione: da una parte trovano spazio il rigore, lo scrupolo, l’acribia da naturalista d’accademia, dall’altra spintonano la disinvoltura, la sfrontatezza, l’abbandono quasi romantico al resoconto delle passioni. E, a proposito di passioni: Giorgia Tribuiani pare rispecchiarsi in una specifica genia di narratrici ottocentesche. Quelle che, come ha scritto Pietro Citati riferendosi ad Anna Maria Ortese, sono dotate di «[…] un ardore, un fuoco incontenibile, a cui la letteratura non sembra bastare: gli opposti abissi di tenebra e di eterea letizia: un lieve delirio, che sfuma le sensazioni: il dono di cogliere il reale e l’irreale appena si producono, e di fonderli nell’incantesimo di un unico sogno.» Proprio L’Iguana di Ortese, in effetti, è la creatura che più mi sento di accostare ai merli che popolano questa vicenda e che di fatto posseggono delle “Caratteristiche fisiche” assai peculiari: possono misurare «da 86cm a 145cm», posseggono un peso che va «da 16kg a circa 43kg» e sfoggiano una «estensione alare: da 1,5m a 2,3 m». Come se non bastasse, attraverso le “Credenze popolari” e le “Superstizioni del dopoguerra” veniamo a conoscenza persino della loro “Organizzazione sociale e gerarchia”. Tutto ciò, e non è per niente poco, viene tenuto insieme da una scrittura che è il vero punto di forza del romanzo. Una prosa contraddistinta da un fraseggio elaborato, flessibile e plasmabile, che contribuisce alla restituzione di una realtà in grado di colare dappertutto, terrorizzata dal vuoto. Dal vuoto della memoria, ovviamente. Singola e collettiva. Dall’oblio. E dal momento in cui i personaggi di Pezzi sono ruoli, e maschere intercambiabili, e parole – anzi: forse sono soprattutto parole –, sono le parole di una letteratura che, come ogni letteratura, è carica di memoria. La nostra memoria. La nostra memoria chiamata in causa affinché riesca a colmare quel minuscolo spazio nero e minaccioso che talvolta si inceppa e rende nefasti i meccanismi e le reazioni della nostra coscienza di esseri umani.

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