Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 01 May 2026 10:56:00 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 D’Annunzio a Fiume. Esercizi di rivoluzione nostalgica. https://www.carmillaonline.com/2026/05/01/94389/ Thu, 30 Apr 2026 22:01:35 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94389 di Walter Catalano

Claudia Salaris, Alla festa della rivoluzione. Artisti e libertari con D’Annunzio a Fiume, Il Mulino, pp.290, euro 16,00

Chi conosce la prima edizione di questo volume non troverà, nelle pagine centrali del lavoro di Claudia Salaris, nulla di sostanzialmente diverso. La nuova uscita per Il Mulino ripropone il testo nella sua interezza originale, arricchito da un’appendice dedicata al rapporto tra D’Annunzio e le avanguardie artistiche del primo Novecento — un’aggiunta utile che contestualizza meglio la koiné culturale in cui maturò l’impresa fiumana, ma che non modifica l’impianto interpretativo complessivo. Chi dunque ha già il volume in libreria potrà limitarsi a [...]]]> di Walter Catalano

Claudia Salaris, Alla festa della rivoluzione. Artisti e libertari con D’Annunzio a Fiume, Il Mulino, pp.290, euro 16,00

Chi conosce la prima edizione di questo volume non troverà, nelle pagine centrali del lavoro di Claudia Salaris, nulla di sostanzialmente diverso. La nuova uscita per Il Mulino ripropone il testo nella sua interezza originale, arricchito da un’appendice dedicata al rapporto tra D’Annunzio e le avanguardie artistiche del primo Novecento — un’aggiunta utile che contestualizza meglio la koiné culturale in cui maturò l’impresa fiumana, ma che non modifica l’impianto interpretativo complessivo. Chi dunque ha già il volume in libreria potrà limitarsi a recuperare quelle ultime pagine; chi non lo conosce ha ora una buona occasione per farlo.

Il libro resta, a distanza di anni, uno dei contributi più vivaci e documentati sulla dimensione festiva, libertaria e antiborghese dell’occupazione di Fiume (1919–1920). Salaris, studiosa del futurismo e delle avanguardie italiane, ricostruisce con dovizia di fonti e con passo narrativo agile il clima di ebbrezza collettiva che avvolse l’impresa: i concerti notturni sul lungomare, i discorsi dal balcone del Palazzo del Governo, l’incrocio improbabile tra nazionalismo romantico e istanze anarchiche, tra estetismo decadente e utopia sociale. Fiume fu, per sedici mesi, una città-laboratorio: vi confluirono reduci di guerra esaltati e disillusi, sindacalisti rivoluzionari, arditi, futuristi, anarchici, poeti. La Carta del Carnaro, redatta dal sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris con il contributo di D’Annunzio, era un documento ibrido e visionario che mescolava corporativismo sindacale, tutele dei lavoratori, libertà di culto e riconoscimento delle arti come funzione pubblica dello Stato — un testo che non assomigliava a nulla di ciò che il fascismo avrebbe poi prodotto, e che anzi fu guardato con sospetto dagli uomini di Mussolini proprio per la sua vena egualitaria e la sua ispirazione libertaria.

Va detto, però, che tutta questa ebbrezza era ebbrezza solo italiana — e che la prospettiva slava sulla vicenda è radicalmente diversa, e non può essere liquidata come irrilevante o marginale. Fiume era una città a popolazione mista: italiana in maggioranza nel centro urbano, ma circondata da un territorio — il cosiddetto corpus separatum e i villaggi circostanti — a netta prevalenza croata e slovena. L’annessione proclamata dai legionari era, da quella prospettiva, un’occupazione militare condotta con metodi che includevano violenze, intimidazioni e la cacciata sistematica degli abitanti slavi. Lo storico croato Rene Lovrenčić, nel suo studio sull’identità fiumana (Rijeka između dva rata, Zagabria 1988), e più recentemente Dominique Kirchner Reill in The Fiume Crisis (Harvard University Press, 2020) hanno documentato come la popolazione croata e slovena della regione vivesse l’impresa dannunziana non come festa liberatoria ma come occupazione etnica, accompagnata da episodi di violenza squadrista ante litteram contro le comunità slave. Le stesse tecniche di intimidazione — il manganello, l’olio di ricino, la distruzione delle sedi delle associazioni culturali slovene e croate — che il fascismo avrebbe poi sistematizzato furono sperimentate a Fiume e nell’Istria di quegli anni, come ha ricostruito con precisione Milica Kacin Wohinz nei suoi lavori sulla minoranza slovena sotto il fascismo. La festa, insomma, non era festa per tutti: e chi abitava quelle stesse strade con un cognome sbagliato ne faceva un’esperienza opposta e specularmente tragica. Ignorare questi dettagli, come per altro fa Salaris, non è lettura parziale: rischia di diventare falsificazione storica.

In ogni caso il teatrino fiumano è pittoresco. Il personaggio più memorabile — e più sconcertante — che emerge dalla ricostruzione è senza dubbio Guido Keller, aviatore, animatore del gruppo Yoga e figura di assoluta eccentricità. Keller incarnava una concezione della vita come perenne trasgressione: vegetariano radicale, nudista convinto, incline ai gesti simbolici più stravaganti (si narra di un volo sopra il parlamento di Roma da cui lanciò un pitale con un messaggio provocatorio, e di un’aquila ammaestrata che portava sempre con sé come totem personale), era al tempo stesso sinceramente antimilitarista e attratto dalla mistica dell’azione pura. Il gruppo Yoga — nome scelto con gusto per l’ambiguità, a metà tra ironia e ricerca spirituale — raccoglieva attorno a lui artisti, disertori, libertari e irregolari di vario genere, uniti da un rifiuto viscerale dell’ordine costituito e da un’idea di comunità basata sul dono, sulla condivisione e sul rifiuto della proprietà privata. Arrivarono a organizzare spedizioni di razzia nelle campagne e nei mari circostanti – Fiume sopravviveva grazie alla pirateria navale e terrestre dei cosiddetti Uscocchi, così battezzati dal Vate e spesso capitanati proprio da Keller – non per spirito predatorio ma, almeno nelle intenzioni, per portare viveri alla città assediata e distribuirli gratuitamente alla popolazione. Un anarchismo estetizzante e vitalista, lontanissimo da qualsiasi progetto politico organizzato.

Keller era omosessuale, e questo dato non è marginale per capire la natura dell’ambiente fiumano. Lo stesso Giovanni Comisso, che di quell’esperienza lasciò una delle testimonianze letterarie più belle — Le mie stagioni — era omosessuale, e nel suo memoir la sensualità dei corpi, la promiscuità gioiosa, l’eros maschile circolano con una libertà che sarebbe diventata impensabile di lì a pochi anni. D’Annunzio, con la sua visione estetizzante e pagana dell’esistenza, non aveva nulla della sessuofobia puritana e patriarcale che il fascismo mussoliniano avrebbe progressivamente imposto come norma. L’omofobia militante, il culto della virilità eterosessuale obbligatoria, la repressione di qualsiasi devianza dai codici sessuali del regime — codificata anche sul piano legislativo con le circolari Mussolini-Bocchini degli anni Trenta — erano estranei alla cultura dei legionari fiumani, anzi ne costituivano il contrario. È un’ulteriore ragione, e non secondaria, per non confondere quell’esperienza con il fascismo che venne dopo, pur riconoscendo tutti gli elementi che il fascismo poté strumentalizzare e incorporare a proprio uso.

Ed è qui che il libro di Salaris chiede al lettore uno sforzo interpretativo che l’autrice, pur nelle sue simpatie evidenti per l’oggetto di studio, suggerisce implicitamente: quella cultura non è omologabile al fascismo. Keller e i suoi compagni nutrivano un’ostilità profonda verso l’ordine borghese, verso lo Stato, verso ogni forma di gerarchia istituzionalizzata — tutto ciò che il fascismo, nel giro di pochi anni, avrebbe invece esasperato e portato al potere. La traiettoria di molti fiumani non coincise affatto con quella del regime: alcuni, come De Ambris, finirono in esilio e nell’antifascismo; altri si dispersero nell’indifferenza o nella disillusione. Keller stesso morì in un incidente d’auto nel 1929, prima di poter fare i conti fino in fondo con il regime.

La figura di D’Annunzio rimane la più ambigua e la più difficile da maneggiare storicamente. Il Vate non era un fascista, ma non era nemmeno un antifascista. Aveva costruito la sua carriera su un nazionalismo esasperato, sull’esaltazione della guerra come esperienza estetica e rigeneratrice, sul culto della morte bella e del sacrificio — tutti elementi che il fascismo incorporò avidamente nel proprio repertorio. Allo stesso tempo, D’Annunzio disprezzava Mussolini con il fastidio aristocratico del poeta verso il politicante: lo chiamava privatamente mascellone, e non nascondeva di considerarlo un epigono volgare e un innominabile trastullo del destino (Tom Antongini, segretario del Vate per decenni, e altri, riportano la frase nelle loro memorie). Dopo il Natale di sangue del 1920 — il bombardamento di Fiume da parte dell’esercito italiano, ordinato dal governo Giolitti e accettato supinamente da Mussolini, che non mosse un dito per difendere i legionari — D’Annunzio si ritirò sul Garda, nel Vittoriale degli Italiani, dove costruì la sua tomba-monumento e dove visse gli ultimi vent’anni in una sorta di dorato esilio volontario, sorvegliato, finanziato e neutralizzato dal regime. Mussolini aveva capito che D’Annunzio era troppo popolare per essere perseguitato e troppo imprevedibile per essere davvero utilizzato (come scrisse: “D’Annunzio è come un dente marcio: o lo si estirpa o lo si ricopre d’oro”): meglio tenerlo lì, tra i suoi cimeli, i suoi libri, le sue amanti, i suoi veleni. Proverbiale è l’aneddoto, presumibilmente veridico, del saluto che il duce in visita al Vittoriale rivolse al poeta: “Salve, o fante alato!”, al che il Vate rispose “Salve, o lesto fante!”. La morte nel 1938 — forse un malore, forse qualcosa di meno accidentale, come alcuni storici hanno ipotizzato — lo sottrasse alla necessità di schierarsi apertamente di fronte alla guerra imminente al fianco di Hitler.

Il futurismo, d’altra parte, aveva avuto un percorso in parte diverso. Marinetti aveva aderito al fascismo con convinzione, e tuttavia anche il futurismo portava in sé tensioni irriducibili al regime: l’internazionalismo dell’avanguardia, il rifiuto del passato e dei musei (difficilmente conciliabile con il culto romano e imperiale del fascismo maturo), l’irriverenza verso ogni autorità costituita. Quando il fascismo si consolidò come regime conservatore e clericale, il futurismo fu progressivamente marginalizzato, tollerato ma non amato, esibito all’estero come modernità italiana ma tenuto a bada in patria. La storia dei rapporti tra avanguardia e potere fascista è storia di un equivoco reciproco, non di una coincidenza.

Tutto questo premesso — e premesso con la necessaria chiarezza — il distacco critico rimane indispensabile. La cultura fiumana e dannunziana era intrisa di nazionalismo esasperato, di culto della violenza rigeneratrice, di disprezzo per le istituzioni parlamentari e per la mediazione politica. Questi elementi il fascismo seppe efficacemente incorporare e strumentalizzare, trasformando l’estetismo della rivolta in estetica del potere, il gesto liberatorio in parata di regime, la festa anarchica in adunata oceanica. Non confondere non significa assolvere, né significa ignorare le responsabilità storiche di chi, con la propria retorica e il proprio esempio, contribuì a preparare il terreno culturale su cui il fascismo attecchì.

Il punto è tanto più urgente oggi, e qui è lecito alzare la voce. Le formazioni politiche dell’estrema destra italiana, alcune delle quali siedono attualmente al governo, stanno portando avanti da anni un’operazione di recupero sistematico ed edulcorato di quella stagione culturale: il dannunzianesimo come serbatoio di immagini patrie, il futurismo come estetica della modernità nazionalista, Fiume come mito fondativo di un’italianità ferita e rivendicata. Si tratta di un’operazione che funziona precisamente perché selettiva: prende il nazionalismo e lascia l’anarchia, prende l’estetismo del gesto e lascia il contenuto libertario, prende il culto della nazione e lascia la critica alla borghesia, prende D’Annunzio poeta-soldato e lascia D’Annunzio trasgressore sessuale, bisessuale, pagano, irriducibile a qualsiasi ortodossia morale. Lascia, soprattutto, Keller e Comisso — i loro corpi, i loro desideri, la loro allegra estraneità a tutto ciò che di lì a poco sarebbe diventato il modello dell’italiano nuovo. Un’operazione, in altre parole, che non è recupero storico ma travestimento ideologico che svuota quei movimenti del loro senso più conflittuale e li riduce a repertorio iconografico spendibile per un patriottismo di maniera, convenientemente epurato di tutto ciò che risulterebbe, come la libertà sessuale e la fluidità dei costumi che caratterizzarono Fiume, indigeribile all’elettorato conservatore e clericale di riferimento.

Alla festa della rivoluzione è un libro che merita di essere letto, e che in questa nuova edizione torna opportunamente in circolazione — anche se la strumentalizzazione di cui abbiamo appena detto incombe: ne è evidente prova il pessimo filmetto – inutile citare titolo e autore dal momento che ci ha già pensato lo stesso editore del volume riportandoli prontamente in fascetta – mal sceneggiato, mal interpretato e mal diretto che riprende – almeno in teoria – i fatti descritti nel libro. Brutture cinematografiche a parte (1), l’epica e la retorica, ben contestualizzate, possono strapparci un sorriso, a patto di non dimenticare mai che la festa, a Fiume, finì male: con i cannoni del governo italiano, con la dispersione dei legionari, con le illusioni infrante di chi aveva creduto che la storia potesse essere piegata dalla pura forza del desiderio. E che le macerie di quell’entusiasmo contribuirono a costruire qualcosa di molto più cupo di quanto i suoi protagonisti avessero immaginato o voluto.

(1) A questo proposito, al posto del fotoromanzetto paratelevisivo italiano, consiglio la visione del bel documentario del 2025 Fiume o morte! del fiumano Igor Bezinović – vincitore  di un premio al 54° International Film Festival di Rotterdam – in cui l’autore ricostruisce con ironia e caustico umorismo l’impresa dannunziana chiamando a partecipare i concittadini croati dell’attuale Rijeka/Fiume alla rivisitazione e reinterpretazione dell’evento.

 

 

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L’Agnese va a morire, di Renata Viganò https://www.carmillaonline.com/2026/04/29/lagnese-va-a-morire-di-renata-vigano/ Wed, 29 Apr 2026 19:58:52 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94311 di Mauro Baldrati

Einaudi, Torino 1949 – 2024 pagg. 246 euro 12.50

Oggi ricorre il cinquantesimo anniversario della morte di Renata Viganò. La ricordiamo con alcune note di lettura del suo romanzo, uno dei più importanti e sinceri sulla guerra partigiana.

Alfonsine è un paese di 11.667 abitanti della Bassa ravennate. Si trova sulla linea di confine con la provincia di Ferrara, che interessa gran parte delle valli di Comacchio. A guerra ormai terminata i tedeschi in ritirata hanno fatto saltare gli edifici, per cui è stato quasi interamente ricostruito. Qui, lungo la riva destra del fiume Reno, in zona [...]]]> di Mauro Baldrati

Einaudi, Torino 1949 – 2024 pagg. 246 euro 12.50

Oggi ricorre il cinquantesimo anniversario della morte di Renata Viganò. La ricordiamo con alcune note di lettura del suo romanzo, uno dei più importanti e sinceri sulla guerra partigiana.

Alfonsine è un paese di 11.667 abitanti della Bassa ravennate. Si trova sulla linea di confine con la provincia di Ferrara, che interessa gran parte delle valli di Comacchio. A guerra ormai terminata i tedeschi in ritirata hanno fatto saltare gli edifici, per cui è stato quasi interamente ricostruito. Qui, lungo la riva destra del fiume Reno, in zona foce del fiume Senio, è posizionata una classica casa colonica di fine Ottocento, con l’arco centrale, i solai di canne e tavelle, il tetto in coppi. Fu scelta da Giuliano Montaldo nel 1975 per girare il film tratto da L’Agnese va a morire. Uscito nel 1949, il libro fu al centro di polemiche più che altro politiche che riguardavano gli aspetti della Resistenza, che ne travalicarono il contenuto letterario. Per cui a lungo fu considerato un memoir, importante e dettagliato, sulla guerra partigiana che infuriò nella zona delle valli. In realtà non si tratta di un memoir in senso stretto, ovvero una serie di eventi narrati con precisione, dove i personaggi, e la progressione degli eventi, sono al servizio di una restituzione esatta degli eventi stessi. L’agnese va a morire è un romanzo scritto col filtro letterario di una scrittrice esperta e raffinata, che ha proiettato se stessa e la sua esperienza su una donna veramente esistita, prendendosi tutte le libertà concesse per rappresentare il mondo, il conflitto, e l’avanzare implacabile della Storia: quella di una terra, la sua terra, occupata da una spaventosa dittatura.

La prima volta che vidi l’Agnese, o quella che nel mio libro porta il nome di Agnese, vivevo davvero in un brutto momento. Ero in un paese della Bassa, sola col mio bambino. Mio marito l’avevano preso le SS a Belluno, non ne sapevo più niente, ogni ora che passavo lo vedevo torturato e fucilato, un corpo anonimo che non avrei trovato mai più, neppure per seppellirlo. Nel villaggio mi credevano una sfollata della città, con la casa distrutta da un bombardamento: a causa dell’arresto di mio marito avevo perso i contatti coi compagni, non potevo parlare con nessuno dei veri dolori. Venne l’Agnese, un giorno che stavo nel greto del fiume (il Reno ndr) a guardar giocare il bambino con la sabbia, e intanto pensavo che forse sarei stata sempre così sola nel guardarlo giocare e poi studiare e poi crescere e diventare un uomo senza il babbo. L’Agnese mi arrivò vicino coi suoi brutti piedi scalzi nelle ciabatte. Vidi per primi quei brutti piedi, ero tanto piena di odio e di pena che mi fecero schifo. (Dalla postfazione dell’autrice La storia di Agnese non è una fantasia).

I “brutti piedi scalzi” di una “donna vecchia e grassa”, sono presenti come importanti comprimari nel romanzo. Se qualcuno ha visto il formidabile Una battaglia dopo l’altra avrà presente Leonardo DiCaprio che corre, combatte, cade, si rialza sempre indossando una vecchia vestaglia sbottonata. Ebbene l’Agnese è sempre in ciabatte. In ogni scena, ogni evento. Durante l’orribile inverno vallivo, sferzata dal vento, dalla pioggia, con la neve, “Mamma Agnese” avanza nella notte spettrale, spingendo una di quelle pesanti biciclette con l’eterna sporta coi viveri e i messaggi per i partigiani nascosti in una casa allagata, affondando i piedi in ciabatte nella fanghiglia gelida, o addirittura nell’acqua, quando gli invasi tracimano e allagano i sentieri.

Sul personaggio, che nella realtà ha condiviso con l’autrice le peripezie, e le sgridate del Comandante che le facevano piangere, Renata Viganò ha riversato tutto il peso della Storia, ma anche se stessa, il suo dolore, la sua determinazione e l’assoluta fedeltà alla propria missione. Una immensa protagonista letteraria che passa attraverso eventi realmente accaduti, lo scontro senza pietà contro un nemico mortale, in un connubio perfetto di iperrealismo e finzione, con personaggi realmente esistiti anche se riprogrammati per esigenze letterarie: “Se ho voluto mutare il fisico del comandante e l’ho reso piccolo e grigio mentre era robusto e bruno, anche se ho inventato nomi di battaglia e posposto i fatti e alterate le età, fu per aver moto più libero nell’acqua corrente nel racconto.” (Dalla citata postfazione).

L’Agnese è un personaggio complesso in questo romanzo perfettamente materialista, come lo è stata la Resistenza: “Non crediate che ci si dicesse frasi eroiche. Nessuno nella guerra partigiana diceva mai frasi eroiche, neppure quando stava per morire. Tutt’al più gridava: ‘Viva i partigiani’, o cantava ‘Bandiera rossa’ e questo è già molto per uno che sta per morire”. Supera i limiti del neorealismo per assurgere quasi alla dimensione di personaggio collettivo, protagonista ma al contempo ostaggio della Storia. Su questo riflette Sebastiano Vassalli nella breve, lapidaria introduzione:

E’ fin troppo evidente che Agnese non è solo un personaggio letterario, è un simbolo di qualcosa di più grande e di più importante che tanto meglio traspare nel testo quanto più essa si annulla come personaggio, per accumulazione di virtù negative: semplicità, umiltà, abnegazione eccetera. Agnese è una donna che vive, sia pure in una prospettiva limitata, un grande fatto storico: annullandosi come donna, diventando “donna senza qualità”, Agnese esce in pratica dalla realtà per diventare incarnazione di un mito destinato a compiersi con la sua morte (quella morte di cui il lettore sa già prima di aprire il libro, dal titolo). (…) E’ anche un’immagine collettiva, è uno dei molti, è oggetto e soggetto del sacrificio, è un personaggio assai reale sotto certi punti di vista, ma poi disumano per la sua grandezza, la sua capacità spinta fino all’assoluto di annullarsi nei fatti e nelle vicende.

Il romanzo materialista avanza con cadenza inesorabile, come lo fu la lotta partigiana. Obbligato il confronto con l’altra opera-capolavoro, la scrittura di Beppe Fenoglio. Gli stessi pericoli mortali, gli stessi stenti che calano il lettore in uno stato di identificazione e malessere per gli inenarrabili sacrifici cui erano costretti i partigiani. E la stessa inevitabile – così inevitabile da diventare “normale” – ineluttabilità. In Fenoglio compaiono alcune fucilazioni di fascisti e nazisti caduti prigionieri. I condannati di fronte alla morte regrediscono allo stato infantile. Piangono, implodono, gli cambia addirittura la voce. Siamo praticamente costretti a provare un briciolo di pietà. Ma non ci può essere pietà in una guerra all’ultimo sangue. Compassione forse, ma l’esecuzione va portata a termine. Nel libro della Viganò i componenti della brigata organizzano una pericolosissima azione per liberare dei compagni prigionieri dei fascisti. Lanciano un attacco, neutralizzano i fascisti, liberano i compagni, uno è morto, un altro stremato e sfigurato dalle torture. Prima di uscire, sulla soglia, il Comandante dà l’ordine: “Fateli fuori tutti”. Va fatto.

E’ la guerra, una guerra scatenata dagli occupanti con la partecipazione attiva dei traditori del paese occupato. Non c’è morale rassicurante, la morale è nella lotta senza quartiere, nella clandestinità e nel rischio continuo della vita, quando la vita non viene stroncata. Avvincente, irto di pericoli e colpi di scena, non si sottrae alla vocazione di romanzo d’avventura. Un’avventura che veicola la missione stessa della letteratura e dell’arte, quando l’arte si pone di fronte alla rappresentazione della vita, con tutti i suoi conflitti, le sue tragedie, e si schiera in una lotta feroce del bene contro il male.

(La foto: la casa dell’Agnese ad Alfonsine)

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Philip Roth, l’ebreo e l’altro https://www.carmillaonline.com/2026/04/28/philip-roth-lebreo-e-laltro-ebreo/ Tue, 28 Apr 2026 19:40:51 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94335 di Sandro Moiso

Philip Roth, Operazione Shylock, prefazione di Emmanuel Carrère, traduzione di Ottavio Fatica; Adelphi Edizioni, Milano 2026, pp. 455, 22 euro.

Se il passato della nazione è stato soprattutto un sogno, perché non cominciare a sognare un nuovo futuro, prima che questo sogno si trasformi in incubo? (Shlomo Sand, L’invenzione del popolo ebraico, 2010)

Gregor Samsa, svegliandosi un mattino da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo. Giaceva sulla schiena, dura come una corazza, e sollevando un po’ la testa vide un addome arcuato, scuro, attraversato da numerose nervature. La coperta, [...]]]> di Sandro Moiso

Philip Roth, Operazione Shylock, prefazione di Emmanuel Carrère, traduzione di Ottavio Fatica; Adelphi Edizioni, Milano 2026, pp. 455, 22 euro.

Se il passato della nazione è stato soprattutto un sogno, perché non cominciare a sognare un nuovo futuro, prima che questo sogno si trasformi in incubo? (Shlomo Sand, L’invenzione del popolo ebraico, 2010)

Gregor Samsa, svegliandosi un mattino da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo. Giaceva sulla schiena, dura come una corazza, e sollevando un po’ la testa vide un addome arcuato, scuro, attraversato da numerose nervature. La coperta, in equilibrio sulla sua punta, minacciava di cadere da un momento all’altro; mentre le numerose zampe, pietosamente sottili rispetto alla sua mole, gli ondeggiavano confusamente davanti agli occhi. “Che mi è successo?” pensò. Non era un sogno. ( Franz Kafka, La metamorfosi, 1915)

Occorrer partire da un altro scrittore di origini ebraiche, autore di una delle opere più significative della letteratura del ‘900, per affrontare un tema che è presente in molte opere di Philipo Roth ovvero quello dell’altro da noi che in realtà è in noi, del doppelganger (il “doppio camminatore”) che al contempo fa parte di noi e di un altro, con cui condividiamo l’aspetto esteriore. Costretti a vivere una vita non nostra oppure ad assistere mentre tenta di sostituirsi a noi.

Una volta «consapevoli – come hanno osservato Gioacchino Toni e Paolo Lago – che lo sguardo sull’alterità è inevitabilmente anche uno sguardo su se stessi»1, diventa evidente che l’altro da sé stimola gran parte delle paure moderne basate sulle differenze di razza, classe, genere e che ciò avviene perché spesso tale alterità può anche presentarsi come la presa di coscienza dell’esistenza dell’altro nel sé.

Prima ancora di Kafka, fu certamente Ernst Theodor Amadeus Hoffmann (1776 -1822) il primo autore a far precipitare, con i suoi Notturni e in particolare con il racconto L’uomo della sabbia (1815), nella letteratura della sua epoca la figura del doppio, una sorta di gemello malvagio che si presenta rivelando il lato più oscuro e patologico della personalità.

Possiamo fissare qui l’inizio dell’incubo della modernità rappresentato dalla paura della perdita del sé o della scoperta di essere individualmente portatori di un altro Io, sconosciuto e fin troppo conosciuto allo stesso tempo. Un Io altro nascosto dall’abitudine a frequentarlo senza riconoscerlo per quello che è davvero e che, magari, le convenzioni sociali e le narrazioni su cui si basano le fondamenta della comunità che circonda l’individuo abituano a considerare come espressione autentica del sé.

Una figura che diventa ossessione nel romanzo di Philip Roth, Operazione Shylock (Operation Shylock: A Confession, 1993) appena ripubblicato da Adelphi, che già aveva abitato altre opere dell’autore americano ma che, in questo caso, è identica in tutto e per tutto, fin nel nome (Philip Roth), a quella dell’io narrante ovvero l’autore stesso.
Anche se il doppio dello scrittore rinvia all’altro con cui deve fare fatalmente i conti chiunque appartenga alla comunità ebraica in qualsiasi parte del mondo, motivo per cui il romanzo sottopone all’attenzione del lettore il problema di quante siano le sfaccettature che tale identità porta con sé, fin dai tempi della sua invenzione mosaica2.

Roth (1933-2018), era, e rimane, secondo il critico americano Harold Bloom: «il culmine di un enigma irrisolto nella letteratura ebraica dei secoli XX e XXI» – poiché – «le complesse influenze di Kafka e Freud e il malessere della vita ebraico-statunitense produssero in Philip un nuovo genere di sintesi». Una sintesi in cui il problema dell’ebraicità è posto in maniera ironica, talvolta distopica come nel Complotto contro l’America (The Plot Against America, 2004 – ed. italiana Einaudi, Torino 2005), quasi sempre ferocemente drammatica e comica allo stesso tempo. Proprio come capita in Operazione Shylock la cui lettura, nonostante i problemi trattati, suscita in chi lo abbia tra le mani numerosi momenti di ilarità.

L’autentico capolavoro dello scrittore è da sempre considerato Portnoy’s Complaint (1969 – oggi in italiano come Portnoy nelle edizioni Adelphi, 2025), allo stesso tempo tragedia e commedia personale di Alexander Portnoy, un paziente ossessivamente monologante, preda di una nevrosi a sfondo sessuale, che dopo le iniziali accuse di oscenità si trasformò in un grande successo di vendite. Nonostante ciò, il filosofo israeliano Gershom Scholem, presidente dell’Accademia israeliana delle Scienze e delle Lettere, affermò che Portnoy’s Complaint avrebbe potuto causare un secondo Olocausto: «Questo è il libro che tutti gli antisemiti aspettavano», scrisse sul quotidiano «Haaretz», riferendosi al modo in cui gli ebrei venivano ritratti attraverso i ricordi del protagonista.

Gershom Sholem aveva in precedenza rotto ogni rapporto, nonostante l’amicizia che li legava da due decenni, con Hannah Arendt a seguito della polemica sorta tra i due a partire dalla pubblicazione da parte della seconda di La banalità del male3, nel 1963. Il testo era dedicato all’analisi del processo svoltosi a partire dall’11 aprile 1961 contro l’ufficiale Adolf Eichmann (1906-1962) — rapito in Argentina, quindi processato e giustiziato (1962) dallo Stato di Israele a Gerusalemme — che aveva offerto all’autrice e filosofa la possibilità di riflettere sull’eccezionalità, o meno, della Shoa.

Opera che ave fatto infuriare gran parte dell’ambiente intellettuale ebraico, alimentando fin dal suo apparire aspre critiche in tutto il mondo nei confronti della Arendt, rea di aver violato l’autentico tabù posto a fondazione e giustificazione storica dello Stato di Israele. Motivo per cui Sholem avrebbe scritto in una lettera a lei indirizzata il 23 giugno 1963:

«Perché, allora, il tuo libro lascia dietro di sé un simile sentimento di amarezza e vergogna, e non rispetto a ciò che viene riferito, bensì rispetto a chi riferisce? Perché il tuo resoconto occulta in così larga misura ciò che viene presentato in quel libro, che pure tu avevi giustamente voluto raccomandare alla riflessione? La risposta, per quanto io ne abbia una e che non posso tacere proprio perché ti stimo così profondamente, (…) [risiede in] ciò che ci divide in questa vicenda. È il tono senza cuore, spesso persino beffardo, con cui questa materia, che ci tocca nel centro reale della nostra vita, viene da te trattata. Nella lingua ebraica esiste qualcosa di assolutamente concreto e in alcun modo definibile che gli ebrei chiamano Ahavat Israel: l’amore per gli ebrei. Di tutto ciò, cara Hannah, non vi è traccia in te […] Non provo alcuna simpatia per quello stile improntato alla leggerezza di cui dai prova fin troppo spesso nel tuo libro. È in modo inimmaginabile inadeguato alla materia di cui parli»4.

I toni sono solo apparentemente più pacati rispetto a quelli usati successivamente con Roth, ma la sostanza rimane la stessa: il buon ebreo deve amare Israele e nel fare ciò non deve avere dubbi di sorta o fornire immagini fuori luogo della cultura e dell’identità ebraica. Non per nulla Scholem, oltre ad essere riconosciuto come il più autorevole pensatore di mistica ebraica, era a tutti gli effetti uno dei padri dello Stato di Israele, dove si era trasferito negli anni Venti, insegnando all’università dal 1925 al 1965, per poi essere insignito del ruolo di presidente dell’Accademia delle Scienze di Israele. Cui Hannah Arendt, docente universitaria negli Stati Uniti e autrice, tra le tante sue altre opere, di un fondamentale testo sulla barbarie totalitaria, le Origini del totalitarismo, avrebbe risposto con una lettera del 24 luglio dello stesso anno:

«Hai perfettamente ragione, non sono animata da alcun amore di questo genere, e ciò per due ragioni: nella mia vita non ho mai “amato” nessun popolo o collettività – né il popolo tedesco, né il popolo francese, né quello americano, né la classe operaia, né nulla di questo genere. Io amo “solo” i miei amici, e la sola specie di amore che conosco e in cui credo, è l’amore per le persone. In secondo luogo, questo «amore per gli ebrei» mi sembrerebbe, essendo io stessa ebrea, qualcosa di piuttosto sospetto. Non posso amare me stessa o qualcosa che so essere una parte essenziale della mia persona. La verità è che io non ho mai avuto la pretesa di essere qualcosa d’altro o diversa da quella che sono, né ho mai avuto la tentazione di esserlo. Sarebbe stato come dire che ero un uomo e non una donna – cioè qualcosa di insensato. So, naturalmente, che esiste un “problema ebraico” anche a questo livello, ma non è mai stato un mio problema – nemmeno durante l’infanzia. Ho sempre considerato la mia ebraicità come uno di quei dati indiscutibili, della mia vita, che non ho mai desiderato cambiare o ripudiare. Esiste una sorta di gratitudine verso ciò che è così come è; per ciò che è stato dato e non è, né potrebbe essere, fatto; per le cose che sono “physei” e non “nomo”»5.

C’è ancora da aggiungere che la Arendt aveva abbracciato la causa sionista durante gli anni dell’occupazione nazista dell’Europa, ma i seguito aveva duramente criticato non solo la pretesa dello Stato ebraico di dominare i territori abitati da milioni di arabi senza tenere conto delle necessità degli stessi, ma anche le figure politiche su cui tale pretesa si appoggiava, come scrisse in una lettera del dicembre1948, redatta insieme ad Albert Einstein, inviata al «New York Times».

Fra i fenomeni più preoccupanti dei nostri tempi emerge quello relativo alla fondazione, nel nuovo stato di Israele, del Partito della Libertà (Tnuat Haherut)6, un partito politico che nell’organizzazione, nei metodi, nella filosofia politica e nell’azione sociale appare strettamente affine ai partiti Nazista e Fascista. È stato fondato fuori dall’assemblea e come evoluzione del precedente Irgun Zvai Leumi, una organizzazione terroristica, sciovinista, di destra della Palestina.
L’odierna visita di Menachem Begin, capo del partito, negli Stati Uniti è stata fatta con il calcolo di dare l’impressione che l’America sostenga il partito nelle prossime elezioni israeliane, e per cementare i legami politici con elementi sionisti conservatori americani. […]
Prima che si arrechi un danno irreparabile attraverso contributi finanziari, manifestazioni pubbliche a favore di Begin, e alla creazione di una immagine di sostegno americano ad elementi fascisti in Israele, il pubblico americano deve essere informato delle azioni e degli obiettivi del Sig. Begin e del suo movimento.
Le confessioni pubbliche del sig. Begin non sono utili per capire il suo vero carattere. Oggi parla di libertà, democrazia e anti-imperialismo, mentre fino ad ora ha apertamente predicato la dottrina dello stato Fascista. È nelle sue azioni che il partito terrorista tradisce il suo reale carattere, dalle sue azioni passate noi possiamo giudicare ciò che farà nel futuro.
[…] All’interno della comunità ebraica hanno predicato un misto di ultranazionalismo, misticismo religioso e superiorità razziale. Come altri partiti fascisti sono stati impiegati per interrompere gli scioperi e per la distruzione delle unioni sindacali libere. Al loro posto hanno proposto unioni corporative sul modello fascista italiano. Durante gli ultimi anni di sporadica violenza anti-britannica, i gruppi IZL e Stern inaugurarono un regno di terrore sulla comunità ebraica della Palestina. Gli insegnanti che parlavano male di loro venivano aggrediti, gli adulti che non permettevano ai figli di incontrarsi con loro venivano colpiti in vario modo. Con metodi da gangster, pestaggi, distruzione di vetrine, furti su larga scala, i terroristi hanno intimorito la popolazione e riscosso un pesante tributo7.

Non solo, poiché in un’altra occasione la stessa aveva scritto:

Il nazionalismo è piuttosto nefasto quando s’appoggia unicamente alla forza bruta della nazione. Un nazionalismo che riconosce la necessità di dipendere dalla forza di una nazione straniera è ancora peggiore. E’ questo il destino incombente sul nazionalismo ebraico e sul progettato Stato ebraico, inevitabilmente circondato da Stati Arabi e popolazioni arabe. Persino una maggioranza di ebrei in Palestina – anzi, perfino il trasferimento di tutti gli arabi di Palestina, come i revisionisti [sionisti] richiedono apertamente – non cambierebbe, nella sostanza, una situazione in cui gli ebrei devono, nello stesso tempo, chiedere la protezione di una potenza estera contro i loro vicini e pervenire a un accordo efficace con loro. […] se i sionisti continueranno a ignorare i popoli del Mediterraneo e a guardare unicamente alle grandi potenze lontane, finiranno coll’apparire strumenti o agenti di interessi estranei e ostili. Gli ebrei che conoscono la loro storia dovrebbero rendersi conto che una situazione del genere condurrebbe inevitabilmente a una nuova ondata di odio anti-ebraico, l’anti-semitismo di domani8.

Occorre partire da qui, dunque, per parlare del “doppio ebraico” di cui si parlava a proposito del romanzo di Roth, anche perché l’autore/narratore inizia la sua peregrinazione alla ricerca del suo alter ego a Gerusalemme proprio in occasione del processo reale, come molti altri fatti e personaggi presenti nel testo, a un tranquillo pensionato ucraino, tale John Demjanjuk, che i sopravvissuti di Treblinka accusavano di essere stato il più orrendo dei carnefici, noto con il soprannome di Ivan il Terribile. Fatto che è impossibile separare da quanto si affermava poc’anzi a proposito delle presenza di Hannah Arendt al processo Eichmann nel 1962.

Un processo, però, quello a Demjanjuk, avvenuto realmente e da cui l’imputato uscì assolto a differenza di Eichmann, che fornisce a Roth la possibilità di sottolineare gli elementi di “eccezionalità” della Shoa e tutte le narrazioni inerenti le sofferenze degli ebrei internati e della spietatezza dei loro carnefici; come, appunto, secondo Sholem anche la Arendt avrebbe dovuto fare per dimostrare il proprio amore per il “suo popolo”.

A quanto pare, Roth non seguì davvero il processo. E tanto meno si trovò di fronte, a Gerusalemme, a un quasi-sosia che si spacciava per lui, Philip Roth, e sotto la sua identità raccoglieva fondi destinati a promuovere un grandioso progetto, il diasporismo, ovverosia la partenza da Israele di vari milioni di ebrei ashkenaziti (i sefarditi a Roth interessano pochissimo) verso il loro paese di origine, la Polonia, dove il falso Roth è certo che saranno accolti a braccia aperte. Tali amorevoli sentimenti dei polacchi nei confronti dei loro ebrei gli sono stati garantiti da papa Giovanni Paolo II e da Lech Wałesa. Oltre a promuovere il diasporismo, il falso Philip Roth ha creato il gruppo degli Antisemiti Anonimi 9.

Un’operazione, quella dell’”altro” Philip Roth che crea un elemento di comicità, proprio a partire dal cozzo con la realtà dei fatti. Prima di tutto un papa polacco che proprio nel 1979 era stato il primo pontefice a celebrare una messa nel lager di Auschwitz, portavoce di un cristianesimo “polacco” che non si era distinto particolarmente nell’opera di salvataggio degli ebrei. Tema sul quale si sarebbe scatenata l’ironia di una scrittrice ebrea americana, Tova Reich, che nel 2007 avrebbe fortemente ironizzato sulla pretesa cattolica di darsi una ripulita dal precedente antisemitismo nel suo romanzo My Holocaust (Il mio Olocausto, Einaudi, Torino 2008).

Uno scioccante atto di accusa contro la banalizzazione della memoria e la cultura del vittimismo che non risparmia niente e nessuno, a parte le vittime, in cui due soci in affari, riconoscono nell’Olocausto un buon prodotto da vendere. Così Maurice Messer, un sopravvissuto ai campi con una storia personale confezionata ad hoc, e suo figlio Norman, una vittima «per delega» in qualità di membro della cosiddetta seconda generazione, decidono entusiasticamente di imporlo sul mercato. Intravisto il profitto dello Shoah business i Messer usano l’eredità dei 6 milioni di morti per indurre il senso di colpa e spillare denaro. Per convincere gli eventuali mecenati organizzano così dei tour in un Auschwitz mercificato dato in pasto a comitive di ragazzini che si rincorrono tra le macerie dei crematori e buddhisti che sbarcano il lunario dando consulenze sui chakra.
Una satira cinica e scandalosa contro lo sfruttamento dell’Olocausto e il gran circo del vittimismo auto-consolatorio attorno alla memoria di una tragedia.

Il secondo fatto è costituito proprio dalla figura di Lech Walesa, che da rappresentante sindacale fondatore di Solidarność prima e capopopolo successivamente, divenne presidente del paese, dopo la fine del regime comunista, nel 1990. In tale veste traghettò la Polonia attraverso la privatizzazione e la transizione verso un’economia di libero mercato e contribuì ad avviare un periodo di ridefinizione delle relazioni estere del paese, sostenendo l’entrata della Polonia nella NATO e nell’Unione europea.

Wałęsa, però, è anche sempre stato un devoto cattolico e amico personale di papa Giovanni Paolo II oltre che fedele alla Vergine nera di Częstochowa. Convinto oppositore dell’aborto, nel 1993, durante la sua presidenza, firmò una legge che limita tutt’ora gli aborti in Polonia. Questa legge ha annullato l’accesso praticamente gratuito all’aborto che esisteva dal 1956 ed è una delle più restrittive in Europa. A completare il quadretto resta ancora irrisolto il problema del contributo dato da Walesa ai servizi segreti polacchi e russi nel corso degli anni Settanta.

Nulla di più lontano dunque da un tranquillo rientro garantito degli Ebrei in Polonia dove, al contrario, come ha documentato Adam Michnik, i superstiti dei lager, una volta rientrati a casa furono talvolta eliminati dai vicini che nel frattempo si erano impadroniti delle loro proprietà10.

Ma il vero nemico per gli ebrei del mondo, come si afferma nel romanzo di Roth attraverso le parole del “falso” Philip, è rappresentato proprio dallo Stato di Israele, così come aveva anche affermato Primo Levi in un’intervista a «la Repubblica» del 24 settembre 1982, proprio in occasione del massacro di Sabra e Shatila compiuto a Beirut tra il 16 e il 18 settembre di quell’anno: «Il comportamento dell’attuale governo di Israele rischia di essere il peggior nemico degli ebrei». Cui aggiungeva poi ancora:

Per Begin «fascista» è una definizione che accetto. Credo che lo stesso Begin non la rifiuterebbe. E’ stato allievo di Jabotinski: costui era l’ala destra del sionismo, si proclamava fascista, era uno degli interlocutori di Mussolini. Sì, Begin è stato suo allievo […] La mia condanna comunque è totale11.

Ecco allora che nelle pagine del romanzo l’antagonista, il falso Philip Roth ovvero l’altro dall’ebreo “vero” che dovrebbe essere, afferma: «Sono un nemico di Israele, se vuole usare certi toni sensazionalistici, solo perché sto dalla parte degli ebrei e Israele non fa più gli interessi degli ebrei. Dalla fine della seconda guerra mondiale Israele è diventato la minaccia più grave per la sopravvivenza ebraica»12. Mentre poco prima aveva affermato che «il sionismo ha esaurito la sua funzione storica»13.

Naturalmente per “l’antagonista di Gerusalemme”, come l’autore lo definisce, il pericolo non è soltanto fisico, legato all’odio crescente degli arabi nei confronti degli ebrei, ma anche, forse soprattutto, culturale. La realizzazione dello Stato di Israele, insieme al suo alter ego e involontario sobillatore, l’antisemitismo dei pogrom e dei lager, ha finito soltanto col dare vita a un paese i cui, come afferma Claire la moglie del “vero” Roth, «sono tutti armati. Per la strada, metà della gente gira armata: non ho mai visto tante armi in vita mia»14, dove non c’è posto per la “cultura ebraica” e contano solo l’identità e la promessa della realizzazione del Regno di Sion esattamente come per l’America trumpiana delle sette del fondamentalismo evangelico.

Ma se il pericolo apparentemente è rappresentato per gli ebrei di Israele dall’odio dei palestinesi, il romanzo è ambientato al tempo della prima Intifada “delle pietre”, nondimeno l’autore, attraverso la voce di un vecchio compagno di università palestinese, George Ziad, concede ai veri altri sul suolo di Israele le parole per esporre un differente punto di vista.

Israele trionfante è un posto spaventoso, spaventoso dove prendere un caffè. Questi ebrei vittoriosi sono gente spaventosa. E non intendo solo i Kahane e gli Sharon. Intendo proprio tutti, compresi gli Yehoshua e gli Oz. I buoni, che sono contrari all’occupazione della Cisgiordania ma non all’occupazione della casa di mio padre, gli “israeliani belli” che non rinunciano alle ruberie sioniste ma neppure alla coscienza pulita. Non sono meno sprezzanti degli altri: sono addirittura più sprezzanti. Che ne sanno dell’“ ebraicità” questi ebrei “sani e sicuri di sé” che guardano dall’alto in basso voi “nevrotici” della diaspora? È sanità, questa? È sicurezza di sé, questa? Questa è arroganza. Ebrei che fanno dei loro figli bruti in uniforme – e come si sentono superiori a voi ebrei che non sapete niente di armi! Ebrei che usano il randello per rompere le mani ai bambini arabi […] A scuola insegnano ai figli a guardare con disgusto l’ebreo della diaspora, a vedere l’ebreo che parla inglese, l’ebreo che parla spagnolo, l’ebreo che parla russo come un mostro, come un verme, come un nevrotico terrorizzato. Come se questo ebreo che adesso parla ebraico non fosse solo un altro tipo di ebreo, come se parlare ebraico fosse l’apice dell’affermazione umana! Sono qui, pensano loro, e parlo ebraico, questa è la mia lingua e la mia patria, e non devo andare in giro domandandomi di continuo: “Sono ebreo, ma che cos’è un ebreo?”. Non devo essere uno di quei nevrotici che si mettono in discussione, che si odiano, che si sentono alienati, che hanno paura. E di ciò che quei cosiddetti nevrotici hanno dato al mondo in termini di ingegno, arte, scienza, competenze e ideali della civiltà, di quello non si curano. Del resto, non si curano del mondo intero. Per il mondo intero hanno una sola parola: goy! […] Oh, che ebreo immiserito è questo israeliano arrogante! Eh già, autentici sono loro, gli Yehoshua e gli Oz, e allora ditemi, gli domando, cosa sono Saul Alinsky, David Riesman, Meyer Schapiro, Leonard Bernstein, Bella Abzug, Paul Goodman, Allen Ginsberg, eccetera, eccetera, eccetera? Chi si credono di essere queste nullità provinciali? Aguzzini! Ecco la grande conquista ebraica: ricavare dagli ebrei aguzzini e piloti di caccia-bombardieri!15.

Ecco allora che anche la voce dell’intellettuale arabo serve a Roth per dare voce a dubbi che lo divorano: «“Dov’è Philip Roth?” domandavo ad alta voce. “Dov’è andato?”. Non lo dicevo per fare scena. Domandavo perché volevo saperlo»16. Così come la depressione, che accompagnò lo scrittore nel periodo precedente alla stesura del romanzo, che costituisce anche una falsa confessione come afferma l’autore proprio nell’ultima pagina17, serve a manifestare la separazione dell’ebreo da se stesso, dopo secoli di persecuzioni e decenni di identarismo sionista che lo hanno reso sempre più confuso e schizofrenico in un contesto che richiede a molti di essere ciò che non vogliono essere. Come le manifestazioni dei giovani e meno giovani ebrei americani a favore della causa palestinese dopo il 7 ottobre hanno contribuito a dimostrare, al contrario della più che farlocca narrazione del contributo dato dalla Brigata ebraica alla Resistenza italiana18.

Pagine da meditare, quelle di Roth e del suo Shylock, non a caso tratto dal nome di una delle figure più contraddittorie e controverse ideate da William Shakespeare, una volta considerato che la questione del doppio ebraico ne apre una ben più universale: quella dell’alienazione dell’essere umano dal suo essere sociale. Indipendentemente dalla classe, etnia, religione di appartenenza o dalle sofferenze patite in precedenza e che lo giustificherebbero nel suo desiderio di disumanizzare a sua volta tutti i suoi nemici ed avversari. Anche di ciò il paria ebreo19 può costituire rappresentanza e non solo dell’odio reciproco instillato ad arte da forze destinate soltanto alla distruzione e allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.


  1. G. Toni, P. Lago, Identità, alterità, spazio. Introduzione a G. Toni, P. Lago, Alle radici di un nuovo immaginario. Alien, Blade Runner, La cosa, Videodrome, Rogas Edizioni, Roma 2023, p. 21.  

  2. In proposito si vedano: S. Freud, Mosè e il monoteismo, Newton Compton Editori, Roma 2010; J. Assmann, Mosè l’egizio, Adelphi Edizioni, Milano 2000 e S. Sand, L’invenzione del popolo ebraico, RCS Libri S.p.a., Milano 2010.  

  3. H. Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 1964.  

  4. Cit. in P. Fisogni, Amare gli amici, non il popolo. La controversia Arendt-Scholem sull’Ahavat Israel, «Exăgère Rivista» marzo – aprile 2026, n. 3-4 anno XI.  

  5. Cit. in H. Arendt, Ebraismo e modernità, Feltrinelli, Milano 2009.  

  6. Partito politico da cui deriva e ha le sue radici il partito di Netanyahu, il Likud, fondato nel 1973 proprio da Menachem Begin.  

  7. Albert Einstein e Hannah Arendt (più altri 48 firmatari), lettera al New York Times, 2 dicembre 1948.  

  8. H. Arendt, Zionism Reconsidered ora in Idith Zertal, Israele e la Shoa. La nazione e il culto della tragedia, Einaudi, Torino 2000, p. 165.  

  9. E. Carrère, Una di troppo, prefazione a P. Roth, Operazione Shylock, Adelphi Edizioni, Milano 2026, p. 12.  

  10. Si veda: A. Michnik, Il pogrom, Bollati Boringhieri editore, Torino 2007 e J. T. Gross, I. G. Gross, Un raccolto d’oro. Il saccheggio dei beni ebraici, Einaudi, Torino 2016.  

  11. P. Levi, «Io, Primo Levi chiedo le dimissioni di Begin», intervista rilasciata a G. Pansa, «la Repubblica» 24 settembre 1982.  

  12. P. Roth, Operazione Shylock, cit,. p. 53.  

  13. Ibidem, p. 42.  

  14. Ivi, p. 48.  

  15. Ivi, pp. 146-147.  

  16. Ibid., p. 31,  

  17. «Giusto per contraddirsi, perché contraddire se stesso, contraddire gli altri, contraddire il mondo intero è l’unico passatempo nonché l’unico patrimonio che Landsman e la sua gente possiedono.» in M. Chabon, Il sindacato dei poliziotti yiddish, RCS Libri, Milano 2007, p. 23.  

  18. Si veda: A. Fazolo, La Brigata ebraica. Una storia “controversa” dal 1944 ad oggi, 4 Punte Edizioni, 2026.  

  19. Si veda: H. Arendt, L’ebreo come paria. Una tradizione nascosta, Casa Editrice Giuntina, Firenze 2017. Edizione originale The Jew as Pariah. A Hidden Tradition, 1944.  

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Il fantasma del nemico palestinese https://www.carmillaonline.com/2026/04/28/il-fantasma-del-nemico-scomparso/ Mon, 27 Apr 2026 22:30:30 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93548 di Fabio Ciabatti

Azem Ibtisam, Il libro della scomparsa, Hopefulmonster, Torino 2021, pp. 172, € 23,00

Quella tra i palestinesi e gli israeliani è “una forma di coabitazione forzata che non prevede contatto. Vicinanza senza relazione”. Il popolo occupante e quello occupato confinano in una realtà “che connette senza comunicare”. Una realtà in cui “non ci si incontra mai davvero” e dove “l’unico luogo di contatto, reale e umano, è la linea del fronte”. Vengono in mente queste parole di Alba Nablusi, scritte nel suo recente testo Lessico palestinese, per introdurre Il libro della scomparsa, romanzo della scrittrice e giornalista israelo-palestinese Ibstsam [...]]]> di Fabio Ciabatti

Azem Ibtisam, Il libro della scomparsa, Hopefulmonster, Torino 2021, pp. 172, € 23,00

Quella tra i palestinesi e gli israeliani è “una forma di coabitazione forzata che non prevede contatto. Vicinanza senza relazione”. Il popolo occupante e quello occupato confinano in una realtà “che connette senza comunicare”. Una realtà in cui “non ci si incontra mai davvero” e dove “l’unico luogo di contatto, reale e umano, è la linea del fronte”. Vengono in mente queste parole di Alba Nablusi, scritte nel suo recente testo Lessico palestinese, per introdurre Il libro della scomparsa, romanzo della scrittrice e giornalista israelo-palestinese Ibstsam Azem, uscito in arabo nel 2014, tradotto in italiano nel 2021 e opportunamente ripubblicato nel 2025, con una postfazione alla ristampa di Paola Caridi.
Il testo, come sostiene la stessa autrice, si può accostare al genere del realismo magico dal momento che la storia ruota attorno all’improvvisa e inspiegabile scomparsa di tutti i palestinesi in Israele e nei Territori occupati. Cosa succede agli israeliani quando scompare il loro nemico? Disappunto per i problemi che derivano dall’assenza di un grande numero di lavoratori, ovviamente. Delusione per il “tradimento” di persone cui si è dato fiducia consentendogli magnanimamente di vivere e lavorare in Israele. In alcuni casi, preoccupazione per il buon nome dello stato sionista, possibile oggetto di critiche per aver organizzato una nuova pulizia etnica. Ma ancor di più sconcerto e inquietudine per una possibile trama ordita nell’oscurità dai palestinesi che potrebbero sbucare come zombie per vendicarsi. E soprattutto sollievo perché, come per miracolo, il più grande problema di Israele si è finalmente risolto. In fin dei conti, a nessuno interessa veramente la sorte dei palestinesi. I più aperti tra gli ebrei israeliani esprimono solo il desiderio che li lascino in pace.
La vicenda viene narrata attraverso la descrizione di diverse scene di vita quotidiana che, collegate al contesto generale del racconto ma indipendenti dalla trama principale, potrebbero rappresentare dei brevi racconti a se stanti. Ma soprattutto la storia riguarda due protagonisti, più una terza di cui parleremo più avanti. Il primo è Ariel, ebreo israeliano, corrispondente da Tel Aviv per una testata statunitense, sionista liberal. Il secondo è Alaa, cameramen freelance palestinese con cittadinanza israeliana. I due vivono a Giaffa nello stesso palazzo, anche se si ignorano reciprocamente finché non fanno conoscenza attraverso una comune collega, una giovane tedesca ossessionata dal senso di colpa per l’Olocausto. Alaa si presenta al suo futuro amico dicendo in tono scherzoso: “Shalom, Ariel. Sono l’arabo della festa, quello di cui avete bisogno per poter dire che avete un amico arabo”. Ariel scoppia a ridere e inizia così un rapporto sincero, ma inevitabilmente conflittuale. Un rapporto possibile perché entrambi sono figure tormentate: Ariel deve far convivere le sue convinzioni liberal con la sua anima sionista, mentre Alaa deve mettere d’accordo il suo status di cittadino israeliano con la suo nazionalità palestinese.

Ariel non mette mai in dubbio il diritto degli ebrei sulla terra di Israele. E i palestinesi? Beh, i vincitori non si guardano indietro. Vanno dritti alla meta spianando la strada del futuro. Per lui l’esercito israeliano è guidato dagli ideali umani come valore più alto. In fin dei conti, il suo paese è l’unica democrazia del Medio Oriente. Certo, la giustizia assoluta non è cosa di questo mondo. D’altra parte dov’era la giustizia quando i nazisti perpetravano l’Olocausto? In ogni caso Ariel pensa che Israele debba ritirarsi dalla Cisgiordania e da Gaza e consentire la creazione di uno Stato palestinese demilitarizzato per concentrarsi sul problema principale, l’Iran e il suo braccio armato Hezbollah. Quando esprime queste idee durante una cena i suoi commensali lo guardano come se venisse da un altro pianeta. Come può lui, figlio di un martire delle forze armate, chiamare quella terra Cisgiordania invece di Galilea e Samaria?
In realtà, anche Ariel nella maggior parte dei casi utilizza gli antichi nomi biblici per indicare i territori occupati dove viene inviato per il suo servizio di leva.  Inizialmente, pensa di rifiutarsi quando viene a sapere che dovrà andare ad Hebron, anche se non è contrario in linea di principio a fare il militare. Alla fine accetta l’arruolamento perché ritiene che la cosa più importante sia poter scrivere della situazione sul campo. Ma finisce per vivere un vero incubo. A Hebron vede un palestinese quattordicenne che lancia pietre freddato da uno dei tanti cecchini dell’esercito, vere e proprie divinità che premendo il grilletto possono decidere della vita e della morte. E subito dopo vede l’amico del ragazzo ucciso fermo a un centinaio di metri con le mani piene di sassi, in un silenzio glaciale, perché dentro di lui la paura è morta. Esperienze come questa fanno vacillare ma non crollare le sue certezze sioniste. Per esempio la convinzione che suo nonno, gentiluomo inglese trasferitosi nella terra promessa negli anni Venti del Novecento, non era un colonizzatore, dal momento che non aveva mai appoggiato l’espulsione dei palestinesi. Anche se, deve ammettere a malincuore, gli assomigliava molto, convinto com’era che ogni progresso a quel popolo di nomadi e contadini era stato portato dagli europei.

Il tormento di Alaa è probabilmente ancora più profondo. Quando si trova inavvertitamente a esprimersi in ebraico, sente una voce estranea che parla al posto suo. Per superare gli esami a scuola e all’università deve memorizzare i racconti e i sogni degli ebrei israeliani sulla terra dei suoi avi seppellendo dentro di sé le proprie storie e quelle dei suoi simili. La memoria dell’Altro, insinuata nella propria, è la tassa da pagare per avere il diritto di restare nella terra oramai appropriata dal colonizzatore. Ma la memoria non scompare perché si eredita come il colore degli occhi e della pelle. E ad Alaa è stata trasmessa da sua nonna, il terzo tra i personaggi principali del libro. La conosciamo, in una sorta di prologo, nel primo capitolo, quando si lascia morire da sola davanti al mare di Giaffa, oramai stanca della vita. Ma la sua presenza aleggia per tutto il racconto perché è la persona con cui Alaa dialoga costantemente nei suoi pensieri e nelle pagine del suo diario che costituisco molti dei capitoli del romanzo.
La nonna rappresenta per il nipote la memoria del popolo palestinese e della sua catastrofe. Nel 1948, incinta di sei mesi, aveva deciso di rimanere a Giaffa. In quell’anno la città, successivamente inglobata da Tel Aviv, conta più di centomila abitanti palestinesi. Durante la Nakba scompaiono quasi tutti, “Come se il buio li avesse inghiottiti. Come se il mare li avesse rapiti”, sostiene la nonna. Ne rimangono appena quattromila. Tra questi lei, abbandonata da tutta la famiglia fatta eccezione per il padre che, però, presto morirà oramai impazzito, delirando di un ritorno a casa perché incapace di riconoscere la città in cui aveva vissuto per tutta la sua vita.  Giaffa è una città infestata dai fantasmi. Le sue strade sono piene di gente, eppure vuote, si lamenta la nonna che però continua ad amarla. Camminando in questi luoghi insieme al nipote, utilizza nomi diversi da quelli scritti sui cartelli. Di notte sente ancora il vociare, la musica e i tamburi delle vecchie feste di matrimonio palestinesi. E così Alaa impara a vedere quello che vede lei. Due città incarnate l’una nell’altra. Il nipote e la nonna diventano due spettri che vivono l’uno nella città dell’altra.
C’è qualcosa, nei sopravvissuti, che li rende perennemente soli, nota Alaa pensando alla nonna. Orfani a casa propria. Eppure è la stessa la nonna a ripetere spesso che tutto andrà bene e a continuare ad amare la vita, pur abitando in una città che, sostiene, non la riconosce. A differenza di molti reduci della Nakba, ammutoliti dal dolore, ha la forza per continuare a raccontare la sua storia, anche se il peso del passato la spinge spesso a chiudere i suoi discorsi con un improvviso “adesso basta”. Per questo la sua memoria è indelebilmente impressa nella mente del nipote. Una memoria con molte crepe che non significano mancanza di chiarezza, ma inestirpabile dolore. Alaa è arrabbiato con lei per questo fardello che gli ha trasmesso ma, in realtà, ce l’ha con la nonna perché è rimasto solo quando lei ha deciso di lasciarsi morire. Ogni scomparsa lascia dietro di sé qualcosa di irrisolto. Per quanto possiamo illuderci, nulla sparisce mai del tutto. 

Lo stesso vale per Ariel che, chiedendosi dove sia finito il suo amico dopo la scomparsa di tutti i palestinesi, prova una sorta di rabbia. Perché Alaa non si era mai potuto godere il fatto di vivere in un paese moderno che gli permetteva di essere libero? Per quale motivo non aveva capito che solo rimanendo, un giorno, avrebbe forse potuto cambiare tutto quello che voleva? Come mai si era sempre fatto ostacolare dal passato invece di guardare avanti? Probabilmente per trovare una risposta a queste domande irrisolte Ariel inizia a leggere ossessivamente il diario di Alaa che trova entrando a casa dell’amico, grazie al fatto che i due si erano scambiati le chiavi dei rispettivi appartamenti per qualsiasi evenienza. Vedendolo immergersi nei pensieri dell’amico, il lettore può sperare che Ariel possa finalmente comprendere davvero il suo Altro. Che il colonizzatore possa riconoscersi nel colonizzato. Ariel e Alaa, in fin dei conti, hanno un legame vero e, pur divisi dall’appartenenza etnica, non rappresentano certo le componenti più intransigenti delle due parti in conflitto. È possibile infrangere i limiti angusti della realtà, che sembra imprigionata nella ripetizione all’infinito di uno scontro sanguinario, almeno attraverso l’immaginazione fantastica?

Alla fine, però, dobbiamo constatare che l’improvvisa scomparsa di tutti i palestinesi è un evento meno fantasioso di come potrebbe apparire a prima vista. Non è forse la narrazione ufficiale israeliana a raccontarci che tra i settecento e gli ottocentomila palestinesi si sono dileguati di loro spontanea volontà dal territorio del nuovo stato tra il 1947 e il 1948, come se il buio li avesse inghiottiti? Se nel romanzo la scomparsa dei palestinesi appare come un’assurdità, non lo è altrettanto la verità di stato sulla loro sparizione nel corso della sedicente guerra di liberazione della terra promessa?

Insomma, l’impressione è che il racconto di Ibstsam Azem non ci proietti in avanti verso una soluzione immaginaria delle contraddizioni del presente, ma ci catapulti nuovamente in un passato irrisolto. O meglio, in una sorta di ripetizione utopica del passato. Una utopia esclusivamente sionista, sia ben inteso, che nasce dal più contradditorio dei desideri: poter eliminare completamente i palestinesi liberandosi di ogni senso di colpa e senza perdere il proprio status di vittima per eccellenza. Un desiderio talmente radicato che può portare a capovolgere ogni logica, come accade nel romanzo quando Ariel legge un blog in cui i palestinesi, con i loro racconti sulla Nakba, sono accusati di aver rubato agli ebrei israeliani la loro catastrofe. Sono stati proprio questi ultimi, sostiene infatti il blogger, che hanno sofferto più di tutti per aver ucciso chi voleva ucciderli facendo violenza alla propria natura misericordiosa.
Sia come sia, non si può scappare da un senso di déjà vu quando leggiamo il discorso che, nel romanzo, il primo ministro israeliano tiene davanti alla Knesset: 

Nelle prossime ore faremo un censimento, e a tutti coloro il cui nome non compare, o che non ritornano entro le quarantotto ore dai primi casi di scomparsa degli arabi, ovvero entro le tre del mattino, non sarà consentito di rientrare. I loro diritti e le loro proprietà verranno trasferiti allo stato. Queste persone sono scomparse dal nostro paese di loro spontanea volontà. Non abbiamo cacciato nessuno, e sarebbe impossibile per chiunque provare il contrario […] Ci piacerebbe sapere dove sono andati, ma in fin dei conti questa è stata la loro decisione e noi non abbiamo obbligato nessuno ad andarsene. Qualunque sia la ragione, hanno scelto di partire, come altri palestinesi in precedenza, e di tornare nei loro paesi. 

Come altri palestinesi, appunto, che una legge israeliana del 1950 consentiva di espropriare dei loro beni in quanto assenti, cioè residenti al di fuori dei confini del nuovo stato tra il 1947 e il 1948, durante la guerra. O, per aggiungere un tocco surreale all’infamia, in quanto presenti-assenti, vale a dire persone che nel medesimo periodo erano state lontane dalle loro residenze abituali pur essendo rimaste all’interno dei confini di quella che sarebbe diventata la la terra di Israele.

Ma, in conclusione, torniamo a uno dei protagonisti della nostra storia. Ariel, senza un motivo apparente, si trasferisce nella casa di Alaa. È notte. Sente un brusio, ma non riesce a capire da dove venga. Ricomincia a leggere il diario del suo amico scomparso e sente di nuovo un bisbiglio. Alla fine si addormenta con un’idea fissa che torna anche nei suoi sogni: devo cambiare la serratura della porta.
In fin dei conti, sionista liberal o un sionista messianico poco cambia, sembra dirci l’autrice. C’è un comune istinto predatorio che, però, non riesce a cancellare una profonda inquietudine. Perché questo assillo di cambiare la serratura? Forse perché alle porte dell’inconscio israeliano continua a bussare il fantasma dei palestinesi che conservano a distanza di generazioni le chiavi delle case da cui sono stati scacciati per poterci un giorno fare ritorno?   

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Il giallo è un cavallo di Troia https://www.carmillaonline.com/2026/04/27/il-giallo-e-un-cavallo-di-troia/ Sun, 26 Apr 2026 22:01:39 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94296 di Luca Cangianti

Alberto Sebastiani, Il poliziesco e la letteratura italiana contemporanea, Carocci, 2026, pp. 209, pp. 22,00.

Il giallo è un genere di mero intrattenimento in cui lo schema fisso ruota intorno a un crimine, all’indagine per scoprire il colpevole e alla soluzione dell’enigma. Giusto? Manco per niente, afferma Alberto Sebastiani nel suo nuovo saggio Il poliziesco e la letteratura italiana contemporanea. Questa definizione è un cliché che separa la letteratura “alta” di scandaglio psicologico individuale da quella popolare, buona, tutt’al più, a farci passare qualche ora in beata spensieratezza.

In primo luogo Sebastiani preferisce utilizzare la nozione di modo piuttosto [...]]]> di Luca Cangianti

Alberto Sebastiani, Il poliziesco e la letteratura italiana contemporanea, Carocci, 2026, pp. 209, pp. 22,00.

Il giallo è un genere di mero intrattenimento in cui lo schema fisso ruota intorno a un crimine, all’indagine per scoprire il colpevole e alla soluzione dell’enigma. Giusto? Manco per niente, afferma Alberto Sebastiani nel suo nuovo saggio Il poliziesco e la letteratura italiana contemporanea. Questa definizione è un cliché che separa la letteratura “alta” di scandaglio psicologico individuale da quella popolare, buona, tutt’al più, a farci passare qualche ora in beata spensieratezza.

In primo luogo Sebastiani preferisce utilizzare la nozione di modo piuttosto che quella di genere. Il primo consente infatti di far risaltare meglio il dialogo che il poliziesco intrattiene con altri modi: fantastici (come nella Casa femmina di Lino Aldani, nel ciclo di Eymerich di Valerio Evangelisti e in Eva di Nicoletta Vallorani), spionistici (come nel Candeliere a sette fiamme di Augusto De Angelis) e horror (come in Bloodyline di Gianfranco Nerozzi). Certo, il poliziesco è figlio della modernità borghese, della fiducia nella conoscibilità del mondo e nella capacità umana di risolvere gli enigmi con il potere della razionalità e della scienza. Tuttavia, con lo stesso sviluppo storico della società capitalistica, le cose si evolvono e già il commissario Maigret, ci ricorda l’autore, nel «Caso Saint-Fiacre non riesce a leggere la realtà, diventa un gregario, inetto, incapace di svolgere le indagini e quindi di scoprire la verità, cioè quanto più di lontano si possa pensare da un investigatore.»
Ma c’è di peggio (o di meglio, a seconda dei punti di vista). Sebastiani, rifacendosi alla lezione di Valerio Evangelisti, sostiene che i temi più scomodi, sommersi e indicibili, si nascondono spesso proprio dove meno te lo aspetti, per esempio in una pubblicazione di carta a basso costo con la copertina gialla: «il giallo è un cavallo di Troia, dove Ilio è il lettore da conquistare nell’ecosistema mediale attuale, e il cavallo una storia che può acquisire più configurazioni, ma attraente, e in grado di veicolare contenuti non banali, o addirittura “impegnati”, per cercare di orientare una (diversa?) coscienza del reale.»

Ciò vale massimamente per il poliziesco italiano, nato a cavallo tra il XIX e il XX secolo, che si caratterizza subito per l’attenzione alle classi disagiate, alle ingiustizie sociali e alla criminalità organizzata, in un clima di sfiducia per le istituzioni e nella possibilità di ristabilire, o perfino concepire, un ordine, una linea di demarcazione tra legale e illegale. Sebastiani passa così in rassegna – con larghe spalle accademiche, ma l’affabulazione del narratore – molti dei fondatori riconosciuti del giallo italiano, da Alessandro Varaldo ad Augusto De Angelis, dedicando tuttavia molto spazio alla produzione più recente. In quest’ultimo caso, oltre alla ricca base empirica va menzionato il taglio multimediale del saggio con un’attenzione originale a webzine, blog letterari e podcast.

Il virus delle tematiche “massimaliste” viene rilevato nel Nome della rosa di Umberto Eco, in cui vengono trasposti i conflitti degli anni settanta, in Falange armata, in cui Carlo Lucarelli descrive una nuova strategia della tensione, nella saga dell’Alligatore, in cui Massimo Carlotto mette in scena l’irriducibilità della memoria del decennio rivoluzionario italiano a fronte del potere dei vincitori. E così il “delitto” finisce per diventare un mero pretesto per parlare d’altro: lotta armata, repressione politica, mafia, razzismo, omofobia, overtourism. Alla faccia del mero intrattenimento!

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Pazuzu e Hastur contro l’umanità https://www.carmillaonline.com/2026/04/25/pazuzu-e-hastur-contro-lumanita/ Sat, 25 Apr 2026 20:00:34 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94194 di Franco Pezzini

Danilo Arona, Daniele Bonfanti, Valentina Kay, Pazuzu: Effetto Nocebo, pp. 199, € 18, Delos Digital, Milano 2025.

Michael P. Matheos, Fuejima Crisis, pp. 328, € 20, Castelvecchi, Roma 2025.

L’intreccio narrativo di personaggi da saghe diverse non è certamente un’invenzione postmoderna, ma è solo negli ultimi secoli che lo sviluppo raggiunge le forme spudorate a noi note. Così per esempio il vampiro Lord Ruthven polidoriano – o meglio postpolidoriano, quello che sgambetta tra romanzi apocrifi e balletti teatrali – fa un suo timido ingresso nientemeno che nel Conte di Montecristo, evocato molto di sfuggita da Dumas (che lo [...]]]> di Franco Pezzini

Danilo Arona, Daniele Bonfanti, Valentina Kay, Pazuzu: Effetto Nocebo, pp. 199, € 18, Delos Digital, Milano 2025.

Michael P. Matheos, Fuejima Crisis, pp. 328, € 20, Castelvecchi, Roma 2025.

L’intreccio narrativo di personaggi da saghe diverse non è certamente un’invenzione postmoderna, ma è solo negli ultimi secoli che lo sviluppo raggiunge le forme spudorate a noi note. Così per esempio il vampiro Lord Ruthven polidoriano – o meglio postpolidoriano, quello che sgambetta tra romanzi apocrifi e balletti teatrali – fa un suo timido ingresso nientemeno che nel Conte di Montecristo, evocato molto di sfuggita da Dumas (che lo riprenderà addirittura in un’opera teatrale). Il fenomeno assume poi in età odierna connotati sontuosamente labirintici, e merita esaminare due casi recenti.
Uno dei padri – nonni, dice lui – del fantastico italiano è senz’altro Danilo Arona, che con il conio di una peculiare cifra stilistica tra il narrativo e il saggistico ha consegnato ai lettori un pandemonium di storie in continua e lussureggiante ramificazione: tanto più che, da grande studioso di leggende metropolitane, il Nostro ha un’acuta coscienza della babelica transmedialità del fenomeno. È come se la realtà – psichica ma anche storica – fosse non solo traversata ma letteralmente tessuta da saghe cinematografiche, televisive, videoludiche portatrici di grandi figure di personaggi come pure di climi, epopee, bufere: qualcosa che non stupisce chi studi l’immaginario, ma ci provoca sul nostro appartenere alla specie Homo narrans, sulla nostra incapacità di concepire la realtà (a partire da quella della vita che ci tocca) se non come narrazione.
Un peso di buon rilievo, ci mostra Arona, ha in questo senso il profilo (o meglio il grugno) di quel Pazuzu antico demone mesopotamico oggetto di un’allegra vita postuma grazie al film L’esorcista e ai suoi seguiti. Dove l’aspetto più interessante è il ruolo in sé defilatissimo del demone in quella saga, evocato in modo indiretto e insieme perturbante: e sullo spunto, Arona sviluppa prima riflessioni saggistiche e metasaggistiche e poi sviluppi propriamente narrativi. Sarebbe scorretto richiamare la cifra del pastiche per il disinvolto rapporto tra la saga dell’Esorcista e l’Aronaverse: Pazuzu non è il classico elemento la cui vicenda liofilizzata (re)agisce con altre all’interno di una storia-mosaico, ma un vero e proprio personaggio/tema che sovrasta la trama e il suo senso – un po’ come la fantasima autostoppista Melissa di altre storie dell’Arona infaticabile repertoriatore di urban legends e ricicli pop di antichi mitemi.
Con questo libro troviamo una nuova tappa del viaggio nel labirinto tra storie diverse. Come sempre in Arona i temi si intersecano: dalla demonologia sumera passiamo senza soluzione di continuità all’intelligenza artificiale attraverso il tema del sogno dell’entità addormentata e di certi programmi IA, a convocare per esempio in forma nuovamente allusiva/perturbante un altro mattatore della cultura pop, il Grande Cthulhu che dorme sognando nella sua sommersa città-sepolcro di R’lyeh nell’Oceano Pacifico. Il tutto qui con richiami alle isole perdute dell’Atlantico – in una si consuma il tremendo finale – e alle minacce apocalittiche sul filo di una crisi persino meno climatica che pneumatica. La storia è veloce, come sempre in Arona “prende” e intriga anche per l’incastro un po’ alla Kolosimo di suggestioni diversissime, di dati culturali e di oggettive paure d’epoca.
Nel caso del volume in questione siamo però costretti a un passo ancora successivo: qui Arona non è solo uno dei coautori (al lettore non è dato sapere con quale preciso ruolo della procedura di narrazione, a fianco del valido duo di avventurieri della penna Kay & Bonfanti) ma per sovrapprezzo anche il protagonista. Se è vero che un autore è spesso – vorrei dire sempre – coinvolto in prima persona in ciò che scrive, in questo caso la presenza è così diretta da far porre al lettore interessanti domande su cosa sia il libro che sta sfogliando. Dove la posizione di Arona, verrebbe da dire, è in qualche modo simile e parallela a quella di Pazuzu, entrambi presenti in forme alternative e transmediali.
Considerazioni diverse (ma in qualche modo analoghe) riguardano il secondo volume: a partire dalla dimensione un po’ sfuggente dell’autorialità, visto che qui si tratta direttamente dello pseudonimo di un “imprenditore, manager e docente universitario” (così il profilo in copertina).
La crisi del titolo riguarda gli eventi consumati in una piccolissima isola (di nuovo il topos di infinite narrazioni fantastiche fin dall’antichità) nel sud del Pacifico. Un romanzo d’azione con forte vocazione fantascientifica (fantapolitica, fantaeconomica…) dove due multinazionali dell’alta tecnologia celano segreti francamente disturbanti: qualcosa che di nuovo interpella zone grigie imbarazzanti sul piano delle tradizionali partizioni tra tecnologia e vita biologica. Tra agguati e doppi giochi, un assassinio eccellente, operazioni di polizie opposte e diversamente istituzionali, esoscheletri corazzati per uso militare (cioè indossati e non pilotati), esseri biologici artificiali, tradimenti, dipendenti dalla carriera bruciata ma per convenienza ripescati, eredi un po’ troppo avventurosi di imperi economici, si dipana una storia di buona tensione su cui sarebbe peccato spoilerare.
I personaggi – un certo numero – sono ben tratteggiati e il taglio felicemente cinematografico pare già pronto per una sceneggiatura: di più, per sviluppi ludici, visto che l’autore ha ammesso in una presentazione che il tutto parte da un progetto di gioco di ruolo. Potrà apprezzare Fuejima Crisis in modo speciale il vasto pelago degli amatori del fantastico giapponese, dei manga e di storie avventurose sul Pacifico (anche del sottogenere thriller economico).
Ma di nuovo non mancano interferenze con altri filoni narrativi: se questo romanzo non si può certamente definire weird, pesca qualcosa anche da tale orizzonte. Non in modo tale – neanche in questo caso – da far pensare al pastiche, perché si tratta di un gioco a usare suggestivamente denominazioni allusive, segni di passo che il lettore attento coglie quale echi di familiarità ma senza dirette ricadute di trama.
Il caso più emblematico riguarda Hastur, nome coniato da Ambrose Bierce come di un fantomatico dio dei pastori in un racconto fantasy, ripreso con enigmatica menzione da Chambers ne Il Re in Giallo, oggetto per Lovecraft di un culto maledetto (Hastur l’innominabile), riciclato disinvoltamente da Derleth a Grande Antico e di lì assorbito in una ingovernabile mitopoiesi pop fino a True Detective, Buona Apocalisse a tutti! e oltre: che è qui invece il nome di una fazione politica, una “forza militare, una religione, una cultura e un territorio” – senza peraltro che alla fine se ne sappia molto di più. Ma Chambers – e soprattutto i suoi derivati – è oggetto in questo romanzo di un più ampio ripescaggio di nomi: il Re in Giallo, Il Segno Giallo, Carcosa (qui Lost Carcosa, un misterioso videogioco fuori commercio), le Iadi, Camilla, Cassilda, Hali (qui la Hali Zone, territorio anarchico nella porzione occidentale dell’isola)… echi in rapporto con singoli temi ma senza perdere l’evanescenza di una tradizione. Tanto più considerando (testimone il web) come Il Re in Giallo rappresenti un’opera spesso incompresa, tra le estasi nerd che lo celebrano come inarrivabile capolavoro weird – peccato che alcune parti non siano affatto weird nel senso comunemente inteso – e i brontolii di chi non si dà ragione della natura composita dell’insieme. Evocare qui Il Re in Giallo dà dunque conto della natura particolare (fino, perché no, alla naïveté del fandom) di un certo sincretismo transmediale – come del resto altre citazioni che costellano il romanzo. Che arriva a toccare la memoria di un’altra isola emblematica delle fantasie sul Pacifico, il perduto continente di Mu delle speculazioni del colonnello James Churchward (1851-1936).
Tutto ciò a confermare quale ingovernabile viluppo di realtà e fantasia sostanzi il nostro modo di raccontarci. E il fatto che di questi immensi mitologi pop, da Ignatius L. Donnelly a Charles Fort, da Churchward a Immanuel Velikovsky e von Däniken, da Peter Kolosimo ad Arona (che tradotto in inglese farebbe impazzire di gioia il fandom anglosassone di tutto il mondo) e a tanti altri missionari dell’improbabile, palombari degli interstizi della cultura e collettori di glossolalie, le nostre fantasie postmoderne non possono proprio fare a meno.

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Classismo digitale https://www.carmillaonline.com/2026/04/24/classismo-digitale/ Fri, 24 Apr 2026 20:00:26 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93541 di Gioacchino Toni

Martina Miccichè, Saverio Nichetti, Classismo digitale. Nella società delle piattaforme, la merce, la fabbrica e il consumo siamo noi, Eris, Torino, 2026, pp. 80, € 8,00

Dietro alle estetiche accattivanti delle piattaforme social, all’apparente gratuità con cui queste sembrerebbero donare divertimento e affettività digitali dispensando connessione all’utenza, scrivono Martina Miccichè e Saverio Nichetti nel volume Classismo digitale (Eris 2026), si cela un più prosaico scopo imprenditoriale: «mettere a reddito la nostra capacità di entrare in relazione. E di farlo in un modo nuovo, efficiente, pratico e veloce» (p. 6). Le promesse di orizzontalità, uguaglianza e comunità di queste piattaforme [...]]]> di Gioacchino Toni

Martina Miccichè, Saverio Nichetti, Classismo digitale. Nella società delle piattaforme, la merce, la fabbrica e il consumo siamo noi, Eris, Torino, 2026, pp. 80, € 8,00

Dietro alle estetiche accattivanti delle piattaforme social, all’apparente gratuità con cui queste sembrerebbero donare divertimento e affettività digitali dispensando connessione all’utenza, scrivono Martina Miccichè e Saverio Nichetti nel volume Classismo digitale (Eris 2026), si cela un più prosaico scopo imprenditoriale: «mettere a reddito la nostra capacità di entrare in relazione. E di farlo in un modo nuovo, efficiente, pratico e veloce» (p. 6). Le promesse di orizzontalità, uguaglianza e comunità di queste piattaforme nascondono un’opera di digitalizzazione, traduzione e amplificazione delle diseguaglianze e delle loro ideologie esistenti offline. «Il sistema ci cataloga, stigmatizzando e sovrascrivendo le nostre identità, per darci una funzione produttiva e con essa percorsi diversi» (p. 8), dando l’illusione che nel mondo digitale a chiunque sia concesso di fare tutto.

La misurabilità che regna sovrana all’interno dell’universo online determina una «potenza sociale, culturale e materiale» che agisce sulle vite materiali e sugli immaginari degli esseri umani anche oltre lo schermo. «In questo territorio di codici, meccanismi e interazioni, opera il classismo digitale ovvero quella tendenza individuale tanto quanto collettiva, informale e via via più istituzionalizzata, a costruire e favorire classi digitali dominanti, cioè quei gruppi che accumulano potere economico, sociale, politico e mediale per mezzo dei social, a spese delle altre classi digitali, e non, subordinate» (p. 12).

Non è, però, soltanto una questione di classe, avvertono Miccichè e Nichetti: nella rete i ruoli di genere sessualizzati e conservatori vengono amplificati alimentando il patriarcato che si manifesta attraverso una molteplicità di sfumature di violenza. «L’idealtipo per cui sono pensate le piattaforme è decisamente bianco, proprietario, maschilizzato cisgender, eterosessuale, temporaneamente abile e neurotipico » (p. 17). Oltre al genere, anche l’età e la classe concorrono a modificare la collocazione e le possibilità nell’universo della rete. «L’età rischia di essere un fattore di esclusione quando considerata avanzata e la classe determina i tempi, la modalità e le opportunità di accesso alla connessione, a uno smartphone e alle funzioni digitali» (p. 18) che variano a seconda dei dispositivi detenuti dai diversi soggetti. «La disuguaglianza digitale separa una parte consistente di popolazione dalla rete e dalle connessioni che questa potrebbe permettere […] Ciò che conta è consumare e finché si rientra nel novero delle persone che possono essere considerate consumatrici, un portale di accesso è garantito» (pp. 19-20).

Nella rete l’esigenza umana di interazioni viene assorbita e messa a profitto, le soggettività strutturate digitalmente coinvolgono anche coloro che non agiscono direttamente sulla rete, tanto da coinvolgere anche l’infanzia. «Il consenso, come relazione basata sul riconoscimento della volontà, quale che sia, non è contemplato nella creazione delle identità digitali altrui, anzi. Alcuni soggetti sono semplicemente presi e condivisi» p. 26). A essere messe a profitto, ricordano Miccichè e Nichetti, sono anche quelle «soggettività che non vengono contemplate tali nemmeno nel mondo analogico, figurarsi in quello digitale. I video che ritraggono gli animali non umani sono tra i più popolari sui social media» (p. 27).

Lo sfruttamento dell’identità digitale quindi ha effetti individuali, sulla singola soggettività la cui immagine viene presa e usata e messa in moto, ma anche collettivi proprio perché rinforza quei modelli che tolgono dal piatto l’idea che un soggetto marginalizzato possa o abbia diritto a esercitare la sua volontà, a dare o non dare il proprio consenso, a determinarsi liberamente e, magari, scegliere se avere o no un’identità e una storia digitale a cui altre persone reagiranno in base a come il contesto culturale etichetta e norma il suo corpo e le sue espressioni (p. 30).

Alla corte digitale e alla visibilità che questa permette si è ammessi soltanto se si dispone di un sufficiente pacchetto di follower – conquistati soprattutto professando conformismo – a patto che non contrasti la logica che governa i social, altrimenti scatta un periodo di quarantena o l’allontanamento. La corte digitale, sottolineano Miccichè e Nichetti, è un ambiente fortemente concorrenziale generante senso di inadeguatezza in cui si sgomita con ogni mezzo necessario per ottenere visibilità.

Il rapporto tra colossi digitali e Stati si è fatto via via sempre più stretto. Se per queste grandi aziende private gli Stati rappresentano acquirenti privilegiati sia per l’entità delle commesse che per il ritorno in termini di potere che derivano dal rapporto privilegiato che instaurano con essi, altrettanto importanti sono per gli Stati i rapporti di partnership con i colossi digitali.

Se una piattaforma ha la tecnologia per tradurre i comportamenti, le idee, le preferenze o le volontà di una moltitudine di categorie, definibili e perimetrabili, uno Stato che vi ha accesso gode di uno strumento capace di semplificare le interazioni con la massa su cui esercita il suo potere. E di farlo organizzando il proprio controllo in base alle categorie che gli sono più affini (p. 64).

Mentre gli episodi di Black Mirror ci aiutano a prendere visione dello stato di asservimento a cui siamo ridotti, la piattaforma che ci vende la serie procede nell’opera di datificazione/mercificazione nei nostri confronti. È già tutto scritto, dunque? Non resta che rassegnarsi e far finta di nulla o, al limite, piangersi addosso? Miccichè e Nichetti invitano piuttosto a guardare alle molteplici forme di soggettività hackeranti in azione prospettando «un hackeraggio totale e liberatorio» in grado di indirizzare altrimenti (anche) la tecnologia digitale. «In una società capitalista la cultura è capitalista e finché questa non viene hackerata e fatta a pezzi, ogni sua produzione sarà sempre un prodotto finalizzato al raggiungimento di interessi coerenti con le forze che lo hanno generato» (p. 75).

Classismo digitale di Miccichè e Nichetti è un volume agile che, oltre a spiegare come nella società delle piattaforme, la merce, la fabbrica e il consumo siamo noi, prospetta la possibilità di una via d’uscita dal dominio di una tecnologia rispondente agli interessi capitalistici. Se, in generale, si più convenire sulla possibilità di un uso differente delle tecnologie, per una società altra, resta da domandarsi se una tecnologia presupponente un processo di maniacale e diffusa datificazione possa davvero non essere una tecnologia di dominio.

 

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Sono un uomo in bilico. Epepe di Ferenc Karinthy https://www.carmillaonline.com/2026/04/23/sono-un-uomo-in-bilico-epepe-di-ferenc-karinthy/ Thu, 23 Apr 2026 20:00:38 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93498 di Marco Sommariva

Trent’anni fa iniziai a lavorare per una multinazionale operante nel settore ferroviario che, a un certo punto, visti gli scarsi risultati portati a casa da colleghi laureati che conoscevano più di una lingua straniera, decise di mandare all’estero il sottoscritto per verificare il corretto avanzamento lavori presso le ditte a cui erano state assegnate determinate produzioni. E così, un perito meccanico totalmente incapace di sostenere un qualsiasi dialogo in una lingua diversa dall’italiano o dal dialetto genovese, finì con l’avventurarsi per anni a Berlino, Hennigsdorf, Stoccarda, Parigi, Lione, Vienna, Zurigo, Ginevra e non solo, provando a raggiungere quegli obiettivi [...]]]> di Marco Sommariva

Trent’anni fa iniziai a lavorare per una multinazionale operante nel settore ferroviario che, a un certo punto, visti gli scarsi risultati portati a casa da colleghi laureati che conoscevano più di una lingua straniera, decise di mandare all’estero il sottoscritto per verificare il corretto avanzamento lavori presso le ditte a cui erano state assegnate determinate produzioni. E così, un perito meccanico totalmente incapace di sostenere un qualsiasi dialogo in una lingua diversa dall’italiano o dal dialetto genovese, finì con l’avventurarsi per anni a Berlino, Hennigsdorf, Stoccarda, Parigi, Lione, Vienna, Zurigo, Ginevra e non solo, provando a raggiungere quegli obiettivi che, di volta in volta, i manager dello stabilimento cui faceva capo gli avrebbero posto.

I fatti diedero ragione alla classe dirigente dell’epoca. Il sottoscritto riuscì meglio di chi l’aveva preceduto perché, alla fine, a fronte di numeri, disegni tecnici, strumenti di misura e un poco di gestualità, occorrevano pochissime parole per capirsi e far procedere il lavoro correttamente. Per me, il vero problema non era davanti a un tornio o a una fresa, ma nasceva fuori dagli stabilimenti in cui avevo trascorso la giornata lavorativa: per far capire a un tassista dove portarmi oppure a un ristoratore cosa mangiare, ero sprovvisto di disegni tecnici che mi aiutassero a spiegarmi. Finii, così, in una serie di incidenti che spaziavano dal comico all’horror, come quando, a Vienna, mi vidi servita per pranzo una minestra di verdure arricchita da fettine di fragole o quando, a Parigi, un gigantesco tassista di origine africana fermò il mezzo, si girò e mi urlò contro qualcosa di cui, ancora oggi, non sono riuscito a capirne il significato, oltre che la ragione: scappai letteralmente dall’auto lasciandogli il doppio dei soldi marcati sul tassametro.

Il protagonista di Epepe – romanzo del 1970 dello scrittore ungherese Ferenc Karinthy – è il professor Budai, un famoso linguista che, dopo aver preso inconsciamente un volo sbagliato, si ritrova in una metropoli a lui tanto estranea quanto frenetica, annichilente e disumana, dove neanche le sue conoscenze gli permettono di capire una sola parola della lingua del posto. Di questa labirintica città dove si agita giorno e notte una folla oceanica, anonima e minacciosa, Budai ignora tutto, anche nome e posizione geografica. Una metropoli con tanto di quartieri di periferia, fatti di case tetre di mattoni, recinzioni, ciminiere, gasometri, strade larghe e sporche: “[…] lontano contro il cielo grigio la sagoma scura e imponente di una grande fabbrica, col tetto dentato come una sega, un’aria piena di fuliggine e acre odore di fumo. Qua e là spacci di alimentari, rigattieri, negozi di articoli vari con le vetrine piene di merce piuttosto scadente”.

Le prime domande che il professore si pone sono come dovevano sentirsi gli abitanti nati e cresciuti in mezzo a quel caos; se non si rendevano conto che la folla inondava e intasava tutto obbligandoli a stare perennemente in fila, a sprecare un mucchio di tempo; come potevano tollerare una qualità di vita così infima; se non erano in grado d’immaginare niente di diverso; se a loro sembrava naturale; se davvero avevano fatto l’abitudine a quello squallore.

Gli viene persino il dubbio se si trova sulla Terra o se è finito su un altro pianeta, domanda che non suona così tanto assurda, visto che il personaggio si muove nell’era delle missioni spaziali. Alla fine, decide che si trova ancora sul nostro pianeta data la presenza di esseri umani, case, alberghi e trasporti pubblici, tutto identico o molto simile a quel che si trova in qualsiasi grande città: “Il modo di vivere in generale, i ritmi, i negozi, i ristoranti, il cibo, l’economia basata sul denaro […]; i numeri arabi e l’uso del sistema decimale. La scansione del tempo in settimane, la pausa domenicale, eccetera, eccetera”.

Anche il traffico non è affatto diverso da quello che conosce. Per le strade c’è la stessa enorme quantità di veicoli e pedoni – annessi clacson, ressa e urti –, benché non riesca a spiegarsi dove si dirigano tutti così di fretta, se tornino dal lavoro oppure ci stiano andando: “Nessuno si curava di lui, non lo degnavano di un’occhiata, ma se si distraeva per un istante, se solo si fermava a guardarsi intorno, veniva immediatamente preso a spintoni e faticava a rimanere in piedi. Capì che se voleva ottenere qualcosa in quel luogo doveva ricorrere anche lui alla forza, alle spallate e alle gomitate”.

Budai resta colpito dal numero di divise presenti in città. Poliziotti coi manganelli si aggirano nella calca, al mercato, al parco e attorno allo stadio, ma anche controllori dei mezzi pubblici, vigili del fuoco, postini, ferrovieri e persino bambini e bambine spesso portano una sorta di divisa: “[…] una giacchetta verde con pantaloni o gonna della stessa stoffa. Ma le più comuni erano normali tute da lavoro marroni, di tela robusta, senza alcun distintivo, indossate da uomini e donne”.

Il professore, penalizzato da un carattere alieno a ogni forma d’invadenza e prevaricazione, si rende conto che, se non riuscirà a vincere la sua modestia, il suo timore di essere di peso, non si tirerà mai fuori da quella città, da quella situazione dove non capisce nessuno e nessuno capisce lui, si rende conto che dovrà battersi da solo, che non c’è altra via d’uscita, che dovrà cambiare radicalmente, perché solo così potrà ritrovare la sua vita vera, la sua persona: “Odiava quella città, la odiava profondamente”.

Budai odia la città dov’è finito perché gli riserva solo sconfitte, lo tiene prigioniero e lo costringe a rinnegare e a cambiare la sua natura per sopravvivere.

Il professore vivrà anche la fase complottista e comincerà a chiedersi se è mica finito lì non per un errore ma perché, magari, qualcuno l’ha volutamente dirottato, in pratica, rapito. Si domanderà se sull’aereo potrebbero avergli somministrato in qualche modo del sonnifero perché non si rendesse conto della durata del volo e se, da allora, lo trattenessero appositamente in quel luogo, per impedirgli di tornare a casa: “Ma chi erano, e per quale ragione, e a che scopo? E perché proprio lui? A chi dava fastidio? Che cosa aveva fatto di male, e a chi?”.

Di sicuro, una risposta a queste domande gli avrebbe reso la situazione più sopportabile. Identificare un avversario, combatterlo rabbiosamente, sperare di sconfiggerlo avrebbe dato un senso a quella sua esperienza, ma “se a confinarlo là erano l’indifferenza e la paralizzante noncuranza di chiunque – cosa che sembrava più verosimile –, allora come tirarsi fuori da quelle sabbie mobili senza niente a cui aggrapparsi, niente su cui puntare i piedi?”.

Trovatosi per caso coinvolto in una sollevazione popolare, s’accorgerà che in quella città sono bene organizzati nell’incanalare la rabbia di chiunque: “Si domandò se rivolte simili non fossero già avvenute in altre occasioni. In effetti, le rovine affumicate in mezzo alle quali aveva cercato rifugio portavano i segni di battaglie precedenti. Poteva darsi che queste sommosse fossero un fenomeno necessario, una conseguenza inevitabile del modo di vivere di quel luogo, un’esplosione periodica [per] incanalare la rabbia”.

Intanto il tempo passa e, piano piano, al professore pare che la folla fluttuante di cui lui stesso fa parte non gli sia più così sgradita, pare sopportabile, a tratti persino piacevole perché, in fondo, gli fa vivere il tutto con un senso di leggerezza, forse l’unico vantaggio ma per nulla trascurabile di quella nuova esistenza, ossia il non dover rendere conto di niente a nessuno: “Ci si poteva anche abituare a una vita complicata, fatta di continue attese e code, in cui bisognava sgomitare nella ressa; avrebbe finito per non accorgersene più, l’avrebbe considerata una cosa naturale, come tutti gli altri”.

Il romanzo terminerà lasciando al protagonista uno spiraglio di speranza di tornare da dov’era venuto.

Epepe ha dato corpo ai miei incubi. Oggi, trascorro sempre più tempo in mezzo a gente con la quale non riesco a comunicare, e non perché vado all’estero. Io, come Budai, vivo in mezzo a persone che parlano una lingua sconosciuta e incomprensibile dove, se tento di farmi comprendere, il misterioso linguaggio utilizzato dai più rende vano ogni mio sforzo; vivo immerso in una folla che non mi spinge involontariamente in un hotel come succede al professore nel romanzo ma, comunque, prova a spingermi dove non voglio andare, e non so davvero quanto involontariamente. Come Budai, provo in tutti i modi a farmi capire, a non perdere mai il desiderio e la voglia di comunicare con quelli che sono i miei simili, a cercare di tornare a quel tempo in cui s’ascoltava e s’era ascoltati, ma anch’io, come il professore, ottengo risultati vicini allo zero.

Il grande tema del libro è proprio questo, non riuscire a parlare con nessuno, ascoltare risposte in una lingua indecifrabile.

Pare una sciocchezza, ma la nostra parola ha una valenza se rapportata a quella di altri, persino il senso della nostra esistenza dipende da qualcuno disposto a rispondere e comprendere quanto diciamo; ditemi voi se le vicende di Budai sono così distanti dalla nostra esperienza attuale dove, all’incessante aumento della comunicazione, delle trasmissioni, non corrisponde un identico incremento dell’ascolto, delle ricezioni, anzi. Io riuscivo a comunicare meglio trent’anni fa in un’officina di Hennigsdorf con un tedesco che non conosceva una parola d’italiano, che non oggi con un italiano che non vuole ascoltare e che, in fondo, non gliene frega neanche un granché d’essere ascoltato.

Indubbiamente, sono afflitto dallo stesso problema di Budai, sono alieno a ogni forma d’invadenza e prevaricazione e presto, se non riuscirò a vincere questo mio timore d’essere di peso, non mi tirerò mai fuori da questa situazione dove tendo a non capire più nessuno e viceversa. Come il professore, odio questo stato di cose perché mi riserva soltanto sconfitte, mi tiene prigioniero e mi obbliga, se voglio sopravvivere, a rinnegare la mia natura, a cambiarla. Come Budai, patisco sconfitte inferte da un avversario sgradito che s’è limitato a confinarmi con l’indifferenza, con la paralizzante noncuranza della mia parola scritta e parlata, abbandonandomi in sabbie mobili che, essendo tali, non mi consentono di trovare nulla su cui puntare i piedi per uscirne.

La mia lotta quotidiana è faticosissima perché prevede di resistere anche al tempo che passa, di far sì che l’avversario sgradito, piano piano, non mi diventi prima sopportabile, poi addirittura piacevole, dato che è indubbio che, in fondo, vivere con un senso di leggerezza è un vantaggio per nulla trascurabile.

Ora passo a farvi qualche esempio di questo mio non essere capito. Premetto, sono banalità che espresse negli anni Settanta/Ottanta avrebbero fatto sorridere i più tanti, così come farebbero due genitori verso il figlio piccolo che prova a dar loro consigli di vita.

Quando i colleghi, sentita la notizia alla TV di un giovane marocchino ucciso, mi dicono che ha fatto bene il poliziotto tal dei tali a sparare e uccidere questo spacciatore che gli aveva puntato un’arma contro, io chiedo se, prima di avanzare qualsiasi conclusione, fosse possibile aspettare qualche giorno in più per avere maggiori informazioni su cui ragionare, giusto per avere le idee un po’ più chiare perché, provo inutilmente a spiegare, c’è il rischio che si discuta sul nulla, scoprendo un giorno che, magari, il poliziotto spacciava più del pusher e che non gli è mai stata puntata contro alcuna pistola ma, anzi, l’arma trovata accanto al cadavere è stata messa lì dallo stesso agente. Sono solo ipotesi le mie, ovviamente. Buttate lì con educazione, calma, ma… niente da fare, le reazioni sono energiche, nervose, stizzite, portano musi lunghi, silenzi, ombre.

Quando gli amici, letta la notizia su Internet di un famiglia che vive nel bosco, discutono fra loro schierandosi immediatamente dalla parte di coloro che difendono a prescindere la famiglia come istituzione-totem oppure con chi concepisce l’azione della magistratura come un intervento sempre e comunque giustificato, io propongo se, in attesa di maggiori informazioni, non sarebbe meglio cambiare il quesito e spostarlo su di noi invece che sugli altri, chiedendoci se siamo più propensi a vivere l’armonia tra un gruppo di esseri umani e il bosco, questo sconosciuto groviglio squilibrato, asimmetrico, questo disordine naturale dove non sai cosa accadrà l’indomani ma dove tutto funziona, in cui piante e arbusti crescono e si muovono indipendentemente dall’Uomo favorendo insetti e fauna selvatica, oppure se siamo più portati per la “vita da giardino” ossia, come dice Joel Edgerton nel film Il maestro giardiniere di Paul Schrader, “per una manipolazione del mondo naturale [creando] ordine dove l’ordine sarebbe appropriato, [una] capillare correzione del disordine là dov’è necessario” perché, in fondo, al contrario del bosco, il giardinaggio rasserena, “è fede nel futuro, è convinzione che le cose accadranno secondo i piani, che il cambiamento arriverà a tempo debito” – sempre Joel Edgerton nel film di prima. È solo una proposta la mia, ovviamente. Buttata lì con buona creanza, per allenare l’intelletto e provare anche uno straccio di autoanalisi, ma… niente da fare, le reazioni sono di sbigottimento, sospetto, portano fughe, delusioni, anche un po’ di rancore verso chi non vuole piegarsi al gioco quotidiano di sedersi su una gradinata e augurare le peggiori cose a chi sta su quella di fronte, ovviamente urlandole.

In poche parole, mi ostino ad aprir bocca ma, i fatti parlano chiaro, inutilmente: non sono mai riuscito a spostare di un micron le traiettorie altrui. Ma poi mi domando… chi mi credo di essere per pensare che queste traiettorie abbiano veramente bisogno d’essere spostate? Mi è persino capitato di vedere andare a sbattere persone alle quali avevo suggerito di sterzare un poco e, poi, di commettere l’errore di proferire altre parole inutili tipo la frase che fa imbestialire un po’ tutti quanti, quell’inopportuno “Te l’avevo detto” che da tempo non pronuncio più. Come avrete già capito, tale quale Budai, non mi tirerò mai fuori da questa situazione dove non capisco nessuno e nessuno mi capisce, visto che sono alieno a qualsiasi forma d’invadenza e prevaricazione, perché sussiste sempre il timore d’essere di peso.

Ha scritto Emmanuel Carrère nella prefazione a Epepe: “la storia […] di Budai si svolge non soltanto nella finzione, ma in un universo parallelo, un paese di fantasia che sfugge alle leggi del realismo almeno quanto le isole dove finisce il Gulliver di Swift”. Penso anch’io di vivere in un universo parallelo, e credo che la porta spaziotemporale a condurmi lì sia stata aperta dalle tantissime storie pazientemente ascoltate e dalle altrettante lentamente lette.

Per concludere, proverò a fare ancora più silenzio di quello che già pratico, ma mi vedo messo comunque male, dato che ultimamente ho letto che al capitalismo non piace il silenzio perché, quanto maggiore è la produttività, tanto maggiore è il rumore. Il rumore moltiplica il capitale. E il capitale fa rumore per moltiplicarsi. Il silenzio non produce.

E se fosse che è anche a causa di tutto questo rumore prodotto dal capitalismo che non riusciamo più a capirci? E se, un po’ come scriveva Saul Bellow, tutto quanto non fosse altro che una specie d’addestramento al silenzio? Una richiesta di accettare l’imposizione di ogni tipo d’ingiustizia aspettando in fila sotto il sole cocente? Di essere al contempo sentinelle e lavoratori, di essere privi di significato? Il risultato potrebbe essere che impariamo a non avere sentimenti o curiosità nei confronti di noi stessi, l’autoanalisi di cui sopra: chi potrebbe appassionarsi a essere cacciatore di sé stesso quando sa di essere a sua volta preda o, ancor peggio, nulla di così definito come una preda ma, piuttosto, uno dei tanti pesci che, in banco, vengono guidati verso la diga?

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Storie di ripicche, invidia, tibie, crani e gelosia https://www.carmillaonline.com/2026/04/22/storie-di-ripicche-invidia-dispetti-tibie-crani-e-gelosie/ Wed, 22 Apr 2026 20:00:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91906 di Sandro Moiso

Giulio Passerini, Inimicizie letterarie, Italo Svevo Edizioni, Trieste 2025, pp. 141, 16 euro

«Tutto è pronto, signore e signori, benvenuti. State per assistere, su queste pagine, ad alcuni dei duelli più celebri della storia della letteratura.» (Giulio Passerini)

«Tutte le volte che leggo Orgoglio e pregiudizio mi viene voglia di disseppellire Jane Austen e colpirla sul cranio con la sua stessa tibia.» (Mark Twain)

«L’unico scrittore buono è quello morto.» (Marco Rossari)

Se qualcuno è ancora convinto che letterati e intellettuali vivano in una sorta di eburnea torre in cui l’arte, “quella vera”, si distacchi dalle miserie [...]]]> di Sandro Moiso

Giulio Passerini, Inimicizie letterarie, Italo Svevo Edizioni, Trieste 2025, pp. 141, 16 euro

«Tutto è pronto, signore e signori, benvenuti. State per assistere, su queste pagine, ad alcuni dei duelli più celebri della storia della letteratura.» (Giulio Passerini)

«Tutte le volte che leggo Orgoglio e pregiudizio mi viene voglia di disseppellire Jane Austen e colpirla sul cranio con la sua stessa tibia.» (Mark Twain)

«L’unico scrittore buono è quello morto.» (Marco Rossari)

Se qualcuno è ancora convinto che letterati e intellettuali vivano in una sorta di eburnea torre in cui l’arte, “quella vera”, si distacchi dalle miserie del viver quotidiano dovrebbe assolutamente leggere questo libello colto, ironico e molto, molto divertente dato alle stampe da Giulio Passerini in una collana che già fin dal nome, «Biblioteca di letteratura inutile», riassume magnificamente il gioco che si nasconde dietro ad ogni invenzione letteraria. Alla faccia dell’impegno civile, morale e artistico che troppo spesso viene sbandierato per promuovere articoli di bassa qualità oppure semplicemente prodotti animati da ben altre intenzioni.

Magari ben etichettati, ma sempre e comunque “prodotti da bancone” per la società mercantile e dello spettacolo ininterrotto, in cui la “novità”, spesso soltanto pretesa, non costituisce altro che una dicitura da stampigliare sulla copertina, esattamente come “bio”, “vegan” oppure “senza olio di palma” sugli alimenti confezionati in gara tra di loro per attirare lo sguardo dei consumatori confusi dalle merci tra i banchi dei supermercati.

In fin dei conti, proprio uno degli autori coinvolti nelle polemiche riassunte dal testo di Passerini, Filippo Tommaso Marinetti, nel Manifesto Futurista del 1909, aveva osservato, a proposito dei musei, ma il paragone può ben funzionare anche per gli oggetti cartacei esposti nelle librerie: «Musei: cimiteri!… Identici, veramente, per la sinistra promiscuità di tanti corpi che non si conoscono. Musei: dormitori pubblici in cui si riposa per sempre accanto ad esseri odiati o ignoti!»

Ecco, qui sta il punto, esseri odiati oppure volutamente ignorati che, apparentemente si rivolgono finti e manierosi salamelecchi nei salotti della cultura, un tempo privati e oggi, almeno nel paese dei rigattieri, televisivi; ma che in realtà si odiano e disprezzano sinceramente. Permettendo così, soprattutto per il passato, anche se recente, a Passerini di divertirsi a scoperchiare una pentola, se non un vero e proprio vaso di Pandora in cui, in nome di arte, letteratura ma anche di corna e tradimenti, gelosie e invidie, giacciono giudizi, recensioni e affermazioni spesso liquidatorie e inappellabili.

Giudizi radicali, talvolta condivisibili, ma molto più spesso no, anche soltanto per buon senso, e pregiudizi di genere, tutt’altro che di carattere politico, come molti si immaginano che sia, dimenticando di mettere in conto che la “politica” non è altro che uno dei caratteri della sovrastruttura che vorrebbe dare un ordine (senso?) alla società.

Sapete come si dice, no? Verba volant, scripta menant: quando cominciano a volare parole grosse niente di meglio di un bell’insulto scritto per colpire e far male. E chi meglio di un artigiano delle parole potrebbe comporre i migliori insulti che abbiate mai sentito? Tutto è pronto, signore e signori, benvenuti. State per assistere, su queste pagine, ad alcuni dei duelli più celebri della storia della letteratura. I più grandi scrittori di sempre si sfideranno per difendere il proprio onore, la propria donna, i propri scritti e per i motivi più futili e ridicoli fra cui anche la sessualità di un cane1.

Che tra Faulkner e Hemingway, Márquez e Vargas Llosa, D’Annunzio e Marinetti non corresse buon sangue è cosa nota. Meno celebri, forse, i dispetti tra Ungaretti e Bontempelli, gli scambi velenosissimi tra Pitigrilli e Amalia Guglielminetti, l’odio ostinato tra Roth e Franzen, Bolaño e Pérez-Reverte, Capote e Kerouac, e non solo. Anche se restano esclusi i conflitti di Pier Paolo Pasolini con Manganelli e Goffredo Parise, con il quale fece addirittura a pugni, come ci ha recentemente ricordato Gianluigi Simonetti2.

Occorre però anche ricordare, come non manca di fare l’autore, che anche l’insulto costituisce un’arte, anzi, secondo il letterato cinese Liang Shiqiu, una fra le più nobili tra quelle marziali. Poiché come per il judo o il karate, «il suo esercizio è sottomesso allo studio di una dottrina e solo successivamente alla sua messa in pratica. L’attacco implacabile e la frase esatta sono infatti frutto di studio e non di semplice esercizio».

Infatti, come afferma ancora Passerini, «un insulto degno di questo nome è […] un gesto ispirato dell’arte, non la ripetizione di un esercizio provato e riprovato mille volte». Anche se ciò non toglie che l’arte dell’insulto abbia le sue regole e la sua dottrina.

Ecco dunque le cinque regole per una buona lite letteraria:
1. Per disprezzare devi prima assaggiare: conosci le opere del nemico tuo come le tue tasche.
2. Sfida solo chi è al tuo livello, meglio se ha venduto più copie di te (l’invidia è considerata sempre un’ottima attenuante).
3. Prendersela con un morto è valido solo nel caso in cui abbia il canone mondiale dalla sua parte e il cadavere sia freddo, diversamente non avrai speranze.
4. Ingegno ed eleganza sono armi improprie, non essere così stupido da non usarle.
5. Non cercare la lite per motivi diversi dall’invidia, il tuo ego, l’odio personale o l’amor di realtà. Sono tutte ottime ragioni3.

Così gli insulti, i duelli e le liti scoppiate per motivi più o meno futili non sono certo mancati nel corso della storia della letteratura.

I giudizi poco lusinghieri di Mark Twain su Jane Austen sono ormai entrati nel canone così come le intemperanze di Hemingway, Norman Mailer o Gore Vidal. E ancora andranno ricordati i duelli di Tolstoj, Dumas e Proust e le scazzottate di Marinetti, Kerouac e Bukowski. Quanto ai giorni nostri impossibile non fare i nomi di polemisti di razza come Franzen, Bret Easton Ellis e Houellebecq. E i lettori non sono da meno. Nel 2011 due fan di Melville sono stati arrestati a Los Angeles per aver malmenato un seguace di Joyce in seguito ad alcune divergenze letterarie4.

Qui, però, il recensore, ancora fresco di memoria degli insulti e delle ridicole polemiche che hanno accompagnato la recentissima e altrettanto farsesca campagna referendaria su ambo i lati del “fronte”, si ferma, per non togliere al lettore il piacere di affrontare le pagine di una strana, divertente, colta e feroce storia delle dispute della letteratura mondiale.

Considerato che tra le sue pagine si agitano le manie persecutorie e le prevaricazioni censorie di autori quali Truman Capote, Jack Kerouac, William Faulkner, Ernest Hemingway, Jonathan Franzen, Philip Roth, Gustave Flaubert, George Sand, Tom Wolfe, Gabriel García Márquez, Mario Vargas Llosa, Salman Rushdie, John le Carré, Paulo Coelho, James Joyce, Roberto Bolaño, Arturo Pérez-Reverte, Isabel Allende, Pamela Lyndon Travers, Norman Mailer, Gore Vidal, Jennifer Egan, Jennifer Weiner, Umberto Eco, Ken Follett, Bret Easton Ellis, David Foster Wallace, Eduard Limonov, Fëdor Dostoevskij, George Bernard Shaw, William Shakespeare, V.S. Naipau, Paul Theroux, Mark Twain, Jane Austen,e Antonia Byatt, Margaret Drabble, Gabriele D’Annunzio, Filippo Tommaso Marinetti, Vladimir Nabokov,i Stephen King, James Patterson, Michel Houellebecq, Giuseppe Ungaretti, Massimo Bontempelli, Amalia Guglielminetti, Pitigrilli e Salvatore Quasimodo.


  1. G. Passerini, Inimicizie letterarie, Italo Svevo Edizioni, Trieste 2025, p. 11.  

  2. G. Simonetti, In opere e inimicizie la fuga di Pasolini dallo stile medio, in «tuttolibri» n° 2459, supplemento a «La Stampa» del 20 settembre 2025  

  3. G. Passerini, op. cit., pp. 13-14.  

  4. Ibidem, pp. 14-15.  

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Sulla necessità di scrivere poesie oggi. L’antigruppo siciliano https://www.carmillaonline.com/2026/04/21/sulla-necessita-di-scrivere-poesie-oggi-lantigruppo-siciliano/ Tue, 21 Apr 2026 21:55:53 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94225 di Francisco Soriano

che cosa sia l’antigruppo siciliano (*), quali caratteristiche e che cosa abbia proposto come movimento letterario e poetico, in particolare fra il 1968 e il 1976, bisognerà sicuramente accertarlo. connotato da forme chiare di ribellismo e opposizione al sistema politico ed editoriale del tempo, antagonista alle forme del conformismo letterario, l’antigruppo viene spesso denotato come un movimento d’avanguardia letteraria. proprio i maggiori esponenti dell’antigruppo, tuttavia, rigettarono i contenuti e l’estetica di un’avanguardia in cui non si riconoscevano.

dunque, per far chiarezza sulla definizione specifica dei valori che animano quei gruppi che si riconoscono nello spazio delle “avanguardie”, possiamo [...]]]> di Francisco Soriano

che cosa sia l’antigruppo siciliano (*), quali caratteristiche e che cosa abbia proposto come movimento letterario e poetico, in particolare fra il 1968 e il 1976, bisognerà sicuramente accertarlo. connotato da forme chiare di ribellismo e opposizione al sistema politico ed editoriale del tempo, antagonista alle forme del conformismo letterario, l’antigruppo viene spesso denotato come un movimento d’avanguardia letteraria. proprio i maggiori esponenti dell’antigruppo, tuttavia, rigettarono i contenuti e l’estetica di un’avanguardia in cui non si riconoscevano.

dunque, per far chiarezza sulla definizione specifica dei valori che animano quei gruppi che si riconoscono nello spazio delle “avanguardie”, possiamo sostenere che il termine avanguardia è attributo di quei movimenti letterari e artistici che propugnano o attuano nuove poetiche o nuovi modi espressivi, in contrasto, apparente o effettivo, con la tradizione e il gusto corrente. il senso e la cornice in cui si muovono i cosiddetti movimenti di rottura e di conclamata asimmetria ai sistemi canonici di gestione della politica culturale sono la polemica e l’antagonismo. prima di passare a enucleare momenti salienti e contenuti culturali, politici e poetici dell’antigruppo siciliano è bene ricorrere alle precisazioni illuminanti di umberto eco, che sul tema delle avanguardie citava renato poggioli al fine di definire ed enucleare alcuni aspetti connotanti questi movimenti di rottura con la tradizione: attivismo (fascino dell’avventura, gratuità del fine), antagonismo (si agisce contro qualcosa o qualcuno), nichilismo (si fa tabula rasa dei valori tradizionali), culto della giovinezza (la querelle des anciens et des modernes), ludicità (arte come gioco), autopropaganda (violenta imposizione del proprio modello a esclusione di tutti gli altri), rivoluzionarismo e terrorismo (in senso culturale) e infine agonismo, ovvero senso agonico dell’olocausto, capacità di suicidio al momento giusto, e gusto della propria catastrofe. aggiungiamo che esiste una differenza fra avanguardia e sperimentalismo, deducendo anche che non esiste un rapporto di conseguenza fra i due fenomeni.

in generale l’attività artistica vista come un’attività di gruppo e collettiva è quasi sempre di respiro internazionale e transnazionale, avendo come obiettivo il coinvolgimento di più manifestazioni artistiche. talvolta e non proprio di rado, le avanguardie si approcciano e divengono riferimento di ideologie che hanno inneggiato alla rivoluzione, come accadde ad esempio nell’unione sovietica di majakovskij oppure, attratte addirittura da afflati conservatori come avvenne per una parte dei futuristi in italia. in ogni caso, che sia apparente o reale, l’idea di una trasformazione radicale del mondo sembra essere la spinta propulsiva dei movimenti d’avanguardia. in italia, i movimenti d’avanguardia si sono spesso caratterizzati per la ricorrente profezia di un ipotetico declino (irreversibile) della borghesia come classe sociale e spazio di valori culturali egemonici. in verità, la critica talvolta convulsiva ai sistemi istituzionali borghesi, che siano di tipo strettamente politico ma che riguardino, ad esempio, il mondo editoriale e la politica culturale, non sempre hanno raggiunto obiettivi considerevoli; al contrario molti intellettuali hanno assunto nel tempo, con comportamenti contraddittori proprio le posizioni e le attitudini di quelle istituzioni che intendevano demolire. quando pensiamo a una critica serrata e a una strutturale dialettica contro il sistema borghese italiano, ricordiamo il gruppo ’63, cosiddetto neoavanguardista, che intendeva propugnare posizioni di aperta critica al capitalismo e al liberismo post-bellico.

bisognerà subito chiarire che non è possibile, neppur lontanamente, intravedere l’antigruppo siciliano all’interno di una cornice che lo riconduca come movimento alle avanguardie classiche. per questo movimento l’agire fu effettiva innovazione, asimmetria e discontinuità con il mondo borghese. fra gli studiosi di questa importante formazione con caratteristiche davvero uniche nel panorama culturale italiano di quegli anni, come antonino contiliano, sostengono che, se per il gruppo 63 l’innovazione coincise con lo sperimentalismo linguistico, nel caso dell’antigruppo consistette nella volontà (soprattutto) di rispondere all’emergenza sociale, nella consapevolezza di dover interpretare i disagi reali della moltitudine, nel desiderio di superamento di forme e contenuti poetici antiquati ma ancora coltivati dai vari circoli letterari palermitani, nostalgicamente proiettati nel recupero del passato.

dunque, che cosa l’antigruppo proponeva peculiarmente con la sua azione sul territorio, che non fosse semplicemente istanza teorica, ma realtà combattiva e vissuta? innanzitutto, il coinvolgimento di interi gruppi di persone affinché l’uditore fosse sempre più vasto. con questo intento lo sforzo fu di superare i confini regionali (in parte ci riuscirono per un periodo), e stabilire rapporti non solo con il resto della penisola, ma con poeti e movimenti stranieri: ricordiamo l’interazione con gli esponenti della beat generation americana, nel caso di nat scammacca, con lawrence ferlinghetti e gregory corso e una serie di poeti scozzesi per i quali nat curò una meravigliosa pubblicazione contenente traduzioni di testi scritti da duncan glen, hugh macdiarmid, robert garioch, tom scott, sydney goodsir smith, donald campbell, j.k. annand, alastair mackie (nat scammacca, duncan glen. nuova poesia scozzese, celebes editore 1972). in questo ambiente era necessario quanto vitale che la poesia rappresentasse un qualcosa di estremamente vissuto, prassi, comprensione, comunicazione, istanza: la sua fuoriuscita nel pubblico e per il pubblico era prerogativa indispensabile dell’azione in atto degli esponenti dell’antigruppo. fra gli obiettivi di questa originale proposta culturale ci fu innanzitutto la rottura estrema con una certa idea di passato, in termini letterari e poetici: mai più poetiche naturaliste, decadenti, simboliste, neoromantiche e quel lirismo tipico di una certa mentalità affine ad alcuni poteri costituiti. né case editrici nazionali, né potentati economici, né intellettuali che fiancheggiavano o rifocillavano le politiche culturali riconducibili ad affari e poteri dello stato potevano essere presi in considerazione se non per una critica radicale e strutturale.

l’antigruppo fu ostico a qualsivoglia tipologia di organizzazione (anche al suo interno) e la sua stessa denominazione ben delineava la ritrosia a definirsi addirittura come movimento. la vocazione anarcoide consentì non solo una libera ricerca di contenuti e variazioni, ma influì con contributi critici e prese di posizione sul ruolo pubblico dello scrittore in seno alle società contemporanee molti intellettuali siciliani. i messaggi culturali che l’antigruppo intendeva diramare, si potevano trovare nelle riviste antigruppo palermo e intergruppo palermo che vollero anche incoraggiare la pubblicizzazione delle proprie rivendicazioni. è chiaro che se si agisce all’interno della cornice letteraria e specificamente poetica, come primo passo si sostiene il superamento del linguaggio che si propone il mutamento e talvolta anche la distruzione di quelle categorie che comunemente vengono attuate e consolidate dalla tradizione, caratterizzanti l’etica e la gnoseologia del vissuto. l’antigruppo fu effettivamente azione politica, perché era nel suo fondamento teorico e genetico la considerazione che la scrittura rappresentasse un impegno sociale civile, un contributo segnante e diretto al cambiamento dei sistemi politici del tempo.

l’antigruppo siciliano è stato un movimento che ha dimostrato quanto sia stato importante nel periodo storico più drammatico per le contestazioni a certi modelli culturali e politici, appannaggio di sistemi di potere autoritari. il meridione italiano è pensato sempre come uno spazio geografico e non solo, decentrato dal resto della penisola, ad esempio distante dalle diatribe contestatarie del ’68, ma l’antigruppo dimostra il contrario. giustamente contiliano segnala quanto questo gruppo di intellettuali al di fuori di ogni minima logica di dinamica di potere, che fosse editoriale o istituzionale in senso politico, è stato “precursore” della deriva ampiamente cominciata nel 1994 con l’avvento del berlusconismo come idea del veicolazionismo degli indirizzi neoliberisti attraverso i mass media al fine di controllare e distribuire i propri interessi ad ogni livello che non fosse diretto al popolo. contiliano mette in guardia su quanto fosse invece presente all’interno della società l’antigruppo, esperienza unica e rara, preoccupato del destino della poesia che aveva il ruolo di fare da diga alla ventata riduzionistica di liricismo estenuante del sentimentale ed emozionale con il reale rischio dell’estetizzazione spettacolarizzante vs la “politicizzazione” dell’estetico-poetico. infatti e non a caso i poeti dell’antigruppo insistevano sulla importanza decisiva della parola della poesia in quanto lexis, sempre legata alla praxis della polis o della comunità che organizza la moltitudine dei singoli. da specificare che l’antigruppo era ben conscio della problematica tipica di un movimento con una sua etica leale e basata sul reale del quotidiano, fatto di lavoro, sacrificio, militanza, lotta per l’eguaglianza quale sarebbe stata la sua sorte e quanto la sua azione potesse essere incisiva, senza spettacolarizzazioni e sfuggendo a ogni forzatura ideologica, salvaguardando comunque la sua presenza estetico-poetica dell’ideologia stessa.

dunque ricapitolando l’antigruppo si denotò per una enorme verve polemica talvolta aggressiva, sicuramente meno marcata nel gruppo ’63 attento alla lotta nei confronti della società borghese soprattutto in ambito linguistico, uno spazio sociale al quale apparteneva a tutti gli effetti senza per questo non considerare l’importanza storica dei suoi intellettuali seppur in stridente contraddizione. l’antigruppo prese come riferimento alcune strategie delle avanguardie come la promozione pubblica della poesia con l’utilizzo dei manifesti, convegni e riviste ma non accettò mai il modello organizzativo di questi gruppi, per questo caratterizzandosi per la tendenza anarchica della sua azione sul territorio e fra la gente: l’etichetta di “gruppo” inteso come insieme di persone che condividono un programma comune. invece gli antigruppo ribadiscono fin dall’inizio l’importanza della libertà di espressione del singolo, pur nella condivisione da parte di tutti di obiettivi comuni. il rinnovamento sociale doveva essere concentrato sull’emergenza sociale, popolare, proprio in un momento dove con più forza comunicativa lo stesso pasolini denunciava: il passaggio da una società contadina a quella industriale, in un momento di ricostruzione dalle macerie delle guerre. si sentiva il bisogno di allontanarsi definitivamente dalla poesia tradizionale intrisa di evasione soggettiva e naturalistica ben adottata nei circoli borghesi e aristocratici siciliani, che risultavano inadeguati alle esigenze sociali di un mondo in veloce cambiamento. la letteratura dunque nella sua azione globale doveva prendere parte alla polemica, alla protesta, alla lotta e alla ricostruzione del pensiero nuovo, umano e umanista, senza però tracimare nell’edulcorato miasma delle liale e dei sonetti altisonanti: il poeta perdeva l’aureola, diventava populista e scendeva in piazza. il sistema di comunicazione rimaneva autogestito e si allontanava decisamente dal sistema editoriale tradizionale, con una consapevolezza autoescludente e autoisolante. i destinatari erano finalmente contadini, operai, braccianti, diseredati, e lo erano per davvero.

* Si ringrazia, per la collaborazione nella condivisione di documenti e testi, lo studioso siciliano Antonino Contiliano. Per una conoscenza più approfondita dell’Antigruppo, consultare: Antonino Contiliano, «Antigruppo siciliano. Frammenti di storia, avanguardia e impegno» (Vico Acitillo 2003).

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