Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Mon, 06 Jul 2026 20:00:45 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 In Tech we Trust – Contro il tecnoabilismo ed il tecnomiracolismo https://www.carmillaonline.com/2026/07/06/in-tech-we-trust-contro-il-tecnoabilismo-ed-il-tecnomiracolismo/ Mon, 06 Jul 2026 20:00:45 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95128 di Gioacchino Toni

Ashley Shew, Futuri accessibili. Disabilità e tecnologia, traduzione e prefazione di Fabrizio Acanfora, Luiss University Press, Roma, 2026, pp. 140, Cartaceo € 18,00, ebook € 9,99

In un contesto caratterizzato dalla tendenza a cercare nei dispositivi tecnologici la soluzione ai problemi che affliggono l’umanità, si è fatto largo il convincimento che per migliorare le condizioni di vita delle persone disabili occorra guardare acriticamente alla tecnologia senza domandarsi quanto questa sia realmente neutra ed emancipativa. Il volume Futuri accessibili (Luiss 2026) di Ashley Shew si oppone all’idea che si debba guardare alle protesi ed ai dispositivi tecnologici come a strumenti [...]]]> di Gioacchino Toni

Ashley Shew, Futuri accessibili. Disabilità e tecnologia, traduzione e prefazione di Fabrizio Acanfora, Luiss University Press, Roma, 2026, pp. 140, Cartaceo € 18,00, ebook € 9,99

In un contesto caratterizzato dalla tendenza a cercare nei dispositivi tecnologici la soluzione ai problemi che affliggono l’umanità, si è fatto largo il convincimento che per migliorare le condizioni di vita delle persone disabili occorra guardare acriticamente alla tecnologia senza domandarsi quanto questa sia realmente neutra ed emancipativa. Il volume Futuri accessibili (Luiss 2026) di Ashley Shew si oppone all’idea che si debba guardare alle protesi ed ai dispositivi tecnologici come a strumenti in grado di “aggiustare” il corpo, e la mente, per ricondurre la vita entro una norma condivisa.

Intrecciando analisi teorica ed esperienza personale, derivata da un’amputazione subita, l’autrice, professoressa di Scienza, tecnologia e società alla Virginia Tech, a partire dalla nozione di “tecnoabilismo” – che si prefissa di misurare i “miglioramenti” apportati dalla tecnologia sui disabili secondo standard di normalità predefiniti – invita a domandarsi chi decida cosa debba essere corretto, secondo quali criteri e, soprattutto, con quali conseguenze concrete per le persone coinvolte, ma scarsamente interpellate. Le protesi, i dispositivi assistivi e le soluzioni digitali sono progettati su standard rigidi di “normalità” interessati a “correggere” i corpi disinteressandosi dei contesti sociali e materiali in cui vivono le persone con disabilità.

Shew non è su posizioni tencofobe; non rifiuta affatto la tecnologia, ma non accetta l’idea che questa, per come viene ideata e imposta oggi, debba essere per forza la risposta alla disabilità. L’autrice ritiene che sia necessario un cambio radicale di prospettiva: anziché guardare alle persone con disabilità come destinatarie passive del progresso, occorrerebbe considerarle come esseri umani produttori di saperi, pratiche e criteri alternativi, così da poter valutare ciò di cui necessitano davvero per ampliare i margini di autodeterminazione e sicurezza nei contesti in cui vivono. L’offerta tecnologica alle persone con disabilità spesso prescinde dall’averle interpellate per comprendere le loro reali necessità. Né neutra, né automaticamente emancipativa, la tecnologia, ad oggi, è votata a celare la condizione di disabilità e ad imporre una “normalità” prestazionale lontana dalle esigenze degli individui alle prese con la manutenzione continua delle attrezzature, con la dipendenza dalle infrastrutture, con i costi emotivi e le decisioni prese da altri.

Molti dei problemi sociali, strutturali e pratici che affliggono le persone con disabilità derivano dall’idea che queste siano fondamentalmente “difettose”, “indegne di inclusione” o “inadeguate” e tale convincimento non manca certo di riverberarsi sulla progettazione tecnologica ad esse dedicata. «Il tecnoabilismo è la fede nel potere della tecnologia che considera l’eliminazione della disabilità come qualcosa di buono, un obiettivo da perseguire. È una forma classica di abilismo: pregiudizio contro le persone disabili, favore verso modi di vita non disabili. Il tecnoabilismo è l’uso delle tecnologie per riaffermare questi pregiudizi, spesso mascherato da empowerment» (p. 17). L’idea che tutto debba essere indotto a uniformarsi all’idea di perfezione imperante a cui risponde il tecnoabilismo implica la “correzione”, tramite tecnologie, degli esseri umani che non rientrano nel canone e, nei casi in cui la tecnologia non sia in grado di agire a tale scopo, di mezzi tecno-eugenetici votati alla “gestione” dei casi “irrecuperabili”.

Passando in rassegna alcune narrazioni stereotipate della disabilità, Shew evidenzia come queste si intreccino spesso con idee di razza, genere e sessualità. Buona parte delle rappresentazioni della disabilità sono scritte da autori e interpretate da attori non disabili e, comunque, riguardano quasi sempre persone bianche e socialmente ben inserite. Secondo l’autrice si possono individuare cinque tropi principali di rappresentazione della disabilità: i mostri pietosi, gli approfittatori e impostori, gli storpi rancorosi, i peccatori riprovevoli e gli eroi che superano gli ostacoli. Il primo tropo, dilagante sui media, lo si ritrova in numerose campagne di beneficenza ed ha contributo a influenzare tanto le modalità con cui si guarda alle persone disabili quanto a come queste si percepiscono. Il tropo degli approfittatori e impostori compare nelle notizie riguardanti l’elargizione di sussidi o agevolazioni per la persone con disabilità. Nonostante molte delle richieste vengano rigettate per limitare le spese dei servizi sanitari e non per dichiarazioni mendaci di disabilità, è diffuso, anche grazie all’enorme spazio concesso dai media ai casi truffaldini, il convincimento che buona parte delle richieste di assistenza raccontino disabilità inesistenti. Il tropo dello storpio rancoroso è particolarmente presente nella fiction audiovisiva: in molti casi i personaggi negativi sono contraddistinti da una qualche forma di imperfezione fisica visibile simboleggiante la loro malvagità, oppure quest’ultima deriva proprio dalla loro disabilità. Nel tropo del peccatore riprovevole è invece individuabile l’idea della disabilità come punizione divina per qualche condotta peccaminosa e che la disabilità rappresenti un’occasione per trasformare e umanizzare chi circonda la persona disabile.

Il tropo degli eroi che superano gli ostacoli, chiamato ironicamente inspiration porn all’interno della comunità dei disabili, è probabilmente il più presente sui media e non solo trasmette l’idea che il “buon disabile” debba per forza combattere contro il proprio corpo e la propria mente per celare la propria disabilità simulando uno status di “normalità”, ma anche che esso è tenuto a “spettacolarizzarsi” facendosi fonte di ispirazione per i non-disabili. L’inspiration porn mostra spesso persone disabili che, aiutate da terapisti “umanitari”, riescono a trovare le tecnologie di cui necessitano per superare le difficoltà fisiche e/o mentali. Secondo Shew «la narrativa del “superamento” finge che i problemi strutturali di accessibilità possano essere risolti con il giusto atteggiamento intraprendente e volenteroso da parte di singole persone disabili; solleva le persone abili dalle loro responsabilità invece di chiamarle a contribuire realmente a rendere i mondo più accessibile» (p. 48). Tale tropo, sottolinea l’autrice, «ci tratta come individui eccezionali, piuttosto che come membri di una comunità minoritaria sottorappresentata che ha bisogno di accesso, accomodamenti e cambiamenti strutturali – non solo di gadget che ci aiutino a funzionare individualmente. Eccezionalizza, invece di normalizzare, la disabilità come aspetto dell’esperienza umana ed esagera quanto siamo diversi dalle presone non-disabili» (p. 49). Tale tropo, inoltre, mette l’esistenza della persona disabile al servizio degli altri, «della loro empatia, della loro ispirazione, della loro motivazione, del “se ce la fanno loro, allora posso farcela anch’io» (p. 49). Insomma, per essere considerati degni di cura, continua Shew, i disabili sono tenuti a interpretare il ruolo della “brava persona disabile”.

L’insistenza con cui i media trasmettono immagini di individui disabili – quasi sempre di pelle chiara, di bell’aspetto, socialmente accettabili, frequentemente eroi di guerra o atleti di élite – che riescono a superare i limiti dei loro corpi grazie alla tecnologia contribuisce a presentare quest’ultima come salvifica per il corpo e la mente. L’idea che il recupero della “normalità” sia tra le condizioni necessarie per essere considerati “disabili di successo” deriva dal convincimento che con la disabilità si è fronte per forza di cose non a una differenza ma ad una differenza negativa.

Le narrazioni sulla tecnologia per la disabilità, in ogni tipo di media, non servono alle persone su cui le storie sono teoricamente incentrate. In realtà, queste storie non sono affatto sulle persone disabili. Sono storie, filtrate attraverso un immaginario abile, che rafforzano tropi consumati sul progresso tecnologico, sul tecno ottimismo e sul potere innovatore dell’ingegneria. Le persone con disabilità sono personaggi secondari; la vera storia è quella della marcia trionfante della competenza tecnologica, del vivere meglio grazie alla tecnologia. E di conseguenza, più queste storie vengono lette, più la gente interiorizza le narrazioni rassicuranti che popolano i media e le cronache sportive. La standardizzazione delle narrazioni sugli individui che “superano” la disabilità, “tokenizzano”, cioè danno un valore simbolico ad alcuni tipi di disabilità cancellandone altre (pp. 56-57)

A partire dall’esperienza personale, Shew sottolinea l’enorme divario esistente tra le mirabolanti promesse degli ausili tecnologici per le disabilità e la realtà quotidiana con cui le persone si trovano ad avere a che fare. La disabilità è una categoria sociale, scrive l’autrice, non un problema risolvibile con la tecnologia. «Inquadrare la disabilità come il problema distoglie l’attenzione dal vero problema: il mondo è strutturato per escludere le persone disabili» (p. 59). Una società fondata sui dogmi della produzione e della prestazione, si propone di “recuperare” i disabili alla “normalità” ad essa necessaria, anziché preoccuparsi di rispondere alle loro reali esigenze.

Cosa significano le tecnologie per le persone? Che ruolo giocano nella loro vita? In che modo l’ambiente costruito include o esclude? In che modo le persone si identificano con e resistono agli interventi tecnologici? Come (e quando) le persone decidono di adottare o usare determinate tecnologie come le protesi? Queste domande non dovrebbero essere appannaggio esclusivo della speculazione filosofica astratta o dei rivoluzionari tecno-futuristi. Dovrebbero essere radicate nelle esperienze reali di persone disabili reali, le cui vite e corpi sono un banco di prova speciale per queste idee (pp. 62-63).

Fare delle immagini di amputati su gambe da corsa l’unica rappresentazione di cosa significhi cavarsela bene come amputato non permette alle persone di essere reali e di esprimere sentimenti e stati d’animo complessi; insomma, sostiene Shew, non permette ai disabili di essere tali.

Il corpo disabile tecnologizzato – il corpo riabilitato, “trionfante” sulle proprie condizioni – è una menzogna. La tecnologia non può trascendere la carne; il corpo è ancora lì, ancora sentito, ancora gestito, resistente. Ma la tecnologia – e le idee normative su cosa significhi avere il corpo o la mente giusti – separa sempre più il nostro io dai corpi con cui ci confrontiamo con mondo. […] Le nuove tecnologie sollevano domande su che tipo di persone vogliamo essere e in che tipo di società vogliamo vivere (pp. 74-75).

Dopo essersi soffermata anche sulle tecniche e sulle tecnologie specifiche per le neurodivergenze, Shew mette in guardia dalle narrazioni eugenetiche e transumaniste votate al perfezionamento e al potenziamento degli esseri umani, ricordando come, alla luce dei disastri ambientali, del diffondersi di nuove malattie e dell’invecchiamento della popolazione, il futuro che si prospetta sia un futuro di disabilità diffusa. Risulta pertanto miope pianificare un futuro senza disabilità. Converrebbe, piuttosto, iniziare a ripensare la disabilità e guardare alle potenzialità offerte dalla tecnologia in una prospettiva radicalmente differente rispetto a quella imposta dalla società della produzione e della prestazione.


In Tech we Trust – serie completa

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La sagra delle anime perdute, di Mauro Baldrati https://www.carmillaonline.com/2026/07/05/la-sagra-delle-anime-perdute-di-mauro-baldrati/ Sun, 05 Jul 2026 19:36:47 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95805 Derive Approdi, Bologna 2026, € 18

[Della raccolta, uscita in marzo per i tipi di Derive Approdi, pubblichiamo l’incipit dell’ultimo racconto, “Il cattivo sergente”, ambientato a Londra nel 2011, subito dopo i disordini scatenati dall’uccisione di un ragazzo di colore da parte della polizia, che hanno messo a ferro e fuoco diversi quartieri della città, Tottenham, Chelsea, Brixton, Wood Green, Enfield Town. Ogni racconto è introdotto da una foto dell’autore, nel caso del Cattivo sergente una tempera di Magnus che ritrae Lo sconosciuto, inserita in coda al testo; e da una scheda, nella quale leggiamo: “Mi sono chiesto se un noir [...]]]> Derive Approdi, Bologna 2026, € 18

[Della raccolta, uscita in marzo per i tipi di Derive Approdi, pubblichiamo l’incipit dell’ultimo racconto, “Il cattivo sergente”, ambientato a Londra nel 2011, subito dopo i disordini scatenati dall’uccisione di un ragazzo di colore da parte della polizia, che hanno messo a ferro e fuoco diversi quartieri della città, Tottenham, Chelsea, Brixton, Wood Green, Enfield Town. Ogni racconto è introdotto da una foto dell’autore, nel caso del Cattivo sergente una tempera di Magnus che ritrae Lo sconosciuto, inserita in coda al testo; e da una scheda, nella quale leggiamo: “Mi sono chiesto se un noir duro e puro aveva senso in una raccolta che riguarda le anime perdute dei marginali, degli spostati. La risposta è sì. Infatti chi è più «perduto» di un poliziotto corrotto, ladro e assassino?”. In copertina: Sabina Guzzanti]

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Scotland Yard, Specialist Crime Directorate, sottosezione narcotici, ore 14.45. Il sergente Nicholas Deville scorreva distrattamente un report sugli spacciatori di Brixton. Nuovi arrivi, carne fresca. Denunce di delatori, probabilmente, che speravano di togliere di mezzo i concorrenti. Niente foto, né indirizzi, solo nomi e i punti di spaccio. Tutte schede da preparare, gente da fermare, qualche sequestro, cinque o sei grammi di robaccia tagliata, veleno per tossici disperati. Tempo perso. Noiosissima routine.
Di fronte a lui il sergente Fisher cazzeggiava col computer. 10 a uno che guardava un porno. Fisher, lo sfaticato, l’imboscato, era un mistero la sua permanenza in Victoria Street. Non si muoveva mai dall’ufficio, era sempre attaccato al video con quegli occhiali fondo di bottiglia. Bah. Affari suoi.
Il cellulare riservato inviò il bip! di un messaggio. Numero sconosciuto.
Lui, dunque. Era l’unico che scriveva da un numero sconosciuto.
Sentì la tensione che gli induriva la schiena mentre lo apriva: “Venga subito. L’aspetto.”
Convocazione immediata. Un’emergenza dell’Azienda. Dunque sapevano della sua presenza in ufficio in quel momento preciso. Sapevano sempre tutto.
Raccolse il cellulare, le sigarette, l’accendino e prese il giubbotto dall’attaccapanni.
“Fish, vado giù a mangiare un boccone” disse, passando accanto al tavolo del collega.
“Uh-uh” disse Fisher senza alzare gli occhi dallo schermo.
Deville sbirciò, mentre usciva dalla stanza 615, sesto piano. Stava guardando un catalogo di barche.

Percorse il lungo corridoio fino al blocco 2 degli ascensori, scese nella piccola hall sulla Broadway, salutò il piantone e si affacciò in strada. Camminò veloce con lo sguardo fisso davanti a sé fino all’incrocio con la Caxton, cercò la berlina corazzata coi vetri oscurati. Alle sue spalle il traffico di Victoria Street ruggiva nelle orecchie.
Gli metteva sempre apprensione la convocazione dell’Azienda. Erano precisi, disponibili, persino affettuosi. Ma sapeva che a ogni chiamata doveva correre. Non era più possibile sottrarsi, rimandare, prendere tempo. Era dentro, e una volta dentro non si usciva. Mai più.
Ma non si lamentava. Non aveva alcuna intenzione di uscire in realtà, almeno per il momento. Pagavano bene. E non erano esosi. L’Azienda era seria. Era solida. Era una garanzia.
Vide la berlina, immobile come un carro armato nero. Girò da dietro, si portò sul fianco sinistro. La portiera posteriore si aprì, da sola. Lanciò un’occhiata al sedile di cuoio marrone chiaro, che sapeva essere caldo e morbido. La voce uscì dall’abitacolo, cortese, ma ferma. Leggermente brusca. Era teso. E aveva fretta.
Entrò nell’abitacolo, separato dalla postazione dell’autista da un vetro oscurato. Strinse la mano che Robert Balthazaar, il manager dell’Azienda, gli porgeva. Era seduto nel posto di destra, come d’abitudine. Probabilmente perché era la posizione anatomicamente più comoda per ricevere gli ospiti, per tendere la mano.
“Buona sera, sergente Deville” disse. Con calma, come sempre. Balthazaar non perdeva mai il controllo, non vacillava, non si alterava. Un grande professionista. “Grazie di essere venuto. Prego, si serva” soggiunse, spingendo il pulsante mimetizzato nel cruscotto. Si aprì lo sportellino rivestito di pelle di daino e la mensola di cristallo avanzò verso di lui. Deville si versò una piccola dose di scotch, con due cubetti di ghiaccio. Si bagnò appena le labbra. Meglio non esagerare. Il manager disprezzava chi era sopra le righe. Si rigava dritto, con Balthazaar.
“Abbiamo un’emergenza, sergente ” disse il manager, sistemandosi gli occhiali di metallo col dito indice. Si assestò sul sedile. Il vestito scuro, di chissà quale lana speciale, frusciò. “Uno dei nostri corrieri è stato aggredito da tre balordi fatti di crack. Gli hanno rotto un braccio, il naso, e rubato una borsa con dieci chili di eroina appena arrivata dalla Cambogia.” Si sistemò nuovamente gli occhiali. Deville conosceva bene quel gesto. Era il suo segnale di riflessione in atto. E la riflessione consisteva soprattutto nella scelta delle parole giuste, le parole indispensabili. Balthazaar era un cultore della sintesi. “Il danno in sé è trascurabile, si tratta di un modesto quantitativo, ma è il gesto che costituisce un problema. Nessuno deve permettersi di interferire coi nostri affari. Lei, sergente, deve risolvere il problema.”
“Capisco, signor Balthazaar” disse Deville, mentre la sua mente aveva già intuito lo scenario che si prospettava.
“In questo momento il corriere sta raggiungendo il suo ufficio. Lei gli mostrerà le foto degli schedati. Neri, probabilmente giamaicani. Li troverà, recupererà la merce e farà pulizia. Pulizia totale, vogliamo dare un esempio.”
“Certo, signor Balthazaar. Mi attiverò immediatamente.”
“Non avevo dubbi, sergente. La ringrazio molto per la sua disponibilità. Quando sarà pronto le invierò un pulitore che collaborerà con lei. Dopo il recupero gli consegnerà la roba, e questa.”
Gli porse una valigetta di cuoio nero, che teneva accanto a sé, sul sedile. Deville fece scattare le due cerniere dorate. Dentro, adagiata su un sostegno rigido rivestito di velluto c’era una machine pistole Heckler & Koch, con due caricatori. Fuoco rapido, arma da strage. Deville sfiorò il metallo scuro, liscio, freddo. Notò diversi graffi. Aveva già sparato, molte volte. Aveva già ucciso.
“D’accordo, signor Balthazaar.”
Il manager girò la testa e lo fissò, stringendo i piccoli occhi azzurrognoli. Era molto arrabbiato. Incredibilmente arrabbiato. Furioso, addirittura. Una rabbia fredda, feroce. Qualcuno aveva osato sfidare l’autorità dell’Azienda. Andava schiacciato,
“Ora, questa presumibilmente è la situazione: i tre balordi sapevano del corriere. Gli hanno teso un agguato. E ora sanno che li stiamo cercando. Per cui saranno rintanati da qualche parte, in attesa che si calmino le acque. Ma per loro non si calmeranno, mai. Abbiamo valutato che in questa fase non sarebbe opportuna una nostra discesa in campo, con una battuta di caccia. Troppo rumore, il momento non è propizio. Lei può risolvere con discrezione, coi suoi contatti.”
Si girò verso destra, prese una busta bianca, gonfia. Sotto c’era una seconda busta, più sottile.
“Qui ci sono trentamila sterline, il suo compenso. E qui altre tremila, per le spese. Come al solito, se non li spende, o ne spende di meno, sono comunque sue. Se invece le serve altro denaro usi le trentamila, e a lavoro concluso il pulitore salderà il debito.”
“Certamente, signor Balthazaar.”
“Bene. Un’ultima cosa: vorremmo che portasse a termine entro tre-quattro giorni al massimo.”
“Sì’, signor Balthazaar. Ma molto dipende dalla collaborazione del corriere, signor Balthazaar.”
“Lo so. Ma li riconoscerà, vedrà. Sono dei balordi, è improbabile che Scotland Yard non li abbia schedati.”

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Si alza il vento / 3 – Complottismi o apocalissi culturali? https://www.carmillaonline.com/2026/07/04/si-alza-il-vento-3-complottismi-o-apocalissi-culturali/ Sat, 04 Jul 2026 20:00:40 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94985 di Stefano Boni e gruppo TUAS (Tutta Un’Altra Storia)

Che tempi viviamo? La narrazione che ha accompagnato il Novecento è che stiamo meglio della generazione precedente e che i nostri figli vivranno meglio di noi. Questa storia ormai non è più credibile. La sensazione diffusa è piuttosto di inquietudine per un tempo che vira a burrasca, che mina le certezze, che rende il futuro preoccupante. Il mito della crescita e del benessere regalati da un capitalismo magnanimo ormai è alla corda. Si diffonde la sensazione strisciante, occulta, intima che, girato l’angolo del consumismo comodo ed edonista, si apra un passaggio [...]]]> di Stefano Boni e gruppo TUAS (Tutta Un’Altra Storia)

Che tempi viviamo? La narrazione che ha accompagnato il Novecento è che stiamo meglio della generazione precedente e che i nostri figli vivranno meglio di noi. Questa storia ormai non è più credibile. La sensazione diffusa è piuttosto di inquietudine per un tempo che vira a burrasca, che mina le certezze, che rende il futuro preoccupante. Il mito della crescita e del benessere regalati da un capitalismo magnanimo ormai è alla corda. Si diffonde la sensazione strisciante, occulta, intima che, girato l’angolo del consumismo comodo ed edonista, si apra un passaggio catastrofico, uno scivolare irreversibile nel collasso della modernità. Ma per quali ragioni? Di chi è la colpa? Quali sono le forze che ci hanno portato sull’orlo del baratro?

Oggi le rappresentazioni su come vada letta l’accelerazione storica contemporanea sono uno dei campi più roventi di scontro politico. Le narrazioni che emergono non solo fuori, ma contro le interpretazioni ufficiali si moltiplicano attraverso i social media. I mezzi istituzionali di informazione rivendicano di avere l’autorità di stabilire ciò che è vero e, di conseguenza, sentono di avere il diritto (o addirittura il dovere) di stigmatizzare le notizie false, le fake news che nutrono le letture sovversive. Nell’ottica dei detentori della narrazione legittima, queste falsità subdolamente diffuse vanno a costituire le biasimate “teorie del complotto”, confinate nel campo della follia o del ridicolo, dell’ignoranza irrimediabile o degli ottusi deliri anti-scientifici. Le letture critiche che nascono al di fuori delle interpretazioni sponsorizzate dai potentati contemporanei sono ritenute sconvenienti derive patologiche, sintomi di un progressivo allontanamento dal reale e dal vero che sfocia in abbagli cognitivi, spiegazioni assurde, visioni disturbate: nell’ottica istituzionale, i complottisti non sono solo pericolosi sovversivi, ma pazzi. Si stigmatizza così la circolazione di interpretazioni che, nonostante mille limiti (riconosco appieno che spesso sono innegabilmente semplicistiche e personalistiche, schematiche e superficiali), attaccano i gangli cruciali della gestione del potere contemporaneo: politici, lobby, gruppi finanziari, Big Pharma, generatori e possessori degli ultimi dispositivi tecnologici, industria bellica ecc.

C’è però anche una letteratura disciplinare che aiuta a comprendere le narrazioni elaborate o diffuse dal basso mediante i social media. Erica Lagalisse in Anarcoccultismo (D Editore, 2020), in un percorso di analisi plurisecolare, mostra che le teorie del complotto hanno avuto una notevole diffusione storica e rappresentano un’arma politica. Le cospirazioni nutrivano storie che facevano ricorso all’occultismo e alla magia nel creare un comune sentire di denuncia del dominio e delle disuguaglianze. Nell’Ottocento la nascita dell’anarchismo è intrecciata alla fratellanza clandestina di settori della massoneria rivoluzionaria e panteista.

In realtà, non esiste un principio in base al quale si possa distinguere tra una teoria del complotto e un ragionevole dubbio. Nella misura in cui l’espressione “teoria del complotto” ha un significato, esso risiede unicamente nella possibilità di denigrare alcune idee popolari (e quindi subalterne) al fine di squalificarle. (Lagalisse, p. 144)

Lagalisse invita ad andare oltre lo scetticismo e a vedere nelle teorie del complotto, ripudiate come eresie folli, uno strumento di resistenza ideologica e narrativa. Analogamente, Matthieu Amiech, in L’industria del complottismo. Social network, menzogne di stato e distruzione del vivente (Edizioni Malamente, 2024), prende in rassegna diversi “complottismi” contemporanei per mostrarne la sottostante posizione politica: sono critiche radicali all’impoverimento delle popolazioni e alla distruzione del mondo in cui viviamo, fenomeni che minano l’autonomia e le libertà individuali e collettive.

L’anticomplottismo è difatti una psichiatrizzazione della critica al potere, tanto più facile quando questa critica è maldestra e disarmata. (Amiech, p. 53)

Questi studi cercano il senso delle cosiddette “teorie del complotto”, andando ad indagarle come espressione di frustrazione e malcontento, rabbia e indignazione, prevalenti in certi contesti sociali, ormai non più marginali o settari. Come antropologo, sono stato invitato ad andare oltre le apparenti assurdità di affermazioni e credenze che, da un posizionamento razionalista, sembrano illogiche e incoerenti: la sfida dell’antropologia è infatti quella di comprendere il senso altrui, piuttosto che giudicarlo in base alle nostre certezze. Non c’è un punto di vista assoluto, vero, oggettivo, ma una varietà di comprensioni del mondo; possiamo rassicurarci bollando come assurde le teorie del complotto oppure metterci in gioco provando a comprenderne il senso.

Un testo che ho trovato illuminante nella messa a fuoco del revival di narrazioni cospirazioniste risale a quasi mezzo secolo fa: La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali di Ernesto De Martino. Il testo di uno dei capostipiti dell’antropologia italiana ha suscitato controversie fin dalla sua prima pubblicazione postuma. Quando muore, nel 1965, De Martino stava lavorando ad uno studio comparato delle apocalissi culturali: rimangono gli appunti, che alcuni dei suoi allievi pubblicano, con una certa reticenza, ben dodici anni dopo la morte dell’autore. Parte della riluttanza era dovuta al tono severo e preoccupato con cui De Martino leggeva l’Italia euforica del boom economico: in quello che ai più sembrava un periodo di progresso e benessere, De Martino avvertiva invece i sintomi di un’incombente apocalisse.

Per capire la tesi demartiniana e l’importanza delle apocalissi culturali è indispensabile offrire un quadro, seppur parziale e semplificato, della teoria complessiva entro cui queste si collocano. De Martino pone al centro della rigenerazione culturale la presenza, intesa come capacità di operare nel mondo, di esercitare un protagonismo, di rispondere in modo adeguato alla situazione storica in cui siamo immersi. Sentire la propria “presenza” rende il mondo un luogo domestico, familiare: lo viviamo come una “patria culturale” in cui è possibile iscrivere la nostra intenzionalità. Per generare presenza ci si deve proiettare “oltre” le problematicità – a volte drammatiche – del quotidiano, oltre miserie, sofferenze, catastrofi, lutti, guidati da un impianto morale in grado di dare un senso al nostro agire oltre «ogni possibile catastrofe cosmica». Gli inevitabili elementi di negatività sono potenzialmente in grado di far vacillare la presenza, ma attraverso una bussola morale si va “oltre”.

Presenza e orientamento etico non sono già dati, ma vanno continuamente ricostruiti in una perenne tensione con le loro crisi. Quando non si riesce ad andare oltre, si cade in uno «spaesamento»: ciò che ci circonda smette di essere familiare e sensato, per farsi perturbante, mostruoso, incomprensibile, vissuto con un senso di incertezza e pericolo. L’entrata in uno stato di crisi può essere un fenomeno individuale, spesso associato a dinamiche di abbandono, marginalizzazione e povertà, in grado di generare quelle che De Martino ha chiamato «apocalissi psicopatologiche» le quali, finché rimangono disagio esistenziale individuale, non consentono il riscatto. Quando la crisi di presenza è collettiva e la comunità fa difficoltà a riconoscere il senso degli eventi storici che vive e ad attivare quindi un impianto morale in grado di proiettarci oltre, si parla, appunto, di apocalissi culturali. In queste fasi catastrofiche viene meno la capacità ordinaria, iscritta nei rituali di passaggio e in quelli comunitari, di trascendere le negatività che minacciano la riproduzione della presenza. Le apocalissi culturali sono associate da De Martino a guerre, disastri naturali, ma anche a dinamiche storiche di rottura repentina: ne individua tracce più o meno significative nell’avvento del cristianesimo e, successivamente, nelle sue forme utopiche in età medievale e moderna; nella violenza sui popoli colonizzati; nelle rivoluzioni europee (francese e bolscevica); nel marxismo.

I tempi apocalittici sono caratterizzati da atteggiamenti peculiari, che ricordano da vicino alcune caratteristiche del complottismo: il diffondersi «di sospetto, di trame, di mostruosità figurativa, di intenzionalità rovesciata; di catastrofe cosmica» ovvero di «insidie subdole, trame occulte, intenzioni distruttive»; detto altrimenti, con una formulazione ricorrente nel testo demartiniano, la sensazione di «essere-agiti-da». La perdita della presenza sfocia nella sensazione che forze oscure e maligne abbiano alterato le condizioni della rigenerazione di un’esistenza serena e gratificante. Queste forze ostili si muovono su un piano intangibile e occulto; per neutralizzare i piani “satanici” si deve rafforzare la spiritualità benigna. Le apocalissi sono spesso accompagnate, al loro culmine, dalla diffusa adesione a narrazioni millenaristiche ed escatologiche: il prevalere della forza divina benevola riuscirà ad innescare il riscatto. Le apocalissi sono quindi passaggi di rivelazione della catastrofe in corso e di rivoluzionaria trasformazione: dall’abisso cataclismatico si può innescare una complessiva rigenerazione positiva. Infatti, quando si affronta l’apocalisse con un orientamento collettivo, centrato su un impianto morale, è possibile il riscatto escatologico.

De Martino credeva che l’Occidente della prima metà degli anni Sessanta fosse investito da una crisi profonda, in cui presagiva un incipiente collasso apocalittico «borghese», «occidentale» o della «cultura euroamericana contemporanea». Oggi le teorie del complotto attualizzano le riflessioni sulla “nostra” apocalisse, di cui De Martino leggeva i sintomi già mezzo secolo fa. Per De Martino la cultura divenuta egemonica nel Nord-Atlantico era segnata dalla «agonia del sacro», priva di un impianto morale e di un fine condiviso che andasse oltre il consumismo, il tecnicismo e l’edonismo. Ciò lo porta a caratterizzare quella del nostro contemporaneo come un’apocalisse «senza escaton», ovvero priva delle premesse necessarie al riscatto: «fra tutte le apocalissi culturali essa appare più di tutte le altre rischiosamente prossima alla crisi radicale dell’umano». Un intellettuale blasonato muore lasciando un monito estremamente pessimista e incongruo con l’euforia collettiva per l’entusiasmante progresso tecnico del boom economico.

Era proprio rispetto alla tecnica che De Martino divergeva dal sentire comune, notando che lo sviluppo tecnologico era privo di un orientamento etico, mentre i più si crogiolavano nelle magnificenze dei nuovi dispositivi messi sul mercato. De Martino non critica a tutto tondo la tecnica industriale, ma associa l’apocalisse contemporanea ad una progressiva egemonia di «tecnicismo», «scientismo» e «scientifismo», concetti che usa per indicare i pericolosi irrigidimenti positivisti di tecnica e scienza. Un uso analogo di questi termini alimenta la critica al sistema contemporaneo da parte dei “complottisti”: la delega a Big Pharma della gestione delle epidemie; la manipolazione chimica e genetica della filiera alimentare; la digitalizzazione pervasiva e inevitabile; gli interventi ormonali per alterare il sesso degli adolescenti; lo sdoganamento senza remore dell’intelligenza artificiale, della telemedicina e delle nanotecnologie; la proliferazione di virus in laboratorio e di armi biologiche. Tutto ciò non fa più apparire il mondo come un campo “familiare” e “operabile” e non si fonda su un impianto valoriale, ma sulla volontà di estendere senza limiti controllo e profitto. Questo conduce, per i complottisti e per De Martino, ad una «disumanizzazione dell’umano che caratterizza l’ora che volge», accompagnata dalla sensazione di vivere in tempi catastrofici, in tempi di apocalisse culturale. Fra i complottisti s’immagina come imminente un’accentuazione delle politiche di imposizione vaccinale; della censura telematica; del controllo digitale; dell’impoverimento della classe media; della perdita di valore dei soldi; del peggioramento dei servizi sociali fino a sfociare in un clima di violenza sempre più generalizzata associata ad un drastico ridimensionamento della popolazione mondiale (vedi le teorie sul Great Reset e sulla Quarta Rivoluzione Industriale). Gli allarmi demartiniani, caduti nel vuoto del boom economico, tornano ora di grande attualità per chi si sente «spossessato» in un mondo in cui i riferimenti domestici e le «patrie culturali» si sgretolano velocemente sotto la potenza di una tecnologia sempre più veloce, ostile, invasiva e inarrestabile. La percezione (magari semplicistica, ma non così folle) dei complottisti è che il mondo sia stato dirottato da forze maligne verso il caos e la distruzione conducendoci nella catastrofe, nell’apocalisse.

Guardati da una prospettiva demartiniana, infatti, i complottismi non appaiono più rigurgiti di follia, ma espressioni di un malessere esistenziale profondo a cui si cerca di attribuire un senso, di un mondo catastrofico in cui si cerca un riscatto. Rispetto ad altre letture che riconoscono un senso alle cospirazioni, De Martino ci offre una chiave preziosa per capire che la posta in gioco, per molti, non è la singola scelta politica, ma il ripristino di una dimensione etica e spirituale. Le narrazioni egemoniche non offrono risposte ad un mondo iniquo e desolante, malvagio e devastante. Le teorie del complotto riescono invece a dare un significato alla catastrofe, individuano le responsabilità e aggregano malesseri psicologici individuali (ansie, disorientamento, isolamento, vulnerabilità) in immaginari politici alternativi. Di fronte al collasso dell’ordine naturale e alla progressiva disumanizzazione dell’umano emergono orientamenti millenaristici e profetici non dissimili, per molti versi, a quelli documentati dall’antropologia novecentesca in molte popolazioni travolte dalla dinamica del plusvalore. Le narrazioni complottiste aspirano a trascendere collettivamente la negatività percepita nella concentrazione di potere (politico, finanziario, tecnologico) e in un uso disumano e catastrofico dei dispositivi tecnologici. Lo fanno con un linguaggio profetico che privilegia la cattura simbolica, l’evocazione spirituale, le denunce morali alla razionalità analitica. Se si sposa quest’ottica, le rappresentazioni “complottiste” non vanno valutate in base alla loro veridicità, ma vanno piuttosto comprese come tentativo di elaborare collettivamente quello che De Martino chiama escaton, il riscatto. Questo offre una visione dell’armonia possibile oltre il dramma dell’apocalisse in corso, una risposta spirituale e salvifica ai mali del mondo attuale e a quelli che si preannunciano nel prossimo futuro.

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Sapessi com’è strano (Piccole stregherie 5) https://www.carmillaonline.com/2026/07/03/sapessi-come-strano-piccole-stregherie-5/ Fri, 03 Jul 2026 20:00:39 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95314 di Franco Pezzini

Pier Carpi, Un’ombra nell’ombra, prefazione di Andrea Gibertoni e Mauro Corradini, postfazione di Davide Pulici, pp. 296, € 17, Agenzia Alcatraz, Milano 2026.

A vederlo intervistato da Enzo Biagi (Gelli: io lo conosco bene, AccasFilm 1983), Pier Carpi ostenta un candore e una simpatia perplessa che lascia un po’ straniati: si proclama non massone ma dichiaratamente “molto amico” di Licio Gelli, si è “trovato” nelle liste P2 con l’indicazione “consultare” – quindi forse l’arcifaccendiere intendeva solo proporgli un’iscrizione… – e insomma si fatica a incastonarlo in quel teatrino ripugnante di cadaveri viventi fascistoidi tra stragi, bancarotte e depistaggi [...]]]> di Franco Pezzini

Pier Carpi, Un’ombra nell’ombra, prefazione di Andrea Gibertoni e Mauro Corradini, postfazione di Davide Pulici, pp. 296, € 17, Agenzia Alcatraz, Milano 2026.

A vederlo intervistato da Enzo Biagi (Gelli: io lo conosco bene, AccasFilm 1983), Pier Carpi ostenta un candore e una simpatia perplessa che lascia un po’ straniati: si proclama non massone ma dichiaratamente “molto amico” di Licio Gelli, si è “trovato” nelle liste P2 con l’indicazione “consultare” – quindi forse l’arcifaccendiere intendeva solo proporgli un’iscrizione… – e insomma si fatica a incastonarlo in quel teatrino ripugnante di cadaveri viventi fascistoidi tra stragi, bancarotte e depistaggi che arriva a lambire (ma i responsabili negano) il tentato golpe Borghese e le ombre equivoche di Gladio, a toccare lo scandalo del Banco Ambrosiano, a flirtare con dittature e putredini assortite a livello internazionale. Perché il quadro, a prescindere dalla superficialità di tante adesioni alla P2, resta questo…
Se poi Gelli tenterà persino l’estrema baracconata di mirare al Nobel per la letteratura come poeta, a darci un assaggio di come il grottesco e il drammatico vadano spesso a braccetto, Pier Carpi (1940-2000) alcuni numeri da far valere in campo artistico li aveva sul serio. Non da Nobel, d’accordo, ma almeno tali da meritare qualche attenzione – il che non candeggia le sue frequentazioni, ma induce a separare un tantino gli ambiti.
In realtà neanche troppo. L’immaginario di Carpi è fitto di sette, di seduzioni misteriche di potenti, di movimenti sotto la superficie, di “eroi” in fondo nobili, destinati a melodrammatiche sconfitte sui tempi brevi ma in ultimo vincitori. Come quel Gelli che dichiarerà in una celebre intervista:

Ho una vecchiaia serena. Tutte le mattine parlo con le voci della mia coscienza, ed è un dialogo che mi quieta. Guardo il Paese, leggo i giornali e penso: ecco qua che tutto si realizza poco a poco, pezzo a pezzo. Forse sì, dovrei avere i diritti d’autore. La giustizia, la tv, l’ordine pubblico. Ho scritto tutto trent’anni fa. (Concita De Gregorio, “Giustizia, tv, ordine pubblico è finita proprio come dicevo io”, in la Repubblica, 28 settembre 2003)

E vedendo la nostra Italia non si può che dargli ragione.
Sia chiaro, non si intende appiattire Carpi o il romanzo qui presentato – molto bello, merita assolutamente la lettura – sull’appartenenza alla P2 o sul profilo del “molto amico” Gelli. In questione è piuttosto un clima di misteri d’Italia coltivato dall’arcifaccendiere attraverso collaborazioni con patrioti farlocchi e rituali pseudomassonici, servizi deviati e furbetti del quartierino, e in parallelo da Carpi inseguendo tra fumetti, rotocalchi e pellicole i temi del revival magico che sbotta tra fine Sessanta e primi decenni Settanta, e vede anzi in lui una voce significativa e competente. Un’Italia da Segno del comando – uno sceneggiato che non a caso salda i due filoni misterici – dove esoterismi ambigui e clericalismi nostalgici, “paure di morti ed in congreghe / diavoli goffi con bizzarre streghe”, sussurri di società segrete e suppurazioni negromantiche a richiamare dalle tombe della storia la feccia nera (e il fetore che ne deriva) finiscono nello stesso calderone.
Il libro del 1974 che meritoriamente Alcatraz ripropone può leggersi dunque come un godibilissimo, buon romanzo fantastico e insieme (sottolineano gli introduttori) “mito moderno”, “parabola morale”, storia di “discesa consapevole nell’oscurità” al crocevia tra interessi di scrittura e di regia dell’autore, che ne trarrà un film garbato (Un’ombra nell’ombra, 1979, lo analizza con sapienza Pulici nella postfazione): un’opera, come qualità, idealmente a metà tra il divertente, riuscito feuilleton in costume Cagliostro (1975, ufficialmente diretto da Daniele Pettinari, con un gran cast) e il totalmente folle Povero Cristo (1975, con Mino Reitano nel doppio ruolo del protagonista e di Gesù) che richiede allo spettatore un certo amore per il bizzarro. Ma insieme Un’ombra nell’ombra è un intrigante documento storico su convulsioni ideali di un passato che non hanno ancora finito di interpellare il nostro immaginario come singoli e come società.
Cerco di non ammazzare la trama, condotta da Carpi a un ritmo torpido e torbido, onirico e ipnotico, con spoiler che la traviserebbero: dimentichiamo le storie di sette alla Dennis Wheatley, con forti polarizzazioni tra bene e male e lezioncina politica annessa. In una Milano “Senza fiori, senza verde, / senza cielo, senza niente” come in una vecchia canzone di Memo Remigi (del 1965, ma riproposta un anno dopo il romanzo, nel 1975, nell’album “Emme” come Milano) un gruppo di streghe – nel senso di donne con poteri che esse stesse non capiscono, e lambite dall’oscurità – incassa con sgomento la notizia del suicidio d’una consorella. Del gruppo fa parte la protagonista Carlotta, che matura la consapevolezza d’una crisi profonda del gruppo: se l’Ombra a tratti si manifesta e in qualche modo le adepte le hanno lasciato consciamente spazio in una complessa strategia di luci e buio interiori (del resto varie sono le scene del romanzo dove la luce viene spenta per poi riaccendersi e poi spegnersi di nuovo…), la loro non è un’adesione tout court al diabolico, ma il tentativo pericoloso, forse imprudente ma certo timido e comunque pasticciato di comprendere una diversità che le isola – posizioni dove in fondo troviamo qualcosa di Pier Carpi, figura sempre al limite tra ricerca genuina (si pensi alla sua saggistica) e affabulazione fantasiosa e ambiguamente ammiccante, tra frequentazione del Nero e non completa risoluzione in esso, tra peripli in acque insidiose per amor di conoscenza e nostalgia di antiche e perdute agenzie di sicurezza interiore.
Le posizioni gnostiche di protagonista & consorelle finiranno con il trovarsi in catastrofica collisione con quelle diaboliste della figlia di Carlotta, Daria: l’ennesima bambina raggelante delle fantasie d’epoca, sorella ideale della Regan dell’Esorcista (libro 1971, film 1973) e di infinite altre malebimbe del cinema popolare coevo, ma che a differenza di Regan ha scelto lucidamente il Male. Che non è un diavolo “facile” da folklore, né quello scatenato in battaglia di Blatty & Friedkin, né l’altro grottesco/sinistro da riunione di condominio di Ira Levin (Rosemary’s Baby del 1967, film 1968), né l’ispiratore di criminose politiche internazionali di The Omen (1976, con seguiti) o di fatali escalation nucleari di Holocaust 2000 (1977), ma un’ombra reale che alligna nelle scelte di vita quotidiana per condurle al male, un’ombra nell’ombra che minaccia il futuro e che si confonde alla fine con la silhouette di Daria. Decisa a essere protagonista e non solo defilata comparsa di una storia tracciata da altri, come sua madre e le consorelle: dove viene pure il dubbio (ma allora il vecchio Wheatley tornerebbe a bomba) che il diavolo da lei scelto sia in fondo anche metafora di una ribellione epocale e iconoclasta. Poi è vero che Pier Carpi circonfonde il tutto di ammiccamenti e intuizioni su un occulto piuttosto tecnico, che si fatica a esaurire in simbolo sociale. Ma certo il set meneghino apre domande, e nelle sue nebbie tutto si confonde. Sapessi com’è strano trovar la magia nera a Milano…
Il dialogo con il sacro prosegue peraltro per tutto il romanzo, e con toni per nulla scontati. Se il sacerdote in crisi don Lorenzo, coinvolto dalle consorelle in un rituale piuttosto equivoco (che ricorda certi pateracchi sacramental-blasfemi alla Abate Boullan nella Francia di fine Ottocento), riscopre la propria fede proprio nel confronto con l’Ombra, Pier Carpi non ne trae una facile lezioncina devota. E indicativo è anzi il dialogo di Carlotta con uno scrittore sosia dell’autore che nella Chiesa delle liturgie tradizionali individua, da esterno, la vera erede dei Misteri dei magi. Posizioni che probabilmente oggi definiremmo teocon, ma che – va a merito dell’autore – restano impostate in modo più interessante di certi sbracati teatrini polemici da sovranisti in sacrestia.
In compenso il tentativo di problematizzare criticamente sulla Chiesa “sociale” del tempo, pur trattenendo spunti d’interesse, svela a dispetto dei proclami libertari dell’autore (“Oggi la ribellione viene spesso chiamata follia. Soltanto perché non è capita e viene come sempre dai diversi, dagli esclusi, dai giovani”, così Carpi nel 1978) la sua matrice sostanzialmente conservativa. Il che, con rispetto per la complessità delle sue posizioni, da chi è “molto amico” di Gelli non ci sorprende davvero.

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Sport e dintorni – Storia popolare e politica del ciclismo https://www.carmillaonline.com/2026/07/02/sport-e-dintorni-storia-popolare-e-politica-del-ciclismo/ Thu, 02 Jul 2026 20:00:15 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95238 di Gioacchino Toni

Ramon Usall, Un secolo in salita. Storia popolare e politica del ciclismo, Mimesis, Milano-Udine, 2026, pp. 298, € 20,00

Alla luce dell’imminente partenza del Tour de France 2026, giunto alla centotredicesima edizione, vale la pena ricordare come la sua nascita agli albori del Novecento sia stata fortemente influenzata dalle pulsioni antisemite di importanti imprenditori francesi. Il primo Tour si è tenuto nel 1903, ma si può far risalire la sua storia alla fine del secolo precedente quando, in Francia, anche la stampa sportiva si è trovata a confrontarsi con l’Affaire Dreyfus. Di fronte alla presa di posizione in favore [...]]]> di Gioacchino Toni

Ramon Usall, Un secolo in salita. Storia popolare e politica del ciclismo, Mimesis, Milano-Udine, 2026, pp. 298, € 20,00

Alla luce dell’imminente partenza del Tour de France 2026, giunto alla centotredicesima edizione, vale la pena ricordare come la sua nascita agli albori del Novecento sia stata fortemente influenzata dalle pulsioni antisemite di importanti imprenditori francesi. Il primo Tour si è tenuto nel 1903, ma si può far risalire la sua storia alla fine del secolo precedente quando, in Francia, anche la stampa sportiva si è trovata a confrontarsi con l’Affaire Dreyfus. Di fronte alla presa di posizione in favore del capitano alsaziano di origine ebraica Dreyfus da parte del giornale sportivo “Le Vélo”, organizzatore delle principali gare ciclistiche francesi dell’epoca, diversi industriali francesi hanno deciso di ritirare le inserzioni pubblicitarie e di fondare una nuova testata sportiva su posizioni più conservatrici denominata in un primo tempo “L’Auto Vélo”, poi “L’Auto”. Si deve a questa nuova testata dalle pagine gialle, per differenziarsi dal colore verde utilizzato dal giornale concorrente, l’organizzazione del primo Tour in sei tappe.

È con il racconto della nascita del Tour de France che si apre il volume Un secolo in salita (Mimesis 2026) del sociologo catalano Ramon Usall in cui vengono ripercorsi in quaranta capitoli, che scorrono come le tappe di un grande giro, alcuni grandi accadimenti che hanno attraversato il Novecento con cui si è trovato a fare i conti il ciclismo a partire, come detto, dalla nascita della Grande Boucle, proseguendo poi attraverso la Guerra civile spagnola, la Francia del Front populaire, l’uso propagandistico dello sport nell’Italia fascista e nella Germania nazista, i movimenti indipendentisti e anticoloniali, le strade del maggio ’68 parigino e via dicendo, fino a concludersi con le sfide ciclistiche tra Stati Uniti e Unione Sovietica nei primi anni Ottanta. Il volume di Usall si inserisce nell’ambito di quelle letture della realtà sportiva che coniugano la passione per lo sport e uno sguardo critico attento alle sue implicazioni storico-sociali.

Tornando al Tour de France, che nella sua edizione 2026 prende il via da Barcellona, occorre notare come l’usanza di organizzare qualche tappa al di fuori dei confini nazionali, introdotta nel corso della sua quarta edizione nel 1906, non sia sempre stata dettata da motivazioni di ordine meramente commerciale. Ad esempio, a partire da quell’edizione, per alcuni anni l’itinerario del Tour ha previsto il passaggio nelle regioni dell’Alsazia e della Lorena, all’epoca a sovranità tedesca, con l’esplicita intenzione di “allargare” simbolicamente i confini francesi ai territori persi in linea con le posizioni nazionaliste del quotidiano sportivo “L’Auto”, organizzatore del Tour. Tale testata, nata, come detto, sull’onda dell’antisemitismo di alcuni industriali all’epoca dell’Affaire Dreyfus, ha mantenuto nel tempo la sua inclinazione reazionaria, tanto che nel periodo della seconda guerra mondiale non ha mancato di trasformare l’iniziale presa di posizione antinazista in esplicito collaborazionismo ed aperta ostilità nei confronti della Resistenza francese, posizioni che, a fine guerra, hanno portato alla chiusura del giornale e alla condanna a morte del direttore.

Dal volume di Usall emerge come le testate sportive abbiano avuto un ruolo centrale nella promozione e nell’organizzazione delle gare ciclistiche in molti Paesi. Lo stesso Giro delle Fiandre, che si tiene in Belgio dal 1913, è nato per volontà del giornale sportivo “SportWereld” esplicitamente schierato con il nazionalismo fiammingo. Sfruttando il collaborazionismo della comunità fiamminga con l’occupante nazista, De Ronde, come amano chiamarla nelle Fiandre, è stata l’unica classica a disputarsi anche durante la seconda guerra mondiale.

La bicicletta ha assunto un suo ruolo anche nella storia della lotta di emancipazione basca a partire dalle gare ciclistiche organizzate ad inizio Novecento ancora una volta da un giornale sportivo, l’“Excelsior”, per far conoscere al mondo la loro lotta indipendentista attraverso itinerari estesi anche ai territori a sovranità francese. Passate nel periodo franchista sotto l’organizzazione del quotidiano “La Voz de España” – sulla cui testata campeggia il motto “Dio, Patria, Re” –, le corse basche sono state assoggettate alla dittatura spagnola, tanto che il Gran Premio República, nato nel 1932 per celebrare la proclamazione della Repubblica, è stato sostituito dalla Vuelta a España organizzata per la prima volta nel 1935 dal quotidiano antirepubblicano “Informaciones” caratterizzato da posizioni antisemite e filonaziste. Anche in ambito catalano la storia del ciclismo è segnata dall’eliminazione ad opera del franchismo di gare come La Republicana, tenutasi per alcune edizioni a metà degli anni Trenta, e la manifestazione cicloturistica Jaca-Barcelona promossa dal quotidiano barcellonese progressista repubblicano “El Diluvio” in memoria della tragica sollevazione antimonarchica di Jaca del 1930. Allo stesso stesso giornale si deve l’organizzazione del trofeo Pedal Antifascista del 1937 a sostegno del Soccorso Rosso Internazionale.

Nella Francia del Front populaire il Tour è stato seguito con grande attenzione anche dai quotidiani “Le Populaire (organo della Sfio) e “L’Humanité” (organo del Pcf), in passato critici nei confronti della gara per i suoi legami con gli industriali e con i settori politici conservatori. “L’Humanité”, ad esempio, ha colto l’occasione per dedicare una rubrica alla puntuale ricostruzione storica delle rivolte popolari dei luoghi attraversati dal Tour, per manifestare lungo il tracciato le vertenze dei lavoratori e per esprimere solidarietà alla Spagna repubblicana minacciata dal franchismo.

Come visto, oltre agli aspetti economici e sportivi, non di rado l’itinerario delle competizioni ciclistiche è stato pianificato anche per motivazioni politiche. Nell’edizione del 1952 del Tour è stata introdotta la tappa Vichy-Parigi per suggerire la necessità di giungere ad una sorta di riconciliazione nazionale dopo le profonde lacerazioni della guerra, mentre nel 1987 la competizione francese ha preso il via in una Germania ancora divisa dal muro a Berlino Ovest, così da segnalare la sua collocazione all’interno del “mondo libero”. Un altro itinerario studiato a tavolino per trasmettere messaggi politici avrebbe voluto collegare Parigi con Mosca nel 1989. L’intenzione degli organizzatori – le testate giornalistiche “Pravda” (Urss), “Neues Deutschland” (Ddr), “Trybuna Ludu” (Polonia), “Rudé Právo” (Cecoslovacchia) e “L’Humanité” (organo del Pcf francese) – era quella di celebrare l’anniversario della Rivoluzione francese legandola a quella russa. Il progetto è poi naufragato a causa dello sgretolarsi del blocco sovietico. Anche il Tour ha voluto celebrare a suo modo il bicentenario della Rivoluzione francese con la tappa Versailles-Parigi.

L’utilizzo dello sport come macchina di regolamentazione sociale e di propaganda da parte del fascismo italiano e del nazismo tedesco è noto. Anche il ciclismo è stato assoggettato a tali obbiettivi ed a tal proposito Usall si sofferma sulle vicende del ciclista tedesco Albert Richter che ha finito per pagare con la morte per mano della Gestapo nel 1939 il suo costante rifiuto di adeguarsi al saluto nazista e di portare la svastica sulla maglia. In ambito italiano viene ricordato nel volume lo sfruttamento propagandistico fascista del successo di Bartali al Tour del 1938 ed il ruolo “distensivo” che si è voluto vedere nel successo del campione italiano nell’edizione del 1948 in occasione dell’attentato a Togliatti.

Le competizioni ciclistiche si sono intrecciate anche con i movimenti anticoloniali, come nel caso del corridore algerino Ahmed Kebaïli, combattente indipendentista che ha pagato con la tortura e la prigionia la sua militanza, che con i suoi successi ha rappresentato l’orgoglio di un popolo in lotta contro il colonialismo francese. Le competizioni sportive tra “Paesi fratelli” del blocco socialista si sono rivelate occasioni di riscatto per i “Paesi satelliti” nei confronti del controllo esercitato su di essi dall’URSS. Nel volume viene ricordato il caso del ciclista polacco Stanisław Królak, vincitore nel 1956 della Varsavia-Praga, denominata all’epoca Corsa Internazionale della Pace. Anche in questa competizione l’itinerario è stato sfruttato per trasmettere messaggi politici: l’intenzione degli organizzatori è stata infatti quella di celebrare lo spirito di fratellanza tra i “Paesi fratelli” e, alla luce della scelta di far iniziare la corsa il primo maggio, la portata internazionale della festa dei lavoratori. Anche nella Jugoslavia di Tito il Trka Kroz Jugoslaviju, competizione nata nel 1937 in età monarchica, l’itinerario è stato studiato in modo da attraversa tutte le aree del Paese, così da rappresentare simbolicamente l’unità e la fratellanza di popolazioni diverse.

La storia del Tour de France riflette la storia della società francese e con essa il ruolo femminile; sino al 1979, salvo rarissime eccezioni, alle donne è stata preclusa la partecipazione alla carovana ciclistica anche in ambito giornalistico. Atteggiamenti discriminatori nei confronti delle donne da parte di ciclisti e giornalisti non sono mancati nemmeno nei decenni successivi. Usall si sofferma anche sul ruolo della bicicletta durante le insorgenze studentesche e operaie del ’68 francese: se da un lato il blocco dei trasporti pubblici e del settore degli idrocarburi ha riempito le strade delle grandi città di biciclette, dall’altro il ciclismo professionistico ha guardato con ostilità le mobilitazioni temendo, fino all’ultimo, di veder sfumare l’edizione del Tour di quell’anno. Soltanto il graduale ritorno all’ordine del Paese ha permesso il regolare svolgimento della competizione mentre, parallelamente, nella Spagna franchista, la Vuleta ha dovuto confrontarsi con le manifestazioni degli indipendentisti baschi. Nel 1974 il Tour de France è stato preso di mira dagli antifranchisti anarchici spagnoli dei Gruppi d’Azione Rivoluzionaria Internazionalista (Gari) e, pochi anni dopo, gli incidenti che hanno caratterizzato le tappe basche della Vuelta del 1978, hanno determinato la scelta di non attraversare più qui territori fino agli anni Duemila. Anche la decisione di far partire nel 1988 la Vuelta dalle isole Canarie, a rimarcare il loro assoggettamento alla Spagna, ha determinato azioni di protesta da parte degli indipendentisti locali. A riverberarsi sullo sport, ciclismo compreso, sono stati anche i difficili rapporti tra Francia e Spagna negli anni Ottanta derivati da contenziosi di natura agricola nell’ambito della Comunità europea e dalla questine dei prigionieri baschi riconsegnati dai francesi alle autorità spagnole.

Nei primi anni Ottanta la Guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica ha finito per riflettersi anche in ambito sportivo con una serie di reciproci boicottaggi alle competizioni internazionali organizzate da uno o dall’altro blocco. Tra le eccezioni figura la partecipazione sovietica, nel 1981, alla Coors Classic, la principale competizione ciclistica nordamericana. Se a livello individuale la sfida, seguita con estremo interesse dai media internazionali che hanno voluto leggervi la sfida il mondo capitalista e quello socialista. Nella vittoria nella classifica individuale di uno statunitense davanti a due sovietici e nel trionfo dell’URSS nella gara a squadre diversi media hanno voluto cogliere le differenze tra i due sistemi, la valorizzazione dell’individualismo in un caso e del collettivo nell’altro. Con lo sgretolarsi definitivo del mondo sovietico è terminato anche il suo sistema sportivo. A tal proposito Usall si sofferma sul caso del ciclista di origini usbeke Djamolidine Abdoujaparov, campione degli anni Novanta formatosi nel sistema sportivo sovietico, che non ha mai nascosto di provare nostalgia per il mondo in cui è cresciuto.

Con Un secolo in salita Usall propone un’avvincente storia popolare e politica del ciclismo concentrandosi soprattutto sulle competizioni a tappe francesi e spagnole che merita di essere letta anche dai non appassionati delle corse in bicicletta. Unica annotazione che si può muovere all’autore è quella di non essersi soffermato altrettanto sul contesto italiano e in particolare sul Giro d’Italia, una gara ciclistica meritevole di essere affrontata nell’ambito della sua storia popolare e politica delle due ruote. Chi volesse affrontare la storia del panorama ciclistico italiano alla luce dei suoi risvolti politico-sociali, oltre che sportivi, può contare sul meticoloso studio che vi ha dedicato Stefano Pivato nei suoi volumi Sia lodato Bartali (Castelvecchi, 1986), La bicicletta e il sol dell’avvenire (Ponte alle Grazie, 1992), Il Touring Club Italiano (Il Mulino, 2007) e Storia sociale della bicicletta (Il Mulino, 2019).


Sport e dintorni – serie completa

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Quando in Indonesia finirono le illusioni della “terza via” e delle rivoluzioni nazionali a carattere socialista https://www.carmillaonline.com/2026/07/01/il-nuovo-disordine-mondiale-39-lillusione-del-non-allineamento-e-delle-rivoluzioni-nazionali-di-carattere-socialista/ Wed, 01 Jul 2026 20:00:17 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95195 di Sandro Moiso

Nicola Tanno, Arcipelago rosso. Lotta politica e genocidio in Indonesia (1914-1968), Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2026, pp. 256, 22 euro

Viviamo per lottare e lottiamo per vivere. Non viviamo per il semplice gusto di esistere, ma per difendere la vita con coraggio fino all’ultimo battito del cuore. Dalla nascita all’ultimo respiro, la vita è sempre una lotta. Talvolta ci attende una prova durissima, talvolta una battaglia aspra. Non ogni contesa conduce alla vittoria. Ma il senso della vita è avere il coraggio di affrontare quelle battaglie e, insieme, aspirare a vincerle. (Sudisman, ultimo segretario generale del Partito Comunista [...]]]> di Sandro Moiso

Nicola Tanno, Arcipelago rosso. Lotta politica e genocidio in Indonesia (1914-1968), Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2026, pp. 256, 22 euro

Viviamo per lottare e lottiamo per vivere. Non viviamo per il semplice gusto di esistere, ma per difendere la vita con coraggio fino all’ultimo battito del cuore. Dalla nascita all’ultimo respiro, la vita è sempre una lotta. Talvolta ci attende una prova durissima, talvolta una battaglia aspra. Non ogni contesa conduce alla vittoria. Ma il senso della vita è avere il coraggio di affrontare quelle battaglie e, insieme, aspirare a vincerle. (Sudisman, ultimo segretario generale del Partito Comunista Indonesiano. Discorso difensivo dinanzi al tribunale militare straordinario (Mahmillub) poco prima della condanna a morte – 21 luglio 1967)

All’epoca non costituì soltanto una strategia comunicativa tra le tante possibili, ma un sogno di alterità rispetto all’esistente. Una possibilità altra di riorganizzare il mondo al di fuori della spartizione del pianeta tra le due uniche superpotenze uscite vincitrici dal secondo macello imperialista: USA e URSS. Ma, come tutti i sogni, era destinato a finire, senza aver mai inciso davvero sulla realtà.

Si parla, ovviamente, del movimento dei Paesi non allineati che anche se era nato ufficialmente con il vertice tenutosi a Belgrado dal 1° al 6 settembre 1961, in realtà, aveva iniziato a formarsi con la Conferenza di Bandung, in Indonesia, ospitata dal presidente Sukarno su iniziativa di Josip Broz Tito, Jawaharlal Nehru e Gamal Abd el-Nasser. Un movimento da cui avrebbe preso vita la definizione di Terzo Mondo, ispirata al Terzo Stato protagonista della Rivoluzione francese e, per questo motivo, tutt’altro che riduttiva; i cui intenti dichiarati erano, oltre a quelli di una necessaria presa di distanza sia dagli USA che dall’URSS, costituiti dall’opposizione al colonialismo, all’ imperialismo e al neocolonialismo.

A quell’epoca i paesi aderenti erano 25, in gran parte, escluse Iugoslavia e Cuba, appartenenti all’Africa, al Medio Oriente, al Sub-continente indiano e all’estremo oriente peninsulare, mentre il vertice successivo si sarebbe tenuto al Cairo nel 1964, tra 46 Stati. Con il vertice del 1969 a Lusaka si sarebbe poi giunti alla realizzazione di una struttura permanente su temi economici e politici. Ma con il venir meno dei suoi principali leader e promotori come Nasser, Neheru e il maresciallo Tito il movimento avrebbe perso progressivamente peso e importanza a partire dalla fine degli anni 1960, anche se continuò ad attirare molti Paesi usciti dalla colonizzazione che, con il passare degli anni, l’avrebbero associato principalmente ad un’unione che garantisse sostegno economico per lo sviluppo.

E’ sicuramente un lungo cappello introduttivo quello che qui si è posto alla recensione del libro di Nicola Tanno pubblicato da Mimesis, ma utile per inquadrare un insieme di illusioni, prospettive politiche e valutazioni più di carattere ideologico che materiale, che fecero parte di una lunga storia, spesso contraddittoria e confusa, di cui il massacro perpetrato nei confronti del Partito Comunista Indonesiano (PKI) nel 1965 costituì un elemento tutt’altro che secondario, essendo avvenuto proprio nel paese in cui tale movimento aveva iniziato formalmente il suo cammino.

Un paese che conta oggi quasi trecento milioni di abitanti, ponendosi in tal modo al quarto posto tra quelli più popolati (dopo India, Cina e Stati Uniti), costituisce la nazione islamica più grande (in cui quasi il 90% della popolazione aderisce all’Islam) e si estende su un territorio di un milione e 905mila chilometri quadrati suddiviso in un arcipelago formato da 17.508 isole (di cui 2.342 abitate, secondo le stime del governo nel 2013), tra le quali le maggiori sono quelle di Giava, Sumatra, Borneo e Papua o Nuova Guinea Occidentale. Le due ultime attualmente condivise con Malesia e Brunei la prima e con lo Stato di Papua Nuova Guinea nella sua parte sud-orientale.

Anche se la lingua ufficiale, almeno fin dalla dichiarazione di indipendenza del 1945, è l’indonesiano occorre segnalare che le lingue presenti sul territorio sono almeno 700, secondo le stime riportate da Tanno, e che la maggior parte degli indonesiani parla almeno una di queste lingue locali (bahasa daerah), spesso come prima lingua. Di queste il giavanese è la più parlata, essendo la lingua del principale gruppo etnico e anche dell’isola che da sola raccoglie circa la metà della popolazione complessiva.

Nell’economia indonesiana odierna è il settore dei servizi a garantire la percentuale più elevata della ricchezza del paese, contribuendo al 45,3% del PIL Segue l’industria (40,7%) e l’agricoltura (14,0%), anche se quest’ultima occupa ancora la parte più importante della forza lavoro, rappresentando il 44,3% dei 95 milioni di lavoratori. Mentre il settore dei servizi occupa il 36,9% delle persone impiegate e l’industria il 18,8%. Le principali industrie includono quella petrolifera e del gas naturale, dei prodotti tessili, dell’abbigliamento e il settore minerario. I principali prodotti agricoli sono olio di palma, riso, tè, caffè, spezie e gomma. Anche se ancora nel 2006 si stimava che il 17,8% della popolazione vivesse al di sotto della soglia di povertà e che il 49,0% della popolazione vivesse con meno di due dollari al giorno.

Un paese che, sicuramente ha costituito il cuore dell’impero olandese delle Indie orientali e la cui indipendenza dall’Olanda fu per forza di cose osteggiata e combattuta con un mix di parziali riforme e di brutale repressione che l’autore del libro, un collaboratore di “Jacobin Italia” laureato in Scienze politiche e relazioni internazionali e in Analisi economica delle istituzioni internazionali all’Università Sapienza di Roma che vive e lavora a Barcellona, descrive nella prima parte della sua ricerca.

Prima parte (Revolusi 1914-1948, pp. 29-70) di cui l’aspetto più interessante è costituito dal lento e contraddittorio processo di formazione e sviluppo di quello che sarebbe stato il più grande partito comunista al mondo non al potere, inferiore nei numeri solo a quello sovietico e a quello cinese. Uno sviluppo segnato da alcuni fattori cui vale la pena di dedicare attenzione sia per il loro studio che per una loro corretta interpretazione.

Il primo di questi è rappresentato dall’avere avuto tra i suoi fondatori un militante rivoluzionario neerlandese, Henk Sneevliet, giunto a Semarang nel 1914 in un momento di risveglio politico e sindacale. Proveniente da una famiglia povera, nei Paesi Bassi Sneevliet era stato capo del sindacato dei ferrovieri e aveva rotto con l’area maggioritaria del partito socialista, da lui accusata di moderatismo. Da ciò derivo un’originale mescolanza tra lavoratori indonesiani, meticci e di origine europea che, in qualche modo, superò le rigide interpretazioni secondinternazionaliste dello sviluppo delle lotte proletarie nelle colonie.

Da questo punto di vista l’aspetto forse più significativo è fornito dal fatto che tale unità tra lavoratori indigeni e allogeni avvenisse, comunque, in uno dei settori per l’epoca più avanzati dal punto di vista tecnologico e dell’importanza economica: quello delle ferrovie e dei trasporti. Cosa che, però, orientò inizialmente l’azione politica in direzione di un eccesso di attenzione nei confronti di una classe operaia industriale tutt’altro che sviluppata, in un paese che vedeva, e ancora oggi, come si è visto già prima, vede, la maggior parte della forza lavoro impiegata nell’agricoltura.

Il secondo fattore fu determinato da una radicalizzazione politica, non soltanto di quel comparto lavorativo, sviluppatasi in un contesto in cui i primi movimenti per l’indipendenza nazionale furono caratterizzati da una significativa presenza di ideali e concetti derivati dalla religione islamica, che era stata adottata per la prima volta nel nord dell’isola di Sumatra nel XIII secolo attraverso l’influenza dei commerci, diventando la religione dominante del paese nel XVI secolo. Mentre la Chiesa cattolica era stata invece introdotta dai colonizzatori e dai missionari portoghesi e il protestantesimo durante il periodo coloniale olandese.

Una presenza, quella olandese, che, come ci ricorda Nicola Tanno, solo da inizio Ottocento si era trasformata da dominio commerciale a potere coloniale vero e proprio, pur essendo gli olandesi presenti nell’arcipelago sin dal XVII secolo attraverso la Compagnia Olandese delle Indie Orientali. Avvenne dunque in questo modo che durante i primi anni del Novecento le Indie Orientali Olandesi vivessero il proprio apogeo.

Giava era la principale isola delle Indie Orientali Olandesi. Pur essendo soltanto la quinta dell’arcipelago per ordine di grandezza, essa ne era il principale centro politico, economico e culturale, ospitando nel 1920 all’incirca il 70% della popolazione delle Indie, pari a trentaquattro milioni di persone. Dalla metà del XIX secolo uno dei principali centri agricoli dell’isola divenne la fertile zona di Surakarta, incastonata tra maestosi vulcani nella parte interna del paese. Lungo la pianura migliaia di contadini coltivavano la canna da zucchero e poi trasportavano i fusti ai mulini a vapore, dove altri lavoratori erano impiegati nella loro lavorazione. Questa città era anche la capitale del Principato di Surakarta, uno Stato nominalmente indipendente, ma di fatto al servizio del governatorato delle Indie Olandesi e che, in nome dell’obbedienza ai Paesi Bassi, garantiva il mantenimento dei privilegi dell’aristocrazia giavanese. Chi viveva tra i campi di Surakarta e il porto di Semarang – nella parte centro-settentrionale dell’isola – osservava un mondo che cambiava velocemente, e viveva sulla propria pelle lo sfruttamento sia del vecchio mondo feudale che del potere capitalista e coloniale. Lungo le linee ferroviarie che trasportavano lo zucchero, viaggiavano anche idee nuove, che denunciavano il colonialismo, il feudalesimo, il capitalismo e che promuovevano la solidarietà tra i lavoratori di tutto il mondo1.

Quello che, giunti a questo punto, dovrebbe saltare agli occhi è dato dal fatto che tutto quanto avrebbe contribuito alle successive sollevazioni indipendentistiche e/o proletarie dell’arcipelago indonesiano sarebbe stato di origine esterna alla tradizione dei popoli che abitavano con le loro culture, lingue e religioni molte delle isole dello stesso; come conseguenza di una partita più ampia che, se al centro aveva il commercio di varie potenze economiche con un’area particolarmente ricca di materie prime, derivava anche dal fatto che tra l’isola di Sumatra e la prospiciente penisola malese si sviluppa uno degli stretti più importanti per il commercio mondiale, quello di Malacca. Lungo 930 chilometri e largo poco meno di due miglia nautiche nel suo punto più stretto, cosa che costringe le navi che lo utilizzano ad avere dimensioni conformi, costituendo il collegamento più breve tra l’Oceano Indiano e il Mar Cinese Meridionale e fungendo così da porta d’accesso marittima all’Asia. Come ha spiegato in una recente intervista Paola Morselli, Research Fellow per l’Asia Center dell’ISPI:

La sua importanza deriva soprattutto dalla posizione geografica che collega direttamente i principali fornitori di risorse energetiche con i grandi poli manifatturieri asiatici.
Ogni anno vi transitano circa 80mila navi, un flusso che riflette la sua centralità nelle catene di approvvigionamento globali: si stima infatti che attraverso questo stretto passi circa un quarto del commercio marittimo mondiale e oltre il 40% del petrolio trasportato via mare.
La stessa natura delle merci che passano dallo stretto è fortemente strategica in quanto riguarda le forniture energetiche dirette alle principali economie asiatiche. Paesi come Cina, Giappone, Corea del Sud e Taiwan dipendono in larga misura da questa rotta per l’importazione di petrolio e gas dal Medio Oriente. In particolare, si stima che circa l’80% delle importazioni petrolifere cinesi attraversi lo stretto. Questa combinazione di fattori rende lo Stretto di Malacca un’infrastruttura strategica insostituibile, nonostante negli ultimi anni si parli sempre più di rotte alternative o corridoi terrestri, nessuna opzione appare ad ora in grado di pareggiarne l’efficienza e i costi.

Se si stima che lo stretto di Hormuz contribuisce per il 20,9%, quello di Suez per l’8,8%, Bab-el-Mandeb l’8,6%, gli stretti danesi ovvero i tre canali che congiungono il mar Baltico con il mare del Nord il 4,9%, i Dardanelli e il Bosforo il 3,4 e il canale di Panama il 2,1%, si comprenderà come quel canale sia di enorme interesse geo-politico, economico e militare non soltanto a partire dal petrolio e da oggi. Un pesante fattore indiretto di necessità di controllo di un’area vastissima, in cui i fattori ideologici, politici, religiosi hanno quasi sempre rivestito soltanto, o quasi, la funzione di mascheramento degli interessi profondi che li agitavano, più o meno coscientemente.

Il testo di Tanno si interroga su alcune questioni essenziali: com’è stato possibile che nel biennio 1965-1966 almeno 500.000 militanti del Partito Comunista Indonesiano (PKI) siano stati assassinati dall’esercito di Suharto, finendo con l’annientare del tutto un partito così grande?

E come è stato possibile che un crimine di tali dimensioni sia stato quasi del tutto cancellato dalla narrazione storica e dalle menti degli stessi discendenti delle vittime?
Infine, quale ruolo decisivo giocarono le potenze occidentali, a cominciare dagli Stati Uniti, nel permettere e sostenere quel massacro?

Attraversando cinquant’anni di storia indonesiana, il libro racconta la storia di quel partito: dalla lotta anticoloniale contro i Paesi Bassi fino alle grandi battaglie anti-imperialiste del dopoguerra nell’Indonesia di Sukarno, segnate dalla nascita del movimento dei Paesi Non Allineati. Ma è anche il racconto dei dilemmi che il PKI si trovò ad affrontare – sul rapporto tra democrazia e rivoluzione, tra violenza e legalità, tra socialismo e nazionalismo – e che restano ancora attuali.

Problemi e dilemmi ancora scottanti per chi si voglia impegnare, ancora oggi, nella lotta anti-imperialista e contro la guerra. Motivo per il quale rivolgere l’attenzione ai miti fondativi del movimento rivoluzionario indonesiano, con il suo mai superato misto di incroci tra marxismo e islamismo, tra nazionalismo e sindacalismo, tra interessi dei lavoratori poveri e quelli della piccola e media borghesia e tra aspirazioni all’indipendenza e sudditanza agli interessi degli imperi maggiori, rimane di fondamentale e più che complessa importanza.

Ad esempio nel caso, fondamentale ad avviso di chi scrive, del conflitto dichiarato, in nome di un sempre sedicente antifascismo, dall’Occidente e dalla Russia contro l’occupazione giapponese dell’estremo oriente peninsulare e di una città importantissima come Singapore. Una lotta feroce cui fu chiamata la popolazione di quell’arcipelago anche nelle sue lande più isolate, come il Borneo, in cui la guerra nel 1945 raggiunse momenti di esasperazione, rappresaglie e crudeltà difficilmente raggiunti su altri fronti2.

Un coinvolgimento in una guerra che, però, fece sì che la forza della lotta anticoloniale dei popoli sottomessi agli imperi occidentali volgesse a favore dell’Occidente stesso e che Stalin contribuì a benedire sostenendo che in quel frangente la lotta anti-imperialista e anticolonialista nei confronti dell’Olanda, della Gran Bretagna e della Francia dovesse lasciare il passo a quella «prioritaria» contro l’imperialismo giapponese. Un modo come un altro, dopo tutta la sequela di battute d’arresto, cambi di fronte e di parole d’ordine, di tattiche e strategie politiche, tutte riassunte nel libro di Tanno, che avevano accompagnato l’Internazionale Comunista fin dagli anni successivi alla rivoluzione d’ottobre, per sviluppare l’idea del socialismo in un solo paese e la sua difesa. A qualsiasi costo: politico, economico e umano.

Ecco dove affondava le radici il fallimento, annunciato, non solo del non allineamento come alternativa o terza via di sviluppo tra capitalismo e socialismo, ma soprattutto del movimento comunista indonesiano. Utilizzato e poi abbandonato anche dallo stesso presidente Sukarno, abile venditore di se stesso e della propria ideologia politica destinata a governare un paese troppo grande e diviso attraverso gli strumenti della mescolanza ideologica tra religione, laicismo, marxismo sempre e irrimediabilmente deformato, sviluppismo e valori provenienti dalle necessità dell’accumulazione di stampo capitalistico. Cui la bestiale repressione neerlandese e anglo-americana pose fine senza interrompere la continuità degli interessi nazionali, imperiali e neo-coloniali.

Senza tutto ciò, e senza l’incomprensione mostrata dai rivoluzionari per la complessità di quel mondo, il «metodo Giacarta» non sarebbe certo stato sufficiente3. Così, proprio per questo motivo, l’entità del crimine, la vastità della sconfitta, le insurrezioni mancate e quelle fallite non possono soltanto servire a farci invocare la giustizia, soprattutto quella di un ordine internazionale superiore mai esistito e sempre asservito, per perorarne ancora la causa, ma al contrario farci riflettere sugli errori e sulla loro diabolica ripetizione. Non solo per pietà per i caduti e gli sconfitti, ma per non ripetere parole d’ordine, formule politiche e giaculatorie talmudiche inefficaci e troppo spesso nate già morte.

In una sorta di eterno giorno della marmotta politico, senza alcuna via d’uscita4.


  1. N. Tanno, Arcipelago rosso. Lotta politica e genocidio in Indonesia (1914-1968), Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2026, pp. 29-30.  

  2. Si veda lo spietato romanzo Addio al Re di Pierre Schoendoerffer (Bompiani 1970 – ed. originale Éditions Bernard Grasset 1969) da cui, nel 1988, John Milius avrebbe tratto un film (Farewell to the King) interpretato da Nick Nolte, in cui si narra come i soldati giapponesi fossero giunti al cannibalismo per continuare la resistenza e la propria sopravvivenza e avessero contribuito a massacrare con implacabile ferocia le tribù locali che avevano accettato di combattere contro di loro. Pierre Schoendoerffer (1928-2012) è stato anche regista cinematografico e in questa veste realizzò, nel 1964, La 317e Section, in assoluto il miglior documento filmico sulla catastrofe militare del colonialismo francese in Indocina dopo la sconfitta di Diên Biên Phu, che vinse il premio per la migliore sceneggiatura al Festival di Cannes del 1965.  

  3. Si veda: V. Bevins, Il metodo Giacarta. La crociata anticomunista di Washington e il programma di omicidi di massa che hanno plasmato il nostro mondo, Giulion Einaudi Editore, Torino 2021. Si vedano, inoltre anche i due documentari di J. Oppenheimer: The act of killing del 2012, candidato agli Oscar come miglior documentario e The look of silence (2014), che si ricollega ai fatti del precedente (il massacro in Indonesia degli oppositore del generale Suharto), presentato in concorso alla 71ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove ha vinto il Gran Premio della Giuria, il premio FIPRESCI, il Mouse d’Oro della critica online italiana e il Premio Miglior Film dell’Area Europea e Mediterranea.  

  4. Il riferimento è al film Groundhog Day di Harold Ramis, realizzato nel 1993, in cui il protagonista (Bill Murray) appare rinchiuso in un loop temporale che lo condanna a risvegliarsi sempre nello stesso giorno e a ripetere le medesime azioni.  

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Ritratto di strega https://www.carmillaonline.com/2026/06/30/ritratto-di-strega/ Tue, 30 Jun 2026 20:00:48 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95310 di Francesco Gallo

Francesca Mattei, Come si smette di avere una faccia, pp. 214, € 18, effequ, Roma 2026.

C’è ancora chi stenta a credere che le grandi persecuzioni contro le streghe abbiano avuto, tra i vari obiettivi, l’eliminazione di un numero considerevole di devianze; ovvero, persone e comportamenti (tanto individuali quanti collettivi) contravvenenti alle norme sociali di una data comunità. Tra il Quattrocento e il Settecento, e fino al 1944 – quando la medium Helen Duncan, sulla base del Witchcraft Act promulgato dal Parlamento della Gran Bretagna nel 1713, venne condannata a nove mesi di carcere –, i processi per [...]]]> di Francesco Gallo

Francesca Mattei, Come si smette di avere una faccia, pp. 214, € 18, effequ, Roma 2026.

C’è ancora chi stenta a credere che le grandi persecuzioni contro le streghe abbiano avuto, tra i vari obiettivi, l’eliminazione di un numero considerevole di devianze; ovvero, persone e comportamenti (tanto individuali quanti collettivi) contravvenenti alle norme sociali di una data comunità. Tra il Quattrocento e il Settecento, e fino al 1944 – quando la medium Helen Duncan, sulla base del Witchcraft Act promulgato dal Parlamento della Gran Bretagna nel 1713, venne condannata a nove mesi di carcere –, i processi per stregoneria hanno mandato al rogo un numero spaventoso tra ammaliatrici, maghe, fattucchiere e indovine. Per quale pretestuosa, assurda ragione? Si trattava di donne spesso e volentieri straniere, vedove, isolate, magari levatrici o sedicenti guaritrici. Curatrici, e alla bisogna capaci di procurare interruzioni di gravidanza volontarie a chi ne avesse la necessità; depositarie, insomma, di una serie di competenze escluse se non apertamente avversate dalla medicina ufficiale. Che era, e per certi versi, non dimentichiamolo, è ancora, quella degli uomini. Le stesse persone che a tutto questo non credono, non credono neppure all’esistenza, oggi, delle “nuove” malattie considerate “invisibili”: la fibromialgia e la vulvodinia, per esempio. Disturbi abitualmente liquidati a delle mere manifestazioni di stress, quando va bene, e che ancora una volta finiscono per collocare ai margini, se non addirittura all’esterno del consesso sociale, le donne e la loro capacità di sentire, di sentirsi. Per fortuna a testimoniare il collegamento tra questi due fenomeni – la stregoneria e la discriminazione femminile – ci sono la scrittrice Francesca Mattei e la sua ultima fatica letteraria, Come si smette di avere una faccia (effequ, 2026). Dopo l’esordio de Il giorno in cui diedi fuoco alla mia casa (Pidgin, 2021), e la novella Gli stessi occhi (Zona42, 2022), Mattei progetta e assembla un libro più maturo, rispetto alle opere precedenti, e più incisivo. Sostenuto da una voce narrante, o meglio: da più voci narranti che si alternano e che costituiscono senz’ombra di dubbio l’aspetto più riuscito dell’antologia.

Associo una delle possibili interpretazioni di queste voci a in una piccola citazione cinematografica; una breve sequenza tratta da Il giardino delle vergini suicide (1999) di Sofia Coppola; per la precisione al momento in cui Cecilia, la più giovane delle sorelle Lisbon (le quali si toglieranno la vita, tutte e cinque), al medico che la rimprovera per aver appena tentato di uccidersi («What are you doing here, honey? You’re not even old enough to know how bad life gets»), pallida, e con un filo di voce, risponde: «Obviously, doctor, you’ve never been a thirteen old girl.» Ecco: Francesca Mattei lo è stata, una ragazza di tredici anni. E, sostenuta dalla lucida grazia presente nella sua scrittura, ribadisce di esserlo ancora: di essere, volendo, ogni donna. E ogni strega.

In uno dei primissimi racconti (La fortuna) è possibile leggere: «Il primo medico che mi ha diagnosticato l’endometriosi ha detto che non era niente di grave e che comportava soltanto cicli più dolorosi della media. Sul momento non mi sono chiesta come facesse a sapere quanto fosse doloroso un ciclo mestruale, visto che era un uomo.» Fosse soltanto questo, il valore di Come smettere di avere una faccia risiederebbe principalmente nello sguardo ultra moderno che cataloga i nuovi (e vecchi) mali che affliggono la società contemporanea. A mano a mano che si procede nella lettura, però, si intuiscono le tracce di un ordito assai più complesso, più ambizioso, e, soprattutto, letterariamente appagante: un desiderio di vertiginosa trasformazione.

I passaggi in cui il corpo dei personaggi cambia, muta, finisce per assomigliare a qualcos’altro, sempre con l’idea di poter essere compreso più facilmente, sono innumerevoli. «Le mie dita si muovevano sotto la superficie turbinosa come dei vermi pallidi.» (In Cose da raccogliere.) «I miei capelli li taglio ogni giorno e sono calva. Durante la notte ricrescono. In inverno sono rami secchi, senza foglie né insetti. In estate sono fronde verdi oppure fiorite.» (In Ogni tanto qualcuno mi trova.) C’è chi ammira i tardigradi, micro-animali segmentati a otto zampe, perché: «A volte, per sopravvivere, bisogna spegnersi un po’.» E c’è chi invidia Nana, la gatta di Huda (nel racconto Il pigolio), la quale: «[…] non sa niente di quello che succede là fuori. Non sa niente dell’olocausto, dell’ascesa della Cina, dei remix accelerati di TikTok e della rotazione dell’asse terrestre. Nana non sa niente neanche di quello che succede dentro a lei stessa.» Voci differenti per timbro, frequenza, durata. Voci giovani e vecchie, credulone e scaltre, seducenti e ripugnanti. Voci che paiono avvolgersi, fermarsi quasi, come fanno i capelli tra i denti di un pettine. In Ogni tanto qualcuno mi trova la voce narrante è proprio quella di una strega: «Tutti al villaggio odiano la mia testa, quindi mi chiamano Strega. Alle donne non piace perché ricorda loro che devono invecchiare – e morire. Agli uomini non piace perché sembro una cosa viva. Per questo mi chiamano Strega.»

Assieme alle voci, però, cambia anche il libro. Contrae le forme. Le espande, le piega, diciamo così, a seconda delle esigenze. Non è una semplice raccolta di racconti, questa: la ricorsività di certi personaggi fa pensare a Olive Kitteridge di Elizabeth Strout. Oppure, per fare un esempio italiano, a Sofia si veste sempre di nero di Paolo Cognetti. Si tratta di racconti brevi, talvolta brevissimi (fulminante: Arriveranno le arance), che fanno seguito o cedono il passo a intrecci più elaborati: Siamo la ciurma anemica di una galera infame, per esempio, oppure Il pigolio, una novella che, a parere di chi scrive, rende superflua qualsiasi narrazione su OnlyFans a partire dal famosissimo Margo ha problemi di soldi di Rufi Thorpe.

I personaggi ritornano, insomma, e anche le tematiche, affrontate sempre in maniera molto consapevole; pervase, anche, da un’attenzione rivolta alle ingiustizie sociali, alle disuguaglianze di genere e alle più subdole forme di marginalizzazione. La narratrice di Cose da raccogliere, per esempio, esercita «[…] il capriccio ridicolo di una bianca ragazza annoiata.» Ne Il pigolio, i fatti del 6 gennaio 2021 accaduti a Washington D.C. (ovvero l’occupazione del Campidoglio da parte dei sostenitori di Donald Trump) vengono così riassunti: «Ora guardo questi bianchi di mezza età con la faccia larga arrampicarsi sulla scalinata del Campidoglio e penso a Huda che mi dice che gli americani fanno schifo, ma sanno come farlo.» Possiamo dotarci del linguaggio più attento e woke, sembra dirci Francesca Mattei, ma le paure, così come le insicurezze, i desideri e i dubbi che ci affliggono, sono destinati a restare sempre gli stessi. A meno che lo sguardo non cambi. Che la consapevolezza non maturi. Che il tentativo di decostruzione dei privilegi, forse la sola vera sfida etico-intellettuale contemporanea, sia genuino e ininterrotto.

La ricerca di un’affinità sentimentale, per esempio, progredisce soltanto nei confronti di chi, come i personaggi dell’Uomo e della Volpe in Ogni tanto qualcuno mi trova, sa trasformarsi tanto in un uomo quanto in una volpe così da fare esperienza dei ruoli di Persecutore, Salvatore e Vittima e ridurre l’osservazione del Triangolo di Karpman all’attività distraente di un fidget spinner.

Forse tra tutte le suggestioni presenti è David Lynch, però, a balzare più netto fuor della pagina. Per richiamo diretto, diciamo così, ma anche, o forse soprattutto, per ragioni d’atmosfera. Il racconto finale, quello che si intitola Piede in spiaggia, se da un lato richiama alla memoria Velluto blu – dove il protagonista, passeggiando in una radura, s’imbatte in un orecchio mozzato –, dall’altro trova un riferimento più fedele in Una storia vera (1999): torna alla memoria proprio la scena in cui il settantatreenne Alvin, che a bordo di un trattorino rasaerba sta andando a fare visita al fratello che vive a più di 500 chilometri di distanza, incontra una donna che ha appena investito un cervo. E non se ne capacita, la donna. Anzi: è profondamente rattristata per il fatto che oramai, dice, uccide quasi un cervo a settimana, sempre nello stesso tragitto tra la casa e il lavoro; «E da dov’è che saltano fuori?!» s’interroga poi, stranita e straniante, setacciando il vastissimo panorama brullo che li circonda. Io credo che Piede in spiaggia, così come tutti i racconti di questo Come si smette di avere una faccia, siano un po’ come questi cervi di David Lynch; per qualche ragione misteriosa, e da qualche altrettanto misteriosa dimensione, continuano a sbucare e a lasciarci, ogni volta, turbati, inquieti, sconvolti. Sempre attraversati, però, da una lieve corrente di embrionale speranza. Non foss’altro che per il piacere di fermare sulla carta quello che di extra-ordinario accade e continua ad accadere nelle nostre esistenze.

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Petrolio e conflitti globali nella crisi del capitalismo fossile statunitense https://www.carmillaonline.com/2026/06/30/petrolio-e-conflitti-globali-nella-crisi-del-capitalismo-fossile-statunitense/ Mon, 29 Jun 2026 22:30:50 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94973 di Fabio Ciabatti

Adam Hanieh, Crude Capitalism. Oil Corporate Power and the Making of the World Market, Verso Books, London 2024, pp. 336, € 18,47.

Il sovrano è pazzo, ma la sua follia non spiega un granché. Anzi è proprio ciò che va spiegato. Come è possibile che la più grande potenza mondiale, gli Stati Uniti, si sia messa nelle mani di uno squilibrato? La domanda non nasce certo da un’ingenua fiducia nelle presunte virtù della democrazia americana. Piuttosto la vera questione è come sia potuto accadere che il deep state americano, cioè l’insieme di istituzioni, apparati e interessi che garantiscono la [...]]]> di Fabio Ciabatti

Adam Hanieh, Crude Capitalism. Oil Corporate Power and the Making of the World Market, Verso Books, London 2024, pp. 336, € 18,47.

Il sovrano è pazzo, ma la sua follia non spiega un granché. Anzi è proprio ciò che va spiegato. Come è possibile che la più grande potenza mondiale, gli Stati Uniti, si sia messa nelle mani di uno squilibrato? La domanda non nasce certo da un’ingenua fiducia nelle presunte virtù della democrazia americana. Piuttosto la vera questione è come sia potuto accadere che il deep state americano, cioè l’insieme di istituzioni, apparati e interessi che garantiscono la continuità del ruolo globale degli Stati Uniti, si sia affidato a un presidente che ha una ben scarsa cognizione di quello che fa, come appare chiaramente dalla gestione della guerra scatenata contro l’Iran insieme a Israele. Per farla breve, deve essere un sistema impazzito nel suo complesso quello che riesce a partorire soltanto una strategia del “cane pazzo” (formula coniata, guarda caso, dal fu capo di stato maggiore israeliano Moshe Dayan) come unica via per cercare di tirarsi fuori dal pantano delle sue contraddizioni interne (una coesione sociale oramai in pezzi) ed esterne (la crisi della sua egemonia globale). Dio acceca chi vuole perdere, verrebbe da commentare con malcelata soddisfazione, se di mezzo non ci fossero innumerevoli vittime, per non parlare della famigerata valigetta nucleare affidata a mani davvero poco rassicuranti.

Quanto alle accennate contraddizioni esterne, un capitolo importante di questa storia andata a male è costituito dalle profonde trasformazioni che ha subito dall’inizio del nuovo millennio il capitalismo fossile a guida statunitense, perno fondamentale dell’ordine globale del dopoguerra. Sebbene si tratti solo di un capitolo di una storia più ampia, sarebbe sbagliato sottostimarene la profonda rilevanza per comprendere il proliferare sempre più accelerato di conflitti bellici a cui stiamo assistendo. A tal proposito può essere utile prendere le distanze dall’immediata attualità e soffermarsi sulle dinamiche strutturali di più lungo periodo attraverso un interessante testo di Adam Hanieh, Crude Capitalism. Oil Corporate Power and the Making of the World Market. In questo modo possiamo mettere a fuoco come il petrolio non sia semplicemente una risorsa energetica tra le altre, ma rappresenti una componente materiale che attraversa l’intero sistema economico mondiale, legando produzione industriale, trasporti, finanza e potere politico. Seguendo il libro di Hanieh possiamo comprendere come il petrolio, con la sua maggiore densità energetica, portabilità e flessibilità chimica, si sia affermato quale substrato energetico ideale per alimentare l’accumulazione senza fine del capitalismo. La sua centralità emerge se non ci limitiamo a considerare le operazioni di ricerca e estrazione del greggio (le attività a monte, upstream), ma rivolgiamo il nostro sguardo anche alla raffinazione, alla distribuzione e all’industria petrolchimica (le attività a valle, downstream). Il petrolio, in breve, è una componente strutturale del sistema industriale non solo come fonte di energia, ma anche come elemento costitutivo di una vastissima gamma di beni prodotti quali materie plastiche, fibre sintetiche, fertilizzanti, gomma ecc.

L’oro nero si afferma come perno del sistema capitalistico nell’ambito di un ordine coloniale in cui le potenze europee controllano le principali riserve, in Medio Oriente come in America Latina. Le concessioni petrolifere riflettono una divisione internazionale del lavoro che assegna ai paesi produttori il ruolo di fornitori di materie prime, mentre il valore aggiunto si concentra nei centri industriali. Questa gerarchia globale sopravvive anche dopo la conquista dell’indipendenza da parte dei paesi produttori del Medio Oriente e il parziale riequilibrio dei rapporti di forza conseguito attraverso la creazione dell’OPEC negli anni Settanta.
Nel dopoguerra il petrolio soppianta il carbone come prima fonte energetica in Europa, passaggio già avvenuto negli USA prima del secondo conflitto mondiale, diventando la base energetica per la diffusione dell’automobile, la crescita urbana e l’industrializzazione di massa. Questo ordine globale si basa su un sistema di alleanze degli Stati Uniti con i paesi produttori del Medio Oriente e, in particolare dopo il 1967, con Israele. Lo stato sionista, durante la Guerra dei sei giorni contro Egitto, Siria e Giordania, dimostra la sua utilità nello sconfiggere il nazionalismo arabo, impegnato a trasformare il petrolio nella risorsa per lo sviluppo dei Paesi produttori, sottraendo una parte consistente dei suoi proventi alle imprese occidentali. Circostanza che spiega, tra l’altro, la predilezione statunitense nello stringere legami strategici con sistemi autocratici e reazionari, meno inclini a soddisfare le rivendicazioni delle rispettive popolazioni e dunque poco propensi a sfidare, almeno in quella fase, il controllo occidentale sulle proprie risorse.
Questo controllo ha anche un altra importante conseguenza per il capitalismo globale: l’oro nero rappresenta uno dei pilastri dell’ordine finanziario internazionale grazie al suo legame con il dollaro, soprattutto a partire dagli anni Settanta con la fine del sistema di Bretton Woods e con la crescita dei prezzi del greggio successivo agli shock petroliferi. I paesi produttori, infatti, vendono il greggio in moneta statunitense e reinvestono i suoi proventi nei mercati finanziari occidentali, in particolare negli USA. Questo meccanismo rafforza il ruolo del dollaro come moneta mondiale e consente agli Stati Uniti di finanziare, ancora oggi, il proprio disavanzo e mantenere una posizione dominante nell’economia globale. 

A partire dagli anni Duemila, ed è qui che volevamo arrivare, questo sistema entra in una fase di profonda trasformazione che si può schematizzare attraverso due processi di portata storica. In primo luogo, si assiste nei paesi produttori alla crescita delle società petrolifere nazionali a controllo statale (National Oil Companies) che si sviluppano come enormi e diversificate corporation con l’integrazione delle attività a monte e a valle sul modello delle imprese americane ed europee, superando le major private nord-occidentali quanto a produzione e riserve di petrolio, capitalizzazione di mercato e quantità di esportazioni.
Per avere un’idea delle proporzioni di questo fenomeno, prendiamo come esempio Saudi Aramco, il colosso nazionale dell’Arabia Saudita. Nel 2019 ha realizzato la più grande Offerta Pubblica Iniziale di azioni al pubblico (IPO) mai vista fino ad allora (primato superato solo quest’anno da SpaceX di Musk) e nel 2022 ha conseguito il più elevato profitto mai registrato a livello globale da un’azienda, in qualsiasi settore. Analogamente, aziende come l’emiratina ADNOC, la qatariota QatarEnergy, la russa Rosneft e anche le cinesi CNPC e Sinopec svolgono un ruolo centrale sia come attori di mercato sia come strumenti di politica economica e geopolitica dei rispettivi Stati. I colossi petroliferi occidentali, invece, sono sempre più controllati da banche d’investimento, fondi di private equity e società di gestione patrimoniale, tra cui un ruolo fondamentale è riservato alle onnipresenti Big Three (Blackrock, Vanguard e State Street).
Venendo al secondo aspetto della trasformazione sopra richiamata, si deve registrare un cambiamento radicale nella geografia della domanda energetica. La maggior parte delle esportazioni di petrolio greggio e raffinato da USA, Canada e Messico si dirige verso il blocco nord americano, per lo più controllato dalle major occidentali. Per quanto riguarda il Medio Oriente, invece, il suo petrolio fluisce sempre più verso l’Asia a differenza di quanto accadeva nel secondo dopoguerra quando si dirigeva principalmente verso l’Europa occidentale. La Cina è la principale protagonista di questa trasformazione. Nel 2000 rappresentava solo il 6% della domanda mondiale di petrolio, ma dopo circa vent’anni consumava il 14% del greggio a livello globale, seconda solo agli Stati Uniti. Allo stesso tempo l’Asia nel suo complesso consumava quasi un terzo del petrolio mondiale, più di Europa, Russia, Africa, Centro e Sud America messe insieme. L’India segue una traiettoria simile a quella cinese, con una domanda in crescita rapida che la rende uno dei principali poli energetici globali. Anche la Russia, soprattutto dopo il 2022, ha ridirezionato una parte significativa delle sue esportazioni di petrolio proprio verso Cina e India, offrendo prezzi scontati e rafforzando ulteriormente l’asse energetico eurasiatico. 

Questo spostamento si riflette nel rafforzamento di rapporti economici bilaterali tra stati mediorientali e asiatici. L’Arabia Saudita ha consolidato la Cina come suo principale cliente, mentre investe direttamente in raffinerie e impianti petrolchimici del Paese. Allargando lo sguardo, tra il 2012 e il 2021, circa la metà degli investimenti provenienti da paesi non asiatici e indirizzati verso asset petroliferi della stessa Asia proveniva dagli Stati del Golfo. Non solo Cina, dunque, ma anche Corea del Sud, Singapore, Malesia e Giappone: sono questi i Paesi in cui le imprese del Golfo Persico (utilizzando materie prime provenienti dallo stesso Golfo) producono prodotti petroliferi raffinati e sostanze chimiche di base che vengono poi commercializzati in Asia. L’ex Impero celeste, da parte sua, ha indirizzato crescenti risorse finanziarie verso il Medio Oriente: tra il 2017 e il 2021 il 30% dei suoi investimenti legati al petrolio sono andati in questa regione (erano circa il 6% nel quinquennio precedente), una quota superiore rispetto a qualsiasi altra area del mondo.
Questa trasformazione riguarda in realtà l’intera organizzazione del sistema produttivo globale. La Cina e l’Asia nel suo complesso non sono soltanto grandi consumatori di energia, ma anche il centro dell’industria manifatturiera mondiale, compresa la produzione petrolchimica, attività in cui hanno superato USA e Europa. Tra il 1992 e il 2022, infatti, la capacità di raffinazione del petrolio asiatica è cresciuta fino al 29% del totale mondiale. In questo settore l’unica altra regione che aumenta la sua quota globale è il Medio Oriente che dall’inizio degli anni Novanta del secolo scorso ha più che raddoppiato la sua capacità di raffinazione, arrivata fino all’11% del totale.
È inoltre da notare il fatto che i principali attori nel settore della raffinazione dalla fine del secolo scorso sono rimasti più o meno gli stessi, mentre sono cambiate le posizioni relative: quindici imprese detengono circa la metà della capacità produttiva mondiale (era circa il 40% a fine secolo scorso) e tra queste il primo, il secondo e il quarto posto sono oggi appannaggio di sauditi o cinesi (Saudi Aramco, CNCP e Sinopec), mentre nel 1999 i tre più grandi produttori erano tutti occidentali (Royal Dutch Shell, Exxon e BP Amoco). Più in generale, circa la metà della capacità di raffinazione tra le prime quindici oil company è attualmente detenuta da imprese petrolifere nazionali, contro il 37% del 1999. Ma il controllo statale degli idrocarburi, è bene sottolinearlo, non è in contraddizione con la crescita del capitale privato in questo settore e in quelli collegati perché proprio attraverso le partnership con le società petrolifere pubbliche molti conglomerati aziendali nazionali si sono potuti espandere in Asia, Medio Oriente e Russia. 
Tutte le trasformazioni che abbiamo brevemente descritto hanno anche rilevanti  conseguenze sul mercato monetario e finanziario internazionale. Nel 2018 la Shanghai International Energy Exchange, la borsa merci cinese con focus su prodotti energetici e materie prime, lancia un contratto futures sul petrolio con l’obiettivo di farlo diventare benchmark di riferimento per il prezzo dell’oro nero nella regione Asia-Pacifico. Poiché si tratta di un contratto denominato in renminbi, la moneta cinese, esso rappresenta una potenziale minaccia per l’egemonia internazionale del dollaro. Per quanto il commercio denominato in renminbi sia cresciuto da allora, il dollaro continua ad essere di gran lunga la moneta di riferimento per il petrolio, così come per il commercio transfrontaliero in generale (per non parlare del suo ruolo ancora preponderante come valuta di riserva mondiale). Ciò non di meno la minaccia per il “privilegio esorbitante” della moneta statunitense sul mercato mondiale rimane, almeno in prospettiva, anche alla luce della situazione debitoria degli USA sempre più problematica.

Per riassumere il testo di Hanieh, la produzione di merci a livello globale, incluso molto di ciò che viene alla fine consumato in Europa e negli Stati Uniti, fa perno oramai sull’asse del capitalismo fossile che connette i giacimenti petroliferi, le raffinerie e le fabbriche tra Medio Oriente e dell’Asia. Torniamo dunque all’attualità, tenendo conto della cornice concettuale dell’autore per inquadrare la guerra contro l’Iran nell’ambito del più ampio scontro tra Stati Uniti e Cina. Il petrolio è al centro di questo conflitto, anche se la principale materia del contendere non riguarda le necessità di approvvigionamento degli USA che, anche grazie allo shale oil, sono diventati il primo produttore e uno dei più principali esportatori di petrolio a livello mondiale. La vera questione sta nell’interesse degli Stati Uniti a riprendere il controllo della risorsa attraverso cui si organizza il sistema globale per avere la capacità di condizionare lo sviluppo del Paese che viene considerato apertamente come la principale sfida sistemica all’ordine internazionale da loro guidato. Un controllo che significherebbe anche consolidare il rapporto tra oro nero e dollaro.
Se questo è il quadro, l’attacco all’Iran, per quanto progettato e gestito in modo sconsiderato, ha una sua logica che non può essere ridotta al capriccio di un presidente folle e ricattabile (anche se folle e ricattabile lo è davvero). L’Iran rappresenta un nodo strategico sia per le sue risorse sia per la sua posizione geografica. Il suo legame strategico con la  Cina ne rafforza il ruolo all’interno di un possibile blocco energetico alternativo. Lo scontro con gli Stati Uniti, dunque, riflette il tentativo di impedire che si consolidi un’integrazione tra Medio Oriente e Asia capace di sfuggire al controllo occidentale. Già ne La grande scacchiera del 1997, Zbigniew Brzezinski  avvertiva che  lo scenario più pericoloso, per quanto ritenuto allora improbabile, sarebbe stato quello di una coalizione anti-egemonica composta da Cina e Russia, con la possibile aggiunta dell’Iran, unificata non da una comune ideologia, ma da rivendicazioni complementari.
Insomma, se è pur vero che Netanyahu ha trascinato Trump in guerra facendolo fesso con la promessa di una facile vittoria, rimane il fatto che le ragioni di fondo di questo conflitto non le ha certo inventate il premier israeliano. Anche perché i Paesi del Golfo, come si può arguire dal testo Hanieh, stanno oramai sviluppando propri interessi economici e geopolitici tali da renderli per gli Stati Uniti degli alleati non completamente affidabili. Quello che è certo è che la guerra ha dimostrato come la rete di basi militari americane, invece di essere uno scudo protettivo, rappresenti un pericolo per i Paesi del Golfo. L’unico rapporto nel Medio Oriente che appare al momento irrinunciabile per gli USA, per quanto anch’esso si sia mostrato oramai problematico, è quello con Israele, uno Stato che considera come minaccia esistenziale il consolidamento di qualsiasi potenza regionale: oggi l’Iran, domani la Turchia e dopodomani chissà. Anche nella scelta degli amici più fidati si confermano le pulsioni belliciste e suprematiste degli USA, sintomi di una crisi destinata a proseguire e, probabilmente, ad approfondirsi. Folle o meno che sia il suo prossimo sovrano.

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On the road nel Nord Est https://www.carmillaonline.com/2026/06/28/on-the-road-nel-nord-est/ Sun, 28 Jun 2026 20:00:59 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95682 di Paolo Lago

“Ma come fate a non sapere un cazzo del posto dove state?” dice Giulio a Doriano e Carlobianchi mentre stanno visitando la Tomba Brion, al che quest’ultimo gli risponde: “Non sappiamo un cazzo ma sappiamo tutto”. E probabilmente ha ragione perché i protagonisti del bel film Le città di pianura (2025) di Francesco Sossai, Doriano detto Dori e Carlobianchi (interpretati rispettivamente da due bravissimi Pierpaolo Capovilla e Sergio Romano) sono due personaggi in continuo movimento, nomadici, legati strettamente al territorio ma soggetti a una continua deterritorializzazione come i nomadi di Deleuze e Guattari, esponenti di una nuova soggettività [...]]]> di Paolo Lago

“Ma come fate a non sapere un cazzo del posto dove state?” dice Giulio a Doriano e Carlobianchi mentre stanno visitando la Tomba Brion, al che quest’ultimo gli risponde: “Non sappiamo un cazzo ma sappiamo tutto”. E probabilmente ha ragione perché i protagonisti del bel film Le città di pianura (2025) di Francesco Sossai, Doriano detto Dori e Carlobianchi (interpretati rispettivamente da due bravissimi Pierpaolo Capovilla e Sergio Romano) sono due personaggi in continuo movimento, nomadici, legati strettamente al territorio ma soggetti a una continua deterritorializzazione come i nomadi di Deleuze e Guattari, esponenti di una nuova soggettività policentrica, queer e metamorfica. Il loro movimento continuo attraverso le strade del Nord Est è un espediente conoscitivo che non scaturisce da una volontà predeterminata ma dalla casualità. Doriano e Carlobianchi si muovono esclusivamente per andare a “bere l’ultima”, il cosiddetto “bicchiere della staffa” e per questo motivo sarebbero capaci di spostarsi, in piena notte, da un capo all’altro della loro terra, il Veneto. Perché Le città di pianura è un film strettamente legato al territorio, un esperimento di mappatura dei luoghi – rigorosamente senza l’utilizzo di Google Maps – che attua una riscrittura creativa del territorio stesso. Contemporaneamente fiabesco e reale, quello spazio che pare scaturito da un “capriccio” del Veronese che osserva Giulio (un altrettanto bravissimo Filippo Scotti) nella villa del Conte, è forse allora il protagonista indiscusso del film. I personaggi nomadici, lanciati in una dimensione picaresca on the road alla ricerca del bicchiere della staffa, possiedono uno sguardo particolare – forse magico e fiabesco – sullo spazio che attraversano, un po’ come Totò e Ninetto nei film-fiaba di Pasolini (penso a Uccellacci e uccellini e a La Terra vista dalla Luna), che si trovano a solcare le periferie romane nel momento della trasformazione del boom economico. Fra cantieri e segnaletiche strampalate, fra spazialità lancinanti che verranno cementificate, i due si muovono come folletti straniti in un’età dominata da un cieco sviluppo.

Non troppo diversa è l’età, quella contemporanea, in cui si muovono Doriano e Carlobianchi: anche adesso il territorio appare continuamente soggetto a scempi paesaggistici, a distruzioni, a cambiamenti inaspettati. Fiabeschi e marginali, a volte i due si trovano in mezzo a personaggi ancora più straniti, ma stavolta in senso negativo (ma che pure si pensano ‘normali’), storditi e ‘zombificati’ dallo sviluppo e dal conformismo. Come nel momento in cui si recano nel locale in stile far west lungo la strada per Venezia dove, sorseggiando una birra, Doriano osserva: “Sembra di stare negli Stati Uniti”. E in effetti si trovano in mezzo a ragazze con cappelli da cow boy che si muovono meccanicamente al suono di folk music, fra musicisti agghindati anch’essi alla cow boy e bandiere americane. Le persone spente, stranite e zombificate che si trovano nel locale sono forse una metafora della società contemporanea, dell’incapacità degli individui di sentirsi vicini al proprio territorio in modo positivo e propositivo. Forse, invece, i frequentatori del locale sono capaci di essere vicini al territorio solo in modo deleterio e negativo, con tutte le implicazioni sovraniste, razziste e leghiste, un po’ come i frequentatori dei bar che si lamentano delle gestioni cinesi in un altro bel film ambientato nel Nord Est, Io sono Li (2011) di Andrea Segre. Mentre loro sono dentro a stonarsi nel loro universo fatto di America e di cow boys, fuori dal locale Carlobianchi si fa offrire una sigaretta da un curioso personaggio, un tedesco che gira l’Italia per vederla prima che gli italiani la distruggano e che sta cercando il cantiere dell’autostrada Lisbona-Treviso-Budapest, che sembra un aggiornamento 4.0 dei cantieri solcati da Totò e Ninetto nei film di Pasolini. Mentre una gran parte di paese passa il suo tempo nell’indifferenza e nel qualunquismo, quello stesso paese viene progressivamente vandalizzato e devastato dal potere, con la tacita connivenza di molti.

Nel loro movimento continuo, i personaggi sembrano poi metamorficamente assumere connotazioni provenienti da altre storie e da altri film. Ad esempio, quando ‘agganciano’ Giulio, giovane studente di architettura, in una Venezia notturna alla festa per la laurea di Giulia Antonia, di cui è segretamente innamorato, i due assomigliano un po’ al Bruno Cortona-Vittorio Gassman in Il sorpasso (1962) di Dino Risi che, a sua volta, ‘aggancia’ e si porta con sé il timido Roberto Mariani (Jean-Louis Trintignant), innamorato di una sua compagna di università che vive in Versilia. Come il personaggio di Trintignant (ma in una storia, stavolta, con happy end), Giulio è sempre sul punto di abbandonare i due per tornarsene a casa, alla sua vita ‘seria’ fatta di studio. Senonché, i due fiabeschi folletti avranno il compito di incoraggiarlo e di instradarlo verso la sua amata che, guarda caso, abita a Verona, città da innamorati. Nel momento in cui Giulio sale sul treno per recarsi dalla ragazza non riesce a capirsi con Carlobianchi, che gli dice qualcosa quando le porte sono già chiuse; allo stesso modo, alla fine di La dolce vita (1959) di Federico Fellini, Marcello (Marcello Mastroianni) non riesce a capire le parole di una ragazza che gli parla da lontano sulla spiaggia. Carlobianchi, poi, nella sua continua ricerca di sigarette che non compra perché – dice – “io non fumo”, può far pensare al personaggio di Domenico (Erland Josephson) in Nostalghia (1983) di Andrej Tarkovskij, che chiede sempre una sigaretta perché non fuma dicendo: “bisogna imparare a non fumare, bisogna imparare a fare le cose importanti”.

Dori, Carlobianchi, Giulio e anche Genio (Andrea Pennacchi), il vecchio amico tornato dall’Argentina, sono legati al territorio ma anche estranei: se Dori e Carlobianchi sono fiabescamente marginali, Giulio, studente di architettura a Venezia, è ‘straniero’ in quanto napoletano e Genio ritorna come un forestiero dopo un lungo soggiorno in Argentina. Lo vediamo in immagini poetiche mentre attraversa territori sconfinati insieme ai lavoratori del posto, o sperduto in bivacchi notturni dove, appunto poeticamente, la sua figura potrebbe evocare i versi di Dino Campana dedicati al periodo trascorso dal poeta in Argentina: “Quiere Usted Mate? Uno spagnolo mi profferse a bassa voce, quasi a non turbare il silenzio della Pampa. Le tende si allungavano a pochi passi da noi seduti in circolo in silenzio guardavamo a tratti furtivamente le strane costellazioni che doravano l’ignoto della prateria notturna” (D. Campana, Canti orfici, Rizzoli, Milano, 1989, p. 183).

E il territorio, sotto lo sguardo dei personaggi, non cessa di cambiare. Spariscono vecchi luoghi del cuore, autentici e popolari, stritolati dalla macina sfrenata dello sviluppo, come la trattoria della Mery dove i tre amici si recavano a mangiare le lumache mentre le vecchie case vengono abbandonate e nuove autostrade e veloci vie di comunicazione si apprestano a devastare antichi giardini e ville storiche. La narrazione on the road di Le città di pianura srotola un movimento picaresco che fotografa in tanti flash il territorio del Nord Est e i suoi spazi, lembi di terra ormai preda del degrado e della solitudine, specchio dell’intero paese. Per guardare allo spazio circostante i personaggi sembrano scegliere una specie di contro-spazio, la Tomba Brion, costruita dall’architetto veneziano Carlo Scarpa e rimasta incompiuta, che si configura quasi come una eterotopia foucaultiana. Da questo luogo ‘altro’, diverso, separato dal contesto quotidiano, Doriano e Carlobianchi, insieme a Giulio, scrutano campi abbandonati e villette a schiera tutte uguali che si susseguono nella eterna periferia delle “città di pianura” del Nord Est. Città blandite e ferite, come la working class che le abita, da crisi su crisi e da cinici esponenti del capitale come il Cavalier Fadìga (Roberto Citran), pronto a premiare, appunto cinicamente, l’operaio Sossai (che ha lo stesso nome del regista) nel giorno del suo pensionamento.

Eppure, lo sguardo incantato dei personaggi, perennemente on the road per andare “a bere l’ultima”, sembra poter sovvertire qualsiasi convenzione e normalizzazione, qualsiasi cinismo nascosto nelle pieghe della calma piatta quotidiana. Perché la stessa passione per il bere che li caratterizza, più che un vizio moralisticamente da condannare, appare come un ulteriore legame culturale con lo spazio che li circonda e una spinta aperta alla socializzazione, in una successione pressoché infinita di incontri, contro l’individualismo imperante. “Andiamo a bere l’ultima?” è la risposta popolare e sociale, intrisa della cultura del popolo, all’individualista, volgare, elitaria e ignorante “Milano da bere” degli anni Ottanta. La ricerca continua del “bicchiere della staffa” sembra assumere i tratti della ricerca dell'”antica festa” in un mondo ormai ‘tecnicizzato’, secondo quanto scrive Furio Jesi riguardo alla trilogia La bella estate (1949) di Cesare Pavese. Come nota Jesi, “le «feste» dei tre romanzi sono le lunghe veglie in compagnia, nelle ore notturne in cui i personaggi si uniscono e continuano a camminare per la città e per la collina, esitando sempre all’istante di lasciarsi, prolungando fino all’alba quell’essere desti insieme che nell’antichità era condizione festiva, ma coincideva con l’attesa e la celebrazione di un’epifania oggi impossibile” (F. Jesi, Letteratura e mito, Einaudi, Torino, 1968, p. 163). La ricerca dell’ultimo bicchiere è quasi un legame impossibile con il mito, il prolungamento di una socialità arcaica sconosciuta all’universo della tecnologia che devasta gli spazi in nome del profitto e che, dopo avere cementificato quegli stessi spazi, ha costretto gli individui nelle solitudini domestiche di fronte ad apparecchiature elettriche ed elettroniche, che siano il televisore degli inizi, lo smartphone o una smart TV con piattaforme a pagamento; è il legame diretto con le dinamiche ancestrali del saper stare insieme oggi inesorabilmente perdute. Lo sguardo dei personaggi, tra una birra, un vinello e una grappa, legge, mappa e ama follemente il territorio e la sua gente, almeno fino alla prossima devastazione.

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La storia è crudele https://www.carmillaonline.com/2026/06/27/la-storia-e-crudele/ Sat, 27 Jun 2026 20:00:33 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95406 di Franco Pezzini

Auguste de Villiers de l’Isle-Adam, Racconti crudeli, trad. e intr. di Bruno Nacci, pp. 280, € 21, Carbonio, Milano 2025.

“Il commendatore di pietra può venire a cena con noi, può tenderci la mano! Gliela stringeremo. Sarà lui forse ad avere freddo”. L’editoria italiana perde i pezzi, a partire dalla chiusura di case editrici meravigliose – come la Carbonio (edizioni curatissime sia sul piano dei contenuti sia su quello dell’eleganza di forma), giunta dopo dieci anni al suo canto del cigno. Una storia dunque crudele, che per paradosso vede tra gli ultimi volumi appunto Racconti crudeli del simbolista [...]]]> di Franco Pezzini

Auguste de Villiers de l’Isle-Adam, Racconti crudeli, trad. e intr. di Bruno Nacci, pp. 280, € 21, Carbonio, Milano 2025.

“Il commendatore di pietra può venire a cena con noi, può tenderci la mano! Gliela stringeremo. Sarà lui forse ad avere freddo”.
L’editoria italiana perde i pezzi, a partire dalla chiusura di case editrici meravigliose – come la Carbonio (edizioni curatissime sia sul piano dei contenuti sia su quello dell’eleganza di forma), giunta dopo dieci anni al suo canto del cigno. Una storia dunque crudele, che per paradosso vede tra gli ultimi volumi appunto Racconti crudeli del simbolista bretone Auguste de Villiers de l’Isle-Adam (1838-1889): uno dei sommi libri visionari del secondo Ottocento francese, idealmente all’ombra di Barbey d’Aurevilly e Mallarmé, Bertrand e Baudelaire, Nerval e il Flaubert più lisergico, e poi venerato da simbolisti e surrealisti.
Un’antologia, questa in esame, certo già nota ai lettori italiani e presente in vari cataloghi, ma che questa edizione curata da Bruno Nacci valorizza in modo particolare con una splendida introduzione (un saggio che esonda dai confini della raccolta) e un ricchissimo e chiarificante corredo di note – prezioso per la comprensione di un periodare francese a volte non troppo perspicuo, e che in compenso gronda un’erudizione (o pseudo tale) smaniante di fantasie liberissime. Leggere Villiers – che teorizzava l’arte per l’arte – è una festa dalle bevande ad alta gradazione, che gioca con il romantico o il sarcastico, comporta l’inabissarsi ora in un sabba di eccessi deliranti del passato, ora in un crepitacolo di trovate di ironia sferzante, feroce, swiftiana e crepuscolare sul presente e il futuro: è nel suo caso particolarmente importante che una traduzione riesca ad assecondare l’ebbrezza poetica e anzi musicale cercata dall’autore. Nacci vi riesce, con una resa bellissima: del resto, va ricordato, aveva offerto per Carbonio tre anni fa una edizione esemplare di un altro dei titoli febbrili di quel mezzo secolo in Francia, La tentazione di sant’Antonio di Flaubert (2023), al cui clima Villiers in parte si rifà, e in seguito quella di L’eredità di Guy de Maupassant (2024).
Curioso profilo quello di Villiers, nella Francia della borghesia trionfante: aristocratico decadente che difende con orgoglio il profilo dei propri antenati, tanto più snob quanto più povero, reazionario e rivoluzionario insieme, tifa per la Comune di Parigi (pur biasimandone certe violenze) e ne deplora la spaventosa repressione, ma poi si candida per i legittimisti. Comunque il bersaglio di questo amico di Huysmans, Léon Bloy, Mallarmé o più da lontano di Wagner – e che tuttavia li tiene sempre un po’ a distanza – resta la borghesia: gretta, ridicola, mendace, votata al soldo e alle apparenze. Suo padre, il poco danaroso marchese Joseph-Toussaint, si era svenato acquistando senza successo terreni dove vagheggiava, come un personaggio di Maurice Leblanc, di recuperare il tesoro perduto dei Cavalieri Ospitalieri: un antenato ne era stato Gran Maestro nel Cinquecento, ma il tesoro sarebbe stato nascosto durante la Rivoluzione francese – e ovviamente non verrà trovato. Questo è il lignaggio da cui promana Villiers, ma il suo vero tesoro non sarà nascosto in fantomatiche Guglie normanne per fiorire invece nel tessuto delle sue pagine.
Partiamo dal titolo di questa formidabile raccolta di racconti, dal 1867 sparsi su riviste non sempre di rilievo: dove l’aggettivo crudeli viene scelto solo nel 1883 all’edizione in volume, dopo l’esame di una serie di alternative meno illuminanti – enigmatici, cupi, filosofici, misteriosi. Di lì, in omaggio di Villiers, la forma conte cruel verrà canonizzata nel mondo anglosassone come genere di storie brevi e fulminanti di horror non sovrannaturale e piuttosto connotati da una raggelante ironia del destino. Interessante notare però che la traduzione in inglese della raccolta nel 1927 non verrà titolata Cruel Tales ma Sardonic Tales – che in effetti dice parecchio di una spietatezza ironica.
Del resto una crudeltà peculiare corre in queste storie, il cui autore ha letto Sade ma è troppo elegante per sposarne idee e brutalità fisica: preferisce le allusioni, l’orrore evocato fuori scena e possibilmente velato da un sarcasmo verso il mondo, la società, le insensatezze dell’uomo. Non è un caso che Borges, antologizzando anche Villiers nella visionaria Biblioteca di Babele per Franco Maria Ricci, l’avesse ricondotto sotto la cappa lugubre di un titolo eccellente che della raccolta Carbonio fornisce una sorta di spina dorsale, Il convitato delle ultime feste: la storia terribile di un uomo ricchissimo che trova una raggelante iniziazione alla crudeltà in Oriente. Ma tra frizzi e moine emerge la realtà persino più disturbante di un civile Occidente pronto ad arruolarlo… una storia in fondo che già prefigura teatrini che conosciamo.
Simili crudeltà troviamo nella cinica storia di eros e thanatos nell’autunno del Medioevo La regina Isabelle (inevitabile pensare a Histoire secernere d’Isabelle de Bavière, reine de France proprio di Sade) e, senza patiboli, ne Il duca di Portland, dove un nobiluomo noto alla corte della Regina Vittoria contrae la “grande lebbra antica” per aver stretto la mano con fatale temerarietà all’ultimo portatore della medesima. Impazienza della folla racconta di un cieco e feroce linciaggio che attende per un fraintendimento a Sparta il messaggero di Leonida contro i Persiani; mentre Ricordi occulti evoca fantasmagoriche Indie dove, quasi a prefigurare Cuore di tenebra, un ipotetico avo del narrante, guerriero gaelico, sarebbe caduto. Sempre un Oriente favoloso ma ben più orrifico e inquietante di quelli di Nerval è il racconto di Epilogo, L’annunciatore, dove Villiers pare recuperare lo stesso spunto folklorico poi alla base di un’opera molto più pop, la canzone Samarcanda. L’angelo della morte si stupirà di trovare un veggente lontano da dove intendeva afferrarlo: e la descrizione della corte del re-mago Salomone presenta un tripudio di trovate lussureggianti e visionarie tale da richiamare proprio il Flaubert della Tentazione.
In questi casi Villiers apparecchia un sontuoso teatro di morte a metà tra romanzo d’orrore ed exemplum paradossale, in qualche caso con torbide venature erotiche.
Ma è la società, che in queste storie resta comunque sullo sfondo, a emergere oggetto del feroce sarcasmo dell’autore. A volte nello sbeffeggio delle sue categorie etiche e della doppia morale borghese, come nell’esemplare Le signorine di Bienfilâtre, con il riscatto etico in punto di morte sulla base di un catechismo borghese: nessuno si turba che la ragazza si prostituisse, ma era imperdonabile che si innamorasse di uno spiantato, e il finale è fulminante. Del resto, proprio l’amore, topos classico del teatro borghese permette al misogino Villiers di vibrare stilettate epocali. Anzitutto attraverso altre donne del demi-monde, come le ciangottanti signorine del Convitato, la protagonista di Antoine che nel medaglione conserva i propri capelli come pegno di fedeltà, e quella di Maryelle con il suo modo un po’ singolare di amare fedelmente. Ma non va molto meglio ai giovani innamorati infettati dal pragmatismo del borsellino borghese, nell’esilarante Virginia e Paolo, che sovverte fin dal titolo i paradigmatici struggimenti del melodramma roussoviano a tinte esotiche Paul et Virginie di Bernardin de Saint-Pierre. La raccolta di poesie Racconto d’amore riguarda una passione infelice che finirà oggetto di disprezzo.
Paradossi tra ironia e amarezza emergono in Il segreto della vecchia musica (memore dello sciovinismo antitedesco post Sedan), dove si affettano surreali pretesti per rifiutare l’arte del nemico e sembra di vedere prefigurati certi ridicoli teatrini dell’oggi contro la cultura russa; La più bella cena del mondo dove la tenzone gastronomica tra due filistei di provincia si risolve a favore di chi è pronto a passare bustarelle; I briganti, dove gruppi di borghesi (paurosissimi di perdere quell’assoluto che sono i propri beni) si armano per sentirsi tanto temerari contro banditi che non ci sono, e finiscono con lo spararsi addosso – salvo rappresentare a quel punto una minaccia per i vagabondi che sanno già che verranno accusati della relativa strage. Oggi il racconto citerebbe anarchici e centri sociali.
Dove poi Villiers si toglie qualche sassetto personale più mirato su editori e, nello specifico, direttori di giornali, ma in genere sul mondo spocchioso e superficiale di quella Francia, sul suo culto di scienza e tecnica votati all’utile e sulla sua miseria interiore, è in un gruppo di racconti dove il sarcasmo assurge alle più virtuose pirotecnie surreali. A partire da Due indovini, dove la qualità di scrittura è vista come elemento di discredito. E proseguendo con le storie sulla fantastiche invenzioni dell’ingegner Grave – L’affissione celeste, cioè la proiezione nell’altrimenti improduttiva volta celeste di messaggi di pubblicità o propaganda –, dell’ingegner Bottom – La macchina della gloria a beneficio di autori teatrali o letterari –, del professor Schneitzoëffer – L’apparecchio per l’analisi chimica dell’ultimo respiro, che permette ai parenti di assuefarsi all’idea del lutto inalando respiri penultimi dei loro cari – e Il trattamento del dottor Tristan che riprende panoramicamente tutte le altre simili storie (e anche quella di Eva futura che l’autore sta scrivendo) nella trovata ultramoderna per soffocare voci interiori, provvedendo alla rottura del timpano. Attraverso queste fantasie e soprattutto il romanzo Eva futura Villiers finisce col rivelarsi – come l’ultimo Verne – uno dei padri più pessimisti della fantascienza europea.
Ancora a sbeffeggiare teatrini sociali, Racconto cupo, narratore più cupo ancora vede il disinvolto drammaturgo D. intento a raccontare la triste storia di un duello: ma il vero fuoco della narrazione non è tanto in quell’episodio drammatico ma nel cinico e fintamente partecipe spettacolo dell’affabulatore, che ricorda il rancore di Villiers verso il mondo teatrale ostile all’arte a favore delle opere “facili”.
Il racconto d’impronta dostoevskijana Il desiderio di essere un uomo (si ricordi che Delitto e castigo è del 1866), vede un tragediografo in caduta libera perpetrare terribili, segrete nefandezze pur di provare qualcosa che non sia finzione e avvertire spettri di rimorso che però non arrivano. Qualcosa che introduce idealmente al tema dell’autenticità in rapporto all’arte. In Sentimentalismo, la fictio dell’artista si rivela la forma più autentica e sublimata di comunicazione dell’interiorità contro il feticcio di una “spontaneità” vuota e insincera; mentre ne La sconosciuta si consuma un incontro fatale tra una dignitosissima fanciulla sorda e un giovane gentiluomo, che lei rifiuta per la constatazione che tutto è illusione e l’impossibilità di comunicare appieno la delicatezza dei sentimenti.
Un’altra delle chiavi della raccolta è in effetti il rapporto con l’illusione, una forma di sogno che permette di sospendere la realtà e sottrarci al tempo. Come nel celeberrimo Véra, dal nome della protagonista che in grazia dell’illusione può manifestarsi all’amante; o in Da perderci la testa!, dove per l’illusione di una stessa geometria lo spettacolo della Morgue di Parigi si fonde e confonde con quello dei caffè degli affari. In Fiori di tenebre i mazzi dei funerali finiranno riciclati per madamine innamorate, nell’illusione che quei petali parlino di vita. Eppure la realtà sa varcare mascherate e spettacoli della politica, come “il centenario Mendicante, decano della Miseria di Parigi” che sopravvive a tempo e cambi di regime con il suo appello di povertà; o altrimenti correre per vie più sfuggenti dell’interiorità, come ne Il presagio, storia gotica di visioni trasfigurate e soprassalti notturni, memore delle sue curiosità verso l’occulto.
In effetti più che Sade, troviamo in questo racconti l’eredità dello snob Poe, grande amore della galassia Baudelaire: l’amore per la musicalità, l’orrido e il grottesco, le sue sferzate agli editori, le sue pirotecnie comiche su trovate di successo in un teatro sociale ottuso e bottegaio, alcuni effetti visivi (la camera arrossata dall’incendio di La regina Isabelle sembra orecchiare in modo liberissimo certe pagine del Metzengerstein), la pseudoerudizione dagli effetti poetici e visionari e certe venature misogine, gli eccessi ebbri di alcuni Orienti… dove magari piomba inatteso l’Angelo della Morte.
La cifra corrisposta per questo gioiello dall’editore editori Calmann-Lévy sarà minima; e sei anni dopo, pieni di opere e di miseria cui sovvengono le collette degli amici, Azrael scende in forma di tumore allo stomaco a prendere l’autore. Pare che Villers lo accolga con le parole: “Bene, ricorderò questo pianeta”. Un tributo dell’incisore Louis Legrand (Courrier français, 1 settembre 1935) lo mostra, afferrato dalle mani scheletriche della morte, intento a lanciarsi verso l’alto, dove lo contempla un ambiguo angelo femminile dal diadema orientale.

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