Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 06 Jun 2026 05:34:42 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Sul fare poesia. Se lo diceva Leopardi… https://www.carmillaonline.com/2026/06/05/sul-fare-poesia-se-lo-diceva-leopardi/ Fri, 05 Jun 2026 21:52:42 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95096 di Francisco Soriano

Ai «caratteri degli uomini e sulla loro condotta in società» accennava Giacomo Leopardi in una lettera poco prima della sua morte: appartenevano ai «pensieri», resi noti postumi nel 1845 ed estratti da quel pozzo senza fondo che rimane ancora oggi lo Zibaldone. i pensieri mi sono stati consigliati da Claudia dopo la lettura del testo sul fare poesia. vanità come male del poetare: il gesto mi ha reso la giornata meno afflitta dai sensi di colpa per aver potuto (senza volerlo) ferire alcuni miei amici e amiche poeti. ma tuttora confermo: la vanità è un elemento [...]]]> di Francisco Soriano

Ai «caratteri degli uomini e sulla loro condotta in società» accennava Giacomo Leopardi in una lettera poco prima della sua morte: appartenevano ai «pensieri», resi noti postumi nel 1845 ed estratti da quel pozzo senza fondo che rimane ancora oggi lo Zibaldone. i pensieri mi sono stati consigliati da Claudia dopo la lettura del testo sul fare poesia. vanità come male del poetare: il gesto mi ha reso la giornata meno afflitta dai sensi di colpa per aver potuto (senza volerlo) ferire alcuni miei amici e amiche poeti. ma tuttora confermo: la vanità è un elemento disturbatore, inquietante, malsano e fuorviante, bisogna liberarsene e poi combatterlo.

«Se avessi l’ingegno del Cervantes, io farei un libro per purgare, come egli la Spagna dall’imitazione de’ cavalieri erranti, così io l’Italia, anzi il mondo incivilito, da un vizio che, avendo rispetto alla mansuetudine de’ costumi presenti, e forse anche in ogni altro modo, non è meno crudele né meno barbaro di qualunque avanzo della ferocia de’ tempi medii castigato dal Cervantes. Parlo del vizio di leggere o di recitare ad altri i componimenti propri: il quale, essendo antichissimo, pure nei secoli addietro fu una miseria tollerabile, perché rara; ma oggi, che il comporre è di tutti, e che la cosa più difficile è il trovare uno che non sia autore, è divenuto un flagello, una calamità pubblica, e una nuova tribolazione della vita umana»: basterebbe leggere questa breve riflessione che si trova quasi come un esergo al «pensiero ventesimo» di Leopardi, al fine di deporre ogni tipo di nostra velleità «espressiva» in pubblico. dal testo leopardiano si evince che la su citata «calamità pubblica» viene riferita soprattutto a una nuova «tribolazione» della vita umana: «il vizio di leggere o di recitare ad altri i componimenti propri». inoltre è giusto sottolineare che il poeta dell’Infinito definisce come «flagello» il comporre, ormai appannaggio di «tutti». nei secoli precedenti a Leopardi (considerando che la pratica del declamare ha radici antichissime), il poeta ci informa che questa «miseria intollerabile» è in effetti deflagrata in quantità macroscopica anche durante i suoi anni. noi possiamo certificare questa testimonianza, convincendoci ancora di più dell’inesorabilità dell’azione declamatoria e, nello stesso tempo, della nostra ineluttabile resistenza a tale pratica disturbante quando è fonte di retorica e supponente vanità.

Leopardi continua nel suo scritto con puntualità sulla questione: «E non è scherzo ma verità il dire, che per lui le conoscenze sono sospette, e le amicizie pericolose; e che non v’è ora né luogo dove qualunque innocente non abbia a temere di essere assaltato, e sottoposto quivi medesimo, o strascinato altrove, al supplizio di udire prose senza fine o versi a migliaia, non più sotto scusa di volersene intendere il suo giudizio, scusa che già lungamente fu costume di assegnare per motivo di tali recitazioni; ma solo ed espressamente per dar piacere all’autore udendo, oltre alle lodi necessarie alla fine. In buona coscienza io credo che in pochissime cose apparisca più, da un lato, la puerilità della natura umana, ed a quale estremo di cecità, anzi di stolidità, sia condotto l’uomo dall’amor proprio; da altro lato, quanto innanzi possa l’animo nostro fare illusione a sé medesimo; di quello che ciò si dimostri in questo negozio del recitare gli scritti propri». credo fermamente, così come ho sottoposto me stesso a una puntigliosa cura al fine di eliminare ogni scoria prodotta dalla vanità, che ognuno possa compiere un percorso come processo di superamento della propria, seppur legittima vanità di «esposizione» al pubblico giudizio delle proprie poesie. per un «poeta» che voglia serenamente mirarsi in uno specchio senza far svanire la propria immagine e il proprio buon senso in un batter d’occhio, dunque, non resta che assumersi la responsabilità della «puerilità» della natura umana in generale e, in particolare, il livello di «cecità» che conduce l’uomo lontano dall’amor proprio. inoltre nel suo meraviglioso ragionamento Leopardi usa un’espressione profondissima, che si riassume in quel «fare illusione a sé medesimo». «Illusione» è termine onnicomprensivo, si direbbe parola polisemica, che racchiude nel nostro caso radici riconducibili a vanità, dissociazione, addirittura arroganza. essere buoni scrittori passa attraverso l’analisi delle proprie azioni, della «realtà delle cose», della coerenza della prassi in ciò che si sostiene senza cedere alla debolezza del falso, anzi prendendo spunto dallo studio e interpretazione del silenzio rilkiano nel poetare, della paziente estasi dell’attesa elitisiana, della tradizione innovativa poundiana, della contemplazione estatica di Cristina Campo, dell’«imperturbabilità profonda» montaliana, solo per citare alcuni riferimenti ineludibili di chi intende avere a che fare con la poesia.

Straordinario nell’ironia – e come un uomo di tale profondità e vastità nelle conoscenze non potesse praticarla –, Leopardi cita uomini savissimi o maestri eccelsi delle lettere, purtroppo incorsi nel disturbante vizio che tutti noi «conosciamo», lasciandoci percepire – nonostante tutto – margini di umanissima comprensione verso costoro ma, attenzione, mai di giustificazione: «Fino gli scritti più belli e di maggior prezzo, recitandoli il proprio autore, diventano di qualità di uccidere annoiando: al qual proposito notava un filologo mio amico, che se è vero che Ottavia, udendo Virgilio leggere il sesto dell’Eneide, fosse presa da uno svenimento, è credibile che le accadesse ciò non tanto per la memoria, come dicono, del figliuolo Marcello, quanto per la noia del sentir leggere».

Praticare letture quasi costringendo il pubblico all’ascolto è modalità disturbante e molesta, ineffabile, «vedendo sbigottire e divenire smorte le persone invitate ad ascoltare le cose sue, allegare ogni sorte d’impedimenti per iscusarsi, ed anche fuggire da esso e nascondersi a più potere; nondimeno con fronte metallica, con perseveranza maravigliosa, come un orso affamato, cerca ed insegue la sua preda per tutta la città, e sopraggiunta, la tira dove ha destinato. E durando la recitazione, accorgendosi, prima allo sbadigliare, poi al distendersi, allo scontorcersi, e a cento altri segni, delle angosce mortali che prova l’infelice uditore, non per questo si rimane né gli dà posa; anzi sempre più fiero e accanito, continua aringando o gridando per ore, anzi quasi per giorni e per notti intere, fino a diventarne roco, e finché, lungo tempo dopo tramortito l’uditore, non si sente rifinito di forze egli stesso, benché non sazio». perché dunque non ammetterlo: a quanti di voi non è capitato di assistere a queste scene descritte da Leopardi fra gli astanti divenuti relitti sbattuti dalla corrente del vociare informe e incontrollato del poeta?
Interessante soffermarsi sulla parola «piacere», pronunciata dal poeta di Recanati, per comprendere quale sentimento quest’ultima suscitasse in chi legge e chi «ode»: «E questo piacere consiste in una ferma credenza che l’uomo ha, di destare ammirazione e di dar piacere a chi ode: altrimenti il medesimo gli tornerebbe recitare al deserto che alle persone.

Ora, come ho detto, quale sia il piacere di chi ode (pensatamente dico sempre ode, e non ascolta), lo sa per esperienza ciascuno, e colui che recita lo vede; e io so ancora, che molti eleggerebbero, prima che un piacere simile, qualche grave pena corporale». trovo estasiante la «grave pena corporale» suscitata da Leopardi che, per l’umanissima sua inclinazione, sappiamo bene fosse una esagerazione verbale dettata dallo spirito e dal buon gusto di dire cose di tal genere al fine di scatenare un episodico sorriso. la realtà diviene però cosa seria, triste e forse astiosa, quando si ammette per certo che «tale è l’uomo», che possiede vizi definiti «barbari e ridicoli» e sicuramente lontani da ogni umana razionalità, determinando nello spirito umano una vera e propria patologia, meglio definita da Leopardi come «morbo». non vi è infatti scampo e si ritorna a dolorosi esempi: « E come è questo vizio de’ tempi nostri, così fu di quelli di Orazio, al quale parve già insopportabile; e di quelli di Marziale, che dimandato da uno perché non gli leggesse i suoi versi, rispondeva: “Per non udire i tuoi”: e così anche fu della migliore età della Grecia, quando, come si racconta, Diogene cinico, trovandosi in compagnia d’altri, tutti moribondi dalla noia, ad una di tali lezioni, e vedendo nelle mani dell’autore, al fine del libro, comparire il chiaro della carta, disse: “Fate cuore, amici; veggo terra”».

Dunque, sia negli anni in cui Giacomo Leopardi scriveva la magnifica Ginestra, sia oggi, «gli uditori, anche forzati, a fatica possono bastare alle occorrenze degli autori». a noi non sarà riservato che assistere alle lancinanti note del dolore di ognuno di loro, emotive corde dell’infelicità, fra lacrime dissetanti e immancabili accordi musicali così poco inebrianti ai nostri eroici orecchi.

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Si alza il vento / 2 – Racconti de paura sulla megamacchina https://www.carmillaonline.com/2026/06/04/si-alza-il-vento-2-racconti-de-paura-sulla-megamacchina/ Thu, 04 Jun 2026 20:00:10 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94271 di Stefania Consigliere e gruppo TUAS (Tutta Un’Altra Storia)

Non si può dire che, lungo il Novecento, i racconti de paura sulla megamacchina siano mancati. Una schiera di grandi nomi, noti anche al di fuori delle cerchie critiche più tignose, ha prodotto una solida ecologia critica in cui s’intrecciano Guy Debord, Ivan Illich, Giorgio Cesarano, Jacques Ellul, Lewis Mumford, Theodor W. Adorno, Hannah Arendt, Günther Anders. In un certo senso, quindi, già lo sapevamo: un po’ perché questi autori ce l’avevano mostrato, un altro po’ perché la nostra percezione del mondo spesso cozza contro la narrazione ufficiale cui siamo tenuti [...]]]> di Stefania Consigliere e gruppo TUAS (Tutta Un’Altra Storia)

Non si può dire che, lungo il Novecento, i racconti de paura sulla megamacchina siano mancati. Una schiera di grandi nomi, noti anche al di fuori delle cerchie critiche più tignose, ha prodotto una solida ecologia critica in cui s’intrecciano Guy Debord, Ivan Illich, Giorgio Cesarano, Jacques Ellul, Lewis Mumford, Theodor W. Adorno, Hannah Arendt, Günther Anders. In un certo senso, quindi, già lo sapevamo: un po’ perché questi autori ce l’avevano mostrato, un altro po’ perché la nostra percezione del mondo spesso cozza contro la narrazione ufficiale cui siamo tenuti a credere. Si tratta quindi “solo” di unire i puntini: rammemorare quel che avevamo letto, fidarci delle nostre sensazioni dissonanti e delineare il contorno di quel che da sempre abbiamo davanti agli occhi e dobbiamo disvedere. Il sentimento del presente somiglia, oggi, alle atmosfere di certe novelle gotiche, con i loro segreti orribili che è meglio non dire.

Ma c’è anche chi, di questi segreti, ha provato a fare un inventario: fra il 1984 e il 1992 un gruppo di fuoriusciti dal situazionismo, parodiando l’Encyclopédie illuminista, pubblicarono in Francia i primi 15 fascicoli dell’Encyclopédie des nuisances. Dictionnaire de la déraison dans les art, les sciences & les métiers (“Enciclopedia delle nocività. Dizionario della sragione nelle arti, le scienze e i mestieri”). L’ultima voce dell’ultimo fascicolo è abrenuntio e, a quel passo, ci sarebbero voluti un paio di secoli prima di arrivare a nucleaire. A colmare il vuoto ci ha pensato Jean-Marc Royer con Il mondo come progetto Manhattan, edito da Mimesis nel 2023 ( qui un commento filosofico). Erede legittimo del progetto delle Nuisances e solidamente documentato, quello di Royer è forse il più allucinante fra i testi critici recenti, al punto che, in certi momenti, più che a un saggio fa pensare a un romanzo di Philip K. Dick, in cui tutto è connesso secondo linee di spavento.

Cominciamo dal progetto Manhattan in senso stretto, e cioè dal nucleare militare. La sua portata è ciclopica, la sua segretezza tanto inconcepibile quanto totale. Mezzo milione di persone impiegate a fare qualcosa di cui non conoscono il contenuto, e che in molti casi comporta l’esposizione prolungata a radiazioni. Esperimenti su ignare cavie ospedaliere per valutare la tossicità di uranio e plutonio. Il vicepresidente degli Stati Uniti all’oscuro dei fatti. Una joint venture di pubblico e privato in cui le grandi industrie coinvolte sono le medesime che avvelenano il nostro presente (una su tutte: Monsanto). Una volta raggiunto lo scopo, blocco informativo totale sugli effetti a breve e medio termine delle radiazioni a Hiroshima e Nagasaki, come anche sul tipo di visibilità che là si era generata (inclusa quella delle proprie stesse ossa). E non basta: è possibile che il disastro ecologico e il cambiamento climatico che stiamo vivendo dipendano innanzi tutto dagli oltre mille test atomici fatti dagli Stati Uniti fra il 1945 e il 1992, a cui se ne aggiunge un altro migliaio a carico di URSS, Francia, Gran Bretagna e Cina. Quasi scontato interrogarsi sulla relazione – solo possibile!, si affrettano a dire gli scienziati prezzolati; assai probabile, dice il buon senso – fra questi esperimenti e l’andamento dei tumori nella popolazione mondiale.

Poi c’è il capitolo, altrettanto scabroso, del nucleare civile. Quelli fra noi un po’ più vecchi hanno già visto, nell’arco di un quarto di secolo, l’esplosione (o come accidenti la si deve chiamare) di due impianti nucleari: Chernobyl nel 1986 e Fukushima nel 2011. In entrambi i casi, la magnitudo della catastrofe è stata negata, sgonfiata o insabbiata, così che la costruzione di altre centrali potesse continuare a dare gambe energetiche alla produzione mondiale e al plusvalore. Ma se alle vittime del nucleare bellico si aggiungono quelle del nucleare civile, la morte seminata dalle radiazioni dal 1945 si conta in oltre 60 milioni di umani (e chissà quanti milioni, miliardi di non umani).

In queste cifre c’è qualcosa di eccessivo. Come ai greci capitava con Medusa, a guardare il mostro dritto negli occhi si rischia di restar pietrificati. Bisogna usare uno specchio, osservarlo dalla periferia del campo visivo: così Herzog, al termine di Cave of forgotten dreams, apparentemente saltando di palo in frasca, inquadra i coccodrilli albini che nuotano nelle acque riscaldate dalla centrale nucleare di St.-Paul-Troix-Chateaux, nella valle del Rodano. E i greci hanno anche altro da dirci. Secondo Günther Anders, il carattere specifico del nucleare è la hybris, la dismisura, l’assenza di un limite qualchessia: il nucleare, che si presenta come mezzo tecnico in vista di un fine, produce l’annichilimento ogni fine possibile. Che senso ha vincere la guerra in un mondo svuotato di umani, di animali, di piante? Che senso ha un Progresso che prevede la sistematica distruzione dei legami, delle passioni gioiose, della bellezza, della giustizia? La dismisura è il segno stesso della modernità egemone, e la sua arma più iconica è quella nucleare.

Per gli amanti dell’horror, al termine del libro di Royer si può subito iniziare quello Matthieu Amiech intitolato L’industria del complottismo, uscito nel 2024 per Malamente, con una prefazione di Elisa Lello che ha girato molto anche in autonomia e già recensito su queste pagine. Rispetto a Royer, Amiech allarga lo sguardo e, oltre a quelle del nucleare, illustra le malefatte delle industrie del piombo e dell’amianto, dell’estrattivismo fossile e di quello detto “di superficie”; chiama con il loro nome le menzogne della transizione green e illustra, di passaggio, la sciagura ecologica dell’informatizzazione coatta. Gli stessi trucchi utilizzati per far sparire il nucleare dalle coscienze hanno trovato impiego in tutti i settori in cui la produzione di plusvalore coincide con la distruzione del vivente. Questo è, infatti, l’indicibile dei tempi nostri: il circuito del plusvalore descritto da Marx non si manifesta più “solo” come distruzione di mondi umani, estrattivismo, schiavismo, gerarchia di classe e tutte le altre nefandezze note; il suo bisogno di espansione è arrivato al punto che, per andare avanti, deve appropriarsi delle basi stesse della vita.

La dinamica è sempre quella dell’accumulazione originaria: ciò che è comune viene dapprima messo a rischio; poi espropriato con la violenza in nome della sicurezza; e infine hackerato per adattarlo ai bisogni della produzione, in una logica tanatofila che produce follia (clinica, non metaforica) nelle élite chiamate ad applicarla.

Riprendendo le osservazioni di Amiech sulla propaganda, arriviamo così all’ultimo punto: qual è il senso della massiccia presenza del nucleare nei prodotti culturali di questi anni? Mi vengono in mentre, fra gli altri, il blockbuster di Nolan su Oppenheimer; il nichilismo compiuto dell’ultimo dittico di Cormac McCarthy; la puntata centrale della terza serie di Twin Peaks; diverse serie tv; e un certo filone della narrativa (ad es. Terminus radioso di Volodine). Qui, credo, bisogna distinguere: mentre alcuni autori hanno intenzioni limpide, altri cavalcano un’enorme onda propagandistica, un indottrinamento di massa alla transizione verde nucleare, perché tanto «le tecnologie di oggi non sono mica più quelle degli anni Ottanta…» (peccato che le radiazioni non ne siano state informate).

Di certo vale questo: se Hollywood finanzia un film, vuol dire che quel film fa gioco. Chissà che l’assordante battage pubblicitario intorno a un film mediocre come Oppenheimer non faccia parte dell’addestramento emotivo di massa a considerare il nucleare cool? Oppenheimer descritto come un eroe tragico; nessun fotogramma a testimoniare gli effetti dell’atomica sulla popolazione giapponese; nessun riferimento alle morti da fallout nucleare: è la trasposizione cinematografica dell’insabbiamento informativo. Ma quant’è suggestivo, quel sono diventato morte, per il pubblico nichilista, e quanto efficace per annichilirne ulteriormente la sensibilità! Dopotutto, ¡viva la muerte! era pur sempre il grido dei fascisti all’epoca della guerra civile spagnola.

C’è modo di sfuggire a questa cattura, di parlare del mostro senza fare il gioco del mostro? Non lo so. Di certo mi pare che nella vecchia, “superstiziosa” mitologia greca ci sia molta più saggezza esistenziale che nello scientismo positivista e riduzionista che avvelena le nostre coscienze. Forse per parlare del nucleare bisogna innanzi tutto ammettere che ci sono cose che eccedono di gran lunga la nostra capacità di controllarle; cose che non vanno avvicinate; enti dai quali bisogna rifuggire. Il che, stringi stringi, significa anteporre la vita alla conoscenza.

Chi è arrivato a leggere fin qui avrà probabilmente lo stomaco in rivolta, un senso di oppressione dietro lo sterno. Non è bene lasciarci così. Chiuderò allora accennando a un altro libro che, pur sposando la più impietosa analisi del presente, offre però una via d’uscita. Usando le categorie di Ernesto de Martino, l’orizzonte storico in cui ci troviamo si configura senz’altro come fine del mondo, un’apocalisse culturale in cui si corre il «rischio di non poterci essere in nessun mondo culturale possibile». Per “noi”, figli e nipoti del colonialismo, del capitalismo e dell’ideologia del progresso, è una novità assoluta, una possibilità che finora, sulla nostra trionfale traiettoria storica, non s’era mai affacciata. Sul pianeta, però, ci sono gruppi per i quali l’apocalisse culturale non incombe sul futuro prossimo, ma è già nel passato: sono i pronipoti dei mondi umani sopravvissuti alla distruzione coloniale, che oggi possono testimoniare della violenza della modernità, della possibilità di resisterle e, soprattutto, di modi altri di abitare il pianeta e fare umanità. Di questo parla Esiste un mondo a venire? di Déborah Danowski e Eduardo Viveiros de Castro: di mondi altri che continuano a esistere nonostante la distruzione che il nostro, imperterrito, fa dilagare ovunque. Come quelle di Royer e Amiech, anche questa non è una lettura rilassante, ma quel che balena fra le sue pagine permette di riprendere fiato: l’angoscia non è un destino ineluttabile, violenza e competizione non stanno per forza a fondamento dello stare insieme, la distruzione non è l’unico modo. Sotto la catastrofe i viventi continuano a intessere, modi altri di stare al mondo scivolano silenziosamente lungo le generazioni. Molto tempo fa, in un tempo come di sogno, c’era chi parlava con le piante, chi danzava le domande, chi trovava la strada cantando. E c’è ancora: non sono molti e sono affaticati, hanno bisogno di noi quanto noi di loro. Sarà assai balzano, questo nuovo internazionalismo in lotta.

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La rivoluzione come una bella avventura / 10 – Dove meno te l’aspetti: Petr Kropotkin https://www.carmillaonline.com/2026/06/03/la-rivoluzione-come-una-bella-avventura-10-la-rivolta-dove-meno-te-la-aspetti-petr-alekseevic-kropotkin/ Wed, 03 Jun 2026 20:00:01 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94929 di Sandro Moiso

Petr Alekseevič Kropotkin, Memorie di un rivoluzionario, elèuthera, Milano 2025, pp. 607, 25 euro

Avventurarsi nella voluminosa autobiografia di Petr Alekseevič Kropotkin significa non soltanto sprofondare nel mondo in cui hanno preso vita i personaggi dei romanzi di Fëdor Michajlovič Dostoevskij, Lev Tolstoj, Michail Evgrafovič Saltykov-Ščedrin, Nikolaj Gogol’, Michail Jur’evič Lermontov, Aleksandr Puškin e Ivan Turgenev, ma anche entrare nel cuore della “moderna” ribellione all’interno di un contesto tra i più arretrati dell’Europa del XIX secolo.

Paradossalmente, infatti, con un ribaltamento dialettico spesso incomprensibile per gli osservatori meno attenti, un paese in cui fino al 1861 [...]]]> di Sandro Moiso

Petr Alekseevič Kropotkin, Memorie di un rivoluzionario, elèuthera, Milano 2025, pp. 607, 25 euro

Avventurarsi nella voluminosa autobiografia di Petr Alekseevič Kropotkin significa non soltanto sprofondare nel mondo in cui hanno preso vita i personaggi dei romanzi di Fëdor Michajlovič Dostoevskij, Lev Tolstoj, Michail Evgrafovič Saltykov-Ščedrin, Nikolaj Gogol’, Michail Jur’evič Lermontov, Aleksandr Puškin e Ivan Turgenev, ma anche entrare nel cuore della “moderna” ribellione all’interno di un contesto tra i più arretrati dell’Europa del XIX secolo.

Paradossalmente, infatti, con un ribaltamento dialettico spesso incomprensibile per gli osservatori meno attenti, un paese in cui fino al 1861 era esistita ufficialmente la servitù della gleba insieme ad un regime autocratico spietato, basato su un sistema che più che sulla divisione in classi sembrava basarsi su una rigida ripartizione in caste, in cui, però, iniziavano ad inserirsi elementi di capitalismo, sia per volontà di uno Zar come Pietro I detto il Grande oppure per l’interesse degli investitori stranieri, si sarebbero sviluppati tutti gli elementi che avrebbero portato alla prima e forse unica Rivoluzione socialista del XX secolo.

Questo contrasto estremo tra forme arcaiche di governo e inserti di modernità economica e tecnologica, simile per altro a quello prodotto dal colonialismo europeo in altre aree del globo, si arricchiva, però, della vicinanza con le fonti delle moderne forme della conoscenza, soprattutto filosofica e scientifica, che la cultura europea, in particolar modo tedesca e francese, proprio attraverso la colonizzazione tecnologica ed economica aveva iniziato a introdurre nel paese.

Così, mentre la colonizzazione dell’estremo oriente dell’impero avveniva principalmente attraverso la deportazione in Siberia dei condannati sia per i reati comuni che politici, dando modo ad Anton Čechov di diventare, nel 1890, il primo cronista di quello che sarebbe diventato, sotto il regime sovietico, il Gulag1, lo stesso regime zarista contribuiva proprio attraverso la carcerazione e la deportazione a formare una nuova coscienza politica in generazioni di giovani ribelli potenziali che dopo aver sognato la libertà, conosciuta attraverso i testi e i discorsi prodotti in Europa dal pensiero illuministico e dal Romanticismo successivo alla Rivoluzione francese, sperimentavano condizioni di detenzione e vita spaventose. Anche per i figli più irrequieti dell’aristocrazia e della borghesia riconducibile agli incarichi svolti nell’apparato statale dell’impero.

L’esilio era un atto di espulsione. Ioann Maksimovič, vescovo di Tobol’sk e della Siberia, dichiarò nel 1708: «Così come dobbiamo eliminare dal corpo gli agenti nocivi, in modo che il corpo non muoia, lo stesso deve avvenire nella comunità dei cittadini: tutto ciò che è sano e innocuo si può tollerare, ma ciò che è dannoso va tagliato via». Gli ideologi dell’impero tornarono più volte sull’immagine della Siberia come di un mondo oltre le frontiere immaginarie dello Stato nel quale il sovrano poteva eliminare le impurità per proteggere la salute del corpo pubblico e sociale. Con il passare del tempo, le metafore cambiarono, ma rimase la convinzione di fondo che la Siberia fosse il ricettacolo d’ogni male che affliggeva l’impero 2.

Nobili, contadini, operai, studenti, malavitosi, soldati (russi e stranieri prigionieri), prostitute, rivoluzionari, terroristi, uomini e donne, russi, polacchi ed esponenti delle varie nazionalità oppresse dallo zarismo iniziarono ad affollare una terra desolata, dalle distanze incommensurabili, in piccoli villaggi, sperdute cittadine, campi di lavoro o fattorie isolate. Da cui era difficile fuggire non tanto per la solerzia dei funzionari o delle guardie, spesso facili da corrompere o dallo scarso ossequio nei confronti del dovere e delle norme, ma proprio a causa delle distanze, del freddo, della diffidenza degli altri abitanti.

Finendo col dare vita ad un magma sociale sul quale, almeno per quanto riguardava gli esponenti delle classi più agiate e colte, vennero a depositarsi i fermenti romantici, sia nazionalistici che di rivolta, che avrebbero contribuito a creare una nuova modalità di impegno filosofico, letterario, scientifico e politico: quello riconducibile alla figura dell’intellettuale rivoluzionario, tutto rivolto al rivolgimento del sistema di cui era, allo stesso tempo, frutto e ospite indesiderato.

Una nuova soggettività, pienamente cosciente di sé, che il precedente Illuminismo europeo non aveva conosciuto, considerato che molti esponenti di quella corrente furono sì innovatori, ma anche comodamente sistemati presso le corti europee, giungendo ad influenzare anche la zarina Caterina II di Russia. Ma non i contadini che intanto, proprio sotto il regno di quella sovrana, avrebbero continuato a ribellarsi sotto la guida di falsi profeti ed eredi del vero zar, come Pugačëv che influenzò anche lo stesso Puškin spingendolo a scrivere due delle sue opere più note: La figlia del capitano e Storia della rivolta di Pugačëv3.

Una soggettività prima sconosciuta, di cui il rivoluzionario di professione, tutto rivolto al superamento del presente in ogni istante della sua vita, emerso come d’incanto dall’incrocio tra le condizioni di vita nelle steppe della Russia orientale e la diffusione delle idee democratiche e socialiste sviluppatesi in Europa, avrebbe rappresentato la figura più innovativa, dal punto di vista politico, a cavallo tra XIX e XX secolo. Il militante a tempo pieno che sarebbe stato alla base della concezione leninista del partito rivoluzionario; una figura della quale Kropotkin avrebbe rappresentato il modello più luminoso sul piano della ricerca individuale e collettiva di nuove, anche se incerte, possibilità, mentre Nečaev quello più spietato e nefasto, alimentato esclusivamente dalle certezze, qualsiasi esse fossero.

E’ quindi necessario considerare, soprattutto oggi, in un momento in cui tutto ciò che sa di russo sembra esser destinato soltanto alla condanna come appartenente ad una cultura nemica oppure all’ostracismo come oggetto non degno di attenzione da parte della mentalità democratica, che gran parte della cultura e, soprattutto, della letteratura russa nacque e si sviluppò in un laboratorio quasi unico per quanto riguarda l’analisi dei rapporti sociali e umani. Anche durante i decenni del regime sovietico e della continuazione “socialista” dell’uso della Siberia come luogo di deportazione,

Se si dimentica questo aspetto si perdono gli strumenti per comprendere la profondità dell’indagine psicologica contenuta in gran parte di una letteratura che ha sempre saputo fondere gli elementi portanti della società, in tutti i suoi anfratti economici e normativi, con quelli del comportamento individuale e dei drammi interiori che lo accompagnano. Senza mai abbandonarsi allo psicologismo artefatto o al sentimentalismo tanto di moda ancora oggi.

Nato a Mosca nel 1842 in una famiglia che possedeva servi, Petr Alekseevič Kropotkin era cresciuto, come egli stesso afferma: «nella convinzione che fosse necessario comandare, redarguire, punire… Ma quando iniziai a lavorare concretamente con gli uomini più disparati, mi resi conto della differenza tra azione basata sul comando e azione basata sulla collaborazione. La prima funziona a meraviglia in una parata militare, ma non nella vita reale quando l’obiettivo si può conseguire solo con il concorso di tante volontà. Inizialmente non formulai le mie osservazioni in termini di lotta politica, ma fu così che persi ogni fede nella disciplina dello Stato».

Pubblicata nel 1899, questa autobiografia – che richiama le atmosfere e i personaggi evocati soprattutto nelle opere di Turgenev e Tolstoj – non è solo la straordinaria storia di un principe russo che rinuncia ai propri privilegi per diventare uno dei più noti rivoluzionari del suo tempo, ma è al contempo il racconto corale di un fermento culturale, politico e umano che stava radicalmente trasformando l’ordine sociale dell’intera Europa, a partire dalla Russia zarista. Così, il racconto esistenziale di un giovane aristocratico sempre più a disagio con la realtà che lo circondava ci porta dalla corte degli zar, con le sue liturgie da fine impero, a una remota Siberia, scelta proprio per sottrarsi all’ambiente familiare.

Auto-esiliatosi volontariamente, in quelle lande, dopo essersi arruolato in un contingente “cosacco”, Kropotkin sarebbe rinato, sia come rivoluzionario che come scienziato. Così le pagine della sua autobiografia, capaci di coinvolgere il lettore dalla prima all’ultima come ben pochi romanzi sanno fare, ci trasportano dall’infanzia alla maturità dell’autore, coprendo ben 57 anni di una vita appassionata, spesso rocambolesca, sempre attenta agli sviluppi della conoscenza individuale e collettiva.

Un viaggio che, tra il lento apprendistato infantile delle dure condizioni che governavano la vita dei contadini e dei servitori, le vicende legate al servizio militare e l’amore per le conoscenze geografiche e scientifiche sviluppatesi in quel periodo, porterà pian piano il giovane Petr in direzione di una ricerca di libertà, individuale e collettiva che assumerà la forma di una vita segnata da cospirazioni, arresti e fughe, ma anche da un’intensa collaborazione con la Società geografica russa prima e inglese poi, dando vita alla sua la sua peculiare concezione dell’anarchismo che, oggi, si potrebbe definire ecologista. In cui la questione operaia non rivelava soltanto il suo volto sindacale e contrattuale sui tempi di lavoro e il salario, ma anche quello riconducibile all’alienazione dei lavoratori e alla loro separazione dal prodotto delle loro fatiche.

Rappresenta un autentico work in progress quello che si andò sviluppando attraverso le varie edizioni di un testo, come ci ricorda la Nota posta in apertura dall’editore, scritto in ben tre diverse lingue: inizialmente in russo, per poi passare all’inglese e a una versione francese riveduta e, infine, riscritta, interamente in russo. Ma, se questa scelta dell’autore, da un lato, ha fatto sì che possano esistere differenti versioni dello stesso testo, tutte egualmente legittime, essa è derivata anche dai travagli di una vita segnata dagli spostamenti da un paese all’altro. Sia per motivi di studio che di necessario allontanamento dalle persecuzioni successive sia alla detenzione per motivi politici che alla sua fuga dal carcere in cui era stato rinchiuso.

L’edizione attuale è stata tradotta dall’edizione americana del 1899 di Houghton, Mifflin & Company, rivista dallo storico inglese Nicolas Walter per una successiva edizione americana pubblicata a Dover nel 1971, a parte alcune incursioni nelle edizioni francese e russa. La scelta dell’edizione americana sembra d’altra parte quasi obbligata, considerato che i testi che compongono le Memorie erano già apparsi a puntate nella rivista americana «Atlantic Monthly» tra il settembre 1898 e il settembre 1899. Scelta, quella della pubblicazione americana, uscita all’epoca con il titolo Auto-biography of a Revolutionist e successivamente modificato in Memoirs of a Revolutionist, dovuta forse anche alla vasta componente anarchica presente tra gli emigrati, non solo russi, negli Stati Uniti della fine del XIX secolo.

Ma questo non è un libro che parla di teorie o, almeno, anche quando se ne parla esse sono il riflesso delle esperienze, delle sperimentazioni, delle persone e delle vite che hanno fatto sì che queste potessero manifestarsi. Nel Pensiero e nell’Azione.
Un autentico romanzo di una vita compresa tra il 1842 e il 1921, anno della morte avvenuta in Russia, dopo una rivoluzione che pur abbattendo l’odiato sistema zarista già racchiudeva in sé, nel pensiero dell’anarchico russo, i semi del proprio fallimento in termini di liberazione della società nel suo insieme dal dominio dell’oppressione statuale, dell’industria e del capitalismo.

Con il funerale di Kropotkin, a Mosca il 13 febbraio 1921, si sarebbe chiuso idealmente un cerchio considerato che il corteo funebre, al quale parteciparono centomila persone, partito dalla stazione, passò davanti al carcere della Lubjanka, dove erano ormai detenuti molto anarchici, e arrivò alla Casa dei sindacati in cui si tenne una celebrazione alla presenza di delegati arrivati da tutta la Russia e da tutto il mondo. Per ironia della sorte, quella che al momento dei funerali era la Casa dei sindacati in epoca zarista era stato il Palazzo della Nobiltà, lo stesso che il grande anarchico aveva citato all’inizio delle sue memorie, quando ancora bambino incontrò lo zar Nikolaj I nella stessa Sala delle colonne in cui si sarebbero svolti i suoi funerali.

Tornando al testo è facile cogliere, fin dall’incipit, una scrittura che sa di grande romanzo “russo”.

Lo sviluppo storico di Mosca e stato lento, e a tutt’oggi i suoi vari quartieri conservano magnificamente i tratti impressi su di loro dal lungo corso della storia. Il quartiere che si estende oltre la Moscova1, con le sue strade ampie e sonnacchiose, il susseguirsi uniforme di case con l’intonaco grigio, i tetti spioventi e i portoni sprangati giorno e notte, e da sempre la sede esclusiva della classe mercantile, nonché una roccaforte della setta scismatica, dispotica, formalista e apparentemente austera della Vecchia fede. La cittadella, o Cremlino, e ancora la fortezza di Chiesa e Stato; e l’immenso spazio che le si apre davanti, con le sue migliaia di botteghe e magazzini, e da secoli un brulicante alveare di commerci, e resta il cuore dei grandi traffici interni che abbracciano l’intera estensione del vasto impero. La Tverskaja ulitsa e il Kuzneckij most sono da secoli le aree in cui hanno sede i negozi eleganti; mentre i quartieri artigiani di Pljuščicha e Dorogomolivo conservano gli stessi tratti che caratterizzavano i suoi chiassosi abitanti già ai tempi degli zar moscoviti. Ogni quartiere e un piccolo mondo a se; ciascuno ha la sua fisionomia e conduce una vita separata. Persino le linee ferroviarie, irrompendo nell’antica capitale, hanno posizionato i propri depositi e macchinari, le locomotive e i vagoni stracarichi in aree specifiche ai margini della città vecchia.
Nondimeno, nessuna parte di Mosca e forse più tipica di quel labirinto di strade e vicoli puliti, tranquilli e tortuosi che si trova dietro il Cremlino, tra le due grandi arterie, la Arbat e la Prečistenka, e che e ancora chiamato Staraja Konjušennaja, il Vecchio Quartiere degli Scudieri. Una cinquantina d’anni fa era lì che viveva, e fu lì che lentamente si estinse, l’antica nobiltà moscovita, i cui nomi si trovano tanto spesso citati nelle pagine della storia russa prima dell’epoca di Petr I, ma che in seguito scomparvero per lasciare posto ai nuovi arrivati, “gli uomini di ogni rango” chiamati al servizio dello Stato dal suo fondatore. Constatando di essere stati soppiantati alla corte di San Pietroburgo, questi nobili di antico lignaggio si ritirarono nel Vecchio Quartiere degli Scudieri a Mosca, oppure nelle loro pittoresche tenute di campagna intorno alla capitale, da dove guardavano con una sorta di disprezzo e di invidia segreta la folla eterogenea di famiglie “venute dal nulla” che nella nuova capitale sulle sponde della Neva prendevano possesso delle piu alte cariche di governo4.

In cui la fine di un mondo, che solo la rivoluzione del 1917 avrebbe portato formalmente a termine, è già delineata, insieme all’insopportabilità di un’alterigia che ormai non si reggeva più su null’altro che l’attaccamento a un potere e a un diritto al comando che l’ammodernamento stava già consumando e contro cui Kropotkin si sarebbe battuto per tutta la vita, in nome di una diversa forma di cooperazione sociale che egli vedeva già realizzata nella collaborazione tra gli uomini e le donne una volta affrancati dalla schiavitù, politica, lavorativa e industriale. E forse osservata in quelle comunità di villaggio o obščina che i bolscevichi invece, una volta giunti al potere e accecati da un malinteso senso del progresso e dell’industrializzazione necessari per il salto di paradigma tra i differenti e “successivi” modi fi produzione, non seppero cogliere come opportunità, ma solo come elemento avverso e arretrato da combattere con ogni mezzo.

Infine, per approfondire la conoscenza della straordinaria figura di questo autentico militante delle rivoluzioni a venire si consiglia ancora ai lettori la lettura degli altri due suoi testi pubblicati da elèuthera: Campi, fabbriche, officine (2015/2023) e Il mutuo appoggio. Un fattore dell’evoluzione (2020).


  1. A. Čechov, L’isola di Sachalin, Edizionio Adelphi, Milano 2017.  

  2. Si veda: D. Beer, La casa dei morti. La Siberia sotto gli zar, Mondadori editore, Milano 2017, p. 25.  

  3. Si veda anche: M. Natalizi, La rivolta degli orfani. La vicenda del ribelle Pugačëv, Donzelli Editore, Roma 2011.  

  4. P. A. Kropotkin, Memorie di un rivoluzionario, elèuthera, Milano 2025, pp. 13-14.  

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Guardare la città da dentro: sull’ultimo documentario di Roberto C. https://www.carmillaonline.com/2026/06/02/guardare-la-citta-da-dentro-sullultimo-documentario-di-roberto-c/ Tue, 02 Jun 2026 20:00:32 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95088 di Andrea Bottalico

Padrone e sotto (2025), documentario di Roberto C. prodotto da Parallelo 41 e coprodotto da Luce Cinecittà, in collaborazione con Rai Cinema e con il contributo di Film Commission Regione Campania e Regione Campania da un’idea di Quintessenza, durata 86 minuti.

Il documentario di Roberto C. parla chiaro già a partire dal titolo. “Padrone e sotto”, evocazione immediata di una gerarchia sociale rigida, asimmetrica e storicamente determinata ma mai del tutto impermeabile, mostra le storie degli invisibili in una Napoli sfiancata dalle contraddizioni del turismo di massa, da un classismo strutturale e da un’economia del risentimento che corrode i [...]]]> di Andrea Bottalico

Padrone e sotto (2025), documentario di Roberto C. prodotto da Parallelo 41 e coprodotto da Luce Cinecittà, in collaborazione con Rai Cinema e con il contributo di Film Commission Regione Campania e Regione Campania da un’idea di Quintessenza, durata 86 minuti.

Il documentario di Roberto C. parla chiaro già a partire dal titolo. “Padrone e sotto”, evocazione immediata di una gerarchia sociale rigida, asimmetrica e storicamente determinata ma mai del tutto impermeabile, mostra le storie degli invisibili in una Napoli sfiancata dalle contraddizioni del turismo di massa, da un classismo strutturale e da un’economia del risentimento che corrode i legami sociali.

Il titolo si fa chiave di lettura di una città dell’Europa mediterranea spaccata a metà. In esso convergono vicende individuali e collettive che riguardano Napoli e i suoi subalterni, ma che finiscono per riflettersi in un altrove universale, sia pure in forme diverse: un Sud sempre più globale, che non descrive più soltanto uno spazio geografico contrapposto a un Nord opulento, ma una vera e propria categoria, una prospettiva e una questione ancora irrisolta.

Il film rispecchia una quotidianità segnata da disoccupazione endemica, lavoro nero e violenza di Stato. È un’opera importante, innanzitutto perché oggi è raro incontrare sguardi così ravvicinati, capaci di immergersi con una simile, genuina umanità in determinati contesti e di essere accolti con complicità pur avendo una telecamera in mano. Questa accoglienza rivela l’enorme lavoro preliminare dell’autore: quell’indispensabile, lento e difficile percorso quotidiano fatto di ascolto, rispetto, prossimità e reciproca fiducia che precede le riprese e consente di restituire scene di così intima verità. È una precondizione etica che permette di affilare lo sguardo e restituire la realtà per quella che è, senza lo schermo del paternalismo, offrendo una lezione involontaria a chiunque si misuri con la responsabilità del racconto del reale.

Del resto, l’empatia del regista ci è già nota. Se nel precedente Lievito l’attenzione si concentrava su alcune esperienze d’intervento educativo a Napoli, mostrando il percorso accidentato e sotterraneo dell’apprendimento e della trasmissione del sapere, in quest’ultima opera s’intravede in controluce lo sforzo dell’azione individuale e collettiva che tenta di farsi strada nel presente. È come se il regista scegliesse di guardare a valle del fenomeno, non a monte.

Osserviamo così da vicino la vita di Pio nel tritacarne alienante del precariato turistico, giovane migrante interno costretto a partire per un altro lavoro sottopagato al Nord. È uno dei tanti ragazzi alla ricerca di qualcosa, come evocato dalle scene in cui si aggira in un giardino con un metal detector, scavando la terra in cerca di metalli preziosi. L’elemento distintivo che solleva la sua storia è l’insubordinazione: Pio subisce la propria precarietà esistenziale e materiale, ma non passivamente, non si lascia addomesticare. Può soccombere sotto il peso dello sfruttamento sistematico, certo, ma il suo istinto non può accettare le logiche di quello sfruttamento. Un punto di rottura interiore che ne ribadisce la rilevanza politica.

La storia di Pio s’intreccia a quella di Ugo Russo, adolescente ucciso da un carabiniere fuori servizio durante un tentativo di rapina. L’obiettivo della telecamera si concentra sui familiari del giovane e sulle iniziative del comitato che da anni rivendica verità e giustizia. Qui le immagini si fanno ancora più prossime, accostandosi ai volti stanchi ma determinati di chi lotta e si mobilita. L’azione collettiva si mescola organicamente alle pratiche religiose, come mostrano le scene che commemorano Ugo su un carro durante la processione della Madonna dell’Arco; è così, infatti, attraverso una complessa grammatica di simboli condivisi e ancestrali, che i subalterni elaborano in prima istanza il lutto e il conflitto, esorcizzando un destino di marginalità che solo in apparenza risulta ineluttabile. In questo senso, colpiscono le immagini e le parole del padre di Ugo al microfono durante un presidio. Dimostrano come il comitato “Verità e Giustizia” non insegua semplicemente un obiettivo concreto, ma abbia saputo creare nel tempo uno spazio d’azione per una famiglia privata di un figlio. Articolando un discorso pubblico alternativo, il comitato ha creato le condizioni e costruito un luogo in cui un padre può prendere la parola con dignità: una vera e propria arma da contrapporre al silenzio, alla mistificazione mediatica, alle calunnie e alle colpevoli approssimazioni della stampa.

La terza storia ci ricorda che la vergogna non è un lavoro. È la vicenda collettiva del movimento dei disoccupati organizzati “7 Novembre”, di cui osserviamo i repertori di azione in presa diretta. Sono scene che mostrano la vera posta in gioco di un movimento che eredita e attualizza le pratiche di lotta provenienti dal passato (come vediamo in alcune immagini di repertorio); persone che assumono sfumature eversive agli occhi dello Stato, subendo sulla propria pelle denunce, repressione, condanne e una costante stigmatizzazione sociale. L’autore compie la scelta rigorosa di non estetizzare la lotta, lasciando invece parlare le voci dei protagonisti che si organizzano giorno dopo giorno. Emerge così quanto la forza di queste mobilitazioni non risieda soltanto nella possibilità materiale di vincere una vertenza storica, ma nella capacità di connettere piani diversi della realtà, inserendo la rivendicazione di un lavoro dignitoso dentro un conflitto più ampio, capace di generare un alfabeto politico inedito. Un patrimonio comune da mettere a disposizione di chi oggi è disoccupato, domani lavorerà e dopodomani continuerà a lottare sul proprio posto di lavoro.

Mentre scorrono i titoli di coda, viene da chiedersi cosa accomuna queste tre storie. E la risposta risiede nel loro valore politico. Attraverso di esse vediamo chiaramente il meccanismo che riproduce quei rapporti di sottomissione indispensabili alla sopravvivenza del sistema stesso. Ci rendiamo conto di come il potere sia alla continua ricerca di soluzioni tecniche o di ordine pubblico alle tensioni sociali, nel tentativo sistematico di disinnescare i percorsi collettivi di emancipazione attraverso i processi di isolamento e individualizzazione.

Se la migliore funzione di polizia si realizza quando i poveri sanno stare al loro posto senza bisogno di manganellarli, la più giusta delle lotte è quella che problematizza e spezza la presunta ineluttabilità della tragedia, la cui lezione principale consiste nel perenne conflitto tra verità e potere.

In questo senso, Padrone e sotto si impone come un documentario d’osservazione puro, privo di retorica, capace di seguire la traiettoria di tre storie esemplari. Vi troviamo l’esito di un percorso tragico, i cui rivoli conflittuali suggeriscono però, sottovoce, una verità ostinata: tra chi sta sopra e chi sta sotto non è mai detta l’ultima parola. A ben vedere, quest’opera rappresenta un unicum per l’empatia con cui riesce a raccontare quel mondo – che, in definitiva, è il nostro. Nel panorama desolante del racconto reale di una città sempre più inghiottita da se stessa, c’è ancora chi riesce a guardarla dentro.

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Walk on the Mild Side – Lou Reed e il Tai Chi Chuan https://www.carmillaonline.com/2026/06/02/walk-on-the-mild-side-lou-reed-e-il-tai-chi-chuan/ Mon, 01 Jun 2026 22:01:32 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93690 di Walter Catalano

Lou Reed, Il mio Tai Chi: L’arte dell’allineamento, trad. Natascia Pennacchietti, Jimenez Editore, pp.280, euro 22,00

Il mio maestro di Tai Chi Chuan, che è anche un appassionato di musica, dice che Lou Reed (1942-2013) è stato un grandissimo musicista (e su questo concordo pienamente) ed un mediocrissimo praticante di Tai Chi (su questo secondo punto non ho sufficienti competenze per esprimere un’opinione). Del maestro di Lou, Ren Guang Yi, che ha esportato il Tai Chi in America (secondo lo stile Chen; noi pratichiamo invece secondo lo stile Yang Originale), dice invece che il fatto di venire considerato il maestro [...]]]> di Walter Catalano

Lou Reed, Il mio Tai Chi: L’arte dell’allineamento, trad. Natascia Pennacchietti, Jimenez Editore, pp.280, euro 22,00

Il mio maestro di Tai Chi Chuan, che è anche un appassionato di musica, dice che Lou Reed (1942-2013) è stato un grandissimo musicista (e su questo concordo pienamente) ed un mediocrissimo praticante di Tai Chi (su questo secondo punto non ho sufficienti competenze per esprimere un’opinione). Del maestro di Lou, Ren Guang Yi, che ha esportato il Tai Chi in America (secondo lo stile Chen; noi pratichiamo invece secondo lo stile Yang Originale), dice invece che il fatto di venire considerato il maestro più famoso internazionalmente non implica in automatico il fatto di essere anche davvero il più bravo. Sul punto tenderei a concordare, almeno in linea di principio, perché non sono affatto in grado ovviamente di esprimere pareri su Ren. Mi fido però del giudizio di un discepolo di VI generazione della famiglia Yang.

Yang o Chen che sia, comunque, – cambia la forma ma non la sostanza – il Tai Chi Chuan è un’arte marziale interna, che, a differenza delle arti marziali esterne – come il Kung Fu, il Ju Jitsu, il Karate, ecc. – utilizza solo l’energia interna (Chi) e non la forza muscolare esterna. Lo Yi, l’Intenzione, sposta il Chi, il Soffio: i muscoli non servono. Gli americani – certo è una generalizzazione eccessiva ma c’è del vero – apprezzano soprattutto le palestre, la forma fisica atletica, i bicipiti in bella mostra, le scazzottate coreografiche, la competizione e la contrapposizione piuttosto che la complementarità. Ren sembra aver venduto bene la sua merce adattandola con successo ai loro gusti e i suoi allievi famosi, tra cui Lou Reed, lo provano. Non è affatto una critica ma solo una prospettiva di cui tenere conto.

Grazie al Tai Chi Lou Reed si disintossicò dalle droghe, si dette una regolata, trovò un allineamento fisico e mentale, e non smise mai di praticare per oltre vent’anni, fino agli ultimi giorni di vita, finchè le forze glielo concessero. Questo è il messaggio più utile e universale del libro, un libro che Lou avrebbe voluto scrivere ma non ebbe il tempo di fare. Sebbene infatti il volume sia intitolato a suo nome, le parti davvero scritte da lui sono minime e il testo si riduce soprattutto a una raccolta di interviste e di testimonianze di amici, parenti, collaboratori, colleghi musicisti – come Iggy Pop o l’ultima moglie, Laurie Anderson – artisti amici – come Wim Wenders – compagni di pratica, maestri e discepoli, medici e allenatori, consulenti finanziari e segretari personali dell’ex Velvet Underground passato dal vuoto dell’eroina a quello del wu wei taoista – manca giusto quella della sua donna delle pulizie… La forma parlata e frammentaria dei dialoghi non aiuta certo la lettura e conferisce un senso generale di superficiale trasandatezza e approssimazione, un bla-bla in cui dopo qualche pagina la ripetitività e la noia prevalgono: chi si aspettava un testo teorico sul Tai Chi o una serie di riflessioni in tema dove Lou Reed emulasse Lao-Tsi, resterà deluso. Si tratta più che altro della magnificazione di un artista famoso e della sua (ragguardevole) opera, della celebrazione di un mito, una sorta di agiografia in cui il Tai Chi, e il suo profeta, il maestro Ren, fanno le veci dello Spirito Santo e riscattano il peccatore dalla perdizione. Il genio della musica e il genio del Tai Chi si sono incontrati, non in Cina ma negli USA, e, da bravi yankee pragmatici (ma i cinesi, almeno quelli contemporanei, non sono da meno), per loro quello che conta davvero è la prestazione: così Lou scriverà droni musicali per accompagnare le sessioni di Tai Chi nella scuola del maestro Ren, e il maestro Ren seguirà Lou in tour curando le coreografie Tai Chi dei concerti. Come dice il proverbio cinese: “Gli Otto Immortali attraversano il mare, ognuno rivela i propri poteri divini”

 

 

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Il reale delle/nelle immagini. Il manifestarsi della tossicità capitalista nella fotografia https://www.carmillaonline.com/2026/05/31/il-reale-delle-nelle-immagini-il-manifestarsi-della-tossicita-capitalista-nella-fotografia/ Sun, 31 May 2026 20:00:52 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94045 di Gioacchino Toni

Sara Benaglia, Immagini infestate. Ecologie tossiche della fotografia, Mimesis, Milano-Udine, 2026, pp. 116, € 15.00

«Immagini infestate è un’indagine storica, speculativa, poetica. Scava tra le scorie dell’atto fotografico: estrazione industriale, colonialismo chimico, spettri ibridati nella materia analogica. […] La fotografia è una rovina lucente. Una macchina che imprime, consuma e lascia dietro di sé solo resti. Senza lavoro coatto, senza violenza geologica del capitalismo, nessuna luce sarebbe mai stata impressa su carta. L’immagine non documenta: persiste. Sopravvive come scarto ideologico, come traccia necrotica, come reliquia di un’ecologia collassata» (pp. 7-8). Così Sara Benaglia presenta lo sguardo critico con cui [...]]]> di Gioacchino Toni

Sara Benaglia, Immagini infestate. Ecologie tossiche della fotografia, Mimesis, Milano-Udine, 2026, pp. 116, € 15.00

«Immagini infestate è un’indagine storica, speculativa, poetica. Scava tra le scorie dell’atto fotografico: estrazione industriale, colonialismo chimico, spettri ibridati nella materia analogica. […] La fotografia è una rovina lucente. Una macchina che imprime, consuma e lascia dietro di sé solo resti. Senza lavoro coatto, senza violenza geologica del capitalismo, nessuna luce sarebbe mai stata impressa su carta. L’immagine non documenta: persiste. Sopravvive come scarto ideologico, come traccia necrotica, come reliquia di un’ecologia collassata» (pp. 7-8). Così Sara Benaglia presenta lo sguardo critico con cui guarda alle fotografie riconsocendo loro, alla materia di cui sono fatte, un livello di agentività che contraddice le pretese di unicità autoriale umana.

Il ragionamento proposto dall’autrice prende il via dalla constatazione della naturale trasformazione che subisce nel tempo l’immagine fotografica, del suo sottrarsi all’idea che la vuole strumento in grado di fissare per l’eternità un istante mantenendosi, al contempo, inalterabile. Benaglia invita a non guardare all’infiorescenza che compare con il tempo sulla sua superficie fotografica come a un semplice deterioramento, ma come a una manifestazione di un processo vitale in atto. «L’immagine non si sta spegnendo, si sta riaccendendo in un registro distinto» (p. 11), non si adegua al ruolo di mero deposito di significato umano, autoriale e spettatoriale, ma manifesta le sue potenzialità di generare autonomamente significati infrangendo le pretese di congelamento a documento del realismo capitalista che la vorrebbe documento inerte.

Riconoscere l’agentività dell’immagine fotografica, sostiene Benaglia, significa ripensare il concetto di autorialità abbandonando le pretese di esclusività umana per contemplare la presenza di un creatività non-umana. «Ciò che chiamiamo “autorialità”» scrive l’autrice, «è una struttura mitologica, un apparato normativo costruito per congelare la creazione dentro una griglia di nomi, proprietà, intenzioni. Ma la materia si muove» (p. 21) e, nel muoversi, mostra la natura spettrale del castello giuridico autoriale, insinuando «l’idea disturbante di un diritto (d’autore) multiagentee: non più costruito attorno a un io centrale, ma distribuito tra materia, codice e tempo» (p. 22).

Tanto l’immagine analogica, «costellazione chimica che scaturisce dalla terra e si imprime sulla pellicola», quanto quella digitale, derivata da «materie rare, estratte dal cuore oscuro del pianeta, che alimentano lo splendore immateriale dei pixel», sottolinea Benaglia, «sono epistemologie connesse, visioni del mondo inscritte nella materia. L’analogico sussurra attraverso il decadimento, la corrosione, l’imperfezione. Il digitale simula purezza, ma è anch’esso fondato su una filiera di estrazione invisibile, che lega ogni schermo a un paesaggio devastato» (p. 35). In entrambi i casi, continua l’autrice, si tratta di «un’alleanza tra desiderio ed estrazione, tra visione e sfruttamento. Una miniera che si finge memoria. Un dispositivo che colonizza la luce e la trasforma in superficie. Ma lascia dietro di sé scorie. Polveri. Sostanze. Ogni immagine è un’eco minerale. Una reliquia velenosa di un mondo in esaurimento. Ma questa eco non è astratta. Ha una chimica. Ha un corpo. È composizione attiva della materia» (p. 37).

Nell’osservare una fotografia occorrerebbe prendere atto delle sue connessioni con l’industrializzazione e l’inquinamento, della sua genealogia sostanzialmente distruttiva in quanto gesto colonizzatore, «estrattivo che trasforma la realtà in superficie. In scarto. In residuo energetico» (p. 43).

La fotografia nasce nelle infernali miniere d’argento del Cinquecento sudamericano ed è, al pari del capitalismo, «un’illusione ottica sostenuta da un’infrastruttura invisibile e tossica. Senza la conquista coloniale, senza i combustibili fossili, senza il lavoro coatto e l’estrazione incessante, non ci sarebbe alcuna camera oscura, alcuna immagine da sviluppare. Ogni fotografia è già da sempre una composizione geologica e politica. La materia da cui è fatta è il risultato di violenza storica e raffinazione chimica» (p. 49).

Dietro all’apparente immaterialità dell’immagine fotografica si cela una costruzione ideologica che nasconde il suo essere «un prodotto stratificato di logistica, trasporto, ingegneria» (pp. 49-50), altro che «semplice estensione di un progetto autoriale, un’estetica disincarnata» (p. 50). Insieme alla riorganizzazione del vedere la fotografia concorre alla rovina del pianeta bruciando e dissolvendo ciò che osserva per renderlo visibile. Anziché «contemplare la fotografia per ciò che mostra» scrive Benaglia, la si dovrebbe guardare «come una ferita ecologica, come una macchina produttrice di scarti» (p. 70). Negli aloni di ruggine che affiorano a distanza di tempo dalle stampe fotografiche si dovrebbe allora cogliere il ritorno del rimosso, il manifestarsi della tossicità autodistruttiva del Capitalocene.

Le tecniche marginali, riprese o nuove che siano, attente all’impatto ecologico, muovono dall’idea che, anziché riprodurlo, la fotografia debba entrare in relazione con il mondo. «In un’epoca di collasso climatico, la fotografia non può limitarsi a riattivare il non visto. Deve imparare a denunciare i sistemi che rendono il mondo sempre meno visibile. Se ha ancora una funzione critica, non sta nel documentare il disastro, ma nello smontare le condizioni che lo producono» (p. 96).

Se la fotografia chimica presupponeva una relazione con la luce e con il tempo, la smaterializzazione del digitale ha «convertendo la luce in dato, l’esposizione in calcolo, l’attesa in immediatezza. L’immagine non viene più impressa, ma generata. Non reagisce, esegue. È una funzione algoritmica, un’operazione logistica del visibile» (p. 100) che fa del vedere un atto di ottimizzazione, un calcolo predittivo, non una rappresentazione ma una valutazione.

Viviamo in una fotonecrosi estetica. Ogni immagine è già un resto. La memoria visiva è colonizzata. La luce è necropolitica. Vedere non è più un diritto: è una concessione. Il visibile non è ciò che appare, ma ciò che sopravvive all’occultamento. Le immagini non ci rappresentano: ci regolano. Ogni pixel è il risultato di un processo di selezione che coinvolge silicio, cobalto, rame, lavoro estrattivo. Il digitale non è neutro: è minerale, coloniale, tossico. La fotografia è diventata un atto geologico. Ogni gesto visivo consuma risorse, genera calore, lascia scorie. Nel frattempo, bruciamo. Data center che divorano fiumi. GPU che sciolgono permafrost. Reti alimentate da coltan, cobalto, lavoro esaurito. Il digitale è la nuova plastica invisibile. Non la tocchi. Ma ti entra dentro (pp. 102-103).

Qualcosa sfugge comunque all’ottimizzazione, nella datanecrosi, sostiene Benaglia, «è possibile individuare anche una condizione critica che interroga l’apparato e i suoi rapporti di potere che consente di ripensare la relazione dell’essere umano con le immagini «non come superfici da consumare, ma come sintomi da ascoltare» (p. 103). La fotografia, analogica o digitale che sia, è rappresentazione e al tempo stesso corrosione del tempo, è gestione e non memoria. In un tale contesto, scrive l’autrice di Immagini infestate, la conservazione della fotografia «diventa anch’essa un gesto algoritmico, un tentativo di fissare ciò che per sua natura eccede ogni fissazione. La fotografia non ci mostra più il mondo. Lo divora. E ciò che sopravvive, nelle sue rovine, è la vitalità opaca della materia stessa» (p. 106).

Il reale delle/nelle immagini – serie completa

 

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Il furore della pietra https://www.carmillaonline.com/2026/05/30/il-furore-della-pietra/ Sat, 30 May 2026 20:00:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94688 di Emanuela Cocco

Ruth Rendell, La morte non sa leggere, trad. di Marina Clavaresi, 66thand2nd, 2026, pp. 240, € 19.

“Una pietra che respirava. Ecco cos’era, ed era sempre stata, Eunice.” Il segreto che rende deforme Eunice Parchman, la protagonista di questa storia, ci viene svelato nella prima riga del romanzo. La morte non sa leggere di Ruth Rendell, appena ripubblicato da 66thand2nd, 2026 con la traduzione di Marina Clavaresi è una storia nerissima, piena di morte e mistero, che inizia con la sua completa risoluzione. Tutto è già accaduto, tutto è stato svelato: il nome dei colpevoli, le vittime, un movente [...]]]> di Emanuela Cocco

Ruth Rendell, La morte non sa leggere, trad. di Marina Clavaresi, 66thand2nd, 2026, pp. 240, € 19.

“Una pietra che respirava. Ecco cos’era, ed era sempre stata, Eunice.”
Il segreto che rende deforme Eunice Parchman, la protagonista di questa storia, ci viene svelato nella prima riga del romanzo. La morte non sa leggere di Ruth Rendell, appena ripubblicato da 66thand2nd, 2026 con la traduzione di Marina Clavaresi è una storia nerissima, piena di morte e mistero, che inizia con la sua completa risoluzione. Tutto è già accaduto, tutto è stato svelato: il nome dei colpevoli, le vittime, un movente che però non sembra comprensibile, la ragione inesplicabile che ha portato a un orrendo fatto di sangue. Eunice, la domestica analfabeta di una famiglia colta e di ottima estrazione sociale, ha commesso una strage, perché non sapeva leggere, perché non sapeva scrivere, ci informa il narratore, ma in questa storia, aggiunge, c’è molto di più.

Per Eunice Parchman e anche per i diretti interessati, fu una iattura che i suoi datori di lavoro, sotto il cui tetto aveva vissuto per dieci mesi, fossero gente di particolare cultura. Se fosse stata una famiglia di zoticoni, forse oggi sarebbero ancora vivi, e lei svincolata nella sua libertà oscura e misteriosa fatta di sensazioni, pulsioni e assenza totale di parole scritte.

Al centro del romanzo c’è il movente del massacro, l’oscuro perché, oggetto privilegiato delle storie investigative, che qui si presenta come motivazione scivolosa e inafferrabile proprio in virtù della sua evidenza. La correlazione tra i fatti è sfuggente. Come si legano il sangue e le ingiurie con l’analfabetismo dell’assassina e con la furia demolitrice della sua complice? Il perché di questa storia, di tutte queste morti, non è un perché fattuale, non è un movente che può essere circoscritto in una frase, del resto in questo romanzo, che non appartiene alla serie più tradizionale che hanno per protagonista l’ispettore capo Reginald Wexford, Ruth Rendell cambia completamente il suo approccio alla storia, e decide, come anche in altri romanzi memorabili quali Paura di uccidere o La bambola che uccide, di concentrarsi sul mistero dell’identità e delle motivazioni individuali, lì dove i nessi causa ed effetto si allentano, lasciando spazio a ossessioni e inquietanti proiezioni della mente che poi sfociano in una violenza inarrestabile.

Lowfield Hall traboccava di libri. Le sembrava che ce ne fossero tanti quanti nella biblioteca di Tooting, dove era entrata una volta, e una soltanto, per restituire in ritardo un romanzo preso in prestito dalla signora Samson. Ai suoi occhi erano solo piccole scatole piatte, piene di mistero e minaccia.

La morte non sa leggere è l’incubo di una donna che sente di non avere posto tra gli esseri umani, una donna in perenne esilio, bandita dalla società a causa di quello che lei avverte essere non un limite ma una deformazione ignominiosa. L’analfabetismo, del quale Eunice non ha colpa, è il suo crimine e il suo segreto, Eunice lo cela dentro di sé come un orribile misfatto, se ne vergogna, ne prova paura ed è disposta a tutto pur di mantenerlo sepolto, celato agli occhi di una comunità di uomini e donne alla quale sente di non appartenere. Da una parte c’è lei, Eunice, la donna un tempo bambina, mai amata, mai veramente accolta in seno alla sua famiglia, trattata come una semplice risorsa, come una macchina nata per accudire, abusata nel modo indegno e silenzioso del disamore, della noncuranza che si consuma all’interno di tante famiglie all’apparenza normali.  Dall’altra parte del muro ci sono loro, gli altri, capaci di vedere l’altro e di essere visti, altri che possiedono gli sguardi amorevoli, gli abbracci e le parole scritte, altri che non potendo essere visti da lei come amici, alleati, o anche come simili compagni di viaggio, diventano in modo automatico nemici, una minaccia dalla quale difendersi, oppure le vittime contro le quali infuriare.

C’erano libri sui comodini, riviste e giornali nelle ceste apposite. I Coverdale leggevano a qualsiasi ora del giorno. E Eunice aveva come la sensazione che lo facessero a mo’ di provocazione, visto che nessuno, neppure un professorone, poteva ammazzarsi così tanto di lettura per puro piacere.

L’amore, che per esistere deve essere pensato attraverso le parole ed è nelle parole che si incarna, che viaggia all’interno di questa famiglia attraverso le letture condivise,  le frasi gentili, le riviste sfogliate, i libri letti, i bigliettini sui quali i membri di  questa famiglia, ignara del pericolo, annotano istruzioni per la loro domestica analfabeta, l’amore fatto di caratteri scritti a penna o stampati, è anche la miccia che fa divampare la furia di Eunice fino a farle incenerire tutto, alla ricerca di una pace innaturale, di una compostezza agghiacciante che non è dei vivi, e non è degli umani, ma degli esseri inanimati.
La morte non sa leggere è la magistrale storia di come si diventa di pietra, di come, in quanto pietra, si finisce per usare se stessi per colpire l’altro, quell’altro che non sappiamo avvicinare, lo stesso che a sua volta non sa accerchiare la nostra resistenza a ogni tipo di contatto, non sa fare altro che accertare come sia immutabile la nostra consistenza dura e inanimata.
Come ogni processo di pietrificazione esistenziale anche quello di Eunice Parchman, la protagonista, potrebbe essere reversibile, ma Eunice, scarsa di immaginazione e così a lungo raggelata dalla paura da essere incapace anche solo di ipotizzare un cambiamento, non lo sospetta neppure. Ruth Rendell è bravissima a scegliere per questa donna, così ossessionata dal terribile segreto dell’analfabetismo, la peggiore famiglia possibile. Dei colti e ben disposti privilegiati che, almeno all’inizio, tentano goffamente di farla sentire parte della famiglia, senza capire che proprio la loro natura di “gente cresciuta dritta”, come direbbe Theodor Fontane, offende in lei cioè che è guasto, deforme, fino a farlo urlare e infuriare.
Con La morte non sa leggere Ruth Rendell ci regala il ritratto di un’assassina selvaggia e quello di una vittima predestinata che sono la stessa sgradevole donna: la feroce, inerme, indimenticabile Eunice Parchman.

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Dalla Russia con dolore: una spia bianca nella Russia rossa https://www.carmillaonline.com/2026/05/30/dalla-russia-con-dolore-una-spia-bianca-nella-russia-rossa/ Fri, 29 May 2026 22:01:32 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94309 di Walter Catalano

Paul Dukes, Crepuscolo rosso e il nuovo giorno, Edizioni Medhelan, trad. Fabrizio Bagatti, prefazione di Antonio Carioti, pp. 320, 24,00 €.

Se Peter Fleming – il fratello maggiore di Ian, l’inventore di James Bond – osserva la guerra civile russa dall’esterno (qui), con gli occhi dello storico che ricostruisce a posteriori un disastro annunciato, Paul Dukes la vive dal di dentro, con il fiato corto di chi sa che un errore di calcolo può costargli la vita. Crepuscolo rosso e il nuovo giorno, pubblicato nel 1922 e ora finalmente tradotto in italiano da Medhelan, è [...]]]> di Walter Catalano

Paul Dukes, Crepuscolo rosso e il nuovo giorno, Edizioni Medhelan, trad. Fabrizio Bagatti, prefazione di Antonio Carioti, pp. 320, 24,00 €.

Se Peter Fleming – il fratello maggiore di Ian, l’inventore di James Bond – osserva la guerra civile russa dall’esterno (qui), con gli occhi dello storico che ricostruisce a posteriori un disastro annunciato, Paul Dukes la vive dal di dentro, con il fiato corto di chi sa che un errore di calcolo può costargli la vita. Crepuscolo rosso e il nuovo giorno, pubblicato nel 1922 e ora finalmente tradotto in italiano da Medhelan, è un documento eccezionale: le memorie di un agente del MI6 infiltrato nella Pietrogrado bolscevica per due anni, dal 1918 al 1920, autorizzate dai servizi britannici in un’epoca in cui simile concessione era praticamente inaudita. Come notava all’epoca il Times Literary Supplement, si trattava di un caso quasi unico: un agente segreto in attività cui veniva concesso di raccontare la propria missione mentre i protagonisti di quella storia erano ancora vivi e pericolosi.

Il contesto in cui Dukes si muove è quello dei mesi più convulsi della rivoluzione bolscevica. Dopo l’ottobre del 1917, Pietrogrado — che aveva cessato di essere capitale a favore di Mosca nel marzo del 1918, proprio per sottrarla all’avanzata tedesca — è una città allo stremo: la fame morde, le fabbriche sono ferme, le strade percorse da pattuglie della Čeka e da delatori pronti a vendere chiunque per un tozzo di pane. Il Terrore Rosso, proclamato ufficialmente nell’estate del 1918 dopo l’attentato a Lenin, ha trasformato la città in una trappola in cui la sopravvivenza dipende dalla capacità di sparire nella folla, di cambiare identità, di non fidarsi di nessuno. È in questo scenario che Dukes deve operare, raccogliere informazioni, mantenere i contatti con i circoli controrivoluzionari clandestini e far pervenire i propri dispacci a Londra attraverso una catena di corrieri che attraversano clandestinamente il confine finlandese.

Dukes non era una spia di professione. Era un giovane insegnante d’inglese, prima a Riga poi a San Pietroburgo, innamorato della Russia e della sua cultura, abbastanza fluente in russo da potersi muovere tra la gente comune senza destare sospetti. Fu proprio questa sua anomalia — non l’agente addestrato ma l’appassionato che conosce il paese e la sua anima — a renderlo prezioso agli occhi dell’MI6, che lo reclutò nell’estate del 1918 dopo che l’assassinio del capitano Francis Cromie nell’ambasciata britannica di Pietrogrado aveva decimato le reti di spionaggio esistenti. Cromie era stato ucciso il 31 agosto 1918 da un gruppo di bolscevichi che avevano fatto irruzione nell’edificio diplomatico: la sua morte segnò la rottura definitiva dei rapporti tra il governo britannico e il regime di Lenin, e lasciò l’intelligence britannica quasi cieca proprio nel momento in cui più urgentemente aveva bisogno di occhi sul campo. Le istruzioni che Dukes ricevette erano di una vaghezza quasi comica: torni in Russia come può, si arrangi, mandi dispacci. Come attraversare il confine ghiacciato tra Finlandia e Russia bolscevica era affar suo.

Sul piano narrativo, il libro segue Dukes attraverso una serie di identità successive, costruite con pazienza artigianale e abbandonate all’ultimo momento quando diventano troppo pericolose. Si fa chiamare Aleksandr, poi Joseph, poi ancora con altri nomi, coprendosi con documenti falsi di volta in volta procurati attraverso la rete clandestina. Si nasconde in appartamenti di fortuna, dorme in rifugi improvvisati, assiste a esecuzioni sommarie, frequenta riunioni segrete di socialrivoluzionari e monarchici che si illudono ancora di poter rovesciare il regime. Incontra personalità reali della resistenza clandestina, alcune delle quali pagheranno la propria opposizione con la vita. Uno dei momenti più drammatici del libro è la fuga finale attraverso il Golfo di Finlandia su una barca a remi nel cuore dell’inverno, inseguito dalle motovedette bolsceviche: una sequenza che anticipa quasi cinematograficamente certi topoi della spy story del Novecento, e che non stupisce abbia lasciato traccia nell’immaginario di chi, come Ian Fleming, crebbe in un ambiente familiare saturo di storie di questo tipo.

Ciò che ne risulta è un libro che sfugge con eleganza alle categorie: non è propriamente una spy story, non è un memoir convenzionale, non è un saggio storico, eppure è un po’ tutte e tre le cose insieme. Dukes racconta i travestimenti successivi — una barba da russo, un nome ucraino per giustificare l’accento non perfetto, documenti contraffatti — con quella capacità tutta britannica di trattare il pericolo con un humour misurato che non scade mai nell’autocompiacimento. Ma sotto la superficie avventurosa scorre qualcosa di più prezioso: una testimonianza diretta e affettuosa della vita quotidiana a Pietrogrado nei primi anni del regime bolscevico, le opinioni della gente comune raccolta dalla voce stessa della strada, la progressiva organizzazione repressiva della Čeka, i velleitari tentativi controrivoluzionari destinati al fallimento. Dukes descrive con precisione il funzionamento dei comitati di quartiere attraverso cui il potere bolscevico penetrava capillarmente nella vita privata dei cittadini, il sistema delle razioni utilizzato come strumento di controllo politico, la sistematica eliminazione di quella borghesia colta e liberale che aveva creduto, nel febbraio del 1917, di poter guidare la Russia verso una democrazia parlamentare.

Dukes amava i russi — li amava davvero, non come l’agente ama il suo terreno di caccia ma come chi ha vissuto abbastanza a lungo in un paese da farne propria qualcosa dell’anima. Questa empatia autentica è forse la qualità più rara del libro, quella che lo distingue dalla produzione spionistica contemporanea: non c’è qui il freddo disprezzo del professionista per le sue pedine, né la superiorità dell’osservatore occidentale verso una civiltà che non capisce. C’è invece la curiosità genuina di chi vuole capire cosa stia succedendo a un popolo che conosce e rispetta, e la malinconia di chi vede qualcosa di irrecuperabile andare perduto nel vortice della storia. La Pietrogrado che Dukes aveva conosciuto prima della rivoluzione — la città dei teatri, dei caffè letterari, delle serate musicali in cui lui stesso aveva suonato il pianoforte nei salotti dell’intellighenzia — è ormai irriconoscibile, svuotata dei suoi abitanti più colti dalla fame, dalla fuga e dalla repressione. Questo lutto per una civiltà perduta, quella borghese che la Rivoluzione ha scalzato via, percorre il libro come un basso continuo, e gli conferisce una profondità emotiva che trascende il resoconto di spionaggio.

Come nel caso del volume flemingiano, la cura editoriale di Medhelan si fa sentire: la prefazione di Antonio Carioti contestualizza il testo con precisione nel panorama storico e nella storia del servizio segreto britannico, e la traduzione di Bagatti restituisce il tono di Dukes — quel mix di tensione narrativa e understatement tipicamente inglese — senza forzature. I due volumi, Fleming e Dukes, si leggono bene in sequenza: sono le due facce della stessa medaglia, lo stesso momento storico visto dall’esterno e dall’interno, il grande crollo dell’ordine zarista raccontato da chi c’era e da chi, più tardi, ha cercato di capire cosa fosse successo davvero. Medhelan ha avuto l’intelligenza di pubblicarli quasi in contemporanea, costruendo così non due semplici uscite editoriali ma un dittico coerente su uno dei momenti più drammatici e emblematici del secolo scorso.

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Un amore platonico, ma non troppo https://www.carmillaonline.com/2026/05/28/un-amore-platonico-ma-non-troppo/ Thu, 28 May 2026 20:00:59 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94242 di Franco Ricciardiello

Matteo Nucci Platone. Una storia d’amore, pp. 580, euro 22,00, Feltrinelli, 2025

Scrivere un’autobiografia romanzata di Platone è un’impresa che dovrebbe far tremare le vene ai polsi. Affrontare la storia di uno tra i personaggi più conosciuti dell’antichità, benché citato più per sentito dire che per conoscenza diretta, Platone è un nome-etichetta che di solito si associa direttamente all’idea stessa di filosofia. Come se non bastasse, è l’unico grande filosofo classico del quale ci sia pervenuto intatto l’intero corpus di opere, a differenza di Aristotele e di Socrate: quest’ultimo neppure ha lasciato testi scritti, tutto ciò che sappiamo del [...]]]> di Franco Ricciardiello

Matteo Nucci Platone. Una storia d’amore, pp. 580, euro 22,00, Feltrinelli, 2025

Scrivere un’autobiografia romanzata di Platone è un’impresa che dovrebbe far tremare le vene ai polsi. Affrontare la storia di uno tra i personaggi più conosciuti dell’antichità, benché citato più per sentito dire che per conoscenza diretta, Platone è un nome-etichetta che di solito si associa direttamente all’idea stessa di filosofia. Come se non bastasse, è l’unico grande filosofo classico del quale ci sia pervenuto intatto l’intero corpus di opere, a differenza di Aristotele e di Socrate: quest’ultimo neppure ha lasciato testi scritti, tutto ciò che sappiamo del suo pensiero ci arriva appunto dal suo allievo Platone.

Ecco la triade filosofica della Grecia classica; Socrate (470-399) fu maestro di Platone (428-348), che a sua volta ebbe come allievo Aristotele (384-322), e infine Alessandro il Grande (336-323) fu allievo di Aristotele: una linea retta che attraversa le Guerre Persiane, lo scontro tra Atene e Sparta, l’era di Pericle, rappresentando il periodo di massimo splendore della civiltà greca, antenata diretta di quella occidentale, che sfocia con la conquista dell’Asia da parte del re macedone.

Torniamo a Platone; che poi non si chiamava neppure così, bensì Aristocle. Nei secoli è stato conosciuto con il soprannome che gli dette il maestro di ginnastica, con allusione alla corporatura e alle spalle ampie, platýs in greco. Un nome trasformato anche in aggettivo, platonico, usato — a sproposito — per indicare un amore contemplativo, non consumato.

Un’impresa da far tremare i polsi, romanzare la vita del filosofo, dicevamo; eppure Matteo Nucci ci si è impegnato, e il risultato è esaltante. Nucci, esperto del mondo antico e studioso delle origini del pensiero filosofico, ha curato nel 2009 un’edizione del Simposio di Platone per Einaudi; forse quest’impresa poteva essere portata a termine solo da lui, almeno nella forma del presente romanzo, cioè evitando sia il sensazionale che il patetico, per concentrarsi quasi sulla quotidianità di un titano della cultura, che fu comunque soprattutto un uomo della sua epoca, più influente di molti politici, conosciuto in tutto il Mediterraneo ellenizzato, e anche oltre.

La narrazione parte dalla prima infanzia e termina con la morte; il narratore è un suo amico di gioventù, ma spesso la voce si sposta molto più vicino all’autore che al narratore, per inquadrare in determinati passaggi alcuni avvenimenti nella prospettiva futura rispetto al tempo del racconto.

Va detto che ci sono ben pochi passaggi apertamente filosofici nel romanzo, il pensiero di Platone è sempre filtrato attraverso altri personaggi, smontato, messo in relazione agli eventi storici. Il lettore non deve aspettarsi di apprendere il contenuto dei Dialoghi, della Repubblica o della Politica, piuttosto scoprirà chi furono le persone reali che il filosofo rende protagonisti dei suoi confronti dialettici. Infatti, 34 delle sue 36 opere sono dialoghi tra personaggi sui più disparati argomenti filosofici e i dialoganti sono persone realmente vissute, come il condottiero Alcibiade, il filosofo Gorgia, il politico Crizia, zio di Platone, il matematico Ippia e Socrate stesso.

In appendice al romanzo, la sezione Riferimenti indica pagina per pagina le fonti della narrazione, costruita comunque con la più ampia libertà d’interpretazione e d’invenzione della fiction e va considerata come un’importante lezione sulla liceità del romanzo storico di riempire le lacune delle fonti, e al tempo stesso il dovere morale di mettere in scena il punto di vista di un uomo del suo tempo, ancorché più intelligente dei contemporanei, evitando — come infatti è riuscito a fare Nucci — anacronistiche modernità di pensiero. Una vita vissuta comunque pericolosamente, quella di Platone: lo testimoniano i molti viaggi per mare, da Cirene all’Egitto alla Sicilia, la sua riduzione in schiavitù per volere di Dionisio, tiranno di Siracusa, la feroce opposizione incontrata un po’ ovunque, dalla patria alla Sicilia, il tutto raccontato con equanimità e pudore dall’autore, del quale comunque si percepisce la passione per il personaggio.

Alcuni dei momenti più iconici della storia greca vengono illuminati dai protagonisti che ne furono testimoni oculari: il devastante processo populista che condannò a morte Socrate; la trentennale guerra del Peloponneso, che vide Atene arrendersi a Sparta; la catastrofica spedizione ateniese contro Siracusa, terminata con dodicimila morti nelle prigioni della città siciliana; il tiranno Dionisio, che per un certo tempo suscitò le speranze di Platone per un governo illuminato.

Sicuramente l’aspetto che più potrebbe far discutere è l’attenta ricostruzione della parte sessuale, o erotica, della vita del filosofo; d’altronde Nucci tiene fede al sottotitolo del romanzo, Una storia d’amore, raccontando le continue passioni, gli innamoramenti, le sbandate che ne caratterizzano l’esistenza fino all’età avanzata; naturalmente, si parla di passione erotica nella Grecia classica, e dunque di relazioni sentimentali tra uomini di età diverse, il maturo e l’adolescente, mentre la sessualità uomo-donna rimane sullo sfondo, legata alla procreazione; siccome Platone non ebbe figli, la giostra dei suoi amori approfondisce il rapporto erotico tra uomini vissuto senza senso del peccato (che sarebbe stato imposto dal cristianesimo) e senza anacronistici pudori.

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Il nuovo disordine mondiale / 37 – Sull’utilità o il danno della teoria del socialismo in un paese solo per l’internazionalismo https://www.carmillaonline.com/2026/05/27/il-nuovo-disordine-mondiale-37-una-riflessione-sulle-origini-e-i-danni-arrecati-dal-socialismo-in-un-paese-solo-alla-teoria-della-rivoluzione/ Wed, 27 May 2026 20:00:05 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94855 di Sandro Moiso

Alessandro Mantovani, Lo scontro sul “Socialismo in un Paese solo” al VII esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista. Dicembre 1926 – Gennaio 1927. Con gli interventi di Bucharin, Kamenev, Stalin, Trotsky, Zinov’ev a altri documenti dell’opposizione internazionale allo stalinismo e una postfazione sul rapporto Bordiga-Korsch e una Prefazione di Graziano Giusti, collana «Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria» vol. 7, Associazione Eguaglianza e Solidarietà 2026, pp. 316, 19 euro

Come sottolinea nella sua ampia prefazione Graziano Giusti, potrebbe sembrare strana, se non curiosa, la scelta di dedicare oggi una ricerca voluminosa ad un evento avvenuto un secolo fa e di cui gran [...]]]> di Sandro Moiso

Alessandro Mantovani, Lo scontro sul “Socialismo in un Paese solo” al VII esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista. Dicembre 1926 – Gennaio 1927. Con gli interventi di Bucharin, Kamenev, Stalin, Trotsky, Zinov’ev a altri documenti dell’opposizione internazionale allo stalinismo e una postfazione sul rapporto Bordiga-Korsch e una Prefazione di Graziano Giusti, collana «Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria» vol. 7, Associazione Eguaglianza e Solidarietà 2026, pp. 316, 19 euro

Come sottolinea nella sua ampia prefazione Graziano Giusti, potrebbe sembrare strana, se non curiosa, la scelta di dedicare oggi una ricerca voluminosa ad un evento avvenuto un secolo fa e di cui gran parte degli attuali lettori, forse, non ha la minima conoscenza oppure non ha mai sentito nemmeno lontanamente parlare. Eppure, eppure…

Nel breve periodo compreso tra il dicembre del 1926 e il gennaio del 1927 si consumò un’autentica tragedia politica per la successiva storia del movimento rivoluzionario comunista e proletario, destinata a riflettersi non soltanto nelle campagne diffamatorie e persecutorie condotte nei confronti di alcuni dei suoi protagonisti più in vista dalla dirigenza staliniana del Partito bolscevico russo e dell’Internazionale Comunista, ma anche sulle scelte di politica interna ed estera della ormai non più neonata Repubblica dei soviet e su quelle inerenti la tattica o le tattiche da adottare nei confronti degli avversari.

Scelte che avrebbero finito con l’influenzare anche la più generale strategia del movimento operaio e la concezione che il movimento rivoluzionario avrebbe avuto di sé non soltanto nei decenni immediatamente successivi ma anche, purtroppo, fino ai nostri giorni. Ed è il titolo stesso della ricerca condotta con precisione e ricchezza di argomenti e materiali da Alessandro Mantovani a rivelare come tale battaglia in seno al Partito comunista, che avrebbe dovuto essere mondiale, riguardasse all’epoca la possibilità o meno di instaurare il “socialismo in un solo paese”.

Una scelta che, una volta affermatasi per la Russia sovietica, avrebbe non soltanto permesso la diffusione della medesima idea nel corso delle rivoluzioni anticoloniali sviluppatesi a partire da allora e nella seconda metà del ‘900, ma anche contribuito ad un totale stravolgimento della teoria marxista rivoluzionaria e della pratica internazionalista che ne costituiva, e dovrebbe ancora costituire, l’irremovible e irrinunciabile corollario.

Un’idea, quella della possibilità di realizzare il socialismo in un “paese solo”, che oltre a confondere le finalità anticapitaliste della rivoluzione con quelle del “necessario” sviluppo economico in chiave di ammodernamento delle strutture economiche e sociali, ha finito con il rappresentare un’autentica spinta all’interclassismo e alla collaborazione tra le classi in funzione delle difesa degli interessi “nazionali”. Un percorso teorico che ha finito con il giustificare qualsiasi collaborazione politica con quelli che avrebbero dovuto essere gli avversari dichiarati di un progetto rivoluzionario atto a superare l’attuale modo di produzione: Stato, interesse nazionale delle classi possidenti, partiti borghesi che ne rappresentano gli interessi.

Così ancora oggi, dopo essere entrati «in una fase di nuova spartizione del mondo tra imperialismi […] in cui emerge nettamente e irreversibilmente la tendenza al riarmo generale e alla guerra “guerreggiata”», il mito della realizzazione del socialismo in un solo paese oppure che un solo paese possa rappresentare il modello sociale, politico ed economico cui ispirarsi per il rovesciamento dell’esistente si traveste subdolamente, ma in maniera assai «varia e penetrante», attraverso «il nuovo mito del “campismo”» 1.

Mito ravvisabile spesso tra quelle correnti politiche che si richiamano ancor oggi al marxismo-leninismo, altra “invenzione” del principale artefice della svolta controrivoluzionaria all’interno dell’Internazionale Comunista e nel partito russo: Iosif Stalin.

Una teoria della Rivoluzione che nel dichiararsi sia marxista che leninista è riuscita nel duplice intento di tradire sia Marx, che come è noto mai si sarebbe dichiarato marxista2, che Lenin, le cui battaglie internazionaliste furono travisate nel loro intento dopo che Stalin ebbe creato un vero e proprio culto della personalità del leader bolscevico per presentare la propria politica come la diretta continuazione della sua opera, in contrasto con l’opposizione di sinistra riunita intorno a Trotsky.

Stalin avrebbe introdotto pubblicamente il marxismo-leninismo alla fine del suo resoconto al XVII Congresso del Partito Comunista di tutta l’Unione (bolscevico) il 26 gennaio 1934, anche se già nel 1924 aveva tenuto lezioni presso l’Università Sverdlov che sarebbero poi state successivamente raccolte in un volume dal titolo Principi del leninismo. Ma soltanto nel 1938, nel Corso breve di storia del Partito bolscevico redatto dall’apposita commissione del Comitato centrale del PCU(b), tale pensiero acquisì la forma di “dogma”. Infatti, in quell’anno vennero istituite in URSS le prime Università di marxismo-leninismo come livello superiore della formazione partitica, divenendo in seguito elemento di grande importanza nei sistemi scolastici dei paesi socialisti. Motivo per cui ogni università ed istituto superiore doveva possedere un proprio “Istituto di marxismo-leninismo”.

Il termine “marxismo-leninismo” rimase in uso presso i partiti comunisti anche dopo il XX Congresso del PCUS e le critiche ufficiali avanzate allo stalinismo, mentre nella Russia di Putin, cui Lenin è sicuramente inviso, una rivalutazione della figura e del ruolo di Stalin come grande statista che ha avuto il merito di avviare la modernizzazione del paese è entrata a far parte non soltanto del discorso politico ma, anche, dei manuali di storia della Russia, pubblicati con il sostegno del Ministero dell’Istruzione e destinati agli insegnanti3.

Questa apparente divagazione sul tema del marxismo-leninismo serve per tornare sia sul tema principale del testo curato da Alessandro Mantovani che su quello, precedentemente indicato, di una posizione politica che oggi, nell’illusione di abbreviare i tempi della ripresa della lotta di classe nei confronti della guerra imperialista, fa perno sulla possibilità che paesi come Cina e Russia o blocchi di potenze emergenti, i BRICS, oppure singole nazioni aggredite dalle campagne militari americane, come Venezuela, Iran o Cuba, possano rappresentare « realtà “alternative” » ai “vecchi” imperialismi. Una logica tutt’altro che nuova che fa propria l’idea, sempre foriera di tradimenti e menzogne, che il nemico del mio nemico è mio amico.

Una posizione che richiamandosi, troppo spesso, anche all’evanescente concetto di “diritto internazionale”4 potrebbe in futuro giungere a giustificare una possibile guerra dell’imperialismo europeo contro la Russia o l’ormai ex-alleato americano.

Un’idea truffaldina attraverso la quale si finisce col negare qualsiasi soggettività e autonomia politica al proletariato internazionale e ai popoli ancora oppressi dalle proprie borghesie “nazionali”, asservendola invece, esattamente come fece lo stalinismo proprio con l’invenzione del «socialismo in un solo paese», agli interessi delle borghesie o delle classi dirigenti poste ai vertici dello Stato, sancendo così «il ribaltamento del rapporto tra Stato nazionale (definito socialista) e classi sfruttate, a favore del primo»5.

Quello in cui si svolse il VII esecutivo allargato (22 novembre – 16 dicembre 1926) fu un periodo difficile e confuso della storia sia dell’Internazionale Comunista che del movimento proletario internazionale. Da un lato il secondo, dopo le fallite insurrezioni in Germania, stava per affrontare un’ulteriore sconfitta in Cina nel corso del 1927, mentre le indicazioni dell’Internazionale che avevano contribuito o avrebbero contribuito a tali disastri sociali e politici affondavano le loro radici in un contesto in cui il tentativo di centralizzare a livello mondiale la tattica rivoluzionaria “una volta per tutte” cozzavano tra di loro, così come le divergenze in seno al partito russo e alle stesse opposizioni.

Sono elementi, soprattutto quelli riguardanti lo scontro politico tra Stalin e Trotsky, Kamenev e Zinov’ev, che la premessa di Mantovani analizza con abbondanza di elementi e documenti che riescono a mettere il luce la contraddittorietà profondissima che stava alla base dell’Opposizione al nuovo programma di Stalin. Tutti gli interventi dei tre principali oppositori, in quel momento, al programma di Stalin per la realizzazione del «socialismo in un paese solo» erano corroborati da un solido riferimento al marxismo e a Lenin, ma forse, proprio per questo, riponevano troppa fiducia nella sola “forza della teoria”.
Kamenev affermò nel suo intervento dell’11 dicembre, tra i tumulti e le grida dell’assemblea:

I nostri avversari affermano che nel nostro paese, dove qualche milione di proletari deve guidare 100 milioni di contadini nelle condizioni della NEP e dell’accerchiamento capitalista mondiale, si può costruire una società socialista, indipendentemente da una rivoluzione del proletariato, almeno in alcuni paesi avanzati. Questo punto di vista, che pone speranze tanto ottimistiche nelle capacità socialiste della massa contadina è chiamato “ottimismo”. Noi affermiamo che il raggiungimento dell’economia socialista in Unione Sovietica terminerà con il concorso della rivoluzione proletaria negli altri paesi e si chiama ciò “pessimismo”. Noi affermiamo che l’ottimismo dei nostri avversari nelle capacità socialiste dei contadini non è che il rovescio del loro pessimismo verso la rivoluzione proletaria internazionale6.

Con una serie stringente di citazioni da Marx, Engels, Lenin, e dallo stesso Stalin, Zinov’ev dimostrò che:

la teoria attuale dell’edificazione del socialismo in un solo paese non è sorta che alla fine dell’anno 1924 […] E’ assolutamente necessario avere una prospettiva per l’edificazione del socialismo. Ma perché questa prospettiva deve essere nazionale e non internazionale? E’ questo il nodo della questione. Se il nostro proletariato si rende conto che la questione della rivoluzione è per esso una questione di vita o di morte, ciò è diverso dall’educarlo nella convinzione che edifica il socialismo indipendentemente dalla marcia della rivoluzione mondiale. La nostra prospettivaè, di conseguenza, la prospettiva della rivoluzione mondiale7.

Il giorno successivo a quello dell’intervento di Zinov’ev, sarebbe stato lo stesso Trotsky a gridare, con una impeccabile argomentazione marxista:

Ripetiamolo ancora , la vera edificazione del socialismo significa l’abolizione delle classi e, poi,la sparizione dello Stato. Ed ecco che Stalin dice che noi possiamo assicurare l’edificazione del socialismo nel nostro paese, precisamente nel senso di questo raggiungimento, vincendo solamente la nostra borghesia interna. Ma, compagni, lo Stato e l’esercito ci sono necessari contro il nemico esterno. Dunque, questo elemento resterà in ogni caso, fin t che esisterà la borghesia mondiale. Si può credere, poi, che noi possiamo, con l’aiuto delle nostre sole risorse interne, economiche e culturali, fondere il proletariato e il contadiname in un’economia socialista unica prima che il proletariato d’Europa prenda il potere?8.

In realtà, a ben guardare con il necessario distacco dovuto al secolo trascorso nel frattempo, nel corso di quelle turbolente sedute si svolse più ancora che uno scontro politico, che pur fu centrale, un autentico dramma psicologico che coinvolse in primis proprio coloro che al progetto di Stalin intendevano opporsi. Questo, come ancora ben delinea nelle sue pagine il curatore, derivava non solo dal fatto che i tre principali protagonisti di quella che all’epoca era definita come Opposizione unificata erano stati in fasi successive alleati di Stalin e nemici tra di loro. Fin dai tempi dell’insurrezione ottobrina che avevo visto Kamenez e Zinov’ev opporsi all’azione armata condotta da Lenin e Trotsky per il rovesciamento del governo provvisorio di Kerensky.

Oppure in altre occasioni accondiscendere in nome dell’unità del partito a scelte, non solo di Stalin, con cui non concordavano minimamente. Un tatticismo che si sarebbe ripercosso fino ai grandi processi moscoviti della seconda metà degli anni Trenta che avrebbero finito col liquidare, anche fisicamente, un’opposizione troppo divisa al suo interno e sostanzialmente incerta sul da farsi. Un dramma molto ben descritto, oltre che nelle ricerche storiche accumulatesi nel frattempo, anche nei principali romanzi di Victor Serge9, testimone diretto di quelle tragedie.

Ma indebolita, come afferma Mantovani nelle sue conclusioni, anche da un progressivo diradarsi e da una sconfitta sul campo degli ultimi barlumi rivoluzionari dell’azione proletaria su scala internazionale.

Ciò che all’osservatore odierno può sembrare chiaro, ossia che la parabola della rivoluzione internazionale (e perciò dell’opposizione) era ormai segnata, non poteva esserlo allora per i protagonisti, come mai può esserlo nella storia, a priori.
In realtà tutto dipendeva dal corso che la lotta di classe avrebbe assunto nei mesi e negli anni successivi in Russia, in Europa, in Cina e solo oggi noi sappiamo quale fu lo svolgimento delle cose, e come alla dégringolade del proletariato internazionale, e dunque delle sue élites rivoluzionarie, abbiano contribuito in modo determinante la sconfitta del grande sciopero generale inglese del maggio 1926 e quella della rivoluzione cinese del 1927.
Ai tempi del VII Esecutivo Allargato, che si soffermò lungamente sia sui fatti inglesi sia sulle prospettive della rivoluzione cinese, si riteneva ancora che la situazione britannica fosse promettente dal punto di vista della lotta rivoluzionaria del proletariato, e alle tardive denunce dell’opposizione sul mantenimento del comitato “anglo-russo” (gli oppositori, con la parziale eccezione di Trotsky, non lo avevano all’inizio avversato) mancava (non poteva non mancare) la consapevolezza che si trattava dell’episodio conclusivo delle lotte operaie del dopoguerra europeo. Né maggior consapevolezza – anche per la sostanziale mancanza di informazioni – essa mostrò nel tragico sbocco a cui di lì a pochi mesi avrebbe portato, in Cina, la linea politica Stalin-Bucharin di subordinazione al Kuomintang contro la quale, ancora una volta in ritardo, l’Opposizione Unificata avrebbe invano ripreso vigore e giocato le sue residue carte.
Sarebbe stato – quello cinese – il canto del cigno del ciclo rivoluzionario apertosi con l’Ottobre rosso. Una vittoria in Cina avrebbe sicuramente, come già avvenuto con la Rivoluzione russa, galvanizzato le masse dei lavoratori occidentali e le plebi agrarie dei paesi coloniali. Tutto sarebbe stato rimesso in gioco. Tutto sarà invece definitivamente perduto […] Dopo di allora la storia dell’opposizione – contro la volontà dei suoi stessi protagonisti – si svolgerà al di fuori dell’Internazionale ormai sostanzialmente defunta10.

Successivamente proprio sul piano internazionale, ma non solo, lo stalinismo finì con lo svolgere un ruolo profondamente controrivoluzionario, sia dal punto di vista delle alleanze che della tattica, entrambe determinate dagli interessi nazionali russi. Considerato che, come ancora scrive Mantovani: «le realizzazioni economico-sociali dello stalinismo furono effettivamente rivoluzionarie se valutate col metro di misura delle rivoluzioni borghesi del XVIII e XIX secolo […] Ma lo hanno fatto deformando la dottrina marxista tradizionale da un lato, e ponendo, dall’altro, il partito comunista e l’Internazionale al servizio degli interessi nazionali russi11.

All’epoca, non v’è dubbio alcuno, gran parte della riflessione teorica, anche di parte dell’Opposizione di sinistra più radicale, si basava su una concezione eccessivamente deterministica sia del ruolo del partito che dello sviluppo delle contraddizioni di classe, un fattore che finì col limitare l’azione delle stesse opposizioni sia nei confronti delle strutture politiche di riferimento che delle lotte che si sarebbero poi ancora andate manifestando.

Un determinismo che sembrava, troppo spesso, far derivare le sue formulazioni e principi da una fisica classica che proprio in quei decenni sarebbe stata messa parzialmente in crisi dall’avvento della meccanica quantistica. La prima, per secoli, aveva fornito una visione piuttosto rigida di un universo in cui, date le condizioni iniziali e le loro leggi, il futuro sarebbe già scritto. Un’idea potentissima e rassicurante, ma che escludeva troppe variabili.

Tutto sommato un tema che il vecchio Engels aveva già affrontato in una lettera a Joseph Bloch, scritta il 21 e 22 settembre 1890, in cui si affermava chiaramente che non era certo semplice applicare leggi che, anche quando potevano rappresentare un modello delle dinamiche sociali, certo non dovevano essere meccanicamente applicate ai conflitti di classe e ai cambiamenti che avrebbero potuto derivarne.

Secondo la concezione materialistica della storia la produzione e riproduzione della vita reale è nella storia il momento in ultima istanza determinante. Di più né io né Marx abbiamo mai affermato. Se ora qualcuno distorce quell’affermazione in modo che il momento economico risulti essere l’unico determinante, trasforma quel principio in una frase fatta insignificante, astratta e assurda. La situazione economica è la base, ma i diversi momenti della sovrastruttura – le forme politiche della lotta di classe e i risultati di questa – costituzioni stabilite dalla classe vittoriosa dopo una battaglia vinta, ecc. – le forme giuridiche, anzi persino i riflessi di tutte queste lotte reali nel cervello di coloro che vi prendono parte, le teorie politiche, giuridiche, filosofiche, le visioni religiose ed il loro successivo sviluppo in sistemi dogmatici, esercitano altresì la loro influenza sul decorso delle lotte storiche e in molti casi ne determinano in modo preponderante la forma. È un’azione reciproca di tutti questi momenti, in cui alla fine il movimento economico si impone come fattore necessario attraverso un’enorme quantità di fatti casuali (cioè di cose e di eventi il cui interno nesso è così vago e così poco dimostrabile che noi possiamo fare come se non ci fosse e trascurarlo). In caso contrario, applicare la teoria a un qualsiasi periodo storico sarebbe certo più facile che risolvere una semplice equazione di primo grado.

Soprattutto quando milioni di individui sembrano, nella loro soggettività pur determinata, comportarsi in maniera più vicina al principio di indeterminazione di Heisenberg che a quelli della meccanica classica. Un modo questo per ricordare che la soggettività espressa dai movimenti sociali deriva da un accumulo di elementi e comportamenti che non sempre è possibile prevedere con precisione e, soprattutto, liquidare con superficialità.

Ad esempio, tornando al dibattito prima citato, per quanto riguardava la questione contadina che i tre relatori dell’opposizione sembravano sottovalutare se non eludere con frasi e formule ad effetto (contadiname), in un paese in cui la stragrande maggioranza della popolazione viveva ancora nelle campagne, spesso in condizioni di estrema arretratezza ma anche di gestione comunitaria delle terre.

Questo derivava, molto probabilmente, da una concezione meccanicistica della successione storica delle forme di produzione che lo stesso Marx, dopo averla delineata nei Grundrisse, aveva relegato ad ipotesi valide solo per l’Europa e non per tutti i continenti, Russia compresa, nel corso dei suoi ultimi anni. Cosicché, in una lettera dell’8 marzo 1881 con cui rispondeva a Vera Zasulich, al tempo facente parte del gruppo Emancipazione del lavoro fondato con Plechanov e altri, sul tema del possibile ruolo della comune russa (obščina) nel corso della trasformazione dei rapporti di produzione in Russia, aveva scritto:

L’«inevitabilità storica» di questo corso è dunque espressamente limitata ai paesi dell’Europa occidentale. La ragione di questa limitazione è indicata nel capitolo XXXII: « La proprietà privata, fondata sul lavoro personale… viene soppiantata dalla proprietà privata capitalistica, che si basa sullo sfruttamento del lavoro altrui, sul lavoro salariato».
Nel caso occidentale, quindi, una forma di proprietà privata si trasforma in un’altra forma di proprietà privata. Nel caso dei contadini russi, invece, la loro proprietà comune dovrebbe essere trasformata in proprietà privata.
L’analisi contenuta ne Il Capitale non fornisce quindi argomentazioni né a favore né contro la vitalità della comune russa. Tuttavia, lo studio specifico che ho condotto sull’argomento, compresa la ricerca di fonti originali, mi ha convinto che la comune rappresenta il fulcro della rigenerazione sociale in Russia. Affinché possa funzionare come tale, però, è necessario innanzitutto eliminare le influenze nocive che la assalgono da ogni lato, e solo in seguito garantirle le normali condizioni per uno sviluppo spontaneo.

In una prima bozza della stessa aveva altresì scritto:

Da un punto di vista storico, è stato addotto un solo argomento serio a favore dell’inevitabile dissoluzione della comune contadina russa: si dice che, se si torna indietro nel tempo, un tipo più o meno arcaico di proprietà comune si possa trovare ovunque nell’Europa occidentale. Ma con il progresso della società è ovunque scomparso. Perché dovrebbe sfuggire alla stessa sorte solo in Russia?
La mia risposta è che, grazie alla particolare combinazione di circostanze in Russia, la comune rurale, ancora presente su scala nazionale, può gradualmente scrollarsi di dosso le sue caratteristiche primitive e svilupparsi direttamente come elemento di produzione collettiva su scala nazionale. Proprio perché contemporanea alla produzione capitalistica, la comune rurale può appropriarsi di tutti i suoi successi positivi senza subirne le [terribili] e spaventose vicissitudini. La Russia non vive isolata dal mondo moderno, né è caduta preda, come le Indie Orientali, di una potenza straniera conquistatrice.
Se gli ammiratori russi del sistema capitalistico dovessero negare che un simile sviluppo sia teoricamente possibile, allora vorrei porre loro la seguente domanda: la Russia ha dovuto forse attraversare una lunga fase di incubazione dell’industria meccanica, sul modello occidentale, prima di poter utilizzare macchinari, navi a vapore, ferrovie, ecc.? Che spieghino anche come siano riusciti a introdurre, in un batter d’occhio, tutto quell’apparato di scambio (banche, società di credito, ecc.) che in Occidente ha richiesto secoli di lavoro.
Se, al tempo dell’emancipazione, la comune rurale fosse stata inizialmente posta in condizioni di normale prosperità, se, inoltre, l’enorme debito pubblico, finanziato in gran parte a spese dei contadini, insieme alle ingenti somme che lo Stato (sempre a spese dei contadini) ha stanziato per i “nuovi pilastri della società”, trasformatisi in capitalisti, se tutte queste spese fossero servite all’ulteriore sviluppo della comune rurale, nessuno oggi sognerebbe l'”inevitabilità storica” della sua annientamento. Tutti vedrebbero la comune come un elemento di rigenerazione della società russa e un elemento di superiorità rispetto ai paesi ancora asserviti al regime capitalista.

Come si vede l’ipotesi marxiana è ben lontana da quell’esclusivo dogma dell’industrializzazione che avrebbe comunque caratterizzato il dibattito in seno al partito bolscevico, sia nella sua variante stalinista che in quella dell’Opposizione. Un fatto probabilmente dovuto alla scelta di Plechanov e della stessa Zasulich di non rendere nota la posizione di Marx in seno alla nascente socialdemocrazia per non mettere in crisi la tattica gradualistica di emancipazione della società russa all’epoca elaborata e contro la quale ben presto Lenin, per altre vie e con altre motivazioni, avrebbe lanciato i suoi strali

A ri/scoprire la lettera, insieme alle bozze preparatorie, sarebbe stato nel 1911 David B. Rjazanov che in seguito, dopo essere stato nominato direttore dell’Istituto Marx-Engels fondato successivamente alla rivoluzione in vista della ripubblicazione dei testi dei due padri del socialismo “scientifico”, l’avrebbe resa nota e pubblicata, insieme alle bozze, nel 1926 nel Marx-Engels-Archiv. Mossa che forse Stalin non gli perdonò mai, considerato che lo studioso e storico russo, dopo essere stato allontanato dalla direzione dell’Istituto nel 1931, finì fucilato nel 1938, a sessantotto anni, durante il cosiddetto Grande Terrore.12.

Una riflessione, quella di Marx che, in un’altra parte degli scritti destinati alla Zasulich, si sarebbe allargata anche ad altre forme comunitarie di condivisione delle terre e dei beni:

Nel leggere le storie delle comunità primitive, scritte da borghesi, bisogna stare in guardia. Essi non indietreggiano «dinanzi a nulla» neppure dinanzi ai fatti. Sir Henry Maine, per esempio, che fu un ardente collaboratore del governo inglese nell’opera di violenta distruzione delle comunità indiane, ci racconta ipocritamente che “tutti i nobili sforzi da parte dl governo per sostenere queste comunità fallirono contro la forza spontanea delle leggi economiche!”. E sottolineava ancora che: ”nessuno – eccetto Sir H. Maine e altra gente della stessa risma – ignora che laggiù la soppressione della proprietà comunitaria del suolo fu solo un atto di vandalismo inglese, che spinse il popolo indigeno non avanti, bensì indietro13.

Tutte riflessioni che avrebbero dovuto rendere più prudente non solo Stalin, artefice indiscusso del violento processo di industrializzazione dell’URSS, ma anche i membri dell’Opposizione, accecati invece da una concezione estremamente schematica dei rapporti sociali di produzione e della loro evoluzione. Mentre, troppe volte, è stato taciuto a proposito di Lenin il fatto che nella parte finale della sua vita, mentre si scatenava la lotta intorno al suo presunto testamento14, avesse cercato di indirizzare il partito verso una più prudente linea di costruzione del socialismo.

Quel che ci interessa non è l’ineluttabilità della vittoria del socialismo. Ci interessa la tattica cui dobbiamo attenerci noi, Partito comunista russo [perché] anche noi non abbiamo un grado sufficiente di civiltà per passare direttamente al socialismo pur essendoci da noi le premesse politiche. Dobbiamo […] attuare per la nostra salvezza la politica seguente. Dobbiamo ridurre il nostro apparato statale in modo da fare la massima economia. Dobbiamo eliminare ogni traccia di quello che la Russia zarista e il suo apparato burocratico e capitalistico ha lasciato in così larga misura in eredità al nostro apparato15.

Cosa avrebbe fatto l’Opposizione al governo non è dato sapere perché la Storia non si fa con i se, ma non fu certo Stalin, che già aveva suscitato allarme nel leader bolscevico a causa del suo sciovinismo (nazionalismo) grande russo nei confronti dei popoli da annettere alla federazione sovietica, a seguire le indicazione Vladimir Ilich.

Certo è che la campagna di industrializzazione e collettivizzazione forzata delle terre degli anni successivi avrebbe visto idealmente affiancati i ribelli contadini e gli operai in rivolta nelle fabbriche in cui lo stachanovismo imponeva ritmi di lavoro assurdi e misure repressive eccezionali. Tutti, contadini ed operai, destinati a cadere a decine di migliaia, vittime spesso senza nome di un programma forzato di ammodernamento che più che realizzare il socialismo avrebbe contribuito a dar vita ad un capitalismo di stato neppure troppo efficiente16.

N.B.
Su tutto questo, che richiederebbe altre innumerevoli pagine destinate a dimostrare che la lotta di classe non può mai morire proprio a causa delle contraddizioni create dal modo di produzione capitalistico, sotto qualsiasi bandiera esso si presenti, e non per aprioristica volontà di un partito, potrebbe rivelarsi utile la consultazione dei seguenti testi: D. Montaldi, Saggio sulla politica comunista in Italia (1919-1970), Edizioni quaderni piacentini, Piacenza 1976; A. Graziosi, Stato e industria in Unione Sovietica (1917-1953), Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1993; F. Benvenuti, Fuoco sui sabotatori! Stachanovismo e organizzazione industriale in URSS 1934-1938, Valerio Levi Editore, Roma 1988; L. Viola, Stalin e i ribelli contadini, Rubbettino Editore, Catanzaro 2000. Mentre per l’uso del “terrore“ durante la guerra civile si consiglia la lettura dello splendido La scheggia. Racconto su lei e ancora su lei (a cura di Serena Vitale, Adelphi 1990) di Vladimir Zazubrin, in cui “lei” è la rivoluzione colta nel suo massimo grado di violenza. Motivo per cui il romanzo breve o racconto lungo, scritto nel 1923, venne censurato, rimosso e defalcato insieme all’autore dalla storia ufficiale della letteratura russa e pubblicato in Russia soltanto nel 1989, quando il suo autore fu riabilitato, molti anni dopo la morte, avvenuta il 6 dicembre 1938 sull’onda delle grandi purghe staliniane.


  1. G. Giusti, Prefazione a A. Mantovani, Lo scontro sul “Socialismo in un Paese solo” al VII esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista. Dicembre 1926 – Gennaio 1927, collana «Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria» vol. 7, Associazione Eguaglianza e Solidarietà 2026, p. 23.  

  2. Affermazione che secondo Engels, in una lettera indirizzata a Bernstein il 2/3 novembre 1882, Marx avrebbe usato con Lafargue per prendere le distanze dal gruppo francese dei cosiddetti “collettivisti” di cui facevano parte lo stesso Lafargue, genero di Marx, e Guesde: «ce qu’il a de certain c’est que moi, je ne suis pas marxiste» [quel che è certo è che io non sono marxista]” .  

  3. Si veda: M. Calusio, Nota all’edizione italiana di L. Jurgenson (a cura di), Lettere al boia. Scrivere a Stalin, RCS Libri, Milano 2011, pp. 8-9.  

  4. Si veda quanto scritto in proposito nell’editoriale del n° 3 di «Limes» del 2026:

    Da studiare in quanto arma di legittimazione agitata da attori interessati a spacciare per ecumenici gli interessi propri. Questo abracadabra manca del carattere primo di qualsiasi sistema legale: l’applicazione uniforme e consensuale. […] Ma dove? In nessun luogo, da nessuna parte. Si pretende universale mentre è apolide. A disposizione di qualsiasi passante pronto a travestirsi da portavoce della civiltà. Spendibile in ogni contesto, quindi falso dappertutto […] Tradotto: gli attori aderiscono ai flessibili principi del «diritto internazionale» finché coincidono con i propri interessi. ( Bussando alla porta dell’Inferno in In trappola, «Limes» n° 3 /2026, pp. 28-29.)

     

  5. G. Giusti, Prefazione a A. Mantovani, op. cit., p. 25.  

  6. «La Correspondance internationale» n. 12, 25 gennaio 1927, p. 155 ora in A. Mantovani, Premessa a Lo scontro sul «Socialismo in un Paese solo» al VII esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista, dicembre 1926 -gennaio 1927, op. cit., pp. 39-40.  

  7. «La Correspondance internationale» n. 4, 10 gennaio 1927, p. 67 ora in A. Mantovani, op. cit., pp. 36-37.  

  8. «La Correspondance internationale» n. 6, 14 gennaio 1927, p. 86, ora in A. Mantovani, op. cit., pp. 38-39.  

  9. Di Victor Serge si vedano, almeno: Anni spietati, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1974; E’ mezzanotte del secolo, Edizioni e/o, Roma 1980 (ed. originale 1939) e Il caso Tulaev, Casa editrice Valentino Bompiani & C., Milano 1952.  

  10. A. Mantovani, op. cit., pp. 98-99.  

  11. Ivi, p. 100.  

  12. Sull’intera faccenda si veda il documentatissimo testo di E. Cinnella, L’altro Marx, Della Porta Editori, Pisa – Cagliari 2014.  

  13. Cit. in E. Cinnella, op. cit, p. 162.  

  14. Si veda in proposito: M. Lewin, L’ultima battaglia di Lenin, Giuseppe Laterza & Figli, Bari 1969, e L. Canfora, Il testamento di Lenin. Storia segreta di una lettera non spedita, RCS, MIlano 2025.  

  15. Lenin, Meglio meno, ma meglio, «Pravda», 4 marzo 1923; ora in M. Lewin, op. cit., pp. 188-189.  

  16. Si veda a proposito di questa definizione del sistema sovietico: A. Bordiga, Struttura economica e sociale della Russia d’oggi, edizioni il programma comunista, Milano 1976.  

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