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<entry id='1091' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1091' author_id='1' authored_on='20041120004453' basename='il_secolo_del_male' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041120004453' modified_on='20041121004552' ping_count='0' status='2' title='&lt;i&gt;Il secolo del male&lt;/i&gt;' week_number='200447'><text>&lt;img alt=&quot;307.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/307.jpg&quot; width=&quot;157&quot; height=&quot;227&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;b&gt;Luigi Alfieri&lt;/b&gt;
&lt;i&gt;[prefazione al saggio di &lt;a href=&quot;http://www.manifestolibri.it&quot;&gt;Michele Martelli&lt;/a&gt;, &lt;b&gt;Il secolo del male - Riflessioni sul Novecento&lt;/b&gt;, ManifestoLibri, 24.00 ]&lt;/i&gt;

Non molto tempo fa, qualcuno ha voluto insegnarci che la storia era finita. Che il mondo era entrato nella forma ultima e definitiva del suo ordine. Che lultima incarnazione terrena del Male era stata sconfitta. E tutto il resto sarebbe venuto da sé, in un mondo, se non perfetto, in continuo perfezionamento, secondo una linea di sviluppo ormai certa, acquisita per sempre.
È strano con quanta facilità gli uomini credano alle favole. Gli intellettuali (o cosiddetti tali) non meno degli altri, anzi. A molti, una simile posizione sembrò degna di essere condivisa; a quasi tutti sembrò almeno degna di essere divulgata e discussa. E giù articoli e saggi, su questioni assai meno serie e concrete del sesso degli angeli e della lana caprina. </text><text_more>Ma la storia è dispettosa, e ci ha quasi subito svegliato da questo comodo sonno, in una maniera davvero brutale. E, siccome parecchi tra noi il lusso di cullarsi tra i morbidi guanciali delleterno presente non possono permetterselo, perché un presente non lhanno, e la loro storia non è mai neanche cominciata, forse una simile scrollata ce la siamo meritata.
Solo che, dalla fine della storia, abbiamo subito tentato il salto nelliperstoria, in una storia corrusca, ferrea e tonitruante: clash of civilizations. Favola un po meno comoda, ma favola anchessa, anzi complementare alla precedente, in ultima analisi finalizzata al suo recupero: perché, insomma, la storia deve finire con noi, no? Noi abbiamo la scienza, la tecnica, lo sviluppo economico ad infinitum, la libertà, la democrazia, la società aperta Siamo i buoni, quelli che debbono vincere. Pensavamo di avere già vinto, ma ceravamo dimenticati qualche cattivo in giro, evidentemente. Contrordine: la storia non è finita. Non ancora. Dobbiamo terminare il lavoro. Poi, allora sì, la faremo finire. E tutto sarà in ordine.
Così, dalla favola del Bene definitivamente conseguito, un passo indietro, verso la vecchia, vecchissima favola della lotta del Bene contro il Male. Dove il Bene è nostro, siamo noi, e su questo la più aperta di tutte le società mostra la più stretta chiusura che mai si sia vista.
Dobbiamo continuare così? Basta un po di onestà intellettuale per capire che cè qualcosa che non funziona, in questa storia finita/infinita. Che è «storia» in un altro senso: proprio una vecchia storia ammuffita, di quelle che non si raccontano più neanche ai bambini. Eppure, questa vecchia storia, oggi, è la politica internazionale. Una politica molto pomposa e molto stupida, dove lidiozia e lopportunismo si ammantano come Morale. Ed il sonno della ragione, ben più agitato e meno riposante di prima, tuttavia continua. E prima che diventi un incubo da cui risvegliarsi urlando, forse è il caso di pensarci.
Questo tocca ai filosofi, se il loro mestiere ha un senso. Perché le cose si sono ingarbugliate a un punto tale che non è più il caso di lasciarle nelle mani dei tecnocrati, degli economisti, degli specialisti vari di problem solving, e tanto meno dei politici e dei generali. Ci vogliono rimedi radicali. Dunque, bisogna andare alle radici, alle profondità del problema. Bisogna capire qual è il terreno di origine, il punto di partenza, il principio cardine, da cui si è sviluppato il garbuglio. Da qualche parte, forse molto, molto tempo fa, abbiamo iniziato a sbagliare. Altrimenti, non si capirebbe come mai stiamo continuando (e nellultimo secolo si può dire che non abbiamo fatto altro) a rendere la terra un inferno con la ferma ed entusiastica convinzione di procedere a gran passi nel trasformarla in un paradiso. Anche i ciechi (tranne quelli volontari) vedono che nessuno nella storia ha fatto più male dei paladini del Bene, sotto tutte le bandiere e nelle più svariate tonache e uniformi. Finché qualcuno li ha fermati, e i paladini si sono trovati sotto processo, se non altro sotto il processo della Storia. E qualcuno gli ha detto che erano dei folli, dei fanatici, degli assassini, che avevano sterminato innocenti e devastato nazioni intere. Suscitando il più sincero stupore: ma come, non era quello il loro dovere? Non stavano combattendo per la Giusta Causa? Non stavano agendo per il bene dellumanità? Non stavano togliendo di mezzo i cattivi, per preparare la felicità universale?
No, qui bisogna fermarsi a riflettere. Qualcosa non va. Se per il bene dellumanità milioni di uomini debbono morire, se per rendere gli uomini felici bisogna punire chi vorrebbe essere felice a modo suo e non a modo nostro, se la parola intelligenza è riferita il più delle volte a bombe e missili, dobbiamo ricominciare daccapo. Proprio dai fondamenti. Quando parliamo di Bene e Male, cosa intendiamo? Come si modifica nel tempo il nostro intendere a questo proposito? Come siamo arrivati al vicolo cieco di oggi? E come facciamo a uscirne? 
Di questo parla il libro che presento. Che è il libro di un amico, e per questo lo presento, senza con ciò volermi arrogare unautorevolezza superiore alla sua. Ed è un gran bel libro, pregevole stilisticamente, di grande chiarezza espositiva, intessuto di originali e solide argomentazioni, a mio parere il migliore dei suoi scritti, almeno di quelli che sono di mia conoscenza. Poche, marginali e trascurabili le cose che non condivido.
Michele Martelli, da laico, da intellettuale di sinistra, da marxista deluso (come tutti i marxisti oggi), da marxista sconfitto (come tutti) ma non arreso (come non tutti), ha capito che per trattare a fondo il problema del Male (non il problema morale, astrattamente ed asetticamente inteso, ma proprio il problema del Male, del dolore, della morte e della disperazione trionfanti nella carne e nel sangue degli uomini) bisogna partire da molto lontano. Cioè dallinizio. Cioè dal fondamento ultimo di ogni nostro sforzo di progettare storicamente un cammino verso il bene, un compito riguardo al bene. E questo punto di partenza, ovviamente, è Dio. Cè un principio metafisico di Bene, assoluto, puro, eterno? Si possono, si debbono da questo principio ricavare norme assolutamente cogenti per lagire umano? Nasce da questo principio un destino umano di lotta per il Bene, di tendenza al Bene, di salvezza finale nel Bene (e perciò di colpa per il Bene mancato, di disperazione e dannazione per il Bene tradito)? Il nodo originario del problema è la teodicea. Più precisamente, la teodicea monoteistica. Prima del monoteismo, gli uomini conoscono gioie e dolori, virtù e vizi, norme e costumi. E conoscono, anzitutto, il limite supremo della mortalità, che rende impensabile per luomo ogni assoluto. Non conoscono, dunque, il Bene e il Male. Solo dopo nasce il grande problema, e la grande sfida di un Dio onnisciente, onnipotente e infinitamente buono, che vuole luomo salvo, però lo ha fatto limitato e peccatore, e pretende da lui un Bene assoluto di cui è costitutivamente incapace. E il Male diventa paradosso e scandalo, il Male è sempre più ingigantito dalla stessa enormità abissale della sua presenza in un mondo che ha come principio il Bene, e dovrebbe dunque essere buono. Da qui ha origine, e Martelli lo documenta ampiamente, quello che Kant ha definito il fallimento della teodicea. Che consiste poi nel caricare luomo di un peso insostenibile: il doversi impegnare per il Bene assoluto nellambito della sua costitutiva limitatezza, che rende per lui una necessità di fatto il compiere comunque il male. Fino allo scandalo ultimo e assoluto della impotenza o complicità di Dio di fronte al male umano: la fine della teodicea è la «teologia di Auschwitz».
A questatroce nodo conducono tutti i percorsi: è questo trionfo del Male assoluto a rendere ineludibile il problema. Proprio perché, come Martelli, non senza spunti polemici, continuamente ripete, la più profonda atrocità di Auschwitz consiste proprio nella sua non unicità, anzi nella sua tragica, spaventosa «normalità». Ci sono aspetti orrendamente unici della Shoah, ma la Shoah di per sé è tuttaltro che un unicum storico. Proprio perché il caricare di assolutezza la vicenda terrena delluomo, lintrodurre nel mondo unesigenza di perfezione che, nellorizzonte storico del monoteismo, finisce sempre per riprodurre una sorta di dualismo manicheo, tende a radicalizzare i conflitti fino al totale rifiuto e disconoscimento dellavversario, fino a considerarlo un principio non umano di male. La politica si teologizza, lo Stato diventa etico, dunque la violenza politica si carica di unestrema distruttività, finisce per implicare come unico possibile compimento lo sterminio dellavversario, in quanto barbaro, selvaggio, miscredente, eretico, «traditore del popolo», non-uomo. La categoria del totalitarismo non appare adeguata per comprendere questo problema, pur essendone certo una manifestazione drammatica. Troppi fenomeni storici ne ricadono al di fuori, pur avendo in comune con essa il parossismo distruttivo della violenza e del disconoscimento di umanità: si pensi al colonialismo, ad esempio. Anche in questo caso il nodo è più profondo e più sostanziale, e si trova precisamente nel punto di intersezione tra le forme istituzionali del politico (lo Stato, ma anche lanti-Stato, come i partiti e movimenti rivoluzionari) ed esigenze transtoriche ed assolutizzanti che caricano le istituzioni di compiti perfettistici di fronte ai quali ogni fenomeno di diversità o dissenso appare una negatività intollerabile. Non solo la teodicea naufraga ad Auschwitz, ma anche leticità dello Stato e del politico in generale; e nello stesso naufragio incorre daltra parte pure la pretesa che il politico abbia propri principi valoriali diversi da quelli della morale. Sia lassolutizzazione politica del bene, sia lassolutizzazione del politico nella sua autonomia hanno portato storicamente, e ben più di una volta, allo scatenamento illimitato della violenza, alla disumanità eretta a sistema. 
Le grandi tragedie del Novecento, il «secolo del male», ci pongono di fronte a un altro nodo problematico, che a differenza dei precedenti è caratteristico dei nostri tempi: lintreccio tra il problema morale e quello della tecnica. Anche sotto questo profilo Auschwitz è una realtà cupamente paradigmatica. Lesigenza etica follemente stravolta di eliminare dal mondo la negatività dopo averla fanaticamente proiettata su altri uomini portatori di una diversità deformata in non-umanità, lonnipotenza dello Stato assunto come supremo orizzonte del bene e come culmine di un destino storico e transtorico insieme, incontrano qui un terzo elemento che ne moltiplica allinfinito le potenzialità catastrofiche: la disponibilità di un apparato tecnico-burocratico di distruzione senza precedenti, e una mentalità tecnico-burocratica capace di assumersi come compito «normale» la gestione della distruttività su vastissima scala. Anche qui Auschwitz, ma non soltanto: Martelli insiste che non bisogna dimenticare Hiroshima. Auschwitz è la colpa dei vinti, inglobata e come esorcizzata entro la categoria del totalitarismo, e dunque allontanata da noi. Hiroshima è la colpa dei vincitori, che è rimasta impunita, che non è stata adeguatamente elaborata, e di cui soprattutto non si è compresa la portata fondativa riguardo al mondo attuale. Se ad Auschwitz tutta lumanità, delle vittime e dei carnefici insieme, risulta posta come superflua, come illimitatamente disponibile per la logica burocratica delle procedure di morte, con Hiroshima questa realtà trionfa su scala planetaria, e lessere uccidibile in ogni momento e per qualsiasi ragione diventa una caratteristica delluomo in quanto tale. Ma questo, osserva Martelli, trova nella tecnica il suo orizzonte di possibilità, non la sua causa. La demonizzazione della tecnica distorce il problema, non lo risolve. La tecnica rende possibile la distruzione, ma non è la tecnica a decidere per essa, ed anzi, non è stata la tecnica di per sé a costituirsi in così grande misura come apparato di distruzione almeno potenziale. Anche qui sembra tornare una sorta di equivoco teologico: il male dellesistenza umana viene riferito a forze transumane, costituendo luomo come strumento o vittima, impotente e quindi innocente, di qualcosa che lo travalica e non consente scelte. Non si può fare della tecnica una sorta di surrogato di Dio senza ricadere in tutte le aporie insite nella teologizzazione del problema morale. Come ammonisce Martelli, in un modo che a qualcuno potrà sembrare provocatorio: «La storia morale dellumanità potrà forse migliorare, semmai lo potrà, solo in un mondo pluralista e laicizzato dove, in un rinato spirito di neopaganesimo, non siano violati i limiti dellumano e del naturale. Dove, nonostante la tragicità dellintreccio dellazione umana cosciente e delle sue motivazioni pulsionali con la casualità e limprevedibilità storica degli eventi, la responsabilità del bene e del male, senza deroghe e senza alibi teologici, rimane imputabile soltanto agli uomini».
Infine, lultima forma del male, quella storicamente più caratteristica degli anni che stiamo vivendo: il male immanente ad un mondo che ha eliminato ogni confine. Dal confine tra uomo e natura, trasformando questultima da orizzonte di necessità e fondamento ontologico a mero deposito di materie prime e fonti energetiche da sfruttare, al confine tra le identità umane, individuali e collettive, in uneconomicizzazione generale dellesistenza che è anche la neutralizzazione di ogni contenuto di esperienza, di storia, di cultura, di valori, in vista della trasformazione del mondo intero in mercato. Il male globale, e dunque la globalizzazione come male. Ed è quello che stiamo ora vedendo, sempre che non siamo volontariamente ciechi. La democrazia identificata senza residui con leconomia di mercato, la libertà convertita in individualismo economico, ogni tipo di resistenza contro questomogeneizzazione del mondo bollata come arretratezza superstiziosa, fanatismo, tirannide, malvagità, fino alla nuova forma in atto della guerra del Bene contro il Male, che tutti almeno indirettamente ci coinvolge, i cui esiti sfuggono ad ogni capacità di previsione, ma che non lascia presagire nulla di consolante.
Qui il cerchio si chiude, provvisoriamente, con acquisizioni importanti di consapevolezza storica e teoretica, ma, certo, senza soluzioni. Lunica cosa che non bisogna chiedere ai filosofi, del resto, sono le soluzioni. Il loro compito è di rendere chiare, ineludibili, consapevoli le domande, chiudendoci le vie di fuga che porterebbero a soluzioni false e ulteriormente distruttive. Così nasce non la soluzione, ma lorizzonte in cui essa è pensabile e costituisce una possibilità storica concreta. Un orizzonte che così Martelli delimita: «Non ci sono facili vie di uscita, facili uscite di sicurezza. Ontologicamente soggetti-oggetti del dramma storico, autori e vittime al tempo stesso, siamo noi a progettare quel dramma, facendo leva sulle linee di forza della storia, siamo noi a scriverlo e interpretarlo. Ma le sue trame, i suoi sviluppi e i suoi finali, plurali e provvisorî, permanentemente da riscrivere e reinterpretare, sono affidati non solo a noi, ma anche al caso e alla sua imprevedibilità. Perciò ci sfuggono, e possono travolgerci». Il dramma storico è riportato alla sua contingenza, alla sua costitutiva carenza dassoluto che, proprio perché ridimensiona le possibilità delluomo e lo richiama continuamente al suo limite, gli conferisce la responsabilità piena ed esaustiva delle sue azioni, e dunque la capacità e il compito di scegliere.</text_more></entry>
<entry id='1092' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1092' author_id='1' authored_on='20041121005241' basename='guerra_ai_giornalisti_di_guerra' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041121005241' modified_on='20041121005309' ping_count='0' status='2' title='Guerra ai giornalisti di guerra' week_number='200448'><text>&lt;img alt=&quot;embedded.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/embedded.jpg&quot; width=&quot;170&quot; height=&quot;115&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;b&gt;Toni Fontana&lt;/b&gt;
&lt;i&gt;[da &lt;a href=&quot;http://www.unita.it/&quot;&gt;l&apos;Unità&lt;/a&gt;]&lt;/i&gt;

Arrivano le manette per i giornalisti scomodi al governo, contrari alla guerra e critici sulla missione in Iraq. Su proposta del centrodestra il Senato ha infatti approvato ieri una «riforma» del codice penale militare che prevede tra laltro pene gravissime e lunghe detenzioni per i giornalisti che scriveranno articoli sulle missioni militari, compresa quella in corso a Nassiriya.</text><text_more>Liniziativa della maggioranza di governo sta già provocando proteste e suscitando polemiche. Il senatore Ds, Elvio Fassone, sostiene che la riforma «rischia di avere conseguenze molti gravi anche nel campo della libertà di informazione». Il segretario della Federazione della Stampa italiana, Paolo Serventi Longhi, parla di «misura gravemente lesiva dellindipendenza e dalla libertà dellinformazione». La riforma, che appare studiata allo scopo di chiudere la bocca a tutti coloro che contestano le finalità e la natura della missione italiana nella guerra dellIraq, si configura come unestensione del codice penale militare di guerra anche alle missione di pace. La missione a Nassiriya è appunto considerata dal governo un missione di pace e, di conseguenza, la nuova normativa verrà estesa (se la Camera confermerà il giudizio del Senato) anche ai servizi giornalistici che provengono dallIraq. Per effetto delle norme approvate ieri dalla maggioranza di centrodestra a palazzo Madama diventano «operativi», cioè pienamente in vigore anche gli articoli 72 e 73 del codice penale militare italiano là dove la legge recita che viene punita «lillecita raccolta, pubblicazione e diffusione di notizie militari». Viene punito con la reclusione militare, viene cioè affidato ad un carcere militare, il giornalista che «procura notizie concernenti la forza, la preparazione o la difesa militare, la dislocazione o i movimenti delle forze armate, il loro stato sanitario, la disciplina e le operazioni militari e, ogni altra notizia che, essendo stata negata, ha tuttavia carattere riservato». Il giornalista che verrà accusato di questi «reati» potrà essere condannato ad una pena variante tra i due e i dieci anni di carcere, ovviamente militare. Non è tutto. Se queste notizie verranno «divulgate» la pena potrà essere raddoppiata e arrivare fino a venti anni di carcere. Il minimo della condanna per il cronista che osa scrivere qualcosa che disturba è in questo caso di cinque anni.

Se la riforma seguirà il suo iter e verrà approvata dai due rami del Parlamento ai militari verrà dunque affidato un potere assoluto e arbitrario di discrezione e di intervento sulle attività dei cronisti che seguono le missioni allestero. Le disposizioni sono così precise e dettagliate che, nei fatti, ogni articolo inviato dai teatri di guerra, in special modo da Nassiriya, potrà diventate un atto di accusa contro gli lo avrà scritto che rischierà pene superiori a quelle comminate a molti incalliti criminali. Il senatore Ds Elvio Fassone interviene sulla decisione della maggioranza di «estendere lambito del codice militare di guerra» giudicando liniziativa «una scelta molto inopportuna sotto molti aspetti, che rischia di avere conseguenze molto gravi anche nel campo della libertà dellinformazione». Fassone si augura un «ripensamento» alla Camera. Serventi Longhi ricorda dal canto suo che la riforma «prevede il carcere duro per i giornalisti che diffondono notizie sullattività del contingente italiano e, forse, anche sulle operazioni dei contingenti alleati». Per il segretario della Fnsi si tratta di una misura «ricattatoria per i giornalisti invitati di fatto allautocensura». Serventi Longhi auspica di conseguenza che la riforma venga ritirata nella seconda lettura parlamentare, cioè a Montecitorio. Le misure approvate ieri al Senato appaiono appunto ispirate da quella parte del mondo politico e militare che da tempo sta tentando di erigere un muro di gomma per impedire alla stampa di ribadire i pressanti interrogativi che circondano la missione a Nassiriya sulla quale non si sanno molte cose avvenute nel corso dei combattimenti con i miliziani.</text_more></entry>
<entry id='1093' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1093' author_id='1' authored_on='20041121010206' basename='gli_spazi_della_globalizzazione' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041121010206' modified_on='20041121010248' ping_count='0' status='2' title='&lt;i&gt;Gli spazi della globalizzazione&lt;/i&gt;' week_number='200448'><text>&lt;img alt=&quot;spgl.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/spgl.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;139&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;b&gt;Mauro Trotta&lt;/b&gt;
&lt;i&gt;[da &lt;a href=&quot;http://www.ilmanifesto.it&quot;&gt;il Manifesto&lt;/a&gt;]&lt;/i&gt;

Per comprendere più a fondo le dinamiche, i processi, i meccanismi della globalizzazione ormai imperante è fondamentale allargare quanto più è possibile lo sguardo, adoperando approcci e strumenti critici differenti. Se finora l&apos;analisi si è focalizzata soprattutto sugli aspetti economici, politici e sociologici, un testo come &lt;b&gt;Gli spazi della globalizzazione. Flussi finanziari, migrazioni e trasferimento di tecnologie&lt;/b&gt;, a cura di Fabio Massimo Parenti (Diabasis, Reggio Emilia, pp. 231,  16) ha il merito di proporre un percorso metodologico diverso. È l&apos;approccio «spaziale», geografico, che - come del resto suggerisce il titolo - viene proposto come chiave di volta per poter descrivere e comprendere le profonde trasformazioni in atto. Questo, naturalmente, non significa trascurare le implicazioni socio-economiche e politiche, ma cercare di analizzarle da un altro punto di vista. Come afferma il curatore, proprio all&apos;inizio del primo dei quattro saggi che compongono il libro, lo scopo «è indagare sul modo in cui si stanno riconfigurando negli ultimi decenni gli spazi politici, economici e sociali dell&apos;agire umano», tentando così di «contribuire a una maggiore comprensione delle dinamiche mondiali in corso e iniziare a costruire nuove categorie per leggere e interpretare un mondo in profonda trasformazione».</text><text_more>
&lt;i&gt;I flussi del pianeta&lt;/i&gt;
In questo scritto Parenti pone dunque premesse di carattere metodologico, portando però avanti un&apos;analisi, densa e serrata, sul concetto di spazio, indagandone le implicazioni d&apos;ordine antropologico e politico, geografico ed economico. Il tentativo è di delineare i processi principali «attraverso i quali è possibile giungere a un&apos;identificazione della globalizzazione e a una sua parziale &quot;visualizzazione&quot;». E i processi - sociali, economici e politici - sono esaminati in termini di quella intedipendenza tra realtà nazionali o regionali che sono messe in relazione tra loro tramite flussi di informazione, di capitali e di migrazioni.
Prende così forma un variegato panorama della globalizzazione, caratterizzato appunto da macroregioni e microregioni, attraversate e messe in rapporto da flussi migratori, commerciali, finanziari, tecnologici. Si delineano le relazioni tra stati-nazioni e regioni, mentre un&apos;attenzione particolare viene assegnata ai rapporti tra globale e locale, arrivando gradualmente a un esame critico delle «classiche» dicotomie Nord-Sud, Est-Ovest. Si pongono, insomma le basi per un discorso che si svilupperà in tutto il libro dove è contemplata la possibilità di giungere a risultati e punti di vista anche diversi tra loro, ma comunque caratterizzati dal tentativo di rendere evidente la complessità insita nei processi messi in moto dalla globalizzazione, il loro essere comunque sempre in fieri e sempre in mutamento e «il cui movimento è dato proprio a partire da differenze spaziali mutevoli».
E se questa è la premessa metodologica, il saggio di Roberto Panizza, professore di economia internazionale all&apos;università di Torino, punta a descrivere movimenti internazionali di capitali dal Rinascimento ai giorni nostri. Ancora una volta si parla di flussi, questa volta prevalentemente finanziari e commerciali. Ma anche di luoghi: si segue, infatti, l&apos;emergere, il consolidarsi e il crollare dei grandi centri economici che si sono succeduti nel corso dei secoli: da Siena a Firenze, da Genova all&apos;Olanda, da Londra agli Stati Uniti, all&apos;Europa, alla Cina. Con chiarezza, Panizza ricostruisce le vicende fondamentali che hanno portato all&apos;attuale situazione, soffermandosi in particolare sul periodo che inizia con la fine del secondo conflitto mondiale, identificando nell&apos;assoluta centralità dei mercati finanziari e nelle profonde innovazioni sia di processo, sia di prodotto, introdotte negli anni Ottanta in conseguenza dell&apos;affermarsi delle teorie monetariste, il momento topico per l&apos;avvio dei processi di globalizzazione neoliberista.
Nel corso dell&apos;analisi si cerca anche di far luce su alcune vicende poco chiare e poco conosciute, come, ad esempio, la continua svalutazione della lira nel corso degli anni Settanta.
Con encomiabile chiarezza, Panizza ricostruisce le continue operazioni di cessione e riacquisto di lire a brevissimo termine - chiamate tecnicamente swap - effettuate da banche italiane in modo illecito, dal momento che si utilizzavano anche i soldi presenti nei depositi dei clienti, con la complicità della Banca d&apos;Italia e di grandi banche straniere. Attraverso queste ultime, gli istituti di credito italiani vendevano, ad apertura dei mercati, grandi quantitativi di valuta nazionale, causandone la svalutazione. A fine seduta, utilizzando parte della valuta straniera incamerata, veniva riacquistata la stessa quantità di lire, ma a un prezzo decisamente più conveniente a causa, appunto, della svalutazione. I dollari o i marchi rimasti erano divisi tra le banche straniere, che avevano materialmente compiuto l&apos;operazione, e quelle italiane, che gli avevano fornito i capitali. Intanto, i clienti vedevano diminuire il valore reale dei propri depositi bancari. In conclusione del suo saggio, Panizza afferma senza mezzi termini che «la libertà dei flussi finanziari è oggi eccessiva e presuppone una regolamentazione». Occorre, dunque, scoprire di nuovo «l&apos;importanza della regolamentazione degli interessi individuali: tutte le iniziative solidaristiche o quelle di redistribuzione del reddito, come il Piano Marshall, hanno poi assicurato lunghi anni di benessere per tutti coloro che ne sono stati coinvolti».
Ai flussi dei migranti è dedicato invece il contributo di Umberto Melotti, docente di sociologia politica alla «Sapienza» di Roma (Le nuove migrazioni internazionali). Si tratta, in pratica, dello stesso testo pubblicato poco tempo fa per Bruno Mondadori con il titolo &lt;b&gt;Migrazioni internazionali. Globalizzazione e culture politiche&lt;/b&gt;. Si apre con una periodizzazione del fenomeno in Europa, scandita da tre fasi - 1945-1973, 1973-1982 e dal 1982 a oggi - e con l&apos;elenco di una serie di punti attraverso i quali si concretizzerebbero i rapporti tra globalizzazione e migrazioni. Si passa, poi, a esaminare, in maniera forse un po&apos; troppo succinta e generica, le culture dei principali paesi di immigrazione: dalla Francia dell&apos;assimilazione o dell&apos;integrazione degli immigrati all&apos;Inghilterra delle «relazioni di razza e di etnia», agli Stati Uniti del melting pot prima, del multiculturalismo e dello «scontro tra civiltà» poi.
Se fino a questo punto, l&apos;intervento sembra avere più le caratteristiche del pamphlet che del saggio - per la stringatezza delle argomentazioni e la mancanza di approfondimento - tale impressione si rafforza col procedere della trattazione. Quando passa a esaminare le scelte politiche e legislative compiute dall&apos;Europa e, in particolare, dall&apos;Italia, il testo di Melotti acquista la coloritura del pamphlet. Impegnato a difendere le proprie posizioni in favore di una rigida regolamentazione degli ingressi dei migranti, l&apos;autore non rinuncia all&apos;invettiva e definisce, senza però mai argomentare il giudizio sprezzante, «sedicenti &quot;esperti&quot;» chi non la pensa come lui, segnatamente Salvatore Palidda e Alessandro Dal Lago, oppure «&quot;carismatico&quot; missionario no-global» Alex Zanotelli. Ancora: Melotti afferma che «molti sociologi e teorici politici, quando parlano dell&apos;immigrazione, sembrano gareggiare in demagogia con i più scriteriati esponenti no-global e si compiacciono di civettare con le tesi dei &quot;cattivi maestri&quot; ritornati di recente in auge». Qui il riferimento, citato esplicitamente nella versione dell&apos;intervento pubblicata presso Bruno Mondadori, è a Toni Negri e a &lt;b&gt;Impero&lt;/b&gt;. In questa visione, allora, non può sorprendere il giudizio sulla legge Bossi-Fini, definita «un insieme di misure equilibrate e ragionevoli, che rispondono in gran parte alle indicazioni delle istituzioni europee, anche se di attuazione tutt&apos;altro che facile, date anche le carenze degli organi che dovrebbero curarne l&apos;applicazione».

&lt;i&gt;Tra Marx e Shumpeter&lt;/i&gt;

Il libro si conclude con un altro saggio di Fabio Massimo Parenti, incentrato sui flussi tecnologici e industriali. Partendo dalla teoria dell&apos;innovazione di Schumpeter ed arrivando Marx, Parenti da un lato arriva a descrivere il sistema economico globalizzato come una sorta di rete «di reti informazionali, commerciali e produttive in movimento, che si fondano, in modo sempre più marcato, su un complesso mosaico di macro e micro regioni»; una rete a maglie larghe, però, «scheletrica», costellata di buchi neri e caratterizzata da uno sviluppo ineguale e da dinamiche continue di inclusione/esclusione di luoghi e gruppi umani. Dall&apos;altro rilancia il concetto marxiano di tecnologia come rapporto sociale, e la centralità, dunque, della cooperazione come fondamento di ogni processo innovativo.
Interessante per la novità dell&apos;approccio sperimentato, ricco di spunti, idee ed intuizioni, ma anche di interpretazioni francamente non condivisibili - in particolare per quel che concerne il discorso sulle migrazioni condotto da Melotti -, gli spazi della globalizzazione rappresenta un&apos;analisi a tratti efficace sull&apos;economia (e sulla società) mondiale e dei suoi processi costitutivi.</text_more></entry>
<entry id='1094' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1094' author_id='1' authored_on='20041121233220' basename='lo_schieramento_theocon' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041121233220' modified_on='20041121233709' ping_count='0' status='2' title='Lo schieramento theocon' week_number='200448'><text>&lt;i&gt;Robert Bork, Richard John Neuhaus, Robert Royal... Tutti cattolici venuti dal protestantesimo o dal progressismo. Sono molto ascoltati dalla Casa Bianca e con loro cè anche un cardinale&lt;/i&gt;
di &lt;b&gt;Sandro Magister &lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;novak.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/novak.jpg&quot; width=&quot;85&quot; height=&quot;91&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;ROMA  Due di loro, in Vaticano, sono conoscenze dantica data: George Weigel e Michael Novak &lt;i&gt;[nella foto]&lt;/i&gt;. Il primo ha pubblicato nel 1999 una monumentale biografia di Giovanni Paolo II, Witness to Hope, tradotta in numerose lingue e molto apprezzata dallo stesso papa. Il secondo ha studiato teologia presso la Pontificia Università Gregoriana e da allora è sempre stato di casa nelle facoltà teologiche romane e nei Palazzi Apostolici.</text><text_more>È con lultima guerra in Iraq che i rapporti tra loro e il Vaticano si sono raffreddati. Nel frattempo, però, negli Stati Uniti la loro influenza si è rafforzata, al punto che è nato un neologismo per designare loro e gli altri intellettuali della stessa area: theoconservative, o più in breve theocon.
Ecco qui di seguito un loro profilo, scritto da un intellettuale italiano che li conosce molto da vicino: Marco Respinti, redattore del settimanale di cultura &quot;il Domenicale&quot; e research fellow presso The Russell Kirk Center for Cultural Renewal di Mecosta, nel Michigan. Respinti ha tradotto e curato l&apos;edizione italiana di opere di Edmund Burke, Charles Dickens, Thomas Stearns Eliot, Russell Kirk, Régine Pernoud e Gustave Thibon. Ha scritto questo articolo per il quotidiano Il Foglio, sul quale è uscito il 19 settembre 2003:


&lt;b&gt;Nei pensatoi dAmerica arriva la carica dei theocon&lt;/b&gt;
&lt;i&gt;di Marco Respinti&lt;/i&gt;

Un neologismo si aggira per gli Stati Uniti. To be borked. Fare la fine del giudice Robert H. Bork, che, nominato nellautunno del 1987 alla Corte suprema dal presidente Ronald Reagan, fu stroncato dal Senato  allora a maggioranza democratica  nelle udienze che, per legge, valutano il cursus honorum dei candidati.
Fin qui nulla di strano. Una prassi normale nel paese che di pesi e contrappesi costituzionali e di divisioni fra i poteri ha fatto un credo e una realtà. Ma il fatto è che Bork venne ricusato per ragioni squisitamente politiche. Il Senato, colmo di anti-reaganiani, entrò nel merito specifico delle sue opinioni giuridiche e filosofiche. In diversi casi il giudice Lewis Powell (1908-1998), che Bork avrebbe sostituito, era stato il vero ago della bilancia. Degli altri membri della Corte suprema (nove giudici) la monoliticità del giudizio era sempre stata, da una parte o dallaltra, certa. Bork avrebbe dunque portato a maggioranza certa il partito dei decisi di destra, con grande timore dei liberal (femministe e sostenitori dei diritti civili, ambientalisti, salutisti e sindacalisti, il Sierra Club, la Planned Parenthood, la National Mental Health Association, eccetera) che vedevano in lui una minaccia per i diritti acquisiti. Per esempio, la legalizazione dellaborto avvenuta per decisione della Corte suprema con il caso Roe vs. Wade nel 1973.
Da qui il neologismo. Ribalzato persino nel titolo (On Being Borked) dellautodifesa che lo storico e politologo Daniel Pipes, esperto di Medio Oriente e di terrorismo internazionale, ha affidato il 26 agosto scorso alle pagine del NewYork Post per rispondere alla gragnola di accuse degli avversari politici che ne contestano la nomina allo United States Institute for Peace (una istituzione indipendente creata dal Congresso nel 1984), decisa da Bush il 1° aprile.

Ma un secondo neologismo viene sussurrato negli States. Theocon: i neocon teologici. Fa quasi sorridere, giacché il Theocon è un medicinale a base di teofillina e di guaifenesina che combatte lasma. Però potrebbe pure suggerire lidea che i theocon siano una boccata di ossigeno per i neocon. Ebbene, il giudice Bork è certamente uno di loro. Prima da presbiteriano, la fede in cui lo hanno allevato i genitori che però appartenevano a due denominazioni presbiteriane diverse; oggi da cattolico. Ufficialmente dal 21 luglio, data del suo battesimo amministrato da monsignor. William Awalt e da padre C. John McCloskey III.
In unintervista al settimanale National Catholic Register del 10 agosto, Bork ricorda che però la fede non ha contato granché nella sua adolescenza. Anzi, che per anni egli è stato completamente agnostico. La svolta è del 1982, data delle seconde nozze (era rimasto vedovo due anni prima) con Mary Ellen, cattolica, già suora del Sacro Cuore per quindici anni. Che ha cominciato a portarlo a messa alla domenica. Poi, nel 1996, Bork ha pubblicato Slouching Toward Gomorrah: Modern Liberalism and America Decline (ReganBooks, New York), una serrata denuncia delle per lui catastrofiche conseguenze della secolarizzazione di certi settori della società Usa, che il professor Bruce E. Johansen (uno dei bersagli del libro) si vanta di aver eliminato dalla biblioteca dellUniversità del Nebraska, a Omaha, dove insegna Native American Studies.
Secondo monsignor Awalt, della St. Annes Catholic Church di Washington, il pensiero espresso in quel libro era già perfettamente in linea con il cattolicesimo. Poi Bork è passato attraverso The Beliefs of Catholics di Ronald Knox (1888-1957), consigliatogli da padre McCloskey, della prelatura dellOpus Dei, firme fra le più note del mondo cattolico Usa e popolare volto tivù della Eternal Word Television Network, gestita a Birmingham, in Alabama, dalla famosa Madre Angelica. Per inciso, Knox è uno dei grandi convertiti del mondo letterario anglofono del Novecento (sulla scia di John Henry Newman e in compagnia di Gilbert K. Chersterton, Hiliare Belloc, Christopher Dawson, langlicano Clive S. Lewis, eccetera), autore di una traduzione del Nuovo Testamento che se non fosse stato per il Vaticano II oggi sarebbe quella inglese ufficiale. Ma senza la signora Bork sarebbe andata diversamente. In una nota inviata al National Catholic Register, Richard John Neuhaus ha scherzosamente affermato che finalmente ora gli angeli potranno riposarsi dalle insistenze di Mary Ellen.
Ex pastore luterano e oggi sacerdote cattolico, Neuhaus dirige il mensile First Things: The Journal of Religion and Public Life. Nel 1987 pubblicò lapologetico The Catholic Moment: The Paradox of the Church in the Postmodern World (Harper &amp; Row, San Francisco) prima di convertirsi nel 1990. Considerato uno degli intellettuali più influenti dAmerica, ha pure ricoperto incarichi pubblici nelle amministrazioni Carter, Reagan e Bush padre. Il che ne testimonia litinerario anche politico verso destra.
Theocon, del resto, è un termine che ampiamente si sovrappone alla sua figura, o meglio al suo periodico. Sul quale, infatti, scrivono tutti i neocon teologici. Michal Novak, il profeta del capitalismo democratico, e George Weigel, biografo di Papa Giovanni Paolo II e senior fellow allEthics and Public Policiy Center di Washington: fieri sostenitori della dottrina sociale cattolica, almeno dallenciclica Centesimus annus del 1991. Ma pure Robert Royal, presidente del Faith &amp; Reason Institute della capitale federale e autore di I martiri del XX secolo. Il volto dimenticato della storia del mondo (traduzione italiana Ancora, Milano, 2002), nel quale, fra laltro, si racconta dellassassinio di monsignor Oscar Romero, arcivescovo di El Salvador, avvenuto nel 1980, in modo diverso dalla vulgata.
I theocon sono molti di più, ma sono questi quelli che fanno la linea. Tra loro ex cattolici progressisti spostatisi a destra (analogamente agli ex trotzkisti che costituiscono il grosso del movimento neocon) o ex protestanti convertiti. Fra i cattolici americani non progressisti, i theocon, dottrinalmente piuttosto ortodossi, sono però i più disposti a un compromesso col mondo, in Italia diremmo i più democristiani. Eppure un recente articolo di Weigel  che se la prende con la nuova innologia cattolica americana, trasudante, a suo avviso, dosi massicce di pelagianesimo  conferma linsufficienza delle sigle a descrivere gli uomini.
Oggi Robert Bork è senior fellow dellAmerican Enterprise Institute di Washington, in compagnia di Walter Berns, Lynne V. Cheney, David Frum, Newt Gingrich, Jean J. Kirkpatrick, Irving Kristol, Michael A. Ledeen, Joshua Muravchik, Michael Novak, Richard N. Perle e Ben J. Wattemberg. Con lui i theocon di questo pensatoio neoconservatore sono uno in più.

&lt;img alt=&quot;cardinaldulles.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/cardinaldulles.jpg&quot; width=&quot;188&quot; height=&quot;284&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;&lt;b&gt;E i theocon hanno anche il loro cardinale&lt;/b&gt;

(s.m.) Tra le grandi firme di First Things, la rivista theocon diretta dallex luterano, oggi sacerdote cattolico, Richard John Neuhaus, figura anche il teologo gesuita Avery Dulles, fatto cardinale da Giovanni Paolo II nel 2001.
Anche Dulles è un convertito. Nato presbiteriano, si dichiarò agnostico durante i primi studi a Harvard. Ma poi si riavvicinò alla fede e nel 1940, a 22, anni, entrò nella Chiesa cattolica.
La Civiltà Cattolica, autorevole rivista dei gesuiti di Roma, sul numero del 6 settembre 2003 pubblica un interessante profilo di Avery Dulles teologo e cardinale, scritto da un suo confratello gesuita, Donath Herscsik.
La Civiltà Cattolica ricorda tra laltro che Avery Dulles è figlio di John Foster Dulles, segretario di stato durante la presidenza di Dwight Eisenhower; che già un suo bisnonno, John W. Foster, e un suo zio, Robert Lansing, furono ministri degli esteri; che un altro suo zio, Allen W. Dulles, fu direttore della Cia; che una sua zia amministrò nel dopoguerra Berlino per conto degli Stati Uniti; e che suo nonno, Macy Dulles, fu un noto teologo presbiteriano.

&lt;i&gt;[da &lt;a href=&quot;http://213.92.16.98/ESW_lista_chiesa/&quot;&gt;L&apos;Espresso - www.chiesa&lt;/a&gt;, a cura di Sandro Magister]&lt;/i&gt;</text_more></entry>
<entry id='1095' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1095' author_id='1' authored_on='20041121234452' basename='iran_lultima_bufala_di_powell' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041121234452' modified_on='20041121234526' ping_count='0' status='2' title='Iran: l&apos;ultima bufala di Powell' week_number='200448'><text>&lt;img alt=&quot;powellonu.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/powellonu.jpg&quot; width=&quot;140&quot; height=&quot;154&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;b&gt;Paolo Manzo&lt;/b&gt;
[da &lt;a href=&quot;http://www.vita.it&quot;&gt;VITA&lt;/a&gt;]
 
&lt;i&gt;Le affermazioni fatte ieri da Powell in cui accusava l&apos;Iran di voler lanciare missili nucleari, si legge sul Washington Post, non sono verificate e hanno provocato reazioni preoccupate  &lt;/i&gt;
  
Le dichiarazioni del segretario di Stato americano Colin Powell sul programma nucleare iraniano erano riservate e frutto delle rivelazioni di una singola fonte, la cui attendibilita&apos; non era stata verificata. A scriverlo e&apos; oggi il &apos;Washington Post&apos;, che cita due funzionari americani secondo i quali le informazioni fornite da questa fonte sarebbero altamente significative se si rivelassero veritiere, ma non sono ancora state controllate. Powell ed altri alti esponenti dell&apos;amministrazione sono stati informati la settimana scorsa del contenuto dei documenti di intelligence sull&apos;Iran. Dossier classificati come &apos;No Foreign&apos;, ossia contenenti informazioni da non condividere con gli alleati, anche se poi il presidente americano George Bush ha deciso che parte di essi potevano essere comunicati a Tony Blair la settimana scorsa. </text><text_more>L&apos;intelligence americana - ricostruiscono le fonti citate dal giornale - e&apos; stata avvicinata all&apos;inizio del mese da questa fonte, che ha fornito ai suoi interlocutori oltre mille pagine che ha descritto come &apos;&apos;disegni e documenti tecnici iraniani&apos; , tra questi il progetto di una testata nucleare e i piani per modificare i missili balistici in modo da essere usati per sferrare un attacco nucleare. Una volta ricevuto questo materiale - spiega la fonte - l&apos;intelligence ha cominciato a passarla al vaglio attentamente, memore degli errori compiuti sull&apos;Iraq. Se le informazioni sull&apos;Iran si rivelassero vere, questo significherebbe che la Repubblica islamica e&apos; molto piu&apos; avanti di quanto finora si credesse nella messa a punto e nella produzione di un&apos;arma nucleare. L&apos;intelligence americana sa dal 2002 che l&apos;Iran ha la capacita&apos; di arricchire l&apos;uranio. Ma gli ispettori dell&apos;Onu che hanno condotto missioni nel paese non hanno mai trovato prove dell&apos;esistenza di un progetto per la messa a punto di una testata nucleare ne&apos; del fatto che Teheran stia sviluppando un programma nucleare non pacifico. 
Un funzionario citato dal giornale spiega che la CIA non e&apos; certa dell&apos;autenticita&apos; dei documenti, ne&apos; della strada che hanno fatto per arrivare in mano all&apos;informatore. Un&apos;altra fonte del quotidiano si limita a parlare di dubbi sulla fonte. E proprio la mancanza di certezze a questo proposito ha spinto i funzionari dell&apos;intelligence a tacere in pubblico le informazioni ricevute. Tanto che le dichiarazioni di Powell avrebbero colto di sorpresa il piccolo gruppo di ufficiali al corrente della vicenda e addirittura irritato alcuni di loro. Le affermazioni di Powell, si legge ancora sul &apos;Washington Post&apos; - hanno anche provocato reazioni preoccupate in Europa, dove pochi giorni prima si era arrivati ad un accordo con l&apos;Iran sul programma nucleare. Tanto che ieri, nel tentativo di tranquillizzare gli animi, l&apos;amministrazione avrebbe detto apertamente ai diplomatici di quei paesi che Powell si e&apos; espresso male nel dare informazioni che non erano ancora state verificate. Ma Powell non sembra voler tornare sui suoi passi: &apos;&apos;il ministro non si e&apos; espresso male&apos;&apos;, ha sottolineato parlando con i giornalisti il portavoce del Dipartimento di Stato, Adam Ereli, ricordando che anche Richard Armitage, il vice di Powell, &apos;&apos;ha visto le stesse informazioni&apos;&apos;.</text_more></entry>
<entry id='1096' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1096' author_id='1' authored_on='20041122224041' basename='la_risposta_degli_olandesi_alla_guerra_tecnocratica' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='0' created_on='20041122224041' modified_on='20041122224141' ping_count='0' status='2' title='La risposta degli olandesi alla guerra tecnocratica' week_number='200448'><text>di &lt;a href=&quot;http://www.chainworkers.org/dev/&quot;&gt;Alex Foti&lt;/a&gt;&lt;br&gt;
&lt;i&gt;da &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2004/09/000992.html#000992&quot;&gt;[neurogreen]&lt;/a&gt;&lt;/i&gt;
&lt;p&gt;
&lt;img alt=&quot;amsterdamworkers.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/amsterdamworkers.jpg&quot; width=&quot;180&quot; height=&quot;123&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;A proposito dei due interventi sull&apos;Olanda (&lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2004/11/001073.html#001073&quot;&gt;qui &lt;/a&gt;e &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2004/11/001078.html#001078&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;), Giuseppe Genna non sembra aggiornato su tutti 
gli aspetti dell&apos;attualità sociale olandese: c&apos;è stato un mese fa un 
megasciopero generale contro i tagli al welfare come non se ne vedevano da 
cinquant&apos;anni (anche FT e HT hanno dedicato inchieste all&apos;argomento), cui 
hanno partecipato con picchetti alle catene i nostri germani olandesi del 
flexblock (e animatori di greenpepper e beyond ESF). Insomma al welfare 
gli olandesi calvinisti o cattolici o giavanesi o molucchesi o musulmani 
ci tengono. Poi non si capisce perché VanGogh e Fortuyn vadano messi nello 
stesso calderone. Uno era di sinistra e alla sua morte ha risposto il 
lutto di tutta la Amsterdam di sinistra con forte presenza del movimento 
anarchosquatter (così dice philopat che c&apos;era), l&apos;altro era di destra ed è 
l&apos;Olanda profonda e da tabloid che lo ha pianto.
&lt;br&gt;</text><text_more>Certo entrambi gli assassinii sembrano segnare la fine del 
multiculturalismo all&apos;olandese (se questo è mai esistito; gli europei sono 
xenofobi a priori e gli olandesi furono collaborazionisti zelanti, 
malgrado il caso di Anna Frank li abbia riabilitati per la posterità) e 
interrogano le aporie, le possibilità e i pericoli del secolarismo e del 
laicismo nel XXI secolo fondamentalista. Ma Fortuyn è stato ucciso da un 
olandese bianco che temeva un nuovo fascismo, mentre VanGogh è stato 
ucciso da un olandese musulmano che non accetta la critica che il pensiero 
laico fa della sottomissione della donna nella cultura islamica anche 
delle metropoli occidentali.
&lt;br&gt;
Quello che mi sembra dire Genna è comunque che non basta una società aperta e 
tollerante (anche con canne libere, sesso libero e sussidi di invalidità 
al lavoro) a creare una società che dia significato alle vite delle 
persone. Ma anche qui la crisi del welfare compare ovunque, ad Amsterdam 
come ad Anversa, come uno dei fattori scatenanti la disgregazione sociale 
che induce i ripiegamenti fortemente identitari cui assistiamo. Forse però 
anche allude al vuoto etico dell&apos;élite europea contemporanea.&lt;br&gt;
Se posso azzardare una tesi è che, un po&apos; come il socialismo reale ha 
depoliticizzato la società russa, il miracolo economico e la prosperità 
europea successiva hanno depoliticizzato la società euroccidentale, fino 
alla seconda guerra mondiale fieramente ideologica e percorsa da una 
guerra civile permanente. Ora che le vacche grasse sono finite, ritorna 
fuori la politica ma nei modi nazionalisti e intolleranti che speravamo 
sepolti per sempre, mentre il socialismo latita, zapatero a parte. Verdi, 
ci siete? E oggi a complicare maledettamente le cose c&apos;è la 
radicalizzazione innegabile dei giovani musulmani nati e cresciuti 
nell&apos;europa edonista (avete visto le foto di Osama adolescente in 
svezia che sembra uno dei Jackson 5?) ma che respinti/esclusi da essa, la 
odiano implacabilmente come neanche i nichilisti di Dostoevskij odiavano 
lo zarismo.</text_more></entry>
<entry id='1097' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1097' author_id='1' authored_on='20041123234131' basename='fasinpat_fabbrica_senza_padrone' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041123234131' modified_on='20041123234201' ping_count='0' status='2' title='FASINPAT - Fabbrica Senza Padrone' week_number='200448'><text>&lt;img alt=&quot;danieleincalcaterra.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/danieleincalcaterra.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;146&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;A Milano, il festival/concorso cinematografico &lt;a href=&quot;http://www.filmmakerfest.org/2/home.htm&quot;&gt;FILMMAKER DOC 9 &lt;/a&gt;ha premiato un documentario sul quale vale davvero la pena informarsi. La sezione di concorso internazionale per film e video su &apos;lavoro e temi sociali&apos; è stata infatti vinta da &lt;b&gt;FASINPAT - Fabbrica Senza Padrone&lt;/b&gt;di &lt;u&gt;Daniele Incalcaterra&lt;/u&gt; [nella foto]. Ecco la scheda del film. Nella provincia di Neuquèn, nella Patagonia Argentina, una fabbrica di ceramiche, la Zanon, che aveva prosperato durante gli anni della dittatura e del governo Menem, minacciava di licenziare la metà dei suoi operai per evitare la chiusura definitiva dovuta alla crisi imperante. Alla fine del 2001 gli operai non accettarono di negoziare i licenziamenti e occuparono la fabbrica. Da allora &lt;a href=&quot;http://www.fasinpat.com.ar/&quot;&gt;la Zanon &lt;/a&gt;sta producendo guidata dai suoi operai. Utilizzando solo il 15% della sua capacità produttiva questi hanno saputo creare nuovi posti di lavoro per i disoccupati e tutti guadagnano un salario di 800 pesos. Ovviamente questa situazione non piace al potere politico che sta cercando di eliminare questo tipo di esperienze. In Argentina ci sono circa 100 fabbriche che stanno seguendo l&apos;esempio di lotta degli operai della Zanon. La vicenda è raccontata direttamente dagli stessi protagonisti.</text><text_more>Daniele Incalcaterra è nato a Roma nel 1954. Inizia gli studi a Mosca per poi trasferirsi a Buenos Aires, dove studia Ingegneria allUniversità. Inizialmente lavora come insegnante di matematica e fisica per poi dedicarsi alla fotografia per diverse riviste argentine. Si forma come documentarista allAteliers Varan di Parigi, di cui nel 1988 diventa direttore. Nel 1991 fonda la società di produzione Voleur. Crea con Fausta Quattrini nel 1997 lAtelier Video a Palermo ed è co-responsabile dellAtelier Varan a Bogorà in Colombia. Tra i suoi lavori &lt;b&gt;Chapare &lt;/b&gt;(1990), &lt;b&gt;Terre dAvellaneda &lt;/b&gt;(1993), &lt;b&gt;Repubblica Nostra &lt;/b&gt;(1995), &lt;b&gt;Contr@site &lt;/b&gt;(2003), selezionati per numerosi festival internazionali come il Festival International de La Habana, Semana International de Ciné de Valladolid e il Festival Internazionale di Rotterdam.</text_more></entry>
<entry id='1098' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1098' author_id='1' authored_on='20041123235041' basename='jonathan_stroud_e_lamuleto_di_samarcanda' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041123235041' modified_on='20041123235112' ping_count='0' status='2' title='Jonathan Stroud e LAmuleto di Samarcanda' week_number='200448'><text>&lt;img alt=&quot;JStroud.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/JStroud.jpg&quot; width=&quot;125&quot; height=&quot;175&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;b&gt;Silvia Arzola&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;JStroudcover.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/JStroudcover.jpg&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;167&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Sopravvissuto al metissage e alla rivalutazione dei generi, il fantasy si attesta quale unica forma di narrativa popolare e intergenerazionale. Attingendo a immaginari diversi e stratificati, decisamente libero nel gioco combinatorio di temi e tradizioni, il fantasy soffre comunque di una certa legnosità simbolica, vincolato come è a quella impalcatura metastorica che lo inchioda a una recezione semiesoterica e lo configura, contemporaneamente, quale prodotto di evasione per eccellenza.
In questo panorama Jonathan Stroud col suo &lt;b&gt;Amuleto di Samarcanda &lt;/b&gt;(Salani 2004) si distingue non solo per originalità, ma soprattutto per intenzione, confezionando un fantasy scopertamente attuale ed eretico. Eretico in senso quasi etimologico. Infatti mentre un Terry Pratchett, giocando magistralmente sul rovesciamento degli stereotipi tradizionali, si limita ad allestire una pur brillantissima operazione parodica, Stroud delle stereotipo annulla le premesse, ricodificandone la funzione. </text><text_more>Nathan, il protagonista, ha letà di Potter ed è un senza famiglia. Ma la sua orfanità non contiene alcun presagio di destino, al contrario (è stato venduto dai genitori) ne sancisce unorigine meno che ordinaria. A partire da questo semplice assunto Stroud può modellare un universo controsimbolico libero da quellapparato intimamente reazionario che contraddistingue generalmente il fantasy e che costringe lo stereotipo fiabesco a uno sviluppo necessario quanto prevedibile.
E vero che già con lingresso di Potter il genere sembra stemperare la propria vocazione massimalista in un décor spurio, addirittura ostile allestetica eroica del medioevo germanico di Tolkien e dei suoi epigoni. Eppure, a ben vedere, Tolkien e Rowling (per solo citare i due estremi più noti del fenomeno), benché attingano a immaginari incompatibili, rispondono alle medesime esigenze di senso mutuate, in definitiva,  dalla tradizione del romanzo cavalleresco: vi si rintraccia infatti il tipico percorso di formazione delleroe, destinato a culminare in unagnizione spirituale circa la propria origine e il proprio destino.
 Lungo questa traiettoria, che fa dellavventura lo spazio simbolico eminente, leroe si troverà sì costretto a combattere lo status quo, ma non allo scopo di rovesciarlo quanto di rifondarne le ragioni: per ristabilire un fronte manicheo che ribadisca, una volta epurata, la nobiltà originaria della gerarchia. In questo senso il fantasy si fa carico dellorrore del Dominio ma, attraverso una splendida mistificazione, ne sancisce la validità, rafforzata da un orizzonte magico che fa del diritto al potere una sorta di dovere elettivo. 
Stroud, alterando questo archetipo, si riserva di indicare lorrore inscritto nel binomio magia/potere, immaginando un mondo esplicitamente contemporaneo in cui i maghi altro non sono che lestablishment politico ed economico di un certo Impero inglese in continua guerra con potenze rivali, rette a loro volta da magici faccendieri. Lapprendistato di mago va così a coincidere con liniziazione a un potere che non ha nulla di nobile né di elettivo, e la trasmissione del sapere magico, priva di ogni fascino rituale, si limita a un cupa e dolorosa pratica di dominio/sfruttamento.
Con un prezioso coraggio antiglamour Stroud ripulisce dunque la magia da ogni pretesa sapienziale e mette a nudo il nocciolo di molta ipocrisia esoterica: il mago non è colui che conosce i segreti più profondi della natura, ma colui che pretende di ordire i segreti della società. Non solo, il mago è un parassita: un essere brutale che copre con una messinscena rituale un semplice processo di sfuttamento. In Stroud, infatti, la catena del dominio magico non si regge sulla capacità diretta di controllare la materia, ma sulla sottomissione sistematica di spiriti ancestrali, i Jiin.
 Convocati loro malgrado e resi schiavi dagli odiati maghi, i geni, o demoni che dir si voglia, mediano tra il mago e la materia, offrono al Potere la possibilità di mantenere i propri privilegi e di dominare sulla gente comune, ma, alla stregua della tecnologia nella SF, si dimostreranno strumenti necessari quanto incontrollabili.
 Sarà proprio lincontro tra Nathan, lorfano ambizioso e lantico genio persiano Bartimaeus a produrre una sovversione, quasi casuale, allinterno del sistema di potere già minacciato da una fantomatica Resistenza. Lincontro di due entità che sfidano la retorica del destino imprime un deragliamento anarchico, fuori dai binari della necessità di genere. E ciò a dimostrazione che il Destino non è che un pregiudizio: una forma di propaganda del potere per il potere.
Incontrare Stroud, dopo aver letto il prodotto più materialista della tradizione del Fantasy, obbliga a parlare di politica oltre che di letteratura.

&lt;b&gt;Leggendo il libro ho avuto la sensazione che dietro la vicenda fantastica si celi una metafora precisa del momento storico. Tutti questi demoni antichi di area mediorientale, ricordano la politica da apprendisti stregoni che le potenze occidentali hanno praticato fino agli anni 90 col mondo musulmano &lt;/b&gt;

In realtà quando ho iniziato a scrivere il libro, nel settembre del 2001, lunica idea forte era quella di rappresentare i maghi come una élite politica corrotta. In Gran Bretagna cè una grande divario tra la politica e la gente comune. Un divario che viene vissuto con insofferenza o indifferenza, volevo segnalare questo distacco tra la politica e i suoi riti e le persone. Oltre a ciò mi affascinava lidea di recuperare la tradizione orientale dei &lt;i&gt;jinn&lt;/i&gt;. Poi, mentre scrivevo e si sviluppavano gli eventi politici, mi sono reso conto il collegamento con i fatti recenti poteva apparire fondato. Non a caso ho inserito nelle riflessioni di Bartimeaus (il Jinn protagonista) un paio di note su Bagdad e Bassora. 

 &lt;b&gt;Leggendo si ha limpressione che tu abbia voluto creare lanti Potter, se non addirittura lantifantasy. Il protagonista ha undici anni ed è lopposto di Potter. Non solo, in Potter le gerarchie magiche sono ancora dotate di senso e di una certa sacralità, qui tutto si sfalda in una dimensione quasi amorale, non cè nemmeno un Grande Malvagio solo cupidigia e meschinità etc.&lt;/b&gt;

Sin dallinizio ho deciso di fare un libro che andasse contro la tradizione familiare. Non per spirito polemico, rispetto il fantasy inglese e mi piace molto la Rowling. Ma, da un lato, sul piano commerciale, avevo bisogno di creare un prodotto che si diversificasse fortemente dalla media del dopo -Potter, dallaltra mi interessava fare qualcosa che parlasse del presente. Con Bartimeaus, che è il vero protagonista del libro, credo di aver creato un antieroe anarchico e terribilmente spiritoso.

&lt;b&gt;La letterattura fantastica inglese mostra spesso un manicheismo di fondo. I nomi dei grandi malvagi o dei luoghi del male, contengano talvolta al loro interno la radice di mors latina: Moriarty, Voldemort, Mordor e ciò a sottolineare laspetto emblematico del male. Il tuo cattivo, invece si chiama Lovelace&lt;/b&gt;

Beh naturalmente è una scelta ironica. Non bisogna dimenticare che Lovelace è un politico, ho scelto un nome che insinuasse la stucchevolezza della propaganda. 

&lt;b&gt;A tratti mi è sembrato di leggere un libro di fantascienza, qualcosa che ha a che vedere con la paranoia del futuro.&lt;/b&gt;

Ora che mi ci fai pensare è vero. Però penso alla SF di un Philip Dick, che è lunico autore di SF che amo. In effetti la magia nel mio romanzo ha la funzione di uno strumento. Uno strumento equivoco come la tecnologia in Dick.

&lt;b&gt;Anche lambientazione così dark, quasi postatomica &lt;/b&gt;

Ho voluto ricostruire una Londra che attualizzasse le atmosfere di Conan Doyle e Dickens. E una citta moderna, ma con una modernità sottotono.

&lt;b&gt;Fantascienza, Fantasy, ma anche video games, cinema dazione e filosofia: un immaginario vastissimo. &lt;/b&gt;

Credo di essere una gazza ladra. Rubo da varie  tradizioni e leggende, e innesto il tutto su una sensibilità che è quella in cui sono cresciuto: appartengo alla generazione che si è nutrita di video games e action movies. Poi, chiaramente, tutto quanto viene accordato su una scala più intima

&lt;b&gt;Cosa cè dietro questi maghi meschini, arricchiti, fatui, un semplice disegno letterario o un avvertimento?&lt;/b&gt;

Cè innanzitutto il riflesso della mia sfiducia. Ma nel libro cè anche il riflesso delle mie speranze. Nella relazione di amicizia tra Nathan e Bartimeaus si scorge la possibilità di salvarsi. Dal secondo volume in poi arriveranno ad interagire anche con una ragazzina protagonista della Resistenza. Quello che mi sta a cuore è mostrare la complessità dellamicizia come via di scampo.

&lt;i&gt;Jonathan Stroud è nato in Inghilterra nel 1970. Laureato in letteratura inglese, ha fatto a lungo il redattore e ha pubblicato tre libri per linfanzia. Per scrivere &lt;b&gt;Lamuleto&lt;/b&gt; si è licenziato, provando a campare solo di scrittura. A suo rischio e pericolo. &lt;/i&gt;</text_more></entry>
<entry id='1099' allow_comments='0' allow_pings='1' author_id='1' authored_on='20041125002722' basename='pitifest_2004' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041125002722' modified_on='20041125002722' ping_count='0' status='1' title='PitiFest 2004!' week_number='200448'><text_more>PitiFest 2004 - Settimo Festival di Cinema e Cultura Ebraica
 5 - 8  Dicembre 2004,   Pitigliano (GR)

Anna Frank: uneredità di speranza, uneredità di memoria
 Quattro giorni di cinema e cultura ebraica a Pitigliano  tra film, documentari, mostre darte, visite guidate ai luoghi ebraici, degustazioni di dolci e vini ebraici

La Settima Edizione del PitiFest -  Festival di Cinema e Cultura Ebraica, nato nel 1998 da unidea di Michela Scomazzon Galdi, che ne è il Direttore Artistico, ed organizzato dallAssociazione Pitigliano Film Festival di Roma  dal 2003 in collaborazione con lAssociazione La piccola Gerusalemme di Pitigliano -  si svolgerà dal 5 all8 Dicembre 2004 a Pitigliano (GR).
La manifestazione, unica nel suo genere in Italia, e diventata ormai unimportante vetrina anche internazionale per il cinema e la cultura ebraica, sin dalla prima edizione, è sostenuta in particolare dalla Provincia di Grosseto, e dal 2001, anche dalla Direzione Generale per il Cinema  del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Alcune significative novità nellEdizione 2004: il Festival, dopo due anni di allontanamento, torna a svolgersi interamente a Pitigliano, la piccola Gerusalemme,  sua sede originaria; il restyling del logo.

Come per ogni edizione, anche il programma 2004 avrà un filo rosso: Anna Frank: uneredità di speranza, uneredità di memoria che caratterizzerà lofferta cinematografica.
Perché Anna Frank? Dal momento che  il PitiFest dà molta importanza al valore della Memoria, ha ritenuto importante ricordare la figura della ragazzina ebrea, diventata simbolo della Shoah, nella ricorrenza dei 60 anni dellarresto di Anna e della sua famiglia nellAlloggio segreto, e dei 75 anni dalla sua nascita.
 
Molti quindi i film dedicati ad Anna Frank, tra i quali segnaliamo il documentario Cara Kitty ma soprattutto il filmato di presentazione del film Cara Anne Frank  Il dono della speranza               che uscirà nel 2006. Il film, un progetto da 10 milioni di euro della 263 films di Milano, sarà realizzato in 3D e restituirà al mondo il volto di Anna. Per ricostruire lAmsterdam di quegli anni, lAlloggio Segreto, i luoghi dellinfanzia di Anna, è stata effettuata la più scrupolosa ricerca storico-filologica. Il film intende raccontare alluomo di oggi e di domani una storia destinata a far riflettere sugli errori, ed orrori,  che una parte dellumanità commette contro unaltra parte di essa.
Il filmato racconterà di come è nato il progetto, della factory che ha riunito oltre 30 tra i maggiori artisti del mondo (disegnatori, artisti digitali, animatori, esperti di motion capture ecc.), ma soprattutto di Anna Frank, del suo messaggio universale che verrà restituito  alla memoria del mondo  

Per la sezione Cinema e Dialogo sarà presentato, in una proiezione speciale per le scuole, POP - Pace of Peace, realizzato grazie al sostegno dellUfficio per la Pace  a Gerusalemme del Comune di Roma e di Castelli Animati.
Pace of Peace è un cartone animato, un piccolo cartone animato, con annesso documentario, La storia di Pop,  che ne racconta la realizzazione.
Otto ragazzi israeliani della città di Raanana e otto palestinesi di Qalqilia, con i loro insegnanti e rispettivi Sindaci, hanno sfidato  e sfidano  occupazione e attentati, blitz e terrorismo. Insieme, con coraggio individuale e intelligenza collettiva, hanno cominciato a bonificare uno dei campi minati più pericolosi per il percorso di pace. Quello della comunicazione. Così questi ragazzi hanno voluto testimoniare personalmente la loro visione della pace.
E lo hanno fatto ideando insieme la storia ed i personaggi di Pace of Peace, assistiti da alcuni tra i migliori esperti del settore e relative case di produzione e studi di animazione.
		  
Per la sezione  cinematografica Perché ricordare si segnalano invece: lanteprima mondiale dellopera video Binario 21.  Dario Picciau e Roberto Malini, il regista e lautore di Cara Anne Frank  Il dono della memoria, attivi da molti anni in diverse espressioni dellarte contemporanea, hanno realizzato questo cortometraggio che racconta di una livida domenica invernale del 1944, quando dal Binario 21 della Stazione Centrale di Milano furono deportati per ignota destinazione più di 600 cittadini italiani di religione ebraica; il documentario Destinazione Auschwitz di Andrèe Rossi Maroso e Federico Ambiel, da unidea di Andrea Jarach e la consulenza di Marcello pezzetti del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano. Il documentario si basa su film documentari, film a soggetto, testimonianze dei sopravvissuti. Le strutture della morte, rase al suolo dai nazisti in fuga, sono state ricostruite con dei modelli tridimensionali e realizzate basandosi fedelmente sui progetti originali. Il documentario si inserisce in un progetto multimediale più ampio e complesso, che comprende un testo, un CD rom ed una mostra (presente ogni anno al Palazzo Reale di Milano; i due documentari inediti: Figure di un mondo scomparso, di Benedetto Parisi, sulla distruzione degli ebrei polacchi con la Shoah, e Shalom Asmara di Marco Cavallarin e Marco Mensa, la prima ricerca storica mai effettuata sulla Comunità Ebraica Eritrea. 

Nella sezione cinematografica Una finestra su Israele  (inaugurata nel 2001), in anteprima nazionale lultimo film del regista Amos Gitai Hotel promised land, distribuito dalla Lady Film,  presentato alla 61a Mostra del Cinema di Venezia e non ancora uscito nei circuiti commerciali. Tema del film: la tratta delle bianche in Medio Oriente

Ad arricchire il variegato  programma del Festival ci sarà anche linaugurazione di due mostre dedicate ad Anna Frank dagli  artisti della 263 Films, riuniti nel gruppo Watching The Sky .
Nella mostra darte contemporanea Dipingere la Memoria saranno esposte opere dedicate alla vicenda di Anna Frank; la mostra Il piccolo mondo di Anne Frank raccoglie una serie di pezzi rari (ad es. le prime edizioni assoluta [1947] e italiana [1954] del Diario; edizioni filateliche ecc)  

Last but not least, nella sezione enogastronomica, sarà presentato il Nuovo Presidio Slow Food La cucina dei goym nella città del tufo. Interverranno  Carlo Cannella, professore ordinario di Scienze dellAlimentazione allUniversità La Sapienza di Roma, la giornalista Francesca Fellini e Maurizio Manzini,  responsabile dei produttori per il Presidio. A seguire: degustazione dello sfratto e del bollo, dolci tipici ebraici originari di Pitigliano e del vino kasher Le Vigne di Terracina .

Sarà inoltre possibile effettuare visite guidate alla Sinagoga di Pitigliano ed ai locali sottostanti (dove veniva cotto il pane azzimo, effettuata la macellazione kasher, praticato il mikvè (bagno rituale).

Al pubblico del Festival non resta che limbarazzo della scelta!
 

Per info: staff@pitifest.it;  339  710.38.37; 338-88.00.199
www.pitifest.it

Per prenotazioni alberghiere e informazioni:
Ufficio Turistico APT Pitigliano, tel/fax . 0564  - 61.71.11
(10.00-13.00/ 15.30-19.00; lunedì chiuso)
infopitigliano@lamaremma.info</text_more></entry>
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5/8  Dicembre 2004, Pitigliano (GR)&lt;/em&gt;

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La Settima Edizione del &lt;a href=&quot;http://www.pitifest.it&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;PitiFest &lt;/a&gt;-  Festival di Cinema e Cultura Ebraica, nato nel 1998 da unidea di Michela Scomazzon Galdi, che ne è il Direttore Artistico, ed organizzato allAssociazione Pitigliano Film Festival di Roma  dal 2003 in collaborazione con lAssociazione La piccola Gerusalemme di Pitigliano -  si svolgerà dal 5 all8 Dicembre 2004 a Pitigliano (GR).</text><text_more>La manifestazione, unica nel suo genere in Italia, e diventata ormai unimportante vetrina anche internazionale per il cinema e la cultura ebraica, sin dalla prima edizione, è sostenuta in particolare dalla Provincia di Grosseto, e dal 2001, anche dalla Direzione Generale per il Cinema  del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.
Alcune significative novità nellEdizione 2004: il Festival, dopo due anni di allontanamento, torna a svolgersi interamente a Pitigliano, la piccola Gerusalemme,  sua sede originaria; il restyling del logo.
Come per ogni edizione, anche il programma 2004 avrà un filo rosso: Anna Frank: uneredità di speranza, uneredità di memoria che caratterizzerà lofferta cinematografica.
Perché Anna Frank? Dal momento che il PitiFest dà molta importanza al valore della Memoria, ha ritenuto importante ricordare la figura della ragazzina ebrea, diventata simbolo della Shoah, nella ricorrenza dei 60 anni dellarresto di Anna e della sua famiglia nellAlloggio segreto, e dei 75 anni dalla sua nascita.
Molti quindi i film dedicati ad Anna Frank, tra i quali segnaliamo il documentario Cara Kitty ma soprattutto il filmato di presentazione del film Cara Anne Frank  Il dono della speranza che uscirà nel 2006. Il film, un progetto da 10 milioni di euro della 263 films di Milano, sarà realizzato in 3D e restituirà al mondo il volto di Anna. Per ricostruire lAmsterdam di quegli anni, lAlloggio Segreto, i luoghi dellinfanzia di Anna, è stata effettuata la più scrupolosa ricerca storico-filologica. Il film intende raccontare alluomo di oggi e di domani una storia destinata a far riflettere sugli errori, ed orrori,  che una parte dellumanità commette contro unaltra parte di essa.
Il filmato racconterà di come è nato il progetto, della factory che ha riunito oltre 30 tra i maggiori artisti del mondo (disegnatori, artisti digitali, animatori, esperti di motion capture ecc.), ma soprattutto di Anna Frank, del suo messaggio universale che verrà restituito  alla memoria del mondo  
Per la sezione Cinema e Dialogo sarà presentato, in una proiezione speciale per le scuole, POP - Pace of Peace, realizzato grazie al sostegno dellUfficio per la Pace  a Gerusalemme del Comune di Roma e di Castelli Animati.
&lt;em&gt;Pace of Peace&lt;/em&gt; è un cartone animato, un piccolo cartone animato, con annesso documentario, &lt;em&gt;La storia di Pop&lt;/em&gt;, che ne racconta la realizzazione.
Otto ragazzi israeliani della città di Raanana e otto palestinesi di Qalqilia, con i loro insegnanti e rispettivi Sindaci, hanno sfidato  e sfidano  occupazione e attentati, blitz e terrorismo. Insieme, con coraggio individuale e intelligenza collettiva, hanno cominciato a bonificare uno dei campi minati più pericolosi per il percorso di pace. Quello della comunicazione. Così questi ragazzi hanno voluto testimoniare personalmente la loro visione della pace.
E lo hanno fatto ideando insieme la storia ed i personaggi di &lt;em&gt;Pace of Peace&lt;/em&gt;, assistiti da alcuni tra i migliori esperti del settore e relative case di produzione e studi di animazione.
Per la sezione  cinematografica Perché ricordare si segnalano invece: lanteprima mondiale dellopera video Binario 21.  Dario Picciau e Roberto Malini, il regista e lautore di Cara Anne Frank  Il dono della memoria, attivi da molti anni in diverse espressioni dellarte contemporanea, hanno realizzato questo cortometraggio che racconta di una livida domenica invernale del 1944, quando dal Binario 21 della Stazione Centrale di Milano furono deportati per ignota destinazione più di 600 cittadini italiani di religione ebraica; il documentario Destinazione Auschwitz di Andrèe Rossi Maroso e Federico Ambiel, da unidea di Andrea Jarach e la consulenza di Marcello Pezzetti del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano. Il documentario si basa su film documentari, film a soggetto, testimonianze dei sopravvissuti. Le strutture della morte, rase al suolo dai nazisti in fuga, sono state ricostruite con dei modelli tridimensionali e realizzate basandosi fedelmente sui progetti originali. Il documentario si inserisce in un progetto multimediale più ampio e complesso, che comprende un testo, un CD rom ed una mostra (presente ogni anno al Palazzo Reale di Milano; i due documentari inediti: Figure di un mondo scomparso, di Benedetto Parisi, sulla distruzione degli ebrei polacchi con la Shoah, e Shalom Asmara di Marco Cavallarin e Marco Mensa, la prima ricerca storica mai effettuata sulla Comunità Ebraica Eritrea. 
Nella sezione cinematografica Una finestra su Israele (inaugurata nel 2001), in anteprima nazionale lultimo film del regista Amos Gitai Hotel promised land, distribuito dalla Lady Film,  presentato alla 61a Mostra del Cinema di Venezia e non ancora uscito nei circuiti commerciali. Tema del film: la tratta delle bianche in Medio Oriente
Ad arricchire il variegato programma del Festival ci sarà anche linaugurazione di due mostre dedicate ad Anna Frank dagli artisti della &lt;em&gt;263 Films, &lt;/em&gt;riuniti nel gruppo Watching The Sky .
Nella mostra darte contemporanea Dipingere la Memoria saranno esposte opere dedicate alla vicenda di Anna Frank; la mostra Il piccolo mondo di Anne Frank raccoglie una serie di pezzi rari (ad es. le prime edizioni assoluta [1947] e italiana [1954] del Diario; edizioni filateliche ecc)  
Last but not least, nella sezione enogastronomica, sarà presentato il Nuovo Presidio Slow Food La cucina dei goym nella città del tufo. Interverranno  Carlo Cannella, professore ordinario di Scienze dellAlimentazione allUniversità La Sapienza di Roma, la giornalista Francesca Fellini e Maurizio Manzini,  responsabile dei produttori per il Presidio. A seguire: degustazione dello sfratto e del bollo, dolci tipici ebraici originari di Pitigliano e del vino kasher Le Vigne di Terracina .
Sarà inoltre possibile effettuare visite guidate alla Sinagoga di Pitigliano ed ai locali sottostanti (dove veniva cotto il pane azzimo, effettuata la macellazione kasher, praticato il mikvè (bagno rituale).
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Per info: &lt;a href=&quot;mailto:staff@pitifest.it&quot;&gt;staff@pitifest.it&lt;/a&gt;;  339  710.38.37; 338-88.00.199
&lt;a href=&quot;http://www.pitifest.it&quot;&gt;www.pitifest.it&lt;/a&gt;

Per prenotazioni alberghiere e informazioni:
Ufficio Turistico APT Pitigliano, tel/fax . 0564  - 61.71.11
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da &lt;i&gt;la Repubblica&lt;/i&gt; - Oggi ha parlato della situazione in Ucraina il presidente statunitense George W. Bush: &quot;Ci sono molte dichiarazioni di brogli elettorali che mettono in dubbio le elezioni&quot;.</text></entry>
<entry id='1103' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1103' author_id='1' authored_on='20041126232128' basename='brussolo_incubi_per_bambini_ma' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041126232128' modified_on='20041126232205' ping_count='1' status='2' title='Brussolo, incubi per bambini (ma non solo)' week_number='200448'><text>&lt;img alt=&quot;peggy3.png&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/peggy3.png&quot; width=&quot;139&quot; height=&quot;219&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;b&gt;Domenico Gallo&lt;/b&gt;
&lt;i&gt;[da &lt;a href=&quot;http://www.liberazione.it&quot;&gt;Liberazione&lt;/a&gt;]&lt;/i&gt;

Il mio intento era di prendere cose comuni e di immergerle in situazione che apparivano a prima vista inverosimili, ma rendendole ugualmente molto credibili, dunque unoperazione per certi versi estrema. Se si legge la bibliografia italiana di Serge Brussolo, sei romanzi di fantascienza, due noir e quattro storie per ragazzi, si ha limpressione che le operazioni di estrema immaginazione siano consuete nellimpressionante produzione di questo autore francese che vanta quasi 140 romanzi, pubblicati anche con gli pseudonimi di Kitty Doom, Akira Suzuko e D. Morlock, che vagano per tutti i generi della letteratura popolare. Un successo che in Francia è impressionante, un autore di culto per il pubblico, ma non altrettanto amato dai colleghi scrittori, che ne lamentano leccessiva invadenza. Purtroppo oggi nelle nostre librerie non troviamo che i due fortunati cicli pubblicati da Fanucci, &lt;b&gt;Peggy Sue e gli Invisibili &lt;/b&gt;e &lt;b&gt;Sigrid e i mondi perduti&lt;/b&gt;, romanzi per ragazzi che non mancano dincuriosire e appassionare anche gli adulti.</text><text_more>&lt;img alt=&quot;brussolo.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/brussolo.jpg&quot; width=&quot;72&quot; height=&quot;99&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Nel panorama della letteratura popolare francese, Serge Brussolo, che ha da poco compiuto cinquantanni, si è distinto per la forza con cui ha affrontato i generi, per la durezza e la crudeltà delle sue storie. Ne è un esempio&lt;b&gt; I soldati di catrame&lt;/b&gt;, pubblicato su Urania nel 1988. Le acque hanno invaso la metropolitana di Parigi, provocando la morte di decine di migliaia di persone. A due anni di distanza uno speciale corpo di polizia è ancora in cerca degli ultimi superstiti, intrappolati in gallerie in cui sono rimaste delle scorte daria, sopravvissuti soggetti a inquietanti mutazioni. Le altre storie di fantascienza pubblicate in Italia (&lt;b&gt;La collera delle tenebre&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;I seminatori di abissi&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;La notte del bombardiere&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;Terra di uragani&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;Sonno di sangue&lt;/b&gt;, tutti pubblicati su Urania tra il 1987 e il 1990) raccontano di pianeti che si autodivorano, di epidemie trasportate da tatuaggi mobili, di mondi carnevale, di incubi infantili, di carceri del futuro. Se oggi il panorama della fantascienza francese, anche così politicamente impegnata, è nettamente cambiato rispetto a una tradizione avventurosa e autoreferenziale come quella che caratterizzava gli anni Cinquanta, è grazie autori come Brussolo, Ligny, Dunyach e Lehman.
Brussolo è un amante dei libri di Stephen King e Howard Lovecraft, oscillando tra la capacità di scatenare linsolito dalle situazioni più banali, come nel noir &lt;b&gt;Il visitatore senza volto &lt;/b&gt;(pubblicato ne &lt;i&gt;I romanzi neri del giallo Mondadori&lt;/i&gt;), o nelle creazioni barocche e assurde della sua fantascienza. Un suo romanzo inizia così: La montagna cominciò a sanguinare allalba del terzo giorno. Ciò che colpisce il lettore dei suoi romanzi è la morbosa attenzione per la sensibilità dei suoi protagonisti, per come sono collocati in situazioni in cui tutto viene messo in gioco. Dalla catastrofe terrestre al pianeta alieno i suoi protagonisti sprigionano una forte umanità, una capacità di rappresentare la vita e tutti i suoi problemi quotidiani. Tradizionalmente la letteratura popolare non approfondisce lidentità del protagonista, svelandola piuttosto attraverso le vicende materiali del meccanismo narrativo, ma le persone che vivono nei romanzi di Brussolo ci impressionano immediatamente per lostentazione di tutti quegli aspetti umani del dolore, della paura, della solitudine. Si tratta di generi letterari usati con grande maestria, sempre flessi allo spasimo per offrire al lettore qualcosa di più di quello che ha già letto. Quando la protagonista de &lt;b&gt;I soldati di catrame &lt;/b&gt;(&lt;i&gt;Les foetus dacier&lt;/i&gt;), Lise Sarella, si prepara per scendere nelle fogne e sceglie le proprie armi, abbiamo subito di fronte, senza veli, la descrizione di una vita difficile, complessa, in cui lo sfondo della Parigi del futuro, con il suo inquietante mondo sommerso, amplifica il dramma di unesistenza che non trova una possibilità positiva di esprimersi.
Peggy Sue è unadolescente di 14 anni che possiede una capacità straordinaria, è lunica persona che è in grado di vedere gli Invisibili, creature che vivono a fianco degli umani. Gli Invisibili sono bugiardi e cattivi, tormentano gli umani con scherzi che spesso si concludono tragicamente. Nessuno crede a Peggy Sue, che è costretta a portare avanti la sua lotta tra lassoluta incomprensione degli umani, che la considerano una ragazza stramba e la emarginano. Il confronto con Harry Potter è quasi scontato, ma le storie di Brussolo sono più tetre, meno rassicuranti, profonde e spesso tristi. Incomunicabilità ed emarginazione controbattono la strutturata scuola di magia di Hogwarts. Peggy non ha il fascino e la sicurezza della predestinazione che avvolge la figura mitica del signor Potter, è una ragazzina che non ha maestri né arcani segreti a cui ricorrere, molto più tragicamente è lunica che conosce latroce realtà di cui nessuno si avvede, non è figlia di maghi ma di un semplice carpentiere

Finché si sta allombra della farfalla si vive in uno stato di gioia e di felicità senza paragoni. È indescrivibile tutto diventa bello. Ci si mette ad amare tutto, loggetto più insignificante sembra unopera darte. Unenorme farfalla trasparente sovrasta il territorio di Shaka-Kandarec e trasmette una gioia immensa ai suoi abitanti, ma una terribile minaccia incombe su di lei: creature capaci di lanciare dalle nuvole pezzi di stelle minacciano di ucciderla. &lt;b&gt;La farfalla degli abissi &lt;/b&gt;(Fanucci, pp. 308, 14,50 euro) è il terzo episodio di &lt;b&gt;Peggy Sue e gli Invisibili&lt;/b&gt;, la fortunata serie per ragazzi scritta da Serge Brussolo che si pone come una rivale del successo di Harry Potter. La ragazza, che unica al mondo è in grado di scorgere i fantasmi che abitano la Terra, aiutata dal suo cane telepatico e dal suo fidanzato che sopravvive sotto la forma di una statua di sabbia, è impegnata in una nuova fantastica avventura che la porterà fino al centro del pianeta. Unavventura alla Jules Verne con tratti noir e propaggini nella fantascienza, un mondo sconvolto che si sviluppa a fianco al nostro dove la conoscenza della realtà e la responsabilità di salvare lumanità grava totalmente su una ragazzina di 14 anni. Letteratura per ragazzi che parla della vita con crudezza e realismo.</text_more></entry>
<entry id='1104' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1104' author_id='1' authored_on='20041128235006' basename='vaticano_multinazionale' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041128235006' modified_on='20041128235105' ping_count='0' status='2' title='Vaticano multinazionale' week_number='200449'><text>&lt;img alt=&quot;panorama_economy_copertina.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/panorama_economy_copertina.jpg&quot; width=&quot;185&quot; height=&quot;234&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;&lt;i&gt;[da &lt;a href=&quot;http://www.anticlericale.net&quot;&gt;Anticlericale.net&lt;/a&gt;]&lt;/i&gt;

L&apos;inchiesta fatta da &lt;i&gt;Panorama Economy &lt;/i&gt;nel gennaio 2004 sullo Stato del Vaticano, a parere del presidente del gruppo parlamentare europeo radicale Maurizio Turco, è un lavoro in cui si cerca di valutare, a quanto è dato sapere, quale sia la situazione economico-finanziaria della Chiesa Cattolica partendo da dei dati di fatto. Questi espongono cifre relative al patrimonio dello Stato, al giro d&apos;affari e al reddito pro-capite dell&apos;esiguo numero di cittadini vaticani e mettono in evidenza situazioni anomale, come quella che vuole la Banca centrale vaticana non sottoposta a controlli internazionali; quegli stessi previsti invece per le altre istituzioni economico-finanziarie internazionali. Le istituzioni vaticane, ricorda Turco, seppur utilizzando ampiamente i meccanismi internazionali di trasferimenti di denari e fondi, non sono sottoposte a nessuna legge anti-riciclaggio, tanto che, secondo il parlamentare europeo «questa situazione è molto peggio dei cosìddetti paradisi fiscali» tanto da poter dire di essere «di fronte a una potenziale centrale di riciclaggio internazionale». </text><text_more>Uno Stato insomma, a detta del segretario di Anticlericale.net, che sovverte regole di un gioco di cui fa parte senza pagare alcuno scotto, come le possibili sanzioni cui gli altri paesi vanno incontro. Nell&apos;inchiesta si ricorda inoltre come lo Stato Vaticano «batta moneta, l&apos;euro», facendo parte del sistema di pagamento europeo ma anche qui, a detta di Turco, è riuscito a trovare il modo di non sottoporsi a controlli. «Da parte dell&apos;Unione europea - sostiene Turco - non c&apos;è nessuna ragione di escludere il Vaticano dai controlli se non forse una qualche motivazione morale, come un occhio di riguardo verso una religione». A quel punto, però, si incorrerebbe in una palese violazione: «quella della libertà religiosa, visto che ad una fra le tante religioni vengono date privilegi e immunità che sono negate alle altre».

&lt;b&gt;Il Vaticano&lt;/b&gt;
La Città del Vaticano si estende su 44 ettari di terreno. Ha 911 residenti di cui 532 cittadini, il cui reddito pro-capite ammonta a 407.095 euro. Non produce beni e i suoi servizi sono per lo più gratuti. La sua economia (con i suoi profitti) si basa sugli investimenti, mobili e immobili, sul patrimonio esistente, le rendite e sulle rimesse delle diocesi sparse nel mondo; sono 4649 riunite in 110 Conferenze Episcopali. Il bilancio di tutto questo è tenuto dall&apos;Apsa (Amministrazione patrimonio sede apostolica) e la Prefettura per gli Affari economici, guidata dal cardinale Sergio Sebastiani, lo controlla. A quest&apos;ultima è anche demandato il compito di controllare i bilanci dello Ior (l&apos;Istituto per le opere religiose), la banca Vaticana. Ogni diocesi inoltre gestisce un patrimonio a sé. Fatto di immobili, titoli e offerte dei fedeli. La Città del Vaticano è composta da tre parti (a volte considerate personalità giuridiche altre no). Lo Stato, la Santa Sede e la Curia. Il primo è l&apos;entità territoriale, la seconda è il vertice della Chiesa e la Curia è la struttura organizzativa. Tutte le istituzioni vaticane spesso rivendicano l&apos;extraterritorialità e la non rispondenza alle leggi degli altri Stati-Nazione.

&lt;b&gt;L&apos;Apsa&lt;/b&gt;
L&apos;Apsa è in pratica la Banca Centrale della Città del Vaticano. Essa svolge funzioni di tesoreria e gestisce gli stipendi dello Stato. Fra i suoi compiti c&apos;è anche quello di coniare moneta. Nel 1998 infatti, l&apos;Ue ha autorizzato l&apos;Apsa ad emettere 670mila euro l&apos;anno. Con la possibilità di emetterne altri 201mila in occasione di Concili ecumenici, Anni Santi o in occasione di un&apos;apertura della Sede vacante. Secondo quanto riportato dai dati ufficiali della Prefettura per gli Affari Economici, per il 2002 il Vaticano e la Santa Sede sarebbero in deficit. 29,5 milioni di euro. Nel bilancio però non figurano strutture come le università pontificie, gli ospedali cattolici (Bambin Gesù di Roma, ad esempio), i santuari (Loreto, Pompei). Ma soprattutto non figura l&apos;obolo. Una pratica che ha portato nel solo 2002 un gettito nella casse della Città del Vaticano di 52,8 milioni di euro.

&lt;b&gt;Lo Ior&lt;/b&gt;
E&apos; la banca della Città del Vaticano. Dopo le vicende legate al banco Ambrosiano, al crac e al cardinale Marcinkus, nel 1990 papa Giovanni Paolo II lo ha riformato. Ora la responsabilità è stata affidata a persone laiche ma di credenze cattoliche; lo presiede infatti Angelo Caloia, professore dell&apos;università Cattolica di Milano, ex presidente del Medio Credito Lombardo e attualmente a capo di due società di Banca Intesa. Lo Ior ha sede unica in Vaticano. Non ha filiali in nessun altro luogo. Non ha accesso diretto ai circuiti finanziari internazionali. Non aderisce alle norme antiriciclaggio sulla trasparenza dei conti. Il riferimento è la segreteria di Stato vaticana di monsignor Angelo Sodano. Oggi lo Ior amministra un patrimonio di circa 5 miliardi di euro. Ai suoi clienti (dipendenti del Vaticano, membri della Santa Sede, ordini religiosi, benefattori) garantisce un tasso annuo del 12%. Poco si sa sulle attività della banca; dove investa, a chi dia crediti. Nel 2002 il dipartimento del Tesoro americano ha segnalato che il Vaticano ha 289 milioni di dollari in titoli Usa. L&apos;advisor inglese Guthrie Group ha reso nota una joint venture tra Ior e partner americani per un valore di 273,6 milioni di euro. Ultimamente, si sa che le isole Cayman, il noto paradiso fiscale internazionale, sono passate dal controllo della diocesi giamaicana, guidata dal cardinale Adam Joseph Maida, membro del collegio di vigilanza dello Ior, a quello diretto del Vaticano.

&lt;b&gt;L&apos;8 per mille&lt;/b&gt;
Secondo i meccanismi fissati dal Concordato del 1984 fra Stato italiano e Chiesa Cattolica, nonotante soltanto l&apos;8% degli italiani versi direttamente l&apos;8 per mille al Vaticano, gli italiani che pur non facendo nessuna firma sulla dichiarazione Irpef danno ugualmente soldi alla Chiesa sono circa il 67%. Il motivo risiede nel comma 3 dell&apos;art. 46 del Nuovo Concordato firmato il 20 febbraio 1984, che recita in questo modo: «...in caso di scelta non espressa da parte dei contribuenti la destinazione si stabilisce in proporzione alle scelte espresse». Cioè, quale che sia la percentuale delle scelte espresse, anche la quota su cui non è stata effettuata nessuna scelta viene distribuita alla Chiesa Cattolica o allo Stato, in percentuale alle scelte a loro favore. Un esempio a questo proposito lo troviamo sul libro di Mario Staderini, «Otto per mille»: «Nel 2000 - scrive Staderini - la percentuale degli italiani che non hanno espresso una scelta è stata del 64%, mentre il gettito complessivo derivante dall&apos;8 per mille Irpef ha superato il miliardo di euro. Se non fosse esistito questo escamotage, solo il 36% (coloro che hanno espresso una scelta nella dichiarazione dei redditi) di 1 miliardo di euro sarebbe stato ripartito tra le chiese; un trucco legislativo senza precedenti nel mondo, che consente alle chiese di prendere 630 milioni di euro all&apos;anno da cittadini che non vorrebbero darglieli! Al tempo stesso però colui che indicherà la sua preferenza per una confessione religiosa, ad esempio la Chiesa Valdese, non otterrà il risultato che crede, ovvero versare la sua quota interamente alla &apos;sua&apos; chiesa: infatti, se l&apos;87% di coloro che hanno espresso una scelta avrà indicato la Chiesa cattolica, vorrà dire che l&apos;87% della quota di ciascun contribuente (di quello che ha &apos;firmato&apos; per i valdesi come di quello che ha firmato per la Ciesa cattolica e così come di quello che non ha firmato affatto) andrà alla Chiesa cattolica».
I soldi destinati alla Chiesa Cattolica vanno alla Cei, la Conferenza episcopale italiana guidata dal cardinale Camillo Ruini. Per il 2003 si è avuto un gettito superiore al miliardo di euro. Nel 2002, i soldi sono stati ripartiti in questo modo: 425 milioni di euro per le esigenze di culto, 308 per il sostentamento del Clero, 175 per gli interventi caritatevoli, 120 per costruire nuove case canoniche e chiese nel sud Italia, 70 per il terzo mondo, 50 per beni artistici e culturali. Secondo l&apos;articolo pubblicato da Adista invece l&apos;Otto per Mille versato alla Chiesa Cattolica serve maggiormente a finanziare il clero; solo una parte delle entrate sarebbe destinata agli interventi caritatevoli preventivati. 

&lt;b&gt;La &quot;roba clericale&quot;&lt;/b&gt;
Fin dalla sua ricostituzione nel 1955, il Partito Radicale rivolge la sua attenzione alle strategie economico-finanziarie della Chiesa Cattolica. Sul primo numero della Prova radicale dell&apos;autunno del 1971 Silvio Pergameno pubblica la prima parte di una ponderosa ed approfondita inchiesta su quella che i radicali, sfruttando &lt;a href=&quot;http://www.anticlericale.net/modules.php?name=Content&amp;pa=showpage&amp;pid=16&quot;&gt;la sintesi coniata da Ernesto Rossi&lt;/a&gt;, chiamano la &quot;roba clericale&quot;. Si tratta di un&apos;analisi delle proprietà immobiliari, del regime fiscale di favore, dei finanziamenti al culto a carico dello stato italiano. Pergameno traccia una mappa delle proprietà immobiliari, delle attività bancarie, delle imprese industriali e del monopolio dell&apos;assistenza sul &quot;soglio di Pietro&quot;. Incalcolabile risulta il valore dei beni immobilizzati nelle aree di proprietà degli enti ecclesiastici, mentre sembra in continua ascesa in quell&apos;inizio degli anni Settanta lo sviluppo del capitalismo clericale. Seguendo lo sviluppo storico dei rapporti Chiesa-stato l&apos;autore dell&apos;inchiesta segue la linea delle attività assistenziali gestite dal Vaticano dall&apos;unità d&apos;Italia fino a quel momento. Si parte dalla legge delle Guarentigie del 1862 per passare ai lavori della Costituente nel &apos;46-48. L&apos;analisi prende in esame anche il contesto del primo centro sinistra del 1963, quando si tentò di modificare lo stato dell&apos;assistenza sociale attraverso alcune iniziative sia della DC che del PSI. L&apos;indagine, anche se riguarda un momento ormai lontano della storia del paese risulta comunque molto utile, dato il suo carattere di approfondimento, per farsi un&apos;idea dell&apos;arcipelago degli interessi di &quot;oltre Tevere&quot;.

&lt;i&gt;Le informazioni presenti in questa pagina sono state prese e riassunte da Radio radicale a partire dallo speciale di Marina Marinetti uscito su &lt;u&gt;Panorama Economy&lt;/u&gt; l&apos;8 gennaio 2004&lt;/i&gt;</text_more></entry>
<entry id='1105' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1105' author_id='1' authored_on='20041129003302' basename='donnie_darko' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041129003302' modified_on='20041129003537' ping_count='0' status='2' title='&lt;i&gt;Donnie Darko&lt;/i&gt;' week_number='200449'><text>di &lt;a href=&quot;http://www.miserabili.com&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Giuseppe Genna&lt;/a&gt;

&lt;img alt=&quot;donniedarko.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/donniedarko.jpg&quot; width=&quot;93&quot; height=&quot;130&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Che cosa abbiano trovato in &lt;b&gt;Donnie Darko &lt;/b&gt;i milioni di cultori di questo fu flop dei botteghini è difficile e facile a dirsi. &lt;b&gt;Donnie Darko &lt;/b&gt;è la creatura di Richard Kelly che, nel 2001, incassò pochissimo ed ebbe breve vita nelle sale americane. Trascinato, tuttavia, da un crescente e autentico fenomeno di adorazione di massa sotterranea, ora &lt;b&gt;Donnie Darko &lt;/b&gt;riesce in superficie. I suoi fan, che assommano il peggio della cinefilia intellettualoide di mezzo pianeta e una vasta schiera di idioti zeppati, parlano come capolavoro a proposito della pellicola interpretata da Drew Barrymore, Patrick Swayze, Mary Mc Donnell e dal giovane protagonista Jake Gyllenhaal. Si tratta di un &lt;i&gt;mélange &lt;/i&gt;che esalta gli anni Ottanta, investendoli di quell&apos;aura improbabile e paraconfettosa che ha fatto il successo di altri &quot;capolavori&quot;, da &lt;b&gt;American Beauty &lt;/b&gt;a &lt;b&gt;Vanilla Sky &lt;/b&gt;a &lt;b&gt;Magnolia&lt;/b&gt;.
Apocalisse e new age a intensità ridotte, ucronie e viaggi nel tempo, un po&apos; di horror tra &lt;b&gt;Halloween &lt;/b&gt;e &lt;b&gt;Scream&lt;/b&gt;, strizzatine d&apos;occhio alle soap d&apos;ambientazione college, spruzzate del &lt;i&gt;Notorius &lt;/i&gt;degli Arcadia (praticamente, i Duran Duran), un po&apos; di &lt;i&gt;Famiglia Keaton &lt;/i&gt;e &lt;b&gt;Happiness&lt;/b&gt;: dalla defunta &quot;contaminazione dei generi&quot; si è passati direttamente alla contaminazione da generi, con un prodotto ad alta radioattività intellettuale: attenti a esporre il cerebro.</text><text_more>La storia è questa. Donnie Darko è un quindicenne di buona famiglia, vive nella casetta monofamigliare col pratino in quel di Middlesex (la stessa località in cui si compie la saga fintoepica dell&apos;omonimo romanzo di Jeffrey Eugenides, vincitore di due Pulitzer fa). &lt;img alt=&quot;dd2.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/dd2.jpg&quot; width=&quot;156&quot; height=&quot;208&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Donnie è uno schizoparanoide borderline, summa di tutte le dissociazioni possibili a cui il &lt;i&gt;Digest &lt;/i&gt;delle patologie psichiatriche vota l&apos;adolescente contemporaneo. Solo che Donnie non è un adolescente contemporaneo. Vive nel 1988, proprio mentre George Bush vecchio sta contendendo la presidenza a quella nullità passeggera che fu Michael Dukakis.
Un bel dì, Donnie, che è anche sonnambulo oltre che dissociato, e ha le allucinazioni, si salva uscendo di casa perchè segue le istruzioni di un coniglione gigante, a metà tra Harvey e &lt;i&gt;Alice nel Paese delle Meraviglie &lt;/i&gt;e Freddy Krueger e Francis l&apos;Asino Parlante. Il coniglione allucinatorio detta i tempi per la fine del mondo: mancano poco più di ventotto giorni. Il coniglione fa paura quanto le creature dell&apos;ultimo Dario Argento, per intenderci. Fatto sta che, uscendo in preda alle allucinazioni, Donnie si salva dall&apos;assurdo incidente che distrugge la sua camera: un motore di aeroplano, caduto da non si sa che aereo (si saprà alla fine del film), piomba sulla sua stanzetta da perfetto teen-ager wasp.
Seguono poi, per tutti gli interminabili 28 giorni che dovrebbero condurre alla fine del mondo, i turbamenti del giovane Darko: il college coi cattivi e le fighe e le immigrate ciccione cinesi, vari amorini e vessazioni, allagamenti come nel caso del liceo Parini di Milano, vandalismi osé, sedute di psicoterapia a base di ipnosi, arresti di pedofili, vecchiette ex suore e neoeinstein, mamme tenerissime e alienate, papà pre-neocon, fisica quantistica in base ai deliri di Stephen Hawking, viaggi nel tempo, citazioni dei cult anni Ottanta (i Puffi son così, &lt;b&gt;Ritorno al futuro&lt;/b&gt;, le canzonette dei Tears for Fears). Gran finale surreale con tanto di ineluttabilità e gioviale indifferenza della morte.
Insomma: un fancazzismo giovanilista in salsa neoesistenzialista, ma laccato e variopinto, e che potrebbe tradursi in una sorta di veltronismo all&apos;americana, essendo il veltronismo una sorta di kennedysmo all&apos;amatriciana. Una versione edulcorata dell&apos;assolutismo ferocemente nichilistico del &lt;b&gt;Fight Club &lt;/b&gt;di Fincher. Idealismo da stronzi di balera ad altezza 2004: distruggere tutto perché tutto fa schifo, conta solo la propria identità, che peraltro è inesistente eppure è importantissima.
C&apos;è anche - càspita - la difesa della letteratura, quella tosta e aggressiva, con tanto di riferimento a &lt;i&gt;Capitano, mio capitano!&lt;/i&gt;, qui usando Greene al posto di Whitman.
La supposta straordinarietà della rete di ucronie, il molto conclamato splendore della struttura circolare, i comici rimandi interni e la superficialissima patina fisico/filosofica sono belletti che fanno ridere i polli. O le galline: come le galline, infatti, &lt;b&gt;Donnie Darko &lt;/b&gt;rimane sempre dietro la riga del finto capolavoro, in piena area &lt;b&gt;Tutti pazzi per Mary&lt;/b&gt;.
Ci frega assai che sia deflagrato il culto di un sottoprodotto simile della sottocultura cinematografica e di costume. Il film fa schifo, se siete sottoculturati andatelo a vedere con gioia: vi propinerà tutto il trash di cui avete bisogno, ma senza dichiararlo, spacciandolo del tutto naturalmente per uno di quei gommoni rosa zuccherini che, ai cultori della spazzatura, sembrano uguali se non superiori al caviale.</text_more></entry>
<entry id='1106' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1106' author_id='4' authored_on='20041129033105' basename='eymerich_contro_dan_brown' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041129033105' modified_on='20041129033338' ping_count='0' status='2' title='Eymerich contro Dan Brown' week_number='200449'><text>di &lt;b&gt;Valerio Evangelisti&lt;/b&gt;  (da &lt;b&gt;Musica / Repubblica&lt;/b&gt; del 25 novembre 2004)

&lt;img alt=&quot;EymBrown.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/EymBrown.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;127&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
Nicolas Eymerich, che in vita era stato inquisitore generale dAragona, non si era ancora adattato completamente al dono con cui Dio lo aveva premiato: trasportare il suo tribunale dellInquisizione fuori del tempo, e accordargli giurisdizione su ogni epoca della vicenda umana. In cuor suo riteneva che simile gratificazione gli spettasse. Ciò che lo innervosiva era che lOnnipotente avesse collocato nella dimensione in cui ora viveva  lottavo cielo  anche la burocrazia del Santo Uffizio.
Si rivolse bruscamente al notaio Berjavel, chino su un cumulo di incartamenti. «Insomma, avete finito?»
«Sì, magister.»
«Chi è il prossimo imputato?»
«Tale Dan Brown, autore di un testo eretico intitolato &lt;i&gt;Il codice Da Vinci&lt;/i&gt;. Godette di forte popolarità allinizio del XXI secolo.»
</text><text_more>Eymerich fece una smorfia, ma non di malumore. Da quando aveva la facoltà di spedire le anime degli umani defunti al paradiso o allinferno, ne aveva approfittato largamente: il paradiso si era svuotato, mentre linferno si era riempito. Se poi il deceduto parlava la lingua rozza e sputacchiante degli angli e dei sassoni, la sua dannazione era assicurata. Eymerich li condannava tanto per non doverli ascoltare, e ciò gli procurava una gioia che teneva ben celata.
«Venga avanti quel Daniele il Bruno, o Daniele lOscuro.»
Lanima dellinteressato, a un cenno di Berjavel, veleggiò fino al sedile triangolare riservato agli imputati. Poiché era unanima, non aveva tratti spiccati, salvo un maglione a collo alto.
Eymerich prese il fascicolo che il notaio gli porgeva. Ne scorse con calma le prime pagine, poi fissò severamente Dan Brown.
«Qui si dice che non solo, in questo romanzo, avete sostenuto posizioni contrarie a quelle della Chiesa Cattolica Romana, ma che avete ricalcato pari pari testi eretici precedenti.»
«Potete parlare più lentamente?» chiese limputato. «Capisco poco il latino.»
Eymerich decise di mostrarsi condiscendente. «E già unammissione di colpa, ma non vi insisto. Chi vi ha denunciato afferma che il vostro romanzo è ricalcato su un incunabolo di tali Baigent, Leigh e Lincoln, intitolato &lt;i&gt;Il santo Graal&lt;/i&gt;.»
Lanima allargò le braccia; solo che, essendo unanima, non le aveva, e ciò la imbarazzò. «Ebbene? Sono io stesso a rivelarlo! Quello è un saggio, non un romanzo. E chiaro che, come romanziere, ho bisogno di fonti attendibili.»
Eymerich sogghignò. «Attendibili?» Guardò Berjavel. «Signor notaio, quanto libri hanno scritto questi Baigent e soci?»
Berjavel si chinò sulle carte. «Oh, una quantità! Ce nè persino uno intitolato &lt;i&gt;LInquisizione&lt;/i&gt;. Lultimo capitolo si intitola &lt;i&gt;LInquisizione e gli UFO&lt;/i&gt;.»
Benché non fosse sua abitudine, Eymerich manifestò stupore. «E cosa sarebbe, un UFO?»
«Un oggetto volante sconosciuto, che emana luce e attraversa i cieli.»
«Capisco. Un demone.» Linquisitore fissò limputato e sogghignò. «Vedo poche speranze per voi, Daniele lOscuro. In più mi si dice che sostenete che la Chiesa avrebbe, per secoli, nascosto lipotetico matrimonio tra Gesù Cristo e Maria Maddalena, rimasta persino incinta.»
Sulla superficie compassata dellanima di Dan Brown apparve per la prima volta una traccia di aggressività. «Le mie fonti sono sicure. Si tratta del Vangelo apocrifo di Filippo. Ciò che dice di Maria Maddalena è incontrovertibile. Gesù la bacia pure sulla bocca.» 
«Incontrovertibile?» Eymerich fece una risatina di scherno. «Se aveste letto per intero quellapocrifo sapreste che si tratta di un Vangelo gnostico, e dunque scritto in chiave simbolica. Nello specifico Maria Maddalena rappresenta lamore spirituale e la purificazione, dunque il contrario di ciò che voi sostenete. Gesù la bacia perché così voleva il rito della gnosi valentiniana.» 
«Uhm, in effetti del Vangelo di Filippo so poco. Conosco meglio il Vangelo apocrifo di Tommaso, perché ne parla il film &lt;i&gt;Stigmate&lt;/i&gt;.»
Il notaio alzò il capo dal suo verbale. «Magister, scusate se oso interrompervi, ma credo che il fondamento dellaccusa sia ormai dimostrato. Tenete inoltre presente che costui, nel suo libro, dice male dellOpus Dei, tanto cara al pontefice Giovanni Paolo II»
Eymerich, che passeggiava in su e in giù, si fermò di colpo. «Cosa sarebbe lOpus Dei? Qualcosa sul modello dei Gesuiti?» Pronunciando lultima parola, linquisitore non riuscì a reprimere un ghigno sprezzante.
«Sì, se parliamo dei Gesuiti rinascimentali Indottrinamento dei pargoli di buona famiglia, vocazione per la politica, amicizia con i potenti, sostegno ai peggiori tiranni.»
«E costui?»
«Se la prende con lOpus Dei. Direi, se mi è consentito, che ce nè abbastanza per mandarlo direttamente allinferno. Procedo?»
Eymerich rifletté per un minuto buono, quindi disse: «No, no Opus Dei, ma guarda» Si rivolse a Dan Brown. «Vi lascio libero. Scegliete dove andare, paradiso o inferno che sia. Per me limportante è che vi togliate dai piedi.»
Laltro si affrettò a obbedire. Rimasto solo con Berjavel, Eymerich ignorò la sua espressione stupita. Si chinò allorecchio del notaio. «Dite quel libro, &lt;i&gt;Il codice Da Vinci&lt;/i&gt; non potremmo fare in modo che venda qualche altro milione di copie?»


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<entry id='1107' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1107' author_id='4' authored_on='20041201022948' basename='i_miracoli_crudeli_di_stanislaw_lem' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041201022948' modified_on='20120622065157' ping_count='0' status='2' title='I miracoli crudeli di Stanislaw Lem' week_number='200449'><text>di &lt;b&gt;Riccardo Valla&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Lem1.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Lem1.jpg&quot; width=&quot;115&quot; height=&quot;176&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
&lt;img alt=&quot;Lem2.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Lem2.jpg&quot; width=&quot;115&quot; height=&quot;175&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
&lt;i&gt;Il presente articolo di Riccardo Valla correderà l&apos;edizione di Urania Collezione del più famoso romanzo di Stanislaw Lem,&lt;/i&gt; Solaris&lt;i&gt;, in edicola a gennaio. Va in tanto segnalata l&apos;uscita di un altro vertiginoso romanzo di Lem:&lt;/i&gt; Memorie di un viaggiatore spaziale&lt;i&gt;, ed. Marcos y Marcos, pp. 514,  17,50. Ne riparleremo. &lt;/i&gt;

Riletto dopo molti anni dalla pubblicazione nel 1961  o anche dalla sua prima traduzione italiana del 1973  &lt;i&gt;Solaris&lt;/i&gt; si rivela il punto dincrocio di alcune felici tendenze della fantascienza successiva. Al posto della tensione tra scienza e inconoscibilità che tanto colpirono allesordio del romanzo, ci pare oggi che il suo spunto di maggiore interesse sia il tema della coscienza di sé, del legame tra consapevolezza e memoria, e la conseguente umanizzazione di un eventuale uomo artificiale; quanto al finale, esso ci appare assai più scontato di quanto non apparisse allora. Cosicché, se nella riduzione cinematografica di questi ultimi anni si scorge soprattutto un mondo di possibile realtà virtuale e di creazione staccata dai vincoli della legge fisica  lestetica del videogioco  il lettore del romanzo vi nota la componente umana, più che laccusa contro tutte le teologie, e in particolare quelle della scienza. </text><text_more>I primi commenti su &lt;i&gt;Solaris&lt;/i&gt; si rivolgevano soprattutto a tre elementi. Il primo era quello della solaristica, la scienza che riempie intere biblioteche di volumi basati sul nulla  su chiacchiere, verrebbe da dire  e che in realtà non sembra avere fatto alcun progresso rispetto a quanto era già stato scoperto nei primi giorni dellesplorazione. In genere la solaristica era vista come unallegoria del marxismo quale veniva propagandato nel mondo sovietico: una dottrina scientifica che era alla base di tutte le scienze, tanto che persino i testi di matematica russi iniziavano con una premessa marxista (per esempio, quelli di Landau). Quando un autore dOltrecortina criticava la scienza, il lettore locale vi leggeva la critica contro il comunismo scientifico.
In realtà lallegoria della solaristica è qualcosa di più di unironia sul marxismo di stato ed è quasi una critica generale della scienza non sperimentale, della tendenza accademica a isolarsi dalla realtà, la stessa che faceva dire a un filosofo: E se i fatti danno torto alla mia teoria, tanto peggio per loro!. Sembra confermare questa posizione critica nei riguardi delle scienze troppo teoriche una buona parte delle ultime storie della raccolta di Lem &lt;i&gt;La Cyberiade&lt;/i&gt;, quando Lem ironizza sui filosofi, soprattutto quelli che vogliono migliorare il mondo con la loro ingegneria sociale.
Il secondo punto evidenziato dalla vecchia critica era la vaga ispirazione freudiana delle apparizioni: ciascuno dei personaggi della stazione sembra dover affrontare la colpa che è stata più profondamente rimossa, ossia nascosta nel suo inconscio. Anche questo veniva visto come una critica alla psicologia ufficiale sovietica del tempo, che si affidava agli psicofarmaci e alle teorie riflessologiche di Pavlov, mentre quella occidentale usava cure colloquiali come la psicoterapia di Freud e Jung, lo psicodramma e simili. Come corollario di questa situazione (le apparizioni) si osservava la simmetria dei processi di conoscenza: da una parte cè il pianeta Solaris che studia luomo servendosi di sonde umane come la compagna del protagonista, dallaltra abbiamo i terrestri che sondano con i loro raggi X loceano intelligente.
Di fronte a questi spunti, almeno in Occidente si tendeva a trascurare il finale, mentre ci si soffermava su di esso nei paesi oltrecortina: una edizione jugoslava del libro aveva in copertina limmagine delle due mani che si stringevano, quella delluomo e quella del pianeta, che usciva dal mare di protoplasma. Qualche critico occidentale era stato colpito dallosservazione che il nome Solaris poteva essere quello di un dio e aveva ricondotto questi spunti al tema del dio inconsapevole, ma più che altro come accenno; niente psicologia delletà evolutiva degli oceani viventi...
Naturalmente, opere come &lt;i&gt;Solaris&lt;/i&gt;, così ricche di immagini profonde e aperte, ossia non spiegate completamente, assumono un nuovo significato a ogni generazione: in questo sono classici. Personalmente, come osservatore della fantascienza, a una recente rilettura mi colpiscono alcuni spunti che in precedenza non avevo considerato. Il primo è la curiosa atmosfera da storia weird scientific: in fondo, le apparizioni sono dei revenant, dei morti ritornati in vita, ed è piacevole notare quanto la componente weird si sposi bene con quella scientifica, come in tanti esempi americani, dal Campbell della &lt;i&gt;Cosa da un altro mondo&lt;/i&gt; a molto van Vogt, per non parlare di Bradbury e delle sue &lt;i&gt;Cronache marziane&lt;/i&gt;.
Il secondo aspetto è come ci appaia convincente la psicologia delle apparizioni. Analizzandola si scopre che in fondo è la stessa del replicanti di &lt;i&gt;Bladerunner&lt;/i&gt; e che si stacca da quella che caratterizzava la fantascienza degli anni Quaranta, quando si vedeva la personalità come la somma dei ricordi (il già citato van Vogt, nel suo ciclo del Non-A, ne è il più noto esempio: Gosseyn II è Gosseyn I rinato o è solo un gemello con i suoi ricordi? Il problema  della continuità della coscienza  trova solo ora una sistemazione  teorica in Greg Egan, che per esempio, nella &lt;i&gt;Scala di Schild&lt;/i&gt;, dà per assunta la continuità della coscienza, come quando si fa girare su due computer uno stesso programma con i suoi archivi; le esperienze della prima copia di Gosseyn che non sono state trasferite alla seconda perché non si è fatto in tempo a registrarle non solo la prova che siamo di fronte a due coscienze diverse: semplicemente deve essere considerato un periodo di amnesia. Ma prima della diffusione dei computer e conseguente individuazione di una parte hardware e una parte software nei calcolatori artificiali o naturali, non era chiaro come impostare questi problemi). Qui e nel film &lt;i&gt;Bladerunner&lt;/i&gt; si mostra però una cosa leggermente diversa: la possibilità di una personalità completa nelle sue reazioni affettive e comportamentali anche se priva di ricordi; è interessante come cresca progressivamente in umanità e come, invece, gli altri umani reagiscano vietandoglielo (salvo poi pentirsene come succede al protagonista di &lt;i&gt;Solaris&lt;/i&gt;) esattamente come in &lt;i&gt;Frankenstein&lt;/i&gt; era negata lumanità della creatura artificiale. Le apparizioni di Lem ci sembrano semplicemente amnesiache. Per esse è come se il comportamento e laffettività fossero composti di archi riflessi, di condizionamenti pavloviani.
Col senno degli anni trascorsi e degli scrittori comparsi durante il periodo, assume anche una nuova sfaccettatura il pianeta stesso e il concetto che luomo sia lerba delluniverso. Lidea che la ricerca di altre intelligenze si confini alla ricerca di nostri uguali è oggi una semplice constatazione anziché unaccusa come allora. In tempi in cui luniverso si spiega con il principio antropico (se luniverso non fosse favorevole alluomo, non potremmo esistere e quindi è inutile rallegrarsi del fatto che le costanti universali siano propizie allesistenza delle stelle e della vita) è chiaro che possiamo cercare solo ciò che rientra nel campo dei nostri strumenti di ricerca, fisici e concettuali. A questo proposito, loceano intelligente di Solaris ci sembra molto più familiare di certe forme di vita immaginate recentemente da Greg Egan: le associazioni microscopiche del racconto &lt;i&gt;Luminous&lt;/i&gt;, che operano come supercalcolatori, o gli esseri virtuali che abitano nei tappeti descritti in &lt;i&gt;Diaspora&lt;/i&gt;; entrambe le volte, luomo ne scopre lesistenza per caso, non perché si sia messo alla loro ricerca.
Ma qual è il significato del romanzo? Nelle parole di Lem, la conclusione è che quella intelligenza così gigantesca sia un dio che compie miracoli crudeli (o meglio, che posa compierli come un dio); il protagonista, dopo avere riscoperto i propri sentimenti e averli bruscamente persi, pensa di essere infine giunto a una verità, ossia che il pianeta sia alla fase infantile di chi sta ancora sperimentando le proprie capacità. In questo caso, le varie costruzioni che gli studiosi della Terra elencano minuziosamente sono lequivalente solariano dei giochi dei bambini con i cubetti da montare (anche se i cubetti sono singole molecole e ne gestisce contemporaneamente dieci alla trentesima potenza, ma infatti è unintelligenza &lt;i&gt;gigantesca&lt;/i&gt;) e i mimoidi sono le copie che si diverte a fare degli oggetti che incontra. Si potrebbe obiettare che se Solaris il mare intelligente ha acquisito quei poteri deve avere alle spalle un certo sviluppo a partire dal brodo primordiale e che questo mal si concilia con lidea che sia unintelligenza ancora infantile, ma è evidente che a Lem non interessava spiegare tutto, come nella science fiction americana. Però in fantascienza a non spiegare tutto si autorizza la critica a prendere lintero discorso come una metafora e non come una dimostrazione.
Laspetto del finale che più colpisce è però di tipo più letterario e riguarda il suo inserirsi in un discorso più ampio. Per comprendere Solaris, ci testimonia il libro, la scienza umana non è sufficiente. La solaristica si perde lungo direttrici sempre più formali, dimentica i dati sperimentali o li nasconde. Il modo scelto dal protagonista è di genere diverso e ammonta a comprenderlo per fede. Tacitare le esigenze di razionalità attraverso un ricorso allemozione. Alla fine del libro, al protagonista, di tutta lesperienza, resta solo la speranza che lepoca dei miracoli crudeli non sia terminata.
È interessante notare come questa posizione si inserisca in un filone tipicamente russo. Il peccato (qui lavere ucciso  per atto di omissione  la reincarnazione della sua ex amante quando essa era ormai chiaramente umana) trova perdono quando è stato compiuto per troppa passione. Una visione russa che nel polacco Lem ha fatto parlare di una sua vicinanza alla religione. In realtà è una fede nellemozione, una religione umanistica, come nei romanzi dei fratelli Strugatski (il finale di &lt;i&gt;Stalker&lt;/i&gt;, quello di &lt;i&gt;È difficile essere un dio&lt;/i&gt;, lincontro del protagonista del &lt;i&gt;Direttorato&lt;/i&gt; con le super-donne che abitano nella foresta). Negli stessi anni, anche Dick, dallaltra parte della Cortina, arrivava alle stesse conclusioni: incerto della realtà, il protagonista dickiano trovava lequilibrio con un ritorno ai sentimenti o allarte, che dei sentimenti costituisce una forma concentrata. Il tema era evidentemente nellaria in quel periodo prima dellEtà dellAcquario.


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<entry id='1108' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1108' author_id='12' authored_on='20041201205018' basename='new_thing_il_libro_pi_autoridotto_a_bologna_durante_lo_sciopero_generale' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041201205018' modified_on='20041201205124' ping_count='0' status='2' title='&quot;New Thing&quot; il libro più autoridotto a Bologna durante lo sciopero generale' week_number='200449'><text>&lt;i&gt;Dal blog &lt;a href=&quot;http://www.kataweb.it/kwblog/page/CLIP/&quot;&gt;Lipperatura&lt;/a&gt;, curato da Loredana Lipperini&lt;/i&gt;:

&lt;img alt=&quot;Coltrane3.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Coltrane3.jpg&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;right&quot;&gt;&lt;b&gt;Bologna, 1 dic.&lt;/b&gt; Il romanzo &lt;i&gt;New Thing&lt;/i&gt; di Wu Ming 1 (Stile Libero Einaudi) è stato il libro più acquistato nella libreria Mel Bookstore durante le due ore di &quot;autoriduzione&quot; con sconto al 30% concordate tra il direttore Giangi Marrali e alcuni manifestanti staccatisi dal corteo contro la finanziaria. Lo scrive l&apos;edizione locale del quotidiano &lt;i&gt;La Repubblica&lt;/i&gt; di oggi, in coda a un&apos;intervista a Marrali, che dichiara: 
&quot;Mi hanno spiegato che non volevano causare problemi, che non avevano intenzione di creare tensione. E allora mi sono detto: perché no? In fondo l&apos;autoriduzione fatta così, in modo civile, può avere un senso. Il problema del costo eccessivo dei libri, come di tutto il resto, è reale. Iniziative come questa erano nell&apos;aria, lo sanno anche gli editori, i più sensibili hanno mandato una nota chiedendoci di essere concilianti, nei limiti del possibile. Ora spero che mi rimborsino, almeno in parte, anche con dei libri.&quot; 
L&apos;autoriduzione è durata dalle 10.30 alle 12.30,  e ha fatto registrare vendite da record, con i manifestanti e gli altri clienti ordinatamente in fila per lo scontrino. 
&quot;Domani presenterò agli editori la lista dei libri venduti&quot;, ha dichiarato Marrali, &quot;e chissà che non gli possa servire come sondaggio sui gusti dei clienti. Una cosa è certa, che tra i libri dell&apos;autoriduzione non ce n&apos;è uno di Vespa&quot;. 
&quot;Tra i più gettonati&quot;, ha chiosato &lt;i&gt;La Repubblica&lt;/i&gt;, &quot;i libri di Michael Moore e molte, moltissime copie dell&apos;ultima fatica di Wu Ming&quot;.
Wu Ming 1, membro del noto collettivo di autori con base operativa a Bologna, ha elogiato la condotta tenuta da Marrali e si è detto lusingato della preferenza accordata al suo libro dagli autoriduttori. </text></entry>
<entry id='1110' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1110' author_id='4' authored_on='20041203045342' basename='fantascienza_e_psicopatologia' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041203045342' modified_on='20120622061123' ping_count='1' status='2' title='Fantascienza e psicopatologia' week_number='200449'><text>di &lt;b&gt;Daniele Barbieri&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Gamma23.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Gamma23.jpg&quot; width=&quot;115&quot; height=&quot;189&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
In ogni posto di lavoro, per strada o a casa ci sono i sanity-meters ovvero gli &lt;i&gt;alienometri&lt;/i&gt; prodotti dalla Cahill Thomas Manufacturing: misurano il disadattamento  la pazzia  di ogni cittadino. Se si supera la norma (fra 0 e 3) si è sottoposti a sorveglianza; quando si arriva al livello 10 si sottostà alla correzione chirurgica oppure si entra per sempre nella misteriosa Accademia. E per lappunto &lt;i&gt;Accademia&lt;/i&gt; (1) sintitola questo racconto-profezia scritto negli anni 50 da Robert Sheckley. Lo spunto iniziale è la tipica ossessione statunitense per ligiene mentale e la conseguente diffidenza verso tutto ciò che si discosta da una presunta normalità. Non abbiamo (per quanto?) gli alienometri fra noi ma negli ultimi 50-60 anni il tentativo di psichiatrizzare tutto si è allargato dagli Usa al resto del mondo, trovando ostacoli ma anche vincendo battaglie importanti. Come sempre la buona &lt;i&gt;sf&lt;/i&gt;i ci può aiutare a muoverci nei sentieri del presente e dei possibili futuri prossimi.</text><text_more>La mania di classificare ogni minima deviazione continua a tradursi in statistiche che mostrano vertiginosi aumenti di vecchie/nuove forme del malessere psichico. Di continuo i massmedia rilanciano allarmi su epidemie che, lungi dallessere indagate e/o verificate, servono invece a lanciare altri farmaci, cure, psicoterapie ma anche ad allargare il controllo sulla vita privata. Istituti definiti autorevoli  e magari lo sono ma hanno finanziamenti assai loffii, cioè di chi poi venderà i rimedi contro le presunte sindromi  possono periodicamente e tranquillamente sostenere che in Occidente un bimbo su quattro si può classificare malato di mente. Persino lOms (2) è arrivata ad annunciare che nel 2005 si prevede un mezzo miliardo di picchiatelli in circolazione sul pianeta: per la precisione 413 milioni nelle società sviluppate e 122 nei Paesi pezzenti. E ovviamente lItalia sta al passo,  sperimentando il Ritalin e simili (3). 
Ci aspetta un oggi/domani  magari sotto le più pulite e celate spoglie della farmacologia - anche peggiore di quello intravisto in &lt;i&gt;Accademia&lt;/i&gt;?  Leliminazione di ogni deviazione al retto pensare è stata al centro degli incubi della fantascienza di Philip Dick, Damon Knight, Robert Silverberg, Alfred Bester, R. A. Lafferty, Frederik Pohl, Ursula Le Guin e altre/i. Vediamone qualche esempio.

Dick non solo ha previsto larrivo degli psichiatri portatili (ben prima dei programmi computerizzati come Eliza) (4) ma ha anche disegnato un intero sistema sociale basato su diversi tipi di malattie mentali in guerra fra loro. In &lt;i&gt;Follia per 7 clan&lt;/i&gt; (5) cè forse un solo Norm in mezzo ai Mani (la loro capitale è Grande Da Vinci), ai Para (nella città di Adolfville), agli Schizo, agli Eb (i troppo buoni e dunque ebeti che si ritrovano  questa è veramente perfida  a Gandhitown), ai Poli, ai Dep e infine agli Os,com cioè gli ossessivi-compulsivi. Come sempre accade in Dick anche in &lt;i&gt;Follia per 7 clan&lt;/i&gt; ci sono almeno tre paraventi che nascondono altre verità.

Vale aggiungere per coloro che hanno visto il (bruttino) &lt;i&gt;Minority Report&lt;/i&gt; di Steven Spieberg  malamente tratto dallomonimo racconto di Philip Dick  che nel sistema giuridico statunitense esiste già la possibilità che sulla base di una precognizione (di uno psichiatra, guarda un po) scatti la pena di morte: se la &lt;i&gt;prediction law&lt;/i&gt; sostiene che potresti uccidere ancora beh, sei fritto (6). 

 
Sarebbe frettoloso dire che Stromberg soffre di mania persecutoria quando scrive sui muri del suo laboratorio che «Niente è sempre assolutamente così. E=Mc al quadrato può essere dopotutto un fenomeno locale» e cita Donovan (il cantante) - «tutto fa parte di tutto» - , I ching e i pidocchi per sostenere che il nostro pianeta ha deciso di fare a meno di noi umani: siamo in &lt;i&gt;Burro blu&lt;/i&gt;, un racconto di Theodore Sturgeon (7). Forse la nostra follia è più saggia della nostra saggezza, ci hanno ammonito Erasmo e Montaigne.
Nel lontano 1956 &lt;i&gt;Ultime notizie&lt;/i&gt;, un altro racconto  forse fra i meno noti ma sicuramente fra i più riusciti  di Sturgeon (8) da una parte conduceva in un labirinto psichiatrico che (almeno per lepoca) era sconvolgente ma dallaltra pone una questione che sempre più risulta attuale e angosciosa: di fronte alla quantità di dolore, impotenza e rabbia che i massmedia  le ultime notizie appunto  ci riversano addosso cosa possiamo fare? E se quando decidiamo di nasconderci (di rimuovere o regredire per usare termini tecnici) qualcuno ci viene a snidare ma senza offrire alcuna soluzione per quelle sofferenze, cosa potrebbe accaderci?

In questo panorama, chi legge fantascienza ricorderà due vicende che hanno al centro  non per caso  donne. La prima è la protagonista di &lt;i&gt;Sinthajoy&lt;/i&gt; dellinglese David Compton (9) sospesa tra le false vite dei nastri che le scorrono nel cervello e il puzzolente mondo reale dove scopre che «solo adesso che sono ufficialmente psicotica posso fissare la gente senza provare imbarazzo». Laltra donna è invece una chicana  unimmigrata latina negli Usa -  di mezza età, Connie Ramos, che viene classificata folle ma in realtà è solo unemarginata: dalla sua gabbia Connie può però sintonizzarsi su un futuro (ahi-noi lontano) comunitario, ecologista, non sessista e libertario. Cè in questo romanzo di Marge Piercy, &lt;i&gt;Sul filo del tempo&lt;/i&gt; (10) una frase chiave che sino a qualche anno fa campeggiava su un muro del centro sociale di Milano Leoncavallo: «Per conquistare il futuro bisogna prima sognarlo». 

Bisogna dunque sognare unaltra psichiatria (meglio: una non psichiatria) che neghi lesistenza di due diversi universi per i folli e per i sani. La ricorrente idea di un controllo sociale totale ha già storicamente prodotto linternamento psichiatrico dei dissidenti nellex Urss e la lobotomia di massa negli Usa. Altre tragedie porterà se dimenticheremo quel che aveva urlato Erasmo: «non è vero che ogni illusione o vaneggiamento debba chiamarsi follia». Anzi. Sempre più in una società di orrenda e iniqua normalità, di pensiero unico e di guerra preventiva/permanente chi vaneggia può essere maggiormente saggio di quelli che pretendono essere questo il migliore dei mondi possibile. 

Chi oggi nel cosiddetto mondo reale alimenta la spirale guerre/terrorismi ha costante bisogno di costruire un nemico quotidiano. Tutti i nostri alieni. Le creature mostruose (o così considerate) della fantascienza sono ovviamente altri esempi possibili dei razzismi, dei nazionalismi, degli imperialismi e delle forme di odio paranoico che sorreggono questa costante e sempre aggiornata invenzione del nemico assoluto. Lorrore/paura per lalieno  che può essere razziale, sessuale, sociale, politico, religioso - arriva, lo sappiamo, a mettere in conto lauto-distruzione della specie. I più anziani ricorderanno forse il telefilm &lt;i&gt;The Monsiores Are Dive an Maple Strei&lt;/i&gt;, un esemplare racconto di paranoia collettiva:  siamo allinterno della celebre serie &lt;i&gt;Ai confini della realtà&lt;/i&gt; (11) e sono significative le frasi di chiusura dellepisodio: «I pensieri, le opinioni, i pregiudizi possono essere armi, armi che esistono solo nella mente degli uomini () I pregiudizi possono uccidere e il sospetto può distruggere, la ricerca di un capro espiatorio contamina, come lAtomica, i figli già nati e i nascituri».  

Lelenco degli intrecci futuri-pazzie (che poi si tratti di follia vera o presunta è tutto da vedere) potrebbe continuare ma, per stavolta, lo spazio finisce qui. Non esiste in italiano unantologia tematica di questo tipo ma ne esiste una (discretamente interessante anche per i commenti del curatore, Isaac Asimov) sulla psicologia nella fantascienza (12) e si chiama &lt;i&gt;Hallucination orbit&lt;/i&gt;. Ma lultima parola non la diamo alla fantascienza bensì a un esponente del realismo magico latino-americano, quel Manuel Scorza che nel romanzo &lt;i&gt;La danza immobile&lt;/i&gt; ci illuminò: «Lenin aveva torto non è limperialismo la fase suprema del capitalismo, è la schizofrenia». 

--------------------
NOTE
(1) Lo si trova nellantologia &lt;i&gt;Mai toccato da mani umane&lt;/i&gt;, varie edizioni Urania
(2) E lOrganizzazione mondiale della sanità, filiazione dellOnu.
(3) Del farmaco Ritalin, pillola dellobbedienza per bambini, poco (e male) si parla in Italia. Vale segnalare almeno il libro &lt;i&gt;Ritalin e cervello&lt;/i&gt; di Henrich Kremer (Macro edizioni) e linchiesta di Sabina Morandi apparsa sul quotidiano &lt;i&gt;Liberazione&lt;/i&gt; del 18 aprile 2004.
(4) confronta pag 22 e seguenti in &lt;i&gt;Il potere del computer e i limiti della ragione umana&lt;/i&gt; di Joseph Weizenbaum, Edizioni Gruppo Abele ma anche la sua lunga intervista apparsa come &lt;i&gt;Dritti verso liceberg&lt;/i&gt; (sempre Ega).
(5) Ora ristampato da Fanucci.
(6) Alcune storie di questo tipo, realmente accadute in Texas, sono state raccontate da Riccardo Romani sulla rivista &lt;i&gt;Diario&lt;/i&gt; della settimana del 16 luglio 2004.
(7) Lo si trova nellantologia &lt;i&gt;Il mondo di Sturgeon&lt;/i&gt; (editrice Nord). 
(8) Di recente è uscito nellaltra antologia sturgeoniana &lt;i&gt;Medusa e altre incognite&lt;/i&gt; pubblicata come &lt;i&gt;Urania-Millemondi&lt;/i&gt; numero 38.
(9) Ormai introvabile.
(10) Elèuthera editrice.
(11) E&apos; lepisodio trasmesso il 1 gennaio 1960; la trascrizione di quel testo è in &lt;i&gt;Lumanità è scomparsa&lt;/i&gt; di Rod Serling (&lt;i&gt;Urania&lt;/i&gt;).
(12) Fu edita dagli Editori Riuniti ma ora circola solo nei Remainders o sulle bancarelle.


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<entry id='1111' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1111' author_id='1' authored_on='20041204202400' basename='il_complotto' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041204202400' modified_on='20041204210519' ping_count='1' status='2' title='Il complotto' week_number='200449'><text>&lt;img alt=&quot;naveveleni.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/naveveleni.jpg&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;113&quot; border=&quot;1&quot; hspace=5 vspace=2 align=left /&gt;&lt;i&gt;[Una nave che affonda per finta. Rifiuti radioattivi. Riciclaggio. Le bombe del &apos;93. Ilaria Alpi. L&apos;avvocato inglese di Berlusconi. Questa che segue è la prima, decisiva tappa di una memorabile inchiesta investigativa giornalistica su &quot;una del­le storie più sporche degli ultimi decenni&quot;. E&apos; una storia inaudita e inauditi ne saranno gli sviluppi. L&apos;inchiesta è stata pubblicata a puntate su&lt;/i&gt; L&apos;Espresso&lt;i&gt;. L&apos;autore, Riccardo Bocca, ha scritto importanti libri di controinformazione, come &lt;a href=&quot;http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1&amp;c=JOU9L12T1R9HX&quot;&gt;Maurizio Costanzo Shock - Affari, potere, alcova: i retroscena del telegiornalista più famoso d&apos;Italia &lt;/a&gt;e &lt;a href=&quot;http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1&amp;c=LXQJRK9TFNFSE&quot;&gt;La condanna. Storia di Silvia Baraldini&lt;/a&gt;]&lt;/i&gt;

&lt;u&gt;&lt;b&gt;UNA NAVE ROSSO VELENO&lt;/b&gt;&lt;/u&gt;
di &lt;b&gt;Riccardo Bocca&lt;/b&gt;
Le parole di Ivano Tore, comandante del nucleo operativo dei Carabinie­ri di Reggio Calabria, sono nette e gravi: &quot;È emerso uno scenario al­quanto inquietante nel quale si muovono soggetti senza scrupoli, a costo di attentare all&apos;incolumità della popolazione mondiale...&quot; scrive in un&apos;informativa al so­stituto procuratore di Reggio, Francesco Neri. &quot;La documentazione sequestrata su­pera anche l&apos;umana immaginazione, tacen­do ipotizzare nel contempo che la stessa sicurezza dello Stato Italiano possa essere messa in pericolo. È il 25 maggio del 1995, e in Calabria è in corso da circa un anno un&apos;indagine delica­ta quanto travagliata.</text><text_more> Un lavoro investiga­tivo con al centro l&apos;affondamento di una se­rie di navi avvenuto nei mari Tirreno e Jonio, ma che al suo interno racchiude molte­plici altre ragioni di allarme.  Il sospetto  de­gli inquirenti e che a bordo di queste navi ci fossero rifiuti tossici e radioattivi, e che at­torno a questa vicenda, legata a nazioni eu­ropee e non, si sia mossa un&apos;impressionan­te rete di faccendieri, trafficanti d&apos;armi, agenti dei servizi  segreti, uomini di governo e mafiosi. Tutti connessi da affari che in al­cuni passaggi s&apos;incrociano con la Somalia e gli eventi che il 20 marzo 1994 sono costa­ti la vita alla giornalista del Tg3 llaria Alpi e all&apos;operatore Miran Hrovatin.
A  questo intreccio si riferivano i Carabi­nieri nelle note per la Procura.  E su questo è stata svolta dagli uomini di Reggio Cala­bria un&apos;indagine durata sei anni, costellata da minacce e pressioni, alle quali si è ag­giunta il 12 dicembre 1995 la morte sospetta di Natale De Grazia, capitano di corvetta e consulente chiave dei magistra­ti. Poi, malgrado le molte certezze acquisi­te, l&apos;intera questione è stata archiviata dal giudice delle indagini preliminari, e a quel punto le decine di migliaia di pagine sono passate per un errore burocratico alla Procura di Lamezia Terme, presso la quali  so­no rimaste circa tre anni. 
Ora La partita è nelle mani della Procura di Paola, dove una serie di nuovi e clamorosi indizi ha con­vinto il procuratore capo, Luciano d&apos;Emmanuele, ad aprire l&apos;ennesimo fascicolo, in­centrato per competenza territoriale so­prattutto su un caso: quello della motona­ve Rosso della compagnia Ignazio Messina, arenatasi dopo un principio di affonda­mento il 14 dicembre  1990 sulla spiaggia di Formiciche nel comune di Amantea, in pro­vincia di Cosenza. Da qui sono partiti il so­stituto procuratore Francesco Greco e la sua squadra per dimostrare il dolo nel ten­tativo di affondamento e l&apos;occultamento dei rifiuti tossici o radioattivi, reato che in caso di fallimento rischia di cadere in pre­scrizione. E sempre da qui, dalla storia del­la motonave Rosso e dal cumulo di  incon­gruenze che la contraddistingue, è partito anche &quot;L&apos;espresso&quot;, ricostruendo con documenti e testimonianze esclusive una del­le storie più sporche degli ultimi decenni.
Tutto incomincia alle ore 7.55 del 14 di­cembre 1990, quando il comandante Luigi Giovanni Pestarino della motonave Rosso lancia il suo &lt;i&gt;mayday&lt;/i&gt;. In quel momento la nave si trova al largo della costa di Falerna  località a 15 chilometri da Amantea, in pro­vincia dì Catanzaro. Alle spalle ha un viag­gio nel Mediterraneo: è salpata dal porto di La Spezia il 4 dicembre facendo prima scalo a Napoli e poi a Malta, da dove è ripar­tita il giorno 13. &quot;Verso le 7 del mattino -, racconta Pestarino durante un interrogato­rio -, sento un colpo proveniente dallo sca­fo sul lato sinistro, mi precipito sul ponte, ho mandato subito il marinaio a controllare re la stiva e il garage e successivameme ho inviato anche il primo ufficiale di coperta&quot;. In quel momento, dice il comandante, è scattato l&apos;allarme per la presenza di acqua nella nave, e &quot;il primo ufficiale ed il mari­naio, tornati sul ponte mi informano di aver riscontrato l&apos;acqua in stiva, presumi­bilmente dovuta a una falla ma non visiva&quot;. La nave intanto continua a galleggia­re ma sbanda, prima poco e poi sempre di più, finché il timone non risponde e a mo­tori fermi non resta che attendere i soccorsi, sparando segnali luminosi e tenendosi in contatto con la Capitaneria.
Alle 10 e un quarto il capitano e gli altri 15 membri dell&apos;equipaggio (più Domenico De Gioia, uomo della Messina, presente ma non registrato a bordo) vengono recupera­ti da due elicotteri che li portano all&apos;aero­porto di Lamezia Terme, da dove vengono trasferiti all&apos;ospedale civile. Nel frattempo anche la nave si è mossa. Invece di affon­dare, come tutti pensavano, ha proseguito la sua incerta navigazione fino ad arenarsi sulla spiaggia di Formiciche.
E qui si trova subito al centro di movimenti e decisioni singolari.
Fatti di cui parleremo più avanti, perché prima vanno sottolineati due elementi cruciali. &quot;Il primo -, scrive la guardia di Finanza -, è che nel 1997 il comandante Pestarino ha di nuovo sostenuto che una falla era effettivamente presente in un locale della nave&quot;. E il secondo, si legge nel docu­mento, che questo particolare (determi­nante, in quanto indizio di un naufragio involontario) viene smentito da Nunziante Cannavale, titolare della ditta che si occu­pò della demolizione della Rosso, il quale ha dichiarato: &quot;Non siamo stati in grado di stabilire da dove poteva entrare l&apos;acqua, e questa domanda ce la siamo posta anche più volte senza riuscire a darci una rispo­sta&quot;. Una versione in sintonia con quella del sommozzatore incaricato dal Registro Navale Italiano di fare un&apos;ispezione alla Rosso, il quale nega qualsiasi falla. E la ri­prova viene oggi da una videocassetta ama­toriale, realizzata a Formiciche nei giorni dopo lo spianamento e acquisita agli atti dalla Procura di Paola.
Il filmato, visiona­to da &quot;L&apos;espresso&quot;, mostra che le fiancate della motonave al momento dello spiaggiamento erano integre, e che quindi la falla ipotizzata non c&apos;era.
E con tali prove che oggi si ritiene possibile sostenere laccusa di affondamento doloso.
E proprio in questo senso è importante la dichiarazione della Guardia di Finanza, se­condo cui in  considerazione della totale assenza di falle o vie d&apos;acqua, l&apos;unica spiegazione plausibile per l&apos;ingresso di acqua all&apos;interno della na­ve è l&apos;accidentale o dolosa apertura della tubatura an­tincendio che corre lungo tut­ta la lunghezza deìla nave. Da parte di chi? E perché? Non ci sono certezze. Di sicu­ro c&apos;è solo che alle 2 del po­meriggio del 14 dicembre 1990 la Rosso si arena a For­miciche, sollevando grande curiosità tra gli abitanti della zona. Una curiosità mista preoccupazione, perché i pre­cedenti della Rosso, quando ancora si chiamava Jolly Ros­so, erano celebri e cupi. Nel 1988 la motonave era stata noleggiata dal nostro gover­no per andare a recuperare in Libano 9 mila 532 fusti di rifiuti tossici nocivi, esportati illegalmente da aziende italia­ne, e tornando in  patria si era conquistata il nomignolo di &quot;nave dei veleni&quot;, restando poi in disarmo nel porto di La Spezia dal 18 gennaio dell&apos;89 al 7 dicembre del 90. Il timore istintivo era dunque che anche stavol­ta il carico della nave potesse essere perico­loso, e che inquinasse la costa. Un&apos;ipotesi allora non supportata da prove, ma che oggi gli inquirenti considerano plausibile. Non a caso nei giorni successivi allo spiaggiamento, attorno e a bordo del­la Rosso si scatena un impressionante traf­fico. Alle 5 di mattina del 15 i carabinieri già ispezionano la motonave con i militari della Capitaneria di porto di Vibo Valentia.
Lo stesso giorno accorrono i vigili del fuo­co e poi salgono a bordo i «rappresentanti della società armatrice Messina . Un&apos;ulte­riore presenza è quella della Guardia di Fi­nanza. E a tutti questi interventi si aggiun­gono gli -agenti dei servizi segreti» di cui parla a verbale Giuseppe Bellantone , comandante in seconda della Capitaneria di Vibo Valentia. Alla fine, malgrado tante at­tenzioni, nessuna inchiesta formale viene aperta dal ministero della Marina mercan­tile, mentre i sospetti sul carico della nave anziché svanire aumentano.
Il 22 dicembre l&apos;armatore Messina affida infatti alle società Siciliana Offshore e Calabria Navigazione le operazioni di bunke­raggio (il recupero del combustibile sparso  della Rosso, e stando ai Carabinieri tale opera si conclude il 29 gennaio 1991. Ma quando la società Mo.Smo.De di Cannava­le acquista il relitto per rottamarlo, rinviene le sentine piene di liquidi oleosi e nafta», vedendosi costretto a svolgere lavori che verranno rimborsati dalla Messina con un risarcimento di 800 milioni di lire. Che co­sa dunque hanno l&apos;ano, le società incaricate del bunkeraggio? &quot;Certamente operazioni di bonifica di ben altra natura di quelle in­dicate dalla Capitaneria di Vibo», scrivono i Carabinieri. E d&apos;altro canto ancora più oscuro è il successivo intervento di un&apos;altra società, l&apos;olandese Smic Tak, &quot;specializzata in bonìfiche a seguito di incidenti radioattivi,che nel 1981 partecipò al recupero di ma­teriale radioattivo contenuto in fusti, tra­sportato da una nave che aveva avuto un in­cidente e si era spiaggiata nel canale della Manica&quot; (parole di Franco Scuderi, procu­ratore capo di Reggio Calabria, davanti al­la Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti). La  Messina incarica la ditta olande­se di recuperare la motonave Rosso, ma i Carabinieri raccontano che dopo 17 giorni di lavoro rinuncia all&apos;incarico. Anche se nel frattempo non è rimasta con le mani in ma­no: &quot;Ricordo di aver notato la presenza sul posto di un Tir e di qualche altro mezzo di trasporto&quot;, dice Beliamone della Capita­neria di Vibo. Ricorda anche «nella fase ini­ziale la presenza di uno o più gommoni e di sommozzatori... Notai o comunque mi fu riferito di una presenza praticamente co­stante di persone nell&apos;arco delle 24 ore... e un continuo andirivieni di persone e di mez­zi, in particolare nelle ore notturne».
L&apos;altro lavoro che qualcuno ha svolto prima della demolizione della Rosso (avvenuta malgrado la nave avesse solo 22 anni di vi­ta) è stato quello di aprire uno squarcio enorme nella murata sinistra della stiva. &quot;Detto squarcio&quot;, riferisce ai Carabinieri il Cannavale, &quot;non era assolutamente visibi­le da terra&quot;, e a suo  dire si era potuto verificare solo dopo che la nave si era arenata. E&apos; chiaro, dicono i Carabinieri, che tale apertura è servita &quot;per fare uscire dalla sti­va qualcosa di im­portante e volumi­noso, e con assoluta certezza si può dire che la &apos;manomissio­ne&apos; è stata fatta con professionalità e mezzi in possesso delle ditte intervenu­te prima della demo­lizione&quot;. Circostan­za aggravata dal fat­to che sul fondale marino vengono rin­venuti un camion, un muletto da 40 tonnellate e tre con­tainer, malgrado &quot;non ci si spieghi co­me abbiano fatto a spostarsi da soli ver­so lo squarcio e a ca­dere in mare, consi­derato che la nave insabbiata non era sog­getta a movimenti né longitudinali né tra­sversali&quot;, scrive la Guardia di Finanza.  Inol­tre, si legge, &quot;corre l&apos;obbligo di segnalare che nel rapporto riassuntivo della Capita­neria di Porto di Vibo i container vuoti sti­vati a prua del garage vengono quantificati in 25, mentre quelli recuperati sono stati 17  vuoti dalla prua del garage e tre nel fondo del mare in corrispondenza dello squarci&quot;.
Qual era dunque la reale entità del carico? E che fine hanno fatto i cinque container mancanti all&apos;appello? Su questo e su molto altro, vedremo poi, lavora oggi la Procura di Paola. Dopo tanti anni c&apos;è chi ha ritrova­to la memoria, e sta indicando modi e luo­ghi di smaltimento del presunto carico di  ri­fiuti tossici e radioattivi. Nei giorni dopo lo spiaggiamemo della Rosso, però, va sotto­lineato un altro fatto incredibile, che modi­fica la prospettiva degli eventi e li collega a nomi e scenari di livello internazionale. Pro­tagonista è ancora una volta Bellantone, il comandante in seconda della Capitaneria di Vibo, il quale sulla plancia della motonave rinviene strano materiale. Si tratta di una se­rie di documenti che, dice lui stesso, &quot;richiamavano la natura della radioattività&quot; ed erano introdotti dalla sigla O.d.m., ossia Oceanic Disposal Management Inc., socie­tà creala da un certo Giorgio Comerio, na­to a Busto Arsizio (Varese) nel 1945. Tra queste carte, ha spiegato il procuratore ca­po Scuderi, c&apos;era pure una mappa maritti­ma con evidenziati una serie di siti. In teoria simili documenti avrebbero dovu­to perlomeno insospettire Bellantone, e in­vece l&apos;ufficiale ha tutt&apos;altra reazione: &quot;Ho riferito al magistrato&quot;, racconta a verbale, &quot;che tra i documenti esistenti in plancia vi erano dei fogli come di battaglie navali, tant&apos;è che sorridendo dissi che mi sembrava strano che giocassero alle battaglie navali in plancia.  Ricordo anche che restituimmo il documento relativo alle battaglie navali (al comandante della Rosso, cinque giorni do­po, ndr)&quot;. Un atteggiamento che non con­vince gli inquirenti, e che si somma a un al­tro elemento da cui poi hanno preso il largo le indagini mondiali. 
Nel &apos;95, durante una perquisizione nella villa dello stesso Comerio a Garlasco (Pavia), sede in quel momen­to di un club di Forza Italia, viene trovata la riproduzione del materiale scoperto dal Bellantone sulla Rosso. Mappa compresa, che sulla copia ereditata dei magistrati di Paola riporta i nomi di una lunga serie di navi af­fondate nel Mediterraneo. Ingegnere brillante, di grande intelligenza, accattivante nei modi e con un&apos;alta consi­derazione di sé (cosi lo definisce chi lo ha in­contrato all&apos;epoca), Comerio ha alle spalle una storia preoccupante. -Negli anni Ottanta&quot;, testimonia da Bruxelles Roberto Ferrigno, allora coordinatore internaziona­le di Greenpeace per la campagna contro lo smaltimento dei rifiuti tossici nei Paesi po­veri, aveva colla borato a un progetto del­l&apos;Agenzia nucleare dell&apos;Ocse (Organizza­zione per la cooperinone e lo sviluppo eco­nomico)&quot;. Al lavoro, documenta Greenpeace, aderivano l&apos;Italia, gli Stati Uniti, il Canada. l&apos;Australia, il Giappone, l&apos;Inghil­terra, la Francia, la Germania dell&apos;Ovest, lOlanda , la  Svizzera, la Svezia e il Belgio in sintonia con la Comunità europea. L&apos;obiettivo, al quale si lavorò dal 1977 all87, era di mettere a punto un rivoluzionario siste­ma di smaltimento dei rifiuti tossici e ra­dioattivi, sparando in mare siluri nei quali venivano appunto racchiuse le sostanze pe­ricolose, che penetravano i fondali. In que­sto modo si era ipotizzato di risolvere il pro­blema mondiale della &quot;pattumiera ad alto rischio&quot;, ma ma poi il tutto era stato abbando­nato dopo il clamore dell&apos;incidente nuclea­re avvenuto a Chernobyl (1986), con il con­seguente scioglimento del gruppo di lavoro e la precisazione  che sarebbero state necessarie ulteriori ricerche. Una raccomandazione che secondo Ferri­gno non scoraggiò Comerio. &quot;L&apos;ingegne­re&quot;, testimonia, &quot;aveva collaborato al pia­no progettando per il Joint Restare li Centre di Ispra (Varese),  boe con apparecchiature elettroniche per il monitoraggio satellitare dei siluri penetrarori sparati nei fondali&quot;. E dai documenti di Greenpeace custoditi ad Amsterdam risulta che alla società Marinine Electronic Industry ltd, rappresentata da Comerio, nel 1986 furono pagati per questo impegno più di 110 mila ecu (all&apos;e­poca 146 milioni di lire). Ma a Comerio non bastava: &quot;Quando il progetto fu accanto­nato&quot;, riferisce Ferrigno, &quot;apportò una serie di modifiche e iniziò a proporlo alle na­zioni di mezzo mondo&quot;. D&apos;altronde gli agganci non gli mancavano. O almeno così viene da pensare leggendo il ritratto di Comerio fatto da Maria Luigia Giuseppina Nitti, sua compagna dal 1986 al 1992, la quale nel &apos;95 dichiara ai Carabi­nieri: &quot;Verso la fine del nostro rapporto mi esternò di appartenere ai servizi segreti... A seguito di attentati terroristici avvenuti in quel periodo si assentò, dicendo che era sta­to convocato per collaborare alle indagini. Preciso che si trattava di attentati avvenuti in Italia nella primaversa del &apos;93. Mi pare si trattasse dell&apos;attentato all&apos;Accademia dei Georgofili di Firenze. All&apos;inizio del nostro rapporto mi confidò pure che per conto del governo brasiliano o argentino aveva avuto incarico di vendere armi ad altri Paesi... Ancora con riferimento alla vendita delle armi, devo fare presente che tra la fine del &apos;92 e l&apos;ini­zio del &apos;93 il Comerio ebbe contatti con due fratelli da lui stesso de­finiti mafiosi&quot;. Nel corso delle loro in­dagini i magistrati han­no trovato numerose tracce delle operazioni su scala mondiale del Comerio. Nel 1995, per esempio, è di scena il Sudafrica, Stato con cui l&apos;ingegnere trattava un piano di smaltimen­to di rifiuti radioattivi. In seguito l&apos;Atomic energy corporation del Sudafrica annunciò pubblicamente di ri­nunciare al piano, ma questo non frenò Comerio. Renato Pent, definito dagli inquirenti «noto trafficante di rifiuti tossico nocivi», ha raccontato «che il Comerio si è verosimilmente accordato con il governo austrìaco, tanto che in sua com­pagnia ha tenuto un incontro con ben quat­tro ministri». Pent ha parlato anche di rap­porti con la Svizzera, ma in entrambi i casi ha detto che «i due governi non avrebbero concluso niente per timore dell&apos;opinione pubblica», aggiungendo però che «non po­teva escludere che Comerio autonomamen­te avesse potuto concludere il contratto con detti Stati». Inoltre ha precisato che «Co­merio aveva trasmesso a un tale Arullani (definito dagli inquirenti «noto trafficante di rifiuti tossici e nocivi, nonché di armi») un fax con il quale gli comunicava di avere ricevuto una prima grossa commessa. Da chi? L&apos;elenco delle nazioni con cui Co­merio e i suoi hanno preso contatti in que­gli anni è lungo. Gli inquirenti segnalano le trattative con l&apos;Ucraina. Sono rimaste trac­ce di accordi in Sierra Leone. Ci sono segnali di contatti tra l&apos;O.d.m. e il Gambia. Green­peace sostiene che nel &apos;96 Comerio ammise trattative col governo delle Bermuda. E nel 1997 a Odessa ci fu chi parlò di manovre dellO.d.m. nel Mar Nero. Tutte pratiche che il faccendiere ha svolto con apparente trasparen­za, al punto da aprire un sito In­ternet in cui illu­strava i suoi prògetti, coltivando nel frattempo una serie di rap­porti sotterranei che gli ambienta­listi hanno chia­mato &quot;The net­work&quot; per l&apos;in­credibile vastità.
Una rete in cui i dossier di Greenpeace inseriscono anche colui che è stato il legale inglese di Silvio Berlusconi, David Mills, il quale ha dichiarato al quotidiano inglese &quot;The Independent&quot; di avere avuto un contatto telefonico con Comerio. E sempre Mills, documenta Greenpeace, sa­rebbe stato in affari con Filippo Dollfus, azionista della O.d.m.. Quello che sarebbe interessante sapere, a questo punto, è se anche una sola volta le trattative del Comerio e dei suoi uomini ab­biano portato all&apos;effettivo smaltimento sot­to il mare dei rifiuti radioattivi. Le caratte­ristiche stesse dell&apos;operazione (fondali pro­fondissimi e in luoghi segreti) non lasciano troppe speranze di recupero per la &quot;pattu­miera ad alto rischio&quot;, ma nonostante ciò, parlando degli affari di Comerio in Parla­mento, il procuratore capo di Reggio Cala­bria Scuderi ha detto: «Dalle sue carte emer­ge che gli sarebbero stati affidati incarichi dai governi che avrebbe portato a termine. Comerio e i suoi emissari hanno avuto spe­cialmente la disponibilità di esponenti di Stati africani che mettevano a disposizione siti prossimi alle coste dei loro Paesi ove ef­fettuare gli affondamenti, in cambio di versamenti di milioni di dollari dei quali risul­ta traccia nelle carte che abbiamo trovato». Inoltre Scuderi ha sottolineato come Comerio abbia dedicato la sua attenzione anche all&apos;altro fronte caldo dello smaltimento ri­fiuti, ossia l&apos;affondamento di navi nel mare Mediterraneo. Un capitolo delicato, in quanto la Commissione parlamentare, par­lando delle cosiddette &quot;navi a perdere&quot;, se­gnala nel &apos;96 «l&apos;esistenza, documentalmen­te provata, di intense attività di intermedia­zione poste in essere tra i titolari delle pre­sunte attività di smaltimento in mare di ri­fiuti radioattivi e la Somalia», sottolinean­do le coincidenze tra le indagini in corso e le vicende che hanno portato alla morte di Ilaria Alpi e Milan Hrovatin. Lo stesso Comerio viene indicato il 25 otto­bre 2000 dalla Commissione parlamentare come «faccendiere italiano al centro di una serie di vicende legate alla Somalia ». Un ele­mento che si aggiunge all&apos;esito della perqui­sizione nella villa di Garlasco, dove oltre ai. citati documenti dell  O.d.m. viene rinvenu­ta l&apos;agenda di Comerio, sulla quale il 21 set­tembre 1987 c&apos;è scritto in inglese: «La nave è affondata». Un chiaro riferimento alla maltese Rigel, che proprio quel giorno fece naufragio al largo di Capo Spartivento e che. secondo Scuderi non solo si sospetta tra­sportasse rifiuti radioattivi, ma «è implica­ta in una vicenda truffaldina ai danni della società di assicurazione ». Anche la Rosso al momento dello spiaggiamento era assicurata: dalla S.i.a.t, per un va­lore di 2 miliardi 500 mila lire. E anche la, società Ignazio Messina, armatrice della motonave, dopo &quot;l&apos;incidente&quot; ha incassato la polizza. Una questione che, qualora in tri­bunale si dimostrasse il dolo dell&apos;affonda­mento, si riaprirebbe. E altrettanto interes­sante sarebbe rivalutare il ruolo della socie­tà Ignazio Messina, continuando il lavoro svolto da Natale De Grazia, capitano di cor­vetta e prezioso consulente dei magistrati nell&apos;inchiesta di Reggio Calabria, morto nel 1995 in circostanze sospette (malore im­provviso) mentre andava a La Spezia per in­terrogare i marinai della Rosso. In una nota informativa i Carabinieri scrivono: &quot;La società Ignazio Messina imbarca presso il porto di Napoli e presso altri porti del Sud merci pericolose e rifiuti  radioattivi con de­stinazione sconosciuta... Per quanto riguar­da la parte delle indagini riferita ai rifiuti radioattivi, un ruolo importante è  assunto da Giorgio Comerio... La Ignazio Messina risulta inoltre  collegata a importanti per­sonaggi legati a Giorgio Comerio, e preci­samente Gabriele Molaschi socio del Comerio per il progetto O.d.m.. Nel corso di perquisizioni presso l&apos;abitazione del Molaschi, oltre ad avere trovato la documentazione sulla Rosso identica a quella rinvenuta al Comerio, ve­niva acquisita importante docu­mentazione circa continui traffi­ci internazionali di armi tra Paesi esteri, nonché vane tecnologie anche militari a ser­vizio di altri Stati&quot;.
D&apos;altro canto, che i vertici della Ignazio Messina e Comerio si conoscessero lo di­mostra la trattativa che secondio la Guardia di Finanza ci fu nel giugno I988 tra la so­cietà Navimar. rappresentante della Comerio Industry of Malta, e la Ignazio Messina per l&apos;acquisto della Jolly Rosso: la stessa motonave che sarebbe poi divenuta Rosso e si sarebbe spiaggiata coi documenti dell&apos; O.d.m. a bordo, Comerio, scrivono i fi­nanzieri, &quot;voleva acquistare la nave per trasformarla in una sorta di officina&quot;, e la Ignazio Messina confermava di voler la vende­re per 1 miliardo 50 milioni di lire, comuni­cando però successivamente che ri­nunciava per scadenza dei termini. Particolari, coincidenze , retroscena, che nel loro complesso hanno destato enorme preoccupazione in tutti coloro che hanno investigato. Eppure il pubblico ministero Alberto Cisterna, pur riconoscendo la gra­vita dei molti elementi emersi, come il fat­to &quot;che la Rosso fosse destinata al suo ul­timo viaggio&quot;, pur definendo &quot;non tranquillizzante in questo contesto il docu­mentaci) interesse del Comerio alla Ros­so, &quot;anche ammettendo che lo stesso Comerio abbia avuto parte nell&apos;affondamen­to della Rigel&quot;, il 25 giugno del 1999 chie­de l&apos;archiviazione del caso delle &quot;navi a perdere&quot;, non avendo a suo avviso prove concrete dello smaltimento delle scorie ra­dioattive. Una richiesta che viene accolta dal giudice delle indagini preliminari, Adriana Costabile, la quale il 14 novembre 2000 archivia scrivendo che &quot;certamente c&apos;è traccia in arti dello scellerato disegno criminale di smaltimento in mare di rifiuti radioattivi ordito da Giorgio Comerio e dai suoi complici, tutti soci della Holding O.d.m.&quot;, ma che &quot;mancano elementi che consentano di ricondurre in tale program­ma l&apos;affondamento delle navi Rigel e Ros­so, non essendo emerso... che le stesse tra­sportassero rifiuti radioattivi...&quot;. Per questo oggi è cruciale il lavoro del sosti­tuto procurature di Paola, Francesco Greco. A distanza di anni qualcuno h.i parlato, e ri­pensando allo spiaggiamento della Rosso ha riferito episodi definiti dai Carabinieri &quot;estremamenie importanti&quot;. Un testimone oculare, ad esempio, ha detto che &quot;dopo circa due mesi dall&apos;avveduto spiaggiamento, iniziarono i conferimenti di rifiuti prove­nienti dalla motonave Rosso presso la dis­carica in località Grassuilo (nel comune di Amantea,  provincia di Cosenza). Tali conferimenti avvenivano di giorno, e ogni automezzo veniva scortati dalla Guardia di Finanza o dai vi­gili urbani.  Negli stessi giorni (il testimone) notò effettuare scari­chi presso la discarica che avveni­vano di notte e senza scorta da parte degli organi di polizia. Tale materiale la mattina successiva veniva subito interrato con l&apos;uti­lizzo di mezzi meccanici... In par­ticolare&quot;, scrivono i Carabinieri, &quot;il testimone  riferiva che sarebbe tuttora in grado di indicare con estrema precisione il punto in cui furono sotterrali tali rifiuti, che si troverebbero a una profondità di circa 40 metri&quot;.
Ma c&apos;è dell&apos;altro. Un secondo testimone ha raccontato di aver visto i camion che la notte par­tivano dalla Rosso e arrivavano a scaricare in località Foresta (comune di Serra D&apos;Aiello, provincia di Cosenza). Qui lo scorso aprile sono stati effettuati con l&apos;Arpacal (Agenzia regionale per la prote­zione dell&apos;ambiente della Calabria) son­daggi su un&apos;area di 10mila metri quadra­ti a circa otto metri di profondità, dai qua­li è risultata la massiccia presenza di fan­ghi industriali. &quot;Successive analisi chimiche che&quot;, ha scritto il sostituto procuratore Greco alla Regione Calabria, &quot;hanno evi­denziato in questi fanghi la presenza di al­cuni metalli pesanti... in concentrazioni tali da potersi configurare un pericolo concreto ed attuale per il suolo, sottosuo­lo e corpi idrici, con il superamento dei li­miti accettabili di inquinanti&quot;. Durante i rilievi, un terzo testimone ha inoltre am­messo di aver trovato nel 1999 fusti gialli arrugginiti nella briglia del fiume Oliva, contigua alla zona sondata. In seguito il te­stimone ha negato, tornando però poi ad ammettere di avere visto un fusto. Ora la Procura di Paola ha una grande spe­ranza: ottenere i mezzi per scavare a tondo nei due siti. Il primo problema, dicono a Paola, sono le scadenze. Il timore è l&apos;archi­viazione del reati) ipotizzato, cioè l&apos;affon­damento doloso con rischio per la salute pubblica. Non c&apos;è tempo da perdere.</text_more></entry>
<entry id='1112' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1112' author_id='12' authored_on='20041206000306' basename='serge_quadruppani_la_notte_di' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041206000306' modified_on='20041206004602' ping_count='1' status='2' title='Serge Quadruppani: &lt;i&gt;La notte di Babbo Natale&lt;/i&gt;' week_number='200450'><text>Recensione di &lt;b&gt;Wu Ming 1&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;quadrup3.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/quadrup3.jpg&quot; border=&quot;1&quot; align=&quot;right&quot; hspace=4 vspace=2 &gt;&lt;i&gt;Serge Quadruppani - &quot;La notte di Babbo Natale&quot; - Il Giallo Mondadori n.2863, 2/12/2004&lt;/i&gt;
In Italia i libri di Serge Quadruppani non trovano collocazione stabile in una collana che permetta di trovarli in libreria. Da troppo tempo l&apos;opera dello scrittore d&apos;Oltralpe è confinata nei Gialli Mondadori, tra i libri da edicola, garanzia di grande diffusione sul brevissimo periodo e repentina irreperibilità dopo qualche settimana. 
Quadruppani, 52 anni, oltre a essere il traduttore francese di autori italiani come Camilleri, Evangelisti e De Cataldo, è autore che sorprende, scuote, commuove con romanzi perfetti, li divori e li richiudi stordito, lasciano macchie sul cuore. Qui da noi non è ancora molto conosciuto e ha patito scelte editoriali... bizzarre, come quando la Mondadori mandò in libreria &lt;i&gt;L&apos;assassina di Belleville&lt;/i&gt;, terzo volume di una trilogia, senza fornire ai lettori alcun &quot;riassunto delle puntate precedenti&quot;. [En passant: la Mondadori ha appena rifatto lo scherzo con &lt;i&gt;Zero Kill&lt;/i&gt; dell&apos;algerino Y.B. (al secolo Yassir Benmiloud), anch&apos;esso ultimo episodio di un trittico, incomprensibile senza aver letto i primi due.]</text><text_more>Quadruppani si muove in una terra stilistica tutta sua, piccola &lt;i&gt;république&lt;/i&gt; autonoma ai confini con il Manchette di &lt;i&gt;Nada&lt;/i&gt;, il Malet de &lt;i&gt;La vita è uno schifo&lt;/i&gt; e il Buñuel de &lt;i&gt;Il fantasma della libertà&lt;/i&gt;. Il suo metodo? Forzare al massimo le regole e convenzioni del &lt;i&gt;polar&lt;/i&gt; (il &lt;i&gt;crime novel&lt;/i&gt; francese), fermandosi un millimetro prima di romperle. La poetica? Esplorare (criticandole, ma comprendendone le ragioni) le alternative individualistiche alla lotta di classe: scorciatoie solipsistiche, vendette disperate, uniche vie praticabili da chi non può rifarsi in altro modo delle ingiustizie subite. Lo sfondo è la società del controllo, mondo trasfigurato dai dispositivi di sorveglianza, edificio sociale i cui soffitti sono come i finti specchi della &lt;i&gt;candid camera&lt;/i&gt;: tu non vedi chi sta al piano di sopra, ma loro vedono te. Ancor più sullo sfondo: la degenerazione antropologica, il capovolgimento della rivoluzione sessuale, l&apos;integrazione mercantile dei grandi cambiamenti di costume post-Sessantotto. Siamo all&apos;intersezione fra il pensiero radicale francese e le &lt;i&gt;Lettere luterane&lt;/i&gt; di Pasolini.
L&apos;anno scorso era uscito &lt;i&gt;La breve estate dei Colchici&lt;/i&gt; (Il Giallo Mondadori n.2822, 8/5/2003), ove si narrava del ritorno di fantasmi del passato sulle torri di guardia di un&apos;agiata esistenza borghese, quella di ex-rapinatori ultrasinistri rientrati nei ranghi a spese di un loro amico, spedito in galera da una losca macchinazione. 
In questi giorni, invece, è in edicola &lt;i&gt;La notte di Babbo Natale&lt;/i&gt; (Il Giallo Mondadori n.2863, 2/12/2004), splendidamente tradotto da Maruzza Loria. Attenzione, è una vera e propria trappola, nel senso che lo apri, ne leggi qualche riga per  vedere com&apos;è e, &lt;i&gt;stumf!&lt;/i&gt;, ci cadi dentro e lo leggi fino alla fine, senza soste. 
Che c&apos;entra l&apos;11 Settembre con il tizio armato vestito da Santa Claus che, alla cena di Natale in casa Boutonnier, fa strani giochi e mette i convitati l&apos;uno contro l&apos;altro? C&apos;entra, c&apos;entra... E c&apos;è un legame tra i professionisti della sicurezza che agitano a scopo di lucro lo spauracchio del terrorismo e il film che l&apos;undicenne Jeanne ha visto da piccola, una notte, durante un attacco d&apos;insonnia? Fidatevi, c&apos;è.
Una delle dichiarazioni di poetica del libro si trova a pag.86, in forma di elencazione di tecniche di controllo. Si va dai &quot;nanotrasmettitori nelle secrezioni corporali&quot; alle &quot;microtelecamere impiantate nella fronte di animali di compagnia&quot; per arrivare ai cannoni d&apos;api geneticamente modificate da usare contro i manifestanti e concludere così: &quot;[...] &lt;i&gt;L&apos;immaginazione al servizio della sicurezza&lt;/i&gt;: un&apos;inchiesta dimostrò l&apos;eccellente penetrazione di questo slogan che, secondo i creativi, realizzava &apos;la sorprendente alleanza tra un tocco di utopia sessantottina e il nuovo ideale occidentale di sorveglianza generalizzata&apos;&quot;. 
Anche spingendo innanzi a sé paradossi come questo, Quadruppani sviluppa le contraddizioni dell&apos;odierno capitalismo, ne approfondisce la dialettica. Il risultato, strano a dirsi, riporta alla mente certi romanzi filosofici dell&apos;Illuminismo. Scriveva Diderot: &quot;Colui che prendesse ciò che scrivo per verità, sarebbe forse meno in errore di colui che lo considerasse come favola&quot;. Precipitatevi in libreria e, &lt;b&gt;per soli &#8364;3,60&lt;/b&gt;, portatevi a casa un pezzo di verità.</text_more></entry>
<entry id='1113' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1113' author_id='1' authored_on='20041205232230' basename='maya_hackers_la_storia_le_stor' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041205232230' modified_on='20041205232257' ping_count='1' status='2' title='Maya: &lt;i&gt;Hackers. La storia, le storie &lt;/i&gt;' week_number='200450'><text>&lt;img alt=&quot;hackers.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/hackers.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;140&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;b&gt;Marco Gatti &lt;/b&gt;
&lt;i&gt;[su segnalazione di &lt;b&gt;Luca Masali&lt;/b&gt;]&lt;/i&gt;
 
Se ne potrebbe dire benissimo e malissimo, ma di certo &lt;b&gt;Hackers - La storia, le storie&lt;/b&gt;, scritto da Maya ed edito da Malatempora è un libro che non annoia e riempie magnificamente una serata. 
Tanto per cominciare lautrice, lesbica dichiarata, è in Rete da almeno 20 anni ed è tenutaria (dovrei dire mistress, se fossi &lt;i&gt;politically correct&lt;/i&gt;) di un paio di siti porno (cybercore, se volessi continuare sulla &lt;i&gt;correctness&lt;/i&gt;...).
Lincipit è fulminante: «Venite subito qui o vi strappiamo le palle!». E via con il racconto in presa diretta dellhackeraggio di McLink del 1989, quando il Web non esisteva, «i luoghi» degli utenti erano le Bbs e la reti degli hacker erano le x.25 (Itapac, per intenderci). </text><text_more>Insomma, si vede che Maya ha vissuto sulla sua pelle parte delle storie di hacking délite che racconta, mentre altre sono frutto di brutali copia-e-incolla tirati giù dalla rete e pure mal tradotti. Ma va bene così, perchè a Maya non importa di esibire quanto poco sa di Tcp/Ip e men che meno dinglese, di grammatica italiana e di sintassi. 
Il risultato è in ogni caso una gradevolissima insalata di vite vere - o presunte - e di filosofie di vita, con una serie di chicche che in pochi conoscono. Per esempio, lo sapevate che il termine &lt;i&gt;debugging &lt;/i&gt;nasce da una farfallina, fisica e non virtuale, che era andata a morire nella pancia di un «cervellone» anni 40, impedendo a un relais di scattare? 
E che la bestiola fu scoperta da Grace Murray Hopper, morta a 86 anni con il grado di ammiraglio della Marina americana dopo una vita passata tra i computer, contribuendo tra laltro alla creazione del Pascal? O ancora, che Linux nacque col nome di Freak, in onore di uno stile di vita libertario e contestatore dellapparato, «nato nel casino di una camera da letto e diventato in pochi anni il più grande progetto di collaborazione della storia del mondo»? 
Avrete capito che nel libriccino di Maya cè un po di tutto, senza confini netti tra realtà e leggenda: archeologia industriale, impeto infantile, reducismo, proclami di eticità e di rivolta, voglia di comprendere come funzionano le cose, psicologia, antagonismo sintattico, cronaca di reati perpetrati da singoli ma anche mezze truffe di grandi società come la Sip, che falsificava ad arte il numero degli utenti del Videotel per ottenere finanziamenti dalla Comunità europea. 
Diciamolo, il libro è bello proprio perché Maya racconta entusiasta, scrivendo come parla, soprattutto dellélite, oggi fatta da adulti in buona parte affermati security manager, se non di più. Élite, già: perché, a dispetto di ogni proclama di egualitarismo, lintelligenza tipica dellhacker non è roba di massa. 
Si finisce e resta un fondo di tristezza, come leggendo lintervista a Mitnick. Daltronde Talleyrand scriveva: chi non è rivoluzionario a 20 è senza cuore, chi lo è a 40 è senza cervello. Rassegniamoci.

&lt;i&gt;Maya - &lt;b&gt;Hackers. La storia, le storie &lt;/b&gt;- Malatempora -  8,00&lt;/i&gt;</text_more></entry>
<entry id='1114' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1114' author_id='1' authored_on='20041205233510' basename='usa_a_chi_va_la_fetta_piu_grossa_di_proposition_71' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041205233510' modified_on='20041205233538' ping_count='0' status='2' title='Usa: a chi va la fetta piu&apos; grossa di Proposition 71?' week_number='200450'><text>&lt;img alt=&quot;3543L.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/3543L.jpg&quot; width=&quot;153&quot; height=&quot;145&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;b&gt;Cinzia Colosimo&lt;/b&gt;
&lt;i&gt;[dal &lt;a href=&quot;http://staminali.aduc.it/php_index.html&quot;&gt;notiziario Cellule Staminali&lt;/a&gt;]&lt;/i&gt;

Come volevasi dimostrare, il passaggio di &lt;i&gt;Proposition 71 &lt;/i&gt;(il referendum sulle staminali che ha ottenuto esito positivo in California: &lt;a href=&quot;http://staminali.aduc.it/php_artshow_3543_1_ta_l25.html&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;qui le informazioni&lt;/a&gt;] ha smosso molti progetti fino ad ora conservati nel cassetto. Tutti parlano di quel denaro completamente dedicato alla ricerca su embrioni come di una gigantesca torta di compleanno che e&apos; gia&apos; finita prima ancora che le porzioni siano state fatte. 
Nel mentre gli esperti, dichiarati o presunti, sono aumentati a dismisura, e ognuno di loro ha la soluzione definitiva per investire correttamente questi finanziamenti e far guadagnare in contemporanea Stato e aziende private. In primis questo atteggiamento colpisce negativamente le compagnie biotech: piu&apos; di ogni altro questi organismi devono dimostrare un impegno assoluto perche&apos; vengano prese in considerazione. Il taglio della torta e&apos; sempre un evento riservato a pochi.</text><text_more>Tom Okarma, presidente della compagnia Geron, questo fenomeno lo sta assaporando sulla propria pelle e non vede l&apos;ora che si faccia chiarezza: &quot;la politicizzazione del tema staminali ha creato molta confusione e ha prodotto un sottostrato di esperti che non hanno idea di cosa stiano trattando. Molti di questi non hanno nemmeno mai visto una linea embrionale&quot;. 
Okarma, come molti altri nel suo settore, ha partecipato attivamente alla raccolta di fondi per la campagna referendaria: non dimentichiamoci che sono stati spesi piu&apos; di 25 milioni di Usd per finanziare questa iniziativa. La StemCell di Palo Alto, o la Aastrom Biosciences di Ann Arbor si sono comportate similmente e ora si aspetterebbero una sorta di &quot;riconoscenza&quot; politica per l&apos;obbiettivo raggiunto. Macche&apos;. Gran parte dei finanziamenti arriveranno subito alla Stanford University, alla University of California, al Salk Institute for Biological Studies di San Diego. Tutte istituzioni che hanno diretto controllo della Food and Drug Administration e che comprensibilmente possono usufruire piu&apos; velocemente di quei provvedimenti economici. 
Non tutte le compagnie hanno il calibro della Geron, che tra l&apos;altro si occupa di cellule embrionali gia&apos; da tempo. Vi sono quelle realta&apos;, come la VistaGen Therapeutics, che in Proposition 71 hanno visto l&apos;effettiva possibilita&apos; di una svolta, a volte anche la garanzia stessa della sopravvivenza sul mercato. Ralph Snodgrass, presidente della VistaGen infatti spiega: &quot;Ci aspettiamo un incremento sostanziale del lavoro, sia in termini di infrastrutture che di staff scientifico. Dal momento che ci occupiamo di staminali embrionali e diabete e&apos; indispensabile per noi aggiornarci ed essere competitivi sul mercato&quot;. 
Ma per il mondo accademico sara&apos; tutto piu&apos; facile. Gli investitori del biotech, questo fenomeno sembrano averlo gia&apos; capito da tempo: le azioni della StemCell costavano infatti 2 Usd prima di ottobre, mentre dopo i risultati del referendum gia&apos; arrivavano ai 4,28 Usd. Quelle della Geron invece dopo le elezioni sono arrivate a toccare i 7 Usd. Dalla vendita di queste azioni la Aastrom ha guadagnato circa 10 milioni di Usd, mentre la StemCell 22,5 milioni e la Geron oltre 40 milioni. Tutto denaro che se ne sta li&apos; buono per essere utilizzato in caso di necessita&apos;. Per le compagnie e&apos; piu&apos; ragionevole pensare che i finanziamenti statali aiuteranno i ricercatori a tradurre piu&apos; velocemente la ricerca in realta&apos; industriale. Nessuno vieta loro di chiedere dei finanziamenti per progetti particolari, ma e&apos; inutile fare progetti solo in base a quella possibilita&apos;. Le reali possibilita&apos; di miglioramento provengono invece dai brevetti sviluppati dalle compagnie, che potrebbero essere venduti alle accademie (come gia&apos; accade per la Aastrom ad esempio) e garantire una continuita&apos; di collaborazione. Si tratta insomma di benefici indiretti. La Geron stessa, ad esempio, ha investito in questi anni oltre 90 milioni di Usd per la ricerca sulle linee embrionali, collaborando con la University of California. Altri 130 milioni sono in banca, destinati alla stessa causa, ma non sono sufficienti per portare avanti baracca e burattini, anche perche&apos; le prime sperimentazioni cliniche sono previste per il 2006. &quot;Abbiamo bisogno di fondi esterni che diano una svolta all&apos;area californiana nei prossimi 18 mesi&quot;, spiega Okarma. 
Secondo i dati pubblicati dalla rivista BioCentury, negli ultimi 10 anni gli investimenti privati per la ricerca sulle cellule staminali ammontano a circa 300 milioni di Usd, ossia il 10% dell&apos;intero mercato del biotech. &quot;Questo e&apos; facilmente comprensibile&quot;, sostiene Snodgrass, &quot;perche&apos;, a parte casi isolati come la Geron, le reali possibilita&apos; di produrre farmaci partendo da embrioni arriveranno solo fra una decina di anni e gli investitori sono molto frenati da questo fattore&quot;. 
Ci sono casi, come quello della Interwest Partners in Menlo Park, in cui uno scienziato e&apos; socio d&apos;impresa e quindi puo&apos; influire direttamente sul livello di investimento privato. Parliamo di George Daley, professore ad Harvard ed esperto di staminali. Il suo ruolo sicuramente e&apos; importante, ma relegato al suo territorio e troppo connesso alla sua attivita&apos;: &quot;Il progresso scientifico sta accadendo ma e&apos; ancora troppo presto per dire quando arriveranno i primi farmaci a larga diffusione&quot;. Anche se sono piu&apos; di 20 anni che Daley si occupa di biologia e staminali, e&apos; comprensibile il suo punto di vista. Il tema embrioni da un lato ancora scandalizza e dall&apos;altro &quot;rende&quot; poco sul mercato a breve termine. Ma fino a che ricerca e investimenti non andranno di pari passo sara&apos; difficile assistere ad una rivoluzione scientifica gia&apos; in atto ma ancora in ombra. </text_more></entry>
<entry id='1115' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1115' author_id='1' authored_on='20041205234602' basename='il_neglect' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041205234602' modified_on='20041206000145' ping_count='1' status='2' title='Il Neglect' week_number='200450'><text>di &lt;b&gt;Mario Bonato&lt;/b&gt;
&lt;i&gt;[da &lt;a href=&quot;http://www.neuroscienze.net&quot;&gt;NeuroScienze.net&lt;/a&gt;]&lt;/i&gt;
&lt;img alt=&quot;neglect0.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/neglect0.jpg&quot; width=&quot;130&quot; height=&quot;124&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;&lt;div class=smalltext&gt;Riproduciamo questo articolo sulla sindrome detta Neglect perché, a partire proprio da queste scoperte, gli studi sulla coscienza hanno assunto una traiettoria ben diversa da quella che si poteva prevedere. La centralità della scoperta del neuroscienziato italiano Bisiach è, in questa prospettiva, qualcosa di profondamente copernicano, i cui sviluppi stanno ottenendo esiti sorprendenti]&lt;/div&gt;

Immaginate di perdere improvvisamente la consapevolezza di quello che accade in una parte dello spazio che vi circonda. Questo è quello che accade nei pazienti con &lt;i&gt;neglect&lt;/i&gt;. Chiamata neglect dal termine inglese, leminegligenza spaziale è una delle patologie più frequentemente riscontrate dopo un danno cerebrale e consiste in un deficit della consapevolezza spaziale. Nella maggior parte dei casi questo deficit si ha in seguito a lesione del lobulo inferiore del lobo parietale destro, e in seguito a questa il paziente trascura (neglige) di conseguenza lo spazio sinistro. </text><text_more>La lesione può essere causata da un ictus che interessi larteria cerebrale media, da un tumore o da una lesione traumatica in sede parietale. Ci sono però anche dei casi, seppur rari, di neglect da lesione frontale o temporale destra. Anche una lesione sinistra può causare questa patologia, alcuni studi addirittura sostengono che in fase acuta post-stroke ci sia una uguale incidenza di neglect da ictus destro o sinistro. Il minor numero di pazienti stabilizzati con neglect e lesione sinistra sarebbe giustificato dal fatto che il neglect da lesione sinistra ha una remissione spontanea e molto rapida.
Recenti studi hanno inoltre riportato casi di neglect in pazienti negli stadi avanzati della malattia di Alzheimer, dimostrando la possibilità di insorgenza anche da un contesto di degenerazione globalizzata e non solo da lesioni focali.
&lt;img alt=&quot;neglect.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/neglect.jpg&quot; width=&quot;131&quot; height=&quot;125&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Esistono tre tipi di neglect, per quelle che sono probabilmente le fondamentali rappresentazioni dello spazio; solitamente queste tre forme si presentano assieme ma in alcuni pazienti dissociano. 
Il neglect dello spazio personale impedisce al paziente la consapevolezza dellemisoma controlesionale. Pazienti che presentano questa patologia allo stato puro dimenticheranno di vestirsi, lavarsi e pettinarsi nella metà del corpo contolesionale.
Il neglect dello spazio peripersonale riguarda quello spazio attorno al corpo delimitato dai movimenti di raggiungimento. Si tratta dunque di una sorta di guscio che, nei pazienti con neglect, non arriva alla consapevolezza per la metà controlesionale, tanto che questi ignorano gli oggetti presenti sulla parte sinistra di un tavolo al quale sono seduti, oppure non mangiano dalla parte sinistra del piatto.
Il neglect dello spazio extrapersonale riguarda lo spazio più lontano, ovvero quello che esiste oltre il guscio. Il paziente affetto da questa patologia allo stato puro non riconoscerà oggetti o persone alla propria sinistra. 
È estremamente importante sottolineare come il neglect sia un insieme di deficit che non riguardano i livelli bassi dellelaborazione dellinformazione, ovvero linformazione dalla retina arriva fino alla corteccia e ai livelli superiori , dove viene trattata senza però raggiungere il livello della coscienza. Questo ci è noto da numerosi esperimenti in cui i pazienti mostrano che, pur non essendo coscienti dellinformazione presentata a sinistra al tempo stesso questa informazione è presente ed in alcuni casi può essere utilizzata implicitamente per compiti ulteriori. 
Un esempio potrebbe essere quello dei pazienti con dislessia da neglect (Làdavas, Paladini e Cubelli, 1993). Essi sono dislessici perché non riescono a leggere le prime lettere delle parole, dal momento che si trovano a sinistra. Ebbene, presentando delle parole semanticamente relate, pur non riuscendo a leggerle i pazienti dimostravano gli effetti di facilitazione alla risposta caratteristici dei soggetti normali. Questo ad indicare che lelaborazione implicita degli stimoli arriva, nei pazienti con neglect, fino al livello semantico.
Questa patologia causa grossi deficit anche al livello rappresentazionale: se si chiede ad un paziente di disegnare un volto o un fiore spesso questi omette la parte a sinistra. In un famoso studio Bisiach (1978) fece descrivere a memoria ad un paziente la Piazza del Duomo a Milano. Quando il paziente immaginava di essere rivolto faccia al Duomo descriveva solo una metà della piazza mentre quando immaginava di essere rivolto schiena al Duomo descriveva laltra metà della piazza.
Un recente studio (Zorzi, Priftis e Umiltà, 2002) ha trovato un interessante fenomeno che riguarda la linea mentale numerica, che da alcune evidenze sperimentali sembra orientata da sinistra a destra. Chiedendo ai pazienti quale fosse il numero che stava al centro di un determinato intervallo, questi rispondevano spostando sistematicamente il giudizio verso i numeri più grandi (estremità destra della linea). Ad esempio, se veniva chiesto quale numero fosse intermedio tra l1 e il 9 questi pazienti potevano rispondere: 7.
Oltre alle classiche prove di disegno libero e di copia, numerosi sono i test utilizzati per la valutazione del neglect. Alcuni dei più noti sono la bisezione di linee, quello di cancellazione di segmenti, quello di cancellazione di lettere. Nella bisezione di linee i pazienti spostano il giudizio notevolmente a destra rispetto ai soggetti senza patologia, perché ignorano parzialmente lestremità sinistra della linea. Nei test di cancellazione i pazienti tipicamente omettono gli stimoli presenti nella parte sinistra del foglio, e talvolta segnano ripetutamente gli stimoli presenti nella metà destra del foglio. Ciò potrebbe indicare che il deficit è in parte dovuto ad una eccessiva allocazione di risorse attentive verso la metà destra dellemicampo visivo. Questi test sono costruiti in modo da prendere in considerazione le varie componenti che formano lattenzione. Alcuni valutano la semplice capacità di detezione degli stimoli (ad es. il cosiddetto Test di Cancellazione di Albert). Altri valutano la capacità dellattenzione selettiva di discriminare i target da distrattori di uguali dimensioni ma diversa forma (Test di cancellazione di lettere) oppure da distrattori che possono essere anche uguali per forma ma diversi per dimensioni (Test di cancellazione di stelle). Una delle ipotesi teoriche che spiega il neglect è infatti quella del deficit attentivo. I pazienti con neglect avrebbero cioè essenzialmente una attenzione automatica deficitaria. Questa ipotesi può venire integrata con una prospettiva anatomico-funzionale e spiegare la maggiore insorgenza di neglect da lesione destra assumendo che lemispazio sinistro abbia afferenze solo dallemisfero destro. In caso di lesione a questarea non ci sarebbero cioè vie vicarianti in grado di espletare questa funzione di controllo. Lemispazio destro, invece, oltre ad essere connesso con lemisfero sinistro lo sarebbe anche con quello destro. Ecco che una lesione a sinistra attiverebbe la via di controllo che dallemisfero destro va allemispazio destro, sopperendo così allo squilibrio che la lesione aveva causato.
I pazienti con neglect ci hanno dato evidenza di tre possibili rappresentazioni in base alle coordinate spaziali. Lo space-based neglect (il più comune) consiste nella negligenza di una parte dello spazio (ripeto, di solito la sinistra), in rapporto al corpo del paziente. Lobject based neglect è invece la sistematica omissione di una metà degli oggetti, indipendentemente dal fatto che questi si trovino nello spazio di destra o di sinistra.
Lobject-centered neglect infine, riguarda gli stimoli sequenziali. E stato descritto in una paziente che ometteva le prime lettere delle parole, indipendentemente dal fatto che queste fossero orientate da sinistra a destra o dallalto in basso (Caramazza e Hills, 1990). 
Bisogna però aggiungere che numerosi aspetti di questa patologia ci sono ancora sconosciuti. Un esempio potrebbe essere lo studio di Marshall e Halligan (1995) sulla percezione di stimoli a due livelli. Il presupposto iniziale consiste nel fatto che è ormai riconosciuta la superiorità dellemisfero destro nel trattare le configurazioni complesse e la struttura, e quella dellemisfero sinistro per i particolari. Nonostante questo dato abbastanza fermo, Marshall e Halligan descrivono un comportamento particolare di un paziente con neglect sinistro da lesione destra. Presentandogli degli stimoli gerarchici costituiti da lettere (ad esempio una grossa X formata da tante piccole H) il paziente era perfettamente in grado di identificare quale fosse la lettera al livello globale (X). Al tempo stesso però, se gli veniva chiesto di barrare le piccole lettere H egli ometteva tutte quelle a sinistra. Questo studio ci dimostra la possibilità di trovare ulteriori dissociazioni in questa patologia (in questo caso la possibilità di elaborazione implicita della struttura di uno stimolo in assenza di consapevolezza totale delle sua parti). Sempre più spesso il neglect non viene descritto come un disturbo unitario ma come un complesso insieme di deficit di consapevolezza, attenzione e rappresentazione spaziale.
Spesso i pazienti con neglect sono completamente anosoagnosici: non hanno cioè consapevolezza del proprio deficit. A questo bisogna aggiungere che spesso il neglect si presenta in associazione con emiparesi sinistra, visto che la corteccia motoria è abbastanza vicina allarea critica per il neglect. Ebbene, i pazienti anosoagnosici non solo tendono a negare il neglect, ma addirittura possono arrivare a negare la paralisi, affermando, ad esempio, che non riescono a muovere il braccio o la gamba perché sono stanchi. In casi estremi i pazienti possono arrivare a sostenere che lemisoma paralizzato non appartenga al loro corpo (emisomatoagnosia). Un fenomeno di comune riscontro nei pazienti con neglect è la alloestesia: il riferire stimoli presentati a sinistra come percepiti a destra. Questo fenomeno si può rilevare anche quando i pazienti copiano un disegno riportando a destra le componenti che erano invece presenti a sinistra (allochiria). Da queste osservazioni cliniche potremmo dedurre sia che larea parietale destra è fortemente implicata nei processi di consapevolezza sia che abbiamo ulteriori prove che linformazione spaziale viene conservata fino ai processi superiori di elaborazione.
Talvolta il neglect si presenta in una forma più lieve: lestinzione. In questa patologia, considerata da alcuni un disturbo a sé stante il paziente, se gli vengono presentati due stimoli contemporanei bilateralmente, riferisce di percepire solo quello a destra.Se invece gli si presenta solo uno stimolo a sinistra egli non avrà nessun problema nella sua detezione. Lestinzione non va confusa con la simultanagnosia, in cui il paziente non riesce a percepire contemporaneamente due oggetti diversi, indipendentemente dalla loro lateralizzazione. 
La riabilitazione del neglect è fortunatamente facilitata dal fatto che la patologia spesso regredisce spontaneamente. Una delle metodiche utilizzate è lutilizzo di speciali occhiali che deviano lo spazio percepito a destra. Portandoli a lungo, il paziente impara a ristrutturare la propria percezione spaziale spostando maggiormente lattenzione a sinistra. Una volta tolti, dunque, sarà portato spontaneamente a dirigere lattenzione verso sinistra.

Bibliografia
Bisiach, E., Luzzatti, C. (1978). Unilateral neglect of representational space. Cortex, 14, 129-133.
Caramazza, A., Hills, A.E. (1990). Spatial representation of words in the brain implied by studies of a unilateral neglect patient. Nature, 369, 267-269.
Halligan, P.,W., Fink, G., R., Marshall, J.,C., Vallar, G. (2003). Spatial cognition: evidence from visual neglect. Trends in Cognitive Sciences, 7 (3), 125-133. 
Marshall, J.,C., Halligan, P.,W. (1995). Seeing the forest but only half of the trees. Nature 373, 522.
Làdavas, E., Paladini, R., Cubelli, R. (1993). Implicit associative priming in a patient with left visual neglect. Neuropsychologia, 31, 1307-1320.
Robertson, I., H., Halligan, P., W. Spatial neglect. A clinical handbook for diagnosis and treatment. Psychology Press Ltd., Hove, 1999.
Vallar, G. (1998). Spatial hemineglect in humans. Trends in Cognitive Sciences, 2, 87-97.
Zorzi, M., Priftis, K. , Umiltà, C. (2002). Brain damage: Neglect disrupts the mental number line. Nature, 417, 138-139.</text_more></entry>
<entry id='1116' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1116' author_id='1' authored_on='20041206003609' basename='maradona' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041206003609' modified_on='20041206004954' ping_count='1' status='2' title='Maradona' week_number='200450'><text>&lt;img alt=&quot;maradonache.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/maradonache.jpg&quot; width=&quot;97&quot; height=&quot;190&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;&lt;i&gt;Come avevano visto e previsto i &lt;a href=&quot;http://www.google.it/search?hl=it&amp;lr=&amp;q=+site:www.wumingfoundation.com+maradona+%2Bwu+ming&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Wu Ming&lt;/a&gt;, Diego Armando Maradona (che nella foto indossa una maglietta in cui è effigiato Che Guevara che indica a sua volta sul suo braccio il volto tatuato di Maradona) è ormai assurto a figura del rovesciamento eracliteo, per cui non c&apos;è mai sintesi né consolidamento definitivo. El Pibe De Oro, quasi a volere smentire qualunque racconto su di lui, è scappato oggi da Cuba, abbandonando la clinica in cui seguiva la terapia di disintossicazione. Con una clamorosa fuga, non priva di misteri e di bagatelle senza massacro, Maradona si è imbarcato per Panama, da dove pare che raggiungerà l&apos;Argentina. Pubblichiamo, ma soltanto a partire da questa ennesima evasione da se stesso e dall&apos;altrove, il racconto della vita di Maradona secondo Martin Amis, che le cronache attestano essere uno dei massimi scrittori inglesi viventi e che in realtà qui fa una lunga recensione dell&apos;autobiografia di Maradona, &lt;b&gt;Io sono El Diego&lt;/b&gt; [Fandango, con prefazione di Wu Ming 3]. [gg]&lt;/i&gt;</text><text_more>
&lt;b&gt;Povertà, rivincita e distruzione: la vita esagerata di Maradona&lt;/b&gt;
di &lt;b&gt;Martin Amis&lt;/b&gt;

C&apos;è una fotografia veramente terrificante di Diego Armando Maradona, del 2000, l&apos;anno del suo primo attacco di cuore. Indossa: un capellino da baseball messo alla rovescia che fa vedere una ciocca di capelli, tinti alla punk color cacca di bambino, occhiali scuri, una maglietta da batterista senza maniche, che lascia scoperto tutto il tatuaggio del &quot;Che&quot; Guevara sulla sua spalla destra e un sogghigno beffardo con la bocca aperta. Poi si arriva alla enorme massa della pancia. 
Sarebbe impossibile esagerare l&apos;ubiquità del diminutivo ( -ito, -ita) nello spagnolo latinoamericano, che ha origine nell&apos;estrema riverenza e indulgenza concessa ai più piccoli. È un continuo incontrare uomini chiamati come bambini piccoli - gagliardi Sergito, forzuti Huguito (e un mio amico di sessanta anni si chiama semplicemente Ito). Ma vi strozzereste oggi chiamando Maradona &quot;Dieguito&quot;. 
Lo si vede ancora oggi frequentemente, in tv, barcollando negli aeroporti o incastrato in un golf cart; ha recuperato il suo vecchio colore dei capelli e si veste più discretamente, ma la sua corpulenta dimensione resta prodigiosa e impossibile da ignorare. 
È evidente quanto ciò lo torturi. E lo si vede, Dieguito, dentro il suo nuovo involucro, bloccato, sofferente, eppure non si ribella. Dentro ogni uomo grasso, si dice, c&apos;è un uomo magro che tenta di uscire. Nel caos di Maradona sembra che ci sia un uomo ancora più grasso che tenta di entrare. 
&lt;img alt=&quot;8887517312.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/8887517312.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;268&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;L&apos;autobiografia di Maradona, &lt;b&gt;El Diego&lt;/b&gt;, stava per uscire e quaggiù si parlava del fatto che avrebbe concesso un&apos;intervista a Buenos Aires (casualmente non ero lontano: Uruguay). Quando improvvisamente si spostò a Cuba, la sua seconda casa (o clinica) dal 2002, io lo seguii con gioia. Maradona aveva già avuto un attacco cardiaco causato dalla droga ad aprile, è vero, ma ufficialmente si disse che si trattava di un viaggio di routine - una disintossicazione, o un decarburare. 
Il suo agente, un giovane con le stesse forme di Dieguito chiamato Ponzalo, mi ricevette nel suo albergo e, cautamente, mi disse che sembrava stesse migliorando. Ebbi una risposta il giorno dopo, nel notiziario. I medici - i medici di Fidel - del Centro di Salute mentale, erano chiari. Il paziente era collegato alle macchine come un astronauta e non avrebbe incontrato chicchessia. 
Maradona si era ritirato nel &apos;97. Nel 2001 aveva giocato (assai corpulento, lo ammetto) in una partita mandata in onda. Ora nel 2004, ha bisogno che gli sia dia il permesso di guardare una partita in tv. Ha 43 anni. Dieguito - dove è finito? 
Nell&apos;America del Sud si dice a volte, o si suppone, che la chiave per capire il carattere degli argentini si trovi nella loro valutazione dei due gol di Maradona nella Coppa del Mondo dell&apos;86. Per il primo gol, battezzato &quot;la mano di Dio&quot;, Maradona era lievitato in maniera incredibile su un cross e aveva mandato la palla in porta con un intelligentemente nascosto colpo della mano sinistra. Ma il secondo gol, che arrivò pochi minuti dopo, fu uno di quelli che Bobby Robson chiama un &quot;maledetto miracolo&quot;: raccogliendo un passaggio da una punizione nella sua stessa area, Maradona come in un&apos;espiazione, chinò la testa e sembrò volesse aprirsi una strada attraverso tutta la squadra inglese prima di mandare a terra Shilton con una finta e di mandare la palla in rete. 
Ebbene, in Argentina, è il primo gol e non il secondo quello che piace veramente. 
Per il macho argentino (o così dice almeno questa calunniosa generalizzazione) i modi furbi danno molta più soddisfazione di quelli corretti. &quot;Lo stesso succede a livello di governo e negli affari. Non tollerano solo la corruzione. La idolatrano&quot;. 
Si tratta di una propensione che si estende alla sfera sessuale nella quale si attribuisce un grande valore, nell&apos;ambiente dei macho, alla sodomia eterosessuale - cosa notata nei suoi viaggi anche da V. S. Naipaul e, più sorprendentemente (questo negli anni &apos;20), da Jorge Luis Borges, che la considerava l&apos;essenza del culto del &quot;farsi furbo&quot;. Nel lessico personale di Maradona la stessa parola è usata per il segnare un gol e il fornicare. (La parola è &quot;vaccinare&quot;; una strana scelta, considerando che a Diego spesso è stata fatta prima delle partite una iniezione con una siringa di sei pollici di antidolorifico direttamente nel ginocchio infiammato o per l&apos;alluce suppurante). Nella sua logica, il secondo gol contro l&apos;Inghilterra fu una languida epifania erotica: il primo era un brivido in una strada laterale, ma tutti e due erano stati un colpo azzeccato. 
Più in generale, in questa cultura, l&apos;umiliazione, l&apos;abiezione è il giocare sempre secondo le regole. 
&lt;img alt=&quot;maradonache2.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/maradonache2.jpg&quot; width=&quot;65&quot; height=&quot;123&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Quando si arriva al punto in cui in &lt;b&gt;El Diego &lt;/b&gt;si racconta la partita contro l&apos;Inghilterra, il lettore è in ogni caso totalmente sedotto dalla storia e dalla turbolenta ingenuità con la quale Maradona la racconta. Innanzi tutto, le passioni coinvolte non sono solo ludiche; &quot;Nelle interviste precedenti la partita avevamo tutti detto che non si doveva confondere il calcio con la politica, ma era tutto una bugia. Ci pensavamo in continuazione. Balle che era solo un&apos;altra partita!&quot; 
E non si trattava neppure solo delle Malvinas: era la revancha di un popolo soggiogato e impoverito. Dunque, avendo esultato a lungo per il secondo gol (&quot;volevo appendere ogni fotogramma dell&apos;intera sequenza, ben ingranditi, sopra la testiera del mio letto&quot;) Maradona volge la sua attenzione al primo: &quot;Anche dall&apos;altro gol avevo avuto molta soddisfazione. A volte penso che quasi mi era piaciuto di più quell&apos;altro ...&quot;.
E il lettore può per ora solo assentire alla soddisfatta cortesia della sua conclusione: &quot;Entrambi avevano un proprio fascino&quot;. 
In altre parole, tutto è corretto - tutto è tenero - in amore e in guerra. E, per qualche ragione, il calcio è tutto lì, e quelle sono le energie che richiama: le energie dell&apos;amore e della guerra. 

La sua è stata un&apos;infanzia senza cuscini protettivi, in tutti i sensi. Se la società aveva le sue malattie, niente stava tra esse e Dieguito. &quot;Tutti parlano dei modelli di comportamento. Modelli un cazzo! In Argentina non abbiamo un solo modello di comportamento vivente, quindi smettete di rompermi le palle con i ruoli&quot;. 
Questo bel gioco era un modo di uscire dalla bidonville, ma rappresentava difficilmente un faro di virtù per il ragazzo che cresceva. Il calcio era corrotto e rapace come ogni altra cosa. Ecco una federazione in cui i giocatori dovevano passare le mazzette al manager per entrare nell&apos;organico della squadra. 
Il barrio di Maradona a Buenos Aires era Villa Fiorito, negli anni &apos;60 una giungla corrotta (oggi è una Saddam City della criminalità in armi). &quot;I miei genitori erano persone modeste, umili lavoratori&quot;, scrive, ma la frase fatta è poco aderente. 
Tutti i dieci Maradona vivevano in una baracca di tre stanze in cui l&apos;unica acqua corrente era quella che arrivava dal tetto (&quot;ti bagnavi di più dentro che fuori&quot;). 
L&apos;ossessione per il calcio sembra assolutamente innata; non ci sono memorie che la precedono, e nessun interesse a sfidarla. Quando il bambino Diego andava a fare le commissioni, lo faceva palleggiando con un&apos;arancia. Quando aveva tre anni il cugino gli regalò la sua prima palla di cuoio (&quot;dormivo con la palla e l&apos;abbracciavo al mio petto&quot;). 
E quando si recò al suo primo provino, all&apos;età di nove anni, era così avanti che l&apos;allenatore credette veramente di avere davanti un nano. A quindici anni stava già tra i seniores e con i suoi primi stipendi si comprò un altro paio di pantaloni, per completare quelli di velluto a coste turchese con i grandi risvolti. 
La sua ascendenza era quindi perfetta per allontanarlo dalla realtà - e la realtà allora includeva la Guerra sporca e il terrorismo e i 30.000 desaparecidos. &quot;All&apos;età in cui la maggior parte dei ragazzini ascoltano le storie&quot;, si legge in un titolo, &quot;lui ascoltava ovazioni&quot;. 
Tre mesi dopo il suo debutto si stava già allenando con la nazionale, a livello di Daniel Passerella e di Mario Kempes. A diciotto, dopo aver vinto contro la squadra statunitense Cosmos, aveva già scambiato la maglietta con Franz Beckenbauer; a diciannove aveva fatto il suo centesimo gol. Era già il volto della Coca-Cola, della Puma, dell&apos;Agfa. 
Marginali e relativamente impoverite, le federazioni sudamericane fungono da base di reclutamento per le squadre europee, e nel 1982 Maradona puntualmente si trasferisce al Barcelona per 8 milioni di dollari. Due anni dopo quanto si sposta a Napoli prende 7 milioni di dollari l&apos;anno, più altri 3 dalla televisione italiana (e c&apos;erano gli altri 5 di Hitochi). 
Un sondaggio dell&apos;International Management Group lo definisce &quot;l&apos;uomo più famoso del mondo&quot;, e gli vengono offerti 100 milioni di dollari per i &quot;diritti sull&apos;immagine&quot;. Li rifiuta per ragioni di patriottismo. Il 1986 gli regala la sua apoteosi nazionalistica: è il capitano alla Coppa del Mondo e gli argentini la vincono. Aveva 26 anni. 
&lt;b&gt;El Diego&lt;/b&gt; è una narrativa trasparente, e nei suoi interstizi si continua a percepire uno sbalorditivo caos interno - acute e croniche carenze di carattere e di giudizio, e soprattutto una conoscenza di se stessi che è l&apos;assente assoluto. 
Quando Maradona aveva 14 anni cadde sotto le grinfie del suo primo manager, un vecchio consigliere dal poco incoraggiante nome di Jorge Cyterszpiler. Si capisce ciò che accadrà, appena Maradona spiega che &quot;gestivamo tutto sulla base dell&apos;amicizia, non c&apos;era un solo pezzo di carta firmato&quot;. E, inevitabilmente, quando arriva a Napoli, dieci anni più tardi rivelerà, sconcertando tutti, che &quot;Cyterszpiler aveva una tale sfortuna con i numeri che a me non era rimasto niente&quot;. O meno di niente. 
&quot;Quel che è fatto è fatto&quot;, alza le spalle Diego, e ribadisce che ogni investimento (ogni locale da bingo) era il risultato delle sue decisioni. Molto più tardi, quando Maradona decide di rimettersi in forma, assume un allenatore: Ben Johnson. &quot;Sì, Ben Johnson! L&apos;uomo più veloce al mondo, checché ne dicano gli altri&quot;.
Lo stesso succede con la camorra a Napoli. &quot;Mi offrivano in continuazione delle cose, ma io non volevo mai accettarle: per via del vecchio detto che prima danno e poi chiedono&quot; Non voleva accettarli, ma li accettava. Lo stesso con i falli e con gli arbitri. Quando Maradona formula un giudizio, si ha l&apos;impressione di star assistendo a uno dei suoi dribbling. 
&quot;Quel bastardo di Luigi Agnolin, l&apos;arbitro italiano, mi ha annullato un gol... quell&apos;Agnolin, è un figlio di puttana. Abbiamo cercato di far pressione su di lui dall&apos;inizio, ma l&apos;italiano non era un tipo che si lasciava intimidire... Agnolin mi piaceva...&quot; 
La vena anarchica di Maradona si rivela anche nella sua noncuranza - anzi, nel suo disgusto - per la legge. Nelle occasioni in cui attira l&apos;attenzione della polizia non è quasi neppure in grado di spiegare il perché. &quot;Sono stato arrestato, arrestato!&quot; dice, e descrive brevemente la &quot;farsa&quot; che ne deriva; nel frattempo, come un educato colpo di tosse, una nota a piè di pagina si inserisce per informare sull&apos;accusa (possesso di cocaina). 
Più tardi, di ritorno in Argentina, dopo essere stato incessantemente messo alla porta, &quot;ho reagito ... ho reagito come avrebbe fatto chiunque. È stato l&apos;episodio con il fucile ad aria compressa, sehh, quello&quot;. Ed ecco un&apos;altra nota a piè di pagina che, evasiva, spiega che &quot;l&apos;affare&quot; si riferisce all&apos;episodio in cui aveva sparato con un fucile ad aria compressa contro un gruppo di giornalisti, senza precisare che ne aveva colpito 4 e d&apos;aver avuto una condanna, poi sospesa. 
Poi ci sono frequenti accenni a quel che si potrebbe definire eccezionalismo - o megalomania di basso livello. Parla correntemente di se stesso nella terza persona, non solo come Maradona (&quot;lo abbiamo reso più forte di Maradona&quot;, &quot;Questa è la cosa più importante che Maradona possa ricevere&quot; e, più divertente ancora, &quot;La droga è una cosa troppo grande perché Maradona si possa fermare&quot;), ma anche come El Diego: &quot;perché io sono El Diego. Anch&apos;io chiamo me stesso così: El Diego&quot;; &quot;vediamo se possiamo stabilire questo punto una volta per tutte: io sono El Diego&quot;; &quot;Sono lo stesso di sempre. Sono io, Maradona. Io sono El Diego&quot;. Dopo un po&apos; queste frasi non suonano più come autocelebrazione, ma come autoipnosi. 
Passarella era &quot;un buon capitano, sì&quot;, concede, ma &quot;il grande capitano, il vero capitano, ero e sempre sarò io&quot;. Questo tipo di parole trovano un&apos;eco più tardi, nel &apos;96, quando lancia una campagna nazionale &quot;Sole senza droghe&quot;, affermando che &quot;io sono stato, sono e sarò sempre un tossicodipendente&quot;. 
Il mantra del programma di disintossicazione, in genere un finto vanto di un&apos;astinenza duramente conquistata, sembra in questo caso più una dichiarazione di verità irriducibile. Maradona ha consumato droga per vent&apos;anni: da qui la sospensione di 15 mesi (in Italia), l&apos;espulsione dalla Coppa del Mondo del &apos;94 (&quot;Mi avevano dato [sic] dell&apos;efedrina, e l&apos;efedrina è legale, o dovrebbe esserlo&quot;), e lo scandalo che conclude la sua carriera nel suo ritorno da canto del cigno al Boca Juniors nel &apos;97. 
L&apos;abitudine, dopo tutto, non può essere definita svago. Sembra che solo una dissolutezza che minacci veramente la sua vita possa ricreare le intensità - le altezze del batticuore, le profondità abissali - della sua scomparsa vanità. 
Si tratta d&apos;un libro lirico emozionale e anche eccezionalmente vivido. L&apos;esotismo della parlata di Maradona è bilanciato dai cliché zeppi di imprecazioni del calcio, che sono, a quanto pare, universali (&quot;la folla è impazzita&quot;, &quot;quella sega&quot;, nonché il gentile e non plausibile &quot;piantala, Diego&quot; del manager Carlos Biliardo). 
Ma ci sono anche degli accenni di un più intenso livello di percezione. La tensione nello spogliatoio prima della partita: &quot;Percepii un silenzio, troppo profondo, troppo freddo. Guardai le facce e le vidi pallide, come se fossero già stanche&quot;. Un brutto incidente: &quot;Mi lanciai di slancio dietro a un palla persa e sentii l&apos;inconfondibile rumore del muscolo che si strappa, come una cerniera lampo che s&apos;apre nella mia gamba&quot;. 
Quanto a emozione, Maradona si piange addosso a dirotto una pagina sì, una no. E poi ci sono i poemi dedicati alla moglie e alla sua famiglia, che sono i più toccanti, perché sappiamo che ora è divorziato e che s&apos;è allontanato dai suoi due fratelli, e anche perché sappiamo che i legami amorosi non sono riusciti a trattenerlo nella loro orbita. 
Sono molti gli sportivi che si vantano d&apos;esser campioni del popolo, tuttavia, il populismo di Maradona porta il segno del suo percorso - l&apos;ambiente proletario di Buenos Aires, Napoli e ora L&apos;Avana (l&apos;unica squadra francese con la quale ha flirtato è, guarda caso, il Marsiglia). 
A Buenos Aires, a chiedere in giro, le risposte su Diego sono sempre un tanto meditate, sempre di simpatia; gli abitanti di L&apos;Avana, invece, che non hanno mai conosciuto un Maradona non in disgrazia, sembrano adorarlo incondizionatamente. Cuba è perfetta per lui, può essere l&apos;uomo del popolo e quello del presidente, intimo com&apos;è di quell&apos;altro scapestrato di Fidel Castro. 
Jorge Valdano disse una cosa buona su di lui, e in alto stile latinoamericano: &quot;Povero vecchio Diego. Abbiamo continuato a dirgli per tanti anni &quot;Sei un Dio&quot;, &quot;Sei una stella&quot;... che ci siamo scordati di dirgli la cosa più importante: &quot;Sei un uomo&quot;. Ma non ci siamo ancora. 
In Italia la gente gli diceva spesso &quot;Ti amo più dei miei figli&quot;&quot;. Non è un dire blasfemo come suona. Con le sue arrabbiature, il suo autolesionismo e la sua mai scomparsa dolcezza, Maradona resta &quot;El Pibe de oro&quot;, il bambino di Dio, è ancora Dieguito. 

&lt;i&gt;[traduzione di Guiomar Parada]&lt;/i&gt;

</text_more></entry>
<entry id='1117' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1117' author_id='1' authored_on='20041207002200' basename='arriba_mxico' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041207002200' modified_on='20041207004327' ping_count='1' status='2' title='Arriba México!' week_number='200450'><excerpt>&lt;img alt=&quot;sgonz.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/sgonz.gif&quot; width=&quot;50&quot; height=&quot;76&quot; border=&quot;0&quot; hspace=1 vspace=1 align=left /&gt;di &lt;b&gt;Giuseppe Genna&lt;/b&gt;&lt;br&gt;La gente è quella vasta e mediocre classe neanche tanto benestante che, in massa, si affrettò a votare Berlusconi, aderì al suo fintomoralismo forcaiolo, ne assunse i connotati estetici brianzoli, si uniformò allo stile di pensiero di quel gruppo di fancazzisti anziani che si trovano in piazza Duomo a sparare contro la Borsa, i comunisti, Kofi Annan, per poi andare a giocare somme esorbitanti alla tris...</excerpt><text>di &lt;a href=&quot;http://www.miserabili.com&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Giuseppe Genna&lt;/a&gt;

&lt;img alt=&quot;CA83HBAA.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/CA83HBAA.jpg&quot; width=&quot;81&quot; height=&quot;115&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Il siparietto sta per raggiungere l&apos;acme. Emilio Fede, al solito abbronzato ma con quel fondo lividamente disneyano che conferisce la pelle stracotta, vive del conforto del golfino in cachemire, azzurrino. Per minuti e minuti, alle sue spalle, un fotoposter di Romano Prodi effigiava l&apos;ex presidente della Commissione Europea con una boccuccia a culo di gallina. Quell&apos;immagine è stata scelta. Fede, fino a quel momento, aveva tirato bordate contro la battuta di Prodi sui mercenari di Forza Italia - battuta peraltro filologicamente corretta, visto che il premier aveva annunciato che avrebbe inviato due giovani in ogni regione, pagandoli, per sistemare le cose nelle sedi locali del partito. Da Prodi faccione, si passa ai lumini natalizi. Tra Fede e la sua collaboratrice al computer inizia un dialogo da &lt;i&gt;Operette Illeopardiane&lt;/i&gt;. Il dialogo dipinge l&apos;Italia. L&apos;Italia, Paese Delle Meraviglie. La Merda fatta Zucchero. La Pillola non va giù, resta sullo stomaco.</text><text_more>In pratica, mentre Fede deve passare a leggere la classifica della serie A, si fa interrompere dalla collaboratrice biondina, cinerina anch&apos;ella. Le chiede: &quot;Devi dire qualcosa?&quot;. E lei, sì, ha qualcosa da dire. Questo: dice che secondo &quot;una rilevazione&quot; (quale, dominiddio, &lt;i&gt;quale &lt;/i&gt;rilevazione?) quest&apos;anno in Italia i mercatini sono aumentati vertiginosamente, tutti vanno a fare compere ai mercatini. E Fede dice che sì, è giusto, è bello, è allegro, l&apos;Italia è un paese allegro, ai mercatini &quot;si può anche trovare un quadro raro&quot;, è allegro e divertente, basta col pessimismo, la biondocinerina dice &quot;anche un oggetto di artigianato&quot;, lui le dice &quot;tu sei di Napoli e lì c&apos;è una tradizione&quot;, vedete che l&apos;Italia non è come vogliono certi uccelli del malaugurio, mamma mia i portasfiga, non è così, è allegra e divertente, i mercatini sono sintomo di divertimento, e poi andremo a vedere cos&apos;è successo in quel mercatino dei presepi a Napoli, &quot;come si chiama?&quot;, la biondina precisa &quot;San Gregorio Armeno&quot;, sì, dice Fede, ogni anno fanno una statuina nuova, vedremo qual è quest&apos;anno, è divertente.
Ora, comincio dal fondo, lo dico io che statuina nuova c&apos;è a San Gregorio Armeno, lo so già, l&apos;ho studiato. Ce ne sono due, in realtà. Una è dedicata a Costantino. L&apos;altra è dedicata a Berlusconi in bandana, vestito di bianco, sardegnuolo estivo radical kitsch. Mica è una novità, questa. Lo sappiamo tutti che Fede è felicissimo di fare l&apos;araldo berlusconiano. Lo dichiara a lettere di fuoco ovunque, vuole dare un bacio al Cavaliere. 
Così facendo, essendo così smaccato, Fede fa passare in secondo piano ciò che fa. Ciò che fa è contrario a qualunque principio etico del giornalismo, il che è un paradosso, perché il giornalismo non si erge su alcun principio etico, ma solo su principi dinamici e di microfisica della comunicazione. Ciò non toglie che Fede stia facendo - e la faccia sempre - una cosa grave: &lt;i&gt;mistifica&lt;/i&gt;.
Il siparietto su Prodi potrà essere un&apos;opinione. Il siparietto sui mercatini, invece, non è un&apos;opinione: è una mistificazione. Se la gente sta tornando a comperare molto nei mercatini rionali, è perché mancano gli euro. Vuoi una cintura? Col cavolo che vai a spendere 120 euro per una roba simil-Charro della Guru, cioè una roba che è un&apos;emulazione ma firmata; vai al mercatino, 20 euro, e ti compri una cintura simil-Charro senza firma della Guru. A Milano, che è il luogo privilegiato di osservazione per chi scrive, l&apos;abbattimento dei livelli di qualità nello stile del vestiario è evidente. Il fenomeno riguarda le auto, anche. Non avrei mai creduto di dovere dare, un giorno, ragione a Luca Goldoni, ma in questa occasione lo faccio. Goldoni scriveva poco tempo fa, sul &lt;i&gt;Corriere&lt;/i&gt;, uno dei suoi articoli ante-Severgnini che tanto bene esprimono il parere della gente: diceva che i negozi stanno tornando a riparare le cose. A Milano è così: spuntano, soprattutto nelle catene di elettrodomestici e sulle vetrine dei negozietti di idraulici, ferramenta ed elettricisti questi cartelli che annunciano che lì si ripara.
Non avere grano è duro, ma passare per gente che, non tirando la fine del mese, si diverte ad andare per allegri mercatini - beh, questa è una menzogna insopportabile, enunciata peraltro a spese della gente. Quando adotto il termine &quot;gente&quot;, lo faccio di proposito. La gente è quella vasta e mediocre classe nemmeno tanto benestante che, in massa, si affrettò a votare Berlusconi, aderì al suo fintomoralismo forcaiolo, ne assunse i connotati estetici brianzoli, si uniformò allo stile di pensiero di quel gruppo di forsennati fancazzisti anziani che si trovano in piazza Duomo a sparare contro la Borsa, contro i comunisti, contro Kofi Annan, per poi andare a giocare somme esorbitanti alla tris. La gente sta pagando e si sta accorgendo di pagare. La gente ne ha piene le palle. La gente non ci crede più.
Mio papà è pensionato e per molti anni ha fatto volontariato sindacale nel quartiere, aprendo uno sportello gratuito della Cgil in una sede dell&apos;Anpi, e ammortizzando il panico dei pensionati che non capivano niente di quello che dovevano pagare allo Stato. Molti di quei pensionati, mi raccontava l&apos;altro giorno mio papà, sono andati alla fine di novembre a ritirare la pensione ed erano incazzatissimi perché non c&apos;erano gli euro dei tagli delle tasse. Va da sé che allo sportello volontario di mio padre (una sorta di banchetto di Lucy dei Peanuts, di carattere non soltanto psicologico, bensì anche sindacale) arrivavano torme di non-vecchietti, cioè pseudobenestanti tra i cinquanta e i sessanta, tutti An o FI, che pensavano di farsi il commercialista gratis. Anche quella gente lì, mi ha detto mio padre, si chiedeva dove fossero gli euro promessi col taglio delle tasse.
Questa breve parabola familiare serve a dire quanto penso: che la &quot;gente&quot; sta scavando la fossa a Berlusconi.
Il grado di mistificazione comunicativa sta alzandosi esponenzialmente proprio per questo motivo. Il giorno dello sciopero, niente quotidiani al bar, tranne gli unici usciti: &lt;i&gt;Il Giornale &lt;/i&gt;e &lt;i&gt;Libero&lt;/i&gt;. Io mai ho letto davvero &lt;i&gt;Libero&lt;/i&gt;, ma per puro masochismo, anche grazie al conforto del cappuccio, mi sono concesso l&apos;esperienza. Leggere le battute del Feltrino, cioè del figlio di Feltri che scrive sul giornale del padre, faticare nelle leziosità stilistiche antintellettuali di Renato Farina, assistere al roboante peronismo giornalistico di Vittorio Feltri - beh, credetemi, è stato molto meglio del luna-park. In questo senso: a me il luna-park non piace, esattamente come non mi piace il circo, ma anche come non mi piacciono i mercatini rionali. Sono luoghi di sottocultura emotiva devastante. Una tristezza sclerotica mi coglie e non mi abbandona più per ore. Ne traggo non gli auspici, ma l&apos;immagine diretta di una specie in crisi, di un genere animale in via d&apos;estinzione. Il luna-park mistifica il divertimento, così come &lt;i&gt;Libero &lt;/i&gt;mistifica l&apos;informazione, facendola diventare opinione. Al posto dell&apos;informazione, c&apos;è il giudizio sull&apos;informazione, la selezione partigiana dell&apos;informazione, elzeviri che propalano attacchi indiscriminati, che fanno leva sull&apos;ingenuità della gente. Quando ci sono i reportage, sono sempre del tipo: quelle case lì ce le hanno con affitti bassi, la gente paga e quelli se la godono.
Tutto questo, ovviamente, è noto. Non importa se sia noto: va ribadito con estrema semplicità.
Il luna-park è una mistificazione del divertimento che fa il paio con la mistificazione difensiva attuata dai due parlamentari forzitalioti che difendono il premier al processo Sme. Con una voce calma e franca, l&apos;avvocato e deputato di Forza Italia, Ghedini, ha pronunciato la sua arringa senza mai entrare nel merito delle accuse. Come certi maghi, tipo Binarelli, che a me trasmettono la medesima tristezza che mi comunica il luna-park, ha attirato la pubblica attenzione su un severo monito, che sta a Cicerone come l&apos;Idroscalo a Las Vegas: &quot;Voi giudici potete cambiare la storia d&apos;Italia, con questa sentenza&quot;. Dei gravissimi indizi probatori, dei flussi di denaro in direzione Svizzera - non una parola. Anzi, l&apos;elogio di Berlusconi, genialmente definito &quot;brava persona&quot;. Gente, appunto. Un bravo ragazzo, cioè.
&lt;i&gt;La gente del 2000&lt;/i&gt;, di cui canta Dario Baldan Bembo, crooner apocalittico del giro che fu di Cologno Monzese, appare stanca. Il termometro segna 37°. A questa stanchezza, se abbiamo studiato la storia dell&apos;uomo, non si possono opporre mistificazioni. Il pane è finito, ma anche le brioche. Se questa idea fissa si installa nel conscio collettivo, che è uno degli strumenti più reazionari dell&apos;intera vicenda umana e che altre volte fu chiamato &quot;buonsenso&quot;, c&apos;è poco da fare per le élite e per la gente stessa. E&apos; il momento in cui ciò che ha creato se stesso fa germinare la propria decadenza.
Preme da sotto qualcosa di immane, di oscuramente splendido, un tumore vitale pronto a erompere, un rapido contagio che sarà latore di altro. &lt;i&gt;E&apos; già &lt;/i&gt;latore di altro e lo è a un punto tale che Gad Lerner, sabato, si chiedeva se esista ancora, e Fabio Fazio, che è il prossimo Bruno Vespa, sconcertato non ne parla, preferendo discettare con Bill Gates vestito da clown (che, ho dimenticato di dire, mi dà una tristezza, ma una tristezza...).
Sto dicendo che preme da sotto la &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2004/11/001097.html#001097&quot;&gt;Fabrica Sin Patròn&lt;/a&gt;. Zorro è già tra noi.</text_more></entry>
<entry id='1118' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1118' author_id='1' authored_on='20041207143628' basename='inaugurazione_della_scala_di_milano' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041207143628' modified_on='20041207143659' ping_count='0' status='2' title='Inaugurazione della Scala di Milano' week_number='200450'><text>&lt;a href=&quot;http://www.miserabili.com/archives/a1968g.html&quot; onclick=&quot;window.open(&apos;http://www.miserabili.com/archives/a1968g.html&apos;,&apos;popup&apos;,&apos;width=320,height=226,scrollbars=no,resizable=no,toolbar=no,directories=no,location=no,menubar=no,status=no,left=0,top=0&apos;); return false&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.miserabili.com/archives/a1968g-thumb.jpg&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;105&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;&lt;/a&gt;di &lt;b&gt;Mario Capanna&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;scala.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/scala.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;143&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;7 dicembre, sera. Verso le 19.30 ci presentiamo in piazza della Scala. Saremo in 3/400. Una miseria rispetto alla nostra normale capacità di mobilitazione. Ecco la prova che lo spontaneismo è « una minchia piena d&apos;acqua », bofonchia Salvatore Toscano. Fa un freddo cane e l&apos;umidità prende alle ossa. La nebbia è così spessa che di quando in quando sembra trasformarsi in una pioggerellina fitta fitta. Come se non bastasse, piazza della Scala è stata trasformata in una piazza d&apos; armi. Polizia e carabinieri dappertutto. Di fronte al teatro, dirimpetto al palazzo del comune, all&apos;imbocco delle vie adiacenti, in galleria Vittorio Emanuele, in piazza Duomo.</text><text_more>Arrivano i primi «scaligeri», agghindatissimi. Gli uomini sono lustri come manichini. Le signore impellicciate e ingiolellate per centinaia di milioni. Uno schiaffo per milioni di poveri cristi. Per qualche minuto non succede nulla. Si infittisce l&apos;arrivo. Auto sontuose e lucide, con autisti in livrea, depongono con grazia tirati melomani all&apos;ingresso del tempio. Uno studente solleva, alto sopra la testa, un cartello che dice: « I braccianti di Avola vi augurano buon divertimento&apos;». Parte un coro: «Borghesi, ancora pochi mesi » (ecco che le esigenze della rima costringono a svisare i tempi storici).
Una coppia, impeccabilmente addobbata, fende sinuosamente i cordoni di polizia, a tre metri dagli studenti. Parte un uovo. Centro perfetto sulla spalla dell&apos;uomo. Schizzi giallastri massacrano di rimbalzo lo stupendo abito della sua compagna. Per brevi minuti è tutto un via vai, in aria, di uova e cachi. (A proposito: la mitologia giornalistica ha fatto prevalere l&apos;idea che si trattasse di uova marce. Sciocchezze faziose. Come sanno tutti i cuochi, è rarissimo trovare uova marce.). I tiri sono per lo più esatti. I bersagli colpiti,&apos; numerosi. Elevata la percentuale di smoking, toupé e pellicce messi fuori uso. La polizia mostra segni di nervosismo rapidamente crescenti. E chiaro che dopo l&apos;indignazione popolare per l&apos;eccidio di Avola ha ricevuto ordini di non intervenire fino al limite del tollerabile. Si avverte che la corda sta per spezzarsi. Ci vuole qualcosa che rompa la tensione, almeno la diluisca. Un ragionamento, ecco quel che ci vuole. Che renda esplicitamente chiaro il messaggio magmatico della protesta. Sì, un ragionamento può essere la chiave di volta. Afferro il megafono, mi porto sotto il naso del più vicino cordone di poliziotti e attacco. Non ce l&apos;abbiamo con voi - questo il succo del pistolotto - perché voi, come noi, siete figli di lavoratori e di poveri. Riflettete: il 74 per cento di voi viene dal Sud e dalle isole. Avete dovuto abbandonare le vostre case e vestire la divisa per il pane. Sappiamo quanto la vostra vita è difficile. Quattro giorni fa vi hanno fatto sparare su una folla di braccianti, dove magari c&apos;era tuo padre o tuo fratello (e segnavo a dito, pronunciando quelle parole). Adesso vi fanno star qui per ore, al freddo, e per un salario misero, a proteggere i ricchi, quelli che vi hanno costretto ad abbandonare il paese e affamano le vostre famiglie. Bisogna finirla con questa situazione. Lottiamo insieme, e insieme con i lavoratori, per avere giustizia. Noi siamo qui per questo. Il primo esperimento funziona a meraviglia. Tutti i dimostranti si raggruppano intorno al megafono. I lanci cessano. I poliziotti sono sorpresi. La tensione comincia a calare. Bene. Abbiamo trovato il filone giusto. Lo utilizziamo a fondo. Ci spostiamo vicino al cordone misto di poliziotti e carabinieri. Solita musica. Si vede dalle facce che le parole entrano dentro. Mentre do fiato al megafono, saranno le 20.15, gli Operatori della Rai-Tv, che trasmettono in diretta il fasto scaligero, hanno l&apos;idea, provvidenziale per noi, di far sentire per un attimo le voci della piazza. Molti studenti a casa, che non sapevano nulla della manifestazione, restano con il cucchiaio della minestra a mezz&apos; aria sentendo dal televisore la voce metallica del megafono. Schizzano via come saette verso piazza della Scala. Un&apos;ora dopo siamo quadruplicati. Continuano i comizi volanti. Ci spostiamo nell&apos;ottagono della Galleria, tra la Scala e piazza Duomo, dov&apos;è schierato il maggior numero di agenti. Quando ridico dei braccianti di Avola, che lì magari c&apos;era tuo padre o tuo fratello, vedo un agente, rigido sull&apos;attenti nella fila, giovane, avrà 22 anni, alto e magro come uno stecco, con le lacrime che gli scendono. Termino con il consueto invito alla lotta e all&apos;unità. Sono a due metri da quel giovane che piange. Lo abbraccio forte. Mentre lo stringo, lo sento mormorare: « Sono di Lentini ». Lentini è un grande centro agricolo, a un tiro di schioppo da Avola. Chiedo scusa, ma, quando ripenso a quel fatto, mi commuovo ancora oggi. E se qualcuno pensa che questa è ricostruzione romanzata dopo vent&apos;anni, sappia che ci sono decine di testimoni oculari di quell&apos;episodio.
Questa è stata la contestazione alla Scala che, con mio grande cruccio, ha finito col simboleggiare il &apos;68 italiano. Va da sé che non avevamo nulla contro il Don Carlos di Giuseppe Verdi messo in scena quella sera. L&apos; indomani il « Corriere» scriverà: « Gazzarra davanti alla Scala » e « Tentativi sediziosi dei dimostranti », ovvero la realtà diminuita e stravolta a tavolino.

&lt;i&gt;Il brano è tratto dal libro di Mario Capanna,&quot;Formidabili quegli anni&quot; . pag. 38&lt;/i&gt;</text_more></entry>
<entry id='1119' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1119' author_id='1' authored_on='20041208005930' basename='voglio_andare_in_ucraina' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041208005930' modified_on='20041208010610' ping_count='0' status='2' title='Voglio andare in Ucraina' week_number='200450'><text>&lt;i&gt;... e invece sono stato alla Scala. Mi sono intrufolato in qualità di sciuscià, e con la lingua patinata di nero (ho la gastrite) mi sono permesso di lucidare le scarpe a un&apos;intera galleria di orrori, di cui qui riporto le testimonianze fotografiche, con apposite didascalie. La galleria è lunga, ma fatevi un giro, è meglio del diorama nei Togni vagolanti in periferia... [gg]&lt;/i&gt;

&lt;img alt=&quot;larussafiliberto.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/larussafiliberto.jpg&quot; width=&quot;250&quot; height=&quot;218&quot; border=&quot;0&quot; /&gt;
Ciò che importa, qui, è il personaggio di spalle, Roman Polansky. I due avventori sono rimasti fuori dalla Scala, non erano invitati, erano lì per il set della nuova pellicola di Polansky, intitolata &lt;i&gt;MANSON NON MI E&apos; BASTATO&lt;/i&gt;.</text><text_more>&lt;img alt=&quot;armaniloren.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/armaniloren.jpg&quot; width=&quot;250&quot; height=&quot;214&quot; border=&quot;0&quot; /&gt;
Michael Jackson, a cui le autorità hanno ispezionato la villa l&apos;altroieri in cerca di cadaveri di bambini e che ha fatto il settantaduesimo intervento di plastica facciale sbiancante ieri, è giunto alla Scala in perfetto orario, ma non sappiamo chi dei due qua sopra sia.

&lt;img alt=&quot;castellimog.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/castellimog.jpg&quot; width=&quot;250&quot; height=&quot;218&quot; border=&quot;0&quot; /&gt;
Il ministro della Giustizia Perben, mentre guarda attonito i sigilli, ha accanto a sé Cesare Battisti dopo l&apos;operazione con cui è diventato donna (Battisti, è noto, è fuggito a Casablanca all&apos;uopo e quando è tornato era una scrittrice affermata di Harmony).

&lt;img alt=&quot;debmog.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/debmog.jpg&quot; width=&quot;250&quot; height=&quot;193&quot; border=&quot;0&quot; /&gt;
Veronica Lario e Silvio Berlusconi non sono voluti mancare, nemmeno io ma comunque ho avuto un mancamento.

&lt;img alt=&quot;gut.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/gut.jpg&quot; width=&quot;250&quot; height=&quot;280&quot; border=&quot;0&quot; /&gt;
C&apos;era anche Renato Guttuso, vestito dal maestro Arman, con Oscar Mammì mummificato intorno alle dita (il look è a cura di Tommaso Labranca).

&lt;img alt=&quot;scar.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/scar.jpg&quot; width=&quot;250&quot; height=&quot;201&quot; border=&quot;0&quot; /&gt;
Ammesso che quella a sinistra sia la madre di Margherita Boniver, il che non è, quello a destra chi cavolo è?

&lt;img alt=&quot;fed.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/fed.jpg&quot; width=&quot;250&quot; height=&quot;259&quot; border=&quot;0&quot; /&gt;
Emilio Fede, passando, ha visto le luci del restauro dell&apos;architetto svizzero Botta, ha pensato che fosse un casinò, ha tentato di entrare e ci è riuscito, recitando a memoria un mantra ipnotico che si è poi rivelato essere il testo del meteo dell&apos;altroieri.

&lt;img alt=&quot;trem.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/trem.jpg&quot; width=&quot;250&quot; height=&quot;269&quot; border=&quot;0&quot; /&gt;
La mossettina della manina fa pensare che si tratti di una coppia &quot;strana&quot;, ma non è così.

&lt;img alt=&quot;demic.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/demic.jpg&quot; width=&quot;265&quot; height=&quot;400&quot; border=&quot;0&quot; /&gt;
Quest&apos;uomo si è presentato facendo i complimenti per il restauro al sindaco Pillitteri e all&apos;architetto Panseca, poi si è lasciato andare a strane considerazioni sul possibile crollo del Muro di Berlino. Infine ha rivelato di essere Philip Dick in preda a ucronia. E&apos; stato trasportato via di forza, mentre urlava che doveva ancora pagare il conto a un certo Raphael.

&lt;img alt=&quot;ball.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/ball.jpg&quot; width=&quot;530&quot; height=&quot;397&quot; border=&quot;0&quot; /&gt;
Gran finale con Vanessa del Rio, Max Headroom molto invecchiato e Nilla Pizzi che riteneva di dovere salire sul palco a cantare, salvo poi dire che le saliere non compongono musica e andarsene indignata.

Il prossimo volo per Kiev è alle sette e trenta di domattina, da Malpensa. Addio.</text_more></entry>
<entry id='1120' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1120' author_id='4' authored_on='20041208022057' basename='la_forza_del_niente_il_caso_fallaci' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041208022057' modified_on='20041208022122' ping_count='0' status='2' title='La forza del niente: il caso Fallaci' week_number='200450'><text>di &lt;b&gt;Valerio Evangelisti&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Fallaci.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Fallaci.jpg&quot; width=&quot;135&quot; height=&quot;72&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
&lt;i&gt;Questa recensione è stata in origine scritta su richiesta della&lt;/i&gt; Beirut Review, &lt;i&gt;supplemento culturale del quotidiano libanese&lt;/i&gt; &lt;a href=&quot;http://www.dailystar.com.lb/&quot;&gt;The Daily Star&lt;/a&gt;. &lt;i&gt;Per questo alcuni passaggi sono chiaramente rivolti a un pubblico straniero.&lt;/i&gt;

E quasi impossibile sottoporre a una seria critica letteraria il libro di Oriana Fallaci &lt;i&gt;La forza della ragione&lt;/i&gt;, pubblicato dalleditore italiano Rizzoli e, dopo il successo in patria, tradotto in molti paesi occidentali. Non è un vero e proprio &lt;i&gt;pamphlet&lt;/i&gt;: gliene mancano la stringatezza e il rigore argomentativi. Non è di sicuro un saggio: i materiali vi si accumulano senza ordine alcuno, le fonti sono dubbie, fraintese o di seconda meno, le tesi di fondo non sono dimostrate né dimostrabili. 
E certamente uninvettiva, però mal condotta. Lautrice, che ci fissa con occhi gelidi dalla quarta di copertina e che, fin dallo sguardo, parrebbe pronta a impartire al mondo occidentale una severa lezione, tende di continuo a divagare, a saltare da un tema a un altro, ad affastellare riferimenti disparati fino a perdere il filo del discorso. Talora addirittura sembra tentennare, balbettare, quasi che, tradita dalla foga, abbia scordato di cosa sta parlando. In quel caso o chiude il capitolo, o passa a ragionamenti completamente diversi: i primi che le passano per la mente.
 </text><text_more>Per sua fortuna una struttura così pencolante ha un proprio cemento che la tiene in piedi a forza: lidentità del Nemico. Il quale Nemico è rappresentato dallIslam, dal mondo arabo, dagli arabi in genere, senza alcuna differenziazione al loro interno. Lo scopo di costoro  di &lt;i&gt;tutti&lt;/i&gt; costoro  è facilmente riassumibile: vogliono conquistare lEuropa e soggiogarla. Non solo: intendono distruggerne completamente la civiltà, per edificare sulle sue macerie, sui suoi monumenti abbattuti, sulla sua cultura dispersa, un dominio infernale e belluino, concepito da pastori analfabeti. Scopo che lautrice, bontà sua, definisce stolto:
Infatti nel sogno che i figli di Allah coltivano da tanti anni, il sogno di far saltare in aria la Torre di Giotto o la Torre di Pisa o la cupola di San Pietro o la Tour Eiffel o lAbbazia di Westminster o la Cattedrale di Colonia e via dicendo, io vedo anzitutto una stoltezza. Che senso avrebbe distruggere i tesori di una provincia che ormai gli appartiene? Una provincia dove il Corano è il nuovo &lt;i&gt;Das Kapital&lt;/i&gt;, Maometto il nuovo Karl Marx, Bin Laden il nuovo Lenin, e lUndici Settembre la nuova presa della Bastiglia?
Sì, perché secondo Oriana Fallaci la conquista dellEuropa sarebbe già avvenuta. Nel suo precedente libro, &lt;i&gt;La rabbia e lorgoglio&lt;/i&gt;, spiegava meglio come. Avanguardia delle armate musulmane sarebbero gli immigrati nordafricani o mediorientali giunti in Europa in cerca di lavoro (ma questultima specificazione, agli occhi della Fallaci, è probabilmente solo un alibi). Insediatisi in Occidente, lavrebbero soggiogato grazie alla loro tendenza a moltiplicarsi come ratti (è ricorrente, nella prosa della Fallaci, la descrizione di arabi e islamici tramite il richiamo ad animali sporchi o infetti, oppure ai loro versi). Ciò si sarebbe saldato, in un unico piano diabolico, alle azioni terroristiche dei gruppi integralisti, con la complicità di fatto delle sinistre europee e di settori cattolici malati di troppa tolleranza.
Il risultato sarà unEuropa irta di minareti e popolata da donne rese schiave. Per fortuna lAmerica di Bush, rimasta immune dalla tragedia in corso, veglia e impartisce dure lezioni ai musulmani ogni volta che alzano la testa. Occorre però che gli europei affianchino lalleato, in quella che sempre di più appare come una nuova guerra di liberazione. Ieri il nazismo, oggi lIslam.

Forse è dare troppa importanza alla Fallaci, ma leggendo &lt;i&gt;La forza della ragione&lt;/i&gt; il pensiero corre al &lt;i&gt;Mein Kampf&lt;/i&gt; di Hitler. Un testo che, ai giorni nostri, pochi hanno letto, proprio perché non era fatto per essere letto: piuttosto era fatto per essere sfogliato. Rigore logico quasi assente, strutturazione nulla, un continuo divagare, base scientifica o conoscitiva ridotta a zero. 
Solo alcune idee forti erano ripetute di continuo, per catturare lattenzione del lettore distratto. Più che di idee si trattava di immagini: lEbreo (poco importava se ricco o povero, se credente o agnostico, se comunista o nazionalista) quale portatore di malattie misteriose e segrete, di marciume biologico, di potere contaminante. Al punto che tra Ebreo e malattia non vi era più differenza: tutta la genia era di volta in volta la piaga e il suo pus, che ligiene imponeva di eliminare dun colpo solo. Era questa lidea destinata a restare in mente al lettore che scorresse anche solo una pagina su cinque.
Non dissimile è il procedimento della ripetizione ossessionante del medesimo concetto, tra un fiume di parole alla deriva, messo in atto da Oriana Fallaci. Anche il lettore disattento, letto il suo libro, farà lamalgama tra musulmani di ogni età e condizione (riuniti in ununica figura, lArabo, quale che sia il paese di provenienza, inclusi la Somalia e lIran) e il complotto perverso di cui sono portatori, pari per origine remota e crudeltà di intenti a quello contemplato dai &lt;i&gt;Protocolli dei Savi di Sion&lt;/i&gt;.
Il conducente algerino della metropolitana di Parigi, il medico siriano assunto da una clinica di Ginevra, il giovane somalo che studia in Italia, loperaio turco di unofficina belga si trovano a loro insaputa, in quanto musulmani, partecipi di un complotto che ha per capo Bin Laden, e per fine labbattimento della Tour Eiffel.
Argomenti a sostegno della tesi? Oh, i più vari. Si va dalla strage dei cristiani di Costantinopoli per mano di Maometto II, nel 1453, al martirio del nobile veneziano Bragadin, nel 1571; dallobbligo (inventato di sana pianta) dei cristiani di Granada di inginocchiarsi al passaggio di un qualsiasi musulmano alla pratica dellinfibulazione, presentata quale portato naturale dellIslam e non, malgrado la sua localizzazione africana, quale frutto esecrabile di tradizioni preesistenti.
Inutile aggiungere che questo condensato strumentale di storia del mondo arabo, racchiuso nella prima metà del capitolo 1, omette di menzionare il trattamento che i crociati riservarono ai musulmani quando riuscirono ad avere la meglio, o quello che, dopo la riconquista di Granada, lInquisizione destinò ai medesimi, anche nel caso in cui avessero rinunciato alla loro fede.
Ma è inutile perdere tempo in una discussione storiografica. Oriana Fallaci strumentalizza la storia, di cui conosce poco e della quale non le importa nulla, solo a sostegno dei due temi che le stanno a cuore. Il primo: espellere gli immigrati di religione musulmana dallEuropa. Il secondo: sostenere con motivazioni, sia razziali che culturali, la politica offensiva degli Stati Uniti di Bush e dellIsraele di Sharon.
Per questo ha composto il proprio libello, spesso confuso e a tratti delirante. Si tratta del tipico libro destinato a chi non legge libri: chiunque abbia una conoscenza anche minima dei temi che vi sono affrontati, capisce immediatamente che lautrice non ne sa nulla, e che colma con la bile vuoti culturali impressionanti.
Ciò sfugge, ovviamente, a chi sia digiuno di tutta la tematica. Infatti è significativo che, non solo in Italia, &lt;i&gt;La forza della ragione&lt;/i&gt; sia finito nelle magre biblioteche di un pubblico che, normalmente, evita le librerie. Il volume della Fallaci esce dunque dallambito storico-letterario, in cui non esiste, per entrare in quello politico-sociologico. Perché mai, è il quesito, decine e forse centinaia di migliaia di italiani hanno comperato un testo tanto vacuo da sfiorare il ridicolo?

Fino agli anni 80 del secolo appena trascorso il razzismo era, in Italia, fenomeno non certo sconosciuto, ma tutto sommato marginale. Apparteneva sostanzialmente al bagaglio ideologico dellestrema destra, a quel tempo molto minoritaria. Non apparteneva invece alle coscienze dei cittadini, se non in quella sua variante che induceva molti italiani del nord a guardare con disprezzo quelli del sud, ritenuti incivili e abbarbicati a una cultura arretrata.
In quegli anni non solo un libro come &lt;i&gt;La forza della ragione&lt;/i&gt; avrebbe fatto scandalo, ma nessun grande editore avrebbe accettato di pubblicarlo. La Fallaci, e anche alcune forze attualmente al governo, addurrebbero a ciò una facile spiegazione mille volte ripetuta. A loro parere, tutta la cultura italiana  subiva legemonia del partito comunista e della sinistra in genere, che di fatto governavano il paese. Spiegazione che fa sorridere, se si pensa allinfluenza che la cultura americana e il Vaticano esercitavano in Italia, in una misura non comparabile con nessun altro paese europeo.
La verità è che, perché il razzismo divenisse fenomeno normale nella penisola, e se ne potesse fare aperta professione senza suscitare reazioni, erano necessari cambiamenti profondi a livello strutturale, tali da riflettersi in ambito culturale e politico. A mio parere, ciò è consistito principalmente in un rafforzamento molto rapido dei ceti medi, giunti, nel corso degli anni 80 e 90, a conquistare una consapevolezza di se stessi mai avuta prima, e a una larga autonomia rispetto a scelte e valori della grande borghesia, a cui erano stati fino a quel momento subalterni.
In Italia, nel periodo considerato, è avvenuta una sorta di rivoluzione sociale analoga a quella operata da Margaret Thatcher in Gran Bretagna. Si inizia con una rivolta dei quadri di fabbrica contro i sindacati operai; si prosegue con un sostanziale invito ad arricchirsi rivolto alla piccola e media borghesia dal leader socialista Bettino Craxi, negli anni in cui questi è Presidente del Consiglio; si completa il processo sotto i governi di centrosinistra degli anni 90, quando lesortazione ai ceti medi ad abbandonare il tradizionale risparmio in titoli di Stato per gettarsi sul mercato azionario fa sorgere dal nulla fortune ingenti. Vi è molta tolleranza, specie nel periodo Craxi, verso levasione fiscale di piccoli imprenditori e negozianti; e sono soprattutto le piccole imprese del nord a beneficiare di una protratta svalutazione della moneta, che favorisce lesportazione delle merci da loro prodotte.
Larricchimento dei ceti medio-bassi, blanditi un po da tutte le forze politiche e liberi ormai di accedere ai beni un tempo riservati alla grande borghesia, fa emergere la cultura di cui sono portatori, grazie anche al crescente controllo che ormai possono esercitare sui mezzi di comunicazione. Non è una cultura raffinata, né di radici antiche. Il suo fulcro è legoismo, rivolto sia contro legualitarismo di cui la sinistra è paladina (peraltro sempre più debolmente), sia contro ogni altra forma di solidarietà o di ingerenza dello Stato nella vita economico-sociale.
Gli intellettuali, che in Italia raramente hanno brillato per anticonformismo, si adeguano in fretta. Interi capitoli di storia vengono riscritti, da quello della resistenza al fascismo, presto criminalizzata, alla rivalutazione delle imprese coloniali. Se cè necessità di supporti ideologici più forti, li si pesca nellintegralismo cattolico più retrivo, che ormai condiziona numerosi vescovi e cardinali, oppure in frammenti di pensiero post-fascista  il tutto riverniciato e spacciato per liberalismo, il termine più abusato sia nella politica che nella cultura.
In realtà, questo cocktail di concezioni disparate non costituisce affatto unideologia. Rappresenta piuttosto la legittimazione a posteriori dellindividualismo dei ceti medi arricchiti di recente. La sua portata filosofica  si riassume in due sole frasi: chi ha forza e denaro è autorizzato a tutto; chi non ne ha, deve guardarsi dallintralciarlo o dal chiedere la sua solidarietà.

Mentre in Italia dilaga la concezione del mondo sommariamente descritta, iniziano le ondate di immigrazione in massa dai paesi più vicini, devastati da crisi economiche o da guerre: Albania, Maghreb, paesi dellAfrica centrale, paesi dellEuropa orientale. Nessuno ha più gli strumenti culturali o economici per analizzare il fenomeno, né la volontà di farlo. La reazione è invece di timore e, di conseguenza, di odio. Non esiste forse già un pensiero dominante che glorifica il potente e colpevolizza il debole? E chi è più debole di un immigrato in cerca di lavoro?
Come in altri paesi dEuropa, in Italia si addossano alla nuova immigrazione tutti i crimini commessi nel paese, sebbene la larga maggioranza dei nuovi venuti chieda solo di lavorare, e si presti ad attività che la popolazione locale rifiuta. Limmigrazione stessa, prima con i governi di centrosinistra, poi soprattutto con quello di centrodestra di Silvio Berlusconi (il cui partito è affiancato da forze post-fasciste e xenofobe), diventa un crimine, e gli stranieri in attesa di espulsione sono chiusi in veri campi di concentramento.
Ciò è comune ad altri paesi europei, dicevo. Quasi solo in Italia, però, lodio nei confronti dellimmigrato finisce per ammantarsi di unideologia capace di nobilitarlo. Ciò non ad opera di piccole formazioni di estrema destra dal peso politico scarso, bensì per mano di giornalisti e intellettuali che godono di vasta popolarità.
Poiché una larga parte degli immigrati sono di religione musulmana, lattentato alle Twin Towers ha offerto largomento che mancava. La tesi dello scontro di civiltà sostenuta dai neoconservatori statunitensi è stata involgarita, caricata di razzismo, saldata al pensiero egoistico dominante. Mentre alcuni vescovi scoraggiavano i matrimoni tra cattolici e musulmani e accusavano questi ultimi di volere imporre la loro religione (sebbene nessun italiano possa dire di essere stato accostato da un musulmano interessato a convertirlo), su molti giornali penne autorevoli amalgamavano tutto lIslam alle correnti integraliste, lo volgevano in caricatura, rievocavano episodi storici dimenticati da secoli. Finché, a coronamento di tutta la campagna, non sono intervenuti i libri di Oriana Fallaci a riassumere lignoranza sparsa a piene mani, fino a quel momento, da una piccola ma agguerrita schiera di seminatori di odio.
Cè da chiedersi quali conseguenze possa avere, nella vita sociale, un testo come &lt;i&gt;La forza della ragione&lt;/i&gt;. Non molta, direi, anche se il suo successo è di per sé inquietante. La società italiana contiene per fortuna numerosi anticorpi. Le manifestazioni contro linvasione dellIraq hanno visto sfilare milioni di giovani, più di quanto sia accaduto in ogni altro paese occidentale. La solidarietà con gli immigrati resta più alta di quanto le forze xenofobe si augurerebbero. Il livore contro i musulmani resta limitato a settori di cittadini molto circoscritti, e comunque, per quanto alimentato da operazioni di polizia spesso arbitrarie, non è avvertito come fattore di guerra di civiltà o di religioni. La stessa Fallaci è fatta oggetto di scherno, che cresce a ogni sua rara apparizione.
E però lideologia dellegoismo, ormai non più sorretta da fattori materiali, che deve essere abbandonata. Fino a quel momento, esisterà lintolleranza e brutti libri come &lt;i&gt;La forza della ragione&lt;/i&gt; troveranno lettori.

       
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<entry id='1121' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1121' author_id='1' authored_on='20041209234051' basename='il_metaverso_di_snow_crash' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041209234051' modified_on='20120622071856' ping_count='0' status='2' title='Il Metaverso di &lt;i&gt;Snow Crash&lt;/i&gt;' week_number='200450'><text>&lt;img alt=&quot;snowcrash.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/snowcrash.jpg&quot; width=&quot;95&quot; height=&quot;135&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Come segnalato da &lt;a href=&quot;http://marsilioblack.splinder.com/1102064034#3530109&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;MarsilioBlack&lt;/a&gt;, sta avendo notevole successo la versione webbizzata del &lt;a href=&quot;http://www.wired.com/news/games/0,2101,65865,00.html&quot;&gt;&lt;i&gt;Metaverso&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;. Si scarica un eseguibile, lo si affianca a una cartellina, si attende una specie di prompt al DOS, e via!, ci si può muovere in un mondo parallelo e insidioso. Il &lt;i&gt;Metaverso &lt;/i&gt;è in realtà una creazione letteraria, uno degli ambienti in cui si svolge la geniale narrazione &lt;b&gt;Snow Crash &lt;/b&gt;di Neal Stephenson (in Italia, edito per &lt;a href=&quot;http://www.shake.it/index.html&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;ShaKe&lt;/a&gt;). Nulla ha a che vedere, il &lt;i&gt;Metaverse &lt;/i&gt;stephensoniano, con questa specie di chat per blogger desiderosi di qualche colore truetype in più e tutti tesi alla scopata sperata. Il &lt;i&gt;Metaverso &lt;/i&gt;letterario è una delle più potenti allegorie di fine XX secolo, uno straordinario contenitore proiettivo che automaticamente manda a monte la proiezione del desiderio e la sua consolidata strategia del godimento. Tra l&apos;altro, è anche la torsione di genere che mise fine alla letteratura cyberpunk. Come del resto ampiamente motivava il bellissimo intervento di Francesco Scalone, pubblicato proprio su &lt;i&gt;Carmilla &lt;/i&gt;(versione 1.0), parecchio tempo fa, e che qui riproponiamo.</text><text_more>&lt;p&gt;
&lt;img alt=&quot;snoriginal.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/snoriginal.jpg&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;180&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;&lt;u&gt;&lt;b&gt;SNOW CRASH&lt;/b&gt;&lt;/u&gt;
&lt;i&gt;(Il Metaverso è un posto pericoloso. Attenzione, potreste bruciarvi il cervello!)&lt;/i&gt; 
di &lt;b&gt;Francesco Scalone&lt;/b&gt;

&lt;i&gt;REQUIEM FOR THE CYBERPUNKS
Niente paura. Si è trattato solo di un grande amore necrofilo&lt;/i&gt;

Se si è trattato di amore allora si può perdonare. Anche se c&apos;era di mezzo una sporca faccenda di necrofilia. Lo so, certo, non sta bene andare a cercarsi la ragazza proprio al cimitero. Ma se si tratta di amore, di quello vero... Può passare.
Cyberpunk è morto quasi subito. E&apos; spirato verso la metà degli anni Ottanta, forse poco dopo . Poteva crescere, diventare un bambino forte e robusto. Invece no. Dopo un paio di gemiti (di quelli tosti naturalmente, di quelli che fanno rizzare i capelli in testa all&apos;ostetrica) è stato fatto fuori. Game over, così va il mondo. L&apos;assassino? Non lo so, forse un delitto senza movente, magari un suicidio. A volte capita, sofisticate strategie di marketing culturale possono ammazzare in pochi istanti, senza che la vittima si accorga di niente. Si muore e poi si vaga zombizzati per il pianeta ripetendo le ultime frasi che si è detto negli istanti finali di vita. Intanto i libri vendono, vendono. Vendono. E così arrivano gli imitatori degli imitatori, e i capiscuola (quelli che per primi avevano visto tutto) iniziano a imitare i se stessi di qualche tempo prima. Fatto sta che è difficile dire come siano andate veramente le cose.
Scrivo questo graffito su carta a cinque anni dalla fine del terzo millennio, in un lunghissimo tramonto di fine Giugno. A Ponticella di San Lazzaro, Bologna. I fatti di cui parlo sono accaduti, invece, nella preistoria degli anni Ottanta, a migliaia di chilometri di distanza, in un altro continente. Sebbene il pianeta sia lo stesso, il mio come punto di osservazione non è certo privilegiato. Anzi. A disposizione ho soltanto qualche frammento: non è facile procurarsi riviste e testi in lingua originale. La terra, nonostante tutto, è ancora un posto molto grande, e scrutare nel buio è piuttosto difficile, anche con un bel paio di occhiali da miope come i miei.
Be&apos;, non so come siano andate a finire veramente le cose, ma da qui, dalla periferia dell&apos;impero, dopo il passaggio di un vero e proprio uragano di cazzate, ho la netta impressione che alla fine Cyberpunk se la sia cavata. E&apos; un discorso di vitalità letteraria, di biologia dell&apos;immaginario. E poi c&apos;è sempre la questione dell&apos;innamoramento necrofilo. Si può benissimo continuare a credere nelle visioni elaborate da un movimento letterario anche quando questo si è definitivamente estinto. Dalla metà degli anni Ottanta il mondo è cambiato. Il crollo del muro di Berlino e la disgregazione dei due blocchi economico-militari, e poi l&apos;accelerarsi dei fenomeni di ibridazione tecnologica, sociale e biologica, le sporche guerre dei totem e i nuovi tribalismi, gli scemi del villaggio globale alla conquista del pianeta. Miliardi di schiavi e di corpi (biomassa) pronti per essere divorati, una losca storia di cannibalismo che coinvolge l&apos;emisfero sud e nord del mondo. La mutazione irreversibile dei corpi e delle menti immerse - alla deriva - nel magma informativo incandescente. Quanto appena scritto credo abbia a che fare con i movimenti tellurici che avvengono nel Reale. Qualcosa di planetario. Eppure sono anche alcuni dei temi che hanno attraversato i testi ormai canonici dell&apos;ortodossia cyberpunk. Ma non solo. 
&lt;b&gt;Snow Crash &lt;/b&gt;tratta di tutto questo . Sono convinto che questo libro sia vivo, che abbia un cuore pulsante e perciò valga la pena parlarne. E se fosse iniziato il post-cyberpunk ? 

&lt;i&gt;BIP BIP
Niente paura. Sta per cadere una grossa incudine sulla vostra testa &lt;/i&gt;

&lt;b&gt;Neuromante &lt;/b&gt;incontra &lt;i&gt;Tom &amp; Jerry&lt;/i&gt;. &lt;b&gt;Snow Crash &lt;/b&gt;attraversa a iper-velocità l&apos;immaginario cartonistico americano: in un cartone animato straniero &quot;un lupo mostruoso, tipo Will Coyote con la rabbia, viene ripetutamente giustiziato con i metodi più violenti che neanche la Warner Bros. riuscirebbe a immaginare. E&apos; un cartone animato snuff &quot;. Ma non si tratta solo di citazioni, lo stesso &lt;i&gt;Metaverso&lt;/i&gt;, l&apos;equivalente del cyberspace gibsoniano, fonda le sue regole su una sorta di fisica cartonistica: nel Sole Nero, il locale più esclusivo della Strada, &quot;prima di gettarli fuori, si possono colpire gli indesiderati sulla testa con mazze giganti o schiacciarli sotto casseforti che cadono d&apos;alto&quot;. Gli stessi personaggi sembrano più i protagonisti di un fumetto o di un videogame: Y.T. con il suo skate hardcore; Hiro Protagonist, l&apos;hacker freelance nonché più grande guerriero di spada del mondo; Raven, il mutante supercattivo che va in moto trasportando nel sidecar una bomba atomica collegata al cervello.
Soltanto alcuni dei protagonisti di una vicenda caleidoscopica fatta di inseguimenti, scontri a fuoco, duelli di spade, e bombardamenti con armi da guerra. Elementi testuali, mutuati anche da territori extraletterari (fumetto supereroistico, cartoon, B-movies americani e asiatici, sf e spystories spazzatura, sonorità musicali hip hop e hardcore) che arrivano a definire la cartografia di un grande romanzo d&apos;azione ipertrofico. Una strategia tipica del postmoderno americano da Pynchon in poi: accanto alla costruzione dell&apos;opera scorre parallelo un tentativo di esplorazione sistematica dei territori più disparati dell&apos;immaginario. E il collante utilizzato per fondere questi elementi, in &lt;b&gt;Snow Crash&lt;/b&gt;, è rappresentato dalle armi micidiali dell&apos;ironia, del tentativo parodico e del grottesco. Una precisa scelta tattica. Il Terminator del film omonimo riprende la visione siderurgica di un cyborg dal corpo di acciaio e dotato di armi spettacolari: la sua missione è salvare il futuro dell&apos;umanità. Il Recapitator di &lt;b&gt;Snow Crash &lt;/b&gt;ha il corpo blindato in una corazza di aracnofibra e rinfor-gel che protegge come una pila di guide del telefono, usa una micidiale pistola sparafreccette, e ha un compito di vitale importanza: consegnare la pizza. La prospettiva non è comunque inedita, è sempre esistito un filone di fantascienza delirante: penso a Douglas Adams e alla sua &lt;b&gt;Guida galattica per gli autostoppisti&lt;/b&gt;. La vicenda di Y.T. che finisce &quot;al fresco&quot; mi ha ricordato il pianeta prigione descritto in &lt;b&gt;Venere sulla conchiglia &lt;/b&gt;di Kilgore Trout (pseudonimo di Farmer e non di Vonnegut) . Anche se qui la deriva dei personaggi non avviene in un tipico contesto spaziale, ma attraversa a grande velocità il paesaggio urbano di una Los Angeles del futuro (o del presente?). In certi passaggi, nel testo affiorano alcuni riferimenti letterari più o meno espliciti: &lt;b&gt;Moby Dick&lt;/b&gt;, Jack London - l&apos;Alaska e il nord, fredda frontiera senza legge - e un naufragio più vicino, per le scene esilaranti, a Tre uomini in una barca che a Robinson Crusoe. 

&lt;i&gt;L&apos;ECONOMIA POLITICA DELLO SNOW CRASH
Ancora una sporca storia di droga &lt;/i&gt;

Skate e moto dotate di ruote intelligenti con i quali surfare nei vortici del traffico e lanciarsi lungo le rampe di asfalto della città. In realtà l&apos;intento di Stephenson è quello di perlustrare il vasto paesaggio etnico-geografico di Los Angeles. Ogni gruppo etnico ha costituito i quartieri dei propri residencenclave in vere nazioni franchise: Nova Sicilia, Narcolombia, Super Hong Kong, Porte del Paradiso del Reverendo Wayne e così via. Le nazioni franchise, che godono della stessa personalità giuridica di uno Stato con una propria moneta e una propria polizia-esercito, sono la metafora di quanto accade nella città degli angeli. Commentando la crescente diversificazione polietnica di L.A., ha scritto Federico Beliz: &quot;Il terzo mondo non è più separato dal mondo superindustrializzato; i quartieri di cristallo e di aria condizionata sono gomito a gomito con i quartieri della disperazione e del crack. Ovviamente questo gomito a gomito deve essere tenuto sotto controllo da una selva sempre più fitta di poliziotti, pubblici e privati. Ogni forza sociale ha il suo esercito&quot; . E nel romanzo di Stephenson, la balcanizzazione dello spazio urbano diventa un paradigma che si proietta sul resto della società: guerre militari e finanziarie tra comunità tribali high tech sempre più agguerrite e atomizzate. In &lt;b&gt;Snow Crash &lt;/b&gt;(pag.199) Ng, l&apos;inventore dei Rattoni/cani da guardia corazzati a propulsione nucleare, spiega che la struttura sociale di qualsiasi Stato-nazione è in ultima istanza determinata dal suo sistema di sicurezza. Nella difesa di un territorio la scelta tra un cane cyborg o un esercito di vigilantes non è neutrale. E tutto questo incarna quanto Mike Davis osserva riguardo all&apos;ossessione dei sistemi di sicurezza e all&apos;architettura di controllo poliziesco dei confini sociali, una proliferazione repressiva causata in primo luogo dalla difesa delle classi più ricche, tipica dell&apos;America reaganiana, dei propri lussuosi stili di vita: &quot;L&apos;apocalisse pop hollywoodiana e la fantascienza sono state più ricettive politicamente, e più realistiche, rappresentando l&apos;indurimento programmato della superficie urbana legato alla polarizzazione sociale dell&apos;epoca di Reagan&quot; . In uno scenario simile ha fatto la sua comparsa il crack, una tra le sostanze più tossiche conosciute dalla scienza e sicuramente la più devastante di tutte le droghe, capace di ridurre in schiavitù quanti la consumano e in grado diffondersi come un contagio. Neil Stephenson ha immaginato lo &lt;i&gt;Snow Crash&lt;/i&gt;: un virus costruito per diffondersi a livello ematico, sotto forma di droga, ma anche elettronicamente attraverso il &lt;i&gt;Metaverso&lt;/i&gt;. Gli hacker sono in pericolo, perché una bipmap, simile alla nebbia di un video guasto, passando dal nervo ottico riesce a sconvolgere le strutture profonde del cervello. Milioni di uomini sono stati già infettati e ridotti in schiavitù, sono quasi tutti sul Raft, l&apos;immensa zattera fatta di navi e imbarcazioni di ogni tipo che dopo un giro del mondo ha raccolto i disperati di tutto il pianeta. Grazie allo Snow Crash, la super droga virale, sono tutti schiavi di L. Bob Rife, il miliardario monopolista padrone del parco media planetario. Presto invaderanno l&apos;America. I riferimenti alle pagine più inquietanti delle peggiori utopie negative possono sembrare di maniera. C&apos;è però un elemento di originalità che va oltre l&apos;immagine delle antenne innestate nel cervello degli schiavi telecomandati: dietro l&apos;emigrazione/invasione di cui sono protagonisti si nasconde l&apos;ennesimo dispositivo antropofago dell&apos;economia-mondo. L&apos;America aspetta i profughi del Raft a fauci aperte per divorarli. Spiega L. Bob Rife: &quot;Be&apos;, la funzione del Raft è portare nuova biomassa. Per rinnovare l&apos;America. Per la maggior parte i paesi sono statici, tutto quello che devono fare è continuare a fare bambini. Ma l&apos;America è come questa grossa e vecchia macchina sferragliante e fumogena, che procede raccogliendo e inghiottendo qualsiasi cosa penetri nel suo campo visivo. Si lascia dietro una scia di immondizia lunga un chilometro. Ha sempre bisogno di nuovo carburante&quot;. 

&lt;i&gt;CYBORG E AVATAR
Un&apos;altra vecchia storia di corpi &lt;/i&gt;

La fantascienza degli Ottanta è stata un formidabile laboratorio della visione in grado di esasperare molte idee già precedentemente elaborate. L&apos;uomo artificiale appartiene alla storia del genere, il cyberpunk ha innalzato il cyborg a paradigma di una condizione post-umana: il corpo immerso nei flussi del reticolo planetario dell&apos;informazione ha acquistato un nuovo statuto. Ma lo scenario descritto non si è fermato agli effetti delle tecnologie pervasive, guadagnando sul terreno dell&apos;immaginario consapevolezze ancora più radicali: la presenza disincarnata dell&apos;hacker nello spazio della simulazione elettronica ha rappresentato la tappa finale del processo di mutazione del corpo. L&apos;abbandono dell&apos;involucro organico e la conquista di un nuovo supporto immateriale, forse più maneggevole. Gli avatar, i corpi immateriali del Metaverso descritti da Stephenson, rispecchiano questo procedimento. Trasparenti fantasmi di byte fuori dal Sole Nero, possono essere scelti tra tanti modelli disponibili. Nell&apos;ambiente allucinatorio indotto elettronicamente nel Metaverso si può decidere di diventare un Clint o una Brenda, i cloni avatar prodotti serialmente, oppure si può rifiutare l&apos;omologazione e scegliere di diventare un grande pene parlante, di avere una supernova di luce al posto dei capelli oppure di rimanere semplicemente se stessi. </text_more></entry>
<entry id='1122' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1122' author_id='4' authored_on='20041212021405' basename='james_lee_burke_sunset_limited' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041212021405' modified_on='20041212022149' ping_count='0' status='2' title='James Lee Burke:  SUNSET LIMITED' week_number='200451'><text>di &lt;b&gt;Mauro Gervasini&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;BurkeSun.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/BurkeSun.jpg&quot; width=&quot;115&quot; height=&quot;166&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;James Lee Burke, &lt;i&gt;Sunset Limited&lt;/i&gt;, ed. Meridiano Zero, pp. 345,  15,50.

Sunset Limited. È il nome di un treno. Quello che portava dallest allovest, dalla Louisiana proletaria alla California dei sogni di gloria e di ricchezza. È anche il titolo di un libro, edito da Meridiano Zero, scritto da James Lee Burke. Il decimo dedicato a Dave Robicheaux. Un poliziotto. Non siamo di fronte al solito noir, perché dietro ai libri di Burke ci sono un universo e una mitologia. Luniverso, inteso come mondo circoscritto, microcosmo, è quello dei cajun. Che sarebbero poi gli antichi acadiens (letto allinglese suona più o meno come a-cajun) del Canada francese deportati nelle paludi della Louisiana alla fine del 700, con la malcelata speranza che in quello sputo di posto prima o poi morissero tutti. Invece, sono ancora là. Abitano nel distretto di New Iberia. Suonano lo zydeco e mangiano pesci &lt;i&gt;sac-au-lait&lt;/i&gt;. La mitologia è quella del sud. Della guerra civile. Di una vecchia aristocrazia che si ripropone in nuove forme, spesso mostruose, spesso addolcite dai modi e dal cosiddetto &lt;i&gt;southern comfort&lt;/i&gt;, che non è soltanto un bourbon ma anche un luogo comune. </text><text_more>Ma Burke è anche estetica. I suoi romanzi non sarebbero così implacabili e abbaglianti senza quelle immersioni nel paesaggio. Mai stucchevoli, mai oleografiche. Perché la natura, le albe sanguinarie sulle paludi o le notti umide e traslucide, riflettono lo spiritualismo tenebroso del quale i romanzi sono pregni. Come in Flannery OConnor. O come nei film di Terrence Malick, dove la natura assiste alla tragedia umana come un coro greco, facendosi con il proprio silenzio e la propria &lt;i&gt;indifferenza&lt;/i&gt; testimone critica del Male. Il Male per Burke non ha nulla di metafisico, in questo la radice ideologica dei suoi noir non è diversa da quella dei classici dellhard boiled (Hammett in particolare) o degli illustri contemporanei (James Ellroy e James Crumley soprattutto). È un fenomeno umano. Ha un inizio. Ed è questo inizio che ossessiona Robicheaux. 
&lt;i&gt;Sunset Limited&lt;/i&gt; può essere benissimo letto anche se non si conoscono i romanzi precedenti. Basta conoscere un paio di cose. Robicheaux è un cajun, un reduce del Vietnam, un ex poliziotto di New Orleans, un ex alcolista che ancora frequenta gli alcolisti anonimi, è un agente dello sceriffo di New Itaca, la sua prima moglie è stata assassinata tempo fa, ha adottato una bambina sudamericana, il suo migliore amico è un irlandese di un quintale che non esiterebbe a sparare a qualcuno in mezzo agli occhi, se solo pensasse che lo meriti, la sua partner una sbirra lesbica con un terribile passato di molestie sessuali. A tempo perso, Robicheaux gestisce un negozio-bar per pescatori nel bayou, insieme a un nero dalletà indefinita che si chiama Batist. In &lt;i&gt;Sunset Limited&lt;/i&gt; viene contattato dalla figlia di un uomo, un sindacalista, che lui e suo padre trovarono crocifisso molti anni prima. Lei vorrebbe proteggere un carcerato che ha cercato di fregare la mafia, quella centenaria italoamericana di New Orleans, quella che cera dietro il delitto Kennedy. Ma i tempi sono cambiati, e adesso la Louisiana è terra di conquista: Triadi, Dixie Mafia Il caos. Che diavolo centra, con la lotta di potere ai vertici criminali, latroce massacro di un sindacalista sepolto da anni? E qui sta il punto. Perché Robicheaux disseppellisce. Scava. Si ostina a voler risalire alle radici del Male. Alla strage degli scioperanti di Ludlow, Colorado, compiuta dagli sgherri di Rockefeller, al linciaggio impunito degli afroamericani da parte del Klan o di poliziotti fascisti e poi ancora più giù, fino agli eccidi della guerra civile e al genocidio degli indiani. Scava. E una volta che pare scoprire il movente della malvagità è costretto a ricominciare, ad andare ancora più a fondo, mentre tutti i suoi fantasmi gli gridano forsennati nelle orecchie. La grandezza del personaggio di Burke è che lui lindagine la fa soprattutto nella memoria. Non che non sia un uomo dazione, ma sono soprattutto i suoi amici a fare il lavoro sporco. In &lt;i&gt;Sunset Limited&lt;/i&gt;, per intenderci, perde le staffe una sola volta, quando arresta platealmente il potente di turno, e la cosa gli si ritorce subito contro. No, lui spulcia gli archivi, parla con la gente, legge i giornali, scova la verità in un dagherrotipo ingiallito e, guarda caso, sotterrato. E poi, ha una tale empatia con quella terra di bellezze e di orrori che listinto finisce per essergli più utile dellintuito. Una terra, quella delle paludi, dove anche la ciclicità del Male, il suo continuo ritornare, ha un che di fatale. Come dice quel vecchio detto cajun? Se hai cercato in tutta la palude lalligatore che si è mangiato il tuo porco e non lo hai trovato, torna da dove hai iniziato e ricomincia da capo. Devi esserci passato sopra.


</text_more></entry>
<entry id='1123' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1123' author_id='1' authored_on='20041212012018' basename='astremo_la_carne_muore' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041212012018' modified_on='20041212022102' ping_count='0' status='2' title='Astremo: &lt;i&gt;La carne muore&lt;/i&gt;' week_number='200451'><text>&lt;img alt=&quot;rossanoastremo.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/rossanoastremo.gif&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;119&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;E&apos; scaricabile dal sito &lt;a href=&quot;http://www.musicaos.it&quot;&gt;&lt;u&gt;www.musicaos.it&lt;/u&gt;&lt;/a&gt; &lt;b&gt;La carne muore&lt;/b&gt;, il primo romanzo di &lt;a href=&quot;http://vertigine.clarence.com&quot;&gt;Rossano Astremo&lt;/a&gt;.
&lt;b&gt;La carne muore &lt;/b&gt;ricostruisce la storia dello scrittore di Melpignano Edoardo Vittore, morto suicida nel 1993, prima che il piccolo paese diventasse il punto di riferimento del turismo culturale salentino. Nell&apos;estate del 2003, un giovane giornalista leccese, Leo Monsanto, redattore della rivista &lt;i&gt;La cultura del sud&lt;/i&gt;, cerca di ripercorrere gli ultimi giorni di vita dello scrittore Vittore, giungendo a degli esiti del tutto inaspettati. &lt;b&gt;La carne muore &lt;/b&gt;è un romanzo sui limiti della critica letteraria, ma anche un romanzo sul fermento culturale degli ultimi anni che ha investito il Salento, molto spesso degenerato in semplice svuotamento turistico. La scelta di pubblicarlo sulla rivista letteraria &lt;a href=&quot;http://www.musicaos.it&quot;&gt;&lt;u&gt;Musicaos&lt;/u&gt;&lt;/a&gt; , tra le più interessanti e più attive del panorama italiano, curata da Luciano Pagano e Stefano Donno, sottolinea il ruolo centrale della Rete nel rappresentare uno strumento sicuro di interscambio continuo tra autore e lettore. Chiunque fosse interessato, può inviare una recensione, una riflessione, una stroncatura del romanzo all&apos;email &lt;a href=&quot;mailto:rossanoastremo@libero.it&quot;&gt;rossanoastremo@libero.it&lt;/a&gt;, che verrà pubblicata sul blog &lt;a href=&quot;http://vertigine.clarence.com&quot;&gt;&lt;u&gt;vertigine.clarence.com&lt;/u&gt;&lt;/a&gt;.</text><text_more>&lt;b&gt;Un breve estratto del romanzo&lt;/b&gt;

&apos;La Patetica&apos;, che capolavoro! Il primo movimento, già a partire dall&apos;introduzione Adagio, è immerso in un clima di lugubre cupezza; si infervora poi fra drammatici contrasti nell&apos;Allegro ma non troppo. Di sottile, sorridente malinconia è l&apos;Allegro con grazia successivo, un elegante valzer nell&apos;insolito tempo di 5/4. Energico e movimentato, fin quasi alla frenesia, è il terzo movimento Allegro molto vivace&apos;. La &apos;Patetica&apos; si conclude imprevedibilmente con un tempo lento: il funereo Adagio lamentoso che sembra oscillare fra disperazione e calma rassegnata. Ascolto la musica che mi scivola addosso, scivola sul mio corpo unto di sudore, ché il caldo oggi ammazza, mi spacca lo stomaco e tu non sei qui e non so come continuare a vivere, tu non sei qui e non so spiegarmi il perché della tua fuga, tu non sei qui in questa sera dove Cajkovskij fa compagnia al mio corpo smembrato.


&lt;i&gt;Rossano Astremo è nato nel 1979. Cura il periodico di scrittura e critica letteraria &lt;b&gt;Vertigine &lt;/b&gt;(&lt;u&gt;&lt;a href=&quot;http://vertigine.clarence.com&quot;&gt;vertigine.clarence.com&lt;/a&gt;&lt;/u&gt;). È redattore della rivista di letteratura invisibile &quot;Tabula Rasa&quot;. Collabora con il Nuovo Quotidiano di Puglia e col settimanale d&apos;informazione Città Magazine. È stato autore e curatore di diverse operazioni editoriali autoprodotte. Suoi testi sono comparsi su numerose riviste letterarie on line e cartacee. Molti suoi scritti possono leggersi su &lt;b&gt;Poiein &lt;/b&gt;(&lt;a href=&quot;www.poiein.it&quot;&gt;www.poiein.it&lt;/a&gt;) e &lt;b&gt;Musicaos &lt;/b&gt;(&lt;a href=&quot;http://www.musicaos.it&quot;&gt;www.musicaos.it&lt;/a&gt;). Ha pubblicato &lt;b&gt;Corpo Poetico Irrisolto&lt;/b&gt;, con la Besa Editrice, ed è presente nelll&apos;antologia &lt;b&gt;Poesia del dissenso&lt;/b&gt;, edita dalla casa editrice Transference, con testi dello stesso Astremo, Fabio Ciofi, Gianmario Lucini, Erminia Passannanti. &lt;b&gt;La carne muore &lt;/b&gt;è il suo primo romanzo.&lt;/i&gt;</text_more></entry>
<entry id='1124' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1124' author_id='4' authored_on='20041214034255' basename='soul_hunter' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041214034255' modified_on='20041214034347' ping_count='2' status='2' title='SOUL HUNTER' week_number='200451'><text>di &lt;b&gt;Federica Vicino&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Pescara25-8-04 002.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Pescara25-8-04 002.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;145&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
- E cosa ci sarebbe laggiù?
- Laggiù?
- In questo ipotetico aldilà, che cosa cè.
Stavolta gli venne da ridere. &lt;i&gt;Laggiù&lt;/i&gt;
Si scostò, per quel poco che gli era possibile, dal microfono. Il telelaser gli si piantò di nuovo al centro della pupilla. Una lama sottilissima, colorata e caldissima infilata nellocchio. Non doveva essere piacevole come sensazione.
- Non dovrebbe muoversi.
- Sì, ho capito.
Il telelaser oscillò appena. Luomo cominciava a dar segni di impazienza.
- Non abbiamo altri mezzi, mi spiace.
- Sì, sì, va bene.
Stavano perdendo il filo del discorso. E Ratko non amava la conversazione. Meno che mai, quella.
 </text><text_more>La camera di analisi non era che uno stanzino: attrezzatura robotizzata, nessun contatto medico-paziente; si comunica con linterfono; lanalista se ne sta al di là del vetro; osserva le reazioni leggendo dati dal monitor del computer. Questo a patto che il paziente collabori.
Ratko non sembrava collaborativo. Ma, soprattutto, non sembrava pazzo. Di questo, il dottor Mahueller era sinceramente sorpreso. 
Aveva ascoltato la sua deposizione-fiume  a bocca aperta; domandandosi  come potesse una mente umana disporre di una tale fantasia. Un interrogatorio delirante, nel quale non cera stata traccia di delirio. Piuttosto,  quale razionalità nellenunciazione dei fatti! Quale indicibile coerenza! Quale perizia nella citazione di accadimenti storici precisi: nomi, date, personaggi nulla era risultato frutto della pura invenzione. No, decisamente ciascuno degli eventi storici che quel singolare personaggio  aveva indicato nel suo racconto era effettivamente accaduto. 
La logica aveva imposto unanalisi scientifica più accurata. Ratko era un essere vivente che prescindeva i più elementari principi della logica: ammalato di una non-malattia, oppure sano di una salute ammalata. Ma in ogni caso, fenomeno scientificamente inspiegabile. Questo aveva colpito il dottor Mahueller; questo lo aveva spinto ad indagare ancora sul caso-chiuso Ratko Dirkler.
Chiuso, sì. Perché la sentenza era stata pronunciata e Ratko Dirkler era stato giudicato colpevole e condannato alla pena capitale. E, data lefferatezza dei delitti, sarebbe stato difficile immaginare un differente esito per quel processo.
- Lei poco fa sorrideva delle mie domande.
- Chiedo scusa.
Inoltre, a dispetto dellatteggiamento  sprezzante dimostrato con gli agenti del Servizio di Vigilanza Speciale della Polizia, luomo si mostrava singolarmente affabile nei confronti di Mahueller, quasi fosse ben disposto verso di lui.
- No, non si scusi, signor Dirkler. Mi dica, piuttosto, cosa cera in quei quesiti che la induceva a sorridere.
Ratko fece un lungo sospiro. Telelaser a parte, stavolta doveva riuscire a guardare il medico dritto negli occhi. Non era facile, attraverso il vetro.
- Erano quesiti errati, e lei lo sa, dottore.  borbottò, dopo unocchiata fulminea.
Una voce stanca rimbombava ormai nel microfono.
Mahueller spense linterfono. Si rivolse allassistente  sanitario.
- Il paziente vuole parlare direttamente con me. Senza macchine. Io e lui, faccia a faccia.
- Non credo sia possibile, dottore. gli rispose laltro in tono asettico  Il prigioniero è sottoposto  ad un regime di vigilanza speciale. E poi è estremamente pericoloso.
- Questo sì - blaterò ancora Mahueller, ma era evidente che parlava ormai fra sé  Pericoloso sì, pazzo no.

Trascorse le successive 48 ore a rielaborare dati. Ascoltò e riascoltò. La voce di Ratko fluiva morbida dalla radiotrasmissione al sistema di elaborazione fono-dati del computer. Un flusso continuo.
Mahueller divorava cioccolata e spicchi darancia: mai come allora la sua dipendenza dal cacao laveva reso schiavo. Tavolette all80%. Nerissime, e ancora più amare.
Lesame del computer non dava esito. Deduzione: non patologia psicanalitica in atto. Meno che mai neuropsichiatrica: per diradare ogni dubbio, il dottor Mahueller aveva richiesto un esame endoscopico dei tessuti molli. Risonanza magnetica con contrasto. Tutto negativo. Deduzione: non lesioni cerebrali tali da generare alterazioni del comportamento.
Il computer rielaborava in quel momento un passaggio curioso della seduta in camera di analisi, nel quale Ratko aveva detto:
- Lei, dottore, è dotato di un intuito particolare.
- Davvero?  aveva ironizzato Mahueller, naturalmente per dissimulare limbarazzo  E da cosa lo deduce, signor Dirkler?
- Dallo stanzino blindato nel quale mi ha cacciato per esaminarmi.  era stata la risposta.
Era seguito un silenzio. Poi Ratko aveva aggiunto:
- Lei, dottore, aveva intuito la pericolosità di un incontro &lt;i&gt;tete a tete&lt;/i&gt; fra noi. Lei sa chi sono, o meglio che cosa sono, e cosa sono venuto a fare qui.
Già. Mahueller interruppe la registrazione. Non voleva sentirglielo dire ancora una volta. Trangugiò altra cioccolata. Durante linterrogatorio, Ratko Dirkler aveva continuato a fissarlo con uninsistenza persino indiscreta. Aveva dichiarato che avrebbe parlato solo con lui e solo in sua presenza. E così era stato. Lavevano preso in parola. Un delinquente che cava gli occhi alle sue vittime prima di ammazzarle, daltronde, ha più bisogno duno strizzacervelli che di un magistrato.
- Perché è lì che sta lanima: negli occhi.  aveva dichiarato, rispondendo a domanda precisa.
Ed era quella, lanima, che  a suo dire  gli stava a cuore. Catturare anime era la sua missione. Tradotto in termini pratici, era significato omicidi in serie: sei, per la precisione. Vittime apparentemente scelte a caso; dinamica analoga e agghiacciante: tutte si erano praticamente lasciate cavare gli occhi senza opporre la minima resistenza.
Mahueller supponeva, a tal proposito, che Ratko praticasse lipnosi. E persino con una certa perizia.
Il bello era venuto dopo, quando luomo aveva iniziato a parlare di un non meglio identificato aldilà, della non-materia e delle cellule aggregate per il nucleo. Di non-tempo e di non-luogo. In quel modo Ratko sera tirato dietro qualche risata grassa di qualcuno degli agenti di vigilanza speciale, ma nulla di più. Aveva parlato di sé come di un&lt;i&gt;entità dissimile&lt;/i&gt;.
Entità dissimile.
Con una missione da compiere.
Catturare anime.
Portarle con sé nel non-luogo.

Mahueller si scosse.
E comunque non si trattava di un pazzo.

Il professor Costantino Adantimi viveva con la sua anziana madre e due gatti in una palazzina degli anni del post-colonialismo globale. Ora in decadenza. Viveva del suo stipendio di docente universitario. In perfetta solitudine. E carico di superflua ricchezza. Anchessa in decadenza. Lui, e quelli come lui, avrebbero finito, di lì a poco, col diventare un nuovo ceto sociale. Ingombrante e velleitario, sebbene economicamente autosufficiente. 
Questidea fu rafforzata dallaspetto dimesso che il professore mostrava di sé e delle sue cose: vestito di cenci vecchi, rincagnato, incartapecorito e ingiallito fra le pile inenarrabili dei suoi preziosissimi  e polverosissimi  libri e gli schermi flashanti dei suoi computer. Mahueller ebbe una specie di brivido nello stringergli la mano. Esangue e sudaticcia, con unghie lunghe e annerite.
Cercò di non guardarsi troppo attorno, in quella casa piena di pezzi dantiquariato  e oggetti darte, lussureggiante  e pacchiana come una reggia ottocentesca.  Cercò di non far caso a nulla di quellassurdo  contesto. Cercò di andare subito al dunque.
- Quei suoi studi sui buchi neri, professore - mormorò con cautela.
Ora, a dispetto del suo aspetto fisico e della sua età, Costantino Adantimi aveva una mente eccezionalmente  lucida.
- I calcoli  disse  sono tutti esatti. Confermano linversione dellenergia, se è questo che le interessa sapere, dottore. Ma i calcoli sono calcoli. Altro è dimostrare la non materia con un grafico, altro è toccarla con mano.
Come dargli torto?
Mahueller volle vedere i calcoli; volle farseli spiegare e il professore glieli spiegò con un entusiasmo  e un trasporto quasi giovanili. Ma si interruppe di colpo dinnanzi alla domanda:
- Lei crede che nella non-materia possa esserci vita, professore?
Dopo una breve riflessione, Costantino Adantimi elaborò un sillogismo: se nella materia cè vita, nella non-materia deve necessariamente  esserci la non-vita. Ma, aveva aggiunto poi, attenzione: noi intendiamo per vita un aggregato di energia, non tenendo conto del fatto che anche la disaggregazione  nota sotto la mitica denominazione  di caos- è in realtà una forma di energia. In questo caso lequazione materia-vita non ridà.
Non faceva una grinza.
- Purtroppo siamo fuori del mio campo.  aveva concluso Adantimi  Questa è filosofia.

Eppure liniziale confusione sera diradata in fretta. La visita al professor Adantimi non era stata del tutto infruttuosa. Per rifletterci meglio su, Mahueller si rinchiuse in un baretto di periferia saturo di fumo e di esalazioni alcoliche. Se ne stette addossato alla vetrina, guardando fisso fuori e sorseggiando acquavite aromatizzata alla cannella.
Caos ripassava a mente.
Materia e non materia. Luogo e non-luogo.
Osservando lalone di condensa rotondo che si disegnava sul vetro davanti alla sua bocca, il dottore intuì lerrore. Osservava la non-materia materializzarsi sul vetro: respiro e condensa. O meglio: respiro da un lato, condensa dallaltro. Due concetti a sé: distinti e distanziati tanto nella realtà quanto nella sua mente. Due idee diverse, due principi diversi. Eppure, sempre respiro.
- Era questo lerrore?
Ratko Dirkler sorrise appena. Il mantello nero gli scendeva giù fino agli occhi; lo sguardo perduto nelle pieghe della lana, le labbra appena intuibili nella penombra. Con quel travestimento, con un tesserino di riconoscimento rubato e con la complicità di Mahueller, era evaso dal Carcere Federale di Massima Sicurezza.
- Sorprendente intuito, il suo, dottore.  sussurrò.  Lerrore era quello. Non si può collocare la non materia in un luogo; e non si può collocare il non luogo in una dimensione materiale.
Mahueller ebbe un fremito. Bevve lultimo lunghissimo sorso di acquavite alla cannella e, con un gesto, invitò Ratko Dirkler a fare lo stesso.
- Meglio levarci di torno.  farfugliò.
Spiò di fuori: in strada laria era densa di umidità. Rare sagome umane comparivano e scomparivano nella nebbia, avvolte dal buio. Era il momento ideale per dileguarsi.

Il dottor Mahueller tirò un lungo respiro. Tentava di dominare così non la paura, ma lemozione.
Aveva la gola secca, ma provò ugualmente a parlare.
- Sei sicuro di voler &lt;i&gt;fare tutto&lt;/i&gt; proprio qui?  domandò.
Ratko appariva singolarmente disteso. Maneggiava strani arnesi, con estrema calma; si ravviava i capelli; con uno sguardo quasi innocente continuava a osservare il dottore.
- Qui o altrove che importanza ha?  rispose.
- Qui potrebbero venirti a cercare.
- Mi lascerò trovare.
Adesso si scambiavano occhiate reciproche.
- Non ho paura.  soggiunse Ratko, con un sorriso.  E lei?
- No, neanchio.  ribattè Mahueller.
E diceva sul serio. Chiuse gli occhi e provò a rilassarsi.
- Toglimi una curiosità.  disse, mentre ascoltava distrattamente il remoto lavorio di Ratko attorno al suo corpo  Tutto questo ha qualcosa a che fare con i buchi neri?
- Perché chiede questo, dottore?
- Non riesco a farmi unidea della non materia. Calcoli matematici di eminenti studiosi portano alla conclusione  secondo cui il punto di origine di un buco nero sia un anti-aggragato  di anti-materia. 
- Errore, dottore.
Mahueller schiuse di colpo gli occhi. Si ritrovò già immobilizzato nelle gambe. E si ritrovò aggrappato con tutte le sue forze alla sedia su cui sedeva. La notte riempiva la depandance  della villa di strane ombre e lontanissime  eco. Ratko aveva voluto far ritorno in quella che era stata la sua casa. Quella che il tam-tam mediatico sul &lt;i&gt;mostro cavaocchi &lt;/i&gt; aveva chiamato la villa degli orrori. Il teatro di tutti gli orrendi delitti che lo avevano portato a un passo dal patibolo. Da un cassetto estrasse un contenitore sigillato; ne scollò il coperchio; preparò un piccolo attrezzo, che aveva tutta laria di un lanciafiamme in miniatura; introdusse la spina nella presa e lo adagiò con cura su di un fianco. Intanto spiegò:
- La sua mente, dottore, pensa per schemi. E non potrebbe essere differentemente, ma se ha potuto intuire lessenza  della non materia, non pensi ora di comprenderla attraverso i suoi procedimenti cognitivi usuali. La logica non la porterebbe lontano. Daltronde, se davvero ha compreso che cosè la non materia, non può pretendere di collocarla in uno spazio, quale che sia.
- E dunque?  Mahueller sollecitava una risposta in modo quasi febbrile.
- I buchi neri sono un fenomeno proprio del suo cosmo, e quindi proprio della sua dimensione, che è una dimensione finita, dottore. Lei comprende solo quei fenomeni che si collocano allinterno di determinati confini, che per quanto smisurati possano essere, rimangono sempre e comunque dei confini.
- Stai forse dicendo che non posso comprendere?
- Sto dicendo che io non sono parte dei buchi neri, né derivo da essi.
- Non è una risposta, Ratko.
- E unindicazione.
- Allora dimmi questo: potrò mai diventare unentità dissimile, io?
Ratko sorrise ancora.
- Lei lo è già stato, dottore.  si limitò a rispondere. E riprese ad armeggiare. Adesso sui polsi di Mahueller.
- Quando?
- Cè unera ancestrale dentro ognuno di noi, un non-tempo antecedente  al tempo, o, se preferisce, un prima.
- Una vita prima della vita?  si illuminò Mahueller.
- Non ho parlato di vita, dottore, ma di tempo. Deve convincersi dellinesattezza delle sue più elementari convinzioni. Solo in questo modo potrà avvicinarsi alla verità. Il tempo, ad esempio, non è che unillusione: è una dimensione in realtà inesistente, costruita &lt;i&gt;ad hoc&lt;/i&gt; dallessere umano per comprendere i confini del vivere. Una mera astrazione.
- Nientaffatto.  protestò il dottore  Il tempo è un fenomeno riscontrabile nella realtà quotidiana, nella materialità dellesistenza.
- Me lo dimostri.
- Il giorno e la notte! Il giorno e la notte sono segni tangibili del trascorrere del tempo.
- Il giorno e la notte sono concetti contingenti antitetici, propri della dimensione delle entità simili, o compatibili, e cioè di voi umani. Sono uno il contrario dellaltra, due estremi, la cui percezione deve essere necessariamente  disgiunta per voi, altrimenti non riuscireste a spiegarvela. Unentità dissimile, invece, in questo caso non percepisce la scissione. Due concetti opposti non possono che essere lo stesso concetto.
- Due concetti opposti saranno aspetti diversi dello stesso concetto.  provò a esemplificare il dottore.
- No, sono lo stesso concetto, non due aspetti di esso. Provi a seguirmi in questo ragionamento: se prendiamo come principio fondante del nostro pensiero la dissimiglianza, è chiaro che allinterno di essa non potrà più esserci scissione  fra elementi di aspetto o di natura differente. Mi comprende?
Dinnanzi allo smarrimento di Mahueller, Ratko si sentì in dovere di spiegare ancora.
- Cè un proverbio, che ho sentito ripetere varie volte dagli esseri umani: &lt;i&gt;gli estremi coincidono&lt;/i&gt;. Ebbene, questa potrebbe essere una chiave di lettura del pensiero dissimile. Quando ero nella camera di analisi, lei mi ha fatto una domanda precisa, dottore: mi ha chiesto cosa cè laggiù,  alludendo all ipotetico mondo ultraterreno dal quale lei immagina che io provenga. Allora io le ho sorriso, ma adesso potrei risponderle semplicemente che laggiù non cè niente, e non cè niente perché cè tutto. Mi comprende?
- La dissimiglianza presuppone la non-scissione  fra concetti fra di loro opposti, è questo che stai asserendo Ratko?
Luomo annuì. Si scostò un poco dal tavolo sul quale aveva disposto il suo strano armamentario: allora, in un fulmineo riflesso di candela, apparve il contenitore isolante col coperchio scollato. In trasparenza se ne intuiva il contenuto: piccole sfere gelatinose di colore bianco, immerse in una soluzione dallodore pungente. Distrattamente, Mahueller ne contò 12. Non ebbe il tempo per razionalizzare: il concetto di coincidenza degli estremi continuava a solleticargli le meningi. Anzi, a dirla tutta, adesso era lui a ridacchiare.
- Non avrai seguito londa dellideologia rock-satanista,  Ratko?  provò a dire.
- Il male estremo e il bene estremo che coincidono.  ribattè prontamente laltro  Sì, lho sentito dire. Ma in questo non cè niente di satanico. Satana è una proiezione del pensiero umano, che, come ho già detto,  è simile, o compatibile. Se cè il bene, deve necessariamente  esserci  anche il male. O viceversa. In realtà di tratta di spinte uguali e contrarie che compensano una necessità, piuttosto banale, della vostra mente umana. E questo lei lo sa bene, dottore.
Mahueller continuava a sorridere, adesso sinceramente  compiaciuto dellarguzia che il mostro cavaocchi sapeva dimostrare.
- E con queste argomentazioni che hai convinto gli altri sei?
Domanda secca. Ratko si interruppe. Rimase per alcuni lunghissimi istanti come sospeso a mezzaria. Si abbandonò ad una lunga riflessione. Si avvicinò ai vetri della veranda, che vibravano sotto una leggera brezza; guardò di fuori, nel giardino denso di ombre. Appariva malinconico, e bello, di una bellezza asettica da cherubino.
- Non riesce a pensare a me, se non come a un demonio, non è vero?  chiese, senza aspettarsi una risposta.  In realtà, la mia natura  interiore mi rende simile più a un essere umano che a un essere soprannaturale.  E buffo, sa? Nel Medioevo un monaco ebbe la stessa sua sensazione, di fronte a me, e pronunciò le sue stesse parole. Ero incarnato in  una donna, allora: una cortigiana. Catturai lanima al figlio cadetto di un feudatario francese, senza nemmeno sfiorarlo. Il frate domenicano che mi giudicò mi chiamò demonio tentatore e mi condannò al rogo.
- E tu
- Oh, no. Quella volta mi salvai. Avevo amicizie potenti, a quel tempo.
Ridacchiarono  assieme.
Un silenzio riportò Ratko alle sue urgenze, alla sua missione. Il dottor Mahueller si lasciò docilmente stringere attorno al polso destro una corda. Lennesima.
- Durante linterrogatorio dicesti: sette volte sette.
- Confermo e ribadisco. Sette.
- Cosa intendevi?
- Sette vite per attraversare il tempo, sette anime per tornare nel regno dissimile, sette morti per pareggiare i conti.
- E un indovinello?
- E la mia missione: ho sette vite a disposizione;  al termine di ciascuna di esse posso transitare fra la dimensione umana e quella dei dissimili, ma a patto che porti con me sette anime.
- E le sette morti?
- Sono le mie. Per far sì che le sette anime che ho catturato trapassino, devo morire anchio con loro.
Il dottor Mahueller fu attraversato da un brivido. Ingoiò saliva, terrore ed eccitazione. Avrebbe voluto tempestare Ratko di altre mille domande, e chiedergli se davvero temeva così poco la morte, e quante volte era trapassato, e se e quanto ogni volta aveva sofferto, e da dove prendesse la forza e il coraggio che mostrava, o se mai gli fosse balenata lidea di rinunciare alla missione e completare ununica vita in ununica epoca della storia. Se mai avesse incontrato, sul suo cammino, lamore; e se morire per amore fosse stato più bello che morire per altro.
Domandò soltanto:
- Perché sette?
- E un numero magico. E il numero delle fiabe e dei peccati, dei piaceri e dei miti.
- E tu prima di essere unentità dissimile che coseri?
- Lei, dottore, prima di essere un uomo che cosera?
Tacquero.
Un ultimo quesito tormentava lanimo del dottore. Ratko sembrò leggergli il pensiero.
- Le darò altre risposte, se crede.  mormorò.
- Una. Una sola.
- Mi dica pure.
- Come scegli le anime da portare via con te?
Dal camino si levarono sottili fiammelle danzanti; e lapice del lanciafiamme in miniatura appariva ora arroventato. Ratko Dirkler ruppe ogni indugio.
- Curiosità.  disse  Ed intelligenza fuori dal comune. Sono le caratteristiche delle anime di cui vado a caccia. La forza della mente è essenziale. In fondo, io, ho bisogno di energia. Proprio come lei, dottore, e come tutti gli appartenenti alla sua misera stirpe. Se voi umani sapeste quale e quanta energia è racchiusa nella vostra mente!
- E la curiosità a cosa ti serve?
- La curiosità è la trappola di cui mi servo. Una volta svelato chi sono, ho bisogno di confrontarmi con esseri che non si accontentino di conoscere il primo strato della verità. La mia esistenza è un paradosso; così paradossale, da non poter essere confutato con la logica. Io devo confrontarmi con esseri che arrivino a domandarsi perché esisto.  Altre domande?
- No, ti chiedo piuttosto di farmi una promessa.
- Quale?
- Dovunque mi porterai, promettimi che farai in modo di rendermi cosciente di quello che mi accade: voglio vedere, voglio capire, voglio conoscere.
- I sensi e la ragione non conoscono  allo stesso modo, dottore. Se lei vedrà non capirà, e se capirà non vedrà. Dunque, non posso farle promesse. Ma, se vuole, posso liberarla e lasciarla andare.
- Questo mai.

Lultima cosa che il dottor Mahueller vide fu un uncino da macellaio. Arroventato. Ratko lo brandiva in una mano, mentre con laltra gli reggeva saldamente il mento. Lultima cosa che pensò fu che lipnosi non centrava niente.
Lultima che sentì fu lo stridore delle carni, fra le palpebre serrate distinto dal terrore. Lultima che udì fu un urlo che squarciava la notte. Il suo. Lultima che avvertì fu anche la prima.
Soul hunter.


</text_more></entry>
<entry id='1125' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1125' author_id='12' authored_on='20041214153026' basename='a_cena_con_serge_quadruppani' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041214153026' modified_on='20041214154216' ping_count='1' status='2' title='A cena con Serge Quadruppani' week_number='200451'><text>di &lt;b&gt;Tommaso De Lorenzis&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;bourgeoisie.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/bourgeoisie.jpg&quot; width=&quot;231&quot; height=&quot;166&quot; border=&quot;1&quot; align=&quot;right&quot;&gt;&lt;i&gt;Serge Quadruppani - &quot;La notte di Babbo Natale&quot; - Il Giallo Mondadori n.2863, 2/12/2004&lt;/i&gt;&lt;br&gt;«&quot;Dunand tossisce, inghiotte, tossisce, sputa, ansima, singhiozza, il busto rovesciato sulla tavola, acqua e poi bile gli colano dalla bocca, mescolati a sangue e a crema pasticcera&quot;. Ecco cosa vuol dire - alla lettera - che il noir è un torcibudella. 
...il nuovo romanzo poliziesco è bulimico. Lì la cucina diventa strumento comunicativo che avvicina gli esseri umani tra loro e gli uomini all&apos;esistenza.  
L&apos;hard-boiled convertì il cibo in liquido. Basti pensare all&apos;ufficio californiano degli alcolisti anonimi conosciuto come &lt;i&gt;The long goodbye&lt;/i&gt;.  
E il noir celebra l&apos;anoressia nella forma dell&apos;intolleranza, del conato, della nausea, della contrazione intestinale e del vomito. Sempre con sottigliezza e senza cedere alle comodità dello splatter. Qui stiamo parlando di contrazioni nervose che sembrano scosse di terremoto.»</text><text_more>Un&apos;urbana creanza, in voga nelle ambientazioni letterarie, ha consegnato gli eroi dei romanzi gialli alla buona cucina. Le sezioni catalane, provenzali e siciliane compongono la corrente maggioritaria dell&apos;Internazionale della gastronomia sbirresca. 
Camilleri vizia il palato di Montalbano con sapori squisiti. Vázquez Montalbán compose un ricettario dei piatti prediletti da Pepe Carvalho e Jean-Claude Izzo attribuì al malinconico Montale l&apos;usanza di riconciliarsi con una vita schifosa a colpi di Lagavulin alternato a generose porzioni di &lt;i&gt;bouillabaisse&lt;/i&gt;, la zuppa di mare alla marsigliese. Infilando il naso tra le pagine di certi volumi, l&apos;odore della carta stampata è presto sommerso dai profumi delle spezie. 
Chi attribuisce la bulimia della narrativa criminale al flusso migratorio che ha portato il genere dagli argini della Senna sulle coste di &lt;i&gt;mare nostrum&lt;/i&gt; (nelle fogge ormai convenzionali del cosiddetto «noir mediterraneo») commette un errore.
Un celebre poliziotto del &lt;i&gt;Quai des Orfèvres&lt;/i&gt;, della cui veracità parigina - a dispetto di origini provinciali - non è consentito dubitare, era assiduo frequentatore di pranzi luculliani. E Georges Simenon, che di quel poliziotto era l&apos;inventore, definiva la propria produzione seriale &lt;i&gt;littérature alimentaire&lt;/i&gt;, alludendo probabilmente sia alla maniera artigianale, casalinga, che regolava la composizione delle storie di Maigret, sia al modo con cui il pubblico si lanciava all&apos;assalto delle storie in questione. Di consumo vorace si trattava. Alimentare, per l&apos;appunto.
Un&apos;altra creanza, molto meno urbana e appetitosa della prima, in voga negli ambienti del marketing editoriale, ha consegnato la definizione di noir a un&apos;incertezza appena contenuta da una lampante evidenza, e cioè che i libri &lt;i&gt;neri&lt;/i&gt; vendono e vendono bene, con buona pace di quanti si ostinano a ragionare sulle caratteristiche operative e tecniche della letteratura di genere. 
Per saperne di più circa un appropriato uso della tassonomia letteraria, basta accomodarsi alla mensa imbandita da Serge Quadruppani per i tipi delle Édition Métailié di Parigi. Il menu ideato dallo scrittore francese è arrivato da pochi giorni in Italia con un titolo che è tutto un programma: &lt;b&gt;La notte di Babbo Natale&lt;/b&gt;. In realtà, nonostante la brillante traduzione, continua a suonare meglio nell&apos;originale. &lt;i&gt;La Nuit de la dinde&lt;/i&gt;, recita il titolo transalpino. 
Indipendentemente da possibili usi idiomatici, la parola &lt;i&gt;dinde&lt;/i&gt; ha due significati. Il primo è strettamente godereccio, essendo la &lt;i&gt;dinde&lt;/i&gt; la tacchina. Ma, in senso figurato, il termine è impiegato per designare la donna stupida: la classica, proverbiale e indisponente, oca giuliva. 
Alzi una mano chi, almeno una volta nella vita, non si è trovato a considerare quanta somiglianza ci fosse tra la tipa seduta dall&apos;altro lato della tavola e la bella papera in salsa all&apos;arancia adagiata sul vassoio. La consonanza tra animali e uomini è un tema antico e poco importa che i primi siano vivi e in allegorica trasformazione, come i maiali di Orwell, o cotti a puntino, come in questo romanzo breve. Poco importa perché gli esseri umani troppo spesso bestie sono e in taluni convivii accade che le portate possano prestarsi a maliziosi doppi sensi. Inevitabile. I contesti che trasudano moralismo producono doppiezza, falsità, bugie e allusioni.
Quadruppani non esita a portare tutto questo al banchetto natalizio. Schiuso il vaso di Pandora della riservatezza, il corredo integrale di malignità e maldicenze domina incontrastato. 
In principio c&apos;è Buñuel. Chi scrive, più che a &lt;i&gt;Il fantasma della libertà&lt;/i&gt; - il cui influsso è comunque percepibile -, ha pensato a &lt;i&gt;Le Charme discret de la bourgeoisie&lt;/i&gt; e alla bizzarra impossibilità in virtù della quale i signori Thévenot e Sénéchal, &lt;i&gt;rispettabili&lt;/i&gt; delinquenti del ceto medio dediti al traffico di stupefacenti, non riescono a concludere i pranzi che organizzano. Gli impedimenti si fanno sempre più paradossali al punto che l&apos;interdizione alimentare scivola dalla realtà alle ossessioni oniriche dei personaggi. 
Se Buñuel comincia, Quadruppani prosegue. E prosegue alla grande. Da scrittore noir, ovvero rielaborando nella secchezza del realismo i contenuti della sensibilità surrealista.
Il pomeriggio del 24 dicembre, a casa della stimata famiglia Boutonnier si presenta un uomo travestito da Babbo Natale. È accolto dalla sbalordita felicità dei gemelli Boutonnier, i piccoli Julien e Zoe, dalla perplessa contrarietà della sorella maggiore, l&apos;undicenne Jeanne, e dal terrorizzato disappunto di genitori e convitati. Infatti, Gérard Soulier, il misterioso Babbo Natale, è un rapinatore che conta di sequestrare Pierre, il capofamiglia nonché direttore di banca, per farsi aprire, l&apos;indomani, la cassaforte dell&apos;istituto di credito. 
Fino a qui tutto bene. Quadruppani gioca con la tradizione del &lt;i&gt;bad Christmas&lt;/i&gt;, filone trasversale ai generi i cui albori sono rintracciabili nei fantasmi che popolano i sogni dell&apos;avaro Ebenezer Scrooge. Per sorvolare su quei simpaticissimi animaletti che passano sotto il nome di &lt;i&gt;gremlins&lt;/i&gt; e si divertono da matti a movimentare il Natale. E noi non abbiamo paura a ricordare i tempi in cui, in Italia, si organizzavano grotteschi capodanni pulp in una scimmiottatura trash della cultura pop. 
Ma la nottata è lunga e, al posto della consueta tombola, l&apos;intrattenimento offerto dal bandito ha dell&apos;agghiacciante. Il maligno Babbo Natale costringe gli invitati a un crudele gioco della verità. Di ciò che viene fuori non è lecito dire per non guastare il piacere della lettura. È certo, però, che la rappresentazione della provincia francese, già collaudata da Simenon con le trasferte di Maigret, si arricchisce di un&apos;ulteriore dose di orrore, a dimostrazione che il noir, malgrado i natali metropolitani, quando mette piede nel borgo si incattivisce. E a questo punto dire dov&apos;è il bene e dove il male diventa impresa ardua.
Ricapitolando. Alla cena dei Boutonnier, la &lt;i&gt;borghesia&lt;/i&gt; è presente al completo. Da destra a sinistra, ecco il &lt;i&gt;poujadismo&lt;/i&gt; crepuscolare dei Violet, le pose intellettuali e liberal dello psichiatra infantile, il Dottor Boussarin, gli atteggiamenti &lt;i&gt;engagés&lt;/i&gt; dei Dunand e il sordo livore, fuso a eccessi studenteschi, di Amélie. Al di là delle sfumature, i differenti atteggiamenti nascondono il medesimo schifo. 
La discrezione, parolina magica che suona come ipocrisia in giacca e cravatta, va a farsi benedire. Davanti a una pistola e con una bomba sulle chiappe occorre rinunciare alle rassicuranti mediazioni sociali. E il fascino della classe, nell&apos;interezza delle fogge, suona come sinonimo di volgarità. 
Dopo Buñuel troviamo Malet. Leggendo del flusso di coscienza del Dottor Boussarin, della silente interpretazione psicoanalitica esercitata sulle azioni contorte del Babbo Natale, è impossibile non pensare all&apos;esimio Dottor Clapas de &lt;i&gt;La vita è uno schifo&lt;/i&gt;. Ma se Malet attribuiva alle tecniche dell&apos;analisi lo stesso valore risolutivo, nell&apos;economia del plot, che Poe e Doyle assegnavano alle capacità deduttive di Dupin e Holmes, Quadruppani nega al suo psichiatra il diritto di parola. Frantumando il diaframma del linguaggio, il freudismo si eclissa nella corruzione morale. Bruciata la consapevolezza, si scopre che l&apos;inconscio è altrettanto putrefatto. 
Ora, diventa inevitabile guardarsi attorno e chiedersi con apprensione da quale parte si trovi la via d&#8217;uscita. Ammesso che una via d&apos;uscita ci sia. Neppure questo possiamo dire, ma raccomandiamo attenzione nel considerare il monologo interiore di Jeanne. Forse, un resto d&apos;innocenza alberga ancora nella fanciullezza. Patetico? Niente affatto. Di una ragionevolezza tremenda. La corruzione è inevitabile e quindi occorre &lt;i&gt;lavorare&lt;/i&gt; in anticipo...
Per concludere: i nostri invitati, nel pieno della bagarre, riescono pure a mangiare qualcosa, piluccando il «coniglio alle erbe e alla mirabella», il «tortino di pollo alla scorzonera», l&apos;«insaccato di piedini di maiale», il «gâteau di animelle alle spugnole», il &lt;i&gt;foie gras&lt;/i&gt; del salumiere Violet e altro ancora. Avrebbero fatto meglio a non toccare niente, considerando la dichiarazione di poetica circa l&apos;intero genere Nero che si trova a pagina 144: «Dunand tossisce, inghiotte, tossisce, sputa, ansima, singhiozza, il busto rovesciato sulla tavola, acqua e poi bile gli colano dalla bocca, mescolati a sangue e a crema pasticcera». Ecco cosa vuol dire - alla lettera - che il noir è un torcibudella. 
Dunque, il nuovo romanzo poliziesco è bulimico. Lì la cucina diventa strumento comunicativo che avvicina gli esseri umani tra loro e gli uomini all&apos;esistenza.  
L&apos;hard-boiled convertì il cibo in liquido. Basti pensare all&apos;ufficio californiano degli alcolisti anonimi conosciuto come &lt;i&gt;The long goodbye&lt;/i&gt;.  
E il noir celebra l&apos;anoressia nella forma dell&apos;intolleranza, del conato, della nausea, della contrazione intestinale e del vomito. Sempre con sottigliezza e senza cedere alle comodità dello splatter. Qui stiamo parlando di contrazioni nervose che sembrano scosse di terremoto.
A questa classificazione alimentare, Quadruppani ha aggiunto un tassello importante. Ci chiediamo come mai i suoi libri compaiano sempre in una collana periodica e non riescano a trovare un approdo saldo in quel «mare dell&#8217;incuria, che dalle nostre parti vien chiamata industria culturale» come scriveva Oreste del Buono.
Un consiglio: il 24 dicembre, trovate tre ore libere, non aprite per nessuna ragione la porta di casa e leggetevi &lt;i&gt;La Nuit de la dinde&lt;/i&gt;. 
Buon Natale.  
</text_more></entry>
<entry id='1126' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1126' author_id='4' authored_on='20041215035909' basename='libri_e_librerie' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041215035909' modified_on='20041215035934' ping_count='1' status='2' title='Libri e librerie' week_number='200451'><text>di &lt;b&gt;Beppe Sebaste&lt;/b&gt;   (da &lt;a href=&quot;http://www.unita.it/&quot;&gt;L&apos;Unità&lt;/a&gt; del 13 dicembre 2004)

&lt;img alt=&quot;Libreria.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Libreria.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;117&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
E appena terminata a Roma uninsolita e ricca fiera del libro - &lt;i&gt;Più libri, più liberi &lt;/i&gt;- dedicata alla piccola e media editoria. Come ha sintetizzato Sandro Ferri di e/o, cè più politicità oggi nella piccola editoria che promuove cultura, cioè linguaggi non omologati e dissidenti rispetto alla marmellata imperante, di quando negli anni Settanta si pubblicavano enunciati di contenuto politico. La posta in gioco è la stessa che in ogni altro ambito: produrre e far circolare gesti, comportamenti, forme e stili politici e di vita diversi di natura e non di grado da ciò che oggi, con o senza Berlusconi, ci soffoca. 

</text><text_more>In una lettera aperta a Carlo Feltrinelli, Roberto Cerreto, presidente dellassociazione dei promotori editoriali (coloro che propongono alle librerie i libri in uscita), lancia lallarme sulla decisione della Feltrinelli, intesa come catena di librerie molto rappresentative del mercato librario in Italia, di abolire tali intermediari a favore di un rapporto diretto con le proprie librerie. Ovvero, scrive Cerreto, i librai Feltrinelli non sceglieranno più i libri da proporre ai loro clienti, ma riceveranno un assortimento stabilito da personale sicuramente competente, che però esercita la sua funzione al centro di un unico ufficio, lontano dai frequentatori delle librerie, cioè dai lettori e dalle diversificate realtà locali. Addio interscambio, ma soprattutto addio visibilità, a rischio dellesclusione, per quei piccoli editori che non producono libri di largo consumo, e hanno ben poche chances di essere promossi da chi dallalto prende le decisioni: una selezione centralizzata, avendo fra laltro come conseguenza una riduzione della varietà dellofferta, darebbe man forte al processo in atto di omologazione culturale.
Sempre a proposito di libri, il mese scorso i giornali enfatizzarono la notizia, avvolta in spirali così viziose che arrivarono perfino a evocare il fantasma del terrorismo, di un esproprio da parte dei cosiddetti disobbedienti ai danni di un supermercato e di una libreria Feltrinelli di Roma. Leditore Feltrinelli inviò una lettera stupita e allarmata alla &lt;i&gt;Repubblica&lt;/i&gt;. Più spiritoso, il direttore della Mel Books di Bologna contrattò coi disobbedienti, poi fornì la classifica dei libri più rubati (al primo posto, felici, i Wu Ming). Non si tratta certo di legittimare il furto, ma il 24 novembre, alla facoltà di Scienze Politiche dellUniversità di Roma La Sapienza, a un dibattito su precarietà, accesso alla cultura, proprietà intellettuale, cui parteciparono tra gli altri i giornalisti Piero Sansonetti e Ida Dominjanni (era invitato anche Carlo Feltrinelli) si cercò di rispondere ad alcune problematiche domande poste dai disobbedienti: Per chi lavora con segni, codici, linguaggio, saperi, affetti, un libro vale quanto una scatola di pasta? E così vero che i giovani non hanno voglia di leggere? Tra poco è Natale, e sul tema della merce (&lt;i&gt;Lost in a supermarket&lt;/i&gt;) ho scritto più volte. E possibile dire che le librerie Feltrinelli hanno molte somiglianze col modello del supermarket o dellautogrill, confermato dal reclutamento manageriale degli ultimi anni? Lo sconforto (la pressione) assale il cliente che cerca, che so, le poesie di Marguerite Yourcenar (Nottetempo) o le prose di Giorgio Manganelli (Quiritta), e deve attraversare il corridoio di torri di libri di Vespa, Follet, Littizzetto o Faletti, gli stessi che occultano tutto il visibile una volta entrati in libreria.


</text_more></entry>
<entry id='1127' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1127' author_id='12' authored_on='20041216003151' basename='mitopoiesi_di_sergio_endrigo' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041216003151' modified_on='20041216015412' ping_count='1' status='2' title='Mitopoiesi di Sergio Endrigo' week_number='200451'><text>&lt;img alt=&quot;libro_endrigo.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/libro_endrigo.jpg&quot; border=&quot;1&quot; align=&quot;right&quot;&gt;[&lt;i&gt;Un&apos;anticipazione dal n.7 di &lt;/i&gt;&lt;b&gt;Nandropausa&lt;/b&gt;&lt;i&gt;, l&apos;e-zine di consigli letterari di Wu Ming, on line su wumingfoundation.com il 18 dicembre. In questo numero commenteremo i seguenti libri (l&apos;elencazione è casuale): Valerio Evangelisti, &lt;/i&gt;Noi saremo tutto&lt;i&gt;; Sergio Endrigo, &lt;/i&gt;Quanto mi dai se mi sparo?&lt;i&gt;; Serge Quadruppani, &lt;/i&gt;La notte di Babbo Natale&lt;i&gt;; Enzo Fileno Carabba, &lt;/i&gt;Pessimi segnali&lt;i&gt;; Y.B., &lt;/i&gt;Allah Superstar&lt;i&gt;; Marco Philopat &lt;/i&gt;I viaggi di Mel&lt;i&gt;; Giancarlo De Cataldo, &lt;/i&gt;Il padre e lo straniero&lt;i&gt;; Andrew Masterson, &lt;/i&gt;Il secondo avvento&lt;i&gt;; Kem Nunn, &lt;/i&gt;Pomona Queen&lt;i&gt;. Ringraziando Carmilla per l&apos;ospitalità, auguriamo buona lettura.&lt;/i&gt; &lt;b&gt;WM&lt;/b&gt;]

&lt;i&gt;Sergio Endrigo, &lt;/i&gt;Quanto mi dai se mi sparo?&lt;i&gt;, Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, pagg. 174, &#8364; 10,00&lt;/i&gt;

In una sera dell&apos;estate 2003, entro in un cortile dell&apos;ex-Macello comunale, via Azzogardino, Bologna. L&apos;area dell&apos;ex-Macello, ristrutturata e assegnata all&apos;università e alla Cineteca comunale, si accinge a ospitare le due nuove sale del cinema Lumière, aule, laboratori etc. Mi trovo lì per vedere un concerto, anzi, una lunga improvvisazione &lt;i&gt;a capella&lt;/i&gt; di &lt;b&gt;Maggie Nichols&lt;/b&gt;, vocalista scozzese, esponente del jazz d&apos;avanguardia nel Regno Unito, già nel Feminist Improvising Group e in vari altri progetti e collettivi.</text><text_more>Sul palco, Maggie (ex-ballerina, tra l&apos;altro) esegue un tip-tap patafisico e comincia a offrire strilli, gargarismi, borbottii, lunghi sospiri raschiati. Sulla sinistra di chi assiste, il cortile è sovrastato da un palazzo. In quello che è probabilmente un appartamento di studenti fuori-sede, al terzo o quarto piano, è in corso una cena, o una festa. Sul balcone campeggia una bandiera della pace, e a dire il vero campeggiano pure alcuni stronzi, che iniziano a disturbare e prendere per i fondelli, fanno il verso a Maggie, ululano, gettano in basso pernacchie. La signora è una vera signora, non si cruccia, sorride, prosegue, addirittura li saluta con la manina. Proseguono anche loro. Il pubblico è incazzato nero, io rimpiango di non aver portato la fionda e le biglie d&apos;acciaio, era proprio l&apos;occasione di incrinare qualche costola. 
A un certo punto Maggie fa una pausa e, incredibilmente, se ne esce con parole antiche, dalle profondità della storia: &quot;&lt;i&gt;Avaaaaan-ti popolooooooo, al-la riscooooosssaaa, bandie-rarossaaaaaa, bandie-rarossaaaaa&lt;/i&gt;&quot;. Che uno sia o meno comunista, è un momento magico, tanto più che termina con sacrosante variazioni: &quot;evviva il socialismo, il comunismo, l&apos;anarchismo, il femminismo, e la li-bertàààààà&quot;. Quelli sul balcone rimangono basiti e alfine si ricacciano la lingua in culo. Applauso, Maggie riprende coi vocalizzi, il bello deve ancora venire. 
Tre quarti di performance: Maggie si rivolge a noi in un italiano stentato ma passabile. Ci dice che all&apos;inizio degli anni Settanta, giovanissima, ha lavorato in Italia. Faceva la ballerina di fila nello show di &lt;i&gt;Jee-naw Bra-mee-ayry&lt;/i&gt;, e se questa non è una sorpresa... Di quel periodo ricorda una canzone molto bella, le è passato di mente chi la cantasse, ma le parole non le ha mai scordate. A quel punto attacca &lt;i&gt;Io che amo solo te&lt;/i&gt; di &lt;b&gt;Sergio Endrigo&lt;/b&gt;: &quot;C&apos;è gente che ha avuto mille cose, / tutto il bene, tutto il male del mondo / Io ho avuto solo te / e non ti perderò, / non ti lascerò / per cercare nuove avventure...&quot; E io mi commuovo, il cuore mi batte forte, dico sul serio, perché io &lt;i&gt;adoro&lt;/i&gt; le canzoni di Endrigo. Maggie fa qualche errore di pronuncia ma l&apos;interpretazione è accorata, scatta l&apos;applauso, e io mi dico: &quot;Per ringraziare questa donna, le restituirò un pezzo di vita e di memoria&quot;. 
L&apos;esibizione sta per terminare, corro a casa, prendo una delle mie raccolte di successi di Endrigo, mi riprecipito al Lumière, vado in petto al palco, allungo il cd alla cantante dicendole: &quot;&lt;i&gt;A gift for you, Maggie. This is the guy who wrote the song&lt;/i&gt;&quot;. Le dico il titolo e le indico la traccia. Lei rimane a bocca aperta, si commuove, mi ringrazia profusamente. &quot;Ho fatto serata&quot;, come suol dirsi.
Endrigo ha una reputazione di cantautore triste del tutto immeritata. Nell&apos;album &lt;i&gt;Pompa&lt;/i&gt; (1977), gli Squallor lo nominavano in una ballata d&apos;amore per una piattola triste, insieme ad altri presunti tetri figuri del cantautorato (Guccini, Branduardi, De Andrè etc.) Probabilmente pesa l&apos;incipit del pezzo con cui Endrigo vinse Sanremo nel 1968, &lt;i&gt;Canzone per te&lt;/i&gt;: &quot;La festa appena cominciata / è già finita / Il cielo non è più con noi / La solitudine che tu mi hai regalato / io la coltivo come un fior&quot;. 
In realtà Endrigo, anche non tenendo in considerazione le sue canzoni per bambini, non è soltanto struggimenti d&apos;amore e malinconia, ha anche momenti distesi come &lt;i&gt;La periferia&lt;/i&gt;, beffardi come &lt;i&gt;Maddalena&lt;/i&gt;, sarcastici come &lt;i&gt;Via Broletto&lt;/i&gt;.
Sono particolarmente legato a &lt;i&gt;La periferia&lt;/i&gt;: &quot;Io amo la periferia / da quando ho incontrato te / Mi piace aspettare la sera seguendo le strade / che portan lontano / dalla città /  Le case in periferia / Risuonan di grida e di canzoni / E mille e mille panni colorati / Si muovono al vento, / bandiere di festa / solo per noi&quot;. Endrigo descriveva una periferia che era ancora spazio di transizione (paesaggistica e culturale) fra città e campagna, non ancora storpiata da speculazioni edilizie giganteschi parallelepipedi di cemento centri commerciali uno in fila all&apos;altro svincoli autostradali, assordata dal traffico e dalle strida degli spettri degli alberi abbattuti. Nella città in cui vivo l&apos;edilizia è assurta allo status di malattia mentale di massa, con periferie che ti viene da urlare d&apos;angoscia quando le attraversi, per il rumore, il tanfo catramoso, il calore contundente assorbito e rilasciato dall&apos;asfalto. Ma siccome la deturpazione la fanno le cooperative &quot;rosse&quot;, è politicamente corretta, è indispensabile &quot;sviluppo&quot;, e tutti zitti e mosca. 
Marx e Engels scrissero che andava superata la distinzione fra città e campagna, ma questo non significa per forza divorare quest&apos;ultima e annichilire le forme di vita che la popolano. Si può superare la dicotomia lasciando nella città spazi &quot;incompiuti&quot;, squarci di campagna nel territorio urbano, come quei campi di Mais a Bologna (già condannati a morte, temo) tra via Scandellara, il Pilastro e l&apos;Ipermercato Leclerc, o quei casolari con galline razzolanti  e canti dei galli all&apos;alba ai piedi delle Mura di Ferrara, praticamente in centro. Io ci sento tutto questo, nella canzone di Endrigo.
Caduto nel dimenticatoio per qualche tempo, tranne per noi che amiamo il &lt;i&gt;vintage cool&lt;/i&gt; (&quot;fresco di vendemmia&quot;?!?!?), negli ultimi anni Endrigo sta godendo di una riscoperta lenta ma costante, iniziata con l&apos;inclusione di due sue canzoni (&lt;i&gt;Aria di neve&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;Te lo leggo negli occhi&lt;/i&gt;) nell&apos;album &lt;i&gt;Fleurs&lt;/i&gt; di Battiato (1999), proseguito con un omaggio in grande stile del Club Tenco e con la recente e ben promossa riedizione del suo unico romanzo, uscito qualche anno fa e passato inosservato (me ne avevano parlato i rivenditori Einaudi di Milano, Magda, Beppe, Aimo, durante la tournéè di &lt;i&gt;Q&lt;/i&gt;). Si intitola &lt;i&gt;Quanto mi dai se mi sparo?&lt;/i&gt;, l&apos;ho letto d&apos;un fiato, in un solo pomeriggio. 
Il cantante Joe Birillo, &quot;vecchia gloria&quot; degli anni Sessanta e trasparente alter ego dell&apos;autore, ci conduce e si conduce - Virgilio di se stesso - nella &quot;città dolente&quot; di indefiniti anni Ottanta (gli Eighties non sono un decennio, sono uno stato mentale, il peggiore). Attraversiamo con lui lo squallore di una provincia devastata, di una mezza età vissuta come pellegrinaggio al cimitero degli elefanti, di balere che sono sinagoghe del cattivo gusto, di una vita familiare atroce, sequela di fitte all&apos;anima. Agenti, discografici, manager e giornalisti che sono personificazioni dello schifo. &quot;Joe aveva resistito a lungo, era ora di lasciar libero il passaggio. Il mondo è vostro, accomodatevi. Mi raccomando, pulite tutto prima di andarvene. A Porta Portese aveva visto dei quarantacinque giri degli anni Sessanta ammucchiati alla rinfusa su una bancarella. Non aveva avuto il coraggio di chiedere il prezzo: quanto costa un Birillo d&apos;annata, un Rita Pavone, un Morandi (rivalutato), un Michele? Mille lire, non sono mica dei Van Gogh, cazzo! &lt;i&gt;Sic transit gloria mundi&lt;/i&gt;.&quot; Birillo - proprio come Endrigo - continua a incidere dischi con nuove canzoni, ma nessuno glieli fa uscire. A un certo punto ha un&apos;idea, e la fortuna di proporla alla persona giusta. Di più non vi racconterò.
In America i Dick Contino trovano i loro Ellroy, i Dean Martin trovano i loro Tosches. Qui da noi, chi prenderà Endrigo, chi si ispirerà a lui per scrivere pagine memorabili, chi ne sbalzerà la figura sulle lastre d&apos;oro del mito? Lo farei io, se avessi il tempo. Ma non ce l&apos;ho. Questo è un appello ai colleghi narratori che mi leggono: occupatevi di Sergio Endrigo. Il suo sito ufficiale è: &lt;a href=&quot;http://www.sergioendrigo.it/&quot;&gt;http://www.sergioendrigo.it/&lt;/url&gt;  &lt;/a&gt;[&lt;b&gt;WM1&lt;/b&gt;]

</text_more></entry>
<entry id='1128' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1128' author_id='4' authored_on='20041217044256' basename='donne_dafghanistan' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041217044256' modified_on='20041217050440' ping_count='0' status='2' title='Donne d&apos;Afghanistan' week_number='200451'><text>&lt;b&gt;Discorso di MALALAI JOYA in occasione della consegna del premio internazionale
La donna dellanno 2004. Dicembre 2004.&lt;/b&gt;
Da &lt;a href=&quot;http://www.ecn.org/reds/donne/donne.html&quot;&gt;ECN&lt;/a&gt;

&lt;img alt=&quot;Rawa.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Rawa.jpg&quot; width=&quot;125&quot; height=&quot;131&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
Cari amici,
prima di tutto, ringrazio Il Consiglio Regionale della Valle dAosta e la giuria per il premio La donna dellanno 2004. Sono onorata di ricevere questo riconoscimento da parte delle sofferenti donne afghane. Il premio che mi date ha un grande valore morale per me. Appartiene a tutte le donne afghane che combattono per i loro diritti fondamentali sotto regimi oppressivi. Consegnando a me questo premio, voi sostenete lantifondamentalismo e i movimenti di donne per la democrazia. Per questo sono qua, per trasmettere la gratitudine sentita e profonda di tutte le donne afghane a voi, e attraverso voi a tutte le persone in Italia che con il loro sostegno e la loro simpatia ci danno forza e determinazione nel combattere lingiustizia in Afghanistan. Sono tanto commossa dalla vostra dimostrazione di fraterna solidarietà che non riesco a esprimere i miei sentimenti con le parole.

</text><text_more>Cari Amici,
come voi tutti sapete, lAfghanistan è stato terreno di battaglia per le potenze mondiali negli ultimi 25 anni. Il popolo afghano ha patito e specialmente le donne sono state le prime vittime di tutti questi anni di sangue. Dal 1992 al 1996 siamo state calpestate, insultate e discriminate dalle bande di fondamentalisti dellAlleanza del Nord e poi dal 1996 al 2001 dai talebani.
Dopo la tragedia dell11 settembre, lamministrazione Bush ha bombardato lAfghanistan per rappresaglia contro i talebani che avevano protetto Osama bin Laden e Al Qaeda. Il governo statunitense usò loppressione delle donne afghane come fattore che legittimava lattacco per rovesciare il regime talebano.
Ora forse vi aspettate che io elenchi i progressi nella condizione delle donne afghane raggiunti negli ultimi 3 anni. Purtroppo non ci sono stati cambiamenti sostanziali nella situazione delle donne afghane. Quando unintera nazione vive allombra delle armi e del potere dei signori della guerra, come possono le sue donne usufruire delle libertà fondamentali? Certo, alcune restrizioni imposte dai talebani alle donne sono state tolte; ma le nostre donne avevano più diritti e libertà trentanni fa, quando godevano dei successi delle loro lotte.
Nonostante la propaganda di certi media occidentali, le donne afghane non sono state per nulla liberate. Basti dire che ogni mese si suicidano decine di donne afghane, incapaci di reggere le pressioni di una società dominata dal potere maschile. 
La mia stessa vicenda parla da sé, rivelando la vera realtà della cosiddetta democrazia e liberazione dellAfghanistan. Da quando ho detto la verità contro i signori della guerra presenti alla Loya Jirga, la mia vita è cambiata completamente. A causa delle minacce di morte contro di me, sono costretta a prendere continue precauzioni. Tutti i signori della guerra dellAlleanza del Nord mi odiano profondamente, perché io li ho denunciati in un luogo in cui nessuno avrebbe mai osato dire nulla contro di loro, e in un luogo in cui erano presenti quasi tutti i capi. Mi hanno minacciata, mi hanno insultata, hanno tentato di mettermi a tacere chiamandomi prostituta, infedele e comunista, e hanno provato a forzarmi a chiedere scusa. Ma io ero pronta a morire piuttosto di ritrattare le mie parole.
In Afghanistan ci sono due tipi di terroristi e due tipi di lotta contro il terrorismo. 
Il primo tipo è costituito dai terroristi che sono contro gli Stati Uniti e quindi contro le truppe che sono in Afghanistan per combatterli. I terroristi di questo tipo sono i talebani e gli uomini di Gulbuddin Hekmatjar. 
Il secondo tipo è quello dei terroristi dellAlleanza del Nord, che sono amici del governo USA, ma terrorizzano la gente innocente. Come ha detto il presidente Karzai in una recente intervista, sono loro oggi la più grande minaccia alla pace e alla sicurezza in Afghanistan. Ma per il governo USA, lAlleanza del Nord non è fatta di terroristi, poiché i loro atti di terrorismo non sono contro gli interessi statunitensi. Perciò gli americani hanno stretto loro le mani e li hanno posti in posizioni chiave nel governo provvisorio. Per i politici americani, la parola terrorismo ha un significato diverso da quello che il mondo intero intende.
Questa è la ragione principale per cui il popolo afghano guarda con sospetto la guerra al terrore condotta dagli USA e pensa che il governo statunitense stia ripetendo lo stesso imperdonabile errore che fece negli anni Ottanta, quando armò e sostenne [contro linvasore sovietico, ndr] i più disgustosi criminali e nemici dellumanità, dai quali emerse poi Osama bin Laden e i talebani e derivò la tragedia dell11 settembre, il più orribile atto di terrorismo nella storia degli USA.
Portando al potere i signori della guerra dellAlleanza del Nord, gli USA hanno rimpiazzato un regime reazionario e fondamentalista - quello dei talebani - con un altro uguale; mentre migliaia di innocenti sono rimasti uccisi dai bombardamenti americani e ancora oggi molti civili cadono vittime di incidenti nelle azioni delle truppe americane. Per gettare fumo degli occhi della comunità mondiale, i terroristi amici degli USA si sono vestiti con giacche e cravatte e hanno imparato a parlare di democrazia, di diritti delle donne ecc. Ma la loro mentalità non è cambiata: non sono diversi, dal punto di vista ideologico, dai talebani e da Al Qaeda. Sono uomini che hanno vissuto con le armi in mano; il terrorismo è stato il loro unico interesse e il loro stile di vita per più di 20 anni. Riabilitare questi criminali e imporre questi assassini al governo del paese dovrebbe apparire come un fatto intollerabile ad ogni vero sostenitore dei diritti umani e dei diritti delle donne, in tutto il mondo.
Un altro colpo alla comunità mondiale è che lAfghanistan, sotto loccupazione americana, è tornato ancora una volta ad essere il più grande produttore di oppio al mondo. I potenti signori della guerra gestiscono questo sporco commercio proprio sotto il naso delle truppe americane.
La situazione della sicurezza per le persone è critica. È molto più pericoloso per uno straniero venire in Afghanistan oggi che due anni fa. LAfghanistan è come una bomba a orologeria: è altamente probabile che da un momento allaltro scoppi la guerra civile.
Il presidente Karzai, che non ha un esercito organizzato, non ha la possibilità di controllare i potenti signori della guerra, che hanno armi e milioni di dollari ricevuti dai sostenitori stranieri e ricavati dal commercio della droga. 

Cari amici, 
la situazione dellAfghanistan e la condizione della sue sfortunate donne non potrà mai migliorare, se non quando i signori della guerra saranno disarmati e i terroristi sia amici degli USA, sia anti-USA saranno rimossi dalla scena politica del paese. E di questo si deve fare carico il popolo afghano. 
Nelle recenti elezioni presidenziali, il nostro popolo ha dimostrato di odiare il fondamentalismo e di volere la pace e la democrazia. I signori della guerra non hanno raccolto molti voti, nonostante avessero usato il loro potere e i loro soldi per forzare i risultati elettorali. Nella scelta tra il male e il peggio, gli afghani hanno preferito il male e hanno votato Karzai, nella speranza che possa fare meglio in futuro per assicurare pace e stabilità al paese. 
Io penso che nessuna nazione può dare la libertà a unaltra nazione. La libertà deve essere raggiunta dal popolo e solo il popolo può lottare per la propria liberazione. Ciò che sta accadendo in Afghanistan e in Iraq conferma quanto ho appena detto. Io credo fortemente che lAfghanistan non sarà liberato dal marcio del terrorismo e del fondamentalismo se non quando il nostro popolo avrà versato il proprio sangue per la pace, la libertà, la democrazia e i diritti delle donne. Ma certamente laiuto e il sostegno degli altri paesi può essere un fattore importante nella nostra lotta. 
La lotta al terrorismo statunitense non avrà mai successo, perché nasconde secondi obiettivi. Questa guerra non ha portato finora nulla di positivo alla gente dellAfghanistan e dellIraq, ma solo la morte di decine di migliaia di innocenti in entrambi i paesi. Sapere che cosa sta avvenendo in Iraq ferisce il cuore di ogni vero amante della libertà. È una vergogna per lumanità allalba del ventunesimo secolo che 100.000 civili indifesi siano stati uccisi in Iraq durante questi due anni di guerra e che nessuno abbia il potere di fermare questo crimine.
Nel dicembre del 2003, attraverso la mia voce, le donne sofferenti di una nazione oppressa hanno cantato una canzone di libertà a lungo dimenticata. La verità finalmente detta ha scatenato indignazione nei freddi cuori dei fondamentalisti, abituati a donne silenti sotto la degradante cappa dei loro burqa. Ma io non starò mai più zitta allombra dellintimidazione. 
Io sono solo un simbolo della lotta della mia gente e una serva della causa. E se sarò uccisa per ciò in cui credo, allora fate che il mio sangue sia un faro per lemancipazione e le mie parole un paradigma rivoluzionario per le generazioni a venire, che continueranno nel cammino lasciato da Malalai di Maiwand, da Meena, da Maheed, da Wajiha e da altre grandi donne della nostra storia, che hanno sacrificato la loro vita per ciò in cui credevano.

Grazie
Malalai Joya

rappresentante della provincia di Farah alla Loya Jirga, direttrice di OPAWC (Organization for Promotion of Afghan Women Capabilities) nellAfghanistan occidentale, direttrice del Hamoon Health Center

Indirizzo: House #694, Str. #30, Sector 4, Farah City, Afghanistan 
Cellulare: +93 (0)79 349 050       Satellitare:  0088 21 650 269 913 
mj_hamoon@yahoo.com       &lt;a href=&quot;http://www.geocities.com/malalaijoya/&quot;&gt;www.geocities.com/malalaijoya&lt;/a&gt;
&lt;a href=&quot;http://www.geocities.com/opawc/&quot;&gt;http://www.geocities.com/opawc&lt;/a&gt;



</text_more></entry>
<entry id='1129' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1129' author_id='4' authored_on='20041219050758' basename='i_tre_giorni_del_cobra' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041219050758' modified_on='20041219051918' ping_count='1' status='2' title='I tre giorni del cobra' week_number='200452'><text>&lt;b&gt;A Parigi una ricca retrospettiva sui cinema di Enzo G. Castellari, maestro italiano degli action movie&lt;/b&gt;
di &lt;b&gt;As Chianese&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Keoma.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Keoma.jpg&quot; width=&quot;125&quot; height=&quot;132&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
   Da sabato 23 a lunedì 25 ottobre si è tenuta, nel quartiere parigino di Montreuil presso il cinema Georges Méliès, una splendida retrospettiva dedicata ai film di Enzo G. Castellari, maestro indiscusso del cinema di genere italiano, amato per i suoi action movie da colleghi del calibro di Quentin Tarantino, Joe Dante e Sam Raimi. Si è iniziati con il truculento western &lt;i&gt;Keoma&lt;/i&gt; (1976), con uno stupendo Franco Nero nei panni dellindiano mezzo sangue deciso a farsi giustizia. Si è proseguiti proiettando una rara edizione in francese di &lt;i&gt;Quel Maledetto Treno Blindato&lt;/i&gt;  (1977), stupendo war movie da cui Quentin Tarantino presto girerà un attesissimo remake col titolo originale della pellicola che è &lt;i&gt;Inglorious Bastard&lt;/i&gt;.</text><text_more>. A tarda notte sono stati proiettati il movimentato polizziottesco: &lt;i&gt;La Polizia Incrimina La Legge Assolve&lt;/i&gt; (1973) in una copia americana con sottotitoli francesi, e il noir dai contorni pulp &lt;i&gt;Il Giorno del Cobra&lt;/i&gt; (1980), entrambi con un Franco Nero in grande forma. Era prevista, proprio per questa tre giorni, la presenza dello stesso attore che per anni ha vestito i panni delleroe nei film di Castellari, ma purtroppo per motivi di lavoro il bravissimo parmense dagli occhi di ghiaccio non è potuto intervenire.
   A organizzare levento in Francia è stato Serge Fendrikoff della distributrice Atika Films, mentre dallItalia, a tenere i rapporti con Castellari, a scrivere il libretto della manifestazione e a organizzare la trasferta parigina sono stato io, aiutato proverbialmente da una serie di fortuite coincidenze che mi hanno permesso, una volta tanto, di essere presente e di poter assistere alla manifestazione che lanno prima aveva avuto come ospite, sempre contattato tramite me, il regista Luigi Cozzi.
   Sono stati tre giorni molto movimentati, infatti il giorno dopo le proiezioni in compagnia della stupenda signora Mirella Casini, affezionatissima moglie del regista, e con linterprete Paola Pacifici abbiamo avuto modo di ascoltare le varie dichiarazioni rilasciate da Castellari, la lunga e dettagliatissima intervista che questi ha rilasciato per la radio e unaltra, divertentissima, rilasciata per un documentario. 

     Regista dotato di un&apos;incredibile propensione verso lavventuroso, il guerresco e lesotico, sempre dedito a trasportare il suo pubblico in incredibili ma verosimili scenari grazie ad un uso sublime della tecnica, a quella peculiarità che gli americani chiamano &lt;i&gt;sense of wonder&lt;/i&gt;, capace di affrontare con ottimi risultati qualsiasi genere o filone cinematografico:  Enzo Girolami Castellari è nato a Roma il 29 luglio 1938. Figlio del produttore e regista Marino Girolami (19141994), ha respirato il cinema sin dallinfanzia e coltivato questo vizio di famiglia nel migliore dei modi quando, negli anni, ha iniziato il suo apprendistato nel mestiere lavorando come aiuto regista o regista di seconda unità. Il suo esordio dietro la macchina da presa è datato 1967, quando, appena ventinovenne, dirige il western &lt;i&gt;Vado lAmmazzo e Torno&lt;/i&gt;, titolo che omaggia una celebre battuta leoniana da Il Buono, Il Brutto e Il Cattivo. 
Nel segno della migliore tradizione dello spaghetti western e di un apripista come Sergio Leone, Castellari realizza una sua personale visione del mito della frontiera venata da una certa ironia, attraverso il primo ciclo della sua carriera di regista. Questo particolare periodo comprende le pellicole: &lt;i&gt;Quella Sporca Storia nel West&lt;/i&gt; (1968), &lt;i&gt;Sette Winchester per un Massacro&lt;/i&gt; (1968; firmato come E. G. Rowland), &lt;i&gt;I Tre che Sconvolsero il West  Vado, Vedo e Sparo&lt;/i&gt; (1968) e &lt;i&gt;Ammazzali Tutti e Torna Solo&lt;/i&gt; (1968). 
A dimostrazione del felice momento produttivo della nostra industria cinematografica, il regista riesce a lavorare con un ritmo forsennato, girando due o addirittura tre film allanno, senza però che questo gravi sulla qualità finale dei prodotti. Il western secondo Castellari è un tripudio di colori e musiche, un luogo magico e senza tempo: dove cè anche lintramezzo per una risata, non si lesina in scene truculente e le canne delle Colt o dei Winchester non hanno mai il tempo di raffreddarsi completamente. Sono questi gli anni in cui, assieme ad altri autori come Duccio Tessari, Damiano Damiani e Sergio Corbucci, il lavoro di un regista come Castellari si eleva di molte spanne dal mare piatto di chi ha scambiato il genere dello spaghetti western per una mera opera di riciclaggio delle situazioni e degli stereotipi dei film di Leone. 
   Ne &lt;i&gt;La Battaglia dInghilterra&lt;/i&gt; (1969) con Van Johnson, Francisco Rabal e Federick Stafford, assistiamo a una breve ma fortunata interruzione del periodo western di Castellari, che stavolta con immutata maestria ci porta direttamente sul campo di una delle più sanguinose battaglie della seconda guerra mondiale. Con incredibili effetti speciali e riprese, a quel tempo inusuali per un cinema a medio budget come quello italiano, il regista regala emozioni di fotogramma in fotogramma, con memorabili bombardamenti aerei e una trama asciutta ma incalzante. 
Castellari, con il successo di questo film trova il suo pubblico che decide di seguirlo e chiedergli sempre più emozioni. Ma Enzo, seguendo per un attimo le mode e il particolare periodo cinematografico degli anni 70, prolunga la sua assenza dalle praterie del selvaggio west di tre anni, girando il thriller &lt;i&gt;Gli Occhi Freddi della Paura&lt;/i&gt; (1970) con Gianni Garko e Frank Wolff, e la commedia &lt;i&gt;Ettore lo Fusto&lt;/i&gt; (1971) da un romanzo di Viard e Zacharias, con un cast deccezione: Giancarlo Giannini, Franca Valeri, Vittorio De Sica, Rossana Schiaffino e Philippe Leroy. 
Questi due film non segnano il punto di rottura fra Castellari e il west la sua particolare verve ritorna nel 1972 col western &lt;i&gt;Te Deum&lt;/i&gt;, conosciuto anche come &lt;i&gt;String of the West&lt;/i&gt;, con Jack Palance. Un film che fa da apripista a Castellari per uno straordinario rapporto, a venire con lattore Franco Nero, che nel corso degli anni diventa luomo icona dei suoi film, il suo feticcio. 
Avvalendosi di questo attore il regista dirige due film di grande successo, collegati tra loro per i temi trattati oltre che per linterpretazione di Nero, come &lt;i&gt;La Polizia Incrimina la Legge Assolve&lt;/i&gt; (1973; High Crime) e &lt;i&gt;Il Cittadino si Ribella&lt;/i&gt; (1974; Street Law) che nel particolare momento storico e cinematografico di quegli anni sono degli atipici polizziotteschi. Infatti Castellari non si concentra tanto sulla trama gialla di questi film, quanto su un suo particolare discorso sulla violenza e sulla legge. Sono pellicole cosiddette pulp, che piacciono da morire al pubblico americano di quegli anni tanto da rendere il regista famoso, richiesto e osannato dal pubblico. 
La coppia Castellari/Nero inizierà un sodalizio artistico e umano che si protrarrà nel tempo grazie anche ai successivi film, attraverso altri generi: &lt;i&gt;Cipolla Colt&lt;/i&gt; (1975), lennesimo e atteso western scritto con Sergio Donati (autore di &lt;i&gt;Cera una Volta il West&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Giù la Testa&lt;/i&gt;, ecc..) con un eccezionale Martin Balsam, è un altro ottimo risultato raggiunto dai due. Dello stesso anno &lt;i&gt;Le Avventure e gli Amori di Scaramouche&lt;/i&gt; (1975) con Michael Sarrazin e Ursula Andress, che addirittura appartiene al genere cosiddetto cappa e spada ma è anche una spensierata commedia. Con &lt;i&gt;Il Grande Racket&lt;/i&gt; (1976; The Big Racket) cè Fabio Testi e Vincent Gardenia e quindi il Castellari pulp, quello che tanto piace ai giovani spettatori doltreoceano, suoi futuri colleghi, come Sam Raimi, Joe Dante e Quentin Tarantino. Ancora una volta il suo talento registico viene esaltato in quello che molti considerano il suo western capolavoro: &lt;i&gt;Keoma&lt;/i&gt; (1976), diverso dai precedenti non solo per la perenne presenza di Nero, che in quegli anni aveva conosciuto una grande fama nel western interpretando la saga del sanguinario pistolero &lt;i&gt;Django&lt;/i&gt;, ma sopratutto per lincredibile dinamicità di certe scene e la crudezza del suo taglio registico.
  Il ritorno al pulp con &lt;i&gt;La Via della Droga&lt;/i&gt; (1977) è ancora un grande successo oltreoceano, anche se i toni si fanno più grevi la recitazione della coppia formata da Fabio Testi e David Hemming è sempre sopra le righe. Nello stesso anno ecco un altro film cult di Castellari: &lt;i&gt;Quel Maledetto Treno Blindato&lt;/i&gt; (Inglorious Bastard), con Bo Svenson, la truce storia di un disperato assalto, in Francia, da parte di alcuni disertori ad un inarrestabile treno nemico che seppe stregare il giovane Quentin Tarantino al punto tale da fargli decidere, ultimamente, di girarne un remake, di cui lautore di &lt;i&gt;Kill Bill&lt;/i&gt; ha già scritto buna parte della sceneggiatura. 
Il successivo &lt;i&gt;Sensitività&lt;/i&gt; (1979), con Vincent Gardenia e Leonora Fani, è un raro esempio di horror psicologico che nella carriera del regista non segna un passo fondamentale ma comunque risulta un prodotto diverso e apprezzabile. &lt;i&gt;Il Cacciatore di Squali&lt;/i&gt; (1979; ancora con Franco Nero) insieme a &lt;i&gt;L Ultimo Squalo&lt;/i&gt; (1980) rappresentano due stupendi film avventurosi girati in posti magnifici, che riscuotono un grande favore di pubblico. 
In America, dove il secondo film, con James Franciscus come protagonista, è stato distribuito col nome di &lt;i&gt;The Great White&lt;/i&gt;, il successo è stato tale da mettere a repentaglio la produzione de &lt;i&gt;Lo Squalo 3&lt;/i&gt;, facendo si che la Universal addirittura bloccasse la distribuzione americana di un film che nel primo weekend, nella sola città di Los Angeles, fu capace di incassare 2.200.000$ !!! Una cosa simile era successa anche negli anni 60 a Riccardo Freda, quando la stessa Universal bloccò la distribuzione del suo &lt;i&gt;Spartaco&lt;/i&gt; (1953) perché il suo successo avrebbe di sicuro ostacolato quello dellomonimo film diretto da Stanley Kubrick nel 60.    
In mezzo ai due film di squali cè &lt;i&gt;Il Giorno del Cobra&lt;/i&gt; (1980), con ancora una volta un grandioso Franco Nero nei panni di un detective privato italo-americano, dai metodi non proprio ortodossi, implicato in una sporca faccenda tra lItalia (il porto di Genova) e gli States. 
Nel 1982 assieme al produttore Fabrizio De Angelis, con gran parte della troupe che realizzò la fortunata serie di film americani di Lucio Fulci, Castellari gira un film apocalittico e significativo, sulla scia del discorso di cineasti come John Carpenter e Walter Hill: &lt;i&gt;1990: I Guerrieri del Bronx&lt;/i&gt;, con Mark Gregory nei panni del giovane indiano metropolitano Trash, in cui in una serrata lotta tra bande rivali nel malfamato quartiere newyorchese fa da sfondo alla fuga di una ricca ragazza inseguita dallo spietato poliziotto Hammer (Vic Morrow). In questo film lo stesso regista si ritaglia una parte da ligio vice presidente mentre sua figlia, Stefania Girolami Goodwin, interpreta ottimamente la parte della spaesata e minacciata ragazza in fuga. 
Un ideale seguito di questo fortunato film è &lt;i&gt;I Nuovi Barbari&lt;/i&gt; (1982; 2019: The New Barbarians), con Giancarlo Prete e Anna Kanakis, che compone il secondo ideale capitolo di una trilogia fantastica sulla violenza metropolitana che si chiude con &lt;i&gt;Fuga dal Bronx&lt;/i&gt; (1984; Bronx Wariors 2) che riscuote lo stesso successo del primo film, con Mark Gregory ancora nei panni dellantieroe Trash, il glaciale Henry Silva e addirittura con la compianta pornostar Moana Pozzi in un piccolo ruolo. 
Nel mezzo cè ancora un film avventuroso, tratto da un romanzo di Alberto Vazques-Figueroa, con stupendi scenari: &lt;i&gt;Tuareg  Il guerriero del Deserto&lt;/i&gt; (1984), con Aldo Sambrelle e Mark Harmon, e poi il thriller fantascientifico &lt;i&gt;Colpi di Luce&lt;/i&gt; (1985), con Ennio Girolami nei panni di un &lt;i&gt;mad doctor&lt;/i&gt; che minaccia San Francisco grazie ad una sua terribile invenzione. 
  Con i capitali dei produttori Golan e Globus della Cannon, Castellari, realizza quattro avventurose puntate televisive dedicate alleroico &lt;i&gt;Sinbad dei Sette Mari&lt;/i&gt; (1986) con il forzuto attore Lou Ferrigno, che in quegli anni era celebre per aver interpretato il ruolo di Hulk nellomonima serie Tv americana, come protagonista. Purtroppo il fallimento della produzione, a pochi giorni dalla fine delle riprese, fece si che il progetto originale del regista fosse abbandonato. Mancavano ancora alcune scene e gli effetti speciali quando il regista Luigi Cozzi rimontò lintero lavoro, facendo uscire nel 1989, &lt;i&gt;Sinbad&lt;/i&gt;, come un unico film di poco più di due ore. 
   Dopo la parentesi dei film avventurosi &lt;i&gt;Striker&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;Hammerhead&lt;/i&gt;, entrambi del 87 con Frank Zagarino, il regista lavora per la Tv italiana realizzando una fortunatissima serie con lattore Bud Spencer nel ruolo del &lt;i&gt;Detective Extralarge&lt;/i&gt;, che in sette episodi andati in onda tra il 1990 e il 1991, tiene incollati allo schermo una generazione di piccoli e grandi spettatori. Castellari torna al cinema due anni più tardi con &lt;i&gt;Jonathan degli Orsi&lt;/i&gt; (1993), ancora con Franco Nero nel ruolo del protagonista in uno splendido film dai toni western che negli Usa riscuote un ottimo successo. Ma oramai, dopo &lt;i&gt;Detective Extralarge&lt;/i&gt;, il regista lavora a suo agio con lincalzante rimo di produzione delle tv italiane.
  &lt;i&gt;Il Ritorno di Sandokan&lt;/i&gt; (1996) con Kabir Bedi e Romina Power, è una miniserie che, riprendendo il celebre eroe creta da Emilio Salgari, riscuote un grande successo e pone le basi per un altro lavoro televisivo: &lt;i&gt;Deserto di Fuoco&lt;/i&gt; (1997). Ma dopo il giallo &lt;i&gt;Gioco a Incastro&lt;/i&gt; (2000), e laltra miniserie per tutta la famiglia &lt;i&gt;Gli Angeli dellIsola Verde&lt;/i&gt; (2001), con Franco Nero addirittura dotato di poteri magici, Castellari è pronto a ritornare sul grande schermo, con un western girato in Almeria arricchito da un cast internazionale, con ancora Franco Nero nel ruolo del protagonista. 
   Esaminando lintera filmografia di questo straordinario regista, possiamo intuire non solo il grandissimo amore per lavventura e lemozione che solo il cinema può dare, ma anche la particolare dedizione che Castellari mette in ogni suo lavoro.

  Su &lt;i&gt;Carmilla on line&lt;/i&gt; è disponibile anche l&apos;intervista che Castellari mi rilasciò un anno fa. Clicca &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2003/09/000433.html#000433&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;.



  
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<entry id='1130' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1130' author_id='4' authored_on='20041220040220' basename='le_ragazze_con_la_pistola' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041220040220' modified_on='20041220041232' ping_count='2' status='2' title='LE RAGAZZE CON LA PISTOLA' week_number='200452'><text>di &lt;b&gt;Daniela Bandini&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Ragazzepistola.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Ragazzepistola.jpg&quot; width=&quot;115&quot; height=&quot;186&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
AA.VV., &lt;i&gt;Le ragazze con la pistola&lt;/i&gt;, introd. di Marcello Fois, Dario Flaccovio editore, Palermo 2004, pp. 242,  13,00.

La casa editrice Dario Flaccovio, nella sua collana Gialloteca, e la  sua curatrice Raffaella Catalano ci presentano &lt;i&gt;Le ragazze con la pistola&lt;/i&gt;, la versione al femminile di quellantologia sorprendente che era stata &lt;i&gt;Duri a morire&lt;/i&gt;, composta da soli scrittori uomini e da noi recensita. I romanzi, gli autori proposti dalla Dario Flaccovio non sono più eccezionalità, promesse: sono invece una realtà consolidata del nostro panorama editoriale. Basti pensare agli autori che Flaccovio propone: per citarne uno solo, Danilo Arona con il suo impedibile &lt;i&gt;Palo Mayombe&lt;/i&gt;. Flaccovio, insieme alla Fanucci, a Meridiano Zero e ad alcuni altri, ci dà la sensazione di non essere più unalternativa, bensì la certezza di unapertura strutturale e liberatoria del contenitore intellettuale italiano. 
Il giudizio complessivo su &lt;i&gt;Le ragazze con la pistola&lt;/i&gt; è più che positivo. La domanda sorge spontanea: ma esistono una scrittura di genere femminile e una di genere maschile? A mio avviso no. La maternità e la paternità, come predisposizione psicologica, come indice di sensibilità, non svelano il sesso di chi scrive.  Ci sono scrittrici che riescono a esprimersi con un Io maschile e il contrario. Non volutamente. LIo quella mattina o quella sera ha semplicemente la tendenza a essere un Io indifferenziato, nel pensiero teorico come nellazione.
 </text><text_more>Nella fase della razionalizzazione dellesperienza traumatica, che avviene nellelaborato scritto, lidentificazione di genere è quasi annullata. In quella orale, comportamentale, no. E unopinione personale, ma sicuramente il fatto vissuto, anche il più banale,  è fondamentalmente diverso se a viverlo è un uomo o una donna. Anzi, è in quella particolare percezione del dato insignificante, mancante o aggiuntivo, che si giocano i ruoli dialettici. Sono questi semmai a essere strutturalmente difformi, molto più dello stile letterario, nella mimica e nello sforzo di seguire la linea di un elaborato, dalla prefazione alla postfazione. 
In alcune pagine di questa antologia percepiamo lannosa ingiustizia dellindifferenza e dellinsensibilità maschili, la trascuratezza dopo la venerazione, ma essa sembra, come dire, voluta, da superare come stereotipo. Qui le pagine non ritraggono la mimica facciale delle loro autrici, possiamo solo immaginarle al lavoro, o fugurarcele dalle descrizioni che fanno di se stesse, e queste sono molto, molto, molto femminili. 
Un breve cenno per ogni racconto, rigorosamente in ordine di apparizione: &lt;i&gt;LAnello di giada&lt;/i&gt;, &lt;b&gt;Anna Pavani&lt;/b&gt;. La detective Mannino si imbatte in uninchiesta fastidiosa, come la giornata di pioggia che le inzuppa il tailleur. Uno scheletro, con la sua mano ancora protesa verso lalto, sembra ancora implorare aiuto o pietà a distanza di secoli. E in quella  mano, che ancora disperatamente cerca di aggrapparsi a qualcosa, la potenza della maledizione che si ripeterà. La mano che indossa un anello, che ipnoticamente ci attrae, una piccola vera, un vincolo matrimoniale infinito che non possiamo più sfilarci dal dito, che altre, forse, indosseranno. Archetipi a cui nulla può sfuggire, neanche la più sconsacrante e disincantata modernità. 
&lt;i&gt;Il delitto non paga&lt;/i&gt;, &lt;b&gt;Danila Comastri Montanari&lt;/b&gt;. Anna, la moglie, un nome. Le mogli, quando di mezzo cè il tradimento, sembrano indossare immediatamente nomi che paiono usciti o dalla banalità o dalla pretestuosità. Anna, infatti, è figlia di un nome anonimo, e come tale appare: sciupata dalle fatiche contingenti del lavoro e della casa da portare avanti, le mani sciupate, il viso poco curato, lo specchio come fastidioso riflettente che non svela nessuna anima. Hanno la stessa età, sulla quarantina, la moglie e lamante, e si confrontano. La moglie con il peso di una vita sprecata, di  sacrifici materiali subiti, l altra con la freschezza della novità e dei ricordi, tutti recenti, condivisi con lui. La moglie la affronta con una pistola, ma il finale è tutto un gioco al rialzo. Divertentissimo. 
&lt;i&gt;Lei, lui lamante&lt;/i&gt;, &lt;b&gt;Alda Teodorani&lt;/b&gt;. I pensieri di una coppia in crisi, il fastidio che ci suscita il comportamento ripetitivo, il gesto quotidiano che diventa intollerabile, seccante. Le piccole manie che tali non sono, ma lo diventano ai nostri occhi, dal momento che diventano prevedibili. Ma non ti accorgi di quanto sei ridicolo o ridicola quando fai così? Eppure non era forse quella la caratteristica così unicache rendeva deliziosa e peculiare la nostra passione? Tanto tempo fa Labbandono, poi nuovamente quello che ci infastidiva diventa un ricordo tenero, il più caro, e sopraggiunge implacabile il rimpianto. In questo racconto cè tutto, descritto alla perfezione, ma il finale non è altrettanto scontato, e si gioca tutto sulla linea del tempo. 
&lt;i&gt;Sala dattesa&lt;/i&gt;, di &lt;b&gt;Filly Ciavanni&lt;/b&gt;. Eccolo, il dolore e lo sgomento, feroce e disperato, quello vissuto da un uomo. Fin dalle prime pagine ci attanaglia, ci  appare disarmante e incomprensibile, in quelle finali vi ci abbandoniamo rinunciando a lottare: lo seguiamo semplicemente lungo i corridoi che hanno segnato la nostra vita, impotenti, come faremmo con un malato terminale il cui destino è ormai scritto. E questo atteggiamento di rinuncia e accettazione quello che fa più male Un gran bel racconto, che potrebbe diventare di denuncia. 
&lt;i&gt;La sindrome di Bonnet&lt;/i&gt;, &lt;b&gt;Claudia Salvatori&lt;/b&gt;. Racconto complesso, come una matrioska. Una realtà che ne contiene unaltra, che ne contiene unaltra, che ne contiene unaltra La sindrome di Bonnet è la percezione visiva di realtà inesistenti, nel nostro caso disperatamente ricercate da un ex-consumatore di lsd, al quale le visioni si presenteranno molti anni dopo lastinenza completa dalla sostanza allucinogena. Come se tutte le immagini e le sovrapposizioni distorte avessero deciso allunisono di uscire solo ora, e nei momenti e nelle modalità meno appropriati. Il serial-killer, la tesi massmediatica ormai accettata, metabolizzata, del vicino di casa insospettabile, e il dubbio sullidentità. Temi su cui riflettere. 
&lt;i&gt;Tubino rubino&lt;/i&gt;, &lt;b&gt;Rossella Martina&lt;/b&gt;. Un piccolo gioiellino, questo racconto, che riguarda da vicino moltissime di noi. E la lucida percezione del nostro corpo, di come la trasposizione psichica lo interpreta. Una donna, con problemi di peso non indifferenti, che vive accanto a un uomo, suo marito, senza interrogarsi su nulla, senza indagare sul passato di lui e sullancora più strano vissuto quotidiano. Allimprovviso una dieta fra tante di quelle cominciate e miserevolmente abbandonate funziona. Funziona, e come premio regala alla protagonista una taglia 42, un tubino rosso, un capo probabilmente visto indossare dallennesima ultima barbie del reparto giocattoli, un sogno. Un sogno che finalmente può mettere, abbandonando gli abiti informi che semplicemente coprivano il più possibile il corpo. E un nuovo corpo ha aspettative diverse, e questo nuovo corpo indaga. Indaga e scopre ciò che di più ovvio si possa immaginare, e indagando scopre che i rapporti sinceri, contrariamente a quanto la donna pensasse, non  passano attraverso i pannicoli adiposi, non sono elaborati dal corpo per poi raggiungere lanima, ma il contrario. Lobeso come un solipsita, un interprete al contrario di se stesso. 
&lt;i&gt;Bi&lt;/i&gt;, &lt;b&gt;Paola Barbato&lt;/b&gt;. E un inseguimento, una fuga, una minaccia incombente, quella che perseguita il povero Signor Bi? Ne ha tutte le caratteristiche. Come nel più classico scenario cinematografico, ci ritroviamo immediatamente sul luogo dellazione, senza preamboli. Questuomo è braccato, sappiamo solo questo. Unicamente nel finale scopriremo quanto zelante possa essere un datore di lavoro e come la sua pignoleria raggiunga lestremo rigore. Ogni settore imprenditoriale, in primis quello criminale, ha le sue regole ben precise e il suo codice sindacale. Scritto. 
&lt;i&gt;Brillant Plein dEsprit 177&lt;/i&gt;, &lt;b&gt;Roberta Mochi&lt;/b&gt;. E la marca di un rossetto Lancôme, un rosso vivido, un colore e una brillantezza che la signora P* si regala per dare luce a unesistenza troppo grigia. In quel gesto, in quello stendersi il colore sulle labbra, cè veramente tutta la creatività artistica del pittore che interpreta e cattura la luce per colloquiare col mondo. Ma nella solitudine di unesistenza fragile cè chi la osserva, il dirimpettaio. Quanto sembra facile scavalcare un davanzale o un balcone e ritrovarsi di là, tre, quattro metri, e precipitare in unaltra esistenza. Quanto, come i protagonisti di questo racconto,  abbiamo fantasticato su questa possibilità 
&lt;i&gt;Scandalo al sole&lt;/i&gt;, &lt;b&gt;Dora Ruvolo&lt;/b&gt;. Bellissimo racconto, la descrizione dellabusivismo edilizio, dellaffollamento, della coabitazione forzata con i vicini, dei loro ritmi che diventano i nostri o, al contrario, della nostra intimità che comincia quando la loro finisce. La sincronizzazione inevitabile coi nostri ritmi di vita. E lamore. Lamore proibito, quello che ti viene negato, lì, a portata di mano, tra una ragazzina e un artista, un pittore che la ritrae dalla finestra, così contigua La tragedia è laccorgersi che la bellezza, quella che gli altri allimprovviso vedono in te, quella che fisicamente esprimi, è vulnerabile, fragilissima e si paga. Pagherà il prezzo della fine dellinfanzia, una rosa appena sbocciata che spande il suo profumo, inconsapevole e violentissimo.
&lt;i&gt;Cicatrice&lt;/i&gt;, &lt;b&gt;Caterina Spina&lt;/b&gt;. Duro, crudo, questo racconto  rimanda a sprazzi di un passato per molti comune, quello della determinazione ideologica più coerente e lineare, della solidarietà incarnata nellazione... Ma per la povera Cecilia quei momenti saranno marchiati, fermati: scelte definitive, un tatuaggio non desiderato, un marchio che sta lì a ricordarti listante eterno di una valutazione. Una svastica, la punizione: quel simbolo scolpitole sul viso, unaggressione di quattro fascisti che probabilmente ora, passati gli anni, staranno scegliendo le bomboniere per la prima comunione del loro figlio, staranno imprecando per lennesima bolletta, ma non avranno quella cicatrice maledetta, quella ferita ideologica sul volto, che si presenterà sempre prima di te di fronte a chiunque. 
&lt;i&gt;Quello che i pesci non sanno&lt;/i&gt;, &lt;b&gt;Sabrina Petyx&lt;/b&gt;. E un racconto che si presenta come il tentativo difficilissimo e per questo affascinante di raccontare lesperienza culturale dello straniero con il linguaggio dello straniero. Difatti gli eventi maggiori e minori si confondono, la tragedia sfuma nel particolare, la valutazione soggettiva prende il sopravvento sul fatto, la descrizione è dentro la carne e i pensieri di chi li sta vivendo. Lennesima, disperata, traversata in mare di clandestini e la sopravvivenza del singolo, quello considerato  puro ammasso di carne indifferenziata sui barconi della speranza. Persone la cui identità è confusa, e nella confusione il tentativo di ripristinare i volti e i nomi per poi lasciarli al loro destino, nella morte per annegamento di un popolo intero, e il ricordo di un delitto per troppo promesse che avrebbero potuto avverarsi. 
&lt;i&gt;Rekhale&lt;/i&gt;, &lt;b&gt;Valentina Gebbia&lt;/b&gt;. La chiamano sindrome del missionario, la tendenza di molte donne a innamorarsi della persona sbagliata, quella che ti farà inevitabilmente soffrire, ti tradirà, ti prosciugherà il conto in banca con investimenti fatti sul tavolo verde  del gioco dazzardo, ma che ti fa  sentire, in certi momenti, ai vertici della considerazione. In questi vertici di considerazione tutto si spiana, lanima dellassistente sociale prende il sopravvento, dipana le matasse più intricate. Ma è un attimo. Ecco, la vendetta, neanche meditata, loccasione da cogliere al volo, per vendicare tutti i torti subiti. Sarà il destino a risolvere tutto, sarà lironia finale a essere liberatoria, come il decollo di un aereo. 
&lt;i&gt;Deviazione&lt;/i&gt;, &lt;b&gt;Patrizia Pesaresi&lt;/b&gt;. Bello, incantevole paesaggio rurale, le sue tinte accese, il colore che ravviva la tradizione contadina degli scorci del lavoro quotidiano, il tutto raffigurato su due bei piatti da appendere al muro, un dono per gli sposi. Sì, un bel regalo. In quei piatti sono rappresentate e immortalate le visioni di unepoca passata, colte nello splendore della quotidianità, con donne che sgusciano legumi, un fabbro al lavoro, le cucine. Un regalo solare e rassicurante, un invito a preservare tradizione e valori. Purtroppo cè chi di quelle due terrecotte ha fatto maleficio, cè chi ha trasposto il suo animo malvagio nel tentativo di continuare la storia: limmagine immutata che non è più, questo palco teatrale  affollato di personaggi gioiosi che recitano sempre lunico, eterno primo atto.



 
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<entry id='1132' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1132' author_id='1' authored_on='20041221204328' basename='monuc_e_onub_le_missioni_della' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041221204328' modified_on='20041221204356' ping_count='1' status='2' title='MONUC e ONUB, le missioni della vergogna' week_number='200452'><text>di &lt;b&gt;Matteo Fagotto&lt;/b&gt;
&lt;i&gt;[da &lt;a href=&quot;http://www.warnews.it&quot;&gt;WarNews&lt;/a&gt;]&lt;/i&gt;

&lt;img alt=&quot;UN_CONGO_GettyImages.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/UN_CONGO_GettyImages.jpg&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;92&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Non c&apos;è pace per le missioni ONU nei Grandi Laghi. Oltre alle frequenti accuse di non essere in grado di proteggere la popolazione civile dagli attacchi dei vari gruppi armati operanti nella zona, la MONUC e la ONUB, rispettivamente le missioni di pace ONU in Congo e Burundi, sono state travolte nelle ultime settimane dalle pesantissime accuse di stupri, pedofilia e sfruttamento della prostituzione perpetrati contro la popolazione civile dai propri soldati. </text><text_more>Nonostante la &quot;tolleranza zero&quot; predicata dal Segretario Generale Kofi Annan, i casi al vaglio delle commissioni di inchiesta nominate dal Palazzo di Vetro sembrano essere piuttosto numerosi: ben 150 in Congo, solo 2 in Burundi, dove la scorsa settimana due Caschi Blu etiopi sono stati sospesi con l&apos;accusa di aver violentato alcune ragazze locali. 
Ma la lista delle nefandezze commesse dal personale militare e civile dell&apos;ONU non si ferma qui. Alcuni Caschi Blu avrebbero infatti tentato più volte di ostacolare le indagini tramite minacce dirette agli investigatori e tentata corruzione dei testimoni, affinché modificassero le proprie deposizioni. 
Un cancro che sembra essere particolarmente diffuso e che rischia di macchiare indelebilmente l&apos;immagine dell&apos;ONU nel mondo, dopo i casi simili rilevati negli anni 90 nelle missioni in Cambogia, Bosnia e Somalia. Lo scorso mese Kofi Annan è stato costretto ad ammettere gli abusi commessi dalle truppe ONU in Congo, aggiungendo però che le persone coinvolte sarebbero un numero esiguo. 
Il comportamento non certo esemplare tenuto dai Caschi Blu in Congo non è sfuggito alla popolazione civile, che negli ultimi mesi ha organizzato numerose manifestazioni di protesta per il comportamento dei soldati della MONUC, accusata di essere incapace di bloccare gli scontri in Ituri ed in Kivu anche perché dedita ad attività più &quot;redditizie&quot; quali contrabbando di armi, estorsione, violenze contro i civili, abusi sessuali (anche nei confronti di ragazze minorenni e bambini). 
Alla luce delle recenti scoperte la preoccupazione principale dell&apos;ONU sembra quella di non perdere la faccia di fronte all&apos;opinione pubblica internazionale. Il problema è che accuse simili sono state lanciate contro il personale ONU anche per quanto riguarda le missioni di pace nell&apos;Africa Occidentale e a Timor Est. Ora che il tappo è saltato, gli abusi delle truppe ONU rischiano di venire alla luce del sole tutti assieme. 
Nonostante Kofi Annan abbia promesso una punizione esemplare per i responsabili, il Palazzo di Vetro può fare ben poco contro gli abusi dei soldati, che devono rendere conto principalmente alle nazioni di appartenenza. Difficile ipotizzare quindi che India, Pakistan, Nepal, Sudafrica ed Uruguay prendano troppo a cuore il problema. E&apos; più verosimile che i casi vengano insabbiati, come già successo per gli abusi sessuali compiuti a Bunia dalle truppe ONU negli anni scorsi.</text_more></entry>
<entry id='1133' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1133' author_id='1' authored_on='20041221213407' basename='il_caso_turchia' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041221213407' modified_on='20041221225029' ping_count='1' status='2' title='Il caso Turchia' week_number='200452'><text>di &lt;b&gt;Giuseppe Genna&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;erdogan.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/erdogan.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;146&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;E&apos; il centro del mondo, secondo le direttive geopolitiche americane, e per questo motivo ci si scanna, non soltanto a parole. Non stiamo facendo riferimento ai roboanti crocicchi meneghini della Lega. La Turchia &lt;i&gt;[nella foto il premier Erdogan]&lt;/i&gt; è un problema fondamentale negli equilibri del pianeta in disequilibrio. La &apos;Sublime Porta&apos; tra est e ovest, alla luce del conflitto in Iraq e del rischio di risucchio della regione verso l&apos;Iran teologale, assume i connotati dell&apos;&lt;i&gt;òmfalos&lt;/i&gt; di ellenistica memoria. Partner privilegiato di Israele, sostenitrice del GAP, passaggio obbligato di importantissimi progetti di oleodotti (si spiegherà qui di seguito perché e percome di tutto ciò), la Turchia ha alle proprie spalle una consolidata tradizione novecentesca di asse geopolitica fondamentale, che spartì con l&apos;Italia, come del resto emerge dagli studi di Nico Perrone, segretario di Enrico Mattei, che ha lavorato su documenti recentemente desegretati dal Congresso USA &lt;i&gt;[vedi il suo &lt;a href=&quot;http://www.gamberetti.it/script/libro.asp?isbn=88-7990-010-2&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Obiettivo Mattei &lt;/a&gt;- Gamberetti]&lt;/i&gt;. Altroché bufala dell&apos;Islam laicista: questa è semplicemente una copertura culturale rispetto alle viscere di una realtà su cui il Fondo Monetario Internazionale ha messo gli occhi e le mani.</text><text_more>&lt;b&gt;Eufemistiche &quot;relazioni dinamiche tra FMI, UE e Turchia&quot;&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;turchia.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/turchia.jpg&quot; width=&quot;300&quot; height=&quot;151&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Cominciamo proprio da qui: dal Fondo Monetario Internazionale. Esso nutre certe ambizioni, immediatamente tradottesi in propositi e disegni, riguardo allo Stato di Ataturk. Nei &lt;i&gt;Policy Briefs &lt;/i&gt;dell&apos;&lt;a href=&quot;http://www.ispionline.it/it/index.php&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;ISPI&lt;/a&gt; (l&apos;Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, nato nel &apos;34, sotto il fascismo, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York, e ora presieduto dall&apos;ambasciatore Boris Biancheri), c&apos;è un interessante intervento di Giovanni Colombo &lt;i&gt;[&quot;Leconomia turca, il Fmi e la Ue: un triangolo virtuoso?&quot;]&lt;/i&gt;, dall&apos;incipit folgorante:

&lt;i&gt;Dopo la crisi finanziaria e valutaria del 2000-2001, i rapporti con il Fmi hanno influenzato profondamente la politica turca, attraverso il principio di condizionalità, attuato con le frequenti missioni di review in vista del rilascio delle tranche del prestito da 19 miliardi di dollari. I funzionari del Fondo hanno seguito i singoli atti legislativi e la loro implementazione per promuovere le riforme previste dal programma di stabilizzazione, i cui capisaldi sono la riduzione del debito pubblico, il rigore fiscale, la lotta allinflazione, una fitta serie di riforme strutturali per il rafforzamento del settore privato, del sistema bancario e il miglioramento dellinvestment climate.&lt;/i&gt;

E&apos; la solita politica del FMI, che ha avuto esiti disastrosi in Argentina e, prima, in Polonia, e che va sotto il delicato eufemismo di &lt;u&gt;principio di condizionalità&lt;/u&gt;, del quale vi lasciamo immaginare tutte le virtuose declinazioni, unito alla politica economica iperliberista che, in tempo di glaciazione deflatoria, cercherebbero di applicare anche qui in Italia e, più in generale, alla BCE.
Non è che i crediti somministrati dal FMI durino in eterno e, come sempre accade, il problema per i governanti che decidono di applicare le politiche ispirate dal FMI, a medio termine, entrano nel panico, perché si trovano di fronte alla medesima situazione: impongono restrizioni pazzesche alla vita economica del paese, attendono un aumento degli indici di occupazione, questo tarda ad arrivare, la gente si incazza, poi si scopre che le politche finanziarie hanno creato un buco enorme, da cui prima esplode un&apos;inflazione mostruosa e poi una deflazione altrettanto mostruosa.
La Turchia si trova attualmente su questo crinale. Scaduto l&apos;accordo con l&apos;FMI, c&apos;è da rinnovarlo. Il rinnovo, negli intenti dei vertici tecnocratici, sarebbe imposto: non si può lasciare l&apos;opera a metà. Però le condizioni interne incominciano a rendere la situazione rovente. Ecco come descrive tale congiuntura l&apos;estensore dell&apos;ISPI:

&lt;i&gt;Sul piano internazionale, la amministrazione americana era evidentemente favorevole a prolungare lassistenza del Fondo alla Turchia, che tra laltro ha preso parte alla riunione del G8 di giugno 2004, in cui gli Stati Uniti hanno promosso liniziativa per il &lt;u&gt;Broader Middle East&lt;/u&gt;, in cui Ankara potrebbe rivestire un ruolo di primo piano. La posizione del governo turco non era però scontata: dopo alcune controversie nel 2002-2003, anche questanno il primo ministro Erdo&#287;an  commentando il programma di riforme  ha insistito sul bisogno urgente di una ripresa occupazionale, mentre i funzionari del Fondo sottolineavano gli obiettivi di efficienza economica, a cui sarebbe seguita la creazione di nuovi posti di lavoro. In questo contesto si inserisce il dibattito sullaumento del salario minimo al di sopra del tasso di inflazione programmata, introdotto dal governo prima della settima missione di review del Fondo (gennaio-febbraio 2004). Queste schermaglie, sebbene non abbiano incrinato il rapporto di sostanziale collaborazione con il Fondo, hanno consentito allAkp (il partito di governo di ispirazione islamica) di esternare la propria apprensione per i costi sociali delle riforme promosse dal Fmi (nel primo trimestre del 2004 il tasso di disoccupazione è passato dal 10,5% al 12,4%, a fronte del 6,6% del 2000), di cui teme evidentemente le conseguenze elettorali. Non va infatti dimenticato che la vittoria alle urne nel novembre 2002 è stata determinata anche dalle pressioni per una redistribuzione della ricchezza invocata dai ceti meno abbienti della società. Daltra parte, lAkp punta a presentarsi come una forza di governo credibile, capace di risanare leconomia turca, mantenendo la fiducia degli investitori internazionali. La liberalizzazione dei movimenti in conto capitale (introdotta nel 1989), la consistenza dei flussi di denaro a breve termine e la struttura stessa del debito pubblico, che ha scadenze brevi ed è in parte denominato in valuta estera, fanno della Turchia un sorvegliato speciale sotto locchio vigile dei mercati, estremamente sensibili a tutto quanto possa incrinare laffidabilità del governo.
Di fronte a questo importante test, il governo ha risposto positivamente. Il 6 agosto ha annunciato lintenzione di chiedere lassistenza finanziaria del Fondo, attraverso un nuovo credito stand-by, che potrebbe ammontare a 5 miliardi di dollari.&lt;/i&gt;

Fin qui, il Fondo Monetario, la cui politica per ora ha sortito questo risultato: in quattro anni la disoccupazione in Turchia è più che raddoppiata e il debito del Paese è cresciuto di ben 23 miliardi di dollari (fate un debito in dollari: secondo voi, alla fine della trafila o della filiera che dir si voglia, chi incassa i dollari e gli interessi?).
Ora, però, è il turno dell&apos;Unione Europea. Non basta il FMI, in coda fuori dalla porta turca c&apos;è nientemeno che il Vecchio Continente.

&lt;i&gt;Una relazione dinamica tra Turchia, Fmi e Ue: le ragioni di questo nesso possono essere individuate a differenti livelli, sia nella sfera politica che in quella economica. Innanzitutto le riforme concordate con il Fmi si inscrivono perfettamente nel processo di adesione turca allUe: grazie al lavoro svolto dal governo in campo economico, in coordinamento con il Fondo, oggi la Turchia è un candidato più preparato a sostenere le sfide delleconomia europea, in termini sia di competitività sia di convergenza macroeconomica, grazie al rigore della politica fiscale che ha permesso il calo dellinflazione. Per il futuro, una volta conclusi gli accordi con il Fmi, di fronte al rischio di politiche populiste di spesa che potrebbero indebolire la capacità di raggiungere lavanzo primario per la riduzione del debito, lancoraggio allUe potrebbe dispiegare i suoi effetti benefici nel lungo termine, sostituendo alla condizionalità finanziaria del Fondo quella politica dellUnione: lingresso nella fase finale delladesione (quella negozia-e) incentiverebbe le autorità a perseverare nel controllo della spesa pubblica e nel proseguimento degli interventi strutturali sulleconomia.&lt;/i&gt;

In pratica: la politica di unione europea equivale al principio di condizionabilità del FMI. E&apos; un passaggio importante, questo: viene enunciata un&apos;identità tra Europa Unita e Fondo Monetario Internazionale.
E quali sarebbero i risvolti interni? Eccoli:

&lt;i&gt;Sul fronte della politica interna, un esito positivo del Consiglio europeo di dicembre&lt;/i&gt; [e c&apos;è stato esito positivo, ndr] &lt;i&gt;potrebbe aiutare il governo a consolidare la propria leadership a livello nazionale, verso la base elettorale che patisce le difficoltà del risanamento economico e vedrebbe nellingresso in Europa un contrappeso positivo o una sorta di ricompensa. La certezza delle prospettive europee fornirebbe al governo una potente giustificazione per ladozione di politiche onerose dal punto di vista sociale o comunque con effetti redistributivi pesanti. In pratica, il rapporto con lUe potrebbe contribuire a mantenere lappoggio degli elettori al governo in carica. La leadership del governo uscirebbe rafforzata anche rispetto alle forze politiche e sociali che ancora diffidano dellAkp e delle sue promesse per uno stato laico e temono la realizzazione di una agenda islamica segreta. In questo caso ladesione europea funzionerebbe come una sorta di garanzia contro possibili derive islamiste. Troverebbero meno credito i sospetti sul fondamentalismo religioso del governo e verrebbero ad attenuarsi le tensioni con gli alti gradi militari, per tradizione custodi dello stato secolare voluto da Atatürk. Anzi, lingresso nellUe non farebbe che sostenere la lenta erosione dei poteri dellesercito, promovendo la normalizzazione dei rapporti tra istituzioni politiche democratiche e apparato militare.&lt;/i&gt;

Questi sillogismi dati per naturali, queste conclusioni apparentemente scontate sono filiazioni di una logica che ha condotto al disastro praticamente ovunque sia stata applicata. E&apos; tutta da provare la ricetta del FMI e, questa volta, la si prova in uno Stato dell&apos;area islamica. Non so se sia chiaro: in Argentina puoi distruggere una nazione senza rischiare che &quot;l&apos;agenda segreta islamica&quot; comporti un&apos;accelerazione di processi dissolutivi e cruenti; ma in Turchia? E poi: tra i benefici della Turchia normalizzata dal FMI e dalla UE viene sottolineata una sorta di demilitarizzazione della Turchia. A che pro una Turchia con militarizzazione a bassa intensità? Teniamo presente che, soprattutto, in un frangente simile paga l&apos;intelligence, non l&apos;esercito: l&apos;intelligence è tra i primi rami secchi da tagliare, come già accaduto nell&apos;America pre-11/9, con la sostituzione del modello HUMINT (intelligence umana) a vantaggio dei supposti pregi del SIGINT e del DIGINT (intercettazioni e intelligence ad alta tecnologia). Il disastro Usa in Iraq, a detta di molti, è dovuto anche alla scarsa presenza sul territorio di intelligence umana.
Però, forse, una Turchia in questo tipo di caos, all&apos;interno dell&apos;Unione Europea, dove costituirebbe peraltro lo Stato più popoloso, a qualcuno farebbe comodo.

&lt;b&gt;Lo scenario si complica: il GAP&lt;/b&gt;

Ben prima dell&apos;ultima guerra Usa contro l&apos;Iraq, la Turchia aveva le sue gatte da pelare col regime di Baghdad. Non nel senso che doveva ottenere qualcosa da Saddam, bensì nel senso opposto: non voleva dare qualcosa al dittatore iraqeno. Questo qualcosa era, è e sarà estremamente prezioso. Non è petrolio: è acqua.
Ecco cosa significava l&apos;acronimo citato a inizio articolo, il GAP (Guneydogu Anadolu Projesi, cioè Progetto per il sudest dell&apos;Anatolia), secondo le parole della giornalista Teresa Palam:

&lt;img alt=&quot;digaataturk.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/digaataturk.jpg&quot; width=&quot;250&quot; height=&quot;170&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;&lt;i&gt;Il Gap è il mastodontico progetto di sviluppo idroelettrico del sud-est della Turchia, iniziato nei primi anni &apos;80. Il suo valore complessivo è stimato intorno ai 32 miliardi di dollari. Una volta terminato, si prevede nel 2005, il Gap comprenderà 22 dighe &lt;/i&gt;[nella foto, la diga Ataturk]&lt;i&gt;; 19 impianti idroelettrici sul Tigri, sullEufrate e sui suoi affluenti. Il bacino del Gap, che si trova ai confini con la Siria, ha una capacità d&apos;invaso di circa 84 miliardi di metri cubi. Sviluppato in tre laghi artificiali, coinvolge un territorio lungo oltre 500 km, con una superficie di 1770 kmq.
Il GAP è causa di conflitto tra la Turchia, l&apos;Iraq e la Siria che sfruttano le acque a valle e che hanno avuto periodi di siccità legati alla costruzione delle dighe. Ogni tentativo di stipulare un trattato che regolamenti il flusso delle acque è sempre fallito per la volontà del governo turco di egemonizzare le sorgenti.
La Turchia ha ultimamente avanzato un progetto per la costruzione del cosiddetto &quot;acquedotto della pace&quot; che, diviso in due rami, porterebbe lacqua da un lato a Kuwait, Emirati Arabi e Arabia Saudita, dallaltro a Siria, Giordania ed Israele. Il progetto è già stato approvato da un&apos; impresa statunitense e prevede la partecipazione commerciale della Fiat e di altre industrie italiane. La Turchia ha in mano una leva strategica fondamentale e può ricattare i paesi confinanti con la minaccia della &quot;chiusura dei rubinetti&quot;.&lt;/i&gt;

Alle porte dell&apos;Europa, una guerra d&apos;acqua di dimensioni esorbitanti: una guerra già vinta - dalla Turchia. E chi finanzia questa guerra? Qui intravvediamo ciò che l&apos;estensore dell&apos;ISPI, Giovanni Colombo, definiva &quot;relazione dinamica tra Turchia, Fmi e Ue&quot;:

&lt;i&gt;La Banca Mondiale si è rifiutata, sin dal 1984, di finanziare qualsiasi progetto legato al Gap perché considerato causa di possibili conflitti per lacqua del Tigri e dellEufrate. Nel 1999 la Banca mondiale ha risposto di no anche alla richiesta del governo turco di una consulenza per il Rehabilitation Action Plan in seguito alla realizzazione della diga di Ilisu. Il progetto è invece finanziato dalla Union Bank of Switzerland e garantito da agenzie di credito austriache, tedesche, italiane, giapponesi, portoghesi, svedesi, svizzere, britanniche e americane.&lt;/i&gt;

Manca totalmente, in questo elenco, qualunque riferimento a finanziatori israeliani, il che è strano. Un&apos;importantissima sottoasse geopolitica, che consente di guardare contemporaneamente a influenze determinanti in direzione di tutti i quattro punti cardinali, è infatti quella che corre tra Israele e Turchia. Questa alleanza ottiene dimensioni devastanti se si considera proprio il possesso di acqua nell&apos;area mediorientale. Secondo la rivista di geopolitica &lt;u&gt;Limes&lt;/u&gt;, nel numero dal titolo &quot;Turchia-Israele: la nuova alleanza&quot;, dal 1997 la Turchia avrebbe stabilito accordi con Israele. Insieme i due paesi controllano il 90% dell&apos;acqua dei paesi del Medio Oriente.
L&apos;asse Israele-Turchia ha già prodotto esiti politici che, nel contesto attuale, risultano angoscianti. Mentre Rabin tentava una sponda con la Siria, con la sua morte nel &apos;95 si interruppero i cosiddetti &quot;accordi del Golan&quot;, e nel febbraio &apos;96 il successore di Rabin, Benjamin Netanyahu, ratificò un accordo militare stabile tra Israele e Turchia, che la Siria interpretò come un tentativo di accerchiamento. Ora la situazione è fluida, ma è proprio questa fluidità ad avere sempre centro in Ankara. Mentre si riteneva possibile una ripresa dei colloqui di pace fra Siria e Israele, lUE apre la porta del negoziato alla Turchia, proprio nel momento in cui a est sia la Comunità Economica del Mar Nero (&lt;u&gt;SMWR: Schwarzmeer Wirtshafstregion&lt;/u&gt;, dove attualmente vivono circa 330 milioni di abitanti, cioè una popolazione equivalente a quella dellUnione Europea) sia lOrganizzazione di Cooperazione Economica (ECO, riunisce le repubbliche dellAsia Centrale oltre ai soci fondatori, cioè Turchia, Iran, e Pakistan) stanno rinnovando e maturando antichi e nuovi progetti.
Un luogo di possibile influenza al crocevia di tre macroregioni: il sud del mondo, l&apos;Europa e l&apos;Asia. L&apos;interessamento, in forma di condizionabilità, da parte del FMI. &lt;img alt=&quot;btc.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/btc.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;92&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Il passaggio di oleodotti fondamentali (recentemente BancaIntesa ha rinunciato alle proprie quote in un progetto enorme che transita proprio su suolo turco: l&apos;oleodotto BTC, cioè Baku-Tbilisi-Ceyhan, raffigurato nella mappa qui a fianco). Il controllo dell&apos;acqua nel Medio Oriente. Un bilanciamento rispetto alla forza di gravitazione esercitata dall&apos;Iran su tutta l&apos;area.
Ce n&apos;è abbastanza perché le politiche mondiali si muovano per appropriarsi di una casella centrale in questo cruciale scacchiere.
E&apos; quanto sta accadendo.</text_more></entry>
<entry id='1134' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1134' author_id='1' authored_on='20041222185453' basename='mitopoiesi_di_sergio_endrigo_-' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='0' created_on='20041222185453' modified_on='20041222195612' ping_count='1' status='2' title='Mitopoiesi di Sergio Endrigo - Reloaded' week_number='200452'><text>&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;endrigo_s.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/endrigo_s.jpg&quot; width=&quot;90&quot; height=&quot;90&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;&lt;div class=smalltext&gt;Su &lt;i&gt;Carmilla&lt;/i&gt;, &lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Wu Ming 1&lt;/a&gt; ha anticipato un intervento incluso nell&apos;ultimo numero di &lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com/italiano/nandro_sezione.html&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Nandropausa&lt;/a&gt;, e dedicato alla proposta di &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2004/12/001127.html#001127&quot;&gt;Mitopoiesi di Sergio Endrigo&lt;/a&gt;. La blogsfera ha risposto in massa, segnalando un po&apos; dappertutto la proposta di matrimonio tra Sergio Endrigo e la narrativa, motivata dall&apos;uscita del romanzo &lt;b&gt;Quanto mi dai se mi sparo?&lt;/b&gt;, che il cantautore ha pubblicato per Stampa Alternativa. Per avanzare nuovamente l&apos;invito a firmare &lt;a href=&quot;http://gopetition.com/sign.php?currentregion=103&amp;petid=4254&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;la petizione on line&lt;/a&gt; a favore della ristampa del catalogo di Sergio Endrigo, riprendiamo da &lt;a href=&quot;http://www.railibro.rai.it&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;RaiLibro &lt;/a&gt;una bella intervista rilasciata dal grande istriano a &lt;u&gt;Giancarlo Susanna&lt;/u&gt;&lt;/div&gt;&lt;p&gt;
&lt;b&gt;Il suo unico romanzo,&lt;i&gt; Quanto mi dai se mi sparo?&lt;/i&gt;, è abbastanza diverso dai libri pubblicati da altri cantautori italiani. Come le è venuta l&apos;idea di scriverlo?&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;br&gt;Certe cose non so come mi siano venute in mente. Per esempio, non so... ho inciso&lt;i&gt; Via Broletto 34 &lt;/i&gt;e il 34 non esiste, in quella strada. Me l&apos;hanno detto a Milano quando ho fatto un concerto in un teatro...&lt;br&gt;</text><text_more>&lt;br&gt;&lt;br&gt;Perché mi è venuta in mente quella cosa? Non lo so. Sembra che la creatività - con rispetto parlando - nasca da un ritorno quasi all&apos;infanzia, senza i veti che abbiamo durante la vita in una società che ci costringe a fare questo e non quell&apos;altro. Quando si inventa qualcosa, si è assolutamente liberi. E&apos; un ritorno all&apos;infanzia. 
&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;8872268133mini.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/8872268133mini.jpg&quot; width=&quot;80&quot; height=&quot;115&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;&lt;b&gt;Come mai si è rivolto a un piccolo editore svizzero?&lt;/b&gt; &lt;i&gt;[prima di Stampa Alternativa, il romanzo di Endrigo uscì per una minuscola casa editrice elvetica, ndr]&lt;/i&gt;&lt;br&gt;&lt;br&gt;L&apos;ho proposto alla Feltrinelli e alla Garzanti e non c&apos;è stato niente da fare. Forse perché non erano ancora usciti i libri di Guccini, Vecchioni, eccetera. Poi è diventata quasi una moda. Anche Pupo ha scritto un libro, ma non l&apos;ho letto... Conoscevo una ex giornalista del Canton Ticino e una volta che ci siamo visti abbiamo cominciato a parlare di questo libro e lei voleva pubblicarlo. Però in Italia ne ha distribuite solo sessanta copie...&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;b&gt;Solo sessanta?&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;br&gt;Sessanta o seicento, non ricordo più!&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;b&gt;Sono comunque molto poche...&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;br&gt;Lei  voleva fare pubblicità alla sua rivista, che si chiamava &lt;i&gt;Il Mago Merlino  &lt;/i&gt;ed era un periodico esoterico. E infatti tutti i giornali del Canton Ticino hanno parlato del libro, citando anche questo giornale che adesso non esiste più. Non l&apos;ho più vista né sentita... &lt;img alt=&quot;sendrmb.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/sendrmb.jpg&quot; width=&quot;170&quot; height=&quot;198&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;A un certo punto ho mandato una lettera di disdetta, perché non mi avevano neppure comunicato quante copie avevano venduto. Per risparmiare la carta, lo avevano pubblicato con dei caratteri lillipuziani... ma insomma... è andata.&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;b&gt;Quanto mi dai se mi sparo? è ancora molto attuale. Anche se la realtà a volte va al di là di quel che si può immaginare.&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;br&gt;Tutti gli amici che lo hanno letto lo hanno apprezzato moltissimo.&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;b&gt;Ci si può ritrovare lo stile asciutto ed essenziale che ha rende così particolari le sue canzoni.&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;br&gt;A settembre uscirà un mio nuovo disco con cinque successi, otto canzoni sconosciute al pubblico e una canzone inedita, una ballata che si chiama &lt;i&gt;Altre emozioni&lt;/i&gt;. Farò anche un&apos;ora di spettacolo con Michele Bovi su Rai2, &lt;i&gt;Cinquant&apos;anni di carriera&lt;/i&gt;, in cui canterò anche questa canzone.&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;b&gt;Dal suo ultimo disco, &lt;i&gt;Qualcosa di meglio&lt;/i&gt;, è passato un po&apos; di tempo...&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;br&gt;Hanno buttato via cinque cd, dall&apos;80 in poi: uno con la BMG Ricordi, che allora si chiamava BMG Ariola, due con la Fonit Cetra, uno con Edoardo De Angelis e uno con un produttore di Recanati. Sono usciti, ma in pratica non li ha ascoltati nessuno, perché oggi, se non si spendono un po&apos; di soldi in promozione, le cose non vanno. Non è come nel &apos;60, quando poteva aver successo improvvisamente Nico e i Gabbiani. Oggi questo non è più possibile.&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;b&gt;Quali sono le canzoni classiche che ritroveremo nel nuovo album?&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;i&gt;Io che amo solo te&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Canzone per te&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Adesso sì&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;L&apos;Arca di Noè&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Girotondo intorno al mondo&lt;/i&gt;... Quelle sconosciute sono &lt;i&gt;Allora balliamo&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Il giardino di Giovanni&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Madame Guitar&lt;/i&gt;...&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;b&gt;Questa è una notizia che farà felici i suoi numerosi estimatori.&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;br&gt;Una volta - avevo quarant&apos;anni - è venuto qui a Roma il marito di una mia cugina di Grado, un bancario, e mi ha detto, &quot;Ma canterai fino a novant&apos;anni?&quot; e io gli ho risposto, &quot;Fino a 90 no, ma fino a 80 sì&quot;...&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;b&gt;Come i grandi bluesmen...&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;br&gt;Purtroppo in Italia la memoria è un po&apos; corta. Anche se io non mi lamento assolutamente. E&apos; cambiato il mondo discografico, è cambiato il modo di consumare, di fruire il disco, però mi è andata benissimo. Io sono molto felice di quello che mi è successo.&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;b&gt;Tornando alla scrittura e alla letteratura... da dove viene la sua passione per una forma di comunicazione che non si limita esclusivamente alla musica, ma possiede anche un forte valore poetico? &lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;br&gt;Avevo otto anni, stavo in una soffitta a Pola, la città dell&apos;Istria in cui sono nato... in una soffitta, non una mansarda, e leggevo Salgari in ginocchio su una sedia col cuscino e col lume a petrolio. A quattordici anni, prima di entrare in collegio con i profughi giuliani dalmati, sono stato a Grado da un mio zio che aveva sì la mansarda e le camere anche per i figli e una libreria. Mi son letto I promessi sposi, i racconti di Maupassant, il teatro di Ibsen e un sacco di altre cose. Ho letto&lt;br&gt;moltissimo, nella mia vita. Adesso sono un po&apos; nauseato, sono pigro, ma ho letto moltissimo. Ho amato molto la poesia. Sono stato amico di Vinicius De Moraes, un grande amico suo. Ho conosciuto Rafael Alberti, di cui ho musicato &lt;i&gt;La colomba&lt;/i&gt;. Ho musicato José Martí... la poesia me l&apos;aveva data Bacalov per un film, &lt;i&gt;La rimpatriata&lt;/i&gt;, in cui Walter Chiari faceva un ruolo drammatico, l&apos;unico della sua vita. Non sapevo che Martí fosse il padre della patria, a Cuba, e quando mi hanno chiamato la prima volta, mi sono meravigliato del successo che ho avuto. Sono stato un sacco di volte a Cuba senza mai prendere un dollaro... per la revoluciòn  si fa questo ed altro.&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;b&gt;Un&apos;altra collaborazione importante è stata quella con Gianni Rodari.&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;br&gt;Io avevo fatto &lt;i&gt;La casa  e Il pappagallo&lt;/i&gt;...  La casa  era una cosa di Vinicius De Moraes e l&apos;avevo messa in quell&apos;album La vita, amico, è l&apos;arte dell&apos;incontro . Vinicius aveva visto il pappagallo che sta con me da 35 anni - sta urlando anche adesso; è in gabbia, ma quando stavo in campagna era libero in casa - aveva scritto su un bigliettino &quot;Ma che bello pappagallo, tutto verde rosso e giallo&quot;, e io, Bardotti e Bacalov abbiamo scritto parole e musica per Il pappagallo , che è stato un grandissimo successo. Con queste cose e con un disco che si chiamava &lt;i&gt;L&apos;arca&lt;/i&gt;  - con tutte canzoni di Vinicius De Moraes:&lt;i&gt; Il pinguino&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Il pappagallo&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;L&apos;anatra&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;La pulce&lt;/i&gt;; canzoni per bambini musicate e con gli arrangiamenti di Bacalov - andai da Gianni Rodari. Avevo preso un appuntamento e gli ho fatto sentire questo disco per fargli capire che non era la solita cosa per bambini fatta così alla buona. Era un disco molto serio, fatto molto bene. Lui mi ha dato una ventina di testi, io ne ho scelti dieci o undici e li ho musicati con Bacalov. Ci vuole un fiore  è più popolare dell&apos;Inno di Mameli.&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;b&gt;Di questo lei può essere davvero molto orgoglioso...&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;br&gt;Anche perché i soldi non fanno la felicità, no? Non si vive di solo pane.&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;b&gt;Come mai è così difficile trovare questi dischi?&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;br&gt;La BMG Ricordi ha ristampato su cd &lt;i&gt;Ci vuole un fiore&lt;/i&gt;, ma non so in quante copie. Il mondo discografico è cambiato in peggio. Una volta c&apos;erano dei musicisti come Giampiero Boneschi, alla Ricordi... persone come Nanni Ricordi, che suonava il pianoforte, si occupava di poesia, di musica... Fu lui a spingermi a scrivere canzoni, fra l&apos;altro, perché io non lo avevo mai fatto. Oggi i consigli di amministrazione delle case discografiche sono fatti da gente che viene dalla pasta, dalla carta igienica, che non c&apos;entra niente con la musica e la poesia. L&apos;unica possibilità è che i produttori - che io chiamo le vannemarchi della canzone - riescano a convincere i consigli di amministrazione a tirar fuori dei soldi, e allora la cosa può funzionare.&lt;br&gt;E&apos; una cosa molto diversa da quello che succedeva una volta... Alla RCA con Ornato, Melis, sia andava lì, si parlava, si discuteva. Oggi è tutto diverso.&lt;br&gt;&lt;br&gt;</text_more></entry>
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&lt;img alt=&quot;Fondo.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Fondo.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;178&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
Nel silenzio mediatico quasi assoluto Bancaintesa, in perfetta intesa con le OO.SS. e con alcune organizzazioni di categoria, sta praticamente liquidando un grosso fondo pensioni privato, istituito circa un secolo fa dalla ex Banca Commerciale Italiana a favore del proprio personale lavorativo. Lente vale oggi 700 milioni di euro in immobili, ubicati in primarie città italiane. Di tutto questo, ai diretti interessati (10.000 tra pensionati ed esodati, secondo il nuovo esotico neologismo) finora è giunto solo e raramente, ai più fortunati, qualche volantino sindacale a cose fatte. Intanto da aprile 2005, come da decisioni prese unilateralmente (cioé sopra le teste degli interessati), a molti degli ex dipendenti Comit e/o di Bancaintesa verra&apos; scippata lintera pensione mensile del Fondo, in attesa del ricavato della vendita (o svendita?) del patrimonio immobiliare, che nel frattempo verrà volturato alla FAPA, altro fondo di cui poco si sa... Iniziative tutte imposte, e non contrattate con la base.</text><text_more>Sulle motivazioni di tali decisioni, sullo svolgimento della vendita (o svendita), sul suo esito futuro, la sua gestione, i criteri che si useranno per la ripartizione del ricavato, la trasparenza che si darà al tutto, la proprietà continua a tacere. Unoperazione che globalmente si presenta come un nuovo, colossale e indegno sopruso &quot;all&apos;italiana&quot;. E ci mostra nei fatti, e in anteprima, un bellesempio di gestione degli strombazzati fondi pensione privati: la panacea che dovrebbe salvaguardare la vecchiaia dei nuovi lavoratori.   

Della ex Banca Commerciale Italiana, alias Comit, sappiamo che si trattava di un istituto di credito di alta professionalità,  tecnologicamente allavanguardia rispetto a tutti gli altri istituti. Tralasciamo ciò che accadeva nei meandri più oscuri e inaccessibili della Comit; conosciamo quale ossatura portante le banche siano sempre state per il capitale, per lappoggio al sistema in tempi di guerra, per il  favoritismo ai limiti della legalità (e oltre) verso la clientela di maggior rilievo. Lo affermo per aver vissuto (e osservato, sia pure in minima parte) per ben 37 anni nella Commerciale. Devo dire che essa si rivelava tuttavia, anche in queste manifestazioni, più misurata e varie spanne al di sopra delle volgari pastette combinate in innumerevoli altri istituti di credito susseguitisi nei decenni agli onori (si fa per dire) della cronaca. Della Comit non si può tacere, inoltre, che annoverava tra le sue fila personaggi come Raffaele Mattioli, rarissima figura di un autentico banchiere che al contempo sapeva essere uomo di estesa cultura (per esempio, diresse la collezione dei classici italiani per leditore Ricciardi); o come Sergio Solmi, altro nome di insolita levatura in ambito bancario e umanistico (come si diceva un tempo). Può interessare nel contesto di Carmilla, rivista dellimmaginario, sapere che Solmi curò per Einaudi, nei primi anni 60, una antologia di fantascienza rimasta fondamentale: &lt;i&gt;Le meraviglie del possibile&lt;/i&gt;, e scrisse saggi sulla &lt;i&gt;science fiction&lt;/i&gt; acuti, in anticipo sui tempi.
(Chi cerchi notizie storiche più dettagliate sulla Comit può trovarle, per esempio, sul sito dell&apos;ANPEComit, lAssociazione Nazionale fra Pensionati ed Esodati della Banca Commerciale Italiana, www.anpecomit.it). 

Dei trascorsi di Bancaintesa, invece, cosa dire? Ne so francamente poco, dal momento che non ho avuto la fortuna di farne parte essendo andato in pensione a fine 95, quando la detta banca ancora non esisteva, anche se la Comit (ex IRI) era già sulla via di quella privatizzazione che lavrebbe inattesamente smembrata e distrutta in un battito di ciglia. Dico non ho avuto la fortuna di farne parte in senso letterale: ogni volta che, oggi, mi reco nei locali della sede barese  che sono stati per la maggior parte della mia vita il mio luogo di lavoro  mi imbatto in ex colleghi dalle facce afflitte e avvilite come mai prima; in ombre di dipendenti di altri istituti del gruppo, sbattuti dalla proprietà nellex Comit e che si vedono vagare sperduti, senza sapere bene dove mettere le mani; e vecchi amici seduti alle scrivanie, scoglionati ai limiti dellumano che mi chiamano per sussurrare: Vittorio, beato te, hai fatto appena in tempo ad andartene! Guarda un po qui che &lt;i&gt;budget&lt;/i&gt; mi hanno affibbiato. Non hai idea di che inferno sia diventata la banca ora. Ora?! Unidea in realtà ce lho, visto landazzo generale, ma mi pongo anche una domanda: come possono gli ex colleghi dire una simile cosa, visto che la Comit  nonostante le rare delizie menzionate in apertura  era già un girone di lavori forzati quando io ne facevo parte? Sì, la mia permanenza pluridecennale in quellazienda mi ha procurato una schizofrenia inguaribile: io, in pratica, vivevo una vita normale, vivevo davvero, nei sabati, nelle domeniche, nelle ferie, perfino nelle malattie. Evidentemente  devo dedurre  ora ci sarà stata una trasformazione; linferno da metaforico è divenuto autentico. Confesso una mia debolezza, o se volete una cattiveria: a volte, quando sono giù di corda, entro in Bancaintesa. Quelle espressioni rabbuiate, o catatoniche, o sconvolte, mi fanno congratulare con me stesso per non esserci più e, uscito dal luogo, in più spirabil aere, mi sento decisamente meglio 

Questo è quanto sapevo di Bancaintesa fino a ieri. Pochino, in verità. Ovviamente  cè altra roba, e basta cercarla sul sito www.bancaintesa.it. Si tratta di un gruppo di recente formazione (1998), nato sulle ceneri improvvise e imprevedibili della Comit e costituito da Cariplo, da numerose altre banche di dimensioni medio-piccole, istituti stranieri, una grossa società dassicurazione e, &lt;i&gt;last but not least&lt;/i&gt;, da una banca che gode duna notorietà piuttosto diversa da quella che contraddistingueva la vecchia Comit. Parlo del BAV, alias Banco Ambrosiano Veneto, nato nel 1989 dalla fusione della Banca Cattolica del Veneto con il Nuovo Banco Ambrosiano dopo la liquidazione del famigerato &lt;i&gt;vecchio&lt;/i&gt; Banco Ambrosiano: sì, proprio quello strettamente collegato alla finanza vaticana, e che subì un tracollo connesso con la tuttora oscura gestione di Roberto Calvi, luomo suicidato a Londra nel 1982. Ma come si dice, il passato è morto (appunto), e il BAV odierno si presenta rilucidato e con tuttaltre armi. Il gruppo si prospetta, tramite Bancaintesa, quale &lt;i&gt;istituto di managers&lt;/i&gt;. Così va bene oggi! Daltronde il classico funzionario Comit (o bancario in genere) che fiutava a vista una situazione patrimoniale, o un falso in bilancio, non esiste più, sostituito da computer e parametri automatici. &lt;i&gt;Managers&lt;/i&gt; uguale produttività costi quel che costi, vero? Gente insomma che sostiene di pensare in modo nuovo, in linea con i nostri tempi globalizzati, un modo di far banca più estroso, rischioso, creativo, diverso, brillante, disincantato, provocatorio. E soprattutto &lt;i&gt;disinvolto&lt;/i&gt;. Come sto per dire. 

Amministratore Delegato e &lt;i&gt;Chief  Executive Officer&lt;/i&gt; (CEO) di Bancaintesa è Corrado Passera, che ricopre e ha ricoperto numerose altre cariche prestigiose qua e là, ma è noto ai più per essere stato chiamato a rinnovare le Poste italiane. Da dieci anni, nelle Poste non vi sono più assunzioni e coloro che raggiungono le condizioni per uscirsene non vengono sostituiti. Non avevo molte notizie su Passera. Incautamente ho cercato Passera su Google, e ne ho avuto in risposta... migliaia di pagine con accurate analisi del termine gergale, e immagini di fanciulle che ci gratificano in primo piano delle loro grazie nascoste. Beh, se non altro... Che sciocchezza, ho pensato, dovevo impostare Corrado Passera. Così notizie se ne trovano. Anche se per i più, dicevo, egli è luomo che ha saputo portare le Poste italiane da una gestione rimasta proverbialmente ottocentesca a un nuovo look e a un ammodernamento degno delle banche più evolute; mentre per contro con Bancaintesa ha portato un istituto, che era allavanguardia, alla situazione di un vecchio, ammuffito ufficio postale (parlo delle mie esperienze baresi, in sede centrale e nelle agenzie di città, che ritengo comunque rappresentative). Provate a fare le code agli sportelli; provate, nella filiale Bancaintesa dove avete il conto, a versare sul vostro conto corrente un assegno circolare emesso da quella stessa filiale Bancaintesa, a voi intestato, e poi a riprelevarne la somma, tutta o in parte: scoprirete blocchi sui fondi che durano anche settimane. Un assurdo di traballante legalità, allucinante, e soprattutto pericoloso. Ancora, provate a fare unoperazione presso uno sportello Bancaintesa che non sia quello dovè radicato il vostro conto: sembrerà che siate entrato in un&apos;altra banca, magari situata in Iraq. A tecnologie della vecchia Comit, come dicevo molto evolute e avanti nel tempo (ad esempio la circolarità dei rapporti di conto), sono state sostituite altre, terribilmente peggiorative, degli istituti nuovi proprietari. Negli ultimi tre anni ed entro aprile 2004, il numero degli esodati di Bancaintesa ammonterà a 6-7000 persone; per contro vi saranno assunzioni a tempo determinato di un paio di centinaia di persone, trasformabili (forse) in assunzioni a tempo indeterminato. Gli uffici di Bancaintesa, a Bari almeno, sono eterni cantieri, mentre vengono continuamente venduti pezzi dellimmobile in cui la banca è ubicata. Gli spazi si restringono e virtualizzano, il personale pure, gli utili magari aumentano. Ma...              

Qui terminano le mie notiziole-divagazioni. Indubbiamente soggettive, ma non sempre.  

In quanto assunto dalla Banca Commerciale Italiana (era il 1° aprile 1959), io come ogni altro dipendente Comit  fui &quot;obbligato&quot; contestualmente ad aderire al Fondo Pensioni del personale della della B.C.I.: un fondo privato integrativo creato (a ben guardare, in modo preveggente) negli anni Venti del XX secolo. Come da impegno sottoscritto, ho versato, al detto Fondo, contributi - dedottimi dalla busta paga - fino alla mia andata in pensione (31.12.95): negli ultimi anni, la deduzione mensile si aggirava sulle 700 mila lire.
In verità, ricordo che sulla gestione del Fondo Pensioni Comit si sono sempre fatte molte illazioni: in effetti la conduzione non appariva limpida, circolavano notizie di favoritismi e sprechi. E tuttavia, esso ha assicurato per decenni a dipendenti di ogni grado una pensione aggiuntiva non disprezzabile. Per esempio, per il sottoscritto tale integrazione, in aggiunta alla pensione INPS, è stata finora di 598 euro mensili. Il Fondo, negli anni, ha investito essenzialmente in titoli e nell&apos;acquisto di immobili, talora di pregio, ubicati nelle maggiori città italiane. Il suo patrimonio è valutato oggi sui 700 milioni di euro. La situazione finanziaria del Fondo, invece, è controversa: si parla di un passivo di 28,5 milioni di euro, anche se ai più diretti interessati (impiegati e soprattutto pensionati) sembra chiaro che non sia mai stata detta tutta la verità. Da qui, col cambio di proprietà, sono venuti fuori numerosi, serissimi problemi.

In poche parole, Bancaintesa ha già preso importanti decisioni passando sulla pelle di tutti i pensionati, automaticamente anche sulla pelle degli attuali dipendenti. A tutti costoro la nuova proprietà, per quanto mi consta, non si è mai degnata di comunicare intenzioni e progetti. In altri tempi, se il Fondo risultava carente, la Comit  interveniva con elargizioni (talora bonariamente, talaltra grazie a lotte sindacali): da Bancaintesa al riguardo emerge il vuoto pneumatico. Notizie sono pervenute ai dipendenti solo recentissimamente, e tramite qualche volantino sindacale. In dicembre io ne ho ricevuto un paio, ma per quanto riguarda la mia situazione di pensionato posso garantire di non aver MAI avuto alcuna comunicazione su decisioni che ora so già attuate. Non ho/abbiamo né avuto notizia che le parti (Bancaintesa; organizzazioni sindacali di categoria  emanazioni di CGIL, CISL UIL e altre ; esponenti del Fondo eccetera) si riunivano, né quando quando si riunivano, di cosa dovevano discutere nei dettagli, quali erano i risultati degli incontri. Notizie sono giunte talora, ma solo a cose fatte. Vero è che da non pochi anni circolavano voci di una situazione critica del Fondo, si alludeva all&apos;eventualità di dover prima o poi liquidarlo ripartendone il patrimonio tra gli aventi diritto. Ma ora questa liquidazione, si apprende, è già in atto da mesi. 
Uno dei risultati di queste decisioni unilaterali è che il sottoscritto, unitamente a migliaia daltri nella stessa barca, dal 1° aprile prossimo venturo non percepirà più un centesimo della pensione del Fondo. Per una pensione di media entità, 598 euro in meno (mi riferisco al mio caso) possono influire non banalmente su un tenore di vita.  Ad altri colleghi posti in quiescenza in tempi successivi al mio fu concesso di scegliere tra la pensione mensile e uno zainetto (alias un una tantum) a liquidazione forfettaria del credito maturato. Da mie indagini, è risultato che tale zainetto si e&apos; poi rivelato di gran lunga inferiore, quanto a valore, rispetto ai calcoli e perfino agli accordi concordati. Altri colleghi non hanno nemmeno percepito il promesso zainetto: restano tuttora in attesa. Il Fondo, a quanto pare, verra&apos; del tutto cancellato, rimosso, e trasferito nel FAPA: non so neanche cosa significhi la sigla, so che si tratta di un fondo di proprietà del BAV o comunque degli istituti del gruppo. 
Pare anche, dicevo, (voci di corridoio, nulla di ufficiale, nulla dalla proprietà) che siano stati posti in vendita degli immobili: gradualmente, dunque, il patrimonio comune verrebbe dismesso, e agli aventi diritto verranno versate quote. Naturalmente senza sapere quando avverranno i detti versamenti, con quali cadenze, con quali criteri di calcolo, con quanta trasparenza delle operazioni (ma a giudicare dal passato...)

La cosa piu&apos; inquietante, di queste mani sul Fondo, è il silenzio mediatico che accompagna l&apos;operazione. Probabilmente non se ne parla semplicemente perché non se ne vuole far trapelare nulla. Eppure è in corso unoperazione che anzitutto genererà (e cè da augurarselo) un contenzioso colossale; unoperazione altresì carica di  interrogativi tali da preoccupare seriamente. 10.000 persone: una nuova, ardita trovata all&apos;italiana?
Intanto una delle associazioni di recente costituzione per la tutela dei diritti di pensionati ed esodati, la sopra nominata ANPEComit, ha ripetutamente denunciato tramite il suo presidente Masia il silenzio di Bancaintesa su alcune questioni urgenti poste dall&apos;ANPE stessa, nonché lesautorazione dello storico Consiglio di Amministrazione del Fondo. Masia ha insinuato seri dubbi sulla attuale gestione del Fondo: parla di commissariamento di fatto, di liquidazione coatta, di decisioni prese a tavolino mesi fa, di svendita forzata; sottolinea altre deliberazioni della proprietà quali labolizione della usuale concessione di anticipazioni, o delle pensioni di reversibilità. Nessuno scrive Masia ricorda le gravi responsabilità della Banca che, perseguendo la sua politica di esuberi ed esodi, più o meno obbligatori, ha sottoposto a crisi di liquidità e forse altro il Fondo (...) Colleghi, riflettete sui superdividendi di Intesa da distribuire agli azionisti, nel contesto socioeconomico in cui, oggi, si fa ricadere la morte del Fondo Pensioni, e, appena ieri, si sono messi fuori migliaia di colleghi. (...) Si definiscono sprezzantemete i pensionati, che in servizio furono &lt;i&gt;obbligati&lt;/i&gt; a subire trattenute per il Fondo, &lt;i&gt;titolari di rendite periodiche&lt;/i&gt;...

Credo ce ne sia abbastanza per intuire il progetto in atto di fronte al quale ci troviamo. Il disprezzo verso personale e pensionati lo rispediamo e risputiamo volentieri al mittente. Dicevo più sopra: sapevo poco su Bancaintesa... fino ad oggi. Oggi infatti ne so un po di più. Anche per quanto riguarda il silenzio dei sindacati, CGIL inclusa; e della stessa cosiddetta sinistra (non parlo del governo, di fatto inesistente su qualunque fronte che non riguardi i cazzi suoi). Penserò male, ma un piccolo dettaglio mi lascia perplesso: una delle cariche di Corrado Passera, in passato, è stata Vicepresidente e Amministratore Delegato del Gruppo Espresso-Repubblica. A questo punto siamo alla frutta. Della vicenda finora hanno parlato solo  che io sappia  &lt;i&gt;Il Sole 24 Ore&lt;/i&gt; con brevi trafiletti, e &lt;i&gt;il manifesto&lt;/i&gt;. Personalmente cercherò, nel mio piccolo, di diffondere al massimo, mediaticamente, queste notizie e di prendere legalmente provvedimenti per quanto possibile. Intanto ritengo che, caso personale a parte, questa storia sia molto istruttiva, perché è un anticipo di cosa saranno e come verranno gestiti in Italia i famigerati &lt;i&gt;fondi pensione privati&lt;/i&gt;: la panacea che, ci assicurano, tutelerà i giorni dei nostri futuri pensionati.

                         </text_more></entry>
<entry id='1137' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1137' author_id='4' authored_on='20041224034508' basename='il_tappeto' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041224034508' modified_on='20041224034848' ping_count='1' status='2' title='IL TAPPETO' week_number='200452'><text>di &lt;b&gt;Michèle Laframboise&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;MicheleLaframboise2.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/MicheleLaframboise2.jpg&quot; width=&quot;119&quot; height=&quot;95&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
&lt;i&gt;Il Canada francese ha una sua nutrita scuola di autori di narrativa fantastica. &lt;b&gt;Patrick Senécal&lt;/b&gt;, per fare un esempio, sarebbe annoverato tra i maestri internazionali del genere horror, se fosse tradotto fuori dei confini del Québec; &lt;b&gt;Esther Rochon&lt;/b&gt; scrive romanzi stranissimi, che potrebbero definirsi fantasy se obbedissero a un qualsiasi modello; &lt;b&gt;Jean-Louis Trudel&lt;/b&gt;, francese trapiantato, coltiva con successo la fantascienza in senso stretto; ecc. La nostra preferita è però &lt;b&gt;Michèle Laframboise&lt;/b&gt;, che, unica tra i suoi conterranei, tocca nei suoi racconti e nei suoi romanzi temi legati all&apos;attualità e di grande portata. Meriterebbe senz&apos;altro una traduzione il suo &lt;b&gt;Ithuriel&lt;/b&gt;, in cui la chiave fantastica serve a narrare il dramma di un Canada diviso in due gruppi etnici e linguistici poco comunicanti; e in genere i suoi racconti e romanzi, pieni di riferimenti a tematiche ecologiche e sociali.&lt;/i&gt;</text><text_more>&lt;i&gt;Curiosamente, ciò che in Europa sarebbe considerato una virtù, nel Québec è considerato un limite, tanto che Michèle è trattata in patria, nel mondo ristretto dei cultori del fantastico, come una sorta di eterna esordiente. Invece non c&apos;è nessuno che le stia alla pari, quanto a virtuosismo stilistico e a forza di contenuti.
Chi voglia conoscere un po&apos; meglio &lt;b&gt;Michèle Laframboise&lt;/b&gt; può fare riferimento al suo &lt;a href=&quot;http://www.michele-laframboise.com/&quot;&gt;sito web&lt;/a&gt;, che peraltro, per eccesso di modestia, non riflette che minimamente le qualità dell&apos;autrice. Dal canto nostro, pubblicando il suo racconto Il tappeto, iniziamo una campagna a favore di una scrittrice tra le migliori del suo campo, meritevole di essere conosciuta a livello internazionale.&lt;/i&gt;  (&lt;b&gt;VE&lt;/b&gt;)

Il vento che scivola attraverso la porta sfondata ha spento le candele votive. Il suo alito rovente soffia nel vecchio tempio arroccato sul fianco della montagna e spazza via le ultime volute dincenso che si innalzano dai bastoni che i pellegrini in fuga hanno conficcato per terra. Una lampada solitaria è ancora agganciata a una corda tesa fra due colonne, e inonda di luce giallastra il grande tappeto da cerimonia.
Il tappeto di lana grezza non ha età. Una generazione dopo laltra, i fedeli hanno ravvivato i colori di questo giardino sbiadito strofinandolo con nuovi pigmenti. Partendo dai bordi del tappeto, fiori e viticci si arrampicano in complicati arabeschi attorno a un grande spazio libero, una losanga di cui si può ancora indovinare il colore blu scuro sotto le tracce di fango che lattraversano.
Di fronte al tappeto macchiato, si erge una statua imponente: la testa raggiunge il soffitto del tempio. Lartigiano che laveva scolpita nella pietra vulcanica era tornato alla polvere ormai da molto tempo, così come le oscure tessitrici del tappeto.
Il dio è seduto a gambe incrociate, le mani quasi giunte in un gesto di benedizione. Il suo viso riflette la serena maestà di un essere che ha superato ogni barriera tra cielo e terra. Sulle labbra affiora il sorriso ad un tempo benevolo e indolente che il suo creatore ha inteso donargli.
Gli occhi del dio erano stati di zaffiro prezioso che rendeva il suo sguardo quasi umano. Ora non restano che due orbite vuote coi bordi sgretolati dalla furia smodata dei predatori.
Non può vedere la donna che è appena entrata, recando unofferta, un pacchetto avviluppato nella stoffa. Il suo abito di cotone scolorito è una macchia rossa al centro del tappeto. Come unico gioiello, ella indossa un orologio fatto in serie da mani povere e logorate come le sue. Tra le sue braccia, il pacchetto si muove.
Allo stremo delle forze, poiché ha percorso scalza il sentiero scosceso che porta a questo rifugio, la donna si lascia cadere sul tappeto insieme al proprio fardello.
Lultima volta che era salita al tempio cera stata festa, la sua piccola mano racchiusa in quella del nonno. I geroglifici multicolori del tappeto scomparivano sotto una coltre di petali bianchi; si innalzavano canti da centinaia di bocche riunite davanti alle offerte di frutti appena raccolti; una nube azzurrognola dincenso scendeva sulle teste come un velo sotto lo sguardo del dio. 
Il tempio era caduto in disuso. Le feste del raccolto avevano lasciato il posto ad albe silenziose e canti di grilli, ma un adepto veniva regolarmente a sostituire gli incensi, a lavare la statua e spazzare il pavimento di pietra calcarea. Con discrezione, i pellegrini salivano a pregare.
La donna si guarda intorno, cercando ladepto con gli occhi. Una grande macchia di sangue rappreso sul pavimento davanti alle gambe incrociate della statua le fa capire che egli ha difeso il suo dio fino allultimo respiro.
La donna non piange, ha già visto troppi morti. Fuori, le grida e il crepitio dei fucili che salivano dalla città sono ormai cessati.
Se il dio avesse avuto orecchie umane, avrebbe accolto come fosse un canto la voce che incrina il silenzio opprimente. 
 Posso uscire, mamma?
Una testina appare da sotto gli stracci. Due grandi occhi scuri osservano il luogo da sotto una frangia di capelli neri. Poi, come tutti i bambini di tre anni, la piccola si alza per scoprire ciò che accade intorno a lei.
 Non allontanarti, Halimi, sussurra la madre.
La piccina trotterella sullimmenso tappeto di fronte al dio cieco. A questa magica età in cui le favole sono reali, ella ha già raggiunto metà della sua statura di adulta. Crescerà alta e forte se sarà risparmiata dalla follia assassina. Se sua madre riesce a farle lasciare il paese, forse Halimi non sarà condannata a rovinarsi mani e salute in fabbrica come i suoi genitori prima di lei.
 I suoi piedi nudi seguono i motivi di fiori e di uccelli che popolano limpenetrabile giardino. Un odore di antico si sprigiona dai colori ormai logori, dalle fibre consumate da migliaia di ginocchia nel corso dei secoli. Per la piccola, questo tappeto dai colori attenuati è divenuto terreno di avventure, promessa di viaggi.
 Si potrà volare da papà? domanda dimprovviso.
La madre solleva gli occhi verso il dio, incontra il suo sguardo assente, abbassa la testa verso il tappeto. Pensa al suo sposo scomparso quattro giorni prima, quando gli uomini armati hanno interrotto la loro cena. 


A parte il completo kaki, i soldati non portavano alcun segno che permettesse di distinguere la fazione cui appartenevano. Suo marito si era alzato per chiedere, il più educatamente possibile, cosa volessero. Era stato colpito e gettato a terra dal calcio del fucile, e i colpi degli stivali lavevano assalito fino a che era stato incapace di rialzarsi. Un altro uomo aveva brutalmente allontanato Halimi che correva verso suo padre. Lei si era alzata a sua volta per difendere i suoi cari.
Allora la guerra civile si era abbattuta su di lei, strappandole i vestiti, sfondando la sua porta, sotto gli occhi impotenti del marito e di sua figlia. Mentre due selvaggi la devastavano sopra il tavolo, gli altri svuotavano la loro povera casa, squarciando locchio grigiastro del vecchio televisore.
Poi, quando i loro appetiti erano stati saziati, avevano trascinato fuori il suo uomo coperto di sangue e lavevano spinto dentro a un camion senza riguardo alcuno. Lei era rimasta rannicchiata in mezzo allappartamento devastato, stringendo Halimi per dimenticare il dolore che le bruciava dentro, ascoltando il rumore delle sirene, il rombo delle granate, gli spari delle fazioni rivali.
I banditi si erano riversati ai quattro angoli della città, seguendo uno schema troppo ben coordinato perché si potesse credere alla versione ufficiale che parlava di elementi incontrollabili. La vera versione lei laveva letta negli sguardi canzonatori dei poliziotti cui aveva inutilmente chiesto aiuto.
Per due giorni aveva atteso il ritorno del marito. Il terzo giorno era stata tagliata lelettricità. Dai rubinetti non usciva altro che un filo dacqua torbida che odorava di rancido. 
Tenendo per mano Halimi, si era decisa a suonare al portone del monastero in fondo alla strada. I missionari della croce, che avevano il telefono, le avrebbero dato dellacqua e qualche informazione, le avrebbero spiegato le cause della bufera che si era abbattuta su di loro.
Aveva trovato il cancello aperto. Non cera nessuno. Nessun canto religioso nella cappella del loro dio, nessuna cantilena dalle finestre della scuola. Dei corvi svolazzavano attorno a un mucchio di panni sporchi e disordinati in fondo al cortile interno. Piuttosto strano: i padri della croce erano così puliti e meticolosi!
Ella aveva proseguito dentro il recinto, incuriosita. Poi sera arrestata di colpo, proteggendo gli occhi di sua figlia. Braccia e teste dagli sguardi immoti si stagliavano contro lo sfondo scuro. Era fuggita, lasciando il cortile alla mercè dei corvi.
La sera altri gruppi armati avevano ripulito il quartiere. Lei non aveva neppure cercato di scoprire quale fazione stesse affermando col sangue il proprio concetto di giustizia. Si era salvata alle prime grida, con la piccola sui fianchi, scavalcando i corpi mutilati. Loscurità aveva protetto la loro fuga. Un bidone della spazzatura le aveva accolte per la notte.
La mattina si era ricordata del vecchio tempio. Le era occorsa tutta la giornata per attraversare la città cercando di ripararsi dagli spari criminali dei cecchini. Giunta ai piedi della montagna, era iniziata unaltra notte di spari e di grida.


Ella si accinge a pregare la divinità, tutti gli antichi dèi. Ma da quando essi prestavano ascolto?
Da quando noi abbiamo prestato loro ascolto? risponde una voce dentro di lei. Sì, noi abbiamo dimenticato gli dèi per compiacere i potenti che ci offrivano il benessere. Abbiamo accettato i loro soldi, cambiato le nostre culture, costruito fabbriche e centrali per nutrirli e mantenerli.
Quelle fabbriche e centrali ora giacciono sabotate, incendiate, distrutte da una o laltra delle fazioni rivali. Persino i raccolti avevano subìto le devastazioni di parassiti ignoti fino ad allora.
Con la forza della volontà, il suo popolo aveva compito il passo decisivo per liberarsi dallinflusso dei colonizzatori che infiacchivano progressivamente le loro forze. Le tornano in mente le elezioni, le prime nella storia del loro paese. Tutti fieri di esercitare i propri diritti democratici, erano andati a votare con le famiglie. Rivede la sua scheda scivolare nellurna, e poi la lunga attesa dello spoglio finale. La gioia improvvisa che era esplosa per le strade, i giochi dartificio, i balli e la musica.
Ma i potenti avevano bisbigliato i propri ordini allorecchio di chi mangiava ai loro tavoli e beveva dai loro bicchieri. Era avvenuto un colpo di stato, con lassassinio del presidente eletto, poi sostituito da un governo fantoccio.
Il suo popolo credeva di aver scelto la libertà, ma gli veniva imposta la morte. Tutte le linee erano state tagliate, i segnali radiotelevisivi interrotti, le strade bloccate, le frontiere chiuse. Si domandava se ci fosse ancora qualcuno nel mondo al corrente delle loro morti insensate, qualcuno in grado di udire le urla delle anime espulse dai loro corpi.
Chi, tra i potenti, aveva i mezzi per venire in loro soccorso, lasciava passare il tempo in vuoti discorsi. Sarebbero intervenuti, se mai avessero deciso di farlo, quando ormai non ci sarebbe stato più nessuno da salvare. Il governo fantoccio avrebbe dato la loro casa a degli sconosciuti, che a loro volta avrebbero dimenticato come quel focolare fosse appartenuto ad unaltra famiglia. Chi ci sarebbe stato a ricordarglielo?
Halimi e lei stessa non possedevano altro che vestiti a brandelli. I pochi denari sottratti ai banditi erano scivolati nelle tasche dei poliziotti che cingevano di blocco i settori della città, oppure erano spariti al mercato nero in cambio di qualcosa da mangiare. Le sue scarpe erano servite da moneta di scambio allultimo sbarramento di polizia.
Ella guarda il suo ultimo bene, un orologio dalla falsa marca straniera che a suo marito era costato una settimana di salario. Lui stesso ne portava uno simile. Sogna luomo che era stato tutto per lei, e che non aveva significato nulla per i banditi. Lavevano senzaltro ucciso, come i preti della croce. Rabbrividisce: forse, nella sua fuga smarrita attraverso loscurità, ha scavalcato il suo cadavere senza saperlo.
Halimi salta sul tappeto, di fronte al dio che la domina dallalto. Per gioco ella siede improvvisamente di fronte a lui, imitando la sua posizione, con le gambette incrociate. La piccola ride, e parla alla divinità, consigliandola di rimanere saggiamente seduta, per non sfasciare il soffitto. 
Poi le sue braccia fendono laria come se potesse sollevare il tappeto e farlo volare con la sola forza della sua volontà. Un istante di meraviglia si impadronisce di sua madre, di fronte alla capacità che hanno i piccoli di trasformare il mondo per mezzo del gioco...
I suoi occhi si riempiono di lacrime: che gli dei salvino almeno la sua bambina innocente! Innocente: una parola priva di senso per i macellai che hanno ucciso in sé ogni traccia di umanità. Non hanno più neppure la consapevolezza di commettere atti abominevoli. Ogni fazione impone il proprio ordine e semina la morte, asservita ai potenti senza saperlo.
Il dio cieco non risponde. Non è che una statua, creata per evocare le forze oscure che luomo non riesce a dominare. Creata per conquistare un lembo di terra ignota, per assicurare la continuità della vita in questo anelito di conservazione. Il dio non ha saputo impedire la guerra civile in cui il paese si sta inabissando.
Ora la giovane non è alla ricerca di una verità ultima, e neppure di una risposta razionale al perché di questo male innominabile, che mai nessuna preghiera è riuscita a fermare. Stanca e ferita nellanimo, sogna che il sorriso della divinità le apra le porte di un giardino segreto, un recinto protetto dove sua figlia possa cantare e ridere al sole.


Il suo sogno a occhi aperti è interrotto da un rumore proveniente dallesterno. Stivali sulla pietra squadrata allentrata del tempio, risate volgari, cinghie e cinturoni passati intorno ai fianchi e alle spalle. Di certo soldati che hanno dimenticato qualcosa. Non si prendono nemmeno la briga di nascondere la propria connivenza con i banditi. La donna si chiede di sfuggita cosa diranno ai vicini, quando rientreranno alle loro case. 
Halimi gioca nel giardino immaginario, le sue dita sfregano la superficie del tappeto come per coglierne i fiori dai petali scoloriti. Sua madre laccoglie a sua volta tra le braccia, guardandosi intorno. Non cè nessun varco da cui fuggire, alcun passaggio segreto scavato nel muro di calcare dietro lantico dio del raccolto.
Gli uomini crederanno di trovare delloro, ma non troveranno nientaltro che due donne su un vecchio tappeto... No! Che gli dèi la puniscano pure, se vogliono, ma che non puniscano Halimi!
Pensa di uscire dal tempio, di porgere loro sua figlia, supplicandoli di risparmiarle la vita. Ma troppi sorrisi di bimbi sono stati già annientati. Correndo per le strade, la madre ha visto i piccoli corpi strappati alla vita come erba cattiva.
I passi si fanno più vicini. Salgono i gradini dellingresso.
Ella mette sua figlia al centro del tappeto, nella grande losanga di un blu profondo come il cielo al crepuscolo.
 Siediti, tesoro, e chiudi gli occhi. Il tappeto adesso prenderà il volo.
 Noi non cadremo, vero, mamma? chiede Halimi eccitata, sedendosi di fronte al dio e appoggiando la schiena al ventre di sua madre.
Imprecazioni e rumore metallico: le hanno individuate. Dalla loro posizione, i soldati che le hanno prese di mira vedono solo una schiena rigida, che nella penombra si staglia contro le gambe incrociate della statua.
La giovane madre solleva lo sguardo verso il viso severo e calmo del dio cieco, perché ciò che vede sia unultima immagine di pace.
 No, piccolina, sussurra, stringendola tra le braccia. Sentirai un forte sparo, e poi il dio farà volare il tappeto. Volerà così alto e lontano che si vedrà tutta la Terra. E saremo con papà.


Alcuni mesi, o anni, più tardi, non fa differenza. 
Il tempo passa: sono state distrutte altre città, altri popoli sono stati ridotti al silenzio, dispersi, o disciolti in una massa informe e indistinta. Altri sorrisi di bimbo sono stati annientati con le armi o i lavori forzati, migliaia di mani e di piedi sfiancati prima del tempo per ingrossare i fiumi di profitto che scendono verso i paesi dominanti.
In uno di questi paesi, forse nel più potente, un esponente dellalta finanza presenta ai suoi invitati di riguardo il trofeo appeso al muro del suo salone.
 E un pezzo straordinario, mormora una dama con locchialino.
Dispiegato in tutta la sua lunghezza, poiché tale è laltezza del soffitto da cui pendono i lampadari pregiati, un vecchio tappeto offre allo sguardo degli invitati i suoi arabeschi e i suoi giardini cintati. I suoi colori, ravvivati da esperti artigiani, gli conferiscono una seconda giovinezza, come ai tempi passati delle feste del raccolto.
Le volute bluastre di fumo di sigaretta hanno sostituito quelle dincenso, perché in fondo anche questa del grande salone è una festa religiosa. Una cerimonia di potere cui partecipa un centinaio di commensali, una prateria ondeggiante di capi di stato e teste coronate, personalità di primo piano e visi rifatti.
Un cameriere ingrigito, silenzioso e ingobbito si muove tra gli invitati distribuendo rinfreschi come un sacerdote, bibite leggere o fortemente alcoliche, acque minerali frizzanti e bevande dietetiche. Non manca niente per calmare la sete dei nuovi dèi.
Alcuni giovani adepti cominciano a servire gli stuzzichini, ma il padrone di casa li redarguisce: è troppo presto!
 Questo tappeto è stato ritrovato quasi intatto nelle rovine di un tempio crollato sulle teste di alcuni soldati, durante la guerra civile, egli spiega. Siamo riusciti a togliere le macchie di sangue e i pezzetti dosso che vi erano rimasti incrostati. Lho fatto trasportare fin qui da un aereo della mia compagnia.
 Un tappeto volante! ridacchia volgare una divetta ossigenata.
 Fortunatamente, adesso questi spiacevoli eventi sono soltanto storia antica, riprende lospite.
Egli aveva ampiamente finanziato il ritorno dellordine nel paese dorigine. Adesso i nuovi colonizzatori sono adeguatamente inseriti nei territori annessi.
Un antiquario indietreggia per avere un quadro dinsieme più soddisfacente. 
 Questi motivi decorativi sono canonici nei tappeti orientali, afferma. Ciò che è veramente inusuale sono le due figure centrali.
Indica il centro del tappeto, la losanga blu che circonda le due immagini.
 I colori vivaci dei vestiti contrastano con il resto del tappeto. E la raffinatezza dei dettagli, quegli occhi espressivi, fino ai disegni sullo scialle della donna...
 Si direbbero madre e figlia! lo interrompe un attore divorziato quattro volte.
 Sono sedute a gambe incrociate, e la bambina dà le spalle alla madre, continua lantiquario. Ma il loro profilo spezza la simmetria del tappeto.
 E possibile che un artigiano abbia aggiunto queste figure in un secondo tempo? interviene un dinamico dirigente dal completo rigonfio di accessori informatici.  
 Ah no, protesta il padrone di casa, contrariato. Ho fatto analizzare le fibre dai migliori laboratori, e datano tutte al dodicesimo secolo! Tutte! Non avrei pagato trentotto milioni per della paccottiglia!
Unex indossatrice troppo truccata scoppia improvvisamente a ridere a braccetto di un sessantenne imbolsito.
 Guardate là, al polso della donna! Non si direbbe un orologio?
Tutti si avvicinano al tappeto, affascinati, persino il cameriere, che si dimentica di servire lo champagne. Nella calca gli sfugge quasi di mano il vassoio, e i bicchieri di cristallo tintinnano.
Il padrone di casa scoppia in una risata forzata.
 E un semplice braccialetto! Unillusione ottica!
Cercando di riprendere il controllo della cerimonia , fa segno al silenzioso domestico di aprire le vaste porte del sancta sanctorum, dove si terrà la festa. Egli esegue, con gesti di una lentezza rituale che il suo padrone gli apprezza. In tutti questi anni di servizio, non lha mai sentito proferire parola.
Il cameriere spinge i battenti, formando una croce nera che la luce scintillante della sala dei banchetti dilata sul pavimento del grande salone, fino a raggiungere il tappeto sospeso.
Un istante di pura bellezza blocca al suolo gli invitati. Le grandi porte-finestre si aprono su una vasta distesa derba, un tappeto di smeraldo che rosseggia verso lorizzonte, scomparendo nella gloria del sole che tramonta.
Lattimo passa come la fiamma di una candela estinta da un soffio. Gli invitati si dirigono verso la tavola imbandita di offerte, parlano di altre cose. Il vecchio tappeto si è già cancellato dai loro ricordi.
Dietro di loro, il silenzioso cameriere richiude dolcemente i grandi battenti. Fa il giro del salone, raccogliendo accuratamente coppe e bicchieri. Lui stesso li risciacqua in cucina: i giovani adepti sono partiti per il weekend.
Svuota i fondi di bottiglia e i boccali, anche quelli rimasti intatti. Li lava nellacquaio, spingendo indietro sul polso il vecchio orologio che si ostina a portare, una paccottiglia sfasciata come lui, ormai da tanto tempo.
Poi, attende.
Come ha atteso in silenzio nel camion, nella sala di tortura, in prigione, nella fossa ricolma di corpi mutilati, nella giungla, nel campo di prigionia. E rimasto muto: tutto ciò che ha amato è scomparso.
Quando le risate e le bestemmie si saranno spente, quando la calma sarà scesa sulla dimora, tornerà unultima volta in quella stanza per contemplare il tappeto che gli ricorda tanto la sua casa.
Nel cuore della notte, gli sembrerà di udire due voci che bisbigliano tra loro.

(Trad. di &lt;i&gt;Francesca Valentini&lt;/i&gt;)


  </text_more></entry>
<entry id='1138' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1138' author_id='4' authored_on='20041225050333' basename='su_giro_di_vite' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041225050333' modified_on='20041225050413' ping_count='1' status='2' title='Su &quot;Giro di vite&quot;' week_number='200452'><text>di &lt;b&gt;Danilo Arona&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Les_innocents.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Les_innocents.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;168&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
1) E nota lirrisolta e stuzzicante querelle in sede critica a proposito di &lt;i&gt;Giro di vite&lt;/i&gt; di Henry James. Racconto autentico di fantasmi o delirio allucinatorio dellio narrante, listitutrice Miss Giddens? Domanda ovviamente retorica perché, come sottolineò a suo tempo Todorov, sta proprio sul confine dellesitazione leffetto di straniamento fantastico che si crea nel lettore. In più, come leggiamo nellaffascinante saggio di Giovanna Mochi &lt;i&gt;Le cose cattive di Henry James&lt;/i&gt; (risalente al 1982, ma non datato), linterpretazione di Todorov si può ben accantonare a favore del concetto di allucinazione estetica, laddove, per quanto convinti che i fantasmi siano soltanto allucinazioni della Giddens, essi sono in ogni caso ben presenti e nocivi alla stregua dei Tulpa tibetani divulgati da Alexandra David-Neel.</text><text_more>Come dire, che i mostri sono concretamente esistenti nel momento in cui si crede in loro e, che piaccia o meno, questa è di sicuro una pertinente metafora di quella parte di mondo patologico che convive con quellaltra che patologica non è. Perché, da un punto di vista psichiatrico e/o psicanalitico, la questione della nostra epoca devastata è quanto mai semplice e schematica: la malattia (mentale) ha preso il potere.
Ma torniamo al nostro romanzo e, soprattutto, alle sue ricadute cinematografiche. 
Di queste ultime in Italia ne conosciamo tre: &lt;i&gt;The Innocents&lt;/i&gt; (&lt;i&gt;Suspense&lt;/i&gt;) di Jack Clayton (Gran Bretagna, 1961), &lt;i&gt;The Nightcomers&lt;/i&gt; (&lt;i&gt;Improvvisamente un uomo nella notte&lt;/i&gt;) di Michael Winner (Gran Bretagna, 1972) e  &lt;i&gt;The Turn of the Screw&lt;/i&gt; (&lt;i&gt;Presenze&lt;/i&gt;) di Rusty Lemorande (Australia, 1992). E delle tre di solito soltanto la prima viene ricordata per la congrua forza suggestiva jamesiana. A onor del vero lelenco è ben più lungo e, tra poco cinema e tante riduzioni per la TV, comprende i seguenti titoli:

&lt;i&gt;The Turn of the Screw&lt;/i&gt;, (TV) di John Frankenheimer con Ingrid Bergman (Usa, 1959) 
&lt;i&gt;Le tour décrou&lt;/i&gt; (TV) di Raymond Rouleau (Francia, 1974)
&lt;i&gt;The Turn of the Screw&lt;/i&gt; (TV) di Dan Curtis (Usa, 1974)
&lt;i&gt;The Turn of the Screw&lt;/i&gt; (TV) di Petr Weigl (Germania, 1982)
&lt;i&gt;Otra vuelta de tuerca&lt;/i&gt; di Eloy de la Iglesia (Spagna, 1985)
&lt;i&gt;The Turn of the Screw&lt;/i&gt; (TV) di  Graeme Clifford (Usa, 1990)
&lt;i&gt;The Turn of the Screw  Die Drehung der Schraube&lt;/i&gt; (TV) di Claus Viller (Germania, 1990)
&lt;i&gt;The Haunting of Helen Walker&lt;/i&gt; (TV) di Tom McLoughlin (Usa, 1995)
&lt;i&gt;The Turn of the Screw&lt;/i&gt;, (TV) di Ben Bolt (Usa, 1999) 
&lt;i&gt;The Turn of the Screw&lt;/i&gt; di Nick Millard (Usa, 2003)

Un elenco al quale andrebbe aggiunto a onor di completezza il film &lt;i&gt;The Others&lt;/i&gt; di Alejandro Amenabar, che è in qualche modo una rielaborazione assai libera e personale del Giro di vite di James. Da non dimenticare sono anche due film di Bava che occhieggiano, o qualcosa di più, alla lezione di James  la patologia è la porta dingresso per i fantasmi: &lt;i&gt;Reazione a catena&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;Shock&lt;/i&gt;. E, per finire, dato che sono un po bizantino, non andrebbe neppure dimenticato un vecchio, bellissimo Altman, &lt;i&gt;Images&lt;/i&gt; del 72, con Susannah York che vede fantasmi in piena sindrome da Miss Giddens.

2) Dove sta lassoluta e attualissima importanza del testo di James? Proverò a raccontarla alla mia maniera, affidandomi ai ricordi. Ho naturalmente visto prima il film di Clayton e poi, in epoca più tarda, ho letto il libro di James. Non sapevo quindi, alletà di dodici anni, che il film rispecchiava in modo quasi mirabile lambiguità e la dialettica delle zone oscure che caratterizzavano &lt;i&gt;Giro di vite&lt;/i&gt;. Merito, fra gli altri, di Truman Capote che con lo sceneggiatore John Mortimer adattò mirabilmente il fedele testo teatrale di William Archibald, rappresentato nel 1950 (dallo stesso adattamento il compositore Benjamin Britten e il paroliere Myfanwy Piper trassero unopera lirica quattro anni dopo). Di sicuro, a naso, quel film  che in prima visione venne vietato ai minori di sedici anni, ma che io riuscii a vedere, provocandomi traumi primari dai quali ancora non sono uscito  mi terrorizzava parecchio, ancora prima di vederlo. Il divieto (appunto), il manifesto in bianco e nero con Deborah Kerr e Martin Stephens che guardavano fuoricampo in alto qualcosa di terribile e, persino, lo stupido titolo italiano (inglese). Quando lo visionai, di sicuro fece il suo effetto. Ma ci fu un passaggio che mi provocò, a quelletà e in quellepoca (Claudio Villa aveva vinto a Sanremo), qualche problema, allorché la tremebonda e ipocrita Mrs Grose confessava a Deborah Kerr che Miles era stato mandato via dal collegio perché di notte corrompeva gli altri ragazzi (allincirca) e la nostra istitutrice reagiva con un isterico rifiuto a crederci. Hai voglia di quanto è capace la fantasia di un dodicenne nellelaborare uno dei più importanti spazi vuoti del testo di James. Hai voglia se poi si sentono frasi, prese di peso da libro, che recitano Ci sono degli abissi, ci sono degli abissi! o Queste cose non fanno per me, signorina (sempre linfida Mrs Grose). Non ne sapevo ancora molto, anzi nulla, ma si trattava della poetica (e della tecnica) di un certo Val Lewon che negli anni Quaranta aveva dichiarato:
Gli amanti del genere popolano loscurità di orrori molto più numerosi di quanti ne possono immaginare gli scrittori horror. Vi confiderò un segreto: se rendete lo schermo abbastanza buio, locchio della mente vi farà vedere qualsiasi cosa vogliate! Noi siamo grandi nel creare macchie dombra. Ricordate la lunga passeggiata nella notte nel &lt;i&gt;Bacio della pantera&lt;/i&gt;? Molte persone sarebbero pronte a giurare di avere visto una pantera muoversi nella siepe dietro la ragazza, ma non è vero! Illusione ottica, macchie dombra. (1) 
Certo, diatriba classica, ripropostasi in anni più recenti dalla famosa scena dellinterrogatorio in &lt;i&gt;Basic Instinct&lt;/i&gt; a proposito della vulva di Sharon Stone (si vede o non si vede per un secondo?), ma a dodici anni non esiste nulla di classico e di definito. Soprattutto perché il film, andando avanti, lasciava intravedere la tesi che i fantasmi di Quint e Miss Jessell tornassero a Bly per corrompere alla stessa maniera, stile collegio per intenderci, i due cherubinici Flora e Miles. 
(Altro clamoroso spazio vuoto, che il Mereghetti così riempie: Miss Giddens si convince che Flora e Miles siano succubi dei fantasmi di un guardiaccia e della sua amante, che ne usano i corpi per pratiche innominabili (2)   che poi i fantasmi, incorporei, usino i corpi altrui per pratiche innominabili, ai pignoli potrebbe sembrare azzardato, ma &lt;i&gt;glissons&lt;/i&gt;)
Per quanto ambigui, due dati, man mano il film procedeva verso il suo emozionante finale, apparivano più o meno chiari: Quint e Miss Jessell, da vivi, avevano intrattenuto un rapporto con Flora e Miles, con conseguenze assai negative sui bambini; tra Quint e Miss Jessell cera stato un analogo rapporto. La parola chiave era sempre quella, vittoriana e polisignificante: corruzione.
Alla fine del film, a dodici anni, capii che qualche conto non tornava a bella posta. Tutti i buchi nel racconto ci stavano ad arte. In piena tempesta freudiana e ormonale, pensai che Miles fosse un giovane porcaccione (proprio per quello moriva  i cattivi muoiono sempre alla fine del film), divenuto tale per colpa di un fantasma porcaccione. Le donne di contorno, okay, erano il contorno. Del resto Goffredo Fofi doveva ancora scriverla, la frase i fantasmi &lt;i&gt;uterini&lt;/i&gt; di Jack Clayton. (3)   

3. Scherzi a parte, come ogni buon appassionato di letteratura fantastica, mi sono dedicato nel corso degli anni a tentare di risolvere il mistero di &lt;i&gt;Giro di vite&lt;/i&gt;. Logico che non ci sia riuscito, ma sono in buona compagnia del mondo. Perché quel mistero è il suo fascino, lallegoria delle sue assenze, lalterità del suo titolo, il gioco delle cornici, la repressione sessuale insomma, un viticcio di edera che si centuplica allinterno del racconto per occultarci sempre, in posizioni prospettiche diverse, una parte del tutto. Una specie di enigma che viene dal passato (&lt;i&gt;Giro di vite&lt;/i&gt; è stato scritto e pubblicato nel 1898) attorno al quale, nel tempo, si sono avvicendate alcune, curiose digressioni interpretative che a quegli spazi vuoti hanno proposto un tentativo di chiarimento. Due provengono dal mondo dei comics. La prima, pubblicata nella mitica serie Horror di Gino Sansoni (primi anni Settanta), riscritta da Alfredo Castelli, si concludeva con Miss Giddens che uccideva a forbiciate ambedue i bambini per liberarli dalle presenze di Quint e Miss Jessell, un po come in certa cronaca nera che si legge di tanto in tanto si ammazza qualcuno perché è posseduto dal diavolo  una tesi che sposava linterpretazione tradizionale freudiana, ovvero che i fantasmi esistevano soltanto nella testa della sessualmente frustrata istitutrice. La seconda, un capolavoro, ad opera di Guido Crepax (4)  , in cui lazione viene spostata negli anni Venti-Trenta del secolo scorso e il cui senso è ben spiegato in questo frammento introduttivo di Emilio Tadini:
Una vera e propria variazione su un tema, quella di Crepax  su un tema, daltra parte, che si presta senza dubbio a molte variazioni. Chi vede nel racconto? E che cosa è visto? &lt;i&gt;Giro di vite&lt;/i&gt; è soprattutto la messa in scena di una complicata trama di sguardi. Lo sguardo quasi frenetico dellistitutrice, lo sguardo vuoto della governante, lo sguardo fisso e astratto dei bambini e, infine, gli avidi sguardi dei morti. E sono gli occhi dellistitutrice che costituiscono, qui, il vero io narrante e che mettono in atto tutti gli altri sguardi. Nel racconto per disegni di Crepax, lo sguardo dellistitutrice diventa uno sguardo lettaralmente visionario. E uno sguardo che produce immagini  una vera e propria macchina, in luce, di qualche desiderio oscuro, segreto. Listitutrice vede ciò che non esiste, o meglio: vede cose che esistono soltanto nella dimensione fantasmatica del suo sogno.. nel sogno lei offre il proprio corpo agli spettri che lei stessa ha creato. E si convince di essere la vittima sacrificale destinata a salvare i due bambini da quel desiderio sessuale che in realtà  nella metà segreta del suo incubo  lei sta appagando su di loro, sulla figura alterata dei loro corpi Nel suo racconto, James va ancora più in là. Senza dire nulla esplicitamente, James provoca, e lascia proliferare nel lettore  che se ne faccia carico lui, personalmente  le immaginazioni più turpi e più crudeli.
Già, Flora e Miles come &lt;i&gt;doppelganger&lt;/i&gt; di Miss Jessell e Quint. Ma, prima dellarrivo di Miss Giddens a Bly, quali cose spaventose potevano essere mai accadute tra i quattro  che in realtà sono sempre e solo due? Ci prova, a suo modo, a fornirci una risposta Peter Straub nel 1979 con il suo capolavoro &lt;i&gt;Ghost Story&lt;/i&gt; (5), dove inserisce una sua propria rielaborazione da &lt;i&gt;Giro di vite&lt;/i&gt;, nella quale il verbo corrompere jamesiano è sostituito dal più diretto toccare e dove Quint si chiama Gregory ed è più di un giardiniere, ovvero un fratello maggiore morto che regala allo spazio vuoto del 1898 un profumo totemico dincesto. 
Il tentativo più organico di esegesi appartiene però alla storia del cinema. E, per quanto la possibilità di trarne un film coinvolgente sia stata letteralmente gettata alle ortiche dalla pesantissima mano di Michael Winner, il copione di &lt;i&gt;The Nightcomers&lt;/i&gt; merita ancora oggi di essere segnalato per laudacia e la personale interpretazione della storia originale. 
In realtà lo scrittore Michael Hastings non fece altro che dar corpo a tutte le suggestioni che chiunque ha provato vedendo il film di Clayton. Fantasmi o meno della mente di Miss Giddens, Quint e Miss Jessell prima di morire erano entrati in contatto con Flora e Miles. Di che natura era stato il loro rapporto? Reale, sessuale, o soltanto immaginata? 
Bene, Hastings riempie i buchi di James con gli stessi fantasmi pre-adolescenziali che mi si scatenarono dentro quando vidi &lt;i&gt;The Innocents&lt;/i&gt;. Giardiniere e istitutrice (Quella donna è lorrore degli orrori, e lui anche  Mrs Grose) intrattengono un violento rapporto sadomasochista, una perversa relazione sessuale, di cui si compiacciono voyeuristicamente Flora e Miles (prima innocenti e non visti testimoni, poi incitati dagli stessi adulti a spiarli) che prendono a imitarli e a rappresentarli nei loro comportamenti, in una sorta di scellerato doppione dei loro cattivi maestri. Quando la relazione tra Quint e Miss Jessell finisce durante un ultimo appuntamento organizzato malignamente dai bambini, questi ultimi decidono di applicare alla lettera il comandamento principale della rozza filosofia di Quint: a volte è possibile uccidere qualcuno per amore. Così, divenuti ormai ambigui ed evanescenti mostri, ammazzano i due, facendo annegare lei e colpendo lui con la freccia di una balestra In effetti, come in ogni buon apprendistato del Male, è stato Quint ad insegnare a Miles a tirare con larco. 
Il film terminava proprio dove iniziava &lt;i&gt;Suspense&lt;/i&gt;: Miss Giddens arriva a Bly e si presenta a Flora e Miles che le rispondono con il più angelico dei sorrisi, ma, dietro ai loro occhi, la camera ci mostra in sovrapposizione i volti di Quint e Miss Jessell. Volendo, un ulteriore buco: sono posseduti? Sono divenuti &lt;i&gt;loro&lt;/i&gt;? Non ha molta importanza, in realtà: Miss Giddens sta per vivere unesperienza poco simpatica.
Cerano nel libro di James dichiarò Hastings ai tempi (6),  solo due o tre vere allusioni al fatto che Quint fosse il responsabile del mutamento mentale dei bambini. Non esiste una reale indicazione di cosa Quint abbia fatto, eccetto che tu credi che listitutrice soffra terribilmente e che nasconda delle cose ai bambini. Quando ho capito questo fatto e ho compreso lopera, ho intuito che James non aveva in realtà una lunga dimestichezza coi bambini perché è noto che quanto più nascondi ai fanciulli, tanto più loro ameranno sperimentare. Ecco perché ho pensato che era del tutto possibile che Quint potesse averli influenzati in un modo macabro e irreversibile, perché quei bambini sono proprio perspicaci, furbi, sempre apparentemente innocenti. Ma, se tu li chiudi a chiave in una casa con dei servitori e una grande proprietà da percorrere e da scoprire tutti i giorni, non ci saranno mai dei segreti. I bambini li scopriranno, sempre.
Giusto. Peccato che Hastings e Winner abbiano barato. I loro Flora e Miles, probabilmente per motivi di censura o  peggio  per tenere a bada quei fantasmi preadolescenziali di cui sopra, hanno quattro anni in più rispetto ai Flora e Miles di James. Tredici e quattordici anni invece che gli originali nove e dieci. Per forza tutto fila
In realtà lenigma di &lt;i&gt;Giro di vite&lt;/i&gt; è ancora tutto lì. Così ha da essere: per ricordare a tutti che viviamo sempre di più in una società di simulacri (fantasmi?) e che, ogni giorno di più, la malattia mentale al potere tenta dimporre un regime di dis-percezione della realtà allinterno di una griglia mediatica (Bly House) in cui molti corrono il rischio di smarrirsi. 
Bambini turbati, donne allucinate, fantasmi diurni. Quasi un esperimento comportamentale di reazione alla visione, come se James avesse aperto inconsapevolmente una finestra sul futuro. E molte cronache contemporanee sembrano traboccare di giri di vite. Leggete bene tra le righe.

1)  J.E. Siegel, &lt;i&gt;Val Lewton: the Reality of Terror&lt;/i&gt;, Seckor &amp; Warbury, Londra, 1972.
2)   Paolo Mereghetti (a cura di), &lt;i&gt;Dizionario dei film&lt;/i&gt;, Baldini &amp; Castoldi, Milano, 1993.
3)   Goffredo Fofi, &lt;i&gt;Capire con il cinema&lt;/i&gt;, Feltrinelli, Milano, 1977.
4)   Guido Crepax, &lt;i&gt;Giro di vite da Henry James&lt;/i&gt;, Olympia Press, Milano, 1989.
5)   Peter Straub, &lt;i&gt;La casa dei fantasmi&lt;/i&gt;, Mondadori, Milano 1982. 
6)   Bill Harding, &lt;i&gt;The Films of Michael Winner&lt;/i&gt;, Frederick Muller Limited, Londra, 1978.
 
</text_more></entry>
<entry id='1139' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1139' author_id='4' authored_on='20041227051958' basename='nocturno_e_la_riscossa_del_cin' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041227051958' modified_on='20041227052040' ping_count='1' status='2' title='NOCTURNO e la riscossa del cinema di genere italiano' week_number='200453'><text>di &lt;b&gt;Valerio Evangelisti&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Nocturno10anni.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Nocturno10anni.jpg&quot; width=&quot;115&quot; height=&quot;161&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
&lt;i&gt;Questo articolo è apparso sul dossier allegato al numero di settembre 2004 della rivista &lt;a href=&quot;http://www.nocturno.it/&quot;&gt;Nocturno&lt;/a&gt; (cui Valerio Evangelisti collabora saltuariamente ma con estremo piacere), dedicato ai primi dieci anni della testata.&lt;/i&gt;

Senza il cinema di genere degli anni 70, e penso in particolare a quello italiano, io non farei il mestiere che faccio. E stato proprio quel tipo di cinema ad alimentare il mio immaginario, a pari titolo  e forse in misura ancora maggiore  della narrativa.
Anche i film più scadenti del periodo contenevano infatti elementi deliranti e geniali, magari limitati a ununica scena, capaci di suggestionare la mia fantasia. Chiaramente la palma delloriginalità e dellinvenzione spetta allo spaghetti-western. E ormai scontato dirlo. Nato come prodotto dimitazione, il western allitaliana raggiunge presto una sua autonomia, fino a venire a sua volta imitato. Da quel momento, nessun western americano sarà più come un tempo. E chi guardi oggi i primi film di kung-fu, tipo La morte nella mano o Cinque dita di violenza, riconoscerà senza difficoltà a quale modello si ispirassero.
</text><text_more>Il cinema di genere italiano degli anni 70 fa dunque scuola nel mondo. Devo però precisare che, quando alludo allo spaghetti-western, non parlo solo di Sergio Leone, ma anche di Tonino Valerii, di Giulio Petroni, di Sergio Corbucci, ecc. E, del resto, il cinema di genere che lItalia impone non è limitato al western, che pure ne rappresenta lapice. Il giallo, lhorror, il poliziottesco, persino la commedia sexy (da Porkys in avanti, le farse statunitensi per adolescenti rifanno il verso alle insegnanti e alle liceali nostrane) affermano su scala mondiale il loro stile. Un fenomeno già iniziato negli anni sessanta, con le straordinarie invenzioni del genere peplum presto sconfinate nel fantastico puro, e con un Mario Bava che, a ogni film, apriva un nuovo filone.
A tutto ciò, la critica italiana &lt;i&gt;mainstream&lt;/i&gt; ha reagito inizialmente con supponenza, quasi che quello che aveva sotto gli occhi non fosse vero cinema. Poi, assediata dai cinefili, dalle &lt;i&gt;fanzines&lt;/i&gt;, dai cineclub e dai gusti del pubblico, ha cominciato a cedere. 
Penso che sia stata essenziale lapparizione dellopera imponente di Goffredo Fofi e Franca Faldini &lt;i&gt;Lavventurosa storia del cinema italiano&lt;/i&gt;. Per la prima volta un critico ritenuto (non a torto) tra i più schifiltosi rivelava gli sconcertanti retroscena del cinema di genere italiano, la sua simbiosi tra cialtroneria e serietà dintenti, il progetto di austeri militanti della sinistra extraparlamentare di fare dello spaghetti-western un veicolo per le proprie idee, il geniale dibattersi di tanti registi in una cronica povertà di mezzi, il loro riuscito tentativo, attraverso un disperato bricolage tra specchi e fondali di cartone, di far somigliare un film miserabile a un kolossal. Solo pochi anni prima Tullio Kezich, cui peraltro vanno riconosciuti ampi meriti, insisteva nellesaltare qualsiasi western americano e nel denigrare per partito preso ogni film simile girato in Sardegna.
Dopo Fofi, tutta la critica seriosa è stata forzata a prendere atto della grandezza di Sergio Leone, ma senza spingersi molto più in là. Qualche ammiccamento di consenso a Fernando Di Leo, qualche sorriso stiracchiato a Sergio Corbucci; un riconoscimento, a dir poco dovuto, a Mario Bava. Sono però rimasti fuori dalla riabilitazione artigiani di rango, pronti a girare non importa cosa per campare, e tuttavia capaci di imprimere al più umile dei prodotti una loro cifra stilistica. Per giungere a ciò, occorreva una spinta ulteriore.
Quella spinta, a mio giudizio, è stata impressa da &lt;i&gt;Nocturno&lt;/i&gt;. Quando la rivista è apparsa, dopo un periodo di gestazione quale &lt;i&gt;fanzine&lt;/i&gt;, aveva dei concorrenti. Quei concorrenti sono tutti spariti. Non a caso, sempre secondo me. Non svolgevano alcun discorso cinematografico, si limitavano allapplauso  mezzo convinto e mezzo divertito  a pellicole  considerate sistematicamente dei capolavori, per cui &lt;i&gt;Hilsa, la belva delle SS&lt;/i&gt; pareva avere lo stesso valore di &lt;i&gt;Orizzonti di gloria&lt;/i&gt;. In questo modo, magari contro le intenzioni, si finiva col fare dellintero cinema di genere, italiano o straniero, una parata di &lt;i&gt;freaks&lt;/i&gt; degna di un circo dei primi del 900.
Del tutto diverso il metodo di &lt;i&gt;Nocturno&lt;/i&gt;. Schede cinematografiche accurate, spiegazioni razionali utili alla formazione di un giudizio, oggi interi fascicoli monografici. Per me &lt;i&gt;Nocturno&lt;/i&gt; è stato una scoperta importante. Mica che io sia sempre daccordo con le opinioni che esprime. Però sono daccordo con la sua visione di fondo, simile a quella sostenuta negli anni 80 dalla mitica rivista francese &lt;i&gt;Starfix&lt;/i&gt;. Dalle origini, il cinema ha due anime: quella realistica e un po pedissequa dei fratelli Lumière, e quella fantasiosa e delirante di Meliès. Il cinema di genere italiano, nei suoi momenti doro, si è innestato sulla seconda. Questa sua matrice va difesa contro gli appiattimenti del presente, che hanno lasciato linvenzione cinematografica nelle mani di produttori conformisti, alla caccia perenne di sussidi statali, e di cineasti che si sono formati sulle banalità del piccolo schermo.
Sono fiducioso che prima o poi il cinema di genere italiano risorgerà. Non potrà essere né quello di Bruno Mattei (e qui mi dissocio dagli amici di &lt;i&gt;Nocturno&lt;/i&gt;), né quello di Dario Argento ultima versione (qualcuno dovrebbe finalmente dire a quelluomo di astenersi dallo sceneggiare, o di avvalersi di sceneggiatori veramente in grado di valorizzare la sua bravura tecnica). In questa difficile impresa &lt;i&gt;Nocturno&lt;/i&gt; può essere daiuto. Basti guardare alla sezione retrospettiva della Mostra del Cinema di Venezia di questanno. Sarebbe mai stata possibile, se la mia rivista di cinema preferita non avesse lavorato ai fianchi la critica per un decennio?


</text_more></entry>
<entry id='1140' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1140' author_id='4' authored_on='20041228031356' basename='america_2004' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041228031356' modified_on='20041228031454' ping_count='1' status='2' title='America 2004' week_number='200453'><text>di &lt;b&gt;Salvatore Proietti&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Americani.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Americani.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;91&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
Alessandro Portelli, &lt;i&gt;Canoni americani&lt;/i&gt;, Donzelli, Roma 2004. pp. 366.  23,50.
Matteo Sanfilippo, &lt;i&gt;Sogni, paure e presidenti: Politica e cultura da Washington a Bush jr&lt;/i&gt;,  Cooper, Roma 2004. pp. 183,  14.
Sara Antonelli, &lt;i&gt;Rinascita di una nazione: Le scrittrici americane e la Guerra civile&lt;/i&gt;, Bulzoni, Roma 2004. pp. 266,  20.

Una delle più grandi assurdità culturali in cui viviamo è che dellAmerica si conosce tutto, e dunque è inutile non solo studiarla ma anche (come fanno, con umiltà, tanti comuni appassionati di cinema, musica, generi letterari) leggerla, guardarla, ascoltarla. E questi sono libri che ci ricordano che lAmerica è complessa, piena di storie, persone e posti, che sfuggono a chi la esplora solo a partire dai luoghi istituzionali e dalle metropoli sede di uffici stampa, o generalizza mettendosi in ginocchio davanti al Grande Libro o Film che la moda culturale di turno ha deciso di lanciare.
Questi sono libri che parlano di America (delle tremende contraddizioni della sua democrazia - e della nostra) e di culture di massa, che ci ricordano che non si può parlare seriamente delluna senza parlare delle altre. 

</text><text_more>Talvolta a ragione, talvolta a torto, si è molto parlato delleccezionalità dellesperienza degli Stati Uniti; da questa ineludibile radice del fascino che gli Stati Uniti continuano a esercitare su di &lt;i&gt;noi&lt;/i&gt;, muove Alessandro Portelli nel suo &lt;i&gt;Canoni americani&lt;/i&gt;: Se la letteratura americana ha una sua specificità [], essa sta in larga misura nel fatto che i suoi protagonistispesso in modo riluttante, antagonistico, contraddittorio, mai in modo pacificatonon hanno mai cessato di fare i conti con la musa irriverente della stampa popolare, del folklore, con questo magma di culture popolari, orali, di massa, volgari, commerciali, spettacolari e irrestibili. Seguendo questo filo conduttore (lincontro-scontro fra linguaggi), il libro di Portelli (che leggiamo da molti anni, come americanista e storico orale) ci conduce lungo un intreccio di voci letterarie basse che rifiutano, spesso dolorosamente, di accettare i ruoli imposti dallideologia, e alte, ricordandoci che anche il nostro piacere nel rileggere i grandi, forse, può guadagnarci se non ci si dimentica del resto della cultura. È quando si spezzano questi legami e questi conflitti interni che si perde di vista una forza democratica da cui la nostra cultura (esiste un crocianesimo postmoderno, purtroppo) ha solo da impararee sta, lentamente, imparando. E anche e soprattutto scrivendo libri come questo che si fa critica politica. 
Allora i classici possono essere anche gli afroamericani Phillis Wheatley (schiava, e prima poetessa della nazione americana), Olaudah Equiano e Frederick Douglass (ex-schiavi le cui autobiografie furono nell800 successi di massa e straordinari motori di attivismo politico), o romanzi popolari come &lt;i&gt;La capanna dello zio Tom&lt;/i&gt; di Harriet Beecher Stowe (letto da tutti, con una carica e un impatto antischiavista che gli derivò &lt;i&gt;grazie&lt;/i&gt;, e non &lt;i&gt;malgrado&lt;/i&gt;, lelemento sentimentale che lo ha escluso dai canoni ufficiali), insieme a Hawthorne, Melville, Poe, Twain (tutti, senza remore, immersi nel mercato e nelle contraddizioni della cultura popolare), o anche Henry James (irresistibilmente pieno di quelle immagini della frontiera che abbiamo imparato ad amare e a temere). Poi si passa a James Weldon Johnson (romanziere nero, e critico musicale che scriveva di jazz e blues negli anni 30), a Faulkner, Steinbeck, Salinger e Dick. Non sorprende che sia Dick lautore meno pacificato di tutti, e che il romanzo al centro dellattenzione sia una &lt;i&gt;fantasy&lt;/i&gt; minore, giovanile, &lt;i&gt;La città sostituita&lt;/i&gt;: dal figlio di migranti della Depressione, giunge una storia sulla lotta fra bene e male, e sullimpossibilità di ogni recupero nostalgico del passato; i conflitti degli USA moderni sono ineludibili e ci sono sempre stati, e lambientazione è quel Sud dei monti Appalachi, il luogo per eccellenza dellAmerica più povera e lontana dalle mitologie patinate. Viene da pensare su quanto della fantascienza, della &lt;i&gt;fantasy&lt;/i&gt; e dell&lt;i&gt;horror&lt;/i&gt; che amiamo (come del rock) provenga da questAmerica minore, diversa da quella dominante nelliconografia ufficiale, e di cui troppo facilmente ci si dimentica: il New Mexico di Williamson e Brown; lOhio di Hamilton, McHugh, Bujold; il Wisconsin di Bradbury e Simak; il Sud di mezzo &lt;i&gt;cyberpunk&lt;/i&gt;; lo Iowa di Disch; il Texas di Howard e Lansdale, e così via. Di questAmerica (di questi altri pezzi dAmerica) hanno parlato altri due libri preziosi, le storie urbane di &lt;i&gt;Metropoli e natura sulle frontiere americane&lt;/i&gt; a cura di Marco Sioli (Milano, Angeli, 2003, E. 22) e lincommensurabile, recentissimo resoconto di viaggio nel Sud (fra quei terroni dAmerica che affrontano le forme di caporalato postmoderno) di Marco dEramo, &lt;i&gt;Via dal vento&lt;/i&gt; (Roma, Manifestolibri, 2004, E. 6,90). Portelli conclude con i nostri contemporanei: Pynchon e DeLillo (che nellesaltazione delle possibilità postmoderne non dimenticano di parlare di responsabilità e politica), il regista Spike Lee, Toni Morrison (che vince il premio Nobel grazie a una &lt;i&gt;ghost-story&lt;/i&gt; ambiziosa e popolarissima come &lt;i&gt;Amatissima&lt;/i&gt;, solitamente omessa dai canoni del postmoderno bianco e maschile), il nativo Sherman Alexie, fino al mondo operaio di Bruce Springsteen e alla storia letteraria della guerra preventiva, in cui continua a spiccare il ruolo degli scettici rapporti di minoranza di Twain e Dick. 
E allinterno della cultura di massa, i discorsi della resistenza allufficialità estetica e politica continuano a viaggiare. Prima di diventare celebre col ruolo del Comandante Benjamin Sisko in &lt;i&gt;Star Trek: Deep Space Nine&lt;/i&gt;, lattore Avery Brooks era stato lo straordinario protagonista di un opera teatrale su Malcolm X (&lt;i&gt;X: The Life and Times of Malcolm X&lt;/i&gt;, di Anthony Davis) e di un tv-movie che rileggeva &lt;i&gt;La capanna dello zio Tom&lt;/i&gt; (dir. Stan Lathan, 1987) dal punto di vista degli afroamericani: cambiando pochissimo delloriginale, come ricorda Portelli, e mettendo in primo piano gli aspetti eversivi del romanzoinnanzitutto con la maschera impenetrabile e durissima di un Tom che riesce a vedere quelle cose che gli intellettuali bianchi (di allora, di oggi) si rifiutano di notare. Ovviamente, il punto è che nella cultura di massa cè tutto e il contrario di tutto, ed è giusto così; allora, viene anche da pensare alla serie originaria di &lt;i&gt;Star Trek&lt;/i&gt; e al primo ufficiale dellEnterprise, Mr. Spock, uomo che per definizione non dice mai bugie: e Portelli ci ricorda che fra le frasi celebri che creano la leggenda (per lo più postuma) di George Washington, cè appunto I cannot tell a lie: dentro la maschera di autorevolezza razionale e disinteressata dello scienziato cè il grande Padre della repubblicaa cui ovviamente &lt;i&gt;Star Trek&lt;/i&gt; aggiunge un bel po di ironia. 
Dove finisce, allora, lideologia, dove comincia lutopia? Nello stesso punto, risponde anche il libro di Matteo Sanfilippo, &lt;i&gt;Sogni, paure e presidenti&lt;/i&gt;, più divulgativo ma non per questo meno rigoroso, sfaccettato e informativo, al limite dellenciclopedico; ma appunto studiare lAmerica è una questione di umiltà, di voler seguire le piccole varianti con cui, lentamente e con coraggio, si svolge la lotta culturale. Triangolando fra storia politica, letteraria e culturale, i capitoli ripercorrono il mito del Presidente (dalla santificazione dei fondatori in un periodo di identità nazionale precaria alle figure deboli degli ultimi anni, facciata di un potere sempre più incontrollato), quello del West e quello dellantica Roma (da De Mille al &lt;i&gt;Gladiatore&lt;/i&gt;), liconografia della famiglia piccolo-borghese anni 50 (le illustrazioni di Norman Rockwell che, sia pur timidamente, non nascondevano quei conflitti tremendi che Dick pone al centro), fino al populismo anti-immigrazione e alla paura letteraria dellinvasione del territorio statunitense (la letteratura sulle guerre future, nata molto prima del 9/11). Prendiamo a esempio il &lt;i&gt;western&lt;/i&gt;, che oscilla sin dallinizio fra razzismo e dissidenza, consapevolezza dello sterminio degli Indiani (come in Washington Irving) ed esaltazioni acritiche, trionfo di un populismo rassicurante (reazionario o democratico) e visioni più scettiche. Il punto di svolta fra John Ford e Clint Eastwood, in questa storia, avviene intorno al 1960, subito dopo il periodo più buio della paranoia maccartista, in cui gli eroi cominciano a trionfare malgrado la società, con film come &lt;i&gt;Un dollaro donore&lt;/i&gt; di Howard Hawks, fra laltro sceneggiato da una scrittrice come Leigh Brackett che, nella fantascienza, nei gialli e nel cinema (ha un ruolo primario nello &lt;i&gt;script&lt;/i&gt; di &lt;i&gt;Il grande sonno&lt;/i&gt;, sempre di Hawks), aveva cominciato a fare &lt;i&gt;noir&lt;/i&gt; ben prima che questo diventasse moda. Giustamente, Sanfilippo apre il suo lavoro parlando di &lt;i&gt;La seconda guerra civile americana&lt;/i&gt; di Joe Danteancora una volta, unAmerica spaccata in duee di un trascurato film di Michael Moore, &lt;i&gt;Operazione Canadian Bacon&lt;/i&gt; (1995): la storia di uninvasione del Canada scatenata da un presidente alla ricerca di un capro espiatorio per i problemi economici della nazione. Lincapacità di accettare lesistenza di confini legittimi, e lincapacità di rendersi conto di quelli interni: temi che, appunto, solo la fantascienza sembra in grado di affrontare.
E come sappiamo &lt;i&gt;Star Trek&lt;/i&gt; era stata la prima serie TV a osare presentare, negli Stati Uniti, laudace (nel 1968) scena di un bacio interrazziale (nellepisodio Platos Stepchildren, in italiano Umiliati per forza maggiore) fra la nera Ten. Uhura e il bianco Cap. Kirk. Il fatto che questo bacio fosse forzato da una forma di controllo mentale è solitamente menzionato come segno di scarso coraggio da parte degli sceneggiatori; questo è in parte vero, ma il libro di Sara Antonelli, &lt;i&gt;Rinascita di una nazione&lt;/i&gt;, ci può far rivedere il giudizio. Infatti, se esiste un filo conduttore (una scena primaria?) nella letteratura delle donne sulla Guerra civile americana è proprio la realtà diffusa dello stupro delle schiave. Questa, ci dice Antonelli, è la letteratura più direttamente politica del secondo 800 americano: prima con lintervento abolizionista anti-schiavista, poi affrontando la nascente segregazione, una tradizione di scrittrici riesce a entrare nella sfera pubblica del dibattito politico e culturale attraverso il mezzo del romanzo popolare, quel sentimentale che a torto si è lasciato al margine delle storie letterarie ufficiali. Si ripercorre così la carriera di autrici bianche come Lydia Maria Child e la più famosa Louisa May Alcott e di autrici nere come Harriet Jacobs, Charlotte Forten, Frances Harper e Pauline Hopkins. Tutte queste scrittrici hanno in mente lideale democratico che gli USA vogliono incarnare, ma per tutte è ineludibile la contraddizione della schiavitù, di una democrazia in cui la Costituzione esclude una parte di sé dallo status di esseri umani. E allora le autrici bianche rivoltano e sovvertono il genere sentimentale a partire dalle sue stesse caratteristiche: parlando di seduzione, facendo piangere le loro lettrici, accettano di correre dei rischi e parlano degli orrori dellideologia e della pratica schiavista, non in astratto (prospettando la dannazione dellanima dei bianchi, come fanno molte figure ufficiali, più o meno complici) ma in concreto (la sofferenza reale dei corpi dei neri - e delle nere), e cercando di cambiare il mondo anche con la letteratura. Per le autrici nere, la cosa assume unurgenza assoluta, e il capolavoro è &lt;i&gt;Incidents in the Life of a Slave Girl&lt;/i&gt; di Harriet Jacobs, storia scandalosa allo stesso tempo di denuncia della schiavitù e autobiografia di una schiava che assume il controllo sui propri sentimenti, sulla propria sessualità e sulla propria vita (ma, ancor più scandalosamente, senza la soluzione consolatoria del matrimonio). E in &lt;i&gt;Of One Blood&lt;/i&gt; di Pauline Hopkins (1903), la schiava scopre, insieme con la realtà dello sfruttamento schiavista anche sessuale, un riscatto anche nella mitica città invisibile degli africani: lutopia, dice Antonelli, di quel cuore nero dellAmerica bianca che solo la letteratura popolare (con una spruzzata di fantascienza, in questo caso) riesce a dare.
E che solo libri filo-americani come questi riescono a raccontarci. Con irriverenza, col cuore, coi sogni e senza paure.


</text_more></entry>
<entry id='1141' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1141' author_id='4' authored_on='20041229033119' basename='ingannevole_la_prosa_sopra_ogn' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041229033119' modified_on='20041229033637' ping_count='3238' status='2' title='Ingannevole è la prosa sopra ogni cosa  (prima parte)' week_number='200453'><text>&lt;b&gt;Viaggio nella narrativa erotica scritta dalle donne&lt;/b&gt;
di &lt;b&gt;Chiara Cretella&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Clovis3.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Clovis3.jpg&quot; width=&quot;125&quot; height=&quot;99&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
&lt;i&gt;Chiamo vergine la donna che ha fatto lamore con un solo uomo.&lt;/i&gt; 
Emmanuelle, &lt;i&gt;Lantivergine.&lt;/i&gt;

La narrativa delle giovani scrittrici degli ultimi anni sembra essersi attestata su un livello comune di condivisione culturale. Si può partire dalla definizione di «scrittura dellombelico», come viene intesa dai Wu Ming ad esempio, che indicano con questa locuzione la letteratura intimistica e non impegnata, tipica espressione della repressione culturale in atto in Italia, e si può approdare alla «scrittura dellutero» per rubare una definizione a Renato Barilli (1).  La fascia di questo genere letterario si allarga a tematiche differenti, ma spesso declinate con luso topico della prima persona, ad indicare un luogo di una geografia di pensiero, prima che letterario. Spesso queste scritture femminili privilegiano la forma diaristica. 
</text><text_more>A questa modalità appartiene il romanzo di &lt;b&gt;Melissa P&lt;/b&gt;., &lt;i&gt;Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire&lt;/i&gt;, Fazi, Roma 2003, pp. 143,  9,50. La prima impressione del lettore è quella di trovarsi davanti a un testo assolutamente inutile. Non entrerò nel merito della questione della paternità di questo romanzo (2).  Chiunque labbia scritto non vorrà certo vantarsene. Ma loperazione è interessante. Il testo è costruito abilmente da una mano esperta del genere rosa. Un chiarissimo collage, per chi ha un minimo di cultura, di scene ripescate da romanzi celebri. &lt;i&gt;Le età di Lulù&lt;/i&gt; per la scena di sesso con i due omosessuali e per la relazione con il ragazzo-professore, l&lt;i&gt;Histoire dO&lt;/i&gt;, per la scena sadica con lamante adulto, &lt;i&gt;Emmanuelle&lt;/i&gt;, per il sesso di gruppo. Il tutto condito con qualche leggenda metropolitana da chat line e con quella che sembra la riscrittura di qualche filmino porno girato in casa, magari messo in internet dal ragazzo geloso che è stato smollato dalla povera ragazza, che viene così sputtanata in tutto il paese. Pochi giorni fa mi parlavano di una ragazza che si è suicidata dopo questo trattamento, che ricorda come modalità di pensiero la stessa dinamica di sfregio fatta con lacido ai danni delle donne indiane. Del resto, lItalia è un paese cattolico e perbenista, pruriginoso: va pazzo per le Veline sedicenni e per le ragazzine di Boncompagni, ma poi manderebbe al rogo qualsiasi sospetto di pedofilia. Chi non si accorge delloperazione mediatica di questi fenomeni è degno di esser preso per il culo. 
Bisogna imparare a distinguere le scrittrici dalle Veline. 
Anzi, al posto di Veline direi Letterine, che non vuol dire però donne di lettere. 
Torniamo alla piccola Melissa. Basta guardare la copertina, il cuore, lo specchio, il narcisismo dellapparenza televisiva, il caso umano alla Costanzosciò, quel cognome, P., messo lì appunto per malignare, e quella locuzione: 100 COLPI scritto in grande per richiamare lattenzione sessuale. Quei cento colpi e quel cuore come una risposta implicita. Sei una porca? Compralo. Sei romantica? Compralo lo stesso. Tutto ciò eleva a mille lattenzione del non lettore. Chiaro, infatti, che il libro si rivolge ai non lettori. I veri lettori non lo comprano, ma poi magari sono costretti a chiederlo in prestito alla nipotina o alla collega dufficio e a leggerlo, come ho fatto io, perché non si deve mai stroncare qualcosa senza documentarsi. Il linguaggio usato poi, è quasi una scelta davanguardia non voluta. Scene soft-porno declamate con uno stile alla Harmony, il cui effetto parodico è devastante, almeno per chi ha la coscienza critica di apprezzarlo. Mi hanno detto che forse sarà leterea protagonista di &lt;i&gt;Elisa di Rivombrosa&lt;/i&gt; a interpretare Melissa P. sugli schermi. Dopo aver commosso milioni di italiani interpretando eroine romantiche, se non sbaglio anche una Lucia manzoniana, eccola convertirsi in Lolita siciliana. È la perfetta parabola della femmina italiana, suora, moglie e poi puttana. Non cè scampo alle categorizzazioni del maschio. 
Oggi nessuno si ricorda del romanzo di &lt;b&gt;Lara Cardella&lt;/b&gt;, &lt;i&gt;Volevo i pantaloni&lt;/i&gt;, Mondadori, Milano 1994,  8,40 arrivato in dieci anni alla trentesima edizione. Ma che fine ha fatto questa ormai non più giovane fanciulla che successivamente si candidò con Forza Italia e che ha scritto ben sei romanzi dopo lesordio? Sepolta nel più completo anonimato. Ogni dieci anni quindi, ecco che si tira fuori dal cappello la ragazza siciliana alla &lt;i&gt;Malena&lt;/i&gt;, che ancora infiamma i sogni perbenisti dellItalia del terzo millennio.  Anche per la diffusione capillare di un messaggio di differenzialismo femminile, laddove si riesca a superare il muro della vendita di poche migliaia di copie, si deve purtroppo fare i conti con una banalizzazione del linguaggio e dei temi, scaduti nel folklorico (3). 
Ma ci sono alcune pregevoli eccezioni, come il romanzo di &lt;b&gt;Elena Stancanelli&lt;/b&gt;, &lt;i&gt;Benzina&lt;/i&gt;, Einaudi, Torino 1996 e 2002, pp. 156,  7,23.  Esordio delicato, &lt;i&gt;Benzina&lt;/i&gt; è una storia sospesa in un surrealismo metropolitano. Lenni e Stella, novelle &lt;i&gt;Thelma &amp; Louise&lt;/i&gt; allitaliana, percorrono un iter circolare in cui incontrano figure allegoriche e soggetti della fauna urbana, fino alla ricomposizione personalissima della storia di un amore e di un incrocio di sguardi sul mondo. Lincontro/scontro con la madre di Lenni, un cadavere parlante che diviene una sorta di angelo custode della vicenda, è quello che ribalta la semplice narrazione lineare del romanzo tradizionale in un suggestivo sguardo dallalto/basso, dalla decomposizione corporea alla onniscienza satellitare verso la sorte delle sue carnefici. La lingua, che non cede al lirismo poetico ma si nutre di un minimalismo estremo che diviene nudità della parola-testo, è una lingua veloce, che corre alla sua conclusione inglobando la trama nellessenza stessa del suo dispiegarsi. Lincrocio di tre punti di vista che aggiornano e completano gli avvenimenti creano nel lettore un apparente disorientamento, visto che tutto concorre a portarlo verso unempatia profonda con lamore non convenzionale tra queste due ragazze-donne alla ricerca di una propria evasione impossibile, riconfigurata, nella chiusa del romanzo, in una liberazione che ha tutti i toni del diritto allautocoscienza. 
Passiamo alla Francia. Il romanzo di &lt;b&gt;Virginie Despentes&lt;/b&gt;, &lt;i&gt;Scopami&lt;/i&gt;, Torino, Einaudi, 1999. pp. 203,  7,00 (ma la prima edizione francese è del 1996), fece scandalo qualche anno fa prima di tutto per il titolo. Chi non ha sognato di entrare in libreria e chiedere al libraio: «Scopami»? Il romanzo è diventato ben presto un tormentone anche in Italia, grazie anche ad un film orrendo i cui dialoghi sono stati curati da Simona Vinci. La storia è sempre quella, due giovani ragazze cominciano una fuga alla &lt;i&gt;Thelma &amp; Louise&lt;/i&gt; ammazzando sulla loro strada tutti quelli che incontrano. In questo viaggio non cè nulla dinteressante che ci dica: vediamo almeno come andrà a finire. Si continua perlomeno per cercare di capire se queste tipe hanno letto la Solanas. Ebbene no, è tutto senza senso. E lo stile che vorrebbe essere dirompente e cattivo è invece solo noioso. Anche le donne possono essere dure, sembra dire il testo, ma solo adottando schemi maschili.
Invece la spagnola &lt;b&gt;Alina Reyes&lt;/b&gt;, &lt;i&gt;Il macellaio&lt;/i&gt;, Guanda, Parma, 1993, pp. 80,  8,26, (ma la prima edizione italiana è del 1989), è riuscita, in un agile libretto, ad affrescare il mondo interiore di una giovane fanciulla alla scoperta del sesso. Una grazia ed una levità tutta particolare, che confina con la pura poesia. Nonostante il grande successo di pubblico, lorrida versione filmica della Parietti e qualche ammiccamento testuale un po sanguinolento, il tema erotico della carne cela lattrazione-repulsione per la morte, e le sue implicazioni simboliche (4).  Nella lotta/scontro con laltro, lindividualità prigioniera si libera e si apre un taglio verso le profondità del desiderio e della mente. Splendida la chiusa del romanzo, la passeggiata a quattro zampe sul ciglio della strada, la scoperta delluniverso piccolo e derelitto della border-line, la conquista di una coscienza critica della sensualità che passa attraverso la speculazione del pensiero. Ed è questo lunico erotismo che minteressa, quello che riesce a creare analogie che vanno al di là del reale, per costruire nuovi ponti con cui attraversare inesplorate ricerche di senso. 
In più lerotismo femminile indaga il tema della formazione dellidentità, che è uno strumento efficace per risalire alla specificità delle donne, e ai problemi legati alla differenza di genere: «Ed è qui che la ragazza capisce - lei è una delle tante, la più brutta o forse la più bella - che è nellocchio delluomo che la donna fonda la percezione di sé. È una scoperta terrificante - tocca fino in fondo la più antica memoria di come si è formata la sua identità: nella dipendenza dal desiderio delluomo» (5).  
È proprio per assecondare questo desiderio che la donna, nella ricerca di un percorso di iniziazione erotica, incontra laltra, linnominata, il sé corporeo smosso per contrasto, attraverso una lotta di assuefazione alla dipendenza psico-fisica, al masochismo, al concetto di ruolo. Questa parte sommersa che emerge è la sostanza prima del senso e la sua evocazione letteraria riempie la scrittura di materia e di materia grigia, in ununione che diviene surreale, nel senso di un surplus di realtà elaborata come piena compenetrazione del sé con laltro, del fuori da sé e del dentro il sé, del passato e del presente. Leros, come larte, è espressione di un trabbocamento di vita, un eccesso di libido che si scarica nella fusione con laltro, sia esso carta, tela, marmo. Ma proprio perché lEros è in se stesso vita, creazione, funzione preminentemente riproduttiva, ha una marcia in più rispetto alle speculazioni di pensiero che indagano la creazione. Leros è creazione in atto. Assistere quindi al suo dispiegamento è specchiarsi in un processo di conoscenza ontologica, attraverso la filogenesi storica del corpo. Come una lingua antica, la lingua materna, la lingua della dea madre (6), la bocca impara lindagine sul mondo, interpretando, baudelarianamente, i simboli della natura inverata nella sincronica lettura e declamazione del proprio tempio vitale, quello che Courbet chiamava, in un trabboccante e lirico realismo, lorigine del mondo. 
Sono i gioielli indiscreti della donna che iniziano rumorosamente a parlare, liberi finalmente da odiose cinture di castità e congiure del silenzio. La donna cerca di superare lautoriduzione insita nel suo senso di inferiorità intellettuale (7),  liberandosi anche dalla lingua corrente, contaminata dal colonialismo corporeo del maschio.
È anche vero che i classici della letteratura omosessuale maschile sono molto vicini alle tematiche e al metodo dindagine della letteratura femminile. È una scoperta che dopo anni di studio mi ha sorpreso come unintuizione. Ho visto Wilde dare la mano a Colette, Forster chiacchierare con Edith Wharton. Forse perché i due fenomeni sono emersi socialmente nello stesso periodo, o forse perché tra le minoranze letterarie si trovano per forza delle somiglianze. Entrambe le categorie, le adultere e gli omosessuali sono state nei secoli punite con leggi ugualmente dure. Solo che le donne, superato il tabù del proprio esporsi sociale, hanno ancora il grande problema dellaspettativa familiare e del giudizio maschile. I vecchi andanti per cui le donne devono essere eterosessuali, lasciarsi inseminare e fare le madri. 

1)  Espressione sprezzante ma indicativa del maschilismo accademico imperante, usata a commento dei testi femminili presentati alla convention &lt;i&gt;Ricercare 2003. Laboratorio di nuove scritture&lt;/i&gt;, che si è tenuta a Reggio Emilia il 24, 25, 26 ottobre 2003. Per una sintesi delle giornate e una lettura dei lavori presentati si veda &lt;i&gt;LImmaginazione&lt;/i&gt;, n. 203, dicembre 2003, Lecce, Manni.
2)  «Ma quale diario? Ma quale scrittrice quindicenne! Soltanto un raccontino, secondo me, confezionato a tavolino da altri che una minorenne, tagliato per lettori semi-impotenti e segaioli ai quali forse non bastano più i culi, le tette siliconate che riempiono le pagine patinate, comprese quelle degli ex-giornali Espresso e Panorama». Marcello Baraghini, &lt;i&gt;Da Malcolm X a Melissa P&lt;/i&gt;, Fonte: &lt;a href=&quot;http://www.stampalternativa.it/lettera22.php?categoria=13&amp;id=36&quot;&gt;http://www.stampalternativa.it/&lt;/a&gt;.
3)  Così mi sono spiegata limmensa popolarità di un testo come quello di Eve Ensler, &lt;i&gt;Monologhi della vagina&lt;/i&gt;, Milano, Tropea, 2000.
4)  Il controcanto lirico di questo romanzo potrebbe essere il recente poemetto di Ivano Ferrari, &lt;i&gt;Macello&lt;/i&gt;, Torino, Einaudi, 2004, pp. 88,  11,00. La raccolta indaga il tema della carne morta, dellomicidio/sacrificio animale/uomo. Il macello è il risultato filosofico del pensiero del macellaio, luno non esiste senza laltro, entrambi si muovono sulla lama sottile di un coltello che viviseziona latrocità del mondo. 
5)  &lt;i&gt;Femminismo: tra denuncia e progettazione&lt;/i&gt;, di Nadia Fusini e Mariella Gramaglia, &lt;i&gt;Introduzione&lt;/i&gt; al volume &lt;i&gt;La poesia femminista&lt;/i&gt;, Roma, Savelli, 1974, pp. 17-18.
6)  Questa scoperta della lingua madre è come un atavico riannodarsi di fili che la scrittura femminile tesse attraverso la relazione del sé col mondo e delle donne con le altre donne: «Lavoro il filo/per la necessità di abitare il mio corpo/in un punto interiore/da cui tessere un ordine preciso:/espressione organica/poema camminabile/trappola per chi non sa leggere/lorigine e lorizzonte del segno». Anna Maria Farabbi, &lt;i&gt;La tela&lt;/i&gt;, in &lt;i&gt;La tela di Penelope&lt;/i&gt;, Faloppio, LietoColle, 2003, p. 3.
7)  Sullipotesi dellautolimitazione espressiva femminile vedasi: Simone De Beauvoir, &lt;i&gt;La donna e la creatività&lt;/i&gt;, a cura di Tiziana Villani, Milano, Eterotopia, 2001, pp. 80,  8,50.


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<entry id='1142' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1142' author_id='4' authored_on='20041229223542' basename='ingannevole_la_prosa_sopra_ogni_cosa_seconda_parte' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041229223542' modified_on='20041229223607' ping_count='0' status='2' title='Ingannevole è la prosa sopra ogni cosa  (seconda parte)' week_number='200453'><text>&lt;b&gt;Viaggio nella narrativa erotica scritta dalle donne&lt;/b&gt;
di &lt;b&gt;Chiara Cretella&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Stanton3.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Stanton3.jpg&quot; width=&quot;125&quot; height=&quot;98&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
Ma torniamo ai best-seller rosa. Questanno un nuovo caso editoriale, importato anchesso dalla Spagna, ha invaso il nostro mercato librario. Si tratta di &lt;b&gt;Valérie Tasso&lt;/b&gt;, &lt;i&gt;Diario di una ninfomane&lt;/i&gt;, Milano, Pratiche, 2004, pp. 287,  16,00. Il romanzo narra la storia della bella e raffinata Valérie, una giovane di buona famiglia che si concede a molti uomini fino a finire in una casa dappuntamenti.  Ma cercare di emulare il successo di Almudena Grandes è ancora molto difficile.
Nel lontano 1994, Sotto lo pseudonimo di Una Chi, una docente universitaria di Letteratura tedesca ha venduto 35 mila copie: &lt;b&gt;Una Chi&lt;/b&gt;, &lt;i&gt;E duro campo di battaglia il letto&lt;/i&gt;, Es, 1999, pp. 156,  8,26. Dopo il successo editoriale la signora ha pensato bene di svelare la sua identità su una poltrona del Costanziosciò, proprio come ha fatto recentemente Melissa P. Creare cioè aspettative morbose nel lettore e cavalcare poi londa dello svelamento scandalistico alla Novella 2000. 
</text><text_more>Il libro non mi è piaciuto. La signora non è più una ragazzina ed insegna letteratura. Non posso dunque perdonarle certi grossolani errori nel linguaggio e nella costruzione sintattica. Allinizio si pensa che questo modulo sia semplicemente una scelta di stile, estrema ma plausibile. Ma gli anacoluti, le parole desuete, la completa assenza di atmosfera lirica della parola, costringe a riguardare poco benevolmente alla competenza narrativa. Anche i riferimenti culturali poi, sono banali e assolutamente poco sfruttati. Si sa, invece, che in un testo erotico lallusione è quasi più importante della dichiarazione. I personaggi rimangono delle semplici sagome, e nessuna introspezione psicologica chiarisce le dinamiche relazionali o affresca scenari che, francamente, ci si sarebbe aspettati almeno di raffinata spregiudicatezza. 
Amo i romanzi erotici che fanno della dinamica corporea un processo di autocoscienza, la protagonista di Una Chi invece, rimane una semplice dipendente affettiva dal maschio, poco indagata per poter perlomeno capire le ragioni di tale dipendenza (8).  
Le protagoniste di queste storie (quelle che Emmanuelle Arsan definisce le eroine erotiche), hanno una loro specifica ragion dessere ai nostri occhi, il cercare cioè di trascendere la proprietà privata del corpo, verso un materialismo della carne che va al di là dei rapporti capitalistici imposti dalla sua cellula primaria, la famiglia. Ecco quindi che il richiamo costante alla gelosia e alla dipendenza, soprattutto femminile, non fa altro che rimarcare il semplice possesso maschile sulla donna, e latavico presunto desiderio muliebre di far parte del suo serraglio. Il masochismo, in questa logica semplicistica, si riduce alla casalinga che si fa sbattere in modo violento dal marito, che per eccitarla/eccitarsi la chiama troia e la frusta con il frustino comprato rigorosamente per corrispondenza. Nessun bravo borghese si fa vedere sulla porta di un sexy-shop. 
Nel &lt;i&gt;Manifesto del Partito Comunista&lt;/i&gt; Marx ed Engels ribattono allaccusa borghese secondo la quale i comunisti vorrebbero la comunanza delle donne, dichiarando che è proprio la borghesia a praticare, da un lato, la proprietà privata sulle donne, e dallaltro il loro scambio mercantile, per esempio con la prostituzione, a cui oggi si affianca lo sfruttamento mediatico dellimmagine femminile.
Da questa riflessione si capisce come sia fondamentale rapportarsi con la scrittura erotica femminile: essa incarna il perturbante (9),  la concreta ricerca del fondo, per risalire alla superficie della percezione personale, in un processo di vera e propria autodeterminazione. È il monstrum che si offre allo sguardo del mondo, lincredibile stranezza della donna come produttrice di idee, di arte, di weltanschauung (10).  Nel Quattrocento e nel Cinquecento lo sbigottimento del pubblico di fronte a questa novità era pari a quello verso i freaks.
Chiaramente la donna usa le categorie che le sono state imposte culturalmente, anzi, le porta alle loro estreme conseguenze, come se il pregiudizio verso la libera sessualità cessasse di esistere al di là della borghese determinazione del limite, per cui tutte le donne sono troie.
Parlare, rompere il tabù, dare memoria di queste esperienze (11),  relega la donna nellambito della rivendicazione privata delluso del corpo e della propria sessualità, anche quando questa rivendicazione va verso un uso pubblico del corpo.
Lautodeterminazione è la chiave di volta di tutto il poetico universo della lucertola da parcheggio affrescata nel romanzo di &lt;b&gt;J.T. Leroy&lt;/b&gt;, &lt;i&gt;Sarah&lt;/i&gt;, Fazi, Roma 2001, pp. 178,  11,50, che a volte arriva ai toni epici e visionari poi mancanti nel suo secondo lavoro, &lt;i&gt;Ingannevole è il cuore più di ogni cosa&lt;/i&gt;, Fazi, Roma 2002, pp. 240,  12,50. Se anche non si può annoverare biologicamente nella scrittura femminile, quella di Leroy è però unode continua alla superazione/confusione dei generi. Inserisco questo scrittore nella rosa, richiamandomi allauspicio di una prosa che vada verso la rottura di un canone, approdando al transgender letterario. I maestri di questa operazione sono ben noti a tutti, gli esiti invece, sono per adesso considerati solo come casi editoriali. La sfera erotica, meglio se giovanile, si dimostra ancora una volta il target giusto per alzare le vendite. Epigoni del pulp e della techno, queste scritture si muovono nei sotterranei metropolitani e in anonimi posti spersonalizzati dalla globalizzazione. Ma almeno nella costruzione dei personaggi Leroy riesce a cogliere e a narrare, in un lirico squallore, quella che Baudelaire definiva lepopea della vita moderna. La musica diviene il sottofondo corale, anzi generazionale, di vicende create con tutte le sfumature dei copioni cinematografici. Leggendo questi testi non sembra strano immaginare di veder scorrerci sotto i titoli di coda. La forza distruttiva di Leroy non risiede nello stile, o perlomeno non specificatamente in quello, ma in una trama che ammicca a situazioni estreme, dichiaratamente al di fuori del contesto normalizzante/spersonalizzante dellera che stiamo vivendo. Ma lo stile, ripeto, non ha certo la forza dirompente di un Henry Miller o di una Anais Nin. Francamente non credo si possa gridare al capolavoro quando la trama e lo stile non vanno a braccetto. È inutile avere in mente la più fantastica delle storie se non si hanno sottomano le parole giuste per raccontarla. 
Cè in questa letteratura un ripiegamento stilistico che coincide con la decadenza di fine secolo. Un ripiegamento intimo e narcisistico, che pervade la pagina del senso denso di una realtà troppo stretta, nemmeno confortata dallideale rivoluzionario dei padri. La condanna coincide con la propria dichiarazione nichilista. 
La parola scandalo mi ha sempre fatto sorridere, mi ricorda &lt;i&gt;Scandalo al sole&lt;/i&gt;, e qualche vecchio giornale anni Cinquanta con gli interventi della censura. Impossibile pensare che alle soglie di un nuovo millennio faccia ancora scandalo una letteratura di questo genere. Piuttosto cè da chiedersi se lo Zio Sade non sia per caso passato invano. Si è più portati a credere che questi giovani autori Sade e Miller non li abbiano proprio letti. Se «un canone, () non esiste allo scopo di liberare i suoi lettori dallansia. Un canone infatti è un&lt;i&gt;ansia realizzata&lt;/i&gt;, esattamente come qualsivoglia robusta opera letteraria è lansia realizzata del suo autore» (12),  allora si può dire che Sade si è veramente fatto 27 anni di carcere inutilmente, se i giovani scrittori estremi e pulp ignorano il suo martirio, o quello di Colette e di tutte le altre donne che hanno scritto recluse, sotto pseudonimo, sotto mentite spoglie. I giovani scrittori ignorano la tradizione dunque? Non per un difetto dovuto allignoranza, piuttosto per un eccesso di fiducia verso una prosa nuova che diviene vecchia nel giro di un anno, a volte anche meno. Vedrete nel tempo quanto resisterà Melissa P. Non è certo il caso di conoscere la tradizione per romperla. Nemmeno per idea. È più funzionale conoscere le varie transizioni poetiche di Eminem. 
Dunque, nessuno di questi testi aspira a divenire un classico. Tutti aspirano a divenire il caso editoriale dellanno come annunciano a gran voce le copertine. Cè da chiedersi appunto, quanta riflessione critica sulla letteratura contemporanea ci sia dietro alla scelta di dire qualcosa, in un preciso punto temporale. Partire con lidea che sia già stato tutto fatto e detto non mi sembra la giusta posizione. O perlomeno non giustifica il pressapochismo di certe scuole di scrittura. Laltro livello chiamato in causa è quello della gioventù. Essere molto giovani vuol dire sperare di fare più successo di uno scrittore più grande. Si ha la netta sensazione che la scrittura si stia adeguando agli standard sportivi. Trentanni fa uno poteva diventare campione di tennis anche in tarda età. Oggi, se non inizi a prendere la racchetta in mano a tre anni gli allenatori ti dicono che non hai speranze. Così, superata la soglia dei venti, venticinque anni, anche uno scrittore ha meno carte da giocare. 
Secondo il mio parere lattenzione verso la scrittura giovane non parte da una reale curiosità stilistica, ma prende a volte le sfumature della morbosità. Tutto ciò che ancora è vietato viene venduto bene, e questo chi produce lo sa. Perciò, largo alle fantasie a buon mercato sul sesso giovanile, delle delicate minorenni che fanno sognare la piccante perversione teen-agers, delle collegiali dei manga giapponesi o degli hard dimportazione (&lt;i&gt;Iijima Ai&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Platonic sex&lt;/i&gt;, Milano, Rizzoli, 2004, pp. 236,  14,00).
Unintera generazione si è animata su questi stereotipi. Tanto che cè da chiedersi se la mia generazione esista veramente, o sia semplicemente uninvenzione del mercato. Non è un caso che quando un prodotto vende ci sinteressa ad esso perché delinea un target non ancora sfruttato. Ma questo non è specificatamente un effetto presente solo nella letteratura. Lipotesi provocatoria è appunto se si scrive in una determinata maniera perché il mercato editoriale vuole prodotti di questo genere, se, insomma, venga prima la domanda o lofferta. E quanto questa determinazione sia conscia o inconscia nello scrittore contemporaneo. Ce lo si chiede anche quando un determinato filone viene inaugurato da uno scrittore di successo, ed in seguito viene cavalcato da una miriade di altri scrittori che si buttano nel settore che tira. Oggi molti giovani scrittori scrivono romanzi pensando al copione della possibile fiction che ne potrebbe essere tratto. Con questo discorso non sto facendo considerazioni stilistiche, ma prevalentemente commerciali. 
È il caso di un libro uscito recentemente: &lt;b&gt;Zoe Trope&lt;/b&gt;, &lt;i&gt;Scusate se ho quindici anni&lt;/i&gt;, Einaudi, Torino, 2003, pp. 253,  9. Anche per il libro in questione si può ben dire che non sempre il successo editoriale va al pari passo con la qualità della scrittura. Lautrice, si dice sul retro di copertina, è una quindicenne di Portland che vuole rimanere anonima. Il personaggio della giovane liceale è ben costruito, seppur nello svolgersi di una vicenda apparentemente senza importanza. È lambiente a prendere corpo tra le pagine di un diario che sembrano mail fulminee sugli avvenimenti e le trasformazioni delladolescenza. La scoperta di una bisessualità più esposta che vissuta, i professori retrogradi che non aiutano la comprensione delle diversità, lavidità americana che investe anche il campo della letteratura... queste le tematiche che girano intorno alla storia. La prima parte del libro è ben scritta, fa sperare in una scrittura fresca, potente, anche con qualche originalità, seppur dichiaratamente bukowskiana. La seconda parte diventa noiosa, si rigira su se stessa, i personaggi sono praticamente inconsistenti, la stessa protagonista non riesce bene a darsi unindividuazione netta. Continua a citare il fatto che sta scrivendo e mentre scrive le sue parole diventano soldi. Cita in continuazione se stessa, fino allestenuazione. Si ha quasi limpressione che il libro sia stato scritto da mani diverse. Che bravi editor si siano avvicendati a creare questo personaggio ad uso e consumo di una fascia di lettori giovanissimi e con target moderatamente bisexual, ammiccando qua e là alla libertà no-global. Qualche punta di antiamericanismo spicciolo chiude la vicenda così comera iniziata, senza dire praticamente nulla. 
Quello che rimane più impresso nella mente del lettore è la condizione di merce della letteratura, specialmente quella americana. Una condizione per certi versi lontanissima dal nostro sistema editoriale. Si parla di moltissimi soldi per la pubblicazione di una presunta esordiente, si parla di marketing, avvocati, letture erotiche nelle chiese. Per chi non conosce il sistema dei reading americani tutto ciò è un po sconvolgente (13).  È lapproccio, per certi versi molto positivo, ad una materialità del testo che a noi manca. Ed anche il senso profondo di una sacralità della parola, che coinvolge anche colui che ne è portatore. Una sorta di difficoltà linguistica primaria, che viene superata dagli scrittori con una competenza specifica che stupisce il lettore, il quale volentieri ascolta questo saper-fare che alla massa è precluso. In Italia è forse il contrario, probabilmente ci sono più scrittori che lettori.  
In definitiva si può forse dire che non esiste un canone, ma una koinè, una lingua comune dettata in parte da un canone scontato e non approcciato scientificamente, un canone orecchiato, che sopravvive nei meccanismi pubblicitari dellavanguardia spicciola, rivenduta nella sua versione massificata. Quello che si cerca di vendere è una generazione, messa allasta al miglior offerente, lo si vede da come proliferano mappature europee del fenomeno, come nel caso di &lt;b&gt;Irina Denekina&lt;/b&gt;, &lt;i&gt;Dammi! Song for Lovers&lt;/i&gt;, Einaudi, Torino 2003, pp. 210,  12,80. E certo questi testi non hanno la forza dirompente di altre icone passate come &lt;i&gt;Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino&lt;/i&gt;. 
Recentemente mi hanno proposto di fare una recensione per la riedizione del testo di &lt;b&gt;Jenny Fabian&lt;/b&gt; e &lt;b&gt;Johnny Byrne&lt;/b&gt;, &lt;i&gt;Groupie&lt;/i&gt;, Arcana, Roma 2004, pp. 283,  16,00, che, edito nel 1969, è stato allepoca un best seller internazionale. Ma io non lo conoscevo. Ignoranza? È il problema della questione generazionale, sei qualcuno se hai aggiunto un tassello che mancava alla definizione di un piccolo passaggio temporale, fugace come il tempo di una stagione del &lt;i&gt;Grande Fratello&lt;/i&gt; (14).  
E certo, queste groupies dassalto, vere collezioniste di cazzi di cantanti famosi, sono state il primo atto di una generazione di donzelle aspiranti piccole-star, pronte a tutto per arrivare, ma sempre con un fondo di romanticismo, che da Melisse le ha fatte divenire melasse.

8)  È esattamente il contrario del credo di Emmanuelle che proclama la totale indipendenza sentimentale: «Comprende ora come lesclusivismo e la gelosia siano, per me, i delitti per eccellenza, quelli veramente imperdonabili? Poiché amarsi in più di due non significa offendere lamore, né tradirlo, né costituisce il suo fallimento: è laldilà dellamore, la porta aperta su una vita che sarà più della vita che oggigiorno ci amputa e ci trasforma nella caricatura di noi stessi. Questamore, di cui un giorno saremo capaci, significherà la fine dellignoranza, la fine dellinfanzia; il tempo dellumano, che solo allora comincerà ad essere». Emmanuelle, &lt;i&gt;Lantivergine&lt;/i&gt;, Milano, Forum Editoriale, 1968, pp. 30-31.
9)  Sullargomento è uscito recentemente un esaustivo lavoro: &lt;i&gt;La perturbante&lt;/i&gt;. Das Unheimliche &lt;i&gt;nella scrittura delle donne&lt;/i&gt;, a cura di Eleonora Chiti, Monica Farneti, Uta Treder, Perugia, Morlacchi, 2003.
10)  «Si ricordi: la discrezione non ha niente di erotico. Leroina erotica è simile alleletta da Dio: è portatrice di scandalo. Ed è lo scandalo del mondo a fare il capolavoro». Emmanuelle, &lt;i&gt;Lantivergine&lt;/i&gt;, Milano, Forum Editoriale, 1968, pp. 19-20.
11)  Il fenomeno del romanzo-memorialista della prostituta diviene un genere &lt;i&gt;cult&lt;/i&gt; tra il Settecento e lOttocento. Questo genere è fonte dinteressanti spunti di riflessione, specie confrontando le diversità tra testi scritti da donne con quelli scritti da uomini.
12)  Harold Bloom, Il canone occidentale. &lt;i&gt;I libri e le scuole delle età&lt;/i&gt;, Bompiani, Milano, 1999, p. 467.
13)  Per una comprensione del fenomeno delle letture pubbliche, che cominciano ad avere diffusione di massa negli anni Sessanta, rimando all&lt;i&gt;Introduzione&lt;/i&gt; di Gianni Menarini al volume &lt;i&gt;Poesia e rabbia&lt;/i&gt;, Milano, Sansoni, 1971. Il fenomeno dei reading nelle chiese pone al lettore italiano anche il problema della censura, diversamente applicata sulle stesse opere nei diversi paesi. Su questo argomento si parla diffusamente nella nuova edizione del volume di Fernanda Pivano, &lt;i&gt;Cera una volta un beat. 10 anni di ricerca alternativa&lt;/i&gt;, Milano, Frassinelli, 2003, pp. 123,  15,00.
14)  E questa definizione si spinge fino alla nominazione prima del fenomeno, in una sorta di etichettatura di un marketing di mercato abilmente sfruttato dal sistema. Emblematico è il caso di Douglas Coupland, &lt;i&gt;Generazione X&lt;/i&gt;, Milano, Mondadori, 1999, pp. 228,  7,40. Questo titolo fu utilizzato anche per un programma di successo condotto da Ambra Angioini.

 

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<entry id='1143' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1143' author_id='4' authored_on='20041230231754' basename='adn_zzywwurath_khalulabid_o_il_sogno_dei_dieci_re' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20041230231754' modified_on='20041230231827' ping_count='0' status='2' title='Adàn Zzywwurath:  KHALULABID O IL SOGNO DEI DIECI RE' week_number='200453'><text>di &lt;b&gt;Valerio Evangelisti &lt;/b&gt; (da &lt;a href=&quot;http://www.ilmanifesto.it&quot;&gt;Il manifesto&lt;/a&gt; del 30 dicembre 2004)

&lt;img alt=&quot;Khalulabid.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Khalulabid.jpg&quot; width=&quot;115&quot; height=&quot;167&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
&lt;i&gt;Nel deserto rovente dell&apos;immaginazione. Un viaggio alla ricerca di una città, o meglio di una civiltà perduta dell&apos;«Oriente misterioso». E&apos; il pretesto narrativo per &lt;/i&gt;Khalulabìd o il sogno dei dieci re&lt;i&gt;, un piccolo capolavoro della letteratura fantastica a firma di Adàn Zzywwurath.&lt;/i&gt;

Lautore che si cela dietro il bizzarro pseudonimo di Adàn Zzywwurath ama i &lt;i&gt;pastiches&lt;/i&gt;. Ne aveva già dato prova nel suo &lt;i&gt;Il matrimonio del mare e dellinferno&lt;/i&gt;, in pratica una sintesi di tutta la narrativa di genere marinaro, tanto che ogni pagina sprigionava lodore di dieci libri diversi. Ora ripete lesperimento con questo &lt;i&gt;Khalulabìd o il sogno dei dieci re&lt;/i&gt; (manifestolibri, 2004, pp. 184,  14,00), solo che dalle pagine si sprigionano non odori ma profumi.
Questa volta siamo dalle parti dellOriente Misterioso, tanto misterioso da non esistere nemmeno, e del racconto che unisce avventura ed esplorazione. I lettori più giovani correranno inevitabilmente col pensiero a Indiana Jones; di cui peraltro non manca una citazione abbastanza esplicita. Ma quelli dotati di più anni e memoria penseranno piuttosto agli autori le cui creazioni immaginarie hanno dato forma alluniverso di Indiana Jones: Pierre Benoît, per esempio, o Pierre Loti, e altri cultori dellesotico; fino agli esponenti più oltranzisti di questa tendenza letteraria, capaci di fondare lesotismo dal nulla (in realtà dallinconscio, di cui il deserto è uno dei simboli) e di dare al miraggio una concretezza capace di ingannare.
</text><text_more>Parlo del Lord Dunsany di &lt;i&gt;The Book of Wonder&lt;/i&gt;  e di H.P. Lovecraft, che se ne fece allievo nei racconti barocchi dedicati alla sconosciuta Kadath. Non è un caso se, tra i motori della storia di &lt;i&gt;Khalulabìd&lt;/i&gt;, figura un poema maledetto e ancestrale, Il sogno dei dieci re, di cui testi posteriori, come la Bibbia e lIliade, recano la funesta traccia; nonché una demenziale mitologia appena sussurrata, forse di matrice gnostica, in cui Dio, creato il mondo, se ne è pentito al punto di incarcerarsi da solo, per autopunizione, in un angolo remoto di paradiso.
Ricreare universi fantastici perfettamente coerenti, ricostruirne in dettaglio il linguaggio e le espressioni artistiche, celarne il mistero dietro una sequela di labirinti. E la stessa operazione di Tolkien o di Eric R. Eddison (autore del misconosciuto &lt;i&gt;Il serpente Ouroboros&lt;/i&gt;), che però Adàn Zzywwurath conduce con la lucidità di un Borges, e dunque con piena padronanza dei meccanismi narrativi capaci di sollecitare la fantasia del lettore. Ecco dunque che riempie il suo romanzo - incentrato sulla città perduta di Ka-Siferejd (per i latini &lt;i&gt;Seforadi&lt;/i&gt;), sulla civiltà di Bastra e sul popolo dimenticato dei Sogechi, sprofondato nellignominia  di note filologiche, di dissertazioni comparative, di riferimenti bibliografici. E, per colmo di finezza, mescola a tanti rimandi fasulli alcuni ben reali, tanto per imbrogliare meglio le carte.
Il lettore impaziente si chiederà, a questo punto, quale sia la trama di &lt;i&gt;Khalulabìd&lt;/i&gt;. Su questo devo rimanere nel vago. E la storia  di fonte diaristica, &lt;i&gt;ça va sans dire&lt;/i&gt;  di unesplorazione in pieno deserto, complicata e ricca di sorprese, dellAtlantide, della Kadath, della Shangri-La del caso. E in pratica la descrizione di un puro delirio dalle tinte nette, che risulterà tanto più godibile quanto più il lettore saprà abbandonarvisi. Più che il mistero, conta infatti il gioco intellettuale che autore e lettore intrecciano. Se non si accordano, il primo menerà la danza. Se si accordano, il secondo sarà portato a interrogarsi sullunico, vero mistero da risolvere: quello dei temi archetipici che popolano segretamente la sua mente, e della capacità della letteratura di riportarli, a tratti, in superficie.
In questo senso, Adàn Zzywwurath è un personaggio davvero diabolico. Operazioni analoghe alla sua le seppe condurre a suo tempo Umberto Eco, ma più sul piano saggistico che su quello letterario. Tolto il primo romanzo, naufragò nelle secche dellaccumulo di rimandi e allusioni, tanto da perdere quasi del tutto la dimensione della narrazione pura e il piacere che essa offre. Adàn Zzywwurath, invece, oltre a conoscere quanto Eco la tastiera dello scatenamento delle emozioni, non si limita a descriverla: la usa. Certo, non otterrà facilmente un pubblico di massa. Poco importa. Non credo che il produttore di un cognac da centellinare si aspetti lo stesso target della birra Heineken.
E curioso come la narrativa italiana produca solo ora, e non per fenomeno imitativo, i capisaldi che mancarono alla sua edificazione. Tutta la parte fantastica, delirante, avventurosa, sognatrice le fu strappata fin dal primo istante. Condannata al ghetto della letteratura infantile (Salgari, Motta, ecc.) o fulminata dallo spregio dei Croce o dei Prezzolini, persuasi che si trattasse di un genere importato, suggerito da stati febbrili adatti allo spirito germanico o inglese ma estranei a quello italiano. Poco importa che qualche eccezione, firmata Verga o Tarchetti, venisse ammessa. Ciò che si discostava da canoni realistici era per sua natura di qualità inferiore. Un bando, reiterato dai fautori del realismo socialista, che si protrasse al punto da rendere difficile la vita di Buzzati e da complicare quella di Calvino.
Peggio che peggio quando un narratore si inseriva in un genere specifico, e la sua incursione nel fantastico non era occasionale, bensì programmatica. Non cera modo più certo di conseguire linvisibilità assoluta. Di modo che, mentre in tutte le letterature del mondo fiorivano gli esploratori del delirio e dellinconscio, in Italia non si accettava come pienamente dotato di status culturale che il romanzo detto neoborghese, incluse le sue varianti più corrive.
E appena da un decennio che la fazione accademica più attenta a ciò che avviene altrove ha cominciato a considerare degna dinteresse la narrativa di stampo non realistico. Mancava però ancora un vendicatore dei torti patiti, un don Diego de la Vega che, sotto la maschera di Zorro, celasse sia una lucida padronanza dei meccanismi del narrare (degna di Borges), sia unadesione completa e spudorata alla materia fantastica e alle sue virtù evocative (degna di Lord Dunsany).
Questo Zorro è arrivato, nascosto sotto il nome improbabile di Adàn Zzywwurath. Sta vendicando tutta la letteratura fin qui negletta, riproposta in volumi di poche pagine, ma di sincretica ricchezza. Se il lettore saprà farsene ghermire, recupererà tutti i sapori e i profumi che gli sono stati sottratti da un secolo di critica arcigna. Se poi lo farà con mente vigile, scoprendone lintelaiatura, capirà anche i motivi del furto. Chi sogna in proprio, magari con laiuto di un libro, mal si adatta a lasciarsi imporre sogni confezionati per lui da mani disoneste.


</text_more></entry>
<entry id='1144' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1144' author_id='1' authored_on='20041231163704' basename='pronto_soccorso_carmilla' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='0' created_on='20041231163704' modified_on='20041231163754' ping_count='0' status='2' title='Pronto Soccorso Carmilla' week_number='200453'><text>&lt;map name=&quot;tsunami-aid&quot;&gt;
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<entry id='1145' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1145' author_id='12' authored_on='20050101205348' basename='il_tirannicidio_riflessioni_e_un_florilegio' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050101205348' modified_on='20050101232133' ping_count='0' status='2' title='Il tirannicidio: riflessioni e un florilegio' week_number='200453'><text>a cura di &lt;b&gt;Wu Ming 1&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;tirannicida.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/tirannicida.jpg&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;right&quot;&gt;Vorremmo iniziare il 2005 con alcune riflessioni su un dilemma etico/giuridico che ci accompagna fin dall&apos;antichità, col quale si sono cimentati filosofi e artisti, laici e religiosi, massoni e gesuiti, santi e peccatori, rivoluzionari e lacchè del potere. Da Luciano di Samosata a Cicerone, da S. Tommaso d&apos;Aquino a Lorenzino de&apos; Medici, dalla rivoluzione inglese a quella francese, da Mazzini ai regicidi anarchici, da Tolstoi alle rivoluzioni del XX° secolo per arrivare ai giorni nostri, non si è mai smesso di ragionare sul tirannicidio, questa &lt;i&gt;extrema ratio&lt;/i&gt; del &quot;diritto di resistenza&quot;. 
Il tirannicidio è giustificato oppure no? E&apos; solo da comprendere o anche da condividere? E&apos; sempre da condannare o dipende dai casi? Serve a qualcosa o è inutile o addirittura controproducente? 
E poi: chi è un tiranno, cosa lo definisce? Il tiranno di Tizio è l&apos;eroe di Caio. Più polarizzata sarà l&apos;opinione pubblica, più difficile sarà definire il tiranno. E&apos; sufficiente essere eletto dal popolo sovrano per non essere un tiranno? E&apos; sufficiente &lt;i&gt;non&lt;/i&gt; essere eletto per diventarlo? Nel periodo 2000-2004, il sistema dei media annoverava fra i leader democratici George W. Bush (che governava senza la maggioranza del voto popolare e gravato del sospetto di brogli), mentre includeva fra i &lt;i&gt;caudillos&lt;/i&gt; e i dittatori Hugo Chavez (che governava e tuttora governa forte della maggioranza del voto popolare, e senza brogli).</text><text_more>Questo è da sempre l&apos;aspetto più controverso. La dottrina cattolica, ad esempio, distingue tra il tiranno &quot;per usurpazione&quot; (&lt;i&gt;tyrannus in titula&lt;/i&gt;, cioè che ha preso il potere illegalmente) e il tiranno &quot;per oppressione&quot; (&lt;i&gt;tyrannus in regimine&lt;/i&gt;, cioè che abusa del potere che ha ricevuto legalmente). A riflettere su questi temi furono principalmente Giovanni di Salisbury (1115-1180),  S. Tommaso d&apos;Aquino (1224-1274) e il gesuita Juan Mariana (1536-1624), autore dello scandaloso trattato &lt;i&gt;De rege et regis institutione&lt;/i&gt;, in cui sosteneva la necessità di uccidere i tiranni.
E ancora: in una società complessa, di capitalismo avanzato, può esistere la figura del tiranno oppure il Potere è spersonalizzato e ogni membro della classe dirigente subito rimpiazzabile? Anche questo problema è stato molto dibattuto. Spesso si è intrecciato e confuso irrimediabilmente con quello della lotta armata, la clandestinità, il terrorismo etc. Noi preferiremmo tenere i due piani distinti, come già fece l&apos;Alfieri: benché a volte possa esistere una congiura, il tirannicidio è il più delle volte iniziativa individuale e &lt;i&gt;occasionale&lt;/i&gt;. [Rientrano in una categoria &quot;mista&quot; attentati come quelli subiti da Carrero Blanco nel 1974  (riuscito), da Anastasio Somoza Jr. nel 1980 (riuscito), da Augusto Pinochet nel 1985 (fallito) etc.] 
Inoltre, il tirannicida va o vorrebbe andare a colpo sicuro, ammazza o cerca di ammazzare il tiranno o al minimo un suo strettissimo collaboratore, se ne fotte di altri obiettivi (consiglieri comunali, poliziotti di pattuglia, giornalisti etc.).
Di recente, questo dibattito è stato riportato in auge in modo strumentale a proposito della &quot;guerra preventiva&quot; contro l&apos;Iraq. Vi è chi ha cercato di giustificare l&apos;aggressione e l&apos;invasione con la necessità di eliminare Saddam Hussein, e ha utilizzato la parola &quot;tirannicidio&quot;. E&apos; ovvio che la guerra tuttora in corso non può assolutamente essere definita in quel modo: oltre alle caratteristiche già elencate, il tirannicidio dev&apos;essere compiuto &quot;dal basso&quot;, da un suddito o comunque da una vittima del tiranno, da qualcuno che ha subito il suo potere. Se il tiranno è eliminato da una potenza straniera, non è più tirannicidio, è politica internazionale, è guerra. Bombardare le città, raderle al suolo, compiere massacri di civili, fino a provocare  - secondo calcoli della rivista scientifica &lt;i&gt;Lancet&lt;/i&gt; - &lt;a href=&quot;http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/articles/A7967-2004Oct28.html&quot;&gt;centomila vittime&lt;/a&gt;, tutto questo non ha nulla a che vedere con ciò di cui stiamo parlando.
Di solito si afferma che il &quot;terrorista di oggi è lo statista di domani&quot; (ai fini del nostro discorso, non importa se costui sia davvero un terrorista o venga solo tacciato di esserlo). 
Per l&apos;Impero britannico, George Washington era un terrorista. 
Per l&apos;Impero austro-ungarico, erano terroristi i carbonari e la Giovine Italia. 
Per gli occupanti tedeschi, erano terroristi i partigiani.
Negli anni Trenta e Quaranta del XX° secolo Yitzhak Shamir, uno dei padri della patria israeliana, fece parte di diversi gruppi paramilitari e terroristici, responsabili di attentati anti-arabi e anti-britannici, tra cui (nel novembre 1944) l&apos;omicidio del rappresentante inglese in Egitto, Lord Moyne. 
Per buona parte della sua vita, Nelson Mandela è stato definito &quot;terrorista&quot;, anche da un leader di governo europeo come Margaret Thatcher. 
Allo stesso modo, si può dire che il regicida/tirannicida sulle prime è considerato un &quot;folle&quot; e un &quot;criminale&quot;, per poi essere ricordato come martire, eroe e precursore dei tempi. 
A partire dal VI secolo a.C., ad Atene diverse statue di bronzo celebrarono il tirannicidio compiuto da Armodio e Aristogitone, assassini del tiranno Ipparco. 
Gaetano Bresci, autore dell&apos;attentato a re Umberto I°,  è celebrato come eroe e vendicatore dei proletari, lo commemora una statua a Carrara e periodicamente la tomba e le statue equestri della sua vittima vengono abbellite con cartelli beffardi e scritte &quot;W Bresci&quot;. 
A dispetto della &quot;memoria divisa&quot; (per dirla con lo storico Sergio Luzzatto) e delle differenze di giudizio - anche a sinistra - su quanto successo quel giorno, il tirannicidio di Piazzale Loreto è ancora evocato come episodio-chiave e da parte di alcuni ne viene addirittura auspicato un catartico, rigenerativo &quot;remake&quot; (si vedano le recenti polemiche suscitate da una frase di Enzo Jannacci: &quot;Mi ricordo ancora piazzale Loreto e una donna che sparava alla testa di Mussolini appeso per i piedi. Spero di vederlo, anzi sono sicuro che lo vedrò ancora&quot;).
Fin qui la nostra introduzione, il cui fine non era chiarire dubbi o sciogliere riserve, bensì restringere il campo della riflessione. 
E ora, la parola agli antenati.

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&lt;img alt=&quot;johnofsalisbury.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/johnofsalisbury.jpg&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;left&quot;&gt;E&apos; non soltanto permesso, ma anche equo e giusto uccidere i tiranni, poiché chi si appropria della spada merita di perire di spada.
Ma &quot;s&apos;appropria&quot; va inteso come pertinente a chi ha sconsideratamente usurpato ciò che non è suo, non a chi riceve ciò che usa dal potere di Dio. Chi riceve il potere da Dio serve le leggi ed è schiavo della giustizia e del diritto. Chi usurpa il potere sopprime la giustizia e pone le leggi sotto la propria volontà. Dunque, la giustizia si armerà legittimamente contro chi disarma la legge, e il potere pubblico tratterà con durezza quanti cercano di aggirarlo. E, benché vi siano molte forme di alto tradimento, nessuna di esse è altrettanto grave di quella esercitata contro lo stesso corpo della giustizia. Pertanto, se questo accade, la tirannia non è solamente crimine pubblico: è più che pubblico. Poiché se è vero che tutti possono agire nel caso di alto tradimento, lo è tanto più quando vengono oppresse leggi cui dovrebbero stare sottomessi gli stessi imperatori. Di sicuro, nessuno vendicherà un nemico del pubblico, e chiunque non agisca contro di lui tradisce se stesso e tutto il corpo di leggi della repubblica terrena [...] In quanto immagine della deità, il principe va amato, venerato e rispettato. Il tiranno, in quanto immagine di malvagità, il più delle volte va addirittura ucciso.

&lt;b&gt;&lt;a href=&quot;http://www.newadvent.org/cathen/08478b.htm&quot;&gt;Giovanni di Salisbury&lt;/a&gt;&lt;/b&gt;, &lt;i&gt;Policraticus&lt;/i&gt;, 1159


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Inoltre, consideriamo che un tiranno che si pone al di sopra d&apos;ogni legge e difende la propria ingiustizia con una forza cui nessun magistrato è in grado di opporsi, si pone al di sopra di ogni punizione e al di sopra di ogni giustizia che non sia quella somministrata da qualche mano generosa. E certo l&apos;umanità intera sarebbe ben poco al sicuro, se non vi fosse giustizia capace di raggiungere le grandi cattiverie, e se i tiranni fossero &lt;i&gt;immunitate scelerum tuti&lt;/i&gt;, protetti dalla grandezza dei loro crimini. Le nostre leggi, allora, non sarebbero che ragnatele: buone per prendere le mosche, ma inutili a trattenere vespe e calabroni; e si potrebbe allora dire di ogni consorzio civile quel che si diceva di Atene: che vi s&apos;impiccassero solo i ladruncoli, mentre i ladroni erano a piede libero e condannavano gli altri. Ma chi vuole mettersi al riparo da ogni mano, sappia che non può mettersi al riparo da tutte. Chi sfugge alla giustizia nei tribunali deve attendersi di trovarla nelle strade, e chi va armato contro tutti gli uomini arma tutti gli uomini contro di sé. &lt;i&gt;Bellum est in eos qui judiciis coerceri non possunt&lt;/i&gt; (dice Cicerone), ovvero: facciamo guerra a coloro contro cui nulla può la legge.

&lt;b&gt;Edward Sexby&lt;/b&gt;, &lt;i&gt;&lt;a href=&quot;http://www.arts.yorku.ca/politics/comninel/courses/3025pdf/Killing_Noe_Murder.pdf&quot;&gt;Killing Noe Murder: Briefly Discourst in Three Saentences&lt;/a&gt;&lt;/i&gt;, 1657


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&lt;img alt=&quot;alfieri.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/alfieri.jpg&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;right&quot;&gt;Per unica prova di quanto asserisco, addurrò la sola riflessione, che di quante tirannidi sono state distrutte, o di quanti tiranni sono stati spenti, per destare quel primo impeto universale necessarissimo a ciò, non vi fu mai altra più incalzante ragione che le ingiurie fatte dal tiranno nell&apos;onore principalmente, quindi nel sangue, poi nell&apos;avere. Questo insegnamento non è dunque mio; ma egli sta nella natura degli uomini tutti. Ma pure, a chi dovesse, e volesse, vendicare una simile ingiuria, consiglierei pur sempre di farsi solo all&apos;impresa, e di omettere interamente ogni pensiero alla propria salvezza, e come non alto, e come vano, e come sempre dannoso ad ogni magnanima importante vendetta. E chi non si sente capace di questa totale omissione di se stesso, non si reputi stoltamente capace, né degno, di eseguire una sì alta vendetta; e si persuada, che meritava egli veramente l&apos;oltraggio che ha ricevuto; e pazientemente quindi sel goda. Ma, se l&apos;offeso si trova del pari dotato di alto animo e d&apos;illuminato intelletto; se da quella sua privata vendetta ne ardisce egli concepire e sperare la universale permanente libertà; tanto più allora si muova egli (ma sempre pur solo) al compiere la prima e la più importante impresa; ometta egli parimente ogni pensiero della propria salvezza; tutte quelle risentite parole, che, con grave ed inutil pericolo per sé e per l&apos;impresa, egli avrebbe mosso agli amici per indurgli a congiurare con lui, tutte le cangi in un solo importantissimo, tacito, e ben assestato colpo: e lasci poi all&apos;effetto che ne dee necessariamente ridondare, l&apos;incarico di estendere e di corroborar la congiura; e al solo destino ogni cura della propria salvezza abbandoni. Ma cogli esempli più estesamente mi spiego.
Il popolo di Roma si sollevò contro ai tiranni, congiurò felicemente contr&apos;essi, e la tirannide al tutto distrusse, allorché finalmente si mosse, dopo tante altre battiture, colpito dal compassionevole atroce spettacolo di Lucrezia contaminata dal tiranno, e di propria mano svenata. Ma, se Lucrezia non avesse in se stessa generosamente compiuta la prima vendetta, egli è da credersi che Collatino, o Bruto, inutilmente forse, e con grave dubbio e pericolo, avrebbero congiurato contro ai tiranni: perché il popolo, e il più degli uomini, non son mai commossi, né per metà pure, dalle più convincenti ragioni, quanto lo sono da una giusta e compiuta vendetta; massimamente, allorché ad essa si aggiunge un qualche spettacolo terribile e sanguinoso, che ai loro occhi apprestatosi, i loro cuori fortemente riscuota. Se dunque Lucrezia non si fosse uccisa da sé, Collatino, come il più fieramente oltraggiato, avrebbe dovuto perdere risolutamente se stesso uccidendo l&apos;adultero tiranno; e se egli in tale impresa periva, doveva lasciar poi a Bruto l&apos;incarico di muovere, per via di quella sua giusta uccisione, il popolo a libertà e a furore. Ma, se non fosse stato così pubblico ed importante quest&apos;ultimo tirannico oltraggio; e se, per essere questo aggiunto a molti altri, non fosse stata oramai matura la liberazione del popolo di Roma; i parenti e gli amici di Collatino avrebbero forse congiurato, ma contra i soli Tarquinj: in vece che Collatino, senza punto congiurare con altri, avrebbe egli solo certamente potuto uccidere il tiranno, e quindi forse anche salvare se stesso; e, congiunto poscia con Bruto, avrebbe liberato anco Roma.
È dunque da notarsi in codesto accidente, che l&apos;uomo oltraggiato gravemente nella tirannide, non dee mai da prima congiurare con altri che con se stesso; perché almeno assicura egli così la propria privata vendetta; e, con quel terribile spettacolo che egli appresta ai suoi cittadini, lascia in qualche aspetto di probabilità, e assai più matura, la pubblica, a chi la volesse e sapesse eseguirla. All&apos;opposto, col congiurare in molti per fare la prima privata vendetta, elle si perdono spessissimo entrambe. Quell&apos;uomo dunque, che capace si reputa di ordire e spingere una alta e giovevol congiura, il cui fine debba essere la vera politica libertà, non la imprenda giammai, se non se dopo moltissimi universali oltraggi fatti dal tiranno, e immediatamente dopo una qualche privata atroce vendetta contr&apos;essi, felicemente eseguita da uno dei gravemente oltraggiati. E così, chi si sente davvero capace di solennemente vendicare un proprio privato importantissimo oltraggio, senza cercarsi compagni, altamente e pienamente lo vendichi; e lasci poscia ordir la congiura da chi vien dopo: che s&apos;ella riesce a buon fine, l&apos;onore ne sarà pur sempre in gran parte anche suo; bench&apos;egli rimanesse spento già prima: e se la pubblica consecutiva congiura poi non riesce, tanto maggiore ne risulterà a lui privato la gloria, e la maraviglia degli uomini, che vedranno la sua privata congiura aver da lui solo ottenuto un pienissimo effetto.

&lt;b&gt;Vittorio Alfieri&lt;/b&gt;, &lt;i&gt;&lt;a href=&quot;http://www.liberliber.it/biblioteca/a/alfieri/della_tirannide/html/&quot;&gt;Della tirannide&lt;/a&gt;&lt;/i&gt;, 1777


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&lt;img alt=&quot;robespierre.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/robespierre.jpg&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;left&quot;&gt;Quando una nazione è stata costretta a ricorrere al diritto di insurrezione, rientra nello stato di natura riguardo al tiranno. Come potrebbe questi invocare il contratto sociale? Egli stesso l&apos;ha annientato. La nazione se giudica opportuno può ancora conservarlo per quanto concerne i rapporti dei cittadini tra di loro; ma l&apos;effetto della tirannia e dell&apos;insurrezione è di romperlo interamente in rapporto al tiranno, di stabilire un reciproco stato di guerra; i tribunali e le procedure sono fatti per i membri della comunità. E&apos; una contraddizione grossolana supporre che la Costituzione possa presiedere a questo nuovo stato di cose; sarebbe come presupporre che essa possa sopravvivere a se stessa. Quali sono le leggi che la sostituiscono allora? Quelle della natura, quella che è alla base della stessa società: la salvezza del popolo. Il diritto di punire il tiranno e quello di deporlo dal trono sono la stessa cosa. L&apos;uno non comporta altre forme dell&apos;altro; il processo al tiranno è l&apos;insurrezione; il suo giudizio è la caduta della sua potenza; la sua pena quella che richiede la libertà del popolo.
I popoli non giudicano come le corti di giustizia; non emettono sentenze: lanciano la loro folgore; non condannano i re: li ricacciano nel nulla. 

&lt;b&gt;Maximilien Robespierre&lt;/b&gt;, &quot;Sulle decisioni da assumersi nei confronti di Luigi Capeto&quot;, 3 dicembre 1792
In: M. Robespierre, &lt;i&gt;Scritti rivoluzionari&lt;/i&gt;,  M&amp;B Publishing, Milano 1995


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&lt;img alt=&quot;connolly.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/connolly.jpg&quot; width=&quot;124&quot; height=&quot;156&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;right&quot;&gt;Sulle pagine dei giornali, dalle tribune e con l&apos;ausilio di altri mezzi, le classi dominanti cercano di imprimere nella mente del pubblico l&apos;idea della &quot;divinità&quot; che circonderebbe le loro persone e posizioni. Per le vie di Milano cento donne della classe operaia vengono uccise con la baionetta o a colpi d&apos;arma da fuoco, stringendo al seno i loro bimbi affamati, e la buona società riserva loro un trafiletto di giornale. Un&apos;imperatrice è pugnalata in una strada di Ginevra e, apriti cielo!, l&apos;Umanità Ne E&apos;  Sconvolta. Sarà forse l&apos;impietosa mano della storia a rovesciare la procedura, dedicando a quell&apos;olocausto di lavoratrici un intero capitolo in quanto martiri dell&apos;umanità, e confinando quest&apos;assassinio d&apos;imperatrice in una nota a pie&apos; di pagina. Man mano che progrediamo verso un vero riconoscimento della dignità del genere umano, noi perdiamo il rispetto che ci è stato inculcato, il rispetto per la scintillante gloria di una corona. [...] Le passioni criminali esplose a Ginevra sabato scorso solo possono crescere e fiorire nell&apos;ombra oscura gettata dalla società capitalista e dai suoi padroni, finanziari o ereditari. In Europa, è il presente ordine sociale e politico ad allevare simili criminali. Essi sono i suoi figli, lasciamolo ad affrontarli.
Noi, che detestiamo tanto il crimine quanto l&apos;ordine sociale che lo crea, lavoriamo incessantemente perché un giorno le genti illuminate aboliscano il secondo e rendano impossibile il primo.

&lt;b&gt;&lt;a href=&quot;http://www.marxists.org/archive/connolly/&quot;&gt;James Connolly&lt;/a&gt;&lt;/b&gt;, &quot;Regicide and Revolution&quot;, 17 settembre 1898


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In verità, quanto accaduto al re del Portogallo è solo un &quot;incidente sul lavoro&quot; legato al mestiere di re [...] Da parte nostra, ci limitiamo ad aggiungere che una sola cosa ci dispiace: che il movimento repubblicano in portogallo non abbia regolato i conti con tutti gli avventurieri in modo sufficientemente aperto e deciso. Ci dispiace che in quanto accaduto al re di Portogallo sia ancora ben visibile l&apos;elemento del terrore cospirativo, cioè dell&apos;impotenza, di un terrore che non riesce a realizzare il proprio fine e non giunge a quel terrore autentico, popolare, veramente rigenerativo per il quale divenne famosa la Grande Rivoluzione Francese. Può darsi che il movimento repubblicano in Portogallo salirà a nuove vette. La solidarietà del proletariato socialista sarà sempre per i repubblicani contro la monarchia. Ma finora, in Portogallo, essi, assassinando due monarchi, sono riusciti soltanto a &lt;i&gt;spaventare&lt;/i&gt; la monarchia, non a distruggerla.

&lt;b&gt;V.I. Lenin&lt;/b&gt;, &quot;Ciò che è accaduto al Re di Portogallo&quot;,  &lt;i&gt;Proletary&lt;/i&gt; n. 22, 19 febbraio 1908


&lt;b&gt;Il discorso continua...&lt;/b&gt;</text_more></entry>
<entry id='1146' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1146' author_id='4' authored_on='20050101195334' basename='genitori_e_figli' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050101195334' modified_on='20050101230736' ping_count='0' status='2' title='Genitori e figli' week_number='200453'><text>di &lt;b&gt;Federica Vicino&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Genitoriefigli.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Genitoriefigli.jpg&quot; width=&quot;125&quot; height=&quot;94&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
Io odio la Ribellione. La odio tanto quanto il Sistema; tanto quanto odierei qualsiasi regime, tanto quanto odio la guerra.
Dovrei attaccare così. E i ragazzi (mi pare di vederli!) sgranerebbero tanto docchi. Qualcuno direbbe che mi sono bevuto il cervello. Finalmente. Mi degraderebbero. Mi metterebbero a riposo forzato.
Non serve a niente loro, lì, pronti, schierati, disposti a dare la vita; io sul mio merdoso podio, che armo gli animi e infondo coraggio. Alla malora! Non serve a niente. Questo direi.  Non cè nulla di abbastanza prezioso su questa terra da meritare il sacrificio di una sola vita. Fossanche la vita di un cane. Questo direi. Nessuno dovrebbe mai dare la vita. Nessuno dovrebbe mai morire.
</text><text_more>Mi sento così ogni volta che parte una squadra; ogni volta che coordino una missione. I ragazzi fanno richieste su richieste: per stare con me, almeno una volta in missione con me. Per combattere con il Capitano. Così mi chiamano: il Capitano. La gerarchia non è militare, da noi. Si diventa capitani per elezione. E lo stesso vale per le cariche a seguire: capo, e la più prestigiosa, la più ambita: capo ideologico. Non aspiro a tanto. Mi considerano un leader in forza del mio eroico passato. Quello che ho fatto, le cose che mi sono capitate La Ribellione è parte di me. Io sono la Ribellione.
Eppure la odio.
Questi sono i pensieri che mi affollano la mente, prima di unazione.
Guerriglia urbana non violenta  la chiamano. Io dico quel che realmente è. Carneficina.
Loro sono tanti, feroci, bene equipaggiati, addestrati, inquadrati. Noi pochi, eccetera li guardo, i miei ragazzi. E inizio a snocciolare le direttive. Parlo come un automa. Dove si va; cosa si occupa; cosa si fa quando la Polizia carica; in che direzione si scappa; dovè il punto del rendez vous. Mi auguro che stavolta non si arrivi oltre i lacrimogeni. Mi auguro che i militari del Sistema non abbiano ricevuto lordine di evacuare e basta, evacuare ad ogni costo, sgombrare il campo, e in fretta, riportare tutto alla normalità, mettere a tacere la protesta, togliere di mezzo i manifestanti. Le idee rischiano di trasformarsi così nella mia testa in un bollettino di guerra. Per loro, militari, sarebbe nientaltro che normale amministrazione. Combattono per la pulizia ideologica. A modo nostro, anche noi. Lo leggo sui volti dei miei ragazzi: bravi ragazzi, pronti a tutto, anche ad andare al macello. Morire  si legge nei loro occhi vitrei  per una giusta causa. Auguro la buona fortuna a tutti con il solito groppo in gola. Una giusta causa
Lei morì in pochi giorni. Pochi giorni bastarono a separarci per sempre. Morì a causa della Ribellione (una giusta causa). Poi anche lui morì, per gli stessi motivi, nello stesso modo. E io, che allora avevo 17 anni, e non capivo niente (ma proprio niente!) rimasi a guardare. Lei si chiamava Julia Parker, e sul suo conto quasi non so altro: era andata con i ribelli, dopo che il Sistema le aveva confiscato i beni e chiuso la sua attività commerciale: una libreria. Una storia che somigliava molto alla mia. Anche alla mia famiglia il Sistema aveva confiscato i beni, ma delle reali proporzioni di questa tragedia non mi ero reso conto subito. Iniziai a comprendere solo tre mesi più tardi, quando incontrai Julia e il suo compagno, El Blanco.
Facevano allamore, una notte, in una delle palazzine del sobborgo 29, appena evacuato. Serano infilati in un appartamento al pian terreno, avevano acceso delle candele ed ora li si sentiva ansimare. Era da un po che li seguivo; dal tardo pomeriggio, per la precisione, e per un solo motivo: avevo capito che avevano del cibo.
Cibo. Non mangiavo da tre giorni, e non capivo più niente, se non che avevo fame. Fame. Una fame indescrivibile, insopportabile per fame avrei ucciso, o mi sarei fatto ammazzare.  Così saltai dalla finestra dentro lappartamento  ed ero pronto a tutto. Lei gridò; lui mi puntò in faccia una pistola. Rimasi immobile e in silenzio  credevo  ma in realtà parlai, eccome se parlai! Le mie labbra parlavano; il terrore parlava, non ero più io, non mi accorsi di farlo, ma parlai. Dissi:
- Ho fame. Fame, solo fame.
Non so quante volte lho ripetuto.
Loro due si scambiarono unocchiata: si scongelò un ghiacciaio, e tornai cosciente. Mi accorsi che erano seminudi, mi accorsi di lei, che si rivestiva senza fretta, sorridendomi, e della canna gelida della pistola, che ancora mi sfiorava il sopracciglio. Vidi finalmente linterno di quella bettola, già devastata dagli sciacalli. Della cena cerano solo gli avanzi, ma bastarono. Mangiai con loro due che mi guardavano.
- Si sta bene qui.  provai a dire.
- Sì, ma solo per stanotte.  El Blanco grugnì. Aveva ancora in mano la pistola. La ripose con un sospiro, e concluse  Domattina ci saranno i fuochi dartificio, qui.
Sapevo a cosa alludeva. Per lindomani era previsto linizio dei lavori di risanamento anche nel sobborgo 29: tabula rasa in meno di 12 ore, a colpi di dinamite, ruspe e colate di cemento. La stessa sorte era toccata qualche giorno prima al sobborgo 27: il mio.
- E di tutte le persone evacuate stamattina, neanche lombra.  sospirò ancora El Blanco.
Gli era tornata la fame. In un supermercato si era fregato un salame: lo affettammo e lo divorammo in tre, con un solo tozzo di pane equamente suddiviso, mollica su mollica. Sapore indimenticabile. Durissimo, cazzutissimo, El Blanco. Non osai chiederlo (e feci bene), ma mi pareva chiaro che il furto fosse stato uno degli elementi specialistici della sua vita passata. Idem per luso delle armi. Eppure sapeva essere affettuoso. Per la prima volta, dopo un mese di vita assurda e disumana, mi sentivo come a casa mia, fra gente amica. Sentivo un calore che in passato non mi ero mai sognato di apprezzare e che ora, da un mese a quella parte, rimpiangevo come il più impagabile dei tesori perduti. Il calore di casa. Julia e El Blanco dovettero accorgersi di questo, perché presero a trattarmi come un cucciolo smarrito, bisognoso di protezione e daffetto.
Più tardi capii perché parlammo così poco di noi. El Blanco era un fuoriuscito: aveva aderito al Sistema, ma poi se ne era distaccato; era passato con i ribelli; adesso era ricercato. Sono scelte che costano.
Considerando che anche i miei genitori erano stati dichiarati fuoriusciti, perché qualcuno aveva colto nelle loro lezioni di storia e filosofia una vena sovversiva; considerando che erano stati arrestati e deportati; che i loro beni erano stati confiscati ed io e mio fratello dichiarati latitanti, potevo tranquillamente sentirmi parte del giro. Quanto a Julia beh, lei non nominò mai né genitori, né figli, né mariti, né altro. Una sola volta accennò al suo passato, al giorno in cui il Sistema aveva dichiarato fallita la sua libreria, ai militari che apponevano i sigilli. Nientaltro.
Julia e El Blanco erano due persone eccezionali. Ci rilassammo attorno al piccolo falò delle candele, in quel tepore domestico così surreale; mi appisolai col sapore del pane e salame che mi coccolava le gengive. Non so se e quanto dormii, forse solo per un attimo Lei era incredibilmente bella, e io, forse, la sognai che ancora mi sorrideva. Ma fu solo un attimo. Il sogno divenne incubo: El Blanco aveva sbagliato le previsioni, aveva sbagliato a fare previsioni, perché il Sistema è imprevedibile. Bastò il rumore del motore di unauto, inconfondibile jeep  sobbalzammo. Bastò il latrato di un cane  sobbalzammo. Non ero lunico ad essersi appisolato grave errore. El Blanco masticò una bestemmia. Uno sportello sbatteva, uno scalpiccio confuso rimbombava nella stradina abbandonata. Inconfondibile, tutto maledettamente inconfondibile. Il cuore mi rimbalzò in gola. La polizia, la Polizia di Regime! Passi militari, cadenzati, sibili mimetici di ordini sparati in codice, il gelido clic dei caricatori, lansia feroce dei cani addestrati scappare, bisognava scappare! Di nuovo il terrore mi agguantava la gola. Ero sul punto di piangere.  Scappare? Scappare ancora? E dove?
In un momento simile a quello avevo perso di vista mio fratello, e non ceravamo più ritrovati, da 5 giorni ero disperato, sul punto di mollare tutto, arrendermi, farmi arrestare. El Blanco mi afferrò per un braccio.
- Corri.  mi disse. 
Sembrava inferocito; ma dava limpressione di sapere esattamente che cosa fare. Io e Julia ci tenevamo per mano. Scavalcammo una finestra e ci ritrovammo tra i rifiuti, proprio nellistante in cui una seconda jeep militare imboccava la stradina dal verso opposto. I fari tagliarono fuori la fuga del Blanco dalla corsa disperata mia e di Julia. I poliziotti saltarono giù dallauto. Erano tre, quattro  non so. La notte, o il terrore, li rendevano più numerosi ai miei occhi. Armi puntate addosso. Fiato rotto. Eppure cera Julia, lì accanto a me, anche lei immobile, con le mani alzate, ma cera, e finchè ci sarebbe stata non avrei ceduto allo scoramento. Eppoi cera El Blanco, da qualche parte, nascosto nel buio, e armato. Era lì, e prima o poi sarebbe sbucato fuori. I poliziotti ci ordinarono di metterci faccia al muro, braccia e gambe allargate - e così, chi sa perchè, ebbi meno paura. Julia cera ancora; cerano i suoi occhi limpidi che mi cercavano. Dovevo provare a rassicurarla; dovevo provare a sorriderle e poi, avrei mai fatto in tempo a dirle quanto era bella?
Non mi preoccupavo più tanto per me, quanto per lei. Di lì a poco ci avrebbero perquisito: mani di maschio su corpo di maschio va bene, ma mani di maschio su corpo di donna sul corpo di lei  Dio mio, esplodevo di rabbia al solo pensiero.
Esplose anche la furia del Blanco.
Cera una finestra proprio sopra le nostre teste: le imposte si spalancarono con un fragore assordante e comparve la sua ombra possente. Sparò allimpazzata, e con tutto il fiato che aveva in gola gridò:
- Via! Via! Scappate! Nel canaletto!
Nel canale di scarico corremmo come matti, io e Julia. Lei era angosciata, perché El Blanco non ci teneva dietro, e agli spari se ne erano aggiunti altri e il rumore aveva attirato altre jeep, altri poliziotti, altri cani, e urla e latrati avevano cancellato ogni speranza  ma ci tenevamo forte per mano e correvamo, e così rimanemmo fino allalba: bagnati, congelati, terrorizzati, ma mano nella mano.
Julia era pallida e batteva i denti; gli occhi le si inumidivano e io pregavo in cuor mio perché non iniziasse a piangere.
- Spero che ci pensi a venire qui - ripeteva  Ce lha detto lui di prendere su per il canaletto, vero? Lhai sentito anche tu, vero?
Io annuivo.
- Ci penserà che ci siamo fermati qui.
- Dove siamo?  domandai.
- A ridosso del depuratore. Non senti la puzza?
- No, non ci faccio più caso.
Mi guardò e ci venne da ridere. Era una benedizione del cielo, la mia Julia.
Spuntò un sole malaticcio, e come per incanto comparve El Blanco. Lei gli si gettò al collo e non smetteva di guardarlo e baciarlo e stringerlo forte. Poi vollero abbracciare anche me. Erano una benedizione del cielo. Mi commossi.
- Le lacrime non vanno mai sprecate.  sussurrò Julia.
Vero, pensai. Lei, alla fine, non aveva pianto. Piuttosto, cera da trovare il modo di rimettersi in sesto e in fretta. El Blanco era ferito ad un piede e doveva medicarsi; non aveva più munizioni.
- Quanti ne hai uccisi?  chiese Julia.
Lui sospirò.
- Che importanza ha?  sussurrò.
Ci fu un lunghissimo silenzio. Uccidere un solo poliziotto significava firmare la propria condanna a morte. Rabbrividii.
Ci rifugiammo nella cucina di un ristorante: luogo ideale. Scardinammo la porta di servizio e ci barricammo dentro. Il ristorante doveva essere stato confiscato, o qualcosa di simile: trovammo del cibo ancora commestibile e medicinali per El Blanco; per asciugare i vestiti accendemmo tutti i fornelli ed appendemmo pantaloni, camicie e giacche alle cappe di aspirazione; poi, per non crepare di freddo, ci avvolgemmo nelle tovaglie e ci stringemmo gli uni agli altri. Solo allora ci ricordammo che, dalla sera prima, non avevamo ancora fatto le presentazioni.
- Julia Parker.
- El Blanco.
- Miguel Terrano.

Il corpo di Julia era caldo, premuto contro il mio; la testa sprofondata fra la mia spalla e quella del Blanko. Era un sonno così profondo e tranquillo da far tenerezza.
Già da un po non riuscivo a pensare ad altri che a lei, ai suoi occhi profondissimi, alle sue labbra morbide, leggere leggere, a quel corpo solido che denudava in fretta e con tanta facilità. La sua totale assenza di imbarazzo mi imbarazzava. Sicchè scoprii quasi con sorpresa di desiderarla.
El Blanco  non dormiva: ci ritrovammo soli, ognuno perso nei suoi pensieri.
- Non avevo mai sparato ad un uomo, prima.  mi confessò.
Non seppi che dire, così continuò:
- Ma quelli vi avrebbero ucciso, puoi starne certo. Ne ho viste di evacuazioni notturne. Vi avrebbero puntato una pistola alla nuca e vi avrebbero ammazzati.
- Non so più niente di mio fratello  feci allora, a bruciapelo  dallevacuazione del 27, 5 giorni fa.
- Eri al sobborgo 27?
- Sì.
- Cero anchio.
- Anche tu e Julia eravate lì?
- No, solo io. Julia lho conosciuta due giorni fa, tre con oggi.
Lo stupore si impossessò di tutta la mia attenzione; e così, mentre El Blanco ripeteva che quella del 27 era stata la più drammatica delle evacuazioni, il mio pensiero tornò a posarsi su Julia, su quelleroico amore di favola fra lei e il fuoriuscito ricercato che avevo creduto profondo e inattaccabile e consolidato dal suggello di anni e anni trascorsi assieme, di decine e decine di mirabili avventure! Invece era stato il caso ad incatenare i loro destini; e in quel guazzabuglio di orrori che era stata levacuazione del sobborgo 27, mentre altri  io e mio fratello!  si perdevano definitivamente di vista, la fortuna aveva baciato sulla fronte El Blanco mettendo Julia sul suo cammino.
- E chi è tuo fratello?
- Marcus.  risposi  Marcus Terrano.
- Mai sentito: non è tra i fuoriusciti.
- No, lui no. I miei genitori lo sono. Li hanno arrestati un mese fa. Anche di loro non so più niente.
Tornava la brutale sensazione del freddo. Mi scossi.
- Ma mio fratello lo ritrovo.  affermai.
Julia si destò poco dopo, mentre in cuor mio ragionavo del fatto che avevo detto più cose sul mio conto a lei e El Blanco in 12 ore, che ai miei veri genitori in tutta la vita. Erano pensieri che mi angosciavano: mio fratello, i miei genitori Pensare a loro e domandarsi che fine avessero fatto mi gettava in uno stato di prostrazione.
- Miguel  disse El Blanco a Julia  vuole ritrovare suo fratello. Si sono persi qualche giorno fa, al 27.
- In quellinferno - si limitò a mormorare lei.
- Credo  soggiunse lui  che sia il caso di dargli una mano.
- Che cosa?  protestai.
Non avevo udito in tutta la mia vita una frase che mi avesse rallegrato più di questa, ma temevo per lincolumità di entrambi.
- Blanco, tu sei ricercato!  provai a dire  Se ti beccano
- Se mi beccano non potrò più aiutarti.  fu la risposta.
Sorridemmo tutti. Sorridemmo e la camicia mi cadde dalla cappa sul fornello acceso, prese fuoco, tentai di raccattarla senza scottarmi, ma mi cadde a brandelli fra le mani. E così adesso ridevamo di cuore. Io, El Blanco e Julia.
Lei si era alzata: dalle tovaglie che ancora si stringeva addosso traspariva il suo corpo nudo. Ci fu un silenzio carico di sguardi: occhiate indiscrete di maschio, che sanno essere ingombranti e fare perfino rumore! Tanto che lei se ne avvide, e in un tono di sfida più eccitante che mai esclamò:
- Che vi prende?
- Sei bella, Julia. Bella.  El Blanco labbracciò di slancio, la sollevò fin sopra le sue stesse spalle, oltre la sua testa, in alto, in alto. Le tovaglie caddero svelando il segreto limpido dei seni  quello che non avevo smesso di sognare nemmeno per un attimo.
Julia rideva e si lasciava dondolare nellaria, e io  che pure non ero parte di quel gioco  mi sentivo scosso da unebbrezza di animale selvaggio. Poi lei e El Blanco si baciarono, e io mi sentii più solo che mai. Solo come un innamorato senza speranza.

I Fuoriusciti avevano un rifugio segreto, in città. Era una vecchia rimessa di natanti, vicino allo scalo. El Blanco sprecò le sue ultime forze per condurci lì. La ferita al piede si era infettata. Di lui e di quello che aveva fatto al sobborgo 29 si sapeva già tutto. Le notizie, sul fronte della Ribellione, erano pessime: nuovi arresti, arresti eccellenti fra i Fuoriusciti. Un capo ucciso. Periferie passate al setaccio. Retate. E quanto di peggio si potesse ancora immaginare. El Blanco aveva la febbre alta e in quelle condizioni non era facile (e forse nemmeno possibile) curarlo. Trascorrevamo le giornate rintanati fra le carcasse dei mercantili in disuso; il freddo era insopportabile e lumidità penetrava fin nelle ossa. I Fuoriusciti erano gente in gamba: medici, insegnanti, giornalisti. Stimati professionisti tutti ricercati. Cera molta solidarietà fra di loro, ma poca voglia di parlare. Il medico che curava El Blanco aveva laria stanca e afflitta: ogni volta che mi rivolgeva il suo sguardo pietoso, mi metteva a disagio. Accennava di no con la testa, ma senza farsi vedere da El Blanco. E quando si sforzava di sorridergli era ancora peggio. Julia insistette perché la mandassero in città (io e El Blanco eravamo contrari, ma non ci fu modo di dissuaderla): si fece dare degli abiti, pochi soldi, un foglietto dal medico, con su scritto il nome della medicina che serviva per curare il suo compagno, e un bel mattino, di buonora, scomparve. Scomparve per unintera giornata: 12 interminabili ore di angoscia, nelle quali nemmeno El Blanco ebbe voglia di rivolgermi la parola. E io mi misi a pensare: pensai ininterrottamente sempre alla stessa cosa, una frase che avevo sentito dire da El Blanco, qualche sera prima. Ed era questa:
- Ho smesso di odiare il Sistema. Adesso lo adoro.
Julia, che gli stava misurando la febbre, aveva ribattuto:
- Stai delirando.
- No, sono lucidissimo.  era stata la risposta  Grazie al Sistema mi sono ritrovato accanto la donna che ho sempre desiderato e il figlio che ho sempre sognato.
Figlio sentirglielo dire mi aveva improvvisamente rattristato. Quella frase avrebbe dovuto essere un complimento, ma né io né Julia lo ringraziammo. E io ripetevo in cuor mio: figlio, figlio. A distanza di giorni, ancora ripetevo: figlio  figlio  FIGLIO.
Anchio, forse, avevo sempre desiderato un padre come El Blanco, ma non era quello il punto.
Il punto era che se avevo un nuovo padre  dopo il mio vero padre  correvo nuovamente il rischio di perderlo; e se Julia era la mia nuova madre  che adoravo ormai con tutte le mie forze  correvo il rischio di vedermela strappare via, senza poter fare nulla. La sola idea mi faceva impazzire. E il peggio era che questa nuova parvenza di gioia era stata effettivamente messa insieme dal Sistema. Il Sistema avrebbe potuto disporne, dividere ciò che aveva unito, distruggere ciò che aveva aggregato, dilaniare, tagliuzzare, vivisezionare. Era un pensiero che mi ossessionava, e intanto Julia continuava a tardare. El Blanco fremeva, disteso sulla sua branda; ansimava, tossiva; mi chiese di lei mille volte, ma con gli occhi, solo con gli occhi.
Io avevo preso con me un cagnolino, dellultima cucciolata di Asia: un mastino napoletano. I Fuoriusciti addestravano i cani perché segnalassero la presenza della Polizia di regime senza abbaiare: ne avevano decine, soprattutto boxer e mastini. E cuccioli a frotte. Avevo giocato un po con tutti, ma alla fine questo cucciolo aveva scelto me e mi era venuto appresso, fin nella mia stiva. Mi avevano detto che potevo tenerlo; che mi sarebbe stato utile. Era una femminuccia: la chiamai India. Fu lei a dirmi, con uno scodinzolio sommesso che Julia era tornata. Erano le 4 del mattino. Le si strinsero tutti attorno: spiegò che sganciarsi, giù in città, era diventato difficilissimo; aveva temuto un pedinamento; non aveva voluto correre rischi. Poi scherzò: sera infilata in una libreria, a vedere che cosa pubblica il regime. E il tempo le era volato via. Ma prima di tutto questo, volle parlare con me, a quattrocchi. Di sua iniziativa sera recata nellufficio dellanagrafe, per avere notizie di mio fratello e dei miei genitori. Tentai di rimproverarle la sua imprudenza: non mi lasciò nemmeno iniziare. Sorrise sottile sottile: aveva raccontato allimpiegato di essere una creditrice dei Terrano. Quello le aveva creduto. Dal computer erano saltate fuori le notizie, che io già sapevo: i miei genitori detenuti, io e mio fratello ricercati e dichiarati latitanti, con tanto di foto segnaletica. Più tardi (anni più tardi) scoprii che quella notte Julia mi aveva mentito: Marcus era stato ucciso durante levacuazione del sobborgo 27; mio padre era morto in carcere (il rapporto diceva per malattia polmonare). Di mia madre  della mia vera madre  non ci sono tuttoggi notizie.
Adorare il Sistema di quelle parole, ne ero certo, El Blanco si sarebbe pentito.

La Polizia di Regime fece irruzione allo scalo in pieno giorno. Circondarono la zona e dettero fuoco al canneto, tagliando così ogni via di fuga.
Il generale Kozinskij in persona diresse loperazione.
I Fuoriusciti non erano gente abituata a combattere; la Ribellione era, allora, più unidea che altro. E, del resto, arrivati a quel punto, retata o no, ci si sentiva ormai tutti già sconfitti. Solo El Blanco non si era mai arreso. Steso nel suo lettuccio, fradicio di sudore, divorato da dolori lancinanti, col piede ridotto ad unulcera purulenta, continuava a resistere. A lui andò il mio primo pensiero, quando mi accorsi di essere in trappola. Lui, inchiodato dalla malattia, era almeno due volte più in trappola di me. Fuori della nostra nave fantasma, nella calma surreale della resa, da un altoparlante echeggiava la voce tagliente di Kozinskij: Fra poco qui brucerà tutto. 
Noi, nella nostra ombrosa stiva, ci guardavamo gli uni gli altri negli occhi, India compresa. 
Venite fuori con le mani sopra la testa, camminando lentamente e molto distanziati.
Nemmeno uno sparo, pensavo io; sti fuoriusciti sono proprio un branco di conigli!
- Il bastardo sta bluffando: sussurrò El Blanco - non possono dar fuoco a tutto; siamo troppo vicini ai quartieri residenziali. Rischierebbero di inondare di fumo le case dei funzionari di governo; le colline sono sotto vento. Nessuno si prenderebbe una simile responsabilità.
Il ragionamento filava. E io non sarei mai riuscito a incrociare le mani sopra la testa ed uscire allo scoperto, camminando lentamente e molto distanziato dagli altri. Soprattutto non sarei riuscito a starmene immobile mentre qualcuno perquisiva, ammanettava e forse picchiava Julia e El Blanco; no, io non resistevo allidea che qualcuno caricasse i miei genitori sopra un camion e se li portasse via chi sa dove; non avrei mai potuto assistere ad unaltra scena come quella.
Qualcosa stava cambiando. Lunico terrore che mi rimaneva era perdere i miei cari. E in questo caso il Sistema o la Ribellione si sarebbero equivalsi: due cause, uno stesso effetto: io che rimanevo solo. Di nuovo solo. Inaccettabile. Qualcosa stava cambiando. Lodio aveva cominciato a scavarmi dentro.
Aspettammo. Senza dircelo decidemmo di non cedere alla resa, di rimanere nascosti nella nostra stiva. Succeda quel che succeda, pensammo  ma senza dircelo.
La voce di Kozinskij, di fuori, finalmente tacque, e allora iniziò quella che verosimilmente sembrava unispezione: voci dure e passi decisi di soldato, e un continuo, incessante abbaiare di cani, il dramma di qualche attacco pieno di familiari latrati; poi gli spari, secchi nellatmosfera plumbea del porto, e per ognuno un guaito che si spegneva in fretta. Strinsi a me India, che appariva nervosa, agitata: lultimo sparo e lultimo guaito erano stati vicinissimi a noi. Asia, pensai, con il cuore che mi batteva allimpazzata, hanno ucciso Asia. Seguirono altri guaiti, non più spari, solo guaiti, più tenui e prolungati, lamenti di cucciolo, che terminavano con un tonfo sordo nellacqua gelida e oleosa dello scalo: uno, due, tre fino a sette. Con India che ormai si dibatteva. Era lottava della cucciolata.
Dio, che pensiero orribile!  Mi sfuggì di mano.
No, brutti figli di puttana! Nemmeno il cane, non vi do nemmeno il cane!
Non ragionavo più; le corsi dietro. Mi riagguantò El Blanco, con una forza che non avevo mai neanche immaginato.
- Cazzo fai?  mi soffiò in faccia  Sei impazzito?
Non gli bastò il tempo, povero Blanco, perché non ero impazzito solo io: Julia era già in cima alle scale, già inondata dalla luce ferrigna del mattino, già affacciata per metà sul ponte dellimbarcazione.
- Tu occupati del ragazzo  disse in fretta  io vado a riprendere il cane.
Ho ripensato un miliardo di volte a quelle parole, a quel gesto sconsiderato; un miliardo di volte ho risentito leco di quegli spari; un miliardo di volte le ho chiesto perché? Perché? Perché lhai fatto?.
Tuttoggi non ho risposte. Una madre certe cose le fa. Punto e basta. Di questo sono sicuro: quel che ha fatto Julia, lavrebbe fatto anche la mia vera madre. E tutte e due non per il cane, ma per me.
- Se mi hai voluto almeno un po di bene, resta nella stiva e non muoverti per niente al mondo!  furono le parole del Blanco. Le ultime che gli sentii dire.
Salì gli scalini a due a due, con la caviglia spezzata e il dolore che gli traboccava assieme al pus, anche lui verso la luce, verso il mattino, verso il ponte, verso Julia, o forse verso Asia. La mia Asia. Ci fu uno sguardo, poi non so.
E io odio la Ribellione. La odio tanto quanto odio il Sistema, tanto quanto odierei qualsiasi regime, tanto quanto odio la guerra. Questo dovrei dire. Eppure, senza accorgermene, ho già iniziato a parlare, e ho iniziato così:
- Luogo: la biblioteca comunale. Modalità: si entra in silenzio; si prendono libri, ognuno un libro, e ci si siede sopra. Quindi, immobilità. E silenzio. Il silenzio deve essere assoluto. Non si risponde a nessuna provocazione, soprattutto non si risponde alla violenza, in caso di arresto si fa resistenza passiva. Nessun libro, per nessuna ragione, dovrà essere danneggiato. Nessuno dovrà mai dire il suo nome o fare il nome di qualcun altro. Nessuno dovrà mai combattere se non in nome della Ribellione.
Un nome, in realtà, lo so. Ora lo so: El Blanco si chiamava Eric. Se fosse vivo, oggi sarebbe uno dei capi, il più forte, il più popolare; più acclamato di me. Mi scuoto. Ho ancora i volti dei miei ragazzi davanti. Ultima cosa.
- Volevo ringraziarvi.
Sorridono. Ho le lacrime agli occhi e niente cuore. Il resto sarà carneficina.


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<entry id='1147' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1147' author_id='4' authored_on='20050103222240' basename='benvenuti_a_leccisopoli' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050103222240' modified_on='20050103222304' ping_count='0' status='2' title='Benvenuti a Leccisopoli' week_number='200501'><text>di &lt;b&gt;As Chianese&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Lecciso.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Lecciso.jpg&quot; width=&quot;115&quot; height=&quot;129&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
Strano paese lItalia. Se ne devono essere resi conto in migliaia quando, di fronte allimmane catastrofe che ha semidistrutto il sud-est asiatico, il giornalista televisivo di turno ha annunciato, con un tono talmente serioso da sfiorare i limiti del grottesco, che non cerano stati problemi per il ritorno in patria dei nostri VIP. Emilio Fede gode di ottima salute, credendo che la sua fortuna, oramai, abbia a che vedere più col culto del nume tutelare dArcore che con le statistiche del caso. Gigi DAlessio ha salvato ugola e famiglia ma non le valige, e se ne rammarica in diretta davanti a un confuso Giorgino. Filippo Inzaghi è il primo a tornare, manifesta un po di panico allaeroporto ma non troppo, sta gia pensando al campionato e al suo atteso ritorno sul campo. </text><text_more>Intanto, orribilmente, 130.000 e più anime davano laddio a questo mondo tra i marosi. Quasi tutti dei poveracci, che pagano il fio di un diluvio universale che spazza via senza differenze ricchi e reietti, in un crescendo di vittime e di conti che si vanno ad ammassare tutti sulla coscienza dei tour operator, degli appaltatori abusivi e di chi ha permesso per anni impuniti sfruttamenti ambientali. La famigerata onda anomala, &lt;i&gt;tsunami&lt;/i&gt;, ha fatto precipitare una situazione altamente a rischio, un sistema perverso che sarebbe prima o poi esploso anche senza lintervento apocalittico di madre natura. 
Ma la tv italiana, il grande mezzo mediatico che obnubila le coscienze, questa volta si è trovata alle prese con un evento di grande portata giornalistica, che ha coinvolto a reti unificate bene o male tutti. La grande catastrofe ha posto laccento sui mali del mondo, non facendoci vedere loramai classica diretta tv del giorno di Natale dei nostri soldati in Iraq, sostituendo malauguratamente la tragedia alla più meschina oleografia. Eppure, riflettendoci amaramente, si è dovuta presentare proprio la micidiale onda per ramazzare un po di spazzatura dai nostri teleschermi. La messa in onda delle informative su questo disastro ha coinciso con lincredibile declino di certi casi prettamente televisivi legati ad una mostruosa carenza di share. 
Primo fra tutti il tedioso fenomeno Lecciso che ha infervorato gli animi degli italiani prima della catastrofe. Fenomeno di natura incredibilmente falso - antropologica: riflessione attonita sui modi leciti e non di approdare nel nostrano star system, considerazione rassegnata sul ruolo di madre, donna e regina del focolare con tanto di interviste ai paesani e gran finale con dubbio di hemingwayana memoria sull&lt;i&gt;Avere e non avere&lt;/i&gt;. Ma soprattutto: una grande bufala, montata ancora una volta sul gossip e sulle prosperose forme della aspirante signora Carrisi. 
La tsunami ha rimandato, ahinoi, la disquisizione sul trash che aveva coinvolto addirittura il professor Zecchi docente di estetica in quel di Milano, ricordando che oramai si tende a fare un uso e abuso della parola trash, dallinglese letteralmente pattume, termine incredibilmente usato da certa spocchiosa critica davanti a quel capolavoro di stile che è il film &lt;i&gt;Vestito per uccidere&lt;/i&gt; (1980) di Brian De Palma. E lecito cercare di capire perché, davanti alle due sorelle Lecciso palesemente inappropriate ad apparire in video e incoraggiate in termini di share dalla diatriba familiare montata con Al Bano, gli italiani non si fossero posti ben altri dubbi in termini professionali, anziché cimentarsi nellingrato compito di trovare un qualcosa che queste due sappiano pur fare. E mentre il loro chachet lievitava vistosamente tanto da far tirare le somme a un giornale di economia, nessuno si è domandato perché in Italia sul video in prima serata ci fossero due incompetenti che sulla RAI prendevano soldi da denaro pubblico, di gente che paga il fottuto canone, e non ci fosse spazio per persone come Michele Santoro, Enzo Biagi, Sabina Guzzanti e Daniele Luttazzi. 
Per le Lecciso non cè nessun diktat, addirittura se le contendono a suon di ricchi contratti e di prestigiose presenze a &lt;i&gt;Porta a Porta&lt;/i&gt; e nello show domenicale. Tutto ciò è davvero inaudito, tutto ciò ci fa capire ancora una volta come noi, amanti e dipendenti dei talk show e dei reality, siamo in una vera e propria Pornocrazia (e Cahterine Breillat mi passi lomaggio) dove non conta più linformazione o lintelligenza dei format, ma valgono i personaggi da copertina che bucano lo schermo e saziano istinti primari grazie ad un continuo ammiccamento al porno-soft, in una veloce escalation che va dal calendario allintervista con Marzullo. 
Loredana Lecciso e sorella sono lequivalente di Costantino Vitaliano ed altri mostri mediatici &lt;i&gt;costanziani&lt;/i&gt; moltiplicati per mille. Sono lemblema del paese delle veline dove il best seller di turno è un libro pornografico di pessima fattura (Melissa P.), il luogo comune della &lt;i&gt;raccomandazione&lt;/i&gt; fatta persona e sdoppiata, quanto di più criminoso nei confronti del buonsenso televisivo ci possa essere. Si, perché le due in questione fanno un uso criminoso della tv, fomentando un falso femminismo in nome di false prese di posizione ed egocentrici vezzi. Le Lecciso vogliono essere il simbolo di una nuova femminilità e di un nuovo modo di essere donna e mamma, ma fin quando faranno parlare di loro, più che per lintelligenza, per le grazie mostrate da esorbitanti scollature, saranno relegate sempre e solo alle pratiche basse di una tv in rovina.

Strano paese lItalia. Capace di essere generosissima e di mobilitarsi per le grandi cause ma incapace di scrollarsi da dosso la merda, il trash, in cui versa da parecchio. E mentre continuano ancora adesso le tavole rotonde sullemergenza Asia, cè già qualcuno che pensa allintrattenimento e al ritorno delle terribili gemelle in tv. Si vive di controsensi, si adorano personaggi straricchi anche se si campa con uno stipendio da fame e le voci fuori dal coro vengono impunemente zittite. 
Benvenuti a Leccisopoli, benvenuti in piena Pornocrazia. Amaramente da lontano si sentono le musiche degli improbabili stacchetti per &lt;i&gt;Striscia&lt;/i&gt;, quando impresso negli occhi cè ancora il mare che vomita i cadaveri di tanti poveri innocenti. Adesso che quei paradisi si sono trasformati in inferi, ora che quelle acque azzurre sono simili a unimmensa cloaca, cè un po di tempo per riflettere e per intristirsi prima del ritorno alla normalità e alleffimera Pornocrazia. Ora che loceano indiano appare più che mai calmo, piatto ma con lodore della morte intorno, così: come unimmensa conca piena di lacrime.

 
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<entry id='1148' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1148' author_id='1' authored_on='20050103235318' basename='goisis_elia_il_genio' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050103235318' modified_on='20050103235344' ping_count='0' status='2' title='Goisis: ELIA IL GENIO' week_number='200501'><text>&lt;img alt=&quot;goisiscover.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/goisiscover.gif&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;149&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;b&gt;Giuseppe Goisis&lt;/b&gt;
&lt;i&gt;[da &lt;b&gt;Un posto vale l&apos;altro&lt;/b&gt; - &lt;a href=&quot;http://www.pequodedizioni.it/&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;peQuod&lt;/a&gt;]&lt;/i&gt;

Io non centro niente con la musica, né suonare né cantare, ma Elia è sempre stato un genio. Dicono che i ciechi hanno certe qualità. 
Quella sera eravamo alla cascina.
È dello zio di Michele e ci andiamo almeno una volta al mese. Organizziamo le feste. Se è estate con i falò. Se è inverno con il camino. 
Andiamo là e passiamo la sera a ballare e a mangiare, e anche altro, fino a notte. Problemi di rumore non ce ne sono. Siamo in mezzo alla campagna. Al limite la nebbia, o la strada sterrata quando piove. Ma arrivano sempre tutti.
Qualunque tempo fa si sta bene. Ognuno porta qualcosa. Fra di noi è facile stare bene. Siamo gente semplice. Nessuno è ricco o razzista. Mia cugina lanno scorso ha avuto una figlia con il suo ragazzo senegalese. A parte la nonna siamo stati felici. È nera e si chiama Uanpuire. 
Elia alle feste si esibisce con la pianola elettrica. Ne ha una per ogni tipo di strumento e di ritmo. Incita la gente e se non cantiamo ci insulta. A volte qualcuno gli fa uno scherzo e sposta il microfono. È molto volgare, ma suona e canta da professionista. Secondo me alla cascina è sprecato.</text><text_more>Fuori ci sono laia, le stalle e il fienile, mentre dentro cè la stanza con il tavolone lungo, la cucina e unaltra stanza con i divani e il camino. Elia suona lì. Se non si è in troppi ci stiamo, altrimenti alcuni restano a parlare in cucina, o sotto il portico davanti allaia. Una sera eravamo in centoventitre e lo zio di Michele si arrabbiò perché sparì un badile. È stata lunica volta però. Non sparisce mai niente, e non siamo mai così tanti. Se siamo in troppi Elia si avvilisce. Non può suonare. E Michele allinizio è contento, poi però si preoccupa per lo zio. Non va bene essere in tanti.
Quella sera in cui io, Elia e Michele abbiamo deciso il viaggio non cera niente da festeggiare. Le feste hanno dei motivi oppure no. Dipende. Per esempio quando è nata Uanpuire. O quando siamo tornati dal viaggio nel Chiapas con le diapositive. Ma non è necessario. È per divertirsi. Sei libero e fai quello che vuoi. Molti si sono messi insieme. Io con Sabrina.
Quello che ci interessava in quel periodo era la libertà e allora quella sera parlavamo della libertà, sia la libertà in generale sia specifica, come linvasione del Kuwait, il proibizionismo, che noi contestiamo perché facciamo uso di ascisc, gli zoo, le serre, la Rivoluzione Francese e i sensi unici alternati, che sono un esempio per far capire che la mia libertà finisce quando comincia la tua, anche se la frase direbbe dove comincia la tua, e cè chi sosteneva che dove e quando non sono la stessa cosa e la discussione andò per le lunghe con pieghe filosofiche, perché un paio hanno studiato filosofia. A essere onesti però, in cascina più che parlare si gesticola, soprattutto se stai mangiando le costine, ti devi interrompere spesso o per pulirti la bocca tutta unta o per mandare giù, e poi, oltre al mangiare cè il bere, e forse anche quello fa gesticolare, un po per mandare giù, come il mangiare, un po perché quando bevi hai più idee ma meno parole giuste per esprimerle, e ci provi con le mani, mentre altre volte litighi, ma nessuno si è mai picchiato.
Io credo che lidea del viaggio sia nata per quello che è successo dopo cena. 
Non aveva ancora cominciato a suonare perché gli stavamo allestendo la postazione ma cerano problemi con un cavo. Michele si strusciava con una sul divano.
Andò per le lunghe, anche se ho fatto perito elettronico e di fili me ne intendo.
La tipa era nuova, aveva il piercing sulla lingua e una fila di orecchini. Sembrava a disagio. Michele nello slancio la spingeva verso Elia, e si toccavano. A un certo punto sento dire: Non siamo soli dai... e Michele rispondere: Non ti preoccupare, è cieco. A bassa voce naturalmente, ma se lho capito io, che Sabrina mi deve ripetere tre volte le stesse cose, lavrà capito di sicuro anche Elia, sempre per via che i ciechi hanno certe qualità.
Sistemammo il cavo e il concerto partì. Elia però non era lo stesso. Non si sgolò il rhum, non presentò le canzoni, non insultò nessuno e, soprattutto, non implorò nessuna ragazza di avere un rapporto sessuale con lui. Incredibile. Non che qualcuna ci sia mai stata, ma lui ci prova sul serio. Lo ripete quasi ad ogni canzone. Invece di applaudire dice. Invece di lasciarlo da solo, nel buio. Un paio si sentono in colpa.
Alla fine del concerto smontammo lapparecchiatura e girarono le ultime canne.
La prima che se ne andò fu Sara, che ha diciassette anni e una figlia di nove mesi. Se la porta sempre appresso e la allatta in mezzo a tutti. Elia va lì e accarezzando la testa della bimba cerca di toccare la tetta di Sara. La supplica di allattare anche lui, ma lei lo caccia indietro.
Poi Giuliana, che noi chiamiamo autobus. È una ragazza molto bella. E intelligente. Ha studiato filosofia. Sabrina la trova antipatica perché ne sa sempre più degli altri. Il che è vero, ma se lo dico Sabrina ci resta male. È convinta che fra noi ci sia qualcosa, ma questo non centra con quello che Giuliana sa o non sa. E comunque si chiama autobus perché una notte stava male e andò a vomitare nellaia, poi camminò sino alluscita e si isolò, sulla strada sterrata, appoggiata a un albero, per un bel pezzo. Faceva freddo e cercammo di convincerla. Lei ci rispose che stava aspettando lautobus. Fu una battuta molto divertente, ma Giuliana la mattina non se la ricordava e ancora oggi dice che ce la siamo inventata.
Pietro è il favorito di Elia perché è il più intonato, e come al solito se ne andò senza salutare. Te ne accorgi dopo mezzora. Ha i capelli rasta e le mani grandi come i vassoi che i muratori usano per spalmare la malta, è operaio, pacifista, va alle manifestazioni e ama gli animali. In cascina viene sempre con un cane lupo, Asia, e mangiano nello stesso piatto. Soprattutto ama i canarini, ma ne ha fatti morire quattro. Due se li è dimenticati sul balcone durante un temporale, e sono stati fulminati, due sullo stesso balcone ma destate, sotto il cellophane, e si sono fusi. Il balcone della morte. Quando è accaduto Pietro ha pianto come un bambino. Fa impressione vedere piangere uno così gigantesco.
Elia stava silenzioso, con lo sguardo spento. Anche i ciechi hanno lo sguardo. Non faceva nemmeno un tiro di fumo. Io avevo capito che cera rimasto male per la frase di Michele e volevo fare qualcosa. Pensavo magari di chiedere a Sabrina di sedersi vicino. 
 Michele uscì poco più tardi con la sua tipa trapassata. Oltre alle orecchie e alla lingua aveva i jeans squartati sulle ginocchia e sul di dietro. Cinque minuti e rientrò. Venne accanto e mi disse soltanto che non ne valeva la pena. Anzi, il pene, e scoppiò a ridere come un folle. 
Dimitri fu lultimo. Non è tanto che cè. Viene dalla Romania. Da Timisoara. Senza permesso. Elia ci va molto daccordo perché ha portato una grappa speciale della Transilvania che si chiama Palinca e perché gli parla degli strumenti che usano nel suo paese, come il bucium, che non ho ancora capito cosa è, ma lo citano sempre, devessere una specie di flauto che usano in montagna, e delle danze. Una la ballano alle nozze e anche se sono poveri hanno le camicie ricamate e il grembiule doppio. Per la festa di Uanpuire labbiamo ballata. Dimitri quella sera ci raccontò di quando lavevano arrestato alla frontiera, nel bosco. Non ricordo bene il racconto, perché a un certo punto mi accorsi che gli mancava metà dito e mi persi a immaginare. Ricordo però che non lo menarono, ma gli rubarono i soldi. Uscendo dalla stanza disse qualcosa in rumeno, con una smorfia triste, ma nessuno capì cosa aveva detto perché il rumeno non si capisce.
Quando Dimitri si allontanò erano già le tre. Sabrina dormiva sul divano. Io e Michele cominciammo a mettere in ordine. Elia continuava a essere mogio. Michele si avvicinò e gli chiese cosa cè. Elia disse niente. Michele è uno testardo e glielo richiese. Elia rispose che aveva bisogno di farsi una donna.
Ci fermammo con le pulizie. Io ero preoccupato per Sabrina. Controllavo se si svegliava.
So io dove portarti, disse Michele.
Dove? domandò Elia.
A Lugano.
Per quel che conoscevo io lunica città di quelle cose era Amsterdam, invece Lugano sembrava lo stesso di Amsterdam, ma più vicina. Cerano posti tipo le case chiuse un tempo, e si poteva andare quando volevamo. Io facevo ssst, perché Michele diceva le cose troppo ad alta voce, e anche Elia. In Svizzera ci sono un sacco di vantaggi. Parlano italiano e la benzina costa meno. Sabrina ogni tanto si muoveva e allora ci immobilizzavamo. Elia fece domande. Michele non spiegava preciso perché in quei posti non cera mai stato di persona. In ogni caso bisognava decidere e votare. Sabrina fece un sospiro e restammo in statua qualche secondo. Il sabato dopo andava bene a tutti e tre. Sabrina aveva un impegno con le amiche. Lo sguardo di Elia era già migliore. Michele disse chi ci sta alzi una mano. Le avevamo alte proprio quando Sabrina si svegliò e tirò su leggermente. Ci beccò in flagrante. Strinse gli occhi e li sfregò. 
Cosa fate?
Votiamo se andare a puttane, rispose Elia.
Non la smetti mai tu, eh... e si scostò dal divano. Vado un attimo in bagno. Poi andiamo?
Sì, le dissi.
È una grande fortuna quando Elia esagera con le donne. Non gli credono mai. 
Aspettando Sabrina prendemmo gli accordi per il sabato successivo.  
La partenza fu a casa mia la mattina tardi. Elia in macchina si mise davanti perché cè più luce. Michele si presentò con ascisc, cartine e una bottiglia di vino. Confronto al solito eravamo vestiti bene. Elia addirittura una specie di papillon.
Cera bel tempo.
Appena in autostrada mi chiese di fermarsi a una stazione di servizio, doveva pisciare. Scendemmo e lo accompagnai. Michele puntò al bar. Allingresso dei bagni stava una donna grossa con una divisa azzurra. Io portai a braccetto Elia verso uno dei cessi. Lo aiutai a entrarci. Chiuse a chiave. Mi piazzai in mezzo alla stanza, in piedi. Voltai la faccia e vidi la donna grossa. Mi guardava. Non saprei dire come. Poteva essere come schifo o pietà. In silenzio. A parte una ventola che ronzava. Guardava fisso senza staccare un attimo. Io ero anche vestito bene per cui non centrava. Doveva proprio essere che era colpita. Giocherellava con le monete. Per fortuna altrimenti cera solo la ventola. Elia ci impiegava una vita e allora provai a fischiare e spostare la faccia. Lei niente, immobile. 
Quando viaggiamo insieme Sabrina non va mai nei cessi pubblici perché dice che sono sporchi. Questi però sembrano puliti.
Sentii lo sciacquone di Elia. Ma non usciva. Avrei voluto chiamarlo. Mi guardava sempre fisso però ora avrei detto che era proprio schifo. Oppure diffidenza, non so, lo stesso di mia zia quando tasta la frutta fuori stagione. Da Elia nessun segnale. Entrarono un paio di tedeschi verso gli orinatoi. Nei bagni delle femmine cera più viavai, ma la donna non deviava gli occhi e non rispondeva grazie se buttavano le lire nel cestino. Guardava me e basta. 
Sabrina non tollera le commesse dei negozi che ti opprimono e non ti lasciano in pace a scegliere. A me non è mai importato ma adesso forse era uguale.
La chiave del cesso scattò. Finalmente. Non usciva. Feci due passi. La donna si mosse dal banchetto. Non era paralizzata dunque. Raccolse una carta per terra e prese uno straccio che stava asciugandosi sul termosifone. Mi guardava ancora. Io pensai che forse lei si aspettava che chi entra dà i soldi allingresso, in anticipo. Noi invece siamo passati. Ma no. Non è vero. Le signore dallaltra parte davano i soldi uscendo. Ero praticamente alla porta. Elia da dentro bestemmiò che si era bloccata la lampo. Gli dissi di venire fuori. Ormai anchio guardavo dritto la donna. 
Sabrina dice che ci sono un sacco di lavori terribili. E di facce sfortunate.
La donna tornò al suo posto. Adesso forse era perplessa. Era curiosità. Pensavo la signora non capisce che un cieco piscia ma non smette di essere cieco. Lo so che siamo in autogrill e ha un brutto lavoro. Sabrina avrebbe detto che bisogna capire, capire la signora che non capisce perché siamo qua. Che se uno è cieco è cieco.
Elia aprì luscio con il papillon storto e urlò che cera riuscito con la lampo fottuta. A dir la verità no gli dissi. Ti sistemo che hai fatto un casino. Mi inginocchiai per lavorare meglio. Lui finse che gli stessi facendo un pompino, con tanto di suoni lo scemo. Mi voltai. La donna non aveva cambiato espressione. Ferma là. Come i vecchi sulle strade che sorvegliano i lavori in corso. Aggiustai il casino della lampo. Mi rialzai. Lo presi a braccetto. Disse forte di non dare niente a quelle che tengono i cessi perché il mio dentro era lurido. Ce ne andammo fuori sfiorando il cestino delle monete. Assomigliava davvero a mia zia. Con laria di schifo. Di nuovo. Accelerai, ma era come due occhi a grattarmi la schiena. Sono sicuro. Ci stava ancora guardando. Su per le scale. Schifo di cosa poi. Vorrei vedere lei. 
Sabrina le avrebbe dato qualcosa.  
Al posto del bar, in cima, non cera molta gente.
I due tedeschi degli orinatoi erano camionisti e bevevano birra insieme ai loro colleghi.
Quanto ci avete messo... disse Michele.
Aveva una confezione di biscotti in tasca.
Lalito puzzava già di vino. 
Una delle sue specialità, negli autogrill, è rubare. Più che altro mangia scatole di biscotti senza farsi vedere dalle telecamere. Va pazzo per i biscotti eppure è magro scheletrico. E ha il collo lungo. Quando si agita si vedono sopra le vene ingrossate.
Un tedesco con il corpo da Obelix mi diede una gomitata che per poco non mi rovescio addosso il caffè.
Michele mangiò i biscotti lungo il tragitto fino alla cassa. Si infilò una rivista porno sotto la camicia chiedendoci di coprirlo. Per prepararci a Lugano. Pagò un pacchetto di sigarette. Io ero teso perché mi sembrava che la cassiera avesse visto. Invece no. Assomigliava anche lei a mia zia quando controlla la frutta, magari era sorella della signora dei bagni. 
Mia zia non la vedevo da almeno sei mesi. 
Allaperto mi rilassai.
Lautostrada era sguarnita.
Michele in macchina iniziò subito a sfogliare la rivista e narrarci le sue esperienze. Raccontò di unavventura con quattro altri, in un locale dove ci si apparta con le ragazze. Nei salottini ci sono tavoli rotondi con sopra le tipe nude che fanno le mosse. Loro stavano seduti su un divanetto più basso che circondava il tavolo. 
Non si paga molto. A un certo momento lei si siede sullorlo. Ha una bottiglia di spumante e la porge al mio amico. Poi divarica le gambe allaltezza del suo naso. Lui spinge il collo della bottiglia nella vagina. Lo scopo del gioco è che dopo si beve a canna. Il primo il secondo, poi io, poi il quarto. Tocca allultimo. Uno che non conoscevo neanche bene. È la prima volta e quasi gli cade per lemozione. Lei approfitta della pausa e dice a tutti quanti: potete togliere la stagnola almeno?
Scoppiò a ridere.
Anche Elia e io.
Almeno capito... ci ha detto almeno. Proprio la figura dei cretini.  
Il viaggio proseguì senza problemi.
Alla radio trasmettevano musica. Elia ce la traduceva, nel senso che indicava gli strumenti e i ritmi, come in cascina sulla pianola prima di partire con un pezzo. Spesso esagera e spiega anche le note o fa le dediche oscene. Ma non durante il viaggio questo. Solo in cascina. Lo censuriamo fischiando. Sui primi accordi ci prova ancora, poi per fortuna comincia.
Dopo alcune canzoni si misero a parlare fitto ma io non li seguivo del tutto. Avevo i miei pensieri. Magari Sabrina non era andata con le amiche e mi stava cercando. Ce nè una che allultimo momento cambia idea e fa cambiare i programmi a tutte. Dipende se la chiama un ragazzo che a lei piace. Le altre si arrabbiano, sia per il cambiamento di programma sia per lorgoglio sia per il ragazzo che vale poco. Sono molto drastiche nei loro giudizi.
Il discorso fitto di Elia e Michele riguardava il comunismo. Più che altro Michele perché a Elia credo che il comunismo non importa proprio niente. Alla cascina quando capitano le discussioni non apre bocca o ride o tocca le ragazze approfittando perché sono coinvolte e si distraggono. Ricordo che Michele diceva che il comunismo è la vera descrizione della gente, di come la gente vive e che Elia invece di scherzarlo questa volta gli rispondeva e gli diceva che per capire come la gente vive bisogna essere la gente, e che noi non eravamo la gente, ma comodi, ricchi, basta pensare alla cascina, e allora di cosa è la gente Michele non ne sapeva niente. Michele era perplesso. A me venne in mente di dire che è un po come se per capire Elia bisogna andare in giro per la strada bendati. Cioè che se uno non è povero, non è che può far finta. Anche questa è una questione filosofica. Giuliana lavrebbe saputa affrontare. E Sabrina ci sarebbe rimasta male e lavrebbe criticata. Soltanto che quel pensiero mi riportò a Sabrina e non dissi niente, e la conversazione finì in qualche modo ma non so.
Quando ritornai ad ascoltarli stavano discutendo delle donne che hanno la fantasia di venire quasi violentate. Su questo erano daccordo. Che le donne si eccitano pensando a qualcuno che le prende con forza. Non con la forza, perché quello è proprio stupro, ma a uno anche conosciuto da poco o sconosciuto che a loro piace e che le tratta un po violento. Sabrina avrebbe detto che sono discorsi da maschi e che non capiamo niente di loro. Ma non mi interessava molto. Piuttosto mi era rimasto addosso il discorso che bisogna essere poveri. Allora dissi che a proposito di povertà mio padre ha fatto la fame perché la sua famiglia era povera e mio nonno è morto presto, ma che adesso quando gli dico che le arance vanno male e bisogna mangiarle lui mi dice che non fa niente, e se non ci penso io le lascia marcire. Solo che a me le arance non piacciono e non riesco controvoglia. È da quando mia madre è morta che fa così. Non subito, perché fino allanno scorso le arance le mangiava. Elia commentò che a lui mancano gli occhi ma a molta gente manca la gioia di vedere. 
Il collo di Elia è molto differente da quello di Michele. È tozzo e corto, e ha i brufoli e a volte gli spurgano. Da dietro ne vedevo uno enorme. 
Chissà perché avevo raccontato quella cosa di mio padre. Sabrina dice che uno non dovrebbe aver paura di esprimere i propri sentimenti. Io sono daccordo, ma proprio tutti ho dei dubbi. E poi, in questo caso delle arance marce, non lo so che sentimenti sono. Fatto sta che Elia ci spiegò che era stato proprio suo padre a trasmettergli la passione della musica. Quando era piccolo gli intonava la ninnananna ma siccome aveva una voce bellissima Elia non si addormentava e restava sveglio ad ascoltarlo. Michele ridacchiò. Suo padre era stonato. Così stonato che lunica volta che gli cantò la ninnananna anche lui non si era addormentato. Per il fastidio però. Unora. Poi era scoppiato a piangere disperato. 
Con suo zio va daccordo e ci lascia la cascina, ma con suo padre lo odia ancora. Quando è morto disse che si era proprio divertito a guardarlo rotolare da unorecchia allaltra con gli occhi da gufo terrorizzato.
Proprio lui, a pelo del lenzuolo.  
In effetti credo che a certa gente farebbe bene vedere in anticipo la faccia che avrà il giorno della morte.
Per un po restammo in silenzio.
Meditavamo. 
Ce ne sono pochi di noi che hanno un rapporto felice. Anche Ettore, uno della cascina che Elia disprezza perché non canta. È punk e suo padre un dirigente della fabbrica dove lavora Pietro, quello dei canarini uccisi sul balcone. Adesso Ettore vive in una casa occupata, ma agli inizi usciva dalla villa con loccorrente per il trucco e i vestiti con le borchie, poi ritornava di notte e sua sorella lo aiutava a ridiventare normale. Sua sorella ha fatto luniversità ma gli vuole bene. Lo struccava con gli unguenti speciali che usano le donne e gli faceva lo shampoo per sbiadire il colore. È amica di Sabrina ma non è fra quelle con cui doveva vedersi oggi. 
Sempre che sia andata così. 
Ettore e suo padre si vergognano ancora.
Michele stappò la bottiglia di vino.
La faceva passare, ma era lui a bere davvero. Anche se in quel momento guidava.
Poi vennero le gallerie.
Significava che ci avvicinavamo alla frontiera.
Quando la avvistammo fu un momento delicato. Avevamo paura che beccassero lascisc. Io non ero daccordo di averlo portato. Michele faceva il gradasso e diceva che se ne sbatteva dei doganieri. Elia che al massimo ci sparavano, e allora? Così moriamo insieme. Il massimo che si può ottenere dalla vita è una morte condivisa. A parte la bella frase, morire insieme è impossibile perché muore soltanto uno. Cioè, ciascuno muore per conto suo. Ma poi, a qualcuno può anche non dire niente di morire insieme. Per lascisc poi. Ero piuttosto arrabbiato e lo dissi, a me di morire insieme a voi per lascisc non mimporta proprio, ma Elia non replicò. Di amici ne abbiamo già persi e non è che siamo morti anche noi. Appunto, disse Elia, a loro non è andata così bene. E intanto i doganieri stavano a centro metri.
Visto che viaggiavano poche macchine le fermavano quasi tutte. Fermarono anche la nostra. Ci chiesero i documenti. Guardavano dentro con le facce guardinghe. Scendemmo. Fecero aprire a Michele il cofano. Controllarono. Gli spiegarono dove acquistare la carta per le autostrade della Svizzera. Fece la colletta e si allontanò. Il fumo laveva lasciato sotto un poggia-testa. Dei doganieri uno sbadigliava. Laltro assomigliava a mio cugino. Tutti e due incuriositi da Elia. A un certo punto quello assonnato chiese: Che ci andate a fare in Svizzera? Ed Elia rispose: Andiamo a puttane. Loro risero. A Lugano, aggiunse. Risero ancora di più. Dissero che eravamo fuori di testa. A me non fregava. Basta che non entrassero in macchina. Mentre stavano ridendo Michele spuntò. Da lontano si vedeva che camminava storto.
Con Michele si finisce sempre nei casini.  
Dopo tre quarti dora Lugano comparve.
A Lugano cè il lago. Tutto è pulito. 
La gente ha la faccia riposata.
Cera un museo con la mostra di un pittore norvegese famoso che piace molto a Sabrina e la gente che faceva la coda sulla strada per centinaia di metri. La nostra visita era meno nobile. Anche se non conoscevamo la città non sembrava difficile. Invece il nome del pittore norvegese sì. Si scrive Munch, ma cè chi lo dice con la u e chi con la o strana. Sabrina con la o strana. Disegna come se avessero trasmesso un impulso lungo lorlo delle cose. O come lacqua mossa che deforma i contorni. Quando fumi o peschi un po è lo stesso. Ma a Sabrina non piace per questo. Lei dice che la affascina la luce. Che è triste, calda. Della luna e non del sole. Dice che anche lei si sente così. Io vorrei che fosse più felice. Non per la pittura, ma per lei. Non ce lho con Munch.
Avrei voluto chiedere un parere ma a Michele non interessa e per Elia sarebbe una cattiveria.
Lindirizzo lavevamo. Non il posto giusto, ma la via. 
Il primo delle informazioni tentennava. Io non capivo se lo sapeva male o se sospettava il motivo e non voleva accontentarci. Alla fine disse che era meglio assicurarsi con qualcun altro. Il secondo non lo sapeva proprio ma volle a tutti i costi aiutarci. Tirò fuori una mappa e cercò. Si impegnava senza ricavarne nulla. Elia gli chiese se voleva una mano. Era lì per la mostra di Munch. Lo ringraziammo lo stesso.
Una sera in cascina Giuliana autobus ci disse che da piccola sognava di diventare così intelligente da conoscere chi sono tutti quelli dei nomi delle vie. Da allora mi immagino sempre di incontrare uno che li sa e te li insegna. Via Alessandro Volta Alessandro Volta il fisico, mise a punto la pila, nato nel 1745, inventore dellelettrometro condensatore. È la prima dopo il semaforo. Sabrina disse che era la solita vanità di Giuliana. Io non credo. Gli altri che non centra lintelligenza e comunque era una cosa inutile perché uno in una via ci può andare anche se non sa chi è quello a cui è intitolata. Allora cominciarono a sbeffeggiarla, ma lei non se la prendeva perché ha senso dellumorismo, e poi perché era una fantasia di quando era piccola.
Il terzo passante risolse i problemi e dopo la spiegazione ci chiese di ripeterla per verificare se avevamo capito. Era un tipo pelle ossa con il pomo della gola molto marcato, simile al mio. In famiglia siamo tutti così. Magari era un altro cugino. Mia madre mi ha sempre parlato di qualcuno in Svizzera.
Finita la doppia spiegazione partimmo.
Ci sentivamo pronti.
Michele sempre con la bottiglia del vino senza offrirla, mentre il fumo facendolo passare.
Dal lungolago andammo verso dentro la città.  
La via somigliava a tante altre. Ordinata, e anche se ci sono alberi senza foglie per terra.
Il nostro posto una porta normale con una vetrina buia accanto. 
Eravamo in dubbio. Lho detto, per me lunica città di quelle cose era Amsterdam. Lì si capisce subito. Sia per le luci che per le donne. I locali hanno chi ti invita a entrare e se dici di no insistono. E poi sono tutti insieme. Cè una strada e ne incontri dieci uno dopo laltro. Qui invece vicino alla vetrina cerano due bambini con il monopattino e davanti alla porta la pubblicità di un circo con un pagliaccio che ride. 
Io chiesi a Michele, sicuro?
Elia esclamò, e allora?
Michele ci confermò con laria da esperto e propose un goccio al bar allinizio della strada, così i bambini se ne andavano e decidevamo le strategie. 
Al bar prese tre whisky, Elia un coca e rhum e io una grappa. Il prezzo era caro, e non sapevamo nemmeno quanto costava il resto. Ma non solo i soldi. Il problema erano le strategie e che Michele alluscita non stava diritto. Invece di caricarsi si mise a sbadigliare.
Per le strategie pazienza, speravo non fosse complicato. Uno entra e poi vede, ci si arrangia. Parlano italiano. E noi non siamo tipi da agenzie, siamo tipi da autostop. Da avventura. Per i soldi avevo lultimo stipendio. Sabrina dice che quando le cose costano troppo sono uno schiaffo alla miseria. La sua famiglia non è povera, anzi. Fra le nostre è la più ricca dopo quella del padre di Ettore il punk. Però Sabrina lo dice lo stesso. 
Il vero problema era Michele. Quello non ci potevo fare niente, e neanche Elia. Cera il rischio che non ci permettevano di entrare. O che litigasse, quando è sbronzo Michele ha litigato anche con sua nonna, che è paraplegica. Si è fatto sbattere fuori in un sacco di occasioni.
Alla vetrina i bambini stavano giocando ancora col monopattino. Andavano su e giù dal marciapiede. Questa volta però Michele non tergiversò. Si accostò alla porta e suonò il campanello, che non aveva il nome. 
Non rispose nessuno. 
I bimbi sfrecciavano avanti e indietro e con Elia dovevamo stare attenti.
Michele bestemmiò e suonò ancora proprio mentre la porta si aprì.
Mi prese un colpo, giuro. 
Lo stesso naso, lungo, le stesse sopracciglia, cespugliose, lo stesso colore degli occhi, grigio, persino i puntini di forfora, attorno alle orecchie.
Luomo era vestito da maggiordomo ma sembrava il sosia di mio padre. 
Ci disse buongiorno, ci chiese se avevamo appuntamento e anche se non lo avevamo ci invitò a entrare. I bambini si erano fermati con noi e sbirciavano dentro il corridoio. 
Gli andammo dietro impacciati. Michele per lalcol. Elia naturalmente e io per la somiglianza. Fortuna che la voce non centrava niente. Mio padre ce lha roca e questa specie di maggiordomo invece sottile.
I bambini spiarono fino allultimo allungando il collo.  
Non che Lugano sia rumorosa, ma appena dentro fu come un mondo dove si parla più basso e si fanno i gesti lenti. Come i campeggi a una certa ora, o le veglie funebri. 
Il maggiordomo faceva strada, Michele barcollava e io indirizzavo dalle spalle Elia lungo il corridoio, che aveva la moquette e non aveva porte, e che era interminabile.
Giunto in fondo si fermò di fronte a una porta chiusa. Aspettò tutti e tre, disse prego e la spalancò.
Eravamo finiti in una grande sala, con i divani, le tende gialle, tanti quadri e le scale che portano su. Sui divani sedevano le donne, cinque, più una grassa che venne verso di noi. Avevano le vestaglie, le ciabatte con il peluche sopra, il reggicalze e le giarrettiere. Un po come le immaginavo, ma più vecchie di come le immaginavo. Tranne una. Due fumavano dal bocchino. Nel vederci annuirono. La donna grassa ci accolse e ci fece sedere sui tre divani che erano messi a cerchio. Uno per divano con due donne ai lati. Non so gli altri, ma a me toccavano le gambe e mi chiedevano parecchie cose. Quella di destra mi accarezzava intorno allorecchia. A un certo punto si parlava tutti insieme, prima del viaggio per Lugano e poi fu umiliante, perché una parlò di un libro, e io e Michele non lavevamo letto, e lunico ad averlo letto era Elia, in brail. Dopo altri cinque minuti la donna grassa si alzò e disse che era il momento. Io stavo ancora rispondendo a una domanda. Credo quanti fratelli avevo. La donna grassa faceva impressione. La pelle sotto il mento le ciondolava a ogni minimo movimento. Guardai bene e vidi che Michele dormiva con la testa rivoltata allindietro e la bocca aperta. Prima pensavo che lo stavano baciando. Invece era solo che lavevano sistemato. Elia chiamò e mi pregò di andare accanto a lui. Chiesi permesso e mi posizionai. La donna rimasta si spostò. Domandò un parere nellorecchio. Disse che voleva la più esperta. Dissi non saprei. Avevano tutte la pelle come la grassona, con parecchi chili e qualche anno in meno. Una valeva laltra. Tranne la giovane, sul divano di Michele. Potevo decidere a caso allora o per il trucco o il profumo. Quella con il rossetto viola aveva il sorriso meno fisso. Sempre sul divano di Michele. Il quale russava. Meno male non forte. Le mie due delle domande sapevano di dopobarba. La grassona era fuori gioco e lultima stava in bagno e non me la ricordavo. Elia mi tirò la manica e disse che non voleva la più esperta, ma la più bella di faccia. Ci aveva ripensato. In questo caso era facile. La ragazza giovane batteva tutte quante nettamente. Gli diedi subito il parere. Disse che si fidava. La grassona fece fretta. Voglio lei, disse Elia, indicando nella direzione giusta. E voglio che il mio amico venga con noi, indicando me.
Questo onestamente non me lo aspettavo.
Dopo averlo detto mi trascinò allorecchia. Solo allinizio, quando si spoglia. Così mi descrivi quel che succede. Poi te ne vai.
Ci pensai. 
In fondo, meglio che restare lì. Con rossetto viola, dopobarba uno e due, grassona e lultima, tornata dal bagno e peggio delle altre. Il maggiordomo sosia e Michele in quel modo.
Feci va bene. 
La ragazza scelta ci guardò.
Allopposto di Elia lei aveva gli occhi veri, ovviamente, ma che è come se guardano per lultima volta. Che non vuol dire che sono malati e diventano ciechi anche loro, ma che stanno partendo e non li rivedrai mai più. Per esempio. O che hanno dei brutti presagi. O ne hanno già viste abbastanza e sono stufi. Insomma, fanno soggezione. A osservarla non era italiana. Infatti disse andiamo con laccento straniero. Aveva la pelle bianca. Infilai Elia sottobraccio. Michele dormiva profondamente. Ci avviammo alle scale. Picchiettò contro il primo gradino impacciato. Poi salì bene. Io chiesi di dove era. Lei rispose della Romania. Da Timisoara. La città di Dimitri della cascina. Elia a sentirlo si galvanizzò tutto e le citò gli strumenti, il bucium, le danze, il Danubio, una minestra con le patate, la macchina Dacia, il mercato nero delle sigarette Kent e dei jeans. Anche alcune parole e alcune persone di Timisoara, se le conosceva. In venti gradini. Non pensavo avesse imparato tanto. Lei era più mesta di Elia e non conosceva direttamente Dimitri o le altre persone, ma qualcuno della sua famiglia sì. Abitavano vicini. Disse che il cielo del suo paese è bello. Poi qualcosaltro in rumeno, come Dimitri quando ci saluta. Ma non si capisce. Arrivammo alla camera. Tirò fuori una chiave. Aprì la porta e ci fece accomodare.
Questa cosa di Timisoara mi colpì.
Ci sono persone che credono a Dio in certi momenti. Come la morte. O la malattia. O la guarigione. A me viene da credere a Dio nelle coincidenze. Tipo quella di incontrare una della stessa città di Dimitri e che quasi lo conosce in un bordello della Svizzera. Come con langelo custode. Cè chi pensa che custodisca nelle decisioni importanti. Io invece credo che intervenga quando devi decidere come vestirti o se spostare un mobile. Più che custodirti ti confonde. Sabrina dice che sono concetti strampalati e che non mi capisce. Io non so esprimerlo meglio, ma entrando nella stanza pensavo proprio questo. Che Dio esiste. So anche che Giuliana autobus mi dimostrerebbe che non è un discorso serio.
Dentro la camera feci sedere Elia in una poltrona.
Era una camera molto parca. Un letto, due poltrone scucite, un lavandino con sopra lo specchio e le stesse tende pesanti di sotto, gialle, tirate davanti alla finestra.
La ragazza chiuse la porta.
Elia si alleggerì il papillon e mi disse di sedere anchio da qualche parte e rispondere sì o no. La ragazza stava in piedi davanti al letto. Non ero proprio a mio agio. Non ero preparato. Cominciò a dire adesso si toglie la vestaglia adesso si toglie le ciabatte, e così via. E lei lo faceva esattamente. Come se fossero istruzioni. Magari perché era rumena e non aveva capito che lui se la stava immaginando. Non è che dovesse ripeterlo per forza. Oppure pensava che il mio compito fosse proprio quello di non farlo pigliare in giro. Oppure si fa così e uno ci si abitua talmente che era naturale, per lei. Ci sono un sacco di perversi. I comandi di Elia invece erano semplici. In quel modo andò avanti. Il reggicalze. Le mutande. Finché diventò nuda. Si stese sul letto. Io confermavo. Non sbagliavano niente. Né lui né lei. Poi scese nei dettagli. Volevo obiettare che questo andava oltre gli accordi. Come con il dito si passava sulla vagina. La allargava. La stringeva. Io dicevo sì. Credo di sì. Perché non riuscivo a vedere qualche volta. Certi particolari li confondevo. Lui sghignazzava e diceva che il desiderio ci vede meglio della vergogna. Lo strano è che a un certo punto non si capiva più bene se arrivavano prima le istruzioni o i gesti, però coincidevano. Lei si introduceva un dito. Poi sfregava i capezzoli. E poi lo leccava. Ed Elia lo diceva nello stesso momento. Io avevo solo da rispondere sì. Soltanto che ogni tanto mi dimenticavo e lo facevo ma con la testa. Allora Elia lo ripeteva ad alta voce e mi ricordavo. Anche le espressioni della faccia erano giuste. Quando teneva gli occhi chiusi e quando aperti. Quando si mordeva le labbra. Quando faceva smorfie come se il piacere le dava la scossa dei disegni di Munch. Quando sorrideva. Quando la faccia era severa, come una sfida.
Bene, esclamò Elia allimprovviso. 
La ragazza si rotolava sul letto. 
Basta così. Ti ringrazio. Puoi andare.
Lei si interruppe.
Io mi rialzai.
Nientaltro? chiesi.
Nientaltro.
Ci vediamo dopo allora.
Divertiti anche tu.
La ragazza non mi scortò alla porta.
Io la aprii, la richiusi e me ne andai.  
Credo durò unora.
Scesi da basso.
Dissi no a rossetto viola perché anche se aveva il sorriso meno fisso non mi piaceva per niente. 
Michele ronfava. 
Siccome ero in imbarazzo decisi di uscire a fare due passi. A differenza della ragazza rumena il maggiordomo sosia mi accompagnò allingresso.
Laria era fresca.
I bambini non cerano.
Il pagliaccio della pubblicità sorrideva con unenorme bocca truccata di rosso.
Camminai piano. Passai il bar dove avevamo bevuto prima di entrare. Proseguii. Vidi unindicazione del lago. Vidi anche un manifesto della mostra di Munch. Un quadro così famoso che lo conoscono tutti. Il grido, o Il verso, o Lurlo. Sabrina lo sa. Me lavrà detto cento volte. Beh, Il verso non direi. Forse Il grido. A me sembra che gridi. Non che gridare o urlare sia facile distinguerli. Direi anzi che sono la stessa cosa. Allora il quadro potrebbe chiamarsi sia Lurlo che Il grido, dipende dalla traduzione. Bisognerebbe sapere come fa in norvegese. E poi bisognerebbe sapere il norvegese. Urlare o gridare. Forse quando si grida si dicono cose e quando si urla no. Quando si urla sono versi e suoni. Diciamo suoni, altrimenti se sono versi potrebbe chiamarsi anche Il verso. Non so, è complicato. A Sabrina piace proprio perché non è complicato. Non ci devi fare ragionamenti. Ti perfora dentro. A me piuttosto luomo di Munch pareva il clown del circo. Anche se il pagliaccio sorride e luomo grida. O urla. Chi lo sa. Credo che ha ragione Sabrina. È un bel quadro. Fa bene la gente a fare la fila e tanti chilometri e impiegare tempo per venire a vederlo.
Il lago era di colore cupo. Bello.
Soffiava il vento ma sotto gli alberi le foglie non cerano lo stesso. Presi un gelato al limone.
Lo mangiai su una panchina.
Tornai dove cera la coda per la mostra. Si era accorciata. Mi avvicinai. Costava tanto. Dovevo andare da Elia e Michele. Peccato. Vendevano cartoline, magliette e riproduzioni dei quadri. Una cartolina. Per Sabrina. Posso averla trovata dappertutto. Così la attacca in camera sul sughero. Ce nerano parecchie. Le feci scorrere veloce. Comprai due facce che si baciano e non hanno più i contorni. Si fondono. Pensai ancora a una maglietta. Rinunciai.
Presi la strada del ritorno.
Contento.
Lunica cosa è che mi ero dimenticato di verificare il titolo del quadro.  
Più che uno schiaffo alla miseria fu un pugno. Peggio. Calci e pugni. Botte da orbi.
Rientrai nella casa degli appuntamenti. 
Mi stavano aspettando preoccupati.
Michele non aveva soldi, o non li trovò. Elia ne aveva pochissimi perché pensava di essere stato invitato da noi. Unidea di Michele. Non aveva più nemmeno il papillon. Io avevo lo stipendio e bastò. Per un pelo. Addebitarono anche uno specchio rotto da Michele quando si era svegliato per andare in bagno. La ragazza rumena non la rividi. La grassona contò i soldi due volte. Le altre ci annuirono come allingresso. Affettuose. Il maggiordomo sera levato luniforme. Vestito borghese la somiglianza era maggiore.  
Il viaggio di ritorno fu senza interruzioni. Solo qualche minuto in un autogrill. Scesi io a prendere da bere.
Michele dormiva di dietro. Ogni tanto si svegliava. Restava appoggiato sui gomiti qualche secondo. Ruttava. Guardava da tonto. Dava colpi, sul petto. Sfregava la faccia. Si leccava le labbra. Poi tornava sdraiato. Quando non era così penso che sognava, perché emetteva suoni interrotti come fa il mio cane. Mezze parole, mugolii, sbuffate. Io guidavo e toccavo se cera la cartolina di Munch nella tasca. Elia parlava e illustrava nei dettagli ogni cosa. In pratica il proseguimento di quello che avevo visto prima di uscire dalla stanza. Persino i graffi e le urla. O i versi. Lei era stata brava e aveva avuto lorgasmo. In tutto circa mezzora. Ho letto che in Europa gli inglesi ventuno minuti e noi italiani quattordici. I tedeschi sedici. Però Elia è onesto e non credo barasse. E poi è un sondaggio inglese. Per quanto mi riguarda non saprei. Alla fine avevano parlato e Elia si era messo daccordo che potevamo tornare con la pianola e avrebbe fatto un concerto. Me lo chiese e io dissi magari. Non la smetteva più di parlare. Io cominciai a cercare una stazione alla radio. Le trovavo e le cambiavo e non mi fermavo. Sia si sentiva male sia non mi piaceva la canzone. Una cosa che quando la fanno gli altri mi dà molto fastidio. Cè chi va avanti uninfinità e neanche abbassa. Elia dice che a lui mancano gli occhi ma a molta gente la visione periferica. Solo che in quel momento anchio ero così. Non so perché. Anche Sabrina lo odia. 
La ragazza gli aveva detto che rimpiangeva il suo paese. Le capitava di provare tanta nostalgia da darsi i pugni sulla testa. Elia aveva risposto che rimpiangere moltiplica lesistenza, non serve a niente. 
Ritornò sulla questione del concerto. Invece di una volta poteva proporre di assumerlo e diventare la colonna sonora del posto.
A un certo punto ci fu una coda per dei lavori in corso. Elia si interruppe. Michele si issò. Fece le varie operazioni. Guardò fuori. Bestemmiò e si rimise giù. 
Superato il rallentamento mancava poco.
Il maggiordomo gli stava antipatico però quando Michele aveva rotto lo specchio era stato calmo. Addirittura aveva offerto una sigaretta.
A sentire il suo nome Michele si svegliò definitivamente.
Si mise a sedere, sbadigliando. 
Rimase fermo con gli occhi chiusi. 
Poi disse: Io infatti non rimpiango niente.  
Quando posteggiammo davanti a casa mia, Sabrina era al cancello. Via Matteotti, che fu un socialista e che è stato ammazzato.
Non ci fosse stato Elia avrei escogitato qualcosa. Avevo anche la cartolina. Solo che con Elia non fai in tempo. 
Scese dalla macchina per sgranchirsi le gambe, anche Michele. Sabrina ci venne incontro e chiese dove eravamo stati. Non era andata con le amiche. Mi aveva cercato tutto il giorno. Lui cominciò. Lei morsicava le unghie della mano destra e con la sinistra si tirava i capelli vicino allorecchio. Io stortavo la testa e davo i calci ai sassi. Fu un riassunto rapido, ma a differenza delle altre volte con Elia, Sabrina ci aveva creduto e alla fine tremava con il labbro e con la guancia. Invece Elia ridacchiava e prendeva in giro Michele che non aveva combinato niente. 
Ci guardò uno alla volta tutti e tre.
Si vede che stava per piangere.
Un po balbettando disse: Ma non capite che tutto questo è è immorale? e anche se balbettava alzò la voce.
A quella frase guardai lei, tutti e tre e poi Elia.
È complicato dire come si guarda. Non hanno inventato le parole giuste per un sacco di cose.
Quando Sabrina disse tutto questo è immorale Elia la guardò come la donna dei cessi nellautogrill, o quella della cassa, cioè mia zia sospettosa. Più sospettoso però. Mi fece paura. Elia non è mai duro. In quel momento invece aveva il ghigno feroce.
Rispose: Essere ciechi, è immorale, e tra essere ciechi e è immorale ci mise una pausa, come un attore. Ma in quel caso era vero. 
Pronunciata la frase si spostò a tastoni verso la macchina. Michele lo aiutò a risalire.
Sabrina rimase lì. Zitta. Si vede che laveva convinta. Oppure che anche lei si era spaventata e non aveva il coraggio di replicare. 
Partirono, senza più una parola.
Noi fermi al cancello qualche secondo.
Poi corse via piangendo e io non la richiamai.  
Domani sera ci sarà una grande festa alla cascina. Festeggiamo la laurea di Giuliana autobus. Elia suonerà e ha detto che vuole discutere del prossimo viaggio. Michele è preoccupato perché verrà troppa gente. Sabrina non so. Perché è la festa di Giuliana e perché dal giorno del cancello non lho più rivista. Ha chiamato soltanto per dirmi che ha bisogno di tempo per riflettere.
Io la cartolina la porto lo stesso.
Mancherà Dimitri, che è andato in Romania a trovare la famiglia.
Anchio sono tornato a trovare mia zia.</text_more></entry>
<entry id='1149' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1149' author_id='1' authored_on='20050103235910' basename='lasciatemi_parlare_di_mumia' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050103235910' modified_on='20050103235936' ping_count='0' status='2' title='Lasciatemi parlare di Mumia' week_number='200501'><text>di &lt;b&gt;Silvia Baraldini&lt;/b&gt;
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&lt;img alt=&quot;mumia.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/mumia.jpg&quot; width=&quot;86&quot; height=&quot;101&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Oggi Mumia Abu Jamal inizia il suo ventiquattresimo anno di detenzione nel braccio della morte dell&apos;istituto penale statale SCI Greene nello stato della Pennsylvania. Costruito nel 1996, SCI Greene è basato sul sistema dei pod, moduli che isolano totalmente i detenuti. Mumia vive in una cella di 8 piedi per 12 (2,5 metri per 3,7), ermeticamente sigillata, totalmente bianca ed asettica.
Nessuna immagine, fotografia o ricordo può inquinare la asetticità dell&apos;ambiente ed il letto, il tavolo ed il piccolo armadio di metallo sono fissati al muro. Il tutto ideato per comunicare a lui, o a qualsiasi altro individuo imprigionato nelle stesse condizioni, un senso di impotenza, la deprivazione della possibilità di poter determinare anche gli aspetti più insignificanti e banali della propria esistenza.</text><text_more>Dal lunedì al venerdì gli è permesso un&apos;ora d&apos;aria in un piccolo cortile collegato alla sua cella, coperto da una rete metallica e circondato da quattro pareti di cemento. Questo non avviene il sabato e la domenica. Tre volte alla settimana gli è permesso di comunicare con il mondo esterno per quindici minuti. Tutte le comunicazioni sono controllate e registrate. I colloqui avvengono una volta a settimana attraverso un muro di plexiglas.
Sono passati tre anni da quando il giudice federale William Yohn, in seguito ad un appello fondato sulla dottrina del&apos;habeas corpus (petizione di terminare l&apos;illegale detenzione del corpo stesso di un detenuto da parte delle autorità giudiziarie) ha ribaltato la sua condanna a morte. Yohn ha giudicato incostituzionali le istruzioni del giudice Sabo alla giuria e ha ordinato una nuova sentenza per Mumia. Purtroppo il giudice ha confermato la condanna originale.
Immediatamente il procuratore ha presentato un appello alla decisione e la corte ha sostenuto la sua richiesta di continuare la detenzione di Mumia nel braccio della morte, mentre l&apos;appello prosegue nel suo lento iter. La Corte d&apos;appello del Terzo distretto federale ha due opzioni: confermare la sentenza del giudice Yohn o condannare Mumia nuovamente alla pena di morte. Nella prima istanza il procuratore ha già dichiarato la sua intenzione di chiedere l&apos;ergastolo senza la possibilità di qualsiasi sconto. Purtroppo per via della legge contro il terrorismo del 1996 firmata dall&apos;allora presidente Clinton, Mumia, come ogni condannato a morte negli Stati Uniti, ha diritto ad un solo appello.
Come molti sostenitori di Mumia temevano, l&apos;impatto della sentenza di Yohn, che non ha messo in discussione l&apos;impianto accusatorio né ha preso in considerazione le divergenti testimonianze oculari emerse negli ultimi anni, ha influito negativamente sulla mobilitazione nazionale ed internazionale che si era formata in sua difesa. I giorni delle grandi mobilitazioni sono finiti ed oggi sono in pochi ad occuparsi ancora di questo caso. Anche la campagna diffamatoria da parte della famiglia di Daniel Faulkner e del sindacato della polizia ha avuto l&apos;effetto di spostare il dibattito dal rapporto tra polizia e comunità afroamericana e le sue conseguenze sul caso stesso, sul fatto che Mumia debba provare la sua innocenza. Un&apos;impostazione che favorisce l&apos;accusa ma contraddice il principio basilare della giurisprudenza anglosassone: la colpevolezza deve essere stabilita beyond a reasonable doubt (oltre ogni dubbio) dall&apos;accusa e non l&apos;innocenza provata dall&apos;imputato.
Ma quali furono le circostanze che portarono all&apos;arresto di Mumia? La notte del 9 dicembre 1981 Mumia intervenne in difesa di suo fratello che veniva malmenato dalla polizia di Philadelphia. Durante lo scontro sia Mumia che il poliziotto Daniel Faulkner furono feriti, in seguito Faulkner morì. Mumia fu immediatamente accusato di avergli sparato, anche se alla sua pistola calibro 38, per la quale possedeva il regolare porto d&apos;armi, non sono mai stati attribuiti gli spari che hanno ferito ed ucciso il poliziotto. Inoltre le testimonianze oculari parlano della presenza di un altro individuo dileguatosi nella confusione e mai identificato. Non so se a distanza di ventitrè anni sarà mai possibile chiarire le circostanze di quell&apos;avvenimento o dissipare tutti i dubbi sollevati dai colpevolisti.
Ma rimane incontrovertibile che fin dalla sua gioventù Mumia Abu Jamal si è trovato nel mirino della polizia di Philadelphia, vittima di una campagna repressiva a causa del suo coinvolgimento nel movimento di liberazione degli afroamericani. In un primo momento per il suo attivismo come membro delle Pantere Nere, poi come giornalista indipendente e difensore mediatico della comunità afroamericana di Philadelphia e poi come sostenitore di Move, l&apos;organizzazione fondata da John Africa, la cui ideologia sosteneva un totale rigetto del capitalismo e la costruzione di comunità alternative imperniate su uno stile di vita biologico. Mumia era stato licenziato dalla radio, dove lavorava, per aver duramente condannato gli sgomberi di Move dalle loro case da parte della polizia.
In particolare aveva guadagnato l&apos;odio del potente capo della polizia, successivamente anche sindaco di Philadelphia nel 81, Frank Rizzo, che aveva guidato la repressione contro le Pantere Nere. Nel suo ultimo libro, We Want Freedom (Vogliamo la nostra libertà), Mumia racconta come Rizzo dopo lo sgombero della sede principale del partito avesse costretto tutti i presenti a sfilare per le strade del quartiere a marcia indietro, completamente nudi e con le mani alzate. Bisogna ricordare che nel 1984 per &quot;stanare&quot; i ribelli di Move le autorità municipali avevano scelto di bombardare il quartiere dove si trovavano le abitazioni dell&apos;organizzazione distruggendo ben 66 case e radendo al suolo interi isolati.
Mumia non ha mai esitato a denunciare questi soprusi ed a utilizzare la sua professione per segnalare le violazioni dei diritti umani da parte del governo americano, da Philadelphia all&apos;Iraq. Particolarmente efficace sono stati gli articoli scritti da Mumia dopo le foto di Abu Grahib nelle quali aveva riconosco una guardia carceraria di SCI Greene tra gli aguzzini. Il luogo era cambiato ma non il comportamento.
Per quanto fisicamente isolato continua la sua denuncia da dietro le &quot;sbarre&quot;. E&apos; la sua voce che deve essere messa a tacere a tutti i costi. Negli Stati Uniti del dopo 11 settembre il prezzo del dissenso e della opposizione si è elevato e non è impensabile che l&apos;esecuzione di Mumia diventi di nuovo un obiettivo prioritario. Ma anche l&apos;alternativa di lasciarlo languire nell&apos;isolamento del suo pod non è accettabile.
E non paga riporre speranza che il tanto screditato sistema di giustizia americano possa riconoscere che nel caso di Mumia Abu Jamal sono stati commessi errori di metodo e di sostanza. Questo anniversario deve essere l&apos;occasione di riattivare in Italia la campagna a suo favore e di muoversi per ottenere una soluzione politica, quale la concessione della grazia da parte del presidente americano.</text_more></entry>
<entry id='1150' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1150' author_id='1' authored_on='20050105004013' basename='essentialnews_la_realt_impazzita' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050105004013' modified_on='20050105004046' ping_count='0' status='2' title='Essentialnews: la realtà impazzita' week_number='200501'><text>&lt;img alt=&quot;essentialnews.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/essentialnews.gif&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;41&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Il sito &lt;a href=&quot;http://www.essentialnews.net/&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Essentialnews &lt;/a&gt;ha come ogni anno selezionato le sette notizie più assurde del 2004. Rigorosamente documentate, sono apparse nel corso dellanno su testate fondamentali di tutto il mondo. Le segnalazioni originali e le fonti sono consultabili sul sito.
Ecco la mirabolante classifica...</text><text_more>1) La rivista l&apos;Économiste (Francia) ha dato conto di «un magistrato della Procura di Bayonne, preso in un bordello tedesco mentre tentava di pagare con una carta di credito rubata ad una collega. Era in Germania per tenere un convegno sui principi fondamentali dell&apos;etica dei magistrati inquirenti...»

2) LAgence France-Presse (Francia) riporta notizie de «Il paese di Mauguio, nel sudest della Francia, che da anni viene periodicamente investito da piogge di feci. Gli abitanti sono finalmente riusciti ad interessare le autorità al problema ora che un&apos;analisi della sostanza conferma la sua origine mammifera» 

3) L&apos;agenzia Reuters (UK) informa di «un uomo entrato nel recinto dei leoni allo zoo di Taipei con lo scopo di convertire gli animali al cristianesimo. Gridando che Gesù li avrebbe salvati, ha sfidato i leoni a morderlo. Avevano mangiato da poco ed è stato accontentato una sola volta»

4) South African Press Association (Sud Africa) riferisce di «un uomo, accusato di cannibalismo che, dopo avere consumato parti dei corpi di due donne da lui ammazzate e macellate, è morto a sua volta di gastroenterite. Il fatto è avvenuto nel KwaZulu-Natal» 

5) The New York Post (USA) si è occupato di un «incidente bizzarro a New York, dove un ascensore, per motivi ancora da spiegare, sarebbe caduto all&apos;insù - anziché giù - causando la morte dell&apos;operatore, schiacciato contro il soffitto»

6) CNN (USA) riporta la notizia che «le autorità di Nyahururu Town, Kenya, hanno ordinato lo sterminio di 500 maiali perché si accoppiavano con i cani, un&apos;attività, secondo il Sindaco, contraria alle leggi della natura e causa di inutile commozione»

7) Interfax (Russia) ha dato testimonianza che «capelli umani - una fonte eccellente di proteina - sarebbero stati impiegati in una fabbrica cinese per la produzione della salsa di soia. Si era notato che gli operai della fabbrica preferivano altre marche. Il governo cinese indaga »</text_more></entry>
<entry id='1151' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1151' author_id='1' authored_on='20050105005958' basename='intervista_a_kenneth_anger' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='0' created_on='20050105005958' modified_on='20050105010655' ping_count='0' status='2' title='Intervista a Kenneth Anger' week_number='200501'><text>&lt;img alt=&quot;angerkenneth.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/angerkenneth.jpg&quot; width=&quot;130&quot; height=&quot;156&quot; border=&quot;0&quot; hspace=6 vspace=2 align=right /&gt;&lt;div class=smalltext&gt;Kenneth Anger, discepolo del papa satanico Aleister Crowley, fu regista, pittore e scrittore. Autore del memorabile &lt;b&gt;Hollywood Babilonia&lt;/b&gt;, frequentò un&apos;umanità dissoluta e fuori della norma (Manson, Jagger, Sinatra, Howard Hughes, gli UFO...), tanto da attirare l&apos;attenzione di James Ellroy in &lt;b&gt;Tijuana mon amour&lt;/b&gt;. L&apos;intervista che pubblichiamo, realizzata da Kadomon nel 1995 a Vienna e tradotta da Roberto Migliussi, è ripresa da &lt;a href=&quot;http://www.labirintostellare.org/&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Il Labirinto Stellare&lt;/a&gt; [gg]&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;- Mi puoi parlare delle riprese del tuo film &lt;em&gt;Lucifer Rising &lt;/em&gt; in Germania e in Egitto? &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
            &lt;p&gt;La parte che vedi al cinema &amp;egrave; solo la prima parte. Ho filmato un&apos;altra parte - insieme durano un&apos;ora. Ma possiedo solo la seconda parte prodotta ed ho bisogno di una quantit&amp;agrave; addizionale di denaro per gli effetti speciali dopo la stampa. La far&amp;ograve; uscire su un laser disc dei miei film. Per &lt;em&gt;Lucifer Rising &lt;/em&gt; andai in Germania. Filmai nella Foresta Teutonica in un luogo chiamato Externsteine che ha colonne naturali di arenaria. Sono alte circa un centinaio di piedi. Furono convertite in un tempio solare dai primi Celti. </text><text_more> Il luogo &amp;egrave; considerato antico come Stonehenge in Inghilterrra - ed &amp;egrave; la stessa tradizione di culto solare. Durante il solstizio estivo, il 21 giugno primo giorno dell&apos;estate, il sole passa esattamente al centro di un foro della roccia e risplende in un luogo che doveva essere usato come un altare. 
            Questo posto meraviglioso fu cristianizzato durante il Medioevo e vi sono incisioni Cristiane. Ci&amp;ograve; accadde per molti luoghi pagani: molte chiese sono costruite sulle rovine di templi antecedenti. Questo luogo fu riscoperto dai Nazi. Il loro piano segreto era primo di concludere la guerra e quindi di distruggere il Cristianesimo e ri-stabilire la loro propria versione di paganesimo che, grazie a Dio, non accadde: non sarebbe stata molto piacevole. Essi convertirono l&apos;Extersteine con i gradini che salgono al santuario in un punto iniziatico per la Hitler Jugend. C&apos;era anche Baldur Shirach. Qui ai ragazzi della Hitler Jugend veniva consegnato il primo pugnale. Tutto questo veniva compiuto molto drammaticamente - i Nazi erano magnifici nel fare teatro, spettacoli ect. Esistono bobine di giornali cinematografici di queste processioni con i bambini che alla luce delle torce salgono gli scalini. Nella foresta intorno a Externsteine uno pu&amp;ograve; ancora vedere le iniziali sulle betulle che furono incise dai bambini con i loro coltelli - le loro iniziali e le lettere HJ. A quel tempo le incisioni erano all&apos;altezza di un bambino di dodici anni - ora le betulle sono pi&amp;ugrave; alte, cos&amp;igrave; che le incisioni sono alte pi&amp;ugrave; di venti piedi: sono ancora l&amp;igrave;, l&apos;intera foresta &amp;egrave; coperta da queste iniziali. &lt;/p&gt;
            
            &lt;p&gt;&lt;strong&gt;- Hai filmato il solstizio d&apos;estate a Externsteine? &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
            &lt;p&gt;S&amp;igrave;, a Horn nella citt&amp;agrave; vicino Externsteine ebbi il permesso di girare l&amp;igrave;. Dissi alle autorit&amp;agrave; che avevo intenzione di girare un film sulla mitologia. Furono molto cooperativi. In Egitto avevo naturalmente bisogno dei permessi per girare il mio film. Quando girai a Luxor avevo una lettera che diceva che mi si permetteva di girare in quel luogo ma le guardie l&amp;igrave; non sapevano leggere l&apos;arabo - era illetterati come molti contadini egiziani. Cos&amp;igrave; dissero: &amp;quot;Noi non ti crediamo. Voi siete ovviamente un gruppo di spie&amp;quot;. Ci trattennero un&apos;intera giornata presso la polizia. Cercai di rimanere calmo e dissi: &amp;quot;Guardate. Qui c&apos;&amp;egrave; il mio passaporto americano&amp;quot;. Mi risposero: &amp;quot;Oh questo ovviamente &amp;egrave; un falso - noi sappiamo dove puoi comprare un passaporto del genere...&amp;quot;. Ci potevano trattenere l&amp;igrave; o cacciare dal paese. Era pericoloso perch&amp;eacute; se avessero guardato nella borsa del trucco di Marianne Faithfull avrebbero trovato l&apos;eroina che stava portando, senza che lo sapessi. Se l&apos;avessero trovata ci avrebbero tutti uccisi. &lt;/p&gt;
            
            &lt;p&gt;&lt;strong&gt;- In &lt;em&gt;Lucifer Rising &lt;/em&gt; mostri in un effetto speciale un UFO - perch&amp;eacute; lo hai posto nel film? &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
            &lt;p&gt;Vidi un UFO simile quando ero nel tempio di Luxor - uno vero! Avevo la mia macchina fotografica ma non ci fu abbastanza tempo per tirarla fuori ed usarla prima che sparisse. Immediatamente pensai: Devo cercare di prendere una specie di istantanea annebbiata o avere una visione magnifica? Cos&amp;igrave; non feci la foto. Ho avuto tre o quattro eccellenti incontri con gli UFO - li ho visti volare nel cielo, non ho mai stretto la mano al pilota. . .tracce degli UFO risalgono ai miti antichi. In Egitto vidi questo oggetto di color arancione splendente ripassare e sulla porta vidi il disco con le ali. Questo &amp;egrave; quello che voglio mostrare nel film. Nella seconda parte far&amp;ograve; ritornare gli UFO. &lt;/p&gt;
            
            &lt;p&gt;&lt;strong&gt;- Mi puoi parlare di Bobby Beausoleil? &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
            &lt;p&gt;Lo incontrai quando aveva diciotto anni nel distretto di Height Ashbury a San Francisco. Era il chitarrista di un gruppo chiamato Love. La loro musica era chiamata acid rock. Ma lui voleva sempre avere un suo gruppo. Possedeva talento e suonava diversi strumenti. Stavo cercando qualcuno per il ruolo di Lucifero nel mio film. Nel distretto di Height Ashbury il suo soprannome era Cupido a causa delle innumerevoli ragazze che gli si affollavano intorno. Era molto intelligente ma aveva una personalit&amp;agrave; difficile. Voleva sempre fare il film molto in fretta, per vederlo finito. Fece una cosa molto brutta: disse che voleva andare nella California del Sud per comprare degli amplificatori usati per il suo gruppo. Cos&amp;igrave; and&amp;ograve; l&amp;igrave; e ritorn&amp;ograve; nello studio con un grande pacco avvolto in una plastica nera. Pensai che era l&apos;amplificatore. Ma avevo un cane a quei tempi che era molto interessato a quell&apos;equipaggiamento elettrico...quando Bobby usc&amp;igrave; con una delle sue ragazze lo aprii con un rasoio e trovai un panetto solido di marijuana. Dall&apos;odore sembrava che fosse di una qualit&amp;agrave; molto buona...vivevo a quel tempo a Height Ashbury in una meravigliosa casa Vittoriana chiamata l&apos;ambasciata Russa e sapevo che sarei stato arrestato se fosse stata trovata nel mio studio. Quando ritorn&amp;ograve; gli dissi: &amp;quot;Mi hai tradito, prendi il tuo pacco e vai via&amp;quot;. Lo mandai via, presi il pacco e lo buttai per la strada. Alcune notti dopo ritorn&amp;ograve; mentre ero fuori a cena e prese tutte le bobine del film che avevamo girato che lo riprendevano: rub&amp;ograve; quasi l&apos;intera prima versione di &lt;em&gt;Lucifer Rising &lt;/em&gt;. Rub&amp;ograve; anche un furgone. Questi si ruppe di fronte allo Spahn Movie Ranch dove Charles Manson viveva con la sua Famiglia. Le ragazze lo invitarono, cos&amp;igrave; egli inizi&amp;ograve; a vivere con loro. Alcune settimane pi&amp;ugrave; tardi una giovane signora mi chiam&amp;ograve; e mi disse: &amp;quot;Mi ha mandato Charly. Abbiamo il tuo film&amp;quot;. E aveva un grande sorriso sul suo viso: &amp;quot;Dacci diecimila dollari e lo puoi riavere indietro&amp;quot;. Gli risposi: &amp;quot;Nessun accordo. Non ho i soldi e non li darei a degli estorsori&amp;quot;. Questo fu il primo caso nella storia che un film fu utilizzato per una estorsione. Non l&apos;ultima volta - quando Pier Paolo Pasolini stava montando &lt;em&gt;Sal&amp;ograve; &lt;/em&gt; a Roma alcune bobine del film furono rubate dal laboratorio e utilizzate in un tentativo di estorsione. Anche Pasolini si rifiut&amp;ograve; di pagare. Cos&amp;igrave; diverse scene del suo ultimo film sono copie del lavoro. . .Bobby non le raccolse tutte - prese solo le bobine con il suo nome. Dagli spezzoni rimasti ricavai il mio breve film &lt;em&gt;Invocation to my Demon Brother &lt;/em&gt;. Quindi mi spostai a Londra e lo mostrai a Mick Jagger che era un mio amico. Lui lo trov&amp;ograve; interessante e si offr&amp;igrave; di comporre la musica dissonante su un sintetizzatore Moog. &amp;Eacute; pi&amp;ugrave; che altro rumore che musica - ma ad ogni modo me la diede. &lt;/p&gt;
            
            &lt;p&gt;&lt;strong&gt;- Bobby Beausoleil &amp;egrave; ancora in galera... &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
            &lt;p&gt;S&amp;igrave;. &amp;Eacute; ancora in galera per la notoriet&amp;agrave; della sua associazione con Charles Manson. Se avesse compiuto quello che ha fatto per conto suo - uccidere quell&apos;uomo - sarebbe stato gi&amp;agrave; posto in libert&amp;agrave;. Molte persone in California che uccidono una o due persone in delitti di passione sono fuori in otto anni! Bobby aveva 21 anni quando commise il crimine. Egli fece alcune dichiarazioni del tipo: &amp;quot;Avr&amp;ograve; la mia vendetta quando uscir&amp;ograve; ...&amp;quot; cose stupide che non avrebbe dovuto dire. Sopratutto quello che hanno contro di lui &amp;egrave; ancora la sua breve associazione con Charles Manson. Tex Watson, un altro membro della Famiglia Manson, &amp;egrave; ancora dentro. Fecero uscire solo alcune delle ragazze - tutte sparirono, andarono in piccole citt&amp;agrave;, cambiarono i loro nomi ... &lt;/p&gt;
            
            &lt;p&gt;&lt;strong&gt;- Sei sempre in contatto con lui? &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
            &lt;p&gt;Di tanto in tanto gli parlo al telefono. Sono andato a visitarlo due volte ma non posso ritenere che un incontro faccia a faccia in galera sia stato positivo. Ho una fobia per le porte chiuse con la serratura e con le galere. &amp;Eacute; pesante per me, incomincio a sudare, non mi sento a mio agio. &lt;/p&gt;
            
            &lt;p&gt;&lt;strong&gt;- Non gli hai mai chiesto dove seppell&amp;igrave; le bobine del film nel deserto? &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
            &lt;p&gt;Ora non sarebbero pi&amp;ugrave; buone. Furono seppellite nella sabbia nella Death Valley che in estate &amp;egrave; il luogo pi&amp;ugrave; caldo della terra, 120&amp;deg; Farenheit. Dovrebbero essere diventate quello che noi chiamiamo riso croccante...come le patate fritte. Un giorno devo andarci e fare qualche buca in qualche posto...ho un&apos;idea generale dove sono ma ritengo che siano rovinate...inoltre ho paura che forse potrei trovare uno scheletro quando inizio a scavare...forse ci sono seppellite anche altre cose. Fui disgustato dall&apos;America per quello che &amp;egrave; successo. Biasimo sempre un posto quando ti capita qualcosa di storto. Non vuoi pi&amp;ugrave; stare l&amp;igrave; un giorno di pi&amp;ugrave;. Cos&amp;igrave; mi spostai a Londra. &lt;/p&gt;
            
            &lt;p&gt;&lt;strong&gt;- Nel libro su Charles Manson di Ed Sanders ho letto di una performance rituale che compisti di fronte al Pentagono contro la guerra in Vietnam. Mi hanno detto che un gruppo numeroso di persone cerc&amp;ograve; di elevare il Pentagono. &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
            &lt;p&gt;Ero l&amp;igrave; e feci qualcosa ma era una cosa privata. Stavo dicendo a migliaia di persone che questo tipo di dimostrazione &amp;egrave; completamente futile, una perdita di energia. Mi nascosi sotto un camion. Raramente ho fatto qualcosa del genere in pubblico. Quella fu l&apos;ultima volta che l&apos;ho fatto. L&apos;idea di elevare il Pentagono era assolutamente ridicola. E risibile. Forse alcune teste acide lo tentarono - cosa pensano di poter fare e cosa realmente possono fare sono due cose differenti...era parte dello spirito di quel tempo. Io personalmente non penso che le dimostrazioni aiutarono ad abbreviare la guerra. Forse l&apos;abbreviarono di pochi giorni o poche settimane. &lt;/p&gt;
            
            &lt;p&gt;&lt;strong&gt;- Nel tuo film &lt;em&gt;Scorpio Rising &lt;/em&gt; vi sono diverse svastiche e anche immagini di Adolf Hitler. In una scena stai danzando con una grande bandiera con la svastica. Era questa una ossessione del gruppo di motociclisti che stavi filmando? &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
            &lt;p&gt;Un membro del gruppo collezionava armi naziste e decor&amp;ograve; il suo appartamento con queste cose...ma lo fece in un modo molto naive, non era uno skinhead n&amp;eacute; un Nazi - ma allo stesso tempo potevo notare come lui e gli altri avessero un interesse per questi simboli. Alcune volte indossavano una fascia al braccio o qualcosa di simile. Amavano sorprendere il pubblico. Erano troppo anarchici per essere dei Nazi. Ma avevano un potenziale di violenza. &lt;/p&gt;
            
            &lt;p&gt;&lt;strong&gt;- Il tuo nome e il tuo lavoro &amp;egrave; sempre stato visto in stretta correlazione con Aleister Crowley. &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
            &lt;p&gt;Non mi sono mai unito all&apos;O.T.O. Mi chiesero se volevo entrarvi tanto tempo fa ma rifiutai. Ero quasi sul punto di unirmi al gruppo in California quando volevo fare un film della Messa Gnostica che eseguivano molto bene. All&apos;ultimo minuto decisi: No, non voglio unirmi...ogni gruppo ha lotte di potere - chi sa di pi&amp;ugrave;, chi &amp;egrave; pi&amp;ugrave; potente, chi &amp;egrave; l&apos;idiota...tutte queste cose umane. Io sono un solitario, sono sempre stato solo, la mia libert&amp;agrave; e indipendenza per me &amp;egrave; molto pi&amp;ugrave; importante. Ho parlato di questo abbastanza a lungo con Karl Germer, il leader dell&apos;O.T.O. dopo la morte di Aleister Crowley - lo conoscevo molto bene. Te accetti volontariamente i legami, la disciplina. Ma io sono una persona troppo indipendente per accettarli. Crowley volle l&apos;O.T.O. e sperava che avrebbe funzionato - ma ci furono sempre battaglie, dispute, furti e persino tentati omicidi...le persone morivano per ragioni ridicole. Ci sono stati due sviluppi molto negativi in Thelema: uno fu la Loggia Solare guidata da Jean Brayton che irruppe nella casa di Karl Germer per rubare alcuni libri insostituibili. Lei e i suoi associati uccisero persino il suo cane che faceva da guardia alla casa a Westpoint in California. Avevano un bambino piccolo che aveva cinque anni. Questo bambino venne impossessato dal dio-demonio del Fuoco ed incendi&amp;ograve; la casa distruggendo tutti i libri! Loro volevano i libri e quando li ebbero li persero di nuovo. Alla fine cos&amp;igrave; nessuno li ebbe -sparirono nelle fiamme. Per punire il bambino lo imprigionarono in una cassa senza acqua sotto il sole cocente fino a che i vicini che udivano i pianti e le grida chiamarono la polizia. &lt;/p&gt;
            &lt;p&gt;L&apos;altro sviluppo negativo &amp;egrave; la Scientology di Ron Hubbard. Essa &amp;egrave; un derivato di Thelema. Ron Hubbard era un amico intimo di John Parsons che era un membro dell&apos;O.T.O. e rub&amp;ograve; certe idee di Crowley che incorpor&amp;ograve; nella Scientology. Scientology divenne l&apos;opposto di Thelema - Thelema &amp;egrave;libert&amp;agrave;. Hubbard aveva il potere, su questo non vi &amp;egrave; alcun dubbio. Ritengo che vi sia una cosa come il bene e il male. Loro hanno compiuto molte cattive azioni e stanno ancora facendo cose negative. John Parsons era il figlio magico di Aleister Crowley. Era uno dei principali scienziati a Pasadena. Invent&amp;ograve; il combustibile per il razzo che mand&amp;ograve; l&apos;Apollo sulla Luna. Sulla Luna vi &amp;egrave; un cratere con il suo nome. Voleva andare sulla Luna ma sfortunatamente rimase ucciso in una misteriosa esplosione. Alcune persone pensano che Howard Hughes abbia cercato di farlo lavorare per lui - ma Parsons non volle firmare un contratto. Cos&amp;igrave; Parsons fu rapito. Stava camminando in giro, una limousine si ferm&amp;ograve;, due uomini uscirono e misero Parsons nella macchina. Volevano che lui lavorasse per Howard Hughes. Parsons disse: &amp;quot;Ci devo pensare&amp;quot;. Quando ritorn&amp;ograve; a casa lo disse a sua moglie &lt;a href=&quot;#_ftn1&quot; name=&quot;_ftnref1&quot;&gt;[1]&lt;/a&gt; - che svolge il ruolo della Donna Scarlatta nel mio film &lt;em&gt;Inauguration of the Pleasure Dome &lt;/em&gt; - e che dovevano andarsene: sentiva che era in pericolo. Stavano cos&amp;igrave; preparandosi per andare in Messico. Lui aveva il suo laboratorio chimico nel seminterrato della sua casa a Pasadena. Sua moglie disse: &amp;quot;Devo andare al mercato per comprare qualcosa per il viaggio&amp;quot;. Questo mercato era proprio dietro l&apos;angolo. Allora ci fu un&apos;enorme esplosione. Lei ritorn&amp;ograve; e vide che l&apos;intera casa era scomparsa con suo marito. Era saltato in aria. La voce &amp;egrave; che Howard Hughes ordin&amp;ograve; la sua esecuzione. Lui era un esperto in esplosivi - non penso che compisse un errore mentre maneggiava quelle sostanze. Questo accadde nel 1952. Era un uomo meraviglioso. Scrisse poesie, ed il &amp;quot; &lt;em&gt;Libro dell&apos;Anticristo &lt;/em&gt;&amp;quot;. &lt;/p&gt;
            
            &lt;p&gt;&lt;strong&gt;- Ho sentito che collezioni quadri di Aleister Crowley. &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
            &lt;p&gt;S&amp;igrave;, ne ho alcuni. Inoltre ho molti disegni a penna e inchiostro. Ho alcuni dei pi&amp;ugrave; bei esempi, quale l&apos;autoritratto di Crowley come Kwaw, un saggio cinese con un viso veramente diabolico e disturbante - alcune persone non possono sopportare di averlo nella propria stanza. Qualcosa &amp;egrave; veramente disturbante in quel quadro. Mi fu dato da un gentiluomo inglese molo gentile che &amp;egrave; un grande collezionista di Crowley. Lui sapeva che ero molto serio su Crowley e mi diede alcune cose straordinarie. Sapeva che le avrei conservate meglio che l&apos;Istituto Warburg a Londra al quale aveva dato la maggior parte delle cose. L&amp;igrave; i manoscritti di Crowley e le sue lettere sono dati alla gente in folio - puoi aprirli e ci sono carte sciolte all&apos;interno. Molte persone che sono interessate all&apos;occultismo sono disoneste, molte cose sono state rubate. Ci&amp;ograve; mi rende furioso. Non potranno essere pi&amp;ugrave; viste di nuovo visto che sono andate nelle mani di idioti - feccia. Fu una decisione sbagliata che questo uomo abbia dato quel materiale al Warburg. Ho un altro disegno di Crowley che sembra Fu Man Shu - &amp;egrave; molto cinese con una piccola barba, occhi molto orientali e uno sguardo molto malevolo. Non una persona benevola. Non un Buddha. L&apos;opposto. Ne ho un altro chiamato Totem - un disegno a inchiostro di un indiano nero in forma di un palo totem come gli indiani americani - ma con elementi dalla sua vita, visi di persone che conosceva e cos&amp;igrave; via. Poi ho un paio di quadri a olio. Vorrei raccogliere insieme tutti questi lavori artistici per fare delle buone fotografie e pubblicarle come un libro sulla sua arte. Questo non &amp;egrave; mai stato fatto. &lt;/p&gt;
            
            &lt;p&gt;&lt;strong&gt;- Il Warburg Institute possiede anche gli originali dei Tarocchi di Crowley? &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
            &lt;p&gt;S&amp;igrave;. Possiedono tutti i quadri originali ad acquarello dipinti da Frieda Harris per il mazzo dei Tarocchi - anche quelli rifiutati: lei fece alcuni errori e Crowley era furioso. Ma alcuni degli errori erano allo stesso tempo nella stampa. Il peggiore era che dipinse un dio Egiziano con le gambe aperte. Gli dei Egiziani hanno sempre le loro gambe unite -essi sono una unit&amp;agrave;, il potere viene dai piedi alle gambe attraverso la testa. Ma Crowley era cos&amp;igrave; perverso - forse ha fatto ci&amp;ograve; come uno scherzo. Aveva sempre un senso dell&apos;humor. &lt;/p&gt;
            
            &lt;p&gt;&lt;strong&gt;- Mi hanno detto che i colori dei Tarocchi stampati non sono esattamente i colori delle pitture originali. &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
            &lt;p&gt;Questo &amp;egrave; sempre il problema. Costa molta attenzione e molti soldi ottenere i colori assolutamente identici. Essi possono essere sempre migliorati. Li ho visti al Warburg. Al momento feci un gruppo di trasparenze colorate di essi perch&amp;eacute; a quel tempo non vi era un mazzo di Tarocchi stampato. Da allora altre persone hanno fatto fotografie a colori, sono state usate per le carte dei Tarocchi. Ma almeno gli originali sono troppo grandi per poter essere rubati! Cos&amp;igrave; penso che siano al sicuro laggi&amp;ugrave;. Inoltre vengono tenuti nell&apos;oscurit&amp;agrave; - cos&amp;igrave; i colori non svaniranno. &lt;/p&gt;
            
            &lt;p&gt;&lt;strong&gt;- Hai mai incontrato Frieda Harris? &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
            &lt;p&gt;Oh s&amp;igrave;, la incontrai ma non mi piacque molto. Ho sempre avuvo questo forte interesse in Aleister Crowley. Ho sempre voluto fare un film sull&apos;episodio della sua vita quando viveva in Sicilia. Andai a Cefal&amp;ugrave; e vissi in quella casa per una estate, per tre mesi. Levai la calce dai murales - aveva dipinto bellissimi murales in olio sulle pareti. Nella sua stanza da letto c&apos;era l&apos;angelo Aiwaz, alto quindici piedi, una creatura straordinaria. Descrisse questi dipinti nel suo diario ma non disse esattamente come erano. Scoprii che Aiwaz aveva sei dita sia per le mani che per i piedi. Ma sfortunatamente dovetti lasciare tutto l&amp;igrave; perch&amp;eacute; non possedevo la villa. &lt;/p&gt;
            
            &lt;p&gt;&lt;strong&gt;- Esiste ancora la sua casa? &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
            &lt;p&gt;Penso che &amp;egrave; ancora l&amp;agrave; ma l&apos;intenzione dei proprietari era di affittarla ai turisti nell&apos;estate. I paesani l&amp;igrave; la chiamavano la casa dei fantasmi - vi erano strane luci e rumori. Quando ero l&amp;igrave; ebbe luogo un serio poltergeist. Aleister Crowley la lasci&amp;ograve; in fretta e furia, nel mezzo di una cerimonia. Quando la abbandon&amp;ograve; non band&amp;igrave;. Lasci&amp;ograve; inoltre l&amp;igrave; anche diverse delle sue donne. L&amp;igrave; si trovarono in difficolt&amp;agrave;. Alcune di loro dovettero prostituirsi per sopravvivere - cos&amp;igrave; dicono le voci, ma non sono sicuro se ci&amp;ograve; sia vero. Ma stavano soffrendo la fame. Lui le lasci&amp;ograve; l&amp;igrave; come un vecchio pezzo di mobilia. Trovai la sua scrivania che le donne avevano scambiato per qualche uova e prosciutto. I paesani avevano trasportata questo bellissimo vecchio tavolo, dove Crowley aveva scritto tante cose cos&amp;igrave; importanti, per mezzo miglio sulla montagna. L&amp;agrave; era in una casa. Lo avevano fatto diventare un altare cattolico con una figura di plastica della vergine e fiori...chiesi: &amp;quot;Che libro &amp;egrave; quello sulla scrivania?&amp;quot; Dissero &amp;quot;Quella &amp;egrave; la Bibbia&amp;quot;. Non sapevano leggere. Guardai e vidi che era un libro che era appartenuto a Crowley. Era intitolato &lt;em&gt;Memorie della Giovinezza in Cambridge &lt;/em&gt; - una bellissima edizione con un bordo dorato...ma non aveva niente a che fare con la Bibbia! Riguardava l&apos;Universit&amp;agrave; di Cambridge... &lt;/p&gt;
            
            &lt;p&gt;&lt;strong&gt;- Aleister Crowley cerc&amp;ograve; di vivere quasi sempre senza lavorare... &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
            &lt;p&gt;S&amp;igrave;, ma era in un certo modo un uomo molto poco pratico. Aveva ricevuto un&apos;eredit&amp;agrave; quando era ancora giovane ma spese questa notevole somma in meno di dieci anni con viaggi e le stampe dei suoi libri come &lt;em&gt;The Equinox &lt;/em&gt;. Lui voleva sempre la migliore qualit&amp;agrave; di carta. Per circa dieci anni visse come un signore - poi esaur&amp;igrave; tutto il denaro...per l&apos;intero resto della sua vita si affann&amp;ograve;, arrangiandosi e scroccando il denaro necessario per vivere giorno per giorno. Doveva farsi prestare soldi - naturalmente non li ridiede mai indietro. O i suoi discepoli lo aiutavano. Ebbe problemi fino a che ebbe settantadue anni, fino alla morte. Se fosse stato pi&amp;ugrave; pratico sarebbe stato molto pi&amp;ugrave; facile per lui - aveva alcune buone idee. Una era una miniatura magica del gioco del golf che avesse la forma dell&apos;Albero della Vita Cabalistico. Si doveva giocare a golf attraverso tutte le Sephiroth. Era un&apos;idea divertente, ci avrebbe potuto fare dei soldi. Poi aveva un&apos;altra idea sulle pillole per il ringiovanimento. Le pillole Amrita per le quali us&amp;ograve; il seme di giovani ragazzi - ma francamente non lo resero pi&amp;ugrave; giovane, n&amp;eacute; lui n&amp;eacute; altri...produsse alcune bottiglie di prova che ora sono molto rare. Ebbe un processo con una donna che lo chiam&amp;ograve; un mago nero. Per tutta la sua vita am&amp;ograve; la pubblicit&amp;agrave; - era come Salvador Dal&amp;iacute; che calcolava la pubblicit&amp;agrave;. Crowley si comport&amp;ograve; anche lui in questo modo. Ma nel processo perse. Produsse dei bei libri come il Libro di Thoth. Trovai lo stampatore che lo produsse, in questi giorni &amp;egrave; il rilegatore della Regina quando vi &amp;egrave; una libro commemorativo o qualcosa di simile. Gli chiesi: &amp;quot;Ha mai pagato il Signor Crowley saldando il suo debito?&amp;quot; Era famoso per non pagare. Cos&amp;igrave; ritornarono e mi mostrarono una vecchia lettera del 1938 &lt;a href=&quot;#_ftn2&quot; name=&quot;_ftnref2&quot;&gt;[2]&lt;/a&gt; nella quale si diceva che dopo sei o sette lettere di richiesta di pagamento alla fine lo fece. Trov&amp;ograve; i soldi per pagarlo - gli avevano trattenuto i libri fino al pagamento del conto. Aveva discepoli in America che gli inviavano il denaro. Persone della classe media che non erano ricchi ma tuttavia gli inviarono denaro durante la guerra, persino pacchi di aiuto con cibo, t&amp;eacute;, caff&amp;eacute; perch&amp;eacute; nella Londra di quel tempo vi era una penuria di questi generi. Non ebbe mai denaro ma tuttavia poteva mantenere l&apos;aria di un grande signore. Mantenne uno stile per tutta la sua vita. Sfortunatamente non lo incontrai mai. Mor&amp;igrave; nel 1947 e io non arrivai in Inghilterra fino al 1950. Ma visitai Hastings dove mor&amp;igrave;. Vidi la sua stanza. Era un luogo degno per spendere gli ultimi anni della sua vita. Era completamente scontroso con tutte le persone che lo circondavano. &lt;/p&gt;
            
            &lt;p&gt;&lt;strong&gt;- &amp;Eacute; possible che vi sia un&apos;influenza nietzscheana nel &lt;em&gt;Libro della Legge &lt;/em&gt;, una connessione con l&apos;etica di Nietzsche, con la mitologia e la magia Egiziana? &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
            &lt;p&gt;Certamente vi &amp;egrave; una stretta affinit&amp;agrave; con Friedrich Nietzsche. Quando ero a Torino recentemente in aprile - mi invitarono per un festival cinematografico - visitai la casa dove Nietzsche viveva, dove scrisse &lt;em&gt;Ecce Homo &lt;/em&gt;. Visse per lungo tempo a Torino, penso che fosse in una sorta di esilio politico dalla Germania, non sono sicuro del perch&amp;eacute; decise di vivere l&amp;igrave; - ma &amp;egrave; una citt&amp;agrave; molto piacevole. Sai, anche Richard Wagner dovette per un p&amp;ograve; di tempo vivere in esilio dalla Germania, come diversi altri artisti... &lt;/p&gt;
            
            &lt;p&gt;&lt;strong&gt;- Erano rivoluzionari... &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
            &lt;p&gt;A Torino hanno questa grande statua di marmo sul muro con un profilo di dimensioni naturali di Nietzsche, in rilievo, e un lungo testo che descrive che visse l&amp;igrave; scrivendo tutti questi libri. Era un genio ma poi la sua mente croll&amp;ograve;. Ma io penso che vi &amp;egrave; una forte relazione. So che Crowley lesse Nietzsche quando era giovane. Deve averlo assorbito. Crowley lo menziona nella lista dei suoi &apos;Santi&apos; nella sua Messa Gnostica. Puoi prendere alcuni passaggi da Nietzsche e fare un parallelo con il &lt;em&gt;Libro della Legge &lt;/em&gt; ed &amp;egrave; molto simile - certe idee. Io penso che fossero spiriti simili. Non vorrei chiamare Crowley un plagiario. Qualche d&apos;un altro potrebbe...i Nazi usarono una versione censurata di Nietzsche, usarono alcune parti tuttavia altre parti furono completamente soppresse. Lo convertirono in una specie di semi-dio. Ho visto foto della sua statua di marmo, dentro la sua casa in Germania, con il suo letto e la sua scrivania. Vi erano sempre due guardie, sempre fiori freschi. Crearono un culto pagano cos&amp;igrave; come fecero con Richard Wagner. &lt;/p&gt;
            
            &lt;p&gt;&lt;strong&gt;- Negli scritti di Nietzsche uno pu&amp;ograve; trovare citazioni pro e contro tutto  &amp;egrave; un anarchico e un aristocratico allo stesso tempo, conservatore e rivoluzionario. Probabilmente questo &amp;egrave; vero anche per Aleister Crowley. &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
            &lt;p&gt;Nietzsche disse che la guerra &amp;egrave; un bene per la razza, che &amp;egrave; giusto che il popolo possa avere il diritto di avere una guerra ogni venti anni - senn&amp;ograve; diventerebbe troppo morbido. Ma dall&apos;altro lato Nietzsche non serv&amp;igrave; nell&apos;esercito...durante la guerra per un dato periodo fu un uomo addetto alle ambulanze ma non partecip&amp;ograve; mai a una battaglia, non dovette mai uccidere qualcuno o rischiare la sua vita. Era pi&amp;ugrave; che altro un atteggiamento mentale. &lt;/p&gt;
            
            &lt;p&gt;&lt;strong&gt;- Il problema &amp;egrave; che troppe persone hanno dimenticato di fare una distinzione tra i simboli e la realt&amp;agrave;. Hanno dimenticato di come affrontare il simbolismo, le allegorie... &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
            &lt;p&gt;Crowley scrisse del &lt;em&gt;Libro della Legge &lt;/em&gt; che non dovrebbe essere analizzato o discusso ma assorbito. Quando ti dice di non fare qualcosa il suo messagio potrebbe essere l&apos;opposto - egli scrisse nell&apos; &lt;em&gt;Inno a Lucifero &lt;/em&gt; &amp;quot;la chiave della gioia &amp;egrave; la disobbedienza&amp;quot;. &lt;/p&gt;
            
            &lt;p&gt;&lt;strong&gt;- Sei mai stato a Vienna fino ad ora? &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
            &lt;p&gt;S&amp;igrave;, nel 1968. Seppi dei carri Russi che invadevano la Repubblica Ceca e decisi di andare l&amp;agrave;. Presi il treno da Vienna per Praga. Era dicembre, circa il solstizio di inverno, e stava nevicando. A Praga volevo fare un piccolo rituale di fronte alla statua Wenzel sulla piazza Wenzel, visto che sapevo che questo eroe era il proseguitore di Odino in quella regione. Feci il rituale con un piccolo fornello. In quel momento i carri Russi erano gi&amp;agrave; intorno a Praga. Cosa non sapevo era che Wenzel non era solo il successore di Odino ma anche il simbolo della Indipendenza Ceca: quando eseguii questo piccolo rituale fui improvvisamente circondato dalla polizia ed arrestato poich&amp;eacute; pensavano che fossi una spia. Ho passato il solstizio di inverno in prigione... &lt;/p&gt;
            
            &lt;p&gt;&lt;a href=&quot;#_ftnref1&quot; name=&quot;_ftn1&quot;&gt;1&lt;/a&gt; Marjorie Cameron [N.d.T.]. &lt;/p&gt;
            &lt;p&gt;&lt;a href=&quot;#_ftnref2&quot; name=&quot;_ftn2&quot;&gt;2&lt;/a&gt; La prima edizione del Libro di Thoth, privata in 200 copie, &amp;egrave; del 1944 [N.d.T.].&lt;/p&gt;</text_more></entry>
<entry id='1152' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1152' author_id='1' authored_on='20050106011737' basename='il_grande_houdini' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050106011737' modified_on='20050106011904' ping_count='0' status='2' title='IL GRANDE HOUDINI' week_number='200501'><text>di &lt;a href=&quot;http://www.cicap.org/persone/slvnfsia.htm&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Silvano Fuso&lt;/a&gt;

&lt;img alt=&quot;houdini.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/houdini.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;166&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;&lt;i&gt;Massimo Polidoro - &lt;b&gt;Il grande Houdini &lt;/b&gt;- Piemme - 20 euro&lt;/i&gt;
Il nome di Houdini è ormai sinonimo di magia in ogni parte del mondo. Fino a oggi però non era mai stata pubblicata nessuna biografia in italiano sulla vita del grande illusionista che furoreggiò in Europa e in America nei primi ventisei anni del Novecento e di cui ricorre questanno il settantanovesimo anniversario della morte. Se cera un autore in grado di colmare questa grave lacuna editoriale non poteva che essere Massimo Polidoro. Polidoro, infatti, ha molte cose in comune con Houdini. Non solo è egli un esperto di illusionismo (oltre a essere laureato in psicologia), ma è stato allievo di quello che può essere considerato il maggiore erede spirituale di Houdini, ovvero lillusionista e investigatore del mistero americano James Randi.</text><text_more>Nellintroduzione al suo bel libro, Polidoro racconta che la sua passione per lillusionismo e per il mistero nacque quando aveva solo cinque anni e assistette, nella casa dei nonni, alla messa in onda televisiva del film &lt;i&gt;Houdini &lt;/i&gt;di George Marshall, in cui il ruolo del protagonista veniva interpretato da Tony Curtis. Il film narrava una storia fortemente romanzata e molti episodi non corrispondono affatto alla realtà ma sono frutto della fantasia degli autori. Significativamente Polidoro afferma che &quot;la scelta degli autori del film era stata folle: la vita di Houdini fu realmente sensazionale, nessuno sceneggiatore di Hollywood avrebbe potuto inventare niente di meglio!&quot;.
La lettura del libro conferma pienamente questa affermazione. La serietà e laccurata ricerca storica dellautore rendono assolutamente degno di fede tutto ciò che viene narrato, ma indubbiamente la vita di Ehrich Weiss, questo è il vero nome di Houdini, risulta veramente incredibile.
Nato in Ungheria nel 1874 e emigrato negli Stati Uniti con la famiglia nel 1878, il piccolo Ehrich debuttò precocemente come equilibrista e illusionista nelle fiere di paese per arrotondare le modeste entrate familiari. Sempre precocemente si manifestò la sua passione per lucchetti e serrature e la sua abilità nellaprirli. Nel 1889 decise di chiamarsi Houdini, in onore del grande illusionista francese Robert-Houdin. Dopo anni di gavetta, finalmente nel 1899, il venticinquenne Ehrich, accompagnato dallinseparabile moglie Bess, cominciò ad assaporare il gusto del successo che lo portò rapidamente a diventare un personaggio famoso in tutto il mondo.
Il libro di Polidoro conta ben 414 pagine e ci vogliono proprio tutte per narrare le innumerevoli imprese che Houdini compì durante la sua breve vita (morì infatti a soli 52 anni, in seguito a un banale incidente). Non ho quindi la pretesa di riassumerle in poche righe. Mi limito a ricordarne alcune. Si liberava da ogni tipo di manette, catene, camicie di forza e ogni altro tipo di strumento di costrizione. Evase ripetutamente da prigioni ritenute inespugnabili. Era in grado di uscire da qualsiasi cassaforte. Riusciva a emergere pochi minuti dopo essere stato rinchiuso in casse inchiodate, incatenate e immerse nellacqua. Il libro di Polidoro racconta tutte queste straordinarie avventure con una prosa fluida e avvincente e a volte può nascere legittimamente il dubbio se si stia leggendo un romanzo o un saggio rigorosamente storico, quale esso è.
Dal libro emergono inoltre particolari inaspettati e curiosi. Ad esempio, si apprende che la passione di Houdini per le evasioni, nacque dalla moda dellepoca per le sedute spiritiche. Infatti, era abitudine dei medium farsi legare e incatenare per evitare di essere sospettati di essere loro stessi gli artefici di quanto accadeva durante le sedute spiritiche. Rendendosi ben presto conto che i medium riuscivano a liberarsi e a imbrogliare il pubblico, Houdini perfezionò larte dellevasione facendola diventare il suo cavallo di battaglia. Lo spiritismo ebbe anche in seguito un ruolo importante nella vita di Houdini. Durante gli ultimi anni della sua vita egli frequentò, infatti, molti medium, animato, forse, anche dalla speranza di mettersi in contato con ladorata madre, scomparsa nel 1913. Linteresse per lo spiritismo divenne particolarmente attivo dopo il 1920, in seguito allincontro, e la successiva amicizia, con Sir Arthur Conan Doyle, il celebre padre di Sherlock Holmes e appassionato cultore di scienze occulte. Linteresse di Houdini per lo spiritismo costò molto caro a parecchi medium. Egli, infatti, cominciò a smascherare uno dopo laltro tutti i medium americani dellepoca, scoprendo facilmente i trucchi da loro usati.
In tale campo egli prestò anche la sua opera al sevizio della scienza. Nel 1923 venne, infatti, ingaggiato dalla prestigiosa rivista &lt;i&gt;Scientific American &lt;/i&gt;per svolgere indagini su molti medium famosi tra i quali ricordiamo George Valiantine, Nino Pecoraro e la celebre Margery. Inutile dire che tutti furono sorpresi mentre usavano trucchi. In questa sua attività Houdini fu un vero precursore di tutti quegli illusionisti che impiegarono la loro esperienza per smascherare ciarlatani e imbroglioni. James Randi, Silvan e lo stesso Polidoro possono quindi essere considerati degni eredi di Houdini.
Il libro di Polidoro è arricchito da una nutrita serie di fotografie che ritraggono Houdini dallinfanzia alla piena maturità. Inoltre completa il volume una dettagliata rassegna dei libri, dei film e dei siti Internet dedicati al grande illusionista.
A proposito di siti Internet, segnaliamo ai lettori quello curato dallo stesso Polidoro e presente sul sito del CICAP (&lt;a href=&quot;http://www.cicap.org/houdini&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;www.cicap.org/ houdini&lt;/a&gt;). Per tutti i fan di Houdini (ed è difficile non esserlo) questo sito rappresenta una vera e propria miniera: notizie biografiche, fotografie, filmati originali, rari documenti e persino una registrazione della voce di Houdini. Insomma, leggendo il libro e visitando il sito, si può sapere tutto, ma proprio tutto, di questuomo straordinario al quale molti personaggi famosi (da Sarah Bernhard a Conan Doyle, fino al presidente Roosevelt) hanno attribuito addirittura poteri soprannaturali. Ma in Houdini, come lui stesso non si stancava mai di ripetere, non vi era nulla di sovrannaturale, solamente una prestanza fisica fuori del comune, un incredibile sangue freddo, una dedizione totale alla propria professione e, soprattutto, una straordinaria intelligenza.

&lt;i&gt;[dal sito &lt;a href=&quot;http://www.cicap.org&quot;&gt;CICAP&lt;/a&gt;]&lt;/i&gt;</text_more></entry>
<entry id='1153' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1153' author_id='4' authored_on='20050106023841' basename='city_lights_alla_bolognese' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050106023841' modified_on='20050106023910' ping_count='0' status='2' title='City Lights alla bolognese' week_number='200501'><text>di &lt;b&gt;Gaspare De Caro&lt;/b&gt; e &lt;b&gt;Roberto De Caro&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Hortus1-2005.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Hortus1-2005.jpg&quot; width=&quot;115&quot; height=&quot;176&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
&lt;i&gt;Abbiamo ripetutamente avuto modo di segnalare il trimestrale&lt;/i&gt; &lt;a href=&quot;http://www.hortusmusicus.com/&quot;&gt;Hortus Musicus&lt;/a&gt; &lt;i&gt;come una delle più belle riviste politico-culturali italiane, per non dire la più bella in assoluto, per eleganza della confezione e ricchezza dei contenuti. E&apos; appena giunto in libreria il n. 21 (gennaio-marzo 2005), che ancora una volta sorprende per il tasso di intelligenza che ogni sua pagina sprigiona. Ne riproduciamo l&apos;editoriale.  L&apos;illustrazione è di El Pisto.&lt;/i&gt;  (&lt;i&gt;&lt;b&gt;V.E&lt;/b&gt;&lt;/i&gt;.)

&lt;i&gt;Nein, er gefällt mir nicht, der neue Burgemeister!
Nun, da ers ist, wird er nur täglich dreister&lt;/i&gt;
(Goethe, &lt;i&gt;Faust&lt;/i&gt;)

Allangolo della strada la Fanciulla cieca vende un fiore al Vagabondo. Da più di settantanni non cè durezza di cuore che resista al gesto. Eppure ci sono eccezioni: rivestite un cuore di sindaco della dura scorza della Legge e non ci sarà scampo né per la Fanciulla né per il Vagabondo e nemmeno per il fiore. Un cuore di sindaco foderato di Legge è impermeabile a commozione e solidarietà, specialmente se nelle vene della sua città scorre il sangue di Irnerio e dei glossatori.


</text><text_more>Il sindaco di una tale città che ruolo potrebbe interpretare in &lt;i&gt;City Lights&lt;/i&gt; se non quello del &lt;i&gt;policeman&lt;/i&gt; con il suo grande sfollagente? E in &lt;i&gt;The Kid&lt;/i&gt; quale, se non luomo della Legge che strappa crudelmente il Monello dalle braccia del Vagabondo? Non sono domande così inverosimili come può sembrare: la scena di &lt;i&gt;Modern Times&lt;/i&gt; con gli spari della polizia sui dimostranti, non escluso il morto, è stata davvero recitata sotto le due Torri da un sindaco daltri tempi. &lt;i&gt;Dura lex, sed lex&lt;/i&gt;. In verità la dotta cappa di Balanzone copre il cuore legalitario di una tigre. Né fa differenza il colore del podestà: la Legge è Legge, vuole la sua libbra di carne e le istituzioni vogliono continuità.

&lt;b&gt;Macelleria comunale&lt;/b&gt;
Facciamo un esempio, anzi due. Prendete un sindaco con trascorsi di Pcher (beccaio, nel complesso idioma dei nativi: si legge come si scrive nei quartieri gotici  con il rilassamento neogotico dei costumi si attesta anche la forma &lt;i&gt;Bcher&lt;/i&gt; , &lt;i&gt;Pcer&lt;/i&gt; in quelli longobardi; ma nei quartieri franchi, al di qua del Reno, è in uso &lt;i&gt;Mazzler&lt;/i&gt;) e uno, venuto di lontano per esaurimento dei giacimenti locali, con passato di Cronometrista: benemerito il primo di succhi gastrici, di produttività aziendale il secondo, di sinistra questo e di destra quello. Quale diverso grado di umanità credete che esibirà ciascuno di loro se gli capita nelle mani un migrante del Bangladesh, biecamente capace di approfittare dell8 marzo per cercare, in agguato ad un semaforo, di vendere senza licenza  più o meno come la cieca di &lt;i&gt;City Lights&lt;/i&gt;  sacrileghi rami di mimosa? Risparmiate gli sforzi dimmaginazione: vedrete che la realtà supera la fantasia.
L8 marzo 2000, Festa come ognun sa della Donna, da celebrarsi con offerta gentile appunto di mimose e acquisti supplementari di piacevolezze muliebri ad espiazione di passate disparità di trattamento e a sollievo del Commercio, un eccedente Mohammad K.  lo chiameremo così  fu sorpreso dai bravi del sindaco Pcher mentre travestito da fioraio cercava subdolamente di trarre profitto dai buoni sentimenti della giornata alienando mazzetti di mimose ad automobilisti ignari. Non aveva, il protervo, il necessario consenso del borgomastro, come allibiti dovettero constatare i bravi. Ora, Bologna è città adusa ai miracoli, eredità inestinguibile del Patrimonio di San Pietro, adesso propiziati anche dal definitivo ritorno di san Petronio sotto le due Torri, per personale devozione del sindaco Pcher e per pio continuismo del successore, non incline ad inibizioni estetiche. Si sono visti miracoli come quello della banda di rapinatori e assassini che si infiltrò al completo nei ranghi della polizia, adempiendo con così giusto zelo alla tutela dellordine che per molto tempo nessuno si accorse della differenza. E viceversa: si sono visti terroristi musulmani aggirarsi terroristicamente in San Petronio e subito convertirsi, per miracolosa intercessione del santo patrono, in turisti desiderosi di istruzione e ligi allordine costituito. Ma neanche larcivescovo dellepoca, cardinale Biffi, così caritatevole con gli alieni, avrebbe creduto nel miracolo della trasformazione in fioraio di un migrante bangladese, magari di dubbia affidabilità religiosa. Sicché la simoniaca pretesa dellinfido fu subito punita con meritata severità.

Secondo il verbale di accertamento della polizia municipale, il giovane Mohammad K.  nativo di Shariatpur, permesso di soggiorno rilasciato dalla questura di Bologna nellautunno del 1998  a fine mattina dell8 marzo 2000, appostato ad un incrocio stradale nei pressi della stazione «esercitava il commercio su area pubblica senza autorizzazione». Di conseguenza «le merci vengono sequestrate ai sensi della 689/81 art. 13-20» e si dà facoltà allesercente di estinguere lillecito «eseguendo il pagamento di Lire 10.000.000 (Euro 5164,57) + Lire 2.500 (Euro 1,29) imposta bollo entro gg. 60». Chi ci avesse seguito distrattamente sin qui e deducesse dallentità dellammenda che lillecito fosse di spaccio di oreficeria o altri beni preziosi sarebbe assai lontano dalla realtà, trattandosi invece, come si è accennato, di mazzetti di mimose. È comprensibile pertanto che Mohammad K. abbia rinunziato a condurre pratiche per ottenere la restituzione dalla Pubblica Amministrazione di «tale merce di modesto valore economico, deprezzata e deperibile» e, ahimè, ormai «non commerciabile», come si legge nel successivo verbale di «confisca-distruzione» della primavera del 2001, dopo un soggiorno più che annuale dellimmortale mimosa nei magazzini comunali. È altresì comprensibile che Mohammad K. si sia rigorosamente astenuto dal pagamento di alcunché.
Comprensibile, ma non giustificabile. Maternamente infatti la Legge gli dava ampia possibilità di provvedere a suo bellagio a riabilitarsi con la Comunità, assolvendo al suo debito civico. Avrebbe potuto richiedere il consiglio di un giureconsulto, di cui certamente il foro cittadino non difetta né per numero né per dottrina né per modicità di onorario, onorabile non solo in oro ma anche in cartamoneta, o in capponi. Con tale consiglio, come ebbero a lamentarsi poi gli Uffici alluopo preposti dallAmministrazione, avrebbe potuto sottoporre allattenzione degli Uffici stessi adeguata memoria difensiva, adducendo e illustrando, nonché il proprio incondizionato pentimento e la propria appassionata dedizione alla Legge, eventuali ragioni giustificative della trasgressione, tali da temperare il rigore della sanzione amministrativa. Solo una inestinguibile diffidenza orientale può spiegare il comportamento di Mohammad K., che non ha usufruito di così generose possibilità. Daltra parte gli Uffici preposti non spiegavano  e del resto notoriamente non è loro compito né del sindaco  come il nullatenente nonché eccedente Mohammad K. avrebbe potuto provvedere alla sanzione, quandanche eventualmente temperata, nonché ai capponi, non essendo per personale natura e prudenza incline ad assaltare banche e/o vecchiette pensionarie ed essendo altresì sconsigliabile nelle successive ricorrenze ripresentarsi ai semafori dotato di mimose.

&lt;b&gt;Bologna a cronometro&lt;/b&gt;
A questo punto il caso di Mohammad K. passa dalle mani podestarili dellindigeno Pcher a quelle dellallogeno Cronometrista e non guadagna nel cambio. Certamente il nuovo sindaco è luomo giusto al posto giusto, quello meglio capace di soddisfare la preminente passione dei cittadini bolognesi per lOrdine. In proposito le sue precedenti attività sono garanzie sufficienti, tanto che scegliendolo i nativi gli abbonano la loro notoria diffidenza per i forestieri, anche quando non siano africani, asiatici, pugliesi e simile genìa. Da sindacalista supremo infatti non ha saputo mantenere lOrdine tra i lavoratori, pur contribuendo a ridurli tra i meno pagati dEuropa? Ma non si capisce davvero la sua personalità di garante della Legge se non se ne ricordano gli esordi professionali, quando in senso proprio lavorava. Fu allora infatti, regolando cronometro alla mano il dispendio di fatica altrui, che dimostrò a Chi di dovere la sua vocazione e dedizione allOrdine e alla Produttività, aprendosi così la strada del sindacato e del sindacame. Fu allora che forgiò i sentimenti, il duro cuore di tigre, con cui oggi tratta anche il caso di Mohammad K. Sentite con quanta nostalgia, con quanto pathos di &lt;i&gt;temps perdu&lt;/i&gt; racconta adesso della fabbrica di allora e degli operai di cui misurava il tempo di lavoro e di vita. Noterete anche come nel cuore di tigre alberghi immancabile la compiaciuta estetica dello stachanovismo. Il Cronometrista viene davvero da lontano:

&lt;i&gt;Il laminatoio era un luogo affascinante, le barre di rame venivano rese incandescenti e poi ridotte progressivamente di spessore fino a trasformarle in vergella, in un rude filo di grande diametro che veniva avvolto su appositi aspi nella parte terminale del reparto, fuori dal laminatoio. Nella piazza del laminatoio agivano i laminatori, operai di grande professionalità, con le loro lunghe tenaglie afferravano la testa del rosso serpente di rame incandescente che usciva dai cilindri riduttori e lo infilavano nel cilindro successivo perché lo assottigliasse ulteriormente. Nei loro movimenti cera precisione, eleganza, sicurezza. Trasformavano una operazione difficile e pericolosa in una sorta di originale danza. Se non avessero afferrato in tempo quel serpente, domandolo e ricollocandolo nel rullo, lo stesso serpente infuocato li avrebbe colpiti e feriti. Ma loro con semplicità lo guardavano arrivare, ne cambiavano la direzione di marcia e lo accompagnavano con lo sguardo mentre ripartiva. &lt;/i&gt; (1)

Avete dubbi su chi potrebbe interpretare il ruolo del sorvegliante alla catena di montaggio di &lt;i&gt;Modern Times&lt;/i&gt;? Ma mentre i laminatori danzavano, lui che faceva, oltre ad estasiarsi di quelle eleganze? Ad ovvia distanza di sicurezza dal serpente infuocato e senza la minima esigenza di partecipazione personale, lui studiava il modo di migliorare tutta la faccenda con opportune rotazioni dei danzatori nelle varie fasi della lavorazione, sia a vantaggio della loro professionalità e della resa tersicorea sia  poiché non vanno mai dimenticati gli incentivi morali  «per far imparare altri e liberando [] una parte del tempo e dello spazio per il lavoro alto [] renderli collettivamente più forti», permettendo «(solidarmente) ad alcuni loro giovani compagni di crescere». Ecco da che si riconosce il vero sindacalista: dalla passione pedagogica, dalla didattica della fornace! Era poi una fortunata coincidenza se, diciamolo francamente, «daltra parte lazienda incassava i vantaggi della ricostruzione del ciclo che riduceva tempi morti e conflittualità» (2).  Quanto allapprezzamento degli operai, bastava far finta di non capire «quando, al colmo dellirritazione, si rivolgevano a me parlando solo nel loro dialetto, il bergamasco aspro delle valli» (3).  Anche così si diventa sindacalisti e poi sindaci.
Certo, erano altri tempi. La &lt;i&gt;recherche&lt;/i&gt; indugia volentieri sugli operai di una volta, quelli che parlavano della «loro fabbrica», della fabbrica «vissuta come luogo identitario», dove, prousteggia lui, «il conflitto, la sua gestione, creano sempre forti relazioni tra le persone, anche quando sono su versanti opposti» (4).  Per esempio, pare di capire, tra sindacalisti e operai. Comunque gli operai di oggi non sono più così; «nessuno di loro, oggi, parlando del suo lavoro usa espressioni come  la mia fabbrica»; anche quando incombe la disoccupazione «non sentono loro la fabbrica che difendono con tanta determinazione, lo si capisce facilmente dai loro comportamenti, dalle loro parole, addirittura dalle loro facce. Varrebbe la pena di cercare di capirne il perché» (5).  Già, chissà perché? Qui la &lt;i&gt;recherche&lt;/i&gt; non suggerisce risposte, ma dovrebbe. Ne varrebbe la pena.
Un tale autoritratto del personaggio autorizza a continuare lipotesi cinefila, trasferendola dalla sequenza della catena di montaggio di &lt;i&gt;Modern Times&lt;/i&gt; alla scena iniziale di &lt;i&gt;City Lights&lt;/i&gt;. Non ricorda lenfasi celebrativa di quella scena, a statue della Pace e della Prosperità ancora coperte, il festoso delirio del Popolo petroniano quando le due Torri furono riconquistate al Progresso e alla Libertà? e quando il sindaco Cronometrista tolse il lenzuolo della retorica civica, non ci trovò sotto anche lui il suo Vagabondo?
O meglio non ce lo trovò.

&lt;b&gt;Il safari&lt;/b&gt;
Con lavvento del sindaco sindacalista una ventata nostalgica di socialismo reale soffia tra le due Torri. Non che si temano brusche svolte a sinistra, del resto vietate dal vigente codice della circolazione, ché anzi la continuità ideologica con la precedente macelleria comunale viene assiduamente ribadita. Nessun timore, dunque, di velleitarie infrazioni dirigiste agli equilibri di mercato o di ipotesi sovietiste di democrazia dal basso, dalle quali e dai gulag ci protegge comunque la NATO, come già si rassicurava Berlinguer. Possono stare tranquilli anche gli intellettuali che pascolano nei prati del Comune: garantiscono contro ogni tentazione zdanoviana i gusti letterari del sindaco, dichiarato frequentatore di fumetti, e le estrose trasgressioni teoriche e soprattutto doviziosamente pratiche del suo assessore alla Cultura, studioso eponimo dellEffimero. Ma insomma è innegabile una ripresa del vecchio spirito tra giacobino e fordista dellevo A.C. (Avanti Crollo, non Avanti Cristo, trattandosi di laici), di una inclinazione a trasferire nella gestione del Comune la disciplina di fabbrica, come del resto cera da aspettarsi da un sindaco esperto di catena di montaggio. Non saranno più tollerati dunque gli evidenti strascichi di lassismo democristiano imputabili alla gestione uscente, indulgenze e ritardi specialmente nellambito che è il vero banco di prova di ogni illuminata amministrazione comunale, e quasi la sua ragion dessere: limposizione e riscossione di multe e tributi e il perseguimento dei renitenti. Il sindaco, cronometro alla mano, ha dato il segnale: ha dichiarato guerra a Mohammad K.
Il quale nel frattempo, con moglie e figli al seguito, dopo un avventuroso viaggio attraverso le marche padane ha cercato rifugio nella Canaan subalpina, celebre per i servizi riservati agli immigrati. La distanza però non ammorbidisce la passione venatoria del sindaco, resa più impaziente del resto da un certo raffreddamento dellentusiasmo popolare. La personalità politica di unamministrazione novella infatti si misura innanzitutto sullarte della comunicazione, sulla capacità di soddisfare secondo modalità adeguatamente spettacolari, come insegna Debord, le sacrosante aspettative della cittadinanza. Ora, effettivamente, in fatto di &lt;i&gt;circenses&lt;/i&gt; cè un innegabile ritardo dellattuale amministrazione: a parte la festa cittadina programmata in Comune per lelezione di Kerry, abortita non per colpa del sindaco, non si può dire che ci sia fervore di iniziative ludiche quali la moltitudine richiede (la Forca e la Farina non sono più &lt;i&gt;up-to-date&lt;/i&gt;, ma la Festa sì). Dopo un semestre in bianco, il malcontento comincia a serpeggiare. A torto. Il sindaco infatti ha una sua severa strategia: prima pagare poi godere. La caccia bengalese rientra in questo quadro di priorità e di urgenze. Lorwelliano giro di vite impresso dal nuovo corso ha messo alla frusta lUfficio Legale, a lungo mortificato dalle rinvianti procedure del Pcher, rischiose di scadenza dei termini contro i trasgressori. Che la caccia cominci!
Ma cè trasgressore e trasgressore. Labilità di un solerte avvocato comunale sta tutta nello scovare, come un cane da tartufo, quelli in grado di ottemperare, perché il gioco deve valere la candela. È il caso di Mohammad K., che nel 2003 ha rinnovato il permesso di soggiorno, svelando dunque ai segugi non solo di essere vivo, nonostante il gelo subalpino, ma anche di usufruire di grasso salario: per il Comune senza cuore di Bologna una pacchia, una risorsa assicurata in forza di legge, cui attingere nelleventualità che il renitente non disponga di case, terreni, titoli, azioni o mobilio pregiato. Alla fine del safari, notificata alla preda lOrdinanza-Ingiunzione di pagamento, la sanzione risulta incrementata per il ritardo sino alla somma di Euro 6.719,54, a motivo della trasfigurazione dello &lt;i&gt;ius&lt;/i&gt; in &lt;i&gt;money&lt;/i&gt;, come duso nella Civiltà del Mercato. Per un po Mohammad K. e la sua famiglia avranno di che odiare le mimose. Però, se la caccia è finita, il target oppone ancora resistenza. La trasfigurazione dello &lt;i&gt;ius&lt;/i&gt; in &lt;i&gt;money&lt;/i&gt; infatti richiede la collaborazione civica del soggetto, deplorevolmente mancata nella fattispecie. Di conseguenza è in corso il procedimento giudiziario intrapreso dal sindaco di Bologna contro Mohammad K. Proprio non si può dire che il sindaco non faccia niente e i bolognesi devono avere ancora un po di pazienza: il tempo della Festa verrà. Comunque, qualunque sia lesito, la feroce vicenda conserva tutto il profumo delle mimose morte.

&lt;b&gt;Transfert &lt;i&gt;a la bulgneisa&lt;/i&gt;&lt;/b&gt;
Charlot è di casa a Bologna. La benemerita Cineteca Comunale cura con amore filologico il restauro delle sue vecchie pellicole. A scadenze regolari, nella piazza dove una volta si assisteva alle pubbliche Esecuzioni e si celebrava la Festa della Porchetta (6),  al Popolo viene liturgicamente impartita la proiezione delle grandi opere di Chaplin, accolte con il medesimo entusiasmo civico riservato un tempo a quelle esibizioni: è la bolognesità. Cè qualcosa di peculiare infatti negli entusiasmi petroniani: nello specifico, unico caso al mondo, il Popolo non si identifica nel Vagabondo, ma nel Poliziotto. La preminente passione cittadina, labbiamo detto, è lOrdine. Anche nelle comiche. Cè stata qualche eccezione, si capisce, qualche lustro fa, ma è stata adeguatamente punita e definitivamente rimossa. Non è rimasto nulla che inibisca la passione civica per ogni cosa al suo posto e un posto per ogni cosa. Ogni tanto si decide chi rassetterà: è questo che si chiede ai beccai e ai cronometristi. Niente mimose.

1)  Sergio Cofferati, &lt;i&gt;Dignità di laminatore&lt;/i&gt;, in &lt;i&gt;Linus&lt;/i&gt;, XXXX, n. 4 (469), aprile 2004.
2)  &lt;i&gt;Ibid&lt;/i&gt;.
3)  &lt;i&gt;Ibid&lt;/i&gt;.
4)  Id., &lt;i&gt;La mia fabbrica e la loro&lt;/i&gt;, ivi, XXXX, n. 3 (468), marzo 2004.
5)  &lt;i&gt;Ibid&lt;/i&gt;.
6)  Allinventiva e dotta attenzione dellAssessorato competente si segnala che lallusione non è gratuita e che la Cultura dellEffimero non è nuova su questa piazza: «A metà del Seicento, e sino alla fine del Settecento, la Festa della Porchetta coinvolgeva tutta la città: dai Senatori e magistrati che la organizzavano, alla nobiltà, al popolo che ne era spettatore e interprete. Si svolgeva ogni anno il 24 agosto, giorno di San Bartolomeo e anniversario di una vittoria delle truppe cittadine nel 1281 sulla fazione dei Lambertazzi, nella Piazza Maggiore che si trasformava in un grandioso teatro allestito con apparati effimeri di grande impatto scenografico, ideati dai più importanti artisti locali dellepoca» (cfr. &lt;i&gt;Lo sai che&lt;/i&gt; in &lt;i&gt;www2.comune.bologna.it&lt;/i&gt;)

.

</text_more></entry>
<entry id='1154' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1154' author_id='4' authored_on='20050107031118' basename='le_origini_politiche_dellisteria_antifumo' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050107031118' modified_on='20050107031229' ping_count='0' status='2' title='Le origini politiche dell&apos;isteria antifumo' week_number='200501'><text>di &lt;b&gt;William T. Whitby&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Guevarasmoking.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Guevarasmoking.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;169&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
Negli anni sessanta (e anche attualmente) il governo degli Stati Uniti veniva violentemente attaccato da quanti erano contrari all&apos;uso dell&apos;energia nucleare a causa degli effetti della radioattività. Fonte di grave inquietudine per il governo fu la pubblicazione, da parte di alcuni famosi scienziati, di relazioni in cui si sosteneva che l&apos;aumento dei casi di cancro ai polmoni, prima piuttosto raro, era stato causato dalla radioattività dovuta agli esperimenti atomici e alle centrali nucleari. Esperti governativi informarono segretamente il governo di essere d&apos;accordo con tali affermazioni. Il governo si trovava nei guai. Con un vasto settore dell&apos;opinione pubblica già in allarme contro la radioattività, non poteva permettere che notizie simili diventassero di pubblico dominio; d&apos;altra parte, di fronte alle minacce di aggressione di Russia e Cina, non poteva effettuare tagli al programma di armamento atomico.</text><text_more>Nel bel mezzo di questo dilemma, al governo capitò un colpo di fortuna. Due medici inglesi, Doll e Hill, pubblicarono un rapporto nel quale si affermava che dati statistici dimostravano che le persone più frequentemente colpite dal cancro ai polmoni erano i fumatori. Per il governo era la grande occasione e non ebbe esitazioni: sostenne la teoria su vasta scala. Doll e Hill non avevano affermato che fumare causava cancro polmonare, bensì che esisteva una « correlazione » statistica, cioè una connessione, tra i due fatti. Senza tenere in alcun conto le accuse di irrilevanza che alcuni dei principali esperti mondiali di statistica avevano rivolto alle «statistiche» di Doll e Hill, il comitato del Surgeon General sostituì al termine «correlazione» (&lt;i&gt;correlation&lt;/i&gt;) il termine «rapporto di causa» (&lt;i&gt;causation&lt;/i&gt;), in quanto più definitivo e, naturalmente, più suscettibile di provocare paura. Non esistevano fondamenti medici né scientifici di sorta per una scelta del genere. Avevano forse in mente il detto: «Più la menzogna è grossa, più la gente ci crederà»?
So da fonte ben informata e degna di fiducia che la vera e propria campagna d&apos;informazione fu lanciata col deliberato proposito di distogliere l&apos;attenzione dalle responsabilità dell&apos;energia atomica, scaricandole sul tabacco. Non si badò a spese e vennero investiti milioni e milioni di dollari per una delle più grandi e disoneste campagne della storia. Non si può fare a meno di pensare a Hitler e al suo ministro Goebbels che, per la propaganda antisemita, usavano accuse sul tipo di quella che gli ebrei erano soliti mangiare i bambini cristiani. Su quell&apos;abitudine innocua e benefica che è il fumo fu steso un drappo funereo. Probabilmente mai nella storia un&apos;accusa fu così priva di fondamento.
La cosa più grave è che la macchinazione non può essere provata. E come sarebbe possibile? I governi, di solito, non si espongono al pericolo di essere smascherati; eppure ogni tanto qualcosa sfugge e attualmente nell&apos;ambiente medico molti, che sanno bene come funzionano le cose a Washington, sono convinti che si è trattato di una manovra a sangue freddo. Averne le prove, però, è tutt&apos;altra faccenda. Nondimeno, un giorno potrebbe succedere qualcosa che porterà alla scoperta di un altro Watergate.
Nei due anni che sono trascorsi da quando è uscita la prima edizione di questo libro, non ho ricevuto una sola parola di smentita.
Far uso della menzogna è ormai una pratica politica sempre più diffusa. Dai tempi delle fandonie del presidente Eisenhower sulla vicenda dell&apos;U2 alla presidenza Nixon essa si è così estesa che è ormai opinione comune fra gli americani che il governo menta abitualmente ai cittadini.
Un fatto che avrebbe dovuto mettere in sospetto la gente è la prontezza con cui il governo ha tirato fuori capitali così ingenti per la campagna. Di solito, il denaro non viene distribuito con tanta liberalità, anzi, è piuttosto vero il contrario. Basta considerare quanti importanti progetti di ricerca medica e scientifica proseguono stentatamente per mancanza di fondi; quante volte la responsabilità dell&apos;arretratezza delle ricerche sul cancro sia stata imputata dagli stessi ricercatori all&apos;insufficienza dei fondi concessi dal governo. Il denaro, però, non manca per la campagna contro il fumo e questo perché vale la pena spendere tanto se serve ad allontanare la collera della gente dall&apos;energia atomica.
Un&apos;altra cosa che avrebbe dovuto far nascere dei sospetti è l&apos;improvviso interesse del governo per i problemi della salute, per un aspetto molto limitato però. Il cancro polmonare non rappresenta la più grave malattia dell&apos;umanità, vi sono ben altri settori della salute in cui sarebbe necessario intervenire con urgenza. È odioso che quest&apos;unica malattia assorba fondi così esorbitanti.
Quanti sostengono che l&apos;alcool è la maggiore causa di morte fra quelle prevedibili, all&apos;origine di tanti mali e miserie umane, spesso chiedono perché non sia stata data la precedenza a una campagna contro l&apos;alcool. Ma non sarebbe servito a levare dagli impicci l&apos;energia atomica. Bisognava scaricare a ogni costo la responsabilità del cancro polmonare sul tabacco.
Certo il grande panico sul fumo-causa-di-cancro-polmonare non poteva non essere il benvenuto per i governi che usano l&apos;energia nucleare e per le grandi compagnie di elettricità che hanno investito miliardi di dollari nelle centrali nucleari. Per non parlare delle fabbriche da cui escono gli innumerevoli prodotti cancerogeni che inquinano l&apos;ambiente, che grazie a esso hanno visto allontanarsi le accuse di responsabilità.
Le vittime della radioattività e i loro figli chiedono giustizia, ma finché sarà dato credito alla teoria contro il fumo le loro richieste resteranno inascoltate.
Chi si ammala di cancro ai polmoni ha ben poche probabilità di essere risarcito: se aveva l&apos;abitudine di fumare, non importa se tanto o poco, il cancro verrà attribuito al fumo. Inoltre la classe medica è diventata così fanatica, che è assai diffusa la tendenza a considerare bugiardo chiunque neghi di aver mai fumato se presenta un carcinoma polmonare.
La campagna antifumo è dilagata a macchia d&apos;olio, con i puritani zelanti e sempre pronti a mo&apos; di quinta colonna. Non è rimasta limitata all&apos;America, ma, grazie all&apos;Organizzazione mondiale della sanità delle Nazioni Unite  apparato inutile ma pericoloso  ha oltrepassato i confini e ora ha preso piede in tutto il mondo. Fornisce una piacevole occupazione a centinaia di medici e migliaia di profani. Un vero esercito di ricercatori, direttamente o indirettamente sul libro paga del Grande Fratello, è occupato a sfornare, apparentemente in maniera inarrestabile, «dati» a sostegno della campagna. È diventata un&apos;organizzazione così gigantesca che se ne parla spesso come di una vera e propria «industria» ed è solo grazie alla sua incessante attività che la teoria che il fumo sia causa di cancro ai polmoni -- che probabilmente, come tante altre teorie ormai decotte, sarebbe defunta -viene mantenuta in vita.
L&apos;Organizzazione mondiale della sanità è sotto la stretta influenza del governo Usa, tanto che spesso viene vista come una filiazione del dipartimento della sanità statunitense. Fornita di medici «governativi» che prendono ordini dall&apos;alto, l&apos;Oms è considerata dai medici indipendenti come un braccio del Grande Fratello e presso di loro gode di uno scarso credito, non diversamente dal dipartimento della sanità. I nemici del fumo si compiacciono di citare i suoi rapporti, quelli che pensano con la loro testa li considerano con sospetto.
La gente dovrebbe sapere che i periodici allarmi contro il fumo non partono da medici indipendenti, liberi da condizionamenti. Quasi senza eccezioni, si tratta di medici stipendiati: impiegati del governo o di enti da esso controllati. Anche il Gran Protettore della campagna, il Surgeon General, è solo un dipendente pubblico. Molti di questi medici stipendiati per le loro tendenze politiche odiano le « capitalistiche » multinazionali produttrici di sigarette perfino più delle sigarette.

Molti importanti scienziati, come per esempio Rosenblatt e Hueper, replicarono immediatamente attaccando la teoria, ma vennero silurati e la loro voce soffocata dal frastuono della propaganda antifumo su larga scala. I sostenitori della campagna si erano rapidamente impadroniti dei mezzi d&apos;informazione e la posizione degli avversari non ebbe quasi nessuno spazio. Sebbene molte persone intelligenti nutrissero seri dubbi, l&apos;incessante lavaggio del cervello ha in gran parte avuto successo e sembra aver tirato dalla parte degli antifumo quasi tutti gli uomini politici del mondo. D&apos;altra parte, ottenere dovunque l&apos;appoggio dei governi era l&apos;obiettivo principale.
Un altro importante obiettivo erano i medici, senza il sostegno dei quali non sarebbero riusciti a fare molto. Sembra sorprendente che ce l&apos;abbiano fatta, perché in genere si pensa che siano persone molto intelligenti, con una preparazione scientifica. E spesso lo sono, ma non sono meno sensibili degli altri al lavaggio del cervello. È sufficiente convincere alcuni dei cosiddetti leaders, perché tutti gli altri si accodino come tante pecore.
I medici amano pensare a se stessi come a uomini di scienza, ma sembrano aver dimenticato gli insegnamenti ricevuti negli anni della formazione: non accettare niente senza prove. E, naturalmente, non esiste prova di nessun genere, scientifica o meno, a favore della teoria.
II medico medio ammetterà di non aver studiato con molta attenzione le relazioni sulla teoria, ma probabilmente dirà: « Se so no valide per l&apos;Ordine, lo sono anche per me ». È raro trovarne uno che abbia letto, o anche solo sentito parlare delle relazioni scientifiche di parte avversa. Va da sé che non è cosa nuova che teorie scientifiche non sufficientemente provate vengano accettate: la storia della medicina è tristemente piena di esempi del genere. La maggior parte dei medici sembra avere nel cervello un compartimento impenetrabile alla logica, il che rende loro impossibile assumere un atteggiamento critico verso la teoria. Parecchi di loro, parlando del fumo, diventano rabbiosi, molto più di quando parlano dell&apos;alcool e dell&apos;eroina, le cui miserie non sembrano commuoverli.
Spesso risulta difficile ed estremamente penoso cambiare opinione, anche perché si teme di «perdere la faccia». Forse ciò che rende così rigidi tanti medici sono proprio i dubbi che inconsciamente nutrono sulla teoria. I veri scienziati devono sentirsi male, quando un medico che accetta questa assurdità parla della medicina come di una disciplina scientifica. Come possono pretendere dì essere scientifici, se molti di loro mi hanno insultato quando ho avuto l&apos;audacia di chiedere prove scientifiche? Sì, come tutti gli altri i medici hanno subito il lavaggio del cervello.

&lt;i&gt;Da William T. Whitby,&lt;/i&gt; Il fumo vi fa bene&lt;i&gt;, Rizzoli, 1983. Il dottor William Whitby, australiano, è stato a lungo presidente della British Medical Association.&lt;/i&gt;


</text_more></entry>
<entry id='1155' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1155' author_id='4' authored_on='20050108020531' basename='grandi_previsioni_di_grande_sfiga_per_grandi_fumatori' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050108020531' modified_on='20050108020601' ping_count='0' status='2' title='Grandi previsioni di grande sfiga per grandi fumatori' week_number='200501'><text>di &lt;b&gt;Vittorio Curtoni&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Smokgirl2.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Smokgirl2.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;121&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
Mago Vik, l&apos;unico mago italiano adottato come portafortuna dai produttori associati di carta igienica perché le sue previsioni fanno cagare e quindi stimolano gli affari, fumatore accanito sin da prima della nascita (la su&apos; mamma fumava Nazionali Esportazione senza filtro), ha ripreso in mano la sua celebre sfera di cristallo tarocco per leggere nel tetro futuro dei tabagisti italiani, che siano lettori di CARMILLA ON LINE o no.
C&apos;è poco da ridere. C&apos;è poco da scherzare. La soluzione finale è alle porte.
Vedo, vedo nel futuro dei fumatori italioti...
Tutte le colonie di indiani d&apos;America, noti anche come pellerossa, presenti sul suolo della nostra amata patria verranno dotate di ingegnose macchinette dette &quot;telegrafo senza fili&quot;. Dopo di che, il primo indiano che si azzarderà a mandare segnali di fumo, grandissimi creatori di fumo passivo, avrà settant&apos;anni di reclusione in un teepee di massima sicurezza e non potrà più sparare ai cowboy.
</text><text_more>In compenso, i cowboy potranno sparare ai fumatori. Ai gestori di locali pubblici basterà presentare richiesta presso l&apos;ASL competente per ricevere in omaggio un completo da John Wayne, con tanto di cappellone, stella da sceriffo, cinturone con due Colt a tamburo. Le sparatorie saranno regolate da norme severe: alla prima infrazione di chi oserà accendere una bionda nel locale dell&apos;El Grinta, una pallottola di gomma al piede destro; alla seconda infrazione, due pallottole di gomma a entrambe le ginocchia; alla terza, una pallottola d&apos;argento (è noto che i fumatori sono un po&apos; licantropi) alla fronte, diritto in mezzo agli occhi, come si usa dire. Via il recidivo, via il problema. I funerali saranno a carico delle locali aziende dei trasporti pubblici, dotate di bellissimi carri funebri decorati da teschio e tibie incrociate e dalla saggia scritta IL FUMO UCCIDE. Così anche i più scettici dovranno stare zitti e mosca.
Tutti i fumatori verranno censiti dall&apos;ISTAT e dal fisco. Le fumatrici in stato di gravidanza dovranno dichiarare se intendano partorire un figlio fumatore o no, e niente scherzi! Dopo l&apos;imponente rilevamento iniziale, i fumatori italiani verranno suddivisi in grandi, medi, piccoli e nani in base all&apos;altezza. Ad esempio, Valerio Evangelisti sarà un grande fumatore, io solo medio. Quel porco l&apos;ha sempre vinta. Comunque. Poi il fisco se ne infischierà dei dati dell&apos;ISTAT e alla dichiarazione annuale dei redditi farà sborsare a tutti i fumatori una quota dell&apos;8 per mille destinata a baristi, ristoratori, albergatori &amp; affini che NON avranno installato apparecchiature che permettano ai viziosi di fumare nei loro locali. Sono bravi ragazzi, vanno premiati.
I tabaccai saranno tenuti a fare un predicozzo di mezz&apos;ora sui danni del fumo a ogni cliente che chiederà un pacchetto di sigarette. Per una stecca bisognerà passare sul retro della tabaccheria ed entrare nel confessionale. Si calcola che questo, se nei primi tempi rallenterà enormemente i flussi di vendita e porterà alla creazione di immani file di tabagisti incazzati, nell&apos;arco di un paio di anni farà talmente girare le palle a tutti che nessuno vorrà più fare il tabaccaio. Il problema si risolverà da sé in splendida eleganza democratica.
Si potrà fumare solo sui treni Eurostar con un biglietto di percorrenza superiore ai due chilometri e solo salendo sul tetto della carrozza ad accendere il cicco appena prima che il treno entri in una galleria, tenendo la testa ben alta in modo che l&apos;impatto con la parte superiore della suddetta galleria la stacchi (la testa) di netto dal resto del corpo. Appositi controllori appiattiti sul medesimo tetto del medesimo vagone controlleranno la regolarità dell&apos;accensione da parte del viaggiatore fumatore. Ricordatevi di obliterare biglietto, sigarette e testa prima della partenza perché le multe previste saranno salatissime e ricadranno sui vostri discendenti fino alla settima degenerazione.
All&apos;insegna del motto IL NON FUMO RENDE LIBERI, saranno creati gradevoli campi di lavoro forzato per tutte le teste dure che si rifiuteranno di smettere di fumare. I nomi di questi campi passeranno alla storia: MS, Diana, Merit, Marlboro, eccetera. Gli ospiti dovranno cucirsi sulla giacca della simpatica tuta da carcerati una sigaretta di stoffa a cinque punte, simbolo della loro ignominia. Si parlerà molto di cospirazione plutofiltraica.
Okay. Queste sono le misure più morbide che la mia sfera tarocca prevede nell&apos;arco dei prossimi tre anni. Dopo di che si passerà alla mano pesante! Il progressivo avvicinamento alla soluzione finale.
In un primo tempo si era pensato di riportare in auge belle tradizioni del passato che ahimé si sono perse nel bailamme pseudo-democratico e liberista degli ultimi secoli, diciamo dalla rivoluzione francese in poi (absit iniuria ghigliottinis). In parole povere, era stata avanzata l&apos;ipotesi di ricreare sulle pubbliche piazze del nostro ridente paese quei suggestivi roghi che già furono di eretici e streghe e oggi sarebbero di fumatori; ma considerazioni ben radicate nella grande cultura sanitaria del ventunesimo secolo hanno affossato l&apos;idea. Pensate a quanto fumo passivo si svilupperebbe dal bruciare della legna e del fumatore! Pensate soprattutto all&apos;incalcolabile male che questo fumo passivo farebbe al fumatore al rogo, procurandogli con ogni probabilità un cancro istantaneo ai polmoni che potrebbe addirittura ucciderlo prima che abbia smesso di urlare, e dove andrebbe a finire lo spettacolo per il pio pubblico di non fumatori? Eh? Se vuoi far pagare il biglietto, devi dare uno show che non si interrompa prima del climax, è ovvio.
Si è quindi deciso di allestire, sulle pubbliche piazze di città e cittadine italiane (naturalmente saranno autorizzati a farlo anche paesi, paesucoli, frazioni, villaggi, però dovranno pagare di tasca propria. Dura lex sed lex), giganteschi forni a microonde di misura unica, in base alle dimensioni dei grandi fumatori. Probabilmente prenderanno Valerio E. come modello operativo per le catene di montaggio, ma il particolare non è ancora chiaro. Tiè. I fumatori che non abbiano desistito dall&apos;insano vizio nell&apos;arco dei tre anni verranno introdotti in questi forni ad altissima tecnologia e fatti cuocere a microonde secondo varie tipologie culinarie: al pesto in Liguria, alla bagna cauda in Piemonte, alle cime di rapa in Puglia, alla lupara marinata in Sicilia, e via dicendo.
Il popolo si divertirà un sacco. È sempre bello vedere qualcuno diventare di un sano verde mela, gonfiarsi e poi esplodere dai piedi all&apos;ultimo capello, spiaccicando sangue e brandelli di carne e di vestiti sulle pareti in vetro dei superforni. Le immagini verranno riprese dalle videocamere piazzate in giro e ritrasmesse dai maxischermi gentilmente offerti dall&apos;amministrazione comunale.
I forni saranno autopulenti. Tre minuti, via gli antipatici residui del fumatore precedente, avanti il prossimo. Un&apos;esecuzione di questo tenore spettacolare al mese, più la diminuzione della disoccupazione portata dall&apos;improvviso crearsi di nuovi posti di lavoro lasciati liberi da quegli antisociali di fumatori microondati, e il nostro paese risorgerà più forte e gagliardo che pria!
Cenere sono le nostre sigarette, cenere diventeremo anche noi. Amen.


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<entry id='1156' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1156' author_id='4' authored_on='20050109020948' basename='il_fumare_un_punto_di_vista_reichiano' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050109020948' modified_on='20050109021026' ping_count='0' status='2' title='Il fumare: un punto di vista reichiano' week_number='200502'><text>di &lt;b&gt;Federico Navarro&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Reich1.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Reich1.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;132&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
&lt;i&gt;Il neuropsichiatra Federico Navarro, scomparso nel 2002, è stato l&apos;uomo che ha introdotto in Italia (ma si può dire in Europa, e persino in Brasile) il pensiero di Wilhelm Reich, tanto che quasi tutti i maggiori analisti reichiani operanti nel nostro paese sono stati suoi allievi e collaboratori. Il brano che segue è tratto dal suo libro&lt;/i&gt; Somatopsicopatologia&lt;i&gt;, ed. Idelson-Gnocchi, Napoli, 2000. Ringraziamo Roberto Sassi per la preziosa segnalazione.&lt;/i&gt;

Nell&apos;ambito della lotta contro le droghe, si è recentemente scatenato un terrorismo psicologico contro il &quot;vizio&quot; del fumo.
Vale la pena chiarire l&apos;argomento (a prescindere dal fatto che l&apos;autore di questo libro sia un fumatore!).
Distinguiamo veri e falsi fumatori: i primi necessitano del fumo come un &quot;normale&quot; drogato, sono soggetti con un nucleo psicotico border-line, quindi con problemi di oralità, per cui essi sono capaci di fumare stando a letto, stando al buio, preferendo il fumo al cibo, a volte al sesso!
I secondi sono fondamentalmente degli ansiosi (diaframma) che col fumo &quot;facilitano&quot; l&apos;importanza 	della espirazione.
  </text><text_more>Essi sono capaci di smettere di fumare se necessario. Il fumare pregiudica certamente le vie respiratorie (fumo) e quelle circolatorie (nicotina), ma per essere un fattore cancerogeno polmonare è necessario che il soggetto abbia un terreno ipoorgonotico! Quanti cancerosi non hanno mai fumato! Riporto alcune osservazioni di Lin Yutang:
1) È vero che i fumatori possono dare noie ai non fumatori, ma è una noia fisica, mentre la noia che i non fumatori danno ai fumatori è una noia spirituale.
2) I non fumatori hanno perduto uno dei massimi piaceri dell&apos;umanità. Se il fumare è una debolezza, alla larga dagli uomini senza debolezze! Non sono degni di fede! Sono dei razionali, meccanizzati, non dei ragionevoli. Un uomo che fuma nel fondo è sempre contento. Il fumare è un piacere artistico, intellettuale! (Il fumo fu importato dalla civiltà paleoamericana e orientale certamente di un enorme valore!).
Secondo me: il soggetto con nucleo psicotico fuma per soddisfare un bisogno funzionale di contatto, di compagnia; il soggetto border-line fuma per soddisfare un bisogno simbiotico di dipendenza; il soggetto psiconevrotico fuma per soddisfare impulsi esibizionistici o per alleviare la tensione ansiosa; il soggetto nevrotico fuma per soddisfare il desiderio di potersi meglio concentrare; il soggetto dal carattere maturo fuma per soddisfare una... banale golosità!


</text_more></entry>
<entry id='1157' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1157' author_id='4' authored_on='20050110042004' basename='inquisizione_la_verit_siciliana' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050110042004' modified_on='20050110042029' ping_count='0' status='2' title='Inquisizione: la verità è siciliana' week_number='200502'><text>di &lt;b&gt;Valerio Evangelisti&lt;/b&gt;  
da &lt;i&gt;Visti da lontano. I siciliani raccontati dagli altri&lt;/i&gt;, suppl. a &lt;a href=&quot;http://www.lasicilia.it/&quot;&gt;La Sicilia&lt;/a&gt; del 30 dicembre 2004

&lt;img alt=&quot;Jeannedarc.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Jeannedarc.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;85&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
Una recente e costosissima pubblicazione della Biblioteca Apostolica Vaticana (&lt;i&gt;LInquisizione. Atti del simposio internazionale, Città del Vaticano, 29-31 ottobre 1998&lt;/i&gt;, 2003, pp. 786,  60,00) porta a termine lattività di occultamento condotta per decenni dagli storici revisionisti, paradossalmente rinvigoriti da quando Giovanni Paolo II ha chiesto pubblicamente perdono per i delitti degli inquisitori. Nella prefazione il curatore, Agostino Borromeo, traccia un bilancio sorprendente: in tutto larco della sua storia, lInquisizione avrebbe condannato al rogo 59 persone in Spagna, quattro in Portogallo e 36 in Italia. Un nonnulla, su un totale di 125.000 processi.

</text><text_more>Uno potrebbe anche crederci. Lasciando da parte i trucchi numerici più elementari (lInquisizione non eseguiva le condanne di persona, ma consegnava le sue vittime alla giustizia civile, il cosiddetto braccio secolare; ed era poi questo a eseguire la sentenza), volendo dimenticare le cronache truculente delleccidio dei catari e di tante altre specie di eretici, sottilizzando sulle differenze tra unInquisizione locale e laltra, magari ci si persuade che è vero: protestanti e miscredenti hanno moltiplicato le vittime del Santo Uffizio, creando una leggenda nera dalle finalità anticlericali. Del resto, i registri delle condanne inflitte dagli inquisitori sono tutti spariti e, per ovvie ragioni, nessuna vittima può testimoniare della propria sorte.
Disgraziatamente per il dottor Borromeo, ricercatore alluniversità La Sapienza, esiste unisola, la Sicilia, che ha prodotto sia inquisitori feroci che storici appassionati. Tra questi ultimi, Vito La Mantia, che alla fine del XIX secolo si dedicò, assieme al figlio Giuseppe, a unopera paziente e poderosa: ricostruire il registro dellInquisizione siciliana, appendice di quella spagnola, sulla base di un manoscritto a quei tempi (oggi non so) conservato nella Biblioteca Comunale di Palermo. Nel 1977 leditrice Sellerio ristampò i risultati di quelle ricerche (V. La Mantia, &lt;i&gt;Origini e vicende dellInquisizione in Sicilia&lt;/i&gt;), ma misteriosamente la cosa sfuggì agli storici più accreditati; tanto che Franco Cardini, nella prefazione a una traduzione lacunosa del &lt;i&gt;Manuale dellinquisitore&lt;/i&gt; di Bernardo Gui (Claudio Gallone Editore, Milano, 1998), poteva permettersi di elencare la Sicilia tra le regioni in cui lInquisizione aveva infierito meno, con solo 29 vittime accertate (cifra che comunque smentirebbe quelle del Borromeo).
Il fatto è che le ricerche dei La Mantia, padre e figlio, sono materia rovente. Grazie a loro abbiamo almeno un registro dellInquisizione quasi completo, dal 1487 al 1732 (al mondo ne esistono altri, però nessuno di pari livello); per di più ricco di dati e di notazioni accurate. Ebbene, ciò che ne risulta è sufficiente a confutare ogni riduzionismo di stampo revisionista. LInquisizione siciliana infierì per due secoli e mezzo con spietatezza. I roghi furono ben più di 29. Tutta lisola fu passata al setaccio, grazie a un imponente apparato di spie (descritto da un altro grande storico siciliano, Franceso Giunta), e fu fatta strage di una massa di poveri diavoli, bruciati vivi a singoli o a gruppi.
Naturalmente, il testo ricostruito da Vito La Mantia potrebbe essere un falso clamoroso; così come le scritte sui muri delle carceri tracciate dai prigionieri dellInquisizione, raccolte da Giuseppe Pitré e commentate da Leonardo Sciascia, potrebbero essere fasulle. Potrebbero.
In realtà non possono, perché il sentore della verità è più forte di qualsiasi deodorante revisionista (ma meglio sarebbe cominciare a usare il termine negazionista, già applicato a chi nega il massacro degli ebrei nei lager nazisti). Scelgo una voce a caso dal registro trascritto da Vito e Giuseppe La Mantia. Reca il numero 213:
Catania. Gabriele Tedesco, moro battezzato, schiavo del Prior de Barletta Fr. d. [frate domenicano] Octavio Giorni Gran Croce, naturale dAlgeri, abiurò domenica 16 ottobre 1630 nellAtto celebrato nel piano della Cattedrale, poi ricaduto e pentito fu ammesso la seconda volta a riconciliazione nella Chiesa di S. Domenico a 3 marzo 1633, poi ricadendo ed essendo ostinato fu rilassato in persona [rilasciato al braccio secolare, cioè bruciato vivo] nellAtto celebrato nella piazza della Chiesa Maggiore a 9 settembre 1640.
Da questa voce estratta a caso da un elenco lunghissimo apprendiamo che un priore domenicano poteva detenere schiavi al proprio servizio. Che uno di questi, ribattezzato Gabriele Tedesco, si ostinava a rimanere fedele alla sua religione musulmana. Costretto due volte allabiura, la terza volta fu consegnato dagli inquisitori alle autorità, che lo legarono su fasci di legna in una piazza, tanto perché la folla potesse assistere, e gli inflissero unagonia tra le più atroci che si possano concepire.
O mi si persuade che il brano è un falso, o continuerò a ritenere che falsari siano gli storici negazionisti. E a ringraziare i grandi studiosi siciliani che, mossi non da furore iconoclasta bensì da passione di sapere, permettono ancor oggi di smascherare gli ipocriti e i mentitori. Freddamente, certo, ma con un senso insopprimibile di indignazione e di disgusto.


</text_more></entry>
<entry id='1158' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1158' author_id='1' authored_on='20050111031849' basename='matheson_tre_millimetri_al_giorno' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050111031849' modified_on='20050110233310' ping_count='0' status='2' title='Matheson: &lt;i&gt;Tre millimetri al giorno&lt;/i&gt;' week_number='200502'><text>&lt;img alt=&quot;matheson3mm.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/matheson3mm.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;158&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2004/12/001121.html#001121&quot;&gt;Francesco Scalone&lt;/a&gt;

La cantina è un luogo della paura e da lì Matheson ha mosso i primi passi della sua carriera. In&lt;b&gt; Nato di uomo e di donna&lt;/b&gt;, il racconto breve con cui Matheson esordì nel 1950, dentro una buia cantina una tipica famigliola borghese tiene nascosto il proprio bambino deforme, un mostro tanto più simile nellaspetto ad un grosso ragno. Ed è in una cantina che Scott Carey, protagonista di &lt;b&gt;Tre millimetri al giorno&lt;/b&gt;, rimarrà imprigionato. Dopo aver pubblicato &lt;b&gt;Incubo a seimila metri &lt;/b&gt;e &lt;b&gt;Io sono leggenda &lt;/b&gt;(&lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2003/10/000470.html#000470&quot;&gt;prefazione &lt;/a&gt;di Valerio Evangelisti), leditore Fanucci ripropone oggi in una nuova traduzione &lt;b&gt;Tre millimetri al giorno &lt;/b&gt;(&lt;b&gt;The shrinking Man&lt;/b&gt;, nella versione originale), altro classico inossidabile da cui nel 1957 Jack Arnold trasse &lt;i&gt;Radiazioni Bx: distruzione uomo&lt;/i&gt;.</text><text_more>&lt;b&gt;Tre millimetri al giorno&lt;/b&gt;, montato attraverso un continuo gioco di flashback, racconta la storia di un uomo che, dopo essere stato investito da una nuvola di sostanze radioattive, inizia a rimpicciolire di tre millimetri ogni ventiquattrore. La progressiva diminuzione di statura porta allinesorabile disgregazione di tutte le sue relazioni sociali ed affettive. Carey ridotto alle dimensioni di una marionetta isterica, perde da prima il lavoro, subisce laggravarsi delle proprie condizioni economiche e vede trasformarsi in pericoli mortali i più innocui personaggi del suo quotidiano: il gatto di casa, un passero, un ragno, la sua stessa figlioletta.
In realtà, la vicenda di Scott Carey assume una dimensione simbolica molto più ampia, diventando la metafora più generale dellannientamento della personalità e della perdita di potere sul mondo. Carey non rimpicciolisce soltanto, ma diventa letteralmente impotente: non più in grado di lavorare, incapace di appagare la propria libido sessuale, oggetto dello scherno crudele dei ragazzini, costretto per denaro ad esporsi sui giornali alla stregua di un fenomeno da baraccone. Sarà solo quando, ridotto alla dimensione di pochi millimetri, ucciderà il ragno che Carey non solo si riapproprierà del potere perso, ma anche della sua stessa umanità. Un testo simile non poteva allora che offrirsi a molteplici interpretazioni in chiave psicoanalitica. Nel racconto, infatti, Matheson partendo dai più tipici timori dellepoca (la radioattività, lincidente nucleare) risveglia terrori ancestrali come lessere divorati ed altre più profonde paure inconsce: la perdita della virilità, il restare isolati dai propri simili, lincombere della morte, la prigionia in spazi sempre più claustrofobici. Limmaginario di genere, dalle origini ad oggi, è gremito di ragazzini ristretti, scienziati microscopici o incazzatissimi insetti radioattivi. Ma nessuno ha la forza dellarchetipo e pochi sanno rappresentare meglio le nevrosi della società o inscenare le zone dombra dellinconscio. Un materiale emotivo e magmatico che Matheson ha dimostrato invece di saper trattare come pochi: da questo punto di vista, creatura totalmente aliena non è solo il ragno con cui Carey è costretto allo scontro mortale, ma la stessa umanità che lo circonda. Alla fine, ridotto a una statura di pochi millimetri, Carey ha paura di essere scambiato per un insetto e schiacciato dalla stessa moglie diventata ormai un gigante irriconoscibile. In un vertiginoso ribaltamento di prospettive, entrambi non si riconoscono più come esseri umani. Cè qualcosa di kafkiano in tutto questo, ma cè anche tutta la forza della narrativa prodotta da Matheson: un potente gioco emotivo in cui intrappolare inesorabilmente i lettori. Eppure, il finale della storia offre una prospettiva salvifica forse inedita per le opere di Matheson. A millimetri zero, al termine del processo di rimpicciolimento, Carey non trova la morte e scopre un nuovo sub-universo, un microcosmo fisico in cui continuare a sperare e lottare per la propria sopravvivenza. Il terrore metafisico di svanire nel nulla assoluto finisce per essere esorcizzato, superato dalla scoperta di una nuova dimensione esistenziale.
Sono stati in molti ad osservare (da King a Evangelisti) che è inadeguato considerare Matheson uno scrittore di fantascienza. La vena più autentica di Matheson, infatti, è quella legata alle storie del terrore e del soprannaturale, da &lt;b&gt;La casa dinferno &lt;/b&gt;a &lt;b&gt;Io sono Helen Driscoll&lt;/b&gt;. Del resto, lirruzione del terrore nel quotidiano e il conseguente crollo di tutte le certezze è una strategia narrativa che lo stesso King non ha mai fatto mistero di aver appreso leggendo i libri di Matheson.
In realtà, la narrativa, le sceneggiature, linsieme delle idee elaborate da Matheson difficilmente possono essere circoscritte in un genere specifico o ricondotte ad una cifra facilmente identificabile. Matheson ha concepito infatti alcune delle più suggestive idee che hanno segnato ed ancora oggi muovono nel nostro immaginario. Pensiamo al film &lt;i&gt;Zombie &lt;/i&gt;di Romero, palesemente tratto da &lt;b&gt;Io sono leggenda&lt;/b&gt;, alle tante sceneggiature per serie cult come &lt;i&gt;Ai confini della realtà &lt;/i&gt;o &lt;i&gt;Star Trek&lt;/i&gt;, oppure destinate al cinema (&lt;i&gt;Radiazioni BX: distruzione uomo&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Duel&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Frantic &lt;/i&gt;per citarne solo alcuni). Moltissimi ricorderanno quando negli anni settanta, epoca in cui erano ancora bambini o adolescenti, la Rai trasmise in prima serata la &lt;i&gt;Trilogia del terrore &lt;/i&gt;con il famoso episodio del feticcio di legno che insegue una ragazza tentando di farla a pezzi.
Nel 1991, la Mondadori dedicò a Matheson un volume della collana I massimi della fantascienza. Il volume dedicato a Matheson, in una dignitosa cura editoriale, raccoglieva i romanzi: &lt;b&gt;I vampiri&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;Tre millimetri al giorno&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;Io sono Helen Driscoll &lt;/b&gt;e una raccolta di racconti, con piccoli gioielli tipo &lt;b&gt;Nato duomo e di donna&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;Scomparsa graduale &lt;/b&gt;e &lt;b&gt;Su dai canali&lt;/b&gt;. È difficile riuscire a dire se quel libro dei &quot;Massimi della fantascienza&quot; abbia avuto grande fortuna, o quanto meno abbia realizzato in Italia la fortuna di Matheson facendolo conoscere al grande pubblico (quello fuori dallaudencie degli appassionati per intenderci). Più o meno, proprio in quel periodo, un autore come Philip Dick iniziava ad aver successo fuori dai confini tradizionali della fantascienza. Grazie anche allaccorta opera di riscoperta intrapresa da Fanucci, Matheson trova oggi in Italia un nuovo pubblico di appassionati. Non so se i riconoscimenti che comincia ad avere come scrittore eguaglieranno la fama già consolidata tra i cinefili. Di certo siamo sulla buona strada.</text_more></entry>
<entry id='1159' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1159' author_id='1' authored_on='20050111023116' basename='la_spia_jung_psicoanalisi_al_servizio_degli_usa' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050111023116' modified_on='20050110233221' ping_count='0' status='2' title='La spia Jung: psicoanalisi al servizio degli Usa' week_number='200502'><text>di &lt;b&gt;Ennio Caretto&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;7179022.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/7179022.gif&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;159&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;WASHINGTON - E il 3 febbraio del 1943. David Bruce, il capo dello spionaggio Usa in Europa, riceve un dispaccio dellagente 110 da Berna. «Lagente 488 - dice il dispaccio - riferisce che Hitler si nasconde in un bunker sotterraneo nella Prussia dellEst e che chiunque voglia vederlo deve passare ai raggi X». Lagente 488, continua il dispaccio, «conosce bene i tratti psicopatici di Hitler e crede che adotterà le più disperate misure fino allultimo, ma non esclude che si suicidi». Il dispaccio esorta lo spionaggio americano «a prestare la massima attenzione alle analisi dellagente 488 dei sinistri leader del nazismo tedesco e del fascismo italiano: il suo giudizio sulle loro possibili reazioni agli eventi mi è di grande aiuto nel valutare la situazione». Lagente 110 è Allen Dulles, il fido di William Donovan (Bill il selvaggio), il fondatore dellOss, il servizio segreto Usa. Lagente 488 è Carl Gustav Jung, un maestro del pensiero europeo, lex «principe ereditario» di Sigmund Freud nel regno della psicoanalisi.</text><text_more>La collaborazione degli agenti 110 e 488, vagamente nota ma di cui signorava la profondità, è loggetto di un capitolo di una biografia affascinante di Deirdre Bair, già vincitrice del premio National per unaltra di Samuel Beckett e unaltra ancora di Simone de Beauvoir. &lt;b&gt;Jung &lt;/b&gt;- così sintitola il libro di quasi 900 pagine pubblicato da Little Brown - si rivolge innanzitutto agli studiosi, è la monumentale ricostruzione di una vita e un insegnamento straordinari. Ma apre anche uno squarcio inatteso sulle simpatie politiche del grande e discusso psicoanalista. 
Come il filosofo tedesco Martin Heidegger, lo svizzero Jung, morto nel 61 alletà di 85 anni, fu accusato di antisemitismo e di collaborazionismo. Secondo i critici, il padre della teoria seminale dellinconscio collettivo, che coniò termini celebri come «la nuova età», si prestò alla propaganda ariana. Bair lo contesta. E vero, afferma, che Jung, forse per antagonismo a Freud, rilasciò dichiarazioni sulla «psicologia degli ebrei» che vennero strumentalizzate dai nazisti e che fino al 40 fu presidente della Società medica di psicoterapia da essi controllata. Ma in quella veste, «cercò di salvare i colleghi ebrei, li aiutò a iscriversi ad associazioni di altri Paesi per proteggerli e aiutò finanziariamente i pochi che riuscirono a riparare in Svizzera». Dulles lo giudicò «genuinamente ostile al nazismo e al fascismo». 
Sulla base di documenti inediti e di interviste con i discendenti di Jung, Deirdre Bair ne ha ricostruito il percorso politico. Per qualche tempo, forse nellillusione di potere influenzare gli eventi, scrive, Jung collabora con Matthias Heirich Goering, il cugino del gerarca Hermann Goering. Ma dal 18 Jung teme che «la bestia bionda si svegli e qualcosa accada in Germania» e lascesa di Hitler - e di Mussolini in Italia - glielo conferma. 
Lincontro dei due leader a Berlino nel 37, incontro a cui assiste, aumenta il suo disagio. Sostiene la Bair: Jung, che ha accomunato il presidente americano Franklin Roosevelt ai due dittatori e a Stalin, si augura che la Germania venga divisa: a suo parere, sarebbe lunico modo di preservare la pace in Europa. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, Jung ha 65 anni, è malato. Nel 42, respinge la richiesta di un medico tedesco di andare in Germania a psicoanalizzare Hitler. «Il medico gli dice apertamente che un gruppo di alti ufficiali è preoccupato del comportamento irrazionale del Führer, che si è messo a bere - spiega la Bair -. Ma non gli dice che gli ufficiali sperano in una diagnosi che convinca i vertici a deporre Hitler e a finire una guerra che sanno di perdere». Pochi mesi dopo, Jung è invitato a partecipare a un altro complotto. Tramite un amico comune, lo psichiatra Wilhelm Bitter, il generale Walter Schnellenberg, il capo dei servizi segreti nazisti allestero, gli chiede di comunicare agli alleati che la Germania vuole disfarsi del Führer: è pronta allarmistizio per rimanere libera di battersi sul fronte russo. 
Questa volta Jung acconsente, ma il suo emissario a Londra viene intercettato. E il momento dellingresso in scena di Allen Dulles come assistente allambasciatore americano a Berna. Dulles contatta unamericana sposata a uno svizzero, Mary Bancroft, che diverrà la sua amante e che appartiene alla cerchia di Jung. Il suo obiettivo è di arruolare un agente segreto nazista, Hans Berndt Givesius, distaccato alla ambasciata tedesca. Givesius è un uomo dellammiraglio Wilhelm Canaris, il capo dellopposizione a Hitler. Bancroft ne diventa linterprete e Givesius accetta di collaborare. Ma la donna è convinta che Jung, che riceve continue informazioni dalla Germania, possa essere altrettanto utile a Dulles. Grazie a lei, i due lavoreranno assieme. 
A guerra terminata, lagente 110 dichiarerà che «le attività dellagente 488 devono rimanere riservate» e rifiuterà di scendere nei particolari. Deirdre Bair è convinta che siano state preziose. Rivela che persino il generale Dwight Eisenhower, il futuro presidente degli Stati Uniti, si è avvalso del servizio di Jung: nel 45, gli ha sottoposto i volantini per la popolazione civile lanciati dai suoi aerei sulla Germania affinché si arrenda pacificamente. «Dovete appellarvi al lato migliore dei tedeschi - suggerisce Jung - al loro idealismo, al loro amore della verità, alla loro decenza. E importante che colmiate il buco della inferiorità morale, è molto più efficace della propaganda distruttiva». 
Jung non lo sa, ma quello stesso anno a Washington lFbi, la polizia federale americana, chiuderà il dossier aperto su di lui alcuni anni prima per sospette simpatie fasciste e naziste. 

&lt;i&gt;[dal «Corriere della Sera» del 26.01.2004]&lt;/i&gt;</text_more></entry>
<entry id='1160' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1160' author_id='1' authored_on='20050111035031' basename='ucciso_gary_webb' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050111035031' modified_on='20050110235215' ping_count='0' status='2' title='Ucciso Gary Webb?' week_number='200502'><text>&lt;img alt=&quot;garywebbra.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/garywebbra.jpg&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;111&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;E&apos; successo: Gary Webb, il giornalista di cui &lt;i&gt;Carmilla &lt;/i&gt;ha pubblicato &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2003/05/000242.html#000242&quot;&gt;un&apos;intervista&lt;/a&gt;, è stato trovato morto. Gary Webb era l&apos;autore del celeberrimo &lt;i&gt;The Dark Alliance&lt;/i&gt;, con cui ha denunciato il sistema americano e la CIA come produttori e distributori di droghe di massa, mirate al controllo della popolazione. La sua inchiesta, pubblicata sul &lt;i&gt;San José Mercury News&lt;/i&gt;, gli meritò il premio Pulitzer.
Le autorità americane parlano di suicidio.
Pubblichiamo un articolo di  &lt;u&gt;Fabrizio Casari&lt;/u&gt; [&lt;a href=&quot;http://www.reporterassociati.org&quot;&gt;www.reporterassociati.org&lt;/a&gt;], alla fine della cui lettura la ricostruzione della polizia Usa sembra riciola oltre che tragica.</text><text_more>&lt;img alt=&quot;garywebb2.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/garywebb2.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;106&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;&lt;b&gt;TROVATO MORTO IL REPORTER GARY WEBB. SUICIDIO?&lt;/b&gt;
&lt;i&gt;di Fabrizio Casari&lt;/i&gt;

Gary Webb, giornalista investigativo vincitore di un premio Pulitzer, è stato trovato senza vita nella sua abitazione a Sacramento County, e il suo caso è stato subito definito un suicidio. Nel 1996 Gary Webb era stato lautore di una serie di articoli pubblicati sul San Jose Mercury News intitolati &quot;Dark Alliance&quot; (La Scura Alleanza), rivelando che per anni, tonnellate di cocaina, poi vendute alle varie gangs di Los Angeles, avevano fornito degli ottimi profitti alla CIA 
Quarantanove anni, tante inchieste, due premi Pulitzer. Gary Webb apparteneva a quella categoria di giornalisti per i quali la notizia non è conveniente o sconveniente, ma semplicemente vera o falsa. Trovato morto a casa sua con due pallottole in corpo, aveva ripetutamente denunciato minacce ed incursioni notturne nel suo appartamento. Linformazione ufficiale, che risponde agli editori che a loro volta rispondono agli inserzionisti, che a loro volta finanziano i politici che quellinformazione controllano, non lo ha mai amato. Anzi, fatto raro in verità, lo ha osteggiato, combattuto e discreditato quando pubblicava le sue inchieste, ignorato quando ha ricevuto i due prestigiosi riconoscimenti. Gary Webb era quel che si dice un giornalista scomodo.
Renitente alla guerra al comunismo voluta da Reagan, decise di guardare dal di dentro il ruolo della Cia in America centrale.
Erano gli anni 80, quelli dellimpero del male. Quelli dei muchachos sandinisti e dei guerriglieri salvadoregni o guatemaltechi per i grandi media statunitensi, che lanciavano allarmi sulla penetrazione comunista nel patio trasero giustificando metodi, uomini e dollari impiegati a tenere lontane le orde guerrigliere. Anche Holliwood ci metteva del suo e la produzione di immondizia su pellicola sfornava rambi, seals, agenti spericolati e improbabili combattenti per la libertà da spacciare sugli schermi e sugli home video. Visti dagli States, gli anni 80 erano questo e poco più. Visti dallAmerica centrale, erano gli anni delle nuove dottrine militari statunitensi, quali la guerra a bassa intensità.
Una sorta di rivoluzione della dottrina militare classica che sinsegnava a West Point; controguerriglia, popolazione locale direttamente coinvolta, finanziamenti ridotti e, soprattutto, clandestini. Già, perché lallora Costituzione vigente negli Usa, obbligava il Presidente a dare notizia al Congresso di qualunque iniziativa militare fuori dai confini nazionali. Reagan scopre luovo di Colombo: fare la guerra, farla fare ad altri in nome e per proprio conto, aggirando il Congresso, che poneva veti alla guerra contro il Nicaragua culminati nellEmendamento Boland nel 1984. Nessuna copertura finanziaria dunque, visto che il Congresso ignorava o proibiva.
E allora, come finanziarla? Ci pensò la Cia, organizzando su scala internazionale un traffico di stupefacenti ed armi i cui proventi vennero destinati alla guerra sporca in Nicaragua.
I Contras, definiti da Reagan combattenti per la libertà, erano gestiti da alcuni personaggi principalmente legati agli esuli anticastristi della Florida al comando di Felix Rodriguez e Luis Posada Carriles, agli ex appartenenti alla Guardia Nazionale di Somoza guidati dal maggiore Enrique Bermudez e a mercenari di varia nazionalità arruolati in ogni dove del mondo. Erano addestrati da uomini dellintelligence israeliana, argentina e cilena. La supervisione del tutto era affidata alla Cia e il collegamento tra questa santa alleanza e la Casa Bianca era rappresentato dal colonnello Oliver North e dal maggiore Pointexder e il garante della copertura presidenziale era il Vice presidente George Bush, ex capo della Cia.
Su tutto questo Gary Webb aveva deciso di ficcare il naso.
Aveva documentato, con dovizia di particolari, lirruzione massiccia del crack nei sobborghi neri di Los Angeles quale fonte tra le più importanti del finanziamento ai contras. Aveva intervistato decine di persone, investigatori della polizia locale e uomini che avevano scelto di parlare pur restando nellanonimato, eccezion fatta per Michael Levine, ex poliziotto della narcotici; ma si era basato soprattutto sulle carte giudiziarie pubblicate riguardanti procedimenti passati e pendenti. Aveva quindi scoperto che una rete di trafficanti nicaraguesi che faceva arrivare la cocaina dalla Colombia a Los Angeles, agiva protetta e coperta dalla Cia.
Il grande pusher era Freeway Rick, che fece fortuna con il boom del crack, trasformando la cocaina da vizio dei ricchi a tragedia dei poveri. Un affare dalle dimensioni spaventose, un enorme mercato conquistato a passo di carica.
Anche altri grandi giornali avevano fatto cenno a possibili traffici di droga per finanziare la guerra sucia in Nicaragua, ma solo Gary Webb e il &lt;i&gt;San Josè Mercury News&lt;/i&gt;, quotidiano della Silicon Valley, decisero di vedere come, quando, e grazie a chi arrivava la droga negli Stati Uniti. Scoprì il ruolo dellaviazione militare salvadoregna, vera e propria agenzia di viaggi della coca proveniente dalla Colombia. Dalla base di Ilopango, in El Salvador, fino in Texas, la coca viaggiava ben custodita e non sorvegliata. La Commissione Kerry del Senato americano, appurò poi che anche laereoporto militare della Florida era una delle destinazioni previste di questi viaggi a basso rischio ed alto profitto.
Enrique Bermudez, ex alto ufficiale della guardia nazionale di Anastacio Somoza, noto torturatore ed assassino, era nella versione Contra il comandante della Fdn (Fuerza democratica nicaraguese), una delle tante sigle partorite dalla fantasia di Langley era il responsabile diretto del progetto. Era luomo che si riuniva due volte al mese con emissari della Cia e del Dipartimento di Stato. Alla fine della guerra, nel 1990, il gruppo di lavoro per lAmerica Centrale venne formalmente sciolto.
Bermudez venne poi ucciso alcuni anni dopo da due colpi di pistola sparatigli a bruciapelo nel centro di Managua e la responsabilità venne attribuita ad un commando segreto sandinista, mentre Luis Posada Carriles divenne istruttore dei servizi segreti salvadoregni.
Di tutto questo scriveva Gary Webb, che ha prodotto una documentazione estesa sui rapporti tra la Cia, il Dipartimento di Stato e la Dea con i cartelli colombiani. Il suo libro Alleanza oscura è una miniera inesauribile di documenti e testimonianze da non lasciare dubbi al riguardo. Il traffico di armi con lIran (da cui è sorto lIrangate, presto insabbiato e ridotto a meccanismo deviato di un corpo sano) ha garantito larmamento dei contras, mentre quello della droga con i cartelli colombiani ha garantito i finanziamenti per lintera operazione.
Gli attori, da Felix Rodriguez a Luis Posada Carriles, da Otto Reich a Oliver North, fino a Luis Zuniga, si sono rifatti unimmagine consona.
Cosa fanno oggi? Felix Rodriguez, agente Cia, divenuto famoso per essere lorganizzatore della cattura e dellassassinio di Ernesto Guevara, è ancora al suo posto, pare si occupi infatti del collegamento tra i gruppi paramilitari degli anticastristi e la Cia. Luis Posada Carriles, veterano della Baia dei Porci, il più noto dei terroristi anticastristi, autore dellesplosione in volo di un aereo della Cubana de Aviacion sui cieli delle Barbados nel 1976, con un saldo di 73 morti, è stato appena scarcerato con un indulto su misura della ex-Presidente di Panama, Mireya Moscoso, intima amica del Governatore della Florida Jeb Bush, fratello del Presidente ed eletto con i voti della comunità cubana e nicaraguese di Miami.
Si trovava in carcere insieme ad altri 3 compari della Fnca (Fundacìòn Nacional Cubano-Americana) di Miami per aver tentato di far esplodere un ordigno con decine di chili di C4 durante una conferenza di Fidel Castro alluniversità di Panama City. Il processo era ancora in corso e laspettava una probabile, pesantissima condanna. Ora è libero ed ha ripreso i suoi contatti con lFnca.
Otto Reich, dopo aver organizzato il fallito colpo di Stato contro Chavez di un anno fa, dirige il gruppo di lavoro del Dipartimento di Stato Usa su Cuba. Lo stesso impiego (solo meno declamato) di Oliver North. Luis Zuniga, dopo aver rappresentato il Nicaragua di Aleman alla Commissione diritti umani dellOnu a Ginevra (!!), opera di nuovo con la Fnca.
Le pedine sono tornate al loro posto. Gary Webb, reporter coraggioso, armato solo dellamore per la sua professione, è stato trovato morto nel suo appartamento con due colpi di fucile sulla faccia. Le autorità parlano di suicidio.
Chi vuole può crederci.</text_more></entry>
<entry id='1161' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1161' author_id='4' authored_on='20050112051946' basename='polemica_balorda_contro_i_wu_ming' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050112051946' modified_on='20050112122804' ping_count='0' status='2' title='Polemica balorda contro i Wu Ming' week_number='200502'><text>di &lt;b&gt;Valerio Evangelisti&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;ProgMem18.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/ProgMem18.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;175&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
Mi vedo costretto a fare ciò che più vorrei evitare: intervenire su queste pagine per &#8220;fatto personale&#8221;. Vi avevo rinunciato anche nelle rare occasioni in cui su qualche sito o qualche giornale erano apparse considerazioni sul mio conto poco gradite. Di norma non ritengo dignitoso instaurare polemiche che poi si esauriscono da sole, dopo avere imbrattato tutte le parti in causa.
Se questa volta violo la regola, è perché la faccenda di cui sto per parlare non riguarda realmente me, bensì i Wu Ming. Io vi entro solo in quanto vengo &#8220;usato&#8221; come arma contro di loro. Cosa stupefacente per chi sappia quanto io stimi i Wu Ming, collabori regolarmente con loro (vedi ultimamente il caso Battisti) e li ritenga, nel panorama letterario nazionale, il gruppo di scrittori più vicini alle mie vedute (il che non significa che siano sempre identiche). Per non parlare dell&#8217;amicizia personale, che negli anni si è solo rafforzata.
</text><text_more>Entrando nel merito, mi tocca riassumere per sommi capi una vicenda poco importante e dimenticata, che non interesserà nessuno dei lettori di &lt;i&gt;Carmilla On Line&lt;/i&gt;. Mi scuso con costoro. Lo faccio solo perché è stata rievocata da un noto sito &#8220;di movimento&#8221;, forse un po&#8217; troppo liberale nell&#8217;accettare i contributi più disparati, a rischio di trasformarsi periodicamente in un collettore di immondizia. Comunque è scelta sua e non la discuto; solo, evito di scrivervi, ed è per questo che le mie precisazioni escono su &lt;i&gt;Carmilla&lt;/i&gt;.
Era il 1990 e all&#8217;università di Bologna il movimento di occupazioni detto &#8220;La Pantera&#8221; si era appena spento (l&#8217;averlo sostenuto mi costò l&#8217;incarico quanto mai precario che svolgevo presso la facoltà di Scienze politiche). L&#8217;esperienza veniva in qualche modo continuata da una miriade di collettivi, sia politici che culturali. Uno di questi, politico e culturale al tempo stesso, si chiamava &lt;i&gt;Transmaniacon&lt;/i&gt;. Oltre che nell&#8217;ambito universitario, agiva nella rete ECN, una bbs (Internet esisteva già ma non era ancora accessibile al grosso pubblico).
Il collettivo sembrava ispirarsi al situazionismo (non starò a spiegare ai lettori ignari cosa sia; facciano da soli le loro ricerche). Uno dei suoi esponenti &#8211; uno solo, si badi &#8211; fu poi tra i fondatori del Luther Blissett Project, e oggi porta il nome di Wu Ming 1. Gli altri quattro sono estranei alle sue esperienze.
A quei tempi ero il direttore di una rivistina intitolata &lt;i&gt;Progetto Memoria &#8211; Rivista di storia dell&#8217;antagonismo sociale,&lt;/i&gt; che tra alterne vicende sopravvisse per quasi un decennio. Parte dei redattori di &lt;i&gt;Progetto Memoria&lt;/i&gt; diedero poi vita a &lt;i&gt;Carmilla&lt;/i&gt;, cartacea e on line; ma ciò non vuol dire che dietro &lt;i&gt;Carmilla&lt;/i&gt; si nasconda l&#8217;antico &lt;i&gt;Progetto Memoria&lt;/i&gt;. Non più di quanto, dietro i Wu Ming, si celi lo scheletro del collettivo &lt;i&gt;Transmaniacon&lt;/i&gt;.
Nel numero 14 &lt;i&gt;Progetto Memoria&lt;/i&gt;, nel proprio editoriale (se ben ricordo, scritto da me), attaccò duramente i &#8220;transmaniaci&#8221;, sia pure di sfuggita. Il tema era il pericolo di commistioni tra destra e sinistra, ed era accaduto che il collettivo preso di mira avesse diffuso su ECN testi &#8220;negazionisti&#8221; (cioè di autori che, facendo perno sull&#8217;esistenza o meno di camere a gas nei lager nazisti, giungono a negare un tentativo di sterminio totale degli ebrei da parte del Terzo Reich). Il resto del fascicolo di &lt;i&gt;PM&lt;/i&gt; era però polemico principalmente nei confronti degli storici &#8220;revisionisti&#8221; alla Ernst Nolte o alla Renzo De Felice. Categoria diversa e forse più temibile, anche se i &#8220;negazionisti&#8221; tentano di assimilarsi a essa definendo se stessi &#8220;revisionisti&#8221;.
Personalmente credo di non essere sospettabile di &#8220;negazionismo&#8221;: quando mi occupavo di storia ho scritto parecchio sul tema, e conservo una lettera di tale Cesare Saletta che, dopo una mia trasmissione radiofonica contro i &#8220;negazionisti&#8221;, mi coprì di insulti. Credo anche che &lt;i&gt;Progetto Memoria&lt;/i&gt; facesse sostanzialmente bene a rimproverare con durezza il collettivo &lt;i&gt;Transmaniacon&lt;/i&gt;: settori minoritari del movimento antagonista cominciavano a prendere troppo alla lettera i suoi interventi, e tesi ambigue, proprie normalmente dell&#8217;estrema destra, iniziavano a circolare anche nell&#8217;estrema sinistra.
Tuttavia la &lt;i&gt;vis polemica&lt;/i&gt; (accentuata da questioni di schieramento) portava ad appiattire e a semplificare. E&#8217; forse vero che i &#8220;transmaniaci&#8221;, che come tutti i situazionisti erano influenzati dal pensiero di Amadeo Bordiga, tendevano a negare la specificità dell&#8217;Olocausto (se la seconda guerra mondiale è stata conflitto interno alla borghesia, come vuole la vulgata bordighista, tutte le parti in causa, alleati e nazifascisti, si equivalgono sotto il profilo morale). E&#8217; però anche vero che non era quello l&#8217;obiettivo centrale del collettivo. Da un lato cercava di provocare a fini di dibattito, dall&#8217;altra difendeva la legittimità di conoscere e discutere anche tesi eterodosse. Due obiettivi male impostati e peggio conseguiti, secondo me, ma che comunque non implicavano un legame tra il collettivo &lt;i&gt;Transmaniacon&lt;/i&gt; e l&#8217;estrema destra.
In seguito quelle controversie si esaurirono e il collettivo si dissolse. Nulla di simile riapparve nell&#8217;azione culturale dei Luther Blissett, né in quella dei Wu Ming. Anzi, fu opera loro &lt;i&gt;Asce di guerra&lt;/i&gt;, forse il libro più vivacemente e visceralmente antifascista mai apparso in Italia. Per non parlare degli articoli e degli interventi su &lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com/&quot;&gt;Wumingfoundation&lt;/a&gt;, su &lt;i&gt;Carmilla&lt;/i&gt; stessa, su altri siti della rete, in ogni ambito della cultura. Solo il &#8220;complesso di Tafazzi&#8221;, cioè l&#8217;impulso a darsi martellate sui coglioni (vizio tipico della sinistra in genere, che nell&#8217;estrema sinistra si ritrova amplificato), può indurre qualcuno al tentato linciaggio, per fortuna subito abortito, degli scrittori più coerentemente antagonisti esistenti in Italia.
Ma il colmo dello squallore è servirsi di cinque righe di &lt;i&gt;Progetto Memoria&lt;/i&gt; risalenti a quindici anni fa (!), e di oggetto totalmente diverso, per cercare di negare l&#8217;evidenza e provare a inchiodare i Wu Ming a un&#8217;identità che è l&#8217;inverso della loro. Antisemiti, negazionisti, criptonazisti. Ma scherziamo? Il movimento antagonista dovrebbe ringraziare ogni giorno il cielo di avere dalla propria parte intellettuali della loro levatura. Io, che non ho di certo la loro coerenza, lo faccio. E diffido dal coinvolgermi in battaglie astiose e insensate, chiuse da millenni e portate avanti solo da Terminators mezzi pazzi. Con tutto il revisionismo autentico che c&#8217;è in giro, la guerra da combattere è ben altra.


</text_more></entry>
<entry id='1162' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1162' author_id='4' authored_on='20050113031409' basename='nascita_di_una_leggenda_i_pericoli_del_fumo_passivo' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050113031409' modified_on='20050113031442' ping_count='0' status='2' title='Nascita di una leggenda: i pericoli del &quot;fumo passivo&quot;' week_number='200502'><text>di &lt;b&gt;William T. Whitby&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;ScarlettJohansson.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/ScarlettJohansson.jpg&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;98&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
Ancora prima di smascherare la falsità della teoria del cancro polmonare da fumo, mi sembra urgente ridimensionare le paure del «fumo passivo», detto anche «fumo involontario» o «di seconda mano ». Si tratta di un concetto del tutto infondato sul quale i fanatici nemici del fumo fanno affidamento per ottenere consensi e far sì che il fumo venga proibito su treni, autobus e dovunque. Se si potesse dimostrare  e io credo che sia facile  che si tratta di una pura assurdità, non sarebbe più possibile appellarsi ai pericoli per la salute per bandire il fumo dai luoghi pubblici.</text><text_more>Alla domanda: che prove ci sono? non si può che rispondere: non ve ne sono affatto. Tutto ebbe inizio all&apos;improvviso, quando un ex capo dei servizi sanitari americani, un funzionario statale, dichiarò pubblicamente che respirare il fumo in una stanza o su un treno o in qualsiasi altro luogo dove vi siano dei fumatori ha effetti dannosi per la salute. Sfidato a fornire le prove, dovette battere velocemente in ritirata e ammettere che non ce n&apos;erano e che l&apos;unica cosa che si poteva dire è che era «sgradevole». Ma lOms fece propria la dichiarazione e pubblicò un rapporto che sosteneva la pericolosità del fumo passivo
Molti scienziati di fama internazionale hanno dimostrato, con esperimenti scientifici, che si tratta di una fantasia totalmente priva di basi. Il professor H. Shievelbein dell&apos;Università di Monaco, che è stato membro della commissione di esperti dell&apos;Oms su fumo e salute, svolse un&apos;indagine accurata e affermò che non vi erano prove che il fumo passivo recasse danni alla salute. Il professor Aviado, dell&apos;Università di Pennsylvania, ha dichiarato: «Misurazioni compiute dei livelli di monossido di carbonio in luoghi chiusi e della quantità di nicotina assorbita dai fumatori, ci permettono di concludere che respirare fumo nei luoghi pubblici non costituisce un rischio per i non fumatori». Il professor Klosterkotter, dell&apos;Università di Essen, ha dichiarato che è « assolutamente impossibile» che il fumo passivo danneggi la salute. I professori Hinds e First di Harvard hanno condotto vari esperimenti e dichiarato (1975) che il presunto rischio era «fuori questione». Il dottor P. Harke nel 1970 compì il seguente esperimento: una stanza di metri 7,60 per 9, alta 2,40 venne riempita col fumo prodotto da 150 sigarette consumate meccanicamente. Le concentrazioni misurate di monossido di carbonio risultarono non perniciose.
Tra gli scienziati che hanno demistificato l&apos;assunto, citerò i professori S. Hyden, F. Epstein, O. Gsell e E. Winter.
E necessario ricordare che il monossido di carbonio (CO), sul quale soprattutto si fa affidamento per suscitare timore, si trova comunemente nell&apos;aria. Qualsiasi processo di combustione produce CO, per esempio i gas di scarico delle automobili, i falò di spazzatura, gli inceneritori, i fornelli da cucina. Numerosi scienziati affermano che il fumo di sigaretta è una fonte del tutto trascurabile di monossido di carbonio, al confronto di altre fonti naturali o artificiali. E tuttavia esso viene agitato come spauracchio dagli antifumo.
Il dottor Helmut Wakeham ha scritto su « Preventive medicine» (dicembre 1977) che il monossido di carbonio contenuto nel fumo di tabacco che si diffonde nell&apos;ambiente non rappresenta un rischio per la salute poiché è infinitesimale. Dà poi la descrizione di un esperimento «al limite»: 21 persone vengono chiuse in una stanza di metri 3,70 per 4,50, alta metri 2,40. Sigillata la stanza, viene immesso il fumo di 80 sigarette e 2 sigari per la durata di oltre un&apos;ora. Perfino in tali condizioni anormali, il tasso di monossido di carbonio contenuto nel sangue raggiunse solo il 2,6%, significativamente più basso del 4% raccomandato dall&apos;Oms.
L. S. Jaffe pubblicò sugli «Annals of New York academy of sciences» del 1970 i risultati di ricerche da lui compiute, che mettevano in evidenza che la quantità di CO prodotta dal fumo di sigaretta, rispetto al CO totale contenuto nell&apos;atmosfera, è talmente trascurabile da non poter essere neppure espressa in percentuale. Inoltre, il « Times » di Los Angeles ha pubblicato la notizia che gli abitanti della città vengono sommersi ogni giorno da 9.000 tonnellate di monossido di carbonio prodotto dalle industrie.
C. P. Yaglou nel 1955 compì un esperimento in cui venivano fumate 24 sigarette all&apos;ora in una stanza di metri 4,80 per 3, alta 2,70. Risultò che la concentrazione di monossido di carbonio nell&apos;aria era troppo bassa per danneggiare chi non fumava, per quanto la stanza fosse piena di fumo azzurrognolo (e bisogna tener presente che è impossibile produrre quella quantità di fumo in condizioni normali).
R. E. Eckhardt e la sua équipe sottoposero (come riferiscono su «Archives of environmental health», 1972) per due anni delle scimmie a un livello di monossido di carbonio superiore da due a sette volte a quello di sicurezza (stabilito dall&apos;Environmental protection agency statunitense). Non furono trovate differenze significative rispetto alle scimmie di controllo.
La Società germanica per la medicina industriale trovò che il danno del fumo passivo non era stato riconosciuto e concludeva che non era giustificato proibire di fumare nei posti di lavoro. Un simposio internazionale patrocinato dalla Bavarian academy of industrial and social medicine giunse a conclusioni simili.
Il dottor Ragnar Rylander, un ricercatore svedese, ha affermato: « La maggioranza della popolazione è probabilmente molto meno esposta al fumo di tabacco diffuso nell&apos;ambiente che non all&apos;aria inquinata delle zone industriali ».
A un&apos;udienza congressuale, il dottor E. Fisher, docente di patologia all&apos;Università di Pittsburg, testimoniò che è prova di mancanza di informazione scientifica sostenere che il fumo di tabacco nell&apos;atmosfera provochi dei rischi per la salute.
Il dottor H. Langston, ex presidente dell&apos;American association for thoracic surgery, testimoniò che non vi è nessuna evidenza a sostegno dell&apos;accusa di effetti dannosi per la salute da parte del fumo passivo.
È interessante far notare che perfino il famoso dottor Doll ha espresso l&apos;opinione che non è provato che il fumo di tabacco nell&apos;atmosfera sia causa di malattie nei non fumatori. Venendo dall&apos;uomo le cui relazioni diedero il via a tutti i timori nei confronti del fumo, è veramente degno di nota.
Nel 1978 fu data grande pubblicità al resoconto di un esperimento compiuto da Aronow (su dieci pazienti soltanto, si noti bene) da cui risultava che il fumo del tabacco causava dolore cardiaco in pazienti con preesistenti malattie al cuore. Il professor Fisher criticò l&apos;esperimento in una udienza del Congresso perché «non era stato condotto secondo criteri scientifici». Uno specialista del torace di Los Angeles, il dottor A. Niden, definì «discutibile» il rapporto. Il dottor S. Knoebel, un eminente ricercatore,  dichiarò che non è accertato che il fumo di tabacco nell&apos;atmosfera agisca sfavorevolmente sui malati di cuore.
In risposta all&apos;affermazione che il fumo passivo provochi affezioni polmonari, gli scienziati Schmelz, Hoffman e Wynder hanno concluso che esso non aumenta il rischio per queste malattie, come venne confermato anche da Garfinkel dell&apos;American cancer society.
L&apos;affermazione che i bambini hanno la salute pregiudicata dal fumo dei genitori è stata categoricamente respinta da molti scienziati inclusi i ricercatori della Johns Hopkins University. Lebowitz e altri dell&apos;Università dell&apos;Arizona svolsero un&apos;indagine su 1655 famiglie e non trovarono alcuna correlazione.
Kerrebjin, dopo cinque anni di studio sui bambini, concluse: «I genitori che fumano e quelli che non fumano hanno circa la stessa percentuale di bambini con affezioni respiratorie. Il numero di sigarette fumate non ha alcuna influenza sul sistema respiratorio dei loro bambini ».
Dopo uno studio su 376 famiglie con 816 bambini, Bouhuys, che è contrario al fumo, ammise che il fumo dei genitori non causava affezioni polmonari nei bambini o in altri membri della famiglia.
È evidente che suscitare timori per la salute dei bambini è solo un modo piuttosto vigliacco per ottenere consensi giocando sui sentimenti dei genitori. Tali timori sono stati dimostrati privi di fondamento.
Persone che non fumano dicono di manifestare sintomi che, secondo l&apos;opinione di alcuni scienziati, sono dovuti più alla collera di vedere qualcuno che fuma che al fumo in se stesso.
Rummel e colleghi svolsero un&apos;indagine su un campione di studenti universitari. Dopo alcune domande sul loro atteggiamento verso il fumo, furono esposti al fumo. Fu trovato che quelli cui non piaceva il fumo avevano un ritmo cardiaco più veloce dopo l&apos;esposizione.
L&apos;esperienza della Western Airlines dimostra come i fattori psicologici giochino un ruolo importante. Esperimenti sull&apos;areazione avevano dimostrato che il modo migliore per non esporre al fumo le persone che non fumavano era di mettere i fumatori da un lato del corridoio e i non fumatori dall&apos;altro. Quando si tentò di mettere in atto questa misura, i non fumatori si lagnarono. Sembra che a uno che non fuma basti soltanto vedere qualcuno che fuma per sentirne l&apos;odore. La compagnia aerea dovette abbandonare il sistema, sebbene tutte le verifiche avessero dimostrato che in questo modo l&apos;aria risultava meno inquinata.
Alcuni scienziati hanno commentato che le eventuali limitazioni al fumo vanno giustificate col disturbo che può provocare e non con i danni fisici. Il «British medicai Journal» nel 1978 specificò che qualunque divieto del fumo «deve essere basato su considerazioni di preferenza piuttosto che su gravi rischi accertati per la salute ».
Rendendosi conto che lo spauracchio della salute non ha funzionato, gli antifumo hanno lanciato una crociata per far sì che il fumo divenisse socialmente inaccettabile e per promuovere un&apos;immagine sfavorevole del fumatore e del fumo. Questo, in un certo sènso, equivale ad ammettere che non c&apos;è alcuna prova valida che il fumo passivo sia un pericolo per la salute.
Molto significativo è il rapporto del 1977 del Royal college of physicians, che evidenziò l&apos;assurdità della guerra scatenata contro il fumo passivo, perché « non c&apos;è chiara evidenza del danno alla salute derivante dalla normale esposizione al fumo altrui nei luoghi pubblici».
A un&apos;udienza del Congresso del 1978 diciotto scienziati misero in evidenza che il fumo passivo non può causare alcun danno.
Non voglio annoiare il lettore con i numerosi nomi dei ben noti scienziati che hanno parlato contro questa mostruosa bugia, sono troppi per poterli elencare qui, ma sono tutti registrati.
Riveste un certo interesse che le seguenti organizzazioni abbiano clamorosamente fallito nella ricerca di validi indizi di danni arrecati dal fumo passivo ai non fumatori: l&apos;Us Health Service, la Us Federai aviation administration, la Us Inter-state commerce commission e un gran numero di riviste mediche inclusi «Lancet», il «Journal of the New England medical association», «Environmental research» e «Environmental medicine».
In un interessante rapporto proveniente dalla Germania si legge che un tribunale, nel respingere la richiesta di proibire il fumo in certe aree, disse: « L&apos;opinione predominante della scienza medica è che non esistano prove che ci sia rischio per la salute a causa del fumo passivo » (Nordrhein westfalen administrative court, 1981).
Alcuni medici antifumo con un certo senso di responsabilità hanno ammesso l&apos;inesistenza di danni fisici, per esempio il dottor R. Stallones dell&apos;American committee on smoking and health e il dottor J. Rhoads, presidente dell&apos;American cancer society. Perfino il dottor E.C. Hammond, decano della Cancer Society il cui lavoro è stato usato ampiamente dagli antifumo, ha affermato: «Non vi è il minimo indizio che un non fumatore possa essere colpito dal cancro per il fumo di &quot;seconda mano&quot;, mentre vi sono moltissimi indizi che indicano che è addirittura impossibile. Dire che il fumo passivo può causare il cancro è disonesto». Potrebbe esserci qualcosa di più schietto?
L&apos;Ash è un&apos;organizzazione antifumo molto forte, tuttavia perfino il suo gruppo di esperti ammise nel 1973 che «il fumo passivo non rappresenta un pericolo significativo per la salute dei non fumatori tranne in condizioni abnormi, in locali privi di aerazione come quelli usati durante gli esperimenti ».
Nel suo più recente rapporto (1979), costato molti milioni di dollari, il Surgeon General statunitense aveva l&apos;opportunità di alimentare l&apos;allarmismo nei confronti del fumo passivo, ma, di fronte all&apos;opposizione unanime del mondo scientifico, saggiamente lasciò correre. Su questo punto, io ho fatto il nome di moltissimi scienziati, nel rapporto ne vengono citati più di ottanta (nessuna delle loro ricerche fornisce prove plausibili sulla pericolosità del fumo passivo) ma, tranne un paio, non coincidono con quelli da me elencati. Forse perché al Surgeon General non sono noti studiosi come Schievelbein, Aviado e gli altri? O forse perché le loro ricerche non sono confacenti al suo rapporto? Lo lascio decidere al lettore.
Ignorino, o vogliano ignorare, tutti questi rapporti, i fanatici antifumo stanno ancora tentando di far introdurre dei divieti sulla base del conclamato pericolo del fumo passivo e sebbene sia stato dimostrato più e più volte che è assolutamente falso, insistono perversamente e con indicibile disonestà. Sanno bene che devono fare così perché è l&apos;arma più potente del loro arsenale, più potente della paura del fumo, dal momento che spaventare i fumatori non ha avuto neanche lontanamente un successo pari a quello ottenuto spaventando i non fumatori. E lo hanno ottenuto con le menzogne che hanno suscitato paura e isterismo, con l&apos;odio per i fumatori che uccidono con il fumo passivo. La gente spaventata gira con distintivi con su scritto: « II tuo fumo mi sta uccidendo». I fautori della campagna vanno intorno strillando « aria pura». Ma dov&apos;è l&apos;aria pura oggi? Nelle città l&apos;aria è satura di agenti di inquinamento di tutti i generi. Perfino lontano dalle città non lo si può sfuggire.	
Riguardo al fumo passivo, un&apos;altra rivendicazione assolutamente infondata è che alcuni sono allergici al fumo di tabacco. Gli scienziati ci dicono che tale allergia non esiste. Ai giorni nostri è diffusa l&apos;abitudine di usare il termine «allergia» per indicare che qualcosa da fastidio, il che vorrebbe dire che affermare che si è allergici alla propria moglie o viceversa è scientifico. L&apos;ultimo rapporto del Surgeon General degli Stati Uniti stabilisce: «L&apos;esistenza di un&apos;allergia al fumo del tabacco non è provata».

&lt;i&gt;Da William T. Whitby,&lt;/i&gt; Il fumo vi fa bene, &lt;i&gt;Rizzoli, 1983. Il dottor William Whitby, australiano, è stato a lungo presidente della British Medical Association.
Le sue conclusioni sull&apos;innocuità del fumo passivo hanno trovato conferma in un recente rapporto della stessa Organizzazione Mondiale della Sanità: &lt;/i&gt;Multicenter CaseControl Study of Exposure to Environmental Tobacco Smoke and Lung Cancer in Europe&lt;i&gt;, in Journal of the National Cancer Institute, Vol. 90, No. 19, Ottobre 1998.&lt;/i&gt;

</text_more></entry>
<entry id='1163' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1163' author_id='12' authored_on='20050113153924' basename='il_verde_livore_della_discordia_una_noterella' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050113153924' modified_on='20050113223716' ping_count='0' status='2' title='Il verde livore della discordia. Una noterella...' week_number='200502'><text>...di &lt;b&gt;Roberto Bui&lt;/b&gt; (alias Wu Ming 1)

&lt;img alt=&quot;detritus.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/detritus.jpg&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;right&quot;/&gt;Solo due parole, senza perdere troppo tempo, ché gli amici mi invitano a lasciar correre ma siccome l&apos;attacco è personale c&apos;è una riflessione da fare (appunto) in prima persona. 
Qualcuno sta dedicando la propria vita al tentativo - peraltro vano - di scalfire il mio buonumore. 
Nella più totale assenza di fonti o pezze d&apos;appoggio, il mio nome (e cognome, ripetuto in modo ossessionante) è fatto oggetto di calunnie e sistematici tentativi di diffamazione. Calunnie addirittura neo-barocche, piene di orpelli, di &lt;i&gt;gargoyles&lt;/i&gt;, altorilievi, come le facciate di certe cattedrali... ma costruite sulle sabbie mobili e naturalmente destinate ad affondare. Cui prodest? 
Nei giorni scorsi qualcuno ha ricordato proprio le vicende del Black Panther Party raccontate dal mio alter ego, Wu Ming 1, nel suo romanzo &lt;i&gt;New Thing&lt;/i&gt;. Ad un certo punto la comunicazione di movimento fu &quot;dirottata&quot; dall&apos;FBI verso un pantano di dicerie, illazioni, pettegolezzi maligni, frasi mai dette ma attribuite e ossessivamente ripetute, accuse reciproche tanto gravi quanto infondate. La discordia e il sospetto lievitarono come ciambelle avvelenate, e ciascun compagno - pur criticando il &lt;i&gt;trend&lt;/i&gt; - assaggiava una fetta e commentava.</text><text_more>Senza andare troppo in là e troppo in alto con le citazioni, basterebbe ricordare l&apos;albo di Asterix intitolato &lt;b&gt;Asterix e la zizzania&lt;/b&gt;. In quell&apos;episodio, i romani mandano nel villaggio dei Galli tale Tullius Detritus, &quot;un essere spregevole, ma molto capace. L&apos;orribile, verde livore della discordia apparirà al suo passaggio, è miracoloso&quot;.
Resta da capire se anche in questo frangente sia in azione un Tullius Detritus, o se - ipotesi più semplice, ma anche più avvilente - ciò che fu il &quot;movimento&quot; produce da sé i propri &quot;esseri spregevoli&quot;.
Quel che è certo è che spazi nati per la comunicazione libera e orizzontale si sono via via trasformati in cannoni carichi di letame e fandonie, puntati contro la capacità di riflettere e ragionare. Non sta a me cercare di appurare le responsabilità, e comunque non in questa sede. Rimane il fatto che ci sono ambiti protetti di comunicazione totalmente irresponsabile, usati per calunniare nell&apos;anonimato e nell&apos;inattingibilità più completa.

Ad ogni modo: sfido chiunque a dimostrare che in una qualunque occasione e in una qualunque fase della mia vita io abbia scritto o detto che mai vi furono camere a gas nei lager nazisti o che non vi fu sterminio degli ebrei da parte del regime hitleriano.
Sfido chiunque a dimostrare che in una qualunque occasione e in una qualunque fase della mia vita io abbia sostenuto posizioni diverse da questa: &lt;i&gt;i fascisti di ogni tendenza e sfumatura vanno combattuti sempre, per ogni dove e con ogni mezzo che sia necessario&lt;/i&gt;.
Sfido chiunque a dimostrare che in una qualunque occasione e in una qualunque fase della mia vita io abbia giustificato le azioni di un regime nazifascista o un qualunque crimine d&apos;impronta o ispirazione nazifascista.
Sfido chiunque a dimostrare che in una qualunque occasione e in una qualunque fase della mia vita io abbia sostenuto posizioni basate sulla discriminazione di un popolo, di un&apos;etnia, di una razza (non credo alla loro esistenza), di una cultura, di un genere.
Sfido chiunque a dimostrare che in una qualunque occasione e in una qualunque fase della mia vita io abbia criticato un&apos;azione di antifascismo militante per motivi che non fossero la sua scarsa efficacia o la sua approssimativa realizzazione.
Sfido chiunque a dimostrare che in una qualunque occasione e in una qualunque fase della mia vita io abbia criticato la memoria storica della Resistenza per fini diversi dal suo rinnovamento e perfezionamento, verso una migliore prevenzione dell&apos;insorgere di nuovi fascismi.

Il mio buonumore non è pregiudicato, ma ho visto in sogno i miei parenti morti, nonni e zii comunisti e partigiani, mio nonno Settimo deportato a Mauthausen (ci rimase undici mesi)... 
Beh, &lt;i&gt;loro&lt;/i&gt; mi hanno detto di non essere affatto di buonumore: - Chi cazzo sono questi maiali lordi di merda che s&apos;inventano infamie sul tuo conto? Sono dei fascisti, dei delatori? - Mio nonno dice che ai loro tempi la questione del &quot;cui prodest&quot; si risolveva senza troppe chiacchiere: i provocatori e le spie si passavano per le armi senza indugi.
Bei tempi, quelli. Poca fatica. Oggi tocca parlare, ragionare... Il numero delle porcilaie è aumentato a dismisura, e sono più inquinanti di quelle di una volta.
Bella idea, l&apos;&lt;i&gt;open publishing&lt;/i&gt;. Peccato che di belle idee e buone intenzioni sia lastricata la via dell&apos;inferno. </text_more></entry>
<entry id='1164' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1164' author_id='1' authored_on='20050114001707' basename='la_lobby_italiana_delle_armi' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050114001707' modified_on='20050114001736' ping_count='0' status='2' title='La lobby italiana delle armi' week_number='200502'><text>&lt;i&gt;Tutti i nomi di chi, da anni, cerca di &quot;convincere&quot; il Parlamento ad abolire la legge 185/90. E non sono solo industriali&lt;/i&gt;
di &lt;b&gt;Gabriella Meroni&lt;/b&gt;
&lt;i&gt;[da &lt;a href=&quot;http://web.vita.it&quot;&gt;VITA&lt;/a&gt;]&lt;/i&gt;

&lt;img alt=&quot;weapon.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/weapon.jpg&quot; width=&quot;141&quot; height=&quot;106&quot; border=&quot;0&quot; hspace=6 vspace=2 align=right /&gt;La lobby delle armi? Non è un fantasma, esiste. Non è un&apos;invenzione dei soliti pacifisti new global, sempre un po&apos; dietrologi, che attaccano i soliti grandi vecchi, rispolverando tutta la retorica delle buone utopie. No. Questa volta non è retorica, è realtà: perché la lobby delle armi esiste veramente, ha una sede (a Roma), attività precise (resoconti e pubblicazioni), un portavoce (Carlo Festucci), perfino una relazione annuale, consultabile da chiunque. </text><text_more>&lt;b&gt;Il Gruppo Poles&lt;/b&gt; 
Non ci credete? Un po&apos; di pazienza. Questa storia inizia qualche anno fa, precisamente nel 1999, quando all&apos;interno dell&apos;Associazione industrie per l&apos;aerospazio, i sistemi e la difesa (la sigla è Aiad), organizzazione di categoria cui aderiscono 80 imprese, nasce un gruppo di lavoro sulle politiche per l&apos;esportazione. 
Si chiama Poles e ha un preciso incarico: fare pressione su politici, industriali e opinion leader affinché passi l&apos;idea che la legge 185/90 è sbagliata e inadeguata e, soprattutto, fa perdere un sacco di quattrini all&apos;industria della difesa italiana. Per questo il gruppo, che si ritrova presso la sede di Aiad, in via Nazionale 200 a Roma, produce documenti e incontra parlamentari. Ma soprattutto non perde di vista il disegno di legge che deve ratificare gli accordi commerciali europei, perché è proprio in questo disegno di legge (oggi denominato 1927, e approvato già da due commissioni della Camera) che il gruppo ripone le proprie speranze di affossare definitivamente la tanto odiata 185/90. 
Si legge infatti nella Relazione annuale 2000 di Aiad, pubblicata il 4 luglio scorso: «L&apos;attività del gruppo di lavoro Poles è ferma da quando si è arenato in Parlamento il disegno di legge di modifica della legge 185/90 () L&apos;attenzione del gruppo è per il momento limitata al monitoraggio di azioni di ratifica, da parte dell&apos;Italia, di accordi plurinazionali a livello europeo (); ratificato Occar a fine 2000, il secondo (l&apos;accordo quadro che si tenta di ratificare in questi giorni, ndr) ha visto fallire il tentativo di portare in Consiglio dei ministri il disegno di legge di approvazione». 
Sempre nel 2000, tra ottobre e novembre, alcuni esponenti di Aiad incontrano il presidente Ciampi e l&apos;onorevole Marco Minniti, allora sottosegretario alla Difesa, per esporre loro una serie di aspettative. Dulcis in fundo, il Segretariato generale della Difesa (cioè il ministero retto oggi da Antonio Martino) chiede al gruppo Poles di «collaborare a una verifica delle leggi e norme nazionali in vigore eventualmente da modificare» in seguito alla ratifica degli accordi commerciali europei. Se non è attività di lobby questa 

&lt;b&gt;&quot;C&apos;è troppa 185&quot;&lt;/b&gt; 
Da parte sua, il direttore di Aiad, che è anche il coordinatore di Poles, Carlo Festucci, non si tira indietro. «Vogliamo modificare la 185, perché è inaccettabile che i nostri concorrenti europei abbiano norme più praticabili delle nostre sulle esportazioni di armi», dice a &lt;i&gt;Vita&lt;/i&gt;. Inutile chiedergli se trova necessarie le regole che impediscono all&apos;Italia di fare affari con Paesi in guerra, che violano i diritti umani, o sono governati da dittatori. 
«Queste sono sciocchezze», ribatte. «La verità è che se un Paese si trova sotto embargo delle Nazioni Unite nessuno può vendergli niente, mentre nel caso italiano ci sono Paesi proibiti solo perché lo decide il ministero degli Esteri». Ma è proprio per questo che la nostra legislazione è considerata più avanzata di altre «Più avanzata? Più retrograda, semmai, perché ci espone alla concorrenza sleale di Paesi che hanno le mani libere». Quindi il vostro sogno è vedere approvato il disegno di legge 1927? «Sì, anche se a me quel testo non piace per niente». Mi lasci indovinare: è troppo restrittivo? «Esatto. C&apos;è ancora troppa 185/90, lì dentro». 

&lt;b&gt;La congiura di Istrid&lt;/b&gt; 
Se gli industriali si muovono, i politici non stanno fermi. Sentite cosa dicevano, con toni da congiurati, nella primavera del 1999 (quindi all&apos;inizio dell&apos;iter del ddl 1927) alcuni autorevoli parlamentari, imprenditori e generali. 
Siamo a un seminario organizzato dall&apos;Istrid-Istituto ricerche e informazioni difesa, a dieci anni dalla legge 185. Intervengono, tra gli altri, l&apos;onorevole Giuseppe Zamberletti, allora alla commissione Esteri della Camera; il generale Renzo Romano, direttore dell&apos;Istituto superiore di Stato maggiore interforze; Enzo Benigni, presidente di Elettronica; Alfonso Sparola, dirigente di Alenia. Attacca Zamberletti: «Nella legge (la 185, ndr) vi sono contraddizioni e norme, introdotte dall&apos;area parlamentare più utopistica e massimalista, realmente assurde, come quelle relative a Paesi in via di sviluppo». 
Sottolinea Romano: «Se si vuole sopravvivere la prima cosa da mutare, ancor prima dell&apos;inconsulto regolamento, è l&apos;atteggiamento politico nei confronti dell&apos;intera materia». Benigni fa due conti: «Gli spazi (dell&apos;industria italiana, ndr) si sono troppo erosi. Siamo passati dai 4mila miliardi l&apos;anno dei primi anni 80 ai 2mila del &apos;97. Le cause sono molte: normativa infelice, bilanci scarsi specie della Difesa, scarsa propensione al rischio e lentezza industriale nelle innovazioni, carenza di sostegno governativo costante e lungimirante, aree pacifiste essenzialmente ostili». Conclude Sparola: «Per troppo tempo abbiamo vissuto nell&apos;assurdo. Se vogliamo creare un&apos;industria europea, le merci devono muoversi liberalmente (...) Esistono già legislazioni valide da 25 anni, come in Germania e in Francia. Non si vede poi perché ogni Paese non possa adottare liberamente e come iniziativa nazionale la normativa più intelligente». è l&apos;inizio della santa alleanza tra industria, Parlamento e forze armate che oggi sta per portare a termine il suo attacco finale alla 185/90. A meno che la società civile non riesca a fermarli. 

&lt;b&gt;Chi sono i nemici &lt;/b&gt;
Un settore notevole, composto da oltre 80 imprese che fatturano 7 miliardi di euro, impiegano 48mila addetti e concorrono, pur costituendo solo l&apos;1% della produzione industriale, per il 18% alla determinazione del saldo commerciale italiano. Questi i numeri dell&apos;industria italiana per l&apos;aerospazio e la difesa. 

&lt;b&gt;L&apos;universo Finmeccanica &lt;/b&gt;
La parte del leone la fa Finmeccanica, grande società in cui lo Stato è azionista di riferimento con il 32% delle azioni (un altro 4% è dell&apos;Iri). La compongono società molto note come Alenia, Agusta, Meteor, Otobreda, Elsag. Secondo l&apos;ultimo bilancio, relativo al 2000 (quello del 2001 è atteso per la fine di marzo), Finmeccanica ha fatto segnare ricavi per 12mila miliardi di lire, di cui il 60% all&apos;estero. I dipendenti sono 40mila. Da tempo si parla del cambio della guardia nella dirigenza di Finmeccanica: il mandato del presidente Alberto Lina, nominato dal governo D&apos;Alema, e della sua squadra è infatti in scadenza. Composito il consiglio di amministrazione uscente, in cui figurano top manager come Vittorio Colao di Omnitel, Corrado Passera di Poste Italiane, Maurizio Prato di Alitalia, Achille Colombo di Falck; dirigenti pubblici come Antonio Lirosi (ministero Industria), Lorenzo Bini Smaghi e Carlo Tamburi (Tesoro); c&apos;è Alberto Clò, presidente dell&apos;aeroporto di Bologna e intimo di Romano Prodi; Vittorio Ripa di Meana del gruppo L&apos;Espresso; Sergio Maria Carbone, ordinario di Diritto internazionale a Genova e autore di un documento, pubblicato durante il G8 e realizzato con l&apos;associazione Punto di fraternità, a favore della cancellazione del debito dei Paesi poveri. </text_more></entry>
<entry id='1165' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1165' author_id='1' authored_on='20050114002600' basename='chester_himes_rabbia_ad_harlem' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050114002600' modified_on='20050114002629' ping_count='0' status='2' title='Chester Himes: &lt;i&gt;Rabbia ad Harlem&lt;/i&gt;' week_number='200502'><text>&lt;img alt=&quot;himescover.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/himescover.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;150&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;b&gt;Roberto Barbolini&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;himes.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/himes.jpg&quot; width=&quot;77&quot; height=&quot;98&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Due volte nero: per il colore della pelle e per le sue storie violente, una specie di hard-boiled etnico che, come sottolinea Manuel Vàzquez Montalbàn nella prefazione a &lt;b&gt;Rabbia ad Harlem&lt;/b&gt; (edito da Marcos y Marcos, 224 pagine, ora 13.50 euro) hanno fatto parlare di lui come di un Balzac di colore. Ma Chester Himes non ha bisogno di nobilitazioni che sono sempre un modo per ridurre il sorprendente a categorie rassicuranti;
 così come  pur non sfigurando accanto ai grandi nomi di Raymond Chandler e Dashiell Hammett  non deve essere incasellato, neanche con le migliori intenzioni, nellambito della narrativa poliziesca.</text><text_more>Adesso anche il cinema lo scopre: da Rabbia ad Harlem è stata tratta una pellicola di Bill Duke presentata allultimo Festival di Cannes. Ma per troppo tempo Himes ha vissuto da esiliato negli inferi dogni biblioteca dabbene.
Durante gli anni 50 e 60, in Italia, usciva nella collana di Longanesi &quot;I gialli proibiti&quot;, che dietro le sollecitanti copertine scollacciate non lesinava ghiotte scoperte interdette alla più nota ma pudibonda collana mondadoriana. Poi, da allora, più nulla. Ma anche in patria il destino di questo dropout di talento non è stato migliore. Rapinatore uscito di galera come autore di manoscritti convenzionali sulla negritudine, nellalveo del realismo sociale alla Richard Wright o alla James Baldwin, Chester Himes (nato nel 1909 a Jefferson City nel Missouri) campò facendo i mestieri più svariati, dal  barman allimpiegato nellindustria degli armamenti. Vissuto ad Harlem per quasi un decennio a partire dal 45, Himes fu poi in Europa: dapprima in Francia, dove scrisse per la &quot;Série Noire&quot; di Gallimard, poi in Spagna, dove morì, semi-dimenticato, nell84.Jackson, un negro molto pio e scombinato coinvolto in un bidone colossale dalla maliarda &quot;fidanzata&quot; Imabelle, si mette sulle sue tracce coadiuvato dal gemello Goldy, alias suor Gabriel, che campa raggirando i gonzi travestito da suora e facendo soffiate alla polizia. Il primo è spinto dallamore, notoriamente cieco; il secondo dalla brama per il malloppo proditoriamente celato in un baule che Imabelle si porta appresso. 
Partendo da queste premesse, Himes innesca latroce farsa di Rabbia ad Harlem (ben sottolineata nel suo arduo impasto linguistico dalla traduzione di Sandro Ossola). Ed è una comicità che confina con linferno. Quando una testa  non dirò quale  schizza via, lurlo del malcapitato possessore fa tremare &quot;i polmoni tubercolotici e i feti scomodi delle ragazze madri&quot;, giù ad Harlem. Tremano gli scarafaggi e le mosche addormentate, le cimici grasse e piene di sangue, i gatti sornioni e i cani nelle loro cucce sporche. Il grido inumano fa sobbalzare persino &quot;i cessi ingorgati, sgorgandoli&quot;. Dalle fogne si giunge al sogno di un lieto fine. Ma come credere davvero alla falsa consolazione che Himes, implacabilmente etnologo del crimine, sembra gettare come offa al lettore ingenuo? Ha ragione Montalbàn: ormai &quot;Harlem è dappertutto, anche se non dappertutto appare un Chester Himes in grado di decodificarlo&quot;.

&lt;i&gt;[Panorama, agosto 1991]&lt;/i&gt;</text_more></entry>
<entry id='1166' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1166' author_id='1' authored_on='20050115001856' basename='processo_agli_psicofarmaci' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050115001856' modified_on='20050115001923' ping_count='0' status='2' title='Processo agli psicofarmaci' week_number='200502'><text>&lt;img alt=&quot;zoloftdrug.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/zoloftdrug.gif&quot; width=&quot;85&quot; height=&quot;150&quot; border=&quot;0&quot; hspace=6 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;b&gt;Rob Waters&lt;/b&gt;
&lt;i&gt;[da &lt;a href=&quot;http://www.adbusters.org/home/&quot;&gt;Adbusters&lt;/a&gt;, tradotto da Loredana Stefanelli per &lt;a href=&quot;http://www.nuovimondimedia.com&quot;&gt;Nuovi Mondi Media&lt;/a&gt;]&lt;/i&gt;

I produttori di antidepressivi cooperano con i procuratori distrettuali affinchè venga smentito il coinvolgimento di questi farmaci in atti criminali compiuti da coloro che ne fanno uso. In gioco ci sono la reputazione dellantidepressivo più venduto negli Stati Uniti, i suoi 3 milioni di dollari di vendita  e il futuro di molte persone.</text><text_more>Durante i suoi 12 anni, le uniche figure constanti e affidabili nella turbolenta vita di Christopher Pittman erano state i nonni paterni. Amava i suoi nonni con tutto il cuore, ha dichiarato Joe Pittman, il padre del ragazzo. Erano la sua vita. Tuttavia, la notte del 28 dicembre del 2001 Christopher si alzò dal letto e prese il fucile da caccia calibro 410 con meccanismo a pompa, che era stato tramandato da suo nonno a suo padre e da suo padre a lui. Quindi sparò ai corpi addormentati di Joe Frank Pittman (66 anni) e di sua moglie Joy (62), poi incendiò la casa e scappò via.
Questanno, in data tuttora ignota, Christopher, che oggi ha 15 anni, verrà processato  probabilmente come adulto  per omicidio di primo grado in unaula giudiziaria del South Carolina. Ha ammesso di aver commesso i delitti ma ha anche affermato di aver agito in preda a un attacco di agitazione e di psicosi causato dallo Zoloft, un antidepressivo che aveva assunto per tre settimane.
Questa difesa che chiama in causa lutilizzo di antidepressivi è già stata utilizzata da almeno 100 persone accusate di violenza o di omicidio ma la Pfizer, la casa produttrice dello Zoloft, non vuole che tale linea abbia successo  specialmente in un momento come questo, in cui i produttori e lFDA sono finiti sotto tiro per aver nascosto delle informazioni riguardo i pericolosi effetti collaterali degli antidepressivi. Perciò gli avvocati della compagnia stanno facendo quello che hanno già fatto molte altre volte, ossia assistere i procuratori di stato fornendo informazioni mediche e consigli legali.
Agli inizi degli anni 90 Eli Lilly, produttore del Prozac, diede avvio alla prassi di aiutare i procuratori distrettuali che perseguivano quegli imputati che incolpavano il farmaco per i loro atti di violenza. In seguito gli avvocati della Pfizer, la casa farmaceutica più grande del mondo, crearono un manuale del procuratore per lo stesso scopo.
Il manuale della Zofolt è già in sé un segreto custodito con grande attenzione  e la Pfizer ha pensato di continuare a mantenerlo tale. Ma nel 2001 una vedova fece causa alla Pfizer poiché il marito si era suicidato dopo sei giorni di assunzione dello Zoloft. I suoi avvocati scoprirono nei documenti della Pfizer un riferimento a un documento chiamato manuale del procuratore e ne chiesero una copia.
La Pfizer si oppose alla richiesta, affermando che si trattava di informazioni riservate tra la compagnia e i suoi avvocati. Il giudice accolse la richiesta di rendere pubblico il manuale  osservando che era stato ideato per prevenire qualsiasi danno alla reputazione della Pfizer nel caso in cui un imputato avesse presentato con successo una difesa che citasse in causa lo Zoloft - ma in seguito convenne che il manuale venisse sigillato ed escluso dalla documentazione pubblica.
James Hooper, uno degli avvocati della Pfizer, ha dichiarato che talvolta gli avvocati della compagnia hanno fornito ai querelanti il manuale, nei rari casi in cui limputato tenta di accusare il farmaco per un suo atteggiamento in qualche modo criminale. Per il procuratore è importante avere delle informazioni accurate. Cerchiamo di assicurarci che sia scoperta la verità. Hooper rifiutò di fornire una copia del manuale a Mother Jones.
Anche la GlaxoSmithKline, la casa produttrice dellantidepressivo Paxil  altro farmaco usato per brevi periodi da Christopher  ha fornito delle informazioni per il processo Pittman. A giugno, durante unudienza, il pubblico ministero John Justice ha affermato di aver ricevuto un manuale dalla GlaxoSmithKline e che i rappresentanti della Pfizer gli hanno fornito documenti e informazioni su Peter Breggin, un esperto di difesa psichiatrica. Mi hanno consigliato il modo per esaminare Breggin  e mi hanno istruito su come dovrebbero funzionare queste medicine, ha dichiarato Justice alla Corte.
Fino a poco tempo fa gli imputati che hanno chiamato in causa gli antidepressivi per spiegare episodi di violenza hanno raramente vinto la causa. Tuttavia, mano a mano vengono alla luce delle informazioni riguardo al fatto che i produttori sappiano già da tempo che queste medicine possono spingere alcune persone verso impulsi suicidi e violenti, la controversia legale sta macinando terreno
. Nel 2001, una giuria del Wyoming emise un verdetto secondo il quale il Paxil aveva indotto il sessantenne Donald Schell a uccidere la moglie, la figlia, la nipote e infine se stesso e ordinò alla GlaxoSmithKline di pagare 6.4 milioni di dollari ai membri restanti della famiglia. Tre ore prima dellomicidio, Schell aveva assunto le sue prime due compresse di prova del Paxil.
 Nellaprile di questanno, una giuria di Santa Cruz, California, ha assolto Andrew Meyers dallaccusa di tentato omicidio. Meyers aveva colpito un amico con unarma appuntita, simile a un tirapugni, sfregiandogli la testa. Un neuropsichiatria ha testimoniato che lo Zoloft aveva eliminato le inibizioni di Meyers e il controllo dellimpulso, in modo da fargli esprimere unemozione passeggera  la rabbia  con improvvisa violenza.
 In Florida il processo di Lesile Demeniuk , accusata di aver ucciso i suoi figli di quattro anni nel 2001, è in attesa mentre i querelanti si sono appellati alla decisione del giudice secondo la quale due esperti della difesa potevano testimoniare che la Demeniuk al momento dellomicidio era involontariamente intossicata e psicotica a causa dellassunzione dello Zoloft e del Paxil.
Uno dei querelanti nel caso Demeniuk, lassistente del pubblico ministero Norma Wendt, ha dichiarato a Mother Jones che gli avvocati della Pfizer le avevano offerto consigli e documenti riguardanti altre battaglie giudiziarie. Posso prendere il telefono e chiamare Jim Hooper o un altro avvocato della Pfizer, ha dichiarato la Wendt. Sperano come il diavolo che vinceremo.
Tornando nel South Carolina, Christopher Pittman potrebbe dover affrontare la prigione. Sarà, fin dallinizio, un ulteriore travaglio in una vita già agitata. La madre, Hazel, lo abbandonò quando aveva sei settimane. Negli anni seguenti, visse con la nonna, da solo col padre oppure con le altri mogli di questultimo. Ma per la maggior parte del tempo visse con i genitori di Joe.
Mia madre e mio padre  i suoi Pop-pop e Nanna  sono stati dei genitori per lui, ha dichiarato Joe. Lui adorava il suolo su cui camminava Pop-pop.
I problemi sono iniziati quando i nonni di Christopher andarono in pensione e si trasferirono nel South Carolina lasciando Christopher e sua sorella in Florida con Joe. Subito dopo la madre di Christopher riprese per un breve periodo i contatti con i suoi figli a lungo allontanati, per poi scomparire di nuovo. Christopher minacciò il suicidio e fu rinchiuso in un ospedale psichiatrico, dove gli somministrarono il Paxil.
I nonni di Christopher convinsero Joe a portare Christopher con loro nel South Carolina, dove lo iscrissero a scuola, lo portarono in chiesa e dal dottore, che gli prescrisse lo Zoloft. Christopher ha affermato che il dottore gli disse di prenderne 100 milligrammi al giorno, ma una settimana dopo aveva incrementato la dose a 200 grammi.
Quando Christopher andò a visitare il padre il giorno del ringraziamento, sembrava inizialmente un po più su di morale, ricorda Joe. Ma, ripensandoci, era quasi come unondata di adrenalina. Agitava le mani e i piedi come se fosse nervoso.
Ritornando nel South Carolina, Christopher, durante una lite sullautobus scolastico, ferì un ragazzo più giovane. I nonni assicurarono ai funzionari scolastici che lo avrebbero punito. Nel pomeriggio lo portarono a esercitarsi col coro della chiesa e poi andarono a casa. Quella notte stessa avvenne la tragedia.
Mentre giacevo sul letto non riuscivo a dormire perché nella mia testa, la mia voce continuava a ripetermi di ucciderli, ha scritto il ragazzo in una lettera che il padre ha letto allinizio di questanno a un comitato dell FDA. Mi alzai, presi il fucile, salii le scale e premetti il grilletto. Per tutto il tempo, sembrava come guardare il tuo programma televisivo preferito. Sai cosa sta per succedere ma non puoi fare nulla per impedirlo.
Gli avvocati civili che si sono uniti al team di difesa di Pittman vogliono che la Pfizer consegni i documenti confidenziali e sigillati che ha lasciato analizzare in altri casi civili in cui si dimostrava come lo Zoloft possa stimolare atti di suicidio e violenza.
La Pfizer non vuole rilasciare questi documenti e le due parti continuano a polemizzare. In gioco ci sono la reputazione dellantidepressivo più venduto negli Stati Uniti, i suoi 3 milioni di dollari di vendita  e il futuro di un ragazzo di 15 anni.</text_more></entry>
<entry id='1167' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1167' author_id='1' authored_on='20050115003610' basename='marcus_ritchie_il_costume_di_mio_padre' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050115003610' modified_on='20050115003635' ping_count='0' status='2' title='Marcus &amp; Ritchie: &lt;i&gt;Il costume di mio padre&lt;/i&gt;' week_number='200502'><text>&lt;img alt=&quot;marcuscover.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/marcuscover.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;152&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;b&gt;Simone Barillari&lt;/b&gt;
&lt;i&gt;[Le recensioni, secondo il sottoscritto, contano molto meno di altri atti. Non è quindi una recensione quella che qui propongo, bensì una quarta di copertina firmata, peraltro da un critico di cui ci si deve fidare, per la quantità e la qualità di proposte con cui da anni arricchisce il panorama editoriale italiano. gg]&lt;/i&gt;

Si può tentare di raccontare  di intendere, di immaginare  questa storia in molti modi. Per esempio, si può provare a dire che questa è la storia di due fratelli e di un padre e di una sorta di gita al mare, o piuttosto di una fuga al mare, anche questo non è sbagliato  una fuga da un attacco o comunque da qualcosa di minaccioso che incombe sulla loro casa.</text><text_more>La madre non è con loro, e si deve forse presumere che sia scomparsa in un misterioso pozzo mortale. Oppure si potrebbe dire che questa storia si svolge in una strana dimensione acquatica in cui i vestiti alterano  a volte dominano  il comportamento delle persone, in cui il tempo stesso può essere consunto e dismesso proprio come un vestito, e anche il linguaggio, si direbbe, ha la consistenza fisica di un tessuto e origina trame complesse (il narratore non riesce a parlarlo bene e a capirlo, o a decifrarlo, con la stessa facilità del fratello e del padre).
Tutti questi modi di raccontare la storia  di supporla, anche  sono ugualmente leciti ed esatti, e alla fine non si escluderanno tra loro. Ben Marcus, cui non dispiace veder comparire il proprio nome nei pressi di quelli di Donald Antrim e George Saunders, ha installato una situazione ordinaria e famigliare dentro una coerente irrealtà, di cui ha progettato un funzionamento che risulta meticoloso e oscuro. Può così applicare ai pochi eventi una prosa che obbedisce sempre e irresistibilmente al suono e alla sintassi, ma ammette significati diversi, ermeneutiche contrastanti. Un coefficiente quasi poetico di essenzialità ha generato in questa scrittura qualcosa di ambiguo e magnetico, a volte qualcosa di disturbante, e lha come elettrificata in uno stato di allerta. Forse avviene qui dentro un esperimento privato di lessico e metafisica, la compilazione di un glossario arcano che si addice a ununica famiglia o a unintera mitologia, e in cui divinare domande nuove. Anche lesistenza quotidiana insieme alle convenzioni che sorreggono la parola viene invitata allinquisizione.

&lt;i&gt;Ben Marcus, Matthew Ritchie - &lt;b&gt;Il costume di mio padre &lt;/b&gt;- traduzione di di Rossella Bernascone - Alet Edizioni - . 13,00 &lt;/i&gt;</text_more></entry>
<entry id='1168' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1168' author_id='1' authored_on='20050115004156' basename='andy_warhol_pop' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050115004156' modified_on='20050115004222' ping_count='0' status='2' title='Andy Warhol: &lt;i&gt;Pop&lt;/i&gt;' week_number='200502'><text>di &lt;b&gt;Gabriele Romagnoli&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;popmz.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/popmz.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;100&quot; border=&quot;1&quot; border=1 hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Su una cosa Andy Warhol e la sua corte dei miracoli avevano sicuramente ragione: loro arrivavano prima. Fecero un film su &quot;un marchettaro della 42ma&quot; con largo anticipo su un &lt;i&gt;Uomo da marciapiede &lt;/i&gt;e avvertirono con stupore e allarme che Hollywood e tutto l&apos;apparato commerciale stavano «entrando nel loro territorio». Cercarono di spostarsi oltre quel confine, ma non riuscirono a immaginare un&apos;altra zona franca, una nuova Factory. L&apos;epitaffio di quegli anni Sessanta in cui non era chiaro se «succedevano piu&apos; cose perche&apos; la gente stava sveglia piu&apos; a lungo e le faceva accadere o se la gente aveva cominciato a prendere l&apos;anfetamina perche&apos; c&apos;erano tante cose da fare», e&apos; una frase emblematica: «Le superstar dei vecchi tempi non venivano molto spesso alla nuova Factory, alcune dicevano che la bianchezza del loft li faceva sentire a disagio». </text><text_more>Un&apos;epoca si chiuse (anche) per una questione di gusto cromatico. Possibile, perche&apos; era un periodo cosi&apos;: tanto intenso quanto fatuo, pieno di slanci ma strangolato dal narcisismo. Andy Warhol e Pat Hackett lo raccontano in questo &lt;b&gt;Pop&lt;/b&gt;, uscito in America nel 1980. Tra le frasi famose di Warhol resta: «Mi piacciono le cose noiose (ma non significa che non mi annoino)». Filmo&apos; un dormiente per ore. Alla proiezione legarono uno spettatore, ma l&apos;autore si alzo&apos; dopo pochi minuti. 
Il testo di &lt;b&gt;Pop &lt;/b&gt;risente di questa passione. Scorre senza picchi, non esalta l&apos;aneddotica, srotola un elenco di nomi di persone (famose), ristoranti, night, marche d&apos;abbigliamento. Diviene, alla fine, un atlante sponsorizzato su cui ripercorrere un tempo fuori sincronia. Di chi lo visse colpisce il distacco dalla storia che non sia quella che sta facendo: «Quando spararono al presidente Kennedy seppi la notizia dalla radio mentre stavo dipingendo da solo nel mio studio. Non credo di aver perso una sola pennellata». Ci sono considerazioni in qualche modo memorabili. Una su tutte: «Se ci tieni alla tua privacy non farti mai sparare». Richiudendo l&apos;albume congedandosi dalle sgargianti fotografie che conteneva l&apos;impressione e&apos; che davvero abbiano precorso i tempi e con quella passione per l&apos;apparenza, la celebrita&apos;, il transitorio, la vita senza elaborazione ci abbiano lasciato in eredita&apos; questo reality show che e&apos; il nostro presente.
&lt;i&gt;[da &apos;la Repubblica&apos;, 8 gennaio 2005]&lt;/i&gt;

&lt;i&gt;Andy Warhol - &lt;b&gt;POP - Andy Warhol racconta gli anni Sessanta &lt;/b&gt;- traduzione di Camilla Scapini - Meridiano Zero - 17.00 euro&lt;/i&gt;</text_more></entry>
<entry id='1169' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1169' author_id='4' authored_on='20050116025311' basename='dannati_angeli' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050116025311' modified_on='20050116025445' ping_count='2' status='2' title='DANNATI ANGELI' week_number='200503'><text>di &lt;b&gt;Federica Vicino&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Clovis-signadiaboli.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Clovis-signadiaboli.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;183&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
Padre Bruchner si raccolse in preghiera, il rosario stretto nella destra, la sinistra avvinghiata al passamano, e ancora scale e scale  nemmeno fosse, la sua, una discesa agli inferi. Non sapeva se e quanto ancora avrebbe resistito. Si affidò allunica risorsa di cui disponeva: la preghiera. Ripeteva il rosario, biascicandolo fra le labbra molli, in un latino maccheronico impastato della lingua bastarda di quei posti. Il freddo era insopportabile, ma lui continuava a sudare: rivoli oleosi gli rigavano la fronte. Eppure continuava a scendere. Mosso da chi sa quale forza interiore. Il sepolcro emanava un tanfo rancido, di unindistinta materia organica in decomposizione. Gli bruciava nelle narici. Ma proseguì.
Si ritrovò allimbocco di un tunnel, e di questo non si sorprese. Buio a perdita docchio. Sempre abbrancando il rosario, si avviò. Era una galleria scavata nella pietra, così umida da trasudare liquido putrescente dalle pareti. La sua architettura presentava una certa discontinuità; di tanto in tanto delle voragini laterali si aprivano sullimboccatura centrale di quellimmane budello. Sembravano salti nellignoto. Neri dun nero incomparabile alla più buia e disperata delle notti. Già da un po, padre Bruchner avvertiva una strana sensazione: un pulsare di vita segreta, che si dimenava nelle venature della pietra. Si sentì come accerchiato. Ma proseguì.
 </text><text_more>Una delle aperture laterali, riluceva. Strano. Padre Bruchner vi sarrestò dinnanzi. Concentrò tutta la sua attenzione su quanto i suoi sensi riuscivano a trasmettergli. Luce remota e rossastra, odore di zolfo, un cupo rimbombo, come di tuoni. Strano. Quel buco lattraeva; quello e non altri. Strinse ancor di più il rosario, si piegò sulle ginocchia e vi entrò. Una fitta nebbia rossastra gli si diradava davanti. Fu scosso dal terrore. Un animale saltava nella penombra gassosa; un ammasso rattrappito, che tuttavia non si sarebbe potuto definire altrimenti, se non umano. Lanimale emetteva uno strano verso gutturale, ritmato e regolato nel ritmo sul rimbombo di poco fa, che ora appariva per quello che era: un suono ossessivo di tamburi. Padre Bruchner sgranò tanto docchi e invocò lAltissimo; si segnò, con la mano tremante  una, due, tre volte. Quel gesto ipnotizzò lanimale, che si eresse di colpo in tutta la sua figura. Lunghi capelli, e braccia e gambe, e ventre e seni di donna  tutti sciolti in una nudità da bestia. Animalesca nei modi, ma indiscutibilmente umana: padre Bruchner aveva di fronte una donna! Si ritrasse, divorato dal terrore. Ricordò i moniti della sua guida spirituale, nel metterlo in guardia contro i mille diversi, orribili modi di manifestarsi del maligno. Unimmagine più raccapricciante dellaltra serano cementate nel suo animo, fino a radicarvi la certezza che fuochi e tamburi e donne che ballano alla luce delle fiamme fossero una manifestazione terrena di Satana.
La donna-animale sembrò leggergli nel pensiero: strabuzzò tanto docchi, diede un grido e fuggì a perdifiato verso la danza satanica che il frate aveva finora solo sognato. In realtà aveva avuto paura del saio. Padre Bruchner non si perse danimo: seguì lanimale fuggitivo, convinto di essere vicino alla sua méta. E convinto che quella méta potesse finalmente essere ciò che cercava.
Il budello di sassi e melma sbucava in una grotta dal soffitto basso. Il pavimento era ricoperto di sabbia di uno strano colore rosso; qui molte donne-animale dilaniavano i loro corpi in una oscena nudità a ritmo di invisibili tamburi. Nello scorgere lintruso, fuggirono fra grida di terrore, spinte e scivoloni. I tamburi tacquero.
Padre Bruchner tirò un sospiro. Di colpo si rasserenò. Cercò con lo sguardo fra le stalattiti di tufo: una sola donna-animale era rimasta immobile, e lo fissava. Il frate si volse verso di lei; si era avventurato in quel viaggio con una sola certezza nel cuore: nonostante non lavesse mai vista era sicuro che lavrebbe riconosciuta. E così fu.
La donna-animale, tuttavia, gli si rivelò in tutto e per tutto inaspettata. Inaspettata nellaspetto, nei gesti e nelle movenze; soprattutto, inaspettata nel comportamento. Senza battere ciglio, tese i polsi verso il frate; camminò, fissandolo negli occhi, fino a portarsi al suo cospetto, e qui, sempre offrendogli i polsi, pronunciò le seguenti parole:
- Sei qui per prendermi?
Padre Bruchner ebbe un tuffo al cuore. E il demonio, pensò, il demonio tentatore. E già sentiva una forza immane infonderglisi nelle membra, attraverso il crocefisso che teneva al petto; il potere assoluto del bene sul male, che fluiva attraverso il rosario, nelle sue ruvide mani di uomo, maledetto demonio tentatore
E con quelle stesse mani era pronto a colpirla, inginocchiati vile bestia! Inginocchiati di fronte al potere, il sommo potere della preghiera, che svela il subdolo inganno! Lucifero che induce in tentazione!
E già era sul punto di imporle le mani, di allontanarla con i segni benedetti delleucarestia, quando altre parole scaturirono limpide dalla bocca della donna- animale:
- Fa di me ciò che vuoi. Non mi importa. Ma non fare del male alle altre che sono qui.
Padre Bruchner volle scrutare a fondo nei suoi occhi, e lo fece accostandosi al viso della donna-animale come mai aveva fatto in vita sua con un essere di sesso femminile. Trattenne il respiro, mentre quello di lei fluiva morbido, trascinandosi dietro un profumo di fiori recisi. Ebbe un fremito, che ricacciò nel buio dellanima. Pietà?  si domandò. E quella, come se avesse potuto leggergli dentro, aggiunse:
- Non voglio la tua pietà per me, ma per loro. Io no, ma loro sono innocenti.

Il generale Auheller aveva stabilito il suo alloggio nel Municipio del paese. Arrivando, con il codazzo dei suoi ufficiali, vi aveva trovato solo un vecchio custode. Si era fatto consegnare le chiavi. Laveva mandato via con due incarichi da svolgere, in fretta e senza discutere: primo, rimediare una donna del paese in grado di cucinare per lui e per i suoi ufficiali; secondo, rimediare la quindicina. Prostitute. Senza fare obiezioni e di volata. Il vecchio custode era corso via con tutta la fretta che il suo povero fisico ancora gli consentiva. Non aveva trovato né luna né le altre. Per disperazione aveva iniziato a piangere.
In chiesa, aveva cercato il conforto del parroco, padre Zohnerer, ma invano. La perpetua gli disse che padre Zohnerer era salito al convento degli Oblati, per una questione urgente, e che non si sapeva quando sarebbe tornato. Il vecchio custode cedette allo sconforto. Piangeva ancora a dirotto, quando rimise sulle spalle la mantella, rassegnato ormai allidea di tornare al Municipio a mani vuote e di andare così incontro al suo destino. La perpetua lo richiamò a sé:
- Tieni questo.  gli disse, e gli mise in mano un calendario  Padre Zohnerer si è raccomandato di appenderlo dentro al Municipio, in un punto bene in vista. 
Il vecchio custode prese passivamente il calendario, ancora tutto scosso dai singhiozzi di poco prima. Mentre si allontanava, la perpetua aggiunse:
- Non preoccuparti per le donne. Di&apos; ai soldati che arriveranno.
- E se poi non arrivano?
- Arriveranno.

La donna-animale si lasciava condurre attraverso il budello nero del sepolcro, quasi con docilità. Padre Bruchner la teneva per un braccio, ma sapeva che non avrebbe mai tentato la fuga. Tuonando come il Padreterno, prima di portarla via, aveva preteso che si mettesse qualcosa addosso. Da quel momento, aveva improntato il suo atteggiamento alla più granitica severità. Le si era rivolto di rado, e sempre con ringhiante distacco. Laveva pungolata con occhiate sprezzanti; nel toccarla si era mostrato quasi schifato. In realtà aveva paura. Non del buio limaccioso di quellantro, o di una improvvisa e violenta reazione di lei in quegli istanti temeva soprattutto se stesso. Il frate si impose il controllo. Si impose di pensare a quella donna come ad una bestia. Nientaltro. Nemmeno come preda avrebbe potuto spegnere listinto carnivoro del maschio che sottomette la femmina. E padre Bruchner, nonostante letà, non era ancora pronto a rimuovere gli istinti. 
Giunti ai piedi della scalinata elicoidale, che risaliva dalla catacomba fino allimboccatura di un miserabile pozzo, il religioso dovette fermarsi per recuperare il fiato e le forze. Allora, in un attimo di debolezza, invidiò lenergia giovanile di lei. Con una spinta, la costrinse ad addossarsi alla parete della caverna, che trasudava melma e altri immondi liquami. La donna-animale obbedì e rimase immobile a lungo, con gli occhi bassi, nel punto in cui il frate credeva di averla costretta. Pochi istanti furono sufficienti a Bruchner per comprendere che non sarebbe in alcun modo riuscito a staccarle gli occhi di dosso. Ci ragionò su. Laveva immaginata diversa da comera. Più bella e meno graziosa. Il suo sguardo limpido non lo inquietava meno della sua magrezza spettrale. A vederla così, quasi si sarebbe rammaricato per il poco riguardo con cui laveva trattata.
Tremendo, il demonio!  pensò. E con questo si riebbe. Si ritrovò meno rabbioso di prima e più fiducioso sul buon esito della sua missione. Per consolarsi si volse a guardare nella direzione che la donna-animale, da sotto le sopracciglia, spiava: il fondo buio della caverna. Nessun rumore di tamburi era più riemerso, da quando il frate aveva compiuto il sacrilegio e sradicato lanimale dalla sua insana terra oscura.
- Non sei fuggita come le altre.  mormorò Bruchner, allora, come rincuorato  Non hai paura di me?
Per rispondergli, la donna-preda gli levò in faccia uno sguardo tagliente, inondato di luce. Strano. Un animo dannato non ha luce, dentro. Strano.
- No.  fu la risposta.
-  E come mai?
Ci fu un lungo sospiro. Poi la donna-animale-preda mormorò:
- Dies medetur.
- Dies medetur  ripetè Bruchner, non senza meraviglia  Il tempo risana. Già, certo: dies vulnerat, dies medetur.
Nello spazio di un silenzio, i loro occhi si incontrarono.
- A quando risale la tua condanna?
- 1494.

Al calar del sole, quando già il vecchio custode si sentiva con un piede nella fossa e una raffica di mitra nel petto, al Municipio si presentò la perpetua di padre Zohnerer. Disse che la cuoca era lei, e chiese che cosa i rispettabilissimi signori ufficiali volessero mangiare per cena. Quindi cercò con gli occhi il calendario che aveva affidato al vecchio. Lo scorse appeso accanto al crocefisso ed alla coccarda comunale. Scambiò con il concittadino unocchiata di intesa, allo scopo (naturalmente vano) di tranquillizzarlo. Si congedò dagli impettiti ufficiali con un inchino popolano; ricomparve unora più tardi, con una cesta colma di ogni ben di Dio, dal pollo al vino. Salsicce, uova e formaggio. Uno schiaffo alla miseria della guerra. Da quelle parti si era cenato con lombrichi e topi, negli ultimi tempi. La fame aveva abbrutito gli animi non meno del terrore. Il vecchio custode si offrì di sparecchiare, e così potè almeno avere il privilegio di spolparsi gli ossi. Divorò pelle e cartilagini, aglio soffritto e rosmarino; grattò lolio incrostato sul fondo della teglia; bestemmiò la malafede del parroco, che guardava languire i suoi fedeli e intanto custodiva simili tesori. E adesso era anche sparito! Proprio nel momento più nero!

- E da allora  trasalì il vecchio frate  non hai ancora riscattato la tua anima?
Stavolta la donna-animale preferì tacere. Con un impercettibile moto di stizza, si scostò appena dalla parete dellantro; ma Bruchner le abbaiò prontamente contro:
- Non azzardarti a muoverti, rinnegata! In ginocchio! In ginocchio, ho detto! Giungi le mani e prega!
Dovette costringerla così con la forza. La docilità della donna-animale si era come dissolta. 
- Prega!  gridava ora Bruchner, travolto da una furia insospettabile.  Prega! Segnati e prega!
Le sue urla propagavano nella caverna e nel pozzo una sinistra eco.
La donna-preda appariva, piuttosto, passiva; ma pure in quella condizione, trovò una forza disarmante e tirò fuori dalle viscere un soffio, che letteralmente raggelò il povero frate.
- Questo mai.  disse.
Allora la debolezza umana si materializzò in tutta la sua miseria: padre Bruchner colpì la donna con forza, facendola crollare a terra. Poi rimase a contemplarla per alcuni, lunghissimi secondi. Respiravano entrambi pesante.
- Avrei dovuto saperlo.  blaterò il vecchio, quando riuscì a riaversi  Avrei dovuto saperlo
Si incamminarono, su per limmonda scalinata: il frate si fece precedere. Per sicurezza, allacciò un capo del suo cilicio attorno al polso della preda così lo scoprì orrendamente segnato. Ebbe un tuffo al cuore. Questo mai Adesso aveva capito.
La conformazione del pozzo era strana: il budello si attorcigliava su se stesso, quasi fosse un interminabile guscio di lumaca. Alla melma che ricopriva le pareti della caverna, giù in basso, sera sostituita ora una terra greve e dura, incrostata di livide pietre. A dispetto della profondità del pozzo, e contro ogni verosimile previsione, padre Bruchner riusciva ora ad andare più spedito, nonostante si stesse inerpicando in salita. Il fango aveva imbrattato le misere vesti della donna-animale, che ora aderivano quasi con perversa precisione al suo corpo minuto ma solido. E soprattutto nudo. Il frate incuneò lo sguardo dove potè, sempre riscuotendosi in gran segreto, e sempre richiamandosi al controllo e invocando lAltissimo perché non lo inducesse in tentazione.
- Quale fu laccusa?  ansimò dopo una buona manciata di scale.
Era convinto che parlare gli sarebbe stato daiuto; ascoltare la voce della preda avrebbe contribuito a farla somigliare meno ad una preda. 
Per tutta risposta, la donna si arrestò sui suoi passi.
- Siete un inquisitore?  domandò.
- No  sospirò Bruchner, un po sollevato  sono un esorcista.
Ora la preda sgranava tanto docchi. 
- Siete venuto fin quaggiù a prendermi per un esorcismo?
- No.
Il frate salì uno dei due gradini che lo distanziavano dalla ragazza (adesso, finalmente, quellessere immondo gli pareva nullaltro che una ragazza). Così furono faccia a faccia, e Bruchner potè razionalizzare di essere enormemente più alto e più grosso rispetto a lei.
- Perché rifiutasti labiura?  le chiese, in tono persino amichevole.
Aveva capito.

Padre Zohnerer dovette fare appello a tutte le sue energie, per non cedere allo sconcerto. La visione era sconvolgente. Padre Bruchner parve materializzarsi dal nulla nel buio della cripta; grondava sudore e lerciume, ma si reggeva ancora sulle sue gambe  e per questo cera di che ringraziare Dio. Nella destra stringeva il rosario, nella sinistra il suo cilicio: teso e duro. Allaltro capo della corda, fu appena possibile intravedere una figura scarna che barcollava. Nello stesso istante della sua apparizione, tutte le candele che bruciavano nella cripta si spensero. Lessere legato al cilicio, levò quindi due occhi tondi e grandi, che sprigionavano una luce azzurrognola.
- Eccola - sussurrò Zohnerer.
Gli altri frati erano annichiliti. Nel vedere la donna-animale caddero ginocchioni a terra e iniziarono a pregare.
Lei, la preda, si ritrasse, strattonando il cilicio. Per la prima volta, da che Bruchner laveva trovata, sembrava impaurita. Un freddo insopportabile inondò di colpo i sotterranei del convento.
Zohnerer non ci badò. Era necessario stabilire un controllo razionale assoluto sulla situazione. Si fece il segno della croce; impugnò il suo crocefisso (quello di tanti esorcismi) e lo impose alla donna-animale. La reazione fu così terribile, da disorientare anche lo stesso Bruchner. La ragazza tentò disperatamente di divincolarsi, quasi fosse stata attraversata da una lama arroventata; gridò; crollò al suolo e si raccolse con le gambe al petto e la testa fra i gomiti. La scena suscitò a sua volta uninaspettata, quanto sconvolgente, veemenza nei frati, che iniziarono a indirizzarle contro i loro anatemi, come stessero scagliando pietre. Zohnerer vide i loro occhi infiammarsi di una furia selvaggia, le loro bocche contorcersi nellinvocare lAltissimo e nel ripetere la formula del rituale esorcistico per allontanare la bestia. Saliva, sudore, umori corporei di chi sa quale natura in molli rivoli grondavano dalle cappe dei sai, nonostante lincubo del freddo. In quel crescendo di carnivora estasi, con la preda che ormai si divincolava a terra sotto la ferocia divina dei frati, quasi fosse divorata da una fiamma invisibile, padre Bruchner ruppe ogni indugio: facendosi largo a gomitate, si gettò a terra, a proteggere col suo corpo malmesso, ma imponente, la piccola donna-animale.
- Fratelli!  tuonò Zohnerer.
La danza macabra si arrestò allistante. Tanto che, con un filo di voce, il parroco potè aggiungere:
- Fratelli, controllo. La bestia è in nostro potere, ma non dobbiamo compiacerci di questo.
Si accostò al groviglio umano che ansimava a terra, nel quale con difficoltà, ora, si sarebbe distinto fra Bruchner e la sua preda-animale. Unocchiata bastò ad intimare al frate di ritrarsi.
La donna, rannicchiata vicino ad un austero altare di pietra grezza, si dondolava un poco in avanti e mandava dei singhiozzi sommessi. Nondimeno, quando avvertì la vicinanza dellesorcista, sfiorando con le labbra il pavimento, mormorò:
- Perché mi fate questo? Ho già pagato per la mia colpa. Perché mi fate questo?
Zohnerer la ignorò.
- Alzati, Estrella.  le ordinò.
Quel nome, pronunciato con fermezza, ferì laria. La donna-animale si irrigidì. Levò gli occhi, a cercare il volto di colui che ancora la indicava con quellidentità dimenticata. I suoi occhi adesso luccicavano. Si alzò. E rimase ferma, scossa solo da un impercettibile tremore. Accennò unocchiata alla folla di frati che, nonostante il generoso -e ambiguo- intervento di padre Bruchner, le incombeva addosso.
- Di cosa mi si accusa?  chiese.
- Fa silenzio.  le intimò Zohnerer. 
Con un gesto colmo di enfasi mistica, il prete sollevò il suo crocifisso e lo piantò a mezzaria, davanti al volto della donna-animale. Quindi aggiunse:
- Verrai con me e mi obbedirai senza discutere. Sono io il tuo padrone, adesso. Satana non può nulla contro di noi, per salvarti. 
Avvertì un formicolìo allaltezza dei reni e nel basso ventre; il sangue gli pulsava imperterrito nelle tempie; una forza animale si propagava dalle natiche allinguine; lo aggredì unira che si sarebbe detta funesta. Fra i denti, grugnì:
- E non provare a tentarmi, bestia.
Distinto, volse lo sguardo a padre Bruchner, che ancora osservava a bocca aperta lincredibile scena.
- Gli uomini sono deboli.  soggiunse  ma la volontà di Dio sa renderli inattaccabili.

- Dovrete confessarvi, purificare la vostra anima, padre Bruchner.  mormorò Zohnerer.
Laltro gli sedeva di fronte, stretto in pochi, miseri stracci, impensierito, spossato.
Prima di accostarsi alla donna-animale, la perpetua si era segnata e raccomandata a Dio. Sera imposta di non guardarla mai negli occhi. Laveva accompagnata in una stanzetta angusta, con le sbarre alle finestre ed una pesante porta di legno chiusa solo dallesterno da un chiavistello. Lì, come padre Zohnerer le aveva ordinato, aveva messo un lavatoio, una brocca con dellacqua, un pezzo di sapone e degli abiti.
- Lavati e vestiti.
Furono le sue parole, le uniche che riuscì a rivolgere alla donna-animale. Ebbe fretta di allontanarsi da lei; soprattutto, ebbe fretta di chiudere la porta, di tirare il chiavistello e piantarvi dentro il lucchetto. Solo allora si sentì in salvo. Risalì in casa, dove trovò i due religiosi che parlottavano in tono grave.
- Dovrete confessarvi, purificare la vostra anima, padre Bruchner.
- Non è la prima volta che il maligno riesce a tentarmi.  ribadì laltro, con una certa singolare tranquillità  E non sarà lultima.
- Avete avuto pietà di quellessere: vi siete lasciato irretire.
- Ho trovato inammissibile il rito del predominio. Quei frati erano dominati dallistinto e non dalla ragione
- Se non riesce a colpire direttamente, il maligno cerca di provocare indirettamente delle reazioni che indeboliscano le sue vittime. Paura, eccitazione, pietà, aggressività sono tutti canali che tenta di percorrere per conquistare e sconfiggere gli animi deboli. Il vostro atteggiamento nei confronti della donna-preda, padre Bruchner, e quello dei padri oblati, erano equivalenti, se non addirittura speculari. Entrambi, in entrambi i casi, inammissibili.
La perpetua si insinuò in quella conversazione con la discrezione di chi è di casa.
- Eccovi le chiavi del ripostiglio.  mormorò, abbandonando nella mano di padre Zohnerer la doppia chiave del lucchetto.  La bestia è lì dentro. Andate a prenderla voi: a me fa paura.
- Portaci del vino.  le sorrise Zohnerer  Sarà una lunga e difficile notte. E fa un freddo dinferno. 
La donna si avviò, con una vaga smorfia di disapprovazione disegnata in viso.
- Perpetua?
- Cosa cè, padre?
- Anche a noi la bestia fa paura.
I due religiosi si scambiarono unocchiata di intesa, mentre la donna si allontanava scrollando le spalle.
- Che bisogno cera - borbottava fra sé, ma in modo che le sue parole fossero bene udibili - Vorrei sapere che bisogno  cera.
E continuò a ripeterlo anche mentre sistemava due bicchieri scompagnati sul tavolo e versava il vino.
- E una brava donna.  si sentì in dovere di spiegare Zohnerer, quando se ne fu andata.
Bruchner rispose con un sorriso. Accostò il bicchiere alle labbra tremanti e fece un lungo sorso. Non aveva smesso di pensare alla donna-animale  nemmeno per un istante.
- Sicuro che non scapperà?  chiese, riscoprendosi  improvvisamente inquieto.
- Lavete vista, padre. La bestia è debole. E spaventata.
- Sarà pronta?
- Terminate di bere il vino. Poi andrete a prenderla. La condurrete dove sapete e lì la lascerete. Indicatele il riferimento cronologico. Senza dimensioni spazio-temporali,  la bestia non è in grado di agire.
- E stato sistemato?
- In bella vista: la perpetua ha detto che non si può non notarlo.
- E lei, la donna-preda, come lo riconoscerà?
- Oh, non temete, lo riconoscerà! E il calendario dei frati.
Ci fu un silenzio. Troppo breve e troppo lungo nello stesso tempo. Bruchner era attraversato da un fremito che controllava a stento. Unidea sbagliata di cosa sbagliata, nel momento sbagliato, nel posto sbagliato. Temette che il parroco potesse avvertire il suo disagio, sicchè,  senza nessuna reale necessità, riprese a parlare.
- E voi di quanto tempo avete bisogno?  chiese.
- Come vi ho già detto, dovrebbero bastarci  tre ore.
- E lei, Estrella,  ce la farà in tre ore?
- Dovrà farcela.
Bruchner terminò il vino, trangugiando un lungo sorso. Padre Zohnerer gli consegnò le chiavi del ripostiglio.
- Che Dio vi accompagni e vi protegga, padre Bruchner.  mormorò in tono conciliante  Siate prudente.
Si abbracciarono.
- Siate prudente anche voi.

Ripulita e vestita, Estrella aveva un aspetto candido di fiore in boccio, che avrebbe turbato chiunque.
Padre Bruchner dovette raccogliere le forze, per intimarle di uscire dalla sua cella improvvisata e seguirlo. La donna-animale esitava, e così il frate fu costretto a prenderla per un braccio e trascinarla via. Fu costretto a toccarla. La stretta fu così energica, che la piccola preda emise un guaito sommesso. Per quanto la si potesse avvertire istintiva e selvaggia, sacrilega tentatrice, bestia ipocrita e multiforme, quel che continuava a trasparire dai suoi grandi occhi azzurri era un senso di terrore e smarrimento.
- Sarò giudicata di nuovo?  domandò, con un filo di voce.
Bruchner si arrestò sui suoi passi. Era notte fonda e il buio sembrava averli stretti in una morsa.
- Dovrai obbedirmi, nientaltro.  le rispose.
E avrebbe ripreso il suo cammino in quello stesso istante, se Estrella non avesse soffiato, ricacciando in gola le lacrime.
- Lobbedienza mi ha condotto sul rogo, padre Bruchner. Proprio lobbedienza ai frati col saio e il cilicio, come te.
Stavolta la schiaffeggiò con violenza.
- Non azzardarti mai più a - si interruppe.
Gli ronzavano in testa strani pensieri. Idee bislacche, per un vecchio religioso come lui. Padre Zohnerer si era sbagliato sul conto di Estrella. Non aveva alcun dubbio su questo. 
- Quale fu laccusa?  le chiese dopo un lungo silenzio.
- Stregoneria, naturalmente.

Zohnerer sballonzolava in abiti così inusuali per lui da indurlo allimbarazzo. Si allacciò il cravattino; abbottonò la giacca, predisponendosi al sorriso di circostanza.
Chiese a Dio di perdonarlo per quellassurda mascherata, e infilò gli scarponi oblunghi. Sotto il tendone regnava la confusione più assoluta. Prima di infilare i guanti bianchi, il parroco battè più volte le mani e richiamò i bambini allordine e al silenzio. Erano troppi, e troppo piccoli, per riuscire a farli tacere. Tirò un sospiro e, senza accorgersene ,chiamò in causa perfino la buona sorte. Mise il naso rosso. Cercò gli occhi, terrorizzati, del signor Hingdennard. Anche lì, mascherata in dirittura darrivo; si augurò che riuscisse  a suonare la fisarmonica, come aveva sempre fatto nelle feste di paese. Di più: si augurò che riuscisse  ad apparire quel che in realtà non era: un musicista vero.
Giù in paese, la soldataglia  ospite rumoreggiava. La stazione ferroviaria era presidiata sin dal mattino. Non sarebbe stato facile far passare di lì un finto circo di bambini. Meno che mai un finto circo di bambini ebrei.

Estrella si riscosse.
- Cosa accadrà loro, se i militari li scoprono?
Quella storia la stava turbando, e padre Zohnerer si era definitivamente e decisamente sbagliato sul suo conto. Bruchner tirò un respiro corto, prima di mormorare:
- Li bruceranno.
Lei ebbe un tuffo al cuore.
- Ancora?  le sfuggì detto.  Accade ancora questo agli ebrei?
Nessuna risposta.
Si guardarono. Unanima dannata e un frate esorcista  che duo! Si guardarono ancora.
- Devi riscattare le tue colpe, Estrella.  soggiunse il vecchio.
- Quali colpe?  si lamentò la donna-animale  I frati mi chiedevano di pulire i pavimenti del convento e io pulivo. Mi chiedevano di scendere di notte nelle loro celle, e io scendevo. Mi chiedevano di spogliarmi: mi spogliavo. Mi chiedevano di allargare le gambe
- Basta! Adesso basta!
- Obbedivo. Padre, io obbedivo agli ordini che mi davano quelli come te. Questa è la mia colpa?
- La lussuria è una colpa, Estrella! La fornicazione è una colpa! Luso indiscriminato del proprio corpo è una colpa! Il piacere della carne è una colpa! Queste sono le tue colpe.
- Un mattino un domenicano ospite del convento arriva in biblioteca allimprovviso: mi trova che leggo un libro. Avrei dovuto ramazzare, invece leggevo. E per giunta in latino. Un libro di poesie di un popolo antico, che per lui era sacrilego... lui stesso mi trascinò sul rogo. 
Questa, dunque, era la colpa.

Il vecchio custode sudava freddo. Un soldatone lentigginoso lo teneva sotto tiro, e il suo malcelato terrore era ora oggetto di scherno da parte dei sottufficiali. Ma tutto questo era niente, rispetto al crescente senso di attesa che aveva bruscamente spento i buoni propositi suscitati dalla cena succulenta, saporita e abbondante.
Dovera dunque la tanto attesa quindicina? Doverano le donne?
Non sapeva più che dire, se non ribadire che sarebbero arrivate, di lì a poco. Sul suo onore e sulla sua vita. Soprattutto quella. Deglutì e si maledisse.
Sentì la terra letteralmente franargli sotto i piedi, quando sulla porta del municipio comparve Estrella. In effetti svenne.
Fra la meraviglia generale, la bestia avanzò con passo leggero ma sicuro. Si piantò al centro della stanza, dove poco prima gli ufficiali avevano cenato. Era avvolta in un mantello di tessuto nero. Ne scostò appena un lembo: si intuì, in un istantaneo bagliore, il corpo nudo, sotto.
- Ho sentito che qui cerano dei maschi.  aveva un sorriso di belva appena a fior di labbra  ma ora che sono venuta, in effetti non ne vedo neanche uno.
Si piantò con forza in faccia al generale Auheller e soggiunse:
- O sbaglio?

Il treno sferragliò sul binario uno. Il sibilo della frenata tagliò in due la notte. Zohnerer prese i due bambini più piccoli per mano.
- Coraggio, questo è il nostro treno.  esclamò con voce chiara.
Due soldati passeggiavano  fra le rotaie, fumando.
- Hingdennard!  si affrettò ad aggiungere Zohnerer  Un po di musica, prego! O qui finisce che ci addormentiamo tutti!
La fisarmonica gracchiò qualche nota sconnessa. Il prete-clown spinse sul treno con energia gli ultimi due bambini, proprio nellistante in cui i due soldati gli si paravano davanti. Sorrise e si produsse in un beffardo inchino.
- Pagliacci sulla scena e pure nella vita, eh?  gli ridacchiò in faccia uno dei due soldati.
Lo scostò con uno spintone.
- Sbrigatevi a partire, che è meglio.  gli intimò poi, in tono molto meno ironico  Il nostro glorioso paese  non ha bisogno i gentaccia come voi.
Zohnerer inciampò sul gradino del vagone, ma cercò di riprendersi.
- Sissignore. Grazie, signore.  avevano detto le sue labbra, fuori da ogni controllo. 
La locomotiva si rimetteva faticosamente in moto, quando dal buio sbucò fuori padre Bruchner. Si scambiarono il cenno dintesa che padre Zohnerer si era a lungo augurato di vedere. Era filato tutto liscio.
Quando la costrinsero a forza sul tavolo, Estrella torse gli occhi, in cerca del riferimento temporale che pure doveva esserci. Dovette sforzare la vista, dibattersi, guardar meglio; colpa dello stupore, che si impossessò  di tutta la sua persona. Udì il lamento della locomotiva che lasciava la stazione e riconobbe il segnale. Con le mani ossute dovette avvinghiarsi al bordo del tavolo, mentre il maschio Auheller le vomitava fra le gambe colpi secchi di autentica ferocia. Dovette sporgersi e guardare ancora. Lesse sul calendario; non ci credette; lesse  di nuovo.
Lesse: nellanno del Signore 1943.


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<entry id='1171' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1171' author_id='2' authored_on='20050117004409' basename='lo_schifometro_1' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050117004409' modified_on='20050419004736' ping_count='0' status='2' title='Lo Schifometro - 1' week_number='200503'><text>&lt;b&gt;SCHIFO GIORNALISTICO&lt;/b&gt;

di  &lt;b&gt;Vittorio Catani&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Catani1.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Catani1.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;171&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
La mattina del 16 gennaio 2005, uno scampolo della misura dello schifo che circola mi viene suggerito, per esempio, dalle prime righe di un articolo di fondo di Paolo Guzzanti che occhieggio da &lt;i&gt;Il Giornale&lt;/i&gt;, esposto in unedicola con altri quotidiani. Il Guzzanti, dopo un cappello folkloristico che tira in ballo gli Aztechi, scrive: Ai magistrati che apertamente si ribellano allunico potere esistente nella democrazia, quello che deriva per delega dal sovrano popolare [?], il potere politico dovrebbe rispondere con altrettanto sdegno: Non ci fate paura. Noi discendiamo dal consenso delle urne, voi da un concorso statale () Perché la giurisdizione non è affatto un potere dello stato () Non esiste alcun conflitto fra poteri, ma unusurpazione di potere contro lunico legittimo. Il resto sono amabili chiacchiere. 
Larticolo continua per due lunghe colonne in penultima, ma onestamente non ho avuto la forza di proseguire nella lettura.</text><text_more>Che ne pensate: Guzzanti, che supinamente riprende un concetto di note origini berlusconiane (il potere derivante dal popolo, contro quello da un concorso statale), fa a sua volta sul serio o ci marcia? In entrambi i casi la faccenda è pietosa. Comunque, non si lamenti poi la destra se i comunisti hanno monopolizzato la cultura... Il fatto è che la destra quanto a cultura ignora perfino lalfabeto.
Perché a ben vedere i reali concetti sottesi ad argomenti del genere dovrebbero essere lalfabeto di un giornalista. Inter nos, penso che comunque la destra una sua cultura, sia pure o forse più limitata quantitativamente, ce labbia eccome. Dove mettiamo Drieu de La Rochelle, Mishima (anche se non è europeo), Pound, Céline, lo stesso Borges, e vari altri? Nomi questi ai quali io stesso mi inchino. La verità  diciamola  è che la &lt;i&gt;destra attuale&lt;/i&gt; non sa nemmeno dove abiti la cultura. Ad ogni modo Guzzanti si metta lanima in pace: ha commesso un errore marchiano e pacchiano. Che vada a ripassarsi labc della Costituzione (daltronde, loro non parteciparono alla stesura della stessa, ed è evidente che vedano certe cose come il fumo negli occhi. Berlusconi, per dire, nonostante la carica che esprime non ha mai partecipato alla commemorazione di ricorrenze quali leccidio delle Fosse Ardeatine, lanniversario della Repubblica e altre, molte delle quali anche per me poco attraenti ma per altri motivi; e comunque in quelle manifestazioni Ciampi si ritrova invariabilmente solo). 
Dunque: il Potere del Parlamento, egregio Guzzanti, non deriva affatto dal voto popolare, ma dalla Costituzione. Come quello della magistratura non perviene dai concorsi, bensì anchesso dalla Costituzione. Ha mai sentito dire il Guzzanti della cosiddetta divisione dei poteri? Ha mai udito di tal Montesquieu, alias Charles de Secondat, barone di La Brède e di Montesquieu? Secondo costui, fondamentale pensatore e scrittore politico francese del Settecento, è condizione di libertà che i tre poteri fondamentali dello Stato (conosce?), cioè legislativo, esecutivo, giudiziario, non siano nelle stesse mani ma appartengano a ordini diversi e separati quanto a titolarità e competenze. Il principio, recita la mia &lt;i&gt;garzantina&lt;/i&gt; del Diritto e dellEconomia a pag. 484 (ediz. 1987) trova applicazione anche nella costituzione italiana, che nel delineare lordinamento della repubblica () &lt;i&gt;ripartisce le tre funzioni&lt;/i&gt; [il corsivo è mio] con laggiunta del presidente e della corte costituzionale in funzione di equilibrio e di contemperamento della loro attività.
Per chiudere, mi viene a mente un calzante aforisma di Marcello Veneziani, che comunista certo non è, circa la cultura della destra. Dunque, sostiene costui che per uno scrittore di destra scrivere è una doppia catastrofe: infatti chi è di sinistra legge solo libri di sinistra, chi è di destra non legge affatto.
A scoprire certe cose, però, Veneziani mi pare addirittura ottimista: di analfabeti si dovrebbe parlare, non di incolti. Come spiegarsi altrimenti lo schifo giornalistico imperante?
        
</text_more></entry>
<entry id='1172' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1172' author_id='4' authored_on='20050117014753' basename='a_dreadful_imbroglio' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050117014753' modified_on='20050117014821' ping_count='0' status='2' title='A Dreadful Imbroglio' week_number='200503'><text>&lt;b&gt;SULLE ORME DI JOHN FANTE, DEI SUOI LIBRI E DELLA MEMORIA VENDUTA. UNA STRANA STORIA...&lt;/b&gt;

di &lt;b&gt;As Chianese&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;JohnFante.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/JohnFante.jpg&quot; width=&quot;115&quot; height=&quot;176&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
&lt;i&gt;Fante è lo scrittore più maledetto dAmerica&lt;/i&gt;.
Charles Bukowski

Non me ne vorrà il bravo cantautore Vinicio Capossela, se per il titolo di questo mio gli rubo qualcosa. Ma a differenza di tanti lettori, che questo Natale rincorrevano qualsiasi cosa avesse scritto tale Dan Brown, la mia vista ha avuto un breve seppur fatidico salto di qualità quando, tra gli scaffali del &lt;i&gt;mediastore&lt;/i&gt; di turno, ho intravisto un libro di John Fante (1909  1983). Erano anni che aspettavo con impazienza la ripubblicazione delle opere di questo straordinario autore italo  americano. Uscito per la Einaudi, &lt;i&gt;La Confraternita dellUva&lt;/i&gt;, è un libro che finalmente si può reperire senza problemi in qualunque libreria, un romanzo di incredibile bellezza e straziante malinconia che si dipana lentamente, davanti agli occhi del lettore, come fosse un intenso film di Michael Cimino, più che mai etnico.
 </text><text_more>Conosciuto dai &lt;i&gt;fantiani&lt;/i&gt; di vecchia data come &lt;i&gt;La Confraternita del Chianti&lt;/i&gt;, il romanzo fu pubblicato nel 1977, con grande favore di critica e pubblico tanto da incoronarlo secondo capolavoro dello scrittore di Denver, dopo il monumentale &lt;i&gt;Chiedi alla Polvere&lt;/i&gt; (1939). A questo libro, allepoca, si interessò per un adattamento cinematografico il Francis Ford Coppola fresco di Oscar per &lt;i&gt;Il Padrino&lt;/i&gt; (1972), stimolato più che mai dallo sceneggiatore Robert Towne,  &lt;i&gt;fantiano&lt;/i&gt; sfegatato autore di quel capolavoro noir che è &lt;i&gt;Chinatown&lt;/i&gt; (1974) di Roman Polanski, che gli valse lOscar. Storia autobiografica di amore e di odio filiale, &lt;i&gt;La Confraternita&lt;/i&gt; è quanto di più populista e sincero possa esistere in letteratura, una tragica ballata che sfida allunisono la schizofrenia e la logica, immolando la narrazione del presente a quei corsi e ricorsi storici della memoria personale (familiare) che sono tipici della produzione di Fante. 
E la storia di Henry Molise, scrittore di successo dallinfanzia poverissima, che torna nella vecchia cittadina di origine per far visita allamato/odiato padre, Nick il primo scalpellino dAmerica, che lo coinvolge in una folle impresa sui monti prima di morire di diabete e riconquistare laffetto, o almeno la benevola memoria postuma, del figlio. Ma il vero protagonista è lui: il Chianti, il vino freddo di Angelo Musso che scalda i corpi nervosi degli italiani facinorosi della cricca di Nick. Questo nettare degli dei che offuscando il pensiero allevia le quotidiane fatiche, ma che lentamente perpetra (regala?) una dolce morte. Un perverso gioco di specchi in cui anche il liberale Henry, ben presto, si troverà invischiato. La morale de &lt;i&gt;La Confraternita&lt;/i&gt; sembra essere quella che il sangue del proprio sangue, per quanto amaro possa essere, duramente si mastica ma non si sputa. Mentre il vino viene mandato giù tutto dun fiato, a garganella, quasi come fosse una componente essenziale del sangue stesso. Ma non è lelogio dellalcolismo, è poesia. Allo stato puro.
Strano il destino di Mr. John Fante, figlio di un emigrante abruzzese originario di Torricella Peligna e di una italo  americana di seconda generazione. Quasi uno scrittore per necessità, che ha combattuto la fame facendo a Los Angeles i lavori più umili, sempre incoraggiato dalla penna benevola del critico e amico H. L. Mencken, che riesce a fargli racimolare qualche soldo pubblicando i suoi racconti sulle riviste di narrativa specializzate. John Fante è il suo alter ego: Arturo Bandini, aspirante scrittore con le pezze al culo, cattolico osservante ma poco convinto, che si trova catapultato a Los Ageles vivendo di stenti e cercando di mettere due frasi in fila per realizzare il suo sogno. 
John Fante o della difficoltà di scrivere. Perché la sua trilogia avente come protagonista il suo alter ego, composta da &lt;i&gt;Aspetta primavera, Bandini&lt;/i&gt; (1938), &lt;i&gt;Chiedi alla Polvere&lt;/i&gt; (1939) e &lt;i&gt;Sogni di Bunker Hill&lt;/i&gt; (1977) è uno studio sulla crisi creativa. Ma anche un complesso discorso tra lambizione e laccettazione (degli immigrati) nella società americana. Iscrivibili alla lista dei capolavori anche la stessa &lt;i&gt;Confraternita&lt;/i&gt; insieme allideale seguito &lt;i&gt;Un Anno Terribile&lt;/i&gt; e quel &lt;i&gt;Full of Life&lt;/i&gt; che divenne nel 56 un delizioso film con Judy Holliday per la regia di Richard Quine, capace di meritarsi la candidatura allOscar per la sceneggiatura sempre ad opera di Fante. Traguardo prezioso per uno scrittore prestato ad Hollywood e mai restituito, che come William Faulkner e Raymond Chandler si dedicherà allindustria della celluloide con il puro scopo di poter vivere degnamente, di avere il frigo pieno. Nel 1975 sarà addirittura di ritorno in Italia per lavorare come sceneggiatore per Dino De Laurentiis.
Morirà di diabete come il suo Nick Molise ne &lt;i&gt;La Confraternita&lt;/i&gt;, John Fante, lautore che è presente più che mai nei libri di Charles Bukowski, il cattivo ragazzo della letteratura americana post - beat generation, che lo citerà nei suoi racconti e romanzi, che incontratolo per caso in una biblioteca si infatuerà a tal punto da fargli ristampare tutti gli scritti dalla  Black Sparrow Press, per cui allepoca pubblicava. Ed era oramai alla fine, il vecchio zio Hank quando accettò di farsi intervistare dalla nostra Fernanda Pivano. Ancora ricordava i libri dello scrittore di Denver e ancora era un loro supporter. Rimase inebetito quando si rese conto che la Pivano, famosa per la sua amicizia con Ernest Hemingway e per la sua conoscenze della letteratura americana, quasi non conosceva Fante. 
Lautore di &lt;i&gt;Post Office&lt;/i&gt; si rammaricò parecchio, per lui era impossibile che un italiano non conoscesse quello che per anni era stata la voce degli italiani dAmerica. John Fante, il figlio diseredato di una terra che non regala più sogni. Lo sceneggiatore per necessità, che scrive film per non restare affamato e affranto in qualche lercia stanzetta di Bunker Hill, con la mente sospesa sul da farsi: incerto se sgranare lennesimo rosario o farla finalmente finita. Quanto di più maledettamente vero la carta stampata vi abbia mai rivelato. 

   Il cinema ha omaggiato due volte i romanzi di fante. Col pasticciato e prolisso &lt;i&gt;Aspetta Primavera, Bandini&lt;/i&gt; (1989) di Dominique Deruddère e Michael Bacall. Dove la sola Ornella Muti si cimenta adeguatamente col dramma fantiano, lasciando che professionisti come Joe Mantegna, Faye Dunaway e Burt Young si limitino ad un onesta routine recitativa. Ma la seconda occasione sarà riuscire a vedere al cinema quel &lt;i&gt;Chiedi alla Polvere&lt;/i&gt; (2005) che lo sceneggiatore e regista Robert Towne ha appena finito di girare con Colin Farrell nel ruolo di Arturo Bandini, Salma Hayek e Donald Sutherland.   

La strana storia, in cui in qualche modo mi trovo invischiato anche io, inizia così: nel più classico dei modi, a monte di una celebrativa monografia. Durante il Natale di questanno, io che ho avuto modo di leggere &lt;i&gt;Angeli a pezzi&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;Agganci&lt;/i&gt;, i due libri di Dan Fante usciti miracolosamente anche da noi per Marcos y Marcos. Decido di mettermi in contatto col figlio dello scrittore di &lt;i&gt;Chiedi alla Polvere&lt;/i&gt;, per tenere con lui un intervista via e-mail che sia la base di un saggio sulla letteratura e il cinema di John Fante. Supportato dal gentilissimo italo americano Dan Aspromonte, vengo presentato telematicamente al figlio di Fante che accetta con entusiasmo la mia idea. 
Appena gli invio le mie venti, semplici, domande vengo messo al corrente di tale situazione: forse riceverò una sua risposta in estate in quanto occupato nella stesura di una sceneggiatura e un racconto, per rispondere alle domande ci vorrà allincirca due settimane a alla fine (&lt;i&gt;dulcis in fundo&lt;/i&gt;) Fante chiede 2000 dollari per realizzare lintervista. Ovviamene gli dico di non disporre di tale cifra e che comunque la cosa mi lascia sinceramente esterrefatto visto che in sette anni di duro lavoro nella critica cinematografica, nessuno mi aveva mai chiesto un centesimo. 
Fu così che Dan Fante mi chiese di inoltrare le mie domanda suo fratello Jim, con la speranza che mi dia una mano. Appena iniziamo a scriverci, Jim Fante mi premette subito che vuole un compenso per il suo lavoro. Io non so che faccia nella vita questo personaggio. Ma di sicuro non deve essere qualcosa di gratificante perché mi parla tristemente di particolare situazione, di famiglia da mantenere e grande affetto ritrovato per il suo caro padre. Dicendomi però, che con le sue risposte io avrei di sicuro trovato la giusta ispirazione per scrivere il mio saggio. Così facendo mi ritrovo ad inviare alcune delucidazioni in merito alla figura del saggista per come la concepisce leditoria italiana. Gli spiego che con i 2000 dollari richiestimi dal fratello, oggi una famiglia italiana ci campa su per giù per due mesi. Che per il mio ultimo saggio, su uno scrittore unanimemente considerato uno dei più grandi della letteratura fantascientifica europea, ho dovuto penare come non mai e scendere a molti compromessi per riuscire a trovare un editore che lo pubblicasse. Perché oggi, in Italia, riuscire a stampare un libro di saggistica letteraria specializzata che non parli dei soliti grandi antichi è un vero e proprio miracolo. 
Jim Fante capisce finalmente anche la mia situazione assicurandomi che risponderà alle mie domande. Se questo dovesse succedere pubblicherò in anteprima le risposte su &lt;i&gt;Carmilla on Line&lt;/i&gt;,  come dovutissima ricompensa a chi ha avuto la pazienza di leggere questa strana storia sulla scia di un sentito omaggio a un grande della letteratura americana.




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<entry id='1173' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1173' author_id='8' authored_on='20050117103920' basename='tis_the_season' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050117103920' modified_on='20050117104722' ping_count='0' status='2' title='&apos;Tis the season' week_number='200503'><text>&lt;img alt=&quot;china_mieville.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/china_mieville.jpg&quot; width=&quot;80&quot; height=&quot;120&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt; di &lt;b&gt;China Miéville&lt;/b&gt;
(tr. di Paolo Chiocchetti)

Chiamatemi infantile, ma amo tutte quelle sciocchezze - la neve, gli alberi, i fili argentati, il tacchino. Amo i regali. Amo i canti e le allegre filastrocche. Semplicemente, amo il Natale.</text><text_more>Ed è per questo che ero così eccitato. Non solo per me, soprattutto per Annie. Aylsa, sua madre, diceva che non ci trovava niente di speciale e che ero un sentimentale, ma io sapevo che Annie non stava nella pelle. Aveva quattordici anni ma ero sicuro che per queste cose era ancora una bambina che sognava le calze accanto al camino. Ogni volta che è il mio turno di tenere Annie il 25 - dopo il divorzio io e Aylsa ci alterniamo - io faccio del mio meglio.

Ammetto che Aylsa mi metteva di cattivo umore. Temevo di deludere Annie. Quindi non c&apos;è bisogno che vi dica quanto fossi felice nello scoprire che per la prima volta in vita mia sarei stato in grado di festeggiarlo come si deve.

Non fraintendetemi. Non possiedo azioni della YuleCo e non posso permettermi una licenza da un giorno per utente finale, quindi non posso dare una festa legale. Avevo brevemente considerato l&apos;opzione di acquistarla da uno dei concorrenti economici come XmasTym oppure di prendere un prodotto secondario da un non-specialista come Coca-Crissmas, ma l&apos;idea di farlo a prezzi stracciati era semplicemente deprimente. Non avrei potuto utilizzare molte delle cose tradizionali, e se non puoi averle tutte, a che pro averne qualcuna? (XmasTym aveva i diritti sul cotechino. Ma il cotechino è disgustoso). Le altre aziende provavano continuamente a creare le proprie alternative ai prodotti classici con marchio depositato, come le renne e i pupazzi di neve, ma non decollavano mai. Non dimenticherò mai la reazione sconsolata di Annie di fronte al Geco Festivo della JingleMas.

No, come la maggior parte delle persone avrei organizzato un piccolo Evento di Mezzo Inverno, solo io e Annie. Finché stavo attento a stare alla larga da prodotti registrati saremmo stati bene.

Con le decorazioni d&apos;edera potevi ancora passarla liscia; l&apos;agrifoglio è assolutamente da evitare ma io avevo fatto incetta di pomodorini ciliegia che stavo progettando di appoggiare su qualche cactus. Non avrei rischiato i fili argentati, ma avevo un paio di cinture variopinte che avrei avvolto sopra la mia aspidistra. Avete presente il genere di cose. Gli ispettori non sono troppo cattivi: a volte per un ninnolo o due chiudono un occhio (ed è una fortuna, perché le multe per feste di Natale senza licenza sono astronomiche).

Così stavo finendo i preparativi, quando è successa la cosa più straordinaria. Ho vinto alla lotteria!

Beh, in realtà non ho vinto alla lotteria, ma sono arrivato nel gruppo dei premi di consolazione, ed era un gran bel premio... L&apos;invito ad una speciale festa di Natale registrata nel centro di Londra, organizzata dalla stessa YuleCo.

Finito di leggere la lettera tremavo. Era la YuleCo, quindi sarebbe stato tutto originale! Ci sarebbero stati Babbo Natale e Rodolfo la Renna, e il Vischio, e il Panettone, e un Albero di Natale con sotto i regali. 

Era quest&apos;ultima cosa quello a cui non riuscivo a credere. Mettere i miei regali avvolti con fogli di giornale vicino all&apos;aspidistra era così terribilmente deprimente, ma da quando la YuleCo aveva acquistato i diritti sulla carta colorata e sul deposito di regali sotto l&apos;albero gli ispettori avevano dato un giro di vite contro la Donazione Subarborea Aggravata. Non potevo smettere di pensare a come ad Annie sarebbe stato permesso di allungare la mano e di pescare il proprio regalo da sotto veri rami di pino pieni d&apos;aghi...

Forse non avrei dovuto dirlo ad Annie, avrei dovuto farle una sorpresa il giorno stesso, ma ero troppo eccitato. E, ad essere onesto, in parte le ho fatto questa rivelazione perché volevo ingelosire Aylsa. Lei faceva sempre un sacco di storie sul fatto di non sentire la mancanza del Natale.

 Pensa,  ho detto,  potremmo cantare i canti natalizi legalmente... oh, scusa, tu li detesti, non è vero?  Sono stato tremendo.

Annie era quasi pazza di eccitazione. Ha cambiato il suo nick virtuale in &lt;i&gt;&apos;tistheseason&lt;/i&gt; e, per quanto ho potuto capire, ha passato tutto il tempo a vantarsi con i suoi poveri amici rosi dall&apos;invidia. Ho sbirciato lo schermo quando le ho portato il tè: la chat era piena di nomi come &lt;i&gt;tinkerbell12&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;handfulofflowers&lt;/i&gt;, e tutto quello che sono riuscito a vedere prima che bloccasse lo schermo pretendendo un po&apos; di privacy sono state esclamazioni come &quot;noooo!?!?!? nataalee?!?! che grande!!!!!&quot;

 Abbi un cuore  le ho detto.  Non rivoltare il coltello nella piaga coi tuoi amici.  Ma lei si è messa a ridere e mi ha detto che si stavano mettendo d&apos;accordo comunque per incontrarsi il gran giorno, e che non sapevo quello che stavo dicendo.

Quando Annie si è svegliata il 25 c&apos;era una calza che la aspettava ai piedi del letto, per la prima volta nella sua vita, e lei è entrata in cucina tenendola in mano raggiante. E&apos; stato con enorme soddisfazione che ho sventolato il mio lasciapassare YuleCo e ho detto, in modo perfettamente legale,  Buon Natale, tesoro.  Ero contento che il  fosse muto.

Avevo già inviato il suo regalo alla YuleCo, come stabilito. L&apos;avrebbe aspettata sotto l&apos;albero. Era l&apos;ultima console. Più di quanto potevo permettermi, ma sapevo che ne sarebbe andata pazza. E&apos; una vera bomba coi videogiochi.

Siamo usciti presto. C&apos;era un bel po&apos; di gente per le strade e tutti facevano quella cosa che tutti noi facciamo il 25, quando non dici niente di illegale ma alzi le sopracciglia ed invii col sorriso un silenzioso augurio festivo.

Tecnicamente l&apos;orario degli autobus era un normale feriale, ma ovviamente metà dei guidatori si erano messi &apos;in malattia&apos;.

 Non aspettiamo  ha detto Annie.  Abbiamo un sacco di tempo. Perché non camminiamo?

 Cosa mi hai preso?  continuavo a domandarle.  Cos&apos;è il mio regalo?  Ho accennato al gesto di sbirciare all&apos;interno della sua borsa ma lei ha scosso il dito in segno di rimprovero. 

 Lo vedrai. Sono molto soddisfatta del tuo regalo, Papà. E&apos; qualcosa che, penso, apprezzerai moltissimo.

Non avremmo dovuto metterci tanto ma per qualche ragione procedevamo lentamente, tra chiacchiere e diversivi, finché tutto d&apos;un tratto mi sono reso conto che saremmo arrivati tardi. E&apos; stato uno shock. Ho cercato di affrettare il passo, ma Annie ha messo su il broncio e ha cominciato a lamentarsi. Mi sono astenuto dal farle notare a chi fosse venuta in mente la geniale idea di farsela a piedi. Stavamo correndo, già abbastanza in ritardo, quando siamo arrivati nel centro di Londra.

 Allora  Annie diceva continuamente.  Siamo quasi arrivati?

In Oxford Street c&apos;era un numero sorprendentemente alto di persone. Diciamo pure una folla, tutti con quella segreta espressione di gioia. Non potevo fare a meno di sorridere anch&apos;io. Improvvisamente Annie ha cominciato a correre davanti a me, tornando regolarmente indietro per strattonarmi. Ora voleva aumentare il ritmo della corsa. Dovevo continuamente chiedere scusa per aver urtato contro qualcuno. 

Per la maggior parte si trattava di ragazzi sulla ventina, in coppie o piccoli gruppi. Si separavano gentilmente mentre Annie mi trascinava, forzava il passo, mi trascinava di nuovo.

Era veramente un numero incredibile di persone. 

Davanti a me ho sentito della musica e un paio di grida. Mi sono guardato attorno nervosamente, ma non sembravano arrabbiati.  Annie!  ho chiamato.  Torna qui, amore!  L&apos;ho vista sgusciare attraverso la ressa.

E che ressa! Era forse il suono di un fischietto quello? Da dove venivano tutti? Venivo sballottato e strattonato come se tutta questa gente fosse una marea. Con la coda dell&apos;occhio ho scorto un giovanotto e con un sussulto allarmato ho visto che aveva addosso un grosso maglione con l&apos;immagine di una renna dal naso purpureo. Guardandolo si capiva benissimo che non aveva una licenza.  Annie, torna qui  ho gridato, ma la mia voce è stata sopraffatta dal rumore. Una giovane donna accanto a me stava alzando la voce intonando una nota, molto forte.

 Weeeeee...

Il ragazzo al suo fianco si è unito a lei, poi l&apos;amico di lui, poi un gruppo di persone accanto a loro, e in pochi secondi tutti stavano facendo lo stesso, in un crogiolo di voci belle e voci stonatissime che si fondevano in uno strillo dannatamente forte.

 Weeeeee... e poi, con tempismo impeccabile, le centinaia di persone in qualche modo si sono scambiate un cenno d&apos;intesa ed hanno proseguito il canto.

 ...wish you a merry Christmas, We wish you a merry Christmas...

 Siete pazzi?  ho urlato, ma nessuno poteva sentirmi sopra quel dannato tumulto illegale. O mio dio. Mi sono reso conto di quello che stava succedendo. 

Eravamo circondati da dei radicali Rivoluzionari Natalizi.

Mi sono messo a correre tutt&apos;intorno chiamando Annie a gran voce, inseguendola, cercando con lo sguardo se stesse arrivando la polizia. Era impossibile che le telecamere agli angoli delle strade non notassero questo. Avrebbero mandato la Yule Squad.

Ho visto Annie in mezzo alla calca - dannazione, continuava ad aggiungersi nuova gente! - e mi sono gettato verso di lei. Mi faceva cenno di avvicinarmi, guardandosi attorno ansiosamente, e io avanzavo spazzando le persone dal mio cammino, ma quando stavo ormai per raggiungerla l&apos;ho vista alzare lo sguardo verso qualcuno accanto a lei.

 Papà!  ha urlato. Ho visto i suoi occhi illuminarsi in segno di riconoscimento e poi - non ho visto una mano afferrarla e trascinarla via?

 Annie!  mi sono messo a gridare mentre arrivavo nel punto dove l&apos;avevo vista. Ma era sparita.

Mi stavo facendo prendere dal panico: è una ragazza intelligente ed era pieno giorno, ma di chi era quella maledetta mano? Ho fatto il numero del suo cellulare.

 Papà  ha risposto. La linea era terribilmente disturbata in mezzo a tutta quella gente. Le ho ruggito contro chiedendole dov&apos;era. Sembrava tesa ma non spaventata.  ... Ok... arrivo... vedere... un amico... alla festa.

 Cosa?  urlavo.  Cosa?

 Alla festa  ha detto, ed è caduta la linea. 

D&apos;accordo. La festa. Si sarebbe fatta strada fino a lì. Ho cercato di controllarmi e mi sono fatto largo in mezzo alla folla.

La situazione si stava facendo sempre più comunisteggiante. Stava diventando una vera e propria rivolta del filo argentato.

Oxford Street era stracolma ed ormai mi trovavo in mezzo a migliaia di contestatori. C&apos;è voluta un&apos;angosciata eternità per riuscire farsi un po&apos; di strada attraverso la manifestazione. Quella che inizialmente sembrava una folla anonima era esplosa all&apos;improvviso in una miriade di forme e colori. Tutti stavano marciando e mentre avanzavo passavo accanto a gruppi di ogni genere.
 
Da dove diavolo erano spuntati fuori tutti quegli striscioni? Slogan si innalzavano e si spegnevano come relitti sballottati dalle onde. PER LA PACE, IL COMUNISMO E IL NATALE; GIU&apos; LE MANI DAL PERIODO FESTIVO!; PRIVATIZZATE QUESTO. Un cartello era onnipresente. Era semplice e stilizzato: le lettere TM racchiuse da un cerchio rosso sbarrato.
 
Sta bene, pensavo con insistenza. L&apos;ha detto lei. Mi guardavo attorno spaesato dirigendomi verso la festa, distante ormai solo un paio di strade. Stavo incrociando il corteo.

Questa gente era pazza! Non che non pensassi che la loro causa fosse giusta, ma non era questo il modo di fare le cose. L&apos;unico risultato che avrebbero raggiunto sarebbe stato mettere tutti nei casini. Gli sbirri sarebbero arrivati a momenti.

E tuttavia dovevo ammirare la loro creatività. Il corteo era meraviglioso, così pieno di costumi e colori. Non avevo idea di come fossero riusciti a portare tutta questa roba nelle strade di nascosto, come fossero riusciti ad organizzarsi. Evidentemente avevano utilizzato Internet, il che significa programmi di codificazione abbastanza sofisticati da fregare la polizia elettronica. Ogni differente sezione della marcia lanciava slogan diversi o cantava canzoni che non sentivo da anni. Mi trovavo a camminare attraverso ad un paese delle meraviglie invernale.

Sono passato in mezzo ad un gruppo di cristiani che esibivano croci e intonavano canti natalizi. Proprio di fronte a loro c&apos;era un gruppo di persone malvestite che vendevano copie di un giornaletto comunista e inalberavano cartelli con una foto di Marx. Gli avevano sovrapposto un cappello da Babbo Natale.  I&apos;m dreaming of a red Christmas  cantavano stonati. 

Ormai eravamo vicini a Selfridges, e davanti alle sue vetrine piene dell&apos;usuale assortimento di profumi e scarpe si era formato un capannello. I dimostranti si guardavano a vicenda e fissavano la vetrina. Da una stradina laterale qualche passante osservava lo straordinario spettacolo. Di colpo mi sono sporto cercando con lo sguardo clienti &apos;normali&apos; - sembrava che in strada non ci fossero altro che manifestanti. 

Sapevo quello che la gente davanti a Selfridges stava pensando: ricordavano un&apos;antica tradizione (o ne ricordavano i racconti - alcuni di loro sembravano troppo giovani per avere ricordi personali della vita prima del Christmas Act).

 Se non ci danno le nostre vetrine di Natale  ha ruggito una donna  provvederemo da noi. E a questo segnale sono saltate fuori delle mazze.  No!  ho sentito urlare un uomo in un elegante giubbotto di lana. Uno spezzone del corteo le stava fissando con orrore, abbassando i propri striscioni firmati LABOUR FRIENDS OF CHRISTMAS.  Vogliamo tutti la stessa cosa qui dentro  ha gridato l&apos;uomo  ma non possiamo appoggiare la violenza!

Ma nessuno gli prestava la minima attenzione. Mi attendevo che la gente cominciasse a rubare la merce, invece la spingevano semplicemente da parte con i vetri rotti. Stavano riempiendo la vetrina di oggetti. Prendevano da borse e tasche delle piccole statuine del presepe, Babbi Natale di cartapesta, Regali dalle vistose confezioni, Agrifoglio e Vischio e li sparpagliavano in rudimentali allestimenti.

Ho proseguito. Un uomo mi si è messo di traverso. Faceva parte di un gruppo di tizi ben vestiti che si teneva ai margini della calca. Ha sogghignato e mi ha offerto un volantino.

&quot;ISTITUTE OF LIVING MARXIST IDEAS.

Perché noi non marciamo.

Guardiamo con sdegno ai patetici tentativi della vecchia Sinistra di riesumare questa cerimonia Cristiana. La nozione che il governo ha &apos;rubato&apos; il &apos;nostro&apos; Natale fa esattamente parte della Cultura della Paura imperante che noi rigettiamo. E&apos; tempo per un ripensamento che vada al di là della destra e della sinistra, e per l&apos;emergere di forze dinamiche che operino per il rinnovamento della nostra società. Solo la settimana scorsa noi dell&apos;ILMI abbiamo organizzato una conferenza all&apos;ICA sul perché gli scioperi sono noiosi e sul perché la caccia è il nuovo oscuro...&quot;

Non riuscivo proprio a trovarci né capo né coda. L&apos;ho gettato via.

E&apos; comparso il rombo di un elicottero. O merda, ho pensato. Sono arrivati.

 Attenzione  è calata dal cielo una voce amplificata.  State violando la sezione 4 del Codice Natalizio. Disperdetevi immediatamente o verrete arrestati.

Con mia sorpresa la risposta è stata una pioggia di fischi gracchianti. E&apos; partito uno slogan. Inizialmente non riuscivo a distinguere le parole ma presto erano diventate inequivocabili. 

 Il Natale di chi? Il nostro Natale! Il Natale di chi? Il nostro Natale!

La situazione non aveva un aspetto molto rassicurante.

Ho oltrepassato un gruppo che ho riconosciuto dal telegiornale, Rivoluzionarie Natalizie femministe radicali vestite di bianco con delle carote legate al naso: le sNOwMEN. Un piccoletto mi è passato di fianco, lanciando delle occhiate tutt&apos;intorno e mormorando  Troppo alto, troppo alto.  Poi ha cominciato a gridare:  Tutti quelli alti 156 cm o meno vengano a fare un po&apos; di casino coi Piccoli Aiutanti di Babbo Natale!  Un altro uomo più basso si è messo a discutere furiosamente con lui. Ho sentito le parole &apos;scherzo&apos; e &apos;paternalista&apos;. 

Della gente stava mangiando pudding Natalizi e fette di tacchino. Stavano perfino mandando giù cavoletti di Bruxelles, per principio. Qualcuno mi ha dato una fetta di panettone.  Tu sia benedetto  mi ha urlato nelle orecchie un pagano radicale, e mi ha passato un volantino che sosteneva la necessità di rinominare la festa, una volta riconquistata, Festa del Solstizio. E&apos; stato sballottato via da un gruppo di muscolosi ballerini classici vestiti da fatine color prugna e schiaccianoci.

Mi stavo avvicinando al punto d&apos;incontro dove avrebbe dovuto svolgersi la festa, ma ora in strada c&apos;era se possibile ancora più gente di prima. Il luogo sarebbe stato completamente circondato. Come avrei fatto ad entrare?

Delle sagome si stavano dirigendo contro alla folla. O merda, ho pensato, la polizia. Ma non era la polizia, era un drappello dal fare aggressivo e dall&apos;aspetto torvo che distruggeva tutti i finestrini delle macchine sul suo cammino. Erano travestiti da Babbi Natale.

 Merda  mormorò qualcuno.  E&apos; il Blocco Rosso-Bianco.

Era lampante che gli RB stavano cercando grane. I manifestanti si sforzavano di tenersi ben a distanza.  Andate a cagare!  ho sentito urlare qualcuno, senza che quelli se ne curassero minimamente.

Ora potevo vedere gli sbirri concentrarsi nelle stradine laterali. Il Blocco Rosso-Bianco li stava provocando ad uscire lanciando bottiglie e urlando  Venite fuori!  alla maniera di ultras di Calcio strippati.

Ho cominciato ad allontanarmi. Mi sono voltato ed eccolo là, il luogo della festa. Hamleys, il negozio di giocattoli. Le guardie armate che normalmente lo proteggevano dovevano essere fuggite da secoli, spiazzate da quel caos. Ho guardato verso l&apos;alto e dietro alle vetrine ho potuto scorgere volti pieni d&apos;orrore. 

Dovrei essere lassù, ho pensato. Con voi. Gli invitati alla festa. Bambini coi propri genitori, assediati dalla manifestazione, ad osservare l&apos;avanzata della polizia.

Ed ecco, c&apos;era anche Annie, in piedi sotto la grondaia di Hamley, che gridava nella mia direzione. Mi sono lasciato sfuggire un gemito di sollievo e sono corso verso di lei.

 Cosa sta succedendo?  ha strillato. Sembrava terrorizzata. Le Yule Squads stavano venendo avanti contro i provocatori del Blocco Rosso-Bianco, percuotendo con i manganelli gli scudi inghirlandati di filo d&apos;argento.

 Cazzo  ho sussurrato. L&apos;ho stretta tra le mie braccia con fare protettivo.  Tira aria di guai  ho detto.  Preparati a correre.

Ma mentre stavamo là, la tensione palpabile intorno a noi, è successo qualcosa di straordinario. In un battito di palpebre un ragazzo dalla lunga veste bianca è apparso dal nulla. Prima che qualcuno potesse fermarlo, si è portato tra i ranghi del Blocco Rosso-Bianco e quelli della polizia.

 E&apos; pazzo!  ha gridato qualcuno, ma tra le centinaia di persone è cominciato a calare il silenzio.

L&apos;uomo stava cantando.

La polizia si è slanciata per piombargli addosso, gli RB hanno fatto per spingerlo via, ma la sua voce si è levata ed entrambe le parti hanno esitato. Non avevo mai visto niente di tanto bello.

Ha intonato una singola nota, di purezza ultraterrena. L&apos;ha fatta durare per lunghi secondi e poi ha continuato.

 Oh little town of Bethlehem, how still we see thee lie.

Ha indugiato, alzando la tensione.

 Above thy deep and dreamless sleep, the silent stars go by.

Il Blocco RB era paralizzato. Tutti stavano immobili.

 Yet in thy dark streets shineth the everlasting light...

Ed ora anche la polizia si stava fermando. Gli sbirri hanno iniziato a posare a terra i manganelli. Uno alla volta hanno lasciato cadere gli scudi.

 The hopes and fears of all the years are met in thee tonight.

Stavano comparendo altre figure vestite di bianco. Camminavano lentamente in direzione del loro amico. Con un sussulto mi sono reso conto che mi stavo schermando gli occhi con la mano. C&apos;era un&apos;autorevolezza implacabile in queste figure meravigliose spuntate dal nulla, questi ragazzi alti, sconcertanti e sbalorditivi. Il bianco delle loro vesti era di una luminosità irreale. Ero senza fiato.

Ora stavano cantando tutti assieme.  How silently, how silently the wondrous gift is giv&apos;n. So God imparts to human hearts the blessing of His Heav&apos;n.

Ad uno ad uno i poliziotti si toglievano gli elmetti e restavano in ascolto. Riuscivo a sentire lo strillare frenetico dei loro superiori fuoriuscire dagli auricolari che si toglievano dalle orecchie.

 No ear may hear His coming, but in this world of sin...  I cantanti hanno lasciato la nota in sospeso, finché la tensione non si è tramutata in una sofferenza quasi fisica che attendeva solo la conclusione della melodia.  Where meek souls will receive Him still, the dear Christ enters in.

I poliziotti sorridevano con gli occhi lucidi in mezzo a mucchietti disordinati di bastoni e protezioni corporee. Il solista ha alzato la mano. Ha abbassato lo sguardo verso le armi abbandonate. Poi ha declamato in direzione del Blocco Rosso-Bianco.

 Non avreste dovuto cercare lo scontro  ha detto, e quelli sono sembrati pieni di vergogna. Ha atteso.

 Vi avrebbero massacrato. Mentre ora  ha continuato  questi idioti si sono disarmati. E&apos; questo il momento di attaccare...  Si è voltato di scatto e si è lanciato contro la polizia assieme a tutti i suoi compagni, in massa, in mezzo ad un turbinare di vesti bianche.

Gli sbirri, impotenti, sono rimasti a bocca aperta, hanno fatto dietro-front e si sono dati gambe all&apos;aria, mentre la folla lanciava un boato di entusiasmo e si gettava all&apos;inseguimento.

 Siamo il Gay Men&apos;s Radical Singing Caucus!  ha strillato il solista con impeccabile voce tenorile.  Orgogliosi di partecipare alla lotta per un Natale del Popolo!

Lui e i suoi compagni hanno cominciato a scandire:  Non ce ne andiamo! Ve le cantiamo! Adattatevi o fottetevi!

 E&apos; un miracolo di Natale!  ha detto Annie. Io l&apos;ho stretta forte fino a quando non ha sussurrato  Va bene, papà, vacci piano...

Dietro di me la folla stava urlando, prendendo possesso delle strade. 

 E&apos; questo il problema con il Blocco Rosso-Bianco  ha mormorato Annie.  Dannata &apos;strategia della tensione&apos; del cavolo. Sono solo un branco di anarchici avventuristi.

 Già  ha detto un ragazzo al suo fianco.  Comunque, metà di loro sono poliziotti infiltrati. E&apos; la prima regola, no? Il più tenace sostenitore della violenza è sempre lo sbirro.

Ero sbalordito, la mia testa si spostava da uno all&apos;altro come gli idioti che guardano una partita di tennis.

 Cosa...?  ho detto alla fine.

 Vieni papà  ha risposto Annie. Mi ha baciato sulla guancia.  Non mi avresti mai lasciata venire in un altro modo. Ho dovuto costringerti a venire a piedi o saremmo arrivati troppo presto. Intrappolati come quelli.  Ha indicato i vincitori della lotteria, ancora bloccati ai piani alti di Hamleys ad osservare sconvolti dalle vetrate.  E poi ho dovuto scappare via o non mi avresti mai permesso di unirmi al corteo. Vieni.  Mi ha afferrato la mano.  Adesso che abbiamo rotto le linee della polizia, possiamo ri-orientare la marcia verso Downing Street.

 Bene, è l&apos;opportunità perfetta per tirarci fuori di qui...

 Papà  ha detto. Mi ha guardato severamente.  Non riuscivo a crederci quando hai vinto quel premio. Non avevo mai pensato di avere davvero la possibilità di essere quaggiù oggi.

 Qualcuno ti ha trascinato via  ho detto.

 Quello era Marwan.   Ha indicato il ragazzo che aveva appena parlato.  Papà, questo è Marwan. Marwan, questo è mio padre.

Marwan ha sorriso e mi ha educatamente stretto la mano, passando il suo cartello nella sinistra. Diceva MUSLIMS FOR CHRISTMAS. Ha visto che lo stavo leggendo.

 In realtà per me non è una questione così importante  ha detto  ma tutti noi ricordiamo come questa gente ci ha appoggiato quando l&apos;Umma S.r.l. ha tentato di privatizzare la festa dell&apos;Eid. Sapete, questo voleva dire molto. E comunque...  ha distolto lo sguardo timidamente.  So che per Annie è importante.  Lei lo ha fissato rapita. Ah, ho pensato.

 Marwan è &lt;i&gt;handfulofflowers&lt;/i&gt;, papà  mi stava dicendo.  Fuori dalla rete.

 Guarda, devo confessarti che sono alquanto seccato per tutto questo  ho detto. Adesso eravamo prossimi a Downing Street. Marwan ci aveva salutati a Trafalgar Square e quindi eravamo rimasti soltanto noi due, assieme ad altre 100.000 persone.  Ti ho comperato, io, ho speso un sacco di, a quella festa c&apos;è un gran regalo...

 Ad essere sincera, papà, non ho veramente bisogno di una nuova console.
 
 Come fai a sapere...?  ho detto, ma lei non ci ha badato.

 Quella che ho adesso va bene. E comunque la uso fondamentalmente per i giochi di strategia, che non richiedono poi tutta questa potenza. Inoltre, nella mia macchina ho tutte le &lt;i&gt;pinkopatch&lt;/i&gt;. Sarebbe un fatica boia trasferirle tutte, e scaricarle di nuovo è troppo rischioso.

 Che &lt;i&gt;patch&lt;/i&gt;?

 Roba come Red3.6. Trasforma un sacco di giochi. Converte SimuCityState in RedOctober. Cose del genere. Sono già arrivata al quarto livello. Il cattivone di fine livello è uno Zar. Appena riesco ad escogitare il modo per superarlo sarò arrivata al Dualismo del Potere.

Ho smesso di tentare di seguire il filo del discorso.

Davanti all&apos;ingresso della residenza del primo ministro era posizionato un enorme Albero di Natale bianco e argento. Mentre ci stavamo avvicinando tutti hanno cominciato a fischiare. A proteggerlo c&apos;era l&apos;esercito e di conseguenza la gente faceva in modo che il boato risultasse piuttosto bonario e scherzoso. Qualcuno ha lanciato un budino di Natale e si è preso una brusca lavata di capo generale.

 Quello non è il vero Natale!  gridavamo tutti passandogli davanti.  QUESTO è il vero Natale! 

Cominciava a farsi scuro e la folla aveva iniziato ad assottigliarsi, per essere a casa prima che la polizia si riorganizzasse. Siamo passati attraverso un gruppo rigorosamente vestito con bandane rosse e ci siamo uniti al loro canto.  Deck the halls with boughs of holly, tra la la la laaa, la la la la. &apos;Tis the Season for the Internationale, tra la la la laaaa... 

 Però  ho detto  mi dispiace lo stesso un po&apos; che tu non sia potuta essere alla festa.

 Papà  ha risposto Annie, abbracciandomi.  Questo è stato il Natale più bello della mia vita. Davvero. Capito? Ed è stato stupendo passarlo con te. 

Mi ha guardato con la coda dell&apos;occhio.

 Hai già indovinato?  ha detto.  Cos&apos;è il tuo regalo?

Mi stava fissando, molto seriamente e intensamente. Mi stava rendendo molto sentimentale.

Ho pensato a tutto quello che era successo quel giorno e alle mie reazioni. Tutte quello che avevo passato, che avevo visto, a cui avevo preso parte. Mi sono reso conto di quanto mi sentivo diverso rispetto a quel mattino. Era una rivelazione eccezionale.

 Si... ho detto, esitante.  Si, penso di avere indovinato. Grazie, amore mio. 

 Cosa?  ha risposto.  Hai indovinato? Merda. 

Ha tirato fuori un pacchettino incartato. Era una cravatta.




&lt;b&gt;&lt;i&gt;&apos;Tis the season&lt;/i&gt; è apparso sul numero di dicembre 2004 della &lt;i&gt;Socialist Review &lt;/i&gt;(&lt;a href=&quot;http://www.socialistreview.org.uk&quot;&gt;www.socialistreview.org.uk&lt;/a&gt;). Ringraziamo l&apos;autore e la rivista per la loro autorizzazione a tradurre e pubblicare il racconto sul nostro sito.

China Miéville è un giovane e brillante scrittore di romanzi fantasy (in Italia proprio nel 2004 ne sono apparsi due per i tipi di Fanucci: &lt;i&gt;Perdido Street Station &lt;/i&gt; e &lt;i&gt;La città delle navi&lt;/i&gt;). Militante attivo della sinistra britannica, ha appena pubblicato con l&apos;editore Brill il fondamentale studio &lt;i&gt;Between Equal Rights. A Marxist Theory of International Law&lt;/i&gt;.&lt;/b&gt;</text_more></entry>
<entry id='1174' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1174' author_id='1' authored_on='20050118235945' basename='la_nuova_apartheid_americana' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='0' created_on='20050118235945' modified_on='20050119004655' ping_count='0' status='2' title='La nuova apartheid americana' week_number='200503'><text>di &lt;b&gt;Randall Shelden &lt;/b&gt;e &lt;b&gt;William B. Brown&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
&lt;i&gt;[da &lt;a href=&quot;http://www.zmag.org/Italy/&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;http://www.zmag.org&lt;/a&gt;]&lt;/i&gt;&lt;p&gt;
&lt;img alt=&quot;jailapart.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/jailapart.jpg&quot; width=&quot;83&quot; height=&quot;109&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;I detenuti moderni occupano, e hanno sempre occupato, i gradini pi&amp;ugrave; 
  bassi della scala sociale. Il sistema carcerario moderno (comprese le carceri 
  locali) &amp;egrave; un insieme di ghetti e di ospizi, riservati soprattutto ai 
  non specializzati, agli ignoranti e agli incapaci. In misura crescente questo 
  sistema &amp;egrave; riservato alle minoranze razziali, soprattutto ai neri, motivo 
  per cui lo chiamiamo la nuova apartheid americana. Questo &amp;egrave; lo stesso 
  segmento di societ&amp;agrave; americana, che ha fatto l&#8217;esperienza di una 
  delle pi&amp;ugrave; drastiche riduzioni di reddito e che &amp;egrave; stato bersagliato 
  per il suo coinvolgimento nella droga e la conseguente violenza, che viene dalla 
  mancanza di mezzi legittimi per il conseguimento dello scopo.</text><text_more>&lt;p&gt;Un motivo potrebbe essere il fatto che nella societ&amp;agrave; americana i neri, 
  specialmente i maschi, sono inutili e valgono assai poco (cio&amp;egrave; non contribuiscono 
  direttamente ai profitti delle grandi aziende).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Con il ridimensionamento aziendale e la deindustrializzazione degli ultimi 
  due decenni &amp;egrave; venuta l&#8217;eliminazione di milioni di posti di lavoro, 
  che prima aiutavano le minoranza a tenersi fuori dalla miseria. Per controllare 
  le frustrazioni umane conseguenti alla diminuzione delle opportunit&amp;agrave; 
  di lavoro, si sono ritenuti necessari specifici apparati di controllo sociale. 
  Il sistema della giustizia criminale &amp;egrave; stato scelto come il principale 
  apparato per applicare i meccanismi di controllo sociale sui non specializzati, 
  sugli ignoranti, sugli incapaci e sulle minoranze etniche.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Mentre la segregazione residenziale continua senza diminuire, a essa si vengono 
  affiancando in maniera crescente politiche, che puzzano di apartheid. &amp;Egrave; 
  evidente che il sistema di giustizia criminale &amp;egrave; stato impegnato in un 
  attacco sistematico ai neri e che andare in carcere o prigione &amp;egrave; diventato 
  un evento normale nella vita di milioni di persone appartenenti alle minoranze 
  razziali. Il moderno sistema penale produce la &#8220;nuova apartheid americana&#8221;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Lo riaffermano i dati pi&amp;ugrave; recenti sulle incarcerazioni. Alla fine del 
  2002 i neri costituivano il 45,1% del totale della popolazione carceraria (con 
  un tasso di carcerazione pi&amp;ugrave; di sette volte pi&amp;ugrave; alto di quello 
  dei bianchi), i latinoamericani costituivano il 18% e i bianchi solo il 34%. 
  In altre parole, le minoranze razziali ammontano ai due terzi della popolazione 
  carceraria. Ci&amp;ograve; in diretto contrasto con quanto avveniva negli anni 1930, 
  quando i bianchi erano la stragrande maggioranza dei carcerati, costituendo 
  circa il 70% della popolazione carceraria.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Anche nelle percentuali di incarcerazioni inferiori a un anno sono evidenti 
  le differenze razziali. Negli ultimi due decenni, di conseguenza, i neri si 
  trovano in una percentuale di carcerazione almeno cinque volte superiore a quella 
  dei bianchi. Nel 2002 la percentuale di carcerazione per i neri era di 740, 
  contro solo 147 per i bianchi e 256 per i latinoamericani.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Dai dati relativi agli arresti e al carcere &amp;egrave; ovvio che i gruppi, che 
  sono maggiormente presi di mira dal sistema della giustizia criminale, provengono 
  in maniera sproporzionata dalle popolazioni pi&amp;ugrave; marginalizzate. Sono 
  particolarmente vulnerabili i neri, soprattutto maschi. Per esempio, secondo 
  il Sentencing Project di Washington, DC, circa un terzo del totale dei neri 
  maschi fra i 20 e i 29 anni erano, in un giorno qualsiasi del 1995, o arrestati, 
  o in prigione, o in libert&amp;agrave; vigilata o in libert&amp;agrave; sulla parola, 
  una percentuale superiore al 25% del 1990. In alcune citt&amp;agrave; queste percentuali 
  erano persino pi&amp;ugrave; alte, come a Washington, D.C., dove la quota era del 
  60%. Per fare un confronto, i dati dei primi anni 1990 hanno rivelato che i 
  maschi neri era di gran lunga pi&amp;ugrave; probabile fossero in prigione o arrestati, 
  che al college! Nei primi anni 1990, in California, i neri incarcerati erano 
  1.951 su 100.000, contro 215 bianchi. (Per questa fascia di et&amp;agrave; non sono 
  disponibili dati pi&amp;ugrave; recenti, ma andate a vedere nella seconda parte 
  di questo saggio la discussione sulle possibilit&amp;agrave; di andare in prigione 
  nel corso della vita).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Studi recenti hanno ulteriormente approfondito l&#8217;impatto negativo delle 
  politiche di controllo criminale sulla popolazione nera. Ad esempio, uno studio 
  del sociologo Bruce Western e di altri suoi colleghi ha esaminato la relazione 
  fra l&#8217;incarcerazione (arresto o prigione), l&#8217;educazione e l&#8217;occupazione. 
  Fra il 1980 e il 1999, la percentuale di maschi bianchi dai 18 ai 65 anni, finiti 
  in prigione o arrestati, &amp;egrave; aumentata di meno dell&#8217;1% (dallo 0.4% 
  all&#8217;1%); per i neri la percentuale &amp;egrave; salita del 4,4% (dal 3,1 al 
  7,5%). Per i giovani maschi adulti (dai 22 ai 30 anni), la percentuale, di arrestati 
  o in prigione, &amp;egrave; salita dello 0,9% per i bianchi (dallo 0,7% all&#8217;1,7%); 
  ma per i neri &amp;egrave; aumentata del 6,2% (dal 5,5% all&#8217;11,7%). Se si 
  considera la percentuale dei giovani maschi adulti, che si sono ritirati dalla 
  scuola superiore, la percentuale che finisce arrestata o in prigione, &amp;egrave; 
  passata dal 3,15 al 10,3% per i bianchi (+7,2%), ma fra i neri &amp;egrave; salita 
  dal 14% al 41,2% (un aumento del 27,2 %). In altre parole, pi&amp;ugrave; di quattro 
  giovani neri su dieci, ritiratisi dalla scuola superiore, &amp;egrave; finita agli 
  arresti o in prigione. (Molteplici sono le ragioni, ma una &amp;egrave; che molti 
  giovani neri e latinoamericani vengono immessi nel sistema della giustizia giovanile 
  per mezzo della detenzione in et&amp;agrave; precoce. Vedere la terza parte del 
  saggio).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Inoltre, fra gli uomini nati fra il 1965 e il 1969, il 22,3% di tutti i neri, 
  e solo il 3,2% di tutti i bianchi, &amp;egrave; finito almeno una volta in prigione 
  dal 1999. Fra quanti si sono ritirati dalla scuola superiore, queste percentuali 
  salgono rispettivamente al 12,3% e al 32,1%. Fra quanti hanno conseguito un 
  diploma di scuola superiore o hanno superato il test GED (General Educational 
  Development: test dello sviluppo educativo generale), solo il 4,3% dei bianchi 
  e il 23,5% dei neri &amp;egrave; finito in prigione. Per quelli che hanno almeno 
  frequentato il college, queste percentuali sostanzialmente crollano: solo l&#8217;1,1% 
  dei maschi bianchi e l&#8217;8,6% dei maschi neri sono finiti almeno una volta 
  in prigione dal 1999. Mentre l&#8217;istruzione ha un&#8217;incidenza evidente, 
  le differenze fra neri e bianchi rimangono elevate.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Lo stesso studio ha rivelato che nella definizione delle numero ufficiale dei 
  disoccupati il governo omette di includervi i carcerati (curiosamente, il dipartimento 
  per il censimento aggiunge i carcerati a molte piccole citt&amp;agrave; in tutto 
  il paese e lo stato di povert&amp;agrave; di questi carcerati viene sommato al tasso 
  complessivo di povert&amp;agrave; per queste stesse citt&amp;agrave;, col risultato 
  di autorizzare un finanziamento federale aggiuntivo). Lo studio di Western ha 
  messo a confronto anche la situazione occupazionale per quelli che sono stati 
  e per quelli che non sono stati in prigione. Non &amp;egrave; sorprendente che, 
  quando comprendono la popolazione incarcerata, i numeri cambino drammaticamente 
  per i maschi neri. Per esempio, nel 1999, un terzo della popolazione maschia 
  nera era disoccupato (contro il 16% dei bianchi maschi). Fra quanti, nella fascia 
  fra i 22 e i 30 anni, si sono ritirati dalla scuola superiore questa percentuale 
  cambia drammaticamente: un sorprendente 70% dei maschi neri erano disoccupati 
  (compresi quelli arrestati o in prigione), contro il 27% dei maschi bianchi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Avere una fedina penale sporca, specialmente se si &amp;egrave; stati in prigione, 
  &amp;egrave; sempre stata una barriera per cercare di reinserirsi nella societ&amp;agrave;. 
  Negli ultimi anni &amp;egrave; diventato ancor peggio, a causa delle molte leggi, 
  passate nell&#8217;ultimo decennio, che finiscono, fra gli altri impatti negativi, 
  col negare l&#8217;abitazione pubblica, i vantaggi del welfare e la possibilit&amp;agrave; 
  di ricevere istruzione. Queste leggi colpiscono, secondo stime recenti, milioni 
  di persone; circa 13 milioni di Americani o scontano una pena o sono stati riconosciuti 
  colpevoli in passato. Inoltre, un totale di circa 47 milioni (un quarto della 
  popolazione adulta) ha una segnalazione criminale di qualche tipo archiviata 
  presso un&#8217;agenzia federale o statale di giustizia criminale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il criminologo Jeremy Travis paragona ci&amp;ograve; a una forma di &#8220;esilio 
  interno&#8221;, l&#8217;equivalente nazionale di quei condannati esiliati nelle 
  colonie americane (e anche in Australia) nel XVII e XVIII secolo. Comunque, 
  in questi due casi, una volta che avevano scontato la sentenza, avevano pochi 
  ostacoli a partecipare alla vita delle colonie. Questa &amp;egrave; diventata oggi, 
  per adoperare le parole di Travis, una forma di &#8220;esclusione sociale&#8221;. 
  Tale esclusione ha aumentato ancor pi&amp;ugrave; la distanza fra &#8220;loro&#8221; 
  e &#8220;noi&#8221; e, inoltre, Travis nota che:&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&#8220;La principale nuova forma di esclusione sociale &amp;egrave; stata di rifiutare 
  ai criminali i benefici del welfare. E il principale nuovo protagonista in questo 
  dramma &amp;egrave; stato il Congresso degli stati Uniti. In epoca di riforma del 
  welfare, quando il Congresso smantellava il diritto dei poveri, vecchio di sessant&#8217;anni, 
  a una rete di sicurezza, i poveri con dei passati criminali venivano ritenuti 
  meno meritevoli degli altri &#8230; si &amp;egrave; esitato poco ad usare gli aiuti 
  federali per aumentare le pene o i fondi federali per incoraggiare gli stati 
  a nuove sanzioni criminali&#8221;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ad avvertire la violenza maggiore di questa esclusione sono gli ex criminali 
  delle minoranze razziali. Un altro criminologo, Todd Clear, ha rilevato che 
  in molti quartieri urbani poverissimi almeno un quarto dei residenti maschi 
  adulti, nel corso dell&#8217;anno, o &amp;egrave; in prigione o arrestato.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Una parte dei metodi di controllo della sovrappopolazione consiste nella legislazione, 
  che definisce che cos&#8217;&amp;egrave; un &#8220;reato&#8221; e, inoltre, attraverso 
  la struttura delle sentenze, definisce quali siano i reati &#8220;gravi&#8221;. 
  Molte strutture di sentenze hanno un pregiudizio di classe e razziale innato. 
  Questo &amp;egrave; il caso in particolare delle leggi sulla droga, che hanno sempre, 
  storicamente, preso di mira le droghe usate dalle minoranze e dai poveri.&lt;/p&gt;
&lt;b&gt;La nuova apartheid americana.&lt;/b&gt;
&lt;p&gt;L&#8217;apartheid &amp;egrave; una politica che produce la segregazione o la discriminazione 
  razziale sistematica ed &amp;egrave; solitamente associata al Sud Africa di prima 
  di Mandela. La parola apartheid &amp;egrave; stata introdotta nel mondo nel 1948 
  dal Sud Africa. Questo termine deriva dall&#8217;olandese &#8220;aapart&#8221; 
  (che in italiano si traduce &#8220;a parte&#8221;) e &#8220;heid&#8221; (che 
  corrisponde al suffisso italiano &#8220;it&amp;agrave;&#8221;). Il termine fu adottato 
  per attenuare l&#8217;immagine delle dure politiche di segregazione razziale 
  praticate dal governo sudafricano. L&#8217;attenzione del mondo era puntata 
  sulle pratiche di segregazione razziale del Sud Africa e si pens&amp;ograve; che 
  sostituendo alla parola segregazione la parola apartheid, l&#8217;attenzione 
  del mondo sarebbe stata distolta dalle sue pratiche discriminatorie. Subito 
  dopo l&#8217;adozione del nuovo termine, il mondo si rese conto che, in realt&amp;agrave;, 
  nulla era cambiato relativamente al trattamento dei neri in Sud Africa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Sembra che sia il modello delle contraddizioni degli Stati Uniti, relativamente 
  a quella che si sostiene sia la linea politica e a quanto &amp;egrave; effettivamente 
  sostenuto dal governo USA. L&#8217;America &amp;egrave; stato sempre un paese, che 
  sostiene di tenere in gran conto i bambini. Tuttavia, nel 1989, gli Stati Uniti 
  si rifiutarono di sostenere la Risoluzione $$/&#8221;% dell&#8217;Assemblea 
  Generale [dell&#8217;ONU], che era il prodotto della Convenzione per i Diritti 
  del Bambino. Questa risoluzione era a favore dell&#8217;adozione dei diritti 
  fondamentali dei bambini, come il diritto alla vita. Ad ulteriore prova del 
  fatto che gli Stati uniti tendono a differenziare fra atteggiamento pubblico 
  e voto effettivo a livello globale, gli Stati Uniti proclamano di essere a favore 
  del perseguimento dei criminali internazionali. Eppure l&#8217;America si &amp;egrave; 
  rifiutata di ratificare il recente tentativo delle Nazioni Unite di creare un 
  Tribunale Criminale Internazionale. Di fatto, prima di votare, gli USA hanno 
  richiesto un voto non verbalizzato sulla questione dell&#8217;adozione dello 
  Statuto che istituisce la Corte Criminale Internazionale. Parlando pi&amp;ugrave; 
  nello specifico di apartheid, nel 1973, la Convenzione Internazionale per l&#8217;Eliminazione 
  e la Condanna del Reato di Apartheid, discusse la questione dell&#8217;apartheid 
  come reato contro l&#8217;umanit&amp;agrave; e, quindi, stabil&amp;igrave; che l&#8217;apartheid 
  dovesse essere trattata come un crimine contro l&#8217;umanit&amp;agrave;, un reato 
  internazionale. Ad oggi, gli Stati Uniti non hanno ancora ratificato questa 
  risoluzione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L&#8217;apartheid americana &amp;egrave; viva e vegeta, giacch&amp;eacute; la segregazione 
  razziale rimane una caratteristica comune praticamente di ogni citt&amp;agrave; 
  americana. Le principali citt&amp;agrave; ospitano oggi l&#8217;80% della popolazione 
  urbana non bianca e un terzo della popolazione urbana nera risiede nelle dieci 
  pi&amp;ugrave; grandi citt&amp;agrave; del paese. Ci sono stati tentativi simbolici 
  di ridurre la segregazione razziale nelle citt&amp;agrave; americane. Usiamo il 
  termine &#8220;simbolici&#8221;, perch&amp;eacute; questi tentativi spesso o sono 
  stati politicamente strumentalizzati o deviati per servire gli interessi dell&#8217;elite, 
  oppure perch&amp;eacute; questi tentativi sono stati grossolanamente finanziati 
  in maniera inadeguate, per assicurarsi il loro fallimento.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ad esempio, gli Housing Acts (leggi sulla casa) del 1949, del 1954 e del 1965 
  prescrivevano il finanziamento federale alle autorit&amp;agrave; locali per l&#8217;acquisto 
  di case nei quartieri poveri e l&#8217;inizio del risanamento delle case acquistate. 
  Perch&amp;eacute; i finanziamenti federali fossero autorizzati, i governi locali 
  dovevano assicurare che alle famiglie trasferite dalle zone di risanamento fosse 
  fornita una sistemazione abitativa decente. Il procedimento utilizzato era comunemente 
  conosciuto come rinnovamento urbano e talvolta voleva dire &#8220;sgombero dei 
  negri&#8221;. La soluzione &amp;egrave; stata l&#8217;edilizia pubblica ad alta 
  densit&amp;agrave;. Oggi questi progetti di edilizia pubblica spesso sono considerati 
  come &#8220;progetti&#8221;. La bonifica delle aree nei quartieri poveri e la 
  costruzione di edilizia pubblica spesso si sono risolte in una riduzione generale 
  degli alloggi. In uno studio sulle ganga giovanili di Detroit, &amp;egrave; stato 
  sottolineato che per quella citt&amp;agrave; fra il 1980 e il 1987 c&#8217;&amp;egrave; 
  stata una perdita netta di 31.000 appartamenti. Oggi, molti meri si ritrovano 
  nuovamente coinvolti in un programma di &#8220;rimozione di negri&#8221;: ma, 
  invece che essere trasferiti da un&#8217;area povera interna alla citt&amp;agrave; 
  in un&#8217;area povera a pi&amp;ugrave; alta densit&amp;agrave;, si vedono allontanati 
  del tutto dall&#8217;interno delle citt&amp;agrave; e rinchiusi nell&#8217;industria 
  americana delle prigioni.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La maggior parte delle differenze sopra elencate, e anche la drammatica crescita 
  nell&#8217;insieme delle percentuali di incarcerazione, possono essere spiegate 
  con la &#8220;guerra alla droga&#8221;, che &amp;egrave; stata intensificata a met&amp;agrave; 
  degli anni 1980, proprio nel momento in cui la popolazione delle prigioni ha 
  iniziato la sua rapida crescita. La seconda parte esamina questo argomento.&lt;/p&gt;
&lt;b&gt;Razza e guerra alla droga&lt;/b&gt;
&lt;p&gt;C&#8217;&amp;egrave; ora un piccolo dubbio sul fatto che ci sia una stretta relazione 
  fra la &#8220;guerra alle droghe&#8221; (e alle &#8220;gangs&#8221;) e la crescita 
  del complesso industriale carcerario. Questa &#8220;guerra&#8221; &amp;egrave; stata 
  dichiarata ufficialmente dal presidente Reagan a met&amp;agrave; degli anni 1980, 
  quando promise che la polizia avrebbe aggredito il problema della droga &#8220;pi&amp;ugrave; 
  ferocemente che mai&#8221;. Quello che non disse, comunque, era che l&#8217;applicazione 
  delle nuove leggi sulla droga &#8220;si sarebbero concentrate quasi esclusivamente 
  contro i piccoli spacciatori dei quartieri abitati dalle minoranze&#8221;. A 
  dire il vero, la polizia scopriva questi spacciatori in queste aree, soprattutto 
  perch&amp;eacute; quello era il posto dove li cercava, piuttosto che, ad esempio, 
  nei campus universitari. I risultati furono immediati: le percentuali di arresti 
  di neri accusati di reati di droga ebbero un&#8217;impennata drammatica alla 
  fine degli anni 1990 e, poi, negli anni 1990. In effetti, mentre i neri costituiscono 
  solo circa il 12% della popolazione USA e circa il 13% di tutti i consumatori 
  abituali di droga (e la loro percentuale di uso illegale di droga &amp;egrave; grosso 
  modo lo stesso di quello dei bianchi), rappresentano il 35% degli arrestati 
  per possesso di droga e il 74% dei condannati al carcere per reati collegati 
  alla droga.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La prova della sproporzione razziale nella guerra alla droga &amp;egrave; chiarissima. 
  Per esempio, le percentuali di arresti per le minoranze &amp;egrave; passato dai 
  600 su 100.000 nel 1980 a oltre i 1.500 nel 1990, mentre per i bianchi sono 
  rimaste essenzialmente le stesse. Gli studi dei singoli stati rivelano quanto 
  siano aumentate le condanne al carcere. Per esempio, nel North Carolina fra 
  il 1980 e il 1990 le percentuali di incarceramento in prigione per i non bianchi 
  &amp;egrave; balzato da circa 500 su 100.000 a quasi 1.000, mentre in Pennsylvania 
  i condannati per reati di droga fra maschi e femmine sono aumentati rispettivamente 
  del 1613% e del 1750%; in Virginia la percentuale di carcerazioni per reati 
  di droga per le minoranze &amp;egrave; passato da poco meno del 40% nel 1985 a circa 
  il 65% nel 1989, mentre per i bianchi la percentuale &amp;egrave; scesa da poco 
  meno del 60% nel 1983 a circa il 30% nel 1989.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ampiamente documentato da numerose fonti, c&#8217;&amp;egrave; stato un drammatico 
  incremento nel numero assoluto e nella percentuale dei neri, che sono stati 
  incarcerati nelle prigioni americane. Si stima che le condanne per droga incidano 
  per quasi la meta quasi la met&amp;agrave; (il 47,5%) sulla crescita totale, fra 
  il 1995 e il 2000, dell&#8217;incarcerazione nel sistema federale. Una stima 
  recente valuta che i condannati per droga abbiano costituto quasi la met&amp;agrave; 
  dell&#8217;incremento dei carcerati nelle prigioni di stato, nel corso degli 
  anni 1980 e dei primi anni 1990. Secondo gli ultimi dati delle prigioni federali 
  (fine 2002), i condannati per droga ammontano al 55% del totale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Pu&amp;ograve; darsi che questo sia principalmente un risultato delle &#8220;conseguenze 
  indesiderate&#8221; della guerra contro la droga, attualmente in corso nella 
  societ&amp;agrave; americana. D&#8217;altro canto, poich&amp;eacute; la guerra alla 
  droga va avanti almeno dall&#8217;inizio degli anni 1980, siamo preoccupati 
  che la ragione dell&#8217;aumento del numero di neri incarcerati sia ben pi&amp;ugrave; 
  sinistra, piuttosto che semplicemente il risultato del fallimento della guerra 
  alla droga e di discutibili leggi razziste (ad esempio quella sul crack e la 
  cocaina in polvere). &amp;Egrave; plausibile sostenere che la &#8220;guerra alle 
  droghe&#8221; (e la &#8220;guerra alle gangs&#8221;) hanno davvero avuto &#8220;successo&#8221;, 
  se il loro scopo era il controllo della sovrappopolazione, soprattutto nera. 
  Noi suggeriamo che questo evidente violento attacco possa effettivamente essere 
  attribuito a pratiche di segregazione istituzionale e di apartheid. La &#8220;guerra 
  alla droga&#8221; ha cominciato ad avere i suoi effetti sulla popolazione arrestata 
  e incarcerata a partire dalla fine degli anni 1980 e l&#8217;inizio degli anni 
  1990.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I dati sulle detenzioni nelle prigioni di stato, nel corso degli anni 1980 
  e all&#8217;inizio degli anni 1990, mostrano chiaramente i drammatici cambiamenti 
  dovuti a reati di droga. Fra il 1980 e il 1992 le condanne per reati di droga 
  sono aumentate di pi&amp;ugrave; del 1000%. Al contrario, c&#8217;&amp;egrave; stato 
  un pi&amp;ugrave; modesto incremento del 51% di reati violenti. La razza, in questi 
  incrementi, ha giocato un ruolo chiave, specialmente alla fine degli anni 1980 
  e all&#8217;inizio degli anni 1990, quando il numero dei neri condannati al 
  carcere per reati di droga &amp;egrave; aumentato di pi&amp;ugrave; del 90%, almeno 
  tre volte di pi&amp;ugrave; dei condannati bianchi. Fra il 1985 e il 1995 il numero 
  dei carcerati neri, che erano stati condannati per reati di droga, &amp;egrave; 
  aumentato del 700%.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Non solo i neri condannati per reati di droga sono di pi&amp;ugrave;, ma la durezza 
  delle loro condanne &amp;egrave; cresciuta rispetto a quella delle condanne dei 
  bianchi. Nel 1992 nel sistema federale, la condanna media per i condannati per 
  droga neri era di circa 107 mesi, a fronte dei 74 mesi per i condannati per 
  droga bianchi. Se si confrontano le condanne per cocaina in polvere e crack, 
  nel sistema federale c&#8217;&amp;egrave; una forte discrepanza. Nel 1995, per esempio, 
  i neri hanno costituito uno straordinario 88% dei condannati per crack, a fronte 
  del 30% dei condannati per cocaina in polvere.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nel sistema federale, le condanne per reati di droga nell&#8217;ultimo mezzo 
  secolo rivelano cambiamenti sorprendenti. Fra il 1945 e il 1995, la proporzione 
  di tutti quelli, che sono finiti in prigione per un reato qualsiasi, &amp;egrave; 
  salita dal 47% al 69%, contro una diminuzione di quelli, cui &amp;egrave; stata 
  concessa la condizionale (dal 40% al 24%), mentre la media delle condanne &amp;egrave; 
  aumentata del 300%. I cambiamenti nelle condanne per la violazione delle leggi 
  sulla droga sono i pi&amp;ugrave; drammatici. Mentre nel 1945 la percentuale dei 
  colpevoli di reati di droga, che finiva in prigione, era abbastanza alta, al 
  73%, dal 1995 a finire in prigione era non meno del 90%! E la media delle condanne 
  per casi di droga &amp;egrave; passata dai soli 22 mesi nel 1945 ad almeno i 90 
  mesi nel 1995, un aumento del 300%! Infine, mentre nel 1980 il reato pi&amp;ugrave; 
  grave, per gli incarcerati nelle prigioni federali, era nel 13% dei casi un 
  crimine violento e in appena un quarto dei casi un reato di droga, dal 1992 
  in quasi la met&amp;agrave; dei casi (il 48,8%) il reato pi&amp;ugrave; grave &amp;egrave; 
  legato alla droga, a confronto di quelli legati a crimini violenti con l&#8217;8% 
  dei casi. Nel frattempo, la media massima di condanna per reati violenti &amp;egrave; 
  diminuita (dai 125 agli 88 mesi) e per i reati di droga &amp;egrave; aumentata (da 
  47 a 82 mesi).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I dati pi&amp;ugrave; recenti mostrano che, nel 2002, pi&amp;ugrave; della met&amp;agrave; 
  (il 55%) dei carcerati nelle prigioni federali sconta pene per reati di droga, 
  a fronte di un 16% nel 1970 (un aumento del 244% fra il 1970 e il 2002) e di 
  un 25% del 1980; di tutti i maschi neri incarcerati nelle prigioni federali 
  il 60% &amp;egrave; dentro per reati di droga, contro un 51% dei maschi bianchi; 
  attualmente i neri costituiscono il 46% di tutti i condannati per droga nel 
  sistema carcerario federale. &amp;Egrave; interessante notare che la proporzione 
  che la proporzione relativa alle donne bianche e nere, condannate per droga, 
  &amp;egrave; all&#8217;incirca la stessa: il 67% delle donne bianche e il 65% delle 
  donne nere sono dentro per droga.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per quanto datata, una delle fonti pi&amp;ugrave; recenti di dati su casi giudiziari 
  viene da un rapporto del Dipartimento di giustizia, che ha preso in esame gli 
  imputati delle 75 contee pi&amp;ugrave; grandi nel 1994. Qui possiamo vedere gli 
  effetti della &#8220;guerra alle droghe&#8221; e del suo impatto sul sistema 
  giudiziario nazionale; possiamo anche vedere chiaramente gli effetti razziali. 
  L&#8217;accusa pi&amp;ugrave; seria in poco pi&amp;ugrave; di un terzo (34,6%) dei casi 
  &amp;egrave; stata un reato di droga, seguita da vicino da reati contro la propriet&amp;agrave; 
  (31,1%), con circa un quarto (25,7%) per reati violenti, prevalentemente aggressioni 
  (che costituiscono il 45% dei reati violenti). Nel corso dell&#8217;anno fiscale 
  2001, nelle Corti Distrettuali USA ci sono stati 24.299 condannati per reati 
  di droga. La droga pi&amp;ugrave; comune &#8211;e non &amp;egrave; una sorpresa- &amp;egrave; 
  stata la marijuana (un terzo di tutti i casi). I bianchi erano solo il 26%, 
  mentre i latinoamericani sono arrivati al 43% e i neri erano il 31%.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Non sorprende che la razza abbia pesato fortemente nei casi esaminati dallo 
  studio del 1994. I neri costituivano pi&amp;ugrave; della met&amp;agrave; (56%) di tutti 
  gli imputati e il 62% degli imputati accusati di reati di droga. Un altro studio 
  ha rivelato che quasi tutti (il 99%) degli imputati di traffico di droga fra 
  il 1985 e il 1987 erano neri. In alcune citt&amp;agrave;, la percentuale di imputati 
  di reato neri era particolarmente alta. Per esempio i neri costituivano il 93% 
  di tutti gli imputati nella Contea di Wayne (Detroit), il 90% a Baltimora e 
  l&#8217;85% nella Contea di Cook (Chicago) e nella Contea di Kings (Seattle).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Un normale esempio dei pregiudizi razziali nelle leggi sulla droga &amp;egrave; 
  il &#8220;crack&#8221;. La pena per il possesso e/o la vendita di cocaina sotto 
  forma di &#8220;crack&#8221; &amp;egrave; di gran lunga superiore di quella per 
  la variet&amp;agrave; di cocaina in polvere. Accade proprio che il crack venga associato 
  verosimilmente con i neri. Nessuna meraviglia che l&#8217;imposizione delle 
  leggi sulla droga sia stato la principale ragione dell&#8217;aumento della popolazione 
  carceraria negli ultimi anni. nell&#8217;anno fiscale 2001, di tutti i condannati 
  per crack, detenuti nelle prigioni federali, l&#8217;83% era di neri, contro 
  solo il 7% di bianchi e il 9% di latinoamericani. Per la cocaina in polvere, 
  le discordanze non sono affatto cos&amp;igrave; drastiche: met&amp;agrave; dei condannati 
  per questa droga erano latinoamericani, mentre solo il 31% erano neri e il 18% 
  bianchi. Mettetela come volete: di tutti i neri condannati nelle prigioni federali 
  per droga, il 59% &amp;egrave; stato condannato per crack; per questa droga &amp;egrave; 
  stato condannato solo il 5,5% di bianchi.&lt;/p&gt;
&lt;b&gt;Andare in prigione diventa la norma per neri e latinoamericani.&lt;/b&gt;
&lt;p&gt;Per la maggior parte dei giovani delle minoranze, che crescono nelle aree urbane, 
  c&#8217;&amp;egrave; l&#8217;assunto generale che prima o poi finiranno o arrestati 
  o in prigione. Dopo tutti, moltissimi di loro vedono, quasi tutti i giorni, 
  i membri delle loro famiglie, amici e parenti, avvicinati dalla polizia, ammanettati 
  e messi nel carcere locale. Le cifre, che seguono, rafforzano, soprattutto fra 
  i giovani neri, questa percezione. Nel 1999 erano in prigione il 9,4% di tutti 
  i maschi neri fra i 25 e i 29 anni, contro solo il 3,1% dei maschi latinoamericani 
  e appena l&#8217;1,0% dei maschi bianchi. Ma la cosa pi&amp;ugrave; importante, 
  comunque, &amp;egrave; che finire in prigione o in carcere sembra essere diventata 
  la caratteristica normale della vita di neri e latinoamericani.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Un metodo per misurare l&#8217;ampiezza dell&#8217;incarcerazione delle minoranze 
  razziali &amp;egrave; dare uno sguardo alla percentuale della popolazione adulta 
  incarcerata almeno una volta nella vita. Secondo uno studio del Dipartimento 
  di Giustizia, nel 1970 meno dell&#8217;1% di tutti i bianchi aveva fatto l&#8217;esperienza 
  di un carcere federale o statale, contro il 4,5% dei neri e l&#8217;1,3% dei 
  latinoamericani. Circa dieci anni dopo (nel 1986) i bianchi che andavano in 
  prigione erano ancora meno dell&#8217;1%, ma i neri erano pi&amp;ugrave; del 5% 
  e i latinoamericani il 2%. Nel 29001, secondo la stima disponibile pi&amp;ugrave; 
  recente, i bianchi avevano ancora una bassa percentuale di persone finite in 
  prigione (1,4%) ma vi erta finito quasi il 9% dei neri e il 4% di latinoamericani.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ancor pi&amp;ugrave; rivelatrici sono le statistiche relative alle possibilit&amp;agrave; 
  di finire in prigione nel corso della propria esistenza. Secondo uno studio 
  del Dipartimento di Giustizia, i neri nati nel 1974 avevano una percentuale 
  del 7% di finire prima o poi in prigione nel corso della propria esistenza, 
  contro l&#8217;1,2% della totalit&amp;agrave; dei bianchi. Per i maschi bianchi 
  nati nel 1974 la possibilit&amp;agrave; di finire in prigione era di solo il 2,2%, 
  ma era del 13,4% per i maschi neri e del 4% per i maschi ispanici. Diciassette 
  anni dopo, con la guerra alla droga in vigore, queste percentuali sono cambiate 
  in modo drammatico: per la totalit&amp;agrave; dei neri nati nel 1991 c&#8217;era 
  una possibilit&amp;agrave; di finire in prigione del 16,5%, a fronte di una del 
  2,5% dei bianchi; tuttavia le possibilit&amp;agrave; di finire in prigione per i 
  maschi neri erano pi&amp;ugrave; che raddoppiate, salendo al 29%, con una crescita 
  pi&amp;ugrave; modesta per i maschi bianchi, saliti al 4,4% (tecnicamente la percentuale 
  dei maschi bianchi era raddoppiata, ma la percentuale iniziale era cos&amp;igrave; 
  bassa, da renderla insignificante rispetto a quella dei maschi neri). Forse 
  il cambiamento pi&amp;ugrave; drammatico, e passati largamente inosservati sulla 
  stampa e negli ambienti dei criminologi, era dato dal fatto che le possibilit&amp;agrave; 
  di finire in prigione per i maschi latinoamericani era quadruplicata, passando 
  dal 4% al 16,3%. Nel 2001, un bambino maschio nero nato in quell&#8217;anno 
  aveva quasi una possibilit&amp;agrave; su tre di finire in prigione, contro appena 
  meno del 6% per un bambino maschio bianco e un 17,2% di possibilit&amp;agrave; per 
  un bambino maschio latinoamericano.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il fatto, che negli ultimi anni tanti neri siano stati mandati in prigione, 
  ha un impatto significativo sui loro diritti elettorali. Uno studio recente 
  ha rivelato che a fronte di un 2% di adulti, privati del diritto di voto perch&amp;eacute; 
  colpevoli di reato (per lo pi&amp;ugrave; per droga), ne &amp;egrave; stato privato 
  il 13% di tutti i neri uomini! In sei stati la percentuale di uomini neri privati 
  del diritto di voto &amp;egrave; del 25% o superiore, raggiungendo il livello pi&amp;ugrave; 
  alto in Alabama e Florida (e noi tutti sappiamo cosa &amp;egrave; successo in Florida 
  nel 2000). [Probabile allusione al depennamento di neri dalle liste elettorali 
  che ha consentito a Bush di essere eletto. Nota del traduttore]&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Non abbiamo bisogno di approfondire ulteriormente ci&amp;ograve;, che risulta ovvio, 
  dato che rimane il fatto che la &#8220;guerra al crimine&#8221; prende di mira 
  in maniera del tutto sproporzionata le minoranze razziali, che si ritrovano 
  in misura allarmante sempre pi&amp;ugrave; dietro le sbarre e sono abitualmente 
  soggetti all&#8217;azione di controllo del sistema della giustizia criminale. 
  Probabilmente questa situazione non &amp;egrave; destinata a migliorare, specialmente 
  fino a quando i governi federali, statali e locali continueranno a incrementare 
  il denaro, usato per l&#8217;industria della custodia criminale, invece che 
  per la prevenzione. Aumentando la nostra attenzione al crimine, diminuisce l&#8217;attenzione 
  data alle cause che sono alla base del crimine, col solo risultato di aggravare 
  ulteriormente il problema.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Comunque la si consideri, finire in prigione &amp;egrave; diventata, per le minoranze 
  razziali, un&#8217;esperienza molto comune. E queste cifre non comprendono la 
  possibilit&amp;agrave; che hanno di essere arrestati e finire in carcere o in un 
  centro di detenzione, nel caso di un minore. Nella terza parte di questo saggio 
  esamineremo due esempi della nuova apartheid americana: l&#8217;incarceramento 
  dei giovani e delle donne delle minoranze.&lt;/p&gt;
&lt;b&gt;L&#8217;incarceramento dei minorenni delle minoranze&lt;/b&gt;
&lt;p&gt;All&#8217;interno del sistema della giustizia minorile si ritrova un numero 
  sempre maggiore di giovani afro-americani. Hanno pi&amp;ugrave; probabilit&amp;agrave; 
  dei loro coetanei bianchi di essere detenuti, di dover affrontare un processo, 
  di essere messi da parte per il sistema giudiziario adulto e di essere istituzionalizzati. 
  Come sottolineato da molti studi, i giovani neri hanno pi&amp;ugrave; possibilit&amp;agrave; 
  dei giovani bianchi di essere detenuti, indipendentemente dal reato addebitato.&lt;br&gt;
  &lt;br&gt;
  In effetti, secondo i dati ufficiali del 2001, i giovani neri e latinoamericani 
  hanno pi&amp;ugrave; probabilit&amp;agrave; dei bianchi di essere arrestati, non importa 
  quanto grave sia il reato per cui gli accade di esserlo. Per i neri la percentuale 
  d&#8217;arresto per tutti i reati &amp;egrave; quasi cinque volte superiore a quella 
  dei bianchi e il doppio di quella dei latinoamericani. Per i crimini contro 
  la persona , la percentuale di arreso dei neri &amp;egrave; pi&amp;ugrave; di cinque 
  volte superiore a quella dei bianchi, mentre quella dei latinoamericani &amp;egrave; 
  superiore del 2,5%. Ma la differenza maggiore &amp;egrave; per gli imputati di reati 
  di droga: i giovani neri hanno una possibilit&amp;agrave; di essere arrestati sette 
  volte maggiore dei loro coetanei bianchi. Non pu&amp;ograve; essere negata l&#8217;importanza 
  di essere arrestati, dato che studi hanno dimostrato che, chi &amp;egrave; arrestato, 
  ha molte pi&amp;ugrave; probabilit&amp;agrave; di vedersi comminare la pena finale pi&amp;ugrave; 
  pesante. Questo ultimo punto &amp;egrave; ulteriormente confermato dalle percentuali 
  di incarcerazione delle prigioni giovanili (dati del 2001).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Esaminando le percentuali di arresto, scopriamo che le differenze razziali 
  sono simili ai tassi di incarcerazione. Scopriamo che:&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La percentuale complessiva dei giovani neri &amp;egrave; quattro volte superiore 
  a quella dei bianchi; i latinoamericani sono una volta e mezzo i bianchi;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Anche considerando i reati, queste percentuali rimangono in ogni caso superiori 
  per i giovani neri, con i latinoamericani al secondo posto;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nel caso di reati di droga, le probabilit&amp;agrave; per i giovani neri di essere 
  incarcerati &amp;egrave; sei volte superiore a quella dei bianchi e i latinoamericani 
  hanno il doppio di probabilit&amp;agrave; dei bianchi di essere incarcerati.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La graduatoria delle percentuali di arresto o di incarceramento &#8211;primi 
  i neri, secondi i latinoamericani e i bianchi ultimi per ogni tipo di reato- 
  ci ricorda una frase, sentita ripetutamente al tempo del movimento per i diritti 
  civili: &#8220;Se sei bianco, sei a posto; se sei scuro, non allontanarti; se 
  sei nero, sta dietro&#8221;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;Egrave; comprovato come evidente che i centri di detenzione e gli istituti 
  &#8220;di correzione&#8221; per giovani sono diventati parte della &#8220;nuova 
  apartheid americana&#8221;. Quello, che si dovrebbe sottolineare in particolare, 
  sono le differenze di percentuale per i reati di droga. Parte di queste debbono 
  essere spiegate attraverso l&#8217;esame di chi viene preso di mira per l&#8217;arresto 
  nella guerra alle droghe. Chiaramente, come per i corrispettivi adulti, i giovani 
  neri sono quelli ad essere presi pi&amp;ugrave; pesantemente di mira. Uno sguardo 
  comparativo lo conferma. Mentre nel 1972 i giovani bianchi avevano una percentuale 
  di arresti per droga pi&amp;ugrave; alta di quella dei neri, dall&#8217;inizio degli 
  anni 1980 (approssimativamente all&#8217;inizio della &#8220;guerra alle droghe&#8221;) 
  la differenza si era rovesciata. Nel 1995 il cambiamento era incredibile: la 
  percentuale di arresti per i giovani neri era quasi tre volte superiore di quella 
  dei bianchi. Nel periodo 1972-1995 c&#8217;&amp;egrave; stato un aumento di arresti 
  di giovani neri con imputazioni di droga di pi&amp;ugrave; del 400%.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Come ha dimostrato la ricerca di Jerome Miller (pubblicata nel suo libro &#8220;Search 
  and Destroy&#8221;, Cerca e distruggi), i giovani maschi neri hanno subito l&#8217;attacco 
  delle iniziative dell&#8217;autorit&amp;agrave; giudiziaria di &#8220;trattare pi&amp;ugrave; 
  severamente le droghe&#8221;. Nota che a Baltimora, per esempio, gli afroamericani 
  sono stati arrestati in una percentuale sei volte superiore a quella dei bianchi 
  e che pi&amp;ugrave; del 90% &amp;egrave; stato arrestato per possesso.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nello studio su Baltimora Miller ha scoperto che nel 1981 erano stati arrestati 
  per reati di droga solo 15 giovani bianchi, contro 86 neri; nel 1991, tuttavia, 
  il numero dei bianchi arrestati scendeva a solo 13, mentre il numero dei neri 
  saliva vertiginosamente a uno strabiliante 1.304, cio&amp;egrave; un aumento del 
  1.416%! Il rapporto fra giovani neri e bianchi passava da 6 a 1 a 100 a 1.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Un altro studio ha scoperto che &#8220;i giovani neri sono molto pi&amp;ugrave; 
  spesso accusati di reato, quando [la] trasgressione potrebbe essere considerata 
  un&#8217;infrazione&#8221;. Inoltre, questi casi, attribuiti al tribunale &#8220;si 
  ritiene debbano essere perseguiti formalmente pi&amp;ugrave; frequentemente, se 
  vi sono implicati giovani neri&#8221;. Quando contro i bianchi son presi provvedimenti, 
  tali &#8220;provvedimenti&#8221; sono molto spesso &#8220;sedute di gruppo a 
  casa o trattamenti per droga, mentre per le minoranze nere sono strutture residenziali 
  pubbliche, comprese quelle statali che prescrivono il pi&amp;ugrave; stretto confinamento&#8221;. 
  Un altro studio ha dimostrato il sostanziale aumento dei giovani delle minoranze 
  deferiti ai tribunali minorili, quindi l&#8217;aumento della possibilit&amp;agrave; 
  di essere incarcerati. Ma, tuttavia , gli arresti, i ricorsi e i provvedimenti 
  nei confronti delle minoranze sono molti di pi&amp;ugrave;, di quanto ci si dovrebbe 
  aspettare sulla base dell&#8217;aumento delle trasgressioni di riferimento. 
  C&#8217;&amp;egrave; stato un aumento del trattamento formale dei casi di droga, 
  che si &amp;egrave; trasformata in uno svantaggio per le minoranze. Questo studio 
  concludeva che: &#8220;Dato il carattere attivo della normativa sulla droga, 
  questi risultati hanno posto domande fondamentali su quali siano gli obiettivi 
  delle indagini e hanno destato apprensione a proposito della recente guerra 
  alle droghe&#8221;. Come rilevato in uno studio sul giro di vite sulle droghe 
  in Georgia, la percentuale di arresti pi&amp;ugrave; alta di neri &amp;egrave; stata 
  attribuita a un singolo fattore: &#8220;&amp;egrave; pi&amp;ugrave; facile compiere 
  eseguire arresti per droga nei quartieri a basso reddito. In Georgia molti arresti 
  per droga riguardano spacciatori e acquirenti di basso livello e avvengono in 
  zone abitate da minoranze a basso reddito. In questi quartieri la vendita al 
  minuto di droga avviene frequentemente nelle strade e fra spacciatori e compratori 
  che non si conoscono. Molti di questi spacciatori sono neri. Al contrario, gli 
  spacciatori di droga bianchi tendono a vendere al coperto, nei bar, nei clubs 
  e nelle case private, e a compratori pi&amp;ugrave; ricchi, anch&#8217;essi principalmente 
  bianchi&#8221;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Una recente pubblicazione dell&#8217;Ufficio per la Giustizia e per la Prevenzione 
  della Delinquenza Giovanile, intitolato &#8220;Minori in Case di Correzione&#8221; 
  ha reso noto che nel 1999 si stimava che, in tutto il paese, le minoranze fossero 
  il 65% di quelli destinati agli istituti correzionali privati per giovani e 
  il 55% di quelli destinati agli istituti correzionali pubblici. Per traffico 
  di droga, i giovani neri nelle case correzionali venivano stimati il 65%, a 
  fronte del solo 18% dei latinoamericani e al 16% dei bianchi. Le percentuali 
  di incarceramento sono state fornite per singolo stato e c&#8217;erano grandi 
  differenze. Per l&#8217;insieme degli Stati Uniti la percentuale di incarceramento 
  per i giovani neri era di 1.004 su 100.000, a fronte di una percentuale di 212 
  per i bianchi e di 485 per i latinoamericani. In altre parole i giovani neri 
  erano tenuti in custodia (in strutture di detenzione o in istituzioni correzionali) 
  in percentuale cinque volte superiore a quella dei bianchi e pi&amp;ugrave; che 
  doppia di quella dei latinoamericani. Le percentuali di detenzione per i neri 
  vanno da un massimo di 2.908 su 100.000 in South Dakota a un minimo di 87 nelle 
  Hawaii.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Una cosa, che spesso &amp;egrave; sfuggita alla discussione di queste tendenze, 
  &amp;egrave; l&#8217;impatto che queste politiche &#8220;acchiappa banditi&#8221; 
  e la &#8220;guerra alle droghe&#8221; hanno avuto sulle donne. Il prossimo paragrafo 
  passer&amp;agrave; in rassegna alcune preoccupanti tendenze all&#8217;incarcerazione 
  di donne.&lt;/p&gt;
&lt;b&gt;La crescente incarcerazione di donne nere&lt;/b&gt;
&lt;p&gt;Nell&#8217;analisi del caso delle donne non ci si pu&amp;ograve; lasciar sfuggire 
  una cosa: il crimine e la giustizia criminale cono in correlazione reciproca 
  con la classe e la razza. In realt&amp;agrave;,la grande maggioranza delle criminali, 
  soprattutto di quelle che finiscono in prigione, provengono dai ceti pi&amp;ugrave; 
  bassi e appartengono alle minoranze razziali.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Un esempio specifico del ruolo della classe e della razza &amp;egrave; presentato 
  da uno studio molto dettagliato su un campione di donne ritenute colpevoli in 
  una struttura giudiziaria di New Haven, nel Connecticut. Da un campione pi&amp;ugrave; 
  ampio di 397 casi, questo studio ha approfondito un campione minore di 40 uomini 
  e 40 donne, che sono state condannate al carcere (cio&amp;egrave;, che sono passate 
  attraverso tutte le fasi del processo di giustizia criminale). Delle quaranta 
  donne, ventiquattro (il 60%) erano nere, cinque (il 12%) erano portoricane e 
  le rimanenti (il 28%) erano bianche. Met&amp;agrave; delle donne erano cresciute 
  in famiglie con un solo genitore, e solo due delle donne erano descritte come 
  cresciute in &#8220;famiglie della middle class&#8221;. Molte di queste donne 
  sono state descritte come cresciute in famiglie, &#8220;le cui condizioni economiche 
  erano precarie&#8221;, mentre in quasi i due terzi dei casi i loro padri biologici 
  erano &#8220;tagliati fuori&#8221; dalla loro crescita, Solo un terzo aveva 
  completato la scuola superiore o aveva ottenuto l&#8217;equivalente del GED 
  (General Educational Diploma: Diploma d&#8217;Istruzione Generale) Due terzi 
  &#8220;avevano un curriculum lavoro precario o non retribuito&#8221; e pi&amp;ugrave; 
  dell&#8217;80%, al momento del loro ultimo arresto, erano disoccupate.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Gli esempi pi&amp;ugrave; drammatici della mancanza di cavalleria nei confronti 
  delle donne nere e appartenenti alle minoranze provengono dall&#8217;esame della 
  tipologia di donna, che finisce in prigione. E questo, negli ultimi anni, &amp;egrave; 
  stato il risultato della &#8220;guerra alle droghe&#8221;. Come abbiamo gi&amp;agrave; 
  sottolineato, c&#8217;&amp;egrave; una stretta relazione fra razza e uso illecito 
  di droga, bench&amp;eacute; neri e latinoamericani abbiano di gran lunga le probabilit&amp;agrave; 
  maggiori di finire arrestati e di essere messi in prigione. Per le donne, vengono 
  prescelte, in generale, le povere e., in particolare, le nere.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Mentre le donne costituiscono circa il 20% di tutti gli arrestati e solo circa 
  il 6% di quelli in prigione, le cifre assolute e le percentuali della loro incarcerazione 
  negli ultimi vent&#8217;anni sono cresciuti drammaticamente. Infatti il 31 dicembre 
  2002 nelle prigioni federali e statali c&#8217;erano 97.491 donne (contro solamente 
  le 8.850 del 1976), che costituivano il 6,8% di tutti i detenuti, contro il 
  3,6% del 1976. Queste ultime cifre rappresentano un incredibile aumento numerico 
  di circa l&#8217;800% e la loro proporzione fra tutti i detenuti, nell&#8217;ultimo 
  quarto di secolo, &amp;egrave; aumentata di pi&amp;ugrave; del 75%. Inoltre la percentuale 
  di donne detenute &amp;egrave; passata da 8 su 100.000 nel 1975 a 60 su 100.000 
  nel 2002, con un aumento del 650%.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma c&#8217;&amp;egrave; di peggio: un&#8217;ampia percentuale di donne condannate 
  al carcere per violazione della libert&amp;agrave; provvisoria non hanno commesso 
  alcun reato, ma vi sono piuttosto tornate per non aver passato il test delle 
  urine. Inoltre la proporzione delle donne condannate detenute nelle prigioni 
  federali &amp;egrave; bruscamente cresciuta a causa dei reati di droga. Nel 1989, 
  nelle prigioni federali per droga era detenuto il 44,5% delle donne. Questa 
  cifra in appena due anni &amp;egrave; salita al 68%. (Pi&amp;ugrave; di un terzo delle 
  donne detenute per reati di droga sono state condannate per possesso di stupefacenti) 
  Circa vent&#8217;anni fa quasi due terzi delle donne condannate, per reati di 
  droga dai tribunali federali, usufruivano della sospensione condizionale della 
  pena. Nel 1991 erano solo il 28%. Inoltre, la media della carcerazione per le 
  donne condannate per reati di droga &amp;egrave; passata dai 27 mesi del 1984 ai 
  67 mesi del 1990.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In generale, la percentuale di donne detenute per crimini di droga &amp;egrave; 
  passata dal 12% del 1986 al 32,8% nel 1991. Di fatto, l&#8217;aumento percentuale 
  delle donne condannate per droga &amp;egrave; stato molto pi&amp;ugrave; alto di quello 
  degli uomini condannati per lo stesso tipo di reato. Ad esempio, fra il 1987 
  e il 1989 nello stato di New York il numero delle donne condannate per droga 
  &amp;egrave; aumentato del 211%, a fronte di un aumento dell&#8217;82% per gli uomini. 
  In Florida, negli anni 1980 gli ingressi in carcere per droghe aument&amp;ograve; 
  di un enorme 1.825%; ma per donne condannate questo aumento fu di uno stupefacente 
  3.103%!&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Gran parte dell&#8217;aumento delle donne detenute deriva dall&#8217;impatto 
  delle leggi a condanna vincolante, approvate nel corso dell&#8217;inasprimento 
  contro il crimine. In conformit&amp;agrave; con molte di queste leggi sono concesse 
  raramente le circostanze attenuanti (come, avere figli, avere nessuna o poche 
  condanne, avere reati non violenti). Una recente inchiesta ha scoperto che pi&amp;ugrave; 
  della met&amp;agrave; (51%) delle donne nelle prigioni statali erano alla prima 
  condanna o ne avevano avuto precedentemente una sola, contro un 39% dei detenuti 
  maschi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Quindi i recenti tentativi della societ&amp;agrave; di usare il pugno di ferro 
  nei confronti del crimine ha avuto un impatto molto negativo sulle donne condannate, 
  dal momento che sempre pi&amp;ugrave; imboccano la strada che le porta nel sistema 
  carcerario nazionale. &amp;Egrave; un dato di fatto che, soprattutto per la guerra 
  alle droghe, negli ultimi anni &amp;egrave; drammaticamente cresciuto il numero 
  delle nuove prigioni per donne. Mentre fra il 1940 e la fine degli anni 1960sono 
  state costruite solo 12 nuove carceri, negli anni 1970 ne sono state costruite 
  in tutto 17 e negli anni 1980 (ultimi dati disponibili) sono state costruite 
  34 nuove prigioni.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Questi aumenti non corrispondono agli aumenti della criminalit&amp;agrave; femminile, 
  misurata dagli arresti, a meno che non consideriamo l&#8217;impatto della &#8220;guerra 
  alle droghe&#8221; prestando maggiore attenzione alla violenza domestica. In 
  questo periodo c&#8217;&amp;egrave; stato un cambiamento molto rilevante della risposta 
  del sistema di giustizia criminale sia all&#8217;uso della droga da parte delle 
  donne (come per chiunque) sia alla violenza domestica. In quest&#8217;ultimo 
  caso tale accresciuta attenzione alla violenza domestica ha determinato un aumento 
  degli arresti di donne per aggressione aggravata e &#8220;aggressione d&#8217;altro 
  tipo&#8221;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La parte finale di questo saggio sar&amp;agrave; dedicata all&#8217;esame dell&#8217;impatto, 
  sulle famiglie e sulle comunit&amp;agrave;, dell&#8217;alto tasso di detenzione 
  delle minoranze razziali.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;L&#8217;impatto sulle famiglie e le comunit&amp;agrave; nere.&lt;/strong&gt;&lt;br&gt;
  Sebbene sia difficile che emergano dati precisi, dalla discussione delle prime 
  tre parti di questo saggio possiamo facilmente inferire che gli sviluppi recenti 
  hanno avuto un impatto negativo sulle comunit&amp;agrave; nere in generale e sulle 
  famiglie in particolare. I centro citt&amp;agrave; americani sono stati colpiti 
  molto negativamente da questi cambiamenti. Il movimento di capitali fuori dai 
  centro citt&amp;agrave; (&amp;quot;fuga di capitali&amp;quot;) &amp;egrave; corrisposto al fenomeno 
  della &amp;quot;fuga dei bianchi&amp;quot; e all&#8217;esodo del ceto medio delle minoranze, 
  con la diminuzione della base fiscale e la concentrazione crescente dei poveri 
  in queste aree. C&#8217;&amp;egrave; stato anche contemporaneamente una diminuzione 
  del finanziamento federale per programmi sociali, in particolar modo di quello 
  destinato alle classi sociali urbane pi&amp;ugrave; povere. Questo &amp;egrave; avvenuto, 
  per lo pi&amp;ugrave;, negli anni 1980 con l&#8217;inizio di un processo di &amp;quot;privatizzazione&amp;quot;, 
  un sistema mirato a sostituire l&#8217;assistenza federale con i metodi di soluzione 
  dei problemi urbani, tipici del settore privato. Fra i programmi specifici a 
  essere danneggiati sono stati l&#8217;aiuto ai distretti scolastici disagiati, 
  l&#8217;assistenza residenziale, l&#8217;aiuto finanziario ai poveri, l&#8217;assistenza 
  legale ai poveri e, in generale, i servizi sociali nelle aree urbane.&lt;br&gt;
  C&#8217;&amp;egrave; stato un deciso declino delle possibilit&amp;agrave; di lavoro, 
  in maniera particolare per le minoranze. Molte attivit&amp;agrave; sono slittate 
  nelle periferie, cos&amp;igrave; come molti servizi di base e anche la base tributaria.&lt;br&gt;
  Di solito era normale che molti giovani appartenenti alle minoranze riuscissero 
  a trovare lavori non specializzati o semi-specializzati. Oggi questi lavori 
  stanno scomparendo e vengono rimpiazzati o da lavori a bassa retribuzione nei 
  servizi o da lavori ad alta retribuzione, che richiedono specializzazioni e 
  istruzione avanzate. Negli anni 1960 e nei primi anni 1960, i giovani dei centro 
  citt&amp;agrave; erano presi di mira per l&#8217;arruolamento militare. Questo era 
  visto da molti come un mezzo per sfuggire a un&#8217;esistenza fatta di povert&amp;agrave;. 
  Oggi, i giovani dei centro citt&amp;agrave; &amp;egrave; molto probabile che abbiano 
  un curriculum criminale, che ne proibisce l&#8217;uscita dalla povert&amp;agrave; 
  attraverso le forze armate.&lt;br&gt;
  Uno sviluppo assolutamente relativo &amp;egrave; stato descritto come femminilizzazione 
  della povert&amp;agrave;. Questo &amp;egrave; dovuto all&#8217;aumento delle famiglie 
  con a capo una donna, che hanno maggior probabilit&amp;agrave; di vivere in povert&amp;agrave;. 
  Ci&amp;ograve; &amp;egrave; vero, in maniera particolare, per le donne nere, dal momento 
  che -secondo il censimento del 2000, il 48% di tutte le famiglie nere aveva 
  a capo le donne (contro il 43% del 1990) e il 40% di queste famiglie vivono 
  sotto il livello di povert&amp;agrave;, il 14% in pi&amp;ugrave; delle corrispondenti 
  bianche. Dai primi anni 1990 la percentuale generale dei minori di 18 anni, 
  che vive sotto il livello ufficiale di povert&amp;agrave;, &amp;egrave; calata. Perci&amp;ograve;, 
  secondo l&#8217;Istituto per la Giustizia Giovanile e la Prevenzione della Delinquenza, 
  mentre nel 1992 viveva in povert&amp;agrave; il 46,6% dei bambini neri (contro il 
  17,8% di bambini bianchi e il 40% di bambini latinoamericani), nel 2000 la percentuale 
  era scesa al 31% (13% per i bambini bianche e 28% per i bambini latinoamericani). 
  Tuttavia, le percentuali dei neri e dei latinoamericani sono pi&amp;ugrave; che 
  doppie di quelle dei bianchi. Secondo studi recenti, i confronti internazionali 
  mostrano gli Stati Uniti al primo posto dei paesi industrializzati in termini 
  di percentuale generale di povert&amp;agrave; infantile. Alcuni singoli stati hanno 
  percentuali di povert&amp;agrave; infantile eccessivamente alte, con quello di New 
  York in testa col 26,3%, seguito dalla California col 25,7%.&lt;br&gt;
  Il Centro Giuridico Nazionale delle Donne ha recentemente reso noto che: &amp;quot;Mentre 
  la percentuale delle famiglie che vivono in povert&amp;agrave; dal 1997 al 1998 
  sia diminuito e sia ora al suo livello pi&amp;ugrave; basso dal 1978, quasi 4 famiglie 
  su 10, con a capo una donna, vivono ancora in povert&amp;agrave;&amp;quot;. Ha ulteriormente 
  osservato che nel 1998, delle famiglie con bambini con a capo una donna nera, 
  il 47,5% vivevano in povert&amp;agrave;, mentre le corrispondenti famiglie latinoamericane 
  per met&amp;agrave; erano sotto il livello di povert&amp;agrave;.&lt;br&gt;
  Un recente studio del Centro Nazionale per i Bambini in Povert&amp;agrave; ha rivelato 
  che: &amp;quot;Negli Stati Uniti pi&amp;ugrave; di un terzo dei bambini vive in famiglie 
  a basso reddito, cio&amp;egrave; i loro genitori guadagnano fino al doppio di quello, 
  che viene considerato il livello di povert&amp;agrave; di questo paese. Il livello 
  federale di povert&amp;agrave; per una famiglia di quattro persone (nel 2004) &amp;egrave; 
  di 18.850 dollari&amp;quot;. Lo studio ha rivelato anche che:&lt;br&gt;
  &#8226; Il 16% dei bambini americani - pi&amp;ugrave; di 11 milioni - nel 2002 viveva 
  in famiglie povere, cio&amp;egrave; il reddito dei loro genitori arrivava al massimo 
  al livello federale di povert&amp;agrave;. Questi genitori sono normalmente incapaci 
  a provvedere alle necessit&amp;agrave; fondamentali delle loro famiglie, come a 
  un alloggio stabile e una sicura assistenza pediatrica.&lt;br&gt;
  &#8226; Il 37% dei bambini americani -pi&amp;ugrave; di 26 milioni- nel 2002 viveva 
  in famiglie a basso reddito. I loro genitori hanno guadagnato meno del doppio 
  del livello federale di povert&amp;agrave;. Queste famiglie spesso si trovano ad 
  affrontare difficolt&amp;agrave; materiali e pressioni finanziarie simili a quelle 
  delle famiglie, che sono classificate ufficialmente povere.&lt;br&gt;
  &#8226; Dopo un decennio di diminuzione, la percentuale di bambini che vivono 
  in famiglie a basso reddito &amp;egrave; di nuovo in crescita, una tendenza iniziata 
  nel 2000.&lt;br&gt;
  Per quanto riguarda la razza il Centro Nazionale per i Bambini in Povert&amp;agrave; 
  ha rivelato che: &amp;quot;Mentre il gruppo pi&amp;ugrave; consistente di bambini di 
  famiglie a basso reddito &amp;egrave; bianco, bambini neri e latinoamericani hanno 
  di gran lunga maggiori probabilit&amp;agrave; di vivere in famiglie a basso reddito 
  e si prevede la loro crescita fra i bambini a basso reddito&amp;quot;. (Il &amp;quot;basso 
  reddito&amp;quot; &amp;egrave; definito, in questo rapporto, come il doppio del livello 
  federale di povert&amp;agrave;, cio&amp;egrave; 37.700 dollari per una famiglia di quattro 
  persone). Inoltre, nel 2002, il 58% di tutti i bambini neri (+4% rispetto al 
  2001) e il 62% dei bambini latinoamericani (+1% rispetto al 2001), a fronte 
  di solo il 25% dei bambini bianchi, viveva in famiglie a basso reddito (-2% 
  rispetto al 2001). [Si consulti il sito: &lt;a href=&quot;http://www.nccp.org&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;www.nccp.org&lt;/a&gt;]&lt;br&gt;
  Secondo uno studio condotto dal Centro sulle Priorit&amp;agrave; Politiche e di 
  bilancio, fra il 1995 e il 1997 il reddito del 20% pi&amp;ugrave; povero delle famiglie 
  con a capo una donna con bambini &amp;egrave; diminuito in media di 580 dollari 
  per famiglia. Anche includendo i vari &amp;quot;benefici&amp;quot; (ad esempio i buoni 
  cibo, i sussidi per la casa, il credito fiscale per i redditi da lavoro), queste 
  famiglie hanno redditi al di sotto dei tre quarti della soglia &amp;quot;ufficiale&amp;quot; 
  di povert&amp;agrave; (che, come &amp;egrave; stato sottolineato da molti critici, &amp;egrave; 
  datato e necessita di revisione). Degli studi hanno anche rivelato che le madri 
  single sotto assistenza trovano raramente impieghi a tempo pieno, permanenti 
  e ben retribuiti. Mentre la recente legislazione assistenziale si &amp;egrave; concentrata 
  sul rafforzamento del sussidio all&#8217;infanzia, il pagamento del sussidio 
  all&#8217;infanzia costituisce una piccola parte del costo totale per l&#8217;educazione 
  di un bambino.&lt;br&gt;
  Lo studio ha rivelato anche che circa il 39% delle famiglie condotte da una 
  donna con bambini vivevano in stato di povert&amp;agrave;. Il rapporto faceva, inoltre, 
  notare che nel 2001 i poveri erano 1,3 milioni in pi&amp;ugrave; del 2000. 32,9 
  milioni contro 31,6 milioni. Il numero delle famiglie povere &amp;egrave; salito 
  dai 6,4 milioni del 2000 (cio&amp;egrave; l&#8217;9,7% di tutte le famiglie, la 
  percentuale pi&amp;ugrave; bassa mai registrata) a 6,8 milioni (cio&amp;egrave; il 9,2%) 
  Per i bianchi la percentuale di povert&amp;agrave; &amp;egrave; salita dal 7,4% nel 
  2000 al 7,8% nel 2001, ma la povert&amp;agrave; &amp;quot;&amp;egrave; rimasta a livelli 
  storicamente bassi per i neri (22,7%) e per i latinoamericani (21,4%)&amp;quot; 
  Fra questi gruppi, hanno visto una crescita del numero dei poveri solamente 
  i bianchi (di 905.000 per un totale di 15,3 milioni) e i latinoamericani (di 
  250.000 per un totale di 8 milioni).&lt;br&gt;
  &amp;Egrave; significativo il peggioramento della condizione sociale ed economica 
  dei neri, soprattutto se si fa riferimento ai giovani maschi neri, che un autore 
  ha definito una &amp;quot;specie in via d&#8217;estinzione&amp;quot;. L&#8217;impatto 
  su una citt&amp;agrave; particolare, Louisville, &amp;egrave; stato descritto da due 
  criminologi, che hanno rilevato che le classi sociali pi&amp;ugrave; povere in questa 
  citt&amp;agrave; sono &amp;quot;composte in larga parte dalle minoranze, che sono sempre 
  pi&amp;ugrave; ai margini dell&#8217;economia cittadina. I quartieri abitati dalle 
  classi sociali pi&amp;ugrave; povere sono caratterizzati da alti tassi di criminalit&amp;agrave;, 
  di instabilit&amp;agrave; istituzionale e di famiglie impoverite con a capo una 
  donna. La nuova povert&amp;agrave; urbana di Louisville &amp;egrave; aggravata dalle 
  pesanti dislocazioni dei settori manifatturieri e industriali dell&#8217;economia 
  regionale&amp;quot;. Il tasso di disoccupazione fra i neri di Louisville &amp;egrave; 
  cresciuto dal 6,9% del 1970 a pi&amp;ugrave; del 20% della fine degli anni 1980. 
  Inoltre, mentre nel 1970 i nati da donne nere al di fuori del matrimonio erano 
  il 40%, nel 1988 la loro percentuale era del 70%.&lt;br&gt;
  Non molto difficile addossare la responsabilit&amp;agrave; della devastazione delle 
  povere comunit&amp;agrave; nere al sistema di giustizia criminale e a coloro, che 
  ne delineano le politiche. Un recente studio di uno dei coautori di questo saggio, 
  William Brown, sottolinea questo punto. Brown ha intervistato alcune famiglie 
  di elementi appartenenti alle gang di Detroit, per individuare non solo alcuni 
  degli effetti della partecipazione alla vita delle gang, ma anche la ricaduta 
  sulle famiglie, quando un appartenente a una gang finisce in prigione. Tutte 
  queste famiglie sono nere, la maggior parte povere (anche composte di poveri 
  senza lavoro).&lt;br&gt;
  Secondo lo studio di Brown le famiglie non godono di alcun lusso &amp;quot;materiale&amp;quot;. 
  Un padre di quattro figli, che porta su di s&amp;eacute; le ferite del rifiuto e 
  dell&#8217;umiliazione, ha detto:&lt;br&gt;
  &amp;quot;Non abbiamo molto, ma forse siamo pi&amp;ugrave; fortunati di qualcuno, penso. 
  Ho lavorato per otto anni alla Chrysler, ma mi hanno sbattuto fuori quattro 
  anni fa. Non ci hanno pi&amp;ugrave; riassunto. Ho provato a cercare un altro lavoro 
  come quello, ma non l&#8217;ho trovato. Non ce n&#8217;&amp;egrave; proprio nessuno. 
  Ora io sono buono a lavorare, penso&amp;quot;.&lt;br&gt;
  Tenendo sua moglie per mano (lei lavora in una lavanderia al minimo salariale) 
  ha alzato gli occhi e ha detto: &amp;quot;Io e questa vecchia donna siamo ormai 
  consumati&amp;quot;. Sua moglie nel tentativo di illustrare l&apos;argomento e dare ispirazione 
  al marito, ha detto: &amp;quot;Quando costruiranno il nuovo stadio [lo stadio di 
  baseball dei Tigers di Detroit], allora si potr&amp;agrave; fare qualche soldo&amp;quot;. 
  &amp;quot;Ma va&apos; - ha replicato lui - assumeranno proprio noi negri per i lavori 
  da fare! non stare a contare che il nuovo stadio ci sia di qualche aiuto!&amp;quot;&lt;br&gt;
  Il padre di un altro appartenente a una gang ha due lavori a tempo pieno al 
  minimo salariale. Sua moglie lavora a part time. Hanno tre figli. &amp;quot;Ho provato 
  a trovarmi un lavoro a tempo pieno,&amp;quot; ha detto lei, &amp;quot;ma qui intorno 
  non ce ne sono. Abbiamo solo un&apos;automobile e la prende lui (il marito), perch&amp;eacute; 
  il suo secondo lavoro &amp;egrave; molto lontano dal luogo del primo&amp;quot;.&lt;br&gt;
  Una madre di quattro figli, il cui marito ha abbandonato lei e i bambini diversi 
  anni fa, vive in un appartamento di due camere con riscaldamento insufficiente. 
  Durante una visita Brown ha sentito dei colpi d&apos;arma da fuoco molto vicini e 
  ha subito guardato alla finestra. Naturalmente abituata a quel rumore lei non 
  si mosse mai. Cominciarono a parlare sull&apos;argomento della &amp;quot;speranza&amp;quot;. 
  Questa donna rivel&amp;ograve;:&lt;br&gt;
  &amp;quot;Ero solita pensare tutto il tempo al futuro; era prima che mio marito 
  perdesse il lavoro. Cominci&amp;ograve; a bere alla grande, visto che non riusc&amp;igrave; 
  a trovare alcun lavoro. Poi, un giorno, ha preso e ha lasciato me e questi bambini. 
  Talvolta ero solita pensare che avrei avuto una casa e avrei tirato su un giardino. 
  Mi piacciono i pomodori freschi. Volevo che i miei bambini avessero quello che 
  io non ho mai avuto: una casa loro e una buona istruzione. Beh, ora questo tempo 
  &amp;egrave; finito. Non penso molto a quello che non hanno, perch&amp;eacute; la preoccupazione 
  maggiore &amp;egrave; soltanto dare loro da mangiare e avere un posto da dormire 
  per loro. Bench&amp;eacute; ce la facciamo, non &amp;egrave; per nulla facile. Chiedo 
  ogni giorno aiuto a Dio. Credo che mi ascolti, perch&amp;eacute; abbiamo ancora 
  un tetto sulla nostra testa e qualcosa da mangiare&amp;quot;.&lt;br&gt;
  C&apos;&amp;egrave;, quindi, un senso di rassegnazione e la sensazione che la sua vita 
  potrebbe essere peggiore. Alla domanda del perch&amp;eacute; non avesse mai abbandonato 
  il quartiere, rispose:&lt;br&gt;
  &amp;quot;Dove vuole che vada a vivere? Non ho altro posto in cui vivere. Non ho 
  alcuna specializzazione per prendere un lavoro, almeno uno per pagare i conti. 
  L&apos;unico vero lavoro, che abbia mai avuto una volta, era di lavorare in centro, 
  ma il centro ora non c&apos;&amp;egrave; pi&amp;ugrave;: Conosce qualcuno che aiuterebbe 
  una vecchia nera ignorante con quattro figli? Sono sicura di no. Vivo qua, perch&amp;eacute; 
  &amp;egrave; tutto quello che c&apos;&amp;egrave;&amp;quot;.&lt;br&gt;
  Dieci appartenenti a gang vivono in famiglie in cui la principale fonte di reddito 
  proviene dal nonno. In otto di questi casi, la maggior parte del reddito familiare 
  viene dalla sicurezza sociale e/o da pensioni molto modeste. I vecchi non vengono 
  assistiti dai loro figli, ma, al contrario, molti nonni si trovano in una condizione 
  in cui devono tirare su una seconda famiglia. Una vecchia donna, che aveva abitato 
  per pi&amp;ugrave; di 40 anni nello stesso quartiere, divide la sua casa con due 
  vani letto con la nuora, tre nipoti e &amp;quot;Boot&amp;quot;, il felino della famiglia. 
  Degli stracci sono ficcati intorno alle cornici delle finestre a tappare le 
  aperture, che fanno salire &amp;quot;alle stelle&amp;quot; la bolletta del riscaldamento. 
  Lo scalino che conduce alla porta d&apos;ingresso &amp;egrave; rotto. Lei si appoggia 
  a una sedia piena di roba, che un tempo apparteneva a suo marito, morto pi&amp;ugrave; 
  di dieci anni fa, e si &amp;egrave; messa a parlare dei suoi &amp;quot;ragazzi&amp;quot;, 
  che sono entrambi in prigione.&lt;br&gt;
  &amp;quot;Entrambi i miei ragazzi sono in prigione e la moglie e i bambini di Bobby 
  stanno qui con me, perch&amp;eacute; non possono vivere da nessun&apos;altra parte. Cosa 
  faranno? Io non posso lavorare pi&amp;ugrave;, perch&amp;eacute; ho una gamba malconcia, 
  e poi, chi assumerebbe comunque una vecchia nera? Io prendo il mio assegno [della 
  sicurezza sociale]. Kathy prende qualche soldo dallo stato; sicuramente non 
  molto. Non pu&amp;ograve; lavorare, perch&amp;eacute; ha da prendersi cura di questi 
  bambini. Io l&apos;aiuto ad accudirli, ma sono vecchia e non posso farlo solamente 
  io. Poi non c&apos;&amp;egrave; nessun lavoro qui intorno e noi non abbiamo l&apos;automobile. 
  Facciamo quello che possiamo. Non so cosa ci accadr&amp;agrave;. Engler [il governatore 
  del Michigan al tempo dell&apos;intervista] dice che taglier&amp;agrave; ulteriormente 
  l&apos;assistenza. Se lo fa, non so cosa ci accadr&amp;agrave;.
&lt;p&gt;
&lt;i&gt;Fonte: tradotto e pubblicato on line da &lt;a href=&quot;http://www.zmag.org/Italy/&quot;&gt;http://www.zmag.org/Italy/&lt;/a&gt;&lt;/i&gt;&lt;p&gt;</text_more></entry>
<entry id='1175' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1175' author_id='1' authored_on='20050119003351' basename='le_strabilianti_coincidenze_lincolnkennedyil_complotto_come_narratologia' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050119003351' modified_on='20050119005057' ping_count='0' status='2' title='Le strabilianti coincidenze Lincoln-Kennedy:&lt;br&gt;il complotto come narratologia' week_number='200503'><text>di &lt;a href=&quot;http://www.miserabili.com&quot; target=_new&quot;&gt;Giuseppe Genna&lt;/a&gt;

&lt;img alt=&quot;zaprjfk.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/zaprjfk.jpg&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;94&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Una delle grandi demistificazioni narrative di questo tempo è quella che distrugge la centralità affabulatoria del complotto. Per sommi capi, si potrebbe dire che DeLillo e Pynchon hanno traslato il grande romanzo americano nel paradigma della paranoia. Esausto, questo paradigma ha smesso di affabulare: ormai &lt;i&gt;diverte&lt;/i&gt;. Da questo movimento, iper-romanzi di genere assai diverso e molto più all&apos;avanguardia di quelli non scritti, bensì prodotti, da chi con la suspence complottistica ritiene di fare ancora letteratura. 
In sé, il nucleo del complotto è, dal punto di vista letterario, assai perturbante. Si consideri per esempio l&apos;incredibile serie di coincidenze che accomunano le persone e le caratteristiche delle morti di Abraham Lincoln e John Fitzgerald Kennedy. La lista che segue è composta da affermazioni storicamente accertate.</text><text_more>&lt;img alt=&quot;jfklincoln.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/jfklincoln.jpg&quot; width=&quot;140&quot; height=&quot;218&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Abraham Lincoln viene per il Congresso nel 1846. 
Abraham Lincoln viene eletto presidente nel 1860. 
John F. Kennedy si elegge per il Congresso nel 1946. 
John F. Kennedy viene eletto presidente nel 1960.

I cognomi Lincoln e Kennedy sono composti da 7 lettere.  

Le spose dei due presidenti hanno avuto i figli mentre abitavano nella Casa Bianca. 

I due presidenti furono uccisi  entrambi con uno sparo in testa.

I due presidenti hanno perso la vita di mercoledì. 

La segretaria di Lincoln si chiamava Kennedy. 
La segretaria di Kennedy si chiamava Lincoln.

Sono stati assassinati da gente del Sud.

I due presidenti hanno avuto come successori un sudista.

I nomi dei successori erano composti da 7 lettere, e i due si chiamavano entrambi Johnson. 

Andrew Johnson, che successe Lincoln, nacque nel 1808. 
Lyndon Johnson, che successe Kennedy, nacque nel 1908.

John Wilkes Booth, che uccise Lincoln, nacque nel 1839. 
Lee Harvey Oswald, che uccise Kennedy, nacque nel 1939.

I due assassini erano conosciuti con il doppio nome per esteso. 

Il totale delle lettere dei nomi di ogni assassino era 15. 

Lincoln morì dentro un cinema chiamato Kennedy. 
Kennedy morì in una macchina chiamata Lincoln.

John Wilkes Booth scappò dal cinema ed è stato arrestato all&apos;interno di un edificio. 
Lee Harvey Oswald scappò dallalto di un edificio ed è stato arrestato dentro un cinema.

Booth e Oswald furono entrambi assassinati prima del processo.

Una settimana prima di essere ucciso,  Lincoln era in ferie a Monroe, Maryland. 
Una settimana prima di essere ucciso,  Kennedy era in ferie con Marilyn Monroe.</text_more></entry>
<entry id='1176' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1176' author_id='4' authored_on='20050119045044' basename='vittorio_curtoni_festival_trappole_in_liberta' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050119045044' modified_on='20120622065731' ping_count='0' status='2' title='Vittorio Curtoni festival:  TRAPPOLE IN LIBERTA&apos;' week_number='200503'><text>di &lt;b&gt;Valerio Evangelisti&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;TrappoleVic.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/TrappoleVic.jpg&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;189&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
Chi non conosce Vittorio Curtoni? Oltre a essere uno dei traduttori più contesi sul mercato editoriale, fu tra coloro che diedero alla fantascienza la dignità culturale che in Italia ancora le mancava, attraverso riviste come &lt;i&gt;Galassia&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Robot&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Aliens&lt;/i&gt; e altre ancora. Senza considerare lattività di scrittore svolta in proprio, di cui lantologia &lt;i&gt;Retrofuturo&lt;/i&gt;, pubblicata dalle Edizioni Shake nel 1999, costituisce il più rappresentativo florilegio.
Chi ha sempre apprezzato la scrittura di Curtoni, ora pensosa, ora ricca di verve, come è luomo stesso, si è dovuto dolere negli anni del fatto che il suo esercizio fosse sempre più limitato alle traduzioni. Solo i concittadini di Piacenza potevano assaporare con la dovuta frequenza gli interventi di Curtoni, divertenti, graffianti, spesso polemici, ospitati dal quotidiano &lt;i&gt;La Libertà&lt;/i&gt;.
</text><text_more>Ora questo privilegio viene esteso alla generalità dei lettori. Merito della casa editrice &lt;a href=&quot;http://www.edizionipontegobbo.com/&quot;&gt;Pontegobbo&lt;/a&gt;, che ha avuto leccellente idea di raccogliere gli editoriali del nostro in un volume che porta il titolo della rubrica in cui appaiono: &lt;i&gt;Trappole in libertà&lt;/i&gt; (130 pp,  10,00, con introduzione di Gaetano Rizzato e illustrazioni di Giuseppe Festino).
Di cosa si tratta? Di notazioni umoristiche, di commenti ironici, di esilaranti raccontini (come quelli che hanno a protagonista il detective del futuro Giuseppe Busecca). Amante del paradosso, adoratore di Achille Campanile, Curtoni si diverte a portare alle estreme conseguenze i lati più balordi del presente. Ma non è lumorismo il suo terreno naturale: è piuttosto lironia, lontana dallacidità del sarcasmo, ma anche aliena dalla battutina blanda e fine a se stessa.
Sono cronache divertite e amare dei tempi che corrono, quelle che Curtoni ci regala, anche quando finge di parlare del futuro. E chi abbia il privilegio di frequentare lautore, sa che proprio quello è il suo modo di guardare alla vita, già riflesso in tanta parte della sua narrativa.
Esistono, nella biblioteca di ogni persona intelligente, libretti da cui non si separerebbe mai. Qualcuno vi ha immesso antidoti alla stupidità e al conformismo, magari in forma di pillole. Li si tiene come si conserva laspirina nellarmadietto dei medicinali: ogni tanto serve averli a portata di mano, quando limbecillità tracima. &lt;i&gt;Trappole in libertà&lt;/i&gt; appartiene alla categoria. Si è portati a divorarlo, ed è giusto, però poi servirà da rimedio di scorta in momenti di depressione. Che, se lavvenire che ci attende rifletterà anche solo in parte il presente, non mancheranno di sicuro. Come Curtoni prevede, nella sua sconfinata saggezza.

Ma è bene procedere a un assaggio. Proponiamo, senza le righe che lo introducono, un brevissimo racconto presente nellantologia. Di stretta attualità, come si potrà vedere - nonché desumere dal dettaglio di una delle belle tavole di &lt;b&gt;Giuseppe Festino&lt;/b&gt; che corredano il volume.

&lt;b&gt;NE PARLAVANO I ROMANZI DI FANTASCIENZA...&lt;/b&gt;
di &lt;b&gt;Vittorio Curtoni&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Sirkiapone.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Sirkiapone.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;104&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
Cari italiani, buonasera. Vi parla il vostro cordiale ministro della Sanità. Non fumate perché il fumo fa male. Semmai prendetevi una bella sbronza di superalcolici che nei locali pubblici sono ancora permessi. Noi qui al governo teniamo moltissimo alla vostra salute.
Mi rivolgo ai telespettatori per tranquillizzarli sugli inutili allarmismi che la stampa dell&apos;opposizione va spargendo a proposito di un fantomatico &lt;i&gt;virus&lt;/i&gt; DIF Non esiste e mai esisterà un &lt;i&gt;virus&lt;/i&gt; fuggito dai laboratori segreti di una nota multinazionale del dentifricio; e se è vero che in alcune località del nostro Paese è stato registrato qualche raro caso di dentiere in fuga, intanto la casistica è davvero minima, e poi la maggioranza delle dentiere corre talmente piano che si possono acchiappare subito, e infine, quale &lt;i&gt;virus&lt;/i&gt;? Si tratta di un fenomeno perfettamente naturale del quale parlava già Svetonio nella &quot;Vita dei Cesari&quot; e Machiavelli nella &quot;Mandragola&quot;. State calmi e non fumate. Ah, se qualcuno dovesse ritrovare la dentiera di mia suocera mi farebbe la cortesia di riportarmela? Quella effettivamente potrebbe essere velenosa.

Cari italiani, buon pomeriggio. Vi parla il vostro imperturbabile ministro della Salute. Non fumate spinelli e mantenete il sangue freddo.
Per prima cosa sono lieto di annunciarvi che il governo italiano ha concluso un accordo con un&apos;importante casa di produzione cinematografica americana specializzata in film dell&apos;orrore. Stanno per arrivare nel nostro Paese enormi quantità di enormi canini finti utilizzati nei loro film di vampiri. I canini saranno presto in distribuzione nelle nostre ASL, e i pochi milioni di italiani rimasti senza dentiera potranno ricominciare a masticare  qualcosa. Al  limite  a  succhiare,  ma insomma accontentatevi.
La seconda notizia buona è che è stato finalmente isolato il &lt;i&gt;virus&lt;/i&gt; DIF e presto sarà pronto un antidoto, anche se nessuno capisce bene a cosa servirà adesso che le dentiere sono tutte scappate. Mah. Comunque è sempre una buona notizia. Quella cattiva è che si è scoperto che al &lt;i&gt;virus&lt;/i&gt; DIF è associato un ceppo virale mutante di rabbia, e purtroppo è vero che in qualche isolata località del Sud alcune dentiere hanno morso esseri umani infettandoli, ma noi siamo al lavoro e quindi non preoccupatevi. L&apos;opposizione esagera come sempre. In fin dei conti si tratta solo di un fenomeno perfettamente naturale del quale parlava già Collodi nel &quot;Pinocchio&quot;. Non scassateci l&apos;anima.

Cari italiani &lt;i&gt;grrrrr&lt;/i&gt;!, vi parla il vostro rabbioso ministro della Salute. &lt;i&gt;Bauuuu&lt;/i&gt;! Fumate pure tutto quello che volete, tanto ormai sarete rimasti in tre o quattro milioni a farla larga, e quanto pensate di poter andare avanti? &lt;i&gt;Uuuuuuu&lt;/i&gt;!
L&apos;opposizione continua a esagerare e sostiene che se il governo si impegnasse si potrebbe trovare un rimedio all&apos;epidemia di peste mutante. &lt;i&gt;Grrrrrr&lt;/i&gt;!  Ma quando mai? Se anche il vostro caro ministro della Salute è stato morso &lt;i&gt;uuuuuuu&lt;/i&gt;! dalla dentiera di quella zozza di sua suocera? &lt;i&gt;Sbav sbav&lt;/i&gt;.
A dire il vero non so nemmeno se questa trasmissione andrà in onda. &lt;i&gt;Uauuauuau&lt;/i&gt;l Le reti televisive funzionano ancora? Mah. Adesso mi accendo un bel toscano e ci rifletto su.
Mi consola pensare che si tratta di un fenomeno perfettamente naturale. Ne parlavano già tanti romanzi di fantascienza catastrofica. &lt;i&gt;Grrrr&lt;/i&gt;!

</text_more></entry>
<entry id='1177' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1177' author_id='2' authored_on='20050119233445' basename='lo_schifometro_2' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050119233445' modified_on='20050120042303' ping_count='0' status='2' title='Lo Schifometro - 2' week_number='200503'><text>&lt;b&gt;LIBERO E IL PAESE DELLE ORECCHIETTE&lt;/b&gt;

di   &lt;b&gt;Vittorio  Catani&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Vendola.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Vendola.jpg&quot; width=&quot;113&quot; height=&quot;158&quot; border=&quot;0&quot; /h space=4 vspace=2 align=right &gt;
Lascia chio pianga muto / senza quel tuo limone   
limone asfalto e sputo / astio del venerdì  

la morte allimbrunire / lontano dal cancello  
chiuso dentro limbuto / di un altro carosello  

di carri armati e irati / di un celerino a uccello   
ti spezzano i carati / del sogno tuo degli anni  

lora del manganello / rintocca nei tuoi panni  
lostia di nuovi giorni / si frange a questo luglio  

arca del mai partire / arco del tuo finire  
freccia dentro uno scoglio / fumogeni a morire.

Il giorno 19 gennaio 2005, unaltra misura me la suggerisce il quotidiano Libero, che in prima pagina urla: LALA GAY DELLA SINISTRA, proponendo due grandi foto, una di Nichi Vendola - Deputato di Rifondazione Comunista, reduce della recente vittoria alle</text><text_more>primarie pugliesi  laltra di Pecoraro Scanio (bisex dichiarato); mentre dallarticolone in pag. 1 dellineffabile Feltri estrapolo le seguenti frasi: E primarie furono. Lesordio delle quali è avvenuto in Puglia, simpatica regione di orecchiette (ho scritto orecchiette, diminutivo, quasi vezzeggiativo, di orecchie), di burrate e trulli. Felici come pasque gli ulivetani e i comunisti sono corsi alle urne. Qualcuno però è corso di più. Altri sono andati al mare o a scopare il mare E più avanti, a pag. 3: Il Cavaliere per via  dellanticomunismo viscerale è stato preso in giro per anni, suscitando risate progressiste; adesso però gli sfottò nei suoi confronti saranno meno efficaci, dato che la realtà è esattamente come lui laveva sempre descritta. Il pericolo rosso è nei fatti, nei numeri. Nichi Vendola sarà una brava persona, e le sue preferenze sessuali magari non influiranno, ce lo auguriamo, sul giudizio dei votanti, ma non è un moderato, e questo è importante.
Stavolta tuttavia non scrivo per infierire sul modo becero in cui si ironizza sui comunisti e sulla regione in cui sono nato e vivo da 65 anni, nonché sui suoi abitanti (chissà se Feltri è mai venuto in Puglia o se, giuntovi, è mai riuscito a entrare nello spirito della sua gente e delle bellezze naturali pugliesi): potrei essere accusato di partigianeria. Né mi soffermo più di tanto sullo stile di quella sottolineatura (cè un sinonimo di becero altrettanto efficace? Forse no) circa lala gay della sinistra: inutile parlare al vento. No, stavolta lascio il resto al suo misero destino e voglio dirvi di una persona davvero poco comune.

Breve premessa: da anni frequento circoli culturali baresi. Ce ne sono. Sono privati, e solitamente celati in scantinati o soffitte o  periodicamente  in salette retrostanti di qualche bar. A Bari, città tradizionalmente levantina, di mercanti e di bottegai, nonostante tutto cè stata e cè una fervente cultura espressa da una costellazione di piccole associazioni invisibili. Le famose istituzioni spendono miliardi a fine anno per i botti, o per chiamare in piazza Al Bano a sgolarsi, o per costruire spiagge pubbliche ai confini della città sapendo (in malafede) che sabbia o pietrisco nascondono tonnellate di amianto (poi sono costrette a chiuderle; intanto i milioni di euro sono stati spesi), etc.: perché della Cultura queste istituzioni hanno avuto, almeno finora, un concetto molto particolare. Tanto vero che praticamente mai, in decenni, io ho visto un assessore, un consigliere, un politico locale, venire almeno a curiosare, o ad ascoltare  in uno di questi circoli o associazioni  la presentazione di un libro, una lettura di poesie; né tanto meno a uno dei summenzionati rappresentanti istituzionali è mai passato per la testa di affossarsi nello scantinato duna libreria per presentare un proprio volume alla gente: a quella che davvero ama la cultura, che è ammalata di libridine. Anche per rendersi conto della qualità di certi testi che vengono prodotti (meglio, autoprodotti) nellindifferenza più assoluta, o dellesistenza di un &lt;i&gt;humus&lt;/i&gt;, di un fervore, che meriterebbero dessere valorizzati in quanto anchessi potenziale ricchezza di queste terre: perché tra inevitabili montagne di banalità spesso spuntano fiori, che però appassiranno subito, dal momento che nessuno di coloro che potrebbero valorizzarli se ne cura. Mancano fondi, manca un qualunque luogo adeguato per riunirsi, manca chi pubblicizzi e offra una minima &lt;i&gt;chance&lt;/i&gt; a chi merita. Assenza totale, vuoto intergalattico.
Tranne una volta.

Quella volta (un paio danni fa) ci andai anchio, incuriosito: un politico accettava di inabissarsi nel sottoscala della libreria Roma, a Bari, e si mescolava a poetastri e scrittorucoli dellassociazione La Vallisa (operante in Bari da quasi due decenni, con gemellaggi nellex Iugoslavia) e addirittura accettava di presentare senza pompa magna, senza stucchi, bandiere, fiori, trombe e sindaci che facessero da corifei, un proprio libretto di poesie?!? Inaudito.
Avrete intuito: il personaggio che voleva scendere agli inferi era Nichi Vendola. Il suo libriccino, tipo quelli di Stampa Alternativa, era edito dalla Fratelli Frilli, di Genova, e recava una prefazione di Bertinotti. Titolo: &lt;i&gt;Lamento in morte di Carlo Giuliani&lt;/i&gt;. Lepigrafe in versi che apre il presente articolo è lincipit del libretto.

Fu quella sera che seppi davvero chi è Vendola. Fino ad allora lo conoscevo solo di nome, vagamente. Cera pienone, nello scantinato. E mi resi conto, ci rendemmo tutti conto (La Vallisa, volutamente, non esprime pubblicamente alcun orientamento politico) di trovarci di fronte a un ospite quanto meno insolito, sicuramente fuori dai canoni correnti, lontanissimo dallidea standard del politico di professione. Personaggio dal carisma accentuato, capace di suscitare immediatamente una forte empatia col pubblico, Vendola si mostrò non solo sensibile poeta, ma anche esperto  grazie ai suoi numerosi viaggi nei Paesi poveri, in Sudamerica, in tutto il mondo  in tema di questioni economiche, sociali, politiche, ambientali; ma soprattutto si aprì al pubblico evidenziando unumanità e una sensibilità non comuni, tipiche di chi a sua volta non abbia avuto vita facile, abbia maturato una visione non manichea del reale, e sia capace  dote sempre più rara, anzi ormai boicottata  di immedesimarsi nellaltro. La serata si concluse con applausi interminabili, fu un autentico trionfo. 
Non mi stupisco molto oggi, quindi, della sua vittoria alle primarie pugliesi: tanti auguri di buon lavoro, Nichi.  
Ma tutto questo  per citare una frase famosa  Feltri non lo sa.
</text_more></entry>
<entry id='1178' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1178' author_id='1' authored_on='20050120005346' basename='fantasy_al_potere' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050120005346' modified_on='20050120005416' ping_count='0' status='2' title='Fantasy al potere' week_number='200503'><text>&lt;img alt=&quot;berllecc.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/berllecc.jpg&quot; width=&quot;185&quot; height=&quot;90&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;&lt;b&gt;Berlusconi, cena a Palazzo Grazioli con la Lecciso e Mara Venier&lt;/b&gt;
ROMA - La conduttrice di &quot;Domenica In&quot; Mara Venier e la soubrette e moglie del cantante Al Bano, Loredana Lecciso, sono giunte questa sera a Palazzo Grazioli. La Venier si è presentata all&apos;ingresso del palazzo a bordo di una mercedes grigio metallizzato con autista insieme alla Lecciso. La conduttrice del programma di RaiUno è scesa dall&apos;auto annunciando di essere attesa dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. La Venier indossava un paio di pantaloni chiari da sera e un piumino nero, mentre Loredana Lecciso era avvolta in un elegante vestito da sera nero.

&lt;i&gt;E poi e poi e poi... Adesso... arriva lui...&lt;/i&gt;</text><text_more>
&lt;img alt=&quot;coxiga.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/coxiga.jpg&quot; width=&quot;96&quot; height=&quot;99&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;&lt;i&gt;Roma, 21:30 &lt;/i&gt;
&lt;b&gt;INCONTRO BERLUSCONI-COSSIGA &lt;/b&gt;
Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha incontrato a Palazzo Grazioli il Presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga

&lt;i&gt;Roma, 00:20 &lt;/i&gt;
&lt;b&gt;INCONTRO BERLUSCONI-COSSIGA (2) &lt;/b&gt;
Cossiga e&apos; rimasto a palazzo Grazioli per quasi tre ore. All&apos;incontro ha partecipato per circa mezz&apos;ora anche il sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta. </text_more></entry>
<entry id='1179' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1179' author_id='1' authored_on='20050121004451' basename='sinsedia_bush_paga_il_reverendo_moon' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050121004451' modified_on='20050121004729' ping_count='0' status='2' title='S&apos;insedia Bush, paga il Reverendo Moon' week_number='200503'><text>&lt;img alt=&quot;bushmoon2.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/bushmoon2.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;99&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;b&gt;Giuseppe Genna&lt;/b&gt;

Che corresse buon sangue tra la famiglia Bush e il Reverendo Moon, quello che sferrò l&apos;attacco al Vaticano attraverso l&apos;imbolsimento nuziale di Milingo, era cosa nota da tempo &lt;i&gt;[ne avevamo già scritto &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2003/06/000296.html#000296&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;]&lt;/i&gt;. Tra loro corre sangue buono, il resto del sangue scorre altrove. Già Bush Padre era intervenuto a favore di Moon in delicate situazioni di carattere squisitamente geopolitico. Del resto, Moon aveva sonoramente ripagato simili favori, finanziando le tre campagne presidenziali Bush. Però la notizia più recente sul link tra il Presidente Ultracristiano e il Reverendo Coreano surclassa la surrealtà dell&apos;&lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2005/01/001178.html#001178&quot;&gt;incontro Berlusconi/Cossiga/Lecciso/Venier&lt;/a&gt;. Veniamo infatti a sapere che il Reverendo Moon, le cui nozze di massa aprono &lt;b&gt;Mao II&lt;/b&gt; di Don DeLillo, ha sborsato la bellezza di mezzo miliardo di lire per la cerimonia di insediamento di George W Bush.</text><text_more>Ecco cosa scrive in merito &lt;a href=&quot;http://www.dagospia.com&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Dagospia&lt;/a&gt;: &quot;Si parla tanto dei costi stratosferici della cerimonia dinsediamento di Bush. Ma come abbiamo già scritto, sono alcuni facoltosi sostenitori del presidente a pagare privatamente per celebrare il loro campione, con un massimo di 250 mila dollari a donazione. Cifra che per esempio ha raggiunto il noto Reverendo Moon, il prete sudcoreano noto alle cronache per aver celebrato anni fa le nozze tra monsignor Milingo e Sung Ryae Sung, adepta del reverendo. 
Moon controlla il &lt;i&gt;Washington Television Center&lt;/i&gt;, studi televisivi dai quali vanno in onda anche i programmi dei canali vicini al religioso. Come spiega il sito CultNews.com, I Bush hanno una lunga e fruttuosa relazione con il reverendo Moon e aspettatevi di vederlo tra le prime file alla cerimonia. E chissà  si chiede sempre il sito  Che il presidente tra qualche anno, poco prima di lasciare la Casa Bianca, non conceda al suo fedele sostenitore una grazia allultimo minuto per la sua condanna per frode fiscale&quot;.
Le influenze di Moon su Bush non sono di poco conto. Donald Rumsfeld alla Difesa, per esempio, è una scelta che il George Bush jr avrebbe mutuato dai saggi consigli del Reverendo Moon. Parrebbe incredibile, e invece è &lt;a href=&quot;http://www.consortiumnews.com/2001/010301a.html&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;certo e provato&lt;/a&gt;.
Il magazine investigativo &lt;a href=&quot;http://www.consortiumnews.com&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;&lt;i&gt;The Consortium&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;, in un&apos;&lt;a href=&quot;http://www.consortiumnews.com/2001/031001a.html&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;indagine&lt;/a&gt; di qualche tempo fa, aveva evidenziato la mole e la continuità dei contributi che il Reverendo Moon avrebbe versato nelle tasche di papà e figlio Bush. Di mezzo ci sarebbe la Corea del Nord e il suo programma di sviluppo nucleare, a cui il Reverendo Moon avrebbe fornito contributi che furono monitorati, negli anni scorsi, dalla Defensive Intelligence Agency americana e dalla DIA. Figura, tra gli atti messi a disposizione dalla DIA, persino un &quot;regalo di compleanno&quot; del Rev. Moon al leader coreano Kim Jong II: l&apos;entità del presente era di tre milioni di dollari. Al momento in cui la notizia divenne di dominio pubblico, alcuni legali vicini ai democratici chiesero l&apos;espulsione del Reverendo dagli Stati Uniti.
Nel &apos;90, Moon contribuì sostanziosamente all&apos;elezione di George Bush Sr, nonostante questi abbia opposto un netto rifiuto alla richiesta di rivelare le somme versategli dal capo degli Unionisti, benché sia ormai assodato che i versamenti vennero effettuati su conti negli States, in Asia e in Sudamerica: tutti riconducibili a papà Bush. Il quale, in Argentina nel novembre &apos;96, non ci pensò un attimo a elogiare in un pubblico discorso. Disse l&apos;ex presidente Usa: &quot;Voglio salutare e omaggiare il Reverendo Moon, un uomo capace di una grande visione&quot;. Nello stesso anno, in America e con una mossa non furbissima, Moon dichiarava che gli States erano &quot;la puttana di Satana&quot;. Nel frattempo, gli investimenti tra Usa e Nord Corea attribuibili al Reverendo ammonterebbero, secondo la fonte DIA, a tre miliardi di dollari. E nei confronti del regime comunista coreano farebbe comodo a Moon un trattamento dolce da parte della nuova Amministrazione americana, guidata da George Bush Jr, di cui ancora non si conosce l&apos;entità dei contributi che lo stesso Moon avrebbe gli versato in qualità di oculatissimo future.
E non ci si può limitare soltanto a questi favori. Uno decisivo per la rielezione di Bush jr, e quindi più decisivo del contributo alla cerimonia di insediamento, è la tutela che Moon avrebbe fornito ai detrattori di Kerry. Uno scambio ulteriore di ulteriori favori: Carlton Sherwood, il produttore del celeberrimo attacco video sul passato militare di Kerry intitolato &lt;i&gt;Stolen Honor: Wounds That Never Heal&lt;/i&gt;,  aveva infatti pubblicato nel 1980 &lt;a href=&quot;http://www.consortiumnews.com/2004/101504.html&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;un libro in difesa del Reverendo Moon&lt;/a&gt;, che secondo lui veniva perseguitato dalla Giustizia Usa: si intitola &lt;b&gt;Inquisition: The Prosecution and Persecution of the Reverend Sun Myung Moon&lt;/b&gt; ed è ancora disponibile &lt;a href=&quot;http://www.amazon.com/exec/obidos/tg/detail/-/089526532X/002-6113112-6044067?v=glance&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;su Amazon&lt;/a&gt;.</text_more></entry>
<entry id='1180' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1180' author_id='4' authored_on='20050121015147' basename='miseria_terrore_e_morte_attenti_a_chi_votate_ragazzi' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050121015147' modified_on='20050121015246' ping_count='0' status='2' title='Miseria, terrore e morte. Attenti a chi votate, ragazzi!' week_number='200503'><text>di &lt;b&gt;Vittorio Curtoni&lt;/b&gt;  da &lt;b&gt;La Libertà&lt;/b&gt; del 19 febbraio 2005

&lt;img alt=&quot;Republic.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Republic.jpg&quot; width=&quot;95&quot; height=&quot;107&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
Agosto 2008. Una giornata torrida in un qualunque paese della pianura padana. Dopo la vittoria della sinistra alle elezioni del 2006. Siamo nell&apos;ufficio del sindaco. Entra il segretario politico di zona.
&quot;Buongiorno, compagno segretario politico.&quot;
&quot;Buongiorno, compagno sindaco. Come procedono le cose?&quot;
&quot;Ottimamente, compagno segretario. La gente è in miseria, terrorizzata, e muore che è una bellezza!&quot;
&quot;Perfetto, compagno sindaco. Sempre restare all&apos;altezza dei grandi obiettivi rivoluzionari del nostro governo. A prigionieri come stiamo?&quot;
&quot;Splendide notizie, compagno segretario. Abbiamo appena catturato tre forzitalioti, un ex democristiano della corrente andreottiana e un ex socialista craxiano. Esemplari rari. Li abbiamo già messi al lavoro. Si stanno costruendo la baracca d&apos;amianto dove potranno cuocere e marcire in santa pace. Prima però vorremmo torturarli un po&apos;. È importante tenere alto il morale dei compagni militari dell&apos;Armata Rossa.&quot;</text><text_more>&quot;Facciamo domani l&apos;altro, compagno sindaco. C&apos;è un certo affollamento nelle camere di tortura. Abbiamo messo i distributori di talloncini col numero per i torturandi, ma si creano file lo stesso. È che molti non vogliono parlare subito... E coi bambini come andiamo?&quot;
&quot;Al momento ne abbiamo ventisette nel gulag infantile Karl Marx, compagno segretario. Magrolini magrolini. Sai com&apos;è, qui si muore di fame. Come in tutta Italia, grazie al nostro grande governo rivoluzionario.&quot;
&quot;All&apos;ingrasso, all&apos;ingrasso, compagno sindaco. Non  lesinate leccornie e dolciumi. Come diceva il compagno Mao Tse-tung, l&apos;unico bambino buono da mettere allo spiedo è quello grasso! Mai scordare le gloriose verità delle rivoluzioni del passato.&quot;
&quot;Sarà fatto, compagno segretario. Piuttosto, siamo rimasti a corto di Nazionali senza filtro. Non siamo più in grado di seguire le direttive di partito. Dalle cinque ore quotidiane di fumo attivo e passivo per i nemici del popolo ci siamo dovuti ridurre a tre. Puoi provvedere?&quot;
&quot;Sarà mia spedita cura, compagno sindaco. Nel peggiore dei casi posso farti arrivare tre camion di Dunhill sequestrate ieri l&apos;altro a un porco di tabaccaio filo-americano. Sono meno nocive delle Nazionali e un po&apos; troppo gustose, ma la rivoluzione si fa con le sigarette che hai a disposizione, come diceva il compagno Lenin.&quot;
&quot;Grazie, compagno segretario. Ah, ho qui per te l&apos;invito per lo spettacolo ricreativo di domani sera sulla pubblica piazza. Crocefiggeremo tre chierichetti, un prete e la sua perpetua. Divertimento garantito per le masse rivoluzionarie. Ci sarà anche una distribuzione gratuita di castagnaccio avanzato dall&apos;altro inverno, ovviamente solo per i compagni di provata fede.&quot;
&quot;Splendida idea, compagno sindaco. La rivoluzione è fatta anche di spettacolo, di morti ammazzati e crocefissi, come diceva il compagno Stalin. Verrò e porterò la mia compagna moglie.&quot;
&quot;Sarà un onore, compagno segretario. Se vuoi, ti organizzo un incontro privato coi compagni della rivoluzione alcolica permanente. Sono simpatici, quegli sbevazzoni di trotzkisti. Hanno sempre la lingua un po&apos; impastata per via dell&apos;alcol, ma coltivano idee interessanti. La libera repubblica utopica di Valpollicella non mi sembra niente male.&quot;
&quot;Alla faccia del fegato tardofascista! Ci vediamo domani sera, compagno sindaco. Hasta siempre la victoria, come diceva il compagno Che Guevara.&quot;
&quot;Hasta siempre, compagno segretario politico!&quot;

&lt;i&gt;Per gentile concessione dell&apos;Editoriale&lt;/i&gt; La Libertà SpA, &lt;i&gt;che si ringrazia.&lt;/i&gt;

</text_more></entry>
<entry id='1181' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1181' author_id='1' authored_on='20050123011725' basename='igiene_al_posto_della_morale_il_nuovo_nazismo' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050123011725' modified_on='20060703143549' ping_count='0' status='2' title='Igiene al posto della morale: il nuovo nazismo' week_number='200504'><excerpt>&lt;img alt=&quot;nazismoking.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/nazismoking.gif&quot; width=&quot;103&quot; height=&quot;70&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;di &lt;b&gt;G.Genna&lt;/b&gt;&lt;br&gt;Ciò che denuncio è che dietro il divieto al fumo in locali pubblici si agita un &lt;i&gt;moloch &lt;/i&gt;ingovernabile e antiumano: la devastazione di voi stessi, fumatori o non fumatori che siate...</excerpt><text>di &lt;b&gt;Giuseppe Genna&lt;/b&gt;

Non so se ve ne siete accorti, ma so che se non ve ne siete accorti siete come il Dustin Hoffman di &lt;i&gt;Rain Man&lt;/i&gt;: autistici sganciati dalla realtà. E&apos; in atto da settimane un&apos;esplosione di nucleo psicotico collettivo, che condiziona le semivite degli italiani, compulsivamente dediti ad accogliere in se stessi il messaggio di un ministro che vieta il fumo e si propone di &quot;misurare la pancia agli italiani&quot;. Sono vicende grottesche che fanno il paio con le adunate di puberi paraciellini neoconservatori in Usa, milioni di giovani che ritengono significativo sacrificare l&apos;imene e il prepuzio in un momento opportuno e prestabilito dell&apos;esistenza.
Un&apos;ideologia neopuritana si segnala in atto, nell&apos;occidente che si autoproclama liberale, un movimento ben noto agli annali delle tragedie storiche: sostituzione della &lt;i&gt;forza &lt;/i&gt;morale (cioè della potenza dei possibili umani) con un &lt;i&gt;sistema &lt;/i&gt;morale, nello specifico di carattere igienico. Quando ciò succede, si stanno preparando olocausti. Tranquilli, però: non è il caso di oggi - l&apos;olocausto non si sta annunciando, lo stanno già perpetrando un po&apos; ovunque, tranne che sotto casa vostra.
Ciò che denuncio è che dietro il divieto al fumo in locali pubblici si agita un &lt;i&gt;moloch &lt;/i&gt;ingovernabile e antiumano: la devastazione di voi stessi, fumatori o non fumatori che siate.</text><text_more>Non è questione di educazione e non desidero limitare il discorso a dipanare un dubbio amleticamente cretino come quello che piazza, al posto del teschio, una sigaretta da accendersi in presenza di convitati, di pietra o meno. E&apos; sempre valso in queste occasioni urbane e conviviali un buonsenso umano, popolare, una considerazione dell&apos;etichetta, questo reperto di una civiltà sepolta, di cui si vorrebbe dimenticare la tomba. Non c&apos;erano normative da conclamare: il buonsenso e l&apos;educazione sono forze psichiche ben più potenti dei codici giurisprudenziali.
Il ragionamento pretende quindi di essere più ampio. E&apos; un ragionamento sull&apos;inoculazione di dosi massicce di proibizionismo nel contesto sociale occidentale.
Ho una posizione che reclamo come personalissima intorno alla faccenda del proibizionismo. Non essendo mai stato un frequentatore assiduo dei centri sociali, da giovane mi domandavo il perché di un&apos;insistenza tanto ossessiva a proposito del consumo di &lt;i&gt;gangia&lt;/i&gt;. Perché alienare ogni possibilità di incontro mediante la compulsione a celebrare una supposta libertà di fumarsi quel che si desidera? I miei coetanei mi parevano i servi utili del potere: c&apos;era da discutere di tutto, delle imposizioni ben più raffinate che un potere sempre più disumano andava elaborando, e questi miei simili trascorrevano il tempo a bere cocktail celebrando l&apos;inseminazione di vasetti di terra e ululando alla libertà. Libertà da cosa? Libertà per cosa? La libertà di fumarmi uno spinello potevo benissimo prendermela. Non ho difficoltà a considerarmi eventualmente un teppista. Non mi pareva opportuna una battaglia politica così condotta. Mi sembrava che, a forza di trascinarsi avanti con questo antiproibizionismo sbandierato male, le menti si sarebbero infragilite per assenza di discussione su tematiche ben più decisive. La militanza contro il proibizionismo non si può agire conferendo legittimità di interlocuzione al proibizionismo. Questa ingenuità politica mi sembrava, e del resto mi sembra tuttora, un segno dei tempi: tempi poveri. Poveri di cosa? Di creatività. Di deriva.
Anche il discorso sulle moltitudini supposte mi pareva ingenuo: il potere andava frammentando, dividendo, colpiva la sostanza stessa delle moltitudini, che è il conscio/inconscio collettivo, lo psichismo generalizzato, sognando e imponendo una società termitaio che nulla aveva a che spartire col vecchio borghesariato. Si delineava (sto parlando degli Ottanta/Novanta) una società non neoborghese, bensì &lt;i&gt;neolumpen&lt;/i&gt;. Si profilava un orizzonte di sottocultura generalizzata. Però, come detto, queste erano e sono impressioni personali.
L&apos;esplosione imbecille che si misura in questi giorni in ogni bar e ristorante e casa privata è un &lt;i&gt;fumus&lt;/i&gt;: persecutorio. Persecutorio di chi? Dell&apos;idea stessa di uomo. Come dicevo, non è qui questione delle eventuali cellule metastatiche in sede polmonare: chi qui scrive è un accanito fumatore, quasi un &lt;i&gt;chain smoker&lt;/i&gt;. Il problema ben più profondo che si sta delineando ai nostri occhi è un altro: l&apos;idea di una vita igienizzata è totalmente irrealistica, nel momento in cui si vive sotto quello che Antonio Moresco emblematizza come &quot;il cielo di merda&quot;, mentre emissioni gassose di ben altro spessore vanno a infestare non un bar ma l&apos;intero pianeta, mentre schizza a livelli mai visti il consumo di psicofarmaci di terza generazione e tra poco di quarta, mentre le percentuali di sostanze tossiche che si sorbiscono bevendo un sorso d&apos;acqua da un rubinetto di città sono tacitamente al di là di ogni norma salutare, mentre i crittogamici intridono le bucce delle mele di serra rivendute insipide nei supermarket, mentre il radon vagola per l&apos;aere nettato dai nicotinici nelle casette da neoproletari di tutti noi, mentre i potentati nicchiano davanti ai protocolli ambientali, mentre le medesime società che enunciano principi fintamente salutistici vanno a sterminare popoli e a spargere sangue e indegnità.
Quando si afferma che si vive, qui e ora, in una società ipocrita, varrà la pena di dire a quale ipocrisia ci si riferisce e a cosa essa risulti congeniale.
Quest&apos;ondata di psichismo impazzito, che fa impennare le vendite di &lt;i&gt;nicorette &lt;/i&gt;e cerottini, si prepara ad accogliere, per fare un unico esempio sintomatico, la proposta urlata in prima pagina da Vittorino Andreoli su &lt;i&gt;il Giorno &lt;/i&gt;di giovedì 20 gennaio: riaprire i manicomi, abolire la 180. Lo scandalo che il reazionariato attuale pompa riguardo ai cosiddetti omicidi all&apos;interno delle mura di casa è puramente retorico e omogeneo a una logica proibizionista e nazisticamente igienista, esattamente come nel caso del fumo. L&apos;argomento è diverso, la sostanza è la medesima e lo schema retorico pure. Il sillogismo dello psichiatra Andreoli, a cui intimerei davvero nazisticamente il taglio di quei capelli antiestetici, è folle: i manicomi sono stati chiusi e quindi aumentano i casi di &lt;i&gt;mass murder &lt;/i&gt;domestici. Ergo: la 180 va abolita, è frutto di un periodo ideologico. Come se questo non fosse un periodo ideologico. Lo è e lo è ben più pesantemente di altri tempi trascorsi, solo che non dichiara la sua aggressiva identità ideologica: si limita a imporla con campagne retoriche a cui la psiche collettiva non è in grado di reagire. Gli omicidi di Alleghe c&apos;erano anche quando i manicomi erano aperti e chiusi alla pubblica opinione: ma importa più la visibilità odierna, scandalistica, immorale. Tutto è malattia: il lotto, il fumo, l&apos;alcol, la droga, i farmaci, i giocattoli prodotti in Cina, il latte della mucca. Affermare che tutto è malattia serve ad alzare le quote di ansia collettiva. Non l&apos;arma dell&apos;ideologia, bensì la stessa ideologia del presente occidentale è questo: paura.
Paura di cosa? Della paura.
L&apos;atteggiamento terroristico che viene ormai estesamente utilizzato quale strumento di controllo sociale non è paura diretta, esperienziale. E&apos; la paura come anticipazione della paura. Un&apos;esplosione in metropolitana nell&apos;ora di punta causa panico e sgomento: questa è paura esperienziale. Inoculare il terrore che arrivi il momento in cui avremo terrore è diverso: è una paura atmosferica, ubiquitaria, fumosa, anticipatoria. Ed è il metodo con cui un governo imbelle viene a dichiararci che ci verrà il cancro per colpa delle sigarette. Centrare l&apos;attenzione sulla sopravvivenza, e non sulla vita, è una vecchia tattica del potere. Poco importa se torme di adolescenti faticano a esprimere un sorriso che non sia di protocollo o se gli anziani sono costretti in rifugi antiatomici estivi. Resistere nell&apos;esistenza è impossibile: si muore, cicci belli, e non deve certo essere lo Stato, o fra&apos; Girolamo, a dircelo. Il problema non è non morire e nemmeno come morire, ma come vivere.
A fronte di questo negazionismo che si erge a forma religiosa (si leggano bene i punti che riporto a fine articolo), l&apos;unica terapia è: creatività. Quale creatività? Qui le risposte possono risultare le più disparate. Quella che io dò è: non la creatività che tenta la rappresentazione della realtà in scala 1:1. Il realismo è una strumentazione del potere: la realtà è un&apos;allucinazione collettiva e, se esiste realismo, esso è allucinatorio a priori. E&apos; dunque nella gestione eversiva dell&apos;immaginario che si annida non il sistema morale, ma la potenza morale che irrora la comunità di difese rispetto agli attacchi di questo funebre neopuritanesimo. Deviare, dilatare, enfiare, sottrarre, rendere obliquo ben più e meglio di quanto faccia questa retorica antiumana, che si contenta di enunciarsi in cartellini con la barretta sulla sigaretta nei locali pubblici. Il sogno che i locali non siano più pubblici è quanto muove questo proibizionismo da incubo: un incubo che non è il sonno dell&apos;umanità, bensì la veglia della macchina.
In questo momento di faglia, la letteratura, cioè il racconto di storie, molto può fare. Anzi: è decisiva.
Per questo motivo, eccovi un esempio di bassa letteratura: bassa, ma istruttiva e divertente. A scopo puramente propedeutico, per tentare di fare comprendere cosa io intenda quando avviso della possibilità che questo negazionismo igienista si trasformi in religione e manifesti la sua radice veracemente metafisica, riporto qui i punti qualificanti del movimento &lt;i&gt;Alcolisti Anonimi&lt;/i&gt;. E&apos; un canto al Potere Superiore, al Pensiero Unico Ineffabile E Per Ciò Ineffato. E&apos; anche una barzelletta, e si può ridere, ricordandosi però che nel cuore del comico si annida l&apos;assalto del tragico. Ecco a voi, dai manuali degli Alcolisti Anonimi,

&lt;i&gt;&lt;b&gt;I Dodici Passi &lt;/b&gt;

1) Abbiamo ammesso di essere impotenti di fronte allalcol e che le nostre vite erano divenute incontrollabili. 

2) Siamo giunti a credere che un Potere più grande di noi potrebbe ricondurci alla ragione. 

3) Abbiamo preso la decisione di affidare le nostre volontà e le nostre vite alla cura di Dio, come noi potemmo concepirLo. 

4) Abbiamo fatto un inventario morale profondo e senza paura di noi stessi. 

5) Abbiamo ammesso di fronte a Dio, a noi stessi e a un altro essere umano, lesatta natura dei nostri torti. 

6) Eravamo completamente pronti ad accettare che Dio eliminasse tutti questi difetti di carattere. 

7 Gli abbiamo chiesto con umiltà di eliminare i nostri difetti. 

8) Abbiamo fatto un elenco di tutte le persone cui abbiamo fatto del male e siamo diventati pronti a rimediare ai danni recati loro. 

9) Abbiamo fatto direttamente ammenda verso tali persone, laddove possibile, tranne quando, così facendo, avremmo potuto recare danno a loro oppure ad altri. 

10) Abbiamo continuato a fare il nostro inventario personale e, quando ci siamo trovati in torto, lo abbiamo subito ammesso. 

11) Abbiamo cercato attraverso la preghiera e la meditazione di migliorare il nostro contatto cosciente con Dio, come noi potemmo concepirLo, pregandoLo solo di farci conoscere la Sua volontà nei nostri riguardi e di darci la forza di eseguirla. 

12) Avendo ottenuto un risveglio spirituale come risultato di questi Passi, abbiamo cercato di portare questo messaggio agli alcolisti e di mettere in pratica questi principi in tutte le nostre attività. &lt;/i&gt;</text_more></entry>
<entry id='1183' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1183' author_id='4' authored_on='20050123011000' basename='cronache_di_bassavilla_1' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050123011000' modified_on='20060201231824' ping_count='0' status='2' title='Cronache di Bassavilla 1' week_number='200504'><text>MA COME SI PUò UCCIDERE UN BAMBINO?

di &lt;b&gt;Danilo Arona&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Bassavilla1.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Bassavilla1.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;93&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
Non cè dubbio, certi discorsi corrono il serio rischio di essere patetici, specie quando iniziano con una volta, ai miei tempi, e via dicendo. La realtà è che tutti invecchiamo e, che dopo un congruo numero di anni, il mondo è sempre più diverso da quel che vorremmo che sia. Io, ad esempio  una volta, appunto  entravo tanti anni fa in un cinema buio, magari per gustarmi un bellhorror di quelli sconosciuti e adulti, e ci scoprivo con immenso piacere poca gente. Poca, proprio: iniziati gourmets per un alimento raro destinato a limitate ma capaci bocche. Lhorror, allora (ahi!), era ciò che dovrebbe essere ancora oggi: zona proibita, armadio ricolmo di pulsioni sessuali da non aprirsi e, se sulla locandina campeggiava la strisciolina vietato ai minori di 14 anni (meglio ancora ai 18), il fatto era interpretabile come indizio di buona qualità del prodotto.</text><text_more>Nostalgico, eh? Sicuro, per la Madonna, sto per compiere 55 anni, come potrei non esserlo? Però, a somiglianza di un carbonaro in una riunione clandestina, riuscii a vedermi in un covo degli anni Settanta &lt;i&gt;Ma come si può uccidere un bambino?&lt;/i&gt; dello spagnolo Serrador, e ancora adesso scopro che quasi nessuno lha visto, ignorando da dove King ha copiato &lt;i&gt;I figli del granturco&lt;/i&gt;, anche se poi ambedue, King e Serrador, hanno attinto da &lt;i&gt;Il villaggio dei dannati&lt;/i&gt;. Oggi invece, nel 2005, tutti vedono &lt;i&gt;Van Helsing&lt;/i&gt; ovunque, e la situazione  anche se le sale cinematografiche incassano sempre di meno  potrebbe apparire migliore di trentanni, magari più &lt;i&gt;democratica&lt;/i&gt;. 
Democrazia? Se è questa, non mi piace. Prendete laltra sera, quando mi sono per sbaglio infilato in una sala di Bassavilla (Alessandria, ma ormai lo chiamo così) per vedere &lt;i&gt;The Grudge&lt;/i&gt;, il remake americanizzato di un remake giapponese di una serie televisiva sempre Giap (i filmetti televisivi sono ottimi, la versione cinematografica giap uscita in DVD è buona, la versione uscita al cinema con Buffy è sufficiente, ma ce ne fossero) firmata dal signor Takashi Shimizu, dimostrazione in carne e ossa che i veri autori fanno sempre lo stesso film. La sala era piena e il colpo docchio impressionante: non si vedeva un adulto. Solo un mare di ragazzini e ragazzine con lombelico di fuori e piercing sulla cellulite -, un numero impressionante di cellulari tutti in funzione, rutti, cocacola, popcorn, scorregge, e un urlare fastidioso da doposcuola che non lasciava speranze per il seguito. Infatti, da lì a poco, iniziava lopera e nessuno ha più visto o sentito qualcosa: la mandria di scemi mi ha assolutamente impedito  ero lunico adulto, forse intenzionato a giustificare il prezzo del biglietto  di entrare con la mente nel film, intuendo quel poco che cera da intuire dallaver visto gli altri &lt;i&gt;Ju-On&lt;/i&gt;. Per carità: nulla di drammatico (insomma, &lt;i&gt;The Grudge&lt;/i&gt; non era un capolavoro), ma allo scugnizzo che avevo di fianco gli ho fatto mangiare il cellulare. Sui rompicoglioni al cinema non ho mai smesso di applicare la sana lezione del grande Mao: ammazzane uno subito e gli altri, per qualche minuto, taceranno. Peccato che dopo un po riprendono e allora ammazzarli tutti diventa francamente impossibile, e pure faticoso. 
(Interludio puramente casuale: sullultimo numero di FilmTV ho appena scorso la lettera del barese Christian Spinelli che dipinge bene lidentica situazione, pagina 47, titolo Il problema del pubblico: perla del suo intervento, lacme dellidiozia è stata raggiunta quando ad ogni pronuncia del nome del detective  Nakagawa  emergevano fiumi costanti di risate, idem a Bassavilla, caro Christian)
Il fatto singolare è che pure loro, i bambini scemi, non vedono e non sentono nulla. Quando escono dal cinema, non è rado captare frammenti di discorsi in cui uno chiede allaltro di che parlava il film. Okay, vanno al cinema perché non sanno in quale altri posti andare. Peccato che al cinema ci sia un optional da vedere, il film. Già, ma il punto non è solo questo e io non sono ancora uno spettatore tanto bacchettone perché vecchio. Al limite un po violento, ma ai miei tempi (ah, rieccolo!) si diceva la violenza rivoluzionaria contro la violenza reazionaria, e un po di mestiere dentro mi è rimasto. E allora qual è il punto? E che questa pletora sgradevole di adolescenti cui non frega nulla del cinema è il risultato pratico di una planetaria operazione di marketing che Hollywood  ma anche altre cinematografie &lt;i&gt;allineate&lt;/i&gt;  hanno compiuto ai danni di quel vero horror adulto, di fronte al quale i bambini dovrebbero ricevere traumi tali da condizionarne lintera esistenza (a me è successo così): si chiama, perlomeno io la chiamo così, la &lt;i&gt;bambinizzazione&lt;/i&gt; dellhorror, ovvero il rimodellamento dei grandi archetipi della paura pensato e concretizzato a misura di adolescente, un grande Luna Park, aperto a tutti, dove i ragazzini possono vedere  senza divieti imposti dal sistema  le versioni ludiche e baracconesche dei grandi autori che hanno fatto il genere (Friedkin, Romero, Hooper, fra gli altri) nonché quelle, rifatte e rese innocue, di alcuni (pochi) disturbanti film della &lt;i&gt;new wave&lt;/i&gt; asiatica. Così cosa capita sul piano pratico? Che ai miei nipoti, sei e dieci anni, non interessano più i &lt;i&gt;cartoons&lt;/i&gt;, ma la scricchiolante Kayako e il pallido Toshio. E frotte di adolescenti frequentano lhorror come frequentare il McDonalds, rompendo le palle a chi chiede che la sala cinematografica goda del rispetto silenzioso dovuto allarte. 
Il mio amico Giacomo Cacciatore, verace conoscitore dei meccanismi del genere (leggetevi, se non lavete ancora fatto, il suo libro su Fulci Il terrorista dei generi, scritto con Paolo Albiero, edizioni Unmondoaparte), sostiene che la bambinizzazione in atto ha creato un pubblico in grado di confondere realismo (di luoghi, di situazioni, di psicologie: la base forte della scrittura di King, per dirne una) con intimismi da mammoletta, sfornandogli spesso e volentieri film horror  urlati, sopra le righe, senza la minima attenzione per i contrasti e le sfumature (che sono poi quelle cose che danno credibilità al delirio). Il risultato di qualche anno delloperazione planetaria è che adesso questi spettatori, considerati dal sistema produttivo fondamentali (perché pare che senza gli adolescenti non si rientri più dalle spese) urlano  non di paura - in sala, appunto, senza la minima attenzione per i contrasti e le sfumature, persino quelle del vivere civile. Si sta prendendo a calci in culo tutta una generazione di autori cinematografici e letterari, mi scrive Giacomo, Levin, Blatty, Romero, Carpenter, Hooper, gente che ha dato allhorror lo status di genere adulto, facendone anche documento, pensiero, testimonianza di unepoca. Verissimo, Giac, è non è un caso che tre di questi lavorino &lt;i&gt;off Hollywood&lt;/i&gt;, fuori dal sistema. 
Ovviamente, sul piano dellordine pubblico, sono il primo a segnalare che questa specie di pamphlet sta peccando di approssimazione. I ragazzi non sono tutti come quelli in cui ci siamo imbattuti, Christian a Bari e io a Bassavilla. In tanti che mi leggono su Horrormania mi hanno scritto, pure loro, che certi cinematografi sono impraticabili quando si proiettano quegli horror che necessitano del silenzio in sala per essere apprezzati: e hanno sedici, diciotto o ventanni, uno addirittura di tredici che ha giurato che, dopo avere assistito al lancio del gatto morto contro lo schermo durante la proiezione de &lt;i&gt;Lesorcista-La genesi&lt;/i&gt;, vedrà solo più film in DVD a casa propria. Insomma, magari vale la stessa spiegazione che si può usare per il teppismo domenicale negli stadi: ci sono troppi dementi a piede libero e sempre meno gatti
Soluzioni? Boh, sul piano teorico possiamo scriverne belle pagine, magari ipotizzando da qui a breve un filone dicotomizzato in due varianti, quella con i meccanismi alla Bruckheimer per gli infanti e quella seria per noi vecchi navigatori prossimi allestinzione. Sul piano pratico Narciso Ibanez Serrador ha un consiglio da darci a cominciare dal titolo di quel suo film maledetto e introvabile, di cui magari vi parlerò un giorno o laltro


</text_more></entry>
<entry id='1184' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1184' author_id='1' authored_on='20050124000125' basename='marx_inattuale' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050124000125' modified_on='20050124000204' ping_count='0' status='2' title='Marx inattuale' week_number='200504'><text>&lt;img alt=&quot;prevecover.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/prevecover.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;149&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;a href=&quot;http://lgxserver.uniba.it/lei/recensioni/recenso.htm#brignoli&quot;&gt;Maurizio Brignoli&lt;/a&gt;
&lt;span class=smalltext&gt;[Sono totalmente in disaccordo con l&apos;interpretazione che dei testi marxiani e - ciò che più conta - dei movimenti che si ispirarono al marxismo dà il filosofo Costanzo Preve. E tuttavia, questi mi sembrano argomenti: inducono a pensare, a rileggere e a modificarsi. E&apos; per questo motivo che propongo la recensione di Brignoli al recente saggio di Preve. gg]&lt;/span&gt;

Lobiettivo del lavoro di Preve non è quello di sviluppare una nuova interpretazione di Marx, quanto uninterrogazione nellaccezione socratica del termine. Per fare ciò bisogna però tenere presente che le previsioni marxiste novecentesche sullarresto dello sviluppo delle forze produttive sono fallite e che lattenzione va invece portata sullaltro polo della dialettica marxiana, costituito dal rapporto sociale di produzione, che si è invece radicalmente imbarbarito. Per parlare di Marx oggi bisogna quindi operare questa sorta di rivoluzione copernicana.</text><text_more>Storicismo, economicismo e utopismo, i tre grandi gruppi di critiche che sono stati rivolti a Marx, costituiscono in realtà la ricaduta fisiologica di tre scoperte fondamentali: la teoria dei modi di produzione, la teoria della genesi e dello sviluppo del modo di produzione capitalistico incentrato sulla realizzazione del plusvalore, la teoria del comunismo come prodotto materiale della dinamica sociale immanente del capitalismo. Due sono le conseguenze fondamentali delle scelte operate da Marx: la rinuncia a fondare filosoficamente il discorso e lindividuazione delloggetto teorico da criticare nelleconomia politica classica. Si dà filosofia quando le si attribuisce un ambito autonomo di conoscenza, che nel mondo occidentale nasce con Socrate e con lattribuzione al dialogo di una valenza veritativa che non coincide con ciò che oggi definiamo scienza. In che modo i tre effetti degenerativi potevano essere corretti? Non con lideologia, che non può criticare sé stessa, né con la scienza, che si basa su una preventiva scelta disantropomorfizzante incapace di sviluppare unautoriflessione. Sarebbe stato necessario uno spazio filosofico, ma secondo lautore Marx e il marxismo rinunciarono al valore conoscitivo della filosofia.
Marx operò la scelta strategica di individuare nelleconomia politica il terreno privilegiato di critica. La scienza economica nasce però nel Settecento con due fortissimi presupposti filosofici costituiti dalla critica di Locke alla categoria di sostanza e da quella di Hume alla categoria di causalità. La società per Locke non si basa su alcuna sostanza tradizionale, che qui costituisce una metafora di corporazioni e statuti nobiliari, bensì si costituisce con un contratto sociale fra proprietari. Con Hume si ha unulteriore evoluzione: leconomia politica non può nascere su basi contrattualistiche, che implicherebbero un primato della politica sulleconomia, e quindi la società non è causata da nulla e si costituisce sulla base dellarmonica associazione fra domanda e offerta di beni e servizi.
La filosofia politica moderna nasce invece con la critica di Hobbes ad Aristotele. Si tratta in realtà di una mossa autoritaria, che sostituisce alla filosofia politica aristotelica, nata da una premessa dialogica e democratica, lautorità del paradigma meccanicistico estrapolato dalla concezione delle scienze naturali del tempo. Il problema è che lindividuo egoistico di Hobbes non poteva fungere da supporto antropologico alleconomia politica e andava rabbonito con letica smithiana della simpatia; per scambiarsi merci bisogna prima simpatizzare con laltro termine dello scambio, in quanto ci si deve immedesimare nei suoi bisogni. Letica del capitalismo si basa allora non sullegoismo, ma sulla simpatia. Questa etica presuppone però uno sfondo naturalistico dei bisogni che non è quello del vero capitalismo, ma quello di un capitalismo originario pienamente utopico. Comte e Hegel rifiutarono leconomia politica come fondamento della loro teoria sociale, interpretandola correttamente come un sapere parziale che vuole porsi come totale e fondativo.
Marx agì correttamente assumendo la centralità dellapparato categoriale delleconomia politica come base per il suo rovesciamento comunista. Scegliere però di partire dal rovesciamento dialettico delleconomia politica classica come riflesso effettivo della realtà alienata del capitalismo significava pur sempre porsi sul suo stesso terreno comportando, come conseguenza ultima, leconomicizzazione del conflitto di classe e una subalternità culturale complessiva. Linevitabile effetto ideologico di economicismo sarebbe stato curabile in quello spazio filosofico che Marx negò.

Il prezzo da pagare per una scelta epistemologicamente corretta e razionale è stato così lapprovazione delleconomicizzazione del conflitto nel campo politico e le ricadute storicistiche, economicistiche e utopistiche in quello teorico. Il rifiuto di attribuire una forma di conoscenza veritativa alla filosofia avvicina Marx più a Comte che a Hegel, anche se questa implicita approvazione della tesi positivistica del superamento della filosofia nella scienza avviene conservando un fuorviante linguaggio hegeliano. Daltro canto Hegel, affermando che il primo compito della filosofia è la conoscenza del nulla assoluto, è uno dei filosofi moderni che meglio hanno inquadrato il tema del nichilismo; e Marx, trasformando la premessa della conoscenza del nulla assoluto in pensiero della negatività dialettica strutturale di ogni dinamica sociale trasformativa, resta pur indirettamente un suo allievo filosofico. Il rifiuto del valore veritativo della filosofia è lanticamera del possibile nichilismo e solo la pratica costante della conoscenza filosofica avrebbe potuto evitare al marxismo di oscillare fra i due poli convergenti della pseudo-scienza e della quasi-religione.
Ciò che più conta nellanalisi marxiana della religione è la critica delle ipostasi, dei raddoppiamenti falsamente universalistici di realtà particolari, che funge da anticamera alla critica delleconomia politica, le cui categorie ipostatizzano concreti rapporti di produzione capitalistici in rapporti di produzione universali ed eterni. Leconomia politica è infatti lunica e vera fondamentale religione del capitalismo. Daltro canto, ridurre la religione a produzione di ipostasi è limitativo: essa nasce infatti da una necessaria interruzione del Tempo che gli uomini devono attuare per costituirsi in società. Il Tempo è la radice del nichilismo. Interrompendo il tempo e immobilizzandolo in unOrigine, gli uomini edificano un Soggetto che si propone un Fine e così creano la religione e costituendo la religione costituiscono la società. Come correttamente compreso da Darwin e Kautsky, è la morale a costituire la religione e non il contrario, le norme morali nascono per facilitare la sopravvivenza del gruppo nelle difficili condizioni della società primitiva e la religione interviene per dare loro una fondazione originaria inattaccabile dallo scorrimento nichilistico e distruttivo del tempo. Senza la necessaria interruzione del tempo storico e della sua corrosione nichilistica, senza cioè la costituzione religiosa immaginaria dellOrigine non ci può essere società e socialità.
Il marxismo ortodosso, dal 1889 al 1989, si costituisce come quasi-religione, attribuendo alla Storia unOrigine, un Soggetto e un Fine e non fa che mettere al posto della teologia trascendente lo storicismo immanente. Questa formazione ideologica è ununitaria forma di falsa coscienza, formata dalla combinazione di una quasi-religione e di una pseudo-scienza, basata sulla trinità atea costituita da Storia, Classe e Partito. Si ha una grande narrazione che racconta linesistente storia di un soggetto pieno (il proletariato) che garantisce con la permanenza temporale della sua identità iniziale (rivoluzionaria) la realizzazione finale (il comunismo) del suo progetto originario (la comunità umana riconciliata e disalienata). La quasi-religione è così unideologia storicista che si manifesta empiricamente come grande narrazione a lieto fine.
Il modello marxista incorpora elementi scientifici ma non è una scienza secondo il modello delle scienze naturali moderne. Il marxismo, secondo Preve, è una scienza filosofica nellaccezione di Fichte e di Hegel, un sistema idealistico cui si aggiunge un paradigma concettuale scientifico che viene indebitamente definito materialistico.
Lo sviluppo della scienza consiste anche nellelaborazione di schemi immaginativi e concettuali capaci di garantirci lequilibrio emotivo nel rapporto quotidiano con la realtà e, mossa dalle nostre ansie e conflitti interiori, la genesi della scienza è esattamente la stessa della religione. Religione e scienza sono due risposte diverse alla comune esigenza di dare un senso al mondo, che di per sé ne è privo. Il nichilismo sta nel fatto che le due forme convergenti, omogenee e complementari della religione e della scienza non possono essere oggetto di autoriflessione filosofica, democratica e dialogica e restano autoritarie ed eteronome. La mancata comprensione del fatto che scienza e religione nascono per rispondere a comuni bisogni di comprensione e controllo emotivo del mondo porta a unideologia di tipo nichilistico intessuta di quasi-religione e pseudo-scienza.

Su questa base nichilistica non è possibile edificare un autentico universalismo. Il pensiero marxista si è posto, esattamente come il pensiero liberale che è totalitario nella sua più profonda essenza, come pensiero unico. Questa pretesa è basata su due elementi fittizi: il presupposto che il marxismo sia una scienza e il presupposto delluniversalismo sociale e mondiale della classe operaia. Questa di sorta di Immagine Universalistica Unificata che ne nasce è il frutto di due tradizioni occidentalistiche: la teoria della proprietà privata inglese e la filosofia della storia tedesca. Originariamente, il pensiero politico moderno, caratterizzato dallunione di contrattualismo e giusnaturalismo, subordina la legittimità della proprietà privata al consenso della comunità, ma ciò è pericoloso per il capitalismo, perché implica un primato teorico della politica sulleconomia. I primi oppositori della proprietà privata si schiereranno così sul terreno del diritto naturale, che rimane comune al comunismo di Marx, inteso come diritto dellindividuo allappropriazione della natura secondo i propri bisogni. I tre concetti fondamentali del comunismo marxiano sono quindi lindividuo, la natura, i bisogni e tutti e tre derivano dagli esiti finali della discussione sulla proprietà privata. Marx pensa la proprietà comunista sulla base della reazione giusnaturalistica settecentesca alla tendenza artificialista e istituzionalista del pensiero borghese inglese.
La grandezza della filosofia della storia tedesca da Herder a Hegel, che costituisce la premessa materiale e ideale del pensiero di Marx, consiste nellaver cercato di pensare luniversalismo, seppur in modo insufficiente,. Tale insufficienza deriva dal fatto che il mondo greco non è qui inteso come eccezione universalizzabile, ma come matrice unica di una possibile universalizzazione mondiale, giungendo così alla fondazione di un paradigma eurocentrico.
Mentre Marx critica esplicitamente la tradizione della proprietà inglese, oscilla nel giudizio sulla filosofia della storia tedesca. La posizione di Marx è essenzialmente non economicistica, in quanto per lui leconomia determina la struttura del solo modo di produzione capitalistico e non è qualcosa di eterno, riconducibile alla presunta dimensione antropologica immutabile dellhomo conomicus. Leconomia è una modalità storica di gerarchizzazione ontologico-sociale delle attività umane di produzione e riproduzione della società. Per Marx luomo è caratterizzato da una natura umana generica e non specifica, che gli consente di entrare e uscire in modi di produzione differenti nei quali possono dominare, a seconda dei casi, la famiglia, la politica, la religione, leconomia ecc. È allora nel rifiuto del robinsonismo, mistificazione ideologica capitalistica dellaccumulazione originaria, che si trova la critica della falsa concezione occidentalistica della proprietà privata capitalistica. Per quanto riguarda invece il rapporto con la filosofia tedesca della storia, la teoria dei modi di produzione permette uninterpretazione sia multilineare che unilineare. La prima, filologicamente più compatibile con lo spirito e la lettera di Marx, può essere la premessa di un universalismo reale; la seconda, nella forma della teoria dei cinque stadi (comunismo primitivo, schiavismo, feudalesimo, capitalismo, comunismo) che ha contraddistinto il marxismo novecentesco, è una grande narrazione deterministica e teleologica e costituisce la forma più pura della concezione unilineare della storia universale.
Un universalismo reale può essere originato non dalluniversalizzazione del capitalismo, ma solamente da un progetto storico e culturale cosciente in cui gli uomini siano visti come produttori di senso, titolari cioè di giudizi di verità, libertà e giustizia.
La rappresentazione della classe operaia e proletaria come classe rivoluzionaria capace di transizione intermodale fra diversi modi di produzione è un mito occidentalistico frutto di una concezione unilineare della storia. Marx ha cercato di dare una fondazione scientifica a questo mito con lipotesi della formazione del lavoratore collettivo cooperativo associato nel general intellect, dando così una formazione economico-sociologica delluniversalismo. A questo tipo di fondazione delluniversale è però necessario rinunciare, in quanto luniversalismo può essere costruito solo sulla base della nozione di Genere Umano e non su proiezioni sociologiche. Respinti i due universalismi illusori del modello occidentalistico unilineare e del mito infondato della classe operaia come unica classe rivoluzionaria, rimane solo la considerazione ontologica del Genere Umano nella sua dimensione storica. Unontologia sociale è unontologia storica in cui lEssere è costruzione umana non arbitraria, relativistica e convenzionalistica, ma corrispondente alla possibile universalizzazione del genere umano stesso.

Per poter parlare di genere umano bisogna costruire unantropologia filosofica convincente che sia congiuntamente unantropologia storica e politica. Marx proviene dalla tradizione greca che poneva nella ???? il fondamento della verità e questo determina in lui la presenza di una teoria della natura umana e una teoria della individualità. Marx, partendo dal fatto che lessenza umana è storica e non naturale, elabora un concetto di natura umana come Gattungswesen, e in quanto ente naturale e generico luomo non è geneticamente prefissato a dar vita a una sola forma di oggettivazione sociale. Se luomo è un ente siffatto, si può definire alienata qualsiasi situazione che gli voglia imporre come qualcosa di immutabile e reificato una determinata situazione storica.
Marx è inoltre un pensatore della libertà, dove questa nozione viene declinata allinterno di un processo dialettico di liberazione da uno stato di alienazione secondo il modello hegeliano del rapporto fra servo e signore. Se la fonte teorica di Marx è costituita dalla critica dialettica delleconomia politica, questa è a sua volta inserita in una, seppur implicita, più ampia fonte filosofica principale, costituita dalla ripresa della saggezza greca classica. Non è allora un caso che Marx, parlando del processo di individualizzazione in termini storici, accetti integralmente la definizione aristotelica di uomo. Marx sapeva benissimo che lantropologia politica moderna si costituisce contro Aristotele e la sua ipotesi della socialità naturale delluomo sulla base di una preventiva concezione atomizzante dellindividuo che costruisce la società in modo rigorosamente artificialistico.
Marx appartiene alla tradizione individualistica del pensiero europeo occidentale, egli è infatti un individualista di origine etica, in quanto pone alla base del suo lavoro scientifico il riscatto delluomo da tutto ciò che lo tiene in condizione di dipendenza. Marx è anche un pensatore delleguaglianza, ma solo se si capisce che prima di tutto è un critico del preventivo eguagliamento capitalistico degli individui, presupposto della successiva diseguaglianza materiale frutto dellattività economica differenziata. La preoccupazione teorica di Marx è lindividuo singolo concreto.
In conclusione lunica speranza per una rinascita del marxismo consiste in una sorta di riorientamento gestaltico, la cui premessa stia nella liberazione dallo storicismo, dalleconomicismo e dallutopismo e il progetto della libera individualità è la sola proposta universalistica di Marx che non possa essere accusata di avere un retroterra nichilistico.

&lt;i&gt;Costanzo Preve - &lt;b&gt;Marx inattuale. Eredità e prospettiva &lt;/b&gt;- Bollati Boringhieri -  19&lt;/i&gt;</text_more></entry>
<entry id='1185' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1185' author_id='1' authored_on='20050124000003' basename='lettera_sulla_felicit_o_dellimmaginario' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050124000003' modified_on='20050124002422' ping_count='0' status='2' title='Lettera sulla felicità (o: dell&apos;immaginario)' week_number='200504'><text>&lt;img alt=&quot;epicuro.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/epicuro.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;141&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;b&gt;Epicuro&lt;/b&gt;

Caro lettore di Carmilla,
mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell&apos;animo nostro. Chi sostiene che non è ancora giunto il momento di dedicarsi alla conoscenza di essa, o che ormai è troppo tardi, è come se andasse dicendo che non è ancora il momento di essere felice, o che ormai è passata l&apos;età. Ecco che da giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità. Per sentirci sempre giovani quando saremo avanti con gli anni in virtù del grato ricordo della felicità avuta in passato, e da giovani, irrobustiti in essa, per prepararci a non temere l&apos;avvenire. Cerchiamo di conoscere allora le cose che fanno la felicità, perché quando essa c&apos;è tutto abbiamo, altrimenti tutto facciamo per possederla.</text><text_more>	Pratica e medita le cose che ti ho sempre raccomandato: sono fondamentali per una vita felice.

	Prima di tutto considera l&apos;essenza del divino materia eterna e felice, come rettamente suggerisce la nozione di divinità che ci è innata. Non attribuire alla divinità niente che sia diverso dal sempre vivente o contrario a tutto ciò che è felice, vedi sempre in essa lo stato eterno congiunto alla felicità.

	Gli dei esistono, è evidente a tutti, ma non sono come crede la gente comune, la quale è portata a tradire sempre la nozione innata che ne ha.

	Perciò non è irreligioso chi rifiuta la religione popolare, ma colui che i giudizi del popolo attribuisce alla divinità.

	Tali giudizi, che non ascoltano le nozioni ancestrali, innate, sono opinioni false. A seconda di come si pensa che gli dei siano, possono venire da loro le più grandi sofferenze come i beni più splendidi. Ma noi sappiamo che essi sono perfettamente felici, riconoscono i loro simili, e chi non è tale lo considerano estraneo.

	Poi abituati a pensare che la morte non costituisce nulla per noi, dal momento che il godere e il soffrire sono entrambi nel sentire, e la morte altro non è che la sua assenza. L&apos;esatta coscienza che la morte non significa nulla per noi rende godibile la mortalità della vita, senza l&apos;inganno del tempo infinito che è indotto dal desiderio dell&apos;immortalità.

	Non esiste nulla di terribile nella vita per chi davvero sappia che nulla c&apos;è da temere nel non vivere più. Perciò è sciocco chi sostiene di aver paura della morte, non tanto perché il suo arrivo lo farà soffrire, ma in quanto l&apos;affligge la sua continua attesa. Ciò che una volta presente non ci turba, stoltamente atteso ci fa impazzire.

	La morte, il più atroce dunque di tutti i mali, non esiste per noi. Quando noi viviamo la morte non c&apos;è, quando c&apos;è lei non ci siamo noi. Non è nulla né per i vivi né per i morti. Per i vivi non c&apos;è, i morti non sono più. Invece la gente ora fugge la morte come il peggior male, ora la invoca come requie ai mali che vive.

	Il vero saggio, come non gli dispiace vivere, così non teme di non vivere più. La vita per lui non è un male, né è un male il non vivere. Ma come dei cibi sceglie i migliori, non la quantità, così non il tempo più lungo si gode, ma il più dolce.

	Chi ammonisce poi il giovane a vivere bene e il vecchio a ben morire è stolto non solo per la dolcezza che c&apos;è sempre nella vita, anche da vecchi, ma perché una sola è la meditazione di una vita bella e di una bella morte.

	Ancora peggio chi va dicendo: bello non essere mal nato, ma, nato, al più presto varcare la soglia della morte.

	Se è così convinto perché non se ne va da questo mondo? Nessuno glielo vieta se è veramente il suo desiderio. Invece se lo dice così per dire fa meglio a cambiare argomento.

	Ricordiamoci poi che il futuro non è del tutto nostro, ma neanche del tutto non nostro. Solo così possiamo non aspettarci che assolutamente s&apos;avveri, né allo stesso modo disperare del contrario.

	Così pure teniamo presente che per quanto riguarda i desideri, solo alcuni sono naturali, altri sono inutili, e fra i naturali solo alcuni quelli proprio necessari, altri naturali soltanto. Ma fra i necessari certi sono fondamentali per la felicità, altri per il benessere fisico, altri per la stessa vita.

	Una ferma conoscenza dei desideri fa ricondurre ogni scelta o rifiuto al benessere del corpo e alla perfetta serenità dell&apos;animo, perché questo è il compito della vita felice, a questo noi indirizziamo ogni nostra azione, al fine di allontanarci dalla sofferenza e dall&apos;ansia.

	Una volta raggiunto questo stato ogni bufera interna cessa, perché il nostro organismo vitale non è più bisognoso di alcuna cosa, altro non deve cercare per il bene dell&apos;animo e del corpo. Infatti proviamo bisogno del piacere quando soffriamo per la mancanza di esso. Quando invece non soffriamo non ne abbiamo bisogno.

	Per questo noi riteniamo il piacere principio e fine della vita felice, perché lo abbiamo riconosciuto bene primo e a noi congenito. Ad esso ci ispiriamo per ogni atto di scelta o di rifiuto, e scegliamo ogni bene in base al sentimento del piacere e del dolore.

	E&apos; bene primario e naturale per noi, per questo non scegliamo ogni piacere. Talvolta conviene tralasciarne alcuni da cui può venirci più male che bene, e giudicare alcune sofferenze preferibili ai piaceri stessi se un piacere più grande possiamo provare dopo averle sopportate a lungo.

	Ogni piacere dunque è bene per sua intima natura, ma noi non li scegliamo tutti. Allo stesso modo ogni dolore è male, ma non tutti sono sempre da fuggire.

	Bisogna giudicare gli uni e gli altri in base alla considerazione degli utili e dei danni. Certe volte sperimentiamo che il bene si rivela per noi un male, invece il male un bene.

	Consideriamo inoltre una gran cosa l&apos;indipendenza dai bisogni non perché sempre ci si debba accontentare del poco, ma per godere anche di questo poco se ci capita di non avere molto, convinti come siamo che l&apos;abbondanza si gode con più dolcezza se meno da essa dipendiamo. In fondo ciò che veramente serve non è difficile a trovarsi, l&apos;inutile è difficile.

	I sapori semplici danno lo stesso piacere dei più raffinati, l&apos;acqua e un pezzo di pane fanno il piacere più pieno a chi ne manca. Saper vivere di poco non solo porta salute e ci fa privi d&apos;apprensione verso i bisogni della vita ma anche, quando ad intervalli ci capita di menare un&apos;esistenza ricca, ci fa apprezzare meglio questa condizione e indifferenti verso gli scherzi della sorte.

	Quando dunque diciamo che il bene è il piacere, non intendiamo il semplice piacere dei goderecci, come credono coloro che ignorano il nostro pensiero, o lo avversano, o lo interpretano male, ma quanto aiuta il corpo a non soffrire e l&apos;animo a essere sereno.

	Perché non sono di per se stessi i banchetti, le feste, il godersi fanciulli e donne, i buoni pesci e tutto quanto può offrire una ricca tavola che fanno la dolcezza della vita felice, ma il lucido esame delle cause di ogni scelta o rifiuto, al fine di respingere i falsi condizionamenti che sono per l&apos;animo causa di immensa sofferenza.

	Di tutto questo, principio e bene supremo è l&apos;intelligenza delle cose, perciò tale genere di intelligenza è anche più apprezzabile della stessa filosofia, è madre di tutte le altre virtù. Essa ci aiuta a comprendere che non si dà vita felice senza che sia intelligente, bella e giusta, né vita intelligente, bella e giusta priva di felicità, perché le virtù sono connaturate alla felicità e da questa inseparabili.

	Chi suscita più ammirazione di colui che ha un&apos;opinione corretta e reverente riguardo agli dei, nessun timore della morte, chiara coscienza del senso della natura, che tutti i beni che realmente servono sono facilmente procacciabili, che i mali se affliggono duramente affliggono per poco, altrimenti se lo fanno a lungo vuol dire che si possono sopportare ?

	Questo genere d&apos;uomo sa anche che è vana opinione credere il fato padrone di tutto, come fanno alcuni, perché le cose accadono o per necessità, o per arbitrio della fortuna, o per arbitrio nostro. La necessità è irresponsabile, la fortuna instabile, invece il nostro arbitrio è libero, per questo può meritarsi biasimo o lode.

	Piuttosto che essere schiavi del destino dei fisici, era meglio allora credere ai racconti degli dei, che almeno offrono la speranza di placarli con le preghiere, invece dell&apos;atroce, inflessibile necessità.

	La fortuna per il saggio non è una divinità come per la massa - la divinità non fa nulla a caso - e neppure qualcosa priva di consistenza. Non crede che essa dia agli uomini alcun bene o male determinante per la vita felice, ma sa che può offrire l&apos;avvio a grandi beni o mali.

	Però è meglio essere senza fortuna ma saggi che fortunati e stolti, e nella pratica è preferibile che un bel progetto non vada in porto piuttosto che abbia successo un progetto dissennato.

	Medita giorno e notte tutte queste cose e altre congeneri, con te stesso e con chi ti è simile, e mai sarai preda dell&apos;ansia. Vivrai invece come un dio fra gli uomini.

	Non sembra più nemmeno mortale l&apos;uomo che vive fra beni immortali.
</text_more></entry>
<entry id='1186' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1186' author_id='1' authored_on='20050125004646' basename='piccoli_delitti_neri_a_new_orleans' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050125004646' modified_on='20050125004711' ping_count='0' status='2' title='Piccoli delitti neri a New Orleans' week_number='200504'><text>&lt;img alt=&quot;sallis.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/sallis.jpg&quot; width=&quot;111&quot; height=&quot;83&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;b&gt;Piero Soria &lt;/b&gt;
&lt;i&gt;[da &lt;a href=&quot;http://www.lastampa.it/_settimanali/ttL/&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;ttL&lt;/a&gt;]&lt;/i&gt;

Ogni tanto, per fortuna, si incontra un grande: scrittura, storia, emozioni, paesaggi, umori e odori. E si rimane stupiti di quanto la rabbia e la violenza possano essere delicate, quasi poetiche; e di quanto i luoghi, il colore della pelle, il fondo di un bicchiere possano trasformarsi in anima vera, in sentimento, in destino. James Sallis aveva già cosparso di una profonda, cupa malia i suoi &lt;b&gt;Cypress Grove &lt;/b&gt;e &lt;b&gt;Vite difficili&lt;/b&gt;. Ora, con &lt;b&gt;La mosca dalle gambe lunghe &lt;/b&gt;(notevole la traduzione di Luca Conti, Giano editore, 15 euro) va oltre: è come se avesse improvvisamente imparato a suonare blues sulla sua macchina per scrivere: assoli sincopati, tristi, disperati, sostenuti dalla malinconica melodia umana della negritudine.</text><text_more>&lt;img alt=&quot;8874200390.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/8874200390.jpg&quot; width=&quot;80&quot; height=&quot;120&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;La sua «mosca» è una black story spezzata in quattro tempi. Quattro pezzi di vita: 1964, 1970, 1984 e 1990. Quattro ritmi diversi, altrettanti stumenti narrativi ma, alla fine, la storia profonda di un uomo nero fuori, più nero ancora dentro: Lew Griffin. Lew è un investigatore privato che vendica torti e ritrova persone in una New Orleans che pare il buco senza fondo di una pattumiera che tutto ingoia nel suo ventre avido e corrotto cibandosi con indifferenza di uomini e di donne. Soprattutto, di queste ultime: la prima, Corene Davis, è unattivista newyorkese per i diritti civili, già immortalata sulla copertina da Times, atterrata in aeroporto per infiammare gli studenti della Tulane University e della Loiola, e inaspettatamente persa da tutti i radar della città. La seconda è Cordelia Clayson, una ragazzina acqua e sapone fuggita da un villaggio disperato e sconosciuto del Mississippi («dove Bessie Smith cera rimasta secca») ammaliata dalle luci e dai sogni che il Big Easy evoca in tutte le sterminate pianure agricole che sanno di letame e di sudore. Terza, Cherie, sorella di un compagno di viaggio dello stesso Lew, amico di stanza in un centro di recupero nel quale entrambi cercano di riagganciare con le unghie la loro esistenze bruciate dallalcol e dallo stordimento dei sentimenti. Infine David. David è il figlio del suo matrimonio infelice con Janie. («Il passato mi saltò al viso come un rospo»). Sparito anche lui: una vacanza in Europa, un corso alla Columbia University da riprendere, più nessuna notizia pervenuta. La certezza dolorosa che ogni ricerca non riuscirà a riportarlo indietro. Langoscia, il terrore, la disperazione. E, infine, lineluttabilità della perdita. 
Quattro storie, quattro epoche. E, dentro, il divenire di un uomo: la sua distruzione e la sua ricostruzione nel dolore. Intorno a lui una New Orleans terribile: quella degli sciocchi vacanzieri che annegano il loro bisogno di futile, cieca allegria nel Vieux Carre, tra la Bourbon, Canal street e Jackson Square, nelle bettole del dixiland tanto facile quanto per sprovveduti. Sciocchi incapaci di vedere e sentire la violenza quasi inaccettabile che pulsa ovunque, lasciando segni e lutti su ciascuna coscienza, soprattutto se nera. Lew, con i suoi piccoli immensi amori (bellissima la figura della puttana LaVerne, amante, madre e sorella), con le sue sbronze inarrivabili, con i suoi soliloqui interiori, la passione per i libri e le reminescenze di una Louisiana antica e francese, è una sorta di coloured Virgilio che, prendendoti per mano e mente, sa affascinarti tanto con linferno che con il paradiso. E a cui ci si può, finalmente, abbandonare con sincero entusiasmo. </text_more></entry>
<entry id='1187' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1187' author_id='4' authored_on='20050125024233' basename='un_philip_dick_italiano_enzo_fileno_carabba' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050125024233' modified_on='20050125230133' ping_count='0' status='2' title='Un Philip Dick italiano?  ENZO FILENO CARABBA' week_number='200504'><text>di &lt;b&gt;Vittorio Curtoni&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Pessimisegnali.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Pessimisegnali.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;178&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;&lt;img alt=&quot;Carabba.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Carabba.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;142&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;&lt;i&gt;[&lt;b&gt;Premessa di Valerio Evangelisti&lt;/b&gt;. Avevo già segnalato, su &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2003/04/000157.html#000157&quot;&gt;Carmilla On Line&lt;/a&gt;, l&apos;uscita in Francia di uno straordinario romanzo di Enzo Fileno Carabba, che personalmente considero tra i migliori scrittori italiani in assoluto, come ho avuto modo di ripetere più volte. Ora&lt;/i&gt; Pessimi segnali &lt;i&gt;è uscito presso Marsilio Black (190 pp.,  12,00), e l&apos;evento merita particolare rilievo: pochi romanzi, tra quelli che hanno visto la luce negli ultimi mesi, gli stanno alla pari per intelligenza, ironia, poesia, freschezza, capacità di stupire. Chi non abbia letto&lt;/i&gt; Pessimi segnali &lt;i&gt;continuerà a borbottare che in Italia il romanzo è morto, che nessuno sa più scrivere, che per la letteratura sono tempi grami. Chi lo abbia letto porgerà a costui la cuffia da notte e lo scaldino, frenando la tentazione di tirargli un calcio in culo&lt;/i&gt;.]

Esiste un Philip Dick italiano? L&apos;interrogativo svolazza da tempo nell&apos;aere, farfalla elusiva, troppo sgargiante e colorata dopo l&apos;assunzione del mio amato Phil all&apos;empireo dei Grandi. Tutti vorrebbero essere come lui, geniali e maledetti. Capaci di leggere nel futuro con la sfera di cristallo di chi sa prevedere a lungo termine. Anche se, suppongo, non necessariamente in continua bolletta in vita per poi essere indorato di fama postuma.
A mio modesto giudizio, un candidato al titolo potrebbe essere Enzo Fileno Carabba, quello di &lt;i&gt;Jakob Pesciolini&lt;/i&gt; (Premio Calvino 1991), di diversi altri romanzi pubblicati da Einaudi, e oggi di &lt;i&gt;Pessimi segnali&lt;/i&gt;, ospitato nella collana &quot;Marsilioblack&quot;, diretta da Jacopo De Michelis.</text><text_more>Carabba, uno che sa scrivere in un italiano talmente fluido, sapido e sagace da poter persino provocare indigestioni verbali al lettore fettoloso, possiede, come Dick, la capacità di trasfigurare il reale facendolo diventare altro: un altro che ha il fascino ipnotico degli occhi del serpente, ma non manca mai di strappare risate e sogghigni per gli accostamenti tra ironico e surreale che propone a raffica. L&apos;umorismo nero è di casa in queste pagine, anche nelle situazioni più tragiche. Niente si salva, nessuna icona di santità e sanità mentale è al sicuro.
Da una situazione di base normale, quotidiana, come quella di un obiettore di coscienza che viene destinato al servizio civile nel presidio della Croce Rossa di un paesino della Valdarno, emerge un quadro che ha poco di rassicurante. I volontari passano il tempo a guardare cassette porno e sono palesemente eccitati dal sangue. C&apos;è un bambino in coma per un incidente poco chiaro con un&apos;altalena. Conigli neri scorrazzano tra i boschi e non promettono niente di buono. Tutte le suore del locale convento hanno i baffi. Si vocifera di antichi riti segreti...
Vi sembra folle e anarchico? Lo è. Della follia lucida, però, che garantisce divertimento al lettore che voglia misurarsi con un occhio, una sensibilità diversi. Ad esempio, coi molteplici ritratti di personaggi che si aggirano nel romanzo, non di rado buzzurri integrali elevati alla dignità del sublime becero; con alcune scene epiche che trasfigurano la realtà e la portano a un livello di trascendenza tra il pauroso e il grottesco: la grandinata fine-del-mondo che coglie il protagonista in viaggio e il suo rifugio nella Coop del paese sono capitoli che valgono, da soli, un intero libro.
E poi c&apos;è tutto il resto. Che è tanto, garantisco. Carabba non porta avanti il gioco speculativo di Dick sulla tecnologia, e nemmeno parla del futuro, si situa nel qui e ora; ma con lo sguardo sapientememente allucinato di chi, nel contesto quotidiano dei segnali più o meno pessimi che ci bombardano, sa scrutare di traverso, leggere dietro, aprire il tubo catodico per sbirciare le immagini prima che si materializzino sullo schermo. Esattamente quel che faceva Phil, mutatis mutandis.
Hai detto un prospero.

</text_more></entry>
<entry id='1188' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1188' author_id='1' authored_on='20050125223718' basename='sperimentare' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050125223718' modified_on='20050125223757' ping_count='0' status='2' title='Sperimentare!' week_number='200504'><text>&lt;img alt=&quot;orsonwelles.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/orsonwelles.jpg&quot; width=&quot;87&quot; height=&quot;102&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;b&gt;Orson Welles&lt;/b&gt;

Vi era una volta un giovane e oscuro attore. Una notte, poche ore prima della rappresentazione del &quot;Mercante di Venezia&quot;, il protagonista a cui faceva da spalla si ammalò, e al giovane, oscuro attore, che conosceva le battute di Shylock, si offrì la grande occasione.
Sino ad allora Shylock, sul palco inglese, era stato rappresentato come un cattivo da melodramma, chiassoso, energico e furioso. Ma il giovane attore aveva un&apos;idea nuova di Shylock.
</text><text_more>Egli si era spinto oltre la lettura dei suoi versi. Aveva letto l&apos;intero dramma. Dopo una o due ore di prove, agli altri attori della compagnia risultò chiaro che a Rialto vi erano delle novità: l&apos;usuraio stava per essere interpretato come nessuno poteva ricordare d&apos;aver visto prima.
Un uomo spietato con delle ragioni per essere spietato: un essere umano. Ciò, per il resto della compagnia, era completamente sbagliato. Non rispettava la tradizione... ma il giovane e oscuro attore, essendo l&apos;unico a conoscere le battute, ebbe il permesso di andare in scena.
Nessuno che sia ancora vivo l&apos;ha visto. Nessuno che sia ancora vivo l&apos;ha sentito domandarsi: &quot;Ma non hanno forse occhi gli ebrei...&quot;. Nessuno che sia ancora vivo ricorda la notte in cui tentò qualcosa di nuovo, e soprattutto di corretto. 
Ma chiunque si interessi di teatro conosce il nome di Edmund Kean.
Nel teatro, la sperimentazione è il nostro mestiere. E&apos; la valùta con cui commerciamo.
Ogni messa in scena è un esperimento ... così come ogni prima, e via via ogni rappresentazione, ogni scena, ogni battuta, ogni lampada; lo spettacolo che vedrete questa sera, e quello che sto preparando per voi, se verrete.
Nonostante il teatro in qualche misura abbia sempre sperimentato, ora l&apos;esigenza di sperimentazione è divenuta più forte che mai. Il cinema ha tratto a sé moltissimi significati del teatro e li svende continuamente. 
Se il teatro sopravviverà dobbiamo impegnarci per fare in modo che sia alla portata dei mezzi del pubblico cinematografico, e che continui a valere il prezzo del biglietto. Dobbiamo trovare un nuovo approccio al teatro. Dobbiamo trovare testi nuovi.
Non intendo opere che siano fresche di stampa, ma opere innovative dal momento in cui sono state scritte. Il mio lavoro è quello di mettere in scena drammi scritti molti anni fa. Se queste opere fossero antiquate sin da quando vennero scritte, ora non potrebbero essere innovative. Nulla nasce vecchio per divenire giovane.
La scorsa stagione il Mercury Theatre presentò un &quot;Giulio Cesare&quot; privo di toghe, privo della tradizionale volontà di una ricostruzione archeologica del foro romano. Spogliato dal fardello di cui era stato caricato sin dai tempi della Regina Vittoria. &quot;Giulio Cesare&quot; fu un esperimento che divenne un classico ... non un dramma scritto per essere un classico; e addirittura tre secoli dopo è in anticipo sulla sua epoca. Ho detto prima che dobbiamo accettare la sfida dei film.
I film possono fare tutto ciò che riusciamo a immaginare; quello che non riusciamo lo deve fare il teatro.
Il mio mondo è il teatro, ma ringrazio Dio per l&apos;esistenza del cinema. Spero che continui a minacciare Broadway. Spero che il teatro sia in pericolo di morte. E&apos; la nostra unica speranza. E&apos; il nostro invito a sperimentare.

&lt;i&gt;[da un discorso del 1938]&lt;/i&gt;</text_more></entry>
<entry id='1189' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1189' author_id='1' authored_on='20050125230024' basename='ridatemi_la_mantide_il_grande_cinema_di_sf' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050125230024' modified_on='20050125230055' ping_count='0' status='2' title='Ridatemi la Mantide! Il grande cinema di SF' week_number='200504'><text>di &lt;b&gt;Vittorio Curtoni&lt;/b&gt;
&lt;img alt=&quot;cinemasf.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/cinemasf.jpg&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;147&quot; border=&quot;0&quot; hspace=5 vspace=2 align=right /&gt;&lt;span class=smalltext&gt;[prefazione a &lt;u&gt;Il grande cinema di fantascienza: aspettando il monolito nero (1902-1967)&lt;/u&gt;, di Roberto Chiavini, Gian Filippo Pizzo, Michele Tetro, pubblicato da Gremese Editore]&lt;/span&gt;

Signori, questa volta si viaggia a ritroso: nel volume precedente gli autori ci trasportavano dal 1968 all&apos;oggi, adesso invece ci accompagnano fino alle origini stesse del cinema fantascientifico. Un percorso ispido di incontri pericolosi, con creature che grondano sangue e voglia di distruzione: siamo spesso &lt;b&gt;Sul sentiero dei mostri&lt;/b&gt;, per citare un antico esemplare di cinema giurassico. Anche se, ovviamente, non di sole &lt;i&gt;creatures &lt;/i&gt;si nutrono tanti anni di filmografia. Un dato interessante è che diversi dei film più significativi dei decenni trattati in queste pagine provengono dalla fantascienza scritta: è il caso ad esempio di &lt;b&gt;Il pianeta proibito&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;La guerra dei mondi&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;Il dottor Stranamore&lt;/b&gt;, e molti altri.</text><text_more>I collegamenti diretti con la carta stampata hanno subito una brusca inversione di tendenza, sempre a partire dal fatidico 1968 e dall&apos;epocale &lt;b&gt;2001 &lt;/b&gt;di Kubrick: vero è che il regista si ispirò a un raccontino di Clarke, &lt;i&gt;La sentinella&lt;/i&gt;, però ne prese solo il nucleo essenziale, il monolito che indica il contatto con una razza superiore (o con Dio?), e vi costruì attorno tutto ciò che sappiamo. Con l&apos;aiuto di Clarke, certo, però guarda caso fu poi lo scrittore inglese a creare un romanzo tratto dal film, dando la stura alla moda delle novelizations che ha avuto la sua stagione di fortuna.
Dai Settanta in poi, il cinema tende a inventare da sé le proprie mitologie fantascientifiche: a parte l&apos;ampio saccheggio di Philip Dick, qualche tentativo per lo meno discutibile di portare Robert Heinlein sullo schermo, e una manciata di altre pellicole ispirate a romanzi o racconti, il film di sf è un ente autonomo a partire dal soggetto. Se penso alle pagine di grandi visionari come Alfred Bester o A. E. van Vogt, alle straordinarie catastrofi del primo Ballard, all&apos;ampiezza di disegno della &lt;b&gt;Fondazione &lt;/b&gt;asimoviana e a un mucchio di altre cose, mi viene da sospettare che se ne potrebbero ricavare film notevoli. E&apos; che, non mi stancherò mai di ripeterlo, sono arrivati gli enfant prodige di Hollywood, George Lucas e Steven Spielberg, i quali vogliono girare il tipo di storie che sognavano di vedere sul grande schermo da bambini; e, salvo le rare eccezioni, hanno provveduto a tutto in proprio. Lo scollamento tra fantascienza scritta e fantascienza cinematografica è ormai enorme, a tutto detrimento della prima, che non versa nelle migliori condizioni di salute della propria storia, mentre il film &quot;funziona&quot; ancora, attira spettatori. Peccato, perché di materiale da sfruttare ce ne sarebbe in abbondanza.
Tra le varie tipologie di pellicole delineate nel volume, due in particolare godono del mio più incondizionato amore: quelle imperniate sui mostri, e il filone della cosiddetta fantapolitica. I mostri, siano mutazioni come le formiche di &lt;b&gt;Assalto alla Terra&lt;/b&gt; o creature preistoriche risorte come il mitico &lt;b&gt;Godzilla&lt;/b&gt; o perfidi alieni che di noi si vogliono impossessare come quelli di &lt;b&gt;L&apos;invasione degli ultracorpi&lt;/b&gt;, nel loro procedere non di rado ballonzolante e approssimativo, nella precarietà di trame e personaggi, negli improbabili finali coi salmi che tendono a chiudersi in gloria, hanno un fascino che mi conquista. Negli anni Cinquanta e nei primi Sessanta, quando quei film circolavano nei cinematografi, l&apos;America di per sé era una terra lontana, un mito irraggiungibile, un po&apos; un altro pianeta; e i tipici paesaggi del genere, il deserto assolato e la piccola cittadina chiusa in se stessa a microcosmo, con l&apos;elemento alieno che arriva di colpo a scombussolare l&apos;ordine, appartenevano a un ordine di realtà molto diverso da quello dell&apos;esperienza quotidiana mia e suppongo di tanti spettatori allora giovani, e probabilmente avidi lettori di &quot;Urania&quot;. Un enigma all&apos;interno del quale si inseriva un secondo enigma, in un gioco di fascinazione che oggi, in era di villaggio globale, non è sperabile ripetere. Sì, sappiamo tutti che baccelloni e tarantoloni vari sono stati letti come metafore del &quot;pericolo rosso&quot;, l&apos;odiato comunista, e non credo ci sia molto da obiettare a questa interpretazione; però la valenza simbolica, atmosferica, onirica delle creature scatenate in tanti film andava ben oltre la semplice metafora politica. Che magari veniva percepita da un adulto, ma cosa poteva importare dell&apos;URSS e della minaccia che incarnava ai bimbetti che divoravano a occhi sgranati le immagini mostruose? A me sono rimaste nel cuore, non me ne libererò più, e se devo scegliere tra una mantide gigantesca obiettivamente ridicola e il più sgargiante degli effetti speciali di oggi, chiedo scusa, ma ridatemi la mantide!
La fantapolitica, invece, ha affondato i denti direttamente nella realtà, facendo discorsi sullo stato del mondo improntati a un generale pessimismo. I titoli migliori (&lt;b&gt;Stranamore&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;L&apos;ultima spiaggia&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;A prova d&apos;errore&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;Sette giorni a maggio&lt;/b&gt;) erano ritratti coerenti della situazione del nostro pianeta, dei conflitti (o dei golpe) che potevano nascere se un generale fosse impazzito o si fosse verificato un semplice errore nella macchina politico-militare, magari. Rigoroso bianco e nero, atmosfere cupe, sensazioni da fine del mondo; con l&apos;inevitabile eccezione di Kubrick, che ci racconta il gioco del massacro col ghigno sulle labbra.
Per fortuna nostra, gli immediati futuri che quei film immaginavano non si sono verificati. Il mondo di oggi è altro da ciò che si poteva temere, senza dubbio non il migliore dei mondi possibili, però Cortina e Muro sono caduti, la guerra fredda è finita. Siamo passati allo spettro del terrorismo internazionale, e gli incubi della fantapolitica risuonano, mutatis mutandis, soprattutto in pellicole d&apos;azione ad alto tasso d&apos;adrenalina. Ancora una volta la fantascienza ha raccontato futuri che veri non sono, che erano solo potenzialmente veri e nel campo delle probabilità irrealizzate sono rimasti. Niente di grave: il compito concreto della science fiction non è essere profezia esatta, ma monito, lettura trasversale del presente per coglierne umori, tensioni, tendenze; e in questo quei film sono stati formidabili.
E poi... Mi è capitato più di una volta di rivedere, in videocassetta o in dvd, una di queste pellicole, &lt;b&gt;Stranamore &lt;/b&gt;in particolare, con amici molto più giovani di me, ragazzi che non hanno vissuto sulla propria pelle la guerra fredda, l&apos;equilibrio del terrore, la minaccia atomica, la crisi dei missili cubani del 1962; e diversi di loro, alla fine, mi hanno detto: &quot;Ma il mondo era davvero così? La situazione era quella? Incredibile.&quot; Per un sublime paradosso, la fantascienza, oltre a inventare un futuro immaginario per l&apos;epoca, diventa oggi documento di un passato che alle nuove generazioni appare altrettanto irreale, fittizio, perché del tutto estraneo all&apos;esperienza.
E&apos; probabile, peraltro, che anche un film come Ladri di biciclette possa fare lo stesso effetto ed essere percepito ai nostri giorni come pura invenzione di una realtà mai esistita. La magia del cinema, gentili lettori: fantastico, irreale quando inventa tutto di sana pianta ma anche, in retrospettiva, quando è ritratto più o meno fedele del presente. Che si brucia subito, diventa passato, e dopo un numero sufficiente di anni assume gli stessi contorni nebulosi dei molti futuri che queste pagine ci narrano.</text_more></entry>
<entry id='1190' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1190' author_id='1' authored_on='20050126034414' basename='gb_gran_bagascia_il_caso_vote_for_me' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050126034414' modified_on='20050125234716' ping_count='0' status='2' title='GB: Gran Bagascia. Il caso &apos;Vote for me&apos;' week_number='200504'><text>&lt;img alt=&quot;rodneyhyltonpotts.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/rodneyhyltonpotts.jpg&quot; width=&quot;203&quot; height=&quot;152&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;b&gt;Giuseppe Genna&lt;/b&gt;

Rodney Hylton-Potts ha la corporatura, la cattiva circolazione e i capillari caratteristici del fisiotipo umano Tremaglia, Guazzaloca, Borghezio e via lombroseggiando. Rodney Hylton-Potts è stato in galera due anni per truffa. E&apos; un cittadino britannico. Rodney Hylton-Potts è il volto del berlusconismo &lt;i&gt;made in Great Britain&lt;/i&gt;. E poiché la Gran Bretagna non produce più niente, poiché pratica outsourcing ovunque nel mondo si possa risparmiare sulla manodopera, già questa sarebbe una notizia. Che tipo, dunque, di produzione è questa che dà alla luce Rodney Hylton-Potts? E&apos; la quintessenza della tv trash fattasi tv di regime. Un programma, &lt;i&gt;Vote for me&lt;/i&gt;, ha fatto da trampolino di lancio per l&apos;incredibile programma elettorale enunciato da Rodney Hylton-Potts davanti alle telecamere. Ha vinto il premio: cioè una candidatura indipendente alle prossime elezioni inglesi. </text><text_more>Subito fondando il partito &lt;i&gt;Riprendiamoci la Gran Bretagna!&lt;/i&gt;, che suona un po&apos; come &lt;i&gt;Forza Italia&lt;/i&gt;. Punti qualificanti della strategia di Rodney Hylton-Potts: via gli immigrati. E&apos; sicuro di farcela: &quot;Tutti i taxisti sono con me&quot;.
Rodney Hylton-Potts ha vinto in finale contro una candidata che chiedeva il voto per compiere una politica di assistenza scolastica, sanitaria e lavorativa alle fasce di popolazione più deboli. Il ruggito del sanguinaccio umano ormai conosciuto amicalmente col semplice nome di &quot;Rodney&quot;, come Ale è Del Piero o Silvio è Berlusconi, ha fatto evidentemente presa sull&apos;elettorato televisivo e, suppone lui, avrà il medesimo appeal sull&apos;elettorato elettorale.
Per ora &lt;i&gt;Get Britain Back! &lt;/i&gt;ha ricevuto 142.000 adesioni al programma ultrarazzista di Rodney. Le argomentazioni angloleghiste dell&apos;ex truffaldino galeotto sono, se possibile, un&apos;apologia di fascismo più fascista del fascismo. La violenza verbale del personaggio, la sua tagliente dialettica populista, la sua sdegnosa aggressività che sbaraglia gli avversari: ecco i connotati di un Texas inglese, modellato sull&apos;esasperazione del bushismo più vieto e barbaro.
Che la televisione si proponga come sponsor implicito di un simile cavaliere nero è fatto ormai non più significativo, ma automatico. Quando Totò reiterava compulsivamente l&apos;invito Vota Antonio!, il ciclotimico principe massonico della risata non supponeva di avere enunciato una cupa profezia. Invece è andata così: ora si vota davvero Antonio, solo che si chiama Rodney e, da ridere, proprio non ci si riesce.
La coreografia intima di Rodney Hylton-Potts comprende, nello studio in mogano, un ritrattone di Churchill che nemmeno le croste di Teomondo Scrofolo, accanto a stampe allegoriche english blended e gagliardetti che stanno tra l&apos;associazione parà e gli stemmi prepartita in mano ai capitani delle squadre di calcio. Tutto è congeniale a elevare davanti alle telecamere l&apos;urlo autoctono del reazionario universale che dorme insopito nel cuore della razza umana: la terra è mia e non si tocca. Questa presenza della finta arte, grossolana e sempiternamente pseudottocentesca, è un&apos;estetica che, prima o poi, andrà studiata e denunciata. Il &lt;i&gt;Va&apos; Pensiero &lt;/i&gt;amato da Bossi, i caminetti che adornano il focolare arcoriano, i dipinti dei volti dei Fondatori nelle sedi dei &lt;i&gt;think tank &lt;/i&gt;neoconservatori: pure occorrenze dell&apos;estetica brianzola che si propone come &lt;i&gt;facies &lt;/i&gt;artistica del potere reazionario, ora come sempre. &lt;i&gt;Telemarket &lt;/i&gt;eletto ad arte di regime, come era lecito aspettarsi.
Nelle calde atmosfere dello studiolo che gli fa da gabinetto di meditazione, &quot;Rodney&quot; nulla dice a proposito dell&apos;indecenza delle politiche coloniali, trascorse e contemporanee, di cui si è macchiata e continua a macchiarsi la Corona inglese. Esprime altresì uno sdegno totale nei confronti dell&apos;Unione Europea e delle sue politiche comunitarie, che l&apos;Inghilterra condiziona pesantissimamente senza avere aderito alla moneta continentale. Enuncia inoltre un&apos;equivalenza aprioristica tra immigrati e psicopatici criminali. In pratica: il crisma preciso di una componente politica tutta italiana, risorta in Italia, fiorita in Italia, andata al governo in Italia.
Quella che parla attraverso le labbra unticce e grassocce di Rodney Hylton-Potts è la voce del padrone. E&apos; bene saperlo. E&apos; bene conoscere il baritonale diktat del nemico.</text_more></entry>
<entry id='1191' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1191' author_id='1' authored_on='20040910151717' basename='censura_preventiva_della_procura_di_genova_sul_g8_accusa_di_ricettazione_per_un_articolo_mai_pubblicato' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20040910151717' modified_on='20050126152428' ping_count='0' status='2' title='Censura preventiva della procura di Genova sul G8. Accusa di ricettazione per un articolo mai pubblicato' week_number='200437'><text>&lt;a href=&quot;http://www.miserabili.com/archives/misterx17.html&quot; onclick=&quot;window.open(&apos;http://www.miserabili.com/archives/misterx17.html&apos;,&apos;popup&apos;,&apos;width=300,height=371,scrollbars=no,resizable=no,toolbar=no,directories=no,location=no,menubar=no,status=no,left=0,top=0&apos;); return false&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.miserabili.com/archives/misterx17-thumb.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;123&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;&lt;/a&gt;&lt;i&gt;[da Europa]&lt;/i&gt;

&lt;img alt=&quot;gente.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/gente.gif&quot; width=&quot;108&quot; height=&quot;36&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Non era stata ancora pubblicata una riga. Per il solo fatto di aver ricevuto documenti relativi allindagine sulle violenze al G8 di Genova, Gennaro De Stefano e Umberto Brindani, rispettivamente redattore e direttore del settimanale &lt;i&gt;Gente&lt;/i&gt;, sono stati iscritti sul registro degli indagati con laccusa di ricettazione. Gli avvisi di garanzia sono stati recapitati ai due giornalisti ieri mattina quando, su ordine della procura della repubblica del capoluogo ligure, agenti della polizia giudiziaria hanno perquisito la redazione milanese del giornale e labitazione romana di De Stefano, alla ricerca di documenti riservati. Unindagine preventiva, avviata su un articolo mai scritto. Un atto «sconcertante e lesivo della libertà di stampa, ancora garantita dalla nostra costituzione », si difende il direttore di &lt;i&gt;Gente&lt;/i&gt;. </text><text_more>Uniniziativa «preoccupante» secondo la Federazione nazionale della stampa, che ricorda come nei mesi scorsi altri giornalisti e altre testate hanno subito, sempre su iniziativa della stessa procura, sequestri, perquisizioni, iniziative «dal sapore intimidatorio ». Il settimanale non ha reso noti i contenuti delle carte ricevute da una fonte forse interna proprio allo stesso ufficio giudiziario di Genova.
Il verde Paolo Cento preannuncia una interrogazione parlamentare, lassociazione Articolo21 invita piuttosto i magistrati a fare luce sulla fonte del documento. Resta il carattere di censura preventiva su uninchiesta ancora tutta da verificare.</text_more></entry>
<entry id='1192' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1192' author_id='4' authored_on='20050127050134' basename='cronache_di_bassavilla_2' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050127050134' modified_on='20060201231927' ping_count='0' status='2' title='Cronache di Bassavilla 2' week_number='200504'><text>&lt;b&gt;BEDROOM INVADERS&lt;/b&gt;

di &lt;b&gt;Danilo Arona&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;BarbaraHershey.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/BarbaraHershey.jpg&quot; width=&quot;135&quot; height=&quot;108&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
&lt;img alt=&quot;Entity3.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Entity3.jpg&quot; width=&quot;135&quot; height=&quot;101&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
Bassavilla è presente ovunque. E la provincia sporca e negletta che ha creato la mitologia di cui ancora si sta nutrendo il noir italiano post-Scerbanenco. E lArea 51 degli scheletri nellarmadio o dei mostri sotto casa. Storie disturbanti, spesso sconosciute che non conquistano la dignità di notizia nazionale perché, molte volte, cè chi le vuole confinate nel fortino della reputazione e dellimmagine da salvare.
Bassavilla è pure ancora di salvezza, porto nel quale ci si può barcamenare al riparo del confronto umiliante con il mondo esterno, laddove una ruga nel profondo riesce a provocare insostenibili tsunami. Qui non fai carriera, ma per fortuna non ti capiterà mai, o quasi, di finire nelle sabbie mobili che ti attendono al termine di sentieri sbagliati. La scelta resta tua: i concittadini famosi (Eco, Rivera, la Parodi, Cotroneo, lelenco in sé è stravagante, ma qui siamo tutti stravaganti) hanno fatto le valigie al momento opportuno. Ci hanno guadagnato tanto e si sono persi qualcosa, ad esempio le storie.
</text><text_more>I fatti di Bassavilla sono plot di grande perfezione. In più di unoccasione sono stato accusato di essermeli inventati. Uno degli ultimi racconta di una donna che tutte le notti, più o meno, riceve la visita di unentità allapparenza incorporea che, come sinfila sotto le coperte, diventa quanto mai carnale e la costringe allamplesso. La racconto così e fa un po ridere, ma la tipa ormai sembra la versione femminile delluomo senza sonno, il protagonista del film &lt;i&gt;The Machinist&lt;/i&gt;. Per di più la letteratura, sempre presaga propaggine dellumanità, questa vicenda lha già raccontata molti anni fa con un romanzo che sintitolava &lt;i&gt;Entity&lt;/i&gt;, scritto da Frank De Felitta, dal quale fu tratto un film già oggetto dellennesimo remake. 
In un luogo come Bassavilla, quando capitano fatti del genere, non è improbabile che qualche protagonista si rivolga a me (&lt;i&gt;a me?&lt;/i&gt;), sperando di trovare una panacea. Ovvio, equivocano sulla mia funzione, e non si può pretendere che si capisca il lavoro di uno che fa giornalismo, scrivendo di quelle cose lì, come le espongono in provincia. Per educazione ascolti e, ovvio, dai il consiglio più sensato che ti passa per la mente, nel caso in questione: non dorma da sola, si porti un amico o unamica a casa. Esperimenti già fatti con risultati deludenti e contradditori: con lamico in casa non succedeva nulla, poi qualche volta lamico (o lamica) provarono ad imitare lentità incorporea. Lidiozia, a volte, può essere geniale nella sua assoluta mancanza di originalità. 
Così, ragionandoci, mentre scrivevo (a proposito di Giro di vite) che la malattia mentale ha preso il potere e che i giri di vite si stanno moltiplicando tra le mura domestiche affinché lo scarmigliato Andreoli abbia buoni argomenti per far riaprire i manicomi, mi sono accorto che la storia è antichissima. Roba da albori, sicuramente epifenomeno segnalato da quando esistono le camere da letto. Infatti, eserciti notturni di creature che diconsi fantastiche (fantasmi, demoni, streghe, vampiri, e mille varianti) turbano da millenni i sonni dellumanità e, guarda caso, si concentrano in quello che è lo spazio più intimo e inviolabile della casa: non il cesso, sciocconi, sto parlando della camera in cui si dorme e, per intenderci, si perpetra latto sessuale. Dalla preistoria sumerica alla Roma imperiale è stato tutto un brulicare di demoni e demonesse infoiate (Lamashtu, Lilith, Lamie, Incubi e Succubi, Striges e Lilim) che arroventavano le notti dei nostri antenati, e via procedendo nel tempo  transitando per i Tulpa e la mitica &lt;i&gt;Old Hag&lt;/i&gt; teorizzata da David Hufford (una specie di tenda canadese che si forma sotto il lenzuolo e ti stantuffa come un moto perpetuo)  eccoci qui, in piena era tecnologica, alle prese con gli alieni che irrompono in piena notte, fanno quel che farebbe un qualsiasi intruso terrestre a digiuno da tre anni e ti lasciano nel corpo dei souvenirs, appunto impianti di supposta matrice marziana.
Questa roba è così seria, soprattutto in America dove la presenza di Bush è già di per sé sintomo di allucinazione condivisa e collettiva, che la psichiatria lha già classificata come Sindrome di Diana, laddove lacronimo recita Deliro Individuale da Aggressione Notturna Aliena. Però cè poco da ridere, perché di fronte ad alcuni casi psichiatri e psicanalisti non possono far altro che arrendersi: in certi corpi violati dagli alieni la quantità di micropimpianti, altamente sofisticati, è qualcosa di straordinario, a causa anche della delicatezza di certe zone (genitali) in cui gli oggetti sono stati inseriti. 
Forse centra Bill Gates, come qualcuno ha ipotizzato, ma neppure Bill Gates sarebbe in grado di giustificare un contagio psichico a macchia dolio, una serie sconcertante di attivazioni di facoltà nascoste in seguito alle visite aliene e la quasi totalità delle conferme diagnostiche ottenute dalle regressioni post-ipnotiche. Okay, ma lAmerica è grandiosa in tutto, mentre i &lt;i&gt;bedroom invaders&lt;/i&gt; in Italia bisogna andarseli a cercare in posti di frontiera come Bassavilla, nelle storie un po ridicole e un po inquietanti come quella della tipa di cui parlavo pocanzi. Tipa che proprio laltro ieri mi ha frettolosamente comunicato che andava a stare per qualche tempo da sua madre, abitante nella cintura torinese: Devo dormire, accidenti, non posso fare &lt;i&gt;quelle cose lì&lt;/i&gt; tutte le notti. Come in un dialogo di &lt;i&gt;X Files&lt;/i&gt;, le ho risposto: Ma lentità potrebbe seguirla, e lei: Cavolo, là ci sono i miei!, e io di nuovo: Eh, ho capito, ma potrebbero arrivare in tre, ho letto che queste creature praticano lesogamia!. Mi ha buttato giù il telefono. 
Io non sono tanto bravo a tirarci fuori dei romanzi come fanno gli americani, però a Bassavilla capita questo e altro. E a tutti dico, come in un vecchio film di fantascienza: scrutate i dormitori, Bassavilla è dappertutto. Nel frattempo ho scoperto dove e quando si è verificato il primo, accreditato, caso di &lt;i&gt;abduction&lt;/i&gt; dalla camera da letto, preceduto da coito canonico: Iran, 1954. Iran, avete letto bene. A me dice molto.

 
</text_more></entry>
<entry id='1193' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1193' author_id='4' authored_on='20050128025349' basename='beppe_sebaste_hp_lultimo_autista_di_lady_diana' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050128025349' modified_on='20050128025458' ping_count='0' status='2' title='Beppe Sebaste:  H.P., L&apos;ULTIMO AUTISTA DI LADY DIANA' week_number='200504'><text>di &lt;b&gt;Giancarlo De Cataldo&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;SebasteHP.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/SebasteHP.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;184&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
Beppe Sebaste, &lt;i&gt;H.P., l&apos;ultimo autista di Lady Diana&lt;/i&gt;, ed. Quiritta, pp. 234,  13,00.

Un libro sulla morte di Lady D.? Un altro? No, basta, per carità! Non se ne può più! Dei misteri e degli intrighi intorno alla sbiadita signora Spencer e al suo fidanzato musulmano, della Corte di Londra, della canzoncina melensa di Elton John sulla candelina notturna Pietà! E che centra poi con questa triviale icona della contemporaneità un poeta, filosofo e scrittore raffinatissimo come Beppe Sebaste? Che fai, Beppe, giochi allorrida Cornwell? Niente affatto, niente affatto! Questo non è un libro su Lady D. Questo è un libro su Henri Paul. Lultimo autista di Lady D. Questo è il libro per chi sa che non è Lady D. che muore per colpa dellautista Henri Paul. E Henri Paul che muore per colpa di Lady D. E questo appare come un libro, ma in realtà è un viaggio.</text><text_more>Un viaggio romantico, allucinato, cristallino come una vetta tibetana nella biografia di uomo qualunque, uno che &lt;i&gt;superfluo come lui non ce nera un altro al mondo&lt;/i&gt;. Eppure un uomo, una persona, lepicentro di una costellazione di affetti, sentimenti, passioni, splendori e miserie tutte consumate negli interstizi di un tempo fittiziamente consacrato ai Belli&amp;Famosi dellHotel Ritz, ai regnanti, alle soubrette E, nel contempo, una meditazione dellautore sulla sua stessa natura umana, e su quella di tutti gli esclusi, gli sfiorati, gli appartati, i secondi rispetto ai falsi primi. Unesplorazione nello spazio vuoto fra due stazioni radio, quello popolato dalle scariche della banda statica. Lo  spazio delle vite reali colte nella profondità della loro essenza, fotografate mentre lanciano un disperato urlo sommesso: io esisto, nonostante tutto. Una bellissima esperienza ricca di un amore struggente per la vita e sorretta dal sorriso compassionevole del Buddha.

&lt;i&gt;La presente recensione è originariamente apparsa sulla rivista&lt;/i&gt; Hot. &lt;i&gt;La si riproduce col consenso dell&apos;autore.&lt;/i&gt;



</text_more></entry>
<entry id='1194' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1194' author_id='2' authored_on='20050128190257' basename='lo_schifometro_3' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050128190257' modified_on='20050128200735' ping_count='0' status='2' title='Lo Schifometro - 3' week_number='200504'><text>&lt;b&gt;BERLUSCONI AD AUSCHWITZ, CON FACILITA&apos;&lt;/b&gt;

&lt;b&gt;di   Vittorio  Catani&lt;/b&gt;


Berlusconi ad Auschwitz. Sogno o son desto? Berlusconi rappresenterà lItalia ad Auschwitz nel Giorno della Memoria. Possibile? Berlusconi ad Auschwitz, B. &lt;img alt=&quot;6.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/6.jpg&quot; width=&quot;166&quot; height=&quot;125&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left&gt;ad A., BadA, bada! Bada, attento lettore, qui devesserci uno sporco trucco. Se non peggio. Un brutto sogno, un incubo. Anzi uninfamia. Chissà: domani forse ringrazierà idealmente le truppe sovietiche dellepoca? Quando la notizia del loro arrivo fece fuggire precipitosamente le SS? Le truppe del vituperato Stalin che il 27 gennaio 1945 aprirono il cancello con limmortale scritta &lt;i&gt;Arbeit Macht Frei&lt;/i&gt;, inorridendo perfino loro, facendo inorridire il mondo intero, e contribuendo con milioni di morti a salvare lOccidente? Ma Berlusconi ad Auschwitz ci va. Anzi poi dice: Porterò qui i miei figli. Commovente. Sulle truppe sovietiche, opportuna cortina di silenzio. Quale figlio vi condurrà, quello che  si è letto  marciava con la bandiera della pace? Auschwitz fa &lt;i&gt;audience&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;audience&lt;/i&gt; mondiale. Perché mai la Storia, già flusso di eventi insensibile, lo è al punto da consentire ad alcuni di infangare con retorica ufficialità perfino Auschwitz con la propria presenza?</text><text_more>Pesa più il libro nero del comunismo o il buco nero del nazifascismo? Eppure proprio lui, il Berluska, pare avesse avuto in famiglia qualche problema, se il padre  non è chiaro perché  dovette restarsene un bel po di tempo in Svizzera. Berlusconi ad Auschwitz. E ad Auschwitz, Berlusconi (udite udite) tuona contro il razzismo! Questa è vera fantascienza. Ecco il perché di queste mie parole nel presente contesto: Carmilla è anche un sito dedicato allimmaginario, alle letterature fantastiche, alla &lt;i&gt;science fiction&lt;/i&gt;. O forse pensavate che Berlusconi ad Auschwitz fosse una vignetta di Vauro, o un cartoon, un videogame, una becera trovata di Emilio Fede, un articolo di Feltri, un insulto di scherno rivoltogli dai Disobbedienti o dai no global, una &lt;i&gt;fatwa&lt;/i&gt; scagliatagli da Bin Laden, uno scherzo di cattivo gusto (B. ad A., ma nei forni!) di qualche esasperato comunista  senza treppiede  riuscito a sopravvivere ad Auschwitz? 
Nulla di tutto questo.
E semplicemente la verità: lui (Lui) che non presenzia mai alle commemorazioni antifasciste o antinazifasciste in Italia, lui che è paurosamente ignorante  per esempio  quando gli si parla dei fratelli Rosselli, e in diretta tv promette che andrà a conoscere il loro padre; lui che snobba ogni cerimonia istituzionale della repubblica italiana, lui che si allea con la feccia dei razzisti dItalia (i leghisti: che ventimila leghe di tutto il mondo sprofondino sotto i mari!), lui che è compagno di merende degli eredi incravattati rampanti e comodamente sdoganati del nazifascismo e delle teorie razziste eversive destabilizzanti e genocide di Giulio (Julius) Evola, lui che è connivente con mafiosi conclamati e condannati come dellUtri e molti altri, lui che ha trafficato con la P2, lui 
No. Non è possibile. E uno scempio, il danno sommato alla beffa, una vergogna, unonta aggiuntiva, una degradazione, la ferita che non si rimargina, un nuovamente morire torturati, o col Zyklon-B. Non è ammissibile. Troppo facile andare a far predica ad Auschwitz. Troppo facile (come affermare una qualunque cosa per smentirla dopo due minuti: miro al Colle, non miro al Colle. Mirate al collo!) Dirsi antirazzista e baciarsi con Calderoli e Borghezio, andare ad Auschwitz e baciarsi con Fini e La Russa, dire peste e corna dei comunisti che hanno contribuito a elevare civiltà o cultura del nostro Paese e accarezzare il ricordo del buon Duce; inveire contro i rossi e baciarsi con Putin. Troppo facile. Ma almeno Auschwitz no per favore. Vi prego: lui (Lui) non è degno di nominare quel luogo con la sua sceneggiata ad &lt;i&gt;audience&lt;/i&gt; galattica, non è autorizzato neanche a &lt;i&gt;pensare&lt;/i&gt; Auschwitz: perché geneticamente impossibilitato a comprenderla. Troppo comodo. Troppo facile la recita, come troppo facile mandare alla malora dignità, buonsenso, ambiente, legalità, democrazia, solidarietà, stato sociale, pensioni, Italia, memoria, il mondo imperfetto faticosamente costruito in 50 anni, sbandierando di star costruendo la vera democrazia. Troppo facile! E devastante. Forse irrimediabilmente. Molto, molto meglio mandare alla malora lui alle prossime elezioni.
Ma questo, purtroppo, non si preannuncia altrettanto facile.              
</text_more></entry>
<entry id='1195' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1195' author_id='1' authored_on='20050129003358' basename='la_buona_novella_di_ivan_illich_il_doposviluppo' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050129003358' modified_on='20050129003426' ping_count='0' status='2' title='La buona novella di Ivan Illich: il dopo-sviluppo' week_number='200504'><text>di &lt;b&gt;Serge Latouche&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;ivanillich.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/ivanillich.jpg&quot; width=&quot;89&quot; height=&quot;150&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;In un bell&apos; articolo intitolato &quot;Ivan Illich ou la bonne nouvelle&quot;, uscito nel giornale francese &quot;Le Monde&quot; del 27/12/2002, Jean-Pierre Dupuy scriveva: &quot;La buona novella è anzitutto che non dobbiamo rinunciare al nostro modo di vivere per evitare gli effetti secondari negativi di una cosa che in se stessa sarebbe buona - come se dovessimo decidere tra il piacere di un pasto squisito e gli eventuali rischi d&apos;indigestione. Le cose non stanno così: in questo caso, il pasto è intrinsecamente dannoso e noi potremmo ottenere una maggiore salute non mangiandolo. Vivere in un altro modo per vivere meglio&quot;. Illich non ha usato esplicitamente, secondo la mia conoscenza, la parola &quot;decrescita&quot;, parola inoltre quasi non traducibile in inglese. Tuttavia durante il convegno &quot;Défaire le développement-Refaire le monde&quot; tenuto a l&apos;UNESCO a Parigi in marzo 2002 e che fu la sua ultima comparsa pubblica, mi pare che l&apos;abbia implicitamente fatta sua.</text><text_more>Nel suo articolo, Jean-Pierre Dupuy ricorda che già negli anni 70, Illich aveva mostrato che la nostra crescita e il nostro sviluppo non sono sostenibili. Nel suo ultimo libro &quot;Quand la misère chasse la pauvreté&quot;, Majid Rahnema, lo richiama anche lui, evocando il testo di Ivan, &quot;Liberer l&apos;avenir&quot;(1971). 
Perché lo sviluppo e la crescita non sono sostenibili? O come dice Jean-Pierre Dupuy, perché &quot;notre de mode de vie est à terme irrémédiablement condamné&quot;? La risposta è semplice. 
La nostra sovracrescita economica supera già largamente la capacità di carico della terra. Se tutti gli abitanti del mondo consumassero come lamericano medio, i limiti fisici del pianeta sarebbero largamente superati. 
Se si prende come indice del peso ambientale del nostro stile di vita limpatto ecologico di questo sulla superficie terrestre necessaria, si ottengono risultati insostenibili sia dal punto di vista dellequità rispetto ai diritti di prelievo sulla natura, sia da quello della capacità di rigenerazione della biosfera. 
Se si considerano i bisogni di materiali e di energia necessari per assorbire i rifiuti e gli scarti della produzione e dei consumi, e a ciò si aggiunge limpatto ambientale e delle infrastrutture necessarie, i ricercatori che lavorano per il World Wild Fund (WWF) hanno calcolato che lo spazio bioproduttivo dellumanità è di 1,8 ettari a testa, mentre un cittadino degli Stati Uniti consuma in media 9,6 ettari, un canadese 7,2, un europeo medio 4,5. 
Siamo dunque molto lontani dalluguaglianza planetaria è più ancora da uno stile di civilizzazione sostenibile che dovrebbe limitarsi a 1,4 ettari, ammesso che la popolazione attuale resti stabile. 
Queste cifre si possono discutere, ma esse sono sfortunatamente confermate da un numero considerevole di indici. Come richiama ancora Jean-Pierre Dupuy, le risorse del pianeta sono in via di esaurimento e il clima in via di deregolamento a causa dell&apos;effetto serra. 
Ma se l&apos;insostenibilità della crescita e dello sviluppo sono una buona notizia è sopratutto perchè non sono auspicabili e non lo sono per almeno tre ragioni: 

1) generano una crescita delle diseguaglianze e delle ingiustizie mai vista; 
2) Creano un benessere largamente illusorio;
3) Non generano, anche per i ricchi stessi, una società conviviale, ma un&apos;anti-società ammalata della sua ricchezza (con stress, malattie di ogni sorta: insonnia, obesità, ecc, e in fine la solitudine e il suicidio). 

Allora, parlare di dopo-sviluppo e di decrescita non è soltanto lasciar correre l&apos;immaginazione su quello che potrebbe accadere in caso di implosione del sistema, fare della fanta-politica o esaminare un problema accademico. E&apos; parlare della situazione di quelli che attualmente al nord ed al sud sono gli esclusi o sono in procinto di diventarlo, per tutti quelli dunque, per cui il progresso, la crescita e lo sviluppo sono un&apos;ingiuria e un&apos;ingiustizia e che sono indubbiamente i più numerosi sulla faccia della terra, il post-sviluppo si delinea tra noi e si annuncia nella diversità. 
Il post-sviluppo, in effetti, è necessariamente plurale. Si tratta della ricerca delle modalità di rigoglio collettiva nelle quali non sarebbero privilegiati un benessere materiale distruttore dell&apos;ambiente e dei legami sociali. L&apos;obiettivo della buona strada/vita si declina nei molteplici aspetti secondo i contesti. In altre parole, si tratta di ricostruire delle nuove culture. Questo obiettivo può essere chiamato l&apos;umran (rigoglio) come in Ibn Kaldûn, swadeshi-sarvodaya (miglioramento delle condizioni sociali di tutti) come in Gandhi, o bamtaare (stare bene assieme) come dicono i Toucouleurs, o &quot;fidnaa/gabbina&quot;, &quot;le rayonnement d&apos;une personne bien nourrie et libérée de tout souci&quot; cher les Borana d&apos;Ethiopie, o in tutti i modi possibili l&apos;importante e di designare la rottura con l&apos;impresa di distruzione che si perpetua sotto il nome di sviluppo oppure, come oggi diciamo, di globalizzazione. 
Per gli esclusi, per i naufraghi dello sviluppo, non si tratta che di una sorta di sintesi tra la tradizione perduta e la modernità inaccessibile. Queste creazioni originali di cui possiamo trovare un po&apos; qui e un po&apos; là degli inizi di realizzazione aprono la speranza di un post-sviluppo. Bisogna di volta in volta pensare e agire globalmente e localmente. Non è altro che nella mutua fecondazione dei due approcci che si può tentare di sormontare l&apos;ostacolo della mancanza di prospettive immediate. 
Il post-sviluppo e la costruzione di una società alternativa non si declinano necessariamente nello stesso modo al nord e al sud. Proporre la decrescita serena e conviviale come uno degli obiettivi globali urgenti e identificabile attualmente e mettere in opera delle alternative concrete localmente sono complementari. 
La decrescita dovrebbe essere organizzata non soltanto per preservare l&apos;ambiente ma anche per ripristinare il minimo di giustizia sociale senza la quale il pianeta è condannato all&apos;esplosione. Sopravvivenza sociale e sopravvivenza biologica sembrano così strettamente legate. 
I limiti del &quot;capitale&quot; (patrimonio) natura non propongono soltanto un problema di equità intergenerazionale nel condividere le disponibilità, ma anche un problema di equità tra gli esseri viventi dell&apos;umanità. 
La decrescita non significa un immobilismo conservatore. La gran parte dei saperi considerava che la felicità si realizzasse nel soddisfare un numero ragionevolmente limitato di bisogni. L&apos;evoluzione e la crescita lenta delle società antiche si integravano in una riproduzione allargata ben temperata, sempre adattata alle costrizioni naturali. 
Preparare la decrescita significa, in altre parole rinunciare all&apos;immaginario economico, vale a dire alla credenza che più è uguale a meglio o per dirla con Majid Rahnema &quot;rinunciare all&apos;egemonismo del principio della crescita a tutti i costi&quot;. Il bene e la felicità possono compiersi con costi minori. 
Riscoprire la vera ricchezza nel fiorire delle relazioni sociali conviviali in un mondo sano può realizzarsi con serenità nella frugalità, la sobrietà, una certa austerità nel consumo materiale. 
La parola d&apos;ordine decrescita ha soprattutto come fine il segnare con fermezza l&apos;abbandono dell&apos;obiettivo insensato della crescita per la crescita, il cui motore è la ricerca esasperata del profitto da parte dei detentori di capitale. 
Evidentemente, non si prefigge un rovesciamento caricaturale che consisterebbe nel raccomandare la decrescita per la decrescita. 
In particolare la decrescita non va intesa come crescita negativa[5]. Si sa che persino il rallentamento della crescita getta le nostre società nel caos a causa della disoccupazione e del taglio dei programmi sociali, culturali e ambientali, dai quali dipende un livello minimo di qualità della vita. 
Immaginiamo quale catastrofe produrrebbe la crescita negativa, espressione antinomica e assurda che ben traduce il dominio dell&apos;immaginario della crescita! Come non c&apos;è niente di peggio che una società laborista/occupazionista senza lavoro/occupazione (Arendt), cosi come non c&apos;è niente di peggio che una società di crescita senza crescita! La decrescita non è del resto immaginabile se non in una società di &quot;decrescita&quot;. 
Una tale società suppone un&apos;organizzazione totalmente diversa, dove sia valorizzato l&apos;ozio al posto del lavoro, e dove i rapporti sociali siano più importanti della produzione e del consumo di prodotti usa-e-getta, inutili e spesso nocivi. Una riduzione drastica del tempo di lavoro per assicurare a tutti un posto di lavoro ne è la condizione di partenza. 
Ispirandosi alla carta &quot;consumi e stili di vita&quot; proposta dal forum delle ong a Rio de Janeiro nel 1992, si può riassumere il significato della decrescita nel programma delle 6 R : rivalutare, ricostruire, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare. Sono sei obiettivi interdipendenti, che insieme generano la cancellazione delle esternalità negative della crescita e innescano il circuito virtuoso della decrescita serena, conviviale e sostenibile. 
Rivalutare vuol dire rivedere i valori nei quali crediamo e sui quali organizziamo la nostra vita, cambiando quelli che vanno cambiati. Ristrutturare vuol dire adattare l&apos;apparato produttive e i rapporti sociali in funzione del cambiamento dei valori. Ridistribuire si riferisce alla ridistribuzione della ricchezza e dell&apos;accesso alle risorse o patrimonio naturale. Ridurre significa ridurre drasticamente gli orari di lavoro (meno di due ore a giorno secondo Jacques Ellul) e diminuire l&apos;impatto sulla biosfera dei nostri modi di produrre e consumare. Infine, riutilizzare le apparecchiature e i beni d&apos;uso, anziché gettarli in discarica e riciclare gli scarti indecomponibili derivanti dalle nostre attività. 
Semplicemente, per il Nord, la diminuzione della pressione eccessiva del modo di funzionamento occidentale sulla biosfera è un&apos;esigenza di buon senso e nello stesso tempo una condizione di giustizia sociale e ecologica. Aspiriamo ad un miglioramento della qualità della vita e non ad una crescita illimitata del PIL. Reclamiamo il progresso della bellezza delle città e dei paesaggi, il progresso della purezza delle falde freatiche che ci forniscono l&apos;acqua potabile, della trasparenza dei corsi d&apos;acqua e della salute degli oceani. Esigiamo un miglioramento dell&apos;aria che respiriamo, del sapore degli alimenti che mangiamo. C&apos;è ancora molta strada da fare per lottare contro l&apos;invasione del rumore, per ampliare gli spazi verdi, per preservare la fauna e la flora selvatica, per salvare il patrimonio naturale e culturale dell&apos;umanità, senza parlare dei progressi da fare per la democrazia. 
La realizzazione di questo programma è parte integrante dell&apos;ideologia del progresso e presuppone il ricorso a delle tecniche sofisticate di cui alcune sono ancora da ideare. Sarebbe ingiusto tacciarci come tecnofobi e come anti-progressisti sotto il solo pretesto che noi reclamiamo un &quot;diritto di inventario&quot; sul progresso e la tecnica. Questa rivendicazione è un minimo per l&apos;esercizio della cittadinanza. 
Per quanto riguarda i paesi del Sud, frustati dalle conseguenze negative della crescita del Nord, non si tratta tanto di decrescere (o di crescere, d&apos;altra parte), quanto di riannodare il filo rotto dalla colonizzazione, l&apos;imperialismo e il neo-imperialismo, militare, politico, economico e culturale, per riappropriarsi della loro storia e della loro identità. Questo è un preliminare per dare ai loro problemi le soluzioni appropriate. Può essere sensato ridurre la produzione di certe culture destinate all&apos;esportazione (caffé, cacao, arachidi, cotone, ecc.) come invece può avverarsi la necessità di aumentare la produzione delle colture per uso alimentare. Si può pensare anche a rinunciare all&apos;agricoltura produttivista come al Nord per ricostituire i suoli e le qualità nutrizionali, ma anche, senza dubbio, fare delle riforme agrarie, riabilitare l&apos;artigianato che si è rifugiato nell&apos;informale, ecc. Spetta ai nostri amici del Sud precisare quale direzione può prendere per loro la costruzione del post-sviluppo. 
In nessun caso, la rimessa in causa dello sviluppo non può né deve apparire come un&apos;impresa paternalista e universalista che la assimilerebbe a una nuova forma di colonizzazione (ecologista, umanitaria ...). Il rischio più forte è che i colonizzati abbiano interiorizzato i valori del colonizzatore. L&apos;immaginario economico, e particolarmente l&apos;immaginario sviluppista, è ancora più pregnante al Sud che al Nord. Le vittime dello sviluppo hanno la tendenza a non vedere altro rimedio alle loro disgrazie che in un aggravarsi del male. Pensano che l&apos;economia è il solo mezzo per risolvere la povertà quando è la stessa che la genera. Lo sviluppo e l&apos;economia sono il problema e non la soluzione; continuare a pretendere e volere il contrario fa parte del problema. 
Una decrescita accettata e ben meditata non impone alcuna limitazione nel dispendio di sentimenti e nella produzione di una vita festosa, (ossia, dionisiaca). 
La decrescita dovrebbe essere organizzata non solo per preservare lambiente, ma anche per reinstaurare un minimo di giustizia sociale, senza la quale il pianeta è condannato allesplosione. Sopravvivenza sociale e sopravvivenza biologica sembrano così strettamente legate. I limiti del capitale natura non pongono solo un problema di equità intergenerazionale nella divisione delle parti disponibili, ma un problema di equità tra i membri attualmente vivi dellumanità. </text_more></entry>
<entry id='1196' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1196' author_id='12' authored_on='20050129202907' basename='about_that_new_thing' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050129202907' modified_on='20050129202938' ping_count='0' status='2' title='About that New Thing' week_number='200504'><text>&lt;img alt=&quot;kinski_new_thing.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/kinski_new_thing.jpg&quot; border=&quot;1&quot; align=&quot;right&quot;&gt;di &lt;b&gt;Luciano Pagano&lt;/b&gt;, 
&lt;a href=&quot;http://www.musicaos.it&quot;&gt;Musicaos.it&lt;/a&gt; 

Notte di un giorno che si approssima al Natale. Macchine in strada per fare compere all&apos;impazzata, suoni di clacson, trombe. &lt;i&gt;New Thing&lt;/i&gt; è nelle librerie da mesi. Divorare libri e pensarci continuamente, ritornare alla struttura dell&apos;opera, pensare di scriverci sopra qualcosa che somigli ad una recensione, un&apos;impresa (se così posso chiamarla) che posso affrontare a distanza non più ravvicinata dall&apos;uscita del libro di Wu Ming 1, in una notte che mi vede in casa, sul letto, quasi sul punto di prendere sonno. In televisione stanno dando &lt;i&gt;Android&lt;/i&gt;, un film con &lt;b&gt;Klaus Kinski&lt;/b&gt;, di certo non uno dei film che preferisco, ma preferisco dei film in particolare?</text><text_more>Il film comincia con l&apos;inquadratura di un foglio da disegno, un progetto o forse l&apos;architettura di un&apos;astronave, no, si tratta di un progetto, il progetto &quot;Cassandra&quot;, lo scienziato è nei paraggi della soluzione, siamo nel 2036, il picchiettare senza sosta delle dita sul tavolo ricorda quello delle dita sulle corde di un contrabbasso. In quell&apos;anno (2036) i personaggi di &lt;i&gt;New Thing&lt;/i&gt; non esistono più, forse. Osservando l&apos;inizio di questo film, tassello della carriera superbamente senza coordinazione di &lt;b&gt;Klaus Kinski&lt;/b&gt; mi accorgo che a volte apprezzo meglio i libri che leggo, quando li paragono a quelli che non mi piacciono, non è il caso. Klaus, e mi viene in mente KK, e poi KKK, un film che mi fecero vedere ad un&apos;assemblea di istituto, &lt;i&gt;Mississipi Burning&lt;/i&gt;. Ma perché mi vengono in mente dei film? Questo romanzo, ad un film, ci somiglia. Se allora avessi veduto la versione in lingua del film in questione avrei sentito pronunciare più volte la parola &quot;nigger&quot;. Da bambino &quot;negro&quot; non si diceva, mia madre mi aveva detto così. Non ne avevo mai visti, soltanto in televisione, oppure d&apos;estate al mare, ma anche quando li incontravo sotto la pineta per me erano quelli da cui compravo orologi con le suonerie, che poi puntualmente scassavo, oggi non porto più l&apos;orologio. 
Nei &quot;titoli di coda&quot;, sezione che compare sempre nei romanzi di Wu Ming, c&apos;è un appunto a riguardo. Si pensa che i titoli di coda non abbiano importanza, che siano giusto una forma di saluto, invece leggendoli si capiscono le ragioni che hanno portato ad affrontare un tema seguendo la direzione che ci siamo voluti dare. Per parlare di un nero oggi si dice &quot;una persona di colore&quot;, però mi accorgo che quando mio padre che è in pensione dice questa parola non lo fa con cattiveria, perché nella sua mente non ancora in pensione il &lt;i&gt;politically correct&lt;/i&gt; non ha fatto in tempo ad attecchire. Quindi se voglio sentirla pronunciare da qualcuno come se fosse &quot;nigger&quot;, devo necessariamente fare fede a mio padre. Ciò mi fa trarre una conclusione da &lt;i&gt;New Thing&lt;/i&gt;, ovvero che si tratta di un romanzo in cui l&apos;impianto da documentario si esplica con mezzi che trascendono l&apos;utilizzo che se ne fa normalmente, e che la scrittura di quest&apos;opera racchiude una sfida, cerca di fare i conti con un pensiero che è anche un pensiero sulla lingua. Scrivere significa produrre narrazione e far fare un passo avanti alla sperimentazione e all&apos;utilizzo dei vocaboli, o un passo indietro, come nel caso della traduzione di &quot;nigger&quot;. Mi viene in mente un articolo sull&apos;utilizzo della locuzione &quot;valore simbolico&quot;. C&apos;è bisogno di fare chiarezza sulle parole, c&apos;è bisogno di narrazioni come il romanzo di cui sto scrivendo, opere che mettano in discussione gli epicentri della narrazione. Si può scrivere sperimentando un linguaggio che parli di diversità senza il rischio di non narrare scorrevolmente e tenendo la tensione a mille. La presenza della &lt;i&gt;tensione&lt;/i&gt; è un merito dei romanzi e dei &quot;momenti&quot; della scrittura di Wu Ming, che rintraccio anche negli articoli, nei racconti, nei saggi che questo gruppo di narratori mette in condivisione. Quanto più ci avviciniamo alla fine della lettura, quanto più i nodi vengono al pettine, ci accorgiamo della presenza di una persona che è dietro all&apos;esecuzione degli omicidi, senza averne la memoria. La &quot;cosa&quot; del tempo futuro fa posto alla &quot;cosa&quot; del tempo passato, il tempo presente languisce sotto i colpi di una pistola, entrando nell&apos;oblio e appoggiandosi come polvere sui mobili. La musica e l&apos;arte diventano ragioni di riscatto sociale possibile, dopo la battaglia questa lotta si sposta altrove.
Forse perché questa notte non riesco a prendere sonno, si avvicina la fine del 2004, sono a letto e non riesco a crollare, cambio canale, RaiTre, repertorio, un&apos;orchestra sta suonando, Cappella degli Scrovegni, Padova, sotto il mio appartamento comincio a sentire un rumore, sembra quasi di ascoltare un tamburo percosso da una bacchetta, è colpa del muro che attutisce i rumori, il ritmo aumenta sempre di più, oggi non dormirò, scrivo, è meglio così, il regista del concerto è niente di meno che Olmi, si sprecano le inquadrature, il direttore d&apos;orchestra, particolari di strumenti, le dita sulla tastiera del pianoforte, immagini che si spezzettano per ricomporsi sugli affreschi, lo stridere di un flauto che fa il controcanto ad un&apos;immagine piuttosto che ad un viso, non c&apos;era movimento che non provenisse dalle pitture di Giotto che affollano l&apos;edificio; il dinamismo è quello delle due dimensioni che diventano tre grazie al colore blu, lo spazio e lo spessore erompono dal suono della musica, come accade in &lt;i&gt;New Thing&lt;/i&gt;, dove le parti del romanzo sono costruite per frammenti, scene, sezioni, percorsi che evolvono in parallelo e poi si ricongiungono attraversando più &lt;i&gt;tempi&lt;/i&gt;. Le scene sono lì, l&apos;edificio nel quale si trovano queste pitture è un pretesto perché si esprima la maturità di Giotto. Allo stesso modo in cui anche New York è un pretesto. La pittura di Giotto era la narrazione di allora, parte che si connettava ad un discorso sull&apos;architettura e l&apos;edificio che la conteneva. 
La narrazione di oggi riuscirà a rendere l&apos;unità dal frammento, dalla testimonianza su nastro, dai ricordi di musicisti che adesso hanno qualche anno in più? Secondo me sì. Entrando in &lt;i&gt;New Thing&lt;/i&gt; ci accorgiamo subito di come Wu Ming 1 disponga frammento per frammento una vicenda che altrimenti sarebbe senza soluzione, con un linguaggio cui questo romanzo fa da stele di Rosetta nell&apos;interpretazione delle vicende di Sonia Langmut, e, insieme a lei, dei personaggi. 
La cosa che mi ho in mente di più, alla fine della lettura del libro, è lo swing. Mesi fa lessi un articolo sulle &quot;Pantere Nere&quot;, andai a visitare il sito (dove si parlava, ad esempio, della forma di assistenza sviluppata tra gli abitanti del quartiere), ci arrivai tramite link da &lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com&quot;&gt;wumingfoundation&lt;/a&gt;, materiali di lavorazione, bibliografia in corso d&apos;opera, dopo il romanzo, resta, il melodiare di Coltrane, il rap nella sala di un barbiere, un suono, un riverbero, un sapore, questo romanzo non appartiene ad un genere. La batteria comincia subito a suonare, dall&apos;inizio, in realtà lo strumento che suona è la voce, sottoforma di canto. Una chiave di lettura per il romanzo potrebbe essere: lo scontro del passato con il presente. Nella categoria del passato possiamo infilarci senza sbagliare: la musica e la comunicazione. La sregolatezza che espande i limiti, (e mi viene in mente &lt;i&gt;A Love Supreme&lt;/i&gt;), ed il sassofono portato all&apos;estremo delle potenzialità e degli hertz, mi viene in mente il registratore di Sonia Langmut, la polizia che ha dei dubbi sul da farsi per risolvere i casi di uccisione che si presentano nel corso della narrazione, i testimoni parlano ma non vengono ascoltati e nel frattempo c&apos;è questa ragazzina che raccoglie &quot;testimonianze&quot; da una fetta di mondo che sta cambiando. 
Il rumore sotto la camera da letto dove vorrei dormire intanto aumenta di ritmo, adesso mi sembra di ascoltare una grancassa, qualcuno ha deciso di festeggiare l&apos;approssimarsi del natale, nella notte, facendo l&apos;amore. Non me ne sarei mai accorto se non avessi spento il televisore e non fossi rimasto a leggere. In &lt;i&gt;New Thing&lt;/i&gt; accade qualcosa che mi ricorda la situazione di stasera, soltanto che nella scena nel romanzo l&apos;uomo dei fantasmi è alle prese con il frastuono di un aspirapolvere che come risultato darà pulizia, mentre qui sotto al limite come risultato otterranno la produzione di secrezioni bianchicce, qualcosa che somiglierà per aspetto allo zibetto, meno profumato del &lt;u&gt;muscone&lt;/u&gt; e avvolto da un odore che ricorderà il lattice.
Hanno finito. Forse no. Forse stanno continuando a fare l&apos;amore però adesso i movimenti dei corpi qui sotto imitano il mantice che si utilizza per ravvivare il fuoco, gli scricchiolii del letto prima ricordavano lo stridere di un violino mentre adesso siamo tornati alla norma, posso alzare il volume del televisore, fine di Ermanno Olmi, inizio di Alberto Sordi, &quot;gorilla k2 della international security ai comandi prego&quot;..., stasera proprio no, suona il gong, ora posso dormire.</text_more></entry>
<entry id='1197' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1197' author_id='4' authored_on='20050130054415' basename='gargoyle_books_lelemento_mancante' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050130054415' modified_on='20050130054450' ping_count='0' status='2' title='GARGOYLE BOOKS:  l&apos;elemento mancante' week_number='200505'><text>di &lt;b&gt;Valerio Evangelisti&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Gargoyle.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Gargoyle.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;139&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
Normalmente, su &lt;i&gt;Carmilla&lt;/i&gt; non riportiamo comunicati stampa. Se questa volta violiamo la regola, è perché l&apos;evento segnalato è di notevole importanza. Nasce infatti in Italia una casa editrice specializzata in horror di qualità: la &lt;a href=&quot;http://www.gargoylebooks.it/&quot;&gt;Gargoyle Books&lt;/a&gt; di Roma (cliccate sul nome e visitate il loro sito: ne vale davvero la pena). Non che in Italia l&apos;horror non avesse cittadinanza. A parte il &quot;fenomeno&quot; Stephen King e la popolarità di autori come Anna Rice o Clive Barker, numerose case editrici grandi e piccole (più numerose di quanto lasci intendere il comunicato) propongono da anni titoli buoni o eccellenti: Fanucci, Sperling &amp; Kupfer, Larcher, Datanews, Dario Flaccovio, ecc. Esistono anche scrittori horror italiani che godono del giusto apprezzamento, come il nostro Danilo Arona, Alda Teodorani e alcuni altri. Però è vero che, mentre i restanti filoni della narrativa di genere hanno ormai affermato la loro presenza, per non dire la loro egemonia (termine che lascio agli imbecill e agli ingenui che denunciano la minacciosa avanzata della &quot;paraletteratura&quot; ), l&apos;horror è rimasto in qualche modo al palo. </text><text_more>Il fatto è che, in questo campo, è mancato un progetto (a parte generosi tentativi: ricordo tra tutti quello della defunta Interno Giallo, ripreso per qualche tempo da Mondadori) indirizzato a proporre sistematicamente nel nostro paese i migliori titoli stranieri. Alla conoscenza incompleta dell&apos;horror classico (se in Italia Lovecraft è ben noto, pochissimi conoscono il suo pari livello Jean Ray), si è dunque sommata quella altrettanto incompleta dell&apos;horror contemporaneo. Eppure è solo dalla lettura dei migliori esempi in circolazione nel mondo che può nascere un horror autoctono su solide basi: sia come &quot;parco&quot; di scrittori che, soprattutto, come parterre di lettori affezionati.
Gargoyle Books sembra intenzionata a colmare questo vuoto progettuale, e i primi titoli che annuncia promettono bene. Le auguriamo di diventare l&apos;equivalente delle francesi Pocket Terreur o Fleuve Noir Thriller, e delle tante collezioni di uguale prestigio che fioriscono un po&apos; in tutta Europa, esclusa finora l&apos;Italia.

&lt;b&gt;COMUNICATO&lt;/b&gt;

Nel mese di marzo 2005 esordirà una nuova sigla editoriale, la &lt;b&gt;GARGOYLE BOOKS&lt;/b&gt;, specializzata in horror di qualità.
Allinterno della vasta categoria della letteratura di genere, lhorror è oggi più vitale che mai, come provano  i grandissimi successi dei romanzi di Stephen King o di Ann Rice, ma anche i fumetti, il cinema, i videogiochi, mostrandosi capace di uscire dal pubblico di nicchia e di conquistare un proprio spazio nel mass market. 
Perché la scelta di pubblicare solo horror? Gargoyle nasce con un preciso intento: colmare una lacuna tutta italiana. Esistono editori specializzati in gialli e noir, in rosa, ma non esistono ad oggi in Italia sigle che pubblichino esclusivamente horror, se non quelle che, allinterno di un più ampio programma, ad esempio fantascienza o gialli, inseriscano anche il nostro genere. Eppure,  lhorror conta un numero incredibile di estimatori e appassionati, ma in Italia solo pochi grandi nomi, Stephen King e Ann Rice, monopolizzano il mercato dominando puntualmente le classifiche ad ogni nuova uscita.  Di contro,  accanto ad una vasta produzione effettivamente classificabile come di serie B, allestero figurano molti altri autori, che hanno ampiamente dimostrato ottime capacità letterarie confezionando romanzi di qualità e riscuotendo grande successo: parliamo di Dean Koontz, Clive Barker, Dan Simmons, e ultimamente Laurel  K.Hamilton. Autori che inspiegabilmente non trovano una collocazione nei cataloghi di editori italiani di genere ma che allestero sono arcinoti.
Gargoyle sarà la prima sigla editoriale italiana specializzata nellhorror e nel dark fantasy letterario, selezionando e traducendo i romanzi dei migliori scrittori stranieri, sotto il segno della qualità: ottimi autori, ben curati e tradotti  per il pubblico italiano, proposti in unadeguata collocazione. Lintento è quello di divenire un punto di riferimento  per i tanti lettori appassionati del genere.
A dare vita al progetto Gargoyle Books è un appassionato di horror con un passato da dirigente in importanti società sportive e cinematografiche. Gargoyle avrà sede a Roma.
I primi due autori pubblicati saranno Chelsea Quinn Yarbro, considerata insieme a Ann Rice la regina dellhorror internazionale, e Joseph Nassise. Ma in catalogo figureranno anche classici del genere, ancora inediti in Italia, come  Robert McCammon, John Passarella, Michael Laimo, Cristopher Golden, per raggiungere il numero di otto pubblicazioni per il 2005.

Qualche notizia sui primi due autori pubblicati: 

&lt;b&gt;Chelsea Quinn Yarbro&lt;/b&gt;, americana, è una vera e propria officina: scrittrice professionista dal 1970, ha al suo attivo  più di settanta romanzi, e poi racconti, commedie, saggi e molto altro. I suoi romanzi, che spaziano tra i generi e li rimescolano, passano per il mistery la historical e la science fiction, e lhorror puro, le hanno fatto guadagnare la stima di milioni di lettori in tutto il mondo e sono pubblicati dalle più prestigiose case editrici (St.Martin Press, Doubleday, Warner Books, Bantam, Avon).  Per Gargoyle uscirà &lt;i&gt;Hotel Transilvania&lt;/i&gt;, il primo dei numerosi romanzi che compone il ciclo del Conte di Saint Germain, vampiro ed eroe tormentato che riscatta il suo fato oscuro combattendo per amore e per onore. In &lt;i&gt;Hotel Transilvania&lt;/i&gt; la Yarbro dà un saggio della sua abilità di scrittrice, intrecciando mirabilmente avventura romantica e brivido gotico in un grande affresco storico.

&lt;b&gt;Joseph Nassise&lt;/b&gt;, americano, è oggi il presidente della prestigiosa Horror Writers Association, carica che in passato è stata di autori di culto quali Dean Koontz, Charles Grant e Brian Lumley. &lt;i&gt;Riverwatch&lt;/i&gt;, il  romanzo che Gargoyle  pubblicherà, è stato candidato al Bram Stoker Award e allInternational Guild Award come migliore opera prima.
La Pocket Books, sigla americana che per prima lo ha pubblicato, ha in corso di pubblicazione la nuova serie di dark fantasy  di Nassise. 
Nassise sarà in Italia nel mese di marzo per promuovere il suo romanzo e partecipare alla Convention annuale di Fiuggi Italcon Deep Con, il principale appuntamento italiano su fantascienza e dintorni.
 
 </text_more></entry>
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&lt;b&gt;Intervista a Jim Fante, figlio del celebre John, sul cinema e la letteratura di suo padre: uno dei più grandi scrittori e sceneggiatori americani di sempre&lt;/b&gt;

Come promesso ai fedeli lettori di &lt;i&gt;Carmilla on Line&lt;/i&gt; nel mio articolo &lt;i&gt;A Dreadfull Imbroglio&lt;/i&gt;, ecco in esclusiva lintervista da poco rilasciatami da Jim Fante, figlio del celebre scrittore e sceneggiatore John. Sono una quindicina di domande sui suoi rapporti col padre e sui libri e i film che questi ha scritto. Soprattutto è un testo pervaso da una forte tristezza di fondo che mi ha fatto rivalutare non poco Jim Fante e mi ha permesso dia avvicinarmi, anche se per interposta persona, allimmensa figura del padre, come uomo di lettere libero e indipendente in una grande nazione.</text><text_more>   &lt;b&gt;Come erano i rapporti con tuo padre? Quale è la cosa che più ricordi di lui?&lt;/b&gt;

   Avevamo una stupenda relazione. Lo consideravo un mio amico intimo e mi manca ancora. Lui era molto divertente e accattivante, un grande raccontatore di storie. Ma sapeva essere davvero competitivo. Amava molto lo sport, anche da semplice spettatore. Giocava spesso a scacchi e a biliardo. Lui era piuttosto malandato, ma si preoccupava sempre della sua carriera e della sua salute.

   &lt;b&gt;Cosa pensava dei suoi genitori? Te ne parlava?&lt;/b&gt;

   No, non parlava molto dei miei nonni. Molte cose le ho sapute solo attraverso le domande che gli facevo. Raramente diceva qualcosa di negativo su suo padre e mai nessuna su sua madre.

   &lt;b&gt;Erano simili ai protagonisti de &lt;i&gt;La Confraternita dellUva&lt;/i&gt;?&lt;/b&gt;
   
Si esatto, erano proprio così!  

   &lt;b&gt;In questo romanzo tuo padre si identificava più in Henry o Nick Molise?&lt;/b&gt;

Lui doveva identificarsi con Henry, ma in realtà a lui piaceva di più Nick. Un personaggio dotato di una fortissima personalità.

   &lt;b&gt;Come erano i suoi rapporti con Hollywood? Simili a quelli raccontati nella saga di Arturo Bandini?&lt;/b&gt;

   Lui conosceva moltissimi personaggi della Hollywood di quel periodo, ma parlava poco di loro. Io credo che lui sentiva di avere una sorta di intesa con loro ma non sentiva la necessità di parlarne. Per lo più lui non amava la gente di Hollywood.

   &lt;b&gt;Ti parlava dei problemi degli immigrati italiani?&lt;/b&gt;

   Non ne ha mai parlato. Ma io ho dedotto che ebbe dei problemi perché senza dubbi aveva una grande stima per gli italiani, molta pena per gli immigrati.

   &lt;b&gt;Hai visto il film tratto da &lt;i&gt;Aspetta Primavera, Bandini&lt;/i&gt;?&lt;/b&gt;

   Certamente. Lo considero abbastanza riuscito, solo che a volte è davvero troppo lento. E fedele al romanzo, ma ha una sola particolarità: mia nonna che era una donna molto comune, di media estrazione, nel film è presentata come una persona quieta e dal grande fascino.  

   &lt;b&gt;Quale è il tuo film preferito tra quelli scritti da tuo padre?&lt;/b&gt;

  &lt;i&gt;Full of Life&lt;/i&gt;, che è il migliore. Ma penso che &lt;i&gt;Chiedi alla Polvere&lt;/i&gt; sarà ancora meglio. Ricordo che andavo alle proiezioni private di &lt;i&gt;Full of Life&lt;/i&gt; che ero ancora  un ragazzino e mio padre era veramente soddisfatto e fiero della sua sceneggiatura.

   &lt;b&gt;Lo sceneggiatore Robert Towne ha appena finito di girare il film tratto da &lt;i&gt;Chiedi alla Polvere&lt;/i&gt;, che ne pensi?&lt;/b&gt;

   Robert iniziò a pianificare la realizzazione di questo film già negli anni 70, quando per la prima volta lesse il romanzo. In quel periodo la carriera di mio padre era ferma da molti anni, e si eccitò parecchio per le convinte intenzioni di Robert. Purtroppo rimase molto deluso quando vide che le cose non andavano avanti, addirittura oltre il 1983, anno della sua morte.

   &lt;b&gt;Towne e Francis Ford Coppola volevano portare sul grande schermo addirittura &lt;i&gt;La Confraternita del Chianti&lt;/i&gt;&lt;/b&gt;

   Si, lo ricordo benissimo. Come spesso accade a Hollywood mio padre iniziò con grande entusiasmo e terminò con molta delusione. Lui credeva di riuscire a fare un grandissimo film. Passò molto tempo assieme a Coppola per discutere sulla realizzazione della pellicola. Piacevano molto, a Francis, le idee di mio padre.

   &lt;b&gt;Quale è il romanzo di tuo padre che più ti piace?&lt;/b&gt;

   Indubbiamente &lt;i&gt;Chiedi alla Polvere&lt;/i&gt;. Credo che sia il suo lavoro più impeccabile. Lui riuscì a non soccombere a Hollywood, trovò la sua strada diventando un grande scrittore. La prosa, in questo libro, per me a volte diviene vera e propria poesia. Io spesso mi domando se avrebbe potuto scrivere una storia migliore conservando questa vicenda. Sfortunatamente, Hollywood e la possibilità di guadagnare molti soldi arrivarono dopo nella sua vita. Quando iniziò a scrivere il romanzo lui si interrogava spesso sulle sue capacità. 

   &lt;b&gt;Come era il rapporto tra tua madre e tuo padre?&lt;/b&gt;

   Il loro era un amore davvero profondo, anche se il loro rapporto era altamente polemico. Mia madre vedeva come la carriera e i libri di mio padre lo tenessero lontano da lei. Ma mio padre nei mesi che aveva di vacanza aveva anche altri interessi come il golf e il gioco dazzardo. Era anche molto geloso delleducazione che lei aveva ricevuto a Stanford. Si sopportavano a vicenda abbastanza bene.

   &lt;b&gt;Come sono i rapporti con gli altri membri della famiglia? Conservate qualche tradizione italiana?&lt;/b&gt;

   Io credo che ciascuno ami laltro, ma non voglio parlare molto di questa cosa. Mio padre è stato un collante per la nostra famiglia fino al giorno della sua morte. Mio fratello maggiore Nick è morto nel 1997 dopo aver avuto una vita durissima. Lui era un ragazzo forte. Laltro mio fratello, Dan, ebbe dei problemi simili. Ma adesso è diventato un bravo scrittore e prova a emulare mio padre, però loro non avevano dei buoni rapporti. Mia sorella gestisce il patrimonio e io sono probabilmente lultimo dopo di lei. Noi siamo cresciuti assieme, abbiamo un solo anno di differenza. Ti ho raccontato questo per farti capire che tra di noi siamo persone molto diverse, con vite diverse e diversi modi di vedere il mondo. Sono stato marito e padre per molti anni e credo che mio fratello Dan trovi molto pratico il mio genere di sopportazione. La sua vita ha avuto molti alti e bassi ed è sempre inaffermabile. Un giorno scriverò una novella e farò le scarpe a tutti. Avevo originariamente aspirato a scrivere, ma vita e le responsabilità me lo hanno finora impedito. Quanto alle tradizioni italiane, non ne conserviamo nessuna di cui so. Ma abbiamo sempre uno spirito italiano e lamore per la vita che viene dalla nostra eredità orgogliosa.

   &lt;b&gt;Cosa pensi dellattuale politica degli Stati Uniti, dellattacco allIraq?&lt;/b&gt;

    Non c&apos;era alcuna ragione giustificabile, nella mia mente, per attaccare quel paese. Penso che il nostro presidente abbia fatto un danno principalmente all&apos;immagine dell America nel mondo. Credo anche che mio padre avrebbe provato le stesse cose, benché avesse un suo particolare modo di vedere i fatti, molto differente da quello che il resto di noi vede. Potrei solo tentare di indovinare quello che avrebbe potuto dire.

&lt;b&gt;E infine&lt;/b&gt;

   &lt;b&gt;Hai mai parlato con Charles Bukowski? Cosa ne pensi della sua passione per i libri di tuo padre?&lt;/b&gt;  

   Ho conosciuto Hank un poco e l&apos;ho molto apprezzato. Lui era molto diretto in quello che diceva e faceva. Parlava molto di mio padre in ogni occasione ed era un suo grande ammiratore. Forse i lavori di babbo non sarebbero stati ripubblicati senza Bukowski, ma devi capire che il babbo sapeva di essere un grande scrittore, riconosciuto dai media o no. Egli non ha mai dubitato delle sue capacità. Ma oramai è passato molto tempo, parecchio maledicendo il suo fato e la sua sfortuna.
   Ancora sento la mancanza di mio padre quasi ogni giorno e l&apos;ho nei miei pensieri. Non che egli fosse un uomo particolarmente simpatico, no. Però la sua forza di spirito e la sua personalità sono state sempre un&apos;ispirazione. Il babbo si è fondamentalmente alzato ogni giorno e ha fatto quello che ha voluto fare. Egli non ha voluto seguire, e non ha fatto seguire ad altri, le idee di nessuno su come vivere la sua vita. Ha preso da solo tutte le proprie decisioni. Sempre lo ammirerò per quello, forse più ancora che per la sua scrittura.


</text_more></entry>
<entry id='1199' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1199' author_id='1' authored_on='20050131223529' basename='il_maestro_agostino_lombardo' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050131223529' modified_on='20050131223602' ping_count='0' status='2' title='Il &quot;maestro&quot; Agostino Lombardo' week_number='200505'><text>&lt;img alt=&quot;otellolombardo.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/otellolombardo.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;156&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;b&gt;Alessandro Portelli&lt;/b&gt;

Agostino Lombardo, uno dei più grandi studiosi italiani di letteratura inglese, magistrale traduttore e critico shakespeariano, fondatore degli studi americani nell&apos;università italiana, è morto il 23 gennaio scorso a Roma. Dell&apos;anglista e del filologo shakespeariano dovranno parlare altri. Io voglio raccontare il mio Agostino Lombardo, con cui ho condiviso le passioni americane. Perché dobbiamo soprattutto a lui se gli studi americani in Italia hanno una prevalente impronta democratica e di sinistra, e se abbiamo imparato a essere critici anche feroci dell&apos;America senza diventare mai banalmente antiamericani. </text><text_more>Correva l&apos;anno 1970. Io uscivo di soppiatto dall&apos;ufficio dove allora lavoravo per andare all&apos;università e sentire le lezioni di Agostino Lombardo - i racconti di Hawthorne, &lt;i&gt;Moby Dick&lt;/i&gt;, il romanzo inglese del dopoguerra, la lettura del Macbeth... Un giorno, come allora accadeva, entrarono in classe dei compagni, annunciarono un&apos;altra tragedia in Vietnam e chiesero molto civilmente di interrompere le lezioni. Molto civilmente, Agostino Lombardo rispose che il suo modo di rispondere a quegli orrori era di fare con serietà e impegno il proprio lavoro. Fummo in due ad alzarci e uscire lo stesso dall&apos;aula. Ma capii subito che aveva ragione anche lui, e me l&apos;ha confermato nei trenta e più anni in cui è stato maestro, qualche volta antagonista, sempre punto di riferimento per me, e per generazioni intere dell&apos;anglistica e dell&apos;americanistica più vivaci.
Non ho conosciuto mai nessuno che come Agostino Lombardo avesse il senso delle istituzioni e dell&apos;università come servizio, un servizio per la società nel suo complesso e per gli studenti nell&apos;immediato. Per questo, insegnare - lavorare - era un atto politico, una testimonianza per una società più responsabile, più seria - una democrazia fondata sul lavoro. Per questo, chiedergli di interrompere la lezione era ai suoi occhi la stessa cosa che chiedergli di smettere di fare politica, di smettere di esistere (e per questo è stato uno dei pochi professori che ascoltarono il `68 e - senza demagogie, con qualche turbamento - lo accettarono). Così, anche se ha continuato fino alla fine a venire all&apos;università, a insegnare e a tradurre, tuttavia la pensione, la fine della sua vita istituzionale di lavoro, è stata una privazione forse insopportabile.
Questo senso quasi di missione si vedeva nella passione didattica, nel modo in cui riusciva a trasmettere, a noi che l&apos;ascoltavamo, il suo amore per Joyce o Melville - tanto più che era sorretto da un&apos;idea alta, certo tradizionale ma solidissima, della cultura, della letteratura, del teatro come spazi di libertà e di critica. Questo approccio lo riversava soprattutto nello studio della letteratura americana, che fu il primo a insegnare in Italia all&apos;università. Sosteneva che tutta la cultura letteraria americana è cultura critica, di opposizione; e per questo insisteva sul fatto che più di quella inglese la letteratura americana andava letta nei suoi rapporti con la storia, con la società, con le culture popolari, le culture di minoranza. Io la vedevo un po&apos; più complicata; ma è grazie a questa sua convinzione che dentro la &quot;letteratura&quot; è stato possibile farci rientrare - all&apos;inizio degli anni `70, quando non andava di moda - Woody Guthrie e il blues.
L&apos;avevo conosciuto nel 1970, dopo un viaggio in America alla ricerca del Black Power, da cui mi ero portato dietro un carico, magari un sovraccarico, di certezze contestative e &quot;correttezze politiche.&quot; Agostino Lombardo di queste cose non si occupava, ma mi diede subito ascolto e spazio; e fu lui a organizzare tra il 1969 e il 1970, per la prima volta nella nostra università, un memorabile seminario biennale sulla letteratura afroamericana, in cui chiamò tutti, docenti e studenti, a confrontarsi con quell&apos;esperienza, a leggere quei testi. Non si allontanò mai dai suoi interessi fondanti - i classici, Shakespeare, quello che abbiamo cominciato a chiamare il &quot;canone&quot; - e da un suo approccio critico sospettoso verso le novità teoriche e metodologiche e le superficiali interdisciplinarità. Ma apriva porte, creava spazi, ascoltava voracemente. Fu tra i primi a accogliere le letterature postcoloniali come terreno di ricerca e di insegnamento. Non se ne occupava direttamente, tuttavia sapeva riconoscere subito, anche in questi ambiti, la qualità letteraria, e distingueva i grandi anche prima che fossero riconosciuti ufficialmente. Non pretendeva, come tanti baroni della sua generazione, che i suoi allievi fossero suoi cloni; la nostra diversità era la sua ricchezza; la sua solidità era il nostro polo Nord, a cui facevamo riferimento anche per prenderne le distanze, e ci dava la misura della strada percorsa.
Un giorno gli feci vedere un articolo su Woody Guthrie che avevo scritto sul &lt;i&gt;manifesto &lt;/i&gt;, e lui mi disse, scherzando solo un po&apos;, che non gli stava bene perché di Woody Guthrie si sarebbe dovuto parlare sull&apos;&lt;i&gt;Unità&lt;/i&gt;. Io gli dissi, ma come, se il primo a parlarne in Italia sono stato io, e io sono del &lt;i&gt;manifesto &lt;/i&gt;(allora gruppo politico)? E lui: sì, ma in quale dipartimento lo hai fatto? Insomma: la pluralità di ricerche, di passioni, di approcci che nei suoi anni migliori ha vissuto nel dipartimento che lui ha fondato si deve al fatto che lui poi riassumeva tutto, un po&apos; baronalmente e un po&apos; paternamente, e non separava la sua passione universitaria dalla sua passione politica di comunista liberale.
Penso a quel giorno che aveva accettato di far tenere un incontro con un certo poeta canadese che lui non conosceva e si ritrovò l&apos;aula 1 di lettere piena come un uovo, perché lo sconosciuto poeta canadese si chiamava Leonard Cohen e si era portato dietro la chitarra e gli studenti che lo conoscevano meglio di lui erano eccitatissimi, e lui contentissimo come se l&apos;avesse saputo fin dall&apos;inizio (però quando invitò Allen Ginsberg sapeva bene quello che faceva).
Per tutto questo, Agostino Lombardo è stato ancora più decisivo come insegnante che come critico. Un tempo, queste figure le chiamavano &quot;maestro&quot;. Era un intellettuale pubblico, animato da una grande voglia di comunicare, che aveva impresso alla sua vita due indirizzi fondamentali: il teatro e la traduzione. Era capace di far parlare i testi, renderli vivi, renderli accessibili (quando finalmente si decise a fare i conti con lo strutturalismo e i suoi dintorni, scrisse un memorabile saggio intitolato Il testo e la sua performance ). Il grande progetto a cui ha lavorato fino all&apos;ultimo, naturalmente, era la traduzione integrale di Shakespeare.
Un giorno, non molto tempo fa, andai nel suo studio e gli dissi: guarda che tutto quello che ci hai insegnato era sbagliato. E lui, senza scomporsi - si scomponeva di rado: spiegami. Tu ci hai insegnato - gli dissi - che i grandi classici americani, Hawthorne, Melville, erano pieni di momenti di grande teatro (il palco della gogna nella &lt;i&gt;Lettera scarlatta&lt;/i&gt;, il cassero della nave in &lt;i&gt;Moby Dick&lt;/i&gt;) perché, in assenza del teatro nell&apos;America puritana, la teatralità veniva assunta dal romanzo. Invece, ho scoperto che questi libri sono pieni di teatro perché i loro autori stavano a teatro dalla mattina alla sera: non c&apos;era un grande teatro letterario, non c&apos;era uno Shakespeare d&apos;America (e neanche uno Sheridan, se è per questo), ma c&apos;era una scena teatrale vivacissima (magari con Amleto mischiato a macchiette e avanspettacolo) e loro ne facevano parte e inevitabilmente la riversavano nella loro prosa. Gli raccontai che la prima strage operaia d&apos;America, a New York nel 1852, era avvenuta a seguito di uno scontro su due diverse messe in scena di &lt;i&gt;Macbeth&lt;/i&gt;. Un &quot;barone&quot; vero si sarebbe offeso; io sapevo che a lui si poteva parlare anche così. E fu contento lo stesso, perché comunque, per altra via, si confermava la sostanza della sua ipotesi: la centralità del teatro, e la centralità di Shakespeare. In un modo o nell&apos;altro, &lt;i&gt;Macbeth &lt;/i&gt;era davvero questione di vita e di morte. 

&lt;i&gt;[da &lt;a href=&quot;http://www.ilmanifesto.it&quot;&gt;il manifesto&lt;/a&gt;, 25.1.05]&lt;/i&gt;</text_more></entry>
<entry id='1200' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1200' author_id='4' authored_on='20050201033827' basename='cronache_di_bassavilla_3' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050201033827' modified_on='20060201232034' ping_count='0' status='2' title='Cronache di Bassavilla 3' week_number='200505'><text>&lt;b&gt;MELISSA CAMMINAVA NEL BUIO&lt;/b&gt;

di &lt;b&gt;Danilo Arona&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Gothika.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Gothika.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;159&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
Questa storia mi ha colpito molto. Cè un sito su Internet che ne ha parlato a lungo e anchio lho riproposta nella mia home page. Però qui, su &lt;i&gt;Carmilla&lt;/i&gt;, siamo molto più letti e la vicenda di Melissa merita di essere diffusa, soprattutto perché è la dimostrazione, qualora ce ne fosse bisogno, che la cronaca è in grado dispirare le storie più terrorizzanti, senza andare a scomodare il re di Bangor, Stephen King.
Nelle più profonde ore notturne del 29 dicembre 1999, in quattro diverse autostrade italiane altrettanti automobilisti furono testimoni, tanto reciprocamente distanti quanto inconsapevoli, di un evento particolare e sconvolgente.</text><text_more>Alle ore 5,20 del mattino, sullautostrada A 4 un automobilista raccontò di aver visto una figura di donna dai capelli biondi, immobile al centro della corsia autostradale. In una frazione di secondo, luomo riuscì ad evitare per un soffio linevitabile impatto con il bersaglio. Ripreso dallo spavento, cercò la figura femminile nello specchietto retrovisore, ma non vide nulla né trovò anima viva sulla strada.
Alla stessa ora, sulla A1 allaltezza dello svincolo per San Martino, una coppia di pensionati fu protagonista di un episodio assolutamente analogo, riuscendo ad evitare con una pronta sterzata quella che, secondo il marito, era una donna con i capelli lunghi e biondi, vestita con dei jeans e un giubbotto rosso, che camminava catatonica al centro strada quasi come se volesse suicidarsi.
Pochi secondi separano forse la testimonianza di un camionista friulano che, allaltezza delluscita per Treviso sud, vide camminare sul ciglio dellautostrada, pericolosamente oltre la linea della sosta demergenza, una ragazza bionda con giubbotto rosso che sembrava ondeggiare come in preda ad un malore. Fermatosi più in là a qualche centinaio di metri, il camionista tornò indietro a piedi, ma non trovò traccia della donna con cui magari sperava di avere qualcosa di simile ad un incontro ravvicinato.
La storia più concreta di tutte è quella di un giovane automobilista che, nello stesso breve spazio di minuti (tra le 5,20 e le 5,30), mentre viaggiava sulla A 13 in direzione Venezia, vide sul bilico della corsia demergenza una Renault grigia con le ruote per aria con un conducente che stava uscendo a fatica dallabitacolo un po malconcio, ma tutto sommato illeso. Al giovane luomo sotto shock dichiarò di avere travolto una ragazza bionda che camminava incoscientemente in mezzo allautostrada buia e di avere, di conseguenza, perso il controllo della sua automobile in seguito al violento impatto con la poveraccia. Il giovane allora, dietro le indicazioni dellaltro sconvolto automobilista, tornò indietro di qualche metro e, nel prato antistante lautostrada, scoprì con orrore il corpo senza vita di una giovane donna bionda con un giubbotto rosso ed un paio di jeans. 
Molti giornali locali del Veneto e della Lombardia segnalarono il fatto, pubblicando anche il photokit della ragazza, ma nessuno si fece avanti per rivendicare il cadavere. Qualche giornalista pensò di battezzare la sfortunata vittima con il nome di Melissa, prendendo spunto da una nota pianta che si usa abitualmente per conciliare il sonno, riferimento vagamente sfottò alle testimonianze non credute vere degli automobilisti (tranne lultimo giovane che scoprì il cadavere, sintende) che riferirono di avere visto a molti chilometri di distanza una figura del tutto identica a quella poveretta perita nellincidente. Linterpretazione generale, infatti, fu che i pensionati, il camionista ed il conducente sulla A 4 avevano dovuto giustificare in realtà un banale colpo di sonno con una storia di fantasmi rubacchiata alla cronaca dei giornali letti il giorno dopo. Ipotesi che tutti quanti rimandarono sdegnosamente al mittente. Ma quale colpo di sonno! dichiarò il pensionato E perché mai avrei dovuto perdere tempo per fare la segnalazione alla polizia stradale, dato che ero lunico testimone del fatto assieme a mia moglie?.
Dopo settimane di ricerche il curatore del sito su Melissa è riuscito a trovare uno dei testimoni e a convincerlo a rilasciare una dichiarazione. Ecco la versione dattiloscritta:
Era la mattina del 29 Dicembre 1999. Non ricordo di particolari situazioni meteorologiche. Io e mia moglie Teresa ci eravamo svegliati più presto del solito, avevamo trascorso il Natale dai nostri figli ed ora stavamo per rientrare a Bologna. Come al solito avevo fatto controllare il livello dellolio e la pressione della gomme ad un meccanico autorizzato, ma non è che mi fidassi molto. Vivendo alla periferia di una grande città si stringono amicizie più facilmente ed io ero diventato ormai un cliente abituale dellofficina di Bentivoglio. Verso le 4,30 di mattina, la nostra macchina si immetteva sulla A1, preparata al meglio per affrontare la traversata della Lombardia. Appena passata Piacenza, decidemmo di fare una sosta allautogrill di Fiorenzuola, il tempo di bere un caffè macchiato e comprare un panettone per i giorni a venire. Rientrati in autostrada, ci lasciavamo cullare dal buio paesaggio circostante e da qualche faro proveniente dallaltra corsia. Dopo unaltra mezzora di viaggio scorrevole e silenzioso eravamo allaltezza dello svincolo per Parma. Passato il casello, la macchina iniziò a dare qualche fastidio con un leggero rollio su una banda laterale ed è stato allora che lho vista. Teresa mandò un urlo che mi distolse dal rumore meccanico degli ingranaggi: ad una distanza di trenta metri cera una donna bionda, immobile. In una frazione di secondo mi resi conto della sua figura: bionda, giovane, con un paio di jeans ed un giubbotto rosso. Con la forza della disperazione girai il manubrio con violenza, riuscendo ad evitare limpatto mortale. Quasi istintivamente fui portato a guardare nello specchietto retrovisore ed impaurito notai la totale assenza di ogni immagine umana. Fermai la macchina nella corsia di emergenza e accesi le luci di posizione. Mia moglie era piuttosto agitata. Scesi dalla vettura e coperto dal mio cappotto di lana, camminai per un paio di minuti tentando di ritrovare quella donna. Nel frattempo, mi ricordo benissimo che iniziò a scendere una leggera coltre di nebbia. I ciuffetti derba ai lati della strada erano bagnati da qualche goccia di rugiada, ma della ragazza in questione non ne vidi neanche lombra. Tornai in macchina e tentai inutilmente di rassicurare Teresa. Alla fine decidemmo di chiamare le autorità autostradali, segnalando la presenza di una giovane suicida allaltezza dello svincolo per S. Martino. Ci dissero che al momento una delle loro macchine si trovava ad una ventina di chilometri di distanza e che nel giro di una decina di minuti sarebbero giunti sul posto per verificare. Dopo un paio di minuti riaccesi la macchina e ripartimmo per Bologna. A distanza di mesi dallaccaduto, ancora non so spiegarmi a che cosa effettivamente ho assistito. Leggere il giorno dopo di un incidente avvenuto alluscita per S. Pelagio non ha fatto altro che aumentare i miei dubbi. Se quella donna fosse esistita solo nella mia mente, probabilmente non mi troverei qui a raccontare di lei, ma il fatto che anche mia moglie sia stata testimone di questa vicenda, aumenta dentro di me la convinzione di averla vista realmente.  Dapprincipio ero sicuro che fosse stata solo una spiacevole coincidenza leggera di questa donna travolta da una Renault sulla A13, e in conseguenza di ciò, il valore eccezionale di questo episodio stava per svanire col tempo, ma il fatto che oltre a noi due ci sia anche unaltra persona che alla stessa ora della stessa mattina sia incappato in questa ragazza, mi getta nella confusione più assoluta. In tutta la mia vita non ho mai creduto ai fantasmi e neanche ad altri fenomeni paranormali. Continuo a pensare in un angolo remoto della mia mente che sia stato tutto un equivoco, ma non posso nemmeno chiudere gli occhi di fronte ai caratteri straordinari che ha assunto questa vicenda. In questi mesi mi sono posto delle domande sul caso in questione alle quali non sono mai riuscito a dare delle risposte credibili. Forse sono stato vittima di una proiezione mentale di quella ragazza. Forse lunica spiegazione possibile è che Melissa sia esistita realmente e che al momento dellimpatto sulla A13 io abbia assistito ad una proiezione della sua anima. Se effettivamente dovesse essere andata in questo modo, allora forse non sono riuscito ad evitarla. Forse, nella mattina del 29 Dicembre 1999, ho investito una specie di fantasma, una proiezione incorporea che mi ha dato la sensazione di aver evitato limpatto. Lunica cosa di cui posso esser certo è che una ragazza ha perso la vita ed io ne sono stato testimone a più di cento chilometri di distanza.
Senza commento.

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<entry id='1201' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1201' author_id='1' authored_on='20050201235150' basename='un_appello_per_florence_aubenas_e_hussein_alsaadi' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050201235150' modified_on='20050201235228' ping_count='0' status='2' title='Un appello per Florence Aubenas e Hussein al-Saadi' week_number='200505'><text>&lt;img alt=&quot;florass.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/florass.jpg&quot; width=&quot;180&quot; height=&quot;66&quot; border=&quot;2&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;In un comunicato diffuso da Christian Salmon, direttore della rivista &lt;a href=&quot;http://www.autodafe.org&quot;&gt;&lt;i&gt;Autodafé&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;, il parlamento internazionale degli scrittori lancia un appello per la liberazione di Florence Aubenas e Hussein al-Saadi, scomparsi il 5 gennaio in Iraq.
&quot;Nonostante nessuna informazione abbia per ora confermato l&apos;ipotesi di un rapimento, vogliamo esprimere la nostra profonda preoccupazione e la nostra solidarietà nei confronti di Florence Aubenas, giornalista francese di &lt;i&gt;Libération&lt;/i&gt;, collaboratrice della nostra rivista &lt;i&gt;Autodafé &lt;/i&gt;e che consideriamo come una delle nostre al Parlamento internazionale degli scrittori. Apprezziamo il suo lavoro di giornalista e di gran reporter; la sua curiosità intellettuale e le sue qualità di scrittura: i suoi reportage rendono conto di un mondo complesso, spesso opaco e ogni tanto violento, senza partito preso, con l&apos;unico pensiero di dire la verità e illuminare la realtà. Noi chiediamo a quelli che ne hanno il potere di ridare subito la libertà a Florence Aubenas e a Hussein al-Saadi.&quot;</text><text_more>Questo comunicato è stato firmato da: Valerio Adami (Italia), Adonis (Syrie-Libano), Russell Banks (Stati uniti.), Mourid Barghouti (Palestina), Dao Bei (Cina), John Berger, (Gran bretagna) Breyten Breytenbach (Africa del Sud), Stanko Cerovic (Montenegro), Vincenzo Consolo (Italia), Mahmoud Darwich (Palestina), Margaret Drabble (G.-B.), Gamal El Ghetany (Egitto), Juan Goytisolo (Spagna), Sonallah Ibrahim (Egitto), Elfriede Jelinek (Austria) premio Nobel di letteratura 2004, Elias Khoury (Libano), Abdellatif Laabi (Marocco), David Lodge (Gran bretagna) Naguib Mahfouz (Egitto) premio Nobel di letteratura 1988, Norman Manea (Stati uniti) Hubert Nyssen (Francia), Viktor Pelevin (Russia), Bashkim Shehu (Albania), Wole Soyinka (Nigeria) premio Nobel di letteratura 1986, Antonio Tabucchi (Italia), Mehmed Uzun (Kurdistan), Antoine Volodine (Francia), Adriaan van Dis (Olanda), Enrique Vila-Matas (Spagna), Abdourahman Waberi (Somalia), C. K. Williams (Stati uniti).

Editori: Stavros Petsopoulos (Agra, Grecia), François Gèze (La Découverte, Francia), Frédéric Joly (Climats, Francia), Jorge Heralde (Anagrama, Spagna), Dan Simon (Seven Stories, New York), Pete Ayrton (Serpent&apos;s Tail, Londra).

Per aderire, potete mandare un email a Autodafe: &lt;a href=&quot;meilto:contact@autodafe.org&quot;&gt;contact@autodafe.org&lt;/a&gt;

Note:
&lt;a href=&quot;http://www.liberation.fr&quot;&gt;www.liberation.fr&lt;/a&gt;
&lt;a href=&quot;http://www.autodafe.org&quot;&gt;www.autodafe.org&lt;/a&gt;</text_more></entry>
<entry id='1202' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1202' author_id='1' authored_on='20050202000336' basename='volpe_allincrocio_delle_righe' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050202000336' modified_on='20050202000445' ping_count='0' status='2' title='Volpe: ALL&apos;INCROCIO DELLE RIGHE' week_number='200505'><text>&lt;img alt=&quot;volpecover.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/volpecover.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;148&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;b&gt;Roberto Sturm&lt;/b&gt;

Difficilmente mi sono imbattuto in recensioni negative di libri pubblicati dalla &lt;a href=&quot;http://www.pequodedizioni.it/&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;peQuod&lt;/a&gt;. Il lavoro dei responsabili della casa editrice anconetana si è sempre distinto per la qualità delle scelte che, come ho avuto modo di puntualizzare in altre occasioni, hanno portato alla luce esordienti con capacità e potenzialità stilistiche e narrative difficilmente riscontrantibili in scrittori che pubblicano con case editrici solo apparentemente più prestigiose. Gli esempi potrebbero essere parecchi, ma al lettore curioso basterà fare una ricerca in questo stesso sito per riscontrare diversi interventi più che favorevoli ospitati più o meno di recente.
Tra romanzi di evidente spessore psicologico e sociale, tra una narrativa spesso essenziale ma mai banale, tra opere prime quantomeno sorprendenti, spicca questo &lt;b&gt;Allincrocio delle righe&lt;/b&gt;, romanzo di esordio di Sandro Volpe, quarantacinquenne insegnante allUniversità di Palermo.</text><text_more>Di certo quello di Volpe è un testo essenziale, che non presenta una struttura narrativa complessa, che non ha diversi strati di lettura. Ma quella dellautore è senza ombra di dubbio una scelta consapevole. La scelta di presentare una storia semplice, senza la pretesa di accenni e connotazioni politico sociali che avrebbero solo appesantito, rendendolo sicuramente meno apprezzabile, lo sviluppo della vicenda. 
&lt;b&gt;Allincrocio delle righe &lt;/b&gt;è un semplice giallo che, narrando solo gli eventi senza che lautore inserisca nel testo considerazioni personali e biografiche, ci fa meditare sullamicizia, sullamore e sul tradimento. Con quale profondità lo deciderà il lettore sulla base delle proprie esperienze, della propria voglia di penetrare le pieghe della propria esistenza.
Andrea torna nella propria città dopo alcuni anni. Ne era scappato per lasciarsi alle spalle una donna, Elisa, che lha tradito col suo miglior amico, Bruno.
Ma non cè tempo per rimpianti e risentimenti, perché Bruno viene trovato morto. E da qui comincia unaltra storia, la storia di Andrea che indaga sulla morte dellamico (ri)scoprendo antichi sentimenti ed emozioni che sembravano sopiti e i tentativi di Bruno di riallacciare un rapporto con lui.
La storia si dipana piacevolmente, le tessere del mosaico si incastrano senza difficoltà, la lettura risulta scorrevolissima. Un altro esempio di come la semplicità si possa combinare alleleganza stilistica, di come la padronanza dei propri mezzi non abbia bisogno di una ridondanza di cui molti autori oggi sembrano non poter fare a meno, di come le proprie conoscenze non abbiano bisogno, per essere colte dal lettore, di essere esibite ad ogni paragrafo.
Sono questi, in sintesi, i punti di forza di questo romanzo. Soprattutto in un mondo letteraio in cui molti &lt;i&gt;best seller&lt;/i&gt; sono costruiti, in maniera evidente e forzata, per evidenziare la presunta cultura dellautore. Uno per tutti, per fare un esempio eclatante, il Dan Brown de &lt;b&gt;Il Codice da Vinci&lt;/b&gt;, agli antipodi, secondo me, della beneamata (almeno da parte nostra) letteratura popolare. Di cui &lt;b&gt;Allincrocio delle righe&lt;/b&gt;, invece, entra a far parte con pieno merito.

&lt;i&gt;Sandro Volpe - &lt;b&gt;Allincrocio delle righe &lt;/b&gt;- peQuod edizioni - pp.95 - euro 11,00&lt;/i&gt;</text_more></entry>
<entry id='1203' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1203' author_id='4' authored_on='20050202023001' basename='contro_joe_r_lansdale_e_contro' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050202023001' modified_on='20050202023030' ping_count='8' status='2' title='Contro Joe R. Lansdale (e contro Valerio Evangelisti)' week_number='200505'><text>&lt;b&gt;ARTE E REALTA&apos;&lt;/b&gt;

di &lt;b&gt;Goffredo Fofi&lt;/b&gt;   (da &lt;a href=&quot;http://www.film.tv.it/&quot;&gt;Film TV&lt;/a&gt; del 9-15 gennaio 2005)

&lt;img alt=&quot;Fofi.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Fofi.jpg&quot; width=&quot;153&quot; height=&quot;203&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
Anno nuovo vita nuova? Mah! Le previsioni non sbagliano mai quando annunciano morti e feriti, disgrazie e terremoti, distruzioni e guerre. Non facciamo dunque gli ipocriti, e guardiamo in faccia la realtà che, nel piccolo del cinema, annuncia le solite menate, con qualche rara o rarissima eccezione. Tra le novità e le conferme, la più fastidiosa per me è venuta, non a caso, dalla giungla cibernetica hollywoodiana. Mater et Magjstra ben più di Santa Romana Chiesa, l&apos;assuefazione alle scene di violenza nei film, sugli schermi televisivi e, purtroppo, anche nella realtà. Tutto si tiene, e tra una cosa e l&apos;altra c&apos;è un rapporto molto stretto: c&apos;è chi dice che il cinema e la Tv non fanno che &quot;rispecchiare&quot; la vita, e c&apos;è chi dice che la vita non fa che imitare il cinema e la televisione? Diamo pur ragione a entrambe le correnti di pensiero, ché il risultato non cambia. </text><text_more>Tanti anni fa mi arrabbiavo contro il cinema horror italiano (quello statunitense mi pareva avesse più ragioni dalla sua, il nostro era più gratuito) e trattavo da &quot;macellai&quot; molti registi che sguazzavano nel succo di pomodoro e in succulenti pasti di carne bovina fatta passare per umana, ma quelli erano scherzi rispetto al cinema di questo presente, dove i macellai si sono fatti ipertecnologici e più che imitare la vita (cioè, correggiamo, la morte) la inventano, insaziabili come vampiri. E naturalmente trovano-e-formano masse di &lt;i&gt;addicts&lt;/i&gt;, da loro opportunamente avviati a queste delizie. 
In questo macabro gioco di rimandi tra cinema e realtà - che nella televisione si fanno tutt&apos;uno, lo spettacolo e il vero - non ho tenuto nel dovuto conto della voga della violenza nella letteratura. Cosa distingue il noir e il poliziesco di oggi da quelli di ieri? Credo proprio la scalata della violenza, servita in cento modi ma che sempre violenza resta, e si fa &quot;agghiacciante&quot;, &quot;grandiosa&quot;, &quot;stupefacente&quot;, &quot;rivelatrice&quot;, &quot;ironica&quot;, &quot;grottesca&quot;, &quot;rabelaisiana&quot; negli scrittori più amati. Quasi sempre più arbitraria. Penso al più hard (esasperato fino al comico, abilmente manovrato) degli scrittori Usa, il (non a caso) texano Joe R. Lansdale, figlio diretto di Mickey Spillane, meccanico e prevedibile quanto astuto, e penso a un suo prefatore recente, che è peraltro uno scrittore assai più bravo e &quot;autentico&quot; dell&apos;americano, il nostro Valerio Evangelisti (vedi &lt;i&gt;L&apos;anno dell&apos;uragano&lt;/i&gt;, edito da Fanucci; gli altri romanzi del texano compaiono in Stile Libero Einaudi mentre Evangelisti lo pubblica Mondadori). Non riesco a seguire Evangelisti sulla strada, che negli ultimi romanzi ha accentuato, dello scialo magniloquente delle scene di violenza (che in lui, va riconosciuto, non sono a scapito dell&apos;intelligenza anche se il rischio lo si va avvertendo). E non trovo così godibile l&apos;impasto prevedibile, scontato, che ci offre Lansdale condito per di più di un turpiloquio da far figurare i nostri Monnezza e Pierino e Boldi e De Sica come angelici chierichetti. Lansdale mi sembra una parodia costruita in un laboratorio robotizzato, e certo fa meno paura di Schwarzenegger, ma di qui a farlo passare come ribaltatore di convenzioni, disvelatore di turpitudini e addirittura &quot;uomo di sinistra&quot; ce ne corre. E se fosse che la sinistra la si può ancora distinguere dalla destra proprio nel rapporto con la violenza, il suo uso, i suoi feticci, le sue rappresentazioni? Diventare &quot;come loro&quot; è, ne sono convinto, la fine del &quot;noi&quot;, di qualsiasi pretesa di diversità e di qualsiasi legittimità alternativa. Dalla critica della violenza al gusto della violenza ce ne corre, in cinema, come in letteratura. Il gusto accomuna.


</text_more></entry>
<entry id='1204' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1204' author_id='4' authored_on='20050203030520' basename='farfalle' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050203030520' modified_on='20050203030548' ping_count='0' status='2' title='FARFALLE' week_number='200505'><text>&lt;b&gt;Una testimonianza sulla Sindrome da Deficit dell&apos;Attenzione&lt;/b&gt;

di &lt;b&gt;F. V.&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Ritalin.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Ritalin.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;108&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
Nemmeno dieci anni fa, mio figlio sarebbe stato un discolo, uno di quei bambini che fanno disperare le maestre perché non stanno seduti al banco per quattro ore di seguito, perché chiacchierano, si distraggono e fanno confusione. Oggi no: oggi è un bambino malato.
La malattia si chiama ADHD, oppure DDAI, è lo stesso. Parliamo in entrambi i casi di Sindrome da Deficit dellAttenzione. La sigla cambia a seconda del paese nel quale ci troviamo: negli USA si chiama ADHD, da noi, in Italia, DDAI. E uno dei mali del nuovo millennio, recentemente riconosciuto ufficialmente dallOMS come patologia neuropsichiatrica specifica. Ne vanno soggetti  soprattutto i bambini (in particolare i maschietti); ma svariati studi di eminenti studiosi garantiscono che ci sia unincidenza significativa anche fra gli adulti. 
Fino a sei anni fa di tutto questo non avevo nemmeno una lontana cognizione.
</text><text_more>Poi è nato il mio bimbo. E cresciuto, vivace e creativo. Poco incline a rispettare le regole, inarrestabile, loquacissimo, per certi versi precocissimo, per altri più lento e impacciato dei coetanei. Un bimbo che  come si dice in gergo  ha i suoi tempi. Tempi che, in quanto tali, andrebbero rispettati.
Alletà di tre anni, iscrivo mio figlio alla scuola materna. Dopo pochi giorni, le maestre mi mandano a chiamare; senza troppo riguardo, fanno la seguente osservazione:
Signora, il bambino è in ritardo rispetto agli altri.
Che parole! Ancora oggi mi domando cosa volesse dire quella frase. E soprattutto mi domando perché le insegnanti non abbiano saputo spiegarmi in cosa si espletasse questo ipotetico ritardo, né come si fosse manifestato, o da cosa lavessero dedotto, oppure in quali comportamenti specifici lavessero individuato.
Ho avuto sempre e solo risposte vaghe:
Il bambino non prende in mano la penna.
Strano: a casa consumava intere risme di fogli bianchi per disegnare.
Non riesce a stare entro i margini se colora una figura
Quale bambino ci riesce a soli 3 anni?
Non riesce a stare fermo: è sempre in movimento.
Questo è vero, ma chi ha mai visto un bambino di tre anni starsene fermo su di una sedia?
Parla in continuazione: interrompe maestre e compagni
Anche questo è vero, ma  ribadisco  quale bambino aspetta in buon ordine il suo turno per parlare?

La chiacchierata con le maestre è come una lama che mi trafigge da parte a parte. Il mio bambino ha qualcosa che non va? Una misteriosa, oscura malattia della quale non so niente? Una patologia che compromette le sue funzioni mentali? Le più preziose? Le più delicate? Mio figlio non è come gli altri bambini? E in ritardo? E diverso? Avrà una vita diversa? Avrà meno chances degli altri? Meno opportunità? Più solitudine?
Non so più quanti terribili pensieri mi si siano affollati nella mente. Ma so che mi spinsero fin nello studio di un neuropsichiatra infantile. E lì che sentii per la prima volta pronunciare la misteriosa sigla: ADHD. Fu questa la diagnosi. Sindrome da Deficit dellAttenzione. Era linizio di un periodo difficile, tutto in salita, oscuro e senza una via duscita visibile. Per me, era  lo dico in piena sincerità  la fine del mondo. Mi sentivo finita. Disarmata e incapace di far fronte al problema. Nel buio della notte ho pianto tutte (ma proprio tutte!) le mie lacrime; le più amare, le più segrete. 
Il primo passo da fare, secondo il neuropsichiatra infantile, si chiamava psicomotricità. Due sedute a settimana, con questa figura professionale, la psicomotricista, che nemmeno sapevo esistesse, in una struttura pubblica: un centro di riabilitazione. Entriamo, il primo giorno. Ho il cuore a pezzi, ma cerco di tranquillizzare mio figlio; gli dico che andrà a giocare con una signorina buona. Entriamo: nella sala daspetto mi ritrovo a tu per tu con gli altri pazienti sedie a rotelle, eccetera. Non voglio dire cosa ho visto, per rispetto di quelle persone che stavano lì. Non voglio dire cosa ho provato. Il bambino, accanto a me, è nervosissimo, mi chiede di andar via, con sempre maggiore fermezza.    Quandè il momento di entrare nellambulatorio di psicomotricità si butta a terra e comincia a strillare e tirare calci. Basta così, decido. Per me basta. Andiamo via. Andiamo al parco, come sempre a quellora, a dare da mangiare il pane alle paperette. Allombra dei pini, il bambino gioca tranquillo;  io sto seduta su una panchina, e lo guardo, il mio bimbo DDAI. Sullo schienale della panchina qualcuno ha scritto col pennarello una frase: quella che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo la chiama farfalla. Bella frase. Leggo, dapprima distrattamente; poi con più attenzione.
Sarà pure banale, ma questa strana coincidenza mi scuote. Bruco o farfalla?
Il neuropsichiatra dice che, se non si ottengono risultati con la psicomotricità, si deve seguire la terapia farmacologica. Mi parla di un farmaco, che in America è già in uso da qualche tempo  a suo dire - con risultati soddisfacenti. Il farmaco si chiama Ritalin. Io non sapevo niente, allora, del Ritalin. Ma il mio istinto di mamma mi dice: no. Non somministrerei mai e poi mai uno psicofarmaco ad un bambino di quattro anni!
Prendo il coraggio a due mani (quello che non credevo di avere) e dico di no: mi oppongo con tutte le mie forze. Alle maestre, allo specialista, allOMS anche, se necessario! 
Da quel momento, ho visitato siti internet, ho comprato e letto libri, per conoscere, per capire. Su di un saggio che si intitola Bambini disattenti e iperattivi leggo lelenco dei sintomi che caratterizzano la sindrome; in calce allelenco trovo scritto: si deve parlare di DDAI solo se nel bambino osservato si riscontrano sei dei sintomi sopraelencati, e solo se questi sei sintomi si manifestano contemporaneamente.
I sintomi vanno dal correre allo spintonarsi con i compagni, dall aggressività verso i pari alleccesso di loquacità, dal rompere giocattoli al manifestare difficoltà di concentrazione, dall incapacità di rispettare regole allincapacità di relazionarsi. Ergo: tutto e il contrario di tutto.
Ma, e questo mi colpisce ancor di più, si tratta di caratteristiche che descrivono una percentuale elevatissima di bambini nella fascia di età di mio figlio. Corse e giocattoli rotti  mi chiedo  possono davvero trasformarsi in una malattia?
Fra i libri che compro e leggo ce nè uno che si intitola: Il Ritalin e altri veleni per il cervello. 
E poi cè un meraviglioso saggio di Maria Montessori, che si intitola Il bambino in famiglia. In questi lunghi e bui anni, cè anche qualcuno che mi fa notare che problemi di questo genere (iperattività, disordine nella concentrazione, aggressività) derivano da un cattivo rapporto del bambino con la madre. Altra lama che trafigge. E va così a fondo
Cattivo rapporto con me? Perché? Dove, come, quando ho sbagliato? Cambio strategia: mi convinco del fatto che sono io che non funziono. Mi presento nellambulatorio di psicologia del consultorio. Sento parlare di Fiori di Bach: servono ad attenuare la mia apprensione, ad avere un rapporto più sereno con il bambino. Fra me penso: più sereno di così? Ma poi mi scuoto: ho di fronte un medico  mi dico (io che medico non sono) ne saprà più di me. E vada per i Fiori di Bach. Sono decisa ad andare a fondo al problema; voglio trovare una soluzione radicale e definitiva. Mi viene un solo dubbio: in questo periodo sto allattando il mio secondogenito, sicchè domando alla psicologa se questo prodotto non possa in qualche modo creare problemi al piccolo.
E qui mi fermo. Perché la storia finisce qui.
Qui inizia la farfalla.
Quando mi rivolgo al neuropsichiatra infantile numero 2, è tutto un grande scambio di sorrisi; tono rassicurante; un senso incredibile di serenità. La frase di commiato del nuovo specialista che visita mio figlio è:
- E lei avrebbe dato il Ritalin a suo figlio per curarlo dalla gelosia?
Io no. Ma certi suoi colleghi medici sì. Verrebbe voglia di dirglielo sul serio.
Esco da questa storia un po a pezzi, ma comunque esco. Il distacco dalla mamma aveva causato il patatrac: prima la scuola materna, le maestre un po severe, le molte ore passate lontano da me, poi la gravidanza, larrivo del nuovo fratellino  macigni che avevano accumulato nel cuore di mio figlio tanta sofferenza, alla quale lui non riusciva a dare sfogo, se non facendo il monello a scuola. Una forma di protesta tutto sommato legittima, secondo me.
Unamica mi ha portato un libro strano; interessante, dovrei dire. Parla di bambini indaco. Dice che ci sono diverse tipologie di bambini, e ognuna è contraddistinta da uno dei colori dellarcobaleno. Gli indaco sono la punta di diamante della categoria: vivaci e inarrestabili, arrivati sulla terra con uno scopo ben preciso. Uno scopo che dovranno riuscire a perseguire: non vanno in alcun modo ostacolati. Bisogna lasciarli correre e gridare. Il mio razionalismo occidentale mi impedisce di crederci sul serio. Peccato.
Ultima cosa: oggi è stato il primo giorno di prima elementare. Ho accompagnato mio figlio; ho fatto le foto con i nuovi compagni, mi sono commossa, sono andata a riprenderlo alle 12 e mezza, puntualissima. Alla maestra ho chiesto:
- Comè andata?
- E un bambino molto creativo ed estroverso  mi ha risposto  sono sicura che non avrà problemi.
Allora ho pianto sul serio.


</text_more></entry>
<entry id='1205' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1205' author_id='4' authored_on='20050204042230' basename='catastrofi_interiori_e_mutazioni_del_corpo_e_della_psiche' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050204042230' modified_on='20120622065413' ping_count='0' status='2' title='Catastrofi interiori e mutazioni del corpo e della psiche' week_number='200505'><text>&lt;b&gt;L&apos;opera narrativa di James G. Ballard&lt;/b&gt;

di &lt;b&gt;Roberto Sturm&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Ballard.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Ballard.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;128&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
&lt;i&gt;Fiction is a branch of neurology: 
the scenarios of nerve and blood vessel are 
the written mythologies of memory and desire.&lt;/i&gt;
J. G. Ballard

La produzione letteraria di Ballard, che abbraccia ormai più di mezzo secolo, rappresenta unideale chiave di lettura delle trasformazioni politico-sociali e tecnologiche avvenute in questo periodo. Durante le epoche e i modelli ideologici che si sono succeduti, lo scrittore inglese si è sempre mantenuto un punto di riferimento per analizzare le ricadute sociali che tali trasformazioni hanno prodotto.
Ballard afferma che il futuro, più del passato, è la chiave daccesso per codificare il presente.</text><text_more>Non ci sono né navi spaziali e né alieni nella fantascienza di Ballard. Già nel 1962 su &lt;i&gt;New World&lt;/i&gt; scrive: I maggiori progressi dellimmediato futuro non avranno luogo sulla Luna o su Marte, ma sulla Terra; è lo spazio interno  e non quello esterno  che necessita di essere esplorato. Lunico pianeta veramente straniero è la terra. Il breve saggio da cui è estrapolata la citazione, dal titolo &lt;i&gt;Qual è la strada per lo spazio interiore&lt;/i&gt;, scuote le fondamenta di un mondo della fantascienza allora sonnacchioso e obsoleto e sarà il manifesto di alcuni autori che formeranno una nuova corrente letteraria, la New Wave, che si distaccherà decisamente dai canoni statunitensi che facevano tendenza in quegli anni.

Lautore inglese, sempre coerente con le sue prese di posizione, ha perseguito per tutta la carriera la strada della sperimentazione e della ricerca di nuovi linguaggi e nuove tematiche. La psiche dei suoi personaggi, che si trovano immersi, come nella realtà, in un mondo sempre più mediatico che estromette progressivamente le funzioni naturali delluomo, è la vera protagonista dei suoi scritti. Dal 1962 al 1966, oltre a una vasta produzione di racconti  fortunatamente recentemente riproposti, vista la difficoltà del loro reperimento, dalla Fanucci -, vengono pubblicati i romanzi che formano la famosa tetralogia degli elementi. &lt;i&gt;Il vento dal nulla&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Deserto dacqua&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Terra bruciata&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;Foresta di cristallo&lt;/i&gt; concretizzano in maniera cristallina l&lt;i&gt;inner space&lt;/i&gt;, lo spazio interno, teorizzato dallo stesso autore. La catastrofe è  apparentemente  il filo conduttore di questi testi. Tema popolare della fantascienza inglese dellepoca di cui però Ballard sconvolge la struttura e il punto di vista, trasformando la catastrofe in uno strumento per sondare le trasformazioni psichiche dei personaggi. I protagonisti, infatti, si trovano espropriati dai ruoli attribuitigli dalla società esistente a causa di una sorta di ribellione degli elementi della natura. La psiche dei protagonisti si rimodella al paesaggio esterno, che ritorna climaticamente ad ere primordiali, risalendo percorsi evolutivi che li riporta a un passato ancestrale. Come se liberandosi dagli stimoli esterni, listinto possa avere la meglio sulla manipolazione che i modelli sociali impongono. Il nostro passato biologico e psichico vive dentro di noi  sembra voler dire Ballard -, ma noi non lo percepiamo a causa dellinvadenza dei fattori esterni. Eliminandoli, torniamo a vivere in maniera &lt;i&gt;naturale&lt;/i&gt;.
Ballard nasce a Shanghai nel 1930, da una famiglia benestante. La sua spensierata e agiata adolescenza allinterno della Concessione britannica della città viene interrotta nel dicembre del 1941 dallattacco di Peal Harbor. E la globalizzazione del secondo conflitto mondiale.
In una Cina sconvolta dallinvasione nipponica, il piccolo James conosce la parte più abietta e povera della città e dopo qualche settimana si ritrova internato in un campo di prigionia. &lt;i&gt;Limpero del sole&lt;/i&gt;, romanzo autobiografico in cui Ballard racconta questo periodo della sua vita e opera portata sul grande schermo da Spielberg, è uno strumento ideale per capire, a posteriori, quali esperienze sono alla base di molte opere dello scrittore inglese.
Nel 1946, a fine conflitto, Ballard torna in patria con i genitori, in una Inghilterra a lui perfettamente sconosciuta. Alle soglie degli anni cinquanta comincia i suoi studi a Cambridge, dove inizia a coltivare la sua passione per il cinema, si entusiasma per la psicoanalisi e rimane letteralmente affascinato dai quadri dei pittori surrealisti che tanto ispireranno la sua narrativa. Comincia a frequentare medicina,  studi che non porterà mai a termine  orientandosi verso la psichiatria, si arruola nella RAF e inizia la sua carriera di scrittore. Tutte esperienze che lo porteranno a diventare uno degli autori più completi e rappresentativi del secolo scorso, oltre che uno dei più visionari, provocatori ed estremi.
In &lt;i&gt;La mostra delle atrocità&lt;/i&gt; (1970) e &lt;i&gt;Crash&lt;/i&gt; (1973) Ballard sembra toccare lapice delle sue prerogative letterarie. Ignorati dagli editori italiani fino agli anni novanta per la crudezza di alcune scene e la potenzialità eversiva dei testi, Crash viene successivamente portato sul grande schermo da Cronenberg nel 1996. Limpatto sul mondo della cultura ufficiale è terrificante. In Inghilterra il Ministro della Cultura si adopera per evitare la distribuzione del film, in USA posticipano la sua uscita nelle sale di sei mesi e in Italia parecchi critici, Irene Bignardi in testa, si schierano per il ritiro della pellicola dal circuito. &lt;i&gt;Accolto come un capolavoro eversivo da unala della critica e come un film morboso e pericoloso da unaltra (tra cui mi iscrivo anchio, con laggiunta che lo considero anche noioso e fasullo)&lt;/i&gt;  scrive in quel periodo la Bignardi  &lt;i&gt;è un erotismo, come sa chi ha letto il romanzo di J.G. Ballard da cui il film è tratto e chi segue le cronache cinematografiche, legato agli incidenti dauto, allo stato di pericolo e di orrore generato dal rischio automobilistico&lt;/i&gt;.
La Bignardi, come molti altri, non è riuscita a cogliere la vera essenza di &lt;i&gt;Crash&lt;/i&gt;, romanzo o film che sia.
Curioso che anche organizzazioni che con il cinema dovrebbero avere poco o nulla a che fare prendino posizioni quantomeno singolari. Una per tutti, Legambiente. Il suo esponente Angelo Scudieri dichiara: &lt;i&gt;E un serio pericolo per gli spettatori. Conosco qualche scena, poi dopo Cannes ha letto la recensione di Irene Bignardi su &lt;/i&gt;Repubblica.
Richiamarsi alla censura come forma di difesa per il pubblico mi sembra un concetto alquanto meschino, degno di regimi totalitari.
Il film rispecchia moltissimo il romanzo, che non si basa su una trama vera e propria ma sulla messa in scena di personaggi che da una condizione di assoluta insensibilità ricercano, in modo estremo e ossessionante, la via per riprovare emozioni.
Seppure scritto nel 1973, &lt;i&gt;Crash&lt;/i&gt; si pone perfettamente in unera tecnologica che ha prodotto la spersonalizzazione dellessere umano. Anticipando tematiche &lt;i&gt;cyberpunk&lt;/i&gt; Ballard crea una protesi meccanica, un prolungamento del corpo umano  lautomobile -, elevandola a metafora appunto dellera tecnologica. Ci troviamo immersi in unatmosfera in cui i protagonisti hanno bisogno di uno stimolo esterno  meccanico  per tentare di riappropriarsi delle proprie emozioni. Per questo mettono in atto una serie di eventi estremi  incidenti stradali  per rimettere in moto le loro sensibilità sopite. Lesasperazione delle scene sessuali, mai fini a se stesse, non è altro che la metodica e ripetitiva ricerca di sensazioni e sentimenti, la messa in scena di una ossessione. Non cè mai, nel testo come nel film, alcun accenno alla retorica, ulteriore prova di professionalità e coerenza degli autori. E se la mancanza di un giudizio etico è visto negativamente da molta parte della critica ufficiale, forse una scusa per mascherare una crociata puritana daltri tempi, ciò deve essere valutato, secondo me, come un gesto di estremo rispetto per le capacità valutative del pubblico.
Dalla metà degli anni ottanta Ballard lascia progressivamente la fantascienza, che comincia a perdere molte delle sue peculiarità a fronte di uno sviluppo tecnologico esponenziale e di eventi politico-sociali ed economici fino a qualche anno prima impensabili, per approdare definitivamente a una letteratura di confine, speculativa e ricca di contaminazioni. Ma Ballard non lascia il suo obiettivo di perseguire i mutamenti della psiche e della percezione umana rispetto allambiente circostante, e tutti i suoi testi successivi alla metà degli anni ottanta non sembrano altro, sempre a posteriori, che tappe di avvicinamento agli ultimi due testi pubblicati da Ballard nel nuovo millennio.
&lt;i&gt;Super-Cannes&lt;/i&gt;, pubblicato anche in Italia nel 2000 da Feltrinelli, ci porta allinterno di Eden-Olympia, un complesso residenziale in Costa Azzurra dove lavorano migliaia di persone. Paul Sinclair vi arriva insieme alla sua giovane moglie perché lei ha accettato il posto di pedriata (nonostante ad Eden-Olympia non vi siano bambini) lasciato vacante da un suo ex collega ed ex amante che si è macchiato di una serie di delitti prima di essere a sua volta ucciso. Questo gesto apparentemente insano allinterno di un ambiente in cui tutto è pianificato alla perfezione, sembra non aver turbato più di tanto le abitudini degli abitanti del Centro tecnologico ma incuriosisce Paul Sinclair che comincia unindagine che lo porterà a sciogliere il nodo del mistero. Dentro una realtà in cui la tecnologia ha preso il posto dei rapporti interpersonali e il lavoro quello del divertimento, lo psichiatra del Centro, il dottor Wilder Penrose, non ha trovato altra soluzione che somministrare psicopatia a dosi sempre più elevate per mantenere un livello psichico accettabile negli abitanti di Eden-Olympia. E lepilogo non è altro che la logica fine di una storia che deraglia verso il crimine puro, e chi lo compie non trova altra giustificazione che lesigenza di trovare sfogo ad una esistenza troppo ordinata e pianificata. 
In cui materialmente, però, non manca niente.
In &lt;i&gt;Millenniun People&lt;/i&gt; Ballard si immerge in un ambiente urbano, Chelsea Marina, quartiere residenziale di Londra.
Gli abitanti, liberi professionisti, manager e impiegati appartenenti alla &lt;i&gt;middle class&lt;/i&gt;, si rivoltano nel momento in cui le spese per mantenere le proprie prestigiose abitazioni subiscono un incremento che mette in forse la loro permanenza nell&lt;i&gt;enclave&lt;/i&gt;. Una rivolta &lt;i&gt;sui generis&lt;/i&gt;, che non parte da ceti deboli per conquistare diritti fondamentali ma da neo-borghesi che vedono minacciati i propri privilegi. Ma tutto ciò non è che la punta delliceberg. Personaggi inquietanti alimentano la rivolta per sanare insoddisfazioni personali, manie e interrogativi esistenziali.
Ballard mantiene intatte le sue capacità letterarie eversive mettendo in piedi una storia con una forza dimpatto dirompente. Proprio come la bomba che scoppia allaeroporto di Heatrow, allinizio della vicenda. Un attentato terroristico senza rivendicazione a cui ne seguiranno altri, sempre più pericolosi.
E lo psicologo David Markham  che perde la ex moglie nellattentato  a mettersi sulle tracce dei colpevoli.  In questo suo viaggio  più interiore che di indagine vera e propria, si imbatte in altri personaggi tutti più o meno invischiati nella vicenda per motivi diversi.
Gli attentati e la rivolta di Chelsea Marina hanno una matrice unica, lo stesso gruppo di persone capeggiati da Richard Gould, pediatra che segue bambini malati allo stadio terminale.
Le diverse storie dei protagonisti convivono e si intrecciano continuamente, in un crescendo di disagio sociale e psicologico che Ballard mette in scena da maestro. Cè tanto Ballard in &lt;i&gt;Millennium People&lt;/i&gt;. Un Ballard lucidissimo che continua a fare propria larma della provocazione e della visionarietà contro una società che punta senza tentennamenti alla globalizzazione, allomologazione, alluniformità e che produce incertezza e induce falsi bisogni per controllare costantemente le masse.
Più invecchio e più divento di sinistra, ha affermato Ballard. E lo si vede anche dai suoi scritti, veri e propri atti daccusa verso i modelli ideologici ed economici  consumismo, materialismo e neo liberismo in testa, che lo scorso secolo ha prodotto, consolidato e consacrato.


</text_more></entry>
<entry id='1206' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1206' author_id='1' authored_on='20050204143852' basename='iraq_qualcosa_non_cambia_rapita_giuliana_sgrena' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050204143852' modified_on='20050204143944' ping_count='0' status='2' title='Iraq, qualcosa non cambia: rapita Giuliana Sgrena' week_number='200505'><text>&lt;img alt=&quot;sgrenapan.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/sgrenapan.jpg&quot; width=&quot;188&quot; height=&quot;98&quot; border=&quot;2&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Mi aveva colpito la copertina di &lt;i&gt;Panorama&lt;/i&gt; ora in edicola, vista oggi su chissà quale quotidiano imbrattato di cappuccino. Il settimanale patinato del neodirettore che stava al &lt;i&gt;Processo &lt;/i&gt;di Biscardi titola: &lt;i&gt;QUALCOSA E&apos; CAMBIATO - Dopo l&apos;Iraq una nuova Yalta&lt;/i&gt;, con l&apos;immagine di un segno di vittoria eseguito da anonima mano. Inizalmente non mi ero accorto dei riferimenti all&apos;Iraq e ho pensato che il messaggio di esultanza fosse il canto del cigno dell&apos;ottimismo berlusconiano sull&apos;immaginario benessere nazionale. Invece no, cioè sì: la mano che fa il gesto di vittoria è quella di un elettore iraqeno, che corrisponderebbe alla visione ottimistica di Berlusconi riguardo al benessere nazionale - quello dell&apos;Iraq. Con le elezioni, a Baghdad cambia tutto, o meglio: cambia qualcosa. Qualcos&apos;altro non cambia: hanno rapito l&apos;inviata del &lt;a href=&quot;http://www.ilmanifesto.it&quot;&gt;&lt;i&gt;Manifesto&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;, Giuliana Sgrena. Come è ovvio, la redazione di &lt;i&gt;Carmilla &lt;/i&gt;esprime solidarietà a Giuliana e a tutto lo staff del &lt;i&gt;Manifesto&lt;/i&gt;, attendendo con ansia una - si spera - veloce liberazione, così come è stata espressa solidarietà a &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2005/02/001201.html&quot;&gt;Florence Aubenas&lt;/a&gt;, l&apos;inviata di &lt;i&gt;Libération &lt;/i&gt;sequestrata anch&apos;ella in Iraq. &lt;i&gt;[gg]&lt;/i&gt;</text></entry>
<entry id='1207' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1207' author_id='1' authored_on='20050207002445' basename='anarcoritalin' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050207002445' modified_on='20050207002436' ping_count='0' status='2' title='AnarcoRitalin' week_number='200506'><text>&lt;img alt=&quot;CAWZT7YQ.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/CAWZT7YQ.jpg&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;110&quot; border=&quot;0&quot; hspace=6 vspace=2 align=left /&gt;&lt;i&gt;degli Anarchici del Perla nera [AL]&lt;/i&gt;

Il &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/cgi-bin/mt-search.cgi?IncludeBlogs=2&amp;search=ritalin&quot;&gt;Ritalin &lt;/a&gt;era famoso tra le comunita hippy degli anni 70, usato per numerose sedute di sballo. Negli stessi anni gli psichiatri americani scoprivano un nuovo &quot;disturbo&quot; nei bambini, lADHD che tradotto in italiano significa &quot;Sindrome da iperattivita e deficit di attenzione&quot;. Bambini particolarmente vivaci, o, al contempo, molto distratti nella vita scolastica rivelavano un &quot;disturbo&quot; che trovava la sua spiegazione in ambito patologico. Come per tutte le &quot;malattie&quot; psichiatriche anche per questa sindrome, ADHD, esiste una cura farmacologica. Si tratta del Ritalin. </text><text_more>Il Ritalin e un metilfenidato che, somministrato, a breve termine aumenta le prestazioni di qualsiasi persona, ma a lungo termine causa una serie di effetti nocivi e complicazioni. 
E unanfetamina, paradossalmente somministrata ad individui gia iperattivi di per se, che, appunto grazie alle sue qualita di aumentare le prestazioni, contribuisce a far si che lallievo risulti attento e collaborativo durante le lezioni. Viene somministrato durante lanno scolastico, escluso quindi il periodo di ferie estivo e durante le feste. Sovente linterruzione del trattamento deve essere sostenuta con altri farmaci e monitorata da controlli medici. 
In Italia il Ritalin e iscritto nella tabella I delle sostanze stupefacenti, accanti a nobili compagni, cocaina, eroina, lsd. E percio nel 1989 il Ministero della Sanita decide di ritirarla dal commercio. 
Ritornera sui banchi delle farmacie nel 2004 su esplicita richiesta del Ministero della Sanita allazienza produttrice, la Novartis, ex Ciba-Geigy, una potentissima industria farmaceutica che, tra laltro, con la Monsanto si occupa di produrre e commercializzare pesticidi e organismi transgenici, in particolare nel campo della produzione agricola. In Italia ritorna il Ritalin perche anche la comunita psichiatrica italiana chiede a gran voce che il farmaco sia disponibile, vista la crescita esponenziale dei bambini cui viene diagnosticata la sindrome. Lunico strumento diagnostico per ora utilizzato e un questionario fatto compilare ai genitori, e in cui le domande hanno questo tenore:

&quot;a. Spesso il bambino non fa attenzione sufficiente ai dettagli o fa sbagli di negligenza nei compiti, nelle altre attività lavorative o di altro genere. 
b. Spesso ha difficoltà a mantenere la concentrazione durante i compiti o persino nelle attività di gioco 
c. Spesso non sembra ascoltare quando gli si parla direttamente 
d. Spesso non segue le indicazioni e non finisce i compiti di scuola o di altro genere (e ciò non è dovuto a ribellione aperta o al non aver compreso le istruzioni) 
e. Spesso gli risulta difficile organizzare compiti e attività 
f. Spesso non ama o addirittura odia o è molto titubante ad impegnarsi in compiti che richiedono uno sforzo mentale sostenuto 
g. Spesso perde cose necessarie ad effettuare compiti o attività (per es. la lista dei compiti da fare, matite e penne, libri, strumenti vari) 
h. E spesso distratto da stimoli estranei 
i. Dimentica spesso le attività quotidiane&quot;.

Che questa sindrome, sempre che si possa definire tale, si possa curare con altri strumenti che non siano il farmaco della multinazionale, magari scoprendo le cause del disturbo nelle trasformazioni che lumanita sta vivendo, che producono inquinamento, intossicazioni, vita frenetica, modificazioni genetiche, radiazioni, non viene preso in considerazione. La mano lunga del businnes medico e farmaceutico ha la meglio e cosi i bambini italiani avranno finalmente la possibilita di rivaleggiare con i loro coetanei statunitensi ed europei nellingurgitare anfetamine sin dalla piu tenera eta. 
Quando si presentera nelle scuole italiane, e anche negli asili - il Ritalin puo essere somministrato anche ai bambini di 4 anni - il farmaco causera dibattiti accesi tra insegnanti, genitori e medici. Tra chi sara favorevole allutilizzo del farmaco sui bambini troppo vivaci e dalle prestazioni scolastiche deludenti, e chi invece lottera per impedirlo. 
Non sfugge limportanza del problema che investe soprattutto genitori ed insegnanti, sovente inconsapevoli che dietro una innocente pastiglia dagli effetti cosi miracolosi, si celino invece da un lato complicazioni future nella salute e nello sviluppo psicofisico dei loro figli, dallaltro una delle piu selvagge ed agguerrite lotte di multinazionali, il cui bene supremo rimane il profitto. </text_more></entry>
<entry id='1208' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1208' author_id='2' authored_on='20050205003532' basename='larea_52' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050205003532' modified_on='20050205004546' ping_count='0' status='2' title='L&apos;AREA 52' week_number='200505'><text>&lt;b&gt;di Vittorio Catani&lt;/b&gt;




Mi svegliai con un chiodo fisso: il denaro. Non ricordavo quanto me nera rimasto. Rovistai nelle tasche dei vestiti ed estrassi moneta cartacea e un paio &lt;img alt=&quot;7.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/7.jpg&quot; width=&quot;160&quot; height=&quot;137&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left&gt;di spiccioli. Sapevo che le banconote erano a rischio e il governo aveva da tempo promesso di sostituirle con tagliandi di un nuovo materiale asettico-allergorepellente; le avevo appena sfiorate che le dita si gonfiarono e arrossarono cominciando a prudermi in un modo torturante. Al diavolo, dovevo pur sapere di quanto disponevo. Spruzzai con un antiallergico mani e banconote. Mugolando per il fastidio salutai Corinna, che si riavvolse nelle coperte come un fagotto informe. Dalle finestre socchiuse traspariva una luce insolita: secondo me si profilava una rarissima giornata dal cielo sgombro di nuvole e veleni. Terminai di vestirmi e uscii.
Ma appena fuori mi resi conto di aver preso una cantonata. La città sembrava sovrastata da ovatta sporca, con al centro una chiazza più luminosa che probabilmente era il sole; arrivavano zaffate di marcio miste a fetori chimici. &lt;img alt=&quot;2.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2.jpg&quot; width=&quot;131&quot; height=&quot;134&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right&gt;Bene - mi imposi di pensare - è comunque meglio di tanti altri giorni. Mentre mi avviavo sentii che si attivava la ricetrasmittente nel mastoide, dietro lorecchio destro. Provai fastidio: non avevo appuntamenti con nessuno, e immaginai di che si trattava. Buongiorno, signore - disse negli orecchi una voce registrata - ci risulta che lei non possieda ancora uno dei recenti abbonamenti alla luce solare. E oggi è una splendida giornata, vero? La Solarlight, in forza della nuova convenzione con il governo italiano, le addebita contestualmente nel conto bancario 50,03 euro per luso di raggi solari garantiti. La luce depurata dai filtri atmosferici Solarlight fa bene alla pelle, eccita gli enzimi e stimola sessualmente. Luminosa giornata!
</text><text_more>Imprecai tra i denti, anche se sapevo che era inutile. Del resto non cè nulla che porti a risultati, in questi casi. E mi ero incaponito: esigevo la mia sacrosanta passeggiata. Più mi inoltravo, più aumentava una specie di nebbia. Riuscivo solo a cogliere forme scure abbandonate sui marciapiedi lungo il mio cammino, probabilmente (sperai) raccolte di rifiuti ancora non prelevati.
Il resto (palazzi, gente, strade, vetture) appariva come vaghe ombre mobili, quasi che un vetro semiopacizzato si fosse frapposto fra me e il mondo. Lintero panorama cittadino era obliterato elettronicamente, come al solito; risaltavano solo (per legge) i passaggi pedonali. Ma sì, mi dissi con una sensazione tra lentusiasta e il suicida, oggi mi rovino, vada anche per il panorama! Accesi la ricetrasmittente. Schiarisci! dissi, dopo aver vocalizzato il numero apposito. E subito quella specie di nebbia elettronica svanì per me, facendo apparire la mia città in tutto il suo fulgore. In verità osservavo una sfilza di vetusti e scuriti palazzi, per lo più sbrecciati. Notai che uno dessi era crollato, sostituito da un alto cumulo di macerie. La gente si muoveva veloce anche se mi parve un po più imbambolata del solito, la maggior parte dei negozi era aperta. Svoltai nel cosiddetto Piazzale degli Orfani, in realtà il Largo della Repubblica. La vecchia fontana (da anni non gettava acqua) era arida e sporca, invasa da orde di volatili striminziti e affamati e dal loro sterco. Sintromise la vocina: Salve! Lei oggi ha scelto di usufruire della vista di immobili cittadini o statali, cioè non di sua diretta proprietà: pertanto lei viola sia la privacy privata che quella pubblica, e subisce un addebito di euro 65,24. Buona visione da Citylandscape, la società transnazionale che ama come voi gli scenari urbani e il cui motto è: Vedere è Godere!
Ma avevo già notato le ombre, le piccole zone ancora obliterate sparse qua e là sui marciapiedi. Schiarisci tutto! sillabai stizzito rivocalizzando il numero; generalmente questi servizi, nonostante i costi, tentavano di celare alcune situazioni, per questo pare ricevessero incentivi. Come desidera, signore rispose la vocina. Le ombre svanirono, e vidi. Il piazzale pullulava di &lt;i&gt;homeless&lt;/i&gt; taciturni o appena mugugnanti accasciati da ogni parte fra buste, carabattole e immondizie. Mi diressi verso un angolo preciso. Erano ancora lì, sempre lì. Un gruppo di bambini, per lo più abbandonati o orfani. Sedevano sul selciato o su panchette di cartone, con piattini per lelemosina. Una bimba magrissima era stesa immobile sul marciapiedi, di traverso, a occhi chiusi. Un bambino sui quattro anni mi guardava in silenzio, accanto a lui un altro non doveva avere più di due anni. Mi fissavano con occhi grandi, iniettati di rosso. Erano denutriti, coperti di pustole, aggrediti da mosconi e parassiti. La gente intorno passava senza vederli. Obliterati. Misi mano alla tasca sperando che la spruzzata asettico allergo-repellente funzionasse.    
Ripresi il cammino, ma a passo più lento. Dovevo, dovevamo tutti essere più forti di &lt;i&gt;loro&lt;/i&gt;. Da sotto, da sopra, dallaria, da nonsodove, i sistemi di videosorveglianza monitoravano lo stato di reattività o acquiescenza dei cittadini-consumatori; mostrarsi prostrati avrebbe avuto come effetto messaggi in numero maggiore e più aggressivi, richieste, soprusi. Anziché portare a iniziative alleviatrici o risolutrici, lo stato demergenza intensificava enormi affari basati sul dissesto sociale e ambientale... Evviva: ero riuscito a formulare un pensiero quasi di rivolta! Dio, come avrei voluto gettare questo mondo alle ortiche, capovolgerlo. Se solo avessi avuto la possibilità di... 
Mi imposi calma. Non dovevo suggerire i miei stati danimo agli strumenti di sorveglianza; contro reticenti o dissenzienti prosperavano altri sistemi di accanimento commerciale, erano autorizzate multe gigantesche nei casi peggiori. Lideale era stamparsi in viso unespressione &lt;i&gt;tra il beato e il beota&lt;/i&gt;, mi raccomandava sempre Corinna.
Proseguii nella mia irrinunciabile passeggiata mattutina. Prima o poi magari mi sarebbe nata unidea migliore del girovagare senza meta, per ora andava bene così. Bzzzzzzz... Ahi!, altro messaggio in arrivo. Non feci in tempo a pensarlo, che Signore?, disse una voce maschile dal tono scuro, quasi rozzo. La Bodyguard le rammenta che oggi scade la sua invidiabile polizza Buonasalute. Ci consta, signore, che lei abbia al momento tutti i suoi organi perfettamente funzionanti... Come ben sa, questa situazione ottimale ormai raffigura un mero lusso se non addirittura... ci consenta... uningiustizia sociale. Si fa tanto un parlare di polveri sottili, veleni, piombo nelle falde freatiche, residui radioattivi nei campi di grano, spargimento indiscriminato a miliardi di tonnellate di sostanze letali, punto di non ritorno, voragine dellozono, tumori, peste aviaria e così via, e in tutto questo lei &lt;i&gt;Lei&lt;/i&gt;... rappresenta una vergognosa, razzista diseguaglianza e savvantaggia rispetto alla maggioranza dei cittadini europei... Avrei voluto chiudere la trasmissione, ma sarei stato martellato da migliaia di richiamate; meglio togliersi il dente subito. Veniamo al dunque risposi anchio in modo atono, assimilando involontariamente quella cadenza dovuta al computer dialogatore. ...Spendono tutti - proseguì imperterrita la voce - mediamente 348 euro mensili pro capite per cure. Pertanto, in virtù della legge 870/2015 e della pedissequa convenzione della transcontinentale Bodyguard con il Ministero italiano del Corpo Umano, le addebitiamo la tassa di soli euro 443,57 annuali, augurandole altri dodici mesi di... Buonasalute! 
Continuai a camminare. Cera luce, ma per me la giornata cominciava a rabbuiarsi. Bruscamente cambiai direzione verso il lungomare. La vista dallacqua placida e sconfinata, col suo ipnotico ondulare, forse avrebbe agito da sedativo. E volevo arrivare ai confini della città, magari uscirne: una specie di piccola fuga. Era da tanto che non lo facevo... Anni, probabilmente. 
Scoprii che la maggior parte del litorale era inaccessibile al cammino e alla vista, perché recintato da unalta barriera plastica su cui si rincorrevano scritte, come su uno schermo. Colsi parole, e la solita vocina mi avvisò gentilmente che, attenzione, lintero affaccio cittadino sul mare era stato venduto, ora proprietà privata non si capiva bene di chi, diffidandomi da eccetera eccetera. Sopportai la voce e la barriera, che mi toglieva ulteriore luminosità e panorama. Avanzando per un lungomare - si fa per dire - sconnesso e zeppo di buche, erbacce, topi, grossi insetti (calzai gli stivali di gomma che prudenzialmente portavo sempre con me), giunsi al limitare dei palazzi e della città. La barriera terminava piegando ad angolo retto e inoltrandosi fra le onde a perdita docchio. Finalmente vidi il mare: unacqua giallo-marrone oleosa, schiumosa, dun odore disturbante. Per fortuna lì si apriva anche la campagna. In verità una spianata brulla solcata da crepe, con rade sterpaglie. Ma quale fu il mio stupore, nello scoprire che, a circa un km., una nuova enorme costruzione si ergeva al centro di quel deserto. Pareva avesse conformazione circolare, ed era interamente sormontata, o protetta, da una cupola trasparente. Fui irresistibilmente calamitato da quella struttura. 

La scritta che scoprii su una porta avrebbe dovuto farmi intuire qualcosa. Diceva: Un mondo nuovo è possibile... anzi: cè già! Cittadino, benvenuto in AREA 52. Per entrare, collabora con una somma a tua discrezione. A mia discrezione? Provocatoriamente, inserii nella fessura 1 centesimo di euro. Incredibile, una stretta porta si aprì su un vano la cui aria fu risucchiata allesterno, sostituita da un gas che mi parve quasi ossigeno puro; poi il vano si richiuse. Si spalancò un portale, e un signore anziano vestito molto casual mi disse: Prego, mi segua e sincamminò. 
Mi osservavo intorno, per stupire ancora di più. Sembrava davvero di essere su un altro pianeta! A parte laria non inquinata (la cupola serviva a questo?), cera una profusione di piante irriconoscibili, mentre alcune richiamavano vaghi ricordi infantili. Vidi palazzine basse, di un paio di piani. Una fitta cittadella. Gente si muoveva qua e là, ma nessuno pareva aver fretta. Giungeva una musica ritmica e dolce. Salimmo la breve scalinata di un edificio con decorazioni a stucco e valicammo una soglia. Ci siamo disse il mio accompagnatore, e andò via. 
Dalla scrivania mi tese la mano, alzandosi, un signore sui quaranta, allampanato, volto aperto e occhi vivi. Sono il sindaco di AREA 52, piacere, si accomodi signor... Bofonchiai nome e cognome, poi sedetti su una sedia imbottita dinanzi alla scrivania. Il sindaco risedette fissandomi. Meravigliato, notò. Risposi: Ma da quando siete qui? E che significa tutto questo? Come mai non ne ho sentito parlare?
Il sindaco sorrise. Non mi stupisce, ma noi non abbiamo bisogno di pubblicità. Qui viene solo chi vuol venire e resta chi vuol restare. Siamo 2.300, per ora. Se volessi usare frasi retoriche direi, caro signore, che stiamo un po realizzando unutopia. Ha mai sentito della società conviviale? Ivan Illich? O delle vecchie comuni di libertaria memoria? Certo qui mancano molte cose, né siamo esenti da contraddizioni. Ad esempio per tanta roba, medicinali particolari, attrezzature ospedaliere costose, e molto altro, dobbiamo ancora rivolgerci allesterno. Ma siamo già in buona percentuale autosufficienti. Agricoltura, laboratori, industrie non inquinanti, energia, riciclaggio rifiuti, ricerca scientifica, asili, scuole... Facciamo da noi. Siamo gente dogni ex fascia sociale. Ci dia del tempo, ecco! Solo il Padreterno, per chi ha fede, costruì un mondo in sei giorni. Forse a noi occorreranno sei secoli, ma essenziale è &lt;i&gt;incominciare&lt;/i&gt;. E crederci...
Francamente ero intontito. Forse, anche effetto dellaria purissima. Farfugliai: Credere... in cosa? Comunque, io sono agnostico. Il sindaco scoppiò a ridere: Ma no, cosa ha inteso, qui ciascuno pensa ciò che gli pare. Voglio dire: cerchiamo di essere il più possibile autonomi per dimostrare che si può invertire il perverso circolo della produzione-sviluppo a ogni costo. Chiaro? Qui ognuno lavora: due ore al giorno. E cè da fare per tutti. Non conosciamo disoccupazione, miseria, accattonaggio. Abbiamo una nostra banca, nella quale i partecipanti depositano i loro risparmi, se ne hanno. Il denaro è esclusivamente elettronico. Amiamo la tecnologia, anzi ne siamo il frutto - se mi consente - più evoluto. Il nostro segreto è che crediamo non nella crescita economica ma, come dire, nella &lt;i&gt;decrescita&lt;/i&gt;. Qui non troverà merci superflue, né costose; la nostra tv potrà informarla e divertirla ma senza programmi-spazzatura. Capisce? Basta fare un passo indietro, ma non in senso antiscientifico o conservatore. Noi siamo il suo stesso mondo, come potrebbe essere se maturasse più solidarietà, più tempo per la convivialità, la riflessione, la comunicazione diretta, la comprensione, lo svago, il gioco, diciamo pure lozio. Meno beni materiali, più possibilità culturali e morali. Per tutti. Significa anche: più democrazia...
Il discorso del sindaco non fu neanche molto lungo. Avevo ben compreso. Volle a tutti i costi farmi visitare almeno una sezione di quel &lt;i&gt;mondo&lt;/i&gt;, AREA 52 (sì, cera un nesso allusivo e provocatorio con lArea 51 dei presunti alieni nel deserto Usa); e lintera zona, circolare, misurava esattamente 52 km. quadrati. Lavevano rilevata (52 km. quadrati di deserto) per quattro soldi. Onestamente rimasi di sasso nel verificare la tranquillità, levoluzione tecnologica soft, essenziale, davanguardia; il modo di vita parco ma non retrogrado, lapertura mentale, la bellezza dei giardini, di AREA 52, che mi fu fatta visitare (due ore, quattro cinque? non ricordo...) in lungo e in largo.
Poi, non so bene come accadde e perché, me ne uscii... 
Dapprima era stata  unimmagine mentale di Corinna in casa a distrarmi. A un dato momento ringraziai quasi commosso il sindaco e altri che mi erano stati presentati e mi ritrovai fuori. Nella cappa pesante di veleni e orrori. 

I polmoni ripresero a pompare con fatica, gli elementi dello scempio mi aggredirono vista, corpo, mente. Camminai sulla via del ritorno barcollando, stordito dal normale caos quotidiano. Quanto ero rimasto, lì dentro? Il sole al tramonto filtrato da polveri e smog accendeva sul profilo della metropoli un rogo fumoso che potevi confondere con quello duna città espugnata. Una vocina mi si sparò negli orecchi: Mentre le parlo, signore, sulla Terra siamo 9 miliardi 750mila e 312. Troppi! Lei comprende che il solo vivere (&lt;i&gt;vivere&lt;/i&gt;, ci pensi!), oggi è già privilegio, cioè ricchezza. In ottemperanza... convenzione... addebitiamo... Non seguivo più. Colsi una cifra da capogiro (non la possedevo, ma secondo le nuove leggi potevano addebitarla ai miei discendenti). Mi venne da ridere: ammazzandomi, quanto avrei risparmiato? O magari cera una tassa sul suicidio, prelevabile dal conto del coniuge? 
Vidi venirmi incontro un vecchietto, un mendicante carico di barattoli sonanti. Pensai: esistono ancora venditori girovaghi? Da immortalare in museo! Il vecchietto mi tese un barattolo: Signore, solo 20 euro! Pura aria di mare compressa: aprendolo lei annuserà lodore scomparso della salsedine! Mi fece un po pena. Gli detti il denaro e proseguii.
Giunsi che era quasi buio. Corinna era sempre a letto. Scusami - le dissi - oggi ho avuto unesperienza incredibile. Le raccontai, lAREA 52 e tutto quanto. E pensi di tornarci? Vuoi trasferirti lì? chiese lei, con la voce flebile per il male che non sarebbe mai guarito. Ci andremo insieme?
Non risposi. In quel momento provai una confusione e non seppi cosa dirle. AREA 52? Sembrava un sogno già svanente, già troppo lontano: eppure no, era lì, a due passi, bastava solo che... Non capivo... 
Le tesi il barattolo: Tieni, vera aria di mare. Lei scosse il capo: Non mi va, grazie... Goditela tu, caro.
Di scatto, tirai il coperchio a strappo e avvicinai il barattolo al naso.
Mi assalì un alito violento di alghe marce.


&lt;i&gt;[Ripreso dal n. 29/2005 del trimestrale di ecologia &quot;VillaggioGlobale&quot;, www.vglobale.it]&lt;/i&gt;

</text_more></entry>
<entry id='1209' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1209' author_id='4' authored_on='20050206031155' basename='il_mio_amore_nato_a_thelema_prima_parte' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050206031155' modified_on='20050206031229' ping_count='0' status='2' title='Il mio amore è nato a Thelema  (prima parte)' week_number='200506'><text>&lt;b&gt;L&apos;ISTRUZIONE NEL TERZO MILLENNIO, OVVERO COME HO IMPARATO A NON PREOCCUPARMI E A MARINARE LA SCUOLA&lt;/b&gt;

di &lt;b&gt;Claudio Asciuti&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Class1999.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Class1999.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;146&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
&lt;b&gt;Introbo ad inferos&lt;/b&gt;

Lo smantellamento della scuola pubblica, iniziato in era berlingueriana e accelerato dalla Controriforma Moratti, avanza di giorno in giorno fra lamenti, contumelie e improperi;  becchini dell&apos;istruzione pubblica e corifei di quella privata, operatori d&apos;ogni tipo e credo, fede e partito assistono al naufragio: alcuni accelerandolo, altri simulando di fermarlo. 
Le Controriforme nascono d&apos;altronde non dalla necessità del rinnovamento, ma da quella della reazione: in questo caso con l&apos;aggravio di uno dei fenomeni tipici della società odierna, ovvero la contraddittorietà continua, perniciosa; basti dare  un&apos;occhiata ai  fenomeni didattici più eclatanti per accorgersi che suddetti altro non sono se non spaccati o emanazioni di quella congiunzione schizoide che  é la vita reale.</text><text_more>Il cambiamento da esame di maturità in esame di stato, l&apos; autonomia  scolastica, la riforma dei cicli, il riformismo e-o revisionismo per ciò che si riferisce ai contenuti  &quot;paramarxisti&quot; o &quot;evoluzionisti&quot;, la distribuzione di buoni-scuola a livello  regionale, la parificazione di fatto fra istituti pubblici e privati, non sono solo contraddizioni fra &lt;i&gt;theoresis&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;praxis&lt;/i&gt;,  ma contraddizioni  insite nella stessa concezione educativa. Non tanto perché i modelli neo-liberisti della gestione scolastica, che destra e sinistra adeguatamente auspicano (e che considerano l&apos;istruzione una merce fra le tante, e nemmeno la più pregiata, e la scuola un&apos;azienda da cui trarre non il massimo profitto, ma il massimo risparmio), siano peggio dei modelli precedenti (e lo sono) ma perché comunque suddetti modelli vivono la contraddizione di esser partiti da una scuola di classe (quella della riforma Gentile) per ritornare al punto di partenza, con alcune modifiche dettate non già dall&apos;assunto pedagogico, ma da quello politico. Inteso nel senso aristotelico, però: di gestione della cosa pubblica, nella forma progressista e in quella conservatrice. Cosa che pubblica non è più, a cominciare dalla modificazione da &quot;Ministero della Pubblica Istruzione&quot;, in &quot;Ministero dell&apos;Istruzione&quot;.   
In altri termini, la scuola è la forma schizotimica che la società, nella sua matrice schizogenetica, produce: un sistema in cui ogni messaggio è contraddittorio al precedente e al susseguente, e spesso anche a sé stesso, indipendente dalla levatura (solitamente modesta) dei riformatori, dal loro credo politico, dal loro (minimo) carisma. Utilizzando le categorie di  David Cooper, se la schizofrenia è un sistema di crisi microsociale in cui le azioni di qualcuno sono invalidate da altri, fino a quando questo qualcuno viene diagnosticato prima malato di mente, poi in modo arbitrario, schizofrenico,  la scuola subisce un processo simile: la sua diagnosi è la sua malattia, la società che ha generato la sua frattura è la stessa che diagnostica il suo malessere e che cerca di ripararlo, senza comprendere che prima dovrebbe curare sé stessa.   
Ma per fortuna c&apos;è la fantascienza. Panacea di ogni nostro male, e oggetto del desiderio delle nostre &quot;macchine desideranti&quot;, la fantascienza non può mancare all&apos;appuntamento; preveggendo futuri paradossali nei confronti dell&apos;istituzione scolastica, che noi puntualmente analizzeremo a pari delle odierne nefandezze. Un esame, anche minimo, delle pagine che la fantascienza ha dedicato ai problemi della pedagogia meriterebbe un ponderoso volume: per cui ci limitiamo a giocare con alcuni casi, e con il loro corrispettivo (non fantascientifico).
Così, ai fautori della scuola delle &quot;tre I&quot; di berlusconiana osservanza, ai revisionisti clerico-fascisti e ai loro avversari marxisti-leninisti, ai creazionisti antidarwiniani, ai postulanti della privatizzazione, all&apos;inventore del &quot;numero verde&quot; per denunciare gli infiltrati comunisti fra i banchi, ai fondatori della scuola padana e ai teorici di quelle mussulmane, a quelli  che sostengono l&apos;inutilità della cultura classica o a scelta della cultura moderna, questo viaggio nelle scuole di oggi e domani é dedicato. Con la speranza che il Caos presto ci liberi della loro ingombrante presenza.   

&lt;b&gt;La scuola come parabola politica del reale, ovvero la scarsa importanza della cultura&lt;/b&gt;

Jerry Pournelle e Charles Sheffield non sembrano esattamente, dal punto di vista politico, i compagni con cui andremmo in giro a rifondare la cultura. La loro non altissima fama di scrittori nulla ha a che vedere con la loro visione conservatrice, se non reazionaria, della vita, ma comunque ci spiega parecchie cose. &lt;i&gt;Istruzione superiore&lt;/i&gt; (Higher Education, 1994) è un romanzo breve che mette a confronto due sistemi educativi: il primo, pubblico, demotivato e inefficiente; il secondo, privato e corporativo e molto efficiente sotto il profilo professionale. Un disegno che attraversa molta produzione letteraria e cinematografica yankee, e che va riletto nell&apos;ottica specifica di un sistema, quello USA, in cui la realtà delle scuole pubbliche è sempre di serie B, mentre le private sono quelle che funzionano. Esattamente l&apos;opposto di noi, insomma. Gli alunni con cui ho avuto il piacere di lavorare, e che venivano dagli States grazie ai meccanismi di scambio internazionale, erano sconcertati dal fatto che una scuola pubblica fosse così produttiva; &quot;ma voi studiate sul serio&quot;, era la loro espressione tipica. (Non rallegriamoci troppo; non sarà ancora così per molto). 
 	Negli USA la faccenda è diversa. Pournelle e Sheffield tracciano semplicemente la proiezione futura dell&apos;attuale situazione in cui versa la scuola americana: stipendi bassi, nessuna prospettiva di carriera, routine, massima burocrazia, sistemi di sorveglianza orwelliana.  Un&apos;immagine a cui sopratutto una certa filmografia yankee ci ha abituato. Gli studenti vanno a scuola per occupare il tempo e ottenere le sovvenzioni statali; non studiano, non imparano nulla, anzi, abituati all&apos;aiuto  di un &quot;lettore&quot; meccanico che legge i testi al loro posto, soli non sanno leggere se non a fatica. Inoltre la scuola é improntata ad una visione del &quot;politicamente corretto&quot; che ha rinunciato ad ogni limite di decenza.
Da questa scuola futura, il giovane Rick Luban, di sedici        anni, viene espulso per aver architettato uno scherzo ad un nuovo insegnante, che si  é ritorto invece contro una deputata in visita. Uno dei suoi insegnanti lo indirizza versa la Vanguard Mining, una compagnia mineraria spaziale che praticamente &quot;compra&quot; la sua tutela e lo manda in un periodo di addestramento sull&apos;asteroide MC-2. La Vanguard Mining, con l&apos;istruzione professionale, l&apos;esperienza sul campo, l&apos;abitudine al coraggio e alla decisione trasforma il giovane nullafacente in un futuro e produttivo minatore spaziale. Scopriremo alla fine che la Vanguard oltreché ad essere una compagnia  mineraria, é l&apos;avanguardia di una lotta contro la scuola pubblica e le sue disfunzioni. Agghiacciante, davvero.
Il tono del racconto che se ci riporta, da un lato, a tutto un filone efficientista della pedagogia statunitense, dall&apos;altro mantiene un antipatico sapore reazionario con questo mito della &quot;nuova frontiera&quot;; basti leggere l&apos;introduzione che i due autori hanno posto in esergo al racconto per comprendere quale sia la loro posizione in proposito:

&lt;i&gt;Negli ultimi vent&apos;anni gli Stati Uniti hanno mosso una guerra implacabile a qualsiasi simbolo della religione  occidentale, quella ebraico-cristiana. Questi simboli sono  esclusi dagli edifici pubblici, e nelle scuole  é vietato    accennare in qualsiasi modo alle origini religiose dei  &quot;valori&quot;. Quel che  peggio, la maggior parte delle scuole  insegna o cerca di insegnare che le varie culture e i vari  sistemi di valori sono praticamente equivalenti. Questo fa s che non solo si tollerino, ma addirittura si rispettino     pratiche che fino a pochi anni fa erano proibite dalla legge La  base morale di tutta la legge viene messa in discussione e  spesso definita carente. A quanto pare, siamo destinati a produrre una nazione di filosofi morali che arriveranno razionalmente a scegliersi un comportamento civile... e a produrre simili filosofi in scuole che non sanno neppure insegnare ai bambini a leggere.&lt;/i&gt;
              
	Questo sproloquio non esce dalla bocca di un qualche integralista pre-conciliare o di un militante di base della Lega Nord, non é un&apos;esternazione filo-americana da undici settembre, il proclama della guerra santa di Bush e  neppure l&apos;ultimo libro di Oriana Fallaci sulla superiorità dell&apos;Occidente. Benché modo e tono starebbero bene in bocca a ognuno di costoro, (e a molti esponenti dell&apos;opposizione, che continuano &quot;a sentirsi americani&quot;), il testo è il prodotto di due scrittori di fantascienza odierni. Il disegno - o il progetto - riguarda la distruzione o l&apos;autodistruzione della scuola pubblica, azienda non produttiva e quindi di peso, che deve esser dismessa (a ciò servono le  riforme) e dato in pasto alle privatizzazioni. La scuola del 2042 non funziona, ma se perde  la sua dimensione di scuola per diventare istruzione professionale, allora forma lavoratori e quindi uomini, in un&apos;equazione davvero discutibile, ma non troppo lontana dai vaneggiamenti di alcuni  politici nostrani che non conoscono la pedagogia o la  psicologia, ma solo i conti in banca; e il fatto che il  testo sia stato scritto nel 1994, non  sarebbe certo  incoraggiante se non sapessimo che, come ha dimostrato Martin Carnoy in &lt;i&gt;La scuola come imperialismo culturale&lt;/i&gt;, edito la bellezza di vent&apos;anni prima, il proliferare di scuole professionali negli States è da annoverarsi non al desiderio di migliorare la situazione dei futuri cittadini, quanto di preparare, in terre americane e in terre neocoloniali, un esercito di lavoratori un gradino qualificati al di sopra delle maestranze da schiavitù pura e semplice; ragion per cui, esaurito il colonialismo e il neocolonialismo, sfruttate fino al midollo le risorse terrestri, distrutti e poi abbandonati gli ecosistemi del Terzo Mondo, è logico pensare che la scuola professionale volga alla colonizzazione extramondo.
	Qualcuno dirà che in Italia non è così. Può darsi. La riforma Gentile, che spaccava gerarchicamente la scuola, venne accompagnata dalla riforma Bottai che da un lato ne modifcò alcuni punti, dall&apos;altro aumentò il dislivello di classe. Un settore per i quadri (i licei, con possibilità di accesso all&apos;università), uno per il basso ceto impiegatizio e le scuole (i tecnici e le magistrali), e uno per la plebaglia, la scuola professionale (allora &quot;avviamento professionale&quot;), il vero serbatoio degli esclusi: punti della riforma data per morta e spacciata con l&apos;accesso libero alle università e la seguente liberalizzazione dei piani di studio, che torna ora, grazie ai buoni uffici dei governanti, in un disegno che trasportando le competenze delle scuole professionali alla regione, oltreché ad abbassare ulteriormente il già basso livello di preparazione permetterebbe la dequalificazione dei tecnici, e la ripresa dei licei.  

&lt;b&gt;La scuola come spettacolo. Il buon insegnante fa diventare piacevole anche la lezione di matematica&lt;/b&gt;

E&apos; dell&apos;11 settembre 2004 un&apos;esternazione di Umberto Galimberti, apparsa su &lt;i&gt;Repubblica&lt;/i&gt;.  A proposito dell&apos;importanza di cominciare a insegnare filosofia dalle elementari, idea magnifica di per sé, assolutamente improponibile nella realtà. Ma  Galimberti, mediocre prefatore dell&apos;altrui pensiero, presenzialista a tutto tondo e uomo per tutte le stagioni che da ogni libro o rivista non manca di provocare, forse per dare uno spazio ad uno status di maestro di pensiero che nessuno gli riconosce, non è nuovo a queste sparate. Diciamo che dopo aver lavorato (per poco tempo) in prima linea, cioè nelle scuole, il Galimberti, indignato dalla &quot;regressione&quot; che stava subendo a contatto con i turbolenti ma infantili allievi, decise di passare all&apos;Università. Da allora non cessa di inveire contro la scuola e gli insegnanti. Lo rammento, felice come un topo nel formaggio, al convegno della Federazione Italiana Psicologi,  con tutto il suo codazzo di studenti, tirapiedi e ammiratori adoranti: ben lontano, appunto, dalla prima linea in cui i bersagli dei suoi strali vivono quotidianamente situazioni di degrado, di violenza e di inanità. Lo rammento ancora impegnato in altra succosa esternazione, comparsa sulle pagine de &lt;i&gt;L&apos;Espresso&lt;/i&gt; del 16 ottobre 2003, a seguito dell&apos; inchiesta IARD pubblicata nel numero precedente, sul problema del burn-out.  Il bispensiero (nel senso orwelliano) di Galimberti  raccoglieva allora una serie di banalità e di in-volontarie facezie (&lt;i&gt;Un ragazzino viene lasciato dalla morosa, patisce blocco emotivo e pensiero fisso, disisistima di sé e cosa vuole che faccia, che apra il libro di fisica?&lt;/i&gt;) in un crescendo che non si sapeva se definire più grottesco o surreale, il cui fine ultimo era la proposta di un &quot;test sulla personalità&quot; al docente. L&apos;idea di fondo era che capacità comunicative e di comprensione  e carisma fossero i punti nodali del lavoro scolastico (la preparazione, invece, &lt;i&gt;certo, conta anche quella. Ma per come la valutano adesso, voto di tesi ed esame di abilitazione, tanto vale lasciar perdere&lt;/i&gt;) e che gli eventuali docenti scarsamente provvisti di suddette qualità, previo giudizio di altri colleghi (&lt;i&gt;riconosciuti bravi&lt;/i&gt;), dovessero esser licenziati. Il fascismo, come tutti sappiamo, rese obbligatorio il giuramento degli insegnanti e i pochi che si rifiutarono persero il posto; il non meno morigerato Galimberti si limita a rendere obbligatoria la capacità di &quot;bucare il video&quot;, e di licenziare i meno telegenici, tanto la cultura non importa.  Qualcosa di meno del fascismo, ma più vicino alle prove di telegenia a cui i candidati per Forza Italia si sottomettono di buon grado e che determinano la loro assunzione. 
	In una nazione più civile della nostra una salva di risate avrebbe accolto queste tesi, ma noi non lo siamo  e le parole del &quot;filosofo&quot; pare abbiano sempre riscontri. D&apos;altra parte siamo  la nazione dove la politica non è più l&apos;arte di occuparsi della &lt;i&gt;polis&lt;/i&gt;, ma piuttosto quella di sostituire alla cura l&apos;abbandono, e di sostituire alle ideologie l&apos;immagine. Se dal presidente del consiglio in giù si avanza a colpi di mass media, è ovvio che i maestri di pensiero non si facciano intenerire e che anzi debbano, da bravi buoi, mettersi di fronte al carro, più realisti del re; e che naturalmente qualcuno si accodi, con l&apos;ennesima inchiesta sulla scuola, da cui si evinceva che gli studenti desiderano maggiormente dai loro insegnanti non la cultura, ma il carisma televisivo. Comunicazione, ascolto, leaderismo, e così via, l&apos;allineamento  alle parole di Galimberti avrebbe fatto pensare ad un corto circuito mediatico, ad un&apos;azione concertata, se non avessimo saputo che la direzione che la nostra società prende è quella del vuoto di idee, a cui l&apos;immagine si sostituisce. 
Ma a dispetto del suo desiderio di stupire, Galimberti non ha inventato nulla.  Ci aveva già pensato Llyod Biggle jr., autore misconosciuto quanto brillante, in &lt;i&gt;La  professoressa marziana&lt;/i&gt; (And madly teach, 1966) un racconto profeticamente attuale.  
        In una società che  è essenzialmente spettacolo - significante ma senza significato, immagine senza contenuto, fenomeno senza cosa-in-sè, forma senza essenza - anche la scuola diventa spettacolo: è la Scuola Nuova, l&apos; insegnamento via etere. Compiti e interrogazioni e ogni tipo di valutazione sono stati eliminati, ma viene fatta una valutazione, il Trendex, che registra in pratica l&apos;audience di ogni corso. Mildred Boltz, insegnante di inglese per venticinque anni su Marte, per motivi di salute si trasferisce sulla Terra e si trova dinnanzi anziché una classe uno studio televisivo, cinque ore di lavoro settimanali e quaranta di preparazione all&apos;insegnamento via tivu. Naturalmente, il suo Trendex  è scarsissimo; e così assiste alle registrazione delle lezioni dei suoi colleghi. In questo senso, il punto culminante del racconto  dato dalla descrizione della signorina McMillan, l&apos;insegnante di  inglese: 

&lt;i&gt;La signorina McMillan era una bionda attraente, che vista di profilo mostrava una serie di curve sensazionali. La bionda sorrise, scrollò la testa, e fece il gesto di ritirarsi. - Bé, visto che siamo tra amici.. - disse poi. La camicetta sparì, subito seguita dalla gonna, e l&apos;insegnante rimase davanti allo schermo in un provocante due pezzi. La telecamera sottolineò l&apos;oro e il rosso della sua figura mentre la signorina McMillan veniva avanti con un passo di danza. Mentre passava, sempre con passo danzante, accanto alla cattedra, premette il tasto che inquadrava la lavagna. - Ora, carissimi,  tempo di metterci al lavoro - disse. - Eccovi la prima frase. - Lesse a voce alta mentre scriveva alla lavagna: - L&apos;uomo... percorreva... la strada... Percorreva, indica l&apos;azione dell&apos;uomo, la strada  il complemento oggetto. Che definizione buffa, vero? Mi seguite?&lt;/i&gt;  
         
	Il Trendex rileva la (televisiva) frequentazione dei corsi, e alla signorina McMillan non resta che portare avanti un mezzo spogliarello per ogni lezione (ma, come fa notare uno dei tecnici tv, appena gli allievi capiranno che non vuole lasciar cadere il reggiseno, sarà il suo Trendex a cadere); ma anche gli altri insegnanti non sono da meno: uno mima la commedia che deve spiegare e tiene in equilibrio il gesso sul naso, l&apos;altra  schizza caricature, il terzo s&apos;impegna in giochi di prestigio. Alla signorina Bolz, che fa lezione &quot;tradizionalmente&quot; e parla di Shakespeare, non resta che riunire i suoi pochissimi allievi in una classe e cominciare una crociata contro la Scuola Nuova.  A molti di noi la signorina Bolz ricorderà il benemerito maestro Alberto Manzi, che alfabetizzò dagli schermi della televisione pubblica, con la trasmissione &lt;i&gt;Non è mai troppo tardi&lt;/i&gt;, un gran numero di persone che per buoni motivi e seri (lavoro, guerra, etc., nulla  che fare con la poca voglia di studiare che il paternalismo odierno chiama &quot;dispersione scolastica&quot;) non erano andati a scuola, ma a Galimberti ai galimbertiani  forse più che la signorina Bolz e il maestro Manzi interessa la scuola come spettacolo. 
Perché ognuno di noi conosce chi gli ha narrato di come un leggendario insegnante delle superiori, solitamente più furbo degli altri,  abbia reso piacevole e interessante la partita doppia e semplice, i carmi di Orazio e la consecutio temporum, le disequazioni di primo o secondo grado, l&apos;aoristo attivo e passivo, i galli di Manzoni e la guerra dei cent&apos;anni o la dialettica hegeliana. In realtà, la memoria riaggiusta, rimaneggia e inganna e per ogni infelice adolescente che uno di noi è stato, c&apos;è un adulto che racconta una storia non vera che la sua memoria ricostruisce. Certo, un tempo la scuola era più dura che ora, ma comunque un ente educativo; mentre ora  si appresta a divenire  un mondo totalmente sganciato dalla realtà, dove la trasmissione del sapere  legata al gradimento da parte dell&apos;allievo (che oramai comanda) e dei suoi genitori (che imperversano) nei confronti di un insegnante che deve cercare di accattivarsi le simpatie degli allievi, é ciò che i galimbertiani vogliono. Le balzane idee sulla necessità di concordare i voti con gli interrogandi,  i panegirici sulla &quot;comprensione&quot; dei &quot;problemi degli alunni&quot;, gli inutili blateramenti sulla &quot;trasparenza&quot;, l&apos;eliminazione dei &quot;sette&quot; in condotta, il concetto di &quot;contenimento&quot; e non della &quot;punizione&quot; del bullismo, il complesso meccanismo che rende di fatto impossibile la sospensione, l&apos;orientamento pubblicitario alle medie e così via, non sono altro che mezzi per aumentare l&apos;equivalente nostrano del Trendex, e le fantasie mediatiche di Galimberti sulle commissioni giudicatrici, ma anche il banco di prova per prepararsi al momento della massiccia e totale privatizzazione delle scuole in cui sarà il mercato a finanziare l&apos;istruzione, cosicchè la già alta percentuale dei promossi diverrà plebiscitaria. Allora tutte le materie, con altrettante signorine McMillan, diventeranno piacevoli (dal momento che non si farà più un accidente a scuola) ma tutti noi  avremo imparato a tenere in equilibrio il gessetto sul naso. In attesa, cominciamo pure ad addestrarci... i galimbertiani di turno lascino perdere,  lo sanno già fare.

(&lt;b&gt;Continua&lt;/b&gt;)

 
</text_more></entry>
<entry id='1210' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1210' author_id='12' authored_on='20050207015452' basename='il_cuore_nel_pozzo_fojba_2000' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050207015452' modified_on='20050207021730' ping_count='0' status='2' title='&quot;Il cuore nel pozzo&quot;? &quot;Fojba 2000&quot;!' week_number='200506'><text>&lt;img alt=&quot;tetris.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/tetris.jpg&quot; width=&quot;102&quot; height=&quot;262&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;right&quot;&gt;di &lt;b&gt;Wu Ming&lt;/b&gt;, tratto da &lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/giap2005.htm&quot;&gt;Giap&lt;/a&gt; n.5, VIa serie, 7 marzo 2005

Reduci dalla visione del primo episodio de &lt;b&gt;Il cuore nel pozzo&lt;/b&gt;, ne scriviamo. 
Ci siamo sorbiti gli &quot;italiani brava gente&quot; che sembrano capitati lì per caso, il repubblichino buono e &quot;pacifista&quot; , i partigiani sadici e vampireschi, il solito prete, l&apos;uso dei bambini come &quot;scudi umani&quot; mentre si fa bieca propaganda... 
Non una parola sull&apos;italianizzazione forzata, sul razzismo anti-slavo, sui massacri compiuti dai nazifascisti fino a pochi giorni prima. Tra questi ultimi non poteva non esserci il personaggio interpretato da Beppe Fiorello. Ci viene presentato quasi come uno sfollato post-Armistizio, ma qui non siamo nel &apos;43, siamo nella primavera del &apos;45. Quindi è un repubblichino. Quando parla dei suoi compagni morti in azione, a quale azione si riferisce? Rappresaglie? Rastrellamenti? Incendi di villaggi?
E i pochi slavi &quot;buoni&quot;? Le classiche eccezioni che confermano la regola: buoni &lt;i&gt;benché&lt;/i&gt; slavi, ma soprattutto: buoni perché sufficientemente &lt;i&gt;italianizzati&lt;/i&gt; (cioè, anche se nella fiction non viene mai detto, &lt;u&gt;collaborazionisti&lt;/u&gt;: una è la fidanzata del repubblichino di cui sopra!). 
Da questi ultimi, oltreché dal prete, tocca sorbirsi implausibili pistolotti antirazzisti, come se in quelle terre (nel frattempo annesse al Reich) nazionalismo e razzismo avessero fatto capolino con la Resistenza... </text><text_more>I timori degli antifascisti istriani e delle comunità slovene di qua e di là dal confine erano pienamente giustificati. Non lo erano invece i timori di certi figuri della destra, per i quali &quot;Il cuore nel pozzo&quot; non era abbastanza schierato ed era addirittura eufemistico nel denunciare i crimini dei partigiani. Costoro non si preoccupino, lo sceneggiato risponde pienamente alle loro esigenze.

[Il regista Alberto Negrin, qualche anno fa, aveva diretto la fiction su Giorgio Perlasca. Alla luce di quanto ci ammannisce ora, sospettiamo che l&apos;intento fosse accendere i riflettori sull&apos;occasionale fascista buono, uno che imboscava i deportandi anziché aiutare a metterli sui treni, così da aprire la strada a nuove, interessanti riletture. Si veda la recente dichiarazione del camerata Gramazio, secondo cui persino Giorgio Almirante - capo-redattore della rivista &quot;La difesa della razza&quot; - era un salvatore di ebrei.]

Le foibe, è palese, vengono usate come &quot;diversivo&quot; da parte della destra al governo, e per giunta diversivo pre-elettorale, come se a guidare la GAD o la FED o come cazzo si chiama non ci fosse Prodi bensì Josip Broz detto &quot;Tito&quot;. 
Madornali idiozie vengono scritte e ripetute in modo ossessionante, come quella del &quot;silenzio&quot; su quegli eventi. Accade lo stesso per i fatti successi più a Ovest, il &quot;Triangolo rosso&quot; etc. Ogni volta si ricomincia da capo. Complice il Pansa di turno, par sempre di assistere a una scoperta nuova, anche al trecentesimo libro (scientifico o sensazionalistico che sia), al cinquantamillesimo scoop, alla miliardesima puttanata detta in tv. 
Tutto questo fingere che a Trieste e in Istria non sia successo nulla prima del &apos;45 fa venir voglia di rispondere con lo humour nero, come qualche anno fa &lt;b&gt;Mladina&lt;/b&gt;, la rivista satirica slovena. 
Estate 2000: &quot;Mladina&quot; mette on line un videogame modellato sul Tetris, solo che l&apos;ambientazione è l&apos;orlo di una cavità carsica e i mattoncini da far scendere sono - a scelta - cadaveri di &lt;i&gt;domobranci&lt;/i&gt; (miliziani filo-nazisti) o di partigiani titini. 
Già questa ironica forma di &quot;par condicio&quot; (in realtà aderente alla realtà storica, dato che nelle foibe furono gettati &lt;i&gt;prima&lt;/i&gt; sloveni e antifascisti e &lt;i&gt;poi&lt;/i&gt;  nazi e collaborazionisti) dovrebbe far drizzare le orecchie, ma gli italiani che passano di là - su imbeccata di qualche fascistone giuliano - non sanno lo sloveno né conoscono la storia. La parola &quot;domobranci&quot; è per loro un mistero. 
Il gioco viene scambiato per un attacco all&apos;Italia, all&apos;Italianità e chi più ne ha più ne metta, anche se in &lt;b&gt;Fojba 2000&lt;/b&gt; non figurano italiani: le vittime virtuali - di destra e di sinistra - sono tutte slave. 
A rigore, uno che non sappia chi erano i &lt;i&gt;domobranci&lt;/i&gt; non dovrebbe avere il diritto di aprir bocca sulle foibe, tantomeno di scandalizzarsi per quanto avvenne in quelle zone. Ma questo fa parte del problema: nessuno sa un cazzo, e chi più apre bocca per darle aria è proprio chi meno sa.
Per farla breve, scoppia un grande scandalo al di qua del confine, e il bello è che dalla messa on line sono già passati diversi anni. Come sempre è tutto un cadere dalle nuvole, un finto rimanere a bocca aperta, un artificioso indignarsi. Il ministro per l&apos;innovazione tecnologica Lucio Stanca chiede alla Farnesina di &quot;attivare i canali diplomatici affinché venga posta alle autorità slovene l&apos;esigenza di oscurare subito l&apos;offensivo e vergognoso gioco&quot;. Le autorità slovene, giustamente, se ne fottono.
A sfuggire è il contesto. &quot;Mladina&quot;, con pazienza, lo spiega:
  
&quot;&lt;i&gt;Il gioco rifletteva il clima politico dell&apos;estate del 2000, quando un esecutivo di centrodestra aveva sostituito il governo di Janez Drnovsek. Il premier era Andrej Bajuk, sloveno ritornato in patria dall&apos;Argentina, che non ha mai nascosto le sue simpatie per i domobranci e l&apos;ostilita&apos; per tutto cio&apos; che ricordava l&apos;epoca di Tito. Il suo governo duro&apos; solo sei mesi, nell&apos;ottobre del 2000 fu sconfitto dalla coalizione di centrosinistra che riporto&apos; al governo Drnovsek. Nella presentazione ci si riferiva, infatti, alle elezioni imminenti. &apos;Offriamo ai lettori di Mladina un singolare attrezzo di fitness per un allenamento preelettorale&apos;&quot;&lt;/i&gt;

Il gioco è &lt;a href=&quot;http://www.mladina.si/projekti/igre/fojba2000/&quot;&gt;qui&lt;/a&gt; (per giocare cliccate su &quot;Torej&quot;).

Se invece di giocare on line lo volete scaricare, cliccate &lt;a href=&quot;http://www.thekey.it/modules.php?name=Downloads&amp;d_op=getit&amp;lid=18&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;. 

Per chi invece non predilige lo humour nero, oppure a integrazione di quest&apos;ultimo, c&apos;è il bel libro di Claudia Cernigoi, uscito nel 1997 per le edizioni Kappa Vu di Udine, oggi &lt;a href=&quot;http://www.cnj.it/foibeatrieste/&quot;&gt;disponibile gratis on line&lt;/a&gt; per iniziativa dell&apos;editore e dell&apos;autrice. Si chiama &lt;i&gt;Operazione foibe a Trieste: come si mistifica la storia&lt;/i&gt;
Cernigoi smonta, col metodo e gli strumenti dello storiografo serio, le leggende, esagerazioni e falsità della propaganda di destra su questo tema.
Chi non ha molto tempo a disposizione può rivolgersi a un testo più breve (in pdf), &lt;a href=&quot;http://www.anpi.it/patria_2004/08-04/17-18_VINCENTI.pdf&quot;&gt;un articolo di Federico Vincenti&lt;/a&gt; apparso su &quot;Patria Indipendente&quot; (la rivista ufficiale dell&apos;ANPI) nel settembre 2004.

Non possiamo competere con la potenza di fuoco di uno sceneggiato trasmesso in prime time da Rai1. Ma la guerra non è soltanto potenza di fuoco, men che meno la guerra culturale. </text_more></entry>
<entry id='1211' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1211' author_id='4' authored_on='20050207040624' basename='creative_writing_lo_stile_letterario_di_giuseppe_bonura' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050207040624' modified_on='20080105172754' ping_count='0' status='2' title='Creative writing: lo stile letterario di Giuseppe Bonura' week_number='200506'><text>di &lt;b&gt;Valerio Evangelisti&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Bonura.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Bonura.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;140&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;&lt;em&gt;Tagliate la testa ai vostri nemici. Non per avere dei nemici senza testa, ma per dimostrare quanto essa fosse vuota.&lt;/em&gt;
Lev Trockij

Sarebbe buona norma che uno scrittore non replicasse mai ai suoi critici. Se però il critico in questione, nella sua lunghissima carriera, ha sfornato una sfilza di romanzi al ritmo di due o tre allanno, inclusa una sorta di manuale di astrologia in forma epistolare, e nessuno di essi ha avuto fortuna, per caso o per necessità, il discorso cambia completamente. Perché, se costui si diverte a stroncare il lavoro dei propri colleghi (visto che sono tali), i casi sono due: 1) o ciò che scrive ha qualità preclare, che giustificano la posizione di superiorità che assume; 2) o non le ha, e allora il suo è un caso di malcostume editoriale.</text><text_more>Dico subito che Giuseppe Bonura, il critico / scrittore di cui parlo, rientra decisamente nella prima categoria: quella di chi è giustificato, per statura intellettuale indiscutibile e per straordinarie capacità stilistiche, a gettare fango su chi fa il suo stesso mestiere. Confesso che inizialmente non lo credevo, poi ho dovuto arrendermi alla verità, per me molto amara.

&lt;b&gt;Il Maestro e i debosciati&lt;/b&gt;

Per i pochissimi che non lo conoscono, dirò che Bonura è il principale critico letterario del quotidiano &lt;i&gt;Avvenire&lt;/i&gt;, con regolari incursioni su &lt;i&gt;Il Giorno&lt;/i&gt; e altre testate. Che la sua già cospicua opera narrativa si è arricchita, nellanno appena trascorso, di due romanzi (&lt;i&gt;I barboni della regina&lt;/i&gt;, ed. Aragno; &lt;i&gt;Limpurità&lt;/i&gt;, ed. Passigli) e di una di raccolta di poesie (&lt;i&gt;Fammi nsunnari&lt;/i&gt;, ed. Passigli); che detesta la paraletteratura di Lucarelli &amp; Compagni, come li chiama (e dunque, in teoria, sarebbe un nemico naturale di &lt;i&gt;Carmilla&lt;/i&gt; e mio, visto che sono autore di due volumi di saggi proprio in difesa della paraletteratura); che giudica chi mi legge incapace di distinguere un libro da un elenco telefonico; che analoghi giudizi ama sparare a destra e a manca, contro minimalisti, splatter, cannibali coi denti o senza denti, stephenkinghiani, liberostilisti, americanofili rimbambiti, fernandopivaneschi con la mania del cocktail party e delle tre mogli divorziate da mantenere (per cui si è, ipso facto, grandi scrittori), giallisti lividi, neristi indefessi, criminalisti sadici ecc. (G. Bonura, &lt;i&gt;Attenzione, stanno prendendo sul serio la paraletteratura&lt;/i&gt;, in &lt;i&gt;Stilos&lt;/i&gt; / &lt;i&gt;La Sicilia&lt;/i&gt;, 26 agosto 2003). Né, ovviamente, si salvano dalle bordate i suoi colleghi critici, definiti di volta in volta incapaci, ebbri, incompetenti e così via.
Cè tanto di vero, nelle parole che ho citato (che, si badi, Bonura riferisce agli autori &lt;i&gt;italiani&lt;/i&gt; di narrativa di genere, in cui include la sadica Simona Vinci e persino Umberto Eco). Io ho sempre criticato labitudine di Loriano Macchiavelli di passare da un coktail party allaltro, e sospetto ancora che Marcello Fois, apparentemente fedele a una sola moglie, ne nasconda altre due o tre da qualche parte, cui passa segretamente gli alimenti. Per non dire della palese americanofilia di Massimo Carlotto, giramondo fernandopivanesco se mai ve ne furono. Non confesso le mie colpe personali perché sono notoriamente un &lt;i&gt;viveur&lt;/i&gt;, e passo con indifferenza dal salotto bene allorgia nella villa aristocratica.

&lt;b&gt;Bologna 1975&lt;/b&gt;

La giusta reprimenda del critico di punta di &lt;i&gt;Avvenire&lt;/i&gt; mi ricorda unanimata assemblea nella facoltà di Scienze Politiche di Bologna, verso la metà degli anni Settanta. Un esponente di Comunione e Liberazione, rimasto a corto di argomenti, additò noi dei collettivi universitari e gridò, con voce strozzata, queste esatte parole: «E poi lo sappiamo bene che passate la notte nei night club, a sputtanarvi i milioni con le puttane!» La cosa suonò tanto assurda, alle nostre orecchie, che sulle prime non sapemmo nemmeno cosa replicare, prima di scoppiare in una risata colossale. Pochi anni dopo gli avremmo scandito il noto ritornello Scemo! Scemo!». Eppure il tizio magari aveva ragione. Non per il presente, ma in riferimento al futuro tetro e immorale di quanti di noi sarebbero divenuti scrittori.
Ma, a parte gli insegnamenti di vita, sempre preziosi, avevo promesso di soffermarmi sul magistero di Giuseppe Bonura quale campione di prosa, che di continuo invoca i suoi numi tutelari Pirandello, Calvino, Gadda e Sciascia, come se, in forma ectoplasmatica o per invasamento, guidassero la sua penna. Prenderò quale esempio uno scritto breve che mi ha sedotto fin dal titolo: &lt;i&gt;Il mio viaggio alla ricerca della tragedia&lt;/i&gt;. Il viaggio cui Bonura fa riferimento ebbe per meta la Sicilia; e non a caso il pezzo è apparso su un fascicolo speciale di &lt;i&gt;Stilos&lt;/i&gt;, supplemento letterario del quotidiano &lt;i&gt;La Sicilia&lt;/i&gt;, intitolato &lt;i&gt;Visti da lontano&lt;/i&gt; (29 dicembre 2004).

&lt;b&gt;Tra il pimpar delle sirene&lt;/b&gt;

Una ricerca della tragedia in contesto siciliano fa pensare alle rovine di antichi anfiteatri e alla cultura greca impiantata nellisola. Bonura, però, non ci rivela subito se sia quella la meta della sua trasferta, azzardata nel 1952 (quando, ci spiega, giocava da mezzo sinistro nella Vis Pesaro). Intrapresa del resto controvoglia:
Non volevo andare, recalcitravo, mi immusonivo. La mia pigrizia si rifiutava di intraprendere un lungo viaggio. E poi era agosto e Numana, dove allora abitavo, mi offriva tutto il suo mare e le sue pimpanti villeggianti, che mi chiamavano dagli scogli con le loro fresche braccia.»
Da notare queste villeggianti pimpanti che, assise sugli scogli, allettano Bonura come le sirene facevano con Ulisse. [Questa è una costante della prosa del critico di &lt;i&gt;Avvenire&lt;/i&gt;, presente in quasi tutta la sua narrativa. Cè una dovizia di donne più o meno pimpanti che assediano di continuo la mente, e forse anche il corpo, di Bonura e dei suoi personaggi, come una rosea nube.] Scopriamo così il primo dei segreti narrativi del Maestro. Non dice di essere eccitato dalle belle turiste seminude sulla spiaggia, come farebbe uno scrittore volgare. No. Ricorre a una metafora dagli echi omerici. Magari lo scribacchino di genere confesserebbe di essere attratto da altre parti anatomiche delle ragazze sugli scogli. Bonura no: lui si dice attratto solo dalle fresche braccia. 
A parte Bonura, nella narrativa italiana moderna troviamo, su questa via stilistica, un precedente, Luigi Capuana (dunque Pirandello, Calvino, Gadda e Sciascia sono richiamati strumentalmente, per non parlare di Pasolini o Moravia, evocati di tanto in tanto) e un solo epigono: Melissa P., anche lei generosa di metafore classiciste. Un incontro tra Giuseppe Bonura e la siciliana Melissa P., se letà dei due non fosse così distante, sarebbe esplosivo. Resta il lascito intellettuale del primo alla seconda, e un consiglio allaspirante scrittore: in campo erotico, la metafora alla Pierre Louys paga più del realismo (i mancati incassi di Bonura sono andati alla sua inconsapevole discepola).
Chiusa la digressione, è tempo di tornare alla spedizione del Nostro in Sicilia, alla ricerca della tragedia. Il primo impatto con lisola pare essere positivo, tra affetto dei consanguinei e numero e qualità di pimpanti ragazze locali. Ma

&lt;b&gt;Il nespolo a cui tendevi la pargoletta mano&lt;/b&gt;

Ma io che avevo letto Pirandello e già pianto sulle pagine di Verga, non mi fidavo. In qualche luogo doveva esserci la tragedia, la cava di Rosso Malpelo, il coltello di compare Turiddu, i cavalli che ridono con il carro funebre a traino, il treno che fischia nella notte desolata, il palazzaccio di mastro don Gesualdo, un nespolo amaro, un pozzo nero, una giara crepata.»
Righe pregne, queste. Non solo di contenuto informativo (Bonura ci fa sapere di avere letto molto, e persino ascoltato Mascagni), ma anche di aggettivazione. La notte desolata, il nespolo amaro, la giara crepata. Stona solo un poco quel pozzo nero, che oggi ha un significato ben preciso, non equivalente allimboccatura della miniera di Rosso Malpelo. Viene da chiedersi se, tra i profumi di Sicilia che ancora sollecitano lolfatto di Bonura, non si mescolino anche odori tuttaltro che gradevoli.
Penso di no. Con abile allusione, quasi di tipo subliminale, Bonura ha voluto aggiungere allelenco delle proprie letture anche lintero catalogo delle raffinate edizioni Neri Pozza. Un espediente sottile. Insomma, ormai lo sappiamo: tra cavalli ridenti e treni che fischiano, pur non essendo più gli stessi del tempo del Fu Mattia Pascal (e cosaltro potrebbero mai fare i treni, se non fischiare? Perché ci portiamo in stazione i tappi per le orecchie?), il Nostro ci fa sapere che leggeva un casino (come direbbero i famigerati cannibali), magari piangendo per intere notti desolate. Con ciò raddoppia il rispetto che portiamo nei suoi riguardi.

&lt;b&gt;Piovono vasi da notte&lt;/b&gt;

Ma ecco che, col prosieguo del viaggio di Bonura, ci avviciniamo vieppiù alla Sicilia tragica (sto tentando di imitare, come si noterà, il vocabolario del Maestro). Siamo in un villaggio chiamato Mirabella Imbeccari. Pieno di insidie impreviste, che però non turbano il viaggiatore, ma anzi gli ispirano acute riflessioni:
E anche quando rischiai di prendermi un vaso da notte in testa, debitamente pieno di liquami, non mi scandalizzai. Anche nella mia regione di papi e cardinali [le Marche, &lt;i&gt;n.d.r&lt;/i&gt;.], gli orinali svuotati dalla finestra non erano rari, come del resto gli scherzi da prete. Doveva ancora arrivare il famoso miracolo economico, che riempì le case degli italiani di bagni e di deodoranti, illudendoli di essere usciti dalla secolare civiltà agricola. Ci vuole ben altro che uno sciacquone per incivilire i costumi.
Qui si nota la vena moralistica (in senso buono) del Bonura, che non perde occasione per impartire lezioni opportune a chi lo legge. Gli italiani che si ritrovano, dopo il cosiddetto boom degli anni Sessanta, la casa piena di deodoranti e di bagni (personalmente ricordo piuttosto una corsa agli elettrodomestici, ma forse Emilia-Romagna, Marche e Sicilia hanno conosciuto storie diverse), restano contadini nellanima, malgrado la sorprendente introduzione dello sciacquone. Oggi lo si è scordato, ma è notorio che, come ci conferma Bonura, la cesura tecnologica tra anni Cinquanta e anni Sessanta, tra crisi post-bellica e miracolo economico, fu prodotta dallavvento del wc. Prima ci si sbarazzava delle feci con lausilio di secchi dacqua, mentre fuori delle finestre fischiavano le locomotive. E tuttavia, negli italiani deodorati, linciviltà contadina rimase impressa.
Abbiamo di fronte un Bonura smagliante, direi pasoliniano, che schiva i vasi da notte debitamente pieni di liquami, però nel frattempo si interroga sulla valenza sociologica del fenomeno, alla ricerca dei tempi lunghi di braudeliana memoria. E simultaneamente  qui sta la grandezza  pone una seconda costante della sua narrativa. La prima erano le bagnanti pimpanti dalle fresche braccia. La seconda è la cacca. Già adombrata nel criptico riferimento ai pozzi neri, la troviamo spiattellata nellepisodio che anticipa la scoperta del lato tragico della Sicilia. Conviene riferirlo per intero.

&lt;b&gt;E adesso, poveruomo?&lt;/b&gt;

Una mattina appunto che ero tra i radi alberi con la famigliona a ranghi serrati, sudato e felice, mi prese la nostalgia di una nuotata. Forse anche la vanità di mostrare il mio talento di tuffatore. Detto e fatto, mi spoglio e in mutande mi butto. Fu come se mi fossi immerso a un pelo da un iceberg. Un freddo glaciale mi frustò il corpo, reagii dibattendomi con le braccia, scompostamente, volevo resistere, la mia esibizione stava andando a pallino. Resistetti poco e uscii tremante e livido, cercando subito i pantaloni e la camicia per asciugarmi. Conclusione, mi presi una febbricola che mi accompagnò dappertutto fino alla fine del nostro soggiorno. E insieme alla febbricola, una dissenteria che mi impedì di gustare la cucina siciliana.»
Si può notare come la narrazione, sin qui pacata, assuma dimprovviso tinte drammatiche e ritmi sincopati. Trepidiamo tutti per il tuffatore che, tra i radi alberi (gli alberi radi appartengono alla paraletteratura), si esibisce in mutande a beneficio della famigliona e, appena in acqua, prende a mulinare scompostamente le braccia. Ci verrebbe voglia di gridargli di non fare ciò che farà subito dopo, vale a dire di infilarsi pantaloni e camicia per asciugarsi con quelli. Ma non facciamo in tempo, e Bonura si ritrova addosso i vestiti già inzuppati di sudore, bagnandoli del tutto. Diciamocelo, la febbricola se lè andata a cercare. Come anche la diarrea che lo perseguiterà per il resto del tempo. Ma, mentre i parenti si abbuffano sotto i suoi occhi di prelibati piatti siciliani, lui soffrirà in silenzio, meditando, tra una corsa in bagno e laltra, su quanto si sia trovato vicino al pozzo più nero di tutti: Capii che non ero morto sul colpo perché non era ancora la mia ora. Constatazione indubbia: era infatti lora della diarrea.

&lt;b&gt;Knock, o il trionfo della medicina&lt;/b&gt;

Siamo dunque ormai in prossimità della tragedia che Bonura era sceso a cercare in Sicilia? Non ancora. Levento è temporaneamente scongiurato da un incontro che il Nostro insaporisce abbondando in utili dettagli:
Solo a Catania, in visita da altri miei zii, un mio cugino medico, guardandomi con occhio clinico, mi costrinse ad ascellare il termometro, lo controllò, quasi impallidì, mi somministrò delle medicine per disinfettare lintestino, un antipiretico, e mi costrinse a letto per un giorno almeno.»
Be, diciamo che per chi è stato a un passo dalla morte poteva andare peggio, come testimonia il pallore improvviso di chi lo cura. Ma non soffermiamoci su questo. Alla ricerca di insegnamenti stilistici, ci siamo appena imbattuti in uno dei più preziosi che Bonura ci regali, in questo suo scritto.
Naturalmente non mi riferisco alla metrica imperfetta, eppure degna di un &lt;i&gt;limerick&lt;/i&gt;, della frase un mio cugino medico, guardandomi con occhio clinico (&lt;i&gt;Un mio cugino medico / con il suo occhio clinico / mi dà un antipiretico / perché non caghi più&lt;/i&gt;). No, quel che felicemente stupisce è lespressione ascellare il termometro. Ecco che finalmente la devozione di Bonura a Gadda, e magari a Mastronardi, ad Auguste Le Breton e ad altri innovatori della lingua, balza allo scoperto. Ascellare, nellaccezione bonuriana, vuole chiaramente dire mettere sotto lascella. Geniale, e degno di reverente imitazione. Così diremo ginocchiare nel senso di mettere sotto il ginocchio, o sederare&quot; nel significato di mettere sotto il sedere. Un uomo colto ma molto basso, che per raggiungere dalla poltrona il piano del tavolo vi collochi a mo di cuscino alcuni libri di qualità che ha in biblioteca, si sedererà gli ultimi romanzi di Giuseppe Bonura. Beato lui. Cosaltro troverebbe, di più degno a sederarsi?

&lt;b&gt;Il giorno della cunetta&lt;/b&gt;

E, finalmente, arriva la tragedia tanto attesa:
Al ritorno da Catania, in corriera, accadde qualcosa che mi indusse a ricredermi sullidillio della Sicilia. La corriera prese improvvisamente fuoco. Io ero seduto agli ultimi posti, vidi le fiamme salire dal pavimento e venirmi incontro dal corridoio. Spalancai la portiera e mi gettai a terra, allontanandomi rapidamente, mentre altra gente mi seguiva sbracciandosi e inviando improperi contro i fantasmi.
Lepisodio è in effetti tragicissimo, considerato che chi lo racconta soffriva ancora di diarrea, ma la dinamica è incerta. Spalancata la portiera, Bonura si getta a terra, e già ce lo vediamo sdraiato a pancia in giù sul suolo (magari temeva che la corriera scoppiasse). Solo che subito dopo, senza soluzione di continuità, si allontana rapidamente. I casi sono due: 1) o striscia rapidissimo sul suolo a mo di ramarro; 2) o la portiera era talmente alta, rispetto al terreno, da costringerlo a gettarsi invece di scendere normalmente; 3) o la descrizione è terribilmente goffa. Elimino la terza ipotesi, ma resto incerto su quale scegliere tra le prime due.
Sta di fatto che viene seguito, sul suo cammino, da una folla che si sbraccia inveendo contro i fantasmi  dove per fantasmi credo che non si debbano intendere gli spettri in senso proprio, bensì gli ignoti incendiari della corriera. Che, peraltro, Bonura individua subito: E intanto, tra una parola e laltra, emergeva per me una verità inaudita. Qualcuno aveva tentato di ammazzare un suo nemico, arrostendolo. E già che cera, non potendo isolare la vittima, aveva pensato di allestire una bella grigliata di carne umana.
A chi scrive è capitato di trovarsi su un treno che prendeva fuoco, e su una macchina che minacciava di farlo, senza per questo congetturare che il KGB volesse eliminare un singolo passeggero. Ma è chiaro che al Bonura da viaggio il contesto siciliano suggerisce immediatamente lipotesi più ardita. Impotente a sorprendere da solo il bersaglio (che peraltro non si direbbe adotti troppe precauzioni, visto che usa i mezzi pubblici), la mafia ha collocato sotto la corriera un probabile ordigno a tempo, destinato a bruciare veicolo e passeggeri, oltre alluomo da colpire. E infatti noto che la mafia, negli anni 50, tentava di suscitare il maggiore clamore possibile, ansiosa di ottenere il massimo di pubblicità.
Ma la versione del Nostro ottiene lassenso dei consanguinei: Raccontando a casa il fattaccio, i miei parenti annuirono in silenzio, chinando il capo. Nessuno che avanzi lipotesi di un  radiatore difettoso o di un pneumatico consunto, arroventato dalle cattive condizioni del manto stradale.
E proprio tempo di lasciare la Sicilia.

&lt;b&gt;La fontana malata&lt;/b&gt;

La parte finale del racconto di Bonura sorprende un poco, perché nessun filo logico la collega con quanto ci ha narrato in precedenza. Comincia così a parlarci, di punto in bianco, di tale zio Salvatore che rimpiangeva il servizio prestato, in veste di fattore, presso un conte toscano latifondista. Questo Salvatore, col suo lavoro, non si arricchì abbastanza. E immagino il suo rimpianto e il suo muto pianto quando, negli anni Sessanta, fu costretto a emigrare con tutta la sua famiglia a Busto Arsizio, dove peraltro fece fortuna.
Prevengo lobiezione del lettore grossolano: e a noi cosa importa di zio Salvatore? In effetti meno di niente, se non fosse che Bonura lo ha preso a pretesto per introdurre nella sua prosa nuove rime (&lt;i&gt;Immagino il suo rimpianto / e il suo muto pianto /&lt;/i&gt;), che purtroppo non completa, anche per la difficoltà di declinare &lt;i&gt;zio&lt;/i&gt; con &lt;i&gt;Busto Arsizio&lt;/i&gt; (una rima molto difficile, salvo il banale &lt;i&gt;inizio&lt;/i&gt;, lovvio &lt;i&gt;solstizio&lt;/i&gt;, il troppo difficile &lt;i&gt;trizio&lt;/i&gt; e pochi altri esempi; tanto che il grande Bruno Lauzi, in &lt;i&gt;Garibaldi blues&lt;/i&gt;, dovette ricorrere malamente a Nino Bixio)  Ma, soprattutto, Bonura si serve di un insignificante Salvatore per lasciarci intuire, ancora una volta, lasse portante di tutto il suo pezzo: le lacrime, sparse a profusione.
Abbiamo visto il giovane Bonura piangere sulle pagine di Verga; poi non ce lo ha detto, ma certo piangeva un poco mentre tentava di resistere agli impulsi sempre più compulsivi della dissenteria; è quindi venuto lo zio Salvatore,  in preda a pianto muto, anzi, a muto pianto, quando deve trasferirsi a Busto Arsizio (e chi non piangerebbe, davanti a una prospettiva del genere?). Manca solo il Grande Pianto Finale, per chiudere il ciclo idraulico.
Ma eccolo arrivare, nei panni di tale nonna Sara. Ci viene detto poco di questa adorabile vecchina, salvo un dettaglio di enorme significato: scoperto che il nipote non amava la granita al limone (sappiamo già che aveva problemi intestinali), ordinò che non gli fosse più servita. Un merito cospicuo.
Non che Giuseppe Bonura amasse troppo questa nonna Sara. Anzi, per niente. Gli era indifferente quanto a noi, e preferiva una non meglio identificata nonna Eleonora (noi no). Però, quando nonna Sara morì, il trauma fu grande: ...provai un così grande trasporto di nostalgia e di tenerezza verso nonna Sara che mi appartai dietro un capanno della spiaggia di Rimini, dove ci eravamo trasferiti, e diedi sfogo a tutte le mie lacrime.
La commozione che ci coglie, di fronte a questa chiusa della narrazione, è almeno pari a quella delle pimpanti bagnanti riminesi che assistettero allo spettacolo. Cioè prossima allo zero. Non ci ammonisce forse Bonura, alludendo ai libri di Lucarelli &amp; Co, che una delle principali caratteristiche di questa società del capitalismo scristianizzato è lindifferenza per le vittime?
In attesa che il capitalismo si cristianizzi, sono tentato di dargli ragione, pur rimproverando timidamente a Bonura pari indifferenza verso le vittime sue: i lettori. I quali, poveretti, lo ricambiano come possono, cioè con altrettanta indifferenza, e avambracciano (portano sottobraccio dopo lacquisto) i suoi libri molto di rado.
E qui la pianto, poi scoppio in pianto per il rimpianto.

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&lt;noscript&gt;&lt;p&gt;&lt;img alt=&quot;Clicky&quot; src=&quot;http://getclicky.com/2599ns.gif&quot; /&gt;&lt;/p&gt;&lt;/noscript&gt;</text_more></entry>
<entry id='1212' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2004://2.1212' author_id='1' authored_on='20040512223741' basename='matthew_sharpe_the_sleeping_father' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20040512223741' modified_on='20050207224020' ping_count='0' status='2' title='Matthew Sharpe: THE SLEEPING FATHER' week_number='200420'><text>&lt;img alt=&quot;sharpe&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/sharpe&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;120&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;b&gt;Giuseppe Genna&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;6697500.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/6697500.gif&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;155&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Negli Stati Uniti si fa un grande parlare del terzo libro di Matthew Sharpe, già notevolissimo autore di &lt;b&gt;Nothing is terrible&lt;/b&gt;, che la bibbia di chi va in avanscoperta della nuova letteratura, e cioè &lt;a href=&quot;http://www.randomhouse.com/boldtype/&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;BoldType&lt;/a&gt;, già &lt;a href=&quot;http://www.randomhouse.com/boldtype/0200/sharpe/&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;segnalò &lt;/a&gt;alla nostra attenzione, con estremo piacere da parte nostra (le divagazioni e le sottostorie raccontate da Sharpe, con una capacità affabulatoria che ha pochi pari tra i suoi coetanei americani, variano da vicende di pura psicopatologia clinica criminale alla critica filologica pop). Al terzo libro, Matthew Sharpe ha sbancato Fort Knox: è il nuovo re della letteratura Usa. Un re per nulla nudo, visto che il bambino ce l&apos;ha in mano lui: è il protagonista di &lt;b&gt;The sleeping father&lt;/b&gt;, il romanzo che ha incantato gli Usa, un compendio narrativo che mixa i &lt;i&gt;Tenenbaum &lt;/i&gt;ai &lt;i&gt;Buddenbrook &lt;/i&gt;e ci racconta tutta l&apos;America che non avete mai osato chiedere e sulla quale mai avreste avuto risposta.</text><text_more>La storia di questo romanzo è già di per sé un romanzo ed è soprattutto predittiva di un successo planetario. Come ad alcuni padri nobili, a Sharpe gli editori hanno sbattuto in faccia la porta: più di venti &lt;i&gt;grand commis &lt;/i&gt;delle lettere americane si sono permessi il lusso di non riconoscere il Proust statunitense, esattamente come era accaduto a quello francese. Finché si è mossa, manco a dirlo, la &lt;a href=&quot;http://www.softskull.com/&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Soft Skull Press&lt;/a&gt;, di cui Carmilla si è già occupata (&lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2003/07/000333.html#000333&quot;&gt;qui &lt;/a&gt;e &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2003/07/000332.html#000332&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;). Non c&apos;è da meravigliarsi: la Soft Skull è mossa dall&apos;eminenza verde pantone di quel genio di Dennis Cooper (pubblicato da Einaudi Stile Libero che, si prevede, sarà l&apos;editore italiano di &lt;b&gt;The sleeping father&lt;/b&gt;), il quale non si lascia certo scappare il maggior talento in circolazione in questo colosso narrativo dai piedi di argilla che è l&apos;America.
Cooper ci ha visto giusto, come testimonia l&apos;impressionante boom critico a cui Matthew Sharpe è andato incontro: praticamente chiunque e qualunque testata contino negli Usa ha celebrato i fasti di &lt;b&gt;The sleeping father&lt;/b&gt;. Forse lo sbilanciamento critico decisivo è stato quello del &lt;i&gt;&lt;a href=&quot;http://www.villagevoice.com/&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Village Voice&lt;/a&gt;&lt;/i&gt;, che non si può certo dire incline alle iperboli né tantomeno alle sparate pubblicitarie: &quot;&lt;b&gt;The sleeping father &lt;/b&gt;di Matthew Sharpe sono due libri in uno  un capolavoro che racconta l&apos;implosione di una famiglia e commuove almeno quanto &lt;b&gt;The Corrections &lt;/b&gt;di Jonathan Franzen; e un&apos;indagine dallo stile adrenalinico sull&apos;universo delle linguaggio&quot;.
L&apos;accostamento con Franzen ha avuto un peso determinante nel fare comprendere la potenza di questo romanzo, che ha entusiasmato schiere di lettori e che, grazie a un passaparola nella &quot;repubblica democratica dei lettori&quot; ha iniziato a macinare posti su posti nelle classifiche dei bestseller, fino a imporsi definitivamente come &lt;i&gt;The King of the Show &lt;/i&gt;(l&apos;espressione è di Harold Bloom).
Ciò che conta è che il romanzo di Sharpe è commovente, esilarante, velocissimo, meditativo: è esso stesso un sistema nervoso in azione, un sistema nervoso che è capace di elaborare il trauma e che reagisce all&apos;aggressione di un mondo ostile (dall&apos;interno della sua struttura primaria, la famiglia, e dall&apos;esterno, grazie a un apparato sociale impazzito) mediante le più naturali difese a portata dell&apos;uomo: cioè l&apos;umanità, l&apos;amore e l&apos;odio.
Questo &lt;b&gt;The sleeping father &lt;/b&gt;è a mia detta di molto superiore alle produzioni allucinogene della recente narrativa americana, in particolare a &lt;a href=&quot;http://www.miserabili.com/archives/2003/10/america_falling.html#006628&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Eugenides&lt;/a&gt;, Frantzen e &lt;a href=&quot;http://www.miserabili.com/archives/2003/10/america_falling_2.html#006630&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Palahniuk&lt;/a&gt;. Questa è la grande letteratura, signori, e sta giustamente in vetta alle classifiche americane, come una vendetta non tanto postuma contro il mercato imbecille che i &lt;i&gt;tycoon &lt;/i&gt;editoriali d&apos;Oltreoceano pensano di imporre alle masse che considerano idiote.
L&apos;auspicio è che si faccia anche qui, in Italia, dove c&apos;è un disperato bisogno di fare vedere che cos&apos;è un grande romanzo, mentre le barzellette di Totti si autospacciano come letteratura dall&apos;alto del loro milione di copie vendute.</text_more></entry>
<entry id='1213' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1213' author_id='4' authored_on='20050208041149' basename='cronache_di_bassavilla_4' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050208041149' modified_on='20060201232150' ping_count='0' status='2' title='Cronache di Bassavilla 4' week_number='200506'><text>&lt;b&gt;THE RING&lt;/b&gt;

di &lt;b&gt;Danilo Arona&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Ring.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Ring.jpg&quot; width=&quot;115&quot; height=&quot;154&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
Bassavilla non è solo una piccola &lt;i&gt;dark city&lt;/i&gt;. Bassavilla è anche periferia, campagna, lande isolate nella nebbia, colline ricoperte di vitigni e storie oltre i confini della realtà. Non è esclusivamente Piemonte, beninteso, ma tutta quellItalia extraurbana e secondaria che nutre limmaginario dei tanti scrittori ai confini del noir, impegnati da anni a creare un genere in attesa di riconoscimento e definizione opportuna. Romagna, Sicilia, Veneto, non importa, ma è sempre bassa villa, &lt;i&gt;twilight zone&lt;/i&gt; invisibile sotto i nostri occhi. Ho una storia veramente poco credibile da raccontarvi e, di sicuro, sarà legittimo non prestarvi fede. Però chi ha tempo da perdere può fare le opportune verifiche negli archivi dei giornali.</text><text_more>Oltre dieci anni fa, alla redazione di una Tv locale (Primantenna SuperSix), mi fecero vedere una videocassetta inquietante quanto quella finta del film &lt;i&gt;The Ring&lt;/i&gt;. Si trattava di un servizio curato da un giornalista di Casale Monferrato in cui si raccontava con dovizia di dati e testimonianze a dir poco sconcertanti di una sorta di maledizione riferentesi ad una ristretta zona della Val Cerrina, zona tra le più belle e interessanti tanto sotto il profilo turistico che sul versante enogastronomico (&lt;i&gt;tartufi&lt;/i&gt;!), situata più o meno a una trentina di chilometri da Bassavilla tra i confini provinciali di Asti e Vercelli. Stando a quel che si vedeva e si sentiva, una limitatissima estensione di questa fascia comprendente cinque paesi (che si chiamano Pozzo, Odalengo, Torre San Quirico, Cicengo e Murisengo) era interessata da molto tempo, almeno sin dalla fine degli anni Settanta, da una serie di morti non naturali, quasi tutte violente e tutte di persone alquanto giovani.
Inutile e imbarazzante fornire qui lelenco anagrafico di coloro che hanno perso la vita in queste zone. Però il mistero, dal punto di vista statistico, era  e resta  sbalorditivo: più di dieci anni orsono il giornalista (si chiama Mario Giunipero) elencava non meno di una quindicina di morti, per disgrazia o presunta tale, avvenute in un lembo di territorio in cui sono disperse poche decine di famiglie. Peraltro nellunico caso accaduto a molti chilometri di distanza dalla Val Cerrina il singolare teorema sembrava ancor più prolungarsi. Avvenne nel 92 ed i giornali ne parlarono come di un giallo irrisolto o strano incidente: la ragazza, nelle vicinanze di Torino, precipitò in un burrone con la sua auto in circostanze talmente ambigue da far pensare agli investigatori alla copertura di un vero e proprio delitto. Se la cerrinese Silvana Biagetti, come si scopriva nella videocassetta in questione, era sepolta ad altri giovani nel cimitero di Cicengo, lidentico alone di mistero e di stranezza pervadeva molte delle scomparse accidentali capitate ai coetanei inumati accanto a lei: giovani uccisi dal phon, dallauto e dalla moto, suicidi sopra un treno o allinterno di una macchina che brucia, annegati in piscina o in un laghetto. Disgrazie, sicuro, ma incidenti nei quali linnaturalità di una morte ingiusta si accompagnava sempre al dubbio dellinspiegabile, o quanto meno del poco chiaro. E, soprattutto, tutte lì, allinterno di un cerchio con un diametro di pochissimi chilometri
Mandai una copia della cassetta al giornale Visto che, allora, batteva una certa strada in merito alle storie di confine. Non se ne cavò nulla perché sostanzialmente cera unindagine scomoda e disagevole da compiere. Fox Mulder e Dana Scully, non esistendo ancora, non potevano imporre il loro modello a chicchessia. E, se fossimo in un romanzo horror, magari potrei svelarvi che la giornalista cui spedii la videocassetta morì in circostanze misteriose (una disgrazia?) sette giorni dopo averla vista e averne riso. Ma Suzuki non esisteva neppure ancora come scrittore. Da allora, però, mi misi a collezionare le stranezze della zona, prendendo atto con un certo sbigottimento che le morti si allungavano. E tutte quante erano disgrazie strane: il suicidio di un ventenne in una chiesa deserta, lo schianto di un motociclista dinanzi al cancello di casa propria, uno che si spacca la testa sul fondale di una piscina di tre metri. 
Gli anni passavano e un giorno mi decisi. Presi la macchina e raggiunsi la zona. Minfilai in quel cimitero e lo respirai. Le poche lapidi raccontavano quasi tutte di gente giovane, fottuta sul più bello. Da chi non è possibile saperlo e neppure intuirlo, a meno di non far correre la fantasia popolare, quella che appunto parla di maledizioni. Ne uscii, fermamente deciso a scoprire perché nellarco di una decina di chilometri si verificavano quella morìa e quella tempesta di sfiga.
Ovvio che non ci sono mai riuscito, altrimenti forse non starei qui a scrivere. Però, nel frattempo, mi sono accorto che persino fonti teoricamente asettiche come televisioni e giornali parlano di maledizioni in altre periferie dItalia. E successo ad esempio a Borore (Sardegna), a proposito di un certo binario maledetto sul quale a più riprese, in po di anni fa, un certo numero di giovani ha scelto scientemente di andare a togliersi la vita. E accaduto anche in un grosso paese del Meridione, Scandale (tremila abitanti, provincia di Catanzaro), dove moltissimi ragazzi del luogo sono rimasti vittime di apparenti incidenti stradali dagli andamenti poco spiegabili. Lultima di queste morti (la settima) è del novembre del 2003 e la parola maledizione deve aver circolato con tanta insistenza che larcivescovo di Crotone, Giuseppe Agostino, ha pensato bene di celebrare una sorta di messa riparatrice per invitare la comunità alla fede e per esortarla a non credere che sul paese sia calata una catena di morti ritenute collegate.
Nessuno sa scientificamente cosa sia una maledizione. Io so che spesso funziona e, in qualche caso imbarazzante, anche al di fuori delle basse ville. Un esempio al quale cinchiniamo è quello degli otto personaggi implicati nelluccisione di Ernesto Che Guevara. René Barrientos, presidente della Bolivia che ordinò di uccidere il Che, morì in un incidente aereo nel 69. Due mesi dopo toccò al militare Honorato Rojas, ucciso da un commando di terroristi boliviani. Stessa sorte un anno dopo per il colonnello Zacharias Plaza. Eduardo Herrera, un altro militare che collaborò alla cattura del Che, morì nel 70 in un incidente stradale. Nel 71 ancora un commando giustiziò Roberto Quintanilla che aveva fatto amputare le mani del Che, mentre il tenente Selich, presunto autore della triturazione del cadavere, morì nel 73. Nel 76 toccò a Juan José Torres, ucciso a Buenos Aires, mentre lultimo della lista, il generale Ovando, se ne andò per una grave e fulminea malattia nel 1981.
Sicuro, non centra nulla con la Val Cerrina. Ma, senza scomodare religioni e superstizioni, è sufficiente lantropologo a testimoniare che, laddove sussistono catene calamitose di incidenti, esistono allorigine della sequenza morti irrisolte (ingiuste, quantunque si tratti di un aggettivo arduo se usato a proposito della morte) che attivano fenomeni e disgrazie che poi la mente non riesce a non collegare. 
Ad esempio, mi hanno raccontato che da qualche parte, in quelle zone, ci devessere un pozzo dove trenta o quarantanni fa cadde, o venne fatta cadere, una ragazzina. E questo film lo abbiamo già visto. Il titolo parla di un cerchio, geometria infinita che racchiude il tutto, il vero e il falso, in questo gioco di scambi, assolutamente impossibile solo da teorizzare, tra immaginario e realtà.  Eppure accade.


</text_more></entry>
<entry id='1214' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1214' author_id='4' authored_on='20050209033825' basename='il_mio_amore_nato_a_thelema_seconda_parte' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050209033825' modified_on='20050209033852' ping_count='0' status='2' title='Il mio amore è nato a Thelema  (seconda parte)' week_number='200506'><text>&lt;b&gt;L&apos;ISTRUZIONE NEL TERZO MILLENNIO, OVVERO COME HO IMPARATO A NON PREOCCUPARMI E A MARINARE LA SCUOLA&lt;/b&gt;

di &lt;b&gt;Claudio Asciuti&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Villageofdamned.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Villageofdamned.jpg&quot; width=&quot;115&quot; height=&quot;157&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
&lt;b&gt;La scuola come  oggettualità solipsistica: per una scuola asettica, neutrale e apolitica. E senza libri.&lt;/b&gt;

Il contrario della socializzazione é il solipsismo, se  vogliamo, e la scuola, fra le tante cose,  sarebbe anche solipsistica.  Per rimediare a ciò, si batte da anni il tasto sul lavoro collettivo,   sull&apos;interdisciplinarietà, sulle co-presenze, sul lavoro di  équipe; termini di confronto che andavano benissimo negli anni   Sessanta-Settanta, quando davvero ogni insegnante regnava   incontrastato nelle proprie ore e sulla propria cattedra, ma  divenuti obsoleti in un mondo in cui la necessità dell&apos;istinto  gregario produce il mostro del branco. Basti pensare ai modelli di &quot;contagio sociale&quot; in campo valutativo: al genitore che s&apos;interroga perché il suo figlio faccia schifo, poniamo, in filosofia, e vada bene di altre materie, non gli si risponde che potrebbe studiare più filosofia e meno inglese, o che è perfettamente normale che un individuo non raggiunga la pienezza delle performance in tutti i campi. Si trovano soluzioni. Si dice che non è portato. I più meschini chiedono pietà, e spesso sono costretti a modificare la propria valutazioni dai colleghi convinti che se uno è bravo in un tot di materie, deve esserlo in tutte.</text><text_more>Howard Gardner, nel 1983, in &lt;i&gt;Formae Mentis&lt;/i&gt; (Frames of Mind) lanciò per primo l&apos;idea di un&apos;intelligenza molteplice, riprendendo un po&apos; i temi della psicologia comportamentale che organizzava la performance dell&apos;allievo in gerarchie, nonché i lavori di Thrustone e di Guilford. Nulla di piagetiano, quindi, nessun schema di lettura orizzontale per abilità che si presuppongono semplicemente comuni a ogni individuo nella stessa misura, ma la semplice ed elementare constatazione che non necessariamente matematica e italiano, inglese e latino, educazione fisica e tedesco devono produrre risultati simili. Molti anni dopo Gardner ha riproposto il tema: le abilità dell&apos;intelligenza umana si riferiscono alle forme relative a: intelligenza spaziale, musicale, corporeo-cinestetica, interpersonale e intrapersonale, logico-matematica e linguistica, più quella naturalistica, spirituale ed esistenziale.   
Ma la scuola non recepì (e non recepisce) la diversità. La scuola è asettica, neutrale e apolitica, e l&apos;unica diversità accettata é quella dei cosidetti portatori di handicap, che dopo gli anni delle classi differenziali e quelli dell&apos; &lt;i&gt;integrazione selvaggia&lt;/i&gt; o &lt;i&gt;integrazione italyan style&lt;/i&gt; (Piero Meazzini), continua ad esser punta trainante, sebbene anche la diversità razziale cominci a prendere piede, e comunque il governo per non sbagliare tenta di spingere anche questa fetta di studenti verso il privato, tagliando a destra e manca. Così la scuola continua, piagetianamente, a considerare l&apos;intelligenza un fatto orizzontale. E se l&apos;intelligenza è orizzontale, cosa meglio di costruire un modello di apprendimento che sia altrettanto orizzontale, che non preveda cioè un approfondimento? 
In questo senso vanno lette la caduta del libro e della fruizione uni-direzionale,  nascita dell&apos;ipertesto e lo sviluppo del computer, l&apos;uno con fruizione omni-direzionale, l&apos;altro con feedback immediato e  &quot;asettico&quot;. Un modo per esser tutti eguali, sebbene nessuno lo sia.

Diversi scrittori di fantascienza, hanno messo in luce questo problema. Ray Bradbury, autore di una delle più celebri utopie negative, &lt;i&gt;Fahrenheit 451&lt;/i&gt; (Idem, 1953) scrive la storia  del mondo futuro in cui i vigili del fuoco, anziché spengere gli incendi, li appiccano ai libri, il cui possesso é reato; in quel futuro l&apos;insegnamento  in TV e nelle ore di lezione in vivo gli studenti non fanno domande ma ascoltano e tacciono. La storia del romanzo è famosissima, e ne facciamo solo cenno: Guy Montag, uno dei &quot;vigili del fuoco&quot;, inizia la sua ribellione solitaria, viene scoperto, braccato, fino a quando non riesce a rifugiarsi fra i barboni che circolano instancabilmente ai perimetri delle città. Ognuno di loro è in realtà un uomo-libro, qualcuno che per preservare la cultura di un tempo ha appreso a memoria una più opere. Reato è possedere libri, non apprenderli e gettarne via il supporto materiale.  
Ma come è nata la caccia al libro? Bradbury, che non è certo un pericoloso sovversivo ma caso mai incarna il vero spirito liberal dell&apos;americano diffidente di ogni sistema sociale, imputa ciò alla necessità di rendere tutti eguali; poiché nell&apos;eguaglianza c&apos;è la felicità, leggere libri e porsi problemi finisce con il rendere la gente infelice. D&apos;accordo. Ma come funziona la scuola? Una giovane amica di Montag, Clarisse McClellan, ce lo racconta:

&lt;i&gt;Un&apos;ora di lezione davanti alla TV, un&apos;ora di pallacanestro, o di baseball, o di podismo, un&apos;altra ora di storia riassunta o di riproduzione di quadri celebri e poi ancora sport, ma capite, non si fanno domande, o almeno quasi nessuno le fa; loro hanno già le risposte pronte, su misura, e ve le sparano contro in rapida successione, bang, bang, bang, e intanto noi stiamo sedute là per più di quattro ore di lezione con proiezioni.&lt;/i&gt; 

Clarice ci racconta inoltre che, bollata come un&apos;antisociale, lei vorrebbe invece socializzare e confrontarsi con i propri coetanei; ma come è possibile farlo dinnanzi alle immagini TV? 

(Il fatto che esista un centro sociale che si chiama Casa Montag, e che si tratti di un centro sociale di destra, faccia pensare a questo proposito dove e come la sinistra si stia allineando: se dalla parte della cultura o altrove). 

Isaac Asimov propone uno mondo straordinariamento simile a quello di Bradbury, ma lo comprime in un racconto, &lt;i&gt;Quanto si divertivano&lt;/i&gt; (The fun they  had, 1952). La protagonista, Margie, scopre attraverso il ritrovamento casuale di un libro, oggetto oramai desueto, l&apos;esistenza delle scuole; nel frattempo il suo maestro meccanico  é stato rimesso in funzione e lei deve riprendere la sua lezione individuale, ancora incredula dinnanzi all&apos;idea che un tempo esistessero insegnanti umani, e luoghi in cui ritrovarsi. &lt;i&gt;I ragazzi, allora, chissà quanto si divertivano&lt;/i&gt;  il suo  commento. 

I due scritti sono, come ho detto, stranamente simili. Il libro é qualcosa che non ha più un valore in sé, sostituito dalla tecnologia moderna; ma anche la scuola ha cessato di averne come forma socializzante oltreché di agenzia educativa Inoltre l&apos;idea sviluppata da Asimov dell&apos;istruzione singolarizzata attraverso il maestro meccanico, se é debitrice all&apos;idea delle celebri &quot;macchine per insegnare&quot; (da quella di Pressley, 1926, a quella di Skinner, del 1954) precorre gli standard dell&apos;educazione individualizzata e dell&apos;uso del  computer. 
Oramai tutti noi troviamo, nei nostri libri di testo, dischetti contenenti programmi da inserire nei computer, per far sì che i nostri studenti leggano attraverso il monitor.  Chi è cresciuto avendo alle spalle la centralità del libro nel contesto scolastico farà fatica a pensare che tutti i genitori - in un mondo sempre più computerizzato - richiedano  che la scuola produca non sessioni di lettura ma di  audiovisivi. Il fatto  che lo studente medio con gran sforzo  riesca a leggere solo fumetti, e che possa giungere all&apos;esame di stato senza aver mai letto un libro  é la prassi, ma noi  continuiamo ad acquistare computer. Lo stesso genitore che  spende indifferente manciate di bigliettoni per comprare il  cellulare al figlio e pagare la sua bolletta telefonica, geme e  si lamenta all&apos;idea di acquistare un libro. La scuola dichiara  che  é stata fallimentare l&apos;esperienza della lettura, e propone ipertesti sostitutivi. 
Perfino la vecchia e amata tesina  stata é  sostituita da un iper-testo, la cui leggibilità è molto alta, ma la cui complessità e minima. La semplificazione obbligatoria fa sì che delle celebri (quanto famigerate) fasce della tassonomia di Bloom, sole le più basse possano essere analizzate in un iper-testo, al di là delle magnificazioni dei ciberno-dipendenti, nonostante le disperate difese dei modernisti a oltranza. Mentre il libro ha un percorso di lettura unidirezionale e concatenante, causativo e logicamente strutturato, l&apos;iper-testo ha un percorso a feed-back, con diverse aperture e la possibilità di esser colto &lt;i&gt;hic et nunc&lt;/i&gt; in ogni apertura possibile. 
Eppure la gente, per dirla in modo giovanile, ci sballa. Ci sballano gli studenti video-dipendenti, i professori di lettere che hanno sofferto sempre di complessi di inferiorità con i colleghi scientifici, i genitori che navigano in Internet per raccogliere i materiali adatti alle tesine dei figli. Un libro non lo si tocca neanche con il preservativo, potrebbe infettarci tutti. I facili slogan berlusconiani ricordano che Inglese, Internet, Imprese sono l&apos;universale antalgico ai malesseri della scuola. La sinistra, supina, si umilmente ma con gioia. Le multinazionali venditrici di programmi e computer sentitamente ringraziano entrambi. Le case editrici rendono obbligatorio il testo scolastico, alla faccia degli articoli sulle libertà dell&apos;insegnamento, e la legge punisce pesantemente chi viola la legge sulla riproducibilità. Uccidere un individuo può costarti meno che fotocopiare un libro o copiare un programma. Ma il libro non lo legge nessuno. Tanto vale bruciarli, come fecero i nazisti. O forse è meglio non insegnare nemmeno più le cose a memoria agli studenti, per tema che quando i libri saranno stati sostituiti da altri e più evanescenti supporti, ci sia il rischio che qualcuno abbia imparato tecniche di apprendimento. E che si impari qualcosa. &lt;i&gt;Fahrenheit 451&lt;/i&gt;, magari.

&lt;b&gt;Anarchico è il pensiero: al di là della destra e della  sinistra.&lt;/b&gt;

Se qualcuno decidesse infine di riformare (ma sul serio) la scuola, cosa dovrebbe chiedere ad essa? Quali dovrebbero essere cioè i modi e i temi da inserire, le materie, lo stile cognitivo, il sistema di apprendimento? 
Lasciamo la parola alla fantascienza. Che come abbiamo visto, senza bisogno di commissioni, di riunioni sindacali, di riformisti e controriformisti, di vati più o meno pedagogici, ha prodotto qualche interessante indagine sul problema. E una serie di soluzioni di estremo interesse; lo psicologo comportamentista Burrhus Frederic Skinner, il cattolico conservatore Raphael Lafferty, l&apos; anarchica di sinistra Ursula Le Guinn. Quattro posizioni molto diverse, dal punto di vista politico quanto esperienziale, da quello filosofico a quello psicologico.

Burrhus Frederic Skinner, il massimo teorico del comportamentismo, pubblicò nel 1948  &lt;i&gt;Walden Due&lt;/i&gt; (Walden Two)  doveroso omaggio  all&apos;idea di David Thoreau, e del suo &lt;i&gt;Walden&lt;/i&gt;, classico del   libertarismo e della pedagogia. &lt;i&gt;Walden Due&lt;/i&gt; é un romanzo che descrive l&apos;esperimento demiurgico di un gruppo di scienziati esperti nella &quot;ingegneria comportamentale&quot;, e che noi chiameremmo ora psicologia cognitivo-comportamentale; un mondo non violento, ecologico, ottimizzante, sprovvisto di denaro e di proprietà. La scuola funziona su un sistema ignoto ai nostri  pedagogisti, cioè allo sviluppo verticale dell&apos;apprendimento e  non orizzontale; non esistono classi, ma bambini che a seconda delle loro capacità frequentano corsi dove imparano non materie, ma tecniche dell&apos;apprendimento e del pensiero. Inoltre i bambini iniziano a lavorare fin da piccoli, e quindi  importanza enorme ricopre il lavoro nelle officine, nei campi e nei laboratori, in linea con l&apos;idea che dovrebbe essere posta a mo&apos; di epitaffio in ogni scuola:
 
&lt;i&gt;l&apos;istruzione già prefissata  in anticipo, rappresentata da un diploma,  é un esempio di   notevole spreco che non trova posto a Walden Due. Noi non attribuiamo all&apos;istruzione un valore economico od onorifico. O  essa ha un suo valore intrinseco o non ne ha alcuno.&lt;/i&gt;   

Coerentemente con quest&apos;impostazione, Walden Due funziona attraverso una serie di linee guide che si riflettono nella poesia, nella letteratura, nel teatro e nella musica. La pratica dell&apos;utopia cancella il passato e inventa il nuovo. Ma l&apos;utopia è quella tecnocratica, che le sinistre, né comuniste né anarchiche, contemplano. 

La prova più interessante di Raphael Aloisius Lafferty, invece si svolge sul lontano pianeta Camiroi e s&apos;intitola &lt;i&gt;Associazione Genitori e Insegnanti&lt;/i&gt; (Primary Education of the Camiroi, 1970). Un gruppo di insegnanti terrestri  in visita per studiare il  sistema scolastico. L&apos;informalità governa Camiroi (&quot;&lt;i&gt;qualsiasi  cittadino di Camiroi  competente a svolgere qualsiasi incarico sul pianeta&lt;/i&gt;&quot;) e per costituire un&apos;Associazione Genitori ed Insegnanti i terrestri devono prendere a casaccio i primi passanti. Così costituita l&apos;Associazione, si va in giro per le scuole (quelle private; di pubbliche ne esistono solo due in  tutto il pianeta, ma le scuole sono finanziate dalla decima volontaria che tutti pagano) scoprendo le paradossalità di un insegnamento dove si insegna a leggere lentamente i libri per impadronirsi totalmente di essi, a costruire oggetti, a cantare, a diffamare i compagni esercitando l&apos;arte della retorica, a costruire oggetti che vanno dagli occhiali alle astronavi; la disciplina viene tenuta calando i bambini riottosi in un pozzo o impiccandoli (solo uno su cento, ci  assicurano i camiroi; versione locale della celebre asserzione maoista &quot;Colpirne uno per educarne cento&quot;). Una scuola, dicono, che non é  liberale (perché il liberalismo presuppone la servilità) e neppure  progressista (perché il progressismo  é infantile). La commissione, sempre più estrefatta, dopo il suo giro di orientamento, ci propone un&apos;impagabile curricolo di abilità e una serie di raccomandazioni:

&quot;&lt;i&gt;rapire cinque camiroi a caso e costituirli in AGI pilota qui sulla Terra, qualche costruttivo rogo di libri, specialmente nel campo dell&apos;istruzione,  impiccare saggiamente taluni studenti che si danno ammalati&lt;/i&gt;&quot;.

L&apos;ironia feroce di Lafferty colpisce il bersaglio dell&apos;educazione, partendo dall&apos;idea che la scuola di Camiroi funzioni perché funziona il mondo di Camiroi (non esistono  campi di giochi per bambini, giacché hanno tutto il pianeta per giocare) e l&apos;educazione  affidata ad una collettività  educante. E&apos; insomma l&apos;esatto opposto dell&apos;istruzione pianificata a cui siamo abituati. Il che, per uno che si dichiara appunto cattolico e conservatore non è male; significa semplicemente che, in quei paradossi metapolici che la storia permette, Lafferty rappresenta, come Bradbury, il liberal non progressista che però vuole liberare l&apos;individuo dall&apos;asservimento statuale, in un orizzonte tipicamente anarchico. Un anarchico di destra, insomma. 

Ursula K. Le Guin  autrice del celebre &lt;i&gt;Un&apos;ambigua utopia&lt;/i&gt; (The  Dispossed. An Ambiguos Utopia, 1974), un classico non solo della  fantascienza, ma anche del pensiero anarchico. Anarres é un  mondo che vive in un regime di comunismo libertario, abitato dai profughi del pianeta gemello Urras, statalista e capitalista, ed é la realizzazione del sogno anarchico di Odo  (per disegnare questa defunta leader, la Le Guin si ispirò a Emma Goldman) la cui filosofia sta alla base del sistema di Anarres. Naturalmente, neppure Anarres funziona bene (ed è per questo che Shevek, il protagonista, se ne allontana) ma comunque meglio di Urras dove la polizia attacca i  dimostranti sparando dagli elicotteri.    
Con pochi tratti la Le Guin disegna, dai ricordi di Shevek, il sistema pedagogico di Anarres: esso è straordinariamente simile a quello descritto da Skinner e da Lafferty:

&lt;i&gt;I centri di apprendimento insegnavano tutte le tecniche che preparavano alla pratica di una qualsiasi arte: insegnavano canto, metrica, danza, uso della spazzola, dello scalpello, del tornio e così via. Tutto in modo pragmatico: i bambini imparavano a vedere, parlare, ascoltare, spostare, maneggiare. Non veniva fatta distinzione fra arte e artigianato: l&apos;arte non veniva considerata come una cosa che avesse un suo posto nella vita, ma come una tecnica fondamentale della vita, come ad esempio la parola.&lt;/i&gt;  

Il problema è che l&apos;anarchismo della Le Guin appartiene ancora a quella generazione di mezzo che non ha risolto le contraddizioni interne al sistema. Il suo anarchismo è quello, un po&apos; triste e fondamentalmente bigotto, di quegli anni, in cui per fare la rivoluzione bisognava comunque soffrire a tutti i costi. Ciò spiega il suo breve accenno al sistema pedagogico e non mette in discussione i pro e i contro.

Sarebbe ovvio a questo punto considerare i tre autori come sostenitori di quello che si chiama in pedagogia &quot;attivismo&quot;, fautori dellle &quot;scuole nuove&quot;, dei &quot;metodi non direttivi&quot;. Gli accostamenti con i modelli più antichi di scuole attive (Cecil Reddie, nel 1899) quelli più anarchici (Gustav Wyneken, Francisco Ferrer) sono naturali, ma tenuto conto che stiamo parlando di autori statunitense, ricordiamo il &quot;Piano Dalton&quot; di Helen Parkhurst o la scuola di Winnetka di Walter Washburne. Tutte &quot;fonti&quot; a cui bene o male Lafferty, Skinner e la Le Guin si ispirano.
Se guardiamo poi ciò che essi scrivono, troviamo una straordinaria e intelligente somiglianza, al di là delle posizioni di fondo e delle differenze politiche.  Tanto intelligente che non si  riesce a capire come nessun pedagogista si sia mai ispirato  alle loro parole, anziché costruire improbabili sistemi di   programmazione e di valutazione, modelli di scuole   sperimentali; sarebbe bastato leggersi uno dei tre, o magari    Ivan Illich, autore del celeberrimo - e mai dimenticato - &lt;i&gt;Descolarizzare la società&lt;/i&gt;, un testo del 1970 che seppur considerato adesso &quot;datato&quot; dai pedagogisti rampanti, continua ad esser centrato su alcuni punti essenziale della questione. 
Illich, oramai, è &quot;datato&quot;. In un mondo che ha rinunciato all&apos;idea della libertà (in cambio della sicurezza, dell&apos;asservimento al capitale, dell&apos;indulgenza religiosa, della fede politica) è invece il caso di riprenderlo in mano. Lidea di fondo della sua pedagogia   é che  la scuola, più che esser cambiata, debba essere risultato della de-scolarizzazione della società. Perché la società (qualunque tipo di società) funziona in un sistema autoreferenziale, cortocircuitante, in cui i termini dell&apos;aspettativa sono quelli della produzione e del consumo: la scuola funziona attraverso una società che si automodella sulla scuola: la cultura diventa merce, l&apos;apprendimento frantumazione del sapere e sua parcellizzazione, l&apos;educazione un processo che programma il discente:

&lt;i&gt;In altri termini, le scuole sono sostanzialmente simili in tutti i paesi, siano essi fascisti, democratici o socialisti, ricchi o poveri, grandi o piccoli. L&apos;identità dei sistemi scolastici ci costringe a riconoscere la profonda identità, su scala mondiale, del mito, dei modi di produzione e dei metodi per il controllo della società, nonostante la grande varietà di mitologie nelle quali il mito si esprime.&lt;/i&gt;

La polemica di Illich contro le scuole pubbliche non ha nulla a che vedere, naturalmente, con quanto  Pournelle e Sheffield, Berlinguer o Berlusconi o la Moratti sostengono; si tratta di diversi valori e funzioni dell&apos;istituzione   scolastiche, prese nella loro totalità. Per Illich Gentile è eguale a Makarenko, e il problema è liberare l&apos;educazione dalla gestione del dominio (di qualunque sistema politico), e ridarlo alla gente, attraverso una meccanismo che sia centrato sulla scoperta autonoma, sull&apos;apprendimento informale, sull&apos;eliminazione di quel sistema di punizioni e premi (che Skinner chiamerebbe &quot;rinforzi&quot;, i sindacalisti e i liberisti in servizio attivo &quot;incentivi&quot;) atto a far funzionare l&apos;apprendimento. Come direbbe Skinner, per uno suo intrinseco valore.

&lt;b&gt;Il mio amore é nato a Thelema&lt;/b&gt;

Ogni tanto mi gingillo all&apos;idea di scrivere anch&apos;io un romanzo di fantascienza imperniato (o ambientato) sulla scuola del futuro. Un romanzo che partendo da piccole modificazioni (ad esempio una bella divisa eguale per tutti, in modo che la scuola non diventi occasione di passerelle e sfilate), e arriva a quelle medie (ad esempio prendere insegnanti e studenti e mandarli a lavorare nei campi o in una fabbrica per un po&apos; di giorni al mese), per giungere a quelli grandi (portarsi via dalla famiglia di origine, causa di molti mali, i ragazzi e affidarli per un po&apos; a insegnanti e educatori) e infine a quelli titanici: una scuola integralmente de-scolarizzata.
Una scuola de-scolarizzata anziché produrre studenti,  educherà esseri umani. Non abituerà alla lotta per la sopravvivenza dell&apos;uno-contro-il-mondo, ma alla solidarietà, magari anche alla misantropia, ma eviterà le ipocrite sfilate di oggi;  non educherà al conformismo né all&apos;anticonformismo, ma all&apos;indipendenza di giudizio; non considererà la   cultura come un valore di scambio per il profitto, ma come un patrimonio di autorealizzazione; e soprattutto, nel contesto di un villaggio globale sempre più collettivizzato, riaprirà il dibattito sull&apos;importanza dell&apos;individuo come unico facitore di  sé stesso e dei propri destini, insegnando che l&apos;uomo è solo, e che tale deve comunque sempre considerarsi, lontano dall&apos;approvazione (del branco) e dalla disapprovazione (del fuori-branco). Cercherà, insomma, di rimediare ai  danni che la società scolarizzata ha creato. Investirà nell&apos;espressione dell&apos;individuo quanto ne scuola ne investirà  nella sua repressione. 
Bene, questo romanzo si chiamerà &lt;i&gt;Thelema&lt;/i&gt;. 

Thelema (o Thelémè, per dirla alla francese; ma l&apos;origine è il greco &lt;i&gt;thèlema&lt;/i&gt;, nel senso di &quot;desiderio&quot;, e anche di &quot;volontà&quot;) è il nome dell&apos;abbazia che l&apos;eroe Gargantua&gt; fa costruire al suo amico fra&apos; Giovanni Fracassatutto, uomo pio e religioso, grande spadaccino, buon bevitore, come ci fa capire  Francois Rabelais, monaco se mai ce fu uno, ma chierico in tutto il resto. 
Francois Rabelais è considerato universalmente uno dei più grandi scrittori di lingua francese, e la sua opera &lt;i&gt;Gargantua e Rabelais&lt;/i&gt;, pubblicata per la prima volta nel 1542 a Lione, un capolavoro assoluto. Nella avventure eroicomiche  che toccano ai due, si dipana un mondo fantastico che mescola i generi e inventa le soluzioni, anche linguistiche, più disparate; e di contro alla pedanteria dei letterati e dei teologi (che vengono definiti, di volta in volta, &lt;i&gt;sorbonagri&lt;/i&gt; o &lt;i&gt;sorboniti&lt;/i&gt; e continuamente irrisi) Rabelais lancia, forse per la prima volta nella storia l&apos;idea di una pedagogia attiva e collettiva, ma sopratutto (concedetemi il bisticcio di parole) &quot;aristocratica &quot; e &quot;popolare&quot; nello stesso tempo. Aristocratica perché sono ammessi  a Thelema solo coloro i quali sono buoni, gentili, belli; popolare perché tutti vengono ammessi senza distinzione di censo o sangue, in età, ricorda Rabelais, variante per le donne dai dieci ai quindici anni, per gli uomini dai dodici ai diciotto. Uomini e donne che, se desiderano vivere assieme, sposarsi, e poi uscire dall&apos;abbazia, lo faranno; anzi, l&apos;educazione ricevuta farà sì che i loro matrimoni siano i più lunghi e i più amorevoli, i meglio riusciti. Pratica dell&apos;utopia, e utopia dell&apos;educazione (sentimentale).  
Alcuni critici sostengono che similmente a &lt;i&gt;Il principe&lt;/i&gt; di Machiavelli, anche &lt;i&gt;Gargantua e Pantagruele&lt;/i&gt; deve essere letto come un teorema pedagogico incentrato sulla figura del futuro regnante. Può darsi. Io ricordo solo che in tempi recenti, il grande mago Alistar Crowley, To Mega Therion, La Grande Bestia, capo della Golden Dawn e dell&apos;Ordo Templis Orientis, che non a caso aveva come motto &quot;Fa&apos; ciò che vuoi, questa sia la tua legge&quot;, fondò a Cefalù una sua abbazia di Thelema, prima di esser cacciato via dal fascismo in quanto persona sospetta. E ricordo che l&apos;apporto alla pedagogia rabelasiana è condensato nelle frasi che introducono al capitolo cinquantasettesimo, &lt;i&gt;Qual era la regola dei Telemiti nelle loro giornate&lt;/i&gt;. 
Detto che la regola stabilita da Gargantua era &quot;FA&apos; QUELLO CHE VUOI&quot;, perché, come annota Rabelais, &lt;i&gt;persone libere, bennate, ben istruite, che frequentano oneste compagnie, sentono per natura un istinto e una inclinazione che sempre li spinge ad atti virtuosi e li tieni lontani dal vizio&lt;/i&gt;, e che essendo ognuno libero di fare ciò che si sviluppa è una sana emulazione, ne viene fuori necessariamente la seguente idea:

&lt;i&gt;Ed erano così nobilmente allevati, che non v&apos;era nessuno tra loro e nessuna che non sapesse leggere, scrivere, cantare, suonare armoniosi strumenti, parlare cinque o sei lingue, e comporre in ciascuna di esse, sia in prosa che in versi. Mai furon visti al mondo cavalieri così prodi e galanti, così destri a piedi come a cavallo, più vivaci, più svelti, meglio atti a giocar con tutte le armi, di quelle che si trovavano là; e mai si videro dame più eleganti, meno bizzose, più dotte in lavori di mano e d&apos;ago e in ogni altra cosa muliebre libera e onesta, di quelle che stavano là.&lt;/i&gt; 

 Ora basta. Mi metto al computer e scrivo davvero il mio romanzo, e poi lo mando al &quot;premio Urania&quot;, sicuro dell&apos;immancabile vittoria finale che lo vedrà sbaragliare viaggi nel tempo, universi paralleli, gialli fantascientifici e storie cyberpunk. E dopo che ho vinto e me l&apos;hanno pubblicato ne mando una copia al Ministero dell&apos;Istruzione (non più pubblica). Magari a qualche volenteroso gli viene in mente che anziché la scuola per le veline, possiamo provare un progetto nuovo... Anche se prende spunto da un pedagogista vissuto seicento anni addietro. 


 &lt;b&gt;Bibliografia.&lt;/b&gt;

ISAAC ASIMOV, &lt;i&gt;Quanto si divertivano&lt;/i&gt;, in AAVV, &lt;i&gt;La prova del  nove&lt;/i&gt;, Urania n. 493 del 28-7-1968, Mondadori, Milano.

AAVV, a cura di RENZO VIANELLO E CESARE CORNOLDI, &lt;i&gt;Intelligenze multiple in una società multiculturale&lt;/i&gt;, Junior, Bergamo, 1999.              

LLYOD BIGGLE JR, &lt;i&gt;La professoressa marziana&lt;/i&gt;, in AAVV, &lt;i&gt;La prova del nove&lt;/i&gt;, cit. 

RAY BRADBURY, &lt;i&gt;Fahrenheit 451&lt;/i&gt;, Mondadori, Milano, 1972

MARTIN CARNOY, &lt;i&gt;La scuola come imperialismo culturale&lt;/i&gt; (Education as a Educational Imperialism, 1974), Feltrinelli, Milano, 1980.

DAVID COOPER, &lt;i&gt;Psichiatria e antipsichiatria&lt;/i&gt;, (Psichiatry and Anti-Psichiatry, 1967), Armando, Roma, 1978.

IVAN ILLICH, &lt;i&gt;Descolarizzare la società&lt;/i&gt; (Deschooling Society, 1970) Mondadori, Milano, 1983.               

RAPHAEL ALOISIUS LAFFERTY, &lt;i&gt;Associazione genitori e  insegnanti&lt;/i&gt;,  Urania,  n.852 del 7-9-1980, Mondadori, Milano.
  
PAOLO MEAZZINI, &lt;i&gt;La conduzione della classe. Tecniche comportamentali&lt;/i&gt;, Giunti-Barbera, Firenze,  1980. 

JERRY POURNELLE, CHARLES SHEFFIELD, &lt;i&gt;Istruzione superiore&lt;/i&gt;,  in AAVV, &lt;i&gt;Anno 2042&lt;/i&gt; , a cura di Charles Sheffield, Urania n. 1301 del 19-1-1997, Mondadori, Milano.

FRANCOISE RABELAIS,  &lt;i&gt;Gargantua e Pantagruele&lt;/i&gt;, a cura di Mario Bonfantini, Einaudi, Torino, 1979.

BURRHUS FREDERIC SKINNER, &lt;i&gt;Scienza e comportamento&lt;/i&gt;,  (Science and Human Behaviour, 1952), Franco Angeli, Milano,  1976;  IDEM, &lt;i&gt;Walden Due&lt;/i&gt; (Walden Two, 1948) La Nuova Italia,  Firenze, 1981.
         
</text_more></entry>
<entry id='1215' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1215' author_id='4' authored_on='20050211131230' basename='mario_boffo_femmina_strega' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050211131230' modified_on='20050211131744' ping_count='0' status='2' title='Mario Boffo:  FEMMINA STREGA' week_number='200506'><text>di &lt;b&gt;Valerio Evangelisti&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Boffo.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Boffo.jpg&quot; width=&quot;115&quot; height=&quot;159&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
Tra i meriti cospicui delle edizioni &lt;a href=&quot;http://www.stampalternativa.it/&quot;&gt;Stampa Alternativa&lt;/a&gt;, figura anche quello di proporre un tipo di romanzo storico inconsueto, in cui alla trama si mescola una profondità di analisi degna di un saggio. Tali sono, per esempio, i romanzi di Adriano Petta consacrati al catarismo e altre eresie. Tale è anche questo &lt;i&gt;Femmina strega&lt;/i&gt; (194 pp.  10,00) di Mario Boffo, un funzionario della carriera diplomatica qui alla sua seconda prova narrativa.
Il tema del romanzo, e dellampio saggio che lo introduce, è quello del principio femminile, cioè di quellelemento cosmologico femminino che, ben presente nel paganesimo, il Cristianesimo si sforzò poi di cancellare. Anzi, più che del solo cristianesimo dovremmo parlare delle grandi religioni monoteiste, con una variante un po più moderata nellEbraismo e una più estrema nellIslam (il grado di ostilità varia, come si vede, col variare delletà della religione considerata). </text><text_more>Va detto che, a parte il radicalismo musulmano, le religioni più diffuse videro riaffiorare il principio femminile nel proprio seno o, per meglio dire, in quello delle loro correnti eretiche o eterodosse: lo gnosticismo in ambito cristiano (matrice vera del catarismo, dei Fratelli del Libro Spirito e di tante altre eresie) e della Cabala in ambito ebraico. E non a caso, in età medioevale, residui gnostici e temi cabalistici, uniti al recupero di rituali pagani, andarono a comporre il complesso fenomeno chiamato magia.
Fu proprio contro la magia che il Cristianesimo combatté la sua ultima, sanguinosissima crociata e, avendo intuito che le donne erano al centro di questo paganesimo risorto finì, dopo qualche esitazione su un possibile ritorno del culto di Diana, per legarle a Satana quali sue ideali succubi o sacerdotesse. Nacque dunque la figura immaginaria della strega  immaginaria come ricostruzione, se si considera che la mascolinità di Satana è indubbia e che i grimoires, esattamente come i manuali dellInquisizione (dal 400 in poi), erano per lo più redatti da anziani sacerdoti che vi riversavano tutte le loro turbe.
E appena il caso di ricordare che se le streghe costituivano una categoria peculiare, in realtà tutte le donne erano sospettate di potere divenire tali. Come ha ben dimostrato Guy Bechtel (&lt;i&gt;La sorcière et lOccident&lt;/i&gt;, Plon, Parigi, 1997; &lt;i&gt;Le quattro donne di Dio&lt;/i&gt;, ed. Pratiche, 2001), il disprezzo ecclesiastico colpiva anzitutto la peculiare funzione femminile, e cioè la maternità; al punto che sia alla donna incinta che alla donna semplicemente mestruata era interdetto partecipare alle funzioni religiose. La Chiesa quale principale paladina del diritto alla vita è una novità recentissima, ultimo sviluppo disperato del tentativo di disciplinare comunque la donna imponendole regole ferree. Anche a costo di cadere nel paradosso di agitare il modello della Donna Vergine senza accorgersi che anchesso  come ci hanno spiegato con abbondanza di prove Erich Neumann e in genere i pensatori post-junghiani  ricalcava e ricalca miti coltivati dal paganesimo.
Servivano comunque le streghe, individuate nelle cosiddette &lt;i&gt;vetulae&lt;/i&gt; - adepte non già di Satana bensì di ciò che oggi chiameremmo medicina naturale  per impartire alle donne meno sottomesse una lezione esemplare, sotto forma di massacro protratto per alcuni secoli. Tanto che anche i revisionisti della storia dellInquisizione (oggi una folla), devono arretrare di fronte alle cifre di questo spaventoso delitto, e ancora di più di fronte alla rivelazione dellidentità e dellumanità di chi ne rimase vittima (cfr. AA.VV., &lt;i&gt;Mujeres en la Inquisición&lt;/i&gt;, a cura di Mary E. Giles, Mrtinez Roca, Barcellona, 2000).
Della vicenda di una di queste streghe, e dello scontro tra natura e cultura che lo sottende, dà conto Mario Boffo nel suo romanzo (come già fece Mino Guerrini in un romanzo che non raccolse a suo tempo lattenzione dovuta: &lt;i&gt;Strega&lt;/i&gt;, ed. Interno Giallo, 1991). Siamo nel XV secolo, tra Abruzzo e Campania, e una donna viene trascinata al rogo. Gli antecedenti e il processo davanti allInquisizione sono ricostruiti con assoluto scrupolo documentario, fatta volutamente eccezione per un dettaglio: la formula magica ripetuta in tutto il libro è quella, un po improbabile, per scacciare Lilith, la madre terribile della Cabala. Ma ciò serve per spostare il discorso su una dimensione filosofica di respiro cosmico.
Insomma, se non lo si è ancora capito, è un romanzo da leggere assolutamente, e magari da meditare.

 
</text_more></entry>
<entry id='1216' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1216' author_id='1' authored_on='20050211222445' basename='lembel_ho_paura_torero' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050211222445' modified_on='20050211223455' ping_count='0' status='2' title='Lembel: HO PAURA TORERO' week_number='200506'><text>di &lt;b&gt;Enzo Di Mauro&lt;/b&gt;

&lt;i&gt;&quot;Lemebel non ha bisogno di scrivere poesia per essere il miglior poeta della mia generazione&quot; - Roberto Bolaño&lt;/i&gt;
&lt;img alt=&quot;ACF15B2.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/ACF15B2.jpg&quot; width=&quot;60&quot; height=&quot;88&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;&lt;img alt=&quot;8871683927.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/8871683927.jpg&quot; width=&quot;80&quot; height=&quot;126&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Questo &lt;b&gt;Ho paura torero &lt;/b&gt;(traduzione di M.L. Cortaldo e G. Mainolfi, &lt;a href=&quot;http://www.marcosymarcos.com&quot;&gt;Marcos y Marcos &lt;/a&gt;&quot;Gli alianti&quot;, pp. 202, euro 13,00) del cileno Pedro Lemebel dimostra, come meglio non si potrebbe, la felice, incomparabile duttilità della scrittura romanzesca, beninteso non esclusi l&apos;errore, la debolezza di tenuta, il ricorso ad andature corrive, l&apos;ingenuità di fondo, l&apos;esibito sentimentalismo. Eppure, questo cinquantenne che si guadagnò l&apos;ammirazione e l&apos;affetto del coetaneo Roberto Bolaño (il robusto maestro scomparso prematuramente lo scorso anno), ci consegna un efficace ordigno a orologeria fatto esplodere, a imperitura infamia, contro i generali e le loro bande di seviziatori che a lungo umiliarono vita e giovinezza di un popolo.

</text><text_more>E, nel caso di Lemebel, poi, la conclamata, esibita diversità e la combattiva militanza nel movimento gay. L&apos;attività di fotografo, di cineasta, di performer. Il travestitismo. Il suo romanzo è figlio di una tradizione
(soprattutto sudamericana, ma non solo) che non necessariamente sente di dovere esprimere la propria critica del presente nella maniera frontale e pugilistica del corpo a corpo. Egli pensa che si possa anche essere a tal punto esorbitanti da inventariare la tragedia sotto forma di farsa o di pochade o di satira o, insomma, nei modi della più scavezzata e dolente allegoria, cosicché il qui-e-ora (specie se criminale e abietto e totalitario) ne risulti infine annichilito, quasi cancellato ­ eppure vivo e sbalzato agli occhi del lettore.
Lo strappo oppositivo, la contrapposizione, la denuncia, lo smascheramento si esercitano piuttosto e di preferenza mediante una ascesi del grottesco come trabocchetto o come arma per dare scacco alla realtà quando essa si mostri insopportabile da smarrire ogni connotato di credibilità, di affidamento, si direbbe di pertinenza alla nicchia e al rifugio dell&apos;umano.
&lt;b&gt;Ho paura torero &lt;/b&gt;fa ricorso al sarcasmo, alla comicità, al donchisciottismo straccione e picaresco, alla sfrenata e provocatoria alchimia dei colori ­ sete e tele e fiori si accampano a coprire il &quot;corpo del reato&quot; dei
cospiratori nella povera casa della Fata ­ a creare un esplosivo corto circuito, laddove il realismo si accende svaporando verso uno sfondo fantastico e tuttavia laconico, affermativo, verticale. Di fatto, nel racconto di questa vicenda nella quale si intrecciano amore, travestitismo, emulazione da set hollywoodiano, canto e discanto popolare e, non da ultimo, vocazione sovversiva, il lettore non perde nulla in quanto ad allucinata crudezza. Il camp, in altri termini, incontra qui l&apos;attivismo rivoluzionario.
Siamo nel 1986, l&apos;anno del fallito attentato ad Augusto Pinochet. A Santiago. Una Santiago di &quot;mezza tacca&quot;, disoccupata e affamata, sporca e polverosa. La Fata ricama e aspetta, la &quot;testa di uccellina ossigenata&quot; china e intenta al cucito e ai sogni ­ mentre fuori dalla stanza spari e cortei, rumori di ferraglia, tamburi battuti al ritmo della rabbia e della disperazione, blindati che avanzano, camion pieni di torturatori in borghese e fumo acre di lacrimogeni segnalano il tempo dell&apos;abominio, della violenza, della censura, del terrore. La Fata ama le canzoni più sentimentali e ascoltandole si commuove fino alle lacrime. Ha arredato la casa pensando alle dive americane, in primo luogo a Jane Mansfield perché a lei vorrebbe assomigliare. Possiede un cappello giallo, guanti a pois gialli e occhiali con la montatura seminata a brillantini. E, felice come una diva, li indosserà quando il rivoluzionario Carlos la inviterà per un picnic in campagna, all&apos;aperto, su una collina sopra la città. O, almeno, lei così crede, mentre l&apos;uomo conosce la vera ragione di quel sopralluogo.Come un agrimensore egli misura i passi del Dittatore, ne segue i percorsi e gli spostamenti. Lo vuole stanare e uccidere. Eccolo il mélo al servizio della giustizia proletaria.
La fantasia screanzata di Lemebel non ci risparmia i dialoghi surreali tra Pinochet e la logorroica, vanitosa, vacua consorte che vorrebbe svecchiarlo almeno nell&apos;abbigliamento, magari cercando di convincerlo a indossare coloratissime magliette cubane. Mentre lui preferisce, nel suo parossistico &quot;nirvana hitleriano&quot;, ascoltare le più celebri marce militari, chiuso a pensare come frantumare i nemici che vogliono frantumarlo. La Fata di politica non sa nulla, ma è pronta a servire alla causa del macho Carlos, incontrato per caso in un emporio, la &quot;bocca di giglio bagnato&quot;. Lui comincia ad affidarle casse su casse ­ misteriosissime ­ e strani arnesi tubolari che lei trasforma (ignara dapprima e poi consapevole come una sposetta) in altari floreali su cui spicca il color fucsia. Sembra giunto il momento della gloria amorosa, per lei, figlia di un fascista costituzionale che non sopportava il suo passo fru fru. Lei ora &quot;così immobile e silenziosa, così Cleopatra superba di fronte a Marco Antonio. Così Salomè coperta di veli per il Battista&quot;. La sua casa d&apos;angolo, nella Santiago incendiata di quei giorni, diventa il luogo cruciale di una cospirazione destinata a fallire benché di poco. Ed è lei il motore (la vestale) di questo romanzo rivoltoso e scomposto, irritato e doppiamente ferito e nutrito di strepitosa iattanza politica.
Prima,­ avverte Lemebel,­ &quot;c&apos;erano venti pagine scritte alla fine degli anni Ottanta, rimaste a lungo confuse tra ventagli, calze di pizzo e cosmetici che hanno macchiato di rosso la calligrafia romanzesca delle loro parole&quot;.
Dalla dura sfera di quel presente annegato nel sangue e nel silenzio senza fine dei desaparecidos, rotto solo dall&apos;urlo delle madri e delle mogli irriducibili, ecco che quel mucchietto di fogli dimenticati rivede la luce e prende forma e si dilata finché può, senza dimenticare ovviamente fard e rossetti e sottovesti e mutande e le salette dei cinematografi di periferia, tra merda e sperma, dove mani abili o incerte si cercano e bocche si chinano sulla patta del vicino di posto. Lemebel getta in faccia all&apos;eterno fascismo anche questa seconda forma di cospirazione clandestina e di resistenza, a suo modo eroica. Sotto questo aspetto, vertiginosa è la scansione parallela delle ore che precedono l&apos;attentato. Mentre Carlos se ne sta sulla collina, con i compagni, appostato e pronto a colpire l&apos;auto del dittatore, la Fata ormai consapevole, in un miserabile caveau dell&apos;amore a pagamento, stringe il cazzo di un ragazzino. E se l&apos;attacco armato di Carlos manca il bersaglio, quello schizzo bianco va a segno e colpisce in pieno volto il generale assassino. &lt;b&gt;Ho paura torero &lt;/b&gt;immortala, nel segno del camp più svergognato e selvaggio, la figura di una rediviva Didone en travesti.
Come una salamandra, la Fata attraversa due fuochi, quello della passione impossibile e quello della dittatura. Ne esce certo ammaccata, benché incolume. Ma &quot;ogni aristocratico vero possiede, in sommo grado, il senso dell&apos;economia che è quanto dire della praticità&quot;: queste parole antiche di Giacomo Debenedetti (in &lt;b&gt;Profeti&lt;/b&gt;) bene si adattano a descrivere chi ha dato prova di &quot;grande speditezza e snellezza e disinvoltura&quot;, chi insomma si è impegnato in &quot;cose necessarie&quot;. &quot;Raramente ­ annotava il grande critico ­voi vedrete un aristocratico che si mette a fare l&apos;utopista...&quot;.

&lt;i&gt;da Alias, supplemento de &lt;a href=&quot;http://www.ilmanifesto.it&quot;&gt;il manifesto&lt;/a&gt;&lt;/i&gt;</text_more></entry>
<entry id='1217' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1217' author_id='1' authored_on='20050212003242' basename='roberto_bolao_poeta_e_cane_romantico' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050212003242' modified_on='20050211223328' ping_count='0' status='2' title='Roberto Bolaño, poeta e cane romantico' week_number='200506'><text>&lt;img alt=&quot;bolano.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/bolano.jpg&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;180&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;a href=&quot;http://www.feltrinelli.it/BlogAutore?id_autore=201759&amp;blog_id=4&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Rossana Campo&lt;/a&gt;

Roberto Bolaño è uno scrittore cileno, coltissimo e piuttosto borgesiano per certi versi, eppure lho capito subito. Credo che anche lui faccia parte dellAccolita. LAccolita degli Scrittori Fuori Posto, degli scrittori che non hanno belle case, automobili e donne delle pulizie (alcuni di loro forse è capitato pure che lavessero, come un accidente che gli è piombato addosso, ma per nostra fortuna di lettori era come se vivessero sempre in un monolocale sfigato, in un hotel putrido). Per fare parte delAccolita credo sia necessario sentire e manifestare nei propri romanzi, nei racconti e nelle poesie qualcosa che in modo sbrigativo potremmo definire empatia, senso di fratellanza e amore per tutti gli sbandati, per tutti quelli che si lanciano in imprese impossibili e che hanno il cervello e il cuore persi in certi mondi paralleli.</text><text_more>Per chi non ce la fa e deve scappare e lasciare quello che ha, per chi non sa continuare a vivere e fare le cose di tutti i giorni come se niente fosse, e non ha una bella cera, e nemmeno una bella macchina magari neanche una casa dove vivere. È una specie di corrente o forse di legame sottile che avverti subito in uno scrittore, apri la prima pagina, cominci a leggere e ti dici sì, è uno di loro, è uno di noi. Fa parte della Confraternita dei Devoti ai Perdenti.
Lamore è così, largot è così, le strade sono così, i sonetti sono così, il cielo delle cinque della mattina è così. Lamicizia invece, non è così. Nellamicizia non si è mai soli. I protagonisti dei suoi libri sono spesso soli: poeti senza patria che si muovono nel mondo degli esuli, in Sud America, Spagna o Francia con le loro vite tutte piene di libri e sogni e cose lette e scritte che li accompagnano nel loro passaggio terrestre, perché la letteratura è anche fuga e capacità di sopravvivenza e resistenza. Era uno di loro Roberto Bolaño? Jorge Herralde, il suo editore spagnolo, ha detto che Bolaño era un poeta e un cane romantico, rabbioso e bastonato (&lt;b&gt;Los perros romanticos &lt;/b&gt;è il titolo di un suo libro di poesie).
Era nato a Santiago del Cile nel 1953. A quindici anni, nel 1968 si traferisce a Città del Messico con i genitori dove per cinque anni vive libero e scapigliato frequentando artisti ribelli sognatori e fuggitivi. Esseri lontani e pieni di antipatia per i letterati ufficiali. Simpatizza col Mir (il Movimento della sinistra rivoluzionaria), scrive poesie. Nel 1973 un breve ritorno in patria giusto per piombare in quell11 settembre, nella sanguinosa caduta di Allende, e nellascesa di Pinochet. E per partecipare alle manifestazioni che esplodono per strada, per essere arrestato (cavandosela per fortuna con pochi giorni di carcere). A questo punto, quando torture e sparizioni diventano la quotidianità del Cile, lunica via possibile è la fuga. Passaggio a Città del Messico e arrivo in Spagna, Barcellona. In qualche misura tutto quello che ho scritto è una lettera damore e un saluto alla mia generazione, a quelli che hanno scelto la militanza e la lotta e che hanno dato quel poco che avevano, e quel molto che avevano, la giovinezza, a una causa che per noi era la più generosa del mondo (...) lintera America Latina è seminata con le ossa di questi giovani dimenticati. 
In Spagna però non è come in Messico, né come in Cile, Roberto Bolaño non trova i suoi poeti sballati e sognatori, vive un conflitto fra il tentativo di legarsi e linsofferenza verso la comunità dei sudamericani esuli. Poi ci sono i bisogni legati alla sopravvivenza e così lavora come cameriere, vigilante notturno, spazzino, portuale. Ecco una delle molte cose bizzarre di questuomo, che si sentiva soprattutto poeta, e invece esordisce a quarantanni nella prosa, e in dieci anni, dal 93 al 2003 scrive dieci libri, tutti quanti geniali, bizzarri, importanti.&lt;b&gt; I detective selvaggi&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;Chiamate Telefoniche&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;Notturno cileno&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;La letteratura nazista in America Latina&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;Stella distante&lt;/b&gt;... Diventa in fretta uno degli scrittori in lingua spagnola più letti, più influenti, riconosciuto come maestro indiscusso da scrittori quasi coetanei. Poi, di colpo, a soli cinquantanni, nel 2003, ci ha lasciati qui soli. È morto mentre aspettava un trapianto di fegato in un ospedale di Barcellona. 
In Italia mi sembra che Bolaño non abbia raggiunto ancora molti lettori, così vi invito a scoprirlo. Potete iniziare per esempio dai racconti usciti da poco, &lt;b&gt;Le puttane assassine &lt;/b&gt;(tutta lopera di Bolaño è edita da Sellerio, a parte un&apos;uscita mondadoriana), una serie di incontri frantumati che possono toccare a un fuggiasco della vita. Poi se vi va di tuffarvi senza rete in un Grande Romanzo Scarmigliato, in un labirinto pieno di storie e trame e avventure picaresche e surreali, se volete conoscere (fra gli altri) due giovani poeti cileni di unimprobabile avanguardia pura e dura detta realvisceralismo, dediti a sbandate alcoliche e sessuali e a volte molto sentimentali, allora lanciatevi nelle 840 pagine dei &lt;b&gt;Detective selvaggi. &lt;/b&gt;
Li riconoscerete subito? Dipende, di certo è che tutti i sognatori un po accidiosi si fiutano fra di loro. E quando si sono riconosciuti sono fratelli e sorelle per sempre.

&lt;i&gt;da &lt;a href=&quot;http://www.liberazione.it&quot;&gt;Liberazione &lt;/a&gt;del 22-1-2005&lt;/i&gt;</text_more></entry>
<entry id='1218' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1218' author_id='4' authored_on='20050214043114' basename='cronache_di_bassavilla_5' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050214043114' modified_on='20060201232348' ping_count='0' status='2' title='Cronache di Bassavilla 5' week_number='200507'><text>&lt;b&gt;PRODUTTORI DI GELATO IN SIBERIA&lt;/b&gt;

di &lt;b&gt;Danilo Arona&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;SecretWindow.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/SecretWindow.jpg&quot; width=&quot;130&quot; height=&quot;100&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
Anima Mundi, la chiamano. Sarebbe la causa di tante idee assolutamente analoghe, se non identiche, che circolano nelle vene del pianeta. A  volte provoca inesistenti cause per presunto plagio. A chi scrive, per professione o per diletto, qualche volta è successo di metterci il naso dentro e di commentare: Ma guarda che combinazione!, oppure: Questo stronzo mi ha copiato, adesso gli faccio vedere i sorci verdi!.</text><text_more>Avete presente, anni fa, quando Albano Carrisi denunciò Michael Jackson, accusandolo di avergli plagiato un po&apos; di battute di una canzone? Lo portò in tribunale e vinse. I legali di Jackson pagarono, anche perché non potevano dimostrare che quel certo numero di note non aveva nulla a che fare con la canzone di Albano. Ammisero linammissibile, tanto il loro cliente era uno degli uomini più ricchi dellorbe. E uno che, non dimenticatelo, si è comperato in toto quasi tutti i diritti delle canzoni dei Beatles. Però la logica, che spesso non è un argomento giuridico, in tutti i curiosi di quella storia da nulla innestò una domanda: ma quando mai Michael Jackson, in quel suo eremo oggi al centro di unindagine pruriginosa, si sarebbe messo ad ascoltare una canzone, tra le meno conosciute, di Albano Carrisi per copiarne alcuni secondi? Non stava e non starà mai in piedi: Jackson non sapeva neppure chi fosse Albano. E vorrei capire in che modo poteva essere a conoscenza solo della sua esistenza.
La spiegazione è lAnima Mundi. Forse ci troviamo dalle parti di Jung, ma non ho voglia di approfondire. Però la stessa idea (e la sua messa in opera artistica) spesso attraversa più menti nellidentico istante. Magari è colpa di quelle che vengono chiamate &lt;i&gt;leys&lt;/i&gt;, le linee di forza magnetica che attraversano tutta quanta la Terra, immediatamente sotto la superficie e, in qualche caso, sopra di qualche metro. In unantica cultura vengono dette Linee della Schiena del Drago e chi ne mastica sostiene che trasportino idee, pensieri ed energie varie. A volte anche forme-pensiero, ma per oggi è meglio non divagare.
Di sicuro le &lt;i&gt;leys&lt;/i&gt; rappresentano un alibi quanto mai semplicistico, me ne rendo conto. Però conosco casi che, essendo capitati a me, sono inconfutabili, a meno che io non stia vivendo in una Matrix alla David Icke. Cose che potrebbero lasciare di stucco (noi a Bassavilla siamo impermeabili a certe forme di stupore) o, magari, farmi trascinare in tribunale dagli avvocati di David Ambrose, Stephen King. O di Gordiano Lupi. Ma veniamo al dunque.
Uno degli ultimi libri che ho letto è lappassionante &lt;i&gt;Superstizione&lt;/i&gt; di David Ambrose (Meridiano Zero), un horror sottile e fuori dai canoni che, naturalmente nel nostro mercato drogato, devessere spacciato per noir pena il giocarsi qualche centinaio di lettori sullimpatto di copertina. Il plot, facendola breve e molto facile, narra di un gruppo di persone che, sotto la direzione di uno psicologo della Manhattan University, si riuniscono in laboratorio e materializzano un Tulpa, la versione fisica e materiale di un fantasma della mente. Con conseguenze ovviamente disastrose che potrete scoprire procurandovi il libro. 
Un anno prima di leggere Ambrose ho scritto una cosa che si chiama &lt;i&gt;La stazione del Dio del Suono&lt;/i&gt;, che è impossibile spacciare per noir. Il plot, facendola breve, narra di un gruppo di vecchi che si riuniscono nottetempo per raccontarsi storiacce del terrore e materializzano più di un Tulpa. Anche qui con conseguenze catastrofiche. Lho scritto nel 2003 e ho letto Ambrose alla fine del 2004, più o meno quando il libro usciva per Larcher. Così stanno le cose.
Laneddoto che riguarda King mi è stato trasmesso via mail da un amico di Napoli che ha letto il mio racconto &lt;i&gt;Il villaggio dei dannati&lt;/i&gt; che, in tre parole, è un thriller sullimportanza formativa di certi film dellinfanzia. Lho scritto nel 99 e sta in unantologia uscita nel 2000, e in seguito è stato ripreso in unaltra raccolta di Mondadori, &lt;i&gt;In fondo al nero&lt;/i&gt;, sfornata nel 2003. Scusate la pignoleria sulle date, ma è importante. E, se pensate che tutto questo è anche autopromozione, avete proprio ragione: lo è. Bene, il guaglione, dopo avermi letto nel 2003, mi assesta questo colpo nelle reni: ma che fai, ti metti a copiare King?
Risposta: che dici? Come si potrebbe copiare King e passarla impunita?
Secondo affondo: non fare lo gnorri, vai a pagina 125 di &lt;i&gt;Cuori in Atlantide&lt;/i&gt;!
Già, &lt;i&gt;Cuori in Atlantide&lt;/i&gt; sta lì, nel famoso mucchio dei non letti, perché King negli ultimi anni lo compero e lo accantono. Niente di personale, è un grande, ma soffro di crisi di sazietà. Ne ho abusato troppo in passato. In ogni caso apro alla pagina incriminata e non resto di stucco (perché sono nato a Bassavilla), ma di cacca sì: il re del brivido a pagina 125 inizia un panegirico narrativo su &lt;i&gt;Il villaggio dei dannati&lt;/i&gt;, sulla sua importanza formativa, sul suo prolungamento nellimmaginario di oggi Il tutto buttato in fiction, con un tono e con dei passaggi che, accipicchia, sembra che &lt;i&gt;io&lt;/i&gt; lo abbia copiato. Dannazione, cè proprio &lt;i&gt;quel&lt;/i&gt; tono, un po nostalgico che fa tanto horror tra le pieghe alla &lt;i&gt;Stand By Me&lt;/i&gt;.
Due calcoli, anche lui  andando a braccio  lha scritto nel 99. Ma io ho ancor da leggerlo adesso. Però, quel 1999 fa pensare. Lo stesso anno, cacchio!
E veniamo agli orrori caraibici di Gordiano Lupi. A quel &lt;i&gt;Nero Tropicale&lt;/i&gt; che, a naso, lattivissimo scrittore toscano deve aver prodotto nel 2000, o giù di lì, per quanto uscito nel 2003 da Terzo Millennio. Si tratta di una raccolta di cinque racconti lunghi, tutti legati da un affascinante filo conduttore, la magia nera cubana, che Lupi conosce meglio di un santero. Non la Cuba agiografica cui ci hanno abituato negli ultimi anni frotte di autori caraibici che in Europa hanno messo su casa e conto in banca, né quella nostalgica/musicale mitizzata da Ray Cooder e Wim Wenders. Men che mai, quella da agenzia di viaggio tutto compreso che si vede negli spot Havana Club, paradiso degli europei che in Europa non trombano, e manco  per finire  lultima via di fuga da un mondo occidentale, nostalgico e opprimente, qual è stata dipinta in un film italiano di qualche tempo fa che sintitolava &lt;i&gt;Encantado&lt;/i&gt;, regista Corrado Colombo. No, qui si descrive la Cuba popolata da gente forte e dignitosa che ad ogni alba deve inventarsi la vita, stretta comè da un embargo spietato e da un regime incoerente allinterno. Una Cuba che si respira e si vede, in cui lantico sapere magico, legato alle secolari tradizioni degli schiavi importati dallAfrica, è una delle poche risorse vitali. E unarma mortale e infallibile. Come dire: allocchio, lettore e possibile turista per Cuba, allocchio che dietro lo stereotipo sesso, musica e rum cè dellaltro, ed è qualcosa che non si può neppure guardare. Magari si chiama Palo Mayombe. 
Io &lt;i&gt;Palo Mayombe&lt;/i&gt; lho scritto nel 2000 ed è uscito nel 2004 presso Dario Flaccovio Editore. I file, lo sapete, lasciano tracce temporali che non sono smentibili. I due lavori non si assomigliano, sia ben chiaro. E, in ogni caso, ho letto &lt;i&gt;Sangue Tropicale&lt;/i&gt;, quando è uscito nel 2003. E Gordiano, se lo ha fatto, ha potuto leggere &lt;i&gt;Palo Mayombe&lt;/i&gt; solo da giugno dello scorso anno. Non possiamo esserci copiati a vicenda, il calendario lo attesta. E, ripeto, la diversità è tale e tanta da vanificare ogni sospetto. Ma lidea di fondo che anima Palo Mayombe e &lt;i&gt;Sangue Tropicale&lt;/i&gt; è la stessa e spero di sintetizzarla in questo modo: un tempo, nella cultura latino-americana, le antiche conoscenze magiche e la politica sintrecciavano in nome della libertà e delleguaglianza, ma oggi libertà ed eguaglianza sono chimere perdute e lantico sapere (il Palo Mayombe?) è rimasto da solo a segnare un confine oltre il quale luomo bianco, civile, non ha che da morire. Stesso progetto di base, dicevo: una lampadina che, forse, si è accesa per entrambi nel 2000, mese più mese meno. 
E allora? E allora niente. In realtà ho usato indebitamente questo spazio per promuovere lopera di chi in Italia produce e pubblica horror, partendo da me in modo quanto mai discutibile. E di sicuro, contateci, parleremo in qualche altra puntata di numerosi altri amici che producono gelato in Siberia (similitudine azzeccatissima che ho letto da qualche parte in rete), ovvero scrivono horror e/o gotico contemporaneo. Però io a questa storia delle &lt;i&gt;leys&lt;/i&gt; ci credo: Bassavilla, ad esempio, è stata costruita su una Sincronica Maggiore, una delle più potenti linee di scorrimento, e molti dei suoi abitanti vedono fantasmi e prevedono catastrofi. E una specie di talismano che pulsa in un certo modo. Sotto è piena di gallerie che conducono in strani posti con strani altari. Da quelle parti viaggiano le idee.


</text_more></entry>
<entry id='1219' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1219' author_id='1' authored_on='20050215000844' basename='burroughs_la_prefazione_a_checca' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='0' created_on='20050215000844' modified_on='20050215000957' ping_count='0' status='2' title='Burroughs: la prefazione a CHECCA' week_number='200507'><text>di &lt;b&gt;William S. Burroughs&lt;/b&gt;&lt;p&gt;
&lt;img alt=&quot;burroughbn.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/burroughbn.jpg&quot; width=&quot;98&quot; height=&quot;78&quot; border=&quot;1&quot; hspace=6 vspace=2 align=right /&gt;Quando ci abitavo, alla fine degli anni Quaranta, Città del Messico aveva un milione di abitanti, l&apos;aria pulita e frizzante e il cielo di
quella speciale sfumatura d&apos;azzurro che si intona tanto bene con gli avvoltoi
volteggianti, il sangue e la sabbia: quel crudo, minaccioso, spietato azzurro
messicano. Città del Messico mi era piaciuta fin dal primo giorno. Nel 1949 ci
si poteva vivere con pochi soldi, era abitata da una numerosa colonia di
stranieri, c&apos;erano bordelli e ristoranti leggendari, combattimenti di galli e di
tori, e tutti i passatempi immaginabili. Da soli si viveva bene con due dollari
al giorno. Il mio processo a New Orleans per possesso di eroina e marijuana si
stava mettendo così male che decisi di non presentarmi all&apos;udienza in
tribunale, e affittai un appartamento in un tranquillo quartiere borghese di
Città del Messico.&lt;br&gt;</text><text_more>&lt;img alt=&quot;8845914089.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/8845914089.jpg&quot; width=&quot;80&quot; height=&quot;126&quot; border=&quot;0&quot; hspace=6 vspace=2 align=left /&gt;Sapevo che non sarei potuto tornare negli Stati Uniti per
cinque anni, non prima cioè che il reato fosse caduto in prescrizione, perciò
chiesi la cittadinanza e mi iscrissi ad alcuni corsi di archeologia maya e
messicana all&apos;università locale. La legge per la sovvenzione agli studi dei
reduci mi pagava i libri e le tasse universitarie, più un assegno di
settantacinque dollari al mese. Pensavo di dedicarmi all&apos;agricoltura, o magari
di aprire un bar vicino al confine americano.&lt;br&gt;
La città mi piaceva. In quanto a sudiciume e miseria le zone
dei bassifondi davano dei punti a quelle delle città asiatiche. La gente cagava
ovunque per strada, poi si sdraiava e ci dormiva in mezzo, con le mosche che
entravano e uscivano dalla bocca. I più intraprendenti, non di rado lebbrosi,
accendevano fuochi agli angoli delle strade e cucinavano ripugnanti, fetide,
abominevoli sbobbe che distribuivano ai passanti. Gli ubriachi dormivano sui
marciapiedi della strada principale, e nessun poliziotto li disturbava. Mi
sembrava che in Messico tutti conoscessero perfettamente l&apos;arte di farsi gli
affari propri. Se qualcuno voleva andarsene in giro con il monocolo o con un
bastone da passeggio non esitava a farlo, e nessuno lo degnava di un&apos;occhiata. I
ragazzi e i giovanotti camminavano sottobraccio e nessuno ci faceva caso. Non
perché la gente non si curasse di quel che pensavano gli altri; semplicemente a
un messicano non veniva in mente di poter esser criticato da un estraneo, né di
criticare il comportamento altrui.&lt;br&gt;
&lt;img alt=&quot;burroughscomics.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/burroughscomics.jpg&quot; width=&quot;75&quot; height=&quot;128&quot; border=&quot;1&quot; hspace=6 vspace=2 align=right /&gt;Il Messico era in sostanza una civiltà orientale che
rifletteva duemila anni di malattie, miseria, degradazione, stupidità,
schiavitù, brutalità e terrorismo psicofisico. Era sinistro, tetro e caotico,
quel particolare caos che c&apos;è nei sogni. Nessun messicano conosceva davvero un
altro messicano, e quando un messicano uccideva qualcuno (e accadeva spesso), si
trattava in genere del suo migliore amico. Chiunque ne avesse voglia poteva
girare armato, e ho letto di parecchi casi in cui dei poliziotti ubriachi,
sparando agli avventori di un bar, erano stati colpiti a loro volta da civili
armati. Un poliziotto in Messico aveva la stessa autorità di un tranviere.&lt;br&gt;
Tutti i funzionari erano corruttibili, l&apos;imposta sul reddito
era molto bassa e le cure mediche estremamente economiche, perché i dottori
mettevano annunci sui giornali e facevano sconti. Si poteva curare una gonorrea
con due dollari e quaranta, oppure comprare la penicillina e iniettarsela da
soli. ­L&apos;automedicazione non era regolamentata, e aghi e siringhe si compravano
dappertutto. Questo al tempo di Alemán, quando la &lt;i&gt;mordida&lt;/i&gt; regnava
sovrana, e una piramide di bustarelle saliva dall&apos;ultimo poliziotto di ronda su
fino al Presidente. Città del Messico era anche la capitale mondiale del
crimine, con la più alta percentuale di omicidi pro capite. Sui quotidiani si
leggevano ogni giorno notizie del genere:&lt;br&gt;
Un &lt;i&gt;campesino&lt;/i&gt; è appena arrivato dalla campagna, sta
aspettando l&apos;autobus: pantaloni di tela, sandali ricavati da un copertone,
grande sombrero, macete alla cintura. C&apos;è anche un altro che sta aspettando, in
giacca e cravatta, e guarda l&apos;orologio borbottando irosamente tra sé. Il &lt;i&gt;campesino&lt;/i&gt;
sfila il machete dalla cintura e stacca di netto la testa all&apos;altro. più tardi
dirà alla polizia: Aveva uno sguardo &lt;i&gt;muy feo&lt;/i&gt; e alla fine non sono
riuscito a trattenermi . Ovviamente l&apos;uomo era
seccato per il ritardo dell&apos;autobus e guardava se lo vedeva arrivare, quando il &lt;i&gt;campesino
&lt;/i&gt;fraintende il suo atteggiamento e, detto fatto, una testa rotola nel canale
di scolo, con un ghigno orribile e i denti d&apos;oro in bella mostra.&lt;br&gt;
Due &lt;i&gt;campesinos&lt;/i&gt; siedono sconsolati sul ciglio della
strada. Non hanno soldi per la colazione. Ma ecco un ragazzo che conduce alcune
capre. Uno dei due &lt;i&gt;campesinos &lt;/i&gt;raccoglie un sasso e sfonda il cranio del
ragazzo. I due portano le capre al villaggio più vicino e le vendono. Quando la
polizia li arresta stanno facendo colazione.&lt;br&gt;
Un uomo vive nella sua casetta. Uno straniero gli chiede la
strada per Ayahuasca. Ah, da questa parte, senor. Trascina lo straniero in
lungo e in largo: Per di qua. All&apos;improvviso si rende conto di non avere
la più pallida idea di dove si trovi la strada, e poi che gliene importa?
Perciò raccoglie un sasso e uccide l&apos;importuno.&lt;br&gt;
I &lt;i&gt;campesinos&lt;/i&gt; si facevano valere con sassi e machete.
Più sanguinari erano i politicanti e i poliziotti fuori servizio, ciascuno con
la sua .45 automatica. Si imparava in fretta a buttarsi per terra. Ecco un&apos;altra
storia vera. Un Político armato viene a sapere che la sua ragazza lo tradisce,
che si vede con qualcuno in un certo locale. Un ragazzotto americano è appena
entrato e si è seduto vicino a lei, quando il macho si precipita dentro: CHING0A!&lt;i&gt;.
&lt;/i&gt;Tira fuori la sua .45 e fredda il ragazzo direttamente sullo sgabello del
bar. Trascinano il corpo fuori e poi per un bel tratto di strada. Quando
arrivano i poliziotti il barista si stringe nelle spalle e passa lo straccio sul
bancone insanguinato, limitandosi a dire: &lt;i&gt;Malos, esos muchachos&lt;/i&gt;!.&lt;br&gt;
Ogni paese ha i suoi Stronzi, tipo il poliziotto del Sud che
fa una tacca sulla pistola per ogni negro ammazzato, e il macho messicano
strafottente, quanto a puro squallore, è certamente al vertice. E molti
borghesi messicani sono anche peggio degli altri borghesi del mondo. Ricordo che
in Messico le ricette dei narcotici erano di un giallo brillante, come le
banconote da mille dollari o il foglio di radiazione dall&apos;esercito. Una volta il
vecchio Dave e io cercammo di usare una ricetta che lui aveva legalmente
ottenuto dal governo messicano. Il primo farmacista da cui provammo si ritrasse
inorridito a quella vista: No prestamos servicio a los viciosos!.&lt;br&gt;
Passammo da una farmacia all&apos;altra, stando sempre peggio: No,
senor ... . Dobbiamo aver camminato per chilometri.&lt;br&gt;
Mai stato in questo quartiere .&lt;br&gt;
 Be&apos;, proviamone ancora una .&lt;br&gt;
Alla fine entrammo in una farmacia che era soltanto un
minuscolo buco nel muro. Tirai fuori la &lt;i&gt;receta&lt;/i&gt; e una signora con i
capelli grigi mi sorrise. La farmacista lesse la prescrizione e disse:  Due
minuti, senior.&lt;br&gt;
Ci sedemmo ad aspettare. C&apos;erano dei gerani alla finestra. Un
ragazzino mi portò un bicchier d&apos;acqua, e un gatto mi si strofinò contro la
gamba. Dopo un po&apos; la farmacista ritornò con la nostra morfina.&lt;br&gt;
 Gracias, senor.&lt;br&gt;
Adesso il quartiere sembrava incantato: piccole &lt;i&gt;farmacias &lt;/i&gt;in
un mercato, fuori cassette e bancarelle, sull&apos;angolo una &lt;i&gt;pulqueríà. &lt;/i&gt;Chioschi
che vendevano cavallette fritte e zucchero candito alla menta nero di mosche.
Ragazzi appena arrivati dalla campagna con abiti bianchi immacolati e sandali di
corda, le facce di rame brunito e occhi neri selvaggi e innocenti: animali
esotici, di un&apos;abbagliante bellezza asessuata. Ecco un ragazzo dai tratti
angolosi e la pelle scura, odoroso di vaniglia, una gardenia dietro l&apos;orecchio.
Sì, hai trovato un Johnson, ma per trovarlo hai dovuto traversare Merdaville a
guado. E sempre così. Proprio quando pensi che la terra sia popolata
esclusivamente da Stronzi, incontri un Johnson.&lt;br&gt;
Un giorno bussarono alla porta alle otto di mattina. Andai ad
aprire in pigiama e trovai un ispettore dall&apos;Immigrazione.&lt;br&gt;
 Si vesta. Lei è in arresto .&lt;br&gt;
A quanto pare, la vicina aveva sporto una lunga denuncia per
schiamazzi e ubriachezza molesta, e c&apos;era anche qualcosa che non tornava nei
miei documenti, e poi dov&apos;era questa moglie messicana? I funzionari
dell&apos;Immigrazione erano assolutamente decisi a sbattermi in galera in attesa di
espellermi in quanto straniero indesiderabile. Ovviamente si poteva sistemare
tutto con un po&apos; di soldi, ma il mio interlocutore era il capo del dipartimento e non si
sarebbe accontentato di noccioline. Alla fine dovetti scucire duecento dollari.
Mentre tornavo a casa dall&apos;Ufficio Immigrazione provai a immaginare che cosa
avrei dovuto pa­gare se avessi fatto davvero degli investimenti a Città del
Messico.&lt;br&gt;
Pensai ai problemi che avevano continuamente i tre americani
proprietari dello Ship Ahoy. 1 poliziotti capitavano sempre lì per una &lt;i&gt;mordida,
&lt;/i&gt;e poi veniva l&apos;ispettore sanitario, poi altri poliziotti ancora che
cercavano un pretesto per farsi un po&apos; di soldi. Portavano via il cameriere e lo
pestavano a sangue. Volevano sapere dov&apos;era nascosto il corpo di Kelly, quante
donne venivano violentate nel locale, chi spacciava la marijuana. Eccetera.
Kelly era un americano fico a cui sei mesi prima avevano sparato nello Ship
Ahoy; si era ripreso e adesso era nell&apos;esercito. Nessuna donna era mai stata
violentata nel locale, e nessuno ci fumava marijuana. A quel punto avevo
completamente abbandonato il mio progetto di aprire un bar in Messico.&lt;br&gt;
Un tossicomane si cura poco della propria immagine. Porta
vestiti sporchissimi e logori, e non sente alcuna necessità di attirare
l&apos;attenzione su di sé. Durante il mio periodo di tossicodipendenza a Tangeri mi
chiamavano &lt;i&gt;el hombre invisible. &lt;/i&gt;Questa disintegrazione
dell&apos;immagine di sé produce spesso un&apos;indiscriminata fame di immagini. Billie
Holiday diceva che capiva di esserne fuori quando smetteva di guardare la TV.
Nel mio primo romanzo, &lt;i&gt;La scimmia sulla schiena, &lt;/i&gt;il protagonista Lee è
integrato, sicuro di sé e di dove sta andando. In &lt;i&gt;Checca è &lt;/i&gt;disintegrato,
disperatamente bisognoso di contatto, del tutto insicuro di sé e dei propri
obiettivi.&lt;br&gt;
Naturalmente la differenza è lampante: Lee sotto l&apos;effetto
della droga è desiderabile, protetto ma anche rigidamente limitato. La droga
non solo cortocircuita la carica sessuale, ma, a seconda delle dosi, ottunde
anche le reazioni emotive fino al punto di annullarle. Riandando al periodo in
cui si svolge &lt;i&gt;Checca, &lt;/i&gt;quell&apos;allucinato mese di feroce astinenza è
avvolto da un bagliore infernale, minaccioso e malvagio, che fuoriesce dai bar
illuminati al neon, la sordida violenza, la .45 sempre a portata di mano. Con la
droga ero come dentro una camera stagna, non bevevo, non andavo molto in giro,
mi limitavo a farmi e ad aspettare il buco successivo.&lt;br&gt;
Quando si toglie il tappo, tutto ciò che veniva tenuto a
bada dalla droga si rovescia fuori. Il tossicomane in astinenza è soggetto agli
eccessi emotivi di un bambino o di un adolescente, a prescindere dalla sua età
effettiva. E l&apos;energia sessuale ritorna prepotentemente. Uomini di sessant&apos;anni
fanno sogni erotici e hanno orgasmi spontanei (un&apos;esperienza estremamente
spiacevole, &lt;i&gt;agafante, &lt;/i&gt;come dicono i francesi, da far rabbrividire). Se il
lettore non lo tiene presente, la metamorfosi della personalità di Lee
sembrerà inspiegabile o psicotica. Bisogna inoltre tenere a mente che la
sindrome da astinenza ha una risoluzione spontanea, e non dura più di un mese.
E Lee attraversa una fase in cui beve troppo, esasperando tutti gli aspetti
peggiori e più pericolosi del malessere causato dall&apos;astinenza: comportamento
spericolato, sconveniente, violento, piagnucoloso - in una parola, disgustoso.&lt;br&gt;
Una volta disintossicato, l&apos;organismo si riassesta e si
stabilizza a un livello pre-droga. Nel racconto questa stabilizzazione viene
infine raggiunta durante il viaggio in Sudamerica. Non ci sono oppiacei
disponibili, né altre droghe, dopo la tintura d&apos;oppio di Panama. Il consumo di
alcol di Lee si è ridotto a un buon numero di superalcolici verso sera. Non
molto diverso dal Lee delle successive &lt;i&gt;Yage Letters, &lt;/i&gt;eccetto per la
presenza fantasmatica di Allerton.&lt;br&gt;
Così avevo scritto &lt;i&gt;La scimmia sulla schiena, &lt;/i&gt;con un
intento relativamente semplice: mettere per iscritto nella maniera più semplice
e precisa le mie esperienze di tossicomane. Aspiravo a pubblicazione, denaro e
riconoscimenti. All&apos;epoca in cui cominciavo a scrivere &lt;i&gt;La scimmia sulla
schiena &lt;/i&gt;Kerouac aveva pubblicato &lt;i&gt;La città e la metropoli. &lt;/i&gt;Ricordo di
avergli scritto una lettera in cui dicevo che adesso soldi e successo erano
assicurati. Come si può capire, a quei tempi non sapevo nulla di queste
faccende.&lt;br&gt;
L&apos;intento di &lt;i&gt;Checca &lt;/i&gt;era più complesso, e anche ora
non mi è del tutto chiaro. Perché dovevo fare una cronaca così precisa di
quei ricordi estremamente dolorosi, spiacevoli, laceranti? &lt;i&gt;La scimmia sulla
schiena &lt;/i&gt;l&apos;ho scritto io, ma in &lt;i&gt;Checca &lt;/i&gt;ho la sensazione di essere
stato scritto. Mi stavo inoltre sforzando di trovare un modo per continuare a
scrivere, per mettere le cose in chiaro; scrivere è come un vaccino. Appena una
cosa viene scritta, perde il potere della sorpresa, proprio come un virus perde
il vantaggio quando un virus più debole ha&lt;br&gt;
creato anticorpi pronti a reagire. Così, mettendo per
iscritto la mia esperienza, ottenni una certa immunità da altre pericolose
avventure di questo genere.&lt;br&gt;
All&apos;inizio del frammento di manoscritto di &lt;i&gt;Checca, &lt;/i&gt;ritornato
dalla camera stagna della droga alla terra dei vivi come un Lazzaro inetto e
demente Lee sembra deciso a farsi qualcuno. C&apos;è un non so che di curiosamente
sistematico e asessuale nella sua ricerca di un adeguato oggetto di desiderio,
nello spuntare una possibilità dopo l&apos;altra da un elenco che sembra compilato
con in mente l&apos;insuccesso finale. A un livello molto profondo Lee non vuole
avere successo, ma è disposto a tutto pur di non rendersi conto che non è il
contatto sessuale quello che sta davvero cercando.&lt;br&gt;
Ma Allerton rappresentava decisamente un qualche genere di
contatto. E qual era il contatto che Lee stava cercando? Visto a posteriori, un
concetto molto confuso che non aveva niente a che vedere con l&apos;individuo
Allerton. Mentre il tossicomane è indifferente all&apos;impressione che suscita
negli altri, durante l&apos;astinenza può sentire il bisogno coatto di un pubblico, ed è chiaramente questo che Lee cerca in Allerton: un
pubblico, il riconoscimento della sua esibizione, che, ovviamente, è una
maschera, che sta a nascondere una spaventosa disintegrazione. Così si inventa
un modo frenetico di attirare l&apos;attenzione che chiama i numeri: brutali,
comici, irresistibili. t un Vecchio Marinaio, e ferma uno dei tre ...  .&lt;br&gt;
L&apos;esibizione diventa il numero di uno spettacolo: fantasie
sui Giocatori di scacchi, sul Petroliere texano, il concessionario di schiavi
usati Gus Culo-a-Pannocchia. In &lt;i&gt;Checca, &lt;/i&gt;Lee dedica questi numeri a un
pubblico vero e proprio. In seguito, durante la sua evoluzione come scrittore,
il pubblico viene interiorizzato. Ma lo stesso meccanismo che ha prodotto Aj. e
il dottor Benway, lo stesso impulso creativo, è rivolto ad Allerton, costretto
nel ruolo di Musa plaudente, nel quale si sente comprensibilmente a disagio.&lt;br&gt;
Ciò che Lee sta cercando è il contatto, il riconoscimento,
come un fotone che emerge dalla nebbia della non-sostanza per lasciare una
traccia indelebile nella coscienza di Allerton. Non riuscendo a trovare un
osservatore adeguato, Lee rischia una dolorosa dispersione, come un fotone
sfuggito all&apos;osservatore. Lee non sa di essere ormai votato alla scrittura,
poiché questo è l&apos;unico modo che ha di lasciare una traccia indelebile,
indipendentemente dal fatto che Allerton abbia voglia di stare a guardare oppure
no. Lee viene spinto inesorabilmente nel mondo della letteratura. Ha già scelto
tra vita e scrittura.&lt;br&gt;
Il manoscritto si trascina fino a Puyo, la città alla Fine
della Strada... La ricerca dello Yage è fallita. Il misterioso dottor Cotter
vuole soltanto liberarsi degli ospiti inopportuni. Sospetta che siano agenti di
Gìll, l&apos;infido socio che vuole rubare il suo geniale metodo per isolare il
curaro dal veleno composito delle frecce. Più tardi ho saputo che le industrie
farmaceutiche avevano semplicemente deciso di comprare il veleno in grandi
quantità e di estrarne il curaro nei loro laboratori in America. Il farmaco
venne presto sintetizzato, e adesso è una sostanza di uso comune presente in
molti miorilassanti. A quanto pare Cotter non aveva proprio niente da perdere: i
suoi sforzi erano già stati superati.&lt;br&gt;
Un vicolo cieco. E Puyo può servire come modello per il
Luogo delle Strade Morte: un agglomerato senza sbocco e senza significato di
case con il tetto di lamiera sotto un acquazzone perenne. La Shell se ne è
andata, lasciandosi dietro i bungalow prefabbricati e i macchinari arrugginiti.
E Lee è alla fine del percorso, una fine già implicita nell&apos;inizio. E lasciato
in balìa di distanze insormontabili, della frustrazione e della stanchezza per
un viaggio lungo e doloroso, inutile, le deviazioni sbagliate, la pista persa,
un autobus che aspetta sotto la pioggia... di nuovo ad Ambato, a Quito, a
Panama, a Città del Messico.&lt;br&gt;
Quando cominciai a scrivere questa introduzione a &lt;i&gt;Checca, &lt;/i&gt;ero
come paralizzato da un senso di profonda riluttanza, un blocco dello scrittore
simile a una cainicia di forza:  Getto un&apos;occhiata al manoscritto di &lt;i&gt;Checca
&lt;/i&gt;e sento di non poterlo proprio leggere. Il mio passato è un fiume
avvelenato da cui ho avuto la fortuna di poter fuggire, e dal quale mi sento
immediatamente minacciato, anni dopo gli eventi narrati. Doloroso al punto che
ho difficoltà a leggerlo, figuriamoci a scriverne. Ogni parola e ogni gesto mi
fanno rabbrividire. La ragione di questa riluttanza mi diventa più chiara
quando mi costringo a guardare: il libro è motivato e plasmato da un evento che
non viene mai menzionato, che è anzi evitato con cura: l&apos;uccisione accidentale
di mia moglie joan con un colpo di pistola, avvenuta nel settembre del 1951.&lt;br&gt;
Quando scrivevo &lt;i&gt;Strade morte &lt;/i&gt;mi sentivo in contatto
spirituale con lo scrittore inglese Denton Welch, e avevo modellato direttamente
su di lui l&apos;eroe del romanzo, Kim Carson. Interi paragrafi mi uscivano quasi
sotto dettatura, come in una seduta spiritica. Ho già scritto di quel fatidico
mattino dell&apos;incidente che lasciò Denton invalido per quel che restava della
sua breve vita. Se si fosse trattenuto un po&apos; più a lungo qui, e non così a
lungo là, sarebbe mancato all&apos;appuntamento con l&apos;automobilista che colpì da
dietro la sua bicicletta senza alcuna ragione apparente. A un certo punto Denton
si era fermato a prendere un caffè e, guardando i cardini, in parte rotti,
delle imposte di una finestra del bar, era stato colto da un senso di
desolazione e lutto universali. Perciò ogni evento di quel mattino è carico di
un significato speciale, come se fosse sottolineato. Questa portentosa
preveggenza permea la scrittura di Welch: un pasticcino, una tazza di tè, un
calamaio acquistato per pochi scellini si caricano di un significato speciale e
spesso sinistro.&lt;br&gt;
Leggendo il manoscritto di &lt;i&gt;Checca &lt;/i&gt;provo esattamente la
stessa sensazione, con un&apos;intensità quasi insopportabile. L&apos;evento verso il
quale Lee si sente inesorabilmente trascinato è la morte della moglie per mano
sua, la consapevolezza di essere posseduto, della mano di un morto che aspetta
di scivolare sulla sua come un guanto. Così una nebbia minacciosa e malvagia si
alza dalle pagine, una malvagità che Lee, avveduto e ingenuo al tempo stesso,
cerca di allontanare con deliranti voli della fantasia: i suoi numeri, che fanno
rabbrividire a causa dell&apos;atroce minaccia che vi si intuisce appena dietro o a
fianco, una presenza impalpabile come una foschia.&lt;br&gt;
A Parigi Brion Gysin mi disse: Perché lo spirito del male
ha sparato a joan per essere... . Un frammento di messaggio medianico
incompleto... oppure completo? Non ha bisogno di essere completato, se lo si
legge:  lo spirito del male ha sparato a joan per essere , cioè per
mantenere la sua odiosa attività parassitaria. Il mio concetto di possessione
è più vicino a quello medioevale che alle moderne spiegazioni psicologiche,
con la loro dogmatica insistenza che tali manifestazioni debbano venire
dall&apos;interno e mai e poi mai dall&apos;esterno. (Come se ci fosse una netta
distinzione tra dentro e fuori). Mi riferisco a una precisa entità. E comunque,
il concetto psicologico potrebbe anche essere stato inventato dalle entità
stesse, poiché niente danneggia di più il possessore che essere visto come una
creatura invasiva separata dall&apos;ospite che ha invaso. E questo fa sì che si mostri solo quando è
assolutamente necessario.&lt;br&gt;
Nel 1939 cominciai a interessarmi ai geroglifici egizi e
andai a trovare un tizio del Dipartimento di Egittologia dell&apos;Università di
Chicago. E qualcosa mi gridava nell&apos;orecchio: TU NON C&apos;ENTRI NIENTE CON
QUESTO POSTO! . Sì, i geroglifici mi fornirono una chiave al meccanismo
della possessione. Come un virus, l&apos;entità deve trovare un porto d&apos;accesso.&lt;br&gt;
In questa circostanza ebbi la prima chiara indicazione che
nel mio essere c&apos;era qualcosa che non era me, e che non controllavo. Ricordo un
sogno di questo periodo: lavoravo come disinfestatore a Chicago, verso la fine
degli anni Trenta, e vivevo in una pensione nella parte più vicina al centro del North Side.
Nel sogno galleggio fino al soffitto in preda a un senso di morte e disperazione
totale, e guardando in basso vedo il mio corpo uscire dalla stanza con intenti
omicidi.&lt;br&gt;
Chissà se lo Yage avrebbe potuto risolvere la situazione con
una delle sue folgoranti illuminazioni. Ricordo un &lt;i&gt;cut-up&lt;/i&gt; che feci a
Parigi anni dopo:  Crudi venti escoriati d&apos;odio e sventura cannarono il colpo
. E per anni pensai che si riferisse a quando la droga schizza dal lato della
siringa o del contagocce a causa di un&apos;ostruzione. Brion Gysin mi indicò il
vero senso: il colpo che aveva ucciso Joan.&lt;br&gt;
A Quito mi ero comprato un coltello da scout. Aveva
l&apos;impugnatura di metallo e sembrava stranamente vecchio e annerito, come se
fosse uscito dal negozio di un rigattiere di fine secolo. Mi sembra di vederlo,
con l&apos;argentatura che si scrosta su un vassoio pieno di vecchi coltelli e
anelli. Erano più o meno le tre del pomeriggio, pochi giorni dopo il mio
ritorno a Città del Messico, e avevo deciso di farlo affilare. L&apos;arrotino aveva
un fischietto e taceva un percorso fisso, e mentire mi avvicinavo al suo
carretto il senso di lutto e tristezza che mi aveva oppresso per tutto il
giorno, tanto da rendermi faticoso persino respirare, si intensificò a tal
punto che mi ritrovai le lacrime che mi scorrevano sulle guance.&lt;br&gt;
 Ma cosa diavolo c&apos;è che non va?  mi chiesi.&lt;br&gt;
Questa forte depressione e un senso di sventura ritornano
continuamente nel testo. Di solito Lee li attribuisce ai suoi insuccessi con
Allerton.  Un enorme peso gli rallentava movimenti e pensieri. Aveva la
faccia rigida, la voce incolore. Allerton ha appena rifiutato un invito a
cena e se ne è andato all&apos;improvviso. Fissò il tavolo, i pensieri
rallentati, come se avesse un gran freddo . (Leggendo queste parole ho
davvero freddo e mi sento depresso).&lt;br&gt;
Ecco un sogno premonitore fatto nella baracca di Cotter in
Ecuador. Era davanti allo Ship Ahoy. Il locale sembrava deserto. Sentiva
qualcuno piangere. Vide suo figlio, si inginocchiò e lo prese in braccio. Il
pianto si fece più vicino,
un&apos;ondata di tristezza ...&lt;br&gt;
Strinse Willy forte al petto. Un gruppo di persone con
l&apos;uniforme da carcerato. era immobile davanti a lui. Lee si chiese che cosa
stessero facendo e perché lui piangesse .&lt;br&gt;
Mi sono costretto a ricordare il giorno della morte di Joan,
il senso opprimente di lutto e sventura... mentre camminavo lungo la strada
all&apos;improvviso mi sono ritrovato con le lacrime che mi scorrevano sulle guance.
Che cosa mi succede?. Il coltellino da scout con l&apos;impugnatura di metallo,
l&apos;argentatura che si stacca, un odore di vecchie monete, il fischietto
dell&apos;arrotino. Cosa ne sarà stato di quel coltello che non sono mai andato a
riprendere?&lt;br&gt;
Sono obbligato a giungere alla terrificante conclusione che
senza la morte di Joan io non sarei mai diventato uno scrittore, e a rendermi
conto di quanto questo evento abbia motivato ed espresso la mia scrittura. Vivo
sotto la minaccia costante di essere posseduto, e un bisogno costante di
sfuggire alla possessione, al Controllo. Perciò la morte di Joan mi ha messo in
contatto con l&apos;invasore, lo Spirito del Male, e mi ha trascinato in una
battaglia lunga un&apos;intera vita, in cui non ho avuto altra scelta che scrivere la
mia via d&apos;uscita.&lt;br&gt;
&lt;i&gt;
Mi sono costretto a fuggire alla morte. Denton Welch è quasi
la mia faccia. Odore di vecchie monete. Cosa ne sarà stato di quel coltello
chiamato Allerton, di ritorno alla terrificante Margaras Inc.? La comprensione
è un fare formulato nella maniera più semplice? Il giorno della
sventura e della perdita di Joan. Trovate lacrime che scorrevano giù da
Allerton, si staccavano come da un pistolero del West. Che cosa stai
riscrivendo? La preoccupazione di tutta una vita per il Controllo e il
Virus. Dopo aver trovato l&apos;accesso il virus utilizza l&apos;energia, il sangue, la
carne e le ossa dell&apos;ospite per fare copie di sé. Modello di dogmatica
insistenza mai da fuori mi stava gridando nell&apos;orecchio:  TU NON CENTRI
NIENTE CON QUESTO POSTO!.&lt;br&gt;
Una scrittura da camicia di forza accuratamente paralizzata
con intensa riluttanza. Per sfuggire alle loro -righe prescritte anni dopo gli
eventi narrati. Un blocco dello scrittore evitò la morte dijoan. Denton Welch
è la voce nebulosa di Kim Carson sottolineato messaggio spiritico interrotto.&lt;br&gt;
&lt;/i&gt;
Febbraio 1985&lt;br&gt;</text_more></entry>
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di &lt;b&gt;Valerio Evangelisti&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Vampire.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Vampire.jpg&quot; width=&quot;115&quot; height=&quot;179&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
&lt;img alt=&quot;Carmilla-Pitt.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Carmilla-Pitt.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;90&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
Il mito del vampiro, quale estrapolato da una congerie di leggende da Bram Stoker e sistematizzato nel romanzo &lt;i&gt;Dracula&lt;/i&gt;, ha una chiara matrice cristologica sottoposta a distorsione. Se Cristo donava il sangue, Dracula lo prende; se Cristo conduce alla vita eterna, Dracula porta alla morte eterna (o, per meglio dire, alla morte eternamente vissuta quale forma di vita). Una quantità di altri paralleli sono possibili, come la croce che è per entrambi il segno di una fine provvisoria  ma che in Dracula, spaventato e ustionato dalle croci ma non ucciso da esse, si converte oscenamente nel paletto. Una precisa allusione, che il pudibondo Stoker si guarda dallesplicitare, alla fama di impalatore goduta in vita da Vlad Drakul, divenuto Dracula appena passato alla condizione di non-morto e soggetto alla legge del contrappasso.

</text><text_more>Non che Dracula sia un Anticristo. Non cerca veri adepti, non tenta di instaurare imperi terreni. Il suo scopo è piuttosto quello  anchesso inversamente cristologico  di rapire al mondo che conosciamo il maggior numero possibile di anime, per trascinarle in un universo coesistente ma distinto, in cui siano schiave e strumenti. Un universo retto da rigide gerarchie feudali, con un solo signore e, sotto di lui, valletti ebeti e corpi servili. Da far morire per davvero non appena cessino di essere utili al tiranno.
Se questo è Dracula secondo Bram Stoker e i suoi migliori epigoni cinematografici, il discorso cambia radicalmente per ciò che riguarda il mito dei vampiri femminili. Intanto, le loro origini sono più antiche. Non solo il racconto &lt;i&gt;Carmilla&lt;/i&gt; di Sheridan LeFanu (di recente ristampato da Fanucci), che disciplina la materia, è precedente al romanzo di Bram Stoker, ma attinge a tradizioni più remote e molto meglio identificabili. Per trovare dei succhiasangue davvero simili a Dracula, nelle leggende popolari o in presunte trattazioni scientifiche di varie parti dEuropa e del mondo, non possiamo spingerci più indietro del XV secolo. Invece di donne che si alimentano del sugo della vita (per citare il titolo del saggio meno documentato e persuasivo del compianto Carlo M. Cipolla) ne troviamo a bizzeffe. A partire dallarchetipo ebraico Lilith, curiosa creatura che ha ogni prerogativa della donna ma che odia la maternità, tanto che rapisce neonati e li dissangua, pronta a ghermirli accanto al letto della partoriente.
Con Lilith la più famosa delle vampire, Carmilla, condivide almeno una caratteristica: è una creatura femminile che non partorisce, che non trasmette sangue ma ne prende. Non cè in lei nulla di cristiano, nemmeno per antitesi: non è né una Vergine Maria né una Maddalena alla rovescia. Piuttosto può richiamare alla mente taluni rituali misterici, in cui donne inebriate celebravano la negazione della maternità divorando feti (secondo letture cristiane da prendersi con precauzione, tanto che riti simili vennero ugualmente attribuiti ai Barbelognostici e alle cosiddette streghe). 
Sta di fatto che la vampira, e Carmilla in particolare, a differenza di Dracula si radica nel paganesimo. Il solo fatto di essere al tempo stesso donna e protagonista allude a questa radice. Carmilla non è uccisa dal sole né da alcun elemento naturale (quale è lacqua che scorre in alcuni Dracula cinematografici); e quando sceglie la notte, questa non è, come per limpalatore, una versione dellinferno, bensì il regno tutto femminile della luna. Se poi si trasforma in animale, la sua forma non è quella del pipistrello (antitesi della colomba) o del lupo (antitesi dellAgnello di Dio), bensì quella del gatto, archetipicamente legato al sesso femminile e largamente celebrato nei culti pre-cristiani.
La vampira è dunque la figura più sovversiva, in forza dei miti che la alimentano, della letteratura horror e del cinema che ne è derivato. Morta eppure quanto mai viva, portatrice di una sensualità che  esplicita o sottintesa che sia  è comunque dirompente, svincolata da religioni e subordinazioni (anche se taluni film della Hammer, con una trovata a ben vedere intelligente, le mettono accanto un padre che è un simil-Dracula), rischia di fare adepti tra altre fanciulle, come la timorata Laura del racconto di LeFanu. A questo punto, è un intero comitato di benpensanti che decide di ucciderla in via definitiva. Non con un paletto, ma con il taglio della testa. Unico modo di sopprimerne la capacità di seduzione.
Questo lungo preambolo solo per sottolineare limportanza del volume di Arianna Conti e Franco Pezzini &lt;i&gt;Le vampire. Crimini e misfatti delle succhiasangue da Carmilla a Van Helsing&lt;/i&gt;, ed. Castelvecchi, pp. 418,  20,00. Il sottotitolo divertito non tragga in inganno: si tratta di unesaustiva, brillante e anche profonda indagine sul modo in cui il cinema ha trattato il tema del vampirismo femminile  con ampie escursioni nella letteratura e nella storia. Del resto, Franco Pezzini era già autore in proprio di un magnifico saggio: &lt;i&gt;Cercando Carmilla. La leggenda della donna vampira&lt;/i&gt;, ed. Ananke, 2000. In entrambi i libri ogni osservazione è pertinente, le notizie abbondano, lo stile vivace della scrittura nulla toglie alla serietà del discorso di fondo. In &lt;i&gt;Le vampire&lt;/i&gt; cè poi un ampio corredo fotografico, e filmografie e bibliografie che vanno oltre lessenziale.
Non sto a dire che è un libro che deve figurare nella biblioteca di ogni amante del fantastico, perché chi frequenta un sito denominato &lt;i&gt;Carmilla On Line&lt;/i&gt; dovrebbe capirlo da solo.


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<entry id='1221' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1221' author_id='4' authored_on='20050216024023' basename='inermit_e_scandalo' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050216024023' modified_on='20050216024056' ping_count='4402' status='2' title='Inermità e scandalo' week_number='200507'><text>di &lt;b&gt;Beppe Sebaste&lt;/b&gt;  (da &lt;a href=&quot;http://www.unita.it/&quot;&gt;L&apos;Unità&lt;/a&gt; del 7 febbraio 2005)

&lt;img alt=&quot;Karen Bach.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Karen Bach.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;140&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
Pochi, credo, hanno visto il film che fece scandalo a Locarno nel 2000, &lt;i&gt;Baise-moi!&lt;/i&gt;, cioè &lt;i&gt;Scopami!&lt;/i&gt;, tratto dallomonimo romanzo. Diretto da Virginie Despentes e Coralie Trinh Thi, il film era interpretato da due donne con esperienze di film porno, Raffaela Anderson e Karen Bach. Lo scandalo, tra sesso e violenza estremi, era ampliato dal fatto che fosse un film fatto da donne, rovesciando (un po come quelle carte geografiche che mettono il Nord in basso, e ribaltano le prospettive eurocentriche) sguardo e ruoli maschili.</text><text_more>Perché le donne si prendono delle mani sul culo e gli uomini no?, rivendicava polemicamente lattrice Karen Bach allepoca della presentazione del film. Tutto quello che si chiede loro è comprensione, uguaglianza. Il porno è fatto di maschi che vengono in faccia alle ragazze, la donna che lo prende fino a imbottirsi  &lt;i&gt;Baise-moi&lt;/i&gt;, è il contrario. 
Le cronache raccontarono una conferenza stampa così provocatoria da risultare inerme. Tenerezza di quella bottiglia di Four Roses con poco ghiaccio di fianco alle Ceres rosse, le Lucky Strike accese e spente di continuo, laria persa delle quattro coautrici. Laccusa di perversione era rilanciata sul pubblico, troppo autorevolmente scandalizzato (per ragioni non solo morali, finalmente anche estetiche), con ripetute folgorazioni contro la normalità dei critici. Era un film volutamente punk e anarchico, dove gli uomini sono al tempo stesso colpevoli e bersagli. Anche fuori del film. Ma Karen Bach, che la carriera di pornostar laveva conclusa prima di girare quel film, ha anche testimoniato le gelida, laconica normalità di un set pornografico, in un quasi diario su &lt;i&gt;Libération&lt;/i&gt;: Doppia penetrazione da parte di, seguita da uneiaculazione. Coperta di sperma, fradicia, morta di freddo, nessuno mi ha passato un asciugamano. Una volta che hai girato la scena, non vali più niente 
Viene in mente quel film con Alessandro Haber nel ruolo di produttore-regista-sceneggiatore di film-porno, mentre nel camerino scandisce con voce straniata la sequenza di dialoghi porno. Qui però non si tratta di finzione, ma di svelamento: pasto nudo. Karen Bach, lo avrete letto, si è tolta la vita in sordina una settimana fa, ingerendo medicinali. Aveva 31 anni, non recitava da tempo, viveva appartata. I giornali hanno riportato alcuni titoli della sua carriera di pornostar, ma nessuna foto, neanche su Internet, tranne quel fotogramma da &lt;i&gt;Scopami!&lt;/i&gt; in bikini con la rivoltella, capelli e occhi neri.
Così, mentre si preparava il congresso dei Ds, festa delle parole efficaci e non inermi, mentre le pagine culturali arrancavano un po ovunque riportando fantasmi di dibattiti, riflettevo alla domanda posta dallo scrittore Mauro Covacich: se sia ancora possibile scrivere oggi un romanzo scandaloso, ovvero una storia che non venga risucchiata dalla normalità dellorrore che racconta, che sia capace di costituirsi in un fuori. E una bella domanda. Prima ho pensato che il fuori non è altro che lo spazio letterario, quello spazio affermato da sempre, a costo dellesilio, da Ovidio o Dante in poi, fosse anche esilio dai mass media. E che più il linguaggio suona inerme, più ci si distanzia dallorrore, meno si rischia di esserne assimilati. Poi mi ha colpito la storia di Karen Bach, della sua disperata capacità o incapacità di preservarsi, di essere fuori, e per questo inerme.


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<entry id='1222' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1222' author_id='4' authored_on='20050216053222' basename='15_tesi_inattuali' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050216053222' modified_on='20050216055751' ping_count='0' status='2' title='15 TESI &quot;INATTUALI&quot;' week_number='200507'><text>di &lt;b&gt;Valerio Evangelisti&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;VivreLibre.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/VivreLibre.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;157&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
&lt;b&gt;1&lt;/b&gt;.  Viene detto di sinistra chi ponga al centro del proprio discorso e della propria azione i lavoratori e le classi subalterne, con lobiettivo di ampliarne il peso sociale, la libertà oggettiva, lincidenza politica e di sottrarli a un mercato che li usa quali merci, indifferente alla loro sfera umana di desideri e bisogni.
&lt;b&gt;2.&lt;/b&gt;  La sinistra è dunque continuatrice degli ideali della rivoluzione francese di libertà, eguaglianza e fraternità, che aggiorna con una visione moderna delle motivazioni anzitutto economiche che ledono quei principi, senza tuttavia rinunciare a nessuno di essi.
&lt;b&gt;3&lt;/b&gt;.  Chiunque si dica di sinistra è contrario alla guerra soprattutto per un motivo: perché in essa i lavoratori e le classi subalterne di ogni parte belligerante divengono ancor di più oggetti, sia che siano spinti al reciproco massacro, sia che restino vittime delle distruzioni e degli eccidi che accompagnano un conflitto.
</text><text_more>&lt;b&gt;4&lt;/b&gt;.  Possono esistere eccezioni a questo atteggiamento solo in pochi casi: quando la guerra è ormai scatenata ed è ispirata a motivi di conquista territoriale, tali da reificare&quot; interi popoli o intere etnie, generando guerre ulteriori; o quando si è in presenza di una guerra civile in cui una parte si batte per i principi elencati sopra, che laltra le nega.
&lt;b&gt;5&lt;/b&gt;.  In tutti gli altri casi la guerra, quale negazione dellideale di fraternità, è puramente e semplicemente respinta da chiunque voglia dirsi di sinistra.
&lt;b&gt;6&lt;/b&gt;.  La recente guerra allIraq, che ha condotto alla distruzione delle strutture portanti di quel paese e ha causato un numero incalcolabile di vittime, per lo più innocenti, è stata scatenata con pretesti menzogneri: possesso di armi di distruzione di massa, lotta al terrorismo, lotta alla minaccia dellintegralismo islamico, ecc. In realtà, come oggi è evidente a tutti, era causata da motivazioni geopolitiche ed economiche.
&lt;b&gt;7&lt;/b&gt;.  Il motivo non era, e non poteva essere, la liberazione del popolo iracheno dalle sofferenze di una dittatura. Se così fosse stato, chi ha preso liniziativa del conflitto, e cioè i governi di Stati Uniti e Gran Bretagna, non avrebbe scelto quella specifica dittatura tra le molte altre a lui gradite o da lui tollerate, né si sarebbe scatenato contro la popolazione civile da liberare.
&lt;b&gt;8&lt;/b&gt;.  Comunque, per chi si voglia di sinistra, anche una guerra per la democrazia è intollerabile. Sa che le strutture portanti di una guerra, dagli eserciti alle forme di controllo del territorio conquistato, sono per loro natura autoritarie. Generano altre guerre, regimi semicoloniali oppure divisioni difficilmente sanabili, dagli esiti tragici.
&lt;b&gt;9&lt;/b&gt;.  In linea di massima, è di sinistra ciò che unisce gli oppressi, non ciò che li divide. Ciò che diffonde il potere e le forme di autodeterminazione dal basso, non ciò che sostituisce un potere più forte a un altro più debole.
&lt;b&gt;10&lt;/b&gt;. In nome dei principi che determinano la sua identità, la sinistra non confiderà nelle Nazioni Unite e in altri organismi sovrannazionali se non nella misura in cui questi assecondano i suoi ideali di fondo. Non sosterrà lidea di patria o nazione se non sotto il peso di una minaccia, o quale rivendicazione della propria autonomia. Sostenere tali concetti in senso aggressivo significa disconoscere il principio di fraternità.
&lt;b&gt;11&lt;/b&gt;. La sinistra, a differenza del campo liberale, sa che il suffragio universale, per il quale si è storicamente battuta più di ogni altra forza, non può essere esercitato che in condizioni di libertà e di uguaglianza. Esso è privo di valore in un contesto di soggezione militare o di regime coloniale.
&lt;b&gt;12&lt;/b&gt;. La sinistra, facendosi qui erede di un pensiero liberale che i liberali tendono a dimenticare, è per lassoluta laicità degli ordinamenti civili. Pertanto non riconoscerà forze politiche direttamente ispirate a un pensiero religioso, siano esse governative o di opposizione, vedendo in esse un fattore di divisione contrario allideale di unione tra gli oppressi che la ispira e la fonda.
&lt;b&gt;13&lt;/b&gt;. Se messa a confronto con unimpresa bellica in contrasto con gli ideali cui si richiama, la sinistra risponderà semplicemente no, senza ricorrere a tergiversazioni strumentali.
&lt;b&gt;14&lt;/b&gt;. Nel caso dellIraq, prima preoccupazione della sinistra dovrebbe essere quella di dissociarsi dalla macchina di morte allestita dal governo degli Stati Uniti e dai suoi complici, visto che a due anni dallinvasione seguita a generare sempre maggiori lutti e divisioni. Soluzioni in chiave anticoloniale per restituire lIraq agli iracheni, e le ricchezze oggi rubate ai loro proprietari, potranno essere pensate solo dopo che gli Usa avranno manifestato la volontà netta di riparare il vulnus inflitto a un popolo, a una regione del mondo, al concetto stesso di democrazia nel senso etimologico del termine.
&lt;b&gt;15&lt;/b&gt;. Chi non si riconosce nelle quattordici tesi precedenti non è necessariamente di destra, ma sicuramente non è di sinistra.

&lt;b&gt;Postilla dell&apos;autore&lt;/b&gt;. &lt;i&gt;Sono ben consapevole che ciò che ho detto qui sopra può suscitare ironia. &quot;E&apos; roba vecchia&quot;, &quot;Siamo nel XXI secolo&quot;, &quot;La realtà è cambiata&quot;, &quot;Non è più tempo di idealismi&quot;. La mia risposta è: &quot;Non mi fottete più, banda di stronzi. Se il vostro programma non somiglia almeno un poco a quello qui sopra, col cazzo che vi voto. Ne ho abbastanza del vostro cinismo, del vostro abbandono di ogni principio etico. Se volete combattere Berlusconi, vedete di non somigliargli. La&lt;/i&gt; realpolitik &lt;i&gt;di cui vi compiacete (spinta al punto di rimpiangere Craxi!) non solo è una stronzata capace di logorare il lieve vantaggio di cui godete. E&apos; un insulto a 150 anni di storia del movimento operaio italiano. Pensateci bene. Quanti milioni erano, due anni fa, a manifestare contro la guerra in Iraq? E quante decine sono a leggere Il Riformista? Badate che sono voti!&quot;&lt;/i&gt;


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<entry id='1223' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1223' author_id='4' authored_on='20050217025653' basename='imperium_il_nuovo_romanzo_a_puntate_di_carmilla_on_line' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050217025653' modified_on='20050217025719' ping_count='0' status='2' title='IMPERIUM, il nuovo romanzo a puntate di Carmilla On Line' week_number='200507'><text>&lt;i&gt;Nei prossimi giorni Carmilla inizierà la pubblicazione a puntate (una decina circa, al ritmo di due o tre a settimana) di un intero romanzo, a nostro parere geniale e curiosissimo: &lt;/i&gt;Imperium&lt;i&gt;, di Fabio Ciabatti e Luca Nutarelli. Eccone la presentazione, accompagnata dalla biografia dei due autori:&lt;/i&gt;

&lt;img alt=&quot;Imperium17.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Imperium17.jpg&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;95&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
&lt;b&gt;BREVE PRESENTAZIONE&lt;/b&gt;

Come è possibile che alcune parti della tesi di Emilio Periglio, eterno laureando in filosofia, e &lt;i&gt;Imperium&lt;/i&gt;, il best seller filosofico del momento, siano identiche? Casualità, plagio o qualcosa di peggiore? Quale entità terrificante si nasconde dietro la categoria dImperium? Periglio, in dodici ore di &lt;b&gt;flussi coscienziali, monologhi interiori tra il post-coatto e il post-moderno&lt;/b&gt;, flashback, telefonate e ricerche su Internet, cerca di risolvere il mistero. 
</text><text_more>In un crescendo enigmatico, il protagonista intreccia la riflessione su alcune categorie politiche &lt;i&gt;à la page&lt;/i&gt; (biopolitico, moltitudine, general intellect, postfordismo ecc.) con le proprie esperienze di &lt;b&gt;lavoratore precario&lt;/b&gt; in una Roma possibile. 
&lt;b&gt;Imperium è un romanzo enigma&lt;/b&gt; in un duplice senso. Il protagonista, infatti, cerca di risolvere il mistero che riguarda la sua tesi e, contemporaneamente, attraverso le indagini, ci conduce nel cuore del dilemma politico che serpeggia nellintero romanzo e che rimanda, come è facile intuire dal titolo stesso, ad &lt;i&gt;Impero&lt;/i&gt; di Antonio Negri e Michael Hardt. Se, da una parte, la moltitudine di cui ci parlano Negri ed Hardt appare come uninvincibile potenza produttiva e politica da sempre sullorlo della rivoluzione e se, dallaltra, le figure concrete che costituiscono questa moltitudine sono, nella loro effettiva condizione materiale, immerse in una condizione di crescente precarietà, come è possibile che &lt;i&gt;Impero&lt;/i&gt; sia diventato una sorta di piccola bibbia no-global?
Di qui una sorta di esperimento mentale: di che tipo sarà mai una persona che vive nel mondo reale della precarietà e contemporaneamente in quello ideale dellonnipotente moltitudine? Nasce così un  &lt;b&gt;romanzo&lt;/b&gt; che si potrebbe definire &lt;b&gt;di &lt;i&gt;mal-formazione&lt;/i&gt;&lt;/b&gt; in cui la narrazione del contrasto tra reale ed ideale si colora di venature decisamente farsesche.
Emilio Periglio scrive la sua tesi ispirandosi alle sue tre esperienze di lavoro presso lArcobaleno (una fabbrica informatizzata), la Cooperativa Philip K. Dick (lavoro analitico-simbolico) e il Portale dellAmore (lavoro affettivo, virtual love). Questi sono i tre tipi di occupazione che in &lt;i&gt;Impero&lt;/i&gt; di Hardt-Negri costituiscono lorizzonte lavorativo post-moderno. Emilio, un po novello Candido, passerà da un esperienza allaltra pensando sempre che quella presente sia la modalità lavorativa adatta a scardinare lobsoleta produzione capitalistica.

&lt;b&gt;Nota biografica degli autori&lt;/b&gt;

Gli autori, Fabio Ciabatti e Luca Nutarelli, sono nati a Roma rispettivamente nel 1969 e nel 1966. Entrambi laureati in filosofia, hanno continuato lattività di ricerca presso lUniversità di Roma La Sapienza, approfondendo tematiche economiche e sociologiche, nonché frequentando i corsi di specializzazione in giornalismo e comunicazione aziendale presso la Luiss-Guido Carli. Gli autori, entrambi giornalisti pubblicisti, hanno avuto modo di conoscere da vicino i movimenti e le culture dei centri sociali e il dibattito teorico che si è sviluppato intorno ad essi, pubblicando a tal riguardo (a volte sotto pseudonimo) molti articoli su vari giornali e riviste (&lt;i&gt;il Manifesto&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;La Contraddizione&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Vis-à-Vis&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Invarianti&lt;/i&gt;), nonché un paio di libri (&lt;i&gt;Avanzi di Scienza&lt;/i&gt;, Calusca, Padova, 1994; &lt;i&gt;Fuorimercato&lt;/i&gt;, Città del Sole/Laboratorio Politico, Napoli, 1995). Nutarelli si è inoltre occupato di marxismo e fiction fanta-horror dedicando al tema un paio di articoli e la voce Horror dell&lt;i&gt;Historisch-kritisches Wörterbuch des Marxismus&lt;/i&gt; (Das Argument, Berlin). Paradossalmente e schizofrenicamente, gli autori conoscono dallinterno anche il mondo &lt;i&gt;for profit&lt;/i&gt; nel quale lavorano nel campo della comunicazione aziendale presso un grande gruppo bancario italiano (Ciabatti) e presso una società del Sistema Confindustria (Nutarelli). In questambito gli autori hanno allattivo molte pubblicazioni a carattere professionale.




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<entry id='1224' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1224' author_id='1' authored_on='20050220175506' basename='derek_raymond_atti_privati_in_luoghi_pubblici' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050220175506' modified_on='20050220175625' ping_count='0' status='2' title='Derek Raymond: &lt;i&gt;Atti privati in luoghi pubblici&lt;/i&gt;' week_number='200508'><text>&lt;img alt=&quot;raymond6.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/raymond6.jpg&quot; width=&quot;125&quot; height=&quot;175&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/cgi-bin/mt-search.cgi?IncludeBlogs=2&amp;search=%22roberto+sturm%22&amp;IncludeBlogs=2&amp;search=&quot;&gt;Roberto Sturm&lt;/a&gt;

Se Derek Raymond, come afferma Silvia Arzola nellottimo intervento apparso nel &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2004/06/000833.html#000833&quot;&gt;n. 6 di &lt;i&gt;Carmilla &lt;/i&gt;&lt;/a&gt;versione cartacea, non è e non diventerà mai un autore di culto, sicuramente rappresenta un punto di riferimento significativo nella letteratura noir contemporanea. Nato da una famiglia benestante, Derek Raymond (allanagrafe Robin Cook) la lascia ad appena sedici anni per vivere, girando mezza Europa, di espedienti spesso oltre il limite della legalità. Dopo il riciclaggio di auto in Spagna, lattività di tassita e il traffico di materiale pornografico, tanto per fare alcuni esempi, lautore inglese si ferma in Francia dove trova degli editori disposti a pubblicare i suoi scritti.
I tipi di &lt;a href=&quot;http://www.meridianozero.it/&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Meridiano Zero&lt;/a&gt;, dopo aver presentato negli ultimi anni i cinque romanzi della &lt;i&gt;serie della Factory&lt;/i&gt;, il cui protagonista è il sergente senza nome così amato dagli amanti della letteratura di Raymond, propone il romanzo di esordio (1967) dellautore.</text><text_more>In tutti i suoi testi, in cui si sente chiaramente linfluenza di Sartre, la psicologia dei personaggi viene descritta dettagliatamente, in maniera quasi maniacale.
La penna di Raymond è, molto più che in altri autori di questo genere, un bisturi che seziona il marcio della società inglese. Il suo stile essenziale ma diretto, le trame delle sue storie scarne ma che oltrepassano sempre il limite della disperazione e della sopportazione umana, i suoi dialoghi crudi e crudeli sono un pugno nello stomaco del lettore.
Così come la descrizione dei particolari più raccapriccianti, che spesso entra direttamente nel macabro, ripetuta più volte come dovesse imprimersi nella memoria dei lettori e dellautore, la completa (quasi sempre solo un dispositivo di difesa) insensibilità e estremo cinismo dei personaggi, il dualismo tra orrore e pietà, amore e odio, spesso facce della stessa medaglia, non sono altro che strumenti di indagine sociale ed interiore. Probabilmente anche per lo stesso autore.
&lt;b&gt;Atti privati in luoghi pubblici &lt;/b&gt;si discosta abbastanza dagli stereotipi della letteratura raymondiana. Scritto alla fine degli anno 60, nellimminenza della rivolta studentesca che inciderà tanto pesantemente nei costumi e nelle abitudini della nostra società, Raymond sembra cogliere in anticipo le profonde trasformazioni che stanno per mettersi in moto.
Per tutto il romanzo lautore racconta lo sgretolarsi progressivo, fino al punto di non ritorno, di una società che non riesce più a reggere la propria recita.
La vicenda è ambientata nello stesso periodo in cui è stata scritta. Viper e Mendip, due cugini con caratteri completamente opposti, figli di una aristocrazia in piena decadenza che deflagherà a fine romanzo, gestiscono una catena di sexy shop. Rigidamente pragmatico il primo, teso a valutare ogni situazione basandosi sui fatti, cercando sempre di valutare con parametri strettamente oggettivi, sognatore e sensibile il secondo, sempre teso a cogliere i motivi dei comportamenti umani, a lui spesso incomprensibili.
Poi ci sono Lydia e Beatrice, due sorelle, cugine di Viper e Mendip, che hanno intrapreso due strade completamente opposte, ma comunque in rotta con la propria famiglia, anche per rivendicare, ognuna a suo modo, unautonomia e una sete damore sempre negategli.
La prima, attrice di film pono e prostituta, vive con apparente cinismo le sue storie con cui deve anche sbarcare il lunario visto che la madre, laristocratica Lady Quench, ha deciso da tempo di tagliarle i viveri. Ma non è altro che una disperata ricerca daiuto e di amore.
Beatrice invece vive sotto lo stesso tetto della madre, anche se ha scelto di vivere in soffitta e di frequentare solo la servitù della sontuosa villa di proprietà della famiglia. Comunista militante e convinta, assolutamente incomprensibile a una madre che ha fatto dellavidità e della posizione sociale gli unici scopi della propria vita.
La scena finale, che si svolge proprio nella villa, è un vortice di avvenimenti che poi, come nella migliore tradizione raymondiana, sfocerà nella tragedia, coinvolgendo senza possibilità di redenzione tutti i protagonisti del romanzo.
Un romanzo in cui, al contrario dei testi di Raymond che appariranno successivamente, la metafora è palese e facilmente decifrabile, anche se non sintetizzabile in poche righe. La parabola discendente, linevitabile disgregazione di una aristocrazia ormai da tempo sullorlo (e anche oltre) del baratro. Ma non solo. Parola di Derek Raymond.

&lt;i&gt;Derek Raymond  &lt;b&gt;Atti privati in luoghi pubblici &lt;/b&gt;(Public Parts And Private Place)  Trad. di Pier Franccesco Paolini  Meridiano Zero, pp. 224  euro 13,50&lt;/i&gt;</text_more></entry>
<entry id='1225' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1225' author_id='12' authored_on='20050220201141' basename='la_prima_volta_che_vidi_malcolm' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050220201141' modified_on='20050221023236' ping_count='0' status='2' title='La prima volta che vidi Malcolm' week_number='200508'><text>&lt;img alt=&quot;malcolm-x.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/malcolm-x.jpg&quot; border=&quot;1&quot; align=&quot;right&quot;&gt;di &lt;b&gt;Wu Ming 1&lt;/b&gt;

&lt;i&gt;[21 febbraio 1965 - 21 febbraio 2005. Wu Ming ricorda Malcolm X su &lt;/i&gt;L&apos;Unità&lt;i&gt; e, il 27, sull&apos;inserto letterario domenicale di &lt;/i&gt;Liberazione&lt;i&gt;, all&apos;interno di un variegato speciale. I prossimi contributi di Wu Ming (1 e 5): &quot;La X di Malcolm e la memoria&quot; (Malcolm letto attraverso Benjamin, o forse viceversa) e &quot;Da Malcolm all&apos;hip-hop passando per Ghost Dog&quot;. Tutti i testi saranno disponibili su wumingfoundation.com]&lt;/i&gt;

E&apos; possibile scrivere cose non banali su Hajj Malik El Shabazz, alias &quot;Malcolm X&quot;, nel quarantennale del suo assassinio? E&apos; possibile buttar giù un articolo di media lunghezza senza mettere in fila clichés e frasi fatte? In Italia? Dove un sacco di gente scrive il suo nome &quot;Malcom&quot;?
La prima volta che vidi Malcolm, non era lui. Lo interpretava un attore, Al Freeman Jr., svariati anni prima di Denzel Washington e Mario Van Peebles. Era una puntata di &lt;i&gt;Radici&lt;/i&gt; (seconda serie). Negli anni Settanta, l&apos;evento televisivo per antonomasia. Insieme a &lt;i&gt;Sandokan&lt;/i&gt;, lo sceneggiato (così li chiamavamo allora) che più colpì le menti della mia generazione. Alzi la mano chi non ha avuto un compagno di scuola o di oratorio soprannominato &quot;Kunta Kinte&quot; o &quot;Gallo George&quot;. Avrò avuto dieci anni, non sapevo niente di Malcolm né di Alex Haley (curatore della sua autobiografia e autore di &lt;i&gt;Roots&lt;/i&gt;). Quella puntata non l&apos;ho più rivista, ma ricordo le sequenze una per una. Fu Malcolm a farsi strada tra i miei neuroni.</text><text_more>Quando un attore - qualunque attore - lo interpreta, è come se Malcolm lo possedesse. Persino la parodia si carica di epos. In una sequenza del (brutto) film di Mel Brooks &lt;i&gt;Robin Hood, un uomo in calzamaglia&lt;/i&gt; (1993), David Chapelle imita Denzel Washington che fa Malcolm. E&apos; l&apos;unica sequenza che resta incisa nella memoria.
Così, la prima volta che vidi Malcolm, non era lui... però era lui, crepitante d&apos;elettricità. 
Eccolo, il cliché: Malcolm è &quot;elettrico&quot;. E&apos; &quot;magnetico&quot;. Ha &quot;carisma&quot;. &quot;Buca lo schermo&quot;. E&apos; molto più sciamanico di qualunque rock-star per cui sprecammo l&apos;aggettivo. La sua voce, l&apos;oratoria che fa perdere l&apos;equilibrio (o lo fa &lt;i&gt;riacquistare&lt;/i&gt;), il linguaggio del corpo, l&apos;immagine, la presenza... Tutto contribuisce a farlo rimanere nel mondo anche da morto, necessario come un piccolo dio domestico, un Lare, l&apos;antenato che resta ad abitare in un angolo della casa. 
In Malcolm, tutto lavora a ghermire l&apos;energia del mondo, trasformarla, distribuirla intorno. Comunica con l&apos;uditorio in modo tanto diretto da scavalcare le barriere del tempo. Son passati più di quarant&apos;anni, eppure quelle registrazioni gracchianti ti afferrano per le spalle e ti scuotono. Quelle parabole e storielle piene di animali, quelle domande retoriche, quei passaggi a &quot;chiamata e risposta&quot;... 
Anche l&apos;icona di Malcolm è vivida, vibra, scotta le palle degli occhi. Le sue foto continuano a dirti mille cose, non stanno mai zitte, il sorriso non smette di detonare dalle pagine e dagli schermi. I filmati ti costringono ad alzarti dalla sedia, senti la scossa nei dischi vertebrali. 
21 febbraio 1965, Audubon Ballroom di Harlem. Una faida tra neri &lt;a href=&quot;http://www.amazon.com/exec/obidos/tg/detail/-/0881847585/qid=1108927748/sr=8-1/ref=sr_8_xs_ap_i1_xgl14/102-0618747-9578544?v=glance&amp;s=books&amp;n=507846&quot;&gt;fomentata dall&apos;FBI&lt;/a&gt; stronca la vita del &quot;nostro splendido principe nero&quot;, come lo chiamerà Ossie Davis nella sua orazione funebre. Malcolm è stato ucciso, eppure, nel 2005, ancora si fatica a pensarlo morto, tanto che la sua tomba non è meta di pellegrinaggio, al contrario di quella di Martin Luther King. Non viene neppure in mente, che Malcolm abbia una tomba, tanto sembra ancora in mezzo a noi, anzi, &lt;i&gt;sempre più&lt;/i&gt; in mezzo a noi.
&quot;La miglior cosa che l&apos;uomo bianco abbia mai fatto per me, è stata farmi apparire come un mostro in tutto il mondo. Perché io posso andare da qualunque parte nel continente africano e i nostri fratelli africani sanno da che parte sto&quot;. E&apos; ancora così: quando Malcolm arriva, sai già da che parte sta.
In tutto il pianeta, in un&apos;era di scontri tra grandi imperi guidati da piccoli uomini, la statura di Malcolm continua a crescere. Per tanto, troppo tempo, lo si è ritenuto un semplice &quot;agitatore&quot;. Il suo linguaggio diretto e colorito, il linguaggio che tocca il cuore, ha ostacolato la sua rivalutazione come uno dei più importanti intellettuali del XX° secolo. Chi rilascia la patente di &quot;pensatore&quot;? 
Lungi dall&apos;essere poco sofisticato, Malcolm è un leader culturale che parla agli umani a venire. Quello che dice non sarà mai &quot;datato&quot;. E nemmeno &lt;i&gt;come&lt;/i&gt; lo dice. I discorsi di Malcolm sono capolavori di composizione - &quot;composizione spontanea&quot;, semi-improvvisazione su un canovaccio. Ogni suo discorso è una storia compiuta di affermazione, auto-disciplina e stile di fronte al nemico. Eri nel fango e ne sei uscito, tutti possono uscirne. La lotta per la memoria è riconquista della dignità. George Washington scambiò un suo schiavo con un barile di melassa, ma tuo nonno non era un barile di melassa. Tuo nonno era &lt;a href=&quot;http://en.wikipedia.org/wiki/Nat_Turner&quot;&gt;Nat Turner&lt;/a&gt;. Tuo nonno era &lt;a href=&quot;http://www.historywiz.com/toussaint.htm&quot;&gt;Toussaint L&apos;Ouverture&lt;/a&gt;. Tuo nonno era il &quot;negro dei campi&quot;, pensava alla fuga e a uccidere il padrone. Tuo nonno è quello che non piega la schiena. 
E ancora: tu non sei americano. Ho detto: &lt;i&gt;Tu non sei americano&lt;/i&gt;. Sei seduto alla tavola degli americani, ma il tuo piatto è vuoto. Non puoi essere un commensale, se non ti permettono di mangiare. Malcolm è oltre l&apos;America, è la prospettiva globale, contro l&apos;autocentrismo yankee. Estende a tutta la diaspora nera il termine &quot;afro-americano&quot;, e anticipa il discorso sull&apos;afroatlantismo. Viaggia per le rivoluzioni coloniali armato di cinepresa, ricolloca la propria anima nel Sud del mondo.
Chiudo con un&apos;ultima sciabolata di Malcolm al nodo gordiano del razzismo, rovesciamento del punto di vista che ci parla del nostro presente. &quot;Sono stanco di tutti questi studi sui neri d&apos;America e il &apos;problema nero&apos;. E&apos; tempo che l&apos;America faccia uno studio approfondito su cosa non va &lt;i&gt;nei bianchi&lt;/i&gt;!&quot; Lui pensa ai segregazionisti, al Klan, a J. Edgar Hoover. A noi vengono in mente i seminari sulla Bibbia organizzati da Bush alla Casa Bianca, i discorsi apocalittici, i deliri dei neo-cons, l&apos;offensiva creazionista contro Darwin... Sì, può darsi che Malcolm abbia ragione: dev&apos;esserci un &quot;problema bianco&quot;, su questo pianeta. 
Condi Rice? Condi Rice è bianca, strano che non ve ne siate accorti.
Malcolm è insieme a noi, oggi più di ieri. 
Mio nonno era Spartaco. 
Mio nonno era alla Comune di Parigi.




LINKS
&lt;a href=&quot;http://www.brothermalcolm.net/&quot;&gt;brothermalcolm.net&lt;/a&gt;
&lt;a href=&quot;http://www.cmgww.com/historic/malcolm/index.htm&quot;&gt;Il sito ufficiale della Malcolm X Estate&lt;/a&gt;
&lt;a href=&quot;http://www.malcolm-x.org/&quot;&gt;malcolm-x.org&lt;/a&gt;
&lt;a href=&quot;http://www.malcolm-x.it/&quot;&gt;malcolm-x.it&lt;/a&gt;
&lt;a href=&quot;http://www.colostate.edu/Orgs/MSA/find_more/m_x.html&quot;&gt;Malcolm X: An Islamic Perspective&lt;/a&gt;


</text_more></entry>
<entry id='1226' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1226' author_id='4' authored_on='20050221023928' basename='imperium_prima_puntata' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050221023928' modified_on='20050221025551' ping_count='0' status='2' title='IMPERIUM  Prima puntata' week_number='200508'><text>Romanzo di &lt;b&gt;Fabio Ciabatti&lt;/b&gt; e &lt;b&gt;Luca Nutarelli&lt;/b&gt;
Le foto di Emilio Periglio sono di &lt;b&gt;Tito Kurtz&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;imperium 01.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/imperium 01.jpg&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;113&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
&lt;i&gt;Laudato sie, mi&apos; Signore cum tucte le Tue creature,
spetialmente messor lo frate Sole,
lo qual è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de Te, Altissimo, porta significatione. 

Laudato si&apos;, mi Signore, per sor&apos;Acqua. 
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta. &lt;/i&gt;

Francesco dAssisi, Il cantico delle creature


&lt;b&gt;1. La talpa e il serpente&lt;/b&gt;

Cristo che sete. Una fontanella. Quello che ci voleva. Quando hai sete non cè nulla di meglio. Una bella sorsata. E un po dacqua sul viso per riprendermi. Che cha da riprendermi quello là? Cavolo di turista con sandali e pantaloncini dordinanza, ma non hai proprio niente di meglio da filmare? Boh, forse sono molto pittoresco. Contento tu! Con tutto quello che potresti vedere a Trastevere. </text><text_more>Basta guardarsi intorno. Questa parte del quartiere è davvero un rizoma architettonico: viuzze, piante dedera che avvolgono interi palazzi, finestre che lasciano intravedere soffitti a cassettoni, biancheria intima svolazzante, balconcini ricavati nei posti più impensati e (cazzo, quasi la prendevo!) merde di cane spalmate sulla strada che ti guardano arroganti, pronte a saltarti al collo.
Nella piazza nessuna cacca in vista. Seduti intorno alla fontana sempre i soliti: turisti, tossici e artisti di strada, cioè di piazza. 
Meno male, un tavolino libero al San Callisto.
- Ciao, che prendi?
Che prendo? Vediamo, vediamo. È mattina, mi sento ancora rincoglionito, quindi un bibitone di caffè. Certo però fa già un caldo della Madonna zoccola, quindi un bel peroncino.
- Un caffè doppio e un peroncino, grazie.
Rilassiamoci un po. Ci vuole una ciospa. Cartine, tabacco, tutti presenti. E via con il ciosp n roll. In fondo oggi non devo mica lavorare, e a dire il vero neanche nei prossimi giorni. Di luglio, con il bene che mi voglio, non è proprio il caso di fare eccessivi sforzi. Non che gli altri mesi mi concilino lattività. Vabbè, forse è la volta buona che rileggo sta diavolo di tesi che mi porto sempre nella borsa e magari mi laureo pure nella sessione autunnale. E pensare che è praticamente finita. Dovrei rileggerla, limarla qui e là, renderla più leggibile (ecco questo dovrei proprio farlo), riordinare note e bibliografia et voilà, tutto sarebbe pronto. &lt;i&gt;Essere ed eterno spinoziano nella produzione postfordista&lt;/i&gt;: bello il titolo, mi è sempre piaciuto un sacco. Quanto al contenuto ma dai, forse mi sto buttando giù. Magari rileggendola suona meglio dellultima volta. Proviamo.

&quot;Marx definì per il capitalismo la distinzione tra capitale costante  linsieme degli elementi materiali e tecnici accumulati dalla produzione e conservati nello sviluppo - e il capitale variabile  lelemento che rianima ciò che è stato accumulato e di questo fa la base di una nuova accumulazione. In realtà questa distinzione riguarda lintero campo materialista, cioè il  mondo. La produzione costruisce infatti il mondo seguendo una traccia di cui la temporalità è sostanza.&quot; 

Madonna che coglioni sì, pero è filosofia tozza questa, mica Pippo Baudo! Andiamo avanti che poi va meglio.

&quot;Sul prima di questo processo continua ad accumularsi il lavoro morto, il tempo concluso della creazione; il poi è rappresentato dal lavoro vivo, ossia dai corpi che creano verità attraverso la prassi. Sullorlo del tempo il lavoro vivo è così la potenza del mondo, di quello che è già stato e che ora è rivivificato; di quello che apparirà dal nuovo lavoro vivo creatore.&quot; 

Mi sa che mero fatto un bel cannone prima di scrivere sta roba. Però niente male. Checché ne pensi quel cazzo tonto di un relatore: Forse un po troppo oracolare per una tesi. Non le sto contestando il contenuto, sia ben chiaro. Esistono già alcuni filoni di ricerca in questa direzione. Ha già letto qualcosa di Antonio Monti? Potrebbe fornirle qualche suggestione interessante. Dia un occhiata anche a &lt;i&gt;Ketteposse&lt;/i&gt;, la rivista della quale è direttore. La prossima settimana lo incontrerò in un convegno. È una jam session di studi spinoziani. Gli accennerò al suo lavoro se ne avrò modo. Potrebbe essere interessato. Non le assicuro nulla, però. Sa, Monti è un po come una star hollywoodiana della filosofia. Comunque, Monti o non Monti, per evitare problemi in sede di discussione, sarebbe meglio smorzare un po i toni. Non crede? 
No, non credo! Io sarò ieratico, ma lui, lesimio professor Bruno Cermugnati, in quanto a stile accademico non è certo un modello. Lasciamo pure perdere il look no, per carità, è un belluomo di cinquantanni, ma ogni giorno il suo ciuffone di capelli brizzolati sembra subire una scarica elettrica di intensità superiore. Ma che dire del suo ultimo programma - Luomo e le macchine, le macchine e luomo- con le poesie giovanili di Marx come testi desame? Ma lui fa il suo mestiere. E io il mio. Anche se non so bene quale sia, il mio. O forse è solo pigrizia. Non mi è mai piaciuto sprecare energie sullinchiostro versato dalla mia stampante a spruzzetto. Tutto sommato così non è niente male la mia tesi. Sì, sì, in fondo mi piace.

&quot;Oggi, infatti, non vi è nulla di quel che è prodotto che non sia prodotto attraverso il comune: nessuna merce che non sia divenuta servizio, nessun servizio che non sia relazione, nessuna relazione che non sia cervello, nessun cervello che non sia comune. E con questo passaggio storico siamo nel pieno della metafisica spinoziana.&quot; 

Ecco il caffè. Finalmente. Rigorosamente amaro, come un vero zapatista dellAssoluto. E vai con la spremuta di cicorione. Ammazza che schifo! Quasi come la mia faccia. Che brutta cera! Dovrebbero vietarli sti vassoi dacciaio di prima mattina. O almeno avvertire: Attenzione: pericolo di rispecchiamento. Vabbè, oramai il trauma cè stato, tanto vale guardare in faccia la realtà: occhi neri, quasi come le occhiaie, barba da bandito, capelli lavati con shampoo alla nitroglicerina e asciugati con la fiamma ossidrica. Però a modo mio sono bello. Diciamo un tipo. Ecco, così, con lo sguardo da filosofo maledetto e la ciospa in un angolo della bocca. In fin dei conti quel cavolo di turista non aveva tutti i torti. Sono un soggetto interessante. Degno di una mostra fotografica. Ecco la didascalia: Filosofo maledetto. Roma, 1 luglio 2003, ore 10.30. 
Adesso però il filosofo maledetto ha bisogno di fumare. Cazzo, non ho laccendino. Un fumatore, datemi un fumatore. Fantastico, una nuvoletta di fumo esce dal &lt;i&gt;Manifesto&lt;/i&gt;. Una fumatrice di sinistra. Quello che ci voleva. 
- Scusa hai daccendere per favore?
- Sì certo, se lo trovo. Stava sul tavolino.
- Eccolo là, dietro il bicchiere  non quello dellacqua, quellaltro, il succo di frutta.
- Ah eccolo! Tieni.
- Grazie mille, mi hai salvato la vita. Stavo per entrare in crisi di astinenza.
- Figurati, per così poco.
Ah! La prima boccata mattutina non si scorda mai. Almeno fino al mattino seguente. Certo, la tipa mica male! E poi il pearcing sul labbro e le sue tette estive danno al bar San Callisto unaria davvero gioiosa. Io invece mi sento un po strambo. 
Cristo! Che sono ste macchie sul libro di Monti e Hunt? Caffè? Boh, vattelappesca, forse le mestruazioni del gatto. Senti come batte il cuore! Sembra che abbia fatto chissà che. Sarà un po di tachicardia, un po dansia. Anche la testa mi fa un po male e poi non è che stia proprio ferma. O forse è il moto rotatorio della terra che ogni tanto diviene percepibile. In fondo è normale. Beviamoci il peroncino che toglie via lamaro del caffè, sciacqua la gola e rischiara il cervello. Che rabbia, però, un libro nuovo nuovo.  Mah, meglio non pensarci, se no mincazzo: odio i libri sottolineati e spiegazzati, per non parlare di quelli sì di quelli griffatti da Venusia, gattaccia scostumata! Lasciamo perdere, oggi è una bella giornata, di quelle che mi piacciono tanto, da dedicare allozio creativo, che se poi non è creativo sti cazzi. Un giorno perfetto per leggere &lt;i&gt;Imperium&lt;/i&gt;. Forse leggere è un po arrogante. Diciamo sfogliare. Daltra parte siamo nel postmoderno e la logica lineare è troppo riduttiva. Sì, sì, troppo riduttiva. Mica possiamo ancora credere nelle grandi narrazioni, quelle che bisogna leggere dallinizio alla fine.
Una pagina a caso et voilà:

&quot;In sintesi possiamo distinguere tre diversi generi di lavoro immateriale.
	Il primo comprende i settori della produzione industriale che sono stati informatizzati trasformando gli stessi processi produttivi fino a renderli sempre più immateriali.
	Il secondo genere di lavoro è quello applicato alle attività analitiche e simboliche, dalle forme più creative a quelle estremamente ripetitive e seriali.
	Infine, il terzo genere è costituito dalla produzione e manipolazione degli affetti coinvolti in qualche forma di contatto umano (virtuale o reale). 
Nel lavoro immateriale, in qualsiasi forma, la cooperazione è completamente immanente allattività stessa. Gli aspetti cooperativi, cioè, non vengono imposti e organizzati dallesterno come accadeva in altre forme di lavoro.&quot;

Uhm very interesting. Vediamo un po come vanno avanti su questa cosa. No Emilio, troppo riduttivo, e anche un po riduzionista, seguire sempre lo stesso passo. Lasciamoci guidare dal caso, che poi ha una sua necessità, soprattutto nelle calde giornate di luglio, con quelle tette che mi fanno locchiolino. Guardare e non toccare, Emilio. Pare facile. Come soffro! Basta soffrire. Ti sei già dimenticato di Ottavia? 

&lt;i&gt;Niente, non riuscirò mai a ricordare i nomi di tutti sti pesci che abbiamo mangiato stasera. E in fondo chissenefrega! Sono qui nudo sul mio letto giapponese, con il Gazometro che si vede dalla finestra. Che cosa voglio di più dalla vita? A me il Gazometro ispira pensieri profondi, sembra un Colosseo postindustriale. È piaciuta pure a Ottavia la vista. È proprio una ragazza fantastica. Sembra unatleta. Venticinque anni di salute e glutei sodi. Si fa fatica a credere che sia una dottoranda di sociologia. Forse quelli di sociologia hanno un rapporto più tollerante con lo sport. Da noi, a filosofia, ad eccezione delle partitine a minipingpong nellauletta occupata, lo sport era tabù, quasi distruggesse il leggiadro fluire del pensiero. E i risultati, adesso che mi guardo, cominciano a vedersi. Per fortuna Ottavia pare che non se ne sia accorta. Forse perché lho ubriacata di parole. Come sempre. Ma con lei è diverso. Lho detto un sacco di volte? E allora? Questa volta è proprio vero. Comè bello sentirla parlare. Non è mai banale. Per forza, con tutte le cose che fa! Ma dove lha trovato il tempo per laurearsi così in fretta, fare il dottorato e occuparsi di immigrazione per tutte quelle ore al giorno! Boh! E poi sembra conoscere perfettamente larabo e il russo, oltre allinglese, al francese, al tedesco e a chissà quantaltro. Ed è anche modesta. Cè voluta una rispostaccia a un paio di tunisini per farmi capire che parlava arabo. Mica me laveva detto! Chissà che le stavano dicendo. Probabilmente le avevano fatto degli apprezzamenti poco graditi.
Vuoi leggere le bozze della mia tesi?Bella e pure interessata alle mie ricerche. Non ci posso credere! Te le stampo su carta patinata con copertina di cachemire! No, no, troppo pacchiano. No. Meglio essere più semplici. Una bella stampata minimalista tutta per te. Basta che me la leggi tutta nuda dallinizio alla fine, a voce alta. Con il Gazometro come sfondo. Vuoi cominciare dalla seconda parte, la prima ti interessa meno? Va bene, come vuoi, basta che non ti rivesti.
Mi vergogno un po: ho cinque anni più di lei, mi devo ancora laureare e ho un principio di pinguedine allo stomaco. Comunque è mezzora che è china sulla mia tesi. È bello essere letti da una ragazza così. Mi dà quasi più soddisfazione della copula tradizionale. Mah, chissà, parlo così perché abbiamo appena fatto lamore.
- Il Regno! Interessante questa categoria. Me la spieghi meglio?
Cavolo se te la spiego, e se poi non riesco ad essere chiaro ricomincio da capo. Capelli neri corti, volto enigmatico (forse perfino un po diabolico), muscoli allungati. Avrà fatto arti marziali, chissà. Ad alcuni potrebbe non piacere tutta questa esibizione di forza in una donna. E tra quelli una volta cero anchio. Mi piacevano ragazze piccoline, con le quali potessi giocare la parte del lupo intellettuale, un po blasé. Boh, sarà, ma a me Ottavia fa impazzire! Anzi, quasi non riesco a credere che una ragazza così venga a letto con me. Adesso però mi sto sottovalutando e non è giusto.
- A essere sincero questa è una delle parti che mi rimane più difficile da illustrare. Forse te ne sarai già accorta, ma la tesi, almeno nella prima parte, prende spesso spunto da alcune mie esperienze di vita. Anzi no, sono le esperienze della vita che si sono ispirate alla tesi, cioè al suo contenuto, voglio dire. Lavoro industriale informatizzato, danalisi simbolica, lavoro affettivo: sono tutte esperienze che ho fatto in prima persona. Mica cazzi!
- E il Regno, questa entità misteriosa, ti è capitato di incontrare anche quello? 
- No, in questo caso ho dovuto lavorare per pura deduzione. Lho immaginato come un polipo piramidale, unidra virtuale di poteri che non si rassegna al nuovo mondo che in esso stesso sorge. È come un angelo che vive in un involucro mostruoso credendo che tale guscio sia la sua vera essenza. Ma forse cè di più
- Cioè? 
È caduta nella rete la mia venere palestrata. Adesso pende dalle mie labbra.
- Vedi, forse questa immonda schizofrenia biopolitica
- Bioche?
- Biopolitica, cioè di un potere che va oltre la separazione statica tra individuo e potere. Il potere diventa biopolitico quando è capace di sussumere lintera società scendendo fino nei suoi gangli vitali, nei suoi processi di sviluppo, nelle coscienze e nei corpi della popolazione. Mi spiego? 
- Vai avanti.	
- Sì, certo. Insomma, questa entità, questa immonda schizofrenia biopolitica, come dicevo, potrebbe aver partorito una nuova intelligenza adeguata alla mostruosità del suo metabolismo inibito. Forse langelo che il Regno portava in grembo è stato divorato e le sue energie vitali sono servite a produrre soltanto un cervello malvagio e perfettissimo che riproduce in eterno la schiavitù. Non so bene di che sto parlando, ma potremmo essere in presenza di una mafia lovecraftiana, di una potere che si muove in una dimensione parallela con il solo scopo di inibire il nuovo ordine sociale ed esistenziale che però è già realtà. Il Regno ha un compito estremo e lo realizza quindi con strumenti estremi e potentissimi.
Cavolo, non posso sputtanarmi adesso. Mi sento sotto osservazione. Quasi stia cercando di carpire ogni singolo atomo dei miei ragionamenti: - Sì, ma se cè un Regno cè anche un re. Chi sarebbe?&lt;/i&gt;

E invece manco per il cazzo. La realtà politica odierna è interamente multicentrica, stratificata, diffusa. Forse ispirandomi al passato avrei potuto usare il termine Impero. Già, Impero o più suggestivamente Imperium. In effetti, le funzioni che Hunt e Monti attribuiscono al loro Imperium potrebbero andare bene anche per il mio Regno:

&quot;lesistenza biopolitica della moltitudine possiede tutte le potenzialità per divenire una massa autonoma di produttività intelligente, un potere assolutamente democratico, come avrebbe detto Spinoza. Se accadesse effettivamente tutto ciò, il dominio capitalistico della produzione, sullo scambio e sulla comunicazione verrebbe spazzato via. Prevenire questa conseguenza costituisce la preoccupazione fondamentale del dominio imperiale.&quot;

E brava la premiata ditta Hunt/Monti! Anche loro sono arrivati a collegare il filosofo pulitore di cannocchiali e microscopi al postfordismo. E io che credevo dessere originale. Forse se mi sbrigavo di più con la tesi li fregavo sul tempo.

(&lt;b&gt;1- continua&lt;/b&gt;)


</text_more></entry>
<entry id='1227' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1227' author_id='4' authored_on='20050222022031' basename='cronache_di_bassavilla_6' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050222022031' modified_on='20060201232446' ping_count='0' status='2' title='Cronache di Bassavilla 6' week_number='200508'><text>&lt;b&gt;PROFESSIONE CATASTROFE&lt;/b&gt;

di &lt;b&gt;Danilo Arona&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Dayafter.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Dayafter.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;147&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
Era domenica 6 novembre 1994 a Bassavilla. La sera prima avevo visto &lt;i&gt;Pulp Fiction&lt;/i&gt; al Comunale e mangiato una pizza in centro. Pioveva che la mandava il demonio, di certo non il Dio dei credenti.
Non rientrammo tardissimo. Mia moglie e io abitiamo in campagna, a una decina di chilometri dalla città. Avevamo già conosciuto una piccola alluvione locale molti anni prima, precipitando a bordo di una Golf dentro un fosso allagato. Rispettavamo la pioggia e i suoi disegni. Per questo, al contrario delle nostre abitudini, preferimmo tornare a un orario decentemente borghese.</text><text_more>Discutemmo di &lt;i&gt;Pulp Fiction&lt;/i&gt;, quanto mai da discutere, e leggemmo parecchio a letto, anche per digerire al meglio la solita pizza non lievitata che fermentava nello stomaco. Forse spegnemmo la luce intorno alle due e mezza, o le tre, mentre la pioggia dardeggiava furiosa sulle tegole e sulle piante, conciliando il sonno.
Il mattino dopo, appunto domenica 6 novembre, mi alzai per primo intorno alle dieci. Il colore fuori era grigio cupo. Non aveva mai smesso di piovere. 
Misi sul gas il solito bricco domenicale di caffè. Accesi il televisore. A quellora Rai e Mediaset (si chiamava già così? Ma no, forse la si diceva Fininvest) si contendevano il primato della sciocchezza festaiola, ma su TMC, oggi LA7, qualcosa di &lt;i&gt;sbagliato&lt;/i&gt; scacciò di colpo la sonnolenza del risveglio. Fazzuoli, a bordo di un elicottero, stava commentando una catastrofe alluvionale dovuta ad unondata di piena del Tanaro. Sotto di lui, e sotto i miei occhi, si vedeva Asti per buona parte inondata dallacqua e le campagne adiacenti del tutto sommerse. 
&lt;i&gt;Londata sta proseguendo&lt;/i&gt;, questo sintendeva dal concitato rapporto delluomo con i baffi che oggi si guadagna la micca reclamizzando il Tavernello, ma che fu di certo il primo pulsante di &lt;i&gt;real tv&lt;/i&gt; su quanto ci stava capitando. Non ci avrebbe impiegato molto a raggiungere Bassavilla.
Telefonai a mia madre, ad amici e parenti. &lt;i&gt;Tutto bene, qui non sta succedendo niente&lt;/i&gt;.
&lt;i&gt;Cazzo, ma avete visto Telemontecarlo?&lt;/i&gt;
Già, e chi la guarda Telemontecarlo?
Il Dio dei devoti benedica le piccole emittenti. Mi sintonizzai su Telecity, l&apos;emittente locale, dove stavano guardando Fazzuoli e avevano già capito la gravità della situazione.
Alle dodici e trenta, lo speaker Enzo Baldon, o forse qualcun altro, disse con tono pacato che il personale doveva abbandonare gli studi di via Gramsci perché lacqua stava entrando dalla strada. Lacqua del Tanaro, gialla e putrida, piena di idrocarburi.
Alle tredici Rai e Fininvest non dissero nulla.
Il resto è storia.
Alla sera, alle otto, un breve trafiletto della RAI dove il Tanaro si leggeva Tanàro, con laccento sulla seconda a.
Bassavilla fu stuprata selvaggiamente dal fiume impazzito. Il black-out energetico durò fino all11 novembre.
L11 novembre fu giornata storica anche per lalluvione mediatica. Al TG3 pomeridiano Gianbattista Carboncini dichiarò che a monte erano state aperte le dighe, causa principale del disastro. Alla sera, da Biagi, il ministro Maroni disse lesatto contrario. 
In molti, da allora, cominciarono a capire che, in casi estremi, è meglio sintonizzarsi su Telecity o Radio Gold. 
Non tutte le catastrofi vengono per nuocere. Da quel 6 novembre molti abitanti della Città Grigia sognano in modo sinistro e preciso di quanto di spettacolarmente brutto è sul punto di accadere da queste e in altre parti del mondo. E&apos; come se il trauma della Terra avesse aperto dei nodi di comunicazione fra le menti e gli squilibri in corso sotto la superficie. Tante persone, soprattutto donne, presagiscono, vedendoli &lt;i&gt;prima&lt;/i&gt;, disastri e cataclismi.
Il più potente di tutti, però, è un uomo. Si chiama Alex, sui trent&apos;anni e non ha ancora capito cosa farà da grande. Il giorno prima delle Torri Gemelle ha visto le nuvole incendiarsi nel cielo. Dopo l&apos;11 settembre ha paura di parlarne in giro: i sensitivi a Bassavilla sono scambiati per menagrami e la gente, al loro passaggio, si artiglia le pudende.
Alex, qualche mese fa, mi ha detto: Verrà il giorno in cui tutti, qui, presentiremo il disastro. Sotto la città, lo sai, passa quella terribile corrente di energia, la Sincronica Maggiore. Pochi capiranno, ma tu annota date, ore e minuti.
Ho tenuto a mente. La notte fra il 25 e il 26 dicembre su Bassavillla stava nevicando. All&apos;una e ventotto stavo leggendo a letto &lt;i&gt;Windows on the World&lt;/i&gt; di Frederic Beigbeder, quando sopra e sotto la terra si è udito un tuono cupo, rimbombante e diversi da tutti gli altri tuoni che ho udito in vita mia. Mia moglie, in lettura pure lei, ha detto con sensata banalità: Mai sentito un tuono durante una nevicata. Non le ho risposto che non ci sono più le stagioni di una volta per non finire in uno spot della Mediaset.
L&apos;indomani mattina la rete per prima mi ha comunicato del disastroso Tsunami nell&apos;Oceano Indiano. C&apos;è un dato orario quanto mai preciso sulla spaccatura sottomarina che ha dato origine alla devastante onda anomala. Lo si può andare a verificare e corrisponde all&apos;una e ventotto, ora di Bassavilla e d&apos;Italia. 
Ho scritto che non tutte le catastrofi non vengono per nuocere. Ma forse non è vero. Quasi tutti adesso hanno il potere, il dono, e nessuno ne parla. Però ci si guarda di sottecchi, quasi alla ricerca dell&apos;alieno che occupa da un po&apos; di tempo il corpo della moglie o dello zio Ira (sapete di chi parlo, vero?).
L&apos;horror e la fantascienza non inventano nulla, credetemi.


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<entry id='1228' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1228' author_id='4' authored_on='20050222032123' basename='gli_scheletri_della_santa_inquisizione' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050222032123' modified_on='20050222034158' ping_count='0' status='2' title='Gli scheletri della Santa Inquisizione' week_number='200508'><text>di &lt;b&gt;Adriano Petta&lt;/b&gt;  (da &lt;a href=&quot;http://www.ilmanifesto.it/&quot;&gt;il manifesto&lt;/a&gt; del 21 febbraio 2005)

&lt;img alt=&quot;Inquisitio2.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Inquisitio2.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;114&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
&lt;i&gt;Una puntata di «Voyager», su Raidue, si fa complice del Vaticano per riscrivere la storia e riabilitare lInquisizione, madre di tutte le torture e stragi di innocenti.&lt;/i&gt;

Lo scorso 11 settembre su Alias apparve un mio articolo &lt;i&gt;Le radici dellorrore&lt;/i&gt; (relativo agli atti del Simposio sullInquisizione pubblicati dal Vaticano). Venni poi invitato alla trasmissione televisiva &lt;i&gt;Voyager&lt;/i&gt; per unintervista che durò 14 minuti: mi dissero che avrebbero fatto dei tagli. Mercoledì 16, alle 23.10, è stata messa in onda. Due gli argomenti del programma: «Nazismo esoterico» e «Gli ultimi dati sullInquisizione». Il conduttore Roberto Giacobbo ha raccontato i legami tra Hitler, le SS e locculto, parlando anche di Montségur, dove il 16 marzo 1244 morirono arsi vivi in un enorme rogo oltre 200 fedeli perché si rifiutarono di abiurare la loro fede.</text><text_more>La tesi esposta da Giacobbo è stata che la storia li ricorda come Catari attaccati dal re di Francia, e che le SS cercavano a Montségur il Santo Graal perché i catari, secondo alcuni,  erano stati i custodi del sacro calice. E che lideologo nazista Otto Rahn individuava i catari come i precursori del nazismo
Forse era il caso, da parte del conduttore di &lt;i&gt;Voyager&lt;/i&gt;, di spendere due parole per chiarire che quei 200 fedeli erano martiri cristiani accusati deresia dallInquisizione, che combattevano la corrotta Chiesa di Roma e che vennero condannati al rogo mentre la guarnigione del signore di Montségur  che aveva assassinato due inquisitori ad Avignonet  aveva invece avuto salva la vita. E che i capi della guarnigione militare che catturò i catari bruciandoli vivi erano Pierre Durant e Ferrier, due inquisitori domenicani: Chiesa e re di Francia alleati.
Roberto Giacobbo, forse a disagio per la rappresentazione a cui stava per assistere, manda avanti la sua collaboratrice Stefania La Fauci, che annuncia: «Questa sera vi sveleremo delle inaspettate verità». E ha inizio lultima parte della trasmissione, dedicata allInquisizione. Intervistati: Agostino Borromeo prof. della storia della Chiesa presso luniversità La Sapienza di Roma e laccademico di nulla accademia Adriano Petta, studioso di storia delle religioni e storia della scienza (il sottoscritto). Al prof. universitario concedono tre interventi, al sottoscritto uno solo (95 secondi). Il prof. Borromeo  curatore degli atti del Simposio sullInquisizione e trait dunion tra il Vaticano e i mass media per trasformare la leggenda nera dellInquisizione in leggenda rosa  sviluppa tranquillamente e metodicamente la sua tesi, mentre al sottoscritto viene cancellato tutto compresa una frase in cui dicevo che «i nazisti ammazzavano gli ebrei prima di metterli nei forni crematori mentre linquisizione metteva gli eretici nei forni vivi».
Volevo ricordare uno degli atti più infamanti dellInquisizione: i &lt;i&gt;quemaderos&lt;/i&gt; di Siviglia (quattro enormi forni circolari, ognuno dei quali «ospitava» fino a 40 condannati, introdotti vivi, e che per «giustiziarli» occorrevano dalle 20 alle 30 ore di supplizio; i forni funzionarono ininterrottamente per oltre tre secoli, e vennero chiusi da Napoleone nel 1808).
A me hanno lasciato solo lintervento in cui accenno sommariamente che, per avere unidea del clima di terrore che si respirò in quei secoli, basta leggere gli atti del Simposio sullInquisizione promosso proprio dal Vaticano. Ma la conduttrice  nel ruolo di giudice supremo afferma: «Insomma gli studi più recenti ci danno, delloperato dellInquisizione, un quadro meno drammatico di quanto comunemente si crede.»
A conclusione della trasmissione, la conduttrice ne spara poi una veramente grossa, tirando in ballo linizio della crociata degli albigesi (altro nome con cui erano conosciuti i catari): «Bè, gli &lt;i&gt;storici&lt;/i&gt; hanno poi appurato che a Béziers non cerano albigesi, che nessuna crociata era mai passata da quelle parti, dove tra laltro non risultava la presenza di legati pontifici; però la città venne realmente messa a ferro e fuoco, ma la cosa accadde nel quadro di una guerra feudale tra famiglie locali». E conclude tronfia e pettoruta: «Almeno in questo caso nessuno deve chiedere scusa!».
Allucinante E chi sarebbero questi &lt;i&gt;storici&lt;/i&gt;? Forse quelli segnalati da &lt;i&gt;Voyager&lt;/i&gt; per poter approfondire i temi della puntata come il sito internet Kattoliko.it?
Occorre reagire a questa gente asservita al programma di revisionismo in atto, altrimenti tutti quei milioni di creature innocenti che sono stati torturati e bruciati vivi in sei secoli di terrore è come se li bruciassero vivi unaltra volta, per cancellarli definitivamente dalla storia. 
Il 22 luglio del 1209 in Béziers vennero scannate vive oltre centomila persone (cattolici, catari-albigesi, donne, bambini), dall&lt;i&gt;armata di Cristo&lt;/i&gt; (così si chiamava il più grosso esercito dellepoca, oltre 500 mila uomini) che per capo militare aveva il legato papale Arnauld-Amaury &lt;i&gt;labate bianco&lt;/i&gt;, il quale comandava i signori feudali del nord della Francia che avevano aderito alla crociata promossa da papa Innocenzo III per sterminare leresia catara: cataro vuol dire «puro», erano puri cristiani che combattevano la Chiesa romana corrotta. Quel giorno avvenne il primo genocidio della storia dellumanità: un esercito cristiano sterminò una popolazione cristiana inerme, per soffocare chi osava ribellarsi alla Chiesa di Roma.
Il legato papale capo dellarmata, Arnauld-Amaury, scrisse al papa Innocenzo III: &lt;i&gt;Lindomani, festa di Santa Maria Maddalena, noi cominciammo lassedio di Béziers, città che pareva dover per lungo tempo fermare la più numerosa delle armate. Ma non cè forza né prudenza contro Dio! I nostri non rispettarono né rango, né sesso, né età: ventimila uomini circa furono passati al filo della spada e questa immensa carneficina fu seguita dal saccheggio e dallincendio della città intera: giusto risultato della vendetta divina contro i colpevoli&lt;/i&gt;!
La lettera originale da cui è stato tratto questo documento si trova nella Biblioteca Vaticana.
Pochi anni dopo, nel 1252, papa Innocenzo IV con la bolla &lt;i&gt;Ad extirpanda&lt;/i&gt;, autorizzò luso della tortura durante i processi della Santa Inquisizione uso che venne affinato nei successivi 600 anni di terrore.
Il prof. Agostino Borromeo  a nome della Santa Sede  sta cercando di convincere il mondo che i morti bruciati vivi per mano della Santa Inquisizione in 600 (seicento) anni non sono stati 9 milioni bensì meno di cento unità, ovvero 99!
LInquisizione è stata uno strumento dottrinale-legislativo  creato, affinato e imposto dai papi  che ha introdotto nella mente delluomo il metodo della delazione, della tortura, del terrore. È stato lo strumento principe dello stato della Chiesa cattolica che nella sua storia non ha mai conosciuto la democrazia e forse è proprio per questo che ha sempre appoggiato politicamente le dittature (di destra). Gli orrori espressi dagli stati moderni (Gulag, Auschwitz, Abu Graib, Guantanamo etc.) affondano le radici nella Santa Inquisizione.
Giovedì 17, in Campo de Fiori, come ogni anno una piccola folla ha ricordato il 405° anniversario del rogo di Giordano Bruno. Invece di chiedere perdono per gli «eccessi» della Santa Inquisizione, la Santa Sede dovrebbe infine trovare il coraggio dinviare un suo rappresentante di fronte alla statua &lt;i&gt;dove il rogo arse&lt;/i&gt; smettendola con questi vani tentativi di revisionismo.


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<entry id='1229' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1229' author_id='4' authored_on='20050223025137' basename='imperium_seconda_puntata' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050223025137' modified_on='20050223025205' ping_count='1' status='2' title='IMPERIUM   Seconda puntata' week_number='200508'><text>Romanzo di &lt;b&gt;Fabio Ciabatti&lt;/b&gt; e &lt;b&gt;Luca Nutarelli&lt;/b&gt;
Le foto di Emilio Periglio sono di &lt;b&gt;Tito Kurtz&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Imperium02.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Imperium02.jpg&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;97&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
E fosse solo questo! La comunicazione produttiva, Baruch Spinoza, la moltitudine già la moltitudine, questa rete di individualità sociali ricche del proprio sapere, altro che il vecchio proletariato, rigido, serioso, pipposo, asservito e deprivato delle sue conoscenze! Basta con il proletariato, tu sei solo una massa informe di individui. Tu riconosci la tua unità e socievolezza solo trasferendo sovranità allo stato. Sei soltanto uno zombie! E non mi rompere i coglioni, capito! Ora cè la moltitudine. La moltitudine è una gran figata! La moltitudine coopera spontaneamente nella produzione attraverso il linguaggio. Una cooperazione bocca a bocca, con il rifrullo. La moltitudine è una rete di individui per sua natura esterna allo stato e al comando capitalistico. Una rete che ha la propria unità in se stessa, che costituisce senza troppi cazzi una sfera pubblica non statuale. Ora è tutto così chiaro.</text><text_more>Ma che fatica arrivarci! Mi tornano alla mente grumi di pensiero espressi a mezza bocca. Come stronzi che si affacciano sulla soglia di uno sfintere stiticamente stizzoso. Se i miei neuroni decidessero di formare un complesso musicale si chiamerebbero Stipsi King. Si vede che Hunt e Monti hanno più tempo di me, più lucidità. Scritto da loro sembra tutto così facile, quasi ovvio.
Eppure si produce comunicando. E io cazzo se produco! La comunicazione dovrebbe fluire spontanea. Dal cervello alla carta, senza passare per il Via. Ma no, certo! La carta, è questo il problema. Troppo materiale, ossifica latto del pensiero nel morto pensato. O forse è colpa del Regno che cerca dinibire la potenza costituente del pensiero che si fa corpo della moltitudine nellintrecciarsi degli atti linguistici. Maledetto Regno! Ma ora che il tuo segreto è stato svelato il tuo dominio sarà sfanculato per direttissima. Basterà spiegarlo alla moltitudine, che poi già lo sa. Più o meno. È il meno che mi frega. Ma non ci sono cazzi, mo ve lo spiego io cosè linfame Regno.

&lt;i&gt;- Detto in breve e un po confusamente, il Regno potrebbe essere una rete piramidale di organismi politici, economici e militari nazionali e sovranazionali, pezzi di servizi segreti, corporation transnazionali, organizzazioni non governative che fungono da cinghia di trasmissione del Wto, della Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale. Capisci Ottavia, di fronte a quale mostro siamo?
 - Sì, una nuova forma dimperialismo. O no?
- No, no! Limperialismo poteva essere ancora individuato geograficamente!
- Beh, la guerra in Afghanistan per il controllo dellapprovvigionamento energetico da parte degli Usa
- Ma no, quello è solo un momentaneo backlash, un rinculo imperialistico di poco conto.
- E lIraq? 
- Fa parte dello stesso rinculo. Anzi di più! Si tratta di un vero e proprio Golpe. Bush, quellanalfabeta testa di cazzo, non sa quello che fa. Non ha capito qual è il vero interesse del capitale cognitivo transnazionale. Lui pensa solo al petrolio e alle armi. White stupid men! Oramai negli Usa ha trionfato lold economy, altro che cazzi!
- Mi sembra un po esagerato. Non ti pare? In fin dei conti oggi non si parla più di complesso  militare-industriale, ma di ei-si-i.
- Di che si parla?
- ACE: aeronautic computer electronic complex. Non mi sembra proprio roba da archeologia industriale. Non credi?
- Certo lACE. Come no. Maledetti americani con sto cazzo di spelling. Parlate come mangiate, è mangiate meno hamburger ché poi diventate tutti obesi! Tanto, spelling o non spelling, lACE è soltanto unimpotente candeggina che non può smacchiare la bandiera a stelle e strisce dallalone di ancien régime che lha contaminata. E poi, non sarà certo un Bush qualsiasi a farmi riscrivere la seconda parte della mia tesi! Piuttosto vado lì, alla Casa Bianca, e glielo spiego io!
- Va bene, mi arrendo, non vorrei ritardare la tua laurea.  Ma cè unaltra cosa che mi interessa. Qui dici che è possibile sconfiggere il Regno
Ottavia mia, come fai a essere così sveglia a questora della notte? Io, ormai, muoio di sonno. Il Gazometro, lo intravedo appena, nel buio. Mi sembra quasi di sognarlo. Mi stai chiedendo ancora qualcosa? È ancora la tua voce che sto ascoltando? La mia tesi: uno stormo di pagine che volano in un cielo primaverile, sopra le fabbriche, gli uffici, le scuole, le carceri e i manicomi. Unumanità finalmente libera dalla miseria del vivere quotidiano. Il comunismo? Non so, un abbraccio che ci accompagni verso i sogni. &lt;/i&gt;

Ogni tanto esagero con la filosofia. Troppa filosofia a volte fa male al pensiero. E si finisce per non pensare a quello che accade. E quello che è accaduto veramente è che io mi sono fatto un mazzo tanto. La faceva facile quel diavolo di Cermugnati: Allora non mi ha ancora portato il nuovo capitolo? La tesi sullEterno spinoziano le sta prendendo uninfinità di tempo.
In fondo il pazzoide era simpatico. E lui sì che aveva uninfinità di tempo da perdere: Lesame è andato bene. Consideriamolo concluso. Ora possiamo parlare. Classica frase da Cermugnati in sede di esame. Quasi che fino a quel momento si fosse gesticolato. E poi, quasi insensibilmente, dalle questioni di alta teoresi filosofica si passava ai suoi bassi problemi familiari. Lì era un vero disastro. Per lui, le esigenze pratiche della vita quotidiana erano oscuri trattati di teologia extraterrestre. Non che io invece ma di necessità ho dovuto fare virtù. La virtù tuttavia è sempre una grossa perdita di tempo. E così la tesi languiva. Certo, molte esperienze mi hanno aiutato a capire in che mondo vivo. Però, quando si lavora, che fatica a fine giornata tornare a casa e buttare giù due righe! 
Per non parlare poi di quando mi sbattevo allArcobaleno. Lavorare tutto il giorno e poi, la sera, scrivere. Con un aiutino certo. Quantomeno una canna. Quantomeno. Lavorare e scrivere, scrivere e lavorare. Dormire? Mica tanto. E poi, come se non bastasse, lottare. Sì. Lottare per migliorare le nostre condizioni di lavoro. Un po retrò, a dire il vero. Però era faticoso lo stesso, anche se retrò. Cera una forza istintiva, tuttavia, una potenza inespressa anche in quei conflitti passatisti allArcobaleno. I visi dei miei compagni di allora, quasi non li ricordo. Sono sfumati. Una massa indistinta, più che una moltitudine. Tranne il viso di Lucia, i suoi capelli rossi, corti e sbarazzini, i suoi occhi verdi un po a mandorla. Un metro e sessanta di energia nucleare ecocompatibile.  È un po di tempo che non la sento. Quasi quasi la chiamo. No è meglio di no. Adesso non ce la farei a sostenere una discussione con lei. Sono troppo sfragnato. Tanto ogni volta è sempre la stessa storia. Ogni volta provo a spiegarle quello che a me è apparso chiaro dopo lesperienza dellArcobaleno. Ma lei figurati, da quellorecchio non ci sente!
Oggi per essere contro non bisogna più opporsi, direttamente o dialetticamente come nella modernità. Per essere contro con efficacia bisogna assumere posizioni oblique, diagonali, sghimbesce. Oggi le battaglie si vincono con la sottrazione e con la defezione. Dobbiamo semplicemente evacuare i luoghi del potere. Ma forse le mie parole non bastano. Forse bisogna mettere le cose in modo diverso. Con più chiarezza, più forza. Forse ma sì, Antonio Monti e il suo amico statunitense Michael Hunt potrebbero darmi una mano. Prima, sfogliando lindice, mi è parso di vedere un paragrafo interessante. Chissà. Vediamo, vediamo. Eccolo qui, è proprio questo.

&quot;Nellepoca moderna la pratica dellinternazionalismo si è espressa assai chiaramente nei cicli internazionali di lotte. Il ciclo si costituiva ogni volta che le notizie di una rivolta venivano comunicate ed adattate a sempre nuovi contesti.
Nel passaggio al postmoderno i cunicoli strutturati della talpa, con cui Marx ha metaforicamente descritto i cicli di lotta proletari, sono stati sostituiti dalle infinite ondulazioni del serpente.&quot;

Eh no aspetta, questo è troppo. Mo state esagerando! Va tutto bene, ma la talpa e il serpente no! Daccordo le scoperte simultanee, ma questo è troppo. Forse ho capito male, forse ricordo male. Che sia solo un &lt;i&gt;déjà vu&lt;/i&gt;. No, non sono rincoglionito fino a questo punto. Almeno non credo. Fammi controllare. Dove cazzo è la mia tesi? Cristo stava qui sul tavolino. Ah, eccola sotto il vassoio. Ecco, è questo il punto. Fammi rivedere che cosa ho scritto:

&quot;...i cuniculi strutturati dalla talpa, con cui Marx ha metaforicamente descritto i cicli di lotta proletari, sono stati sostituiti dalle infinite ondulazioni del serpente. Le lotte più radicali e potenti degli ultimi anni del XX secolo non hanno infatti indotto un ciclo di lotte, poiché i bisogni e i desideri che esse esprimevano non potevano essere tradotti in altri contesti.&quot; 

Cazzo, &lt;i&gt;Imperium&lt;/i&gt; e la mia tesi sono identici! Come è possibile?

 
&lt;b&gt;2. Larcobaleno elettrico, ovvero la produzione industriale informatizzata&lt;/b&gt; 

No. Non è possibile. Non può essere. Ci deve essere una spiegazione. Due testi assolutamente uguali. Devo capire che cazzo è successo. Qui mi fanno il culo a striscioline piccole piccole piccole, che non posso dire di no. Mi accusano di plagio. Se lo racconto a Ottavia non ci faccio certo una bella figura: penserebbe anche lei che ho copiato. Lucia invece si limiterebbe a lanciarmi la solita accusa di onanismo celebrale.  Se poi lo scopre Cermugnati, non mi fa manco laureare. 
Ma aspetta un attimo. Cermugnati. Proprio lui. Mi aveva detto che avrebbe provato a parlare della mia tesi a Monti. Poi non mi ha fatto sapere più niente. Quando gli ho accennato alla cosa ha fatto finta di nulla. Ora che ci penso, sembrava anche un po scocciato. Certo, a quello gli capita spesso di essere scocciato. E se fosse stato proprio lui? Ma dai, non è possibile, è un pazzoide, ma non uno stronzo. E poi, perché mai avrebbe dovuto farlo? Daltronde anche se fosse lui il colpevole che gli vado a dire? Ci ho messo tanto a farmi assegnare la tesi, se gli faccio il pezzo me lo ritrovo inevitabilmente in culo. Beh, magari aspetto la laurea e poi mi vendico. Vendetta tremenda vendetta. Calma, andiamoci piano con le conclusioni. Bisogna indagare. Avere qualche prova, o almeno uno straccio dindizio. Comunque un piccolo riscontro si può sempre avere anche subito. Quasi quasi lo chiamo e tra una cazzata e laltra gli parlo di &lt;i&gt;Imperium&lt;/i&gt;. Vediamo come reagisce. 
Digitiamo: C E R M U G N A T I. Ok. Chiama. È libero. Sì, libero di fare lo stronzo. Ma mo lo sistemo io. 
- Pronto Professore, buongiorno, sono Emilio Periglio. La chiamo per sapere se per caso ha avuto tempo di leggere la seconda parte della mia tesi. 
- Volevo farlo oggi, ma temo che non ne avrò modo. Sono tornato da Bologna e ho scoperto che mi sono entrati i ladri in casa.
- Oddio, mi dispiace, hanno fatto molti danni?
- No, non mi pare, anche se devo ancora controllare, sono rientrato da poco e sto aspettando che arrivi la polizia. Ieri sera ho deciso allultimo momento di trattenermi da mia madre. Ma tutto sommato è meglio così. Se ero in casa chissà che cosa poteva accadere. Non dovevano essere dei professionisti. Giusto qualche sbandato, altrimenti non sarebbero venuti da me. Che brutto periodo! Ho dovuto anche dare unocchiata a molte cose arretrate, non ho avuto il tempo di leggere ciò che mi ha inviato.
- Professore, mi scusi se la trattengo al telefono nella situazione in cui si trova, ma le volevo fare unultima domanda: ha letto il libro di Hunt e Monti.
- No, cè lho qui sullo scaffale. Ho soltanto dato unocchiata allindice. Quando avrò tempo... ma adesso ho altri problemi. 
- Mi pare ci siano cose interessanti, anche in relazione alla mia tesi. 
- Be&apos;, immagino di sì, Monti produce sempre cose molto suggestive.  Anche se scrive così tanto che uno fa fatica a seguirlo. Sta sempre una ristrutturazione capitalistica avanti a tutti gli altri.
- Ma lei ha contatti diretti con Monti?
- Perché me lo chiede? 
- Un po di tempo fa, non si ricorda? mi aveva detto che lo avrebbe dovuto incontrare. A un convegno. Poi non se ne è fatto più nulla.
- Ah sì, è vero. Non ho avuto modo di parlargli. Era accerchiato da uno stuolo di ammiratori. 
- Be&apos;, magari adesso gli si potrebbe mandare una bozza della mia tesi. La potrebbe trovare interessante. Forse si potrebbe pensare di pubblicare qualcosa sulla rivista &lt;i&gt;Ketteposse&lt;/i&gt;. Che ne pensa?
- Mah, non saprei, comunque quella rivista non mi sembra un gran che. 
- La conosce bene?
- Non proprio. Mi è capitato di sfogliarla ogni tanto. Poi una volta, qualche tempo fa, mi hanno chiesto un articolo su Marx, lamore e le macchine. Io glielho inviato. Tutto qui 
- Tutto qui? Allora non facciamo neanche un tentativo?
- Ma insomma Periglio, ci ha messo tanto di quel tempo per iniziare a scrivere la tesi e ora le è venuta tutta questa fretta! Bisogna fare attenzione: chi cerca di bruciare le tappe rischia di bruciarsi in senso accademico, sintende. 
- Che vuole dire? 
- Niente di particolare. Solo che esistono delle gerarchie, dei tempi che vanno rispettati. E se glielo dico io mi può credere. Appena qualcuno alza la testa, di questi tempi, cè sempre qualcun altro pronto a tagliargliela. Laccademia è un brutto posto, mi dia retta, cè chi è disposto ad ammazzare la madre pure di fare una pubblicazione prima di un altro.
E bravo stronzo! Quasi quasi sono contento che gli sono entrati i ladri in casa. Loro non lo sanno, ma forse sono andati a rubare proprio nella casa del ladro. Che è diventato pure un maestro di equilibrismo politico-accademico. 
Se nè sempre fregato e ora: se glielo dico io mi può credere. Credo proprio che sei uno stronzo! Prima mi mandava senza remore allo sbaraglio. Ora mi invita alla calma e alla pazienza. Mi ha fatto pure intervenire ad un convegno un paio danni fa. Pensa tu! Mi hanno chiesto un articolo, tutto qui. Ma che mi ha preso per scemo? Magari non centra nulla con il plagio, però qualcosa di strano ce laveva. Comunque non mi pare di saperne molto più di prima, praticamente sto al punto di partenza. Anche se 
Cazzo! Cosè questo rumore? Mi fa venire il mal di testa. Deve essere lallarme di una macchina. Fanculo gli allarmi, le macchine, i loro padroni e i loro ladri. Fanculo tutti. Cristo maiale che mal di testa! Questa sirena del cazzo mi sta entrando nel cervello.

&lt;i&gt;Che palle questo fischio non finisce più. Si è incantato? Abbiamo capito, cazzo! Abbiamo capito: il Collettivo Montaggio a valle ha bisogno dei pezzi. Ma che vi credete, mica stiamo a grattarci la pancia. Anche qui in Verniciatura rischiamo di rimanere a secco. Fanculo laumento del ritmo. Fanculo lArcobaleno e tutte le sue macchine!
Il pannello elettrico ci comunica che ad Amsterdam, a Zagarolo e a Mestre sono stati ordinati 78 veicoli elettrici, di cui 32 decappottabili e 17 con tettuccio apribile.
Speriamo che i collettivi Lastratura e Stampaggio ci aiutino a mantenere i tempi di consegna. E via, fatta anche questa! Controllo di qualità, ehm, Paolo dice che non va. Pietro non tiene il ritmo, non va. Ecco Eleonora con lo spruzzetto. Presto, presto se no il Collettivo Assemblaggio rimane a secco e suona la sirena. Concentrazione, furbizia, virtuosismo neoartigianale, controllo, precisione, vai, vai compagna Eleonora, fatto, olé. Questa portiera la firmiamo noi con il nostro nome darte: Collettivo Capitan Harlock.&lt;/i&gt; Fammi provare Capitano un&apos;avventura dove io son l&apos;eroe che combatte accanto a te, &lt;i&gt;pulsante, spruzzo, abile giravolta, uatàh! sono un ballerino postfordista,&lt;/i&gt; fammi volare Capitan senza una meta tra i pianeti sconosciuti per rubare a chi ha di più. &lt;i&gt;Egalité, cooperation, créativité! Altro che taylorismo! Altro che forza lavoro funzionalmente attivata solo dal capitale! Avanti ciccini, avanti, facciamo vedere di cosa è capace Capitan Harlock. Viemmi sotto cofano, che ti faccio un tribal come si deve. Siamo noi la fabbrica ontologica in cui tutti i rapporti di potere si intessono in ununica trama. Siamo noi limprenditore collettivo, NOI, non voi omunculi incravattati detentori di pezzi di carta quotati in borsa. Mi fate pena, e andiamo, olé, sì, sì, lo so Eleonora, questo pezzo non è un gran che, ma è Pietro, forse oggi non sta bene, guarda che occhiaie che ha! Valore, e sì anche la teoria marxiana pagava il suo pegno alla tradizione metafisica. Oramai il mondo è andato fuori misura.  E voi nani politici dellesistere mi state ancora al valore? Io vi piscio in faccia. Nel postmoderno non vi è più una scala affidabile per misurare il valore, la creazione del valore ha luogo oltre misura, il non-luogo è il nuovo luogo, il luogo definito dallattività produttiva che si rende autonoma da qualsiasi estrinseco regime della misura. Ecco gli aggiornamenti delle commesse: 50 vetture a Berlino, 245 a Napoli, 45 a Lisbona. Un tipo che mi piacerebbe conoscere ha ordinato un modello decappottabile con le facce dei Cugini di Campagna. Del resto è facile: ti colleghi ad Internet e scegli la tua Arcobaleno: modello, accessori, sponsor (Greenpeace, Amnesty International e Legambiente per i più pezzenti), colore, disegni e via personalizzando. E noi te la facciamo su misura. Come in una Pentecoste secolare, i corpi si mischiano con gli ingranaggi, una contaminazione, un meticciato con le macchine. Lo sfruttamento consiste ormai nellespropriazione della cooperazione, in un fragile parassitismo di grigi possessori di pezzi di carta. Pensano di essere i padroni di questo mondo: che orribile illusione! In realtà, siamo noi i padroni del mondo, noi che lo generiamo continuamente con il nostro desiderio.
Perfetto adesso abbiamo preso il ritmo giusto. Se continua così a quei display gli spacchiamo il culo. Ahia, una sirena, ho parlato troppo presto. Il problema è su a monte, allo Stampaggio. Qui è tutto bloccato. Le scocche cominciano a passare sulla linea B. Porca miseria sembra di vedere le comiche: lì gli operatori si muovono come pupazzetti impazziti. Fine, non cè più niente da verniciare né da griffare. Da noi è tutto bloccato e anche sulla linea B suonano le sirene.
- Fermiamo tutto, basta, i ritmi sono insopportabili. 
- Lucia ma che dici? Se non ce la fai, bastava dirlo, guarda mi sarei staccato io dalla mia unità per sostituirti.
- Che cazzo dici tu! 
- Ha ragione Lucia, anchio non ce la faccio più.
- Daccordo, vi capisco, ma ci riuniamo tutte le settimane per decidere lassetto delle turnazioni, delle pause, e adesso abbiamo bloccato tutto. È un disastro, che figura ci facciamo con gli altri turni. Non è giusto che quelli dello stampaggio abbiano bloccato tutto.
- Guarda che sulla linea B, si sono fermati tutti, anche quelli a valle.
Se ne stanno andando tutti dalle postazioni di lavoro. E io che faccio? So solo che mi sento un po rincoglionito. Un po? Ora ci mancava solo che si mettessero a litigare. Avanti ragazzi non è il caso in questo momento di rinfacciare aiuti dati e mai ricevuti. Guarda Lucia come saltella da un capannello allaltro. Sembra un ragazzino da telefilm americano: capelli rossi, lentiggini e scarpe da ginnastica. Vabbe&apos;, seguiamo la folla. Magari lì allentrata sta succedendo qualcosa dinteressante
Ammazza quanta gente. Mai visto sto atrio così pieno. Eccola là, lo sapevo. Lucia non poteva perdere loccasione di fare il suo comizietto. Però non è per niente male. In piedi sul tavolo ha quasi una sua regalità.  Ecco lha fatto di nuovo, si è sistema il  ciuffo di capelli rossi dietro lorecchio. Non so perché ma questo gesto lo trovo erotico. Però non si capisce unemerita mazza,  solo che è incazzata come una furia. Finalmente, ora che le hanno passato il megafono riesco a sentirla. Certo quellaggeggio sembra uscito dal museo delle arti e tradizioni proletarie. Che cè scritto sopra? Ah certo: COBAS. Dovevo immaginarlo.
- Nuove relazioni industriali, fine delle gerarchie, modello partecipativo, fabbrica arcobaleno. Quante altre buffonate si inventeranno per infiocchettare questa merda quotidiana che è la nostra vita qua dentro? Hanno creato questa fabbrica sul modello di Melfi, hanno fatto scomparire la catena di montaggio, ma il nostro lavoro è rimasto sempre lo stesso schifo, ripetitivo come sempre. Non cè più il caporeparto che ci controlla né il tipo in camice bianco che dietro le nostre spalle ci cronometra perché ormai sono dentro di noi, siamo noi o almeno una parte di noi. Quella con locchio puntato sul display, quella che vive il suono della sirena come unumiliazione, quella che gioca a fare il piccolo imprenditore in competizione con le altre unità, quella pronta a intervenire in ogni momento, a fare qualsiasi cosa purché il Santo Flusso non si interrompa. Mai, né di giorno, né di notte. A qualsiasi ritmo, a qualsiasi costo. Basta!&lt;/i&gt; 

Era proprio potente Lucia, sembrava la Rosa Luxemburg della via Tiburtina. Certo, era un po vetero. Un po? Si vede che il ricordo di quei giorni addolcisce la percezione del passato. Altro che un po! Mi faceva incazzare, ma allo stesso tempo mi piaceva.

</text_more></entry>
<entry id='1230' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1230' author_id='1' authored_on='20050223232924' basename='memoria_del_futuro_i_neurofarm' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050223232924' modified_on='20050223232950' ping_count='1' status='2' title='Memoria del futuro: i neurofarmaci' week_number='200508'><text>di &lt;b&gt;Mary Carmichael&lt;/b&gt;
&lt;i&gt;[da &lt;a href=&quot;http://www.msnbc.msn.com/id/3032542/site/newsweek/&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Newsweek&lt;/a&gt;]&lt;/i&gt;

&lt;img alt=&quot;cortex.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/cortex.jpg&quot; width=&quot;220&quot; height=&quot;33&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Grazie alle ricerche neurologiche del premio Nobel Eric Kandel e di altri suoi colleghi, l&apos;elementare sistema nervoso dell&apos;&lt;i&gt;Aplysia Californicus&lt;/i&gt; (una lumaca marina ermafrodita, il cui cervello è straordinariamente elementare, formato soltanto da qualche migliaio di neuroni di grosse proporzioni)  sta aiutando gli scienziati a comprendere in che modo la memoria funziona a livello biochimico: è emerso infatti che le molecole della memoria delle lumache marine non sono poi così dissimili da quelle degli esseri umani, tanto che oggi queste creature sono al centro di studi volti a mettere a punto dei farmaci che possano un giorno scongiurare la perdita di memoria che moltissime persone si trovano a dover affrontare a mano a mano che invecchiano.</text><text_more>Se si escludono rimedi di dubbia efficacia, attualmente sul mercato non vi è alcuna pillola in grado di migliorare la memoria, ma sono molte le piccole società biotech al lavoro su sostanze messe a punto nel corso di recentissime ricerche. Alcune di esse si trovano già nelle prime fasi della sperimentazione clinica che potrebbero concludersi &quot;entro due anni, se siamo fortunati&quot; come spiega Kandel, attualmente impegnato al centro di medicina della Columbia University (Cumc) e all&apos;Howard Hughes Medical Institute (Hhmi).
Alcuni dei farmaci più promettenti hanno preso origine proprio dagli studi condotti sull&apos;&lt;i&gt;Aplysia&lt;/i&gt;, mentre altri sono partiti da fattori ancora più inverosimili, come le conseguenze molecolari del fumo, con una particolare attenzione ai recettori che la nicotina prende di mira. (Chi avrebbe mai pensato che potessero esservi dei benefici nel fumo?).
&quot;È un periodo molto esaltante per le ricerche sul trattamento della perdita di memoria&quot; commenta Steven Siegelbaum, neurologo presso il Cumc e l&apos;Hhmi. E ora che le sperimentazioni stanno per concludersi, l&apos;entusiasmo è quanto mai alle stelle.
È stato faticoso, lungo e impegnativo arrivare fino a questo punto: i ricercatori ormai sanno per certo che il cervello - che funziona grazie a una sequenza chimica innescata dai neurotrasmettitori - in un primo tempo immagazzina le informazioni a breve termine nella corteccia prefrontale, e in seguito ne trasforma le parti prescelte in ricordi a lungo termine per mezzo dell&apos;ippocampo, una regione vagamente somigliante a un cavalluccio marino che si trova in profondità nelle pieghe del lobo temporale sovrastanti l&apos;orecchio.
Conoscenze di questo tipo erano del tutto impensabili anche soltanto una trentina di anni fa. &quot;La biologia dell&apos;immagazzinamento dei ricordi era davvero una sorta di buco nero per noi&quot;, conferma Kandel la cui idea di risolvere un problema complesso studiando un organismo fin troppo elementare fu accolta con enorme scetticismo. Ma con i suoi studi su una lumaca marina, Kandel scoprì effettivamente qualcosa. Poiché i neuroni dell&apos;&lt;i&gt;Aplysia&lt;/i&gt; erano così pochi e di così rilevanti dimensioni, egli fu in grado di identificare le singole cellule nervose responsabili dei singoli comportamenti. Le cellule nervose del lumacone risultarono funzionare grazie ad alcuni degli stessi processi biochimici che fanno funzionare i cervelli di animali molto più evoluti.
L&apos;&lt;i&gt;Aplysia californicus&lt;/i&gt;, insomma, si rivelò essere un ottimo modello per comprendere i processi molecolari della memoria degli esseri umani. Entrambe le specie, infatti, funzionano grazie all&apos;Amp, adenosin-monofosfato ciclico (&lt;i&gt;ciclyc Adenosine Monophosphate&lt;/i&gt;) che modula una proteina detta Creb (&lt;i&gt;Cyclic adenosine monophosphate Response-Element Binding protein&lt;/i&gt;): quest&apos;ultima sarebbe una sorta di scultore che nel cervello forma i ricordi rimodellandone le sinapsi, i collegamenti tra i neuroni. Trasformazioni nei livelli dell&apos;Amp ciclico - e conseguenti trasformazioni nei livelli di Creb - influenzano la capacità del cervello di rimodellare e riconfigurare le proprie sinapsi. Meno Creb equivale a meno capacità di formare i ricordi.
Il risultato pratico di questa ricerca, così come degli impegnativi test sui topi e sulle cavie, è sfociato nella messa a punto di numerosi nuovi farmaci in corso di perfezionamento presso la &lt;a href=&quot;http://www.memorypharma.com/&quot;&gt;Memory Pharmaceuticals&lt;/a&gt;, una società fondata tra gli altri da Kandel nel 1998. La sostanza creata in seguito alle scoperte effettuate sull&apos;&lt;i&gt;Aplysia&lt;/i&gt; si chiama &quot;Mem1414&quot;: poiché l&apos;Amp ciclico, il neurotrasmettitore che determina i livelli di Creb, è solitamente messo fuori uso nel cervello da enzimi detti fosfodiesterasi, l&apos;&quot;Mem1414&quot; inibendo l&apos;attività di questi ultimi incrementa i livelli di Creb, migliorando la memoria a lungo termine nei pazienti che soffrono di disturbi di memoria correlabili all&apos;età avanzata, e allontana altresì le prime fasi dell&apos;Alzheimer, anche se i due disturbi non sono collegati tra loro.
Vi sono poi la &quot;Mem1917&quot;, una sostanza simile alla 1414, la &quot;MemM1003&quot;, che protegge i neuroni dai dannosi accumuli di calcio, e la &quot;Mem3454&quot;, una sostanza contro la schizofrenia che prende di mira il recettore che ormai si sa che reagisce anche alla nicotina. I ricercatori ipotizzano che alcuni schizofrenici di fatto allevino i sintomi della loro condizione, compresa la perdita di memoria, autocurandosi con le sigarette.
Le aziende farmaceutiche coinvolte in questi studi sono moltissime. L&apos;Helicon ha un inibitore della fosfodiesterasi tutto suo; la Sention, co-fondata da Mark Bear del Picower Center per l&apos;apprendimento e la memoria del Mit (Massachusetts Institute of Technology), ha messo a punto una sostanza chimica che influisce sull&apos;Amp ciclico e sul Creb. La &lt;a href=&quot;http://www.cortexpharm.com/main.html&quot;&gt;Cortex Pharmaceuticals&lt;/a&gt;, una delle prime società a studiare delle sostanze per il miglioramento della memoria, si sta concentrando altrove, su alcune molecole dette &quot;ampakine&quot; che modulano i &quot;recettori Ampa&quot; nel cervello e che possono rafforzare le sinapsi. Per il momento, i ricercatori sono riluttanti a tessere le lodi di queste sostanze. Ma la corsa alla pillola della memoria, forse, è solo all&apos;inizio. </text_more></entry>
<entry id='1231' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1231' author_id='1' authored_on='20050223235304' basename='hornby_stronca_roth' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050223235304' modified_on='20050223235334' ping_count='825' status='2' title='Hornby stronca Roth' week_number='200508'><text>di &lt;b&gt;Nick Hornby&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;hornbyroth.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/hornbyroth.jpg&quot; width=&quot;180&quot; height=&quot;80&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Ho preso &lt;b&gt;The plot against America &lt;/b&gt;, mi sono sentito un po&apos; come il bravo lettore che coscienziosamente si inoltra nell&apos;elenco del &quot;nuovo e degno di nota&quot;. Ne sapevo abbastanza per organizzare uno di quei dinner party che gli opinionisti inglesi sono soliti deridere. Sulla stampa inglese si fa invariabilmente riferimento a &quot;dinner party a Islington&quot;, perché, si dice, è lì che vive &quot;l&apos;intellighenzia liberal&quot;  detta anche &quot;radical chic&quot;  e si parla del nuovo Roth mangiando focaccia, che è un tipo di pane che, a quanto pare, piace molto ai &quot;radical chic&quot;.</text><text_more>&lt;img alt=&quot;plotagainstamerica.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/plotagainstamerica.jpg&quot; width=&quot;76&quot; height=&quot;115&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Be&apos;, io vivo a Islington (non c&apos;è un esame di ammissione, ovviamente), non sono mai stato a un dinner party del genere e questo avrebbe potuto essere il mio momento per lanciare un salotto letterario. Avrei potuto comprare focaccia e chiedere alla gente mentre si toglieva il cappotto: &quot;Avete letto l&apos;ultimo Roth?&quot;. E loro avrebbero risposto: &quot;Cazzo hai detto?&quot;, se erano miei amici, oppure &quot;Sì, non è splendido?&quot;, se era gente che non conoscevo. In ogni caso, adesso è troppo tardi.
I libri sono usciti da un sacco di tempo. È tardi per un dinner party e anche per far colpo sui lettori di questa rubrica. Ci ha pensato lo Spree con le sue illustrazioni. Avevo l&apos;opportunità di farmi bello e loro me l&apos;hanno rovinata, come sempre.
La cosa che più mi irrita è che avevo qualcosa da dire su &lt;b&gt;The plot against America&lt;/b&gt;, cosa che non succede quasi mai.
Le parole più vere e più sagge mai scritte sull&apos;attività della recensione le ha dette Sarah Vowell nel suo libro &lt;b&gt;Take the canolli&lt;/b&gt;. Dovendo recensire un album di Tom Waits per una rivista, conclude scrivendo che &quot;le ballate &lt;i&gt;le&lt;/i&gt; piacciono abbastanza&quot;. Quel che le serve sono un altro migliaio di parole che precisino quest&apos;accecante illuminazione. E questo è più o meno quel che provo per un sacco di cose che leggo o ascolto, quindi il rendermi conto di aver davvero qualcosa da dire sul romanzo di Roth mi ha un po&apos; sconvolto. 
Avrete già sentito opinioni simili un migliaio di volte, ma non ho opinioni tanto spesso da potermi permettere di lasciar perdere. Mettendola così, la mia avrà il pregio della novità e della freschezza: il mio umile e parziale punto di vista è che il romanzo fantastorico &lt;b&gt;Fatherland&lt;/b&gt;, di mio cognato, come opera di fiction è più riuscita. È la prima volta che lo sentite dire, vero?
Perché anche se avete sentito qualcuno paragonare il libro di Roth a &lt;b&gt;Fatherland&lt;/b&gt;, non avrà certo usato &quot;mio cognato&quot;. Avrebbe potuto dirlo mio fratello, ma scommetto che non ha letto Roth. E probabilmente ha mentito anche quando ha detto di aver letto &lt;b&gt;Fatherland&lt;/b&gt;.
&lt;b&gt;The plot against America &lt;/b&gt;è una brillante e agghiacciante dissertazione sull&apos;America del ventesimo secolo, ma non sono sicuro che funzioni come romanzo, semplicemente perché al lettore si ricorda continuamente che è un romanzo.
Il libro racconta quel che sarebbe successo negli Stati Uniti se il filofascista Charles Lindbergh avesse vinto le elezioni presidenziali nel 1940, ma per lunghi pezzi sono gli eventi della storia alternativa a portare avanti la trama e ci si ritrova a domandarsi perché vengono raccontati. Perché se Lindbergh è diventato presidente degli Stati Uniti nel 1940  e questo libro ci chiede di credere che sia accaduto, ci chiede di abitare un mondo in cui questo fa parte della nostra storia  allora è ovvio che dovremmo sapere già cosa è successo, no?
È ovvio che sapremmo del dilagante antisemitismo e dei conseguenti tumulti, del ruolo eroico svolto dal sindaco LaGuardia, e del destino di Lindbergh, no? Continuiamo a leggere, chiaramente, perché non sappiamo e vogliamo sapere; ma è qualcosa che va contro la naturalezza del romanzo. Quando Roth scrive, per esempio, che &quot;le elezioni di novembre non erano state equilibrate Lindbergh ottenne il 57 per cento dei voti&quot;, ci fornisce informazioni che non abbiamo; ma nello stesso tempo siamo invitati a immaginare di averle già. E allora perché ci vengono fornite di nuovo? 
In &lt;b&gt;Fatherland&lt;/b&gt;, mio cognato  Harris, come suppongo di doverlo chiamare qui  adotta il punto di vista secondo cui in un romanzo fantastorico lui deve immaginare non solo gli eventi storici alternativi, ma anche la coscienza storica del suo lettore. In altre parole, gli eventi della storia alternativa fanno da sfondo, e le informazioni che ci servono per capire cosa è successo (in &lt;b&gt;Fatherland &lt;/b&gt;i nazisti hanno vinto la seconda guerra mondiale) trapelano poco a poco, in maniera trasversale, mentre l&apos;autore procede con la trama.
Roth sceglie di mettere il suo &quot;come sarebbe se&quot; al centro del libro, e così &lt;b&gt;The plot against America &lt;/b&gt;finisce con l&apos;apparire un lungo saggio. Il fatto è che non so neanche se me ne importa qualcosa. Chi non vorrebbe leggere un lungo saggio di Roth? È solo nelle recensioni di libri sui giornali che i difetti di questo tipo riducono il gradimento, e questo perché i recensori non possono dire &quot;le ballate mi piacciono abbastanza&quot;.

&lt;i&gt;[Questa recensione è parte della rubrica settimanale che Nick Hornby tiene su &lt;a href=&quot;http://store.mcsweeneys.net/index.cfm/fuseaction/catalog.list/object_id/625A37B0-2E23-4472-A99B-E39BB0FED607/Periodicals.cfm&quot;&gt;The Believer&lt;/a&gt;, lo splendido periodico animato da David Eggers (ora gli articoli di Hornby sono stati raccolti nel libro &lt;a href=&quot;http://store.mcsweeneys.net/index.cfm/fuseaction/catalog.detail/object_id/31d460ea-2ee1-44b5-8c9b-0546eec44ab8/TheBeliever.cfm&quot;&gt;The Polysyllabic Spree&lt;/a&gt;), e la cui traduzione italiana viene pubblicata da &lt;a href=&quot;http://www.internazionale.it/firme/archivio.php?author_id=44&quot;&gt;Internazionale&lt;/a&gt;]&lt;/i&gt;</text_more></entry>
<entry id='1232' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1232' author_id='4' authored_on='20050224024713' basename='tra_i_dannati_ditalia' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050224024713' modified_on='20050224024746' ping_count='1' status='2' title='Tra i dannati d&apos;Italia' week_number='200508'><text>di &lt;b&gt;Giuseppe Caliceti&lt;/b&gt;   (da &lt;a href=&quot;http://www.liberazione.it/&quot;&gt;Liberazione&lt;/a&gt; del 23 febbraio 2005)

&lt;img alt=&quot;Piumini.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Piumini.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;111&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
Immaginate che recentemente sia stato ritrovato un sonetto inedito di Dante Alighieri nel quale il Sommo Vate parla in prima persona delle sue fattezze. Immaginate che parli del suo fisico robusto, per non dire un po in carne; della sua calvizia incipiente; della sua barba candida; del suo volto perfettamente ovale e del suo naso perfettamente a patata: senza dubbio chi conosce Roberto Piumini si accorgerebbe che tra lui e Dante Alighieri cè una certa somiglianza. 
Forse è per questo che Piumini, - autore di libri per bambini e ragazzi e adulti, traduttore dei sonetti di Shakespeare, appassionato poeta e assiduo frequentatore di rime e di endecasillabi, - lo scorso anno ha dato alle stampe per Feltrinelli &lt;i&gt;La Nuova commedia di Dante&lt;/i&gt;, illustrata da venti splendide tavole in bianco e nero di Francesco Altan.
</text><text_more>Di cosa si parla in questo allegro e tagliente libro di pura satira? DellItalia di oggi. LAlighieri redivivo descrive e mette allinferno, al purgatorio o in paradiso alcuni dei
politici e dei personaggi dello spettacolo della recente vita italiana. 
Chi sono i nuovi dannati? 
Innanzitutto quel Berlusconi / che fece stupro di democrazia. 
E poi, rifilati all&apos;Inferno o fuori dallInferno, tanti altri. Da Giuliano Ferrara a Emilio Fede. Da Vanna Marchi a Bruno Vespa. Da George W. Bush a Benigni. Da Don Milani a Rosy Bindi. Da Gandhi a Andreotti. Da Pantani a Baget Bozzo. Da Zeffirelli a Previti. Da Sgarbi a Taormina e a tanti altri. Per un totale di cinquanta canti, in buona parte monografici, scritti in perfette terzine. 

Lidea della &lt;i&gt;Nuova Commedia&lt;/i&gt; nasce alcuni anni fa, quando la rivista &quot;Avvenimenti&quot; chiede a Piumini di realizzare una rubrica destinata ai bambini. Lautore propone una rubrica in poesia. Rivolta, però, agli adulti. Nasce &quot;La poesia in pratica&quot;, in cui si alternano vari pezzi. Il principale è  un frammento sulla falsariga della Divina Commedia. La cosa dura un anno, finisce. A Piumini rimane la convinzione che valga la pena continuare ancora il gioco della poesia. Rendendolo più completo. E, magari, arricchendo il testo con disegni forti e spiritosi: così telefona allamico Francesco Altan. 
Leggendo il libro, si capisce che i due si devono essere divertiti parecchio a immaginare il sommo poeta che esplora la nostra travagliata e inquieta contemporaneità. 
Piumini compie prima di tutto una operazione linguistica, forte del suo lavoro di traduttore. Molte traduzioni a noi contemporanee, sostiene, nel tradurre Shakespeare seicentesco in italiano, hanno scelto un italiano dellottocento. Io ritengo, invece, che si debba tradurre in un italiano doggi, pur allinterno di una gabbia metrica ben definita. Quindi endecasillabo, terza rima, ma un linguaggio non arcaico, non arcano, non accademico. Unoperazione simile viene messa in atto per Dante. Oltre che parodia, sostiene Piumini più che parodia, la &lt;i&gt;Nuova Commedia&lt;/i&gt;, dal punto di vista letterario, è unattualizzazione lessicale del genere duecentesco. 
Effettivamente lironia, la satira e la parodia nel libro si sprecano. Nei confronti della vita politico-televisiva nazional-popolare di oggi. Ma forse anche, più sotto traccia, nei confronti di quella che molto vagamente potremmo chiamare la cosiddetta società letteraria italiana: che da un lato ignora o guarda con una certa diffidenza unopera satirica intelligente e coraggiosa come questa (pochissime le recensioni uscite, quasi tutte su giornali toscani), dallaltra riempie i bookshop di tanti libri-gadget di comici che fanno unapparizione in tv e poi riscrivono le loro battute; operazioni editoriali più che legittime, ma un po imbarazzanti; non per loggetto e la scrittura in sé, - come ho già avuto modo di scrivere, - né per la stima verso questo o quel comico, ma proprio perché lanciati, anche da persone tipo Gino&amp;Michele, come icone di una Fantomatica Sinistra di Lotta &amp; di Divertimento che credo abbia già fatto abbastanza danni: non tanto alla letteratura o alla cultura o alleditoria italiana, ma proprio alla cultura di Sinistra, alla Sinistra.

Lapparente contraddizione: i comici tv sfornano libri incensati da parte della critica letteraria militante e contemporaneamente delle dignitosissime opere letterarie satiriche vengono guardate con sospetto. Perché? Forse Piumini doveva continuare a stare in tv come ai tempi del suo &lt;i&gt;Albero Azzurro&lt;/i&gt;? Forse la letteratura satirica è vista da molti scrittori con la stessa sufficienza con la quale si guardano i libretti di alcuni comici tv? E questo, nonostante la nostra tradizione letteraria sia piena di esempi di primordine di opere letterarie satiriche? O forse perché Piumini continua a essere  considerato soprattutto un autore per bambini e ragazzi? 
Non lo so. 
Ma è sicuro che, se fossimo in Inghilterra o in qualsiasi Paese del nord Europa, Roberto Piumini, nato in Valcamonica nel 1947 da genitori tosco-emiliani, sarebbe semplicemente Uno Scrittore, non uno Scrittore Per Ragazzi. Perché ha scritto importanti e divertenti libri di poesia e narrativa per adulti. E perché nella letteratura per ragazzi, - e non solo quella italiana - per mole di lavoro, qualità e successo  tributato da parte di editori e lettori, è da tempo considerato il Gianni Rodari di oggi. 
Ma nonostante lItalia sia il Paese in cui è nata unopera letteraria universale come &lt;i&gt;Pinocchio&lt;/i&gt;, la Letteratura per Bambini e per Ragazzi è considerata ancora come una sorta di letteratura di genere. Anzi, peggio: un sottogenere. 
E Piumini un autore strano. E un po troppo giocoso. 
Perché oltre i libri per bambini e ragazzi, scrive anche libri per adulti. E, quando li scrive, sono di contenuto satirico e addirittura in forma di poesia. Cosa potrebbe fare di peggio, oggi, in Italia, uno Scrittore?


</text_more></entry>
<entry id='1233' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1233' author_id='4' authored_on='20050224030456' basename='el_fisgn_storia_della_globaliz' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050224030456' modified_on='20050224030522' ping_count='1' status='2' title='El Fisgón:  STORIA DELLA GLOBALIZZAZIONE A FUMETTI' week_number='200508'><text>di &lt;b&gt;Chiara Cretella&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Elfisgon1.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Elfisgon1.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;168&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
El Fisgón, &lt;i&gt;Storia della globalizzazione a fumetti&lt;/i&gt;, Arcana, 2005, pp. 200,  14,00

Rafael Barajas Durán, noto come &lt;i&gt;El Fisgón&lt;/i&gt; (il ficcanaso) è il più importante fumettista politico messicano, conosciuto per la sua penna tagliente e per la satira feroce contro le istituzioni. In questo agile volumetto Durán riesce in unimpresa non facile: concentrare la storia dello sfruttamento delluomo e delle risorse naturali della terra da parte di pochi potenti, a partire dal Medioevo fino ai giorni nostri. 
La storia è deliziosa: Charro Machorro, un piccolo affarista senza scrupoli che sogna il passaggio dalla piccola impresa allindustria su scala nazionale, si rivolge a Cassandra Carrera, nota santona sapiente nellarte delleconomia, anche grazie ad una magica palla di vetro capace di leggere nel pensiero di Alan Greenspan, economista di fama mondiale. Charro Machorro vorrebbe sapere da Cassandra il segreto per diventare ricco e far prosperare la sua azienda, e la vecchia santona comincia la sua consulenza partendo da molto lontano, cioè dal Medioevo.
</text><text_more>Con semplicità e chiarezza Cassandra illustra i passaggi fondamentali della storia dellumanità: la schiavitù, il latifondo, il feudalesimo, la rivoluzione industriale e la nascita delleconomia moderna. Tutto questo inframmezzato da eleganti incisioni depoca. Locchio della vecchia santona si posa sempre sui disperati, sullo sfruttamento continuo e capillare della forza lavoro, sul mancato rispetto dei diritti fondamentali delluomo. 
In un modo piacevole e fresco, alcuni astrusi concetti economici vengono spiegati con semplicità, e dimostrano tutta la loro irragionevole illogicità. Il sistema capitalistico dispiega le sue ali di morte sul mondo, e preannuncia ovunque fame e distruzione. Il libero mercato per agire senza costrizioni ha bisogno di guerre continue e frequenti, e dissangua i paesi poveri per procurarsi una flebo di ricchezza. Tutto il mondo si trova quindi a essere interconnesso in un unico sistema osmotico in cui i poveri divengono sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. Le contraddizioni insite in questo ordine di cose sono molte e vengono tutte messe in luce dalla penna feroce del nostro ficcanaso. Sopra tutta lultima storia contemporanea si erge la pesantissima responsabilità americana, il nuovo impero globale che, nota El Fisgón, si può combattere solo globalmente. 
Alla fine della storia, Charro Machorro, il piccolo capitalista in erba, rimane fregato dalla sua stessa avidità, ma, grazie a Cassandra, almeno una nuova verità gli si è chiarita nella mente: «Ogni affare è una truffa. Ce ne hai messo di tempo per capirlo, eh?».

</text_more></entry>
<entry id='1234' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1234' author_id='4' authored_on='20050225031116' basename='lultima_abbondanza' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050225031116' modified_on='20050225031210' ping_count='0' status='2' title='L&apos;ultima abbondanza' week_number='200508'><text>&lt;b&gt;Il lungo addio a Russ Meyer (1923-2004), poeta del soft-core&lt;/b&gt;

di &lt;b&gt;As Chianese&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;RussMeyer.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/RussMeyer.jpg&quot; width=&quot;125&quot; height=&quot;128&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
&lt;i&gt;Perché la gente guarda i miei film? Secondo me perché i miei film glielo fanno venire duro. &lt;/i&gt;

&lt;i&gt; Grazie per il SOGNO AMERICANO da involgarire e falsificare fin quando la nuda vergogna non vi risplenda attraverso.
 Grazie per lultimo e più grande tradimento dellultimo e più grande dei sogni umani.&lt;/i&gt;

William S. Burroughs  &lt;i&gt;Giorno del Ringraziamento  28 novembre 1986&lt;/i&gt;

Nellanno in cui un famoso regista tedesco, Wim Wenders, girava uno dei più irriverenti e poetici documentari mai realizzati sulla &lt;i&gt;terra dellabbondanza&lt;/i&gt;, gli States, moriva un americano dal cognome tedesco, che di opulenza e finto conformismo a stelle e strisce se ne intendeva più di tanti mediocri mestieranti: Russ Meyer, regista per vocazione e provocatore per professione.</text><text_more>   Era stato uno dei precursori della beat generation, forse un uomo di lettere mancato amante della letteratura dei poveri viaggi di Jack Kerouac, dei deliri in poesia di Allen Ginsberg e della prosa allucinata di Billy Burroughs. Capace di essere un famoso e celebrato fotografo di riviste patinate adult only e di passare alla regia, senza rimpianto alcuno, con grande disinvoltura come per una prosecuzione naturale del suo mestiere. Mantenendo un personalissimo e talentuoso stile, un grande carattere. Cosa che gli ha sempre causato non pochi problemi ma che nel segno di unostentata autarchia, che è stata sempre la sua croce e delizia, lo ha consacrato regista indipendente dalle mode (caso mai era lui a lanciarle) e dalle convenzioni, best mind della sua controversa generazione.   
Nacque nel 1922 a Oakland (California) e a ventanni già era cineoperatore durante la seconda guerra mondiale. Non ci volle molto perché il giovane Russ, dopo il conflitto, scoprisse che la sua vera passione era tutto ciò che avesse a che fare con un obiettivo e una pellicola. Divenne, in breve tempo, fotografo professionista e iniziò a ritrarre bellezze &lt;i&gt;déshabillées&lt;/i&gt; per la famosa rivista Playboy. E del 55 il suo primo servizio di successo con una modella che diverrà in seguito sua moglie. E forse, da questi primi passi nel mondo della pornografia, che Meyer capisce quale è la sua strada. Capisce anche quale è la sua perversione più manifesta, il suo inconfondibile marchio di fabbrica: gli enormi e debordanti seni delle protagoniste dei suoi servizi fotografici e dei film che dirigerà. Hanno il fisico di vere e proprie veneri preistoriche, le statuette della fertilità con seni e natiche sproporzionati in segno di fertilità, le modelle che si cimenteranno col suo cinema, il suo sguardo indiscreto nella camera da letto del cittadino medio americano. Le sue supermaggiorate sono il simbolo, appartengono a quello speciale feticismo che adesso si definisce big tits, tanto che una volta dichiarò di girare esclusivamente film di tette e che le dive hollywoodiane piatte e magre gli davano il voltastomaco. Nei suoi film non cè amore ma solo donne inquiete e vogliose, uomini che divengono giocattoli damore sullo sfondo di un America perversa e ancora rurale, e soprattutto tanta inconfondibile, sana, lussuria. 
Il suo primo film &lt;i&gt;The Immoral Mr. Teas&lt;/i&gt; (1959) lo fa subito conoscere come un pornografo agli occhi del pubblico, relegandolo a un ruolo marginale anche a causa di molte accuse di immoralità partite dai soliti benpensanti. Sono i risultati al botteghino, unico grande vero giudice per un regista, però, a spianare la carriera nel genere a Meyer. Appartengono agli anni 60 i suoi film di culto che lo hanno portato a una graduale rivalutazione da parte della cosiddetta critica seria e impegnata. &lt;i&gt;Lorna&lt;/i&gt; (1964, sottotitolo italiano: &lt;i&gt;troppo per un uomo solo&lt;/i&gt;) e &lt;i&gt;Motorpsycho&lt;/i&gt; (1965) sono i suoi piccoli grandi capolavori. Il primo è la storia di una casalinga americana frigida che scopre il piacere sessuale soltanto concedendosi a un galeotto in fuga, umiliando il serioso marito. Mentre il secondo, anticipando di un anno il cormaniano &lt;i&gt;I Selvaggi&lt;/i&gt; (1966) e di ben quattro l &lt;i&gt;Easy Rider&lt;/i&gt; (1969) di Dennis Hopper, è lapologo di una nazione violenta in cui una banda di teppisti motorizzati di cui fa parte un reduce del Vietnam fa stragi e stupri per poi morire a colpi di bombe per mano di due vedovi. Una sorta di delirante mutazione de &lt;i&gt;Il Selvaggio&lt;/i&gt; (1954) con Marlon Brando. Due film in fin dei conti drammatici, che meritano ancora di più rispetto a quel cupo fascino da cult semisconosciuto che si sono, negli anni, guadagnati. 
  Russ Meyer durante gli anni successivi mette a segno parecchi colpi vincenti, come dimenticare &lt;i&gt;Faster, Pussycat, kill! Kill!&lt;/i&gt; (1965), in cui si fanno strada soluzioni registiche innovative e un profondo amore per una costruzione semplice dellapparato realizzativo della pellicola. Con attrici non professioniste rubate agli studi fotografici dei giornali che lAmerica sconcia compera a pacchi nelle edicole. Meyer allinizio degli anni 70 è già un riconosciuto maestro, il re del sexploitation, ed è amato addirittura dalle femministe per aver fatto delle sue attrici delle vere e proprie dominatrici, le vere regine della stanza da letto. 
Dopo gli anni 70, dopo &lt;i&gt;Carne Cruda&lt;/i&gt; (1972) che è lultimo suo grande film, il regista avrebbe avuto un progressivo declino, causato dallinsorgenza di nuove leve nel porno statunitense, dallo sdoganamene dellindustria del piacere in tv e dal ricco mercato dellhome video. Sono le sfrenate conigliette della San Fernando Valley e minare il successo dei suoi nuovi film. Opere con anima e cervello, ma soprattutto con una grande esaltazione del fisico. Uno sguardo felliniano improvviso e suadente sulla realtà. Sarebbe piaciuta allo sporcaccione Russ, rielaborare a modo suo la maggiorata tabaccaia dell&lt;i&gt;Amarcord&lt;/i&gt; (1973) di Federico Fellini?  Lo strano rapporto con cui tenta letteralmente di soffocare con un grosso seno un ragazzo ben più piccolo di lei, incitandolo non a soffiare ma a succhiare i suoi grossi capezzoli simili a falli in miniatura? Non abbiamo dubbi.                                
   Russ Meyer è morto per laggravarsi di una banale polmonite. Aveva 82 anni e della vita aveva vissuto tutto, aveva visto e filmato troppo. La sua vita era stata intensa e soprattutto senza alcun compromesso. Debordante, come le forme delle sue attrici preferite. Passerà ancora per Quentin Tarantino, suo grande fan, il suo definitivo rilancio? E tristissimo, francamente, scoprire come questo che da alcuni anni è un vero e proprio assioma debba presupporre per forza la morte del riscoperto. Forse non è esclusivamente un italico vezzo onorare i grandi solo dopo la morte.
   Certamente nel luogo in cui è adesso, il maestro Russ, se la starà sghignazzando felicemente accanto ad una delle sue angeliche o diaboliche supermaggiorate.

 
</text_more></entry>
<entry id='1235' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1235' author_id='4' authored_on='20050226055101' basename='imperium_terza_puntata' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050226055101' modified_on='20050226055130' ping_count='1' status='2' title='IMPERIUM   Terza puntata' week_number='200508'><text>Romanzo di &lt;b&gt;Fabio Ciabatti&lt;/b&gt; e &lt;b&gt;Luca Nutarelli&lt;/b&gt;
Le foto di Emilio Periglio sono di &lt;b&gt;Tito Kurtz&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Imperium18.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Imperium18.jpg&quot; width=&quot;140&quot; height=&quot;103&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
Quella sua combattività di altri tempi mi affascinava. Me la sognavo pure la notte. Lucia alla testa di un gigantesco corteo. Con un sorriso luminoso. Poi il corteo si trasforma in una festa. Tutti quanti ballano ubriachi di gioia. Fumogeni di mille colori schizzano verso il cielo, come fuochi dartificio. Prendo un volantino cullato dal vento: incita il proletariato alla lotta. Sul retro una poesia surrealista. Anche i celerini lo stanno leggendo. Lasciano cadere i fogli per terra, uno dopo laltro. I loro visi si distendono. Si spogliano e sotto le uniformi compaiono fasci di muscoli coperti da canottiere e slip di latex con tanto di borchie. Si accarezzano tra di loro con manganelli di peluche. Poi si baciano. Le camionette della polizia si trasformano in &lt;i&gt;space scooter&lt;/i&gt; che volteggiavano nel cielo. Io e Lucia riusciamo a impadronirci di uno di questi veivoli e ci lanciamo verso il sole.</text><text_more>La sua luce ci riscalda, ma non ci acceca. I nostri vestiti si dissolvono. I fumogeni disegnano nel cielo il Palazzo dInverno dove noi entriamo e facciamo lamore. Alla fine vengo gridando Viva Marx, viva Lenin, viva Mao Zedong! E poi, in uno sforzo di supremo godimento, strillo ancora: Rosa Rosa Rosa Luxembuuuurg! 
Cristo, era tempo che non ci ripensavo. E ora è come se stessi sognando di nuovo. Chissà che avrebbe detto Lucia se glielo avessi raccontato. Dubito che avrebbe gradito. Come non gradiva i miei pipponi mentali. 
Lucia era chiusa, così sicura delle sue antiche certezze: i padroni da una parte, i lavoratori sfruttati dallaltra. Non riusciva, e non riesce proprio a capire che oggi il mondo è cambiato, che limmanenza del potere costituente ha rotto gli argini del comando. Oggi dobbiamo soltanto volerlo: un altro mondo è qui, a portata di mano, basta saperlo. Ma lei non lo vedeva, non cera modo di farglielo scorgere. E così cercando nuovi argomenti per convincerla, mi sono rigettato nella stesura della mia never ending thesis. È proprio allora che mi sono reso conto di quale fosse il potere nelle nostre mani. E lho pure scritto: quello che nella letteratura aziendale viene considerato come mera autoattivazione per la soluzione di problemi contingenti, è in realtà il momento in cui si palesa la soggettività in quanto tale. 
Più che una tesi allora scrivevo un monologo rivolto ad un interlocutore assente. Eppure il risultato non mi pare pessimo. Quando scrivo è come se avessi bisogno di immaginare una persona in carne e ossa da convincere. Nonostante tutte le buone intenzioni, non mi pare proprio che sia riuscito a sortire alcun effetto positivo su Lucia. Invece sembra che qualcun altro si sia persuaso. E sì! Hunt e Monti sono completamente daccordo con me, a quanto pare. Che successo! Lucia me la volevo portare a letto. Hunt e Monti proprio no! Aoh, che ci state a prova con me? Ma guarda tu, due stimati accademici che fanno le avances a uno studente. È uno schifo! Non cè più religione! E passi per la religione, che in fin dei conti non me ne frega un cazzo, ma che uno non possa più godere del proprio lavoro, beh, questo è troppo! Magari ritrovo pure questo pezzo su &lt;i&gt;Imperium&lt;/i&gt;. Fammi vedere, così finisco di incazzarmi ben bene. 
Ecco, questo capitolo mi sembra a rischio: Linguaggio e produzione. Qui non mi pare ci sia niente di mio. Meglio andare avanti. Prima, però, un altro goccio di peroncino. Che stimola il pensiero. Ammazza quanto stimola! Dio-dio-dio, lo spruzzone! Sto per trasformarmi nelluomo-spruzzone. 
- Scusa, dovè il bagno?
- Dentro, in fondo a destra.
- Ah, ti pareva!
- Se non ti piace domani lo sposto.
- Grazie, sei molto gentile, ma non fa niente.
- Nulla, ti pare, il cliente ha sempre ragione, soprattutto se non fa la pipì fuori della tazza.
-  Non ti preoccupare, vado spesso al poligono di piscio.
Questi baristi romani incominciano a essere un po troppo pittoreschi per i miei gusti. Vabbe&apos;, consoliamoci con una bella pisciata, che quando ti scappa è una libidine. La cosa terribile è quando ti accorgi che devi pisciare mentre stai ai preliminari. Che fai, chiedi un time-out o soffri in silenzio? Ai posteri la liquida sentenza. Ammazza, qui altro che fare la pipì fuori dal vaso! Qui è piovuto piscio! E poi sto barista viene a rompere proprio a me! Giù la zip e via! Ma guarda tu. Ho la maglietta strappata. E no,  questa era la mia preferita. Porca miseria, non me nero accorto. E sono tutto graffiato. Ma quando è successo? Non riesco a ricordarlo. Possibile che sia così rincoglionito. Che palle la testa mi fa di nuovo male. Mamma mia che fitta. Mi gira la capoccia. Non riesco a beccare il centro. Sta cazzo di tazza continua a muoversi. Lei è un insolente! Se ne vada subito! Ha veramente esagerato. Oddio adesso sento pure le voci. Statevi zitti e non rompete  Mi dovrò far vedere da un dottore. Questi giramenti di testa mi fanno davvero girare i coglioni. Devo dormire un po di più. Ma adesso uno scroscio dacqua e va tutto via. Andiamo a sederci. La posizione eretta oggi non mi si addice. Seduto va molto meglio. 
Torniamo al capitolo incriminato. Prima unaltra sigaretta. La nicotina aiuta libridazione tra res cogitans e res extensa. Lo diceva pure Cartesio, mi pare. Tutto sta nello stappare la ghiandola pineale. Certo sto posacenere lo potrebbero pure pulire ogni tanto, no? Qual era linfame capitolo? Ah sì, Linguaggio e produzione. Eccolo qua. Forza, un po di concentrazione. Questo lavevo già letto. Questo ok, sono daccordo però non lho scritto io. Questo qui mi pare un po forzato. Questaltro invece mi sembra ben detto. Per forza, cazzo! È proprio quello che stavo cercando. Sì, proprio tutto uguale alla mia tesi, parola per parola. Come se ci fossero stati loro allArcobaleno a duellare con i display: quello che nella letteratura aziendale viene considerato come mera autoattivazione per la soluzione di problemi contingenti, è in realtà il momento in cui si palesa la soggettività in quanto tale. 
In quanto tale un par di cazzi! Tale e quale, altro che! Qui non ci sono più dubbi. Non può essere un caso. Ho bisogno di una sigaretta. Anzi di una canna. Però qui non me la possono fumare. Mi accontenterò di una sigaretta. Forte però. La voglio cicciona e farcita di nicotina, catrame e tutto quello che fa tanto bene alla salute. Tanto che mi frega. Io sono un essere biopolitico, mica un semplice aggregato di cellule che si ammalano quando dicono loro. LEterno spinoziano non conosce la morte, se no che cazzo di Eterno sarebbe! Però lEterno farebbe bene a starsene a casa e non andare gironzolando per i computer delle teste di minchia che poi se ne appropriano indebitamente, chissà a quale scopo. Questo Eterno è un po mignotta! O forse quel cavolo di Antonio Monti e del suo compare americano pensavano che Lucia fosse un po mignotta e si sono appropriati del mio lavoro per fare colpo su di lei. Brutti bastardi! Avete provato a fregarmi la donna, che poi non era la mia donna. Manco un cavolo di bacetto. Altro che Marx, Lenin, Mao e Rosa Luxemburg! Santa Maria Goretti! Ma loro non lo sapevano, come facevano daltronde, e allora ci volevano provare usando il frutto del mio sudore. Mi rubano il lavoro e pure le donne! Ho faticato tanto per fare colpo su di lei e mo arriva sto duetto bel bello! Bel coglione sono stato e non solo per la tesi, ma soprattutto con Lucia. Lei dellEterno non ne voleva sapere proprio niente.
Per lei le mie elaborazioni erano tutte pippe mentali e io, inevitabilmente, un bio-stronzo politico. Sembrava così granitica Lucia, eppure anche lei aveva tanti di quei casini personali. Quando lho scoperto, quasi non ci credevo. Una storia con un uomo sposato, non proprio esaltante. Un compagno che fa politica, ovviamente. Quel giorno, lho trovata con un mazzo di volantini buttati per terra. E lei che ringhiava al cellulare. Avevano litigato, per lennesima volta. Mi ha detto che non ce la faceva più, quasi si metteva a piangere. Aveva voglia di mollare la politica e riprendersi la vita, di pensare solo a se stessa. A forza di sbattersi da una riunione allaltra si finisce per trascurare i propri sentimenti. Finalmente si era sciolta, e io stavo lì, uomo consolatore. Era quasi fatta, ma poi tutto è svanito di colpo: Ora devo andare, le compagne mi aspettano, per le altre cose cè sempre tempo. 
Lunica cosa importante era lo sciopero. E io appresso a lei, anche se poi, sotto sotto, non ci credevo fino in fondo. Volevo prenderla in una camera da letto e invece ho preso un sacco di botte per strada. Ammazza quante ne ho prese! Per forza, mica bastava lo sciopero nazionale dei Cobas contro la guerra, bisognava fare pure il corteo locale. Bisognava rendere chiaro che alla guerra contro il nemico esterno corrispondeva una guerra contro il nemico interno, il proletariato. E così la moltitudine è scesa in piazza con il proletariato. Daltronde in guerra e in amore tutto è lecito. Bellaffare che ho fatto, incordonato in stile anni Settanta in un corteo non autorizzato sulla Tiburtina. Ma che cosè sta puzza? Porca miseria che cretino, ho dato fuoco alla carta nel posacenere! Cristo così piccolo sto posacenere e fa tutto questo fumo. 
	
&lt;i&gt;-Lucia, che cosè quel fumo?
-Non ti preoccupare. E solo qualcuno che si è divertito a dar fuoco a un cassonetto. 
-E vabbe&apos;. Siamo solo duecento, blocchiamo la Tiburtina e facciamo pure gli spumoni di fumo con la mondezza. Iniziamo bene. Non è che questa storia della lotta di classe la state prendendo un po troppo alla lettera?
- Sei sempre il solito Emilio. Va tutto bene. Ora passiamo davanti alle fabbriche dellindotto. Vedrai che aumenteremo. 
E speriamo nellindotto, che se no qui finisce male. Anche se chi di speranza vive di speranza viene manganellato. Basta coi cattivi pensieri. Io penso positivo, finché son vivo, finché son vivo.  Sarà, ma la fabbrica dei cerchioni è deserta. Quella dei fanali idem. Cè solo una cazzo di guardia giurata. Che avrà da guardarci così in cagnesco? Mica scioperiamo contro di lui. Servo dei servi dei servi dei servi... e così via nel cattivo infinito. Vedrai che la fabbrica delle cappotte e che succede? Un gruppetto di donne nere e due asiatici. Che stanno facendo? Hanno perso laereo per tornare a casa o hanno perso la testa e ci stanno venendo incontro? La seconda che ho detto.  Adesso ci mancavano solo gli abbracci e gli applausi. E vai, si riparte. Beh, in fin dei conti Lucia non aveva tutti i torti. Il corteo si sta ingrossando.  I lavoratori dellindotto arrivano alla spicciolata. Però tutte queste grida di gioia con tanto di applausi mi sembrano un po eccessivi. O forse è soltanto un modo per liberarsi della paura di essere soli. In fin dei conti non hanno neanche tutti i torti. 
- Emilio, guarda un po là!
- Dove?
- Davanti i cancelli della SiselSistemi Elettronici. Cè un gruppo di lavoratori neri, saranno una ventina. Hanno una bandiera del Senegal e una della Roma.
Ma cosa cazzo centra la bandiera della Roma con questo corteo? Boh, forse nulla, ma un po di meticciato e di ibridazione non fa mai male. Sarà pure passatista, ma questa manifestazione incomincia a piacermi. Sarà la giornata di sole, sarà sterbetta aromatica. Altro che il puzzone di ieri sera. Forse non è proprio prudente fumare in questo momento. Però na bella canna è sempre na bella canna. Se ti piglia bene ti dà un senso di fratellanza con tutto il mondo. Ciao fratelli lavoratori dellArcobaleno e indotto. Ciao fratelli studenti delle scuole medie. Ciao fratelli abitanti del quartiere. Ciao, fratello Sole, ciao fratelli passeri, sì, sono un San Francesco antagonista. Ciao fratelli occupanti del centro sociale Tiburtazzo, bada qui più che altro sono sorelle! Evviva le sorelle! Ciao, vi voglio bene a tutti e tutte, si dice così vero? Ammazza quanti siete! Chissà, saranno tutti parenti e amici dei lavoratori dellArcobaleno. Però, cazzo quanto sono numerose ste famiglie! Aoh, tra un tiro e un altro siamo arrivati a San Lorenzo. Madonna che casino! Sta volta hanno esagerato con il sound system. Mica è un camion quello, è unastronave con rimorchio intergalattico.  Guarda che bello, la gente affacciata. Che carini, ci salutano. Alzano il pugno chiuso. Che bello! Ma che faccio? Sì, vaffanculo, anchio a pugno chiuso. E chi se ne frega se è passatista. 
- SPINOZA E TOTTI / UNITI NELLA LOTTA / LA MOLTITUDINE NON SI TOCCA.
 Ecco adesso faccio la scorta di ortaggi contundenti. Ancora un momento e sarò sommerso. Che strano, ridono e applaudono. Ficooooooo, mi sono conquistato un po di celebrità, forse con un colpo di mano potrei organizzare uno spezzone spinoziano. Magari più tardi, adesso sono qui incordonato tra questi qui. Mi sento un po strano mi sento bene.
Ma dovè finita Lucia? Ah, eccola là sul carro. Alto là dj dei mie stivali, non pensateci nemmeno alla roscetta. Che se no vengo lì sopra e ve le suono io. Però, bravi sti dj. Mi aspettavo Son la mondina, son&apos; la sfruttata, son&apos; la proletaria che giammai tremò. Oppure Compagni, avanti il gran partito, noi siamo dei lavorator e invece si divertono a incorniciare e  remixare i comizietti di Lucia con i Modena City Ramblers e la 99 Posse. E bravi anche i compagni delluniversità. Hanno portato altri sound system. Puttanaccia della miseria postfordista, pensavo di partecipare a una manifestazione di braccianti ottocenteschi e mi ritrovo nel mezzo di unepifania carnascialesca! 
- Non si può andare oltre Piazzale Tiburtino. La polizia non ci vuole far passare Emilio, ehi Emilio, mi ascolti?
- Ah sei tornata, scusa ero sopra pensiero. Non ci vogliono far passare. E adesso cosa facciamo?
- Non lo so, però infilati il casco. Non si sa mai.
Ma guarda tu, ci hanno fatto arrivare fin qui, che gli costa farci fare un altro pezzo di strada? Possiamo passare, ma solo alla spicciolata? Manco per niente! La moltitudine non si spicciola, e che cazzo! Eccoli là  quei celerini infami. Dio come sono brutti! Mi sembrano mostri alieni, neri, con le proboscidi e le corazze. Se mi venite sotto ve la faccio vedere io. Oh Dio, ma che fanno, caricano sul serio?  Ma che siete scemi. Io stavo scherzando. Mica sono per lo scontro diretto. Io sono per lesodo. Via, filiamocela. Ma siete proprio infami. Pure i lacrimogeni. Cristo, mi bruciano gli occhi, non riesco a respirare. Datemi un limone. Voglio un limone. Che glielo ficco in culo. Stronzi. Madonnaccia, questo fumogeno mi è passato vicinissimo. Sparano ad altezza duomo. Bastardi. Ma che ce lavete con me? Oddio, quello stronzo sta sparando un altro fumogeno. Punta da questa parte.&lt;/i&gt;

- Mi hai chiamato?
- Cosa?
- Ti ho visto alzare il braccio. Vuoi il conto? 
- No, stavo proteggendomi da un lacrimogeno.
- Lacrimogeno? Ma di che stai parlando?
- Eh sì, ero in piazza, hanno cominciato a caricare. Un sacco di botte, non puoi capire. Però è strano. I dimostranti sai, sembravano quasi sorridenti. È come se fossero felici. Tutti insieme, uniti nella lotta. Sembra una frase fatta. Anchio pensavo così. E lo penso ancora, ma  non so come spiegarti  anchio è come se fossi stato felice. È strano, non pensi?
- Beh, per essere strano, sei strano forte. Ma insomma, sto conto lo vuoi, sì o no?
- Quale conto? Qui i conti non tornano!
- Ma come? Non ti ho detto quantè e già non ti sta bene!
- A parte che con sto euro ci state a mangna tutti. E voi al San Callisto non siete mica meglio degli altri. Comunque, non mi riferivo al tuo conto. Ci sono altre cose che non tornano. Ben più importanti. Ma a te non te ne può fregare di meno.
- Ecco appunto. Per me sono 3 euro e 10. E poi si chiama San Calisto, con una sola elle.
- Te li do, te li do, non ti arrabbiare. Ecco qui, tre-euro-e-dieci. Precisi, precisi.
- Ci vediamo, ciao.
Più che altro io preferirei rivedere presto quelle tette estive, magari ancora più estive. Diciamo in topless, ma senza spiaggia. E se proprio ci deve stare la spiaggia che sia deserta. Toh, un sorriso. Beh, se proprio insisti E se poi non insisti tu, allora insisto io.
- Scusami se ti disturbo ancora, ma gli accendini io li dissemino per tutto il territorio metropolitano. A modo mio sono un benefattore dellumanità.
Mi ha sorriso, e vai. E allora, tanto vale.
- La mia mancanza di accendini è davvero cronica. Se mi accompagni a fare una passeggiata non rischio di rimanere a secco. Non vorrei che la mia salute si montasse la testa.

(&lt;b&gt;3 - Continua&lt;/b&gt;) 
</text_more></entry>
<entry id='1236' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1236' author_id='12' authored_on='20050226172521' basename='la_x_di_malcolm_e_la_memoria' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050226172521' modified_on='20050226173152' ping_count='1' status='2' title='La &quot;X&quot; di Malcolm e la memoria' week_number='200508'><text>di &lt;b&gt;Wu Ming 1&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;mxmic.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/mxmic.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;200&quot; border=&quot;1&quot; align=&quot;right&quot;&gt;[&lt;i&gt;Domenica 27 febbraio l&apos;inserto domenicale di &lt;/i&gt;Liberazione&lt;i&gt; dedica uno speciale a Malcolm X, con vari interventi su Malcolm e l&apos;hip-hop, Malcolm, Gramsci e la cultura afroamericana etc. Da pochi giorni, su input del nuovo direttore Piero Sansonetti, &lt;/i&gt;Liberazione&lt;i&gt; ha cambiato formula e formato, arricchendosi di contenuti e collaborazioni. Un esperimento da tenere d&apos;occhio. Qui di seguito, in anteprima, uno degli articoli di Wu Ming&lt;/i&gt;]

La &#8220;X&#8221; che rimpiazza il cognome di Malcolm è la stessa delle mappe dei pirati: indica dov&apos;è sepolto il tesoro. Il tesoro da scoprire è la dignità, e accanto allo scrigno c&apos;è l&apos;ascia di guerra: la memoria. 
La rinuncia al cognome da schiavo, contrassegno di un antico stupro, mette in discussione il presente, l&apos;identità imposta, il ruolo che ci assegna il copione dei vincitori. La messa in discussione è &lt;i&gt;radicale&lt;/i&gt;, cioè va alle radici, alla riconquista della memoria negata. 
I tuoi avi erano merce, 100% forza-lavoro da sfruttare fino all&apos;esaurimento. Non sei arrivato in America a bordo del &lt;i&gt;Mayflower&lt;/i&gt;, il mito fondativo non t&apos;appartiene. In fondo all&apos;Atlantico ci sono i resti di chi non sopravvisse alla traversata sulle navi negriere (il &lt;i&gt;Middle Passage&lt;/i&gt;). Compagni di sventura dei tuoi avi, gettati a mare perché morti o malati, zavorra umana, brandelli di carne tra i denti degli squali. </text><text_more>No, il mito non t&apos;appartiene, i &quot;padri della Patria&quot; usavano la frusta su tuo nonno e tu ne porti ancora i segni. George Washington possedeva trecentosedici schiavi. Thomas Jefferson ne aveva centottantasette, e più di un figlio mulatto. 
I tuoi avi erano uomini-bestiame, muli scambiati con barili di melassa, ma non erano stupidi: si fingevano tonti per imbrogliare il &lt;i&gt;driver man&lt;/i&gt; e lavorare meno. Fingevano di dire idiozie, di non saper parlare, &lt;i&gt;yes, massa, you&apos;se right, you jes right, massa&lt;/i&gt; e intanto parlavano in codice per non farsi capire, creavano una lingua, una cultura, un mondo.
La &quot;X&quot; che rimpiazza il cognome dei Black Muslims degenera in intruppamento, spersonalizzazione, paranoia. Malcolm diventa più grande, sempre più grande, e la Nation of Islam si fa sempre più angusta. All&apos;alienante mito fondativo dei bianchi razzisti la Nation ha sostituito un mito altrettanto alienante, e ancor più bislacco e razzista: quello del perfido Yacub esiliato dall&apos;Eden sull&apos;Isola di Patmos, che fa esperimenti e produce l&apos;uomo bianco come Uentermensch, scarto dell&apos;uomo nero. 
Così Malcolm abbandona la setta e porta con sé la &quot;X&quot;, la schiude a nuovi orizzonti man mano che s&apos;evolve il suo rapporto col passato. 
Per Malcolm la memoria è conflitto perenne, è l&apos;immagine del passato che sfavilla imprevista in un momento di pericolo. &quot;In ogni epoca bisogna tentare di strappare nuovamente la trasmissione del passato al conformismo che è sul punto di soggiogarla&quot;, dice. &quot;Neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se vince. E questo nemico&quot;, ribadisce, &quot;non ha smesso di vincere&quot;. 
In realtà non sono frasi sue, sono di Walter Benjamin, ma il succo è quello. La molla che ci spinge è il desiderio di riscattare gli antenati asserviti, solo in un secondo momento pensiamo ai discendenti liberati. &quot;Un uomo non sa come agire finché non capisce contro cosa sta lottando. E non capite contro cosa state lottando finché non capite &lt;i&gt;cosa vi hanno fatto&lt;/i&gt;.&quot;
Non c&apos;è memoria condivisa. Non ci può essere. Non si può chiedere allo schiavo di onorare il ricordo dello schiavista. Partigiani e &quot;ragazzi di Salò&quot; non sono sullo stesso piano. Questo non significa restare prigionieri del passato, in cattività nella gabbia dell&apos;odio e della sete di vendetta. Certo, il ricordo della schiavitù può diventare un ghetto mentale, ma è importante sapere che, nel momento del pericolo, un ricordo sfavillerà ai margini del tuo campo visivo, tu allungherai la mano e a tentoni troverai il passato, la memoria della dignità dei tuoi avi, delle lotte, dei trucchi per fregare il &lt;i&gt;driver man&lt;/i&gt;. Di questo si nutre la volontà di riscatto, e di poco altro. 
La riflessione di Malcolm è proiettata in avanti, si sforza di andare oltre. Può costruire davvero molto, sul fondo di consapevolezza che ha raggiunto. 
&quot;Quelli che cercando la radice del male si sono imbattuti nei rapporti di proprietà, sono discesi sempre più profondamente, attraverso un inferno di atrocità sempre più profonde, finché sono giunti là dove una piccola parte dell&apos;umanità aveva ancorato il proprio spietato dominio&quot;, diceva Bertolt Brecht nel 1935, contestando chi cercava di attaccare il fascismo puntando l&apos;indice contro le sue atrocità e definendole &quot;gratuite&quot; o &quot;immotivate&quot;. Al contrario, quelle atrocità erano necessarie, servivano a difendere ben altro, qualcosa che stava &lt;i&gt;sotto&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;dietro&lt;/i&gt; il fascismo. &quot;Compagni, parliamo dei rapporti di proprietà!&quot;, era l&apos;invito finale dello scrittore tedesco. 
Malcolm, liberatosi delle dottrine razziste di Elijah Muhammad, comprende sempre di più che gli orrori della schiavitù, della segregazione, del colonialismo interno Usa, non dipendono dalla &quot;malvagità&quot; dei bianchi (i &quot;diavoli dagli occhi blu&quot;), non sono gratuiti né immotivati, anzi, sono necessari alla difesa dei rapporti di proprietà. Chi mantiene il ricordo della schiavitù al centro della propria riflessione, giungerà più facilmente di altri alla critica della proprietà. E&apos; semplice quanto fare due più due: tutta l&apos;esperienza afro-americana è influenzata dall&apos;&lt;i&gt;essere stati proprietà di qualcuno&lt;/i&gt;. Qui la memoria diventa pre-requisito della critica. L&apos;ultimo Malcolm (1964-65) corre sempre meno il pericolo di restare prigioniero del passato, è anzi orientato a farne un uso sempre più creativo e radicale. Andare &quot;alla radice del male&quot;. Scavare nel punto indicato con la &quot;X&quot;.
Le pallottole che lo uccidono, il 21 febbraio 1965, pongono fine a un&apos;entusiasmante, sbalorditiva ricerca del tesoro. L&apos;evoluzione di Malcolm avrebbe riservato al mondo tante sorprese. Troppe, per chi pensa che nessun percorso - viaggio iniziatico, riscoperta della memoria o esplorazione del futuro - debba proseguire al di là del cartello: &quot;Proprietà privata&quot;.

&lt;b&gt;***&lt;/b&gt;

Su Malcolm X, vedi anche &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2005/02/001225.html&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;.</text_more></entry>
<entry id='1237' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1237' author_id='1' authored_on='20050227225808' basename='lultimo_soffio_della_tua_vita' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050227225808' modified_on='20050227225839' ping_count='1' status='2' title='L&apos;ultimo soffio della tua vita' week_number='200509'><text>di &lt;b&gt;Enzo Siciliano&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;835938.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/835938.jpg&quot; width=&quot;80&quot; height=&quot;112&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;&lt;b&gt;Tema dell´addio &lt;/b&gt;è il titolo dell´ultimo libro di versi di Milo De Angelis (Mondadori, pagg. 90, euro 9,40). «Io so la scienza dei commiati, appresa / fra lamenti notturni e chiome sciolte», è l´incipit di una delle più belle poesie di Osip Mandel´stam, &lt;b&gt;Tristia&lt;/b&gt;. Durante la lettura di quest´ultimo De Angelis quel distico del poeta russo mi è tornato in mente più volte. Così mi tornavano in mente gli &lt;b&gt;Xenia &lt;/b&gt;di Montale, ma per ricavare differenze.
Il libro di De Angelis ha il carattere di un obolo funerario, o, per usare una formula, dell´elaborazione di un lutto: la morte della moglie, una poetessa che conoscevamo bene, Giovanna Sicari. Negli Xenia montaliani è altrettanto la morte della propria compagna, quasi preparata lungo un´intera vita, a venire rielaborata: e rimangono barlumi di ricordi a comporre il puzzle di un rapporto coniugale tenero e intenso.</text><text_more>L&apos;ultimo soffio della tua vita
 
Si consuma un´aspettativa nell´accumularsi degli anni in Montale. In De Angelis la morte ha lacerato un diverso tempo che ancora non conosceva limite o consumo. Conosceva la precarietà assiderante di una vita che per chi vive in una metropoli è solo sofferta e penosa.
Arriva improvvisa la certezza della malattia, e si vorrebbe scardinarne la stessa eventualità, ma attorno, all´esterno del cerchio chiuso dell´affetto e dell´amore, al di fuori delle mura di casa, nei tram che sferragliano risonanti per strada su binari rosicchiati dall´usura, si affannano esistenze dentro cui tutto è bruciato, tutto consiste e tutto, contemporaneamente non è. «L´essenza della carne ferita / vagava tra due muri, / l´amore usciva / dal presente e il lenzuolo / dei volti era lì, ed era cemento / tra le dita ed era buio / tutta la luce era chiusa / nel petto, tutte le parvenze / della rosa, tutta la forza / dell´ora persa».
Sono poesie, una sull´altra, allacciate in un unico racconto ideale dalla forza d´una musica interiore. E il racconto scivola di continuo fra il ricordo dello spavento e del dolore vissuto in due, e la solitudine subentrata poi, con uno strazio che non riesce a medicarsi se non nella parola. «Ci teniamo vicini / all´urlo, mentre passa il dodici / e l´attimo separato / dal suo vortice resta qui, nel cuore / buio dell´estate, nell´annuncio / di una volta sola. Tu / non ci sei. Resta la tua assoluta / voce nella segreteria, questa / morte che non ha luogo».
De Angelis ha passato i cinquant´anni. Dal momento in cui pubblicò il suo primo libro di versi nel 1976, &lt;b&gt;Somiglianze&lt;/b&gt;, ha conquistato presso molti lettori quasi un culto - riparata la sua poesia, sempre, dal frastuono delle cronache e delle suggestioni corsive, forse troppo riparata in alcuni momenti dietro uno schermo di simboli e immagini orfiche. La sua è sempre stata una voce scandita all´interno di una meditazione più che controllata.
Ma in questo nuovo libro ha fatto irruzione la vita con i suoi tratti più crudeli, e la poesia riesce a coglierne i dovuti esclamativi, la rabbia, la rivolta. «Dove ondeggiava il sangue, dove il perfetto / insieme era più nostro, c´è l´ombra / del geranio, le sostanze crocifisse, / un metro d´asfalto e di nulla / e il respiro è d´asfalto, le labbra d´asfalto, / il silenzio e l´andarsene / sono d´asfalto. L´ultimatum, anche quello, / ce l´ha dato l´asfalto, l´asfalto».
Dunque, è questa una &quot;scienza dell´addio&quot;, secondo il dettato di Mandel´stam? Diciamo che è, in metafora, un sapere votato a doppiare in una esistenza diversa quell´esistenza che è stata strappata dalla morte - e questa esistenza nuova è appunto quella provocata dalla parola, dalla musica lacerata e segretamente lacerante che nasce dalla scansione del verso.
De Angelis ha voluto fare uso di una particolare modalità, e il titolo dato al libro rende esplicito di che modalità si tratti. Il &quot;tema&quot; in questione è da intendersi al modo musicale - tema con variazioni, replica numerata di un´emozione secondo apparenze diverse ma progressive.
Ogni poesia scatta sull´irrecuperabile addio alla propria compagna, ma ogni addio ritrova un momento, una figura, briciole di ricordi dentro cui si cristallizza una realtà nuova, tutta lirica, tutta poetica, per la fragile eternità possibile che essa tenterà di suggerire. «Sei un lontano passo di danza / mentre saluti tra i corridoi, un ventaglio di grazia che il male / non ha ucciso, diagonale / tra i quattro cantoni, silenzio / di fate e di foglie, finché il giallo / si fa scuro, si fa minaccia nel cielo, / il sorriso fragile e la gola / resta lì, sospesa e selvaggia».
È molto difficile, oltre la sponda dei versi, trovare altre parole per spiegare questa poesia, nuda nella sua complessità, diretta e immediata nel suo dolente pensiero. Ogni pagina è come un ricominciare da capo, ma nel leggere e rileggere non proviamo neppure un acino di sazietà.
Ci sentiamo confusi con quel dolore addosso e percepiamo una possibile fonte di bellezza al fondo di esso, o la lena trasfigurante di un ardore che riesce a illuminare gli angoli più bui dell´angoscia, o a raggiungere una scienza della felicità dove sembrerebbe per essa non esservi spazio.
«Talvolta è stato attendere nel buio / la felicità degli atleti, la chiara / fantasia sulla pista, i bei giocolieri, / talvolta è stato un blocco di partenza, / una melodia invocata tra le note / più disperse, i cuscini, le scale mobili / dell´ultima estate, dell´ultima / frase che respira in tutte». Ogni poesia propone attimi di vita, vortici di immagini, ma, ancora di più, l´amoroso rapporto che tentava di resistere alla devastazione della malattia con la forza della tenerezza e l´estasi della passione. E in questo ci sono momenti di pathos contagioso.
«Mi saluti, ti rimetti il reggiseno, senti / che puoi smarrire il codice terrestre, demolire / il nucleo, precipitare nel buio. Vai verso la doccia. / Ricordi un nove e ottanta a corpo libero, / una primavera della pelle, una diagonale perfetta. / Dall´incubo estrai una forcina, ti aggiusti / i capelli, indossi la cuffia, chiedi soltanto / di essere risparmiata». Fra ricordi di vita e paura incombente («ti cerchi / e ti consumi, affiori, graffi, ti aggrappi / urlando che questo è il bene eterno») cresce un´inquietudine che si trasforma in sconvolgente disperazione.
E se c´è un rapporto residuo fra gli amanti in questa tormentosa agonia, lui si fa coraggio per coglierlo, un coraggio che sfiora la crudeltà: «Ti rispondo che ogni dimora / si allontana da chi l´abita, che è la nostra / ultima recita».
Spero di aver suggerito al lettore la qualità umana di questo libro - un fatto raro nelle nostre lettere ormai. E il miracolo del dolore che qui ha avuto la meglio, proprio di quel dolore cui diciamo no di continuo sapendo che una volta o l´altra ci prenderà al laccio. Ma &lt;b&gt;Tema dell´addio&lt;/b&gt;, oltre a questa qualità, ha anche quella, come ho detto, di parlare del mondo che assedia i due amanti disperati al di là delle pareti in cui sono rinchiusi con il loro spavento.
E fuori lo spavento non è diverso, lo sgretolamento delle cose e l´affanno degli animi hanno ferite, come quella nel seno dell´ammalata, senza più &quot;contorni&quot;. Insomma, abbiamo fra le mani pagine di una narrazione straziante e dolcissima.

&lt;i&gt;[da la Repubblica]&lt;/i&gt;</text_more></entry>
<entry id='1238' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1238' author_id='1' authored_on='20050227231853' basename='stanislav_grof_la_mente_olotropica' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050227231853' modified_on='20050227231916' ping_count='0' status='2' title='Stanislav Grof: la Mente Olotropica' week_number='200509'><text>&lt;img alt=&quot;grofcover.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/grofcover.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;139&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;&quot;Una terrificante dea-scrofa vegliava l&apos;entrata di un mondo sotterraneo: fu la visione culminante sperimentata da Otto, un mio paziente di Praga ossessionato dalla morte, durante una seduta psichedelica. Quando, molti anni dopo in California, ne parlai a Joseph Campbell, il più grande mitologo del &apos;900, questi esclamò: &apos;E&apos; la Madre Cosmica Notturna venerata dai Malekula delle Nuove Ebridi, tremenda figura femminile con aspetto di scrofa che siede di guardia al mondo sotterraneo&apos;&quot;. Lo racconta Stanislav Grof, 67 anni, psichiatra, che all&apos;Istituto Esalen di Big Sur (California) studia gli &quot;stati alterati di coscienza&quot;: un uomo che, fin dalle prime ricerche degli anni &apos;70, è quasi un mito della cultura alternativa del Sud-ovest americano facile alle suggestioni psichedeliche e neospiritualiste, ma che non può essere avvicinato alle mode &quot;new age&quot;, né agli epigoni della letteratura castanediana.</text><text_more>Stanislav Grof è uno psichiatra ceco, cresciuto nella Praga rossa, atea e materialista. Per una serie di eventi, la sua attitudine sperimentale arrivò nell&apos;America psichedelica dei Timothy Leary ma anche dei grandi junghiani Campbell e Hillman: qui Grof ha elaborato vere e proprie tecniche per ottenere &quot;stati non ordinari di coscienza&quot; senza usare le droghe.
&quot;Tutto cominciò - racconta Grof - in una clinica di Praga, quando arrivò un quantitativo di Lsd e decisi di sperimentare la sostanza sotto il controllo di fidati colleghi. Fu un&apos;esperienza che potevo solo paragonare alla letteratura mistica: così, visto che a Praga non si poteva parlare di Freud né di spiritualità, riuscimmo a far accettare l&apos;Lsd come farmaco, a scopo terapeutico. Nacque un gruppo semiclandestino dedito agli studi psichedelici finché, nel &apos;68, la repressione sovietica non mi sorprese a New York, dove rimasi. Ci saremmo ritrovati solo nel 1993 per un grande convegno sulla psicologia transpersonale, incoraggiato proprio da Havel&quot;.
&quot;Scoprii che in America - prosegue Grof - Freud e la mistica non davano problemi, ma che per l&apos;Lsd si andava in galera, come Timothy Leary&quot;. Così, lo psichiatra di Praga elaborò una serie di tecniche, dette &quot;olotropiche&quot; (che significa &quot;verso la totalità&quot;) e basate sulla respirazione, in grado di provocare stati di coscienza non ordinari.
&lt;i&gt;[dal Corriere della sera, 15.4.00, di Cesare Medail]&lt;/i&gt;

&lt;img alt=&quot;grof.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/grof.jpg&quot; width=&quot;90&quot; height=&quot;80&quot; border=&quot;1&quot; hspace=6 vspace=2 align=left /&gt;&lt;i&gt;&lt;b&gt;RYAN LATIMER INTERVISTA STANISLAV GROF&lt;/b&gt;&lt;/i&gt;

&lt;i&gt;Lei è per molti versi uno dei padri della psicologia transpersonale  dopo tutto,è stato lei a darle questo nome. Ce ne può spiegare i fondamenti e accennarci a cosa allude tale appellativo?&lt;/i&gt;

Vorrei innanzitutto accennare a come  nacque la psicologia transpersonale. Il famoso psicologo americano Abraham Maslow denominava questultima la Quarta Forza della psicologia, subito dopo il behaviorismo, la psicoanalisi freudiana e la psicologia umanistica. Verso la seconda metà del ventesimo secolo la psicologia statunitense era dominata da due scuole principali  il behaviorismo e la psicoanalisi freudiana.  
Poiché col tempo nessuna delle due posizioni aveva  potuto spiegare in modo esauriente la  ricchezza straordinaria implicita nei  fenomeni della  psiche umana, si sviluppò la psicologia umanistica. 
Uno dei maggiori e più eloquenti portavoce di questo movimento rivoluzionario fu il famoso psicologo americano Abraham Maslow.
Egli evidenziò in modo incisivo i limiti del behaviorismo e della psicanalisi e formulò i principi di una nuova psicologia. Per la psicologia umanistica lessere umano in quanto soggetto era al centro dellattenzione: essa esaltava la coscienza e lintrospezione mediante un approccio di ricerca oggettivo, usando quindi un criterio diametralmente opposto a quello dei behavioristi, che mettevano in risalto solo ed esclusivamente la sperimentazione sugli animali, soprattutto su topi e piccioni
Inoltre, mentre la psicoanalisi freudiana traeva le sue conclusioni sulla psiche dallo studio delle psicopatologie ed era propensa a ridurre i processi psicologici a istinti primari, la psicologia umanistica si concentrava su soggetti sani, sullo sviluppo dellessere umano e delle sue potenzialità, e sulle funzioni più alte della psiche. Uno dei suoi capisaldi era la necessità di una psicologia sensibile ai bisogni reali delluomo e al contempo capace di dare sostegno agli interessi e agli obiettivi della società umana. 
In pochi anni dalla sua creazione da parte di Abraham Maslow e Anthony Sutich, lAssociazione di Psicologia Umanistica (AHP) riscosse un favore di pubblico inaspettato. La sua novità consisteva nel fatto di dare spazio allo sviluppo di un ampio spettro di approcci terapeutici esperienziali molto efficaci, sostituendo le tecniche puramente verbali della psicoterapia tradizionale con lespressione diretta delle emozioni e il lavoro con e sul corpo (body work). 
Malgrado la popolarità della psicologia umanistica, gli stessi fondatori  Maslow e Sutich  rimasero ben presto insoddisfatti del modello concettuale che essi stessi avevano creato. Si resero conto con sempre maggior impellenza di aver trascurato un elemento di estrema importanza: la dimensione spirituale della psiche umana. 
Man mano che rifioriva linteresse per le varie tradizioni mistiche, per la meditazione, la saggezza antica e quella dei popoli aborigeni, per le filosofie orientali, e a seguito dellestesa sperimentazione psichedelica nel corso dei burrascosi anni 60, appariva in modo sempre più chiaro che per essere convincente, compiuta e culturalmente trasversale la psicologia dovesse anche contenere indagini su altri settori, quali gli stati mistici, la coscienza cosmica, le esperienze psichedeliche, gli stati di trance, la creatività e ogni forma di ispirazione religiosa, artistica e scientifica. 
Nel 1967 Abe Maslow e Tony Sutich mi invitarono a lavorare in un piccolo gruppo, nel quale cerano anche James Fadiman, Miles Vich e Sonya Margulies. Questo gruppo si riunì a varie riprese a Menlo Park, in California, con lo scopo di creare una nuova psicologia che prendesse in considerazione lintera gamma esperienziale umana, compresi gli stati non ordinari di coscienza. Nel corso di questi incontri, Abe Maslow e Tony Sutich, accogliendo il mio suggerimento, chiamarono questa nuova disciplina psicologia transpersonale. Questo appellativo si sostituì a quello che essi avevano scelto in principio, ossia transumanistica. Poco dopo fondarono lAssociazione di Psicologia Transpersonale (ATP) e diedero inizio alla pubblicazione del &lt;i&gt;Giornale di Psicologia Transpersonale&lt;/i&gt;.
 
&lt;i&gt;Come fu accolta questa nuova psicologia dai circoli accademici?&lt;/i&gt;

Malgrado la sua completezza e la presenza di ottime conferme che ne avvaloravano la fondatezza, la psicologia transpersonale si allontanava in modo così radicale dal pensiero accademico in auge nei circoli professionali da non consentirle alcuna intesa con la psicologia tradizionale, né con la psichiatria o con il paradigma newtoniano/cartesiano della scienza occidentale. Di conseguenza, era molto vulnerabile alle accuse di chi la tacciava di essere irrazionale, non scientifica e perfino beota, specie se si trattava di scienziati che non erano a conoscenza del consistente complesso di osservazioni e di materiale sui quali si fondava questo nuovo movimento. 
Questa situazione mutò in modo drastico nel corso dei due primi decenni di esistenza della psicologia transpersonale. Sulla scia di nuovi concetti e scoperte in varie discipline scientifiche, la filosofia della scienza tradizionale occidentale, con i suoi presupposti fondamentali e il suo paradigma newtoniano/cartesiano, veniva messa sempre più in discussione
Tra le varie sfide da sostenere vi erano le scoperte e le implicazioni della fisica quantistica e relativistica esposte da Fritjof Capra, Fred Alan Wolf, David Peat e da molti altri; la teoria dellolomovimento di David Bohm; il modello olografico del cervello proposto da Karl Pribram; Gregory Bateson con la sua brillante sintesi di cibernetica, di teorie dellinformazione e dei sistemi, di logica, psicologia ed altre discipline; il lavoro di Rupert Sheldrake sui campi morfogenetici; gli studi di Ilya Prigogine sulle strutture dissipative e lordine mediante fluttuazione; il principio antropico in astrofisica, e così via. 
Era entusiasmante vedere che tutti questi nuovi sviluppi non erano conciliabili con il pensiero newtoniano/cartesiano del diciassettesimo secolo, né con la filosofia monistica e materialistica della scienza occidentale, ma erano compatibili con la psicologia transpersonale. Ora è facilmente intuibile che la psicologia transpersonale diverrà, nel futuro prossimo, parte integrante di una nuova visione del mondo più completa, che integri spiritualità e scienza.

&lt;i&gt;Quale modalità usa la psicologia transpersonale per esplorare la psiche umana?&lt;/i&gt;

Limmagine della psiche umana e la comprensione della natura della coscienza proprie della psicologia transpersonale si differenziano in modo significativo dai concetti della psichiatria accademica, con implicazioni rilevanti nella pratica. Nella psicologia transpersonale la coscienza non è vista come un prodotto dei processi neurofisiologici del cervello, ma la si considera una dimensione primaria dellesistenza.  
La mappa della psiche che propone non si limita alla biografia postnatale e allinconscio individuale freudiano, ma comprende altre due aree: quella perinatale (connessa al trauma della nascita) e quella transpersonale (comprendente memorie ancestrali, razziali, collettive e filogenetiche, esperienze karmiche e dinamiche archetipiche). 
La psichiatria e la psicologia tradizionali partono dal presupposto che lorigine dei disordini emotivi e psicosomatici (di natura non organica) sia da rintracciare entro i confini della biografia postnatale, ossia tra i traumi subiti durante la prima infanzia e gli anni successivi. Secondo la psicologia transpersonale, invece, le radici di questi disordini si spingono molto più in profondità, traendo notevole sostanza dal livello perinatale (trauma della nascita) e da altre compagini transpersonali. 
La psicologia accademica si avvale unicamente di meccanismi terapeutici che operano sul materiale biografico, come il far riaffiorare alla memoria eventi dimenticati, leliminazione di materiale represso, la ricostruzione del passato attraverso lanalisi dei sogni e dei sintomi nevrotici, il rivivere fatti traumatici del passato, lanalisi del transfert. Gli psicologi transpersonali hanno scoperto molti altri importanti procedimenti di guarigione e di trasformazione della personalità, di cui si può disporre quando la nostra coscienza giunge ai livelli perinatale e transpersonale; essi utilizzano questi nuovi strumenti nel loro lavoro con i pazienti: il rivivere il momento della nascita ed esperienze di vite passate, lemersione di elementi archetipipici nella coscienza, esperienze di unione con il cosmo ed altri ancora.
Forse il maggior contributo della visione transpersonale è il riconoscimento del fatto che molti episodi spontanei di stati non ordinari della coscienza, solitamente diagnosticati come  psicotici (e quindi come manifestazioni di gravi malattie mentali ) e sistematicamente soppressi con psicofarmaci, siano di fatto crisi di apertura spirituale (o emergenze spirituali). Qualora vengano compresi  e gli si offra un sostegno adeguato, tali episodi possono sfociare in processi di guarigione profonda e di trasformazione positiva della persona.

&lt;i&gt;So che molto del suo lavoro comprende luso di stati non ordinari di coscienza, e più specificatamente di terapia psichedelica e respirazione olotropica. Come possono queste pratiche aiutarci a capire la nostra psiche?&lt;/i&gt;

La psicologia transpersonale ha ricevuto un grande influsso dalle esperienze e dalle osservazioni tratte dallo studio degli stati non ordinari di coscienza, come quelli che si verificano durante le pratiche sciamaniche, i riti di passaggio dei popoli aborigeni, gli antichi misteri di morte e rinascita, le sessioni psichedeliche e altre forme varie di pratica spirituale (comprese varie scuole di yoga, il Buddismo, il Taoismo, le pratiche Sufi, il Misticismo Cristiano, ecc.). È qui che si inserisce il mio lavoro.
Il mio contributo personale alla psicologia transpersonale deriva da cinque decenni di esplorazione sistematica del potenziale terapeutico, trasformativo ed evolutivo degli stati non ordinari di coscienza.  Ho trascorso quasi venticinque anni a condurre terapie con luso di sostanze psichedeliche, prima in Cecoslovacchia, nellIstituto di Ricerca Psichiatrica di Praga, e poi negli Stati Uniti, presso il Maryland Psychiatric Research Center di Baltimora, dove ho partecipato allultimo programma di ricerca psichedelica statunitense. 
Dal 1975 in poi ho lavorato con la respirazione olotropica, un metodo terapeutico e di auto-esplorazione molto potente che ho elaborato insieme a mia moglie Christina. Nel corso degli anni abbiamo aiutato moltissime persone che stavano affrontando delle crisi psicospirituali, o emergenze spirituali, come le chiamiamo Christina ed io.
Il comune denominatore di queste tre situazioni è che implicano la presenza di stati non ordinari di coscienza o, più specificatamente, di unimportante sotto-categoria di questi stati, che definisco col termine olotropico.
Nella terapia psichedelica questi stati vengono indotti somministrando sostanze o piante che alterano la mente.
Nella respirazione olotropica la coscienza cambia mediante luso combinato della respirazione accelerata, di musica evocativa e di un lavoro sul corpo per liberare le eventuali energie bloccate.            
Nelle emergenze spirituali gli stati olotropici si verificano in modo spontaneo, nel bel mezzo della vita di tutti i giorni, e la loro causa è  ancora spesso  sconosciuta. 
Mi sono  interessato, anche se in maniera più periferica, a molte altre discipline che hanno a che fare più o meno direttamente con gli stati non ordinari di coscienza. Ho partecipato a cerimonie sacre dei popoli nativi in varie parti del mondo (col peyote, i funghi magici e layahuasca), ho avuto contatti con sciamani nordamericani, messicani e sudamericani, ho scambiato informazioni con molti antropologi. Ho avuto contatti approfonditi anche con rappresentanti di diverse discipline spirituali, quali il Vipassana, lo Zen, il Buddismo Vajrayana, il Siddha Yoga, il Tantra e lordine Cristiano Benedettino. 
Un altro settore che ha assorbito molta della mia attenzione è la tanatologia, una giovane disciplina che studia le esperienze di pre-morte e gli aspetti psicologici e spirituali della morte e del morire. Verso la fine degli anni 60 e linizio degli anni 70 ho partecipato ad un vasto progetto che studiava gli effetti della terapia psichedelica su soggetti morenti di cancro. Devo anche aggiungere che ho avuto il privilegio di conoscere personalmente e di lavorare con i più grandi sensitivi e parapsicologi della nostra era, con i pionieri della ricerca sulla coscienza e con i terapisti che hanno elaborato e messo in pratica le forme più potenti di terapia esperienziale che inducono stati non ordinari di coscienza. 
Nel mio ultimo libro, Psicologia del Futuro, che offre un compendio delle esperienze e delle osservazioni raccolte per più di mezzo secolo di ricerca sugli stati non ordinari di coscienza, affermo che uno studio sistematico e imparziale di questi stati condurrebbe ad una profonda revisione dei concetti fondamentali della psichiatria e della psicologia, tale da poter esser paragonata, per sua natura e portata, a quello che accadde nei primi tre decenni della nostra era nel campo della fisica, con il passaggio dalla fisica newtoniana a quella di Einstein, con le teorie della relatività, e in seguito a quella quantistica.
 
&lt;i&gt;Come ci riconnette alla nostra spiritualità questo lavoro?&lt;/i&gt;

La scienza materialistica occidentale non lascia spazio ad alcuna forma di spiritualità e di fatto la considera incompatibile con la visione scientifica. Il fatto di essere spirituali equivale ad essere privi di comprensione scientifica del mondo, è sinonimo di superstizione, di pensiero magico primitivo, di immaturità emotiva. Lesperienza diretta di realtà spirituali è segno di grave malattia mentale. 
La ricerca moderna nel campo della coscienza dimostra invece che la spiritualità è una dimensione naturale e legittima della psiche umana e dellordine universale delle cose. 
Tutte le società umane dellera preindustriale erano daccordo sul fatto che il mondo materiale, quello che percepiamo e nel quale operiamo nella vita di tutti i giorni, non è lunica realtà. La loro visione del mondo comprendeva lesistenza di dimensioni nascoste della realtà, abitate da vari dei, demoni, entità disincarnate, spiriti ancestrali e animali di potere.  
Le culture preindustriali possedevano una ritualità e una profonda vita spirituale imperniate sulla possibilità di ottenere un contatto esperienziale diretto con questi regni e questi esseri solitamente nascosti, e di ricevere da questi ultimi informazioni importanti o aiuto. Essi credevano che questo fosse un modo utile e importante per influenzare il corso degli eventi materiali. 
Le descrizioni delle sacre dimensioni della realtà e lesaltazione della vita spirituale sono in netto contrasto con il sistema di credenze che domina il mondo industriale. Secondo la scienza accademica dominante in Occidente, solo la materia esiste veramente.  
La storia delluniverso è la storia dellevoluzione della materia. La vita, la coscienza e lintelligenza sono epifenomeni più o meno fortuiti e insignificanti di questo sviluppo. Sono apparse sulla scena dopo miliardi di anni di evoluzione di materia inerte e passiva, in unirrilevante, minuscola parte di un immenso universo. È ovvio che in un universo di questo tipo non vi sia posto per la spiritualità. 
Alla luce delle osservazioni tratte dallo studio degli stati olotropici, la consuetudine di ignorare sprezzantemente la spiritualità e di relegarla nel campo delle patologie, tipica del materialismo monistico, è ormai insostenibile. Negli stati olotropici le dimensioni spirituali della realtà possono essere esperite direttamente, in un modo altrettanto convincente delle esperienze quotidiane nel mondo materiale. È anche possibile fornire una descrizione graduale, passo dopo passo, dei procedimenti che facilitano laccesso a queste esperienze. Lo studio attento delle esperienze transpersonali dimostra che esse sono ontologicamente reali e che ci forniscono informazioni su aspetti importanti dellesistenza, aspetti ordinariamente nascosti. 
In generale, lo studio degli stati olotropici conferma lintuizione di C. G. Jung, secondo il quale le esperienze che traggono origine nei livelli più profondi della psiche (quelle che nella mia terminologia definisco perinatali e transpersonali) posseggono una qualità particolare, che egli chiamava numinosità (riprendendo un termine usato da Rudolph Otto). Il termine numinoso è relativamente neutro, ed è pertanto preferibile ad altre accezioni simili, quale religioso, mistico, magico, santo o sacro, che sono spesso state usate in contesti discutibili e sono quindi facilmente fuorvianti.  
Il senso della numinosità è fondato sulla comprensione diretta del fatto che stiamo entrando in contatto con una sfera appartenente ad un ordine superiore di realtà, un ordine sacro, radicalmente diverso dal mondo materiale. 
Per evitare malintesi e confusioni, che in passato hanno compromesso dibattiti analoghi, è fondamentale fare una netta distinzione tra la spiritualità e la religione.  
La spiritualità è basata sullesperienza diretta di aspetti e di dimensioni della realtà non ordinari. Non richiede un posto speciale, né la presenza di una persona ufficialmente preposta alla mediazione con il divino o un  contesto  Istituzionale . 
I mistici non hanno bisogno di chiese o ti templi. Il luogo nel quale fanno esperienza delle dimensioni sacre della realtà, compresa la loro propria divinità, è costituito dal loro stesso corpo e dalla natura.

&lt;i&gt;Lei è il presidente fondatore dellAssociazione Transpersonale Internazionale (ITA). Ci può dire qualcosa su questa organizzazione? &lt;/i&gt;

Questa associazione trascende nella sua portata i confini della psicologia, e comprende unampia gamma di discipline scientifiche. Sin dai suoi esordi, verso la fine degli anni 60, lAssociazione di Psicologia Transpersonale (ATP) ha tenuto regolarmente delle conferenze in California. Grazie allinteresse crescente in questo movimento, che si estendeva ormai al di là della Baia di San Francisco e oltre i confini statunitensi, lassociazione tenne anche alcuni incontri transpersonali internazionali, in varie parti del mondo. I primi due ebbero luogo a Bifrost, in Islanda, il terzo ad Inari, in Finlandia, e il quarto a Belo Horizonte, in Brasile. 
Quando si tenne lincontro in Brasile, nellestate del 74, queste conferenze internazionali avevano raggiunto una tale popolarità, richiamando un folto pubblico, che nella sessione plenaria finale ci decise di creare unistituzione preposta alla loro organizzazione, appunto, lAssociazione Transpersonale Internazionale. La fondai insieme a Michael Murphy e a Richard Price, i co-fondatori del famoso Esalen Institute di Big Sur, in California, il primo centro di studi sul potenziale umano. Sono anche stato eletto primo presidente dellITA, carica che ho ricoperto varie volte in seguito da allora. 
Paragonandola con lAssociazione di Psicologia Transpersonale, lAssociazione Transpersonale Internazionale ha una portata apertamente cosmopolita e interdisciplinare. Come ho detto prima, al momento della sua nascita, la visione transpersonale aveva già fatto la sua apparizione in molti campi della scienza e in altre aree di attività.  
Il programma delle conferenze dellassociazione comprendeva non soltanto psicologi, psichiatri e psicoterapeuti, ma anche fisici, astronomi, astronauti, biologi, medici, antropologi, mitologi, filosofi, matematici, artisti, guide spirituali, educatori, politici, economisti e molti altri. Negli anni seguenti lassociazione ha tenuto conferenze a Boston, a Melbourne, a Bombay, a Davos, a Kyoto, a Santa Rosa in California, a Eugene in Oregon, a Praga, a Killarney, a Santa Clara in California e a Manaus in Brasile.

&lt;i&gt;Lei e sua moglie Christina state lavorando alla prossima conferenza dellAssociazione Transpersonale Internazionale; quale sarà largomento trattato?&lt;/i&gt;

Un gruppo di pionieri e di eminenti rappresentanti del movimento transpersonale e della moderna ricerca sulla coscienza esploreranno il modo in cui la nuova comprensione della natura e della funzione del mito, espressa nel lavoro di studiosi come C.G. Jung, Marie-Louise von Franz, Joseph Campbell, Mircea Eliade, James Hillman, Marion Woodman ed altri abbia rivoluzionato il pensiero in molti settori della vita moderna: la psichiatria, la psicologia e la psicoterapia, la biologia, lantropologia, la filosofia, la teologia, la storia, leconomia e la politica. 
Secondo questa nuova comprensione, i miti non sono meri prodotti fittizi della fantasia umana, ma riflessi di archetipi, ossia di principi cosmici organizzanti primordiali che formano e informano le dinamiche della psiche, gli eventi ed i movimenti della storia delluomo e i processi evolutivi della natura.  
Alla luce di queste scoperte, è importante individuare gli schemi mitici e le forze che sottendono la crisi globale attuale, che sta minacciando la sopravvivenza della specie umana. È di vitale importanza ricercare un nuovo mito che possa instillare la convivenza pacifica, la tolleranza, la cooperazione e la sinergia tra i vari gruppi umani, insieme al rispetto per la vita e per gli imperativi ecologici. 
Il sedicesimo convegno dellITA verterà quindi sullimportanza del mito nella storia delluomo e nella società moderna. Come in altri eventi organizzati dallassociazione, lordine dei lavori prevede un ricco insieme di attività, tra cui conferenze, sessioni esperienziali, riti, musica, danza e arti visive. Il programma comprenderà anche la celebrazione del centesimo anniversario della nascita di Joseph Campbell, uno dei più grandi mitologi del ventesimo secolo. 
 
&lt;i&gt;Durante il convegno a giugno lei condurrà un workshop di respirazione olotropica. Cosa ci si può aspettare da questa esperienza?&lt;/i&gt;

La respirazione olotropica è un metodo che utilizza il potenziale di guarigione e trasformazione degli stati non ordinari di coscienza. Tali stati vengono indotti mediante una combinazione di strumenti molto semplici  respirazione accelerata, musica evocativa e una tecnica di lavoro sul corpo che aiuta a sciogliere eventuali blocchi bioenergetici ed emozionali residuali. 
Ci consente di accedere a livelli anche  molto profondi della psiche inconscia, quali ricordi rimossi dei primi anni di vita e dellinfanzia, ma anche memorie legate alla nascita e al periodo prenatale e anche ad unampia gamma di esperienze definite transpersonali  stati mistici, esperienze di vite passate, incontri con figure archetipiche, visite in sfere mitologiche della psiche, e così via. Sia nella pratica che nella teoria la respirazione olotropica riunisce ed integra vari elementi tratti da tradizioni antiche e di popoli nativi, dalle filosofie spirituali orientali e dalla psicologia del profondo più specificatamente occidentale.
 
&lt;i&gt;In quali casi la Respirazione Olotropica può risultare utile e quando no?&lt;/i&gt;

La R.O. non può influire su problemi mentali od emotivi che abbiano una chiara origine organica o biologica, quali infezioni cerebrali, cardiovascolari o degenerative, o processi tossici. Vi sono anche alcune controindicazioni mediche, quali gravi problemi cardiovascolari, malattie debilitanti, gravidanza o epilessia. In caso di problemi gravi della sfera emotiva, il lavoro con la respirazione deve essere svolto in associazione con un contesto relazionale terapeutico e nellambito di un workshop residenziale di almeno 24 ore. 
Ma tornando agli aspetti più positivi, abbiamo potuto constatare nel corso degli anni che in molte occasioni i partecipanti ai workshop e ai corsi di formazione sono riusciti a liberarsi da stati depressivi che duravano già da tempo, nonché a superare varie fobie e ad affrancarsi da sentimenti irrazionali particolarmente logoranti, e in generale a migliorare radicalmente la  fiducia in se stessi e l&apos; autostima.
In molti casi siamo anche stati testimoni della scomparsa di dolori psicosomatici gravi, emicranie comprese, e miglioramenti radicali e duraturi; e a volte la completa guarigione dellasma psicogenica. Non di rado i partecipanti ai corsi di formazione o ai workshop ( fra i quali molti psicoterapeuti ) paragonano i progressi ottenuti con  alcune  sedute di R. olotropica ad anni di terapia verbale.
 
&lt;i&gt;Ho sentito dire che se si verificasse la totale integrazione di scienza e spiritualità il mondo farebbe finalmente un passo in avanti verso un nuovo livello di pensiero e di comprensione. Lei crede che questo sia possibile? Sta accadendo oggi?&lt;/i&gt;

Lintegrazione di scienza e spiritualità è lobiettivo principale della psicologia transpersonale.
Come ho detto prima, i rivoluzionari sviluppi della scienza (spesso definiti il nuovo paradigma) e la psicologia transpersonale hanno ridotto considerevolmente il divario esistente tra scienza e spiritualità. Sono convinto che una sintesi sia possibile, e che non accadrà in un futuro così remoto. Credo anche che questo potrebbe rivelarsi un importante fattore di alleviamento dellodierna crisi globale. 
 
&lt;i&gt;Vuole aggiungere qualcosa riguardo ai prossimi progetti o a libri in preparazione che desidera condividere con i nostri lettori?&lt;/i&gt;

Largomento a cui mi interesso in questo momento è ancora più controverso di quello che riguarda gli stati non ordinari di coscienza e le sostanze psichedeliche. È il risultato della mia cooperazione con Rick Tarnas, che dura ormai da più di venticinque anni.  
Abbiamo scoperto che la natura, il contenuto e lo svolgimento nello spazio/tempo degli stati non ordinari di coscienza sono correlati (sincronici) con specifici transiti astrologici di ciascun individuo.  
Penso che il nuovo volume di Rick, &lt;i&gt;Psiche e Cosmo: Suggerimenti per una Nuova Visione del Mondo&lt;/i&gt;, darà un importante contributo sia alla psicologia che allastrologia.  
Si tratta però di un argomento complesso, che richiederebbe unintera intervista: è meglio rimandarlo a quando il libro di Rick sarà disponibile nelle librerie.

&lt;i&gt;[da &lt;a href=&quot;http://www.olotropica.it&quot;&gt;www.olotropica.it&lt;/a&gt;, traduzione dall&apos;Inglese di Anna Paola Maestrini]&lt;/i&gt;</text_more></entry>
<entry id='1239' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1239' author_id='4' authored_on='20050228015115' basename='cronache_di_bassavilla_7' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050228015115' modified_on='20060201232544' ping_count='0' status='2' title='Cronache di Bassavilla 7' week_number='200509'><text>&lt;b&gt;IL POPOLO DELL&apos;AUTUNNO&lt;/b&gt;

di &lt;b&gt;Danilo Arona&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Qualcosadisinistrostaperaccadere.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Qualcosadisinistrostaperaccadere.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;163&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
Lo ricordate Ray Bradbury, scrittore senza il quale non avremmo l&apos;horror che conosciamo? Vi ricordate il suo, stupendo, &lt;i&gt;Something Wicked This Way Comes&lt;/i&gt; (tradotto da noi liberamente  ma con grande accortezza  &lt;i&gt;Il Popolo dell&apos;Autunno&lt;/i&gt;), dove l&apos;Uomo Illustrato, la Strega della Polvere e l&apos;Uomo Elettrico erano fra i protagonisti di un inquietante Luna Park (lo guidava un certo Mister Dark!) che percorreva le strade silenziose della provincia americana. Il Luna Park arrivava e presto qualcosa sarebbe accaduto... Bene, tenete a mente. </text><text_more>A Bassavilla, come in tanta provincia d&apos;Italia, spesso arriva il Luna Park. Noi qui non diciamo luna park, ma in modo più pragmatico baracconi. Adesso i baracconi non li facciamo nemmeno più entrare in città, perché li abbiamo relegati in un dismesso campo d&apos;aviazione in periferia. Una volta però, almeno sino agli anni Settanta, diventavano i primaverili protagonisti della più grande e bella piazza della città, quella intitolata al presunto eroe dei due mondi, Garibaldi. Era una bella invasione di trasgressivo immaginario che contaminava di colore il grigio imperante: la donna dalle due teste, quella barbuta, saltimbanchi e funamboli, gli specchi deformanti, il Rotor che t&apos;incollava alle pareti mentre il pavimento ti si staccava da sotto i piedi. Un mondo emozionante che proveniva da un&apos;antica scissione: il circo equestre da un lato e gli antenati dei baracconi dall&apos;altro, di là animali e pagliacci e trapezisti, di qua uomini-scheletro, donne-cannone, freaks, treni dell&apos;amore e del terrore.
Girava una leggenda sui baracconi, quando io ero ragazzino, una di quelle che il professor Brunvand in America non aveva ancora catalogato come Morte al Luna Park. Val la pena di raccontarla brevemente, così poi tenete a mente pure questa assieme al Popolo dell&apos;Autunno. Un uomo porta sua figlia ai baracconi e la sistema su una giostra. Presto la piccola comincia a dire piagnucolando che il cavallo su cui si trova la sta mordendo e prega il padre di farla scendere. L&apos;uomo continua a ripeterle: Non fare la sciocca, il cavallo non ti può mordere. Poco dopo la bambina crolla a terra morta e si scopre che i cavalli sono pieni di serpenti. A quanto pare, quando gli animali di legno sono stati  messi in magazzino per l&apos;inverno in Trentino Alto Adige, i rettili ci hanno fatto il nido. 
Si trattava di una bufala, ma gli adulti la raccontavano, sostenendo che era accaduta il giorno prima, proprio il primo giorno dei baracconi. Balle, i Luna Park non possono uccidere, anche se una volta ogni tanto si allenta una vite in qualche cabina spericolata e un bambino precipita sull&apos;asfalto. Balle e statistiche. Io cresco, invecchio e il Luna Park viene emarginato ai bordi di Bassavilla.
E poi arriva la primavera del &apos;91, proprio il 21 marzo. Tenete a mente: il Popolo dell&apos;Autunno e la Morte al Luna Park. C&apos;è un mare di gente, il sole e l&apos;azzurro della primavera, lo zucchero filato, i krapfen e la giostra del calcinculo. Ma il più ambito è il Treno Fantasma: due posti per vettura, si entra a sinistra e si esce a destra e nel giro di cinque-sei minuti si scoprono tutti gli orribili segreti della Casa delle Streghe. Nadia ha tredici anni e, se fosse precoce, avrebbe già in mente qualche altro tipo di stregheria; ma non lo è, è normale, forse sin troppo bambina rispetto ai modelli delle tredicenni in corso.
Ci voglio andare, posso, papà?
Ma, Nadia, alla tua età? Il Treno Fantasma è per quelli di sette, otto anni.
Dai, papà, ci vieni anche tu?
Ma no, ti aspetto qui sotto la pensilina. Vai a sederti, ti prendo il biglietto.
Cuore di padre. A lui il Treno Fantasma non ha mai neppure fatto il solletico: ci sono quattro manichini, tre lampadine stroboscopiche, strilli registrati, delle finte ragnatele che ti sfiorano dall&apos;altro, degli sbuffi d&apos;aria fredda e poi calda. Il Treno Fantasma è patetico, mette tenerezza. Ma, se Nadia vuole andarci, perché no? Meglio il Treno Fantasma che altro: alcune sue compagne di scuola vanno già in discoteca. 
Un saluto ed un sorriso. E&apos; l&apos;ultima volta che lui vedrà la figlia viva. Da lì a poco, quando la vettura esce dalla porta sul lato destro, la testa di Nadia è già leggermente reclinata come se dormisse. Ma il viso è pietrificato in un&apos;indescrivibile espressione di terrore. 
Morta di spavento all&apos;uscita della casa delle streghe, scrivono i giornali di tutt&apos;Italia il giorno dopo. Ma lo spavento è stato provato là dentro, nel buio. Che cosa può aver visto? Ma nulla di straordinario, dicono i responsabili: mentre lei stava dentro, c&apos;erano altri otto ragazzini più due adulti, e hanno visto tutti le stesse cose. Quelle quattro, innocue carabattole  che fanno solo ridere e che a noi giostrai fanno guadagnare a stento la cena. Che cosa potreste mai ipotizzare?
L&apos;autopsia non scioglie i dubbi. Il cuore si è arrestato per un fortissimo shock, ma non sembrano esserci invalidità pregresse tali da giustificare un cedimento del genere. Faceva ginnastica normalmente, era sana. E sarebbe diventata una gran fica, dicono con incosciente cinismo i suoi coetanei. Ma c&apos;è da crederci, a vedere la sua foto sui giornali: era bella, dolcissima. E, di sicuro, non aveva paura del buio, ripete suo padre fra le lacrime. 
E allora? Allora niente. Un evento macabro e misterioso che va ad aggiungersi alle migliaia di altri accadimenti macabri e misteriosi disseminati a ragnatela sul pianeta. Uccisa dalle tenebre, o da qualcosa che in quelle tenebre da parodìa è apparso soltanto a lei. Oppure uccisa da una leggenda. Oppure uccisa da Mister Dark, l&apos;Uomo Nero.
Ma è un episodio che parla. Come scriveva un po&apos; d&apos;anni fa un grande giornalista americano, Ben Hecht, chiunque avverte ciò che vuole nella propria città. Identità, domicilio e professione non hanno più importanza: &lt;i&gt;non ci si sottrae al marchio della città che portiamo in noi&lt;/i&gt;. Perciò non è stato il Luna Park, ma qualcosa che vive qui, anzi qua &lt;i&gt;sotto come&lt;/i&gt; ho già avuto modo di scrivere. Bisogna solo capire se quest&apos;energia assurda che è il nostro marchio (e che vibra mostruosamente in quelle non poche giornate in cui Bassavilla viene sommersa dalla nebbia  in una prossima occasione ve ne parlerò...) ha agganciato da qualche parte, &lt;i&gt;qua sopra&lt;/i&gt;, Mister Dark e lo abbia materializzato davanti agli occhi innocenti di Nadia.
Perché Nadia &lt;i&gt;qualcosa&lt;/i&gt; ha visto, su questo non ci piove.


</text_more></entry>
<entry id='1240' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1240' author_id='1' authored_on='20050228234442' basename='le_comuni_rurali_marx_censurato' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='0' created_on='20050228234442' modified_on='20050228235649' ping_count='0' status='2' title='Le comuni rurali: Marx censurato' week_number='200509'><text>&lt;img alt=&quot;marxcomunirurali.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/marxcomunirurali.jpg&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;185&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;b&gt;Annibale C. Ranieri&lt;/b&gt;&lt;p&gt;
A cavallo fra gli anni settanta e ottanta del milleottocento
il vecchio e malato Marx si trov&amp;ograve; coinvolto nella polemica
attorno cui si dibatteva la &quot;intellighentsija&quot; russa, ed in
particolare le sue componenti liberali e rivoluzionarie, circa il
destino della comune rurale, antichissima istituzione che in
Russia aveva attraversato i secoli e che in quel periodo subiva
gli attacchi concentrici di uno Stato oppressivo e del nascente
sviluppo capitalistico. In quel dibattito Marx venne coinvolto in quanto, con le sue
opere scientifiche, e specialmente col &lt;I&gt;Capitale&lt;/I&gt;, avrebbe
sostenuto la inevitabilit&amp;agrave; della dissoluzione della comune rurale
e di tutte le forme di economie precapitalistiche, secondo lo
schema di sviluppo che l&apos;Inghilterra aveva semplicemente
anticipato, ma che tutti i popoli avrebbero dovuto seguire,
vincolati da una necessit&amp;agrave; immanente alle ferree leggi dello
sviluppo storico.&lt;br&gt;</text><text_more>Inoltre per il gruppo di rivoluzionari che
costituivano il nocciolo del futuro Partito operaio
socialdemocratico di Russia, tale processo oltre che inevitabile
era anche auspicabile, in quanto solo dalla dissoluzione della
comune rurale, e dalla conseguente proletarizzazione dei
contadini russi, sarebbe potuta sorgere e svilupparsi la classe
soggetto della emancipazione dell&apos;umanit&amp;agrave;, come per altro
sembrava avvenire nella progredita Europa occidentale.&lt;br&gt;
Marx per&amp;ograve; riteneva che quella interpretazione del suo pensiero
equivaleva ad un travisamento, come scrisse in una lettera della
fine del 1877 alla redazione dell&apos;&lt;i&gt;Otecestvennye Zapiski&lt;/i&gt;: quanto
descritto nel &lt;I&gt;Capitale&lt;/I&gt; &amp;egrave; &quot;unicamente ... la via mediante
la quale, nell&apos;Occidente europeo, l&apos;ordine economico
capitalistico usc&amp;igrave; dal grembo dell&apos;ordine economico feudale&quot; e
non una &quot;teoria storico-filosofica della marcia trionfalmente
imposta a &lt;I&gt;tutti&lt;/I&gt; i popoli, in qualunque situazione
storica essi si trovino, per giungere infine alla forma economica
che, con la maggior somma di potere produttivo sociale, assicura
il pi&amp;ugrave; integrale sviluppo dell&apos;uomo&quot;. Infatti alla conoscenza dei
fenomeni storici &quot;non ci si arriver&amp;agrave; mai col &lt;I&gt;passe-partout
&lt;/I&gt;di una filosofia della storia, la cui verit&amp;agrave; suprema &amp;egrave;
d&apos;essere soprastorica&quot;. Tuttavia questa lettera di Marx non venne
pubblicata dalla rivista russa, e fu resa pubblica soltanto dopo
la sua morte, a Ginevra nel 1884 e, in versione integrale, a
Parigi nel 1902.&lt;br&gt;
L&apos;8 marzo 1881 Marx rispondeva a Vera Zasulic, una rivoluzionaria
che da poco aveva lasciato il populismo per unirsi a quanti in
Russia si rifacevano al movimento socialista di &quot;ispirazione
marxista&quot;, la quale gli chiedeva una opinione sulla posizione da
assumere sulla comune rurale. In maniera altrettanto netta Marx
ribadiva alla Zasulic che &quot;la fatalit&amp;agrave; storica&quot; del movimento di
&quot;espropriazione dei coltivatori agricoli&quot;, e quindi il passaggio
al sistema capitalistico basato sulla &quot;separazione radicale del
produttore dai mezzi di produzione&quot;, &amp;egrave; &quot;&lt;I&gt;espressamente&lt;/I&gt;
limitata ai &lt;I&gt;paesi dell&apos;Europa occidentale&lt;/I&gt;&quot;. Dalle
analisi del &lt;I&gt;Capitale&lt;/I&gt;, chiariva Marx alla Zasulic, non
possono essere derivate ragioni pro o contro lo sviluppo della
comune rurale russa, &quot;ma lo studio apposito che ne ho fatto, e di
cui ho cercato i materiali nelle fonti originali, mi ha convinto
che la comune &amp;egrave; il punto di appoggio della rigenerazione sociale
in Russia&quot;. Al contrario &quot;se la Russia continua a battere il
sentiero sul quale dal 1861 ha camminato, perder&amp;agrave; la pi&amp;ugrave; bella
occasione che la storia abbia mai offerta a un popolo, e subir&amp;agrave;
tutte le peripezie del regime capitalistico&quot; (lettera citata alla
&quot;Otecestvennye Zapiski&quot;. Tuttavia nemmeno la lettera alla Zasulic
venne resa pubblica, nonostante ad essa Marx attribuisse
sicuramente una notevole importanza - come testimoniato dalla
notevole mole di appunti preparatori stesi dallo stesso Marx - e
solo nel 1924 usc&amp;igrave; dall&apos;archivio Axel&apos;rod.&lt;br&gt;
In cosa consistesse per Marx l&apos;&quot;occasione storica&quot; che la Russia
rischiava di perdere risulta chiaro dagli appunti preparatori
della lettera alla Zasulic: la possibilit&amp;agrave; per un modo
comunitario di relazione sociale, quale quello della comune
rurale russa, di &quot;appropriarsi le conquiste positive del sistema
capitalistico senza passare per le sue forche caudine&quot;, cio&amp;egrave;
senza &quot;dover cominciare col proprio suicidio&quot;, ed anzi
dimostrando, nel processo &quot;di rigenerazione della societ&amp;agrave; russa
... la superiorit&amp;agrave; sui paesi ancora asserviti dal regime
capitalistico&quot;.&lt;br&gt;
Ho voluto riprendere cos&amp;igrave; lungamente queste note di Marx su una
questione che ha per noi la distanza della storia, perch&amp;eacute;
testimoniano quale fosse l&apos;effettivo punto di vista del Marx
giunto alla conclusione del suo lungo percorso intellettuale e
politico. Di fronte al conflitto fra la potenza dissolutrice del
denaro nella sua funzione di capitale - che irrompe sulla scena
di un paese non ancora pienamente sviluppato - e le preesistenti
formazioni sociali di tipo comunistico, quindi non ancora
assoggettate agli &quot;automatismi del mercato&quot; e alla conseguente
atomizzazione delle relazioni sociali, Marx riteneva possibile
una pratica che n&amp;eacute; si attestasse su posizioni &quot;reazionarie&quot; di
difesa dei vecchi istituti n&amp;eacute; accettasse come inevitabile pagare
i &quot;prezzi della modernizzazione capitalistica&quot;. Anzi, riteneva
Marx, proprio il carattere pubblico e comunitario di tali
istituti li rendeva soggetti fondamentali nella lotta per il
superamento della societ&amp;agrave; borghese, avendo qualcosa da insegnare
ai soggetti il cui orizzonte di vita &amp;egrave; costituito dai &quot;paesi
ancora asserviti dal regime capitalistico&quot;.&lt;br&gt;
La possibilit&amp;agrave; di questo nuovo sviluppo storico si fondava, per
Marx, sulla contemporaneit&amp;agrave; fra la esistenza di antichi istituti
comunitari e lo sviluppo del modo di produzione capitalistico
sulla cui base si sono sviluppati tanto i processi di
universalizzazione delle relazioni sociali quanto l&apos;emergere del
valore della individualit&amp;agrave; con la connessa idea moderna di
libert&amp;agrave;: &quot;se la rivoluzione russa diverr&amp;agrave; il segnale di una
rivoluzione proletaria in Occidente, &lt;I&gt;in modo che le due
rivoluzioni si completino a vicenda&lt;/I&gt; (sottolineatura mia),
allora l&apos;odierna propriet&amp;agrave; comune della terra in Russia potr&amp;agrave;
servire come punto di partenza ad uno sviluppo in senso
comunistico&quot; (prefazione alla edizione russa del
&lt;I&gt;Manifesto&lt;/I&gt;, il 21 gennaio 1882).&lt;br&gt;
E&apos; impossibile non rimanere colpiti dalla assonanza fra queste
osservazioni marxiane e ci&amp;ograve; di cui &amp;egrave; espressione il &quot;popolo di
Porto Alegre&quot;: la realt&amp;agrave; composita di un movimento in cui
esperienze fondate su pratiche comunitarie, di resistenza alla
penetrazione del capitale in settori non ancora interamente posti
sotto il suo dominio - perch&amp;eacute; sino ad un certo momento ancora non
ritenuti utilizzabili ai fini della sua accumulazione - si
mescolano alle esperienze critiche sviluppatesi dove pi&amp;ugrave; estremo
&amp;egrave; stato il processo di &quot;atomizzazione&quot; e &quot;astrattificazione&quot;
della vita e &quot;desertificazione dell&apos;universo di senso&quot;.&lt;br&gt;
L&apos;assonanza che mi sembra di trovare fra questa vecchia polemica
marxiana e gli &lt;I&gt;inediti &lt;/I&gt;compiti che ci troviamo innanzi,
indica, mi sembra, quanto lunga sia stata la fase della sua
gestazione, cio&amp;egrave; l&apos;intera epoca storica in cui &amp;egrave; storicamente
posto il problema del superamento del denaro come forma della
sintesi sociale, cio&amp;egrave; il dominio del rapporto sociale di capitale
sull&apos;intero delle relazioni sociali. D&apos;altra parte proprio questa
definizione dell&apos;epoca contemporanea come epoca di transizione
verso un nuovo mondo, &lt;I&gt;possibile&lt;/I&gt; e &lt;I&gt;necessario&lt;/I&gt;,
fondava per Marx (come chiarito nelle note preparatorie della
lettera alla Zasulic) la possibilit&amp;agrave; che antichi istituti
comunitari e modi di produzione non assoggettati alla legge del
capitale assumano un ruolo fondamentale nel processo di
liberazione dalle forme storiche del dominio, dello sfruttamento
e dell&apos;alienazione, anzich&amp;eacute; essere consegnate alla pattumiera
della storia.&lt;br&gt;
Cos&amp;igrave;, se, come spesso ci ricorda Cavallaro, il nodo che abbiamo
da sciogliere &amp;egrave; quello di superare/sopprimere il dominio del
denaro (capitale) nella determinazione del quanto, come e cosa
produrre, &amp;egrave; altrettanto vero che questo compito, che segna per le
sue dimensioni una intera epoca storica, non pu&amp;ograve; essere ridotto
alla definizione di una autorit&amp;agrave; centrale (a livello planetario),
ma ci riconsegna il problema della &lt;I&gt;invenzione&lt;/I&gt; e
costruzione di &lt;I&gt;percorsi decisori pubblici e democratici,&lt;/I&gt;
non (pi&amp;ugrave;) mutuabili dalle esperienze degli stati nazionali, senza
ovviamente con ci&amp;ograve; volere demonizzare le esperienze del
novecento, n&amp;eacute; darne una rappresentazione caricaturale, come
troppo spesso capita di leggere.&lt;br&gt;
Questa invenzione storica, anche di articolazioni istituzionali,
oltre che economici e sociali, pu&amp;ograve; essere solo il prodotto di un
movimento in cui cooperino creativamente tutti i soggetti che gi&amp;agrave;
oggi fanno pratica (contraddittoria quanto si vuole) di relazioni
sociali non mercantili e non autoritarie.&lt;br&gt;
Non &amp;egrave; un caso, io credo, che anche su questo punto le assonanze
fra le attuali esperienze del &quot;popolo di Porto Alegre&quot; e le
valutazioni espresse da Marx sulla Comune di Parigi e nella sua
&lt;I&gt;Critica al Programma di Gotha&lt;/I&gt; - con cui ruppe con la
cultura lavorista e statal-nazionalista del movimento socialista
europeo - ci obblighino a sviluppare uno sguardo capace di
interrogare il tempo presente in tutta l&apos;ampiezza dell&apos;unico
destino che vincola tutti viventi sulla Terra da quando essa, con
la conquista delle Nuove Indie, &amp;egrave; stata progressivamente posta
sotto il &lt;I&gt;doppio&lt;/I&gt; dominio della spada &lt;I&gt;e&lt;/I&gt; del
denaro.&lt;p&gt;
&lt;i&gt;[da &lt;a href=&quot;http://www.ilmanifesto.it&quot;&gt;il manifesto &lt;/a&gt;del 11 Settembre 2001]&lt;/i&gt;&lt;p&gt;</text_more></entry>
<entry id='1241' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1241' author_id='1' authored_on='20050228235555' basename='gli_shwartz_e_il_caso_sharpe' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050228235555' modified_on='20050228235625' ping_count='0' status='2' title='GLI SHWARTZ e il caso Sharpe' week_number='200509'><text>di &lt;b&gt;Sara Nelson&lt;/b&gt;
&lt;i&gt;[dal New York Observer]&lt;/i&gt;

&lt;img alt=&quot;schwartz.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/schwartz.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;151&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;C&apos;è sempre un alone di mistero attorno a un «piccolo» romanzo che diventa un bestseller. Chi sa, per esempio, come ha fatto un libro di memorie, alquanto strappalacrime, di un giornalista sportivo di nome Mitch Albom  &lt;b&gt;Tuesdays with Morrie &lt;/b&gt;(&lt;i&gt;I martedì con Morrie&lt;/i&gt;) ad avere così tanto successo? Oppure come è riuscita l&apos;originale storia scritta da una memorialista poco nota, Alice Sebold, a trasformarsi nel fenomenale &lt;b&gt;Amabili resti&lt;/b&gt;? O ancora, chi avrebbe potuto prevedere che Dan Brown  autore di parecchi romanzi da centro classifica  avrebbe sfondato con &lt;b&gt;Il codice Da Vinci&lt;/b&gt;? I romantici direbbero che si tratta semplicemente di bei libri, o quantomeno di libri che possiedono un grande fascino: i più razionali attribuiscono successi come questi agli importanti editori che li hanno pubblicati (Doubleday; Little, Browne; e ancora Doubleday), ricchi di esperienza e di dollari da spendere in pubblicità. Ma il libro del momento, &lt;b&gt;Gli Schwartz&lt;/b&gt;, un sorprendente e originale romanzo di formazione scritto da &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2004/05/001212.html#001212&quot;&gt;Matthew Sharpe &lt;/a&gt;(Einaudi Stile Libero, traduzione di Matteo Colombo,  14.80), che narra di due adolescenti il cui padre si è da poco risvegliato dal coma, non ha nessuna delle suddette caratteristiche.</text><text_more>Respinto da oltre venti tra le più importanti case editrici, il terzo libro di Sharpe  i primi due &lt;b&gt;Stories from the Tube &lt;/b&gt;(&lt;i&gt;Storie di Televisione&lt;/i&gt;) e &lt;b&gt;Nothing Is Terrible &lt;/b&gt;(&lt;i&gt;Niente di terribile&lt;/i&gt;)  furono pubblicati da Villard, che gli ha rifiutato l&apos;ultimo  è stato acquistato dalla piccola &lt;a href=&quot;http://www.softskull.com/&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Soft Skull Press&lt;/a&gt;, di Brooklyn, e l&apos;anticipo versato all&apos;autore ammontava a ben 1000 dollari. L&apos;editore, affiancato da cinque collaboratori part time con diversi tipi di contratto, non ha né la possibilità di farsi pubblictà, né un budget da destinare al marketing. E, oltretutto, l&apos;edizione è in paperback  e i paperback di solito non trovano spazio nelle recensioni. Ciò nonostante, &lt;b&gt;Gli Schwartz &lt;/b&gt;ha conquistato lodi sperticate e a tutta pagina nella &lt;i&gt;New York Times Book Review &lt;/i&gt; comparendo per ben quattro settimane nell&apos;agognata rubrica &quot;And bear in mind&quot; (&lt;i&gt;E ricordate&lt;/i&gt;)  e anche una menzione sul &lt;i&gt;Times&lt;/i&gt;, dalla scrittrice Anne Tyler. Susan Isaacs l&apos;ha inserito in &lt;i&gt;Today&lt;/i&gt;, il programma dedicato ai migliori libri del mese, e non più tardi della scorsa settimana il libro è arrivato alla terza ristampa, totalizzando circa 40.000 copie vendute.
Un successo simile non si verifica quasi mai nell&apos;editoria contemporanea. Mentre molti paperback  quelli della Downtown Press, per esempio, che pubblica &quot;chick-lit&quot; - vendono abbastanza, me ne vengono in mente solo due che hanno davvero sbancato: &lt;b&gt;Le mille luci di New York&lt;/b&gt;, di Jay McInerney, che ha aperto la strada a un nuovo genere letterario; e la raccolta di racconti dell&apos;esordiente Jhumpa Lahiri &lt;b&gt;L&apos;interprete dei malanni&lt;/b&gt;, vincitrice del Premio Pulitzer. E anche se i piccoli editori talvolta riescono a pubblicare un best seller come &lt;b&gt;La ragazza con l&apos;orecchino di perla&lt;/b&gt;, o &lt;b&gt;The Time Traveler&apos;s Wife&lt;/b&gt;, la maggior parte dei libri di cui si parla provengono dalle solite, vecchie, grandi case editrici di New York.
Per questo &lt;b&gt;Gli Schwartz &lt;/b&gt;è un caso interessante  specialmente se si considera che fino alla fine del 2001, la Soft Skull era nota  se mai lo è stata davvero, intendo  per aver ripubblicato la biografia scandalo di George W. Bush Figlio fortunato. Perché, allora, &lt;b&gt;Gli Schwartz &lt;/b&gt;ha fatto tanto rumore?
Naturalmente la risposta è complessa quanto il libro, e coinvolge altrettanti personaggi. C&apos;è l&apos;infaticabile agente, Leslie Falk, grande sostenitrice delle precedenti, e sottovalutate, opere di Sharpe, che ha rappresentato il libro insieme al suo capo, David McCormick; ci sono gli occhi-di-falco dei giornalisti Chip McGrath, caporedattore uscente della &lt;i&gt;New York Times Book Review&lt;/i&gt;, e del suo direttore, Alida Becker, che, a detta di McGrath, «ha notato subito» il romanzo di Sharpe. C&apos;è l&apos;irlandese Richard Nash, ex regista teatrale, ora editore, che alla fine del 2001 è approdato alla Soft Skull per rimetterne in sesto le finanze disastrose, assumendo, «per abbandono» la guida della casa editrice. E, ovviamente, c&apos;è Matthew Sharpe che, in fondo, ha scritto il «libro perfetto» acquistato da Nash.
Ma c&apos;è anche una morale, in questa storia, che in parte ricorda Davide e Golia. Anche se Sharpe si è affrettato a ringraziare l&apos;editore Bruce Tracy, a capo della Villard  che, dice, gli ha mandato un biglietto dopo che &lt;b&gt;Gli Schwartz &lt;/b&gt;era stato scelto per &lt;i&gt;Today &lt;/i&gt; per «avermi lanciato», alla base di tanta gratitudine deve esserci quantomeno un pizzico di soddisfazione al pensiero che il manoscritto rifiutato da Tracy è stato l&apos;unico ad aver fatto centro. (Tracy non ha voluto commentare.) «Detesto parlare con il senno di poi» ha dichiarato un romanziere piuttosto noto, grande fan dell&apos;ultima fatica di Sharpe, «ma gli editori dovrebbero coltivare i propri autori, non disfarsene dopo un paio di libri». Oppure, per dirla con le parole di Nash, la storia della pubblicazione degli &lt;b&gt;Schwartz &lt;/b&gt;è ormai una vera e propria &lt;i&gt;leggenda&lt;/i&gt;. «L&apos;opera va in cerca di una grande casa editrice, cioè del Sacro Graal» ha spiegato. «Ma in questo caso viene fuori che il Graal è di bronzo». Alla fine ci è voluto un piccolo editore per ridare lustro al romanzo di Sharpe.

&lt;i&gt;[traduzione di Gaja Cenciarelli]&lt;/i&gt;</text_more></entry>
<entry id='1242' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1242' author_id='4' authored_on='20050301030240' basename='io_mi_vergogno_di_luigi_accattoli' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050301030240' modified_on='20050301030340' ping_count='0' status='2' title='Io mi vergogno di Luigi Accattoli...' week_number='200509'><text>&lt;b&gt;...ma finché non toccava i giochi di ruolo me ne stavo zitto&lt;/b&gt;

di &lt;b&gt;Jari Lanzoni&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Akkatt.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Akkatt.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;193&quot; border=&quot;0&quot;hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
&lt;b&gt;Premessa&lt;/b&gt;
	Conobbi Accattoli quando, su consiglio del mio parroco, lessi il libro-provocazione Io non mi vergogno del Vangelo. Avevo appena cambiato città e, in parte, vita. Avevo molto più tempo per me e per riflettere su molti punti della mia esperienza di cristiano. Rimasi inorridito.
	In dieci capitoli Accattoli tratta della vita cristiana, di come DEVE essere la vita cristiana, conformata ovviamente alla SUA vita cristiana. Con il cipiglio del primo della classe, con larroganza di chi dovrebbe chiedere grazie per ciò che ha ricevuto invece che ancora, Accattoli tratta di Casa, Giornata, Lavoro, Denaro, Potere, Amore, Figli, Mass Media, Tempo libero e Domenica.
</text><text_more>	Li tratta da persona che ha quattro o cinque figli e lo stesso può permettersi uno o due anni sabbatici senza lavorare, pensando placidamente a cosa fare in futuro. Li tratta da persona che è spesso sullaereo del Papa o lo segue nei suoi spostamenti. Li tratta da persona che per lavoro fa il giornalista cattolico, quindi ben inserito in una struttura che ha tutto linteresse a tutelarlo. Lui lo sa: finché segue la retta vita può dire e scrivere tutto quello che vuole: lavora nellazienda di papà e papà lo copre bene.
	In Io non mi vergogno del Vangelo Accattoli-Profeta tuona contro tutto e tutti. Mi correggo: tuona genericamente, rimanendo abbastanza vago da non prestare il fianco e abbastanza qualunquista in modo che chiunque lo interpreti come gli torna comodo. Nella città secolare la notte è sempre più sinonimo di orgia e violenza, declama, fornendo ai credenti la vera soluzione: niente film delle 20.30 e tutti a letto presto, salvo una o due volte lanno per le veglie di preghiera.
	Dieci capitoli che mi fanno capire di aver sbagliato tutto nella vita:
	svenandomi ogni mese pago il mutuo di un bilocale, quando il vero cristiano vive solo in affitto per non legarsi alle cose terrene,
	in casa ho due stanze e un solo simbolo cristiano in evidenza, la mia vecchia e logora bibbia da battaglia, quindi difetto ancora di un simbolo cristiano per stanza e non devo dormire sereno,
	faccio il pendolare, quindi sacrifico al lavoro il tempo del trasporto, quando il vero cristiano non sottrae così tante ore a lodi mattutine, vespri e compieta,
	al lavoro ho dovuto fare degli straordinari, ebbene sì. Ho dovuto perché eravamo in ritardo sulle scadenze contrattuali, perché il cliente aveva tempi stretti e il mio stipendio non mi arriva dal cielo. Ho fatto degli straordinari, quindi non ho mantenuto quellAccattolico distacco dal lavoro che caratterizza i veri cristiani,
	alla sera esco, mentre il vero cristiano rifiuta la notte, già citata come fonte di peccato. La rifiuta e sta in casa con la sua famiglia. In casa, chiaro? Blindato. Qui però ho un dubbio: se uno fa di lavoro il giornalista (magari cattolico), e quindi è spesso in giro e ha rapporti sociali con parecchie persone, stare in casa alla sera con la sua famiglia è un buon modo per riposarsi. Ma se uno è un impiegato o un operaio, vive da solo e alla sera si chiude in casa senza vedere nessuno, dopo qualche mese non si taglia le vene?
	no, gli altri argomenti non posso trattarli. Voglio troppo bene al mio parroco.


&lt;b&gt;Il fattore scatenante&lt;/b&gt;
	Preso atto del mondo di ebeti cristiano-Accattolici che il testo incoraggiava, ho provveduto a riporlo nella seconda fila della mia libreria, tra Indagine non autorizzata di Carlo Lucarelli e La Chiesa oltre le rughe di Don Luigi Bettazzi. Una scelta indegna di cui ora mi vergogno molto: è stato come mettere una sfoglia di fango tra due fette di buon pane. Sarebbe rimasto lì fino a un probabile trasloco o alla mia morte naturale (eh, tra orgia e violenza, prima o poi), quando una mail ha risvegliato il mio interesse per quel discutibile tomo.
	Una mail, sì, posso dirlo. Adesso che internet e tutti i nuovi mezzi di comunicazione hanno lavallo papale posso dire mail, posso dire forum, posso dire yahoo: non è più solo roba di pedofili.
	Non nominerò il tetro e longilineo personaggio che mi ha inviato la mail ma, lo giuro sulla mia contusa bibbia del 89, i suoi romanzi fanno parte della prima fila di libri sul medesimo scaffale. Proprio quello più complesso e meglio riuscito occultava da tempo linfame Io non mi vergogno del Vangelo, che nel frattempo credo sia stato vittima di sevizie e nonnismo da parte dei romanzi attigui.
	Loggetto della mail era La natura satanica dei giochi di ruolo e il testo segnalava il seguente link (clicca &lt;a href=&quot;http://www.kataweb.it/kwblog/page/CLIP/commento?anchor=20050257121054&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;)
	ma in realtà si trattava di un blog (posso dire blog!) che si rifaceva ad un altro link sul Corriere della sera (clicca &lt;a href=&quot;http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2005/02_Febbraio/18/maligno.shtml&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;) 
	in cui era contenuto larticolo Vaticano, primo corso contro il maligno.
	Leggo il sottotitolo: Lezioni in videoconferenza, 120 iscritti. «Tra i giovani cresce un satanismo fai da te, colpa anche dei giochi di ruolo» e a quel punto, come ho risposto al personaggio longilineo e con barba clinteastwoodiana, arriva la rabbia.

&lt;b&gt;Effetto Santa Barbara&lt;/b&gt;
	La mia eredità paterna include unistintività repentina e piuttosto vulcanica che mi fa salire il sangue al cervello (e il flusso trova, invero, molto spazio) e la mia formazione cattolica mi fa elevare unautomatica preghiera a Santa Barbara, Patrona degli Artiglieri nel secondo conflitto globale.
	Sono fuori di me. Sì, perché lhanno fatto per lennesima volta: non impareranno mai. Hanno abbassato gli occhi, hanno voluto non vedere. Hanno fatto &lt;b&gt;omissione di coscienza&lt;/b&gt;, e non poteva non essere un personaggio come Accattoli a dare fuoco alle sterpi del rogo inquisitorio.
	Davanti a &lt;b&gt;un paese in guerra&lt;/b&gt;, colpevole di appoggiare &lt;b&gt;una falsa missione di pace in un paese che non poteva più rappresentare una minaccia per qualsiasi nazione &lt;/b&gt;
	Davanti ad una nazione in costante &lt;b&gt;declino costituzionale&lt;/b&gt;, in cui i &lt;b&gt;diritti del singolo cittadino&lt;/b&gt; vengono quotidianamente contratti e svenduti, la stessa nazione ritenuta a &lt;b&gt;rischio dittatura&lt;/b&gt; dallONU (notizia che guarda caso non trovo mai riportata tra le curve delle veline o il servizio sul perizoma che il Principe Carlo ha ordinato per il viaggio di nozze)
	Davanti a un pubblico del tutto succube di un lurido tsunami di &lt;b&gt;revisionismo storico di matrice fascista&lt;/b&gt;, che lede la dignità umana, a cui non sono minimamente estranei membri &lt;b&gt;del governo che sta provocando allItalia più danni dei bombardamenti americani della 2° Guerra Mondiale&lt;/b&gt;
	si va a cercare il &lt;b&gt;Maligno&lt;/b&gt; tra i dadi, i pacchetti di patatine, le birre, i manuali, le noccioline e le miniature dei &lt;b&gt;giochi di ruolo&lt;/b&gt;. Eh sì, ce nera proprio bisogno. Non si poteva proprio farne a meno: bisognava mostrare i muscoli e affrontare questa minaccia grave e incombente.

&lt;b&gt;The smoking gun&lt;/b&gt;
	Esistono dei &lt;b&gt;precedenti&lt;/b&gt; (come il delirante &lt;a href=&quot;http://www.miodiosalvami.net/tm/giochi_ruolo.html&quot;&gt;Miodiosalvami&lt;/a&gt;), che sarebbe fonte di risate se non si avvertisse immediatamente il sentore stagnante della mediocrità), ma soprattutto delle &lt;b&gt;aggravanti&lt;/b&gt;. Sì, ci sono delle aggravanti che favoriscono lattacco al gioco di ruolo come forma di intrattenimento, e sono tante:
	anzitutto è &lt;b&gt;un prodotto di nicchia&lt;/b&gt;, certo ci sono case grosse come la Wizards of the Coast, ma in generale non si diventa ricchi o famosi (caratteristiche indispensabili per la forma mentis che si vuole far passare sulla scia del protagonismo) con i giochi di ruolo. Naturalmente parlo in proporzione di un mercato editoriale vasto: in un campione di cento persone dai 15 ai 55 anni solo un 10% (rigorosamente in abiti neri e magliette con immagini blasfeme) sa cosè un gioco di ruolo. Daltronde in un campione di cento persone dai 15 ai 55 anni solo un 5% (rigorosamente vestiti da famiglia del mulino bianco) sa chi ha inventato la pennicellina e come mai non lha brevettata.
	è un &lt;b&gt;prodotto dintelletto&lt;/b&gt;, che richiede una buona capacità di immaginare situazioni, mondi, tempi e vite diverse anche &lt;b&gt;senza i supporti multimediali&lt;/b&gt; (tv, cellulari ecc ecc) a cui la gente delega la propria &lt;b&gt;espressività&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;emotività&lt;/b&gt; ed &lt;b&gt;estroversione&lt;/b&gt;.
	è un &lt;b&gt;gioco di relazione&lt;/b&gt;, chiusi in un cassetto manuali e dadi si può andare avanti a giocare relazionandosi con i personaggi reali o immaginari che fanno parte del gioco.
	è un &lt;b&gt;gioco dimmaginazione&lt;/b&gt;, che difficilmente potrà mai sposarsi con l&lt;b&gt;appiattimento&lt;/b&gt; e il &lt;b&gt;conformismo&lt;/b&gt; imperanti, due mali che hanno ormai raggiunto livelli &lt;b&gt;hitleriani/mussoliniani&lt;/b&gt;, due sintomi di un tumore culturale contratto mediante lassuefazione medianica.
	è un &lt;b&gt;gioco dinterpretazione&lt;/b&gt;, in cui il divertimento stesso sta &lt;b&gt;nellinterpretare qualcun altro, nel cambiare il proprio modo di pensare per accettarne un altro&lt;/b&gt;. Qualcosa di inconcepibile in un mondo che ha una morbosa e schizofrenica necessità di temere/odiare una qualsiasi minaccia.
	è un gioco in cui &lt;b&gt;non si vince e non si perde&lt;/b&gt; nulla, e quindi esce da quelle regole di &lt;b&gt;creazione della necessità e vendita della soddisfazione&lt;/b&gt; che stanno alla base dei grandi giochi di potere con cui si masturba chi non sa sognare.
	è un &lt;b&gt;gioco che può diventare autarchico&lt;/b&gt;, perché basta limmaginazione per crearsi le proprie regole o ambientazioni, e non dover comprare manuali, espansioni o altro. Colpa gravissima: nessuno dirà mai grazie ai giocatori di ruolo per la strada, non fanno girare leconomia.
	è un &lt;b&gt;gioco che non va sullo schermo&lt;/b&gt;, non ci sono giocatori che fanno conferenze stampa per aver litigato con il loro master, non fanno notizia se vanno a letto con una valletta, &lt;b&gt;non cè modo di renderlo uno sport su cui lucrare&lt;/b&gt;.
	&lt;b&gt;è un gioco&lt;/b&gt;. E un gioco, punto. In un gioco di ruolo &lt;b&gt;nessuno si può estraniare dalla realtà&lt;/b&gt; come avviene durante lassunzione di una droga, perdendo ogni contatto con il mondo e il reale. E un gioco e lo si gioca per divertirsi, &lt;b&gt;perché non cè bisogno di aver sconfitto qualcuno per sentirsi vincente&lt;/b&gt;.

&lt;b&gt;Ergo&lt;/b&gt;
	Tutte queste sono &lt;b&gt;aggravanti&lt;/b&gt;, non cè scampo. &lt;b&gt;Immaginare, imparare a relazionarsi in maniera sempre nuova, sognare altri posti o altre situazioni, giocare sviluppando individualmente una maggiore apertura mentale&lt;/b&gt;. Sono tutte aggravanti agli occhi di chi ragiona in termini di &lt;b&gt;potere&lt;/b&gt; ed &lt;b&gt;economia&lt;/b&gt;.
	Ma cè un problema: come si fa a portare un attacco credibile? In fondo, proprio per la loro scarsa visibilità, i giocatori di ruolo non si pestano negli stadi e non fanno striscioni. Durante una partita di ruolo si sta in casa o in qualche locale seduti a un tavolo: difficilmente si potrà accusare i giocatori di un qualche incidente mortale.
	Facile: non spiegando mai alla gente cosa sono davvero i giochi di ruolo. Bisogna descriverli con tinte fosche, mischiarli con vicende torbide molto note, anche se ne sono del tutto estranei. Tutto fa brodo, tanto nessuno controllerà.
	Bestie di Satana, il suicidio di qualche ragazzo che casualmente aveva nella stanza una copia di Vampiri the Masquerade, Bambini di Satana, gente in mimetica che si spara con repliche di armi, carte di Magic, un accenno a Marylin Manson, un bambino che ha una crisi epilettica perché per 12 ore ha giocato alla playstation, musica metal, illustrazioni fantasy che di possono confondere con immagini demoniache, qualche problema psichiatrico non chiarito. Ecco, il polpettone è fatto.
	In un celebre episodio di La Squadra, una fiction Rai, i giochi di ruolo vengono addirittura confusi tra giochi da vivo, il Gladiatore e pazzi in costume che si sventrano in castelli medievali. Una decifrazione del gioco più confusa non si poteva avere.
	In questopera di delazione, limportante è collegare il disagio giovanile ai giochi di ruolo e non hai &lt;b&gt;problemi reali&lt;/b&gt;. Non bisogna parlare del flusso di oppiacei che lAfghanistan liberato ci sta smerciando in casa, né di una politica che sta minando il futuro dei ragazzi, sulleducazione al successo per forza e dallindividualismo sfrenato, nessuna parola sulla disoccupazione o linstabilità, meno che meno su di un vuoto emotivo e immaginativo che sta crescendo come un tumore e che si guarirebbe staccandosi dalla &lt;b&gt;miseria del potere&lt;/b&gt; e delleconomia, re-imparando l&lt;b&gt;empatia&lt;/b&gt;, la &lt;b&gt;comunicazione&lt;/b&gt;, la &lt;b&gt;relazione&lt;/b&gt;.
	Ma questo richiede &lt;b&gt;coscienza&lt;/b&gt;, una cosa complessa. Lomissione è la via più facile. 
	Lo scopo di questo sfogo (articolo è un termine che possono usare solo i giornalisti e gli intellettuali reali) non è quello di accusare direttamente Luigi Accattoli, figuriamoci, ma la mentalità cieca e ottusa che si cerca di far passare attraverso questi attacchi insensati. Una mentalità retrograda, non direttamente malvagia ma piuttosto squallida e grigia, tipica di chi non riesce a capire che le proprie sicurezze in realtà sono solo paure, e per questo le diffonde come una versione corrotta del Buon Seminatore. E anche una mentalità vigliacca, supplice con i poteri forti e spietata con quelli deboli, capace di lasciar correre su vicende torbide avvenute sotto gli occhi di tutti e nel contempo di rivolgere tutta la brutalità che lignoranza genera contro qualsiasi manifestazione, addirittura di stampo puramente ludico, che potrebbe ledere il suo mediocre concetto di normalità.
	Lo rifaranno. Oh, se lo rifaranno. Per fortuna a casa di Erika o Omar non è stata trovata una copia de Il Richiamo di Cthulhu, né a Cogne organizzano tornei di Fading Suns o Lupo Solitario. Ma lo rifaranno, una scusa si trova sempre per impedire alla gente di andare oltre certi steccati della mente. Intanto io finisco di impacchettare una copia di Vampire the Dark Age, a cui ho sostituito la copertina con Le Confessioni di SantAgostino. Destinazione Roma. Se tutto va bene e Don Bosco mi assiste, il corrotto germe del gioco di ruolo striscerà tra le stanze sterilizzate e linde delle famiglie Cristiano-Accattoliche.

Jari Lanzoni,
&lt;i&gt;giocatore di ruolo da 15 anni
catechista da 10 anni&lt;/i&gt;




</text_more></entry>
<entry id='1243' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1243' author_id='4' authored_on='20050302051814' basename='il_registro_dellinquisizione_siciliana_14871732_parte_1_di_4' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050302051814' modified_on='20050302052030' ping_count='0' status='2' title='IL REGISTRO DELLINQUISIZIONE SICILIANA, 1487-1732.   Parte 1 di 4' week_number='200509'><text>&lt;b&gt;ALLA FACCIA DI VITTORIO MESSORI, DI STEFANIA LI FAUCI, DI AGOSTINO BORROMEO E DI ALTRI PERSONAGGI DEL MONDO DELLO SPETTACOLO E DEL VARIETA CHE SI DICONO STORICI REVISIONISTI&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Directorium.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Directorium.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;192&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
Sul &lt;i&gt;manifesto&lt;/i&gt; del 21 febbraio Adriano Petta, in un &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2005/02/001228.html&quot;&gt;articolo&lt;/a&gt; che anche noi abbiamo riprodotto, reagiva indignato a una sconcia puntata della trasmissione &lt;i&gt;Voyager&lt;/i&gt; sullInquisizione, in cui un suo intervento era stato ridotto a un paio di minuti mentre uno spazio abnorme era stato concesso a quellAgostino Borromeo che sostiene che le vittime del Santo Uffizio, nellarco di vari secoli di storia, sarebbero state meno di 100. Una delle conduttrici di Voyager, tale Stefania Li Fauci, sparava poi la più grossolana delle menzogne, con lasserire che il massacro di Béziers, nel corso della Crociata contro gli Albigesi, non avrebbe avuto, secondo gli storici (quali?), niente a che vedere con la persecuzione dei catari e con i legati pontifici.</text><text_more>E chiaro che la povera ragazza non ne sapeva un accidente (il che non ci impedirà di documentare prossimamente ciò che accadde a Béziers, sulla base di fonti e documenti incontrovertibili), e dunque è innocente. Meno innocente è Vittorio Messori  sì, quello del libro sul miracolo della gamba tagliata e riattaccata, a cui la rivista &lt;i&gt;Scienza &amp; Paranormale&lt;/i&gt; dedicò pagine esilaranti  che, sul &lt;i&gt;Corriere della Sera&lt;/i&gt; del 22 febbraio, reagì allintervento di Petta con un articolo che si apriva così: Limprudenza  o limpudenza  delle ideologie non cessa di stupire.
In realtà, Messori non entrava nel merito di nessuno degli argomenti sollevati da Petta. Si limitava a dire che questi aveva scritto un articolo viziato dallideologia (marxista, si suppone) per avere contrastato il quadro idilliaco dellInquisizione (l&apos;attività di quei tribunali era ispirata dalla necessità di proteggere la vita sociale, la cui tranquillità si basava su una fede comune; ed era mossa dall&apos;ansia sincera di praticare la più alta delle carità, quella spirituale) proposto dalla storiografia revisionista.
Curiosa questa accusa di vizio ideologico, sulla bocca di un incensatore della Spagna di Franco (e documenteremo nei prossimi giorni come Messori abbia cercato di imbrogliare le carte persino sulla strage di Guernica, ridimensionata a modo suo con un uso disinvolto dei documenti). Se Petta è un comunista (francamente non lo sappiamo), ci verrebbe da dire che Messori è un fa concludete voi.
Comunque, quale preludio allo &lt;i&gt;sputtanemento&lt;/i&gt; (per dirla in termini grevi) di uno dei tanti revisionismi che circolano, pubblichiamo in quattro parti uno dei pochi registri inquisitoriali che ci siano pervenuti: quello dellInquisizione di Palermo. Reperito dallo storico siciliano Vito La Mantia (Ms. Qq. F. 239 della Biblioteca di Palermo), fu trascritto da suo figlio Giuseppe nel 1882. E stato ripubblicato nel volume V. La Mantia, &lt;i&gt;Origini e vicende dellInquisizione in Sicilia&lt;/i&gt;, Sellerio, 1977.
E convinzione dei redattori di &lt;i&gt;Carmilla&lt;/i&gt; che il cattolicesimo odierno non abbia nulla a che fare, sul piano storico, con quello dei secoli passati, e pertanto non debba rispondere di crimini obsoleti, né chiedere scusa se non per eventuali colpe attuali. Ma se decide di chiedere scusa di qualcosa e nello stesso tempo nega quella cosa, be, allora si espone a forti rischi di sputtanamento. &lt;i&gt;(&lt;b&gt;VE&lt;/b&gt;)&lt;/i&gt;

&lt;i&gt;&lt;i&gt;Premessa&lt;/i&gt;. Rilassati sono i condannati rilasciati, cioè consegnati, al braccio secolare, vale a dire alla giustizia civile per lesecuzioni della sentenza pronunciata dagli inquisitori. Rilassati in statua vuole dire bruciati in effigie. Rilassati in persona significa bruciati vivi. I morti rilassati erano quegli accusati già deceduti di cui si riesumavano le salme per bruciarle. Rilassi (relapsi) erano gli accusati che avevano abiurato ed erano poi ricaduti nellerrore: il più delle volte, ebrei (e in misura minore protestanti o maomettani) costretti alla conversione al cattolicesimo, che seguitavano in segreto a seguire i precetti della loro fede.&lt;/i&gt;


&lt;b&gt;Relaxados de la letra A&lt;/b&gt;
1.	Girgenti. Angelo de Sassari relassato in persona a 20 settembre
1527. Questo a 9 giugno 1521 nel piano della Marina avea abiurato la
setta Giudaica, e perché recidivo, fu poi rilasciato nel 1527.
2.	Messina. Angelo Campagna, di Messina, fu per sentenza rilassato
in statua al braccio secolare a 28 luglio 1524, e le ossa del suo cadavere
disotterrate, per cerimonie giudaiche.
3.	Messina. Maestro Antonio Barone per l&apos;osservanza delli riti Giu-
daichi a 18 ottobre 1512 abiurò nella Cattedrale chiesa di Palermo, poi
relasso nelli medesimi errori fu per sentenza a 9 marzo 1538 rilasciato
in persona al braccio secolare.
4.	Bivona. Antonio Bufalo, corbisere, per sentenza a 26 giugno 1520
fu, per li stessi errori, rilassato in statua al braccio secolare; come ancora
nello stesso giorno ed anno per la stessa causa furono rilassati Fiore
Bufalo, moglie, ed Evangelista Bufalo, suo figlio, perché morti, e le sue
ossa dissotterrati.
5.	Palermo. Angelo Marinaro, morto, fu la sua memoria condannata
come osservante la legge Giudaica, fu rilassato  in  statua per sentenza
data a 11 luglio 1512, fu nella Cattedrale letto il suo processo e rilasciato,
e li soi ossa con la statua furono brugiate  alla porta  di li Greci nel
loco solito.
6.	Ragusa. Antonino Casacho rilassato prima in statua come assente,
per li stessi errori, poi per sentenza a  14  luglio  1529  fu rilassato in.
persona.
7.	S.  Marco. Andrea Carrubba, eretico giudaizante, relasso, fu per
sentenza a 11 agosto 1513 rilassato in persona al braccio secolare; fu letta
la sentenza a 29 settembre 1513.
8.	Siracusa. Andrea Monilla, rilassato in statua a 17 febbraro 1540.
9.	Taormina. Agatuzza Vanarco, alias Grasso, di Taormina, abitatrice
di Catania, relassata, come assente, al braccio secolare, come eretica giudaizante, per sentenza a 29 agosto 1527.
10.	Reggio. Nel 1553 furono processati come penitenti Agacio Giunta
di Reggio di Calabria, Sac. D. Stefano Pesce monaco dell&apos;ordine di S. Benedetto di Messina nel monastero di S. Placido, Gio. Giacomo Petrone, Vincenzo Chiaramente, Giuseppe Manzone, messinesi luterani, perché penitenti furono assoluti pubblicamente nello Spettacolo tenuto nella Loggia di Palermo a 18 giugno 1553. Ma ricadendo nelli medesimi errori Agacio Giunta di Reggio, fu nel 1555 a 12 maggio nella piazza della Chiesa di Messina rilassato in persona al braccio secolare, e fu nello stesso giorno bruggiato per sentenza dello stratigò D. Pietro de Urries.
11.	Buscemi. Fr. Andrea Lanza di Buscemi, luterano ostinato, rilassato
in persona per sentenza a 5 maggio 1561.
12.	Militello. Antonino Campisi come assente condannato nello Spettacolo tenuto nel piano della Marina a 30 settembre 1527 rilassato in
statua; poi ritrovato, fu rilassato in persona, per sentenza a 19 luglio 1529.
13.	Marsala. Maestro Alfonso Sellare per riti giudaicali fu per sentenza a 24 settembre 1512 riconciliato, e perpetuamente carcerato con la
confiscazione dei suoi beni, e a 18 ottobre del detto anno abiurò nello
Spettacolo tenuto nella Chiesa Maggiore di Palermo; poi perché relasso
a 15 luglio 1513 fu in persona rilasciato al braccio secolare, e a 29 settembre 1513 comparve nello Spettacolo tenuto nel piano della Marina e
consegnato al Capitano giustiziere della città di Palermo Nicolo Antonio
d&apos;Afflitto.
14.	Randazzo. Antonio Campagna giudaizante fuggitivo, fu a 17 febbraro 1540 condannato e rilassato in statua, e fu esecuta la sentenza a12 marzo 1546.
15.	Carini.  Maestro Antonio Corbiseri,  giudaizante relasso,  fu per
sentenza a 8 giugno 1512 dichiarato eretico relasso, da relassarsi al braccio secolare. Si eseguì la sentenza a 11 luglio 1512 nel piano della Marina,
e fu consegnato al nobile Giovanni Guglielmo Valguarnera barone di
Siculiana.
16.               Messina. Antonio Carni, neofito ostinato, finto e simulato, fu per
sentenza lata a ultimo aprile 1511 rilasciato al braccio secolare; comparve poi allo Spettacolo celebrato nel piano della Marina a 6 giugno 1511, letta la sua sentenza, e fu consegnato lo stesso giorno al capitano Matteo Settimo.
17.	Paternò. Antonino Galofaro, Nicoletta Galofaro, Carità figlia dello
quondam Gio. Filippo lacobo Moncata moglie di Pietro Artaloro, Pietro
Moncata figlio di Gio. Filippo, Giacomo Ferrantello Moncata, Agatuzza
di Moncata tutti della terra di Paterno, neofiti e giudaizanti fuggitivi,
perché non comparirono, furono a 21 dicembre [1537], nell&apos;atto di fede
tenuto nella Loggia alla presenza del Senato, le loro statue consegnate al
braccio secolare.
18.	Bivona, Maestro Antonio de Pavia, corbiseri, neofito, assente, a
13 maggio 1521 fu in statua rilassato al braccio secolare con confiscazione
di beni.
19.	Nicosia.  Antonino Mozzicato, merceri, neofito assente, per sentenza a 23 agosto 1527, fu in statua rilassato al braccio secolare, con
confiscazione di beni.
20.	Piazza. D. Angelo Bonaccolto, luterano, assente, a 12 ottobre 1556
per sentenza fu rilassato al braccio secolare in statua.
21.	Naro. Angela La Mendola, fuggitiva ed apostata, neofita, fu per
sentenza a 27 luglio 1524 rilassata in statua al braccio secolare con confiscazione di beni.
22.	Castiglione. Andrea Resi, assente neofito fuggitivo, per sentenza
a 22 giugno 1520 fu in statua rilassato al braccio secolare con confiscazione di beni.
23.	Militello. Antonio Casachio, assente, neofito, fu per sentenza a
19 settembre  1527 rilassato in statua al braccio secolare con confiscazione di beni.
24.	Messina. Angelo di Marino, neofito, assente, fu in statua rilassato
al braccio secolare con confiscazione di beni, per sentenza a 6 marzo 1541,
letta la sentenza a 30 maggio 1542 nell&apos;atto celebrato nel piano della
Cattedrale di Palermo.
25.	Vizzini. Antonino Astuto, luterano, assente, fu per sentenza lata a 21 maggio 1551 rilassato in statua al braccio secolare con confiscazione di beni, e promulgata a 5 luglio 1551.
26.	Girgenti. Antonio Lauria, neofito, assente, fu per sentenza lata
a 14 settembre 1525 rilassato in statua al braccio secolare con confiscazione di beni.
27.	Catania. Antonia Chinilo, neofita, assente, per sentenza lata a
2 agosto 1524 fu rilassata in statua al braccio secolare con confiscazione
di beni.
28.	Catania. Agatuzza Campagna, neofita, assente, per sentenza lata
a 12 febbraro 1540 fu rilassata in stattua al braccio secolare con confiscazione dei beni.
29.	Modica. Antonino Iurato, neofito, assente, per sentenza lata a
10 dicembre 1530 fu rilassato in statua al braccio secolare con confiscazione di beni.
30.	Militello. Antonino Campisi Coffaro, neofito, assente, per sentenza
lata a 19 settembre 1527 fu in statua rilassato al braccio secolare con
confiscazione di beni.
31.	Lentini.  Angelo  Barberi,  neofito,   assente,  per  sentenza  lata  a
19 settembre 1527 fu in statua rilassato al braccio secolare con confiscazione di beni.
32.	Palermo. Angelo de Surrento alias de Marino, corbiseri, neofito,
assente, fu per sentenza lata a 7 agosto 1522 rilassato in statua al braccio
secolare con confiscazione di beni.
33.	Catania. Antonio Rizone, neofito, fu in persona rilassato al braccio secolare con confiscazione di beni, per sentenza a 3 agosto 1524; e a 6 agosto 1524 nel piano della Marina fu letta la sua sentenza e fu consegnato a D. Coriolano di Bologna capitano.
34.	Naro. Antonio de Alagona, neofito, essendo stato prima rilassato
in statua a 10 agosto 1522, poi per sentenza a 10 settembre 1527 fu in persona rilassato con confiscazione di beni.
35.	Mineo. Antonino Santapau, corbisere, neofito, assente, fu per sentenza a 8 agosto 1526 rilassato in statua al braccio secolare con confiscazione di beni.
36.	Mazzara. Antonia Romano, neofita, fu per sentenza lata a 10 settembre 1513 rilassata in persona al braccio secolare con confiscazione di beni, e fu lecta la sentenza nel piano della marina a 29 settembre 1513, e fu consegnata al Capitano Nicolò Antonio de Afflitto.
37.	Catania. Antonella di Paolino Goffara di Catania, neofita recidiva,
fu per sentenza come assente lata a 7 settembre 1527 rilassata in statua
al braccio secolare con confiscazione di beni.
38.	Modica. Anna de Lauria, neofita, assente, per sentenza a 14 agosto 1532 fu in statua rilassata al braccio secolare con confiscazione di beni.
39.	Girgenti. Angelo Rosso, neofito, assente, fu per sentenza lata a
31 luglio 1526 rilassato in statua al braccio secolare con confiscazione di beni.
40.                S. Lorenzo in Calabria. Preste Antonio Micicheni, sacerdote di
messa, della terra di S. Lorenzo in Calabria, essendo stato preso dal nostro Tribunale, e prese le informazioni come luterano, fu rimesso a Reggio dove fu dal S.r Peri Antonio Pansa seu per l&apos;Ordinario rilassato in persona.

&lt;b&gt;Relaxados de la letra A n. 2&lt;/b&gt;
41.	Palazzolo. Antonio Casciaro essendo nelle carceri, e cadendo ammalato, fu portato per curarsi nello Spedale Grande da dove se ne fuggì, e non comparendo, essendo stato citato per essere stato neofito giudaizante, a 7 febbraro  1540 fu la statua rilasciata al braccio secolare con confiscazione di beni.
42.	Caltagirone.  Aloisio de Requesens, neofita morto, per sentenza
a ultimo giugno 1520 rilassato in statua al braccio secolare con confiscazione di beni.
43.	Bivona.  Angela Rossello, neofita fuggitiva, per sentenza lata a
13 maggio 1521 fu in statua rilassata al braccio secolare con confisca
zione di beni.
44.	Catania. Andreotta Speciale, neofito, assente, fuggitivo, a 3 ago
sto 1526 per sentenza rilassato in statua al braccio secolare con confisca
zione di beni.
45.	Claramonte. Antonino Malventano, neofito, assente, fuggitivo, per
sentenza a ultimo gennaro 1540 fu in statua rilassato al braccio secolare
con confiscazione dei beni.
46.	Ragusa. Antonino Turato, neofita, assente, a 2 giugno 1531 per
sentenza fu rilassato in statua al braccio secolare con confiscazione di beni.
47.	Paternò. Antonio Galofaro, fuggitivo dalle carceri, neofita, per
sentenza a 13 ottobre 1537 fu rilassato in statua al braccio secolare con
confiscazione di beni.
48.	Militello. Fr. Antonio Caruso di Militello, diacono eremita del
terzo ordine di S. Francesco, commorante nell&apos;oratorio di S. Giovanni di
Monte Scarpello disse:   i° che tutta l&apos;essenza divina s&apos;incarnò e pigliò
carne umana nel ventre di Maria Vergine, cioè lo patre, il figlio, e lo
Spirito Santo; 2° che tutte le tre divine persone si convertivano nell&apos;ostia
sagrosanta; 3° negava la adorazione dell&apos;imagini e che solamente s&apos;avea ad
adorare l&apos;umanità di Gesù Cristo, e che nel credo non dovea dirsi: Credo
in Dominum, ma Credo in Iesum Christum; 4° che la figura di Dio Padre
che stava nelle chiese non dovea adorarsi, e che era figura di Anticristo;
5° che non dovea adorarsi Dio, ma solo l&apos;umanità di Gesù Cristo. Vivendo
ostinato nelli detti errori fu per sentenza rilassato in persona al braccio
secolare, e letta la sua sentenza nella piazza della Loggia a 5 luglio
49.                 De la Guardia in Calabria. Antonio Nicolino, luterano, altra volta riconciliato alla S. Chiesa, e poi tornato al vomito, dicea in particolare doversi mangiar carne la quadragesima, negava la confessione sagramentale. Fu rilassato al braccio secolare nell&apos;Atto di Fede celebrato in Messina da Mons. Retana a 28 novembre 1568.
50.	Sciacca. Angela di Costanzo, neofita, rilassa, fu relassata in persona al braccio secolare per sentenza lata a 5 maggio 1532 con confiscazione di beni.
51.	Palermo. Angelo Balsamo, neofita, un tempo riconciliato, poi ricaduto nelli riti giudaichi, fu letta la sua sentenza a 29 settembre  1513 nella piazza della Marina, fu rilasciato in persona al braccio secolare cioè al capitano Nicolò Antonio de Afflitto.
52.	Messina. Antonino Lo Bianco, neofita giudaizante fu per sentenza
lata a 25 gennaro 1516 rilassato in persona al braccio secolare con confiscazione di beni.
53.	Termini. Andrea Certa, neofito giudaizante, assente, fu per sentenza a 23 agosto 1527 rilassato in persona al braccio secolare con confiscazione di beni.
54.	Palermo. Antonella di Tona, neofita, la quale fu nel 1502 a 8
gennaro nella Chiesa di S. Nicolo la Kalsa, Inquisitori Raynaldo Montoro
e Gio. Sgalambro, poi ricadendo nelli medesimi delitti, per sentenza a
15	luglio 1513 fu dichiarata eretica impenitente, relassa, e consegnata
in persona al braccio secolare, con la confiscazione dei beni.
55.	Sciacca. Enrico di Costanze, neofita relasso, per sentenza lata a
16 maggio 1523 fu rilasciato al braccio secolare in persona, con la confiscazione di beni.
56.	Militello. Agata Parisi, neofita giudaizante, riconciliata per sentenza a 5 settembre 1527, poi relassa, fu in persona rilasciata al braccio secolare a 30 giugno 1529.
57.	Mineo. Angela Casacho, neofita giudaizante, assente, fu in statua
rilassata al braccio secolare per sentenza a io dicembre 1530.
58.	Bivona. Angela Ausello, neofita, assente, per sentenza a 8 maggio
1521 fu rilassata in statua al braccio secolare, e la sua sentenza letta a 9 giugno 1521, nell&apos;atto celebrato nel piano della Marina.
59.	Palermo. Angelo Fornata, Giovanella Grasso, Giacomo Bologna,
Gio. Pietro Balsamo merciaro, Matteo Balsamo merceri, e Nicolo Mendola, neofiti giudaizanti, dopo d&apos;essere stati reconciliati al grembo della S. Chiesa, ed avuta per pena di carcere la città di Palermo, se ne fuggirono, e citati a comparire, non comparirono, furono per sentenza a 7 agosto 1515 le loro statue rilassate al braccio secolare, con la confiscazione di beni, ed a 10 agosto fu letta la sua sentenza nel piano della Marina.
60.	Castrogioanni. Andreotta Grimaldi, neofita giudaizante, assente,
per sentenza a 23 agosto 1527 fu in statua rilassato al braccio secolare
con confiscazione di beni.
61.	Messina. Alessandro Baudone, francese, e Francesco Schillaci, luterani, morti, furono per sentenza a 24 novembre 1563 rilassate le loro statue al braccio secolare, e le loro ossa bruggiate, e fu letta la loro sentenza in Palermo nella piazza nova de lo Cassare a 26 giugno 1569.
62.	Venezia. Antonio de Antona, argentiero, luterano, di Venezia, abitatore di Siracusa, per sentenza a 4 novembre 1559 fu ammesso alla riconciliazione; e la sua sentenza si lesse nell&apos;atto celebrato a 18 febbraro 1560 nella piazza della bocceria vecchia; poi ritornando al vomito fu letta la sua sentenza nel piano della Marina di Palermo a 12 novembre 1564 e rilassato in persona al braccio secolare, cioè al capitano D. Pietro de Prado, nello stesso giorno fu esecuta la sentenza,  con affocarsi prima,  e poi bruggiarsi il suo corpo sino che rimase la pura cenere.
63.	Mendia di Granata. Angelo di Giovanni Azis, cristiano, per aver
rinnegata la S. Fede e passato a quella di Maometto, a 6 marzo 1570
nella Camera del Segreto fu riconciliato alla S. Fede; poi ricaduto nelli
stessi errori, per sentenza a 25 giugno 1571  fu rilassato alla giustizia
secolare con confiscazione di beni, qual sentenza fu letta nella piazza delli
Bologni a i° giugno 1572, domenica della Trinità, e subito fu consignato
a Lanzarotto Galletti, capitano, il quale fu strozzato ed il suo corpo
brugiato.
64.	Mazzara.  Angela la Maccagnuna, neofita, relassa, giudaizante e
pertinace, fu per sentenza lata a 20 settembre 1525 rilassata in persona
al braccio secolare.
65.	Marsala. Angelo Laurifici, manuale, fuggitivo, neofito giudaizante,
per sentenza lata a 25  giugno  1529  fu in  statua rilassato  al braccio
secolare.
66.	Catania. Angela Speciale, assente, neofita, giudaizante, fu per sentenza lata a 3 agosto 1526 rilassata in statua al braccio secolare.
67.	Palermo. Antonello di Gualterio, calzettiero, fu per sentenza lata
a 15 aprile 15129 rilassato in persona al braccio secolare.
68.	Modica. Antonio Lauria, neofita giudaizante, fu per sentenza lata
a 14 luglio 1529 rilassato in persona al braccio secolare.

&lt;b&gt;Relaxados de la letra A n. 3&lt;/b&gt;
69.	Venezia. Maestro Agostino Grassetto, veneziano, abitante di Messina, argentiero luterano, prima riconciliato, e fuggitivo, fu
 per sentenza letta a 21 novembre 1574 nel piano della Madre Chiesa rilassato in statua, e fu brugiato allo Ciardone.
70.	Peligrat. Arabia alias Margarita, cherubina, di cristiana fatta turca
ed ostinata, fu letta la sua sentenza nel piano della madre Chiesa a 9 di
cembre 1618, rilassata in persona.
71.	Tolosa. Fr. Arnaldo de Tolosa, nativo di Florenza, monaco professo di S. Agostino, luterano reconciliato in Palermo nell&apos;atto celebrato a 21 dicembre 1614, poi ricaduto ed ostinato fu rilassato in persona al braccio secolare, letta la sua sentenza a 9 dicembre 1618, nell&apos;atto che si celebrò nel piano della Madre Chiesa, e fu consegnato alii Bianchi, dalli quali fu trattenuto per due giorni in cappella acciò si ravvedesse; ma tutto invano, fu brugiato nel piano di S. Erasmo.

&lt;b&gt;Relaxados de la letra A n. 4&lt;/b&gt;
72.	Palermo. Antonia de Balsamo madre di Niccolò di Balsamo, neofita giudaizante, recidiva ed ostinata, fu per sentenza lata a 19 settembre 1513, rilassata in persona, letta a 29 settembre 1513 nella piazza della Marina.
73.	Trapani. Anderà Cugno, mercante, Gio. Carlo di Girgenti, Leo-
nora sua moglie, maestro Giacomo Bonanno, Salvatore Bruno, Antonino
Gatto, neofiti fuggitivi contumaci, furono in statue rilassati al braccio
secolare nell&apos;Atto celebrato a 29 settembre 1512 nel piano della Marina.
74.	Bordonaro. Fr. Angelo Mangano, eremita, luterano ostinato, fuggitivo, fu per sentenza letta a 15 agosto 1573 nel piano delli Bologni, rilassato in statua e brugiato nello Ciardone.
75.	Piazza.  Angelo Criscimanno, neofito,  assente, fuggitivo,  fu per
sentenza lata a 2 agosto 1524 rilassato in statua.
76.	Portogallo Anna de Quintana, neofita, ricaduta, fu a 6 giugno
1511 rilassata in persona nel piano della Marina.
77.	Cosenza. Antonino Cavalcante alias Renduni, luterano, ammesso
prima a riconciliazione a 30 marzo 1568 nel piano della Marina, poi ricaduto ed ostinato, fu letta la sentenza di relassazione in persona nella piazza delli Bologni a io agosto 1582.
78.                Tricarico.  Fr.  Alessandro Castellana,  nativo  de Tricarico, nella
provincia della Basilicata, dell&apos;ordine degli osservanti di S. Francesco,
luterano, monaco professo, e sacerdote maritato, essendo stato riconciliato
dall&apos;Inquisitore di Sardegna; e dopo finita la pena della galera se ne passò
in Sicilia nella terra de Mazzarino, e si maritò in faciem Ecclesiae, ed essendo preso dal Tribunale ed essendo ostinato nei suoi errori, fu rilassato in persona al braccio secolare, letta la sua sentenza nel piano delli Bologni a 15 agosto 1584 fu degradato e rilassato.
79.	Castanìa.  Angelo de Nava,  del Casale  di Castanìa,  rilassato in
statua a 12 marzo 1540, iunto col processo di Giacomo Nava.
80.	Palermo.  Angelo Palumba relassato in statua  a 9  agosto  1515
iunto col processo di Gio. Oliveri.
81.	Messina.  Andrea Turaniti, rilassato in statua a 9  agosto  1515,
giunto col processo di Gio. Oliveri di Mazzara.

&lt;b&gt;Relaxados de la letra B&lt;/b&gt;
82.	Palermo. Bartolomeo di Balsamo, neofita giudaizante, per sentenza
lata a 26 maggio 1512 fu ammesso a reconciliazione, ed abiurò nel piano
della marina a 11 giugno 1512, poi ricaduto nelli medesimi errori, fu per
sentenza lata a 11 agosto 1513 rilassato al braccio secolare con confiscazione di beni e fu esposto all&apos;Atto celebrato nel piano marina a 29 settembre   1513,  e fu  consegnato in  persona  al nobile Nicolao  Antonio d&apos;Afflitto capitano di Palermo.
83.	Marsala.  Beatrice Calabrese moglie di marinaro, neofita, giudaizante ostinata, fu per sentenza a 16 settembre 1513 rilassata al braccio secolare in persona, e a 29 setembre 1513 nella piazza della Marina si lesse la sua sentenza, e fu consegnata al Capitano Afflitto.
84.	Palermo. Baldassare Cazzola lombardo, maestro di scuola d&apos;abaco
abitante di Palermo, (l&apos;accusa fu fatta da Francesco Cid precettore, che
esercitava l&apos;ufficio di fiscale all&apos;Inquisitore subdelegato Niccolo Vincenzo
de Bononia) luterano, fu per sentenza lata a 4 febbraro 1547 come assente
rilasciato in statua al braccio secolare. Negava che Dio non era nell&apos;ostia
sacrosanta. Che la Vergine e i santi non possono far gratia a quelli che
loro si raccomandano. Che non deve dirsi oratione, né officio eccetto il
pater noster. Che non era precetto il mangiar carne nei giorni proibiti.
Che far voti è perdita di tempo. Negava il limbo ed il purgatorio. Negava
l&apos;adorazione dei Santi. Egli mentre si facea la causa se ne fuggì dalle carceri, e citato a comparire non comparve, fu dichiarato eretico pertinace, ed in statua rilassato al braccio secolare. Fu letta la sentenza nel piano della Loggia a 13 febbraro 1547.
85.	Mineo. Bernardo Montemagno assente e fuggitivo, giudaizante, per
sentenza lata a 8 maggio 1532 fu in statua rilassato al braccio secolare.
Palermo. Maestro Bernardo Aragonese, neofito di Palermo, il quale nelle rivolture di Palermo in tempo di...  15...  se ne fuggì e non potè più ritrovarsi, fu per sentenza lata a 30 giugno 1520 in statua rilassato al braccio secolare.
86.	Bivona.  Bernardo Russo neofito già morto,  giudaizante,  fu per
sentenza lata a 27 luglio 1524 in statua rilassato al braccio secolare.
87.	Polizzi. Benedetto Termini, cerdone, neofito, giudaizante, per sentenza lata a 28 maggio 1519; e a 11 giugno 1519 nel piano della marina fu letta la sua sentenza, fu rilassato in persona al braccio secolare.
88.	Piazza. Bernardo Barbarino, ferraro, neofita giudaizante, per sentenza lata a 26 giugno 1520 fu in persona rilassato al braccio secolare, ed a 8 luglio 1520 nel piano della marina fu letta la sua sentenza e fu consegnato a Giov. Luca Barberio capitano.
89.	Palermo. Bernardo di Milazzo insieme con altri neofiti abiurarono
e furono ammessi a riconciliazione a 16 ottobre 1513, poi ricaduto il detto
nelli stessi errori, fu per sentenza lata a 20 luglio 1515 e letta a 10 agosto nel piano della marina, rilassato in persona al braccio secolare.
90.	Marsala. Bernardo Barbera neofita nel 1512 a 24 settembre per
sentenza fu ammesso a riconciliazione, poi ricaduto nelli stessi errori fu
per sentenza lata a 29 luglio 1513 e letta a 29 settembre 1513, nel piano
della Marina, rilassato in persona al braccio secolare.
91.	Naro. Bernardina Russo, neofita fuggitiva, fu per sentenza lata
a 9 agosto 1522, rilassata in statua al braccio secolare.
92.	Siracusa.  Bernardina Santelmo,  merciera,  neofita,  morta,  fu per
sentenza lata a 27 agosto 1527 rilassata in statua al braccio secolare.
93.	Palermo.  Bartolomeo Grasso, ferrare, neofita, fuggitivo, fu per
sentenza lata a 7 agosto 1522 rilassato in statua.
94.	Mirteo. Beta Landolina, neofita, giudaizante, fu per sentenza lata
a 26 agosto 1537 rilassata in persona al braccio secolare.
95.	Palermo.  Bartolomea Guliano, neofita, giudaizante, fu per sentenza lata a 25 giugno 1520 rilassata in statua al braccio secolare.
96.	Mirteo.   Benedetto  Casacho,   fuggitivo,   neofito,   giudaizante,   per
sentenza lata a io dicembre 1530 fu rilassato in statua.
97.	Girgenti. Benedetto lo Palazzo, assente, fuggitivo, fu per sentenza
a 15 maggio 1521 rilassato in statua.
98.	Girgenti.  Giovannello di Marino,  assente,  fuggitivo,  neofita,  fu
per sentenza a 15 maggio 1521 rilassato in statua al braccio secolare.

(&lt;b&gt;Continua&lt;/b&gt;)



</text_more></entry>
<entry id='1244' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1244' author_id='4' authored_on='20050303033026' basename='imperium_quarta_puntata' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050303033026' modified_on='20050303033414' ping_count='0' status='2' title='IMPERIUM  Quarta puntata' week_number='200509'><text>Romanzo di &lt;b&gt;Fabio Ciabatti&lt;/b&gt; e &lt;b&gt;Luca Nutarelli&lt;/b&gt;
Le foto di Emilio Periglio sono di &lt;b&gt;Tito Kurtz&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Imperium03.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Imperium03.jpg&quot; width=&quot;140&quot; height=&quot;94&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
Mio dio, che era sto puzzo diabolico? O cazzo fa veramente schifo, è insopportabile, mi gira la testa. Fermate il mondo. Voglio scendere. La mia faccia, è sporca, è un succo viscido. Le mie mani  sono sporche di sangue. Sto per cascare. Un appoggio. Il tavolino. Mamma mia. È passato. Piazza San Callisto, Trastevere, Roma, Italia. Sono qui. Le mani? Il viso? Sono puliti. È tutto a posto.  Cavolo, le allucinazioni non le avevo mai avute. Sì, per carità un paio di funghetti, sì. Ma solo per espandere la coscienza, che a volte dopo alcuni lavaggi inaccurati sinfeltrisce. Ma che Cristo era quella puzza infernale? Sarà passato il cane zombie putrefatto di qualche barbone. Boh, mi sembra impossibile, ma il tanfo proveniva dalla bibita che stava bevendo la ragazza. Doveva essere una succo di frutta allalbicocca, no alla pesca. Non mi ha mai fatto questo effetto. Lho sempre bevuto senza badare a controindicazioni. Forse il peroncino di prima mattina, con questo caldo, non è stata una scelta saggia. Un altro po e svenivo! Sì, deve essere stata la birra. Basta, andiamo via. Che ci rimango a fare qua?</text><text_more>La ragazza è scomparsa. Non devo averle fatto unottima impressione. Magari mi ha preso per un fattone e se lè svignata. E poi, tra malori, ricordi e tette ammiccanti mi è passato di mente lo strano caso del dottor Hunt e del professor Monti. In fin dei conti non riesco a credere che Cermugnati mi abbia fatto una carognata simile. È così sbilenco che non ce lo vedo nei panni del putrido trafficante di tesi. Certo, loccasione fa laccademico ladro. Ma poi che mai avrò scritto di così importante da indurre in tentazione? Forse sono stato un po troppo precipitoso nel dargli la colpa. La scoperta che pezzi di &lt;i&gt;Imperium&lt;/i&gt; sono copiati dalla mia tesi mi deve aver fatto perdere la lucidità. 
Anche se qualche motivo di sospetto rimane. Quando gli ho parlato di &lt;i&gt;Ketteposse&lt;/i&gt; mi è sembrato davvero seccato. Ma, in fin dei conti, con i casini del furto, non cè da sorprendersi che fosse irritabile. E poi, non è per niente inverosimile che in quella cazzo di jam session di studi spinoziani non sia riuscito a parlare con Monti. Cermugnati, in quanto a relazioni pubbliche, è veramente un fallimento. Comunque in questa storia cè qualcosa di strano che in qualche modo devo chiarire. Ma come? Una ricerchina su Internet per sapere qualcosa di più su questi qui. Sì, mi sembra la prima cosa da fare. No, uffaaa. Non mi va di tornare a casa, è tutto sporco, non ho nemmeno cambiato il terriccio a Venusia. Poverina. Con questo caldo, poi mi deprimo e se mi deprimo non ricerco. Allora? Allora si va da Bibli, lì hanno un collegamento Internet. Sta proprio qui a due passi. Libreria con aria condizionata, è proprio quello che ci vuole. Andiam, andiam, andiamo a ricercar. Andiam, andia 
Dio, merda di cane! Mondo boia, lho presa in pieno. Quanto mi dà al cazzo la merda di cane, che poi questo doveva essere una mucca, pure pazza, a forza di cacare queste torte di sterco. Ma non ci giocavate da bambini con il secchiello e la paletta! Merda di cane del cazzo! E allora portatevela appresso sta cazzo di paletta. I cinesi, ecco cosa ci vuole, una bella invasione di cinesi che se le mangiano tutte ste bestiacce. Cane farcito infraculo con padrone di cane, farcito a sua volta di paletta. E tu che chai da guardare? Sei della protezione animali? No? Cinese? Non mi pare! E allora che ti guardi? Ma vai a cacare! A casa però, non per strada. Stronzo di un passante!
Cristo! Deve essere il caldo. Ho dato in escandescenze. Mi guardano tutti. Meglio calmarsi e accelerare il passo. Una libreria con aria condizionata. Ecco cosa ci vuole. Eccola là. Allinterno cè anche un piccolo bar, magari mi prendo un altro caffè o forse una camomilla. No, con questo caldo, non mi sembra la cosa migliore. Vabbe&apos;, non è il caso di litigare. Caffè-camomilla: zero a zero e niente palla al centro. Non prendo niente. E facciamola finita con tutte queste storie ché se no mi incazzo di nuovo.

&lt;b&gt;3. Debug filosofico, ovvero le attività analitiche e simboliche&lt;/b&gt;  

Finalmente. Laria condizionata. Mi sento già meglio. Ecco i soliti lettori incalliti di quarte di copertina, sparsi tra piano terra e mezzanino. Bibli mi è sempre piaciuta. Il piano rialzato che gira tutto attorno alla sala mi fa pensare a una libreria di ringhiera. E poi bisogna farla finita con i tristi templi della cultura. Un bel bar rende latmosfera più allegra. Altro che legarsi alla sedia per costringersi a studiare. Ah Vittorio, non avevi capito proprio un cazzo! Un bicchiere di gin tonic e la cultura scende giù liscia liscia, che manco te ne accorgi. Sì, è proprio così, Bibli è il prototipo della bio-libreria.
- Buongiorno. Cè una postazione Internet libera?
- Sì, prego, si accomodi là in fondo al numero 3.
Mi accomoderei volentieri anche nella tua camera da letto, mia bella signora. Per una conoscenza Bibli-ca, sintende. A occhio e croce una signora di trentacinque anni, portati molto bene. O cavolo, cè pure il suo pargoletto! 
- Ciao bambino, come ti chiami?  non mi vuoi rispondere? È il suo figliolo, signora? 
- Sì, si chiama Dario. Oggi non voleva proprio saperne di andare allasilo e lho dovuto portare con me. Spero non le dia fastidio.
- No, anzi, a me piacciono i bambini. Allora Dario, io sono Emilio. Oggi non volevi andare allasilo? Ti capisco sai. Anchio non vorrei andarci con una mamma bella come la tua.
- Mamma, mamma, manda via Gargamella!
- Dario, non essere maleducato! Chiedi scusa al signore! Mi perdoni, oggi è un po nervoso. Comunque può accomodarsi nella postazione numero 3.
- Sì certo e non si preoccupi, i bambini sono fatti così.
Ma te lo do io Gargamella, puffo nano del cazzo, moccioso di merda, che il vento ti disperda e se non ci pensa il vento ci pensa lo zio Emilio. A me i bambini ricordano un po i cani, forse perché anche loro cagano a briglia sciolta. Sarà bene evitare di riprodursi. E sarà bene cominciare le mie ricerche, sennò qui ci facciamo notte. Internet è proprio quello che ci vuole. Nelle autostrade informatiche non ci sono cacche di cane. E neanche bambini frignanti. La rete è ubiquità. È il non luogo dove sono racchiusi tutti i luoghi. Sì, è lo strumento di connessione spontanea della moltitudine. Di più, è la moltitudine che si fa general intellect.  
Internet, eccomi in sella, sono un cow boy della consolle, galoppo pensoso attraverso le praterie booleane della rete incalzando mandrie di bovini digitali. Sono un cybervaccaro certificato Microsoft. Mica un triste soldato dellesercito industriale di riserva. Quegli stronzi dellArcobaleno pensavano di farmi fuori. Che credete che basti il mancato rinnovo di un contratto interinale per fermare la potenza produttiva della monade Emilio? Col cazzo! Avete continuato ad assumere anche dopo il mio licenziamento? E bravi coglioni! La moltitudine non può essere mai superflua, siete voi che lo siete. E ve lho dimostrato senza stare a piangere sul posto di lavoro versato. È bastato un corso di aggiornamento per rimettermi in pista. Stronzi unaltra volta. Volevate punirmi perché avevo scioperato e invece mi avete fatto un favore. La flessibilità è una mia scelta di vita. Mica una costrizione esterna.  Un modulo scaricato dal sito della People Power, e il gioco è fatto. Mi sono pure  diverto a rispondere alle domande sulle mie letture, i miei sogni e le mie più intime considerazioni degli ultimi mesi. Non sono avaro di dettagli. Mi piace quando mi si chiede un parere. Un colloquio et voilà. Nulla mi riesce più facile che comunicare.

&lt;i&gt;Ma guarda un po dove sono capitato. Più che una società di lavoro interinale sembra la base lunare Alfa. Quella scrivania trasparente starebbe benissimo sul set di Spazio 1999. Anche il tizio ha una faccia simpatica. Certo, sembra tirarsela un po con la sua giacchetta in fibra elastica e il maglioncino bianco a dolce vita. E poi il nostro elegante trentenne potrebbe pure smettere di parlare al telefono. Vabbe&apos;, non si può pretendere troppo. In fin dei conti è sempre un funzionario del Regno. Nonostante la foto di Che Guevara in tuta da cosmonauta che ammicca alle sue spalle. 
-Buongiorno, scusami per la telefonata, ma era davvero urgente. Io sono Daniel. Piacere di conoscerti, Emilio. Possiamo darci del tu, vero?
- Certamente. Le formalità sono sempre un impiccio. 
- Sono perfettamente daccordo, penso che ci intenderemo bene. Per cui vengo subito al sodo. Voglio farti i miei complimenti per il tuo profilo professionale molto eterodosso, quasi sovversivo, direi. Gli studi umanistici che stai cercando di completare sono la risorsa fondamentale per ricoprire i ruoli manageriali più innovativi. Certo, da quanto ho letto nel tuo profilo, a te non interessa più operare in una grande struttura industriale. Sei più orientato verso la cooperazione, lautoimprenditorialità, mi pare di capire.
- Se devo essere sincero credo che ormai siamo già in un orizzonte tardo postindustriale. Le potenzialità di noi lavoratori intellettuali non riescono più a esprimersi nel mero rapporto di lavoro dipendente. Siamo già oltre loggi, ma sembra che molti si attardino ancora allaltro ieri. Siamo lavoratori post-contemporanei imprigionati nel Mesozoico capitalista.
- Giusto, è quello che dico sempre io, siamo lavoratori capitalisti, e mi fa piacere sentire, qualcuno che è arrivato a queste conclusioni con un percorso come il tuo, cioè studiando filologia.
- Filosofia.
- Sì, certo, filosofia volevo dire. Ora però, alla tua formazione umanistica, a parer mio, dovresti aggiungere anche un versante di competenza tecnica. Anche perché vedo dal tuo curriculum che ti sei occupato dinformatica e programmazione html a livello amatoriale. 
- Sono daccordo, anche se non è facile orientarsi. Sembra che tutti questi corsi di formazione ti offrano la luna e poi ti trovi con un pugno di mosche in mano. Forse perché la conoscenza è oramai un patrimonio della cooperazione produttiva. Staccarla da questo supporto e pretendere di impartirla dallalto è il modo più sbagliato per
- Capisco il tuo punto di vista. Il modo migliore per imparare a nuotare è buttarsi  in acqua. Per questo alla People Power prediligiamo una formazione che sia strettamente collegata con il lavoro. Praticamente mentre si studia già si collabora con alcune aziende selezionate e particolarmente dinamiche. E il tutto pagando soltanto 7 mila euro ad una società di formazione a noi collegata. La Proteus.&lt;/i&gt;
-Soltanto?
&lt;/i&gt;-  Beh! Considera quali sono i prezzi sul mercato. E poi, puoi sempre chiederci un prestito donore che coprirebbe fino alla metà del costo totale. Senza considerare che questo costituirebbe un titolo preferenziale per noi. Sicuramente non sarebbe tempo sprecato. Pensaci e facci sapere. Nel frattempo vedremo cosa possiamo offrirti con il tuo attuale curriculum. Purtroppo al momento non mi pare che ci sia qualcosa di realmente adeguato al tuo livello. Certo, con un corso di formazione&lt;/i&gt;

Programmatori informatici con background filosofico, ecco cosa chiede il mercato! Perché neanche il mercato può oramai disconoscere la potenza produttiva del pensiero moltitudinario che va oltre gli steccati specialistici e si connette reticolarmene in un melting pot globale. E non ci sono cazzi! O meglio, qualche cazzo ancora vola, per quanto a bassa quota. Per lo più girando intorno al mio tardo ano. 
Bella suppostina che mi sono dovuto infilare con quella stronza di mia sorella! Una supposta da 3 mila e 500 euro, praticamente un prestito del disonore da aggiungersi a quello un po più onorato della People Power. Emanuela in realtà non è cattiva, anzi, mi ha aiutato spesso, quando ero ma lasciamo perdere, ché se no mincazzo. 
Non ci devo pensare. Ho detto che non ci devo pensare! Troppo tardi: è stata felice quella stronza di avere la possibilità di umiliarmi. Godeva, quando con lentezza lasciva firmava quellassegno, sillabando come una ritardata mentale il suo nome di merda Ee-maa-nu-eee-la-Pee-rii-glio. Vaffanculo tu, tua madre e tuo padre di cui sei la degna sintesi anfibia, vaffanculo a quella merda di tuo marito e a quel cazzo di cagnetto gonfio merda che porti a spasso. Giuro che un giorno vengo sotto casa con i guanti per lavare le stoviglie, mi apposto dietro una macchina e quando quel gremlin si rilassa per defecare sulla pubblica via, gli immergo un braccio in culo e gli strappo via lo scheletro. Bastardo di un cane! Ti insegno io a cagare  a casa mia! Ma dai Emilio, è solo un cucciolo, deve ancora imparare! E il corso di addestramento per cani incontinenti doveva venirlo a fare proprio nella mia camera da letto? E poi non è che questa casa sia proprio uno specchiato esempio di pulizia! Guarda dove dormi, sembra una cuccia, si sarà sentito a suo agio. Non sarebbe ora che mettessi la testa a posto e incominciassi a vivere come tutte le persone civili? Ah certo! Tu studi filosofia. Ma poi che ti mangi per cena, i libri? No i libri non me li mangio. I libri, in particolare quelli con la copertina rigida, li metterei volentieri in culo a te e al tuo adorato maritino con il sorrisetto accondiscendente.  Tornate nella vostra casetta con tanto di nani da giardino e pattine griffate. La cera dovreste passarvela nel cervello, ché avete i neuroni completamente scartavetrati. Tornatevene nel vostro ufficetto da tristi bancari! Giusto là potevate conoscervi! Due cuori e una cassaforte!  
Non avete nemmeno la più pallida idea di quello che sta per succedere al vostro mondo. Presto sarete spazzati via come schifose sanguisughe, perché voi in realtà vivete grazie alla potenza produttiva della moltitudine. Siete solo lultima ruota del carro del parassitismo capitalistico. Speriamo che non sia una delle tue solite trovate geniali! Vedi quello che puoi fare. Noi i soldi ce li guadagniamo, mica li andiamo a rubare.  Altro che diventare una persona civile, i nuovi barbari devasteranno presto la vostra decadente cittadella imperiale. Firmatemi questo assegno e toglietevi dai coglioni!

(&lt;b&gt;4-continua&lt;/b&gt;)</text_more></entry>
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Una biografia di Patrick O&apos;Brian uscita poco dopo la morte dello scrittore, avvenuta all&apos;inizio del 2000, ha cercato di imporre anche come personaggio il misterioso autore di venti romanzi marinari che finora hanno venduto otto milioni di copie in tutto il mondo, ma più che a rinvenire interessanti fatti da raccontare è servita a smentire i pochi che si conoscevano e che O&apos;Brian aveva divulgato su se stesso. Patrick O&apos;Brian, si apprende, non era irlandese, non era mai stato a Oxford, e non aveva mai pilotato un areo nella Seconda Guerra Mondiale. </text><text_more>Era inglese e si chiamava Richard Russ, nono figlio di un medico che aveva abbandonato la prole dopo la morte della moglie e dopo avere subito un rovescio finanziario. Richard Russ, che era nato nel 1914, crebbe, si sposò, ebbe un impiego e due figli. Ma a un certo punto svanì nel nulla: piantò in asso coniuge, figlio maschio e figlia femmina, con l&apos;aggravante che quest&apos;ultima era in fin di vita, per dedicarsi alla carriera di scrittore, stabilendosi nel sud della Francia. Durante molti anni di lui si persero le tracce, quando comparve il primo volume della saga ne aveva già ben cinquantacinque. 
Da allora la sua fama si sparse lentamente ma tenacemente, dimostrando, in anticipo su quanto avvenuto da noi con le trasmissioni televisive della Coppa America, l&apos;enorme presa che il mito del mare può avere in un mondo che si va urbanizzando sempre di più. Gli ammiratori di O&apos;Brian, in massima parte di sesso maschile e adulti, non sono tutti appassionati di acqua salata né marinai più o meno dilettanti, ma grazie a lui scoprono di esserlo. Quando O&apos;Brian morì la &lt;i&gt;New York Review of Books &lt;/i&gt;gli dedicò un tributo attraverso la penna nientemeno che di David Mamet, ossia dello scrittore più metropolitano e meno ecologico che possa venire in mente.
Di che parlano dunque i venti romanzi? Sono, tutti, imperniati sulle avventure di due amici, Jack Aubrey, capitano della Marina militare inglese, e Stephen Maturin, medico e chirurgo di bordo, uniti oltretutto dall&apos;amore per la musica - Bach, Boccherini, Locatelli, Scarlatti, eseguiti in cabina con violino e violoncello. L&apos;epoca è quella delle guerre napoleoniche, verso la fase finale (1812), e l&apos;ambiente, perlomeno nella maggior parte dei volumi, il Mediterraneo, percorso in lungo e in largo. Ciascun libro narra un episodio, spesso senza una vera conclusione. 
Per esempio, in gran parte di &lt;b&gt;Duello nel Mar Jonio&lt;/b&gt;, forse il migliore dei sette-otto che ho letto, non succede quasi niente: la nave di Aubrey è addetta con molte altre ad aspettare che la flotta francese esca dal porto di Tolone dove si è assestata, ma questo non avviene mai, e finalmente il capitano, dopo aver tentato invano di partecipare a qualche azione e dopo qualche screzio con l&apos;Ammiragliato, viene inviato in una zona dell&apos;Impero Ottomano con la missione di ostacolare i tentativi francesi di formare un&apos;alleanza. Qui la vicenda culmina con un altro non-avvenimento, quando la nave di Aubrey si trova faccia a faccia col nemico, ma in campo neutro e avendo ricevuto l&apos;ordine di non aprire il fuoco per prima. Siccome anche i francesi hanno ricevuto un ordine analogo, i due schieramenti si limitano a guardarsi in cagnesco.
Non è sempre così, si danno anche battaglie, e tempeste, e naufragi, e tradimenti, e travestimenti (talvolta di battelli interi, che si avvicinano battendo false bandiere), e persino amori (ma le donne hanno parti abbastanza subordinate). Tuttavia la specialità di O&apos;Brian non è il fatto, bensì tutto quello che è a monte e a valle del fatto, vale a dire proprio le cose che i romanzieri storici tradizionali non ci hanno mai raccontato: i dettagli di vita quotidiana, le complicazioni della burocrazia, le sordidezze della politica, il modo di ragionare di quei tempi, ma soprattutto, e incomparabilmente, tutto quanto riguarda la navigazione a vela e la routine a bordo di un vascello d&apos;epoca. 
Nessuno come O&apos;Brian ha mai riprodotto la sensazione che si doveva provare dormendo nelle amache sottocoperta dove centinaia di uomini spesso arruolati a forza sono stipati nel tanfo; mangiando alla mensa ufficiali dubbi manicaretti ricavati con quanto resta in cambusa dopo settimane e settimane lontani da terra, innaffiati da un Porto deplorevole; indossando le scomode divise di rappresentanza e magari rovinando un polso ricamato col tuffarlo nel piatto comune di un anfitrione musulmano che non fornisce le posate. 
La sensazione più convincente di tutte, ben nota a chiunque abbia navigato a vela, è comunque quella dell&apos;attesa perenne, interrotta da qualche momento di entusiasmo, di solito di breve durata. Il vento latita, o non è quello giusto, oppure è quello giusto, ma nel momento sbagliato, o magari gira sul più bello, o ancora, ordini intempestivi impediscono di sfruttarlo a dovere; i tempi di avvicinamento sono lenti, la caccia ad altre navi, difficilissima e ben di rado coronata da qualche successo. L&apos;attività di un combattente come il capitano Aubrey è così una serie di frustrazioni, anche se talvolta l&apos;adrenalina ha modo di sfogarsi in conflitti feroci proprio perché sono rari.
Contro questo sfondo così realistico, tra suoni che sembra di avvertire (il vento, il perenne scricchiolio della casa di legno...), agiscono, in ogni caso, personaggi interessanti, a partire dai protagonisti. Seguendo uno schema classico e infallibile (Don Chisciotte e Sancho, Holmes e Watson), O&apos;Brian ha inventato una coppia formata da Aubrey, concreto, duro, energico, grandissimo professionista, e da Maturin, intelligente, svagato, colto, comicamente e incorreggibilmente inetto in navigazione, ma con un suo fondo misterioso (svolge attività di spionaggio per gli inglesi). 
Mi dicono che nel film &lt;i&gt;Master&amp;Commander &lt;/i&gt;la sua figura è ridimensionata a beneficio della star Russell Crowe e mi auguro che non si sia esagerato in questo senso. Ma poiché di libri qui si sta parlando, aggiungerò che la serie è pubblicata in Italia dalla Longanesi con cure eccezionali, le ottime traduzioni di Paola Merla essendo corredate dalla supervisione di Pier Maria Giusteschi Conti, autore in appendice di un ricco glossario di termini nautici. Vedi, che so, «Tarozzo». «Tarozzo: gradino della biscaglina. ma anche asta metallica che in prossimità delle bigotte concorre a tenere le sartie alla distanza prestabilita e quindi primo gradino delle griselle». Non vi fa sognare? 

&lt;i&gt;[da &lt;a href=&quot;http://www.lastampa.it&quot;&gt;La Stampa&lt;/a&gt;]&lt;/i&gt;</text_more></entry>
<entry id='1246' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1246' author_id='1' authored_on='20050303214943' basename='figure_del_feticismo' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050303214943' modified_on='20050303235207' ping_count='1' status='2' title='FIGURE DEL FETICISMO' week_number='200509'><text>&lt;img alt=&quot;8806148974.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/8806148974.jpg&quot; width=&quot;80&quot; height=&quot;124&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;&lt;i&gt;Un ventaglio di riflessioni critiche che classicamente attingono alla psicoanalisi, alla filosofia, all&apos;economia nei saggi di &quot;Figure del feticismo&quot; curati da Stefano Mistura per Einaudi &lt;/i&gt;
di &lt;b&gt;Stefano Catucci&lt;/b&gt;

La lunga lotta tra il soggetto e il feticcio, iniziata con la nascita del capitalismo moderno e prolungatasi lungo tutto il corso del Novecento, sembra oggi definitivamente risolta con la vittoria trionfante del secondo. Le tracce di questo esito sono percepibili ovunque: non solo nell&apos;acclamato dominio della merce, ma anche nei fenomeni che una solida tradizione di pensiero aveva ritenuto intimamente refrattari al feticismo, per esempio nell&apos;opera d&apos;arte, come pure in una qualità delle relazioni fra gli esseri, ormai fondate in modo ossessivo sulle apparenze. </text><text_more>Le sue conseguenze sul piano di una riflessione critica e teorica, invece, rappresentano una sfida aperta per il pensiero, se addirittura non arrivano a metterlo radicalmente in questione e a far dubitare del fatto che sia ancora capace di esercitare una qualsiasi forma di presa sull&apos;attualità.
Di fronte a una simile difficoltà, può essere utile compilare un inventario delle nozioni che abbiamo a disposizione, provare a vedere &quot;ciò che è vivo e ciò che è morto&quot; delle vecchie teorie sul feticismo, misurare con gli occhi aperti sul presente quali categorie abbiano perduto forza esplicativa e quali, invece, possano ancora fornire utili spunti per avviare nuove analisi.
&lt;b&gt;Figure del feticismo&lt;/b&gt;, il libro curato da Stefano Mistura per l&apos;editore Einaudi (pp. 332,  20,66), percorre questa strada selezionando di fatto tre tipi di accostamento al fenomeno: psicoanalisi, storia della filosofia ed economia. Si potrebbe obiettare che altre forme di indagine sarebbero state altrettanto, se non più adatte a penetrare la scorza dei feticci contemporanei: uno studio sulla crescita esponenziale della specializzazione in campo scientifico, per esempio, o uno estetico sul sistema del museo, come quello proposto ancora pochi anni fa da Remo Guidieri (&lt;b&gt;Fantasmagoria di icona e feticcio&lt;/b&gt;, Hopefulmonster, 1998), potrebbero aprire vie di indagine meno legate alla storia del concetto, ma forse più aderenti alle sue dinamiche di proliferazione nel mondo di oggi.
Resta il fatto, però, che le tre linee indicate da Mistura e dagli altri autori intervenuti nel volume sono quelle che maggiormente condizionano la nostra immagine del feticcio e che verificarle sul campo, più che un semplice esercizio storiografico, può essere un buon avvio per comprendere quel che non siamo più o che siamo ancora, anche se tendiamo a dimenticarlo.
I due nomi ricorrenti, nei dodici saggi che compongono Figure del feticismo, sono naturalmente quelli di Marx e Freud. E la scommessa del libro consiste proprio nel far giocare insieme questi due autori e nel mostrare come lo &quot;spostamento epistemologico&quot; operato da entrambi rispetto al modo di considerare il feticcio rappresenti ancora oggi un punto di partenza irrinunciabile. Prima di Marx e Freud, come nota Alfonso M. Iacono nello scritto che dedica alle origini della nozione, il feticcio era ancora l&apos;&quot;immenso malinteso&quot; di cui parlava Marcel Mauss, una proiezione tutta occidentale sulle credenze delle religioni extraeuropee, in primo luogo africane, di cui è stata in gran parte responsabile la nascente etnologia. Sottraendo il feticcio dal contesto di una cultura di stampo coloniale, Marx e Freud ne hanno fatto piuttosto un modello di comprensione dello sviluppo sociale e individuale dell&apos;uomo europeo. In Marx, come sottolinea Mario Tronti, l&apos;analisi del feticismo non dà mai luogo a una &quot;teoria&quot;, ma solo a una radiografia del sistema capitalistico, di cui esso rappresenta non un&apos;anomalia, ma la normalità, ovvero la forma ideologica primaria delle sue strategie di funzionamento.
In Freud, d&apos;altra parte, la nozione di feticismo subisce una torsione, focalizzandosi prima sull&apos;oggetto-feticcio, &quot;elemento decisivo d&apos;accesso al significato psicosessuale dell&apos;inconscio&quot; (Mistura), ma in un secondo tempo sulle modalità di costituzione del soggetto-feticista: nel corso di questo cammino, il feticismo viene a indicare non tanto una specifica forma di perversione, quanto una modalità generale del rapporto affettivo nella quale le cose si sostituiscono alla relazione con l&apos;altro come persona. Lungo il crinale di questo confronto, in cui il feticismo si rivela sempre meno &quot;eccezione&quot; e sempre più &quot;regola&quot;, i contributi del libro, nonostante la loro ovvia eterogeneità, mostrano con chiarezza quale sia la strada che il pensiero attuale deve abbandonare se vuole conquistare una maggiore aderenza ai fatti della vita contemporanea. La via non più praticabile è quella della filosofia della storia, con tutte le domande e le alternative che hanno caratterizzato l&apos;impostazione del problema nel primo Novecento: bisogna vedere nel feticismo un fenomeno transitorio o un destino dell&apos;uomo moderno, dobbiamo intenderlo come l&apos;effetto di una precisa condizione storica o come una categoria dell&apos;esistenza?
Gli studi dedicati a Benjamin, Adorno e Merleau-Ponty, firmati rispettivamente da Fabrizio Desideri, Stefano Petrucciani e Mauro Carbone, mettono in evidenza le parabole estreme e il punto di crisi di domande come queste: ogni tentativo di risolvere dialetticamente, nella storia, il nostro rapporto con il feticcio, non riesce a inquadrare sotto le lenti della critica quella dimensione estetica, teologica e mitologica nella quale affondano le loro radici tutti gli scambi fra la coscienza e la merce, dunque il dominio stesso dell&apos;apparenza a cui siamo sottoposti. Proprio per questo &quot;capire il dorso del feticcio&quot;, come scrive Mario Tronti riecheggiando Ernst Bloch, dare alla merce lo statuto filosofico che essa pretende è il primo passo da compiere oggi, un&apos;operazione persino più urgente dell&apos;esigenza di ripensare la &quot;qualità del soggetto&quot;. E tuttavia, aggiunge ancora Tronti, pensando il feticcio non si può che avere di mira &quot;il secondo passo&quot;, quello che porta di nuovo verso il soggetto e che sottolinea il carattere eminentemente politico della relazione feticistica con gli oggetti.
Una citazione del Lukács di &lt;b&gt;Storia e coscienza di classe &lt;/b&gt;serve a Tronti per ristabilire la centralità del movente politico in ogni riflessione autenticamente critica sulla nozione di feticismo: &quot;quel che assume per gli uomini la forma fantasmagorica di un rapporto tra cose è soltanto il rapporto sociale determinato fra gli uomini stessi&quot;. Il nodo da ripensare è questo, perché fuori dalla concreta relazione fra gli uomini, il feticismo stesso, come &quot;geroglifico&quot; della condizione moderna, rischia di diventare a sua volta un oggetto di culto.

&lt;i&gt;[da &lt;a href=&quot;http://www.ilmanifesto.it&quot;&gt;il manifesto&lt;/a&gt;, 30.3.2001]&lt;/i&gt;</text_more></entry>
<entry id='1247' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1247' author_id='1' authored_on='20050304001050' basename='il_sogno_lucido' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050304001050' modified_on='20050304001114' ping_count='0' status='2' title='Il sogno lucido' week_number='200509'><text>&lt;img alt=&quot;CAMFABST.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/CAMFABST.jpg&quot; width=&quot;101&quot; height=&quot;69&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Si definisce &quot;lucido&quot; un sogno durante il quale ci si rende conto di stare sognando. Il termine &quot;lucido&quot; è stato coniato da Frederik van Eeden allinizio del 900, e sta ad indicare la lucidità mentale che caratterizza tale stato di coscienza. Aristotele è stato, a quanto sembra, il primo ad interessarsi dei sogni lucidi, nella nostra cultura occidentale. Egli sosteneva che il sognatore può accorgersi di stare sognando attraverso le sensazioni fisiche che prova. Nel 415 sant&apos;Agostino discusse la possibilità di avere sogni lucidi e ne portò come testimonianza uno fatto da un certo medico di Cartagine. Ma la tradizione più antica e profonda sui sogni lucidi la troviamo in oriente, dove il sistema religioso-filosofico del Buddismo tibetano ha fatto di questi sogni un caposaldo della percezione della realtà, intesa come sogno. In Oriente la pratica del sogno lucido viene sperimentata per diventare coscienti dell&apos;illusione dei propri contenuti onirici al fine di portare tale sensazione anche nello stato di veglia. </text><text_more>Essi infatti sostengono che la vita è un&apos;illusione.
Nel tredicesimo secolo san Tommaso d&apos;Aquino menzionò i sogni lucidi citando Aristotele e aggiunse che questi hanno luogo in special modo &quot;verso la fine del periodo del sonno, negli uomini sobri e in quelli che sono dotati di grande immaginazione&quot;.
Nel diciassettesimo secolo il filosofo Gassendi, poté sperimentare in prima persona i sogni lucidi dandone un interessante resoconto soprattutto del momento critico in cui ci si accorge di stare sognando.
Molto importante su lo studio fatto dal marchese d&apos;Hervey de Saint-Denys che nel 1867 pubblicò il suo libro sui sogni lucidi, dove furono riportati vent&apos;anni di ricerca ed esperimenti sui sogni coscienti fatti anche direttamente da lui. Friedrich Nietzsche nel diciannovesimo secolo sperimentò sogni lucidi, anche se ancora in quel secolo questo tipo di esperienze non era entrato nel campo della ricerca scientifica. 
Nel ventesimo secolo si ha un aumento dei contributi nello studio dei sogni lucidi. Willen Frederik van Eden fu il primo a condurre una ricerca seria e sistematica sul sonno. Lo scrittore dell&apos;occulto Oliver Fox denominò questo tipo di esperienza onirica &quot;sogni di conoscenza&quot;, perché in tale stato si ha la conoscenza di essere svegli durante il proprio sogno. Negli anni venti, Ram Narayana face compilare un questionario sull&apos;argomento dei sogni ad individui sia occidentali che orientali. Si scoprì così che la conoscenza sui sogni lucidi era più diffusa negli individui orientali. Nel periodo tra le due guerre, comparvero su riviste scientifiche due articoli sull&apos;argomento: il primo nel 1936 di A. E. Brown, il quale affermava di aver avuto circa cento esperienze; il secondo nel 1938 in Germania di Harold von Moers-Messmer. 
Il primo testo di riferimento dei nostri giorni è apparso nel 1968 ad opera di Celia Green. Questo libro rappresenta una elaborazione attenta e sistematica delle conoscenze sviluppate dai precedenti autori che si sono occupati del fenomeno.
Negli ultimi venti anni l&apos;argomento è divenuto sempre più presente all&apos;attenzione sia scientifica che popolare. Le pubblicazioni scientifiche sono divenute numerose in seguito all&apos;ingresso del sogno lucido all&apos;interno del &quot;laboratorio del sonno&quot;. Negli anni settanta due ricercatori hanno fornito prove sperimentali del sogno lucido. Lavorando indipendentemente, Alan Worsley in Gran Bretagna e Stephen LaBerge in California, hanno imparato a sognare lucidamente. Mentre venivano monitorati elettrofisiologicamente in un &quot;laboratorio del sonno&quot;, segnalavano, attraverso i movimenti oculari, che stavano sognando consapevolmente. Per la prima volta nella storia qualcuno aveva mandato un segnale dal mondo dei sogni mentre stava ancora sognando. Da allora la ricerca sul sogno non è stata più la stessa. In particolare LaBerge, direttore del &quot;laboratorio del sonno&quot; più famoso del mondo (Lucidity Institute), è diventato famoso per i suoi esperimenti nell&apos;ambito dei sogni lucidi e per l&apos;invenzione di apparecchi elettronici per l&apos;induzione degli stessi.
Il Dr. Stephen LaBerge e i suoi colleghi alla Stanford University hanno condotto utilizzando, come segnali volontari dei sognatori lucidi durante il sonno REM (Rapid Eyes Movements), i movimenti oculari. La maggior parte dei muscoli del corpo sono paralizzati nel sonno REM per impedirci di agire all&apos;esterno del sogno. Invece, visto che gli occhi no sono paralizzati, se si cerca deliberatamente di muovere gli occhi onirici in un sogno, anche quelli reali si muoveranno di conseguenza. I soggetti di LaBerge dormirono nel laboratorio mentre venivano registrate le misure standard del sonno fisiologico (onde cerebrali, tono muscolare e movimenti oculari). Non appena diventavano lucidi in un sogno, dovevano muovere i loro occhi in larghi movimenti da una parte all&apos;altra, da destra a sinistra, nel modo più ampio possibile. Questo ha lasciato segni inconfondibili sulla registrazione fisiologica dei movimenti oculari. Le analisi dei tracciati hanno mostrato che in ogni caso, i segni dei movimenti oculari avvenivano senza ombra di dubbio nel bel mezzo del sonno REM. LaBerge ha svolto vari esperimenti sui sogni lucidi usando il metodo dei segnali del movimenti oculari, dimostrando interessanti connessioni tra le azioni sognate e relative risposte fisiologiche. Alcuni sono descritti nei suoi libri (vedi sezione Recenzioni). 
Grazie ai laboratori del sonno e a volontari estremamente portati a sperimentare sogni lucidi spontaneamente, si sono potuti scoprire vari aspetti che legano il corpo onirico, che si trova dentro il sogno, a quello reale che dorme sul letto. Da questi dati si può intuire che le esperienze vissute durante un sogno lucido, determinano effetti simili a quelli che le stesse esperienze producono durante la veglia. 
Si è scoperto che la durata dei sogni lucidi è molto simile a quella reale. LaBerge ha chiesto a uno dei suoi volontari di contare fino a 10 nel sogno lucido, segnalando con i movimenti oculari (che sono rilevabili da uno strumento) quando iniziava a contare e quando terminava di farlo. Lintervallo medio rilevato nella realtà è stato di 13 secondi; si è arrivati così alla conclusione che il tempo nei sogni lucidi è molto simile, se non uguale, a quello della realtà. 
Alcuni esperimenti hanno dimostrato che ad unattività premeditata, nel sogno, corrisponde un movimento analogo dei muscoli reali impiegati nella medesima attività. Muovere nel sogno lavambraccio in genere produce una minima contrazione su quello del proprio corpo fisico. La stessa cosa avviene per i movimenti oculari, che seguono quelli del corpo onirico. Se un sognatore lucido ruota i suoi occhi onirici sulla destra, i corrispondenti occhi fisici fanno lo stesso. 
Respirazione: LaBerge ha dimostrato che la respirazione durante un sogno lucido influenza quella del corpo fisico mentre dorme. Se durante il sogno si trattiene il fiato, il corpo fisico entra in apnea. La stessa cosa succede se durante il sogno si varia lintensità del respiro. 
Il contare e cantare sono due attività gestite in maniera differente dal cervello, la prima dall&apos;emisfero sinistro, la seconda da quello destro. Laberge ha dimostrato che durante un sogno lucido il contare o cantare attivano nel cervello le stesse zone che sono interessate nella realtà. 
Solo un piccolo numero di persone riesce a sognare lucidamente volontariamente; la percentuale di sogni lucidi può essere maggiore in determinate culture o gruppi che praticano tradizioni spirituali come lo scamanesimo, il taoismo, il buddismo, lo yoga tibetano e discipline specifiche che hanno come scopo il raggiungimento della consapevolezza. 
La spiegazione fisiologica del sonno e dei sogni sono state approfondite attraverso lo studio e l&apos;interpretazione dell&apos; EEG (elettroencefalogramma), uno strumento che misura l&apos;attività delle onde del cervello, o specificamente, l&apos;attività degli impulsi elettrici neuronali. Altri apparecchi invece sono in grado di misurare il tono muscolare e il movimento oculare.
Alcuni sognatori possono entrare consapevolmente nella fase di sonno REM, di solito dopo un risveglio o un sonnellino diurno. Le ultime due ore di sonno contengono la più grande quantità di sonno REM, e sono di solito questi i sogni che noi possiamo più prontamente richiamare alla memoria dopo il risveglio. 
Quindi, qual&apos;è il significato biologico e la funzione evoluzionistica del sonno REM? Si sa che il ritmo delle onde Theta del cervello è associato al sonno REM. La porzione d&apos;ippocampo della parte più interna del cervello è la fonte delle onde Theta e sembra essere generato in tutti i mammiferi durante le fasi cruciali dell&apos;apprendimento. Un&apos;altra osservazione interessante riguarda la quantità di tempo trascorso nel ciclo REM del sonno, nei neonati e nei bambini molto piccoli, suggerendo che l&apos;attività del sogno è connessa all&apos;apprendimento e all&apos;immagazzinamento di informazioni. I sogni lucidi si verificano nella fase di sonno REM. Questo tipo di sogni sono caratterizzati da una più alta attività del Sistema Nervoso Centrale, rispetto al normale sonno REM. Normalmente nel sonno REM la facoltà critica del cervello è disattivata; più specificamente i neuroni aminergici sono ai loro livelli più bassi in questo tipo di sonno. I neurotrasmettitori, responsabili dell&apos;attivazione dei neuroni aminergici sono in qualche modo inibiti, o più precisamente, messi da parte per il giorno successivo. Questi neurotrasmettitori sono associati all&apos;attenzione critica e a scopi di apprendimento. La loro assenza, arresto o inibizione si trova in perfetto accordo con quello che accade nei sogni non lucidi: dove si accolgono ciecamente eventi bizzarri, strani ed inusuali. Normalmente, quando i neuroni aminergici sono inibiti durante la fase REM, anche il tono muscolare è inibito o paralizzato. Ma in qualche modo nei sogni lucidi, i neuroni aminergici durante la fase REM - e da qui la facoltà critica - sono attivi, mentre la paralisi muscolare permane. Il Dr LaBerge ha messo in evidenza che i sognatori lucidi sono in grado di agire riflessivamente, sentendosi liberi dagli obblighi delle abitudini. Visto sotto questa luce, il sogno lucido non sembra essere per niente una semplice anormalità, ma forse rappresenta una più alta funzione adattiva, il prodotto più avanzato di milioni di anni di evoluzione biologica.
&lt;i&gt;[da &lt;a href=&quot;http://www.sognilucidi.it&quot;&gt;sognilucidi.it&lt;/a&gt;]&lt;/i&gt;</text_more></entry>
<entry id='1248' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1248' author_id='8' authored_on='20050304121213' basename='miville_-_perdido_street_stati' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050304121213' modified_on='20050304123327' ping_count='1' status='2' title='Miéville - Perdido Street Station' week_number='200509'><text>di &lt;b&gt;Paolo Chiocchetti&lt;/b&gt; 
&lt;img alt=&quot;perdidostreetstation.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/perdidostreetstation.jpg&quot; width=&quot;130&quot; height=&quot;200&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
Nel suo articolo &lt;a href=&quot;http://www.fantasticmetropolis.com/i/50socialist/full/&quot;&gt;Fifty Fantasy and Science-Fiction works that socialists should read&lt;/a&gt; Miéville riporta la caratterizzazione del romanzo di Brust e Bull Freedom and Necessity come il primo steam-punk marxista e un fantasy per giovani hegeliani. Le suggestioni implicite in queste citazioni hanno evidentemente percorso molta strada nella fervida mente del giovane narratore londinese, che con &lt;i&gt;Perdido Street Station &lt;/i&gt;ci dona un magistrale esempio di romanzo fantastico pervaso dalle sensibilità di un materialismo dialettico interpretato con eccezionale vigore e freschezza creativa. Un metodo inusuale e certo innovativo, che sta alla radice tanto della grandiosa ricchezza tematica e stilistica del romanzo quanto dellaudacia della sua visuale descrittiva, al tempo stesso straniante, poetica, sorprendente e intellettualmente stimolante.
</text><text_more>Protagonista assoluta del romanzo è lipertrofica megalopoli di New Crobuzon, crogiuolo impazzito di stratificazioni architettoniche, fabbriche, istituzioni disciplinanti, sprazzi di natura selvaggia e milioni di corpi di umani, razze aliene e esseri viventi di ogni tipo. Per mezzo di &lt;i&gt;tour de force &lt;/i&gt;descrittivi mozzafiato Miéville ci trasporta continuamente da un capo allaltro della città, immersa in una sorta di rivoluzione industriale ottocentesca fondata sul vapore ma con residui magico-alchimistici e picchi avanzati nella cibernetica e nella manipolazione totale dei corpi, attraverso le nervature della rete ferroviaria, tranviaria e aeroviaria, le ininterrotte catene di merci scambiate nei suoi mercati, il lento flusso dei suoi corsi dacqua tossici e fangosi, il movimento continuo e caotico di organismi per le strade come per laria o il sottosuolo, le reti organizzative di governo, gruppi cospirativi, chiese impazzite, comunità etniche, mostrandoci un paesaggio metropolitano in continua trasformazione, dove il mutamento ed il meticciato sono gli attributi costitutivi di ogni cosa.
Sono ibride (forse lesito di ancestrali esplosioni radioattive) le razze xeniane, come gli uomini-cactus, gli acquatici vodyanoi, le donne-coleottero khepri, i burleschi dragomini che svolazzano nei cieli lanciando insulti ed escrementi sui passanti, i nobili uomini-uccello garuda. Immigrate da ogni parte del globo, esse si radunano in ghetti del disprezzo, giuridicamente discriminate e oggetto di una xenofobia strisciante e semi-istituzionalizzata, sospese in una difficile tensione tra assimilazione e chiusura identitaria. Ma ibridi, questa volta artificialmente creati, sono anche i mostruosi Rifatti, devianti che il crudele sistema giudiziario ha riplasmato e innestato di parti meccaniche in base ad un principio di contrappasso per condannarli ad una vita di scherni e di sottoclasse salariata reietta e conveniente. Ed ibrido è perfino il paesaggio urbano, sospeso tra  natura primordiale e ultramodernità, pianificazione amministrativa ed auto-organizzazione spontanea e sconnessa delle successive ondate di abitanti, traboccante di forme comunicanti un senso di carnalità, organicità, continua decadenza ed adattamento.

Allinterno di questo mondo sbalorditivo si snoda lavvincente vicenda di Isaac Dan der Grimnebulin, scienziato anticonformista e bohemien alla ricerca di una teoria unificata delle forze fisiche. La comparsa nel suo studio di un garuda dalle ali recise, ossessionato dal folle bisogno di poter tornare nuovamente a volare e disposto a mettere a disposizione a tal fine una somma di denaro illimitata, è la molla che porterà Isaac a dare il via ad una mirabolante ricerca sui fondamenti ultimi del volo e della materia che scatenerà processi incontrollabili, con linsorgere di una minaccia mortale per la sopravvivenza stessa di New Crobuzon e la messa a nudo e la rottura dei suoi delicati equilibri politico-economici. La vita di Isaac e della sua cerchia di amici e conoscenti verrà quindi risucchiata allinterno di una titanica partita a scacchi con lorrore nei recessi più oscuri della metropoli ed accanto agli esseri più impensabili, che troverà il proprio &lt;i&gt;redde rationem &lt;/i&gt;nel nero cuore della città: Perdido Street Station.

In oltre 700 pagine cariche di tensione, potenza narrativa e grazia poetica, Miéville riesce a centrare tutti gli obiettivi della grande letteratura fantascientifica: unavventura avvincente, complessa e piena di sorprese; uno sguardo appassionato e innovativo; una grande allegoria critica sulle nostre società e sul nostro essere umani. Così lautore ci trascina nel suo universo fantastico attraverso un maestoso sciopero interrazziale spezzato dallintervento della milizia governativa; tesse le due line di trama principali attorno al complesso rapporto tra capitalismo e scienza e capitalismo e arte; sperimenta il sorgere della coscienza dalla materia inanimata e la scoperta della possibilità di attingere dalla materia una universale energia di crisi; scandaglia i meccanismi politici di dominio, repressione e creazione del consenso, la funzione del razzismo, le forme di organizzazione rivoluzionaria, la complessità del fenomeno religioso; indaga la natura del potere politico e dei suoi rapporti col mondo economico legittimo e malavitoso; infine, con illuminante sensibilità di antropologo, ci conduce in viaggio attraverso affascinanti sistemi sociali e (laspetto più originale) attraverso i loro diversi stati di mutazione sotto lazione dellincontro, scontro e contaminazione reciproca.

Un romanzo da leggere, gustare, imitare.

&lt;b&gt;China Miéville
Perdido Street Station
Roma: Fanucci Editore, 2003&lt;/b&gt;

&lt;i&gt;Di China Miéville Carmillaonline ha recentemente pubblicato il racconto &apos;natalizio&apos; &lt;i&gt;&apos;Tis the season&lt;/i&gt;. Lo puoi trovare &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2005/01/001173.html#001173&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;.&lt;/i&gt;</text_more></entry>
<entry id='1249' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1249' author_id='1' authored_on='20050305004703' basename='la_rabbia_e_lorgoglio_no_linfamia' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050305004703' modified_on='20050305005815' ping_count='0' status='2' title='La rabbia e l&apos;orgoglio? No: l&apos;infamia' week_number='200509'><excerpt>&lt;img alt=&quot;sgrenacalipari.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/sgrenacalipari.jpg&quot; width=&quot;101&quot; height=&quot;50&quot; border=&quot;1&quot; hspace=2 vspace=1 align=left /&gt;di &lt;b&gt;G. Genna&lt;/b&gt;&lt;br&gt;Cade Nicola Calipari, per liberare Giuliana Sgrena. Si sa: la liberazione di un ostaggio è un momento delicato, può accadere di tutto. Di tutto: anche che quelli che stanno portando la pace e la democrazia si mettano a sparare a un checkpoint sull&apos;auto che porta in salvo una donna tenuta sequestrata per un mese. E&apos; la tragica metafora di quel che accade in Iraq.</excerpt><text>&lt;a href=&quot;http://www.miserabili.com/archives/man.html&quot; onclick=&quot;window.open(&apos;http://www.miserabili.com/archives/man.html&apos;,&apos;popup&apos;,&apos;width=341,height=544,scrollbars=no,resizable=no,toolbar=no,directories=no,location=no,menubar=no,status=no,left=0,top=0&apos;); return false&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.miserabili.com/archives/man-thumb.gif&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;191&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;&lt;/a&gt;di &lt;b&gt;Giuseppe Genna&lt;/b&gt;

Le prime notizie parlavano di fatalità. Poi è spuntato l&apos;ossimoro &quot;fuoco amico&quot;. Infine è subentrata una stanchezza perfino nei più ardui profittatori politici di quello che doveva essere un annuncio senza macchia: la liberazione di Giuliana Sgrena. Al tg3 si vedeva, nelle immagini di tripudio registrate al congresso di Rifondazione Comunista, l&apos;attonito delegato interrotto dall&apos;irrompere della insperata notizia: era lo scrittore Aldo Nove. Nel giro di pochissimo tempo, l&apos;inversione a U dei sentimenti: la giornalista del &lt;i&gt;Manifesto &lt;/i&gt;ferita al polmone, il mediatore del Sismi morto, altri due agenti feriti, di cui uno in gravi condizioni. Cade Nicola Calipari, per liberare Giuliana Sgrena. Si sa: la liberazione di un ostaggio è un momento delicato, può accadere di tutto. Di tutto: anche che quelli che stanno portando la pace e la democrazia si mettano a sparare a un checkpoint sull&apos;auto che porta in salvo una donna tenuta sequestrata per un mese.
E&apos; la tragica metafora di quel che accade in Iraq.</text><text_more>Una metafora totale. Una contaminazione del peggio col peggio: il peggio che l&apos;uomo è in grado di esprimere.
Mentre &lt;i&gt;Al Jazeera &lt;/i&gt;riceve un grottesco video girato poco prima della liberazione, in cui Sgrena, immaginiamo sottoposta a questa pratica umiliante con chissà quali minacce, &lt;i&gt;ringrazia &lt;/i&gt;i suoi rapitori, la donna è in auto con i suoi liberatori: funzionari del Sismi, gente che si trova a operare in un contesto di guerra, mentre alle italiche masse si racconta che siamo in &quot;missione di pace&quot;. &lt;i&gt;Al Jazeera &lt;/i&gt;trasmette l&apos;allucinante video della Sgrena mentre il polmone della donna si buca, trapassato da un proiettile che il corpo di Nicola Calipari non ha intercettato. Il funzionario dei Servizi Segreti è morto per salvare la vita a Giuliana Sgrena, facendole scudo.
I due fuochi tra cui si è trovato il minuscolo convoglio italiano sono i termini della metafora tragica di cui si diceva. Da un lato, i rapitori che si fanno ringraziare da una donna rapita, ripresa precedentemente mentre piange e prega il suo compagno di liberarla - lacrime e mani giunte. Dall&apos;altro lato, gli assassini: i militari americani.
Questo impazzimento della truppa a stelle e strisce la dice assai lunga sullo stato d&apos;animo e il sangue freddo con cui l&apos;esercito dei neocon sta svolgendo la propria &quot;missione democratica&quot; - o, meglio, il loro missionarismo inquisitorio, degno delle prediche cristiane seguite da decapitazione sotto il dominio di Cortéz in Sudamerica. Questi nervi che saltano. Questo ribollire d&apos;ansie che consente di sparare 400 colpi su un&apos;automobile. Questa disorganizzazione, anch&apos;essa &lt;i&gt;latina&lt;/i&gt;, che attanaglia il popolo liberatore, nonostante il dispiego di armi e tecnologie, al culmine dell&apos;impresa più crudele e dissoluta degli ultimi decenni.
A poco serve il rammarico del fu giovane Bush. A poco serve l&apos;improvvisa iracondia del premier italiano (Sigonella era ben altra cosa). A poco serve tutto, nelle condizioni che si sono preventivamente pianificate e pervicacemente realizzate. Si fronteggiano &lt;i&gt;lì e ora&lt;/i&gt; due angoscianti trasfigurazioni dell&apos;umano: un popolo umiliato, l&apos;irakeno, che fa trasudare sugna immorale in forma di resistenza, come naturalmente accade in contesti di sfascio e di tragedia nazionale, a base di sequestri, attentati, bombe tra i concittadini civili e innocenti, sgozzamenti; sul versante opposto, un esercito umiliante, che si ammanta di parole d&apos;ordine senza senso lanciate in convitti odiosi da think tank inamidati, e che derealizza mediante strategie dell&apos;orrore indicibili e infernali, carceri e detenzioni disumane, massacri taciuti e destinati a restare nell&apos;ombra, calpestamento di simboli e dignità di una popolazione schiacciata tra due orrori. Due orrori dei quali non va scordato che uno (l&apos;occidentale) ha creato l&apos;altro.
Più trascorrono i giorni e più la storia di questa guerra, come quella di ogni conflitto, assurge a sintesi dell&apos;infamia e dello schifo di cui la nostra specie è capace. Il volto stravolto, risucchiato, collassato di Florence Aubenas nel video trasmesso pochi giorni orsono fa il paio con le anonime stragi di campagna perpetrate dai liberatori wasp, quelle mai trasmesse da nessun media. Il sorriso spezzato di Enzo Baldoni, la testa decollata della reporter araba, i parenti dei poco famosi russi turchi curdi pakistani sequestrati e massacrati, il coltello alla gola degli ostaggi giapponesi, le immagini dall&apos;hellreiser di Abu Ghreib, il sangue nero coagulatosi tra i mercatini polverosi, le desolanti inquadrature del convivio nuziale dilaniato dalle bombe, gli sguardi attoniti e postraumatici dei moltissimi bambini feriti e mutilati e devastati: tutto ciò non vale milioni di pollici tinti d&apos;inchiostro, sollevati come testimonianza di partecipazione a una farsa elettorale, subito spesa per accreditare un&apos;altra farsa elettorale, a migliaia di chilometri e due oceani di distanza. 
Queste immagini, questo male fatto passare per naturale, questo girone dantesco di sofferenze e indegnità: è il prezzo che dovrà pagare in termini morali e - se ci crede - metafisici la coscienza di chi ha deciso, di chi ha perpetrato un simile, infinito orrore.
Viene riportata a casa una donna ferita nell&apos;anima e nel corpo. Viene riportato a casa il cadavere di un uomo ferito nel corpo.
Il catalogo è questo.</text_more></entry>
<entry id='1250' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1250' author_id='4' authored_on='20050306043645' basename='il_registro_dellinquisizione_s_1' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050306043645' modified_on='20050306043758' ping_count='1' status='2' title='IL REGISTRO DELL&apos;INQUISIZIONE SICILIANA, 1487-1732. Parte 2 di 4' week_number='200510'><text>&lt;img alt=&quot;Sacroarsenale.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Sacroarsenale.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;166&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
&lt;i&gt;Premessa. Rilassati sono i condannati rilasciati, cioè consegnati, al braccio secolare, vale a dire alla giustizia civile per lesecuzione della sentenza pronunciata dagli inquisitori. Rilassati in statua vuole dire bruciati in effigie. Rilassati in persona significa bruciati vivi. I morti rilassati erano quegli accusati già deceduti di cui si riesumavano le salme per bruciarle. Rilassi (relapsi) erano gli accusati che avevano abiurato ed erano poi ricaduti nellerrore: il più delle volte, ebrei (e in misura minore protestanti o maomettani) costretti alla conversione al cattolicesimo, che seguitavano in segreto a seguire i precetti della loro fede.&lt;/i&gt;

99.                Girgenti. Giovannello di Marino, assente, fuggitivo, neofita, fu per sentenza a 15 maggio 1521 rilassato in statua al braccio secolare.
100.              Portogallo. Beatrice de Quintal, neofita. In questo processo si narra che nel 1509 venendo una nave, e ritrovati molti neofiti giudaizanti al n. 39 tra uomini e donne, li quali presi dal Tribunale e fatti i loro processi furono insieme colla già detta esposti nello Spettacolo celebrato entro la Chiesa dei Santi Quaranta Martiri, alla presenza dell&apos;Inquisitore Vescovo di Cefalù a primo aprile 1509. Indi la detta Beatrice de Quintana ricaduta nelli stessi errori a 6 giugno 1511 nella piazza della Marina fu rilassata in persona al braccio secolare cioè a Matteo di Settimo capitano.</text><text_more>101.	Messina. Bernardo Mazza, potigaro, che fuggì dalle carceri nel
moto popolare, poi come assente fu rilassato in statua al braccio secolare
per sentenza lata a 22 giugno 1520.
102.	Mirteo. Benedetto Bonavoglia, neofito, assente, fu per sentenza
lata a 14 agosto 1531 rilassato in statua al braccio secolare.
103.	Geraci.  Bernardo Li Puzzi essendo  stato per sentenza lata a
6 maggio 1521 come fuggitivo rilassato in statua al braccio secolare, poi
per sentenza a primo agosto 1526 fu rilassato in persona.
104.	Castiglione. Bernardo Bologna, bordonaro, fu per sentenza lata
a 7 maggio 1521 rilassato in persona al braccio secolare, e a 9giugno si
legge la sentenza nel piano della Marina, e fu rilassato in persona a Pompilio Imperatore capitano.
105.	Girgenti. Bartolomeo Rosso figlio di Lanzarotto, fuggitivo, neofito, giudaizante, fu per sentenza a 31 luglio 1526 rilassato in statua al braccio secolare.
106.	Caltagirone. Bernardo Bonfiglio, tavernaro, morto, fu per sentenza a 11 gennaro 1529 rilassato in statua.
107.	Catania. Bartolomeo Mansone, ferrare, fuggitivo per la sedizione
delle carceri, poi per sentenza a primo agosto 1524, fu rilassato in persona al braccio secolare, e si lesse la sua sentenza nel piano della Marina a 6 agosto 1524.
108.	Militello.  Bernardo Parisi, neofita, giudaizante, relasso, fu per
sentenza a 5 luglio 1529 rilassato in persona al braccio secolare.
109.	Castiglione.   Battista  de  Amato,  cerdone,  neofito,  giudaizante,
fuggitivo dalle carceri nella sedizione di Palermo, fu per sentenza a 6
maggio 1521 rilassato in statua.

&lt;b&gt;Relaxados de la letra C n.1&lt;/b&gt;
110.               Ragusa. Caterina Malaventano e Giovannello Ferrante di Mineo, neofiti, relassi ed ostinati, furono in persona rilassati al braccio secolare cioè a D. Pietro Bologna capitano, nello Spettacolo a 31 dicembre 1530 nella Loggia.
111.               Palermo. Marco Lanza, mezzano, Gio. Naso, cubaitaro, Giacomo Gipponaro, Maestro Carlo Mazone d&apos;Aragona, mircere, e Lisabetta di Lucca neofiti, assenti, fuggitivi e contumaci, furono in statua rilassati al braccio secolare nell&apos;atto celebrato nel piano della Marina a 10 agosto 1515.
112.	Ragusa.  Contessa Casaco  essendo stata a  30  settembre 1527
rilassata in statua, poi nell&apos;anno 1529 a 14 luglio fu per sentenza rilassata
in persona.
113.	Messina. Cristoforo Pellegrino essendo stato a 13 febbraro per
sentenza reconciliato nell&apos;anno  1513,  abiurando a  6  marzo  1513  nella
Cattedrale di Palermo, poi ricaduto a 30 settembre 1527 nel piano della
Marina fu rilassato in persona.
114.	Paternò. Catarina Zavatteri relassa all&apos;ebraismo, fuggitiva, fu per
sentenza a 3 agosto 1526 rilassata in statua.
115.	Militello. Contessa Casacho, fuggitiva, e giudaica, fu per sentenza
lata a 19 settembre 1527 rilassata in statua al braccio secolare.
116.	Militello. Catarina Campisi, neofita, fuggitiva, fu per sentenza
a 19 settembre 1527 rilassata in statua, poi per sentenza a 13 luglio 1529
rilassata in persona.
117.	S. Lucia. Cola Maiolino reo neofito, fuggitivo, fu in statua rilassato per sentenza a 6 maggio 1521.
118.	Nicosia. Fr. Cornelio da Nicosia alias Giancarlo dell&apos;ordine di
S. Francesco, conventuale, maestro in Teologia, Luterano, fu ammesso a
riconciliazione  nel piano  della  Loggia nell&apos;Atto  celebrato  a   18   giugno
1553. Li suoi errori furono li seguenti:  Dicea che la Bolla delli censi a
dieci per cento era ingiusta. Dicea che non doveano essere li religiosi.
Dicea che non dovea tenersi croce in chiesa, né adorarsi li santi, eccetto
Dio. Che li suffraggi delli santi non sono necessarii alla Chiesa; dicea che
M. V. non era nostra speranza, né dovea adorarsi. Che li Maomettani non
teneano libero arbitrio. Che l&apos;uomo facendo opere per timore dell&apos;inferno
non facea bene. Che le bone opere non erano necessarie alla salute, neppure le Bolle, e che bastava confidare nella passione di Cristo. Che l&apos;acqua benedetta non togliea li peccati veniali ecc. Poi ricaduto nelli stessi errori, fu rilassato in persona al braccio secolare, e letta la sua sentenza a 8 giugno 1561 nella Bocceria vecchia, fu prima degradato. Insieme con esso fu arso, rilassato in persona, Gio. Cigliuto, luterano di Noto.
119.	Girgenti.   Costanza  Brancate,  neofita,  prima  fuggitiva,  poi  inciampata nelle mani del Tribunale, fu nell&apos;Atto celebrato a 29 settembre 1525 nel piano della marina rilassata in persona al braccio secolare.
120.	Paternò. Carlo Catania, potigaro, per sentenza a 30 aprile 1527
fu rilassato in statua al braccio secolare.
121.               Palermo. Cara di Polizzi, neofita giudaizante, insieme con altre, per sentenza a 18 marzo 1511 fu ammessa a riconciliazione, ed abiurò nel piano della marina a 6 giugno 1511, poi relassa a 29 settembre 1513 nella piazza della marina fu rilassata in persona al braccio secolare.
122.	Lentini. Giacomo Costanzo merciero, neofita, fuggitivo, fu per
sentenza a 21 dicembre 1528 rilassato in statua al braccio secolare.
123.	Girgenti.  Caterina La Russa, neofita, giudaizante, recidiva, fu
per sentenza a 5 settembre 1525 rilassata al braccio secolare in persona.
124.	Savoca. Caterina Garsìa per aver morta allo Spedale neofita, fu
in statua rilassata a 29 gennaro 1540 per sentenza.
125.	Termini. Carlo Ciccardo e Diana sua moglie, assenti e fuggitivi,
furono per sentenza a 7 agosto 1522 rilassati in statua al braccio secolare.
126.	Termini. Catarina de Certa, neofita, relassa, fu per sentenza a
25 giugno 1520 rilassata in persona al braccio secolare.
127.	S. Lorenzo in Calabria. Crescente Sciglioni, luterano, fu rimesso
dal S. Officio al Vicario Generale di Reggio dove per detto Vicario Generale e per il detto Antonio Pansa fu bruggiato.
128.	Usumarso in Calabria. Fr. Carlo alias Petro Antonio Tavaloraro,
religioso professo, laico dell&apos;ordine di S. Agostino, eretico dommatista,
eresiarca, impenitente, pertinace, e si vantava essere il nuovo Messia,
fu rilassato al braccio secolare nell&apos;Atto celebrato nel 1640, a 9 di settembre, domenica nella piazza della Cattedrale di Palermo.

&lt;b&gt;Relaxados de la letra D n.1&lt;/b&gt;
129.	Mineo. Diana Nichito, neofita fuggitiva, fu per sentenza a 8 agosto 1526 rilassata in statua, poi per altra sentenza a  1° ottobre  1529 rilassata in persona a Giuliano Gerbera capitano, fu letta tal sentenza nel regio palazzo della Ss. Inquisizione a 14 ottobre 1529.
130.	Spaccaforno. Donato di Iurato, neofita giudaizante, relasso, fu
per sentenza a 4 aprile 1532 rilassato in persona al braccio secolare.
131.	Giuliana. Desiata Siracusa, neofita giudaizante, fu per sentenza
a 15 novembre 1514 rilassata in persona al braccio secolare. Letta la sentenza a 10 agosto 1514 nel piano della Marina.
132.	S. Lucia. Desiata S. Lucia, neofita, giudaizante, fu per sentenza
a 6 maggio 1521 rilassata in statua al braccio secolare.
133.	Paternò. Diana Rosso essendo stata rilasciata in statua prima,
poi fu in persona rilassata nell&apos;Atto celebrato a 19 maggio 1549 nel piano
della Loggia.
134.              Paternò. Diana Rosso, Ferrantello di Moncata, Catarina Bardato, Savoca Catarina Grazia, neofiti fuggitivi giudaizanti, per sentenza a 7 febbraro 1540 furono in statua rilassate, esecuta a 12 marzo 1540.
135.	Palermo. Diego Quixada, neofito giudaizante fuggitivo, fu per
sentenza lata a 16 maggio 1521 rilassato in statua.
136.	Lentini. Dionisia di Costanzo, neofita giudaizante, fuggitiva, fu
per sentenza a 19 giugno 1529 rilassata in statua.
137.	Murcia. Diego Pellat cristiano rinnegato, fu per sentenza a 8 luglio 1567 ammesso a riconciliazione con dieci anni di galera, poi fugge dalla carcere, e preso fu per sentenza a 7 febbraro 1568, letta nel piano della marina a 30 marzo 1568, dannato in galera in vita, poi fuggendosene di nuovo fu per sentenza a 13 giugno  1582, rilassato in statua. Letta nell&apos;Atto celebrato nella piazza delli Bologni a 10 agosto 1582.
138.	Pontedatilo in Calabria. Dimitrio Madafari, luterano, fu rilassato
in persona al braccio secolare nell&apos;Atto celebrato a 15 agosto 1563  in
Palermo nella piazza delli Bologni, e a 17 agosto fu esecuta la sentenza
in sua persona d&apos;aversi strozzato e brugiato nello Ciardone.
139.	Longonsols in Alemagna. David Chenich romito di Longonsols
in Alemagna, calvinista, giudeo e settatore di nuove sette, negava la reale
presenza di Cristo nell&apos;Eucaristia, la verginità di Maria, l&apos;adorazione dei
Santi, chiamava la Chiesa Romana empia e crudele, che doveano adorarsi
li morti luterani, che dovea venire il nuovo Messìa, negava la Confessione,
negava li Sacri Canoni e Concilii e l&apos;autorità del Papa, negava l&apos;Inferno
ed il Paradiso, le indulgenze, credeva alla setta di Lutero. Come ostinato
e pertinace fu nell&apos;Atto celebrato nella Chiesa di S. Domenico a 4 giugno
1617 rilassato in persona al braccio secolare.

&lt;b&gt;Relaxados de la letra F&lt;/b&gt;
140.	Calascibetta.  Francesco  Gio.  Forcare,  eretico che  negava che
Christo non calava nell&apos;ostia, le indulgenze, il Papa, lodava le cose di
Luterò ed altri errori, e perseverando nella sua ostinazione fu nell&apos;Atto
celebrato nella Bocceria vecchia nel 1576 rilassato in persona al braccio
secolare, e fu nello stesso giorno vivo brugiato allo Ciardone.
141.	Castrogiovanni. Francesco di Grimaldo, eretico giudaizante fuggitivo, fu per sentenza a 23 agosto 1527 rilassato in statua al braccio secolare.
142.	Castroreale. Francesco Bardaro alias Maiorana neofito fuggitivo
fu in statua rilassato al braccio secolare per sentenza a 23 agosto 1527.
143.               Marsala. Francesco Stabile, Giacomo Stabile e Salvatore Chirri, neofiti fuggitivi giudaizanti, furono per sentenza a 14 maggio 1521 rilassati in statua.
144.	Marsala. Francesco Balvo insieme con Perna figlia di Gio. Ant,
Balvo, Giacomo Balvo, figlio di Gio. Antonio, Gio. d&apos;Attini genero di
Gio. Ant. Balvo, Giacomo Barbera, Lucrezia Barbera moglie di Giacomo,
a 18 ottobre nella Cattedrale fu riconciliato, ma poi ricadendo nelli stessi
errori, per sentenza a 11 agosto 1513 come impenitente, fu rilassato in
persona, e fu letta la sua sentenza nel piano della marina a 29 settembre 1513.
145.	Paternò.  Ferdinando o Ferrantello di Moncada neofito giudaizante morto nello Spedale grande, fu nel 1541 rilassato in statua.
146.	Militello. Francesca Buccheri alias Cirneca, neofita giudaizante,
essendo stata rilassata in statua come assente fuggitiva a 30 settembre
1527, poi per sentenza a 14 luglio 1529 fu rilassata in persona.
147.	Palermo. Francesca di Balsamo avendo nel 1512 abiurato la setta
giudaica, poi ricaduta nelli stessi errori fu rilassata in persona al braccio
secolare e letta la sua sentenza a 29 settembre 1513 nella piazza della
Marina.
148.	Girgenti. Francesco Lo Porto, neofito fuggitivo, fu per sentenza
a 14 settembre 1525 rilassato in statua, eseguita a 29 settembre 1525,
nel piano della Marina; poi per sentenza lata a primo agosto 1526 fu
rilassato in persona.
149.	Siracusa. Francesco Gargana, confettiere di Siracusa, neofito giudaizante, fu per sentenza lata a 3 giugno 1519 rilassato in persona, e a 11 giugno 1519 fu letta nel piano della Marina.
150.	Messina. Francesco Zarzana, neofito giudaizante, fu per sentenza
lata a 22 giugno 1520, rilassato in persona.
151.	Cammarata.  Francesco Patella, ferraro, neofito giudaizante, relasso, fu per sentenza lata a primo agosto 1524 rilassato in persona al braccio secolare, e letta a 6 agosto 1524 nel piano della Marina.
152.	Girgenti. Francesca Lanzarotto, neofita fuggitiva, come assente
fu in statua rilassata nel piano della Marina a 8 luglio 1520, poi per altra
sentenza a 1° agosto 1526 fu rilassata in persona.
153.              Messina. Fr. Francesco Pagliarino dell&apos;Ordine di S. Francesco di Paola oriundo del Casale di Savoca, luterano, fu per sentenza lata a 21 maggio 1551 rilassato al braccio secolare in persona, e fu letta la sua sentenza nel piano della Loggia a 5 luglio 1551. Negava la confessione Sagramentale. Dicea che ogni cristiano era in grazia di Dio, che bastava la sola fede per giustificare il peccatore senza l&apos;opere. Negava il libero arbitrio. Fu dall&apos;Inquisitore vescovo di Patti degradato dall&apos;ordini.
154.	Trapani.   Francesco  Sala,  neofito  giudaizante,  recidivo,  fu per
sentenza a 7 agosto 1515 rilassato in persona al braccio secolare, e a
10 agosto 1515 nel piano della Marina letta la sua sentenza.
155.	Padova. Francesco Vicino, luterano, fu per sentenza a 13 maggio
1562 rilassato in persona insieme con Fr. Andrea Lanza di Buxemi, fu
letta la sua sentenza nella Bocceria vecchia a 8 giugno 1562.
156.	Messina.   Ferdinando  de  Acugna,   medico  di  Messina,   neofito
giudaizante, essendo stato per sentenza lata a 20 gennaio 1516 rilassato
in persona, ne&apos; moti popolari di Palermo se ne fuggì, e poi la sua statua
fu rilassata per sentenza a 21 giugno 1520.
157.	Messina. Federico de Amato rilassato in statua a 5 ottobre 1520.
158.	Messina. Francesco Musculino, neofito fuggitivo, fu per sentenza
a 6 maggio 1521 rilassato al braccio secolare.
159.	Catania. Ferdinando di Carlo, zappatore, come il detto fu per
sentenza a primo maggio 1538 rilassato in statua.
160.	S. Lucia. Fiore Galefi, neofita fuggitiva, fu per sentenza a 24
agosto 1527 rilassata in statua.
161.	Catania. Francesco Chirullo, neofito fuggitivo, fu per sentenza
a 2 agosto 1524 rilassato in statua.
162.	Girgenti. Francesca Russo, neofita fuggitiva, fu per sentenza a
7 giugno 1520 rilassata in statua.
163.	Militello. Francesco Lo Buccheri, neofito fuggitivo, fu per sentenza a 13 luglio 1529 rilassato in statua.
164.	Militello. Francesco Xernera, mirciero, neofito fuggitivo, fu per
sentenza a 19 settembre 1527 rilassato in statua.
165.	Girgenti. Francesco Lamatina, neofito fuggitivo, fu per sentenza
a 14 settembre 1525 rilassato in statua.
166.	Modica. Flore Ricotta, neofita fuggitiva, fu per sentenza a 14
agosto 1531 rilassata in statua.
167.	Licata.  Francesca Cali, neofita fuggitiva, fu per sentenza a 8
agosto 1526 rilassata in statua.
168.	Siracusa. Francesco Oliveri, neofito, recidivo, per sentenza a 30
maggio 1519 rilassato in persona, letta a 11 giugno 1519 nel piano della
Marina.
169.	Messina. Francesco Romano neofito, recidivo, fuggitivo, fu per
sentenza a 6 maggio 1521 rilassato in statua.
170.	Paterno. Francesca Zabateri, reconciliata nel 1515, poi fuggitiva,
fu rilassata in statua a 15 febbraro 1535, per sentenza.
171.	Nicosia. Francesco Villafranca, maestro di scola luterano, fu per
sentenza a 13 giugno 1582 rilassato in statua per assente.
172.	Taormina.  Preste Francesco Portofino,  arciprete  di  Taormina,
morto luterano, fu per sentenza a 3 settembre 1573 rilassato in statua,
e letta la sua sentenza nell&apos;Atto celebrato alla porta principale della Cattedrale di Palermo, domenica a 21 novembre 1574.
173.	Siracusa. Francesco Cachone, argentiero di Siragusa, dopo avere
abiurato per sentenza a 18 febbraio 1560, ricadde nelli stessi errori luterani, ed essendo fuggitivo, fu per sentenza a 13 luglio 1573 rilassato in statua. Fu letta la sentenza in Palermo a 15 agosto 1573 nella piazza delli Bologni e fu brugiata la detta statua allo Ciardone.
174.	Mineo.  Francesco Buccheri,  neofita giudaizante,  fuggitivo,  nel
tumulto di Palermo fu per sentenza a 21 giugno 1520 rilassato in statua.
175.	Mazara. Francesca di Napoli, neofita, giudaizante, fuggitiva nel
tumulto di Palermo, fu per sentenza lata a 22 giugno 1520 rilassata in
statua.
176.	Bronte.  Soro Francesca Spitaleri e Bonina, di Bronte, monaca
tertiaria di S. Francesco. Fingea santità ed eresie, illusa dal demonio fu
a 12 dicembre 1621 nel piano delli Bologni riconciliata, ma poi ritornata
alli stessi errori, e carcerata nelle carceri dell&apos;Orologio, uscì da una fissura
che dava lume al dammuso, e con un pezzo di corda mentre scendea si
precipitò, e morì nelli stessi errori; onde il cadavere fu sepolto in luogo
non sacro e nell&apos;Atto celebrato nel piano della Madre Chiesa a 9 settembre 1640 si fece comparire il suo cadavere impassito, vestito da monaca con abito e fu rilassato al braccio secolare.

&lt;b&gt;Relaxados de la letra G. n.1&lt;/b&gt;
177.	Bulterra. Geremia Falconcini bulterano, nello ducato di Firenze,
mezzano, abitatore di Messina, fuggitivo dal Tribunale alle carceri di esso
fu per sentenza a 6 luglio 1573 rilassato in statua, letta a 15 agosto 1573
nella piazza delli Bologni, e fu brugiato nello Ciardone. Egli era luterano.
178.	Mandanici. Girolamo Calabro, morto, per sentenza a 13 luglio
1573 fu rilassato in statua, fu letta a 15 agosto 1573 nella Piazza delli
Bologni e fu brugiato allo Ciardone, luterano.
179.	Messina. Girolamo Lo Campo e Maddalena Romano moglie, e
Minica, sogira, neofiti fuggitivi assenti, furono rilassati in statua, e letta
la sua sentenza nella Logia a 13 febbraro
180.	Polizzi. Gandolfo de Calacerdo, neofita giudaizante, fu per sentenza a 4 maggio 1521 ammesso a riconciliazione; poi ricadendo fu rilassato in persona, e letta la sua sentenza nel piano della Marina a 16 settembre 1526.
181.	Collesano. Grada moglie di Nicolo Golisano, neofita giudaizante
fu per sentenza lata a 13 agosto 1526 ammessa a riconciliazione; ed abiurò
a 16 settembre 1526 nel piano della Marina, poi ricaduta fu per sentenza
a 13 settembre 1527 rilassata in persona al braccio secolare, e letta la sua
sentenza a 30 settembre 1527 nel piano della Marina.
182.	Ragusa. Gabriele Spagnolo, sartore assente, neofita giudaizante,
fuggitivo, fu per sentenza lata a 10 dicembre 1530 rilassato in statua.
183.	Paternò. Guglielmo Gandararo, giornatere, morto neofita giudai
zante, fu per sentenza lata a 30 agosto 1527 rilassato in statua.
184.	Messina. Graziano D&apos;Amato, neofita giudaizante, fuggitivo, fu
per sentenza lata a 19 giugno 1529 rilassato in statua.
185.	Palermo. Fr. Herennio de Tripedibus, dell&apos;Ordine di S. Agostino,
nativo della terra di Maratea nel regno di Napoli, maestro di teologia, per
aver predicato molti errori luterani, fu ammesso a riconciliazione e letta
la sua sentenza nella chiesa di S. Pietro lo Palazzo a 21 dicembre 1529,
ma poi fuggendo e ricadendo nelli medesimi errori fu per sentenza lata
a 7 dicembre 1547 rilassato in statua, e fu letta la sua sentenza nella Cattedrale di Palermo a 22 dicembre 1547, ma poi venuto al Tribunale fu amesso a riconciliazione e degredato verbalmente e letta la sua sentenza nella Loggia a 13 febbraro 1547.
186.	Catania. Girolamo Cali assente, neofita giudaizante, fu per sentenza lata a 7 settembre 1525, rilassato in statua.
187.	Bivona. Gabriele Zabateri, fisico, medico, eretico giudaizante ed
ostinato, a 6 giugno 1511 nel piano della Marina fu letta la sua sentenza
di relassatione in persona.
188.	Girgenti. Gregorio S. Croce, eretico giudaizante, fuggitivo nei
tumulti di Palermo, per sentenza a 7 agosto 1522 fu rilassato in statua.
189.	Monreale. Giacomo Lanzarotto, da Monreale, come l&apos;antecedente
fu per sentenza a 7 agosto 1522 rilassato in statua.
190.	Mineo. Gradano Di Vitale, neofita assente, giudaizante, fu per
sentenza a 8 agosto 1526 rilassato in statua.
191.	Castrogiovanni.  Carità de Grimaldo, neofita, fuggitiva, giudaizante, fu per sentenza a 23 agosto 1527 rilassata in statua.
192.	Mineo. Guglielmo Manuele, bordonaro, neofita giudaizante, fuggitivo, fu per sentenza a 8 agosto 1526 rilassato in statua; poi nell&apos;atto celebrato nella Logia a 21 dicembre 1530 fu rilassato in persona.
193.               Naro. Guglielmo Geremia, cerdone, neofito giudaizante, fu per sentenza a 17 settembre 1513 rilassato in persona, e letta la sentenza nel piano della Marina a 27 settembre 1513.
194.	Marsala. Granusa La Serna, neofita giudaizante, fu per sentenza
a 20 luglio 1515 rilassata in persona al braccio secolare, letta nel piano
della Marina a primo agosto 1515.
195.	Palermo. Gerardo de Macri, neofito giudaizante, fu per sentenza
a 11 agosto 1513 rilassato in persona, e letta la sentenza a 29 dicembre
1513 nel piano della Marina.
196.	Castania. Gabriele Nava rilassato in statua a 12 marzo 1540.
197.	Piazza. Carità Palumbo rilassata in statua a 26 giugno 1520.
Relaxados de la letra G n. 2.
198.	Castroreale. Gabriele Chefalù, alias Candia, neofito giudaizante,
assente, fuggitivo nei tumulti di Palermo, fu per sentenza a 23 agosto 1527
rilassato in statua.
199.	Mineo. Gabriele de Nixito, neofita giudaizante, fuggitivo, fu per
sentenza a 24 agosto 1527 rilassato in statua.
200.	Modica. Girolamo Ricotta, neofito giudaizante, fuggitivo, fu per
sentenza a 14 agosto 1531 rilassato in statua.
201.	Taormina. Garita Taormina, neofita giudaizante, fuggitiva, fu per
sentenza a 8 agosto 1526 rilassata in statua.
202.	Palermo. Gabriele Politi, neofito giudaizante, per sentenza a 16
maggio 1511 fu rilassato in persona, e a 6 giugno 1511 nel piano della
Marina fu letta la sua sentenza.
203.	Orinela. Gabriele Garzìa, console de&apos; Biscayni, neofito giudaizante, recidivo, fu per sentenza letta a  11  luglio  1512  nel piano della marina rilassato in persona al braccio secolare.
204.	Palermo. Girolamo de Alesi, neofito giudaizante, recidivo, fu per
sentenza a 13 luglio 1529 rilassato in persona.
205.	Milazzo. Gabriel Compagno, neofita giudaizante, recidivo, fu per
sentenza a 11 luglio 1512 rilassato in persona.
206.	Feria. Girolamo Russo per sentenza a 27 giugno 1556 fu ammesso a riconciliazione e letta la sua sentenza a 28 ottobre 1556 nella Loggia; poi ricaduto, fu nell&apos;Atto celebrato nella bocceria a primo maggio 1558 rilassato in persona. Egli era luterano.
207.	Mandanici. Girolamo di Savoca, coffaro, neofito giudaizante, fuggitivo, fu per sentenza lata a primo maggio 1538 rilassato in statua.
208.	Noto. Girolamo Litrano, maestro di scola di grammatica, luterano fu, perché assente, fuggitivo, per sentenza lata a 16 settembre 1556 rilassato in statua.
209.	Mandanìci. Richiardo alias Fruxa, luterano, fu rilassato in persona nell&apos;atto celebrato nel piano della marina a 12 novembre 1564, e fu brugiato.
210.              Palermo. Guglielmo de Bausano, neofito, un tempo riconciliato, poi relasso, fu per sentenza lata a 11 agosto 1513, rilassato in persona, e letta la sua sentenza nel piano della marina a 29 settembre 1513.
211.	Caltagirone.   Girolamo  Malerba,  merciero,  neofito  giudaizante,
a 13 febbraro 1547 nella Loggia fu ammesso a riconciliazione, ma poi
ricadendo e fuggendo, fu per sentenza lata a 11 maggio 1549 rilassato
in statua.
212.	Siracusa. Garcia de Peri, neofita, fuggitiva nei tumulti, fu per
sentenza a 29 agosto 1527 rilassata in statua, e letta a 30 settembre 1527
nel piano della marina.
213.	Catania. Gabriele Tedesco, moro battezzato, schiavo del Prior
de Barletta Fr. d. Octavio Gioeni Gran Croce, naturale d&apos;Algeri, abiurò
domenica 16 ottobre 1630 nell&apos;Atto celebrato nel piano della Cattedrale,
poi ricaduto e pentito fu ammesso la seconda volta a riconciliazione nella
Chiesa di S. Domenico a 3 marzo 1633, poi ricadendo ed essendo ostinato
fu rilassato in persona nell&apos;Atto celebrato nella piazza della Chiesa Maggiore a 9 settembre 1640.

&lt;b&gt;Relaxados de la tetra I n.1&lt;/b&gt;
214.	Giuliana. Giulio de S. Michele, neofita, fuggitivo, assente, fu per
sentenza lata a 26 giugno 1520 rilassato in statua.
215.	Oviedo. Gio. d&apos;Arquello, spagnuolo, cristiano rinegato, fuggitivo
fu per sentenza a 8 agosto 1522 rilassato in statua.
216.	Palermo. Giuliano di Patti, cristiano rinegato, impenitente, fu
per sentenza a 15 luglio 1513 rilassato in persona, e letta la sentenza a
29 settembre 1513 nel piano della Marina.
217.	Palagonia.  Giacomo Viviacqua alias Consircello,  neofita fuggitivo in tempo del tumulto, fu per sentenza a 3 giugno 1519 rilassato in statua con il suo cadavere per esser morto, e letta la sua sentenza nel piano della Marina.
218.	Castanìa. Giacomo de Nava, Angelo de Nava, Salvo de Nava
e Gabriele de Nava ferrari, neofiti fuggitivi ed assenti, furono per sentenza
lata a 16 dicembre 1539 rilassati in statua.

(&lt;b&gt;continua&lt;/b&gt;)


</text_more></entry>
<entry id='1251' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1251' author_id='4' authored_on='20050307023225' basename='cronache_di_bassavilla_8' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050307023225' modified_on='20060201232641' ping_count='1' status='2' title='Cronache di Bassavilla 8' week_number='200510'><text>&lt;b&gt;THE FOG&lt;/b&gt;

di &lt;b&gt;Danilo Arona&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;RominaMondelloAldighieri.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/RominaMondelloAldighieri.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;172&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
Nell&apos;estate del &apos;95, quando il termine Padania non aveva ancora assunto nel collettivo immaginario italico la sua ben nota valenza politica, accadde che il regista Pupi Avati, invitato al Mystfest di Cattolica, designasse un particolare spezzone della sua filmografia come un concreto, funzionale esempio di gotico padano. Pupi, ovviamente, faceva riferimento ad alcuni, indimenticabili titoli quali &lt;i&gt;La casa dalle finestre che ridono&lt;/i&gt; (in primo luogo), &lt;i&gt;Le strelle nel fosso&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;Zeder&lt;/i&gt;, opere che per delimitazione ambientale e un forte radicamento nella realtà contadina del nord aprivano una via originale quanto autoctona al cinema di tensione.</text><text_more>Chissà quanto e se consapevole, in pratica Pupi innestò dieci anni fa uno di quei tormentoni critici molto parlati ma pochissimo approfonditi nei documenti ufficiali, almeno per quel che ne so io. Soprattutto perché, se ancora si continua a discutere dentro e fuori gli ambiti accademici su cosa sia esattamente il gotico, figuriamoci cosa può risultarne se c&apos;infiliamo a corollario il termine padano. Eppure la proposta di Pupi aveva senso. E un narratore quanto mai in tema come Eraldo Baldini lo avrebbe da lì a poco dimostrato con i suoi deliziosi racconti in chiave, appunto, gotico rurale. Se la cosa, però, finisse qui, altro non sarebbe che una delle tante bagattelle della critica, disancorate dalla realtà  come spesso capita per certe correnti letterarie  perché della realtà che ci circonda ne vogliono essere mimesi e interpretazione. A farla breve, il gotico padano come pura astrazione, quasi una moderna versione di un&apos;impossibile corrente fantasy che certa politica in camicia verde sogna di riscrivere tra le leggende di fondazione.
E&apos; ovvio che ignoro a cosa pensasse Pupi quando ne parlò al Mystfest, anche se un sospetto ce l&apos;ho. Però il Piemonte lo conosco bene. E, come qualcuno avrà capito, Bassavilla non è solo una città, ma è soprattutto i suoi dintorni. Allora, oltre la letteratura e la fiction, e oltre risaputi riferimenti (atmosfera, clima, clin-d&apos;oeil), sono pressoché certo che da queste parti, e di sicuro anche dalle parti di Avati e di Baldini (in Romagna), il gotico padano è concreto quanto l&apos;antico sudore del contadino e non si presenta come presuntuosa elucubrazione letteraria. 
Mi colpì nel &apos;97 una frase che captai in una puntata di una mediocre trasmissione di Italia 1, &lt;i&gt;Alex  Indagine su mondi segreti&lt;/i&gt;, che intendeva scimmiottare gli &lt;i&gt;X Files&lt;/i&gt; di Mulder &amp; Scully, senza mai sapere che direzione veramente prendere. Oscillando tra il reportage giornalistico e la finzione, una piacevole Romina Mondello degna di miglior cornice indagava sui misteri italiani con l&apos;ausilio di un enigmatico compare che le si manifestava solo per via informatica e i consigli telefonici di un bizzarro professore interessato alle scienze occulte (lampanti espedienti da budget risicato). La puntata in questione presentava Alex lanciata alla ricerca di un grande tempio di Satana che doveva trovarsi proprio nei paraggi di Bassavilla. Per pura cronaca, aggiungo che il sito in questione veniva poi identificato nella rinomata centrale nucleare di Trino Vercellese, le cui conseguenze sull&apos;ecosistema circostante sono ben più che sataniche. Ma arrivo al dunque. A un certo punto gli autori fanno dire alla Mondello, mentre passeggia per le colline del Monferrato, la seguente frase: Queste sono terre cupe e quasi disabitate, la cui solitudine è interrotta soltanto dai resti di qualche vecchia cascina e i cui rari passanti sussurrano con terrore nomi sinistri. E&apos; la fiction, direte voi. No, anche perché avevo letto qualche mese prima alcune interviste rilasciate dalla troupe mentre giravano, appunto, dalle parti di Trino, più o meno sul confine provinciale tra Vercelli e Bassavilla. Loro, metropolitani milanesi e/o romani francamente non ricordo, andandosene a zonzo per queste pianure e colline (che sempre più attraggono i tedeschi, ma il termine Goto indica un antico ceppo germanico...), si sentivano proiettati in qualche preambolo in stile Hammer. 
Avete presente quando Jonathan Harker entra in una taverna transilvanica e chiede agli astanti del castello di Dracula? Così, e sui giornali se ne lamentavano. Mai visto un pezzo d&apos;Italia dove sembra di essere veramente in un film horror. Okay, anche se ci sarebbe da aggiungere che, da queste parti, non conoscono rivali sulla presa per i fondelli del prossimo. Però, sostanzialmente, la sensazione del forestiero è verità. E ricordo che, addirittura, verso il finale, gli autori tiravano in ballo il pensiero laterale di Edward L. Bono che  semplificando di molto  attesta che non tutto ciò che si vede è come ci si aspetta di vederlo. Così il Piemonte, così Bassavilla. Di sicuro così somigliante alla Romagna: quelle nebbie, quelle storie, quella che Avati battezzò dieci anni fa come sindrome della luce e del silenzio (la pianura che fa paura, la follia, le antiche favole che si fondono con la cronaca).
Sto girando a vuoto? Non proprio, sto girando a spirale. E del resto la paura, quella almeno che c&apos;interessa, è sempre un preambolo in levare. Ma Bassavilla  che vuol essere anche una presuntuosa sintesi di tante altre città gemelle di provincia sparse per lo stivale  si offre come dimostrazione tangibile che le paure della cosiddetta finzione letteraria non sono il parto fantastico di autori più o meno geniali. Paure che sono vita, ne più né meno, in grado di fecondare e nutrire l&apos;unica corrente genuinamente &lt;i&gt;realistica&lt;/i&gt; di cui disponiamo. Ah, Bassavilla e dintorni, naturalmente. &lt;i&gt;Soprattutto&lt;/i&gt; i dintorni.
Ve ne fornirò degli esempi. Alcuni ve li ho già forniti, se avete letto bene fra le righe delle sette puntate precedenti (Nadia al Luna Park è un modello esemplare e terribile come lo è quel &lt;i&gt;The Ring&lt;/i&gt; in Val Cerrina). Ne arriveranno degli altri. Forse serviranno a cambiare qualche punto di vista, di quelli accademici e scontati. Nel frattempo vi lascio con un altro frammento sul marchio della città teorizzato da Ben Hecht, quando scrive che le città di pianura, vicine all&apos;acqua, spesso avvolte nella nebbia, sono incomprensibili, e il primo indizio del fatto che ti trovi in una di queste città è proprio il non capire dove ti trovi. 
Qui abbiamo due fiumi, l&apos;uno ci taglia in mezzo e l&apos;altro ci lambisce di lato. La nebbia, a volte, entra in centro, e non vedi il palazzo di fronte. Se fa buio, alla luce occasionale dei fanali, profili e volti emergono dal nulla. Qui spesso sono le rappresentazioni mentali e le costruzioni dell&apos;immaginario a determinare i comportamenti sociali. Qui il reale può allora configurarsi come prodotto del fantastico. Qui, e nei dintorni.


</text_more></entry>
<entry id='1252' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1252' author_id='4' authored_on='20050307050844' basename='il_registro_dellinquisizione_s' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050307050844' modified_on='20050307051537' ping_count='1' status='2' title='IL REGISTRO DELL&apos;INQUISIZIONE SICILIANA, 1487-1732. Parte 3 di 4' week_number='200510'><text>&lt;img alt=&quot;BreveInformatione.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/BreveInformatione.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;170&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
&lt;i&gt;Premessa. Rilassati sono i condannati rilasciati, cioè consegnati, al braccio secolare, vale a dire alla giustizia civile per lesecuzione della sentenza pronunciata dagli inquisitori. Rilassati in statua vuole dire bruciati in effigie. Rilassati in persona significa bruciati vivi. I morti rilassati erano quegli accusati già deceduti di cui si riesumavano le salme per bruciarle. Rilassi (relapsi) erano gli accusati che avevano abiurato ed erano poi ricaduti nellerrore: il più delle volte, ebrei (e in misura minore protestanti o maomettani) costretti alla conversione al cattolicesimo, che seguitavano in segreto a seguire i precetti della loro fede.&lt;/i&gt;

219.	Caltanissetta.  Gio.  Guglielmo Li Chiavi,  neofito  fuggitivo  nei
tumulti, fu per sentenza lata a 21 giugno 1520 rilassato in statua.
220.	Bretagne. Giovanni Maglart, cristiano renegato, fu per sentenza
lata a 30 settembre 1527...
221.	Rodi. Gio. de Ferro, cristiano renegato, fu per sentenza a 26 settembre 1522 rilassato in statua come assente.
222.	S. Florensa in Corsica. Giacomo Morso, cristiano renegato, fu
per sentenza a 26 settembre 1527 rilassato in statua come assente.
223.	Palermo. Gio. Vincenzo de Piazza, moro battezzato e rinegato,
fu per sentenza lata a 14 luglio 1529 rilassato in persona.</text><text_more>224.	Castroreale. Gio. Paolo Fava, neofito giudaizante, assente, fu per
sentenza lata a 23 agosto 1527 rilassato in statua.
225.	Catania. Gio. Mansone, morto nelle carceri neofito giudaizante,
fu per sentenza lata a 27 luglio 1524 rilassato in statua al braccio secolare,
e a 6 agosto 1524 letta la sentenza nel piano della Marina.
226.	Castroreale. Giuseppe Lo Bianco, neofita fuggitivo, fu per sentenza a 7 luglio 1531 rilassato in statua.
227.	Siracusa. Ingutterra de Incardines, maniscalco, neofito fuggitivo
nei tumulti, per sentenza a 24 agosto 1527 fu rilassato in statua.
228.	Mineo. Gio. di Parisi alias lu rabi un tempo riconciliato, fu per
sentenza lata a 6 maggio 1533 rilassato in persona.
229.	Palermo. Ioannella Crispo, morta neofita giudaizante, fu per sentenza a 6 luglio 1512 rilassata in statua, letta nel piano della marina a 11 luglio 1512.
230.	Modica. Giovanna Guagliazzo, neofita, fuggitiva, fu per sentenza
lata a 14 agosto 1531 rilassata in statua.
231.	Girgenti. Giovanni Maniavillano, neofita, fuggitivo, fu per sentenza lata a 29 luglio 1524 rilassato in statua.
232.	Termini. Giambattista Ferrano, neofito, giudaizante, fu per sentenza a 17 settembre 1513, rilassato in persona.
233.	Ragusa.  Gio. Bernentano, neofita giudaizante, recidivo, fu per
sentenza a 7 novembre 1530 rilassato in persona.
234.	Catania. Giacomo Speciale, neofita assente, fu per sentenza a
24 agosto 1557 rilassato in statua.
235.	Marsala. Gio. Antonio Tudisco, neofito, giudaizante, fu per sentenza a 8 giugno 1512 rilassato in persona, e a 11 luglio 1512 nel piano della marina letta la sentenza.
236.              Palermo. Giambattista Malezinda, moro battezzato, barbiero, rilassato in persona a 21 dicembre 1528 per sentenza. 
237.              Messina. Gio. Pidoto indoratore, neofito, fuggitivo nei tumulti, per sentenza a 27 settembre 1525 rilassato in statua.
238.	Messina.   Gio.  Ventuni  neofito,  giudaizante,  fuggitivo,  fu  per 
sentenza lata a 25 settembre 1525 rilassato in statua.
239.	Mineo. Gio. Russo, neofito, giudaizante, fu per sentenza a 10
maggio 1532 rilassato in persona.
240.	Iaci. Gio. Mella, merciero, neofito, morto, fu per sentenza a
8  agosto  1526 rilassato in statua al braccio secolare insieme col suo
cadavere.
241.	Mandanici. Giacomo Pellizeri luterano, per sentenza a 27 giugno 1551 fu ammesso a reconciliazione, e fu letta la sua sentenza nella Loggia di Palermo a 5 luglio 1551, poi relasso, per sentenza a 25 ottobre 1564 fu rilassato in persona, e letta la sua sentenza nella piazza della marina a 12 novembre 1564, e fu brugiato.
242.	Palermo. Gio. de Elefante, neofito, fu per sentenza come ostinato a 3 giugno 1512 rilassato in persona, letta la sentenza a 11 luglio 1512 nella piazza della marina.
243.	Mazara. Gio. Oliveri, medico, insieme con Angelo Palumba di
Palermo, Andrea Turturici, maestro Benedetto, Michele mezano, Beatrice
sua soro, Diana Bactiata di Messina, neofiti assenti, furono per sentenza
a 9 agosto 1515... e fu letta nel piano della marina a 10 agosto 1515.
244.	Girgenti. Giorlando la Sala mercatore, neofito, morto nelle carceri, fu per sentenza a 29 settembre 1527 rilassato in statua.
245.	Mineo. Giacoma Biancolilla, neofita giudaizante, fu per sentenza
a 18 agosto 1531 rilassata in persona.
246.	Taormina. Giacomo Taormina, neofito assente, fu per sentenza
a 8 agosto 1526 rilassato in statua.

&lt;b&gt;Relaxados de la letra I n. 2&lt;/b&gt;
247.	Mineo. Giacomo Ferranti, neofito olim riconciliato, poi ricaduto,
fu per sentenza a 7 maggio 1533 rilassato in persona.
248.	Messina.   Iacobello  Campagna,  merciero,  neofito  fuggitivo  nei
tumulti, fu per sentenza a 28 luglio 1524 rilassato in statua. Giacobella,
sua moglie, della stessa maniera per sentenza a 27 luglio 1524 fu rilassata
in statua.
249.	Mazzara. Giacoma di Greco, cristiana nata, passò ai riti giudaichi,
fu per sentenza a 21 giugno 1520 rilassata in persona, e letta la sua sentenza a 8 luglio 1520 nel piano della Marina.
250.	Marsala. Giacoma Barbara, neofita fuggitiva, e presa, fu poi per
sentenza a 11 agosto 1513 rilassata in persona, e a 26 settembre 1513 nel piano della Marina letta la sua sentenza.
251.	Modica. Giovanni Guagliazo, ferraro, neofito, fuggitivo, fu per
sentenza a 10 dicembre 1530 rilassato in statua.
252.	Girgenti. Giovannotto Xarat, ferraro, neofito, fuggitivo ed assente, fu per sentenza a 27 giugno 1520 rilassato in statua.
253.	Palermo. Giovanni Santiglia, neofito, olim riconciliato, poi ricaduto, fu per sentenza come impenitente a  16 luglio  1513  rilassato in persona, e letta a 29 settembre 1513 nel piano della Marina.
254.	... Gio. Andrea Rosso, merciero, neofito, assente, fuggitivo, fu
per sentenza a 27 luglio 1524 rilassato in statua, letta a 6 agosto 1524
nel piano della Marina insieme con Giacobello Campagna, Giovannella
sua moglie, Francesco Chirullo ed Antonia sua moglie, Rosa de Acugna,
Gio. Massavillano, Angelo Criscimanno, Pietro la Mendola ed Angela
sua moglie.
255.	Marsala. Gio. de Atune, neofito, prima riconciliato per sentenza
a 24 settembre 1512, poi fuggitivo, fu per sentenza a 17 aprile 1532 rilassato in statua.
256.	Mineo. Gio. Giuseppe Biancolilla, neofito, fuggitivo, fu per sentenza a 14 luglio 1531 rilassato in statua.
257.	Mineo. Giacomo de Gurrerio, neofito, fuggitivo, per sentenza a
15 febbraro 1535 fu rilassato in statua.
258.	Palermo. Gio. Nicolo di Costanzo, neofito, olim reconciliato nel
1514, poi relasso, fu nell&apos;atto celebrato nel piano... a 11 giugno 1519
rilassato in persona.
259.	Vizzini. D. Giuseppe La Quinta  sacerdote secolare,  luterano,
assente fu per sentenza a 21 maggio 1551 rilassato in statua insieme con
D. Pietro Giangrosso sacerdote e Antonino Lo Astuto assenti, fu letta
nella piazza della Loggia a 5 luglio 1551.
260.	Catania. Giacobello Stabile, morto, neofito giudaizante, fu per
sentenza a 11 gennaio 1529 rilassato in statua.
261.	Palermo. Isabella La Muta, neofita giudaizante, recidiva, fu per
sentenza a 2 giugno 1511 ammessa a riconciliazione, poi ricaduta, fu per
sentenza lata a 16 settembre 1513, rilassata in persona, letta a 29 settembre 1513 nella piazza della Marina.
262.	Maurojanni. Preste Iannello Scolaro fu rilassato e letta la sua
sentenza nel piano della Marina a 12 novembre 1564, e fu degradato in
forma e fu brugiato. Prima fu riconciliato nell&apos;Atto celebrato nella Bocceria vecchia a 18 febbraro 1560 e condannato in galera.
263.	Girgenti. Isabella Lamatina, neofita giudaizante, fu per sentenza
a 16 luglio 1513 rilassata in persona, e letta a 29 settembre 1513 nel
piano della Marina.
264.	Castroreale. Gio. Cefalù, alias Candia, neofito giudaizante, assente, fu per sentenza a 23 agosto 1527 rilassato in statua.
265.	Siracusa. Preste Gio. Giacomo Petrone abiurò nella piazza della
Loggia a 8 giugno 1553, poi ricaduto, fu nella detta piazza della Loggia
a 18 ottobre 1556 rilassato in persona, degradato, e fu sospeso e brugiato.
Era luterano.
266.	Noto. Giovanni de Giluto, luterano, fu ammesso a riconciliazione
per sentenza a 10 novembre 1559. Poi ricaduto, per sentenza a 5 maggio 1561 fu rilassato in persona.
267.	Mineo. Mastro Gio. Casacho, corbisere, neofito, morto giudaizante, per sentenza a 9 agosto 1522 fu rilassato in statua.
268.	Mineo. Giacomo Mamiuni alias Luciano, neofito, morto, fu per
sentenza a 9 agosto 1522 rilassato in statua.
269.	Piazza. Giacomo de Amorello, neofito, morto, fu per sentenza
a 9 agosto 1522 rilassato in statua.
270.	Castroreale. Giacomo Bucchere, neofito, morto, fu per sentenza
a 9 agosto 1522 rilassato in statua.
271.	Messina. Gio. Domenico Brigandi, V. J. D. olim riconciliato, poi
fuggitivo, fu per sentenza a 11 maggio 1549 rilassato in statua, letta a
19 maggio 1549 nel piano della Loggia insieme colle statue di Girolamo
Malerba, Preste Pietro di Granata.
272.	Catania. Isabella di Cali, neofita, fuggitiva, assente, fu per sentenza a 7 settembre 1525, rilassata in statua.

&lt;b&gt;Relaxados de la letra I n3&lt;/b&gt;
273.	Mineo. Giovannello Ferranti, neofito giudaizante, fu per sentenza
a 3 novembre 1530 rilassato in persona.
274.	Messina. Gio. Francesco Schillaci, barbiere di Messina, luterano,
morto, fu per sentenza a 23 luglio 1568 rilassato in statua.
275.	Drones. Giacomo Borrello, piemontese, eresiarca pertinace, ve
nuto da Ginevra a predicare la setta luterana, fu letta la sua sentenza
nella piazza della Bocceria vecchia a 18 febbraro 1560 e fu brugiato allo
Ciardone.
276.	Sciacca. Gio. de Leofante, bocciere, neofita giudaizante, fu per
sentenza lata a 3 marzo 1513 rilassato in persona, letta a 29 settembre
1513 nella piazza della Marina.
277.	Mazzara. Gio. di Leo, neofita giudaizante, fuggitivo fu per sentenza a 10 maggio 1521 rilassato in statua.
278.	Messina. Giacobello Staiti, neofita giudaizante, fu per sentenza
a 2 giugno 1512 rilassato in persona.
279.	Milazzo. Giuliano Mercheri, neofita fuggitivo nel tumulto, fu per
sentenza lata a 9 agosto 1522 rilassato in statua.
280.	Catania. Gio. Antonio Venturino, neofita giudaizante e fuggitivo
fu per sentenza a 24 agosto 1527 rilassato in statua.
281.	Piazza. Gio. Filippo Criscimanno, neofita giudaizante, morto, fu
per sentenza a 7 settembre 1525 rilassato in statua.
282.	Piazza. Giuliano Criscimanno, neofita giudaizante, fuggitivo, fu
per sentenza a 8 agosto 1522 rilassato in statua.
283.	Girgenti. Giovanni Lo Carretto, schiavo di D. Fiderico Lo Carretto, moro battezzato, ritornato alla sua setta e morto nello Spedale, fu la sua sentenza letta a i° giugno 1572 nel piano delli Bologni, e la sua statua brugiata allo Ciardone.
284.	Palermo. D. Iacobo Cortes nativo de Tropea, sacerdote di messa,
cappellano della chiesa di S. Giovanni alla porta di Carini di Palermo,
avendo abiurato la setta luterana in Napoli a 6 gennaro 1558 e riconciliato alla S. Sede, poi venne in Palermo e fatto cappellano della detta chiesa, ricaduto nelli stessi errori, fu per sentenza letta a primo giugno 1572  rilassato in persona nella Piazza Bologna, giorno  della Trinità, e dopo d&apos;essere affogato, fu il suo corpo brugiato allo Ciardone.
285.	Messina. Isabella Lu Janco, neofita, fuggitiva, fu per sentenza
a 22 giugno 1520 rilassata in statua.
286.	Modica. Giovanni di Polino, neofita giudaizante, fu letta la sua
sentenza di rilassazione nella Sala Magna del regio palazzo a 13 ottobre
1532 e fu rilassato in persona.
287.	Asaro.  Gio. Guglielmo Cochina, neofita giudaizante, fuggitivo,
fu per sentenza a 7 agosto 1522 rilassato in statua.
288.	Modica. Giacomo Iurato, trappitaro, neofita giudaizante, fu per
sentenza a 3 luglio 1529 rilassato in persona.
289.	Mandanici. Io. Battista Impellizzeri, luterano, heresiarca fuggitivo, fu per sentenza lata a 28 novembre 1547 rilassato in statua, e letta la sua sentenza nella Chiesa Cattedrale a 22 dicembre 1547; ma poi per sentenza lata a 8 marzo 1553 fu rilassato in persona, e letta la sua sentenza nella Loggia a 18 giugno 1553.
290.	Mineo.  Giacomo Gurreri, neofito  giudaizante, fu per  sentenza
a 11 maggio 1532 rilassato in persona.
291.	Castiglione. Giovanello d&apos;Amato,  neofito  giudaizante,  fuggitivo
nei tumulti di Palermo, fu in statua rilassato e letta la sua sentenza nel
piano della Marina a 9 giugno 1521, poi preso per il S. Officio fu per
sentenza lata a 17 luglio 1524 rilassato in persona, letta a 6 agosto 1524
nel piano della Marina.
292.	Messina.  Gio. Antonio Santiglia, ferraro,  neofito,  giudaizante,
fuggitivo nei tumulti, fu per sentenza lata a 22 giugno 1520 rilassato
in statua.
293.	Trapani. Gio. Pietro, moro battezzato, perché tentò ritornare alla
setta maomettana, fu preso in fuga, e nel piano della marina a 29 settembre 1525 letta la sua sentenza della rilassazione in persona.
294.	Mineo. Gio. Statella, defunto, neofito giudaizante, fu per sen
tenza a 21 giugno 1520 rilassato in statua, insieme colla statua di Giovannella di Parisio defunta.
295.	Piazza. Gio. Matteo Palumbo, neofito, fuggitivo nel tumulto, fu
per sentenza a 26 giugno 1520 rilassato in statua.
296.	Piazza. Gio. Filippo Palumbo, neofita fuggitivo, come sopra, fu
per sentenza a 26 giugno 1520 rilassato in statua.
297.	Piazza. Garita Palumbo madre di Matteo e Giovanni, neofita,
fuggitiva, fu per sentenza a 26 giugno 1520 rilassata in statua.
298.	Trapani. Gio. Vicini, neofita giudaizante, fu per sentenza a 8
agosto 1513 rilassato in persona, come impenitente e relasso, fu letta a
29 settembre 1513 nella piazza della Marina.
299.	Lercara.  Giacomo Achiti, bannito cristiano per aver impedito
insieme con altri fuggitivi il libero esercizio del S. Officio et ammazzato
a Giovanni de Landeras ministro del S. Officio e capitano, fu per sentenza
lata nel Castello a 21 maggio 1549 rilassato in persona e letta la sua sentenza nella piazza della Loggia a 19 maggio 1549.
300.	Girgenti. Gio. de Accolla, neofita giudaizante, fuggitivo, fu per
sentenza lata a 7 luglio 1529 rilassato in statua.

&lt;b&gt;Relaxados de la letra I n. 4&lt;/b&gt;
301.	Messina. Preste Gio. Pietro Giardina, luterano, un tempo riconciliato e poi ricaduto e fuggitivo, fu rilassato in statua e letta la sua sentenza nel piano della Madrice di Palermo a 21 novembre 1574, e fu brugiata nello Ciardone.
302.	Termini. Giacomo Siciliano, maestro d&apos;ascia, neofito giudaizante,
fu per sentenza lata a 25 giugno 1520 rilassato in persona, e letta la
sentenza nel piano della Marina a 8 luglio 1520.
303.	Sciacca. Giacomo de Perdio, ferraro, neofita giudaizante, fu per
sentenza a 30 ottobre 1534 rilassato in persona.
304.	Modica. Giacomo Guagliazzo, ferraro, neofito giudaizante, fuggitivo, fu per sentenza a 14 agosto 1631 rilassato in statua.
305.	Condrò. Gio. Paolo de Amico e Giacomo di Noto, morti neofiti
giudaizanti, furono per sentenza a 10 maggio 1521 rilassati in statua.
306.	Mineo. Gio. Bernardo di Marino, merciero, neofito, fuggitivo,
giudaizante, fu per sentenza a 13 maggio 1521 rilassato in statua.
307.	Messina. Giovanni de Toledo, neofito giudaizante, fu per sen
tenza a 19 marzo 1511 rilassato in persona, e letta a 6 giugno 1511 nel
piano della Marina.
308.	Trapani. Giambattista Farna, neofito giudaizante, morto, fu per
sentenza a 25 settembre 1525 rilassato in statua.
309.	Girgenti. Fr. Giorlando de Andrea, dell&apos;ordine di S. Francesco,
neofito giudaizante, fu ammesso a riconciliazione in aula Secreti S. Officii
a 27 marzo 1540, e consegnato ai suoi padri; ma poi fuggendosene e ricadendo negli stessi errori, fu per sentenza a 7 agosto 1543 rilassato in statua e letta a 21 ottobre 1543 nella chiesa della Confraternità della Pinta.
310.	Mineo. Gio. de Nichito, neofito giudaizante, fu per sentenza a
7 maggio 1533 rilassato in persona.
311.	Messina. Preste Giambattista Gotto, un tempo monaco di S. Basilio, luterano fuggitivo, fu per sentenza a 6 luglio  1573  rilassato in statua, letta nella piazza delli Bologni a 15 agosto 1573, e fu bruciato allo Ciardone.
312.	Naro. Isabella de Andrea, neofita giudaizante, fu per sentenza
a 16 settembre 1513, rilassata in persona, letta la sentenza a 29 settembre 1531 nella piazza della Marina.
313.	Palermo. Gio. Crispo, neofito, mezano, abitante di Palermo, giudaizante, fu per sentenza a 17 maggio 1511 rilassato in persona, e letta a 6 giugno 1511 nel piano della marina.
314.	Palermo. Gio. Pietro Cipolla, cristiano renegato, fu ammesso a
riconciliazione a 30 marzo 1568 nel piano della Marina, poi ricaduto, fu
per sentenza a ultimo agosto 1571, rilassato in persona, letta a 15 agosto 1573 nel piano delli Bologni, fu afforcato e brugiato allo Ciardone.
315.	Messina. Fr. Gio. Pietro Perrone dell&apos;ordine di S. Agostino, luterano, morto, fu per sentenza a 1° luglio 1573 rilassato in statua, letta a 21 novembre 1574, e fu brugiato allo Ciardone.
316.	Trento. Giacomo Reys, nativo di Trento, Thomas Quifart, Gio.
Matteo de Augusta, Giuliano de Anversa, Cristoforo Prouhanzano tudesco, luterani, furono ammessi a riconciliazione a 26 giugno 1569, poi fuggendosene, fu per sentenza a 13 luglio 1573 rilassato in statua.
317.	Aragona. Ioan. Simon Franchano, Lombardo, luterano, fu per
sentenza a 3 luglio 1585 rilassato in persona, letta a 1° maggio 1586 nella
piazza delli Bologni.
318.	Caltagirone. Gio. Cappello, merciero, neofito morto, fu per sentenza a 9 agosto 1522 rilassato in statua.
319.	Girgenti. Gio. Tommaso Russo, neofito fuggitivo,  giudaizante,
morto, fu per sentenza a 8 agosto 1522 rilassato in statua.
320.	Bivona. Gio. Antonio de Alagona, neofito giudaizante, morto, fu
per sentenza a 8 agosto 1522 rilassato in statua.
321.	Isolabella. Giacomo Bruno, Preste Piamontese, luterano, fu ammesso a riconciliazione a 11 settembre 1589 nella Sala del Secreto, e poi nella piazza delli Bologni a 18 ottobre 1589. Abiurò pubblicamente e fu condannato in galera, essendo in galera inviò uno scritto, nel quale con fessava tenere tutti gli errori di Luterò e l&apos;abiura l&apos;avea fatto per timore, ed era pronto a metter la vita per quelli, onde preso dal S. Officio ed esaminata la sua causa, si lesse la sua sentenza di rilassazione nella Piazza Bologna a 28 ottobre 1591.
322.	Ragusa. Giacomo de Amato, neofito, fuggitivo, giudaizante, fu
per sentenza, a 10 dicembre 1530 rilassato in statua.
323.	Giuliana. Maestro Giacomo Siracusa, neofito, un tempo riconciliato, poi ricaduto fu per sentenza a 15 novembre 1514 rilassato in persona, e letta a 10 agosto 1515 nel piano della Marina.
324.	Palermo. Fr. Giambattista Vinci, dell&apos;ordine di S. Francesco, minore conventuale, luterano, fu per sentenza a 9 febbraro 1547 ammesso a riconciliazione, e nel piano della Loggia abiurò a 13 febbraro 1547, e poi fuggendo, ricaduto nelli stessi errori fu per sentenza a 29 aprile 1552 rilassato in statua, letta nel piano della Loggia a 18 giugno 1553.
325.	Polizzi. Maestro Giovanni de Politi, fabbro, e Perna de Politii
moglie di maestro Benedetto, morti neofiti giudaizanti, furono per sentenza
a ultimo maggio 1519 rilassati in statua.
326.	Mìneo. Gio. de Parisi, neofito giudaizante, morto, fu per sentenza
a 11 maggio 1532 rilassato in statua.
327.	Siracusa. Giacomo Traper, neofito giudaizante, fuggitivo, fu in
statua rilassato a 22 febbraro 1591.
328.              Francia. Giambattista Vernon, alchimista, fu ammesso a riconciliazione nella Chiesa di S. Domenico a 3 marzo 1630, fu rilassato in persona al braccio secolare, domenica 9 di settembre 1641 nel piano della Cattedrale.

&lt;b&gt;Relaxados de la letra L n. 1&lt;/b&gt;
329.	Vicari. Leonora moglie di Gio. Carlo de Girgenti, relaxada en
statua con il detto a 29 settembre 1512. Estan estos processos iuntamente
con el de Antonino Gatto de Vicari en la lettera A, n. 3.
330.	Palermo.  Laura Palumbo, neofita giudaizante, relassa, fu letta
la sua sentenza di rilassazione in persona a 6 giugno  1511  nel piano
della Marina.
331.	Palermo.   Leonora  de Balsamo,  accusata  da Diego  de  Bonella
inquisitore fiscale a 28 settembre 1503, fu per sentenza a 9 agosto 1513
come neofita giudaizante rilassata in persona, letta a 29 settembre 1513
alla Marina.
332.	Castrogiovanni. Lucrezia la Scaletta, neofita, fuggitiva, per sentenza a 11 gennaio 1529 relassata in statua.
333.	Caltagirone. Leonardo Lo Porto, morto, neofito, giudaizante, fu
per sentenza a 9 agosto 1522 rilassato in statua.
334.	Ragusa. Maestro Lorenzo Cappello, muratore, neofito, fuggitivo,
fu per sentenza a 9 agosto 1531 rilassato in statua.
335.	Xaca. Leonardo Grego olim reconciliato, per avere occiso il nuncio del S. Officio e commessi altri delitti, fu per sentenza a 3 luglio 1526 come impenitente rilassato al braccio secolare, letta la sua sentenza in Sacro Regio Palatio a 4 luglio 1526.
336.	Palermo. Lucia Cimatore, neofita giudaizante, fu nel 1511 a 6
giugno condannata a carcere perpetuo, abiurando; poi ricaduta fu per
sentenza a 30 luglio 1513 rilassata in persona, letta a 29 settembre 1513
nel piano della Marina.
337.	Girgenti. Lanzarotto Russo, morto, neofito giudaizante, fu per
sentenza a 27 giugno 1520 rilassato in statua.
338.	Palermo.  Lucretia di Magri, neofita, reconciliata a 18  ottobre
nella Chiesa Palermitana, fu per sentenza a 16 settembre 1513 rilassata
in persona, letta a 29 settembre 1513 nel piano della Marina.
339.	Spagna. Fra Luigi de Castro, eremita, luterano, assente, che andava insegnando la setta luterana, fu per sentenza a 14 febbraro 1558 rilassato in statua, letta nella piazza della Bocceria vecchia a 1° maggio 1558.
340.	Catania. Leonora Manzuni, neofita, giudaizante, fu per sentenza
a 27 luglio 1524 rilassata in persona, letta nel piano della Marina a 6
agosto 1524.
341.	S. Lucia. Leone La Gana, cirurgico, luterano, abitante di Messina, morto, fu per sentenza lata a 11 agosto 1573 rilassato in statua, letta a 15 agosto 1573 nella piazza delli Bologni.

&lt;b&gt;Relaxados de la letra M n. 1&lt;/b&gt;
342.	Mandanici. Preste Minico Santoro, luterano fu per sentenza a
9 aprile 1563 rilassato al braccio secolare in persona, fu letta nella piazza
della Bocceria vecchia a 13 aprile 1563, fu degradato in forma juris, fu
strozzato e poi brugiato. Prima avea abiurato nella piazza della Loggia
a 13 febbraro 1547.
343.	Noto. Michele Giovanni Carobeni, abiurò de levi a 10 maggio
1558 nella Bocceria vecchia, poi caduto nelli stessi errori ed ostinato, fu
nella Chiesa della Magione letta la sentenza a 13 gennaro 1566, rilassato
in persona per essere luterano.
344.	S. Marco. Matteo La Carrubba, neofito, giudaizante, fu per sentenza a 11 agosto 1513 ammesso a riconciliazione ed abiurò nella Cattedrale Chiesa a 24 agosto 1513, poi nella detta terra di S. Marco ammazzando ad Agostino Urbina capitano del S. Officio e fuggendosene, fu per sentenza a 2 marzo 1551 rilassato in statua, letta nella piazza della Loggia a 5 luglio 1551.
345.	Bagnara. Marco Filippo de la Bagnara, testimonio falso in danno
di un religioso, che con altri testimoni depose contro il sudetto, fu rilassato in persona, e letta la sua sentenza nella Bocceria vecchia a 13 aprile 1563, e fu brugiato. Uscì a questo spettacolo insieme con Marco Antonio di Bella, Gio. Vincenzo Campagna, Pietro Paolo Catania, Paolo Ingoto, li quali per non esser principali furono condannati in galera.
346.	Messina. Margaritella di Balsamo, neofita, giudaizante, recidiva,
fu per sentenza a 22 settembre 1511, rilassata in persona, e letta a 11
luglio 1512 nella piazza della Marina.
347.	Piazza. Michele Palumbo, neofita, morto, fu per sentenza a 26
giugno 1520 rilassato in statua.
348.	Polizzi. Marco Termini, ferraro, neofita, giudaizante, recidivo fu
per sentenza a 23 dicembre 1513 rilassato in persona, letta la sentenza
a 10 agosto 1513 nel piano della Marina.
349.	S. Lucia. Marquesia Stagno, neofita, fuggitiva, fu per sentenza
a 6 maggio 1521 rilassata in statua.

(&lt;b&gt;continua&lt;/b&gt;)


</text_more></entry>
<entry id='1253' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1253' author_id='4' authored_on='20050308040042' basename='ipazia_tra_simboli_e_gabbie' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050308040042' modified_on='20050308041151' ping_count='1' status='2' title='IPAZIA, tra simboli e gabbie' week_number='200510'><text>&lt;i&gt;Spunti di riflessione dal romanzo di Adriano Petta e Antonino Colavito&lt;/i&gt;, Ipazia, scienziata alessandrina. 8 marzo 415 d.C., &lt;i&gt;Lampi di Stampa, Milano, 2004, pp. 290,  15,00&lt;/i&gt;

di &lt;b&gt;Serenella Bischi&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Ipazia.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Ipazia.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;174&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
Nella sua introduzione al &lt;i&gt;Libro di Ipazia&lt;/i&gt;, scritto alla fine degli anni 70, Mario Luzi, illustrando al lettore la strana genesi e le motivazioni del dramma, si interroga sulla potenza dei nomi:

&lt;i&gt;Nomi numinosi, che lasciano passare una quantità di vita che oltrepassa le persone che li incarnano e li fecero ricordare, nomi-mantra che emettono messaggi ed avvisi, nomi nei quali è compresa una forza di significazione che attende il suo momento per manifestarsi (..). Dietro di essi si aprono gorghi di incandescenza o di vuoto e la mente viaggia in un universo dai confini incerti bordeggiando un arcipelago brulicante di grumi che non si sa più se sono relitti di esperienze perdute o embrioni di esperienze da fare () Quasi a conferma che la focalità non è in un episodio, sia pure molto forte, ma, come dire?, in una sorgente che sintonizzata continua a emettere pulsazioni.&lt;/i&gt;</text><text_more>Limpressione primaria, forte, che scaturisce dallimpatto in primo luogo con largomento stesso Ipazia, in secondo luogo con il testo di Adriano Petta e Antonino Colavito, è esattamente quella dellincontro con una di queste condensazioni di esperienza, una di quelle fonti di emissione continua che maggiormente sono in grado di dirci qualcosa di determinante su noi stessi e sulla nostra storia. 
Sebbene il punto di vista da cui gli autori affrontano la figura e lepisodio di Ipazia sia molto distante da quello del dramma di Luzi, uno dei risultati analoghi a cui ci porta la lettura del libro è proprio il contatto con una di quelle sorgenti, contatto che annulla ogni illusoria barriera spazio-temporale. Ipazia percorre i capitoli di questo libro dallAlessandria del 400 d.C. ad oggi, senza soluzione di continuità. 
La visione di Luzi è una visione tragica e ampia, in cui la vicenda è osservata, si direbbe, dallaltezza delle sedi dello Spirito e delle ragioni, troppo spesso crudeli e incomprensibili, della storia. Il libro di Petta e Colavito è un compagno di viaggio che parla dalla dimensione del nostro presente di costruttori della storia, che parla delle nostre passioni, delle nostre lotte e delle nostre speranze, del nostro orrore e della nostra legittima incapacità di comprendere. E un libro di parte, così indispensabile alla restituzione della giustizia e al superamento delle parti. 
Su Ipazia diversi autori in passato hanno scritto. Tra questi, nel 1800, il poeta Leconte de Lisle, radicale avversario del cristianesimo e adepto dellestetica parnassiana, volta al paganesimo come religione della bellezza e della sapienza, Charles Kingsley, sacerdote anglicano che la fece protagonista di una sua novella; il cattolico francese Charles Péguy, che, agli inizi del 1900, la elogia per essere «&lt;i&gt;rimasta in armonia così perfetta [...] sino alla morte e durante la morte [...] mentre il mondo intero crollava, frantumandosi per tutta la vita temporale delluniverso e forse per leternità&lt;/i&gt;», e inoltre Chateaubriand, Voltaire, Proust, Fielding, Diderot, Leopardi, Monti, Pascal, Luzi, Calvino e altri. Ma Ipazia non è divenuta mai un personaggio noto, accessibile a tutti, familiare alla coscienza contemporanea. Non cè da stupirsi: è stata cancellata dal palcoscenico della vita e della storia con una tale feroce e accanita determinazione, che di lei non è rimasta quasi traccia negli annali ufficiali della scienza, della filosofia, della storia tout court. Per questo, farla rivivere è ogni volta un atto di giustizia e di amore. 
Si tratta quindi di unoperazione letteraria importante, che mi sentirei di definire fuori dal coro, e per questo ancora più importante: andare a ripescare la figura dellantica dimenticata filosofa alessandrina e immettere sul mercato una vicenda apparentemente così poco spendibile al giorno doggi! Ci si potrebbe domandare a chi può interessare unoperazione del genere nellattuale contesto editoriale e dei lettori, se non a qualche erudito storico appassionato del periodo. Eppure, leggere Ipazia è, come dicevamo, unesperienza di contatto, unesperienza che va al di là dellinteresse puramente storico: questo romanzo, che ha quasi la struttura di una scorrevole sceneggiatura cinematografica intervallata da squarci lirici - i fatti da un lato, linteriorità dallaltro - è pervaso di concreta utopia e della passione per uneterna attualità. 
Il libro di Petta e Colavito, pur narrando uno degli episodi più infami del martirio della persona, dellintelletto e della libertà, è in grado di offrire ad ogni lettore la visuale di due autori che non si arrendono alla storia, ai fatti come si sono svolti, ma, attraverso gli occhi innocenti e vergini dei protagonisti che li hanno vissuti in prima persona, rivivono gli avvenimenti con il loro stesso senso di stupore, di sgomento e di scandalo, con la stessa indomita passione e indistruttibile fede nel futuro. Da questo emerge, al di là dellatroce realtà dei fatti narrati, la volontà di riallacciare quel filo che collega il passato al presente e al futuro (filo addirittura esplicitato negli intermezzi lirico-filosofici affidati alla voce di Ipazia attraverso la penna di Antonino Colavito), che attualizza tutto il senso della vicenda e la cui comprensione ha il potere di cambiare le cose. Si compie così un lavoro prezioso: quello di rimettere sul tappeto questioni che a molti osservatori più che distratti rischiano di apparire superate. Non lo sono affatto. 
Una di queste è ciò che con termine vago si definisce questione femminile e che in questo caso mi sembra di poter meglio definire come costruzione storica di unidentità di genere: a noi donne in particolare, Ipazia parla del sistematico stupro della nostra identità perpetrato nella storia.
Ci parla della nostra rabbia (e la parola rabbia non basta affatto, è insufficiente a portare sulle sue spalle il peso esplosivo di questo sentimento), quella rabbia che abbiamo sempre sperimentato sulla nostra pelle per lingiustizia e lidiozia di un mondo che non ha mai dato per scontata la nostra qualità di soggetti, di esseri portatori di individualità. Ci parla della nostra storia di rimozione e di adattamento per la sopravvivenza. Operazione in cui siamo state incredibilmente e amorevolmente sostenute e facilitate da tutte le autorevoli voci di una cultura strutturata secondo le esigenze di una visione e di un potere maschili. Tra queste voci, per lappunto, quelle di quasi tutta la letteratura e le istituzioni religiose di ogni epoca e di ogni parte del mondo, che ci hanno sempre voluto spiegare &lt;i&gt;chi siamo&lt;/i&gt;, cosa siamo e &lt;i&gt;come dobbiamo essere&lt;/i&gt;. Tra queste voci, il coro assordante di ultrasuoni  e non  che ancora ci bombarda, quotidianamente, da tutto lapparato mediatico della nostra società, nutrendoci costantemente di un&lt;i&gt;imagerie&lt;/i&gt; che è chiara indicazione di identità e di ruolo, al di fuori dei quali non esiste per noi individualità, non cè esistenza (non ci sentiremmo forse perdute, senza che ci venisse quotidianamente ricordato attraverso la pubblicità, i media o i dettami di varie morali pseudo-religiose, pseudo-psicologiche, scientifiche  o sociali, che siamo tette e culo oppure &lt;i&gt;burqua&lt;/i&gt;, che siamo madri, fidanzate, donne-manager, mogli, prostitute, regine del focolaree via dicendo. In fondo cè sempre bisogno di una definizione per noi: siamo ancora e solo oggetti, le streghe da mettere in copertina o da bruciare sul rogo). 
Questo libro ci parla anche, quindi, della storia del genere femminile, una storia che ha visto le donne costantemente e inammissibilmente costrette a porre sul tappeto la questione  persona.  
Sentire il peso schiacciante di questa onta, di questa ferita damore, di dignità e di rabbia, è gradino indispensabile per comprendere luniverso femminile. Credo che non ci sia vera entrata in quelluniverso se non attraverso questa porta.
Mi pare che proprio da questo sentire sia generato &lt;i&gt;Ipazia&lt;/i&gt;, scritto da due cuori maschili in grado di compiere il miracolo della comunicazione e di trasmetterci tutta la sincerità e la bellezza della loro limpida passione. Un cuore di artista che sente l urlo di dolore e di rabbia di questo universo per tutte le stragi che ha dovuto e deve subire, è costretto a scrivere &lt;i&gt;Ipazia&lt;/i&gt;.
Incontrare la figura di una scienziata e filosofa del calibro di Ipazia, vissuta in Alessandria dEgitto ben 16 secoli fa, ripercorrerne con gli stessi appassionati e attoniti occhi degli autori il luminoso cammino e la tragica fine,  è in effetti, per ognuna di noi, esperienza di contatto con quel profondo vissuto di dolore e di rabbia, nonché con tutta la serie di mistificazioni che ha contribuito alla costruzione storica della nostra identità di genere. 
Il più radicato e comunemente accettato degli stereotipi trasmessici da questa cultura è che noi donne, si sa, non abbiamo poi una grande capacità di raziocinio, essendo per natura più dotate in altri campi, essendo più che altro cuore e sentimenti (grande, innata, materna capacità di accoglienza). Cultura che, specularmente, sul versante del maschio, ha privato gli uomini di una riappropriazione di identità, depredandoli, con scarse possibilità di appello, di tutte le qualità tradizionalmente definite femminili.
Il misconosciuto ruolo delluniverso femminile nella costruzione dell&apos;impianto tessile del pensiero è ciò che la scrittrice Francesca Rigotti (nel suo saggio &lt;i&gt;Il filo del pensiero&lt;/i&gt;) definisce il paradosso di Arianna: 

&lt;i&gt;nonostante sia una donna che mette in mano a Teseo il filo per uscire dal labirinto, alle donne è stata rifiutata per millenni la prerogativa del pensiero logico. Si è detto: le donne ragionano col cuore, con l&apos;utero; certo non col cervello.&lt;/i&gt;

Per restare nel campo di Ipazia, se si pensa che di circa 450 Nobel scientifici, solamente 11 sono stati attribuiti a donne, si constata prima di tutto un dato di fatto ben noto: non sono mai state molte le donne dedite alla scienza. Ma, se andiamo ad indagare tra tutte le possibili ragioni di questo fenomeno, allora sarà il caso di non omettere, tra gli innumerevoli giudizi di questo tipo, quello estremamente emblematico di Gino Loria, studioso di storia della matematica, che meno di cent&apos;anni fa scriveva: 

&lt;i&gt;Donne dotte e artiste sono prodotti di degenerazione. Soltanto in forza di variazioni patologiche la donna può acquistare qualità diverse da quelle che la rendono amante e madre. Bisogna dunque aspettarsi che nelle donne d&apos;ingegno esistano ancora altre deviazioni (travestitismo, salute cagionevole, ecc.&lt;/i&gt;

e ancora: 

&lt;i&gt;Si direbbe che la donna, negli studi più ardui, mai cessi di essere scolara; che la larva possa bensì raggiungere lo stato di crisalide, ma le siano vietati i liberi voli della farfalla.&lt;/i&gt;

Anche i sacerdoti delle nostre scienze hanno voluto sempre spiegarci chi siamo e come dobbiamo essere per essere davvero noi stesse. Una cultura e un pensiero fortemente esclusivi nei confronti delle donne: ogni elemento anomalo rispetto al modello prestabilito non serve a rivedere e mettere in discussione il modello, ma a negare il soggetto che non corrisponde al modello stesso. Un procedimento molto poco scientifico!
	Ad esempio, così si esprimeva il matematico tedesco Hermann Weyl (1885-1955) su due delle sue pochissime colleghe che erano riuscite a far entrare il loro nome negli annali della matematica: 

&quot;&lt;i&gt;Solo due donne matematiche nella storia: Sofja Kovalevskaja ed Emmy Noether: la prima non era una matematica, la seconda non era una donna&lt;/i&gt;&quot;.

E, se poi andiamo ad indagare bene, vediamo che non sono state poi così poche le donne che si sono occupate di scienza, di filosofia, di matematica, di arte, in tempi in cui era obbiettivamente molto più arduo per una donna riuscire a dedicarsi a queste cose (pensiamo, ad esempio, ad Artemisia Gentileschi, anche lei per secoli snobbata dalla storia ufficiale dellarte e riscoperta solo recentemente). Nomi, quindi, ce ne sono, e tanti, che non staremo ad elencare. Quello che ci preme osservare è quanto pesi, in termini di pseudo-identità di genere, questa cultura dellesclusione, quasi entrata nel nostro DNA.
Solo &lt;i&gt;en passant&lt;/i&gt; e senza nulla togliere, ovviamente, alla grandezza di Freud, accenneremo infine alla passività con cui è stata recepita praticamente per un secolo, dalla stessa psicoanalisi femminile, lidea freudiana di invidia del pene, evidente prodotto di una psiche maschile che percepisce centrale la propria qualità di genere. Idea generatrice di madornali errori interpretativi e diagnostici, nonché responsabile di aver contribuito a rafforzare le gabbie per entrambi i sessi. 
Una donna, quindi, una tra le tante, viene cancellata dal palcoscenico della vita e della storia proprio in quanto donna che non vuole stare nelle gabbie costruite per lei, ma dimostra e afferma la sua qualità di essere pensante e libero, di scienziata e di filosofa, di soggetto politico a pieno titolo. Una donna così è votata al massacro. E non solo in Alessandria dEgitto 16 secoli fa.
Questa sistematica operazione di stupro dellidentità femminile è strettamente connessa con un altro aspetto saliente della storia umana, che definirei principio di esclusione o incapacità di integrazione. Anche questo aspetto ci parla dalle pagine del romanzo di Petta e Colavito, e, per chiarire cosa intendo, mi rifaccio ad un commentatore moderno di quellAgostino che, nel romanzo, figura tra gli involontari ma non per questo meno responsabili carnefici di Ipazia:
 
&lt;i&gt;E&apos; uno dei paradossi della tradizione cristiana occidentale, ed una delle sue tragedie, che l&apos;uomo che ha affermato con tanta forza la presenza di Dio nelle profondità dell&apos;io umano, sia responsabile, come teologo dogmatico, più di ogni altro autore cristiano, di aver &apos;consacrato&apos; nel mondo cristiano l&apos;idea che la schiavitù dell&apos;uomo e la sua debolezza siano dovute alla perversione innata della natura umana a causa del peccato originale. In occidente, è la teologia di S. Agostino che ha nascosto fino ad oggi la rivelazione cristiana della filiazione divina, la rivelazione di chi è fondamentalmente l&apos;uomo. &lt;/i&gt; (1)

Di che cosaltro ci parla questo, se non ancora di esclusione, di un &lt;i&gt;aut aut&lt;/i&gt; percepito come ineludibile? O la carne o lo Spirito, o la fede o la scienza, o la donna o luomo, e così via. 
Lattento e appassionato lettore di &lt;i&gt;Ipazia&lt;/i&gt; sentirà inequivocabilmente che questo libro partigiano - il cui unico difetto è forse quello di dipingerci un po troppo in bianco e nero un paganesimo idilliaco e una cristianità feroce -  è scritto proprio contro lo spirito di parte che acceca ragione ed intelletto nel tentativo di imporre verità necessariamente parziali in veste di incontestabili dogmi. Del resto, se letto con spirito di parte, il libro stesso rischierebbe di rimettere sul tappeto la questione in termini di inconciliabile conflitto tra Scienza e Religione. Quel conflitto che invece gli autori, attraverso il &lt;i&gt;testimonial&lt;/i&gt; Ipazia, mirano a scardinare e a negare &lt;i&gt;in toto&lt;/i&gt;.
Direi che il quadro risultante dal racconto di Petta e Colavito è proprio lincapacità umana di cogliere la totalità attraverso i sensi, il cuore e la mente, il perpetuarsi di quella scissione che divide il mondo in vero e falso, inconciliabili opposti. Il tragico episodio del martirio dellintelletto e della libertà di pensiero e di ricerca, situato in un tratto di storia estremamente emblematico in questo senso, è episodio significativo e drammatico di quellininterrotto ciclo che vede lumanità periodicamente impegnata nellottusa distruzione di ciò che è stato prima di ora, prima che una nuova verità ideologica o religiosa o un nuovo assetto sociale prendessero il posto della vecchia verità o del vecchio status. In una visone in cui il concetto di integrazione, assieme a quelli di&lt;i&gt; libertà&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;responsabilità&lt;/i&gt; (e, aggiungerei, di &lt;i&gt;amore&lt;/i&gt;) sembrano non avere alcun diritto di cittadinanza. 
Mi pare che, proprio nellopera di distruzione del vecchio in nome del nuovo, luomo si chiuda le frontiere alla conoscenza di sé. Il meccanismo della distruzione del vecchio in nome del nuovo è in realtà un meccanismo profondamente funzionale alla conservazione e perpetuazione dellunico vecchio filo che governa la storia delluomo da qualche millennio. Un filo tessuto soprattutto grazie alla mancanza di quella qualità che permette la visione della realtà della vita nel suo complesso, a 360 gradi.
Assistendo al massacro di Ipazia, è impossibile non pensare a tutti i roghi di donne, uomini, libri, opere darte, a cui abbiamo assistito nella storia, a tutti gli episodi in cui la furia distruttiva di unumanità senza coscienza della propria identità e dei poli del proprio conflitto interiore, crede di intravedere salvezza e liberazione in unamputazione interna: nel rinnegamento di una parte di sé (che in questo caso è anche il genere femminile in quanto tale), nella cancellazione di un passato scomodo in nome di un nuovo avvenire salvifico. Un errore compiuto a ripetizione, da una parte e dallaltra. Vengono in mente tutti gli episodi in cui la tirannia uccide il rivoluzionario credendo di uccidere la rivoluzione, e la rivoluzione uccide il sovrano credendo di uccidere la tirannia. Nella scena in cui, nel libro, la mano di Adriano Petta descrive con avvincente maestria lassalto dei cristiani al Serapeo e labbattimento della statua del dio Serapide, si respira la barbarie che nel corso dei secoli si è fatta protagonista di innumerevoli simili abbattimenti. Quante statue del dio Serapide sono state rovesciate dai loro altari nellinsensata, idiota convinzione di iniziare un nuovo capitolo! 
E non è forse una guerra di simboli quella a cui ancora oggi siamo costretti ad assistere, dopo secoli di una storia che avrebbe dovuto insegnarci qualcosa sugli errori compiuti? Il mio crocifisso contrapposto al tuo velo, e così via Una guerra in cui non sono i simboli a morire, come forse dovrebbero, ma le persone. Simboli che duellano, vincitori e vinti, più preziosi della vita stessa, della persona! Simboli che perdono la loro unica vera funzione: quella di chiavi di lettura di una realtà, e acquistano invece il valore di un Assoluto. Simboli la cui valenza è divenuta potere sulle menti, un potere che il simbolo mai dovrebbe avere, in quanto esso stesso prodotto di una mente che, così come lo ha generato, dovrebbe essere in grado di utilizzarlo, indagarlo, elaborarlo e trasformarlo, una mente che mai dovrebbe essere dominata da esso. In nome di Dio o dei suoi sostituti di turno (nientaltro che parole-simbolo) si uccide ancora luomo, e con esso Dio (quello reale). E il vuoto di vita trionfa su un pianeta svalutato del suo unico valore: la vita.
Proprio il potere indagatore e creatore di un intelletto libero da catene ideologiche di sorta è letica su cui si imposta il grande cenacolo di menti illuminate che ruota intorno alla figura carismatica di Ipazia. Pare proprio che la passione e lamore con cui gli autori ci accompagnano lungo tutto il filo del racconto, attingano a quella stessa sorgente di emissione continua di cui parlava Luzi, concretizzatasi nellesperienza Ipazia.


1) Philip Sherrard,&lt;i&gt;The Rape of Man and Nature&lt;/i&gt; [&lt;i&gt;La violazione dell&apos;uomo e della natura&lt;/i&gt;], Golgonooza Press, Londra

 
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Le foto di Emilio Periglio sono di &lt;b&gt;Tito Kurtz&lt;/b&gt;
&lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/cgi-bin/mt-search.cgi?IncludeBlogs=2&amp;search=imperium&quot;&gt;&lt;i&gt;Qui tutte le puntate&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;

&lt;img alt=&quot;imperium-05.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/imperium-05.jpg&quot; width=&quot;170&quot; height=&quot;106&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Ecco, adesso sono tutto sudato. Basta con i ricordi. Sono venuto in questa libreria per avere delle risposte. Calma e vediamo un po di sbrigarci. Wu-wu-wu-punto-google-punto-it. Ricerca avanzata. E dai, quanto ci metti! Era ora! Trova i risultati che contengono la seguente frase: Antonio Monti &lt;i&gt;Ketteposse&lt;/i&gt;. Speriamo bene. Visualizza i risultati quando i termini selezionati appaiono nel titolo della pagina. Proviamo ad evitare linessenziale. Cerca con Google. E soprattutto trova, con chi ti pare, ma trova. Ecco qua. Beccato: www.ketteposse.it. Vediamo un po. Uffa! Oggi la rete delle reti è la madre di tutte le lumache. Ci siamo. Contatto. &lt;i&gt;Ketteposse&lt;/i&gt;. Rivista di politica e filosofia. Direttore: Antonio Monti. Clic. Antonio Monti ha insegnato Storia delle Dottrine Politiche allUniversità Ca Foscari di Venezia. Negli anni settanta
Ma chi se ne frega degli anni settanta, io voglio sapere che fa adesso sto tipo. </text><text_more>E come faccio a parlarci. Non cè una cazzo di e-mail, un telefono, un telefonino, un walky-talky, un talky without walky, un Jonny Walker. Ho bisogno di bere. Ho sete. Non sete di conoscenza. Proprio di liquidi. Però se qui non se ne viene a capo, io vengo liquidato. Mi nebulizzano. Tanto lavoro in silenzio per nulla. E no, mica va bene così. Un cazzo dindirizzo. Perché nei siti non mettono mai i numeri di telefono? Contatti. Vediamo qui. Forse. Cliccare per credere. E vai! Il telefono, la voce delle moltitudini. Magari risponde luomo-segreteria-telefonica versione in teleselezione delluomo-macchina postmoderno che viene dopo luomo-uomo moderno che aveva rotto il culo alluomo-centauro-precapitalistico che per due soldi un topo di fogna al mercato comprò. Mi sa che mi do al canto popolare metropolitano. Magari faccio successo. Nel frattempo cerchiamo di telefonare.
- Mi scusi, esco qui fuori per una telefonata. Ritorno subito in postazione.
- Faccia pure.
- Mi raccomando non chiudetemi Explorer. E poi 
- Se è tanto importante si segni lindirizzo. E comunque non si preoccupi le tengo la postazione libera.
- Grazie.
Grazie un par di cazzi. Volevo fare solo un po di conversazione. Non cera bisogno di essere così acida. Sarai pure una bella donna , però te la tiri un po troppo! In fin dei conti prima ti avevo fatto solo un complimento. Mica volevo attentare alla tua virtù o schiopparmi il mocciosetto. Ah eccolo là il mostriciattolo. La mamma si è allontanata. Perfetto. Ora ti faccio vedere io quanto è simpatico lo zio Emilio. Te lo do io Gargamella. Come si chiamava? Ah sì, Dario.
- Dario, Dario  io ooodio i puffi e anche i bambini maleducati. Mi piace mangiarmeli per cena!
E no, mo non ti metterai mica a piangere. Buono, dai scherzavo. Forse ho esagerato. Ma in fondo se lè cercata. Comunque, meglio allontanarsi e negare tutto. Che stavo facendo? Ah sì, devo uscire per telefonare. Andiamo, così seminiamo il puffo frignone. La mamma è mia e me la gestisco io. Egoista! Si vede che non hai ancora superato il complesso dEdipo. Certe cose lasciale fare ai grandi, che è meglio.
Madonna, che caldo maiale qui fuori! E io puzzo come un bufalo mutante. Ma che stamattina non mi sono lavato prima di uscire? Possibile, mica mi ricordo. Dovevo stare in trance. E poi perché sono uscito così presto? Ci deve essere qualche neurone che è caduto nelladempimento del proprio dovere. Proviamo a resuscitarlo. Allora stamattina  uffa! Di nuovo la testa trapanata da un martello demolitore a pompa nucleare! Mi devo appoggiare al muro. Ma questo non è un muro, sono libri. Sto per strada, tutti sti libri ahia, mi stanno cadendo addosso. Cazzo, che dolore al naso. Mi hai dato un pugno, bastardo! Ma non finisce qui. Mi alzo e ti faccio vedere io. La statuetta di San Francesco
- Mi scusi, si sente bene?
- Cosa?
- Si sente, bene?
- Mica tanto. 
- Posso fare qualcosa per lei.
- No, non credo. Comunque grazie. Adesso va già meglio. Deve essere stato questo caldo. Grazie ancora. Adesso va bene.
- Sicuro?
- Sì, sì, non si preoccupi e grazie ancora.
Mamma mia che figura di merda! Se mi vedesse Ottavia in questo stato non sarebbe proprio conquistata dalla mia forma smagliante. Per fortuna mi ha visto solo il buon passante samaritano. È stato gentile. Comunque incomincio a preoccuparmi. Giramenti di testa, allucinazioni, voci. Purtroppo non hanno ancora inventato le pillole anti-rincoglionimento. O forse saranno gli antistaminici. Sarò mica allergico agli antiallergici? Vuoi vedere che stamattina ho sbagliato pasticca e invece dellantistaminico, mi è finito in gola un acidone da paura! Devo stare più attento. Basta cercare di ricordare. Se i miei neuroni non vogliono attivarsi saranno pure cazzi loro! Daltra parte con libridazione e la moltiplicazione identitaria uno non si può ricordare tutto ciò che fa. E che stiamo ancora nella società disciplinare! Allora sì che era facile. Uno per tutta la vita faceva lo stesso lavoro, poi tornava a casa e faceva il marito. Tuttal più poteva confondere il figlio con il nipote. Magari la moglie con la cognata. Limportante era non sbagliarsi con la nonna. Tutto facile, troppo facile, quasi limitante. Oggi le barriere tra le diverse istituzioni disciplinari sono venute meno, mentre vivo lavoro e tutta la vita è messa a valore. Ogni atto vitale è produttivo: pensare, volere, amare, mangiare, masturbarsi, defecare. Mi sa che oggi non ho cacato. Se provo a scoreggiare scoppia una crisi mondiale da sovrapproduzione con terremoti a Tokyo e morie di farfalle a New York. Che strano, lunica cosa regolare della mia vita erano le funzioni del mio intestino. Stamattina il potere parassitario del capitale globale deve aver bloccato la mia potenza produttiva. Per forza! Il potere oramai è stitico. Non produce niente da solo, manco la merda! Ma io che ho fatto stamattina? Inutile piangere sulla merda non versata. Telefoniamo: 0645157998. Toc toc, cè nessuno? 
- Ketteposse, sono Valeria, posso esserle utile?
- Spero di sì. Forse. Non saprei di preciso.
- Se vuole può chiarirsi le idee e telefonare più tardi. 
- Più tardi? No, non mi pare il caso di rimandare. Labbiamo fatto anche per troppo tempo. Oggi non cè più bisogno di aspettare laccumulo di forze per colpire il nemico. Oggi possiamo trafiggere il non luogo del potere da qualunque punto del . ehm  scusi sto divagando, deve essere il caldo. Voi ce lavete laria condizionata?
- Sì ce labbiamo, ma non credo che abbia telefonato per comprare un condizionatore.
- Non proprio. Però se ce ne aveste uno usato da vendere ci potrei fare un pensierino.
- No, mi dispiace. Se vuole però ho un tostapane che sto per cambiare. 
- No per carità, fa troppo caldo per un tostapane. Però visto che lì ci deve essere un bel freschetto magari vengo a trovarla. Cioè, a trovarti. Possiamo darci del tu? Oramai siamo entrati in relazioni di affari, è meglio non formalizzarsi.
- Vada per il tu. Però una visita mi sembra un po prematura. 
- Vabbè, non insisto. Oggi non è la mia giornata. Tanto vale parlare con il professor Monti. È possibile prendere un appuntamento?
- Temo proprio che sia impossibile un appuntamento con il professor Monti? 
- E con te? Non volevo insistere, ma sai, hai proprio una bella voce.
- Grazie per il complimento. Ma credo che tu abbia qualche possibilità in più con Antonio Monti. Almeno di sentirlo per telefono. Sai, anche lui ha una bella voce. Molto profonda.
- Scusami ma io sono interessato ad altri tipi di profondità. Va bene libridazione identitaria e di genere, però non è detto che uno le debba provare proprio tutte. Non credi?
- Credo che faresti bene a provare più tardi.
- Perché fra un po ti liberi?
- E per fortuna che non volevi insistere! Più tardi sarò occupata con Monti.
- Dannato mandrillo. Sono un po geloso.
- A momenti Monti dovrebbe essere qui. Anzi, doveva già essere qui da un po. Comunque richiama prima dellora di pranzo perché poi deve partire. E se la cosa è urgente lascia pure detto a me. Condizionatori e tostapane a parte, quando lo vedo posso riferirgli.
- Sì, effettivamente è urgente, però la questione è un po complicata. Vedi, si tratta di scoperte simultanee che però, viste a posteriori, potrebbero inficiare il mio futuro.
- Che cosa?
- Non fa niente. Lascia perdere. Riprovo più tardi. A proposito: io sono Emilio Periglio. Ciao.
- Ciao.
Un altro buco nellacqua. Che poi non si capisce perché uno i buchi li debba fare proprio nellacqua e non nel vino o nella birra. Comunque. Meglio tornare al computer. Vediamo un po se si riesce a trovare qualcosa in questo sito di merda. Allora, Pubblicazioni di Antonio Monti. Eccole qua. Ammazza quanto scrive sto coso. Guarda qui che cè! Il selvaggio Spinoza. Clicca qui per scaricare il libro in formato pdf. Ma certo. Come ho fatto a dimenticarlo. Lho consultato per la tesi. Chiosandolo ben bene. Ahia, che fitta alla testa, speriamo che non mi venga lemicrania. Il  caldo fa davvero brutti scherzi. O forse è la birra. Magari le canne. Basta, da oggi inizio una vita più salutare. Beh, proprio oggi no, che sono un po sfranto e non posso chiedere troppo alla mia volontà. Facciamo che inizio domani. Sì, domani è il giorno giusto. Tanto è passata. Ora sto meglio.
Certo che non mi posso proprio fidare di me. Così rincoglionito come sono può essere successo di tutto con quella cazzo di tesi. Magari quelle frasi le ho prese io da Antonio Monti. Però avrei riportato la fonte. Mica sono un ladro di citazioni. Aspetta, aspetta. Quel giorno avevo fatto un gran casino con gli appunti. Non mi ricordavo più se le cose che avevo scritto erano mie considerazioni o citazioni prese da altri. Poi mi sono rotto il cazzo e ho schiaffato tutto nella tesi. Ma di che si trattava. Boh, mica mi ricordo. Magari era proprio il libro di Antonio Monti su Spinoza. Magari quella parte lui lha poi riutilizzata in Imperium. Così il mistero sarebbe svelato e soprattutto si scoprirebbe definitivamente che sono un gran rincoglionito.
Prima di insultarmi a dovere, però, bisogna verificare. Scarichiamo Il selvaggio Spinoza. Tempo residuo stimato: non disponibile. Un po come la mia memoria. Il mio cervello è pieno di cose che non ricordo. Bella fregatura. Devo portare il mio mezzo di produzione a fare il tagliando. Ma come ho fatto a dimenticarmi di questo libro? Certo nel post-moderno ogni testo è un ipertesto. Apriamo e chiudiamo finestre di dialogo con altri autori che a loro volta si interfacciano con altri individui scriventi. In fin dei conti non è poi così strano. La produzione dei testi vive nel comune, è come se ci fosse un solo grande libro scritto in continuazione dalla comunità virtuale della rete. Che importanza ha oramai chiedersi chi ha scritto quel capitolo o quellaltro. No copyright. La citazione in fondo è solo un mezzo per permanere nella finzione che il prodotto dellintelletto generale sia un qualcosa di individuale, privato. Il pensiero è comune o non è. Altro che rincoglionimento. Questa dimenticanza è un fatto di principio. Download completato. Dove sta quel cazzo di cannocchialino per trovare le parole? Sta dove è sempre stato. Ovvio. La talpa e il serpente. Trova. Stiamo finalmente per svelare il mistero. Ancora un attimo. Nessuna ripetizione di la talpa e il serpente è stata trovata nel documento. 
Allora, la buona notizia è che io non sono completamente rincoglionito. Quella cattiva è che in tutta questa storia non ci si capisce ancora unemerita nerchia. Cerchiamo di ragionare. Se io non ho copiato da Antonio Monti, Antonio Monti e/o Michael Hunt devono aver copiato da me. Sì, va bene, però chi glielha data la mia tesi a questi qui? E poi, posso mettermi a fare questioni di copyright. In fondo oggi cè lipertesto globale. Fanculo il no copyright. Se io non li cito loro rimangono famosi, se loro non mi citano, io rimango un anonimo cretino. Che gli costava? Appurata la natura fallica del soggetto in questione rimane il problema: come hanno fatto ad avere le bozze della mia tesi? In fin dei conti se non lo scopro potranno sempre sostenere che sono stato io a copiare. Loro hanno pubblicato per primi. Carta canta e il brodo della gallina vecchia del vicino è sempre più verde. E sì, qualcuno a loro vicino. Qualcuno che conosco anchio, qualcuno a cui ho dato la mia tesi. Chiunque sia stato, io a questi qua gli apro il culo, anche se non è politically correct. Comunque prima devo beccare il colpevole. 

&lt;i&gt;E io che pensavo di aver scoperto il colpevole. Baco infame della malora puttanaccia. Ha crashato di nuovo! Programma terminato. Cazzo, lo Sherlock Holmes dellinformatica ha fallito ancora. Forse sono solo il dottor Watson dellera digitale. Ma non se ne parla nemmeno! Io sono il grande investigatore: cerco il baco criminale che manda tutto il programma a puttane attraverso un arguto processo di eliminazioni successive. Uffa, non è possibile. Ci mancava solo lerrore intermittente.  Baco infame. Non ti vuoi lasciar  prendere, ma ti faccio vedere io. Credi che mi arrenda così facilmente soltanto perché non ti lasci riprodurre in condizioni controllate? Ti beccherò, dovessi cercarti per tutta la settimana. Beh, forse è meglio che ci metta un po di meno. Dobbiamo fare in fretta. Se la versione beta piace e la RTK ci assegna il progetto, abbiamo lavoro per sei mesi . La fa facile Enrico.  Ma questo programma è un casino. Altro che stile di programmazione semplice e lineare. Maledetta fretta. È come se mi avessero dato la brutta copia di un tema. Nessuno si è preoccupato di rivederla. E che gli dico a Enrico? Guarda,  questa roba è tuttaltro che chiara e i commenti al codice sembrano scritti in aramaico. Lo so già come mi risponderebbe E che devo fare tutto io? Se non ci sono errori  a che servono quelli che fanno il debug?.  E vagli a dire qualcosa!  Lui è uno dei soci fondatori della gloriosa Cooperativa Philip K. Dick. Io un oscuro stagista appena uscito da un corso di programmazione. Ma quando diventerò socio anchio le cose cambieranno, altro se cambieranno. Sì, ma quando? Intanto sto qui senza neanche un misero rimborso spese.  Almeno potrebbero cominciare a pagarmi. Adesso abbiamo alcune spese impreviste da affrontare. Appena avremo superato questo periodo, vedrai, ci saranno soddisfazioni anche per te.  Intanto stai svolgendo unesperienza molto qualificante, non ti pare? A me pare che devo restituire ogni mese una rata del prestito donore contratto con la People Power. Dio, speriamo che non aumentino i tassi dinteresse, se no non finirò più di pagare! E se non finisco di pagare le rate alla People Power non posso restituire i soldi a mia sorella. Mia sorella no adesso no. Non ci voglio pensare.  Tanto che mi frega delle rate, di mia sorella e del suo schifosissimo cagnaccio? Io sono un pianista digitale, il mio leggio è lo schermo a cristalli liquidi. Moltitudini di simboli alfanumerici riempiono il pentagramma informatico ee, cazzo di un dio cazzo invadono come un esercito di occupazione la mia vita privata. Per forza, con tutte le ore che passo qui! Ma è inutile oramai rimpiangere i diritti fordisti! E che facciamo, torniamo indietro? Col cazzo! Grazie alle tecnologie informatiche noi lavoratori intellettuali siamo diventati prosumer. Altro che semplici esecutori: produttori e consumatori in una persona sola. Abbiamo riassorbito allinterno della nostra individualità associata la conoscenza dellintero prodotto. Ora sono un vero neoartigiano, non come quando lavoravo allArcobaleno. Certo, se poi mi pagheranno, sarò un neoartigiano più rilassato. La stessa attività imprenditoriale tende a essere sempre più organizzata dalla cooperazione dei soggetti del general intellect. Sì, quel general intellect che allArcobaleno era ancora troppo ingabbiato negli angusti limiti della produzione materiale. Nellattività simbolico-intellettuale la divisione tra ideazione ed esecuzione rappresenta un che di artificioso, buono solo a spingere nellangolo ogni desiderio di creatività e di autonomia nel lavoro. Certo se sapessi con precisione a che cazzo serve questo  programma forse riuscirei a lavorare meglio. Ma è inutile lamentarsi. La lamentela è unattitudine da lavoratore fordista che non può esprimere la sua potenza produttiva. 
Perciò, ricominciamo da capo. Che palle però, oggi è la quarta volta.  Credevo daver risolto il problema. Lavevo beccato il baco, ma mai fermarsi ad un baco solo, ce ne sono sempre di più. Non lhai ancora imparato Emilio? Allora di nuovo. Rileggi il codice per capirlo meglio. Solo se conosci il programma come il tuo pisello lo puoi correggere. Ti sei già dimenticato del corso? No che non lho dimenticato, ma certe cose non te le possono insegnare nelle istituzioni disciplinari. Mica ti vengono a dire che grazie alla rivoluzione informatica il lavoro è ormai spontanea cooperazione e può diventare uno strumento di presenza ostile al capitalismo, anche se non direttamente belligerante. Dobbiamo permettere a questa economia ancora adolescente di divenire adulta edificando le sue metropoli, e cioè gli orologi, i cimiteri, gli altari e i riti ad essa ben adeguati. La topografia della società liberata dal lavoro salariato avrà così nuovi luoghi di socialità, senza luridi sfinteri pulsanti attorno ai quali siano incistate gibbosità dalle sembianze di cane.
Cagnaccio maledetto di un baco infame. Ora ti vengo a prendere. Bene, lesame preliminare di tutti gli elementi è fatto. E adesso controlliamo il tutto con i test case ai valori limite. Pezzetto per pezzetto. Un fattore alla volta, ci vuole pazienza, bisogna variare solo un fattore alla volta. Mi raccomando, non fare come al tuo solito che vuoi tutto e subito. Il segreto sta nella differenza dei risultati di ogni test. Non bisogna avere fretta la soluzione del problema non è puntuale, ma processuale. Non cè più alcuna palingenesi istantanea. Niente più presa del Palazzo dInverno, ma esodo. Le forze del mondo nuovo sono forze dellamore. Abbiamo a cuore il destino delluomo e del paguro, della natura e delle stagioni. Credo che è proprio a questo che stiamo lavorando ultimamente. La RTK è famosa per aver collaborato ai programmi europei di controllo satellitare dellequilibrio climatico. Speriamo di averla come committente. Ma adesso digitiamo, se no faccio tardi. E poi se qualcosa va storto con la RTK  va a finire che il colpevole sono io.&lt;/i&gt;</text_more></entry>
<entry id='1255' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1255' author_id='1' authored_on='20050308212053' basename='i_figli_dellodio' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050308212053' modified_on='20050308212150' ping_count='0' status='2' title='I figli dell&apos;odio' week_number='200510'><text>&lt;u&gt;Origini,  ragioni storiche e capisaldi del cinema polizziottesco italiano&lt;/u&gt;
di &lt;b&gt;As Chianese &lt;/b&gt;
&lt;div class=smalltext&gt;Ancora una volta voglio scandagliare scrupolosamente le possibilità che forse ancora restano alla giustizia. Durrenmatt, &lt;b&gt;Giustizia&lt;/b&gt;
Mi ci romperò la testa disse a voce alta. Sciascia, &lt;b&gt;Il Giorno della Civetta&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;

&lt;img alt=&quot;profili_02.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/profili_02.jpg&quot; width=&quot;151&quot; height=&quot;159&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;&lt;i&gt;Il commissario Sarti è stanco, si guarda attorno fuori dai finestrini con circospezione ed è nervoso cosa che lui sa essere solo un aggravante per la delicata situazione che si stà trovando a vivere, per questo sporco mestiere che aveva scelto di fare. Nellauto, al suo fianco, cè un giovane altresì nervoso, ma per diversi motivi. Dovrà fare la spia a uno sbirro e questo non gli stà bene, è maledettamente difficile riuscire a lavorare adesso in questo paese, tutti hanno paura di tutto e tutti non vogliono passare per infami anche quando li si paga profumatamente. Ma la fame, la miseria e la rabbia sono più forti dellomertà, della paura ed il ragazzo parla, il commissario tira un sospiro di sollievo poggiando finalmente meglio la schiena sul sedile perché, grazie a quelle informazioni su Brescianelli e la banda dei marsigliesi, lo spettro di ritornare confinato in Sardegna scompare immediatamente, e si fa più vicino il momento in cu potrà riportare la piccola e malata Camilla tra le braccia della madre. &lt;/i&gt;</text><text_more>&lt;i&gt;Potrà finalmente sbattere tutti insieme in gattabuia quella banda di criminali e quello strano tipo che puzza, Sergio Marazzi detto er Monnezza, che si è dovuto portare appresso per le indagini lasciando beatamente che si scannino tra di loro. Per un attimo la vita torna a sorridere al caro vecchio Sarti, con quel soffio al cuore che non si decide mai a farsi curare e con la mano sempre pronta sulla pistola. Tende una banconota di grosso taglio al ragazzo, in uno slancio di inatteso buonismo:

-	Tieni, compratici un bel paio di scarpe.

Il ragazzo lo guarda con un sorriso a fil di labbra, ha laria di un dritto, di quelli che non durano troppo, e sembra quasi che spavaldamente lo compatisca:

-	Ma quali scarpe! Adesso co stì sacchi me ce compro subito una bella 7.65, lho vista proprio ieri, nuova

()&lt;/i&gt;

   Questa, descritta brevemente, è una delle scene più significative ed emblematiche di uno dei capolavori del cinema polizziottesco italiano: &lt;b&gt;Il Trucido e lo Sbirro &lt;/b&gt;(1976) per la regia dello specialista Umberto Lenzi. Un film dove fa il suo esordio il macchiettistico personaggio del  monnezza, interpretato da un Thomas Milian allapice di un istrionismo coatto che lo porterà, dopo essersi aggirato per anni con laria da bellone sui set dei vari Bolognini, Visconti, Cavani e Pasolini, si ad alti livelli di popolarità ma che segnerà anche il suo inesorabile, personalissimo, declino. &lt;b&gt;Il Trucido e lo Sbirro &lt;/b&gt;è un grande successo di pubblico, sicuramente il punto massimo darrivo di un filone che può contare parecchie perle ed un capostipite deccezione: quel &lt;b&gt;La Polizia Ringrazia &lt;/b&gt;(1972) firmato da uno Steno, il pater familias Stefano Vanzina, in eccezionale stato di grazia, per una volta dimentico della commedia. Proprio con questa pellicola iniziamo ad evidenziare le analogie e soprattutto le differenza con il poliziesco hard boiler americano più che col noir e il polar francese. Sicuramente per entrambi è comune la derivazione prettamente letteraria, la scuola dei duri, i personaggi, di grandi autori doltreoceano come Dashiell Hammett, Raymond Chandler e Mickey Spillane, commistionata con i tetri universi e le lancinanti malinconie del mai troppo osannato Giorgio Scerbanenco. Si rispecchia proprio nelle parole di Chandler, inventore dellindimenticabile detective Marlowe, la classica e abusata figura del commissario di ferro di tanti polizziotteschi nostrani: Nellarte occorre sempre un principio di redenzione. Può essere pura tragedia se è alta tragedia, può essere ironia, pietà o aspro riso del forte. Ma sulla strada dei criminali deve camminare un uomo che non è un criminale, che non è un tarato, che non è un vigliacco. Nel poliziesco realistico questuomo è il detective. E leroe, è tutto. Un uomo completo, un uomo comune, eppure un uomo come se ne incontrano pochi. Deve essere, per usare unespressione un po abusata, un uomo donore per istinto, per necessità, per impossibilità a tralignare. Deve esserlo senza pensarci e, certamente, senza mai parlare troppo. Il miglior uomo di questo mondo è abbastanza buono per qualsiasi altro mondo.
&lt;img alt=&quot;merli_04.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/merli_04.gif&quot; width=&quot;306&quot; height=&quot;216&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;In Italia, nel panorama dei generi cinematografici, si è sempre cercati di attingere dallestero ma nello stesso tempo di personalizzare e rendere altamente estetizzanti i dettami di qualsiasi capolavoro. Così i nostri poliziotti incorruttibili, interpretati a turno dal grintoso Maurizio Merli, dal tenebroso Claudio Cassinelli o dal fascinoso Luc Merenda, hanno sicuramente molto a che spartire col truce ispettore Harry Callaghan interpretato irriverentemente sul grande schermo, per la prima volta nel 1971 (&lt;b&gt;Il Caso Skorpio è Tuo&lt;/b&gt;), da Clint Eastwood. Rabbia, coscienza sociale e idealismo sono i motori della giustizia perfetta e senza pietà tipica di certe nostre pellicole, dettagli che si uniscono ad un per nulla abbozzato affresco della società italiana dellepoca, posteriore al grande boom degli anni 60, coi fantasmi del terrorismo e di un nuovo fascismo, travestito da movimento sociale, pronti dietro langolo. Se &lt;b&gt;Il Cittadino Si Ribella &lt;/b&gt;(1974) di Enzo G. Castellari richiama alla memoria le situazioni del &lt;b&gt;Cane di Paglia &lt;/b&gt;(1971) di Sam Peckinpah è sicuramente merito di un naturale processo di rielaborazione dei canoni che la nostra, allora forte, industria cinematografica si è sentita in dovere di attuare. Non cè niente di altamente politicizzato, questo perchè il polizziottesco è anche un genere che deve la sua violenza, in cui alcune scene, in alcuni snodi narrativi e nelle psicologie di alcuni personaggi, derivante fondamentalmente dallo spaghetti western e dal mito del pistolero (del commissario?) triste, incorruttibile e arguto. &lt;img alt=&quot;La-banda-del-gobbo.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/La-banda-del-gobbo.jpg&quot; width=&quot;140&quot; height=&quot;200&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;E incredibile come certa critica, vedendo la forza e la tenacia con cui i poliziotti davano la caccia al malfattore di turno, abbia tacciato il lavoro di un regista come Umberto Lenzi di fascismo, la cosa analoga successe anche al Don Siegel di Callaghan, quando invece adesso cè da scorgere una vena anarcoide e kubrickiana in cult movie come &lt;b&gt;Milano Odia: La Polizia non può Sparare &lt;/b&gt;(1974), &lt;b&gt;Roma a Mano Armata &lt;/b&gt;(1976) e &lt;b&gt;La Banda del Gobbo &lt;/b&gt;(1978), tutti impreziositi dalla presenza di un istrionico Thomas Milian. Ma daltronde, letterariamente parlando, anche i personaggi dello stesso Giorgio Scerbanenco avevano subito laccusa di fascismo: Carlo Lucarelli, uno dei più grandi estimatori dello scrittore ucraino di nascita e milanese dadozione, su questo punto chiarisce dicendo che: Io non ci credo. Credo che sia larrabiatura e labbruttimento di chi ha visto troppa miseria, come lui stesso*. Nel primo film della citata trilogia lenziana, assistiamo alla genesi, alla crudeli scelte e allepilogo della carriera di un giovane e violento disadattato nella mala milanese. Praticamente una sorta di &lt;b&gt;Arancia Meccanica &lt;/b&gt;metropolitana, che anticipa la costruzione drammatica dello &lt;b&gt;Scarface &lt;/b&gt;che Brian De Palma realizzerà nove anni più tardi, nel 1983. &lt;b&gt;Roma a Mano Armata &lt;/b&gt;è il palcoscenico, invece, dove si esibisce la cattivissima figura del gobbo: Vincenzo Moretto (Milian), poeta della strada e della morte, che si troverà a fronteggiare con la sua malvagità i mille piani del commissario Leonardo Tanzi (Merli) per assicurarlo alla giustizia, anche quando ci si mette di mezzo la psicologia e il tentativo di recupero sociale dei criminali. Questo è un film particolarmente significativo per tutto il genere, sicuramente seppure è scontata la derivazione letteraria a metà tra Spillane e Gadda, perchè insegue più la dinamicità e il fatalismo della kubrickiana &lt;b&gt;Rapina a Mano Armata &lt;/b&gt;(1955) mista allaction movie statunitense. Ma mai nel cinema italiano si era fatti i conti con una figura spietata come il gobbo, forgiata praticamente da un celebre personaggio di un film di Carlo Lizzani: Gobbo che tornerà più vendicativo che mai nel terzo film, dove si ritroverà a fare i conti con una banda di infami che ha cercato di ucciderlo durante un colpo. Siamo lontani anni luce, per fortuna, dai provinciali e televisivi Racconti del Maresciallo di Mario Soldati. E il momento in cui si affermato due sceneggiatori fondamentali del nostro cinema di genere, visitatori di tutti i generi, gli eclettici Ernesto Gastaldi e Dardano Sacchetti. Il primo proveniente dagli horror gotici, dai set di Riccardo Freda e Mario Bava, passando da una lunga collaborazione con Sergio Leone filtratagli attraverso Tonino Valerii, ha anche cercato di dare una visione politicizzata e realista della realtà italiana post 68 con quel &lt;b&gt;Milano Trema: La Polizia Vuole Giustizia&lt;/b&gt; (1973), film diretto da Sergio Martino dove compare la spietata figura di un editore fascista, interpretato dal bravissimo Richard Conte, implicato in loschi traffici e capace di corrompere la giustizia. Certo non siamo davanti ad una pellicola di quelle socialmente impegnate di Francesco Rosi o Elio Petri, ma è lodevole il modo in cui Gastaldi imbastisce attorno alla polizia e alla procura milanese una sorta di complotto politico che si risolverà con il classico duello a suon proiettili con tanto di inseguimenti in Alfetta.
   Sacchetti invece è uno sceneggiatore che ha da sempre preferito il dinamismo di certe scene, le forti psicologie tagliate con laccetta dei suoi personaggi, ai complicati snodi narrativi. Sua fu lidea portante del secondo, fortunato, thriller di Dario Argento &lt;b&gt;Il Gatto a Nove Code &lt;/b&gt;(1972). Come a lui si devono i deliri lovecraftiani o &lt;i&gt;gore &lt;/i&gt;dei più riusciti film horror di Lucio Fulci, percorsi che lautore aveva gia sperimentato con encomiabili risultati prima con Mario Bava (&lt;b&gt;Reazione a Catena&lt;/b&gt;) e poi con suo figlio Lamberto (&lt;b&gt;Dèmoni&lt;/b&gt;). A lui si deve, alla sua lunga collaborazione con Umberto Lenzi, sia il personaggio del Gobbo che quello di Monnezza, che si ritroveranno fratelli ne &lt;b&gt;La Banda del Gobbo &lt;/b&gt;dopo essere stati protagonisti rispettivamente dei suoi capolavori &lt;b&gt;Roma a Mano Armata &lt;/b&gt;e &lt;b&gt;Il Trucido e lo Sbirro&lt;/b&gt;. Film in cui emergeva una forte rabbia sociale del popolo nei confronti della borghesia.
   Alla lista degli sceneggiatori storici del genere si potrebbe ascrivere anche il talentuoso Massimo De Rita, autore dei più riusciti poliziotteschi di Castellari, si segnala come autore anomalo di film in cui non è sempre la polizia ad essere eroica, è il caso del Fabio Testi bodyguard in &lt;b&gt;Vai Gorilla! &lt;/b&gt;(1976) di Valerii e dello spaurito, ma sempre ligio ad dovere, commissario Jervolino de &lt;b&gt;Il Camorrista &lt;/b&gt;(1985) di Giuseppe Tornatore, che ha il volto glabro di Leo Gullotta. In Tv, prima di approdare alle sicure produzioni per tutta la famiglia, De Rita scriverà la prima serie de &lt;b&gt;La Piovra &lt;/b&gt;(1984) che, con Damiano Damiani alla regia, porterà sul piccolo schermo lultimo commissario di ferro: il Corrado Cattani interpretato da Michele Placido.


   Attualmente stiamo avendo una grossa riabilitazione cinematografica del poliziottesco. La riscoperta di autori cult come Fernando Di Leo, regista di un indimenticato film come &lt;b&gt;Milano Calibro 9 &lt;/b&gt;(1973), che vede la sua opera riproposta su DVD, ha riportato alla graduale revisione di un filone che rischiava di essere dimenticato. Il pubblico è più attirato dagli inseguimenti, dalla spietata ferocia dei criminali e dalla tenacia dei commissari di questi film che da quelli della stagione politicamente impegnata degli anni 70. Questi film sono invecchiati meglio, merito la non esplicita contaminazione politica, di tanti altri. Si preferisce &lt;b&gt;Roma a Mano Armata &lt;/b&gt;al &lt;b&gt;Cadaveri Eccellenti &lt;/b&gt;di Rosi, e tutto questo perché di più affascina la componente da action movie che determinò, allepoca, il successo di certi titoli. Certo si potrà notare anche una sorta di riuscitissimo affresco della società degli anni 70: gli abiti, le auto, le pettinatura ma anche gli ambienti urbani che favoriscono la squallida provincia e i violetti sozzi della grande città. 
   Ma ancora oggi il poliziottesco, termine che Di Leo odiava perché secondo lui spregiativo nei confronti di un genere che doveva assolutamente appartenere al poliziesco se non al giallo/noir, viene analizzato e visto come una sorta di nostalgico come eravamo o peggio ancora con il sorriso a fil di labbra di uno spettatore che sicuramente più smaliziato di quello dellepoca. Anche le recenti retrospettive tendono, mi viene in mente quella Veneziana dellanno scorso, a mischiare il poliziottesco con la commedia scollacciata o lo spaghetti horror. Abbinamenti, pericolosi cocktail, che screditano un genere che ha ancora molto da dire. Il risultato è che si pensa ad esso, inevitabilmente, come a qualcosa di comico. Ed ecco che si fanno avanti i Vanzina, che ci proporranno a breve il loro ritorno del Monnezza. Come se lAl Pacino di &lt;b&gt;Insomnia &lt;/b&gt;(2002) non avesse imparato nulla, nei metodi poco ortodossi e nel carattere, dai nostri commissari di celluloide. </text_more></entry>
<entry id='1256' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1256' author_id='1' authored_on='20050309234314' basename='la_campagna_contro_il_ritalin' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050309234314' modified_on='20050309234342' ping_count='1' status='2' title='La campagna contro il Ritalin' week_number='200510'><text>&lt;img alt=&quot;ritalincampagna.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/ritalincampagna.jpg&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;110&quot; border=&quot;0&quot; hspace=6 vspace=2 align=left /&gt;&lt;i&gt;[Per aderire alla campagna contro il Ritalin, è possibile lasciare la propria firma &lt;a href=&quot;http://www.provinciabile.it/blogabile/index.php?p=4#comments&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;]&lt;/i&gt;

&lt;i&gt;Da &lt;a href=&quot;http://www.provinciabile.it/blogabile/&quot;&gt;Blog-ABILE&lt;/a&gt; &lt;/i&gt;- Grazie ad un decreto ministeriale il cosiddetto farmaco della tranquillità, il Ritalin, destinato a sedare i bambini vivaci, è passato dalla tabella degli stupefacenti a quella degli psicofarmaci.
Una volta si chiamava argento vivo&quot;, vivacità&quot;, irrequietezza. Oggi grazie alla medicalizzazione scellerata di molti comportamenti, ha un nome sinistro: sindrome ADHD o sindrome da iperattività. Se un bambino è irrequieto, passa da un gioco allaltro, non riesce a star fermo , insomma, se il bambino si ostina a fare il bambino è segno che ha qualcosa che non va. Per questo molti medici e pediatri su indicazione stessa del Ministero della Salute inizieranno a prescrivere e somministrare il Ritalin: un eccitante del sistema nervoso che grazie ad un effetto cosiddetto paradosso agisce come calmante sulla sfera emotiva e comportamentale.</text><text_more>Ora anche in Italia questo farmaco può essere somministrato ai bambini come accade negli Stati Uniti, dove lallarme della comunità scientifica conferma la presenza di un vero e proprio esercito di piccoli dipendenti da farmaci.
Per questi motivi, lonorevole Tiziana Biolghini, Consigliere delegato alle politiche dell Handicap della Provincia di Roma, si oppone con fermezza alle reintroduzione del Ratalin, nel mercato farmacologico italiano.

&lt;i&gt;Interrogazione parlamentare
On. Tiziana Biolghini
Al Ministro della salute. &lt;/i&gt;

Per sapere, premesso che:

- dal marzo 2003, per decreto ministeriale, il Ritalin, anfetamina a base di metilfenidato, è passato dalla tabella degli stupefacenti a quella degli psicofarmaci;

- da quella data il farmaco, appartenente alla famiglia della morfina e della cocaina, può venire usato per «curare» i bambini affetti dal così detto «Disturbo da Deficit dell&apos;attenzione con Iperattività» (ADHD o DDAI);

- la casa farmaceutica che produce il Ritalin, la multinazionale Novartis, nella scheda tecnica scrive che: «un uso abusivo del farmaco può indurre una marcata assuefazione e dipendenza psichica con vari gradi di comportamento anormale [...] si richiede un&apos;attenta sorveglianza anche dopo la sospensione del prodotto poiché si possono rilevare grave depressione e iperattività cronica»;

- nonostante questo, però, la Novartis ha invaso il mercato americano, tanto che i piccoli americani «impasticcati» sono ormai circa quattro milioni;

- nello stesso periodo in alcune scuole d&apos;Italia è partito un progetto chiamato «Prisma», sponsorizzato da istituti privati, per individuare bambini affetti da questa sindrome tramite questionari per gli insegnanti e le famiglie;

- le domande poste riguardano comportamenti molto comuni: ai genitori viene, per esempio, chiesto se il figlio faccia errori di negligenza, se si dimeni sulla sedia, se corra e si arrampichi o parli troppo, se si agiti o ascolti poco;

- bastano poche risposte affermative ed il genitore viene invitato ad una «visita più approfondita», che potrà condurre alla prescrizione della medicina;

- numerose ricerche hanno evidenziato come i bambini veramente iperattivi (disturbo che non comporta nessun tipo di deficit cognitivo) riescono a superare tale disturbo mediante psicoterapie ed interventi pedagogici mirati, senza l&apos;uso di alcun farmaco, tanto meno del Ritalin che servirebbe soltanto a nascondere i sintomi senza intervenire a fondo sul problema;

- la questione risulta ancora più allarmante alla luce della situazione degli USA, dove il farmaco è in uso da molto tempo, e dove alcuni pediatri e psichiatri hanno lanciato un vero e proprio allarme dopo aver riscontrato nei bambini trattati con il Ritalin effetti collaterali talvolta devastanti: alcuni di loro, ormai adulti, non riescono a condurre una normale vita sociale, rimanendo dipendenti dalla sostanza;

all&apos;interrogante sembra che si voglia per forza porre sotto controllo farmacologico tutti quei bambini che non stanno alle regole e non si conformano ai canoni sociali stabiliti:

- a quali motivazioni debba esser fatta risalire la modificazione della tabella in cui è classificato il Ritalin;

- se non ritenga pericolosa la possibile diffusione dell&apos;uso di un farmaco così potente in età pediatrica e se non ritenga di dover scongiurare in ogni modo che gli interessi delle multinazionali farmaceutiche e degli istituti di ricerca privati possano prevalere su quelli reali dei bambini e delle loro famiglie;

- se non ritenga opportuno riportare la situazione allo stato precedente, riconducendo il Ritalin entro la tabella degli stupefacenti. 
</text_more></entry>
<entry id='1257' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1257' author_id='1' authored_on='20050309234932' basename='la_capria_caro_goffredo_parise' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050309234932' modified_on='20050309235147' ping_count='1' status='2' title='La Capria: &lt;i&gt;Caro Goffredo&lt;/i&gt; (Parise)' week_number='200510'><text>&lt;img alt=&quot;parise.bmp&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/parise.bmp&quot; width=&quot;91&quot; height=&quot;122&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;b&gt;Nello Ajello&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;lacapriaparise.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/lacapriaparise.jpg&quot; width=&quot;88&quot; height=&quot;123&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Si può dedicare un saggio critico a un amico scrittore che si ammira con affetto incondizionato, e di cui, nella vita ancor prima che nella letteratura, si condivide tutto, fino a considerarlo un esempio e un modello? Dedicando a Parise un libro intitolato &lt;a href=&quot;http://www.minimumfax.com/libro.asp?libroID=266&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;&lt;b&gt;Caro Goffredo&lt;/b&gt;&lt;/a&gt; (minimum fax,  7), Raffaele La Capria dimostra che si può. Le preferenze, i tic, le bizzarrie dell&apos;amico veneto vengono considerate dallo scrittore napoletano parte essenziale e preziosa dell&apos;artista che Parise fu. Dopo la morte, che lo colse cinquantasettenne nell&apos;agosto del 1986, i dati caratteristici della sua personalità gli appaiono come un lascito memorabile.</text><text_more>&lt;img alt=&quot;lacapria.bmp&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/lacapria.bmp&quot; width=&quot;80&quot; height=&quot;106&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Oltre che una testimonianza, questo libro esile e malinconico - nel quale si intessono scritti che La Capria ha composto in tempi diversi - appare come una rivendicazione polemica di Parise uomo e scrittore. L&apos;autore sintetizza ed esalta tutti i punti di dissenso (e non furono pochi) che Parise segnò nei riguardi della società italiana: specie negli ultimi anni di vita, ciò che La Capria chiama &quot;idiosincrasie rispetto alle idee correnti del suo tempo&quot; assunsero per l&apos;autore dei &lt;b&gt;Sillabari &lt;/b&gt;la consistenza di un motore ideale per attivarne la fantasia. Scrittore assai reattivo, antagonistico per indole e istinto, egli insomma si esprimeva &quot;a rovescio&quot; rispetto allo spettacolo che gli offriva il mondo.
Il catalogo delle allergie di Parise è assai fitto, e porta in cima una data, approssimativa ma non arbitraria, che è la stessa nella quale il sodalizio fra i due amici diventò più stretto: gli anni Sessanta, a Roma. Fu allora che ebbe inizio quella stagione dell&apos; &quot;impegno&quot; e della &quot;contestazione&quot;, che il romanziere vicentino avversava e irrideva, parlando e soprattutto scrivendo. In ogni ramo della cultura, e particolarmente in letteratura, l&apos;invadenza dell&apos;ideologia gli apparve intollerabile.
Crebbe progressivamente in lui - se vogliamo farne per un istante una questione di &quot;scuole&quot;, termine che egli aborriva - l&apos;avversione verso quel &quot;neorealismo&quot; che aveva dominato quasi senza contrasti la narrativa nostrana del dopoguerra, e che ancora sopravviveva in forme abitudinarie e quasi costrittive. Anche senza obbedirvi, in un periodo della sua attività di narratore Parise era apparso meno drastico nel condannare questa sorta di ukase in ossequio al quale, per citare un&apos;antica battuta di Alberto Arbasino, &quot;magari per eccesso di buone intenzioni&quot; si finiva &quot;per confondere la buona letteratura con la Cassa del Mezzogiorno&quot;.
Ma il Parise più vero è altrove (e La Capria lo sottolinea in ogni pagina): nel suo libro di esordio, scritto a ventidue anni, che s&apos;intitola &lt;b&gt;Il ragazzo morto e le comete &lt;/b&gt;e che il suo stesso autore definirà &quot;lirico e cubista&quot;, e all&apos;altro estremo della vita, nei &lt;b&gt;Sillabari&lt;/b&gt; numero 1 e numero due, distinti in un alfabeto - un racconto per ogni lettera - che la morte prematura del narratore interruppe alla &quot;S&quot;. E&apos; qui, in quest&apos;opera ultima, che La Capria individua &quot;uno dei risultati più alti della narrativa di oggi&quot;. Nel lungo intervallo fra questi due momenti letterariamente felici - riferisce l&apos;amico biografo - &quot;Parise era uno scrittore famoso e applaudito, ma scontento&quot;. Girava, senza afferrarlo, intorno al &quot;perno del proprio lavoro&quot;. Qualche suo libro d&apos;allora sembrava a lui stesso peccare di un&apos;eccessiva razionalizzazione, cioè di un difetto di poesia. L&apos;eccesso di razionalità in arte: ecco l&apos;errore che i due scrittori esecrano all&apos;unisono. Non a caso, sia detto &quot;per incidens&quot;, La Capria considera mancato, fra i propri romanzi, &lt;b&gt;Amore e psiche &lt;/b&gt;(1973), addebitandogli proprio quella pecca.
La complicità fra i due si fondava, senza possibili stridori, su motivi di arte e di costume quotidiano. Nei rapporti correnti di cui è fatta l&apos;amicizia, l&apos;autore di questo volumetto esplora l&apos;universo dell&apos;altro. Gli piace la sua aria di &quot;ipnotizzatore&quot; e di &quot;rabdomante&quot;. Gode la musichetta veneta del suo eloquio. Apprezza in lui l&apos;alternarsi di &quot;una corda seria e una corda pazza&quot;. Lo incuriosiscono il suo anticonformismo, le sue stranezze, la sua visionarietà. Lo incanta soprattutto quell&apos;intelligenza del cuore, così in disuso, cui Goffredo si appella.
Fra due scrittori così, la pratica insistita del &quot;disuso&quot; - frutto della non coincidenza con le consuetudini e i suggerimenti dell&apos;ambiente e della cultura - può diventare un modo di vivere, una regola del pensiero. &quot;L&apos;arte è una farfalla senza eredi e capricciosa, si posa dove e quando vuole lei&quot;, ovvero &quot;la poesia va e viene&quot;, si legge fra le citazioni da Parise che La Capria riproduce. Nel libro compare spesso una parola, l&apos; &quot;ispirazione&quot; (a volte scritta con la maiuscola), che ancora qualche decennio fa, &quot;quando i sentimenti erano considerati reazionari&quot;, era bandita dai consessi letterari. E da fondati indizi appare chiaro al biografo che non fu la morte, e non soltanto lei, a lasciare incompiuto l&apos;edificio dei &lt;b&gt;Sillabari&lt;/b&gt;. A determinare l&apos;evento c&apos;era stato un trauma, come lo stesso Parise aveva confidato in un&apos;avvertenza ai lettori: &quot;Alla lettera S, nonostante i programmi, la poesia mi ha abbandonato&quot;. &quot;E con la Poesia&quot;, lo aiuta a concludere La Capria, &quot;se n&apos;è andato anche lui&quot;.
Parise, che venne chiamato &quot;l&apos;ultimo grande scrittore vitalista italiano&quot;, aveva avuto, tuttavia, sempre presente la morte. Sottoposto a dialisi dal 1981 in seguito a mali cardiaci e poi renali, aveva lasciato a Roma - città &quot;di papi e di topi&quot; - e si era trasferito per alcuni anni, gli ultimi, nelle montagne della sua gioventù. Senza più scrivere, sciando, andando a caccia. E aspettando la fine. Le sue lettere a La Capria, detto &quot;Duddù&quot; o &quot;Dudù&quot;, che chiudono il volume odorano di neve e di erba appena falciata. Sembrano un inno alla vita, alquanto incredulo, smentito dalla realtà. E perciò tanto più struggente.

&lt;i&gt;[La Repubblica - 1 febbraio 2005]&lt;/i&gt;</text_more></entry>
<entry id='1258' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1258' author_id='1' authored_on='20050310000941' basename='da_macondo_a_mcondo_nuova_lett' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050310000941' modified_on='20050310001012' ping_count='1' status='2' title='Da Macondo a McOndo: nuova letteratura sudamericana' week_number='200510'><text>di &lt;b&gt;Alessandro Armato &lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;mcondo1.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/mcondo1.gif&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;66&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Anche il realismo, in America Latina, non ha più nulla di magico. La letteratura dell&apos;ultimo ventennio ha infatti demolito il mito del Nuovo Continente come terra magica e primigenia contrapposta al prosaico razionalismo e alla stanchezza della civilizzazione europea. Non sono stati scritti (o non sono stati ancora riconosciuti) grandi capolavori, ma il cambiamento di prospettiva è degno di nota. Il crollo del comunismo, l&apos;agonia della rivoluzione cubana e il dilagare della globalizzazione hanno ridimensionato le aspettative ideali legate all&apos;America Latina e hanno favorito un ritorno alla realtà. È tramontato il «realismo magico» e al suo posto è sorta una nuova letteratura che esce dagli schemi di un rigido «latinoamericanismo», prende atto della modernità e recupera quella che in fondo è l&apos;essenza stessa del Nuovo Continente: l&apos;ibridismo, il mestizaje, l&apos;incrocio di popoli e culture differenti.</text><text_more>&lt;img alt=&quot;Mcondo.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Mcondo.gif&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;245&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Il «realismo magico» era esploso negli anni Sessanta sull&apos;onda dell&apos;entusiasmo per la rivoluzione cubana e delle attese redentrici legate a Che Guevara e ai movimenti rivoluzionari del Terzo Mondo. I suoi esponenti a quel tempo erano tutti simpatizzanti del regime castrista e presentavano un&apos;America Latina immersa in un tempo mitico, ignara del progresso e priva di complicazioni intellettualistiche. Gabriel García Márquez, Mario Vargas Llosa, Miguel Ángel Astúrias o Alejo Carpentier idealizzavano il carattere primitivo del continente sudamericano e lo proiettavano nell&apos;avvenire rivoluzionario. Il loro socialismo tellurico, assieme all&apos;indiscutibile qualità di alcune opere, ha avuto tanto successo da far entrare per la prima volta la letteratura latinoamericana nel mercato editoriale internazionale e ha creato quel fenomeno che nei manuali di letteratura va sotto il nome di boom literario latinoamericano.
Alla lunga però il «realismo magico» ha finito per esaurirsi come tutte le formule. Oggi è praticato solo dai sopravvissuti della vecchia generazione (per lo più ridotto a un fatto stilistico, come nel recente &lt;b&gt;Memorias de mis putas tristes &lt;/b&gt;di García Márquez) e da alcuni epigoni di qualità discutibile come la messicana Laura Esquivel, l&apos;autrice di &lt;b&gt;Dolce come il ciccolato &lt;/b&gt;(edito in Italia da Garzanti).
Non ci sono nuovi Márquez all&apos;orizzonte. L&apos;America Latina magica degli scrittori del boom, venata di vecchie utopie antiprogressiste peraltro di origine europea, non è più compatibile con il presente. Macondo esiste ancora, ma convive con metropoli sterminate, autostrade, metro, tivù via cavo, internet, cellulari, Mtv, film hollywoodiani, fast food e fantasmagorici centri commerciali. È diventato &lt;i&gt;McOndo&lt;/i&gt;, come recita il titolo di un&apos;antologia di racconti di giovani scrittori cileni pubblicata in iberoamerica - guarda caso - da Mondadori. 
Ognuno scrive a modo suo, ha i suoi temi e generi favoriti. Ma tutti accettano la modernità e la post-modernità come un dato di fatto (pur non la esaltantandola) e accantonano il vecchio mito dell&apos;America Latina come luogo dell&apos;utopia, come la terra del «buon selvaggio» dove è possibile costruire una civiltà nuova alternativa a quella del progresso esemplificata dall&apos;Europa o dagli Usa.
In contrasto con la ruralità di opere come &lt;b&gt;Cent&apos;anni di solitudine&lt;/b&gt;, si moltiplicano i romanzi urbani dai tratti post-moderni. A volte sono crudi, come &lt;b&gt;Satana &lt;/b&gt;(Einaudi, 2003) del colombiano Mario Mendoza, oppure vicini al noir come &lt;b&gt;Donna in rosso &lt;/b&gt;(Guanda, 2002) di un altro colombiano, Jorge Franco Ramos.
Non mancano autori giovanilistici e commerciali come il cileno Alberto Fuguet de &lt;b&gt;I film della mia vita &lt;/b&gt;(Marcos y Marcos, 2004) o il colombiano Efraim Medina Reyes di &lt;b&gt;C&apos;era una volta l&apos;amore ma ho dovuto ammazzarlo &lt;/b&gt;(Feltrinelli, 2003), ma ci sono anche scrittori decisamente più solidi come il cileno Roberto Bolaño de &lt;b&gt;I detective selvaggi &lt;/b&gt;e de &lt;b&gt;La pista di ghiaccio &lt;/b&gt;(Sellerio, 2003 e 2004 ), il controverso Fernando Vallejo, fustigatore della società colombiana ne &lt;b&gt;La vergine dei sicari &lt;/b&gt;(Guanda, 2002) o l&apos;argentino Ricardo Piglia di &lt;b&gt;Soldi bruciati &lt;/b&gt;(Guanda, 2000).
Che il mondo letterario latinoamericano sia in fermento lo rivela il proliferare di etichette con cui la critica si sforza di inquadrare i nuovi scrittori. Ci sono i colombiani del cosiddetto &lt;i&gt;Baby Boom &lt;/i&gt;come i già menzionati Mendoza e Ramos, assieme a Enrique Serrano, Santiago Gamboa o Juan Carlos Botero. I messicani di El Crack come Sergio Pitol, Jorge Volpi, Ignacio Padilla, Ricardo Chávez Castañeda, Eloy Urroz, Pedro Ángel Palou, Vicente Herrasti o Alejandro Estivill. Oppure i cileni della &lt;b&gt;Generación McOndo &lt;/b&gt;come il già citato Fuguet, Sergio Gómez e altri.
Ángela Ines Robledo, docente di Letteratura latinoamericana alla Universidad Nacional de Colombia, avverte che «molto di quello che sta accadendo è legato al fenomeno del mercato. I giovani autori devono fare i conti con un mercato globale, di massa, dominato da case editrici transnazionali. Il successo di uno scrittore latinoamericano passa per gli editori che hanno la loro sede centrale in Spagna. Le grandi case editrici esigono temi che qualsiasi lettore, in qualsiasi parte del mondo, possa comprendere. Oppure richiedono generi che si vendono bene come il romanzo poliziesco, il noir, il thriller, il romanzo storico. Non accettano opere troppo regionali, telluriche, autoctone».
Anche la letteratura di testimonianza ha un certo peso, soprattutto in quei Paesi negli anni Ottanta si sono risvegliati dall&apos;incubo delle dittature. In Centro America le testimonianze delle persone di che sono state testimoni di fatti politici sono fondamantali. Un libro su tutti è la vita della leader indigena Rigobertà Menchú raccontata a Elisabeth Bugos in &lt;b&gt;Mi chiamo Rigoberta Menchú &lt;/b&gt;(Giunti). «Attraverso l&apos;oralità - spiega ancora Ángele Ines Robledo - si punta a cambiare la storia ufficia le e a incorporare nella società le voci dei perseguitati politici e delle minoranze indigene o afroamericane». 
Nel Cono Sur (Cile, Argentina e Uruguay) le problematiche legate alle dittature militari, alle torture e ai desaparecidos vengono trattate in modo differente. Invece di ricorrere alle testimonianze si adoperano la letteratura fantastica, i sogni e gli elementi psicanalitici che abbondavano già in scrittori come Jorge Luis Borges, Ernesto Sábato e Adolfo Bioy Casares. Sono significative in questo senso le opere Luisa Valenzuela (&lt;b&gt;Noir con argentini&lt;/b&gt;, Perosini, 2002), di Damiela Eltit o del già ricordato Bolaño, precocemente scomparso nel 2003 (&lt;b&gt;Notturno cileno&lt;/b&gt;, Sellerio, 2003).
Mancano molte voci all&apos;appello. Ma quello che si nota, nel complesso, è una letteratura post-yuppies e post-comunista, una letteratura delusa tanto dal progetto della modernità come dalle ideologie di sinistra, che cerca confusamente di ritrovare valori umani universali. Dopo che il vento della globalizzazione ha spazzato via le vecchie utopie, l&apos;America Latina, col suo enorme bagaglio etnico e culturale, potrà sicuramente dire qualcosa in questo senso.
&lt;i&gt;[da &lt;a href=&quot;http://www.avvenire.it&quot;&gt;l&apos;Avvenire&lt;/a&gt;]&lt;/i&gt;</text_more></entry>
<entry id='1259' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1259' author_id='1' authored_on='20050311000401' basename='la_guerra_continua' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050311000401' modified_on='20050311000522' ping_count='1' status='2' title='La guerra continua' week_number='200510'><text>&lt;img alt=&quot;sgrenacarta.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/sgrenacarta.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;129&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;b&gt;Pierluigi Sullo&lt;/b&gt;
[da &lt;a href=&quot;http://www.carta.org/editoriali/index.htm&quot;&gt;CARTA&lt;/a&gt;]

Il check point dei media e della politica italiani ha regole d&apos;ingaggio se possibile piu&apos; drastiche di quelle dei militari nordamericani a Baghdad. Il paragone e&apos; certamente eccessivo, se si pensa alla pallottola che ha ucciso Nicola Calipari. Ma provate voi a mettervi nei panni di persone come Giuliana Sgrena e il suo compagno Pier Scolari, o l&apos;intera redazione del manifesto, che hanno vissuto - in modi diversi, certo - un mese di tensione e paura, di fatica e di speranza. Uno di quei momenti della vita che si&apos;, ti cambiano per sempre, come dice Gabriele Polo, ma allo stesso tempo lasciano cicatrici nell&apos;anima e, nel caso di Giuliana, nel corpo, visto che dovra&apos; essere ri-operata per riparare i danni di quelle pallottole. Ecco, mettetevi nei loro panni e immaginate che, subito dopo l&apos;enorme gioia per la salvezza della nostra compagna, e subito dopo il grande trauma della morte di un agente dei servizi che si era conosciuto come una persona seria, competente ed umana, subito dopo questa tempesta di emozioni, vi capiti di essere diffamati, derisi, volutamente malintesi dalla generalita&apos; dei grandi giornali e dei grandi telegiornali, e da molta parte della politica.</text><text_more>Ci vogliono nervi molto saldi, e una enorme serenita&apos;, per resistere. I nervi e la serenita&apos; che aveva Gabriele, martedi&apos; sera, nella trasmissione &quot;Ballaro&apos;&quot;, quando invece di balzare alla gola di uno come il ministro leghista della giustizia [ossimoro], si limitava a guardarlo, mentre quello diceva che Napoli e&apos; molto piu&apos; pericolosa di Nassiriya, che in Iraq non c&apos;e&apos; la guerra e che Giuliana e&apos; piu&apos; amica dei suoi sequestratori che dei suoi liberatori.
Perfino il Comitato di redazione del Tg4 ha protestato contro il direttore, Emilio Fede, per gli insulti che andava scagliando su Giuliana. Anche il Cdr del Tg1 si e&apos; ribellato, dopo i trucchi per rinviare la notizia sulla morte di Calipari [e il direttore, Mimun, ha fatto martedi&apos; sera leggere un proclama come fosse una notizia, su quanto il direttore del Tg1 e&apos; inappuntabile]. Perfino il &lt;i&gt;Wall Street Journal&lt;/i&gt;, invece che occuparsi delle azioni delle industrie militari, o forse proprio per questo, ha abbandonato il suo stile &quot;britannico&quot; [che non e&apos; mai esistito], per insultare la giornalista del &lt;i&gt;manifesto&lt;/i&gt;. Ed Eugenio Scalfari, con il suo tono alla Camillo Cavour, insiste nel mettere sullo stesso piano l&apos;&quot;errore&quot; di Giuliana, l&apos;essersi fermata troppo a lungo nella moschea, con quello di Calipari, il non aver preso le misure le sicurezza di cui, tutti lo sanno, il fondatore della Repubblica e&apos; un grande esperto, avendo frequentato i peggiori quartieri di Baghdad in tempo di guerra. Mentre l&apos;ex umorista Michele Serra - sospinto dal guerrologo Adriano Sofri - fa della triste ironia sull&apos;antiamericanismo e altre fesserie.
Dobbiamo continuare? Feltri e il &lt;i&gt;Giornale&lt;/i&gt;, il &lt;i&gt;Corriere della Sera &lt;/i&gt;e il suo re-inviato Lorenzo Cremonesi, che sui servizi segreti nordamericani ne sa piu&apos; di Negroponte, ministri assortiti in ogni radio e tv, Bruno Vespa e Lucia Annunziata
Eppure, due piccole verita&apos; restano li&apos;. La prima e&apos; che un sondaggio di Ap-Biscom, non del centro sociale Leoncavallo, dice che il 70 per cento degli interpellati vuole il ritiro delle truppe, e pensa che gli Usa non ci faranno mai conoscere la verita&apos;, sulla morte di Calipari. La seconda e&apos; che Giuliana Sgrena si costituira&apos; parte lesa nel processo, se mai si fara&apos;, ai colpevoli della sparatoria di cui e&apos; stata vittima insieme ai due agenti del Sismi.
In effetti, di cosa stiamo parlando? Di una donna sequestrata, delle mobilitazioni pubbliche e del lavoro riservato [di Calipari, non di quell&apos;esibizionista di Scelli, che a Falluja ha visto solo bambini con la maglietta dell&apos;Inter e del Milan, dato che c&apos;e&apos; andato quando esistevano ancora bambini, nella citta&apos; irachena] per salvarla. E del fatto che, quando l&apos;ostaggio era ormai a qualche centinaio di metri dall&apos;aereo che l&apos;avrebbe riportata tra noi, raffiche di proiettili l&apos;hanno ferita, mentre uccidevano il suo salvatore. E questi proiettili sono statunitensi.
Sarebbe semplice. E semplici sono le domande. Perché hanno sparato? Perché contro quella macchina? Dove si e&apos; inceppata la famosa &quot;catena di comando&quot;? E per quale ragione? Fino a che non si avranno risposte certe, tutte le ipotesi sono possibili. Tutte. E continuare a parlare di &quot;incidente&quot;, come tutti fanno, compreso il buon vecchio centrosinistra [quasi al completo] e&apos; altrettanto fazioso, che se qualcuno parlasse di &quot;omicidio premeditato&quot; [cosa che nessuno fa].
La verita&apos; e&apos; che di quel che effettivamente e&apos; accaduto non frega niente, ai grandi [tele]giornali e a quel genere di politica, altrimenti salterebbero sulla sedia, dopo che il ministro degli esteri ha parlato in parlamento, non nel suo salotto, di un&apos;auto che viaggiava a 40 all&apos;ora, mentre le solite &quot;fonti militari&quot; dicono ad Abc News che l&apos;auto procedeva a 160 [dev&apos;essere la mania italiana per la Ferrari e la Formula Uno]. Quel che gli interessa e&apos; arginare il vulcano di indignazione, e di dolore, e di verita&apos;, che erutta nella societa&apos; italiana, ossia riparare alla meglio lo strappo nel solo legame davvero indiscutibile della politica italiana, quello con gli Stati uniti d&apos;America. Da quello strappo consegue il crollo di legittimita&apos; della guerra.
Una guerra finalmente svelata come tale, perché di colpo di vede che Baghdad o Falluja non assomigliano per niente a Scampia o a Secondigliano, e chi lo dice, come il ministro Castelli, appare per quel che e&apos;. E anzi sono un posto dopo chiunque puo&apos; uccidere chiunque, dove ai posti di blocco i soldati statunitensi sparano a prescindere, nella migliore delle ipotesi sulla morte di Calipari e sul ferimento di Giuliana.
Per ottenere questo scopo, la prima cosa da fare e&apos; screditare le voci contrarie, specialmente se sono molto popolari come Giuliana Sgrena. Che per colmo di sfortuna e&apos; anche testimone oculare, oltre che vittima e bersaglio delle stesse pallottole che hanno ucciso Nicola Calipari.
Quel che sta avvenendo e&apos; impressionante. Non si e&apos; mai visto un tale accanimento contro una persona inerme, come Giuliana, e contro un giornale piccolo, come &lt;i&gt;il manifesto&lt;/i&gt;. Qui abbiamo cinque milioni e mezzo di copie e quindici milioni di telespettatori contro qualche decina di migliaia di copie. A rigore, dovrebbero aver gia&apos; vinto. Ma c&apos;e&apos; quel 70 per cento che vuole il ritiro delle truppe: Anche questo e&apos; impressionante: quanto l&apos;Italia ufficiale sia lontana e diversa da quella reale. Mentre la societa&apos; dice &quot;la guerra e&apos; finita&quot; [ed e&apos; il titolo del numero di &lt;a href=&quot;http://www.carta.org&quot;&gt;Carta &lt;/a&gt;che esce questa settimana], i media e la politica dicono &quot;la guerra continua&quot;.
E&apos; una situazione che si e&apos; data piu&apos; volte, nella storia italiana. Per esempio l&apos;8 settembre del 1943. Non si deve mai esagerare, ma una tale frattura, tra rappresentanti e rappresentati non e&apos; tranquillizzante. Ma, intanto, un gesto ciascuno puo&apos; facilmente farlo: scrivere un messaggio al &lt;i&gt;manifesto &lt;/i&gt;[&lt;a href=&quot;mailto:lettere@ilmanifesto.it]&quot;&gt;lettere@ilmanifesto.it]&lt;/a&gt; per dire, semplicemente, coraggio, vi vogliamo bene, non vi abbattete, siamo con voi.</text_more></entry>
<entry id='1260' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1260' author_id='1' authored_on='20050313000207' basename='imperium_sesta_puntata' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050313000207' modified_on='20050313000516' ping_count='0' status='2' title='IMPERIUM Sesta puntata' week_number='200511'><text>Romanzo di &lt;b&gt;Fabio Ciabatti &lt;/b&gt;e &lt;b&gt;Luca Nutarelli&lt;/b&gt;
Le foto di Emilio Periglio sono di &lt;b&gt;Tito Kurtz&lt;/b&gt;
&lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/cgi-bin/mt-search.cgi?IncludeBlogs=2&amp;search=imperium&quot;&gt;&lt;i&gt;Qui tutte le puntate&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;

&lt;img alt=&quot;imperium6.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/imperium6.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;134&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Ecco, qui va a finire che il colpevole sono io. Che sono stato io a copiare. Dopo tutto il culo che mi sono fatto. Che testa di cazzo che sono stato. Sta minchia di tesi lho praticamente volantinata in giro per il mondo. E uno fra i tanti potrebbe essere un amico, un conoscente di Antonio Monti o di Michael Hunt. Un loro collaboratore, più che altro un collaborazionista. Bastardo! Vatti a fidare degli amici. Mi fido troppo della gente. Sarà, forse sono un po ingenuo. Sì, sono stato davvero un coglione a fidarmi di Cermugnati. Solo un vero scemo poteva stargli appresso e seguirlo nelle sue follie. Come quella storia del convegno. Vada pure e non si preoccupi. Può utilizzare la prima parte della tesi e farne un intervento. Mica se la mangiano. Gli accademici abbaiano, ma non mordono! E ora invece, secondo lui, sarebbero pronti ad ammazzare. Ma dai! E io come un cretino a farmi il culo per quel cazzo dintervento. Ma aspetta.</text><text_more>Avevo sintetizzato alcuni pezzi della prima parte della mia tesi in alcuni fogli manoscritti che ho usato come scaletta. Contenevano proprio le parti della tesi che ho ritrovato su Imperium. E li ho persi! Dopo la relazione li ho lasciati un attimo sul tavolo. Un paio di chiacchiere sullultimo discorso del Subcomandante Marcos e poi niente volatilizzati. È stato un attimo. Ma chi cera a quel convegno? Magari su Internet comera il titolo? Maledetta memoria, devo aggiungere qualche giga al mio hard disk. Prima che sia troppo tardi. Forse è già troppo tardi, sono in preda allobsolescenza tecnologica, alla demenza senile precoce delluomo-macchina. Su, un piccolo sforzo che ce la fai, ce lho qui sulla punta della lingua. Magari se vado davanti ad uno specchio e apro la bocca lo riesco a vedere. Meglio evitare se no qualcuno potrebbe pensare che sto svolgendo un rituale di autoerotismo maori. No, utilizziamo metodi più tradizionali. La mungitura del cervello. Magari quel cazzo di titolo schizza fuori dalla testa. Beh, forse non è proprio un metodo tradizionale. Allora concentrazione e basta. Con la sola imposizione delle mani mi ordino di ricordare il titolo del convegno. Quando lo dirò io. Ora. Niente. Ritenta, sarai più fortunato. Ora. Niente da fare. Forse mi devo lavare le mani prima di impormele. Tutto questo sudore non aiuta. Aumenta lumidità dei neuroni. Sempre che ne sia rimasto qualcuno acceso. Ah, ecco, sì, me lo sono ricordato. Deve essere stato lultimo neurone a destra. Lui non mi tradisce mai. E speriamo che non mi tradisca neppure Google: Trova i risultati che contengono la seguente frase: filosofia e scienze sociali nel pensiero postcontemporaneo. Va, distruggi il male e va, e in fretta. Uh, che culo! Eccolo qua. Cè ancora lavviso sul sito della Sapienza. Un altro click e ricomincia la caccia allo stronzo. Caccia grossa un po mi spossa, ma si tira avanti verso il centro del mistero. Sim sala bim, i relatori sono quim! La rima lascia un po a desiderare, però ci si può lavorare. Ora però facciamo il lavoro serio. Rapida scorsa ai relatori. Questi me li ricordo. Sono tutti mummie. Sai che ci facevano con i miei appunti! Le bende per la tumulazione. Beh, non proprio tutti! Guarda un po chi si vede! Allepoca non sapevo manco chi cazzo fosse. Sarà per questo che non me lo ricordavo. Un caso? Incominciano ad esserci troppi casi in questa storia. Michael Hunt, tu mi puzzi. Non credere di scamparla. Ora ti vengo a cercare. E allora di nuovo in pista, inizia unaltra ricerca!

&lt;i&gt;E vai. Un altro test. Nuovo giro, nuovo debug. Devo eseguire il programma passo passo. È così che si trovano gli errori. Sono un detective informatico, il sicario dei bachi o forse un cybercorrettore di bozze. E allora? Che cè di male? Le gerarchie stanno per saltare tutte quante. Sì, però, nel frattempo, sapessi almeno a che serve tutta sta roba! Sembra un videogioco. Però nei videogiochi cambiano i quadri. Qui mi sembra di fare sempre lo stesso gioco: Bug Invaders!  E poi oggi mi sono davvero incartato. È tutto il giorno che faccio test sullo stesso modulo. Eppure niente da fare. Devo cambiare strada. Ero convinto che il problema fosse qui. In questa sezione del cazzo. Sarà stato il nome così lungo che hanno dato a queste funzioni. Mi ha portato sulla cattiva strada. Sembrava importante. E invece. Ma quando impareranno a non dare i nomi a cazzo? E adesso che faccio? Emilio ricorda il tuo maestro: Quando hai eliminato limpossibile, qualunque cosa rimanga, per quanto improbabile, deve essere la verità. Vabbè, e allora? Siamo al punto di prima, senza una traccia. Neanche Sherlock Holmes è riuscito ad aiutarmi. Non mi rimane che lultima risorsa. Come dice il manualetto del debbugger perfetto:  mostrare il codice ad unaltra persona può mettere in evidenza che il problema sta in quei pezzi di codice che non possono avere il baco. Ok. Non posso fare altro che chiamare Enrico. Ah, che fortuna! Parli del diavolo e spunta la sua pancia. 
- Enrico, puoi venire un attimo. Sono in panne. Non riesco proprio a venirne a capo. Magari se gli dai unocchiata tu. 
- Ma che devo fare tutto io? E tu qui che ci stai a fare? Adesso non ho tempo, magari ci do unocchiata più tardi. Stasera, verso le otto e mezza dovrei essere libero.
- Non si può fare un po più tardi?  Sai, oggi non ho proprio voglia di tornare a casa.
- Nessun problema. Abbiamo anche un letto sei vuoi dormire qui. Nel frattempo tu insisti. E ricordati di tenere la mente aperta: se pensi di aver identificato la parte del programma che contiene lerrore, ma lì è tutto a posto, guarda da qualche altra parte.
- Senza i tuoi saggi consigli sarei costretto a fare incetta di Baci Perugina!
- Oggi non ti conviene fare troppo lo spiritoso. Sennò questa busta me la tengo per me.
- E dovrei essere rattristato per questo?
- Fai un po tu. Dentro cè  lassegno del tuo primo rimborso spese. 
- Ma dai! Che avete vinto al Totogol? Scherzi a parte. Grazie Enrico, ci voleva proprio.
- Non ti entusiasmare troppo. Non è un gran che, ma sempre meglio di niente. Sai in questo periodo abbiamo dovuto
- Sì, lo so, avete dovuto affrontare delle spese impreviste.
- Allora sai pure come va a finire.
- Come no! Ci saranno soddisfazioni anche per me. Sempre che nel frattempo non mi abbiano carcerato per debiti.
- Non ti preoccupare, la cooperativa Philip K. Dick è sempre lieta di dar lavoro ai cittadini detenuti. Siamo felici di contribuire al loro reinserimento nella società.
- Grazie Enrico. Adesso sono molto più tranquillo.
- Cè poco  da stare tranquilli. Domani devi aver finito.
- Zi buana!
Ecco il mio primo agognato rimborso spese. Meglio che lo scarto dopo, se no mi passa la voglia di lavorare. Maledetto denaro. Se non fosse per questo strumento diabolico mantenuto in vita artificialmente dal grande parassita, la potenza produttiva della moltitudine non verrebbe più limitata. E io riuscirei pure a finire la tesi. Con tutto quello che ho imparato in questi ultimi tempi mi sento un vulcano che sta per eruttare inchiostro. E invece la mia situazione finanziaria è sempre più disperata. Emilio! Ora basta con lautocommiserazione. Sono un autoimprenditore biopolitico. E anche con buone prospettive: ho lavorato bene e sto simpatico ai soci. Anche se loro a me stanno un po sul cazzo. Tranne Enrico. Lui è diverso. Mi chiedo come riesca a lavorare al computer con quelle manone. Magari si è fatto fare una tastiera su misura. Lento,  taciturno, come tutti gli esseri di grandi dimensioni. Sembra burbero, ma nei miei confronti è sempre ben disposto, quasi paterno. Non devo abusare della sua pazienza, però. Va bene scherzare sui soldi. Ma dopo la sua esoterica spiegazione sul sistema di simulazione basato su 850 mila linee di codice che ho fatto finta di capire, non fornirei un buon servizio di marketing alle mie capacità intellettuali se tornassi allattacco per chiedere: Sì, vabbè, ma che cazzo stiamo facendo in soldoni? &lt;/i&gt;

E già, che cazzo ci stavi a fare a quel convegno? Eri venuto per carpire i risultati della mia ricerca? Direttamente dallAmerica? Rispondi Michael Hunt! Forse sto esagerando. Più semplicemente potrebbe aver ascoltato la mia relazione e poi ha deciso di fregarmi gli appunti. In seguito ha deciso di riciclarli per Imperium. Sì, potrebbe essere andata proprio così. Che dici? Che non centri niente, che un affermato accademico non andrebbe mai a rubare il lavoro ad un oscuro studente! Ma figurati! E poi non mi risulta che prima di Imperium tu fossi così affermato, o sbaglio? Ah, non parli adesso, eh! Sareste tutti pronti a vendere la nonna e il suo cane da passeggio per una merdosissima pubblicazione. Michelino, come il culo hai il faccino! Memo per il secondo neurone a destra: nel tempo libero continuare a lavorare sulla rima baciata. Ancora non ci siamo. Passo e chiudo. E no! Non chiudo un bel niente. Mo questo qua lo devo beccare. E dove? Altro giro altra ricerca. Facciamo questultimo sforzo e per oggi basta. Sto entrando in paranoia. Ho voglia di una canna. Tanto smetto domani. Facciamo dopodomani e non se ne parli più. Google fai il tuo dovere. Cerca linfame Michael, che al resto ci penso io. 
Finalmente! Google ha cercato Michael Hunt nell&apos;intera rete mondiale. Risultati 1 - 10 di 46. Durata della ricerca: 1.04 secondi. Il caro Hunt si sta allargando sulla rete. Forse mi vuole depistare. Ma non ci riuscirà. Io sono un osso duro, che ti credi! Guarda un po qui: Il Nuovo - Incidente accademico. Michael Hunt, coautore del best seller Imperium, era in Italia per una serie di convegni. Ieri notte, uscito dalla casa del suo collega Antonio Monti, è rimasto www.ilnuovo.it/nuovo/hp/0,1008,,00.html - 30k - Copia cache - Pagine simili. Come è rimasto sto coso? E cosè sta pagina? Ah sì, un articolo di ieri. E allora avanti verso il passato. Nella rete la concezione lineare del tempo è saltata completamente. Presente e passato coesistono. La rete è unaccumulazione incessante di essere. Lessere per la vita. Vitaaa, Vitaaa, che bello incontrasi in questa vita. Stare insieme  Il refrain dellAmaro Averna ha un contenuto ontologico con echi palesemente spinoziani. È evidente. È la canzone della moltitudine che nel suo stare insieme cooperativo produce e riproduce incessantemente la
-	Vitaaa. Vitaaa. Che bello
-	Shhh! 
Maledetta vecchiaccia sibilati sto cazzo. Sei troppo incartapecorita per capire i bisogni e i desideri espressi dalla moltitudine, sei troppo zitellaccia per capire la Vitaaa. Vitaaa. Che bello incontrarsi in questa vi
-	Ma allora? Che stiamo a San Remo?
-	No, a San Remo no, ma manco a San Pietro? Mica stiamo in chiesa che bisogna stare in religioso silenzio!
-	Senta, se continua a disturbare sarò costretta a chiamare il commesso!
-	E chiami pure chi le pare. Qui sopra cè scritto no smoking, mica no singing.
-	Ma guarda tu questi giovani doggi! Non hanno più rispetto per le persone anziane. E poi guarda come vanno in giro, sembrano degli zingari.
-	Zingaraaa, prendi la mia mano, Zingaraaa
-	Ma lei è proprio unimpertinente. I suoi genitori non le hanno insegnato leducazione? Ai miei tempi appena mi permettevo di dire qualcosa volavano ceffoni. Così sinsegna leducazione. Altro che il permissivismo doggi. Adesso i giovani vogliono tutto 
-	Va bene, va bene, signora Montessori, ha vinto lei, io smetto di cantare e lei interrompe il suo trattato di pedagogia sganassona. Pace?
-	È incredibile. Oggigiorno non cè più religione. Non ci sono più valori
E che palle! Ma pure io ogni tanto farei meglio a pensare fino a dieci prima di parlare e poi dovrei tacere, come dice il saggio cinese. Adesso è meglio lasciarla borbottare per conto suo. Prima o poi si spegne. Vitaaa, vitaaa.  E mo basta, però, con lamaro biopolitico! Che se no non la faccio più finita e mi tocca ammazzare la vecchiaccia. Deve essere il potere espansivo della moltitudine che mi ha contagiato. O forse un certo appetito che mi increspa i succhi gastrici. Più che di amaro avrei bisogno di una bella rosetta imbottita.

&lt;i&gt;Tiriamo fuori il rosettone con la mortazza e le melanzanine marinate. Basta con il debug, è ora di pranzo. Fra un morso e laltro butto un occhio a Indymedia per vedere che cosa succede nel mondo. Techno per i diritti: questa è una manifestazione degli amici vetero-pre-postfordisti di Lucia, questaltro pezzo è sulle luride piccinerie politiche italiane (quanto è buona la mortadella con le melanzanine!), questo riguarda i wargame Usa, questaltro è sui processi agli attivisti noglobal ciociari Ma insomma, un po di calcio non ce lo vogliamo mettere? Va bene con il mediattivismo, ma anche calcio-attivismo vuole la sua parte. Vaffanculo! Cè qualcuno che cha il Corriere dello Sport? Intellettualoidi di massa e soprattutto di merda che non siete altri! Almeno non rispondete con quello sguardo altezzoso. Non avete ancora capito che un momento, come continua sta storia dei wargame?  ma a chi è stata affidata l&apos;estensione a Taranto del sistema di FX3? Alla RTK, un&apos;azienda che ha sede ad Arlington in Virginia. Coincidenza vuole che Arlington (un sobborgo di Washington) sia anche la sede del Pentagono, ossia il Dipartimento statunitense della Difesa. Si potrebbe dire che la RTK è quasi di casa al Pentagono. Essa, infatti, stando ad alcune indiscrezioni pubblicate sul New York Times starebbe elaborando POMFRIZ, un software militare basato su 850 mila linee di codice. La RTK progetta e installa sistemi ingegneristici complessi basati su piattaforme computerizzate in grado di gestire simulazioni di scenari e wargame (attraverso il DIS, Distribuited Interactive Simulation) in cui Taranto svolge la funzione di nodo in una rete che ha il suo centro nel Pentagono. La RTK, inoltre, sarebbe specializzata in sistemi di pianificazione e preparazione delle missioni. Taranto sarà quindi un porto dove testare le funzioni di interoperabilità remota della Marina Militare Usa. Tecnicamente la RTK avrebbe quindi il compito di estendere l&apos;interoperabilità mediante un comune linguaggio elettronico denominato US Message Text Format (USMTF) che è alla base del sistema di comunicazione della flotta americana. E no! Ma che siamo matti! Ci deve essere una spiegazione, altrimenti sarebbe lassurdo cosmico, la più inutile delle perversioni: mettere la nostra forza creativa, il nostro lavoro intellettuale al servizio del parassita dei parassiti, il cieco mostro militarista che ingabbia con la violenza e la minaccia la gioiosa ricchezza delle moltitudini mondiali. Altro che controllo dei mutamenti climatici! Se è vero che la RTK di cui parla larticolo di Indymedia è la stessa RTK alla quale stiamo cercando di offrire i nostri software, i nostri software sono programmi militari. Su questo sillogismo non ci possono essere dubbi. Aristotele mica era un imbecille, lui. Io, invece, che faccio adesso? Non ostile va bene, coglione no. Vado a cercare Enrico. Esigo delle spiegazioni.  Tempo al tempo. Prima finisco la rosetta. A stomaco pieno la ricerca della verità riesce meglio.&lt;/i&gt;

Gesù Cristo, che darei per una bella rosetta con la mortazza e le melanzanine marinate! Ma adesso vediamo che ha tirato fuori Google: Michael Hunt, autore insieme a Antonio Monti del best seller &lt;b&gt;Imperium&lt;/b&gt;, era in Italia per una serie di convegni. Ieri notte, uscito dallabitazione del suo collega italiano, è rimasto ferito in un incidente stradale. Le sue condizioni sono critiche e la prognosi è ancora riservata. Da una prima ricostruzione dellincidente, sembra che lautomobile su cui viaggiava Hunt avesse i freni in avaria. Il ricercatore statunitense aveva lasciato la casa del collega italiano verso le quattro del mattino dopo una lunga conversazione dedicata alle prossime iniziative politiche e promozionali legate ad &lt;b&gt;Imperium&lt;/b&gt;. Secondo alcuni vicini, lincontro tra Hunt e Monti sarebbe degenerato in lite. I vicini non hanno saputo riferire largomento dellalterco limitandosi a sostenere che i due avrebbero discusso in lingua inglese.
</text_more></entry>
<entry id='1261' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1261' author_id='1' authored_on='20050313002533' basename='lansdale_bubba_ho-tep' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050313002533' modified_on='20050313002730' ping_count='1' status='2' title='Lansdale: BUBBA HO-TEP' week_number='200511'><text>&lt;img alt=&quot;Bubba.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Bubba.jpg&quot; width=&quot;140&quot; height=&quot;209&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;b&gt;Joe R. Lansdale&lt;/b&gt;
&lt;i&gt;[da &lt;b&gt;Bubba Ho-Tep&lt;/b&gt;, traduzione di Sebastiano Pezzani, &lt;a href=&quot;http://www.addictions.it&quot;&gt;Addictions&lt;/a&gt;, euro 7.50]&lt;/i&gt;

Elvis faceva fatica a pensare a se stesso o alla vita in un contesto che non fosse la fogna, visto che spesso era troppo stanco per evitare di farsela addosso nel sonno, svegliarsi in un mare di piscio o di merda, in attesa che le infermiere o gli assistenti venissero a pulirgli il culo. In quel momento se ne rese conto. Tutto dun tratto si accorse che erano anni che lo davano per morto
 Elvis chiuse gli occhi e pensò che si sarebbe svegliato da un brutto sogno ma così non fu. Riaprì gli occhi lentamente e vide che si trovava ancora dovera prima e che le cose non erano migliorate. Si sporse in avanti e aprì il cassetto del comodino e ne estrasse uno specchietto rotondo e si guardò.</text><text_more>Era uno spettacolo orrendo. Aveva i capelli bianchi come il sale ed era terribilmente stempiato. Aveva delle rughe profonde abbastanza per nascondere dei lombrichi in tutta la loro lunghezza, quelli grandi, quelli che strisciavano di notte. Le labbra carnose non erano più carnose. Sembravano la pappagorgia di un bulldog, dal tanto che sbavava. Si trascinò la stanca lingua da una parte allaltra delle labbra per asciugarsi la bava e si accorse, guardandosi allo specchio, che gli mancavano un bel po di denti.
Maledizione! Come aveva fatto il Re del RocknRoll a ridursi così?...

Entrò linfermiera dalla carnagione color cioccolato e dalle tette come pompelmi. La sua uniforme bianca emetteva lo stesso crepitio di quando si fanno le carte. Sulla sua testa il cappellino da infermiera aveva una inclinazione che la diceva lunga sul suo amore per lumanità, sul fatto che guadagnasse bene e prendesse luccello regolarmente. Sorrise a Callie e poi a Elvis. Come sta oggi, Signor Haff?
Bene disse Elvis. Ma preferirei mi chiamasse Signor Presley, oppure Elvis. È una vita che glielo ripeto. Non mi faccio più chiamare Sebastian Haff. Non cerco più di nascondermi.
Certo, disse la bella infermiera. Ne ero al corrente. Me lero scordato. Buon giorno, Elvis.
La sua voce grondava sciroppo di sorgo. Elvis avrebbe voluto colpirla con la padella.
Linfermiera si rivolse a Callie: Non lo sapeva che abbiamo una celebrità qui, Signorina Jones? Elvis Presley. Lo conosce, vero? Il cantante di RocknRoll
Lho sentito nominare Callie disse. Pensavo fosse morto.
Callie tornò alla cassettiera e si accucciò per lavorare vicino al cassetto più basso. Linfermiera guardò Elvis e sorrise di nuovo ma si rivolse a Callie. In effetti Elvis è morto e il Signor Haff lo sa bene. Non è vero, Signor Haff?
No, cazzo! sbottò Elvis. Sono qui. Non sono morto, non ancora.
Senta, Signor Haff, non ho niente contro il fatto di chiamarla Elvis ma mi sembra che lei abbia le idee un po confuse oppure che le piacciano i giochini. Lei era un sosia di Elvis. Se lo ricorda? È caduta dal palco e si è rotta lanca. Quandè stato, ventanni fa? Si è preso uninfezione ed è stato in coma per alcuni anni. Quando è uscito dal coma aveva qualche problemino....

&lt;i&gt;Ero stanco di tutto. La donna che amavo, Priscilla, se nè andata. Le altre donne erano solo donne. La musica non la sentivo più mia. Nemmeno io ero più me stesso. Ero solo un fantoccio. Gli amici mi stavano spremendo come un limone. Me ne sono andato e non mi è dispiaciuto. Ho lasciato tutti i soldi a questo Sebastian, ad eccezione di una riserva che potesse sostenermi se me la fossi vista brutta. Io e Sebastian abbiamo fatto un patto. Se fossi voluto tornare, lui me lo avrebbe permesso. Era tutto scritto in un contratto, nel caso volesse fare il furbo, nel caso si affezionasse troppo alla mia vita. Il fatto è che la mia copia del contratto è andata persa nellincendio
Cantavo come ai vecchi tempi. Facevo delle canzoni nuove. Canzoni scritte da me. Lattenzione che ricevevo era su scala ridotta ma mi piaceva. Le donne si gettavano tra le mie braccia immaginando di stare tra le braccia di Elvis solo che io ero davvero Elvis e giocavo a fare Sebastian Haff che gioca a fare Elvis Non mi dispiaceva affatto. Non me ne fregava niente se si era bruciato il contratto... Poi ho avuto lincidente... Stavo cantando &apos;Blue Moon&apos;, ma mi è uscito il bacino. Era un po che avevo dei problemi col bacino&lt;/i&gt;
 Ed era sostanzialmente vero. Se lera lussato facendo lamore con una vecchia signora dalla chioma bluastra che si era fatta tatuare la parola ELVIS sul culo grasso. Non era riuscito a trattenersi e se lera scopata. Assomigliava a sua mamma Gladys Come stavo dicendo, avevo messo da parte un po di soldi nelleventualità di una malattia, o altre cose del genere. È con quei soldi che mi sto pagando la degenza
La vuol sapere una cosa, Elvis? disse linfermiera carina. Qui abbiamo anche un Signor Dillinger. E un Presidente Kennedy. Dice che la pallottola lha solo ferito e che il suo cervello è conservato in un barattolo di vetro alla Casa Bianca
Nellala più lontana della casa di riposo, la Vecchia Signora McGee, meglio nota da quelle parti come La Cantante di Yodel, si lasciò andare in uno dei suoi famosi gorgheggi (asseriva di aver cantato in unorchestra Country &amp; Western da giovane) per poi smettere bruscamente. Elvis manovrò il demabulatore e proseguì. Era una vita che non metteva piede fuori dalla sua stanza. A dire il vero non era praticamente mai sceso dal letto. Quella sera si sentì tonificato perché non aveva pisciato nel letto e così sentì quel suono nuovamente, il ragno nella scatola piena di ghiaia. (Un bel ragnaccio. Una bella scatola. Un bel po di ghiaia.) Capire da dove proveniva quel suono gli diede qualcosa da fare Passò accanto alla camera di Jack McLaughlin, il tizio che era convinto di essere John F.Kennedy e che pensava che il suo cervello stesse alla Casa Bianca e che fosse caricato a batterie. La porta della stanza di Jack era aperta. Elvis mise diede una sbirciata proseguendo. Sapeva fin troppo bene che Jack non avrebbe avuto molta voglia di vederlo. A volte accettava Elvis in quanto vero Elvis e, quando lo faceva, era spaventato e diceva che Elvis era il mandante del suo assassinio Per lo meno lui a Elvis gli assomigliava: un Elvis invecchiato e malato. Jack era afroamericano  sosteneva che lautorità costituita lo avesse tinto di nero per tenerlo nascosto  e Mums era una donna convinta di aver subito un intervento che le aveva cambiato il sesso.
Cristo santo! Era un ospizio o un manicomio?...
 Forse sarebbe valsa la pena di stare al gioco fino in fondo, anche se avesse significato giocarci con un negro che era convinto di essere John F. Kennedy e che credeva che una mummia egizia infestasse i corridoi della casa di riposo, scrivesse dei graffiti sui divisori del bagno, togliesse lanima delle persone succhiandogliela dal buco del culo, la digerisse, e la cagasse nel cesso degli ospiti

Elvis fece dondolare agevolmente il deambulatore in avanti ma ebbe la sensazione di non averne davvero bisogno quella sera. Era in preda all&apos;eccitazione. Jack era un pazzo e forse anche lui lo era, ma un&apos;avventura era in corso.
Arrivarono al gabinetto del salone. Quello riservato ai visitatori maschi. &quot;Qui dentro&quot;, disse Jack.
&quot;Aspetta un attimo&quot;, disse Elvis. &quot;Non è che mi fai entrare lì dentro e poi cerchi di trastullarti con il mio uccello, vero?&quot;
Jack lo fissò. &quot;Ehi, ho fatto l&apos;amore con Jackie e Marilyn e un&apos;infinità di altre donne e tu pensi che avrei voglia di trastullarmi con il tuo schifoso cazzo vecchio?&quot;
&quot;Ben detto&quot;, disse Elvis.
Entrarono nel bagno. Era grande e dotato di diverse cabine e urinali.
&quot;Laggiù&quot;, disse Jack. Si avvicinò a una delle cabine, ne aprì la porta con una spinta e si fece indietro, vicino alla comoda, per consentire al deambulatore di Elvis di farsi strada. Elvis entrò e osservò quello che Jack stava indicando.
Un graffito. 
&quot;Che cos&apos;è?&quot; chiese Elvis. &quot;Stiamo indagando su un lieve rumore di passi nel corridoio, nel tentativo di scoprire chi ti ha assalito la notte scorsa, e tu mi porti qui e mi fai vedere un disegno inciso sulla parete del cesso?&quot;
&quot;Guarda da vicino&quot;, gli disse Jack.
Elvis si sporse in avanti. Non aveva più la vista di un tempo ed era probabile che le sue lenti avessero bisogno di un adeguamento ma riuscì a vedere che, invece di una normale scritta, il graffito era una serie di semplici immagini disegnate.
 
&lt;img alt=&quot;gerobubba.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/gerobubba.jpg&quot; width=&quot;283&quot; height=&quot;85&quot; border=&quot;0&quot; align=center /&gt;
   
  L&apos;eccitazione percorse le vene di Elvis, come un sorso di una buona bevanda alcolica. Un tempo era stato un avido lettore delle tradizioni culturali antiche ed esoteriche, come &lt;i&gt;Il Libro Egizio dei Morti &lt;/i&gt;e &lt;i&gt;L&apos;Opera Completa &lt;/i&gt;di H.P. Lovecraft, e riconobbe subito quello che aveva davanti agli occhi. &quot;Geroglifici egizi&quot;, disse.
&quot;Esatto!&quot; disse Jack. &quot;Amico, sei meno stupido di quanto certa gente ti abbia fatto.&quot;
&quot;Grazie&quot;, disse Elvis.
Jack infilò una mano nella tasca della giacca, ne tolse un pezzo di carta piegato e lo aprì. Lo mise contro il muro. Elvis vide che sopra c&apos;era lo stesso tipo di disegni che si trovavano sulla parete della cabina.
&quot;L&apos;ho copiato ieri. Sono venuto qui a cagare, perché non avevano fatto le pulizie nel mio bagno. Ho visto questa cosa sulla parete, sono tornato nella mia stanza e ho consultato i miei libri e poi me lo sono trascritto tutto. La frase in alto si traduce più o meno così: IL FARAONE FA I POMPINI AGLI ASINI. E l&apos;ultima riga dice: CLEOPATRA È UNA SPORCACCIONA.&quot;
&quot;Che cosa?&quot;
&quot;Be&apos;, più o meno&quot;, disse Jack.</text_more></entry>
<entry id='1262' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1262' author_id='1' authored_on='20050313232602' basename='kusturica_e_risi_due_film_su_maradona' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050313232602' modified_on='20050313232628' ping_count='0' status='2' title='Kusturica e Risi: due film su Maradona' week_number='200511'><text>&lt;img alt=&quot;maragordo.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/maragordo.jpg&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;166&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;b&gt;Giulio Gargia&lt;/b&gt;
&lt;i&gt;[da &lt;a href=&quot;http://www.larticolo.it&quot;&gt;L&apos;Articolo&lt;/a&gt;, diretto da Stefano Porro]&lt;/i&gt;

Il regista serbo Emir Kusturica, vincitore due volte della Palma doro a Cannes, realizzerà un film-documentario sulla vita di Diego Armando Maradona. Lo rivela il quotidiano di Belgrado, &lt;i&gt;Vecernje Novosti&lt;/i&gt;. Secondo il giornale sarebbe stato lo stesso Maradona a scegliere il regista e le riprese dovrebbero iniziare il 18 marzo a Buenos Aires, in occasione del compleanno della figlia di Maradona, per poi spostarsi a Napoli, Barcellona e Cuba. «Si tratterà di un film la cui concezione sarà abbastanza complicata. Userò molto materiale di repertorio, ma non quello che hanno scritto i giornali. Lidea -ha spiegato Kusturica - è quella di mettere in luce la volontà di Maradona di stabilire una armonia allinterno della sua famiglia. La mia intenzione è quella di trovare e mettere in risalto, nei prossimi cinque mesi, la vera personalità di Maradona», ha aggiunto il regista.</text><text_more>«Se Diego si trova ad una festa di gala vestito di bianco e vede arrivare un pallone infangato, lo stopperà di petto». Così Vincenzo Siniscalchi, il suo avvocato partenopeo, sintetizza lo spirito di Maradona, ricordando quello che il suo amico Francis Cornejo disse di lui. Tra i premi della sua carriera, un riconoscimento dallUniversità di Oxford in qualità di Maestro ispiratore dei sognatori. Ma Diego è stato anche oggetto di violenti attacchi di una parte della stampa e di un gruppo di intellettuali. Lo scrittore Manuel Vazquez Montalbàn scrisse di lui: «Egli ha incarnato la mistica dellemancipazione sottoproletariata. Dissipativo e arrogante come gli Anni Ottanta». E ora arriva questo progetto dellautore di Underground. «Chi conosce la cinematografia di Kustirica non può meravigliarsi. Emir è uno zingaro dellanima, un guascone impenitente, allergico ad ogni regola e compromessi». Lonorevole Vincenzo Siniscalchi commenta così la notizia, nella sua doppia veste di amico e di avvocato di Diego ma anche cinefilo doc, sceneggiatore de La vacanza, film degli esordi di Tinto Brass e fondatore della Rivista di cinema Lumiere. «Lidea di Emir Kustirica è pari alla sua bellissima storia di cineasta, nel senso che Diego Armando Maradona è un crocevia di grandi contraddizioni ma anche di eccezionali peripezie umane e sportive nella società contemporanea. Le contraddizioni sono tra lintelligente primitivismo naif di Diego e la violenza incredibile della società consumistica. Resta la centralità incredibile di questo genio del calcio che io ammiro anche per la sua intima onestà di vita, anticonformista e tutta imperniata ad una diversità che ha sempre disturbato lestablishment calcistico e non solo, ma anche la società ipocrita e bigotta che si è scagliata contro di lui, in tutto il suo falso moralismo, sfruttandone le debolezze, per alimentare curiosità morbose, di carattere scandalistico. Kustirica, nella sua laicità può fare una grande opera filmica e possiamo tutti aiutarlo a scrutare, tra i materiali di repertorio, le interviste e quantaltro, le varie facce della personalità ed anche dellinconscio di Diego».
Ma Kusturica non è stato il primo ad avere lidea. Già più di un mese fa, il 15 gennaio, la società di produzione spagnola Globomedia, ha reso noto il suo progetto di un film biografico sulla vita del pibe, che sarà affidato a Marco Risi. La società di produzione Globomedia, che possiede lesclusiva sulle produzioni audiovisive del calciatore argentino fino al 2010, ha inoltre reso noto che il film verrà co-prodotto dalla società italiana Sorpasso Film e dallInstituto de Cine Catalán. Il personaggio del fuoriclasse argentino sarà interpretato da tre attori differenti, a seconda delletà. Oltre al film verrà prodotto anche un documentario biografico, che dovrebbe esser pronto per il 2006 in base allaccordo fra Globomedia e la società di produzione Pentagrama Films.
El Pibe de Oro interpreterà se stesso nella parte che racconta gli anni recenti, mentre nelle altre fasi della sua vita ci saranno tre attori diversi che presteranno il proprio volto. Nel film di Risi potrebbe comparire anche Diego Armando Jr. il figlio che il campione argentino ebbe in Italia e che riconobbe solo pochi anni fa. A confermare limpegno arriva inoltre la notizia che gli sceneggiatori di Globomedia Manuel Valdivia, Manuel Rios e Cesar Vidal avrebbero raccolto più di 10 ore di materiale, frutto di conversazioni con lo stesso Maradona, i suoi famigliari e gli amici.</text_more></entry>
<entry id='1263' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1263' author_id='1' authored_on='20050314000848' basename='il_mito_billy_the_kid' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050314000848' modified_on='20050314000340' ping_count='1' status='2' title='Il mito Billy The Kid' week_number='200511'><text>&lt;i&gt;1. HO UCCISO BILLY THE KID&lt;/i&gt;
di &lt;b&gt;Pat Garrett&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;billythekid.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/billythekid.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;142&quot; border=&quot;0&quot; HSPACE=4 VSPACE=2 ALIGN=right /&gt;Nelle settimane che seguirono la fuga di Billy The Kid &lt;i&gt;[nella foto a destra; sotto, a sinistra, Pat Garrett]&lt;/i&gt;, ricevetti diverse critiche per il mio apparente distacco e disinteresse nei confronti del suo arresto. Ma io sono piuttosto egoista e preferisco occuparmi degli affari miei da solo, cercando di portare a termine i miei piani secondo un collaudato metodo personale.
Quindi, in realtà, non avevo smesso di raccogliere informazioni sul Kid, cercavo soltanto di tenere segreto il mio piano, occultato dietro un discreto silenzio. Non seguii Billy nei suoi soliti nascondigli, e non rivelai a nessuno i miei progetti. Rimasi a casa, dandomi da fare al ranch. Il mio obiettivo era depistare la gente e lasciare che il Kid si abituasse alla latitanza. Ero quasi certo che Billy fosse rimasto nei paraggi, probabilmente nascosto vicino a Fort Sumner.</text><text_more>&lt;img alt=&quot;pat_garrett.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/pat_garrett.jpg&quot; width=&quot;183&quot; height=&quot;249&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Eppure le mie certezze erano incrinate da alcune considerazioni: Billy non era affatto uno stupido, anzi era dotato di unincredibile capacità di analisi e di una straordinaria freddezza, soprattutto per un ragazzo della sua età. E allora perché avrebbe deciso di rimanere nei Territori? Non cera nulla che lo trattenesse; anzi, la taglia che pendeva sulla sua testa, la condanna che lo aspettava, e la fortuna che lo aveva assistito nella fuga avrebbero dovuto incoraggiarlo alla fuga. Perciò come primo passo avrei dovuto risolvere i miei dubbi.
[] Infine decisi di incontrare Peter Maxwell, del quale ero certo di potermi fidare. Io e miei uomini cavalcammo fino ai confini della tenuta di Maxwell dove trovammo un tizio accampato e ci fermammo. Poe riconobbe quelluomo: era un vecchio amico, con il quale aveva lavorato in Texas, un certo Jacobs. Ci fermammo al suo fuoco, bevemmo del caffè, quindi proseguimmo a piedi attraverso un frutteto che si estendeva fino a una fila di edifici, case di messicani più che altro, a meno di sessanta metri dallabitazione di Maxwell. Quando arrivammo nei pressi delle case dei messicani, sentimmo delle voci spagnole. Ci nascondemmo, rimanendo in ascolto. Scorgemmo un uomo che era comparso tra i cespugli e gli alberi: era troppo lontano per poterlo riconoscere. Indossava un cappello bordato con frange, pantaloni e gilet nero e una camicia con le maniche rimboccate. Pronunciò qualche parola - che alle nostre orecchie giunsero come un mormorio incomprensibile - si avvicinò a un cancello: lo scavalcò e camminò dritto verso una casa.
Non lo avremmo mai sospettato allora, ma quelluomo era Billy the Kid.
In seguito avremmo scoperto che Billy aveva lasciato i suoi compagni e si era rifugiato nella casa di un amico messicano. Lì si era tolto il cappello e gli stivali e si era gettato sul letto per leggere il giornale. Dopo un po aveva svegliato il suo compagno, laveva costretto ad alzarsi e preparargli del caffè. &quot;Dammi un coltello&quot; gli aveva detto. &quot;Vado da Peter a prendere della carne, ho fame&quot;. Il messicano si era alzato, aveva dato un coltello da macellaio al Kid, che  senza cappello né stivali  si era diretto a casa di Maxwell, distante solo qualche metro.
Quando Billy  ma ricordate, vi prego, che non lo avevo ancora riconosciuto  scomparve oltre il cancello, io tornai dai miei uomini: arretrammo di qualche metro per evitare le persone che avevamo sentito parlare. Scegliemmo un altro sentiero che ci avrebbe condotto a casa di Maxwell, aggirando le case dei messicani. Quando finalmente arrivammo alla veranda di Peter, ordinai a Poe e McKinney di fermarsi fuori, a una decina di metri, mentre io entravo a parlare con Maxwell. Era quasi mezzanotte e Peter era già a letto. Mi avvicinai a lui e mi sedetti sul materasso, vicino al cuscino. Gli chiesi subito se sapeva dove fosse Billy. Lui mi rispose che il Kid era stato nei paraggi, ma non sapeva se se ne fosse andato. In quel preciso istante un uomo si parò davanti alla porta, dandoci le spalle. &quot;Chi cè là fuori?&quot; gridò in spagnolo un paio di volte. Non gli rispose nessuno e lui entrò in casa: non indossava il cappello e dal rumore dei passi sembrava che non portasse nemmeno gli stivali. Doveva essere a piedi nudi. Aveva un pistola nella mano destra e un coltello da macellaio nella sinistra.
Venne dritto verso di me. Prima che si avvicinasse al letto, riuscii a bisbigliare: &quot;Chi è, Peter?&quot;, ma Maxwell non mi rispose. Per un attimo pensai potesse essere Manuel Abreu, il cognato di Peter: forse aveva visto Poe e McKinney fuori vicino al cancello e voleva sapere cosa stesse succedendo. Lintruso si fece ancora più vicino: appoggiò entrambe le mani sul letto, quasi sfiorandomi il ginocchio, e chiese: &quot;Chi cè là fuori, Peter?&quot;. Proprio in quel momento Maxwell mi rispose: &quot;È lui&quot;. Billy dovette percepire la presenza di una terza persona: alzò di scatto la pistola. Era a meno di trenta centimetri dal mio petto. Indietreggiò di qualche metro nella stanza buia: &quot;Quien es? Quien es?&quot; (Chi cè? Chi cè?, ripeteva). In realtà tutto avvenne in pochi secondi: io estrassi la mia pistola il più in fretta possibile e sparai, mi accucciai per un attimo, quindi sparai di nuovo. Il secondo colpo fu inutile: Billy era già a terra. Non disse nulla: uno spasmo, una contrazione, ansimava come se stesse soffocando. E in pochi secondi il Kid andò a far compagnia alle sue vittime.
Maxwell intanto si era precipitato in fondo al letto e stava raccogliendo da terra gli abiti per vestirsi. Io andai allingresso della casa, dove erano già accorsi Poe e McKinney. Maxwell mi raggiunse, anzi mi sorpassò correndo verso luscita. I miei uomini gli puntarono addosso i fucili, ma lui li implorò: &quot;Non sparate, non sparate&quot;. Io li fermai, dicendo che avevo preso Billy. Sembravano stupiti e mi chiesero se fossi sicuro di aver preso luomo giusto. Ma io conoscevo troppo bene il Kid per sbagliarmi: avevo riconosciuto anche la sua voce. I miei uomini invece non lo avevano mai visto prima: si erano accorti di quelluomo che era entrato in casa di Maxwell. Vedendolo, McKinney era scattato in piedi, facendo un po di rumore con gli speroni. Il Kid si era voltato verso di loro: probabilmente aveva visto che erano armati; era scoppiato in una risata e si era diretto allingresso della casa, urlando &quot;Chi cè là fuori?&quot;. I miei uomini lo avevano lasciato andare: in fondo non aveva né cappello né stivali e parlava spagnolo. Lo avevano scambiato per un contadino di Maxwell. Ecco perché pensavano che avessi ucciso luomo sbagliato.
Finalmente rientrammo in casa per esaminare il corpo. La pallottola lo aveva colpito proprio al cuore e doveva avergli trapassato il ventricolo. Poe mi chiese quanti colpi avessi sparato: gli dissi che avevo fatto fuoco due volte, ma che il secondo colpo non doveva essere andato a segno. A quanto pare i miei uomini avevano sentito tre spari, quindi Billy doveva aver risposto al fuoco.
Il Kid doveva aver sparato dopo di me, prima del mio secondo colpo, eppure non riuscimmo a trovare né un bossolo né il foro di un proiettile. Cercammo a lungo e con la dovuta attenzione  ma non trovammo niente, solo i fori dei miei due colpi. Dovevamo esserci sbagliati tutti e quattro. Per scrupolo controllammo anche la pistola di Billy, una calibro 41 semiautomatica. Nel tamburo cerano cinque pallottole e un bossolo. Il cane riposava proprio sul bossolo: il che, in realtà, non prova proprio niente, perché molti cowboy usano questo sistema per evitare che gli scappi un colpo. Inoltre la pistola non aveva sparato di recente, almeno a giudicare dallodore e dal bossolo.
Nessuno saprà mai se Billy the Kid mi ha riconosciuto. Se così è stato, di certo quella è stata la prima e unica volta in cui il Kid ha perso il controllo e non è riuscito a sparare per primo. Il ragazzo sapeva che se mi avesse incontrato avrebbe dovuto spararmi o arrendersi: aveva sparso la voce a Sumner che non aveva nulla contro di me, né voleva ferirmi. Ma gli piaceva ripetere che, se mi avesse incontrato, non si sarebbe mai arreso: non cera scelta, lui mi avrebbe ucciso, oppure io avrei dovuto farlo fuori. Diceva sempre che se ci fossimo incontrati, lui avrebbe sparato per primo.
Il mattino seguente il becchino, Alejandro Segura, eseguì lautopsia sotto la guida dellonorevole M. Rudolph, di Sunnyside, portavoce dellufficio di medicina legale della contea. Firmarono una deposizione che dichiarava che William H. Bonney era morto in seguito a ferita da arma da fuoco: larma era di proprietà di Pat F. Garrett, la cui mano ha inflitto la suddetta ferita mentre il signor Garrett espletava il servizio di sceriffo. Lomicidio è pertanto lecito e giustificabile.
Il corpo venne pulito, composto in modo adeguato e sepolto nel cimitero di Fort Sumner il 15 luglio 1881. Al momento della morte Billy the Kid aveva ventun anni, sette mesi e ventun giorni.
Ho detto che il cadavere è sepolto a Fort Sumner, ma credo che si debba sottolineare che ancora vi giace intatto. Il teschio, le dita, gli alluci, tutte le ossa e tutti i capelli sono stati sepolti il quindici luglio, con buona pace dei dottori, cronisti e giornalisti che sostengono il contrario. Alcuni truffatori hanno esibito il teschio del Kid, altri le sue dita o altre parti del suo corpo. E un dottore è riuscito a far credere a una banda di idioti di essere in possesso dellintero scheletro, ricomposto con cavi e tiranti. Non nego che da qualche parte negli Stati Uniti sia esposto uno scheletro proveniente dai Territori, o persino dal Rio Pecos: gli scheletri da queste parti non ci mancano. Le rive del Pecos, da Fort Sumner al Rio Grande, sono punteggiate da lapidi anonime, sotto le quali riposano scheletri di qualsiasi forma, età e colore. E qualsiasi truffatore o impresario spettrale (diciamo) può resuscitare un cadavere ed esporlo, battezzandolo Dick Turpin, Jack Shepherd, Cartouche o Billy the Kid. Nessuno può dire niente, ma non crediate che la gente di Rio Pecos si beva queste menzogne.
Lo dirò per lultima volta: il corpo di Billy the Kid riposa indisturbato nella sua tomba  e so quello che dico.


&lt;i&gt;2. QUIEN ES, QUIEN ES? LA STORIA DI BILLY THE KID&lt;/i&gt;
di &lt;b&gt;Francesco Caltagirone&lt;/b&gt;
&lt;i&gt;[dalla rivista &quot;Late For The Sky&quot;, n. 47, luglio 2000]&lt;/i&gt;

&lt;img alt=&quot;La locandina del film PAT GARRETT AND BILLY THE KID&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/pgbtk.jpg&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;248&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Le storie della frontiera possiedono i caratteri contraddistintivi dellepica. Realtà e leggenda si compenetrano, fatti e personaggi che pur provengono da un contesto reale sono circonfusi da un alone favoloso. Le gesta degli eroi positivi e negativi che siano assumono connotati e proporzioni straordinarie. Unaura di romanticismo pervade cronache di fatti che fuori da tale eccezionale contesto non rivelerebbero alcunché di prodigioso. I racconti del West solleticano limmaginario collettivo, si alimentano gli uni degli altri, ingigantiscono nella pratica del racconto orale, della fioritura letteraria, qualche volta delliconografia fotografica. Billy The Kid, come William Cody, come Wild Bill Hickock, come il generale Custer o Cavallo Pazzo, appartiene a una galleria di personaggi mitici che sconfina dalle pagine dei giornali, dai resoconti del tempo, per divenire pura essenza mitologica.
Attorno alla vita di Billy The Kid germinò una pletora di scritti, più o meno tendenziosi, spesso non aderenti alla realtà, liberamente affidati al galoppare di sbrigliate fantasie. In qualche caso vi fu un grado di affidabilità maggiore che produsse stesure più verosimili, aderenti alleffettivo svolgersi dei fatti. Abbiamo cercato di raccogliere un po di dati per fare chiarezza e conoscere più a fondo la cornice di uno dei più affascinanti dischi della storia del rock. La fonte principale da cui derivarono varie biografie, buone o cattive, è &quot;The autentic life of Billy the Kid&quot;, diario dei fatti che proprio lo sceriffo Pat Garrett stilò di propria mano, affidando la stesura definitiva al giornalista Ash Upson. Henry McCarty nacque attorno al 1859 negli &quot;slums&quot; irlandesi, nei quartieri più poveri di New York. Nel 1873 sua madre, vedova, si risposò con William H. Antrim a Santa Fé, cognome che in qualche caso il ragazzo mutuò.
Da adolescente Billy frequentò dubbie compagnie che lo indussero a furtarelli, procurandogli una temporanea reclusione. La prima evasione della sua vita passò per la cappa di un camino. Allontanatosi definitivamente dalla casa materna, alternò un regolare lavoro presso fattorie a furti di bestiame, conducendo una vita libera e selvatica. Incline alla musica, buon parlatore e lettore, sensibile e brillante nei rapporti personali, di modi cortesi benché facile a scoppi dira, turbolento spirito libero, il 17 Agosto 1877 in Arizona, freddò un prepotente che probabilmente non aveva accettato di perdere al gioco dazzardo, specialità nella quale il giovane &quot;vaquero&quot; sembrava eccellere.
Da qui iniziò una vita randagia, raminga, per pascoli e alture, al di sopra della legge, forte di un codice morale tutto personale che escludeva la rapina a treni e banche, lo stupro, lomicidio che non fosse dettato dalle necessità della legittima difesa, della rappresaglia per unazione uguale. Ma non era un Robin Hood, non rubava ai ricchi per dare ai poveri. Viveva la sua vita selvaggia, al di là del bene e del male. Come William H. Bonney, nome che assunse non si sa per quale ragione, si unì nel New Mexico alla banda dei Regolatori, finendo coinvolto fino in fondo nellannosa e cruenta faida fra Ragazzi e Regolatori, durissimo conflitto che si protrasse dal 1878 al 1879 nella contea di Lincoln.
Sir John Henry Tunstall, emigrato dallInghilterra nel 1876, era un allevatore che aveva assunto alle proprie dipendenze Billy, entrando poi in acerrima concorrenza con Lawrence G. Murphy, commerciante senza scrupoli che, tramite malversazioni di ogni genere, si era costruito un piccolo impero. Le prepotenze di Murphy si esplicavano in oscure trame che impinguavano i suoi guadagni di agente indiano per i Mescalero, cui forniva carni e verdure. Controllava le proprietà altrui, trafficava in bestiame rubato, forte di collusioni governative che gli garantivano impunità. Si circondò di teste calde pronte a difendere i suoi privilegi, primo fra tutti James J. Dolan, uomo con la mano sempre pronta sulla Colt. Tunstall, che comunque non sembra essere stato uno stinco di santo, si associò allavvocato scozzese Alexander McSween, un passato discusso e mani in pasta per ciò che concerneva il mondo dei cavilli legali. Il giovane possidente britannico fondò successivamente la Lincoln County Bank, ampliò il suo giro daffari entrando in aperto scontro con un Murphy che aveva via via abbandonato gli affari, delegando il losco Dolan alla gestione del patrimonio. Le due fazioni entrarono in collisione quando Dolan, spalleggiato dallo sceriffo, decise di aggredire Tunstall e i suoi. Dick Brewer, non meno equivoco luogotenente del neo-banchiere, mise insieme una torma di tagliagole per vendicare sottrazioni di cavalli avvenute troppo frequentemente.
Il 18 Febbraio 1878, Dolan assassinò Tunstall e iniziò una sanguinosa reazione a catena. Gli appigli legali dellavvocato McSween non poterono trattenere la furia dei suoi uomini, i &quot;Regolatori&quot;, tra cui Billy, legato da sincera riconoscenza a Tunstall. Venne ucciso uno dei sicari e trucidato assieme al suo sottoposto lo sceriffo Brady che aveva minacciato di arrestare McSween. Due settimane dopo si scontrarono le parti e Brewer perse la vita. La cittadina stava diventando un inferno e ciò che era nato come un comune regolamento di conti si stava trasformando nella cosiddetta Guerra della Contea. Gli scontri si susseguirono puntualmente, McSween venne scagionato dalle accuse, intervenne lEsercito, il Presidente Rutheford B. Hayes si occupò in prima persona della questione. La situazione divenne incontrollabile ed esplosiva. Dolan fece eleggere un nuovo &quot;marshall&quot; che desse la caccia ai Regolatori, rastrellando outlaws mercenari pronti a battersi per un pugno di dollari. La piccola città di San Patricio fu distrutta. McSween non rimase a guardare e assoldò una squadra di cinquanta uomini che guidò a Lincoln, ai magazzini di Murphy. Cinque giorni durò la sparatoria fino a quando non sopraggiunse la Cavalleria. I Ragazzi incendiarono la casa di McSween e qualcuno dei Regolatori, fra i quali il Kid, riuscì a sfuggire. McSween fu raggiunto da una raffica di proiettili. Lincontenibile e truculenta lotta che nessuno sapeva fermare si protrasse per un anno e la contea di Lincoln divenne una jungla di fuorilegge, inchiodata al caos e allarbitrio. Immerso in tale irrefrenabile bagno di sangue, si schierò definitivamente anche Billy, destinato a divenire uno dei capi dei Regolatori.
Esauritasi la vampa dellodio per autoconsunzione, Billy sopravvisse con lusata pratica del furto di cavalli. Tentò una conciliazione con la parte avversa organizzando una &quot;fiesta&quot; con gli antichi rivali. Ma un uomo venne ucciso da Dolan e Billy si offrì di testimoniare contro lirriducibile nemico in cambio di una moratoria sui suoi carichi pendenti. Dolan sfuggì tranquillamente alla legge e il Kid ritornò allabigeato, non mancando di farsi notare in qualche sparatoria. I delitti a lui attribuiti ammonterebbero a quattro, nonostante qualcuno gliene abbia ascritti ventuno. Un giornalista lo definì per la prima volta &quot;Billy the Kid&quot;, furono spiccate taglie (500 dollari la più alta) e la leggenda trovò legna da ardere. Anche i trascorsi di Pat Garrett, vecchio amico di Billy, eletto sceriffo per eliminare il pericoloso bandito, non erano granché, essendo anchegli noto alle autorità locali a causa di unantica attrazione per il bestiame altrui. Con un accanimento implacabile e la velenosa costanza, caratteristica di chi tradisce un amico in nome di una causa ritenuta superiore, Garrett si mise sulle piste del vecchio compagno, braccandolo con scientifica precisione. Lo scovò una prima volta a Fort Sumner, dove Billy protetto dallomertà dei peones che in lui avevano incarnato un piccolo eroe locale, andava a svernare, già stanco di una vita a rischio che lo teneva lontano dalle &quot;senoritas&quot; e dal buon tempo.
Fu lantivigilia del Natale 1880. Cascarono nella rete il Kid e altri quattro compagni. Charlie Bodrie restò sul campo, gli altri si arresero. Billy fu processato e condannato allimpiccagione, con sentenza da eseguirsi nellAprile 1881. Ma riuscì a cavarsela ancora una volta, dopo due settimane di detenzione, lasciandosi la prigione alle spalle e i corpi di due custodi stesi per sempre. La caccia senza quartiere continuò implacabile. La notte del 14 Luglio 1881, Pat Garrett lo colse nellabituale rifugio di Fort Sumner. Danno da pensare le scarse cautele che Billy prese per tutelare la propria vita. Era come calamitato da un destino già scritto. Di questa ineluttabilità il Kid possedeva unimperscrutabile coscienza. Una stanza buia nella quale Pat si era appostato. Penetrando loscurità, Billy avvertì una presenza estranea. &quot;Quien es,? Quien es?&quot; ripeté, forse presagendo la fine. La risposta immediata furono due pallottole, una delle quali lo raggiunse al cuore. Garrett tornò dal suo committente compiuta la missione. Billy dimenticò la Colt &quot;Thunderer&quot;41 e gentilmente bussò alla porta del cielo.</text_more></entry>
<entry id='1264' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1264' author_id='8' authored_on='20050314152633' basename='carmilla_e_i_repubblichini' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050314152633' modified_on='20050314153302' ping_count='0' status='2' title='CARMILLA E I REPUBBLICHINI' week_number='200511'><text>&lt;img alt=&quot;antifascismo.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/antifascismo.gif&quot; width=&quot;186&quot; height=&quot;249&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
&lt;i&gt;La redazione di Carmilla è da anni in prima linea nella lotta al revisionismo storico, da intendersi come quella corrente di pensiero che rivaluta le idee e la prassi dell&apos;Italia fascista, attacca il valore della Resistenza e della lotta armata partigiana e tenta di mettere sullo stesso piano vittime e carnefici, combattenti per la libertà e brigate nere. 
Purtroppo molta strada è stata fatta negli ultimi dieci anni, dall&apos;ingresso nel governo di centro-destra del 1994 del Movimento Sociale Italiano (successore diretto dei repubblichini), al primo discorso del neo-Presidente della Camera Luciano Violante nel 1996 (che invitava a cercare di comprendere le ragioni dei &quot;ragazzi di Salò&quot;), agli atti e dichiarazioni sempre più pressanti degli ultimi anni, dove i crimini del nazi-fascismo vengono stemperati in un clima di esaltazione istituzionale delle forze armate, del patriottismo e della guerra di conquista. Al punto che è oggi in discussione al Senato un disegno di legge che riconoscerebbe la qualifica di militari belligeranti ai combattenti della Repubblica Sociale Italiana.
Ospitiamo quindi con piacere una delle tante petizioni lanciate contro questo mostro giuridico, aderendo e invitando ad aderire alla battaglia contro tutti i vecchi e i nuovi fascismi. (PC)&lt;/i&gt;</text><text_more>&lt;b&gt;PETIZIONE CONTRO IL RICONOSCIMENTO DELLA QUALIFICA DI MILITARI BELLIGERANTI AI REPUBBLICHINI DI SALÒ&lt;/b&gt;(2 marzo 2005)

I parlamentari di Alleanza Nazionale hanno presentato un disegno di legge che andrà presto in discussione al Senato, con il quale coloro che prestarono servizio militare nellesercito della Repubblica Sociale Italiana di Salò, vengono riconosciuti come militari belligeranti e equiparati a quanti prestarono servizio nei diversi eserciti in conflitto durante la Seconda guerra mondiale.

LANPPIA
(Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti) esprime tutta la sua sdegnata contrarietà a questo disegno di legge che

attribuisce di fatto la qualifica di Governo legittimo al governo fantoccio della Repubblica di Salò, creando quindi una sostanziale parificazione sul piano interno e internazionale tra il Governo legittimo del Regno dItalia, presieduto dal maresciallo Badoglio, guidato dal Comitato di Liberazione Nazionale e sostenuto dagli angloamericani e quello illegittimo della Repubblica Sociale, privo di sovranità perché nato in territorio occupato dalle truppe naziste e ad esse subordinato;
mette sullo stesso piano i partigiani e le forze militari italiane che combatterono a fianco delle truppe Alleate per costruire unItalia unita, democratica, libera e indipendente, e coloro che non solo non rinnegarono gli obiettivi politici e ideologici della dittatura fascista ma ritennero di poter condividere la visione hitleriana e razzista dell&apos;Ordine nuovo nazista e combatterono spesso agli ordini dei comandi tedeschi, partecipando a stragi efferate di partigiani e di civili inermi.

LANPPIA  
chiede a tutte le Italiane e gli Italiani di aderire alla nostra petizione e di sostenere la nostra battaglia contro questa legge pericolosa e sbagliata.

La Storia è fatta di vicende complesse e di dolorose storie individuali, ma la memoria di un Paese e di un Popolo non permette ambiguità e cedimenti.

Lunità e lindipendenza dellItalia, la Costituzione repubblicana e i valori che la animano sono il frutto dellAntifascismo, della Resistenza umana, politica e culturale di coloro che soffrirono il carcere e il confino; del sacrificio di Gobetti, Matteotti, Amendola, Don Minzoni, dei fratelli Rosselli; di chi a Rodi e a Cefalonia combatté contro le truppe naziste, e non al loro fianco; di quanti nella guerra partigiana e di liberazione nazionale e nel rinato esercito italiano combatterono per 20 mesi contro loccupante nazista e contro i suoi servi di Salò.
Di tutti coloro, in definitiva, che si schierarono contro e non con la Repubblica Sociale Italiana.
Se lItalia dovesse smarrire questa memoria perderebbe il fondamento della sua coscienza civile e nazionale.

- Per queste ragioni la lotta contro questa legge non riguarda il passato, ma il presente e il futuro.
- Per queste ragioni i sottoscritti sono contrari a questa legge 

Le firme raccolte possono essere inviate allANPPIA, Corsia Agonale 10, 00186 Roma o al numero di fax 0668803986 o tramite e-mail &lt;a href=&quot;mailto:anppia@anppia.it&quot;&gt;anppia@anppia.it&lt;/a&gt;

Associazione nazionale perseguitati politici italiani antifascisti (ANPPIA)
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<entry id='1265' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1265' author_id='1' authored_on='20050315211955' basename='imperium_settima_puntata' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050315211955' modified_on='20050319233203' ping_count='0' status='2' title='IMPERIUM Settima puntata' week_number='200511'><text>Romanzo di &lt;b&gt;Fabio Ciabatti &lt;/b&gt;e &lt;b&gt;Luca Nutarelli&lt;/b&gt;
Le foto di Emilio Periglio sono di &lt;b&gt;Tito Kurtz&lt;/b&gt;
&lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/cgi-bin/mt-search.cgi?IncludeBlogs=2&amp;search=imperium&quot;&gt;&lt;i&gt;Qui tutte le puntate&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;

&lt;img alt=&quot;imperium7.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/imperium7.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;132&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;&lt;i&gt;4. Il Portale dellAmore, ovvero il lavoro affettivo &lt;/i&gt;
Mi sembra di navigare in un mare di cazzi ad alto tasso di acidità. Del resto la metafora genitale oramai mi rappresenta adeguatamente. Capirai, con il lavoro che ho fatto in questi ultimi mesi! Addetto al costumer sentimental care del Portale dellAmore. Che strano, a pensarci bene le mie vicende lavorative non mi sembrano casuali.  E pensare che quando ho litigato con Enrico mi appariva tutto così insensato. Ero incazzato nero. Sembrava un bonaccione e invece Anche lui apparteneva al vecchio mondo, gerarchico e disciplinare. Anche lui non aveva capito limportanza dellattività cooperante e solidale: Non stiamo mica giocando qui! Io devo mandare avanti la baracca. E senza commesse finiamo tutti col culo per terra. Pretendi spiegazioni e sputi sentenze. Se non ti sta bene te ne puoi pure andare. Anzi, sai che ti dico... Mi hai davvero rotto i coglioni. Vattene e non farti più vedere! Ero davvero deluso, amareggiato. Mi sembrava che tutto questo mio agitarmi fosse senza senso. E invece  è come se ci fosse una rigorosa logica sistemica che regge tutto quanto.</text><text_more>Se credessi alla Provvidenza, direi quasi che cè tutto un piano.  AllArcobaleno il potere costituente era ancora inibito dalla bruta materialità della produzione industriale. Nella produzione analitico-simbolica invece il potere socializzante del linguaggio e del general intellect poteva esprimersi senza vincoli. Finalmente si poteva cooperare con tutti. Sì anche con il Pentagono. Beh, che centra? Il problema non stava nella cooperazione, ma nella parzialità del medium. Ecco, lho pure scritto, qui nella tesi: 

&lt;blockquote&gt;Il pericolo intrinseco al general intellect è che esso rischia di ridursi a unastrazione, come se la nuova potenza del lavoro fosse declinabile soltanto in termini intellettuali e non corporei. Non ci sarebbe alcun surplus se la produzione non fosse animata dalle configurazioni affettive che pervadono i rapporti e le articolazioni dellessere sociale.&lt;/blockquote&gt;

Insomma, è evidente: un general intellect che non sia anche general love diventa astratto, indifferente alle sue applicazioni. E magari anche pericoloso e bellicista. Ma adesso basta! Amore, militanza biopolitica, militanza come prassi damore, come riproduzione della vita e costruzione di rapporti e di relazioni sociali. Come secoli fa Francesco dAssisi, oggi noi tutti dobbiamo rifiutare ogni mortificazione della carne in nome di una vita gioiosa che comprenda tutte le creature e tutta la natura: gli animali, sorella luna, fratello sole, gli uccelli dei campi, i topi di fogna, gli uomini sfruttati e i poveri, tutti insieme contro la volontà di potere e la corruzione. La vera militanza può essere soltanto lavoro affettivo. La mia vita e il mio lavoro inestricabilmente intrecciati. Di più, irreversibilmente fusi. Non è così Ottavia?  Vedo ancora la tua immagine digitale in fondo agli occhiali virtuali. No, quellimmagine non ti nasconde, ma rivela la tua seconda intima natura. Quella più vera. Quella che hai scelto tu.

&lt;i&gt;Il joy stick è lo scettro del potere costituente che non sovrappone la volontà di comando ad unaltra volontà. È il potere di costruire insieme il nostro mondo, le nostre relazioni affettive. Virtuali o reali che importanza può avere? Forse che possiamo ancora fare questa triste distinzione? No. Non possiamo. Non vogliamo. No. Non è solo un videogioco on line. È il gioco della vita che fluisce in presa diretta. Limmagine di due persone che si avvolgono nel cratere di un vulcano. Cazzo, la scelta dello scenario è sublime. Non mi era mai capitato. Fin qui sempre isole tropicali, tramonti romantici, laghetti con cascatine imbelli. Dentro di te passione incandescente. Ma oramai non cè più un fuori. Tutto quello che sta dentro è il nostro ambiente. Lo scegliamo noi. Anzi lhai scelto tu. Tu sei la cliente, tu sei la sovranità del consumatore di piacere. Ma ha senso ancora pensare che tu sei la cliente e io il fornitore di piacere? No, non è solo un rapporto di lavoro, è una relazione tra due monadi della moltitudine desiderante. Tu, dietro gli occhiali virtuali, avvolta dai dermosensori. Io che lavoro affettivamente nel chiuso della mia postazione. Mi sei apparsa come una statuaria donna africana. Il corpo dipinto di ideogrammi misteriosi. Gli occhi rossi. Demoniaca. È libridazione, il meticciato allennesima potenza. Come sei vestita? Sei nuda nella solitudine della tua stanza? Ti stai masturbando? Io vorrei farlo. Non posso. È poco professionale. Ma la foglia di fico della professionalità sta per saltare. Non durerà a lungo. La professionalità non è labito buono per andare in ufficio. È la potenza produttiva della nostra mente. Che idea! Sì, un bagno nella lava bollente. I nostri corpi bruciano ma non è doloroso. È il fuoco eracliteo e clitorideo che anima la moltitudine. Il fuoco non si può fermare. Oramai incendia la prateria. Per questo non hai voluto decidere per me. Come dovevo apparire. Perché sai che la potenza del lavoro affettivo non vuole comando esterno, trascendente. Ti ho riconosciuta sai? Anche laltra volta non avevi voluto impormi unimmagine non mia. Non perché la nostra immagine debba rimanere fissa. Anzi. Ma ognuno deve sceglierla liberamente. E allora mi sono presentato così come sono ho tolto solo un po di pancia. 
- Ora ti voglio cospargere di cenere. Tutto il corpo. Anche il viso. La tua voce viene da un microfono lontano, chissà quanto. Ma è come se tu fossi qui. 
- Sì, cenere eravamo e cenere torneremo, ma lorrenda favola del mondo come corruzione e distruzione è lillusione di un mondo immobile, di un essere privato di amore. Lessere è come laraba fenice. Eternamente risorge dalle sue ceneri.
Non parli più? Spero di non aver rovinato la magia di questo momento. Continui a cospargermi di cenere, eh?
- Mi piace quello che dici. Mi eccita molto. Continua, ti prego. 
- Lessere non potrà più tendere verso la morte quando è stato generato e la generazione vale per leternità.
- Sì, per leternità di un piacere senza confini e senza limiti. La paura non deve più fermarci. Il dolore non vivrà più nei nostri corpi.
Che fa adesso? Prende un tizzone ardente. Si taglia il corpo. Esce sangue, ma è trasparente. Le mie parole sgorgano dal suo corpo.
-	Il nulla, la morte sono prima dellamore, prima dellesperienza della generazione dellessere. 
Le nostre immagini si sono invertite. Lei è me. Io sono lei. Libridazione assoluta. Non cè amore solitario: lamore costruisce, nel comune, utensili, linguaggi, poetiche dellessere. Lei si sta masturbando nel mio corpo. No. Sono io che mi masturbo. Io e lei, non cè più separazione, non cè più distinzione.
- È da una moltitudine di esistenze singolari che lessere comune è generato, e leternità del comune è un cielo stellato di singolarità. Lamore accende continuamente le stelle di questo cielo comune. E accende il mio desiderio, il mio piacere. Cristo, comè bello! 
- È bellissimo voglio sentirti venire.
- Sì, ancora, continua. Genera per leternità lessere del mio piacere, si generalo ancora, ancora.
Sì. sì, siiiiiiii. E nooo! &lt;/i&gt;

Il primo orgasmo costituente. Ecco cosè stato il mio. Altro che eiaculazioni posticce! O forse non me ne sono mai accorto, ma in ogni momento nel mondo si consumano innumerevoli atti di ibridazione sessuale. Sì, deve essere proprio così. Per forza! Anche questa è declinazione corporale della nuova potenza del lavoro. Me ne rendo conto soltanto adesso. Le configurazioni affettive non si limitano a pervadere lessere sociale. Lo penetrano! E allora   e allora vediamo di penetrare fino in fondo questa storia della tesi. Richiamo la segretaria di redazione di Ketteposse. Adesso Monti sarà tornato.
- Ketteposse, sono Valeria.
- Ciao Valeria, sono Emilio. Ho chiamato stamattina. 
- Sì, mi ricordo.
- Cè il professor Monti?
- No, non cè.
- Va bene, allora posso venire là per concludere i nostri affari. Così saremo soli!
- Senti, non è proprio il caso in questo momento di scherzare!
- Ok, ok, non volevo. Ma è successo qualcosa? Ti sento agitata.
- No non è successo niente, almeno credo?
- Che vuol dire almeno credo?
- Vuol dire che il professore doveva passare qui per i biglietti e invece non si è presentato. Oramai ha perso laereo. Non so proprio che fine abbia fatto.
- E non hai provato a chiamarlo a casa, o che so, sul cellulare?
- Credi che sia scema? Certo che lho fatto, non risponde né a casa né sul cellulare. Comunque non so perché sto dicendo queste cose a te. Non credo proprio che ti riguardi.
- Dai, avevi solo bisogno di sfogarti. Non ti preoccupare. Prima o poi Monti rispunta fuori. Magari se la sta spassando con qualche giovane allieva. Comunque riproverò più tardi, o domani. Ciao, ci sentiamo.
- Ciao.
Porca mignotta, porca mignotta, porca la mignotta! Monti non risponde né a casa né sul cellulare. Concentrazione: allora, Hunt mi ruba gli appunti del convegno e finisce in sala rianimazione. Anche Monti li ha letti, li ha utilizzati insieme ad Hunt per scrivere alcune parti di Imperium e adesso è irrintracciabile. Sembrano maledetti sti appunti ma che cazzo avrò mai scritto?! In quei fogli era riassunta per sommi capi la prima parte della mia tesi. Cioè i vari tipi di lavoro postmoderno: lavoro industriale informatizzato, lavoro anal-simbolico e lavoro affettivo , anal- o meno che sia. E poi? E poi basta. Dicevo che avrei continuato la ricerca illustrando come mandare in tilt il Regno, la struttura politica mondiale che domina quel tipo di produzione. Insomma, quello che occhio e croce Monti e Hunt chiamano suggestivamente &lt;i&gt;Imperium&lt;/i&gt;, cioè in italiano &lt;i&gt;Impero&lt;/i&gt;, quindi, cazzo, chiamiamolo così e basta. Insomma, cera scritto solo quello, cioè niente, perché al tempo non sapevo proprio dove mettere le mani a tal proposito. Invece negli ultimi tempi ho rivisto la nuova versione di &lt;i&gt;Guerre Stellari &lt;/i&gt;e qualche ideuzza mi è venuta. Comunque, la seconda parte della tesi è stato proprio un parto cesareo. È stato un lavoraccio inventarsi qualcosa su come distruggere il Regno, cioè lImperium, porcaccia la troia ho detto di chiamarlo &lt;i&gt;Impero &lt;/i&gt;che se no con tutti questi sinonimi finisco di rincoglionirmi! Come distruggere lImpero, il tallone dAchille dellImpero, Il tallone dellImpero  Seconda parte bah, come titolista ho talento, ma questa mi sembra il versante meno convincente di tutte le mie fatiche accademiche.
Cazzo! Ho lasciato il cellulare acceso. Dove? Eccolo. 
- Lo vogliamo spegnere questo cellulare? 
- Scusate, lavevo dimenticato. Esco subito.
- Ecco, vediamo di fare in fretta.
Maledetti internauti imbalsamati! Ma che non vi piace la musichetta di Capitan Harlock? Lho scelta con tanto amore postfordista tra le 1.754,33 suonerie disponibili. Va bene, va bene. Adesso rispondo. 
- Ciao, Lucia. Che piacere sentirti. Come stai?
- Benone grazie, anche se un po incasinata, ma oramai ci sono abituata, non ci faccio più caso. 
- Ti sento davvero pimpante. Sono contento.
- Beh, la vita ha cominciato a girare per il verso giusto. Sai, sono successe delle cose  ma forse non è il caso di parlarne.
- E dai, è da tanto tempo che ci conosciamo, una volta tanto ti potresti pure sbottonare, no?
- Va bene, hai ragione. Ho troncato la mia triste e lunga storia. È stata una liberazione. Come tornare a vivere di nuovo, dopo tanto tempo. Ho cominciato a rivedere un po di cose della mia vita, anche il rapporto un po ossessivo con la politica.
- Ma non mi dire, mi crolla un mito  
- Lascia perdere i miti e poi  basta parlare di me. Tu come te la passi?
- Oggi non è che stia proprio al massimo. Neuroni, ormoni, enzimi e vitamine A, B e C uniti nella lotta. Contro di me. Praticamente unaggressione costante.
- Ah, a proposito di aggressioni. Sai che ieri ho avuto unincontro poco amichevole con i fasci?
- Cosa! Ti hanno aggredito i fascisti! 
-  ma per fortuna non mi sono fatta niente. Solo un po di spavento. Sono riuscita a scappare. Quegli infami sono riusciti soltanto a fregarmi la borsa. Una bella rottura. Cerano le chiavi di casa, ma non i documenti. Stanotte ho messo il catenaccio alla porta, ma mi toccherà cambiare la serratura. Sai, se mi seguono, poi mi fanno un bello scherzetto. 
- Guai a chi tocca la Santa Chiara del sindacalismo di base! Le moltitudini gliela faranno pagare cara!
- Dai Emilio, sei sempre il solito. Tu e Spinoza. Pensa che nella borsa cera anche la bozza della tua tesi. Sai, quel giorno avevo voglia di leggere un testo umoristico!
- Altro che umorismo! La mia tesi è talmente preziosa che te lhanno voluta rubare! 
- Scherza, scherza... Comunque non ti ho chiamato per fare la martire. Volevo solo saper se ci sarai stasera. Mi farebbe piacere rivederti. Basta che non porti Spinoza. 
- Perché che cè stasera?
- Ma come non lo sai? Cè una manifestazione-concerto di autofinanziamento per i Cobas: Techno per i diritti sociali.
- Ah, sì ho letto qualcosa su Indymedia.
- Allora vieni? Mica rimaniamo tutta la serata lì. 
- Come sarebbe a dire? Diserti? 
- No, nessuna diserzione, devo sbrigare alcune cose che posso fare solo io, ma poi volevo andare ad un&apos;altra festa. Mi hanno invitato degli amici. 
- Ma chi lavrebbe mai detto, il riflusso è arrivato pure dalle tue parti.
- No, niente riflusso. La politica dà un senso alla mia vita. Non ne potrei fare a meno. Semplicemente ho realizzato, anche se con un po di ritardo, che non posso caricarmi sulle spalle tutte le disgrazie dellumanità. Ne lascio democraticamente un po anche agli altri. E poi, spesso, ci si butta a fare tante cose per non pensare ai propri problemi. Ma i problemi non scompaiono. I rapporti umani sono troppo complicati per risolverli con un paio di slogan. Anche a questo dovrebbe servire la rivoluzione. Ma in tempi come questi bisogna scavarsi delle nicchie di sopravvivenza personale. Mantenendo la tensione verso qualcosa di diverso, di migliore. 
- Ti capisco Lucia, ma oggi è diverso. La militanza è fondamentalmente prassi damore. Con il lavoro affettivo non cè più differenza tra lavoro, vita, politica. Il vero modello del militante oggi è San Francesco.
- Adesso ci mancava solo San Francesco. E poi tra un po si scopre che il vero militonto sei tu. Almeno in teoria. Tu se vuoi vai a parlare con gli uccelli e con i lupi, io stasera me ne vado a ballare. Allora tu che fai?
- Non lo so. Stasera ho un impegno. Se riesco a liberarmi altrimenti ti chiamo e ci vediamo unaltra volta. 
- Ok. Vedi tu. Ciao.
Ormai ho sublimato la vecchia passione per Lucia in una forma di tenerezza accondiscendente. Sicuramente mi ha aiutato anche la storia con Ottavia. Con lei non si sublima. Diritti sociali, lavoro, lotta di classe bah, il mondo di Lucia non mi ha mai convinto. Ti pare che adesso possiamo metterci a protestare se un padrone qualsiasi decide di cacciarci senza giusta causa? Siamo noi che ce andiamo, altro che! E ci portiamo via anche i mezzi di produzione, cioè noi stessi, e tutta la nostra potenza produttiva. E poi non piangete capitalistucoli da quattro soldi. Dovete meritarci, dovete ringraziarci se ancora vi permettiamo di esistere malgrado la vostra inutilità! E poi devo andare al Pink slip party.  Non sarebbe una cattiva idea, se non fosse dedicato a me, questa volta. Certo, se ci vado in questo stato non ci faccio certo una bella figura! Sono stanco, confuso, frastornato da questo enigma di Hunt e Monti. Però devo andare, è un occasione per restare sul mercato, e poi ho anche invitato molti amici. Non mi ricordo più quali, ma li ho invitati. Mi avrebbe fatto piacere dirlo anche Lucia. Ma non ho avuto il coraggio. Lei odia queste forme innovative di autopromozione. Il fatto che sia impegnata con la manifestazione-concerto e poi con la sua festa danzante quasi mi solleva.
Invece, tutto il resto mi ho un sospetto. Un atroce sospetto. Telefono.
-	Scusi se la disturbo ancora Professore, ma è per una cosa brevissima
-	Con chi parlo?
-	Sono Periglio, Professore.
-	Ah, buonasera, dica pure.
-	Sa, non vorrei che con quello che è accaduto oggi fosse andata dispersa la mia tesi.
-	Purtroppo ha ragione. Le volevo telefonare. Ma sa, con questo casino mi è passato di mente. I ladri hanno rubato poche cose, ma fra quelle hanno portato via il computer portatile. Roba da archeologia industriale. Ci faranno poche lire  cioè euro. Scusi, sto divagando. Sul portatile avevo scaricato la seconda parte della sua tesi. Credo che dovrà rinviarmela.
-	Va bene. Domani mattina gliela invio di nuovo. Buonasera.
-	Buonasera.
Cristo! Qui le cose strane iniziano ad essere troppe. Il furto da Cermugnati. Laggressione a Lucia. Lincidente ad Hunt. Monti scomparso. Che cazzo sta succedendo? Non è che scherzando con Lucia ho finito per centrare il bersaglio? Io facevo per dire, era la parte più incasinata della tesi. Erano illazioni. Che dico? Non riesco più ad interpretare i miei pensieri. Però mi sembra chiaro. Forse lImpero nella sua policentricità non ha un imperatore, ma ha sicuramente servizi di sicurezza efficienti e spietati. Cè qualcuno che vuole togliere dalla circolazione tutte le copie della seconda parte della mia tesi e forse fare fuori chiunque labbia letta. E ovviamente anche chi lha scritta. Cioè, fino a prova contraria, proprio il sottoscritto. Ma dai, non è possibile. Questo è solo un brutto film. Ma chi ha letto la seconda parte della tesi? Nessuno a parte me, Cermugnati  e Ottavia. Sì, Ottavia. Lo stomaco, cazzo! Si contrae come un mantice a propulsione bionucleare. No, non è fame. Il concetto di mordadella+melanzanine adesso mi provoca il vomito. È amore, è passione, è terrore che le succeda qualcosa. Sono passate appena due settimane da quando lho conosciuta lavorando alla consolle. Lei è lunica persona che sappia veramente apprezzare il mio impegno teorico. E se anche vita e lavoro coincidono, qui siamo oltre. Avevo paura dincontrarla. Per i soliti motivi. In rete si ha unidentità diversa dalla bruta fenomenicità quotidiana. La politica del Portale rispetto alla frequentazione off line dei clienti non mi era chiara. E adesso ci sono dei pazzi in giro che vogliono farci fuori. No, non è possibile. Sono in preda alla paranoia. Sono solo coincidenze, pure coincidenze. Sì, ma allora perché rubare un portatile vecchio come mio nonno a Cermugnati? Quanto mai ci potevano ricavare? Vabbè, ora non esageriamo. Un ladro mica è un esperto di informatica. E poi Lucia non aveva la seconda parte della tesi. Daccordo però anche il servizio segreto più efficiente non può sapere tutto. Sapevano che gli avevo dato la mia tesi, mica potevano aver visto il numero delle pagine! E però  e chi cazzo è quello che mi sta guardando?  È un tipo barbuto che stava da Bibli. Che avrà da guardare. Mi sta forse pedinando? Ecco. Adesso si è voltato. Se ne sta andando. Gira langolo. Si è accorto che lho individuato. Oddio, ma che sto pensando? Sto per impazzire? Non lo so. Meglio non correre rischi. La chiamo al cellulare. Ecco qua. Menù. Phone book. Select. Search. Name. OTTAVIA. Ok. Call. Ma perché ho i comandi del cellulare in inglese? Ma che ne so! Cazzo, cazzo! La segreteria. E adesso che faccio?
- Ottavia, sono Emilio, ti prego chiamami subito, è molto urgente!
Magari sta a casa e ha spento il telefonino. No è inutile. Mi ha detto che nel pomeriggio sarebbe stata fuori. Ottavia dove cazzo sei? Non so neanche dove andarla a cercare. È stata evasiva. Sembrava non mi volesse dire dove andava. Che ore sono? Le otto, la festa del Portale dellAmore inizia alle dieci. Sti cazzi, io vado subito, intanto il locale sarà già aperto. È tutto il giorno che sto qui a Trastevere tra il Bar San Callisto, la libreria Bibli e alcuni chili di merda di cane. Una sigaretta, ci vuole una sigaretta. Dove cazzo ho messo il tabacco? Calma Emilio, il tabacco sta dove è sempre stato, nella tasca dei pantaloni. 

&lt;i&gt;Sì, una bella sigaretta. Sono tre ore che sto attaccato alla consolle. Una piccola pausa per tirare il fiato e per un paio di boccate di fumo. 
- Emilio, dove sei?
- Nella sala degli appestati fumatori. Sto in pausa, che vuoi?
- Ti vuole Giovanni. È meglio che ti sbrighi.
- Va bene, vado.
Ma che palle, manco la pausa in pace. Qui non ci si ferma mai. Ma che non lo sapete che la moltitudine è spontaneamente produttiva?  Che bisogno cè di rompere così le palle? Che strano non cè nulla di più opprimente di un open space. Giovanna. Simona. Antonio. Sembrano tutti delle api laboriose nelle loro celle. A guardarli da fuori sembrano pazzi. Si agitano come fossero marionette mosse da fili invisibili. E invece sono loro che decidono, nessuno gli impone un comando esterno. Però visti così non si direbbe. Deve essere colpa di questa architettonica fordista. La forma materiale non si è ancora adeguata al contenuto immateriale del lavoro. Come la stanza di Giovanni. Trasparente, ma separata. La trasparenza è già un primo tentativo di abolizione della separatezza. Ma ancora insufficiente. Come il suo abbigliamento da manager: informale, ma differente da quello degli operatori alla consolle. Come il suo pizzetto rosso ruggine, intonato con la montatura degli occhiali. 
- Permesso,  posso entrare?
- Mettiti comodo, Emilio. Ti devo dire due cose. Una non molto buona.
- Allora incominciamo da quellaltra.
- Come preferisci. Ecco sei stato richiesto per una prestazione off line. 
- Di che si tratta?
- Si tratta di uscire con una cliente. 
- Ah capisco.
- No, non fraintendere. Per queste cose cè un codice etico da rispettare. Dovrai fare dei colloqui con i nostri psicologi, per vedere se sei idoneo. La cosa è un po delicata. Lo sappiamo. Sei già stato messo informalmente in osservazione durante la giornata di oggi. Il giudizio preliminare è stato positivo. Per cui se sei interessato sappi che il compenso è abbastanza generoso. E poi non è che ci devi venire a raccontare tutto quello che fai. Per ciò che ci riguarda si tratta solo di un incontro amichevole.
- Amichevole quanto?
- Queste sono cose che devi decidere tu.
- Senti. Se proprio devo decidere io a dirla tutta in questo momento non è che abbia proprio voglia. Vabbè che vita e lavoro coincidono, ma proprio per questo certe cose o uno le fa volentieri o è meglio che lascia perdere. Non ti pare?
- Come preferisci. Non ti voglio forzare. Considera però il lato economico e anche il fatto che una tua disponibilità sarebbe un buon biglietto da visita per il prossimo futuro. Sai oramai sei nel nostro database. Per cui, appena la situazione del mercato cambierà, sarai tra i primi che terremo in considerazione.
- Cosa mi vuoi dire?
- Inutile girarci attorno Emilio. Mi dispiace, ma adesso non possiamo rinnovarti il contratto. I consumi sono fermi, la borsa è quello che è, ma contiamo
- Capisco. È sempre la stessa storia.
- No, non è così Emilio. Ti sbagli. Noi non siamo come tutti gli altri che gettano sulla strada i loro collaboratori e chissenefrega. Per questo volevo personalmente invitarti al nostro prossimo Pink slip party. 
- Pink slip party?
- La festa di fine contratto, se preferisci. Non sei lunico che non verrà rinnovato Noi ci teniamo a mantenere buoni rapporti con i nostri ex collaboratori. Anche perché, te lho già detto, questa potrebbe essere solo una situazione temporanea. E poi considera che in queste feste ci sono sempre manager di altre società partner. È anche un modo per crearsi nuovi contatti. Poi, come si dice, da cosa nasce cosa. È già accaduto a molti dei nostri ex collaboratori, non ti credere.&lt;/i&gt;

Eccolo linvito che mi ha dato Giovanni. Pensavo di averlo lasciato a casa. Via Giotto n. 1. È un locale molto informale. Davvero carino. Era un garage, credo.  Odio la parola informale. Mi fa incazzare, come quando vai a comprare qualche vestito e la commessa lobotomizzata ti dice questo è molto giovane. Ma che cazzo, e se io volessi essere vecchio? Unaltra sigaretta. Sì, è quello che ci vuole. Unaltra sigaretta. Cristo, non riesco a rollare. Mi tremano le mani. Fanculo la sigaretta. Un bicchierino e passa tutto. Un bar, sono salvo. 
- Un Campari per favore.
- Campari-campari o Campari Soda?
- Come ti pare  ma fallo doppio.
Du Campari is megl che one.  Anche se il Campari non è biopolitico come lAmaro Averna, lo bevo lo stesso. 
- Ecco un Campari doppio.
E ora il trangugione. A garganella come Gargamella blah, non me lo ricordavo così amaro. Cazzo! Un bicchiere. È cascato. Ma guarda tu, mo me lo faranno pure pagare. E ogni tanto potete pure toglierli i bicchieri sporchi da questo bancone di merda! La mano. Uffa!  Un fazzolettino. È tutta sporca. Ma che è questo liquido schifoso. Madonna che puzza. Oddio! Un conato. No, non posso vomitare qui davanti a tutti. Che merda è  succo di frutta  pesca. Pesca di merda. O Madonna, la testa.  No, devo restare in piedi. Avviserò il suo relatore che lei manda in giro dei ridicoli pezzi di carta con interi brani Chi è che parla? Chi è stato? Lei è un piccolo, ridicolo impostore. Dove sei? Perché ce lhai con me? Che ti ho fatto? Io
-  non ho fatto niente.
- Ehi, non cè bisogno di agitarsi tanto. Hai solo rovesciato un bicchiere. Mica te lo faccio pagare!
- Ma come? Prima mi dai dellimpostore e poi mi dici che non è successo niente?
- Aoh, ma chi tha detto niente! Ma che hai fumato? I Campari li offro io, ma tu te ne vai. E pure in fretta.
Cristo mi controllano. Hanno assoldato anche i baristi di Trastevere. Meglio tagliare la corda. Devo fuggire. Mi stanno cercando. Devo andare in un posto sicuro. Alla festa del Portale. Sì, la festa sarà affollata. Mi conoscono in tanti. Non mi potranno fare niente. Ci sono troppi testimoni. E lì potrò riordinare le idee. Meglio accelerare il passo. Dove sono arrivato? Madonna sto camminando in trance. Porta Portese. Ragioniamo. La via più breve. Devo fare la via più breve e quella più affollata. Per sicurezza. Verso ponte Sublicio, avanti. È la strada migliore. Povero gattino! Lo deve aver preso una macchina. È tutto sfragnato. Le macchine, devo stare attento. Potrebbero cercare di mettermi sotto. Un incidente. Per caso. Ed è tutto risolto. E io faccio la fine di quel gatto. Maledette mosche, andate a ronzare da unaltra parte. Abbiate un po di rispetto. Povero gattino! Bisognerebbe fare qualcosa per tutti questi gatti. Proteggerli. Dargli da mangiare. E invece Roma è una città cinica: non cè trippa per gatti, ecco cosa dicono. E invece per i cani cè più compassione: ha laria di un cane bastonato. Perché non di un gatto? Perché queste discriminazioni? Io odio i cani. Io voglio bene solo ai gatti. Loro non vanno in giro a cacare per tutta la città. Loro cacano sempre sul loro terriccio. La mia Venusia è bravissima. Non sè mai sognata di cacarmi sul letto. O sul lampadario. Anche se potrebbe farlo. Fa certi salti la mia Venusia! Non ti preoccupare gattina. Zio Emilio torna a casa e ti dà da mangiare. Non stare in pensiero. Devo stare attento. Adesso cè il ponte. Potrebbero cercare di buttarmi di sotto. Passo veloce e deciso. Senza correre. Darei troppo nellocchio. Potrebbe sembrare che ho paura. Non bisogna mostrare paura con lImpero. Come con i cani. Chi sono questi due? Sembrano due barboni. Ecco appunto, sembrano. Perché portano la giacca con questo caldo? Cosa nascondete sotto i vestiti? Pistole con il silenziatore? Bastardi! Ecco, uno si sta infilando la mano sotto la giacca. Adesso la tira fuori. Mi ammazza. È finita, nessuno saprà mai della vera storia dellImpero. Sì, è giunta lora per  per una bella grattata. Cazzo, si stava solo grattando. Tutti i barboni si grattano in continuazione. Con tutta la mondezza che hanno addosso! Cristo, forse sto esagerando. Forse mi sto suggestionando troppo. In fondo la mia è solo una tesi. Mica  una formula magica. 
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<entry id='1266' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1266' author_id='1' authored_on='20050315213357' basename='resistenza_e_revisionismo' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='0' created_on='20050315213357' modified_on='20050315214844' ping_count='0' status='2' title='Resistenza e revisionismo' week_number='200511'><text>&lt;i&gt;Revisionismo, la storia capovolta e umiliata&lt;/i&gt;&lt;br&gt;
di &lt;b&gt;Rosario Bentivegna&lt;/b&gt;&lt;p&gt;
&lt;img alt=&quot;partigiano.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/partigiano.jpg&quot; width=&quot;119&quot; height=&quot;147&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Quale revisionismo? Di chi? E&#146; revisionismo la sciatteria
di alcuni &amp;quot;storici&amp;quot;, anche di sinistra, pronti a montare sciocchezze e/o veri e
propri falsi su avvenimenti appena orecchiati e non approfonditi adeguatamente? E fino a
che punto è giusto definire &amp;quot;revisionismo&amp;quot;, doveroso da parte di studiosi di
qualsiasi settore della scienza, ciò che invece è frutto della superficialità
vanagloriosa, o della mistificazione e della falsificazione usate solo a scopo politico?&lt;br&gt;
&lt;i&gt;Renzo De Felice &lt;/i&gt;tenta, a suo modo, un&#146;operazione
revisionista. Egli parte da una profonda e onesta ricerca documentale sulle fonti e sulla
storicità dei fatti (lo rileggo volentieri e spesso, e i riscontri oggettivi che propone
mi confermano ogni volta la validità della mia scelta antifascista). E&#146; molto
interessante, per esempio, il suo secondo volume (postumo) dell&#146;opera &amp;quot;Mussolini
l&#146;alleato&amp;quot; per la quantità e la correttezza delle informazioni che fornisce. Ma
cade in errore, a mio avviso, quando giunge a titolare quel volume: &amp;quot;La guerra
civile&amp;quot;, riassumendo in quel titolo le conclusioni della sua riflessione che appaiono
nella lunga intervista concessa a P. Chessa , &amp;quot;Rosso e Nero&amp;quot; (Baldini e
Castoldi, Milano, 1995)&lt;br&gt;</text><text_more>&lt;br&gt;
&lt;b&gt;De Felice e la guerra civile&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
Secondo De Felice, quindi, dall&#146;8 settembre del &#145;43 al 25
aprile del &#146;45 fu combattuta sulla testa degli italiani, caduti ormai nella più
totale disperazione e in attesa solo di una pace qualsiasi che costasse il meno possibile,
una &amp;quot;guerra civile&amp;quot; tra circa 200.000 combattenti partigiani e circa 200.000
combattenti della Repubblica di Salò.&lt;br&gt;
A parte il fatto che né Kesselring, né altri dirigenti politici e
militari tedeschi dislocati nell&#146;Italia occupata, hanno mai parlato di &amp;quot;guerra
civile&amp;quot; nelle memorie pubblicate subito dopo la guerra, questa conclusione è erronea
perché non tiene conto che: &lt;br&gt;
- ad aprire le ostilità contro l&#146;Esercito Italiano (sia pure
regio), furono i tedeschi; &lt;br&gt;
- malgrado la vergognosa fuga del re, dei suoi ministri, dello stato
maggiore, numerosi reparti dell&#146;Esercito &#150; non solo a Cefalonia e a Lero, non
solo per merito della Marina &#150; ma a Roma, a Bari, a Brindisi, a Piombino, a Trento, e
in molte altre località in Italia, in Sardegna e nella penisola balcanica &#150;
tentarono di opporsi all&#146; occupazione nazista, o si affiancarono alle forze
partigiane che già da molti anni tenevano fronte al nazismo in Jugoslavia, in Albania e
in Grecia;&lt;br&gt;
- laddove quei reparti che si opposero ai tedeschi furono sconfitti, i
superstiti presero spesso le vie della montagna, e crearono i primi nuclei della
Resistenza italiana armata, dove li raggiunsero altri ufficiali e soldati sbandati, ma
anche civili, uomini e donne, che avevano accolto l&#146;invito alla lotta giunto loro dai
partiti antifascisti, che con loro formarono le brigate partigiane e costruirono, insieme
a chi era rimasto a valle o nelle città, quel tessuto politico e di solidarietà che
permise alla Resistenza di condurre la Guerra di Liberazione Nazionale fino alla
insurrezione del 25 aprile.&lt;br&gt;
La spinta non fu, allora, la disperazione ma, al contrario, la
speranza: è questo che De Felice non ha capito.&lt;p&gt;
&lt;b&gt;Militari e borghesia moderata&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
L&#146;errore più grave compiuto negli anni &#146;45-50 dai politici e
dagli storici della sinistra (il &lt;i&gt;revisionismo di sinistra&lt;/i&gt;!) è non aver tenuto
conto del grande contributo nell&#146;iniziativa e in attività militari, talvolta eroiche
e disperate, di quella parte dei militari e della borghesia moderata o della destra non (o
non più) fascista, che seppero trovare subito il loro posto di combattimento in un quadro
di sostanziale reciproca lealtà accanto agli antifascisti &amp;quot;storici&amp;quot; e ai vecchi
e nuovi partiti dentro e fuori del Comitato di Liberazione Nazionale.&lt;br&gt;
I residui &amp;quot;fascisti&amp;quot; che si arroccarono nella ridotta di
Salò sono solo il fantasma, a mio avviso politicamente insignificante, del fascismo come
movimento politico, che si era liquefatto già il 25 luglio del &apos;43, al momento del colpo
di stato monarchico, e i dati sulle adesioni al PFR, molte delle quali non certo
spontanee, ne sono la conferma.&lt;br&gt;
Non è un caso che tra i 650.000 giovani soldati rastrellati in Europa
dai tedeschi dopo l&apos;8 settembre, malgrado fossero nati e cresciuti nell&apos;Italia fascista,
si trovarono solo 50.000 uomini disposti a tornare nell&apos;Italia di Salò, e di questi,
appena tornati, la grande maggioranza disertò (tra gli altri, che rimasero nei campi di
concentramento, si contarono alla fine della guerra ben 44.000 caduti).&lt;br&gt;
Non è un caso che molti combattenti partigiani fossero ex-balilla,
ex-avanguardisti, ex-giovani fascisti, ex-iscritti al PNF. Che gli impiegati dei ministeri
fascisti, che i generali, gli ufficiali dell&apos;esercito regio, che nella grande maggioranza
avevano appoggiato il fascismo, o lo avevano accettato per la carriera, e avevano
partecipato anche lealmente alle guerre fasciste, e perfino quelli della Milizia fascista,
si rifiutarono quasi tutti alla chiama delle formazioni di Salò, ma anzi moltissimi di
loro si schierarono dalla parte della Resistenza o combatterono nelle formazioni
partigiane guidate dai partiti antifascisti.&lt;p&gt;
&lt;b&gt;Cos&#146;erano davvero i repubblichini&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
Fu così che ci scontrammo con le diverse formazioni repubblichine, che
furono raramente impiegate sui fronti di guerra. I &amp;quot;combattenti&amp;quot; della
Repubblica Sociale ebbero come compito solo operazioni di polizia politica e di
salvaguardia dello &amp;quot;ordine pubblico nazista&amp;quot; applicando le &amp;quot;leggi di
guerra&amp;quot; e la &amp;quot;strategia del terrore&amp;quot; della Germania di Hitler.&lt;br&gt;
In buona sostanza, i &amp;quot;soldati di Mussolini&amp;quot; erano solo
&amp;quot;collaborazionisti&amp;quot; &#150; &amp;quot;ascari&amp;quot; &#150; che potevano sopravvivere
solo per la protezione che forniva loro l&#146;esercito di occupazione tedesco, da cui
erano armati e sfamati. Hanno sparato solo contro di noi e contro le popolazioni civili
che ci appoggiavano, mentre i nostri obbiettivi erano le formazioni e le postazioni
militari tedesche, e solo di conseguenza le spie e le formazioni dei collaborazionisti
italiani.&lt;br&gt;
&lt;i&gt;Kesselring&lt;/i&gt;, nelle sue &amp;quot;Memorie di guerra&amp;quot; (Garzanti,
1956) scrive: &amp;quot;&lt;i&gt;Poiché Mussolini non era riuscito a mutare l&#146;intima
avversione del popolo per la guerra in se stessa, avrebbe dovuto astenersi
dall&#146;entrare nel conflitto. Il fatto però che i partigiani abbiano partecipato con
passione alla lotta contro le forze armate tedesche fa supporre che la popolazione non
fosse sprovvista di spirito guerriero&lt;/i&gt;&amp;quot;.&lt;p&gt;
&lt;b&gt;Il popolo e i partigiani&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
Egli, da esperto militare, riconosce l&#146;intima avversione del
popolo italiano alla guerra combattuta a fianco del nazismo, ma riconosce altresì la
capacità di lotta (lo &amp;quot;spirito guerriero&amp;quot;, secondo il suo stile di vecchio
militarista pangermanico) degli italiani ed ammette quindi che lo schieramento militare
della Resistenza &#150; la Guerra di liberazione nazionale &#150; derivava direttamente
dall&#146;appoggio che &amp;quot;i partigiani&amp;quot; avevano da parte della
&amp;quot;popolazione&amp;quot;&lt;br&gt;
D&#146;altra parte, l&#146;iniziativa militare dei partigiani, che ha
inciso così profondamente nel pensiero del comandante in capo della Whermacht in Italia,
come traspare da altri capitoli delle &amp;quot;Memorie&amp;quot; citate, non ci sarebbe stata
senza l&#146;apporto e il contributo concreto delle popolazioni dei territori occupati dai
nazisti, di cui, del resto, i partigiani erano figli, erano emanazioni dirette.&lt;br&gt;
Il rigore scientifico di Renzo De Felice, malgrado gli errori delle sue
interpretazioni (del resto, in biologia, la funzione antibiotica del &lt;i&gt;penicillium
notatum&lt;/i&gt; fu interpretata correttamente solo da &lt;i&gt;Fleming&lt;/i&gt;, malgrado altri, prima di
lui, avessero incontrato e classificato quella muffa e ne avessero osservato gli effetti
sulle colture batteriche) non può essere certo posto allo stesso livello dei mille
mistificatori e falsari, che si proponevano la parificazione tra i &amp;quot;volontari della
libertà&amp;quot; e i &amp;quot;repubblichini&amp;quot; di Salò, o di superficiali e non
disinteressati &amp;quot;storici&amp;quot; , che, senza perder tempo nella faticosa ricerca di
documentazioni attendibili, hanno occasionalmente sparato &amp;quot;cazzate&amp;quot;, solo per
sostenere, con i falsi, la mistificazione delle valenze storiche, etico-politiche o
militari degli eventi, o per &amp;quot;compiacersi&amp;quot; - e sentirsi citare &#150; per la
propria &amp;quot;oggettività&amp;quot;.&lt;br&gt;
Sono stato partigiano in condizioni molto diverse: gappista in città,
comandante di brigata sui Monti Prenestini, dietro la linea tedesca sul fronte di Cassino,
ufficiale partigiano nella Divisione Italiana Parigiana Garibaldi, reparto regolare
dell&apos;Esercito Italiano che si batteva in Montenegro contro i tedeschi e i cetnici (che, in
Serbia e in Montenegro, facevano la parte degli ùstascia in Croazia, ed erano altrettanto
feroci). Ovunque ho sempre trovato disponibilità, comprensione, collaborazione e aiuto da
parte della gente comune (la &amp;quot;popolazione non priva di spirito guerriero&amp;quot;, come
dice Kesselring), e soprattutto un rapporto umano straordinario.&lt;p&gt;
&lt;b&gt;Il caso de l&#146; &amp;quot;Unità&amp;quot;&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
Un &amp;quot;revisionismo&amp;quot; mistificatore e falso ha colpito
soprattutto la Resistenza romana e la sua guerra di liberazione, e in particolare uno dei
suoi episodi più drammatici, la strage delle Fosse Ardeatine, che i nazisti perpetrarono
nella massima segretezza e con la massima fretta per paura delle reazioni preventive della
cittadinanza, dei parenti dei prigionieri in mano nazista e della Resistenza . Qui la
fantasia dei falsari e dei mistificatori ha raggiunto cime eccelse, e ne abbiamo colto
significative manifestazioni perfino su &amp;quot;&lt;i&gt;L&#146;Unità&lt;/i&gt;&amp;quot; di &lt;i&gt;Furio
Colombo&lt;/i&gt;, dove il 24 marzo scorso, in memoria di quella strage, si riproponeva una tesi
cara a tutti gli attendisti, e cioè che l&#146;attacco partigiano di via Rasella, in cui
fu annientata la 11° compagnia del terzo battaglione dell&#146;&lt;i&gt;SS Polizei Regiment
Bozen&lt;/i&gt; &amp;quot;&lt;i&gt;fu un atto di guerra, dettato da emotività&lt;/i&gt; &lt;i&gt;più che da un
preciso ragionamento, discutibile sul piano dell&#146;opportunità e sbagliato se messo in
relazione con le finalità che si volevano raggiungere&lt;/i&gt;&amp;quot; (a parte lo spazio dato
nei mesi precedenti ad alcuni scritti del Vivarelli ove si ricordavano le benemerenze
patriottiche della X Mas e del suo eroico comandante, il principe golpista Valerio
Borghese, o le amene considerazioni sullo stato di &amp;quot;città aperta&amp;quot; di Roma, con
un titolo, il 15 agosto 2001, addirittura esilarante)&lt;br&gt;
La nostra gente, pur affamata e terrorizzata, e ben sapendo di correre
rischi mortali, ci aiutava, checché ne dicano il De Felice, o il Montanelli, o il Lepre,
ecc. ecc., che sopravvennero dopo i primi &lt;i&gt;exploit&lt;/i&gt; dei giornalisti repubblichini
Spampanato e Guglielmotti, o dello &amp;quot;storico&amp;quot; Giorgio Pisanò, cantore
dell&#146;epopea repubblichina, o, nel 1948, in piena &amp;quot;guerra fredda&amp;quot;, dei
Comitati Civici dell&#146;Azione Cattolica di Pacelli e di Gedda. &lt;br&gt;
Quella nostra gente ci nascondeva, ci sfamava quando poteva e ci curava
se ammalati o feriti, rifiutava di denunciarci, così come del resto aiutava e non
denunciava i giovani renitenti di leva, gli uomini che si sottraevano al lavoro forzato
imposto dai nazisti, i soldati e gli ufficiali sbandati, gli ebrei, i carabinieri, i
prigionieri alleati evasi, i ricercati politici antifascisti e i politici fascisti che non
avevano aderito al P.F.R. (bisogna pur ricordarlo: dei quadri del fascismo, solo il 10% di
quelli periferici e il 15% di quelli nazionali aderirono al governo collaborazionista
della Repubblica Sociale; degli oltre quattro milioni di italiani iscritti al P.N.F.,
costretti ad avere quella &amp;quot;tessera del pane&amp;quot;, solo 200.000 - il 5% - si
iscrissero al P.F.R.).&lt;p&gt;
&lt;b&gt;I romani e la rete di solidarietà&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
I romani poi, dietro il loro menefreghismo ironico e apparentemente
opportunista, seppero costruire spontaneamente una rete straordinaria di solidarietà
attiva nei confronti delle centinaia di migliaia di ricercati e perseguitati che
affollavano la loro città. Essi, pur temendo per la loro vita e imprecando a parole
contro chi poteva turbare la loro sacrosanta voglia di quiete, non esitarono a schierarsi
nei fatti dalla parte della libertà e contro la crudele presenza dei tedeschi e dei
fascisti, isolati e &amp;quot;schizzati&amp;quot;.&lt;br&gt;
Da questa Resistenza, fatta di fame e di sofferenze, ha preso le mosse
la Guerra di liberazione nazionale, che è iniziata proprio a Roma, subito dopo l&apos;8
settembre, oltre che con una intensa attività diplomatica, politica, di agitazione, di
&amp;quot;intelligence&amp;quot;, anche con iniziative militari che hanno fatto della nostra
città la capitale dell&#146;Europa occupata che ha dato più filo da torcere agli
eserciti tedeschi (Dollman), che ha fatto dire a Kappler che dei romani non ci si poteva
fidare, che ha fatto raccontare a Mhulhausen la paura che lo stesso Kappler aveva dei
partigiani e della gente di Roma.&lt;br&gt;
Dice &lt;i&gt;Renzo De Felice&lt;/i&gt;: (&amp;quot;Il Rosso e il Nero&amp;quot;, pag. 60):
&amp;quot;&lt;i&gt;Roma fu la città col maggior numero di renitenti: un po&#146; per la sua
configurazione sociologica, un po&#146; perché era stata l&#146;unica città in cui si
era tentata la resistenza armata contro i tedeschi dopo l&#146;armistizio, un po&#146; per
la presenza del Vaticano e del gran numero di luoghi ed edifici dove i renitenti potevano
nascondersi. Al primo posto ci fù la &amp;quot;difesa di se stessi&amp;quot;, sia da parte di chi
rispose al bando, sia per chi riuscì a nascondersi, come per chi fu costretto a salire in
montagna. Molti di questi divennero valorosi partigiani. Per molti altri pesò sempre il
vizio di origine di una scelta opportunistica&lt;/i&gt;&amp;quot;, che, aggiungo, ha aperto lo
spazio a tutte le fantasie e le menzogne della vulgata antipartigiana.&lt;br&gt;
In quei terribili nove mesi Roma - anche per ragioni geografiche
(eravamo a poche diecine di chilometri dal fronte) - è stata all&apos;avanguardia (politica e
militare) di tutte le città italiane occupate: la sua gente, i partigiani che da essa
provenivano, hanno reso impossibile il disegno strategico del nemico, che voleva fare di
Roma, dei suoi nodi stradali e ferroviari, dei suoi servizi, un comodo transito e un
rifugio per i mezzi e le truppe da e per il fronte di Cassino e di Anzio, una tranquilla
base per i suoi alti comandi, il luogo dove permettere un piacevole ristoro ai suoi
soldati impegnati sul fronte.&lt;br&gt;
I romani, con i loro figli partigiani che colpivano e sabotavano il
nemico ogni giorno e ogni notte in città, nelle campagne intorno Roma e nel Lazio, con la
loro capacità di aiutarli, nasconderli, proteggerli, fecero di Roma &amp;quot;una città
esplosiva&amp;quot;, come dovette ammettere Kappler, il boia delle Ardeatine, nel processo che
subì alla fine della guerra.&lt;br&gt;
Questa era la strategia della Resistenza romana, che perfino il
collaboratore de L&#146;Unità mostra di non aver compreso.&lt;br&gt;
Il &lt;i&gt;Maresciallo Clark&lt;/i&gt;, comandante della V Armata americana, ebbe
a dire personalmente a Boldrini che soltanto quando le truppe anglo-americane entrarono in
Roma i Comandi Alleati capirono senza più alcun dubbio che l&#146;Italia era con loro.&lt;p&gt;
&lt;b&gt;Il costo della lotta partigiana&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
Abbiamo pagato cara questa nostra Resistenza: 650 Caduti, tra il il 9 e
il 10 settembee 1943, nella battaglia per Roma. Di essi 400 erano ufficiali o soldati, e
dei civili ben 17 furono le donne.&lt;br&gt;
Oltre 50 furono i bombardamenti Alleati, dovuti alla presenza in città
di comandi, mezzi e truppe tedesche (altro che &amp;quot;città aperta&amp;quot;!); fame e
miseria; deportazioni; rastrellamenti in tutti i quartieri, centrali e periferici; il
coprifuoco alle 4 del pomeriggio; unica città in Italia, fu proibito a Roma l&apos;uso delle
biciclette (altri mezzi, oltre quelli pubblici, non erano consentiti ai civili); feroci
esecuzioni e rappresaglie, le Ardeatine, Bravetta, La Storta, il Ghetto, il Quadraro, le
razzie, gli arresti, le torture (via Tasso, Palazzo Braschi, la pensione Oltremare, la
pensione Jaccarino, Regina Coeli, ecc.: operavano in Roma ben 18 &amp;quot;polizie&amp;quot;,
tedesche e italiane, pubbliche e &amp;quot;private&amp;quot;!), gli assassinii compiuti a freddo
nel centro della città e nelle borgate.(10 fucilati a Pietralata, 6 renitenti fucilati a
Ladispoli, 10 donne fucilate a Portuense, dieci donne fucilate a Tiburtino 3°, circa 80
fucilati a Bravetta, 14 fucilati alla Storta.....più la strage del Quadraro: su 700
cittadini deportati ne sono tornati solo 300!... più la strage degli ebrei , circa
duemilacinquecento deportati, ne sono tornati circa 120....&lt;br&gt;
I partigiani romani uccisi in combattimento, morti sotto la tortura o
fucilati, nei nove mesi che vanno dal 9 settembre 1943 al 5 giugno del 1944 sono 1.735,
oltre ad alcune migliaia di cittadini romani, ebrei e non, deportati nei campi di
sterminio in Germania e che non sono tornati; ma in questi stessi nove mesi in Roma furono
condotte azioni militari e di sabotaggio che in numero e in qualità non hanno pari, nei
limiti di quel periodo, in nessun&#146;altra città d&apos;Italia.&lt;br&gt;
Fu così che il nemico pagò cara la sua permanenza in città, e si
vendicò manifestando la sua brutale ferocia.&lt;br&gt;
Ma quando gli eserciti alleati incalzarono, i tedeschi e i fascisti
abbandonarono Roma precipitosamente, contro gli ordini di Hittler e Mussolini, che
volevano impegnare battaglia in città casa per casa e deportare tutti gli uomini validi
per il lavoro coatto, secondo i piani già approntati dal generale delle SS Wolff.&lt;br&gt;
Roma era una &amp;quot;città esplosiva&amp;quot;, e la non lontana esperienza
di Napoli convinse anche i più feroci tra i nostri nemici a non correre rischi già
sperimentati. &lt;br&gt;
La Resistenza romana ebbe caratteristiche di spontaneità e di
diffusione capillare che è difficile trovare altrove. Sono diecine le formazioni
impegnate, grandi come come quelle dei partiti del CLN, in particolare i tre partiti di
sinistra, PCI, Pd&#146;A e PSIUP, come Bandiera Rossa, o i Cattolici Comunisti, o come il
Centro Militare Clandestino dei &amp;quot;badogliani&amp;quot;, ma anche piccole o piccolissime,
che, per non aver potuto o voluto trovare il collegamento con i partiti del CLN, operavano
autonomamente contro i tedeschi e i collaborazionisti fascisti. &lt;br&gt;
Sono noti episodi di iniziative solidaristiche, ma anche di sabotaggio
e di guerriglia, condotti addirittura da famiglie o da singoli, fino all&#146;ultimo
giorno dell&#146;occupazione tedesca.&lt;br&gt;
Tutto ciò, e per molte ragioni, che ha esaminato di recente anche &lt;i&gt;Alessandro
Portelli&lt;/i&gt; nel suo splendido libro &amp;quot;&lt;i&gt;L&#146;Ordine è stato eseguito&lt;/i&gt;&amp;quot;
ed. Donzelli, che ha ottenuto nel 1999, con il Premio Viareggio per la saggistica il più
ambito riconoscimento letterario italiano, si è attenuato nella memoria storica della
città perché ha prevalso la disinformazione attraverso l&#146;uso ripetuto di falsi e
mistificazioni, malgrado le smentite documentate e l&#146;uniformità delle delibere di
tutti i livelli della magistratura, fino alle Cassazioni civili, penali e militari. &lt;p&gt;
&lt;b&gt;Guerra di liberazione nazionale&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
La nostra è stata una &amp;quot;guerra di liberazione nazionale&amp;quot;, la
guerra di tutti gli italiani per la libertà e per la democrazia: furono i
collaborazionisti dell&apos;invasore che cercarono di trasformarla in guerra civile, ma ci
riuscirono solo in parte perché la grande maggioranza degli italiani li respinse insieme
ai loro protettori e padroni nazisti.&lt;br&gt;
Del resto anche i dirigenti politici e militari di Salò, ma anche i
tedeschi, sapevano molto bene come stavano le cose, altrimenti le feroci rappresaglie
messe in atto nelle città, e quelle ancor più feroci e indiscriminate compiute sui monti
e nelle campagne non avrebbero avuto motivo contro una popolazione schierata in qualche
consistente misura dalla loro parte.&lt;br&gt;
Due canzoni, una delle brigate nere e una delle brigate partigiane,
ricordano in modo emblematico il clima in cui vivevamo: &amp;quot;&lt;i&gt;Le donne non ci vogliono
più bene / perché portiamo la camicia nera&lt;/i&gt;&amp;quot; cantavano i fascisti; e dall&apos;altra
parte: &amp;quot;&lt;i&gt;Ogni contrada è patria di un ribelle / ogni donna a lui dona un sospiro&lt;/i&gt;&amp;quot;
cantavano i partigiani.&lt;br&gt;
Basti ricordare, per chi c&apos;era, l&apos;atmosfera di cupo infinito silenzio
della nostra città, delle nostre contrade, deserte nei mesi dell&apos;occupazione, e
l&apos;esplosione improvvisa di gioia, affollata, urlata, felice, che accolse le forze militari
anglo-americane.&lt;br&gt;
Eppure è sempre più frequente che la nostra guerra di liberazione
venga ricordata come guerra civile. Fa parte di una delle brecce che il revanscismo
fascista è riuscito ad aprire nella memoria corrente.&lt;br&gt;&lt;br&gt;
&lt;i&gt;(&amp;quot;la RINASCITA della sinistra&amp;quot;, venerdì 18 ottobre 2002,
pagg 28-29)&lt;/i&gt;&lt;p&gt;&lt;p&gt;</text_more></entry>
<entry id='1267' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1267' author_id='1' authored_on='20050315214515' basename='la_legge_di_sal_e_linganno_di_fini' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050315214515' modified_on='20050315214546' ping_count='0' status='2' title='La legge di Salò e l&apos;inganno di Fini' week_number='200511'><text>di &lt;b&gt;Corrado Stajano&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;rsi1.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/rsi1.jpg&quot; width=&quot;182&quot; height=&quot;119&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Linganno, nel &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2005/03/001264.html#001264&quot;&gt;disegno di legge dei senatori di Alleanza Nazionale &lt;/a&gt;che reclama il riconoscimento della qualifica di &quot;militari belligeranti&quot; per quanti servirono dopo l&apos;armistizio dell&apos;8 settembre dalla parte di Mussolini, è riscontrabile fin dalle prime righe della relazione n.2244. Nel sommario del ddl si parla infatti di &quot;quanti prestarono servizio militare dal 1943 al 1945 nell&apos;esercito della Repubblica sociale italiana (Rsi)&quot;. Poi, nel primo articolo della legge scompare la parola esercito e si dice: &quot;I soldati, i sottufficiali e gli ufficiali che prestarono servizio nelle Repubblica sociale italiana sono considerati a tutti gli effetti militari belligeranti (...)&quot;. Questo significa che a godere della qualifica di &quot;militare belligerante&quot; potranno essere non soltanto gli uomini delle quattro divisioni - Littorio, Monte Rosa, San Marco, Italia - formate nei lager tedeschi, ma anche gli uomini e le donne delle bande criminali, i torturatori, i briganti neri, tutti quanti seminarono il terrore e si macchiarono di delitti efferati nelle ville tristi delle città, la banda Koch, la legione Muti, la banda Carità, le Brigate nere, la Guardia nazionale repubblicana.</text><text_more>Il governo legittimo era al Sud. Il Parlamento si appresta ad approvare quindi una legge che viola la Costituzione antifascista nata dalla lotta di Liberazione. Rappresenta un segno grave, dare un riconoscimento, anche se più di sessant&apos;anni dopo, a chi prese le armi contro lo Stato che si era ricostituito e al quale restarono fedeli, per esempio, più di mezzo milione di ufficiali e di soldati, internati nei lager nazisti.
La questione è giuridica, non soltanto politica. Troppo facile per Gianfranco Fini dire che il fascismo fu un male assoluto, che le leggi razziali furono un grave errore, visitare compunto le Fosse Ardeatine, andare oltre la svolta di Fiuggi, approdare in Israele dopo una lunga anticamera e poi indulgere a un gesto mistico-nostalgico come questo del ddl sui &quot;militari belligeranti&quot; che offende la memoria di milioni di persone tra passato e presente. Qual è il vero Fini? L&apos;uomo della moderazione, come vuole apparire oggi, o il giovane fascista di un tempo, lo stesso che nel 1988 partecipò al cinema Adriano di Roma a una manifestazione in comunanza con Jean-Marie Le Pen, leader dell&apos;estrema destra razzista francese, e che il primo aprile 1994 dichiarò in un&apos;intervista ché &quot;Mussolini è il più grande statista del secolo&quot;?
L&apos;iniziativa di An sembra una rivalsa di vinti risentiti, una vendetta consumata proprio in occasione del sessantesimo anniversario della Liberazione, mentre vengono boicottati e discriminati gli Istituti storici della Resistenza e vengono ridotti i fondi per il loro funzionamento. Un&apos;iniziativa parlamentare ipocrita, questa in cammino, perché nel breve testo che accompagna il disegno di legge è scritto che il riconoscimento della qualifica di &quot;militari belligeranti&quot; &quot;prescinde da qualsiasi considerazione di carattere ideologico&quot; e non comporta &quot;alcuna rivalutazione politica delle ideologie che erano alla base di quell&apos;ordinamento&quot;. Non ci vuol molto a capire che tutto questo non è vero. La presenza dei postfascisti al governo e il clima destroide del regime berlusconiano hanno favorito la benevolenza di non pochi amatori dell&apos;ambiguità che si sono prodigati a offrire attestati di coraggio e di fedeltà ai figli della Repubblica di Salò, rappresentazione del fascismo più cupo al servizio dei nazisti, i quali usavano nei loro confronti un sommo disprezzo.
&lt;img alt=&quot;rsi2.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/rsi2.jpg&quot; width=&quot;246&quot; height=&quot;300&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;C&apos;è poco da vantare le gesta delle guardie nere della Repubblica di Salò. Alcuni di loro, cresciuti nel tempo fascista, imbevuti di quella dottrina e di quella propaganda, credettero di riscattare la vergogna di un re fuggiasco arruolandosi nell&apos;esercito di Graziani e nelle bande mussoliniane. Altri pensarono che la Rsi potesse far da scudo alla violenza nazista. Non accadde. Furono subalterni alla Ss e alla Wehrmacht, uguali solo nella violenza. Durante i rastrellamenti manifestarono tutto il loro zelo, bruciarono villaggi, impiccarono, fucilarono, stuprarono. Parteciparono alle stragi più efferate, furono presenti a Sant&apos;Anna di Stazzema, con indosso la divisa tedesca. Tralasciando quel che accadde nelle caserme, nei covi, nelle sedi dei corpi speciali, accozzaglie criminali, dove il sadismo fu la regola.
L&apos;esercito della Repubblica di Salò - la documentazione ormai è ricca - nacque come un corpo informe. Aderirono alla Repubblica 300 generali (63 soltanto a Roma). Rimasero, con 65mila ufficiali, disoccupati, senz&apos;armi, senza soldati. Si creò la posizione di &quot;ufficiale in disponibilità&quot;.
Graziani cercava di consolarli: &quot;Camerati, di fronte al conservatorio plutocratico capitalistico delle democrazie e al bolscevismo distruttore di ogni ordine, si erge, purissima e livellatrice, da tre decenni circa, l&apos;Idea fascista con la soluzione del problema sociale che affatica da millenni l&apos;umanità&quot;. (...) &quot;A questa Idea, che dovrà dare alla Patria il suo definitivo assetto sociale e nazionale, noi oggi, camerati dell&apos;esercito repubblicano, giuriamo religiosamente e con purezza di intenti, sicura e diritta coscienza, assoluta fedeltà per la vita e per la morte&quot;.
Le diserzioni cominciarono presto, i giovani di leva salirono in montagna sempre più di frequente. La militarizzazione del partito fascista repubblicano da cui nacquero le Brigate nere, il 21 giugno 1944 - 15mila uomini, non i 50mila previsti - e i 75mila militi della Gnr, con compiti di polizia e di repressione antipartigiana, agli ordini del generali Wolff, comandante delle Ss in Italia, non colmarono i vuoti.
La speranza di Mussolini era affidata alle quattro divisioni nate nei campi di addestramento in Germania, 65mila uomini. Erano volontari, giovani di leva, renitenti, partigiani rastrellati e perdonati. Tornarono in Italia, male accolti, nell&apos;estate del 1944. Furono schierati sulla Riviera ligure, qualche reparto in Garfagnana. i tedeschi non si fidavano di quei soldati. Molti avevano aderito alla Repubblica di Salò per tornare a casa, altri, gli entusiasti, furono presi presto dal disincanto. A metà settembre i disertori della divisione San Marco erano 1.400, quelli della Monte Rosa un migliaio. Nel febbraio 1945, i disertori delle quattro divisioni, secondo una stima tedesca, toccavano il 25per cento degli organici. Il ministro degli Interni Buffarini Guidi dispose allora &quot;le misure di rappresaglia contro i familiari dei disertori&quot;: l&apos;arresto, l&apos;avvio in un campo di concentramento, il sequestro delle merci e il ritiro della licenza per i commercianti, la radiazione dall&apos;albo per i professionisti, il licenziamento in tronco per i salariati.
&quot;Chiamare &quot;militari belligeranti&quot; i militi di Salò è un controsenso storico prima ancora che politico&quot;, ha scritto Gian Enrico Rusconi sulla &lt;i&gt;Stampa &lt;/i&gt;del 12 febbraio. E Maurizio Viroli, sulla &lt;i&gt;Stampa &lt;/i&gt;dello stesso giorno: &quot;La proposta di legge che riconosce ai miliziani della Repubblica di Salò lo status di militari combattenti e li pone sullo stesso piano dei partigiani offende il più elementare senso di giustizia che impone, a chiunque abbia una coscienza morale, di non premiare chi opera o ha operato contro i più sacri diritti umani Tali furono i miliziani della Repubblica di Salò, perché combattevano per risuscitare un regime che aveva tolto agli italiani la libertà e si era macchiato dei più ripugnanti crimini in pieno ossequio alla politica del Terzo Reich. Nessun libro revisionista può cancellare questa semplice verità, e dunque la legge in esame al Parlamento offende la coscienza morale di ogni persona che crede nella dignità umana&quot;. 

&lt;i&gt;[da &lt;a href=&quot;http://www.unita.it&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;l&apos;Unità&lt;/a&gt;, 25 febbraio 2005]&lt;/i&gt;</text_more></entry>
<entry id='1268' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1268' author_id='1' authored_on='20050316233325' basename='simenon_la_camera_azzurra' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050316233325' modified_on='20050316233359' ping_count='0' status='2' title='Simenon: LA CAMERA AZZURRA' week_number='200511'><text>di &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/cgi-bin/mt-search.cgi?IncludeBlogs=2&amp;search=%22roberto+sturm%22&quot;&gt;Roberto Sturm&lt;/a&gt;

&lt;img alt=&quot;camera_azz.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/camera_azz.jpg&quot; width=&quot;80&quot; height=&quot;127&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Scrittore belga di lingua francesce, Georges Simenon rappresenta senza alcun dubbio  ma non solo - un esempio ineguagliabile di prolificità letteraria.
Le sue opere attraversano buona parte del novecento, rendendolo uno degli autori più rappresentativi del secolo. La fama e il successo che lo hanno accompagnato durante la sua esistenza sono sopravvissuti alla sua morte, rendendolo ancora oggi uno degli scrittori più celebri e celebrati.
Conosciuto dal grande pubblico per il personaggio del Commissario Maigret (chi non ricorda, età permettendo, lo sceneggiato in bianco e nero della Rai degli anni sessanta interpretato da Gino Cervi?), lo scrittore Simenon ha però fornito le sue prove più convincenti al di fuori dei romanzi ispirati al Commissario.
Autore di circa 220 romanzi firmati col suo nome, più altri testi sotto pseudonimo, quello che colpisce di più è la qualità e lo spessore delle sue opere, assolutamente una spanna al di sopra della media e che ancora oggi conservano unattualità che solo i grandi scrittori riescono a dare ai propri testi.</text><text_more>Simenon (1903  1989) comincia a scrivere molto presto, alla fine della prima guerra mondiale, per una piccola testata locale di Liegi, la sua città natale.
La sua facilità di scrittura si manifesta immediatamente. Ancora giovanissimo si trasferisce a Parigi e riesce da subito a vivere con le entrate che gli procurano i propri testi.
Gira il mondo come reporter, crea il personaggio Maigret e diventa ricco in pochissimo tempo. I suoi romanzi, spesso portati sul grande schermo, sono fonte inesauribile di diritti dautore.
Simenon conduce una vita dispendiosa. Vive nel lusso, cambia frequentemente residenza, si concede parecchie relazioni extraconiugali, è talmente amante della buona cucina da farsi accompagnare sempre da un cuoco personale.
Una vita così piena di avvenimenti non frena però la sua produzione letteraria. Simenon, infatti, riesce spesso a scrivere un romanzo in sette giorni. Un ritmo davvero impressionante.
Quello che colpisce di più, proprio in relazione alla sua sterminata opera, è la qualità che Simenon riesce imprimere alla sua narrativa.
La struttura delle trame, la capacità di rendere latmosfera delle ambientazioni quasi respirabile con tre o quattro pennellate, la consistenza palpabile dei suoi personaggi fanno sì che le sue storie abbiano passato indenni lo scorrere del tempo, mantenendo una freschezza sia di argomenti che di scelte stilistiche assolutamente sorprendenti.
La sua penna, quasi come una bacchetta magica, ci immerge in realtà che possiamo riscontrare quotidianamente, sottolineando le meschinità dei piccoli paesi come delle grandi città. I contorni, i personaggi secondari sono appena accennati, ma con una maestria che lascia al lettore il gusto di andare oltre, di immaginare. I protagonisti dei suoi romanzi, piccolo borghesi, contadini arricchiti, persone comuni o liberi professionisti che siano, sono la bozza di un pittore che lentamente prendono corpo e colore con lo svolgersi della storia, con il dipanarsi delle proprie ossessioni.
E la psicologia dei personaggi gioca un ruolo determinante nelle storie di Simenon. Veri noir, dove i sentimenti e le sensibilità dei personaggi vengono portati allo scoperto in situazioni banalmente quotidiane, e proprio per questo coinvolgenti per il lettore. Ossessioni che prendono corpo, lintreccio tra odio e amore, sentimenti estremi che hanno la meglio sulla razionalità. Donne e uomini che tradiscono, donne e uomini che rimangono fedeli nonostante tutto, vite solitarie al limite della sopportazione, commedie degli equivoci che sfociano in tragedie.
&lt;b&gt;La camera azzurra&lt;/b&gt;, uno dei romanzi proposti da Adelphi, è un noir a sfondo psicologico, come molte altre opere di Simenon.
In un piccolo borgo francese, Tony ha una relazione con una donna bellissima, Andrée, che desiderava fin dai tempi della scuola. La camera azzurra  come la chiama la donna - è la stanza dellalbergo dove i due consumano i loro incontri clandestini.
Appagato dalla relazione, dai continui complimenti della donna, Tony non percepisce lossessione che comincia a rodere la sua bella amante. Che lentamente ma inesorabilmente comincia a chiedergli di più, senza che lui se ne accorga. Anzi, il suo silenzio viene interpretato da Andrée come un assenso ai propri piani.
Lo sviluppo della storia si dipana dal punto di vista di Tony che solo davanti al giudice preposto alle indagini, durante gli interrogatori, prende coscienza di ciò che è veramente accaduto e di come è avvenuto.
Immerso in una relazione almeno per lui solamente erotica, si rende conto di aver ignorato, quanto volutamente rimane un mistero, i chiari segnali inviatigli da Andrée e il fatto che nel piccolo borgo ormai tutti sapessero della loro relazione. Compresa la timida e remissiva moglie Gisèle.
Il finale, che non va svelato ma scoperto a poco a poco durante la narrazione, porta a un epilogo estremo, dove sentimenti come lodio e lamore si toccano fino a confondersi, dove listinto prende il sopravvento sulla razionalità. Un romanzo da godersi dallinizio alla fine, che regalerà al lettore una storia che resterà stampata nella memoria, unambientazione assolutamente convincente e definita, una galleria di personaggi decisamente credibili e con un profilo psicologico costruito con lucida maestria.
Ma per chi già conosce Georges Simenon queste non sono novità perché rappresentano peculiarità che facilmente si incontrano in molti dei suoi romanzi.

&lt;i&gt;Georges Simenon  &lt;b&gt;La camera azzurra (La chambre bleue) &lt;/b&gt; Trad. di Marina Di Leo  Edizioni Adelphi, pp. 153  euro 13,50&lt;/i&gt;</text_more></entry>
<entry id='1269' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1269' author_id='1' authored_on='20050318234427' basename='mantova_per_i_minori_manicomio_criminale' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050318234427' modified_on='20050318234457' ping_count='0' status='2' title='Mantova, per i minori manicomio criminale' week_number='200511'><text>&lt;img alt=&quot;d04jail22.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/d04jail22.jpg&quot; width=&quot;250&quot; height=&quot;164&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;&lt;i&gt;Durissime proteste per liniziativa del ministero della Giustizia. Psichiatria democratica: «Sconvolgente». I ds: un gruppo di parlamentari entri subito nella struttura.&lt;/i&gt;
di &lt;b&gt;Roberto Monteforte&lt;/b&gt;

Minorenni con difficoltà psichiche rinchiusi in un Ospedale psichiatrico giudiziario a Castiglione delle Stiviere (Mantova): la «sperimentazione» del ministero della Giustizia interesserebbe una decina di giovani condannati e segnalati dai centri di giustizia minorile.
Tutto deciso in gran silenzio. Visto che la legge proibisce espressamente che minori possano essere rinchiusi in manicomi giudiziari. Sono stati gli operatori a lanciare lallarme al Forum per la salute mentale, rilanciato dalla parlamentare di Rifondazione, Tiziana Valpiana, che ha chiesto immediatamente spiegazioni al ministero della Salute, visto la gestione del centro è affidata dal ministero di Grazia e Giustizia in concessione alla Asl di Mantova.</text><text_more>Il governo, per bocca del sottosegretario Stefano Cursi, ha assicurato che il reparto per i minori è collocato in unala separata, «garantendo così la non commistione con gli adulti per tutte le fasi del processo terapeutico». Contatti, però, con gli adulti vengono ammessi. Si parla di «circolazione negli spazi comuni» e di «partecipazione alle attività». La replica della Valpiana è stata secca: «Si tratta di una soluzione inaccettabile e indegna di un paese civile, che non può rinchiudere minori in un ospedale psichiatrico giudiziario. È una collocazione assolutamente inadatta ai minori e tale da precludere ogni speranza di recupero e reinserimento sociale, considerato che i minori, anche quando sono autori di reato e di difficile gestione, hanno bisogno di essere sostenuti all&apos;interno di strutture adeguate». 
Ci vuole vedere chiaro anche il Parlamento. La presidente del comitato sulla Giustizia minorile della commissione Giustizia, Marcella Lucidi (Ds), ha chiesto di mettere allordine del giorno una visita immediata allospedale giudiziario di Castiglione delle Stiviere. Troppe le cose, leggi alla mano, che non quadrano. Domani si saprà se e quando la visita si terrà. Quello che è certa è la condanna per questa «sperimentazione» del mondo scientifico e degli operatori.
«È una decisione assolutamente sconvolgente» stigmatizza il presidente nazionale di Psichiatria democratica, Rocco Canosa. «Si è fatto tutto in grande silenzio» commenta. «Si pensa a strutture speciali per minori degli ospedali psichiatrici collocati addirittura allinterno di un manicomio criminale. Il governo parla di spazi separati, ma - spiega Canosa - sappiamo bene che questo aumenta enormemente il pregiudizio da parte dellopinione pubblica nei confronti di questi ragazzi che sono in difficoltà, che devono essere aiutati a superare la loro condizione e non essere segregati». Invece si sceglie la via repressiva: «Quando di peggio si possa immaginare: ospedale psichiatrico e carcere insieme». Vi è anche una critica «tecnica». «Le situazioni di minori con diagnosi psichiatrica o antisociale - spiega Canosa - non vanno ghettizzate in strutture specifiche, bensì in comunità che abbiano il più possibile una situazione di accoglienza e che non siano esclusivamente rivolte a ragazzi con problemi psichiatrici». Diffida delle comunità iperspecialistiche: «Sono contro ogni idea di emancipazione e di recupero educativo del giovane. Si vogliono raggruppare insieme tutti i cosiddetti matti, minori antisociali o tossicodipendenti: è ciò che di peggio si possa pensare». E poi, ricorda, si può parlare di personalità antisociale per un adulto, ma per un minore è sbagliato. «Quella del minore è una situazione di evoluzione psicologica. Non possiamo ingessarlo in una diagnosi. Le difficoltà dei ragazzi non vanno etichettate, ma capite». La sua conclusione? «La diagnosi psichiatrica viene enfatizzata per legittimare la segregazione in un ospedale psichiatrico giudiziario». «Si sono rilanciati i luoghi della segregazione per chi può dare fastidio, per il diverso o limmigrato. Questo è il dato culturale e politico inquietante: trovare un posto dove segregare le persone che possono dare fastidio. È indegno per uno Stato civile».
Il presidente della Consulta penitenziaria e del Piano carceri per il comune di Roma, Lillo Di Mauro, assicura che gli «ospiti» a Castiglione delle Stiviere sono minori «messi alla prova» dai giudici e non reclusi. Sarebbero dovuti essere affidati alle comunità esterne al carcere e inseriti in progetti per il loro recupero e inserimento. E invece sono finiti in un manicomio criminale. «Qualcosa non funziona nel rapporto di questo governo con i giovani. Il ministro Castelli si è accanito contro la giustizia minorile del nostro paese, una delle più innovative in Europa. Vuole sbattere in galera anche i minori. Taglia i finanziamenti necessari alla giustizia minorile». Cita la situazione di Roma dove il Centro per la giustizia minorile è riuscito a pagare sino al marzo 2004 gli stipendi degli operatori delle comunità di accoglienza e di recupero alternative al carcere. «Ora rischiano tutte di chiudere e i minori di finire in galera - commenta Di Mauro -. Così nei fatti Castelli impone il suo modello che il Parlamento gli ha bloccato».
«Quella che manca è lidea di una salute mentale di comunità» commenta lo psichiatra Emilio Lupo, segretario di Psichiatria democratica. Emerge un modello repressivo. «Il problema è quello di uno sviluppo di una salute mentale e non quello di contenere le persone. Più che togliere problemi agli altri il compito è quello di farsi carico del disagio in tutte le sue forme con il concorrere di saperi e conoscenze diverse». 

&lt;i&gt;[da &lt;a href=&quot;http://www.unita.it&quot;&gt;l&apos;Unità&lt;/a&gt;, 15.2.05]&lt;/i&gt;</text_more></entry>
<entry id='1270' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1270' author_id='1' authored_on='20050318235907' basename='le_guerre_spaziali_usacina' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050318235907' modified_on='20050318235930' ping_count='0' status='2' title='Le guerre spaziali USA-Cina' week_number='200511'><text>&lt;img alt=&quot;shenzou.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/shenzou.jpg&quot; width=&quot;145&quot; height=&quot;200&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;b&gt;Gabriele Garibaldi&lt;/b&gt;

La solerzia con la quale Donald Rumsfeld ha rilanciato i programmi spaziali statunitensi appena dopo la sua nomina a Segretario della Difesa - accogliendo le richieste dei militari e delle lobbies dellindustria militare di procedere in tempi rapidi allo sviluppo di armi spaziali - sta a significare la ufficiale dichiarazione di sfida ai potenziali peer competitors degli Stati Uniti. Questa decisione è del resto in linea con la volontà espressa dai neoconservatori dellamministrazione Bush di riaffermare e consolidare definitivamente il ruolo di unica superpotenza degli Usa nel 21esimo secolo, così da iniziare il nuovo millennio con un New American Century t anto per citare il Project for the New American Century, il think tank di cui è membro Rumsfeld. E nello spazio, infatti, che gli Usa potranno perfezionare la Full Spectrum Dominance (il dominio militare a tutto campo, base dellordine unipolarista) escludendone, se necessario, altri Paesi.</text><text_more>La UE e il Giappone hanno i mezzi economici e tecnologici per inviare armi nello spazio, però mancano della volontà politica di dividersi dagli Usa ed assumersi i costi di una autonoma politica di difesa: in tale quadro la PESD (Politica europea di sicurezza e difesa) e il progetto Galileo (localizzazione satellitare alternativa al Gps americano) hanno suscitato lirritazione degli Usa, ma non li hanno impensierirti circa la reale volontà europea di emanciparsi dal tradizionale rapporto di alleanza-subordinazione ad essi. 
La Russia ha il know-how per competere militarmente nello spazio, ma manca delle risorse finanziarie. Per il 2003 ha una previsione di spesa nei programmi spaziali che è 1/10 dei 3 miliardi$ stanziati dalla Cina, mentre gli Usa hanno un budget di 23 miliardi$ per solo due (NASA e Difesa Missilistica) della miriade dei loro programmi spaziali.

&lt;b&gt;Lascesa della Cina a potenza spaziale&lt;/b&gt;
Tra i potenziali peer competitors, dunque, resta la Cina ad insidiare concretamente il primato americano: grazie allaiuto tecnologico russo e dei Paesi dellex Urss, sta compiendo progressi tali da essere al centro delle preoccupazioni statunitensi riguardo la competizione spaziale.
Infatti per gli analisti del Pentagono la Cina, se pubblicamente si oppone alla militarizzazione dello spazio e cerca per vie diplomatiche di prevenire o rallentare lo sviluppo da parte degli Usa di armi anti-satellite (ASAT) e della difesa missilistica spaziale, in privato, tuttavia, essa considera tali tipi di armi come una tendenza inevitabile del prossimo futuro (come gli strateghi del Pentagono, del resto) al quale si sta preparando ricorrendo anche a tecnologie di altri Paesi.
Inoltre, per quanto riguarda i vettori spaziali, Pechino sta sviluppando una nuova famiglia di razzi modulari per linvio nello spazio di carichi pesanti. Il suo obiettivo è la capacità di lanciare 25 tonnellate nella bassa orbita terrestre e 14 tonnellate nella fascia geostazionaria entro il 2007. Pechino ha iniziato a sviluppare anche un vettore di piccole dimensioni e a propellente solido, il Kaituozhe (Pioneer, KT o KTZ)-1. The KT-1 è il primo passo verso lo sviluppo di una serie di vettori di piccole dimensioni che serviranno a lanciare una nuova generazione, attualmente allo studio, di piccoli satelliti. A questultimo proposito, la Cina sta investendo massicciamente nello sviluppo di nano-satelliti, utilizzabili eventualmente in modo offensivo contro i satelliti estranei.
La Cina, poi, sta compiendo grandi progressi nelle missioni spaziali con uomini a bordo e, secondo le informazioni dei servizi segreti Usa, forse lancerà la sua prima missione con astronauti a bordo nel 2003. La Cina ha anche piani a lungo termine di lanciare la sua propria stazione spaziale, e probabilmente una navetta spaziale riutilizzabile. Se una delle più forti motivazioni del programma spaziale cinese è il prestigio politico, gli sforzi della Cina per mandare luomo nello spazio contribuiranno tuttavia a migliorare i sistemi spaziali militari nellarco di tempo tra il 2010 e il 2020. A questultimo proposito, la Cina sta lavorando intensamente sulluso bellico del laser e usando una combinazione di capacità indigene ed assistenza straniera, la Cina potrebbe diventare il leader nella tecnologia militare del laser entro il 2020. 

&lt;b&gt;Lo Shenzhou 5 (Vascello Divino) e il primo taikonauta della storia cinese&lt;/b&gt; 
Le previsioni circa le missioni con uomini a bordo sono state recentemente confermate. Mercoledì 15 ottobre 2003 la Cina ha lanciato a bordo dello Shenzhou 5 il primo astronauta della sua storia, raggiungendo gli Usa e la Russia nellesclusivo club dei Paesi che hanno effettuato missioni spaziali con astronauti a bordo. Il prestigio e lorgoglio nazionale sono le motivazioni principali di questo (costosissimo) progetto, del quale la Cina ha enfatizzato la natura indigena nonostante la realizzazione in tempi rapidi sia stata resa possibile dalla tecnologia in possesso delle ex-Repubbliche sovietiche. Il programma Shenzhou (Vascello Divino) è nato nel 1992 (quale parte di un programma in tre passi che, dopo il lancio del primo astronauta, prevede lo sviluppo di una stazione spaziale e il completamento di un moderno sistema di trasporto spazio-terra) ed è cresciuto rapidamente grazie allassistenza tecnica russa. Nel 1995 Pechino ha stretto un accordo con la russa RKK Energia per addestrare gli astronauti cinesi ed acquisire informazioni tecniche sulla capsula spaziale Soyuz. In sostanza, lodierno Shenzhou 5 è una copia della Soyuz seppur migliorata significativamente. 

&lt;b&gt;La percezione statunitense del programma spaziale cinese&lt;/b&gt;
Per alcuni analisti lo Shenzhou, insieme al resto del programma spaziale, è intrinsecamente legato agli sforzi cinesi di modernizzare le proprie forze militari e raggiungere un vantaggio rispetto agli space assets statunitensi. Secondo Michael Stokes dellUS Air Force -analista aerospaziale presso il Dipartimento della Difesa- il programma cinese di voli spaziali con astronauti a bordo è parte delle più vaste ambizioni spaziali della Cina, che hanno chiare implicazioni per la sicurezza degli Usa per i prossimi 10-20 anni. Stokes dichiara che la Cina ha prestato grande attenzione al ruolo strategico che gli space assets hanno giocato nelle imprese militari statunitensi del dopo-Guerra Fredda (dalla guerra del Golfo del 1991 allultima contro lIraq) e che personalmente è meno preoccupato del tentativo (la missione dello Shenzhou 5 non aveva ancora avuto luogo) della Cina di raggiungere lo human space flight club che dei suoi sforzi di sviluppare un robusto network di propri satelliti militari, cercando allo stesso tempo i mezzi per far fuori i satelliti altrui nel caso di un conlitto evidentemente i militari statunitensi riflettono sul nemico la loro volontà di negare lo spazio ad altri, se necessario, più volte espressa nei documenti dellUS Space Command, nelle conclusioni della Commissione spaziale presieduta da Donald Rumsfeld ed infine suggellata dal Mastering the Ultimate High Ground della Rand Corporation (think tank partner dellUS Space Force e voce delle lobbies dellindustria militare). 

&lt;b&gt;Lo spazio, la chiave degli equilibri mondiali del 21°secolo&lt;/b&gt;
La Cina, quindi, ha lobiettivo di dotarsi dei mezzi per portare avanti i propri intereressi ed essere in grado di sostenere un conflitto militare con gli Usa. Nonostante la (effimera) alleanza che la lega ad essi nella lotta al terrorismo islamico dopo l11/9, la Cina considera gli Usa una potenza egemonica che limita il suo sviluppo nella sua area di influenza. Lambizione della Cina, quindi, è quella di affermarsi come potenza alternativa a quella statunitense in Asia e di instaurare con gli Stati Uniti un rapporto paritario nellambito di un sistema internazionale multipolare. 
Sul piano geostrategico la Cina ha motivi di contrasto con gli Stati Uniti a proposito -in ordine di importanza- della loro crescente influenza in Asia centrale, della questione coreana, delle isole Spratly e di Taiwan. 
Le Spratly sono oggetto di un contenzioso con gli Stati Uniti in quanto sono di importanza strategica. Situate nel Mar Cinese meridionale, sono sulla rotta marittima commerciale più importante del mondo -dalla quale passa il 25% della produzione mondiale di petrolio, proveniente dal Medio Oriente e diretta verso il Giappone e gli Usa- ed hanno importanti giacimenti di petrolio nei loro dintorni. 
Ma è a proposito di Taiwan che la tensione con gli Usa è più forte, vista anche larroganza della linea politica dellattuale amministrazione: linvito negli Stati Uniti del ministro della Difesa di Taiwan, Tang Yian-ming, e il suo incontro con il viceministro della Difesa americano, Paul Wolfowitz, ha fortemente irritato Pechino. 
In quanto testa di ponte della strategia statunitense -la quale, secondo gli analisti cinesi, prevede anche la destabilizzazione di tutta larea di influenza della Cina, pur di fermare la sua ascesa- è riguardo Taiwan che si giocherà il braccio di ferro del 21esimo secolo tra Cina e Usa, ed a questo la Cina si sta preparando seriamente. Per gli Usa la missione dello Shenzhou 5 fornirà informazioni alle Forze Armate cinesi il Peoples Liberation Army (PLA)- nella prospettiva di un conflitto con gli Stati Uniti circa Taiwan, e non sarà una missione di interesse puramente scientifico. Difficilmente potrebbe essere altrimenti, visto che la divisione tra programmi spaziali civili e militari cinesi è inesistente e lo stesso Shenzhou è sotto la supervisione del PLAs General Armament Department: lo Shenzhou 5 -per ammissione degli stessi cinesi- avrà una camera CCD con una risoluzione di 1,6 metri sul terreno, che potrà essere usata a fini militari. Per il già citato colonnello Stokes, linvio delluomo nello spazio da parte della Cina non è preoccupante in sé ma come segnale del livello tecnologico da essa raggiunto nel campo dei vettori spaziali, in quanto Pechino -nel timore di perdere definitivamente il controllo su Taiwan- sta sviluppando capacità spaziali che potrebbero essere usate nelleventualità di un conflitto nello stretto di Taiwan, consapevole che gli space assets giocheranno il ruolo da protagonista in un futuro uso della forza contro Taiwan e nella prevenzione di ogni intervento straniero nello scenario taiwanese. I progressi tecnici derivanti dalla missione dello Shenzhou 5 e delle successive manned missions potranno essere reinvestiti militarmente nello sviluppo non solo di missili balistici ma anche di armi anti-satellite e nano-satelliti per lo spionaggio. Secondo gli esperti Usa, Pechino sarà capace di lanciare rapidamente piccoli satelliti da ricognizione per monitorare la sua periferia e lOceano Pacifico orientale entro i prossimi 3-5 anni.
Visti i progressi del suo programma spaziale -sostenuto da una forte volontà politica in quanto presupposto basilare della propria visione geostrategica- la Cina, dunque, ha le carte in regola per insidiare il primato spaziale statunitense, tanto più se si considera che esso è sostenuto da finanziamenti in forte crescita. Nel marzo 2002 il Ministro per le Finanze cinese Xiang Huaicheng ha annunciato un aumento delle spese militari per il 2002 del 17,5%, portando il totale ufficiale a 20 miliardi$ (quelle statunitensi per la Nasa e la Difesa Missilistica ammontano a 23 miliardi$). Ciò fa della Cina il secondo maggior investitore militare del mondo dopo gli Usa, e il secondo in Asia. Inoltre lalto tasso di crescita economica cinese lascia prevede agli analisti americani che la spesa annuale per la difesa potrebbe aumentare di 3-4 volte da ora al 2020.

&lt;b&gt;I piani lunari cinesi e le ansie americane&lt;/b&gt;
Di fronte a questi dati, gli Usa stanno prendendo molto sul serio la sfida spaziale e, seppur in vantaggio, già si preoccupano dellulteriore traguardo in programma nellagenda cinese: la Luna.
Secondo Robert Walker, ex presidente della Commissione sul futuro dellindustria aerospaziale statunitense, i cinesi sono definitivamente intenzionati a divenire una potenza spaziale: i loro progetti non si limitano semplicemente alla navigazione nella bassa orbita terrestre, ma puntano alla Luna e poi a Marte. Se gli europei sono determinati a sfidare la preminenza statunitense nella aviazione civile, la sfida alla leadership nello spazio viene dalla Cina.
Walker è convinto che la Cina sia impegnata in un aggressivo programma spaziale al fine di andare sulla Luna e di stabilirvisi permanentemente entro un decennio (secondo alcuni studiosi giapponesi la Cina sarà capace di raggiungere la Luna già tra 3-4 anni). Le basterà investire l1% del proprio PIL nei prossimi anni per garantire le risorse per un programma spaziale molto robusto. 
Gli Usa, invece, secondo Walker oggi non sono in grado di replicare limpresa di 35 anni fa. Lincapacità di competere in una nuova moon race non ha solo un risvolto di orgoglio nazionale, ma pone anche seri interrogativi strategici derivanti dalla ascesa della Cina a potenza lunare. 
In tale veste, la Cina acquisirebbe un grande prestigio internazionale, ma, soprattutto, dallo stabilirvi delle basi stabili ne ricaverebbe la capacità di sfruttarne le risorse ed acquisire un vantaggio in importanti settori tecnologici -tra cui quello della fusione nucleare- con concrete ricadute sulle attività terrestri.
La conclusione di Walker è che il programma spaziale cinese non è stato ancora affrontato seriamente dai circoli politici statunitensi, ma nondimeno esso rappresenta una grossa sfida alla leadership degli Usa nello spazio. A tale sfida essi devono rispondere con lo sviluppo di nuove tecnologie (come il sistema di propulsione al plasma nucleare) che consentano di raggiungere la Luna e Marte più velocemente di quanto finora possibile, e di spostarsi nella bassa orbita terrestre più frequentemente e con minori spese.

&lt;b&gt;Negare lo spazio ad altri, lultima carta per arrestare la Cina&lt;/b&gt;
In questa logica, si capisce che lespressione assicurare il nostro continuato accesso allo spazio e negare lo spazio ad altri se necessario -ricorrente, con poche varianti, nei piani militari statunitensi- è rivolta ad un preciso destinatario. Il Pentagono, daltro canto, ritiene che la Cina abbia la medesima intenzione nei confronti degli Stati Uniti, e considera le sue dichiarazioni polemiche nei confronti dei ventilati progetti statunitensi di weaponization spaziale -espresse davanti alla Commissione ONU sullUso Pacifico dello Spazio- quale il mezzo per colpire diplomaticamente gli Usa e di rallentarne lazione, mentre essa stessa in segreto lavora alacremente ai medesimi progetti. Anche secondo Larry Wortzel, direttore dellAsian Studies Center presso il think tank conservatore Heritage Foundation, lintroduzione da parte cinese di un disegno di trattato contro la weaponization of space è ingannevole (perché la Cina stessa sta indubitabilmente sviluppando armi spaziali) e non ha altro scopo che colpire diplomaticamente gli Usa e ritardare il loro piano di difesa missilistica mentre la Cina avanza spedita con i suoi piani segreti. Secondo Richard Fisher (del think tank The Jamestown Foundation) il PLA ha ben chiaro il concetto che il control of space -quale teorizzato dagli americani- è un obiettivo che la Cina stessa deve raggiungere: La Cina necessita della capacità di negare agli Usa laccesso e luso dello spazio dal momento che essi stessi sfruttano lo spazio per supportare le loro forze.
Vari elementi lasciano quindi prevedere che la sfida nello spazio tra Usa e Cina supererà quanto finora conosciuto circa lutilizzo strategico-militare dello spazio (satelliti spia) per andare rapidamente verso la weaponization vera e propria dello stesso, a scopo sia difensivo che offensivo (due ambiti che si confondono e, visto lobiettivo finale di negare lo spazio agli altri, vedono il secondo prevalere nettamente sul primo). 
Lo spazio diverrà il terreno chiave dello scontro tra la visione unipolarista e quella multipolarista del sistema internazionale, la prima rappresentata dagli Usa e la seconda dalla Cina. Questultima ha interesse ad espellere gli Stati Uniti dalla propria area di influenza e si oppone ad ogni progetto che possa estendere su di essa il loro potere: in questo senso si comprendono le critiche alla abrogazione del trattato ABM ed ai progetti del Theater Missile Defense e della weaponization of space. Questi sono espressione della volontà degli Usa di rafforzare la loro leadership spaziale, ritenuta la chiave di volta di quella Full Spectrum Dominance sulla quale basare la costruzione di un New American Century unipolar-imperiale (aggettivo, questultimo, usato negli Usa -con opposte accezioni- sia dai critici che dai sostenitori della Grand Strategy unipolarista). 
La relazione tra la dimensione spaziale e la dimensione imperiale (con accenti da Manifest Destiny) degli Usa, è suggellata dalle conclusioni di The Future of War: Power, Technology &amp; American World Dominance in the 2lst Century, scritto nel 1996 dagli arms experts George and Meredith Friedman. Come lEuropa ha dominato e dato forma al mondo per circa 500 anni dominando gli oceani con le sue flotte, così anche gli Stati Uniti daranno forma al mondo -cioè imporranno il loro ordine- per almeno la stessa lunghezza di tempo dominando lo spazio.

&lt;i&gt;[da &lt;a href=&quot;http://www.equilibri.net&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Equilibri.net&lt;/a&gt;]&lt;/i&gt;</text_more></entry>
<entry id='1271' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1271' author_id='1' authored_on='20050319000739' basename='la_spaccatura_neocon' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050319000739' modified_on='20050319000803' ping_count='0' status='2' title='La spaccatura neocon' week_number='200511'><text>&lt;img alt=&quot;neoconlies.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/neoconlies.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;146&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;b&gt;David J. Rothkopf&lt;/b&gt;

Un dibattito filosofico sempre più aspro vede i sostenitori della politica dellex presidente George H. W. Bush e molti membri della sua vecchia squadra di esperti di politica estera, con a capo il consigliere della Sicurezza nazionale Brent Scowcroft, contro coloro che sostengono le opinioni del presidente George W. Bush e della sua squadra, composta dal vicepresidente Dick Cheney, il segretario alla Difesa Donal Rumsfeld e il segretario di Stato Condoleezza Rice. Quelli che Scowcroft chiama i «tradizionalisti» della squadra di Bush padre sono opposti ai «trasformazionisti» dello staff di Bush figlio: pragmatisti contro neocon, internazionalisti contro unilateralisti, le persone che parteciparono alla fine della Guerra gredda contro quelle che presero parte allinizio della Guerra al terrore. È curioso che fino a poco tempo fa molti di costoro erano visti come parte di un solo gruppo. Che cosa è successo?</text><text_more>Durante il primo mandato Bush, quando Condoleezza Rice era consulente nazionale alla Sicurezza, fu più vicina al presidente di tutti i suoi 16 predecessori. Secondo quanto disse lei stessa, passava spesso anche sei o sette ore al giorno al fianco del presidente. La sua visione della presidenza e le sue idee su come dovesse funzionare il braccio esecutivo derivarono, come per molti esponenti della squadra di Bush, dallesperienza nel National Security Council (Nsc) durante lamministrazione di George H.W. Bush e, in particolare, dagli insegnamenti di Scowcroft, luomo che ha reso lNsc un modello di organizzazione e gestione studiato nelle università. La Rice si trova al centro della divisione allinterno dellamministrazione, contesa tra il suo mentore tradizionalista e il suo presidente trasformazionista. Questo braccio di ferro ha generato ripetuti scambi poco amichevoli tra Rice e Scowcroft, originati dalle critiche rivolte da questultimo alla politica dellamministrazione in Iraq. Ne è conseguito che luomo che ha aiutato Bush senior a scrivere le sue memorie è stato bandito dai circoli dei consiglieri del figlio (al punto che recentemente non gli è stata rinnovata la posizione di capo del Foreign Intelligence Advisory Board). 
Quando Rice parla del presidente non ci sono tracce di ambiguità. È appassionatamente leale e in lei si notano ammirazione e affetto in parti uguali. «Questo presidente - dichiara - ha più attitudine per la strategia di ogni altro presidente con cui ho lavorato. Un qualche particolare dellintelligence lo mette in moto e lui prende il via su questioni strategiche. Lavoriamo parecchio su queste cose a Camp David o al ranch. Ci mettiamo a parlare di qualche problema e poi lui allimprovviso se ne esce, &quot;Stavo pensando alla... situazione cinese...&quot;. Credo che sia un aspetto del presidente poco conosciuto. Se non si passa del tempo con lui nella stanza ovale non lo si capisce». 
Anche Colin Powell, il predecessore di Rice al Foggy Bottom, che ha lavorato in entrambe le amministrazioni Bush, vede un profondo contrasto tra padre e figlio. «Bush figlio è simile a Bush padre, nel senso che è pronto allazione, ma per il padre si trattava di un processo maggiormente riflessivo, mentre il figlio è guidato più da un potente sistema inerziale che dallintelletto. Sa approssimativamente quel che vuole fare e quel che vuole sentirsi dire è come farlo». 
Quelli che conoscono bene il presidente dicono che la risolutezza di Bush potrebbe essere attribuibile a un potere maggiore. Alla fine dello scorso anno Scowcroft ha dichiarato: «È possibile che la trasformazione sia avvenuta con l11 settembre e il presidente attuale, che è una persona molto religiosa, abbia pensato che ci fosse qualcosa di unico, se non di divino, nel fatto che una catastrofe del genere accadesse mentre lui era in carica. Che fosse destinata a succedere e che la sua missione fosse occuparsi della guerra al terrorismo». Ma come nota sempre Scowcroft, il problema delle opinioni assolutiste «è che possono farti cadere nella trappola di credere che il fine giustifichi i mezzi. Può essere pericoloso credere che le proprie ragioni siano così nobili da giustificare qualsiasi cosa si faccia». 
Oltre alle guerre ideologiche tra tradizionalisti e trasformazionisti, le divisioni allinterno dei circoli ristretti dellNsc sono anche una conseguenza della personalità di gestione dei personaggi chiave. Di nuovo i contrasti con la squadra di Bush padre e con il suo operare armonioso sono evidenti. Anche se molto lodata allinterno dellamministrazione per lattento sostegno che offre al presidente e per lo stile gestionale accessibile, Rice è stata anche criticata allinterno da chi crede che abbia trasformato lNsc in unorganizzazione al servizio delle esigenze individuali di Bush alle spese dellinteresse nazionale. «Ci sono due modi per svolgere il ruolo di consigliere per la Sicurezza nazionale - osserva Scowcroft -: essere lo staff del presidente o far funzionare lorganismo. Il trucco è fare entrambe le cose». 
Molti di coloro che lavorano allinterno dellamministrazione e anche nellNsc la mettono in un modo diverso: come consigliere della Sicurezza Rice era così preoccupata di stare al fianco del presidente ogni momento, di essere il suo «alter ego nelle questioni di politica estera» che ha lasciato indebolirsi il ruolo di coordinatore dellNsc. «Non sto dicendo che non cercasse di ricoprire il ruolo dellonesto mediatore - dice una persona -. È onesta, appassionata e molto intelligente. Ma non riesce a essere in due posti contemporaneamente... I membri di questa amministrazione sono dei veterani, sono esperti e non li si può lasciare agire come vogliono o ti tolgono il piatto da sotto». Un anziano componente della commissione indipendente sull11 settembre è stato ancor più esplicito: «Il nostro gruppo è giunto alla conclusione che il National Security Council non funzionava a dovere». 
Un ex vecchio funzionario dellamministrazione di Bush padre, riflettendo sul primo mandato del figlio, afferma: «Lo staff dellNsc crede che il segretario alla difesa abbia quattro porte di accesso alla Casa Bianca. Può andare da Condi per le cose semplici, da Andy (Card, capo dello staff della Casa Bianca) per le cose un po più difficili, da Cheney, per quelle veramente difficili, e poi, per le cose decisive, dal presidente stesso. Non si può istituire un sistema di questo genere e aspettarsi che funzioni». 
Molti alti funzionari dellamministrazione erano frustrati dalla scarsa propensione del Dipartimento della difesa (Dod) a rispettare le regole, che si manifestava arrivando non preparati alle riunioni, rifiutando di discutere o di proporre questioni e operando attraverso canali sotterranei. Un membro dello staff dellNsc si lamentava di dover passare metà del suo tempo a «mettere a posto i pasticci del Dod, in gran parte al Pentagono, a cercare di ammorbidire la leadership militare che era stata snobbata o irritata da Rummy e dai suoi». 
Al di là del presidente, il vicepresidente Dick Cheney è visto da molti come il motore che muove la dinamica del gruppo. Cheney ha lo staff più numeroso di qualsiasi altro vicepresidente della storia americana, più numeroso dellintero staff dellNsc che aveva ai suoi tempi il presidente John F. Kennedy. La stima del numero totale degli impiegati, consulenti e di coloro che sono distaccati in altre agenzie che lavorano per il vicepresidente su questioni legate alla sicurezza nazionale varia da 15 a 35 persone; è impossibile saperlo con certezza, poiché le misure del Freedom Information Act non si applicano allufficio del vicepresidente, per cui non è tenuto a svelare i dettagli del suo funzionamento. 
Rice descrive Cheney come un elemento «prezioso», in quanto «è stato capace di fare il capo senza avere un dominio burocratico da difendere, così è sempre soltanto una voce meravigliosamente saggia durante le sedute dei consigli». Altri la vedono in modo differente, come molti dei funzionari dellamministrazione che credono che il vero valore di una seduta del consiglio sia permettere alla squadra della Sicurezza nazionale del presidente di avere una discussione franca e aperta sui pareri che si vogliono fornire al presidente. Sfortunatamente quando Cheney è al tavolo non è semplicemente, come lo definisce Rice, una vecchio e saggio capo senza portafoglio. Viene visto come un imponente gorilla le cui idee hanno molto più peso di quelle degli altri e di conseguenza alterano le discussioni e schiacciano il dissenso aperto. 
Richard Haas, che ha lavorato sia nellamministrazione di George H. W. Bush che in quella di George W. Bush e attualmente è presidente del Consiglio delle relazioni con lestero, ricorda che Cheney faceva la parte del leone. «Il suo staff è presente a ogni meeting. Poi lui veniva alle riunioni dei capi e infine vedeva il presidente da solo. E viste le opinioni che uscivano dallufficio del vicepresidente, la cosa aveva un certo peso sul sistema. Di conseguenza mi pareva che quasi in tutti i meeting il Dipartimento di Stato partisse con vari punti di svantaggio». 
Qualcuno nellestablishment repubblicano riconosce che l11 settembre è stato il catalizzatore che ha rivelato le opinioni essenziali o i tratti caratteriali dei membri del gruppo. «I tradizionalisti credono nella necessità di operare allinterno delle tradizioni della politica estera americana del XX secolo - osserva Scowcroft -. Cioè che si debba procedere, in politica estera, assieme o in accordo con i nostri amici, con gli alleati e con le organizzazioni internazionali. I trasformazionisti sostengono al contrario che l11 settembre ha mostrato che il paesaggio mondiale andava deteriorandosi rapidamente e che dovevamo essere audaci. Gli amici e gli alleati ci avrebbero solo impedito di procedere. Sappiamo che cosa bisogna fare e abbiamo la forza di farlo: trasformare il Medio Oriente in un assieme di democrazie. Questo porterà alla pace e alla stabilità e, a conti fatti, ciò riceverà il plauso del mondo». 
Lascesa dei trasformazionisti sarà seguita dalla realizzazione della loro visione? Un fattore chiave nel dare una risposta a questa domanda sarà se riusciranno a mantenere la loro influenza nei prossimi anni, soprattutto con lattenuarsi nella memoria dello choc dell11 settembre. 
Con luscita di scena di Powell molti hanno pensato che con l&apos;inizio del secondo mandato dellamministrazione Bush, i neocon vedessero consolidarsi il loro potere. Tuttavia in gioco ci sono anche delle forze moderate. Innanzitutto cè la vecchia legge di Washington per cui «uno sta dalla parte che il suo ruolo gli impone». Rice sarà cambiata dal Dipartimento di Stato più di quanto possa cambiarlo. Dovrà procedere nei suoi impegni e sarà più incline allascolto dei molti funzionari di carriera del Foreign Service. Sarà lartefice di importanti progetti che emergeranno nellambito degli sforzi per attuare una politica realmente più ampia in Medio Oriente, e ciò la motiverà e gratificherà. Inoltre ha messo insieme una squadra di esperti consiglieri che sono di tendenze tradizionaliste. Molti di loro hanno una grande esperienza nelle relazioni transatlantiche, cosa che induce a pensare che una delle massime priorità sia il desiderio di ricucire le alleanze tradizionali. La Rice difficilmente sarà intralciata dalla ricorrente rivalità tra segretari di Stato e consiglieri della Sicurezza nazionale, dato che il suo ex vice, Stephen Hadley, le succederà allNsc. 
Inoltre, se gli Stati Uniti riusciranno gradatamente a diminuire limpegno in Iraq e se non ci sarà nessun altro grande attacco terrorista, la «militarizzazione» della politica estera americana (come lha definita un funzionario del Dipartimento di Stato) subirà un rallentamento e diminuirà di conseguenza limportanza di un Dipartimento della difesa già segnato dai suoi errori. Sono dei grandi «se», ma con il desiderio palese di spostare linteresse verso questioni interne come la previdenza sociale, probabilmente la mentalità da «ministero della Guerra» dei circoli esclusivi di Bush andrà attenuandosi un poco, ridando forse maggior peso alla rivalità tra Dipartimento di Stato e Dipartimento della difesa che è stato un elemento centrale dellNsc dal suo inizio. 
Alla fine, naturalmente, il voto determinante toccherà a Cheney e soprattutto al presidente George W. Bush. LNsc è costruito diversamente da altre parti del governo americano, dove le strutture istituzionali rimangono più importanti dellinfluenza di una singola persona. Se il presidente sceglie di usarlo come un sistema in cui gli vengono presentate opinioni diverse, da verificare prima che siano messe in atto, tende a funzionare piuttosto bene. Se sceglie di usarlo come un meccanismo volto allazione, più che al dibattito - o troppo al dibattito rispetto allazione effettiva, come talvolta può accadere - allora non funziona. 
In ogni caso, le prove di forza su questioni ideologiche sono nella tradizione dellNsc e la lotta di oggi ha molto in comune con quelle del passato, in particolare con quelle che hanno diviso il partito repubblicano durante tutto il periodo moderno. Il presidente Dwight D. Eisenhower fu combattuto tra gli anticomunisti più duri che volevano che agisse con forza (e unilateralmente se necessario) per cacciare indietro i sovietici e voci più moderate che volevano un approccio più morbido, affidato ad alleanze e istituzioni internazionali che aiutassero a contenere il comunismo e a promuovere i valori americani. Goldwater e in seguito Reagan appoggiavano opinioni conservatrici per cui «lestremismo in difesa della libertà non era un male» e attaccavano la realpolitik promossa da persone come Kissinger e Scowcroft. 
Dietro queste battaglie cera il dibattito sulla natura della leadership statunitense e sul fatto che essa potesse essere indebolita dalla ricerca della cooperazione con la comunità internazionale che gli Usa avevano contribuito a costruire. La questione è se i prossimi quattro anni continueranno a vedere il flusso e riflusso di questi opposti punti di vista o se siamo veramente entrati in una nuova era in cui la natura delle minacce che ci stanno davanti giustifichino i metodi proposti dai trasformazionisti. La guerra al terrorismo sarà soppiantata da altre questioni economiche o politiche che detteranno nuove priorità? Queste nuove esigenze politiche porteranno frutti? Quando si scopriranno le risposte a queste domande si capirà anche se le spaccature allinterno dellestablishment della politica estera repubblicana rappresentano una crisi momentanea o degli spostamenti tettonici allinterno del partito che ora controlla il comitato responsabile di governare il mondo.

&lt;div class=smalltext&gt;Ex membro dellamministrazione Clinton, &lt;b&gt;David J. Rothkopf &lt;/b&gt;ha lavorato insieme con molte delle figure chiave del National Security Council (il Consiglio per la sicurezza nazionale) che hanno segnato la storia degli Stati Uniti degli ultimi 25 anni. Lintervento qui pubblicato, tratto da Foreign Policy, è uno stralcio del libro Running the world (Public Affairs, New York, da maggio nelle librerie americane), nel quale Rothkopf traccia levoluzione del «più potente comitato della storia del mondo». Partendo dagli ultimi giorni della Seconda guerra mondiale fino alla lotta globale al terrore, il testo offre una lunga serie di ritratti e oltre 130 interviste a personaggi politici di primo piano. Rothkopf è stato presidente della Intellibridge Corporation, ha insegnato relazioni internazionali alla Columbia University e scritto diversi libri di politica internazionale. Attualmente insegna al Carnegie Endowment for International Peace  è membro del Council on Foreign Relations e del Presidents Advisory Council of the U.S. Institute of Peace &lt;/div&gt;

&lt;i&gt;[dal &lt;a href=&quot;http://www.corriere.it&quot;&gt;Corriere della Sera&lt;/a&gt;, 17.3.05]&lt;/i&gt;</text_more></entry>
<entry id='1272' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1272' author_id='1' authored_on='20050319002626' basename='otroenko_le_basette_di_zio_semn' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050319002626' modified_on='20050319002653' ping_count='0' status='2' title='Otroenko: Le basette di zio Sem&#1105;n' week_number='200511'><text>&lt;img alt=&quot;otroshenko.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/otroshenko.jpg&quot; width=&quot;129&quot; height=&quot;170&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;b&gt;Vladislav Otroenko&lt;/b&gt;
&lt;i&gt;[da &quot;Didascalie a foto d&apos;epoca&quot;, traduzione di Mario Caramitti e Bianca Sulpasso, Voland,  12]&lt;/i&gt;

Quando le basette di zio Sem&#1105;n sincendiarono, lui decretò il lutto nella casa, ordinò di stendere del satin nero su tutti gli specchi e indossò un abito nero con il collo di raso e un tale puzzo di naftalina che tutte le zanzare e le mosche che si trovavano in casa volarono via allistante.
A sera inviò a tutti i fratelli dei telegrammi con identico testo:

&lt;i&gt;METTITI SUBITO IN MARCIA, FIGLIOLO. UN FUOCO INFERNALE HA DIVORATO LE MIE BASETTE. 
SEMËN MALACHOVI&#268;.&lt;/i&gt;</text><text_more>&lt;img alt=&quot;1099922914Didascalie.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/1099922914Didascalie.jpg&quot; width=&quot;135&quot; height=&quot;186&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Non era il più anziano degli zii, Sem&#1105;n, né le sue basette superavano per lunghezza quelle degli altri: Porfirij Malachovi&#269;, il maggiore degli zii, aveva le basette fino alle spalle, e lui stesso era così enorme che attraverso talune porte faceva fatica a passare. Sem&#1105;n però aveva preso labitudine di chiamare figlioli tutti quanti gli zii, forse per il fatto che viveva e faceva da padrone di casa là dove tutti loro erano nati, oppure perché Annuka, che aveva messo al mondo gli zii, amava lui più di ogni altro.
A detta di zio Sem&#1105;n, lei laveva partorito di nascosto da Malach, e difatti mai e poi mai avrebbe potuto essere suo padre quel tronco scimunito e incartapecorito, che sulla faccia della terra non aveva saputo far comparire nullaltro che abomini come zio Porfirij, o porcheriole del tipo di zio Iosja, che Annuka, vuoi per svampitezza, vuoi per compassione della sua penosa macilenza, continuava a chiamare il mio più piccolino, infondendo in quelle innocenti paroline un pizzico di indulgente tenerezza. Paroline che suscitavano in zio Sem&#1105;n unirrefrenabile indignazione. Bastava che Annuka le pronunciasse, facendo per un qualsiasi motivo riferimento al povero zio Iosja, per far precipitare zio Sem&#1105;n in una vera crisi convulsiva. Si fermava allimprovviso nel mezzo della camera e assumeva una posa affranta e pietrificata, come gli avessero calato sul collo una mazza di piombo. Rimaneva lì immobile, ruotando furiosamente i limpidissimi occhi azzurri, del colore del ghiaccio di gennaio sulle gronde, finché lo sdegno che gli attanagliava la gola non arrivava a impossessarsi della lingua, sciogliendosi in elocuzioni inaudite.
O vecchia ignobile! esplodeva zio Sem&#1105;n, rovesciando la testa allindietro e stendendo freneticamente le dita nellaria. O baldracca melliflua! continuava dopo una breve pausa, ricercando lintonazione più adatta per la sua veemente tirata, pronta ormai a scaturirgli dal petto, senza più il freno degli indugi che disseminava ad arte un mai sopito istinto istrionesco. Quante volte ancora dovrò ripeterti, femmina scellerata, chi, quando e in quale successione è saltato fuori a onta del Creato dal tuo ventre mai sazio!
Di quale onta discettasse zio Sem&#1105;n non cera modo di capirlo. Nessuno ormai metteva più in dubbio che proprio lui, tra tutti gli zii del mondo, fosse atteso con trepidazione dal Creato quando, come un recluso in cella, languiva nel ventre di Annuka, introdottovi non per capriccio del caso, come tutti gli altri zii, ma per volontà stessa della Provvidenza, e che il Creato avesse esultato quando infine, nei tempi stabiliti, si erano spalancate innanzi a zio Sem&#1105;n le porte misteriose della carne, e che miriadi di stelle nelle sterminate distese cosmiche avessero fatto eco con bagliori di giubilo al primo grido di zio Sem&#1105;n tra le pareti della dimora di Malach. Ma cosa avessero a spartire con il Creato gli altri zii e in che modo lavessero offeso, mai zio Sem&#1105;n si era degnato di spiegarlo. 
La nascita di zio Sem&#1105;n era stata contrassegnata da molteplici segni e prodigi. Lanno in cui era nato, nellenorme casa di Malach era crollato allimprovviso, nel cuore della notte, un muro nella parte settentrionale, rivelando una camera della quale nessuno sospettava prima lesistenza. Si trattava di una vasta sala esagonale, con un parquet scintillante e pareti imbiancate di fresco. Al soffitto faceva bella mostra un lampadario di bronzo dorato e vetro multicolore, nuovissimo e senza un briciolo di polvere, che assomigliava a una corona rovesciata. In seguito proprio sotto quel lampadario Sem&#1105;n avrebbe pronunciato i suoi monologhi e le furenti arringhe, rivolgendosi costantemente ai tredici angioletti paffuti che lo stesso Malach aveva scolpito sul soffitto della sala: pargoli ricciuti con piccole alette che descrivevano un gioioso girotondo attorno al lampadario; si tenevano tutti per mano e si lanciavano allegramente in volo, formando quel cerchio ininterrotto che, come spiegava ai suoi innumerevoli generi e nuore il sapiente zio Serafim, meglio degli altri edotto sul significato recondito degli atti e delle parole del loro genitore, era il unallegória dellunità di tutti e tredici gli zii.
Gli angioletti erano i più fedeli e pazienti ascoltatori di zio Sem&#1105;n. A volte li chiamava diavoli fetenti e gridava che avrebbe fatto a pezzi col martello tutta la loro putrida congrega se non avessero smesso di sorridere col sorriso idiota di Malach, che quello a bella posta aveva impresso sui loro volti, perché i farabutti potessero farsi beffe dei discorsi di zio Sem&#1105;n. Ma in taluni momenti zio Sem&#1105;n non mancava di mostrare tenerezza verso i putti. Asseriva, indicandoli, che presto sarebbe arrivato il Giorno del Risveglio Universale. E allora, continuava zio Sem&#1105;n, volgendo sugli angioletti occhi turgidi di dolce commozione, allora questi pargoli cari e gioiosi, i più puri tra le creature delletere, si riscuoteranno dal loro torpore e, distendendo le ali nivee, coi volti nitidi e sfolgoranti, se ne andranno in giro per il mondo ad annunciare quanto hanno udito da zio Sem&#1105;n in questo squallido buco, dove niente e nessuno ha mai compreso lardore dei suoi sentimenti, la nobiltà delle sue aspirazioni e dei suoi progetti, né i discorsi sul sublime Amore Fraterno, e racconteranno a tutti dellinfima pochezza degli zii, venuti al mondo solo per ingrassare tra gli alveari, come zio Porfirij, o per ammuffire in qualche maleodorante pompa di benzina, come zio Iosja. No, gridava zio Sem&#1105;n, tutto scosso dalla propria eloquenza, mai potranno innalzarsi fino allAmore questi emblemi ambulanti della ripugnante lascivia senile di un demente semivivo, che ha osato collocare il suo fetido seme là dove era stato riservato il posto esclusivamente a lui, zio Sem&#1105;n.</text_more></entry>
<entry id='1273' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1273' author_id='1' authored_on='20050320003030' basename='imperium_ottava_e_ultima_puntata' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050320003030' modified_on='20050319234218' ping_count='0' status='2' title='IMPERIUM ottava e ultima puntata' week_number='200512'><text>Romanzo di &lt;b&gt;Fabio Ciabatti &lt;/b&gt;e &lt;b&gt;Luca Nutarelli&lt;/b&gt;
Le foto di Emilio Periglio sono di &lt;b&gt;Tito Kurtz&lt;/b&gt;
&lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/cgi-bin/mt-search.cgi?IncludeBlogs=2&amp;search=imperium&quot;&gt;&lt;i&gt;Qui tutte le puntate&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;

&lt;b&gt;5. Francesco dAssisi&lt;/b&gt;
&lt;img alt=&quot;imperium-08.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/imperium-08.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;125&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Altro che informale. Questo locale sembra una discarica degli anni settanta: puff, divani zebrati in similpelle e specchi con cornici in peluche lilla, manca solo lombelico di Raffaella Carrà. Guarda, cè pure un enorme acquario. Che belli questi pesci. Tutti colorati.  Sembrano drag-queen. Si muovono con allegria. Per forza, per loro è sempre festa tra tronchetti, sassi, alghe e scarpe con il tacco a spillo. Che sono quei cubi bianchi in fondo al locale? Buffo. Ci sono degli schermi dentro. Fammi vedere. E ti pareva, non potevano mica mancare. Quattro postazioni promozionali per il virtual love. Ehi ciccina, ti stai divertendo? Sembra proprio di sì. Qual è il tuo sogno erotico? Se ci fossi io dallaltra parte del terminale te la spasseresti come non mai. Troppo tardi! Ti è andata male. 
Per voi invece cè ancora speranza! Tra un assaggino e un prosecco, mie belle giovanotte, potreste fare la mia conoscenza. Siete pronte ad incontrare la potenza costituente della monade Emilio? Arrivo.</text><text_more>- Ieri sul set è stata proprio una tortura.
- Che ti è successo?
- Nulla di grave, però il bambino non ne voleva proprio sapere di piangere.
- Ti capisco, è capitato pure a me. I neonati sono i più difficili da gestire. Vaglielo a spiegare che devono piangere prima di aver indossato il pannolino e che devono essere felici e sorridenti soltanto dopo? 
- Passi per i bambini, ma quando ci si mettono pure la mamme! Prima vogliono far fare la pubblicità ai loro figli, poi ti stanno lì addosso con quattromila occhi: Attenta a questo, attenta a questaltro. Veramente insopportabili. Pensa che quando ho proposto di dare un pizzicotto al pupo per farlo piangere, una  ha incominciato a strillare come un ossesso. 
- E dai, mica aveva tutti i torti. In fin dei conti cè sempre il codice etico. E poi certe cose è sempre meglio evitarle, è sempre meglio autoregolamentarsi sennò poi va a finire che le regole ce le impongono dallesterno. Pensa che casino sarebbe!
Via Emilio, ritirata. Giovanotte in carriera, fuga di gran carriera. Fosse per me prenderei a calci tutti: pubblicitari, neonati, mamme, nonne e zie, per non parlare delle sorelle. Ecco, appunto, vediamo di non parlarne!
Qui però incomincia a fare un po troppo caldo. Ho le vampate. Devo essere in meno-andropausa. Che ci vuoi fare, con libridazione è tutto più complicato. Un po daria fresca non mi farebbe male. Quel tavolino nel cortiletto esterno. Casca proprio a fagiolo transgenico. 
-	Mi porti un gin tonic per favore? Lì a quel tavolino.
-	Arriva subito. Accomodati pure.
Mi sento già meglio. Seduto allaria fresca è tutta unaltra cosa. Mi devo rinfrescare le idee. Ottavia, sì, proviamo a richiamarla. Toh, un messaggio. Magari è lei. No, che palle, è il solito messaggio pubblicitario della Tim. Ecco in arrivo sul binario 2 un gin tonic per direttissima. Proprio al momento giusto. La mia gola è come una merda di cane essiccata al sole equatoriale. Ma che schifo! Che pensieri putridi che faccio. Meglio sciacquare la gola con sto bibitone alcolico. Tim, messaggio gratuito. Lutente da lei chiamato non è al momento raggiungibile. Ottavia, dove sei? 
Dovrei mangiare qualcosa, ma non ne ho proprio voglia. No! Questa non ci voleva. Quel gran rompicoglioni di Stefano. Speriamo che non mi  come non detto. Si sta avvicinando il maledetto pelato. Adesso mi attaccherà la solita pippa raccapricciante infarcita di pettegolezzi aziendali. Non lo sopporto quando incomincia ad agitare le sue mani gommose. Con i cazzi che ho per la testa vorrei mandarlo a farsi inculare da una mandria di pantegane di fogna.
- Ciao Emilio. Ho saputo che non ti hanno confermato. Mi dispiace.
- Pure a me, ma non è il caso di farne una tragedia.
- Hai ragione. A cosa servono queste feste sennò? Però io non so se al tuo posto riuscirei prenderla così. Lo sai no? Mi hanno confermato. Per altri tre mesi. Sono stato fortunato. E poi sono curioso di sperimentare il nuovo update del programma di realtà virtuale. Pare che sia fichissimo. Mi hanno detto. 
È inutile. Ho la bocca impastata, i riflessi intorpiditi dallalcol. Non riesco a interrompere il flusso di parole che mi sta vomitando addosso. Stacco la spina e lo lascio parlare. Oppure. Dovè il coltello che il barman usa per tagliare il limone? Pensa che bello piantarglielo in un occhio. Tutto il sangue che cola sulla mia mano mentre lui urla disperato e implora pietà. Implora pure, così io mi diverto di più.
- . a proposito Emilio. Ho saputo che hai fatto il tuo primo servizio off. Comè andata?
- Veramente io non ho fatto proprio niente. Me lavevano proposto, ma non mi andava.
- Strano, Anna, sai la biondina dellamministrazione, lho sentita per caso parlare di un bonifico che riporta il tuo codice nella causale. Ma ora che mi ci fai pensare anche a lei non risultava che tu avessi prestato servizio off line. Infatti ti stava cercando. Pensava ti fossi dimenticato di registrare la prestazione. Lamministrazione deve aver fatto qualche casino. 
- Beh, casino o no sarei curioso di sapere chi lha fatto sto bonifico.
- Non lo so, per caso mi era capitato di sentire pure il codice cliente, ma non riesco a ricordarlo.
Linfame pelatino non si fa mai i cazzi suoi. Sempre per caso, per carità! Però aspetta, mi viene un sospetto. Forse  no non è possibile, è assurdo. Ma che sta facendo? Sembra Giucas Casella. È entrato in trance. Adesso incomincerà pure a lievitare. No, niente svolazzi, loracolo sta per emettere la sentenza.
- Aspetta-aspetta-aspetta... Quattro-sette-sei. Il codice. È questo se non mi sbaglio. La cliente deve essere unappassionata di storia romana! 
- Che centra la storia romana?
- Beh, io non sono uno storico, ma il 476 d.c. è lanno della caduta dellImpero Romano dOccidente. Ma forse, tu queste cose le sai meglio di me, no?
È come temevo. Cristo, non è possibile. Calma Emilio. Calmati.
-	Scusami devo andare a pisciare.
-	Beh insomma, non ti dice niente questo codice-cliente? Magari qualcuna che gli piaceva fare la schiava frustata dallimperatore Caligola. Oppure lei era Messalina e 
-	Scusami è urgente, devo proprio andare.
Fanculo te, Caligola, Messalina e tutto il cucuzzaro! Ormai sono ubriaco, ma tutti i pezzi del dannato puzzle si sono incastonati. Anche lultimo: 476, il codice-cliente di Ottavia. E io che pensavo che mi amasse, che la nostra non fosse una storia di amore virtuale. Sì, lo so, lavoro e vita ormai coincidono ma io credevo che tra di noi ci fosse qualcosa di diverso. Sì, non osavo confessarmelo, però sotto sotto ci credevo.
Ma cè di peggio: 476, come ho fatto a non capirlo! Me lo doveva dire quella merda spennacchiata di collega! Ottavia si è scelta quel codice, quasi per sfida, perché se nel 476 cadeva lImpero Romano dOccidente, lei è lemissaria del nuovo Impero che sta sorgendo. Ottavia, come il nome della madre e della sorella di Ottaviano, cioè Augusto, il primo imperatore romano. È lei che sta cercando di distruggere tutte le copie della seconda parte della mia tesi, cosicché non si saprà mai qual è il tallone dellImpero e le forze gioiose del desiderio rimarranno ingabbiate in eterno. È lei che sta cercando di uccidere tutti coloro che hanno letto o potrebbero aver letto le mie ultime fatiche filosofiche. Monti, Hunt, Cermugnati e forse Lucia. Che orribile complotto! Che ingenuo sono stato! Ma ora è tutto chiaro. LImpero, questa entità biopolitica che coincide con la realtà del dominio mondiale, esiste indubitabilmente, ha le caratteristiche che gli ho attribuito io e che Hunt e Monti mi hanno copiato.
Mi sembra dimpazzire. Devo riordinare le idee se no è la fine. Allora con calma, cerchiamo di fare una ricostruzione plausibile. Hunt assiste al convegno filosofia e scienze sociali nel pensiero postcontemporaneo. Gli spunti disordinati di quello sconosciuto studentello che ero io al tempo gli sembrano straordinari. Mi sgraffigna quindi anche gli appunti manoscritti che avevo usato come guida per il mio intervento orale.
Ora, mi chiedo, Hunt sta lì per caso? Può essere, certo. Ma le cose potrebbero anche essere andate diversamente. Cermugnati in realtà è riuscito a parlare con Monti nella jam session di studi spinoziani anche se poi ha fatto finta di niente. Gli ha esposto la mia tesi e linfame Monti si è dimostrato molto interessato. Troppo interessato. A quel punto Cermugnati gli può aver detto della mia successiva partecipazione al convegno Filosofia e scienze sociali  nel pensiero postcontemporaneo. Allepoca avevamo già deciso che ci sarei andato. In realtà penso che Cermugnati mi ha spinto a partecipare per farmi sbrigare a concludere la prima parte della tesi. Fino ad allora gli avevo portato ben poca roba. Monti può aver inviato il suo fido  scagnozzo americano a sondare il terreno. Lui non si poteva certo abbassare a tanto. Il suo umile traduttore in lingua inglese, invece, poteva benissimo farlo. E Hunt non si è limitato ad ascoltare, ma sè fregato pure il mio paper. Comunque tutto questo è secondario. Che Hunt stesse lì per caso o meno non fa poi tutta questa differenza. Quello che è certo è che al tempo Hunt non è famoso e accreditato nella comunità accademica, quindi ha tutto linteresse a lavorare al nuovo libro con Antonio Monti. Lui, infatti, oltre ad essere abbastanza noto in Europa, si è già occupato di studi politici e di Spinoza. Non posso sapere se Monti fosse a conoscenza dellorigine del materiale che Hunt deve avergli sottoposto. Ma ciò è ormai irrilevante. 
È così che vede la luce Imperium, la cui prima versione in lingua inglese diventa in breve tempo un best seller. Quello che non avevano considerato i due copioni è che lImpero, pur privo dimperatore, potesse avere un servizio di sicurezza deputato ad eliminare qualsiasi circostanza o persona potesse mettere in grave pericolo la sua esistenza.
La pubblicazione e il successo di Imperium allarmano lImpero, quello vero, che quindi mette Hunt e Monti sotto osservazione di un suo agente. Questo agente è Ottavia. Ecco così spiegato anche il suo corpo, così atletico e allenato, nonché la conoscenza di tutte quelle lingue straniere. Non che ne sappia molto su questo genere di cose, ma ho visto molti film di spionaggio, nonché tutti quelli di James Bond. Ma non perdiamo il filo. Ottavia cominciando a spiare Hunt e Monti può esser venuta in possesso anche dei miei vecchi appunti della conferenza dove scrissi che la ricerca avrebbe dovuto proseguire individuando il tallone dellImpero. A questo punto le forze oscure si devono essere preoccupate moltissimo. Cosa sarebbe successo se fossero diventate di dominio pubblico i loro punti deboli? Le forze del desiderio avrebbero trionfato inevitabilmente. Il piano andava quindi sventato. Ottavia si è messa sulle mie tracce, sicuramente aiutata da unefficientissima struttura di intelligence. È entrata in contatto con me nel modo più infido e professionale fino ad avere accesso alla lettura delle bozze della seconda parte della mia tesi, che nel frattempo avevo finito di scrivere. Evidentemente avevo colpito nel segno. Le mie argomentazioni elaborate in anni e anni di esperienze personali e lavorative passate al vaglio della speculazione filosofica erano giuste. Se fossero state divulgate lImpero sarebbe stato smascherato e magari anche sconfitto.
A questo punto però la situazione si fa più nebulosa. Come spiegare lincidente di Michael Hunt, la precedente lite con Antonio Monti, lirreperibilità di questi, nonché lo strano furto in casa Cermugnati? Qui non si possono avere riscontri, ma è possibile nondimeno avanzare unipotesi. 
Mi è sembrato che Cermugnati non volesse che io rendessi noti i contenuti della seconda parte della tesi. Forse non è vero che non abbia ancora letto Imperium. Forse si era già accorto delloperazione di plagio operata ai danni della prima parte della mia tesi. O forse è stato proprio lui a suggerirla, di proposito o no, vallo a sapere. In realtà, a pensarci bene, di una cosa mi convinco sempre di più: o Cermugnati si è reso conto di tutto o lo ha sempre saputo. Perché altrimenti sarebbe dovuto diventare così cavilloso nel lavoro di revisione della tesi? Perché in questi ultimi tempi è stato così impegnato che era quasi impossibile incontrarlo? Aveva sempre qualche contrattempo dellultimo momento che faceva saltare i nostri appuntamenti. Prima mi spronava a sbrigarmi, poi ad un certo punto è come se mi avesse messo in continuazione i bastoni tra le ruote. Per forza! In quanto mio relatore deve aver pensato di avere anche lui dei diritti vampirici sul frutto del mio lavoro. E allora? Beh, può aver proposto ad Hunt un progetto di pubblicazione che avesse per oggetto il tallone dellImpero, ovvero i temi che tratto nella seconda parte della tesi. Ma perché fare questa proposta a Hunt? E che cazzo, devo sapere tutto io? Un operazione editoriale che si ponesse così chiaramente nel solco di Imperium non poteva che essere svolta che in collaborazione con Hunt o con Monti. E Hunt, nonostante Imperium, continuava ad essere più bisognoso di nuovi successi da un punto di vista accademico: avrà qualche contratto di ricerca, ma non mi pare che abbia già una cattedra. Monti però può esser venuto a sapere della cosa ed ecco spiegata la lite notturna con Hunt. Quanto alla successiva irreperibilità di Monti, allincidente automobilistico di Hunt e al furto in casa Cermugnati, tutto ciò può far parte del piano dellImpero volto a eliminare dalla circolazione tutte le copie della seconda parte della mia tesi, lettori ed estensori inclusi. Il fatto che secondo questa ricostruzione Monti non avesse letto tale scritto non fa grande differenza. La sua colpa sarebbe stata quella di essere troppo vicino al contagio come del resto, come avevo già sospettato, anche Lucia questa aggressione fascista potrebbe non esser stata fascista, ma imperial
Ottavia. È arrivata. Ancora non mi ha visto. Cosa faccio? Non devo farmi vedere. Devo capire le sue intenzioni. Sembra tutto normale. Parla con il pelato di merda come se nulla fosse! Di che ti meravigli, è una professionista. Potrebbe ucciderti sorridendo, come se ti stesse accarezzando. Beve con tranquillità il suo succo di frutta. Un goccio alla volta. Lei non ha fretta. Si prepara con calma allattacco. Adesso si guarda allo specchio. Sembrerebbe un semplice gesto di malizia femminile. E invece no, si sta guardando attorno, senza dare nellocchio. Sta studiando la situazione, attraverso lo specchio, per vedere se ci sono dei nascondigli, delle vie di fuga. Il suo solito sorriso indecifrabile. Comè bella. Eppure così pericolosa. Mi ha attirato nella sua tela. Infida donna ragno. Prima ha provato a prenotare un appuntamento off line. Deve essere stata lei a richiedermi quando il Portale mi voleva per una prestazione extra. Sì, deve essere andata proprio così. Ma il suo tentativo è fallito. Se solo avessi saputo che era lei, avrei accettato di corsa. Che cretino! Lei però non si è arresa.   Il giorno dopo il mio rifiuto è tornata alla carica. Davvero brava, complimenti. Un altro incontro on-line. Hai giocato come il gatto con il topo. Stavamo sulla luna, facevamo lamore. Senza gravità. Era bellissimo. Poi ti sei è trasformata. Una fiamma blu. Sei entrata dentro di me e hai guidato la mia mano facendomi scrivere sulla superficie rocciosa: domani, alle 18, sotto larco di Costantino. Maledetta. Maledetta e bellissima. Volevi già allora festeggiare il trionfo dellImpero sui nuovi barbari? Un altro scherzo, unaltra provocazione. E prima che io potessi rispondere ti eri già disconnessa. Tanto la risposta la sapevi già, non è vero? Cazzo, cazzo mi sono distratto. Maledetti ricordi. Ottavia mi ha visto e sta venendo da questa parte. Sorride, la stronza! Ma questa volta non ci casco. Sì, però, cosa faccio? Calma Emilio, calma. Lei fa finta di niente. Cerca di sembrare disinvolta. Ma è nervosa, lo so. Si passa il bicchiere di succo di frutta da una mano allaltra. Adesso cosa fa?  Mette la mano destra sotto la giacchetta di cotone. Forse ha una pistola. Adesso mi ammazza qui o forse mi punta la canna in un fianco e mi costringe ad uscire insieme a lei. Col cazzo! Non mi prenderai, non mi prenderete mai, servi dellImpero! Mi darò alla macchia e renderò pubblica la seconda parte della mia tesi. La metterò on line, la spedirò ai giornali, la volantinerò davanti alle fabbriche e di notte scriverò sui muri Morte allontologia imperiale! 10, 100, 1000 costellazioni di potente singolarità!.
- Stai ferma, non ti avvicinare. HO DETTO DI NON AVVICINARTI!
- Emilio, che sei impazzito? Perché mi hai spinto?
- Ah, fai finta di non sapere niente! Perché mi hai pagato? Che significa quel bonifico? Volevi  infliggermi lultima umiliazione prima di farmi fuori. Ma ti ho scoperto. Vaffanculo te e lImpero!
- Di cosa stai parlando? Calmati. Non pensavo ti dispiacesse, credevo che fosse normale. E poi che è questa storia che voglio farti fuori?
- È inutile che continui a fare la parte. Ti ho scoperta. Sei un agente dellImpero. Ma adesso basta. Lo dirò a tutti che lImpero mi vuole uccidere. Tutti lo devono sapere. 
- Fermati Emilio, metti giù le mani, che stai facendo, fermati. Ho detto basta!
Cristo che botta! Mi ha preso sul naso. Mi ha buttato giù come un birillo. Se ne sta andando. Sa che non può uccidermi davanti a tutta questa gente. Stronza! Devono allenarli bene questi maledetti agenti dellImpero! Ma cosè questo liquido nauseabondo sulla faccia. Che merda, puzza da fare schifo. Mi viene da vomitare. Ma che cazzo è? Cristo che fitta al cervello! Deve essere il succo di frutta che stava bevendo. Mi scivola addosso sul viso. È succo di pesca. È viscido. È vivo! Adesso mi stritolerà la faccia. Dio che puzza. Non lo sopporto. Devo vomitare. Mi devo alzare, devo uscire. La pesca ha un sapore orribile, la pesca è la cosa più brutta che esista. È peggio della merda di cane. È così brutta che mi vergogno di esistere in questo mondo, mio dio cosa ho fatto? Tutte queste immagini, non riesco a capire se sono vere o esistono solo nella mia testa che esplode. È buio, non vedo niente, sento solo le voci. Dove sono? 

&lt;i&gt;Dio quanti libri! Questa camera è foderata di volumi. Ma guarda, cè pure San Francesco. A pugno chiuso, ovviamente. Lho sempre desiderata una scultura così. Bella, massiccia, di bronzo, come i vecchi busti di Marx e di Lenin. La pittura astratta invece se la possono tenere. Mi fa cagare. Però mica male questa casa. È così luminosa, altro che il mio antro con feritoia sul Gazometro! Ce lavessi io una vetrata così grande. Entra tanta di quella luce che quasi mi acceca. Devessere mattina. Sì, quel vecchio orologio segna le 9,35. Comè possibile? Era sera e stavo al Pink slip party. E ora dove sono? Cosè tutto questo, un sogno? Eppure mi sembra quasi familiare. La scrivania, le pile di carte, una copia del Manifesto. È del 1° luglio, cioè di oggi. Cristo, sto impazzendo! Chi è quelluomo? Perché mi volta le spalle? Mi sembra di conoscerlo, ma non riesco a ricordare. Alto, asciutto, con i capelli bianchi un po ondulati. Cazzo, non riesco proprio a ricordare! I suoi vestiti sono semplici, eleganti: una camicia crema e un paio di pantaloni di tela. Sembra la foto di una quarta di copertina. Ma che minchiate mi vengono in mente. Non si è mai vista la quarta di copertina con uno fotografato di spalle che tiene in mano un bicchiere. 
- Lei devessere veramente pazzo per introdursi a casa mia, a questora del mattino! Per dirmi cosa? Che io e il mio collega avremmo copiato dagli scarabocchi della sua tesi! 
Con chi sta parlando? Cè lha con me? No, sta parlando con un altro uomo. Non riesco a vedere il suo viso. Ha il capo chino. Si appoggia ad uno scaffale.  Perché guardarlo mi mette così a disagio?
- Ma io le avevo inviato alcune parti del mio lavoro.
Questa voce, rimbomba nella mia testa, quasi fosse la mia. Mi fa pena, le sue parole sono rotte dallemozione. Sta tremando. Ma  sento la sua rabbia, mi sale dentro.  
- Bastava che lei lo scrivesse in una piccola nota. Ci sono periodi interi che sono ripresi dalla mia tesi, per non parlare di molti concetti chiave. Ecco, guardi qui. 
- Lei è un insolente! Se ne vada immediatamente! Ha veramente esagerato.  Farò sapere al suo relatore che lei manda in giro dei ridicoli pezzi di carta con interi brani copiati dalle mie pubblicazioni. Lei è un piccolo, ridicolo impostore.
Lha umiliato. Non ha più parole per rispondere. Dio, mi si stringe il cuore. Vattene, perché continui a sottoporti a questa tortura? Vai via! Finalmente si è deciso. Ora se ne andrà. Sta alzando la testa. Lentamente. Trema. Avrà una trentina danni. Sta piangendo. Il suo volto madido di sudore si contrae. È un smorfia orribile. È furioso. Ecco adesso lo vedo bene. Cristo! Quelluomo sono io.
- Stronzo, figlio di troia, hai il coraggio di darmi dellimpostore. Io mi sono spaccato il culo per anni a scrivere la mia tesi. Lo facevo dopo una giornata di lavoro in fabbrica o davanti al computer, e cercavo di dare un senso alle mie esperienze: lavoro industriale informatizzato, lavoro analitico-simbolico, lavoro affettivo. Ho sottratto queste esperienze alla loro singolarità dandogli valore epocale. Ma io chi ero? Un povero studente fuori corso, mentre tu eri un filosofo affermato: Antonio Monti, lesimio professor Monti. Mi aspettavo qualche indicazione che mi potesse far capire se ero sulla strada giusta. Il professor Cermugnati non è uno specialista di Spinoza, ma è lunico che abbia accettato di farmi da relatore. Che deficiente sono stato! Ti mandavo i capitoli della mia tesi perché mi sembrava che tu potessi capire. E tu, pezzo di merda, mi rispondevi laconicamente: interessante, vada avanti e mi raccomando, mi invii pure il resto. E trovavi sempre qualche scusa per non incontrarmi di persona. Poi un giorno leggo che negli Stati Uniti un tuo libro sta riscuotendo grandi successi. Qualche mese dopo esce ledizione italiana: ne parlano tutti. E di che parlano? Della mia tesi, o meglio dei temi contenuti nella sua prima parte. Interi brani copiati di sana pianta
- Basta! Fuori di qui!
Ma allora sei proprio stronzo! Cristo, quel bastardo mi ha buttato in faccia la sua bibita di merda! Succo di pesca. Ho tutta la faccia appiccicosa, che schifo! Ma adesso te lo faccio vedere io.
- Fuori di qui? Ma io ti spacco la faccia!  
Cristo i libri, mi stanno cadendo addosso. Cazzo, che dolore al naso. Mi hai dato un pugno, bastardo! Ma non finisce qui. Mi alzo e ti rompo il culo. Devo prendere qualcosa. La scultura di San Francesco.
-  Prendi questa, stronzo, te la do io una bella lezione, anzi trentatre. Pezzo di merda! Testa di cazzo! Non ti basta? Allora ti do pure il resto, stronzo! Adesso non parli più? Eh! Dimmelo adesso che sono un impostore.  Parla, dillo che hai copiato dalla mia tesi! Vuoi parlare bastardo! Perché non parli?
Cristo, cosa ho fatto! Sono stato io!  Lho ucciso. Sono un assassino. No, non può essere. È solo unallucinazione. Ma sembra tutto così vero.  Cazzo, cazzo, è tutto vero. Ora mi ricordo chiaramente. Avevo rimosso tutto. Ma allora  Ottavia agente segreto. Mi sono sognato tutto! Le aggressioni e i furti per rubare la mia tesi, il complotto dellImpero per uccidermi... Come ho fatto a crederci? E se mi fossi inventato anche lImpero? No, questo no. Questo non è possibile. E poi che importanza ha la verità oggettiva del mondo? Limportante è come vogliamo cambiarlo. Ogni teoria serve a costituire il mondo,  a forzare la realtà.  E io questo ho fatto! Solo io potevo, e nessuno mi venga a rompere il cazzo! Omunculi occhialuti che volete farmi le pulci. Le pulci siete voi! Voi non potete capire la potenza costituente del desiderio profetico. Perché ci vuole un demiurgo che renda reale levento. Unavanguardia esterna che della carne faccia corpo. Corpo del general intellect. Il solo evento che stiamo aspettando è la costruzione  che dico, linsorgenza  di una potente organizzazione. Ebbene, io sono la potente organizzazione. Io sono lImpero. E sono anche il suo contrario, il suo nemico. Sono la moltitudine, sono Antonio Monti, sono Michael Hunt, sono San Francesco dAssisi. Io, soltanto io,  contrappongo la gioia di essere alla miseria del potere. Io sono lassoluta immanenza della rivoluzione. Devo uscire per strada e dirlo a tutti quanti. Tutti devono sapere. Dovè il libro, cazzo dovè Imperium. Questo libro è mio, lho scritto io. Tutti devono saperlo. Devo uscire. Adesso. Ora esco da questa porta e lo dico a tutti. Imperium lho scritto io! Merda è sporco di sangue! E chissenefrega. Anzi, meglio. Tutti devono sapere che questo libro è stato scritto con il sangue della mia esperienza. Tutti. Ecco, ancora pochi gradini e il mondo potrà finalmente sapere. Finalmente fuori. Ora potrò  dio quanta luce! Sorella luna si è ritirata.  Fratello sole mi ha riconosciuto e mi saluta con la sua luce abbagliante.  Non vedo più nulla. Mi gira la testa! Giro giro tondo, casca il mondo, casca la terra, tutti giù per terra.  O cazzo, stavo per cascare davvero! Ma dove sono? Mamma mia, non riesco a tenere gli occhi aperti. Devo smetterla con questa vita dissennata. Uno fa tardi la sera e poi di nuovo in piedi la mattina presto. A Trastevere.  A fare cosa poi? Boh? 
Cristo che sete. Una fontanella. Quello che ci voleva. Quando hai sete non cè nulla di meglio.  Una bella sorsata. E un po dacqua sul viso per riprendermi. Che cha da riprendermi quello là? Cavolo di turista con sandali e pantaloncini dordinanza, ma non hai proprio niente di meglio da filmare? Boh, forse sono molto pittoresco.&lt;/i&gt;

&lt;b&gt;Nota&lt;/b&gt;
&lt;div class=smalltext&gt;Ogni riferimento a fatti, nomi e personaggi è puramente casuale. Ciò nonostante tutte le citazioni indentate sono riprese con qualche modifica, da libri realmente esistenti che hanno suscitato dibattito nel mondo politico e filosofico. Si tratta di: Antonio Negri, &lt;b&gt;Kairòs, Alma Venus, Moltitudo&lt;/b&gt;, Manifestolibri, 2000; e Antonio Negri-Michael Hardt, &lt;b&gt;Impero&lt;/b&gt;, Rizzoli, 2002. Nel flusso coscienziale di Emilio Periglio, inoltre, ricorrono spesso espressioni che rifanno il verso a temi e a figure appartenenti a tali impostazioni teoriche.
Con ciò non si vuole in nessun modo negare ai sopra citati autori la paternità delle posizioni espresse nelle loro opere, per attribuirle a qualche sconosciuto e stagionato studente fuori corso. La forma narrativa utilizzata e la citazione dei brani menzionati servono invece ad argomentare unipotesi di ricerca: alcune delle teorie espresse in &lt;b&gt;Impero&lt;/b&gt;, lungi dallessere una critica dellesistente, possono essere lette come una versione imbellettata dello stesso pensiero dominante che sgorga dal modo di presentarsi, feticistico e falsificante, degli stessi rapporti sociali e lavorativi.
A beneficio di chi voglia leggere alcuni contributi critici delle posizioni espresse da Negri e Hardt, riportiamo di seguito qualche breve indicazione bibliografica (i testi in linea sono stati consultati il 14.4.03).&lt;/i&gt;
&#61607;	Bidet, Jacques, La moltitudine perduta nellimpero, &lt;i&gt;Intermarx&lt;/i&gt;, &lt;a href=&quot;http://www.intermarx.com/temi/bidet.html&quot;&gt;www.intermarx.com/temi/bidet.html&lt;/a&gt;. Articolo pubblicato in edizione originale su &lt;i&gt;Parage&lt;/i&gt;, Parigi, giugno 2002.
&#61607;	Burgio, Alberto, Limpero del capitale comunista, &lt;i&gt;La rivista del manifesto&lt;/i&gt;, n° 15, marzo 2001. Anche su &lt;a href=&quot;http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/15/15A20010312.html&quot;&gt;www.larivistadelmanifesto.it/archivio/15/15A20010312.html&lt;/a&gt;. 
&#61607;	Carchedi, Guglielmo, Il valore e limperialismo: sono ancora attuali per unanalisi del capitalismo contemporaneo?, relazione per il convegno &lt;i&gt;Il piano inclinato del capitale&lt;/i&gt;, Roma, 12.4.2003.
&#61607;	Di Fede, Roberto, Immaterialismo storico. A proposito di neosoggettivismo postoperaista. &lt;i&gt;la Contraddizione&lt;/i&gt;, n° 78, maggio-giugno 2000. Anche su &lt;a href=&quot;http://www.contraddizione.it&quot;&gt;www.contraddizione.it&lt;/a&gt; e &lt;a href=&quot;http://www.intermarx.com/temi/immaterialismo1.html&quot;&gt;www.intermarx.com/temi/immaterialismo1.html&lt;/a&gt;.
&#61607;	Hartmann Detlef, &lt;b&gt;Empire. Linkes Ticket für die Reise nach rechts&lt;/b&gt;, Assoziation A, Berlin 2002.
&#61607;	Haug, Wolfgang Fritz, General intellect un Massenintellektualität, &lt;i&gt;Das Argument&lt;/i&gt;, n° 235, 2, 2000 (si tratta di un numero monografico su lavoro immateriale e general intellect che contiene altri interessanti saggi critici di Steve Wright, Frigga Haug, Carola Möller, Ella von der Haide e Andrea Jana Korb, Jörg Nowak). 
&#61607;	La Grassa, Gianfranco, Non impero ma imperialismo, in &lt;b&gt;Lascia e lo scalpello. Scritti di teoria e congiuntura&lt;/b&gt;, Rossi, 2002. Anche su &lt;i&gt;Intermarx&lt;/i&gt;, &lt;a href=&quot;http://www.intermarx.com/temi/nonimpero1.html&quot;&gt;www.intermarx.com/temi/nonimpero1.html&lt;/a&gt;.
&#61607;	Melotti, Marco, Al tramonto del secolo. Note a margine per una resa dei conti ed una ripresa della critica, Vis-à-vis, n° 4, inverno 1996. Anche su &lt;www.web.tiscali.it/no-redirect-tiscali/visavis/4a.pdf&gt;.
&#61607;	Pala, Gianfranco, La muta intelligenza. Il general intellect e legemonia del capitale: una premessa, &lt;i&gt;la Contraddizione&lt;/i&gt;, n° 57, nov.dic. 1996. Anche su &lt;a href=&quot;http://www.contraddizione.it&quot;&gt;www.contraddizione.it&lt;/a&gt;.
&#61607;	Pala, Gianfranco, CO/no/SC(I)ENZA. Note critiche su intelletto generale e capitale fisso, &lt;i&gt;la Contraddizione&lt;/i&gt;, n° 61, lug.ago. 1997. Anche su &lt;a href=&quot;http://www.contraddizione.it&quot;&gt;www.contraddizione.it&lt;/a&gt;.
&#61607;	Saïd, Ben, Classi sociali e moltitudini, &lt;i&gt;Erre&lt;/i&gt;, n° 0, nov.dic. 2002.
&#61607;	Turchetto, Maria, Dalloperaio massa allimprenditorialità comune. La sconcertante parabola delloperaismo italiano, &lt;i&gt;Intermarx&lt;/i&gt;, &lt;a href=&quot;http://www.intermarx.com/temi/bidet.html&quot;&gt;www.intermarx.com/temi/bidet.html&lt;/a&gt;. Larticolo rappresenta un ampliamento della voce operaismo destinata al &lt;i&gt;Dictionnaire Marx contemporain&lt;/i&gt;, a cura di J. Bidet e E. Kouvélakis, Puf, Paris 2001.&lt;/div&gt;</text_more></entry>
<entry id='1274' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1274' author_id='1' authored_on='20050320003745' basename='spiriti_animali_due_hotel_a_di' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='0' created_on='20050320003745' modified_on='20050320000952' ping_count='1' status='2' title='Spiriti animali: due hotel a Disneyland' week_number='200512'><text>di &lt;b&gt;Vincent Scully&lt;/b&gt;&lt;p&gt;
&lt;img alt=&quot;disneyland.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/disneyland.jpg&quot; width=&quot;130&quot; height=&quot;158&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;&lt;i&gt;Quando esprimi un desiderio su una stella cadente / Non fa differenza chi tu sei /
Quando esprimi un desiderio su una stella cadente / I tuoi sogni si avverano.&lt;/i&gt;&lt;br&gt;
Queste parole, palesemente false, esprimono il tema centrale di Disney World,
che nel gran caldo di mezzogiorno, ai piedi del castello di Cenerentola (o del folle re
Ludwig), per un attimo ce le fa credere vere. Vere non in un senso metafisico o
storico, ma assolutamente vere per quanto riguarda i miti della cultura americana.
Questi miti riguardano cose che sappiamo non essere realmente vere, ma
desideriamo fermamente credere che lo siano. Sono la stessa essenza della
repubblica, la forza vitale che lha resa differente nelle intenzioni da ogni forma di
governo mai esistita prima: vita, libertà e ricerca della felicità, uguaglianza e
speranza.&lt;br&gt;</text><text_more>Il coro Disney di bei giovani danza e canta ai piedi del castello  sempre con un
afroamericano fra loro  con al centro un animale, Pippo o Paperino o il Lupo
Cattivo, assieme a Cenerentola, Biancaneve o unaltra delle tante virginee divinità,
unArtemide disneyana perennemente prepubere, la Madre delle Bestie.&lt;br&gt;
Che ruolo svolge lanimismo in tutto questo? Possono gli istinti più profondi
dellumanità, le credenze, le percezioni, essere incarnate solo in forme animali?
Devono essere mascherati sotto questa forma per essere tollerati, riconosciuti? È
solo lanimale a poter portare con sè i significati che contano per noi? Si pensi alle
danze animali dei Pueblo, e ancor prima alla tragedia greca, alla poesia satirica. Lo
sciamano avvolto in una pelle danimale è sempre presente per unirci con gli
antenati e col Dio della natura.&lt;br&gt;
Vide questo Disney? Probabilmente non in modo conscio, come per quasi tutti gli
artisti. E, in questo, Disney era un artista e un genio eccessivo. Ha toccato nel
profondo il nostro cuore, un organo sentimentale ignorante, forse indisciplinato. Egli
non ha creato lanimismo, ma non lha neppure peggiorato. Bambi è ridicolo, ma
dopo tutto è meglio dun teppista. E la Main Street di Disney ha giocato negli ultimi
ventanni un ruolo di primo piano nel salvataggio di diverse vere Main Street
americane.3&lt;br&gt;
Ma sotto tutto ciò cè sempre lanimale. Oldenburg lha capito. È Topolino che
conta. Quando Topolino vien giù dai gradini del castello la folla emette un boato di
benvenuto. Altri, vicini e lontani a noi nel tempo, hanno dichiarato fedeltà ad aquile,
leoni e orsi. A noi, per Dio, è toccato un topo.&lt;br&gt;
Dovremmo essere dei miserabili vecchi spilorci per non sentirsi quanto meno
felici, almeno per un momento, davanti al Dolphin Hotel di Michael Graves [1]. Si
legge rapidamente come se fosse su grande schermo. La prima impressione è la
migliore. Ci avviciniamo per la strada che viene da Disney World, superiamo un
ponte, la vegetazione si apre verso destra, ed eccoli lì: il &lt;i&gt;Cigno &lt;/i&gt;[2] e il &lt;i&gt;Delfino &lt;/i&gt;a
conquistare il cielo della Florida.&lt;br&gt;

&lt;table width=100% class=smalltext align=center&gt;&lt;tr&gt;&lt;td align=center&gt;&lt;img alt=&quot;dolphin.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/dolphin.jpg&quot; width=&quot;255&quot; height=&quot;187&quot; border=&quot;0&quot;/&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td align=center&gt;
[1 - Il Dolphin Hotel di Michael Graves a Lake Buena Vista, Florida, 125.000 mq, 1511 fra camere e
suite, cinque ristoranti, vari bar ecc., costo 450 miliardi di lire. Completato nel 1990, dopo lo Swan,
che gli sta di fronte, dallaltra parte della laguna artificiale (da Progressive Architecture, 10, 1990, p.
85)].&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td align=center&gt;
&lt;img alt=&quot;swann.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/swann.jpg&quot; width=&quot;255&quot; height=&quot;122&quot; border=&quot;0&quot; /&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td align=center&gt;[2 - Lo Swan Hotel di Michael Graves a Lake Buena Vista, Florida, completato nel 1990. Ha 65.000
mq, 758 fra camere e suite, un centro congressi, un club salutista, delle sale gioco, una piscina, due
ristoranti, vari bar ecc. È costato 250 miliardi di lire (da Progressive Architecture, 3, 1990, p. 79)].&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/table&gt;&lt;br&gt;
Il terreno di Disney World, come quasi dappertutto in Florida, è completamente
piatto; questo è il fascino speciale della Florida sotto il suo cielo vaporoso e
barocco. Fino a oggi, a Disney World, solo il Cigno e il Delfino sfruttano questa
speciale condizione. Apparizioni scioccanti per via della grande dimensione si
allungano sotto lincomparabile distesa del cielo. Le enormi figure di animali, che
coronano le loro estremità come barbari &lt;i&gt;acroteri&lt;/i&gt;, si ergono contro i castelli
torreggianti delle nuvole e sono costantemente riecheggiati nelle loro forme. È un
animismo che vuol trarre linfa dalla natura, ma allo stesso tempo giocare con
poderose urne classiche da fumetto.&lt;br&gt;
Certamente il Cigno e il Delfino sono in tutto e per tutto dei colossali fumetti, le
loro forme sono elementari, ovvie ed enormi. Sono fondamentalmente incredibili e
suggeriscono scene teatrali, brutali fantasie e allucinazioni. LHotel Delfino domina.
Il suo alto timpano  il più grande del mondo?  occhieggia sopra la curva lenta del
Cigno. Visto di fronte, il timpano è pieno di autorevolezza, vero signore del cielo.
Visto di lato è così stretto da apparire un po &lt;i&gt;silly&lt;/i&gt;, un po stupidello come i falsi
timpani che vediamo in tanti recenti shopping center.&lt;br&gt;
Al Delfino si entra attraverso il Cigno: la sua entrata carraia è collegata al retro di
quello. Il Cigno è comunque più piccolo del Delfino, è una sorta di preparazione a
questo. Non ha grandi spazi suoi propri. Si deve attraversare il suo stretto corridoio
centrale e poi il terrapieno di pietre massicce che conduce attraverso la laguna alla
facciata veramente incredibile del Delfino. Enormi ali fuoriescono da questa,
coronate da urne versanti acqua. Foglie di banano dipinte rivestono i suoi muri alti
e lisci a scala di Jackandthe Beanstalk. Un paio di pergole di metallo coperte da
vivaci tende a strisce, con orli tagliati a festoni portano i nostri occhi verso la
facciata attraverso lacqua. Le pergole sono riprese nel padiglione più basso della
facciata mentre una serie di conchiglie di Venere dentellate guida una copiosa
cascata dacqua giù dal frontone. Dalle conchiglie superiori lacqua cade in quella
più grande di tutte, posta in basso e sorretta da quattro delfini ritagliati. Tutto ciò
è disegnato con un orlo. Questo sbava.&lt;br&gt;
Entriamo sotto ad esso. È un luogo splendido per stare in una tempesta di tuoni,
la conchiglia che appare alta sopra alla testa, le nubi che ribollono, lo scroscio delle
acque. Dietro, gli spazi pubblici dellhotel sono alti e ben proporzionati e culminano
in una meravigliosa rotonda, padiglione ondeggiante come se fosse la più grande
tenda del mondo, la Volta Celeste nella sua originale forma etrusca illuminata
dallalto attraverso oculi.
Di primo acchito le immagini sembrano eccessive, ma rapidamente ci si abitua
forse un po intontiti. Tuttavia la scala delledificio, sebbene grande, è molto
garbata. I pilastri sono schermati da tralicci, avvolti da rampicanti; la fontana dei
delfini schizza acqua. Questo diventa un buon posto per sedersi, uno dei pochi
corridoi interamente riusciti degli ultimi anni, privo delle paranoie di Portman e del
cattivo gusto di Trump.&lt;br&gt;
Lo schema dei colori è un progresso, rispetto al Cigno piuttosto lugubre. Buone
riproduzioni di quadri di Matisse sono appese dappertutto. Forme e colori di questi
vengono felicemente richiamati in tutto ledificio. Linsieme è un risultato
imponente, che non sarebbe stato possibile se Graves non fosse un pittore oltre che
un architetto.&lt;br&gt;
I corridoi alle camere sono belli, dipinti a soggetti balneari posti in una
prospettiva per cui ci si sente piacevolmente giganteschi, con il pavimento che
simula una spiaggia con asciugamani e porte a strisce verticali come le cabine
dellElba di Aldo Rossi. Il continuo cambiare degli schemi decorativi ricorda i disegni
del vecchio maestro Morris Lapidus; cosi che non si resta stupiti nellapprendere che
suo figlio Alan ha lavorato ad alcuni dettagli e disegni preparatori (gli schemi sono
comunque tutti di Graves). Il progettista di Fontainebleau disse a proposito degli
ospiti: Si deve far loro sentire che fan parte tutti della medesima commedia
musicale. Lo stesso fa Graves; per questo i suoi muri sono trattati dove è possibile
come tende annodate o schermi dipinti. Allesterno gli enormi moli e i piani inferiori
bugnati che sembrano in muratura suonano cavi sotto le nostre nocche. Perché no?
Tutto fa parte dello spettacolo. E lo show continua anche nei numerosi ristoranti,
tutti a tema. Il più raffinato è il Ristorante Carnevale, dove la polenta con funghi di
bosco ti proietta direttamente in Val dAosta. Il personale  che è il più carino
possibile, come ovunque alla Disney  ti saluta con un buona sera, e cè poi una
vistosa signora di Roma che interviene, esaurendo rapidamente il loro italiano.
No, nessuno di loro è vero. Non si può biasimare Disney World per questo. Al
suo meglio, che io penso sia il Magic Kingdom, è veramente un grande parco dei
divertimenti; come il Savin Rock di West Haven dove, quandero bambino, andavo
destate in una carrozza aperta. La differenza, certo, è che anche i poveri potevano
entrare a Savin Rock e vagare fra le sue meraviglie anche se, come dicevamo
allora, un dollaro durava poco in quel posto. Disney World è troppo isolato e per
questo come parco a tema è troppo costoso. Il vero povero non ci può andare e per
molti la visita impegna i risparmi di anni.&lt;br&gt;
Ad ogni modo Disney ricrea anche le carrozze, come se fossimo ancora persone
tutte uguali, e la vecchia Main Street a una scala ridotta che, abbastanza
curiosamente, non fa sembrare le persone particolarmente grandi, ma ingigantisce i
cavalli quasi fossero quello di Troia. Il cavallo gigante ci conduce al Castello di
Cenerentola e attraverso questo a Fantasyland e da lì a Frontierland e
Adventureland e forse verso il Paese Natale di Topolino. E cè sempre qualcosa che
va in scena, folle sterminate in movimento, musica, canti, gente che spara ad altri
dai tetti o che prende il largo sulla zattera di Huck Finn o in una canoa di Cooper.&lt;br&gt;
Noi ci addentriamo nella struttura di un cervello cercando la complessità del mito
attraverso i suoi corridoi.&lt;br&gt;
Lesperienza è dionisiaca, disorientante. Quando i meravigliosi uccelli  papere,
sparvieri, uccelli da mucca e gru  vengono e ci pregano di dar loro un pezzo di
hotdog, pare che recitino come personaggi di Disney. Ne usciamo pazzi, ma è per
questo che cè il carnevale. La vita contiene più elementi di realtà di quanto
possiamo sopportare. Abbiamo bisogno di vagarci una volta ogni tanto. Questo
influirà sulla nostra capacità di prendere decisioni razionali in altre occasioni?
Esattamente lopposto, secondo il pensiero greco.&lt;br&gt;
A questo scopo servono il Cigno e il Delfino? Certamente essi rappresentano un
nuovo indirizzo nel pensiero della Disney. Sono concettualmente piuttosto distanti
dal Magic Kingdom e sono intesi come cuore iconografico del nuovo Disney World
che, secondo la mia opinione, rispetto al precedente è qualcosa di più pretenzioso,
di meno attraente, di meno amabile. I due hotel sono molto costosi, in nessun
senso popolari. Ospitano grandi congressi di dirigenti sobriamente vestiti che ad un
occhio innocente sembrano fuori posto a Disney World. I nuovi hotel non
attireranno le grandi folle giornaliere che si radunano (per il tè!) negli altri della
Florida. E neppure lo desiderano. Rispetto agli alberghi più vecchi, sono più
interamente coinvolti nella cultura dellautomobile; è passato il tempo in cui
pensavamo alla monorotaia come orgogliosa precorritrice del futuro. Fuori dai
mistici confini dellimpero Disney, unurbanizzazione casuale, provocata dallauto,
va prendendo orrida forma, distruggendo il territorio da Orlando a Kissimmee.&lt;br&gt;
Dentro tutto è invece tranquillo. Un cosiddetto tram collega i nuovi alberghi con
Epcot Center, tutto scienza e problemi elevati, e una lancia a motore li congiunge
per via dacqua con gli Studi della Disney MGM, la città del cinema del periodo Art
Deco Hollywood Narcisitico, parzialmente in uso. La nave arriverà anche
allinsediamento di Robert Stern  in un garbato shingle style  ora in costruzione,
collocato in una vicinanza piuttosto surreale con il Delfino. Questo, come ci dice il
capitano, riprodurrà un quartiere costiero del New England fine 800, completo di
unautentica nave naufragata.
In generale cè una certa brutalità imperiale nel Cigno e nel Delfino, che serve
bene questo nuovo Disney World. Il film è &lt;i&gt;Intolerance&lt;/i&gt;. Il set è &lt;i&gt;Babilonia&lt;/i&gt;. Le fontane
di questo Paradiso servono a dei re sgraziati, riccamente decorati, i cui totem
animali, illuminati dal basso, cavalcano in un cielo di velluto nero.&lt;br&gt;
Ma, chiederete, dovè la stella? Cielo, dovè Topolino?
&lt;p&gt;
&lt;span class=smalltext&gt;[Titolo originale: Animal Spirits. Vincent Scully visits the Dolphin Hotel  with stops at
Cinderellas Castle and Main Street USA, in &lt;i&gt;Progressive Architecture&lt;/i&gt;, 10, 1990, pp. 9091. Qui riportato
in riferimento alle lezioni sulla comunicazione, letica e lo humour.
Nel medesimo numero di &lt;i&gt;Progressive &lt;/i&gt;in cui è apparso questarticolo, M. A. Branch esamina il
complesso delle architetture della Walt Disney, descrivendo in particolare il Dolphin Hotel a Epcot,
Florida situato di fronte allo Swan Hotel, completato sempre da Graves pochi mesi prima (cfr.
&lt;i&gt;Progressive Architecture&lt;/i&gt;, 3, 1990, p. 76). R. Miller presenta invece Euro Disneyland a Parigi, con opere
di Predock, Stern, Gehry, VenturiScott Brown, Tigerman, Grumbach, Graves, ecc. Tutti questi architetti
 come ricordo in &gt;etica  sono stati tacciati (sempre nel 90) di immoralità e di svacco (dove andremo
a finire!) da Gregotti su &lt;i&gt;Panorama&lt;/i&gt;, rivista curiosamente edita dalla Mondadori, ai tempi la casa editrice della
rivista Topolino in Italia.]&lt;/span&gt;&lt;p&gt;&lt;p&gt;</text_more></entry>
<entry id='1275' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1275' author_id='1' authored_on='20050321003249' basename='romanzo_di_formazione_trash' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050321003249' modified_on='20050321003449' ping_count='0' status='2' title='Romanzo di formazione trash' week_number='200512'><text>&lt;span class=smalltext&gt;&lt;img alt=&quot;duran.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/duran.jpg&quot; width=&quot;130&quot; height=&quot;109&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Il trash deve morire. Il camp anche. Come tutti i generi, essi devono trasformarsi in cenere e polvere. Rinasceranno sotto nuove inaspettate forme. In questi anni, esattamente come è accaduto al giallo e al thriller, l&apos;orripilante fabulistica trash ha ceduto il passo al manierismo della spazzatura. E&apos; quindi un congedo quello che pubblico qui, trattandosi di un&apos;evocazione della mia formazione sottoculturale e non, avvenuta nell&apos;arco di un ventennio francamente di merda (si spera non riciclabile). &lt;a href=&quot;http://www.labrancaseleven.com/&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Tommaso Labranca &lt;/a&gt;aveva invitato chiunque a un raduno intitolato &lt;i&gt;Union of the snake&lt;/i&gt;, dalla hit dei Duran Duran, che dopo vent&apos;anni sono ancora in classifica, come memento vivere di inequivocabile significazione [nella foto, i Duran dopo la scissione, ai tempi di &lt;i&gt;Notorius&lt;/i&gt;]. Non potendo intervenire al simpatico congresso, inviai la mia giustificazione a Labranca - che è ciò che segue. [gg]&lt;/span&gt;

A &lt;i&gt;UNION OF THE SNAKE&lt;/i&gt;, PREFERIVO &lt;i&gt;GIRLS ON FILM&lt;/i&gt;... 
... siccome adoravo le lesbiche, quando avevo un&apos;immaginazione di vita sessuale e non una vita sessuale immaginaria come ora. Indossavo un saf acquistato alla Fiera di Sinigallia quand&apos;essa si teneva nella vietta che termina in Molino delle Armi con un inspiegabile parcheggio di ambulanze private costantemente inanimate e su cui mai ho notato, in trentatré anni, un volontario o anche un guidatore occasionale. La testa dolicocefalica era coronata da un cappellino trotzkista stile Kronstadt. La giacca marinara si intonava con il bluastro dei baffetti adolescenziali.</text><text_more>Già ero in lutto per il crollo di categoria della Spal e mi irrita che attualmente la Ternana sia in testa al campionato cadetto - la supponevo estinta. Nel medesimo àmbito, alle geometrie fredde e ragioniere di Brady e al podismo precursore di Wilkins, prediligevo il genio dell&apos;accoppiata genoana Skurhavy-Aguilera o già cadevo in malinconica ebetudine per il fu Silvio Dindino arruolato dalla Pistoiese. Ammiravo Lucio Flauto su AntennaTre, il garrulo gracidio da polipi in gola della sua voce mi rammentava esperienze canore vallone. La cover del &lt;i&gt;Ballo del Mattone &lt;/i&gt;eseguita da Ivan Cattaneo mi faceva tremare i polsi. Quando cadde il muro di Berlino non so dov&apos;ero, con chi, perché, cosa stessi facendo; ma ricordo nitidamente il servizio dell&apos;allora inviata del Tg2, Lilli Gruber, che fenomenologizzava l&apos;invasione, nel settore ovest, di folle del settore est in tutti i pornoshop dell&apos;emimetropoli RFT. Alfredino Rampi fu ritrovato salma, natante in un blocco di ghiaccio, trascinato dalla corrente: lessi la notizia tornando da Chioggia, fermo a Ponte di Piave perché mi veniva da vomitare per l&apos;odore della 128 di mio padre, dopo una vacanza chiozzotta in cui mio padre mi aveva spiegato chi era Teardo, mi aveva comprato una riduzione di &lt;i&gt;Moby Dick&lt;/i&gt;, aveva visionato con me la finale di Wimbledon tra Borg e McEnroe. Mi appare il volto di Tatum O&apos;Neal meno spesso di quanto avrei immaginato. Non mi è mai capitato di vedere dal vivo un punk, anche se risiedevo a Milano. Sandy Marton l&apos;ho apprezzato troppo tardi, nel 2001, quando ho scoperto che è stato l&apos;ultimo uomo a intervistare Bettino Craxi. Ero un esaltato per il mito fragile di Enrico Berlinguer, ma lucidamente attribuii alla sua dipartita (dopo lunga agonia in seguito a ictus durante un comizio a Padova) il sorpasso del PCI ai danni della DC alle elezioni europee (33.3% vs 33.2%). Otto mesi prima della fine del decennio, piansi la scomparsa del poeta Antonio Porta, la cui notizia fu perfino data al Tg2 di mezza sera, mentre io mi trovavo a casa del giornalista Franco Manzoni, che ora scrive sulla terza pagina del &lt;i&gt;Corriere&lt;/i&gt;, e del videoartista Giorgio Longo, allora inquietantemente noto a Milano, il quale ci recitò una poesia appena composta e intitolata &lt;i&gt;BASILISCO&lt;/i&gt;. Sono d&apos;altronde confuso circa l&apos;effettività storica e la collocazione all&apos;interno del decennio di alcuni eventi cruciali: il periodo di esilio dalla Rai comminato a Pippo Baudo e il suo ritorno sugli schermi di Rete4, con un gioco a premi registrato in uno studio grande la metà di casa mia (vivo in un bilocale); la persistenza negli scomparti del PAM delle confezioni in vetro del formaggio Dover; il primo confronto televisivo di politici al di fuori della Rai, condotto su Rete4 da Eugenio Scalfari, tra Berlinguer e Craxi; la prima diretta calcistica al di fuori della Rai, uno Juventus-Celtic, che terminò 2 a 0, con gol di Virdis, commentata da Cesare Cadeo, assessore alla cultura della Provincia di Milano, recentemente comparso al festival letterario MILANESIANA a fianco dell&apos;organizzatrice Elisabetta Sgarbi; l&apos;apice del successo di Samantha Fox; il passaggio di Marco Ferradini, dopo &lt;i&gt;Teorema&lt;/i&gt;, alla musica da spot col refrain delle Sottilette Kraft; il sosia del presidente della Commissione Telekom Serbia, Trantino, che si chiamava Guzzetti, al vertice di CARIPLO; la nascita della rivista &lt;i&gt;Alfabeta&lt;/i&gt;; l&apos;ultima apparizione tv di Nantas Salvalaggio; la prima apparizione di Diego Dalla Palma nel rotocalco &lt;i&gt;DOMANI AVVENNE&lt;/i&gt;; l&apos;arresto di uno dei Righeira, o forse di tutti e due; il salto quantico grafico da &lt;i&gt;Space Invaders &lt;/i&gt;al videogioco del pinguino che spinge blocchi di ghiaccio componendo un labirinto ostativo e dinamico; l&apos;uscita dalla scena commerciale della cintura di tela con chiusura ad anello metallico per tenere insieme e trasportare scomodamente quattro libri; Pippo Cristofalo e il caso del &quot;catamarano&quot;; Franco Reviglio presidente dell&apos;Eni; la presenza di Dan Peterson nella sede dell&apos;Olimpia Basket Milano, allora Billy, in via Archimede; il primo SuperBowl trasmesso in diretta notturna su tv italiana, tra Washington Redskins e Los Angeles Raiders, vinto da questi ultimi; la polemica tra l&apos;editrice Rosellina Archinto e i vertici meneghini del Comune di Milano; la chiusura di un negozio locato all&apos;inizio della Galleria del Duomo, che vendeva oggetti superflui, tra cui la lampada pelosa, l&apos;alzacazzo a forma di forca, l&apos;onda in moto perpetuo in parallelepipedo trasparente.
Per tutto ciò il trash deve morire e io devo morire, affinché nessuno ricordi la valanga di merda che mi hanno fatto ingollare con l&apos;imbuto della mia storia personale.</text_more></entry>
<entry id='1276' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1276' author_id='4' authored_on='20050321014536' basename='cronache_di_bassavilla_9' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050321014536' modified_on='20060201232753' ping_count='0' status='2' title='Cronache di Bassavilla 9' week_number='200512'><text>&lt;b&gt;LA PIANURA FA PAURA&lt;/b&gt;

di &lt;b&gt;Danilo Arona&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Cite.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Cite.jpg&quot; width=&quot;72&quot; height=&quot;120&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
Paco (Ignacio Taibo II) sostiene che l&apos;unico rapporto che si deve avere con il genere letterario è quello di utilizzarlo per sovvertirlo. Ne parla lui direttamente su uno degli ultimi numeri di &lt;i&gt;Diario&lt;/i&gt;, e alla fine del suo pezzo, tradotto da Bruno Arpaia, sta scritta una delle sue massime che è verità in assoluto, ovvero che non è la letteratura che deve imitare la vita, ma è la vita che deve imitare la letteratura. Per chi ha frequentato anche solo come spettatore questa forza della natura che si carbura costantemente a Coca Cola, il concetto non suona come novità, avendone lui fatto l&apos;oggetto di un leggendario intervento di qualche anno fa a ChiaroScuro, festival di letteratura che si teneva in Asti e oggi non è più.</text><text_more>Da buon nativo di Bassavilla, che da Asti non dista molto, trovo quanto mai gratificante sentire uscire dalla bocca di un Paco le mezze verità di cui si sono parzialmente materiate le tante storie delle città basse, qui e nel mondo. Anche se, purtroppo, ci sono sovversivi da marketing e sovversivi come Hunter Stockton Thompson, che il genere l&apos;hanno sovvertito davvero e alla fine si sono sparati in testa. Anche in questo caso, che non è l&apos;unico, la vita ha imitato l&apos;arte. 
C&apos;è un collegamento tra il clima di pianura (clima che non è solo l&apos;umidità estiva o la nebbia autunnale, ma è soprattutto un paesaggio della mente) e la mimesi della letteratura, tra gli scrittori di provincia e la paura  in senso lato, fosse anche solo quella di vivere. E&apos; una sorta di demoniaca penombra che bisogna attraversare di continuo, perché ci vivi. Cosa scriveva il nostro poeta di pianura?
&lt;i&gt;Ho paura in pianura, ho paura. I fiumi, i fossati, le rogge esalano miasmi mortiferi. I pesci sono strani, come impazziti. Gli uccelli volano in direzioni inusuali. Una nebbia invisibile avvolge le cose più belle, fattesi radiose, glaciali e impotenti. Morbi subdoli e indecifrabili si aggirano fra la gente. La pianura, la pianura è una iattura. La sciagura avvelena la pianura. In pianura alberga la sventura. La pianura, la pianura è una lordura. Le città di pianura sono cupe e risentite. Emettono brontolii laceranti e suoni spaventevoli. La pianura circonda ormai l&apos;altura. C&apos;è sozzura, in pianura, c&apos;è sozzura. E premura e calura e io ho sonno e paura. E&apos; una selva selvaggia, la pianura: è una selva oscura&lt;/i&gt;.
Calma, perché vi state ficcando le mani fra le pudende? Avanti, è arte, poesia ovvero la cugina prima della letteratura. Il fatto che in posti del genere, tanto in Texas che in Romagna (o Bassavilla, Piemonte), ci sforziamo sul serio d&apos;imitarla, la vita che viviamo. E&apos; il risultato è sovversione, appunto, dei generi. Che poi qualcuno se ne accorga, è un altro paio di maniche. Che altri si deprimano come il nostro poeta, altre maniche ancora. Ma esistono tracciati e sentieri da seguire, anche controvoglia. Lo scrittore in Bassavilla è condannato, se non fugge: se resta qui a respirare la pianura, dovrà con lei a lottare ogni giorno, perché è più micidiale di mille polveri sottili. Ma, purtroppo per noi, ha il mortale fascino delle sirene e l&apos;amiamo.
Adesso, dopo tanto funereo preambolo, pensate a un Dino Buzzati e agli anni Sessanta. Una casupola a metà strada fra Bassavilla e Novara, sprofondata nella nebbia. Dentro uno sfigato truffatore, che va e che viene dalla prigione; la moglie abbruttita dal &lt;i&gt;cancheron&lt;/i&gt; e che si prostituisce; una terribile nonna sulla cinquantina che, dicono, batta la fisica, cioè fa la strega; il fratello del truffatore, che tenta di guadagnarsi la vita onestamente facendo il calzolaio, ma è tisico. E un bambino, il figlio della coppia, testimone impotente di un mondo in disgregazione: una nonna che fa paura, i suoi figli che sono in modo diverso due disgraziati, la mamma che si trascina fuori la notte e batte. Poi un giorno la nonna arriva a casa dall&apos;ospedale dove lo zio giace ricoverato e dice al bambino che dovrà fargi un po&apos; male per migliorare il suo stato di salute e far sì che non si ammali anche lui. Il ragazzino non può far altro che annuire e la nonna gli conficca un numero incommensurabile di aghi e spilli nelle gambe, nelle braccia e nella schiena, persino sotto la pianta dei piedi. Lui urla e lei gli raccomanda di tacere, perché le urla annullano l&apos;effetto salutistico. La cosa si ripete per giorni. Il bambino soffre e non capisce. La nonna strega sta facendo in verità una fattura a trasferimento, per togliere la malattia ad una persona e trasferirla ad un&apos;altra. La vecchia, infatti, tutte le mattine prende aghi e spilli nuovi, va in ospedale e li intinge nella saliva del figlio malato. A mezzogiorno torna a casa e gli stessi spilli li conficca nella carne del nipote, perché possa essere lui il malato tisico e non l&apos;unico figlio onesto e lavoratore della nonna strega. Ma il bambino urla, che altro può fare? Dalla strada lo vedono addirittura trascinarsi sul culo sopra l&apos;erba del prato antistante la casa. Si sposta in quel modo perché gambe e piedi sono una mostruosa trafittura di spilli. Qualcuno chiama i carabinieri. I militi, dopo un appostamento, vanno di mattina a vedere il bambino in compagnia di un medico. Costui, perplesso, lo visita e nota con sgomento numerosi e brutti segni ovunque sulla pelle. Infine scopre spilloni e forcine piantati in profondità nelle braccia e fra i capelli.
La manette scattano attorno ai polsi di tutti, nonna, madre e padre. Una successiva radiografia accerta che centinaia di aghi e spilli si sono sparpagliati all&apos;interno del corpo del ragazzino, spostandosi attraverso i fasci muscolari. Qualcuno ha sfiorato il cuore, il fegato e i reni. Però mai alcun organo vitale è stato intaccato. La strega è stata abile. Il successivo processo accerterà che nel giro di tre mesi quasi cinquecento pungiglioni di metallo sono stati piantati nel corpo del bambino. Ci sarà una condanna esemplare. 
E&apos; una storia di pianura, chi dice vera chi dice inventata ad uso e consumo delle veglie. Buzzati, appunto, ne ha fornito una versione ambientata nella bassa pescarese nel suo famoso &lt;i&gt;Misteri d&apos;Italia&lt;/i&gt;. Ma Buzzati non ha incontrato, come ho fatto io, il protagonista, ormai adulto, di questa storia: stava in un sanatorio, lo sguardo terribile o, per dirla alla John Carpenter, la faccia non umana di Michael Myers con gli occhi del Diavolo che bruciavano chiunque lo guardasse tre secondi più del dovuto. Ma la mimesi artistica era mal riuscita. Al di là della faccia del male, lui era gracile e immunodepresso. Di più, &lt;i&gt;tisico&lt;/i&gt;. La fattura a trasferimento aveva funzionato.


</text_more></entry>
<entry id='1277' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1277' author_id='1' authored_on='20050322003634' basename='la_guerra_segreta_del_rwanda' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050322003634' modified_on='20050322011035' ping_count='0' status='2' title='La guerra segreta del Rwanda' week_number='200512'><text>&lt;img alt=&quot;rwandaminore.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/rwandaminore.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;192&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;b&gt;Keith Harmon Snow&lt;/b&gt;

Il 26 novembre 2004 le stazioni televisive di Kinshasa, la capitale della Repubblica Democratica del Congo (RDC), cominciarono a trasmettere allarmi secondo i quali era in corso un&apos;invasione ruandese. Ciò faceva seguito a giorni di ripetute minacce da parte del presidente Paul Kegame di attaccare i ribelli Hutu con basi nella parte orientale della RDC. Fonti militari belghe e USA a Kinshasa dissero che almeno cinque battaglioni (dai 1.500 ai 3.000militari) erano penetrate nelle province del Kivu settentrionale e meridionale da cinque punti differenti. &quot;Si tratta di una consistente avanguardia dell&apos;esercito ruandese&quot;, sostenne una fonte militare di Kinshasa. Mentre il governo del Rwanda continuava a negare l&apos;invasione, il 4 dicembre 2004, a quanto riferito, 6.000 soldati ruandesi sono penetrati nella parte orientale della RDC, facendo di questa la terza invasione - per grandezza - del grosso vicino occidentale da parte del piccolo Rwanda.</text><text_more>Secondo il governo della RDC, soldati delle forze armate della RDC, all&apos;inizio di dicembre, si sono scontrate in numerose località con le Forze di Difesa Ruandesi. Il Monitor, quotidiano ugandese, il 6 dicembre ha riferito che militari delle Forze di Difesa Ruandesi (FDR), che hanno passato illegalmente il confine con l&apos;Uganda, si sono scontrati anche con soldati ugandesi. Il Monitor ha riferito che migliaia di profughi congolesi sono scappati in Uganda.
Secondo l&apos;IRIN, l&apos;agenzia stampa dell&apos;ufficio dell&apos;ONU per il Coordinamento degli interventi umanitari, il 6 dicembre migliaia di civili congolesi sono fuggiti dalla provincia del Kivu settentrionale, denunciando esecuzioni e massacri di civili da parte dei soldati del FDR, che al loro passaggio hanno bruciato e saccheggiato ogni cosa. Il personale delle ONG nella regione si adopera per fornire il cibo a decine di migliaia di sfollati.
A queste denunce hanno fatto eco i gruppi guerriglieri ruandesi con base nella RDC. &quot;Secondo nostre fonti cinque battaglioni ruandesi sono già nella RDC, pronti a creare confusione, &quot;ha dichiarato Jean-Marie Higiro, ex capo dell&apos;Esercito Democratico per la Liberazione del Rwanda (EDLR), &quot;il governo Kagame continua a sponsorizzare le milizie ribelli nella RDC. Il regime di Kagame è in grado di continuare a influenzare le vicende interne alla RDC&quot;.
Ha respinto le pretese, secondo cui l&apos;esercito ruandese agirebbe per autodifesa: &quot;Il Rwanda e gli eserciti, che agiscono nella RDC per suo conto, mantengono un cordone sanitario impenetrabile al confine fra il Rwanda e Congo&quot;, sostiene Higiro, &quot;come possono i ribelli hutu rompere questo cordone sanitario e attaccare il Rwanda e poi rientrare nella RDC senza essere intercettati?&quot;
Higiro afferma che potenti interessi di Washington, fin dal 1989, hanno tracciato le linee generali della strategia, ora manifesta, dei Tutsi per l&apos;annessione della parte orientale della RDC e che a Washington, DC, c&apos;è una potente lobby tutsi.
L&apos;ultimo tentativo del Rwanda di annettersi le province di Kivu della RDC, è stato definito &quot;la terza guerra di occupazione del Congo orientale&quot; dagli studenti congolesi, scesi a protestare il 4 dicembre per le strade di Kisangani. Nonostante le smentite ufficiali del Rwanda, i dirigenti ruandesi hanno di recente lanciato messaggi chiari. &quot;Per avere la pace si deve fare la guerra&quot;, ha dichiarato il 23 novembre il presidente ruandese Kagame agli osservatori della missione dell&apos;ONU per il mantenimento della pace in Congo. &quot;Ci stiamo preparando a far ritornare le nostre truppe nella RDC&quot;, ha dichiarato il 25 novembre - secondo la Reuter - il ministro ruandese per la cooperazione regionale, Protais Mitali, &quot;non possiamo stare a guardare mentre questi estremisti entrano nel nostro territorio&quot;.
Il 26 novembre il corrispondente della Reuters a Kinshasa, David Lewis, ha riferito che l&apos;esercito congolese ha detto alle Nazioni Unite che i suoi soldati si sono scontrati con militari ruandesi all&apos;interno della RDC, benché _: secondo le fonti ONU di Lewis - le forze di pace dell&apos;ONU non abbiano trovato alcuna traccia di combattimento. Lewis ha scritto che degli scontri ci sarebbero stati anche all&apos;inizio di quella settimana.
A Kinshasa, per conto dell&apos;Unione per la Democrazia e il Progresso Sociale il vecchio leader del Partito d&apos;opposizione a Mobutu, Etienne Tshisekedi, ha rilasciato un comunicato che avverte che, se il Rwanda dovesse nuovamente invadere la RDC, il popolo congolese dovrebbe dimostrare contro la missione dell&apos;ONU. A maggio e giugno del 2004 in tutta la RDC ci sono state imponenti manifestazioni, durante le quali mezzi della missione dell&apos;ONU e case affittate a personale della missione sono state incendiate per protestare contro l&apos;evidente fallimento della missione nella difesa della città di Goma da forze di invasione di gruppi ribelli filo ruandesi di stanza in Congo. Della missione dell&apos;ONU in Congo non fa parte nessun soldato USA.
Gruppi guerriglieri ruandesi e ugandesi continuano a mantenere una presenza destabilizzante nella parte orientale della RDC: fra questi l&apos;ex Force Armee Rwandais (FAR, l&apos;ex esercito ruandese), Interahamwe (la milizia in massima parte responsabile del genocidio del 1994), le Forze Democratiche Alleate per l&apos;Uganda (FDA) e l&apos;Esercito popolare per il Riscatto (EPR). Il governo della RDC e la comunità internazionale non sono riusciti a attuare il processo di disarmo, smobilitazione e reintegrazione, richiesto dagli accordi internazionali di pace.
Il Rwanda ha ripetutamente minacciato di invadere la RDC per attaccare i ribelli hutu accusati di genocidio (Interahawe e ex FAR). I &quot;genocidi&quot; sono scappati dal Rwanda nel 1994 e si sono stabiliti nei campi profughi hutu nello Zaire orientale (come si chiamava allora la RDC) con l&apos;aiuto della forza d&apos;intervento francese (Operazione Turchese) e l&apos;appoggio di Mobutu Sese Seko, al tempo dittatore del Congo da 32 anni. Il Rwanda ha sostenuto anche che deve difendere i Banyamulenge - i Tutsi congolesi - dal genocidio in corso.
La missione dell&apos;ONU in Congo è iniziata dopo gli accordi di pace firmati a Lusaka, in Zambia, nel 1999.
I successivi accordi di pace del 1999 a Sun City, in Sud Africa, e i negoziati con i ribelli e le milizie presenti nelle regioni orientali della RDC avviarono un processo di pace sotto un governo transitorio unitario, che attuasse il programma congiunto dell&apos;ONU e della RDC per il disarmo, la smobilitazione e la reintegrazione, e la promessa di elezioni nel 2005.
Per lo più il programma di disarmo, smobilitazione e reintegrazione è stato una vuota promessa. Il 23 novembre 2004 al Consiglio di Sicurezza dell&apos;ONU si è fatto formalmente riferimento alla RDC per la sua mancanza di cooperazione all&apos;arresto di persone accusate d&apos;aver preso parte al genocidio del 1994 in Rwanda. Secondo una dichiarazione stampa delle Nazioni Unite, il Procuratore del Tribunale Internazionale per il Rwanda (TIR), Hassan Bubacar Jallow, del Gambia, ha detto al Consiglio di Sicurezza che 14 accusati erano ancora latitanti e che &quot;la maggioranza dei rifugiati continuava a risiedere nella Repubblica Democratica del Congo&quot;. Il comunicato stampa specificava che l&apos;ambasciatore USA all&apos;ONU, John Danforth, aveva richiamato la RDC e il Kenya ad arrestare i rifugiati, accusati di provocare conflitti nella regione dei Grandi Laghi, sul confine tra RDC e Rwanda.
Nelle province orientali della RDC di Orientale, Equateur e delle due Kivu l&apos;impunità per i soldati del governo e i guerriglieri resta endemica. Secondo un recente allarme lanciato da Survivor&apos;s Rights International, resoconti provenienti da diverse e distanti regioni del paese indicano che le popolazioni continuano a patire indiscriminatamente estorsioni, sfruttamento illegale, furti, saccheggi e altre forme di violenza.
I gruppi per i diritti umani accusano tutte le parti di sfruttare il conflitto etnico della regione. &quot;Le relazioni fra i Banyamulenge e gli altri gruppi congolesi sono state rese più tese e spesso manipolate dai politici sia in Rwanda che nella RDC&quot;, come ha scritto, nel suo rapporto del giugno 2004, intitolato &quot;Crimini di guerra a Bukavu&quot;, Human Rights Watch. &quot;Gli ultimi sei anni di guerra hanno contribuito a far crescere l&apos;ostilità nei loro confronti, perché, da parete di altri Congolesi vengono sempre più identificati come &apos;Ruandesi&apos; . Il Rwanda spesso giustifica la sua presenza nella RDC in parte come un tentativo di proteggere i Banyamulenge, benché ciò sia stato messo in discussione nel 2002, quando hanno attaccato i villaggi Banyamulenge uccidendo parecchi civili, sparando addosso a loro da elicotteri ruandesi&quot;.
In un coraggioso articolo del 4 dicembre, che ha sorpreso la principale stampa internazionale, il giornalista della BBC, Robert Walker, che ha sorvolato la regione del Kivu del Nord su un elicottero della missione di pace dell&apos;ONU, ha scritto che il &quot;presidente Kabila stava cercando di cavarsela&quot;, perché il governo della RDC falsificava i resoconti sulla guerra e sul coinvolgimento ruandese nelle regioni orientali della RDC. Comunque, il 20 dicembre 2004, l&apos;UNICEF riferiva di &quot;milioni di sfollati a causa dei recenti combattimenti&quot;.

&lt;i&gt;Il genocidio in corso in Africa Centrale&lt;/i&gt;

L&apos;Esercito Patriottico Ruandese (EPR), formato da Tutsi, di Paul Kagame invase il Rwanda dal&apos;Uganda nel 1990, dando inizio a quattro anni di guerra di guerriglia. L&apos;aperto sostegno dei paracadutisti francesi al governo ruandese, al tempo composto dagli Hutu, non riuscì a impedire nell&apos;agosto 1994 la vittoria dell&apos;EPR, che faceva seguito al genocidio - durato da aprile a giugno - coordinato di centinaia di migliaia di Tutsi ruandesi da parte di estremisti Hutu (FAR) e militanti Interahamwe (Hutu).
Studiosi, come Wayne Madsen, autore di &lt;i&gt;Genocide and Covert Operations in Africa 1993-1999 &lt;/i&gt;(&lt;i&gt;Genocidio e operazioni segrete in Africa: 1993-1999&lt;/i&gt;), affermano che Kagame e l&apos;EPR hanno organizzato, il 6 aprile 1994, l&apos;assassinio dei presidenti del Rwanda e del Burundi, abbattendo il loro aereo nel corso del suo atterraggio all&apos;aeroporto di Kingali con missili terra-aria SAM-7 prelevati in Iraq dalla Francia nel 1991, poi consegnati dall&apos;esercito USA all&apos;Uganda, la base delle operazioni di guerriglia dell&apos;EPR contro il Rwanda prima del 1994.
Il 6 aprile 2001, in occasione del settimo anniversario degli assassini, nel corso di un incontro speciale promosso presso il Rayburn House Office Building di Washington da Cynthia Mc Kinney, Rappresentante al congresso è stata fornita la prova. Il giornalista Charles Onana, del Camerun, autore di &quot;The Secrets of the Rwandan Genocide&quot; (I segreti del genocidio ruandese) ha pubblicamente denunciato il coinvolgimento dell&apos;EPR nell&apos;incidente e è stato denunciato per diffamazione da Paul Kagame. Un tribunale parigino si è pronunciato in favore di Onana. Avvocati che lavorano presso il Tribunale Internazionale per il Rwanda (TIR) affermano che la cifra, solitamente citata, di 800.000 Tutsi uccisi nel genocidio del 1994 è stata grossolanamente gonfiata. Negli USA circolano almeno tre importanti filmati, che sostengono la versione filo EPR e filo Tutsi del genocidio degli Hutu.
Paul Kagame, che è stato addestrato dall&apos;esercito USA a Fort Leavenworth nel Kansas, è stato ospite abituale dell&apos;Università di Harvard, James Baker III Institute di Houston, Texas, della Casa Bianca e del Pentagono. Interessi militari europei e sudafricani hanno continuato a sostenere in Africa Centrale diverse fazioni, armando milizie e gruppi ribelli attraverso eserciti che agivano su loro procura dall&apos;Uganda, dal Rwanda, dal Burundi e attraverso l&apos;Esercito Popolare per la Liberazione del Sudan (EPLS). La presenza della Francia in Africa Centrale ha la sua base principale nel Gabon, il principale punto di penetrazione francese nel continente.
In Rwanda il terrore è continuato sotto il nuovo governo dell&apos;EPR di Paul Kagame, con Amnesty International che ha documentato una serie di assassini, di incarcerazioni arbitrarie e di &quot;sparizioni&quot;. Quasi tutti i contendenti politici - siano essi Tutsi o Hutu - sono stati definiti &quot;genocidi&quot; e Amnesty International ha denunciato che alcuni processi e esecuzioni di collaboratori &quot;accusati&quot; di genocidio sono stati inquinati e politicamente pilotati.
La prima invasione ruandese del suo grosso vicino occidentale è avvenuta nel 1996. Secondo l&apos;influente newsletter &quot;Africa Confidential&quot;, il Magg. Gen. Paul Kagame ha fatto visita al Pentagono nell&apos;agosto 1996, consultandosi con Washington prima di lanciare un grande piano per defenestrare Mobutu Sese Seko. Mentre il popolo USA era impegnato nelle elezioni presidenziali del 1996, il Rwanda preparava la sua guerra contro lo Zaire. Essa iniziò con il bombardamento con razzi katusha dei campi dei rifugiati Hutu nel Congo orientale, uccidendo non combattenti.
L&apos;EPR si alleò con le Forze Popolari di Difesa dell&apos;Uganda (FPDU) e l&apos;esercito guerrigliero dell&apos;Alleanza delle Forze Democratiche per la Liberazione del Congo (AFDLC) di Laurent Kabila nella &quot;guerra di liberazione&quot;, che in seguito pose fine al lungo regno del presidente del Congo (Zaire), Mobutu Sese Seko. Fonti della RDC aggiungono rapidamente che personale militare USA è stato visto fungere da consigliere all&apos;invasione congiunta FPDU/EPR, che si è mossa velocemente attraverso le vaste foreste dello Zaire.
A quanto è riferito, i generali di Mobutu sono stati contattati in anticipo da funzionari USA di alto livello presenti nella regione; molti di loro, che si sono dichiarati d&apos;accordo con l&apos;invasione USA, continuano a mantenere le loro alte cariche nell&apos;odierna RDC; gli altri alti esponenti militari di Mobuu, in un modo o nell&apos;altro sono stati sacrificati.
Wayne Madsen riferisce che gli USA hanno stabilito le loro principali stazioni di comunicazione e d&apos;ascolto sulle montagne Ruwenzori in Uganda. 
Testimoni sentiti a Kampala, capitale dell&apos;Uganda, sostengono questa pretesa. Materiale per comunicazioni è stato visto anche sull&apos;isola di Idjwe sul Lago Kivu, alla frontiera fra Rwanda e RDC.
Recenti informazioni, raccolte presso sopravvissuti in tutto il paese, documentano crimini contro l&apos;umanità e episodi di genicidio, commessi contro civili congolesi da tutte le parti nella guerra che ne è seguita. &quot;Nel maggio 1997, centinaia di rifugiati hutu disarmati sono stati massacrati nella città di Mbandaka dai soldati della AFDLC di Kabila, operante apparentemente sotto il comando dell EPR&quot;, ha scritto nel giugno 1998 Human Rights Watch. In un rapporto dell&apos;ottobre 1997 (intitolato &quot;Cosa nasconde Kabila: uccisioni di cvili e impunità in Congo&quot;). Human Rights Watch concludeva che &quot;le truppe ruandesi hanno avuto un ruolo in alcune uccisioni di Hutu ruandesi rifugiati nel territorio dello Zaire&quot;.
Migliaia di rifugiati Hutu sono stati massacrati a Mbandaka nel maggio 1997, quando ci arrivò l&apos;AFDLC. Un testimone oculare ha detto: &quot;Corremmo giù alla riva, perché sentimmo sparare. Ho visto due persone colpite, ma c&apos;erano molti corpi allineati sulla riva. I soldati gettavano anche cadaveri nel fiume [Congo]. C&apos;erano parecchi soldati tutsi, ma non abbiamo potuto riconoscerli. Ho visto dei soldati fare delle domande a una donna. La donna non sapeva il lingala [congolese]. Uno le disse: &quot;Sì, tu sei fra Hutu ruandesi. Girati, con la faccia rivolta al fiume, prega il tuo dio, perché stai per incontrarlo&quot;. Poi le sparò alla schiena con un fucile automatico&quot;.
Un capitano dell&apos;esercito della RDC, sentito di recente, ha dichiarato che &quot;erano coinvolte le forze speciali USA&quot;. Ha dichiarato che l&apos;AFDLC comprendeva le FPDU, l&apos;EPR e consiglieri militari USA.
Si dice che il colonnello James Kabarebe, ora capo si stato maggiore delle Forze di difesa Ruandesi, abbia condotto la campagna per l&apos;eliminazione dei rifugiati Hutu in fuga. Kabarebe è stato inserito nei rapporti ONU per numerose violenze nell&apos;Ituri. Come hanno scritto gli investigatori dell&apos;ONU nel &quot;Rapporto speciale sui fatti dell&apos; Ituri dal gennaio 2002 al dicembre 2003&quot;, &quot;secondo quanto riferito, Kabarebe sarebbe stato il più grande sostenitore dell&apos;aiuto ruandese alle milizie [etniche]&quot;. Il Rwanda, secondo le rivelazioni del rapporto, ha armato, addestrato e offerto consulenza alle milizie ad Ituri, così come ha fatto nelle province del Kivu settentrionale e meridionale. Per le atrocità si fa parimenti riferimento all&apos;esercito ugandese.
L&apos;EPR, con l&apos;FPDU, ha nuovamente invaso la RDC nel 1998, dopo che il capo dell&apos;AFDLC Laurent Kabila ha respinto i programmi degli USA e della Bechtel Corporation per il paese, da poco liberato, e rescisso i contratti minerari sottoscritti, prima che giungesse al potere, con alcune potenti compagnie occidentali (fra cui l&apos;America Mineral Fields, con sede a Hope, Arkansas, legata, a quanto pare, all&apos;allora presidente Clinton attraverso gli investitori &quot;Amici di Bill&quot;). Kabila scacciò anche gli alleati militari ruandesi e ugandesi, che lo avevano portato al potere.
Il popolo congolese la chiama la &quot;guerra d&apos;aggressione&quot;, ma è stata definita dalla stampa occidentale la Prima Guerra mondiale dell&apos;Africa, poiché ha coinvolto sei nazioni della regione, oltre ad armi e a consiglieri provenienti dai paesi occidentali. Truppe provenienti dal Rwanda e dall&apos;Uganda (che adesso sostengono i ribelli anti-Kabila), mentre lo Zimbabwe, alleato con il governo della RDC, collaborava con agenti commerciali per saccheggiare avorio, diamanti, oro, legname, cobalto e altre risorse naturali. Agenti stranieri hanno immesso queste risorse rapinate sul mercato internazionale, mentre i gruppi militari hanno rastrellato profitti.
Secondo un rapporto dell&apos;International Rescue Commitee sulla regione, in Congo sono morte per la guerra almeno tre milioni e mezzo di persone. Dal 1999 al 2001, attraverso le reti dei militari e degli agenti commerciali ruandesi, gli interessi ruandesi, legati allo stato, hanno fruttato almeno 240 milioni di dollari nella vendita del coltan (columbo-tantalite), un minerale prezioso essenziale per le Playstations della Sony, per i computer portatili e per i telefoni cellulari. Nel dicembre 2000 solamente il principale gruppo di ribelli sostenuto dall&apos;EPR ha guadagnato 600.000 dollari dalla vendita di coltan . Il coltan è stato fornito da racket criminali a clienti USA, svizzeri, belgi e tedeschi. Secondo quanto affermano fonti locali, i racket ruandesi continuano a controllare il mercato del coltan fuori della RDC.
Friends of the Earth (gli Amici della Terra) e il gruppo britannico Rights and Accountability in Development (RAID: Diritti e Responsabilità nello sviluppo), il 4 agosto 2004, hanno presentato al Dipartimento di stato Usa una denuncia formale contro tre compagnie USA, accusate dal Comitato USA contro la guerra per le forniture. L&apos;indagine di tre anni fa del Comitato accusava la Cabot Corporation (di Boston), la Eagle Wings Resources International e il Gruppo OM di George Forrest nell&apos;Ohio di trafugare dalla RDC il coltan con l&apos;aiuto di vari gruppi di ribelli. L&apos;attuale vice-direttore del Dipartimento del Tesoro USA, Samuel Bodman è stato dirigente e presidente della Calbot dal 1997 al 2001.
E&apos; importante sottolineare che il conflitto nell&apos;Africa Centrale non ruota attorno ai &quot;governi&quot;, quanto attorno a blocchi di potere militare e alleanze di multinazionali, che sono transnazionali. Così, mentre potenti interessi del governo USA forse sostengono i regimi di Kagame e di Museveni per stabilizzare l&apos;Africa Centrale e per annettere le Province di Kivu e la provincia Orientale, altri potenti interessi - come l&apos;International Rescue Committee (IRC) - mantengono una costante presenza di media internazionali, che sembrano essere in conflitto con quell&apos;agenda, ma che - tuttavia - esiste come lobby in sostegno o in difesa di certi interessi a spesa di altri. Fra le personalità di rilievo, dirigenti o supervisori dell&apos;IRC, figurano Morton Abramowitz, Tom Brokaw e Henry Kissinger.

&lt;i&gt;Un processo di pace destinato a fallire&lt;/i&gt;

La frontiera fra Uganda, Rwanda e Burundi è rimasta una zona di instabilità e di guerriglia fin da almeno il 1994 - di gran lunga prima della prima invasione ruandese del Congo nel 1996 - e la crescente insicurezza e il terrorismo hanno quasi annientato la popolazione civile locale. Le province del Kivu settentrionale e meridionale continuano a subire una diffusa violenza e le uccisioni nelle aree di Goma e di Bukavu crescono continuamente. La regione di Ituri nella provincia Orientale, che confina con l&apos;Uganda, il Sudan e la Repubblica Centro-africana, è citata da numerose agenzie per i diritti umani come uno degli angoli più sanguinosi del mondo. Il &quot;Rapporto Speciale sull&apos;Ituri&quot; del Consiglio di Sicurezza dell&apos;ONU, tratteggia la storia del conflitto nell&apos;Ituri, il ruolo delle forze governative ugandesi e ruandesi nell&apos;armamento delle diverse fazioni, il bombardamento di villaggi, il massacro e la tortura di civili, l&apos;istigazione e, talvolta, il favoreggiamento di atti di genocidio.
Data la crescente insicurezza dell&apos;Ituri negli ultimi mesi, con omicidi e sparatorie notturne, la popolazione di Bunia considera la Missione degli Osservatori dell&apos;ONU come una forza straniera d&apos;occupazione ostile e aggressiva. Un ex dipendente della Missione a Bunia ha dichiarato: &quot;E&apos; opinione comune che la Missione degli Osservatori dell&apos;ONU non abbia fatto nulla. La gente pensava che la Missione fosse venuta qui, per portare la pace, ma con sua sorpresa la gente si è accorta che la Missione è come uno spettatore a un incontro di calcio. In sua presenza le persone muoiono. In sua presenza, le persone sono vittime del terrorismo. In sua presenza, le persone vengono uccise e la Missione non fa nulla&quot;.
&quot;Si verificano quotidianamente scontri a fuoco&quot;, ha ammesso une responsabile per l&apos;informazione della Missione, &quot;non penso che ci sia nessuna area, salvo forse la città di Bunia, dove la situazione dei diritti umani sia in via di miglioramento&quot;.
Sono anche molto frequenti notizie su acquisti e contrabbando di beni (pelli di leopardo e okapi, oro, avorio) da parte del personale della Missione; un fotoreporter occidentale è stato testimone di un acquisto di avorio da parte di militari belgi; i militari sono esentati dalle verifiche e dalle restrizioni doganali.
Nella regione continuano ad affluire armi. Il quotidiano governativo dell&apos;Uganda, New Vision, il 23 novembre riferiva che spedizioni di armi, a quanto pare destinate all&apos;Unione Patriottica Congolese (UPC), una milizia regionale alleata del Rwanda, erano state intercettate dalle Forze Armate Popolari Congolesi (FAPC), una milizia congolese rivale, che controlla i redditizi presidi doganali della provincia di Ituri, nella regione nord settentrionale della RDC.
&quot;Secondo fonti locali, a Misasi, nel Kivu settentrionale, da tempo regione di conflitti fra diversi gruppi politici e militari, funzionari del governo locale hanno consegnato armi da fuoco a civili&quot;, ha scritto il 19 novembre lo Human Rights Watch. &quot;Altre partite sono state consegnate a Ituri, un&apos;altra regione continuamente agitata del Congo del Nord est. Fonti ONU hanno riferito che circa 300 studenti liceali congolesi, sfollati nel vicino Rwanda, hanno improvvisamente lasciato le loro scuole e si dice che siano sottoposti a addestramento militare&quot;.
Secondo notizie recenti, provenienti dall&apos;Ituri del Nord, le FAPC - a quanto pare - avrebbero giustiziato dei soldati bambini, che cercavano di entrare nella RDC, poi avrebbero attaccato le famiglie e devastato le case dei soldati bambini reintegrati. L&apos;UPC e la Forza di Liberazione Nazionale, un&apos;altra milizia, continuano a estorcere ai cittadini una tassa settimanale di guerra, a perseguitare quelli che si rifiutano di pagarla e a terrorizzare la popolazione.
Investigatori della Missione dell&apos;ONU hanno scritto che &quot;nell&apos;Ituri tutti i gruppi armati hanno integrato bambini nei loro ranghi&quot;. La Missione ha stimato prudentemente &quot;che almeno il 40% di ogni milizia è composto da ragazzi sotto i 18 anni, con una significativa minoranza sotto i 15 anni di età&quot;. L&apos;indagine della Missione ha accertato che l&apos;esercito ugandese e quello ruandese spesso hanno addestrato bambini rapiti e reclutati, a forza o meno, dalle milizie operanti nella RDC. La Missione ha documentato casi in cui centinaia di bambini sono stati portati via terra o aria in Uganda o Rwanda per l&apos;addestramento militare.
L&apos;UPC e la Forza per la Liberazione Nazionale continua ad estorcere ai cittadini una tassa di guerra settimanale, perseguita quelli, che si rifiutano di pagare e terrorizza la popolazione. Un testimone ha detto: &quot;L&apos;UPC raccoglie denaro. Dicono: &apos;Paga 100 franchi congolesi o veniamo di notte!&apos; Poi vengono, ti tagliano una mano o violentano le donne&quot;.
Come ha scritto Survivors Rights International (SRI) in una segnalazione del 5 dicembre 2004, &quot;la violenza sessuale è, nella repubblica Democratica del Congo, un&apos;epidemia nazionale, che ha contagiato tutte le fazioni militari, come le forze militari oggi e in passato coinvolte negli affari interni della RDC, e sembra essere autorizzata dai comandi militari ad ogni livello.&quot;
SRI ha anche riferito che la presenza di centinaia di ragazze e di donne sfollate, attualmente residenti a Mbandaka, ha provocato commercio sessuale e la prostituzione, coinvolgendo sia le Forze Armate della Repubblica Democratica del Congo (FARDC) che le truppe della Missione ONU. SRI scrive che &quot;inoltre le FARDC depredano le lavoratrici sessuali, forzando le relazioni sessuali, violentando quelle che si rifiutano e, in generale, derubando le donne, ormai ridotte alla disperazione, dei loro stessi mezzi di sostentamento&quot;.

&lt;i&gt;Guerre dimenticate per le materie prime&lt;/i&gt;

Il Rwanda e l&apos;Uganda continuano godere di accordi militari di alto livello con gli Stati Uniti. Entebbe, in Uganda, è una base avanzata per le operazioni della US Air Force in Africa Centrale. Secondo il Global Policy Watchdog, di stanza permanente a Entebbe ci sarebbe un personale USA di servizio di undici persone. Fonti dell&apos;Uganda e della RDC confermano che le armi passano liberamente per l&apos;aeroporto di Entebbe grazie all&apos;interessamento degli USA. Il 23 marzo 2004 la BBC ha dato notizia che il generale USA Charles Wald aveva confermato che gli USA erano direttamente coinvolti nei combattimenti contro l&apos;Esercito di Resistenza del Signore in Uganda. Wald ha dichiarato alla BBC: &quot;Ho incontrato il presidente [dell&apos;Uganda] Musuveni. Ho personalmente sentito dirgli che era veramente soddisfatto dell&apos;aiuto che gli diamo...Non è propriamente un aiuto morale...Ma è necessario che molte cose siano tenute un po&apos; più riservate&quot;.
Nel luglio 2004 esponenti dell&apos;esercito della RDC sono volati fino a Tampa, in Florida, per partecipare a un programma &quot;antiterrorismo&quot; USA aperto, chiamato &quot;Golden Spear&quot; [lancia dorata].
Le imprese minerarie canadesi Barrick Gold e Heritage Oil &amp; Gas arrivarono [in Congo] con gli eserciti Ugandese e ruandese durante la &quot;guerra d&apos;aggressione&quot; per sfruttare le opportunità minerarie del nord del paese. Fra i dirigenti della Barrick compaiono l&apos;ex premier canadese Brian Mulroney e l&apos;ex presidente degli USA George H.W.Bush. La Heritage si è assicurata contratti per lo sfruttamento delle grosse riserve petrolifere del bacino del Semliki, sotto il lago Albert, sui versanti congolese e ugandese del confine. L&apos;Heritage, a quanto si dice, sfrutta le riserve petrolifere del Semliki dalla parte ugandese, dove ora è all&apos;opera un lungo oleodotto per Mombasa, in Kenya, del valore di miliardi di dollari.
Secondo un rapporto sulle prospettive petrolifere (Africafront), l&apos;Heritage Oil sarebbe pronta a sfruttare i bacini settentrionale e meridionale del lago Alberto, il bacino del fiume Semliki e del lago George in partnership con il Zhongyuan Petroleum Exploration Bureau (ZPEB) cinese. In partnership con lo ZPEB, attualmente l&apos;Heritage sfrutta il petrolio del Congo-Brazzaville devastato dalla guerra. Lo ZPEB, vale la pena notare, è l&apos;impresa petrolifera che attualmente sta dietro al genocidio del popolo indigeno degli Anuak nell&apos;Etiopia sud-orientale (vedi il rapporto di Genocide Watch del 12 dicembre 2004, &quot;Operation Sunny Mountain&quot;).
Ashanti Goldfields, a quanto si riferisce, si è assicurato un contratto per le grosse riserve auree di Mongwalu, nel Bunia settentrionale. Ashanti ha collegamenti col Sud Africa e con la Corona britannica e alcune fonti di Bunia riferiscono che l&apos;interesse di Astanti per il vicino Mongwalu è protetto da Gurkha nepalesi, forse il Gurkha Security Group con sede in Gran Bretagna. Nel maggio 2004 la multinazionale clintoniana American Mineral Fields ha cambiato il suo nome in Adastra Minerals; l&apos;impresa ha in corso progetti minerari multimiliardari per il rame e il cobalto in partnership con il governo di Kabila, nella provincia del Katanga. Altre parti della RDC sono interessate a contratti stranieri per lo sfruttamento minerario e il disboscamento.
Nel frattempo i morti della guerra del Congo hanno superato i cinque milioni.

&lt;i&gt;Fonte: &lt;a href=&quot;http://www.zmag.org/italy/snow-guerra-segreta-rwanda.htm&quot;&gt;Zmag &lt;/a&gt;via &lt;a href=&quot;http://www.nuovimondimedia.com&quot;&gt;Nuovi Mondi Media&lt;/a&gt;
Traduzione di Giancarlo Giovine&lt;/i&gt;
 
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<entry id='1278' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2005://2.1278' author_id='1' authored_on='20050322010903' basename='la_banca_mondiale' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20050322010903' modified_on='20050322010937' ping_count='0' status='2' title='La Banca Mondiale' week_number='200512'><text>&lt;div class=smalltext&gt;&lt;img alt=&quot;wolfiebm.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/wolfiebm.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;180&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Poiché la Presidenza degli Stati Uniti, nella persona di George W. Bush, ha indicato il candidato alla Presidenza della Banca Mondiale, nella persona di &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2004/09/000954.html#000954&quot;&gt;Paul Wolfowitz&lt;/a&gt;, occorre assolutamente comprendere perché questa mossa si inscriva a pieno titolo in una strategia di controllo da parte delle élite americane. Per capire ciò, occorre assolutamente leggere questo piccolo splendido saggio su compiti e devianze della Banca Mondiale, che riprendiamo dal sito della &lt;a href=&quot;http://www.crbm.org&quot;&gt;Campagna per la Riforma della Banca Mondiale&lt;/a&gt;, sulle cui pagine invitiamo a visionare anche &lt;a href=&quot;http://www.crbm.org/modules.php?name=browse&amp;mode=page&amp;cntid=332&amp;grpid=11&quot;&gt;l&apos;appello contro la nomina dell&apos;angioletto neocon a presidente di suddetta istituzione internazionale&lt;/a&gt;.&lt;/div&gt;

La Banca Mondiale è una delle creature della Conferenza Economica e Monetaria tenutasi dal 1 al 22 luglio 1944 a Bretton Woods, in New Hampshire (USA), che vide inoltre la nascita del Fondo Monetario Internazionale (IMF).  Secondo lo statuto, gli scopi della Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (International Bank for Reconstruction and Development - IBRD - il nucleo iniziale di quello che ora è il gruppo della Banca Mondiale) erano i seguenti: assistere la ricostruzione e lo sviluppo dei territori dei paesi membri, facilitando investimenti di capitali per finalità produttive e promuovere la crescita equilibrata del commercio internazionale. Incoraggiando gli investimenti internazionali, per contribuire allaumento della produttività, al miglioramento delle condizioni di vita e lavorative.</text><text_more>La Banca avrebbe operato prestando direttamente dal proprio capitale e fornendo garanzie per gli investimenti privati. Inizialmente la Banca era stata istituita per assistere i paesi distrutti dalla guerra nellopera di ricostruzione. Il primo prestito fu concesso alla Francia per un valore di 250 milioni di dollari, seguito da altri prestiti ad Olanda, Lussemburgo e Danimarca. Il primo prestito ad un paese in via di sviluppo fu approvato nel 1948, e precisamente per la costruzione di un impianto idroelettrico in Cile del valore di 1,5 milioni di dollari. Il capitale originale della Banca venne fissato a 10 miliardi di dollari, circa 70-80 miliardi di oggi. Il 20% del capitale sarebbe stato effettivamente sborsato dagli stati membri, ed il resto messo a disposizione a titolo di garanzia (il cosiddetto callable capital). Ciò permette alla Banca di muoversi liberamente sui mercati internazionali e cercare risorse per finanziare i propri prestiti tramite la vendita di titoli obbligazionari IBRD valutati da Moodys con tripla A (AAA - il massimo dellaffidabilità finanziaria). In questo modo la Banca è stata in grado di concedere nei sessantanni della sua esistenza prestiti per almeno 270 miliardi di dollari, reperiti principalmente sui mercati azionari internazionali. Solo con la creazione dellIDA (International Development Association) nel 1960, però, la Banca diventa una vera e propria istituzione di sviluppo. I prestiti dellIBRD, infatti, vengono ripagati con un periodo di cinque anni di grazia, dopo il quale i governi hanno dai 15 ai 25 anni per ripagare il prestito a tassi quasi di mercato. I prestiti IDA, destinati invece ai paesi poveri, sono ad interesse quasi nullo. Mentre per lIBRD la dotazione di capitale  è assicurata dai pagamenti degli interessi suoi prestiti, e dallemissione di azioni, per lIDA almeno un terzo della dotazione  è garantita con ricostituzioni di capitale tramite le quote associative dei governi dei paesi donatori da versare su base triennale. 
Con il passare del tempo ha assunto sempre più importanza il ruolo della Banca di prestito e garanzia assicurativa diretti per le operazioni del settore privato, nonché lattenzione per la facilitazione degli investimenti diretti esteri, specialmente nei paesi poveri e larbitraggio di eventuali controversie. Oggi il gruppo della Banca Mondiale è oggi formato da IBRD, IDA, IFC (International Financial Corporation), MIGA (Multilateral Investment Guarantee Agency) e ICSID (International Centre for the Settlement of Investments Disputes). 

&lt;i&gt;Che cosa fa la Banca Mondiale? &lt;/i&gt;
IDA e IBRD concedono: a. Prestiti per progetti. Ovvero progetti per la costruzione di dighe, strade, infrastrutture, sfruttamento delle risorse naturali, tra cui petrolio miniere e gas, gestione delle acque, sanità, energia, etc. b. Prestiti per settori e macroeconomici. Rivolti, cioè, a rafforzare determinati settori produttivi e delleconomia, e vincolati per lo più a programmi di liberalizzazione e privatizzazione. c.  Prestiti istituzionali. Elargiti allo scopo di ristrutturare le istituzioni locali al fine di ridurre le barriere al libero accesso di investimenti privati. Ad esempio in alcuni paesi la Banca ha istituito agenzie private nel settore energetico, che potessero facilitare i contatti con investitori privati stranieri (ad esempio lEnergy Generation Agency of Thailand - EGAT in Thailandia). d. prestiti per programmi di aggiustamento strutturale Questi si distinguono in SALs (Structural Adjustment Loans) e SECALs (Sectoral Adjustment Loans). La stabilizzazione delle economie, fattore-chiave per creare un clima favorevole agli investimenti, viene garantita tramite limposizione di pacchetti di riforma economica che prevedono: * riduzione della spesa pubblica, inclusi tagli ai servizi sociali, (istruzione, sanità) considerati non produttivi in termini economici; * cancellazione dei sussidi per le classi più povere; * restrizioni allaccesso al credito; * privatizzazione delle imprese statali; * liberalizzazione degli scambi commerciali; * riorientamento delleconomia verso i mercati di esportazione; * rimozione delle barriere agli investimenti privati; * deregulation del mercato del lavoro. 

&lt;i&gt;Che cosa fanno IFC e MIGA? &lt;/i&gt;
IFC (creata nel 1956) e MIGA (creata nel 1985) operano in supporto diretto al settore privato, lIFC prestando al settore privato, partecipando direttamente a compagnie miste, o sostenendo programmi di privatizzazione, la MIGA concedendo alle imprese assicurazioni per la copertura del rischio politico: IFC e MIGA sostengono principalmente progetti infrastrutturali per lo sfruttamento di risorse naturali in paesi considerati a rischio o  dove è necessario attrarre il settore privato perché i rendimenti degli investimenti sono bassi, quali centrali elettriche, oleodotti, porti, strade, progetti di estrazione mineraria, cementifici, ma anche grandi alberghi ed impianti di imbottigliamento, come quelli della Coca-Cola. Tristemente famosi per il loro impatto ambientale la diga di Bio-Bio in Cile (IFC) e la miniera doro di Lihir in Papua Nuova Guinea (MIGA). 

&lt;i&gt;Come e organizzata e chi decide? &lt;/i&gt;
Al vertice della Banca siede il Consiglio dei Governatori (Board of Governors) dei 184 paesi membri che si riunisce una volta lanno, in settembre-ottobre, in occasione dellIncontro Annuale della Banca. Il Governatore é di norma il Ministro del Tesoro o delle Finanze del paese.  Subordinato al Consiglio dei Governatori cé il Consiglio dei 24 Direttori Esecutivi (Board of Executive Directors) che ha la facoltà di approvare i prestiti IBRD/IDA ed i crediti IFC per riforme strutturali o progetti e le garanzie della MIGA.  I cinque grandi stati donatori (USA, Giappone, Francia, Germania e Gran Bretagna) e la Cina, lArabia Saudita e la Federazione Russa sono rappresentati da un loro Direttore Esecutivo permanente, mentre gli altri 16 seggi rappresentano un gruppo di paesi (cosiddetta constituency), spesso sotto la guida di un paese industrializzato. Ad esempio, il Direttore Esecutivo italiano rappresenta anche Grecia, Malta, Portogallo, Albania e Timor Est. In questo modo i 42 paesi membri dellAfrica Sub-Sahariana nel Board hanno solo due Direttori Esecutivi. Il sistema delle votazioni si basa sul principio di Un Dollaro (di capitale) = Un Voto. Ma le decisioni vengono prese quasi sempre per consenso, un metodo che in questo contesto di sbilanciato rapporto istituzionale di forze va sempre a vantaggio dei paesi ricchi o più grandi. Il Presidente della Banca Mondiale è anche presidente del Consiglio dei Direttori che lo elegge.  Tutti i presidenti della Banca Mondiale sono stati americani, fino allattuale, James Wolfensohn. Lo staff ed i funzionari della Banca competenti per singoli paesi sono suddivisi in dipartimenti regionali, ognuno dei quali è controllato da uno dei vicepresidenti della Banca.  Inoltre esistono 12 sezioni operative che si occupano di questioni quali personale, finanze, sviluppo sostenibile, sviluppo delle risorse umane, politiche operative e sviluppo del settore privato. 

&lt;i&gt;Lopposizione alla Banca mondiale &lt;/i&gt;
Dalla fine degli anni 80 la Banca mondiale è finita nellocchio del ciclone principalmente grazie alle critiche ed alle lotte nazionali e globali della società civile. A dare la spinta iniziale a tali rivendicazioni sono state alla metà degli anni 80 le azioni non-violente degli attivisti della valle del Narmada in India, segnata dalle disastrose dighe finanziate dalla Banca mondiale. Come reazione, negli ultimi quindici anni la Banca ha cercato continuamente di cambiare, espandendo il proprio campo di azione, pur di non accettare apertamente il fallimento economico e di sviluppo dei suoi interventi passati. Gli aggiustamenti strutturali del sistema di Bretton Woods, pensati per risolvere lincapacità del Sud del mondo a ripagare il debito finanziario spesso illegittimo verso il ricco Nord, hanno portato solo più miseria e sempre maggiori critiche. Privatizzazioni di enti pubblici, liberalizzazioni del mercato dei capitali, tagli indiscriminati alle spese sociali perché considerate improduttive e produzioni concentrate su pochi beni destinati allesportazione, per ottenere così moneta pregiata per ripagare il debito, non hanno permesso, specialmente ai paesi più poveri, di avere uno stato sociale ed un sistema di raccolta del risparmio nazionale a sostegno delleconomia nazionale. 
Di fronte allevidenza dei disastri finanziati, allinizio degli anni 90 la Banca ha diminuito il suo sostegno a grandi progetti (anche se ora in merito sembra esserci uninversione di tendenza), accettando la necessità di dotarsi di un minimo di politiche di salvaguardia (safeguards policies) e linee guida ambientali e sociali, ma non sui diritti umani civili e politici, il rispetto dei quali da parte della Banca nei paesi dove opera rimane escluso dagli articoli dello statuto dellistituzione. In particolare nel 1994 fu creato lInspection Panel, tribunale semi-autonomo interno alla Banca al quale le popolazioni locali direttamente interessate da progetti finanziati dalla Banca mondiale possono fare ricorso per presunte violazioni delle linee guida socio-ambientali di cui listituzione si è dotata. Conseguentemente alla fine degli anni 90 queste linee guida ed una politica di accesso alle informazioni sono state estese a tutte le agenzie del Gruppo della Banca mondiale, con la creazione di un Compliance Advisory Ombudsman come tribunale analogo allInspection Panel, ma per le operazioni a sostegno diretto del settore privato tramite IFC e MIGA. 
Allo stesso tempo questo cambiamento non ha però toccato il cuore economico della Banca, che si è nascosto quasi intoccato dietro la nuova immagine di una banca della conoscenza, che può aiutare gli altri finanziatori ed i paesi del Sud a pensare come finanziare lo sviluppo e qualsiasi questione a questo connessa, di fatto interferendo ancora di più nella sovranità nazionale di ciascun paese a decidere il proprio sviluppo. Un approccio che ha generato un vero e proprio mission creep o allargamento delle competenze a numerose tematiche, spesso secondarie, a spese dellefficacia nellazione per il compimento del mandato dellistituzione di lotta contro la povertà secondo uno sviluppo sostenibile. 

&lt;i&gt;Governance &lt;/i&gt;
Banca mondiale e Fondo monetario, nonostante predichino buon governo un po a tutti, oggi sono in realtà le istituzioni internazionali meno democratiche. Il sistema di governo interno di Banca mondiale e Fondo monetario, infatti, rimane sostanzialmente quello di un dollaro un voto, permettendo agli Stati Uniti, la cui quota oscilla intorno al 15 percento del capitale della Banca e del Fondo, di esercitare un vero e proprio diritto di veto, secondo quando previsto dalle maggioranze qualificate molto elevate previste dagli Articles of Agreement delle due istituzioni per  quel che attiene questioni cruciali. Gli stati europei, se considerati tutti insieme, controllano una quota di addirittura il 30 percento del capitale. Per di più, il sistema di attribuzione fa sì che 8-9 dei 24 seggi nei Consigli Direttivi della Banca e del Fondo siano occupati da direttori europei, mentre più di 40 paesi sub-sahariani sono rappresentati da appena due direttori. I presidenti di Banca e Fondo continuano ad essere per tradizione rispettivamente americano ed europeo. 
Il raccordo con il sistema delle Nazioni Unite, nonostante Banca e Fondo siano due agenzie specializzate dellOnu, rimane virtuale a causa dellenorme squilibrio di budget tra i due sistemi. Però, è stata proprio la conferenza Finanza per lo sviluppo di Monterrey, nel 2002, co-sponsorizzata dallONU insieme con la Banca e il Fondo, a canalizzare la critica dei paesi in via di sviluppo a tale sistema di governance, che non riflette più neanche la distribuzione del potere economico globale odierno. Anche secondo un approccio limitato solamente al potere economico, i paesi europei dovrebbero cedere almeno 10 percento delle loro quote di capitale nella Banca e nel Fondo soprattutto ai paesi emergenti, con leffetto quasi sicuro di una riduzione sostanziosa nel numero dei seggi europei nei Consigli Direttivi. La critica, soprattutto formulata dal gruppo dei paesi emergenti, G-24, è diventata talmente forte nei ultimi due anni che i direttori del Nord in Banca e Fondo si sono sentiti costretti ad avviare una riforma della governance interna. Finora, però, i paesi europei sono riusciti a limitare lagenda di riforma a cambiamenti cosmetici, tipo lo sviluppo di maggiori capacità analitiche negli uffici dei direttori del Sud. Una riforma sostanziale della distribuzione delle quote di capitale per riportarla almeno al concetto originario del 1944 di riflettere i poteri economici reali dei vari paesi, trova ancora una forte resistenza da parte dei paesi europei, ed un obiezione di principio da parte degli Stati Uniti, che comunque sarebbero meno interessati nella loro quota in concreto. 
Sempre in seguito della conferenza ONU di Monterrey, il Comitato Economico e Sociale dellONU (ECOSOC) oggi insiste con maggiore enfasi su un ruolo per il sistema ONU di monitoraggio e di coordinamento con la Banca, il Fondo ed anche il WTO per fare operare queste istituzioni maggiormente nellottica di contribuire al raggiungimento degli obbiettivi ONU nellambito economico e sociale, e specificamente degli Obbiettivi di Sviluppo del Millennio della Comunità Internazionale (Millennium Development Goals, MDGs). Due volte allanno lECOSOC si incontra con Banca e Fondo  ed allo stesso tempo anche con le organizzazioni della società civile globale  per discutere la coerenza delloperato delle istituzioni finanziarie internazionali, soprattutto per quel che riguarda il loro impatto sulloperato del WTO. La società civile porta avanti tale impegno, sfidando la Banca ed i governi forti responsabili di svuotare il potenziale democratico del WTO con la politica che perseguono. 
La riscoperta da parte della società civile della possibilità di strutture di governance esterna alla Banca ed al Fondo tramite lONU si è sviluppata molto negli ultimi anni, fino a prevedere la possibilità di costringere Banca e Fondo ad impiegare un approccio allo sviluppo basato sui diritti umani stipulati in ambito ONU e ad riavvicinare le due istituzioni al sistema ONU in quanto tale, per esempio per quel che riguarda la gestione diretta dellONU dei fondi specializzati o fiduciari a fondo perduto, oggi largamente gestiti dalla Banca Mondiale. 

&lt;i&gt;PRSP &lt;/i&gt;
Nel settembre dellanno 1999, la Banca  insieme con il Fondo Monetario Internazionale  ha cambiato radicalmente il suo approccio verso i paesi IDA, cioè i paesi che godono dellaccesso allo sportello dei crediti agevolati della Banca. Affermando come compito principale dellIDA quello di contribuire agli obiettivi sociali dellONU stabiliti nel Vertice Sociale di Copenaghen del 1995, la Banca da allora chiede ai paesi riceventi dei prestiti IDA di redigere proprie strategie per la riduzione di povertà (Poverty Reduction Strategy Papers, PRSP) che devono essere poi utilizzate come base per ogni operazione di finanziamento da parte della Banca e della comunità dei donatori in generale. I PRSP dovrebbero porre fine alla prassi degli Accordi Trilaterali tra Banca, Fondo e Governo Ricevente (Policy Framework Paper, PFP) e far partecipare attivamente la società civile nei paesi riceventi in un processo continuo di orientamento efficace dellaiuto allo sviluppo per la lotta contro la povertà. 
Il passaggio dai PFP ai PRSP esprime un cambiamento concettuale profondo. Anziché partire dal problema dello sviluppo a livello del sistema internazionale, mette al centro il problema della povertà a livello del sistema paese, cioè in tutti i suoi aspetti complessi che spesso sono legati a fattori specifici dentro un paese. Anziché favorire la visione dei governi nei paesi riceventi, spesso orientata verso prestiti internazionali in maniera acritica, chiede che le attività di finanziamento pubblico siano chiaramente connesse con risultati da raggiungere nella lotta contro la povertà nel paese stesso. Questo comporta la partecipazione attiva della popolazione tramite un processo di individuazione di scopi, che genera un maggiore ancoraggio dei programmi di aiuto alle priorità della società civile in ciascun paese (country ownership). 
Si può notare subito lenorme potenziale dellapproccio PRSP nel contribuire alla democratizzazione, allo sviluppo della società civile nei paesi poveri e ad una diversificazione del modello stesso dello sviluppo, aprendo la porta a strategie nazionali alternative ed innovative. Di fatto, le ONG sia nel sud che nel nord del mondo per lungo tempo hanno sostenuto il concetto di avere dei PRSP. 
A cinque anni di distanza, però, i risultati sono nella stragrande maggioranza dei casi molto deludenti. Analisi in almeno 30 paesi IDA hanno rivelato che spesso il processo di formulazione dei PRSP nazionali viene gestito in modo elusivo e non-trasparente da parte dei governi. A monte, i PRSP non si distinguano molto dai vecchi PFP. Il potere della Banca e del Fondo di respingere le versioni di PRSP redatti dai governi riceventi e di richiedere revisioni anche sostanziose  causando ritardi nel ricevimento dei fondi - fa sì che i governi nazionali neanche osano di oltrepassare i limiti prefissati dalla Banca tramite le sue raccomandazioni generali, che ancora si basano sul paradigma washingtoniano di liberalizzazione, privatizzazione, deregulation e devolution. Di fatto, ad oggi, in nessun caso un paese ha mai proposto o è stata mai accettata una proposta di politica macro-economica diversa dalla gabbia di ferro del neoliberalismo come interpretato dalla Banca e del Fondo. 
Mentre rimane vero che in alcuni paesi poveri i PRSP hanno contribuito alla democratizzazione della vita politica, è altrettanto giusto parlare di un colossale inganno riguardo la democrazia internazionale: con il concetto dei PRSP redatti e sottoscritti nella responsabilità dei suoi beneficiari, la Banca  incaricata dallONU di gestire lo sviluppo globale - si solleva sin dallinizio della sua responsabilità per eventuali strategie sbagliate. Anzi, ciò le permette di richiedere ai paesi poveri un allineamento molto più profondo alle sue strategie rispetto a quanto succedeva con i suoi vecchi PFP. La decisione della Banca e del Fondo nel loro incontro annuale di ottobre 2004 di nascondere in modo linguistico il loro potere nellapprovazione dei PRSP  il loro staff non dovrà più accertare un PRSP (Joint Staff Assessement), ma produrrà soltanto una nota per lapprovazione dalla parte dei Consigli Direttivi (Joint Staff Advisory Note)  cambia poco nella sostanza ed ormai lapproccio PRSP entra a far parte della storia fallimentare della Banca nella democratizzazione delleconomia globale per promuovere un autentico sviluppo sociale. 

&lt;i&gt;Condizionalità &lt;/i&gt;
Se con lapproccio PRSP si accetta almeno in linea di principio astratto che spetta ai governi del Sud fissare le priorità del proprio sviluppo in consultazione con la società civile, alla stesso tempo ed in modo assai meno astratto la Banca svolge un ruolo di ingerenza politica tramite una nuova generazione di condizionalità per avvalersi dei crediti che ruotano sul concetto quanto mai soggettivo di buon governo. In sostanza la Banca elabora una valutazione di un singolo paese sulla base di parametri da considerarsi sempre più politici che determinano lammontare dei crediti che si possono concedere. Ad esempio i CPIA (Country Policy Institutional Assessments), che vengono elaborati allinterno della Banca e non sono resi pubblici affatto.
Questa nuova generazione di condizionalità si propone come un quadro accettabile di ingerenza da parte della Banca nella sovranità dei paesi riceventi, visto che molti fattori determinanti per il voto complessivo dei CPIA valorizzano lefficienza nellallocazione degli aiuti, nel seguire fedelmente gli obiettivi descritti nei PRSP nel combattere la povertà e nel democratizzare e rendere più trasparente la vita economica e politica interna ai paesi. Anziché violare la sovranità nazionale tramite prestiti di aggiustamento strutturale (del tipo Structural Adjustment Loans or Sectoral Adjustment Loans) legati direttamente a centinaia di condizionalità politiche e ampiamente contestati dalla società civile in molti paesi riceventi, la nuova generazione di condizionalità premia i risultati ottenuti in ventanni di tale aggiustamento strutturale a livello paese e segue in modo dinamico landamento di un paese verso un sempre miglior buon governo. 
Come per i PRSP, però, anche per lapproccio di buon governo, linganno risiede nel dettaglio. Solo in parte, tramite i CPIAs un paese riceve i voti sulla base di fattori riguardanti direttamente lefficienza, la trasparenza del suo operato governativo e la democrazia economica e politica interna. Un&apos;altra parte dei CPIAs riguarda, invece, il livello raggiunto nellapertura del mercato nazionale alleconomia globale, le garanzie ed i diritti garantiti agli investitori stranieri nel penetrare leconomia nazionale e rimpatriare i profitti senza controlli, lo stadio di ricevimento nella leggi nazionali delle decisioni prese nellambito multilaterale riguardo ad esempio il WTO, ed il pagamento dei debiti esteri tramite lattuazione di una austerità fiscale che richiede al settore pubblico necessariamente di privatizzare i servizi essenziali. Tutti fattori con effetti alquanto dubbi sulla lotta contro la povertà e inerenti aspetti di vitale importanza per la vita quotidiana della popolazione, le cui decisioni dovrebbe spettare alla scelta democratica dei cittadini  come vera prova del buon governo. 
Per di più, la nuova generazione di condizionalità del tipo buon governo viene di pari passo con una condizionalità nascosta del tipo aiuto amministrativo gestito direttamente dagli esperti della Banca, per esempio riguardante le norme derivanti dal WTO. Ormai parte degli aiuti finanziari della Banca non arriva più in contanti nei paesi poveri, ma va a pagare direttamente migliaia di esperti a cui la Banca richiede di spiegare ai governi dei paesi poveri i vantaggi del libero commercio e di rivedere le priorità nelle spese pubbliche secondo lagenda fissata a Washington e Ginevra. Spesso tali aiuti sono condizionati ad un voto in favore della liberalizzazione del commercio e della privatizzazione dei servizi essenziali da parte dei governi riceventi nellambito dei negoziati del WTO, sulla base di un accordo di convergenza stipolato nel 1998 tra Banca, Fondo e WTO che subordina loperato della Banca al sostegno dellagenda di liberalizzazione commerciale del WTO. Ed anche qui, la Banca può sempre dire che non fa nientaltro che aiutare ad attuare scelte a cui il governo ricevente ha già acconsentito liberamente. Superfluo notare come tale aiuto amministrativo possa incidere sullo stesso processo PRSP e quindi sulla country ownership. 

&lt;i&gt;Debito &lt;/i&gt;
Una citazione dobbligo per comprendere a pieno il ruolo della Banca nellattuale processo di globalizzazione va senza dubbio fatta in riferimento alla questione più generale degli attuali flussi finanziari Nord-Sud. Secondo i dati delle Nazioni Unite, dal 1996 in poi il flusso globale finanziario è andato dal Sud verso il Nord del mondo, totalizzando più di 200 miliardi di dollari nel 2002. Tutto ciò nonostante laiuto allo sviluppo, i crescenti investimenti privati nei paesi in via di sviluppo e le rimesse sempre più sostanziose degli immigrati spostatisi a lavorare nei paesi del Nord. A pesare in maniera schiacciante è il debito, che rimane la catena che blocca la crescita e lo sviluppo autonomo del paesi in via di sviluppo. Il problema strutturale del debito del Sud del mondo, per la cui soluzione erano stati applicati i fallimentari aggiustamenti strutturali a partire dagli anni 80, risulta ancora irrisolta. La Banca mondiale, insieme al Fondo monetario internazionale, controlla circa 400 miliardi di dollari dei 2.500 miliardi che il Sud complessivamente deve al Nord, ma allo stesso tempo gode di uno status di creditore privilegiato, ossia tra i primi a cui bisogna ripagare vi sono la Banca ed il Fondo. Liniziativa HIPC del 1996 per la cancellazione del debito dei 42 paesi più poveri ed indebitati al mondo si avvia alla sua conclusione con un risultato quanto mai discutibile: debito cancellato alla fine per 8 paesi finora e per altri 19 paesi in prospettiva per un totale di 31 miliardi di dollari sui 103 miliardi dollari previsti inizialmente. Banca e Fondo si sono sempre rifiutati di far ricorso alle proprie riserve per una tale cancellazione chiedendo così soldi addizionali ai ricchi governi del Nord, che snobbano comunque sempre più la propria contribuzione agli aiuti allo sviluppo, ed a livello bilaterale conteggiano le proprie cancellazioni del debito come aumento dellaiuto allo sviluppo. Di fronte al fallimento della HIPC, per la prima volta agli incontri annuali 2004 si è discusso della possibilità di procedere ad una cancellazione totale senza precedenti del debito dei paesi HIPC controllato da Banca e Fondo. Purtroppo laccordo è mancato, visto il disaccordo sul come reperire fondi addizionali per una tale operazione. 

&lt;i&gt;Grandi progetti infrastrutturali &lt;/i&gt;
Con lavvento dellamministrazione Bush negli Usa, la Banca sta vivendo una vera e propria involuzione. Come accennato in precedenza, per rispondere alle esigenze delle grandi industrie del Nord ed anche per pure esigenze bancarie di mantenimento di un elevato ritorno sugli investimenti per i paesi azionisti, la Banca mondiale sta riconsiderando il suo intervento nel settore delle grandi infrastrutture tramite grandi progetti. Con la discussione al Board del nuovo Infrastructure Action Plan cè il rischio che si ritorni a finanziare dighe, come quelle nella valle del Narmada, o grandi oleodotti in Africa o nellAsia centrale. Di qui il bisogno di far arretrare tutte le regolamentazioni ambientali e sociali che la Banca si era data, dal momento che sarebbero un impedimento a questi nuovi progetti. Al momento, solo per fare un esempio, dopo molti anni in cui non finanziava la costruzione di una grande diga, la Banca sta considerando il finanziamento, e la conseguente copertura politica, della diga di Nam Theun 2, in Laos e di quella di Balbina in Sierra Leone. Gli stessi esperti del settore energetico della Banca mondiale sono scettici su un progetto come quello di Nam Theun 2 che potrebbe portare ben pochi benefici alla popolazione locale e grandi introiti per le compagnie coinvolte. La diga di Pak Mun nella vicina Thailandia con i suoi impatti ambientali devastanti fissa un precedente molto significativo in merito allopportunità della realizzazione di opere di questo tipo nella regione. Allo stesso tempo sono stati approvati o sono in corso di approvazione molti altri progetti infrastrutturali come la costruzione di impianti per la produzione energetica, troppo spesso da fonti non rinnovabili, o per la produzione di alluminio, e grandi oleodotti per lo sviluppo di nuove aree petrolifere non-OPEC. 

&lt;i&gt;La nuova Strategia  per i Paesi a Reddito Medio &lt;/i&gt;
Le statistiche ci dicono che dal 1999 fino ad oggi i prestiti IBRD sono diminuiti. Come probabile motivazione la riluttanza della Banca a partire dalla metà degli anni 80 a prestare denaro per la realizzazione di grandi progetti infrastrutturali. La nuova Middle Income strategy (MIC) della Banca si propone di invertire questo trend aumentando i prestiti per progetti infrastrutturali nei paesi a medio reddito, quali India o Brasile. Intitolato Enhancing World Bank Support to Middle Income Countries, il testo, circolato al Consiglio dei Direttori della Banca allinizio del 2004 e per il quale è stato disegnato un Piano di Azione, verrà messo in atto entro la fine del 2004. Tra i criteri proposti per decidere sullallocazione dei nuovi prestiti sembra essere inclusa la proposta di considerare come punto di riferimento i sistemi di regolamenti e legislazioni ambientali e sociali dei vari paesi in cui la Banca presta, invece che le politiche di salvaguardia e gli standard interni della Banca. In questo contesto il ruolo dellInspection Panel, lorganismo indipendente di controllo della Banca, verrebbe ulteriormente indebolito. Ad oggi la nuova strategia non è stata resa pubblica e la società civile non è stata consultata in merito. 

&lt;i&gt;Un nuovo rapporto con il settore privato &lt;/i&gt;
La Banca mondiale, inoltre, oggi da un lato richiede insistentemente sempre più risorse ai paesi donatori per raggiungere gli obiettivi di sviluppo del millennio, specialmente in Africa, per poter investire lì dove il privato non ha interesse a muoversi, ma allo stesso tempo mira sempre più a facilitare gli investimenti esteri privati, ipotizzando nella sua nuova strategia per il settore privato approvata allinizio del 2003 (Private Sector Development Strategy) addirittura la possibilità di sostenere con sussidi e donazioni a fondo perduto le imprese multinazionali private nei loro investimenti nei paesi più poveri. In questo modo, secondo il nuovo paradigma che vede il settore privato sempre più attore principale dello sviluppo, incarnato nelle cosiddette Public Private Partnerships promosse dalla Banca a livello internazionale, le imprese ricevono una copertura politica contro i rischi su investimenti che hanno poco a che fare con lo sviluppo delle popolazioni locali, finendo addirittura per operare con la garanzia della banca in aree di conflitto o dove i diritti fondamentali ambientali e delle popolazioni locali non sono garantiti, se non repressi. 

&lt;i&gt;Le raccomandazioni dellExtractive Industries Review: la Banca mondiale smetterà di finanziare lestrazione di petrolio e carbone?&lt;/i&gt; 
Dopo due anni di valutazioni sugli impatti dei prestiti della Banca Mondiale per progetti di estrazione di petrolio, gas e progetti minerari, la Extractive Industries Review (EIR), commissione indipendente composta da rappresentanti di diversi settori di tutto il mondo, ha pubblicato il suo rapporto nel gennaio 2004. Nei suoi 60 anni di attività, la Banca Mondiale ha sostenuto compagnie petrolifere con un passato equivoco ed in paesi con regimi dittatoriali. Stime recenti dimostrano che nellultimo decennio più dell80% dei profitti derivati da investimenti della Banca Mondiale per il petrolio in paesi poveri è ritornato nei paesi donatori poiché più dei due terzi del petrolio al mondo è estratto per essere esportato e consumato nel Nord. Basti pensare che le 10 società petrolifere più grandi al mondo sono in testa alla lista delle imprese che hanno ricevuto più fondi dalla Banca negli ultimi dodici anni. 
Commissionata durante lincontro annuale di Praga nel settembre del 2000 dal presidente della stessa Banca Mondiale, James Wolfensohn, la revisione indipendente EIR è stata affidata ad Emil Salim: ex ministro dellambiente indonesiano, ex direttore della più grande compagnia del carbone indonesiana, presidente del segretariato e consigliere di Kofi Annan al vertice di Johannesburg sullo Sviluppo Sostenibile. 
Le raccomandazioni del rapporto chiedono un immediato stop ai finanziamenti per i progetti concernenti il carbone, mentre per quelli relativi al petrolio il termine ultimo previsto è fissato nel 2008. 
È un elemento di assoluta rilevanza che gli effetti dannosi di questi investimenti siano dunque riconosciuti da una commissione di così alto livello sotto legida della Banca mondiale, che consiglia alla più grande Banca di sviluppo di invertire la tendenza del finanziamento per la promozione dei combustibili fossili. Per questa ragione le raccomandazioni dellEIR sono state ben accolte dalle Organizzazioni non governative (Ong) internazionali che hanno seguito i lavori della commissione. Ma non solo, anche sei Premi Nobel per la Pace, Jody Williams, Desmond Tutu, Rigoberta Menchu Tum, Sir Joseph Rotblat, Betty Williams e Mairead Maguire, si sono spesi in prima persona per chiedere alla Banca mondiale di accogliere le raccomandazioni dellEIR, consapevoli di come troppo spesso lo sfruttamento dei combustibili fossili siano stati fonte di disastrosi conflitti nei paesi del Sud del mondo. 
Il 31 marzo 2004 il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione che chiede ai governi europei di sostenere le raccomandazioni del rapporto EIR. Anche la Commissione Europea ed il governo indonesiano ed olandese si sono pronunciati in favore del rapporto. 
Purtroppo, ad agosto il consiglio direttivo della  Banca Mondiale ha deciso di non adottare le raccomandazioni del rapporto EIR, ma si è limitato a dare seguito soltanto ad alcuni aspetti specifici. Ciononostante, oltre ad evidenziare i problemi ambientali collegati allestrazione e consumo di combustibili fossili il rapporto EIR rimane una storica denuncia del fallimento del modello di operazioni di sviluppo della Banca Mondiale in merito al suo mandato: la lotta alla povertà. Non si tratta, infatti, di impedire ai paesi poveri di utilizzare le loro risorse! Nei due anni di ricerche e missioni in tutto il mondo, consultazioni con lindustria, i governi e la società civile, il team che ha svolto la valutazione non è stato in grado di trovare una sola prova del fatto che almeno un progetto petrolifero o minerario abbia aiutato davvero a ridurre la povertà. </text_more></entry>
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