<movabletype xmlns='http://www.sixapart.com/ns/movabletype'>
<entry id='3291' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2009://2.3291' author_id='4' authored_on='20091228002556' basename='brasile_la_decisione_di_lula_s' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20091228002556' modified_on='20091228002328' ping_count='10' status='2' title='Brasile: la decisione di Lula sul caso Battisti' week_number='200953'><text>di &lt;a href=&quot;http://lamericalatina.net&quot;&gt;Fabrizio Lorusso&lt;/a&gt;

&lt;img alt=&quot;lulaspeech.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/lulaspeech.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;131&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt; Il 22 dicembre scorso il presidente brasiliano Luiz Inacio &quot;Lula&quot; da Silva ha rilasciato una dichiarazione sullestradizione di Cesare Battisti, condannato in Italia per 4 omicidi e rifugiato politico in Brasile dopo la sua fuga dalla Francia nel 2004, affermando decido io, non mi importa delle decisioni del Supremo Tribunal Federal&quot;. Con queste parole Lula ha rotto il lungo silenzio che lo circondava sul tema di Battisti e le relazioni diplomatiche con l&apos;Italia.</text><text_more>Continua fulminante la dichiarazione del presidente brasiliano con una metafora calcistica:&quot;Adesso la palla è sul mio campo, e sono io a decidere come calciare secondo quanto hanno pubblicato &lt;a href=&quot;http://www.ilgiornale.it/esteri/battisti_lula_sorpresa_si_corte_suprema_tanto_decisione_e_mia/politica-terrorismo-lula-decisione-estradizione-corte_suprema-caso_battisti-brasile/22-12-2009/articolo-id=408702-page=0-comments=1&quot;&gt;il Giornale &lt;/a&gt;e alcuni mass media brasiliani come &lt;a href=&quot;http://www.estadao.com.br/noticias/nacional,decisao-sobre-battisti-e-minha-diz-lula,485424,0.htm&quot;&gt;http://www.estadao.com.br&lt;/a&gt; e &lt;a href=&quot;http://www.agenciabrasil.gov.br&quot;&gt;http://www.agenciabrasil.gov.br&lt;/a&gt; i quali appunto riportano che la settimana scorsa, la Corte suprema brasiliana o STF aveva vincolato la decisione di Lula sullestradizione in Italia dellex terrorista rosso al rispetto delle norme del trattato di estradizione in vigore tra i due Paesi, che, secondo un&apos;interpretazione che &lt;a href=&quot;http://www.istoe.com.br/noticias/data/30886_STF+RETIFICA+JULGAMENTO+DE+EXTRADICAO+DE+BATTISTI?pathImagens=&amp;path=&amp;actualArea=internalPage&quot;&gt;la stessa Corte ha cambiato&lt;/a&gt; restrittivamente negli ultimi mesi, non lascerebbe molto margine di manovra al presidente brasiliano per giustificare leventuale asilo politico definitivo. 
Proprio il giorno di Natale è uscita invece una notizia ANSA che completa il quadro della polemica. Infatti uno dei legali brasiliani di Cesare Battisti ha detto che il presidente Lula da Silva concederà l&apos;asilo politico al suo assistito e che l&apos;asilo all&apos;ex terrorista verra&apos; concesso sulla base del trattato di estradizione tra Italia e Brasile. L&apos;avvocato Barroso ritiene che &apos;il trattato di estradizione offre diverse possibilita&apos; per non concedere la consegna di Battisti&apos; all&apos;Italia. All&apos;Agenzia Brasile, Barroso ha detto che Lula decidera&apos; sull&apos;estradizione &apos;entro il primo semestre del 2010&apos;. 
Anche se fino ad oggi il mandatario brasiliano non si era espresso sul caso di Cesare Battisti, dato che si è in attesa del testo integrale delle decisioni della Corte che verrà comunicato in gennaio, si possono cominciare forse a delucidare alcuni fattori determinanti della sua decisione che vanno oltre la posizione sua personale e quella del suo partito politico di riferimento, il Partito del Trabajo. Da una parte è vero che secondo la decisione del STF Lula dovrà rispettare il trattato firmato con l&apos;Italia nel 1989 in tema d&apos;estradizione ma è anche vero che quello stesso trattato prevede delle eccezioni che il presidente sembra voler sfruttare apertamente come per esempio il fatto che Battisti dovrebbe affrontare un processo in Brasile per falsificazione di documenti oppure &lt;a href=&quot;http://www.midiaindependente.org/es/blue/2009/12/461163.shtml&quot;&gt;in base a sospetti di persecuzione o di minaccia dell&apos;integrità fisica&lt;/a&gt;nei suoi confronti. Il risultato finale dipende dalla volontà e dall&apos;interesse politico di far valere e sottolineare le diverse facoltà istituzionali e le opposte interpretazioni giuridiche in questa schermaglia tra un presidente sempre più rispettato internazionalmente e una Corte relativamente &lt;a href=&quot;http://colunistas.ig.com.br/luisnassif/2009/11/22/as-razoes-para-o-descredit-do-stf/comment-page-1/&quot;&gt;screditata sul fronte interno&lt;/a&gt;.
In Brasile così come in altri paesi dellAmerica Latina è molto forte e sentito da sinistra a destra, anche se con toni e strumentalizzazioni differenti, il discorso della sovranitá nazionale. Lidea e l&apos;esercizio di una politica di potenza da sud a nord passano anche attraverso queste rivendicazioni, reali o retoriche che siano. Esistono trattati e accordi internazionali, esistono delle regole e la diplomazia, però esistono anche le facoltà sovrane e le decisioni unilaterali che alcune figure politiche e alcuni paesi da sempre esercitano, dosano, sfoderano e impongono a seconda dei casi, dei rapporti di potere in gioco e delle cirtcostanze interne ed internazionali. 
Alcuni segnali chiari di questo atteggiamento sono stati evidenziati anche recentemente nel caso della crisi in Honduras durante la quale il presidente deposto illegalmente, Manuel Zelaya, sè rifugiato proprio nellambasciata brasiliana, o anche nella gestione delle relazioni con i vicini del Mercosur (Mercado Comun del Sur, trattato di integrazione regionale firmato da Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Venezuela con Cile e Bolivia come membri associati) e del continente americano, oltre che con gli USA, principale potenza antagonista del nord. Il tutto viene sigillato dalla scoperta di nuovi giacimenti petroliferi in acque territoriali brasiliane e dallindipendenza energetica già da tempo raggiunta dal paese che a novembre appariva sulla copertina della rivista &lt;a href=&quot;http://www.economist.com/opinion/displaystory.cfm?story_id=14845197&quot;&gt;The Economist &lt;/a&gt;con il titolo Brasil takes off, cioè il Brasile decolla (ma questi sono solo alcuni elementi, non voglio e non potrei esaurire qui la storia delle relazioni internazionali o dello sviluppo economico brasiliano!). &lt;img alt=&quot;banderabrasil.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/banderabrasil.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;150&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
&lt;a href=&quot;http://www.coha.org/lulas-leadership-albas-sabotage-latin-america-makes-an-impact-at-copenhagen/&quot;&gt;Il peso del Brasile e dellAmazzonia a Copenaghen &lt;/a&gt;si è fatto sentire pesantemente nonostante gli accordi siano stati giudicati insoddisfacenti da molti gruppi di attivisti e dalle nazioni dell&apos;ALBA (Alternativa Bolivariana per le Americhe, capeggiata dal Venezuela di Hugo Chavez) e quindi Lula potrá accumulare maggiori consensi interni col discorso e la pratica nazionalista oltre al fatto che, in genere, alcuni partiti a lui vicini potrebbero sostenerlo in caso venga formalmente responsabilizzato (si parla di vero e proprio &quot;impeachment&quot;) di una presa di posizione contraria a quella della Corte. Secondo alcune voci critiche la politica del governo e in particolare quella del presidente del Brasile in questo caso non sorprendono in quanto lo si accusa, con argomenti piuttosto tendenziosi a dir la verità, di oscillare tra la sua vecchia ideologia marxista e un falso realismo ed anche di avere ammesso nelle proprie file degli ex simpatizzanti della guerriglia brasiliana degli anni settanta: con queste affermazioni ci si dimentica comunque il contesto della spietata dittatura militare instaurata in Brasile dopo il 1964 e della rispettiva resistenza armata 
Resta aperta la questione circa quali probemi interni tra il presidente e la Corte possano scoppiare se le dichiarazioni di Lula dovessero portare lanno prossimo a delle azioni concrete o a un conflitto istituzionale serio; e se esistano oltre ai motivi personali o ideologici delle rendite elettorali che possono ottenere Lula, i partiti della coalizione e il successore di Lula, ormai a fine mandato, dalla contrapposizione con la Corte e dalle rivendicazioni sulla sovranità e il bene per il paese fatte dal presidente il quale è già stato avvertito del fatto che le responsabilita delle decisione ricadranno su di lui e che potrebbero esserci quindi implicazioni giuridiche. La velata minaccia della Corte sembra anche richiamare le implicazioni internazionali della vicenda dato che il Brasile resta ancora in attesa del famoso posto fisso nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che potrebbe essere eventualmente pregiudicato dallopposizione dellItalia e di altri paesi in seguito alla presunta violazione delle norme stabilite dallorgano stesso in tema di terrorismo. Per ora mi fermo qui e aspetto notizie.
Una lunga serie di approfondimenti storici e critici sul caso: &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/cat_il_caso_battisti.html&quot;&gt;http://www.carmillaonline.com/archives/cat_il_caso_battisti.html&lt;/a&gt; e per la vertente brasiliana &lt;a href=&quot;http://www.bbc.co.uk/mundo/america_latina/2009/11/091118_1906_battisti_brasil_jg.shtml &quot;&gt;http://www.bbc.co.uk/mundo/america_latina/2009/11/091118_1906_battisti_brasil_jg.shtml &lt;/a&gt;</text_more></entry>
<entry id='3292' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2009://2.3292' author_id='4' authored_on='20091227031838' basename='e_adesso_zittiamo_internet' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20091227031838' modified_on='20091227031941' ping_count='1' status='2' title='E adesso zittiamo Internet!' week_number='200953'><text>di &lt;b&gt;Francesco De Collibus&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;BerluCagnesco.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/BerluCagnesco.jpg&quot; width=&quot;220&quot; height=&quot;184&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Se uno psicolabile scaglia un souvenir contro la faccia del Presidente del Consiglio, è chiaro di chi sia la colpa: di Internet,ovviamente.
E&apos; dimostrato come Tartaglia abbia organizzato tutto sin dall&apos;inizio attraverso Internet. 
Solo attraverso Internet ha potuto comprare dai mercanti d&apos;armi internazionali quei letali ordigni a forma di Duomo, micidiali armi che in nessun caso potevano essere reperite nelle bancarelle di souvenir lì in piazza (1).  Attraverso gli inganni di Internet il tentacolare Tartaglia ha poi manipolato gli uomini della scorta, convincendoli che fosse del tutto sicuro lasciar fare un bagno di folla a uno dei leader europei più controversi e contestati del secolo. Dulcis in fundo, solo grazie ai sofisticati algoritmi di puntamento dei centri di calcolo su Internet l&apos;attentatore ha potuto indovinare la traiettoria di quella micidiale palombella. D&apos;altronde la sorte di persone un attimino più concilianti di Silvio, quali Gandhi e Giovanni Paolo II,  testimonia che mai e poi mai ai personaggi pubblici in una piazza gremita viene torto un capello (2).</text><text_more>Il problema quindi, secondo il Governo e tutte le persone di buona volontà, è uno solo: bisogna zittire Internet, filtrare, censurare, imporre la mordacchia, mettere il bavaglio (3).  
Prima di Internet,  infatti, i gesti di violenza politica non esistevano. Umberto I, l&apos;arciduca Massimiliano, JFK, Aldo Moro, Olof Palme sono tutti morti per un incidente sulle montagne russe. Internet infatti è incivile e impedisce alla gente di parlare e confrontare le proprie opinioni. La televisione invece  aiuta il confronto e la tolleranza, specie quando due tronisti fanno a botte in prima serata, o Sgarbi azzanna qualcuno alla gola, o Corona frattura una mano (la sua, per fortuna). La televisione è una palestra di democrazia dove possiamo imparare i valori fondanti del vivere insieme, come il colore preferito di mascara di Valeria Marini, i consigli dell&apos;esperto per abbronzare le chiappe, oppure la weltanschauung di Alfonso Signorini declinata su questa edizione del Grande Fratello . Su Wikipedia troviamo solo ciarpame buono per non fare i compiti a scuola, o video di disabili picchiati su youtube, che sia mille volte maledetto chi ha caricato quel video: i ragazzi prima del pestaggio non si erano pettinati.
E&apos; poi del tutto chiaro che se qualcuno esprime un sentimento sconveniente su Internet, come gioia per la disgrazia capitata, questo sentimento si manifesta solo su Internet e a causa di Internet. Quella stessa persona non esprimerà mai e poi mai  la stessa opinione al bar, con gli amici, o in altre sedi. E&apos; Internet il problema, è Internet che  causa il disagio, non, per fare una ipotesi fantasiosa, una azione di Governo rissosa e scellerata.
Inoltre, Internet è in mano a una sola persona, quindi è facile da controllare, perché ha un comitato editoriale che stabilisce cosa può uscire su Internet e cosa no. In televisione invece ognuno può dire le corbellerie che vuole liberamente e questo spiega, ad esempio, gli editoriali di Minzolini.
Internet non fa circolare liberamente le idee.
Internet non avvicina i continenti e i popoli.
Internet non sviluppa il potenziale nascosto delle persone, ovunque esse si trovino.
Internet non è un luogo di confronto e di incontro con gli altri.
Internet non è l&apos;espressione più compiuta della democrazia che il mondo abbia mai visto, come gli antichi Ateniesi neanche se la potevano sognare.
Internet è solo una fucina di terrorismo, un bassofondo in cui si inneggia alla morte del Premier e a un attentatore psicolabile, bassofondo  peraltro già ghettizzato dal Decreto Pisanu con la disciplina d accesso alla rete più farraginosa del mondo. Roba che neanche gli USA post-11 settembre del peggiore Bush si potevano sognare.
E&apos; giusto che il Governo operi un giro di vite di repressione sulle opinioni, cosa che non è per nulla caratteristica dei regimi con problemi di consenso.  I &quot;Capi di Internet&quot;, saranno messi alla sbarra: ci rimarrà l&apos;oasi di libertà del TG4, e l&apos;imparzialità degna di Catone del Tg1 e del rinnovato &lt;i&gt;Corriere della Sera&lt;/i&gt;. Come dice la pubblicità, una informazione di parte genera persone immobili. L&apos;informazione &quot;imparziale&quot;, come la intendono loro, invece fa girare qualcosa, altroché! A me fa girare le gonadi, per esempio.

&lt;b&gt;NOTE&lt;/b&gt;:

1) Sempre attraverso  losche aste su Internet  il folle si è procurato un altro oggetto esotico: il crocifisso. Questo strambo oggetto che lattentatore intendeva scagliare contro il Premier è particolarmente raro in Italia, e del tutto introvabile poi negli edifici pubblici.
2) Il personaggio - come si evince da alcune intercettazioni di Tarantini - sembra non credere neppure all&apos;esistenza dell&apos;HIV, probabilmente è convinto della sua invulnerabilità e immortalità personale. Lo sbigottimento sincero, l&apos;incredulità che lo ha preso alla vista del suo stesso sangue è inquietantemente simile a quella di Serse del film &lt;i&gt;300&lt;/i&gt;, quando dall&apos;alto del suo trono semidivino viene ferito dal giavellotto di Leonida, e solo allora realizza di essere mortale.
3) Preoccupazione che il governo condivide con quello delle altri grandi nazioni democratiche che aspiriamo a emulare, Cina, Libia, Iran, Bielorussia, Corea del Nord.

</text_more></entry>
<entry id='3293' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2009://2.3293' author_id='4' authored_on='20091230053318' basename='jack_london_una_vita_per_il_so' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20091230053318' modified_on='20091230143013' ping_count='2' status='2' title='Jack London: una vita per il socialismo' week_number='200953'><text>di &lt;b&gt;Valerio Evangelisti&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;JackLondon-GuerraDiClasse.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/JackLondon-GuerraDiClasse.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;296&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;[Questo articolo è la mia introduzione a Jack London, &lt;i&gt;Guerra di classe. Il sogno di Debs. Saggi sulla lotta di classe negli Stati Uniti e un racconto&lt;/i&gt;, ed. Gwynplaine, 2009, pp. 192,  14,00.]

Anzitutto liberiamoci delle stupidaggini. Cè chi di recente (&lt;a href=&quot;http://www.nazioneindiana.com/2006/06/14/sul-ring-con-jack-london/&quot;&gt;Nicola Lagioia&lt;/a&gt;) ha messo in dubbio le convinzioni socialiste e rivoluzionarie di Jack London, tanto da definire i conflitti sociali che gli stanno a cuore occasione,  contesto, apparato scenografico. Ora, nelledizione francese delle opere di London, curata da Francis Lacassin (Laffont, 1990), il volume sesto, dedicato ai saggi, ai romanzi, ai racconti, agli articoli di London incentrati sul tema della lotta di classe conta quasi duemila pagine. E mancano molti suoi interventi sulle riviste &lt;i&gt;Masses&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;The Appeal to Reason&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;International Socialist Review&lt;/i&gt; e altri periodici di sinistra, nonché i testi, mai registrati, di centinaia di conferenze e di comizi a favore prima del Socialist Labor Party, poi del Socialist Party of America.  </text><text_more>Come si fa a dire che il conflitto di classe fosse, per lautore di una quantità tanto imponente di interventi, puro apparato scenografico? Certi critici e prefatori dovrebbero, prima di pronunciarsi, informarsi un po meglio sullassieme delle opere dello scrittore che intendono analizzare, e magari sulla sua vita  se non è chiedere troppo. Certo, Lagioia dice, a sua giustificazione, di appartenere a una generazione  cresciuta senza Dio e senza Marx. Me ne dispiace per lui. Jack London, di sicuro, non era della stessa pasta.
Tutta la prima parte di uno dei suoi romanzi più noti (senza essere dei migliori), &lt;i&gt;Il tallone di ferro&lt;/i&gt; (1907), è lesposizione, in forme divulgative, delle tesi di Marx ed Engels sui più svariati temi: la teoria del plusvalore, le crisi da sovrapproduzione, lo sfociare in guerra delle stesse, lazione rivoluzionaria, linevitabile reazione di une borghesia disposta a dimenticare, di punto in bianco, gli ideali democratici di cui si dice portatrice. Il resto è una critica serrata della socialdemocrazia che, con la sua politica di compromessi, conduce il proletariato alla disfatta. Affrontare temi simili per una vita intera (London si dimise dal partito socialista americano solo lanno  1916  della sua morte, rimpiangendo i tempi del più radicale Socialist Labor Party, a cui aveva aderito nel 1896) sarebbe puro orpello, occasionale e insincero? Non potrebbe crederlo nessun commentatore in buona fede.
Tanto più che London, oltre che ne &lt;i&gt;Il tallone di ferro&lt;/i&gt;, tornò a trattare dello scontro sociale e delle teorie marxiane in una quantità di occasioni. Si pensi, oltre ai saggi raccolti nel presente volume, al racconto molto noto &lt;i&gt;Il sogno di Debs&lt;/i&gt; (1909), in cui divulga i principi del sindacalismo rivoluzionario, e illustra lidea di uno sciopero generale capace di mettere termine al capitalismo; o al meno conosciuto &lt;i&gt;I favoriti da Mida&lt;/i&gt; (1909), che ha al centro una società segreta proletaria che si incarica di giustiziare, sistematicamente, i magnati dellindustria e della finanza. Erano questi, probabilmente, i sogni di London quando conduceva attraverso lAmerica una vita grama, passando da un lavoro faticoso a un altro più penoso ancora, sperimentando di persona tutte le forme possibili di sfruttamento.
Ciò lo segnò al punto che, divenuto ricco e famoso, e proprietario della fattoria Beauty Ranch (unesperienza narrata in chiave quasi favolistica nel romanzo &lt;i&gt;La Valle della Luna&lt;/i&gt;, 1913), concesse ai propri braccianti salari più che degni e la giornata lavorativa di otto ore, malgrado i malumori e i rimbrotti degli altri proprietari di quella regione della California. Ospitò anche, gratuitamente, tutti i vagabondi che bussavano alla porta della sua abitazione, la Casa del Lupo (Lupo era uno dei soprannomi di London). Allora, probabilmente, non credeva più nella rivoluzione (&lt;i&gt;La Valle della Luna&lt;/i&gt; contiene pagine magnifiche sullo sciopero dei ferrovieri americani e sul suo fallimento); e, mentre accusava il riformismo socialista della disfatta del movimento operaio, in parallelo imputava a se stesso di condurre una vita che lo aveva separato dal proletariato nel cui seno era nato e cresciuto, e per il quale si era battuto come un leone (la belva bionda di Nietzsche, per citare &lt;i&gt;Il tallone di ferro&lt;/i&gt;).
E in questa chiave che va interpretato &lt;i&gt;Martin Eden&lt;/i&gt; (1909), uno dei capolavori di London, cupo presagio che anticipa di sette anni il suicidio dellautore. Eden, figlio delle classi subalterne, cresciuto in tutti gli inferni del capitalismo più spietato, cerca il proprio riscatto nellaffermazione individuale, come scrittore e come uomo. Imbevuto di teorie superomistiche, affascinato da Spencer e dalla sua fede in un progresso inevitabile, cultore dellindividualismo più radicale (la vita sarebbe una corsa di cavalli, in cui devono prevalere gli animali di razza), vede soddisfatte tutte le sua aspirazioni. E a quel punto che coglie la solitudine della sua condizione. Ha vinto, ma non gli è rimasto attorno nessuno dei vecchi compagni di lotta e di lavoro. La vita che conduce è falsa e ambigua, e lui non riesce più a sentirla come propria. Passando di disagio in malessere, odiando come odia lipocrisia (detesta le opere liriche per ciò che hanno di artefatto), finisce per suicidarsi. Lalienazione cui Eden si è condannato è troppo dolorosa, per essere tollerata.
Racconto autobiografico? In parte sì, ma non per ciò che riguarda lideologia  metto il termine tra virgolette per rispetto alle definizioni marxiane - fatta propria dal protagonista. Le contraddizioni vissute da Martin Eden sono, in fondo, meno stridenti di quelle sperimentate da Jack London stesso. Partecipante nel 1894 alla marcia di un milione di disoccupati e di affamati, la Kellys Army, su Washington, e lì convertito alle idee egualitarie (racconterà lesperienza, nel 1907, in uno straordinario libro di ricordi: &lt;i&gt;La strada&lt;/i&gt;); arrestato nel 1897 per un comizio improvvisato, valutato dalla polizia incendiario, a favore del Socialist Labor Party; emarginato nel 1902 nelle vie di Londra, in una discesa allinferno che narrerà in una testimonianza memorabile (&lt;i&gt;Il popolo dellabisso&lt;/i&gt;, 1903); candidato due volte sindaco di Oakland (nel 1901 e nel 1905) per il Socialist Party of America; conferenziere e agitatore in ambito universitario, quale presidente dellIntercollegiate Socialist Society, di cui era segretario Upton Sinclair; finanziatore di giornali sovversivi e persino di comitati di sciopero, London fu al tempo stesso uno degli scrittori più letti e amati del suo tempo, e come tale ammesso nei salotti (in cui non rinunciava a preconizzare alla borghesia la sua imminente estinzione), e titolare di guadagni favolosi  se non fosse stata altrettanto favolosa la rapidità con cui li dilapidava.
In Martin Eden confliggevano lumile origine e la ricchezza acquisita; in Jack London, molto più acutamente, il benessere (che qualche compagno non scordava, di tanto in tanto, di rimproverargli) e le convinzioni che avevano improntato tutta la sua esistenza. Ciò non toglie, naturalmente, che il suo socialismo non fosse esente da contraddizioni, come tutto il socialismo della sua epoca, soprattutto negli Stati Uniti. Colpito da Nietzsche (lo si nota in &lt;i&gt;Il lupo dei mari&lt;/i&gt;, in &lt;i&gt;Il tallone di ferro&lt;/i&gt;, in &lt;i&gt;Martin Eden&lt;/i&gt; ecc.), cercava di conciliarlo con Marx, come facevano alcuni sindacalisti rivoluzionari. La sua soluzione narrativa consisteva nel condannare alla sconfitta, seppur grandiosa, chi si affidava al solo Nietzsche (Eden, Lupo Larsen), mentre una vittoria magari postuma poteva arridere a chi, ai valori individuali, sapeva aggiungere la consapevolezza che non può esistere superuomo che non sia di massa. London, innamorato in gioventù della forma fisica personale, poi condannato quarantenne, dalle droghe e dallalcool, a un rapido decadimento, vedeva nellazione collettiva una soluzione ai problemi propri (lo dice a tutte lettere in un saggio diventato celebre, &lt;i&gt;Come sono diventato socialista&lt;/i&gt;, 1903), e nellalleanza tra sfruttati, cioè tra debolezze, la nascita di una forza capace di sovrastare quelle dominanti.
Il nemico che London combatte, anche entro se stesso, è lindividualismo, bersaglio preferito dei suoi comizi. Sembra, in prosa, esaltare lesatto contrario. Ogni tanto arriva a dire che la supremazia delluomo bianco è inevitabile (per esempio nel romanzo &lt;i&gt;LAvventura&lt;/i&gt;, 1913), o a mettere in scena un conflitto tra ariani e classi inferiori, etnicamente contaminate (&lt;i&gt;Lammutinamento dellElsinore&lt;/i&gt;, 1912). A chi, di parte fascista  pare incredibile, ma oggi in Italia ci si può tranquillamente  e impunemente definire come tali  sostiene queste interpretazioni, è piuttosto facile replicare.
Posto che unala del socialismo dei primi del 900 era indubbiamente razzista e colonialista  in Italia è il caso di Antonio Labriola, invocato come precursore dai comunisti  Jack London si colloca altrove. Crede in un primato di civiltà della razza bianca, non cè dubbio. Attribuisce a un suo segmento, gli anglosassoni, linvenzione dello sport che meglio rappresenta lindole umana: la boxe. Dai colpi rapidi come le parole inglesi (in &lt;i&gt;La scimmia e la tigre&lt;/i&gt;, 1910).
Tuttavia, quando deve celebrare il pugile che idolatra, il nero Johnson, vincitore sul bianco Jeffries, London cambia completamente registro: Ancora una volta Johnson ha inflitto una disfatta al rappresentante scelto della razza bianca, e questa volta il migliore di tutti. Come altre volte, per lui è stato un gioco (&lt;i&gt;Il nero non ha mai dubitato, non ha mai temuto&lt;/i&gt;, 1910). Seguono lodi non alla forza di Johnson, ma alla sua intelligenza, alla sua determinazione, al suo senso dellumorismo. Ha demolito il colosso bianco perché motivato. Ha incarnato uno sport anglosassone meglio di un avversario effettivamente anglosassone perché mosso da una convinzione, capace di fargli vincere la paura.
E alla luce dei &lt;i&gt;reportages&lt;/i&gt; da bordo ring, e dalle novelle sul mondo della boxe, che dovrebbe essere correttamente interpretato un racconto celebre come &lt;i&gt;Il messicano&lt;/i&gt; (1911). Lotta individuale, sì, ma condotta allo stremo delle forze per procurare fondi alla causa rivoluzionaria; nellambito di unattività sportiva che lautore vedeva come sintesi delle pulsioni umane. Cioè un conflitto in cui i muscoli contano meno della volontà, della capacità di soffrire, del respiro di un sostegno collettivo. Il povero messicano non avrebbe mai potuto avere la meglio se non fosse stato parte di un popolo di umiliati in cerca del loro riscatto. Ciò può sfuggire al rappresentante di una generazione cresciuta senza Dio e senza Marx. Peccato che, altrimenti, il racconto non abbia senso. Peccato, altresì, che senza partecipazione ideale ed emotiva sia impossibile capire che il superuomo nietzschiano cui si richiama London sia una collettività capace di sommare i propri limiti per superarli, per radunarsi a pugno e con quello colpire.
Quanto alla leggenda del London razzista, si dimenticano  o, quel che è peggio, non si conoscono  i suoi interventi contro gli atroci linciaggi dei neri del Mississippi, o contro lantisemitismo, o contro il razzismo nei confronti dei giapponesi. Si scorda o si ignora che molti dei suoi bellissimi &lt;i&gt;Racconti dei mari del Sud&lt;/i&gt; (1911) denunciano il colonialismo ai danni delle popolazioni asiatiche. Che il cinese Ah-Cho fu da lui scelto, e messo al centro di un racconto, per esemplificare le dinamiche dello sfruttamento fuori dai confini americano-europei (&lt;i&gt;Il Chinago&lt;/i&gt;, 1909).
Sì, ma &lt;i&gt;Lavventura&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Lammutinamento dellElsinore&lt;/i&gt;? Il secondo romanzo, pubblicato nel 1914 e poco conosciuto in Italia, narra la rivolta di una massa umana miserabile, deforme, semi-idiota contro i signori che governano un vascello a quattro alberi. Il riferimento insistito è a &lt;i&gt;Il tramonto delloccidente&lt;/i&gt; di Spengler, che sulla nave troverebbe la sua esemplificazione. Ciò ha fatto pensare a uno dei peggiori biografi di London (Robert Baltrop, &lt;i&gt;Jack London: luomo, lo scrittore, il ribelle&lt;/i&gt;, Mazzotta, 1978) che ormai lautore avesse rinnegato i propri ideali, e si fosse convertito a uneugenetica proto-nazista.
Niente affatto. A parte che London, quasi negli stessi mesi, scrisse &lt;i&gt;La forza dei forti&lt;/i&gt;, uno dei suoi testi narrativi socialisti più noti ed energici, è un errore identificare il suo punto di vista con quello dello snervato e romantico scrittorucolo che, nel romanzo, narra la storia. Anche Lagioia riconosce lincredibile capacità di London di indossare panni altrui. Sa descrivere meravigliosamente Lupo Larsen, ma non è Lupo Larsen. Ci fa palpitare con Martin Eden, ma non è Martin Eden. SullElsinore lo possiamo forse identificare con Mellaire, il secondo ufficiale. Colui che dichiara di odiare i sottoproletari che cercano di impadronirsi della nave, ma, in egual misura, i privilegiati che li hanno ridotti in simili condizioni a furia di sfruttarli, generazione dopo generazione. Il pensiero corre a &lt;i&gt;La macchina del tempo&lt;/i&gt; di Wells (uno degli scrittori più amati da London), e al conflitto tra i Morlocks, figli degradati della classe operaia, e gli Eloi, discendenti eterei dei loro sfruttatori.
E comunque certo che London, nel 1914, nutriva poche speranze sul proletariato quale belva bionda che avrebbe azzannato il sistema alla gola. La sua vita era sconvolta da fallimenti, disgrazie, lutti. Il suo partito aveva abbracciato la via del compromesso e, due anni dopo, gli avrebbe rimproverato il suo interventismo e la vita da ricco (più presunta che reale) che conduceva.
Lultimo scritto socialista di London è comunque datato 6 marzo 1915: una prefazione a unantologia, &lt;i&gt;The Cry of Justice&lt;/i&gt;, dellamico Upton Sinclair. Un anno dopo dava le &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2005/06/001416.html#001416&quot;&gt;dimissioni&lt;/a&gt; dallo SPA, rievocando le lotte gloriose del Socialist Labor Party. Nel novembre del 1916 si suicidava.
Privo di dimensione collettiva, l&lt;i&gt;Übermensch&lt;/i&gt; di Nietzsche, ritemprato per decenni alla luce di Marx, rivelava la propria debolezza. E lasciava cadere il corpo sfatto di uno scrittore che era stato un grande socialista, e un grande rivoluzionario. Un superuomo che cercava e trasmetteva amore e solidarietà, coerente fino in fondo.

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<entry id='3295' allow_comments='0' allow_pings='0' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3295' author_id='19' authored_on='20100104065618' basename='sciabole_e_tamburi' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100104065618' modified_on='20130320180608' ping_count='63' status='2' title='Sciabole e tamburi ' week_number='201001'><text>di &lt;b&gt;Alessandra Daniele&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;war.JPG&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/war.JPG&quot; width=&quot;189&quot; height=&quot;181&quot; border=&quot;0&quot;hspace=4 vspace=2 align=left //&gt;&apos;&apos;Non c&apos;e&apos;stato un momento preciso in cui è cominciata questa guerra. Abbiamo combattuto in Corea, in Jugoslavia, in Iran. Il conflitto si è allargato.Sempre di più. Alla fine hanno cominciato a sganciare bombe anche qui. E&apos; successo come il diffondersi di un&apos;epidemia. La guerra si  è estesa. Non è cominciata&apos;&apos;. 
Questo brano è tratto dal racconto &lt;i&gt;Colazione al Crepuscolo&lt;/i&gt; (&apos;&apos;Breakfast at Twilight&quot;) di Philip K. Dick, e risale al 17 Gennaio 1953.</text><text_more>In questi giorni di rinnovata e virulenta propaganda bellica, è molto più attuale dei recenti sproloqui di certi barackati che scambiavano la presidenza Obama per l&apos;Era dell&apos;Acquario.
Ciò che rende PKD così profetico è la capacità di vedere il suo presente, di indagarne le radici, e il coraggio di svelarne così le conseguenze future. Come un profiler che, compreso il modus operandi di un serial killer, è in grado di prevederne le prossime vittime. Corea, Jugoslavia, Iran. 
E alla fine, anche &lt;i&gt;qui&lt;/i&gt;.
Periodicamente, dalla broda delle chiacchiere letterarie, riaffiora come un pezzo di lesso stoppaccioso la polemica contro la &apos;&apos;SF pessimista&apos;&apos;. E&apos; un argomento bollito, cioè che bolle, da decenni: critiche identiche a quelle che circolano oggi furono mosse già negli anni &apos;50 agli autori della corrente sociologica della Golden Age. Un PKD allora ventisettenne rispose ribadendo il diritto/dovere degli scrittori a scrivere responsabilmente di ciò che vedono, e sentono, senza che si pretenda che fingano di non vederlo. Queste alcune delle sue considerazioni:
&apos;Se uno scrittore di SF attualmente rispecchia questo senso di rovina fa semplicemente il proprio dovere di scrittore responsabile. Se uno scrittore sente che il rumore di sciabole e il rullare di tamburi di questi giorni possono condurre il mondo alla guerra, non ha scelta, è costretto a comunicare questa sua impressione nei suoi scritti, a meno che non scriva per puro profitto, nel qual caso non comunica mai le proprie impressioni, bensì soltanto quelle che ritiene commercialmente accettabili. Tutti gli scrittori responsabili sono stati in qualche misura involontari profeti di sventura, perché la sventura è nell&apos;aria, ma gli scrittori di SF ancora di più, perché la SF è sempre stata un genere di denuncia. 
(...) Tutti considerano &lt;i&gt;piacevoli&lt;/i&gt; gli esercizi di immaginazione e logica, mentre le storie catastrofiche mirano ad attirare l&apos;attenzione sulla realtà. E questa attività non è mai stata molto popolare.&apos;&apos;
PKD continuava auspicando una narrativa SF non solo capace di suscitare consapevolezza del pericolo, ma di immaginare e suggerire anche strategie di sopravvivenza e di resistenza, sfuggendo al monotono nichilismo assoluto.
Poi concludeva così:
&apos;&apos;Il nostro attuale continuum sociale si sta rapidamente disintegrando: se non sarà la guerra a devastarlo, si corroderà a poco a poco.(...) Eludere il tema della guerra e del regresso culturale è irrealistico e, oltretutto, irresponsabile.
Queste voci naif mirano soltanto a vendere. Non dovrebbero riuscire a ingannare chi legge i giornali.&apos;&apos;
Oggi che chi guarda i TG viene ingannato più che mai, di SF &apos;&apos;pessimista&apos;&apos; c&apos;è più che mai bisogno. Quella SF capace di raccontare la realtà meglio di qualsiasi realismo, la SF che indaga il nostro presente, l&apos;unica in grado di prevedere il nostro futuro.

&lt;i&gt;Citazioni da &apos;&apos;Pessimismo e Fantascienza&apos;&apos; - 1955, incluso nella raccolta &apos;&apos;Mutazioni&apos;&apos; (&apos;&apos;The Shifting realities of Philip K. Dick&apos;&apos;- 1995) a cura di Lawrence Sutin.
Pubblicato in Italia da Feltrinelli.&lt;/i&gt;
</text_more></entry>
<entry id='3296' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2009://2.3296' author_id='4' authored_on='20091230234828' basename='miopia_critica_remix_9800_6' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20091230234828' modified_on='20110324024706' ping_count='1' status='2' title='Miopia critica (Remix 98/00)  6' week_number='200953'><text>di &lt;b&gt;Dziga Cacace&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;MC0601.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/MC0601.jpg&quot; width=&quot;223&quot; height=&quot;120&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;&lt;b&gt;236 - &lt;i&gt;Castelporziano Ostia dei Poeti &lt;/i&gt;di Andrea Andermann, Italia 1980 &lt;/b&gt;

Visto nottetempo due anni fa, mi ricapita tra le mani e me lo scoppio di nuovo: è la documentazione del primo Festival Internazionale dei Poeti, tenuto a Castelporziano dal 28 al 30 giugno 1979, con ricco cast internazionale. La prima sera del festival presenta - ci prova - Victor Cavallo. Una ragazza di neanche 16 anni prende il microfono e non lo vuole mollare: dice Ccioè, di avere, ccioè, anche lei, ccioè, delle cose da esprimere, capito?. Sembra la parodia di Verdone che fa la parodia dei fricchettoni. Gli organizzatori non sanno che fare e la matta rimane sul palco per tutta la serata strappando talvolta il microfono ai poeti per commentare: Ccioè, cosè questa cosa?. Tale Piromalli dedica una poesia ai filosofi: &lt;i&gt;Affanculo&lt;/i&gt;. Poi ci prova Dario Bellezza che non ottiene reazioni. Allora provoca: se non mi applaudite, almeno fischiate. E la platea viene giù di fischi. Poi un tizio nudo sale sulla pedana ed esibisce il pendaglio; Bellezza: Siete delle persone volgarissime e immonde, siete dei fascisti. Fischi, risate, invasione del palco che rischia di collassare. Panico, con Allen Ginsberg ammutolito di fronte alla disorganizzazione. 
</text><text_more>Cesare Viviani prova a leggere i suoi componimenti. Contestato, reagisce ironicamente. Al pubblico sballone non gliene può frega de meno. Ci prova anche la Maraini che non dura più di quattro secondi (record!) ed esce di scena dicendo che la poesia è inutile. Il secondo giorno la contestazione continua e il festival va avanti nellimpotenza: sul palco sale chi vuole e i pochi veri poeti sono trattati malissimo. Un russo, Issaev, se ho capito bene, declama nella lingua natale e un matto con un mantello rosso gli urla Siberiaaa!. Poi un altro sballato annuncia che il minestrone è pronto e, già che cè e ha il microfono tra le mani, insulta gli organizzatori perché si aspettava di trovare Patti Smith. Afferma che della poesia non gliene frega un cazzo e manda tutti violentemente a cagare. Il palco viene invaso, la gente si azzuffa per una ciotola di minestra, volano gavettoni, di nuovo il palco pericolante. Gli appassionati di poesia - i pochi - protestano: vengono zittiti al grido di anche il minestrone è poesia!. Si cerca un dottore per un attacco di epilessia, sul palco anarchia totale. Viene esibita una bimba seminuda che sè persa: è la Woodstock de noantri. Ginsberg tenta invano di riportare la calma con la resistenza passiva e intonando un Om fine seconda giornata. La terza giornata i poeti invitati ufficialmente (Ginsberg, LeRoi Jones, Evtushenko, Corso, Burroughs e altri) discutono in albergo se affrontare il temibile pubblico o rinunciare: vince la linea della partecipazione e il pubblico è tranquillo e attento alle performance. Evtushenko ammalia, Ginsberg ipnotizza, LeRoi Jones (Amiri Baraka) rappa e rapisce. Intanto la vita ha continuato a scorrere tra nudismo, schitarrate, canne gigantesche, scene da festival, aggregazione e discussioni. E come a Woodstock, cè pure il parere della donna delle pulizie. Regia vivace, intelligente, capace di documentare in maniera puntuale la manifestazione, attentissima ai rumori, alle voci, ai commenti: film molto bello e divertente, se mi si passa il termine. E altamente lirico quando Evtushenko va in pellegrinaggio sul luogo dove è stato ucciso Pier Paolo Pasolini (15 anni prima di Moretti). Il Fuori Orario che presentava questa perla, aveva anche altre chicchette di alterno valore, tra cui il concerto per Demetrio Stratos. Era il 14 giugno 1979 e allArena di Milano doveva essere una serata benefica per raccogliere i fondi necessari a curare il cantante degli Area afflitto da tumore. Si trasformò in un omaggio postumo: Demetrio era morto il giorno prima. Dallevento è stato tratto un montaggio che non brilla granché: lacustica è pessima, il mixer è squilibratissimo e le performance sono di valore variabile. Sugli spalti e sul prato sessantamila persone affamate di musica, testimoni di un concerto che sarebbe diventata lemblematica chiusura di una stagione. Intervengono: gli Area (un pezzo di jazz purissimo), Guccini (&lt;i&gt;Canzone per unamica&lt;/i&gt;, chitarra classica sola), Banco del Mutuo Soccorso (brano letteralmente mortale), tal Venegoni e company (e chi è? Fusion niente male, comunque), Branduardi (rinascimentale e molto palloso), Finardi (belloccio e cagone, come sempre), Ciotti (valido blues, fuori contesto), PFM (jam strumentale, piacevole ma senza nerbo). Poi cè una parentesi di musica sperimentale: sul palco sale tale Cardini, in completo smoking nero, e parte con unesibizione pianistica che prevede percussioni sulla tastiera con gomiti e manate. Finalmente si sente il pubblico. Che fischia, sghignazza, contesta e poi si quieta. Cardini passa a eseguire un brano di solfeggio, sembrando né più né meno Bracardi quando fa il Maestro Biscroma: coro scemo, scemo, lazzi goliardici e infine un applauso per il coraggio dimostrato. Torna la musica leggera: De Piscopo, Del Piano e Liguori (fusion anemica se non fosse per il drumming di Tullio; gli altri due non li ho mai sentiti, sorry), gli Skiantos (lettura di poesie demenziali che non fanno ridere), Venditti (con &lt;i&gt;Bomba o non bomba &lt;/i&gt;e qualche errore esecutivo perché è un po cane - lui dirà che era lemozione), i Carnascialia con De Sio, Esposito, Pagani, Tavolazzi e Capiozzo (fusion etnica, mah). Si conclude con &lt;i&gt;LInternazionale&lt;/i&gt;, interpretata dagli Area, in una versione moscetta. Documento interessante, però. E comunque viva il rock. E la contestazione, di tutto. (Vhs da Rai; 11/8/99)

&lt;img alt=&quot;MCnew1.JPG&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/MCnew1.JPG&quot; width=&quot;192&quot; height=&quot;135&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;&lt;b&gt;238 - &lt;i&gt;Il funerale delle rose &lt;/i&gt;del pazzo Toshio Matsumoto, Giappone, 1969 e altre cosine strambe&lt;/b&gt;

Mi rifaccio ai commenti salmodiati da Ghezzi per dirvi chi è Matsumoto, giacché sulle mie enciclopedie non lho trovato: ex-critico, collaboratore di Mishima, regista che sè cimentato in diversi generi, esordisce nel 69 con questo titolo. &lt;i&gt;Il funerale delle rose&lt;/i&gt; è unopera folle, sconcertante, geniale, unautentica sorpresa. In unora e cinquanta viene espressa tutta la suggestione della Nouvelle vague, formalmente e tematicamente: questo è uno dei film più liberi e coraggiosi che abbia mai visto. Si parla di travestimento, maschere e identità, di omosessualità, di droghe, di contestazione politica e sociale, si sente musica rock, si fa metacinema, si gioca con le inquadrature, con le didascalie, coi fumetti, coi fermo immagine, col doppiaggio, con le velocizzazioni si passa dallaltamente drammatico al comico, in una commistione coerente, senza sbavature, credibile. E poi la splendida fotografia, che ti fulmina sulla poltrona dalla prima scena (per la cronaca Tatsuo Suzuki e Shigeo Kume: Aaaah, ecco chi erano): tutte le variazioni del grigio, abbacinante, argenteo, contrastato e sempre virato in verde. È evidente linfluenza di Godard, ma la cosa non infastidisce: non è un Godard mal digerito, ma perfettamente compreso e messo al servizio di una storia. Eddie è un travestito, orfano di padre, in rivalità con Leda per la supremazia in un locale chiamato Genet e per avere lamore del proprietario. La vicenda si snoda attraverso flash-back e flash-forward, tra incontri nella Tokyo che cambia e contatti con un gruppo di cineasti underground, intervallati da interviste agli attori che parlano dei personaggi che interpretano. Forse è un ricordo, forse è una scena al presente: Eddie accoltella la madre, poi  suicidatasi Leda  può finalmente amare quello che si rivela essere suo padre. Eddie è quindi un Edipo sessualmente ribaltato: il padre si suicida per la vergogna e Eddie si trafigge gli occhi in un finale agghiacciante, interrotto da un ometto (forse il regista) che commenta: era un film singolare, pieno di crudeltà e risate. Ci rivedremo per il prossimo film. Sayonara, sayonara. Giuro. Beh, eccezionale. Non sono sicuro al cento per cento di avere afferrato tutta la parte edipica della faccenda, ma sono abbastanza sicuro di quello che ho scritto. Bisognerebbe capire quale rilevanza abbia avuto sul mercato un film così, se fosse un caso isolato o se rispecchiasse una particolare inclinazione del Giappone, dellautore, boh. In ogni caso la produzione è di primordine e non fa pensare a unopera clandestina. Al film segue &lt;i&gt;La casa delle perversioni&lt;/i&gt; di Noburu Tanaka (quello di &lt;i&gt;Abesada&lt;/i&gt;. &quot;Aaaah, ecco chi...&quot;) la cui visione rimando al 2032. Due giorni prima ho provato anche a vedere &lt;i&gt;La sua giornata di gloria&lt;/i&gt;, film settantottino di Edoardo Bruno, odierno direttore di Filmcritica (provate a leggerla, sù, provate). Ho rantolato per venticinque minuti, poi ho gettato la spugna. Cè un prologo in bianco e nero tratto da &lt;i&gt;Partner &lt;/i&gt;e poi una bella sequenza, strana ma intrigante, con degli uomini nero vestiti che arrestano o giustiziano dei fuggitivi. Uno di loro si nasconde e ricorda: lo vediamo che discute vacuamente con Carlo Cecchi e si fa raccontare di Brecht (pronunciato Brescht, come in &lt;i&gt;Manhattan &lt;/i&gt;dicevano Van Gaag): cosha scritto, comè vissuto, cosè lo straniamento etc. Esiziale, didascalico, verbosissimo, lento come una lumaca ferita, girato con pochissimi mezzi economici e soprattutto espressivi. Abbandono la visione e nella nottata cancello tutto, registrandoci sopra il Fuori Orario dedicato a 10 anni di Blob. Tiè. (Vhs da Rai; 16/8/99)

&lt;b&gt;239 - &lt;i&gt;A letto con il nemico &lt;/i&gt;di un Farabutto Pelandrone, USA 1991 &lt;/b&gt;

Un mercoledì sera, in attesa di partire per il mare. Barbara mimpone questo martirio su pellicola: lei, quando vede linizio, deve arrivare fino alla fine, quale che sia la qualità del prodotto in visione. E questo &lt;i&gt;A letto con il nemico &lt;/i&gt;è una schifezza micidiale, straziante, come non mi capitava da tempo: Julia Roberts riesce a fuggire, simulando la morte, a un marito manesco e psicopatico, fanatico dellordine e geloso alla follia. La bella si rifà una vita, ma il marito la ritrova e volano sberle. Trama esilissima e prevedibile, personaggi inesistenti, recitazione altamente improbabile: una puzzonata, grado zero dellimpegno registico (Joseph Ruben) e degli sceneggiatori. (Diretta su Italia1; 18/8/99)

&lt;b&gt;242 - &lt;i&gt;Detour &lt;/i&gt;di uno Confuso, USA 1945&lt;/b&gt;

Definito il miglior film di serie B di tutti i tempi, pluristellato nelle varie enciclopedie, cult di Fuori Orario, imprescindibile riferimento per ogni cinéphile che si rispetti, citatissimo in ogni saggio critico in cui inciampo: che faccio se non proporlo a una disperata compagnia di amici riunitasi un sabato sera settembrino? Lo vendo come un vero piazzista da fiera strapaesana, canto le lodi del regista Ulmer (Chi non ha mai sentito parlare di Ulmer, eh?!) e tutti si fidano. E sbagliano. Tra Alessandra che dorme come una pietra, Luca che sghignazza per ogni battuta e Simona che parla tutto il tempo (per farselo passare), Barbara e io siamo gli unici a impegnarci in una visione che, nonostante i 65 minuti, risulta leggera come un capitello corinzio sui coglioni. Oddio, abbiamo gli anticorpi per i film pesanti, noi cresciuti a mazzate brasiliane e iraniane, ma gli altri me la giurano e così queste due righe di commento sono sicuramente influenzate dal clima di linciaggio che sè creato a fine visione. La trama è uno spasso: Al Robinson decide di andare a trovare la fidanzata che è a Hollywood a cercare fortuna. Prende un passaggio da un ambiguo figuro che gli muore nel sonno, in macchina. Allora questo scalognato del protagonista si libera del cadavere per poi tirare su una provocante autostoppista. Che sa tutto! Incubo! Al deve stare al gioco della tipa che ha uno sguardo un po folle, ma poi si ribella e la uccide &lt;i&gt;per errore&lt;/i&gt;. Non scherzo. Disperato, Al vagabonda sicuro di esser trovato dalla polizia. Non si capisce come, ma giacché tutto sfugge a una logica, allora tutto torna. Sarà latmosfera ostile, i dialoghi vecchi di 45 anni, il ritmo ipnotico come un cobra e letale come il suo morso, ma non mha preso per niente. Allepoca, lapologo così crudele di Edgar G. Ulmer avrà fatto scalpore (onirico, ribalta le convenzioni, non ha consequenzialità, e vaffanculo!) ma il film è indubbiamente disordinato, alterna idee a sciatterie clamorose. E siccome è strambo, molto strambo, fa figo dire che è geniale. Ma non lo è, credetemi. (Vhs da RaiTre, 4/9/99)

&lt;img alt=&quot;MC0602c.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/MC0602c.jpg&quot; width=&quot;160&quot; height=&quot;182&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;&lt;b&gt;247 - &lt;i&gt;Lorna &lt;/i&gt;di Russ Meyer, USA 1964&lt;/b&gt;

Partita Barbara alla volta di Parigi, mi dedico ad alcune vhs che mi aspettano da tempo. Quelle con le donne nude. Allora: Lorna è una cavallona con i seni puntuti come due palle da rugby che vive col giovane marito in una capanna sul fiume. Il giovin consorte è un coscienzioso lavoratore che le nega, però, un po di dolcezza. Ci siamo capiti. Manco a dirlo, in assenza del ragazzo ed esattamente nella ricorrenza del loro matrimonio, Lorna si va a fare un bagnetto perché accaldata e annoiata; e chi ti incontra? Un bellevaso che di fronte alla prorompente carnalità della bionda se la succhia come unostrica e Lorna, la stessa che voleva un po di dolcezza, dopo la classica iniziale resistenza si fa ridurre a uno straccio. Tipico luogo comune maschilista: in fondo sono tutte zoccole, no? Vabbeh, concedo lattenuante dellironia e vediamo come va a finire. Il marito torna a casa, capisce di indossare un curioso copricapo cornuto e la vicenda si conclude malino. La trama è esile ma Meyer sa evitare la prevedibilità: siamo in un profondo sud affetto da cretinismo e il ricorrente apparire di un predicatore dà spessore ironico (e tragico) alla storia. In più saggiunga che la fotografia non è mai banale e leconomia di scelte registiche e di montaggio diventano assolutamente originali punti di forza. Due momenti, poi, sono assolutamente riusciti: la camminata indolente di Lorna per i campi montata parallelamente alla fuga concitata dellevaso (e di seguito la nota balneazione biotta della protagonista) e la scena in cui Lorna va in paese felice: viene a sapere chi è luomo che lha appena sessualmente massacrata e torna a casa in subbuglio, indecisa sul da farsi, perché anche se delinquente, quello là tromba come un macaco in calore e rinunciarci sarebbe da matte Film divertente, un po lento, ma con un suo motivo dessere. (Vhs originale; 28/9/99)

&lt;img alt=&quot;MC0603.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/MC0603.jpg&quot; width=&quot;170&quot; height=&quot;210&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;&lt;b&gt;248 - &lt;i&gt;Faster, Pussycat! Kill! Kill!&lt;/i&gt; di Russ Meyer, USA 1966&lt;/b&gt;

Tre ballerine poco raccomandabili passano il loro tempo scorrazzando per il deserto e menando gran strage di uomini imbelli e imbecilli: un incubo ambientato nellaccecante luce del deserto del Mojave per un film violento, perverso, dotato di una riuscita carica erotica animalesca. Meyer ci mette in guardia da queste donne, ma in cuor suo tiene evidentemente per loro. Le tre protagoniste sono pettorute tutte curve, mammiferi violenti, affamate di carne, legate da un lesbismo per niente occulto, impegnate a combattere lidiozia del maschio americano. Lo attirano nella trappola e poi se ne fanno un boccone. E Meyer le adora, mica come il vecchietto che vedendole esclama: Women! They let em vote, smoke and drive, even put em in pants! And what happens? A Democrat for president!. Alla fine trionfa il bene, ordinario, insapore, ma linquietudine rimane e lo spettatore ci rimane male perché parteggiava per quellincredibile faccia di Tura Satana, ci giurerei. (Vhs originale; 28/9/99)

&lt;b&gt;253 - &lt;i&gt;Svegliati Ned &lt;/i&gt;del furbetto Kirk Jones, Gran Bretagna 1998&lt;/b&gt;

Una domenica bestiale, passata sdraiato sul sofà a togliermi un po di sfizi. Inizio con questo filmetto, carino, simpatico etc. che vive di una ideuzza e la spreme con mestiere sino in fondo. Di contorno una zuccherosa storia damore. Ti passa, eh?, tra attori simpatici e bravi, una fotografia cartolinesca e qualche trovata (la sorte della paraplegica cattiva). Comunque questo è il cinema inglese che riscuote incredibile successo in questi anni bui: roba innocua per rincoglioniti spaparanzati sul divano. Come me e come tanti spettatori borghesucci in sala. Boh. Ho fatto bene a non andarlo a vedere al cinema, mi sarei incazzato come una pantera. (Vhs originale; 3/10/99)

&lt;b&gt;255 - &lt;i&gt;Il pianeta delle scimmie &lt;/i&gt;di Franklin J. Schaffner, USA 1968 &lt;/b&gt;

Caposaldo della mia infanzia, questo capolavoro della fantascienza mi appare sul video, appena spento il videoregistratore. Che fare? Riguardarlo per la settima volta, senza dubbio. La vicenda è nota: che gioia ritrovare Cornelius e Zira che intuiscono che Charlton Heston non è un uomo come gli altri, ma pensa e parla! Girato in location suggestive, tra Arizona e Utah, &lt;i&gt;Il pianeta delle scimmie&lt;/i&gt; ha intuizioni notevoli, scenografie efficaci, musiche evocative per una regia funzionale che si concede diversi spunti di humour (Cornelius, sii scimmia! o i tre giudici oranghi che non sentono, non vedono e non parlano). Inoltre questo film è pacifista, ecologista, antirazzista e contro la religione dogmatica e la scienza autodistruttrice. Tante belle cose che vanno a braccetto con un inestinguibile pessimismo (la straordinaria ed emozionante scena finale con la Statua della Libertà sulla spiaggia deserta del 3972). Era sicuramente politica di maniera, compiacente col pubblico giovane, ma Heston non ha mai interpretato un film così di sinistra. Grande. (Diretta Retequattro; 3/10/99)

&lt;img alt=&quot;MC0604.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/MC0604.jpg&quot; width=&quot;210&quot; height=&quot;138&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;&lt;b&gt;257 - &lt;i&gt;Tutto su mia madre &lt;/i&gt;di Pedro Almodóvar, Spagna 1999&lt;/b&gt;

Dopo più di un anno ritorno allinfame Ritz e scopro che finalmente hanno riparato i proiettori. Accendono sempre le luci sui titoli di coda, ma ormai questa è una pessima abitudine in voga ovunque: Bisogna liberare il cinema per lo spettacolo dopo, abbiamo fretta, qui si lavora, aria, ariaaaa, sgom-be-ra-re!. Mi adeguo senza discutere. Anche perché il film è stato talmente bello che sono senza parole. Provo imbarazzo a dire che mi sia piaciuto così tanto: come si fa a essere sicuri di aver visto un capolavoro? Non lo so, infatti, ma a me questo ultimo Almodóvar è sembrato perfetto. Splendide le attrici (o attori: in certi casi era magnificamente vago), splendida la musica, il montaggio, la fotografia, i dialoghi, i tempi della messa in scena, lalternarsi di scene madri (come definirle, se no?) e momenti comici esilaranti. È tanto che non rivedo i film di Almodóvar e avevo vacillato molto con le ultime opere (specialmente con lorrendissimo &lt;i&gt;Kika&lt;/i&gt;), ma oggi mi sembra che Pedro si sia ripreso tutta la sua capacità inventiva e, pur lavorando su situazioni a lui caratteristiche, sia riuscito a non ripetersi e a elevare quanto già fatto alla perfezione. Qui cè tutto il suo amore per le donne, per le icone hollywoodiane e per il melò, per le situazioni paradossali e le battute fulminanti e cè una straordinaria capacità di costruire rapporti credibili ed emozionanti tra personaggi che altrimenti sarebbero assolutamente incredibili. È un film bello da seguire, catturati dalle emozioni della storia, e bello da vedere. È bello il viso incantevole e purissimo di Penelope Cruz e sono splendide le facce più mature e intense della Paredes e della Roth, la protagonista principale. E poi le idee assurde e geniali che ci colpiscono allimprovviso: una bigotta che dipinge Chagall falsi, un trans dal cuore doro che sa improvvisare un monologo esilarante, un bel travestito che seduce una suora non cè una scena che non sia meno che eccellente per qualche particolare. E in ogni caso è eccezionale soprattutto la scrittura: questo è un film scritto da dio, senza sbavature, senza esitazioni, intensissimo, dove attraverso tanto dolore si arriva a un finale che si apre (finalmente!) alla speranza. Bello da piangere. (Cinema Ritz, Genova; 3/10/99)

&lt;b&gt;(Continua  6)&lt;/b&gt;
</text_more></entry>
<entry id='3297' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3297' author_id='4' authored_on='20100102003731' basename='madre_matrona_madreterna' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100102003731' modified_on='20100102003830' ping_count='1' status='2' title='Madre, matrona, madreterna ' week_number='200953'><text>di &lt;b&gt;Chiara Cretella&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;PadrePadronePadreterno.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/PadrePadronePadreterno.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;297&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;[A trent&apos;anni di distanza dalla sua prima e unica pubblicazione torna in libreria un classico della cultura alternativa degli anni &apos;70: Joyce Lussu, &lt;i&gt;Padre padrone padreterno. Breve storia di schiave e matrone, villane e castellane, streghe e mercantesse, proletarie e padrone&lt;/i&gt; a cura di Chiara Cretella, Gwynplaine, Camerano, 2009. Joyce Lussu traccia una contro-storia delle donne dall&apos;età romana al Novecento inquadrando i temi fondamentali della condizione femminile nel percorso dello scontro di classe in Occidente. Quello che segue è un estratto dall&apos;introduzione.]

La ristampa di &lt;i&gt;Padre, padrone, padreterno&lt;/i&gt; è un fatto importante nel nostro panorama editoriale. Pubblicato per la prima volta nel 1976 per lEditore Mazzotta, il libro divenne subito un classico per la generazione di donne che in quel momento era impegnata nel movimento femminista. Nonostante i contrastati rapporti della Lussu con alcuni aspetti del movimento delle donne, non vi è casa di femministe di quella generazione in cui non abbia trovato unedizione devotamente annotata di &lt;i&gt;Padre, padrone, padreterno&lt;/i&gt;.</text><text_more>Analizzare le differenze teoriche e le pratiche che opponevano i due schieramenti è questione intricata e sottile, che toccheremo solo in parte in questa sede. Poiché a più di trentanni di distanza, nel grado zero della rivoluzione femminista, la &lt;i&gt;querelle&lt;/i&gt; perde le sue asperità, definendo, agli occhi di chi si avvicina oggi alla questione, tuttal più delle sfumature ma una uguale direzione di liberazione. 
Voglio ringraziare gli eredi di Joyce Lussu per aver concesso alleditore Gwynplaine di ristampare questa opera capitale, esaurita in breve tempo ed uscita troppo presto dai cataloghi. Ma un doveroso ringraziamento va anche a Gianni Peg, lautore della bellissima illustrazione di quella edizione. 
Dopo trentanni siamo riusciti a rintracciarlo e a chiedergli di concederci di riprodurre quellimmagine. Peg non solo ci ha concesso lillustrazione, ma ha fatto di più: ha voluto disegnarla ex novo, aggiornarla alle vicende politiche attuali e restituircela in bianco e nero, così comera stata originariamente pensata.
«A Joyce sarebbe piaciuta», così ha commentato il geniale spostamento temporale dellillustrazione, che al profilo mussoliniano sostituisce il ghigno machista di Berlusconi e aggiorna i tratti papali con quelli di Ratzinger. Come dire, il potere è sempre contro le donne: oggi, nel momento della più acuta ingerenza della chiesa sul corpo femminile, anche la politica definisce un canone muliebre vuoto e imprigionato, sfruttato e vilipeso, segno che i diritti non vanno mai dati per acquisiti definitivamente. In un colpo di spugna si possono azzerare trentanni di lotta, ed è questa lurgenza che rende attualissimo il pensiero di Joyce Lussu. 
Che cosa direbbe Joyce delle nostre politiche, delle nostre false pari opportunità, ora che la tragedia si ripresenta come farsa? Oggi, che le paure espresse ne &lt;i&gt;Lacqua del 2000&lt;/i&gt; si sono tutte avverate, oggi che la guerra ha cambiato il nome in operazione di pace, oggi che sappiamo che la violenza contro le donne è per loro la prima causa di morte al mondo? Solo oggi possiamo comprendere quanto profetica, quanto sibilla, sia stata la nostra Joyce. 
Dico nostra, perché laffetto che si crea tra chi ha studiato la sua vita e la sua opera, è un sentimento forte: Joyce è stata capace di creare legami trasversali ed è questa una delle sue eredità più poetiche. In questi anni ho incontrato molte persone che lhanno amata, anche se sono una di quelle che, per questioni anagrafiche, non ha fatto in tempo a conoscerla fisicamente. 
Dopo tanti convegni e incontri in giro per la penisola, ho elaborato alcune idee attorno alla memoria che di lei si sta tramandando. Del pensiero di Joyce è quasi impossibile parlare al di fuori di Joyce, cosicché è doppiamente difficile uscire dalla testimonianza, dalla nostalgia per la sua mancanza, insomma, lasciarla andare: consegnare la sua figura alla storia. 
Sappiamo che la storia dimentica le donne: &lt;i&gt;Padre padrone padreterno&lt;/i&gt; ce lo ha insegnato. Ma credo non sia un caso che Joyce sia stata omessa da pressoché tutti i più importanti manuali, da tutte le antologie letterarie, da tutte le grandi narrazioni del nostro Novecento. La poetessa che ha cantato gli occhi bruciati nei forni dei bambini di Buchenwald, la saggista che ha iniziato le pionieristiche storie locali, la traduttrice che ha fatto conoscere la poesia di Hikmet, Neto, Ho Chi Minh, la guerrigliera e la pacifista, la pasionaria e laristocratica, nessuna di queste identità è stata consegnata alla nostra memoria culturale, o non abbastanza.

&lt;i&gt;Joyce Lussu Salvadori (1912-1998)  Compagna di Emilio Lussu, è stata partigiana, traduttrice, storica, letterata, attivista politica e poetessa. Testimone eccezionale dei maggiori eventi del Novecento, dedica lintensa sua vita alla lotta, unendo con rara maestria un instancabile lavoro dazione ad una raffinata ricerca teorica. Nella vita fa di tutto: listitutrice a Bengasi, il servizio militare in Inghilterra, la clandestina in Francia, linsegnante e la guerrigliera. Attraversa luoghi lontanissimi, conosce e traduce personaggi storici come Mao, Ho Chi Minh, Castro, Mandela, Hikmet, Neto. In vecchiaia non cessa di scrivere e si ritira nella sua tenuta marchigiana, una sorta di casa della pace, insegnando un nuovo metodo di didattica della storia nelle scuole.&lt;/i&gt; 

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<entry id='3298' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3298' author_id='4' authored_on='20100103011112' basename='venti_di_golpe_in_paraguay' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100103011112' modified_on='20100103170716' ping_count='1' status='2' title='Venti di golpe in Paraguay?' week_number='201001'><text>di &lt;a href=&quot;http://www.annalisamelandri.it/dblog/&quot;&gt;Annalisa Melandri&lt;/a&gt;

&lt;img alt=&quot;FernandoLugo2.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/FernandoLugo2.jpg&quot; width=&quot;152&quot; height=&quot;200&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Sono sempre più insistenti in Paraguay le voci di un probabile colpo di Stato che dovrebbe attuarsi secondo le modalità di quello messo in atto il 28 giugno scorso in Honduras. Come si vocifera anche tra gli alti vertici dell&apos;Osa (Organizzazione degli Stati Americani), preoccupati per la crescente tensione nel paese, &quot;nessuno pensa che in Paraguay ci sarà un golpe, ma tutti ne parlano&quot;. &lt;a href=&quot;http://www.peacelink.it/latina/a/25894.html&quot;&gt;Il presidente Fernando Lugo &lt;/a&gt;(nella foto; esponente di spicco della Teologia della Liberazione ed ex vescovo della diocesi di San Pedro, la più povera del paese, prima della sospensione del Vaticano) ha denunciato che da quando ha assunto la presidenza, nell&apos;aprile del 2008, ci sono stati vari tentativi di destabilizzarlo messi in atto da esponenti del Partido Colorado che è stato al potere nel paese per 60 anni, includendo gli oltre 40 anni di dittatura di Alfredo Stroessner,  e che è uscito sconfitto nelle ultime elezioni presidenziali.</text><text_more>&quot;Dopo decenni di dominio assoluto di uno stesso gruppo politico, non deve sorprendere che fin dal principio di questo governo alcuni settori e personaggi abbiano avuto la tentazione di fermare il processo politico&quot; ha dichiarato Lugo, mentre per sgomberare il campo da sospette alleanze tra politica e Forze Armate ne ha riformato tutti i vertici appena un mese fa.
A dirigere il tentativo di golpe è il vicepresidente Federico Franco, leader del Partido Liberal Radical Auténtico, che guida l&apos;ala conservatrice e più reazionaria della coalizione in cui si trova anche Lugo (Alianza Patriótica para el Cambio). Franco ha in vaie occasioni accusato pubblicamente il presidente di essere un &quot;traditore&quot; e ha detto di &quot;essere pronto ad assumere la presidenza del paese&quot;, nel caso Lugo venga sottoposto a &lt;i&gt;impeachment&lt;/i&gt;.
La svolta a sinistra presa dal governo dopo l&apos;elezione del &quot;vescovo rosso&quot; gli ha fatto progressivamente perdere l&apos;appoggio politico di cui godeva in Parlamento e che era stato soltanto funzionale a liberare il paese da decenni di dominazione del Partido Colorado. Alleati strategici di Franco, in quest&apos;opposizione che potrebbe scaturire, come avvenuto in Honduras in un &quot;golpe istituzionale&quot;, sono il presidente del Senato Miguel Carrizosa e il politico ed ex generale Lino Oviedo, controverso personaggio accusato di aver realizzato in passato due colpi di stato, massacri contro alcuni civili e l&apos;omicidio di un vicepresidente, attualmente alla testa del partito di destra UNACE.
Come già avvenuto in Honduras, anche in Paraguay i settori più conservatori della società, rappresentati dai latifondisti, da una classe politica e dirigenziale corrotta e spesso legata al narcotraffico, dal settore imprenditoriale, sono preoccupati per la decisione del presidente Lugo di aderire all&apos;Alba, l&apos;Alternativa Bolivariana per le Americhe. Ma non solo. Sono tante le riforme che il governo sta cercando di realizzare con non poche difficoltà, come rendere gratuite sanità ed educazione, attuare una Riforma Agraria, liberarsi progressivamente della presenza delle forze militari statunitensi e programmare una riforma costituzionale che renda possibile la realizzazione in tempi brevi del progetto sociale riformista in favore dei più deboli ed emarginati.
Gli Stati Uniti dal canto loro non possono che vedere con preoccupazione crescente il nuovo scenario che si profila all&apos;orizzonte: un paese strategicamente importante (anche per le immense risorse idriche di cui è ricco) come il Paraguay, nel cuore dell&apos;America latina, che lentamente sfugge al loro controllo e che ha intenzione di &quot;restare un paese sovrano&quot; come ha dichiarato in una recente intervista il ministro degli Esteri Héctor Lacognata, che ha respinto la proposta statunitense di inviare nel paese 500 soldati in cambio di 2,5 milioni di dollari da destinarsi per la costruzione di infrastrutture e per attrezzature e spese mediche per le comunità più isolate de paese, nell&apos;ambito di un progetto di cooperazione che prende il nome di Nuevos Horizontes 2010.&lt;img alt=&quot;MapaAnticoPara.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/MapaAnticoPara.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;220&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt; L&apos;ambasciatrice statunitense ad Asunción, Liliana Ayalde ha detto che si è trattato di un &quot;duro colpo&quot; se si pensa che si sta parlando &quot;dell&apos;educazione di circa 600 bambini, di assistenza medica per 19mila persone delle comunità povere e di assistenza odontoiatrica per altre 3600.&quot; Il Paraguay di Lugo, che aderisce all&apos;Unasur, l&apos;Unione delle Nazioni Sudamericane, non può non far proprie le inquietudini dell&apos;America latina integrazionista rispetto alla crescente presenza militare degli Stati Uniti nella regione, testimoniata anche dal recente accordo statunitense con la Colombia per la costruzione di 7 nuove basi militari nel paese andino. La presenza di 500 militari americani è stata pertanto giudicata inopportuna da Palacio de López, la sede del governo ad Asunción e Lacognata ha tenuto a ribadire a coloro che lo accusano di essere portatore di posizioni estremamente ideologizzate, che il suo ruolo è quello di mantenere l&apos;autonomia di un paese che deve restare sovrano. &quot;Non possono venire medici civili a realizzare gli interventi? Non possono venire civili a costruire le scuole?&quot; si chiede il ministro. &quot;Quello che vogliono fare gli Stati Uniti nel nostro paese non è una politica sociale, nel migliore dei casi è carità&quot; ha detto. A voler essere buoni.
Perchè quello che gli Stati Uniti vogliono fare in Paraguay è quello che fanno molto più sfacciatamente in paesi zerbino quali ad esempio la Colombia. Si chiama tattica o strategia in una regione nella quale trovano sempre minori spazi all&apos;interno della sempre maggiore coesione e integrazione economica e politica, ma soprattutto strategica (e in un prossimo futuro probabilmente anche militare) che si sta organizzando in America Latina.
Salvo la Colombia, il Perú e in parte il Cile, in America del Sud sembra veramente che il &quot;cortile&quot; non abbia più intenzione di rimanere tale.
Segnali preoccupanti fanno tuttavia pensare che i &quot;falchi&quot; del Nord stiano riorganizzando forze e mezzi. Le fragili democrazie come quella del Paraguay farebbero bene a stringere alleanze più solide ma soprattutto a rafforzare gli appoggi interni che, come il caso dell&apos;Honduras ha insegnato, non possono essere più soltanto quelli realizzabili sul piano istituzionale e politico, con alleati dell&apos;ultima ora inaffidabili e corrotti o corruttibili, ma devono necessariamente partire da un ampio consenso della base e dei movimenti sociali del paese, dei movimenti indigeni e delle donne. Quelli che come è avvenuto in Honduras hanno anche, e non è solo enfasi, veramente dato la vita per il ritorno del loro presidente legittimamente eletto.

Per completare il quadro della situazione, aggiungo un link all&apos;interessante intervista realizzata per il programma &quot;Carbono 14&quot; della Radio Nacional Argentina di Buenos Aires dai giornalisti Pedro Brieger (PB), Eduardo Anguita (EA) e Miriam Lewin (ML) al senatore paraguaiano del Partito Liberale Radicale Autentico (partito della coalizione di governo che è però diviso internamente sul tema della possibile destituzione di Lugo) Alfredo Luis Jaeggli, presidente della commissione finanze e della bicamerale sulla legge finanziaria, sul giudizio politico cui potrebbe essere sottoposto il Presidente. Tale processo viene indicato come un golpe velato per delegittimare la linea politica e bloccare le iniziative del capo di Stato dopo solo un anno e mezzo dalla sua elezione, ottenuta con la maggioranza relativa del 41% dei voti, il 10% in più rispetto alla candidata del Partido Colorado, Blanca Ovelar. Nonostante il giudizio politico sia previsto dalla costituzione, risulta essere una prassi piuttosto inusuale nelle repubbliche presidenziali e fortemente soggetta a interpretazioni strumentali oltre che all&apos;umore cambiante delle coalizioni di partiti: &lt;a href=&quot;http://pedrobrieger.blogspot.com/2009/12/entrevista-al-senador-del-partido.htm&quot;&gt;http://pedrobrieger.blogspot.com/2009/12/entrevista-al-senador-del-partido.htm&lt;/a&gt;
Nell&apos;intervista il senatore sostiene che in Paraguay con questo presidente non sarà possibile attuare la modernizzazione che, secondo lui, Menem attuò in Argentina e altri governi hanno realizzato in tutti gli altri paesi dell&apos;America Latina, mentre giudica il processo boliviano come un&apos;involuzione della modernità. Inoltre il senatore Jaeggli reputa legale il golpe perpetrato in Honduras il giugno scorso dato che il presidente Zelaya, cacciato dal paese in pigiama dai militari sostenuti da una fazione del suo partito e da associazioni di imprenditori,avrebbe tradito lo spirito liberale del suo mandato per aderire al Socialismo del Secolo XXI di Chavez. Per il caso paraguaiano si adducono ragioni soggettive e strettamente politiche per poter iniziare un giudizio politico e non giuridico contro un presidente che non starebbe modernizzando il paese come alcuni parlamentari vorrebbero e che quindi potrebbe essere defenestrato in base a una qualche interpretazione della costituzione, da verificarsi, come sempre, a posteriori.
Audio dell&apos;intervista disponibile qui: &lt;a href=&quot;http://www.radionacional.com.ar/audios/el-senador-del-partido-liberal-habla-sobre-fernando-lugo-y-los-presuntos-planes-de-derrocamiento-en-paraguay.html&quot;&gt;http://www.radionacional.com.ar/audios/el-senador-del-partido-liberal-habla-sobre-fernando-lugo-y-los-presuntos-planes-de-derrocamiento-en-paraguay.html&lt;/a&gt;

Rifrazioni dell&apos;articolo e presto l&apos;intervista tradotta in italiano anche su:  &lt;a href=&quot;http://www.annalisamelandri.it/dblog/&quot;&gt;http://www.annalisamelandri.it/dblog/&lt;/a&gt; e &lt;a href=&quot;http://lamericalatina.net&quot;&gt;http://lamericalatina.net&lt;/a&gt;</text_more></entry>
<entry id='3299' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3299' author_id='12' authored_on='20100106033129' basename='speciale_new_italian_epic_-_te' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100106033129' modified_on='20100105120617' ping_count='197' status='2' title='SPECIALE NEW ITALIAN EPIC - TERZO ANNO DI DIBATTITO' week_number='201001'><excerpt>Col tempo pare essersi verificato uno &quot;sfondamento&quot;. Ci si guarda alle spalle, e si è costretti ad ammettere che da molti anni non aveva luogo un dibattito così esteso, trasversale e appassionato sulla letteratura italiana, il suo presente e il suo futuro. E&apos; l&apos;unico vero dibattito degli ultimi tempi. Alcuni tentativi di &quot;contro-dibattito diversivo&quot; sono rimasti in ambito settario/settoriale, limitati a pochi addetti ai lavori.
Qualche settimana fa, su Repubblica, Alberto Asor Rosa scriveva...</excerpt><text>&lt;div align=&quot;center&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;eracle_sorridente.png&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/eracle_sorridente.png&quot;  border=&quot;0&quot; /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;b&gt;INDICE&lt;/b&gt;
1. PREMESSA DI WU MING 1: LO &quot;SFONDAMENTO&quot;
2. SEGNALAZIONI
2a. Bart Van den Bossche, &quot;Epic &amp; Ethics. Il NIE e le responsabilità della letteratura&quot;
2b. La rivista dei gesuiti prende di petto il NIE
2c. Audio. Marco Amici, &quot;La morte del Vecchio nel New Italian Epic&quot;
2d. &lt;i&gt;Overcoming Postmodernism&lt;/i&gt;, prima monografia in inglese sul NIE
2e. Conferenze a Berkeley e Toronto
2f. Chimenti-Coviello-Zucconi, &quot;Il discorso letterario alla prova del reale&quot;
3. PER UNA NARRATIVA DELLA CRISI - di Valentina Fulginiti
&lt;p&gt;&lt;/p&gt;</text><text_more>&lt;br /&gt;&lt;b&gt;2008-2010: LO &quot;SFONDAMENTO&quot;&lt;/b&gt;

di &lt;b&gt;Wu Ming 1&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;sfondiamo.png&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/sfondiamo.png&quot; width=&quot;220&quot; height=&quot;184&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;left&quot; vspace=&quot;1&quot; hspace=&quot;7&quot;&gt;Duemilaeotto, duemilaenove e adesso duemilaedieci. Si entra nel terzo anno di discussione. 
Nell&apos;aprile 2008, proprio qui su Carmilla, misi on line la prima versione del &quot;memorandum&quot;, raccolta di appunti su un vasto e variegato insieme di libri scritti in Italia durante la Seconda Repubblica. 
Per descrivere quel corpus di opere usai la metafora della &quot;nebulosa&quot;: una nube interstellare di particelle, idrogeno e plasma. 
Si trattava di una lettura &lt;i&gt;a posteriori&lt;/i&gt;: la luce emessa o riflessa dalla nebulosa (come ogni luce che ci arriva dal cosmo) giungeva a noi dal passato. Una lettura &lt;i&gt;a posteriori&lt;/i&gt;, fatta a partire da alcune somiglianze, da una perturbante &quot;aria di famiglia&quot; che cercai di scomporre in sette caratteristiche e riassumere (quasi &quot;zippare&quot;) in un&apos;espressione di comodo: &quot;New Italian Epic&quot;.
Dal punto di vista metodologico, tentavo un&apos;operazione simile a quella compiuta nel 1955 da &lt;b&gt;Raymond Borde&lt;/b&gt; ed &lt;b&gt;Etienne Chaumeton&lt;/b&gt; nel loro libro rompi-ghiacchio &lt;i&gt;Panorama du film noir américain (1941-1953)&lt;/i&gt;. Nell&apos;intenzione dei due critici, l&apos;etichetta &quot;film noir&quot; serviva a circoscrivere un corpus di film girati a Hollywood, aventi in comune caratteri &quot;onirici, insoliti, erotici, ambivalenti e crudeli&quot;. Gli stessi Borde e Chaumeton avvertirono che stavano semplificando, che non tutti i film presentavano tutte le caratteristiche: alcuni erano onirici ma non erotici, altri molto crudeli ma poco ambivalenti etc. Tuttavia, i cinque aggettivi (ripresi dal dibattito sul surrealismo) definivano un&apos;aria di famiglia, qualcosa di più vago di un &quot;filone&quot; o di un &quot;genere&quot;, ma non per questo meno riconoscibile, anzi.
In seguito, l&apos;espressione ibrida &quot;film noir&quot; (sostantivo inglese + aggettivo e sintassi francesi) venne adottata anche negli USA e in generale in tutto il mondo. 
[Analoga sorte sarebbe toccata dieci anni dopo a un&apos;altra espressione ibrida, &quot;Spaghetti western&quot;: sostantivo italiano usato come aggettivo + aggettivo sostantivato inglese.] 

&lt;img alt=&quot;tomwolfe.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/tomwolfe.jpg&quot; width=&quot;102&quot; height=&quot;111&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;right&quot; vspace=&quot;1&quot; hspace=&quot;5&quot;&gt;Un&apos;altra operazione che viene in mente è quella compiuta da &lt;b&gt;Tom Wolfe&lt;/b&gt; nell&apos;introduzione all&apos;antologia &lt;i&gt;The New Journalism&lt;/i&gt; (1973). Persino le polemiche che seguirono ricordano molto da vicino quelle esplose intorno al memorandum. I detrattori di Wolfe dissero che il &quot;New Journalism&quot; non era davvero nuovo, che gli esempi fatti avevano troppo poco in comune, che la sua raccolta escludeva questo e quello, che uno scrittore non poteva fare anche il critico, che la sua era solo auto-promozione. E anche in quel caso una lettura &lt;i&gt;a posteriori&lt;/i&gt;, che guardava all&apos;indietro (a quanto scritto nei dieci anni precedenti), venne strumentalmente presentata come una lettura &lt;i&gt;a priori&lt;/i&gt;, cioè un manifesto, una dichiarazione programmatica. 
Oggi dici &quot;New Journalism&quot;, ed è chiarissimo di cosa stai parlando.

Il sottotitolo del memorandum indicava un preciso arco temporale, un periodo di tre lustri, dal 1993 (anno del crollo della &quot;Prima Repubblica&quot;) al 2008 (anno del grande bagno di sangue della sinistra italiana, ma anche - lo capiremo andando avanti - ultimo anno di gloria del berlusconismo), con un &quot;giro di boa&quot;, un salto di livello situato all&apos;altezza del 2001 (G8 di Genova, 11 Settembre). 
Nel momento in cui il dibattito ha iniziato a sondare la &quot;nebulosa&quot; del NIE, è stato chiaro a tutti gli autori menzionati che una fase era terminata. L&apos;osservazione modifica l&apos;oggetto osservato. Se nel periodo preso in esame tanti autori italiani, semi-consapevolmente, avevano scritto opere che in diversi modi si richiamavano tra loro, entravano in risonanza, riverberavano l&apos;una nell&apos;altra, dopo il memorandum e due anni di dibattito, la consapevolezza e lo sguardo retrospettivo hanno cambiato la condizione in cui si scrive. Il NIE è già diventato qualcos&apos;altro. La nebulosa ha cambiato densità e profilo. Siamo oltre.

Spetta all&apos;autore spiazzare continuamente, e al critico cercare di seguirne il percorso. Quando autore e critico sono la stessa persona, è la prima funzione a dover prevalere sulla seconda. Io mi diverto di più a scrivere narrativa, è quello che amo fare. Se ho messo i piedi nel piatto della teoria letteraria è perché c&apos;era un vuoto, un&apos;assenza dei critici. Per dirla &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578&amp;id_blogdoc=2411439&amp;title=2411439&quot;&gt;con il collega Nicola Lagioia&lt;/a&gt;:

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;lagioiaa.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/lagioiaa.jpg&quot; width=&quot;72&quot; height=&quot;102&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;7&quot; vspace=&quot;1&quot;&gt;&quot;i lettori italiani si fidano sempre meno dei loro tradizionali mediatori culturali. Ho assistito a molti dibattiti in cui i soloni delle nostre lettere rimestavano fino alla morte Adorno, Horkheimer e Andy Warhol per giustificare storicamente concetti quali la «morte della critica militante». Mai uno però che provasse a fare meaculpa sollevando il velo sulla natura di tante recensioni professionali: pezzi scritti spesso in batteria, prevedibili, mancanti di passione o in trasparenza servili o astiosi o stiticamente entusiasti quando non inutilmente cervellotici, il cui vero destinatario non è mai il lettore ma altri addetti ai lavori («e allora perché non ricorrere alle mail collettive invece che a un quotidiano nazionale»? mi sono spesso domandato).&quot;&lt;/span&gt;

Il memorandum è stato un invito a colmare quel vuoto. All&apos;invito ha risposto una nuova generazione di studiosi, spesso cervelli fuggiti dall&apos;Italia perché frustrati nella loro voglia di esplorare, tenuti ai margini dell&apos;università e dell&apos;accademia. 

Col tempo pare essersi verificato uno &quot;sfondamento&quot;. Ci si guarda alle spalle e si è costretti ad ammettere che da molti anni non aveva luogo un dibattito così esteso, trasversale e appassionato sulla letteratura italiana, il suo presente e il suo futuro. E&apos; l&apos;unico vero dibattito degli ultimi tempi. Alcuni tentativi di &quot;contro-dibattito diversivo&quot; sono rimasti in ambito settario/settoriale, limitati a pochi addetti ai lavori. 
&lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/12/15/ritorno-in-provincia-le-cento-italie-dei.html&quot;&gt;Qualche settimana fa, su Repubblica&lt;/a&gt;, &lt;b&gt;Alberto Asor Rosa&lt;/b&gt; scriveva:

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;asorrosa.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/asorrosa.jpg&quot; width=&quot;130&quot; height=&quot;87&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;right&quot; vspace=&quot;1&quot; hspace=&quot;5&quot;&gt;&quot;Di tutto si può disputare e dubitare meno che dei dati certi. E i dati certi sono che in Italia c&apos; è stata negli ultimi anni un&apos; impetuosa fioritura di giovani autori di narrativa. In quali direzioni, con quali tratti comuni (ammesso che ce ne siano)? Com&apos;è noto, fino a qualche decennio fa ragionamenti critici di tendenza e ricerca creativa crescevano il più delle volte di conserva e si aiutavano a vicenda. È un dato certo oggi anche la scomparsa pressoché totale del primo elemento dell&apos; endiade (la critica): la conseguenza è che gli «autori», nel caso specifico i narratori, navigano a vista, al massimo con il sussidio, non sempre disinteressato, degli ufficiali di macchina ben piazzati sui ponti di comando delle case editrici. Volgendosi intorno, l&apos; unico tentativo recente di sistemazione teorico-letteraria di tale materia degno di questo nome è &lt;i&gt;New italian epic. Letteratura, sguardo obliquo, ritorno al futuro&lt;/i&gt; di (dei?) Wu Ming (Einaudi, Stile libero, 2009), altamente meritorio per il solo fatto, - raro, ripeto, - di entrare nel merito.&quot;&lt;/span&gt;

&lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.unita.it/news/culture/92878/caro_asor_rosa_la_vittima_il_romanzo&quot;&gt;Dalle pagine de &lt;i&gt;L&apos;Unità&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;, &lt;b&gt;Angelo Guglielmi&lt;/b&gt; gli rispondeva premettendo:

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&quot;...tu esalti il fenomeno, compiacendoti della novità e riconoscendo che il primo avvistatore della tendenza e suo efficace (e meritorio) analista è stato il gruppo Wu Ming, che ha indicato il punto dincontro dei nuovi scrittori e, più specificamente, delle loro opere [...] Capisco quel che tu dici e rispetto quel che Wu Ming scrive, ma ti chiedo...&quot;&lt;/span&gt;

Dopo aver letto questo scambio, ci siamo chiesti: &quot;Hanno messo LSD negli acquedotti?&quot;. No, nessun complotto &quot;yippie&quot; per estendere l&apos;area della coscienza. Semplicemente, dopo il polverone del primo anno e dopo che si è esaurito il &quot;fuoco di sbarramento&quot;, forse si può ragionare tranquillamente e senza steccati. Se persino gli ultra-ottantenni più novecenteschi e novecentisti decidono di dare per scontato che col NIE bisogna fare i conti (&lt;i&gt;come&lt;/i&gt; farli è un&apos;altra questione), vuol dire che un sentiero è stato tracciato.

Riguardo all&apos;influenza del memorandum sugli scrittori e le scrittrici di oggi e domani: credo che le più grosse sorprese arriveranno da autori in apparenza distantissimi, le cui opere dialogheranno con il NIE in maniera sottile, per nulla pedissequa. Il più grosso errore, oggi, da parte di qualunque autore (giovane o meno), sarebbe partire dalle caratteristiche enunciate un anno e mezzo fa per scrivere romanzi forzati, coatti, che rispettino ogni punto. Si finirebbe per aderire alla lettera tradendo però lo spirito. Infatti abbiamo parlato di &quot;sguardi obliqui&quot;, e anche lo sguardo sull&apos;eredità del NIE dev&apos;essere obliquo.

Possiamo solo andare avanti. Ai problemi che si trova di fronte, lo scrittore può rispondere soltanto con la prassi, sperimentando diversi rapporti tra narrazione e comunità, tra letteratura e mondo. Le storie sono la materia dei legami sociali, non ci sarebbe uno stare insieme senza la narrazione. Ovviamente, esiste uno stare insieme &quot;cattivo&quot;, cementato da cattive storie, vedasi le riflessioni sul &quot;mito tecnicizzato&quot; di Kerenyi e Jesi, da noi riprese in diverse occasioni. La sfida è trovare storie che siano garanzia di uno stare insieme &quot;buono&quot;, fondativo, costruttivo, ma al tempo stesso non siano schematiche, semplicistiche, consolatorie. E&apos; il solito discorso, la solita sfida: il difficile connubio tra complessità (etica, narrativa, filosofica etc.) e dimensione popolare. Essere esigenti ma anche popolari. Essere popolari ma anche esigenti. &quot;Esigenti&quot; significa volere lettori attenti, partecipi, vigili e tesi al dialogo. Con il lettore succube e massificato tipo fila per gli autografi al festival di Mantova, con quel genere di lettore, può esserci solo uno stare insieme &quot;cattivo&quot;. Ma attenzione: nessun lettore è sempre e solo succube o sempre e solo partecipe. Ciascuno di noi ha momenti di maggiore o minore passività. Dipende dall&apos;occasione, dal contesto, dal messaggio che si riceve, dalla stanchezza di fine giornata. Occorre una letteratura che sappia penetrare questi strati come un dardo, e anche nei momenti di &quot;entertainment&quot; non rinunci a cercare e pungolare lo spirito critico.

&lt;hr&gt;


&lt;img alt=&quot;loyola.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/loyola.jpg&quot; width=&quot;87&quot; height=&quot;131&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;right&quot; hspace=&quot;5&quot; vspace=&quot;1&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/pallinoblu.gif&quot;&gt; &lt;b&gt;LA RIVISTA DEI GESUITI PRENDE DI PETTO IL NIE&lt;/b&gt;. Nell&apos;ottobre scorso &lt;i&gt;La Civiltà cattolica&lt;/i&gt;, rivista ufficiale dei gesuiti, ha dedicato &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.bombacarta.com/2009/10/18/bombacarta-contro-wu-ming/&quot;&gt;un lungo e approfondito articolo&lt;/a&gt; (tredici pagine!) al NIE, firmato dal sacerdote-scrittore-blogger &lt;b&gt;Antonio Spadaro&lt;/b&gt; (fondatore del sito Bombacarta).
Concentrandosi sullultima parte del memorandum (quella su futuro della specie e sguardo non-antropocentrico), Spadaro riconosce al testo ampiezza e lunga gittata, e al contempo rimprovera l&apos;autore perché nella sua visione non cè Dio. Dietro quella proposta di &quot;esercizio di visualizzazione&quot; (immaginare il mondo senza di noi) e al suo valore &quot;esorcistico&quot; (= &lt;i&gt;immedesimarsi&lt;/i&gt; nell&apos;ecocatastrofe per sfuggire a essa), Spadaro sembra vedere una vera e propria dichiarazione d&apos;intenti nichilistica e post-umana... se non addirittura un auspicio, un &quot;ben venga l&apos;estinzione&quot;. In pratica, la posizione degli ecoterroristi di &lt;i&gt;Guerra agli Umani&lt;/i&gt;. Critica interessante, anche solo per il mondo da cui proviene.

&lt;hr&gt;


&lt;img alt=&quot;libellula.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/libellula.jpg&quot; width=&quot;137&quot; height=&quot;93&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;5&quot; vspace=&quot;1&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/pallinoblu.gif&quot;&gt; &lt;b&gt;EPIC &amp; ETHICS. IL NIE E LE RESPONSABILITA&apos; DELLA LETTERATURA&lt;/b&gt;. Sul n.1 della nuova rivista di italianistica &quot;La libellula&quot;, &lt;b&gt;Bart Van den Bossche&lt;/b&gt; firma &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.lalibellulaitalianistica.it/blog/?page_id=662&quot;&gt;un denso saggio critico&lt;/a&gt; su memorandum e NIE. Van den Bossche insegna letteratura italiana all&apos;Università di Lovanio (K.U.Leuven). Si occupa di letteratura italiana moderna e contemporanea, in particolare dei rapporti fra mito e letteratura. Il suo testo è critico nei confronti del NIE ma in modo dialogico e non distruttivo. Definisce &quot;caricaturale&quot; il modo in cui il memorandum parla del postmodernismo, ma riconosce alla &quot;nebulosa&quot; una peculiarità e la riconosce nella natura dell&apos;allegoria:

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&quot;Il fenomeno del NIE così come viene identificato nel Memorandum sembra avere come tessuto connettivo proprio questa matrice allegorica generale di una «urgenza etica» che accomuna testo e contesto: nel circoscrivere il NIE, non si producono soltanto allegorie di naufragi, ma anche unallegoria della stessa possibilità (o necessità) di proporre al lettore queste allegorie di naufragi. E alcuni fra i fenomeni ed esempi che nel Memorandum occupano una posizione chiave, si contraddistinguono proprio per la tendenza a mettere in luce e a tematizzare le stesse potenzialità allegoriche (comprese le loro implicazioni etiche) degli espedienti narrativi utilizzati. Libridizzazione sia endoletteraria che esoletteraria insita negli «oggetti narrativi non identificati» punta in questa direzione, come anche la manipolazione del romanzo di genere, in particolare attraverso luso di forme, sottogeneri o versioni i cui effetti di reale (che spesso sono saldamente collegati alla storia del genere) vengono non soltanto riattivati ma anche esibiti e sfruttati (non a caso fra le opere NIE si annoverano molti gialli storici, regionali o per così dire antropologici)...&quot;&lt;/span&gt;

&lt;hr&gt;


&lt;img alt=&quot;toni_bertorelli.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/toni_bertorelli.jpg&quot; width=&quot;105&quot; height=&quot;130&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;left&quot; vspace=&quot;1&quot; hspace=&quot;7&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/pallinoblu.gif&quot;&gt; &lt;b&gt;LA &quot;MORTE DEL VECCHIO&quot;&lt;/b&gt;. Il 9 e 10 novembre 2009 italianisti da tutto il mondo si sono incontrati a Varsavia, Polonia, al convegno &quot;Fiction, faction, reality: incontri, scambi, intrecci nella letteratura italiana dal 1990 ad oggi&quot; , organizzato dal Dipartimento di lingua e letteratura italiana dell&apos;Università di Varsavia e dallIstituto Italiano di Cultura ( ul. Marsza&#322;kowska 72). Molti i panel e gli interventi che hanno fatto i conti, secondo diversi approcci e modalità, con la &quot;nebulosa&quot; del NIE e il dibattito scatenatosi negli ultimi tempi. Dalle registrazioni di quel convegno prendiamo e riproponiamo 
&lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com/suoni/Marco_Amici_Varsavia.mp3&quot;&gt;l&apos;intervento di Marco Amici sul tema della &quot;morte del Vecchio&quot; nei romanzi NIE&lt;/a&gt; (mp3, 17 minuti).
&lt;b&gt;Marco amici&lt;/b&gt; (Roma 1975) sta svolgendo un dottorato in Italian Studies allUniversity College Cork (Irlanda), con una ricerca sul giallo italiano. Si occupa principalmente di letteratura di genere e del rapporto fra narrazione, media e immaginario nellattuale scenario socioculturale. Ha scritto su diverse riviste, tra cui il &quot;Bollettino di Italianistica&quot;, rivista di critica, storia letteraria, filologia e linguistica diretta da Alberto Asor Rosa.
&lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2008/10/002808print.html&quot;&gt;Qui&lt;/a&gt; il suo intervento &quot;Il fronte davanti agli occhi. Alcune riflessioni sul New Italian Epic&quot;.
&lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com/italiano/Saggio_Amici_su_Wu_Ming.pdf&quot;&gt;Qui&lt;/a&gt; invece il suo saggio &quot;La narrazione come mitopoiesi secondo Wu Ming&quot; (PDF)&lt;/span&gt;
[Quello nella foto non è Marco Amici, bensì &lt;b&gt;Toni Bertorelli&lt;/b&gt;, che ha interpretato &quot;il Vecchio&quot; nel film tratto da &lt;i&gt;Romanzo criminale&lt;/i&gt;]

&lt;hr&gt;


&lt;img alt=&quot;jnl_cover_jrs.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/jnl_cover_jrs.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;186&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;right&quot; vspace=&quot;1&quot; hspace=&quot;5&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/pallinoblu.gif&quot;&gt; &lt;b&gt;OVERCOMING POSTMODERNISM: THE DEBATE ON NEW ITALIAN EPIC&lt;/b&gt;.
&quot;Overcoming Postmodernism&quot; è la prima monografia critica sul New Italian Epic. La prima in inglese, ma anche la prima in assoluto. Si tratta di un numero speciale del &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;i&gt;&lt;a href=&quot;http://journals.berghahnbooks.com/jrs/
&quot;&gt;Journal of Romance Studies&lt;/a&gt;&lt;/i&gt;, organo dell&apos;Institute of Germanic and Romance Studies della University of London. Il numero è curato da Claudia Boscolo, uscirà nell&apos;aprile 2009 e conterrà i seguenti testi: 
- Marco Amici &quot;Urgency and visions of the New Italian Epic&quot;;
- Claudia Boscolo, &quot;The idea of epic and New Italian Epic&quot;; 
Dimitri Chimenti, &quot;Unidentified Narrative Objects: notes for a rhetorical typology&quot;;
Emanuela Piga, &quot;Metahistory, microhistories and mythopoeia in Wu Ming&quot;; 
Rosalba Biasini, &quot;Reconsidering epic: Wu Mings &lt;i&gt;54&lt;/i&gt; and Fenoglio&quot;; 
Emanuela Patti, &quot;&lt;i&gt;Petrolio&lt;/i&gt;, a model of UNO in Giuseppe Gennas &lt;i&gt;Italia De Profundis&lt;/i&gt;&quot;; 
Monica Jansen, &quot;Laboratory NIE: mutations in progress&quot;. 
Ulteriori dettagli seguiranno.

&lt;hr&gt;


&lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/pallinoblu.gif&quot;&gt; &lt;b&gt;CONVEGNI NORD-AMERICANI SUL NIE: BERKELEY E TORONTO&lt;/b&gt; 
Dal 18 al 20 marzo 2010 si terrà alla University of California, Berkeley, l&apos;ottavo incontro annuale della Cultural Studies Association. Nel pomeriggio del primo giorno, nell&apos;ambito della quarta sessione, si terrà il panel &quot;The New Italian Epic between Pulp and political intervention&quot;. Interverranno Giuseppina Mecchia (Associate Professor alla University of Pittsburgh); Claudia Boscolo (Royal Holloway University of London), Dimitri Chimenti (Università di Siena) e Maurizio Vito (Wesleyan University). 
&lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.csaus.pitt.edu/conference/public/conferences/2/schedConfs/7/program.pdf&quot;&gt;Qui il pdf del programma&lt;/a&gt;.

Il 7 e 8 maggio 2010, presso il Department of Italian Studies della University of Toronto si terrà il convegno &quot;Negli archivi e per le strade: il &apos;ritorno al reale&apos; nella narrativa italiana di inizio millennio&quot;. Il titolo è ispirato a un passaggio del memorandum sul NIE, in cui si dice che molti autori italiani sono animati da &quot;un desiderio feroce che ogni volta li riporta agli archivi, o per strada, o dove archivi e strada coincidono&quot;. Alcuni dei temi che verranno affrontati nel convegno: Forme ibride tra narrativa e saggistica; Il New Italian Epic; Vantaggi e limiti della narrativa di genere; La narrativa dei nuovi italiani; I collettivi di scrittura; La scrittura nellera di internet; Morte e vita postuma del post-moderno; La letteratura e i mass-media.
&lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.utoronto.ca/italian/graduate/call%20for%20papers.doc&quot;&gt;Qui il &quot;call for papers&quot; con descrizione del convegno (file in formato .doc)&lt;/a&gt;

&lt;hr&gt;


&lt;img alt=&quot;chimenti_coviello_zucconi.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/chimenti_coviello_zucconi.jpg&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;left&quot; vspace=&quot;1&quot; hspace=&quot;7&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/pallinoblu.gif&quot;&gt; &lt;b&gt;IL DISCORSO LETTERARIO ALLA PROVA DEL REALE&lt;/b&gt;. Prende le mosse dal memorandum, in particolare dall&apos;espressione &quot;oggetti narrativi non-identificati&quot;, &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.nazioneindiana.com/2009/12/18/il-discorso-letterario-alla-prova-del-reale/&quot;&gt;un testo apparso poco tempo fa su Nazione Indiana&lt;/a&gt;, a firma di Dimitri Chimenti, Massimiliano Coviello e Francesco Zucconi. Scrive il trio:

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&quot;...la proposta di Wu Ming e il successivo dibattito sembrano aver sollecitato un decisivo spostamento dell&apos;approccio critico: dall&apos;identificazione di &lt;i&gt;cosa&lt;/i&gt; un&apos;opera letteraria è (quale il suo genere o filone di appartenenza) verso la comprensione di &lt;i&gt;come&lt;/i&gt; questa stessa funziona. Così, la proposta di trattare le opere letterarie  e perché no, i film- in quanto &quot;oggetti narrativi non identificati&quot; non costituisce soltanto una definizione di quei lavori caratterizzati da forte contaminazione intermediale che rientrano nel labile canone del New Italian Epic, ma è anche un invito a considerare la testualità della singola opera prima di tutto. Un &quot;oggetto narrativo non identificato&quot; è anche e soprattutto da intendersi come un oggetto narrativo non pre-identificato, ovvero non analizzabile attraverso setacci interpretativi precostituiti o teorie della letteratura permeate di ideologia. È per questo che il NIE andrebbe considerato come una nebulosa in espansione, la mappa in divenire di una geografia centrifuga composta da opere che di volta in volta e secondo modalità singolari prendono in carico il &quot;reale&quot; per metterlo in forma. Piuttosto che inquadrare un canone, il NIE suggerisce un mutamento di atteggiamento critico in relazione agli oggetti e suggerisce un ritorno alla testualità.&quot;&lt;/span&gt;

&lt;hr&gt;


&lt;b&gt;PER UNA NARRATIVA DELLA CRISI&lt;/b&gt;

di &lt;b&gt;Valentina Fulginiti *&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;mancassola.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/mancassola.jpg&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;113&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;right&quot; vspace=&quot;1&quot; hspace=&quot;5&quot;&gt;&lt;b&gt;PREMESSA DELL&apos;AUTRICE&lt;/b&gt; 
Apparso nel giugno 2009 sulle pagine di &lt;i&gt;Tabard&lt;/i&gt;, rivista militante bolognese, questo articolo è stato scritto nel dicembre del 2008, sullo spunto delle opposte figurazioni della crisi proposte da due novità editoriali di quei giorni, &lt;i&gt;La vita erotica dei superuomini&lt;/i&gt; di Marco Mancassola &lt;i&gt;[nella foto]&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;Cinacittà&lt;/i&gt; di Tommaso Pincio. Da quelle letture partivano nuovi echi e stratificazioni narrative, che guardavano indietro ad altri titoli del panorama editoriale italiano recente. È possibile narrare la fine del mondo? E queste narrazioni, così segnate dai paradigmi distopici e da un immaginario apocalittico, ci offrono un possibile modo per raccontare la crisi del nostro tempo, o piuttosto la irrigidiscono nell&apos;ossessiva ripetizione del trauma? 
A oltre un anno di distanza, la questione appare ancora aperta. Nel frattempo, elementi di ulteriore riflessione, in ordine sparso, si sono accumulati, sotto forma di fatti piccoli e grandi.
Marzo 2009: esce nelle sale italiane l&apos;adattamento cinematografico di &lt;i&gt;The Watchmen&lt;/i&gt;, con cui il romanzo di Mancassola presenta analogie tematiche non indifferenti. L&apos;operazione cinematografica spinge molti spettatori a rileggere il classico di Moore e Gibbons, oppure a leggerlo per la prima volta. Aprile 2009: il terremoto dell&apos;Aquila segna una svolta nell&apos;uso politico del trauma. Impastate nel cemento a presa rapida dell&apos;emergenza nazionale, le ragioni della tragedia gettano un&apos;ombra di &apos;indegnità morale su qualsiasi voce in dissidio, su qualsiasi critica o richiamo alle responsabilità. Mentre lo stato d&apos;eccezione rimbalza da un monitor all&apos;altro, le tragedie di ieri si saldano alla commemorazione delle inevitabili (poiché non si fa nulla per impedirle) tragedie di domani:  l&apos;apocalisse continua. Maggio 2009: per i tipi di minimum fax, esce &lt;i&gt;Anteprima nazionale&lt;/i&gt;, un&apos;antologia di racconti distopici curata da Giorgio Vasta. I nove racconti, secondo le parole del curatore, tentano di «recuperare il coraggio dell&apos;immaginazione politica e sociale, di un&apos;immaginazione che senza scadere in una contemplativa constatazione dei fatti [] sia invece concretamente strumentale» (Vasta, 2009, p.14). Eppure, il futuro che quelle narrazioni presentano è molto simile all&apos;oggi, alla lingua inacidita dei palinsesti tv, dei cataloghi di offerte dei grandi magazzini, dei dépliant turistici: sono frammenti del nostro presente, travestiti da futuro. Non sarà, allora, che la possibilità di liberare l&apos;immaginazione politica e letteraria si nasconde nelle riscritture dirompenti e sismiche del passato, mentre la scrittura del futuro, in questa Italia, stenta a superare il ruolo di una narrativa di posticipazione? Tra le macerie del nostro tempo, la riflessione è più urgente che mai.

&lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com/italiano/Fulginiti_narrativa_crisi.pdf&quot;&gt;QUI IL TESTO IN FORMATO PDF&lt;/a&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;* &lt;b&gt;Valentina Fulginiti&lt;/b&gt; si è laureata in Linguistica Italiana all&apos;Università di Bologna, con una tesi sui problemi della traduzione intersemiotica. È stata conduttrice di laboratori di scrittura, scrive di teatro e per il teatro. Si occupa di linguistica e di drammaturgia. Attualmente è dottoranda nel programma di Italian Studies della University of Toronto.
Su Carmilla è già apparso un suo saggio sulla lingua dei romanzi NIE, &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2009/05/003044.html&quot;&gt;&quot;Aedi, rapsodi e contastorie. Intorno all&apos;oralità del New Epic&quot;&lt;/a&gt;.
&lt;/span&gt;&lt;script type=&quot;text/javascript&quot; src=&quot;http://static.delicious.com/js/playtagger.js&quot;&gt;&lt;/script&gt;
&lt;script src=&quot;http://getclicky.com/2599.js&quot; type=&quot;text/javascript&quot;&gt;&lt;/script&gt;&lt;i&gt;
&lt;br&gt;&lt;noscript&gt;&lt;p&gt;&lt;img alt=&quot;Clicky&quot;
src=&quot;http://getclicky.com/2599ns.gif&quot; /&gt;&lt;/p&gt;&lt;/noscript&gt;</text_more></entry>
<entry id='3300' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3300' author_id='4' authored_on='20100106034852' basename='il_pianeta_dei_venti' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100106034852' modified_on='20100106025122' ping_count='116' status='2' title='Il pianeta dei venti' week_number='201001'><text>di &lt;b&gt;Danilo Arona&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Sand.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Sand.jpg&quot; width=&quot;250&quot; height=&quot;187&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;A novembre del 2009 sostenevo (titolo dell&apos;articolo, &lt;i&gt;Bad Wind&lt;/i&gt;) che il pianeta aveva un grosso problema: quello provocato dai venti e dalle grandi tempeste di sabbia e altro che trasportano ovunque ovunque veleni endogeni ed esogeni nonché agenti infettivi come virus, batteri e funghi. Accompagnato dal solito coro di discredito pseudo-scientifico di cui gode questa rubrica, da lì a pochissimo è giunto a darmi indiretta manforte un ottimo, documentatissimo articolo di Davide Patitucci pubblicato nell&apos;inserto Tuttoscienze de La Stampa, intitolato &lt;i&gt;Virus terrestri spiati dallo spazio&lt;/i&gt;, avente per oggetto il sistema satellitare della NASA in grado di monitorare dallo spazio la formazione e l&apos;andamento dei venti cattivi, ormai assodato che le grandi tempeste di sabbia sono divenute i vettori dei contagi globali. Val la pena di riportarne un piccolo stalcio.</text><text_more>&lt;i&gt;I mutamenti climatici influenzano la distribuzione delle tempeste di sabbia e, di conseguenza, anche la diffusione delle malattie nei vari continenti. La trasmissione di agenti infettivi attraverso le polveri è una nuova acquisizione scientifica. Finora credevamo che i principali vettori di patogeni fossero altri, come le zanzare. Si è calcolato, attraverso l&apos;assorbimento delle piante, che la quantità di polveri nell&apos;atmosfera terrestre è pari a 3 miliardi di tonnellate. Ogni grammo contiene un milione di batteri, 100 mila virus e 100 mila funghi. Grazie ai satelliti le tempeste di sabbia possono essere previste con 3 giorni d&apos;anticipo. I dati dell&apos;attività di monitoraggio sono poi forniti ai CDC, i &quot;Centers for Disease Control and Prevention&quot; di Atlanta, in Georgia - l&apos;equivalente Usa del nostro Istituto superiore di sanità - che valutano i rischio per l&apos;uomo e danno l&apos;allerta. In alcune zone del pianeta, teatro di operazioni militari in cui sono coinvolti soldati americani, le ricerche sui vettori atmosferici di agenti nocivi sono già in corso da anni. In Iraq e Afghanistan, per esempio, i soldati sono spesso investiti da violente tempeste di sabbia, che possono indebolire il loro sistema immunitario. Il rischio legato alle tempeste di sabbia è aggravato dalla diffusione, accanto ai tradizionali agenti biologici, di metalli pesanti, tossici per l&apos;uomo, come nichel, alluminio, piombo e stronzio,per citare i più comuni.&lt;/i&gt;

La citazione sull&apos;Iraq non suona puramente casuale. Qui, dove da anni è in atto un vero e proprio macello tecnologicamente avanzato, si avvicendano le più gigantesche tempeste di sabbia del pianeta. Un fenomeno che ha accompagnato l&apos;inizio dell&apos;operazione &lt;i&gt;Decapitation Strike&lt;/i&gt; nel marzo del 2003 (la famosa tempesta di sabbia rossa chiamata Tufanaltorab che bloccò le truppe per tre giorni) e che è paradossalmente aumentato nel corso degli anni proprio a causa della guerra. Così infatti leggiamo in un articolo di Liz Sly, pubblicato sul Los Angeles Times del 30 luglio 2009:

&lt;i&gt;In Iraq una catastrofe ambientale senza precedenti. Il paese è diventato, da granaio del Medio Oriente a catino di polvere.  Baghdad ? Ti svegli la mattina con le narici tappate. Case e alberi sono scomparsi sotto uno smog marrone soffocante. Un vento caldo soffia particelle finissime attraverso porte e finestre, ricoprendo tutto ciò che è in vista, e impartendo un bagliore arancione  inquietante. Le tempeste di sabbia sono un&apos;esperienza di routine in Iraq, ma ultimamente sono diventate molto più comuni. Adesso sembra che abbiamo tempeste di sabbia quasi ogni giorno, dice Raed Hussein, 31 anni, un antiquario che durante una bufera recente ha dovuto portare di corsa il figlio di cinque anni in ospedale perché il bambino non riusciva a respirare. Soffriamo per la mancanza di elettricità, soffriamo per le esplosioni, e adesso stiamo soffrendo anche di più a causa di questa terribile polvere. Deve essere una punizione divina&quot;, aggiunge, offrendo un&apos;opinione ampiamente diffusa tra gli iracheni che cercano di spiegare le loro condizioni meteorologiche recentemente apocalittiche. &quot;Penso che Dio sia arrabbiato con ciò che fanno gli iracheni&quot;. La realtà è probabilmente più spaventosa. L&apos;Iraq è alle prese con quella che alcuni funzionari stanno definendo una catastrofe ambientale, e la maggiore frequenza delle tempeste di sabbia è solo la manifestazione più visibile. Decenni di guerra e di gestione incompetente, aggravati da due anni di siccità, stanno causando distruzioni all&apos;ecosistema del Paese, prosciugando letti dei fiumi e paludi, trasformando la terra arabile in deserto, uccidendo alberi e piante, e generalmente trasformando quella che un tempo era la zona più fertile della regione in un&apos;area desolata. Stiamo parlando di qualcosa che sta rendendo il granaio dell&apos;Iraq simile al Dust Bowl (1) dell&apos;Oklahoma nella prima parte del XX secolo, dice Adam L. Silverman, uno studioso di scienze sociali con le forze armate Usa, che ha prestato servizio a sud di Baghdad nel 2008. L&apos;ambiente è diventato così fragile che persino il vento più leggero solleva una cappa di polvere che permane per giorni. Quest&apos;estate e quella scorsa hanno visto più del doppio di giorni polverosi rispetto alle quattro precedenti, dice. E il 35% delle volte, la polvere riduce la visibilità a meno di 5 km all&apos;incirca, il punto in cui è normalmente considerato pericoloso volare. Molti di questi giorni, la visibilità è stata zero, ritardando i voli, interrompendo le operazioni militari, e mandando migliaia di persone in ospedale con problemi respiratori. E&apos; un capovolgimento drammatico per il Paese nel quale si ritiene che sia nata l&apos;agricoltura, migliaia di anni fa. L&apos;antico nome dell&apos;Iraq, La desertificazione è come un cancro in un essere umano, dice Fadhil Faraji, Direttore generale del Dipartimento per la lotta alla desertificazione. Quando la terra perde la vegetazione che la ricopre, è molto difficile recuperarla. Bisogna trattarla metro per metro&quot;. Le tempeste di sabbia portano la crisi delle campagne direttamente nei soggiorni degli abitanti delle città. La polvere che cade ha la consistenza del borotalco, e riesce ad arrivare negli armadi e negli angoli, nonché nelle narici e nei polmoni. Provoca problemi di salute, interrompe le attività, distrugge i macchinari, per non parlare degli effetti psicologici&quot;, dice Ibrahim Jawad Sherif, che è responsabile del monitoraggio del suolo al ministero dell&apos;Ambiente. &quot;E&apos; una catastrofe che sta avendo un impatto su ogni aspetto della vita irachena&lt;/i&gt;.

Se qualcuno nutre dubbi sulla consistenza delle tempeste di sabbia dell&apos;Iraq, può bearsi della foto che accompagna quest&apos;articolo o guardarsi il filmato girato in Iraq, a El Asad il 27 aprile 2005, e che trovate in rete senza grossi problemi. E&apos; la concretizzazione drammatica di un&apos;Apocalisse in atto  un muro mostruoso di sabbia che ti piomba addosso con apparente lentezza e trasforma il giorno in notte -, che è non così circoscritta come si potrebbe pensare. Infatti la sabbia delle tempeste dell&apos;Iraq arriva spesso, per effetto condiviso dei venti, sino all&apos;Iran, al Qatar, toccando le coste dell&apos;Arabia Saudita, degli Emirati Arabi, parte del Mar Rosso e dell&apos;Egitto. E anche oltre, con conseguenze che si possono immaginare. Perché nella sabbia dell&apos;Iraq ci sta di tutto, comprese scorie radioattive provenienti da un vastissimo territorio in cui le radiazioni sono state misurate 250 volte più potenti di quelle di Hiroshima e Nagasaki.
Non so se  l&apos;Iraq e i suoi infernali Tufanaltorab possano essere considerati il laboratorio di una futura Apocalisse scatenata dal riscaldamento globale. Di sicuro qualche indizio lo forniscono: aumento di malattie a carico del sistema immunitario, patologie respiratorie centuplicate, nuovi virus in continua fase mutagena sui quali probabilmente si specula a fini commerciali (ma questa è un&apos;altra storia). Qualcuno sostiene che fra non molto assisteremo a tempeste di sabbia nella pianura padana.  Non sono così esperto, ma, nelle giornate in cui tira il Föhn, i &lt;i&gt;dust devil&lt;/i&gt;  i vortici di sabbia  si vedono benissimo, soprattutto se la stagione di riferimento è stata particolarmente asciutta.  Nel gioco di similitudini tra il micro e il macrocosmo gli echi risuonano sinistri. In Iraq più di un tragico incidente  qualcuno a carico anche delle truppe italiane  è stato determinato da una tempesta di sabbia e l&apos;involontario simbolismo climatico del vento cattivo sembra rammentarci quel vecchissimo adagio del chi semina vento, raccogliendo tempesta. 
Ho intenzionalmente evitato di accennare ai Sognatori della Grande Onda... Ne parla già a suo modo il video girato a El Asad nell&apos;aprile 2005. E la furia della natura, così come la magia del luogo, ne escono vincitrici.

(1) Disastro ecologico, risultato di una serie di tempeste di sabbia che colpirono gli Stati Uniti centrali e il Canada dal 1931 al 1939, causando un esodo della popolazione. 

</text_more></entry>
<entry id='3301' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3301' author_id='4' authored_on='20100107022212' basename='giovanna_campani_veline_nyokke_e_cilici' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100107022212' modified_on='20100107144941' ping_count='0' status='2' title='Giovanna Campani: VELINE, NYOKKE E CILICI' week_number='201001'><text>di &lt;b&gt;Chiara Cretella&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;VelineNyokke.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/VelineNyokke.jpg&quot; width=&quot;130&quot; height=&quot;197&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Giovanna Campani, &lt;i&gt;Veline nyokke e cilici. Femministe pentite senza sex e senza city&lt;/i&gt;, Odoya, Bologna, 2009, pp. 210,  14,00.

A partire dagli anni Ottanta in America si assiste al fenomeno del backlash (letteralmente colpo di frusta, balzo indietro), un periodo che azzera tutte le conquiste delle donne impoverendo lesperienza di emancipazione nei fenomeni del postfemminismo di massa, incarnati dagli stereotipi di &lt;i&gt;Sex and the city&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Bridget Joness diary&lt;/i&gt; o &lt;i&gt;Desperate Housewives&lt;/i&gt;.
A partire da una ipotetica e totalmente presunta parità raggiunta, queste donne sono libere sì, ma libere di esplicare la propria indipendenza economica e sorellanza solo nella ritualità mercificatoria dello shopping compulsivo, del gossip e in una effimera libertà sessuale, solo apparentemente trasgressiva. Tutte queste pratiche sono in realtà inserite nellideologia del consumo volto a consolare il femminile della propria limitatezza nella performance sociale, performance ancora tenacemente in mano al potere maschile.</text><text_more>Eroine vittime di una sindrome post-traumatica, quella del femminismo storico, ripudiato come incarnazione di una rivendicazione non seducente, dunque non utile al raggiungimento dellunico potere nascosto dietro questa apparente libertà: quella del ritorno alleterno mito del matrimonio, unica àncora di salvezza per queste donne sempre sullorlo di una crisi di nervi, obbligate solo alla riproduzione e alla bellezza, obbligo che deve esser portato avanti fino al sacrificio estremo della manipolazione del corpo con tecniche e protesi sempre più invasive e mortificanti. 
Viene da chiedersi dove siano finiti il desiderio, il motore delle relazioni e della conoscenza, la felicità della maturità e della crescita, nello specchio di una vecchiaia che agisce come spettro in ogni manifestazione mediatica del femminile, che non può concedersi di capitolare al divenire ma deve immobilizzarsi  paralitico come queste labbra senza flatus vocis  in una fase di eterna ed eterea disponibilità, giovinezza, bellezza, mancanza di problematicità e di conflitto. 
Una donna  o meglio un corpo  dunque perennemente accessibile, vivo  o meglio visivo  solo nellillusione dei bisogni che riesce a creare, proprio come una merce che deve competere nel mercato globale.
Ma questo fenomeno non è soltanto americano. LItalia, nel periodo del riflusso dei movimenti degli anni Settanta, instaura un backlash probabilmente ancora più nefasto, inaugurato dallo sfruttamento mediatico del corpo femminile, dal sessismo politico, dalle ingerenze del Vaticano e da unagorà di iconografie femminili ornamentali, spesso anche quando appaiono nei media in vesti politiche.
Probabilmente il machismo italiano trova lo spazio di una ripresa così priva di ostacoli e di ribellione popolare in una storia culturale già di per sé anomala, in cui al gallismo fascista si è aggiunta la venerazione cattolica della mater, e dove anche la tradizione filosofica dellamore ha trovato il più alto raggiungimento nello stilema stilnovista, non certo nella filosofia libertina. 
Maria e Beatrice condividono un destino di sublimazione che impedisce loro di incarnarsi, condividono inoltre il loro ruolo di intermediazione, di intercessione al potere del Padre, un uso forse, non esattamente ornamentale ma certamente strumentale che le colloca a latere del discorso. 
Sulluso ornamentale del femminile nei media italiani la regista Lorella Zanardo ha dato una precisa definizione nel suo documentario &lt;a href=&quot;http://www.ilcorpodelledonne.net/&quot;&gt;Il corpo delle donne&lt;/a&gt;, lavoro che ha avuto negli ultimi mesi una grandissima diffusione, anche grazie alla recente Giornata mondiale contro la violenza sulle donne (25 novembre). 
Ora Giovanna Campani racconta la sociologia di questo fenomeno, attraverso il raffronto ragionato di una enorme mole di articoli di giornali, interviste, dati, documenti, programmi televisivi e campagne pubblicitarie, esponendo le tappe di una vera e propria discesa negli inferi della discriminazione femminile, sostenuta da una politica fortemente indirizzata a mantenere il ruolo delle donne nelle due direttrici classiche già appannaggio della cultura cattolica: la santa e la puttana. 
Nel 2005 un documento delOnu riguardo allattuazione del CEDAW (Convention on the Elimination of All Forms of Discrimination Against Women), adottato nel 1981 da molti stati anche del terzo mondo e che gli Stati Uniti non hanno ancora firmato, così si esprime riguardo alla situazione italiana: «La donna in Italia è ancora percepita come oggetto sessuale e principale responsabile della crescita dei figli». 
Il risvolto della medaglia è il precariato infinito, lassenza di assistenza e di diritti, prima di tutto quello alla maternità, lo sfruttamento fisico e psicologico, la flessibilità infinita dei ruoli e dei lavori, la discriminazione salariale, la molestia e il mobbing, fino al fenomeno globale del femminicidio.

</text_more></entry>
<entry id='3302' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3302' author_id='12' authored_on='20100111143417' basename='tolkien_in_italia_aria_nuova_d' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100111143417' modified_on='20100111005058' ping_count='11' status='2' title='Tolkien in Italia: aria nuova, dopo 40 anni di strumentalizzazione' week_number='201002'><excerpt>...una fondazione intitolata a uno che scriveva cose come &quot;La televisione sa solo dire bene dei negri e non perde nessuna occasione per prenderne le parti con distorsioni di ogni specie [...] tanto da assuefare il pubblico ad una comunanza bastarda&quot;, oppure: &quot;Si depreca il regime detto segregazionistico - quello dellApartheid - mentre è il solo ragionevole e che non fa torto a nessuno.&quot;... Si dica quel che si vuole, ma Tolkien ci pare lontano anni-luce da questa roba.</excerpt><text>&lt;div align=&quot;center&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;JRR Tolkien&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/jrrtolkienn.jpg&quot; width=&quot;440&quot; height=&quot;400&quot; border=&quot;0&quot; /&gt;&lt;/div&gt;
L&apos;Italia è &lt;i&gt;l&apos;unico paese&lt;/i&gt; in cui &lt;b&gt;JRR Tolkien&lt;/b&gt; sia divenuto scrittore di riferimento della destra più estrema e lugubre, collocato in un ideale pantheon accanto a Julius Evola e consimili figuri razzisti. E&apos; una lunga storia di distorsioni e strumentalizzazioni, iniziata ormai quarant&apos;anni fa. 
Questa anomalia italiota non cessa di stupire studiosi e lettori di Tolkien di altri paesi. Persino in questo siamo riusciti a renderci ridicoli. 
Da alcuni anni, tuttavia, è in corso un serio lavoro di &quot;aggiornamento&quot; del dibattito: vengono tradotti in italiano gli scritti su Tolkien di studiosi come Tom Shippey, si organizzano incontri, convegni e seminari, si cerca di riscattare l&apos;autore de &lt;i&gt;Il signore degli anelli&lt;/i&gt; dall&apos;ipoteca delle appropriazioni destrorse e dei volantinaggi di Forza Nuova davanti alle sale cinematografiche. Non si tratta, banalmente, di &quot;rovesciare&quot; il mito di un Tolkien &quot;fascista&quot; per ottenere l&apos;immagine di un Tolkien &quot;democratico&quot; o addirittura &quot;progressista&quot;; si tratta invece di restituire le sue opere alla loro ricchezza e complessità. 
Pochi giorni fa, su &lt;i&gt;L&apos;Unità&lt;/i&gt;, &lt;b&gt;Roberto Arduini&lt;/b&gt; rendeva conto di questa poco vistosa ma significativa &quot;renaissance&quot; tolkieniana in Italia. Riproponiamo qui il suo articolo. A stretto giro, polemizzava con lui dalle pagine de &lt;i&gt;Il Giornale&lt;/i&gt; &lt;b&gt;Gianfranco De Turris&lt;/b&gt;, segretario della Fondazione Julius Evola e alfiere della tolkienologia &quot;all&apos;italiana&quot; descritta sopra. 
Tra le varie cose, De Turris è l&apos;uomo che definì &lt;b&gt;Furio Jesi&lt;/b&gt;, alquanto riduttivamente, &quot;intellettuale ebreo morto prematuramente per una fuga di gas del suo scaldabagno&quot;. Ebreo... fuga di gas... Uhm... Scaldabagno... Le docce di Auschwitz... &lt;i&gt;Humour&lt;/i&gt; nero? Mah. </text><text_more>De Turris è a capo di una fondazione intitolata a uno che scriveva cose come &quot;La televisione sa solo dire bene dei negri e non perde nessuna occasione per prenderne le parti con distorsioni di ogni specie [...] tanto da assuefare il pubblico ad una comunanza bastarda&quot;, oppure: &quot;Si depreca il regime detto segregazionistico - quello dellApartheid - mentre è il solo ragionevole e che non fa torto a nessuno.&quot; 
Si dica quel che si vuole, ma Tolkien ci pare lontano anni-luce da questa roba.
Per questioni di copyright non possiamo riprodurre l&apos;intervento di De Turris, che comunque &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.ilgiornale.it/cultura/scoop_dellunita_hobbit_sono_sinistra/08-01-2010/articolo-id=412126-page=0-comments=1&quot;&gt;linkiamo&lt;/a&gt;. 
Lo scambio è stato variamente commentato in rete (cfr. &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2010/01/08/tolkien-la-destra-la-sinistra-e-luniverso/&quot;&gt;il denso dibattito sul blog Lipperatura&lt;/a&gt;).
Oggi, di nuovo su &lt;i&gt;L&apos;Unità&lt;/i&gt; Arduini controbatte. In chiusura di questo post, in contemporanea all&apos;uscita in edicola, proponiamo la sua nota in risposta a De Turris. (&lt;b&gt;Red.&lt;/b&gt;)

&lt;div align=&quot;center&quot;&gt;***&lt;/div&gt;

&lt;b&gt;DI DESTRA? NO, ERA UN ROMANTICO
L&apos;ITALIA FINALMENTE CAPISCE TOLKIEN&lt;/b&gt;
di &lt;b&gt;Roberto Arduini&lt;/b&gt;
[&quot;L&apos;Unità&quot; il 7 gennaio 2010]

&lt;img alt=&quot;La falce spezzata&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Falce-spezzata_Tolkien_w_1.jpg&quot; width=&quot;155&quot; height=&quot;233&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;right&quot; vspace=&quot;1&quot; hspace=&quot;5&quot;&gt;Soffia un vento nuovo e non viene dallest. Se non la critica, parte degli studiosi si sono accorti che lo scrittore inglese &lt;b&gt;J.R.R. Tolkien&lt;/b&gt; è un autore a tutto tondo, non solo per bambini, come si dice, o per nostalgici. Questo almeno per lItalia, che colma ora una lacuna più che trentennale, e per una parte dei critici, visto che cè chi ancora nostalgico lo è nellanima. La sorprendente collana Tolkien e dintorni della Marietti 1820 in pochi anni ha riempito quel vuoto assordante con i migliori studi disponibili sullautore del &lt;i&gt;Signore degli Anelli&lt;/i&gt;: riunisce critici del calibro di &lt;b&gt;Tom Shippey&lt;/b&gt;, allievo ed erede del Professore, e &lt;b&gt;Verlyn Flieger&lt;/b&gt;, docente di Mitologia e Studi Medievali negli Usa. Come ulteriore novità, lultimo volume è unantologia scritta completamente da studiosi italiani. &lt;i&gt;&lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://bit.ly/8td44m&quot;&gt;La Falce Spezzata. Morte e immortalità in J.R.R. Tolkien&lt;/a&gt;&lt;/i&gt; segue anche nelle modalità di stesura gli standard dei Paesi anglosassoni, con un gruppo di studio durato quasi due anni. Gli autori non si limitano a ripetere versioni trite e obsolete presenti in molta saggistica degli anni passati, soprattutto nel periodo delluscita della trilogia di &lt;b&gt;Peter Jackson&lt;/b&gt;. Al contrario di interpretazioni allegoriche, tradizionaliste e mistico-dualistiche, tanto in voga fino a tutti gli anni Novanta - visioni che non trovano fondamento nellopera -, lo scrittore inglese è inserito nel filone tardoromantico, insieme ad autori come &lt;b&gt;William Morris&lt;/b&gt; e &lt;b&gt;George MacDonald&lt;/b&gt;, e a ritroso a risalire fino al loro capostipite, il poeta, filosofo e scrittore tedesco &lt;b&gt;Novalis&lt;/b&gt;, convinto sostenitore dellopera di fantasia, in cui «si rispecchia linsolito gioco dei rapporti tra le cose e si manifesta lanima del mondo». Tolkien rientra pienamente in questo filone con la sua idea dellarte come eterocosmo, della fantasia come ponte tra il naturale e il sovrannaturale, dellesperienza artistica come presa di coscienza della realtà vera e perenne che esiste aldilà del mondo sensibile delle apparenze. Ma Tolkien è anche uno scrittore che ha vissuto i drammi del XX° secolo, ha combattuto nelle trincee della Prima Guerra Mondiale e subito le bombe della Seconda. Lo scrittore sè posto le stesse domande che altri autori contemporanei si ponevano, cercando, forse con più fiducia rispetto ai &quot;War Poets&quot; come Graves, Owen e Sassoon, le risposte che la sua matrice cristiana e la sua aderenza a determinate tradizioni letterarie lo hanno spinto a trovare. Il suo tornare ai miti va interpretato non in una superficiale chiave allegorica - che lo scrittore dichiaratamente detestava -, ma come la volontà di inserire lesperienza e la sofferenza individuale in un contesto universale, restituendo valore al dolore, affrontando il problema del male, ricostruendo un mondo essenzialmente morale in cui lindividuo ritrova la propria identità attraverso le scelte e lassunzione di responsabilità verso la comunità. Fili conduttori ne risultano il rapporto con la natura (tema ecologico), con il passato (il tempo e la memoria) e con il presente (leroismo), che uniscono i racconti brevi (da &lt;i&gt;«Foglia», di Niggle&lt;/i&gt; al &lt;i&gt;Fabbro di Wootton Major&lt;/i&gt;) allo &lt;i&gt;Hobbit&lt;/i&gt; e al &lt;i&gt;Signore degli Anelli&lt;/i&gt;.

A ben guardare, gli studi validi erano già presenti in libreria, come dimostrano i molti volumi curati da &lt;b&gt;Franco Manni&lt;/b&gt; o un libro che risale addirittura al 1982, &lt;i&gt;Introduzione a Tolkien&lt;/i&gt; di &lt;b&gt;Emilia Lodigiani&lt;/b&gt;. Dieci anni dopo, su &lt;i&gt;LUnità&lt;/i&gt; &lt;b&gt;Alessandro Portelli&lt;/b&gt; parlando di Tolkien ne denunciava «lappropriazione, senza fondamento, da parte della destra italiana» che, omettendo capziosamente, si limitava a «raccontare la fabula, disinteressandosi del tutto dellintreccio».

Eppure, i più zelanti alfieri dellinterpretazione di destra continuano a raccontar la loro favola, senza accorgersi che il mondo va avanti. Forse è per questo che &lt;b&gt;Gianfranco de Turris&lt;/b&gt; ha potuto scrivere nella Postfazione alla &lt;i&gt;Leggenda di Sigurd e Gudrún&lt;/i&gt; tutta una serie di corbellerie, come il fatto che fosse ancora inedita la traduzione del &lt;i&gt;Beowulf&lt;/i&gt; da parte di Tolkien (pubblicata nel 2002 da &lt;b&gt;Michael Drout&lt;/b&gt;); ed è per questo che &lt;b&gt;Quirino Principe&lt;/b&gt;, curatore della prima edizione del &lt;i&gt;Signore degli Anelli&lt;/i&gt; per la Rusconi nel 1970, ha potuto dire allultimo festival della Letteratura di Mantova che la Bompiani non ha più ripubblicato &lt;i&gt;Le lettere di Babbo Natale&lt;/i&gt; (edite nel 2000 e nel 2004) e che &lt;i&gt;Albero e foglia&lt;/i&gt; fu unopera giovanile di Tolkien (aveva 50 anni).

Sono molti i segnali che le cose stanno cambiando, per fortuna, e lo dimostrano altri studi seri come le &lt;i&gt;Lettere ai Bambini&lt;/i&gt; di &lt;b&gt;C.S. Lewis&lt;/b&gt;, a cura di Carlo Bajetta, che rendono omaggio a un altro degli Inklings, amico di Tolkien e autore delle &lt;i&gt;Cronache di Narnia&lt;/i&gt;, che restituisce anche a questo autore unimmagine scevra da interpretazioni. Lo dimostra il fatto che lautore del &lt;i&gt;Signore degli Anelli&lt;/i&gt; sia perfino protagonista di un romanzo, lemozionante &lt;i&gt;Stella del Mattino&lt;/i&gt; di &lt;b&gt;Wu Ming 4&lt;/b&gt;. Lo dimostrerà soprattutto il convegno che si terrà il 22 maggio prossimo a Modena su Tolkien e la filosofia, organizzato dallIstituto Filosofico di Studi Tomistici e dallAssociazione Romana di Studi Tolkieniani, che porterà per la prima volta in Italia proprio Tom Shippey e Verlyn Flieger. «Il mondo sta cambiando», direbbe Barbalbero.

&lt;div align=&quot;center&quot;&gt;***&lt;/div&gt;

Da &lt;i&gt;L&apos;Unità&lt;/i&gt; dell&apos;11 gennaio 2010:

&lt;b&gt;LA VERITÀ FA MALE&lt;/b&gt;

La verità fa male. E lo dimostra la risposta piccata con cui &lt;b&gt;Gianfranco De Turris&lt;/b&gt;, curatore delle opere di Julius Evola e segretario di una fondazione a lui dedicata, ha risposto su &lt;i&gt;Il Giornale&lt;/i&gt;, venerdì 8 gennaio, alla mia recensione de &lt;i&gt;La Falce Spezzata. Morte e immortalità in J.R.R. Tolkien&lt;/i&gt;, edito dalla casa editrice Marietti 1820. Purtroppo, ognuno risponde con quel che ha. De Turris, glissando sulle sue manchevolezze pubblicate in apparati che dovrebbero essere critici, sbraita contro la supposta scoperta tardiva dello scrittore inglese. Ne fa una versione trita e ritrita del vecchio adagio di Giorgio Gaber &quot;Cosè di destra, cosè di sinistra?&quot;. A noi, questo argomento è venuto a noia già da molto tempo e ci limiteremo a dire che &lt;i&gt;LUnità&lt;/i&gt; denuncia lappropriazione indebita di Tolkien da parte della destra da quasi ventanni. &lt;i&gt;Alessandro Portelli&lt;/i&gt;, tra laltro, nel lontanissimo 1982, in un convegno e nei successivi Atti,
 parlava già degli «abili silenzi ed omissioni» di De Turris e soci su Tolkien (in &lt;i&gt;Nuova destra e cultura reazionaria negli anni Ottanta&lt;/i&gt;, pag. 288).
Niente di nuovo, quindi, anzi qualcosa di stravecchio, come le tesi che De Turris porta avanti, sempre le stesse da trentanni (basta leggere i titoli dei suoi scritti: Il caso Tolkien, Evola e Tolkien critici della modernità, Il Signore degli Anelli come viaggio iniziatico). Piuttosto che letture esoteriche, «simboli di una Tradizione perenne per inconsapevoli che possano essere allo stesso Tolkien», come scrive De Turris, preferiamo leggere i saggi di autori come Tom Shippey, Verlyn Flieger, Douglas Anderson, Michael Drout, che ci appaiono ben più solidi. È ora che il passato si faccia da parte e lasci il posto a studiosi seri, che basano le loro tesi su un uso corretto delle fonti.
Lultima fatica della Marietti va in questo senso: è una raccolta di saggi, la prima in assoluto su un tema fondamentale per le opere di Tolkien, tiene presente tutta la sua opera (inclusa la &lt;i&gt;History of Middle-Earth&lt;/i&gt;) e lo colloca allinterno del consesso internazionale, cosa che in Italia finora è avvenuta assai raramente.

&lt;div align=&quot;center&quot;&gt;***&lt;/div&gt;

Convegno internazionale
&lt;b&gt;&quot;TOLKIEN E LA FILOSOFIA&quot;&lt;/b&gt;
L&apos;Istituto Filosofico di Studi Tomistici, in collaborazione con l&apos;Associazione Romana di Studi Tolkieniani, ha organizzato per il prossimo 22 Maggio 2010 quello che, a detta di alcuni critici, sarà il più importante convegno di studi tolkieniani mai tenutosi in Italia.
Il convegno si terrà presso la Sala Convegni dell&apos;Hotel Raffaello, Strada per Cognento 5, Modena
Il tema della giornata è &quot;Tolkien e la Filosofia&quot; : il programma (da confermare) &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.istitutotomistico.it/attivita/2009_convegno_tolkien_filosofia.html&quot;&gt;sarà il seguente...&lt;/a&gt;

&lt;script src=&quot;http://getclicky.com/2599.js&quot; type=&quot;text/javascript&quot;&gt;&lt;/script&gt;&lt;i&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br&gt;&lt;noscript&gt;&lt;p&gt;&lt;img alt=&quot;Clicky&quot;&lt;br /&gt;
src=&quot;http://getclicky.com/2599ns.gif&quot; /&gt;&lt;/p&gt;&lt;/noscript&gt;
</text_more></entry>
<entry id='3303' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3303' author_id='13' authored_on='20100111222826' basename='come_tinvento_unemergenza_educ' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100111222826' modified_on='20100111232311' ping_count='6' status='2' title='Come t&apos;invento un&apos;emergenza educativa - I parte' week_number='201002'><excerpt>di &lt;b&gt;G. De Michele&lt;/b&gt; &lt;img alt=&quot;giulemani.png&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/giulemani.png&quot; width=&quot;29&quot; height=&quot;28&quot; border=&quot;0&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt; Com&apos;è nata, quali percorsi ha seguito e cos&apos;è oggi la &lt;i&gt;lobby&lt;/i&gt; ecclesiastica e affaristica che allunga le mani sull&apos;affare-istruzione.</excerpt><text>di &lt;b&gt;Girolamo De Michele&lt;/b&gt;&lt;img alt=&quot;giulemani.png&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/giulemani.png&quot; width=&quot;143&quot; height=&quot;141&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;

&lt;i&gt;[Questo testo è tratto da un manoscritto in fase di scrittura]&lt;/i&gt;

La pubblicazione del volume &lt;b&gt;La sfida educativa&lt;/b&gt; (Laterza, Bari 2009, pp. 224,  14.00), a cura del Comitato per il progetto culturale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), con la Prefazione di Camillo Ruini, consente di fare il punto sulla politica educativa e scolastica della Chiesa e delle &lt;i&gt;lobbies&lt;/i&gt; ad essa correlate, e di ricostruirne le strategie a partire dalla loro formalizzazione in un vero e proprio progetto politico: come sempre avviene, è lanatomia delluomo che consente di ricostruire quella della scimmia.</text><text_more>Una precisazione. La strategia progettuale di cui questo volume fa testimonianza è una strategia di lungo  anzi: lunghissimo  periodo. In un lontano, ma ancora attuale (e per alcuni versi preveggente) libro del 1954, &lt;b&gt;Storia della scuola popolare in Italia&lt;/b&gt;, &lt;a href=&quot;http://it.wikipedia.org/wiki/Dina_Bertoni_Jovine&quot;&gt;Dina Bertoni Jovine&lt;/a&gt; osservava che, allindomani del Concordato del 1929, la politica scolastica del Vaticano «si svilupperà in una duplice direzione: diffondere una crescente indifferenza per la scuola dello Stato; sviluppare e rinvigorire una legislazione che favorisca la scuola privata, nella sicurezza che, nel campo delliniziativa privata, nessun ente potrà, per lungo tempo, competere con le forze clericali». Lo studio di Bertoni Jovine giungeva a constatare il fallimento del progetto, debole ed elitario, di uneducazione fondata sulla tradizione del riformismo illuministico, concretatosi con i Patti Lateranensi: unimpostazione che potrebbe valere anche per una storia della scuola e del problema educativo nellItalia repubblicana. E che vale senzaltro per delineare le mosse di una potente lobby educativa nellultimo decennio.

Possiamo riassumere queste mosse in tre passaggi strategici.
Nel primo viene lanciato lallarme dellemergenza educativa.
Nel secondo si scatenano, con toni apocalittici e talvolta sguaiati (ma non casuali), i taliban.
Infine viene avanzata una  apparentemente  pacata proposta che sembra espungere i radicalismi e proporsi come una ragionevole piattaforma formulata in nome del bene comune.
Cè, in realtà, un quarto passaggio, che resta celato dallapparente opposizione allo stato di cose presente: ma di questo, più avanti.

Per definire questa strategia uso qui una categoria concettuale proposta a suo tempo da Umberto Eco in &lt;b&gt;Apocalittici e integrati&lt;/b&gt;: i &lt;i&gt;venditori di Apocalisse&lt;/i&gt; [1]. &lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/watch?v=Fg77T0Mip6E&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;Benigni-Troisi.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Benigni-Troisi.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;142&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;&lt;/a&gt; Il venditore di Apocalisse è quellintellettuale che si costituisce come «esperto del dove andremo a finire», piuttosto che accettare lesistenza di un nuovo orizzonte di problemi: come i dotti di Salamanca che confutarono Colombo, e davanti allevidenza empirica dellesistenza dellAmerica sostennero con pervicacia che «lAmerica esiste, è vero, ma è male che esista, e gravi danni ne conseguiranno per la comunità umana». Ricordate linsegnante Saverio, ossia Roberto Benigni in &lt;i&gt;Non ci resta che piangere&lt;/i&gt;? &lt;i&gt;[clicca sull&apos;immagine]&lt;/i&gt; Voleva impedire a Cristoforo Colombo di partire perché la scoperta dellAmerica aveva messo in moto una serie di eventi culminati con la sofferenza della di lui sorella ad opera di un americano: ecco, il venditore di Apocalisse è uno così. Con una variante, rispetto alloriginaria proposta di Eco: a volte assume toni ancora più catastrofici, e si fa esperto non del dove andremo a finire, ma del dove siamo andati a finire.

Dove siamo andati a finire, dunque? Nel pieno di unemergenza educativa, ci dicono. E come ci siamo arrivati? Ce lo spiega (siamo al primo passaggio) un &lt;a href=&quot;http://malpighi.altervista.org/appelloeducazione/?Il_testo_dell%27appello&quot;&gt;&lt;i&gt;Appello per lEducazione&lt;/i&gt;&lt;/a&gt; lanciato nel 2005 da Comunione e Liberazione in appoggio alla pubblicazione di &lt;b&gt;Il rischio educativo&lt;/b&gt; di don Giussani [2]. Lappello è intitolato &lt;i&gt;Se ci fosse uneducazione del popolo tutti starebbero meglio&lt;/i&gt;: una frase di don Giussani che nasconde, dietro lapparente ovvietà dellenunciato, un ambiguo senso secondo. Se, infatti, in apparenza nessuno potrebbe negare lenunciato nella sua formulazione ingenua, a ben vedere dentro questo accattivante Cavallo di Troia viene suggerito che il popolo avrebbe bisogno di essere educato perché attualmente non lo è: e, a ben pensarci, perché da solo non ne è capace. Per dirla con un &lt;a href=&quot;http://malvino.ilcannocchiale.it/&quot;&gt;intelligente blogger&lt;/a&gt;: se il pastore lo chiama gregge ci sarà un motivo. Lappello si apre con lallarmante denuncia di «una cosa che non era mai accaduta prima: è in crisi la capacità di una generazione di adulti di educare i propri figli». Il motivo è presto detto: i maledetti 40 anni che ci separano dal 68, fonte di tutti i mali. Un ritornello che diventerà, due-tre anni dopo, ossessivo: «Per anni dai nuovi pulpiti - scuole e università, giornali e televisioni - si è predicato che la libertà è assenza di legami e di storia, che si può diventare grandi senza appartenere a niente e a nessuno, seguendo semplicemente il proprio gusto o piacere». Questa lanamnesi. La diagnosi è conseguente: «È diventato normale pensare che tutto è uguale, che nulla in fondo ha valore se non i soldi, il potere e la posizione sociale. Si vive come se la verità non esistesse, come se il desiderio di felicità di cui è fatto il cuore delluomo fosse destinato a rimanere senza risposta».

Nulla di nuovo, per certi versi. Si dà per certa una peculiare concezione delleducazione, della vita, del mondo; si constata che leducazione, la vita, il mondo non vanno nella direzione dovuta; si fornisce una descrizione caricaturale di questo nuovo mondo, funzionale alla critica che dovrebbe seguirne (una petizione di principio); e si conclude col «dove siamo andati a finire» tipico dei dotti di Salamanca. Tutte cose già dette, e meglio, nel libro di don Giussani.
Ma  è questo lelemento rilevante  attorno a questo Appello si coagula un insieme di firmatari che va ben oltre Comunione e Liberazione, e che assume la forma di un vero e proprio schieramento pronto alla battaglia. Impressionante è soprattutto il &lt;i&gt;parterre&lt;/i&gt; del giornalismo; &lt;img alt=&quot;belpiet.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/belpiet.jpg&quot; width=&quot;140&quot; height=&quot;150&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;accanto alla scontata la firma di Amicone e Bonacina (rispettivamente direttori di &lt;i&gt;Tempi&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;Vita&lt;/i&gt;), Davide Rondoni e Dino Boffo (allepoca direttore di &lt;i&gt;Avvenire&lt;/i&gt;), troviamo Maurizio Belpietro (&lt;i&gt;Il Giornale&lt;/i&gt;), Carlo Rossella e Paolo Liguori (Mediaset), Mauro Mazza (direttore TG2), lagente del SISMI Renato Farina (&lt;i&gt;Libero&lt;/i&gt;), Giuliano Ferrara (&lt;i&gt;Il Foglio&lt;/i&gt;), Antonio Polito (&lt;i&gt;Il Riformista&lt;/i&gt;), Giancarlo Mazzuca (&lt;i&gt;Quotidiano Nazionale&lt;/i&gt;), Franco Bechis, (&lt;i&gt;Il Tempo&lt;/i&gt;), Ferruccio De Bortoli (allepoca in castigo al &lt;i&gt;Sole 24 Ore&lt;/i&gt;), e Magdi &lt;i&gt;non-ancora-Cristiano&lt;/i&gt; Allam, il pinocchio dEgitto, che sulla crisi della civiltà occidentale è come i cagnolini di pezza sul cruscotto dellautomobile  non serve a niente, ma non se ne può farne a meno &lt;i&gt;[se vi siete persi il saggio dedicato a Magdi Allam da Valerio Evangelisti, cliccate qui: &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2003/04/000155.html#000155&quot;&gt;1&lt;/a&gt;, &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2003/04/000162.html#000162&quot;&gt;2&lt;/a&gt;, &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2003/04/000175.html#000175&quot;&gt;3&lt;/a&gt;, &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2003/04/000194.html#000194&quot;&gt;4&lt;/a&gt;, &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2003/05/000225.html#000225&quot;&gt;5&lt;/a&gt;]&lt;/i&gt;. E poi banchieri e affaristi: Franco Bazoli (Banca Intesa), Giuseppe Guzzetti (CaRiPlo), Roberto Mazzotta (Banca Popolare di Milano), Giuseppe Mussari (Fondazione Monte dei Paschi di Siena), Fabio Roversi Monaco (Fondazione CaRisBo), Santo Versace (di professione fratello), Massimo Calearo (Federmeccanica, poi deputato PD, poi fuoriuscito dal PD dopo aver scoperto che era un partito di sinistra), Giorgio Squinzi (MAPEI) e Andrea Muccioli (San Patrignano), Gaetano Quagliarello e Giorgio Israel. E qualche simpatica ciliegina sulla torta, da Pupi Avati (tra i primi firmatari) alla Mina nazionale (in veste di &lt;a href=&quot;http://www.minamazzini.com/articoli/?sez=stampa&amp;num=284&quot;&gt;giornalista&lt;/a&gt;, non di cantante: ma tantè...).
È commovente pensare che tanti stimati giornalisti, ciascuno nel proprio mestiere maestro di sincerità e trasparenza, abbiano sentito questo doveroso imperativo come prioritario. E che tanti banchieri, affaristi, uomini dimpresa, trascinati dallimperativo etico di risollevare le sorti delleducazione, siano rimasti sorpresi dallesplodere di una crisi globale alla quale, per nobilissime ragioni, non avevano avuto tempo di prestare attenzione.

Cosa succede dopo questo Appello che di fatto è un Manifesto? Che il tema dellemergenza educativa, ormai lanciato, viene diffuso in modo ossessivo. E non solo dalle testate ufficialmente di destra: nel frattempo De Bortoli, che aveva qualcosa da farsi perdonare, ha finito di scontare il purgatorio al &lt;i&gt;Sole 24 Ore&lt;/i&gt;, ed è tornato alla direzione del &lt;i&gt;Corriere della Sera&lt;/i&gt;, dalle cui colonne partono le bordate di alcune tra le sue più autorevoli firme, come Ernesto Galli della Loggia ad Angelo Panebianco.&lt;img alt=&quot;toto_san_giovanni_decollato.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/toto_san_giovanni_decollato.jpg&quot; width=&quot;140&quot; height=&quot;105&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt; Che, come dimostrano i loro editoriali, di scuola poco sanno e ancor meno capiscono, ma per la proprietà transitiva dellautorevolezza espressa per la prima volta in &lt;b&gt;San Giovanni decollato&lt;/b&gt; da Totò nel ruolo di &lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/watch?v=XA9_qcK-s6Y&amp;feature=related&quot;&gt;MastrAgostino Miciacio&lt;/a&gt; (un ciabattino talmente bravo da essere soprannominato il professore, dunque per definizione un professore &lt;i&gt;tout court&lt;/i&gt;, un pozzo di scienza capace persino di sapere come si fa una scarpa), se sono autorevoli in un campo lo sono, o ritengono di esserlo, sullintero globo terracqueo, &lt;i&gt;dunque&lt;/i&gt; anche sulla scuola.

La reiterazione dellemergenza educativa procede di pari passo con la campagna sulla dittatura del relativismo, vero cavallo di battaglia del cardinale Ratzinger, nel frattempo assurto al Soglio Pontificio, e ne costituisce una sorta di conseguenza empirica: nelletà del vuoto nichilistico e dellindifferenza etica, leducazione non può che essere in stato demergenza. In verità la dittatura del relativismo è, dal punto di vista logico, filosofico ed effettuale, un ronzino azzoppato più che un cavallo, che esso si regga solo al prezzo di fallacie logiche e scorrettezze argomentative più volte rilevate [3]. Basterebbe ricordare queste parole di Gustavo Zagrebelsky: «dire a una persona &quot;tu sei un relativista&quot;, significa qualcosa di molto simile al dirgli &quot;tu sei un nichilista, tu non credi in nulla&quot;. Ma dire che le istituzioni democratiche devono essere relativiste significa che devono sostanzialmente rispettare una posizione di neutralità tra le posizioni sostanziali che vivono nella società in modo che tutte possano vivere e possano espandersi» [4]. Ma questo non preoccupa più di tanto. Nella società della comunicazione e dello spettacolo, nella società postmoderna, leffetto prodotto da un enunciato è più importante del suo valore di verità: un paradosso che non sembra essere colto dagli spuntati avversatori del cosiddetto nichilismo postmoderno.

In parallelo con la campagna di denuncia dei mali della modernità  «dove siamo andati a finire, signora mia!»  procede la campagna sullemergenza educativa. Nella quale si distinguono, per la violenza con cui, sgomitando, si affacciano sulla scena, i catastrofisti.
Ne è un esempio Giorgio Israel, che in una impressionante serie di interventi su quasi tutti i quotidiani in qualche modo rappresentati nellAppello per lEducazione reitera sempre gli stessi concetti. Il principale dei quali è lestensione dellemergenza educativa allintero Novecento: la crisi delleducazione, infatti, è il prodotto di una distorsione pedagogica che parte da John Dewey e Jean Piaget, per arrivare, ai giorni nostri, a Morin, ai teorici della complessità e del concetto di sistema (concetti che per Israel sono come il famoso punto G: non riuscendo a trovarli perché non li capisce, ne nega lesistenza), attraverso la pedagogia sovietica, don Milani e lattuale riforma educativa del governo Zapatero.
Questa ricostruzione ricorda certe deliranti teorie del complotto, che costituiscono la migliore confutazione empirica della pseudo-teoria della creazione mediante un disegno intelligente: come quella che vuole Aldo Moro consegnato dalle Brigate Rosse a una Loggia Massonica segreta al cui vertice (cioè al 51mo grado, da cui Grado-LI) ci sarebbe stato il Maître du Glaive (=il Signore del Gladio), con annessi cavalieri dellOrdine di Malta, Rosa-Croce e via delirando [5]; o consimili deliri neo-nazisti sul complotto giudo-massonico che avrebbe per sede non più i sotterranei della Banca di Londra, ma il MIT di Boston; o infine, una qualunque puntata del programma televisivo &lt;b&gt;Voyager&lt;/b&gt;. Basterà osservare che su Dewey e Piaget sono stati costruiti i sistemi scolastici di un secolo intero, e che se la tesi di Israel avesse una parvenza di verità la catastrofe educativa avrebbe dovuto travolgere lintero sistema occidentale di istruzione.
Accanto al professor Israel, come non notare Mario Giordano, col suo libro &lt;i&gt;just in time&lt;/i&gt; sulla scuola &lt;b&gt;5 in condotta&lt;/b&gt;, che attinge copiosamente a &lt;b&gt;La fabbrica degli ignoranti&lt;/b&gt; di Giovanni Floris (il conduttore di &lt;i&gt;Ballarò&lt;/i&gt;) [6], e condivide con questultimo la bufala del numero di bidelli che sarebbe superiore a quello dei carabinieri?

Un vecchio trucco retorico, nella gestione delle dispute pubbliche, è di far affiorare una posizione &lt;i&gt;apparentemente&lt;/i&gt; radicale per poterne assumere i contenuti fingendosi portatori di una tesi &lt;/i&gt;moderata&lt;/i&gt;, o quantomeno &lt;i&gt;misurata&lt;/i&gt;. E infatti, accanto agli sciabolatori senza briglie, viene a costituirsi poco a poco una posizione che ingloba lAppello per lEducazione, magari senza esplicitarlo, e reitera il tema dellemergenza educativa in forme più accurate, e a un più alto livello. Se ne fa carico, in modo esplicito, Joseph Ratzinger il 29 maggio 2008 [&lt;a href=&quot;http://magisterobenedettoxvi.blogspot.com/2008/05/nel-quadro-di-una-laicit-sana-e-ben.html&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;]:
«In Italia, come in molti altri Paesi, è fortemente avvertita quella che possiamo definire una vera e propria &quot;emergenza educativa&quot;. Quando, infatti, in una società e in una cultura segnate da un relativismo pervasivo e non di rado aggressivo, sembrano venir meno le certezze basilari, i valori e le speranze che danno un senso alla vita, si diffonde facilmente, tra i genitori come tra gli insegnanti, la tentazione di rinunciare al proprio compito, e ancor prima il rischio di non comprendere più quale sia il proprio ruolo e la propria missione. Così i fanciulli, gli adolescenti e i giovani, pur circondati da molte attenzioni e tenuti forse eccessivamente al riparo dalle prove e dalle difficoltà della vita, si sentono alla fine lasciati soli davanti alle grandi domande che nascono inevitabilmente dentro di loro, come davanti alle attese e alle sfide che sentono incombere sul loro futuro. Per noi Vescovi, per i nostri sacerdoti, per i catechisti e per l&apos;intera comunità cristiana l&apos;emergenza educativa assume un volto ben preciso: quello della trasmissione della fede alle nuove generazioni. Anche qui, in certo senso specialmente qui, dobbiamo fare i conti con gli ostacoli frapposti dal relativismo, da una cultura che mette Dio tra parentesi e che scoraggia ogni scelta davvero impegnativa e in particolare le scelte definitive, per privilegiare invece, nei diversi ambiti della vita, l&apos;affermazione di se stessi e le soddisfazioni immediate».

Tracciata la direttrice, è Camillo Ruini a indicarne in modo più accurato gli sviluppi, con la &lt;i&gt;Lectio Magistralis&lt;/i&gt; «La questione dell&apos;educazione al tempo del relativismo» (tenuta il 2 febbraio 2009, e pubblicata il giorno successivo su LOsservatore Romano: &lt;a href=&quot;http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/cultura/027q05a1.html&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;): la premessa a La sfida educativa, non a caso citata nellIntroduzione. &lt;img alt=&quot;ruini01.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/ruini01.jpg&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;115&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Sostiene Ruini che l«educazione autentica» sarebbe minata alla base da tre aspetti della cultura contemporanea: accanto alla dittatura del relativismo e al nichilismo, il «&quot;naturalismo&quot;, o più esattamente riconduzione e riduzione dell&apos;uomo a un elemento della natura: [...] la tendenza a considerare l&apos;uomo &quot;soltanto una particella della natura&quot;. Oggi il rischio è molto aumentato, perché sta diventando egemone l&apos;idea che il soggetto umano non sia altro che un risultato dell&apos;evoluzione cosmica e biologica:  certamente il suo risultato più alto, almeno per ora e nella piccola porzione dell&apos;universo da noi meglio conosciuta, ma pur sempre un risultato omogeneo a tutti gli altri, in particolare agli animali superiori a noi più vicini nelle linee evolutive. In questa ottica i caratteri propri della nostra specie, in ultima analisi l&apos;intelligenza e la libertà, non vengono certo negati, ma considerati semplicemente sviluppi e affinamenti ulteriori di capacità cerebrali evolutesi progressivamente».
Accanto al rigetto di ogni concezione dellumano e del suo posto del mondo che non presupponga una Verità già data, viene insinuato il sospetto su ogni concezione scientifica del mondo. Non a caso &lt;b&gt;La sfida educativa&lt;/b&gt;, a proposito delleducazione alle «scienze della natura» (si noti quel della natura, che sottintende lesistenza di un&lt;i&gt;altra&lt;/i&gt; scienza, non &lt;i&gt;della&lt;/i&gt; ma &lt;i&gt;al di là&lt;/i&gt; della natura, alla quale la prima sarebbe logicamente subordinata), sostiene che «già la semplice presentazione delle principali teorie scientifiche pone la questione della loro verità, della corrispondenza delle loro affermazioni con una realtà che non dipende da noi». Lapprendimento critico del sapere scientifico dovrà quindi aver cura di «distinguere le affermazioni scientifiche da quelle che scientifiche non sono. Si potrà così avviare i giovani a distinguere le &lt;i&gt;diverse forme di accertamento della verità&lt;/i&gt; [corsivo mio]» [p. 55].
Chi ha orecchie per intendere intende, o intenderà.
O  farà meglio ad intendere.

&lt;b&gt;NOTE&lt;/b&gt;

[1] Umberto Eco, «Da Pathmos a Salamanca», in &lt;i&gt;Apocalittici e integrati&lt;/i&gt;, Bompiani, Milano 1964, pp. 367-371.
[2] Luigi Giussani, &lt;i&gt;Il rischio educativo&lt;/i&gt;, Rizzoli, Milano 2005.
[3] Mi permetto di citarmi: «È noto che su questa espressione, ottenuta unendo due parole che scritte l&apos;una dietro l&apos;altra non significano alcunché, Ratzinger ha scritto un libello a quattro mani con Marcello Pera  un episodio inquietante, che dimostra come si possano occupare cattedre universitarie senza alcuna seria verifica sulla scientificità della produzione dei cattedratici. &quot;Dittatura del relativismo&quot; è, dal punto di vista logico, una fallacia bella e buona, ottenuta confondendo i livelli di denotazione delle parole usate: è come dire che la democrazia non è democratica perché non ammette la dittatura (come infatti affermava il cattolico tedesco Carl Schmitt). Ma non è necessario ricorrere alla teoria dei tipi per confutare il PeRatzinger, questa strana bestia filosofica, metà cardinale e metà vegetale: basta, di Bertrand Russell qualche pagina più accessibile. Ad esempio questa: «A un certo tipo di persone piace moltissimo ripetere &quot;tutto è relativo&quot;. Si tratta naturalmente di una sciocchezza, perché se tutto fosse relativo non ci sarebbe più nulla con cui stare in relazione»
Ciò che in logica si presenta come fallacia, in un&apos;analisi del linguaggio comune quale quella proposta da Harry G. Frankfurt è una stronzata, cioè un discorso né vero né falso, che cioè non presenta alcun interesse per (affermare o negare) la verità: «mai dire una bugia quando puoi cavartela a forza di stronzate». Sennonché, se dal punto di vista puramente logico una stronzata resta tale anche se detta da un cattedratico, un cardinale o un papa  tutt&apos;al più sono questi a divenire &quot;dicitori di stronzate&quot; , dal punto di vista del rapporto tra linguaggio e mondo il ruolo e l&apos;autorevolezza dell&apos;enunciatore contribuiscono nella prassi a costituire il valore dell&apos;enunciazione. Accade così che la &quot;dittatura del relativismo&quot;, autorevolmente enunciata, avvolga nelle sue nebbie logico-argomentative la sostanza della questione, occultando la posta in palio e dando l&apos;impressione che l&apos;alternativa sia tra un mondo privo di valori (il relativismo) e l&apos;unica alternativa costituita dai valori naturali» [&lt;i&gt;Si deus est, unde Ratzinger?  I parte&lt;/i&gt;: &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2007/06/002270.html#002270&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;].
[4] Gustavo Zagrebelsky, «Laicità. Pericolosi Non Possumus», &lt;i&gt;lUnità&lt;/i&gt; 23 marzo 2007 [&lt;a href=&quot;http://spogli.blogspot.com/2007_03_23_archive.html&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;].
[5] Giovanni Fasanella e Giuseppe Rocca, &lt;i&gt;Il misterioso intermediario. Igor Markevic e il caso Moro&lt;/i&gt;, Einaudi, Torino 2003.
[6] Mario Giordano, &lt;i&gt;5 in condotta. Tutto quello che bisogna sapere sul disastro della scuola&lt;/i&gt;, Mondadori, Milano 2009; Giovanni Floris, &lt;i&gt;La fabbrica degli ignoranti. La disfatta della scuola italiana&lt;/i&gt;, Rizzoli, Milano 2008.</text_more></entry>
<entry id='3304' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3304' author_id='1' authored_on='20100108013219' basename='calpestare_loblio_la_poesia_italiana_allassalto' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100108013219' modified_on='20100107233339' ping_count='0' status='2' title='&quot;Calpestare loblio&quot;: la poesia italiana all&apos;assalto' week_number='201001'><text>&lt;img alt=&quot;calpestare_oblio.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/calpestare_oblio.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;148&quot; border=&quot;1&quot; hspace=5 vspace=2 align=right /&gt;&lt;b&gt;Calpestare loblio: venerdì 8 gennaio, assemblea dei poeti contro loblio al Beba do Samba di Roma&lt;/b&gt;
Venerdì 8 gennaio, dalle ore 16 a sera inoltrata, i poeti italiani che a novembre hanno aderito alliniziativa Calpestare loblio. Poeti italiani contro la minaccia incostituzionale, per la resistenza della memoria repubblicana, promossa dalla rivista La Gru (&lt;a href=&quot;http://www.lagru.org&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;www.lagru.org&lt;/a&gt;) e rilanciata dal sito di MicroMega e dalle pagine dellUnità, e aspramente criticata da Libero, Il Giornale, Il Foglio e perfino Il Corriere della Sera, si riuniranno in assemblea presso l&apos;Associazione Culturale Beba do Samba di Roma (in via de Messapi n. 8, quartiere San Lorenzo), in collaborazione con la rivista di poesia e arte contemporanea Argo e con il settimanale Left. Apriranno i lavori dellassemblea gli interventi dei poeti &lt;b&gt;Franco Buffoni&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;Gianni DElia&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;Flavio Santi&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;Maria Grazia Calandrone &lt;/b&gt;e &lt;b&gt;Pietro Spataro&lt;/b&gt;, che passeranno poi il microfono a tutti i poeti e gli spettatori presenti che vorranno intervenire sul tema delloblio della memoria democratica e repubblicana, della rimozione della cultura nella società italiana e della funzione che possono svolgere i poeti e gli artisti nellattuale fase della storia nazionale e della storia della comunicazione di massa in Italia.</text><text_more>Liniziativa Calpestare loblio è stata sottoscritta da oltre cento poeti italiani di diversa età e provenienza geografica, tra i quali, oltre ai nomi già citati, &lt;b&gt;Nanni Balestrini&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;Roberto Roversi&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;Luigi Di Ruscio&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;Giuliano Scabia&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;Alberto Bellocchio&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;Maurizio Cucchi&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;Eugenio De Signoribus&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;Antonella Anedda&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;Marco Giovenale&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;Tommaso Ottonieri&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;Alba Donati&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;Giancarlo Sissa&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;Francesco Scarabicchi&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;Alberto Bertoni&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;Lello Voce &lt;/b&gt;e tantissimi autori della nuova generazione, nati tra gli anni 70 e 80. 
Calpestare l&apos;oblio vuol dire che i poeti italiani non intendono più restare in silenzio di fronte allo sfacelo culturale del proprio Paese, sfacelo che se può essere definito sinteticamente &quot;berlusconismo&quot;, più propriamente è la Storia del trentennio dell&apos;interruzione culturale e della colonizzazione televisiva della società italiana. Contro questo Trentennio di interruzione culturale i poeti di &quot;Calpestare l&apos;oblio&quot; si ribellano. Essi dicono anche che l&apos;ideologia della separazione, per cui alla poesia sarebbe dato di occuparsi solo del dato letterario, è finita. I poeti di &quot;Calpestare l&apos;oblio&quot; reclamano il proprio diritto di cittadinanza allinterno della Polis del dibattito politico e culturale.
Alle ore 19.00 si susseguiranno le letture poetiche e le performance di una trentina di autori, e alle ore 23 chiuderà levento il concerto del gruppo musicale PANE (http://www.progettopane.org). 
È inoltre prevista la partecipazione degli artisti &lt;b&gt;Nicola Alessandrini &lt;/b&gt;e &lt;b&gt;Valeria Colonnella &lt;/b&gt;che presenteranno alcune opere e video-installazioni sul tema dell&apos;oblio. Straordinaria adesione e presenza di &lt;b&gt;Rosemary Liedl Porta&lt;/b&gt;, vedova del poeta &lt;b&gt;Antonio Porta&lt;/b&gt;, che leggerà degli inediti del marito.
&lt;b&gt;Davide Nota &lt;/b&gt;e &lt;b&gt;Fabio Orecchini&lt;/b&gt;, organizzatori dellevento, presenteranno per loccasione la nuova versione delle-book Calpestare loblio, a cui hanno aderito molti nomi della poesia italiana contemporanea.
L&apos;evento sarà trasmesso in diretta sulla web-tv &lt;b&gt;MeddleTv&lt;/b&gt; (&lt;a href=&quot;http://www.meddle.tv&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;http://www.meddle.tv&lt;/a&gt;) e gli atti dellassemblea saranno in futuro pubblicati assieme alla nuova versione dellantologia poetica.
A tale proposito abbiamo intervistato uno degli organizzatori, il poeta Davide Nota.

&lt;b&gt;Come e perché è nata l&apos;idea?&lt;/b&gt;

Contro la minaccia incostituzionale era il titolo di un intervento poetico a due voci, che lo scorso aprile io e Gianni DElia avevamo pubblicato sulla &lt;i&gt;Gru&lt;/i&gt;, contro la proposta berlusconiana di cambiare nome alla festa della Liberazione. A seguito di questo piccolo e irrilevante intervento civile di poesia ci contattarono e si unirono altri amici poeti, e così nacque spontaneamente l&apos;idea di raccogliere una ventina, trentina di testi, per unazione più complessiva di critica poetica contro legemonia culturale del potere post-piduista in atto, cioè contro il monopolio della comunicazione via etere. Un intervento insomma che se partiva dal pretesto dei temi della memoria della Resistenza e della resistenza della memoria, in breve tempo si è trasformato in un vero e proprio atto di contestazione complessiva di unepoca di oblio culturale, una forma di resistenza umanistica contro il basso impero di unomologazione logorante ed asfissiante, e di cui vittima non è stata solamente la poesia, confinata nel lager inoffensivo dello specialismo separato dalla società italiana, ma la consapevolezza stessa dei propri valori culturali condivisi e dei diritti individuali e sociali che infatti sono stati smantellati dietro le quinte dellintrattenimento televisivo.
Ecco, lantologia Calpestare loblio, che è un verso del testo inedito di Roberto Roversi, ha assunto man mano tutti questi significati, e si è fatta uniniziativa spontanea di resistenza della memoria civile, ed anche di riscatto specifico da parte di una delle arti più ferite e umiliate, contro lideologia barbarica che domina lItalia da tre decenni, esattamente da quel 1978 in cui Silvio Berlusconi acquisì Telemilano ed iniziò col sostegno di diversi centri di potere nazionale quel progetto malato di unificazione nazionale fondato sulla lobotomizzazione del popolo italiano.
I temi storici e culturali, comunque, sono spiegati molto limpidamente nellintroduzione di Luigi-Alberto Sanchi, che è un giovane intellettuale e storico del CNR di Parigi, e a cui rimando.

&lt;b&gt;Qual è l&apos;obiettivo?&lt;/b&gt;

Io credo forse ingenuamente che la poesia possa essere davvero, come diceva Mandelstam, un campanello di Pavlov che risvegli nel singolo lettore quella sete di esistenza, verità, vitalità, che renda per contrasto evidente la finzione, la menzogna, linsopportabile irrealtà della scenografia di massa rappresentata dai nostri carcerieri. Franco Fortini, che non era di certo un ingenuo sognatore, diceva che anche il dipinto di un paesaggio può essere unazione politica se provoca nellanimo del prigioniero o del lavoratore sfruttato che lo contempla quellimplacabile sete di vita che diventa poi volontà di evasione, e che può diventare volontà di cambiamento strutturale.
Lobiettivo realistico è per ora quello di avere dimostrato pubblicamente che i poeti italiani esistono e resistono, che lideologia della separazione delle discipline non ha vinto, che lestetica neo-parnassiana è scaduta, che non è vero che la poesia non può per sua natura sollevare un dibattito pubblico su determinati temi, a confronto con politica e giornalismo.
Calpestare loblio vuol dire esigere che la società nella quale si vive rispetti la cultura e rispetti la poesia, vuol dire reclamare il nostro diritto di cittadinanza nella polis del dibattito politico e culturale, contro la separazione delle discipline, contro le pareti stagne dei lager specialistici, vuol dire contestare il trentennio dellinterruzione culturale di massa, vuol dire bestemmiare il dogma del disimpegno.
Lobiettivo a lungo termine è certamente quello di guadagnare uno spazio per il pensiero critico ed artistico nel mass media italiano, quello spazio che è stato praticamente abolito in Italia da trentanni per ragion di Stato. Dobbiamo rifondare, metaforicamente, una Officina del pensiero critico.

&lt;b&gt;Perché la poesia e non altre forme d&apos;arte?&lt;/b&gt;

Infatti, questa antologia è di poeti ma la lotta è comune e ben venga lunione di tutte le arti per una contestazione larga di un sistema basato sulla lobotomia di massa e sulla colonizzazione dellinconscio. Bisognerebbe ripartire da Guy Debord e da Pasolini.

&lt;b&gt;La libertà d&apos;espressione è a rischio?&lt;/b&gt;

Il fascismo post-moderno non ha avuto caratteristiche coercitive militari perché colonizzava direttamente linconscio, le emozioni, le paure, e garantiva anche nella svogliata percezione dei telespettatori la comoda illusione di un falso pluralismo che in realtà non era altro che unora daria umiliante per la dissidenza e funzionale al controllo.
Insomma, se il poeta va da Maurizio Costanzo o da Marzullo, come il dissidente va a &lt;i&gt;Porta a porta&lt;/i&gt;, per parlare dieci minuti, leggere una poesia, fare una dichiarazione originale, e poi essere congedato al proprio oblio quotidiano con un buffetto paternalista sulla guancia, che cosa stiamo facendo?
Debord diceva che se oggi Marx scrivesse il &lt;b&gt;Capitale&lt;/b&gt;, andrebbe in televisione a parlare del proprio prodotto per venti minuti, risponderebbe alle domande di qualche commentatore idiota e andrebbe a casa con la sensazione di non avere scalfito nemmeno un atomo di realtà.

&lt;b&gt;Ti sei fatto un&apos;idea del perché di questa alzata di scudi?&lt;/b&gt;

Non sono così ingenuo da pensare che la poesia possa fare paura al Palazzo. Però credo che, a livello generale, stiano percependo qualche cedimento strutturale della scenografia ufficiale, per cui ci mancavano i poeti, come infatti ha scritto Battista sul &lt;i&gt;Corriere.&lt;/i&gt;
Però bisogna fare alcune considerazioni. Innanzitutto questa destra ha investito moltissimo sulla questione dellegemonia culturale, anche nei minimi dettagli come la poesia, prendi ad esempio tutto il progetto messo in piedi da Cl e per cui è stato usato Davide Rondoni, che in definitiva è lintruppamento finalizzato a disinnescare tutta la tradizione critica dei poeti in rivolta: Rimbaud, Allen Ginsberg, Pasolini etc, o prendi gli investimenti di DellUtri sul giornale di cultura Il domenicale, affidato a Crespi, che ora tra laltro è in crisi ma che fino a poco tempo fa era lunico giornale che pagava per qualche pezzo di poesia. Per cui immagino che, in un momento di crisi politica, gli addetti alla cultura abbiano visto con preoccupazione questa iniziativa, chiaramente a seguito dello spazio che LUnità, nella persona di Pietro Spataro, ci ha offerto. Hanno paura che crolli il tetto della palestra prima dellultimo round. 
Ecco, la seconda considerazione è che stiamo vivendo il passaggio dalla televisione via etere al digitale terrestre, e questo rappresenta una semplice cosa, e cioè la fine del regno della comunicazione berlusconiana. Berlusconi finisce perché finisce legemonia di Mediaset, ora avremo negli anni una pluralità di poteri forti e lobby in concorrenza, ma perlomeno non più una dittatura mediatica sprezzante della cultura.
Insomma, il Palazzo non ha paura dei poeti. Però lepoca sta cambiando, e i poeti italiani sono dentro lepoca, la cantano, la esprimono, la incarnano. Ora assistiamo a numerose persone di potere che tenteranno in questi mesi di rifarsi una verginità antiberlusconiana. Capisci che i berlusconiani sono agitati, a parte Gasparri.
Per questo abbiamo assistito a questa anomalia davvero storica, su cui ci sarà da interrogarsi: una repressione feroce ed organizzatissima di giornali e radio di potere, contro un e-book di poesia.

&lt;b&gt;E adesso che fare?&lt;/b&gt;

Riflettere su tutto questo, e vedersi a Roma l8 gennaio.</text_more></entry>
<entry id='3305' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3305' author_id='1' authored_on='20100109021752' basename='yogi_berra_non_abbiamo_pi_il_f' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100109021752' modified_on='20120621093316' ping_count='140' status='2' title='Yogi Berra: &quot;Non abbiamo più il futuro di una volta&quot;' week_number='201001'><text>di &lt;a href=&quot;http://www.facebook.com/pages/Uto-Upim/128160710096&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Uto Upim&lt;/a&gt;

&lt;img alt=&quot;yogiberra.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/yogiberra.jpg&quot; width=&quot;220&quot; height=&quot;215&quot; border=&quot;1&quot; hspace=5 vspace=2 align=right /&gt;Uno Yogi che si mangia Sai Baba. Uno yoga da praticare col guantone e il Sapientino. Un Maestro con tanto di mazza da baseball e chewing-gum che confonde la fonazione delle sue inarrivabili massime. Yogi Berra è stato, contemporaneamente, il più grande giocatore di baseball di tutti i tempi e il massimo saggio sapienziale occidentale nella modernità. Ora: il baseball è una versione acceleratissima del cricket, e questo già dice molto (cosa? Boh, chi se ne frega; comunque di certo non qualcosa di bello...). Però essere un uomo che si autotrascende vestito con cappellino e completo bianco - beh, non è da tutti. Per questo i Raeliani dovrebbero asserire che se ne sta sul pianeta extrasolare insieme a Buddha Cristo e Maometto.</text><text_more>Yogi Berra, dal cui nome Hannah&amp;Barbera (una donna e un vino particolarmente creativi) muturaono il nome dell&apos;orso amico di Bubu, non era assolutamente consapevole di quello che diceva. Ciò lo rende un profeta che fa del folklore una scienza sacra. Non gliene saremo mai abbastanza grati.
&lt;img alt=&quot;yogiberra2.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/yogiberra2.jpg&quot; width=&quot;240&quot; height=&quot;204&quot; border=&quot;1&quot; hspace=5 vspace=2 align=right /&gt;E&apos; come Chance Giardiniere che fotte il lanciatore. In calce vi precisiamo la sua vita e la sua carriera. Che sono tuttavia inezie a fronte della spettacolare eruzione di inconsapevoli aforismi, gnomicismi, comandamenti, tautologie e folgorazioni che Yogi Berra ha eiettato nel corso della sua lunga e sbilenca esistenza.
Quest&apos;uomo ha superato l&apos;umano, stracciando al tempo stesso Aurobindo e Trapattoni.
Un particolare importante: non ce lo siamo inventato noi. Come è desumbile da questo: &lt;a href=&quot;http://www.yogiberra.com/&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;http://www.yogiberra.com/&lt;/a&gt;.
Ecco il Tavoliere della Legge donato all&apos;umanità da Yogi Berra.


· Non è finita finché non è finita &lt;i&gt;(It aint over til its over)&lt;/i&gt;

· Se ti trovi a un bivio, imboccalo

· Non abbiamo più il futuro di una volta

· Abbiamo fatto troppi errori sbagliati

· Se non potete imitarlo, non copiatelo

· Si possono osservare un sacco di cose guardando

· Il baseball al 90% è mentale, laltra metà è fisica

· Non rispondere mai a una lettera anonima

· Di solito faccio un pisolino di due ore dalluna alle quattro

· Se i tifosi non vogliono andare allo stadio, nessuno li può fermare

· È arduo fare previsioni, specialmente per quanto riguarda il futuro

· Nessuno ci va più, è troppo affollato [riferendosi a un noto ristorante si St.Louis]

· Ci siamo persi, ma ci siamo tanto divertiti!

· Che casa! È piena zeppa di stanze! [riferendosi a unabitazione di un amico]

· Vuoi dire adesso? [rispondendo a chi gli chiedeva lora]

· Se il mondo fosse perfetto, non lo sarebbe

· Dovreste andare al funerale degli altri, altrimenti loro non verranno al vostro

· La sola ragione per cui mi necessitano questi guanti è per via delle mani

· Come diavolo posso battere e pensare allo stesso tempo!

· Se non mi fossi svegliato, starei ancora dormendo

· Sapevo che avrei preso il treno sbagliato, così sono partito presto

· La Little League di baseball è una buona cosa perché tiene i genitori lontano dalle strade e i ragazzi lontano da casa

· Non è troppo lontano, infatti sembra proprio che lo sia

· Ci siamo divertiti insieme, anche se non eravamo insieme

· Sono diventato rosso come un lenzuolo

· Se le altre squadre non avessero avuto problemi con noi, avrebbero vinto

· Non avreste vinto se noi non vi avessimo battuto

· Non è accaduto in tutta la storia delle World Series, e finora non è mai accaduto

· Se non vi ponete degli obiettivi, non potrete lamentarvi quando poi non li raggiungerete

· Non mi critico mai quando non batto. Incolpo la mazza e, se la cosa continua, cambio mazza. Dopo tutto, se so che non è colpa mia se non batto, come posso prendermela con me stesso?

· No, non mi hai svegliato [rispondendo al telefono], avrei dovuto in ogni caso rispondere al telefono che squillava

· Mi è piaciuta davvero, anche la musica [alla domanda se quella sera gli fosse piaciuta unopera lirica]

· Ho trovato bene Steve McQueen nel film: deve averlo girato prima di morire

· Il 90% delle battute corte non vanno lontano

· Ho sempre pensato che un record resiste finché non viene battuto

· In teoria non cè differenza tra teoria e pratica, in pratica sì

· Se mi chiedono qualcosa che non so, non so la risposta

· Un nickel [moneta da cinque cents] oggi non ha più il valore di un dime [moneta da dieci cents]

· Perché comprare buone valigie? Le si usano soltanto quando si viaggia

· Gli asciugamani di quellalbergo erano così spessi che non riuscivo a chiudere la valigia

· È meglio che tagli la pizza in quattro pezzi: non sono tanto affamato da mangiarne sei

· Era arduo fare conversazione con qualcuno, cera troppa gente che parlava

· Dà il 100% nella prima metà della partita, se poi non è sufficiente, nella seconda metà dà tutto quello che ti è rimasto

· Troverei il tipo che lha perso e, se fosse povero, glielo restituirei [quando gli chiesero che cosa avesse fatto se avesse trovato un milione di dollari]

· Non lo so, non sono ancora in forma [rispondendo a chi gli chiedeva quale taglia volesse per il berretto]

· Dovete stare molto attenti se non sapete dove state andando, perché potreste non arrivarvi

· Se non sapete dove state andando, vi troverete a vagare altrove

· Ok ragazzi, mettetevi in fila per ordine alfabetico, secondo la vostra altezza

· Dovrai cercare di sorprendermi! [alla moglie Carmen che gli aveva chiesto: Yogi, tu vieni da St. Louis, viviamo nel New Jersey e tu giochi a New York. Se tu morissi prima di me, dove vorresti essere sepolto?]

· Cosa diavolo ha adesso! [alla moglie Carmen che gli aveva detto di aver portato il figlio Tim a vedere il Dottor Zivago]

· Non mi ricordo di dover partire, così scommetto che non partirò

· Anche Napoleone ha avuto il suo Watergate

· Metà delle bugie che ha detto su di me sono vere

· Vorrei avere una risposta a questo, perché sono stufo di rispondere proprio su questo

· Non comprerò unenciclopedia ai miei ragazzi, andranno a scuola a piedi come ho fatto io

· I buoni lanciatori fermano sempre i buoni battitori, e viceversa

· Nel baseball non sai mai nulla

· Batte da entrambe le parti del piatto: è anfibio

· Giocare in terza non è male se non ti battono niente

· Nel golf l80% delle palle che non raggiungono la buca non vi entrano

· Così io sarei brutto. E allora? Non ho mai visto uno battere con la faccia

· Taci e parla!

A chiudere, come il paradosso dei Cretesi, una fulminante dichiarazione che ci attendiamo da mezzo secolo per bocca di qualunque esponente parlamentare italiano:

· Io non ho detto davvero quello che ho detto (&quot;I really didn&apos;t say everything I said&quot;).

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;Lawrence Peter &quot;Yogi&quot; Berra (The Hill, St. Louis, 12 maggio 1925) è un giocatore di baseball statunitense. È un ex ricevitore e manager della Major League Baseball, dove ha giocato la sua intera carriera nella squadra dei New York Yankees. È entrato a far parte (con Sandy Koufax) della Hall of Fame di baseball nel 1972. È uno dei soli 4 giocatori a essere stati nominati Most Valuable Player della American League 3 volte, e uno dei 6 manager a guidare sia una squadra della American League che una della National League alle World Series. Vive a Montclair, New Jersey fin dal periodo in cui era un giocatore professionista.
nessuno nella storia del baseball ha vinto come lui: ovvero 10 World Series, da giocatore. Dove, alle World Series, è arrivato 14 volte, e dove detiene anche i seguenti record: più partite giocate (75), più alla-battuta (259), più valide (71), più doppi (10), più singoli (49).&lt;/span&gt;

* * *

&lt;img alt=&quot;uto_upim.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/uto_upim.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;192&quot; border=&quot;1&quot; hspace=5 vspace=2 align=right /&gt;* UTO UPIM, autore di questo slalom surreale, è un&apos;icona molto attiva in Facebook, attraverso tre pagine e con i nomi &lt;a href=&quot;http://www.facebook.com/uto.pio&quot;  target=&quot;_blank&quot;&gt;Uto Pio&lt;/a&gt;, &lt;a href=&quot;http://www.facebook.com/pages/Uto-Upim/128160710096&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Uto Upim&lt;/a&gt;, &lt;a href=&quot;http://www.facebook.com/group.php?gid=111079226920&amp;ref&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Partito Umanista Pop&lt;/a&gt;. E&apos; mosso e gestito da un importante situazionista che prestò la sua opera per &lt;b&gt;La Gola &lt;/b&gt;e &lt;b&gt;Alfabeta&lt;/b&gt;, presso la cooperativa Nuova Intrapresa diretta da Gianni Sassi. Sul celebre social network ha dato vita ad autentiche campagne ucroniche o discroniche (il rifacimento del festival di Sanremo del 1996 con vittoria legittima a Elio e le Storie Tese, il rifacimento delle elezioni del 1992, il rifacimento dell&apos;allunaggio con Maurizio Gasparri, le invasioni barbariche con la calata su Roma della De Filippi) e critical mass contro Branduardi, l&apos;Egotismo, il marketing virale, il Cavaliere Dianetico (che si intuisce essere l&apos;attuale premier), il Neoromanticismo Hinterland, l&apos;Irrealismo Socialista.</text_more></entry>
<entry id='3306' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3306' author_id='4' authored_on='20100113005544' basename='linvenzione_dellamerica_latina' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100113005544' modified_on='20110324023457' ping_count='1' status='2' title='Linvenzione dellAmerica Latina (e del latino-americanismo) ' week_number='201002'><text>di &lt;a href=&quot;http://latinoamericaexpress.blog.unita.it&quot;&gt;Fabrizio Lorusso&lt;/a&gt;

&lt;img alt=&quot;DisegnoLinealAmerica.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/DisegnoLinealAmerica.jpg&quot; width=&quot;170&quot; height=&quot;185&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;LAmerica Latina rappresenta unarea geografica e culturale storicamente determinata ma dai contorni sfumati e cambianti. Quando ci riferiamo a questa zona del mondo come a un concetto che conforma identità comuni e si contrappone allaltra America, quella anglosassone fondata sullideologia della missione, della frontiera e dei WASP (White Anglo-Saxons Protestant), stiamo parlando di una tipica identità sopra-nazionale che, come tutte le nazioni, è uninvenzione ossia, parafrasando Benedict Anderson, una comunità politica immaginata grazie alla quale ogni membro di una comunità geografica e culturale crede di appartenere a un gruppo sociale, storico e spesso anche etnico ben definito e nazionale (1). La sua identità reale qui non importa. E fondamentale il processo di creazione di quelle idiosincrasie, tradizioni ed eredità che lo legano al gruppo di riferimento e che lo sottomettono allideologia dellappartenenza. Basti pensare allUnione Europea e al lavoro di convincimento e propaganda teso a suscitare e risvegliare unidentità comune alle nuove generazioni di tutto il continente. Tornando alla nostra America, alcune definizioni hanno cercato dinglobare il concetto che oggi abbiamo di questa regione del mondo ma erano semanticamente più limitate e ideologicamente orientate. Mi spiego.</text><text_more>Parlare di Ispanoamerica significava di fatto escludere il Brasile, la Guyana Francese, il Suriname (ex territorio olandese), la Guyana (ex colonia inglese) e molte isole dei Caraibi in cui non si parlava e non si parla spagnolo né vera stata la presenza di quella potenza coloniale europea. In spagnolo esiste addirittura la parola Lusoamerica che descrive le ex colonie portoghesi in America, cioè il Brasile, paese che è 90 volte più esteso della sua ex madre patria e in cui tale definizione non ha avuto grande successo. 
Il termine Iberoamerica era più ampio dato che il riferimento era agli ex possedimenti dei regni della penisola iberica e quindi includeva anche il Brasile, parte dellimpero portoghese fino al 1822, ma restava comunque una connotazione coloniale poco apprezzata da questo lato dellAtlantico. 
Quindi America Latina sembra essere il nome più adatto e con un compromesso semantico si ricomprendono nel pentolone le ex colonie spagnole, francesi (come Haiti), portoghesi e gli attuali territori francesi doltremare come le isole caraibiche di Guadalupe e Martinica e la Guyana francese. A questo punto resterebbero fuori solamente le isole non latine dei Caraibi come per esempio la Giamaica e le Virgin Islands, il Suriname, la Guyana, le Islas Malvinas o Falkland (isole del Regno Unito rivendicate dallArgentina). Nessuno è perfetto. 
Siccome il dottorato che sto (forse?) concludendo a Città del Messico si chiama Studi Latino Americani e dire semplicemente Americanistica appare riduttivo, mi sono dovuto interrogare sullorigine di suddetta terminologia ripetutamente. Lespressione latino americanismo fu utilizzata per la prima volta alla metà del secolo XIX, precisamente nel 1836, dallintellettuale e viaggiatore francese Michel Chevalier che raccolse in un libro le sue cronache giornalistiche e tracciò la separazione tra unAmerica protestante e anglosassone ed una cattolica e latina (2). Secondo il nostro, questultima si sarebbe potuta tranquillamente accomodare nella sfera dinfluenza della Francia, unica potenza internazionale anche lei cattolica e latina di quellepoca (3).

In realtà alcune ricerche recenti circa lorigine del nome e del concetto di America Latina dimostrano che la sua invenzione viene dagli stessi latino americani e si può attribuire al frate dominicano Francisco Muñoz del Monte, ai cileni Santiago Arcos e Francisco Bilbao e al colombiano María Torres Caicedo, i quali usarono il termine a partire dal 1850 con un contenuto ideologico differente: lAmerica Latina non era più vista come un nome imposto da interessi esterni delle potenze coloniali bensì come un nome coniato dagli stessi abitanti della regione che sottintendeva un processo demancipazione ideologica e politica (4).
Malgrado le sue origini antiche, fu solo dalla prima metà del secolo XX che lideale latino americanista cominciò ad avere unimportanza come flusso reale e ideologico di risposta rispetto al panamericanismo, utopia dunificazione continentale dallAlaska alla Pampa promossa spesso a colpi di cannone dagli Stati Uniti, la potenza egemone dellemisfero occidentale e di lì a poco del mondo intero.
Laffermazione della latinità e della differenza rispetto allaltra America anglosassone, insieme allidea di una cultura comune condivisa dai popoli situati a sud del Rio Bravo, dal Messico allArgentina includendo anche il Brasile e le isole dei Caraibi, sono stati gli assi del dibattito storiografico e filosofico sullidentità latino americana il cui mito fondante fu il sogno coltivato da Simon Bolivar di creare ununica nazione dagli Stati sorti dopo le guerre dindipendenza contro la Spagna allinizio dellottocento (Nota. In molti paesi delll&apos;America Latina quest&apos;anno, il 2010, è dedicato alle celebrazioni del bicentenario delle lott per l&apos;indipendenza i cui inizi, salvo il caso precoce di Haiti, risalgono proprio al 1810).
Spesso i nazionalismi dei moderni paesi latino americani e i progetti di unione a livello politico e commerciale prendono spunto da questo sogno, basti pensare al nome ufficiale adottato nel 1999 dal Venezuela che con lapprovazione di una nuova costituzione politica è diventata la &quot;Repubblica Bolivariana de Venezuela&quot; per volontà dei costituenti e del presidente Hugo Chavez il quale difende unideologia integrazionista incarnata dallALBA (Alternativa Bolivariana per le Americhe) contrapposta alla proposta egemonica statunitense di tipo panamericano rappresentata negli ultimi anni dallALCA (Area di Libero Commercio delle Americhe, progetto dintegrazione commerciale ormai fallito e portato avanti da accordi bilaterali tra gli USA e ciascun paese dellAmerica Latina volta per volta) (5).&lt;img alt=&quot;latinoamerica.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/latinoamerica.gif&quot; width=&quot;210&quot; height=&quot;260&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt; Allo stesso modo latteggiamento anti-statunitense manifesto in certe componenti del latino americanismo emerge dal pensiero del patriota cubano &lt;a href=&quot;http://www.cubaycuba.net/JM/JMvita.htm&quot;&gt;José Martí &lt;/a&gt;(1853-1895. Giornalista e combattente, deceduto nel tentativo di liberare Cuba dagli spagnoli e dall&apos;ingerenza americana che si sarebbe fatta sentire nel 1898 con la Guerra Ispano-Americana) che è diventato uno dei precursori e paladini più conosciuti dellidea di unAmerica Latina diametralmente opposta a quella del nord in cui lo stesso Martì aveva vissuto. Anche il colombiano &lt;a href=&quot;http://es.wikipedia.org/wiki/Jos%C3%A9_Mar%C3%ADa_Torres_Caicedo&quot;&gt;José Maria Torres Caicedo (1830-1889)&lt;/a&gt; viene ricordato come uno dei padri dellamericanismo latino militante in quanto aveva proposto una Liga Latino-Americana già nel 1861: nella sua visione non vi fu mai in America dallindipendenza in poi, una questione che richiedesse più coscienza, più controllo, più analisi chiara e minuziosa del fatto che siano stati proprio gli Stati Uniti potenti, stipati di prodotti invendibili e determinati ad ampliare i loro domini in America, a rivolgere un invito alle nazioni americane meno potenti, legate ai popoli europei da un commercio libero e proficuo, affinché queste si associno con loro in una lega contro lEuropa e chiudano le porte ai trattati con il resto del mondo. Dalla tirannia della Spagna seppe salvarsi lAmerica ispanica e ora, dopo aver visto con occhi giudiziosi i precedenti, le cause e i fattori dellinvito, è duopo dire, perché è la verità, che è arrivata per lAmerica ispanica lora di dichiarare la sua seconda indipendenza (6). 
Cè anche chi ha cercato di stabilire un parallelo improbabile tra Martí e &lt;a href=&quot;http://it.wikipedia.org/wiki/Theodore_Roosevelt&quot;&gt;Theodore Roosevelt&lt;/a&gt; (presidente USA dal 1901 al 1909, promotore della politica aggressiva e interventista del Big Stick o Grosso Bastone in America Latina, però, come Barack Obama, vincitore di un Nobel per la pace, non preventivo, nel 1906 per la soluzione del conflitto russo-giapponese) i quali condividevano una fede nella centralità delle considerazioni politiche ed economiche nel governo e nelle relazioni tra i governi, nella necessità storica della liberazione delle nazioni del Nuovo Mondo, nellattaccamento alla tradizione, nella visione globale delle loro rispettive nazioni e dei loro doveri specifici verso le Americhe e ancora credevano al ruolo attivo del governo nella società e nelleconomia per proteggersi dagli interessi egoistici di pochi. Ciononostante, commentando le proposte di unione monetaria avanzate durante il Primo Vertice Panamericano del 1889, Martì riaffermò la solidarietà sub-regionale contro il panamericanismo, lideologia unificatrice degli USA basata sul commercio e la moneta, visto che chi dice unione economica, dice unione politica. Il popolo che vende, comanda. Il popolo che compra, ubbidisce. Bisogna equilibrare il commercio per assicurare la libertà (7) (8). Frasi vecchie ma sempreverdi.

E solo dopo la Seconda Guerra Mondiale che lAmerica Latina viene riconosciuta dal grande pubblico e dalle istituzioni a livello internazionale come un attore politico rilevante e si dota di organi regionali importanti dispirazione latino americanista e in parte alternativi al sistema panamericano creato con la OSA (Organizzazione degli Stati Americani sotto legida statunitense) come la CEPAL (Comision Economica para America Latina y el Caribe della ONU, del 1948), la Unión de Universidades de América Latina (UDUAL) nel 1949, la Asociación Latinoamericana de Libre Comercio nel 1961, il Parlamento Latinoamericano nel 1964, La Comisión Económica de Coordinación Latinoamericana nel 1964 e il Sistema Económico Latinoamericano (SELA) nel 1975 (9) (10), oltre agli accordi dintegrazione commerciale, militare ed energetica recenti come lALBA, il Mercosur, il Banco del Sur e lUNASUR. La produzione accademica e statistica &lt;a href=&quot;http://decon.edu.uy/ec2soc/Evolucion%20de%20las%20ideas%20de%20la%20CEPAL-bielchowsky.doc&quot;&gt;ufficiale della CEPAL&lt;/a&gt;, insieme al lavoro dei suoi economisti e sociologi come Anibal Pinto, Raul Prebisch, F. H. Cardoso e tanti altri, ha dato negli ultimi 60 anni una grande spinta alla causa latino americanista e a una teoria sociale latino americana riconosciuta dai centri dei paesi industrializzati (11) (12).
Concludo. Scrivendo questo breve saggio mi sono imbattuto così quasi per caso in &lt;a href=&quot;http://selvasorg.blogspot.com/2010/01/america-latina-esta-exorcizando-la.html&quot;&gt;unintervista di Ana Delicado&lt;/a&gt; allo scrittore e giornalista uruguaiano Eduardo Galeano, da 40 anni autore del celebre e sanguigno romanzo &lt;i&gt;Le vene aperte dellAmerica Latina&lt;/i&gt;, intitolata La paura di vivere è peggiore di quella di morire e vorrei riportarne un estratto dato che tratta proprio il tema della mia onorata dissertazione. 

&lt;b&gt;Ana: Come definisci lAmerica Latina?&lt;/b&gt;
E.G: E una terra dincontro di molte diversità: culturali, religiose, di tradizioni e anche di paure e impotenza. Siamo diversi nella speranza e nella disperazione.
&lt;b&gt;Ana: Che incidenza ha questa varietà oggigiorno?&lt;/b&gt;
E.G: In questi ultimi anni cè un processo di rinascimento latino americano in cui queste terre del mondo cominciano a scoprire sé stesse in tutta la loro diversità. La cosiddetta scoperta dellAmerica è stata in realtà una copertura duna realtà varia. Questo è larcobaleno terrestre che è stato mutilato da alcuni secoli di razzismo, maschilismo e militarismo. Ci hanno lasciati accecati da noi stessi. E necessario recuperare la diversità per celebrare il fatto che siamo qualcosa in più di quello che ci hanno detto che siamo.
&lt;b&gt;Ana: Questa diversità può essere un ostacolo per lintegrazione?&lt;/b&gt;
E.G: Credo di no. Ununità basata sullunanimità è una falsa unità che non ha destino. Lunica unità degna di fede è quella che esiste nella diversità e la contraddizione delle sue parti. Cè una triste eredità dello stalinismo e di quello che chiamarono socialismo reale nel ventesimo secolo che ha tradito la speranza di milioni di persone giustamente perché ha imposto quel criterio, cioè che lunità è lunanimità. Si confuse la politica con la religione. Si applicarono criteri che erano duso ai tempi della Santa Inquisizione quando tutte le discrepanze erano eresie degne di punizione. Questo è una negazione della vita. E una specie di cecità che ti impediste di muoverti perché il motore Della storia umana è la contraddizione (13).
&lt;a href=&quot;http://lamericalatina.net &quot;&gt;http://lamericalatina.net &lt;/a&gt;

&lt;b&gt;Note:&lt;/b&gt;
(1) Anderson, Benedict. Imagined Communities: Reflections on the Origin and Spread of Nationalism, Verso Ed., Londra (1991).
(2) Fiorivano gli argomenti a favore di un impero latino nelle Americhe per aumentare la presenza della Francia nel mondo e contenere limpero anglosassone protestante. Chevalier, Michael. México antiguo y moderno, (1863), pp. 387, 391. 
(3) Ardao, Arturo. Panamericanismo y latinoamericanismo, in Zea, Leopoldo. América Latina en sus ideas, Siglo XXI, Messico, (1986), p. 160.
(4) Quijada, Monica. Sobre el origen y difusión del nombre &#8242;América Latina&#8242;, Revista de las Indias, No 214, (1998), pp. 595  616. 
(5) Black Knippers, Jan. Introduction: Understanding the Persistence of Inequity, en Black Knippers, Jan (ed.). Latin America: Its Problems and Its Promise. A Multidisciplinary Introduction (fourth ed.), Westview Press, Cambridge MA, (2005), pp. 3  4.
(6) Martí, José. Política de nuestra América, Siglo XXI, Messico, (1977). 
(7) Langley, Lester D. The Americas in the Modern Age, The Yale University Press, New Haven, CT and London, (2003), p. 10. 
(8) Martí, José. XXI. La conferencia monetaria de las repúblicas de América, en Martí, José. Textos, SEP/UNAM, Messico, (1982), p. 235. 
(9) Ardao, A. (1986), pp. 169  170.
(10) Ardao, A. (1986), p. 169.
(11) Lemoine, Maurice. Guida storico  politica dellAmerica Latina, Edizioni Associate, Roma, (1989), p. 283. 
(12) Roett, Riordan. The Debt Crisis and Economic Development, in Hartlyn, J., Schoultz, L. e Varas, A. (ed.). The United States and Latin America in the 1990s: Beyond the Cold War, The University of North Carolina Press, Chapel Hill/Londra, (1992), p. 137.
(13) &lt;a href=&quot;http://anadelicadopalacios.blogspot.com/2010/01/eduardo-galeano-el-miedo-de-vivir-es.html&quot;&gt;http://anadelicadopalacios.blogspot.com/2010/01/eduardo-galeano-el-miedo-de-vivir-es.html&lt;/a&gt;</text_more></entry>
<entry id='3309' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3309' author_id='19' authored_on='20100115005125' basename='cittadinanza_a_punti' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100115005125' modified_on='20130320180608' ping_count='0' status='2' title='Cittadinanza a punti' week_number='201002'><text>di &lt;b&gt;Alessandra Daniele&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;italiapunti.JPG&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/italiapunti.JPG&quot; width=&quot;179&quot; height=&quot;216&quot; border=&quot;0&quot;hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;- Hai richiesto la cittadinanza italiana? - Chiese l&apos;impiegato, arcigno - Pensi di averne diritto? Vedremo - controllò il monitor, poi intrecciò le dita - Dunque, cominciamo con una domanda sulla lingua italiana: come si coniuga un gerundio?
Karim rispose deciso.
- I gerundi in Italia non possono coniugarsi fra di loro. Bisogna difendere la famiglia tradizionale!
L&apos;impiegato annuì.
- Bravo, si è guadagnato i primi dieci punti - disse, passando al &lt;i&gt;lei&lt;/i&gt; - Continuiamo con una domanda di Storia. Quante furono le Guerre Puniche?
</text><text_more>- Sempre troppo poche. E poi non furono guerre, ma missioni di pace puniche, contro il terrorismo punicabbestia che spediva i punikaze a far saltare i  Colossei Gemelli. Infatti ne è rimasto solo uno. E pieno di buchi.
L&apos;mpiegato accennò un sorriso.
- Altri dieci punti. Cos&apos;è la perifrastica?
- Una tariffa telefonica.
- Più dieci. Belen?
- Bel culo.
- Altri dieci.
- Però poche tette.
- Ancora altri dieci. Lei sta andando bene, sa?
Karim sorrise
- Ho anche i venti punti-cittadinanza allegati alla tessera Premium Calcio del digitale terrestre, e dieci immaginette di Padre Pio da un punto ciascuna.
L&apos;mpiegato tornò serio.
- Questo ci porta alla domanda più importante: religione?
- Cattolica!
- Ma lei proviene da un paese musulmano.
- Sì, ma sono stato educato dai preti, nelle missioni.
- Quali missioni?
- Missioni segrete. Per nasconderle ai musulmani.
L&apos;impiegato lo scrutò scettico.
- La sua parola non basta. Lei deve dimostrare di conoscere la religione cattolica quanto un italiano. Dunque... cos&apos;è la Pentecoste?
- La punizione che tocca ai pentiti quando accusano un politico di costare troppo. 
L&apos;impiegato segnò altri dieci punti, ma rimase circospetto.
- E&apos; vero che Maria Maddalena stava con Gesù?
- Assolutamente no!
- E allora che ci faceva all&apos;Ultima Cena?
- Ce l&apos;ha portata Tarantini. Gesù non ne sapeva niente, gliel&apos;hanno presentata come un&apos;amica.
- Ah, peccato, hai sballato! - disse l&apos;impiegato, tornando al &lt;i&gt;tu&lt;/i&gt; - Hai totalizzato più di cento punti, sei risultato &lt;i&gt;troppo&lt;/i&gt; italiano. Quindi ti dobbiamo espellere.
- Perché?
- Il premier non vuole concorrenza.
</text_more></entry>
<entry id='3310' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3310' author_id='4' authored_on='20100110034227' basename='matteo_guarnaccia_ribelli_con_stile' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100110034227' modified_on='20110324023457' ping_count='0' status='2' title='Matteo Guarnaccia: RIBELLI CON STILE' week_number='201002'><text>di &lt;b&gt;Gioacchino Toni&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;RibelliConStile.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/RibelliConStile.jpg&quot; width=&quot;130&quot; height=&quot;199&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Matteo Guarnaccia, &lt;i&gt;Ribelli con stile. Un secolo di mode radicali&lt;/i&gt;, ShaKe edizioni, Milano, 2009,  18,00.

Bohémien, Apache, Wandervogel, Squadristi, Rebeti, Sorelle della strada, Flapper, Wilde Cliquen, Edelweiss Piraten, Zootie, Viper, Swingjugend, Zazou, Biker, Rockabilly, Esistenzialisti, Gang di New York, Gutai, Teddy Boy, Beat, Beatnik, Gammler, Provo, Mod, Raggare, Stilyagi, Rocker, Surfer, Hot rodder, Skater, Hippie, Punk, Glam, Skinhead, Paninari, Rasta, Hip Hop, Raver, Clubber, Traveller, Bike Messenger... una marea di stili ribelli sospesi tra pretesa di cambiare il mondo e voglia di rinnovare semplicemente il guardaroba, tra la ricerca di  una via di fuga dallomologazione e il fornire idee di rinnovamento al mercato della moda. Se in passato gli stili delle cosiddette subculture giovanili sono stati osteggiati e ogni simbolo di devianza rispetto allordine codificato non mancava di essere condannato, oggi assistiamo a un nuovo meccanismo che così Guarnaccia, nel suo vero e proprio manuale degli stili radicali che hanno attraversato il Novecento, ha magistralmente descritto: «Oggi il consumo individuale di look, grazie allindefesso lavorio delle subculture, è stato liberalizzato -  o meglio, la dose personale consentita è stata innalzata a livelli mai raggiunti in passato. Il motivo di questa magnanima tolleranza è semplice: il mercato è diventato sempre più dipendente dalla devianza, che si  rivelata unefficientissima palestra di innovazione. Centro (mercato) e frontiera (devianza) collaborano sempre più strettamente alla solidità del sistema, si completano reciprocamente (...) La devianza  dopo strepiti e conflitti  più o meno rassegnata, viene ricondotta nellalveo rassicurante del consumo.» (pp. 11-12)</text><text_more>Il testo di Guarnaccia può essere considerato in linea con il saggio in cui Dick Hebdige (&lt;i&gt;Sottocultura. Il fascino di uno stile innaturale&lt;/i&gt;, Costa &amp; Nolan), analizzando le culture giovanili inglesi tra gli anni Cinquanta e Settanta, indica come quelle sottoculture, nate in ostilità ai gruppi sociali dominanti, finiscano con lessere anche vittime compiacenti del mercato della musica e della moda. Altro autore anglosassone che vale la pena citare per le sue analisi circa pratiche di risignificazione alternativa ai significati ufficiali, seppure concentrato sui media, è certamente John Fiske (&lt;i&gt;Understanding Popular Culture&lt;/i&gt;, Routledge, London, 1989).

Oltre che fornire unutilissima mappa delle ribellioni giovanili, &lt;i&gt;Ribelli con stile&lt;/i&gt; offre numerosi spunti di analisi teorica. Il meccanismo che sembra ripetersi in tanti stili radicali sembra procedere attraverso unoperazione di decontestualizzazione di elementi sottratti ad ambienti altrui e successiva ricontestualizzazione creativa volta a risignificarli. Si tratta, per certi versi, di un meccanismo del tutto simile a quanto accaduto in ambito artistico con le esperienze radicali dada-surrealiste di inizio Novecento. La loro messa in discussione della razionale e cinica civiltà del macchinismo e della mercificazione avviene attraverso una ludica elaborazione contestataria e beffarda di macchine celibi volte ad azzerare le logiche razionali di funzionamento. Allutilitarismo si contrapporre il puro divertimento, il ritorno al principio di piacere. In qualche modo diversi stili radicali, nella scelta dellabbigliamento, hanno smontato e rimontato ludicamente il guardaroba ufficiale del tempo e/o di epoche precedenti. Laccostamento spiazzante, tanto nelle mode radicali, quanto nei fenomeni artistici dada-surrealisti, tende a privare le varie componenti della loro funzione e del loro connaturato significato quotidiano, esponendole a una risignificazione ironica e liberatoria. Nella loro insolita combinazione, le unità minime riconoscibili risultano svincolate dal valore assegnato loro dalle convenzioni e dallutilitarismo e proiettate in una sfera immaginativa in cui il desiderio è libero di agire. 

Uno dei motivi che spiegano il successo delle mode radicali opportunamente addomesticate dal mercato è ben segnalato dallautore: «Tutti vogliono sembrare ribelli, pochi vogliono essere ribelli sul serio. Il ribelle nelle sue molteplici inclinazioni  anticonformista, outsider, maledetto, irriverente  è una figura fondamentale delletà moderna, ed è allo stesso tempo la stampella e la cattiva coscienza del mondo borghese, che vive nellillusione di poter controllare totalmente la propria vita. Il ribelle è il beniamino del pubblico e gode di un particolare appeal (...) Quello che interessa allo spettatore, è partecipare per interposta persona a quel sistema esistenziale, illecito, libertino ed esotico che tanto lo attrae pur essendogli fondamentalmente nemico. (...) La moda (...) rende fruibile a chiunque il look del ribelle» (pp. 12-13) Nei servizi giornalistici (spesso vere e proprie marchette) che trattano il mondo della moda sono abusati patetici riferimenti alla ribellione, alla provocatorietà, alla dissacrazione, allirriverenza, allanticonformismo, al libertinaggio. Non di rado oscillano tra lirritante e lo spassoso le dichiarazioni in tal senso di stilisti ed addetti ai lavori.

Guarnaccia evidenzia bene come il meccanismo storico della ricercata devianza dal conformismo e del suo riassorbimento da parte del potere risulti, per ceti versi, mutato negli ultimi tempi. «Il conformismo contemporaneo, a differenza di quello assai rigido dantan, si è dimostrato più che disponibile ad accettare e incorporare leredità estetica, a patto che naturalmente il messaggio originario  morale, immorale o amorale che sia  venga depotenziato, decontestualizzato» (p. 13). Nelle società compattamente conformiste risultano necessari piccoli accorgimenti per differenziarsi: si pensi, ad esempio, agli ambiti disciplinati come quello militare e di unistituzione totale come quella carceraria, ove un semplice dettaglio (come un nodo in più in un cordone o un bottone slacciato o uninclinazione accentuata del copricapo) segnala la volontà di differenziarsi, di fuoriuscire dalla norma codificata dalla divisa dordinanza. «La faccenda diventa complicata quando una maggior tolleranza sociale nei riguardi delle scelte estetiche individuali costringe a essere più innovativi sul piano dello stile» (p. 13)
I tempi di consumo sempre più incalzanti non solo, come suggerisce &lt;i&gt;Ribelli con stile&lt;/i&gt;, impongono al mercato di non attendere che i segnali escano dalla strada e di andare a cercarseli direttamente e di farli propri sul nascere, ma, forse, non ha nemmeno il tempo (né linteresse immediato) di ripulirli del loro (eventuale) portato di ribellione: li prende così come sono incurante del loro significato. Sarà il loro divenire merce a svuotarli di ogni pericolosità sociale e, anche se ciò non avvenisse, nel frattempo si sarà arraffato il bottino, poi ci penseranno altri a fare i conti con leventuale deriva innescata. Si può far soldi anche producendo la corda con cui si rischia di venir prima o poi impiccati. Se il tempo sarà o meno galantuomo, si vedrà.

Alla corposa mappatura di Guarnaccia andrebbe aggiunta unanalisi del variegato mondo giovanile del tifo negli stadi (hooligans, ultras...) con i suoi riti, il suo stile di vita e con tutte le contraddizioni circa il rapporto conflittuale e/o connivente nei confronti della trasformazione degli eventi sportivi in spettacolo. Anche le comunità, più o meno virtuali, nate e sviluppate nel web negli ultimi tempi meriterebbero unanalisi approfondita e una loro messa a confronto con i fenomeni più tradizionali indagati dal testo. Queste comunità cresciute sui monitor rappresentano un fenomeno che, se per certi versi mantiene alcune caratteristiche delle classiche culture giovanili, per altri palesa elementi di estrema novità. 
Da segnalare, purtroppo, la mancanza nel testo di riferimenti puntuali circa le fonti utilizzate. Lindicazione bibliografica, magari al posto dello schema finale riassuntivo, di cui non si sarebbe sentita la mancanza, avrebbe permesso ai lettori utili suggerimenti per eventuali approfondimenti. 
Concludendo, &lt;i&gt;Ribelli con stile&lt;/i&gt; risulta decisamente un buon manuale delle mode radicali che hanno attraversato il Novecento.

</text_more></entry>
<entry id='3311' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3311' author_id='13' authored_on='20100115153403' basename='come_tinvento_unemergenza_educ_1' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100115153403' modified_on='20100115005215' ping_count='100' status='2' title='Come t&apos;invento un&apos;emergenza educativa - II parte' week_number='201002'><excerpt>di &lt;b&gt;G. De Michele&lt;/b&gt; &lt;img alt=&quot;giulemani.png&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/giulemani.png&quot; width=&quot;29&quot; height=&quot;28&quot; border=&quot;0&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt; Com&apos;è nata, quali percorsi ha seguito e cos&apos;è oggi la &lt;i&gt;lobby&lt;/i&gt; ecclesiastica e affaristica che allunga le mani sull&apos;affare-istruzione.</excerpt><text>di &lt;b&gt;Girolamo De Michele&lt;/b&gt;&lt;img alt=&quot;giulemani.png&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/giulemani.png&quot; width=&quot;143&quot; height=&quot;141&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right / hspace=4 vspace=2 align=right&gt;

&lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2010/01/003303.html#003303&quot;&gt;qui&lt;/a&gt; la prima parte

Questo concreto esempio serve a introdurre le tesi centrali del volume. Il modello educativo proposto viene presentato come alternativo a due diversi modelli educativi generali.
Il primo è quello che «punta sulla &lt;i&gt;divaricazione di educazione e formazione&lt;/i&gt;, in funzione dellacquisizione di conoscenze, abilità, competenze coerenti con lassetto tecnologico del mondo contemporaneo»: un modello aziendalistico, nel quale «leducazione, in definitiva, si risolve in trasmissione di informazioni e di capacità e in socializzazione culturale».</text><text_more>Non è difficile individuare la radice di questo modello: si tratta dei modelli educativi proposti dallOCSE, dalle grandi lobbies industriali interessate al ricco mercato dellistruzione, con diverse sfumature dalla stessa Commissione Europea. È un modello col quale, in parte, la politica scolastica dellex ministro Berlinguer e dei suoi collaboratori (Vertecchia, Frabboni) si è compromessa. Ma col quale &lt;i&gt;anche lattuale governo si compromette in eguale, e forse maggiore misura&lt;/i&gt;, nella sua ossessione di ridurre il sapere a unità oggettive, univoche, misurabili quantitativamente, espungendo qualsivoglia forma di autonomia e di soggettività. È una contraddizione che va tenuta presente.
&lt;img alt=&quot;sfida-educativa.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/sfida-educativa.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;152&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Ma va anche tenuta presente la scorrettezza di questa presentazione: che suggerisce che ogni prassi didattica che privilegia lo sviluppo delle competenze sulla centralità dei programmi e delle nozioni lo faccia per spirito aziendalistico. Che ogni didattica orientata non alla trasmissione dei contenuti derivanti dalla tradizione, ma allo sviluppo di unautonoma capacità di orientarsi nel mondo attraverso lacquisizione di strumenti cognitivi  la didattica dell&lt;i&gt;imparare a imparare&lt;/i&gt;, del privilegiare la &lt;i&gt;testa ben fatta&lt;/i&gt; alla &lt;i&gt;testa piena&lt;/i&gt; (Montaigne) - sia di per sé veicolata al modello aziendalistico. È un esercizio di occultamento e di messa in caricatura delle tesi contrarie di cui è cattivo maestro Giorgio Israel, e che qui viene sapientemente occultato dalle forme retoriche.
Il secondo modello generale, «valorizza la &lt;i&gt;spontaneità&lt;/i&gt;. In prospettiva antiautoritaria, questa concezione contrasta lidea di educazione come trasmissione di modi di comportamento, di valori, di tradizioni e pensa anzitutto in termini di autoeducazione, con al centro la qualità del soggetto, la sua espressività e la sua creatività, intese come spontaneismo soggettivo, e quindi anche sperimentale e nomade» [p. 9].
Qui è chiaro cosa si avversa: lidea che lessere umano sia capace di autodeterminazione; che sia in grado di creare un senso a partire dallassenza di senso; che sia autonomamente capace di scegliere tra la pluralità delle proposte, dei valori, delle concezioni del mondo attraverso la propria esperienza auto-formativa. Che lo scetticismo sia un metodo che non conduce, come crede Joseph Ratzinger, al prevalere di insoddisfazione, vuoto esistenziale, sradicamento, fragilità emotiva, precarietà delle relazioni, sfiducia, odio di sé, confusione dei ruoli di genere, calo del desiderio, impotenza generazionale  e chi più ne ha, più ne metta; ma che, daccordo con Giacomo Leopardi  piaccia o non piaccia, il maggior esempio del nichilismo europeo  sia la condizione per giungere, attraverso lesperienza dell&lt;i&gt;arido vero&lt;/i&gt;, alla dimensione delletica, alla &lt;i&gt;social catena&lt;/i&gt;.
Da questo punto di vista non stupisce che gli autori di questo volume, e i loro eminenti ispiratori, abbiano un approccio allarmato e allarmistico della relazione tra infanzia e esperienza informatica: «fin di primi anni di vita la mente è invasa dalle &lt;i&gt;forme analitiche e frammentarie&lt;/i&gt; delle pratiche informatiche e l&lt;i&gt;esperienza emotiva è eccitata e sovraccaricata&lt;/i&gt; da un volume spropositato di sollecitazioni immaginative» [p. 8]. Un dato che contrasta con quanto studiosi della mente del calibro di Steven Johnson e Henry Jenkins hanno notato sullo sviluppo di capacità logiche, di connessione del reale, financo mnemoniche della mente infantile sollecitata dai nuovi media. Riemerge qui lidea che il bambino  anzi: il fanciullo  non sia un essere dotato di ragione (come presuppone la didattica per moduli nella scuola elementare), ma un essere «tutto intuizione e sentimento»: che, con le parole del ministro Gelmini che ha bisogno di vedere nella maestra un sostituto della figura materna.

Ma è proprio questo, in ultima analisi, che unifica il variegato schieramento politico-culturale che stiamo esaminando: lautodeterminazione dellessere umano. Il suo non essere gregge, ma pastore di sé. È per questo  non certo per bazzecole sul corso del sole o sullinfinità delluniverso  che Giordano Bruno finì al rogo, e Galilei ci andò vicino.
Per contro, il modello educativo cattolico-giussaniano incardina il soggetto alla trasmissione della tradizione attraverso lautorità del maestro-testimone, la cui superiorità risiede(rebbe) nel possedere un disegno unitario dotato di un centro; nel presupposto (se-dicente) antropologico che «lessere umano non è dotato di tutto ciò di cui ha bisogno per diventare se stesso» [12]; che la ricerca di senso devessere subordinata al riconoscimento che un senso è già dato, e che tale ricerca si configuri come libera solo nella misura in cui è libera di riconoscere quel senso  meglio: quel pre-giudizio  come Verità. Che la fine dei grandi racconti, cioè le «narrazioni delle grandi tradizioni culturali, religiose, morali o politiche, che hanno proposto sensi unitari dellesistenza, del mondo e della storia» [16] sia un male  oh, Salamanca!  perché solo un grande racconto può giungere «sino alla questione di Dio», e solo tale questione può far sì che luomo attribuisca un senso unitario alla realtà.
Che le grandi narrazioni siano finite perché erano sì dotate di senso, ma di un senso imposto dalle classi, dai generi, dalle potenze dominanti non sembra sfiorare la mente purissima di questi dotti. Così come non ha spazio la constatazione che la capacità di produrre narrazioni plurali riempie il vuoto lasciato dal grande racconto dimostra la capacità autopoietica dellessere umano.

Si tratta, in definitiva, di una riproposizione debole di un sapere disciplinare che assoggetta leducato ad una rassicurante tutela. Che, davanti al rischio di vivere e di dare un senso alla propria esistenza, ripropone lo scambio tra rassicurazione e rinuncia alla libera creazione di sé. Che è una delle risposte possibili alla crisi della società disciplinare: il rifugio nel caldo tepore delle passioni tristi, nellautopercezione di incompiutezza e incapacità come premessa alla cessione del consenso verso lautorità. In altri termini, in risposta a una società globale che non si lascia governare, e spesso neanche amministrare,viene proposto anche sul piano educativo un potere pastorale che piega a proprio vantaggio paura e incertezza.
Tutto chiaro?
No: cè dellaltro.

&lt;img alt=&quot;berlingu.luigi.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/berlingu.luigi.jpg&quot; width=&quot;186&quot; height=&quot;141&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Discutibile quanto si vuole, la linea politico-culturale perseguita attraverso libri come &lt;b&gt;Il rischio educativo&lt;/b&gt; e &lt;b&gt;La sfida educativa&lt;/b&gt; avrebbe pur sempre la dignità di unopposizione alle correnti politiche educative: come accade, ad esempio, in Spagna.
Cosa accade in Italia?
Accade che, accanto allopposizione culturale, le lobbies cattoliche si dimostrano capaci di uno sfrenato consociativismo, incassando con la sinistra da quello stesso Stato che con la destra contestano, accusandolo di perseguire «lideologia della professionalizzazione».
Per capire come ciò accada, è necessaria una rapidissima ricognizione dei rapporti tra scuola pubblica e scuola privata nellultimo decennio: nel corso del quale si è affermato un «sistema pubblico integrato» che ha trasformato le scuole private, e segnatamente quelle confessionali, in &lt;i&gt;scuole pubbliche private&lt;/i&gt;.
Cominciò il ministro Berlinguer, con la parificazione del sistema educativo pubblico e privato: a condizione che il sistema privato aderisse ad una serie di norme e controlli, si disse. Un compromesso storico-educativo: il destino nei cognomi, diceva uno striscione studentesco allepoca.
Il passo successivo fu, ad opera del ministro Moratti, la parificazione dei titoli degli insegnanti nelle scuole private con quelli delle scuole pubbliche: facendo sì che decine di migliaia di insegnanti che avevano costruito una carriera secondo le regole della scuola pubblica si videro scavalcati da insegnanti che avevano avuto accesso allinsegnamento non per titoli, ma per conoscenze personali, selezionati non secondo le competenze acquisite, ma secondo gli stili di vita e le adesioni ideologiche graditi ai rettori delle scuole private.
Infine, i Decreti che consentono alle scuole private di accedere al finanziamento pubblico, con buona pace della Costituzione, che allart. 33, comma 3 stabilisce che scuole ed istituti privati devono essere istituiti &lt;i&gt;&lt;u&gt;senza oneri per lo Stato&lt;/u&gt;&lt;/i&gt;. Prima il ministro Moratti (DM 11 febbraio 2005), poi il ministro Fioroni (DM 21 maggio 2007) stabiliscono che la condizione ineludibile per le scuole private per ottenere il finanziamento pubblico sia un numero minimo di alunni per classe: &lt;b&gt;8 (OTTO)!&lt;/b&gt; Questo mentre il numero minimo di alunni nella scuola pubblica sale, di anno in anno, sino a 30-32.
Il tutto senza alcun riguardo per la qualità della didattica. Perché, con buona pace degli esaltatori delle virtù delle scuole private, le nostre private sono tra le peggiori del mondo, come attestato proprio quelle &lt;a href=&quot;http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/scuola_e_universita/servizi/scuole-private-male/scuole-private-male/scuole-private-male.html?ref=search&quot;&gt;rilevazioni OCSE-PISA&lt;/a&gt; abusate e manipolate per denigrare la scuola pubblica. Nello specifico, lItalia è lunico paese dellarea OCSE nel quale le prestazioni degli alunni delle scuole private sono non al di sopra, ma decisamente al di sotto di quelli delle scuole pubbliche. E questo divario è ancora più grave se si considera che gli istituti privati sono in buona parte istituti liceali: perché, se la media delle prestazioni degli studenti italiani esaminati nei test PISA risulta inferiore alla media OCSE, è però altrettanto vero che le prestazioni degli studenti dei Licei sono &lt;i&gt;al di sopra&lt;/i&gt; della media OCSE, laddove  vale ripeterlo  le risultanze degli istituti privati sono agli ultimissimi posti della classifica OCSE.

E dunque, oggi le scuole private sono finanziate dallo Stato: sono, cioè, un onere per lo Stato. Per quello Stato la cui Costituzione dice &lt;i&gt;senza oneri per lo Stato&lt;/i&gt;: così come dice che lItalia ripudia la guerra.
Di quanti soldi stiamo parlando?
La Finanziaria appena approvata assegna alle scuole private 540.1 milioni di euro. Ma a questa cifra andrebbero aggiunte altre voci sparse tra le pieghe della Finanziaria: il &lt;a href=&quot;http://www.sbilanciamoci.org/&quot;&gt;Rapporto Sbilanciamoci 2010&lt;/a&gt;, che ogni anno elabora una dettagliata e motivata &lt;a href=&quot;http://www.sbilanciamoci.org/index.php?option=com_remository&amp;func=fileinfo&amp;id=120&quot;&gt;contro-Finanziaria&lt;/a&gt;, calcola in 732 milioni il contributo effettivo alle scuole private.
&lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/watch?v=JWjrm8TaJaU&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;magoo.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/magoo.jpg&quot; width=&quot;140&quot; height=&quot;150&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;&lt;/a&gt;Ma non basta: poi ci sono i contributi degli enti locali. Perché la Costituzione dice &lt;i&gt;per lo Stato&lt;/i&gt;, non &lt;i&gt;per gli Enti Locali&lt;/i&gt;: così come la Maga Magò, nel duello dei Maghi (&lt;b&gt;clicca sull&apos;immagine&lt;/b&gt;), aveva promesso a Merlino «niente draghi», non «niente &lt;i&gt;draghi viola&lt;/i&gt;».
Ad esempio, la Regione Lombardia, governata da 15 anni da Roberto Formigoni e saldamente in mano alla lobby politico-confessionale CL-Compagnia delle Opere, assegna alle scuole private, nelle quali studia il 9% della popolazione studentesca lombarda, l80% dei fondi regionali per il diritto allo studio, cioè circa 50 milioni di euro allanno, ricorrendo, come denuncia &lt;a href=&quot;http://cobaslodi.myblog.it/archive/2009/12/02/il-finanziamento-pubblico-alla-scuola-privata-in-lombardia.html&quot;&gt;un rapporto sindacale&lt;/a&gt;, a un vero e proprio trucco contabile: «Mentre i genitori degli studenti della scuola pubblica devono esibire il certificato Isee  il riccometro - per poter accedere a un piccolo contributo, i richiedenti il buono scuola godono di un meccanismo inventato ad hoc per loro, denominato indicatore reddituale, dove i limiti di reddito sono molto più tolleranti e, soprattutto, dove non si deve dichiarare la propria situazione patrimoniale, sia mobiliare, che immobiliare. E il risultato di questo trucco è tanto stupefacente, quanto indecente, considerato che oltre 4mila beneficiari del buono scuola dichiarano al fisco addirittura un reddito tra 100mila e 200mila euro annui oppure che altri risultano residenti nella zone più prestigiose e costose delle nostre città, come per esempio Galleria Vittorio Emanuele o via Manzoni a Milano».
Questo mentre alla scuola pubblica vengono tagliati, in tre anni, più di 8 miliardi di euro. E, per restare in Lombardia, la storica esperienza delle &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2009/12/003268.html#003268&quot;&gt;Scuole Civiche milanesi&lt;/a&gt; rischia di morire per mancanza di finanziamenti.
E intanto, come scrive &lt;a href=&quot;http://www.retescuole.net/contenuto?id=20091231195419&quot;&gt;Marco Lodoli&lt;/a&gt;, proliferano le scuole private délite: «Chi se lo può permettere si tira fuori dal mazzo e iscrive i suoi bambini nelle scuole più care ed esclusive: e non lo fa perché lì si studia di più e meglio, ma solo perché i suoi pupi fanno comunella con altri rampolli dorati, amicizie che faranno comodo più avanti, e tutto il resto vada pure in malora. Siamo tornati al darwinismo sociale, preparato fin dallinfanzia». E si comincia a capire perché banchieri, affaristi, finanzieri si interessino tanto alleducazione.

Ricordate cosa scriveva Dina Bertoni Jovine sulla doppia politica della Chiesa in materia di educazione e istruzione? &lt;i&gt;Diffondere una crescente indifferenza per la scuola dello Stato; sviluppare e rinvigorire una legislazione che favorisca la scuola privata&lt;/i&gt;. Con una mano, le lobbies cattoliche agitano lallarme sullemergenza educativa per denigrare e svilire la scuola pubblica, con lappoggio di un curioso esempio di ministro che, per la sua incapacità di saper fare altro che sparare sul proprio quartier generale, potremmo definire catto-maoista; con laltra mano, attingono a volontà alla cassa dellaffare-istruzione, grazie a quei fondi che si rendono disponibili con i tagli alla scuola pubblica.
E potete star certi che, in questo caso, la mano destra sa benissimo cosa fa la mano sinistra.
E ambedue, una volta incassato, &lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/watch?v=rkRIbUT6u7Q&quot;&gt;applaudono&lt;/a&gt;.</text_more></entry>
<entry id='3312' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3312' author_id='4' authored_on='20100115230818' basename='miopia_critica_remix_9800_7' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100115230818' modified_on='20120507123327' ping_count='0' status='2' title='Miopia critica (Remix 98/00)  7' week_number='201002'><text>di &lt;b&gt;Dziga Cacace&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;mc0701.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/mc0701.jpg&quot; width=&quot;220&quot; height=&quot;122&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;&lt;b&gt;258 - &lt;i&gt;Starship Troopers &lt;/i&gt;di Paul Verhoeven, USA 1998&lt;/b&gt;

Questo Verhoeven mi dà sempre da pensare, sia che faccia una cagata immane come &lt;i&gt;Showgirl&lt;/i&gt;, che film inquietanti come &lt;i&gt;Il fiore di carne &lt;/i&gt;o &lt;i&gt;Il quarto uomo&lt;/i&gt; (passando per il mainstream intelligente di &lt;i&gt;Robocop&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Basic Instinct &lt;/i&gt;o &lt;i&gt;Atto di forza&lt;/i&gt;). Non passa indifferente, il ragazzaccio. Ha dellintuito e lo dimostra con questo &lt;i&gt;Starship Troopers&lt;/i&gt;, che gli precluderà Hollywood per i prossimi 2 lustri. Trama: futuro della terra, il potere in mano a una casta militare, unici ad avere il requisito di cittadini. Bisogna combattere degli insettoni spaziali che ci minacciano lanciandoci degli asteroidi. Questo il succo: seguiamo le gesta di tale Rico, un decerebrato che non muore mai e perde i pezzi strada facendo. Intorno a lui altre facce da scemi, convinti militaristi. Leroe esce vivo dalle situazioni più disperate e tutte le classiche situazioni di guerra vengono parodiate in maniera sottile ma evidente: laddestramento, lincidente, la crisi di panico, leroismo, il salvataggio impossibile etc. e si può leggere - nei diversi episodi - riferimenti a tutte le guerre degli americani. Lo spazio va riconquistato: vanno liberate le riserve dove vivono gli aracnoidi (come gli indiani nativi dAmerica), asteroide per asteroide (come coi giapponesi) e bisogna bonificare ogni cunicolo (come in Vietnam) per liberare il deserto (come nel Golfo). E cè pure Fort Apache da difendere, con la cavalleria dellaria che arriva allultimo momento. 
</text><text_more>Tutto è roboante, iperpatriottico, sinistramente nazistoide e la cifra satireggiante è subito data dai telegiornali che aggiornano sulla situazione bellica, invitando a schiacciare anche gli innocui insetti di casa propria. Cè pure una smielata e irritante love story di Rico nei confronti della macrotettuta Denise Richards, che frustra lo spettatore e il protagonista, concupito anche dallipodotata Dina Meyer. Un po B-movie anni Cinquanta, &lt;i&gt;Starship Troopers &lt;/i&gt;è fin troppo leccato e alla fine non lo ha visto nessuno. Troppo intelligente per il grande pubblico, ma non abbastanza per il pubblico grande. (Vhs da Tele+; 8/10/99)

&lt;b&gt;259 - &lt;i&gt;Il fantasma del palcoscenico &lt;/i&gt;di Brian De Palma, USA 1974&lt;/b&gt;

Grazioso filmetto che rivedo dopo qualche anno. Un povero compositore viene rinchiuso in una sala da concerti, il Paradiso, da un produttore diabolico. La sua musica viene messa in scena scatenandone le ire. Conclusione tragica. Ovviamente tutto visto secondo unottica ludica molto divertente. Laggiornamento postmoderno dellopera di Leroux è riuscito fino a un certo punto. È ottima la collocazione nel mondo del rock (e funziona tutto: droga, successo, &lt;i&gt;groupies&lt;/i&gt;, contratti strappati etc.), è ben innestata la commistione tra &lt;i&gt;Fantasma dellOpera&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Faust &lt;/i&gt;e &lt;i&gt;Ritratto di Dorian Gray&lt;/i&gt;, ma la trama soffre di qualche salto poco chiaro e il gusto per la messa in scena (godibilissima, altroché) prende la mano alla regia. Del resto costumi e scenografie sono molto belli. La musica è carina - ma non di quella da fare un patto col diavolo, a dirla tutta - e gli attori principali sono in parte. Quel burlone del De Palma si diverte con &lt;i&gt;split screen &lt;/i&gt;e uso costante di specchi, scelte motivate dallo sviluppo del tema dellidentità e della visione, con immediata erezione, sega ed eiaculazione dellocchialuto critico in qualche rivista di settore, letta da altri critici occhialuti invidiosi. Film non perfetto, ma meritorio. (Vhs da Retequattro; 8/10/99)

&lt;b&gt;261 - &lt;i&gt;Lisola della donna contesa &lt;/i&gt;di Josef von Sternberg, Giappone 1953 e &lt;i&gt;Sex Hygiene &lt;/i&gt;del terroristico John Ford, USA 1941 &lt;/b&gt;

Secondo conflitto mondiale: alcuni marinai e soldati giapponesi naufragano su unisola abitata soltanto da un uomo e una donna, tal Keiko. Presto tutte le attenzioni sono rivolte alla chiattona, ci scappano quattro morti e non si crede alla fine della guerra. Poi Keiko scappa con una nave americana, la zoccola, e scrive agli irriducibili convincendoli a tornare: saranno accolti come eroi. &lt;i&gt;Lisola della donna contesa&lt;/i&gt;, ultimo film di von Sternberg (che si sarà identificato con quegli ossessionati di &lt;i&gt;japs &lt;/i&gt;che non si vogliono arrendere), è un drammone delirante, affascinante ed estenuante, ricco di una fotografia in bianco e nero coloratissima, tutto girato in studio (a parte qualche inserto documentario e le immagini del mare che attornia lisola). Interessante, ma ero &lt;i&gt;veramente &lt;/i&gt;in forma. Faceva parte di una bella nottata di Fuori Orario: compreso nel pacchetto (oltre a sovrapposizioni di Lumière e immagini di vulcani in eruzioni e di &lt;i&gt;Tetsuo &lt;/i&gt;sovrapposto a &lt;i&gt;Freaks &lt;/i&gt;- interi, giuro. In redazione deve girare dellottima roba) cera anche un documentario del 1941 di John Ford, &lt;i&gt;Sex Hygiene&lt;/i&gt;. I bravi soldati yankee vengono messi in guardia in maniera spiccia, cruda e decisamente horror sulle conseguenze delle malattie veneree: inviti allastinenza accompagnati da immagini di peni ulcerati o purulenti. Come bersi due litri di Vecchia Romagna corretti con un chilo di bromuro. &lt;i&gt;Grazioso&lt;/i&gt;. (Vhs da RaiTre; 10/10/99)

&lt;b&gt;263 - &lt;i&gt;Il tempo sè fermato&lt;/i&gt; del metronomico John Farrow, USA 1948&lt;/b&gt;

Charles Laughton è Janoth, un magnate delleditoria che ha un orologio al posto del cuore. Fanatico della precisione e della puntualità, licenzia i suoi dipendenti per un nonnulla. E uccide anche una sua amante per gelosia. Allora affida il caso a un suo valente giornalista (Ray Milland), mettendolo sulle tracce di un fantomatico assassino, luomo per il quale sera ingelosito. Il problema è che quelluomo è proprio il giornalista, lultimo a essere stato con la bionda prima che venisse uccisa. Si difende depistando le indagini che deve condurre (perché tutti gli indizi portano a lui) e, in una corsa contro il tempo, scoprirà il vero colpevole. Avete capito bene, è lantenato di &lt;i&gt;Senza via di scampo&lt;/i&gt;, thrilleraccio avvincente con Kevin Costner, Gene Hackman e quel bocconcino di Sean Young. Apro parentesi completamente fuori luogo: Sean Young la conoscerete perché è la replicante con gli occhioni tristi di &lt;i&gt;Blade Runner&lt;/i&gt;, ma è stata anche compagna di James Woods e prima di lasciarsi si son menati come pochi, con lei che non risparmiava colpi grandiosi, come questo: ha trascinato il compagno in un gradevole giochino damore legandolo al letto e poi, lui ancora in quiete, gli ha spennellato il pene con abbondante smalto per unghie. Dopo di che ha deciso di eccitarlo. James Woods ha dichiarato asciuttamente di non avere mai sofferto tanto. Intentò causa alla Young per molestie e finì per pagare &lt;u&gt;lui &lt;/u&gt;uninezia come 4 milioni di dollari. Ma dopo questo interessantissimo excursus torniamo al film: veloce, brioso, con una mefistofelica interpretazione di Laughton, è abbastanza ben giocato anche se talvolta singarbuglia. Il modello verrà portato alla perfezione dallerede del 1987 (che ricordo bello e teso). (Vhs da RaiTre; 12/10/99)

&lt;img alt=&quot;mc0702.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/mc0702.jpg&quot; width=&quot;170&quot; height=&quot;123&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;&lt;b&gt;264 - &lt;i&gt;The Night of the Hunter &lt;/i&gt;di Charles Laughton, USA 1955&lt;/b&gt;

Minvento un non meglio specificato impegno precedente, scappo dallufficio come un carbonaro e mi nascondo in quello che potrebbe essere il mio Lumière milanese: lo Spazio Oberdan, una sala gestita dalla Provincia di Milano dedicata a eventi speciali e rassegne dessai. La sala è molto elegante, con sedie in cuoio rigide e confortevoli (è &lt;i&gt;assolutamente &lt;/i&gt;impossibile addormentarsi) e rivestimenti in legno alle pareti. Bello schermo e buon audio. Prendo posto in quarta fila, quarta poltrona da sinistra. Sto soffrendo molto in ufficio, è chiaro. Nellattesa del film viene diffuso un Miles che soffia nella sua tromba troppo cool, mentre le poltrone si riempiono di un pubblico molto fighetto: compagnie di amici, finti intellettuali, gente che straparla dellespressionismo. Temevo già di dover fare una piazzata isterica e invece, poi, staranno tutti in silenzio. Forse per educazione, forse perché il film di Laughton lascia veramente senza parole, abbacinati dalla bellezza delle immagini e dalle continue invenzioni. Splendide le intuizioni visive (la fotografia antinaturalistica, le immagini degli animali, le luci espressioniste di Cortez) e incredibile la storia, con Mitchum nei panni di un sinistro predicatore nero vestito che impalma e ammazza vedove nel sud degli States. Fiaba nera, grottesca, zeppa di passaggi onirici, lampi comici e momenti di terrore, &lt;i&gt;La morte corre sul fiume &lt;/i&gt;attacca anche il perbenismo della provincia, la religiosità ottusa, il feroce giustizialismo e il puritanesimo sessuofobo. Troppe cose perché il pubblico americano degli anni Cinquanta potesse capire. Veramente bello. (Spazio Oberdan, Milano; 13/10/99)

&lt;b&gt;269 - &lt;i&gt;Le notti bianche &lt;/i&gt;di un estenuante Luchino Visconti, Italia/Francia 1957&lt;/b&gt;

Un Visconti del 1957. Rischio estremo che affronto con sprezzo. Mario (Mastroianni) incontra Natalia (Maria Schell) camminando per le strade notturne del quartiere Venezia a Livorno. Se ne innamora, ma la tormentata e frignona ragazza attende Jean Marais da un anno. Quando Mario crederà di averla conquistata, zac, in campo lungo eccoti il bel tenebroso francese, attraente come un ciocco di abete, finalmente tornato. Sarà che ero stanco morto e i miei neuroni assomigliano a una tribù di lemming pronta al suicidio di massa, ma la messa in scena mè parsa unimmensa rottura di cazzo, così come la trama. Stupisce invece la cura scenografica: Livorno è ricostruita in studio e leffetto è quello di creare una città magica dove lillusione degli sfondi è respinta, per esempio, dalluso di selciati veri. Mastroianni è ingabbiato in un ruolo che non gli consente alcuna leggerezza. Più statici ancora Marais e la Schell. Una parte da prostituta anche per la Calamai. Aiuto regia di questo perfuntorio Visconti era Fernando Cicero, quello di &lt;i&gt;W la foca&lt;/i&gt;. I danni del cinema dautore. (Vhs da RaiUno; 17/10/99)

&lt;b&gt;270 - &lt;i&gt;Il corridoio della paura &lt;/i&gt;di Samuel Fuller, USA 1963&lt;/b&gt;

Torno allo Spazio Oberdan. Stasera sulle reti televisive impazzano gli incontri di pallone e il pubblico è rigorosamente selezionato: una marea di cagoni che straparlano di cinema ad alta voce. Come me, del resto, ma io son solo e questi devono far sapere a tutta la sala che il film lo hanno già visto altre volte e in quelledizione piuttosto che in quellaltra. Cè uno scambio di videocassette con avvertenze del tipo: La ratio non è perfetta oppure Il simbolo di RaiTre è un po fastidioso, Ah! Se è doppiato preferisco non vederlo, Ti ringrazio, ma in videocassetta proprio non sono capace, etc. Insomma un incubo popolato da nerd che poi, puntualmente, durante la visione, ritengono opportuno far sapere a tutti cosa pensano del film che stiamo vedendo ed è una sequela di apprezzamenti o lamentele. E io che non ho nessuno con cui commentare chi commenta, minnervosisco molto. Per fortuna il film è talmente bello che mi astraggo dalla massa di stronzi con la sciarpetta che mi accerchiano. Fuller ci racconta di un giornalista che finge di essere un pervertito sessuale per entrare in un manicomio e scoprire il responsabile di un assassinio lì avvenuto. Quando ci riuscirà, otterrà il Pulitzer ma rimarrà catatonico (con evidente ironia). Tutto il film è ricco di queste genialate: un nero che fa propaganda per il Ku Klux Klan, un patriota del Sud che è stato fatto impazzire dai comunisti coreani, un Nobel per la Fisica receduto a livello infantile (e che, nei momenti di lucidità, si scaglia contro la corsa agli armamenti in nome dellanticomunismo). Il tutto è sorretto da una sceneggiatura che ha poche esitazioni, in una cornice visiva notevole (Cortez, autore di un b/n ricchissimo). Bravi gli attori, belle le musiche e il montaggio: un grande, grandissimo film, consigliato a ragione dal Maestro Bernardo Bertolucci. Ma Fuller era sinceramente sereno nei confronti del pericolo rosso o è tutto frutto di un doppiaggio un po libero? (Spazio Oberdan, Milano; 21/10/99)

&lt;b&gt;271 - &lt;i&gt;Fantozzi &lt;/i&gt;di Luciano Salce, Italia 1975&lt;/b&gt;

Ennesima visione a ventanni dal celestiale impatto nel cinema di Champoluc dellagosto 1979, evento che mi ha rovinato per sempre. Barbara, tornata per una settimana da Parigi, non lha mai visto e allora simpone lassunzione che mi consente di dire ancora una volta bene di questo monumento della satira italiana. Cattivo, acre, esilarante, con gag e sequenze splendide (e con altre meno riuscite, ma non importa) e una fotografia a tratti notevolissima. E poi movimenti di camera funzionali al racconto o il sagace utilizzo del grandangolo nelle parti più allucinate o misticheggianti. Tra i momenti memorabili tutti i primi dieci minuti (Fantozzi trovato nei cessi murati della sua azienda e la quotidiana corsa contro il tempo per raggiungere il posto di lavoro); la partita a biliardo contro il Catellani, il finale politicamente amarissimo con il Megadirettore che può aspettare. Sempre bello e divertente. Ah, questo &lt;i&gt;Fantozzi &lt;/i&gt;è ininterrottamente sponsorizzato senza pudore da Cynar, Pejo e altri. Era un vizio dellepoca. (Diretta Retequattro, 30/10/99) 

&lt;b&gt;272 - &lt;i&gt;Le catene della colpa &lt;/i&gt;di Jacques Tourneur, USA 1947&lt;/b&gt;

Con Barbara impegnata in una cena familiare, me ne vo felice di nuovo allo Spazio Oberdan. Il pubblico stasera è buono. Poco, discreto, non puntualissimo, ma migliore di quello che si trova nelle sale di prima visione. Per cui va bene e adesso la smetto di raccontarvelo ogni volta. Il film è molto bello, non eccezionale come si poteva prevedere a leggere certe enciclopedie, ma comunque dà soddisfazione. Il buon Mitchum, stanco di fuggire per uno sgarro commesso in passato a un Douglas poco raccomandabile, accetta un ultimo incarico di cui è subito evidente il fine: incastrarlo facendogli prendere la colpa per alcuni omicidi. Mitchum pensa di essere più furbo, ma in cuor suo è già convinto che ha perso, quasi rassegnato a subire un destino inevitabile. Diviso tra un nuovo amore, puro e onesto, tantè gli ricapita tra le braccia la maliarda che anni prima lo aveva fatto sbagliare. E il coglione ci ricasca con prevedibile fatale conclusione. Finale tagliato con laccetta, trama che talvolta si complica (tutti sti nomi io mi fidavo: se lo dicono loro sarà vero), bella fotografia di Nicolas Musuraca. Il doppiaggio risale allepoca e un po fa ridere, però certe taglienti uscite da duro sono godibili proprio per la stilizzazione oggi assolutamente improponibile. Bravo Tourneur. (Spazio Oberdan, Milano; 31/10/99)

&lt;img alt=&quot;mc0703.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/mc0703.jpg&quot; width=&quot;160&quot; height=&quot;134&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;&lt;b&gt;273 - &lt;i&gt;Marie della Baia degli Angeli &lt;/i&gt;del lubrico Manuel Pradal, Francia 1997 &lt;/b&gt;

Barbara è tornata a Parigi e riprendo le mie solitarie visioni. &lt;i&gt;Proibite&lt;/i&gt;, brrr! Questo è un film strano, intrigante perché originale, girato da dio e con una fotografia sorprendente. Ma ha anche una trama frutto di qualche scompenso cerebrale. È un film dove la stessa collocazione temporale della vicenda rimane incerta fino alla fine (gli indizi precedenti sono pochi) e dove il montaggio è disordinato, con lampi passati e futuri che destrutturano la narrazione lineare cui si è abituati, come se in sala di montaggio avessero buttato per aria le varie sequenze per poi rimontarle a caso. E se uno prova a capire il senso della storia, francamente, non lo trova. Costa Azzurra: Orso è un ragazzo che fugge dal riformatorio dopo averne fatte di tutti i colori. Marie è una quindicenne che loliteggia con i militari americani di una base navale. I due sincontrano e vivono una intensa storia damore. Finale: non ve lo dico. Troppo comodo, eh. Gusto alla Carax, abilità cinematica, belle facce degli attori, alcune sequenze straordinarie e, a fine visione, limpressione di non aver capito una mazza o di aver capito che non cera una mazza da capire. Lei, Maria (Vahina Giocante), è splendida e in due sequenze di ballo alimenta anche fantasie censurabili e disagevoli (avrà quindici anni). (Vhs da Tele+; 5/11/99)

&lt;b&gt;274 - &lt;i&gt;Il secondo tragico Fantozzi &lt;/i&gt;di Luciano Salce, Italia 1976&lt;/b&gt;

Piove e me ne sto a casina, sotto un bel plaid, con Fantozzi che subisce su Retequattro. Secondo episodio della saga dove si spinge sul pedale della comicità catastrofica. Ancora sequenze micidiali (liniziale visita al casinò di Montecarlo col Megadirettore Clamoroso Semenzara; Fantozzi alle prese con il tordo, ingoiato intero, e col pomodorino rovente; la rivolta contro &lt;i&gt;La corazzata Kotemkin&lt;/i&gt; (sic) durante Inghilterra-Italia) e tanti lampi: se la struttura è più sfilacciata rispetto al primo episodio, se qualche volta si scade in volgarità o banalità assenti nello splendido prototipo, poco importa. Averne film comici così. Fantozzi è una maschera e Villaggio si adegua magicamente, attore di gomma che prende colpi da ogni lato e risulta indistruttibile. Regia funzionale, solito uso geniale del sonoro (rumori ma anche intonazione delle suppliche del protagonista). Il film che seguirà tre anni dopo, &lt;i&gt;Fantozzi contro tutti&lt;/i&gt;, per quanto divertente, mostrerà una povertà registica e un gioco al risparmio qui impensabili. (Diretta Retequattro; 6/11/99)

&lt;img alt=&quot;mc0704.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/mc0704.jpg&quot; width=&quot;137&quot; height=&quot;190&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;&lt;b&gt;277 - &lt;i&gt;Videodrome &lt;/i&gt;di David Cronenberg, Canada 1983&lt;/b&gt;

Max Renn dirige Canale 83, unemittente che trasmette programmi violenti e/o pornografici. Scopre lesistenza di Videodrome: immagini di tortura e morte e decide di capire chi cè dietro, un po per interesse meramente manageriale, un po perché quei video lo sconvolgono, lo attraggono e lo ripugnano. Rimane coinvolto, dopo agghiaccianti scoperte, in un crescendo di allucinazioni che lo porteranno allomicidio e alla follia. Consueta cifra gelida di Cronenberg, carne che si coniuga al metallo, mutilazioni, desiderio e morte, locchio dello schermo che ci segue ovunque, la nuova chiesa catodica. Ne avevo un ricordo confuso e la visione è stata conturbante e piacevole. Un freddo delirio che non è atto daccusa allodierna civiltà mediatica, ma cruda constatazione. Ve lo dice uno che a Videodrome ci lavora. Morte a Videodrome. Gloria e vita alla nuova carne!. (Vhs da Italia1; 7/11/99)

&lt;b&gt;280 - &lt;i&gt;Vixen &lt;/i&gt;di un ripetitivo e un po rincoglionito Russ Meyer, USA 1969&lt;/b&gt;

Ah, che bella porcata. Margot è linsaziabile donna di un pilota canadese: approfittando delle sue continue assenze per lavoro, si spupazza una giubba rossa, due clienti (lui e lei) del marito, poi il fratello e infine quasi consuma con un transfuga di colore. Con questultimo sventerà un dirottamento aereo di un comunista odioso e mellifluo. Unora e dieci di questa menata non valgono i peggiori cinque minuti di &lt;i&gt;Lorna&lt;/i&gt;. Situazioni da porno dallora, sessualità grassoccia, una intuizione fotografica surreale (le riprese da sotto il letto, col materasso mancante, mentre chi è sopra il letto è disteso sul materasso) e quasi nientaltro. Checché ne dicano critici che forse il film non lhanno visto, la fotografia è piatta, il montaggio per nulla brillante e la storia, va da sé, assolutamente risibile e senza alcun motivo dinteresse. Ci si scoccia presto e a nulla vale il fatto che per essere di trentanni fa, &lt;i&gt;Vixen &lt;/i&gt;demoliva alcuni tabù. E chi se ne frega, se il film è noioso e realizzato coi piedi. Se no rivalutiamo &lt;i&gt;Suor Vaselina &lt;/i&gt;che mostrava esplicite scene di sesso più dun secolo fa. (Vhs originale; 12/11/99)

&lt;b&gt;282 - &lt;i&gt;La regina Margot &lt;/i&gt;di Patrice Chéreau, Francia/Germania/Italia 1994&lt;/b&gt;

Un bel polpettone storico condito con sesso e violenza. E allora mi butto e me lo vedo. Caterina de Medici trama e congiura per mantenere il potere nella Francia di fine Cinquecento. Ha quattro figli, tra cui Margot, bella, altera e ninfomane. Carlo IX subisce linfluenza di Coligny e bisogna pure ricomporre il feroce dissidio tra protestanti e cattolici. Detto fatto: si fa sposare Margot con Enrico di Navarra, si ammazza Coligny e si fa orrenda strage dei protestanti nella notte di San Bartolomeo. Però, di riffa o di raffa, i protestanti riescono a resistere e la corte andrà dissolvendosi tra intrighi e assassinii. Carlo IX si avvelena con dellarsenico preparato per Enrico di Navarra e Margot passerà agli oppressi (difendendo sempre Enrico e innamorandosi del nobile de La Mole). Storiaccia densa dazione carnale e bellica, con la regia che gestisce un cast stellare dove spicca una Asia Argento pre-deflagrazione adiposa. Meno riuscita è la gestione della trama, che si perde in compiaciute scene di sciabolate o di sesso e carnazza (ma la versione era censurata, togliendo quasi interamente i motivi dinteresse). Che altro dire? Ci si stupisce che, scopando tutti come ricci, mancassero eredi ai Valois. Ah, Enrico di Navarra è quello per cui Parigi val bene una messa e sembra che abbia anche detto fino a quarantanni ho creduto che fosse un osso riferendosi al suo strumento. Visto linterscambio carnale, cè da credergli. (Vhs originale; 13/11/99)

&lt;b&gt;(Continua  7)&lt;/b&gt;

</text_more></entry>
<entry id='3313' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3313' author_id='4' authored_on='20100117030705' basename='riti_di_passaggio_-_parte_9' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100117030705' modified_on='20110324023457' ping_count='1' status='2' title='RITI DI PASSAGGIO - Parte 9' week_number='201003'><text>di &lt;b&gt;Sandro Moiso&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;GiorgianaMasi.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/GiorgianaMasi.jpg&quot; width=&quot;153&quot; height=&quot;198&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;&lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/cgi-bin/mt-search.cgi?IncludeBlogs=2&amp;search=Riti+di+passaggio+Sandro+Moiso&quot;&gt;Qui&lt;/a&gt; le parti precedenti.

&lt;b&gt;FELICITA&apos;, FEBBRE E FURORE&lt;/b&gt;

&lt;i&gt;&lt;b&gt;Prologo&lt;/b&gt;&lt;/i&gt;

&lt;i&gt;I nostri eroi non sono mai andati in chiesa.
Oppure hanno posto domande alle quali dio non ha saputo rispondere. 
Sono vissuti in un lampo e sono morti con la pistola in pugno.
Oppure sputando sangue  o soffocati dal vomito.
Non hanno chiesto onori o pietà.
Tanto nessuno glieli avrebbe concessi.&lt;/i&gt;</text><text_more>&lt;b&gt;Dio creò gli uomini diversi, la Colt li rese uguali&lt;/b&gt;

Dio creò gli uomini diversi, la Colt li rese uguali.
Questa frase, scritta a caratteri cubitali nelle pagine di un libro, mi segnò fin dallinfanzia.
Il libro era dedicato allepopea del Far West ed era pieno di fotografie e di illustrazioni.
Lo arricchiva un Lp che conteneva le più famose canzoni del West, accompagnate da una voce narrante che inseriva lascoltatore nel clima delle long tall stories tipiche di quellepoca.

Me lo aveva regalato mio padre a Natale.
Lui e mio zio, nelle settimane precedenti, mi avevano affascinato con strane storie e battute che, capii poi in seguito, erano state rubate da un rapido ascolto del disco allegato.
Oltre che con il Far West mio padre mi fece divertire anche con le storie di Tarzan e di Sandokan.
Immaginava e mi faceva immaginare giungle impenetrabili, piene di pericoli e agguati.

Queste giungle, in realtà, erano costituite dagli orti abusivi e dai rovi che scendevano lungo le scarpate della ferrovia in corso Sempione.
Là mi portava a giocare la domenica mattina, quelle poche volte in cui poteva permettersi una mezza giornata di libertà.
Non cambierei quelle ore e quei racconti con nessuna delle attuali tendenze educative.

Questa è la storia delle conseguenze di quel libro e di quei giochi.


&lt;i&gt;&lt;b&gt;America, Oh America!&lt;/b&gt;&lt;/i&gt;
(Prima parte)


&lt;b&gt;Verso le otto di sera di un giorno di maggio ho contratto un debito che non ho ancora saldato&lt;/b&gt;

Verso le otto di sera di un giorno di maggio ho contratto un debito che non ho ancora saldato.
Era il 1977 e nel parco di una villa comunale, poi adibito a luogo di civiche nozze con rinfresco, si stava svolgendo una delle tante feste del proletariato giovanile.
Sembravano finite le manifestazioni dure e talvolta un po lugubri, per slogan e atmosfera, degli anni precedenti.

Sembravano, appunto.
Ci illudevamo che la lotta, forse, potesse cedere il passo alla festa. 
Gli Area avevano cantato &lt;i&gt;Gioia e rivoluzione&lt;/i&gt;, ma poi dissero meglio con &lt;i&gt;Festa, farina e forca&lt;/i&gt;.
Un giornale del movimento aveva già titolato &lt;i&gt;La rivoluzione è finita, abbiamo vinto!&lt;/i&gt;
Ma il nostro treno sembrava ancora non potersi fermare.

Verso le otto di sera del 12 maggio giunse dunque immediata e repentina la notizia delluccisione di Giorgiana Masi a Roma.
Anche in piazza Navona avrebbe dovuto esserci una festa, per promuovere nuovi referendum radicali, in una stagione in cui listituto referendario sembrava ancora avere un senso.
Forse per questo la polizia quel giorno aveva caricato, picchiato, arrestato, sparato e, infine, ucciso.

Sullerba del parco corse un brivido.
Nulla era finito.
Ancora il sogno e il desiderio andavano in frantumi nel contatto con il reale.
In uninfernale sarabanda si ricominciava ogni volta da capo.
Fuori dal parco, sul corso, risuonarono i primi spari.

Uno, due, tre, poi una tempesta di fuoco.
Là dove avrebbe dovuto esserci solo la polizia.
Corsi, con gli altri, ai cancelli.
I più giovani di noi erano là, in mezzo alla strada, con le armi in pugno.
Ancora calde e fumanti, mentre le forze dellordine stavano ripiegando.

Ne riconobbi alcuni.
&lt;i&gt;Vieni con noi&lt;/i&gt; mi dissero.
Allora, nel puzzo della polvere da sparo, non li seguii.
Né lavrei fatto dopo.
Per quel giorno la nostra festa era finita.

Negli anni seguenti quei desperados accumularono secoli di carcere o finirono ammazzati.
Ancora una volta qualcuno tradì.
Io li sognai per anni con un senso di colpa.
Erano stati i miei compagni, miei amici.
E i più giovani anche quasi dei figli.

Nel non seguirli aveva contato la ragione.
Ma spesso la ragione ci rende meno grandi e più paurosi.
Iniziavo forse allora a controllare listinto.
Ma con loro ho contratto un debito.
E non lho ancora saldato.

&lt;b&gt;Meno di due mesi dopo partii per lAmerica&lt;/b&gt;

Meno di due mesi dopo partii per lAmerica.
Per pagarmi quel viaggio avevo lavorato per diversi mesi in un magazzino di stoffe.
Un lavoro in nero, di taglio e imballaggio di stoffe che venivano poi inviate a sartorie sparse per lItalia. Le stoffe erano sempre quelle, ma  si potevano comodamente assecondare tutti gli ordini cambiando le etichette di garanzia che sarebbero poi state cucite sugli abiti finiti.

Lo stipendio era sulle centoventimila lire al mese, per mezza giornata lavorativa.
Il signor Coppino aveva finito col credere che io volessi diventare il suo magazziniere, visto che il precedente si era licenziato per dedicarsi alla più proficua raccolta delle cassette vuote sulle piazze dei mercati, e non smetteva mai di elencarmi gli enormi vantaggi che avrei tratto dal lavorare a tempo pieno per la sua ditta.

Riuscii a farmi dare due mesi di stipendio anticipato in vista delle ferie e poi lo ringraziai scrivendogli, da New York, che era mia intenzione interrompere il rapporto di lavoro e trattenere lanticipo come liquidazione.
Il biglietto aereo di andata e ritorno era pagato e mi rimanevano in tasca ottocento dollari.
Vantaggi del lavoro in nero.

Partì con me Ettore, allora lamico più caro.
Ci eravamo conosciuti al liceo, poi una bocciatura ci aveva separati.
Lotta Continua ci aveva fatti ritrovare e poi ancora separati, mentre la primavera del 77 ci aveva legati indissolubilmente.
Almeno fino allarrivo dellamica più egoista, leroina.

Piccolo e minuto, agile nei movimenti, sembrava lesatto opposto di me.
Pronto alla risata fino alle lacrime, era altrettanto capace di precipitare in abissi di depressione, determinata spesso dalla malattia che gli minava la vista.
Passammo notti a discutere di tutto, ma più che altro di letteratura e di musica.
A quel tempo hashish e marijuana non annebbiavano la mente, ma acuivano il pensiero.

Proveniva da una famiglia agiata, era colto, suonava il pianoforte e amava Pasolini.
Ci univano la furia, il rock e la letteratura americana.
Lo scherzo, il vino, le donne (talvolta comuni), ci accompagnarono sempre.
Aveva una paura fottuta delle iniezioni e degli aghi, ma furono poi proprio le siringhe a separarci, per sempre. Ed ora non so nemmeno più se sia vivo o morto.

Ma quello fu il nostro viaggio on the road.
Quello che avevamo sognato da molto tempo.
Quello che avrebbe dovuto farci ripercorrere le strade e le esperienze dei nostri maestri.
Non sapevamo e non volevamo ancora conoscere ciò che ci avrebbe atteso alla fine della strada.
&lt;i&gt;Go West, young boys!&lt;/i&gt;

&lt;b&gt;Era di luglio e partimmo in pullman alla volta di Parigi&lt;/b&gt;

Era di luglio e partimmo in pullman alla volta di Parigi.
Agli amici che vennero in gruppo a salutarci sembrava che iniziasse per noi una grande avventura.
Ma quellestate avrebbe riservato loro un gran numero di sorprese.
Il convegno di Bologna, la scelta di strade dure come quelle delleroina o della lotta armata.
Al nostro ritorno nulla sarebbe più stato come prima.

Quel gruppo era formato da profughi.
Alcuni provenivano da LC, qualcuno da Lotta Comunista, altri da Roma, altri ancora dalle valli piemontesi e qualcun altro da qualche limbo ancora inesplorato.
Tra la fine della politica organizzata e lautonomia del 77 ci unirono la disillusione, le droghe, il cinismo, la montagna e la speleologia.

Nando, Tromba, Luca, Valerio, Gianni, Casablanca, Petit, Massimo, Claudio, Filippo, Peter e altri ancora di cui rimane oggi soltanto negli occhi limmagine del volto.
Riuscimmo per un breve periodo a fare surf sul magma ribollente di quei mesi.
Prima o poi la nostra tavola sarebbe andata in pezzi, ma in quel breve volger di tempo la nostra unione sembrò destinata a durare in eterno

Il commiato dagli amici e poi il lungo viaggio notturno verso Parigi.
Il volo charter a bassissimo costo sarebbe partito, il giorno dopo, da lì per New York.
Alla stazione degli autobus mancava solo Andrea, che era già partito per il Nepal con una spedizione alpinistica che perse gran parte delle attrezzature in un incidente dauto sulla strada di Katmandu. Da quella città ci avrebbe inviato lettere misteriose, in buste riempite di ganjia.

La sua casa in collina era stata il rifugio delle nostre notti insonni.
Tra quelle vecchie pareti, che conservavano il ricordo di predecessori importanti e di mitiche imprese partigiane, diventammo fratelli di sangue, bevemmo vino e consumammo oppio, marjiuana e hashish narrando di avventure politiche e speleologiche.
Nelle notti stellate ci spostavamo nel giardino, in attesa di qualche rivelazione che non venne mai.

Sulle panche disposte intorno alla vecchia vasca di pesci rossi disposta al centro di quel giardino sfiorito mi innamorai, senza accorgermene, di sua sorella.
Ci amammo per breve tempo, prima della mia partenza, e fu poi lunica a raggiungermi con lettere delicate anche in California.
Pensavo a lei durante quel viaggio notturno, ma al ritorno non ci fu loccasione per rivederci.

Era coraggiosa e aveva a lungo viaggiato in Africa, con un uomo che non amava già più.
Molti anni dopo seppi che, stanca forse di portare un nome importante o di fingere piacere per lavventura là dove rimaneva soltanto la noia, si era sposata con un operaio.
E che si era infine uccisa. Con il gas.
Porterò sempre con me il ricordo dei lievi disegni africani con cui decorava le sue lettere.

Partimmo con gli occhi e la mente pieni di sogni.
Cercavamo limprevisto e lavventura.
Senza una meta precisa.
Ignari.
Soprattutto del fatto che è  la morte a costituire la meta finale di tutti i viaggi.

&lt;b&gt;LAmerica fu, nella mia gioventù, un luogo dellimmaginario&lt;/b&gt;

LAmerica fu, nella mia gioventù, un luogo dellimmaginario.
Lo fu prima ancora della scoperta di Pavese, di Kerouac, di Hemingway o di Faulkner.
Era la terra degli spazi infiniti e della wilderness che allora intuivo e che solo più tardi avrei imparato a chiamare così.
Continuò a esserlo anche dopo il sessantotto e le proteste anti-imperialiste.

La cultura americana, la grande cultura americana, è sostanzialmente una cultura orale.
E figlia delle storie della frontiera, degli incroci linguistici e razziali.
E il prodotto di società orali: dei proletari provenienti da tutto il mondo, dellAfrica e dei nativi.
Henry James e le scuole di scrittura lhanno uccisa, avvicinandola ad una cultura vecchia e scritta, la nostra.

Era una letteratura fatta di storie.
Le storie prima si narrano e solo più tardi si scrivono.
Forse gli scrittori le narrano prima a se stessi e solo più tardi agli altri.
Storie di sangue, amicizia, amore, morte, tradimento e redenzione.
&#276; nelle storie e nelle narrazioni che gli uomini si incontrano e si capiscono.

Ormai da quasi trentanni insegno letteratura italiana.
Ma il mio incontro e il mio apprezzamento per gli italiani maggiori è avvenuto molto tardi.
Negli anni del furore non potevano servirci Manzoni, Svevo, Pirandello o Gadda. 
Anche Pasolini fu inadeguato e non solo perché a Valle Giulia avesse parteggiato per la polizia.
Erano i suoi sottoproletari, i suoi ragazzi di vita a non appartenere al mondo reale. 

&lt;i&gt;Ultima fermata a Brooklyn&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Sulla strada&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Urlo&lt;/i&gt; e le canzoni che affondavano le loro radici nel delta del Mississippi o nelle miniere di carbone della Virginia furono i testi adatti per la nostra rabbia.
Costituirono la letteratura sulla quale mi formai.
Lelenco potrebbe essere molto più lungo, ma comunque tutto doltre Atlantico. 
E nessunaltra mi è entrata altrettanto nella carne e nel sangue.

Leggevo in quelle pagine di ciò che era qui, adesso e subito.
Senza orpelli, senza buonismo e senza speranze di redenzione.
&lt;i&gt;Jesus died for somebodys sins but not mine&lt;/i&gt; cantava in quei giorni Patti Smith, nella sua magnifica e trascinante ripresa di &lt;i&gt;Gloria&lt;/i&gt;.
Forse ce lo insegnò lei o forse lo sapevamo già, ma quello era il succo di tanta letteratura americana e della nostra sfida al mondo.

Anche la poesia americana sembrava raccontare storie.
L&lt;i&gt;Antologia di Spoon River&lt;/i&gt;, ad esempio.
Già al tempo del fascismo qualche critico aveva definito come barbara quella letteratura.
Alcuni giovani scrittori invece la vollero leggere, tradurre e imitare.
Alcuni di loro, come me, erano piemontesi. Io del Monferrato, loro della Langa.

La letteratura che amavamo parlava della natura, delle sue luci e dei suoi colori.
Forse fu anche ciò ad avvicinarcela.
Non so se ammirai prima i colori del tramonto sulle colline del mio paese o le descrizioni dei tramonti e delle albe sul suolo americano descritte in tanti libri.
Il verde delle nostre colline richiamava quello delle praterie e delle terre ondulate dellOvest.

I nostri paesi erano piccoli.
La nostra provincia contadina, gretta e incredibilmente umana allo stesso tempo, ci rimandava a Faulkner e a Caldwell. O forse furono loro a farcela vedere con altri occhi e amare.
Fenoglio fu il primo a scrivere dei nostri piccoli campi e dei drammi di sangue e solitudine che li bagnavano.

Mancavano i neri.
Ma durante la mia infanzia arrivarono a ondate successive i profughi del Polesine, prima, e gli immigrati dal Sud, poi.
La diffidenza dei locali fu inizialmente forte, ma il mio primo vero amico fu un ragazzo veneto di un anno più grande di me: Renato.

Lo conobbi nel 64, quando mio padre fece ristrutturare la casa dei nonni.
Quellautunno io avrei cominciato le scuole medie, mentre lui già lavorava.
Io sognavo già sui libri, lui aveva lo sguardo e le mani da uomo.
Più ancora che attraverso i nonni o mio padre, fu guardando lui che compresi il valore della fatica e del lavoro. Diventammo inseparabili.

Con lAmerica cera anche un legame di sangue.
I miei nonni erano emigrati, come tanti altri contadini piemontesi, laggiù.
Mia madre era nata in Pennsylvania.
Anche mia zia era nata là e nel 46 ci tornò. Per sempre.
Fin dalla mia prima gioventù sentii forte il richiamo della terra, del sangue e del mito.

E poi ci fu il cinema, il western sopratutto, di cui mio padre era un grande appassionato.
Arrivavano nei paesi dei cinema itineranti con tutto quanto serviva per organizzare uno spettacolo serale. 
Cerano allepoca ancora dei piccoli gruppi di saltimbanchi che giravano per le campagne.
Ma il cinema, oh il cinema...

Negli anni cinquanta quei piccoli camion che trasportavano proiettore, schermo avvolgibile, pellicole e sedie per il pubblico proiettavano principalmente film con Amedeo Nazzari oppure western. Tutti rigorosamente in bianco e nero.
Cavalieri dellaria e delle praterie infiammavano i nostri sogni e i nostri giochi.
Dagli schermi cittadini rubammo i colori per le nostre fantasie.

Dovevo avere sei o sette anni quando vidi &lt;i&gt;Furia selvaggia&lt;/i&gt; di Arthur Penn.
Fu il mio primo incontro con la leggenda di Billy the Kid.
La storia di un giovane ribelle e giustiziere.
Bandito da una società dove il denaro contava più del coraggio e dellonore.
Molti anni dopo Billy sarebbe stato il mio soprannome.

&lt;b&gt;Rotolammo sulle ruote degli autobus per migliaia di chilometri&lt;/b&gt;

Rotolammo sulle ruote degli autobus per migliaia di chilometri.
Quella notte e nei mesi seguenti.
Quanto ci piaceva viaggiare!
Con ogni mezzo: in treno, con lauto o con gli scooter, in autostop e in bicicletta.
Ogni partenza era un nuovo inizio, forse una nuova vita.

In ogni viaggio giovanile rivive lepopea di Ulisse.
Il romanzo di Kerouac era stato la trasposizione moderna del vagabondaggio mediterraneo delleroe greco.
Per noi &lt;i&gt;Greyhound&lt;/i&gt; e autostop avrebbero sostituito navi e zattere, ma sirene e pericoli sarebbero rimasti ad attenderci lungo il tragitto. Così come la gioia del vino e degli incantesimi.

Meritavamo come Ulisse linferno.
Per non saperci accontentare di ciò che è concesso dalla quotidianità.
Per la nostra incapacità di mettere radici.
Per la nostra attitudine a non esser fedeli e a mentire, per ridere e per vivere.
Ce lo diedero linferno o, forse, fummo soltanto noi a procurarcelo.

Come Prometeo avevamo cercato di rubare il fuoco divino.
Avevamo scalato mura ciclopiche per rubare ciò che era proibito sognare.
I nostri sogni divennero, per un breve periodo, realtà.
Poi le nostre ali, fatte di cera, si sciolsero e precipitammo.
Ora viviamo in un mondo derubato anche dei sogni.

E rimasta soltanto larte di mentire.
Ma sono menzogne misere, adatte alla sopravvivenza.
La sfida al cielo sembra ora impossibile, ammesso che interessi ancora a qualcuno.
Viviamo circondati da dei ignoranti, privi del fuoco sacro.
Chi lha anche soltanto sfiorato vive oggi in un mondo di tenebre e di gelo.

Come ruote di fuoco rotolavamo per le strade.
Consumando rabbiosamente ore, anni, chilometri e vite.
Come ruote di fuoco saremo poi esplosi.
Subendo più vittime tra le nostre fila di quante ne arrecammo tra quelle nemiche.
Scrivendo storie di kamikaze orfani di una guerra civile mai combattuta.

&lt;b&gt;La mia prima e unica pistola me la prestò un operaio&lt;/b&gt;

La mia prima ed unica pistola me la prestò un operaio.
Non era una Colt. Era unautomatica spagnola 7,65.
Con quella e un altro revolver ci esercitavamo al tiro, poco lontani dal luogo in cui si era schiantato il grande Torino.
Le autopattuglie passavano a poca distanza, ma non si accorsero mai di nulla.

Oggi, quando chiedo ai miei allievi quanto durarono, secondo loro, gli anni di piombo mi sento rispondere venti o trentanni.
Inizialmente mi stupivo, poi ho iniziato a pensare che in quellerrore madornale esistesse un nocciolo di verità.
La pratica dellillegalità fu a lungo diffusa nei movimenti del dopoguerra.

&lt;i&gt;Anni di piombo&lt;/i&gt;: sembrano designare unepoca storica, unera.
Una di quelle definizioni di comodo e vuote di significato effettivo come medio evo o età moderna.
Invece segnano un confine tra ciò che le lotte sociali furono e ciò che non avrebbero più dovuto essere. Segnarono il limite.
Quello che non si sarebbe mai più potuto attraversare.

Eppure a lungo la pratica spontanea della violenza, anche armata, ha accompagnato i movimenti.
Ricordo ancora come fosse normale per gli occupanti delle case delle periferie torinesi arrivare alle manifestazioni con qualche arma da fuoco nascosta sotto giacche e cappotti.
Ricordo il malumore che coglieva allora certi dirigenti rivoluzionari che immaginavano rivoluzioni a comando, in cui lupare e fucili dal manico segato non avrebbero svolto alcun ruolo.

Certo, gli occupanti della Falchera Nuova, delle Vallette o di strada delle Cacce non avevano sempre unidentità proletaria definita secondo i canoni sociologici marxiani o moderni.
Sconfinavano spesso nel sottoproletariato, nella piccola malavita di quartiere e nelle pratiche illegali, ma anche questo è stato il proletariato delle grandi metropoli.
Quello in cui la classe operaia immigrata affondava in parte le sue radici.

Pistole, fucili a canne mozze e soprattutto coltelli si portavano appresso i nuovi immigrati delle periferie del nord.
Per essere uomini dichiaravano a giornalisti assetati di analisi socio-antropologiche e di cronache nere spesso venate di razzismo.
Ma la rabbia che si portavano dentro chi la colse?

Quella rabbia, così fertile per le lotte degli anni successivi, veniva ignorata o annacquata nel fatto di costume, quando non fu semplicemente liquidata come residuo di una società arcaica.
Già, tutto quello che si oppone al presente e a una modernità presunta, è arcaico.
In Europa, in America e in Medio Oriente.
Così nella lotta contro gli arcaismi si possono intendere il capitale e la sinistra progressista.
  
Ma la rabbia non era solo quella immigrata, basti pensare al percorso di Pietro Cavallero, torinese dorigine, e alla sua banda di proletari della Barriera di Milano.
Avrebbe potuto diventare un dirigente del PCI, ma scelse la strada della rapina in banca.
Con grande scorno dei responsabili organizzativi e successiva rimozione dalle storie del partito.
Esempio di coraggio e individualismo per i &lt;i&gt;prule dla barriera dlemme&lt;/i&gt;.

La barriera della emme, dove M stava per merda, sia chiaro.
Ci ho abitato per tutta linfanzia e ladolescenza e i miei genitori fino alla morte.
A quella parte di Torino, chiusa tra la Dora e la Stura, quella M  gliela avevano affibbiata  gli abitanti del quartiere, rivelando, con amara ironia, il disagio e la frustrazione nascosti tra le mura domestiche e le vie della periferia operaia.

(&lt;b&gt;9-CONTINUA&lt;/b&gt;)

</text_more></entry>
<entry id='3314' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3314' author_id='19' authored_on='20100118080736' basename='due_cuori' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100118080736' modified_on='20120622095709' ping_count='0' status='2' title='DUE CUORI' week_number='201003'><text>di &lt;b&gt;Alessandra Daniele&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;2Cuori.JPG&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2Cuori.JPG&quot; width=&quot;320&quot; height=&quot;180&quot; border=&quot;0&quot;hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;S&apos;è conclusa il primo gennaio la quarta stagione di Doctor Who, ultima del rigenerato ciclo gestito dal vulcanico Russel T. Davis, e interpretato dall&apos;irresistibile David Tennant, i cui occhioni da cucciolo sono riusciti a surclassare nel cuore dei fans persino i fari antinebbia dell&apos;ormai mitico Tom Baker. Oltre ad aver dato un nuovo significato al termine &apos;&apos;cenone di Natale&apos;&apos;, questo &apos;&apos;The End of Time&apos;&apos; s&apos;è dimostrato, com&apos;era logico aspettarsi, un frullato di tutto il meglio, e di tutto il peggio di cui dal 1963 questa serie è capace. 
Un finale dai due volti, o meglio, due cuori.

</text><text_more>Al suddetto meglio appartiene senz&apos;altro la lodevole presa per il culo di Obama.
A chi nel fandom ha protestato, obiettando che i leaders mondiali ritratti in Doctor Who debbano sempre essere personaggi inventati, sfugge ancora il fatto che anche Obama sia un personaggio inventato.
Al peggio appartiene il tradizionale spudorato cazzeggio pseudoscientifico. Basta lanciare un diamante verso un ologramma della Terra, perché la raggiunga davvero? Quindi, se io durante il Tg tiro una scarpata allo schermo... no, purtroppo non funziona.
Parte fondamentale del meglio sono le interpretazioni dei protagonisti: dal pirotecnico Tennant, sempre ipercinetico, ma più umano che mai, all&apos;ottimo veterano Bernard Cribbins, toccante e credibile, allo straordinario John Simm, che, non meno di Tennant, fornisce un&apos;altra prova dell&apos;intensità e della versatilità del suo talento, dando prima una delle più &lt;i&gt;crude&lt;/i&gt; rappresentaziomi della follia, per poi tornare al suo Master istrionico e beffardo, lasciando però che la sofferenza dell&apos;uomo continui a trasparire dalla maschera del supervillain. 
Da rubricare nel meglio inoltre l&apos;atmosfera crepuscolare da &lt;i&gt;wasteland&lt;/i&gt; suburbana della prima parte, la geniale  &lt;i&gt;Masterizzazione&lt;/i&gt; del pianeta,  e soprattutto il tentativo di fare di quest&apos;ennesima &lt;i&gt;morte&lt;/i&gt; del Dottore una  &lt;i&gt;vera&lt;/i&gt; morte, chiarendo come la cosidetta &apos;&apos;rigenerazione&apos;&apos; in realtà sia a tutti gli effetti una sostituzione. Una morte autentica quindi, frutto di una tragedia autentica, il sacrificio di un uomo per un altro uomo, senza se e senza ma, senza trucchi, assi nella manica, e conigli nel cappello. 
A Ten, decima incarnazione del DW, in questi anni è stato affidato un compito di proporzioni bibliche: non solo &apos;&apos;ringiovanire&apos;&apos; e attualizzare il personaggio (anche rielaborando l&apos;apporto autoriale di Tom Baker in modo originale) ma soprattutto dargli (finalmente) spessore e credibilità compiutamente umane. Un ruolo &apos;&apos;cristico&apos;&apos;che in questo commovente congedo trova il giusto coronamento. 
Nel peggio, invece vanno catalogate la sgangherata deriva baraccona della seconda parte del plot sf, con l&apos;irritante abuso Voyageresco di &apos;&apos;profezie&apos;&apos; e &apos;&apos;apparizioni&apos;&apos;, l&apos;interminabile &lt;i&gt;tournè d&apos;addio&lt;/i&gt; di Ten morente, che finisce per smorzare il pathos della sua dipartita, recuperato solo in extremis dal carisma di Tennant. La riduzione di Donna al ruolo di casalinga immemore, dopo che era stata capace di assumere quello opposto di mentore. La breve quanto assurda reintroduzione forzata dell&apos;intero pianeta Gallifrey, armi e bagagli, nella serie, e nello spazio aereo inglese. 
In realtà, c&apos;era molto di buono nell&apos;idea di evocare l&apos;archetipo di Kronos/Saturno, del Padre Stronzo tornato a divorare i suoi figli, nonché la vita, l&apos;universo, e tutto il resto, ma sarebbe potuta e dovuta essere realizzata meglio, sia narrativamente che tecnicamente. La torva, granitica fissità di Timothy Dalton in vestaglia rossa, e le assurdità della mise en scène però non bastano a rovinare l&apos;impatto visuale ed emotivo del &lt;i&gt;triello&lt;/i&gt; (duello a tre) finale, perché svela per intero quello che è il vero cuore umano di tutto &apos;&apos;The End of Time&apos;&apos;: il rapporto fra Ten e il Master. Il modo in cui i due prima si fronteggiano, e poi si salvano la vita a vicenda rischiando la propria è la cosa più struggente e romantica - sia nel senso corrente che originario del termine - che si sia vista da molto tempo, e da sola rimedia a tutte le cialtronate che come avanzi di veglione costellano questo season finale. Perché il rapporto fra Ten e il Master è amore, amore vero. 
Il ritmo che ossessiona il Master è in realtà il battito cardiaco di un Time Lord. Quando alla discarica appoggia la sua fronte a quella di Ten dicendogli &apos;&apos;listen&apos;&apos;, l&apos;amato nemico gli sta in fondo chiedendo di ascoltare i loro cuori. 
E Ten lo farà, fino alla fine.
</text_more></entry>
<entry id='3315' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3315' author_id='1' authored_on='20100119004540' basename='identit_e_compassione_dellimpossibilit_di_un_orgoglio_nazionale' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100119004540' modified_on='20100118224950' ping_count='0' status='2' title='Identità e compassione. Dell&apos;impossibilità di un orgoglio nazionale' week_number='201003'><excerpt>di &lt;b&gt;A. Bertante&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;bertante_reset_small.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/bertante_reset_small.jpg&quot; width=&quot;50&quot; height=&quot;68&quot; border=&quot;0&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt;Negli ultimi 10 anni è sorto in Italia un nuovo tipo di nazionalismo, fondato su malcostume e rivendicazione di mediocrità eretta a sistema. Nasce così lorgoglio degli evasori, degli approfittatori, dei conformisti, dei furbi e dei furbetti, dei nuovi mercati di schiavi e delle mamme delle veline...</excerpt><text>di &lt;a href=&quot;http://www.facebook.com/alessandrobertante&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Alessandro Bertante&lt;/a&gt;
&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;[Questo intervento dell&apos;autore di &lt;b&gt;&lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2008/06/002667.html#002667&quot;&gt;Al Diavul&lt;/a&gt;&lt;/b&gt; è apparso sul numero di gennaio di &lt;a href=&quot;http://reset.it/&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;ReSet&lt;/a&gt;]&lt;/span&gt;

&lt;a href=&quot;http://www.facebook.com/pages/Uto-Upim/128160710096?ref=mf&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;bertante_reset.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/bertante_reset.jpg&quot; width=&quot;220&quot; height=&quot;178&quot; border=&quot;0&quot; hspace=6 vspace=2 align=right /&gt;&lt;/a&gt;Alcuni giorni fa mentre ordinavo un caffè in un bar di Milano sono rimasto colpito da un&apos;immagine di per sé innocua, o perlomeno che io credevo tale. Dietro al bancone stava in bella evidenza una grande bandiera italiana. Nessun altro simbolo o segno di commento, solo il tricolore bianco, rosso e verde. Osservandola per un minuto con la tazzina a mezzaria mi sono reso conto di provare una forte sensazione di disagio. Quella bandiera mi sembrava una inutile ostentazione nazionalista. Guardai il barista, cercando nella sua fisiognomica e nel suo abbigliamento una giustificazione parafascista a tanto osare. Invece niente, era un cordiale professionista milanese. 
Uscito dal bar la sensazione di disagio mi è rimasta addosso. </text><text_more>Perché il tricolore mi fa questo effetto? Se mi fosse capitata la stessa cosa in Francia o Inghilterra non mi sarei nemmeno stupito. LUnion Jack è frequente nei pub inglesi e i francesi non hanno alcun pudore a esporre la loro bandiera. In Italia invece questa cosa mi sembra di cattivo gusto o comunque inopportuna. E se devo ritornare agli anni trascorsi nelladolescenza e durante la fin troppo protratta giovinezza, ricordo sempre la stessa insofferenza ai simboli nazionali. Insofferenza che, sia chiaro, condivido con la stragrande maggioranza della mia generazione. Certo, io provengo da una  famiglia comunista e non sono così digiuno di storia per non capire quanto leredità del Ventennio fascista e la tragica vergogna della seconda guerra mondiale abbiano minato profondamente lorgoglio nazionale. Ciò nonostante, queste cause non mi sembrano sufficienti a giustificare un atteggiamento così negativo e reiterato. La questione non è cosi semplice e soprattutto non si riduce a un fatto estetico o a un mio problema soggettivo. 
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Conclusa come sappiamo la seconda guerra mondiale, la mancanza di una mitopoiesi della vittoria  di norma cemento dellidentità nazionale - non poteva essere rimpiazzata dalla pur gloriosa pagina della Resistenza, perché non da tutti condivisa e minata nelle fondamenta dallo sbandierato internazionalismo del Partito Comunista Italiano. La nuova repubblica sorta nel dopoguerra nasceva monca, senza fare i conti con il proprio recente passato. Questa lacerazione è continuata per decenni e noi labbiamo ereditata. Come dicevo, la mia infanzia comincia negli anni Settanta, in un paese dove molti italiani erano convinti, a ragione, che lo Stato mettesse le bombe nelle piazze e sopra i treni.  In un paese dove esisteva una realtà quotidiana tangibile e più o meno accettabile, ma anche un mondo occulto di interessi e trame inconfessabili. Trame antinazionali che nascevano per opporsi alla volontà popolare. Sono cresciuto in un paese dove nessuno mostrava mai attaccamento alla patria, perché la patria quando esisteva era vista come aliena e nemica. Sono cresciuto in un paese dove la grande massa dei ceti produttivi moderati votava la Democrazia Cristiana, partito adesso paradossalmente rimpianto ma allora ricettacolo di corruzione e clientelarismo, costretto dalla situazione politica internazionale a rimanere sempre al governo, senza mai lasciare spazio ad una alternanza che facesse pulizia negli àmbiti di potere troppo sedimentati. Laltra metà del paese invece votava PCI, un partito storicamente miope, anacronistico, compassato ma anche serio, efficiente, fatto di gente per bene che credeva in quello che faceva. Ma un partito fondamentalmente antinazionale, sebbene i suoi dirigenti si sforzassero di affermare il contrario. Alle feste dellUnità si vendevano i gagliardetti dellUnione Sovietica o i simboli delliconografia comunista, non il tricolore o le immagini dei martiri del Risorgimento. Negli anni Settanta nessuno era orgoglioso di sentirsi italiano. 
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Che succede quindi agli italiani? 
La fine della guerra fredda avrebbe potuto concorrere a riformare un forte sentimento di appartenenza nazionale. Era prevedibile e forse anche auspicabile ma così non è stato. Trascorsi un paio di anni, Tangentopoli arriva come una bufera, gettando fango sulla classe politica, sulle istituzioni e sullidea stessa di stato di diritto. Io ho ventitré anni. Vedo franare ancora una volta la nostra autostima di cittadini perché le coeve stragi di mafia mostrano che leterna Italia delle trame continua a prosperare nellombra. In questo contesto di progressiva disgregazione, saffaccia alla ribalta un nuovo partito, la Lega Lombarda - Lega Nord. Nata a metà degli anni Ottanta nella profonda provincia settentrionale, la Lega approfitta del crollo dei partiti della prima repubblica per fare nuovi proseliti con un programma molto chiaro, la secessione del Nord Italia industrializzato ed economicamente prospero dal Sud parassitario e clientelare. Considerata allinizio come un fenomeno folcloristico e passeggero, allinizio degli anni Novanta è già un movimento politico importante e strutturato con dei quadri professionisti e migliaia di militanti di base. Un movimento che mina alle fondamenta il concetto di patria. Altro che tricolore, nelle pizzerie padane sventola la bandiera di Alberto da Giussano. Lidentità nazionale subisce unaltra formidabile botta. Ci penserà Silvio Berlusconi a unire le istanze della nuova destra post fascista e autenticamente nazionalista, alle urgenze separatiste di Umberto Bossi. 
Proveniente dalla grande palude della piccola borghesia impiegatizia, questo sconosciuto imprenditore lombardo, partendo dalledilizia in meno di dieci anni ha creato un impero mediatico, acquisendo i tre maggiori network televisivi privati. È furbo, scaltro, vanitoso, carismatico, senza scrupoli e privo di alcun senso civico. Ma è capace o così si definisce. Durante gli anni Ottanta crea una mitologia sulla propria efficienza. Dopo tangentopoli, per salvare le sue aziende da una sacrosanta legge antitrust, si butta in politica. 
&lt;object width=&quot;250&quot; height=&quot;207&quot;&gt;&lt;param name=&quot;movie&quot; value=&quot;http://www.youtube.com/v/G24_vXfQu3s&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;&quot;&gt;&lt;/param&gt;&lt;param name=&quot;allowFullScreen&quot; value=&quot;true&quot;&gt;&lt;/param&gt;&lt;param name=&quot;allowscriptaccess&quot; value=&quot;always&quot;&gt;&lt;/param&gt;&lt;embed src=&quot;http://www.youtube.com/v/G24_vXfQu3s&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;&quot; type=&quot;application/x-shockwave-flash&quot; allowscriptaccess=&quot;always&quot; allowfullscreen=&quot;true&quot; width=&quot;250&quot; height=&quot;207&quot; hspace=6 vspace=2 align=right&gt;&lt;/embed&gt;&lt;/object&gt;Il suo partito Forza Italia ha ottenuto un successo clamoroso, diventando lespressione privilegiata della nuova borghesia italiana. Io ho trentanni mentre lui viene eletto più volte Presidente del Consiglio. Ma viene anche sconfitto. Cade e si rialza, dimostrando energie insospettabili. Ma non cambia. Piuttosto involve, lesperienza da premier lo trasforma in una sorta di caricatura dellitaliano medio anni Cinquanta, riportando allestero la nostra immagine peggiore, dalla quale ci eravamo da poco tempo affrancati. Lui è litaliano degli stereotipi razzisti. Si crede simpatico, fa le corna ai colleghi stranieri, schiamazza con la regina dInghilterra, racconta barzellette, si circonda di guitti con mandolino e si presenta con il bandana durante le visite ufficiali di altri capi di stato e confonde scientemente vita privata e funzione pubblica. Ciò nonostante il suo successo cresce e lui, non soddisfatto, continua nel suo processo involutivo. In età senile si riscopre seduttore e grande amatore, diventando lo zimbello di tutto il mondo civilizzato. Ma non degli italiani. Gli italiani lo amano. Berlusconi è accusato da svariate procure di una serie interminabile di reati ma gli italiani continuano ad amarlo senza condizioni. Anno dopo anno, laffermarsi del potere berlusconiano contribuisce alla disgregazione culturale della nazione, il concetto stesso di società civile perde completamente di significato. 
Le cronache recenti ci raccontano che oramai in Italia si può fare qualsiasi cosa. Un giornalista di una televisione dei proprietà del premier può pedinare e filmare un magistrato violando la sua vita privata senza che questo gesto abbia reali conseguenze penali o perlomeno professionali. Non esistono più obblighi ne condivisioni di responsabilità. Le parole non hanno più importanza, il buon senso è visto come sintomo di estremismo. La verità diventa accessoria o addirittura superflua. 
In tempo di pace, un forte sentimento identitario nazionale nasce sempre dalla presunzione di un primato etico e morale. Ovvero, la nostra civiltà è superiore e noi siamo fieri di farne parte senza necessariamente condividere questa ricchezza con le altre nazioni. Negli ultimi dieci anni è sorto in Italia un nuovo tipo di nazionalismo, fondato sul malcostume e sulla rivendicazione di mediocrità eretta a sistema. Nasce così lorgoglio degli evasori fiscali, degli approfittatori, dei conformisti, dei furbi e dei furbetti, dei nuovi mercati di schiavi e delle mamme delle veline. Un nazionalismo grossolano e volgare, senza basi culturali reali né classi sociali di riferimento ma che sfrutta allo stesso modo, e senza alcun pudore, le tragedie umane delle nostre guerre di pace e la retorica consunta e oramai improponibile degli italiani brava gente.
Torniamo al bar quindi, alla domanda iniziale. Adesso ho quarantanni, della mia vita in questo paese ho troppi ricordi amari. Se guardando il tricolore dietro al bancone provo disagio non cè nulla di cui stupirsi. La ragione è semplice: non sono fiero di essere italiano. Quando vado allestero sono imbarazzato e rimango sulla difensiva. 
In qualsiasi paese mi trovi - amministrato dalla destra o dalla sinistra, al Sud o al Nord dellEuropa - io mi vergogno della nostra condizione. Con la testa bassa guardo gli sguardi dei miei interlocutori e non vedo sdegno o sorpresa. No, io vedo compassione. 
Ci compatiscono di essere italiani.</text_more></entry>
<entry id='3316' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3316' author_id='4' authored_on='20100121022322' basename='usa_-_america_latina_da_cuba_a' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100121022322' modified_on='20110324023457' ping_count='1' status='2' title='USA - America Latina, da Cuba a Haiti. Cosè cambiato con Obama?' week_number='201003'><text>Di &lt;a href=&quot;http://lamericalatina.net&quot;&gt;Fabrizio Lorusso&lt;/a&gt;  

&lt;img alt=&quot;BushObama.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/BushObama.jpg&quot; width=&quot;225&quot; height=&quot;120&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Una risposta onesta alla domanda del titolo è: niente di nuovo sotto il sole. Infatti la gestione del presidente USA Barack Obama non sembra per ora voler cambiare l&apos;atteggiamento ideologico e le politiche concrete nei riguardi del &quot;cortile di casa&quot; o &quot;patio trasero&quot; (in spagnolo) che è l&apos;America Latina e, in primis, i Caraibi e il Messico. Queste sono storicamente le aree di influenza diretta in cui la potenza americana ha da sempre potuto utilizzare strumenti di hard power (potere duro, militare ed economico) invece di muoversi nell&apos;ambito del solo soft power (potere di influenza ideologica basato sulla creazione del consenso e il convincimento). Amo pensare che i termini hard power e soft power, resi popolari dai testi di geopolitica dello statunitense Joseph Nye, possano nascondere qualche analogia o assonanza con le categorie gramsciane della coercizione e del consenso per la costruzione dellegemonia, anche se l&apos;ambito di applicazione esula dal tradizionale discorso sulle classi sociali, dirigenti e intellettuali del pensatore italiano per spostarsi verso le relazioni internazionali tra stati, nazioni e blocchi regionali. Credo comunque che la sostanza del discorso non cambi.</text><text_more>&lt;b&gt;Priorità e problemi&lt;/b&gt;
Come prevedevano i rapporti pubblicati dalla CIA (Latin America 2020) all&apos;inizio del nuovo millennio riguardanti il futuro dell&apos;America Latina dal peculiare punto di vista delle priorità statunitensi, non sembra che la regione a sud del Rio Bravo, salvo alcune eccezioni che riporterò in seguito, sia diventata un&apos;area particolarmente strategica d&apos;interesse soprattutto se la consideriamo in rapporto all&apos;Europa, alla Cina (o alla &quot;Cindia&quot;), alla Russia o al Medio Oriente. La grave crisi economica di questi ultimi due anni, generata dall&apos;economia USA e dai mutui sub-prime ma anche dal medesimo sistema di vita americano che tanto soft power pareva aver creato nel passato, è la peggiore dopo quella del &apos;29 mentre sul piano interno la riforma del sistema sanitario sta procedendo lentamente anche dopo l&apos;approvazione in Senato e sta consumando una parte dell&apos;enorme capitale politico e delle aspettative riposte dagli americani su Obama. 
Quindi sono numerose le questioni di cui si deve occupare il nuovo governo americano e, ancora una volta l&apos;America Latina passa in secondo piano. Ciò non toglie che gli interessi economici e commerciali tradizionali delle multinazionali (non solo americane ma anche europee, giapponesi e cinesi) legate allo sfruttamento delle risorse naturali idriche e del sottosuolo, uniti a quelli dei settori esportatori dell&apos;industria americana in cerca di rivincite nei &quot;suoi mercati&quot; sempre più occupati dalla Cina, dalla Spagna o dallo stesso Brasile, ma soprattutto la corsa per la conquista della biodiversità in Centro e Sudamerica, regioni competitive in questo senso a livello mondiale, siano elementi da tener sott&apos;occhio nel breve e medio periodo.  

&lt;b&gt;War games?&lt;/b&gt;
Inoltre le due guerre asiatiche ereditate dalla precedente e inquietante amministrazione di George W. Bush hanno spinto Obama tra le braccia di una severa realpolitik: ha dovuto tradire lo spirito di quell&apos;attacco o provocazione di tipo &quot;preventivo&quot; sferrato dall&apos;Accademia Svedese e costituito dall&apos;assegnazione del Premio Nobel per la Pace con l&apos;aumento delle truppe in Afganistan e la stipula del trattato con la Colombia per l&apos;uso decennale di 7 basi dislocate nel paese sudamericano da parte della US Army. Questa decisione del presidente colombiano Alvaro Uribe e del suo omologo nordamericano ha portato negli ultimi mesi a importanti frizioni diplomatiche e ritorsioni del &lt;a href=&quot;http://selvasorg.blogspot.com/2010/01/il-venezuela-confina-con-la-nato.html&quot;&gt;governo venezuelano di Hugo Chavez &lt;/a&gt;che si sente direttamente minacciato dall&apos;ingerenza USA e ha recentemente denunciato anche l&apos;Olanda di partecipare ai piani di destabilizzazione di Washington nei suoi confronti attraverso le basi situate sulle isole delle Antille olandesi, Aruba e Curacao, a pochi chilometri dal Venezuela. 
Una mossa che era attesa dopo che il presidente dell&apos;Ecuador, Rafael Correa, non aveva più rinnovato la concessione per la base USA di Manta e anche Panama s&apos;era liberata negli ultimi dieci anni delle truppe americane sul suo territorio e nella zona del canale. L&apos;affitto temporaneo o permanente di basi militari da parte delle forze armate statunitensi continua come strategia di controllo territoriale e di minaccia più che come uno strumento di cooperazione per la democrazia e la lotta al narcotraffico, le motivazioni ufficiali sempre propagandate al momento di giustificare questo tipo di accordi.&lt;img alt=&quot;GattoStarWars.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/GattoStarWars.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;200&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Ecco così che l&apos;enclave di Guantanamo a Cuba compie 103 anni ed è un avamposto inespugnabile e minaccioso di cui ben conosciamo le storie di abusi e violazioni post 11 settembre mentre in Honduras, a Palmerola, è operativa la base Soto Cano che è la sede della &quot;Joint Task force Bravo&quot;, una missione finalizzata alla &quot;cooperazione regionale nelle iniziative di sicurezza e sviluppo democratico attraverso operazioni coordinate tra varie agenzie&quot;. Stessa missione ha anche la base di El Salvador, presso l&apos;aeroporto internazionale di Comalapa, ed è giudicata da alcuni esperti (per esempio Daniel Eriksson di Dialogo Interamericano) come un&apos;inutile eredità di un passato &quot;anti comunista&quot; e che sarebbe ancora aperta per inerzia ma comunque operativa e funzionante per ogni evenienza. 
Vengono invece costantemente smentite le voci e le notizie, per esempio quelle fatte circolare dalla venezuelana Agencia Bolivariana de Noticias (ABN), sulle presunte presenze USA nelle basi di Iquitos e Nanay in Perù, di Liberia in Costa Rica e Estigarribio in Paraguay ma allo stesso tempo non si può negare che esiste una capacità militare che gli Stati Uniti possono impiegare anche in modi diversi rispetto all&apos;obbiettivo della lotta al narcotraffico o al terrorismo. 

&lt;b&gt;Sicurezza nazionale&lt;/b&gt;
Questi due &quot;gravi problemi di sicurezza nazionale&quot; degli USA sono diventati gli assi del discorso legittimante e interventista dopo la fine della Guerra Fredda, con la caduta del muro di Berlino nel 1989, e il declino della retorica del &quot;pericolo comunista&quot; nel mondo e in America Latina. Questa minaccia sistemica richiedeva l&apos;intervento della CIA (soprattutto nei paesi grandi e lontani, a sud dei Caraibi) o pure dell&apos;esercito (frequentemente impiegato in America Centrale e nelle isole caraibiche) ed era semplicemente rappresentata da qualunque presidente o governo democratico di carattere riformista, spesso non rivoluzionario, che entrasse in conflitto con la superpotenza o con le classi dirigenti nazionali schierate con i settori reazionari o &quot;esterofili&quot; come successe ad Arbenz in Guatemala nei primi anni &apos;50 o ad Allende in Cile quasi vent&apos;anni dopo. Altri grandi retoriche della storia furono l&apos;esportazione della democrazia, utilizzata anche in Iraq, e la lotta al nazi-fascismo e ai totalitarismi negli anni dell&apos;ascesa egemonica statunitense e della Seconda Guerra Mondiale. Peccato che in seguito alcuni regimi di quel tipo siano stati tollerati e a volte direttamente fabbricati fuori dagli scenari bellici e in particolare nell&apos;emisfero occidentale...

&lt;b&gt;Cuba&lt;/b&gt;
Tornando al presente o meglio al passato recente, le dichiarazioni di Obama al Vertice delle Americhe di Trinidad e Tobago nell&apos;aprile 2009 in cui promise relazioni basate sul rispetto reciproco non sembrano venire supportate dalle azioni concrete dato che su più fronti la strategia americana non è cambiata rispetto al passato di incomprensioni e indifferenze di G. W. Bush. Nonostante alcuni timidi segnali di ripresa della distensione verso Cuba, particolarmente nel tema migratorio, il processo di avvicinamento s&apos;è fermato e l&apos;embargo continua a incombere sull&apos;isola senza che vi siano ormai ragioni ideologiche fondate, sempre che ve ne siano state in precedenza, per mantenere le sanzioni e malgrado le ripetute condanne internazionali al riguardo. 

&lt;b&gt;Honduras, la Ande e il Brasile&lt;/b&gt;
Il governo USA ha inoltre riconosciuto le &lt;a href=&quot;http://www.carta.org/campagne/ambiente/17567&quot;&gt;elezioni del 29 novembre in Honduras&lt;/a&gt;, paese interessato da un colpo di Stato manu militari nel giugno 2009 in seguito al quale il presidente in carica Manuel Zelaya è stato deportato in Costa Rica e le violazioni ai diritti umani e alle garanzie individuali sono cresciute esponenzialmente, nonostante una buona parte della comunità internazionale e numerosi paesi latino americani, tranne la Colombia, il Costa Rica, Panama, la Repubblica Dominicana, il Perù e il Messico, abbiano dichiarato l&apos;illegittimità della vittoria del candidato Porfirio Lobo. 
Scendendo più a sud verso il Brasile, malgrado le dichiarazioni di stima rivolte da Obama al presidente brasiliano Lula che sarebbe il &quot;suo uomo&quot; e &quot;il politico più popolare della terra&quot;, la relazione bilaterale tra i due giganti del nord e del sud non è delle migliori dopo le frizioni sull&apos;Honduras (ricordiamo che Zelaya s&apos;è rifugiato proprio nell&apos;ambasciata brasiliana a Tegucigalpa) e sulla questione delle basi americane in Colombia. Questultimo paese è il primo destinatario degli aiuti economici e logistici statunitensi ed è il suo principale alleato nella guerra al narcotraffico nella regione andina così come lo è il Messico in centro e nord America. 
Anche in questo caso lintenzione di favorire politiche di riduzione della domanda interna di stupefacenti non è stata ancora seguita da decisioni effettive in tal senso e quindi si continua con le tipiche misure di repressione e controllo dellofferta di paesi produttori come la Bolivia, la Colombia, il Messico o il Perù le quali esportano instabilità e violenza verso sud. Un tema molto sensibile per il Messico e il Centro America, ma non solo, è quello dei migranti illegali negli USA il quale è stato trascurato e per ora non vi sono tavoli di negoziazione aperti.
La politica e lagenda USA per lAmerica Latina sono ancora guidate dallinerzia di un moto perenne definito da coordinate già note e volontà residuali lontane anni luce dalla retorica delle promesse. Cosa cambierà?

&lt;b&gt;Haiti, dalla guerra al terrorismo al terremoto&lt;/b&gt;
Per concludere solo un commento riguardo alla tragedia che in questi giorni sta vivendo Haiti, paese caraibico di 9 milioni di abitanti confinante con la Repubblica Dominicana, in seguito al devastante terremoto del 12 gennaio scorso che ha provocato decine di migliaia di vittime (forse 200mila) e il collasso fisico e operativo delle sue istituzioni e dei suoi apparati statali. Già da alcuni anni si parlava di Haiti come di un cosiddetto Stato fallito e la presenza stabile dellONU e dei caschi blu, la cui missione era comandata dal Brasile fino a pochi giorni fa, era ormai un fatto assodato dopo il tremendo uragano Jeanne e le rivolte popolari del 2004, la cacciata militare dellex presidente Jean-Bertrande Aristide, larrivo dei marines e lelezione nel 2006 dellattuale mandatario in carica Renè Preval. Come segnala &lt;a href=&quot;http://selvasorg.blogspot.com/2010/01/que-planea-eeuu-en-haiti.html?utm_source=feedburner&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=Feed%3A+selvas%2Fblog+%28Selvas+Blog%29&quot;&gt;il blog di Selvas.org&lt;/a&gt; il presidente Obama ha annunciato lo stanziamento di 100 milioni di dollari per aiuti ad Haiti, però non lo ha fatto circondato dai suoi collaboratori in questa materia: aveva al suo lato i più alti dirigenti della difesa La prima cosa da capire è che questi 100 milioni non serviranno per gli aiuti umanitari ma per far fronte alle spese di mobilizzazione militare annunciata (10.000 soldati). &lt;img alt=&quot;Haitipresidencial.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Haitipresidencial.jpg&quot; width=&quot;250&quot; height=&quot;165&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Intanto lItalia ha annunciato la cancellazione del debito haitiano e la Francia, ex potenza coloniale e madre patria di Haiti, sappresta a prendere la stessa decisione e a richiederla ai paesi del Club di Parigi per un ammontare di loro pertinenza di quasi 215 milioni di dollari sui totali 1,88 miliardi di debito estero haitiano. Gli aiuti stanno tardando ad arrivare a chi ne ha veramente bisogno e lopera di coordinamento da realizzare è enorme viste le deficienze o le assenze totali delle istituzioni nazionali per cui sembra che gli USA si stiano incaricando di gestire la situazione e il segretario di Stato Hillary Clinton ha già visitato Porto Principe sabato scorso, il 16 gennaio, ribadendo la sua intenzione di integrare e non soppiantare il governo locale nellesercizio delle sue funzioni. Di fatto però la polizia e lo Stato quasi non esistono più ad Haiti e sono gli eserciti stranieri, quello americano in primis, a mantenere un ordine minimo e instabile mentre i gruppi di solidarietà formati da civili sono impossibilitati agire. Mentre Stati Uniti (obiettivo 10mila) e ONU (+3.500 unità) decidono di inviare più truppe, centinaia di sciacalli e bande di rapinatori stanno prendendo d&apos;assalto negozi e accampamenti in cerca di cibo.
In questo contesto la Francia e il Brasile, i paesi forse più interessati strategicamente e storicamente a mantenere un controllo e un avamposto sullisola, hanno già protestato per lingerenza statunitense che con la scusa ufficiale degli aiuti umanitari sembra essersi spinto oltre le attese controllando laeroporto di Porto Principe (si sono anche verificate alcune frizioni con altri paesi per latterraggio di aerei carichi di aiuti) e inviando per ora 2200 marines e 5000 soldati secondo quanto annunciato dal Comando Sud americano con sede a Miami in Florida. Manca ancora un&apos;autorità riconosciuta che gestisca le operazioni di salvataggio, la sicurezza e la distribuziuone razionale degli aiuti umanitari che rischiano di restare bloccati fisicamente o di venire ingurgitati nella spirale burocratica e nelle tasche delle cosiddette &quot;multinazionali della solidarietà&quot;. Il presidente venezuelano Hugo Chavez, facendo eco al ministro francese per la cooperazione, Alain Joyandet, ha ribadito che bisogna aiutare Haiti e non occuparla militarmente.

&lt;b&gt;Scenari e sipari calati&lt;/b&gt;
Gli scenari che si aprono per Haiti nei prossimi mesi rimandano alla vecchia teoria dellimperialismo su invito che prevede la delega progressiva di funzioni governative e di difesa nazionale, per volontà e necessità, in favore di una potenza straniera occupante o anche di organizzazioni e agenzie ad essa legate. Questa piano piano incomincia a stabilire un protettorato light e a convincere la popolazione locale che non è in grado di autogovernarsi e ha bisogno di un ordine esterno superiore che è il minore dei mali. A quel punto la sovranità è seriamente compromessa e, nonostante eventuali miglioramenti materiali, viene stabilita unautorità esterna paternalista che controlla il paese per portarlo a nuove elezioni, a una nuova costituzione e, magari, a un referendum sullannessione o lassociazione, stile Porto Rico, con lo Stato protettore. Resta da valutare la relazione costo  beneficio delloperazione, i vantaggi strategici e geopolitici per gli USA e i costi nel lungo termine duna specie di amministrazione controllata di un intero paese che, come dimostrano i casi dellIraq e dellAfganistan, non è sempre unalternativa percorribile e prevedibile oltre al fatto che in questa zona del mondo si potrebbero creare tensioni indebite e sproporzionate con la vecchia potenza francese e lemergente Brasile. Una parte della popolazione attiva del paese e molti bambini rimasti orfani cercano scampo nell&apos;emigrazione (o nelle adozioni internazionali) tanto nella vicina Repubblica Dominicana come negli USA che hanno fermato il processo di espulsione a carico di 30mila haitiani irregolari. Anche il Senegal ha messo a disposizione terre gratis per questi &quot;figli dell&apos;Africa&quot;. Ad ogni modo i Caraibi e la stessa Haiti non sono nuovi a questo tipo di presenza straniera e gli scenari ipotizzati relativi al futuro di Haiti sembrano plausibili in questo momento e potranno definirsi più chiaramente quando lemergenza sarà rientrata.

Foto: &lt;a href=&quot;http://www.flickr.com/photos/fabiovido/&quot;&gt;http://www.flickr.com/photos/fabiovido/&lt;/a&gt;</text_more></entry>
<entry id='3317' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3317' author_id='13' authored_on='20100119145315' basename='raul_montanari_strane_cose_dom' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100119145315' modified_on='20100119231547' ping_count='1' status='2' title='Raul Montanari: Strane Cose, Domani' week_number='201003'><excerpt>di &lt;b&gt;A.D. Altieri&lt;/b&gt;&lt;img alt=&quot;stranecose.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/stranecose.jpg&quot; width=&quot;22&quot; height=&quot;33&quot; border=&quot;0&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt;&lt;b&gt;Strane Cose, Domani&lt;/b&gt; è soprattutto la ricerca disperata e struggente della redenzione. Può davvero esistere una redenzione sul lastrico dellinferno?</excerpt><text>&lt;b&gt;Ovvero: dellauto-nichilismo nellera del web secondo Raul Montanari&lt;/b&gt; &lt;img alt=&quot;stranecose.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/stranecose.jpg&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;163&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
di &lt;b&gt;Alan D. Altieri&lt;/b&gt;

a proposito di: Raul Montanari, &lt;i&gt;Strane Cose, Domani&lt;/i&gt;, Baldini Castoldi Dalai Editore, Milano 2009, pp. 279,  17.50

Danio Ascari - protagonista assoluto di &lt;b&gt;Strane Cose, Domani&lt;/b&gt;, lultimo, fenomenale romanzo di Raul Montanari - si trascina addosso cotanto ingombrante nome come una sorta di masso di Sisifo. Quarantenne ottimamente portante e psicoterapeuta magnificamente arrivato, il caro Danio è infatti riuscito a scamparla ad abbastanza fetenzie della condizione (in)umana da schiantare perfino leroe oscuro de &lt;b&gt;Il Male Oscuro&lt;/b&gt; di Giuseppe Berto.</text><text_more>Per cui, non necessariamente in ordine di priorità di sballo, ecco la lista della corrosione sociologica e sociopatica:

- Danio Ascari era davvero bene intenzionato a laurearsi da bravo bambino, peccato che la grana extra labbia fatta con il poker sporco (&lt;i&gt;just deal that cutthroat fifth ace, man&lt;/i&gt;) e con chissà cosaltro di ancora più sporco;
- Danio Ascari, manco a dirlo separato da Eliana, caustica ex-moglie che sa troppo e rivela troppo poco (&lt;i&gt;tell ya what, buster: my lawyer can beat up your lawyer&lt;/i&gt;), vorrebbe proprio fare il saggio papà con il coriaceo figlio adolescente Tommy, il quale però lo chiama «Danio». E chi ha orecchie per intendere... Per cui il meglio che il nostro riesce a combinare è essere un mediocre &lt;i&gt;papi&lt;/i&gt;;
- Danio Ascari ce la mette veramente tutta a insegnare alle sue ampiamente disponibili pazienti/clienti tutte takki alti e bluse aderenti (&lt;i&gt;oh, baby-oh baby!&lt;/i&gt;) come vivere le loro vite agre, ma per quanto lo riguarda la sua, di vita acida, e alla faccia di qualsiasi deontologia, impallina squinzie e squinziette (&lt;i&gt;just spread em, bitch!&lt;/i&gt;) con addirittura più facilità di quanto John Rambo riempia di piombo fetusi cambogiani;
- Danio Ascari farebbe la firma su una seconda maschera di plastica sulla salma di padre Pio pur di comportarsi da uomo dabbene (&lt;i&gt;Im not bad, Im just drawn this way&lt;/i&gt;), peccato però che, dovunque e comunque si muova, il figlio di puttana dentro di lui trionfi sempre;
- Danio Ascari sarebbe pronto a camminare sui carboni ardenti per ripulirsi la coscienza (o qualsivoglia imitazione della medesima), peccato che quei cadaveri (&lt;i&gt;wait a sec: did you really say... corpses?&lt;/i&gt;) continuino malamente a puzzare.

&lt;img alt=&quot;raul_montanari.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/raul_montanari.gif&quot; width=&quot;138&quot; height=&quot;138&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Eh, già: cadaveri. Perché Danio Ascari - &lt;i&gt;viveur&lt;/i&gt; per tutte le stagioni allegre ma anche picchiatore per tutte le risse maledette - di morti ammazzati se ne è lasciati alle spalle almeno due. Daccordo, erano due schifosi grumi fecali nazistoidi (&lt;i&gt;may ya both rot in hell, ya scumbags!&lt;/i&gt;) e le loro lapidi meritano tutto il guano della sub-padania o non solo. Fatto sta che il caro Danio li ha ammazzati. Per futili motivi, direbbero i rapporti di questura sui fattacci.
&lt;i&gt;Se&lt;/i&gt; dei rapporti di questura esistessero.
Daccordo, Danio è stato provocato. Daccordo, Danio ha agito per legittima difesa. Daccordo, Danio non voleva ucciderli e blah-blah-blah. A tutti gli effetti però Danio prima li ha fatti fuori e poi si è dato. (&lt;i&gt;So what? Ya have a nice death, motherf...s!&lt;/i&gt;) Così adesso, in una Milano pre-estiva tanto torrida quanto metafisica, il nostro continua a fare conti sempre più fallimentari da un lato con le ceneri fredde della propria anima da lungo tempo dannata, dallaltro con le ombre del passato malefico che tornano ad assediarlo. Magistrale, in materia di assedio, il personaggio di Ric Velardi, detective privato che ha «visto tutto &amp; il contrario di tutto», la cui missione è di scavare la fossa al protagonista ma che alla fine emerge come fulcro della più impossibile delle amicizie virili.
Eccoli, i detonatori narrativi, tutti al massimo di giri del &lt;i&gt;politically incorrect&lt;/i&gt;, che Raul Montanari - autore di razza, drammaturgo di sfida, traduttore della classicità, vate di metodologia della scrittura - innesca in questo suo inaspettato, spiazzante &lt;b&gt;Strane Cose, Domani&lt;/b&gt;. Detonatori narrativi che Montanari aggrega alla perfezione in uno dei dilemmi più eterni e più archetipici sì della letteratura, ma soprattutto dellessere: &lt;i&gt;doppelganger&lt;/i&gt;, il doppio.

Danio è un uomo in guerra continua con Ascari. La sua stessa pratica psicoterapeutica è una bruciante contraddizione in termini con la sua strutturale incoerenza spirituale. Le problematiche che, con ossessiva pervicacia, Danio brama di cacciare fuori dalla porta - brutalità endogena, faciloneria relazionale, assatanamento erotico - rientrano regolarmente dalla finestra di Ascari con pesanti interessi passivi. Così, quando il suo super-testosteronico pendaglio lo trascina nella ennesima impallatura sballata, ecco che «le contraddizioni esplodono» e i peccati del padre si riversano a tsunami sui figli, un figlio solo nel caso specifico. E questa volta, &lt;i&gt;guess what&lt;/i&gt;, potrebbe essere non solamente Danio &lt;i&gt;doppelganger&lt;/i&gt; Ascari a finire sotto la lapide lordata di guano.
Senza entrare in ulteriori dettagli dellintrigo - perché di vero e proprio intrigo si tratta - è possibile che con &lt;b&gt;Strane Cose, Domani&lt;/b&gt; Raul Montanari abbia tracciato una inedita &lt;i&gt;new map of human hell&lt;/i&gt;, nuova mappa dellinferno umano, ironicamente ma anche profondamente radicata nella nostra era infame del &lt;i&gt;real-time&lt;/i&gt;. Non cè un solo aspetto del nichilismo contemporaneo che Montanari non focalizzi e non dissezioni con glaciale, quasi cartesiana perfezione. Dalla vacuità dei sentimenti amorosi alla crudeltà del miasma (post)matrimoniale, dallautodistruttività del sesso senza cerniera alla futilità della rivalsa emotiva, dallauto-compiacemento per la violenza gratuita allosceno della brutalità verso linerme, dalla istintiva invitabilità dellassassinio alla brama terminale della morte.

&lt;img alt=&quot;montabion.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/montabion.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;121&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;&lt;b&gt;Strane Cose, Domani&lt;/b&gt; è tutto questo, certo, ma è soprattutto la ricerca disperata e struggente della redenzione. Può davvero esistere una redenzione, o perfino un suo surrogato, sul lastrico dellinferno? Giustamente, Raul Montanari lascia la domanda chiave priva di risposta. Che sia ogni singolo lettore a darla... forse fluttuando su una mongolfiera che nemmeno dovrebbe esistere. Assieme a Gianni Biondillo, un altro dei più interessanti e multiformi autori del momento, Raul Montanari sta proponendo una analisi ragionata di un nuovo genere: il post-noir. Il che porterebbe alla sempiterna ricerca di una definizione di noir. La definizione (non richiesta) dello scrivente: &lt;u&gt;il noir è quella zona narrativa in cui il conflitto non è tra bene e male, ma tra diversi aspetti del male&lt;/u&gt;. Bene, del post-noir - dibattito e controversia in merito ancora largamente aperti - &lt;b&gt;Strane Cose, Domani&lt;/b&gt;, libro da non perdere a nessun costo, potrebbe essere una sorta di manifesto: un &lt;i&gt;rollercoaster&lt;/i&gt; senza rete in cui tutti gli strumenti del noir - mezze verità, piene ambiguità, cieche crudeltà - sono in azione e in funzione, ma solo come catalizzatori di altri vettori.
Quelli della esplorazione profonda di un inevitabile cuore di tenebra.</text_more></entry>
<entry id='3320' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3320' author_id='19' authored_on='20100125192249' basename='processo_breve' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100125192249' modified_on='20130320180608' ping_count='1' status='2' title='Processo breve' week_number='201004'><text>di &lt;b&gt;Alessandra Daniele&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;crono.JPG&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/crono.JPG&quot; width=&quot;140&quot; height=&quot;180&quot; border=&quot;0&quot;hspace=4 vspace=2 align=left  /&gt;L&apos;agente spinse il ragazzo ammanettato verso lo sportello.
- Immigrazione clandestina. 
- Espulsione immediata - disse l&apos;impiegato, senza alzare gli occhi dal computer.
L&apos;agente strattonò il ragazzo, portandolo via. Un uomo in blu prese il loro posto.
- Stupro.
L&apos;impiegato alzò gli occhi.
- Lei è italiano?
L&apos;uomo in blu mostrò una tessera.
- Onorevole, lei ha esaurito i Buoni Stupro, non è qui che deve rivolgersi, vada allo sportello Immunità a farseli rinnovare. Il prossimo!</text><text_more>Un ometto s&apos;intrufolò.
- Corruzione!
L&apos;impiegato alzò gli occhi al cielo.
- Lo sa benissimò che non è più reato da anni....
- Mi piace sentirmelo ripetere - ridacchiò l&apos;ometto. 
- Per favore, non mi faccia perdere tempo...Il prossimo!
Una bionda in occhiali scuri e tacchi &lt;i&gt;armadillo&lt;/i&gt; da trenta centimetri caracollò davanti allo sportello.
- L&apos;affettatrice di Sgurgola - annunciò l&apos;agente che l&apos;accompagnava.
- Eh?
- Serial killera. Ha tagliato sette cazzi - l&apos;agente mimò una forbice con le dita - Sei morti, e un superstite che ora si chiama Jessica.
L&apos;impiegato sbuffò.
- Non è più di competenza della Giustizia ordinaria, Bruno Vespa ha avocato tutti i casi di questo genere alla redazione di Porta a Porta. - indicò lo sportello in fondo alla sala - vada là per il casting.
La bionda s&apos;allontanò. Alle spalle dell&apos;impiegato comparve, torvo, il supervisore.
- Quasi un minuto a cliente - indicò il cronometro - si rende conto che sta rovinando la media di tutto questo Ufficio Giustizia?
- Associazione mafiosa - disse un tizio tarchiato davanti allo sportello. Gli agenti se ne tenevano a debita distanza. 
Il supervisore si dileguò. L&apos;impiegato abbassò gli occhi sulla tastiera.
- Insufficienza di prove.
- Lo so. Sono venuto a ritirare il risarcimento per il danno subito dalla mia reputazione.
L&apos;impiegato digitò in fretta.
- Importo accreditato alle Cayman come da procedura - deglutì. 
Osservò con la coda dell&apos;occhio il tarchiato che s&apos;allontanava. 
L&apos;agente spinse avanti un ragazzino, dicendo
- Anarcoinzuss... anarcoinsuzz... anarcoinsuzionanismo... - controllò un foglietto - Anarco-Insurrezio-Nalismo - scandì. 
- Ho solo scaricato un vecchio pezzo dei Necrodeath! - protestò il ragazzino. L&apos;impiegato lo guardò con aria schifata.
- Cinque anni.
- Vaffanculo!
- Sei!
- Stronzo passacarte fascista!
- Dieci!
Gli agenti trascinarono via il ragazzino, spingendo al suo posto una ragazza coi capelli velati.
- Clandestina?
- No - L&apos;agente fece una smorfia - sarebbe italiana, ma occulta la sua identità con un mascheramento sospetto.
- Espulsione immediata.
- Ma io sono nata in Italia!
L&apos;impiegato fece spallucce.
- Sono le norme antiterrorismo.
L&apos;agente indicò il velo. 
- Potrebbe nasconderci una bomba là.
- Nei capellli?
L&apos;agente annuì severo.
- Lo fate, lo fate.
La ragazza venne portata via. L&apos;impiegato diede un&apos;occhiata sbieca al cronometro. L&apos;agente disse
- Rapina.
- Quindici anni.
- Non ci siamo capiti, &lt;i&gt;questa&lt;/i&gt; è una rapina - ripetè l&apos;agente, puntandogli la mitraglietta contro - apri la cassa dei risarcimenti in contanti.
- Ma è la sesta volta in un mese...- piagnucolò l&apos;impiegato.
L&apos;agente sorrise.
- Denunciami.</text_more></entry>
<entry id='3321' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3321' author_id='4' authored_on='20100122035915' basename='dittatura_del_proletariato' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100122035915' modified_on='20110324023457' ping_count='0' status='2' title='Dittatura del proletariato' week_number='201003'><text>di &lt;b&gt;Valerio Evangelisti&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;DittaturaDelProletariato.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/DittaturaDelProletariato.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;162&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;[Questo raccontino è apparso sul numero speciale de &lt;i&gt;Il manifesto&lt;/i&gt; del 17 dicembre 2009, intitolato &quot;Comunista a chi?&quot;. Lo dedico a &lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/watch?v=Z_gwHTNe5HU&quot;&gt;Manolo Morlacchi&lt;/a&gt; e Costantino Virgili, ennesimi &quot;brigatisti nelle intenzioni&quot; (cioè &quot;non hanno fatto un cazzo ma avrebbero potuto...&quot;), finiti in galera a scopo preventivo. Il primo, poi, per ragioni &quot;&lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2008/01/002498.html#002498&quot;&gt;di stirpe&lt;/a&gt;&quot;.] (&lt;b&gt;V.E.&lt;/b&gt;)

«Socializzeremo tutto, eccetto i barbieri»  disse Paolo Ferrero, esausto, posando lAK 47 su un tavolo del Viminale.
«E una frase bellissima. Lenin?» chiese Oliviero Diliberto, mentre cercava di togliere la polvere dalla divisa grigioverde.
Alle sue spalle Marco Rizzo, suo eterno contestatore, stava posando con precauzione il bazooka. «Ma che stronzata. Lenin non si è mai occupato di barbieri. Sarà un altro teorico.»  </text><text_more>«Infatti» sorrise Ferrero. «Si tratta di Mario Tanassi, segretario del Partito Socialdemocratico prima di Mani Pulite.»
«Perché i barbieri no?» chiese Diliberto.
«Tanassi rettificò durante una Tribuna Politica. Anche i barbieri erano da socializzare.»
Il dialogo si svolgeva mentre nelle strade si combatteva ancora. Le milizie del CPO Gramigna avevano ormai preso Montecitorio. Quelle del Crash di Bologna occupavano tutta larea da Ponte Milvio a Piazza del Popolo. Il Vittoria di Milano presidiava la Stazione Termini. Il colpo di Stato era fallito, si combatteva in ogni città italiana. A tutti era chiaro che a Roma si svolgeva la battaglia decisiva, specie dopo la fuga del papa ad Avignone.
Dai cortili giungeva il fragore delle fucilazioni. «Questo deve essere Gasparri, oppure La Russa» osservò Ferrero, trasognato.
«No, è DAlema» disse secco Ferrando, che entrava in quel momento. «Come ultimo desiderio ha chiesto di avere lestremo rapporto carnale con Berlusconi. Non è stato possibile accontentarlo.»
Si curvarono tutti sulla carta geografica, come se potesse fornire chissà quali risposte.
Ferrero guardò da sopra gli occhiali, che gli erano scesi sulla punta del naso, come sempre. La forma del suo naso era adatta allo scopo. «Adesso si tratta di realizzare il comunismo. Qualche idea?»
Ferrando parlò con sicurezza. «A ciascuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo le sue possibilità. E facile.»
«Facile?» Ferrero rialzò gli occhiali. Era la prima volta in vita sua che lo faceva. «Barbieri a parte, chi potrebbe gestire enormi complessi industriali? Le ferrovie? Le telecomunicazioni? Gli impianti siderurgici?»
«Forse dovremmo sentire Toni Negri» propose Sergio Bologna dal fondo della sala. «Lui aveva in merito idee ben precise.»
Ferrero annuì. «Ottima proposta. Portatemi qua Negri. O magari Casarini.»
Ferrando assunse unespressione desolata. «Fucilati tutti e due. Pochi minuti fa.»
«Ma perché?»
«Il Comitato di Salute Pubblica li ha definiti deviazionisti. Sostenevano lassimilazione degli ex ceti medi al proletariato.»
Senza dare nellocchio, Sergio Bologna infilò la porta.
Ferrero sospirò e scartò la mappa. «Basta. Dobbiamo fare il comunismo. Siamo nella fare transitoria definita dittatura del proletariato. Non cè che lo Stato che possa gestire strutture produttive di grande ampiezza. E il socialismo.  A ciascuno secondo il suo lavoro, da ciascuno secondo le sue capacità.» Guardò Ferrando. «Dico bene?»
«In teoria sì» rispose il leader trotzkista «però sarebbe capitalismo di Stato. Nulla a che vedere con il comunismo.»
«Daccordo, però a chi faremmo gestire i grandi impianti?»
«Si può pensare a soviet di lavoratori che eleggano i loro manager.»
«Per un periodo transitorio.»
«Certo, transitorio.»
Si fece avanti Marco Rizzo. «Se permettete. Andrebbe individuato un capitalista che guidi mezzi di informazione, attività finanziarie, banche e sistemi di comunicazione, gruppi assicurativi. Il soviet voterebbe per lui come primo manager, a larga maggioranza. Lo fecero anche in Russia, durante la NEP.»
Ferrero scosse il capo. «Non esiste un tipo così.«
«Sì che esiste» disse Ferrando. «Silvio Berlusconi.»
«Non lo hai già fucilato?»
«No. E lì in cortile che aspetta il plotone desecuzione.»
«Portalo qui subito!»
Poco dopo Berlusconi faceva il suo ingresso, scortato da due guardie dellOfficina 99 di Napoli. Diliberto gli lanciò unocchiata carica di disprezzo. Lex presidente del Consiglio appariva invecchiato e affaticato, tuttavia non mancava di vivacità.
«Eccolo qua, il fascista.»
«Mai stato fascista, non credete alle calunnie dei giornali.» Berlusconi frugò sotto la giacca tutta spiegazzata. «Posso anzi mostrarvi la tessera del partito bielorusso Comunisti per la Democrazia, firmata dal compagno Lukashenko in persona.»
«Non ci basta» replicò Diliberto, a muso duro.
«Non siate ingrati. Quando tutti sostenevano che i comunisti non esistevano più, ero lunico a dire che ceravate ancora.»
Losservazione colpì positivamente tutti i presenti. Ferrero finì con lannuire. «Cè un fondo di verità. Ma non è sufficiente a salvarle la vita.»
Berlusconi non si lasciò smontare. «Cosa diceva il compagno Lenin? Che il comunismo sono i soviet più lelettrificazione. Voi mettete i soviet, io lelettrificazione. Credetemi, sarò un presidente proletario.»
Ferrando, che sembrava il più perplesso, parve convincersi. Si accarezzò la barba che non pettinava da trentanni. «Be, si può provare» mormorò.
«Sì, sono daccordo» disse Rizzo.
Ferrero guardò Diliberto, che gli fece un cenno di consenso. «E sia.» Chiamò un miliziano del CPO Gramigna. «Metti questuomo in libertà. Fallo scendere in cortile.»
«Subito.» Il miliziano accompagnò Berlusconi alla finestra e lo gettò di sotto. Si udirono un urlo e un tonfo.
«Ma che ti prende?» urlarono tutti.
Il miliziano tolse la pistola dalla fondina e la brandì. «Compagni, la dittatura del proletariato è finita. Inizia la fase successiva. Quella dellestinzione dello Stato.»

</text_more></entry>
<entry id='3322' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3322' author_id='4' authored_on='20100123035308' basename='introduzione_a_luigi_fabbri_la' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100123035308' modified_on='20110324023457' ping_count='3603' status='2' title='Introduzione a Luigi Fabbri: LA CONTRORIVOLUZIONE PREVENTIVA' week_number='201003'><text>dell&apos;&lt;b&gt;Assemblea Antifascista Permanente di Bologna&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;ControrivoluzionePreventiva.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/ControrivoluzionePreventiva.jpg&quot; width=&quot;155&quot; height=&quot;233&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;[L&apos;Assemblea Antifascista Permanente di Bologna, di recente trasformatasi in &lt;a href=&quot;http://staffetta.noblogs.org/&quot;&gt;Nodo Sociale Antifascista&lt;/a&gt;, ha opportunamente ripubblicato il volume di Luigi Fabbri &lt;a href=&quot;http://www.deastore.com/libro/la-controrivoluzione-preventiva-riflessioni-sul-luigi-fabbri-zero-in-condotta/9788895950112.html&quot;&gt;La controrivoluzione preventiva&lt;/a&gt;, uscito in origine nel 1922. La persistente attualità di quel testo, opera di una delle figure più luminose dell&apos;anarchismo italiano, è spiegata nell&apos;introduzione al libro, che proponiamo senza l&apos;importante corredo di note. Ringraziamo il Nodo Sociale Antifascista per l&apos;autorizzazione a pubblicare lo scritto.]

Tra il 1921 e il 22, dinanzi al fenomeno dirompente dello squadrismo fascista, leditore bolognese Licinio Cappelli diede alle stampe una serie di &lt;i&gt;instant book&lt;/i&gt; a comporre una «collezione» intitolata «Il fascismo e i partiti politici»: già nel 1921 usciva &lt;i&gt;Il fascismo e la crisi italiana&lt;/i&gt; del cattolico liberale Mario Missiroli e lanno dopo &lt;i&gt;Il fascismo: dati, impressioni, appunti&lt;/i&gt; del socialista Adolfo Zerboglio e &lt;i&gt;Le origini e la missione del fascismo&lt;/i&gt; dello squadrista Dino Grandi con introduzione alla «collezione» del filosofo socialista Rodolfo Mondolfo; poi &lt;i&gt;Il fascismo visto da repubblicani e socialisti&lt;/i&gt; con interventi di Guido Bergamo, Giuseppe De Falco, Giovanni Zibordi; e infine &lt;i&gt;La contro-rivoluzione preventiva&lt;/i&gt; di Luigi Fabbri con il sottotitolo editoriale di &lt;i&gt;Saggio di un anarchico sul fascismo&lt;/i&gt;.  </text><text_more>Solo il testo di Fabbri rappresenta davvero un primo autentico «saggio» sul fascismo, non certo «al di sopra della mischia», come egli dichiara alludendo al volume pacifista &lt;i&gt;Au-dessus de la mélée&lt;/i&gt; di Romain Rolland, ma senzaltro al di fuori delle ottiche anguste di partito e dei tatticismi della politica parlamentare. Già il titolo si propone di definire oggettivamente il fenomeno, anzi di rinominarlo: non «impressioni», non «il fascismo visto da...», ma uninchiesta a tutto campo che dalla cronaca minuta, narrata con gusto vivo del racconto, cerca di risalire alla forma sociale del fascismo come «controrivoluzione preventiva». Fabbri guarda lontano, indossa talora i panni autoironici del «profeta», osserva nel presente lavvenire e parla anche a noi con lucida, sorprendente vitalità. Nel ristampare questo saggio lAssemblea antifascista permanente di Bologna non intende né proporre unoperazione archeologica o memorialistica, né istituire sommarie analogie tra il fascismo storico e la nostra inquietante attualità fatta di violenze neofasciste, ronde, populismo, razzismo, leggi autoritarie e manipolazione revisionista della memoria. Crediamo però che questo libro, pur con il suo stile semplice e alla buona, racchiuda una lezione importante e tuttora efficace sulle strutture del potere contemporaneo e sulle strategie del fascismo.
Nel 1922 Luigi Fabbri compiva quarantacinque anni, era maestro elementare a Corticella in provincia di Bologna e militante anarchico da oltre ventanni. Nel piccolo sobborgo bolognese il «mêster Fabbri» era un personaggio che godeva di ampia considerazione, uguale e contraria a quello del parroco, e per questo aveva subìto intimidazioni e bastonature da parte dei fascisti. La sua voce è anzitutto quella di un testimone che ha visto una città «rossa» come Bologna diventare, nel volgere di pochi mesi, una roccaforte e anzi la «culla» del fascismo e della reazione antiproletaria. Di lì a poco, nel 1925 egli sarà uno dei tre maestri elementari a rifiutare il giuramento di fedeltà al regime di Mussolini e, in seguito a ciò, prenderà la via dellesilio, prima a Parigi e poi a Montevideo, ove morirà nel 1935, nellora più buia della notte del Novecento. Non occorre qui seguire luomo, anche perché lo ha già fatto con acume e sensibilità la figlia Luce Fabbri in &lt;i&gt;Luigi Fabbri. Storia dun uomo libero&lt;/i&gt; (Pisa, Biblioteca Franco Serantini, 1996), ma importa piuttosto descrivere brevemente la sorte singolare della &lt;i&gt;Controrivoluzione preventiva&lt;/i&gt;, il cui titolo, avverte Luce Fabbri, «ebbe tanta fortuna da diventare un luogo comune per la definizione del fenomeno». Nonostante alla fine del 1922 i fascisti distruggessero le copie ancora invendute del libro, tanto che oggi sopravvivono nelle biblioteche italiane meno di una trentina di esemplari delledizione originale, la tesi di quel saggio scritto in fretta negli ultimi tumultuosi mesi del 1921 ebbe fin da subito larghissima risonanza. Così, mentre il nome di Fabbri cade presto nelloblio, il concetto di «controrivoluzione preventiva» attraversa invece per intero la storia intellettuale del Novecento. &lt;i&gt;Habent sua fata libelli&lt;/i&gt;, anche i libri hanno il loro destino.

* * *

Di fatto, la fortuna dellanalisi di Fabbri fu immediata. Dinanzi a un fenomeno allora nuovo e difficile da interpretare, la &lt;i&gt;Controrivoluzione preventiva&lt;/i&gt; procedeva oltre ogni condanna moralistica delle violenze squadriste e delineava il formarsi di una cultura reazionaria di massa promossa dallo Stato e dalla borghesia «con la triplice azione combinata della violenza illegale fascista, della repressione legale governativa e della pressione economica derivante dalla disoccupazione». Per Fabbri si trattava di mostrare i «coefficienti» e i «fattori» che collegavano lo squadrismo ai nuovi assetti repressivi del potere statale, politico, culturale ed economico: le violenze fasciste non erano un fenomeno isolato o episodico, ma una funzione fondamentale della «reazione antiproletaria» come capovolgimento preventivo della lotta di classe attraverso cui la borghesia, senza rinunciare alle parvenze della legalità e del liberalismo, aggrediva le conquiste operaie e disciplinava la società. Così, fin dal 1923 la Conferenza comunista internazionale di Francoforte allegava al protocollo del dibattito una valutazione del Fascismo italiano come «una controrivoluzione preventiva (&lt;i&gt;vorbeugende Konterrevolution&lt;/i&gt;) differente dalla controrivoluzione classica in quanto fa appello a degli slogan pseudoradicali».  E ciò la dice lunga su quanto i movimenti rivoluzionari europei fossero negli anni Venti un ambito straordinario di scambi e di dibattiti anche al di là delle contrastanti esperienze ideologiche e organizzative. Un anno dopo il libro, la formula proposta da Fabbri cominciava a risuonare nelle diverse lingue dellEuropa anarchica, socialista e comunista.
Ma ancor più istruttivo per noi oggi è considerare la reazione della cultura fascista al libro di Fabbri. Con la &lt;i&gt;Controrivoluzione preventiva&lt;/i&gt; egli aveva rinominato il Fascismo tratteggiando vivacemente il groviglio di interessi economici, coperture istituzionali e mitologie deteriori su cui si reggeva. Aveva illustrato, come fattore determinante del suo successo, la fragilità del socialismo riformista e legalitario. Non nominava mai Mussolini. Non aveva usato le parole del potere per parlare del potere. Contro questo penetrante ritratto del Fascismo alle prime armi, usciva a Milano nel 1923 un caposaldo del culto fascista della personalità: &lt;i&gt;LUomo nuovo&lt;/i&gt; di Antonio Beltramelli. Per Fabbri il Fascismo era un aggregato eterogeneo di odio antioperaio, tornaconti padronali, ambizioni di carriera, fazioni litigiose e prepotenti: la sua «debolezza organica» era «il vuoto didee su cui poggia», lincapacità di proporre un qualsiasi modello di società che non fosse «larbitrio instabile e contradditorio degli individui, dei gruppi inorganici, degli interessi ciechi, delle volontà impulsive, non unite da unidea ma da un odio, dal solo desiderio distruttivo». Per questo il Fascismo aveva bisogno di «vane parole retoriche», di «formule vaghe», di mitologie e «simboli» unificanti. E Fabbri è eccezionalmente attento a smascherare anche loffensiva simbolica del Fascismo e a mostrarne la funzione complementare rispetto alla pratica della violenza squadrista. Non sorprende che proprio la capacità di scomporre e ridefinire il Fascismo come «controrivoluzione preventiva» innervosisca e indigni Beltramelli, il quale non trova altro da contrapporre a Fabbri che la retorica verbosa del «Duce» e dell«Uomo nuovo», in grado di plasmare la storia con la «passione sua mortale e magnifica»:

«Ho osservato inoltre, come in molti fra gli studi pubblicati ultimamente e riguardanti le origini e lo sviluppo del Fascismo, si ostenti, da taluni autori, di porre in ultimo piano la figura di Benito Mussolini o non se ne parli affatto, come fa, ad esempio, lanarchico Luigi Fabbri nella sua monografia che ha per titolo &lt;i&gt;La contro-rivoluzione preventiva&lt;/i&gt;. Mezzucci pietosi che non fanno e non ficcano, perché possono darsi tutte le condizioni favorevoli del mondo alla nascita di un movimento storico, ma se non appare lUomo destinato e quello che possa assommare nel suo fascino, nella tetragona forza della sua volontà, nella gagliardia del suo ingegno, nella fierezza del suo coraggio dette condizioni e si faccia banditore del nuovo verbo e viva la passione di questo verbo disperatissimamente, oltre ogni altra cosa del mondo, tanto da preferire lultimo silenzio al fallimento di questa passione sua mortale e magnifica, se questuomo non appaia, lumanità non potrà beneficiare delle condizioni favorevoli invano apparse e invano vissute».
 
La &lt;i&gt;Controrivoluzione preventiva&lt;/i&gt; è un libretto di 100 pagine. Ma per cancellarne il discorso lucido ed rigoroso il Fascismo dovette distruggerne tutte le copie che trovò e contrapporvi un volume oratorio e altisonante di ben 600 pagine a enorme tiratura come appunto è &lt;i&gt;LUomo nuovo&lt;/i&gt;.
Non si tratta di qualcosa che riguarda soltanto il passato. Anche oggi lo squadrismo simbolico dei neofascisti risulta complementare al loro squadrismo reale. Non vi sono solo le aggressioni, gli accoltellamenti, gli omicidi (censiti sul sito web &lt;a href=&quot;http://www.ecn.org/antifa/&quot;&gt;ecn.org/antifa&lt;/a&gt;). Vi sono anche quei gesti che passano per provocazioni artistiche o iniziative culturali, con la complicità di giornalisti affamati di notiziole piccanti e talora amici sottobanco dei neofascisti. Ad esempio nel dicembre 2008, in occasione dellanniversario della Strage di Piazza Fontana che lAssemblea Antifascista Permanente ricordava con una manifestazione, CasaPound ha cercato di presentare a Bologna un libro-intervista al terrorista nero Pierluigi Concutelli, uno dei fondatori di Ordine Nuovo, lorganizzazione che eseguì quella strage: un caso di provocazione esplicita, di rivendicazione allusiva. Qualche mese dopo a Milano, nellanniversario delluccisione di Eugenio Curiel, partigiano ebreo ammazzato dai repubblichini il 24 febbraio 1945, i soliti ignoti hanno imbrattato di strisce di vernice rossa la lapide commemorativa e vi hanno deposto sopra 30 bossoli calibro 30: un altro caso di rivendicazione allusiva o, se si vuole, di intimidazione. Tra le varie iniziative degli squadristi simbolici vi è anche la storia diffusa da CasaPound che narra di un loro simpatizzante omosessuale, P.D., 45enne dei Castelli Romani, che, in procinto di sottoporsi a unoperazione per cambiare sesso, chiedeva «una garanzia da parte della curia vescovile riguardo al suo desiderio di farsi suora ed entrare in convento»... Le agenzie di stampa, sempre compiacenti verso i «fascisti del terzo millennio», hanno diffuso la notizia, ma si trattava solo di una fandonia  dichiara CasaPound  per criticare il Partito Democratico «che cambia pelle ogni due settimane». O piuttosto per offendere la scelta trans, paragonandola a un partito ormai privo didentità: unoffesa allusiva, un insulto solo simbolico. Analogamente, nel febbraio del 2009 a Palermo, dinanzi alla sede del collettivo Malefimmine, comparivano scritte di minaccia come «collettivo Maletroie» firmato CasaPound e «compagna quando ce vedi te se bagna». Né va allora dimenticato che il romanzo futurista di Filippo Tommaso Marinetti &lt;i&gt;Mafarka&lt;/i&gt; si fonda sulla descrizione sadico-eroica di uno stupro di massa: «Scrissi dunque Lo stupro delle negre perché da una gran fornace torrida di lussuria e di abbrutimento potesse balzar fuori la grande volontà eroica di Mafarka», dichiarava Marinetti nel 1910. E il forum di CasaPound si chiama appunto &lt;i&gt;vivamafarka&lt;/i&gt;... Ancora oggi la nuova «controrivoluzione preventiva» in atto è una strategia che associa insieme la violenza extralegale, le connivenze istituzionali, la manipolazione mediatica, il nazionalismo razzista e sessista, la cultura intimidatoria dello squadrismo simbolico.
Ma torniamo al passato remoto. Importa infatti sottolineare come lanalisi di Fabbri abbia contribuito al formarsi in Europa di una coscienza antifascista rivoluzionaria fin dagli anni Venti e Trenta. Anche nella Spagna del 1936 sarà proprio la lezione di Fabbri che permetterà di criticare ogni interpretazione del conflitto civile come semplice «guerra del antifascismo contra el fascismo» per considerarlo invece  scriveva Horacio Badaraco nel 1937, citando Fabbri  quale irrinunciabile «guerra social» operaia contro la «contrarrevolución preventiva» guidata dal generalissimo Francisco Franco. Non occorre qui moltiplicare gli esempi e basti dire che persino Alexandre Koyré, il grande studioso di Galileo e di Newton, rifletterà nel 1945 sulla specificità del nazifascismo come esempio di «quinta colonna» e di «tradimento» delloligarchia borghese contro la società civile:

«&lt;i&gt;Si même avec cette aide elle ne réussit pas à réaliser ses desseins, loligarchie dirigeante de la société bourgeoise se transformera en ennemi intérieur et la cinquième colonne fera son apparition. [...] Elle est, essentiellement, un phénomène de contre-révolution, et même plus exactement de contre-révolution préventive. Elle est aussi, et tout aussi essentiellement, un phénomène de trahison&lt;/i&gt;». 

Ma ormai la memoria del libro di Fabbri si andava cancellando e il concetto di «controrivoluzione preventiva», declinato nei modi più diversi, era diventato patrimonio comune dellantifascismo europeo come sinonimo di dittatura e totalitarismo. La formula aveva preso congedo dal suo autore.

* * *

Dopo il 1945 la sconfitta del nazifascismo e la stabilizzazione bipolare del secondo dopoguerra avrebbe potuto rendere obsoleta la tesi della «controrivoluzione preventiva», come interpretazione storica di un regime autoritario ormai deposto. Eppure linvenzione terminologica di Fabbri racchiudeva unintuizione profonda delle nuove forme repressive della società borghese: con il Fascismo la controrivoluzione non veniva dopo un sovvertimento sociale per ribaltarlo e restaurare con la forza il regime antecedente, ma doveva prevenire ogni possibilità di rivolta; non era più un evento collocato nel tempo, ma diventava una funzione permanente in anticipo sui fatti: «la sola idea di costituire nuclei di arditi del popolo è stata preventivamente repressa». Tuttavia la definizione coniata da Fabbri, pur senza alcuna dicitura dautore, non andò fuori corso. Fuggito dalla Germania nazista agli Stati Uniti nel 1934, Herbert Marcuse  che in gioventù aveva militato nel Partito socialdemocratico tedesco  riprende e riarticola la categoria analitica della «controrivoluzione preventiva» («preventive counterrevolution») dopo linsurrezione globale del maggio 1968. Ereditandolo dal dibattito tedesco degli anni Venti, Marcuse reinterpreta ed estende il concetto di «controrivoluzione preventiva» come asse fondamentale della dialettica contemporanea tra contestazione e repressione, tra la «controrivoluzione» e la «rivolta». In apertura di &lt;i&gt;Counterrevolution and Revolt&lt;/i&gt; del 1972, uno dei libri chiave degli anni Settanta, egli descriveva così la risposta capitalista alla destabilizzazione prodotta dai nuovi movimenti sociali su scala planetaria:

«Il mondo occidentale ha raggiunto un nuovo stadio di sviluppo; a questo punto la difesa del sistema capitalista impone, allinterno e allestero, lorganizzazione della controrivoluzione che attua nelle sue manifestazioni estreme gli orrori del regime nazista. [...] Si tratta di una controrivoluzione in larga misura preventiva, interamente preventiva nel mondo occidentale dove non ci sono né rivoluzioni recenti da annullare né rivoluzioni nuove allorizzonte. Eppure la paura della rivoluzione che ne costituisce il denominatore comune lega nei vari stadi e aspetti la controrivoluzione, ne percorre tutta la gamma, dalle democrazie parlamentari alle dittature aperte, passando per gli stati di polizia. Il capitalismo si riorganizza per fronteggiare la minaccia di una rivoluzione che sarebbe la più radicale della storia, la prima vera rivoluzione storico-mondiale».
 
Al di là delle discontinuità esteriori, per Marcuse la storia del Novecento doveva essere riletta unitariamente come avvicendarsi di diverse forme storiche di «controrivoluzione preventiva» secondo tre fasi successive: 1) lascesa dei fascismi in Europa, caratterizzata dalla «liquidazione» violenta di «unintera generazione di rappresentanti rivoluzionari della classe operaia», dalla «delega della sovranità economica allapparato statale fascista», dalla trasformazione delle classi subalterne in masse «uniformate» e convinte dalla propaganda del loro «privilegio» come nazione rispetto al «sacrificio» di gruppi stranieri, inferiori, marginali; 2) la stabilizzazione postbellica, segnata dal riorganizzarsi del sistema capitalista sotto legemonia statunitense, dalla spartizione concordata del mondo in due aree dinfluenza, dalle politiche di coesione e controllo culturale per normalizzare le condotte dissidenti; 3) la rivolta degli anni Settanta, contro la quale riacquista una nuova centralità lapparato di polizia: allinterno come strategia di contrasto preventivo delle spinte rivoluzionarie (pestaggi, schedature, discriminazioni), allestero come &lt;i&gt;containment policy&lt;/i&gt; contro i movimenti di liberazione nei paesi coloniali, per evitare la diffusione concomitante di «due, tre, molti Vietnam» nelle periferie del mondo e nei centri urbani dOccidente. In questultima fase, scrive Marcuse, «le forze della legge e dellordine sono state trasformate in forze al di sopra della legge». Tuttavia, negli Stati Uniti il peso della repressione non investe la «classe operaia», ma i fermenti di opposizione radicale, anzitutto «le università e i militanti di colore», con il dispiegamento pervasivo nella società di «un grande esercito di agenti in borghese». È ancora una «controrivoluzione preventiva», ma per Marcuse sarebbe fuorviante parlare genericamente di «regime fascista»:

«Il fattore decisivo è un altro: si tratta di capire se la fase attuale della controrivoluzione (preventiva), e cioè la fase democratico-costituzionale, stia preparando il terreno a una successiva fase fascista oppure no».
 
Fin dagli anni Settanta quellinterrogativo  se «la controrivoluzione [...] può produrre fascismo»  inquieta i movimenti di protesta e lintelligenza critica che indaga le forme del dominio capitalista. Basti dire a titolo di esempio che Michel Foucault, pur criticando la concezione marcusiana del potere come semplice «repressione», osservava nel 1977 che «la non analisi del fascismo è uno dei fatti politici importanti di questi ultimi trentanni». E ancora nei &lt;i&gt;Commentari sulla società dello spettacolo&lt;/i&gt; del 1988 Guy Debord alludeva alle stragi di stato come a «una sorta di guerra civile preventiva». Ma non è questo lambito per esplorare tali sviluppi e problemi.

* * *

Resta infine da sottolineare una lezione di metodo. Ben prima della marcia su Roma, nella lucida consapevolezza della sconfitta e nella convinzione che, per combattere il male, «bisogna guardarlo in faccia, esaminarlo», il saggio di Fabbri ha colto nei suoi tratti fondamentali il nesso costitutivo che lega il fascismo alla controrivoluzione. Delucidando questo rapporto, la &lt;i&gt;Controrivoluzione preventiva&lt;/i&gt; ha inaugurato di fatto un campo dindagine storico-politica che va ben oltre le fortune della formula che dà il titolo al libro. Non è un caso se, dalla metà del Novecento fino a oggi, la riflessione sul pericolo fascista ha riproposto a più riprese e in congiunture diverse il problema cruciale del fascismo come forma particolare di controrivoluzione, enunciato con rara acutezza di sguardo proprio da Fabbri.
Alla cerniera tra la &lt;i&gt;Controrivoluzione preventiva&lt;/i&gt; e il riemergere della sua problematica dopo il Sessantotto, risulta allora di particolare importanza un testo del comunista libertario Daniel Guérin, &lt;i&gt;Fascisme et grand capital&lt;/i&gt;. Scritto «dopo la presa del potere da parte di Hitler, agli inizi del 1933, e dopo il tentativo di &lt;i&gt;putsch&lt;/i&gt; fascista del 6 febbraio 1934» (cioè il tentato assalto al Parlamento francese per mano dei fascisti dellAction française), e pubblicato per la prima volta nel 1936, &lt;i&gt;Fascismo e gran capitale&lt;/i&gt; si propone di «diagnosticare la vera natura del fascismo»: «Ai miei occhi», scriverà Guérin nel 1956, «il fascismo era una malattia. Per descrivere un male nuovo e ancora poco conosciuto, un medico non dispone daltra risorsa se non quella di compararne minuziosamente i sintomi». Nel cuore di un nuovo momento critico, riemerge  negli stessi termini, ma in forma più complessa rispondente alla nuova situazione  la necessità di esaminare il male per combatterlo sostenuta dalla &lt;i&gt;Controrivoluzione preventiva&lt;/i&gt; nei primi anni del decennio precedente. Per Guérin il nazifascismo rappresenta lespressione politica del «grande capitale» che  dinanzi alla crisi  rifiuta e sopprime i propri antichi ideali di «libertà» e «democrazia» ormai incompatibili con legemonia borghese: «allora la borghesia distrugge rabbiosamente i suoi vecchi idoli e i teorici dellantidemocrazia divengono i maestri del suo pensiero».  Mussolini dichiarava nel 1926: «Noi rappresentiamo lantitesi netta, categorica, definitiva [...] dei principî del 1789». E Goebbels nel 1933: «Lanno 1789 sarà cancellato dalla storia». Ma proprio il carattere controrivoluzionario dei fascismi europei e il loro rapporto organico con il grande capitale poneva la questione se quei regimi avrebbero potuto ripresentarsi ancora sotto nuove forme. Anche in questo caso Fabbri è avanti un passo: nellultimo capitolo del libro egli pronostica che il Fascismo «prima o poi finirà», prospettando un articolato quadro delle diverse forme possibili della sua inevitabile fine; ed è qui che, come in contropartita, egli formula una questione che non ha cessato di riproporsi in diverse circostanze fino ad oggi: la possibilità del Fascismo di riprodursi oltre la sua caduta.

«Tutto ciò viene a confermare il già detto, che il fascismo è un ramo del grande tronco statale-capitalistico, od una filiazione di esso. Combattere il fascismo lasciando indisturbato il suo perenne generatore, ed anzi illudersi di trovare in questo un difensore contro quello, significa continuare ad aver sempre sulle spalle, ogni giorno più pesanti ed oppressivi, e luno e laltro. Uccidere il fascismo è possibile, sol che lazione di difesa contro di lui, imposta dalle circostanze, non vada scompagnata dallattacco alle sue sorgenti: il privilegio del potere ed il privilegio della ricchezza. Ma ucciderlo è necessario, e bisogna che a ciò riesca direttamente e con le sue forze il proletariato, perché se il fascismo fosse semplicemente addormentato o riassorbito dalle istituzioni attuali, esso potrebbe sempre o almeno più facilmente riprodursi. La borghesia ha imparato il modo di servirsi di questarma; e se il proletariato non gliene toglie la voglia, dimostrandole coi fatti che sa spezzargliela nelle mani, essa anche se per ora la deponesse, tornerà ad impugnarla alla prima occasione».

Alla tesi conclusiva di Fabbri potrebbero allora accostarsi due frasi lucidamente anticipatrici  tratte dalle prefazioni di Guérin a &lt;i&gt;Fascismo e gran capitale&lt;/i&gt;  che perimetrano lo spazio di un problema ancora decisivo per il nostro presente. Marzo 1945: «Domani, le grandi democrazie potrebbero riporre con tutta naturalezza lantifascismo nel magazzino degli attrezzi usati. Già fin dora, questa parola magica, che ha fatto insorgere i lavoratori contro lhitlerismo, viene considerata con sospetto e avversata non appena serve a riaggregare tra loro gli avversari del sistema capitalistico». Novembre 1956: «Non bisogna dunque lasciarsi ipnotizzare dal pericolo di un ritorno offensivo del fascismo puro: la controrivoluzione potrebbe riapparire in altre forme». Né andrà pertanto dimenticato che in Italia vi è stata una forte continuità tra Fascismo «riassorbito dalle istituzioni» e Repubblica. Nel 1960 si calcolò che 62 dei 64 prefetti in servizio erano stati funzionari fascisti. Lo stesso valeva per tutti (tutti...) i 135 questori e per i loro 139 vice. Poi, dopo il Sessantotto, vennero le stragi.

* * *

Oggi forse siamo giunti a una soglia storica che potrà dare una risposta alla vecchia domanda rinnovata da Marcuse. Sotto i nostri occhi sono stati via via riattivati in Italia alcuni dei dispositivi del nazifascismo che operarono dal 1938 al 1945: il rastrellamento di corpi clandestini da espellere, la detenzione in campi per aver commesso il «reato» di esistere, i muri di separazione etnica, listituzione di classi separate per «stranieri», laccesso differenziale alle cure mediche, una nuova politica sempre più cupa e aggressiva di «salute pubblica». Negli anni Settanta la fascistizzazione era un fenomeno anzitutto di vertici statali, di continuità istituzionali tra Fascismo e Repubblica, di tentati colpi di stato, di bombe nelle piazze, di complotti e segreti nellombra. Adesso è invece un fenomeno diffuso, capillare, in gran parte alla luce del sole, articolato anzitutto sul razzismo e alimentato da tv, governi, rotocalchi, amministrazioni locali. Si consideri quanti vigili, poliziotti, carabinieri, consigli comunali sono stati protagonisti negli ultimi anni di aggressioni o provvedimenti razzisti contro rom e migranti: morti anomale, pestaggi, torture, arresti ingiustificati, intimidazioni, allontanamenti forzati, ordinanze antimigranti, prepotenze di ogni genere. Il razzismo in Italia assomiglia ormai a una Bolzaneto a cielo aperto. Ed è una «strategia della tensione» adattata ai tempi nuovi: non più di vertice, ma diffusa, a bassa intensità. Gli omicidi fascisti e razzisti sono ormai una strage a rate. Persone ignare e inermi, uccise per una sigaretta, una parola, un pacco di biscotti.
Proprio il clima di violenza xenofoba e «securitaria», fomentato in questi anni da politici, sindaci, giudici e giornalisti, ha offerto nuova agibilità a gruppi e partiti neofascisti e ha consentito la riorganizzazione della destra. Non si tratta solo di un consolidamento operativo, ma anche simbolico. A ben riflettere, lattuale squadrismo neofascista non avrebbe efficacia se non vi fosse un disciplinamento autoritario diffuso che occorre ostacolare in ogni sua forma: il perbenismo aggressivo, il patriottismo, la propaganda martellante di «paure» razziste e omofobe, il familismo opprimente, il sessismo, la volontà di punire chi non fa figli bianchi italici cattolici, la persecuzione contro prostituzione e aborto, la manipolazione della memoria pubblica. Apparati statali e organizzazioni neofasciste collaborano attualmente per costruire una cultura di massa dellodio e della discriminazione verso i presunti «diversi» e per convincere le «classi espropriate»  è questo uno dei caratteri del nazifascismo secondo Marcuse  a considerarsi «come popolazione privilegiata nei confronti dei gruppi stranieri sacrificati».
Per questo crediamo che oggi lantifascismo non costituisca affatto un residuo logoro del passato, ma un campo vivo e irrinunciabile di pratiche e resistenze contro i processi di disciplinamento sociale, nella scuola, sul lavoro, nel privato, nella famiglia, nella società. Come ha mostrato anche il recente &lt;i&gt;Festival sociale delle culture antifasciste&lt;/i&gt; svoltosi a Bologna dal 29 maggio al 2 giugno 2009, si tratta di raccogliere le sfide della contemporaneità e sperimentare lantifascismo del XXI secolo. Catilina, lo pseudonimo che Fabbri si era scelto in gioventù, parla ora a noi. Catilina parla ancora.

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<entry id='3323' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3323' author_id='4' authored_on='20100124030851' basename='viva_le_catastrofi_lettera_di' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100124030851' modified_on='20110324023457' ping_count='1' status='2' title='Viva le catastrofi! Lettera di un italiano' week_number='201004'><text>di &lt;b&gt;Fabio Deotto&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;HaitiTerremoto.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/HaitiTerremoto.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;125&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Ce lho. Ho la soluzione per la povertà nel mondo, per le ingiustizie, per lindifferenza della popolazione occidentale che ogni sera spegne la coscienza insieme alla televisione per dormire sonni tranquilli. Basta premi Nobel per la pace, basta operazioni umanitarie, basta con le campagne di sensibilizzazione e con i cori stonati dei bambini nelle scuole elementari. Basta con le raccolte di penne e vestiti, basta con i furgoni delle missioni umanitarie che finiscono la benzina al primo casello.
Basta. Ho trovato la soluzione.
Catastrofi e telecamere.</text><text_more>Tante, tantissime catastrofi, una per ogni paese in difficoltà. Ma attenzione, parlo di catastrofi serie, mica unalluvione da nulla e nemmeno una scossetta dassestamento che si mangia via qualche casa ingoiando nella terra due famiglie di disgraziati. No, parlo di vere e proprie apocalissi. Innanzitutto cè bisogno di un bel numero di morti, possibilmente sopra le centinaia di migliaia, possibilmente già poveri, con gli occhioni grandi e lucidi. E i bambini, tanti, tantissimi bambini, ma occhio a non farli finire sotto le macerie, ché son troppo piccoli e poi è un casino ritrovare resti da inquadrare. I bambini lasciateli fuori, nelle strade, coperti di fango, con gli occhi stretti e le guance polverose rigate di lacrime. Migliaia di orfani, ci vogliono. E di senza casa. Servono schiere di case in rovina, giocattoli rotti, peluche insanguinati, foto ricordo di famiglie spezzate intrappolate in cornici frantumate.
Questo è il minimo. Qualche morto di meno, qualche orfano in meno, ed è tutto inutile. La gente non si interessa, cambia canale e tiene il portafoglio chiuso. 
Presente il terremoto in Abruzzo? Qualche canzoncina, un g8, una scrosciata di spiccioli e il caso era chiuso. E intanto a Onna continuano a crepar di freddo e stenti. Non è così che si organizza una catastrofe. Ci volevano più morti, più bambini, cazzo, così è stato tutto inutile. Tempo sei mesi a nessuno frega nulla. Anche le telecamere sono scomparse.
Le telecamere. Mi raccomando non dimenticate le telecamere, che se anche muoiono a milioni ma non cè nessuno che filma, tanto vale non farle, le catastrofi. Dovete piazzarle bene, le telecamere, appendetele ai lampioni, nascondetele nelle cassette della posta, lasciatene un po anche nei palazzi che crolleranno, e regolate bene laudio per lamordiddio, ché le urla dagonia fanno un sacco cassa. Non fate che vi dimenticate le telecamere, altrimenti sono dolori.
Presente l11 settembre? No, non parlo del 2001, cazzo, parlo del 1973. Il golpe cileno, gli americani che fanno fuori Allende e spianano la strada a Pinochet, un tappeto rosso sangue sotto il quale hanno spazzato una delle peggiori ingiustizie della storia. Lo so solo perché ogni volta che arriva l11 settembre e io mando una mail a tutti per non dimenticare lattentato che ha cambiato il mondo, qualche comunista di merda mi risponde sempre qualcosa del tipo va bene ricordare l11 settembre, ma non dimentichiamoci che quella data era già sporca di sangue prima. 
Eh, e sticazzi? Doverano le telecamere, perché non ne parlano in televisione, quanti morti cerano stati? Non è una catastrofe in piena regola, dico ai miei amici comunisti, se volevano che servisse a qualcosa, dovevano organizzarla meglio. E lo stesso vale per lapartheid in Sudafrica, e per il Fascismo in Italia tutti che cercano di farmi sentire in colpa. Dico io, non ci sono stati abbastanza morti. Ben che vi vada, tengo un po il broncio il giorno della memoria, ché il Nazismo si è portato via milioni di Ebrei, cazzo, mica noccioline. Ma non chiedetemi di piangere per i bambini del Kosovo, o per il popolo kurdo, perché mi incazzo sul serio.
Siamo realisti, quello che ci vuole sono cento catastrofi ben organizzate, piazzate con criterio sullo scacchiere mondiale. Una milionata di morti ben suddivisi nello spazio e nel tempo. Un continente alla volta, uno ogni mese, diciamo. E vedrai come tutti cominciano ad aprire i portafogli. Altro che Marx, eccola qua la vera redistribuzione della ricchezza! Catastrofi e telecamere contro le ingiustizie, è una cosa così ovvia e geniale che mi stupisce nessuno ci abbia pensato prima. 

Non potete pretendere che la gente riesca a pulirsi la coscienza svuotandosi le tasche su tragedie di così poco conto (e con così poca copertura mediatica). Abbiamo bisogno del sangue, cazzo, del sangue! E dei bambini. Dobbiamo sentirci in colpa, e se qualche negro in Angola muore crivellato di pallottole sputate da un bambino col mitra, ebbene, chi se ne frega. Non lo vedo, non mi tange. E allo stesso modo non vedo nemmeno le torture nel CIE di Ponte Galeria, la gente che dorme con la giaccavento e i condizionatori che buttano aria fredda, e le violenze, gli sputi, gli stupri basta, cosa continuate a rompermi le balle con queste cose, se poi non le mandate in televisione? Cosa continuate a titillare il mio senso di colpa se poi non mi date un conto corrente dove snocciolare qualche euro? Volete lasciarmi con la coscienza sporca? E vogliamo parlare di Rosarno? Non me ne frega un cazzo delle condizioni in cui lavoravano quei quattro negri, non me lavete fatto vedere. Non cerano morti, non cerano bambini con le lacrime, non cerano peluche insanguinati. 
Cerano solo quei cazzo di mandarini

In fede, 

un italiano

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<entry id='3324' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3324' author_id='13' authored_on='20100126185407' basename='tolkien_e_i_cohabiters' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100126185407' modified_on='20100125234100' ping_count='115' status='2' title='Tolkien e i Cohabiters' week_number='201004'><excerpt>di &lt;b&gt;Wu Ming 4&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;Tolki.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Tolki.jpg&quot; width=&quot;29&quot; height=&quot;29&quot; border=&quot;0&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt; I narratori passano, le storie restano e continuano a essere raccontate. L&apos;autore è un ricettore, un elaboratore di archetipi e stilemi che l&apos;hanno preceduto e che gli sopravvivranno.</excerpt><text>&lt;b&gt;Ovvero: il romanzo come incanto e comunità&lt;/b&gt;

di &lt;b&gt;Wu Ming 4&lt;/b&gt;&lt;img alt=&quot;Tolki.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Tolki.jpg&quot; width=&quot;157&quot; height=&quot;157&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;

&lt;i&gt;[Ripubblichiamo questo saggio di Wu Ming 4, già apparso sulla rivista &lt;a href=&quot;http://www.endore.it/ita/fanzine_12.htm&quot;&gt;&quot;endóre&quot;&lt;/a&gt;, per proseguire il dibattito su Tolkien avviato &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2010/01/003302.html#003302&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;]&lt;/i&gt;

&lt;i&gt;Se vuoi la mia opinione, il fascino [del Signore degli Anelli] consiste in parte nell&apos;intuizione dell&apos;esistenza di altre leggende e di una storia più ampia, di cui quest&apos;opera non contiene che un accenno&lt;/i&gt;. (J.R.R. Tolkien, lettera 151, settembre 1954)

Senza falsa modestia è stato lo stesso Tolkien a riconoscere uno dei segreti del proprio successo di pubblico. Da studioso della letteratura antica e medievale sapeva quale enorme attrattiva possa esercitare su chi legge l&apos;ingresso in un mondo e in un&apos;epoca sconosciuti. Nella sua opera ha infatti saputo rendere quella che Tom Shippey chiama la &quot;beowulfiana impressione di profondità&quot;, riscontrabile nelle grandi epopee letterarie.</text><text_more>In questo senso Tolkien non si differenzia molto da un romanziere storico, tanto più perché proprio con attitudine &quot;storica&quot; si è avvicinato alla narrativa fantastica. Prima ancora che un inventore di mondo, si considerava l&apos;indagatore di un passato mitico, per quanto ipotetico (&quot;ho sempre avuto la sensazione di registrare qualcosa che c&apos;era già, da qualche parte: non di inventare.&quot; - lettera 131, autunno 1951). Si considerava cioè il narratore di un &quot;tempo immaginario&quot;, ma &quot;con i piedi ben puntati sulla nostra madre terra&quot; (Lettera 211, ottobre 1958).
&lt;a href=&quot;http://digitaladoptive.files.wordpress.com/2008/03/lord.jpg&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;t.mezzo.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/t.mezzo.jpg&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;94&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;&lt;/a&gt;&lt;i&gt;[Clicca sulla mappa per ingrandirla]&lt;/i&gt; Da questo punto di vista è relativamente secondario che le fonti indagate da Tolkien fossero prodotte da lui medesimo. Anche un romanziere storico classicamente inteso infatti compie un&apos;operazione creativa più che mimetica, non solo immaginando la psicologia dei personaggi, che devono risultare tanto storicamente plausibili quanto comprensibili agli occhi dei lettori contemporanei, ma anche scegliendo quali zone del passato illuminare e quali lasciare in ombra, attraverso quale angolazione - quali occhi - far vedere un dato contesto, quali singole storie far risaltare sul fondale della grande Storia.
A questa si aggiunge un&apos;altra affinità. Sia che si tratti di resuscitare un mondo passato, sia che se ne voglia immaginare uno fantastico, le vicende narrate si svolgeranno in un contesto in buona parte ignoto, dai confini inevitabilmente vaghi per un pubblico non specializzato. Se sfruttata al meglio - ad esempio attraverso il rimando a piani e vicende ulteriori - questa &quot;vaghezza&quot; fornisce facilmente alla narrazione un effetto di profondità, di tridimensionalità, che ne aumenta il fascino. Lasciando intendere che la storia non si esaurisce nelle pagine del romanzo che si sta leggendo, si allude a una sua potenziale espansione in molte direzioni. Il romanzo diventa portale d&apos;accesso a un mondo tutto da scoprire, nel quale la vicenda narrata rappresenta solo uno dei sentieri percorribili.
È questa, per Tolkien, la prospettiva dell&apos;artista creatore di universi narrativi, ovvero del &quot;subcreatore&quot;.
Il subcreatore si pone nel ruolo di guida, di apripista attraverso una landa inesplorata. Insieme al lettore compie un viaggio, dalla prima all&apos;ultima pagina, che li vede ineluttabilmente uniti nella condivisione dell&apos;avventura e della scoperta. Scoperta di quel mondo e di come andrà a finire la storia che in esso si dipana.
Tolkien definiva questo processo &quot;Incantesimo&quot;:

&lt;i&gt;L&apos;Incantesimo genera un Mondo Secondario nel quale possono entrare sia l&apos;artefice sia lo spettatore, a soddisfazione dei loro sensi mentre vi si trovano.&lt;/i&gt; (J.R.R.T., &lt;i&gt;Sulle fiabe&lt;/i&gt;)

Questo movimento di condivisione e di esplorazione congiunta, questo farsi compagnia ed essere compagnia, nella buona e nella cattiva sorte, è qualcosa di unico, che già connota e contraddistingue la narrativa-Incantesimo, o se si preferisce la narrativa-mondo.
L&apos;Incantesimo, precisa Tolkien, è cosa assai diversa dalla Magia. A differenza dell&apos;incanto, che spinge a credere, che trasporta altrove, che fa uscire dal proprio sé particolare, la Magia è un mero gioco di abilità. Essa non crea mondi secondari:
 &lt;i&gt;La Magia produce, o finge di produrre, un&apos;alterazione nel Mondo Primario [...]. Non è un&apos;arte ma una tecnica...&lt;/i&gt; (&lt;i&gt;Ibidem&lt;/i&gt;)  C&apos;è il mago, sotto i riflettori, e di fronte a lui, nel buio, il pubblico che assiste e contempla la sua bravura. I ruoli sono distinti e ben marcati. Lo spettatore sa che nulla di ciò che sta vedendo è vero, ma decide razionalmente di sospendere l&apos;incredulità e godersi lo show. Sa perfettamente che il Mondo Primario non verrà davvero alterato e che alla fine del prestigio tutto tornerà come prima: la donna segata verrà ricomposta e ciò che è sparito riapparirà. Il messaggio è catartico e rassicurante: tutto finisce bene, l&apos;ordine delle cose viene ripristinato, il sé è salvo e può tornare alla vita di sempre.
La narrativa-Incantesimo, al contrario, vuole essere fondativa: ci chiede di abitare un altro spazio-tempo dai confini tratteggiati, di condividerlo, di mapparlo. E&apos; uno dei motivi per cui facilmente intorno a certi romanzi, o saghe letterarie (e cinematografiche) nascono comunità di &quot;coabitanti&quot;, cioè di persone che vogliono partecipare al racconto. Il cosiddetto &lt;i&gt;fandom&lt;/i&gt; e la &lt;i&gt;fan fiction&lt;/i&gt; rappresentano appunto questo tipo di fioritura comunitaria.

La critica letteraria raramente riesce a cogliere e analizzare questo aspetto vitale di certa narrativa. Più spesso tende a stigmatizzarlo come effetto collaterale, o addirittura degenerazione feticistica. Questo è particolarmente vero in Italia, dove il pregiudizio ideologico e idealistico rispetto alla letteratura è ancora forte. Critici e accademici guardano troppo spesso con freddezza e snobismo ai fenomeni culturali che nascono dal basso e che bypassano il loro ruolo castale di mediatori. Tanto più tendono a denigrare la passione popolare che spinge le persone a partecipare all&apos;impresa creativa.
Un esempio eclatante di questo atteggiamento è &lt;b&gt;L&apos;Anello che non tiene&lt;/b&gt; (Minimum Fax, 2003), in cui gli autori, Lucio Del Corso e Paolo Pecere, irridono spocchiosamente la &lt;i&gt;fan culture&lt;/i&gt; tolkieniana. L&apos;intero capitolo 2 del saggio in questione, «Società Tolkieniane», è un caso perfetto di equivoco, di incomprensione, nonché - è il caso di dirlo - di ignoranza del fenomeno &lt;i&gt;fandom&lt;/i&gt; e di ciò che esso rappresenta. Un esempio valga per tutti: i due autori prendono in giro il &quot;fanatismo&quot; che a loro dire spinge alcuni appassionati a comporre vocabolari, grammatiche o glossari delle lingue della Terra di Mezzo. Dimostrano così di ignorare come l&apos;opus tolkieniano abbia avuto origine proprio dall&apos;invenzione di lingue fantastiche. Già un quarto di secolo fa uno studio dirimente come quello di Verlyn Flieger (&lt;b&gt;Splintered Light&lt;/b&gt;, 1984) ha dimostrato che proprio la filologia fantastica (o meglio, ipotetica) costituisce l&apos;architrave dell&apos;intera costruzione narrativa di Tolkien, nonché la sua principale chiave esegetica. Che qualcuno voglia cimentarsi su quello stesso terreno quindi può essere un modo filologicamente corretto di affrontare la materia in questione, e senz&apos;altro è un tentativo di dare compimento a qualcosa a cui Tolkien teneva moltissimo.

Al di là della diffidenza nei confronti delle forme più o meno pittoresche di passione partecipativa, il problema di fondo è forse un altro. Gli studi letterari nella scuola e nell&apos;accademia italiana hanno sempre prediletto un approccio autoriale alla narrativa. L&apos;analisi delle opere avviene alla luce vincolante della biografia e del pensiero dei singoli autori, delle correnti letterarie a cui fanno riferimento e della loro storicizzazione. Questo rende difficoltoso considerare l&apos;opera come qualcosa che trascende l&apos;autore stesso e che non si limita a rispecchiare il suo pensiero o lo spirito dell&apos;epoca in cui viene scritta, nonostante sia proprio ciò che accade per la grande letteratura.
Paradossalmente si potrebbe dire che l&apos;autorialità è il vero effetto collaterale della narrativa. I narratori passano, le storie restano e continuano a essere raccontate. L&apos;autore è un ricettore, un elaboratore di archetipi e stilemi che l&apos;hanno preceduto e che gli sopravvivranno. La sua originalità risiede nella capacità (sub)creativa di ridare vita, di ricombinare e rideclinare l&apos;ininterrotto flusso di storie prodotto dall&apos;umanità. Per dirla ancora con Tolkien, l&apos;arte narrativa consiste nella capacità di cogliere il nocciolo di &quot;verità&quot; presente nel mito e riproporla in forme non scontate e poeticamente affascinanti. In questo senso la mitopoiesi di Tolkien è quanto mai paradigmatica.
Nella sua costruzione narrativa confluiscono svariate tradizioni mitiche e letterarie, nonché filosofiche, abilmente miscelate attraverso l&apos;utilizzo di almeno tre generi letterari: il romanzo, il legendarium, la poesia.
Conseguenza diretta di questa concezione della narrativa è che, una volta resa pubblica l&apos;opera, l&apos;autorità dell&apos;autore su di essa viene meno e le storie che ha saputo raccontare rientrano nel flusso delle narrazioni, per diventare patrimonio collettivo:

&lt;i&gt;Naturalmente &lt;b&gt;Il Signore degli Anelli&lt;/b&gt; non mi appartiene. E&apos; stato portato a termine e ora deve andare per la sua strada, nel mondo, benché sia naturale che io provi molto interesse per le sue fortune, come un genitore si interessa a un figlio.&lt;/i&gt; (Lettera 328, autunno 1971)

L&apos;indipendenza dell&apos;opera dall&apos;autore è una delle ragioni d&apos;essere della narrativa stessa.
Cosa sarebbe successo se i servitori avessero eseguito le disposizioni di Virgilio sul letto di morte e avessero bruciato i libri dell&apos;Eneide?
Certo se Tolkien fosse stato affetto dalla stessa paranoia autoriale e avesse distrutto le proprie storie incompiute per impedire che gli sopravvivessero, oggi potremmo leggere forse meno di metà della sua produzione narrativa (e negli ultimi trent&apos;anni Christopher Tolkien avrebbe avuto molto più tempo libero!). Fortunatamente non solo Tolkien non ha fatto nulla del genere, ma ipotizzava che prima o poi le ampie zone da lui lasciate in ombra nella storia della Terra di Mezzo avrebbero potuto attirare nuovi esploratori disposti a illuminarle, facendo addirittura convergere differenti media:

&lt;i&gt;Alcuni dei racconti più vasti li avrei raccontati interamente, e ne avrei lasciati altri solo abbozzati e sistemati nello schema d&apos;insieme. I cicli sarebbero stati legati in un grande insieme, e tuttavia sarebbe rimasto lo spazio per altre menti e altre mani che inserissero pittura e musica e dramma.&lt;/i&gt; (Lettera 131, autunno 1951)

Viene da chiedersi cosa il vecchio professore avrebbe pensato se gli avessero predetto che alle soglie del XXI secolo l&apos;attitudine coabitativa tra autori e pubblico, l&apos;interscambio paritetico e la condivisione di mondo, sarebbe stata favorita dai creativi dell&apos;industria culturale, e che in questo senso proprio la Terra di Mezzo sarebbe stato uno degli universi narrativi più popolosi:

&lt;i&gt;La narrazione è divenuta sempre più l&apos;arte della creazione di mondi, dal momento che gli artisti creano ambientazioni affascinanti non completamente esplorabili e non concluse in un unico lavoro o su un singolo medium. Il mondo è più grande del film, e perfino del franchise, dato che le elaborazioni e le congetture dei fan lo espandono in varie direzioni.&lt;/i&gt; (H. Jenkins, &lt;b&gt;Cultura Convergente&lt;/b&gt;, 2007).

&lt;a href=&quot;http://conteabaggins.altervista.org/images/MAPPA500pixelpiccola.jpg&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;t.mezzo2.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/t.mezzo2.jpg&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;159&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;&lt;/a&gt;&lt;i&gt;[Clicca sulla mappa per ingrandirla]&lt;/i&gt; Soprattutto grazie allo sviluppo delle nuove tecnologie e alla loro grande accessibilità, è oggi possibile l&apos;intervento di &quot;altre menti&quot; e &quot;altre mani&quot; auspicato da Tolkien. Per dirla con Shippey, le vie per la Terra di Mezzo si sono moltiplicate.
Le storie di Tolkien non sono soltanto contemplate e feticisticamente mimate - come vorrebbero Del Corso e Pecere -, ma vengono anche integrate e raccontate secondo modalità e prospettive diverse. La qualità dei risultati ovviamente dipende dalla perizia e dal talento di chi si cimenta nell&apos;impresa, ma del resto questo vale sempre e comunque per ogni narrazione.
Peter Jackson ad esempio ha scelto di violare il vincolo che Tolkien si era imposto, cioè quello di raccontare le vicende legate alla Guerra dell&apos;Anello dall&apos;esclusiva visuale degli hobbit. Cambiando medium cambiano le esigenze narrative e certe cose è preferibile farle vedere in presa diretta, anziché farle raccontare dai personaggi in lunghi flash-back.
Non solo. Jackson ha inserito nel flusso della narrazione episodi che comparivano nelle Appendici del romanzo (come la storia d&apos;amore tra Aragorn e Arwen) e ne ha espunti altri (Tom Bombadil, la liberazione della Contea da parte degli hobbit, etc.). Il regista neozelandese non ha soltanto &quot;tratto liberamente&quot; un film dal romanzo, bensì ha raccontato la stessa storia in un modo nuovo, fornendo la propria lettura dei temi sottesi all&apos;opera, che non coincide con quella dell&apos;autore. Per fare questo si è avvalso proprio delle comunità di tolkieniani sparse per il mondo, andando in mezzo a loro, spiegando le proprie scelte sui forum degli appassionati, addirittura usando la loro forza d&apos;urto contro i tagli draconiani che la produzione avrebbe voluto imporre alla storia (vedi il bel saggio di Kristin Thompson &lt;b&gt;The Frodo Franchise: The Lord of the Rings and Modern Hollywood&lt;/b&gt;, Berkeley 2007). Inutile dire che solo un fan avrebbe potuto farlo.

Un altro esempio interessante è naturalmente quello di Alex Lewis, fondatore della rivista di fan fiction tolkieniana &lt;i&gt;Nigglings&lt;/i&gt;, che ha prodotto alcuni &lt;i&gt;spin off&lt;/i&gt; e perfino ucronie interne all&apos;opera di Tolkien, provando a immaginare l&apos;inversione di destini tra alcuni personaggi (&lt;i&gt;Una radura nell&apos;Ithilien&lt;/i&gt;) o raccontando le stesse storie sotto una luce differente (come &lt;i&gt;Il Libro Nero del Mastio Rosso&lt;/i&gt;, originale rilettura della storia del principe Isildur). Uno spunto notevole lo forniscono anche i creativi della Electronic Arts, che hanno sfruttato una delle fenditure lasciate aperte da Tolkien per illuminare una zona d&apos;ombra della Guerra dell&apos;Anello e ideare il videogioco &lt;b&gt;La Battaglia per la Terra di Mezzo II&lt;/b&gt; (EA Games, 2006).  Anche in questo caso si tratta di uno &lt;i&gt;spin off&lt;/i&gt; del &lt;b&gt;Signore degli Anelli&lt;/b&gt;, nato da poche righe nell&apos;Appendice A del romanzo, dove lo stesso Tolkien fornisce notizie su una vicenda parallela a quella principale. Mentre la narrazione segue la Compagnia che si sposta e combatte a sud, un grande scontro avviene anche a nord, dove l&apos;offensiva di Sauron incontra la resistenza di nani e uomini:

&lt;i&gt;Quando infine sopraggiunse la Guerra, l&apos;assalto più massiccio fu rivolto a sud; e tuttavia allungando molto la mano destra Sauron avrebbe potuto creare grossi danni a nord, se non avesse incontrato la resistenza di Re Dàin e di Re Brand.&lt;/i&gt; (Il Signore degli Anelli, Appendice A)

Il fatto che non si tratti di un episodio bellico secondario è dimostrato dalle parole che Tolkien fa pronunciare a Gandalf:

&lt;i&gt;Eppure le cose sarebbero potute andare assai diversamente, e molto peggio. Quando penserete alla grande Battaglia del Pelennor, non dimenticate le Battaglie della Valle e il coraggio del Popolo di Durin. Pensate a ciò che sarebbe potuto succedere. Fuochi di Draghi e spade selvagge nell&apos;Eriador, notte cupa a Gran Burrone. Potrebbe ora non esserci una Regina a Gondor. E noi al nostro ritorno dalla vittoria avremmo potuto trovare nient&apos;altro che cenere e distruzione.&lt;/i&gt; (&lt;i&gt;Ibidem&lt;/i&gt;)

Il videogioco &lt;b&gt;La Battaglia per la Terra di Mezzo II&lt;/b&gt; vede protagonisti di questa campagna collaterale due personaggi di seconda linea del romanzo: il nano Glòin e l&apos;elfo Glorfindel, già presenti al Consiglio di Elrond in rappresentanza dei loro popoli, ma che non si uniscono alla Compagnia dell&apos;Anello. Insieme guideranno una spedizione per intercettare e arginare l&apos;avanzata degli eserciti di Sauron a nord, fino a distruggerli completamente.
Tuttavia la storia sottaciuta da Tolkien che forse più di tutte si presta a essere &quot;scoperta&quot; è quella dei due Stregoni Blu inviati nella Terra di Mezzo insieme a Saruman, Gandalf e Radagast, e che si persero nelle lande orientali. Quanto più perigliosa (e vana) rispetto a quella di Gandalf deve essere stata la loro impresa, sulle sponde del Mare di Rhun, nelle steppe degli Esterling. E certo &lt;a href=&quot;http://www.tolkienfanfiction.com/Story_Read_Head.php?STid=915&quot;&gt;qualche solerte fan&lt;/a&gt; ha già provato a immaginarla. Del resto, già da molti anni la comunità dei più tradizionali giocatori di ruolo pratica un&apos;attività di complemento e compendio creativo, nonché un modo ludico - e non per questo banale - di coabitare la Terra di Mezzo, come dimostra il grande lavoro della &lt;a href=&quot;http://www.merp.com/&quot;&gt;Middle-Earth Role-Playing Community&lt;/a&gt;.

&lt;img alt=&quot;bosco-Atro.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/bosco-Atro.jpg&quot; width=&quot;137&quot; height=&quot;133&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt; Infine è il caso di citare il fan film autoprodotto dal giovane regista Chris Bouchard con un budget di appena 3000 sterline, &lt;a href=&quot;http://www.thehuntforgollum.com/&quot;&gt;&lt;b&gt;The Hunt for Gollum&lt;/b&gt;&lt;/a&gt; (2009). Il cortometraggio di 45 minuti racconta un episodio che si colloca nel periodo di interregno tra &lt;b&gt;Lo Hobbit&lt;/b&gt; e &lt;b&gt;Il Signore degli Anelli&lt;/b&gt;, a cui si accenna di sfuggita nel romanzo e negli scritti collaterali. Si tratta dell&apos;inseguimento di Gollum da parte di Aragorn per ottenere informazioni sul possessore dell&apos;Anello. Visto il successo dell&apos;operazione (dovuto all&apos;eccellente qualità del prodotto amatoriale), Bouchard si è subito messo all&apos;opera per girare un secondo episodio, &lt;a href=&quot;http://www.bornofhope.com/&quot;&gt;&lt;b&gt;Born of Hope&lt;/b&gt;&lt;/a&gt;, che ha visto la luce nell&apos;autunno 2009.

Si potrebbe continuare a lungo citando esempi su esempi di come nel caso della Terra di Mezzo il &lt;i&gt;fandom&lt;/i&gt; abbia saputo rivelarsi una risorsa viva e prolifica. L&apos;opera dei lettori prosegue quella dell&apos;autore, rendendola a tutti gli effetti una narrazione corale con la quale interagire e alla quale porre sempre nuove domande.
In questo modo il movimento reale dei fan, la loro &quot;class action&quot;, sta dando risposta ai dubbi che Tolkien stesso aveva avanzato riguardo allo sviluppo della propria architettura narrativa:

&lt;i&gt;Non sono del tutto sicuro, ora, che la tendenza a trattare tutto come una specie di grande gioco sia veramente buona - certamente non per me, che trovo questo genere di cose fatalmente affascinante. È, suppongo, un tributo da pagare visto il curioso effetto di questa storia, basata su una geografia, una cronologia e un linguaggio molto elaborati e dettagliati, che tanta gente debba chiedere a gran voce &quot;informazioni&quot; o &quot;cognizioni&quot;. Ma le domande che la gente fa richiederebbero un libro per rispondere&lt;/i&gt; (Lettera 160, marzo 1955)

E ancora:

&lt;i&gt;Il fascino del Signore degli Anelli è in parte dovuto, penso, all&apos;intuizione di una storia più ampia sullo sfondo: un fascino simile a quello esercitato dalla visione di un&apos;isola lontana e inesplorata, o a quello delle torri di una città che brillano in lontananza nel pulviscolo del sole. Andare fin là significa distruggere la magia, a meno che non si rivelino altri irraggiungibili panorami.&lt;/i&gt; (Lettera 247, settembre 1963)

Tolkien temeva due cose: da un lato di essere fagocitato dal processo di specificazione e indagine del mondo da lui stesso creato; dall&apos;altro di rovinare l&apos;effetto di profondità guadagnato con la pubblicazione del &lt;b&gt;Signore degli Anelli&lt;/b&gt;, svelando &quot;troppo&quot; (nelle Appendici e nel &lt;b&gt;Silmarillion&lt;/b&gt;) della storia  pregressa della Terra di Mezzo.
Ebbene, si può dire che se oggi fosse qui vedrebbe svanire i suoi timori.
Se suo figlio Christopher ha raccolto il testimone, dando compimento all&apos;opera del padre e mantenendolo un autore prolifico durante i trentasei anni che ci separano dalla sua morte, l&apos;impresa titanica di approfondimento e trattazione dei singoli aspetti della Terra di Mezzo - compito immane per un uomo solo e forse anche per due - è stata presa in carico da un&apos;intera comunità. È infatti diventata responsabilità collettiva dei lettori più appassionati proseguire l&apos;esplorazione laddove Tolkien non ha avuto il tempo e il modo di farlo. Ma questo è ben lungi dall&apos;impedire l&apos;avvistamento di &quot;altri irraggiungibili panorami&quot;, poiché se è vero che molta parte della storia in questione è stata lasciata in forma di legendarium e di cronologia, proprio questo garantisce un serbatoio inesauribile di vicende romanzabili. Basti pensare alla Seconda Era (quella più oscura), o alla Quarta, dopo la Guerra dell&apos;Anello, il lungo tempo storico che dal regno di Re Elessar giunge fino a noi.  Romanzieri, &lt;i&gt;fan writers&lt;/i&gt;, registi, ideatori di videogiochi, potenzialmente hanno ancora moltissimo materiale su cui cimentarsi e si può ben sperare che continuino a farlo, a prescindere dal fatto che &quot;feticisticamente&quot; si travestano da elfi o pretendano di fumare erba-pipa.
A conti fatti è proprio questo che colloca il ciclo della Terra di Mezzo nel solco delle grandi saghe epiche a cui tanto deve la subcreazione tolkieniana. Saghe che sono giunte fino a noi grazie al passaggio di mano e al contributo di generazioni di &quot;fan&quot;.

In fondo se si dovesse trovare un punto d&apos;origine di questa lunga vicenda letteraria, si potrebbe risalire a un piccolo studio del Magdalen College, a Oxford, un giorno di tanti anni fa, quando C.S. Lewis espresse a Tolkien una celebre quanto semplice considerazione: &quot;Se nessuno scrive quello che noi vorremmo leggere, dovremo essere noi a scriverlo.&quot; (Lettera 159, marzo 1955) Va da sé che se invece qualcuno scrive ciò che vogliamo leggere, e se anche a noi piace scrivere, non c&apos;è niente di meglio che farlo insieme. 
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<entry id='3325' allow_comments='0' allow_pings='1' author_id='4' authored_on='20100131040506' basename='honduras_il_golpe_dimenticato' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100131040506' modified_on='20110324023457' ping_count='0' status='1' title='Honduras, il golpe dimenticato' week_number='201005'><text>di &lt;a href=&quot;http://www.annalisamelandri.it&quot;&gt;Annalisa Melandri&lt;/a&gt;

&lt;img alt=&quot;ManifestaHonduras.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/ManifestaHonduras.jpg&quot; width=&quot;165&quot; height=&quot;250&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Il golpe avvenuto in  Honduras il 28 giugno scorso  che ha deposto e cacciato dal paese il presidente democraticamente eletto nel 2006 Manuel Zelaya e che ha visto linsediamento manu militari  di Roberto Micheletti (dello stesso partito di Zelaya, il Parito Liberale) che ricopriva la carica di presidente del Congresso Nazionale,  è stato oramai di fatto legittimato con le elezioni del 30 novembre, realizzate in un clima di paura e di tensione, tra repressione, detenzioni arbitrarie, omicidi e senza la presenza di osservatori internazionali &lt;a href=&quot;http://lamericalatina.net/2009/10/14/per-capire-il-golpe-in-honduras-tutta-la-storia-della-crisi/&quot;&gt;(leggi qui la sintesi della crisi)&lt;/a&gt;. Porfirio Lobo è il nuovo presidente del paese e si insedierà formalmente il 27 gennaio prossimo. Il governo uscente del golpista Roberto Micheletti e il nuovo esecutivo stanno tentando di conquistare adesso agli occhi miopi della comunità internazionale un volto democratico che convince veramente poco. E nel frattempo tentano di salvare gli autori materiali del golpe garantendo limpunità sia a Roberto Micheletti (che proprio in questi giorni è stato nominato dal Congresso deputato a vita per i suoi 28 anni di lavoro svolti per il paese), sia ai generali delle Forze Armate che sono sotto accusa da parte della Procura Generale per abuso di potere e invio in esilio del presidente deposto Manuel Zelaya (la Costituzione del paese infatti vieta esplicitamente di mandare in esilio cittadini honduregni).</text><text_more>I militari rischierebbero in caso di condanna pene irrisorie che vanno dai 3 ai 5 anni di carcere. Manuel Zelaya dallambasciata brasiliana dove si trova tuttora  denuncia che il Procuratore Generale Luis Rubí con questo provvedimento &quot;appoggia limpunità dei militari accusandoli di reati minori e di abuso di potere e non per i gravi delitti che hanno commesso&quot; e cioè &quot;tradimento della Patria , omicidio, violazione dei diritti umani e torture al popolo&quot;. Secondo Zelaya è chiaro inoltre che &quot;ciò che si sta mettendo in pratica sono gli atti preliminari per ottenere limpunità dei militari e lasciare senza condanna gli altri autori materiali e intellettuali del colpo di Stato militare&quot;.
Andres Pavón, presidente del Comitato per la Difesa dei Diritti Umani (Codeh) ha ricusato formalmente il giudice in quanto si è sostenuto e si continua a sostenere che è totalmente evidente che la rottura dellordine costituzionale in Honduras, avvenuta tramite un colpo militare di Stato, si è realizzata con la partecipazione e lavallo diretto della Corte Suprema di Giustizia.
In Italia,   a parte le sporadiche notizie di agenzie che si leggono in rete sulle vicende più propriamente politiche del paese centroamericano, il golpe  è stato completamente dimenticato e quindi legittimato e perfino uno dei pochi  spazi informativi onesti rimasti, Radio Tre Mondo, lo  ha ratificato recentemente,  intervistando Carlos Lopez Contreras, ministro degli Esteri del governo golpista. La redazione del programma, lo ha presentato infatti  come rappresentante del  Governo di Transizione.
La stampa invece   ormai  ignora completamente e ha calato un velo di silenzio sulle violazioni dei diritti umani accadute e che continuano ad accadere in Honduras. Dalla resistenza honduregna,  dal COFADEH (Comitato dei familiari di detenuti scomparsi) e dalle altre associazioni umanitarie continuano  a  giungere  denunce di omicidi di difensori dei diritti umani, come quello di Walter Trónchez ucciso il 14 dicembre a colpi di pistola mentre camminava per il centro di Tegucigalpa (era stato già arrestato e sottoposto a torture nel luglio scorso). Walter era stato anche testimone dellarresto da parte di alcuni membri della polizia di Pedro Magdiel Muñoz Salvador, poi ucciso il 25 luglio durante una manifestazione. Walter, che faceva  parte del Fronte nazionale di resistenza popolare e che si occupava  dei diritti della comunità LGTB già il 4 dicembre scorso era stato sequestrato da quattro uomini incappucciati che dopo averlo picchiato ripetutamente lo avevano minacciato di morte. In quelloccasione riuscì a fuggire e sporse denuncia alle autorità. Inutilmente. Il 15 dicembre è stato trovato anche il corpo senza vita e senza testa di Santos Corrales, anche lui appartenente al  Fronte  che era stato arrestato dieci giorni prima da membri della Direzione nazionale di investigazione criminale (DNCI).
Andres Pavón (Codeh) denuncia che squadre di paramilitari percorrono le vie di Tegucigalpa e dei centri minori sequestrando e uccidendo giovani appartenenti al FNRP. Dal 30 novembre  giorno delle elezioni, sarebbero già 30 i militanti uccisi, che vanno ad aggiungersi a quelli morti  immediatamente dopo il colpo di Stato e nei mesi successivi. Si tratta di una vera e propria offensiva contro un movimento che va crescendo sempre di più e che trova sempre maggior consenso in Honduras ma anche fuori dal paese.
La repressione si sta accanendo  duramente anche contro la comunità gay, come dimostra lomicidio di Walter Trónchez, e contro le associazioni femministe, mentre quanto mai  pericoloso e difficile è  il lavoro di giornalisti e operatori dellinformazione. Le sedi di giornali e radio comunitarie vengono ripetutamente perquisite   con uso sproporzionato di forza e violenza, quando non sono oggetto di attentati compiuti da paramilitari, come avvenuto recentemente alla radio Faluma Bimetu, che da anni denunciava i crimini e gli interessi dei gruppi finanziari che cercavano di cacciare la comunità degli indigeni Garifuna dai loro territori (gli stessi dove è stata girata lIsola dei Famosi per capirsi). Alcuni giornalisti invece sono stati arbitrariamente detenuti e poi rilasciati dopo aver subito percosse e torture.
Le elezioni del 30 novembre sono state riconosciute valide da pochi paesi. Oltre ovviamente agli Stati Uniti, la cui partecipazione diretta o indiretta al golpe è ormai stata definitivamente accertata (e poca rilevanza ha se ciò sia avvenuto con o senza il consenso di Obama), anche  il Messico, Panamá, Costa Rica, Perú, Colombia, Italia, Francia, Germania, Israele e Giappone hanno salutato favorevolmente il risultato elettorale,  mentre nella regione ha un certo peso, anche se alla nuova classe dirigente honduregna sembra non interessare particolarmente, la posizione di Brasile, Argentina, degli altri paesi aderenti allAlba e del Mercosur che non riconoscono Porfirio Lobo come presidente.
Il Congresso tra laltro  ha ratificato proprio in questi giorni la decisione di uscire dallAlba, la cui adesione era stata fortemente voluta da Manuel Zelaya e che di fatto è  stato il motivo scatenante del colpo di Stato.
Il 7 gennaio si è tenuta la prima manifestazione del nuovo anno contro il governo proprio in protesta contro questa decisione, ma anche per chiedere unAssemblea Costituente e per esprimere ancora una volta solidarietà a Zelaya. A Tegucigalpa hanno sfilato  decine di migliaia di honduregni dall Università Pedagogica al palazzo del Congresso e si sono dati appuntamento nuovamente a fine gennaio per la data di insediamento di Lobo.
Mentre nelle strade della capitale una folla pacifica e chiassosa, in un clima di relativa tolleranza, gridava slogan contro il governo e in favore di Mel Zelaya,  nelle campagne e nelle zone più rurali del paese, dove le telecamere sono assenti e i giornalisti difficilmente arrivano, lesercito e la polizia mostrano invece il  vero volto di quella che nessuno chiama dittatura ma che non lascia dubbi rispetto alla sua vera natura.
Una comunità di contadini nella Valle del Aguàn è stata infatti violentemente sgomberata dalla polizia e dallesercito da alcuni territori statali nei quali aveva costruito povere capanne e seminato mais e cereali, territori che erano invece reclamati da alcuni latifondisti che spesso in Honduras assoldano anche bande paramilitari per liberare le terre.
Le colture sono state distrutte, le capanne incendiate e i contadini, circa 600 famiglie,  cacciati con lacrimogeni e proiettili (di piombo).
Sono innumerevoli le situazioni come queste nel paese, a dimostrazione anche del fatto che i latifondisti e i grandi proprietari terrieri sono stati una delle anime del golpe e che proprio quella Riforma Agraria della quale si era timidamente iniziato a discutere durante la presidenza di Manuel Zelaya adesso si rende estremamente necessaria. Appare invece sempre più lontana.
Riforma Agraria e Assemblea Costituente sono le due battaglie sulle quali leterogeneo Fronte Nazionale di Resistenza Popolare dovrà  investire nel prossimo futuro forze ed energie, canalizzandole probabilmente in espressioni e iniziative che abbiano sicuramente più rilevanza e peso politico di quello che hanno oggi le grandi mobilitazioni per le strade di Tegucigalpa.
Le associazioni per la difesa dei diritti umani intanto puntano sulla giustizia internazionale: Luis Guillermo Peérez Casas segretario generale della Federazione Internazionale dei Diritti Umani  (FIDH) e Manuel Ollé Sesé, presidente dell Associazione Pro Diritti Umani (Spagna)  hanno sporto denuncia contro Roberto Micheletti e il capo delle Forze Armate Romeo Vásquez Velásquez, per il delitto di persecuzione politica contro il popolo honduregno. Anche se questa, a voler essere pragmatici, sembra uninutile iniziativa. LHonduras ha ormai il suo nuovo presidente. E contro il nuovo governo, e il silenzio che circonda quanto accade nel paese che adesso bisogna lottare.
Riguardo il tema del golpe e la politica americana verso lAmerica centrale e latina, legnalo Il ritorno del Condor di Fulvio Grimaldi. Il racconto del colpo di Stato effettuato in Honduras contro il presidente progressista Manuel Zelaya dai militari agli ordini delloligarchia honduregna e degli Stati Uniti. Linizio di unoperazione Condor 2, con la quale Washington si propone di rinnovare i nefasti delloperazione Condor degli anni 70 che installò Pinochet in Cile e altre sanguinarie dittature in America Latina. Una controffensiva statunitense, con nuove basi militari in Colombia e manovre di destabilizzazione in tutto il Cono Sud, per strappare ai governi e movimenti progressisti e rivoluzionari quello che Washington considera il suo cortile di casa. Lirriducibile resistenza del popolo honduregno e dei popoli latinoamericani.
Lautore è giornalista, scrittore, inviato di guerra ex-Rai i cui docufilm sullo scontro tra popoli e imperialismo non verranno mai trasmessi dalla Rai. E il quarto documentario sul continente della speranza, dopo Cuba, el camino del sol, Americas Reaparecidas, Cuba, Venezuela, Bolivia, Ecuador: lAsse del Bene. Si affianca ai suoi popolari lavori di controinformazione su Balcani, Iraq, Libano, Palestina  ultimo Araba fenice, il tuo nome è Gaza  e ai libri sugli stessi argomenti e sulla crisi della Sinistra italiana.
Dal 16 gennaio al 7 febbraio Il Circolo di Italia-Cuba della Tuscia organizza, insieme ad altri circoli e strutture, un tour italiano di una dirigente del Fronte Nazionale della Resistenza al Colpo di Stato in Honduras, nel corso del quale verrà presentato anche il nuovo documentario Il ritorno del Condor.

Per le date degli appuntamenti consultare : &lt;a href=&quot;http://fulviogrimaldi.blogspot.com/&quot;&gt;blog Mondo Cane&lt;/a&gt;
Foto: &lt;a href=&quot;http://www.flickr.com/photos/boikot/&quot;&gt;DA QUI.&lt;/a&gt;</text_more></entry>
<entry id='3326' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3326' author_id='1' authored_on='20100127000741' basename='a_partire_da_conglomerati_inte' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100127000741' modified_on='20100127014339' ping_count='1' status='2' title='A partire da CONGLOMERATI: intervista ad Andrea Zanzotto' week_number='201004'><text>di &lt;b&gt;&lt;a href=&quot;http://www.facebook.com/profile.php?id=1075749771&amp;ref=mf&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Gilda Policastro&lt;/a&gt;&lt;/b&gt;

&lt;a href=&quot;http://libri.fnac.it/a452001/ZANZOTTO-ANDREA-Conglomerati?PID=5&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.giugenna.com/wp-content/uploads/2009/10/zanzotto_conglomerati_small.jpg&quot; alt=&quot;zanzotto_conglomerati_small&quot; title=&quot;zanzotto_conglomerati_small&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;169&quot; align=left border=0 vspace=1 hspace=6 /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span class=&quot;small&quot;&gt;[Questa intervista a uno dei massimi poeti italiani del nostro tempo (e della seconda metà del Novecento) è stata pubblicata su &quot;Alias&quot;, supplemento culturale de il manifesto, il 2 gennaio 2010]&lt;/span&gt;

«Si sollevano gli anni alle mie spalle a sciami»: se è lecito accostarsi a un poeta a partire dai versi di un altro, è questo verso luziano a venire in mente incontrando oggi Zanzotto. Soprattutto ponendo attenzione alle date: lesordio, anzitutto, con &lt;b&gt;Dietro il paesaggio &lt;/b&gt;del 51, tra laltro concomitante coi prodromi dellultimo movimento poetico organizzato del secolo, quella Neoavanguardia cui però il poeta di Pieve di Soligo non aderì e con cui, anzi, si tenne in vivace polemica (se ci si ricorda almeno della non entusiastica recensione a un anno esatto dallantologia novissima, nel 62, o dell «esaurimento nervoso» imputato già nel 56 al &lt;b&gt;Laborintus &lt;/b&gt;di Sanguineti). Si può incedere poi nella seconda metà del secolo proprio scandendo gli sciami di anni attraverso titoli zanzottiani: dalle &lt;b&gt;IX Ecloghe &lt;/b&gt;del 62 alle &lt;b&gt;Pasque &lt;/b&gt;del 73 (passando ovviamente per &lt;b&gt;La Beltà &lt;/b&gt;sessantottesca) a &lt;b&gt;Fosfeni &lt;/b&gt;dell83 fino a &lt;b&gt;Sovrimpressioni&lt;/b&gt;, di quasi un decennio fa. E poi, nellanno appena concluso, il ritorno sorprendente con &lt;b&gt;&lt;a href=&quot;http://libri.fnac.it/a452001/ZANZOTTO-ANDREA-Conglomerati?PID=5&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Conglomerati&lt;/a&gt;&lt;/b&gt;, libro attualissimo e al tempo stesso diverso, desueto, pesante. </text><text_more>&lt;object width=&quot;320&quot; height=&quot;265&quot; hspace=6&gt;&lt;param name=&quot;movie&quot; value=&quot;http://www.youtube.com/v/e0WlA8GHB6M&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;&quot;&gt;&lt;/param&gt;&lt;param name=&quot;allowFullScreen&quot; value=&quot;true&quot;&gt;&lt;/param&gt;&lt;param name=&quot;allowscriptaccess&quot; value=&quot;always&quot;&gt;&lt;/param&gt;&lt;embed src=&quot;http://www.youtube.com/v/e0WlA8GHB6M&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;&quot; type=&quot;application/x-shockwave-flash&quot; allowscriptaccess=&quot;always&quot; allowfullscreen=&quot;true&quot; width=&quot;320&quot; height=&quot;265&quot; hspace=6 vspace=2 align=right&gt;&lt;/embed&gt;&lt;/object&gt;Imponente sin dal titolo, come atteso nominale, che dice di una memoria poetica stratificata e densa: come ogni parola che vi si sgretola e ci scalfisce, recuperando dalla memoria e dallattualità i suoi materiali, e insieme entrando e depositandosi nella nostra esperienza con versi memorabili.  Il compito della poesie, se ancora gliene resta qualcuno. Un poeta delle ultime generazioni dice: non lo amo, ma ne capisco la grandezza. In ogni pagina di questo nuovo libro cè in effetti una densità di materia che non può non arrivare, come si è soliti dire, che ricorda la roccia, cioè sovrasta e sconcerta, al modo inverso in cui al contrario le poesie dei poeti più giovani si rarefanno, perdendo consistenza a vantaggio della rapidità e a volte dellinessenzialità dellimmagine. Mi viene in mente per similarità di titolo e contrasto di voce e di struttura una plaquette recente, &lt;b&gt;Suburra&lt;/b&gt;, di Giulio Marzaioli, in cui le parole si dispongono pervicacemente in flusso verticale, mentre la poesia zanzottiana è marcata anche da questo disporsi versale non definito e mai definitivo: non è decisamente un flusso, ma un percorso ardimentoso e ardito, che talvolta stupisce per lemergere improvviso di un momento di scorrevolezza, persino abbandonandosi al &lt;i&gt;calembour &lt;/i&gt;o alla familiarità domestica («grigia scende la sera e si confonde/ col rumore del forno a microonde»). Zanzotto lo raggiungiamo al telefono in un pomeriggio in cui il poeta non si lascia irretire dalle domande, ma ha un suo discorso privilegiato da seguire, a dispetto di qualunque sollecitazione o direzione offerta dalle nostre domande. Come quei suoi versi che resistono alla forma e disobbediscono però anche allinforme, trovando una loro marca costitutivamente zanzottiana.   

&lt;b&gt; Che cosè la poesia se non un insieme di echi, di voci che restano nellaria, o in noi? E noi, quasi senza accorgercene, le ripetiamo. Ma ripetendole con la nostra voce, in qualche modo le cambiamo: sono sue parole, da unintervista dell 81. Nel frattempo il suo rapporto con la tradizione è cambiato?&lt;/b&gt; 

&lt;object width=&quot;320&quot; height=&quot;265&quot;&gt;&lt;param name=&quot;movie&quot; value=&quot;http://www.youtube.com/v/Fhor8fG0ylI&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;&quot;&gt;&lt;/param&gt;&lt;param name=&quot;allowFullScreen&quot; value=&quot;true&quot;&gt;&lt;/param&gt;&lt;param name=&quot;allowscriptaccess&quot; value=&quot;always&quot;&gt;&lt;/param&gt;&lt;embed src=&quot;http://www.youtube.com/v/Fhor8fG0ylI&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;&quot; type=&quot;application/x-shockwave-flash&quot; allowscriptaccess=&quot;always&quot; allowfullscreen=&quot;true&quot; width=&quot;320&quot; height=&quot;265&quot; hspace=6 vspace=2 align=left&gt;&lt;/embed&gt;&lt;/object&gt;Latteggiamento che si ha verso i grandi del passato invecchiando è di devozione, mentre il bisogno di allontanamento è più forte quando si è su una linea troppo vicina. Il rapporto con la tradizione è basato per quello che mi riguarda su un continuo avvicinamento e allontanamento, e naturalmente ogni volta che si realizza questo movimento cè la possibilità di trovare nuove vie di esplicazione e di creatività. 

&lt;b&gt;Qual è stato ad esempio il suo rapporto col modello virgilano, cui si richiamava espressamente il  libro delle &lt;/b&gt;Ecloghe&lt;b&gt;, nel 62?&lt;/b&gt;

Ho inteso farne una debole e lontana imitazione attraverso il titolo, ma non avrei mai potuto presentarmi con dieci ecloghe, come aveva fatto Virgilio

&lt;b&gt; tra laltro lei ha dichiarato di rileggere periodicamente la quarta ecloga, in particolare, quella delletà delloro. Crede in una sorta di utopia della poesia come luogo se non appartato comunque difeso dalla storia (e del resto, nella sua &lt;i&gt;Ecloga II &lt;/i&gt;si legge: «altri moverà storia/ e sorte»)? &lt;/b&gt;

Io ho sempre presentato il mio rapporto con la storia, nella poesia, come una sinusoide, cioè non vi è un rapporto diretto, continuo, ma unalternanza di discontinuità e continuità. Sempre mi viene chiesto: è bene ricordare?. A questo proposito, ho sempre presente quello che ha scritto Eugenio Montale: si dismemora il mondo e può rinascere. Se non cè questo dimenticare, non si può nemmeno rinascere, resta qualche cosa a inibirci. Non solo, ma Montale aggiunge al suo pessimismo: la storia non è magistra di niente che ci riguardi. Io condivido la parte pessimistica di Montale: cento volte si è caduti in stupide guerre, ma cè sempre una parte di risalita possibile, anche se è molto difficile, cioè resiste una porzione di fiducia nellessere umano che pur facendo questo tonfo, tuttavia poi punta ancora sulla speranza. Quindi torna lantica espressione che risale a San Paolo della &lt;i&gt;spes contra spem&lt;/i&gt;: nonostante il messaggio abbia dato luogo a una sfiducia totale, vi è presente lidea che vi sia nelluomo qualcosa che lo fa risalire. Ma questo risalire non lo garantisce poi di ripensare gli errori precedenti. Quindi si ha questa specie di sinusoide, in su e in giù, in su e in giù. Però bisogna sempre avere la forza, come dicevo, di coltivare anche la speranza contro la speranza, cioè di risalire in qualche modo. 

&lt;b&gt;Mi pare chiaro che lei respinga lidea di unArcadia appartata, sostenendo invece la necessità di rapportarsi comunque alla storia, sebbene in forme mediate.&lt;/b&gt; 

Sì, come ripeto è mettendosi a una certa distanza ottica rispetto a questo movimento della storia che se ne comprende il senso. Ad esempio, cè un continuo deprecare le guerre, giustamente, ma poi questo deprecare non ha affatto impedito che ne venissero altre. Anche adesso, che cè il pacifismo, non cè tiranno che pur fabbricando armi e pensando a crearne di nuove, al tempo stesso non professi anche il pacifismo. Purtroppo o per fortuna il fenomeno a cui stiamo assistendo da qualche tempo è quello che più armi efficaci si continuano a fare più è impossibile usarle: è quasi uno status, come avere lautomobile di classe, il vestito firmato. Quello che sta avvenendo adesso in Iran è la dimostrazione chiarissima che siamo in un tempo di paure: e più tutti vogliono avere la bomba totale, meno cè la possibilità che la usino. Anche qui cè un altro dei nodi di contraddizione. Se si pensa a quali spese folli si è andati incontro in questi ultimi decenni per garantire unefficacia difensiva, ci si domanda che senso ha questatteggiamento, che per essere difensivo deve anche essere offensivo. 

&lt;b&gt;La sua opera poetica è nei fatti anche una riflessione in atto sullevoluzione della lingua. In unintervista a Ferdinando Camon lei dichiarava di considerare la riemersione o lintarsio del latino nellitaliano una sorta di «faglia», alla quale opporre la «massima resistenza». Si pone ancora questo problema di resistenza, nella lingua poetica contemporanea?&lt;/b&gt;

No, sicuramente no. Questa intervista risale al 65, ed esprime una posizione che ho in parte rivisto. Certo, da allora non ho mai abbandonato lo studio, la traduzione, sia dal latino che dal greco. Ma i termini ora sono ben diversi, perché il confronto non è più col latino: oggi caso mai si parla di insegnare il dialetto nelle scuole. Io sono molto favorevole alluso del dialetto, ma non esiste un dialetto, ogni paese anche piccolo ha il suo, e dunque lidea di insegnare anche il dialetto, comporta dei problemi pratici insuperabili. Comunque ho criticato nettamente, qualche mese fa, su un giornale locale, la proposta che è stata fatta dal ministro di insegnare il dialetto a scuola ai bambini, rimarcando linsensatezza della proposta, perché il dialetto si conserva, mentre insegnare vuol dire trasformare ulteriormente. Occorrerebbe creare una commissione apposta fatta però da linguisti, non da politici, perché quelli tendono a voltare le riforme nella loro direzione. I linguisti lo stile della lingua lo vedono come un fatto a sé stante, certo, che si sviluppa rispetto ad altri fattori, ad esempio leconomia. Bisognerà che diventiamo tutti capaci di parlare in cinese e nello stesso tempo di parlare nel dialetto dei propri avi: questo è una specie di paradosso, ma chissà cosa avverrà poi, realmente, nella storia. Piuttosto sarebbe molto giusto che si provvedesse a un piano di valutazione dei grandi poeti che ci sono in tutti i dialetti italiani, anche qualche volta in piccoli luoghi. Ma comunque non è più attuale quel problema antico, posto in quellintervista che citava. 

&lt;b&gt;Lei ha sempre usato però una lingua molto contaminata, dai linguaggi cosiddetti tecnici o settoriali ai gerghi.&lt;/b&gt;

Non esiste un purismo assoluto, anzi, oggi assistiamo a dei fenomeni veramente incredibili. Ad esempio litaliano da tempo è dato come una lingua minore minacciata nella sua stessa esistenza. Mentre ci si sta preoccupando della necessità di imparare linglese, e infatti è necessario alla vita di oggi, linglese, proprio in America si sviluppava contro le previsioni dei linguisti, un appassionato ritorno alla lingua italiana, che i nipoti degli emigranti ricordavano ben volentieri, col gusto del far ritornare viva una lingua che era minacciata. Fenomeni come la diffusione incredibile dellitaliano in America settentrionale - lasciando stare litaliano praticamente come seconda lingua nellAmerica meridionale -, sono tutti problemi aperti in cui si insinua anche nella imprevedibilità di quello che può capitare, un senso di speranza, di vitalità legato alle lingue, e poi alla vita quotidiana. Per esempio in Brasile ha avuto un tenacissimo sviluppo litaliano dialettale degli immigrati, che hanno coniato delle sottolingue che accompagnano la lingua di base. Si tratta di dialetti, o sottolingue, che comunque si collegano direttamente allitaliano, perché nate in ambiente dove gli italiani erano molti. Al sud del Brasile stesso si ha poi un fenomeno ancora più strano: in quelle zone i dialetti degli immigrati si sono conservati intatti, anche se ora le cose stanno cambiando. Ma i dialetti degli immigrati del Rio Grande del sud sono stati sempre vitalissimi, e ci sono anche adesso.  

&lt;b&gt;Di fronte a questi cambiamenti in atto, che tipo di resistenza può opporre la tradizione umanistica?&lt;/b&gt; 

Bisognerebbe approfondire la capacità di tradurre, da una parte, e dallaltra presentare le soluzioni già avvenute e già scontate aderendo sempre allidea fondamentale, che tutte le cose umane cambiano, e cambiano velocemente: ora si è in un punto massimo della velocità e del cambiamento, soprattutto sulle questioni economiche che sono basate su paradossi orribili della volontà di lucrare. Ma cè sempre un incrocio di problemi che si scontrano tra di loro e che richiedono unattenzione continuamente rinnovata.</text_more></entry>
<entry id='3327' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3327' author_id='2' authored_on='20100127192317' basename='la_patagonia_rebelde_di_osvald' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100127192317' modified_on='20100127193429' ping_count='1' status='2' title='La Patagonia rebelde di Osvaldo Bayer' week_number='201004'><text>di &lt;b&gt;Alberto Prunetti&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;patagoniacover.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/patagoniacover.jpg&quot; width=&quot;155&quot; height=&quot;236&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;[Pubblico la mia introduzione all&apos;edizione italiana della &lt;b&gt;&lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/patagonia-rebelde-storia-gauchos-bandoleros/libro/9788889490709&quot;&gt;Patagonia rebelde &lt;/a&gt;&lt;/b&gt;di &lt;b&gt;Osvaldo Bayer&lt;/b&gt;, da me tradotta e ridotta per l&apos;editrice Elèutera. L&apos;autore, sconosciuto in Italia, rappresenta in Argentina il simbolo vivente della resistenza alla dittatura militare. La sua opera, un tempo data alle fiamme nelle pubbliche piazze, è adesso diffusa sui banchi delle scuole mentre l&apos;autore, costretto dai militari all&apos;esilio, rappresenterà il paese australe nella Fiera del libro di Francoforte, dove l&apos;Argentina è ospite d&apos;onore nel 2010. Segnalo ai lettori di Carmilla una mia &lt;a href=&quot;http://www.ilportoritrovato.net/html/bibliobayer.html&quot;&gt;&lt;b&gt;intervista &lt;/b&gt;&lt;/a&gt;all&apos;autore della Patagonia rebelde realizzata per il Manifesto nel 2005 e il mio romanzo &lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/fioraio-peron-prunetti-alberto-nuovi/libro/9788862221092&quot;&gt;&lt;b&gt;Il fioraio di Perón&lt;/b&gt; &lt;/a&gt;in cui Bayer figura come uno dei protagonisti] &lt;b&gt;A.P.&lt;/b&gt;

La &lt;b&gt;Patagonia rebelde &lt;/b&gt;di Osvaldo Bayer è un libro perseguitato. Gli esemplari del volume hanno conosciuto, nellArgentina dei sequestri di Stato, lo stesso destino toccato in sorte alle persone: qualcuno è venuto a prenderli e se li è portati via. Scomparsi nel nulla. Ma la tenacia dellautore alla fine lha avuta vinta. Ricomparso da anni in Argentina, finalmente &lt;b&gt;Patagonia rebelde &lt;/b&gt;arriva anche sugli scaffali italiani, seppur in edizione ridotta. Quella raccontata da Bayer è una storia lunga e tormentata. La storia di uno sciopero insurrezionale che si conclude con millecinquecento operai rurali fucilati dallesercito argentino e sepolti in fosse comuni non poteva che essere tragica. </text><text_more>Una tragedia che si riflette nel titolo dellarticolo in cui Osvaldo Bayer per la prima volta affronta questo argomento, rompendo un tabù nella storiografia argentina: &lt;b&gt;Los vengadores de la Patagonia Trágica&lt;/b&gt;, comparso nei numeri 14-15 di «Todo es Historia» (giugno-luglio 1968). La ricerca storica prosegue negli anni successivi e solo nellagosto del 1972 Bayer dà alle stampe un primo tomo delle sue indagini, con titolo omonimo a quello dellarticolo. Nel novembre dello stesso anno appare il secondo tomo, mentre il terzo esce nel 1974. Intanto il lavoro di Bayer ha preso il titolo definitivo di &lt;b&gt;Patagonia rebelde&lt;/b&gt;.
Tra il gennaio e il febbraio del 1974 il regista argentino Héctor Olivera termina le riprese di una pellicola appunto ispirata allopera di Bayer. Nellaprile 1974 il film viene in un primo momento bloccato dalla censura. La pellicola è poi proiettata nei cinema su decisione del presidente Juan Perón, ma subito dopo la sua morte, sotto linfausta presidenza di Isabella Perón, il film di Olivera viene ritirato dalle sale argentine. Lautore e il libro non hanno conosciuto una sorte più felice di quella della pellicola.
Come ricorda lo stesso Bayer  intervistato il 29 aprile 1983 da Osvaldo Soriano per la rivista «Humor»  nellottobre del 1974 lautore della &lt;b&gt;Patagonia&lt;/b&gt; &lt;b&gt;rebelde&lt;/b&gt; comincia a ricevere minacce telefoniche e visite di strani personaggi che si qualificano come appartenenti ai servizi informativi della polizia. In seguito il suo nome appare in una
lista redatta dal gruppo terrorista di estrema destra Triple A, autore di svariati assassinî di personalità di sinistra, che lo condanna a morte. A quel punto la famiglia di Bayer si rifugia in Germania, lui rimane ed entra in clandestinità. Infine ripara lui stesso in Europa. Torna in Argentina dopo un anno, ma il colpo di Stato militare del 1976 lo obbliga a un esilio di otto anni.
La &lt;b&gt;Patagonia rebelde &lt;/b&gt;soffre un destino analogo. Mentre leditore ripara in Messico (dopo che una bomba è esplosa sotto la sua abitazione) e la persecuzione di Stato colpisce tutti i nomi che compaiono nei titoli di coda del film di Olivera, i soldati dellesercito argentino passano in rassegna le librerie alla ricerca dei titoli sovversivi. Le copie della Patagonia
rebelde finiscono in mucchi che vengono dati alle fiamme sotto lo sguardo di una soldataglia rispettosa di «dio, patria e famiglia». Intanto dalla Germania Bayer riesce a recuperare, con laiuto di unadolescente tedesca, il manoscritto dellultimo volume della sua opera, che viene pubblicato in spagnolo nel 1978, in Europa. Dal 1983, caduta
la dittatura militare, il libro viene ristampato in versione integrale a Buenos Aires, e il suo autore torna a vivere nella casa del quartiere Belgrano di Buenos Aires.
La &lt;b&gt;Patagonia rebelde &lt;/b&gt;è adesso disponibile in lingua originale in due edizioni: una in quattro volumi, per un numero complessivo di pagine superiore alle 1.600, e una in versione ridotta, che comunque consta di ben 430 pagine. Entrambi i due formati erano al di fuori delle possibilità economiche di Elèuthera. Autore ed editore italiano si sono trovati daccordo sullopportunità di pensare a una edizione italiana ridotta, che io ho realizzato con il consenso di Bayer.
Il libro infatti ha avuto una storia controversa e si è allungato e accorciato nel corso del tempo, un po come un bandoneon, una fisarmonica argentina. Alcune parti, rilevanti per il lettore argentino, sono state eliminate senza creare grossi problemi al lettore italiano. Mi riferisco in particolare alle lunghe pagine in cui Bayer demolisce la tesi, avanzata da storici militari, che vorrebbe lo sciopero patagonico del 1921 orchestrato dal Cile per «sovvertire» lordine interno dellArgentina. Altre sezioni non tradotte sono quelle in cui lautore confuta gli storici conservatori o analizza il ruolo del presidente Yrigoyen e dei vertici dellUnión Cívica Radical, il partito di governo allepoca dei fatti. Infine si è scelto di ridurre le interviste ai testimoni oculari degli eventi e le citazioni dei quotidiani locali, favorendo così la sintesi del testo e condensando gli eventi nel loro sviluppo temporale, senza le lunghe digressioni dell&apos;originale.</text_more></entry>
<entry id='3328' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3328' author_id='4' authored_on='20100128113326' basename='miopia_critica_remix_9800_8' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100128113326' modified_on='20110324024706' ping_count='7' status='2' title='Miopia critica (Remix 98/00  8)' week_number='201004'><text>di &lt;b&gt;Dziga Cacace&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;MC081.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/MC081.jpg&quot; width=&quot;138&quot; height=&quot;190&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;&lt;b&gt;283 - &lt;i&gt;La sciamana &lt;/i&gt;imputato ad Andrzej Zulawski, Polonia/ Francia/Svizzera 1996&lt;/b&gt;

E mo una bella schifezza come non mi capitava da tempo. Prime scene e mi sembra un &lt;i&gt;Ultimo tango a Varsavia &lt;/i&gt;con tutte le tristi conseguenze del caso. Lui, ricercatore universitario, affitta un appartamento vuoto a litaliana, una studentessa cavallona del Politecnico. Uno sguardo, una mano tra le gambe, la constatazione che lei è tutta bagnata (e perché, di grazia?) e subito i due trombano. Chiaramente lei prima subisce, poi in un nanosecondo ci piglia gusto mugghiando: classico. E parte questa scombinata storia di sesso e amore folle. Intanto il ricercatore ritrova il corpo di uno sciamano mummificato e lentusiasmo per la scoperta e la disinvolta sessualità della studentessa fanno il resto. Finale tragico: del resto non che tutto il film non si muovesse su questi binari. Zulawski sa girare, ha talento plastico: muove sempre la macchina da presa e sceglie belle soluzioni di ripresa, aiutato anche da una fotografia intrigante. Ma la storia è inesistente e non si capisce dove si voglia andare a parare, se non provocare e basta. E oltre a tutto lei, Iwona Petry, è unattrice atroce, un cane di quelli che sincontrano raramente sugli schermi. Si agita da epilettica, con assortiti smorfie e sgranamenti di occhioni, mentre si chiava tutto quello che si muove in una Varsavia abitata solo da maniaci sessuali, delinquenti, prostitute e ubriaconi. Siccome Zulawski è un lord ha detto che ha fatto tutto lei, attrice non professionista, notata per caso in un bar e assunta. Con questi risultati, infatti.
</text><text_more>Ma il vero mistero del film è come abbia potuto Canal + dare dei soldi a questo cialtrone di regista. Il risultato è deprimente, noioso, ripetitivo e senza direzione e tantè non riuscivo a spegnere il videoregistratore, anche se ho abusato di avanzamento veloce, lo ammetto. Ma questa è legittima difesa, eh. E poi unora e 50 di durata è un abominio. Nel crescendo di bestialità ed effettacci, arriviamo anche a un finale confuso dove lei si mangia il cervello del ricercatore col cucchiaino (giuro) e poi va a battere il marciapiede. Del resto, se il regista il cervello se lè bevuto, perché no? Una cazzata immane, insomma. (Vhs originale; 14/11/99)

&lt;b&gt;287 - &lt;i&gt;Il deserto rosso &lt;/i&gt;commesso da Michelangelo Antonioni, Italia/Francia 1964&lt;/b&gt;

Signori, che sofferenza. Cominciamo col dire che il film non si chiama &lt;i&gt;Deserto rosso&lt;/i&gt;, &lt;u&gt;MA &lt;/u&gt;&lt;i&gt;Il deserto rosso&lt;/i&gt;, come ben evidenziato due volte nei titoli di testa. Perché poi tutti dimentichino larticolo è un mistero e questo è il mio contributo critico pregnante. Allora: Ravenna, zona raffinerie, aria malsana, nebbiolina e una donna in crisi, Giuliana, una piaga sociale che si sente alienata, che è nevrotica, che soffre. Come presto lo spettatore Cacace. Se a Giuliana fanno male i capelli, a me i testicoli e tanto. La composizione fotografica è intrigante, a cercare fughe prospettiche e porzioni di paesaggio che resistono allincedere delle industrie, e la livida fotografia spesso si squarcia in splendidi rossi. Ma la vicenda ha tempi iraniani e i dialoghi fanno veramente crollare le palle. La Vitti è angosciata, sta male, è confusa  lo abbiamo ben capito  ed esprime concetti balbettanti degni di un bimbo ritardato. Secondo alcuni, questo film è un capolavoro. Sarà. (Vhs da Retequattro; 28/11/99)

&lt;b&gt;289 - &lt;i&gt;Casino &lt;/i&gt;di Martin Scorsese, USA 1995&lt;/b&gt;

Sono arrivato ieri a Parigi in una casa che sarà 14 metri quadri a dir tanto. Ho qualche giorno di vacanza ed è bello girare la città più cinematografica del mondo. Oggi, mentre Barbara era a studiare da qualche parte, mi son preso una mattinata libera, ma il museo del cinema era chiuso. Ho la certezza, vedendo la torre Eiffel dal Trocadero, che tenda verso sinistra. Siccome ho già pagato unora e mezza di parcheggio, non posso che salire. Ora o mai più. La coda per lascensore sembra infinita e allora vado a piedi. Salgo in un quarto dora. Faccio molte foto senza senso alla struttura, ma in realtà fotografo per riprendere fiato: domani i polpacci urleranno. Quando arrivo alla piattaforma del secondo piano, comincia a piovere. Ho ancora tre quarti dora di parcheggio pagati: che faccio? Mi guardo intorno e ripenso commosso a &lt;i&gt;Paris qui dort &lt;/i&gt;e a &lt;i&gt;La Tour &lt;/i&gt;di René Clair, il secondo un placido montaggio di immagini di questo mostro dacciaio, bellissimo. Il film e la Torre. Scendo e opto per un souvlaki al quartiere latino. Poi, dopo un pomeriggio da turisti, rientriamo a casa per una overdose di &lt;i&gt;baguette&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;fois gras &lt;/i&gt;e &lt;i&gt;beaujeaulais&lt;/i&gt;. Gonfio come un aerostato accendo il televisore, che non si sa mai. E non lo spengo per altre due ore. Prendete una sceneggiatura di Nicholas Pileggi e Scorsese, il montaggio di Thelma Schoonmaker, i Rolling Stones, Joe Pesci molto cattivo, De Niro che saggiusta la cravatta per ottenere rispettabilità, Sharon Stone che frigna, il Jeff Beck Group con Rod Stewart che urla, le mille luci di Las Vegas, Disneyland che avanza, soldi, soldi, soldi, la cinepresa in continuo frenetico movimento, tutti i tipi di tecnica ed effetti, le voci narranti che si alternano, la fotografia scintillante, fermi immagine, rallenti, piani sequenza, parole, parole, parole, amore e violenza, rock e blues, ritmo forsennato e il grande divino Martin che tutte dirige, coordina e sa. Prendete queste cose, sommatele e otterrete &lt;i&gt;Casino&lt;/i&gt;, uno dei pochi capolavori degli anni Novanta. Visto su TF1 in francese, capito quasi nulla, ricordato tutto: estasiato. Peraltro poco prima dellinizio del film indugio sugli altri canali e becco lattacco di &lt;i&gt;Betty Blue &lt;/i&gt;con Beatrice Dalle che scopa come unossessa, ululando come un lupo siberiano in calore. Una cosa così in Italia non la vedremo mai, neanche alle quattro del mattino. (Diretta su TF1; 5/12/99)

&lt;img alt=&quot;MC082.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/MC082.jpg&quot; width=&quot;170&quot; height=&quot;131&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;&lt;b&gt;290 - &lt;i&gt;The Big One &lt;/i&gt;di Michael Moore, USA 1997&lt;/b&gt;

Sarò disordinato perché ancora emozionato e confuso dalla visione del nuovo (vecchio di tre anni, in realtà) film di Moore, visto in un piovoso pomeriggio parigino in un cinema - il Réflet Medicis 2 - che è una incredibile saletta da neanche 100 posti, al piano terra di un palazzo del Quartiere Latino. Procedo per impressioni. Il film non è immediatamente bello come &lt;i&gt;Roger &amp; Me&lt;/i&gt;. È più dispersivo e meno curato dal punto di vista estetico, ma non è quello che ci importa. Dunque: Michael Moore ha scritto un libro (&lt;i&gt;Downsize This&lt;/i&gt;) e deve andare a promuoverlo in 47 librerie degli USA. Si porta dietro una ridottissima troupe (2 persone: un cameraman e uno che, credo, si occupa del sonoro) e documenta la sua tournée. Ogni conferenza si trasforma in uno show del giornalista e, parlando in giro, cè sempre occasione per fare casino rispetto a quello che sta avvenendo negli USA (e di riflesso anche nel resto dellimpero). Moore invita i lavoratori a unirsi in sindacati per ottenere riconoscimenti salariali dignitosi, si batte contro lo sfruttamento della manodopera del terzo mondo, contesta la logica del profitto che butta sul lastrico migliaia di persone. Tutto questo ascoltando chi vive sulla sua pelle questi problemi o andando direttamente da chi di queste situazioni è responsabile. Come in &lt;i&gt;Roger &amp; Me &lt;/i&gt;le risposte di chi dirige corporation, multinazionali, holding e altre brutte parole, è sempre di una pochezza intellettuale disarmante: gente che ragiona con cifre senza pensare che dietro i numeri ci sono vite umane, sangue, carne e lacrime. Illuminante la risposta del boss della Nike quando Moore gli ricorda che grazie ai soldi della fiorente azienda sopravvive un regime (quello indonesiano) che ha già fatto 200.000 morti. Il boss (giovanile, simpatico e quantaltro, oltreché multimiliardario in maniera oscena), contrattacca ricordando i morti della Rivoluzione Culturale cinese. Uno si aspetta che Moore reagisca rispondendogli: cazzo centra?, come sarebbe logico. E invece il regista dimostra che non cè bisogno di nessuna violenza oratoria per incastrare un demente: gli chiede quanti morti sono abbastanza, in nome del profitto. Il demente - evidentemente dotato solo di unimmagine - balbetta e questi semplici dieci secondi di pellicola sono più eloquenti di qualunque saggio politico. Ora non vorrei togliervi la gioia di vedere il film, se e quando arriverà qui, in una delle province più neglette dellimpero del dollaro, ma se proseguite nella lettura vi snocciolo altri momenti salienti. Il film si apre con Moore che dimostra che tutti i candidati alla presidenza hanno incassato gli assegni che lui gli ha mandato a nome di improbabili associazioni di sostegno. Clinton ha incassato 1000 dollari dai fumatori di hascisc, Buchanan li ha presi dagli Abortisti per Buchanan e Perot addirittura da una Lega dei pedofili per il libero scambio. Idea straordinaria. Poi Moore conduce una paradossale intervista con uno sgherro di Steve Forbes. Siccome il servo sciocco non capisce le domande di Moore ne viene fuori un pezzo geniale in cui il regista ci dimostra che Forbes - grande gestore del consenso USA - viene da un altro pianeta (infatti non sbatte le palpebre per 5 minuti consecutivi). E ancora: il toccante incontro con una lettrice che confessa a Moore di aver perso il lavoro proprio quel giorno; la consegna a un magnate di un assegno di 80 centesimi per pagare la prima ora di lavoro di un operaio messicano; la scoperta che la TWA affida le prenotazione telefoniche a degli ergastolani sottopagati; la proposta di chiamare gli USA the Big One, dal momento che quattro fetide isole si fanno chiamare Great Britain (e come simbolo perché non adottare un uomo calvo? Del resto, chi ha mai visto unaquila calva?); e ancora tante altre cose. Si ride, ci si commuove e si riflette sullinsensatezza di questo sistema. Può esserci il dubbio se tutto quello che vediamo sia vero e se Moore non sia un personaggio meno candido di quello che appare, ma non importa di fronte alla denuncia composta, dissacrante, intelligente di questuomo. Non cè contro canto, tutte le politiche aziendali appaiono folli e sicuramente cè una logica - magari perversa - anche in queste scelte. Ma Moore non è un leninista contro il Capitale: chiede solo meno avidità e un po più di comprensione, non gli interessa abbattere il Sistema, solo ammorbidirlo finché non ci sia il necessario rispetto per la dignità di chi lavora. E questa potrebbe essere la chiave per farlo vedere anche a chi non sia solo compiaciuto da un attacco ideologico. Scommettiamo che da noi non lo importa nessuno? Girato in elettronica, montato da dio, arricchito da splendida musica rock, questo film vi merita. Assolutamente. (Sala; 7/12/99)

&lt;b&gt;291 - &lt;i&gt;Hard Target - Senza tregua &lt;/i&gt;di John Woo, USA 1993&lt;/b&gt;

Barbara è tornata con me da Parigi e le propongo un film che non può rifiutarmi: il primo John Woo americano. Oltre a tutto la pupa è adusa a sorbettarsi le più orrende porcate dazione in onda su Italia 1 e questo film non le sembrerà neanche una delle mie temute videocassette mute e in bianco e nero. E infatti accetta, sennonché la prima mezzora è impestata da un numero impressionante di rallenti, i dialoghi fanno venire i brividi e la recitazione non ne parliamo. Trama: una ragazza arriva a New Orleans decisa a cercare il padre. La aiuta Chance - Van Damme - e, assieme, scoprono che luomo è morto durante il tremendo gioco orchestrato a pagamento da un losco figuro: la caccia al fuggiasco, hobby per ricconi annoiati con, come vittime, i diseredati della città. Leroe darà una esplosiva lezione al cattivo. Difficile giudicare questo &lt;i&gt;Hard Target&lt;/i&gt;: innanzi tutto il montaggio è stato disconosciuto dal regista, poi lemissione è a tutto schermo. E il film ha parecchie lacune: una recitazione che nei comprimari sarebbe generoso definire da compagnia delloratorio e che poco si eleva col glaciale Lance Henriksen e lancor più immoto Jean-Claude Van Damme. Di positivo cè un linguaggio cinematografico molto particolare, arricchito dagli stilemi cari al regista (che troveranno compimento in USA solo con &lt;i&gt;Face/Off&lt;/i&gt;). Poi cè un epico combattimento finale, si vede la Piazza dItalia di Moore a New Orleans e si sente tanto bel blues sudato delle paludi (con chicca sui titoli di coda: i Creedence Clearwater Revival con &lt;i&gt;Born on the Bayou&lt;/i&gt;). Godibile solo per appassionati e collezionisti. O per affezionati agli &lt;i&gt;action movie &lt;/i&gt;di Italia1 che qui troveranno qualche motivo in più per divertirsi (ma sapranno accorgersene?). (Vhs da Italia1; 9/12/99)

&lt;img alt=&quot;MC083.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/MC083.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;111&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;&lt;b&gt;292 - &lt;i&gt;Rabid - Sete di sangue &lt;/i&gt;di David Cronenberg, Canada 1976&lt;/b&gt;

Gentile omaggio di un passato Fuori Orario, il secondo film del geniale e disturbante regista canadese è un horror girato con la mano ferma di una regia dautore. &lt;i&gt;Rabid &lt;/i&gt;schifa, inquieta, ti mette in uno stato dagitazione persistente per nulla paragonabile a tanti altri scipiti esempi del genere. Rose è una ragazza coinvolta in un incidente motociclistico. Ricoverata in una clinica per chirurgie estetiche, finisce tra le mani di un medico convinto della possibilità di trapiantare ampie porzioni di pelle umana. Su di lei compie il suo primo (in)glorioso tentativo, infatti Rose muta e sotto la sua ascella sinistra cresce un orifizio (anale, direi). Quando delle incaute vittime si rifugiano nelle braccia della ragazza, dallascella puteolente esce una protuberanza vorace che succhia sangue. Presto si diffonde un epidemia che, a fine film, ha ridotto Montreal in una città di morti dove dolenti monatti raccolgono le vittime del contagio. Unora e mezza di vera inquietudine, senza vedere tanto sangue ma strizzando assai, con la consueta cifra gelida del regista. Agile, girato in economia e con attori sconosciuti, a parte la protagonista Marylin Chambers che era una star dellallora nascente cinema porno. Ironia della sorte la Chambers ha poi subito interventi di chirurgia estetica al seno, allora - come qui abbondantemente mostrato - di dimensioni umane. Bel film. (Vhs da RaiTre; 12/12/99) 

&lt;b&gt;295 - &lt;i&gt;Lorso&lt;/i&gt; del ricattatorio Jean-Jacques Annaud, Francia 1988&lt;/b&gt;

Di nuovo a Milano per il cenone di Santo Stefano, non bastasse labbuffata di ieri. Al pomeriggio cè la classica programmazione televisiva per bambini. Il Cacace è accasciato sul divano, stracco e gonfio per le pesanti libagioni natalizie, e il telecomando è in mano a qualcun altro che decide di vedere questo film di Annaud. Il Cacace non riesce a reagire, offeso da una &lt;i&gt;cassoela &lt;/i&gt;leggera come una trave Gerber. Subisce così la storia di un povero orsacchiotto rimasto orfano di madre e adottato da un enorme grizzly inseguito da due cacciatori di pelli. Il piccolo conquista la diffidenza dellorso ferito che, alla fine, risparmierà uno dei due cacciatori. Fiabona che vuole essere realistica (vedi il pasto a base di cervo durante il quale ho rischiato di sboccare) ma poi antropoformizza gli orsi che neanche Disney e lorsetto frigna come un infante. Il finale buonista è incredibile e diseducativo. Ho fatto un rutto che ha sancito la tregua col mio apparato digerente e mi sono addormentato. Per risvegliarmi per cena. (Diretta su Italia1; 26/12/99)

&lt;b&gt;296 - &lt;i&gt;Vamos a matar, compañeros &lt;/i&gt;del furbetto Sergio Corbucci, Italia 1970&lt;/b&gt;

Il millennium bug era una bufala per fregarci qualche soldo: il computer funziona ancora per cui non vi siete liberati di me. Per iniziare lanno nuovo, febbricitante e intasato dal raffreddore, scelgo questo &lt;i&gt;cult&lt;/i&gt;, uno spaghetti western in salsa chili e con abbondanti strizzate docchio alle simpatie politiche del pubblico giovane dellepoca. Gli yankee sono bastardi e la Rivoluzione è cosa buona e giusta, anche usando le maniere forti. Però il gioco è scoperto e gli schematismi della sceneggiatura, il tratteggio rozzo dei personaggi e alcune facilonerie registiche fanno risultare tutto un po falso. La farsaccia si dipana seguendo le gesta picaresche di un simil Guevara, tal Vasco (il cubano Tomas Milian, molto simpatico), assieme allo Svedese (Franco Nero), un avventuriero inizialmente senza scrupoli e poi dalla parte giusta. Nemici: Mongo, un rivoluzionario egoista e, sotto sotto, gli americani imperialisti. Molte incursioni nel pecoreccio (rutti, pernacchie, parolacce), confezione grandiosa (anamorfico, non molto sfruttato), recitazione e ritmo nei limiti della decenza. Ma il film non è sta gran cosa. Per niente, dai. (Vhs da Retequattro; 1/1/00)

&lt;b&gt;301 - &lt;i&gt;Forgotten Silver &lt;/i&gt;dei geniali Peter Jackson e Costa Botes, Nuova Zelanda 1995&lt;/b&gt;

Centanni di cinema. Bisogna celebrare la ricorrenza raccontando chi ha fatto grandi le cinematografie nazionali e Peter Jackson sceglie il geniale, sfortunatissimo e pertanto sconosciuto Colin McKenzie, un cineasta neozelandese di inizio secolo che inventò il sonoro, la pellicola a colori, la camera-car, la candid camera e tante altre cose ancora. Oggi è finalmente possibile vedere la sua &lt;i&gt;Salomè &lt;/i&gt;restaurata, opera che girò in una foresta rigogliosa dove aveva costruito un clamoroso set in cemento armato. Qualche dubbio? Beh, allinizio del rigoroso documentario si racconta del suo modo artigianale di sviluppare la pellicola con lalbume delle uova (ne avrebbe rubato duemila!). O quando i suoi esperimenti sul colore vengono avversati dallapparizione davanti allobbiettivo cinematografico di bellezze tahitiane ignude O ancora quando documenta il volo di un pastore neozelandese (prima di Wright, nel 1903). Tutto il documentario è ineccepibile, punteggiate dalle serie testimonianze del produttore &lt;i&gt;hip &lt;/i&gt;Weinstein, del critico Maltin e di altri. Ed è esilarante: ogni bufala è condita di humour paradossale e, per le menti deboli, anche credibile. Barbara sè bevuta ogni cosa e quando le ho rivelato il fantastico inghippo cè pure rimasta male. Lei, ormai, a Colin McKenzie voleva bene. (Vhs da RaiTre; 6/1/00)

&lt;img alt=&quot;MC084.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/MC084.jpg&quot; width=&quot;130&quot; height=&quot;181&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;&lt;b&gt;302 - &lt;i&gt;Generazione Proteus &lt;/i&gt;di Donald Cammell, USA 1977&lt;/b&gt;

Proteus è un super computer dotato di intelligenza sovrumana. E non solo, come vedremo. Attraverso un terminale sintroduce nella vita della donna dello scienziato che lo ha creato e soddisfa la sua più grande aspirazione, altrimenti negatagli: trombare. E dà vita a un figlio, poco prima che un pool di tecnici non decida di spegnerlo. Fantascienza inquietante, naif ma ben giostrata: Proteus intuisce perché sia stato creato e si rifiuta di spalleggiare luomo nella corsa al profitto. Ma a fianco di questi nobili sentimenti convive la voglia umana di lasciare una discendenza, anche violentando (perlomeno psicologicamente) la donna che gli darà questo figlio. Sui dettagli tecnici di introduzione, lubrificazione, pistonamento e inseminazione, non entro. Regalato da Fuori Orario, &lt;i&gt;Generazione Proteus &lt;/i&gt;dura poco più di unora e mezza dalla drammaturgia ineccepibile, dalla recitazione dignitosa e da più di una soluzione registica interessante. Ambiguo e curioso. (Vhs da RaiTre; 9/1/00) 

&lt;b&gt;304 - &lt;i&gt;The Game - Nessuna regola&lt;/i&gt; di un cialtrone, USA 1997&lt;/b&gt;

A me sto David Fincher sembra proprio un ganassa. Ma di quelli odiosi, che la devono sparare ad alta voce aspettando il coro di risate, se no insistono. &lt;i&gt;The Game&lt;/i&gt; parte benino, poi dopo un po capisci che il meccanismo che tintriga verrà ripetuto fino alle canonica ora e cinquanta di pellicola. Michael Douglas è un magnate, avido, arido di sentimenti etc.: Gordon Gekko di &lt;i&gt;Wall Street &lt;/i&gt;leggermente più cattivo, figuratevi. Suo fratello, Sean Penn, artista, sciamannato, drogato etc. (e già qua ci starebbe una denuncia per abuso di stereotipo) gli fa un regalo: gli dona il gioco, senza spiegargli nientaltro: qualcosa accadrà. Douglas viene trascinato in situazioni sempre più assurde e il gioco consiste nelluscirne vivo, nel &lt;i&gt;sentirsi &lt;/i&gt;vivo nel dover fuggire la morte, la povertà, lumiliazione. Quando non crede che sia un gioco gli dicono che era un complotto di cui era vittima anche il fratello, giusto per spogliarlo del suo immenso patrimonio. Se non crede a questa versione si riparte con quella del gioco. E così via. Solo che un bel gioco dura poco e tu, spettatore con le palle come due mappamondi, sai che la regia ti prenderà per il culo ancora un paio di volte ancora e, in fondo, che Douglas stia al gioco o venga derubato, non te ne frega più una minchia. Al limite tifi che ci rimanga secco. In ogni caso la faccenda si risolve e Douglas, in virtù delle vicissitudini passate, recupera un po di umanità (Penn gli dice: Stavi diventando troppo stronzo, come se esistessero dei limiti accettabili). Se siete di quelli che non amano le feste a sorpresa o gli scherzi pesanti di cui poi dovreste apprezzare lintelligenza se no non siete sportivi, beh, lasciate perdere questo filmetto merdoso, ben girato, ben fotografato, ben recitato, ma falso come un colonnello del Sismi. (Vhs da Tele+; 15/1/00)

&lt;b&gt;(Continua  8)&lt;/b&gt;

</text_more></entry>
<entry id='3330' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3330' author_id='4' authored_on='20100131032004' basename='marta_casalini_nina_nihil_giu' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100131032004' modified_on='20110324023457' ping_count='2' status='2' title='Marta Casalini: NINA NIHIL GIU&apos; PER TERRA' week_number='201005'><text>di &lt;b&gt;Alessandro Castellari&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;NinaNihil.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/NinaNihil.jpg&quot; width=&quot;195&quot; height=&quot;276&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Marta Casalini, &lt;i&gt;Nina Nihil giù per terra&lt;/i&gt;, Voras edizioni, 2009, pp. 144,  12,50.

Due buone notizie: la prima è che una giovane esordiente bolognese non si cimenta con il noir; la seconda è che questo romanzo di Marta Casarini, &lt;i&gt;Nina Nihil giù per terrra&lt;/i&gt; (&lt;a href=&quot;http://www.vorasedizioni.it/&quot;&gt;Voras Edizioni&lt;/a&gt;), si muove con la grazia leggera e sicura di una scrittrice che ha letto buoni libri e ascoltato buona musica.
Nina, la protagonista narratrice, è una tatona giovane e ben messa, ovvero una studentessa fuori corso con 25 chili di troppo, che affida il suo discorso logorroico su di sé e sul mondo a Mela, una bambina di dieci anni di cui fa la babysitter una volta alla settimana e con cui gioca alla plei. La ciccia esteriore piena di smagliature e il caos interiore denso di ombre, ma anche generatore di vitalità, rendono questo personaggio irresistibile. </text><text_more>Perché è vero che in Nina ci sono gli sprofondamenti nel sentimento di inadeguatezza e nel turbamento del vuoto, ci sono gli aggiramenti continui di quel grande problema giovanile di star bene con se stessi e di accettarsi per quello che si è; ma è anche vero che Nina, essendo abile a parlare al contrario e amando guardare il mondo da giù per terra (come una pallona di pongo verde spiaccicata sul pavimento di cotto), riesce da quell&apos;insolita prospettiva a cogliere la dimensione &lt;i&gt;umoristica&lt;/i&gt; di tanti aspetti della realtà, ovvero quel comico che fa riflettere, quella risata che si apre al pensiero. Così alcuni cataloghi, come quello dei biglietti, delle tessere, delle carte fedeltà di negozi e magazzini che si accumulano nel portafoglio, o l&apos;elencazione incongrua (da fare impallidire Perec) di volumetrie, oggetti, insegne che formano l&apos;immagine visiva del quartiere periferico percorso dal Trentanove, sono al tempo stesso esilaranti e perturbanti.
Marta Casarini fa vivere questo umorismo in una prosa modulata su vari registri stilistici: quello informale del dialogo con le amiche e gli amici, quello iperbolico attraverso la deformazione del materiale linguistico, quello ironico di alcune note al margine del testo, quello metaforico come nell&apos;elegia dell&apos;autobus Trentanove, quello deliziosamente sensuale della ricetta del salame di cioccolato. Esercizi di stile della tradizione novecentesca postmoderna.

</text_more></entry>
<entry id='3331' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3331' author_id='19' authored_on='20100201143423' basename='icona' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100201143423' modified_on='20130310165932' ping_count='0' status='2' title='Icona' week_number='201005'><text>di &lt;b&gt;Alessandra Daniele&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;monalili.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/monalili.jpg&quot; width=&quot;231&quot; height=&quot;231&quot; border=&quot;0&quot;hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Jackie Kennedy sfondò la porta con un calcio, ed entrò. In fondo alla stanza in penombra i profughi erano raggruppati attorno all&apos;unico di loro con un&apos; arma. Una ragazza. Jackie Kennedy la falciò con una scarica di pallettoni prima ancora che sollevasse la pistola. Altre due Jackie Kennedy entrarono a finire il lavoro. 
Poche scariche dopo, dei profughi restava solo un mucchio di carne sanguinolenta.
Finito di sparare, le Jackie ritrassero le canne telescopiche all&apos;interno degli avambracci. La prima di loro chiamò la base attivando il comunicatore installato alla base del cranio metallico: &apos;&apos;Settore dodici pulito&apos;&apos; comunicò. Poi, insieme alle altre, uscì dalla stanza.</text><text_more>*    *    *
- Le Jackie sono il primo modello, la fanteria - disse Andie - loro invece sono il terzo.
Le sette Monna Lisa alle loro console si girarono verso il senatore Carrera, e sorrisero con una sincronia perfetta.
- Perché hanno questo aspetto? - chiese Carrera.
- Sono l&apos;immagine di ciò che difendiamo - rispose Andie - La Cultura occidentale.
- Ma questo non pregiudica la loro efficienza?...
Una delle Monna Lisa si alzò di scatto dalla sua postazione, e si avventò sul senatore, sbattendolo a terra. Poi con un braccio solo se lo sollevò sopra la testa.
- Mettimi giù! - urlò Carrera - Mi avete convinto!
La Monna Lisa depositò il senatore sul pavimento, e tornò alla sua console.
- Senatore - chiese Andie - che ne direbbe di spiegarmi il motivo di questa sua... ispezione? Da quando abbiamo avuto in appalto la gestione dell&apos;ordine pubblico di questo quadrante abbiamo azzerato il problema, non è quello che ci era stato richiesto?
Il senatore annuì.
- Si segnala un pericolo di rivolta a sud est. Sono venuto ad accertarmi che sarete in grado di fronteggiarla.
Andie sospirò. Uno dei megaschermi della sala si attivò mostrando il cielo grigio all&apos;esterno, solcato da una formazione di puntini azzurrognoli.
- Le presento il secondo modello. L&apos;aviazione. Sono equipaggiate di un carico completo di bombe a frammentazione, e a grappolo.
Una zoomata chiarì l&apos;immagine. I puntolini si rivelarono ieratiche silhouette femminili vestite di bianco
- Hanno delle... ali azzurre? - chiese il senatore.
- Non sono ali. E&apos; il mantello.
- E quella cosa intorno alla testa?
- La corona di stelle, ovviamente - sorrise Andie. 

</text_more></entry>
<entry id='3332' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3332' author_id='4' authored_on='20100202040834' basename='bolognina' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100202040834' modified_on='20110324023457' ping_count='0' status='2' title='Bolognina' week_number='201005'><text>di &lt;b&gt;Valerio Evangelisti&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Delbono.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Delbono.jpg&quot; width=&quot;195&quot; height=&quot;224&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;[Questo articolo, intitolato all&apos;origine &lt;i&gt;Bologna-Vergogna: quando uno slogan diventa realtà&lt;/i&gt;, è apparso su &lt;a href=&quot;http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100127/pagina/01/pezzo/269981/&quot;&gt;Il manifesto&lt;/a&gt; del 27 gennaio 2010 e poi ripreso da molti altri siti. Nel riproporlo, aggiungo in appendice la poesia completa di Olindo Guerrini &lt;i&gt;Primo Maggio&lt;/i&gt;, citata nel testo. Altri poemi di Guerrini (alias Lorenzo Stecchetti) conto di pubblicarli prossimamente.]

Un poeta bolognese dei primi del Novecento, Olindo Guerrini in arte Lorenzo Stecchetti, scrisse dei versi intitolati Primo Maggio. Vi si descriveva la marcia lenta, solenne e silenziosa di un corteo di operai. Toccandosi le mani ognun di loro / cerca il vicin chi sia. / Se i calli suoi non vi segnò il lavoro, / quella è una man di spia. </text><text_more>Senza rimpiangere (ma un poco sì) lintransigenza dei socialisti di epoca prefascista, fama meritata di onestà a tutta prova ebbero anche i sindaci comunisti del dopoguerra. Io nacqui al tempo di Giuseppe Dozza, magari stalinista, però uomo tutto dun pezzo, che ancora appariva in pubblico con un fazzoletto rosso al collo. Un mito duomo, tanto che mio padre, pur lontano dal PCI (era socialdemocratico), lo ammirava senza riserve.
Ugualmente limpidi sotto il profilo morale furono i successori di Dozza: Guido Fanti, Renato Zangheri, Renzo Imbeni  uno dei sindaci migliori che abbia avuto la mia città. Persino Zangheri, che combattei nelle strade nel 77, era dal punto di vista personale di unonestà ineccepibile. Nessuno avrebbe seriamente immaginato che lo slogan settantasettino  Bologna è rossa / è rossa di vergogna potesse essere riferito, di lì a trentanni, ai comportamenti del suo sindaco.
Il fatto è che il PCI, con gli anni Ottanta e ben prima dell 89, iniziò a rompere silenziosamente con la propria tradizione. Gran parte della sua base era transitata dalle classi subalterne al ceto medio, con vocazione prevalentemente commerciale, e in parallelo era cambiata lideologia di cui era stata portatrice. Avanguardia della trasformazione fu forse la Lega delle Cooperative, passata a un modello compiutamente capitalistico che poco conservava di alternativo; seguirono a ruota tutte le altre istituzioni informali o formali cui il movimento operaio aveva dato vita. Lelogio smodato della piccola impresa diventò, sic et simpliciter, elogio dellesistente.
Ciò condusse allamministrazione del sindaco Walter Vitali, pronta a tutte le privatizzazioni in campo ospedaliero e scolastico, e alla mano dura contro gli immigrati che avevano osato occupare (nel senso di entrare e restarvi) la basilica di San Petronio. Fu scandaloso vedere il Gabibbo (!) accorrere in soccorso di poveracci ricoverati dal Comune, dopo lo sgombero, in un edificio scolastico abbandonato: una spelonca sporca, fredda e fatiscente.
Dopo la pausa politica di Guazzaloca, vincitore grazie allavversione che il suo predecessore era riuscito a suscitare, Cofferati si incaricò di portare a termine il lavoro avviato da Vitali. Politiche tutte incentrate sullordine pubblico, misure proibizionistiche, guerra ai nomadi e ai poveracci, chiusura di centri sociali, semi-militarizzazione dei vigili urbani, ecc. Fino al divieto di costruire una moschea in un quartiere periferico.
Ciò rispondeva al profilo di un partito che ormai si era sfaldato. Nei suoi ranghi rimaneva un pugno di militanti usi a obbedir tacendo, ammiratori di DAlema perché ha i baffi come Stalin, e segretamente convinti che i programmi neoliberisti del PD siano una raffinata mossa tattica in direzione del comunismo. Accanto a costoro, però, stavano prendendo posto nuovi rampanti usi più ai salotti che alle riunioni di sezione, al richiamo dei vip che ai volantinaggi. Esattamente come il PSI negli anni di Craxi (ritenuto da Fassino e altri una specie di modello). Poco interessati, di conseguenza, alla cosiddetta questione morale. Ideologia comune? Nessuna ideologia, salvo lavversione nei confronti della volgarità berlusconiana, troppo plebea e sguaiata per i loro gusti raffinati.
Nemmeno Vitali e Cofferati, specchio delle diverse fasi di una trasformazione di base, furono attaccabili sul piano della condotta personale. Perché si arrivasse a questo era necessario che il partito (intendo il PCI-PDS-DS-PD) perdesse gli ultimi brandelli di coerenza, scoprisse i benefici dellatlantismo e delle guerre umanitarie, i valori di mercato, lutilità delle privatizzazioni a oltranza, la consonanza - a fini elettorali  con forze politiche popolate da personaggi collusi con la mafia, oppure fautrici di un ultraliberismo di stampo reaganiano e capaci di proporre lo scioglimento dei sindacati. A quel punto, con un partito ormai privo di organizzazione e di tenuta ideologica, quale fu il PSI di Craxi al tempo dei nani e delle ballerine (forma organizzativa attualmente chiamata  primarie,  come surrogato della democrazia interna), cera spazio per ogni avventura.
Lultima di esse: candidare a sindaco Delbono. Non so se colpevole o innocente (spero nella seconda ipotesi), ma comunque, a differenza dei suoi predecessori, sospettabile di corruzione. Meno incattivito  nel suo breve mandato  nella persecuzione delle minoranze, etniche o politiche, di quanto lo fosse Cofferati, ma subito impegnato nel licenziamento di centinaia di precari e nel finanziamento pubblico delle scuole private. Cosa che lascia indifferente il suo partito (ammesso che esista ancora), proteso verso ben altri, superiori fini. Cioè trovare, attraverso le consuete primarie, un nuovo candidato sindaco decente. Compito quanto mai difficile.
Temo che Stecchetti, se potesse vivere nella Bologna attuale, di mani callose ne noterebbe poche o nessuna. Di man di spia invece tantissime. Fortuna che gli ultimi sindaci di centrosinistra hanno vietato i cortei, nei fine settimana.
Persino questo bisognava vedere.


&lt;b&gt;PRIMO MAGGIO&lt;/b&gt;
di &lt;b&gt;Olindo Guerrini&lt;/b&gt; (Lorenzo Stecchetti), 1845-1916

Passano lenti. Un lampeggiar febbrile 
arde a ciascun il ciglio. 
Passan solenni e da le dense file 
non si leva un bisbiglio. 

Toccandosi le mani ognun di loro 
cerca il vicin chi sia. 
Se i calli suoi non vi segnò il lavoro,
quella è una man di spia. 

Sotto l&apos;aspra fatica e il reo destino
molti già son caduti, 
molti il carcer ne tiene od il confino, 
e pur sono cresciuti. 

Striscia il gran serpe de la folla oscura 
dei ricchi su le porte.
Dentro, ne lo stupor de la paura, 
si ragiona di morte.

</text_more></entry>
<entry id='3333' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3333' author_id='19' authored_on='20100208130858' basename='nel_blu_dipinto_di_blu' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100208130858' modified_on='20130320180608' ping_count='12' status='2' title='Nel blu dipinto di blu' week_number='201006'><text>di &lt;b&gt;Alessandra Daniele&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Avatars.JPG&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Avatars.JPG&quot; width=&quot;174&quot; height=&quot;174&quot; border=&quot;0&quot;hspace=4 vspace=2 align=left  /&gt;La caratteristica principale del pianeta Pandora è quella di essere una versione &lt;i&gt;wetware&lt;/i&gt; di Facebook, cioè una sorta di social network vivente, al quale sono connessi anche bestie e vegetali, proprio come Facebook. 
L&apos;argomento più discusso in rete a proposito del faraonico Avatar però non è questo, né l&apos;esaltante magnificenza della CGI contrapposta all&apos;avvilente banalità della trama, e nemmeno lo schematico sottotesto politico, che mescola una pur lodevole critica al tradizionale colonialismo predatorio USA, con la celebrazione del più colonialista degli stereotipi: l&apos;Uomo Bianco che s&apos;imbuca fra i &apos;&apos;Selvaggi&apos;&apos;, e ne diventa l&apos;Eroe.
Mai che i &apos;&apos;Selvaggi&apos;&apos; in queste storie siano autorizzati ad avere un Eroe autoctono. </text><text_more>Il loro migliore guerriero è di solito un cazzone microcefalo che campa poco, subito sostituito nel cuore (e nel letto) dei suoi cari dall&apos;Uomo Bianco di turno. Mai che la figliia del Capotribù sia autorizzata a trombare con un compaesano, mai che l&apos; infiltrato bianco-azzurro (non in senso laziale) appena beccato a infiltrarsi venga direttamente cucinato alla cacciatora, e buttato in pasto a un Muppet carnivoro come meriterebbe. Mai. 
Per quanto discutibile, non è però questo l&apos;aspetto più discusso di Avatar, e, visto che il Vaticano stavolta pare non aver ricevuto la consueta mazzetta per fare pubblicità indiretta al film, non si polemizza poi granché nemmeno sull&apos; ambientalismo come eresia Panteista.
Ciò che risulta maggiormente dibattuto è quali e quante altre storie la logora, scontata, stravista, telefonatissima trama di Avatar abbia copiato di più.
Balla coi Lupi, l&apos;Ultimo dei Mohicani, e Pocahontas sono i titoli più citati - non a caso tutti western politically correct - &lt;A HREF=&quot;http://failblog.org/2010/01/10/avatar-plot-fail/&quot;&gt;FailBlog&lt;/A&gt; pubblica una sinossi dettagliata che dimostra in particolare le identità col plot di Pocahontas, mentre &lt;A HREF=&quot;http://www.focus.it/Tecnologia/speciali/avatar---aida-due-film-e-tante-analogie.aspx&quot;&gt;Focus&lt;/A&gt; illustra quelle col cartoon Aida degli Alberi. 
In tema di cartoon, molti hanno giustamente notato quanto la minaccia ai danni dei Na&apos;vi somigli a quella costantemente subita dagli altrettanto azzurri ed eco-compatibili Puffi, coi marines nel poco invidiabile ma meritato ruolo di Gargamella, o meglio del suo pulcioso gatto nero, visto che del vero Gargamella, il colonialismo capitalista, sono alle dipendenze.
Sul romanzo &lt;A HREF=&quot;http://it.wikipedia.org/wiki/Terra_di_mezzo_%28romanzo%29&quot;&gt;&lt;i&gt;Terra di mezzo&lt;/i&gt;&lt;/A&gt;  (&apos;&apos;Midworld&apos;&apos;, di Alan Dean Foster, 1975) a me Avatar è parso spudoratamente ricalcato in stile Zucchero Fornaciari.
La Gaia di Asimov - con inserti cyberpunk anni &apos;80 - è inoltre il modello più ovvio per il pianeta vivente Pandora, la cui jungla ricorda però le ben più datate selve aliene alla Edgar Rice Burroghs, lo stile grafico di Roger Dean, e persino un quadro di Magritte. 
A proposito, questa non è una recensione.
Alle numerose altre storie citate, Dunes, Final Fantasy, L&apos;Ultimo Samurai, Matrix (al contrario), qualcuno aggiunge Braveheart, quindi se i Na&apos;vi fossero verdi sarebbero probabilmente finiti su un manifesto leghista.
Io invece aggiungerei Fascisti su Marte: il colonnello sborone che si precipita all&apos;esterno senza respiratore, pur di sparare a vanvera, è un perfetto epigono del gerarca Barbagli di &apos;&apos;Respirate! E&apos;-un-ordine!&apos;&apos;. 
Lo scontato happy end è perciò solo temporaneo. Come i fasci nostrani, i terrestri impareranno ad adattarsi, e nel sequel di Avatar conquisteranno Pandora riempiendola di televisori.
</text_more></entry>
<entry id='3334' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3334' author_id='4' authored_on='20100203042225' basename='iustitia' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100203042225' modified_on='20110324023457' ping_count='1' status='2' title='IUSTITIA' week_number='201005'><text>di &lt;b&gt;Olindo Guerrini&lt;/b&gt; (&lt;b&gt;Lorenzo Stecchetti&lt;/b&gt;)

&lt;img alt=&quot;OlindoGuerrini.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/OlindoGuerrini.jpg&quot; width=&quot;195&quot; height=&quot;243&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;[Come preannunciato, pubblichiamo alcune poesie del poeta romagnolo, prevalentemente vissuto a Bologna, &lt;a href=&quot;http://it.wikipedia.org/wiki/Olindo_Guerrini&quot;&gt;Olindo Guerrini&lt;/a&gt; (1845-1916). Sono tratte dall&apos;antologia &lt;i&gt;Nova Polemica&lt;/i&gt; (1878), firmata &quot;Lorenzo Stecchetti&quot;, uno dei tanti pseudonimi dell&apos;autore. Guerrini si differenzia da altri poeti socialisti della sua epoca (come Mario Rapisardi, Carlo Monticelli, lo stesso Filippo Turati, ecc.) per freschezza e facilità nel verseggiare, e per alternare temi politici ad altri scherzosi e libertini. Benché enormemente popolare non fu mai ricco - ironizzò sulla sua condizione con poesie sulla &quot;cucina povera&quot; cui era costretto - e terminò la sua vita svolgendo mansioni di bibliotecario.] (&lt;b&gt;V.E.&lt;/b&gt;)

&lt;b&gt;IUSTITIA&lt;/b&gt;

&lt;i&gt;Amen, with all my heart!&lt;/i&gt; 
Shakspeare, Otello, V, 2

&lt;i&gt;Alla signorina Vera Zassoulitch.&lt;/i&gt; (1)

Vorrei che questa mia povera penna
       fosse un ferro rovente
per bollarvi tra gli occhi la cotenna
       canaglia prepotente.</text><text_more>E quando in faccia a i miseri ruttate
       la vostra infame gioia,
perdonatemi voi che m&apos;ascoltate,
       vorrei essere il boia

e compir sopra voi la gran vendetta
       di chi per fame langue.
Vorrei vedervi con la gola stretta
       da &apos;l singhiozzo de &apos;l sangue.

Io che pur soglio lacrimar di pièta
       de&apos; vati su le carte,
io ch&apos;ho in petto il gentil cor de &apos;l poeta,
       se me ne manca l&apos;arte,

che piango insino gli scordati eroi
       d&apos;Ilio combusto e domo,
io non ho senso di pietà per voi,
       non ho viscere d&apos;uomo.

Nè voi n&apos;avete cui non basta a &apos;l gusto
       stracco la carne ignuda
per chi stentando il pane a frusto a frusto,
       sangue, lacrime suda;

per chi senza speranza e senza amore
       vive ed invidia il cane,
per chi miniere a voi scavando, muore
       senz&apos;aria e senza pane.

Ridan le vostre donne a cui ne &apos;l petto
       de l&apos;òr brucia la sete:
ridan beate ché ne &apos;l vostro letto
       contaron le monete,

e su &apos;l talamo altrui de le figliole
       vendean la bianca vesta;
a la virtù che vender non si vuole,
       ecco, il delitto resta.

E grida, udite, il volgo macilente:
       - &quot;Noi, plebe, non morremo,
ma ne &apos;l gran giorno, in faccia a &apos;l sol lucente
       giustizia ci faremo.

Da le città, da gli abituri foschi
       che il sol mai non abbella,
giù da i monti, da &apos;l mar, da gli aspri boschi
       che l&apos;aquilon flagella,

innumeri, feroci e disperati,
       noi plebe maledetta,
incontro a voi discenderemo armati
       di ferro e di vendetta.

Siete voi che rideste allor che invano
       pietà per Dio pregammo
ed una pietra ci metteste in mano
       quando un pan mendicammo.

Non sperate pietà dunque ne &apos;l santo
       giorno de l&apos;ira eterna.
Troppo, dinanzi a voi, troppo abbiam pianto.
       &quot;Vigliacchi, a la lanterna!&quot;

(1) Vera Zasulic, militante anarchica e più tardi marxista, autrice nel 1878 di un attentato contro il governatore di San Pietroburgo.


&lt;b&gt;A I POETI PINZOCHERI&lt;/b&gt; (2)
&lt;b&gt;Seconda parte&lt;/b&gt;

Ma noi non ci curviamo
de la rinuncia umíle a le dottrine,
     ma noi non ci crediamo
a &apos;l tisico Gesù de le beghine.

     Non han prodigi i santi
e l&apos;inferno per noi non ha paure.
     Avanti, avanti, avanti,
con la fiaccola in pugno e con la scure.

     Tutto un passato muore,
tutto un mondo rovina intorno a noi;
     è morto, è morto il fiore
de&apos; poeti di Cristo e de gli eroi.

     De la giudaica fola
e di Sion su la rovina immane,
     forte, superba, sola,
la nostra Dea, la Verità, rimane:

     la Dea che a poco a poco
il mister de la vita a noi disserra.
     Per lei domammo il foco,
per lei domammo i fulmini e la terra.

     Ecco, sino a le stelle
gl&apos;inni e le grida de &apos;l trionfo vanno.
     Ha vinto il gran ribelle
e le porte de &apos;l ciel non prevarranno!

     Cadon gli altari infranti,
sfuman le larve de &apos;l passato impure.
     Avanti, avanti, avanti,
con la fiaccola in pugno e con la scure.

     No, non lordate il biondo
capo, fanciulle, con la cener vile;
     venite; è bello il mondo;
oggi rinasce con le rose aprile.

     No, su le aiuole brulle
non incombon più il freddo e lo squallore,
     venite a noi, fanciulle,
oggi rinasce con le rose amore.

     Dolce amor de&apos; ribelli
venite a rallegrar la nostra danza
     co &apos;l tirso e co&apos; i capelli
coronati de&apos; fior de la speranza.

     Schiera festante, andiamo
là dove il vero come il sol risplende;
     lassù, lassù corriamo
dove giocondo l&apos;avvenir ci attende.

     A i liberi, a i costanti
le vie de l&apos;avvenir s&apos;apron secure.
     Avanti, avanti, avanti,
con la fiaccola in pugno e con la scure!

(2) &quot;Pinzocheri&quot;, termine oggi desueto, sta per &quot;beghini&quot;, &quot;baciapile&quot;.


&lt;b&gt;PALINODIA&lt;/b&gt;

Dissi - &lt;i&gt;noi siam vigliacchi&lt;/i&gt; -
e me ne pento. Errai.
È il secolo de&apos; Gracchi
questo che bestemmiai;
ma voi vi siete accorti
che siamo tutti forti, forti, forti.

L&apos;evo romano, l&apos;evo
eroico è ritornato
ed io non lo sapevo.
Ma forse sarà stato,
Bruto me lo perdoni,
perchè non vado a le dimostrazioni.

Già. In Italia nasciamo
Catoni e Cincinnati.
Ladri? Ma non ne abbiamo
e i poveri avvocati
per non morir di stento
vanno a farsi le leggi in Parlamento.

Oh, no, non ci son vili
tra un popolo d&apos;eroi,
ma le virtù civili
son sì fitte tra noi,
che fin gli appaltatori
li abbiam dovuti far commendatori.

Ipocrisia? Davvero
non ci si può pensare!
Siamo un po&apos; furbi, è vero,
ma ipocriti? vi pare!
Oh, li abbiamo aboliti
(leggete il Curci) i padri gesuiti!

Deh, patria mia, felice
come ti veggo e lieta,
spregiar la corruttrice
copia de la moneta!
L&apos;ebbe di ferro Sparta:
più spartana di lei tu l&apos;hai di carta.

Su &apos;l tuo beato suolo
che ci fanno gli uscieri?
A che serve lo stuolo
de&apos; tuoi carabinieri?
In Svizzera, nol sai?
cassieri e casse non ne scappan mai.

E le donne? Oh, le donne!
Che modelli di spose,
di ragazze, di nonne!
Che virtù portentose!
Se questo tempo dura,
non c&apos;è più corna per la iettatura.

Uomini puri e forti,
a Monaco ci andate
per compiangere i morti
de le &lt;i&gt;cinque giornate&lt;/i&gt;?
Ma questo si può fare
anche a Milano. Al &lt;i&gt;club&lt;/i&gt; si può giuocare.

Uomini forti e puri,
perchè, perchè scendete
ne gli angiporti oscuri
e ne l&apos;ombre discrete
de le strade lontane?
Cercate le virtù repubblicane?

Oh, non tocche da &apos;l male
virtuose persone,
voi siete l&apos;ideale
sognato da Platone,
la semente novella,
de la santa città de &apos;l Campanella,

ed io per ritornare
in grazia vostra, o puri,
parlerò a &apos;l singolare
e scriverò su i muri
l&apos;aforisma novello
che c&apos;è un corrotto solo ed io son quello.

</text_more></entry>
<entry id='3335' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3335' author_id='13' authored_on='20100203231231' basename='dalleuforia_al_panico' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100203231231' modified_on='20100203235129' ping_count='1' status='2' title='Dall&apos;euforia al panico' week_number='201005'><excerpt>di &lt;b&gt;A. Fumagalli&lt;/b&gt; e &lt;b&gt;S. Lucarelli&lt;/b&gt;&lt;img alt=&quot;Orlean.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Orlean.jpg&quot; width=&quot;23&quot; height=&quot;34&quot; border=&quot;0&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt; Dalle sue origini, la finanza è dunque una trasgressione: il mondo della liquidità è un mondo artificiale, regolato dalle convenzioni. La liquidità esprime la volontà di autonomia e di dominio della finanza.</excerpt><text>di &lt;b&gt;Andrea Fumagalli&lt;/b&gt; e &lt;b&gt;Stefano Lucarelli&lt;/b&gt;&lt;img alt=&quot;Orlean.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Orlean.jpg&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;162&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;

&lt;i&gt;[In occasione dell&apos;uscita del volume di André Orléan, &lt;b&gt;Dall&apos;euforia al panico Pensare la crisi finanziaria e altri saggi&lt;/b&gt; (Ombre Corte, Verona 2010, pp. 160,  15,00) anticipiamo parte dell&apos;introduzione]&lt;/i&gt;

1. André Orléan è uno degli scienziati sociali più interessanti nel panorama attuale. Le sue ricerche e i suoi interventi pubblici appaiono svincolati dalle costrizioni cognitive che oggigiorno contraddistinguono gran parte delle posizioni assunte dagli economisti; sono infatti caratterizzati da rigore argomentativo, rilevanza, autonomia e capacità divulgativa. Tuttavia i suoi studi sono scarsamente noti agli scienziati sociali italiani.</text><text_more>Pare dunque utile accompagnare ai quattro testi qui raccolti - tutti molto recenti e tutti dedicati a pensare lattuale crisi finanziaria - unintroduzione in cui cerchiamo di tracciare il percorso di ricerca che Orléan ha seguito a partire dagli anni Ottanta; una ricerca che ha i propri punti cardinali nei concetti di &lt;i&gt;incertezza, mimetismo, convenzione e autoreferenzialità&lt;/i&gt; dei mercati. Si tratta di concetti-limite per la scienza economica che, nella sua accezione ortodossa, riduce lincertezza al rischio probabilistico, risolve i problemi di comportamento degli agenti affidandosi allindividualismo metodologico, si concepisce come una scienza che deve decidere dellallocazione di risorse scarse per fini alternativi, e tratta il mercato come un luogo al di fuori del tempo storico in grado di individuare i valori di equilibrio necessari affinché tutti gli scambi giungano a buon fine (salvo imperfezioni).&lt;img alt=&quot;moneta.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/moneta.gif&quot; width=&quot;162&quot; height=&quot;155&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt; Ma si tratta anche di categorie invise ai critici della scienza economica: coloro che hanno nella oggettività spettrale degli schemi sraffiani il loro riferimento primo si trovano a disagio dinanzi ad una teoria che comporta unanalisi dei comportamenti soggettivi; gli economisti politici critici che partono da Marx non sono invece disposti a ripensare l&apos;analisi marxiana della forma-valore e il concetto di classe sociale secondo le indicazioni dello scienziato sociale francese. 

2. Lambiente culturale in cui Orléan  si muove è principalmente quello della così detta scuola della regolazione francese: egli condivide con i regolazionisti la consapevolezza che i rapporti sociali non sono legami virtuosi e mutuamente vantaggiosi tra soggetti razionali, ma &lt;i&gt;separazioni&lt;/i&gt;, dunque pone lattenzione sulla trasformazione delle &lt;i&gt;separazioni&lt;/i&gt; che caratterizzano le diverse forme istituzionali. Eppure egli mantiene una sua atipicità rispetto allapproccio regolazionista. I riferimenti primi di Orléan sono luoghi distanti dall&lt;i&gt;economics&lt;/i&gt; e, in alcuni casi, molto discussi anche nellambito delle scuole economiche eterodosse: per quanto attiene i concetti di incertezza e convenzione egli attinge a piene mani da quelle parti dellopera di John Maynard Keynes che non sono riducibili al keynesismo bastardo; per quanto attiene il concetto di mimetismo, il riferimento è costituito da &lt;b&gt;La violence et le sacre&lt;/b&gt;, lopera più discussa di un antropologo critico e criptico, René Girard; per quanto riguarda lautoreferenzialità dei mercati si tratta dei moderni studi sulla finanza comportamentale.   
Dinanzi allincertezza sistemica, una convenzione fornisce un sistema di valutazione &lt;i&gt;a priori&lt;/i&gt;, indica pertanto linsieme di regole sociali che introducono un grado significativo di omogeneità nei comportamenti dei soggetti. Questo è un punto fondamentale nella comprensione di uneconomia monetaria di produzione: bisogna comprendere levoluzione delle logiche finanziarie che trasformano il sistema economico, e le crisi che possono colpirlo.
Non è detto che la convenzione che si afferma risponda ad un modello epistemico corretto, cioè che essa rappresenti correttamente la realtà. Tuttavia laffermarsi di una convenzione diffonde un sistema di valutazione che può agire sulla realtà fino a trasformarla. Si tratta infatti di una sorta di cecità collettiva che unifica la comunità degli operatori e che può garantire una certa stabilità al sistema di valutazione. Detto in altri termini, la stabilità a livello macroeconomico dipende dalla convenzione prevalente. Laddove la convenzione viene meno, sorge la paura che può condurre al panico (alla perdita del senso), sino alla disgregazione della comunità. 
Quando si ha paura aumenta il desiderio di detenere una forma specifica di assicurazione contro lincertezza, aumenta cioè il desiderio di detenere ricchezza astratta, &lt;i&gt;liquidità&lt;/i&gt;. Sin qui Orléan assimila linsegnamento di Keynes: «Il nostro desiderio di detenere moneta come riserva di ricchezza è un barometro del nostro grado di sfiducia nelle nostre capacità di calcolo e nelle nostre convenzioni sul futuro [] Esso subentra nei momenti in cui le più superficiali, più instabili convenzioni si sono indebolite». Tuttavia egli va più in profondità e si interroga sugli arcani che tengono insieme una società: infatti la moneta deve essere socialmente riconosciuta. 
Dinanzi alla moneta Orléan si pone un problema antropologico; non si limita ad analizzare le paure che sorgono nel capitalismo, ma guarda alle paure primordiali: cosa ha condotto gli uomini a ricorrere alla moneta? In che senso la moneta può unificare una comunità di uomini? Per poter evitare il caos è necessario individuare un concetto di ricchezza che abbia per tutti la stessa validità.  In assenza di questo punto fermo, gli uomini si affidano al &lt;i&gt;mimetismo&lt;/i&gt;: la razionalità mimetica è tipica di quegli individui che ricercano una forma di ricchezza assoluta (la &lt;i&gt;liquidità assoluta&lt;/i&gt; che consente di negoziare in una situazione di massima incertezza). Il comportamento mimetico spinge ogni uomo a volersi impadronire di ciò che laltro riconosce come prezioso: «Desiderando questo o quelloggetto, il rivale lo indica al soggetto come desiderabile. Il rivale è il modello del soggetto, non sul piano superficiale dei modi dessere, delle idee, ecc., ma sul piano del desiderio». Dalla teoria del mimetismo di Girard trae forza la tesi che Orléan sostiene in diversi scritti con Michel Aglietta: limitazione generalizzata converge verso una credenza comune su cui può costituirsi la  liquidità assoluta (teorema girardiano fondamentale). 
Quindi la stessa moneta  legame sociale primordiale delle società mercantili  è il risultato di un processo cognitivo collettivo. Ne consegue che non si può elaborare una teoria della moneta a partire dal concetto di valore, poco importa se tale valore è riferito allutilità o al lavoro sociale astratto; ciò che conta è il desiderio unanime di ricchezza astratta che dà potere di negoziazione e che precede il valore delle cose. Tutto ciò si fonda sul mimetismo: solo il comportamento mimetico conduce ad individuare una moneta. La moneta sorge allora in quanto espressione dellessere insieme che caratterizza un gruppo, essa è lespressione della totalità sociale. Da essa dipende la stabilità di una società mercantile. La mediazione monetaria produce uno spazio comune di valutazione e di regole permettendo gli scambi e fungendo da guida nellattività produttiva dei privati. «È ladesione unanime a questa mediazione che costituisce la comunità mercantile in una società stabile». Il valore emerge, imponendosi ai soggetti nelle relazioni che essi pongono in essere, solo attraverso la moneta. 

3. Dunque la moneta diviene strumento di controllo dei conti perché essa è espressione antropologica di un desiderio assoluto. Essa permette di mediare i rapporti di scambio dal momento che è unanimemente accettata. Perché ci sia moneta deve allora essere già stato risolto il problema della violenza reciproca, deve essersi affermata una violenza fondatrice. In altri termini la moneta &lt;i&gt;procede da una sovranità&lt;/i&gt;.  
Tuttavia Orléan è attento allevoluzione storica delle strutture sociali ed è consapevole che le dinamiche tipiche del capitalismo non si fermano alla &lt;i&gt;liquidità assoluta&lt;/i&gt;: innanzitutto occorre riconoscere che in uneconomia monetaria di produzione le attività imprenditoriali comportano laccensione di debiti. Gli istituti di credito concedono alle imprese il denaro necessario a finanziare la produzione, per permettere innanzitutto di pagare i lavoratori salariati. Ne consegue che una volta individuata come unità di riferimento, la moneta è impiegata soprattutto per valutare qualitativamente le posizioni debitorie. La coerenza dei rapporti mercantili è assicurata dal pagamento dei debiti.  
La moneta, eletta ad unità di conto, rappresenta il vero strumento di regolazione delle relazioni economiche, la liquidità assoluta. Nel capitalismo si sono affermate a livello nazionale delle strutture che controllano lemissione di liquidità, su cui gli operatori rivestono unalta fiducia. Queste istituzioni infatti pagano ogni operatore attraverso lemissione di  debiti, le banconote. Si tratta delle Banche Centrali, le quali mettono in circolazione, appunto, le banconote, una moneta fiduciaria. Pagare attraverso la moneta emessa da una Banca Centrale costituisce un regolamento definitivo delle posizioni debitorie. Si possono diffondere altri mezzi di pagamento, ma la qualità degli altri mezzi di pagamento dipende dalla loro attitudine a mantenere piena convertibilità con la moneta emessa dalla Banca Centrale.
Le posizioni di credito-debito, ad esempio, possono essere cedute per facilitare gli scambi economici. Tuttavia solo alcuni debiti possono circolare ed essere accettati su vasta scala, pertanto sono detti liquidi.  

4. La negoziabilità delle posizioni debitorie rappresenta unesigenza diffusa allinterno di un sistema capitalistico di produzione. In particolare  nota Orléan  i mercati finanziari sorgono per trasformare una grandezza immobilizzata, un insieme di mezzi di produzione, cioè un capitale produttivo, in unattività liberamente negoziabile. Lemissione, da parte di chi organizza la produzione, di titoli, che rappresentano quote del capitale produttivo cedibili su un mercato, risponde dunque a questa esigenza. Il mercato finanziario deve allora essere concepito come unistituzione autonoma che la comunità finanziaria si dà per consentire la compravendita  dunque anche la valutazione  dei titoli necessari ad aumentare la liquidità presente nel sistema economico. Così come la moneta anche i titoli quotati in Borsa permettono di mediare dei particolari rapporti di scambio (riferiti innanzitutto alla proprietà delle quote rappresentative dei mezzi di produzione) in virtù del fatto che sono unanimemente accettati. Tuttavia le mediazioni a cui può dar luogo un titolo sono diverse: un titolo rappresenta un valore fondamentale in quanto quota di un capitale fisico, ma esso rappresenta anche un valore speculativo dal momento che è unattività sempre negoziabile sottoposta al giudizio collettivo del mercato finanziario. Le Borse rappresentano in altri termini un luogo in cui viene a costituirsi una nuova regola di valutazione fondata sul giudizio collettivo degli operatori finanziari.  

«Dalle sue origini, la finanza è dunque una trasgressione: il mondo della liquidità è un mondo artificiale, regolato dalle convenzioni. Esso istituisce una temporalità e delle forme di valutazione che rompono con i tempi produttivi e i vincoli della gestione delle imprese. [] Il capitale ha una natura contraddittoria. Esso è larticolazione di due logiche specifiche, limpresa e la speculazione. Per noi, la forma mercato finanziario non è allora una forma neutra. La liquidità esprime la volontà di autonomia e di dominio della finanza». 

&lt;img alt=&quot;ziopaperon.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/ziopaperon.jpg&quot; width=&quot;167&quot; height=&quot;132&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Quando la dimensione dei mercati finanziari supera una certa soglia si assiste ad una trasformazione della società, dal momento che le convenzioni proprie della comunità finanziaria si diffondono fino a rimettere in discussione la credenza comune che costituisce il legame sociale primordiale delle società mercantili, la moneta. Cosa accade se nel capitalismo diventa centrale il ruolo dei mercati finanziari, cioè se il risparmio collettivo è drenato dalle Borse e se il finanziamento delleconomia si sposta dal settore bancario a quello borsistico? Accade che la Banca Centrale si trova in qualche modo costretta ad assecondare la domanda di liquidità proveniente da posizioni debitorie via via crescenti. Accade cioè che la moneta certificata dalla Banca Centrale (la liquidità assoluta), deve sostenere la fiducia nei titoli quotati in Borsa, eletti a &lt;i&gt;quasi-moneta&lt;/i&gt;, a &lt;i&gt;liquidità derivata&lt;/i&gt;.

6. Sullonda degli insegnamenti di Keynes, Orléan sostiene che è nella natura stessa dei mercati finanziari il fatto di funzionare sulla base del comportamento gregario della massa degli investitori, ed è per questo che la &lt;i&gt;comunicazione&lt;/i&gt; è un ingrediente fondamentale dei mercati. Ciò dipende dalladesione di milioni di investitori a simboli e segni che ciascuno riconosce come espressione legittima della ricchezza. Il comportamento gregario che ne consegue è intrinseco al concetto, così centrale nei mercati finanziari, di liquidità. Quando i titoli finanziari sono accettati dalla comunità finanziaria, essi divengono estremamente liquidi e immediatamente negoziabili, in modo da permettere di ottenere una ricchezza &lt;i&gt;hic et nunc&lt;/i&gt;:

«A tal fine, bisogna trasformare le valutazioni individuali e soggettive in un prezzo accettato da tutti. Detto altrimenti, la liquidità impone che sia prodotta una valutazione di riferimento che dica a tutti i finanzieri il prezzo al quale il titolo può essere scambiato. La struttura sociale che permette lottenimento di un tale risultato è il mercato: il mercato finanziario organizza il confronto tra le opinioni personali degli investitori in modo da produrre un giudizio collettivo che abbia lo statuto di una valutazione di riferimento. Il corso che emerge in questa maniera ha la natura di un consenso che cristallizza laccordo della comunità finanziaria. Annunciato pubblicamente, ha valore di norma: è il prezzo al quale il mercato accetta di vendere e dacquistare il titolo considerato, ad un determinato momento. È così che il titolo è reso liquido. Il mercato finanziario, per il fatto di istituire lopinione collettiva come norma di riferimento, produce una valutazione del titolo riconosciuta unanimemente dalla comunità finanziaria».

Finché i mercati finanziari, producendo plusvalenze, mantengono inalterato il grado di liquidità oppure lo aumentano, si crea un meccanismo di auto-alimentazione che a sua volta genera valore azionario in costante crescita e quindi nuove plusvalenze. Si tratta di un meccanismo di autoreferenzialità, che spiega la speculazione come frutto del funzionamento stesso dei mercati. Unautoreferenzialità che induce una costrizione cognitiva riguardante tutti gli investitori, costrizione derivante dalla supremazia della psicologia del mercato (dellopinione collettiva) sulle opinioni, o le credenze, individuali. Ne consegue che  a differenza delle letture ingenue pronte ad individuare le cause della crisi nellirrazionalità degli operatori e nellassenza di trasparenza sui mercati finanziari  Orléan sostiene che il comportamento speculativo è razionale ed è il frutto della &lt;i&gt;autoreferenzialità&lt;/i&gt; dei mercati. I prezzi sono lespressione dellagire dellopinione collettiva, il singolo investitore non reagisce ad uninformazione ma a ciò che crede essere lazione degli altri investitori di fronte a quellinformazione. Ne consegue che i valori dei titoli quotati in Borsa fanno riferimento a loro stessi e non al valore economico soggiacente. È questa l&lt;i&gt;autoreferenzialità dei mercati&lt;/i&gt;, in cui la dissociazione tra valore economico e valore borsistico è simmetrica alla dissociazione tra credenza individuale e credenza collettiva. 
Lautoreferenzialità dei mercati in grado di produrre plusvalenze è diventata una dei fattori principali di creazione di liquidità. Di fatto i mercati finanziari sono in grado di creare moneta. È ciò che Orléan mette in luce analizzando la crisi finanziaria del 2007:

«Nella fase di euforia, quando il prezzo degli immobili continua ad aumentare, è prodotta una grande ricchezza, la quale favorisce fortemente la situazione degli acquirenti e dei prestatori. È un effetto esclusivamente meccanico. Per gli acquirenti, è evidente: sono più ricchi poiché il valore del loro capitale è cresciuto. Per i prestatori, si coniugano due effetti. Sono più ricchi per gli interessi che hanno percepito ma anche, in un modo più complesso ma non meno importante, per il fatto che il loro stock di crediti vede diminuire la sua probabilità di default potenziale, e ciò significa un incremento della sua valorizzazione. Questi effetti sono tanto più potenti quanto la ricchezza creata è stata grande. È qui la sorgente di quelleuforia che si spande per tutta l&apos;economia. Se nuovi attori, in numero sufficiente, alimentano questa dinamica nella speranza che i prezzi continueranno a crescere, allora l&apos;euforia si perpetua. Notiamo che la politica monetaria lassista condotta dalla Federal reserve fino al 2004 ha favorito molto questa evoluzione fornendo al sistema finanziario la liquidità, abbondante e a buon mercato, di cui aveva bisogno per finanziare leuforia. Del resto, la crescita del credito e la sottovalutazione del rischio non sono state affatto limitate al settore immobiliare. Si sono diffuse a tutti i settori».

Ciò comporta il riconoscimento di una sovranità che non corrisponde al territorio degli Stati-nazione, né ad aree monetarie certe. 

&lt;img alt=&quot;crisifinanziaria.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/crisifinanziaria.jpg&quot; width=&quot;238&quot; height=&quot;169&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;8. Lanalisi di Orléan appare dunque complementare alle riflessioni che abbiamo altrove avanzato sul ruolo della finanza nel processo di accumulazione e sul rapporto che esiste tra dinamica finanziaria e processi di soggettivazione del lavoro [Cfr. Andrea Fumagalli e Sandro Mezzadra (a cura di), &lt;b&gt;Crisi delleconomia globale&lt;/b&gt;, &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2009/04/002999.html#002999&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;]. Il ruolo delle convenzioni è fondamentale nel delineare la dinamica dei mercati finanziari: ad ogni &lt;i&gt;convenzione finanziaria&lt;/i&gt; si associa necessariamente una bolla speculativa, che ne consente la diffusione. Lattività speculativa, grazie alla razionalità mimetica, consente una crescita del valore dei titoli. Le plusvalenze così generate trainano ulteriormente i mercati finanziari in un processo cumulativo, la cui durata, tuttavia, è necessariamente limitata. I grandi investitori istituzionali sono perfettamente coscienti che tale fase espansiva non può durare all&apos;infinito: tuttavia, non sono in grado di prevedere quando il ciclo espansivo si interromperà. A dispetto di qualunque modello econometrico, anche di quello più sofisticato, parafrasando ciò che scriveva Keynes nel 1936, «sanno di non sapere». 
Le plusvalenze generate nella fase espansiva del ciclo finanziario in ogni caso producono effetti reali sul processo di accumulazione. Sul piano del finanziamento, sia della produzione che del consumo, le plusvalenze, anche se virtuali, consentono di accedere a forme di credito e accendere posizioni di debito. Sul piano distributivo, sono in grado di compensare eventuali perdite nel potere dacquisto salariale. Sul piano sociale, favoriscono laccesso ai servizi sociali (previdenza, sanità, istruzione) una volta che essi sono stati privatizzati e finanziarizzati, in seguito allo smantellamento del &lt;i&gt;Welfare State&lt;/i&gt;.
A partire dallinizio degli anni Novanta, dopo la recessione del 1991-92, inizia a svilupparsi la cosiddetta convenzione internettiana, che ha termine nel marzo del 2000. A partire dal 2002, si assiste ad una ripresa dei mercati finanziari sulla base di una nuova convenzione che fa perno da un lato sul crescente ruolo di guida economica nella crescita globale svolto dalla Cina e dalle economie industriali del Sud-Est asiatico, dallaltro sul mercato immobiliare e sul sogno americano di una casa per tutti. Lo scoppio della bolla immobiliare nella seconda metà del 2007 ne sancisce la fine. 
Queste convenzioni finanziarie  quella internettiana e quella immobiliare  sono entrambe strettamente correlate con la composizione politica e sociale del lavoro. È su questo punto che lanalisi di Orléan presenta delle lacune: nonostante essa chiarisca che allorigine delle crisi sta una rottura nella convenzione di valutazione che perturba completamente le relazioni strategiche tra gli attori finanziari prima, tra gli istituti creditizi in secondo luogo, fino a rimettere totalmente in discussione gli attuali assetti geo-monetari, tuttavia questa lettura non fa alcun riferimento agli effetti del comando finanziario sul mondo della produzione e in particolare sulla composizione di classe. A ben vedere le crisi ricorrenti del capitalismo (anche la crisi del capitalismo finanziarizzato) svelano limmanenza del problema della misura; la crisi è, di fatto, il momento in cui il problema della misura si ripresenta con tutta la sua violenza originaria (il problema della violenza costitutiva posto da Girard può dunque ripresentarsi ogni qual volta le convenzioni finanziarie entrando in crisi mettono in crisi le forme tradizionali della sovranità). Il che significa anche che la finanziarizzazione  - come daltro canto le precedenti forme del comando monetario - non riesce a trasporre in modo definitivo la questione della &lt;i&gt;misura&lt;/i&gt; dalla lotta di classe allautonomia del potere finanziario.  
Per comprendere questo punto occorre mostrare come nel capitalismo contemporaneo la dinamica dei mercati finanziari sia strettamente interrelata con la dinamica sociale: a partire dalla crisi del paradigma industriale e fordista  che procede parallela allabbandono degli accordi di Bretton Woods  i mercati finanziari diventano il luogo dove il processo di valorizzazione, proprio di una nuova divisione internazionale del lavoro, trova una (dis-)misura; una misura soggetta alle convenzioni finanziarie. Le convenzioni finanziarie che si sono succedute dal 1993 ad oggi e che hanno messo sotto scacco le politiche monetarie delle Banche Centrali, si affermano allinterno di uno stesso paradigma tecnologico in cui il lavoro si atomizza e si complica la ricomposizione di classe della molteplicità dei vettori produttivi.

10. Orléan sostiene che, per allontanare in modo durevole le crisi caratteristiche di un regime di accumulazione centrato sulla finanziarizzazione, occorre fare in modo che le instabilità tipiche dei mercati finanziari conservino delle dimensioni gestibili senza generare un rischio sistemico. 
Tuttavia egli si ferma alla proposta di segmentazione dei mercati finanziari, cioè a una forma di regolazione radicale sul modello del Glass Steagall Act. 
Ciò a cui vorremmo aspirare è invece una trasformazione reale delle pratiche finanziarie. Da un punto di vista capitalistico, la soluzione possibile alla crisi sta solo nella possibilità di far ripartire una nuova convenzione finanziaria in grado di ricreare una nuova bolla speculativa. Al momento attuale, è difficile poter fare previsioni, ma alcuni recenti avvenimenti possono farci riflettere. In primo luogo, con il cambio di presidenza Usa, è ritornato al centro dellagenda politica internazionale il tema della governance ambientale e dello sviluppo eco-sostenibile. Lattenzione verso la green economy si può configurare più come uno strumento di politica tecnologica e finanziaria che esclusivamente ambientale. Le tecnologie in grado di utilizzare, gestire e distribuire le fonti energetiche rinnovabili, al fine di ridurre il grado di entropia energetica, possono favorire lo sviluppo di una nuova convenzione ambientale. Bisognerebbe però trovare in tempi relativamente brevi un accordo sovranazionale per una nuova governance. 
In secondo luogo, lampliamento dei deficit pubblici, iniziato negli Usa con il golpe imperiale del governo Bush, è oggi un fenomeno che va diffondendosi in molti paesi europei. Esso è infatti uno strumento politico per iniettare la liquidità necessaria a turare le falle dei mercati finanziari. Tuttavia i nuovi canali di indebitamento sono anche in grado di alimentare i mercati finanziari stessi: la circolazione in aumento dei titoli di debito pubblico e lo sviluppo dei mercati secondari dei prodotti derivati su tali titoli, in parte gestiti direttamente dai fondi sovrani e dagli investitori istituzionali, può favorire la ripresa degli indici finanziari. Ciò che è in gioco è unulteriore finanziarizzazione delle politiche di welfare, ossia l&apos;accelerazione della finanziarizzazione della previdenza, della salute, dellistruzione. Ma nellocchio del ciclone potrebbero entrare anche le politiche sociali legate agli ammortizzatori sociali, alla distribuzione diretta di reddito e alle attività relazionali di cura e assistenza. Nel modello antropogenetico emergente è il bios ciò che le Borse pretendono di quotare.
Questi due possibili sviluppi confermano la tendenza predatoria del capitale, la sua attitudine allappropriazione del comune: la convenzione Internet si è tradotta in un processo di sfruttamento del bene comune conoscenza; la convenzione immobiliare si è tradotta in un processo di speculazione sui beni comuni legati allo spazio e al territorio; oggi lattività predatoria e parassitaria del capitalismo finanziario bio-economico tende ad estendersi anche al bene comune ambiente e al bene comune per eccellenza, la vita. A queste convenzioni, a queste vere e proprie costrizioni cognitive che riproducono e ampliano le logiche dello sfruttamento, occorre rispondere con altri codici sociali. Emergerebbero allora delle nuove convenzioni come sintomo di contraddizioni sociali che non riescono ad essere risolte allinterno dei regimi cognitivi e materiali vigenti. Come ha sottolineato Federico Chicchi  la spinta a porre nella società norme convenzionali che re-interpretano la dinamica storica della società stessa proviene dal rimosso sociale, «da ciò che la norma ufficiale e la prassi vigente avevano in un certo modo relegato ad istanza non praticabile socialmente allinterno del suo modello generale di pertinenza».
Una convenzione può anche emergere come un condensarsi simbolico, pratico e politico di desideri soggettivi e collettivi che una parte della società aveva rimosso e tacciato come inammissibili.  Si manifesterebbe così la necessità di una nuova prospettiva di organizzazione sociale: la costruzione di istituzioni politiche di movimento sociale, di eventi costituenti, aventi quali obiettivo non solo la rivendicazione di una diversa distribuzione della ricchezza, ma anche quello di un fronte istituzionale di governance che ridefinisca linsieme di regole sociali e restituisca significato alla democrazia sottraendo i beni comuni alle logiche finanziarie. Cè una resistenza attiva contro luso capitalistico del vivente: il bios non è solo terra di conquista capitalistica, ma terra di lotta, di resistenze, di eccedenza costituente, di vita attiva, di desiderio più forte del bisogno.</text_more></entry>
<entry id='3336' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3336' author_id='1' authored_on='20100205034332' basename='torna_in_edicola_stilos_il_leg' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100205034332' modified_on='20100204235230' ping_count='1' status='2' title='Torna in edicola STILOS, il leggendario magazine dei libri' week_number='201005'><text>&lt;a href=&quot;http://www.stilos.it&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;stilostestatarivista.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/stilostestatarivista.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;96&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;&lt;/a&gt;a cura della &lt;b&gt;Redazione&lt;/b&gt;

Dopo due anni di femo ritorna agli inizi di febbraio in edicola il magazine dei libri &lt;a href=&quot;http://www.stilos.it&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;b&gt;Stilos&lt;/b&gt;&lt;/a&gt;, nato nel 1999 e diventato poi un quindicinale a diffusione nazionale. Direttore è ancora il suo fondatore, Gianni Bonina, che ha trasformato il giornale in una rivista mensile di 150 pagine a colori e caratteristiche tecniche di alta qualità. Pressoché immutata la compagine dei collaboratori (con i contributi fissi di Antonio Debenedetti, Andrea Di Consoli, Enzo Golino, Giuseppe Montesano), ma linteresse si è esteso anche, con rapide escursioni, a cinema, teatro, arti figurative e fumetti.  Ogni mese poi lappuntamento con le rubriche a tema libero di Benedetta Centovalli, Arnaldo Colasanti, Guido Conti, Andrea Cortellessa, Aurelio Grimaldi, Filippo La Porta, Giulio Mozzi, Sergio Pent, Silvio Perrella e Vanni Ronsisvalle. A ciascun numero sarà inoltre allegato un libro inedito in omaggio. Il primo sarà &lt;b&gt;Lo stivale di Garibaldi&lt;/b&gt; di Andrea Camilleri, parodia in dialetto siciliano di avvenimenti veri nella Sicilia postunitaria, illustrata da Piero Guccione. </text><text_more>&lt;a href=&quot;http://www.stilos.it&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;stilosbannerabbonamenti.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/stilosbannerabbonamenti.jpg&quot; width=&quot;175&quot; height=&quot;300&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;&lt;/a&gt;Come in passato, spiega una nota della società editrice, &lt;a href=&quot;http://www.stilos.it&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;b&gt;Stilos&lt;/b&gt;&lt;/a&gt; intende privilegiare la letteratura e la nuova scena italiana, entro un impegno che auspichi il ritorno del libro al centro  dellinteresse culturale e la sua riconsiderazione anche come strumento di impiego del tempo libero: contro le logiche del mercato, lo strapotere di televisione e telematica, le recrudescenze di tipo accademico, la riduzione dellattività editoriale a fredda impresa speculativa.
«In una stagione che ha segnato la chiusura di altre testate culturali e penalizza sempre più il mondo dei libri» dice Bonina «&lt;a href=&quot;http://www.stilos.it&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;b&gt;Stilos&lt;/b&gt;&lt;/a&gt; vuole provare a dimostrare che, ovunque  andrà, il mondo finirà sempre in un libro». 

&lt;b&gt;Per iniziare: un inedito di Camilleri in omaggio&lt;/b&gt;
Si intitola &lt;b&gt;Lo stivale di Garibaldi &lt;/b&gt;il libro che Andrea Camilleri ha scritto (e che &lt;a href=&quot;http://www.stilos.it&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;b&gt;Stilos&lt;/b&gt;&lt;/a&gt; pubblica per la prima volta in un volume omaggio allegato alla rivista in uscita a fine gennaio) destoricizzando il caso del prefetto di Agrigento Enrico Falconcini, riuscito a rimanere insediato solo cinque mesi, dallagosto 1862 a metà gennaio 1863. La sua attività di fiorentino di unaltra cultura, nutrito di ideali scaduti in Sicilia, espressione di una neonata Italia che pretende di fare propria anche lanima dei siciliani, non ha vita lunga e deve piegarsi di fronte alle sordide manovre di un notabilitato locale del tutto contrario ad accettare logiche viste ancora più rivoluzionarie di quelle, pur sostenute e condivise, messe in campo da Garibaldi; &lt;img alt=&quot;camilleri_stilos.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/camilleri_stilos.jpg&quot; width=&quot;230&quot; height=&quot;349&quot; border=&quot;0&quot; hspace=5 vspace=2 align=left /&gt;una società pronta a celebrare lo straniero liberatore in armi che porta nuove bandiere e nuove leggi ma del tutto sfavorevole ad assecondare le intenzioni di un prefetto portatore di nuove regole e nuovi costumi, non trattandosi più di accogliere una mera rivoluzione che si risolve in un cambio di facciata ma di subire una vera destabilizzazione che determina un nuovo stile di vita. 
Alimentando il suo interesse per le commessure della microstoria siciliana, Camilleri si lascia suggestionare da queste contraddizioni e demistifica il caso Falconcini in una sciarada di episodi intrisi di secco umorismo nei quali coglie lelemento grottesco della vicenda cercando di spiegare  un po mettendosi dalla parte del prefetto, un po indulgendo verso le ragioni degli agrigentini  come non fosse possibile scongiurare linevitabile esito del trasferimento e del sollevamento dallincarico. Rifacendo in romanzo la prefazione scritta per &lt;b&gt;Cinque mesi di prefettura in Sicilia&lt;/b&gt;, libro-testimonianza dello stesso Falconcini, Camilleri immagina come lo stivale di Garibaldi finisca proprio nella stanza dellintransigente prefetto. Con effetti metaforici e allegorici. E dimostra come in Sicilia, anche in quella inamidata dellOttocento, un dramma sia sempre tentato di volgersi in farsa.
&lt;br&gt;
&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;gianni_bonina.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/gianni_bonina.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;90&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=1 align=left /&gt;&lt;b&gt;Gianni Bonina &lt;/b&gt;[nella foto], giornalista, vive a Catania, dove per «La Sicilia» ha diretto per sei anni la redazione di Ragusa e per cinque quella di Siracusa. Dal 1999 al 2007 ha diretto il magazine letterario &lt;a href=&quot;http://www.stilos.it&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;b&gt;Stilos&lt;/b&gt;&lt;/a&gt;, per il quale ha avuto assegnati il Premio Vittorini, il Premio Città di Monreale, il Premio Il Paladino, il Premio Capodieci e il Premio Di Giovanni.  In precedenza è stato direttore di tre emittenti televisive siciliane: Rtp, Antenna 10 e Video Mediterraneo. Nel 94 e nel 95 ha avuto riconoscimenti speciali nellambito del Premio cronista dellanno per due inchieste giornalistiche e gli sono stati altresì conferiti il Premio Cyane, il Premio Laocoonte  e il Premio Ibla. Oltre ad avere curato e pubblicato il romanzo inedito di Serafino Amabile Guastella &lt;b&gt;Due mesi in Polisella &lt;/b&gt;(Lombardi, 2000), ha scritto i libri-inchiesta &lt;b&gt;Il triangolo della morte&lt;/b&gt; (Meridie, 1992) e &lt;b&gt;Il fiele le furie &lt;/b&gt;(Hacca, 2009), il romanzo &lt;b&gt;Busillis di natura eversiva&lt;/b&gt; (Lombardi, 1997; Barbera, 2008), la raccolta di racconti &lt;b&gt;Locchio sociale del basilisco &lt;/b&gt;(Lombardi, 2001), le opere teatrali &lt;b&gt;Ragione sociale &lt;/b&gt;(Premio Pirandello 2000) e &lt;b&gt;I buoni siciliani&lt;/b&gt;, il reportage &lt;b&gt;Lisola che trema &lt;/b&gt;(Avagliano, 2006; Premio Alvaro 2007) e i saggi letterari &lt;b&gt;I cancelli di avorio e di corno&lt;/b&gt; (Sellerio, 2007), &lt;b&gt;Maschere siciliane &lt;/b&gt;(Aragno, 2007; Premio Adelfia 2007), &lt;b&gt;Il carico da undici &lt;/b&gt;(Barbera, 2007) e &lt;b&gt;Tutto Camilleri &lt;/b&gt;(Barbera, 2009). Scrive su La Stampa Tuttolibri e Il Riformista.&lt;/span&gt;</text_more></entry>
<entry id='3337' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3337' author_id='4' authored_on='20100206032914' basename='jeanluc_e_il_socialismo' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100206032914' modified_on='20110324024706' ping_count='0' status='2' title='Jean-Luc e il socialismo' week_number='201005'><text>di &lt;b&gt;Franco Ricciardiello&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Godard-Socialisme.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Godard-Socialisme.jpg&quot; width=&quot;195&quot; height=&quot;260&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Durante il 2009 è circolata voce che Jean-Luc Godard stesse lavorando a quello che sarebbe rimasto il suo &lt;i&gt;ultimo&lt;/i&gt; film. Proprio per questa ragione il fondamentale regista francese della Nouvelle Vague (o se preferite, il più coglione dei registi svizzeri, come apparve scritto sui muri di Parigi nel maggio 68) avrebbe scelto un soggetto e un titolo degni di concludere una carriera. Le riprese di &lt;i&gt;Socialisme&lt;/i&gt; sono finalmente terminate, il film uscirà nel 2010; per fortuna però si è anche diffusa la notizia di un successivo lavoro in preparazione, &lt;i&gt;Les Disparus&lt;/i&gt;, tratto dal libro &lt;i&gt;Lost&lt;/i&gt; dellamericano Daniel Mendelsohn (&lt;i&gt;Gli scomparsi&lt;/i&gt;, Einaudi 2007), storia della ricerca di una famiglia ebrea di Bolekhiv (Ucraina) sparita durante la Shoah. Buon segno, decisamente: malgrado letà Godard ha ancora troppo da dire, e i film più recenti, specialmente lo straordinario &lt;i&gt;Notre musique&lt;/i&gt; (2004), sono lì a dimostrare che il vecchio mestatore semantico è ancora allopera.</text><text_more>Nel frattempo, il calendario di celebrazioni per gli ottanta anni del regista si infittisce: il 4 febbraio la Cineteca di Bologna ha inaugurato una sua retrospettiva, e unaltra ancora più corposa è in programma a partire dal 10 febbraio al Museo del Cinema di Torino.
Da tempo Godard sostiene che il Cinema è morto; malgrado ciò, ha continuato imperterrito a fare un film dopo laltro. Il trapasso sarebbe intervenuto nel 1945 quando, pur essendo unindustria della morte, il Cinema ha evitato di riprendere i campi di sterminio. Godard non si è mai trattenuto dallusare in proposito una terminologia molto dura, p.es. nellepisodio numero 2b di &lt;i&gt;Histoire(s) du Cinéma&lt;/i&gt;, intitolato &lt;i&gt;Fatale beauté&lt;/i&gt; (1994) possiamo ascoltare: &lt;i&gt;Dato che voleva imitare il movimento della vita, era normale, era logico che lindustria del film si fosse da subito venduta allindustria della morte&lt;/i&gt;.
È noto che Godard non ha mai amato il più famoso tra i film sullolocausto, &lt;i&gt;Schindlers list&lt;/i&gt;; in evidente polemica con gli stereotipi dei film di cassetta, il suo &lt;i&gt;Éloge de lamour&lt;/i&gt; (2001) è concepito al contrario del film di Spielberg, cioè con le scene al presente girate in bianco e nero, mentre il colore è riservato alla parte nel passato. A chi gli fa notare lo straordinario impatto del film di Spielberg sulla cultura americana, Godard replica chiamando in causa Hollywood come pura industria dellintrattenimento, e ricorda che la vedova di Oskar Schindler vive in miseria in Argentina perché non ha ricevuto un dollaro di diritti.
Godard e il Socialismo: un rapporto difficile e travagliato, sbocciato alla fine degli anni Sessanta dopo un discreto corteggiamento. Già in &lt;i&gt;Les Carabiniers&lt;/i&gt; (1963, su sceneggiatura di Roberto Rossellini) la giovane &lt;i&gt;maquisarde&lt;/i&gt; bionda prima di essere fucilata recita una poesia di Majakovskij e cita Lenin. Ma è naturalmente in &lt;i&gt;La Chinoise&lt;/i&gt; (1967), storia di una bislacca cellula marxista-leninista fondata da cinque giovani in un appartamento parigino durante le vacanze dei genitori, che lamore diventa maturo, anche se bisogna attendere lanno successivo per una adesione al maoismo, che allora era la forma di partecipazione politica più in voga tra i giovani europei (la rivoluzione culturale cinese ebbe inizio nel 67 e durò un decennio circa). A differenza di molti intellettuali contemporanei impegnati, Godard non abbandonerà mai il lavoro artistico per consacrarsi a quello politico, anzi cercherà di boicottare dallinterno la logica della produzione cinematografica: per esempio, accettando finanziamenti e consegnando un materiale completamente diverso. Il caso più significativo è forse &lt;i&gt;Vento dellest&lt;/i&gt; (1969) il western politico commissionato dalla RAI, che si trasformerà in un sabotaggio vero e proprio, un episodio di lotta di classe del lavoratore intellettuale contro il padrone/produttore: la sceneggiatura fu affidata a Daniel Cohn-Bendit, leader del Maggio francese, e poi praticamente ignorata; i finanziamenti furono utilizzati per pagare le comparse, militanti extraparlamentari di Roma; Gian Maria Volonté, la star che avrebbe dovuto garantire visibilità, fu sottoutilizzato e trattato come una comparsa. Lesperienza terminerà con la consegna di un film praticamente senza senso, invendibile, naturalmente a danno del produttore che non poté distribuirlo. Più organici e socialmente impegnati risulteranno invece due altri film quasi contemporanei: &lt;i&gt;Pravda&lt;/i&gt; (1969) girato in Cecoslovacchia per denunciare linvasione delle forze del Patto di Varsavia che soffocò la breve esperienza della primavera di Praga, e soprattutto &lt;i&gt;Lotte in Italia&lt;/i&gt; (1970), anche questo commissionato dalla RAI e in seguito rifiutato, secondo Alberto Farassino il più perfetto e esemplare film teorico del gruppo Dziga Vertov.
Dziga Vertov è il nome del collettivo cinematografico fondato con Jean-Pierre Gorin negli anni della contestazione: il riflesso occidentale della &lt;i&gt;wénhuà dà gémìng&lt;/i&gt;, la rivoluzione culturale maoista che ebbe enorme influenza sulla gioventù europea prima che manifestasse il suo senso profondamente autoritario. Dziga Vertov è il cineasta sovietico autore di &lt;i&gt;Kinoglaz&lt;/i&gt; (1924), che una certa &lt;i&gt;intelligencija&lt;/i&gt; mitizzò in contrapposizione a Ejzentejn, visto come antesignano del formalismo (accusa molto in voga negli anni di Stalin e danov).  La preoccupazione principale del collettivo sarà la ricerca di un linguaggio cinematografico dialettico, principalmente con lutilizzo di accorgimenti che paradossalmente ricordano proprio la teoria del montaggio intellettuale di Ejzentejn.
Per Godard negli anni della contestazione il problema era quello di fare film &lt;i&gt;politicamente&lt;/i&gt;, non semplicemente fare film politici. A partire invece dagli anni Ottanta, archiviato il periodo di militanza, i suoi film si sono trasformati in lunghi videoclip. La colonna sonora non è più un commento aggiunto a posteriori, in funzione drammatica o dinamica: anzi, si ha spesso la sensazione che le immagini, piuttosto che raccontare una storia coerente, siano la rappresentazione visiva di unesperienza estetica che trova nella dimensione acustica la sua ragione dessere. Troppo importante è infatti ciò che i personaggi dicono, piuttosto che ciò che fanno. Questo elemento è sempre stato presente in Godard sotto la forma della citazione colta, la più caratteristica cifra stilistica del postmoderno.
La differenza fondamentale con i numerosi epigoni che lo ripetono esplicitamente (Quentin Tarantino soprattutto), è nel fatto che Godard non cita il cinema che lo ha preceduto, bensì la letteratura. Quasi fino dagli esordi, i suoi personaggi si esprimono con frasi tratte dalla narrativa o dalla poesia: già in &lt;i&gt;Une femme mariée&lt;/i&gt; (1964), &lt;i&gt;Pierrot le fou&lt;/i&gt; (1965), &lt;i&gt;2 ou 3 choses que je sais delle&lt;/i&gt; (1966), il gioco era esplicito, poi la situazione è esplosa negli anni Ottanta in una vera e propria cifra stilistica. In &lt;i&gt;Nouvelle Vague&lt;/i&gt; (1990) non solo tutto il recitato della voce di commento in &lt;i&gt;off&lt;/i&gt;, ma anche la quasi totalità dei dialoghi sono tratti da testi poetici e teatrali (Chandler, Dostoevskij, Faulkner, Rimbaud, Rousseau, Schnitzler, Mary Shelley e soprattutto Dante Alighieri) mescolati a caso al punto che neppure Godard stesso riuscì a riconoscerli a posteriori. E il procedimento estetico è continuato negli anni successivi, con risultati da brivido (e con lallontanamento dalle sale del grosso pubblico, ormai definitivamente corrotto dai gusti imposti da Hollywood). I dialoghi di quasi tutti i film che seguono sono ancora collezioni di citazioni, come pure le voci &lt;i&gt;off&lt;/i&gt; che si intrecciano con la colonna sonora, a volte sovrapponendosi una con laltra, o come le battute dei personaggi, che spesso sfumano nella musica che aumenta apposta di volume. Non cè dubbio che dopo Ejzentein, Godard è lautore che ha dato più importanza al montaggio. Quasi sempre inizia le riprese senza una sceneggiatura, inventando il materiale a mano a mano che viene girato: se appare evidente che in questo processo il momento veramente creativo è la post-produzione, è altrettanto vero che alcune scene vengano pensate non solo con un determinato commento sonoro, ma addirittura &lt;i&gt;in funzione di quello&lt;/i&gt;. È significativo il fatto che delle sue &lt;i&gt;Histoire(s) du cinéma&lt;/i&gt; (1988-98) in otto puntate, la casa discografica tedesca ECM abbia pubblicato una colonna sonora completa in un cofanetto di 5 CD.
È evidente laspettativa di cui si potrebbe caricare un film di Godard sul socialismo; ma altrettanto forte è la possibilità di rimanere frustrati. Una breve sinopsi scritta di &lt;i&gt;Socialisme&lt;/i&gt; è filtrata in rete insieme a un &lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/watch?v=ZhqOFWdtDdY&amp;feature=related&quot;&gt;trailer&lt;/a&gt; apparso su youtube; questo è il testo: &lt;i&gt;Una sinfonia in tre movimenti. Il mediterraneo, una nave da crociera. Numerose conversazioni in molteplici lingue tra i passeggeri, quasi tutti in vacanza. Un vecchio criminale di guerra (tedesco, francese o americano non si sa) accompagnato dalla nipote. Un famoso filosofo francese, Alain Badiou. Un agente della polizia di Mosca, squadra inquirente. Una cantante americana, Patti Smith. Un vecchio poliziotto francese. Unufficiale licenziata dallONU. Un ex agente doppiogiochista. Un ambasciatore palestinese. Come nel viaggio marino degli argonauti, cè in ballo delloro, eppure ciò che si vede (limmagine) è molto diverso da ciò che si ascolta (il suono). Questa umanità in navigazione visita sei autentici (o falsi) miti: Egitto, Palestina, Odessa, Grecia, Napoli e Barcellona. La nostra Europa. La notte, un uomo che deve apparire in tv per presentarsi come candidato alle elezioni locali viene convocato davanti al Tribunale dei figli, una giovane e il suo fratellino, che lo chiamano a rendere conto di Libertà, Uguaglianza e Fraternità&lt;/i&gt;.
A giudicare da questo trailer, i dialoghi di &lt;i&gt;Socialisme&lt;/i&gt; si sviluppano intorno a frasi costruite come slogan, citazioni o pseudo-citazioni. Una giovane di colore dice: Questa povera Europa. Non lhanno purificata, ma corrotta con la sofferenza. Non lhanno esaltata, ma umiliata con la riconquistata libertà. [la medesima citazione è già apparsa in &lt;i&gt;Liberté et patrie&lt;/i&gt; (2002)]. Sul ponte della nave da crociera che percorre il Mediterraneo, un signore anziano dice a una giovane in &lt;i&gt;gellaba&lt;/i&gt;: LIslam è loccidente delloriente. Il padre che sta per essere giudicato dal Tribunale dice: O vivere o raccontare, non abbiamo scelta, ma la figlia risponde: Io racconto. 1789, la notte del 4 agosto (è la data in cui la Rivoluzione abolì senza indennizzo mille anni di diritti feudali). Il bambino con la maglietta CCCP che gioca a fare il direttore dorchestra dice: Darei anche lassalto al sole, se un giorno il sole mi attaccasse.
Cercare di capire qualcosa di più sul film sarebbe frustrante, non cè autore meno prevedibile di Godard. Il trailer in alta definizione dura 415 e presenta immagini bellissime, di una perfezione fotografica, come è tradizione per un regista che sostiene la preminenza artistica del cinema rispetto al suo valore culturale, e la sua derivazione dalla pittura piuttosto che dalla fotografia o dal teatro. Non rimane che attendere luscita di &lt;i&gt;Socialisme&lt;/i&gt;, dopo che tutti ne avranno parlato, saranno ben pochi quelli che vorranno o riusciranno a vederlo nelle poche sale in cui sarà distribuito. Non è un sapore che possa soddisfare i palati del pubblico abituati, dopo decenni di sbobba in salsa piccante, al gusto di Hollywood.

</text_more></entry>
<entry id='3338' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3338' author_id='4' authored_on='20100207031254' basename='avatar_un_pianeta_cyber_e_la_s' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100207031254' modified_on='20110324024706' ping_count='1' status='2' title='Avatar: un pianeta cyber e la salvezza della contaminazione' week_number='201006'><text>di &lt;b&gt;Chiara Carlino&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Avatar1.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Avatar1.jpg&quot; width=&quot;195&quot; height=&quot;276&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Eravamo tutti pronti al solito polpettone buonista salviamo-il-mondo con sfondo romantico ed effetti speciali in primo piano, e in parte l&apos;abbiamo trovato. C&apos;è un mondo che viene salvato  ma non il nostro. Effetti speciali ovviamente a palate, ma di rado autoreferenziali, tanto che ho qualche dubbio che il 3D aggiunga qualcosa di significativo all&apos;esperienza dello spettatore.
La trama è la solita storia che va sempre bene, pescata tra le offerte speciali della Grande Libreria delle Idee di Hollywood. Anche i personaggi sono presi al discount, in un pacchetto completo di battute, relazioni, aspetto fisico e modi di fare, tanto da riuscire a dare la sensazione di aver già visto e poter recitare a memoria un film per cui si è appena dovuta sostenere una fila interminabile alla cassa del cinema.
Ma tutto sommato non è il solito polpettone buonista.</text><text_more>In primo luogo, l&apos;artwork è meraviglioso. Non gli effetti speciali, ma il mondo che è stato creato, l&apos;intero concept che ne è alla base. Un pianeta di natura selvaggia, ma che strizza l&apos;occhio alla modernità: un pianeta &lt;i&gt;cyber&lt;/i&gt;, sui toni del blu e del viola, che di notte si trasfigura in giochi di luce interattivi, popolato di esseri che reagiscono al passaggio degli abitanti in modi che - se conosciuti - sono spesso benevoli o semplicemente belli. Un pianeta &lt;i&gt;in rete&lt;/i&gt;, dove tutto è connesso, e piante animali e persone  per quanto quest&apos;ultima distinzione possa essere arbitraria  posseggono effettivamente una sorta di presa USB universale per un&apos;interazione diretta e profonda.
Che tutto sia connesso e la realtà sia interattiva sono concetti di una banalità sconcertante, ma  se li spostiamo dalla classica ambientazione new-age dove tutto è parte di Gaia a un&apos;ambientazione cybereggiante dove tutto è connesso, un po&apos; come internet, ecco che magicamente abbiamo preso quel concetto, l&apos;abbiamo spogliato di tutte le precedenti associazioni culturali e l&apos;abbiamo rivestito a nuovo, rendendolo interessante, moderno e degno di considerazione anche per quella pop-culture che ama gli effetti speciali e non vuole sentire lagne naturiste.
Coerentemente con il loro pianeta, anche gli indigeni - i Na&apos;vi - conciliano nel nostro immaginario l&apos;antichità primordiale con la modernità più disturbante, collocandosi all&apos;incrocio fra una tribù aborigena e una subcultura metropolitana identificata da tatuaggi fluorescenti, dreadlocks e dilatazioni. Anche qui niente di nuovo: è noto come il primitivismo sia una fonte di ispirazione per le subculture, ma un nuovo vestito può fare molto per rendere chiaro un vecchio concetto.
Dopo la trama (banale) e l&apos;ambientazione (ottima) veniamo alla morale. I buoni selvaggi, per fortuna, non sono poi così buoni: sono più simili a una vera popolazione primitiva che alla nostra rappresentazione edulcorata di un ipotetico popolo in simbiosi con la natura.  Sono cacciatori. Hanno lotte intestine. E se c&apos;è da ammazzare ammazzano: perché per quanto sia tutto connesso e la natura non prenda le parti di nessuno, quando si tratta di sopravvivenza non c&apos;è imparzialità che tenga. Gli esseri viventi non sono tutti uguali: &lt;i&gt;io&lt;/i&gt; sono più uguale degli altri, perché &lt;i&gt;io&lt;/i&gt; voglio vivere. Il &lt;i&gt;mio&lt;/i&gt; popolo deve vivere, per nessun&apos;altra ragione se non che è il mio (o quello che ho scelto) - e io ci tengo. A meno di diventare Buddha, questo fatto non cambierà, perciò meglio ammetterlo e agire essendone coscienti, piuttosto che negarlo e pretendersi giudice imparziale e superiore, come ama fare il moderno uomo occidentale.
I Na&apos;vi  decidono quindi di imbracciare le armi e difendere la propria realtà; la natura stessa prende le loro parti: prende le &lt;i&gt;proprie&lt;/i&gt; parti, combattendo per la &lt;i&gt;propria&lt;/i&gt; sopravvivenza. E la sopravvivenza dei Na&apos;vi passa anche attraverso una profonda contaminazione: passa attraverso l&apos;accettazione a loro capo di un alieno in un corpo artificiale creato per ingannarli; passa attraverso l&apos;uso occasionale dei mitra e una parziale rottura della tradizione. Nessuna popolazione primitiva può rimanere uguale a se stessa per dare a noi il gusto di osservare una realtà incontaminata: l&apos;apertura all&apos;Altro è il primo e unico passo verso la sopravvivenza  anche se si tratta solo di scegliersi un Ikran.

[Chiara Carlino, esperta di filosofia, informatica e cibernetica, ha un proprio blog, &lt;a href=&quot;http://chiarac.wordpress.com/&quot;&gt;mezzanottefonda&lt;/a&gt;.]



</text_more></entry>
<entry id='3339' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3339' author_id='13' authored_on='20100208142639' basename='gianni_biondillo_nel_nome_del_padre' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100208142639' modified_on='20100208202740' ping_count='0' status='2' title='Gianni Biondillo: Nel nome del padre' week_number='201006'><excerpt>di &lt;b&gt;N. Mistroni&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;Nel_nome_del_padre.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Nel_nome_del_padre.gif&quot; width=&quot;24&quot; height=&quot;37&quot; border=&quot;0&quot; hspace=7 vspace=2 align=right /&gt; Il racconto di una guerra privata: e come in ogni guerra, chi ci va di mezzo è soprattutto la popolazione civile, in questo caso i figli.</excerpt><text>di &lt;b&gt;Nicole Mistroni&lt;/b&gt;&lt;img alt=&quot;Nel_nome_del_padre.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Nel_nome_del_padre.gif&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;185&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;

Gianni Biondillo, &lt;b&gt;Nel nome del padre&lt;/b&gt;, Guanda, Milano 2009, pp. 193,  14,50

«Fuori è Natale e noi lo sappiamo dalla confusione, dalle luminarie. Fuori però. Qui, in questa casa desolata, cè solo un uomo umiliato».
È la Vigilia di Natale, e mentre tutti celebrano la festività più attesa dellanno tra regali e riunioni di famiglia, Luca è solo, abbandonato sulla sua poltrona, in mano solo una bottiglia di liquore. Cè silenzio nel salotto, cè desolazione e la percepiamo dal modo in cui Luca guarda nel vuoto, si alza, barcolla verso la credenza alla ricerca di una nuova bottiglia da svuotare.
Ma Luca non è sempre stato così, e Gianni Biondillo, lautore di questo libro tanto drammatico quanto coinvolgente, ci cala nella sua storia, tornando indietro nel tempo a quando la famiglia di Luca era ancora unita.</text><text_more>Si, perché Luca una famiglia laveva, con Sonia, sua moglie, e Alice, la loro bellissima bambina. Sfogliando le pagine il lettore vive la storia di questa famiglia in ogni sua fase: il primo incontro di Luca e Sonia, la nascita di Alice, la fine del matrimonio, non necessariamente in questo ordine.
Cosa accade in una famiglia quando le cose non vanno più? Cosa cambia allinterno di una coppia? Ma soprattutto, chi ne fa le spese? Gianni Biondillo con questo libro sviscera una tematica raramente trattata in precedenza: il divorzio visto dalla parte di un uomo e soprattutto di un padre. «È il racconto di una guerra privata», ha spiegato lo scrittore, «e come in ogni guerra chi ci va di mezzo è, soprattutto, la popolazione civile, in questo caso i figli»: a seguito del tramonto del matrimonio di Luca e Sonia infatti, Alice comincerà ad avere un rapporto sempre più distante con il padre, disorientato quanto la figlia dalla situazione paradossale in cui si troverà catapultato.&lt;img alt=&quot;biondillo_bn.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/biondillo_bn.jpg&quot; width=&quot;183&quot; height=&quot;202&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
Le controversie legali a cui va incontro Luca, per poter anche solo vedere la piccola Alice, sono improponibili e spesso assurde, le porte in faccia sono allordine del giorno, e le mani costantemente legate. Il protagonista vive una situazione angosciante, in cui ciò che dovrebbe essere un diritto diventa una concessione, in cui lunico modo di rialzarsi è unirsi a chi è nella sua stessa condizione: è così che Luca diventa un punto di riferimento al consultorio di unassociazione in sostegno ai genitori non affidatari, dimostrando più che in ogni altra occasione, che lunione fa la forza o che per lo meno può dare un grande sostegno morale. E gli amici? Il più caro amico di Luca è Michele, un agente di polizia che i lettori affezionati di Biondillo non faticheranno a riconoscere, il cui sostegno sarà fondamentale nelle situazioni di schizofrenia e psicosi che il protagonista vivrà; anche lui è padre, anche lui divorziato, e a lui sono affidate alcune delle righe più toccanti di tutto il libro. Dallaltra parte cè Sandro che di figli sembra non volerne sapere, leterno ragazzino, il costante don Giovanni, un amico su cui tutto sommato Luca sa di potersi affidare più per una risata che per una reale consolazione.
Gianni Biondillo scrive questa storia con particolare umanità, mettendo sotto il microscopio la condizione di un uomo abbandonato in una situazione più grande di lui e facendola vivere al lettore che viene subito, dalle prime righe, straordinariamente coinvolto: prova nervosismo, dolore, e un senso di impotenza insieme al protagonista. I salti nel tempo allinterno del romanzo non risultano disorientanti, al contrario il lettore si cala di volta in volta nella situazione descritta, come ad unire le tessere di un puzzle il cui assemblaggio chiarisce la storia tra Luca e Sonia.
&lt;b&gt;Nel nome del padre&lt;/b&gt;, oltre ad essere un libro emotivamente trascinante, sottolinea volutamente una falla legislativa parzialmente coperta nel 2006, per cui la tutela dei diritti dei genitori non affidatari, risultava totalmente superficiale e irrispettosa della pari dignità dei genitori separati. In ogni sua intervista, lautore ci tiene a sottolineare ironicamente: «a casa va tutto bene, questa non è la mia storia», ma è la storia di tanti uomini come Luca, che bussando alla porta di Biondillo ha chiesto di essere raccontata; «non è un libro contro le donne», aggiunge lautore, «è un libro sull&apos;esercizio dei micropoteri quotidiani» da cui la figura femminile non esce in alcun modo condannata (prova ne è ad esempio che lavvocato di Luca sia una donna). A tenere alto lonore femminile è soprattutto Gabriela, personaggio in cui tante lettrici di Biondillo hanno ammesso di essersi identificate: una ragazza sudamericana che sa il fatto suo, con una grande forza e determinazione nel prendere in mano la propria vita e nellessere indipendente senza contare sullaiuto di nessuno, e con la pazienza e i nervi saldi di chi si è fatto in quattro per ottenere ciò che ha.
Questo libro non ha accusatori e accusati, non vi presenta modelli prestabiliti, classificazioni sessiste o politiche, ma realtà quotidiane che spesso non vengono mostrate; anche per questo motivo Biondillo spiega nella nota iniziale di aver deciso nelle revisioni successive del romanzo di non inseguire la cronaca ma di raccontare una storia che aveva in testa da anni, e ricorda: «io comunque non faccio sociologia, ma racconto storie».
E dopo aver letto &lt;b&gt;Nel nome del padre&lt;/b&gt; potremmo aggiungere che lo fa ancora molto bene.</text_more></entry>
<entry id='3340' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3340' author_id='4' authored_on='20100210034001' basename='renfield' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100210034001' modified_on='20110324023457' ping_count='1' status='2' title='Renfield' week_number='201006'><text>di &lt;b&gt;Danilo Arona&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Renfield.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Renfield.jpg&quot; width=&quot;190&quot; height=&quot;237&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Tony Sardi è uno dei miei lettori più attenti. Di quelli che ringrazio in silenzio a ogni puntata per esistere e per navigare, forse, nella Luce Oscura. Con lui tutti quelli che spesso cito direttamente e che collaborano, magari senza averne avuto l&apos;intenzione, a questa rubrica.
Tony mi scrive:

Traggo spunto da alcuni interventi tuoi su &lt;i&gt;Carmilla&lt;/i&gt;, legati dal concetto che eventi tra loro distanti geograficamente e, a volte, strutturalmente, siano legati tra loro, e inseriti in uno schema che tocca entità spirituali o comunque non materiali. L&apos;idea mi è venuta osservando la prima foto scattata al premier Berlusconi dopo il maldestro attentato di cui era stato fatto segno in piazza Duomo.</text><text_more>Dopo un primo sguardo distratto ho messo a fuoco, e mi sono reso conto della peculiarità di questa immagine. il viso, in parte incerottato, colto attraverso i vetri della macchina, con una fissità innaturale... una mummia, uscita da un film horror; una immagine ectoplasmatica, che buca l&apos;obbiettivo e ispira inquietudine. Ho cominciato a pensare alla coincidenza delle due aggressioni al Papa, e a Berlusconi,  entrambi aggrediti da folli nello stesso periodo di tempo, con il Papa uscito meglio a motivo delle sue indubbie protezioni di natura negromantica (cfr. tutti i simbolismi occulti di radice Caldea presenti nei suoi paramenti). Quale situazione che portava tutti gli squilibrati ad agitarsi fino al parossismo mi hanno fatto venire in mente gli eventi di cui sopra? Quella descritta in un passaggio di &lt;i&gt;Dracula&lt;/i&gt; di Bram Stoker, quando per l&apos;avvento del principe delle tenebre transilvano, tutti i matti ricoverati  nei manicomi cittadini vengono presi da una agitazione incontenibile. Siamo forse alla vigilia di un avvento di tale natura? Potrebbe essere qualche cosa che ritroviamo preannunciato in qualche libro sacro? Sarebbe interessante se ci fossero altri episodi da mettere in relazione con tutto ciò.

L&apos;implicito suggerimento è notevole. A livello letterario, oltre a Stoker, non ci si può dimenticare di Lovecraft, un altro grande iniziato che sulla carta ci ha fatto dono delle sue intuizioni extradimensionali. L&apos;avvento di Cthulhu e degli esseri oltre la Soglia è spesso annunciato nei suoi racconti da planetarie esplosioni di follia, individuale e collettiva, che annunciano qualcosa in procinto di accadere: grandiosi eventi di mostruosa empietà, un futuro spaventoso che si prepara per il mondo, suicidi e omicidi collettivi, una sensazione diffusa di Apocalisse incombente. Idee che circolavano nella mente dell&apos;uomo di Providence a partire più o meno da metà degli anni Venti del secolo scorso. Le analogie tra quel periodo e il nostro attuale sarebbero più di una (bolla economica e crisi del &apos;29...), ma glissiamo.
Però è indubbio che, approfittando del sassolino lanciato da Tony Sardi nello stagno, gli episodi inseribili in uno schema sembrerebbero proprio mancare. Nel giro di un mese o poco più, prendendo come data spartiacque quella dell&apos;aggressione a Berlusconi (il 16 dicembre), il repertorio varia dai disordini di Rosarno al solito nonché tragico elenco di stragi in famiglia, dall&apos;omicidio plurimo registrato in Virginia a varie tragedie altrimenti dette della follia accadute in Europa un po&apos; ovunque a macchia di leopardo, e termina con l&apos;ingegnere che a Roma ferisce otto persone in una caserma di vigili del fuoco in buona compagnia dell&apos;ex autista di Montecatini che uccide una dipendente del comune e poi si spara. Si obietterà con razionale e condivisibile prudenza che questa è la normale cronaca nera di sempre e che i tentativi di ricavarne una lettura unitaria sono puerili tentativi da ricacciare nell&apos;angolo ludico della &lt;i&gt;fiction&lt;/i&gt;. Sottoscriverei, ma Tony non è l&apos;unico che mi fa dono di spunti interessanti. Ecco, niente affatto distante, il pensiero di Lorenzo K., probabile pseudonimo, che mi scrive:

Da un mese e mezzo a questa parte pare che il pianeta tutto sia sottoposto a un intensissimo programma di vibrazioni magnetiche di altissimo livello. Esistono varie teorie al riguardo. Qualcuna, a cavallo tra fantascienza e New Age, dice che chi lo sta emettendo intende effettuare una sorta di risveglio planetario globale in vista della grande trasformazione da attuarsi entro il 2012. Ma qui vorrei soprassedere perché in Rete puoi trovare tutte le informazioni necessarie, se ti piacciono gli alieni. Il fatto è che, dopo che ci siamo fatti una risata sui Pleiadiani che vogliono smascherare i Rettiliani al potere, il problema del martellamento globale di onde magnetiche non è affatto risolto. Tu spesso lo sfiori nella tua rubrica ed è strano che non hai mai speso una parola sul Progetto HAARP e sul Progetto Bluebeam. Troppa fantasia e troppo complottismo per un sito così tradizionalmente &apos;materialista storico&apos;? Possibile che a te, che pure ne hai scritto nei tuoi romanzi per quanto in chiave fantasiosa, non saltino agli occhi le costanti comuni di tanti strani, a volte sanguinosi, fatti di cronaca? La gente fa cose strambe, come in stato di trance, e ci accontentiamo di dire che è colpa dello stress. La gente sparisce da sotto gli occhi come quel tizio che, durante una gita in montagna, è scomparso davanti alla moglie e ne concludiamo che il tizio aveva l&apos;esaurimento nervoso. La verità è che siamo carne da macello per le manipolazioni di chi sta instaurando il Nuovo Ordine Mondiale. Tu lo intuisci, ma non hai il coraggio di premere l&apos;acceleratore. Svegliati, sta per succedere.

Relata refero. E ne approfitto per rispondere che non ho mai parlato di HAARP e di Bluebeam perché già mi bastano le tegolate che mi arrivano pur muovendomi su certi terreni con una sana e scettica prudenza (che, per inciso, dovrebbe essere la principale caratteristica del buon ricercatore). Rimando allora a futuri sviluppi i due argomenti citati da Lorenzo K., ma il teorema di Renfield è francamente troppo affascinante per non approfittarne.
Allora comincio a rinfrescare le memorie. Renfield, chi era costui? 
Nell&apos;invenzione di Stoker è quel personaggio, rinchiuso in manicomio e paziente del dottor Seward che, come giunge a Londra la famosa nave fantasma con a bordo il conte transilvanico, inizia a dare ancora più di matto, delirando di un fantomatico e oscuro Signore in procinto di estendere il suo cupo dominio. Al cinema Renfield è stato presentato in numerose salse, spesso differenti, non ultima la versione che lo confonde intenzionalmente con il personaggio di Jonathan Harker (come successe nel &lt;i&gt;Dracula&lt;/i&gt; del &apos;31 firmato da Tod Browning), mentre negli sviluppi vampireschi di Laurell K. Hamilton (la saga di Anita Blake) il nome Renfield è passato non senza senso a indicare i più generici schiavi del potere ipnotico del vampiro ed esiste addirittura una sorta di patologia vampiresca denominata sindrome di Renfield. In realtà l&apos;autentico e originale significato stokeriano, più che indicare un rapporto di dipendenza tra un&apos;ipotetica vittima e il suo carnefice, come sovente semplificato dai tanti film, è segno di una risonanza, un&apos;empatia vibrazionale che s&apos;inaugura man mano s&apos;insinua l&apos;oscuro nemico nel cuore della capitale. Una risonanza percepita dallo stesso Dracula come uno sgradito segnale di allarme, al punto che il vampiro a un certo punto entra nottetempo nel manicomio e lo uccide per ridurlo al silenzio. Renfield, dunque, percepisce telepaticamente l&apos;arrivo di Dracula e non sbaglia chi lo paragona all&apos;animale che presagisce l&apos;imminenza del terremoto.
Ricordato il dovuto, la domanda è: esistono sul nostro pianeta degli autentici Renfield in grado di risuonare  ovvero, di dare l&apos;allarme - in concomitanza di qualcosa che sta per succedere?
Parrebbe proprio di sì. Non è da oggi che una cospicua parte del mondo scientifico sostiene che il pianeta sta aumentando il suo stato vibrazionale, come dimostrerebbe anche l&apos;innalzamento medio della temperatura. I Renfield di turno, inconsapevolmente collegati alle modificazioni energetiche,  reagirebbero in modo inconsulto e imprevedibile, neppure rendendosi conto di vibrare all&apos;unisono con eventi in corso di pre-accadimento. Con il senno del poi, che è una notevole limitazione, si raccolsero a catastrofe avvenuta numerosi indizi  sociali risalenti ai giorni precedenti l&apos;11 settembre 2001, non facilmente inseribili in uno schema significante e che avevano a che fare quasi tutti con esplosioni d&apos;irrazionalità e visioni, un po&apos; oniriche ma qualcuna a occhi aperti, riguardanti tempeste di fuoco. A questi episodi (che ho elencato in un mio libro intitolato &lt;i&gt;Black Magic Woman&lt;/i&gt;) si potrebbero aggiungere le &lt;i&gt;Black Box&lt;/i&gt; che hanno dato rilievo alle teorie di Roger Nelson, fisico dell&apos;Università di Princeton e capo del &lt;i&gt;Global Consciousness Project&lt;/i&gt;, scatole metalliche dotate di particolari microchip in grado di segnalare l&apos;intensificarsi di una presunta attività collettiva di mobilitazione psichica in prossimità di avvenimenti particolarmente traumatici (le &lt;i&gt;Black Box&lt;/i&gt; avrebbero funzionato in tal senso poco prima della caduta delle Torri Gemelle e del catastrofico Tsunami indonesiano... praticamente dei Renfield tecnologici).
Assodato che gli argomenti in ballo sono da crociata (o sei pro o sei contro...), concludo riportando il parere di Massimo Teodorani sul concetto di &lt;i&gt;entanglement&lt;/i&gt;, che ben conclude questi spunti appena abbozzati.
&lt;i&gt;Entanglement&lt;/i&gt;, afferma Teodorani, è  il termine inglese usato in maniera standard dai fisici quantistici e tradotto alla lettera in italiano significa &apos;intreccio&apos;. Diciamo che il termine è abbastanza azzeccato perché denota uno stato prettamente fisico di legame indissolubile tra due particelle elementari, come ad esempio due elettroni o due fotoni che hanno interagito almeno una volta. Il legame è di natura quantistica e significa che entrambe le particelle si comportano come un tutt&apos;uno. La prova cruciale di questa specie di miracolo della natura la ebbe per la prima volta il fisico francese Alain Aspect con un epocale esperimento effettuato in laboratorio nel 1982. Si osservò che se si cambiava una proprietà  della prima particella anche la stessa proprietà dell&apos;altra cambiava istantaneamente. Questo cambiamento avviene semplicemente all&apos;atto della misura, dove sulla scala quantistica, losservatore interagisce ineluttabilmente con l&apos;osservato: l&apos;atto della misura perturba la prima particella e istantaneamente influenza anche la particella gemella. 
Più che sfuggente, il fenomeno dell&apos;&lt;i&gt;entanglement&lt;/i&gt; è tanto inquietante quanto reale, soprattutto se si pensa che esso si realizza a qualunque distanza le particelle si trovino l&apos;una dall&apos;altra, sia essa anche di miliardi di chilometri. Questo fenomeno quantistico è ufficialmente confermato solo nel caso del mondo microscopico. In realtà, modelli teorici recenti molto sofisticati accoppiati a uno studio attento del cervello, come ad esempio quello di neurodinamica quantistica proposto dal matematico Roger Penrose e dall&apos;anestesiologo Stuart Hameroff, prevedono che i microtubuli che costituiscono l&apos;ossatura dei neuroni cerebrali funzionino su tutta la massa cerebrale in uno stato di &lt;i&gt;entanglement&lt;/i&gt; orchestrato  tra loro, proprio quello che genera un atto di coscienza.  
E non è finita. Fisici teorici come Brian Josephson, fisici sperimentali come Robert Jahn, e psicologi sperimentali come Dean Radin e Roger Nelson, ritengono che i cosiddetti poteri telepatici e i casi di coscienza collettiva, non solo siano eventi reali ma anche che essi rappresentino uno stato di &lt;i&gt;entanglement&lt;/i&gt; tra le coscienze di due o più persone separate, le quali così riescono a comunicare in maniera istantanea in base a un meccanismo fisico simile alla risonanza. In sintesi, l&apos;&lt;i&gt;entanglement&lt;/i&gt; è una proprietà teoricamente e sperimentalmente dimostrata delle particelle elementari, ma alcuni indizi piuttosto recenti fanno ritenere che esso si realizzi in una forma speciale anche nella scala biologica, nella scala psichica e nella scala cosmologica.
Renfield? Ci torneremo... 

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<entry id='3341' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3341' author_id='4' authored_on='20100211005020' basename='diario_da_haiti_1_da_santo_dom' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100211005020' modified_on='20110324023457' ping_count='2' status='2' title='Diario da Haiti (1): da Santo Domingo a Port au Prince' week_number='201006'><text>di &lt;a href=&quot;http://lamericalatina.net&quot;&gt;Fabrizio Lorusso&lt;/a&gt;

&lt;img alt=&quot;Centro106.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Centro106.jpg&quot; width=&quot;240&quot; height=&quot;180&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;A quasi un mese dal disastroso terremoto di 7,3 gradi della scala Richter che ha colpito la capitale di Haiti, Port au Prince (o alloccorrenza Porto Principe), causando oltre 200mila morti e un milione di sfollati, il paese si trova in un costante stato demergenza ed è praticamente isolato dal resto del mondo dato che gli scali aerei e navali internazionali sono controllati dallesercito americano, dalla Minustah (United Nations Stabilization Mission in Haiti) e dai contingenti militari inviati da tutto il mondo. Quindi per raggiungere Port au Prince, si deve passare dalla vicina Repubblica Dominicana. Partiamo in due da Città del Messico a Santo Domingo in aereo e poi da lì via terra si dovrà attraversare tutta lisola da est a ovest lungo una strada precaria e trafficata, lunica. Al nostro arrivo a Santo Domingo ci accoglie Narciso, un anziano giornalista e uomo politico dominicano, militante del Partito Comunista, combattente durante la rivoluzione dominicana del 1965 e nella resistenza contro linvasione statunitense fu più volte esiliato a partire dallinizio degli anni sessanta da quando lottava contro la tirannia del dittatore Rafael Leonidas Trujillo.</text><text_more>&lt;b&gt;A Santo Domingo&lt;/b&gt;
Narciso è un idealista generoso e combattivo che non esita a offrirci la sua ospitalità e i suoi scritti praticamente senza nemmeno conoscerci e decide di pagar lui un hotel nella zona coloniale della capitale dominicana solo per il fatto che stiamo andando ad Haiti per provare a dare una mano. Al check in della Copa Air in Messico constatiamo il raggiungimento del limite massimo di peso consentito, 46 kg a testa in totale: siamo strapieni di medicinali, tende, filtri per lacqua, vitamine, bottiglie dalcol, apparecchi vari come cellulari, macchine digitali e batterie, guanti da lavoro e perfino cancelleria, tutti beni che non si trovano ad Haiti oppure sono carissimi.
Verso sera io e Diego, il mio compagno davventure, restiamo soli con lalbergatore e questi, cercando di creare una maldestra complicità, ci spiega ridacchiando che Narciso è una specie di comunista e che sta sempre contro tutti i governi e che purtroppo, insomma, è stato sempre osteggiato perché non scende mai a patti e aderisce ai circoli di attivisti bolivariani promossi dal presidente venezuelano Hugo Chavez. Il nostro non ha cattive intenzioni ma si accorge subito che forse è stato un po troppo spontaneo con due sconosciuti e quindi sente il dovere di una rettifica beh, però è una gran persona oltre ad essere un cliente fisso!. Notte, zanzare, pensieri. Sappiamo che dobbiamo prepararci a guardare in faccia persone che hanno perso tutto, che non hanno più una casa, una famiglia, un lavoro né uno Stato di riferimento dato che quasi tutti i ministeri e gli uffici pubblici sono crollati e il presidente Rene Preval prova a gestire la cosa pubblica tramite dei messaggi televisivi serali trasmessi da una tendopoli che è protetta dai mezzi blindati USA, dalla polizia locale e dai caschi blu dellONU. Gli autobus per Porto Principe partono uno dietro laltro non appena si riempiono di persone da una stazione relativamente moderna dove bisogna fare la fila dal mattino presto per sperare dottenere lagognato biglietto.&lt;img alt=&quot;Centro129.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Centro129.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;150&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt; La calca dentro e fuori dallufficio vendite è impressionante e i più agguerriti sono i gruppi di haitiani che confondono gli agenti della sicurezza usando un mix linguistico franco-creolo-spagnolo davvero ammirevole mentre io cerco di inserirmi in una curiosa fila circolare che degenera in bolgia ogni quattro minuti. Il Caribe Bus è per i ricchi: quaranta dollari USA di viaggio più altri trenta per tasse alla frontiera, varie ed eventuali. Verso le 9 salutiamo Narciso che ci ha pazientemente accompagnato anche in questa occasione e montiamo sullautobus coi posti da conquistare e la fame già sedata da alcune tortine burrose consumate in caffetteria.
&lt;b&gt;Storia e razzismo&lt;/b&gt;
Da oltre duecento anni due stati decidono le sorti dellisola in cui sbarcò Colombo il 14 ottobre 1492 e che poi si chiamò La Hispaniola. La Repubblica Dominicana è un paese ispanofono più ricco e sviluppato del suo vicino francofono, anche grazie al turismo e a una certa stabilità politica. Nel secolo XIX il paese più potente e fiero era invece Haiti mentre oggi, forzando un po una comparazione valida per molte terre di confine dellAmerica Latina, la Repubblica Dominicana arriva a rappresentare quello che sono la Costa Rica per il Nicaragua, lArgentina per la Bolivia o gli Stati Uniti per il Messico, cioè dei paesi confinanti e prosperi verso cui emigrare, con più lavoro e migliori stipendi ma anche tanto risentimento, discriminazione ed esclusione nei confronti di una popolazione percepita come etnicamente differente (nera in questo caso) rispetto allidentità nazionale predominante (per esempio meticcia, europea o WASP). Per le strade di Santo Domingo e persino nelle colonne dei principali quotidiani nazionali non è difficile sentire commenti razzisti sui vicini haitiani cui vengono attribuite spesso le colpe degli incidenti, dei furti e in generale dei problemi del paese che sarebbe più ricco se avesse altri vicini, se potesse avere unimmigrazione migliore. Frasi spesso ripetute anche in casa nostra, mi pare. Alcuni tassisti ci hanno detto di avere paura dei contagi e le malattie provenienti da Haiti senza però specificare di che si tratta. Una nuova epidemia di suina o la fobia del terromoto? Attenzione, dico io, noi veniamo dal Messico, culla della vendetta di Montezuma e del virus A H1N1, non avete paura?
&lt;b&gt;Risentimenti&lt;/b&gt;
Per opera della stampa, del discorso politico, dellideologia nazionale e dei libri di storia di stampo revanscista è ancora vivissimo il ricordo della vergognosa conquista di Santo Domingo da parte delle truppe insorte dal presidente haitiano Jean-Pierre Boyer nel 1822. Infatti la Repubblica Dominicana divenne indipendente solo nel 1844, quarantanni dopo Haiti, la quale seppe invece lottare e vincere contro la Francia di Napoleone già nel 1804, diventando la prima Repubblica indipendente in America dopo gli USA e la primissima che abolì la schiavitù e volle sposare i principi della Rivoluzione francese. Dal canto loro gli haitiani hanno di che lamentarsi dei vicini dominicani che nel 1937, durante la lunghissima dittatura (1930  1961) del generale Trujillo e per ordine di questultimo, si sono resi protagonisti di un vero e proprio olocausto, una persecuzione di haitiani che fece oltre 20mila vittime con il tragico pretesto di ripulire la frontiera e la razza.
&lt;b&gt;Frontiera e polvere&lt;/b&gt;
La frontiera di Jimanì è un caos totale che ci fa perdere ore e ore in mezzo alla polvere delle strade sterrate e agli autobus parcheggiati col motore acceso in transito verso Porto Principe. Alcuni chilometri prima abbiamo superato i convogli e le ruspe dellesercito italiano che stazionavano in alcune spianate ai bordi della strada principale, probabilmente in attesa di ripartire di notte per non creare ingorghi apocalittici ed evitare il caldo, e che pare abbiano dovuto fare un giro assurdo per i mari dei pirati prima di poter approdare nelle acque dominicane e proseguire via terra. Un po come noi insomma, ma forse meno motivati. Verso sera il traffico nei pressi della congestionata capitale haitiana completa lopera e un viaggio di 6 ore teoriche si allunga fino a quasi 12 ore totali. Gli ultimi 30 chilometri prima dellarrivo sono solo unanteprima rispetto a quanto vedremo in città: un brulicare di gente per strada comprando, vendendo, cercando, trasportando e parlando; file di tende, materassi, coperte e dimore improvvisate sul ciglio della strada e sui marciapiedi distrutti, case crollate con oggetti, elettrodomestici e utensili che emergono dalla polvere come testimonianza di una vita che non cè più, sparita nel nulla sotto le macerie o dispersa in una strada qualunque della metropoli senza legge. O meglio, senza Stato, che forse a volte è meglio se si riattivano le forme di vita comunitaria e autonoma ma non mi spingerei oltre. Qui la situazione è unaltra.
&lt;b&gt;Port au Prince&lt;/b&gt;
Quando Evel e il suo amico poliglotta Paulo ci vengono a prendere in jeep alla stazione degli autobus è ormai notte ma la città continua a restare sveglia e a muoversi in cerca di cibo, acqua, giacigli, aiuti. Lodore acre e intenso che entra dai finestrini è la morte, ci dicono. E la puzza dei cadaveri che ancora sono sotto le macerie e non si possono portare via perché non ci sono le ruspe e nessuno osa più addentrarsi nel cemento in frantumi. O forse è lumore dei vivi che richiama i soccorritori sempre più scoraggiati ma con un filo di speranza, comè successo oggi con il ritrovamento di un uomo ancora vivo dopo tre settimane di vita negli inferi.  &lt;img alt=&quot;Centro005.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Centro005.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;150&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;I nostri anfitrioni ci raccontano i primi momenti drammatici in cui sono riusciti a scampare il pericolo per pura fortuna e la fase seguente di normalizzazione che in realtà continua tuttora e andrà avanti per mesi, dato che la cultura della sopravvivenza a Porto Principe coincide con quella dellemergenza permanente, basti pensare che meno di due anni fa furono gli uragani a sconvolgere la nazione più povera dellemisfero occidentale. Le strade asfaltate sono solo quelle grandi e transitate, le arterie principali dellingarbugliato tessuto urbano. Invece le altre vie languiscono ai margini della tanto sognata e discussa modernità, prive di luce e servizi, incomplete e bucate a causa della corruzione politica che colloca il paese agli ultimi posti di tutte le classifiche stilate in materia e che da sempre ha mangiato le sue risorse e defraudato la sua gente come quando, per esempio, il figlio del dittatore François Duvalier, Jean-Claude, detto Baby Doc, che governò tirannicamente Haiti, la rovinò economicamente e poi fu accolto a Parigi in un esilio dorato nel 1986.
&lt;b&gt;LAumohd&lt;/b&gt;
Arrivati. Evel Fanfan, lamico haitiano che ci ha permesso di venire qui e che ci ospiterà nelle strutture della sua associazione, è&lt;a href=&quot;http://en.wikipedia.org/wiki/AUMOHD&quot;&gt; il presidente dellAumohd&lt;/a&gt;, un gruppo locale di avvocati per la difesa dei diritti umani che spesso hanno dovuto conciliare le loro attività in campo giuridico con i compiti umanitari e di protezione della popolazione del quartiere in seguito a terremoti e uragani. Sfruttando la loro esperienza nel lavoro in favore delle persone condannate ingiustamente e gli abitanti dei quartieri disagiati, gli avvocati e i collaboratori dellAumohd stanno cercando sia di riprendere in parte le loro attività ordinarie sia di aiutare la gente del quartiere Delmas, la zona della periferia cittadina in cui ci troviamo, con dei progetti di cucina comunitaria, con la distribuzione di medicine, la fornitura di servizi di base come Internet ed elettricità per ricaricare i telefonini oltre alla ricerca dei famosi aiuti internazionali che ancora non hanno lambito né questo gruppo né la maggior parte della popolazione di Delmas che dorme per la strada e negli accampamenti. In questo senso stiamo promuovendo una raccolta fondi mirata a supplire la mancanza attuale di altre fonti di reddito per i membri dellassociazione e della comunità del quartiere che possono avere un impatto molto più diretto: &lt;a href=&quot;http://prohaiti2010.blogspot.com/&quot;&gt;vi invito a sottoscrivere QUI.&lt;/a&gt;
Il Diario continua

Foto da Haiti: &lt;a href=&quot;http://picasaweb.google.com/FabrizioLorussoMex/Haiti&quot;&gt;http://picasaweb.google.com/FabrizioLorussoMex/Haiti&lt;/a&gt;</text_more></entry>
<entry id='3342' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3342' author_id='2' authored_on='20100211181255' basename='perforando_il_suolo_locale_con_lo_spillone_il_lavoro_culturale_di_antonello_ricci' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100211181255' modified_on='20100213124027' ping_count='0' status='2' title='Perforando il suolo locale con lo spillone: il lavoro culturale di Antonello Ricci' week_number='201006'><text>&lt;img alt=&quot;antonelloriccibuona.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/antonelloriccibuona.jpg&quot; width=&quot;142&quot; height=&quot;129&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;di &lt;b&gt;Alberto Prunetti&lt;/b&gt;

&lt;b&gt;Luciano Bianciardi&lt;/b&gt; polemizzava ferocemente contro il provincialismo erudito degli studiosi locali, che lui chiamava in senso spregiativo archeologi e medievalisti. Li attaccò ferocemente nelle pagine iniziali de &lt;b&gt;&lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/lavoro-culturale-bianciardi-luciano-feltrinelli/libro/9788807814617&quot;&gt;Il lavoro culturale &lt;/a&gt;&lt;/b&gt;e rispose al loro cicalio abbandonando il retroterra grossetano per seguire un nuovo progetto editoriale nella Milano del preteso boom economico. Rimase impantanato con un piede nella provincia e l&apos;altro nel jet-set degli intellettuali mainstream, guadagnandosi gli odi degli uni e degli altri e conducendo male una vita agra, pieno di grappa cattiva e sensi di colpa.

Gran parte delle sue accuse contro i localisti erano giustificate. E lo sono anche adesso, in un&apos;epoca in cui locale vuol dire qualcosa di peggio dell&apos;epoca di Bianciardi. </text><text_more>Se ancora negli anni Sessanta il localismo poteva essere interpretato come un punto di vista atto a cogliere il paese reale, ai nostri giorni il rischio è che questo termine indichi una rappresentazione comunitaria e identitaria della realtà, falsamente ripiegata su se stessa. L&apos;una e l&apos;altra prospettiva soffrono di qualche aberrazione, ma l&apos;astigmatismo miopico di chi vede sfocato e con colori poco vividi non è una ragione sufficiente per gettare a mare la prospettiva ravvicinata  macro, come si dice nel gergo fotografico -  di chi scrive con l&apos;occhio immerso nel locale. Sarebbe quindi un peccato consegnare gli studi locali ai leghisti mannari che si inventano lingue e tradizioni, o ai cialtroni che propagano deliri teosofici e misticismi strapaesani.

Uno studioso che difende il valore del lavoro culturale nella provincia col rigore della vecchia talpa e l&apos;ottimismo dell&apos;umanista è il viterbese &lt;b&gt;Antonello Ricci&lt;/b&gt; (nella foto). Formato nella scuola degli studi folklorici e della critica letteraria, mescola la semiotica decostruttiva con uno sguardo sulla provincia che è più quello dell&apos;antropologo che quello dell&apos;autodidatta. Un piede nella scuola superiore (il professore che tutti conoscono), uno nell&apos;accademia (è dottorando presso l&apos;università della Tuscia), Antonello Ricci è il tipo che scrive articoli sul computer degli amici  -  il suo è sempre rotto  -  e che si fa un&apos;idea delle cose biascicando il sigaro dentro al cappotto in lunghe passeggiate notturne dentro alle mura di Viterbo. In una città che un tempo era de &quot;I vitelloni&quot; (set magnifico del film di Fellini) e che adesso sente stringere sempre più serrato il morso della destra, il Ricci continua in direzione ostinata e contraria il suo attivismo intellettuale: scrive saggi sul fascismo viterbese, poi plot teatrali che lui stesso mette in scena assieme a un gruppo di attori autodidatti; di seguito il copione lo rovescia in versi, e intanto fruga negli archivi, intervista anziani, riscrive le loro memorie. E continua a camminare su quelle strade nere di Viterbo, una città provinciale, divenuta capoluogo solo per astuta convenienza negli anni del ventennio e che al duce e al fascio ha sempre restituito gratitudine. Una città comunque bellissima, che nelle passeggiate notturne a fianco del Ricci  si apre come le pagine di un romanzo (Ricci è anche autore di una guida di Viterbo che appunto va letta come opera letteraria più che come pubblicazione tecnica).

Riassumo allora alcuni passi della bibliografia di Antonello Ricci:

_&lt;b&gt;&lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/1932-racconto-metricato-ricci-antonello/libro/9788888300603&quot;&gt;1932, racconto metricato &lt;/a&gt;&lt;/b&gt;(David Ghaleb editore, 2009): i personaggi di un racconto in rima: Gemma, una contadina orgogliosa a cui i fascisti hanno ucciso un figlio; Valerio, un bambino che un giorno inciampa e rotola tra le gambe di un regista che sta girando a Viterbo un film fascista (Vecchia Guardia di Blasetti); Edoardo, un fabbro trentenne podista e antifascista, innamorato di una ragazzina chiamata Libertaria, che urla il nome di lei ogni mattina all&apos;alba mentre si allena e che quando taglia per primo il traguardo saluta a pugno chiuso, facendo incazzare i gerarchi. E poi il nonno Olindo, vecchio e un po&apos; sonato, cavallaro in pensione che racconta a Valerio di quando faceva il buttero in Maremma e di come sconfisse Buffalo Bill nella storica sfida tra cow-boys e butteri maremmani.

_&lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/sottoassedio-viterbo-1921-1922-piece/libro/9788888300658&quot;&gt;&lt;b&gt;Sottoassedio &lt;/b&gt;&lt;/a&gt;(David Ghaleb editore, 2009) è una pièce teatrale in tre atti dedicata al conflitto che oppose nel 1921-22 gli antifascisti viterbesi e gli squadristi neri, raccontata in maniera corale da una serie di personaggi: i cavatori, i poeti a braccio, i fascisti, gli arditi del popolo. Quasi una tragedia greca ambientata nello sfondo del peperino, la pietra vulcanica con cui è costruita Viterbo. 

_&lt;b&gt;Mezz&apos;al Duce e Mezz&apos;al Fascio &lt;/b&gt;(Malavoglia, 2003), un saggio che intreccia antropologia culturale e storia orale per affrontare il tema del consenso al regime fascista e del mito mussoliniano nella memoria contadina dell&apos;Alto Lazio. Un lavoro interessantissimo condotto attraverso l&apos;uso della memoria orale nell&apos;intervista con vecchi testimoni del ventennio, attraverso le scritte murali dell&apos;epoca, la poesia estemporanea in ottava rima e le barzellette politiche. 

_&lt;b&gt;Stoffa forte maremmana &lt;/b&gt;(Manziana, Vecchiarelli 2001) e &lt;b&gt;&lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/fare-righe-ottava-rima-maremma/libro/9788872267585&quot;&gt;Fare le righe &lt;/a&gt;&lt;/b&gt;(Stampa Alternativa, 2003): in questi saggi il Ricci ha raccolto una serie di articoli sull&apos;ottava rima in Maremma, una forma di poesia contadina estemporanea in endecasillabi che sta risorgendo (e qui si coglie la resistenza e la capacità di adattamento di certi fenomeni locali tutt&apos;altro che effimeri) e che ormai in provincia di Grosseto vede ragazzetti alternarsi, sia nel pubblico che nei palchi in cui si fanno le rime, ai vecchi pensionati. 

_Una menzione speciale del lavoro del Ricci va alla curatela delle memorie pseudo-autobiografiche di semi-illetterati artigiani che hanno praticato mestieri ormai quasi scomparsi nella zona di frontiera tra grossetano e viterbese: dal vasaio al carbonaro fino a un campione dell&apos;illegalismo maremmano,  il tombarolo, ovvero il tipo che di notte andava su commissione alla ricerca di vasi etruschi nei tumuli dispersi nelle campagne, spesso tallonando gli scavi officiali in esplorazioni notturne sotterranee. Le memorie, attraverso la curatela di  Antonello, raccontano la biografia di  Pietro Bozzini, un tombarolo romantico, così bravo con lo spillone che la sovrintendenza ai beni archeologici negli anni Settanta si offrì di comprarlo e di farlo lavorare accanto ai professori e agli studenti, pur di non averlo come concorrente negli scavi. Questo libretto di memorie, nell&apos;editing del Ricci, si intitola &lt;b&gt;Seppellitemi con lo spillone. Autobiografia di un tombarolo gentile &lt;/b&gt;(Stampa Alternativa, 2003)  (lo spillone è una sonda di ferro, un frugatoio di lunghezza variabile, in genere dotato di manubrio,  con cui i tombaroli, percuotendo il terreno, sentivano  secondo alcuni, misticamente  le discontinuità del sottosuolo e individuavano le camere d&apos;aria delle tombe etrusche, con tecniche artigianali che gli archeologi faticano a spiegare). 

Sono solo pochi saggi del fronte vulcanico su cui si estende la ricerca di Antonello Ricci, che si radica come un&apos;erica sul suolo tufaceo del viterbese ma si apre alla lotta per la difesa degli spazi pubblici e politici ( ad esempio il parco dell&apos;Arcionello, un&apos;aria protetta di 400 ettari a ridosso delle mura cittadine su cui gravitano mire predatorie contro le quali Antonello si impegna con attivismo inesausto), sempre più compressi da chi nel locale vede il particolare e ne fa spazio di interessi e di autoidentificazione esclusiva e comunitaria. Se la memoria dell&apos;antifascismo e delle culture subalterne non svanirà in un&apos;epoca di oblio mass-culturale, in parte sarà grazie a certi tombaroli resistenti come Antonello Ricci, che continuano a saggiare il terreno locale col loro spillone, in perenne ricerca di storie sommerse da condividere.
</text_more></entry>
<entry id='3343' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3343' author_id='4' authored_on='20100212142729' basename='miopia_critica_remix_9800_9' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100212142729' modified_on='20110324024706' ping_count='84' status='2' title='Miopia critica (Remix 98/00  9)' week_number='201006'><text>di &lt;b&gt;Dziga Cacace&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;MC091.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/MC091.jpg&quot; width=&quot;190&quot; height=&quot;127&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;&lt;b&gt;305 - &lt;i&gt;Essere John Malkovich &lt;/i&gt;del farlocco Spike Jonze, USA 1999&lt;/b&gt;

Ci sono film che sono delle cagate. E questa è verde, sciolta e mefitica. Io non volevo andarci al cinema, sentivo delle chiare &lt;i&gt;bad vibrations &lt;/i&gt;e avevo fortissimi dubbi su quanto di buono di questo film mavevano detto Pier Paolo ed Elena. Barbara mi convince e smetto il lutto cinematografico: approfittiamo della Milano senza macchine e andiamo al cinema Ariosto. La città sembra &lt;i&gt;1997 Fuga da New York&lt;/i&gt; e tutte le auto, posteggiate e silenti - al posto di intasare le strade -, sono inquietanti. Vediamo il film, mi scompongo e quanto segue è uninvettiva vecchio stampo, quando ancora sapevo indignarmi se mi sentivo preso per il culo da un mestierante. </text><text_more>Se cè una cosa che mi fa incazzare come una belva è cacciare nel cesso unottima intuizione: &lt;i&gt;Essere John Malkovich&lt;/i&gt; è un film che spreca unidea geniale e che irrita per lapprossimazione e per la presunzione con cui si sprecano tutte le implicazioni che ne potrebbero nascere. Craig (Cusack) è un burattinaio che, pur di lavorare, diventa archivista in un misterioso ufficio che si trova al settimo piano e mezzo di un palazzo di New York. Bella idea, okay, risolta attraverso un buon lavoro scenografico. Però la faccenda muore lì. E vabbeh, praticamente una gag visiva. Chiuso. Craig è sposato con Lottie (Cameron Diaz, imbruttita allinverosimile), ma non è contento e sinvaghisce  i misteri del cinema  di Maxine (la Keener, attraente come Capezzone in giarrettiere). Casualmente scopre che nel settimo piano e mezzo di cui si diceva esiste un cunicolo che porta nella mente di John Malkovich: siamo nellambito delle intuizioni fantastiche, quelle che rendono il cinema &lt;i&gt;il cinema&lt;/i&gt;, benissimo. E che accade? Nasce un quadrangolare amoroso in cui Maxine seduce Malkovich (quello vero) posseduto da Craig e Lottie a turno, ambedue innamorati di Maxine. &lt;i&gt;La follia&lt;/i&gt;. Quale fascino dovrebbe avere sta qui, non è dato saperlo e il fatto che Craig caschi come una pera cotta appena la vede o Lottie scopra la sua prepotente voglia omosessuale viene narrato come situazione data. Non cè evoluzione o scoperta, neanche uno straccio di fottutissimo motivo, anche il più banale o stereotipato. Perché succede? Boh, questanno andrà di moda il gay-chic che ne so. Ma torniamo alla trama: lo stesso Malkovich viene a sapere della cosa e prova lesperienza di entrare in se stesso: è forse lintuizione migliore del film, tre minuti di delirio in cui &lt;i&gt;tutto &lt;/i&gt;è Malkovich. Per il resto, come va avanti la storia? Craig riesce a possedere Malkovich e ottiene notorietà mondiale come burattinaio, ma Maxine - ora compagna del Malkovich/Craig - è innamorata di Lottie Finisce che Craig viene espulso dal corpo di Malkovich che torna in sé (o quasi) e Lottie e Maxine coronano il loro amore con una figlia. Unora e cinquanta di casino, confusione, fumi intellettualistici gestiti con la profondità di un marmista alle prese con un blocco di travertino, incoerenza narrativa e registica, attori con facce da cazzo, dialoghi pessimi. Perfino il doppiaggio è irritante. Jonze è un ottimo regista di videoclip, ma qui non regge cinque minuti cinque. La scoperta del tunnel che ci porta nella mente di Malkovich - idea clamorosa che in mano a un Gilliam ci avrebbe dato un capolavoro - avviene dopo TRENTADUE minuti in cui mi ero già trifolato le palle a morte. I personaggi sono odiosi e non cè, nellallucinata vicenda, un minimo di coerente credibilità ed empatia. Nel primo tempo il personaggio principale è Cusack, poi - nel secondo - lo diventa la Diaz in un bailamme narrativo che alla letargia sostituisce allimprovviso un crescendo scomposto. E tutti i simboli? La scimmia che Lottie coccola? I burattini che dipendono dalle mani di Craig? Simboli, nientaltro, cui appiccicare chissà quali significati. Non appena si supera la lunghezza canonica del clip musicale Jonze boccheggia: fatelo tornare a lavorare con Fat Boy Slim, perché qui passa solo che Jonze è un parvenu sgrammaticato, che vorrebbe ma non può. Non ho verificato, ma ritengo che il film provenga dal Sundance, supermarket della stronzata a cui abboccano i tanti babbioni che esultano per ogni presunta novità solo perché hanno visto troppo pochi film per distinguere tra sensazioni e sensazionalismi. Tiè. (Cinema Orfeo, Milano; 16/1/00)

&lt;b&gt;306 - &lt;i&gt;The Doom Generation &lt;/i&gt;del pallone gonfiato Gregg Araki, USA 1995&lt;/b&gt;

Concludo un week end di film bruttini se non pessimi con questa prima visione di Retequattro perché mintriga il nitore fotografico di alcune scene che ho già visto. Due giovani adolescenti, Amy e Jordan, caricano in macchina Xavier, un novello Lucignolo che li trascina in un viaggio fatto di droghe, sesso, rapine, uccisioni e altro Succede che Retequattro mandi in onda una versione di 57 minuti e che alcune cose di cui parla il Mereghetti scompaiano (lFBI e la TV che inseguono i protagonisti, per esempio); e che il film si concluda con Amy che molla Jordan (ucciso da non si sa chi) per Xavier. Stop. In mezzo ammazzatine, sesso a go-gò (triangoli, perturbazioni omosessuali, perversioni etc.), conti nei fast food che sono sempre di 6 dollari e 66 centesimi, citazioni daccatto del Lynch di &lt;i&gt;Cuore selvaggio &lt;/i&gt;e del Tarantino di &lt;i&gt;Pulp Fiction&lt;/i&gt; tutto con un ritmo da nosocomio infarcito di dialoghi che dovrebbero mostrarci il vuoto morale dei protagonisti e sono invece la prova lampante della cialtronaggine dello sceneggiatore. Una bella e solenne cazzata, condita da una cifra stilistica narcisistica, iper leccata e falsa. Dei tagli di Retequattro non me ne può fregare di meno: la versione integrale non la vedrò mai, né ne sentirò la mancanza. È uningiustizia, lo so, ma così va il mondo e non posso farci niente. (Diretta da Retequattro; 17/1/00) 

&lt;img alt=&quot;MC092.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/MC092.jpg&quot; width=&quot;127&quot; height=&quot;180&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;&lt;b&gt;309 - &lt;i&gt;Viol@&lt;/i&gt; dellimbarazzante Donatella Maiorca, Italia 1998&lt;/b&gt;

Viol@ è un film francamente sordido e ributtante, ma lo sapevo e, ciò nonostante, ho voluto vederlo: ho scientemente deciso di sottopormi a questa inquietante esperienza visiva. Marta è intervistatrice per una società di ricerche di mercato (o qualcosa del genere, poco importa). Scopre le &lt;i&gt;chat-line &lt;/i&gt;in Internet e intraprende un dialogo privato con tale Mittler (&lt;i&gt;Le affinità elettive&lt;/i&gt;, così, tanto per far vedere che sè frequentato un liceo, ecco). La relazione telematica cresce, il gioco si fa pericoloso e la vita di Marta (che in Rete si firma Viola) va in merda: perde il lavoro, ha una storia di sesso con un idraulico (come mestiere, non come attributo sessuale), le muore il cane (evidente sostituto del pene  ma si può?!?), arriva quasi alla follia. Allora va a scoprire chi cacchio sia sto benedetto Mittler che la perseguita. Dopo un primo pseudo colpo di scena (Mittler è una donna? Erezione dello spettatore medio maschio che si pregusta la lesbicata), zac, ecco che linterlocutore zozzissimo di Viola altri non è che un segaiolo di 13 anni con la faccia del ritardato di &lt;i&gt;Un tranquillo week-end di paura&lt;/i&gt;. Significato della cosa? Boh. E Marta/Viola, personaggio di unimbecillità improponibile, dopo tanta paura si fa una risata, come se un maniaco di 13 anni fosse meno pericoloso di uno di 35: valla a capire. La trama è inattendibile per molti versi e non regge né da un punto di vista tecnologico (computer parlanti, processori con tempi di reazione infinitesimali, animazioni da George Lucas etc.) né da quello narrativo: chi è Viola? Perché si fa intrigare da questo interlocutore senza volto che le manda una fialetta &lt;i&gt;col suo sperma&lt;/i&gt;? Perché si tromba il muratore/idraulico (dopo un tira e molla che ha del comico)? Domanda: sarà forse perché è &lt;i&gt;sola&lt;/i&gt;? O è tutto un semplice pretesto per mettere su un film pruriginoso? A tratti pensavo: qui cè uno spunto degno di un filmaccio soft degli anni Settanta, solo che lì non cerano pretese registiche, menate intellettuali. E poi, questa messa in scena che più leccata e finta non si può: interni high-tech, una Roma così fredda che sembra Milano, una recitazione da spot. Nessun calore, fotografia gelida, erotismo risibile. E lha girato una donna che dovrebbe avere quel minimo di sensibilità per non scadere nel pecoreccio alla Brass... E vabbeh: &lt;i&gt;Viol@&lt;/i&gt; è una porcata. Stefania Rocca è spesso nuda (e con gli alluci valghi) e più che guardare lintensità del volto si nota quella delle tette. Tra i comprimari cè Rossana Mortara (Pier e io ci capiamo). Film pessimo che non riesce neanche a farmi incazzare. (Vhs da Tele+; 29/1/00)
P.s.: togliamoci due sassolini, va. Comè che Duel ha dedicato al film grande attenzione e interviste addirittura mesi e mesi prima che il film uscisse? Tra laltro questa Maiorca è la regista della fiction &lt;i&gt;Giornalisti&lt;/i&gt;, su Canale5. Per chi non lha vista  cioè, praticamente tutti - ricordo che è una tra le cose peggio realizzate nella &lt;i&gt;storia della televisione mondiale di tutti i tempi&lt;/i&gt;: tecnicamente scandalosa (fotografia che sembra una vhs riversata diverse volte), abusa involontariamente di scelte Dogmatiche gestite senza raziocinio alcuno. Dopo una riga di risultati che han fatto la gioia della Rai, la messa in onda è stata sospesa.

&lt;b&gt;314 - &lt;i&gt;Al di là della vita - Bringing Out the Dead &lt;/i&gt;di uno spompo Martin Scorsese, USA 1999&lt;/b&gt;

Giacché sono un temerario mi avventuro solingo nel sabato sera milanese. Affronto lattraversamento della città in macchina, diretto al cinema Splendor, esattamente agli antipodi di dove abito io. Ci metto 45 minuti dorologio, passati accelerando e frenando o perlopiù inchiodato in coda tra centinaia di milanesi che sinsultano, martoriano il clacson, dormono in piedi, si superano da ogni lato, bestemmiano, parcheggiano in terza fila e sui marciapiedi, mentre i vigili son già tutti tornati in centrale perché cè un casino di lavoro arretrato da compiere, sí sí. Come avrete subito capito, non sono dellumore migliore: questa città infame ha il potere di togliermi il buonumore. Arrivo col fiatone: ho parcheggiato a due chilometri dal cinema e ho fatto una corsa disperata. Biglietto nellentrata che puzza di pop-corn e finalmente posizionamento in sala: sono le 19.59, perfetto. Intorno a me torme di milanesi che ciancicano lodioso granturco scoppiato, Ferrero Rocher e altre schifezze. Qualcuno deve essere imbarazzato da una bagna cauda perché arrivano fiatate agliose degne di un film di zombie. Vabbeh, cazzi miei che vado al cinema il sabato. E comè questo Scorsese, sceneggiato da Schrader? Mah. Per me è doloroso ammettere che lamato regista stavolta toppa un po. Già &lt;i&gt;Kundun&lt;/i&gt;, pur con momenti lirici altissimi, lasciava qualche dubbio; questo &lt;i&gt;Al di là della vita &lt;/i&gt;funziona a tratti, possiede momenti sapidi, intrattiene per lunghi brani, ma non funziona nellinsieme. Il legante della vicenda, la crisi di Frank Pierce, paramedico che non salva più vite umane e che è perseguitato dal fantasma di Rose (una ragazza che non è riuscito a salvare), stenta a decollare e va avanti a strattoni. Frank, come un angelo, si prende cura della figlia di un ricoverato il cui corpo si rifiuta di morire: uccidendo luomo, sente di essere riuscito a dare di nuovo la pace (più che la vita) a un bisognoso, a se stesso e alla ragazza. Le assonanze con &lt;i&gt;Taxi Driver &lt;/i&gt;sono molte. La stessa New York notturna e piovosa con un eroe solitario, un vendicatore buono o un angelo sporco, che si occupa delle anime in pena che vagano per la metropoli. Le quasi due ore del film passano tra musiche splendide (dai REM a Van Morrison, da Janis Joplin ai Clash di &lt;i&gt;Im So Bored With the USA&lt;/i&gt;) e scene dallimpatto visivo notevole, specialmente quando lambulanza di Pierce corre in aiuto di qualcuno. Come sempre è bello il montaggio della Schoonmaker e se la cavano anche gli attori (con un Nicholas Cage insolitamente misurato). Ma ripeto: è la vicenda che non piglia e il ritratto di una società che allalba degli anni Novanta va a combattere lIraq ma non si cura dei suoi disperati si perde in questa scrittura un po confusa. Peccato. (Cinema Splendor, Milano; 12/2/00)

&lt;img alt=&quot;MC093.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/MC093.jpg&quot; width=&quot;180&quot; height=&quot;133&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;&lt;b&gt;321 - &lt;i&gt;Toy Story 2&lt;/i&gt; di John Lasseter, USA 1999 &lt;/b&gt;

Aspettavo questo momento dallestate 97, quando vidi il primo &lt;i&gt;Toy Story&lt;/i&gt;. Il momento è giunto. Siccome Barbara è a Parigi e io mi trovo di passaggio a Genova, decido di condividere con chi mi è caro quella che ritengo sarà una visione celestiale. Daccordo con mia sorella Francesca chiamiamo Enrico che dal programma non è sconfinferato per niente, ma che alla fine accetta. Quando entriamo al cinema Universale la visione di tanti bambini in coda lo convince che lo stiamo prendendo per il culo. Non ha visto il primo episodio né &lt;i&gt;Bugs Life &lt;/i&gt;per cui non conosce minimamente le sensazioni straordinarie che ti può dare un film della Pixar. Gli offro il biglietto: &lt;u&gt;voglio rischiare in tutto&lt;/u&gt;. Il film è preceduto da un corto che nell86 lanciò Lasseter nel mondo del cinema. Enrico ridacchia: carino, vabbeh. Poi andiamo a cominciare e la prima scena del film è già genio puro. Lasciamo perdere le qualità tecniche del film (lanimazione è a livelli stratosferici e non so proprio cosa si potrà fare di meglio in futuro): quello che è incredibile sono la qualità e il ritmo della vicenda. In sala non fiata neanche un bambino, anche perché credo che non possano capire un cacchio di ciò che gli viene raccontato. &lt;i&gt;Toy Story 2&lt;/i&gt; ha una sceneggiatura ancora più articolata del prototipo della saga di Woody e Buzz, ha trovate ancora più divertenti, cita a più non posso e in maniera sempre intelligente, giocando con lo spettatore (vengono irrisi &lt;i&gt;2001 Odissea nello spazio&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Forrest Gump&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Pulp Fiction&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Guerre Stellari &lt;/i&gt;e &lt;i&gt;Jurassic Park&lt;/i&gt;). Insomma: è la commedia più divertente che ho visto negli ultimi anni. Non saprei come stilare una classifica ma poche, pochissime volte sono uscito dal cinema con un tale senso di appagamento senza riuscire a indicare punti deboli nel film che ho appena visto e che, forse, ci saranno pure. Ma dopo il clamoroso incipit è un susseguirsi di trovate in crescendo che culminano in un magnifico finale, reiterato senza mai annoiare. Trama: Woody è preda di un collezionista di giocattoli, ma gli amici riusciranno a scongiurare la sua partenza per un museo del Giappone. Detta così sembra facile, ma la vicenda è arricchita da tanti episodi mai scontati e ricchi di invenzioni. A un certo punto interviene una canzone e penso che sia una concessione al gusto dei bambini; e invece la regia riesce a costruire un clip splendido dove la narrazione per immagini supera ogni aspettativa. E che dire del momento delle Barbie anfetaminiche che ballano surf rock? O il nuovo personaggio del pinguino singhiozzante? O il &lt;i&gt;doppelganger &lt;/i&gt;di Buzz che trova il padre nel suo acerrimo nemico? Sembrerà assurdo ma questi giocattoli animati hanno più psicologia e dialoghi sensati di tutto il cinema americano recente. Sarà un capolavoro? La voglia di urlare di sí è forte. So che non mi divertivo così &lt;u&gt;completamente &lt;/u&gt;da tempo. In futuro rivedrò il film e riuscirò a essere meno schierato, ma non è detto che non mi esalti ancora di più. Film clamoroso. Co-diretto da Ash Brannon e Lee Unkrich. (Cinema Universale, Genova; 20/2/00)

&lt;b&gt;325 - &lt;i&gt;Rambo &lt;/i&gt;del fraudolento Ted Kotcheff, USA 1982&lt;/b&gt;

Povera stella, il Rambo: torna dal Vietnam e nessuno gli dice una parolina dolce o gli offre un lavoro. Allora il nostro eroe mutanghero vagabonda e lo arrestano. E lo irritano, sicché il veterano più cazzoso del conflitto indocinese prende e scappa pei boschi menando gran strage di poliziotti. Non basta la Guardia Nazionale, qui serve il vecchio colonnello Trautmann, suo padre putativo e addestratore nei Berretti Verdi. Lo ricondurrà alla ragione dopo una scena splendida: Rambo ha messo a ferro e fuoco la cittadina dove lo hanno arrestato ma bastano le parole del vecchio comandante a ridurlo in lacrime, a piangere i commilitoni morti, tra cui quello che gli è esploso addosso come una &lt;i&gt;tartare&lt;/i&gt; Ah, che film! Erano anni che non lo rivedevo e lho ritrovato ottuso e ottusamente divertente come allora, un B-movie che al livello più basso si gode come buon film dazione. &lt;i&gt;Rambo &lt;/i&gt;ha ritmo e intrattiene, dura il giusto e amministra saggiamente avventure e colpi di scena. Se invece, messe da parte le pulsioni pantofolaie dello spettatore, si presta attenzione (?) ai dialoghi (i grugniti, in realtà) del soldato John Rambo, allora vengono i brividi. Questo è un atto daccusa allAmerica dalla memoria corta, certo, ma un atto daccusa in nome dellavevamo ragione noi, del ci hanno impedito di vincere etc. Espressione perfetta dellera reaganiana, Rambo non ragiona, agisce distinto (animale) e poi ci pensa, forse. E tutto sommato il fascismo di Rambo è più subdolo qui che negli altri espliciti film della serie, dove si combatteva contro russi, vietnamiti e arabi, nemici ormai a livello di cartone animato. (Diretta su TMC; 1/3/00)

&lt;b&gt;327 - &lt;i&gt;Toy Story 2&lt;/i&gt; di John Lasseter, USA 1999 &lt;/b&gt;

A fine visione, attraversando una Parigi piovosa, Barbara tace, ma so che il film le è piaciuto. E io tornerò a vederlo per una terza volta, credo. Se alla prima visione sono stato catturato dal ritmo scatenato della vicenda, la seconda volta sono stato più attento alle modalità narrative adottate da Lasseter. Siamo di fronte a uno che conosce perfettamente la grammatica cinematografica e i meccanismi della commedia. Cosa differenzia &lt;i&gt;Toy Story 2&lt;/i&gt; da tanti altri film comici? Solo il fatto che è realizzato con la computer-grafica e, soprattutto, che è realizzato &lt;i&gt;meglio&lt;/i&gt;, allennesima potenza, sfruttando lestrema libertà che lanimazione concede: il montaggio parallelo delle due storie che si vengono a creare è gestito con un equilibrio clamoroso e così le gag o i concisi ma saporiti ritratti dedicati a tutti i personaggi. Tra i nuovi amici come non apprezzare lottuso nemico di Buzz, suo padre Zurg (anche lui non consapevole dellessere giocattolo), il tenero Wheezy - pinguino asmatico - o lindiavolata schiera di Barbie danzerecce? Anche se col &lt;i&gt;paint brush &lt;/i&gt;dei programmi di animazione, a Lasseter bastano poche pennellate per rendere unici i suoi giocattoli. Insomma, una vera immensa goduria dove, nellambito di un film che si vuole leggero, ci si permette non banali considerazioni parlando del destino dei giocattoli rotti, dellaridità del collezionismo, della superiorità dei giocattoli materiali sui videogiochi e, soprattutto, del particolare rapporto che si crea tra giocatore e giocattolo, tema su cui si potrebbero dire tante banalità intrise di sciropposo infantilismo e che invece questi geniacci della Pixar sanno trattare con poesia e/o ironia, in un equilibrio che ha del miracoloso. Torno a Milano e lo rivedo per la terza volta, è deciso. (Cinema MK2, Parigi; 4/3/00)

&lt;img alt=&quot;MC094.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/MC094.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;131&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;&lt;b&gt;328 - &lt;i&gt;American Beauty &lt;/i&gt;di Sam Mendes, USA 1999 &lt;/b&gt;

È già un po che mi sinvita ad andare a vedere questo film, ma diffido dei consigli e minsospettisce la massiccia campagna di stampa che ha accompagnato luscita: ovunque articoli di tuttologi a esaltare il film, soprattutto per la supposta capacità di riuscire a fotografare gli anni Novanta da cui siamo appena usciti. Mah. Rimando la visione perché sono un caratteraccio e accolgo le perplessità di amici di cui mi fido; infine, due settimane fa, provo ad andare in un cinema inesorabilmente pieno di gente e desisto (è linconscio che mi ha fatto arrivare solo dieci minuti prima dellinizio, è sicuro) poi, però, sono a Parigi e lì la possibilità di vedere il film in lingua originale e la voglia di condividerne la visione con Barbara fanno il resto. Andiamo al MK2 Beaubourg, una sala piccola, ma non minuscola come quella di ieri sera. E si va a cominciare. La prendo larga: dal punto di vista tecnico e formale il film mi sembra ineccepibile, ma nel cinema nordamericano è semmai raro il contrario. Ciò che subito colpisce è leleganza della messa in scena. È subito evidente la presenza di un gusto nel gestire le inquadrature e nellutilizzare il montaggio, il colore, le capacità degli attori e altro ancora. Cioè, ho visto cinema che risponde a una volontà autoriale molto forte (e che apprezzo esteticamente), dove ogni fotogramma è pensato, curato e compiuto. Gli attori sono in parte e tutti di una bravura clamorosa, le musiche (originali e di repertorio) sono azzeccate, il montaggio è sobrio e puntuale con alcune sgrammaticature molto espressive nelle scene oniriche (con ipnotici attacchi ripetuti). Okay, abbiamo messo un po di fieno in cascina. Ma i contenuti? Se la sceneggiatura fa schifo? E invece, miracolo, ecco una scrittura che si fonde col racconto visivo in maniera entusiasmante con una coerenza che spesso sfugge ai registi americani, immolata sullaltare dello spettacolo a tutti i costi. Qui, oltre a tutto, Mendes, regista con lunga esperienza teatrale, si dimostra autore a tutto tondo sapendo gestire anche il famigerato intrattenimento, senza soffocare il film in un vuoto estetismo o in una scrittura arida. Kevin Spacey è un uomo medio, quarantenne. Guadagna bene, ha una bella moglie in affari e una figlia adolescente con cui ha problemi comunicativi. Sente il suo &lt;i&gt;impasse&lt;/i&gt;, tanto che masturbarsi la mattina nella doccia sembra lunico momento della giornata degno dessere vissuto. Gli si prospetta pure il licenziamento, ma, alla constatazione della morte coniugale si contrappone un incontro fondamentale: conosce unamica della figlia, un animaletto che sprizza sesso da ogni poro, provocante e sensuale. Allora Spacey si ribella e si riprende la vita. Si fa licenziare con una buonuscita clamorosa (sessantamila dollari, ottenuti col ricatto di future delazioni a proposito delle spese illecite del principale), si dedica allesercizio fisico, riprende a fumare marijuana e a sentire la musica di quando aveva quattordici anni (magnifico hard rock anni Settanta), si compra una Corvette rossa cafonissima e, come estrema presa di coscienza che il Sistema lo costringerebbe in qualche modo a fare del male agli altri, si sceglie un lavoro senza alcuna responsabilità, in fondo alla catena decisionale, responsabile solo per se stesso. Torna alla condizione edenica di un adolescente del 1971 - birra, spinello e Free a palla nellautoradio - prima che venissero gli spietati anni di Reagan e quelli ipocriti di Clinton. E si rende interessante agli occhi della lolita di cui si diceva. Arriva alla resa dei conti con la moglie (che lo tradisce) ma non riesce a riallacciare i rapporti con la figlia, nonostante ne conosca lombroso ragazzo, Rick (che gli vende lerba). Questo è forse il personaggio più poetico del film: ritenuto matto perché parla poco, ma capace di cogliere linsostenibile bellezza delle cose, talvolta su nastro magnetico. Figlio di un marine nazi e omofobico, è lui una delle chiavi di volta nel cambiamento di Spacey, capace, col suo atteggiamento distaccato eppure cosciente, di riconsegnarlo allinnocenza e alla libertà. Poco dopo aver conosciuto la fragilità dellamica della figlia (e non averci concluso niente), Spacey viene ucciso. Lo ammazza il padre di Rick, credendolo il traviatore omosessuale del figlio. Il marine, lAmerica che rifiuta di guardarsi allo specchio, non tollera lipotesi di un figlio gay e non vuole ammettere neanche la sua supposta devianza sessuale (scena splendida, quando bacia Spacey). (Ormai non so assolutamente più scrivere un riassunto. Vabbeh.) La conclusione parrebbe amara, ma dal momento che Spacey si sentiva comunque un morto vivente, sembra che lultimo anno di vita contrassegnato da un dionisiaco ritorno ai piaceri dellesistenza sia valso la pena, per lo meno per aver compreso cosa cè al di là di ciò che ci viene imposto dalla società. (Non so neppure più trarre delle conclusioni degne di un essere senziente. Vabbeh bis.) Dunque, &lt;i&gt;American Beauty &lt;/i&gt;come bignamino sociopolitico degli anni Novanta? Mah. Come &lt;i&gt;Happiness &lt;/i&gt;lanno scorso, &lt;i&gt;American Beauty &lt;/i&gt;affronta alcuni dei temi di più stretta attualità, ma più che analizzare constata, senza prendersi la briga di giudicare e condannare come avveniva nel film di Solondz. Tanto Solondz era gelido, spietato, compiaciuto nellindicarci latroce esistenza &lt;i&gt;loro&lt;/i&gt;, nel puntare il dito chiamandosi fuori e quasi compiacendosi nellaver individuato i cattivi, tanto Mendes offre uno sguardo compassionevole ai suoi personaggi, comprendendone i difetti, mostrandoci i lati buoni e cattivi (tutti hanno un punto di svolta nel film, in cui smentiscono la prima idea che ci eravamo fatta di loro), senza condannare in toto. Mendes ci mostra un malessere diffuso (con tanto di &lt;i&gt;memento mori &lt;/i&gt;finale), ma anche la via di fuga: la quieta bellezza che lui sa credibilmente mettere in scena e che per alcuni personaggi è lantidoto alla vuota esistenza. Gran film che dimostra che Pier Paolo ed Elena possono prendere una cantonata (&lt;i&gt;Essere John Malkovich&lt;/i&gt;), ma non due. (Cinema MK2 Beaubourg, Parigi; 5/3/00)

&lt;b&gt;(Continua  9)&lt;/b&gt;
</text_more></entry>
<entry id='3354' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3354' author_id='19' authored_on='20100215182829' basename='gli_sciacalli_del_faraone' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100215182829' modified_on='20130320180608' ping_count='2' status='2' title='Gli Sciacalli del Faraone' week_number='201007'><text>di &lt;b&gt;Alessandra Daniele&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;PiaghedEgitto.JPG&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/PiaghedEgitto.JPG&quot; width=&quot;240&quot; height=&quot;180&quot; border=&quot;0&quot;hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;&lt;i&gt;In questi giorni abbiamo avuto un altro esempio dell&apos;ottimismo imprenditoriale della destra di governo: nei momenti tragici del terremoto in Abruzzo, là dove noi vedevamo solo case e vite distrutte, loro vedevano miliardi e puttane, appalti, e festini. Una lungimiranza che ha radici lontane.&lt;/i&gt;

Quando il Faraone fu raggiunto dalle tragiche notizie sul misterioso flagello che stava tramutando in sangue le acque d&apos;Egitto, egli subito convocò Bertolamses, gran sacerdote del dio Sciacallo, e i suoi consiglieri.
&apos;&apos;Benissimo! - risero i Bertolamsi - possiamo raccoglierle con le autobotti, e rivenderle per le trasfusioni! Di certo saranno infette, fangose, e anche un po&apos; puzzolenti, ma basta reinvestire la consueta parte del guadagno in tangenti agli uffici di controllo, e passeranno ogni test!&apos;&apos; 
Il Faraone sorrise compiaciuto, e li congedò.</text><text_more>Qualche giorno dopo però, li fece richiamare. &apos;&apos;Rane, pidocchi, mosconi, cavallette, tutto l&apos;Egitto è invaso da bestiacce schifose!&quot;
&apos;&apos;Evviva!- esultarono i consiglieri - faremo miliardi con pesticidi, insetticidi, e veleni assortiti! Abbiamo già pronte le autobotti, che il sangue è finito. Riutilizzeremo anche gli aghi, c&apos;è chi pur di sbarazzarsi dell&apos;infestazione, il pesticida se lo sparerà anche in vena&apos;&apos;
Il Faraone rise, e li congedò soddisfatto.
Passato ancora qualche giorno, tuttavia, dovette tornare a convocarli. &apos;&apos;Dopo la moria del bestiame, questa epidemia di ulcere che colpisce sia animali che uomini sta portando molti a pensare che il morbo che uccideva le bestie si appresti a sterminare anche la gente&apos;&apos;.
&apos;&apos;Perfetto! - sghignazzarono i consiglieri di Bertolamses - Abbiamo ettolitri di vaccino scaduto avanzato dalla scorsa pandemia farlocca. Lo carichiamo sulle solite autobotti, e lo distribuiamo con l&apos;imprimatur dei chirurghi imbalsamatori di corte. Mi raccomando maestà, che siano quelli più tetri fra loro a terrorizzare le folle, annunciando la nuova pestilenza&quot;.
Il Faraone annuì, e i consiglieri uscirono.
Alcuni giorni dopo però, essi furono ancora una volta convocati al suo cospetto. Alla tremula luce delle torce, avvolto in una spessa coperta intessuta d&apos;oro e peli pubici femminei, il Faraone li fissava torvo e intirizzito.
&apos;&apos;Prima la grandine. Blocchi grossi come una Duna, e altrettanto infami. Adesso le nubi di tempesta sembrano essersi fatte così spesse da oscurare del tutto il sole&apos;&apos;
&apos;&apos;Ma è ottimo maestà! - sorrisero i consiglieri - stiamo facendo miliardi col carburante per illuminazione e riscaldamento, le autobotti non si fermano un momento!&apos;&apos;.
Stavolta però Il Faraone non parve soddisfatto.&apos;&apos;Avrete sentito cosa osano insinuare gli schiavi immigrati su ciò che sta succedendo?... Le chiamano &lt;i&gt;Le dieci piaghe d&apos;Egitto&lt;/i&gt;, e le definiscono una punizione divina perché li teniamo in schiavitù, quei pidocchiosi terroristi. Dicono anche di sapere che la prossima piaga sarà la morte dei primogeniti&apos;&apos;.
 &quot;Stupendo! - gioirono i consiglieri - le famiglie rimaste senza figli vorranno senz&apos;altro adottarne qualcuno! Nelle terre dei nubiani c&apos;è stato un terremoto, laggiù gli orfanelli te li tirano dietro, compreremo all&apos;ingrosso e rivenderemo al dettaglio, andiamo a preparare le autobotti!&apos;&apos;
&apos;&apos;Benissimo allora. Io non ho bisogno di eredi, poiché non morirò mai - commentò il Faraone, mentre suo figlio Pierfara sbiancava - e grazie a te, sommo sacerdote del dio Sciacallo, e ai tuoi saggi consiglieri, anche l&apos;ultima piaga è sistemata.&apos;&apos;  
Bertolamses si esibì in un profondo inchino. 
Poi si ricordò d&apos;essere figlio unico.</text_more></entry>
<entry id='3355' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3355' author_id='4' authored_on='20100216033907' basename='principi_fischi' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100216033907' modified_on='20110324014135' ping_count='6' status='2' title='Principi &amp; fischi' week_number='201007'><text>di &lt;b&gt;Marilù Oliva&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Savoia.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Savoia.jpg&quot; width=&quot;190&quot; height=&quot;251&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Il principe Pico Raniero di Savoiardi è al centro del palco, luci puntate addosso. Di fianco a lui, un omicino che gli arriva al gomito e ha la faccia inquietante di chi ha passato gli anta ma conserva i tratti di un bambino. Comincia la prima parte della canzone ma nessuno lo ascolta, è il principe a calamitare lattenzione. Il finto bambino sinterrompe e laltro si prepara per lattacco canoro su questa musica malinconica.
Gli affezionati del Festivalremo attendono con trepidazione questo momento, sono tuttorecchi.
Il principe appoggia una mano sul lucidissimo bavero del suo frac nero. Incamera laria.

Suspense.

Arrotonda la bocca come se stesse succhiando da una cannuccia. Ne esce un suono molto simile a un fischio.</text><text_more>Dietro le quinte la presentatrice segue la scena sbirciandogli le spalle e ristorandosi con un vassoio di cannoli siciliani. É stretta in un vestitino dargento e voilant, potrebbe esplodere da un momento allaltro così strizzata come un taccino gonfiato nella carta stagnola.
Quando sente il primo fischio, ingurgita la metà restante di un cannolo precedentemente addentato.
Si rivolge alla truccatrice esibendo limpasto marroncino masticato:
«Mmm... Ma ...mmm... fischia??»
«Sì, signora. Mi sembra di sì...»
«Ehmmm...Ma... gnmm... non doveva cantare?»

La presentatrice sinterroga se sia il caso di intervenire. 500.000 euro di cachet, di questi tempi, forse implicano che sappia anche trovare delle soluzioni ai momenti dimbarazzo. Ma tanto, pensa, chi si imbarazza più? Allunga un braccio sul vassoio e ingozza unaltra metà di cannolo, mentre il principe ondeggia dolcemente la testa e simula passi di valzer come se stringesse una qualunque cenerentola. Cè, difatti, una cenerentola a cui sta pensando. 
Si chiama Pasquale, è un palermitano dai muscoli imbruniti dal sole e dagli occhi color della sabbia bagnata. Fa il mozzo sul suo panfilo da un anno. Pico Raniero di Savoiardi laveva inquadrato fin da subito come una specie di gorilla che vive di mare e di niente, uno di quei poveracci che non sanno dire di no ai potenti. Non si era sbagliato e, sul ponte di poppa, la prima notte, ne aveva avuto conferma. Sincontrano solo durante le vacanze e le traversate, quando la principessa consorte e il resto della famiglia sprofondano nel sonno ondulato dalla navigazione. Pasquale lo attende al buio, di fianco alle reti dallodore forte su cui sono ancora impigliate lamine secche di alghe e qualche piccola cozza. Comunicano sempre così, coi fischi, richiami passionali. E con laltro linguaggio, quello universale degli animali, quello che si fa beffe di dizionari e galatei.

Il Principe scende dai suoi pensieri e torna sul palco. Ammicca al suo compagno nano con un inchino e, nel frattempo, continua a fischiare e a lanciare al pubblico la sua canzone damore. É un romantico, in fondo.
La presentatrice ha la punta del naso sporca di ricotta. Si rivolge ancora alla fida truccatrice, mentre questa la pulisce con una salvietta:
«Ma io cosa gli dico quando finisce?»
«Boh, credo che lei gli debba dire che è stato bravo. Cè tanta passione...»

Mancano gli ultimi trenta secondi, il principe Pico Raniero di Savoiardi inspira tutta laria possibile. Con una contrazione che sommovimenta la pancia, indirizza laria nello stomaco e si blocca immobile per una decina di secondi. 
Poi apre la bocca, non più a cannuccia, ma con unapertura sguaiata che fa intravedere perfino le otturazioni. Doro massiccio, naturalmente.
E dalla sua cavità orale parte cavernoso, gutturale, un lungo, potentissimo rutto. 
Alla presentatrice cade di mano il cannolo che, scivolando sul vestito argenteo, imbratta parte dei voilant. La truccatrice corre subito a rassettarla, mentre lei commenta: 
«Sarà pure un rutto, ma è un rutto regale...» 
Il principe conclude lesternazione e subito emette un flebile riflusso, come un rigurgito, che accompagna le note finali. E in quel momento si alzano fragorosi, per tre minuti, migliaia di applausi.

</text_more></entry>
<entry id='3356' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3356' author_id='13' authored_on='20100216192024' basename='solidariet_a_checchino_antonin' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100216192024' modified_on='20100217002223' ping_count='1' status='2' title='Solidarietà a Checchino Antonini' week_number='201007'><text>&lt;b&gt;Redazione&lt;/b&gt;&lt;img alt=&quot;checchino.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/checchino.jpg&quot; width=&quot;166&quot; height=&quot;165&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;

Pubblichiamo l&apos;Appello in favore di Checchino Antonini, giornalista di &lt;b&gt;Liberazione&lt;/b&gt; condannato a otto mesi di carcere per un articolo sulle violenze al G8 di Genova. Checchino Antonini è co-autore, assieme a Francesco Barilli e Dario Rossi, di &lt;a href=&quot;http://www.ilmegafonoquotidiano.it/libri/scuola-diazvergogna-di-stato&quot;&gt;&lt;b&gt;Scuola Diaz: vergogna di Stato&lt;/b&gt;&lt;/a&gt;, sul quale pende una denuncia per &quot;diffamazione&quot; del questore Fournier, ed è l&apos;autore di una serie di articoli che hanno contribuito in maniera decisiva a svelare la verità sulla morte di &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2009/07/003110.html#003110&quot;&gt;Federico Aldrovandi&lt;/a&gt;.
Questa condanna ha quindi il suono sinistro e inquietante di un avvertimento: ci sono verità, recenti e lontane, che non devono essere dette.
La redazione di Carmilla aderisce all&apos;appello, e invita ad aderire e a solidarizzare con Checchino attraverso l&apos;e-mail &lt;b&gt;liberalacronaca@gmail.com&lt;/b&gt; e il gruppo facebook &lt;a href=&quot;http://www.facebook.com/pages/Checchino-Antonini/82472367004&quot;&gt;solidarietà a checchino antonini&lt;/a&gt;.
</text><text_more>&lt;b&gt;APPELLO&lt;/b&gt;

Martedì 10 febbraio, il tribunale di Roma ha condannato per diffamazione, a otto mesi, il cronista di Liberazione, Checchino Antonini, e il suo ex direttore, Piero Sansonetti. I fatti risalgono al 2005 quando lallora capo della polizia, De Gennaro, attribuì ottimi voti, relativi al 2001, a due funzionari coinvolti nelle violenze di quellanno al G8 di Genova. Gigi Malabarba, allora capogruppo al Senato di Rifondazione, denunciò quei criteri di valutazione e di selezione dei quadri di Ps ma fu a sua volta attaccato dalle dichiarazioni dei segretari di alcuni sindacati di polizia che facevano quadrato attorno al Viminale. Liberazione raccontò di quello scontro, tutto interno alla battaglia per verità  e giustizia sui fatti di Genova. E per quel racconto si è trovata sulle spalle una denuncia, e poi una condanna. Dopo quasi dieci anni, guai a toccare Genova 2001.

Checchino Antonini e Piero Sansonetti sono stati condannati per aver svolto il proprio lavoro come hanno sempre fatto, senza mai aver derogato alla propria serietà  professionale.
La solidarietà  con i due cronisti ci sembra doverosa. Perché serve oggi a tenere aperti gli spazi per il conflitto sociale, per il diritto di cronaca, per tutte le battaglie di verità  e giustizia in quello che, il familiare di una vittima della strage di Brescia, chiama il Paese dei comitati. Doverosa anche per non smettere mai di ricordare cosa è stato il G8 di Genova 2001, quali libertà  fondamentali sono state violate e quali ragioni di libertà sono state gridate. Da tutti noi.

Solidarietà  con Piero Sansonetti e Checchino Antonini, giornalisti condannati per aver denunciato gli orrori del G8.
Riapriamo gli spazi per il diritto di cronaca, torniamo a parlare di Genova 2001

venerdì 19 febbraio, ore 12, conferenza stampa nella sede della Fnsi di corso Vittorio Emanuele 349

con
Paolo Butturini, segretario dell&apos;Associazione Stampa Romana
Dino Greco, direttore di Liberazione
Salvatore Cannavò, direttore de ilmegafonoquotidiano.it
Paolo Ferrero, portavoce della Federazione della sinistra
Vincenzo Vita, Pd, fondatore di Articolo 21

info: 3294110752

per adesioni
liberalacronaca@gmail.com
info: facebook, solidarietà  a checchino antonini
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<entry id='3357' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3357' author_id='2' authored_on='20100217152813' basename='una_strana_notte_a_mumbai' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100217152813' modified_on='20100218100326' ping_count='3' status='2' title='Una strana notte a Mumbai' week_number='201007'><text>di &lt;b&gt;Alberto Prunetti&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;thackeray.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/thackeray.jpg&quot; width=&quot;170&quot; height=&quot;142&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;[Al momento di completare questo articolo la stampa indiana ha comunicato la proroga di 6 mesi del visto di soggiorno in India della scrittrice bengalese &lt;b&gt;Taslima &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Nasreen&lt;/b&gt;, minacciata nel suo paese da fondamentalisti religiosi. Taslima, in attesa di un visto residenziale, potrà intanto tirare un respiro di sollievo, anche se pare che questo visto provvisorio sia stato rinnovato per l&apos;ultima volta. La redazione di Carmilla aveva partecipato alla stesura di un &lt;b&gt;&lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2009/11/003235.html#003235&quot;&gt;appello&lt;/a&gt;&lt;/b&gt; per la conferma dell&apos;asilo politico in India.] &lt;b&gt;A.P.&lt;/b&gt;


È una strana notte, quella tra il 13 e il 14 febbraio. È il capodanno cinese: l&apos;anno della tigre. Il calendario gregoriano annuncia a pochi colpi di lancetta San Valentino, col corollario di e-postcards, fiori e inviti al ristorante. Anche i musulmani festeggiano qualcosa: lungo la strada a transito veloce i marciapiedi sono occupati per qualche chilometro da una striscia bianca di musulmani che costeggiano, col naso rivolto verso la luna, il mar arabico risalendo &lt;b&gt;Mumbai&lt;/b&gt; da sud a nord, superato il consolato italiano e poi il tempio indù di Mahalaxmi, dea della ricchezza, e lo splendido santuario di Haji Ali, una moschea adagiata su un&apos;isola che fluttua come un miraggio e nella scansione delle maree riesce a toccare terra attraverso uno stretto istmo di cemento.
</text><text_more>Chiedo spiegazioni su questa strana parata di kurta bianchi al mio tassista ma lui non mi aiuta granché. Mi risponde col solito mantra islamofobo: questa gente non ci piace, non sono indiani, sono vestiti come gli arabi, mi fanno paura. Sono la quinta colonna del Pakistan in India. Non lo dice, ma lui ha già identificato gli autori dell&apos;attentato che poche ore prima a Pune ha fatto saltare in aria un locale per turisti, la &lt;b&gt;German Bakery&lt;/b&gt;, frequentata non dai ricchi del Taj Mahal di Mumbai ma da fricchetoni, backpackers e ospiti dell&apos;ashram di Osho. 

L&apos;odio antimusulmano si estende sul Maharashtra, uno degli stati più ricchi dell&apos;India, fomentato soprattutto dalla controparte indù dell&apos;estremismo musulmano: quello &lt;b&gt;Shiv Sena &lt;/b&gt;che, reinventandosi un&apos;identità esclusivista Maharata,  ha creato un movimento identitario ed esclusivista, fortificando la comunità locale (assolutamente eterogenea) attraverso l&apos;individuazione di un nemico, un altro da colpire: prima i gujarati, poi gli indiani del sud, poi i comunisti, poi i dalit, i fuori-casta, in seguito i migranti interni e alla fine i musulmani. Un partito che, associato al BJP, l&apos;organizzazione di destra più forte in India, quando non promuove riot che portano all&apos;assassinio dei musulmani più esposti, organizza piccoli mob di fastidiosa spettacolarità. Negli ultimi giorni Shiv Sena ha minacciato alcune star di Bollywood per aver difeso il diritto dei giocatori di cricket pakistani di ottenere un visto di soggiorno per ragioni sportive in India. In particolare è stata lanciata una campagna contro il film &lt;b&gt;&lt;a href=&quot;http://www.mynameiskhanthefilm.com/&quot;&gt;My name is Khan&lt;/a&gt;&lt;/b&gt;, perché l&apos;interprete, la superstar di Bollywood  &lt;b&gt;&lt;a href=&quot;http://www.shahrukh.com/&quot;&gt;Shahrukh Khan&lt;/a&gt;&lt;/b&gt;, ha dichiarato di non aver nulla in contrario rispetto al fatto che i giocatori pachistani entrino in India. Il film di Khan è sostanzialmente un rifiuto, in chiave soft e bollywoodiana, dell&apos;isteria anti-musulmana scoppiata dopo l&apos;11 settembre 2001 (Khan è un nome molto diffuso tra i musulmani e l&apos;attore ha subito due ore di interrogatorio in un ufficio della polizia di frontiera nordamericana dopo essere atterrato al Newark Airport nel New Jearsey: un episodio grottesco, perché il suo nome si trovava non nella lista dei wanted ma in quella delle 50 persone più influenti al mondo stilata nel 2008 da Newsweek, unico indiano assieme a &lt;b&gt;Sonia Gandhi&lt;/b&gt;).

Gli sgherri del Shiv  Sena  l&apos;esercito recuperato negli slum di Bombay (ormai Mumbai, ribattezzata secondo la forma autoctona proprio per volontà del gruppo nazionalista), usato come squadra punitiva contro i comportamenti troppo stranieri  si è messo in azione e ha dato fuoco a qualche automobile e distrutto le vetrine di alcuni cinema, ma la gente è accorsa a vedere il film di Khan, che è un successo sia negli Stati Uniti che in India, dove sta andando in maniera superlativa al botteghino, anche se rimane ideologicamente un po&apos; debole: corretto, buonista ma poco tagliente. Meglio che nulla, comunque, in un&apos;era in cui la caccia al musulmano è sport praticato su scala globale.

Quella del bando contro  My name is Khan è una delle tante provocazioni del gruppo sciovinista patronato da &lt;b&gt;Bal Thackeray &lt;/b&gt;(&lt;b&gt;nella foto&lt;/b&gt;, che per paradosso ha un cognome anglicizzato dal padre ed è un fan di Michel Jackson... misteri della fede, anche se forse l&apos;amore per Mr. Chirurgia-plastica si spiega col fatto che qualche anno fa il cantante per riuscire a ballare sulle note di Bad a Mumbai pare abbia donato una cospicua fetta degli introiti del concerto proprio al Shiv Sena...). 
Ancora pochi giorni fa Thackeray, nel suo odio xenofobo che non gli impedisce comunque di proclamarsi ammiratore di Hitler, aveva cercato di mobilitare la gente contro Rahul Gandhi, il figlio di Sonia, lanciando la consegna: Il principe italiano non è benvenuto a Mumbai, ma Rahul ha fregato i contestatori che lo aspettavano al domestic airport di Santa Cruz ed è arrivato con un trenino regionale diretta a Victoria Terminus Station (anzi, mi scusino i puristi del Sena: Chhatrapati Shivaji Terminus, anche se tutti la chiamano soltanto VT).

Ancora prima un politico locale, legato al BJP, il partito di destra che qui fa coalizione con lo Shiv Sena, aveva proposto che i tassisti per avere una licenza dovessero parlate Maharathi, la lingua locale, che a Mumbai però non è usata da tutti (c&apos;è chi usa l&apos;inglese, chi il gujarati, chi l&apos;hindi... il maharati alla fine è più diffuso negli slum che nei quartieri residenziali). In passato  i leghisti locali avevano anche chiesto l&apos;introduzione del sistema delle quote: l&apos;80 per cento dei lavori doveva andare ai maharati, quelli del posto. Anche questo non ha funzionato, mentre il loro sogno nel cassetto, il visto per entrare a Mumbai, sembra ancora più lontano da venire.

In realtà tutte queste mosse sono risultate poco produttive: la gente fa la coda per vedere My name is Khan, coi tassisti si può litigare in una qualsiasi delle sette lingue che si solito si parlano a Mumbai e Rahul, come ho già detto, è arrivato col trenino, in barba all&apos;esercito di Shivaji (Shiv Sena: l&apos;esercito di Shivaji).

Niente di nuovo comunque. In passato Thackeray se l&apos;è presa anche con M. F. Husain, un artista che aveva dipinto una dea indù nuda e che ha la sfortuna di portare un nome musulmano. Poi il Sena attaccò la regista canadese d&apos;origine indiana Deepa Metha, per il suo film &lt;b&gt;Fire&lt;/b&gt; che mostrava scene di amore saffico. Poi è toccata al cantante pakistano Ghulam Alì, maestro del  ghazal (splendido lo slogan: anche noi indiani sappiamo cantare). Ossessionato dal cricket, l&apos;ultimissimo obiettivo del supremo è la squadra degli australiani, gli Aussies, che sta per arrivare in India. Sembra che i nemici di turno siano scelti da un programma automatico che legge i lanci di agenzia, e il meccanismo comincia a stancare anche i media, che danno meno impulso alle notizie sullo Shiv Sena, almeno fino a quando non si infiamma la benzina o esce il sangue (cosa che capita, di tanto in tanto). 

Detto questo, non bisogna pensare che il consenso che il Sena si è creato venga solo da deliri verbali e campagne spettacolari xenofobe. La base sociale del movimento è negli slum, anche se il grande capo se ne sta nel suo bungalow di Bandra, quartiere residenziale della zona nord di Mumbai, con una scorta di 170 poliziotti pagati dal governo. I suoi mobster sono tipi che lavorano 12 ore al giorno, che si prendono un po&apos; di schiaffi dai loro padroni autoritari, che si infilano nei treni in quei vagoni pieni di corpi e sudore in cui si scatena una rissa a ogni stazione quando bisogna uscire alla fermata. Gente che torna nella casa di mattoni e lamiera con un senso di umiliazione e di privazione per quei ricchi che vanno in taxi e neanche parlano maharati, gente che ogni tanto si lancia in uno scoppio di violenza catartica contro quei fraudolenti artisti e cricketer filo-occidentali.

In questo modo il Sena si è costruito una base sociale radicata negli strati bassi della popolazione. Ma non l&apos;ha fatto certo solo con l&apos;ideologia, ma col lavoro sociale espletato in senso esclusivista. Un esempio: chi vive in uno slum non ha accesso ai servizi sanitari. Lo Shiv Sena ha le proprie ambulanze che ti portano all&apos;ospedale. Passare attraverso il Sena ti garantisce questi servizi. Ovviamente se sei musulmano fai prima a morire, anzi: forse ti aiutano loro.

Ma torniamo alla cronaca interpretata in senso complottista e delirante dal Sena. Adesso su tutti i giornali si parla dell&apos;attentato di Pune (ma della vittima italiana non si dice molto, forse la famosa unità di crisi della Farnesina fatica a seguire l&apos;attivismo dei colleghi nepalesi e iraniani... questo per dire che delle vittime straniere  ho provato di persona a chiedere  la memoria dei mumbaikars, quelli del posto, proporzionale al solito alla copertura mediatica, ricorda solo la vittima nepalese e quella iraniana: l&apos;italiana se la sono dimenticata proprio, ed è pazzesco considerando che qui se sei europeo già fai notizia...) e la carta giocata da Thackeray è stata quella di dire che lui l&apos;aveva detto. Siccome Shahrukh Khan e altri artisti (a cominciare da un&apos;altra stella di Bollywood, il mitico &lt;b&gt;Aamir Khan&lt;/b&gt;, lui stesso con cognome sospetto) fanno il tifo per i giocatori di cricket pakistani, ecco che i Pak possono permettersi il lusso di fare attentati a casa nostra, come è successo a Pune. Deliri shiv-senili, che ormai anche i media riprendono come bizzarrie dell&apos;età.

Alla fine, lo Shiv Sena lancia campagne mediatiche che parlano lo stesso linguaggio dei suoi pretesi nemici musulmani: l&apos;appello alla guerra santa e la maledizione religiosa. Di fatto, una sorta di Shari&apos;a. Solo che c&apos;è qualche aspetto caricaturale, dovuto forse al passato del supremo Thackeray come cartonista e illustratore: ormai lo Shiv Sena se la prende anche contro San Valentino. Che guarda caso, stava proprio per scoccare quando il mio taxi mi portava davanti al santuario musulmano di Haji Ali, a pochi minuti dall&apos;attentato di Pune, nel momento in cui cominciava l&apos;anno della tigre, mentre i musulmani guardavano la luna per ragioni che ancora non ho capito. Qualche complottista troverà una ragione per collegare tutti gli eventi: gli astrologi non mancano in India. Alla fine mi toccherà trovarmi un alibi.





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<entry id='3358' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3358' author_id='4' authored_on='20100218223244' basename='diario_da_haiti_2_polvere_di_m' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100218223244' modified_on='20100219033552' ping_count='1' status='2' title='Diario da Haiti (2): polvere di macerie sul cielo di Port au Prince' week_number='201007'><text>di &lt;a href=&quot;http://lamericalatina.net&quot;&gt;Fabrizio Lorusso&lt;/a&gt;

&lt;img alt=&quot;CentroHaitiCarmilla001.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/CentroHaitiCarmilla001.jpg&quot; width=&quot;240&quot; height=&quot;180&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;La casona che prima del terremoto del 12 gennaio scorso a Port au Prince era la sede dellAumohd, unassociazione di avvocati da anni in lotta per la difesa dei diritti umani ad Haiti e per la protezione della popolazione dei quartieri disagiati, è adesso anche un rifugio demergenza che il suo presidente, Evel Fanfan, alcuni ex-impiegati dellassociazione, due ragazze del quartiere che hanno perso casa, anche se per fortuna i loro familiari sono vivi, e a volte vi dimorano dei collaboratori stranieri come me e Diego che vengono ad aiutare, a informare, a capire, a vivere. Siamo i primi dopo il sisma e veniamo trattati con tutte le attenzioni del caso. 
Ci viene proposto di dormire in giardino o nel parcheggio sotto un tendone di plastica enorme che copre alcuni letti d&apos;emergenze, ma preferiamo entrare in casa, salire un piano e stenderci in terrazza sui nostri materassi cinesi gonfiabili, sotto le stelle che brillano orgogliose e indisturbate sopra la città senza luce. Negli uffici del piano terra, sgomberi e puliti, cè la lavagnetta di Evel dove hanno scritto i nostri nomi e quelli di ogni ospite &quot;residente&quot; dell&apos;associazione con le sue rispettive funzioni. Nessuno osa restare fermo sotto i tetti della casa e la scalata ai piani superiori è unimpresa psicologicamente impegnativa per chi sente ancora dentro il tremolio, il frastuono, la rottura e la caduta, cioè il trauma per la devastazione concepita e attuata dalle forze della natura. Fatalismo, animismo, culto della morte, reminiscenze voodoo e religiosità profonda si fondono nella cultura haitiana con un cattolicesimo di facciata ed un protestantesimo in crescita dirompente grazie ai finanziamenti delle potenti chiese statunitensi e alla crisi della tradizione cattolica romana proprio come accade anche in Messico e in tanti altri paesi dellAmerica centrale e dei Caraibi.  </text><text_more>&lt;b&gt;Le proporzioni del disastro&lt;/b&gt;Sebbene la gente in qualche modo fosse già abituata alle periodiche catastrofi naturali che la colpivano a queste latitudini caraibiche, non ci si aspettava proprio quel minuto di scosse tremende, ondulatorie, pervicaci e fatali che hanno provocato 230mila vittime, un milione e duecentomila sfollati, danni economici stimati in 14 miliardi di dollari oltre alle decine di migliaia di sepolti vivi che non verranno mai trovati e di cui spesso ci si dimentica. Una città vivissima e simile a un immenso formicaio ma ancora piena di fantasmi è quella che ci accoglie i primi giorni con la luce del sole che nel pomeriggio scalda laria oltre i 35 gradi. Le strade della zona si chiamano Delmas, sono contraddistinte solamente da un numero progressivo dispari per le vie che escono verso sud, e pari per quelle a nord, e tutte portano alla principale, anchessa chiamata Delmas, ma senza numeri. E la via maestra che dopo 5 chilometri di discesa verso il mare sfocia nel centro di Porto Principe. La Banca Interamericana per lo Sviluppo ha recentemente pubblicato le prime stime economiche sulle dimensioni della catastrofe, indicata come la più grande della storia in relazione alla popolazione haitiana di 10 milioni di abitanti. Si parla di 14 miliardi di dollari per la ricostruzione e una previsione del futuro dalle evidenti tinte catastrofiste, di quelle che piacciono tanto agli economisti econometristi ortodossi e statisticamente ferrati, che condanna il paese a rincorrere il suo passato per decenni e decenni dato che recupererà il suo prodotto interno lordo previo al terremoto solo nel 2040. Per ora meglio restare coi piedi e le cifre e per terra, abbandonare il disfattismo della vulgata economica imperante e tornare a Delmas. 

&lt;b&gt;Bombardamenti della terra   &lt;/b&gt;
Lesplorazione parte da qui, dalla 49 in su e in giù, evitando mattoni, colonne, sbarre di metallo, immensi buchi nellasfalto e occhi disperati e imploranti di gente disposta a lavorare, aiutarci, chiedere e sapere che non siamo lì per salvare nessuno, che cerchiamo di salvarci noi dal rumore e dallansia dellimpotenza materiale di vincere la mala sorte, il sottosviluppo e la povertà che hanno congiurato per distruggere tutto e sottomettere un popolo già prostrato da uragani, corruzione e disuguaglianze sociali. Alcuni scorci dei palazzi crollati e le sensazioni mi riportano ai racconti, alle vecchie foto e alle letture dellepoca postbellica nella Milano e nella Roma straziate dai bombardamenti e dalla fame. La seconda immagine è quella delle città irachene, afgane e palestinesi che sin da piccoli siamo stati abituati a conoscere passivamente in televisione, incappando nella loro disperazione durante i routinari e distratti zapping tra i Jeffersons, il Pranzo è servito e la ruota della fortuna. Villaggi e case sempre uguali, sempre grigi, polverosi di macerie e deserto, sempre torturati, occupati e sorvolati da elicotteri stranieri e gruppi ribelli non identificati. Sarà retorico o scontato ma sono le prime impressioni, quelle che non si scordano. Le mura del cimitero del quartiere Delmas sono crollate completamente in modo tale che dalla strada, passeggiando, si scorgono le tombe di marmo, spuntano imperiose le croci di ferro, si notano i fiori e i paramenti colorati in quellangolo surreale dellaltro mondo, in quel pezzo sfortunato dellisola de La Hispaniola, dove i morti sembrano aprire le porte di casa per accogliere tanti fratelli sofferenti tra le macerie o agonizzanti negli ospedali da campo per offrire loro un soffio di pace eterna.

&lt;b&gt;Nottate in bianco e nero&lt;/b&gt;
I cani randagi e i galli domestici cominciano a cantare nei cortili prima delle 5 mentre le zanzare ci accompagnano numerose nel mondo dei sogni, tormentato dai veleni emanati a causa delle loro punture e dal calore intenso dafa tropicale. La doccia si fa con lacqua di un pozzo raccolta in un secchio gigantee deposto al centro del bagno. Un generatore di corrente a benzina ci permette di avere lenergia elettrica per qualche ora al giorno anche se il prezzo da pagare per ogni pieno di serbatoio è molto alto, siamo oltre leuro al litro di &lt;i&gt;essence&lt;/i&gt; o gasolio, quasi come in Italia. La moneta locale, la gourde, si cambia a 50 per un euro e 38 per un dollaro USA tanto per la strada come nelle poche banche aperte o presso gli uffici onnipresenti della Western Union. Sulla &lt;i&gt;grande rue Delmas &lt;/i&gt;cè lambasciata canadese presidiata dai soldati di quella pacifica repubblica ghiacciata che viene presa d&apos;assalto dalla gente in attesa fuori, davanti, nei dintorni, ovunque, per ottenere un visto e scappare via lontano in cerca di gelo e lavoro.&lt;img alt=&quot;Quartier Delmas Santocho 11 fevrier 045.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Quartier Delmas Santocho 11 fevrier 045.jpg&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;200&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
Dopo un paio di giorni di ambientamento e pratica intensiva di un francese precario, lingua sempre utile per farsi capire anche se la gente parla di preferenza il creolo, mettiamo a frutto il lavoro di raccolta dei primi contatti svolto prima di partire con lo scopo di poter intervistare cooperanti, attivisti e giornalisti che conoscono bene il paese e che possono aiutarci nella comprensione della situazione politica e sociale ad Haiti e nelle fasi di orientamento nella selva delle procedure per lottenimento dei famosi aiuti internazionali. Un progetto di cucina comunitaria e uno di riabilitazione di una piccola clinica di quartiere sono quelli che lAumohd ha in mente di realizzare. Riusciamo nel nostro intento e prendiamo due piccioni con una fava. Due incontri in due ore che ci fanno conoscere una realtà sconosciuta ai più. 

&lt;b&gt;Lusso nella polvere&lt;/b&gt;
Il giornalista del Corriere con cui chiacchieriamo nel giardino del lussuoso Hotel Plaza conosce bene la situazione e la storia recente di Haiti e intervista Evel Fanfan con veemenza alla ricerca di qualcosa che spesso non cè, la notizia. Una storia che dovrebbe e potrebbe coincidere semplicemente con la realtà, o meglio le rifrazioni e i riflessi di essa, ma che spesso deve diventare qualcosa di più, deve rasentare i confini del morbo scandalistico o dellordinaria verità politicamente corretta per poter essere raccontata allestero, in Italia per esempio, sui media mainstream. Nellhotel lambiente è surreale, estremamente rilassato e tipico dei non-luoghi alla Marc Augé, cioè  di quegli spazi della postmodernità che sono identici ovunque nel mondo, come  ad esempio gli aeroporti o certe note catene globali di supermercati e fast food. Schiere di giornalisti provenienti da ogni angolo della terra si scambiano opinioni, guardano partite di football, navigano su Internet a velocità da sogno e possono scegliere tra varie marche di birra al bancone del bar mentre a cento metri in linea daria dalla reception sintravvede il più grande accampamento di sfollati della città con migliaia di polverosi tendoni di plastica in successione che invadono piazze, strade e panorami. Siamo a pochi passi dal Palazzo nazionale, ledificio sede del potere esecutivo distrutto dal sisma, simbolo di uno Stato inesistente, corrotto e debole prima e dopo che la terra tremasse per un minuto il 12 gennaio scorso. 
Uno Stato che attende gli aiuti e governa da una tenda allestita dagli oltre ventimila americani sbarcati in terra haitiana per evitare problemi di sicurezza e garantire il flusso di aiuti in natura che stanno intasando i magazzini e spesso giacciono abbandonati nei loro anfratti. Lintervista serve anche a noi per comprendere meglio il dibattito politico haitiano e la collocazione dellattuale presidente Renè Preval di fronte allopinione pubblica locale ed estera: dopo la cacciata del popolare presidente Jean Bertrand Aristide nel 2004, oggi in esilio in Sud Africa, in seguito a un periodo di rivolte, violenza politica e instabilità economica con unopposizione che boicottò le elezioni del 2001 e denunciò frodi elettorali, Preval è stato visto come il suo successore naturale dato che faceva parte del suo movimento ed era già stato presidente negli anni novanta. Dal 2004 al 2006 dopo le dimissioni forzate di Aristide, il giudice della Corte costituzionale gradito agli USA, Boniface Alexandre, ascende alla presidenza per due anni caratterizzati da un alto livello di repressione politica e sociale, dopo i quali Preval sembra unalternativa accettabile per il popolo haitiano che sillude di trovare un nuovo Aristide ma senza Aristide. Di nuovo le poche famiglie dellelite nazionale alleate con gli interessi stranieri, soprattutto americani, riescono a determinare i processi politici nazionali in funzione dei loro interessi e a far sì che il movimento e la popolarità dellex prete Aristide vengano neutralizzati da uno dei suoi ex alleati che garantisce loro maggiore sicurezza e stabilità rispetto al suo radicale predecessore.&lt;img alt=&quot;Quartier Delmas Santocho 11 fevrier 016.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Quartier Delmas Santocho 11 fevrier 016.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;150&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Il secondo incontro di questa dinamica serata è invece con alcuni rappresentanti italiani della rete di ONG riunite sotto il nome di AGIRE che in Italia hanno raccolto in pochi giorni oltre 10 milioni di euro solo con gli SMS per finanziare le loro attività umanitarie qui ad Haiti. Anche da queste parti non se la passano male. Non siamo in centro ma poco importa, siamo comunque in altro mondo, fuori dal mondo. Evel Fanfan entra insieme a noi, questa volta in veste di traduttori e mediatori culturali, in un altro hotel dorato, il Palm Inn, una specie di grosso residence con piscina, camere e appartamentini ben decorati, puliti, con uno stile impeccabile e tutti i servizi, insomma unoasi di tranquillità nel bel mezzo della sabbia e le rovine di Delmas 31, una via non asfaltata e non percorribile senza una jeep o un pick-up. Anche qui il ricordo catodico di Bagdad mi abbaglia ripetutamente, ma quel flash mi abbandonerà presto per lasciare posto alla visione concreta di un albergo del tipo luna di miele a Cancun, Mexico. Spieghiamo ai cooperanti i nostri progetti per capire che margini ci sono per ricevere degli aiuti direttamente da loro oppure da altre organizzazioni della rete, ma chiaramente non è così facile. Non è che avessimo grandi aspettative ma, nonostante la gentilezza e cortesia dimostrata dai nostri contatti del Palm Inn, cè un po di delusione nel constatare come sia difficile collegare alcuni gruppi locali presenti sul territorio qui a PAP (Port au Prince come la chiamano qui con affetto) con le grosse realtà italiane del volontariato e del settore non profit. Comunque siamo solo allinizio e ogni organizzazione ha le sue politiche. In questo caso i nostri non si occupano della zona in cui ci troviamo noi e quindi non se ne fa niente. Ci vengono dati alcuni utili consigli su come partecipare nei campi allestiti dalle Nazioni Unite alle riunioni, dette cluster, dove ci si iscrive per ottenere i materiali e beni come cibo, medicine e  della solidarietà internazionale. Ci vengono dati inoltre degli indirizzi per trovare il centro di distribuzione degli aiuti italiani che si trova a Tabarre, vicino allaeroporto. Ma senza nomi e contatti precisi è dura da quelle parti, dicono. Non è un gran bottino.

&lt;b&gt;La donazione coraggiosa&lt;/b&gt;
Rinnovo linvito a donare qualcosa per le attività dellAumohd qui a Porto Principe. Sento di poter garantire senza esitazioni circa la loro onestà e integrità nelluso delle risorse raccolte: &lt;a href=&quot;http://prohaiti2010.blogspot.com/&quot;&gt;http://prohaiti2010.blogspot.com/&lt;/a&gt; . Ringrazio chi ha già contribuito e chi deciderà di farlo saltando i canali tradizionali per aiutare direttamente questo gruppo presente in loco.
Alla prossima puntata

Foto da Haiti: &lt;a href=&quot;http://picasaweb.google.com/FabrizioLorussoMex/Haiti&quot;&gt;http://picasaweb.google.com/FabrizioLorussoMex/Haiti&lt;/a&gt;Canale Video Da Porto Principe YOUTUBE: &lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/user/FabrizioLorussoMex#p/a/u/0/_yFH73PqTS4&quot;&gt;http://www.youtube.com/user/FabrizioLorussoMex#p/a/u/0/_yFH73PqTS4&lt;/a&gt;</text_more></entry>
<entry id='3359' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3359' author_id='4' authored_on='20100220035535' basename='libert_per_manolo_e_costantino' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100220035535' modified_on='20100220041538' ping_count='2' status='2' title='Libertà per Manolo e Costantino, colpevoli di niente, incarcerati in via &quot;preventiva&quot;' week_number='201007'><text>degli &lt;b&gt;Amici di Manolo Morlacchi e Costantino Virgili&lt;/b&gt;

(&lt;b&gt;Nessuna foto disponibile per gli sciacalli&lt;/b&gt;).

[Pubblico volentieri un comunicato che chiede la liberazione di Manolo Morlacchi e Costantino Virgili, nonché degli arrestati del 10 giugno 2009, finiti in carcere per non avere fatto un cazzo ma, forse, avere meditato di farlo, un giorno o l&apos;altro. Nessuna prova concreta contro di loro (esattamente come nella famigerata &lt;i&gt;Operazione Tramonto&lt;/i&gt;), le accuse su fatti specifici sono già cadute. Centrodestra e centrosinistra hanno applaudito in forma bipartisan agli arresti: i maledetti &quot;pensavano&quot; di dar vita a un ipotetico gruppo clandestino chiamato &quot;Per il comunismo Brigate Rosse&quot;. E tale è l&apos;amore per la clandestinità che Morlacchi, figlio di brigatisti, ha scritto un &lt;a href=&quot;http://www.ibs.it/code/9788895029115/morlacchi-manolo/fuga-in-avanti-la.html&quot;&gt;libro&lt;/a&gt; sulla sua adolescenza e osava andarlo a presentare in giro, con tanto di &lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/watch?v=Z_gwHTNe5HU&quot;&gt;filmati&lt;/a&gt; a corredo. &quot;Tale il padre e la madre, quale il figlio&quot; si saranno detti gli inquirenti. Sbattiamolo in galera, non si sa mai.    </text><text_more>Ora, devo confessare pubblicamente che io penso di costituire un nucleo di lotta clandestino. Non so ancora se chiamarlo &quot;I Beati Paoli&quot;, &quot;I Sublimi Maestri Perfetti&quot;, &quot;I Compagni di Baal&quot;, &quot;Carboneria Riformata Universale&quot; o &quot;Giovane Italia&quot;. Ma ci penso spesso. Dunque gli elementi cospirativi ci sono tutti. Venite ad arrestarmi, coglioni!]  (&lt;b&gt;Valerio Evangelisti&lt;/b&gt;)

&lt;i&gt;Ed ecco il comunicato&lt;/i&gt;:

Costantino e Manolo sono stati arrestati il 18 gennaio per ordine della procura di Roma con laccusa di associazione sovversiva e banda armata.
A distanza di sole due settimane, il tribunale del riesame ha derubricato la seconda imputazione per totale assenza di prove (non è stata trovata nessun&apos;arma o altro minimo indizio) e il teorema accusatorio messo in piedi dai PM già scricchiola: si trovano in difficoltà ad argomentare le ragioni della cattura. Resta però laccusa di reato associativo, larticolo 270 bis, uno strumento giuridico molto ampio e totalmente arbitrario, sotto il quale possono finire anche semplici conversazioni; è quindi qualcosa facile da scagliare e da cui è difficile difendersi.
Non è un caso che questi arresti già così traballanti nel loro impianto abbiano avuto tanta enfasi mediatica: il clamore sui giornali è ormai parte integrante dellinchiesta e sono le procure stesse a passare le informazioni alla libera stampa al fine di perfezionare il lavoro di annientamento degli ambienti politici non in linea con la situazione sociale ed economica dominante. Il ragionamento delle istituzioni è questo: «dove non riesco ad arrivare a norma di legge, quello che non riesco a distruggere con il codice penale, lo stronco con la gogna mediatica gridando al pericolo pubblico, con il consenso e il compiacimento dei cittadini per bene».
I primi fatti risalgono al 10 giugno, con le perquisizione e la prima ondata di custodia cautelare. Ha stupito persino gli avvocati il fatto che il tutto sia avvenuto alle quattro del pomeriggio, andando a prendere gli imputati sui luoghi di lavoro. Il messaggio è sempre lo stesso: «non ho nulla su di te, quindi forse non riesco a sbatterti in carcere, ma intanto ti ritrovi disoccupato, con la vita incasinata».
Da allora non sono emersi nuovi elementi per giustificare il fatto che Costantino e Manolo si trovino ora a Rebibbia, se non un programma di criptazione scaricabile gratuitamente dalla rete e comunicati di condanna nei confronti della politica israeliana in Palestina
Infatti lattacco dei magistrati è di natura tutta ideologica: i nostri compagni non sono stati arrestati per quello che (non) hanno fatto, ma per quello che sono, ovvero persone che rifiutano di chinare la testa di fronte alle ingiustizie che gridano vendetta da ogni angolo del mondo e di assoggettarsi a un modo di vivere basato sullo sfruttamento delluomo sulluomo.
Per questo chiunque altro potrebbe essere il prossimo, tutti noi potremmo finire imprigionati perché ciò che è illegale è la pretesa di una società di eguali.

&lt;b&gt;COSTANTINO E MANOLO LIBERI
LIBERTA PER TUTTI I COMPAGNI&lt;/b&gt;

 </text_more></entry>
<entry id='3360' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3360' author_id='4' authored_on='20100221034536' basename='italia_orrore_mio' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100221034536' modified_on='20100221035302' ping_count='2' status='2' title='Italia orrore mio' week_number='201008'><text>di &lt;b&gt;Marilù Oliva&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;ClericiSanRemo.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/ClericiSanRemo.jpg&quot; width=&quot;190&quot; height=&quot;143&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Forse qualcuno storcerà il naso a sentir parlare ancora di principi e festival. Il biasimo sarà per aver indirizzato lattenzione verso qualcosa di infimo e poco intellettuale come il Festival della Canzone Italiana o la tanto riprovata partecipazione di Emanuele Filiberto Di Savoia. In realtà a me destano veramente poco interesse le doti canore del principe, ma mi scuote dindignazione lutilizzo distorto della lingua italiana, lappiattimento del senso della frase, la banalizzazione populistica. Qualcosa di grave è accaduto e non si tratta di politica. Una superficiale, becera violenza alla lingua. E se non cè più freno alla decenza, che ci sia almeno riguardo per la lingua italiana. Per come la si usa, perché non se ne si abusi, perché a lessemi e concetti sia conferita la carica preziosa che meritano.</text><text_more>Parto da una dichiarazione soggettiva e per questo discutibile: questa canzone è veramente brutta. Prima di passare a un livello oggettivo e allanalisi linguistica, ecco il testo del &lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/watch?v=gVn7EaiFih0&amp;feature=popular&quot;&gt;brano&lt;/a&gt; che Emanuele Filiberto Di Savoia, Enzo Ghinazzi, in arte  Pupo e il tenore Luca Canonici hanno presentato (e cantato, malamente i primi due, egregiamente il terzo) sul palco dellAriston, in occasione della sessantesima edizione del Festival di Sanremo:

&lt;i&gt;&lt;b&gt;Italia amore mio&lt;/b&gt;.

I
(Pupo) 
Io credo sempre nel futuro, nella giustizia e nel lavoro,
nel sentimento che ci unisce, intorno alla nostra famiglia.
Io credo nelle tradizioni, di un popolo che non si arrende,
e soffro le preoccupazioni, di chi possiede poco o niente.
(E. Filiberto) 
Io credo nella mia cultura e nella mia religione,
per questo io non ho paura, di esprimere la mia opinione.
Io sento battere più forte, il cuore di unItalia sola,
che oggi più serenamente, si specchia in tutta la sua storia.

II
(L. Canonici) ritornello
Sì stasera sono qui, per dire al mondo e a Dio, Italia amore mio.
Io, io non mi stancherò, di dire al mondo e a Dio, Italia amore mio.

III
(E. Filiberto) Ricordo quando ero bambino, viaggiavo con la fantasia,
chiudevo gli occhi e immaginavo, di stringerla fra le mie braccia.
(Pupo) Tu non potevi ritornare pur non avendo fatto niente,
ma chi si può paragonare, a chi ha sofferto veramente.
(L. Canonici) Sì stasera sono qui, per dire al mondo e a Dio, Italia amore mio
Io, io non mi stancherò, di dire al mondo e a Dio, Italia amore mio
(Pupo) Io credo ancora nel rispetto, nellonestà di un ideale,
nel sogno chiuso in un cassetto e in un paese più normale.
(E. Filiberto) Sì, stasera sono qui, per dire al mondo e a Dio, Italia amore mio.&lt;/i&gt;


Il brano, dal punto di vista dei significati e dei significanti, esibisce una semplicità di trasmissione tra emittente e destinatari che rasenta lingenuità. Già il titolo Italia amore mio rivela unimpostazione patriottica (che rimanda alla scelta di una fazione di scegliere, come parte fondante del suo nome, la nazione cui appartengono, indistintamente, diverse parti politiche). Linvocazione (o lasserzione, non è molto chiaro) si presenta come altamente intrisa di pathos, pathos rafforzato dal possessivo in chiusura mia.
Sorvoliamo sulla semplicità sintattico-lessicale del testo adattato in musica da Pupo a partire da una poesia di Emanuele Filiberto, testo che sarebbe tranquillamente potuto scaturire dalla penna di uno scolaro di seconda o terza elementare. Il pronome io compare dieci volte in una canzone composta da quattordici versi (2 strofe da 4 versi+ 3 strofe da 2) più i due versi di ritornello. Lutilizzo ossessivo della prima persona io coniugata a &lt;i&gt;verba putandi&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;sentiendi&lt;/i&gt; come credere sentire e a verbi di percezione come ricordare rendono iperbolico legocentrismo e proiettano il brano nella dimensione del resoconto infantile. Si tratta di un chiaro rimando ad unesperienza personale che produce dichiarazioni ad altissima autoreferenzialità. 
Il testo presenta molti elementi tipici dellinformazione propagandistica:
La semplicità dellinformazione
La reiterazione
Il messaggio portatore di valori  
Il messaggio subliminale
Un substrato intenzionale a forte impronta patetica 

La canzone può essere divisa in tre parti: la &lt;b&gt;prima parte&lt;/b&gt; è un semplice elenco di elementi in cui Emanuele Filiberto Di Savoia (o di Pupo, ma si tratta di una spalla, di unestensione degli intenti dichiarati del principe) afferma di credere: crede nel futuro, nella giustizia e nel lavoro, nella famiglia, nelle tradizioni, nella mia cultura e nella mia religione (verrebbe da domandargli quali, qualora lanteposizione del possessivo avesse uno scopo distintivo). A questo si aggiungono sentimenti e sensazioni, anche in negativo: io non ho paura e soffro, Io sento battere più forte. Il principe sostiene di non aver paura di esprimere la sua opinione (era necessaria questa dichiarazione? Perché mai in un paese democratico si dovrebbe aver paura di esprimere la propria opinione? Lui lha sempre espressa e, al massimo, ha ricevuto qualche fischio o qualche protesta. Ma proteste, fischi e dissenso sono leciti, quindi la frase io non ho paura non avrebbe ragioni di sussistere, a meno che non si volesse preventivamente mettere a tacere anche il dissenso) e dichiara di soffrire le preoccupazioni di chi possiede poco o niente. 
Il verbo soffrire, nella sua accezione transitiva, significa, secondo lo Zingarelli, &lt;i&gt;patire dolori fisici o morali&lt;/i&gt;. Saremmo curiosi di sapere quali dolori fisici o morali ha dovuto subire Emanuele Filiberto e, nel caso, come concilia la sua solidarietà con i poveri italiani (chi ha poco o niente) con la richiesta, inoltrata dalla sua famiglia, allo stato italiano di circa 260 milioni di euro per i danni patiti a causa dellesilio. Vecchia storia, sintende. Ma è forse il tempo che vanifica le azioni? O proprio perché possono fungere da esempio (anche cattivo) vanno ricordate?
In chiusura alla prima parte Emanuele Filiberto sente battere più forte. Cosa?  Il cuore di unItalia sola, che oggi più serenamente si specchia in tutta la sua storia. Sarebbe auspicabile che il Savoia esplicitasse in che senso unisce il nome Italia allaggettivo sola: Italia senza divisioni nord/sud? Italia dove immigrati e autoctoni vivono in uguaglianza e armonia? O unItalia sola perché è rimasto un solo partito e gli altri son stati eliminati?. Sibillina è la relativa seguente, riferita a una nazione che oggi più serenamente si specchia in tutta la sua storia. LItalia si riflette (e si ritrova) oggi più serenamente in tutta la sua storia. In tutta la sua storia, ovvero dai tempi dellunificazione, avvenuta nel 1861, con Vittorio Emanuele II primo re dItalia (e qui il cerchio si chiude). La parentesi temporale che apre lespressione tutta la sua storia va dunque dal 1861 ad oggi. E perché lItalia sarebbe oggi più serena quando si specchia nella sua storia? Specchiarsi vuol dire &lt;i&gt;guardarsi in una superficie che riflette le immagini&lt;/i&gt; (Zingarelli), riconoscersi in ciò che si vede. Quindi lItalia, osservando la propria storia dal 1861 ad oggi, riconosce quello che è oggi. Ovvero lItalia è il riflesso della monarchia prima, del fascismo poi, della mancata estromissione degli esponenti fascisti dal governo, del terrorismo di ogni colore e dello stragismo nero. Secondo lautore della canzone, lItalia vede rigettate dallo specchio in cui si guarda queste drammatiche successioni storiche e lo fa ormai serenamente: siamo allapoteosi della rimozione delle esperienze pregresse. 

La &lt;b&gt;seconda parte&lt;/b&gt; è il ritornello affidato allugola doro di Luca Canonici. Rima doppia (sì, qui  Dio, mio) per una dichiarazione damore patriottico intrisa di pathos, che si estende in senso spaziale e metafisico: il messaggio damore viene inoltrato dallhic al mondo fino alla divinità. Il concetto si ripete nel verso successivo con la ripetizione Io, io non mi stancherò di dire al mondo.... Gli unici che si sono stancati, fino a questo momento, sono gli ascoltatori e le loro orecchie vilipese.

Nella &lt;b&gt;terza parte&lt;/b&gt; lauditorio è catapultato in un viaggio nel tempo, quando il principe era bambino e sognava ad occhi aperti. Cosa sognava? Un bambino sano sognerebbe una gita nel paese dei balocchi, ma un bambino regale sogna di stringere lItalia tra le sue braccia. Prende la parola Pupo, rivolgendosi con tinte da melodramma a Emanuele Filiberto e alla sua trascorsa esperienza dellesilio: Tu non potevi ritornare pur non avendo fatto niente, ma chi si può paragonare, a chi ha sofferto veramente. Il principe bambino viene proiettato in una dimensione di innocenza ingiustamente punita (Tu non potevi ritornare pur non avendo fatto niente) e proclamata con unattestazione da linguaggio puerile (non avendo fatto niente). Poi Pupo nega limmedesimazione con la sofferenza, ovvero afferma il contrario di ciò che aveva affermato il Savoia nella prima parte. Non aveva forse detto che soffriva le preoccupazioni, di chi possiede poco o niente.? Allora a lui è lecita limmedesimazione e agli altri no? Perché i casi sono due: o Pupo lha contraddetto o il Savoia possiede una sorta di capacità empatica superiore per cui solo a lui è concessa limmedesimazione con le sofferenze altrui.
Subito dopo uno stacco del tenore in cui si ripete il ritornello, riattacca Pupo in vece del principe e ribadisce i concetti in quello cui crede: nel rispetto, nellonestà di un ideale, nel sogno chiuso in un cassetto e in un paese più normale. Quale sarebbe il paese più normale? (da notare anche la banalità dellaggettivo in rima con ideale)
Una nota: nella serata di venerdì 19 febbraio, in uno sterile tentativo di ingraziarsi le simpatie del pubblico, è stato coinvolto insieme al trio, nellesibizione, il commissario tecnico della nazionale Italiana Marcello Lippi. Insieme a lui cerano &lt;i&gt;Le Divas&lt;/i&gt;, quattro giovani cantanti con impostazione lirica corale, opportunamente vestite coi colori della bandiera italiana. Lappeal è più ideologico che musical-letterario. La poetica nazional-patetica è nostalgica di un microcosmo italico: un patriottismo in chiave populista con richiami forti alla tradizione risorgimentale. La circolarità narrativa che parte dal titolo, conclude il ritornello ed è confermata nellepilogo.
Per loccasione Pupo ha sferrato un parallelismo tra lItalia patriottica cantata e quella calcistica dei mondiali vinti nel 2006, forse con lintento di convogliare dalla loro una fetta di tifosi:In quella notte di Berlino noi tutti alzammo le mani con Lippi e Fabio Cannavaro, l&apos;orgoglio di essere italiani
Concludo infine citando le parole dello stesso Pupo che forse è pure sincero quando dice  «La nostra è una canzone damore per lItalia.» Più che canzone &lt;i&gt;damore&lt;/i&gt; è una canzone &lt;i&gt;desibizione damore&lt;/i&gt;. Per lItalia, forse, certo non per litaliano.

</text_more></entry>
<entry id='3363' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3363' author_id='19' authored_on='20100222110219' basename='2010_fuga_da_new_town' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100222110219' modified_on='20130320180608' ping_count='0' status='2' title='2010: Fuga da New Town' week_number='201008'><text>di &lt;b&gt;Alessandra Daniele&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;dita-von-teese.JPG&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/dita-von-teese.JPG&quot; width=&quot;240&quot; height=&quot;157&quot; border=&quot;0&quot;hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;La ricostruzione dell&apos;Abruzzo: un Nuovo Miracolo Italiano, reso possibile dalla Protezione Civile che tutto il mondo ci invidia (brutto rosicone). 
Gli Uomini del Fare, e le Donne che se li Fanno hanno saputo ridare un tetto e due tette a tutti, mettendo al Centro il Benessere dei cittadini,  nella più totale trasparenza degli appalti, e dei bikini brasiliani.
Mentre il nucleo diroccato dell&apos;Aquila è stato preservato intatto per essere riutilizzato come set del il prossimo reality &apos;&apos;L&apos;isola dei Franosi&apos;&apos;, i terremotati vengono alloggiati nelle modernissime New Town modello Avatar. A ognuno di loro viene fornito un fondale sul quale è dipinta una villa, e un paio di occhialetti per vederla in 3D. </text><text_more>Bertolaso rimane saldo al comando, sprezzante del fango mediatico e alluvionale, ma solo in nome del dovere: &apos;&apos;non sono mai stato legato a nessuna poltrona - dichiara da San Fratello - il bondage non l&apos;ho ancora provato&quot;. 
Anche il leader del PD Bersani ha voluto recarsi sul luogo di un disastro, Sanremo, dove è stato però sonoramente fischiato, ed eliminato al primo televoto. La conduttrice Platinette ha poi reso pubblico il numero di telefono privato di Bersani, perché i televotanti potessero anche mandarlo a cagare personalmente al costo di un euro senza scatto alla risposta.
&apos;&apos;Non accettiamo lezioni dagli esponenti di questa opposizione - ha commentato Berlusconi - quante trasmissioni dovremo ancora far chiudere per non vederceli più davanti?&apos;&apos; 
La Protezione Civile ha quindi transennato sia Santoro che Sanremo dichiarandoli entrambi pericolanti, mentre Bertolaso svolgeva personalmente la perizia sulla spogliarellista Dita von Teese.
Gli effetti positivi della cultura di governo si fanno sentire in ogni campo, l&apos;economia italiana è in netta ripresa: aumentano le vendite di culi. 
Grazie all&apos;intervento del ministro Scajola, gli operai di Termini Imerese non resteranno senza impiego: la FIAT li utilizzerà per i crash test.
Sono quindi destituite di ogni fondamento le voci che il presunto degrado in atto nel nostro paese abbia indotto il resto del mondo a isolare l&apos;Italia, circondandola con una barriera perimetrale munita di torrette di controllo, e che il perito della Protezione Civile USA, Snake Plissken, abbia consigliato l&apos;immediata demolizione dell&apos;Italia.
Berluscaso rassicura: non esiste alcun pericolo di New Tangentown, solo qualche miliardo di casi isolati. La corruzione non è un problema. 
E&apos; una soluzione. </text_more></entry>
<entry id='3364' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3364' author_id='4' authored_on='20100223030802' basename='walter_tevis_il_colore_dei_soldi' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100223030802' modified_on='20100223031032' ping_count='0' status='2' title='Walter Tevis: IL COLORE DEI SOLDI' week_number='201008'><text>di &lt;b&gt;Tommaso De Lorenzis&lt;/b&gt; (da &lt;i&gt;L&apos;Unità&lt;/i&gt; del 21 febbraio 2010)

&lt;img alt=&quot;IlColoreDeiSoldi.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/IlColoreDeiSoldi.jpg&quot; width=&quot;125&quot; height=&quot;198&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Walter Tevis, &lt;i&gt;Il colore dei soldi&lt;/i&gt;, Minimum Fax, 2010, pp. 332,  13,00.

Un tempo Eddie Felson era il miglior giocatore di biliardo a buche dAmerica. Lo chiamavano Fast Eddie, lo Svelto. Non era stato semplice arrivare lassù, sulla cima della piramide. A Chicago aveva rimediato una sonora lezione dal mitico Minnesota Fats, il professionista obeso dallo stile impeccabile. In un localaccio aveva ripulito i gonzi sbagliati e leccesso di spocchia gli era costato entrambi i pollici.
Poi aveva saputo rialzarsi. Sera guardato il fondo dellanima ed era tornato da Fats: questa volta per vincere. Giocavano forte. Anche per quaranta ore di fila. Cinquecento, mille, cinquemila bigliettoni a partita in un rilancio al massacro.</text><text_more>Erano le leggi delluniverso, epico e &lt;i&gt;outsider&lt;/i&gt;, che lo scrittore &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2006/07/001857.html#001857&quot;&gt;Walter Tevis&lt;/a&gt; aveva immortalato nelle pagine di &lt;i&gt;The Hustler&lt;/i&gt; (1959), plasmando Eddie come un novello &lt;i&gt;confidence man&lt;/i&gt; in via di redenzione e alla disperata ricerca delle risposte giuste. Il regista Robert Rossen girò un film. Paul Newman ci mise la faccia. E da quel momento Felson entrò nella leggenda. 
Adesso, lo Svelto è tornato. Dopo la ristampa de &lt;i&gt;Lo spaccone&lt;/i&gt;, minimum fax ripubblica &lt;i&gt;Il colore dei soldi&lt;/i&gt;, il sequel che Tevis diede alle stampe poco prima di morire e che Scorsese portò sul grande schermo in una versione tanto disinvolta quanto banale. Siamo nel 1983, agli inizi dellera reaganiana. Gli strascichi della crisi economica si percepiscono ancora. A Lexington, nel Kentucky, un cinquantenne sta per cambiare vita. Per ventanni ha gestito unanonima sala biliardi, imprigionato in un matrimonio senza amore e in una routine piccolo-borghese. Se nè rimasto seduto sul suo talento, rinunciando a fare lunica cosa che sa fare davvero. Giocare a biliardo, ovviamente. E dunque ecco Eddie che si rimette in pista. In fondo non è cambiato. Un cuore traboccante di dubbi continua a battere sotto la ruvida scorza del duro. Vorrebbe vivere come quando aveva trentanni, come in una partita a biliardo, imbucando e passando da una donna allaltra. 
Ma non è facile. E infatti, come ricorda Gian Luca Favetto nella bella introduzione al volume, si tratta di «una questione di vita o di morte». Quindi cè un unico luogo per risolverla: su quel rettangolo verde che ha lo stesso colore dei soldi. Felson ricomincia per caso, coinvolgendo il vecchio Minnesota in una tournée televisiva dedicata ai campioni del passato. Fast Eddie e Fats di nuovo insieme. Lo Svelto e il Ciccione, i cui soprannomi sono legati dallinversione di una consonante. Forse sono le due facce della stessa medaglia. O gli angoli opposti dun biliardo. E proprio lavversario di un tempo gli ricorderà quantè importante crederci sempre. 
Le cose, però, sono cambiate. Ora si gioca alla nove. Ora, è una leva emergente di giovinastri, imbottiti di coca e pasticche, a mandare in buca tutte le palle. Per vincere lennesima sfida, Eddie dovrà attingere allinesauribile forza che gli ha permesso di tirarsi su dopo ogni caduta, scrollandosi di dosso la stramaledetta paura di non farcela.          
Con le avventure di Felson, Walter Tevis ha denudato  nelle rocambolesche traiettorie della metafora  lo spirito doltreoceano, evocando il gusto dellazione, la mistica della «stoffa giusta», la sostanziale identità tra libera iniziativa e gioco dazzardo. Ma non sè limitato a questo. Ha dimostrato quantè sottile la differenza tra perdenti e vincenti, perché nessuno è davvero imbattibile. Ed è a questo punto che viene in mente la massima dellAmerica tosta, incrollabile, democratica: «Non importa quante volte cadi. Quello che conta è la velocità con cui ti rimetti in piedi».

</text_more></entry>
<entry id='3365' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3365' author_id='1' authored_on='20100224005935' basename='a_come_andromeda' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100224005935' modified_on='20110324024706' ping_count='87' status='2' title='A come Andromeda' week_number='201008'><text>di &lt;a href=&quot;http://www.giugenna.com&quot;&gt;Giuseppe Genna&lt;/a&gt;

&lt;object width=&quot;280&quot; height=&quot;232&quot;&gt;&lt;param name=&quot;movie&quot; value=&quot;http://www.youtube.com/v/J5ky58aThJk&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;&quot;&gt;&lt;/param&gt;&lt;param name=&quot;allowFullScreen&quot; value=&quot;true&quot;&gt;&lt;/param&gt;&lt;param name=&quot;allowscriptaccess&quot; value=&quot;always&quot;&gt;&lt;/param&gt;&lt;embed src=&quot;http://www.youtube.com/v/J5ky58aThJk&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;&quot; type=&quot;application/x-shockwave-flash&quot; allowscriptaccess=&quot;always&quot; allowfullscreen=&quot;true&quot; width=&quot;280&quot; height=&quot;232&quot; hspace=5 vspace=2 align=right &gt;&lt;/embed&gt;&lt;/object&gt;Il 4 gennaio 1972 nelle case degli italiani successe qualcosa di inaudito e mai visto. Da 17 milioni di piccoli schermi in bianco e nero cominciò a irradiarsi la serie di fantascienza più devastante dellintera storia umana. Era come se Bergman, Tarkovskij e una telecamera fissa si fossero trovati insieme per giocare uno scherzo a un intero Paese. Era stato realizzato &lt;b&gt;A come Andromeda&lt;/b&gt;, il telefilm più lento e ipnotico mai trasmesso. A partire dalla sigla (un Tavor tv: potete maneggiarla con cautela qui a destra). Su una strada britannica (in realtà porta a Basiglio, in provincia di Milano) corre (si fa per dire) una spider. Oltre che la Lombardia, si userà la Gallura, per le location. La spider della sigla procede alla velocità di unApe. Linfinita maratona della fuoriserie si chiude con una scritta ricca di promesse: Questa storia si svolge lanno prossimo in Inghilterra. La trama è un &lt;b&gt;Blade Runner &lt;/b&gt;pensato da qualcuno che ha preso più LSD di chi Philip Dick (e ce ne vuole).</text><text_more>Si tratta di un romanzo di fantascienza scritto da un astronomo inglese e adattato da un italiano, il cui nome suggerisce quel che si vuole: Inisero Cremaschi. Per la Rai dei Settanta, &lt;b&gt;A come Andromeda &lt;/b&gt;è una megaproduzione. Il cast è stellare, per i tempi. Viene assoldato il meglio del teatro di allora: Tino Carraro, Paola Pitagora, Luigi Vannucchi (tutta gente che pare inglese esattamente quanto Antonio Banderas sembra islandese). Dovrebbe esserci anche Patty Pravo, che poi però dà misteriosamente forfait. Azzardiamo che biondina del Piper, stando ferma, era comunque più veloce delle inquadrature.
A un ritmo che pareva scientificamente studiato dai sovietici come rimedio allinsonnia, gli italiani si appassionarono alla leggenda di un telefilm in cui stenta ad accadere un delirio. Ecco cosa piacque al Belpaese, che poi ne fece un mito. In Inghilterra installano un radioscopio puntato verso la galassia Andromeda. Viene intercettato un messaggio, che nasconde istruzioni per costruire un supercomputer. Che viene assemblato, anche se nessuno sembra capire come funziona (una situazione comune a tutti gli uffici trent&apos;anni dopo &lt;b&gt;A come Andromeda&lt;/b&gt;). &lt;object width=&quot;280&quot; height=&quot;232&quot;&gt;&lt;param name=&quot;movie&quot; value=&quot;http://www.youtube.com/v/IKiau_Dei9A&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;&quot;&gt;&lt;/param&gt;&lt;param name=&quot;allowFullScreen&quot; value=&quot;true&quot;&gt;&lt;/param&gt;&lt;param name=&quot;allowscriptaccess&quot; value=&quot;always&quot;&gt;&lt;/param&gt;&lt;embed src=&quot;http://www.youtube.com/v/IKiau_Dei9A&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;&quot; type=&quot;application/x-shockwave-flash&quot; allowscriptaccess=&quot;always&quot; allowfullscreen=&quot;true&quot; width=&quot;280&quot; height=&quot;232&quot; hspace=5 vspace=2 align=right&gt;&lt;/embed&gt;&lt;/object&gt;A questo punto, la scena madre (qui a destra: firmate il consenso prima di fare partire il video): Nicoletta Rizzi (sosia di Patty Pravo e recentemente scomparsa), come se fosse sotto incantesimo di Giucas Casella, impiega sette minuti netti ad avvicinarsi al processore, che la fulmina (verbo inadatto, perché nulla nel serial ha la velocità del fulmine). Poi il computer si pente e la fa risorgere, superando barriere bibliche  la sosia di Patty Pravo si rianima, diventando bionda ossigenata. Non è più quella di prima: si chiama Andromeda ed è unaliena che si aggira per il mondo, intelligentissima, arrivando a condizionare scelte strategiche dellumanità. Il tutto finirà in tragedia. 
Le ricchissime scenografie (computer che sono fustini di cartone traforati con lampadine da 3 watt), la raffinata estetica del vestiario (scienziati in girocollo aderente, cattiva imitazione di modelli Facis), gli spettacolari interni (il mio monolocale è più ampio) e i folgoranti dialoghi (interessanti come sette consecutivi discorsi di fine anno del presidente della Repubblica Scalfaro) fecero di questa serie un cult: e ciò già diceva che lItalia viveva anni di piombo. Non fate però gli esterofili. &lt;b&gt;Spazio 1999&lt;/b&gt;, pur essendo una produzione Usa, esibiva costumi molto peggiori e dialoghi più surreali. E comunque è arrivato dopo. Nel 1972, con &lt;b&gt;A come Andromeda&lt;/b&gt;, lItalia fu allavanguardia televisiva mondiale, quasi superando &lt;b&gt;Star Trek&lt;/b&gt;. Non è mai più successo. E meno male.</text_more></entry>
<entry id='3366' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3366' author_id='4' authored_on='20100225040320' basename='il_mattino_a_loro_in_bocca_da' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100225040320' modified_on='20110324014135' ping_count='1' status='2' title='IL MATTINO A LORO IN BOCCA (da una storia vera)' week_number='201008'><text>di &lt;a href=&quot;http://www.avvocatolaser.net/&quot;&gt;Alessandro Villari&lt;/a&gt;

&lt;img alt=&quot;Pendolari.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Pendolari.jpg&quot; width=&quot;250&quot; height=&quot;155&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Piove da tanti giorni che non ricordo più come sia fatto il sole. È mattino presto e non c&apos;è tempo, è ora di andare, di lasciare questa città ai suoi abitanti. Morti viventi.
Alla fermata del trasporto n. 3 c&apos;è già ressa, mi chiedo come faremo a salire tutti. Ma non ho scelta, dovrò salire su quel mezzo se voglio farcela: l&apos;ultimo treno passa tra meno di mezz&apos;ora e andare a piedi fino alla stazione sarebbe un suicidio.

L&apos;attesa è snervante, tutti guardano tutti con sospetto per cogliere i primi segni del contagio, la tensione è palpabile, basta una scintilla per far scoppiare un incendio. Se il trasporto tarda ancora, non ho dubbi che il panico avrà presto il sopravvento.</text><text_more>Eccolo, finalmente. Non rallenta. Non rallenta. È pieno, e non si ferma. Bestemmie sorde, ma di sicuro non mute. Bisogna aspettare quello dopo.
Sotto la pioggia incessante il giaccone comincia a scolorirsi: chissà che cosa c&apos;è in quell&apos;acqua. Nei due metri quadrati sotto l&apos;unico balcone non meno di dieci persone si pestano i piedi a vicenda. Io preferisco bagnarmi ed essere più vicino ai portelli quando si apriranno.
Anche il trasporto successivo è stracolmo, ma in tre si mettono in mezzo alla strada per costringerlo a fermarsi e ad aprire le porte. Sono il primo a salire, riesco a incastrarmi appena sopra il predellino, appoggiando solo le punte dei piedi. Da sotto, una vecchia cerca di afferrarmi lo zaino per salire anche lei. Con un calcio in pieno volto mi libero. &quot;Era infetta, avete visto gli occhi?&quot; Nessuno fiata.

Il respiro di non meno di duecento persone, in uno spazio che ne dovrebbe contenere cinquanta, impregna ogni cosa e appanna gli occhi, oltre ai vetri. L&apos;odore è indicibile. Ho un ombrello piantato nel costato, e in bocca i peli del giaccone di un tale, vestito da esploratore artico. Il silenzio è surreale. Il mio vicino, a una spanna da me, cerca di trattenere un colpo di tosse. Nessuno sembra accorgersene tranne me, incrocio il suo sguardo, è pulito. Lo tranquillizzo con un cenno, non cerco guai. Voglio solo andarmene.
In piazza c&apos;è il secondo punto di rendez-vous. Il trasporto rallenta e si ferma. Qualcuno da fuori preme per salire, ma da dentro alcuni anziani devono scendere (perché?): non sono in una bella posizione. I vecchi sbraitano e spingono per farsi strada, ombrelli e borse si incastrano dappertutto. Una nanerottola canuta si appoggia al mio vicino, quello le addenta un braccio. Forse non era così pulito. Con uno spintone l&apos;esploratore e io li scaraventiamo entrambi giù dal trasporto. Salgono in quattro in una frazione di secondo, e in una frazione di metro quadrato. Mentre il portello si chiude, con la coda dell&apos;occhio intravedo il mio vicino di prima con i denti ben piantati nella giugulare della vecchia. Altri accorrono al banchetto dalle vie traverse sulla piazza.
Non ci sono altre fermate, si fila diretti verso la stazione. Con una manica del giaccone faccio un cerchio nella condensa. Figure tremolanti si avvicinano ogni volta che rallentiamo, e ci costringono a rallentare ulteriormente. Si muovono piano, le braccia tese in avanti: non c&apos;è dubbio di che si tratti. Ogni tanto si sente un tonfo sulle pareti metalliche del trasporto, qualcuno là fuori è stato travolto. Poco male. Dio, fa&apos; che non ci blocchiamo.

Lo fa. Il trasporto si ferma a cento metri dai binari. I morti viventi sono ovunque, appena si aprono le porte protendono braccia e mascelle. I cento metri più importanti della mia vita. Un respiro profondo, il portello si apre, mi catapulto fuori. Vorrei. La cinghia dello zaino è incastrata nell&apos;ombrello di un vecchio. Tiro secco, più che posso: lo zaino è libero, il vecchio è per terra. Non è un mio problema.
Io di problemi ne ho già tanti così: i morti viventi sono ovunque. L&apos;ho già scritto? Può darsi, ma non ho il tempo di rileggere: devo soltanto correre. Corro a perdifiato scartando gli affamati che mi si parano di fronte schiumanti. Il treno è già sul binario. Accelero e scendo i gradini a quattro per volta. Dietro di me una processione di zombie, come topi dietro al pifferaio magico. Mi giro appena il tempo di vedere l&apos;esploratore sopraffatto, non è stato abbastanza veloce: peccato, avremmo potuto fare amicizia. I miei amici di un tempo sono tutti cadaveri, i più fortunati a tempo indeterminato, gli altri precari. In fondo, non è cambiato niente.
Ancora uno sforzo. Esco dal tunnel direttamente sul binario. Il treno è lì, fermo, ma le porte sono chiuse. Dal passaggio emergono le teste dei morti. Non devo cedere al panico, non può finire così. Infatti. In testa al convoglio, cinque o sei carrozze più in là, si intravede la sagoma del controllore, ancora a terra.
ASPETTATE! Presto, più presto, lultima speranza corre con me sulla banchina. La sirena annuncia la partenza, le porte si chiudono mentre con le ultime forze salto dentro.
Il treno si muove, lentamente. Fuori, facce senza volto premono stupide contro i finestrini. Dentro, i passeggeri tirano un sospiro di sollievo e chiudono le tendine, per non vedere e non pensare al pericolo scampato. Una bambina sovrappone la sua mano a quella di un appestato di fuori, ride. La mamma lallontana dal vetro mentre il treno si allontana dai morti viventi.

Mi siedo nellunico posto libero, lo zaino e il giaccone scomodi sulle ginocchia, vampate di aria calda e sporca da sotto la camicia appiccicata dal sudore. Laffanno della corsa mi spezza il respiro, tossisco una volta, due volte. La ragazza seduta di fronte mi guarda strano: sarà lodore. La ferita sul braccio mi fa male. Chiudo gli occhi. La ragazza grida. La ferita sul braccio. Ho fame.


[Il senso del racconto può essere meglio intuito leggendo questo &lt;a href=&quot;http://www.avvocatolaser.net/2010/02/20/un-treno-tutti-i-giorni-passava-per-la-sua-stazione/&quot;&gt;articolo&lt;/a&gt; dello stesso autore.] (&lt;b&gt;V.E.&lt;/b&gt;)

</text_more></entry>
<entry id='3367' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3367' author_id='4' authored_on='20100226000056' basename='diario_da_haiti_3_mattoni_e_speranze_nella_citt_del_sole' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100226000056' modified_on='20100226031856' ping_count='0' status='2' title='Diario da Haiti (3). Mattoni e speranze nella città del Sole' week_number='201008'><text>Di &lt;a href=&quot;http://lamericalatina.net&quot;&gt;Fabrizio Lorusso&lt;/a&gt;

&lt;img alt=&quot;QuartierDelmasSantocho11fevrier080.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/QuartierDelmasSantocho11fevrier080.jpg&quot; width=&quot;240&quot; height=&quot;180&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Dopo alcuni giorni di permanenza a Port au Prince decidiamo di esplorare il centro città con una telecamera digitale, una macchina fotografica e la consapevolezza del fatto che lo spettacolo non sarà gradevole dato che il terremoto non è stato benevolo con questa zona della città che è tra le più disastrate. Un po tutti abbiamo in mente le immagini televisive del Palazzo nazionale a pezzi, della cattedrale in rovine, del mercato generale e dei ministeri distrutti da quei 36 secondi dimmane violenza tellurica. Montiamo in due su una motocicletta di fabbricazione cinese, inconfondibile con le sue tinte giallastre scolorite, le luci rotte, il clacson improbabile, i suoi tre metri di scotch a sigillare le parti in plastica già rotte dal suo primo giorno di vita: si tratta di una Vague (vaga) DSM Super Moto 125cc semi automatica e pericolosa. Armati di prudenza partiamo in discesa lungo la gran via Delmas diretti verso il Mar dei Caraibi che sintravvede oltre la cappa di smog insieme ad alcune portaerei che intorbidiscono ancor di più il panorama di un porto occupato da forze straniere e pieno daiuti umanitari in attesa di destinatari adeguati. 
</text><text_more>&lt;b&gt;Quelli dellONU non sono i buoni&lt;/b&gt;
In città i caschi sono un optional buono per gli eleganti, i timorosi e i membri delle forze armate dellONU (la minacciosa polizia dal casco blu della Minustah, la United Nations Stabilization Mission in Haiti) quindi scegliamo unarmatura minimalista con cappellini, occhiali da sole e bandane. Dal 2004 le Nazioni Unite sono presenti ad Haiti con questa missione comandata dal Brasile che agglomera nei suoi ranghi truppe di tanti paesi lontani ed esotici come il Nepal e lo Sri Lanka, gente che dei Caraibi non sa nulla e nemmeno capisce la lingua locale, ma forse si cerca proprio questo nelle missioni internazionali per poter avere degli esecutori fedeli e disinteressati al momento di prendere decisioni controverse o repressive. In alcuni casi la Minustah ha svolto dei compiti di protezione della popolazione vessata dalla polizia e dai paramilitari haitiani, ma è altresì tristemente famosa per le terribili violazioni ai diritti umani perpetrate ai danni della popolazione di Citè Soleil, uno dei quartieri più poveri della capitale dove lex presidente Aristide, sequestrato dalla CIA e deportato nella Repubblica Centroafricana il 29 febbraio 2004, è ancora oggi molto popolare. Infatti nel 2006 lallora neo presidente della Repubblica Renè Preval, successore di Boniface Alexandre, il giudice costituzionale gradito agli americani che fu presidente ad interim (2004-2006) dopo la deportazione di Aristide in Africa, diede esplicitamente il permesso ai militari delle nazioni unite di svolgere compiti repressivi e dintelligenza nei quartieri poveri contro delle presunte bande di delinquenti. Una parte di queste bande veniva in realtà identificata con dei gruppi di cittadini auto organizzati legati allex presidente esiliato e, sebbene fosse innegabile anche la presenza di gruppi non politici di criminali veri o presunti, i metodi repressivi utilizzati dalla Minustah, consistenti in bombardamenti con cannoni e sfondamenti con carri armati come in vere e proprie operazioni di guerra, fecero numerose vittime innocenti e furono palesemente sproporzionati e crudeli. In generale per la maggior parte degli haitiani si tratta di una forza esterna ed inutile, una polizia che viene ad aggiungersi alla corrotta autorità locale e allendemica presenza degli eserciti stranieri, soprattutto lamericano e il canadese. Il tutto in un paese poco propenso alla violenza.
&lt;b&gt;Disagio infrastrutturale &lt;/b&gt;
Quindi oggi niente casco, tra laltro non ce labbiamo neanche. Tornando alle strade della città terremotata, lo stile di guida dellabitante di Porto Principe si basa per metà sulluso criminoso del clacson per passare sempre e comunque e per metà sulle accelerazioni spericolate e i sorpassi indiscriminati anche, perché no, sul marciapiede. Linfrastruttura stradale è precaria, come le vite degli sfollati nelle tende, come le decine di case puntellate da sbarre di metallo e pronte a cadere non appena vi sarà una replica del sisma del 12 gennaio. E alcune continuano a crollare davvero, hanno fatto il loro ultimo sforzo prima di franare del tutto e portarsi via gli ultimi ricordi di chi ci viveva. Nei viali più trafficati i semafori sono stati sistemati su dei cavi barcollanti e su degli alti piloni solamente un paio danni or sono e appaiono come degli spaventapasseri inermi di fronte alla massa veicolare urbana in movimento che non li prende troppo sul serio. 
A mio avviso la grande urbe azteca, la Città del Messico da 25 milioni di abitanti e oltre 5 milioni di veicoli, è quasi tranquilla e ordinata in confronto. Certo anche lì bisogna schivare buche enormi e taxi arrabbiati ma limpressione è che Porto Principe raggiunga comunque impensabili livelli di anarchia circolatoria. La Rue Delmas sfocia in una rotonda squallida e caotica al centro della quale è stata posizionata una statua grigia di una donna che chiede pietà con le mani al cielo e che forse nelle intenzioni del pianificatore urbano doveva essere un monumento storico, ma i fumi dei camion e i fischi incessanti di alcuni elementi della polizia stradale, impettiti e affumicati dastio nella loro divisa ocra e cinerina, creano intorno a quella un ambiente ostile e infecondo che ne azzera la funzione simbolica e celebrativa.
&lt;b&gt;Che fare?&lt;/b&gt;
Sono molti i pali della luce e dei semafori che pendono pericolosamente verso il centro della strada con quellinclinazione pisana che in questo caso non promette nulla di buono ma ricorda a tou moun (tutti, tout le monde, in creolo) che la ricostruzione deve cominciare al più presto e come annuncia ogni sera in TV il presidente dobbiamo rifondare la nazione, decentralizzare, uscire dalla capitale, ottenere più tende e aiuti ma anche che le imprese straniere vengano a produrre qui per riattivare leconomia. 
Non è così facile per milioni di persone che hanno perso casa e lavoro ma alcuni progetti di cooperazione stanno lavorando in questo senso: per esempio lorganizzazione non-profit statunitense Hurah-Inc, partner di &lt;a href=&quot;http://aumohddwamoun.blogspot.com/&quot;&gt;Aumohd &lt;/a&gt;Haiti, gruppo di avvocati per i diritti umani con cui sto lavorando qui a Port au Prince, oltre a promuovere una raccolta fondi alternativa e sicura rispetto ai canali tradizionali della multinazionali della solidarietà (&lt;a href=&quot;http://prohaiti2010.blogspot.com&quot;&gt;LINK QUI PER CONTRIBUIRE!!&lt;/a&gt;), sta implementando un progetto per creare una cooperativa di lavoratori agricoli e dare lavoro a circa 20mila senza tetto della capitale haitiana in campi e terreni già pronti per essere sfruttati vicino al confine dominicano.
&lt;b&gt;Non ti pago&lt;/b&gt;
Il dollaro haitiano è unentità monetaria non ufficiale, anzi è solo un modo di dire come quando in Italia usavamo il termine scudo per indicare 5mila lire. Equivale a 5 Gourdes, il nome della valuta in uso ad Haiti, ma lo straniero in terra caraibica spesso non lo sa e lo scambia facilmente per il dollaro americano oppure lo percepisce come uno scherzo linguistico  economico mirato a confonderlo e frodarlo. Dopo un po però si impara come gestire la questione dei valori e ci si arrangia dignitosamente anche con le insolite banconote da 25 o da 250 Gds, tagli alquanto bizzarri ed esotici. Spesso i prezzi praticati dai venditori per i bianchi sono diversi e tendenti al rialzo ma la selva umana peggiore da attraversare nelle strade principali sono i cambiamonete, dei rumorosi ragazzini con mazzetti di dollari in mano pronti a farti vedere sulla calcolatrice che tirano fuori dalla tasca quanto il loro tasso di cambio sia vantaggioso rispetto agli altri della piazza, questultima intesa letteralmente, come spazio fisico cittadino, non come mercato finanziario. Le banche sono state le prime istituzioni a riaprire i battenti dopo il terremoto ma questi cambiavalute gli fanno una concorrenza spietata. Caricati (ma non troppo!) di moneta locale possiamo affrontare ogni evenienza nel centro della città dove laria che si respira è di sconforto e distruzione: una casa su due è crollata del tutto o in parte mentre molte altre sono abbandonate, le strade sono polverose, soffocanti e trafficatissime, piene di capre e maiali, spazzatura e disperati. La motocicletta si ferma ogni 500 metri in mezzo a folle curiose, bancarelle tutte uguali, venditori di canna da zucchero e impazienti tap tap, i piccoli bus colorati che sfrecciano stipati di anime per le vie di Port au Prince alla modica cifra di 5 Gds per una corsa. E imbarazzante perché tutti ci parlano, ci gridano, si prendono un po gioco di noi, ma magari vogliono anche aiutare e non lo capiamo ogni volta che ci fermiamo sul ciglio della strada a spingere la poderosa imprecandole dolcemente di ripartire. Dopo un paio dore di incursioni nei territori della devastazione e del disordine optiamo per un tranquillo ritorno a casa cullati dal suono dei soliti clacson e dalla luce pallida del tramonto.&lt;img alt=&quot;CentroHatiCarmilla146.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/CentroHatiCarmilla146.jpg&quot; width=&quot;240&quot; height=&quot;180&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
&lt;b&gt;Piano di lavoro&lt;/b&gt;
Per un paio di sere consecutive il maestro Evel Fanfan ha spiegato a me e a Diego la storia dellAumohd e i successi ottenuti in questi anni nella difesa delle persone incarcerate ingiustamente dalla corrotta e abusiva autorità giudiziaria e dalla polizia di Haiti. Dopo la fondazione avvenuta nel 2002, con il passare del tempo gli avvocati associati in questo gruppo, attivo in molti quartieri periferici, si sono occupati sempre più di casi gravissimi di violazioni dei diritti umani messi in atto da forze paramilitari che hanno scosso il paese negli ultimi 5-6 anni, come conseguenza delle macchinazioni della CIA e delle famiglie dellestablishment contrarie al progetto nazionale dellex presidente Jean-Bertrand Aristide. La serie di massacri di Grand Ravine ad opera della polizia haitiana e di gruppi, armati dalle forze dopposizione, rispondevano ad un chiaro obiettivo di annichilamento politico dei seguaci di Aristide anche se venivano presentati come lotta alla delinquenza, un ritornello che spesso sentiamo ripetere da governanti, mezzi dinformazione e gente poco informata un po in tutti i paesi. Allo stesso modo le cosiddette rivolte popolari che hanno portato alla crisi istituzionale e alla successiva deportazione via sequestro dellex mandatario haitiano sono cominciate dalla frontiera con la Repubblica Dominicana con il patrocinio e le armi degli agenti segreti statunitensi. LAumohd è riuscita a far condannare e incarcerare 15 poliziotti implicati in quei fatti di sangue a costo della sicurezza di alcuni dei suoi membri. E per questo che ogni giorno vediamo entrare un losco figuro negli uffici qui a Delmas 49, si tratta di un poliziotto sornione e depistato che è la scorta assegnata dallo stato haitiano a Evel per garantire la sua incolumità. Non si fa vivo quasi mai il tutore della legge, ma ufficialmente esiste, insomma cè, e quando si presenta gli si dà anche un piatto di riso e fagioli per ricordarglielo.
&lt;b&gt;La clinica da ricostruire a un mese dal terremoto&lt;/b&gt;
Nuovo giorno e mondo nuovo. Oggi si spala a dovere. Evel organizza un gruppo di abitanti del quartiere per ripulire unarea di 30 metri quadrati occupata dalle macerie di un paio di case crollate. Tutta la zona è in realtà una maceria in movimento, col suo grigiume di polveri e mattoni ma anche con tutta la sua gente pronta ad ascoltare, a organizzarsi e a lavorare se si riesce a intravedere una buona idea. Questo pomeriggio Evel ne regala una agli abitanti di Delmas 40 che si riuniscono e decidono di seguire la sua visione: riabilitare uno spazio che si sta lentamente trasformando in una fogna a cielo aperto dove pascolano un paio di suini in un centro dassistenza medica provvisorio ma efficace. Infatti il personale medico (sono tutte dottoresse) di una delle cliniche del quartiere distrutte dal sisma del mese scorso è disposto a riprendere le attività anche gratuitamente se vengono dati loro gli strumenti necessari per il lavoro, gli spazi, le medicine e gli aiuti logistici del caso. Quindi da una parte stiamo lottando per ottenere degli aiuti materiali dalle agenzie internazionali, obiettivo difficile che ancora oggi lascia in stand by tutto il progetto, dallaltra servono braccia per creare lo spazio. I vicini di casa, le donne, i bambini e anche alcuni passanti si uniscono al nostro sforzo per ripulire la strada e lo spazio destinato alla clinica che verrà poi coperta da teloni di plastica che abbiamo già provveduto a reperire. Mentre iniziamo a lavorare con le pale, con le mani e le carriole alcuni rasta in bicicletta ci salutano calorosamente e altri personaggi del quartiere allapparenza minacciosi ci ringraziano in un inglese maccheronico, in francese o in creolo a seconda dei casi. Alcuni non muovono un dito, si avvicinano, salutando e ringraziando anche loro come fossimo io e Diego gli unici responsabili e dirigenti di quellopera collettiva e dinamica nata quasi spontaneamente dopo un discorso infervorato del nostro amico Evel. Presto ci accorgiamo che vogliono solo chiedere se per caso ci sarà lavoro dopo la riattivazione della clinica e offrono i loro servizi per il prossimo futuro senza fare nulla nel presente. Non apprezziamo molto e continuiamo a lavorare. 
Piano piano verso la una del pomeriggio raggiungiamo la clamorosa cifra di venti persone coinvolte nello sgombero, tutti sudatissimi sotto un sole che sferza frustate calde inverosimili mentre si attiva la solidarietà degli osservatori compassionevoli, quelli che guardano la fatica dei più ma non vogliono rimanere inerti e allora comprano bibite fresche ai poveri spalatori. Un bambino raccoglie tutte le carte da gioco perse da qualche vittima tra le rovine e riesce quasi a ricomporre un mazzo da poker completo mentre io dispongo ordinatamente su un muretto tutti gli oggetti ben conservati che recuperiamo per mantenere in qualche modo la memoria degli antichi padroni di casa. Ad ogni mattone che lanciamo lontano limpressione è che le persone buttino via anche un pezzo della paura e del vivo ricordo del terribile terremoto per mettere al loro posto unopera nuova, un pezzo in più  di questa catartica creazione di esistenze e futuri che dovrà essere la ricostruzione di Haiti.   
</text_more></entry>
<entry id='3368' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3368' author_id='4' authored_on='20100226125255' basename='miopia_critica_remix_9800_10' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100226125255' modified_on='20110324024706' ping_count='2' status='2' title='Miopia critica (Remix 98/00  10)' week_number='201008'><text>di &lt;b&gt;Dziga Cacace&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Mc1001.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Mc1001.jpg&quot; width=&quot;190&quot; height=&quot;152&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;&lt;b&gt;333 - &lt;i&gt;Rambo 2 - La vendetta &lt;/i&gt;di un genio, USA 1985&lt;/b&gt;

Una cava dove dei poveri forzati spaccano le pietre come in &lt;i&gt;Prendi i soldi e scappa&lt;/i&gt;: ecco dovè finito John Rambo dopo il discreto casino combinato nel primo episodio della saga. Ma appare il solito colonnello Trautmann che di Rambo non sè dimenticato: gli propone una missione suicida nel nord del Vietnam in cambio della libertà e John ci sta dentro di bestia. Ha una sola domanda, battuta che mi convince immantinente a proseguire la visione: Signore, ci lasceranno vincere, questa volta?. Questa pellicola si preannuncia &lt;i&gt;celestiale&lt;/i&gt;. Sono stanco, non ho energie mentali per un bel film, ho voglia di qualcosa di estremamente divertente, voglio ghignare, voglio dialoghi esilaranti: &lt;i&gt;Rambo 2&lt;/i&gt; fa al caso mio, è decisamente la mia &lt;i&gt;cup of tea&lt;/i&gt;.
</text><text_more>Il nostro amico, in virtù delle passate glorie, è lunico deputato alla missione in terra nemica. Medaglie a chilate e 59 nemici uccisi nel suo personalissimo &lt;i&gt;score &lt;/i&gt;hanno convinto anche i più recalcitranti: è lui luomo che può andare a fotografare i campi di prigionia dei 3000 (bum!) soldati americani mai liberati dagli infidi musi gialli. E anche se adesso gli americani dispongono di adeguate tecnologie, Rambo sentenzia: Io credo che la mente sia larma migliore. Evvai! Rambo va, compie la missione da paparazzo, ma non resiste: libera un compatriota con laiuto di una vietnamita (avete presente i cazzetti vietnamiti al confronto di quello palestrato di Stallone?). Al momento del recupero - orrore! - di nuovo il tradimento: i comandi lo lasciano lì. Il nostro eroe è fatto prigioniero da dei russi di cattiveria bestiale che lo torturano, lo tagliuzzano, lo elettrizzano, insomma lo provocano, sinché il nerboruto Stallone non sincazza davvero e spacca tutto. Infine, con un elicottero, libera un pacco di prigionieri, aumenta il suo &lt;i&gt;score &lt;/i&gt;di altri 100 cadaveri comunisti e poi torna a casa più incazzato di prima. Il colonnello Trautmann gli chiede come vivrà adesso e lui, andandosene: Giorno per giorno. Semplicemente sublime. Con &lt;i&gt;Rambo 2&lt;/i&gt; sghignazzi e durante la visione ti puoi permettere di fare un sacco di cose. Infatti non accade quasi nulla e uno può guardare il video ogni 3 minuti e intanto leggere, cucinare, farsi i cazzi propri, sicuro che quando tornerà a degnare dattenzione questa schifezza, nulla della trama gli sarà oscuro. Cinema (?) per cerebrolesi, &lt;i&gt;Rambo 2&lt;/i&gt; è un concentrato di godibili cacchiate molto rivelatrici: nonostante dieci anni prima fosse stato proprio il popolo vietnamita a fare agli americani un mazzo tanto, la loro rappresentazione è invariabilmente questa: tutti in divisa regolare, annebbiati da fumo e alcol e sessualmente debosciati. E non mancano gli smarroni sicuramente consapevoli (la vecchia bandiera dei Vietcong utilizzata come se fosse quella del Vietnam attuale, i russi che utilizzano elicotteri Bell Kiowa cui è stata appiccicata una bella stella rossa, etc.). Tra i responsabili di questo guazzabuglio firmato George Pan Cosmatos (anche spettacolare, va detto) cè pure James Cameron. Ho gustato questa gollata di mota e, in fondo in fondo, spero che TMC mi regali a breve anche un terzo episodio che si preannuncia grandioso. (Diretta TMC; 16/3/00)

&lt;b&gt;336 - &lt;i&gt;Three Kings &lt;/i&gt;di David O. Russell, USA 1999&lt;/b&gt;

Sono ancora a Parigi, e la sera, beh, &lt;i&gt;cinéma&lt;/i&gt;! Quattro soldati americani, solo sfiorati dalla guerra sporca che stanno combattendo in Iraq, decidono il colpo che potrebbe cambiargli la vita: trovata nel buco del culo di un prigioniero iracheno una mappa che indica lubicazione del tesoro in lingotti doro di Saddam (rubato in Kuwait) si mettono alla ricerca scatenando un inferno. Di contorno la retorica trionfalistica di una guerra che già tutti si sono dimenticati e il ruolo della stampa imbavagliata e alla ricerca di uno scoop. Clooney guida la truppa che simbatte in iracheni ribelli e iracheni costretti a ubbidire al Rais, fino a qualche mese prima foraggiato dalle potenze occidentali. Costruito discretamente (il film perde ritmo nella seconda parte), &lt;i&gt;Three Kings &lt;/i&gt;ha il pregio di parlare di qualcosa di cui nessuno sè mai più voluto occupare e lo fa in maniera scontrosa mettendo in bocca ai diversi nemici le loro ragioni. Come un &lt;i&gt;M.A.S.H&lt;/i&gt;. degli anni Novanta, &lt;i&gt;Three Kings &lt;/i&gt;satireggia gli ottusi comandi, la becera politica estera statunitense, il cinismo di chi combatte e più di una volta sottolinea il disagio di chi da Saddam è stato (ed è tuttora) tiranneggiato. Fotografia azzeccata e accecante di Norton Thomas Sigel, alcune trovate di montaggio molto intelligenti, attori in parte. E addirittura una geniale citazione del secondo &lt;i&gt;Guerre stellari &lt;/i&gt;(se non erro), quando i nostri eroi sono assaliti dai gas. Insomma, un film piacevole in cui la retorica virata finale (paciosa e dolciastra) viene per fortuna smentita con ironia. Ovviamente in USA nessuno ha visto il film, troppa fatica per il cervello e troppe colpe da ammettere. Visto in originale alle Halles, mica pizza e fichi. (Sala UCG, Parigi; 25/3/00)

&lt;img alt=&quot;Mc1002.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Mc1002.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;137&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;&lt;b&gt;337 - &lt;i&gt;Magnolia &lt;/i&gt;di Paul Thomas Anderson, USA 1999&lt;/b&gt;

Barbara e io non sappiamo assolutamente che oggi scatta lora legale. Buchiamo una visita guidata a Saint Sulpice e tutti i nostri programmi vengono scombinati. Non bastasse, si scatena un violento acquazzone e così troviamo rifugio nel cinema Luxembourg III. Dunque, ho visto &lt;i&gt;Magnolia &lt;/i&gt;in lingua originale e con sottotitoli in francese, il che, con un parlato molto stretto, ha reso alquanto difficoltosa la comprensione. Anderson costruisce un affresco altmaniano seguendo le vicende di alcune persone che vivono nella San Fernando Valley, tutte, in un modo o nellaltro, coinvolte da uno show televisivo dove dei bambini dimostrano la loro competenza sfidando degli adulti. Il vecchio Earl Partridge (Robards) è in fin di vita e la più giovane moglie (Julianne Moore, bellissima nella sua maturità) lo affida a un premuroso infermiere (quel Hoffman già visto in &lt;i&gt;Happiness&lt;/i&gt;). La Moore sta cercando il modo di far morire in fretta il marito, ma quella che allinizio sembra solo un cinico liberarsi di un peso, non è altro che il compassionevole gesto estremo per un amore troppe volte tradito. Parallelamente seguiamo le vicende di Jimmy Gator, presentatore da quarantanni di &lt;i&gt;What do Kids Know&lt;/i&gt;, lo show in cui è impegnato un bambino prodigio sul quale il padre ha posto molto fiducia, troppa. Anche Gator sta morendo di un tumore e la fine che si avvicina lo porta a fare pace con la figlia molestata in giovane età. Intanto un buon poliziotto cerca lamore della sua vita, un guru telematico (Tom Cruise, paurosamente in ruolo) guida la rivolta del maschio vessato e un ex campione dello show di cui si diceva si arrabatta per rifarsi i denti e conquistare un barista di cui è innamorato. Le vicende sintrecciano perché Cruise è figlio di Robards e da lui è stato abbandonato in giovane età con la madre divorata anchessa dal male del secolo; il poliziotto sinnamora della figlia di Gator e farà desistere lex bambino prodigio - oggi mediocre impiegato - dal furto per la sua operazione dentaria. E Gator dovrà abbandonare in preda ai dolori il suo show, mentre il piccolo campione perderà volutamente, rifiutandosi di stare a un gioco dove gli è anche rifiutato il più elementare dei bisogni fisici, pisciare. E dopo una catastrofe biblica (la pioggia delle rane) tutte le vicende sembrano chiudersi. Tantissima la materia narrativa, non sempre assecondata dal talento del regista che però per almeno le prime due ore gestisce lincrociarsi delle storie con un montaggio superbo e con piani sequenza vertiginosi. Forse il film è un po lungo e alcuni episodi potevano essere tagliuzzati, ma di fronte a questo impeto affabulatorio che regala interpretazioni superbe e scene madri toccanti, sarebbe ingeneroso fare i pignoli. Non so quanto Anderson abbia voluto metaforizzare lAmerica di oggi: il tumore che la condanna a morte è la televisione, con i suoi meccanismi di potere schiaccianti. Ma probabilmente la morale non è così semplice: un prologo bruciante ci insegna che nulla avviene a caso e che se noi ci scordiamo del passato, questo non si dimentica di noi. I peccati dei padri vengono scontati dai figli e quello originale è ben più vecchio dellintrattenimento televisivo. Lo stile fiammeggiante di Anderson si concede pause comiche, humour nero, trovate paradossali (levento atmosferico improbabile, ma possibile) e utilizza la musica come collante narrativo in maniera originale, ma è nel dipingere i personaggi che si vede il vero talento della regia: come in &lt;i&gt;Boogie Nights &lt;/i&gt;la cinepresa, talvolta impietosa, ci comunica la compassione per queste vite alla ricerca della felicità. Meno compatto di &lt;i&gt;American Beauty&lt;/i&gt;, forse con punte più alte di commozione e piacere, &lt;i&gt;Magnolia &lt;/i&gt;è un film bello, imperfetto ma generoso. (Sala Luxembourg III, Parigi; 26/3/00)

&lt;b&gt;339 - &lt;i&gt;Velvet Goldmine &lt;/i&gt;di un complessato triste, USA 1998&lt;/b&gt;

Il glam rock: che bella materia per tirarci fuori un film. Grande musica, ambiguità, immagine, personaggi, colori, costumi e ti viene fuori questa irritante e penosa cazzata di &lt;i&gt;Velvet Goldmine&lt;/i&gt;, una porcata immane che pecca di presunzione e ignoranza. Il regista Todd Haynes, per raccontarci quella straordinaria stagione creativa, opta per una struttura wellesiana, alla &lt;i&gt;Quarto Potere&lt;/i&gt;, con un giornalista che intervista i testimoni dellepoca per ricostruire la storia di Brian Slade, allora principe del Glam. Ovviamente il giornalista era anchegli un fan e lindagine diventa anche viaggio interiore in cui ripercorre il suo cammino verso lomosessualità. Slade è ricalcato perfettamente su Bowie, con tutti i suoi cambiamenti di costumi e stile. Dopo un esperienza artistica e affettiva con Curt Wild (evidentemente Iggy Pop, ma con molto anche di Cobain, cosa che tra le tante non centra una beneamata), Slade si ritirò dalle scene simulando un attentato a un suo concerto, stabilendo la propria morte come personaggio pubblico. Va a finire che il giornalista scopre che Slade è diventato quel Tommy Steele che appoggia il conservatore presidente USA. Urca, che scandalo brutto brutto! Allora: non si capisce quale valore documentario abbia una storia dove tutto viene travisato e i personaggi ricalcano solo fino a un certo punto figure realmente esistite. Sono perfettamente individuabili tutti i protagonisti dellepoca (Glitter, Bolan e altri), ma Haynes si concentra principalmente sul simil-Bowie, cosicché del movimento glam si dice poco o nulla, perché nacque, cosa rappresentava, quali antenati aveva (sù, un po di sforzo, non basta far cantare al protagonista un pezzo di Little Richard). E oltre a tutto, giacché il Duca Bianco ha tanti difetti ma sa veder lontano, manca anche la musica che più ha saputo rappresentare lepoca e che non è stata concessa. E vabbeh, dirà qualcuno, Haynes ha fatto un film di fantasia, dove il 1984 in cui si svolge la vicenda è orwellianamente tetro. Okay, allora questo è un film che - appurata linutilità documentaria - è solo una menata, ha uno spunto risaputo gestito pedestremente, è lungo e probabilmente costoso, è recitato con alti e bassi, presenta una galleria di macchiette degne di film di serie Z, fa strame di ottima musica, gioca con gli zoom anni Settanta e poi infila incongrui clip molto anni Novanta, cita Oscar Wilde a cazzo e gestisce il tutto senza alcuna ironia e perdendo pezzi da ogni parte. Complimenti a Michael Stipe (R.E.M.) che ha messo soldi in questoperazione (e anche in &lt;i&gt;Essere John Malkovich&lt;/i&gt;; qualcuno dovrebbe prestargli qualche vhs, così, per fargli capire cosa sia un film). Complimenti ai doppiatori che riescono a dire Creedence Clearwater &lt;i&gt;Ràivivols&lt;/i&gt; e un poderoso calcio in culo a Cineforum che a questa puttanata ha dedicato la copertina e un lungo articolo con inesattezze e sviste. Fate voi, per me è una cagata. (Vhs da Tele+; 29/3/00)

&lt;img alt=&quot;Mc1003.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Mc1003.jpg&quot; width=&quot;170&quot; height=&quot;139&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;&lt;b&gt;345 - &lt;i&gt;Eyes Wide Shut &lt;/i&gt;di Stanley Kubrick, Gran Bretagna 1999&lt;/b&gt;

Questo film, alla sua uscita, lho evitato accuratamente. I cinema erano zeppi di cagoni che andavano a vedere lultimo Kubrick perché era veramente lultimo &lt;u&gt;definitivo &lt;/u&gt;Kubrick (e non importa che in molti casi fosse il loro &lt;i&gt;primo &lt;/i&gt;Kubrick), per poi uscire dalla sala e lamentarsi che era una porcata. Ora, non che questo giudizio generalizzato mi facesse paura, ma metteteci anche la critica freddina e, allora, mi son detto, perché subire il ricatto? Sono andato avanti per due mesi dichiarando con gli amici di aver visto il film e snocciolando i classici tre pareri standard: fotografia bellissima, messa in scena gelida, film un po deludente. Più o meno tutti dicevano le stesse cose, se ne ciangottava per una buona mezzora davanti a una birra e poi facevo il colpo di scena ammettendo di non aver visto un cacchio. La commedia è andata avanti per un po e poi mè venuta veramente voglia di andare a vedere il film, anche perché era chiaro che il giudizio della critica dei quotidiani e dei tuttologi che infestano i settimanali era viziato dal fatto che avevano fatto cagnara per due anni a montare il caso del film erotico, del film &lt;i&gt;quasi &lt;/i&gt;porno, del film hard di Kubrick, e poi - ma pensa un po!  tutti a frignare che non si vede quasi nulla e che non cè il pecoreccio tanto auspicato. Insomma: ora la mia mente contorta accettava di vedere il film, solo che non era più in programmazione. E allora ho fatto ricorso alla vhs, ripromettendomi di pagare tributo anche in sala non appena ne avessi avuto occasione. La storia è più o meno risaputa: Alice Hartford (la Kidman, fascino perverso non male) confessa al marito Bill (il Cruise, perfetto come inetto) di aver fatto un sogno erotico che la vedeva protagonista. Allora Bill, stimolato/autorizzato come se il sogno fosse la realtà, si avventura a cercare emozioni forti: una prostituta, unorgia in maschera un casino dinferno (con morta a carico) di cui si pente amaramente. Torna con le pive nel sacco dalla moglie e le confessa tutto pur non avendo fatto nulla. Al che la Kidman conclude con linvitante asserzione che ora non gli resta che scopare. Questo per ridurre un capolavoro a un raccontino degno di &lt;i&gt;Le Ore&lt;/i&gt;. Invece cè tanto, tantissimo di più. Dal punto di vista tecnico, freddo quanto si vuole, Kubrick firma una opera di gusto straordinario dove nulla ho da eccepire. Steady cam scioltissima, composizione frontale e simmetrica, luci blu e arancio a sottolineare le emozioni dei protagonisti, scenografie perfette, musiche perfette. Dal punto di vista narrativo cè labilità di mettere in piedi un thriller psicanalitico, a tratti erotico, a tratti angosciante, con bei dialoghi e ritmo sostenuto nonostante la lunga durata. O perlomeno io non mi sono mai scocciato e dalla vicenda sono stato preso in pieno. Lunico dubbio è sulla visione punitiva del sesso extra matrimoniale (e lo dico io che sono una specie di Iman): non appena Cruise cerca timidamente un diversivo a una vita di coppia evidentemente stanca, ecco che sono guai, a rischio della pelle. Ma probabilmente questo è quello che rimane del film in una testa vuota come la mia e deve esserci molto di più, solo che non ci riesco ad arrivare. Il film sinsinua sotto pelle e ritorna per giorni. Del resto se un sogno non è mai veramente un sogno né la realtà è sempre la realtà, allora forse linvito finale della Kidman vuol dire anche altro. Ma cosa? Boh! Rivedrò il film, lo prometto. (Vhs originale; 9/4/00)

&lt;b&gt;348 - &lt;i&gt;Epidemic &lt;/i&gt;di un ilare Lars von Trier, Danimarca 1987&lt;/b&gt;

&lt;i&gt;Europa &lt;/i&gt;mi ha reso faticosamente felice. Domani al De Amicis cè &lt;i&gt;The Kingdom II&lt;/i&gt; e io, allora, stasera celebro il mio marcio week end danese, scoppiandomi &lt;i&gt;Epidemic&lt;/i&gt;, di cui ho sempre letto molto bene. Prima però cè il saggio di fine studi di Von Trier, &lt;i&gt;Immagini della liberazione&lt;/i&gt;. La prima cosa che mi viene in mente è: e se lo bocciavano? Il filmetto (una cinquantina di minuti, francamente estenuanti  ed è un eufemismo) narra il destino di un soldato tedesco a secondo conflitto mondiale appena concluso. La disperata resistenza, le ultime crudeltà, la resa, il ritorno dalla moglie (che sè data a un soldato americano), il suo tradimento e la consegna ai partigiani dopo averlo accecato. Così ho capito, poi la certezza, beh, chiedete un po troppo. Quello che colpisce è che, più o meno, i temi sono gli stessi di &lt;i&gt;Europa&lt;/i&gt;. Anche qui la Germania, ingombrante vicina dei poveri danesotti, anche qui il dover accettare lo sconvolgimento in atto. E poi lelemento visivo che ricorrerà nel cinema a venire: la fotografia, per la prima metà del film giocata su tonalità aranciate e poi, nella fase del tradimento, bluastra. Pesante, ma curioso. Non lo rivedrò mai più, comunque. Mai. Passiamo a &lt;i&gt;Epidemic &lt;/i&gt;che è un film a suo modo bizzarro, divertente, terrorizzante. Von Trier gioca coi generi e per il primo quarto dora pensi di vedere un documentario su di lui e lamico Niels Vorsel (reale co-sceneggiatore di tante cose). Lars e Niels devono consegnare una sceneggiatura per un nuovo film a Claes, dirigente dellIstituto di cinema danese. Ma il computer malandrino si mangia il file. I due sceneggiatori hanno cinque giorni a disposizione: si rimboccano le mani, abbandonano la storia precedente e ne iniziano a pensare una nuova su un medico che deve salvare lumanità da una sconvolgente epidemia, senza rendersi conto che il portatore del virus è lui. Da questo momento si mescolano scene di scrittura, decisioni, incontri, ricerche e porzioni di film così come i due scrittori lo immaginano. Ma quando si arriva alla consegna di 12 striminzite pagine di racconto a uno sconcertato Claes, succede quello che molti indizi avevano già suggerito: lepidemia è &lt;i&gt;realmente &lt;/i&gt;in atto. Un ipnotista fa viaggiare una paziente allinterno del film e la ragazza rimane infetta (terrore puro, veramente). E anche gli autori non se la passano tanto bene, mentre il virus invade lEuropa attraverso le arterie autostradali. Generi cinematografici che si mescolano felicemente, documentario e fiction, 35 e 16 millimetri, bianco e nero accecante, sgranato o curatissimo, ironia e terrore, &lt;i&gt;Epidemic &lt;/i&gt;è il primo saggio della corrosiva genialità di Von Trier, con tanti temi (lipnotismo, il destino dellEuropa, lacqua che non purifica ma sommerge e infetta) che torneranno nel suo cinema. Non per tutti, ma proprio bello. (Vhs da Tele+; 15/4/00)

&lt;img alt=&quot;Mc1004.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Mc1004.jpg&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;150&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;&lt;b&gt;349 - &lt;i&gt;Tranceformer &lt;/i&gt;di un Cretinetto, Svezia/Danimarca 1997&lt;/b&gt;

In previsione della celestiale visione delle 5 ore di &lt;i&gt;The Kingdom II&lt;/i&gt; imposto una giornata con nessun tempo morto perché devo scrivere una marea di roba per lavoro, devo completare alcune di queste vecchie recensioni e devo fare delle commissioni. Mi sveglio presto e, pimpante come un operaio sud coreano, alle 11.30 ho ritirato il mio certificato elettorale e ho votato (male in ogni caso, lo so), ho messo in ordine la cucina che faceva schifo, ho riposto negli armadi la biancheria lavata, ho letto il giornale e fatto le telefonate domenicali di rito. Parto col lavoro e non spreco un secondo di tempo. Alle 13.15 mangio e poscia ritorno immantinente al lavoro. Alle 17.50 mi faccio lennesimo caffettone, finisco di lavorare in perfetto orario e mi preparo uno strategico zainetto con i generi di conforto che servono quando bisogna affrontare quasi 5 ore di cinema. Panino con prosciutto (cotto, per prevenire la sete) e poi cioccolato per crisi ipoglicemiche, caramelle alla menta per fauci secche e una generosa bottigliata di tè al limone. Il corredo del topo da cineteca è pronto e sono le 18.25. Esco di casa in preda allemozione e copro la distanza che mi separa dal De Amicis in dieci minuti netti, praticamente correndo come Bikila. Le massicce dosi di caffeina e il ritmo sostenuto inducono una tachicardia da infarto, ma cè &lt;i&gt;The Kingdom II&lt;/i&gt;, &lt;u&gt;devo &lt;/u&gt;arrivare presto per occupare il posto migliore e scongiurare la folla delle grandi occasioni. Accedo alla biglietteria e la corsa rallenta noto allarmanti facce distrutte, uno sta prendendo a calci una pallina di carta, un altro fuma come un turco, un altro ancora parla accoratamente al cellulare mi avvicino paventando il peggio e apprendo la ferale notizia: ciò che proietteranno stasera non è altro che la seconda parte del primo &lt;i&gt;Kingdom&lt;/i&gt;. Vacillo sulle gambe: lo stesso scherzo che ci fece il Lumière due anni fa tutto perché qualche augusto coglione della distribuzione insiste nellequivoco e chiama &lt;i&gt;Kingdom II &lt;/i&gt;le ultime 2 bobine del capolavoro di Von Trier. Solo che al Lumière si perdona tutto mentre qui cè il Comune di Milano che paga e nessuno sè preso la briga di controllare prima cosa contenessero quelle fottutissime bobine con lillusoria scritta. Torno a casa barcollando come uno zombie, piango con dignità e non apro neanche l&apos;ombrello prendendomi un po di pioggia, tanto sono insensibile. Sono a casa alle 18 e 50, stracco e deluso, e mi accascio sul divano accendendo la tivù come un automa ed ecco che mi appare Emilio Fede già pronto ai suoi commenti sulle elezioni regionali. E capisco che non sarà una serata buttata via: volevo il marcio, lorrore, la comicità, il patetico e il grottesco cui ci ha abituato Von Trier? Guarderò il Tg4. Prima dei risultati finali delle elezioni, però, mi scoppio &lt;i&gt;Tranceformer &lt;/i&gt;di Stig Björkmann, ritratto del genio danese a opera di un critico svedese che ha già curato un lavoro simile su Bergman (che non ho visto) e che è il curatore del libro &lt;i&gt;Allen su Allen&lt;/i&gt;, una lunga intervista a Woody che si distingue per ripetitività e totale genuflessione nei confronti del regista. Una merda, insomma. E &lt;i&gt;Tranceformer &lt;/i&gt;comè? Un documentario senza idee. Una semplice (a tratti interessante, a tratti no) storia della vita e della carriera del regista, corredata dei pareri dei collaboratori più stretti. Alla fine si capisce che le famose fobie di Von Trier sono probabilmente ingigantite, ma che non di meno il buon Lars è tipo da prendersi con le pinze. Ed è uno splendido bugiardo come dimostra la chiusa quando dichiara di aver visto un UFO: sappiamo che mente e lui sa perfettamente che faremo finta di credergli. (Vhs da Tele+; 16/4/00)

&lt;b&gt;(Continua  10)&lt;/b&gt;
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<entry id='3369' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3369' author_id='4' authored_on='20100228050220' basename='riti_di_passaggio_-_parte_10' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100228050220' modified_on='20100228050405' ping_count='1' status='2' title='RITI DI PASSAGGIO - Parte 10' week_number='201009'><text>di &lt;b&gt;Sandro Moiso&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;SanteEvasioneImpossibile.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/SanteEvasioneImpossibile.jpg&quot; width=&quot;126&quot; height=&quot;196&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;&lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/cgi-bin/mt-search.cgi?IncludeBlogs=2&amp;search=Riti+di+passaggio+Sandro+Moiso&quot;&gt;Qui&lt;/a&gt; le puntate precedenti.

&lt;b&gt;A  cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta la Barriera era ricca di sale cinematografiche&lt;/b&gt;

A cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta  la Barriera era ricca di sale cinematografiche.
Sociale, Palermo, Major, Adua, Lanteri, Zenith, solo per ricordarne alcune.
Oggi non ci sono più, ma nella mia infanzia furono luoghi dove sogni a buon mercato aiutarono intere generazioni a crescere e ad andare avanti.
Lavventura ci educò più della scuola e prima del lavoro.</text><text_more>Anche a scuola, nelle grandi occasioni,  potevamo assistere in palestra a proiezioni cinematografiche.
Maestri, maestre e direttore della scuola elementare Gabelli sembravano allora andar matti per &lt;i&gt;Marcellino pane e vino&lt;/i&gt; e per i filmati dellUSIS, listituto culturale rivolto a propagandare aspetti della vita sociale e della storia degli Stati Uniti nei paesi alleati.
Chiesa e America, il nostro pane quotidiano.

Il primo veniva proiettato ogni anno prima delle vacanze pasquali e, forse, anche noi allievi fummo calcolati tra quegli undici milioni di italiani che avrebbero visto il film.
Cattolico, edificante, piagnone e noioso fino alla morte, fu il film franchista che ebbe il maggior successo al mondo. Ma quel crocifisso parlante non contribuì a raccogliere molte vocazioni nella mia scuola e quellidea di Gesù che faceva morire il piccolo orfano protagonista, per portarlo con sé e fargli conoscere la madre morta, non ci entusiasmò mai.

Un po di più ci entusiasmavano i filmati messi a disposizione dallistituto di propaganda culturale statunitense.
Gli indiani erano veramente cattivi e feroci in quei film e spesso facevano strage di coloni e fortini di frontiera, ma quelle carneficine e quelle battaglie non erano niente male e si lasciavano guardare con meno noia.

Il &lt;i&gt;politically correct&lt;/i&gt; sarebbe arrivato solo dopo qualche decennio, ma quei sanguinari filmati educativi non impedirono ad alcuni di noi di diventare, anni dopo, indiani metropolitani e di fumare un calumet della pace, colmo di erbe proibite, con un giovane redattore di un quotidiano torinese destinato poi ad una brillante carriera. 
Forse anche lui aveva visto quei filmati e trovandosi nel nostro accampamento per unintervista preferì adeguarsi alle tradizioni locali piuttosto che farsi scotennare.

Il palazzo universitario di via SantOttavio, nel cui atrio si trovava il nostro accampamento, rischiò anche di diventare il nostro Sand Creek.
Nei panni delle camicie azzurre furono carabinieri e servizio dordine del grande partito comunista.
Ma &lt;i&gt;Soldato blu&lt;/i&gt; e  &lt;i&gt;Piccolo grande uomo&lt;/i&gt; erano già diventati parte del nostro patrimonio e non ci facemmo cogliere impreparati. Nessuno quel giorno portò a casa i nostri scalpi.

Fallì così il tentativo di vendicare la storica sconfitta del Settimo cavalleria sindacale tra le Black Hills dellUniversità di Roma.
Riuscirono a farci sloggiare dal nostro campo, ma quella era la naturale conseguenza della nostra scelta nomade, del nostro rifiuto di farci rinchiudere in una riserva o da una sigla.
 Stanchi di sedi, burocrati e dirigenti a caccia di successo avremmo lasciato per sempre ad altri gli spazi politici istituzionali o definiti una volta per tutte.

&lt;b&gt;Quelli della Barriera lo chiamavano Piero&lt;/b&gt;

Quelli della Barriera lo chiamavano Piero.
Più che con i western doveva aver nutrito i suoi sogni giovanili con i film di Cagney e Bogart.
Poi la disillusione politica e la memoria recente della lotta armata partigiana fecero il resto.
Sui muri di corso Giulio Cesare, la grande arteria della Barriera in direzione di Milano, cerano ancora i segni dei colpi sparati dalle colonne tedesche in ritirata.

Quello non era stato un film, come ci raccontava un maestro elementare. 
Il più lunatico e simpatico, un burbero maestro di musica che, in quelloccasione, aveva cercato di sventolare una bandiera dalla sua finestra, rischiando così di far demolire lintero caseggiato a colpi di mitragliatrice pesante.
Anche Piero Cavallero doveva aver visto quei fori.

Avevo dieci anni quando iniziò lavventura della sua congrega di fuorilegge proletari. 
Era il 1963 e quello stesso anno, a Dallas, fu ucciso John Fitzgerald Kennedy.
Piansi per luno e mi appassionai agli audaci assalti di quella banda che non aveva ancora un nome ufficiale.
Il circo mediatico televisivo iniziava allora a porre le sue basi e a trasmettere la morte in diretta.

Nel 1962 era comparso sugli schermi &lt;i&gt;La banda Casaroli&lt;/i&gt; di Florestano Vancini.
Una storia di malessere e rapine in banca dellimmediato dopoguerra.
Una Bologna nebbiosa faceva da sfondo allultimo colpo e al  tragico epilogo dei componenti della banda. Lunico rimasto vivo e in libertà finiva con il tirarsi un colpo di pistola al cuore nel buio di una sala cinematografica. 

Chissà se Piero, ancora tranviere in quei giorni, aveva visto quel noir padano?
Anche la sua corsa disperata contro la storia e la politica di quegli anni, così come quella dei suoi compagni Notarnicola, Rovoletto e Lopez , sarebbe finita sullo schermo per opera di Carlo Lizzani e Gian Maria Volontè, soltanto un anno dopo lultima rapina. 
Per uno di quei paradossi che nessuno può spiegare proprio nel momento della ripresa su vasta scala  delle lotte selvagge: il maggio 1968.

Più che le audaci rapine, iniziate con un assalto ad una sede del San Paolo a Torino e finite con quello ad una filiale del banco di Napoli a Milano, fu la cronaca in diretta della fuga e della sparatoria finale a destare lattenzione del neo-pubblico radio-televisivo.
Ero seduto nel tinello di mia zia quando, otto giorni dopo gli spari e il sangue, fu dato lannuncio della cattura di Piero e Sante presso il casello ferroviario abbandonato di Villabella.

Ma a colpire ancora di più limmaginario collettivo di chi già non si rassegnava allesistente furono  le dichiarazioni fatte al processo che li condannò a pesantissime pene.
Il pugno alzato nel momento della condanna allergastolo e il canto anarchico alluscita dallaula giudiziaria, tra lo scandalo di magistrati e pubblico benpensante.
Era sempre il 1968, ma di luglio. 

Si era gettato in quellavventura a occhi aperti, lucidamente.
La sconfitta era stata fin dallinizio lunico traguardo possibile.
Nel 1972 il libro di Notarnicola, che narrava quelle vicende, fu per noialtri unautentica bibbia.
Ma ad impersonarlo meglio fu William Holden, nel film &lt;i&gt;Il Mucchio Selvaggio&lt;/i&gt; quando, in un altro contesto, senza rimpianti e con tanta rabbia, urla &lt;i&gt;No!&lt;/i&gt; e dà inizio alla terrificante sparatoria finale.
 
Rivendicò sempre a sé stesso la responsabilità di ciò che era avvenuto.
A Milano nel corso dellultima, folle corsa erano rimasti a terra tre morti e più di venti feriti.
Quanti causati dai banditi in fuga e quanti dagli agenti delle volanti inseguitrici non si seppe mai.
Con il suo ghigno amaro, con il suo volto di sconfitto cosciente del proprio destino, dichiarò ad un mondo addormentato che pur di rimanere liberi si può sparare e si può uccidere.

Diciassette rapine e un bottino che procurò ai componenti della banda uno stipendio medio di duecentomila lire al mese.
Poco, maledettamente poco per le conseguenze poi pagate.
Ma allepoca lo stipendio di un operaio si aggirava sulle cinquantamila lire mensili.
Poche lire sudate nella paura dei capi, della disoccupazione, di non farcela ad arrivare a fine mese.

Piero no, non volle più avere quel tipo di paura.
Nei quattro anni e mezzo vissuti da fuorilegge la paura la lesse negli occhi degli altri.
Anche dopo il suo arresto, tra quei piccoli borghesi imbestialiti che avrebbero voluto linciarlo davanti alla questura di Milano.
Lo chiamarono belva e massacratore, come sempre si fa con gli sconfitti.
 
Ben poca cosa, disse, erano state le vittime dellultima sparatoria rispetto a ciò che stava già avvenendo in Vietnam.
Il napalm non scuoteva le coscienze comuni, ma le rapine e il rifiuto dellordine basato sullo sfruttamento sì.
Ieri e ancora oggi.

La banda non raggiunse mai lobiettivo dei trecentocinquanta milioni che si era dato, ma le banche dichiararono sempre somme superiori a quelle effettivamente prelevate dai rapinatori.
Duecento anni prima Daniel De Foe aveva già rivelato, nella sue &lt;i&gt;Storie di pirati&lt;/i&gt;, che i veri furfanti in definitiva portano sempre le vesti del borghese.
Tocca sempre alla letteratura mostrare le verità più scomode.

&lt;b&gt;Colui che sussurrava nel buio&lt;/b&gt;

&lt;i&gt;Colui che sussurrava nel buio&lt;/i&gt;.
Un titolo misterioso, accompagnato da una delle enigmatiche copertine di Karel Thole, attrasse la mia attenzione tra le centinaia di romanzi che riempivano gli scaffali di un negozietto di corso Giulio Cesare. 
Avvenne così il mio primo incontro con il solitario di Providence, Howard Philip Lovecraft.
 
Avevo quattordici anni ed ero già allora un appassionato e ostinato visitatore di bancarelle e negozi di libri usati ed erano proprio i vecchi numeri di Urania a farmi spendere le poche lire che avevo in tasca.
Quella sera lessi il primo dei tre racconti contenuti in quella breve antologia e da quel momento i rumori della vecchia casa di campagna in cui passavo lestate non sarebbero più stati gli stessi.

Poco tempo dopo, la lettura di una più ricca antologia, comparsa nel frattempo, mi avrebbe fatto percepire in quellautore, autentico &lt;i&gt;maudit&lt;/i&gt; del New England, qualcosa di più dellorrore e della paura.
Avrei scoperto che lorrore e la paura vera non derivano da esseri più o meno mostruosi nascosti nelle tenebre e neppure soltanto dalla morte. Era la vita stessa che poteva terrorizzare.

Fin da bambino i miei sonni erano stati interrotti o rinviati dal pensiero del nero, inimmaginabile nulla rappresentato dalla morte.
Quel terrore ancora infantile era legato alla coscienza del fatto che un giorno non avrei potuto più rivedere i miei genitori, assorbiti da quellinevitabile oscurità, da quella zona di oblio in cui tutti siamo condannati a precipitare.

Ma quello scrittore ateo, materialista, razzista, sessuofobo, morto di cancro allintestino a quarantasette anni, mi rivelò unaltra ben più atroce verità.
La vita stessa, lesistenza quotidiana potevano nascondere un nulla ben più spaventoso e orripilante. Forze oscure, vecchie, insensibili ai destini individuali e collettivi della specie umana dominano il nostro destino e lo determinano in maniera assolutamente casuale.

A differenza di altri scrittori del genere fantastico o gotico, Lovecraft non crede in una lotta tra il male e il bene, non propone tormenti cui la morte può porre, comunque, termine.
Non cè nella sua scrittura possibilità di salvezza, lieto fine o anche solo di una dolorosa trasfigurazione o palingenesi.
Cè solo lassoluta certezza della vanità ed inutilità della vita e del cosmo stesso.

Dopo averlo letto non ho più potuto credere al pessimismo di Leopardi o a ciò che una critica imbelle e una scuola di impianto cattolico spacciava per tale.
Il solitario di Recanati era un sano materialista, con sprazzi di ottimismo nei confronti dellumanità e del cosmo stesso.
Un coltissimo letterato con una  formazione classica e illuministica, venata di romanticismo.

Lovecraft è figlio del Novecento e delle forze demoniache che lo hanno fondato.
Ne è lo spietato e disilluso cantore.
I suoi dei ciechi e idioti che ballano nudi al centro delluniverso al suono di una blasfema cacofonia di flauti e tamburi, che strisciano o sorgono da abissi innominabili per condurre nella propria perdizione gli esseri umani che li evocano, possono davvero rappresentare una delle più terribili metafore delle forze che hanno agitato il secolo appena finito.

Attraverso la sua opera, me ne rendo conto solo ora, conobbi il nichilismo.
Luomo muore, il cosmo muore e la morte stessa finirà con il morire.
E quegli dei vivono da morti e nutrendosi di morte.
Non vi può essere condanna più spietata della condizione umana e della vita stessa.
E dellinutile desiderio di conoscenza che anima la scienza.

Il suo razzismo e le sue simpatie hitleriane lo hanno reso inviso a tanta parte della sinistra, ma la destra ha dovuto accontentarsi di relegarlo tra i maestri del fantastico.
Troppo esplosivo, troppo distruttivo per essere maneggiato con vantaggio da chi difende lesistente, il solitario di Providence condivide con Céline uno spazio unico nella letteratura del ventesimo secolo.

Ma anche quella rabbia e quel rifiuto di un mondo che cela realtà più subdole di quelle che si degna di mostrare hanno animato la nostra rabbia e il nostro rifiuto.
Ci hanno fatto odiare in egual misura la Chiesa, il capitalismo, il fascismo, lo stalinismo, il positivismo scientista e, più di tutto, la menzogna liberale e democratica.
Con buona pace degli intellettuali organici e da salotto.

&lt;b&gt;Il demone che ci divorava era anche quello che ci faceva vivere&lt;/b&gt;

Il demone che ci divorava era anche quello che ci faceva vivere.
Non avremmo mai potuto liberarci senza liberarlo.
Occorre comprendere ciò per capire la furia di quegli anni, che fu comunque, sempre, una furia di vita. Anche nelle sue manifestazioni più disperate.
Arrivare a liberare il demone senza esserne divorati, ecco il punto.

La liberazione è un processo complesso.
Non ci si può liberare in parte.
Può essere collettivo, ma anche individuale e non è sempre detto che il primo riesca e il secondo no. Entrambi possono risultare catastrofici nel loro procedere.
E tutti e due possono riservare svolte impreviste, gradevoli e sgradevoli.

Ci nutrimmo di Hubert Selby, William Burroughs e Lou Reed, ma non furono loro a dannarci.
Li incontrammo mentre eravamo già sulla strada della dannazione e della liberazione.
I loro demoni erano i nostri, anche se talvolta assumevano volti differenti.
Ma i demoni sono sempre quelli.
In ognuno di noi e in tutte le epoche.

Sono i demoni della rabbia, delloffesa e del desiderio che non vuole limiti.
Sono quelli della sofferenza, della violenza, della follia e del riso sfrenato.
Si chiamano autodistruzione, distruzione e utopia.
Si manifestano come odio, intemperanza e amore.
Sono demoni che vogliono tutto, oppure il nulla.

Il benpensante, che nasconde i propri demoni a se stesso e agli altri, non può capire ciò.
Non vuole neppure sentirlo dire.
Chiede raziocinio, impegno e controllo.
Ma non esistono e non possono esistere organigrammi dei sentimenti, istogrammi della rabbia e statistiche o codici del furore.

I martiri con la cintura esplosiva, coloro che hanno impugnato le armi nel momento del riflusso dei movimenti e gli altri che si sono iniettati la morte attraverso le vene, tutti hanno inseguito il loro demone. E la liberazione.
La liberazione dal demone è anche la liberazione del demone.
Nasconderlo non serve a nulla.

I demoni sono fatti di fiele e di miele.
Per aver diritto al secondo bisogna sempre aver bevuto un calice del primo.
Ancora oggi i miei demoni hanno bisogno di nemici, non possono vivere nella pace.
E io non riesco a vivere senza i miei demoni e devo dar loro la luce.
Oppure lasciare che mi strazino nel buio.

&lt;b&gt;Train kept a rollin&lt;/b&gt;

&lt;i&gt;Train kept a rollin&lt;/i&gt;
Il treno aveva cominciato a correre.
Quando Johnny Burnette aveva inciso quel brano di travolgente rocknroll certo non avrebbe mai immaginato di vederlo un giorno eseguito da un quartetto di stralunati capelloni di Detroit che, in una fotografia, avrebbero impugnato fucili a pompa, Garand, baionette e chitarre elettriche.

Frank Bach, Bob Rasmussen, Gary Rasmussen e Scott Bailey: the Up.
La loro furia seguiva il ritmo dei tempi, incarnò il suono della breve estate delle Pantere Bianche.
Musicalmente valevano un po più di nulla, &lt;i&gt;but those where the times&lt;/i&gt;.
Il treno dei giovani bianchi anche in America aveva cominciato a correre sulle rotaie della violenza contro lo stato.

Tom, lamico di New York che avevo conosciuto poco prima di partire per gli States, era uno di loro. Aveva lasciato gli studi universitari per entrare in fabbrica, alla Ford.
Si era trasferito ad Oakland, sulla baia di  San Francisco e patria delle Pantere Nere.
Ci raccontava storie di operai distrutti dal lavoro e dallalcol, mentre i più giovani cercavano di superare il turno stordendosi di marijuana.

Oggi si scopre che la cocaina fa girare le catene di montaggio e le piccole e medie imprese.
LAmerica di quei giorni, ancora una volta ci parlava già del nostro futuro, ma qui pochi lo capirono. Gli altri erano convinti di essere diversi, immuni dal &lt;i&gt;decadimento americano&lt;/i&gt;.
Già, europei e di sinistracera davvero da morire di noia.
Avevo già buttato il mio cuore e la mia mente oltre lAtlantico, non mi rimaneva che andarci col resto del corpo.

&lt;b&gt;Lo skyline di New York era allora dominato dalla Torri Gemelle&lt;/b&gt;

Lo skyline di New York era allora dominato dalla Torri Gemelle.
Oggi non ci sono più, ma il tragitto in autobus dallaeroporto Kennedy a Manhattan sembrò durare uneternità. Gli occhi miei e di Ettore volevano registrare ogni fotogramma di quel film immaginario che la realtà americana ci proponeva.

Già, gli occhiil mio compagno di viaggio era affetto da cheratocono, una rara forma di deformazione della cornea che porta al progressivo sfaldarsi della stessa e delle immagini.
Forse fu per questo che scambiò fin dal primo autobus il vano del cesso per un frigorifero o per un bar. Rimase deluso quando gli dissi che lì si andava per pisciare.

Saremmo poi stati ospiti dei genitori di Tom per qualche giorno, ma la prima notte la passammo in un hotel di infima categoria vicino a Columbus Square prenotato tramite unagenzia italiana.
Faceva schifo e gli scarafaggi la facevan da padroni, ma quei neon che illuminavano la stanza a giorno, il traffico nelle vie, i negozi aperti di notte ci facevano sentire come i protagonisti di &lt;i&gt;Mean Street&lt;/i&gt;.

In realtà, avrei scoperto ben presto che solo Ettore poteva essere scambiato per un italo-americano di Scorsese. Io fui sempre per tutti un tedesco: mi dicevano che anche la mia pronuncia era da tedesco.
Ettore rise di ciò fino al giorno in cui un camionista, che ci aveva raccolto in autostop e che aveva appena ribadito il concetto, non frenò improvvisamente, inondandolo di caffè bollente.
Io ne risi con cadenza germanica, lui bestemmiò in italiano.

Il padre di Tom era un ebreo di origine ungherese, la madre scriveva gialli: ci trattarono come dei figli. Più volte in quel viaggio ebbi modo di apprezzare lospitalità degli americani.
Per esempio a Green River, nel Wyoming e in prossimità del confine con lo Utah, dove una coppia di pensionati ci offrì bistecche e altro presso il proprio barbecue e, alla fine, luomo anche una birra e una partita a biliardo in un bar della cittadina.

Furono davvero ospitali. Anche se credo che, per quanto riguarda la seconda parte della serata, io ed Ettore fummo unottima scusa per il marito per liberarsi dallassillo della moglie.
Anche le zanzare erano assillanti a Green River, ma lomonima canzone dei Creedence non ce lo aveva detto. 
Passammo la serata a schiaffeggiarci collo, braccia e gambe per cacciarle.

Oppure a Nashville, dove arrivammo sullonda del country rock e del film di Altman.
In un campeggio da quarantamila persone, due famiglie americane di musicisti dilettanti ci offersero un memorabile concerto di bluegrass. 
&lt;i&gt;Wherere ya  comin from?  Italy?!- Youre welcome&lt;/i&gt;... e via con banjo, chitarre, violini, armonica e tanta, tanta birra. 

Ma lospitalità più gradita fu sempre quella accompagnata dallofferta di marijuana, anche se per quella dovemmo arrivare fin sulla costa del Pacifico.
A New York, in quei primi giorni, mancavano ancora migliaia di chilometri per arrivare alla West Coast. E decine e decine di ore di Greyhound.
La tappa successiva sarebbe stata Boston.

&lt;b&gt;Non ero ancora arrivato e già avrei voluto fermarmi lì per tutta la vita&lt;/b&gt;

Non ero ancora arrivato e già avrei voluto fermarmi lì per tutta la vita.
Fu Ettore a portarmi via da Boston, reclamando il viaggio che gli avevo promesso attraverso gli States e non solo nel Massachussetts.
La colpa fu di una ragazza, Farland.  Figlia fuggitiva di un pastore protestante o di chissà quale diavolo di chiesa, si era fermata per darci informazioni, vedendoci in difficoltà mentre cercavamo un indirizzo di Cambridge.

Mi innamorai allistante dei suoi capelli biondi, del suo sguardo svagato mentre pedalava, con le cuffiette per ascoltare la musica, sulla sua bicicletta da corsa.
Era una free climber e lavorava in un negozio di alpinismo.
Ci invitò ad un concerto per quella sera e così non dormii mai nella casa in cui dormì Ettore in quei giorni. Il retro del negozio, in cui lavorava e in cui dormiva Farland, mi sembrò da subito più accogliente.

Da noi larrampicata libera, detta allora californiana si era da poco diffusa. 
Proprio a partire da Torino, con gli articoli di Gian Piero Motti su La rivista della montagna e lidea di un &lt;i&gt;nuovo mattino&lt;/i&gt; per lalpinismo.
Il 68 aveva raggiunto anche gli ambienti austeri del Club Alpino Italiano, portando una ventata di sogni e di libertà.
 
Si narrava di salite lisergiche lungo le pareti di &lt;i&gt;El Capitan&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;Half Dome&lt;/i&gt;, nella Yosemite Valley.
Si parlava di salite in libera e discese rapide con i discensori per poi risalire il giorno successivo con le maniglie Jumar fino al punto raggiunto il giorno prima per riprendere in libera i novecento metri del Capitan e di arrampicatori che si fermavano a pensare osservando le lucertole delle rocce.
LSD, scarpette e visioni: di questo si nutrì larrampicata libera delle origini.

Un noto alpinista italiano aveva da poco aperto una nuova via andina chiodandola dallinizio alla fine con trapano e chiodi ad espansione: nessun giovane alpinista per diversi anni lo avrebbe più degnato di attenzione.
La velocità non contava più e il tempo si dilatava materialmente attraverso i muscoli, il sudore e la mente dei climbers.

Oggi il circo dello sport ha riportato tutto sotto legida del cronometro e della competizione e il tempo del capitale ha ripreso a scorrere normalmente.
Qualche vecchio climber è morto e qualcuno si è suicidato, ma quel sogno ci fece guardare alle montagne con un altro occhio e, anche se solo per un istante, grigie mura di granito divennero sinonimo di libertà.

Farland mi parlava di arrampicate fatte in totale nudità sulle rocce della Baja California, mentre i cavalli selvaggi galoppavano nelle valli sottostanti.
Aprì davanti ai miei occhi e per i miei sensi uno scrigno di meraviglie e di sensualità.
Dal baule dei suoi essenziali averi trasse una giacca di lana che mi ha accompagnato fino a qualche anno fa. Poi Ettore mi costrinse a ripartire.

(&lt;b&gt;10-CONTINUA&lt;/b&gt;)


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&lt;img alt=&quot;TG-G.JPG&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/TG-G.JPG&quot; width=&quot;212&quot; height=&quot;171&quot; border=&quot;0&quot;hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Minzolinea diretta con le notizie - i titoli

Berlusconi ribadisce &apos;&apos;magistrati terroristi Talebani. Non si fanno saltare in aria? Possiamo pensarci noi&apos;&apos;.
Elezioni, via al televoto: ogni centomila sms in omaggio una ricarica e un senatore del PDL in bikini.
Happy Mills, la retrodatazione lo scagiona completamente: l&apos;avvocato Mills non è ancora nato. 
Terremoto in Cile: Bertolaso offre la sua competenza sull&apos;America Latina.

Passiamo al primo servizio:</text><text_more>finalmente varata la Riforma della Giustizia, che semplifica radicalmente le procedure, sostituendo i codici con le Tavole della Legge ad Personam.
Questi i comandamenti:

Primo - Non avrai altro Dio all&apos;infuori di Mediaset
Secondo - Non nominare il nome D&apos;Addario invano
Terzo - Ricordati di santificare i festini
Quarto - Onora il padre e la madre di Noemi
Quinto - Non uccidere personalmente
Sesto - Non commentare atti impuri al telefono
Settimo - Bettino Craxi sia il tuo esempio
Ottavo - Non rendere alcuna testimonianza
Nono - Prendi una donna d&apos;altri, trattala male, lascia che ti aspetti per ore
Decimo - Pippa la roba d&apos;altri, ma solo se è buona.

L&apos;Editoriale di Minzolino Minzolini.

Da quando il nostro illuminato e microfonato sovrano ne ha generosamente acquistato tutti i diritti di sfruttamento, l&apos;Italia è uscita dal suo puzzolente Medioevo bolscevico e forcaiolo per tornare, con un metaforico Moonwalk, indietro all&apos;Età dell&apos;Oro. L&apos;economia prospera, il petrolio scorre a fiumi, i lavoratori esultano arrampicandosi sui tetti, la libertà d&apos;espressione si diffonde come una pandemia suina. La donna, non più fuorviata da ideologie zitellanti, ha ritrovato il suo posto sotto la scrivania.
Questa radiosa rinascita democratica, questa sorprendente rianimazione di tutto ciò che era morto, e che adesso torna a nutrirsi della vita del paese, ha ancora degli ostinati nemici. Si tratta però di pochi superstiti, asserragliati in qualche rifugio improvvisato, e già a corto di provviste. Presto anche loro saranno raggiunti e contagiati dalla Politica del Fare. 
E ce li faremo.

Dopo la pubblicità, inchiesta esclusiva: il dentifricio per cani è adatto anche ai chihuahua?</text_more></entry>
<entry id='3372' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3372' author_id='4' authored_on='20100302035333' basename='flores_magn_la_rivoluzione_vera' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100302035333' modified_on='20100302035651' ping_count='0' status='2' title='Flores Magón: la rivoluzione vera' week_number='201009'><text>di &lt;b&gt;Valerio Evangelisti&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Loop6.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Loop6.jpg&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;207&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;[Questo articolo è apparso nel n. 6 della rivista &lt;a href=&quot;http://www.looponline.info/&quot;&gt;Loop&lt;/a&gt;, uscito in edicola e in libreria il 29 gennaio e dedicato quasi per intero al centenario della rivoluzione messicana del 1910.]

Nella percezione corrente, quella messicana fu una rivoluzione democratica e non socialista. I nomi dei suoi eroi più noti  Francisco Madero, Pancho Villa, Emiliano Zapata  in effetti non sono riconducibili immediatamente al socialismo, con la parziale eccezione di Zapata, autore di un progetto avanzato di riforma agraria. Lideologia dominante era detta liberalismo, sia pure con accezioni diverse a seconda dei protagonisti (lo stesso Porfirio Díaz si definiva liberale).
Invece un ulteriore liberaleinfluenzò gli eventi e, al di là delle definizioni, fu socialista e addirittura anarchico. Alludo a Ricardo Flores Magón, nome ignoto ai più al di fuori del Messico.</text><text_more>Ai messicani invece è notissimo: a lui sono intitolate centinaia di scuole, di sedi culturali, di biblioteche. Non cè città importante che non abbia una sua Avenida o Calle Flores Magón. Se però si chiede a un messicano qualunque quale sia stato il ruolo di costui, la risposta sarà incerta o, nel migliore dei casi, rifletterà la formula ufficiale: Fu un precursore della rivoluzione.
Significa congelare un personaggio tra i più scomodi che, sfidando il dramma di una vita travagliata e sfortunatissima, fu promotore di numerosi moti insurrezionali e, dopo il 1910, continuò a influenzare gli eventi dalle carceri statunitensi in cui era rinchiuso, dove morì nel 1922. Loltraggio maggiore è poi santificarlo sullo stesso altare di altri capi rivoluzionari (Madero e Villa) verso i quali, a torto o a ragione, nutriva disprezzo e che criticava con violenza.
Ma andiamo con ordine. Ricardo Flores Magón, nato nel 1873 nello Stato di Oaxaca, dopo brevi studi giuridici si dedicò interamente allattività di giornalista e allagitazione politica. Una sequela di arresti e di periodi di prigionia lo costrinse a lasciare il Messico nel 1904, per non farvi più ritorno. Ciò non interruppe la sua persecuzione. Braccato dagli agenti della dittatura di Díaz anche negli Stati Uniti e poi in Canada, stabilitosi a Los Angeles dopo un lungo peregrinare, fu imprigionato più volte dal governo americano. Lultima tappa in carcere fu la più lunga e drammatica (quattro anni). Provato nella salute, quasi cieco, morì il 21 novembre 1922 nel penitenziario di Leavensworth, nel Kansas  dove sarebbe morto trentanni dopo un altro libertario, Wilhelm Reich. Il suo cadavere presentava ecchimosi da percosse e segni di strangolamento. E difficile credere al decesso naturale che fu poi diagnosticato.
I crudi dati biografici rendono difficile pensare che un uomo, esule dal suo paese fin dal 1904, possa avere giocato un ruolo nella rivoluzione del 1910. Invece fu così.
La creazione più importante di Ricardo Flores Magón fu un periodico, &lt;i&gt;Regeneración&lt;/i&gt;, fondato nel 1904. Lo avevano preceduto vari fogli satirici, tutti sequestrati e censurati, tanto da dovere cambiare titolo a ogni numero. &lt;i&gt;Regeneración&lt;/i&gt; era diversa. Abbandonata prestissimo la veste di rassegna giuridica, attaccava senza cautele la dittatura di Díaz e i suoi misfatti: la corruzione dei governatori, la semi-schiavitù dei contadini, lasservimento dei magistrati. La prosa di Flores Magón era secca, implacabile, inusuale per quel tempo. Già questo la differenziava dalla tradizionale pubblicistica anti regime.
Costretto allesilio negli Stati Uniti assieme al fratello Enrique e a molti oppositori del &lt;i&gt;porfirismo&lt;/i&gt;, Ricardo Flores Magón seguitò a pubblicare &lt;i&gt;Regeneración&lt;/i&gt; dove gli fu possibile, e a inviarlo in Messico attraverso un raffinato sistema di distribuzione clandestina. Uno dei primi abbonati si chiamò Emiliano Zapata. Ma le copie del periodico poco periodico riuscirono a raggiungere quasi ogni angolo dello Stato messicano, e a essere oggetto di letture pubbliche, in cui loperaio o il contadino che sapeva leggere sillabava gli articoli di fuoco di Flores Magón ai compagni di lavoro.
La seconda creazione di Ricardo fu, nel settembre 1905, la Giunta organizzatrice del Partito Liberale Messicano, o PLM &lt;i&gt;tout court&lt;/i&gt;. Benché operante allestero, il PLM costituì in breve volgere di tempo decine di sezioni allinterno del Messico, con &lt;i&gt;Regeneración&lt;/i&gt; quale organo ispiratore. Persino Francisco Madero aderì a uno di quei club, e finanziò a ripetute riprese il giornale del movimento e i suoi principali redattori.
Il programma del 1906 del PLM non eccedeva lambito delle rivendicazioni democratiche, tuttavia poneva laccento su miglioramenti della condizione operaia (giornata di otto ore, divieto del lavoro minorile, ecc.) e abbozzava una riforma agraria simile a quella poi attuata da Emiliano Zapata nel suo Morelos. Le revisioni programmatiche del 1911 si spingevano molto più in là: vi si parlava di espropriazioni, di socializzazioni, di valorizzazione delle forme comunitarie di proprietà tipiche degli indios. Unanticamera al superamento dellordinamento statuale, da sostituirsi con la democrazia diretta. Flores Magón aveva nel frattempo  spesso in carcere - letto Kropotkin, Marx, Bakunin. Si era messo in contatto con i sindacalisti rivoluzionari nordamericani, gli Industrial Workers of the World. Pur seguitando a definirsi liberale,  non lo era più, e forse non lo era mai stato. Il PLM nemmeno.
&lt;i&gt;Regeneración&lt;/i&gt; e il PLM sostenevano la necessità, contro un tiranno come Porfirio Díaz, di uninsurrezione armata. Non rimase teoria: si passò ai fatti. Sollevamenti magonisti ebbero luogo nel 1906 e nel 1908. Coinvolsero solo alcune regioni del Messico, furono soffocati. Dimostrarono però che la dittatura era localmente fragile, e che una minoranza decisa poteva piegarla, a patto di coniugare le istanze di libertà politica a quelle di libertà sociale.
Il PLM diresse altresì, attraverso i suoi circoli locali, scioperi lunghi e sanguinosi a Cananea (minatori) e a Rio Blanco (tessili), nel 1906. Fu attraverso quei conflitti, sia pure spenti con la violenza, che un movimento operaio messicano prese forma duratura, dopo mille esperienze finite nel nulla. Ancora oggi, come allora, durante gli scioperi viene alzata la bandiera rosso-nera dellanarchismo. Ai tempi nostri significa ben poco, ma le origini erano quelle.
Quando scoppia la rivoluzione del 1910, il PLM vi partecipa tramite lazione di uno dei suoi dirigenti e collaboratore di &lt;i&gt;Regeneración&lt;/i&gt;, Práxedis Guerrero. Questi si impadronisce di varie città dello Stato di Chihuahua, ma cade in battaglia. E una perdita molto grave. Lanno seguente combattenti del PLM occupano parte della Bassa California con lausilio di militanti americani degli IWW, e vi instaurano una sorta di repubblica socialista che avrà vita breve, soprattutto per contraddizioni interne. Altri liberali partecipano allinsurrezione, un po in tutto il Messico. Ricardo Flores Magón polemizza violentemente col suo ex adepto Francisco Madero: è un traditore che, da buon proprietario terriero, ha in mente una classica democrazia in cui la libertà è riservata ai privilegiati.
In buona parte è vero, tuttavia il giudizio è ingeneroso: le misure di Madero per le classi subalterne urbane, senza sovvertire le gerarchie esistenti, sono ricalcate sul programma del PLM del 1906. Ma Flores Magón ce lha anche con Pancho Villa, liberatore degli Stati del nord. E un bandito, non ha un programma chiaro, il suo unico scopo è larricchimento personale. Di nuovo esiste un fondo di verità, tuttavia lesiliato non tiene conto del fatto che Villa, con tutti i suoi limiti, è genuina espressione popolare, quasi una sintesi iconografica del messicano povero. Dove domina, qualche provvedimento sociale lo vara. Nella confusione, certo, ma chi potrebbe pretendere da lui una lucida coscienza di classe?
Più prossimo, anche se critico, il rapporto con Zapata. Questi, figura completamente differente dal rozzo villano che si è preteso, aveva al suo fianco un convinto &lt;i&gt;magonista&lt;/i&gt;, Antonio Díaz Soto y Gama. Non fu un caso se il &lt;i&gt;Plan de Ayala&lt;/i&gt;, il progetto di riforma agraria proposto da Zapata e applicato nel Morelos, rispecchiò fedelmente il programma del PLM del 1911. Zapata pensò anche di chiamare Ricardo Flores Magón a collaborare con lui, ma linvito arrivò troppo tardi: il direttore di &lt;i&gt;Regeneración&lt;/i&gt; stava già scontando a Leavensworth la detenzione definitiva. 
Un altro &lt;i&gt;magonista&lt;/i&gt; passato a diverso schieramento, Francisco J. Mújica, fu lestensore materiale della costituzione messicana del 1917: la più avanzata della sua epoca, quanto a tutela dei diritti dei lavoratori e delle donne. Più avanzata persino del presidente che la promulgò, lex &lt;i&gt;porfirista&lt;/i&gt; Venustiano Carranza. Sotto il suo governo si tenne anche il primo congresso femminista messicano, in cui alcune redattrici di &lt;i&gt;Regeneración&lt;/i&gt; ebbero una parte decisiva.
Mentre Ricardo Flores Magón si spegneva sotto le malattie e le frequenti percosse, il suo pensiero forgiava almeno in parte la repubblica messicana nascente. Si disse socialista il presidente Álvaro Obregón e, con minore sincerità, il suo successore, Plutarco Elías Calles. Soprattutto, il &lt;i&gt;magonismo&lt;/i&gt; influenzò lanarcosindacalismo messicano, così forte che, ancora negli anni Trenta, sovrastava di dieci volte i sindacati controllati dai comunisti.
Oggi tracce di &lt;i&gt;magonismo&lt;/i&gt; possono essere rintracciate nelle rivolte libertarie di Atenco, di Oaxaca e, in certa misura, nellazione dellEsercito Zapatista di Liberazione Nazionale. Sta di fatto che quando, in Messico, qualcuno intende dire da qui non mi muovo finché non saranno riconosciuti i miei diritti, spiega la bandiera rosso-nera. Al fianco cè spesso il ritratto di Ricardo Flores Magón. Non precursore, ma incarnazione della volontà ostinata del rivoluzionario, al di là di ogni traversia personale. Chi lo picchiava in carcere è stato dimenticato. Lui resta.

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<entry id='3373' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3373' author_id='4' authored_on='20100303044659' basename='ancora_su_mamma_jones' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100303044659' modified_on='20100303044840' ping_count='1' status='2' title='Ancora su Mamma Jones' week_number='201009'><text>di &lt;b&gt;Fiorenzo Albani&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;MammaJones.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/MammaJones.jpg&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;229&quot; border=&quot;0&quot; =4 vspace=2 align=left /&gt;Faccio seguito al pezzo di Valerio Evangelisti &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2009/06/003091.html#003091&quot;&gt;Una &quot;sovversiva&quot; che non muore: Mamma Jones&lt;/a&gt; per scusarmi pubblicamente con lui per i ritardi di questo progetto editoriale - e i miei ingiustificati silenzi - e per far sapere a tutti che, alla fine, Mamma Jones è arrivata in libreria. 
Ripubblicare l&lt;i&gt;Autobiografia di Mamma Jones&lt;/i&gt; in italiano è, dal punto di vista editoriale, una piccola scommessa, perché il libro parla di temi argomenti oggi poco praticati nel dibattico politico e culturale del nostro: lavoro duro, sfruttamento, lotte operaie. Quando il libro venne pubblicato per la prima volta in Italia, nel 1977, il nostro paese viveva ancora la stagione dei grandi scontri sociali iniziati nel 1967.</text><text_more>I temi del lavoro erano argomento di discussione viva e quotidiana, e di conflitti anche profondi, e i lavoratori - la classe operaia, come voleva il linguaggio dallora - erano una realtà concreta, anche fisica, presente nelle piazze, nei mezzi di comunicazione e nella letteratura. Gli scioperi nelle grandi fabbriche italiane ricordavano a tutti che cera gente, tanta, che viveva sudando per guadagnare stipendi sempre modesti in luoghi come fabbriche, cantieri, fonderie.  
Oggi invece, per la grande massa del pubblico, il lavoro non è più argomento di discussione né culturale, né politica. Quando se ne parla negli immancabili talk-show televisivi, è in maniera asettica, quasi astratta, come se il lavoro esistesse senza persone fisiche: de-fiscalizzare il costo del lavoro, rendere il lavoro più flessibile, e via discorrendo. Il lavoro, ormai, entra nelle nostre case più spesso attraverso la cronaca nera: operai bruciati in una fonderia, muratori caduti da unimpalcatura, agricoltori morti sotto un trattore, immigrati presi a fucilate. E gli scioperi sono più spesso segnalati solo come difficoltà per i viaggiatori o per gli utenti che devono presentarsi a un ufficio. 
Il libro, però, mi è sembrato ancora molto attuale, e, penso, utile.
Mamma Jones, dicevo, ci parla per prima cosa di lavoro, e di vita di lavoratori (minatori, soprattutto) e delle loro famiglie. Certo, racconta un periodo lontano nel tempo (ma non così tanto): tra la fine del Novecento e i primi decenni del ventesimo secolo, negli Stati Uniti. I temi che il lettore incontra, però, non sono vecchi: lavoro minorile, immigrazione, razzismo, sfruttamento, controllo economico dei mezzi di comunicazione, intreccio tra finanza e politica, e molti altri ancora. Il tutto visto con gli occhi di una vecchia signora che ha attraversato quella storia, e ce la racconta come la &lt;i&gt;sua&lt;/i&gt; storia. Questa, infatti, è &lt;i&gt;lautobiografia di Mamma Jones&lt;/i&gt;, non della sua autrice, Mary Harris Jones. Della sua vita privata Mamma Jones ci dice pochissimo, solo poche pagine allinizio del primo capitolo, a significare che la sua vita privata non conta in questa storia. Mamma Jones espone qui la sua persona pubblica, e la sua personale versione dei fatti pubblici di quel periodo. E un racconto diretto, scritto in maniera semplice, a volte ingenuamente retorico, ma anche divertente (leggete lo scambio nel cap. 22 con il poliziotto che la sta scortando in carcere:
 - Signora, - aveva detto, - vuole darmi il braccio?
- Non sono una signora, - avevo risposto io. - Sono Mamma Jones. Il governo non può prendersi la mia vita e lei non può prendermi il braccio; in cambio però può portarmi la valigia..
Fosse viva oggi, Mamma Jones sarebbe forse a Rosarno, o in qualche cantiere della periferia romana, o in una fonderia del bresciano, perché voleva, per dirla con le sue parole, essere libera di fare la (sua) parte nella lotta per una società più felice, ovunque questa lotta si combatta. 

&lt;i&gt;Post Scriptum&lt;/i&gt;. Alcune note finali: il mio suggerimento è di leggere il libro come un romanzo. Alla fine, spero, vorrete saperne di più, e allora potrete leggere la bella Introduzione di Peppino Ortoleva alledizione del 1977  un eccellente quadro della storia operaia e sindacale degli Stati Uniti di quel periodo. Il libro non è di facile reperibilità in libreria, ma, insistendo, si ottiene; è comunque disponibile nei negozi elettronici. Più informazioni su &lt;a href=&quot;http://www.elytra.it/&quot;&gt;www.elytra.it&lt;/a&gt; e &lt;a href=&quot;http://www.fiorenzoalbani.it/&quot;&gt;www.fiorenzoalbani.it&lt;/a&gt; dove, per chi volesse leggere il libro in inglese, trovate i link a versioni online del testo originale. Buona lettura.

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<entry id='3374' allow_comments='0' allow_pings='1' author_id='2' authored_on='20100303171343' basename='mrquez_e_lautunno' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100303171343' modified_on='20100303172249' ping_count='0' status='1' title='Márquez e lautunno' week_number='201009'><text>Ad un anno dalla pubblicazione di Cien años de soledad e dei suoi trionfi di vendita e di consensi, Márquez salpò loceano per trasferirsi da Città del Messico alla Barcellona del regime franchista ed è qui che diede vita al romanzo che lo tormentava. Mai un libro fu atteso, in America Latina, con tanta ansietà come El otoño del patriarca (Lautunno del patriarca), più volte anticipato prima che acquisisse concretezza, quando era solo unimmagine sullo sfondo delle nebulose artistiche dello scrittore. Come Márquez affermò in una conversazione pubblica tenutasi a Lima nel 1967 con Mario Vargas Llosa, stava già allora «preparando la historia de un dictator imaginario, es decir, la historia de un dictator que se supone es latinoamericano tiene 128 años de edad, que tiene tanto tempo de estar en el poder que ya no recuerda cuándo llegó está completamente solo en un enorme palacio, por cuyos salones se pasean las vacas.»
Un racconto che vertesse sullo sfacelo di una figura dittatoriale come sintesi del mistero del potere e dei suoi abissi era stato già concepito anni addietro, nel gennaio del 1958, pochi giorni dopo la caduta di Marcos Pérez Jiménez,  dittatore del Venezuela. 
Dopo varie vicissitudini, pagine scritte e distrutte, nella Barcellona piegata alle nevrosi franchiste di fine 1968, laracatese trovò unispirazione sorretta da una soluzione, suggerita da un libro sulla caccia in Africa a proposito delle abitudini degli elefanti. Lopera fu pubblicata contemporaneamente a Barcellona in un momento in cui la dittatura perseverava da un quarantennio, poi a Bogotá e a Buenos Aires nel 1975.
</text><text_more>«La mia intenzione è sempre stata quella di fare una sintesi dei dittatori latinoamericani, ma soprattutto di quelli dei Caraibi.» (Plinio Mendoza, 1983, p. 103).  Con queste parole Márquez delucidò in merito ai suoi intenti artistici e, più avanti, chiarì fino a che punto il suo patriarca innescasse simmetrie con tiranni celebri. Dalle letture delle biografie dei dittatori Gabriel Garcia aveva imparato a conoscere e classificare i loro deliri, le loro manie, le loro piccolezze, le tante meschinità insinuate tra le pieghe dellaberrazione più terrificante del potere, quella del potere commisto alla violenza. 
La maniera peggiore per affrontare questopera è leggerla con unottica di comparazione nei confronti di Cien años, tentazione da cui sarebbe utile rifuggire, anche se molti critici ne sono rimasti avviluppati. Le differenze sono eclatanti, a cominciare dalla scelta di una frammentazione più dispersiva della realtà: El otoño non ha un principio né un finale, la progressione che solca i paragrafi non è indicativa ai fini strutturali. La storia non poggia su unimpalcatura cronologica, ma solo sullidea del disordine e della distruzione. 
Ne esce un patriarca inventato ma riflesso negli specchi dei tanti dittatori che hanno devastato il Latinoamerica negli ultimi duecento anni. Gli esempi sono in ogni direzione e ciò spiega come la letteratura sudamericana trabocchi di romanzi incentrati sullo stesso tema: Sua excelencia di Mario Moreno, El gran solitario de palacio di René Avilés Fabila, Farsa di Juan Goyanarte, El derecho de asilo ed anche  El recurso del método di Alejo Carpentier, Yo, el supremo di Roa Bastos, Officio funebre di Arturo Uslar Pietri, El señor presidente di Miguel Angel Asturias. 
Oltre alle motivazioni di un coinvolgimento diretto, lo scrittore spiegò più a fondo perché avesse trovato questo tema così avvincente da restarvisi ancorato per diciasette anni:

Perché ho sempre creduto che il potere assoluto sia la realizzazione più alta e più complessa dellessere umano e che per questa ragione riassuma forse ogni sua grandezza e ogni sua miseria. Lord Acton ha detto «Il potere corrompe e il potere assoluto corrompe in modo assoluto». E questo non può non essere un tema appassionante per uno scrittore.

Il patriarca de El otoño è la summa di tutti i despoti precedenti e ricostruisce la verosimiglianza dellapoteosi della dittatura in un qualsiasi paese caraibico. Il potere rappresenta leccesso che oltrepassa i limiti alterando oggetti, situazioni, miracoli e lunica strategia per unefficace resa della deformazione è non solo costellare il percorso letterario di metafore, ma rendere il romanzo stesso una sola, possente metafora.
Il despota come metafora dellinossidabilità del potere possiede unirremovibilità quasi perenne: muore a unetà non chiarita tra i centosette e i duecentotrentadue anni, anche se il suo decesso è stato annunciato a vuoto più volte, come in occasione del passaggio della cometa, spettacolo cui lui -come si raccontava- non avrebbe dovuto assistere. Invece la vide, fulgente e malinconica come una poesia e il suo passaggio dilata la storia dal particolare al cosmico:

era la stessa, regina, più antica del mondo, la dolente medusa di luce delle dimensioni del cielo che a ogni palmo della sua traiettoria tornava un milione di anni alle sue origini, udirono il fruscio di frange di carta stagnola, videro il suo volto afflitto, i suoi occhi annegati nelle lacrime, la scia di veleni gelati della sua chioma arruffata dai venti dello spazio che andava lasciando sul mondo un rivolo di polvere raggiante di macerie siderali e di albe trattenute da lune di catrame e ceneri di crateri di oceani anteriori alle origini del tempo della terra, eccola, regina, mormorò, guardala bene, che non la rivedremo più prima di un altro secolo


&lt;img alt=&quot;pinoch.bmp&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/pinoch.bmp&quot; width=&quot;180&quot; height=&quot;250&quot; border=&quot;0&quot; /&gt;</text_more></entry>
<entry id='3375' allow_comments='0' allow_pings='1' author_id='2' authored_on='20100303184935' basename='mrquez_e_lautunno_del_dittatore' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100303184935' modified_on='20100305150528' ping_count='0' status='1' title='Márquez e lautunno del dittatore' week_number='201009'><text>Ad un anno dalla pubblicazione di Cien años de soledad e dei suoi trionfi di vendita e di consensi, Márquez salpò loceano per trasferirsi da Città del Messico alla Barcellona del regime franchista ed è qui che diede vita al romanzo che lo tormentava. Mai un libro fu atteso, in America Latina, con tanta ansietà come El otoño del patriarca (Lautunno del patriarca), più volte anticipato prima che acquisisse concretezza, quando era solo unimmagine sullo sfondo delle nebulose artistiche dello scrittore. Come Márquez affermò in una conversazione pubblica tenutasi a Lima nel 1967 con Mario Vargas Llosa, stava già allora «preparando la historia de un dictator imaginario, es decir, la historia de un dictator que se supone es latinoamericano tiene 128 años de edad, que tiene tanto tempo de estar en el poder que ya no recuerda cuándo llegó está completamente solo en un enorme palacio, por cuyos salones se pasean las vacas.»
Un racconto che vertesse sullo sfacelo di una figura dittatoriale come sintesi del mistero del potere e dei suoi abissi era stato già concepito anni addietro, nel gennaio del 1958, pochi giorni dopo la caduta di Marcos Pérez Jiménez,  dittatore del Venezuela. 
Dopo varie vicissitudini, pagine scritte e distrutte, nella Barcellona piegata alle nevrosi franchiste di fine 1968, laracatese trovò unispirazione sorretta da una soluzione, suggerita da un libro sulla caccia in Africa a proposito delle abitudini degli elefanti. Lopera fu pubblicata contemporaneamente a Barcellona in un momento in cui la dittatura perseverava da un quarantennio, poi a Bogotá e a Buenos Aires nel 1975.
</text><text_more>«La mia intenzione è sempre stata quella di fare una sintesi dei dittatori latinoamericani, ma soprattutto di quelli dei Caraibi.» (Plinio Mendoza, 1983, p. 103).  Con queste parole Márquez delucidò in merito ai suoi intenti artistici e, più avanti, chiarì fino a che punto il suo patriarca innescasse simmetrie con tiranni celebri. Dalle letture delle biografie dei dittatori Gabriel Garcia aveva imparato a conoscere e classificare i loro deliri, le loro manie, le loro piccolezze, le tante meschinità insinuate tra le pieghe dellaberrazione più terrificante del potere, quella del potere commisto alla violenza. 
La maniera peggiore per affrontare questopera è leggerla con unottica di comparazione nei confronti di Cien años, tentazione da cui sarebbe utile rifuggire, anche se molti critici ne sono rimasti avviluppati. Le differenze sono eclatanti, a cominciare dalla scelta di una frammentazione più dispersiva della realtà: El otoño non ha un principio né un finale, la progressione che solca i paragrafi non è indicativa ai fini strutturali. La storia non poggia su unimpalcatura cronologica, ma solo sullidea del disordine e della distruzione. 
Ne esce un patriarca inventato ma riflesso negli specchi dei tanti dittatori che hanno devastato il Latinoamerica negli ultimi duecento anni. Gli esempi sono in ogni direzione e ciò spiega come la letteratura sudamericana trabocchi di romanzi incentrati sullo stesso tema: Sua excelencia di Mario Moreno, El gran solitario de palacio di René Avilés Fabila, Farsa di Juan Goyanarte, El derecho de asilo ed anche  El recurso del método di Alejo Carpentier, Yo, el supremo di Roa Bastos, Officio funebre di Arturo Uslar Pietri, El señor presidente di Miguel Angel Asturias. 
Oltre alle motivazioni di un coinvolgimento diretto, lo scrittore spiegò più a fondo perché avesse trovato questo tema così avvincente da restarvisi ancorato per diciasette anni:

Perché ho sempre creduto che il potere assoluto sia la realizzazione più alta e più complessa dellessere umano e che per questa ragione riassuma forse ogni sua grandezza e ogni sua miseria. Lord Acton ha detto «Il potere corrompe e il potere assoluto corrompe in modo assoluto». E questo non può non essere un tema appassionante per uno scrittore.

Il patriarca de El otoño è la summa di tutti i despoti precedenti e ricostruisce la verosimiglianza dellapoteosi della dittatura in un qualsiasi paese caraibico. Il potere rappresenta leccesso che oltrepassa i limiti alterando oggetti, situazioni, miracoli e lunica strategia per unefficace resa della deformazione è non solo costellare il percorso letterario di metafore, ma rendere il romanzo stesso una sola, possente metafora.
Il despota come metafora dellinossidabilità del potere possiede unirremovibilità quasi perenne: muore a unetà non chiarita tra i centosette e i duecentotrentadue anni, anche se il suo decesso è stato annunciato a vuoto più volte, come in occasione del passaggio della cometa, spettacolo cui lui -come si raccontava- non avrebbe dovuto assistere. Invece la vide, fulgente e malinconica come una poesia e il suo passaggio dilata la storia dal particolare al cosmico:

era la stessa, regina, più antica del mondo, la dolente medusa di luce delle dimensioni del cielo che a ogni palmo della sua traiettoria tornava un milione di anni alle sue origini, udirono il fruscio di frange di carta stagnola, videro il suo volto afflitto, i suoi occhi annegati nelle lacrime, la scia di veleni gelati della sua chioma arruffata dai venti dello spazio che andava lasciando sul mondo un rivolo di polvere raggiante di macerie siderali e di albe trattenute da lune di catrame e ceneri di crateri di oceani anteriori alle origini del tempo della terra, eccola, regina, mormorò, guardala bene, che non la rivedremo più prima di un altro secolo

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&lt;img alt=&quot;mnemosyne.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/mnemosyne.jpg&quot; width=&quot;250&quot; height=&quot;185&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=1 align=right /&gt;Doveva essere un giorno di sole. La polvere che solitamente le incrostava le narici si era come dissolta, forse per influsso di qualche polline che se ne andava in giro impunemente. Si alzò senza fatica, quella mattina. Si fece il caffè, con poco zucchero e senza pensare girò la manopola della radio: stranamente aveva voglia di sentire cosa succedeva nel mondo. Non ci capì molto, parlavano di morti, sempre di morti, gracchiavano nomi di corvi-ministro e ripetevano messaggi di allerta generale. Girò nuovamente la manopola e zittì quello oggetto che un tempo aveva amato.  Indossò lo spolverino grigio e la sciarpa anti-tarlo e si richiuse la porta alle spalle. Il corridoio 57A era uno dei più lunghi e tortuosi, ma proprio per questo uno dei più sicuri, lo aveva stabilito già allepoca del primo grande scossone. </text><text_more>La stanza che aveva ricavato in un vecchio deposito di detersivi e carta igienica non era certo il Grand Hotel (chissà come sarà stato poi questo Grand Hotel, si chiedeva a volte) ma la si poteva dire accogliente. Un piccolo letto  due poltrone in pelle unite assieme e private delle rispettive spalliere  un  grande tavolo da lavoro e una stufa a carbone, di quelle in ceramica, che le serviva per scaldarsi e per cucinare. Aveva ritrovato, tempo addietro, diverse tonnellate di carbone nascoste in una sala trasversale al corridoio 56F, non molto lontana da lì, una fortuna rara per i tempi che correvano. Quanto ai servizi igienici, non aveva che da scegliere il piano che maggiormente le convenisse, a seconda del momento della giornata, tuttavia utilizzava quasi sempre quelli del Deposito, più vicino ai box. Per la notte, aveva adibito a pitale una plafoniera in vetro verde acido che serviva perfettamente allo scopo. Così viveva.
Si affrettò lungo il corridoio, temendo di arrivare tardi. In verità non laspettava proprio nessuno, tuttavia aveva mantenuto labitudine ad andare di fretta, per non perdere il senso del tempo. Il tempo, ripeteva, esiste solo se ne hai poco, altrimenti si trasforma in una nube senza senso. I suoi occhi si erano abituati alloscurità di quei luoghi, ormai riusciva a vedere perfettamente anche al buio, le bastava strizzare un poco di più le pupille, aveva imparato a controllare la contrazione delliride. La pesantezza del silenzio invece aveva acutizzato il suo udito e in certi momenti riusciva anche ad avvertire le formiche gridare. Si aggiustò la sciarpa attorno al collo perché la Primavera in quei luoghi non sarebbe mai entrata, in saecula saeculorum.  Quando arrivò, notò con piacere di essere in orario perfetto e che nulla era cambiato dalla sera prima. I residuali la attendevano ansiosi sui tavoli squadrati del grande salone. Si accorse però che un altro frammento della base del gigantesco arazzo appeso alla parete era venuto giù durante la notte e quei cavalieri dellAntico Impero, già stanchi, si erano trasformati in fanti zoppi. Ma a lei gli arazzi importavano poco, erano i residuali che la preoccupavano. Ultimamente non facevano che lamentarsi, si sfaldavano allimprovviso, e il suo compito diveniva ogni giorno più arduo. Le chiedevano acqua, oppure calore, altri invece reclamavano a gran voce colla e tela nuova: temevano per la propria integrità fisica, ma soprattutto morale. Stretta nel suo spolverino, si prendeva cura di loro, uno dopo laltro, man mano che li sentiva urlare nei box, accorreva in loro aiuto. Un giorno, non ricordava più esattamente quando, aveva trovato una bicicletta abbandonata dietro a cumuli di macerie e laveva rimessa in funzione, in modo da poter arrivare ancor più celere, laddove ci fosse stato bisogno di lei. A volte le veniva in mente suo nonno come non lo aveva mai visto, quando in una città di mare distrutta dalle bombe correva come un matto per andare a curare i suoi malati, dispersi ai quattro angoli di quellagglomerato di pidocchi e dolore. Mentre filava per i corridoi pensava spesso ai racconti del &lt;i&gt;tempo di guerra&lt;/i&gt;, unapocalissi studiata a memoria, ricordo indelebile della sofferenza che in tanti, in troppi, avevano cancellato o non avevano mai avuto. Le ginocchia le dolevano, letà cominciava a farsi sentire e rideva della sua fragilità passata che non le avrebbe certo permesso di immaginarsi in quella situazione. Ma i residuali le dolevano nel costato, anche quella mattina, era quello il dolore più grande. In particolare un grande esemplare che tremava dalla voglia di essere esperito, aveva un disperato bisogno di sguardo umano e lei si era alzata disposta a dargli quello che voleva. Lo aprì con cautela, temeva di starnutire e di ferirlo, ma non accadde. Si meravigliò al contatto con quella creatura fragile e sola, era di una bellezza accecante persino per le sue iridi gonfie di storie. Respirò fondo e si inoltrò nel labirinto di linee nere e miniature. Si parlava di un marinaio, ma non era sicura di comprendere a fondo, sapeva però che il tenue animale marino disegnato a margine da una mano lontana era una Cicala. A un tratto gli parve di udire una voce cantare uno strano ritornello:
&lt;blockquote&gt;e questa a l&apos;è a ma stöia
e t&apos;ä veuggiu cuntâ
&apos;n po&apos; primma ch&apos;à vegiàià
a me peste &apos;ntu murtä
e questa a l&apos;è a memöia
a memöia du Cigä
ma &apos;nsci libbri de stöia
Sinán Capudán Pasciá &lt;a href=&quot;#nota&quot;&gt;[1]&lt;/a&gt;&lt;/blockquote&gt;Si fermò un attimo a pensare, le sembrava di aver udito quelle musica altre volte aleggiare per quellenorme spazio vuoto, specialmente mentre curava i residuali. Tornò a immergersi nelloggetto vivo. Le parlava di teste fasciate e di baffi, di spade ricurve e terre lontane. Sembrava spaventato, ma anche affascinato ed emanava un lieve odore tostato, misto a profumi di fiori e frutti. Poco a poco tutto si faceva più chiaro, sotto i lucernari infranti della grande sala vuota e dimprovviso tutto attorno si riempì dellodore del mare. Le venne addosso come una furia, non lo sentiva da così tanto, fu presa da un turbinio insensato di alghe e colori, ebbe sete e le piante dei piedi le si incendiarono di sabbia calda. E ancora quello strano ritornello in una lingua nota e ignota a un tempo, ne era sicura, lo udiva veramente, non era lennesimo scherzo della solitudine. Guardò il residuale con aria interrogativa e ne ricevette un cenno dassenso: la musica era là. Continuò a raccontare la storia del marinaio fatto prigioniero dalle teste fasciate, di una Grande Porta oltre la quale si apriva un mondo nuovo, di un palazzo da dove si potevano scorgere due grandi bracci di mare dorati dal sole. Erano parole di fatica, della difficoltà di comprendere quello che non si riconosce, masticare e sputare frutta secca e bucce a terra. Vide le torri alte che risuonavano litaniche e le sembrò che quella visione di una memoria altrui si intrecciasse al suo ricordare, sebbene non fosse capace di distinguere fra felicità e rovina. I ricordi delle migliaia di umani che avevano vissuto la grande sala a volte provocavano delle vere e proprie tempeste che la squassavano, restava spossata, pervasa da unindicibile malinconia. Era nostalgia del pensiero, ma anche del calore dei corpi che non poteva più sentire con la pelle, ma solamente nella propria mente. Solamente sola, solitudine, desiderio senza stelle in un tempo cupo di nubi. Tornò a posare lo sguardo sul residuale che si mostrava grato, rinfrancato, anche se triste, per quel breve viaggio atemporale. 
Il crepitare sordo del legno umido la obbligò a levare gli occhi sullampia sala di lettura. Che cosa era diventato quel luogo, in altri tempi tempio della memoria? In un mondo sconvolto dal caos, il fiume Lete aveva schiantato la diga ormai fragile che lo teneva a freno e aveva inondato ogni cosa, trascinando via con sé Mnemosyne e le sue figlie. Credeva di averle viste annegare, diventare cianotiche, ma non ne era sicura, perché dopo il primo grande diluvio verità e menzogna si erano confuse, in un sortilegio che lei sapeva pilotato da altri. Ricordava solo che si trovava in una delle salette laterali, come ogni giorno, intenta in una delle sue personali battaglie di parole. E lì era rimasta, non aveva avuto cuore di abbandonare quel luogo dove si era sempre sentita a casa, anche se aveva visto ognuno scappare oltre la scritta &lt;i&gt;Sala de Leitura Geral.&lt;/i&gt; Poco a poco aveva ricostruito un mondo sotterraneo, un universo di difesa che varcava solamente grazie alla piccola radio azzurra rinvenuta nella stanza delle riproduzioni. Aveva saputo dellannullamento cronotopico messo in atto allesterno dalle poche voci di resistenza collettiva che la radio le mandava, voci che aveva sentito spegnersi in un lamento sempre più flebile. Dopo un lungo silenzio senza tempo, persa nella ricerca continua di qualcosa da mangiare, aveva cominciato a udire i sospiri dei residuali e aveva compreso di essere ancora parte di un tutto, di avere ancora una ragione per respirare che trascendeva le sue funzioni vitali. Li sentiva sussurrare insieme a quella musica, a quel ritornello che veniva da lontano e che non capiva, ma suonava come un ammonimento. E la sua vita aveva preso forma di nuovo. 
Che strano, pensò, proprio in quel momento, grazie a quellultimo residuale e alle sue teste fasciate, sembrava aver recuperato la capacità di ricordare. Si mise a ballare, felice, a occupare tutto quello spazio con gesti esagerati che venivano direttamente dal profondo. Inforcò la bicicletta, incurante dei bagliori sinistri che attraversavano i lucernari,  e filò via, decisa a percorrere palmo a palmo le viscere del gigantesco edificio. Forse non tutto era perduto, pensava.

&lt;br&gt;
&lt;a name=&quot;nota&quot;&gt;1.&lt;/a&gt; Musica originale di F. de Andrè, &lt;i&gt;Sinan Capudan Pascià.&lt;/i&gt;
Trad. 
e questa è la mia storia
e te la voglio raccontare
un po&apos; prima che la vecchiaia
mi pesti nel mortaio
e questa è la memoria
la memoria del Cicala
ma sui libri di storia
Sinán Capudán Pasciá
&lt;br&gt;
&lt;i&gt;[Questo racconto è stato pubblicato, in traduzione portoghese, sulla rivista racconto è uscito sulla rivista &lt;b&gt;ViaLatina&lt;/b&gt; di Coimbra]&lt;/i&gt;</text_more></entry>
<entry id='3378' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3378' author_id='1' authored_on='20100305011922' basename='rosa_matteucci_tutta_mio_padre' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100305011922' modified_on='20100304232101' ping_count='1' status='2' title='Rosa Matteucci: TUTTA MIO PADRE' week_number='201009'><excerpt>di &lt;b&gt;L. Piantini&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;matteuccimini.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/matteuccimini.jpg&quot; width=&quot;50&quot; height=&quot;70&quot; border=&quot;0&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt;... Condotta per quasi trecento pagine con scanzonata baldanza  la storia  tocca vertici di autentico, a volte irresistibile, divertimento. Che culmina nelle pagine dedicate alla vita quotidiana della famiglia posta al centro del racconto...</excerpt><text>di &lt;b&gt;&lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/cgi-bin/mt-search.cgi?IncludeBlogs=2&amp;search=%22leandro+piantini%22&quot;&gt;Leandro Piantini&lt;/a&gt;&lt;/b&gt;

&lt;i&gt;Rosa Matteucci, &lt;b&gt;Tutta mio padre&lt;/b&gt;, Bompiani, Milano, 2010, pp. 286, euro 17,50.&lt;/i&gt;

&lt;img alt=&quot;2893473.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2893473.jpg&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;156&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=1 align=right /&gt;&lt;a href=&quot;http://www.facebook.com/profile.php?id=100000209361129&amp;ref=mf&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Rosa Matteucci&lt;/a&gt; si impone con il suo ultimo romanzo come una scrittrice matura, in un libro ambizioso in cui si dispiegano le sue genuine qualità letterarie. Unampia narrazione familiare che racconta un mondo, una città (Orvieto), e una famiglia che  è di quelle che segnano per sempre il carattere e il destino di una persona.
Quanto a stile la Matteucci ha optato per un racconto di genere bizzarro e picaresco.  E una lingua barocca e scoppiettante, quasi una performance rutilante di invenzioni e di exploit a getto continuo connota tutta la narrazione - e infatti qualcuno ha parlato di gaddismo.</text><text_more>Condotta per quasi trecento pagine con scanzonata baldanza  la storia  tocca vertici di autentico, a volte irresistibile, divertimento. Che culmina nelle pagine dedicate alla vita quotidiana della famiglia posta al centro del racconto. Caduta in miseria dopo i fasti del passato, essa si è ridotta a vivere in una casa miserabile, chiamata il &lt;i&gt;cachot&lt;/i&gt;, dopo che ha perso la dimora avita, una villa blasonata immersa nella campagna umbra. Un &lt;i&gt;cachot &lt;/i&gt;che cade a pezzi, in cui limpianto elettrico è un groviglio di fili unti.
&lt;img alt=&quot;Rosa Matteucci&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/rosamatteucci.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;214&quot; border=&quot;0&quot; hspace=5 vspace=1 align=right /&gt;Lio narrante, contessina decaduta, racconta la vita stravagante di una famiglia ridotta sul lastrico, che tira avanti alla meglio e più sfigata di così è difficile immaginare. Tutti vivono di illusioni, di tic, di innocenti manie. Al centro di ogni evento vi è il padre della narratrice, sedicente ingegnere, eterno perdigiorno, con la fissa dellaffare che una buona volta risolleverà le sorti familiari, un &lt;i&gt;bisniss &lt;/i&gt;che naturalmente non arriva mai. Ha anche una specie di ufficetto a Roma, si dà da fare come un matto ma non combina nulla di buono. Crede nello spiritismo, nei tarocchi, spera di vincere al lotto, conosce a memoria le centurie di Nostradamus.  E soprattutto è tanto amato dalla figlia che lo ha sempre tenuto su un piedistallo e non ha mai una parola ostile contro di lui. Anzi su di lui si è modellata, nonostante le sia ben chiara la grandiosa incapacità di vivere di questo genitore inetto e tuttavia sorretto da un ottimismo inguaribile. La madre invece vive un po in ombra, non ha inciso sulla vita della figlia, è freddina e legge in continuazione, passando da Heidegger a Musil e ha imposto alla figlia di leggere &lt;i&gt;L&apos;uomo senza qualità &lt;/i&gt;in tedesco.
Il padre e la figlia Rosa hanno vissuto un rapporto impossibile di simbiosi, di amore assoluto e di complicità:&lt;blockquote&gt;Figlia mia, ora ti racconto come è vissuto tuo padre. Tu lo sai che non ho mai creduto in tutte quelle fregnacce, in quelle superstizioni, lo spiritismo, la magia bianca, la reincarnazione. Tu lo sapevi che erano giochi Alla fine ci siamo illusi entrambi. Forse mi ha preso la mano. Il problema è che gli altri ci hanno creduto. Ogni tanto nella vita bisogna pur sognare, lasciarsi andare alla fantasia, che male cera? Se non si sogna almeno un po, come si fa ad andare avanti? Noi abbiamo sognato insieme Ricordati, Rosa, che la vita è strana e sublime, perché si può sempre e di nuovo inventare e amare.&lt;/blockquote&gt;Insomma laspetto ludico è dominante in queste pagine, sia pure accompagnato sempre da delusioni, da meraviglie, da imprevisti. E possiamo dire che questo è molto italiano, tipico forse un tempo di unItalia minore e provinciale, diffuso tra quei ceti rovinati dalla modernizzazione che non hanno saputo stare al passo con i tempi e con quel rampantismo amorale divenuto poi regola generale di vita.
Il racconto della Matteucci è quasi unenciclopedia di stranezze, di cose preziose e stantiie, di oggetti desueti, epitome di unaristocrazia decaduta divenuta vittima della propria impotenza. E forse lautrice ha un po troppo diluito la trama del romanzo infittendola di dettagli per cui talora si può avvertire una certa stanchezza.
Il romanzo mescola con struggente felicità inventiva commozione e satira, il pathos dei sentimenti più estremi insiene ad uninesauribile e talora proterva comicità. Esso si potrebbe anche definire un &lt;i&gt;poema della sfiga&lt;/i&gt;, dellarte di perdere, o meglio dellarte di sopravvivere a tutte le sconfitte. Che in verità è arte di vivere con unimmersione a 360 gradi nelle passioni, nei tic, nelle ossessioni ma anche nella gioia di vivere. Cose che sono in fondo virtù preclare degli italiani, al di là della diseducazione familiare, delle carenze della scuola, della mancanza insomma di qualcuno che sappia insegnare come si affronta la durezza implacabile della vita. Il libro mette insomma in evidenza  i difetti delleterno sistema italiano, difetti che tuttavia non ce lhanno fatta a disintegrare completamente un popolo e un paese. Almeno finora</text_more></entry>
<entry id='3379' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3379' author_id='4' authored_on='20100306050118' basename='geraldina_colotti_la_guardia_e' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100306050118' modified_on='20100310135410' ping_count='1' status='2' title='Geraldina Colotti: LA GUARDIA E&apos; STANCA' week_number='201009'><text>di &lt;b&gt;Valerio Cuccaroni&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;GeraldinaCollottiLaGuardiaeStanca.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/GeraldinaCollottiLaGuardiaeStanca.jpg&quot; width=&quot;135&quot; height=&quot;205&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Geraldina Colotti, &lt;i&gt;La guardia è stanca&lt;/i&gt;, Ed. Cattedrale, Ancona, 2010, pp. 109,  13,50

A cinque anni di distanza dal suo ultimo libro, &lt;i&gt;Certificato di esistenza in vita&lt;/i&gt;, raccolta di racconti pubblicata da Bompiani, con &lt;i&gt;La guardia è stanca&lt;/i&gt; Geraldina Colotti torna a interrogare, in versi stavolta («versi ciechi / di rabbia che consuma»), le coscienze dei lettori, sempre più incupite da «questo grigio tempo bastardo / che teme la vita».
Giornalista de «il manifesto», responsabile dell&apos;edizione italiana del mensile «Le Monde diplomatique», reduce da 27 anni di carcere per la sua militanza nelle Brigate Rosse, Colotti è una di quelle scrittrici italiane di cui è impossibile trascurare la biografia, sebbene questa non oscuri mai l&apos;opera, grazie a quel raro dono della leggerezza che permette all&apos;autrice di evitare accuratamente le paludi dell&apos;autobiografismo.</text><text_more>Così come in &lt;i&gt;Certificato di esistenza in vita&lt;/i&gt; distanziava la materia della narrazione attraverso la finzione, nelle sue poesie, a partire da &lt;i&gt;Versi cancellati&lt;/i&gt; (1996) e &lt;i&gt;Sparge rosas&lt;/i&gt; (2000), Colotti dosa sapientemente la componente &lt;i&gt;engagée&lt;/i&gt; con una vivissima e destabilizzante carica ironica.
Assolutamente non domestica, eventualmente si potrebbe definire carceristica (per decenni essendo stato il carcere la sua dimora), verrebbe da dire che Colotti è un poeta incivile, perché richiama continuamente, sottotraccia, la necessità di rovesciare il sistema. A partire dal sistema linguistico. 
Le armi usate sono quelle dell&apos;ironia, dunque, e della polisemia. L&apos;ironia è la cifra dell&apos;intera raccolta, ma esplode in tutta la sua perturbante carica soprattutto in una poesia che sembra parlare dell&apos;igiene orale e, allo stesso tempo, alludere alla lotta armata: «Kit / Odontovax / Ricarica doppia / Azione totale / Ma attenzione / a non ledere / papille interdentali / [...] / Semtex / Ricarica doppia / Pasta gengivale / Saltano corone / tremano poltrone / sotto il trapano»  (&lt;i&gt;Ricarica doppia&lt;/i&gt;). Gli oggetti di consumo si rovesciano in strumenti di contestazione, il linguaggio del supermercato diventa la lingua della poesia, secondo un procedimento teorizzato nel poemetto dada &lt;i&gt;Le teste di Modì&lt;/i&gt;: «Luogo mio da cui / Non si vede luogo, / batti le mani e canta, / mia lingua rovesciata / afferra l&apos;anima per la vita / portala con te al supermercato».
La polisemia, caratteristica intrinseca della lingua che si oppone all&apos;univocità, diventa strumento per opporsi al pensiero unico: dal &lt;i&gt;calembour&lt;/i&gt;, che toglie la parola all&apos;avversario disarmandolo - «Contro il liberismo, / versoliberismo» (&lt;i&gt;Poeticanti&lt;/i&gt;) - all&apos;antanaclasi, che ha portata argomentativa  - «Guerra santa in Terra santa» -, e alla paronomasia - «fai buon viso / al cattivo giogo» (&lt;i&gt;Recinti&lt;/i&gt;).
In &lt;i&gt;Sparge rosas&lt;/i&gt; il discorso era frammentario, formato da testi isolati, reperti di anarchia linguistica, gli unici possibili, del resto, quando ancora l&apos;orizzonte era quello chiuso della &lt;i&gt;Vita galera&lt;/i&gt; («Vita non vita / esercizi di stile / esercizi di bile»). Ne &lt;i&gt;La guardia è stanca&lt;/i&gt; i giochi di parole, gli agguati al linguaggio sono inseriti in un piano di sviluppo: le sezioni &lt;i&gt;Ai soli distanti&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Le teste di Modì&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Genova 2001&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Palestina&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Neve&lt;/i&gt; funzionano come altrettanti capitoli di un romanzo breve in versi, un romanzo di controinformazione, che, in forma ellittica, com&apos;è proprio della poesia, dà conto non solo della sorte degli sconfitti (i soli distanti, i guerriglieri, i terroristi sconfitti, rifugiati a Parigi: «il sole inutilmente chiede asilo», in &lt;i&gt;Rive gauche&lt;/i&gt;) ma anche, e soprattutto, delle nuove forme di ribellione e resistenza (le «rondini inquiete» di Genova 2001, i Palestinesi, i migranti dei &lt;i&gt;Cimiteri marini&lt;/i&gt;, per i quali «La morte arriva puntuale / il mare a forza nove / entra nella stiva / porta alla deriva»). 
La figura dominante non appartiene più a quelle di parola o di suono, come accadeva nelle raccolte precedenti, ma è una figura di pensiero: l&apos;allegoria. I ragni, le rondini, la luna, le rose, i soli, il fiume, il deserto, i topi, che affollano &lt;i&gt;La guardia è stanca&lt;/i&gt; sono altrettante figure allegoriche che simboleggiano strategie (i ragni), stagioni calde (le rondini), utopie (la luna), conquiste (le rose), rivoluzionari (i soli) e rivoluzione (il fiume), sconfitte (il deserto), tradimenti (i topi).
&lt;i&gt;La guardia è stanca&lt;/i&gt;, sin dal titolo che richiama la celebre esclamazione con cui il marinaio anarchico bolscevico Zeleznjakov sciolse l&apos;Assemblea costituente nella Russia liberata dell&apos;ottobre 1917, si presenta come un appello ai nuovi figli di una delle tante ribelli del secolo scorso, «dee delle due di notte / dotte / o bollite a metà disperate / però simpatiche mi hai detto» (&lt;i&gt;Amiche&lt;/i&gt;). 
La situazione storica sfavorevole, del resto, non è ignorata («Dov&apos;è il sacro / Se il dio degli assassini / Dentro il tubo catodico / Ha l&apos;alito di vino? // Sotto i guanti il sangue / della democrazia imperante», &lt;i&gt;Le teste di Modì&lt;/i&gt;), anzi è assunta come dato di fatto da cui ripartire: come recitano i versi conclusivi, è «Ancora inverno / nessun palazzo preso / ma abbiamo ancora inverno / per impastare neve» (&lt;i&gt;Neve&lt;/i&gt;).

</text_more></entry>
<entry id='3380' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3380' author_id='19' authored_on='20100308114059' basename='pulp_condicio' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100308114059' modified_on='20130320180608' ping_count='1' status='2' title='PULP CONDICIO' week_number='201010'><text>di &lt;b&gt;Alessandra Daniele&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Candidato2.JPG&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Candidato2.JPG&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;129&quot; border=&quot;0&quot;hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;- Buonasera,  benvenuti alla prima Tribuna Elettorale di questa importante tornata amministrativa - il conduttore accennò un sorriso cortese - Ricordo ai telespettatori che, secondo le nuove norme per la tutela della privacy, solo il simbolo del partito apparirà sulla scheda, mentre i candidati resteranno rigorosamente anonimi, anche in questa sede. Alla mia destra, col cappuccio nero, il candidato del PDL-VFAC, Partito Della Libertà, della Vittoria, della Felicità, dell&apos;Amore, e del Cuore. Alla mia sinistra, con la testa da coniglio di peluche, il candidato del PD, Partito Disponibile. La parola ai giornalisti.</text><text_more>L&apos;inquadratura mostrò due uomini di mezz&apos;età e una donna bionda, seduti all&apos;interno di una tribunetta semicircolare chiusa sul davanti. 
- Buonasera candidato del PDL - esordì il primo giornalista - Dunque...quello dell&apos;occupazione rimane uno dei problemi principali di questa fase politico-economica...
L&apos;uomo col cappuccio nero estrasse una pistola, e gli sparò alla testa.
- La ringrazio per avermi fatto questa domanda - disse.
Il cadavere del giornalista si afflosciò in avanti, restando però legato alla tribunetta.
- Lei mi ha dato un&apos;occasione  per illustrare il più recente ed efficace provvedimento governativo che favorisce la mobilità - continuò l&apos;incappucciato - Il &quot;Collegato Lavoro&quot; consente infatti la stipula di contratti atipici coi quali i lavoratori accettano di subire deroghe alle norme di legge. &lt;i&gt;Qualsiasi&lt;/i&gt; legge. Per gli imprenditori diventa quindi molto più agevole &lt;i&gt;sollevarli&lt;/i&gt; dal loro impiego, liberando nuovi posti di lavoro.
L&apos;uomo con la testa da coniglio annuì.
- Passiamo alla prossima domanda - disse il conduttore. 
Il secondo dei giornalisti accennò un&apos;inchino per quanto glielo consentiva la tribunetta.
- Buonasera candidato del Parco Della Vittoria... cioè del Partito Del VAF... - impallidì - mi scusi, ma io io non mi permetto...
- La domanda - sollecitò l&apos;incappucciato.
Il giornalista sussultò. 
- Sì, certo, subito, la prego di perdonarmi l&apos;eventuale involontaria impertinenza se le chiedo... come fate a essere sempre così stupendi?
L&apos;incappucciato si appoggiò allo schienale della sua poltroncina.
- Ci viene naturale.
Il giornalista sorrise, annuendo vigorosamente.
- Oh sì! E&apos; un peccato non avere le braccia libere per potere applaudire!
L&apos;uomo col cappuccio nero gli sparò in piena faccia.
Schizzi di sangue e materia raggiunsero la telecamera.
- La libertà di stampa è importante - disse l&apos;incappucciato - ma l&apos;imparzialità lo è di più, per una corretta informazione.
L&apos;uomo con la testa da coniglio annuì.
- Prossima domanda - disse il conduttore.
- Aiuto! - urlò la giornalista bionda.
Il colpo la raggiunse alla fronte.
- A scanso di equivoci - disse l&apos;incappucciato - vorrei ricordare che nelle donne il cervello non è un organo vitale.
L&apos;uomo con la testa da coniglio annuì.
Il conduttore sorrise.
- Bene. La fase dedicata alla stampa s&apos;è conclusa. Passiamo adesso al confronto diretto fra i due candidati.
Due cerchi di metallo sbucarono fuori dai braccioli della poltroncina dell&apos;uomo coniglio, bloccandogli le braccia come ceppi. Il coniglio si agitò inutilmente.
- Prego, candidato del PD - disse il conduttore - rivolga la prima domanda al suo avversario. </text_more></entry>
<entry id='3381' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3381' author_id='4' authored_on='20100307032627' basename='election_comedy' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100307032627' modified_on='20110324014135' ping_count='0' status='2' title='Election Comedy' week_number='201010'><text>di &lt;b&gt;Marilù Oliva&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;GattoVolpe.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/GattoVolpe.jpg&quot; width=&quot;180&quot; height=&quot;115&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Luomo pelato si mise una mano sulla pancia e si sporse in avanti. Sembrava un inchino, ma era una risata esplosa col corpo:
«Uahahahah! Lavresti mai detto?? Uahahaha, per colpa di una firma non si possono candidare, che idioti! Aahhua....Uaahhaaaaa!!!! »
Luomo magro si piegò in due, sbatté la mano sul tavolo a più riprese e rise a crepapelle:
«Ehhhehhh!!! Non sanno neanche presentare il documento di candidatura, ehehehe!!!!!»
Si rialzò per prendere fiato: «E adesso voglio pure scendere in piazza!!! Ehahahaeeehe!»
Laltro fece un gridolino strozzato dal riso «Uhh, che pauraahahahahaha!!!!!»</text><text_more>Dallaltra parte della città, un uomo col lifting e il suo Braccio Destro stavano leggendo la prima pagina di un quotidiano nazionale. Si guardarono preoccupati, mentre il primo seguiva la scritta col dito: «Il listino dellaspirante candidato, mancante di una della firma di uno dei rappresentanti di lista, non è stato ammesso alle elezioni regionali dall&apos;ufficio centrale elettorale della Corte d&apos;Appello. Nonostante il partito abbia presentato ricorso...»
Rilessero tre volte le ultime parole, si concentravano ma non riuscivano proprio a capirle: « ...il ricorso dei candidati è stato respinto dai giudici in quanto lesercizio di voto non può che svolgersi nel rispetto dei limiti e delle regole previste dalla legge.»
Luomo col lifting fece unespressione livida, come se, sotto tutta quella pelle tirata, si agitassero burrascosi i muscoli facciali:
«Non è possibile che non ci sia una soluzione... Sono i giudici i grandi ostacoli...»
Il suo Braccio Destro sospirò contrito: «E se li facessimo tutti fuori?»
«Cretino, non possiamo farli fuori tutti. Hai visto che baccano han scatenato per quelli che abbiamo già eliminato in passato? Vuoi tirarti la zappa sui piedi?»
Il sottoposto alzò le spalle e agitò le mani aperte, come per scusarsi.
Luomo dal lifting silluminò dimprovviso compiaciuto del proprio acume:
«Ho unidea fantastica! Senti un po...» afferrò il giornale, strappò la prima pagina e la appallottolò con laria di chi la sa lunga:
«Ho pensato a una furbata... Eliminiamo le Regioni!»
«Cosa??»
«Esattamente. Le Regioni sono degli Enti, giusto? Dora in poi non esisteranno più. Non ci saranno più Regioni ma Enti Regionali, di cui riscriveremo i confini.»
«Ma... si può fare?»
Luomo si grattò il lifting: «Ma che cazzo ce ne frega! Faremo un Decreto Legge, sarà io a eleggere il Presidente, che non si chiamerà più Presidente della Regione ma Pot-Ente!» dimenò indice e pollice piegati, come a dire: &lt;i&gt;capito il doppio senso&lt;/i&gt;?
Il Braccio Destro sorrise estasiato:
«Lei è geniale!»
«Geniale? Son solo intellig-Ente! Ahahaha!»
Laltro lo accompagnò con una risata sguaiata: «Ahahha!! Lo metterà in quel posto a tutti quei magistrati defici-Enti!!! Uahahahaha!!!»
«Uahahaha!!!! E a tutti quei rottiinculo di intellettuali dem-Enti!!!! Ahahahahauaaa.»
Si piegarono in due, ridendo allinverosimile, divertendosi come dei pazzi a trovare tutti gli aggettivi dispregiativi che finissero in enti.
E ora sono ancora là che se la ridono.

</text_more></entry>
<entry id='3382' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3382' author_id='4' authored_on='20100309070307' basename='la_persecuzione_degli_antifasc' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100309070307' modified_on='20100309132545' ping_count='1' status='2' title='La persecuzione degli antifascisti a Verona. Una lettera' week_number='201010'><text>&lt;b&gt;Antifascisti veronesi&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Antifa.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Antifa.jpg&quot; width=&quot;180&quot; height=&quot;180&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;All&apos;alba del 17 novembre 2009, la Digos ha arrestato due antifascisti a Verona. L&apos;accusa è d&apos;aver aggredito con premeditazione un noto fascista di Forza Nuova, che anni prima era stato l&apos;autore del vigliacco accoltellamento dei due antifascisti, aggrediti, con un&apos;altra trentina di coraggiosi camerati, a Volto S. Luca, mentre erano in compagnia di tre ragazze. Uno dei due riportò centocinquanta punti di sutura per l&apos;accoltellamento e addirittura una delle ragazze fu pestata brutalmente in dieci contro lei sola. A distanza di anni, dopo un processo farsa, in cui avvocati dell&apos;accusa e della difesa con la compiacenza del P.M., pensavano solo alla spartizione di denaro da spillare agli accusati e ai compagni, l&apos;accoltellatore non fece neppure un&apos;ora di galera. A oggi non ha subito alcun processo e i complici, oltre una trentina, non furono mai identificati dalla Digos e mai fu chiesta lidentificazione dalla procura.</text><text_more>I due antifascisti arrestati sono noti compagni che hanno dedicato la vita alle lotte sociali, all&apos;antirazzismo, all&apos;antifascismo. Che i fascisti fossero infami e utili alla Digos e alla magistratura è risaputo. Ma il lavoro di chi sta a monte degli arresti fatti oggi dalla questura scaligera, il Pubblico Ministero Celenza e il G.I.P. Donati, è palesemente lontano dal voler punire chi ha osato rispondere con una strapazzata alle provocazioni di un fascista, complice di quasi tutte le azioni violente e degli accoltellamenti degli ultimi anni, messi in atto dai camerati veronesi. E un accanimento giudiziario nei confronti di qualsiasi antifascista o forma di organizzazione antifascista. Il forzanovista ora parte lesa, Giulio Mauroner, è stato indagato con gli stessi condannati per lomicidio di Tommasoli e per una serie di aggressioni notturne nel centro di Verona. 
Di queste indagini non si è saputo più nulla, chiuse, dimenticate, sparite dai verbali che la Digos ha presentato al giudice in fase istruttoria. Invece, ha avuto la solerzia di presentare un lunghissimo elenco di indagini chiuse, archiviate, dei due antifascisti, per mistificare precedenti e comportamenti criminosi, che non risultano o comunque sono stati chiusi con assoluzioni. In questa vicenda, addirittura arriviamo al mistero dei processi scomparsi dalla procura di Venezia, in cui dopo 4 anni il procedimento penale per accoltellamento di Mauroner ai due ragazzi oggi sotto processo, non si trova più, è scomparso e i cancellieri non sanno come sia possibile. Lavvocato di Mauroner è un noto politico ed esponente dellestrema destra nazista veronese, è risaputo che abbia grandi contatti con magistrati e polizia, nella Questura è persona conosciuta e gradita, è il legale di alcuni degli assassini di Tommasoli e di vari esponenti neofascisti, persona abile a ritagliarsi spazi politici in comune e regione.
Il P.M. ha dichiarato che i due prigionieri antifascisti sono persone pericolose socialmente, dedite alla violenza per fini politici e si sono sostituiti per vendetta alla giustizia dello stato, della polizia, della società civile. 
Ma di quale GIUSTIZIA parla il P.M.? 
Quella di uno stato che ammazza donne e bambini in guerre per il profitto?
O della giustiziadella polizia che ammazza di botte innocenti in questura?
Oppure la giustizia dello stato che sfrutta e ammazza ogni giorno lavoratori in fabbrica e nei posti di lavoro?
Di quale GIUSTIZIA E&apos; IL GARANTE?
E nella società borghese neoliberista in cui viviamo quotidianamente i drammatici meccanismi di povertà ed esclusione, i violenti sarebbero questi due compagni arrestati? L&apos;ipocrisia e la meschinità arrogante del P.M. e  del G.I.P. (che ha accolto le sue tesi con sacro furore), è intollerabile e ben visibile. La GIUSTIZIA  di cui blaterano è la VIOLENZA di pochi sulla vita di tanti. La procura di Verona con il procuratore capo Schinaia, alleata con la Digos scaligera, ha intrapreso da tempo una guerra totale a ogni forma attiva di antifascismo e di resistenza alle violenze razziste e fasciste a Verona. A colpi di denunce, processi, arresti, e intimidazioni di ogni genere, Schinaia e soci cercano di fermare qualsiasi ipotesi antifascista a Verona. I casi sono centinaia e a citarli tutti si perderebbe il filo del discorso. Lo stesso procuratore Schinaia è stato aggredito con una bottigliata in una festa di quartiere, tra la folla, da un fascista di Forza Nuova, frequentatore di CasaPound. E il fratello di uno degli arrestati per il pestaggio di una ragazza in piazza Viviani che ha riempito le cronache locali, rea daver chiesto a una quindicina di noti fascisti, ubriachi in un bar, di evitare di cantare canzoni razziste e inneggianti a Hitler. 
Laggressione al procuratore è maturata proprio per vendetta contro il fratello. Laggressore di Schinaia NON è stato definito fascista da nessuno, neppure da Schinaia che ha minimizzato dichiarando che la politica non centra nulla e che era solo un balordo immaturo, e che come risarcimento per latto compiuto basterebbero dei lavori sociali come netturbino. Chissà cosa sarebbe successo se laggressore fosse stato un comunista o un anarchico. Si sarebbe gridato al terrorismo eversivo?
Dopo il carcere e mesi di arresti domiciliari è stata rifiutata listanza di scarcerazione dei due antifascisti, la motivazione data dal G.I.P. Donati è che non cè pentimento nei due per la terribile azione compiuta e sopratutto NON E STATO CHIESTO SCUSA ALLA VITTIMA. Ci si chiede, di quali scuse parla il G.I.P.? Chiedere scusa per essersi fatti accoltellare da Mauroner, 4 anni fa? Chiedere scusa di vivere in una città razzista, con il sindaco nazista Tosi, che 4 anni prima andò a dare personalmente, in carcere, la solidarietà ai fascisti arrestati per laggressione agli antifascisti subita a Volto S. Luca? Chiedere scusa di non chinare la testa e perseverare nelle attività antifasciste a Verona? Di non essersi fatti ammazzare come Nicola Tommasoli? Per il fatto che la procura di Venezia ha insabbiato il procedimento per accoltellamento di Mauroner lasciandolo libero di ricommettere le stesse nefandezze naziste? Di che cosa si deve chiedere scusa?
In tutta questa meschina vicenda, hanno giocato un ruolo fondamentale per la disinformazione e laggressione mediatica ai due ragazzi arrestati, i giornali, i giornalisti locali e le televisioni. 
La stampa e i media totalmente asserviti al sistema si sono immediatamente attivati, collaborando con questura e magistratura nel creare il mostro mediatico, violentare la vita di familiari e amici dei due compagni, strappare una foto delle belve in catene fuori dall&apos;aula del tribunale, però vietando laccesso ai familiari che volevano entrare per avere notizie dei due prigionieri. La meschinità e la malafede di questi pennivendoli è lampante a chiunque sia vicino e conosce l&apos;attività di questi due antifascisti. Hanno tentato di far terra bruciata attorno a loro, sul posto di lavoro, tra conoscenti, nella città, dipingendo falsamente una presunta appartenenza a terrorismo e probabili (inesistenti) crimini violenti compiuti in tutta Italia. Per ammissione stessa di un giudice del tribunale di Verona, il quale dice di esaminare la vicenda dei due antifascisti arrestati in base al clamore della stampa e alleffetto che ha avuto sullopinione pubblica e non sulle carte processuali, la vicenda giudiziaria dei due è stata dipinta dai media cosi grave, che il magistrato dovrà riflettere molto sulle pene da applicare. I risultati degli atti e le istanze presentate in tribunale, venivano puntualmente pubblicate e distorte sui giornali ancor prima che ne avessero comunicazione i due imputati e il loro avvocato. Siamo alla farsa.
Il carcere in cui sono stati rinchiusi i due, è indicativo del concetto di VIOLENZA e GIUSTIZIA del P.M., del G.I.P. e dello Stato loro sovrano, che sia gestito dalla destra o dalla sinistra. Un lager fatiscente in cui il riscaldamento è scarso, i muri hanno muffa e acqua, celle costruite per uno o due detenuti usate per stiparne quattro o cinque. L&apos;igiene è inesistente, scarafaggi e sanitari da vomito. Assistenza sanitaria inconsistente. Uno dei compagni ha avuto un intervento cardiaco in passato ed è sotto stretta sorveglianza medica e farmacologica. Con il benestare del P.M., non ha ricevuto per giorni i medicinali di cui ha assoluto bisogno, ricevendoli poi di sbagliati. Malattie come epatiti, HIV,  pidocchi, ecc.. sono presenti in tutte le sezioni. Il cibo è scarso per sfamare un adulto e con il benestare dell&apos;On. Giovanardi è di una qualità così nauseante, che addirittura vengono buttati via bancali interi di cibo appena arrivati perché marci e andati a male. Il carcere è una discarica umana in cui gli individui che non producono, che non sottostanno alle regole della classe sociale egemone, vengono privati di ogni libertà elementare. Una discarica di rifiuti lontana dalla società, di cui non si vuole né vedere, né sapere nulla. Uomini e donne fatti vivere peggio delle bestie, nella continua sopraffazione delle guardie in divisa.
I due antifascisti ora agli arresti domiciliari, in attesa del processo, non si sentono di passare facilmente per vittime e vedere lennesimo pietismo di sinistra che chiede una giustizia ai tribunali dello Stato più equa e meno interessata. Rifiutano questo processo politico all&apos;antifascismo e tutti i suoi attori e comparse che recitano la loro grottesca commedia!! Rifiutano l&apos;accusa di essere pericolosi socialmente: chi è realmente pericoloso per la società è a piede libero, ricco, amministra le istituzioni e le aziende, porta la celtica e ha il potere di disporre della vita degli altri, seduti negli uffici di partito, delle amministrazioni pubbliche o degli istituti di credito bancari. Purtroppo il fascismo o i fascismi, in Italia, non sono mai morti. La guerra di liberazione e la resistenza non sono riusciti a ridarci del tutto unItalia libera. E ora che in tutti gli strati della società civile si prenda coscienza che il nazifascismo esiste, ed è ormai da decenni che miete cadaveri, ingiustizie e sfruttamento. E nelleconomia, nei governi, nelle politiche razziste, nei C.I.E., nelle carceri, negli istituti bancari, per le strade di notte armato di coltello, nelle amministrazioni pubbliche, nei tribunali, nei bar, in televisione, nei giornali, nellindifferenza degli italiani. Lindifferenza e la quotidiana banalità del male hanno reso TUTTI vittime e carnefici di noi stessi, assuefatti alla normalità del fascismo istituzionalizzato, assuefatti a una banda di assassini corrotti senza scrupoli, che decide e dispone delle nostre vite. 
Oggi come ieri l&apos;antifascismo è giusto e necessario in Italia, come in ogni altro luogo dove si soffre il rigurgito nazista e l&apos;assenza di libertà. Come già accaduto nella nostra storia, i fascismi si possono e si devono sconfiggere.

</text_more></entry>
<entry id='3383' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3383' author_id='4' authored_on='20100309055905' basename='le_guerre_dimenticate_di_haiti_prima_e_dopo_il_terremoto_13' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100309055905' modified_on='20100310160335' ping_count='0' status='2' title='Le guerre dimenticate di Haiti prima e dopo il terremoto (1/3)' week_number='201010'><text>di &lt;a href=&quot;http://lamericalatina.net&quot;&gt;Fabrizio Lorusso&lt;/a&gt;
&lt;img alt=&quot;Campo.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Campo.jpg&quot; width=&quot;256&quot; height=&quot;192&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Questo reportage nasce dallesperienza diretta, dalle fonti documentali e giornalistiche, dalle testimonianze, i video e le interviste che io e lamico Diego Lucifreddi abbiamo raccolto durante il mese di febbraio 2010, periodo in cui siamo rimasti nel quartiere Delmas di Port au Prince, Haiti, per collaborare con lAumohd (Associazione di Unità Motivate da unHaiti dei Diritti) che è un associazione di avvocati volontari dedicati alla difesa dei diritti umani e civili delle persone più povere e svantaggiate soprattutto in quartieri difficili e tristemente famosi come Cité Soleil e Gran Ravine. Visto lalto livello di corruzione e ingiustizia sociale e giuridica ad Haiti lassociazione si occupa dallanno della sua nascita (2002) di aiutare i cittadini imprigionati ingiustamente (circa il 90% della popolazione carceraria di Porto Principe), ma nei momenti di crisi come questo, in una metropoli sconvolta da quei 36 secondi di terremoto che ne hanno cambiato la storia, lAumohd e il suo presidente Evel Fanfan provvedono a fornire servizi di ogni tipo alla popolazione del quartiere, ai sindacati, ai gruppi di base e alla gente in generale nei limiti delle proprie possibilità. Sono inoltre aperti alla creazione di reti internazionali di supporto e scambio dinformazioni oltre ad accogliere persone volenterose e interessate a conoscere la realtà haitiana. Dopo il terremoto si sta promuovendo una raccolta fondi via PayPal che può consultarsi qui: &lt;a href=&quot;http://prohaiti2010.blogspot.com/&quot;&gt;http://prohaiti2010.blogspot.com/&lt;/a&gt; </text><text_more>&lt;b&gt;La peggiore della storia&lt;/b&gt;
Il bilancio provvisorio dei danni del sisma del 12 gennaio 2010, del 7,3 grado della scala Richter, su Port au Prince, la capitale d&apos;Haiti, e le città limitrofe è quello della più grande catastrofe della storia moderna: i danni allinfrastruttura sono stimati in 14 miliardi di dollari, i morti accertati (ma molti sono ancora sotto le macerie e quindi sè azzardata la cifra realista di 300mila morti), sono 230 000, il 90% dei quali nella zona cittadina; 310 928 i feriti; 559 i dispersi; 1 milione e mezzo le persone colpite; 1 milione duecentotrentasettemila i senza tetto; 509 202 gli sfollati; 105 369 case distrutte; 208 164 abitazioni danneggiate. Non si segnalano ancora pericoli epidemiologici nel paese anche se una trentina di ospedali della capitale non sono operativi mentre la piaga delle zanzare e la stagione delle piogge sono le maggiori minacce per le precarie tendopoli installate un po&apos; dappertutto a Porto Principe e dintorni. 
Cuba è il paese che ha fornito più medici: sono oltre 1700 i dottori presenti ad Haiti, 1300 arrivati dopo il sisma. Il Venezuela, da anni presente sullisola con progetti di cooperazione dellALBA (Alleanza Bolivariana per le Americhe), ha incrementato il suo contingente di  protezione civile già dal 13 gennaio, ha condonato il debito haitiano con Petrocaribe e gestisce gli aiuti in varie tendopoli (&lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/watch?v=F2CI3JLNBXo&quot;&gt;Video Intervista Capo Missione Venezuela-3 parti&lt;/a&gt;). 
Mentre il presidente haitiano Renè Preval si trovava in Messico per assistere al Vertice per l&apos;Unità dell&apos;America Latina e dei Caraibi, un sistema di alleanze regionali che si dovrebbe contrapporre allOrganizzazione degli Stati Americani (OAS) controllata dagli USA, è stata fissata la data del 31 marzo in cui l&apos;Onu e i paesi donatori discuteranno i piani per la ricostruzione di Haiti. L&apos;Unione Europea ha annunciato un &quot;piano Marshall&quot; per Haiti, secondo le parole del ministro degli esteri dell&apos;Unione, Catherine Ashton. Per ora il totale degli aiuti europei ammonta a 609 milioni di euro di cui 309 di aiuti umanitari e 300 per la ricostruzione: si parla di decentramento amministrativo, di rifondazione dello stato e ricostruzione del paese, si promette la cancellazione del debito estero anche se non si dice che potrebbe venire prontamente rimpiazzato da nuovi debiti accesi per la ricostruzione e la cooperazione internazionale
 
&lt;b&gt;Sfilate di stelle cadenti e politica internazionale &lt;/b&gt;
Il trentasettenne rapper Wyclef Jean, ex membro del gruppo Fugees residente negli Stati Uniti, ha ricevuto il 26 febbraio scorso un premio dellassociazione NAACP (National Association for the Advancement of Colored People) come riconoscimento dei suoi sforzi umanitari in favore delle vittime del terremoto del 12 gennaio. Il musicista ha la nazionalità haitiana ed è stato il primo tra le star a livello mondiale a visitare Port au Prince dopo la catastrofe, seguito poi dallattore Sean Penn, patrocinatore del CRS (Catholic Relief Service), unagenzia che sta gestendo gli aiuti in molte tendopoli in cui sè insidiato lesercito americano, da Angelina Jolie, come rappresentante dellUNICEF, e da John Travolta che ha portato il sacro verbo e la solidarietà di Scientology in terra caraibica. George Clooney sè invece limitato a un multimilionario Telethon per la raccolta fondi mentre gli ex presidenti Bill Clinton e G. W. Bush (non è uno scherzo) si sono associati per la creazione di un fondo speciale promosso su questo sito&lt;a href=&quot;http://www.clintonbushhaitifund.org/&quot;&gt; www.clintonbushhaitifund.org&lt;/a&gt; e in televisione. Sono tutti dei filantropi?
Nonostante siano in qualche modo apprezzabili gli sforzi degli uomini politici e di spettacolo oltre che delle agenzie, delle ONG e delle numerose chiese cristiane e cattoliche che operano ad Haiti per raccogliere fondi, non ci si può dimenticare di alcune considerazioni circa gli interessi e le intenzioni nascoste di questo tipo di solidarietà. Oltre ai dichiarati obiettivi umanitari  che motivano le loro missioni bisogna anche citare i vantaggi economici e dimmagine, gli elementi ideologici e discrezionali di cui ognuna di queste è portatrice come tassello necessario per la quadratura del cerchio della politica estera delle potenze straniere coinvolte, tradizionalmente gli USA, il Canada e la Francia che così esportano prodotti, influenze culturali, politiche e religiose, visioni del mondo, know how, imprese, dipendenze di vario tipo e, in sintesi, soft power nei paesi beneficiari. Anche la solidarietà è condizionata a delle politiche specifiche, a delle preferenze stabilite dallagenzia che la elargisce. 

&lt;b&gt;Dalla USAID a Sarkozy&lt;/b&gt;
Per esempio in America centrale e in Messico non è un segreto che la USAID (agenzia governativa statunitense), molto presente anche ad Haiti con gli aiuti del terremoto,  subordina da sempre i suoi esborsi solidali a politiche anti-abortiste e reazionarie rispetto alle tendenze sociali e politiche dei paesi riceventi. Lanno scorso il governo del Distrito Federal, la capitale del Messico, ha perso i contributi della USAID proprio perché è stato legalizzata la libertà di decisione delle donne in tema di aborto. 
&lt;img alt=&quot;Delmas.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Delmas.jpg&quot; width=&quot;256&quot; height=&quot;192&quot; border=&quot;0&quot;  hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Torniamo ad Haiti. In febbraio le visite di Stephen Harper, primo ministro canadese, dei coniugi Clinton a più riprese e infine quella di Sarkozy, primo presidente francese in visita nella storia indipendente di Haiti, sottolineano come, oltre al Brasile, anche la Francia, gli USA e il Canada vogliano mantenere forme di controllo-aiuto sul paese. Sono i primi interessati ad evitare lingerenza russa, cinese e venezuelana nei Caraibi, ad avere la priorità nellesplorazione delle risorse minerarie (petrolifere ma non solo), probabilmente abbondanti nelle acque haitiane, e a mantenere la situazione umanitaria quantomeno stabile dato il pericolo di emigrazioni di massa nei loro territori (già oltre un milione di haitiani vivono negli USA contro 9 milioni e mezzo in patria). 
Il presidente francese è stato ad Haiti in una visita lampo di 5 ore lo scorso 17 febbraio e ha presentato un pacchetto di aiuti da 326 milioni di euro sottolineando che Haiti non ha bisogno di tutele esterne, in allusione alla presenza militare americana e alle ipotesi di un protettorato per Haiti, e che il progetto di ricostruzione del paese sarà tutto haitiano. Ecco, magari invece le imprese, i materiali, i futuri debiti esteri, i capitali, le lobby politiche, i giacimenti minerari e i nuovi mercati saranno anche un po più francesi di prima, oltre che americani e canadesi. Suonerà sarcastico ma il prode Nicolas ha addirittura ringraziato Haiti perché grazie allex colonia caraibica il francese è potuto diventare la seconda lingua ufficiale delle Nazioni Unite, bella soddisfazione! dirà la maggioranza degli haitiani che parla il creolo.   

&lt;b&gt;Gli USA e le agenzie, un po di storia e colpi di stato&lt;/b&gt;
Un esempio interessante di cosa intendo per elementi ideologici e discrezionali è rappresentato dal caso di Wyclef Jean e della sua fondazione Yelè Haiti che dal 2005 raccoglie fondi per borse di studio, progetti ambientali, sportivi e artistici per il paese caraibico. Suo zio, Raymond Joseph, è uno degli uomini dellestablishment dHaiti a Washington e nel marzo 2004 fu nominato ambasciatore di quel paese negli USA dal duo repressore formato dal presidente ad interim Boniface Alexandre e dal suo primo ministro Gerard Latortue. 
Come dichiarato in unintervista da Tom Luce, presidente dellOng statunitense &lt;a href=&quot;http://www.hurah-inc.org/&quot;&gt;Hurah-inc &lt;/a&gt;attiva da molti anni ad Haiti con progetti di cooperazione e protezione della popolazione in collaborazione con Aumohd (Associazione di Unità Motivate da unHaiti dei Diritti), questi arrivarono al potere spodestando il presidente legittimo Jean-Bertrande Aristide dopo la sua deportazione nella Repubblica Sudafricana il 29 febbraio 2004. Loperazione venne messa in atto da agenti della CIA e propiziata da mesi di destabilizzazione e crisi provocata da bande di paramilitari e da vari elementi dopposizione extraparlamentare legati alla stessa CIA, allIRI (International Republican Institute) e a settori conservatori europei, in particolare della Francia di Chirac e Sarkozy (in quellepoca ministro degli interni), ed il principale era il &lt;a href=&quot;http://en.wikipedia.org/wiki/Group_of_184&quot;&gt;gruppo 184 o G184&lt;/a&gt;, unambigua organizzazione per la difesa dei diritti umani che è in realtà unagenzia reazionaria ed etero diretta che ha ricevuto &lt;a href=&quot;http://haitisupport.gn.apc.org/184 EC.htm&quot;&gt;finanziamenti anche dalla Commissione Europea. &lt;/a&gt;
&lt;b&gt;Che successe in realtà durante il golpe del 2004?&lt;/b&gt;
Una versione storica di quelle caotiche settimane sostiene che Aristide si sia dimesso in seguito a una crisi istituzionale e si sia quindi dichiarato impotente di fronte a una serie di rivolte popolari. Queste ribellioni erano in realtà provocate da squadroni armati dallopposizione con metodi terroristici e illegali perciò lo stesso ex mandatario haitiano ha sempre negato la versione ufficiale (o statunitense) della vicenda. Alcuni periti traduttori negli Stati Uniti hanno confermato che il testo originale della presunta lettera di dimissioni scritta in creolo dallex presidente non costituiva affatto una rinuncia allincarico. 
Sempre a detta di Luce e secondo gli articoli del giornalista americano Kevin Pina, anche &lt;a href=&quot;http://www.iri.org/&quot;&gt;lIRI (International Republican Institute&lt;/a&gt;), unemanazione del governo statunitense creata da Ronald Reagan negli anni ottanta con lobiettivo di insegnare la democrazia nel resto del mondo e finanziata con denaro pubblico prelevato ogni anno dalle tasche dei tax payers USA, ha realizzato sistematicamente questopera di sovvertimento dellordine democratico ad Haiti, specialmente durante la gestione &lt;a href=&quot;http://motherjones.com/politics/2004/11/coup-connection&quot;&gt;di Stanley Lucas&lt;/a&gt;, rappresentante dellagenzia sullisola. La controparte dellIRI legata al partito democratico statunitense è lNDI (National Democratic Institute) che, almeno nel caso di Haiti, è stato invece ritenuto un interlocutore più imparziale dal momento che ha lavorato con diverse parti politiche incluso il partito Lavalas di Aristide. Entrambi sono finanziati allinterno del programma conosciuto come National Endowment for Democracy o NED. 

&lt;b&gt;e lo zio di Wyclef è ancora lì&lt;/b&gt;
Dunque nel biennio 2003-2004 lIRI utilizzò fondi dellagenzia nordamericana USAID, organizzazione presente in quasi tutta lAmerica Latina e oggi ampiamente coinvolta nella raccolta e gestione degli aiuti ad Haiti dopo il terremoto del 12 gennaio 2010, per corrompere parlamentari e fornire armi a circa 600 ribelli che si organizzarono in squadroni della morte al comando di Guy Philippe, ex capo della polizia della seconda città di Haiti, Cap-Haitien, e dellex sergente golpista dellesercito Louis-Jodel Chamblain. Questi criminali di guerra sono stati in seguito presentati come dei freedom fighters (lottatori per la libertà) agli occhi dellopinione pubblica grazie alla propaganda ufficiale dellepoca post Aristide.&lt;img alt=&quot;Gringos.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Gringos.jpg&quot; width=&quot;256&quot; height=&quot;192&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Malgrado i milioni e milioni di dollari spesi per la promozione delle democrazia e dei candidati pro-yankee con strategie tipiche della guerra fredda e una costante violenza politica, questi sforzi finanziari, mediatici e militari non hanno dato i loro frutti visto che nessun candidato della destra reazionaria ha potuto ottenere consensi generalizzati ad Haiti e la gente continua in massa a sostenere Aristide e non crede alle versioni adulterate della storia del secondo colpo di stato perpetrato ai suoi danni. Lo stesso Guy Philippe si candidò nel 2006 ed ebbe solo l1% dei suffragi, cosa che rivelò lo scarsissimo consenso e anzi il ribrezzo che la sua figura suscitava nella popolazione che lo identifica tuttora come un mercenario, paramilitare e narcotrafficante. 
Dopo tutti questi anni così turbolenti lambasciatore Raymond Joseph, il personaggio con cui ho aperto questa parentesi storica, venne comunque riconfermato a Washington da Renè Preval, lattuale capo di Stato haitiano poco propenso ai cambiamenti sgraditi allelite. 

&lt;b&gt;Wyclef Jean, listruzione e la solidarietà tronca&lt;/b&gt;         
Ma torniamo ancora alle stelle cadenti della solidarietà. Per poter chiudere lesempio sulla fondazione di Wyclef Jean bisogna prima sottolineare che il 95% delle scuole haitiane prevede il pagamento di tasse discrizione e il sistema scolastico nel suo complesso è dominato pesantemente dalle istituzioni private e confessionali, dalle Ong e dai piccoli imprenditori delleducazione a pagamento, con le relative esclusioni dal diritto universale allo studio che ne derivano e che hanno contribuito insieme ad altri fattori economici e sociali a una situazione insostenibile: alti tassi di mortalità materna (523 donne muoiono ogni 100mila parti), un bambino su 8 muore prima di compiere i 5 anni e uno su 14 prima dellanno di vita, la speranza di vita è di soli 59 anni per gli uomini e 63 per le donne; il tasso di alfabetismo della popolazione adulta non arriva al 60% e quello dei bambini che frequentano unistituzione educativa non supera il 50%, Oltre 500mila bambini in età scolastica non sono mai entrati in una scuola (&lt;a href=&quot;http://www.rebelion.org/docs/100525.pdf&quot;&gt;Rapporto Clacso-Rebelion sullEducazione&lt;/a&gt;). La &lt;a href=&quot;http://www.unesco.org/es/education/dynamic-content-single-view/news/unescos_education_priorities_in_haiti/back/9195/cHash/c3bbeff108/&quot;&gt;Unesco ha stabilito &lt;/a&gt;che almeno la metà delle 15mila scuole elementari e medie del paese sono state danneggiate severamente o distrutte e così anche il ministero della pubblica istruzione e le altre sedi dei poteri statali. &lt;img alt=&quot;Messe.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Messe.jpg&quot; width=&quot;192&quot; height=&quot;256&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
Soprattutto per le ragazze dei quartieri poveri (ma non solo) è molto difficile concludere gli studi a livello secondario inferiore e superiore dati i costi delle istituzioni scolastiche private e il regime escludente che le governa, oltre al fatto che il sistema sociale e culturale prevalente è ancora legato alla tradizione cattolica conservatrice, a una vera e propria abitudine alla dipendenza materiale e spirituale della popolazione dal benefattore di turno o dalla volontà divina vista come fatalità o destino predeterminato. Tra gli altri, questi fattori spingono le donne ad essere relegate ai soli ruoli di casalinghe e madri, regolarmente abbandonate dai rispettivi mariti dopo pochi anni di convivenza e procreazione. Quindi tra un figlio e un altro, tra un uragano devastante e un terremoto, le possibilità concrete di uno sviluppo umano, lavorativo e sociale sono ridottissime per le donne che gestiscono giorno per giorno leconomia e la vita domestiche in uno stato endemico demergenza e privazione. Le donne sole a capo di una famiglia numerosa sono la normalità a Porto Principe. 
Le borse di studio concesse con le donazioni in favore della fondazione Yelè vengono promosse al pubblico come strumenti importantissimi che beneficiano ogni anno migliaia di bambini, ma questa è solo una parte della verità. Infatti, come informa Tom Luce in unintervista, il godimento di queste elargizioni è ristretto solo alcune istituzioni private religiose e non è fruibile dai singoli individui richiedenti, quindi è inutile cercare di intervenire e segnalare i casi delle famiglie e dei bambini veramente più bisognosi, dato che questi non vengono nemmeno considerati dagli uffici e dagli operatori preposti in loco i quali adottano piuttosto un modus operandi burocratico e ostacolante.

Fine della prima parte (1/3)

Sostegno aiuti &lt;a href=&quot;http://prohaiti2010.blogspot.com&quot;&gt;http://prohaiti2010.blogspot.com&lt;/a&gt;/
Video Port u Prince di Diego Lucifreddi: &lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/user/FabrizioLorussoMex&quot;&gt;YouTube FabrizioLorussoMex&lt;/a&gt;Foto Haiti e Aumohd: &lt;a href=&quot;http://picasaweb.google.com/FabrizioLorussoMex/Haiti&quot;&gt;Picasaweb.google.com Album Haiti&lt;/a&gt;
Alcune fonti necessarie: 
&lt;a href=&quot;http://www.haitiaction.net/ &quot;&gt;http://www.haitiaction.net/ &lt;/a&gt;
&lt;a href=&quot;http://www.haitiinformationproject.net/ &quot;&gt;http://www.haitiinformationproject.net/ &lt;/a&gt;
&lt;a href=&quot;http://www.haitianalysis.com/ &quot;&gt;http://www.haitianalysis.com/ &lt;/a&gt;
http://www.blackcommentator.com/67/67_pina.html 
Trailer documentario Kevin Pina: The Untold Story 
&lt;a href=&quot;http://www.teledyol.net/KP/HUS/HUS.mp4&quot;&gt;http://www.teledyol.net/KP/HUS/HUS.mp4&lt;/a&gt;
&lt;a href=&quot;http://Lamericalatina.Net&quot;&gt;Lamericalatina.Net&lt;/a&gt;
</text_more></entry>
<entry id='3384' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3384' author_id='4' authored_on='20100309225438' basename='miopia_critica_remix_9800_11' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100309225438' modified_on='20110324024706' ping_count='1' status='2' title='Miopia critica (Remix 98/00  11)' week_number='201010'><text>di &lt;b&gt;Dziga Cacace&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;MC1101.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/MC1101.jpg&quot; width=&quot;170&quot; height=&quot;102&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;&lt;b&gt;351 - &lt;i&gt;Il tempo delle mele &lt;/i&gt;di Claude Pinoteau, Francia 1980&lt;/b&gt;

Lunedì di Pasquetta casalingo e poltrone. Si decide di elevare il tasso intellettuale del week end e tra una puntata e laltra di &lt;i&gt;Friends&lt;/i&gt; ci scappa questo cult della nostra infanzia. La tredicenne Vic (Sophie Marceau, una bambina) sta crescendo e i primi dilemmi damore vanno di pari passo con la crisi affettiva dei genitori. Ma tutto si risolverà e linnocente flirtino per Matthieu  uno sfigato peloso che allepoca invidiai e odiai visceralmente - troverà coronamento in casti baci, prima che la volubile e zoccoletta Vic non capisca che vuole subito un altro ragazzo, più grande, più bello, più indipendente. (E con la moto, con i soldi e che tornerà a casa quando cazzo vuole etc.: quante volte voi uomini di genere maschile avete dovuto subire la stessa umiliazione?). 
</text><text_more>La commedia è vivace, furba ma non irritante, e offre uno spaccato dall&apos;adolescenza abbastanza credibile. In più, per noi che il film lavevamo visto avendo letà dei personaggi, cè il ricordo di una pellicola che metteva in campo tutto quello che volevamo dire, per quanto fosse ridicolo. &lt;i&gt;Il tempo delle mele &lt;/i&gt;soprattutto non è un film moralista ed è schierato dalla parte dei tredicenni senza leccargli troppo il culo. Allora midentificavo coi giovani, oggi penso che una figlia come Vic mi farebbe girare le palle come due turbine, sempre attaccata al telefono e a fare rivendicazioni, lamentandosi tutto il tempo che non si pensa a lei, che qui e che là. Vabbeh, vuol dire che lottica del film era proprio azzeccata. La galleria di personaggi (dai genitori, con un Brasseur splendido, allarzilla bisnonna Poupette) funziona e così il concatenarsi degli eventi. Alcune scene sono giustamente passate alla storia del cinema (&lt;i&gt;mio personale&lt;/i&gt;, è ovvio): su tutte Matthieu che, alla festa in cui conosce Vic, le arriva alle spalle e, mentre tutti si agitano ballando un rock dozzinale, le mette la cuffia di un walkman con le note di &lt;i&gt;Reality &lt;/i&gt;(un lento, dozzinale ancor più, di Richard Sanderson: ho ancora il 45 giri e devo dire che lassolo di chitarra è melodicamente saturo; ipotizzo una Les Paul attaccata a un Marshall a palla). Nella memoria conservavo nitidamente almeno altre tre scene epocali e molto &lt;i&gt;trash&lt;/i&gt;: 1) quella del bacio tra i due ragazzini con lapparecchio, che rimangono incastrati, 2) quella, sublime, dellabbraccio tra i due protagonisti principali, al rallenti nel cortile della scuola, 3) infine quella della beffa al cinema, col tizio che mette il pisello nel pacchetto di patatine in cui fruga una ragazzina. &lt;i&gt;La boum &lt;/i&gt;(che più o meno significa la festa delle medie) fu un successo clamoroso e  dico la verità siccome sono un critico scomodo - fa ancor oggi la sua porca figura. (Diretta su Italia1; 24/4/00)

&lt;b&gt;354 - &lt;i&gt;Lestate di Kikujiro&lt;/i&gt; di Takeshi Kitano, Giappone 1999&lt;/b&gt;

Ozioso pomeriggio domenicale. Dopo il pranzo dai suoceri, lascio Barbara a farsi gli affari suoi e vado al parrocchiale Osoppo. Quel che si dice una vita avventurosa. Lestate è alle porte e in sala ci sono solo tre persone. La sala è fresca, pulita e confortevole, la proiezione accurata, il sonoro buono vendessero pure i tacchetti di liquerizia e sarei nel mio personale Nirvana. Masao è un tenero bimbetto giapponese, grassoccio e con le gambe arcuate come un piccolo samurai. Vive con la nonna, ma vorrebbe conoscere la madre che è lontana - gli dicono - per lavoro. Allora viene affidato a Kikujiro (Beat Takeshi), un ruvido yakuza nulla facente, più infantile di lui. E la strana coppia sincammina. Ma Kikujiro scoprirà che la madre del botolo sè rifatta una vita e allora, con occasionali compagni di viaggio, allieterà la breve estate del piccolo Masao. E cambierà anche lui. Intenso, poetico, con momenti di stasi tipicamente nipponici, &lt;i&gt;Lestate di Kikujiro &lt;/i&gt;è una vacanza dal consueto Kitano. Cè una parte centrale che va avanti a fatica, ma linizio e soprattutto lultima mezzora sono da antologia. Cè il consueto gusto fotografico di Takeshi (che qui scrive, dirige e monta) e la passione per le trovate surreali. Tra sogni infantili, gusto per la perdita di tempo e giochi fantasiosi, si dipana un road movie - anche interiore - grazioso, accompagnato da una musica pianistica dolce e incalzante. Preferisco il Kitano al sangue, okay, ma anche questo è grande. (Cinema Osoppo, Milano; 30/4/00)

&lt;img alt=&quot;MC1102.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/MC1102.jpg&quot; width=&quot;170&quot; height=&quot;99&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;&lt;b&gt;356 - &lt;i&gt;Lultimo uomo della terra &lt;/i&gt;di Ubaldo Ragona, Italia 1964&lt;/b&gt;

Incuriosito dal riassunto del Morandini, mi scoppio questo curioso horror fantascientifico di metà anni Sessanta, tratto da &lt;i&gt;Io sono leggenda &lt;/i&gt;di Richard Matheson. Vincent Price è il dottor Morgan, unico sopravvissuto a una mortale epidemia portata dal vento (!). Lumanità è ridotta a una schiatta di vampiri-zombie che non sopportano la luce del sole, la loro immagine riflessa e fuggono laglio. Più o meno come me. Laglio, intendo. Price è metodico: ogni giorno ripulisce una parte della città desertica, brucia i cadaveri dei non morti più o meno morti che si trovano per strada, si rifornisce di aglio fresco e specchi nuovi, prepara un po di paletti per evitare che i sepolti non tornino in vita e lancia il suo disperato appello radio per capire se qualcuno, oltre a lui, è rimasto indenne al misterioso virus (lui è immunizzato perché in gioventù fu morso da un pipistrello!). Finalmente incontra una donna che, seppur ammorbata, riesce con uno speciale vaccino a tirare avanti. Price le inocula il suo sangue e si rende conto che sè trovato lantidoto al morbo, ma i compagni della donna (altri ammorbati vaccinati) preferiscono ammazzarlo e rifondare la specie senza né zombie né completamente sani tra le palle. Girato in una Roma metafisica il film ha un suo fascino. Va anche detto che la narrazione talvolta risulti statica come un cippo di basalto e Price, spesso, si conceda espressioni che in questo contesto assolutamente sballato risultano un po ridicole. Girato con due lire, per quanto confuso e sempliciotto, è interessante, soprattutto per lambientazione catastrofica. Non male, sai? (Vhs da RaiUno; 10/5/00)

&lt;b&gt;357 - &lt;i&gt;La cena&lt;/i&gt; di un bollito Ettore Scola, Italia 1998&lt;/b&gt;

Una serata in un ristorante della capitale, con una quarantina di personaggi coinvolti: lidea è ambiziosa, raccontare lItalia di oggi attraverso i tipi che la caratterizzano. E quanto più si punta in alto, tanto più la culata per terra è rumorosa. Il più delle volte i ritratti sono appena abbozzati e le vicende che li intrecciano sono di sconfortante banalità. Alla fine si rimane con limpressione di un film debolissimo, che non si capisce dove voglia andare a parare, che ti scorre addosso come acqua fresca e nulla lascia. Tolte le interpretazioni di alcuni grandi (4 minuti di Giannini incazzato o tutte le scene di Gassman, testimone anziano e saggio dellumanità che si agita intorno a lui) e qualche momento divertente (la Poggi che rifiuta le attenzioni di un maschio allupato o Catania che interpreta un santone molto poco credibile per quanto efficace), il film è &lt;i&gt;poco&lt;/i&gt;. Non so come dire &lt;i&gt;Poco&lt;/i&gt;, proprio &lt;i&gt;poco&lt;/i&gt;: i personaggi sono macchiette senza spessore psicologico e aderiscono adesivamente ai più vieti luoghi comuni. Ci sono i giovani ancora puri, i commercianti furbetti che parlano di politica secondo il loro interesse, i genitori che non capiscono i figli o che non sanno invecchiare... e ovviamente cè la cucina col consueto cuoco incazzato (Dapporto padre, bravo, ma costretto in un ruolo ripetitivo). E non caviamocela raccontandoci che, dovendo mettere in scena il nulla, allora il film è venuto così. Qui cè una scrittura pigra, ferma alla commedia allitaliana degli anni Settanta (cioè quella già sbracata e vuota) ma solo nella patina esteriore, senza neanche il gusto caciarone di un &lt;i&gt;I nuovi mostri&lt;/i&gt;. Il film passa, talvolta si sorride, il ritmo cè, gli attori se la cavano a parte i consueti cani di contorno, ma, a film concluso, ti chiedi: che cacchio ho visto?, che mha detto?, cosa mi rimarrà? &lt;i&gt;La cena &lt;/i&gt;è un film cinico che sperpera soldi, dando lavoro a un maestro che dovrebbe ritirarsi senza rompere ulteriormente i coglioni. (Vhs da Tele+; 11/5/00)

&lt;b&gt;358 - &lt;i&gt;Man on the Moon &lt;/i&gt;di Milos Forman, USA 1999&lt;/b&gt;

Il cinema di pomeriggio, quale privilegio. Era tanto che non andavo mi godevo un film a prezzo scontato: ho approfittato di una giornata libera e son corso allArcobaleno a vedere questo &lt;i&gt;Man on the Moon &lt;/i&gt;che Barbara sè già visto a Parigi. Che dire? Prima di tutto parlo della sala, perché sono un vecchio rompicoglioni e perché è una vergogna che una metropoli come Milano abbia sale da terzo mondo. O forse torna tutto perché Milano&lt;i&gt; è&lt;/i&gt; una metropoli del terzo mondo. Una parte dello schermo è fuori fuoco, non tanto da impedirti la visione (come allAnteo, dove si rasenta lincredibile), però, pago per vedere bene tutto lo schermo, eccheccazzo. Okay, mi scarto un Chupa Chups, mi calmo e dico due banalità sul film. Che mi è sembrato bello. Non so ancora &lt;i&gt;quanto &lt;/i&gt;bello, però questa storia vera di un artista - attore e comico tivù - che lavora su due livelli di espressione apparentemente inconciliabili è molto interessante. Da un lato Andy Kauffman (Jim Carrey, fenomenale) gioca come un bimbo e regala emozioni e comicità molto infantili che presuppongono quasi una regressione per essere apprezzati. Dallaltro lato abbiamo un entertainer abile e raffinatissimo nel continuo scambio tra realtà e finzione, inafferrabile e sempre teso a ribaltare la logica più comoda. Al punto che chi non conosca la vita (e la morte) di Kauffman avrà pensato allennesima beffa mediatica quando annuncia che un tumore lo sta consumando, come accade ai suoi amici nel film e come presumibilmente sarà accaduto nella realtà. Il film ha qualche scompenso, specie nella prima parte, lunga eppure tirata via senza spiegare molto, ma le cose si chiariscono decisamente quando si capisce quale sia il nucleo narrativo: la dissimulazione. Tutta lascesa e laffermazione di Kauffman passa attraverso il ricorso a unidentità fittizia: si finge immigrato lituano, si traveste da Elvis, crea lalter ego Tony Clifton, (personaggio che avrà vita propria anche dopo la morte di Andy), diventa lottatore di wrestling E tutto sommato anche il suo successo televisivo è unenorme finzione, perché Kauffman odia la sit-com cui partecipa e tenta di destabilizzarla in ogni maniera. Il film cresce alla distanza e ti conquista in pieno con un crescendo di scene perfette. Quella più bella? Quando Kauffman capisce che il miracoloso santone filippino cui sè rivolto non è altro che un cialtrone, un ingannatore, più o meno come lui. E il suo sorriso per essere stato beffato, si trasfigura nella maschera della morte, in un funerale gioioso e straziante. Bravi gli attori, bello il montaggio, forse qualche esitazione nella prima parte però bel film, appagante. (Cinema Arcobaleno, Milano; 12/5/00)

&lt;img alt=&quot;MC1103.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/MC1103.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;170&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;&lt;b&gt;359 - &lt;i&gt;La venganza del doctor Mabuse &lt;/i&gt;di Jesus Franco, Spagna/R.F.Tedesca 1970&lt;/b&gt;

Il dottor Farkas vuole ridurre lumanità in suo dominio ne ha ben donde! Lallegro figuro ha scoperto che un metalloide lunare irradia particolari raggi capaci di rendere schiavi e controllabili a distanza i soggetti che ne vengono investiti. Wow. Se vi serve un po di sospensione di credulità, siamo fritti. Lo aiutano Leslie, una virago probabilmente donna del dottore, e Andros, vittima e testimone di un precedente esperimento. Infatti è sfigurato e ha le movenze del semi deficiente. Le pietre lunari vengono rubate e il dottore inizia i suoi esperimenti facendo rapire delle vittime. Il primo tentativo va male, il secondo funziona, ma sulle tracce di quello che si rivela il dottor Mabuse si muove uno sprovveduto detective, tale Thomas. La seconda vittima del folle esperimento è  guarda le coincidenze - la sua donna, Wanda, ma siccome sarebbe ancor più incredibile che in questa puzzonata fosse il detective a risolvere il caso, ci pensa come sempre il servo ribelle, Andros, anchegli innamorato di Wanda. Solenne schifezza, questo film ha pure, a leggere i giudizi entusiastici degli ammiratori, uno status di culto assolutamente inspiegabile. Al di là di errori tecnici marchiani (si passa dal giorno alla notte con estrema disinvoltura e in spregio di qualunque continuità narrativa e ogni tanto spunta lombra birichina delloperatore con la cinepresa a spalla) è la vicenda a essere di una banalità sconfortante: va bene prendere gli schemi classici del &lt;i&gt;Mad Doctor &lt;/i&gt;da cinema horror alla buona, ma se non si aggiornano in qualche maniera, che cacchio ce ne frega di risentire la stessa storia per lennesima volta? Qui cè qualche grandangolata (stravista) e ogni tanto delle luci psichedeliche, ma sembra che manchino anche i soldi per rendere lambientazione decente: si pretende di essere in Florida, quando il paesaggio è inequivocabilmente iberico e dalla colonna sonora ogni tanto spunta un motivetto gitano. Straccione, senza alcuna tensione narrativa, recitato in maniera altamente improbabile, difetta pure dumorismo se non involontario. Ghezzi lo definisce stranamente langhiano nel suo non esserlo, affermazione che mi ha procurato il mal di testa nel tentativo di decodificarla. Beh, Jesus Franco avrà pure girato 170 film, ma se li produceva così  cioè coi piedi , non vedo quale fosse la difficoltà ad essere così prolifico. Na puzzonata. (Vhs da RaiTre; 13/5/00) 

&lt;b&gt;361 - &lt;i&gt;Lacapagira &lt;/i&gt;di Alessandro Piva, Italia 1999&lt;/b&gt;

Caso cinematografico indigeno dellanno, &lt;i&gt;Lacapagira &lt;/i&gt;è un film costato 180 milioni che, dopo essere stato apprezzato a Berlino, è stato distribuito anche in Italia con un opportuno lavoro di sottotitolatura. A Bari vecchia viene smarrito un pacchetto di cocaina e seguiamo le vicende di chi la droga la deve ritrovare (due ragazzotti che vanno avanti a canne), di chi la commercia (il piccolo boss Carrarmato) e di chi si trova allimprovviso sfornito di fronte ai tanti acquirenti (il gestore di un locale dove si gioca dazzardo e si contrabbandano sigarette). Poco di più, ma se il film è esile, diventa loccasione per costruire un bel ritratto della Bari della malavita, del piccolo smercio di droga, di chi sarrangia. Si vede che i soldi erano pochi, ma di queste mancanze la regia fa virtù e si muove in luoghi angusti, a sottolineare il &lt;i&gt;cul de sac &lt;/i&gt;in cui sono i vari protagonisti. Si ride spesso, specie nel primo tempo, e ci si concede anche una trovata metacinematografica niente male (il cellulare che si sente prima nella colonna sonora che nella realtà filmica). Fotografia sgranata (in 16 mm, stirati a 35 mm), ritratti gustosi, ottima musica ossessiva e tante camere car che sono un espediente per allungare il racconto ma permettono anche qualche bella ricognizione visiva nella città. Film interessante, di cui non riesco a innamorarmi anche se mha intrigato. Lho visto al Ducale con Barbara, Max, Fabbrì e Pier, che ha avuto una bella reazione allergica: lui vuole vedere i miliardi sullo schermo, del cinema povero e intelligente non gliene può fregà de meno. Stavolta sbaglia. (Sala; 16/5/00)

&lt;b&gt;362 - &lt;i&gt;Cose molto cattive &lt;/i&gt;di un finto anticonformista molto conformista, USA 1999&lt;/b&gt;

Kyle (John Faveau) sta per sposarsi e parte per Las Vegas con cinque amici per laddio al celibato supremo: un week end scatenato a base di alcol, sesso e droga. Ma qualcosa va male: uno dei suoi amici uccide per errore la prostituta intervenuta ad allietare il convito. Ci si mette poi di mezzo un addetto alla sicurezza e Boyd (lorganizzatore della tre giorni di deboscio, uno Slater più fuori del solito) non esita ad ammazzarlo. E la situazione, una volta tornati a casa, degenera e un morto tira laltro. Si celebra, come se nulla fosse accaduto, il matrimonio e la storia finisce anche peggio. Ti chiedi: cosa vuol dire questo film? Con chi ce lha? Non si sa: è un generico mettere in fila colpi di scena e delitti sempre più efferati e inaspettati, così, tanto per farsi due risate. Più che cose molto cattive, direi stronzate molto gratuite. Cioè: il film non annoia, ma qual è il motivo che lo spinge? Gli elementi di satira sono debolissimi (tutta sta bolgia per prendersela con listituzione del matrimonio? Ma dài!), i personaggi sono appena abbozzati e la macchina narrativa è puramente funzionale allintrattenimento ferino. Vaccatina furbetta firmata Peter Berg che mha fatto passare unora e mezza e di cui mi dimenticherò presto. (Vhs da Tele+; 17/5/00)

&lt;img alt=&quot;MC1104.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/MC1104.jpg&quot; width=&quot;160&quot; height=&quot;120&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;&lt;b&gt;363 - &lt;i&gt;Ziggy Stardust and the Spiders from Mars &lt;/i&gt;di D.A. Pennebaker, USA 1982&lt;/b&gt;

Pennebaker, già regista innovativo di classici rockumentary come &lt;i&gt;Jimi Plays Monterey&lt;/i&gt; o &lt;i&gt;Dont Look Back&lt;/i&gt; su Dylan, ebbe la fortuna (o sfortuna, dipende dai punti di vista) di immortalare lultimo concerto di David Bowie nelle vesti di Ziggy Stardust. Era il luglio del 1973 e Ziggy, assieme ai suoi Spiders from Mars, concludeva una trionfale tournée al Hammersmith Odeon di Londra. Presente un pubblico in delirio, ecco la grande mascherata che potrebbe far venire unulcera a chi non ha mai amato il glam rock, qui al suo apice sia come espressione musicale che come messa in scena. Il documentario documenta e presenta poco altro: insomma, se volete un filo narrativo, qui cascate male. Bowie si traveste più volte e interpreta con piglio teatrale il suo repertorio: boogie scatenati mescolati a vaudeville, schitarrate heavy e cabaret. Un mescolone, kitsch, triviale, autocelebrativo, oltraggioso: il glam, in una parola. La performance è elettrizzante, ma non mancano anche stecche e stonature: gli Spiders from Mars sono conciati anche peggio del loro leader e su tutti spicca il chitarrista Mick Ronson, abbigliato come se uscisse da &lt;i&gt;I misteri del giardino di Compton House&lt;/i&gt;. Omaggi in scaletta (a Brel, Jagger e Lou Reed) in mezzo ai classici hit del Bowie di allora, il duello tra basso e chitarra (coreografato come un incontro di lotta: grandioso!), Bowie che mette a frutto gli insegnamenti di Kemp e fa il mimo, la piaggeria nel backstage e due o tre assoli roventi e un po cafoni di Ronson. Forse lunica grande intuizione registica è piazzare la cinepresa in faccia a delle esagitate mentre impazzano le luci stroboscopiche. Comunque si fa vedere e non solo per lottima musica tamarra. (Vhs da Tele+; 20/5/00)

&lt;b&gt;(Continua  11)&lt;/b&gt;</text_more></entry>
<entry id='3385' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3385' author_id='4' authored_on='20100311032121' basename='zona_zero' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100311032121' modified_on='20100311032553' ping_count='1' status='2' title='Zona Zero' week_number='201010'><text>di &lt;b&gt;Danilo Arona&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Shining.JPG&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Shining.JPG&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;150&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Ecco come Il Re Stephen King definisce lo &lt;i&gt;Shining&lt;/i&gt; nel libro omonimo:
Sembra che di tutte le brutte cose che sono accadute qui in varie occasioni ne sia rimasto in giro qualche frammento, come ritagli di unghie o la lanugine che qualche persona poco scrupolosa si è accontentata di spazzare sotto una sedia. Tre righe che Kubrick condensò così nel suo celeberrimo film ispirato a &lt;i&gt;Una splendida festa di morte&lt;/i&gt; in questo modo: Sai, è come quando restano nella macchina dei toast delle tracce bruciacchiate.
Proviamo allora a pensare non a una Casa-Cosa-Albergo in cui lo &lt;i&gt;Shining&lt;/i&gt; si raggruma, si regala una forma e fa danni, ma piuttosto a una Casa-Cosa-Pianeta in qualche modo regolata secondo le teorie (Cwaddingtron e Sheldrake) dei campi morfogenetici che, riducendo all&apos;osso, sostengono l&apos;esistenza di una memoria della natura e che i sistemi della medesima siano organizzati non solo dalle leggi conosciute della fisica, ma appunto da sistemi invisibili detti morfogenetici.</text><text_more>Il biologo inglese Rupert Sheldrake propose l&apos;idea dei campi morfogenetici (dai termini &lt;i&gt;morphè&lt;/i&gt;, forma, e &lt;i&gt;génesis&lt;/i&gt;, processo del generare) nel libro &lt;i&gt;A New Science of Life&lt;/i&gt;, campi informativi che in altri ambiti sono detti anche Matrix, Reticolo di Akasha, Anima Mundi, Anima collettiva e Inconscio collettivo (con estensioni concettuali anche al noto concetto junghiano di Sincronicità). 

Così dal sito &lt;a href=&quot;http://www.riflessioni.it/&quot;&gt;www.riflessioni.it&lt;/a&gt;: 

«&lt;i&gt;Sulla base delle ricerche di Douglas Mac Dougall delluniversità di Harvard, Sheldrake sostenne lipotesi di forze immateriali che sarebbero generatrici della forma in seno alla materia. Lipotesi morfogenetica, provata scientificamente nel 1998, presuppone lesistenza di una memoria collettiva diffusa in tutto luniverso, indipendente dal supporto cerebrale e tale, quindi, da sopravvivere alla morte. Per questa loro natura i campi di risonanza morfica, portatori di memoria, sono retti da leggi che si sottraggono allo spazio-tempo, richiamando piuttosto quelle dell&apos;affinità e delle corrispondenze: tra organismi esiste un misterioso collegamento di tipo telepatico, oltre la dimensione spazio-temporale. I campi possiedono una memoria intrinseca (individuale e collettiva), si basano su ciò che è accaduto in precedenza e sono portatori di abitudini e caratteri ereditari. Ogni livello di organizzazione possiede un proprio campo morfico: la collettività, i singoli esseri viventi, gli organi. Sheldrake ritiene anche che i campi morfici di ciascun individuo sono in collegamento con quelli di tutti gli altri individui. Ogni pensiero è energia e come tale viene ancorato in questi campi elettromagnetici di memorizzazione. Così avviene anche per qualsiasi azione o avvenimento. Ciò significa che in essi si trova ancorato e memorizzato tutto il sapere dellumanità fin dalle origini e che caratterizzano e influenzano tutte le forme fisiche e persino il nostro comportamento. Le cose che impariamo, pensiamo e diciamo influenzano anche gli altri per mezzo della risonanza morfica. Le più recenti scoperte della biologia sembrano convalidare lipotesi di un meccanismo per cui energie ordinatrici ancora sconosciute operano sulla materia organica, organizzandola e promuovendo gradualmente in essa la Coscienza. Quest&apos;ultima è presente, a diversi livelli, in tutta la sostanza delluniverso; si sviluppa gradualmente nel corso dellevoluzione, nei passaggi attraverso il regno minerale, vegetale, animale; nelluomo, sintesi di tale lungo processo evolutivo, raggiunge, nel nostro Pianeta, il suo livello più avanzato. Il che riporta allequivalenza tra energia e materia; ogni sostanza visibile è energia condensata, ossia energia a stadi vibrazionali più bassi rispetto allo spirito; solo a queste condizioni tale energia può manifestarsi concretamente nello spazio e nel tempo e permettere lesistenza di forme di vita percettibili così come noi le conosciamo. Tra materia e spirito vi è quindi solo una differenza di vibrazione; sta alluomo spiritualizzare il piano fisico&lt;/i&gt;.»

Tutto questo comporta ovviamente una duplice ricaduta. L&apos;una in positivo, che sembrerebbe far capo al succitato progetto globale di spiritualizzazione del piano fisico. L&apos;altra, di segno contrario, che si rifà all&apos;esistente e che si presenta come la concretizzazione materiale di una teorizzazione metafisica che proposi qualche tempo fa in un&apos;intervista a &lt;a href=&quot;http://www.thrillermagazine.it/home/&quot;&gt;Thriller Magazine&lt;/a&gt;, ovvero:  la gigantesca, immane cupola energetica di paura (intossicante spazzatura in forma larvale) che abbiamo creato addosso al pianeta e che a sua volta ricicla l&apos;angoscia di chiunque.... Un&apos;ottima ri-definizione di questo nebuloso concetto l&apos;ho trovata all&apos;interno del blog &lt;a href=&quot;http://zret.blogspot.com/&quot;&gt;Zret.blogspot.com&lt;/a&gt; alla voce Tanatosfera e val la pena di riportarla per intero:

«&lt;i&gt;La biosfera è quel sottile involucro, comprendente parte della litosfera, dell&apos;idrosfera e dell&apos;atmosfera del nostro pianeta, in cui nascono e si sviluppano le varie forme di vita vegetale ed animale. Tuttavia, mai termine mi è sembrato meno appropriato per indicare una realtà diametralmente opposta. Infatti, anche se prescindiamo dalle carneficine, dalle guerre, dai massacri che insanguinano e insanguinano la Terra, dai milioni di animali sacrificati un tempo sugli altari degli dei, oggi sulle mense di un&apos;umanità vorace, anche se cerchiamo di dimenticare che la vita, pure quella di un semplice filo d&apos;erba, si alimenta della morte, anche se chiudiamo gli occhi per non vedere che le splendide meraviglie della natura sono soltanto un sembiante su un volto putrefatto, come non avvertire che, come disse qualcuno, la Terra è l&apos;inferno di un altro mondo? Siamo invischiati in una ragnatela magnetica. Energie invisibili, ma negative ci compenetrano. Il cielo è opaco, il sole pallido ed esangue, l&apos;acqua è amara, il suolo avvelenato. Spesso sono sensazioni indefinibili, sfuggenti, ma che ci lasciano con uno strano, immedicabile malessere. Qualcosa non quadra: si ha l&apos;impressione di vivere in una discarica da cui esalano miasmi di pensieri ammorbanti. I salmi biblici che celebrano la divina bellezza del creato, sono un&apos;eco lontanissima. Questa non è la biosfera, l&apos;ambiente della vita, ma la Tanatosfera, lo spazio della morte&lt;/i&gt;.» 

L&apos;intuizione di chi ha scritto queste righe preziose è notevole. Il pianeta è infestato, non soltanto a livello fisico (ovvero inquinato). Ma soprattutto sul piano sottile. Come accade, appunto, per le &lt;i&gt;haunted house&lt;/i&gt;, ovvio per chi ci crede. Tentiamo di proseguire per accostamenti analogici.
Nella cultura sciamanica degli Shuar, popolo nativo dell&apos;Amazzonia occidentale  dedito a una religione animista che pratica la stregoneria e attende il diluvio universale (per paradosso non così lontana da noi...), oltre all&apos;anima ordinaria, chiamata &lt;i&gt;nekàs wakàn&lt;/i&gt; (anima vera), che ci accompagna fin dal principio e con cui ci si identifica, ce ne sono altre due che si creano in determinati momenti della vita. Una è chiamata &lt;i&gt;arùtma wakan&lt;/i&gt; e la si crea durante un rituale, e ne parleremo in altro momento. Quella che qui c&apos;interessa è la &lt;i&gt;muisak&lt;/i&gt;, l&apos;anima-ombra-immagine, che si genera poco dopo la morte, se la persona è stata uccisa in modo diretto, indiretto o colposo. E&apos; un&apos;anima di vendetta, una forma-pensiero energetica che ha sete di sangue e vaga in cerca di compensazione e tenta di uccidere a sua volta. Questo tipo di spettro vendicatore è noto in tutte le culture sciamaniche ed è uno spirito infestatore ad esempio dei luoghi in cui sono avvenuti crimini solitari o massacri di massa. Come ci ricorda Elisabetta Conti (&lt;i&gt;Viaggio sciamanico&lt;/i&gt;, Biolcalenda n. 8, Padova. 2009), non si tratta di anime complete, ma di entità che non possiedono ricordi oltre quello della morte e che sono gravide di sofferenza e di odio, con quasi nulla in comune con l&apos;indole e l&apos;anima vera del morto.
Scordiamoci intanto di trovarci dalle parti di qualche horror giapponese, laddove spettri furiosi del genere chiamansi Onryo. Qui non cavalchiamo la fiction (per quanto in questi casi la fiction attinga generosamente da scienza e parascienza), ma piuttosto tentiamo di muoverci tra fisica e antropologia, in territori borderline in cui può essere logico sospendere la definizione sulla zona di competenza (un mio grande amico, scrittore altrettanto grande, la chiamerebbe Zona Zero...). Però le collisioni e gli accostamenti, mi pare, si manifestano con chiarezza agli occhi di chi vuol vedere. Se nella Tanatosfera persistono tracce energetiche di morte, in che razza di posto stiamo tentando di vivere? Cosa percepiscono migliaia e migliaia di Renfield-sensitivi da mesi e mesi a questa parte? Cosa significano  o meglio, comunicano  centinaia di sogni condivisi che si basano tutti su poche immagini che ritornano puntuali (potrei evitare di citare l&apos;Onda, ma ci stanno pensando peraltro i Telegiornali...)? Quanti Danny Torrance stanno camminando per le &lt;i&gt;leys&lt;/i&gt; del pianeta e captano immagini emotivamente destabilizzanti?
Termino con un fatto di cronaca, uno dei tanti del genere, poco noto ma che parla. La scorsa estate, in provincia di Gorizia. In un paese dal nome strano, Doberdò. Il 4 luglio l&apos;infermiera Annamaria Ferletic di 51 anni accoltella il figlio Christian e poi si suicida, tagliandosi l&apos;arteria femorale. Tredici giorni dopo Kevin Ponzetta, 17 anni, corre in moto con l&apos;amico Michele Visintin sulla provinciale 15. Di colpo uno schianto: Kevin muore e, da lì, a qualche giorno, lo zio di Michele si suicida. Troppe tragedie per un posto tanto piccolo e in un lasso temporale così ristretto. Però, in quel paese di 1400 abitanti, è impossibile non annotare che tutte le persone coinvolte in questa catena avevano a che fare con la stessa casa: una palazzina di due piani, accanto a una chiesa, in piazza San Martino 9. Coincidenze, naturalmente. Casi del genere, personalmente, ne ho seguiti almeno una dozzina. E di qualcuno ho anche parlato qui su Carmilla. Ma, nei territori della Luce Oscura, non può passare inosservato che esistono frammenti di Tanatosfera infetta. Laddove tracce bruciacchiate o raggrumate all&apos;improvviso acquisiscono il potere di aggredire e di scardinare esistenze che gravitano in certe zone.
Zone Zero?

</text_more></entry>
<entry id='3386' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3386' author_id='4' authored_on='20100312025932' basename='un_anarchico_in_municipio_da_aa_vv_la_rivoluzione_una_suora_che_si_spoglia_' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100312025932' modified_on='20110324014135' ping_count='0' status='2' title='UN ANARCHICO IN MUNICIPIO (da AA. VV, &lt;i&gt;La rivoluzione è una suora che si spoglia&lt;/i&gt;) ' week_number='201010'><text>di &lt;b&gt;Valerio Evangelisti&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;LaRivoluzione.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/LaRivoluzione.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;306&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;&lt;img alt=&quot;Anarchici.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Anarchici.jpg&quot; width=&quot;125&quot; height=&quot;153&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;[Questa breve tesimonianza di vita vissuta, già apparsa su &lt;a href=&quot;http://www.arivista.org/&quot;&gt;A Rivista anarchica&lt;/a&gt;, è tratta dal volumetto &lt;i&gt;La rivoluzione è una suora che si spoglia&lt;/i&gt;, BSF Edizioni, Pisa, 2009, pp.122,  12,00; raccolta di testimonianze, a cura della pisana Biblioteca Franco Serantini, di undici scrittori (Abbate, Bertante, Cacucci, Cardinale, Colagrande, Evangelisti, Maggiani, Nori, Philopat, Tassinari, Vighi) che nella loro vita hanno incrociato il movimento anarchico, o per adesione o per affinità.) (&lt;b&gt;V.E.&lt;/b&gt;)

&lt;i&gt;In ricordo di Gianni Donati&lt;/i&gt;

Nel 1968, dopo avere letto il libro &lt;i&gt;Lanarchia&lt;/i&gt; di George Woodcock, fondai nel mio liceo, assieme a due compagni di scuola, il circolo anarchico Bandiera Nera. Per metà si trattò di uno scherzo, per metà no. Distribuimmo un volantino in cinque copie, realizzate con la carta carbone, appendemmo una bandiera nera con la A cerchiata a una finestra della scuola, componemmo persino un inno. Ne ricordo un verso solo: Un vessillo rosso e nero / Pianterem sul mondo intero / Privilegi, tirannia / Faran posto allanarchia.  </text><text_more>La faccenda durò circa un mese, e fu la mia sola esperienza di militanza anarchica, totalmente autoinventata. Prima, fra i 14 e i 15 anni, avevo simpatizzato per il PSIUP, Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (allora non sapevo che fosse finanziato da Mosca); in seguito avrei militato in formazioni di ispirazione marxista, ma grosso modo libertarie, da Lotta Continua allAutonomia. Continuai però a leggere &lt;i&gt;Umanità Nova&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;Volontà&lt;/i&gt;, e a tenermi alla larga dal comunismo ortodosso. Forse pesava su di me leredità di un nonno materno imolese, mai conosciuto, con un fiocco nero al collo (in realtà, pur professandosi anarchico, era un seguace di Andrea Costa); oppure i germi sparsi da Woodcock continuarono a produrre i loro effetti.
Non lo so. Sta di fatto che, come era naturale tra i militanti della sinistra anti-istituzionale, continuai a frequentare anarchici senza badare alle differenze ideologiche. Con uno di questi coltivai unamicizia difficile ma prolungata, che culminò nellepisodio curioso che voglio raccontare.
Si chiamava Gianni Donati, bolognese. Quando lo conobbi, nel 1973-74, aveva una sessantina danni. Era ai limiti dellalcolismo, e quando aveva bevuto troppo diventava insopportabile, violentissimo (non con me), fastidioso. Girava sempre con un cane nero. Io lo incontravo quasi tutti i pomeriggi in una birreria del centro di Bologna in cui teneva corte, circondato dagli amici più disparati, in genere ottima gente, a volte molto equivoci. Quando non aveva bevuto troppo, in effetti, Donati si mostrava persona intelligente e spiritosa, dotata persino di un pizzico di cultura generale. Venivano a trovarlo libertari tutti dun pezzo, come Mario Barbani (allievo diretto di Armando Borghi) o Gino Fabbri. Ricordo con molto piacere lallora giovanissimo Roberto Mander, reduce da una sequela impressionante di traversie giudiziarie (come tutti coloro che furono nel mirino del commissario Calabresi, oggi in via di santificazione), oppure il più vecchio e il più giovane dei Fantazzini, e tanti altri.
Quella birreria (Lamma, si chiamava allora) era insomma un crocevia dellanarchismo, in cui le varie anime del movimento libertario si trovavano a bere con Gianni Donati  il quale, peraltro, beveva più di tutti. Laffiliazione grosso modo marxista mia e di altri era ampiamente tollerata, tra molti brindisi, a parte ricorrenti frecciate. Il premio erano serate divertenti, animate e condite da visite illustri (venne accolto come una specie di papa laico Alfredo Maria Bonanno, grande fautore dellazione diretta). Il pegno era assistere alle sfuriate di Donati quando aveva ecceduto in alcolici. Di solito se la prendeva con alcuni anziani frequentatori del locale, da lui ritenuti in toto fascisti (e magari lo erano, ma di sicuro non dei più pericolosi). Altre volte aveva reazioni incontrollate: morse il suo stesso cane, buono come pochi, e, una sera, sparò vari colpi di pistola, dalla finestra di casa sua, contro la moglie Rina, senza peraltro avere lintenzione di colpirla sul serio. Donati era fatto così. Però ripeto, da sobrio, era un uomo dotato di arguzia e dignità.
Lamicizia notoria che ci legava ebbe un curioso risvolto elettorale. Finivano gli anni 70 e iniziavano gli anni 80. Lestrema sinistra bolognese, su impulso di Diego Benecchi (ex dirigente di Lotta Continua ed ex leader del 77), formò una propria lista per le elezioni amministrative a Bologna, denominata Lista del Sole. Si trattava di candidare un numero sufficiente di personalità, a supporto degli unici due candidati effettivamente eleggibili: lo stesso Benecchi e un medico di nome Bacci, estremamente popolare per i certificati di malattia che elargiva. Contattato da Benecchi proposi non me stesso, bensì Donati. Ci avrei pensato io a convincerlo. Daltra parte, si trattava di inserire semplicemente in lista un nome qualsiasi, per raggiungere il numero prescritto.
Persuadere lanarchico Donati non fu troppo difficile. Nella nostra birreria discutemmo degli anarchici che, durante la rivoluzione spagnola, avevano accettato cariche istituzionali. Abbozzammo un programma, che prevedeva una damigiana di vino al giorno per tutti i consiglieri comunali, e altre misure deliranti. Ci accomunava il fatto che la cosa ci divertiva. Donati non credeva nelle elezioni in assoluto, io non credevo nella Lista del Sole. Alla fine lo accompagnai da un notaio (un ex maoista di Servire il Popolo) a registrarsi come candidato.
In teoria, la funzione di Donati avrebbe dovuto concludersi lì. Il suo nome era in realtà un numero  uno degli ultimi  buono a sorreggere i capilista. Benecchi ci diede pacchi di volantini da distribuire nel quartiere in cui Donati abitava, La Dozza, con lindicazione di votare chi figurava in testa, cioè Benecchi stesso. Oltre a manifesti vari per la Lista del Sole.
Per una notte intera io e lanarchico fummo impegnati a cancellare dai volantini il nome Diego Benecchi per sostituirlo con Gianni Donati. Li distribuimmo ovunque, nel quartiere. Poi facemmo stampare, presso una tipografia nata da una costola di Lotta Continua, centinaia di manifesti recanti a grandi lettere la scritta: Un anarchico in municipio. Gianni Donati!. A lato il simbolo della Lista del Sole, e sotto slogan che non ricordo. Passai diverse notti ad affiggere quei poster, a volte piegato in due dal ridere.
Quando rividi Diego Benecchi, mi rimproverò non tanto i manifesti, quanto i volantini corretti. Allargai le braccia. «Sai, questi anarchici... Imprevedibili.»
E Gianni Donati imprevedibile lo era davvero, tanto che poco dopo morì di cancro. Penso di essere stato tra gli ultimi a visitarlo. Corpo rinsecchito, testa ridotta a un teschio. La sua mano, tra le mie, tremava. Però gli occhi ridevano o minacciavano ancora, a seconda di ciò che udiva. Aveva sempre oscillato tra euforia e collera. Gli anarchici sono così, anche quando muoiono.
Lavventura elettorale di Donati finì con soli otto voti. Sua moglie Rina rifiutò di votarlo, io mi astenni. Bacci arrivò primo fra i non eletti, Benecchi secondo. In seguito ha fatto un suo sfortunato percorso istituzionale. Unoscura provvidenza punisce chi rinnega il proprio passato.
Invece linsopportabile Donati, lanarchico in municipio, lubriacone, il violento, il maestro di sarcasmo, tra luci e ombre rimase fedele a ciò che era sempre stato: un libertario. Da uno che non lha mai pensata del tutto come lui, tanto di cappello. Mi manca ancora.

</text_more></entry>
<entry id='3387' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3387' author_id='4' authored_on='20100313034252' basename='mrquez_e_lautunno_del_dittator' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100313034252' modified_on='20100313205001' ping_count='1' status='2' title='Márquez e lautunno del dittatore' week_number='201010'><text>di &lt;b&gt;Marilù Oliva&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Pinochet.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Pinochet.jpg&quot; width=&quot;125&quot; height=&quot;163&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;A un anno dalla pubblicazione di &lt;i&gt;Cien años de soledad&lt;/i&gt; e dei suoi trionfi di vendita e di consensi, Márquez salpò loceano per trasferirsi da Città del Messico alla Barcellona del regime franchista ed è qui che diede vita al romanzo che lo tormentava. Mai un libro fu atteso, in America Latina, con tanta ansietà come &lt;i&gt;El otoño del patriarca&lt;/i&gt; (&lt;i&gt;Lautunno del patriarca&lt;/i&gt;), più volte anticipato prima che acquisisse concretezza, quando era solo unimmagine sullo sfondo delle nebulose artistiche dello scrittore. Come Márquez affermò in una conversazione pubblica tenutasi a Lima nel 1967 con Mario Vargas Llosa, stava già allora «&lt;i&gt;preparando la historia de un dictator imaginario, es decir, la historia de un dictator que se supone es latinoamericano tiene 128 años de edad, que tiene tanto tempo de estar en el poder que ya no recuerda cuándo llegó está completamente solo en un enorme palacio, por cuyos salones se pasean las vacas.&lt;/i&gt;»</text><text_more>Un racconto che vertesse sullo sfacelo di una figura dittatoriale come sintesi del mistero del potere e dei suoi abissi era stato già concepito anni addietro, nel gennaio del 1958, pochi giorni dopo la caduta di Marcos Pérez Jiménez, dittatore del Venezuela. 
Dopo varie vicissitudini, pagine scritte e distrutte, nella Barcellona piegata alle nevrosi franchiste di fine 1968, laracatese trovò unispirazione sorretta da una soluzione, suggerita da un libro sulla caccia in Africa a proposito delle abitudini degli elefanti. Lopera fu pubblicata contemporaneamente a Barcellona in un momento in cui la dittatura perseverava da un quarantennio, poi a Bogotá e a Buenos Aires nel 1975.
«La mia intenzione è sempre stata quella di fare una sintesi dei dittatori latinoamericani, ma soprattutto di quelli dei Caraibi.» (Plinio Mendoza, 1983, p. 103).  Con queste parole Márquez delucidò in merito ai suoi intenti artistici e, più avanti, chiarì fino a che punto il suo patriarca innescasse simmetrie con tiranni celebri. Dalle letture delle biografie dei dittatori Gabriel Garcia aveva imparato a conoscere e classificare i loro deliri, le loro manie, le loro piccolezze, le tante meschinità insinuate tra le pieghe dellaberrazione più terrificante del potere, quella del potere commisto alla violenza. 
La maniera peggiore per affrontare questopera è leggerla con unottica di comparazione nei confronti di &lt;i&gt;Cien años&lt;/i&gt;, tentazione da cui sarebbe utile rifuggire, anche se molti critici ne sono rimasti avviluppati. Le differenze sono eclatanti, a cominciare dalla scelta di una frammentazione più dispersiva della realtà: &lt;i&gt;El otoño&lt;/i&gt; non ha un principio né un finale, la progressione che solca i paragrafi non è indicativa ai fini strutturali. La storia non poggia su unimpalcatura cronologica, ma solo sullidea del disordine e della distruzione. 
Ne esce un patriarca inventato ma riflesso negli specchi dei tanti dittatori che hanno devastato il Latinoamerica negli ultimi duecento anni. Gli esempi sono in ogni direzione e ciò spiega come la letteratura sudamericana trabocchi di romanzi incentrati sullo stesso tema: &lt;i&gt;Sua excelencia&lt;/i&gt; di Mario Moreno, &lt;i&gt;El gran solitario de palacio&lt;/i&gt; di René Avilés Fabila, &lt;i&gt;Farsa&lt;/i&gt; di Juan Goyanarte, &lt;i&gt;El derecho de asilo&lt;/i&gt; e anche  &lt;i&gt;El recurso del método&lt;/i&gt; di Alejo Carpentier, &lt;i&gt;Yo, el supremo&lt;/i&gt; di Roa Bastos, &lt;i&gt;Officio funebre&lt;/i&gt; di Arturo Uslar Pietri, &lt;i&gt;El señor presidente&lt;/i&gt; di Miguel Angel Asturias. 
Oltre alle motivazioni di un coinvolgimento diretto, lo scrittore spiegò più a fondo perché avesse trovato questo tema così avvincente da restarvisi ancorato per diciassette anni:

&lt;i&gt;Perché ho sempre creduto che il potere assoluto sia la realizzazione più alta e più complessa dellessere umano e che per questa ragione riassuma forse ogni sua grandezza e ogni sua miseria. Lord Acton ha detto «Il potere corrompe e il potere assoluto corrompe in modo assoluto». E questo non può non essere un tema appassionante per uno scrittore&lt;/i&gt;.

Il patriarca de &lt;i&gt;El otoño&lt;/i&gt; è la summa di tutti i despoti precedenti e ricostruisce la verosimiglianza dellapoteosi della dittatura in un qualsiasi paese caraibico. Il potere rappresenta leccesso che oltrepassa i limiti alterando oggetti, situazioni, miracoli e lunica strategia per unefficace resa della deformazione è non solo costellare il percorso letterario di metafore, ma rendere il romanzo stesso una sola, possente metafora.
Il despota come metafora dellinossidabilità del potere possiede unirremovibilità quasi perenne: muore a unetà non chiarita tra i centosette e i duecentotrentadue anni, anche se il suo decesso è stato annunciato a vuoto più volte, come in occasione del passaggio della cometa, spettacolo cui lui - come si raccontava - non avrebbe dovuto assistere. Invece la vide, fulgente e malinconica come una poesia e il suo passaggio dilata la storia dal particolare al cosmico:

&lt;i&gt;era la stessa, regina, più antica del mondo, la dolente medusa di luce delle dimensioni del cielo che a ogni palmo della sua traiettoria tornava un milione di anni alle sue origini, udirono il fruscio di frange di carta stagnola, videro il suo volto afflitto, i suoi occhi annegati nelle lacrime, la scia di veleni gelati della sua chioma arruffata dai venti dello spazio che andava lasciando sul mondo un rivolo di polvere raggiante di macerie siderali e di albe trattenute da lune di catrame e ceneri di crateri di oceani anteriori alle origini del tempo della terra, eccola, regina, mormorò, guardala bene, che non la rivedremo più prima di un altro secolo&lt;/i&gt;
</text_more></entry>
<entry id='3388' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3388' author_id='4' authored_on='20100319015128' basename='alfredo_colitto_e_i_discepoli' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100319015128' modified_on='20100319023507' ping_count='0' status='2' title='Alfredo Colitto e i discepoli' week_number='201011'><text>di &lt;b&gt;Marilù Oliva&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;ColittoIDiscepoli.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/ColittoIDiscepoli.jpg&quot; width=&quot;125&quot; height=&quot;201&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;I discepoli del fuoco è il secondo romanzo storico (dopo Cuore di ferro, sempre edito da Piemme) di Alfredo Colitto ambientato in una Bologna trecentesca.  Ritroviamo Mondino de Liuzzi, il Magister anatomista coadiuvato da Gerardo da Castelbretone, suo ex allievo ed ex Templare. Il podestà ha incaricato Mondino  di far luce su una morte terrificante su cui pende già il sospetto di maleficio satanico: Bertrando Lamberti, membro del Consiglio degli Anziani e padre di Azzone, nemico giurato di Mondino, è stato ritrovato carbonizzato in casa sua. </text><text_more>&lt;b&gt;Parto subito dai dati tecnici. Come hai proceduto metodologicamente, nel momento documentativo e nella stesura?&lt;/b&gt;

Ho seguito la stessa procedura usata con Cuore di Ferro. Un mesetto di ricerche preliminari, in modo da far prendere corpo alla storia, calando la trama nei luoghi e nei momenti in cui doveva svolgersi. Poi ho cominciato a scrivere, anche se la ricerca non era finita. Faccio sempre così, perché a un certo punto ho bisogno di cominciare a sentire la storia, di lasciar vivere i personaggi. Quindi, man mano che andavo avanti a scrivere, continuavo a fare un po di ricerche specifiche. Per esempio, allinizio non avevo previsto una scena con la vista di Bologna dallalto di una torre, né avevo individuato il Chrismon, il Monogramma di Cristo, come un particolare importante. Quando la storia ha preso quella direzione, ho acquisito la documentazione relativa, senza però interrompere la scrittura per più di qualche giorno. 

&lt;b&gt;Il fuoco e il suo significato esoterico è il grande co-protagonista che brucia queste pagine. Il fuoco come minaccia, il fuoco come purificazione, il fuoco come metafora. Approfondiamo la sua molteplice valenza?&lt;/b&gt;

Il fuoco è uno dei pilastri della storia umana. Senza fuoco non ci sarebbe la civiltà. Il mito di Prometeo appare in varie versioni in moltissime culture. Il fuoco è uno dei quattro elementi che costituiscono il mondo visibile e anche quello invisibile, secondo alcuni. Nel romanzo appare dappertutto, nelle valenze che hai citato e anche in altre, come per esempio il focolare domestico. 
Ma come tutti i simboli, non viene mai messo a nudo, altrimenti perderebbe il suo potere e il suo fascino. 

&lt;b&gt;Hai inserito il culto di Mitra come elemento nodale del romanzo. Era davvero un culto così importante? &lt;/b&gt;

Negli ultimi secoli dellimpero romano, mitraismo e cristianesimo si contendevano il primato come religione più importante. Tra esse ci sono somiglianze innegabili. Entrambe adorano un Dio nato in una grotta il 25 dicembre, tanto per dirne una. La parola paradiso sembra derivare dal termine pairidaeza presente nel libro sacro dellAvesta. Eccetera. Poi il cristianesimo ha vinto e ha soppiantato la religione perdente, estirpandone ogni traccia. Io mi sono chiesto: Cosa succederebbe se in pieno medioevo cristiano riapparisse una setta che si dedica al culto di Mithra, una setta per di più in possesso di un segreto molto pericoloso ? Così è nato I discepoli del fuoco.

&lt;b&gt;Quali sono le differenze tra fondamentalismo religioso cristiano medievale e fondamentalismo del culto persiano di Mitra?&lt;/b&gt;

Nessuna. Ci sono ovviamente profonde differenze tra le varie religioni, ma il fondamentalismo per me è sempre uno solo, uguale per tutti. Nasce spesso in un momento di crisi, quando alcune forze religiose o politiche si sentono minacciate dalla necessità di cambiare, e reagiscono arroccandosi in una interpretazione restrittiva dei dogmi propri di una determinata religione. I risultati sono sempre drammatici. Nei secoli passati come nel presente. 

&lt;b&gt;Il decesso su cui deve indagare Mondino de Liuzzi è inquietante perché sembra che luomo sia bruciato dallinterno: «Il braccio destro, intero fino alla spalla ma bruciato come un arrosto dimenticato sulla brace, era poggiato su un bracciolo. I piedi calzati in un paio di stivaletti bassi sembravano illesi, ma le gambe bianche e flaccide da vecchio terminavano sotto il ginocchio in due spuntoni carbonizzati, appiccicati al cuoio, che si era fuso nei punti in cui toccava il cadavere...». Già in Cuore di ferro presentavi morti insolite che trovavano infine una spiegazione nellalchimia. Come hai ideato queste modalità di morte? &lt;/b&gt;

In questo romanzo ha un ruolo importante la religione mitraica. Mithra è un dio del Sole e del Fuoco, quindi il modo in cui morivano alcuni personaggi doveva essere attinente. Spesso sono influenzato da cose o immagini che ho visto, e che hanno lasciato una traccia dentro di me. Per Cuore di Ferro si trattava delle macchine anatomiche di Raimondo di Sangro, conservate a Napoli. Per I discepoli del fuoco la mia immaginazione si è nutrita, tra le altre cose, anche di foto e immagini relative ai cosiddetti casi di autocombustione. Che io poi ho calato nella realtà medievale. 

&lt;b&gt;Sulla pelle bruciata del braccio del cadavere vengono scoperti i resti di un tatuaggio: un mostro alato, con la testa di leone e il corpo avvolto nelle spire di un serpente. Quanto, durante gli studi, ti sei calato nella simbologia e nei significati medievali?&lt;/b&gt;

Nel medioevo il pensiero simbolico era predominante, ogni cosa era simbolo di qualcosaltro. Questi continui rimandi che sfuggono a spiegazioni troppo precise, consentendo al mistero di annidarsi tra le pieghe dei simboli, costituiscono il fascino principale dellepoca. Ne I discepoli del fuoco, niente è come appare. E ovviamente, dietro luso dei simboli che faccio nel romanzo cè un bel po di studio appassionante. 

&lt;b&gt;Studiando la Bologna del 300, qual è la più grande acquisizione cui sei giunto? Cera qualche luogo comune sul medioevo che ti apparteneva e che hai sfatato?&lt;/b&gt;

Ho scoperto che i primi decenni del 300 presentano molte somiglianze con lepoca attuale. Il secolo doro di Bologna è alle spalle, avanza la crisi economica e politica, il libero comune arranca, e si prepara la strada alle Signorie. 

&lt;b&gt;Un aneddoto sulla Bologna medievale?&lt;/b&gt;

Il romanzo prevede un incendio in cui qualcuno vuole distruggere lintera città la notte di natale del 1311. mentre scrivevo ho scoperto che un incendio del genere, in cui bruciarono gran parte dei documenti del comune, cè stato davvero, nel gennaio del 1312, pochissimo tempo dopo la data in cui lavevo previsto io

&lt;b&gt;Giocando col titolo, tu di chi sei discepolo? &lt;/b&gt;

Come ripeto spesso, sono troppi per citarli tutti. Considero mio maestro quasi ogni scrittore che ho letto, persino quelli che non ho amato, perché mi hanno insegnato quali strade non volevo prendere. Comunque,  se proprio devo fare dei nomi, Emilio Salgari, che ho letto da piccolo e che ha fatto nascere in me lamore per la lettura, e il Gabriel Garcia Màrquez di Centanni di solitudine.

 </text_more></entry>
<entry id='3390' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3390' author_id='19' authored_on='20100315111214' basename='il_garante' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100315111214' modified_on='20130320180608' ping_count='2' status='2' title='Il Garante' week_number='201011'><text>di &lt;b&gt;Alessandra Daniele&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Garante.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Garante.jpg&quot; width=&quot;179&quot; height=&quot;176&quot; border=&quot;0&quot;hspace=4 vspace=2 align=left /&gt; - Presidente, è arrivato il furgone.
L&apos;anziano capo di Stato sospirò, osservando con aria triste i commessi del Quirinale scaricare le casse coi decreti da firmare.
- Aumentano ogni giorno..
- Ma no, Presidente, oggi sono solo una dozzina di casse - disse il segretario - su, inserisca la mano nell&apos;autosig, che io carico il serbatoio.
Il segretario aprì la prima cassa, e cominciò a stipare mucchi di fogli A4 in quella che sembrava una voluminosa fotocopiatrice. Il Presidente infilò la mano in un intrico di forcelle e anelli metallici inserito sul ripiano della sua scrivania. Il dispositivo scattò, bloccandogli le dita nella posizione dello scrivano. Il segretario ci inserì una penna.
- Cominciamo con questi, che sono i più urgenti.
</text><text_more>- Perché? - chiese il Presidente in tono mesto.
Il segretario sorrise.
- Ma lo sa! Non l&apos;avrà dimenticato di nuovo, vero? Magistratura e codici sono stati aboliti perché obsoleti, quindi ogni giorno il governo deve emettere abbastanza decreti legge per regolare tutte le principali controversie legali del paese. E&apos; una faticaccia, sa? - continuò col tono che si usa per i bambini piccoli - Lei ne fa la parte più leggera, è solo il Garante, non deve neanche muovere le dita per firmare, gliele muove l&apos;autosig! 
La macchina cominciò a sfornare fogli A4 sulla scrivania del Presidente, alla velocità di una contasoldi. L&apos;intricata morsa metallica che stringeva la mano del Presidente cominciò a farle produrre una frenetica serie di firme.
- Ahia...
- Fa male? Troppo veloce? Mi dispiace Presidente, resista, il clan dei Castrignani deve ottenere subito tutti gli appalti, le amnistie, e i condoni che ha chiesto, o stasera diserterà il megaparty del premier, e le ragazze sono già pagate. E poi domani si vota, le liste governative che non sono state presentate in tempo devono ottenere la consueta vittoria a tavolino con il settanta per cento di voti di default.
La macchina accelerò. Sempre più veloce. Poi si bloccò di colpo, con uno sfrigolio sordo. Le luci si spensero.

- E&apos; morto. Fulminato - disse il medico del Quirinale. esaminando il cadavere del Presidente - la morsa metallica ha trasmesso alla mano la scarica del cortocircuito. Il salvavita non è scattato in tempo per salvare la sua. Aveva già il cuore debole.
- Come facciamo adesso? - chiese il segretario - Questi decreti devono assolutamente essere firmati entro stasera!
- Il motore è a posto - disse il tecnico, sbucando da dietro la macchina dei decreti - E anche il processore. Ho sostituito i fusibili, funziona di nuovo.
Il medico e il segretario si scambiarono un&apos;occhiata. La mano del Presidente, rimasta bloccata nella morsa, reggeva ancora la penna.
- Riaccenda - disse il segretario - finiamo il lavoro.</text_more></entry>
<entry id='3391' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3391' author_id='4' authored_on='20100314040719' basename='le_narrazioni_contano_pi_dei_n' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100314040719' modified_on='20100314135805' ping_count='2' status='2' title='Le narrazioni contano più dei narratori. Intervista a Gianfranco Manfredi' week_number='201011'><text>di &lt;b&gt;Walter Catalano&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;GianfrancoManfredi.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/GianfrancoManfredi.jpg&quot; width=&quot;220&quot; height=&quot;158&quot; border=&quot;0&quot; =4 vspace=2 align=right /&gt;Gianfranco Manfredi autore storico del fantastico italiano, passato attraverso tutte le possibili forme della narrazione  la canzone, il cinema, il romanzo (di più recente pubblicazione: &lt;i&gt;Ho freddo&lt;/i&gt; 2008 e &lt;i&gt;Ultimi Vampiri Extended Version&lt;/i&gt; 2009, entrambi per Gargoyle), i comics (&lt;i&gt;Magico Vento&lt;/i&gt; e la miniserie &lt;i&gt;Volto Nascosto&lt;/i&gt;, oltre a vari episodi di Tex e Dylan Dog per Bonelli)  ci ha gentilmente concesso unintervista in cui affronta principalmente il tema della relazione fra letteratura e immaginazione. 

&lt;i&gt;Per prima cosa una tua definizione di fantastico: un elemento che ha caratterizzato tutta la tua opera fin dallinizio. A questo proposito mi torna in mente una dichiarazione di Fellini: Lunico vero realista è il visionario. Direi possa applicarsi anche a te. Ricordo una tua vecchia canzone Zombie di tutto il mondo unitevi: già allora sembrava una enunciazione programmatica, mettere insieme Marx e RomeroPiù tardi anche il tuo primo romanzo &lt;b&gt;Magia Rossa&lt;/b&gt; pareva muoversi sulla stessa linea: i fantasmi dei caduti delle repressioni di Bava Beccaris e quelli della strage di Piazza Fontana. Una ghost story molto politica, molto attenta alla realtà sociale. Il revenant come ritorno del rimosso anche in senso politico. E una lettura limitativa la mia ?&lt;/i&gt;</text><text_more>No, affatto. Negli anni 80, certe contaminazioni andavano sotto l&apos;etichetta di postmodern, in vari modi discussa perchè spesso sembrava troppo onnicomprensiva. Col tempo credo e spero si sia capito che in realtà si trattava di una disposizione degli autori in quanto tali, e non nuova, in quanto già praticata ad esempio dalla narrativa di fantascienza degli anni 60. Oggi è una pratica assodata. Quasi nessun genere letterario sopravvive &quot;puro&quot;, se mai lo è stato. E siamo già molto più in là della semplice fusion. E&apos; in atto un&apos;istanza profonda di ricomposizione di ciò che la critica, in sintonia con le scelte editoriali dei &quot;target&quot; di mercato, andava in passato a separare e distinguere. A volte il contrasto si nota ugualmente, anzi viene rimarcato con notevole gusto per il paradosso (per esempio nell&apos;ultimo romanzo di Tullio Avoledo, &lt;i&gt;L&apos;anno dei dodici inverni&lt;/i&gt;, Einaudi), ma in altri casi gli elementi di genere sono così compenetrati da risultare davvero indistinguibili. Spesso da collante e da reagente viene usato il cosiddetto racconto d&apos;avventura (in Evangelisti, ad esempio, ma nemmeno io sono estraneo a questa tendenza, se vogliamo chiamarla così).  Il realismo visionario di cui parlava Fellini era sicuramente anticipatorio. Svelava uno sviluppo in atto. Se si rivede bene &lt;i&gt;Otto e mezzo&lt;/i&gt;, si noterà che l&apos;alter ego di Fellini sta lavorando a un film di fantascienza che prevede tra l&apos;altro il decollo di un&apos;astronave, ma questa astronave non partirà mai, perchè il vissuto e l&apos;onirico si legano così indistricabilmente  da schiudere all&apos;autore uno &quot;spazio del fantastico&quot; che non ha più necessità di trasferirsi nello Spazio, cioé in un immaginario concepito come &quot;altrove&quot;. (Purtroppo nel cinema italiano, Fellini non ha lasciato eredi e nemmeno sono decollate le astronavi, ma questo è un altro discorso). Lo spazio del fantastico è quello in cui il simbolico si lega al quotidiano. E&apos; dunque, in questo senso, compiutamente realistico. Il fantastico ha necessità di corpi (fisici e sociali). Al confronto pare invece artefatto ed evasivo il romanzo che continua su una linea puramente storico-sociale. Gli esseri umani sognano. Prescindere dai sogni nella narrazione, o considerarli irrilevanti, è irrealistico. Senza &quot;visione&quot;, in altre parole, non c&apos;è realismo. E senza realismo, la visione non risulta credibile, cioé non ci parla e non ci emoziona, rischia un tipo di &quot;evasione&quot; che può coincidere con l&apos;alienazione (quella di cui parlava Marx, come quella di cui soffriva Emma Bovary e che già Jane Austen aveva dissacrato con fine ironia).
 
&lt;i&gt;Alla metà degli anni 80 i tuoi primi romanzi (pubblicati tutti da Feltrinelli) furono una piacevolissima novità in un panorama piuttosto triste. &lt;b&gt;Magia Rossa&lt;/b&gt;, poi &lt;b&gt;Cromatica&lt;/b&gt; e infine &lt;b&gt;Ultimi Vampiri&lt;/b&gt;: ricordo di averli letti (e ricordo molto bene anche le copertine, particolarmente accattivanti) pensando che finalmente cera anche in Italia uno scrittore horror o comunque fantastico che non si vergognava di usare il genere in maniera colta e intelligente e di presentarlo nei salotti buoni e non passando dalla porta di servizio. Oggi ormai è una cosa abbastanza normale o comunque non così insolita anche da noi che un letterato si sporchi le mani con temi pericolosamente sensazionalistici (così almeno li definivano i primi critici di Poe) ma allora era veramente destabilizzante. In fondo, sotto molti aspetti, tutto è cominciato con i tuoi lavori: ti senti un anticipatore o un caposcuola?&lt;/i&gt;

Non saprei. Non trovo fondamentale dare e darsi delle etichette, trovo anzi che ciò contrasti con l&apos;esigenza cui accennavo prima del superamento dei generi e dei target. E&apos; normale che gli autori &quot;sentano&quot; il proprio tempo e avvertano la necessità di creare non solo nuove storie, ma nuove strutture, sperimentando persino un diverso metodo di lavoro. Il problema in Italia non sono tanto gli autori, quanto lo stato, non certo esaltante, della critica letteraria. Mentre nelle Università chi fa ricerca a contatto con gli studenti sta facendo un enorme lavoro di 	&quot;ricomposizione&quot;, la critica togata e quella che si esprime sui giornali, è suddita di cliché datatissimi, oltreché terribilmente degradata. Non si vede, sinceramente, un nuovo Oreste del Buono. Il disastro è evidente, soprattutto nell&apos;esame della letteratura internazionale, dove pare diventato meramente soggettivo il giudizio sulle opere che segnalano davvero delle svolte. Davvero a distanza di trent&apos;anni possiamo considerare esemplari e duraturi certi lavori dei cosiddetti minimalisti? Le pulsioni segrete degli anni 80 e i loro effetti a lunga distanza, lo stesso sperimentalismo letterario, non stavano molto di più nell&apos;ipertrofico nuovo horror americano che l&apos;horror lo reinventava ben al di là dei confini di genere ereditati? E&apos; un esempio, ma se ne potrebbero fare molti altri. Se romanzi considerati epocali, o semplicemente significativi, a distanza di pochi decenni risultano illeggibili, un critico dovrebbe chiedersi se il suo approccio non sia stato completamente sbagliato. Non che voglia prendermela a tutti i costi con la critica che tra l&apos;altro mi ha sempre trattato benissimo, parlo specificamente di quella critica che si è assunta accademicamente il non facile compito di tracciare una Storia della Letteratura in fieri. Senza una percezione a tutto campo delle tendenze in atto, non si capiscono neppure le singole opere. E se si escludono a priori certe opere dalla lettura e dalla disamina critica, perché considerate minori e settoriali, si chiudono gli occhi sulla letteratura in generale. Resta un criterio di base: se un libro viene ristampato a distanza di trent&apos;anni è perché un qualche valore ce l&apos;ha ancora. Se un libro, anche se all&apos;epoca bestseller o pluriomaggiato dalla critica, non lascia rimpianti, e non può più sperare d&apos;avere pubblico in quanto inesorabilmente datato, vuol dire che forse valeva poco anche quando era stato pubblicato la prima volta.

&lt;i&gt;Come sono state accolte le nuove edizioni dei tuoi libri ripubblicate da Gargoyle ? &lt;b&gt;Magia rossa&lt;/b&gt; riproposto e &lt;b&gt;Ultimi Vampiri&lt;/b&gt; aggiornato con nuovi racconti. E molto cambiata nel pubblico la ricezione di testi a loro modo storici come questi ? Magari i ragazzi più giovani oggi ti conoscono soprattutto per i fumetti&lt;/i&gt;
	
L&apos;accoglienza è stata ottima. Resta il fatto che schiere massicce di lettori sono sudditi di scelte editoriali non popolari, ma populistiche. Quando ero giovane, se uno di noi, da lettore, trovava ostica una certa opera, cercava anzitutto di capire se questa sua percezione non fosse dovuta a un proprio limite. Oggi, soprattutto nei blog, prevalgono i giudizi disinvolti. Alla base, si coltiva il narcisismo. Quando si leggono certi blog, ci si fa un&apos;idea perfetta di chi scrive le critiche e dei suoi criteri di giudizio, ma non se ne ricava quasi nulla sulle opere esaminate. Il recensore, in realtà, recensendo le sue letture, recensisce se stesso e propone agli altri se stesso, il proprio giudizio e la propria presunta &quot;autorità in materia&quot;. Dal lato degli scrittori, l&apos;ossessione del farsi capire da tutti, battezzata da Hemingway, coincide spesso con la totale rinuncia stilistica (e questo ad Hemingway sarebbe ripugnato). Si sa che alla terza parola non conosciuta (e ormai il lettore medio ne conosce pochissime) chi legge chiuderà il libro, perché non vuol fare alcuna fatica (già gli pesa leggere). Prevale dunque uno stile a frasette soggetto-verbo-complemento, senza descrizioni, senza digressioni e senza pensiero. Si leggono descrizioni del protagonista del tipo: &quot;somigliava a Daniel Craig, il nuovo James Bond&quot; (citazione da &lt;i&gt;Bikini&lt;/i&gt; di Patterson). Così il lettore non deve far fatica a immaginarselo. Uno stile tanto rinunciatario, risulta di una piattezza desolante. Il modello diventa quello della sceneggiatura. Ma la sceneggiatura cinematografica è &quot;narrazione invisibile&quot;, in quanto è un codice per i reparti, per la regia, per gli attori, per chiunque contribuisce poi a creare le immagini/racconto. Il pubblico vede il film , non legge la sceneggiatura. Se dalla sceneggiatura si cancella il cinema, si ottiene una letteratura povera, senza visionarietà propria. La parola in letteratura non è soltanto significato, è anche suono, ritmo, evocazione, suggerimento. Il lettore dovrebbe venire costantemente sollecitato a  fare &lt;i&gt;suo&lt;/i&gt; il romanzo, a immaginare sull&apos;immaginato. Questa è la &lt;i&gt;sua&lt;/i&gt; intoccabile libertà. Dumas ha un bel ripetere ai suoi lettori che d&apos;Artagnan non è nulla senza gli altri tre moschettieri che restano per lui i veri protagonisti. Però i lettori hanno costruito il &lt;i&gt;loro&lt;/i&gt; romanzo, e in quel romanzo collettivo, il protagonista è d&apos;Artagnan, non si discute su questo. Questa è la legge della letteratura popolare. Se invece il lettore si infastidisce a venire stimolato e rinuncia a far proprio un romanzo, educato com&apos;è alla passività, rinuncia per ciò stesso ad essere lettore, tant&apos;è che prima o poi finisce per non leggere più. Io vado in cerca di lettori che nei romanzi cercano uno stimolo per la propria crescita e per la propria fantasia, non un prodotto adeguato alla situazione di degrado della sensibilità in cui si trovano immersi. Questo è indubbiamente più difficile. I fumetti sono pur sempre una letteratura assistita (dalle immagini) ed è dunque più semplice avere, almeno potenzialmente, un pubblico più largo. Però anche nei fumetti bisogna immaginare (ad esempio il movimento, che non c&apos;è). Senza capacità di immaginazione perde senso la lettura in quanto tale. Gli scrittori che avviliscono l&apos;immaginazione del lettore segano il ramo su cui stanno seduti o meglio disboscano per costruirsi i loro chalet. Dopodiché se non ci sono più alberi, sono cavoli per tutti, anche per i disboscatori. A far crescere un albero ci si impiega di più che ad abbatterlo.
 
&lt;i&gt;Cè poi un altro tuo lavoro recente pubblicato da Gargoyle , &lt;b&gt;Ho freddo&lt;/b&gt;, per la stesura del quale so che hai fatto ricerche storiche molto accurate, e dove ritorna il tema del vampirismo. Perché questa figura mitica ti interessa così tanto? Cè oggi nei Media una sovraesposizione di personaggi alla Dracula, un abuso talvolta stucchevole: operazioni come &lt;b&gt;Twilight&lt;/b&gt; o, in fondo, anche quella più intellettuale tentata da Lindqvist con &lt;b&gt;Lasciami entrare&lt;/b&gt;: il vampiro in chiave romantica adolescenziale. Non è più interessante il vecchio proletario Zombie di cui cantavi una volta?&lt;/i&gt;
  
Ciascuno racconta quello che gli pare e nel modo in cui riesce meglio a farlo. L&apos;abuso sta nelle abitudini del mercato. Poe diceva che i veri vampiri sono gli editori. Il caso attuale, dell&apos;exploit della letteratura vampirica, è vampirismo al quadrato. Per anni si ripete che dei vampiri non frega niente a nessuno, poi come sempre accade, almeno ogni dieci anni, un successo (nel caso quello della Meyer) si trascina dietro una valanga di sovraproduzione, che inevitabilmente seppellirà il vampiro per i prossimi dieci anni. Non ho nulla contro l&apos;adolescenziale (chi se la prende con l&apos;adolescenziale, in genere se la prende con gli adolescenti, il che è abbastanza stupido), né condivido il tipo di critiche di contenuto rivolte alla Meyer. Il contenuto è onestissimo e dichiarato, in &lt;i&gt;Twilight&lt;/i&gt;: c&apos;è un compagno di scuola con strani poteri, lo si scambia al principio per un super-eroe stile Uomo Ragno e si scopre che è un vampiro. E&apos; un&apos;idea carina e di facile presa sui teens, predisposti fin dalla più tenera età a questo tipo di narrazione, attraverso i libretti di Stine (&lt;i&gt;Piccoli brividi&lt;/i&gt;) e serie televisive come &lt;i&gt;Buffy&lt;/i&gt;. Cosa c&apos;è di male o di sbagliato? Niente. Ci si lamenta che il vampiro è troppo romantico, o di un gusto dark troppo all&apos;acqua di rose, o che non sia un predatore sessuale? Be&apos;, il Vampiro di Polidori non risulta fosse un grande scopatore. Insomma, di cosa si sta parlando? Non esiste un &lt;i&gt;mainstream&lt;/i&gt; vampirico. Stoker stesso, con &lt;i&gt;Dracula&lt;/i&gt;, cambiò totalmente l&apos;immagine del vampiro quale ci era stata consegnata da certi racconti di Poe , per non parlare del primo vampiro popolare da romanzo a puntate e cioè &lt;i&gt;Varney&lt;/i&gt;. La figura del vampiro è in perenne ridefinizione. Dunque chi rimprovera dei tradimenti alla Meyer, semplicemente non afferra la natura mutante del vampiro. Poi chiunque è perfettamente libero di dire: questo tipo di mutazione a me non piace. Però il discorso si ferma lì. Io preferisco dire: non mi piace leggerlo perché è scritto male, cioè per un pubblico di non lettori o di lettori non abituali. Ma la stessa cosa vale per Patterson e per dozzine di altri autori di best-sellers non adolescenziali. Lo so che oggi si diffida del termine &quot;artista&quot; e si preferisce guardare allo scrittore come ad uno che &quot;cucina&quot;. Però c&apos;è una grande differenza tra un cuoco da ristorante e uno che lavora da McDonald. Almeno questa, concedetecela. 

&lt;i&gt;Non si può dire tu abbia mai temuto di sperimentare linguaggi diversi: hai iniziato come cantautore (e so che continui tuttora a scrivere canzoni con Ricky Gianco), poi sei passato al romanzo e contemporaneamente alla sceneggiatura per il cinema, infine sei diventato uno dei maggiori autori di fumetti contemporanei per Bonelli (creando personaggi innovativi come &lt;b&gt;Magico Vento&lt;/b&gt;  che unisce western e horror in unatmosfera alla Ambrose Bierce  o quelli del ciclo di &lt;b&gt;Volto nascosto&lt;/b&gt;  che è un vero e proprio romanzo storico a fumetti). Come spieghi questi continui passaggi ? Un linguaggio non ti basta ? Cè continuità fra unesperienza e laltra ? Non intendo in senso tematico e stilistico, quella è evidente: dico come metodo di lavoro, come esigenza espressiva, ecc.&lt;/i&gt;
	
Sono per natura esplorativo. Al centro c&apos;è sempre la scrittura, in tutte le sue forme, ma a volte anche la narrazione orale, cantata e persino fisica (quale quella prestata da attore). Si può narrare in tanti modi diversi. Ciascuno di questi diversi modi insegna qualcosa, perché pur essendo separati da tecniche specifiche e da ambiti di mercato differenti, si rifrangono gli uni sugli altri. Ad esempio il balloon dei fumetti che non può ospitare più di tante parole, ma neanche risultare inespressivo, costringe a un utilissimo lavoro di sintesi. La canzone, il cui testo ha valori sonori, offre la possibilità di un maggior approfondimento della musicalità della scrittura. Il cinema, nel suo alternarsi di punti di vista, nella scansione ritmica degli eventi attraverso il montaggio, educa a plot e ad andamenti più mossi, alla centralità dei personaggi e alla loro necessaria gerarchia. Il romanzo, per sua natura alieno da format precostituiti, e frutto prevalentemente del lavoro di un singolo individuo, è la forma più libera e insieme più responsabilizzante di narrazione. Ma è , o può essere, anche la forma più compiuta, tanto più compiuta quanti più linguaggi si conoscono. Questo vale non solo come risultato finale, ma anche all&apos;origine. Non c&apos;è nessuna struttura narrativa cinematografica che non sia stata esplorata e raccontata prima in romanzo. Fa ridere quando si leggono giudizi critici del tipo: il cinema digitale ha creato una nuova struttura narrativa ellittica, sincronica, multipla ecc. Tutte queste strutture erano già state sperimentate in letteratura. Il cinema le incorpora, non le crea. Le innovazioni del cinema sono in prima istanza tecnologiche, e solo di rimbalzo narrative.
 
&lt;i&gt;Mi sono sempre chiesto che rapporto ci sia fra un autore fantastico e quella fenomenologia bizzarra che abitualmente viene messa in campo nelle sue storie: i fenomeni che Lovecraft e i suoi accoliti definivano supernatural horror e certi latinoamericani come Quiroga, Lugones o Cortàzar fuerzas extranas: linfrazione dellordine naturale delle cose.  Non si crede al fantasma ma se ne ha paura  come diceva il vecchio aneddoto. E così anche per te ? Credi in una spazio immaginale più che immaginario dove certe cose diventano relativamente vere o è tutto solo un gioco raffinato?&lt;/i&gt;
  
Adoro il genere gotico perché pone sempre dei dubbi al centro e a motore della narrazione: cos&apos;è oggettivo e cos&apos;è soggettivo? Che rapporto c&apos;è tra conosciuto e ignoto? Cos&apos;è vero e cos&apos;è falso? Cos&apos;è storia e cos&apos;è leggenda? E persino: cos&apos;è vita e cos&apos;è morte? Possiamo davvero tracciare un netto confine tra tutte queste cose? C&apos;è ben poco di evasivo in romanzi che trattano questi interrogativi fondamentali. Definire l&apos;horror come semplicemente &quot;perturbante&quot; confonde il mezzo con il fine. Il fine è filosofico, ma con una specificità: l&apos;accento cade sulle domande, non sulle risposte. Il disagio che si semina nel lettore, lo spinge a interrogarsi. Ogni soluzione raggiunta, ingenera nuovi interrogativi. Credo che questo atteggiamento abbia un profondo significato culturale e politico. In epoche stupidamente assertive come quella in cui viviamo, chi propaga dubbi fa opera di bene. Abbiamo tutti una quantità enorme di dubbi, di fronte a quanto succede e che ci è difficile comprendere. E&apos; una scorciatoia pericolosa sperare di risolverli con risposte semplificate ed ideologiche. Cancellare o rimuovere i dubbi, significa tagliare alla radice lo spirito critico, cioè la peggiore scelta che si possa fare in materia di comunicazione. Il Dio della comunicazione è Hermes, ermetico perché variamente interpretabile. La comunicazione non è un&apos;informazione neutra che passa da A e B, e della quale B è un semplice ricettore. No, B interpreta a seconda del proprio livello di sensibilità. B non è un destinatario passivo. Se tende all&apos;inerzia, bisogna fare di tutto per riattivarlo. E&apos; uno dei due poli della comunicazione. Se non agiscono congiuntamente, l&apos;elettricità non si sprigiona. Quando si dimentica questo, si riduce la comunicazione a propaganda. 

&lt;i&gt;Lultima domanda: a cosa stai lavorando in questo momento?&lt;/i&gt;
 
Ho appena iniziato a scrivere una nuova serie a fumetti, sequel di &lt;i&gt;Volto Nascosto&lt;/i&gt;, e ambientata nella Cina della rivolta dei boxer. Inoltre sto completando il mio nuovo romanzo, &lt;i&gt;Tecniche di resurrezione&lt;/i&gt;, che è seguito e completamento, in uno scenario completamente diverso, di &lt;i&gt;Ho freddo&lt;/i&gt;. Non tratta di vampiri, ma degli inizi della tecnologia applicata alle cure mediche, e in particolare agli esperimenti di rianimazione. Le figure protagoniste dell&apos;immaginario d&apos;epoca romantica, il dottor Frankenstein, Jekyll, il dottor Moreau, persino la Mummia, nascono tutte in ritardo, letterariamente. Erano già presenti nella storia e nella cronaca dei primi anni dell&apos;ottocento, cioè all&apos;alba dello sviluppo della scienza moderna. Con &lt;i&gt;Ho freddo&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;Tecniche di resurrezione&lt;/i&gt;, attraverso le avventure dei due protagonisti Aline e Valcour, ho intenso raccontare le origini storiche e culturali dei principali miti alla radice dell&apos;horror moderno. Naturalmente in modo non saggistico, ma romanzesco. In &lt;i&gt;Tecniche di resurrezione&lt;/i&gt;, in misura più accentuata che nei precedenti romanzi, ho mescolato storia e immaginazione a tal punto, che quando rileggo e correggo per arrivare all&apos;editing finale, in certi passaggi nemmeno io distinguo più cosa ho ricavato dalla documentazione e cosa ho inventato. Era quello che cercavo da tempo, perché lavorando mi sono reso conto che spesso con l&apos;immaginazione ci si avvicina al vero (il vero simbolico, ma anche l&apos;accaduto realmente) più che con la documentazione (non sempre affidabile e comunque , per quanto oggettiva, figlia di un &quot;punto di vista&quot; che a distanza di tempo si può scoprire falso o non adeguato). Ciò potrebbe apparire eccessivamente ambizioso, me ne rendo conto, ma ritengo che la suprema ambizione di uno scrittore, come diceva Oscar Wilde, debbe essere quella di diventare anonimo, cioè per un usare un&apos;altra definizione, di Salman Rushdie, di &quot;sparire nel mare delle storie&quot;, quella di partecipare insomma in tutta umiltà a una narrazione collettiva in cui attualità, tradizione e anticipazione, si uniscono. Questo è il lavoro che mi appassiona non certo quello di sostituire il personaggio/scrittore ai personaggi di fantasia. Madame Bovary è più grande e più nota di Flaubert. Sandokan più di Salgari. Quando scrivo una storia di Tex, non è il &lt;i&gt;mio&lt;/i&gt; Tex, io sono soltanto uno dei suoi tanti narratori. I lettori di fumetti mi hanno insegnato in questi anni che il loro affetto è per il personaggio. Il nome dell&apos;autore spesso lo ignorano o ne prescindono. Le narrazioni contano di più dei narratori.
 
&lt;i&gt;Grazie Gianfranco!&lt;/i&gt;


</text_more></entry>
<entry id='3392' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3392' author_id='4' authored_on='20100316002717' basename='le_guerre_dimenticate_di_haiti' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100316002717' modified_on='20100316175846' ping_count='1' status='2' title='Le guerre dimenticate di Haiti prima e dopo il terremoto (2/3)' week_number='201011'><text>di &lt;a href=&quot;http://lamericalatina.net&quot;&gt;&lt;b&gt;Fabrizio Lorusso&lt;/b&gt;&lt;/a&gt;

&lt;img alt=&quot;Bimbahaiti.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Bimbahaiti.jpg&quot; width=&quot;180&quot; height=&quot;243&quot; border=&quot;0&quot; =4 vspace=2 align=right /&gt;Questa è la seconda parte di un reportage sulla storia di Haiti, prima e dopo il tremendo terremoto che ha colpito la sua capitale, Porto Principe, ormai due mesi or sono. La disgrazia di un paese e i problemi profondi della sua gente vengono dal passato e non dipendono solo dalla sfortuna, dagli uragani o dalla geologia. 
S&apos;è tanto discusso di aiuti umanitari e solidarietà in Europa e negli USA, ma non si discute mai dell&apos;estrema dipendenza cui il popolo haitiano è da sempre stato abituato: dipendenza religiosa, economica, educativa, energetica, politica e spirituale da qualche salvatore, Dio o potenza straniera. In generale non amo credere alle spiegazioni facili, attribuire la colpa di tutti i mali sempre e solo all&apos;imperialismo, agli americani o ai francesi, oppure a un gran complotto internazionale, però l&apos;esperienza diretta ad Haiti mi ha mostrato una realtà innegabile: una nazione orgogliosa e pacifica costantemente repressa dall&apos;esterno e dall&apos;interno nei suoi slanci di emancipazione, uno stato al limite del fallimento che dipende, così come i suoi cttadini, dalla cooperazione interessata dei paesi ricchi e dall&apos;ottusità della sua stessa classe dirigente.
Alcuni hanno denunciato il &quot;populismo&quot; dell&apos;ex presidente di Haiti, Aristide, spesso definito dai media come un prete-messia, ma senza cognizione di causa o secondo gli stereotipi classici da sempre diffusi sull&apos;America Latina. Ciononostante Aristide (due volte presidente eletto tra il 1990 e il 2004 e due volte forzato in esilio dopo dei colpi di stato) aveva delle idee chiare su come far uscire Haiti dalla spirale di dipendenza e sottomissione, ma la forza delle idee approvate democraticamente a volte deve cedere alle bombe e ai &lt;i&gt;machete&lt;/i&gt; dei pochi potenti che non sono d&apos;accordo dentro e fuori dal paese. </text><text_more>&lt;b&gt;Aristide e gli anni 90&lt;/b&gt;
Ma in origine da dove venivano tanto astio e avversione contro lex prete Jean-Bertande Aristide? Si trattava davvero di una figura così pericolosa e radicale come veniva presentato da certi settori statunitensi e internazionali? A cosa si deve la sua quasi eterna popolarità in patria? Pur non potendo rispondere esaustivamente a queste domande, credo che qui sia utile chiarire brevemente alcuni aspetti della sua traiettoria.
Nato nel 1953 e proveniente da una famiglia povera del nord di Haiti, Aristide venne cresciuto dai preti salesiani e potette studiare filosofia e psicologia fino al livello post-universitario in patria e anche in Italia, in Grecia e in Israele. Nel 1983 fu ordinato sacerdote dellordine salesiano, si stabilì a Porto Principe in una piccola parrocchia di periferia e divenne un esponente della cosiddetta teologia della liberazione, lala più progressista ed egualitaria della chiesa cattolica in America Latina che entrò in aperto contrasto con la visione moderata e conservatrice delle gerarchie vaticane e del Papa Giovanni Paolo II, un grande alleato anticomunista dellamministrazione USA di Reagan-Rambo. I sermoni di Aristide e le sue interviste incitavano il popolo alla rivoluzione e alla lotta per una vera uguaglianza sociale e venivano trasmessi dalla radio cattolica nazionale. Questo suo attivismo politico gli causò frizioni coi salesiani che infine lo espulsero dallordine nel 1988, ancor prima della decisione definitiva di abbandonare la chiesa e sposarsi con la cittadina statunitense Mildred Toullot nel 1994.  
Nel 1990 Aristide ottenne il 67% dei voti e divenne il vincitore delle prime vere elezioni democratiche ad Haiti con una piattaforma di stampo socialdemocratico favorevole alle classi più povere (l80% della popolazione viveva e vive tuttora in uno stato dindigenza) che prevedeva forme di redistribuzione dei redditi e luniversalizzazione dellaccesso al sistema sanitario e allistruzione. 

&lt;b&gt;1991. Primo colpo di Stato contro Aristide&lt;/b&gt;
Nel settembre 1991 una serie di conflitti istituzionali tra il presidente e il parlamento, insieme ad un clima di crescente violenza politica attizzata dallopposizione, fecero da sfondo allattuazione di un colpo di stato manu militari architettato dalla CIA che lo costrinse fuori dal paese per i successivi tre anni, dal 1991 al 1994, e impose alla presidenza il giudice Joseph Nerette, in realtà una marionetta agli ordini del comandante dellesercito Raoul Cedras. La versione ufficiale è che tutto avvenne secondo la costituzione con modalità molto simili a quanto successo col golpe in Honduras nel giugno 2009 o di nuovo ad Haiti con lo stesso Aristide nel 2004.&lt;img alt=&quot;Cartellohaiti.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Cartellohaiti.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;150&quot; border=&quot;0&quot; =4 vspace=2 align=left /&gt;Il rientro del presidente in patria dopo il suo esilio triennale negli Stati Uniti venne accompagnato da un compromesso negoziato, o meglio obbligato, con lFMI (Fondo Monetario Internazionale), la Banca Mondiale e con lallora presidente USA, Bill Clinton (lo stesso che oggi promuove la sua &quot;filantropica&quot; raccolta fondi insieme a Bush), che imponeva uno stop alle politiche sociali volute da Aristide e unadesione incondizionata ai precetti del Consenso di Washington che costituì un lucchetto sicuro per blindare i margini di manovra dei futuri governi del paese. Di ritorno Aristide riuscì per lo meno a smantellare lesercito e a sostituirlo con una polizia nazionale.

&lt;b&gt;1995. Prima presidenza di Preval&lt;/b&gt;
Dal 1995 al 2000 Renè Preval, lattuale capo di stato haitiano che fu primo ministro nel 1991 (anche se non era formalmente membro del partito di Aristide chiamato Lavalas), ebbe la sua prima occasione come presidente e Aristide fu nominato primo ministro: in pratica uninversione di ruoli durante un mandato caratterizzato dalla relativa discesa del tasso di disoccupazione ma anche dallopposizione parlamentare del partito Lavalas alle politiche di privatizzazione e aggiustamento strutturale implementate da Preval. 
Anche nel 2000, nonostante i precedenti cinque anni di relativo immobilismo e i milioni di dollari investiti dalle agenzie internazionali presenti sullisola per costruire una sottospecie di democrazia secondo i loro gusti, le elezioni favorirono il candidato supportato dal partito Fanmi Lavalas (nuovo nome del Lavalas) che fu ancora Aristide, il quale venne però accusato di frode e subì il boicottaggio elettorale e parlamentare attuato da unopposizione intransigente e antidemocratica prima e dopo il voto. 

&lt;b&gt;2000. Il ritorno di Aristide&lt;/b&gt;
Appena entrato in possesso delle sue facoltà costituzionali il neoeletto presidente annunciò ufficialmente la richiesta alla Francia del pagamento di 21 miliardi di dollari ad Haiti come corrispettivo attualizzato allanno 2000 dellannoso debito di guerra che gravò per 144 anni (dal 1804 al 1948!) sul popolo haitiano. &lt;img alt=&quot;Chiesacapra.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Chiesacapra.jpg&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;200&quot; border=&quot;0&quot; =4 vspace=2 align=right /&gt;Infatti la potenza coloniale francese impose il pagamento di una somma enorme e ingiusta (per avere unidea della cifra, questa era equivalente al doppio di quanto ottenne la Francia dalla vendita agli USA delle sue colonie nordamericane, gli stati dellArkansas, Missouri, Iowa, Oklahoma, Kansas, Nebraska, Minnesota e Dakota) alla sua ex colonia liberata quando questa si alzò in armi e guadagnò la sua indipendenza nel 1804: Haiti cominciò la sua storia con un debito pluridecennale, ma diventò la prima repubblica nera dAmerica, la prima ad abolire la schiavitù, la prima a dare il voto alle donne e la seconda a proclamarsi libera e indipendente nellemisfero occidentale anticipando di fatto gli altri paesi latino americani. 

&lt;b&gt;Divide et impera&lt;/b&gt;
In questi primi anni di governo e fino al secondo golpe del 2004, come dichiarato in intervista da Tom Luce, sembra funzionare la politica del divide et impera messa in atto dallopposizione contro Aristide. Infatti da una parte si verifica un progressivo allontanamento dei gruppi più radicali dispirazione marxista, mentre dallaltra alcuni collaboratori storici del presidente legati al mondo cattolico progressista, come il sacerdote Max Dominique, prendono le distanze dal movimento che loro stessi hanno contribuito a fondare. Si denunciano i tentativi del presidente di giustificare la violenza in caso di legittima difesa e dunque la sua parziale rinuncia a forme lotta politica non violenta in seguito allondata di attacchi di natura paramilitare cui venivano sottoposti i militanti del suo partito Fanmi Lavalas. Queste divisioni interne favorirono un processo di debilitamento e delegittimazione istituzionale che fu esasperato da una guerra sporca a livello nazionale orchestrata dalla CIA e dal gruppo 184 che riuscirono infine a concludere con successo il colpo di stato del febbraio 2004 di cui abbiamo già parlato.
Si veda: &lt;a href=&quot;http://www.blackcommentator.com/67/67_pina.html &quot;&gt;http://www.blackcommentator.com/67/67_pina.html &lt;/a&gt;

&lt;b&gt;2004  2006. Il signor mattanza&lt;/b&gt;       
Fu durante il governo di Alexandre e Latortue, patrocinato da G. W. Bush che inviò un migliaio di marines subito seguiti dagli eserciti francese e canadese, che la violenza politica e la repressione tornarono ad essere il pane quotidiano per molti haitiani. La repressione dei marines e dellesercito doccupazione statunitense fece alcune vittime innocenti (anche se hanno sempre negato tali crimini) mentre i movimenti sociali, la società civile e i partiti politici fedeli allex presidente Aristide in esilio, in primis &lt;a href=&quot;http://en.wikipedia.org/wiki/Fanmi_Lavalas&quot;&gt;il Fanmi Lavalas &lt;/a&gt;da lui creato nel 1996 per sostituire il preesistente Lavalas (la valanga, del 1991), sperimentarono un retrocesso democratico di un ventennio e rivissero gli eccessi dellepoca del dittatore Baby Doc, Jean-Claude Duvalier (al potere dalla morte di suo padre nel 1971 fino al 1986). Il giovane Duvalier, eletto a soli 19 anni, aveva a sua volta ben appreso la professione del repressore da suo padre, il presidente assoluto Francois Duvalier detto Papa Doc, creatore della spietata polizia segreta dei &lt;a href=&quot;http://en.wikipedia.org/wiki/Tonton_Macoutes&quot;&gt;Tonton Macoutes&lt;/a&gt;, che fu sciolta solamente nel 1986 dopo che aveva fatto oltre 30mila vittime. Dopo alcuni mesi doccupazione americana, nel giugno 2004 entrarono in funzione le forze militari dellOnu, i 7000 caschi blu della Minustah (&lt;a href=&quot;http://www.un.org/en/peacekeeping/missions/minustah/&quot;&gt;Missione della Nazioni unite per la Stabilizzazione ad Haiti)&lt;/a&gt; che è composta da una sezione militare e una di polizia, entrambe sotto il comando formale del contingente brasiliano ma in realtà controllate a distanza dagli USA e in minor parte dal governo haitiano. Laffidamento al Brasile del comando delle operazioni delle Nazioni Unite ad Haiti sembrava dunque rispondere più a delle esigenze dimmagine e di presenza dellemergente potenza sudamericana che a un effettiva messa in discussione della tradizionale dominazione americana. 

Fine della seconda parte (2/3) 

Leggi qui&lt;a href=&quot;http://latinoamericaexpress.blog.unita.it//Reportage__le_guerre_dimenticate_di_Haiti_prima_e_dopo_il_terremoto__1_3__1091.shtml&quot;&gt; la prima parte: LINK&lt;/a&gt;

Sostegno aiuti &lt;a href=&quot;http://prohaiti2010.blogspot.com/&quot;&gt;http://prohaiti2010.blogspot.com/&lt;/a&gt;
Video Port u Prince di Diego Lucifreddi: &lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/user/FabrizioLorussoMex&quot;&gt;YouTube FabrizioLorussoMex&lt;/a&gt;
Foto Haiti e Aumohd: &lt;a href=&quot;http://picasaweb.google.com/FabrizioLorussoMex/Haiti&quot;&gt;Picasaweb.google.com Album Haiti&lt;/a&gt;Alcune fonti necessarie: 
&lt;a href=&quot;http://www.haitiaction.net/&quot;&gt;http://www.haitiaction.net/&lt;/a&gt;
&lt;a href=&quot;http://www.haitiinformationproject.net/ &quot;&gt;http://www.haitiinformationproject.net/ &lt;/a&gt;
&lt;a href=&quot;http://www.haitianalysis.com/ &quot;&gt;http://www.haitianalysis.com/ &lt;/a&gt;
&lt;a href=&quot;http://www.blackcommentator.com/67/67_pina.html &quot;&gt;http://www.blackcommentator.com/67/67_pina.html &lt;/a&gt;
Trailer documentario Kevin Pina: The Untold Story 
&lt;a href=&quot;http://www.teledyol.net/KP/HUS/HUS.mp4&quot;&gt;http://www.teledyol.net/KP/HUS/HUS.mp4&lt;/a&gt;
&lt;a href=&quot;http://lamericalatina.net&quot;&gt;Lamericalatina.Net&lt;/a&gt;
</text_more></entry>
<entry id='3393' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3393' author_id='13' authored_on='20100317232327' basename='crossover_per_una_filosofia_popular' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100317232327' modified_on='20100318000144' ping_count='0' status='2' title='Crossover. Per una filosofia popular' week_number='201011'><excerpt>La pop filosofia è una filosofia mutante  da qui i suoi tratti per certi versi mostruosi  dotata di un potere essoterico: vale a dire in grado di arrivare al vasto pubblico. Il che non significa in alcun modo che sia semplice o che non richieda sforzi. È complessa, proprio come alcune opere pop di cui si occupa: da &lt;i&gt;Lost&lt;/i&gt; a &lt;i&gt;Evangelion&lt;/i&gt;.</excerpt><text>di &lt;b&gt;Simone Regazzoni&lt;/b&gt;&lt;img alt=&quot;muhammad_ali_versus_sonny_liston.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/muhammad_ali_versus_sonny_liston.jpg&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;134&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;Anticipiamo lintroduzione di &lt;b&gt;Simone Regazzoni&lt;/b&gt; al volume collettivo &lt;b&gt;Pop filosofia&lt;/b&gt; (in corso di pubblicazione per Il Nuovo Melangolo, pp. 253,  15), che ancor prima della sua uscita pubblica ha dato il via a un vivace dibattito nel mondo della filosofia, e persino nellAccademia, grazie alla discussione dellautore con l&apos;autorevole filosofa &lt;a href=&quot;http://it.wikipedia.org/wiki/Nicla_Vassallo&quot;&gt;Nicla Vassallo&lt;/a&gt; nel corso della puntata dell11 marzo di Fahrenheit, che può essere ascoltato &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com/suoni/Fahrenheit_su_Pop_Filosofia_11032010.mp3&quot;&gt;qui&lt;/a&gt; (streaming &amp; MP3) e &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.rai.it/dl/radio3/popupaudio.html?t=fahrenheit&amp;p=fahrenheit&amp;d=&amp;u=http%3A%2F%2Fwww.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/archivio_2010/audio/fahrenheit2010_03_11.ram&quot;&gt;qui&lt;/a&gt; (streaming Real Audio).&lt;/span&gt;

&lt;i&gt;When the going gets tough, the tough get going&lt;/i&gt;
BLUTO, &lt;i&gt;Animal House.&lt;/i&gt;

&lt;b&gt;Il gioco&lt;/b&gt;

Il rugby è un gioco mentale affermò un giorno Carwyn James, leggendario &lt;i&gt;coach&lt;/i&gt; gallese e uno dei più grandi pensatori del &lt;a href=&quot;http://emrugby.org/yahoo_site_admin/assets/images/phchart.363191958_std.jpg&quot;&gt;rugby&lt;/a&gt;. Lo stesso si potrebbe dire della filosofia. Almeno quando non si limita a sfogliare i vecchi album della propria storia gloriosa. O a confezionare ricette minime per la quotidiana felicità.
Gioco mentale in forma di parole.
Pensiero in atto che richiede forza, creatività e il coraggio di sperimentare, in assoluta libertà, linedito.
Esiste un atletismo del pensiero.
E la filosofia ne è forse lespressione più pura e pericolosa. Perché estrema.</text><text_more>&lt;img alt=&quot;Simpsons_Scream.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Simpsons_Scream.jpg&quot; width=&quot;106&quot; height=&quot;151&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Nessuno disconosce la pericolosità degli esercizi fisici estremi, ma anche il pensiero è un esercizio estremo [1], scrive Gilles Deleuze. Cè sempre stata una forma di atletismo nella filosofia che si ha tendenza a dimenticare riducendo la filosofia a una disciplina libresca e accademica [2], aggiunge Avital Ronell, non esitando a paragonare Socrate al grande &lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/watch?v=mA9bS7vHo_Y&amp;feature=fvst&quot;&gt;Muhammad Ali&lt;/a&gt;.
Nulla di sorprendente.
Se non agli occhi di qualche &lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/watch?v=c3Bf7QsK_AY&amp;feature=PlayList&amp;p=A6C925192659C1EE&amp;index=1&quot;&gt;&lt;i&gt;homunculus academicus&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;.
È Socrate a lamentare di essere stato conciato per le feste da Protagora nel corso di uno scontro verbale: Quanto a me in un primo momento, come se fossi stato colpito da un buon pugile, mi si oscurò la vista e fui preso da vertigini a queste sue parole [3].
Daltra parte, il nome proprio che si confonde con quello della filosofia stessa  &lt;i&gt;Platone&lt;/i&gt;  fa esplicito riferimento alla forza fisica nella lotta, allampiezza dello stile e alla vastità della fronte quale sede del pensiero. Aristone lottatore argivo  scrive Diogene Laerzio  fu il suo maestro di ginnastica, da cui prese il nome di Platone per il suo vigore fisico. [] Sostengono altri che egli prese il nome di Platone per lampiezza del suo stile: o perché vasta era la sua fronte, come dice Neante. Vi è pure chi dice come Dicearco nel primo libro &lt;i&gt;Delle vite&lt;/i&gt; che egli abia partecipato alle gare di lotta dellIstmo [4].
Stile, pensiero, vigore.
Si tratta in ogni caso di ingaggiare battaglia. In questo o quel campo.
Nulla è meno rassicurante di questi giochi o esercizi estremi in forma di parole.

&lt;b&gt;Il campo&lt;/b&gt;

Se la filosofia è una forma di gioco o di esercizio estremo, la cultura pop e i suoi media sono, oggi, un campo dazione imprescindibile per la filosofia.
Non si tratta di dire che sarebbe preferibile avere a che fare con i programmi della televisione, &lt;i&gt;Il padrino&lt;/i&gt; o &lt;i&gt;Lo squalo&lt;/i&gt;, piuttosto che con Wallace Stevens o Henry James [5]  posizione teoricamente debole, giustamente criticata da Jameson come forma populista di anti-intelletualismo di cui non si sente certo il bisogno.
Ma di aprire un nuovo fronte filosofico in grado di misurarsi anche con i programmi della televisione, &lt;i&gt;Il padrino&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;Lo squalo&lt;/i&gt;. Su questo non si può non condividere quanto Taylor afferma a proposito di Derrida e Foucault: essi hanno mancato lincontro con la cultura pop.
È tempo di portare la battaglia filosofica nella &lt;i&gt;popular culture&lt;/i&gt;, usando le armi migliori a disposizione della filosofia: dal pensiero critico alla decostruzione. Ma in modo inedito.
E non perché, come si potrebbe affermare un po troppo frettolosamente, il mondo della cultura di massa è il nostro mondo, cui non sfugge nemmeno la filosofia.
Occorre dirlo molto chiaramente, e una volta per tutte.
Non esiste un solo mondo, una sola realtà. Esiste una molteplicità aperta di mondi interconnessi alla cui produzione, e alla cui conflitto  ecco in che cosa consiste la &lt;i&gt;guerra dei mondi&lt;/i&gt;  partecipano, essenzialmente, i mezzi di comunicazione e la cultura di massa.
La filosofia si trova immersa in questi mondi. E deve prendere parte attiva alla loro &lt;i&gt;trasformazione&lt;/i&gt;. 
La filosofia che si limitasse semplicemente ad applicarsi alla cultura di massa per operarne lanalisi o a mettere in atto mappature cognitive delluniverso pop per orientarsi in esso non avrebbe capito nulla dello spirito del gioco. 
La filosofia deve confrontarsi con la cultura pop attraverso giochi mentali che sappiano essere, al contempo, &lt;i&gt;fughe di pensiero&lt;/i&gt;. 
Un campo da gioco, come insegna John Huston in &lt;i&gt;Fuga per la vittoria&lt;/i&gt;, è sempre il campo di una battaglia in cui lottare e attraverso cui organizzare una fuga. Non occorre avere la forza di Platone per gettarsi nella mischia. È sufficiente la passione per il gioco, una buona dose di quella che i filosofi cinici chiamavano &lt;i&gt;anaideia&lt;/i&gt;, sfrontatezza, e la volontà di non cedere alle sirene di certo snobismo accademico che è, a tutti gli effetti, solo un limite teorico.
Che la filosofia stessa si trasformi, così, in filosofia popolare, o pop filosofia, piuttosto che un rischio da evitare, è un obiettivo strategico da perseguire. 
Mutazione genetica della filosofia in &lt;i&gt;pop filosofia&lt;/i&gt;. 

&lt;b&gt;Il fuori&lt;/b&gt;

Fughe sì, ma verso dove?
Verso il fuori.
Nulla a che vedere con il pensiero del di fuori di cui parlava Foucault. Qui il fuori è quello che per Aristotele era l&lt;i&gt;essoterico&lt;/i&gt;: ciò che è fuori inteso come ciò che è pubblico.
Ripresa e trasformazione di una strategia vecchia quanto la filosofia stessa: la pop filosofia è anche un ripensamento del momento &lt;i&gt;essoterico&lt;/i&gt; della filosofia e una nuova forma di attivismo culturale e filosofico.
Ed è qui che la filosofia incontra la complessa questione della &lt;i&gt;pubblicità&lt;/i&gt;  in tutti i sensi di questo termine: accessibilità al pubblico, visibilità in pubblico, sovranità e statualità, ma anche forma di discorso diretta a ottenere dalla collettività la preferenza nei confronti di beni o servizi  in due forme intimamente connesse e che non possono oggi essere disgiunte: &lt;i&gt;critica&lt;/i&gt; ed &lt;i&gt;esposizione&lt;/i&gt;.
Da una lato la pop filosofia opera unanalisi critica del rapporto sempre più stretto tra cultura di massa e pubblicità (si vedano in particolare, in questo volume, i saggi su &lt;i&gt;300&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Grande Fratello&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;Sex and the City&lt;/i&gt;) intesa come potere politico. In questo senso la pop filosofia è critica e decostruzione della cultura pop, o almeno di un certo uso politico della cultura pop.
Dallaltro la pop filosofia rivendica la propria pubblicità come essere-in-esposizione del pensiero.
È quanto teorizza Tommaso Ariemma nel suo saggio su &lt;i&gt;Mad Men&lt;/i&gt;: Usiamo il termine esposizione sia per indicare una presentazione, sia una grande vulnerabilità. Raramente pensiamo che esporre qualcosa coinvolga inevitabilmente entrambi. Preferiamo lasciare aperta lipotesi che vi sia qualcosa di integro, che qualcosa possa sottrarsi allesposizione. A rigore, infatti, niente si sottrae allesposizione, e alla sua ambiguità. Di integro, di intatto, cè solo il nulla. Il pensiero non fa pertanto eccezione: per quanto lo si possa tenere al riparo, per quanto lo si indirizzi in un certo modo, il pensiero può esporre se stesso, può lanciare idee non solo subirle. Tutti possono allora diventare pubblicitari: è un altro motivo di &lt;i&gt;Mad Men&lt;/i&gt;, il motivo che ci indirizza verso un uso inventivo del pensiero, verso una pop filosofia creativa, oltre che critica.
Il popolare non può più essere posto solo come mera questione teorica. Con vigilanza critica o iper-critica esso deve essere praticato attraverso una nuova forma di filosofia che abbia la forza di &lt;i&gt;contaminarsi&lt;/i&gt; con la cultura pop e di presentarsi essa stessa come opera di cultura pop. Come Peter Szendy annota nel suo saggio su &lt;i&gt;The King of Pop&lt;/i&gt;: La &lt;i&gt;pop filosofia&lt;/i&gt; non è un pensiero costituito applicato a diversi oggetti della popular culture; essa è, al contrario, un pensiero che si cerca, filosoficamente, &lt;i&gt;a partire&lt;/i&gt; dalla sua esposizione allimpuro. E lasciandosi profondamente, &lt;i&gt;appassionatamente&lt;/i&gt; affettare. O infettare.
La pop filosofia è una filosofia mutante  da qui i suoi tratti per certi versi mostruosi  dotata di un potere essoterico: vale a dire in grado di arrivare al vasto pubblico. Il che non significa in alcun modo che sia semplice o che non richieda sforzi. È complessa, proprio come alcune opere pop di cui si occupa: da &lt;i&gt;Lost&lt;/i&gt; a &lt;i&gt;Evangelion&lt;/i&gt;.
La pop filosofia è &lt;i&gt;crossover&lt;/i&gt; in tutti i sensi di questo termine.
&lt;i&gt;Crossover&lt;/i&gt; in quanto incrocio e contaminazione di filosofia e cultura pop.
&lt;i&gt;Crossover&lt;/i&gt; perché mescola stili filosofici differenti.
&lt;i&gt;Crossover&lt;/i&gt; perché arriva anche a un pubblico che di norma non legge filosofia, proprio come certi brani di musica classica che diventano un successo anche tra chi ascolta pop music.
Pop filosofia dunque come nuova forma di &lt;i&gt;exoterikos logos&lt;/i&gt; la cui arma principe è il libro. 

Voce off: &lt;i&gt;Ma questo non significa adeguarsi alle norme di un dispositivo culturale dominate che detta i criteri di leggibilità, comprensione, ecc.? Non cè il rischio di ridurre la filosofia a un prodotto dellindustria culturale?&lt;/i&gt;

Inutile nasconderlo. A questo rischio si espone chiunque pubblichi libri. Che lo sappia o no.
Da questo punto di vista non cè nessuna differenza tra scrivere un saggio filosofico sullanime giapponese &lt;i&gt;Evangelion&lt;/i&gt; (definito da Jadel Andreetto unopera bifronte, essoterica ed esoterica come lo Zarathustra) o &lt;i&gt;LAngelo necessario&lt;/i&gt; [6].
Il rischio è sempre in agguato. Ed è un rischio tanto più grave quanto più ci si illude di non avere a che fare con tale dispositivo  illusione particolarmente cara ai filosofi.

&lt;b&gt;La merce&lt;/b&gt;

La pop filosofia si fa strategicamente carico di questo rischio.
Il che significa che prova a fare un buon uso perverso di certi dispositivi come anche di una certa condizione del mercato editoriale e del proprio carattere di merce  almeno nella misura in cui la pop filosofia decide di usare la forma libro.
Impossibile evocare lo spettro del pop senza evocare lo spettro della merce.
La pop filosofia non esorcizza questo spettro. In questo fa un passo in avanti rispetto alla rappresentazione ideologica che la filosofia tende a dare di se stessa nel mercato globale.
&lt;img alt=&quot;marx_brothers.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/marx_brothers.jpg&quot; width=&quot;192&quot; height=&quot;144&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Proprio come la merce-musica analizzata da Adorno, la filosofia si costituisce come merce negando il proprio carattere di merce, presentandosi, sul mercato editoriale, come espressione di valori spirituali in apparenza opposti a quelli economici.
La pop filosofia decostruisce questa apparenza, e si riappropria in modo perverso del proprio carattere di merce, in una sorta di amplificazione distorta dei capricci e delle sottigliezze che una merce porta in sé.
Perché una merce non ha nulla di triviale, di semplice o di a-filosofico.
Quando si parla banalmente di mercificazione del pensiero si dimentica che una merce è spesso molto più complessa dei supposti pensieri puri che verrebbe a rovinare o mercificare. Leggiamo Marx: A prima vista, una merce sembra una cosa triviale, ovvia. Dalla sua analisi risulta che è una cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezza metafisica e di capricci teologici [7].
Nel momento in cui non si può sfuggire a una certa mercificazione si tratta allora di usare le potenzialità metafisiche della merce stessa. E di presentare apertamente al pubblico il dissidio e la contraddizione allopera nella merce pop filosofia. Parlando dellunità degli opposti nellarte borghese (mercato e autonomia) Adorno scriveva giustamente che vittime dellideologia sono proprio quelli che occultano la contraddizione invece di assumerla [] nella coscienza della propria produzione [8].
Questo libro assume la sua contraddizione. 
È una merce  con unanima filosofica. 
Che vede, per riprendere le parole di Benjamin, in ciascuno quellacquirente nelle cui mani e nella cui casa si vuole introdurre [9]. In questo si potrebbe vedere una certa affinità tra la pop filosofia e la canzone pop così come è stata analizzata da Peter Szendy [10].
Ciò che conta, qui, è aumentare la circolazione  delle idee.
Si tratta di fuoriuscire non solo dalla cittadella accademica, ma anche dalla cerchia dei cultori, per infiltrarsi là dove sembrava impossibile, fino a ieri, incontrare la filosofia.

&lt;b&gt;Il popular&lt;/b&gt;

Per questo la pop filosofia lavora sistematicamente su tutti i fronti del libro, compreso quello che Genette definisce &lt;i&gt;paratesto&lt;/i&gt;.
Che cosè il paratesto?
È linsieme di elementi che stanno attorno al testo e che vanno dalla copertina alla quarta, dalla collana alla tiratura, dal prezzo alla promozione, fino alle interviste e ai dibattiti su diversi media. Tutte cose di estrema importanza per lefficacia della strategia pop filosofica. Tutte cose di estremo interesse per la pop filosofia. Perché è qui che il testo diventa libro e in quanto tale si propone ai suoi lettori e, in genere, al pubblico [11].
La pop filosofia non si ferma al testo, ma sfrutta larma libro in tutta la sua complessità.
In questo senso essa è una nuova forma di avanguardia filosofica.
Unavanguardia che si lascia alle spalle la strategia dellilleggibilità e che guarda con interesse a quanto accade nel campo della nuova letteratura italiana che si muove nel &lt;i&gt;popular&lt;/i&gt;, a partire dai Wu Ming [12].
In quello che è senza dubbio il testo teorico sulla letteratura più importante degli ultimi anni, &lt;i&gt;New Italian Epic&lt;/i&gt; di Wu Ming 1, leggiamo: Le opere Nie stanno nel &lt;i&gt;popular&lt;/i&gt;, lavorano con il &lt;i&gt;popular&lt;/i&gt;. I loro autori tentano approcci azzardati, forzano regole, ma stanno dentro il &lt;i&gt;popular&lt;/i&gt; e per giunta con convinzione, senza snobismi, senza il bisogno di giustificarsi di fronte ai loro colleghi dabbene. E ancora: La sperimentazione avviene nel &lt;i&gt;popular&lt;/i&gt; [13].
La strategia pop filosofica qui adottata è più vicina a quella che Wu Ming 1 mostra allopera nella &lt;i&gt;New Italian Epic&lt;/i&gt; che non alla pop filosofia di Slavoj iek, ancora ostaggio del vecchio pregiudizio secondo cui la cultura pop sarebbe intrinsecamente stupida. Non a caso luso che iek fa del pop si può riassumere nella formula: estrinsecazione in un medum stupido di analisi lacaniane [14].
Pop filosofia è qui intesa come avanguardia filosofica insieme &lt;i&gt;sperimentale e popolare&lt;/i&gt; che fa propria una formula usata da Eco nelle &lt;i&gt;Postille&lt;/i&gt; a &lt;i&gt;Il nome della rosa&lt;/i&gt;. Raggiungere un pubblico vasto e popolare i suoi sogni, significa forse oggi fare avanguardia e ci lascia ancora liberi di dire che popolare i sogni dei lettori non vuol dire necessariamente consolarli. Può voler dire ossessionarli [15].

&lt;b&gt;Il network&lt;/b&gt;

I saggi raccolti in questo volume non teorizzano la pop filosofia. Bensì la praticano. In molti modi. Affrontando i differenti volti delluniverso pop: dalla &lt;i&gt;pop music&lt;/i&gt; alla TV dei &lt;i&gt;reality&lt;/i&gt;, dagli &lt;i&gt;anime&lt;/i&gt; giapponesi al &lt;i&gt;graphic novel&lt;/i&gt;, dal cinema di genere alle serie TV.
Essi condividono unaria di famiglia, piuttosto che una definizione. Danno vita a un &lt;i&gt;network&lt;/i&gt; filosofico.
Per restare nel pop, si potrebbe dire che i differenti autori hanno lavorato alla maniera di un famoso gruppo di simpatiche canaglie protagonista di una serie TV cult degli anni Ottanta, &lt;i&gt;The A-Team&lt;/i&gt;. &quot;Evasi da un carcere di massima sicurezza, si rifugiarono a Los Angeles vivendo in clandestinità. Sono tuttora ricercati, ma se avete un problema che nessuno può risolvere  e se riuscite a trovarli  forse potrete ingaggiare il famoso &lt;i&gt;A-Team&lt;/i&gt;&quot;, recitava &lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/watch?v=bXAXR6zgAJA&quot;&gt;lintroduzione italiana agli episodi&lt;/a&gt;.
In ogni episodio della serie, veniva il momento in cui lA-team, per combattere la propria battaglia, creava ingegnose macchina da guerra modificando normalissimi oggetti duso quali auto, moto, ecc. 
Lo stesso accade qui.
Ripensamento e trasformazione pop dellidea deleuziana di macchina da guerra.
Qui oggetti vari della cultura di massa e pezzi di filosofia sono stati presi, decostruiti e riassemblati per dar vita a una macchina da guerra in forma di libro.


&lt;b&gt;Note&lt;/b&gt;

[1] G. DELEUZE, &lt;i&gt;Pourparler&lt;/i&gt;, trad. it., Macerata, Quodlibet, 2000, p. 139.
[2] A. RONELL, &lt;i&gt;Giornale di una tossicofilomaniaca&lt;/i&gt;, trad. it., Genova, il melangolo, 2008, p. 47.
[3] PLATONE, &lt;i&gt;Protagora&lt;/i&gt;, 339e.
[4] DIOGENE LAERZIO, &lt;i&gt;Vite dei filosofi&lt;/i&gt;, III, 4.
[5] F. JAMESON, &lt;i&gt;Firme del visibile. Hitchcock, Kubrick, Antonioni&lt;/i&gt;, trad. it., Milano, Donzelli,  2003, p. 11.
[6] &lt;i&gt;LAngelo necessario&lt;/i&gt; è il titolo (ispirato a una poesia di Wallace Stevens) di un libro di Massimo Cacciari del 1992.
[7] K. MARX, &lt;i&gt;Il Capitale&lt;/i&gt;, I, 1, trad. it., Roma, Editori Riuniti, 2006.
[8] T. ADORNO, M. HORKAIMER, &lt;i&gt;Dialettica dellilluminismo&lt;/i&gt;, trad. it., Torino, Einaudi, 1997, p. 170.
[9] W. BENJAMIN, La Parigi del Secondo Impero in Baudelaire, in ID., &lt;i&gt;Opere complete&lt;/i&gt;, vol. VII, Scritti 1938-1940, a cura di E. Ganni, Torino, Einaudi, 2006, p. 139.
[10] Cfr. P. SZENDY, &lt;i&gt;Tormentoni! La filosofia nel juke-box&lt;/i&gt;, trad. it., Milano, Isbn, 2009, pp. 15-22.
[11] G. GENETTE, &lt;i&gt;Soglie&lt;/i&gt;, trad. it., Torino, Einaudi, 1989, p. 4.
[12]Cfr. http://www.wumingfoundation.com/ e G. DE PASCALE, &lt;i&gt;Wu Ming. Non soltanto una band di scrittori&lt;/i&gt;, Genova, il melangolo, 2009.
[13] WU MING, &lt;i&gt;New Italian Epic. Letteratura, sguardo oblique, ritorno al futuro&lt;/i&gt;, Torino, Einaudi, 2009, pp. 95 e 97.
[14] Ricorro a questi esempi [tratti dalla cultura di massa] per evitare il gergo pseudo-lacaniano e per raggiungere la maggiore chiarezza non solo per i miei lettori ma anche per me stesso: lidiota per cui mi sforzo di formulare il più chiaramente possibile un punto teoretico sono proprio io [] mi convinco di aver davvero compreso qualche concetto lacaniano quando riesco a tradurlo efficacemente nellintrinseca stupidità della cultura popolare. In questa completa accettazione dellestrinsecazione in un medium stupido, in questo rifiuto radicale di qualsiasi segreto iniziatico, risiede letica di trovare la parola appropriata (S. IEK, &lt;i&gt;Il Grande Altro. Nazionalismo, godimento, cultura di massa&lt;/i&gt;, a cura di M. Senaldi, Milano, Feltrinelli, 1999, p. 171). Ma, più in generale, si può dire che il limite di iek consiste nel considerare la cultura pop come lideologia della società tardo-capitalista.
[15] U. ECO, &lt;i&gt;Postille&lt;/i&gt; a &lt;i&gt;Il nome della rosa&lt;/i&gt;, Milano, Bompiani, 1996, p. 531.

&lt;b&gt;Indice&lt;/b&gt;

0. &lt;b&gt;Crossover  (Per una filosofia popular)&lt;/b&gt;, di Simone Regazzoni 
1. &lt;b&gt;Neon Genesis Evangelion  (Un anime per tutti e per nessuno)&lt;/b&gt;, di Jadel Andreetto 
2. &lt;b&gt;300 (Allegoria e guerra)&lt;/b&gt;, di Wu Ming 1 
3. &lt;b&gt;Il mucchio selvaggio (Viaggio al termine delleroismo western)&lt;/b&gt;, di Simone Regazzoni 
4. &lt;b&gt;Watchmen (Il triste tropico del dottor Manhattan)&lt;/b&gt;, di Girolamo De Michele
5. &lt;b&gt;Asterios Polyp (Mitografie della decostruzione)&lt;/b&gt;, di Francesco Vitale 
6. &lt;b&gt;This is it (The King of Pop) &lt;/b&gt;, di Peter Szendy 
7. &lt;b&gt;Romanzo Criminale (La produzione di storia e lesistenza dellItalia)&lt;/b&gt;, di Lorenzo Fabbri 
8. &lt;b&gt;Mad man (Lesposizione del pensiero)&lt;/b&gt;, di Tommaso Ariemma 
9. &lt;b&gt;Grande Fratello (Le due morti di Jade Goody)&lt;/b&gt;, di Giulio Itzcovich 
10. &lt;b&gt;The King (Il regno ® è infetto)&lt;/b&gt;, di Laura Odello 
11. &lt;b&gt;Sex and the City (Indizi per unerotica contemporanea)&lt;/b&gt;, di Francesca R. Recchia Luciani
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<entry id='3394' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3394' author_id='1' authored_on='20100317005721' basename='gianfranco_calligarich_lultima' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100317005721' modified_on='20100316225905' ping_count='1' status='2' title='Gianfranco Calligarich: L&apos;ULTIMA ESTATE IN CITTA&apos;' week_number='201011'><excerpt>di &lt;b&gt;G. Genna&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;calligarichsmall.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/calligarichsmall.jpg&quot; width=&quot;50&quot; height=&quot;73&quot; border=&quot;1&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt;Riemerge prepotente dal passato, precisamente dal 1973: &quot;Lultima estate in città&quot; di Gianfranco Calligarich (Aragno,  16), se esistesse una società letteraria, sarebbe il caso dellanno.</excerpt><text>&lt;img alt=&quot;calligarich.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/calligarich.jpg&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;160&quot; border=&quot;1&quot; hspace=5 vspace=1 align=left /&gt;di &lt;a href=&quot;http://www.ripubblica.net&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Giuseppe Genna&lt;/a&gt;

Riemerge prepotente dal passato, precisamente dal 1973: &lt;img alt=&quot;frecciabr.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot; width=&quot;9&quot; height=&quot;9&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;baseline&quot; /&gt; &lt;b&gt;&lt;a href=&quot;http://www.ninoaragnoeditore.it/?mod=COLLANE&amp;id_collana=23&amp;op=visualizza_libro&amp;id_opera=396&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Lultima estate in città&lt;/a&gt;&lt;/b&gt; di &lt;a href=&quot;http://www.calligarichgianfranco.com/&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Gianfranco Calligarich&lt;/a&gt; (Aragno,  16), se esistesse una società letteraria, sarebbe il caso dellanno. E grazie alle cure delleditore Aragno che questo straordinario esordio, lanciato ai tempi da Natalia Ginzburg, riappare per la gioia di chi, da un romanzo, si aspetta unesperienza rivelatrice. In questepoca 2.0, perdutasi in una fitta nuvola di byte, il racconto di una bohème molto particolare, a fine Sessanta in una Roma irripetibile, sembra quasi preistorico (quanto lo è Proust, almeno per i giovani amanti delle tecnologie wii)  invece ci si trova di fronte a quelloggetto strano e perturbante che è lautentico romanzo.</text><text_more>A posteriori mi chiedo perché &lt;b&gt;Gli indifferenti &lt;/b&gt;di Alberto Moravia sarebbero un libro migliore di quello di Calligarich (che nel frattempo è diventato uno degli autori più importanti della storia della tv e un uomo di teatro pluripremiato). Certo, Moravia dipingeva quella che è stata definita ignavia della borghesia (una classe sociale che gli amanti della playstation avranno orecchiato essere esistita tempo fa), mentre Calligarich compie unaltra operazione. 
&lt;img alt=&quot;calligarich2.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/calligarich2.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;281&quot; border=&quot;1&quot; hspace=5 vspace=2 align=right /&gt;I miei padri e le mie madri nobili, da Garboli alla Ginzburg, che hanno molto amato &lt;b&gt;Lultima estate in città&lt;/b&gt;, a mio parere non hanno intravvisto lenorme potenza del tentativo di Calligarich (nella foto a fianco): che è, a mio avviso, fare in letteratura quanto &lt;b&gt;La dolce vita &lt;/b&gt;di Fellini fece al cinema. E proprio una specie di Marcello leroe solitario che attraversa in questo libro loft lounge e alberghi scalcagnati, camminando su spiagge e salendo su utilitarie e girando in circolo una Roma calcarea e modernissima al tempo stesso. Leo Gazzarra, questo nullafacente che vive ai margini del giornalismo e dellaccattonaggio intellettuale, esperto nelle due arti dello stare zitto e adattarmi alle situazioni, sembra a suo agio in appartamenti arredati come la casa del &quot;Quesito della Susi&quot; nel settimanale che vanta più tentativi di imitazione. Questo ironico, saccente, cinicissimo ipocondriaco, che al solo bere un superalcolico crolla in attacchi di melanconia ipocondriaca, ha abbandonato la famiglia in maniera memorabile: la scena del padre, gigantesco e muto, che lo accompagna alla stazione, è davvero uno dei quadri memorabili del romanzo. Leo va a Roma, rimediato un lavoretto da nulla in un ufficio preso in affitto nella villa di un nobile in delicata decadenza. Dalla chiusura di quellufficio, il vagabondaggio esistenziale di Leo, questo autoironico e corrosivo lettore che cerca senza molto impegno di mettere insieme pranzo e cena, ne porterà il corpo esausto in una inverosimile duplice deriva. Da un lato la ninfetta che diventa inafferrabile dea, e cioè Arianna, incontrata a una festa che surclassa i devastanti party di Houellebecq. Daltro canto, il magistero esistenziale e alcolico del suo amico Graziano, tra scorribande sul lungomare ostiense o improvvise epifanie a piazza Navona.
Un romanzo che conquista chi oggi adora leggere Philip Roth o Jonathan Franzen  laddove la loro America è qui una capitale assoluta dellesistenza, vasta e muta. Non ultima notazione: ci troviamo di fronte a un romanzo fregiato da uno degli incipit più belli della letteratura italiana dai Settanta in poi: Del resto è sempre così. Uno fa di tutto per starsene in disparte e poi un bel giorno, senza sapere come, si trova dentro una storia che lo porta dritto alla fine. Quale fine è uno dei piaceri confessabili di questa sorprendente lettura.</text_more></entry>
<entry id='3397' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3397' author_id='19' authored_on='20100322034409' basename='limpero_del_sola' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100322034409' modified_on='20130320180608' ping_count='0' status='2' title='L&apos;Impero del Sola' week_number='201012'><text>di &lt;b&gt;Alessandra Daniele&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Sola.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Sola.jpg&quot; width=&quot;142&quot; height=&quot;166&quot; border=&quot;0&quot;hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;- Vostra Maestà Imperiale, c&apos;è rimasto ancora qualche sparuto gazzettiere che si rifiuta di osannarvi.
- A morte.
- Maestà, non è possibile per il momento.
- Ma mi danno fastidio! - sbuffa l&apos;Imperatore.
Il Ciambellano sembra mortificato.
- Avete ogni ragione, Maestà, ma avete anche un accordo col Pontefice: niente esecuzioni per motivi laici durante la Quaresima. Solo roghi di eretici, e chierichetti chiacchieroni.</text><text_more>- Non posso ancora decapitare i gazzettieri? Beh, allora mozzategli la lingua.
- Anche alle donne?
- No! Alle donne mozzate... - l&apos;Imperatore esita - sto cercando un pezzo del corpo femminile che non mi serve.
- Il cervello - sogghigna il Ciambellano.
- Non dire assurdità, le femmine non hanno il cervello!
Ridono.
- Come prosegue la stesura del Codice Unico delle Leggi Imperiali?
- Benissimo Maestà. 
- Ma perché ci vuole tanto? Dev&apos;essere composto d&apos;un solo articolo: &apos;&apos;Sua Maestà Imperiale può fare quel cazzo che vuole, e nessun suddito gli deve rompere i coglioni&apos;&apos;. Quanto ci mettono quegli amanuensi pipparoli a miniare questa semplice e incontrovertibile sentenza?
- Non è stato quello a richiedere tempo, bensì la distruzione totale e sistematica di ogni precedente codice, legge, decreto, regolamento, e contratto di convivenza civile. E&apos; stato un processo elaborato, ma ormai è praticamente concluso.
- Quella parola!...- L&apos;Imperatore contorce il viso in una smorfia - Nessuno deve mai osare pronunciarla al mio cospetto!
- Quale? Proc... oh, perdonatemi Maestà! - il Ciambellano si inchina fino a terra.
- Alzati - sbuffa l&apos;Imperatore - in quella posizione davanti a me voglio vedere solo femmine, non sono mica il Pontefice!
Ride.
- A proposito, è arrivato il carico di bionde del lunedì?
Il Ciambellano si rialza - Certamente Maestà.
- Allora togliti dai coglioni, e mandamele, che ho altro da farmi leccare, oltre il culo! - Ride.
Il Ciambellano esce camminando all&apos;indietro.
Appena fuori dalla stanza sbuffa, si toglie i paramenti colorati. 
Si infila una gicca grigia.
Un uomo in doppiopetto gli si avvicina.
- Come sta il vecchio?
- Completamente andato.
- Bene. E&apos; esattamente così che ci serve.
L&apos;uomo con la giacca grigia guarda l&apos;orologio.
- Mandagli le solite puttane, io per oggi stacco.
- Il nostro vero lavoro comincerà quando lo rimpiazzeremo - sospira l&apos;uomo in doppiopetto - e ci acclameranno come liberatori.
L&apos;uomo con la giacca grigia accenna un sorriso.
- Ce lo abbiamo messo apposta, no?
</text_more></entry>
<entry id='3398' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3398' author_id='4' authored_on='20100320035534' basename='riti_di_passaggio_parte_11' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100320035534' modified_on='20100320035659' ping_count='0' status='2' title='RITI DI PASSAGGIO - Parte 11' week_number='201011'><text>di &lt;b&gt;Sandro Moiso&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;JimiHendrix.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/JimiHendrix.jpg&quot; width=&quot;125&quot; height=&quot;147&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;&lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/cgi-bin/mt-search.cgi?IncludeBlogs=2&amp;search=Riti+di+passaggio+Sandro+Moiso&quot;&gt;Qui&lt;/a&gt; le puntate precedenti

&lt;b&gt;A nord, sempre più a nord&lt;/b&gt;

A nord, sempre più a nord.
Quellabbonamento mensile, pagato 220 dollari per gli autobus della Greyhound e delle compagnie associate, doveva essere usato. Via verso Buffalo e le cascate del Niagara e poi Toronto e il Canada. Seguimmo il corso del fiume San Lorenzo, verso le sue foci.
Sognavamo di arrivare sui banchi di Terra Nova, attraversammo la Rivière du Loup, ma ci fermammo poi a Trois Pistoles.</text><text_more>Una località sperduta lungo le rive del grande fiume risalito nel 1500 da audaci esploratori francesi.
Ma con un nome che ci affascinava, anche se non avemmo il tempo di capirne lorigine.
In tenda faceva freddo e qualche mattino dopo abbandonammo il campeggio per attraversare il fiume in uno dei suoi punti di massima larghezza.
Il ferry boat ci fece attraversare quei trenta chilometri con un viaggio che durò ore e che aveva per destinazione Les Escoumins.

Sulla spiaggia da cui eravamo partiti migliaia di gabbiani e di altri uccelli di terra e di mare si disputavano, allalba e tra grida stridule, i detriti e le carogne lasciate dal riflusso della marea che si spingeva dallAtlantico fino a quel punto del fiume.
Al nostro arrivo sullaltra sponda la nebbia nascose fino allultimo lorigine di un fracasso infernale.
Erano migliaia di tronchi che precipitavano da lunghissimi scivoli nelle acque del San Lorenzo.

Lì sarebbero stati incolonnati per esser trasportati verso il porto fluviale della città di Québec.
Chiatte e boscaioli, degni eredi di Paul Bunyan, ne sarebbero stati i conduttori.
Eppure quella autentica distruzione della natura aveva in sé qualcosa di magico e di mitico, finendo con laffascinare il nostro sguardo.
Così con un nuovo autobus li seguimmo verso la loro stessa destinazione.

Ma non ci fermammo lì.
Ormai la direzione era invertita e cominciammo a scendere verso Sud, verso Montreal, i Grandi laghi e Chicago, la città del vento.
Oltre che delle grandi industrie, dei macelli, del blues, dei grandi traffici del proibizionismo e dei gangster dei primi decenni del novecento.

Ci accontentammo di rubare prosciutto, maionese e latte al cioccolato in un supermercato, per poi consumare il nostro pasto sulle rive di quei laghi dalle acque grigie e fredde.
Questabitudine al furto, residuo degli espropri proletari di quegli anni, avrebbe poi condotto Ettore nelle galere di Oakland, ma quella (con laggiunta talvolta di qualche banana) costituì  la nostra dieta per tutto il mese passato a vagabondare in autobus, coast to coast.

&lt;b&gt;Feedback&lt;/b&gt;

Feedback. Ovvero &lt;i&gt;ritorno del segnale di uscita&lt;/i&gt; oppure &lt;i&gt;effetto retroattivo di un messaggio o di unazione su chi lo ha emesso o prodotto&lt;/i&gt; oppure, ancora, &lt;i&gt;effetto di controreazione di un fenomeno&lt;/i&gt;.
Fin qui le definizioni offerte dai dizionari della lingua italiana.
La nostra mente opera in un processo continuo di feedback, in cui il presente si misura continuamente con le azioni e i pensieri precedenti per esserne continuamente mutato.

Le nostre mente e i nostri corpi agivano in un feedback continuo, così come Jimi Hendrix fu lunico musicista a suonare davvero con il proprio corpo.
Davanti agli amplificatori, come a Monterey o in decine di altri concerti, Jimi cercava il ritorno del segnale per intercettarlo con la chitarra o con il corpo, per poi rinviarlo alle casse in una cacofonia di suoni mai uditi prima.

Tutto il palco con il suo potenziale sonoro si trasformava così in un enorme theremin, il primo strumento basato sullinterazione tra onde sonore emesse elettricamente e movimenti del corpo.
Non a caso, forse, lo strumento era stato inventato in Russia negli anni della guerra civile, in un momento di grande creatività artistica, prima dellavvento dello stalinismo.
Quando era ancora possibile pensare con Lenin che il comunismo sarebbe risultato dallincontro del socialismo con lelettricità.

A noi era rimasta soltanto lelettricità.
Laltro fattore era già diventato sin troppo reale e quello che sarebbe dovuto esserne il prodotto si era trasformato in enormi macchine burocratiche destinate a maciullare corpi e menti.
Per non parlare della clandestinità in cui circolava la musica elettrica e demoniaca del rocknroll nei paesi del socialismo reale.

Dischi prodotti clandestinamente, venduti sottobanco per un pubblico di uligani, teppisti dalle giacche di cuoio che lU.R.S.S. dei Kruschev, Breznev e Antonov non poteva tollerare.
Dischi stampati, come primordiali flexi-disc, sulle lastre delle radiografie, per cui oltre ad ascoltarli era anche possibile guardarli in controluce per osservare fratture o malformazioni di pazienti ignari.
Ancora, quindi, corpi ed elettricità.

Continuammo a viaggiare in un continuo feedback con gli avvenimenti dei mesi che avevano preceduto la nostra partenza.
Gli scontri di Torino, le manifestazioni a Roma e a Bologna dopo luccisione di Francesco Lorusso, gli espropri e gli assalti alle armerie che la avevano accompagnate, così come le sparatorie che sembravano esplodere a ogni manifestazione.

Eppure gli unici americani di estrema sinistra che incontrammo nel nostro peregrinare ci chiesero il nostro parere sullesplodere in Cina del caso della &lt;i&gt;banda dei quattro&lt;/i&gt;, che vedeva coinvolta la moglie di Mao Tse Tung.
Incredibile per noi, lontani anni luce da quei problemi di ordine ideologico.
Capimmo così, però, anche i limiti di quelle lotte che a noi sembravano così importanti.

&lt;b&gt;Una resurrezione selvaggia&lt;/b&gt;

Una resurrezione selvaggia.
Tale ci era sembrato il ciclo di lotte apertosi, in Italia, nella primavera del 1977. Molto più del 68, caratterizzato da un lato dal presenzialismo studentesco e dallaltro da un  recupero in extremis del politicantismo (gruppuscolare o parlamentare fa lo stesso) in chiave estremistica, il movimento del 77 segnò un tentativo allarmante di allargare la lotta politica a tutta la scala del sociale. 

Il movimento dei consigli operai degli anni 20 sembrava improvvisamente riprendere quota su un piano più allargato e territoriale. Donne, giovani, disoccupati, precari, lavoratori in nero, operai di fabbrica e nuovi stili di vita (spesso coincidenti con la ri-scoperta delle diversità che animano questa nostra specie) si fondevano in un movimento che non aveva fino ad allora avuto precedenti e che non poteva essere accettato o inquadrato nelle forme politiche preesistenti. 

In questo non poteva essere accettato dal potere e dai suoi cani da guardia, politici e sindacali, ma nemmeno compreso appieno dai gruppuscoli della sinistra extra e ultra che si contendevano, come sempre, gli scampoli lasciati liberi dalla sinistra istituzionale, nonostante le incredibili giravolte ideologiche cui si sottoposero per spiegarlo (e tentare di ingabbiarlo inglobandolo in straordinarie visioni dinsieme).

Una valanga di feedback prodotto da chitarre allucinate avrebbe potuto costituire la colonna sonora ideale di quei mesi.
Il caos si ripresentava, liberatorio e selvaggio, nelle forme di un movimento che non voleva essere rappresentato, ma soltanto essere ciò che era in tutti i suoi aspetti e in tutte le sue contraddizioni.
Qualcuno si accontentò di bollarlo come &lt;i&gt;autonomo&lt;/i&gt; ovvero legato allautonomia operaia, ma anche questa fu una formula riduttiva.

I Savage Resurrection, &lt;i&gt;Resurrezione selvaggia&lt;/i&gt;, si formarono sul finire degli anni sessanta nella California del Nord.
Venivano tutti dai quartieri proletari e sottoproletari di Richmond, un centro operaio della Bay area.
Randy Hammon, John Palmer, Bill Harper, Steve Lage e Jeff Myer.
I primi due vantavano ascendenze pellerossa e la rabbia dei ghetti bianchi in cui erano cresciuti.
Randy aveva sedici anni e sul palco brandiva la chitarra e un enorme Bowie.knife.

John era semplicemente pazzo e si era fatto cacciare da più di un gruppo dopo aver picchiato gli altri componenti .Incisero un solo disco nel 1968.
Abe Voco Kesh, il loro produttore, doveva esser altrettanto pazzo e aveva già portato in sala di registrazione i Blue Cheer. 
Solo i Sonic Youth si sono ricordati di loro, copiandone senza citarli il loro brano più bello.

I campioni del feedback chitarristico degli ultimi due decenni, Thurston Moore e Lee Ranaldo, li hanno saccheggiati, ma tutto era partito da un nero che, pur non sapendo leggere o scrivere un rigo di musica, aveva reinventato il suono delle chitarre e prodotto il sound degli anni a venire.
Jimi, o Jimi, che fece sì che tutti i più famosi chitarristi inglesi degli anni sessanta, si cagassero addosso alludir le note della sua chitarra al primo concerto londinese degli Experience.

&lt;i&gt;Ci sentimmo finiti&lt;/i&gt; affermò più tardi Pete Townshend, ritenuto allora il più selvaggio dei chitarristi. Così dovevano essersi sentiti i rappresentanti di una sinistra mummificata davanti alle cacofonie prodotte dai cortei e dalle intemperanze del movimento del 77.
Jimi morì nei primi anni settanta, noi cinque o sei anni dopo. In entrambi i casi dopo aver sfiorato il cielo anche solo con un dito.

&lt;b&gt;Eppure quel movimento non fu solo italiano&lt;/b&gt;

Eppure quel movimento non fu solo italiano.
Come sempre la musica laveva anticipato e accompagnato.
Tra i giovani figli della classe operaia inglese, nei sobborghi di Londra e nelle periferie irlandesi era nato il punk. Un autentico pugno nello stomaco della morale e del gusto corrente, così come poteva esserlo la maschera stravolta di Sid Vicious.

Fu una truffa, unennesima invenzione del business dellindustria musicale?
Chi lo sa, anche se Malcom McLaren, nel tentativo di attribuirsene la paternità, lo battezzò &lt;i&gt;la grande truffa del rocknroll&lt;/i&gt;.
Eppure una miriade di gruppi si formarono immediatamente, ispirati sia dallestetica e dallo stile scalcinato dei Pistols che dalle rivolte di Brixton.

Tutto si legava.
Sia che il feedback dei Velvet Underground e della &lt;i&gt;Metal Machine Music&lt;/i&gt; di Lou Reed, si fondesse con le armi di Brixton, cantate in seguito dai Clash, sia che in Italia lepicentro del nuovo movimento non fosse più nelle principali città industriali, ma a Bologna feudo e fiore allocchiello del Partito Comunista.

Radio libere nascevano per trasmettere una musica altrimenti inaudibile in Italia, mentre giornali dalle grafiche futuriste impazzite e dai titoli più improbabili sbucavano come funghi e morivano nel tumulto dei movimenti.
E qualcuno era già tornato da Londra portando provocatoriamente delle spille a forma di svastica sul giubbotto di cuoio.

Era quello il rovesciamento della prassi di cui tanto avevano cianciato i teorici della sinistra.
Era un autentico détournement di stampo situazionista che rovesciava ogni valore, ogni sicurezza di cui si fosse moralisticamente e politicamente abusato.
LSD, marijuana e hashish sostituirono sempre più il vino nella ricerca di nuove forme di vita e di nuove modalità di lotta.

Con tutto questo dentro di noi, eravamo partiti per gli Stati Uniti.
Ventre del mostro, promessa di libertà, cuore pulsante della musica del diavolo bianca e nera, spazi infiniti, origine di ogni moderna mitologia e molto altro rappresentavano per me ed Ettore gli States.
E linterazione sensoriale, mentale e sonora tra quei due mondi durò per tutto quel viaggio.

(&lt;b&gt;11-CONTINUA&lt;/b&gt;)

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<entry id='3399' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3399' author_id='4' authored_on='20100321051742' basename='il_profeta' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100321051742' modified_on='20110324024706' ping_count='1' status='2' title='Il Profeta' week_number='201012'><text>di &lt;b&gt;Tommaso De Lorenzis&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;IlProfeta.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/IlProfeta.jpg&quot; width=&quot;125&quot; height=&quot;177&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Dal furgone blindato che lo sta traducendo nel penitenziario di Brécourt, Malik El Djebena osserva le strade di Francia. Sembra lovvio tributo alle storie dambientazione carceraria. Che il detenuto assapori scorci di libertà così da ricordare il senso della perdita. Eppure, non cè nulla di desiderabile in quello che si vede oltre le sbarre. Casermoni di periferia scorrono come grigio fiume di cemento. Ragazzini annoiati languono in una piazzetta. Un fiotto dacqua sgorga da unanonima fontana. Né desideri né rimpianti increspano il viso di Malik. Poi compare una bandiera francese. Penzola da unasta, incapace di garrire in una giornata senza vento. Per un istante la prospettiva sembra rovesciarsi ed è il tricolore della Repubblica ad apparire prigioniero, nella fissità dun tempo divenuto unora daria senza fine.</text><text_more>Il referto autoptico della società transalpina, impresso da Jacques Audiard nella celluloide de &lt;i&gt;Il Profeta&lt;/i&gt;, è già condensato in questi fotogrammi. Il regista non ha fatto mistero delle proprie intenzioni, affermando come, «in un attimo, il dentro e il fuori del carcere diventano la stessa cosa». Non è possibile dargli torto, visto che per uno come Malik  arabo diciannovenne cresciuto nella banlieue e membro di quellumanità che Nicolas Sarkozy definì la &lt;i&gt;racaille&lt;/i&gt;  «fuori» vuol dire un destino di analfabetismo, emarginazione e miseria. Colto nel punto di crisi dei suoi meccanismi inclusivi, il welfare francese si riserva ununica eccellenza: il sistema carcerario. Solo in galera il reietto ottiene laccesso a unistruzione efficace e a un decoroso avviamento professionale, insieme a un benefit per nulla trascurabile: alla possibilità di trasformarsi da delinquente senza futuro in astuto assassino e in gangster di primordine. Alla faccia di qualsiasi funzione riabilitativa della pena. E a dispetto di quella produzione di «corpi docili» di cui aveva scritto monsieur Foucault nelle pagine di &lt;i&gt;Sorvegliare e punire&lt;/i&gt;.
Figlio del celebre Michel, mostro sacro della cinematografia transalpina, Audiard si è sempre sporcato le mani con le tinte della &lt;i&gt;crime story&lt;/i&gt; per portare sul grande schermo le avventure di travagliati anti-eroi. Con &lt;i&gt;Il Profeta&lt;/i&gt; ha sovvertito i canoni del genere, svelando il recondito significato duna realtà invertita e irredimibile. Questa maestria narrativa, combinata alla straordinaria interpretazione del giovane Tahar Rahim, gli è valsa il premio Grand Prix allultima edizione del Festival di Cannes e la nomination come miglior film straniero allOscar 2010. Tra le mani del regista parigino il &lt;i&gt;prison movie&lt;/i&gt; si libera dei suoi più remoti miti di riscatto, quelli dellevasione e della libertà, per edificarne di nuovi. Roba da far impazzire il Don Siegel di &lt;i&gt;Escape from Alcatraz&lt;/i&gt;. E da mandare in bestia uno come Eddie Bunker che di cinema, galera e violazioni della libertà vigilata se ne intendeva. Per sei anni di detenzione e 149 minuti di pellicola, Malik non si pone mai il problema della fuga, consapevole che lunica chance ce lha tra le mura del penitenziario, al termine dun brutale apprendistato allAccademia della sofferenza e del delitto.   
Qualcosa di simile era capitato a Edmond Dantès nelle segrete dello &lt;i&gt;Château dIf&lt;/i&gt;.  In questo caso, però, al posto dellabate Faria ci sono i Signori della gattabuia. Da un lato, la temibile malavita còrsa. Dallaltro, &lt;i&gt;les arabes&lt;/i&gt;, gli eterni parvenu del crimine che sono in maggioranza, sì, ma continuano a «pensare con luccello». Tra i due clan rivali si muove Malik, in una posizione che ricorda la massima leoniana di &lt;i&gt;Per un pugno di dollari&lt;/i&gt;: «I Baxter da una parte, i Rojo dallaltra, e io nel mezzo». Il ragazzo apprende da entrambe le scuole, fedele alla prescrizione coranica della novantaseiesima sura. «Leggi! In nome del tuo Signore» raccomanda lArcangelo allanalfabeta Maometto nel mese di Ramadan. Così farà Malik, guadagnando la conoscenza della lingua. Anzi: delle lingue, poiché il carcere è una Babele in cui i suoni gutturali dellarabo si mischiano alle sillabe arrotate del francese, prima di trasmutare nel minaccioso bisbiglio del dialetto còrso. E qui Audiard ricorre a un must delle narrazioni criminali, al conflitto  antico quanto il noir  tra nuove leve e vecchia guardia. I rovesci di questo motivo condensano la storia di Francia dai giorni in cui, dopo la seconda guerra mondiale, i fratelli Zemour sbarcarono sul continente decisi a fare di Parigi cosa loro. La &lt;i&gt;crime story&lt;/i&gt; ha impiegato questa chiave per raccontare la fine delletà coloniale e i sommovimenti sociali legati allindipendenza dellAlgeria. Per tre decenni, la mala africana diede lassalto al milieu della Ville Lumière estendendo il suo dominio sul giro dellazzardo e della prostituzione. E così fu guerra, feroce e senza scrupoli, tra i nuovi arrivati e la durocrazia dantan: còrsa, lionese o siciliana. Su questIliade marginale, che riflette indicibili pulsioni razzistiche e occulta inconfessabili interessi economici, nacque la leggenda del romanticismo nero, il mito di quei fuorilegge crepuscolari di cui scrissero Auguste Le Breton, Albert Simonin e José Giovanni. Poi ci pensarono Jean-Pierre Melville e Jules Dassin a trasferire le storie dei &lt;i&gt;grisbì&lt;/i&gt; e dei &lt;i&gt;rififì&lt;/i&gt; nei cinematografi, mentre Jean Gabin, Lino Ventura e Alain Delon portarono in dote limpassibilità di grinte scolpite nel granito. Da lì in avanti la figura del «negro bastardo», reo di aver violato il codice non scritto della strada, diventerà cliché. 
&lt;i&gt;Il Profeta&lt;/i&gt; non si sottrae al canone, ma lo aggiorna, offrendone una versione tagliente come lama di rasoio. I tempi sono cambiati. E sono cambiati pure i còrsi e gli arabi. Delle bische clandestine e degli alberghi equivoci non rimane traccia. Gli anni Ottanta hanno seppellito, sotto massicce dosi di piombo, la stagione dei fratelli Zemour e di Marcel Francisci, il caid isolano soprannominato le Grand Marcel. Adesso la grana galleggia su fiumi di droga che confluiscono nelle periferie popolate dai maghrebini. Cè un mercato da controllare. Ma cè pure la &lt;i&gt;chiorma&lt;/i&gt; còrsa con i suoi variegati interessi, di cui Audiard documenta la vicinanza alle frange più radicali del movimento indipendentista. E proprio contro questi ambigui legami, il 30 ottobre 2003, aveva tuonato lallora Ministro dellInterno Sarkozy, manifestando lintenzione di «neutralizzare la deriva mafiosa del nazionalismo còrso». Insomma la situazione è confusa: dunque eccellente per chi è in grado di muoversi con lucidità nel pieno della bagarre, in attesa di un riscatto che ha il sapore della vendetta. Perché  prima o poi  lallievo supera il maestro. E perché il Crimine è grande e Malik El Djebena è il suo profeta.

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<entry id='3400' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3400' author_id='4' authored_on='20100323025204' basename='lisola_dei_noiosi' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100323025204' modified_on='20110324014135' ping_count='1' status='2' title='Lisola dei noiosi' week_number='201012'><text>di &lt;b&gt;Marilù Oliva&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;isola.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/isola.jpg&quot; width=&quot;194&quot; height=&quot;199&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;Cera un isolotto nel verde cristallo del Mar dei Caraibi.
Cera unaudience che seguiva le disavventure dei naufraghi ridotti a sei, dopo le ultime settimane di eliminazione: lOpinionista, la Svampita, il Tronista, la Vegliarda e due gemelle siamesi attaccate per la spalla. Andiamo in ordine di fama, giacché lidea della produzione era di concentrare lì solo chi potesse annoverarsi tra i Vip. Eccoli, i sei concorrenti:


LOpinionista: divenuto famoso dopo unanimata querelle con una presentatrice, lOpinionista era un signore sulla cinquantina che si spacciava per tuttologo. Cavalcava una mera illusione: sembrava che sapesse un po di tutto perché lambiva con sarcasmo ogni argomento proposto, in realtà non era in grado di approfondirne nessuno, era tutto fumo e niente arrosto, ma la gente era assuefatta a vederlo sugli schermi di svariate emittenti, dove dispensava il suo parere su scandali, catastrofi, ricette. Sulla sua formazione pendeva il buio assoluto ma, allo stato delle cose, si sapeva che non si perdeva un appuntamento della movida milanese, sua città delezione.</text><text_more>Il Tronista: damino di compagnia di un famoso talent-scout vizioso da cui era stato nominato il massaggiatore preferito di piedi, il Tronista rappresentava il vuoto totale di una certa gioventù di oggi: non sapeva pescare, non faceva domande e non sapeva dare risposte. Però aveva la tartaruga sulla pancia e un allevamento di lumache nel cervello.

La Svampita: dopo diversi tentativi catastrofici di intraprendere una carriera da show girl, aveva capito che lunico modo per conquistare un po di fama era sposarsi un cantante démodé da cui si era  a ragione - liberata al più presto. Camminava con le punte dei piedi sollevate anche quando era scalza e trascorreva le sue giornate in capanna a lisciarsi i capelli.

La Vegliarda: nessuno sapeva quanti anni avesse ma, facendo un breve calcolo sulle sue prime apparizioni televisive, poteva celebrare almeno una scorza ottuagenaria. Assurta alle cronache dello spettacolo per essere andata in deliquio in diretta dopo il falso annuncio della morte del suo yorkshire, vantava una voce da trombone strozzato e un flirt con un celeberrimo regista deceduto ventanni prima.

Le due siamesi: si chiamavano Mente e Catta. Erano due gemelle monozigote identiche nate separate. Avevano tentato, anni prima, di catturare lattenzione con una mastoplastica additiva che aveva fatto conquistare loro cinque taglie di seno: erano passate dalla prima alla sesta. Ma dal momento che questa pratica non faceva più scalpore perché abusata anche da parte di giovanissime, erano passate al contrattacco. Lidea, secono loro, rasentava la genialità. Mente aveva lanciato la grande proposta: perché non ci facciamo attaccare per la spalla? Così avevano contattato lo stesso chirurgo che aveva loro gonfiato le tette e gli avevano chiesto questo intervento speciale. Ora qualunque cosa facessero erano spalla cucita a spalla, quindici punti di attaccatura ad oltranza: una doveva partecipare alla vita dellaltra anche solo con la presenza. Mangiavano insieme, si piegavano insieme, se cadevano una trascinava laltra, si rialzavano insieme, facevano la cacca insieme e dovevano dormire per forza pancia allinsù.

Cosa facevano questi individui in questo sputo di terra e palme? Semplice: assolutamente niente. Non avevano il problema del cibo perché la produzione li aveva forniti di quintalate di alimenti in scatola, con predominanza di fagioli. A parte qualche scarica di dissenteria, i problemi di sopravvivenza si limitavano a ripararsi quando pioveva.
Trascorrevano le giornate a guardare il mare e a lamentarsi del tempo che non passava mai.
Non nascevano flirt, perché gli unici due uomini dellisola erano disinteressati al gentil sesso.
Non litigavano neppure, una noia inaudita.

Finché un giorno, poco prima che tramontasse il sole, lOpinionista li radunò tutti a riva e propose un gioco. Lunico cameraman rimasto era curioso di riprendere finalmente qualcosa di diverso, ma lOpinionista volle coinvolgere anche lui:
«Devi assolutamente partecipare! Non ti preoccupare per la telecamera, posizionala sul cavalletto di modo che riprenda tutto.» poi si volse agli altri entusiasta: «Ragazzi! Sentite... ho unidea meravigliosa, smetteremo di annoiarci! Vi darò le istruzioni un po alla volta... allora, il gioco è questo: per prima cosa ciascuno di voi scaverà una buca profonda poco meno della sua altezza, di modo che, in fila, siate tutti allineati al mare.»

La Vegliarda non aveva sentito perché era un po sorda.
La Svampita non aveva capito perché era tra le nuvole.
Le due siamesi fecero di sì con la testa, contemporaneamente.
Il Tronista brontolò che lui non sapeva come si faceva una buca.
Alla fine il cameraman scavò sei buche per tutti.

LOpinionista acclamò gioioso:
«Bene! Adesso dovete entrare nella buca, faccia rivolta al mare. Poi sarete coperti di sabbia, vi lascerò fuori solo la testa.»

La Vegliarda annuì.
La Svampita divaricò una doppia punta tra i capelli.
Le due siamesi avanzarono di un passo verso la loro cavità, ovviamente doppia.
Il Tronista brontolò che lui non sapeva entrare in una buca.
Alla fine il cameraman lo prese in braccio e lo calò giù. Incoraggiato dallOpinionista, ricoprì tutti di sabbia, poi si infilò nella sua fossa e se la fece riempire.

Ora tutti e sei erano seppelliti fino al collo. Immobilizzati. 
LOpinionista passò sopra ciascuno di essi e battè coi piedi per pressare bene la sabbia. Poi li guardò soddisfatti e raccolse un sasso di media grandezza:

«Dunque... ora vi utilizzerò come tiro al bersaglio. Ecco, mi metto qui a quattro metri di distanza, vedete?» e tracciò un solco col piede «Non posso oltrepassare questa linea, le regole vanno rispettate. La Vegliarda, che è la prima, vale cinque punti, la Svampita dieci e via via che vi allontanate si aumenta di cinque punti. Lultimo, più ambito, è loperatore della camera.»

Il cameraman sbarrò gli occhi e implorò di liberarli. 
La Vegliarda non aveva sentito ma cominciava a sospettare.
La Svampita tirava dei potenti sbuffi per spostarsi i capelli dagli occhi.
Mente urlò «Facci» e Catta «uscire!» , chiaramente in perfetta successione.
Il Tronista non sapeva protestare.

LOpinionista si assentò per mezzora e tornò con un secchio pieno di sassi e bastoni.
Si piazzò dietro alla linea e cominciò a scagliare con violenza i pezzi di legno. 
Gli altri tutti tranne il Tronista urlacchiavano di smetterla.
Il primo tiro andò a vuoto, lOpinionista era scarsissimo quanto a mira.
Tentò di nuovo e di nuovo ancora. Niente, non beccò neppure la Vegliarda.
Terminò i bastoni e passò alle pietre. Studiò le distanze grattandosi il mento. 
Di nuovo lanciò con forza ma inutilmente. Uno, due, tre, quasi tutti i sassi. Giusto con lultimo colpì il Tronista al naso, che cominciò a sanguinare.

LOpinionista si sedette sulla battigia spossato. Gli doleva un po il braccio e aveva il fiatone.
Non pensava che fosse così difficile e faticoso, lui era allenatissimo a elargire opinioni, ma quanto ad attività fisiche era un disastro. E, soprattutto, non pensava che fosse così noioso.

Nel frattempo il sole stava tramontando e lui si incamminò verso la capanna.

«Aspetti, signor Opinionista! É freddo di notte sotto la sabbia!» implorò il cameraman.
«Non ci vorrai mica lasciare qui?» domandò la Vegliarda contrariata.
«Almeno mi puoi pettinare prima di andartene? » chiese la Svampita. 
Il Tronista non sapeva cosa dire ma sentiva le lumache che gli friggevano nel cervello.
«La prego, ci sono i paguri di notte!» esclamarono Mente e Catta in sincrono.

LOpinionista si ritirò verso la capanna fingendo di non sentirli.
Il buio calò in un battibaleno e lui si addormentò rinfrancato.
Si svegliò con le prime luci dellalba: era bramoso di tornare dai suoi naufraghi e di proporre loro un nuovo gioco. Ma quando si alzò e si diresse verso la riva, da lontano si accorse che cera qualcosa di strano nelle sei teste allineate.
Qualcosa di molto strano.
Tutte pendevano, chi a est, chi a ovest, chi a nord, chi a sud.
Gli stavano facendo uno scherzo, quei birboni?
Stavano forse ancora dormendo?
Non era possibile, il rumore del mare, il giallo arancio dellaurora erano una sveglia implacabile...
Si avvicinò confuso.
Le sei teste erano delle statue.

Quando arrivò di fronte a loro e bagnò i piedi nelle acque, capì che non stavano dormendo. Alcuni avevano gli occhi chiusi, altri socchiusi, il cameraman sbarrati.
Li toccò uno ad uno per controllare se uscisse laria, passò con le dita sotto il naso, sulla bocca aperta, ed ebbe la conferma: non respiravano.

Tentò di drizzare la testa del Tronista, ma questa ricadeva sempre a destra.
Mente era appoggiata con la tempia a quella della gemella, la Vegliarda era tutta protesa in avanti, viso quasi schiacciato sulla sabbia.
La Svampita era sommersa dai suoi capelli, non si distingueva più la parte frontale e lOpinionista ci mise un po ad individuare gli occhi.

Cosera successo? Corse alla telecamera a infrarossi, che era ancora accesa. Interruppe il REC e mandò indietro per rivedere la registrazione. Quando spinse PLAY ebbe la rivelazione di quello che mai, mai e poi mai avrebbe potuto immaginare.

Di paguri non se nerano visti. Il problema era che, verso mezzanotte, la marea si era alzata. LOpinionista vide passo per passo la loro agonia, le onde si infrangevano contro i loro volti atterriti, e loro che scuotevano la testa, si agitavano, sbraitavano il suo nome ma le voci venivano coperte dal fragore del mare, tossivano, sputavano acqua dalla bocca e dal naso, prendevano un respirone prima che li attaccasse londa successiva.
La marea si alzava, lentamente, loro sollevavano il mento più che potevano, allinverosimile. Sforzi vani perché la marea cresceva e li sommergeva del tutto.
Poi, verso le tre di notte, si ritirava silenziosa.

LOpinionista non provò pietà, solo unimmensa perplessità. 
Si sedette di fianco a loro, sul bagnasciuga. 
Pensò subito ad autoscagionarsi. Questepilogo proprio non poteva prevederlo. Insomma, lui voleva solo giocare, voleva mobilitare quel soggiorno uggioso...
A giorni sarebbe arrivato qualcuno della produzione.
Chissà cosavrebbero deciso? Rimpiazzarli o sospendere il gioco? 
Un bel guaio, quasi tutti i concorrenti eliminati. 
E a lui avrebbero semplicemento chiesto la sua opinione? 
Questa volta avrebbe dovuto inventarsi qualcosa di molto interessante, con paroloni ad effetto e grandi giustificazioni per se stesso.
O sarebbe stato squalificato? 
Sì sentì offeso dallingiustizia e per la prima volta provò un po di solitudine: nessuno che ascoltasse le sue opinioni, nessuno a cui magnificare la propria tuttologia.
Passò le ore seguenti guardando il mare, in uno stato catatonico.
Ma tutto era così noioso che nellarco della notte successiva morì anche lui.

Di noia, naturalmente.

</text_more></entry>
<entry id='3401' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3401' author_id='4' authored_on='20100324000432' basename='le_guerre_dimenticate_di_haiti_prima_e_dopo_il_terremoto_33' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100324000432' modified_on='20100324072742' ping_count='0' status='2' title='Le guerre dimenticate di Haiti prima e dopo il terremoto (3/3)' week_number='201012'><text>di &lt;a href=&quot;http://lamericalatina.net&quot;&gt;Fabrizio Lorusso&lt;/a&gt;

&lt;img alt=&quot;USAFlessioni.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/USAFlessioni.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;150&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Questa è la terza e ultima parte del reportage sulle guerre infinite e dimenticate di Haiti, un paese sconvolto da endemiche catastrofi naturali come uragani e terremoti, ma che inoltre ha provato sulla propria pelle tutti gli abusi del colonialismo francese nel secolo diciottesimo e di quello americano a ripetizione dopo l&apos;indipendenza ottenuta nel 1804. Il resto della sua storia parla di dittature e dinastie familiari corrotte, di paternalismo della comunità internazionale, di repressione sociale sul fronte interno, di mattanze di stato e di una lunga serie di tentativi di rinascita frustrati, soprattutto a partire dagli anni novanta dopo le prime elezioni formalmente &quot;democratiche&quot; che furono seguite da puntualissimi colpi di Stato e spietate repressioni. Perciò il terremoto del 12 gennaio, i morti, i crolli e la disperazione rimbalzati su schermi e giornali hanno solo ricordato al mondo l&apos;esistenza di una situazione drammatica che esisteva da anni e che ora aggiunge un altro triste capitolo ma forse anche qualche opportunità alla sfortunata storia del popolo hatiano.</text><text_more>&lt;b&gt;War by proxy e stragi di Gran Ravine&lt;/b&gt;
In questo contesto (descritto nelle prime due parti dell&apos;articolo) cominciò ad attuarsi &lt;a href=&quot;http://www.haitianalysis.com/human-rights/the-proxy-war-in-martissant-and-gran-ravine&quot;&gt;una guerra dapprossimazione (war by proxy&lt;/a&gt;, cioè colpire zone e persone vicine agli obiettivi per disarticolare il tessuto sociale e fisico circostante) e avvenne lesecuzione di una serie di stragi, &lt;a href=&quot;http://www.margueritelaurent.com/campaigns/campaignone/testimonies/granravine06.html&quot;&gt;conosciute come i massacri di Gran Ravine &lt;/a&gt;contro innocenti simpatizzanti di Aristide e semplici cittadini, da parte della polizia haitiana comandata da Carlo Lochard e dai gruppi paramilitari noti come Lame Timanchet (larmata del piccolo machete). Il 20 agosto 2005 ben 50 persone sospettate di militare nel partito Fanmi Lavalas furono massacrate nello stadio Martissant di Port au Prince durante un evento sportivo cui presenziavano circa 5000 spettatori. Molte vittime sono state freddate solo perché cercavano di mettersi in salvo. Il giorno seguente 5 persone del quartiere Gran Ravine vennero bruciate nelle loro case. In seguito alle segnalazioni di Aumohd e Hurah, un distaccamento di soldati della Minustah cominciò a presidiare il quartiere e le case di alcuni militanti a rischio mentre gli avvocati di Aumohd organizzavano incontri nel quartiere tra militanti di fazioni opposte per favorire il dialogo pacifico e la riconciliazione. Tutto ciò evitò nuove stragi per qualche mese, ma il 7 luglio 2006 i membri di Lame Timanchet ruppero la tregua con la terza tragica mattanza che lasciò un saldo di 26 vittime, 300 abitazioni bruciate e 2000 sfollati. LAumohd è stata lunica associazione che ha difeso le vittime di queste stragi ed è riuscita a far incarcerare 15 poliziotti colpevoli di quei fatti.

&lt;b&gt;Minustah ed eserciti stranieri ad Haiti&lt;/b&gt;
I caschi blu hanno avuto sin &lt;a href=&quot;http://selvasorg.blogspot.com/2009/11/haiti-5-anos-de-ocupacion-de-tropas-onu.html&quot;&gt;dallinizio un ruolo contraddittorio&lt;/a&gt; e sono stati accusati di numerosi omicidi e violazioni dei diritti umani che furono in parte ammessi dal comandante brasiliano dimissionario, il generale Augusto Heleno Ribeiro Pereira, nel 2005 quando dichiarò che la Minustah riceveva pressioni da paesi come la Francia, gli USA e il Canada per fare maggior uso della violenza contro delle presunte gang di criminali che, secondo le loro informazioni, dominvano le periferie.&lt;img alt=&quot;QuartierDelmas.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/QuartierDelmas.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;150&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt; Alla fine del 2006 il presidente Renè Preval concesse espressamente ai militari delle Nazioni Unite di svolgere compiti repressivi e dintelligenza nei quartieri poveri, specialmente a Citè Soleil, uno dei bastioni politici di Aristide, contro delle presunte bande di delinquenti e sequestratori non meglio identificate, nel senso che si commisero molti errori e confusioni tra criminali comuni, militanti politici e normali cittadini nella compilazione delle liste che servivano da guida per le operazioni. Una parte di queste bande o presunte mafie veniva in realtà identificata con dei gruppi di cittadini auto organizzati legati allex presidente esiliato e, sebbene fosse accettata anche la presenza di gruppi di criminali veri in quei quartieri, i metodi repressivi utilizzati dalla Minustah, consistenti in bombardamenti con cannoni e sfondamenti con carri armati come in vere e proprie operazioni di guerra, fecero numerose vittime innocenti, sconvolsero brutalmente tutta la popolazione annichilendone ogni capacità dorganizzazione civile e contribuirono a creare il &lt;a href=&quot;http://www.margueritelaurent.com/pressclips/paradigm.html#comparing&quot;&gt;falso mito di una città violenta e selvaggia&lt;/a&gt; che ha bisogno degli eserciti stranieri per sopravvivere. 

&lt;b&gt;Il mito della violenza&lt;/b&gt;
Questo mito è stato reinventato dopo il terremoto dai media e dai vertici militari stranieri, soprattutto americani, per giustificare linvio massiccio di uomini armati e mezzi pesanti mentre in realtà Porto Principe non è più pericolosa di altri capitali latino americane e ha vissuto in modo relativamente pacifico e ordinato limmenso dramma che lha colpita nel gennaio 2010. Durante la nostra permanenza non abbiamo mai visto e nemmeno letto sui media locali o ricevuto informazioni dai nostri interlocutori sulle scene di violenza per la strada o sulle barricate di famigerati ribelli che sono state invece riprodotte a raffica dalle televisioni di tutto il mondo per creare unimmagine distorta del popolo haitiano e aprire le porte a quella che molti percepiscono come uninvasione. Alla luce di tutto ciò gli haitiani si chiedono legittimamente come mai gli aiuti vengano accompagnati dai marines e dallesercito USA (22mila soldati inviati in gennaio, poi ridotti a 13mila unità), dalla gendarmeria francese o addirittura dai carabinieri e militari italiani. Riguardo queste presenze di piccoli contingenti direi che sembrano una ridicola sfilata diplomatica di cattive intenzioni che aiuta a nascondere e legittima limponente presenza americana.

&lt;b&gt;Quanto abbiamo bisogno di loro?&lt;/b&gt;
Un altro mito simile al precedente è che lesercito americano doveva supplire alla mancanza di coordinamento della Minustah, dovuta alla morte di 59 dei suoi alti funzionari il 12 gennaio, e soprattutto doveva proteggere i cittadini haitiani e stranieri dagli atti di sciacallaggio della popolazione e anche dai 7000 pericolosissimi delinquenti fuggiti dalle carceri di Porto Principe dopo il sisma. Bene, la Minustah ha un mandato dellOnu per operare ad Haiti e gli eserciti stranieri no. Inoltre è stata ricostituita in pochi giorni e ora funziona normalmente. Ad ogni modo cera anche la polizia haitiana sul campo mentre la Minustah si ricomponeva.&lt;img alt=&quot;Esercitocanada.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Esercitocanada.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;150&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Gli atti di sciacallaggio che abbiamo visto inizialmente in TV e su Internet erano nella maggior parte dei casi i gesti estremi di folle di disperati e affamati che avevano perso tutto e si sono normalizzati in pochi giorni con larrivo degli aiuti. Daltro canto se il cibo, lacqua o le tende vengono lanciati da un aereo in mezzo a un prato oppure vengono distribuiti disordinatamente per strada, cosa che continua a succedere ora con le tende, allora è logico che i più forti prendano di più e che le scaramucce si trasformino in risse. Ma ciò non dipende dagli haitiani quanto piuttosto da chi li provoca. Per quanto riguarda i 7000 detenuti scappati bisogna ricordare che almeno il 90% di questi era stato accusato o condannato ingiustamente, dato laltissimo livello di corruzione del sistema giudiziario segnalato da numerose organizzazioni per la difesa dei diritti umani nazionali ed estere. Dunque non cè nessun pericolo di rivoluzioni armate tramate dai fuggitivi.

&lt;b&gt;La situazione attuale a Port au Prince e Haiti&lt;/b&gt;
Dopo il terribile sisma del 12 gennaio che ha distrutto o danneggiato circa l80% degli edifici della capitale Porto Principe, si è prodotta una situazione analoga a quella delle borse di studio del signor W. Jean (di cui abbiamo parlato nella prima pate dell&apos;articolo) con la distribuzione degli aiuti internazionali che stanno inondando i magazzini delle Nazioni Unite presso laeroporto Toussaint LOuverture ma che non stanno arrivando a tutti i terremotati. 
Una buona parte della popolazione che ha perso la propria casa o ha ancora paura di ritornarci vive negli oltre 300 accampamenti sparsi per Porto Principe. Questi possono accogliere da qualche centinaio fino ad alcune migliaia di persone ciascuno e di solito sono controllati e gestiti alla buona dai consiglieri comunali di zona e dalla polizia nazionale haitiana. Un po defilati operano i militari statunitensi che abbiamo visto girare sia armati che disarmati e le Ong straniere presenti in alcune di queste tendopoli (&lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/watch?v=CTolQURMIUk&quot;&gt;Video Tenda Ong Save the Children&lt;/a&gt; e &lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/watch?v=UdwDQ9HUy64&quot;&gt;Video Soldati Americani e Bambini&lt;/a&gt;). Sono queste ultime che normalmente distribuiscono aiuti a una buona parte della gente che abita nelle tendopoli secondo criteri prestabiliti dalle organizzazioni coinvolte. I mercatini per le strade e nei campi vendono pochi prodotti come uova, peperoncini, aglio, fagioli, banane, pane, scatolame, riso, acqua e medicine recuperate al mercato nero degli aiuti. Il trasporto urbano dei minibus, detti tap-tap, funziona regolarmente così come le banche non crollate e i Western Union mentre le scuole, i negozi, i ristoranti aprono solo poche ore al giorno grazie allenergia dei generatori a benzina. I supermercati rimasti in piedi funzionano regolarmente ma sono un lusso per i ricchi e per chi almeno ha perso il lavoro. Per un quadro chiaro della situazione segnalo i contributi video del &lt;a href=&quot;http://www.haitianalysis.com/2010/3/4/interviews-peter-hallward-on-haiti&quot;&gt;giornalista Peter Hallward: LINK. &lt;/a&gt;

&lt;b&gt;La tendopoli di Delmas 40-B&lt;/b&gt;
Sulla superficie dellex club di golf di Petion-Ville alla fine della Via Delmas 40-B sono stipate oltre 3000 tende per un totale di sfollati stimato tra le 30 e le 50mila persone, cifra che supera quella di tutte la altre tendopoli installate in città dopo il 12 gennaio. Lesercito e i marines americani sono appostati su una collina che domina il territorio pianeggiante sottostante in cui i tendoni e i teloni degli sfollati e le strutture di pronto soccorso e distribuzione dei viveri di alcune Ong come Oxfam e Save the Children si sono moltiplicati giorno dopo giorno fino a saturare lo spazio visibile e calpestabile (&lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/user/FabrizioLorussoMex#p/u/14/Un0PJB8KfTQ&quot;&gt;Intervista Responsabile Missione USA Campo Delmas-3 parti&lt;/a&gt;).&lt;img alt=&quot;InsideCamp.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/InsideCamp.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;150&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Circa ogni ogni settimana il personale del Catholic Relief Service passa a fare un censimento nelle tende che ospitano 10-15 persone ciascuna e che vengono assegnate a una donna scelta in qualità di responsabile di un gruppo di persone o di più famiglie. Ogni donna a capo di una tenda riceve quindi una tesserina colorata che le dà diritto a un sacco di riso da 25kg e altri beni da ripartire e consumare nei i sette giorni seguenti insieme ai membri del suo gruppo. Lacqua per ligiene personale e i bagni arriva ogni giorno in grandi cisterne dellOnu e del governo haitiano e di solito finisce nel primo pomeriggio: a volte con un po di fortuna si riesce a fare una doccia negli spazi pubblici allestiti in varie zone del campo anche poco prima che faccia buio, altrimenti bisogna aspettare il giorno dopo. 
La zona pianeggiante della tendopoli è gestita dalla autorità di zona di Porto Principe e dai funzionari del governo haitiano che svolgono periodicamente censimenti e inchieste sulle condizioni di vita della popolazione (&lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/watch?v=AdRac2s1XL4&quot;&gt;Intervista Impiegate Governo haitiano&lt;/a&gt;). I principali problemi sono di tipo igienico e sono causati dal sovrappopolamento, dalle zanzare e altri insetti, dalla presenza di capre, maiali, cani e gatti che sguazzano nei residui solidi e organici abbandonati nei sentieri e infine dalla spazzatura buttata nei fiumiciattoli e nelle conche dellex campo da golf. Anche se non sono ancora scoppiate epidemie gravi il pericolo è altissimo così come è alto il rischio dincendio dovuto allabitudine di cucinare allinterno delle tende servendosi di braci e carbone. La stagione delle piogge e degli uragani in avvicinamento fa paura visto che le tende sono state costruite su spianate e colline da cui colano fiumi di fango e detriti ogni volta che cè un temporale. Il drenaggio non esiste e le tende si riempiono dacqua piovana, fanghiglia e sporcizia trascinata dai punti più alti del campo.   

&lt;b&gt;E fuori dalle tendopoli?&lt;/b&gt;
Cè anche però una massa di centinaia di migliaia di abitanti che sono ancora per le strade, in spazi aperti come parchi, marciapiedi, parcheggi e piazze oppure in case precarie ad alto rischio di crollo. Poi ci sono quelli che sono emigrati nellhinterland di Port au Prince o nelle campagne alla ricerca di condizioni di vita più accettabili. Per tutti loro la solidarietà internazionale è ancora una parola vuota a meno che non abbiano nelle vicinanze qualche centro di distribuzione internazionale o non risiedano temporaneamente in qualche campo allestito dai contingenti civili o militari inviati da USA, Venezuela, Cuba, Repubblica Dominicana, Canada e altri. I contingenti militari e civili di ogni paese hanno più o meno preso possesso di una o più tendopoli per fornire i servizi di base alla popolazione di solito in collaborazione con alcune Ong specializzate e compatibili politicamente.
Tutti cercano qualcosa da fare, da vendere, da riciclare ma il grande assente è il lavoro: almeno 90mila posti sono andati persi definitivamente mentre la maggior parte delle attività produttive e dei servizi non hanno ripreso le loro attività e forse non lo faranno per mesi e mesi quindi tantissime persone vivono di aiuti, di espedienti e delle rimesse dei familiari allestero. E normale che uno straniero venga avvicinato da varie persone per la strada che gli chiedono lavoro, soldi, cibo oppure gli offrono servizi di traduzione, accompagnamento eccetera. Limpressione è che anche prima del terremoto la gente fosse in qualche modo abituata a vivere nella precarietà e povertà più estreme, ma ora è cresciuta a dismisura la massa di senza tetto che han fatto della strada la loro casa e speranza. 

&lt;b&gt;Gli aiuti selettivi e la coalizione per Haiti &lt;/b&gt;
La ricezione del grosso degli aiuti non è una questione che riguarda i singoli cittadini bisognosi quanto piuttosto una pratica burocratica complessa che è subordinata alla partecipazione a speciali riunioni o cluster. Ogni giorno alle 4 del pomeriggio le delegazioni delle Ong si recano a Tabarre, una località fuori città nei pressi dellaeroporto della capitale, e presentano le loro credenziali come richiedenti di aiuti in natura, per esempio medicine, materiali vari, strumenti da lavoro o cibo disponibili presso le sedi gestite dallOnu, ed entrano così in una lista di beneficiari. 
La quasi totale esclusione delle piccole associazioni locali deriva da svariati fattori logistici, linguistici e culturali e dalla mancanza dinformazione riguardante queste possibilità di contatto con le Nazioni Unite, ma il problema è soprattutto la scarsa visibilità e credibilità internazionale di cui godono rispetto alle arcinote multinazionali stelle della solidarietà che non hanno bisogno di certificazioni e presentazioni per ottenere quello di cui hanno bisogno per le loro operazioni ad Haiti.&lt;img alt=&quot;NinaHaiti.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/NinaHaiti.jpg&quot; width=&quot;148&quot; height=&quot;150&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Alcune grandi organizzazioni come MSF (Medicins sans frontiers) preferiscono comunque non dipendere dagli aiuti ufficiali in quanto hanno altre fonti di finanziamento e vi sono dei condizionamenti cui non desiderano sottostare e unimmagine di neutralità che devono difendere. All&apos;opposto le piccole realtà locali hanno serie difficoltà nellapproccio al complicato linguaggio tecnico e specializzato dei cluster dellOnu e in molti casi sono state gravemente compromesse dal sisma sia nelle loro possibilità di risposta e interazione con le istituzioni internazionali sia nel numero e nelle capacità concrete dei loro integranti. Malgrado la presenza indiscutibile di tutti questi ostacoli e di evidenti limiti di funzionamento delle associazioni haitiane, la loro presenza ed esperienza storica sul territorio e nei quartieri popolari è un patrimonio grandissimo e insostituibile che andrebbe valorizzato ai fini di un intervento più rapido ed efficace dove ancora la luce della solidarietà non arriva. 
Da un paio di mesi circa una sessantina di associazioni, sindacati indipendenti e gruppi del non-profit e della società civile stanno unendo le loro forze per accedere agli aiuti e per acquisire visibilità di fronte allOnu, al sistema politico nazionale e alla comunità internazionale In questo senso stanno elaborando un programma di azione e delle proposte su temi come istruzione, diritti umani, economia, lavoro, genere e altri da presentare a unassemblea nazionale prevista per il 19-20 marzo e poi alla conferenza dellOnu sulla ricostruzione di Haiti a New York il 31 marzo prossimo. 
Questa &lt;a href=&quot;http://www.haitiresponsecoalition.org/&quot;&gt;Coalizione per Haiti &lt;/a&gt;rappresenta per ora lunico tentativo concreto di rompere il monopolio decisionale del malridotto sistema politico haitiano e delle potenze straniere sui destini del paese. Lobiettivo è quello dinfluire sulle decisioni partendo dalla conoscenza acquisita sul campo da ogni membro della coalizione che spera di poter far sentire la propria voce cercando di evitare altresì i rischi di cooptazione o esclusione della società civile in questo delicato processo. 
(&lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/watch?v=25IWOeERFYY&quot;&gt;Intervista al coordinatore del movimento, Jean Luc Dessables, 5 parti&lt;/a&gt;).

Leggi qui la &lt;a href=&quot;http://lamericalatina.net/2010/03/09/le-guerre-dimenticate-di-haiti-prima-e-dopo-il-terremoto-13/&quot;&gt;prima parte: LINK&lt;/a&gt;

Leggi la &lt;a href=&quot;http://lamericalatina.net/2010/03/17/le-guerre-dimenticate-di-haiti-prima-e-dopo-il-terremoto-23/&quot;&gt;seconda parte: LINK&lt;/a&gt;

Versione completa in spagnolo&lt;a href=&quot;http://rebelion.org/noticia.php?id=102378&quot;&gt;: LINK&lt;/a&gt; o da &lt;a href=&quot;http://www.telesurtv.net/noticias/entrev-reportajes/index.php?ckl=480&quot;&gt;TELESUR QUI&lt;/a&gt;

Sostegno aiuti&lt;a href=&quot;http://prohaiti2010.blogspot.com/&quot;&gt; http://prohaiti2010.blogspot.com/&lt;/a&gt;

Video Port u Prince di Diego Lucifreddi: &lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/user/FabrizioLorussoMex#g/f&quot;&gt;YouTube FabrizioLorussoMex&lt;/a&gt;
Foto Haiti e Aumohd: Picasaweb.google.com Album Haiti

Alcune fonti necessarie: 

&lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/user/longmemoryprod&quot;&gt;CANALE VIDEO DI KEVIN PINA DOCUMENTARI CITE&apos; SOLEIL e GRAND RAVINE: QUI&lt;/a&gt;

&lt;a href=&quot;http://www.haitiaction.net/&quot;&gt;http://www.haitiaction.net/&lt;/a&gt;&lt;a href=&quot;http://www.haitiinformationproject.net/ &quot;&gt;http://www.haitiinformationproject.net/ &lt;/a&gt;
&lt;a href=&quot;http://www.haitianalysis.com/ &quot;&gt;http://www.haitianalysis.com/ &lt;/a&gt;
&lt;a href=&quot;http://www.blackcommentator.com/67/67_pina.html&quot;&gt;http://www.blackcommentator.com/67/67_pina.html&lt;/a&gt; 

Trailer documentario Kevin Pina: The Untold Story 
&lt;a href=&quot;http://www.teledyol.net/KP/HUS/HUS.mp4&quot;&gt;http://www.teledyol.net/KP/HUS/HUS.mp4&lt;/a&gt;

&lt;a href=&quot;http://lamericalatina.net&quot;&gt;Lamericalatina.Net&lt;/a&gt;</text_more></entry>
<entry id='3402' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3402' author_id='2' authored_on='20100324183556' basename='bombay_leopold_caf_il_miglior' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100324183556' modified_on='20100326202127' ping_count='4175' status='2' title='Bombay, Leopold café: il miglior ristorante in città?' week_number='201012'><text>di &lt;b&gt;Arturo &quot;Potassa&quot; Cravani&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;iranicafe.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/iranicafe.jpg&quot; width=&quot;198&quot; height=&quot;149&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Sono arrivato a Bombay col mito letterario del &lt;b&gt;Leopold Café&lt;/b&gt;, elaborato nella lettura di &lt;b&gt;&lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/shantaram-dvd-roberts-gregory-neri/libro/9788854503175&quot;&gt;Shantaram&lt;/a&gt;&lt;/b&gt;, il roccioso romanzo di &lt;b&gt;&lt;a href=&quot;http://www.shantaram.com/&quot;&gt;Gregory David Roberts&lt;/a&gt;&lt;/b&gt;. Nelle pagine dell&apos;autore australiano, ex-rapinatore, ex-studente di filosofia, ex-evaso da un carcere di pubblica sicurezza e un tempo sul conto-paga della mafia di Bombay, il Leopold è un angolo di boheme nel caos della città:  ubriaconi, filosofi, spacciatori, aspiranti attrici di Bollywood e gangster si incrociano tra gli specchi di questo caffé a pochi metri dalla Gate of India. Perlopiù europei (termine che qui può indicare anche i canadesi o i neozelandesi), che sotto i ventilatori del Leopold danno vita, nella finzione letteraria, a una combriccola romantica di malaffare.
</text><text_more>Il Leopold non è famoso solo per Shantaram. É salito alla ribalta dei media internazionali in seguito all&apos;attacco terroristico del novembre 2008, quando un commando di estremisti assaltò alcuni simboli di Mumbai. Oltre ai monumenti dell&apos;affluenza, il Taj Mahal e l&apos;Oberoi, anche il Leopold, punto di sosta dei turisti occidentali,  ricevette raffiche di mitragliatrice e versò sangue. Stupisce, ripercorrendo l&apos;itinerario degli obiettivi, la vicinanza con la centrale di polizia di Colaba (30 passi) e con il quartier generale della polizia di Mumbai (300 passi). 

Detto questo, si arriva al Leopold e per entrare bisogna superare una serie di controlli che vanno dalla scrupolosità più meticolosa  al menefreghismo totale. Come tutto in India, dipende dalla sorte. Un giorno per entrare mi hanno fatto una perquisizione accuratissima, il giorno dopo ho tirato a dritto e nessuno mi ha fermato. I controllori impugnano doppiette da caccia. Non c&apos;è mai un posto libero. I clienti sono tutti biondi, bianchi e obesi. Inglesi e americani del nord spadroneggiano, e non parlano né di Baudelaire né di hashish, ma del sari di seta da 300 dollari che hanno comprato a Westgate. Quanto al cibo, è nella media della qualità e sopra la media per il prezzo. Vale solo la pena andare al Leopold per bere una birra, ma è la solita Kingfisher: si difende, ma in altri posti non devono farmi una perquisizione. Alla fine, il Leopold non è granché: belli gli specchi, me se ne vedono di migliori, idem per il pavimento. 

Ogni volta che ho provato a rientrarci, la prospettiva dei controlli e l&apos;idea di sedermi al tavolo di uno yankee in compagnia obbligatoria mi hanno spinto a fare retromarcia e ad attraversare la strada (quella Colaba Causeway che in realtà è intitolata a un freedom fighter dell&apos;indipendenza indiana che in molti hanno dimenticato, troppo violento e troppo poco gandhiano). Proprio di fronte al Leopold ci sono due ristoranti meravigliosi. Cucina migliore, clientela migliore, prezzi modestissimi.

Il  primo è l&apos;&lt;b&gt;Olympia&lt;/b&gt;. É un ristorante musulmano, specializzato in cucina moghlai. Ovviamente il biryani al pollo è il capolavoro di questo posto. Io in India però tendo a essere vegetariano, non per questioni religiose ma per diffidenza verso la conservazione e il sapore della carne. Vado quindi per  un egg-masala con veg-biryani (riso con verdure e salsa di spezie con un uovo sodo, anche se l&apos;uovo a voler essere precisi qui è considerato carne), scegliendo la mezza porzione, per tenermi un po di fame e provare un altro locale. Mi regalano anche un chapati (focaccia sottile) e alla fine mi prendo un chai, il te dolce e denso al latte. Spendo 60 rupie (meno di un euro), tutto è squisito. Il servizio è composto da ragazzini vestiti in abito tradizionale musulmano. Peccato che in tutto il locale non ci sia una donna a riflettersi sugli splendidi specchi dell&apos;Olympia. Questa è l&apos;unica pecca di questo meraviglioso locale. 

Basta fare pochi passi in avanti, sullo stesso lato della strada, in direzione Khala Goda, e si incontra l&apos;entrata dell&apos;&lt;b&gt;Hotel Majestic&lt;/b&gt;. Hotel qui vuol dire soltanto ristorante. Dalle strada intravedo un piccolo altarino di Ganesha, il dio elefante, con una ghirlanda di garofani color zafferano. É un buon segno: la cucina vegetariana indù è la mia preferita. Dentro ci sono solo indiani, nessun turista: anche questo è propizio. Il servizio va per caste. Il cameriere può toccare il cibo ma non pulire il tavolo, e viceversa. Chi pulisce è scalzo e vestito di scuro. Una gerarchia a cui purtroppo ci si abitua spesso in India. Ordino un veeg sheed kebab e un lassi, non posso mangiare troppo perché sono appena uscito dal ristorante musulmano. Anche qui specchi, che però riflettono la variegata tavolozza dell&apos;iconografia religiosa indù, coi suoi impasti colori e forme (mentre l&apos;Olympia rispetta il precetto islamico del divieto della rappresentazione divina).  Alla maniera indiana, si mangia solo con la mano destra, senza posate -  la sinistra è impura - e si mangia di fretta, per continuare l&apos;eterno movimento indiano da un posto a un altro. Trangugio il mio lassi, il latte fermentato e zuccherato, e mi infilo in un taxi per fumarmi in pace un beedi (per strada in teoria sarebbe vietato), mentre l&apos;autista mi guarda malissimo: i beedi, tanto fashion tra i fricchettoni europei, sono fumati esclusivamente dai contadini poveri delle campagne. 

Decido che è il momento di prendere un dessert. Mi faccio scaricare dal tassista a Ballard Estate,  sulla soglia di uno degli ultimi ristoranti parsi di Bombay. I parsi sono una piccola comunità - piuttosto affluente, tanto che tra le sue fila conta il magnate indiano Tata - che è emigrata qui dall&apos;Iran alcuni secoli fa per sfuggire le persecuzioni religiose. Sono seguaci di Zoroastro. Il nome del ristorante, &lt;b&gt;Britannia&lt;/b&gt;, mi ricorda un caffé di Buenos Aires che fu costretto a cambiare nome durante la guerra per le Falkland/Malvinas, ma le affinità finiscono qui. Per il resto il locale è semplice, con una clientela di vecchi iraniani con abiti stinti che odorano di vecchie abitudini e che parlano delle loro belle case a Malabar Hill. Scruto velocemente il menù e scopro che qui fanno il Fried Bombay duck. É un piatto tipico di Mumbai che volevo provare da tempo e che non avevo mai trovato in un ristorante. L&apos;anatra, la duck, non c&apos;entra nulla. Si tratta di un pesce che si trova solo nella baia di Mumbai e che viene pescato da un gruppo specifico di pescatori, un&apos;etnia di tribali intorno ai quali nei secoli è stata costruita la metropoli. Decido di mandare a monte l&apos;idea del dessert e di provarlo. Mi servono il pesce e me lo spinano: è fritto, molto saporito, con una consistenza strana, molto morbida, quasi gelatinosa. Non voglio pensare a quanto possa essere inquinato. Il conto è salato: 300 rupie per 4 pesci di medio-piccola dimensione. Il Britannia non mi ha impressionato: è un posto per vecchietti ricchi. 

Mi chiedo come continuare il gastro-tour religioso (l&apos;ultimo attributo è dovuto al fatto che i ristoranti seguono le diete religiose, in India). Dai cristiani no. E non solo per diffidenza antipapalina, ma per il fatto che qui i cristiani si vantano di non essere vegetariani (per distinguersi dagli indù) e trangugiano quantità esasperanti di carne (spesso le stesse vacche sacre che si nutrono di spazzatura agli angoli delle strade, macellate dai musulmani e rivendute ai cristiani). Ma se la cucina indiana vegetariana è strepitosa, non si può dire altrettanto per quella carnivora. La carne marcisce spesso nei negozietti dei mercati estemporanei, pieni di mosche e privi di frigorifero, e spesso solo le spezie, con la loro esuberanza, riescono a nascondere al palato il sapore del marcio. 

Decido allora di dare un&apos;occhiata a un posto che mi aveva attratto, passandoci davanti qualche tempo fa. Nella zona di Khola Gada,  tra Fort e Colaba, anzi, per essere più precisi, tra la Mumbai University e l&apos;High Court, avevo visto un ristorantaccio fatiscente che mi aveva colpito. Poi il nome mi aveva bloccato: &lt;b&gt;Army Restaurant&lt;/b&gt;. Il ristorante dell&apos;esercito. Decido di entrarci per l&apos;ennesimo chai. Il posto è stupendo. Sudicio, fatiscente, forse vecchio (è difficile fare datazioni di immobili in India: un posto restaurato da tre anni può avere l&apos;aspetto di un edificio centenario, tanto il clima e l&apos;incuria corrodono gli intonaci). Il proprietario non si lascia sfuggire l&apos;occasione di salutare un occidentale. Dice di essere iraniano. Iniziamo a parlare di tè e tabacco.
Nel frattempo osservo la clientela: la maggior parte degli astanti sono avvocati (il tribunale è a due passi). Li riconosco facilmente perché sono vestiti in abiti molto formali e alcuni hanno il bavaglio bianco, già usato nelle corti britanniche, al collo. Quello che mi stupisce è che quasi ogni tavolo ospita un avvocato elegantissimo e dei poveracci male in arnese. Mi sembra di capire che il ristorante funzioni come sala visite per gli avvocati che si consultano con i loro clienti. Spesso i clienti sono dei ceffi e hanno tutte le stigma, come direbbe il vecchio Lombroso, del criminale nato. A volte sembra che abbiano cercato di darsi una sistemata ma che i panni che hanno addosso, buoni per l&apos;udienza, non siano i loro ma che li abbiano piuttosto presi a prestito. Continuo la panoramica sui volti. Mi rendo conto (e qui il Lombroso fa fiasco) che a volte ci sono avvocati che hanno ghigni peggiori di quelli dei loro clienti. La fisiognomica della criminalità rimane una stronzata della criminologia positivista. 
Continuo a guardarmi attorno. Non capisco le parole in marathi o in hindi e nessuno parla inglese. Ma dai volti preoccupati degli uni che osservano le mani degli altri che contano con le dita (alla maniera indiana, cioè contando sulle falangi col pollice di una stessa mano, un sistema estremamente efficace e migliore di quello occidentale che permette di arrivare a 12 con una mano sola), capisco che qui si parla di mesi e anni di carcere.
In questo limbo di uomini che aspettano il giudizio e di difensori che mercanteggiano anni di carcere con la stessa tranquillità con cui infilano le zollette di zucchero nel chai, si riassume uno dei conflitti della meravigliosa  e corrotta Bombay. Il miglior ristorante in città è quello che della città esprime l&apos;anima, e questo posto umido e sudicio, affollato d&apos;azzeccagarbugli e di poveracci alle soglie di una sentenza, è indiscutibilmente il miglior ristorante in città.</text_more></entry>
<entry id='3403' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3403' author_id='4' authored_on='20100325183255' basename='miopia_critica_remix_9800_12' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100325183255' modified_on='20110324024706' ping_count='0' status='2' title='Miopia critica (Remix 98/00  12)' week_number='201012'><text>di &lt;b&gt;Dziga Cacace&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Mc1201.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Mc1201.jpg&quot; width=&quot;170&quot; height=&quot;113&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;&lt;b&gt;364 - &lt;i&gt;Grasso è bello &lt;/i&gt;di John Waters, USA 1988&lt;/b&gt;

Una tara generazionale mi ha condannato ad amare acriticamente &lt;i&gt;Grease &lt;/i&gt;e &lt;i&gt;Happy Days&lt;/i&gt;. Ahimé, avevo un piccolo Veltroni che sannidava tra i due lobi cerebrali ed ero troppo giovane e tonto per chiedermi: e dove sono i NEGRI? Mai mi son posto il problema che quella fosse una nostalgica e zuccherosa rappresentazione degli Stati Uniti così come i bianchi preferivano ricordarli, prima che Vietnam, integrazione razziale e contestazione li cambiassero. Tutto era dipinto come in un disegno di Norman Rockwell: un mondo di sorrisi, musica beneducata e belle speranze. John Waters, questo pazzo stralunato, prende lAmerica innocente  -e in realtà sotto sotto perversa e pronta a esplodere - e finalmente ci mostra quei NEGRI che in &lt;i&gt;Grease &lt;/i&gt;manco dipinti. 
</text><text_more>E ci fa vedere e ascoltare i tanto deprecati balli negroidi, quelli originali, densi di sottintesi, che invitavano ad agitare il bacino, a strusciarsi pericolosamente, a perdere la testa nellestasi ritmica. A CHIAVARE, insomma. Noi, di quella musica avevamo solo una pallida copia, ripulita per il mercato dei bianchi, eccessiva ma solo fino a un certo punto: trasgressione controllata e presto ingabbiata nel business, tanto più che se i rocker non rientravano nei ranghi era il destino a portarceli via (il mio adorato Eddie Cochran su tutti). &lt;i&gt;Grasso è bello &lt;/i&gt;è un delizioso balletto di unora e mezza che narra le avventure dellobesa ma aggraziatissima danzatrice Lucy. Riesce a entrare nel cast di un programma televisivo, il Collins Corner, ma deve affrontare lodio di una Barbie plasticosa e prossima alla depressione se un brufolo deturpa il suo visino immacolato. Amica di Lucy è P, frustrata da madre isterica e pronta a liberare i suoi istinti repressi con un ragazzo di colore. Sullo sfondo Baltimora, lascella dellAtlantico, ancora restia ad accettare lintegrazione razziale così come una ragazza grassottella che pare un insulto allAmerika igienista e salutista. Film coloratissimo, con belle musiche, affettuoso ma percorso anche da urticanti sberleffi di pessimo gusto, &lt;i&gt;Grasso è bello &lt;/i&gt;non ha particolari messaggi: rivendica con ilarità il diritto allessere diversi e a rovesciare la pubblica opinione sul buon gusto. Waters appare nei panni di un ipnotista (metacinema sottile sottile, critici che szippano il jeans e subito si masturbano), mentre Divine si divide tra i panni della madre di Lucy e quelli del direttore razzista della WZZT, canale televisivo che mette in onda il Collins Corner. Tra le altre comparsate Ric Ocasek e Pia Zadora come drogatissimi beatnik e Debbie Harry e Sonny Bono come genitori della Barbie lobotomizzata. Waters si concede solo un vomitino e un brufolazzo esploso, per il resto è a freno, ma il film merita. (Vhs da RaiTre, 21/5/00)

&lt;b&gt;365 - &lt;i&gt;Il silenzio sul mare &lt;/i&gt;di Takeshi Kitano, Giappone 1991&lt;/b&gt;

Una domenica pomeriggio da risolvere: io non ho dubbi, vado a vedermi questo Kitano che manca dalla mia personale collezione di gioielli. È al De Amicis: non bisogna prendere la macchina, il cinema offre molte soluzioni per sedersi lontani da eventuali rompiballe e, insomma, a Kitano non si dice mai di no. Si accodano Barbara e Raffa. La sala semivuota e la lettura del programma ci mettono paura: film di attese, di silenzi, di sguardi. Ahia. Se temete Kitano per la rarefazione della materia narrativa e per la quasi assoluta latitanza di dialoghi siete serviti: Shigeru, il protagonista, è sordomuto, il top. Fa il netturbino e il ritrovamento nella rumenta di una tavola da surf lo spinge a cimentarsi nello sport. Sotto lo sguardo amorevole della sua ragazza - anche lei sordomuta - Shigeru impara tra le piccole onde della spiaggia che frequenta, prima goffamente, poi in maniera sempre più convincente. Stringe amicizia con gli altri surfisti del giro, partecipa a una gara, fa ingelosire la sua ragazza (senza malizia) e infine scompare durante un allenamento, un giorno di pioggia. Sembrerebbe straziante ma è di una tenerezza e di unintensità emotiva clamorosa. Kitano punteggia tutto con qualche svisata comica (comicità nipponica, eh? Facce di pietra di fronte ad accadimenti alla Keaton), ci ricorda il ruolo subalterno della donna nella società giapponese (con sorpresa finale) ma soprattutto costruisce una storia semplicissima dove quasi tutta lazione avviene fuori campo. Fotografia di Katsumi Yanagashima - di cui son sicuro conoscerete a menadito la filmografia - che anche qui gioca con blu e gialli intensi; dialoghi essenziali in stretto idioma giapponese e narrazione per lo più per immagini: cinema puro, una goduria. Come sempre non lo consiglierei che a tre, quattro amici, ma Barbara e Raffa erano soddisfatti. Bello, veramente. (Cinema De Amicis, Milano, 4/6/00)

&lt;b&gt;368 - &lt;i&gt;Getting Any? &lt;/i&gt;di Takeshi Kitano, Giappone 1994&lt;/b&gt;

Sommerso sul lavoro da nastri magnetici e mansioni insensate, scopro alle sette di sera che al De Amicis cè ancora una splendida serata Kitano. &lt;i&gt;Kids Return&lt;/i&gt; lo lascio perdere (già visto con gusto in passato), ma a &lt;i&gt;Getting Any?&lt;/i&gt; non rinuncio per nulla al mondo. Per cui fuggo da Cologno alle 19.30 e riesco a entrare in sala sui titoli di testa, respirando come un elefante con lasma. Asao (Beat Takeshi) è il consueto giapponese dalla faccia marmorea dei film di Kitano; ha una sola ossessione: le donne, e singegna per poterle conquistare, guardare, possedere. E inizia la girandola di avventure che lo vedono protagonista stralunato, intervallate alle sue clamorose fantasie erotiche. Sinventa ladro per avere soldi e, anche qui, le comiche. Quale altra strada percorrere? Il cinema, obviously! Chi è attorniato da attricette compiacenti? Ma i divi del grande schermo! E Asao si misura nel genere in costume (fantastica parodia dei Jidai Geki - i film di samurai, ho studiato sui Bignami) ma il fallimento è totale. Diventa allora killer (parodia degli yakuza-movie) e massacra due gang rivali, finché non si rivolge al classico scienziato pazzo, il professor Tachibanda (Takeshi &lt;i&gt;again&lt;/i&gt;, splendido), per diventare invisibile. Ci riesce e finalmente vaga per bagni femminili e set di film porno appagando il suo voyeurismo. Ma lo scienziato vuole ottenere il Nobel e lo insegue per mostrarlo alla comunità scientifica. Lo cattura, lo fascia come una mummia e quando lo presenta leffetto dellesperimento è già svanito: allora si riprova e stavolta ci si mette di mezzo una mosca. Risultato: Asao diventa luomo mosca e per catturarlo viene messa una enorme merda in uno stadio. Asao chiaramente ci casca e lo spiaccicano con una gigantesca paletta meccanica. Geniale? Folle? Dopo i primi minuti ero un po stranito. Poi laccumulo di gag, nonsense, parodie, trovate cartoonistiche e ritmo sempre meno nipponico mi hanno conquistato. Kitano è un genio totale. Uno che sa commuoverti con una dolcezza e un lirismo struggenti e che può mettere in scena la crudeltà più efferata. E non bastasse questo è anche un comico surreale, che sa farsi beffe dei generi (vedi il classico attacco al Giappone del mostro e i &lt;i&gt;Ghostbusters &lt;/i&gt;di turno che devono salvare larcipelago), che irride la tradizione senza fare il supergiovane. La cosa più clamorosa è la scena del samurai che mostra la sua abilità, tagliando in due una mosca e via via arrivando infine alla scissione dellatomo. Il film è stato proposto senza intervallo, con cattiveria orientale, ma mè passato benissimo. Goduria. (Cinema De Amicis, Milano, 20/6/00)

&lt;img alt=&quot;Mc1202.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Mc1202.jpg&quot; width=&quot;170&quot; height=&quot;113&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;&lt;b&gt;370 - &lt;i&gt;Il negoziatore &lt;/i&gt;di Un Manigoldo, USA 1998&lt;/b&gt;

&lt;i&gt;Il negoziatore &lt;/i&gt;è una schifezza prolissa che stira una trama minima, affidandosi allinterpretazione di Samuel L. Jackson e di Kevin Spacey, tutti e due ridotti a recitare senza vergogna con dei parrucchini degni del carnevale di Viareggio. Mimmagino la riunione ad alto livello in cui hanno venduto la storia a uno studio hollywoodiano: Questo è un thriller tutto di cervello, un thrilling senza muscoli, dove leroe è un negoziatore!, cioè un affabulatore nelle trattative con sequestratori e delinquenti in genere. Lidea è nel rovesciare il suo ruolo: Oh, raga: il negoziatore viene incastrato in un complotto e diventa a sua volta sequestratore. Gli mandiamo un altro negoziatore e ci godiamo la trattativa!. Fischia! E reggerà un film così? Se ci mettiamo due grandi attori, sì. Mah una minchia! Non pare che laffidatario di sta stonzata (F.Gary Gray) ci abbia pensato troppo: in un ambito cinematografico che prevede istituzionalmente una certa credulità, manca una sceneggiatura coerente, ci sono buchi larghi come il mar Caspio e più di un passaggio è risolto alla cazzo di cane. E poi, chi potrebbe credere a questo negoziatore? È un frescone dalla parlantina sciolta che approfitta dellignoranza di interlocutori che hanno la seconda elementare. Questo chiacchierone applica principi di psicologia spicciola e snocciola banalità come: se stringe le braccia, le mani e accavalla le gambe, linterrogato mente: scientifico, direi. Magari gli scappa anche da pisciare? Naaa, non facciamo troppo Freud! Questo film è una grossa cagata. (Vhs da Tele+, 27/6/00)

&lt;img alt=&quot;Mc1203.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Mc1203.jpg&quot; width=&quot;190&quot; height=&quot;93&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;&lt;b&gt;376 - &lt;i&gt;Mission: Impossible - 2&lt;/i&gt; di un appassito John Woo, USA 2000&lt;/b&gt;

Ragazzi, che delusione. Dopo il primo episodio di &lt;i&gt;Mission: Impossible&lt;/i&gt;, maldestra porcatina tecnologica senzanima di De Palma, era lecito aspettarsi non dico un capolavoro, ma almeno un notevole passo avanti. Infatti Tom Cruise (che produce, bello contento di aver una pellicola tutta sua dove mostrare il faccione bovino) ha chiamato a corte il più clamoroso regista di &lt;i&gt;action movie &lt;/i&gt;hollywoodiano, quel John Woo che con &lt;i&gt;Face/Off &lt;/i&gt;ha sciorinato tutta la mercanzia. E invece Woo si appiattisce su un plot stanco, una jamesbondata di seconda mano e, a una trama inesistente non riesce neanche ad appiccicare un po dazione. Cioè, sí, qualche bella scenetta cè (non scena, &lt;i&gt;scenetta&lt;/i&gt;), ma si perde nella noia di un film orrendo, movimentato come unedera. Peccato. Per la cronaca il film lo abbiamo visto al cinema Sociale 2 di Pallanza, a Verbania, sala gremitissima con temperatura tropicale. Ma il disagio termico era nulla di fronte allinconsistenza del film. E a proposito di imbarazzo: settimana scorsa abbiamo perso gli Europei, ma non è stata la sconfitta la cosa peggiore. Commentava, con Pizzul, un &lt;i&gt;cieco&lt;/i&gt;. Ci saranno stati un sacco di motivi commerciali dietro, ma uno si chiede: come cazzo fa la Rai a ospitare Andrea Bocelli per commentare una partita di calcio? Mah! Durante linno nazionale il tenorino canticchiava e già lì eravamo nel &lt;i&gt;trash &lt;/i&gt;più devastante. Poi, quando a un minuto dalla conclusione dei tempi regolamentari ho sentito Bocelli annunciare gongolante che presto avrebbe cantato sul serio, ecco, lì le mani sono andate a immorsare lapparato testicolare nel tentativo di respingere linfelice uscita. E non è servito perché dopo pochi secondi la Francia ha acciuffato il pareggio, per poi vincere nei minuti seguenti. La commedia è continuata con quel genio comico del Berlusconi che se lè presa pubblicamente con Zoff. Da lì si è passato al drammatico, con Zoff dimissionario e la pseudo Sinistra a sua difesa, incapace unaltra volta ancora di astenersi dal commentare gli sproloqui del nano orecchiuto. &lt;i&gt;Depression&lt;/i&gt;. (Sala, 8/7/00)

&lt;b&gt;377 - &lt;i&gt;Le ali della libertà &lt;/i&gt;di Frank Darabont, USA 1994&lt;/b&gt;

SullInternet Movie Database gli abbonati hanno stabilito che nella classifica generale dei migliori film di tutti i tempi, dietro a &lt;i&gt;Il padrino&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Le ali della libertà&lt;/i&gt; merita un onorevole secondo posto. Siccome non lho mai visto, ci provo e devo dire che non è malaccio. Personalmente non lo vedo neanche tra i miei primi cento (la classifica cè, figuratevi, cè eccome), ma indubbiamente questo primo film di un abituale sceneggiatore è solido, ben costruito, in bilico tra intrattenimento e impegno, perlomeno per quel che riguarda un pubblico zotico come quello nord americano. La storia, tratta da un racconto di King, è quella di un ergastolano ingiustamente imprigionato nel carcere di Shawshank. Ci metterà ventanni a scappare, orchestrando una magnifica vendetta ai danni di chi lo aveva vessato per così tanto tempo. Democratico, a tratti molto duro, talvolta semplicistico nella sua retorica, in ogni caso efficace. E non si può non ammirare la perfetta macchina narrativa, intelligente senza risultare furbetta, capace di giocare con tutti gli stilemi classici del film carcerario concedendosi anche qualche ironia nei confronti dello spettatore. Ottimi Tom Robbins e Morgan Freeman. Tornando alla classifica dellIMdB: se il secondo posto assoluto nella classifica generale del miglior film di tutti i tempi da parte di &lt;i&gt;Le ali della libertà &lt;/i&gt;può sembrare assurdo, sentite il resto. Il profilo medio dellutente statunitense del sito prevede, come primo film italiano in classifica, &lt;i&gt;La vita è bella &lt;/i&gt;al 21° posto. Cè poi &lt;i&gt;Il buono, il brutto, il cattivo&lt;/i&gt; in 49ª posizione. Bernardo Bertolucci appare solo al 93° posto, come soggettista di &lt;i&gt;Cera una volta il West &lt;/i&gt;e nientaltro e tutto ciò invoca un bombardamento di Hollywood con le pizze di &lt;i&gt;Novecento&lt;/i&gt;. Tra i primi 250 film classificati ci sono solo tre Fellini, tre Leone, un De Sica e un Tornatore (e Rossellini no!) in allegra compagnia di autentici tumori cinematografici come &lt;i&gt;Clerks&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Seven &lt;/i&gt;e soprattutto &lt;i&gt;Being John Malkovich&lt;/i&gt; (in trentesima posizione! Ma neanche se esistessero trenta film!). Vabbeh, dirà uno, ma sono presenti altri &lt;i&gt;non &lt;/i&gt;statunitensi o no? Urca, ce nè unorgia: quattro Kurosawa, tre Bergman, due Lang, un Truffaut, un Carné, un Tavernier, un Almodovar, un Renoir, un Ejzenstejn, un Murnau, un Besson, qualche inglese (Hitchcock primo periodo, Monty Python), un cinese e un brasiliano. Cioè una trentina di film in tutto, il 12 % del totale. Viva la globalizzazione e lera dellaccesso che vede i padroni del mondo sempre più ripiegati su se stessi e intenti a occuparsi delle colonie solo nelleventualità di doverle bombardare. (Diretta Canale5, 17/7/00)

&lt;img alt=&quot;Mc1204.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Mc1204.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;180&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;&lt;b&gt;378 - &lt;i&gt;Godard à la télé: 1960-2000 &lt;/i&gt;di Michel Royer, Francia 1999&lt;/b&gt;

Barbara è di nuovo a Parigi per qualche giorno e ne approfitto per trasgredire in maniera oscena. Pacchetti di patatine fritte sparsi per casa, portaceneri pieni, Coca Cola e birra a volontà, rutto libero, abbondanti grattate di palle su mutande Bramieri-style esibite con malcelato orgoglio. Una volta che collasso sul divano mi vedo un film che con lei non vedrò mai. MAI. Una cosa che sta prendendo polvere da mesi, un documentario sul grande Godard. Dico grande perché come puoi definire uno così? Grande è spazioso abbastanza per contenere tutto quello che di Jean-Luc si può pensare, nel bene e nel male. Godard viene raccontato solo attraverso le sue apparizioni televisive, dagli esordi di &lt;i&gt;Allultimo respiro &lt;/i&gt;sino ai giorni nostri. È interpellato su tutto: dal cinema alla televisione, dal costume alla cronaca politica mondiale. Dà lezioni dintelligenza a tutti, è scostante, imbarazza i presentatori televisivi, dichiara il suo odio feroce per un mezzo di comunicazione che utilizza a tutto spiano, esaltandone genialmente le caratteristiche che disprezza. È sulfureo, cinico, acutissimo, urticante, scomodo, cazzoso. Per Jean-Luc la televisione è il male assoluto, un mezzo per trasmettere degli ordini (ma, in francese, suona anche come disordine, e sicuramente Godard lo ha pensato). Rimprovera al teleschermo le troppe parole e le poche immagini, lindifferenza a ciò che riprende (da cui la scarsa qualità, la non autorialità). E di fronte a un povero cameraman sudato dichiara che il cinema è fatto per respirare, non per traspirare ed è fatto per essere visto su uno schermo più grande di noi, mentre la televisione rimarrà sempre su uno schermo più piccolo di chi la vede. E poi cè la pubblicità, il grande pappone di cui siamo tutti puttane Godard cammina sulle mani, Godard prova a bloccare il Festival di Cannes nel 1968 e negli anni Novanta rimedia una torta in faccia. Godard è anche raccontato da chi gli è stato vicino: Truffaut che lo definisce una merda duomo, Anna Karina che fugge piangendo lunica con cui non sembra litigare è Marguerite Duras; che gli chiede: Ti hanno messo il fondo tinta?, e lui: no, ce lho naturale, ho la barba. Intelligente, ben montato, con un ritmo frizzante e con documenti visivi pregevoli, questo è un ottimo esempio di come utilizzare la televisione. E Godard lo sa benissimo. (Vhs da Tele+, 18/7/00) 

&lt;b&gt;(Continua  12)&lt;/b&gt;</text_more></entry>
<entry id='3404' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3404' author_id='4' authored_on='20100327021751' basename='poniamo_il_caso_che' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100327021751' modified_on='20100327021931' ping_count='0' status='2' title='Poniamo il caso che...' week_number='201012'><text>di &lt;b&gt;Letizia Mirabile&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Palermo.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Palermo.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;150&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Poniamo il caso di tornare nella propria città natale. Poniamo il caso che, nella fattispecie, questa città sia Palermo. Poniamo il caso che la si sia lasciata lestate prima. Poniamo anche il caso che la si trovi peggiorata da ogni punto di vista: culturale, ambientale, sociale, come servizi, infrastrutture, uffici. Poniamo il caso che in giro non si sentano altro che lamentele e poniamo il caso che il bilancio del Comune non si possa dire perché è un numero negativo talmente grande che è diventato illeggibile. Poniamo anche il caso che la Regione attraversi un periodo di sommovimenti, che lo spostamento delle zolle tettoniche africane e asiatiche sembri il movimento di una piuma. Poniamo anche il caso che numerosi negozi chiudano e che in città levento dellanno, quello che desta maggior richiamo non sia larrivo di uno spettacolo russo, di una grande mostra, di una produzione cinematografica, che vedrebbe coinvolta la più importante agenzia di casting siciliana: quella dellimprenditore Enzo Castagna (1), bensì sia lapertura di un grosso centro commerciale in uno dei quartieri caldi del capoluogo.</text><text_more>Poniamo il caso che un procuratore illuminato, ma privato della luce, gridi un invito allattenzione, perché i grandi centri commerciali spesso sono frutto di riciclaggio di denaro illecito. Poniamo il caso che se ne parli, come discorso da caffè, in una parruccheria frequentata da una clientela distinta. Poniamo il caso che una giovane signora, con figlia piccola al seguito, osanni le offerte trovate e che unaltra giovane signora faccia presente che, forse, sarebbe opportuno informarsi sulla natura di tale centro, prima di frequentarlo. Avete idea della risposta? Eccola riportata testualmente: Ma se tutta leconomia siciliana è basata sulla mafia, noi che ci possiamo fare? Intanto noi ne usufruiamo!
Poniamo il caso che uno si ribelli al pagamento del pizzo (non mi riferisco certo allimprenditore - ormai richiestissimo nelle trasmissioni televisive come angelo della lotta alla mafia - su cui molti nutrono serissimi dubbi, ma questo non si deve dire, soprattutto ora che ha aperto un locale a Brera, meta di tutta la crème della società cittadina, che deve sentirsi partecipe della cultura della legalità, dando le noccioline alle scimmie dello zoo) e che lindomani mattina trovi la porta del suo ufficio divelta. Poniamo anche il caso che un giovane artista veda la sua opera commissionata da una persona insospettata, cioè che il suo referente sia lusciere del palazzo, il quale prenderà una tangente sulla pubblicazione della stessa e unaltra sulla vendita sempre della medesima opera, con il risultato che il prodotto costerà talmente tanto da bloccare unaltra iniziativa culturale.
Poniamo il caso che un pentito accusi personalità politiche di altissimo livello e che queste ricevano immediatamente dopo delle minacce. Poniamo che si tenti di screditare le parole del pentito per non procedere con le indagini e per insabbiare il processo, che metterebbe a dura prova lassetto instabile dellestablishment politico.
Poniamo il caso che tutto questo avvenga in un paese ridicolizzato in tutto il mondo, cosa è lecito ancora sperare? Cosa converrebbe fare? Basterebbe solo espatriare per dimenticare tutto il male subito e le opportunità tolte? O è meglio pregare affinché quei famosi alieni invasori non scelgano proprio noi come cavie dei loro esperimenti?
 

&lt;b&gt;NOTE&lt;/b&gt;

(1) Titolare dellomonima agenzia di pompe funebri. Grazie a questo valentissimo collaboratore, Peppuccio Tornatore ha vinto il Premio Oscar con &lt;i&gt;Nuovo Cinema Paradiso&lt;/i&gt;. Senza lavallo di questo professionista nessun film può essere girato nel capoluogo siciliano e nelle zone limitrofe.

</text_more></entry>
<entry id='3405' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3405' author_id='4' authored_on='20100328043755' basename='carretto_de_pascalis_come_loro_di_rimbaud' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100328043755' modified_on='20100328050800' ping_count='0' status='2' title='Carretto, De Pascalis: COME L&apos;ORO DI RIMBAUD' week_number='201013'><text>di &lt;b&gt;Paola Papetti&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;ComeLOro.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/ComeLOro.jpg&quot; width=&quot;130&quot; height=&quot;193&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Giacomo Carretto, Luigi De Pascalis, &lt;i&gt;Come l&apos;oro di Rimbaud. Un romanzo mediterraneo di Bedrì Bekir&lt;/i&gt;, ed. Irradiazioni, 2005, pp. 336,  16,00.

Un antico baule sputa una storia interessante e la casa editrice &lt;a href=&quot;http://www.irradiazioni.com/Home.aspx&quot;&gt;Irradiazioni&lt;/a&gt; decide di editare il lavoro che i curatori Giacomo E. Carretto e Luigi De Pascalis fanno su questi foglietti, organizzando un volume di ben quattrocento pagine davvero avvincenti.
Siamo a cavallo tra lOttocento e il Novecento, il colonialismo sfaccetta i profili delle nazioni, lOriente della Sublime Porta e loccidente europeo che fa mattanze nellAfrica, una tavolozza di etnie e di esigenze. Tante vittime nere. 
Umar, il protagonista, non è una vittima. Umar è un guerriero nato al Cairo. Suo padre sparisce spesso da casa, viaggia molto e non dice dove va. </text><text_more>Crescendo, Umar diviene partecipe di questi viaggi decisi dalla misteriosa Gente del Toro, Mahmut Pascià, esponente di questa misteriosa associazione richiede la sua istruzione. E così Umar diviene un guerriero, si inoltra nelle terre africane assorbendo le tecniche di lotta dei guerrieri nuba, si ritrova in battaglie sanguinose (come ad Adua) seguendo solo in parte le indicazioni dei suoi protettori.
Nel suo viaggio Umar ritrova le orme di un europeo particolare, un poeta di cui conosce i versi che in Africa si fa chiamare Abù Rimbo. E da qui sorge una sorta di poetico parallelismo tra le sorti del guerriero e le sorti del poeta dalle suole di vento, una sorta di fuga e rincorsa, un gemellaggio tacito che riguarda più lesistenza dei due uomini che i loro scopi.
Le orme di Umar si muovono a ritroso sul cammino di Rimbaud: dallEtiopia a Parigi; quindi Costantinopoli e quindi Istanbul
Vicende di mondi femminili si intersecano al cammino del guerriero, Umar fugge, le amate restano, creano reti commerciali e di solidarietà, crescono i figli e le figlie del guerriero.
Le mete si sparpagliano doppiando le finalità di raggiungerle, la motivazione del cammino è sempre, in fondo qualcosa daltro: un amore, una promessa, un verso, un ideale
Eppure cè spazio per la politica nellerrante personalità. In Europa grande e meravigliosa cultura, ma mentalità colonialista e dominatrice. Limpero Ottomano è certo vicino alle genti del Mare Bianco (il Mediterraneo in turco), ma non ha influenza ancora per molto. Che fare?
Quello che entusiasma di &lt;i&gt;Come loro di Rimbaud&lt;/i&gt; è trovarci sempre quello che non ci si aspetta. Una scelta fatta per amore e non per convenienza, un poeta che individualmente o socialmente cambia le sorti della vicenda, un avvenimento storico che si palesa da un punto di vista inedito, un amore omosessuale ritenuto normalissimo nel Cairo dellOttocento.
La cosa più interessante è il punto di vista di questo grosso nero che soffre per il suo popolo ma va al di là del vittimismo: comprende, accosta, fa proporzioni e considera le certezze come un pesante fardello.
Ottimo il lavoro dei curatori nello spiegare cosa ci possa essere di attendibile e cosa meno, letimo delle mille espressioni ricostruendo il mosaico di tessere di questo bellissimo romanzo.
Peccato davvero che sia difficile da trovare.


</text_more></entry>
<entry id='3406' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3406' author_id='4' authored_on='20100401025757' basename='da_jack_frusciante_a_una_citt' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100401025757' modified_on='20100401034334' ping_count='1' status='2' title='Da Jack Frusciante a una città decapitata' week_number='201013'><text>di &lt;b&gt;Marilù Oliva&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;brizzi.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/brizzi.jpg&quot; width=&quot;210&quot; height=&quot;210&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;«Cè un ragazzo bolognese, Enrico Brizzi, già abbastanza vecchio da contare sulle dita di due mani i rifiuti da parte degli editori. Cè una maestosa storia damore e rock adolescenziale pronta per essere raccontata senza filtri. Cè una casa editrice indipendente,Transeuropa di Ancona, che decide di dare fiducia al ragazzo. Il ragazzo comprende, con un brivido tardivo, di essere capitato nella migliore casa editrice indipendente del Paese, già nota alle masse per le antologie Under 25 curate da Pier Vittorio Tondelli e il folgorante esordio di Silvia Ballestra. [...] Quando è ufficiale che la maestosa storia damore sta per diventare un libro vero, Jack Frusciante è uscito dal gruppo, il ragazzo comincia a sentire il cuoio capelluto farsi elettrico per lemozione. Immagina le pile del suo libro dentro le librerie che ha sempre frequentato, e rabbrividisce al pensiero che ad abbassarle contribuiscano solo amici e parenti stretti. Invece la prima edizione va esaurita in poche settimane, e così la seconda e la leggendaria terza edizione composta da 1500 pezzi unici, le copertine colorate a mano negli uffici Transeuropa.»</text><text_more>&lt;b&gt;Partiamo dal caso Jack Frusciante. Hai dichiarato che il trionfo del tuo libro, assurto a caso letterario, è giunto completamente inaspettato. Hai individuato alcuni elementi fondanti perché unopera riscuota successo?&lt;/b&gt;

Uno solo, come tu stessa accenni: il fatto che giunga inatteso.
So bene che scalano le classifiche di vendita anche e soprattutto opere costruite a tavolino per favorire limmedesimazione di un determinato target di lettori, ma non è la mia idea di scrittura, né quella degli autori che stimo.
Scrivere con lidea del successo fissa in testa, a disturbare tutte le frequenze del flusso narrativo, devessere una sorta di incubo.

&lt;b&gt;Nel tuo &lt;a href=&quot;http://www.enricobrizzi.it/&quot;&gt;sito&lt;/a&gt;, nella pagina della rassegna stampa su Jack Frusciante, si legge: «Allintervista di Enrico Arosio, che esce con il titolo Salinger alla bolognese, seguono decine di recensioni favorevoli, fra le quali si segnalano quelle dei più importanti quotidiani. Anche molti degli attuali detrattori giurati di Brizzi, nella stagione 94-95 si spellavano le mani dagli applausi. Ma se lho scoperto io!, sgomitavano.» In che rapporti sei con la critica?&lt;/b&gt;  

Al successo semiplebiscitario del mio romanzo desordio è seguita una divisione netta fra detrattori e aficionados, che mi è costata qualche stroncatura e parecchia indifferenza fra il 2000 e il 2005; linteresse dei critici professionisti si è risvegliato con i resoconti dei viaggi a piedi (&lt;i&gt;Nessuno lo saprà&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;Il Pellegrino dalle braccia dinchiostro&lt;/i&gt;) per manifestarsi di nuovo in forme pienamente incoraggianti con gli ultimi romanzi dedicati a Lorenzo Pellegrini e allItalia del XX secolo.

&lt;b&gt;Linattesa piega degli eventi (Baldini Castoldi Dalai, 2008) si apre con gli affollatissimi funerali di Benito Mussolini e con un evidente anacronismo storico: siamo a Roma ed è il 5 maggio 1960. Il punto di partenza di questo romanzo è condensato nei sottotitoli successivi allintroduzione fantastorica: Cosa sarebbe accaduto se lItalia fascista avesse vinto la guerra? Un grande romanzo sulle eterne passioni degli Italiani: calcio, amori facili e autoritarismo. Il concepimento dell&apos;idea... &lt;/b&gt;

In buona parte la fascinazione per il periodo bellico arriva dai racconti recepiti in famiglia, in cortile, nei bar, accentuati e talora &quot;deturnati&quot; dal cinema, dai fumetti e dai giochi infantili - ai piccoli maschi piace anche combattere, cè poco da fare.
Con lo sguardo delluomo adulto, mi turba pensare che nel nostro Paese la dittatura abbia a lungo goduto di ampio favore popolare; daltronde mi pare che i germi dellautoritarismo e, ancor più, del qualunquismo siano sempre presenti nella società italiana.
Detto questo, per scrivere una storia diversa dalla Storia che tutti conoscono, è indispensabile una vasta documentazione: sono entrato in librerie che non avrei mai pensato di frequentare, ho colmato alcune ignoranze mie semimacroscopiche, e ho scoperto parecchie cose interessanti anche dal punto di vista dei lettori, almeno a giudicare dalle lettere ricevute nelle ultime settimane.

&lt;b&gt;Le sopracitate tre eterne passioni degli Italiani: calcio, amori facili e autoritarismo, sono sempreverdi? Ce nè una alla quale neppure tu sei insensibile?&lt;/b&gt;

Sì, lunica che si può ammettere in pubblico.
Le altre due, in ogni caso, sono adatte rispettivamente per i ventenni estroversi e per i biechi reazionari.
Come narratore amo lepica corale e transnazionale del calcio, soprattutto quello a cavallo fra dilettantismo e professionalizzazione.
Nella vita reale ho dato più di un calcio al pallone come tutti i maschi italiani (va detto che i miei erano particolarmente mal assestati), e tifo stoicamente per la squadra della mia città, il Bologna Fc 1909. Amo ricordare che la sua maglia è ad ampie strisce verticali rossoblu (tre rosse e due blu, fate conto), e in bacheca può vantare sette scudetti, coppe italia e mitropa a profusione. In questa stagione sta festeggiando il suo centenario, che mi ha visto coinvolto nel volume collettivo &lt;i&gt;10 scrittori per 100 anni&lt;/i&gt;, e nella manifestazione in piazza organizzata dalla Curva Bulgarelli per scongiurare lavvicinamento fra i vertici del club e Luciano Moggi.

&lt;b&gt;&lt;i&gt;La nostra guerra&lt;/i&gt; (Baldini Castoldi Dalai, 2009) è il secondo volume della saga di Lorenzo Pellegrini, nonché tuo ultimo romanzo, prequel de &lt;i&gt;Linattesa piega degli eventi&lt;/i&gt;: la storia si svolge nel periodo dal 1942 al 1945, fra gli undici ai quattordici anni di Lorenzo. La vita quotidiana, la famiglia, lamore e gli inciampi di ogni giorno sono incupiti dallo sfondo di una società in cui il totalitarismo si esprime, tra le altre cose, con il controllo assoluto sui mezzi di comunicazione. Ti chiedo di fare un parallelismo con la situazione di oggi. I mass media, in Italia, subiscono qualche forma di controllo? Se sì, come ci si potrebbe mobilitare per usufruire di uninformazione seria?&lt;/b&gt;

Le principali mobilitazioni non sponsorizzate che ricordo sono le manifestazioni di piazza allepoca di Tangentopoli e delle stragi di mafia, la crescita spontanea dellUlivo, Genova 2001, i girotondi e londa viola.
In ventanni è un po poco per permettersi ottimismo sulla nostra società.

&lt;b&gt;La letteratura può costituire un piccolo tassello nella formazione della memoria collettiva?&lt;/b&gt;

Contando che la televisione di Stato ha rinunciato a farlo dopo tanti anni, e che il cinema sa produrre di rado capolavori come &lt;i&gt;Il vento fa il suo giro&lt;/i&gt;, spero che la narrativa possa dare il suo diagonale contributo.

&lt;b&gt;&lt;i&gt;Dio salvi Bologna&lt;/i&gt; è un progetto musicale, «uninvettiva e un atto damore per una città che sta vivendo un momento doloroso e irripetibile: la fine delle proprie illusioni». I testi sono ispirati al tuo libro &lt;i&gt;La vita quotidiana a Bologna ai tempi di Vasco&lt;/i&gt; (Laterza, 2009) e allattuale situazione cittadina. (a partire dallo scandalo che ha coinvolto il sindaco Flavio Delbono). Ce ne parli? &lt;/b&gt;

Si tratta della collaborazione musicale con una band di amici bolognesi, Yu Guerra, dettata dallo sconcerto per quello che la nostra città - destinata a restare senza sindaco ancora a lungo - si trova a vivere. Siamo appena partiti: oltre a suonare dal vivo il nostro spettacolo &lt;i&gt;Dio salvi Bologna&lt;/i&gt;, abbiamo presentato anche lomonimo cd singolo, apripista dellintero album che uscirà in autunno, dopo la lunga marcia.

&lt;b&gt;Previsioni su una città ora decapitata?&lt;/b&gt;

Bologna, nelle pagine più alte della propria Storia, si è sempre salvata da sé; è chiamata a farlo anche stavolta, e per questo è necessario che il desiderio di riscatto si faccia più forte dellautocompiacimento.

&lt;b&gt;Ci saluti con una citazione musicale?&lt;/b&gt;

Vi saluterò con il ritornello nuovo di zecca di &lt;i&gt;Rialzati, Bologna&lt;/i&gt;, lato B del singolo: Di chi si è battuto per il tuo futuro ci sono le foto di fianco al Nettuno. Di ladri, bugiardi, furbetti e maiali ci sono le foto su tutti i giornali.

</text_more></entry>
<entry id='3409' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3409' author_id='19' authored_on='20100329024021' basename='creature_della_notte' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100329024021' modified_on='20130320180608' ping_count='0' status='2' title='Creature della Notte' week_number='201013'><text>di &lt;b&gt;Alessandra Daniele&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;cdNotte.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/cdNotte.jpg&quot; width=&quot;159&quot; height=&quot;173&quot; border=&quot;0&quot;hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;- Cazzo, non so più cosa inventarmi - sbuffa, togliendosi gli occhiali.
- &lt;i&gt;Bisogna &lt;/i&gt;tirare fuori qualcosa. Presto cominceranno ad arrivare i risultati delle Regionali, quindi la Supercazzola della Settimana serve subito. Dobbiamo scrivergliela entro stanotte, o non farà mai in tempo a impararla a memoria.
- Lo so - si rimette gli occhiali - Nanoleone ha bisogno della sua dose di cazzate da sparare come diversivo, è per questo che siamo pagati, me lo ricordo. Non sono rincoglionito, &lt;i&gt;io&lt;/i&gt;. Ho solo il crampo dello scrivano.
- Casomai il blocco dello scrittore - ridacchia - il crampo dello scrivano è una tendinite.
- Giusto - gli tira un calcio allo stinco sotto la scrivania.
- Ahia!
- Grazie della precisazione, dottor House. Come va la gamba?
</text><text_more>- Sei il solito stronzo.
- No, non sono il solito stronzo, altrimenti avrei già avuto l&apos;idea giusta - chiude gli occhi - E&apos; che in questo periodo ho troppe rotture di coglioni per la testa. L&apos;avvocato, il meccanico, il commercialista...
- Vampiri!
- Già.
- No, dicevo per la Supercazzola! - Sorride - Sono il trend del momento, facciamo come tutti gli altri che non sanno più cosa inventarsi, buttiamoci sui vampiri!
- Ma sei scemo? Quindi se le Regionali vanno male, diamo la colpa ai vampiri?
- Ma no, di quello diamo la colpa ai magistrati, come sempre...
- E allora? Facciamo promettere a Nano Helsing che sconfiggerà i vampiri entro tre anni?
- No, non ci sei. Non deve combatterli, ma farne parte. I vampiri adesso sono &lt;i&gt;i buoni!&lt;/i&gt; Fighette e babbione ne vanno pazze! Ce l&apos;hai presente Twilight?
- Ce l&apos;ho presente, ma mi fa cagare. E&apos; una puttanata.
- Appunto, perfetto per la Supercazzola! 
Sbuffa - E cosa dovrebbe fare il nostro Nanosferatu per dimostrarsi un &lt;i&gt;buon &lt;/i&gt;succhiasangue, azzannare un microfonaro del TG, tipo Intervista col Vampiro?
- Procedura standard: prima la falsa gaffe, poi la smentita indignata, poi la rivendicazione autoironica. Per tutta la settimana non si parlerà d&apos;altro, e la sua fanbase l&apos;amerà ancora di più. 
- Ma i vampiri non dovrebbero rimanere eternamente giovani? - sorride sarcastico.
- Non sempre. Possono apparire più vecchi quando sono a corto di sangue fresco. Nanosferatu potrebbe riciclare la classica battuta su quanto sia difficile da trovare il sangue di vergine. E&apos; nel suo stile - ride.
- E come la mettiamo con gli Scarafaggi?
- I preti? Figurati, con tutti gli scheletri che ci sono nel sottotetto del Vaticano, i compagni di merendine hanno altro di cui preoccuparsi. Ormai sono chiusi in difesa, catenaccio all&apos;italiana. Nazinger passerà alla Storia come il Papa Ghedini. E poi te l&apos;ho detto, il nostro Nanosferatu sarà un vampiro buono, uno che toglie il sangue ai ricchi per darlo ai poveri, e salva le vecchiette dai comunisti mannari, un vampiro con l&apos;anima, come Angel!
Scuote la testa - No, è una balla troppo, troppo, troppo grossa.
L&apos;altro scatta in piedi, indicando il cartello alle loro spalle:
&lt;i&gt;«Più grossa è la bugia, più la gente la crederà »&lt;/i&gt;
Quello seduto annuisce - Hai ragione - si toglie gli occhiali, ridacchia - ma sì, in realtà è davvero una sanguisuga. E le sue ministresse sono perfette come spose di Dracula, specialmente la rossa cadaverica....e i ministri sono uguali a Igor! 
Ridono.
- Bene, per questa settimana siamo a posto. Ma la prossima?
- Pirati!
- Il Corsaro Nano!
Ridono.
Si mettono a scrivere.</text_more></entry>
<entry id='3410' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3410' author_id='4' authored_on='20100330000616' basename='la_riabilitazione_del_compagno_carlos_santana_1' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100330000616' modified_on='20111201181730' ping_count='0' status='2' title='La riabilitazione del compagno Carlos Santana - 1' week_number='201013'><text>di &lt;b&gt;Filippo Casaccia&lt;/b&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&lt;i&gt;Sono diventato santanofilo perché molti anni fa ho letto un rapporto dellFBI che prendeva in esame un migliaio di radicali degli anni 70 e tra le coincidenze risultava un 13% di appassionati alla musica del maestro di Autlàn.
                              Paco Ignacio Taibo II&lt;/i&gt;, La bicicletta di Leonardo&lt;/span&gt;

&lt;img alt=&quot;Rcs01.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Rcs01.jpg&quot; width=&quot;147&quot; height=&quot;220&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;Il verdetto di Bombo fu una scomunica.
Quando ero ancora alle medie, Bombo occupava il liceo dove adesso mi trovavo io.
Una volta entrò tranquillamente in classe col motorino. 
E la sua classe era al quarto piano. 
Durante unoccupazione fece il surf giù per le scale della scuola su una cattedra rovesciata. 
Sempre dal quarto piano.
Adesso io ero in terza liceo e lui ancora in quinta, con due bocciature sulla schiena e il rischio del servizio militare molto pressante. Ma il Comandante Bombo  con la barbetta rada, a tocchetti, come i barbudos cubani  era il leader degli studenti medi e in questo liceo borghese, lui, con la sua maglietta Apartheid? Incazzati neri! era il mio faro.
E il suo verdetto era stato ferale e inappellabile: Santana era un agente della CIA. 
Punto.
</text><text_more>Aveva già stroncato tutte le mie passioni musicali.
Perché il generoso, irruento, irsuto Bombo non aveva esitazioni. Il suo ruolo gli imponeva fermezza e certezza. E Battisti era un fascista: lo sapevano tutti che  lui, taccagnissimo, figurarsi  finanziasse Ordine Nuovo. Mentre Battiato non sopportava i cori russi e neanche la nera africana, per cui non era proprio da discutere da che parte pendesse. Ma che la mia acerba passione per il chitarrista messicano fosse stroncata così, non mi andava giù. Allora gli chiesi cosa pensasse degli Area e Bombo mi guardò come se lo stessi interrogando in trigonometria. Balbettò e allora capì che &lt;i&gt;almeno &lt;/i&gt;di musica non sapeva una mazza e parlava per luoghi comuni. E io ho ripreso ad ascoltar Santana senza sensi di colpa. 

Se siete nati come me alla fine degli anni Sessanta, avrete anche voi sofferto ogni volta che si parlava di rock con uno cresciuto tra il 68 e il 77. Sentenze e giudizi apodittici che lasciavano spiazzati. La musica, come lavevano vissuta loro, era unesperienza totale e viscerale e in mancanza del sovraffollamento informativo che ci circonda oggi, le opinioni si formavano su notizie incontrollate e inverificabili. 
Una conversione religiosa faceva presagire rincoglionimento senile e di conseguenza appannamento artistico; una svolta verso sonorità diverse, magari pop, era un alto tradimento per accattivarsi il pubblico; linusitato successo di un brano significava essersi venduti, al di là delle intenzioni.
&lt;img alt=&quot;Rcs02.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Rcs02.jpg&quot; width=&quot;133&quot; height=&quot;220&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;Carlos Santana si rese colpevole in breve tempo di tutte e tre le cose e la sua conseguente definizione di servo della CIA, a un epocale concerto del 77 finito a schifìo al Vigorelli di Milano, è sempre stata la corona di spine che mha fatto sanguinare &lt;i&gt;el corazon&lt;/i&gt;. 
Perché anche se non lo abbiamo mai saputo, noi e lui, Santana è stato ed è un &lt;i&gt;compañero&lt;/i&gt;. 
Ha provato pure a negarlo affermando che dividere le risorse tra la gente non è comunismo, il magnifico finto ingenuo che ha rifiutato due volte di suonare in eventi organizzati da Clinton e ha spernacchiato pure il presidente messicano Ernesto Zedillo, mandandogli a dire: Non ho visto alcun progresso nei confronti dei diritti civili degli indiani del Chiapas e finché non si muove, non posso provare alcuna affinità con lui. Certo, può risultare comodo parlare della Selva Lacandona dalle colline di San Francisco. Come presentarsi alla premiazione degli Oscar con una maglietta con leffigie &lt;i&gt;dorata &lt;/i&gt;del Che. Ma qui entra in gioco  oltre alla confusione ideologica  anche il pessimo gusto sartoriale. 

Carlos è in giro da più di quarantanni e ha sempre parlato pochissimo di politica, agendo semmai sulla vita delle persone con la sua musica.
La sua carriera è stata una parabola umana di successo e dinfortuni. Di decisioni imperiose ed egoiste, come di concessioni generose. Ha avuto fortune commerciali incommensurabili e periodi di dimenticatoio umilianti, quando era visto come il pagliaccetto dei buoni sentimenti, ancora legato allepoca di Woodstock, coi capelli lunghi sotto la bandana a nascondere la pelata e la canottiera  sulla complessione da pollo, mentre tutti gli altri stronzetti suonavano con la giacca di Armani, trombavano modelle e sniffavano dune di coca.
Lui era il brutto anatroccolo, quello di cui non si poteva parlare male, però, ecco, nel &lt;i&gt;gotha &lt;/i&gt;del rock, no. Lì ci va chi parla coi presidenti, chi si agita sui giornali quando ha il sussulto di coscienza e poi, la settimana dopo il Live Aid di turno, torna lo stesso prepotente pezzo di merda di prima, col catalogo di dischi che vende di nuovo e vaffanculo quei morti di fame degli etiopi. 

Limpegno per Amnesty International, Save the Children, Greenpeace, Médecin Sans Frontieres o per la lotta allAids in Sud Africa, non gli hanno mai guadagnato le &lt;i&gt;headlines&lt;/i&gt;. Ma lo si poteva intuire: Carlos ha parlato al mondo con linnocenza di uno hippie senza tante menate. E ha raggiunto tutti, intellettuali un po vergognosi che poi ballavano sbracati, così come proletari che dopo la sudata in pista cominciavano a farsi qualche domanda. Perché la musica &lt;i&gt;dei &lt;/i&gt;Santana (fino alla fine dei Settanta) e &lt;i&gt;di &lt;/i&gt;Santana poi, raggiunge tutti, senza distinzioni di sesso, censo, razza e religione: non è razionale, è sensuale, comprensibile col corpo; e trasmette un messaggio, subliminale ma evidentissimo, di ansia di riscatto e realizzazione, orgogliosa e pacifica.
I poveri del mondo mi amano perché si identificano: sono uno di loro che ce lha fatta. 
Carlos realizza il sogno americano senza crederci per nulla. E senza credere in &lt;i&gt;mañana&lt;/i&gt;. Ha fatto di testa sua, commettendo diversi suicidi in carriera, consapevole e ben felice di andare fino in fondo alle sue scelte, contro tutte le convenzioni dellestablishment del business americano. Per poi vendere 30 milioni di dischi nel 2000, nel momento in cui diventava difficilissimo piazzarne ancora uno.

&lt;img alt=&quot;Rcs03.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Rcs03.jpg&quot; width=&quot;154&quot; height=&quot;190&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;Ma come ha fatto?
È stato indomito messaggero di pace, di buone vibrazioni da scoppiatone, di astruse teorie cosmologiche come di un sincretismo religioso degno di un predicatore da tivù privata. Era &lt;i&gt;obiettivamente &lt;/i&gt;difficile farne una rockstar, specie osservandone labbigliamento a dir poco ributtante, recentemente aggiornato da camicione affollate di facce dei suoi idoli e battute in cafonaggine solo da quelle del colonnello Gheddafi. 
E poi era brutto, Carlos. Brutto forte. Jim era bello (e basta), Janis era bella nella sua ribellione, Jimi bellissimo nella sua genialità. Carlos solo un brutto anatroccolo, neppure morto giovane, che  senza grandi doti compositive, ma una &lt;i&gt;visione &lt;/i&gt;sì  ha saputo inventare, se esiste, la &lt;i&gt;world music &lt;/i&gt;ventanni prima che diventasse il luogo comune degli &lt;i&gt;yuppies &lt;/i&gt;con il lettore Cd sulla Volvo station wagon. Nei suoi dischi trovavi e ancora trovi tensione spirituale e carnale, sabba ritmico e melodia che trasuda melassa, porcate caraibiche da villaggio turistico e fughe jazz lontanissime dal pubblico, in un arco parlamentare che va da Santa Esmeralda ai Weather Report. Un po come nell&lt;i&gt;artwork &lt;/i&gt;degli Lp, splendidi pasticci zeppi di cultura terzomondista, latina e africana, culti e culture diversi da quelle che il mercato anglosassone ci impone quotidianamente. 

Rappresentante emblematico della cultura popolare di massa, nel suo caso veicolata sì dallindustria ma ricca di insospettabili caratteristiche di originalità e indipendenza dallo &lt;i&gt;showbiz&lt;/i&gt;, Carlito è morto e risorto più volte ed è lunico artista entrato nella Top Ten di Billboard per 5 decadi. 
E io son sicuro che farà il botto anche dopo il 2010, chiaramente senza rendersene conto, ma proponendo ancora una volta la micidiale formula: &lt;i&gt;corazon y cojones&lt;/i&gt;.

Carlos Santana nasce ad Autlan de Jalisco il 20 luglio 1947, quarto del Settebello del prolifico padre musicista &lt;i&gt;mariachi&lt;/i&gt;. La tribù cresce con grandi difficoltà economiche ma dignitosamente e presto raggiunge il capofamiglia a Tijuana, la capitale messicana del vizio che offre ai &lt;i&gt;gringos &lt;/i&gt;e ai militari della base di San Diego deboscio a volontà appena oltrepassata la frontiera: droga, alcol, prostituzione e un occhio di riguardo per chi porta bei dollaroni fruscianti. 
La musica di papà è una rottura e compiacere i danarosi prepotenti che calano da nord è unumiliazione, ma qualcosa bisogna pur fare per vivere. Il giovin Santana segue le orme paterne suonando il violino, esperienza che gli lascerà piaghe alle dita ma anche il gusto per le note sostenute e il controllo dellintonazione. Ma quando la radio comincia a trasmettere rocknroll e blues, Carlos mette via il tradizionale &lt;i&gt;charro&lt;/i&gt;, imbraccia una chitarra economica e diventa un &lt;i&gt;pachuco&lt;/i&gt;, uno di quelli che  con le ovvie differenze - da noi chiamano &lt;i&gt;teddy boy&lt;/i&gt;. Dalle strade passa a suonare nei locali, tra uno spogliarello e un rissone, ma quando ormai si mantiene e vive indipendentemente, nel 1963 i Santana decidono il grande passo e si trasferiscono a San Francisco. Lui ci viene portato controvoglia, torna indietro, ci ripensa, infine accetta e riparte daccapo: da musicista avviato torna al liceo con una lingua da imparare.

&lt;img alt=&quot;Rcs04.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Rcs04.jpg&quot; width=&quot;147&quot; height=&quot;200&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;Ma la musica è un richiamo troppo forte: Carlos sopravvive pelando patate e lavando piatti, ma ha messo su anche una originale blues band che suona anche qualcosa di Tito Puente e dove svisa una chitarra diversa dai cliché tipici dellepoca. A differenza di chi tracopia senza invenzioni lo stile blues, lui aggiunge un innato senso della melodia e del ritmo e il gusto dellabbellimento e dellimprovvisazione, arricchendo con fioriture, glissandi, bending, acciaccature, mordenti, tremoli e trilli. Il piccolo latino bazzica il Fillmore di Bill Graham e conosce diversi musicisti per i quali apre i concerti. Gente come Creedence Clearwater Revival, Janis Joplin con i Big Brother, Jefferson Airplane e Grateful Dead. Cè poi Mike Bloomfield, della Paul Butterfield Blues Band, il cui album &lt;i&gt;East West &lt;/i&gt;è uno dei primi testi sacri della contaminazione. Mike diventa amico di Carlos. È di ricca famiglia ebrea di Chicago, ma ha sempre preferito i localacci neri del Southside della città. Diventerà uno dei pochi autentici bluesman bianchi, divorato dallangoscia, dalle droghe e pure dallinsonnia. E sarà per questo motivo che Carlos esordirà su un disco, proprio per sostituire Mike nel celeberrimo &lt;i&gt;The Live Adventures of Mike Bloomfield &amp; Al Kooper&lt;/i&gt;, nel settembre 1968. Anno cruciale per il nostro eroe, che finisce pure in ospedale per una brutta tubercolosi. Vedendo i vicini di stanza morire come mosche, Carlos piazza il fugone e si riunisce agli orfani compagni di band per cominciare le registrazioni del primo album. Fondamentale nella vicenda è Bill Graham, il promoter che con le sue &lt;i&gt;ballroom &lt;/i&gt;arricchite da &lt;i&gt;light show&lt;/i&gt; rende San Francisco la capitale del rock dellepoca, portando sullo stesso palco artisti gggiovani assieme a &lt;i&gt;bluesmen &lt;/i&gt;come Albert e BB King, jazzisti come Miles Davis e voci soul come Aretha Franklyn o James Brown. 

&lt;img alt=&quot;Rcs05.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Rcs05.jpg&quot; width=&quot;170&quot; height=&quot;152&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;Bill Graham ha uno spiccato senso degli affari e ha capito che quel mingherlino ricciolone - che con una scusa o laltra riesce sempre a entrare gratis nei suoi locali per poi finire a jammare con gli artisti  ha qualcosa da dire. E da vendere: a Bill la musica latina piace e trovare qualcuno che la suoni in un contesto rock potrebbe essere lidea vincente. Perché le ragazze la ballano quella musica, oh yeah. 
E poi quel pulcino messicano gli ricorda qualcosa della sua storia di immigrato. Infatti Bill si chiama realmente Wolfgang Grajonca. È un ebreo nato a Berlino nel 1931 e, orfano di padre, è cresciuto in un orfanotrofio. Durante lascesa del nazismo ha la fortuna di essere scambiato con degli orfani cattolici: arriva in Francia, da cui muoverà verso gli USA subito dopo la sconfitta coi tedeschi del 1940. Una delle sue sorelle morirà in viaggio. La madre invece finirà ad Auschwitz con unaltra sorella, che le sopravvive. Unaltra ancora fugge dalla Germania in Cina e poi si ricongiungerà al fratello solo a San Francisco, città raggiunta da Bill dopo aver studiato a New York e combattuto nella guerra di Corea. Nella città della &lt;i&gt;Summer of Love &lt;/i&gt;Bill fa la carriera che sappiamo, ma vorrebbe anche diventare manager. E la Santana Blues Band diventata semplicemente Santana fa al caso suo.
&lt;img alt=&quot;Rcs07.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Rcs07.jpg&quot; width=&quot;220&quot; height=&quot;172&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;Formata da ragazzi ventenni &lt;i&gt;middle &lt;/i&gt;e &lt;i&gt;lower class&lt;/i&gt;, bianchi, neri e latini, la band suona una combinazione irresistibile di ritmi, propulsa da un attacco micidiale di conga e timbales. I leader sono Carlos, chiaramente, e Gregg Rolie, organista palliduccio di buona famiglia, voce calda e gran &lt;i&gt;groove&lt;/i&gt;. Assieme ascoltano gli &lt;i&gt;hippies &lt;/i&gt;che suonano le percussioni allAquatic Park di Frisco. Bingo: mettiamole su un impianto rock e il gioco è fatto: una miscela trascinante a cui non puoi sottrarti, ma nobilitata da influenze jazz e blues, e se Rolie lavora di accordi, Carlos fa cantare la sua Gibson SG.

&lt;img alt=&quot;Rcs06.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Rcs06.jpg&quot; width=&quot;180&quot; height=&quot;180&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;Graham procura unaudizione con lAtlantic dove quel genio di Carlito suona apposta male  facendo imbestialire tutti  perché lui vuole finire alla CBS, letichetta di Bob Dylan e Miles Davis. Il testone ci riesce: lo assolda quel Clive Davis che sarà fondamentale anche trentanni dopo, ma le registrazioni vanno a rilento e non si riesce a mettere su nastro la carica espressa dal vivo, tanto che si decide per una incisione &lt;i&gt;live &lt;/i&gt;nel mese di dicembre 1968, ovviamente al Fillmore. Verrà pubblicata decenni dopo e dimostra che la potenza di fuoco dei Santana cera già tutta. Mancava semmai un po di continenza: la durata media dei brani è altissima e culmina nella monumentale &lt;i&gt;Freeway Jam &lt;/i&gt;che raggiunge i 30 minuti di splendido cazzeggio. In my per niente humble opionion, una goduria, ma per lutente medio è come una bocconata di talco, velluto e chiodi. E su disco, questa roba non ce la vuol mettere nessuno.

Si torna scornati in studio con le idee più chiare. Le jam si fanno dal vivo, su disco si incidono dei brani e dal suono un po anemico del gennaio si passa a quello robusto del maggio. Bill Graham caldeggia lincisione di un rhythm and blues piacione e latineggiante, &lt;i&gt;Evil Ways &lt;/i&gt;e la band accetta il consiglio con qualche riluttanza. Intanto è arrivato un nuovo batterista innamorato del jazz, Michael Shrieve, neanche ventenne, praticamente rapito dai genitori e piazzato subito a casa di Carlos, a Bernal Heights. La sezione ritmica la completano i &lt;i&gt;latinos &lt;/i&gt;Mike Carabello alle congas, José Chepito Areas ai timbales e il nero David Brown al basso.

&lt;img alt=&quot;Rcs08.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Rcs08.jpg&quot; width=&quot;180&quot; height=&quot;180&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;Lalbum viene registrato in 3 settimane e uscirà a fine estate, arrivando da noi sotto lalbero di Natale. Più o meno come il sottoscritto. Mio padre, forse, si sarebbe accontentato semplicemente del disco che in effetti è splendido: si parte con il ritmo afrocubano guaguanco (lho letto, figuratevi se so cosa sia) con basso e conga. Una voce incita SAVOR!: nasce un sound e comincia il party. Cè il furore tribale di &lt;i&gt;Waiting&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Jingo &lt;/i&gt;e &lt;i&gt;Soul Sacrifice&lt;/i&gt;, il jazz languido di &lt;i&gt;Treat&lt;/i&gt;, lhard rock di &lt;i&gt;Just Dont Care &lt;/i&gt;e &lt;i&gt;Persuasion&lt;/i&gt;, il pezzo da sala da ballo che è &lt;i&gt;Evil Ways&lt;/i&gt;. Lincisione è cruda e nitidissima e viene fuori il clamoroso lavoro ritmico, anche di chitarra e organo: pochi soli ma efficaci e ficcanti. Piuttosto grande dinamica e cambi datmosfera: se ascoltate questa roba e non ballate, siete chiaramente posseduti da Sandro Bondi. Affiorano influenze, non proprio ovvie, come la chitarra zingara di Gabor Szabo, le poliritmie di Chico Hamilton o il soul jazz tastieristico di Les McCann e Jimmy Smith. Non cè invece psichedelia, se non nella copertina disegnata da Lee Conklin che mescola un volto di leone con una donna nera nuda e altri volti, una sorta di Arcimboldi sotto acido lisergico, innamorato della magia e dellAfrica. 

Rolling Stone definì la nostra musica &lt;i&gt;Mariachi Psychedelic Rock&lt;/i&gt;, perché sono messicano per cui faccio musica &lt;i&gt;mariachi&lt;/i&gt;. Sbagliato, cari. Io suono musica africana. E mezzo milione di persone lo avrebbe scoperto in un prato fangoso poco prima del debutto discografico. 

&lt;b&gt;(Continua  1)&lt;/b&gt;

&lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/cgi-bin/mt-search.cgi?IncludeBlogs=2&amp;search=riabilitazione+di+carlos+santana&quot;&gt;Qui &lt;/a&gt;le altre puntate.</text_more></entry>
<entry id='3411' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3411' author_id='4' authored_on='20100331035205' basename='david_ely_lanno_dellinondazione' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100331035205' modified_on='20100331040033' ping_count='0' status='2' title='David Ely: L&apos;ANNO DELL&apos;INONDAZIONE' week_number='201013'><text>di &lt;b&gt;Valerio Evangelisti&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;ElyLAnno.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/ElyLAnno.jpg&quot; width=&quot;130&quot; height=&quot;212&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;David Ely, &lt;i&gt;Lanno dellinondazione&lt;/i&gt;, trad. di Francesco Francis, ed. Cargo, Napoli, 2010, pp. 274,  18,50.

Uno dei più straordinari romanzi di fantascienza che io abbia mai letto è uscito in originale nel 1992, ma, ristampato di recente nel mondo anglosassone, giunge in Italia solo ora. Difficile procurarsi notizie dettagliate sullautore, David Ely (David Eli Lilienthal jr.), nato a Chicago, oggi ultraottantenne. Giornalista, militante per i diritti civili, autore di qualche romanzo e di numerosi racconti. Dal suo &lt;i&gt;Seconds&lt;/i&gt; fu tratto nel 1966 il notissimo film &lt;i&gt;Operazione diabolica&lt;/i&gt; di John Frankenheimer. Se il tempo gli renderà giustizia, sarà ricordato soprattutto per &lt;i&gt;Lanno dellinondazione&lt;/i&gt;.
Siamo in un futuro imprecisato, né troppo vicino né troppo lontano. Gli Stati Uniti hanno ampliato di un terzo il loro territorio con la costruzione della Barriera, una diga titanica che si estende dal Canada alla Florida e tiene a bada lAtlantico. La superficie strappata alloceano ospita città e coltivazioni.</text><text_more>Un ingegnere, William Fowke, si accorge che dalla diga filtra acqua salata, e che lintero, mostruoso manufatto è destinato prima o poi a crollare, con conseguenze tragiche. Cerca di mettere in guardia i superiori, ma così facendo si scontra con un sistema di raffinata ottusità. Gli Stati Uniti del futuro non sono né una dittatura né una democrazia. Li regge un potere impersonale che, per evitare conflitti, ha messo al bando i rapporti umani, fisici ed emotivi. E vietato toccarsi (più per introiezione che per costrizione), coltivare relazioni troppo empatiche. I bambini nascono in provetta e subito sono allontanati dai genitori, il piacere sessuale è garantito da macchine simulatrici, la giovinezza è protratta oltre letà naturale da interventi artificiali. E una forma di esistere basata sullimmobilismo e su una serie di regole (quasi) unanimemente accettate, ordinata da congegni che, in teoria, non possono sbagliare.
La denuncia di Fowke sul pericolo che sovrasta la Barriera giunge ad autorità che nemmeno riescono a concepire che il sistema abbia una falla; e quanto più lui cerca di scalare, con il suo avvertimento, la gerarchia del potere, tanto meno trova interlocutori capaci di prestargli ascolto. In alto cè il vuoto, esattamente come in basso. Finisce che Fowke, con la sua insistenza, si rende sospetto e passa, contro ogni sua intenzione, per un fastidioso perturbatore. Conosce così, luno dopo laltro, tutti i gradi dellemarginazione, in una società che non prevede pena di morte né prigioni propriamente dette. Restando sempre aggrappato ai valori &lt;i&gt;borderline&lt;/i&gt; universalmente condivisi. Finché...
...finché non scatta la solita storia damore, penseranno alcuni. Invece è una storia damore, sì, ma non la &lt;i&gt;solita&lt;/i&gt;. Anzi. E il lieto fine non è per nulla assicurato.
Allinizio si è un po smarriti, tale è il tasso di invenzioni (alcune inedite, altre meno) che Ely inietta nel suo romanzo. Ci si trova in un mondo assurdo, dalle regole sfuggenti, pieno di robot dai nomi animali  felidi, muridi, ursidi, ecc.  che lautore si guarda dal descrivere in dettaglio. Eppure, dopo poche pagine, quelluniverso ci diventa familiare, così come il potere acefalo che lo governa. Da quel momento la &lt;i&gt;suspense&lt;/i&gt; non ha limiti, anche grazie alla credibilità psicologica di Fowke e dei comprimari, sia pure solo intravisti.
La quarta di copertina fa riferimento a Orwell e a Ballard. Sarei più per il secondo (ma Ely, a mio giudizio, scrive molto meglio di Ballard), e potrei aggiungere altri autori, come Robert Silverberg (o, precedente più nobile ancora, Franz Kafka), che hanno trattato il tema della spersonalizzazione . Loriginalità di Ely, quella che conferisce al suo romanzo una struggente forza poetica, sta però nellavere eletto a protagonista autentica la Barriera: costruzione magnifica e orribile al tempo stesso, ipnotico crinale tra la furia delloceano e una vita artefatta che, nel gorgo di una futura catastrofe inevitabile, merita solo di essere sommersa e cancellata.

</text_more></entry>
<entry id='3412' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3412' author_id='4' authored_on='20100401235959' basename='miopia_critica_remix_9800_13' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100401235959' modified_on='20110324024706' ping_count='0' status='2' title='Miopia critica (Remix 98/00  13)' week_number='201013'><text>di &lt;b&gt;Dziga Cacace&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Mc1301.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Mc1301.jpg&quot; width=&quot;156&quot; height=&quot;220&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;&lt;b&gt;379 - &lt;i&gt;Fino alla fine del mondo&lt;/i&gt; di uno sconcertante Wim Wenders, Germania/Francia/Australia 1991&lt;/b&gt;

Da una accidiosa chiacchierata postprandiale, con amici fannulloni come me, sul valore (presunto, dissipato, boh) di Wim Wenders nasce la voglia di rivedere questo film che in passato ho visto male, a pezzi, pigramente, mollandolo a metà e decidendo che non meritava il mio tempo. E avevo fottutamente ragione: 2 ore e mezza di caos narrativo e sfasciamento di marroni da cui esce un messaggino piccino picciò che Wenders, allepoca, avrebbe potuto affidare a uno striminzito dispaccio Reuter e oggi potrebbe digitarci via s.m.s. Quando la montagna partorisce il topolino, sentite qua: &lt;i&gt;non si possono riprodurre i sogni, fa male, è brutto&lt;/i&gt;. E poi: &lt;i&gt;apprezziamo di nuovo la natura, difendiamola&lt;/i&gt;. E infine: alla&lt;i&gt; malattia del video che del ricordo ci dà solo pallidi sembianti, preferiamo la parola scritta&lt;/i&gt;. Ci mancavano giusto: &lt;i&gt;la sera fatevi il bidet&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;luovo ben sodato cuoce 6 minuti&lt;/i&gt;. Sono io un rompipalle o è questa sorta dintellettuale che ci mette 2 ore e mezza per arrivare a conclusioni che a Cheetah avrebbero richiesto 30 secondi?
</text><text_more>Tra laltro voleva allungare la brodazza per 9 ore. Poi le ha ridotte a sei e la distribuzione ha deciso che bastava il metraggio che ho visto io. Ovviamente questo è diventato lalibi per difendere una porcata indifendibile. La storia è un incasinato inseguimento per tutto il mondo di Claire nei confronti di Sam (William Hurt), un ladro di immagini ricercato da tutti. Claire a sua volta è inseguita da un ex amante: sinseguono tutti e tutti finiscono in Australia mentre un satellite in avaria viene fatto esplodere; è la fine del mondo o no? È una rottura di cazzo, ecco cosè. Immensa. E intanto il padre di Hurt riesce a filmare i sogni di Claire e Sam. Diventeranno schiavi delle visioni del proprio inconscio, disintossicati poi la prima dal romanzo che il suo ex sta scrivendo, il secondo dal rinnovato contatto con la natura grazie agli aborigeni. E il film si chiude con Claire che lavora su unastronave, combattendo linquinamento. Il senso?!? Perché Claire sinnamora follemente di Sam? Perché lo insegue con questa determinazione, trascinandosi dietro il codazzo di altri inseguitori? Boh. È tutto dato, è così, prendere o lasciare, senza dare una parvenza di logica o perlomeno di consequenzialità. Più che un &lt;i&gt;pastiche &lt;/i&gt;di generi, è un pasticcio di merda, immangiabile, noiosissimo: i generi si accavallano e la regia non sa gestirli: ne viene una fantascienza pauperistica di serie Z, infarcita di scene cogitabonde, comiche (spesso involontarie e, anche peggio, talvolta volontarie) e altre di drammatica recitazione. Uno si chiede come Wenders possa soltanto pensare un film così e poi ne affidi il ruolo principale a una incapace totale come Solveig Dommartin Beh: è (era) la sua donna! Ed era lei ad aver concepito il soggetto di questa baracconata. Roba da chiodi: il pensoso Wenders, il moralista, il serissimo regista teutonico che perde la testa per questa facciona e le dà il ruolo di una ventenne (!): ma neanche nel cortile di Cinecittà, dài. Cosa si salva di questo film, tra dialoghi imbarazzanti, scene madri da pelle doca (una lite Hurt/Von Sydow risibile), montaggio frammentario, narrazione incoerente e disordine stilistico? La fotografia, a tratti, ma proprio a tratti, quando è il paesaggio a recitare e, insomma, non puoi che riprenderlo, ecco. E poi, ultima tirata e chiudo: la musica ogni film di Wenders è occasione per sfornare una bella colonna sonora di artisti di cui poi lui si vanta di essere amico. E beh, pagandogli i  diritti, questi saran ben contenti di essere amici di questo cialtrone. Solo che i pezzi sono incastrati, appiccicati in questo bailamme: a parte un pezzo di Lou Reed, tutto il resto è indistinguibile, per lo più cantato e con la fastidiosa sensazione di &lt;i&gt;clip interruptus&lt;/i&gt;. E tutti lì a dire: gran colonna sonora e chi lha sentita? Sarà bello il disco, ma francamente anche &lt;i&gt;Don Giovanni &lt;/i&gt;di Battisti è bello e pure il primo dei Violent Femmes non è male. E allora? Che cazzo centra? Wenders mi ha sempre stupito: per la poesia incredibile di film come &lt;i&gt;Nel corso del tempo &lt;/i&gt;o &lt;i&gt;Alice nelle città&lt;/i&gt;, per buona parte de &lt;i&gt;Il cielo sopra Berlino&lt;/i&gt;, per osservazioni acute sullatto della visione e non solo (ma più scrivendo che filmando). E il ragazzo sa anche fotografare, sí. Ma di fronte a un libro di foto come &lt;i&gt;Una volta &lt;/i&gt;- corredato di poesie patetiche - o dopo aver visto un film come questo, mi chiedo se questo supposto genio non ci abbia tutti preso per il culo, perché il confine tra poesia e stronzata è veramente esile e basta giocare con la vanità del pubblico per tirarlo scemo a dovere. Avrei dovuto aspettarmelo: qualche anno fa, quando ancora ero architetto  o lo stavo diventando  son finito alla Triennale di Milano. Dibattito pubblico con larchitetto Gregotti (quello che nello stadio di Genova ha messo dei posti a sedere davanti a un pilastro) e  ooooh di attesa del pubblico  Wim Wenders in persona! Tripudio di folla, miriadi di architetti con la giacca di velluto con le toppe (come me) e le Clarke ai piedi, io appeso alla balaustra della scalinata dellingresso impegnato a fare foto, decine di registratori accesi per mettere su nastro il Verbo. E poi due ore di micidiale scorticamento di coglioni con Grandi Verità, esposte chiaramente in maiuscolo, sul senso dellAbitare, la Città, lo Spazio, lUomo e altre insostenibili cazzate. &lt;u&gt;Doveva &lt;/u&gt;venirmi qualche sospetto. Diciamo che oggi, nel dubbio, non vedrò &lt;i&gt;The Million Dollar Hotel &lt;/i&gt;di cui mi han riferito cose irriferibili senza finire in unaula di tribunale. Il film in questione, invece, era presentato da Pino Farinotti, un critico che da anni licenzia un inutile annuario dei film senza giudizi ma con trama in dieci parole in croce e voti apodittici. Nellintroduzione balbettante dichiara che Wenders è il più grande autore contemporaneo e lho già detto in altre occasioni: e chi se ne frega! A me piace il salame di Piacenza. Dunque? Ma non finisce qui: dopo aver definito &lt;i&gt;Lisbon Story &lt;/i&gt;un capolavoro assoluto, già nella storia del cinema, conclude che &lt;i&gt;Fino alla fine del mondo &lt;/i&gt;è un film che va visto. Ma per piacere, neanche per torturare i dirigenti dei DS. (Vhs da TMC, 19/7/00)

&lt;b&gt;381 - &lt;i&gt;La casa 2&lt;/i&gt; di Sam Raimi, USA 1987&lt;/b&gt;

La cugina Alessandra è a cena da me e non sappiamo resistere. Dopo salmone e insalata ci scappa un filmetto di quel regista per il quale abbiamo da sempre una scoperta passionaccia. Credevo di averlo già visto e invece - godimento doppio - ero assolutamente ignaro che &lt;i&gt;La casa 2&lt;/i&gt; fosse così divertente e inventivo. La trama è la solita: qualcuno in una casa in un bosco, alle prese con entità misteriose e, va da sé, malefiche. Leroe è Ash, lo splendido e deformabile Bruce Campbell, e il combattimento con le forze del male evocate dallincauta pronuncia di alcune parole magiche si trascina (e incalza) per unora e venti, finché il protagonista non è risucchiato da un vortice spazio temporale che lo spedisce dritto dritto nel Medio Evo, dove avrà il suo bel daffare (vedi lo splendido &lt;i&gt;Larmata delle tenebre&lt;/i&gt;). Il film ha ritmo e trovate a profusione. Si ride, e tanto, e si fanno anche i consueti zompi sulla poltrona. In più cè una qualità estetica non comune: è bella la fotografia, ma soprattutto stupiscono le continue invenzioni per i movimenti di camera. Se fossi un critico serio citerei Deleuze e Guattari, lalto e il basso, il pop e il midcult, ma son solo un babbeo ignorante. Che però ci azzecca sempre: Raimi è un genietto. (Vhs da Tele+, 21/7/00)

&lt;img alt=&quot;Mc1302.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Mc1302.jpg&quot; width=&quot;162&quot; height=&quot;220&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;&lt;b&gt;382 - &lt;i&gt;Kitano Takeshi Shinshutsu-Kibotsu &lt;/i&gt;dellinerte Jean-Pierre Limosin, Francia 1999&lt;/b&gt;

Sabato mattina guardando la tivù: che gioia! Di solito Barbara mimpedisce sistematicamente daccendere il televisore prima di cena perché di mattina non sta bene (non è possibile, boh, tira fuori argomenti come se parlasse con un bambino) e di pomeriggio cè il sole fuori e vai a farti una camminata, ogni tanto. Ma lei è a Parigi e allora io disobbedisco e mi guardo un documentario (colpo di tamburo) su Kitano (secondo colpo di tamburo) tra le 8.00 e le 9.30 di mattina (rullata di tamburi e fanfara trionfale). Un documentario che, va detto, non è sta gran cosa, anche perché Kitano sembra impenetrabile, come nei suoi film. Accenna sempre inchini, è gentilissimo, disponibile, ma lascia molto alla tua immaginazione perché comunque dice poco. Parla della sua infanzia, del rapporto con la madre, della sua refrattarietà, delle pulsione suicide, del suo humour nero (ha fatto credere ai suoi allievi di essere morto e li ha ripresi al falso funerale, il buontempone). Commenta alcune scene (molto belle) e rivela che una delle ricorrenze dei suoi film, personaggi che camminano a lungo, proviene dalla necessità di allungare il metraggio del primo, magnifico, &lt;i&gt;Violent Cop&lt;/i&gt;. Il finale è forse la cosa migliore: Kitano invita i suoi interlocutori (il regista e linterprete deccezione, il preside delluniversità di Tokyo) a casa sua, a patto che compiano il tragitto bendati. E la casa di Kitano è una di quelle aperture liriche struggenti che ogni tanto squarciano i suoi film: cè pace, serenità, tanti quadri, allievi e aiutanti silenziosi, strumenti di lavoro, pennelli, matite. E Kitano che lavora pazientemente sulle sue bellissime tele, colorate e spesso attraversate da angeli. Kitano, grandissimo Kitano. (Vhs da Tele+, 22/7/00)

&lt;b&gt;387 - &lt;i&gt;Romeo deve morire &lt;/i&gt;dellennesimo Cialtrone, USA 2000&lt;/b&gt;

Sabato sera a Genova, con scelta cinematografica molto confusa. Allora ci buttiamo allavventura: si va, con Enrico e Francesca, al Cineplex, la multisala che si trova allinterno dellExpò. Abbiamo un cospicuo anticipo e ci riserviamo di scegliere quale film vedere quando saremo alle casse. Entriamo nel porto Antico e un semaforo ci informa che il parcheggio è libero. Neanche venti metri e siamo imbottigliati in una coda micidiale. Comè, come non è, riusciamo a entrare nel parcheggio in tempo e corriamo alle biglietterie. Lì la scelta, a lungo rimandata, si riduce a una martellata nei denti o un calcio nei coglioni: il thriller &lt;i&gt;The Skulls &lt;/i&gt;o l&lt;i&gt;action movie &lt;/i&gt;&lt;i&gt;Romeo deve morire&lt;/i&gt;? Enrico e Francesca si rassegnano alle voglie di Barbara e mie che vogliamo un vero film dazione dopo quella puttanata di &lt;i&gt;Mission: Impossible 2&lt;/i&gt;. &lt;i&gt;Romeo deve morire&lt;/i&gt; è meglio dellultimo Woo, ciò non di meno è una porcata anchesso. La trama è semplice come un pensierino da seconda elementare: neri contro gialli per controllare una parte del porto di una città che ho già dimenticato (o forse non viene neanche specificata) e sviluppo alla Romeo e Giulietta. Al patriarca cinese è ammazzato il figlio e poco dopo fa la stessa fine anche il primogenito del boss nero. Guerra aperta? No, guerra fredda, con laltro figlio del cinese, Jet Li, che sinnamora di Aaliyah, la figlia del boss. I due protagonisti sono chiaramente la parte sana delle famiglie in lotta: vogliono mettere fine alle violenze e Jet Li si adopera con puntiglio: mena assai, ma, se può, evita di uccidere. Tra scorciatoie narrative che lasciano a bocca aperta, ci sono alcune scene dazione ben coreografate, montate in maniera quasi subliminale, tanto i tagli sono frequenti. E poi, sempre allinterno delle suddette scene, ancora due invenzioni; una che si butta via nella tripla ripetizione, ma che la prima volta vale: durante un combattimento cè un &lt;i&gt;freeze &lt;/i&gt;e poi la visione radiografica delle ossa che si spezzano. Laltra bella idea si ha quando Jet Li deve combattere una donna cinese agguerritissima e allora prende Aaliyah e la usa come una frusta, cioè mena grazie al suo corpo (ovviamente senza farle del male), evitando di colpire lui lavversaria. Però nessuno ha fatto il &lt;i&gt;freeze &lt;/i&gt;ai miei coglioni per fotografarne il momento in cui sono andati in mille pezzi perché, detto come va detto, &lt;i&gt;Romeo deve morire&lt;/i&gt;, ma anche il regista Andrzej Bartkowiak non merita di meglio, giacché il film è una cagata che ricicla giusto alcune delle innovazioni tecniche di &lt;i&gt;Matrix&lt;/i&gt;. E alla buona. Enrico e mia sorella erano increduli per lo schifo. Io facevo luomo di mondo, ma mi vergognavo un po. E alluscita del Cineplex ancora coda, stavolta per uscire: &lt;i&gt;Il mio nome è mai più&lt;/i&gt;. (Cinema Cineplex, Genova; 29/7/00)

&lt;b&gt;388 - &lt;i&gt;Lindiscreto fascino del peccato &lt;/i&gt;di un infantile Pedro Almodovar, Spagna 1983&lt;/b&gt;

Questo era lultimo film di Almodovar che mancava alla mia personale collezione. Ed era meglio evitarlo perché a visione ultimata mè venuto il dubbio che anche tutte le altre vecchie cose di Pedro mi fossero parse belle nella sublime ignoranza dallora, quando le avevo viste allinizio degli anni Novanta. Perché questo &lt;i&gt;Indiscreto fascino &lt;/i&gt;è un film girato col culo (non so se per budget limitato o cosa), con un abbondanza di piani lunghi che non fa per niente godere il lavoro sulla scenografia dai colori vivaci. E la stessa fotografia (ma qui la colpa è di chi ha stampato la vhs) non è apprezzabile nella indecorosa sgranatura cui è sottoposta. Ma al di là di questi dettagli, è la storia che non convince: una cantante di night dedita alla droga, si trova per casa lamante stecchito da una dose di eroina tagliata con stricnina. Allora va a cercare rifugio in un convento dove ogni suora nasconde un vizietto: Suor Maltrattata scrive romanzi porno sotto falso nome, Suor Vipera alleva una tigre di nome Pupo, la madre superiora è lesbica e arrazzata, unaltra Sorella ancora è sempre sotto leffetto dellLSD. Tutte pippano coca e sono perlomeno strane, e così via, in un crescendo senza gran senso, con comicità a livello Bagaglino distillata a ritmo catatonico. Capirai, le suore trasgressive Pessimo e così sia. Amen. (Vhs originale, 30/7/00)

&lt;img alt=&quot;Mc1303.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Mc1303.jpg&quot; width=&quot;148&quot; height=&quot;220&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;&lt;b&gt;390 - &lt;i&gt;Up! &lt;/i&gt;di Russ Meyer, USA, 1976&lt;/b&gt;

La serata langue, Barbara minaccia e ricatta: mi addormento tra due minuti. Ha pure dormito al pomeriggio, come i bebè, ma evidentemente non le basta per reggere fino a mezzanotte e mintima di guardare un documentario, così, se per caso si sveglia, non cè una trama da farsi spiegare e si può adattare. Allora decido di dare una prova dappello a quel Wenders che ho così maltrattato recentemente. Metto &lt;i&gt;Buena Vista Social Club &lt;/i&gt;nel videoregistratore e il documentario parte. Ma è in lingua originale, ovviamente, e Barbara protesta: se mi sveglio, non capisco niente lo stesso. Vorrei strozzarla. E così mi guardo &lt;i&gt;Up!&lt;/i&gt; di Russ Meyer, le piaccia o no. Kitten Nadividad, bambolona di carne, ci annuncia che sarà il nostro coro greco a commento della vicenda e subito siamo in un castello dove un tipetto segaligno, con i baffetti alla Hitler, si fa frustare ripetutamente, prova il piacere della semi soffocazione tra le tette e i culi di bellissime donne orientali e nere e infine pretende e ottiene dal frustatore anche una sonora inchiappettata con conseguente soddisfazione orale dello stesso. Praticamente un porno sennonché è tutto montato quasi in maniera subliminale e non si vede quasi nulla (beh, delle donne sí; il &lt;i&gt;resto&lt;/i&gt;, maschile, è tutto posticcio, al solito): leros di Meyer è cartoon, eccita attraverso la risata, il divertimento, la sorpresa e non si capisce quanto la trama sia un semplice pretesto. Perché? Perché è talmente incasinata, ricca di personaggi, che si deve addirittura ricorrere a una narratrice che tiri le fila della vicenda: il nostalgico nazista Adolf che vive in un castello come quello di Ludwig viene divorato da un piranha che un ignoto assassino rivestito di cuoio gli ha gettato nella vasca: chi è stato? Ed ecco che ci vengono presentati i vari personaggi che potrebbero aver compiuto lefferato gesto ai danni di un nazista omosessuale e sadomasochista, combinazione che per Russ Meyer deve in qualche misura rappresentare il peggio della perversione umana. I vari sospettati sono tutti impegnati a scopare in maniera animalesca: donne prorompenti e uomini super dotati (di falli di gomma tipo anaconde), che si gustano tutte le possibili varianti dellaccoppiamento (dallorgia al sesso solitario, etero e omo). Ne viene fuori un bordello che si regge solo sulla continua invenzione delle fotografia e del montaggio: alla fine salta fuori che lassassina di Adolf non è la sua vedova, ma la figlia, Eva Braun jr., e Adolf è proprio lui, Hitler. Meyer ripete le stesse scene più volte, le rimonta, le allunga con tanti piani dascolto, con campi lunghissimi e con particolari fotografici che allinizio sembrano errori, poi diventano una cifra stilistica interessante. Da vero feticista rivolge il desiderio della visione ai piedi, per esempio, e molti amplessi sono presi per particolari, dagli stivali dello sceriffo che interpretano lorgasmo, al tatuaggio a fianco al pube di Margo Winchester (Raven De La Croix), ripetuta sineddoche visiva. Dunque? Bah, &lt;i&gt;Up! &lt;/i&gt;è una porcatina, di gusto però. Non so se deteriore, ma ci sono invenzioni, idee, una cifra stilistica, anarchica se volete, ma nelle parti ambientate negli scenari naturali, per esempio, molto piacevole. E su tutto i close up di oggetti inanimati, mai così espressivi se montati in parallelo a scene di sesso. Dal momento che questo è solo il quarto film di Meyer che vedo, non so se il regista si stesse già ripetendo o meno. Nel dubbio: folle e interessante. (Vhs originale; 4/8/00)

&lt;b&gt;391 - &lt;i&gt;La cena dei cretini &lt;/i&gt;di Uno Pigro, Francia 1998&lt;/b&gt;

In una Milano fredda e disabitata, ci rimane solo il cinema Ducale con un film che ha avuto buon successo di pubblico e critiche discrete. La sala è come sempre gelida e qualche risata ci riscalda un poco. Lidea del film è semplice e molto forte: tale Pierre, insieme ad altri amici un po bastardi, partecipa ogni settimana a una cena in cui bisogna portarsi dietro un cretino. Vince chi porta il migliore. Pierre trova un campione mondiale, un fuori categoria: François Pignon, formidabile e autentico cretino che lavora al Ministero delle Finanze di Parigi. Ma un colpo della strega impedisce a Pierre di partecipare alla cena, con il cretino che si è già presentato da lui e che, indistruttibile, gli rovinerà completamente la vita. Lo spunto, come detto, è ottimo. Gli attori sono tutti bravi, con il cretino Jacques Villeret, semplicemente straordinario a restituirci il vuoto mentale del suo personaggio. Per cui: film buono? Insomma. Si ride, e in certe occasioni molto, proprio perché la situazione data e gli attori sanno sfruttarla al meglio, ma il copione è scritto alla carlona, la regia di Francis Veber è invisibile e le battute latitano. In mano a sceneggiatori in gamba ne poteva venire fuori un capolavoro, così è un filmetto esile che vive di unidea e di una buona recitazione comica. Siccome mi sono divertito come un cretino da invitare a cena, metto da parte ogni rammarico per loccasione persa. (Cinema Ducale, Milano; 6/8/00)

&lt;img alt=&quot;Mc1304.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Mc1304.jpg&quot; width=&quot;220&quot; height=&quot;146&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;&lt;b&gt;392 - &lt;i&gt;Buena Vista Social Club &lt;/i&gt;di quel finto di Wim Wenders, Germania/Francia/Cuba/USA 1998&lt;/b&gt;

Non posso concludere questo volume di recensioni senza essermi parzialmente riconciliato con Wenders. La visione di &lt;i&gt;Fino alla fine del mondo &lt;/i&gt;mha fatto crescere il famoso terzo testicolo e, in qualche maniera, devo riparare, dargli una prova dappello. In fondo è uno degli artisti che mha fatto innamorare del cinema forse ha abusato della mia credulità infantile con &lt;i&gt;Paris, Texas&lt;/i&gt;, però no, dài, non rinnego: alcune, anzi molte, cose di Wim mi sono piaciute. Per cui mi autoconvinco che son stato troppo severo e che è facile fare il critico ultrà. Adesso mi guardo questo &lt;i&gt;Buena Vista &lt;/i&gt;di cui tutti si son detti felici e vedrete che faccio pace. Il film, lanno passato, è andato molto bene e il disco ha venduto a paccate. Gli artisti coinvolti, tanti fantastici &lt;i&gt;super abuelos &lt;/i&gt;cubani, girano ora il mondo e fanno concerti, incidono dischi, assaporano la notorietà e il successo che Cuba gli negava. E la sensazione, a visione ultimata, qual è? Quella di aver visto un banale documentario in cui il regista o i diversi montatori avevano per le mani ottimo materiale, umano e narrativo. Non gli restava che assemblarlo con un minimo di raziocinio e, voilà, il lavoro era fatto. Un documentario così si poteva solo rovinarlo, insomma: i personaggi sono straordinari, la storia delle loro vicende personali è interessante, il loro trionfo mondiale è in atto e tu hai la fortuna di esserne testimone. Cosa può volere di più un regista? Ma un cervello, Cristo santo! La Kopple si fa tre anni tra i minatori e intraprende un lavoro che non si sa se porterà a termine (&lt;i&gt;Harlan County, U.S.A&lt;/i&gt;.). Michael Moore prende a inseguire Roger e forse lo troverà, forse no (&lt;i&gt;Roger and Me&lt;/i&gt;); &lt;u&gt;questi &lt;/u&gt;son documentari, in cui la regia si mette in gioco, cerca di restituire un brandello di realtà &lt;u&gt;partecipando&lt;/u&gt;: il regista interviene e filtra secondo la sua sensibilità. Qui, se vogliamo, chi si spende è giusto il grande Ry Cooder perché la regia è inesistente: nulla ci fa sospettare scelte particolari dietro il racconto semplice fino alla mortificazione, il montaggio è elementare come le anonime riprese in digitale (a parte una steady che volteggia in una scuola di danza). Insomma, questo &lt;i&gt;Buena Vista &lt;/i&gt;è uno scarso prodotto televisivo degno de &lt;i&gt;La vita in diretta&lt;/i&gt;: il grande cinema del Maestro Wim Wenders, dovè? Boh. A casa mia, questa si chiama &lt;i&gt;exploitation&lt;/i&gt;. Eppure son tutti commossi dal film e ovunque non si fa altro che sentire la colonna sonora. Che  e diciamocelo una buona volta  al secondo ascolto diventa una solenne rottura di coglioni, eh. Io non capisco. So solo che i coniugi Wenders hanno fatto uscire un libro fotografico che documenta la lavorazione e che quasi tutti i diritti della musica eseguita sono (diventati) di proprietà tedesca. Sospettoso, eh? Ah, ultima cosa, a rendere chiaro che con questo cialtrone di Wim non mi sono per niente riconciliato: sulle reti nazionali circola un orrendo spot pubblicitario delle Ferrovie dello Stato. Lennesima bufala sul rinnovamento del servizio ferroviario nazionale è firmata da Wenders che ha intervistato centinaia di utenti comuni (lui? Ma va, ci avrà mandato qualche scagnozzo). Confezione povera, tristezza diffusa e parcella ultramilionaria del regista. E le Ferrovie che fanno schifo al cazzo, tanto per cambiare. Serve una Rivoluzione Culturale, ma di quelle cattive, con lo scudiscio. (Vhs da Tele+; 7/8/00)

&lt;b&gt;(Fine  13)&lt;/b&gt;</text_more></entry>
<entry id='3413' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3413' author_id='4' authored_on='20100404125658' basename='ladri_di_futuro' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100404125658' modified_on='20100405004819' ping_count='0' status='2' title='Ladri di futuro' week_number='201014'><text>di &lt;b&gt;Emanuele Manco&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Nativita_SMALL.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Nativita_SMALL.jpg&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;206&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;Si può rubare. 
Si possono uccidere gli uomini. 
E queste azioni possono avere conseguenze nell&apos;immediato. 
Le idee degli uomini invece non si possono uccidere facilmente. 
Ma come si può uccidere un popolo, rubandogli il futuro?
Un modo, forse non l&apos;unico ma molto efficace, è rubargli la sua memoria. Non sembri contraddittorio che il furto di una opera d&apos;arte del passato, sottratta quindi alla fruizione di tutti, sia un vero e proprio furto di futuro, perchè priva della possibilità di accrescimento culturale. La povertà di spirito è terreno ancora più fertile sul quale poggiare le basi del potere, ancor più di quella del corpo.
</text><text_more>Era il 1609 quando il pittore milanese Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, si rifugiò in Sicilia, dopo una fuga durata tre anni per aver ucciso a Roma un suo avversario nel gioco della pallacorda, tale Ranuccio Tommasoni.
Il Caravaggio era personaggio umorale e assai litigioso. Ma le sue doti artistiche eccezionali  come luso geniale del chiaroscuro  gli assicuravano la protezione di nobili mecenati. Non che sia molto dissimile dal concetto di essere amico degli amici di oggi.
Durante il suo periodo siciliano dipinse molte opere, tra le quali c&apos;è la &lt;i&gt;Natività con la Madonna&lt;/i&gt;, commissionata dalla Compagnia dei Bardigli e dei Cordiglieri di Palermo. La tela di grandi dimensioni  che presentava la Madonna, San Francesco, San Giuseppe e San Lorenzo attorno al Bambin Gesù  fu poi conservata all&apos;interno dell&apos;Oratorio di San Lorenzo, nel quartiere della Vucciria.

&lt;img alt=&quot;fotoWHATIFsmall.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/fotoWHATIFsmall.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;179&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;Fino al 1969 il dipinto si presentava in perfette condizioni a seguito di un restauro del 1951, quando venne sottratta dalla chiesa da mani che in quel momento rimasero ignote. 
Le modalità con le quali avvenne il furto non sono chiare. E&apos; passato molto tempo prima che qualche pentito cominciasse a squarciare il velo del mistero.
Secondo quanto dichiarato al processo Andreotti da Francesco Marino Mannoia nel 1996, quella notte la tela fu strappata con un coltello affilato dalla cornice incastonata fra putti e stucchi del Serpotta, e si sbriciolò in mille pezzi mentre le mani sporche e goffe dei ladri provavano ad avvolgerla. In realtà egli si riferiva a un altro furto di opera d&apos;arte, una tela del pittore Vincenzo da Pavia
Chi fossero questi curnuti però non è chiaro. La storia raccontata qualche anno dopo, nel 2003, dal collaboratore di giustizia Vincenzo La Piana, è più articolata.
Secondo La Piana fu colpa della televisione. O del &lt;i&gt;maluchiffari &lt;/i&gt;che porta a vedere la televisione: un paio di sfaccendati vi videro un documentario sulla vita di Caravaggio e vennero a conoscenza di un dipinto che giaceva praticamente incustodito non molto lontana da casa loro.
Quale migliore occasione per fare soldi facili?, si devono esser detti i due curnuti. Nella piovosa notte tra il 17 e il 18 ottobre del 1969 i due cialtroni attuarono il loro piano. Parcheggiarono la motoape (una &lt;i&gt;lapa&lt;/i&gt;, in palermitano), nella vicina Piazza San Francesco e s&apos;intrufolarono indisturbati nella chiesa. Scollarono la tela con un temperino, l&apos;avvolsero malamente e raggiunsero un loro amico, La Piana appunto, nella sua casa di via Archirafi, zona stazione, vicino ai dipartimenti della facoltà di Scienze di Palermo.
Che anche La Piana non fosse un&apos;aquila è testimoniato dalle sue dichiarazioni. Racconta di aver letteralmente camminato sopra il dipinto, forse scambiandolo, date le ragguardevoli dimensioni di due metri per tre, per un tappeto.
Da un lato i tre curnuti sapevano di avere un tesoro, dall&apos;altro lo maneggiavano senza criterio. Che poi il tesoro fosse solo teorico se ne resero conto ben presto: non puoi appenderlo in una galleria. È troppo noto e dal valore così alto da non valere praticamente nulla. Ed è troppo pericoloso cercare un canale di vendita. 
In ogni caso le famiglie non lasciarono il tesoro in mano ai tre cialtroni, che cedettero il quadro prima a Pietro Vernengo, poi a Rosario Riccobono e infine a Gerlando Alberti, zio di La Piana.
Ma i boss palermitani avevano ben altro di cui occuparsi. Nel 1973 Alberti avrebbe tentato di vendere il quadro prima a Milano, a un collezionista svizzero, e poi a Torino. Niente da fare. Il quadro pare sia rimasto in mezzo a soldi, denaro, gioielli e droga in possesso di Alberti, seppelliti in una cassa di ferro nelle campagne vicine a Palermo. Ma nel luogo indicato da La Piana gli investigatori non trovarono questa fantomatica cassa. 
Dalla seconda metà degli anni Settanta i boss palermitani furono in guerra con gli emergenti corleonesi, Riina e Provenzano. Vari magistrati interrogarono sul quadro diversi boss perdenti, oltre a quelli citati, tra i quali Pippo Calò. Non è mai stato chiaro se la mancanza di risposte fosse dovuta più a reticenza che a ignoranza sull&apos;effettiva sorte del dipinto.
La mancanza di informazioni certe non ha impedito però a vari giornalisti di dedicare a questa storia dei libri. Per esempio il giornalista inglese Peter Watson che pubblicò nel 1985 &lt;i&gt;The Caravaggio conspiracy&lt;/i&gt;, sostenendo che la tela era stata perduta nel terremoto dell&apos; Irpinia, dopo un trasferimento in Campania. 
Watson dichiara che a Laviano, in provincia di Salerno, era stato contattato da un mercante dopere darte che gli aveva proposto di acquistare il dipinto. Lincontro con i ricettatori, fissato nella notte del 23 novembre 1980, non avvenne mai a causa del terremoto che proprio quella sera sconvolse la Basilicata e la Campania.
Anche l&apos;italiano Giuseppe Quatriglio ricostruisce la vicenda, ma in forma romanzata, nel suo &lt;i&gt;Il muro di vetro&lt;/i&gt;. Nel 2005, alla presentazione di questo libro, il colonnello Fernando Musella, all&apos;epoca comandante del nucleo dei carabinieri specializzato nella tutela del patrimonio artistico, dichiarò che alcuni uomini d&apos;onore mafiosi stavano offrendo indicazioni utili per il recupero del Caravaggio.
Egli li avrebbe contattati con discreti approcci, spiegando loro che il furto era così lontano nel tempo che nessuno poteva essere più processato per esso e tutto quello che a lui  interessava  era il recupero di un&apos;opera d&apos;arte.
Anche il procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone, titolare dell&apos;inchiesta, si disse sicuro che il quadro non fosse andato distrutto.
Giovanni Brusca, altro pentito, dichiarò che nel 1992, dopo le leggi speciali antimafia seguite alla morte di Falcone e Borsellino, cercò egli stesso di trattare con lo Stato italiano proponendo la restituzione della &lt;i&gt;Natività &lt;/i&gt;in cambio della modifica del 41bis (articolo che impone ai mafiosi il carcere duro, senza alcuna comunicazione con lesterno), ma lo Stato rifiutò lofferta. 
Un altro pentito ancora, Salvatore Cangemi, ne ha parlato qualche anno fa affermando che il quadro è ancora in possesso della mafia, che lo esporrebbe durante gli incontri al vertice, come trofeo che dimostra grandezza e impunità.
Nel dicembre del 2009  l&apos;ennesimo pentito illustre, Gaspare Spatuzza, rivelò di aver saputo da Filippo Graviano - recluso con lui nel carcere di Tolmezzo nel 1999 - che il quadro era stato distrutto negli anni Ottanta. 
La tela sarebbe stata affidata ai Pullarà (capimafia della cosca di Santa Maria di Gesù), i quali lavevano nascosta in una stalla, dove fu rovinata, mangiata dai topi e dai maiali, e poi bruciata.

&lt;img alt=&quot;Nativita_BIG.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Nativita_BIG.jpg&quot; width=&quot;300&quot; height=&quot;411&quot; border=&quot;0&quot; /&gt;

Il valore di questo capolavoro è stimato in circa 30 milioni di euro. 
Come ho scritto prima è un valore monetario non riscuotibile. Il suo vero valore è la memoria, la consapevolezza di una storia, di un passato di grandezza che viene calpestato e umiliato da curnuti che danno valore solo al presente.
Come costruire un futuro senza la consapevolezza del proprio passato? 
La cultura è la base su cui costruire un forte presente, e quindi un migliore futuro. Ecco perché gesti così rubano il nostro futuro. E&apos; una tragedia non solo il fatto che il quadro sia forse perduto per sempre, ma anche che i suoi responsabili siano impuniti. Pur tuttavia probabile è che questi personaggi abbiano avuto ciò che meritano per mano dei propri simili, per altri motivi. E&apos; comunque una strada che non spunta. 

&lt;b&gt;Fonti:&lt;/b&gt;
&lt;i&gt;Siti web:&lt;/i&gt;
&lt;b&gt;&lt;a href=&quot;http://xoomer.virgilio.it/onino/nativita.html&quot;&gt;http://xoomer.virgilio.it/onino/nativita.html&lt;/a&gt;
&lt;a href=&quot;http://www.livesicilia.it/2009/10/27/scoperto-un-documentario-inedito-sulla-nativita-di-caravaggio/&quot;&gt;http://www.livesicilia.it/2009/10/27/scoperto-un-documentario-inedito-sulla-nativita-di-caravaggio/&lt;/a&gt; 
&lt;a href=&quot;http://palermo.blogsicilia.it/2009/12/gaspare-spatuzza-parla-anche-della-scomparsa-nativita-di-caravaggio/&quot;&gt;http://palermo.blogsicilia.it/2009/12/gaspare-spatuzza-parla-anche-della-scomparsa-nativita-di-caravaggio/&lt;/a&gt;
&lt;a href=&quot;http://www.guidasicilia.it/ita/main/news/index.jsp?IDNews=17013&quot;&gt;http://www.guidasicilia.it/ita/main/news/index.jsp?IDNews=17013&lt;/a&gt;&lt;/b&gt;

&lt;i&gt;Bibliografia:&lt;/i&gt;
Peter Watson &lt;i&gt;The Caravaggio conspiracy&lt;/i&gt;, New York, 1985
Giuseppe Quatriglio, &lt;i&gt;Il muro di Vetro&lt;/i&gt;, Flaccovio, Palermo, 2005
</text_more></entry>
<entry id='3414' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3414' author_id='4' authored_on='20100403041240' basename='riti_di_passaggio_-_parte_12' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100403041240' modified_on='20100403041351' ping_count='1' status='2' title='RITI DI PASSAGGIO - Parte 12' week_number='201013'><text>di &lt;b&gt;Sandro Moiso&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Niagara.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Niagara.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;150&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;&lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/cgi-bin/mt-search.cgi?IncludeBlogs=2&amp;search=Riti+di+passaggio+Sandro+Moiso&quot;&gt;Qui&lt;/a&gt; le puntate precedenti

&lt;b&gt;Viaggio che sembrava non dovesse finire mai&lt;/b&gt;

Viaggio che sembrava non dovesse finire mai.
Apparentemente senza meta e senza scopo (anche se in teoria avrei dovuto incontrare alluniversità di Saint Paul un professore, esperto di storia dellemigrazione italiana in America, per la mia tesi).
Che sembrava tracciare sulla carta stradale degli Stati Uniti una sorta di ragnatela realizzata da un ragno in acido.

Da Chicago giù verso Nashville, Tennessee.
Poi dalla capitale della country music su, di nuovo, verso nord; ancora verso il confine canadese.
Minneapolis e la sua città gemella, Saint Paul (dove naturalmente non trovai il professore che, comunque, non cercai con troppa convinzione) nel Minnesota, per poi arrestarci a Ely sul margine del territorio dei diecimila laghi.</text><text_more>Lì per la prima volta incontrammo veramente la magia della wilderness americana.
Al di qua e al di là del confine canadese si estende una regione vastissima di laghi e boschi infiniti.
Non ci sono strade e il mezzo di collegamento più utilizzato, anche per le poche fattorie isolate e sparse sul territorio, è lidrovolante con i galleggianti destate e i pattini dinverno.
I laghi, presenti ovunque  e di tutte le dimensioni, fungono infatti da piccoli aeroporti, laddove ve ne sia bisogno.

Dormimmo finalmente in un letto, dopo notti e notti passate a dormire sugli autobus o nelle stazioni della Greyhound o delle linee associate.
La locanda che ci potemmo permettere era degna di Lovecraft, soprattutto per i rumori che sembravano provenire dalle pareti quando spirava il vento del nord, ma la torta di carote era buona e il caffé abbondante. Ai viaggiatori basta poco per essere felici.

Per pochi dollari noleggiammo pilota e idrovolante per un volo su quei territori selvaggi.
Galleggiammo nellaria, sopra corsi dacqua e foreste aggrovigliate.
I nostri occhi volevano vedere tutto, la nostra mente memorizzare tutto quello spettacolo di grandiosa e infinita solitudine. Soltanto il momento della discesa ci lasciò perplessi quando il pilota spense il motore prima di scendere sulle acque del lago da cui eravamo partiti.

Planando con lelica ferma, il pilota ci spiegò che la discesa doveva avvenire così perché, altrimenti, lelica avrebbe sollevato troppa acqua nel momento in cui laereo lavesse toccata, impedendogli quindi la necessaria visibilità. &lt;i&gt;Ok, Ok&lt;/i&gt; mormorammo un po tesi. Poi il piccolo aereo a tre posti toccò lacqua, il pilota riavviò il motore, lelica riprese a girare e, dopo pochi minuti, io ed Ettore ci ritrovammo a essere di nuovo due normali bipedi di terra.

Immaginare di essere due aquile in volo, per unora, ci era costato venti dollari.
Anche nei momenti in cui, più tardi, dovemmo tirare la cinghia, senza poterci permettere più di un pasto al giorno, non li rimpiangemmo mai.
Come sempre preferimmo le rose al pane.
Daltra parte quella era letà delle illusioni, dei sogni e di desideri più forti della fame.

&lt;b&gt;Fu tipico di quellepoca anteporre al bisogno il desiderio&lt;/b&gt; 

Fu tipico di quellepoca anteporre al bisogno il desiderio.
O, per lo meno, cercare di soddisfare nuovi bisogni, slegati dallimmediato della sopravvivenza.
Forse potevamo permettercelo o, forse, eravamo  figli dellabbondanza, ma le ricchezze materiali sembravano attrarci solo per il loro valore duso e non per linvestimento che ne sarebbe potuto derivare. 

Desideravamo tutto ciò che fosse possibile, ma anche, e soprattutto, limpossibile.
Scrivevamo sui muri &lt;i&gt;non lavoreremo mai&lt;/i&gt;.
Sognavamo che ogni istante dovesse essere per forza di cose cosmico, assoluto, unico e irripetibile.
Bevevamo la vita in tutto il suo splendore e in tutta la sua pericolosità.
Eravamo inconsapevolmente pronti a morire e ad ammalarci per realizzare quel desiderio di totalità.

Lo pagammo duramente ed alcuni più di altri.
Eppure quellessere macchine desideranti ci regalò una stagione di selvaggia felicità.
Eravamo vivi, ribelli, insaziabili e incontenibili.
I venti lugubri che cominciavano a soffiare, talvolta anche attraverso le azioni del movimento stesso, dovevano ancora dispiegarsi nella loro nefasta potenza.

Oggi è difficile desiderare in quel modo e non è solo un problema di età.
La proprietà, il lavoro, le famiglie, i profitti e le perdite ci hanno ricondotti nel mondo meschino dei bisogni. Mondo meschino quando si ammanta di necessità, quando questa necessità giustifica tutto, anche la nostra tristezza travestita da vita normale.
Così, mentre moriamo, facciamo finta di vivere.

&lt;b&gt;La morte di Elvis avrebbe potuto essere un presagio di ciò che poi avvenne&lt;/b&gt;

La morte di Elvis avrebbe potuto essere un presagio di ciò che poi avvenne.
Ma non ce ne accorgemmo.
Presley morì il 16 agosto del 1977, mentre eravamo in viaggio verso Los Angeles.
Nella sua villa di Graceland, a Memphis, anche lui soffocato dal proprio vomito, come già era avvenuto a Hendrix, in seguito a una crisi da overdose.

Ma a differenza di Jimi, Elvis sembrava essere già morto prima.
La sua enorme casa, la sua bulimia, i suoi concerti per il pubblico adorante e danaroso di Las Vegas, avevano già anticipato la sua morte fisica.
La sua naturale sensualità era sfumata in atteggiamenti e ammiccamenti da latin lover di terzordine, che qui in Italia furono poi ripresi da Little Tony e Bobby Solo.

Non cera  più la sostanza.
Rimaneva lartificio, il feticcio. Al posto del flusso vitale, limmagine capovolta e imbellettata dello stesso.
Tutto ciò sarebbe precipitato chimicamente negli anni seguenti.
E il rock e lestremismo si sarebbero rovesciati in qualcosa di diverso, stantio e canonizzato.

Qualche  settimana dopo la morte di Elvis, a Bologna, si sarebbe aperto il convegno che avrebbe riunito tutti gli aspetti e le diverse frazioni del movimento.
Forse lerrore fu già nel definirlo convegno contro la repressione invece di pensarlo per la ricerca della felicità. I lacci di una sinistra lamentosa e vittimista intralciarono ancora una volta la naturale gaiezza ed esplosività della gioventù e della ribellione.

Indiani metropolitani, autonomi, futuri terroristi, femministe e mille altre componenti si incontrarono e si scontrarono nella città simbolo del buon governo comunista.
Ma gli strumenti più creativi, i giornali dadaisti e Radio Alice erano già scomparsi o moribondi.
Subentrarono così la noia, il politichese, il militantismo e le campagne darruolamento in questa o quella formazione, più o meno dura, più o meno armata.
 
La gioia può essere soffocata in mille modi e così pure la rivoluzione.
Per non sbagliare Charlie Chaplin morì il 25 dicembre di quellanno.

&lt;b&gt;Eppure la risata e lo sberleffo avevano costituito la cifra distintiva dei primi mesi di quellanno&lt;/b&gt;

Eppure la risata e lo sberleffo avevano costituito la cifra distintiva dei primi mesi di quellanno.
Lanarchica e liberatoria risata destinata a seppellire burocrati e capitalismo sembrava aver preso il sopravvento insieme alla ricerca della felicità, senza limiti e senza remore.
Era stato ciò a spaventare, inizialmente, più delle armi o degli slogan più truci.
Perché il riso corre spesso sulle labbra degli stolti, ma anche dei santi e dei pazzi.

Fummo un po tutto questo: illusi come gli stolti, limpidi come i santi e feroci come i pazzi.
Ma tutto si legava. Le nostre illusioni venivano dal sogno rivoluzionario che avevamo assorbito dalle generazioni precedenti, la nostra santità da Kerouac e dalla ricerca della vera felicità, la nostra pazzia dalla rabbia e dallorrore per lessenza di tutto quanto ci circondava ancora e dalla voglia di farla finita una volta per tutte con un mondo grigio e infelice.

Parafrasando Shakespeare si potrebbe dire che la nostra vita e la nostra rivolta erano fatte della sostanza dei sogni.
Ancor oggi qualcuno mi accusa di essere un sognatore, ma ogni sogno, prima di trasformarsi in incubo, è la cosa più reale e concreta con cui possiamo avere a che fare, a fronte di un mondo che spaccia lapparenza e linganno come suprema forma di realtà.

Prima di trasformarsi in incubo, perché la paura del fallimento, la fissità dello sguardo, lostinazione per il risultato da raggiungere e quindi il tentativo di realizzare il sogno a ogni costo possono trasformarlo nel suo esatto contrario.
Cercare di dare un pienamente corpo  ai sogni significa, spesso, perderne lessenza e ritrovarsi tra le mani un amore svilito, un oggetto inutile e brutto o una rivoluzione che è solo violenza.

E successo e succede ancora.
Successe ai rivoluzionari russi che affermarono che il sogno era un loro dovere, soltanto per dar vita, poi, a una delle peggiori dittature della storia.
Succede a chi ama talmente da dimenticare che lamore è adesso e subito, un sogno in sé che non deve essere realizzato.

Successe e quel treno carico di sogni iniziò a deragliare.


&lt;b&gt;Come pietre che rotolano
(Seconda parte)&lt;/b&gt;


&lt;b&gt;Agli Stati Uniti ci legava la ricerca della felicità&lt;/b&gt;


Agli Stati Uniti ci legava la ricerca della felicità.
I firmatari della Dichiarazione dIndipendenza del 4 luglio 1776  affermavano infatti:
&lt;i&gt;Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli  uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi  inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e  la ricerca della Felicità&lt;/i&gt;.

Duecento anni dopo quella ricerca della felicità, di stampo illuministico, non si era ancora né conclusa né, tanto meno, realizzata.
E comunque quellessere eguali e il poter godere del diritto alla vita e alla libertà ci parevano ancora proprio un bel sogno.
Il nostro mito americano si nutriva anche di questo.

Anche il passo successivo della stessa dichiarazione ci sembrava essere estremamente radicale nel suo intento di fondo: &lt;i&gt;che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a  negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di  istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i  poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità&lt;/i&gt;.

In quellanno di rinascita dei movimenti, di libertà espressiva e di assalti alle armerie, i primi due emendamenti alla costituzione sembravano essere ancora estremamente attuali. Il primo, del 15 dicembre 1791, affermava che: &lt;i&gt;Il Congresso non potrà fare alcuna legge per il riconoscimento di  qualsiasi religione, o per proibirne il libero culto; o per limitare  la libertà di parola o di stampa; o il diritto che hanno i cittadini di riunirsi in forma pacifica e di inoltrare petizioni al governo per la riparazione di torti subiti&lt;/i&gt;.

Il secondo, contestatissimo ancora oggi anche se stilato nel 1791, affermava invece che: 
&lt;i&gt;Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una ben ordinata milizia, il diritto dei cittadini di tenere e portare armi non potrà essere violato&lt;/i&gt;.
Collegato al diritto del popolo a mutare o abolire ogni forma di governo poco consona al perseguimento della felicità comune, quellemendamento sembrava essere quanto di più vicino agli slogan  sui fucili in spalla agli operai che una nazione moderna avesse prodotto.

Libertà, Vita, Felicità e il diritto a difenderle anche con le armi: in quali altre dichiarazioni e costituzioni avremmo trovato altrettanto pane per i nostri denti affamati?
Non certo in tutte quelle costituzioni che, da quella staliniana del 1936 a quella ipotetica proposta per la Repubblica di Salò fino a quella italiana del 1948, sarebbero state incentrate sul &lt;i&gt;lavoro&lt;/i&gt;.
&lt;i&gt;Che Dio ce ne scampi&lt;/i&gt;! avremmo potuto urlare se fossimo stati credenti .

Felicità e Lavoro (specie se salariato) non potevano andare daccordo e lo slogan &lt;i&gt;Non lavoreremo mai&lt;/i&gt;! costituiva la nostra radicale risposta a chiunque affermasse che il lavoro rende liberi.
Liberi? Opponemmo il diritto allozio alla libertà dei lager e del gulag, delle officine, degli uffici e dei supermercati.
La vita passava sicuramente altrove e noi lavremmo afferrata.

Ancora oggi, comunque, quando sento i perbenisti di sinistra disquisire sullinopportunità della diffusione delle armi da fuoco per il pericolo che rappresentano, mi vien da sorridere.
In un paese dove il lavoro miete in media quattro vittime al giorno, il rischio rappresentato da questultimo per la sicurezza, la salute e la vita umana mi sembra incomparabilmente superiore a quello legato invece alla diffusione delle prime. Amen.

(&lt;b&gt;12-CONTINUA&lt;/b&gt;)


</text_more></entry>
<entry id='3415' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3415' author_id='4' authored_on='20100404040659' basename='larmata_muta' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100404040659' modified_on='20110324014135' ping_count='1' status='2' title='L&apos;armata muta' week_number='201014'><text>di &lt;b&gt;Luisa Catanese&lt;/b&gt;*

&lt;img alt=&quot;BolognaBarcaBorghetto.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/BolognaBarcaBorghetto.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;133&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;A &lt;i&gt;Dodi&lt;/i&gt;

Quando a novembre piove a lungo, se cammini per i portici della parte antica di Bologna, sotto le arcate altere delle vie centrali, fra la folla e i negozi e le vetrine lucide, soffri meno il freddo e non ti bagni, ma non vedi che i muri e i tetti delle vecchie case, soprattutto nei vicoli e nelle strade secondarie, sono fatti di foglie, quelle dellautunno. 
Se poi prendi il bus per tornare a casa, dove i palazzi hanno occupato la campagna lungo le nuove vie soltanto da pochi decenni, quando oltrepassi il canale, che se costeggi ti porta alla Certosa, un monumento di pietre, di piante e di silenzio, dopo una breve discesa, calata la sera, trovi la nebbia, più fitta nei campi non ancora edificati, circondati dalle case, di poche luci accese.</text><text_more>Vorrei che tu sapessi che non rimpiango affatto il grande prato, quasi di fronte alla casa che ora è tua, tra lo Stradone e i palazzi, che a marzo al primo sole si ricopriva a lente ondate di migliaia di fiori colorati. Proprio in quel campo facevamo la tenda degli indiani con un bastone e una coperta. Lì mentre giocavamo a calcio ci è arrivata la notizia che un presidente era stato ucciso. Un ragazzo mi chiese un giorno di fargli provare il mio orologio, un altro mi picchiò perché pensava lo guardassi male.
Un amico mi ha spiegato che quelle case immense e nuove, non ancora terminate, bisogna costruirle perché più di diecimila restano vuote. Un altro invece mi ha giurato che in un mattone del palazzo più alto stanno le polveri di Alessandro Magno; e mi ha raccontato il loro itinerario secolare, da erba a latte, da ossa a terracotta.
Ma ti dicevo dei muri e dei tetti. Quando cammini tra le vecchie strade e le vecchie case di Bologna, durante il giorno o prima di tornare a casa per cenare, tutto è condensato come un nido di erbe e stecchi, di sangue e piume. Intravedi alberi dai portoni semichiusi di alcune corti, o che svettano dai cortili e dai giardini interni fino ai tetti. Uscito dalla città più antica, li vedi schierati sui viali ad arginare la furia delle auto, e infoltirsi a ridosso dei colli, dove se sali le case si diradano. Là è bello salire in auto e poi a piedi anche dautunno, quando si moltiplicano i colori di Bologna, in altri odori e rumori.
Invece dentro la cerchia quasi del tutto immaginaria delle mura si concentra lantica civiltà e la barbarie, che il lavorìo presente e quotidiano àltera e muta. In una breve passeggiata vedi antichi palazzi, ampie arcate signorili, chiese e torri che hanno schiantato molte schiene. Trovi portici alti e puliti, o soffocanti e fetidi sotto case anguste. Vedi case in bella schiera, appena diverse in altezza, ampiezza e colore della facciata, su cui talvolta sorgono altane o torrette, da cui vedi le colline, le altre torri, i tetti alberati dalle antenne e la distesa dei coppi e dei comignoli sempre uguale e diversa. Camminando per le vie puoi pensare che alcune case abbiano preso il posto delle antiche fabbriche del 500, schierate lungo il corso dei canali ora coperti dallasfalto, dove al buio qualcuno consumava la vista per le sete colorate. Si credeva infatti che la luce del sole le sbiadisse.
Quando invece scendi dal bus e cammini verso casa, sei in una città diversa. Trovi, se hai voglia di girare, erbe e alberi che la città non ha voluto ricoprire ed estirpare, o non ancora. Ne incontri alcune sempreverdi, espiantate dai monti, recintate in qualche piccolo giardino. Poi ancora alberi ed erba lungo il fiume, intorno al cimitero e alle scuole, intorno agli svincoli veloci e a quelle vie per auto, deserte di bambini, di uomini e di donne a piedi, se non di notte sui marciapiedi, per lavoro, al freddo fino a tardi; vie che vanno allAutostrada in una fuga di lampioni alti e curvi. 
Tra i palazzi e le torri di cemento non lontano dalla tua casa sta la mia prima scuola e il giardino pubblico in cui giocavo da bambino; altri giardini più lontani, o brevi prati, sono per altre torri; lungo il canale una striscia di alberi e derba si allarga, prima dietro a grandi case, poi attorno a una villa diroccata, dove ho dato i primi baci. Unaltra villa, che fu una scuola e altro, sta in un giardino che ricordo con piacere. A nord della tua casa invece case fitte, strade angustiate dai parcheggi.
Anche se gli alberi e le erbe stanno in spazi aperti, hai limpressione di un territorio conquistato dalle auto e da palazzi enormi. Pensi a volte alle piante come a un esercito sconfitto. I desideri non rampicano questi muri, queste case. Dopo cena, tutto dice di riprendere lautobus notturno, di camminare per altre strade, di andare altrove. Come quando, molti anni fa, verso sera guardavo, dallalto di un ponte pedonale che sormonta gli affluenti dellautostrada, le luci veloci delle auto, e quelle dei lampioni appena accese, in fuga verso le nubi rade sui colori del tramonto; e potevo o inebetirmi soddisfatto, o cercare di spiegarmi che bellezza fosse quella e in qualche modo catturarla, o sputare sulle auto in corsa, o andarmene  e così facevo. Infatti quella bellezza, quel crepuscolo terso di luci e di colori sulle strade dauto, mi diceva una sola cosa: vai oltre.
Tu preferisci le vecchie case di Bologna, in particolare le centinaia di case in cui sei entrato. Ami quelle piazze, sei fedele a quelle strade, anche se strozzate dalle auto e dallafa estiva; ma forse, anzi lo spero, non ricordi il passato con nostalgia, perché ti danno voglia di fare e di rifare. Forse come me, anzi lo spero, non sei fedele a quelle case piazze e strade, o meglio solo quelle non ti bastano, ami piuttosto chi cè passato con te e potresti rincontrare altrove, o chi incontrerai ma non hai mai visto prima, o non conosci ancora, ed è appena una faccia, una spalla arrossata, un cenno, tre parole. 
Invece quando ti risvegli a casa, se esci a passeggiare, vai alla ricerca delle piante, dei prati, delle siepi, delle file di alberi, e quando arriva primavera, dopo le piogge, al sole puoi vedere sullerba luminosa le galassie dei ranuncoli, delle margherite e sul ciglio grigio di un marciapiedi anche i papaveri. 

Dove stava fino a un anno fa un podere recintato, inaccessibile, inquadrato dalla città ormai da decenni, hanno costruito, allineate quasi addosso allo Stradone che porta alle autostrade, case bianche a schiera, basse e uguali, tetto piatto, brutte ma costose. Non case bianche di altezza ineguale, su di un declivio o sulle rocce, magari sulla costa che si insena o si protende su acque marine e calde, case col tetto piatto perché la pioggia è rara, la neve quasi sconosciuta, lontane da vie percorse da macchine veloci. Subito dopo la schiera lapidaria, salza una grande torta bianca di cemento.
Chi le ha fatte costruire non sa che saffacciano alla strada? Non ha visto che oltre le quattro strade unite e compatte come fili di rame dentro un cavo, chiamate Asse Attrezzato Sud-Ovest, sta una fila alta e folta di pioppi, che protegge gli orti dati in piccoli lotti ai pensionati, poi un campo verdissimo, e poi il cimitero, la Certosa turrita e murata? Qualcuno mi diceva, con unaria da vecchio capo indiano, che nelle fronde, nelle foglie dei pioppi, stanno miriadi di morti, che chiedono, chiedono a noi, un altro mondo.
Quando prosegui lungo lAsse, camminando verso nord sul marciapiedi stretto, a sinistra vedi una grande scuola, tutto intorno centinaia dalberi, prati che da marzo dilagano di fiori anche per chi viaggia in auto, che se li vede rallenta la corsa e con più calma o scrupolo si ferma al primo incrocio. Ma se non gli importa, sono lì anche per te.
In quel parco giocano i bambini, tra i rami gli uccelli fanno i nidi, se fa caldo qualcuno legge sotto un albero, corrono i cani e così via, non importa dirlo.
Vicina alla scuola, quasi addosso, ai margini del parco, senza che locchio la distingua, sta una toppa verde, popolata dalberi ed erba, scampata per anni allasfalto, non ancora edificata. Lì volevano, anni fa, costruire delle torri. Hanno cambiato idea, hanno pensato a due edifici e piazzole coi parcheggi; coleranno strati di asfalto e di cemento su centotrenta alberi.
Al di là della strada, che dallAsse si diparte, su cui saffacceranno questi edifici, sono stati da poco terminati altri grandi palazzi bianchi. Pianteranno alberi, semineranno erba intorno alle centinaia di nuovi abitanti e alle loro auto. Ma dietro quei palazzi vanno e vengono dallAutostrada altre due vie congiunte, larghe e veloci. Le sorveglia dopo un colle artificiale unaltra fila di pioppi.
Un amico mi ha detto che le ceneri di Alessandro non stanno affatto nei palazzi alti che salzano dovera il prato su cui giocavo da bambino, di fronte alla casa che ora è tua. E ha aggiunto che se anche fosse vero, le ceneri starebbero in un mattone solo, non nel palazzo.
Molti hanno protestato contro i palazzi a ridosso della scuola, contro al taglio di quei centotrenta alberi, che sono meli, aceri campestri, salici, olmi, carpini, pioppi bianchi e cipressini, ippocastani. Che sono fiori, ombra, lavoro, aria. Chi decide alla fine ha deciso di costruire un palazzo in meno, soltanto un palazzo a doppio corpo di non so quanti appartamenti. Molti alberi saranno comunque abbattuti. Il nuovo edificio murerà la vista a quelli appena terminati, stringerà la scuola, assedierà le piante superstiti. Non vedremo i fiori di quei meli.
Ma qualcuno ha spiegato a tutti: il verde che noi vediamo in realtà non cè. Quel verde sono piante, ma non sono quello che nelle mappe si definisce verde. Vi sono, da tempo, progetti che oggi si devono realizzare. Un altro ha assicurato che finiti i lavori, nel quartiere ci sarà più verde, perché ci saranno alberi in fila, prati educati, o magari recintati, non rovi sterpi cespugli boscaglia.
Esiste solo quello che si può pestare? Quelle toppe dinesistenza, che si fanno a volte movimento o luce, devono per forza diventare altri recinti e case enormi? Per forza e per quale forza devono? Chi ha bisogno di case non le vorrebbe fitte, senza misura e memoria, non le vorrebbe soffocate dallasfalto, anche se lauto qualche volta gli serve e qualche volta ci ha fatto lamore.
Hanno risposto che è stata bonificata dopo tanti anni la riva del fiume, prima impervia, selvaggia, intricata di piante, sporca di rifiuti. Bene. Ma sul fiume non cerano case; ce ne saranno altrove, dove erano o potevano essere alberi ed erba.
Qualcuno mi diceva che nelle piante stanno i morti che vegliano i nipoti. Le piante chiedono in silenzio che gli ammutoliti siano ricordati, in particolare i sempre muti, e parlino nei vivi, ma anche vogliono i morti distinti dai vivi, vogliono che i vivi cambino la propria vita e assieme il mondo.
Alcune, solo alcune, per custodire la vicenda dei corpi e dei viventi, accettano di sfarsi in aria, di bruciare con appena un filo di pietà, o di farsi nidi o costruzioni umane o di castori, che per loro è rimettersi in cammino.
Devi sapere che un brivido di vento divampa le fronde dei pioppi se qualcuno si suicida, cerca la bella morte, o dorme quando dovrebbe vegliare. I pioppi laggiù in fila che ti proteggono i sonni e a volte guidano i tuoi sogni non ti possono aiutare se la tua vita è un solo sonno. E tremano a vedere tutto quello che non cresce la vita ad ogni vivo.


*Il racconto &lt;i&gt;Larmata muta&lt;/i&gt; è stato pubblicato in AAVV (a cura di Giorgio Noli), &lt;i&gt;Incroci a raso. Tra Storia e storie&lt;/i&gt;, Cagliari, Scuola Sarda Editrice, 2006.

</text_more></entry>
<entry id='3418' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3418' author_id='19' authored_on='20100405123530' basename='il_quinto_elemedio' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100405123530' modified_on='20130320180608' ping_count='170' status='2' title='Il Quinto Elemedio' week_number='201014'><text>di &lt;b&gt;Alessandra Daniele&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;testadileader.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/testadileader.jpg&quot; width=&quot;193&quot; height=&quot;94&quot; border=&quot;0&quot;hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;- Gli analisti sono concordi, la causa del crescente astensionismo è la somiglianza fra i due principali partiti contrapposti: è ancora troppo poca.  Governo e Opposizione sono ancora troppo diversi, troppo distinguibili. L&apos;accordo non è totale. L&apos;elettore medio ne soffre come un bambino quando i genitori litigano - Il consulente indica i suoi  dati sullo schermo - L&apos;elemedio vuole concordia e conformità, bisogna convergere ulteriormente, uniformarsi, oppure, alla prossima tornata, di elettori ne perderemo quattro su cinque. E lei sa cosa significherà questo per il suo partito.
Il leader dell&apos;opposizione china la testa sconsolato.</text><text_more>- Ma che altro possiamo fare? Abbiamo già converg...convers...insomma, abbiamo copiato il programma del partito di governo parola per parola compresi i refusi; abbiamo sostenuto le privatizzazioni dell&apos;aria, del sole, e della pressione sanguigna; abbiamo approvato la sostituzione della Magistratura col pubblico di Amici; abbiamo denunciato e fatto chiudere il nostro stesso giornale di partito, e io personalmente ho devastato la redazione a sprangate davanti alle telecamere!
Il consulente lo guarda con freddezza.
Il leader dell&apos;opposizione annuisce.
- Il problema sono io, vero? Non basta che chiuda tutti i comizi gridando viva il duce, ancora l&apos;elemedio non si fida della mia disponibilità al dialogo col centrodestra. E aggiungere &apos;&apos;morte ai negri&apos;&apos; non è bastato a rassicurare il Nord.
Il consulente lo fissa.
- Lei ha anche un notevole problema di immagine.
Il leader dell&apos;opposizione si copre con le mani il cranio lucido.
- No, il trapianto non lo voglio fare! Ho paura del rigetto!
- Dei capelli?
- Ho sentito che può succedere, alla radice di ogni capello si forma un granuloma, e ti viene la testa come un mandorlato...
Il consulente gli dà un&apos;occhiata gelida.
- Lei non ha a cuore le autentiche esigenze del Paese.
Il leader dell&apos;opposizione si toglie lentamente le mani dalla testa, mortificato.

Appena sfumata la sigla iniziale del Tg, la bionda conduttrice entra subito in argomento.
«Record assoluto di bassa affluenza alle urne: degli ultimi cinque elettori che avevano votato la scorsa consultazione, uno è detenuto, uno è espatriato, e due sono morti. Fra questi due, il leader dell&apos;opposizione, vittima di una complicazione post operatoria per un trapianto - La conduttrice sorride - Ricordiamo però che le elezioni politiche non necessitano di quorum per essere valide, quindi il voto dell&apos;unico elettore rimasto deciderà comunque il risultato.»
Sul megaschermo dietro di lei appare l&apos;immagine del premier, sorridente come sempre, nell&apos;atto di inserire nell&apos;urna la sua scheda.
L&apos;unica.</text_more></entry>
<entry id='3423' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3423' author_id='13' authored_on='20100406225959' basename='quando_la_farina_della_gelmini_va_tutta_in_crusca' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100406225959' modified_on='20100417181939' ping_count='0' status='2' title='Quando la farina della Gelmini va tutta in Crusca' week_number='201014'><excerpt>di &lt;b&gt;G. De Michele&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;cascalasino.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/cascalasino.jpg&quot; width=&quot;38&quot; height=&quot;30&quot; border=&quot;0&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt; L&apos;Accademia della Crusca ri-corregge i compiti degli studenti e annuncia: metà studenti da bocciare. Sarà vero?</excerpt><text>di &lt;b&gt;Girolamo De Michele&lt;/b&gt;&lt;img alt=&quot;cascalasino.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/cascalasino.jpg&quot; width=&quot;192&quot; height=&quot;148&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;

Gli studenti italiani sono davvero così somari? Unindagine svolta dallAccademia della Crusca in collaborazione con lINVALSI (Istituto nazionale di valutazione del sistema istruzione) sembra confermarlo, e lautorevole &lt;i&gt;Corriere della Sera&lt;/i&gt; lo ribadisce [&lt;a href=&quot;http://archiviostorico.corriere.it/2010/gennaio/20/Meta_studenti_bocciare_italiano__co_9_100120027.shtml&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;]: «Alla fine del percorso scolastico, dopo 13 anni di lezioni ed esercitazioni, la prova scritta di italiano rappresenta un problema per la metà degli studenti».
Trasuda strazio e dolore unintervista alla professoressa Elena Ugolini, dirigente dellINVALSI e preside di un liceo parificato afferente alla Compagnia delle Opere, che dichiara: «Ho qui un tema della maturità 2007 pieno di errori gravissimi di ortografia come &quot;dopo guerra&quot; o &quot;deglanni&quot;, di errori di punteggiatura, dellorganizzazione logica della frase che evidenziano un livello linguistico di terza elementare». E conclude, la bocca sollevando dal fiero testo: «Mi domando che cosa è stato insegnato a questo ragazzo in 13 anni di scuola».
Sarà vero? Andiamo a vedere.</text><text_more>Intanto: di cosa si tratta? Di una ri-correzione di 6.000 prove di italiano dellEsame di Stato del 2007 («un importante campione», ci assicura il professor Giorgio Israel sul &lt;i&gt;Messaggero&lt;/i&gt; del 23 gennaio 2010):
&lt;img alt=&quot;crusca2.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/crusca2.gif&quot; width=&quot;160&quot; height=&quot;132&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;&lt;i&gt;«Gli elaborati già valutati dai membri interni sono stati sottoposti ad altre due correzioni. Una libera, affidata a dei professori che si sono attenuti a criteri soggettivi, laltra basata su criteri guida elaborati dallAccademia della Crusca al fine di accertare la padronanza della lingua italiana. Ed ecco il risultato. I commissari hanno assegnato un punteggio basso, cioè meno di 10 (per ciascuna delle tre prove scritte il punteggio va da 1 a 15, ndr) al 20 per cento dei ragazzi. Per i correttori liberi invece i temi insufficienti erano il 52 per cento. Ancora più severo il giudizio dei correttori che hanno misurato la padronanza linguistica degli studenti con i criteri indicati dalla Crusca: bocciato il 58 per cento dei temi. Per gli esaminatori ufficiali il 25 per cento dei temi meritava un punteggio alto, da 13 a 15. Per i correttori liberi e quelli che hanno utilizzato i criteri della Crusca i temi ben scritti erano rispettivamente il 12 e il 14 per cento. La prima cosa che salta agli occhi è la differenza tra il primo giudizio, quello ufficiale, e le due successive valutazioni, in qualche modo coincidenti. Alla maturità un po più di oggettività nei punteggi non farebbe male».&lt;/i&gt;
Seguono considerazioni sullo sfascio della scuola, lemergenza educativa, &lt;i&gt;o tempera o mores&lt;/i&gt;, meno male che Gelmini cè, eccetera eccetera.

Eppure qualche piccolo segnale dovrebbe baluginare tra queste tristi righe.
Ad esempio: i gravissimi errori denunciati dalla signora Ugolini. Perché, come nota unattenta lettrice (che ne scrive sul blog &lt;a href=&quot;http://www.corriere.it/solferino/severgnini/10-01-27/10.spm&quot;&gt;&lt;i&gt;Italians&lt;/i&gt;&lt;/a&gt; di Beppe Severgnini), «queglanni» non è un «gravissimo» errore. Non è nemmeno un errore. E chi lo dice? LAccademia della Crusca, guarda caso: «L&apos;articolo &quot;gli&quot; seguito da vocale costituisce un caso che ormai tende alla invariabilità, anche quando l&apos;articolo sia seguito da una parola iniziante con i (es. gli italiani è ormai più frequente e diffuso dell&apos;altra forma gl&apos;italiani). Non si può ancora parlare di regola rigida e netta, per cui tutte e due le forme restano accettabili» [&lt;a href=&quot;http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=3782&amp;ctg_id=93&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;]: &lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/watch?v=QenZpgE_M00&amp;feature=related&quot;&gt;cominciamo bene!&lt;/a&gt;

Andiamo avanti.
«Importante campione»? 6.000 prove su circa 464.000 sono meno dell1.3%, professor Israel: un mero dato statistico, di per sé poco indicativo. Ma non è Lei ad averci ricordato di recente («parlar per numeri? Soltanto un mezzuccio per ciarlatani», &lt;i&gt;Avvenire&lt;/i&gt;. 21 febbraio 2010) che «sembra che qualsiasi cosa sia più vera, più oggettiva se proposta in numeri. Non è così. La statistica è una scienza incerta, per qualcuno non è neppure una scienza ma un insieme di tecniche empiriche», riconducendo lorigine di questa modernistica fede nel numero addirittura a Benito Mussolini? Diremo forse che la statistica non è una scienza se le sue conclusioni divergono da quelle del professor Israel, ma lo diventa se conferma quello che Israel già sa per certo? È questo, forse, ciò che questo insigne epistemologo intende quando afferma che «i numeri non sono intrinsecamente superiori ai giudizi accurati».

Ma vediamola bene, questa indagine. Intanto, quanti sono i docenti impegnati? Per quanto tempo? Non è dato saperlo, e non è particolare da poco. In termini di rigore scientifico, si tratta di elementari condizioni protocollari, senza le quali non si dovrebbe neanche cominciare a discutere.
Una commissione desame impiega un paio di giorni per correggere gli elaborati di una classe, che sono circa 20-25. Quanto tempo è stato impiegato, e da quante persone, per correggere 6.000 prove?
E in quali condizioni?
Spostare la correzione fuori dalla situazione desame è un po come valutare loperato di un arbitro che decide nel corso della partita da casa, davanti al televisore, magari con la moviola di Biscardi: capaci tutti di criticare larbitro, con i piedi sul tavolino e la busta delle patatine accanto.
Sono dubbi che vengono soprattutto in presenza della cosiddetta «correzione libera». Cosa vuol dire «libera»? I commissari desame non sono «liberi»: sono vincolati da criteri di valutazione che vengono decisi prima delle correzioni, e che stabiliscono i criteri di attribuzione del voto. Senza criteri, cioè liberamente, chi decide dove passa il confine tra sufficienza e insufficienza, quando un elaborato è ben scritto ma povero di contenuti? O ricco di contenuti ma scritto male?
&lt;img alt=&quot;crusca1.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/crusca1.jpg&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;196&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Ed ecco che diventa determinante sapere in quanto tempo, da parte di quanti docenti è stata effettuata questa correzione. Perché se i docenti erano pochi (e non risulta che Accademia della Crusca e INVALSI abbiamo risorse per impegnare un alto numero di docenti), o i correttori hanno impiegato poco tempo, e dunque sono stati sbrigativi e frettolosi; o hanno dedicato al compito tutto il tempo necessario: e allora, in tanta libera correzione, loggettività è inficiata dal lungo tempo trascorso tra le prime e le ultime correzioni. E se i docenti erano molti, quale oggettività era mai possibile, vista la varietà dei correttori e la libertà loro data sui criteri?
E soprattutto: in quali condizioni hanno operato la correzione? Non risulta che si possa essere esonerati dal servizio per svolgere queste funzioni. Quindi INVALSI, Crusca, Israel, Ugolini e &lt;i&gt;Corriere&lt;/i&gt; stanno dicendoci che un insegnante che nei ritagli di tempo tra una lezione da preparare e una prova da preparare ha corretto liberamente centinaia di prove (segnando con la matita rossa in nome della Crusca errori che per la Crusca errori non sono) è più attendibile di una commissione che collegialmente corregge 20-25 prove sulla base di criteri comuni?
&lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/watch?v=5WO-f9_CoeI&amp;feature=related&quot;&gt;Ma ci facciano il piacere, ci facciano...&lt;/a&gt;

Ma cè laltro campione: quello basato su una nuova scheda di valutazione elaborata dallAccademia della Crusca. Qui non ci piove, qui lasino, come si suol dire, casca.
&lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/watch?v=sPwz_ln8T9I&quot;&gt;Infatti casca.&lt;/a&gt;
Perché queste 6.000 prove sono state corrette con nuovi criteri, non con gli stessi dei commissari desame. Un po come se cambiassimo i criteri di valutazione del fuorigioco, e poi, con una valutazione effettuata nello studio di Biscardi, annunciassimo che con un più severo arbitraggio lo scorso campionato lo vinceva non lInter, ma il Catania.
Se invece vogliamo essere seri, a questo esame dovrebbe seguire un contro-esame. Correttezza (e appena un minimo di cognizione dei fondamenti dellepistemologia, da parte di codesti assertori delloggettività) avrebbe infatti voluto che un campione di prove fosse stato ri-corretto, con i criteri della Crusca, dai commissari desame del 2007, e che i correttori Cruscanti avessero corretto un campione di prove sulla base delle schede di valutazione usate nellesame del 2007. E che si fossero comparate le quattro correzioni complessive, per individuare non solo gli errori negli elaborati, ma anche le pseudo-informazioni che appaiono ad un esame ingenuo dei dati (il &lt;a href=&quot;http://it.wikipedia.org/wiki/Paradosso_di_Simpson&quot;&gt;Paradosso di Simpson&lt;/a&gt;, per capirci).
Ma non è successo: e allora, di quale scientificità stiamo parlando?

Basta? No, non basta.
Perché se lAccademia della Crusca si è presa la briga di produrre una scheda di valutazione, chi siamo noi per negare a cotanta Accademia la soddisfazione di un esame di questi criteri?
Beh, qui ci sarebbe molto da dire, ad aver voglia di entrare nel merito didattico. Ad esempio: perché prove diverse quali unanalisi testuale, un saggio breve o un tema devono essere valutate con lo stesso criterio? Siamo sicuri che tre quarti dei criteri che portano allattribuzione del punteggio siano da riferire alla scrittura (competenze testuale, grammaticale e lessicale-semantica), e solo uno ai contenuti (competenza ideativa), privilegiando così chi ha poco da dire, ma lo dice bene rispetto a chi, pur con qualche imperfezione, ha originalità e capacità critica? È questa la scuola che si vuole, da parte dei Cruscanti?
Ma si rischierebbe di cadere nel soggettivo. Veniamo al sodo: ai numeri, che danno sostanza a quelle sbandierate percentuali sulle quali si straccia le vesti la direttrice dellINVALSI.
LAccademia della Crusca ci fornisce non una valutazione in quindicesimi, come previsto dallEsame di Stato, ma una valutazione in ventesimi, che va poi traslata in quindicesimi: qualunque docente in possesso di uninfarinatura di docimologia potrebbe obiettare che tradurre una scala di valutazione in unaltra è sempre unoperazione scorretta, e qualunque ispettore scolastico (parlo per esperienza diretta) redarguirebbe chi si azzardasse a valutare con questi procedimenti inutilmente macchinosi.
Ma soprattutto: tra una valutazione in ventesimi e una traduzione in quindicesimi, la scheda di valutazione dei Cruscanti ci dà come competenza media l«accettabilità», alla quale corrisponde la fascia di punteggio 9-11.
«Accettabile» viene dal latino &lt;i&gt;acceptus, gratus&lt;/i&gt;, e significa «essere accettato»; si accetta quando si approva, si aggradisce, si acconsente «alla profferta, alla domanda, alla commessione»: «La qual pace da&apos; Fiorentini fu accettata in questo modo»: è nientemeno che il &lt;i&gt;Vocabolario degli Accademici della Crusca&lt;/i&gt; (lemmi «accettabile» e «accettato»: &lt;a href=&quot;http://193.205.158.203/cruscle/pagina.jsp?ediz=4&amp;vol=1&amp;tipo=1&amp;pag=29&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;) a dircelo.
&lt;img alt=&quot;ciuchino.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/ciuchino.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;168&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Se non ché il 9, nella scala di valutazione dellesame, equivale allinsufficienza.
&lt;b&gt;«Il tuo compito è accettato, ma il punteggio è insufficiente»&lt;/b&gt;, dovrebbe dire questo docente edotto nelle tecniche valutative dai Cruscanti allo studente autore dellelaborato: davvero un bellesempio di giusta e rigorosa severità, quello dellinsegnante il cui voto non sa cosa dice laggettivo che lo descrive, e viceversa.
Davvero un bel modo, per i Cruscanti, per risciacquare nellArno della modernità il loro abito daltri tempi, tagliato e cucito, per dirla con Arbasino, con quel «purismo imbecille che caldeggia limpiego di qualsiasi grulleria del Piovano Arlotto per definire prodotti e nozioni del nostro tempo; e approva luso del greco antico per indicare un qualche cosa che non esiste (il nettare, lambrosia, il cocchio, invece del taxi), mentre respinge qualunque termine inglese moderno relativo invece a qualche cosa che è intensamente lì (come il gin-and-tonic)».
«I numeri non sono intrinsecamente superiori ai giudizi accurati»: qui non abbiamo né numeri corretti, né giudizi accurati.
Ma questo non conta.
Conta che, come al &lt;i&gt;Processo del Lunedì&lt;/i&gt;, questa moviola che non si saprebbe dire se più taroccata o sgangherata abbia lanciato il tema della serata: metà studenti da bocciare? Moviola in campo anche nelle commissioni desame? Telefonate!
Intanto, con decreto n. 26 dell11 marzo 2010, è stata nominata dal ministro Gelmini una «Commissione di studio con il compito di coordinare e orientare le Indicazioni nazionali per la scuola dellinfanzia, del primo ciclo e dei Licei, secondo criteri di unitarietà e di verticalità coerenti con i processi di progressivo approfondimento e sviluppo delle conoscenze e delle abilità e di maturazione delle competenze caratterizzanti le singole articolazioni del percorso scolastico». Combinazione, ne fanno parte, oltre alla prof.ssa Nicoletta Maraschio (Presidente dellAccademia della Crusca), il professor Giorgio Israel e la prof.ssa Elena Ugolini.
</text_more></entry>
<entry id='3424' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3424' author_id='4' authored_on='20100409022713' basename='mai_cadere_in_tentazione' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100409022713' modified_on='20110324014135' ping_count='0' status='2' title='&lt;b&gt;Mai cadere in tentazione&lt;/b&gt;' week_number='201014'><text>di &lt;b&gt;Marilù Oliva&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Bacon.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Bacon.jpg&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;190&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &quot;. &quot;hspace=4 vspace=2align=right &gt;Il Portavoce era imbarazzato. Non si era mai trovato in una situazione del genere in tutte le sue udienze. La signora Gabbata non si conteneva, inveiva contro la Chiesa, diceva che le avevano rovinato la vita, pretendeva di parlare col Grande Vescovo che, nella stanza attigua, stava in ascolto, orecchio come una ventosa sulla porta serrata. Per questo il Portavoce si sentiva ancor più ansioso: cera il suo capo, dallaltra parte del muro, e ci teneva a fare bella figura.</text><text_more>«Il parroco del paese ha abusato di mio figlio e il Grande Vescovo non mi riceve neanche?»
«Porti pazienza, signora Gabbata. Non deve ostinarsi contro la Chiesa, abbiamo tante brave persone tra i nostri pastori.»
«Avrete anche dei bravi pastori, ma ce ne sono alcuni marci e voi... voi cosa state facendo? Niente!»
Il Portavoce deglutì e si lisciò la tunica viola:
«Beh, il Papa ha espresso la sua condanna....»
«Sì, a parole! Poi si è scagliato contro laborto per distogliere lattenzione!»
«Ma laborto... è un omicidio, signora, mi meraviglio che lei parli così. Cè una creatura, nel ventre, già al momento del concepimento!»
Lei lo guardò torva:
«Perché siete tanto preoccupati per i bambini quando sono a livello embrionale e ve ne infischiate, invece, quando sono nati e stanno crescendo, proprio nel momento più importante?»
Il Portavoce restò di stucco, lei insistette: «Io voglio parlare col Grande Vescovo!»
Laltro appoggiò con lentezza le punte delle dita di una mano a quelle dellaltra:
«Ora il Grande Vescovo è molto impegnato.»
«Ah si? Cosa cè di più importante di un ragazzino di 10 anni che ha subìto violenze sessuali dal suo prete?»
Il Portavoce era disperato: stava facendo una pessima figura col suo superiore. 
«Sssh! Non dica queste cose!»
«Certo, dobbiamo tacere! Silenzio, silenzio e omertà, questa è la vostra tattica! Così avete conservato per diciassette anni il cadavere di una povera ragazza nel sottotetto di una vostra chiesa! Così avete ospitato nelle vostre cappelle le tombe dei criminali! Così coprite i vostri misfatti restando sempre impuniti!»

Il Portavoce si immaginò lira del Grande Vescovo, a pochi metri da loro. Avrebbe voluto scappare, non sapeva proprio come cavarsi fuori da quella situazione. Di solito, quando qualcuno gli poneva diplomaticamente domande scomode, lui diplomaticamente non rispondeva. Era sempre tutto molto facile ma ora... trovarsi di fronte a una madre forsennata che esigeva risposte, replicava senza ritegno e lanciava perfino accuse, questo era troppo.

Il Grande Vescovo percepì, oltre la porta, il blocco del suo segretario e pensò che la differenza tra chi comanda e chi obbedisce stava tutta lì. Nella capacità di raggiro. 
Era giunto il momento di intervenire. Staccò lorecchio dalla porta in legno nero intarsiata davorio e la spalancò. Apparve alla donna in tutta la sua maestà, la stola porpora che dal collo cadeva ai due lati, il copricapo puntuto in testa con una croce argentea in bassorilievo.
Il Portavoce fece un inchino e si ritirò rapido con la coda tra le gambe. La signora Gabbata stava per parlare, ma lui pose in avanti la mano, sfavillò per ogni dito, pollice escluso, un anellone con gemme incastonate nelloro zecchino. Poi tese con grazia la mano, un invito affinché la donna gli allungasse la sua. 
Ma lei indietreggiò.
«Signora carissima, la ringrazio per questa visita.»
«Grande Vescovo, è successo un fatto orribile, lei deve intervenire, le devo spiegare...»
Lui scosse il capo, la mitria dargento altalenò da una parte allaltra:
«So tutto, so tutto. A noi arrivano le voci delle pecorelle sofferenti... lei è cattolica, signora Gabbata?»
Gli occhi di lei divennero lucidi mentre la testa annuiva, lui proseguì:
«Sono afflitto per quello che è successo a suo figlio, signora Gabbata. Ma non serve prendersela con la Chiesa. Quello che è accaduto è più grande di noi.» aprì le braccia e alzò gli occhi al soffitto. 
«É Lucifero. I nostri preti  pedofili sono solo uno strumento del Male. Se noi prendiamo provvedimenti contro di loro o reclamizziamo la cosa, diamo al Diavolo esattamente quello che lui vuole: la discordia.»
Le puntò lindice al naso: «E lei ora sta facendo il gioco di Satana.»
La donna spalancò gli occhi, lui si avvicinò: 
«Se Iddio ha deciso di sottoporla a questa prova, significa che lei è uneletta. Il Male non arriva mai a caso... Il Signore ha deciso che lei è strumento del Maligno perché lei è abbastanza forte per contrastarlo... capisce? Per non cedere alla sua tentazione. É come se la Grazia lavesse additata, questo è un grande privilegio, per lei e per suo figlio... suvvia, signora Gabbata...» e nellesortativo alzò la voce «...Sopporti in silenzio questa prova! Non semini altra zizzania e dimostri che lei è degna di questo compito!»

Il Grande Vescovo le carezzò la guancia col dorso della mano e lei, che già si era raggelata per le parole appena ascoltate, si fece una statua di ghiaccio. Lo assecondò con passo robotico quando lui la indirizzò verso luscita. 
Aveva capito che ogni sforzo sarebbe stato vano, che il muro di gomma contro cui rimbalzavano logica ed etica era incrollabile, costruito ad arte secolo dopo secolo, esegesi su esegesi, lei poteva solo fracassarvici la testa contro.
Quindi si fece accompagnare alle scale senza proferir parola e, quando voltò le spalle, neppure le arrivò alle orecchie il commiato vescovile:
«Coraggio, Signora! E ricordi: mai cadere in tentazione!»

</text_more></entry>
<entry id='3425' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3425' author_id='4' authored_on='20100408080910' basename='diario_da_haiti_ultimo_sopravvivenza_paura_e_rinascita' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100408080910' modified_on='20100408070347' ping_count='0' status='2' title='Diario da Haiti (ultimo). Sopravvivenza, paura e rinascita' week_number='201014'><text>di &lt;a href=&quot;http://lamericalatina.net&quot;&gt;Fabrizio Lorusso&lt;/a&gt;

&lt;img alt=&quot;DafneBNRojo.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/DafneBNRojo.jpg&quot; width=&quot;126&quot; height=&quot;200&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Dafne è bellissima. Dafne è la profondità delloceano e loro dimenticato dei pirati, è la terra dAfrica emersa in mezzo a uno sciame di isole abbandonate da qualche Dio stanco sullorizzonte dei Caraibi. Dafne è fisicità assordante e feconda, è lanima viva del pacifico nella violenza dellAtlantico, col suo sguardo conteso e straziato da mille predoni e dalla natura. Lei è tranquillità e rassegnazione, forza e fede, povertà e dignità, ma le hanno insegnato a dipendere, a piangere, a difendere il suo pezzo di cielo contro gli altri, contro tutti gli altri suoi simili e dissimili. Ama la dignità del suo quartiere e la comunità che lha cresciuta, ascolta sempre la sua musica, il suo Dio, la sua lingua che si prende gioco del francese e dei francesi. Ogni sera Dafne prega cantando e scrive su un foglio bianco tutto quello che ricorda di sé stessa, nella speranza di trovare un lavoro qualunque. Dafne è Haiti, luce in mezzo alla morte.</text><text_more>Un giorno vorrebbe ricostruirsi una casa e scampoli di vita qui nel suo paese che adesso è una prigione calda e umida, amata e temuta, dalla quale è impossibile uscire, anche volendo, anche provando. Molti suoi compagni dinfanzia, amici e conoscenti non sono più vivi, mentre a lei e ad altri milioni è venuta meno lesistenza come cittadini: la loro identità dinnanzi allo Stato è stata cancellata dalla madre terra devastante. I documenti di tutti sono spariti, le identità pubbliche e i passaporti giacciono sotto cumuli di macerie o svolazzano in qualche discarica. La vicina Repubblica Dominicana, gli Stati Uniti, il Messico e lEuropa chiedono visti dingresso difficilissimi da ottenere per la maggior parte della popolazione haitiana. 

Dafne ha anche un figlio di quattro anni di nome Jean Paul e spera che il suo destino non sia quello di diventare un mansueto schiavo moderno di qualche multinazionale canadese o americana. Intanto sarebbe già un privilegio se tra un paio danni ci fosse la possibilità di mandarlo a scuola, almeno alle elementari, dato che leducazione è un bene caro e preziosissimo ad Haiti, un paese che vanta un sistema scolastico in cui lo Stato sè dichiarato sconfitto abdicando alle sue funzioni di base e che è da decenni dominato dalle istituzioni religiose e dai piccoli imprenditori dellistruzione: questi lo hanno reso altamente escludente e tra i più privatizzati del mondo. Alla stessa Dafne mancano un paio di quadrimestri per concludere le superiori visto che tra doveri familiari, come per esempio prendersi cura di un figlio trascurato dal padre biologico, costi proibitivi, uragani, terremoti ed emergenze varie la continuità negli studi non è proprio a portata di mano per lei.

A pochi giorni dal terremoto su Porto au Prince, quando Jean Paul seguiva sua madre tenendola per mano mentre lei si lanciava alla conquista di uno spazio vitale per piazzare la tenda in mezzo al prato dellex campo da golf dellesclusivo Petion Ville Country Club, si vedevano ancora gli aiuti umanitari che venivano gettati dallalto, dagli elicotteri verdi degli americani che erano fonte di aspettative e preoccupazioni. Sopravvivenza e viveri in cambio di una nuova occupazione militare? Il ricordo dellinvasione dei marines e delle vittime innocenti del 2004, in seguito al sequestro e alla deportazione nella Repubblica Sudafricana del presidente Aristide realizzata dalla CIA, è ancora fresco ad Haiti e sono numerosi i gruppi che periodicamente manifestano in favore del ritorno di Aristide in patria di fronte alle ambasciate dei paesi che furono più o meno direttamente coinvolti nella destabilizzazione del suo governo come appunto gli USA, la Francia e il Canada.
Dal terremoto son passate alcune settimane ma anche stasera per Dafne e famiglia lunica alternativa è dormire sotto un telone di plastica blu con altre dieci persone, alcuni sconosciuti e altri amici dinfanzia e parenti, giovani e vecchi, uomini e donne, tutti insieme in una nuova cellula asfissiante della tendopoli che non ha smesso mai di crescere e che ora alberga più di 60mila persone. 

Cantare e pregare sono pratiche indissolubili ad Haiti e in questi giorni sono forse lunico palliativo e sfogo collettivi per tutta la sofferenza interiore accumulata dalla gente. Il lutto nazionale del 12 febbraio scorso, decretato dal presidente Preval, sè di fatto prolungato per tutto il fine settimana successivo con manifestazioni ufficiali e religiose  spesso non si distinguono le une dalle altre  nella spianata centrale di Champs de Mars. Ogni mattina dalle sei in avanti migliaia di haitiani, le donne vestite di bianco e gli uomini coi pantaloni neri e la camicia bianca, si riuniscono nei luoghi di culto e per le strade per partecipare alle messe e ricordare le vittime. Le cerimonie durano alcune ore in un alternanza di lunghe prediche in memoriam e di preghiere spesso accompagnate da chitarre, organi e cori. &lt;img alt=&quot;IoeJean.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/IoeJean.jpg&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;200&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Il rito cattolico non è lunico, anzi, sembra molto più diffuso quello battista con alcune reminiscenze del voodoo che è più coinvolgente e prevede ore ed ore di canti e balli frenetici ed estenuanti al ritmo dei tamburi coi credenti che entrano in uno stato di estasi o trance collettivo. Il pianto dei tamburi viene interrotto solamente dal frastuono degli elicotteri stranieri che sorvolano continuamente i cieli della capitale e riportano i suoi abitanti alla realtà quotidiana fatta di espedienti, inquietudini e speranze cantate a squarciagola verso il sole caraibico. 

Dopo la catarsi nazionale del week-end di lutto a metà febbraio sembra cominciare una fase di rinascita in città, alcune scuole riaprono, si riaccendono i generatori delettricità in alcuni ristoranti e nei piccoli negozi, i ritmi di banche, trasporti e supermercati si normalizzano in qualche modo e le strade principali assumono un aspetto più umano dato che le macerie vengono sgomberate e gli edifici pericolanti sono finalmente protetti da balaustre o nascosti completamente da impalcature e pareti di lamiera. Le notizie sui fondi stanziati dalla comunità internazionale per la ricostruzione e le promesse di rinascita lanciate da preti predicatori e politici messianici puntano a stimolare lottimismo laddove la realtà tenderebbe ancora a frenarlo, ma si sa che le idee positive e le ferme convinzioni aiutano a vivere e a creare, dunque speriamo insieme ai nostri anfitrioni.    

In TV hanno passato la notizia della visita lampo del presidente francese Sarkozy il quale ha promesso aiuti e solidarietà, ma non ha voluto parlare del risarcimento che la Francia dovrebbe pagare ad Haiti per restituirle il debito storico che il paese caraibico dovette versare per 144 anni alla potenza europea in cambio della sua indipendenza, ottenuta con una vittoria militare ma non riconosciuta dalla ex madre patria nel 1804. Gli Stati Uniti schiavisti e in espansione ci misero invece 60 anni per riconoscere ufficialmente la prima repubblica libera e indipendente dellAmerica Latina che sera emancipata abolendo la schiavitù, pratica comune e legale in molti stati del nascente colosso del nord, ed era composta al 99% da popolazione discendente da africani. 

Ma torniamo allattualità. E la prima volta nella storia che un presidente francese viene in visita nel paese caraibico e purtroppo limpressione è che si sia trattato di un tour panoramico farcito con una retorica dai toni post coloniali durante il quale un mandatario europeo preoccupato di non perdere il poco dinfluenza che gli resta nella regione non risparmia battute irrispettose quando ringrazia il popolo haitiano, parte del mondo francofono ma orgoglioso anche della propria lingua nazionale detta creolo, per aver permesso alla lingua francese di diventare la seconda per importanza alle Nazioni Unite dopo linglese. Non credo che i feriti che Sarkozy ha visto per 5 minuti allospedale militare si siano veramente commossi in seguito a queste sue toccanti dichiarazioni. 

In una conferenza stampa lambasciatore americano a Porto Principe, Kenneth H. Merten, ha dichiarato che le tende non rappresentano lunica priorità e che è meglio pensare già da ora a soluzioni più stabili come per esempio i prefabbricati di legno e plastica che sono più resistenti. Inoltre  sintetizzo le sue parole  lidea è quella di evitare che la gente si abitui alle tendopoli che potrebbero trasformarsi in città permanenti che ostacolerebbero lopera di ricostruzione generale e i piani di ricollocamento della popolazione in zone più sicure. Lidea un po cinica espressa dallambasciatore USA ha una sua logica però nel frattempo la gente se la deve cavare con quello che cè o con i teloni di plastica che in città sono diventati carissimi e ricercatissimi, tanto che alcune persone che ci hanno visto per la strada ci hanno chiesto di procuraglieli pensando che fossimo due americani. Il grave problema della ricostruzione fisica delle abitazioni e delle infrastrutture è legato a quello del lavoro e delle attività economiche, un miraggio lontano già prima del terremoto visto che un milione di haitiani residenti allestero fa girare leconomia più di quanto lo facciano le imprese locali, il turismo o gli investimenti stranieri. 

Il settore agricolo fuori dalla capitale ha tenuto ma non costitutiva comunque un gran traino per leconomia già prima della catastrofe e ora è minacciato dalla massiccia quantità di derrate alimentari e prodotti agricoli che stanno invadendo il mercato e cannibalizzando quelli locali. Per fortuna alcune Ong hanno cominciato saggiamente ad acquistare i beni destinati alla donazione umanitaria dai produttori locali anziché farli arrivare costosamente dallestero ma ancora non basta. &lt;img alt=&quot;Messafuori.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Messafuori.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;150&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Unaltra maniera efficace di ricostruire ed aiutare sarebbe la previsione e realizzazione di progetti di decentramento della popolazione e dei lavoratori che da senza tetto e disoccupati potrebbero convertirsi in piccoli proprietari agricoli nelle regioni limitrofe e nelle zone abbandonate del paese secondo gli schemi del cooperativismo e dellassociazionismo che viene però osteggiato da molti settori dellelite nazionale avversi a tali a forme di impresa. Proprio in questa direzione vanno gli sforzi di &lt;a href=&quot;http://hurah.org/&quot;&gt;Hurah-Inc&lt;/a&gt;, una Ong statunitense che collabora con Aumohd (&lt;a href=&quot;http://en.wikipedia.org/wiki/AUMOHD&quot;&gt;Association des Unité Motivé pour une Haiti des Droits&lt;/a&gt;), verso la costituzione di una cooperativa di lavoratori-proprietari a Galette Chambon, località situata a metà strada tra Port au Prince e il confine dominicano (&lt;a href=&quot;http://lamericalatina.net/2010/04/06/haiti-appello-urgente-al-presidente-rene-preval-per-diffusione/&quot;&gt;LINK A DETTAGLI SUL PROGETTO&lt;/a&gt;). 

Qui allAumohd vengono ogni giorno ragazze e ragazzi come Dafne a stampare il loro curriculum sperando prima di tutto di poterlo consegnare un giorno a qualcuno e poi di poter trovare un impiego anche grazie ai contatti del presidente dellassociazione Evel Fanfan. Gli unici che per ora stanno assumendo delle persone sembrano essere le missioni militari internazionali che negli accampamenti più grandi hanno bisogno di manodopera, traduttori e aiutanti generali per la distribuzione degli aiuti e le relazioni con la gente che si stabilisce lì. 
Ogni mattina io e Diego diamo lezioni di spagnolo a un gruppo di ragazzi della (ex) facoltà dingegneria civile dellUniversità di Porto Principe che attendono la ripresa delle lezioni e la ricostruzione di alcune sedi della loro casa di studi seriamente danneggiata dal terremoto del 12 gennaio scorso. Nessuno di loro ha perso la casa ma non hanno comunque più nessuna attività che permetta loro di vivere degnamente. Alcuni membri delle loro famiglie si sono rifugiati nelle campagne per non costituire un peso e per cercare qualche piccolo lavoro o almeno una sussistenza alimentare minima. 

Anche la famiglia di Evel, sua moglie con i genitori e i suoi tre figli, sono tornati ad Aquin, loro città dorigine, per cercare condizioni di vita accettabili mentre Evel deve fare la spola tra la capitale e questo paesino di pescatori praticamente tutti i week end. Ci hanno ospitato per un paio di giorni nel giardino di casa e mentre camminavamo per le stradine della cittadina venivamo seguiti da orde di bambini curiosi che ci gridavano senza malizie blanc! blanc!, cioè bianco! bianco!, immolandosi spasmodicamente davanti agli obiettivi di camere e videocamere per essere immortalati e magari chiederti una monetina. A P.A.P. (abbreviazione per Port au Prince) cè invece la variante mista inglese-francese per richiamare lattenzione dello straniero a passeggio, hey you, hey blanc!. A volte è meglio non farci caso ma la maggior parte delle volte non ci riesco e mi giro per educazione e per capire se questa volta vogliono dei soldi, delle tende, il cappellino che porto o il sacchettino di uova che ho in mano.

Lultima settimana ad Haiti scorre lentamente, è turbata dallinsonnia e da un timore latente provocati da quelle che chiamano scosse di assestamento, ma che solo assestano colpi durissimi a un fragile senso di sicurezza e normalità che noi, i compagni dellassociazione e il popolo delle tendopoli avevamo raggiunto e costruito nelle prime settimane di febbraio. A dir la verità gli stranieri e i visitatori dellultima ora non temono i terremoti tanto quanto chi li ha vissuti sulla propria pelle, ma ad ogni modo la relativa tregua che la terra concede tende a tranquillizzare le anime e i corpi di tutti. Dopo due notti in cui la terra oscilla e batte botte, come scriveva il poeta Dino Campana, con colpi di alcuni secondi a 5 gradi della scala Richter, abbiamo saggiamente deciso di spostare le nostre tende dal primo piano della costruzione in cui siamo ospitati da quasi un mese alla zona giardino-parcheggio. La revisione del piano notti sicure, che prima prevedeva solamente un generale e indefinito stato di allerta mentale e lopzione di dormire in tenda sul balcone dellufficio dellAumohd, implica ora un ripensamento della strategia generale. Verso mezzanotte la prima scossa che ci ha svegliato non era eccessivamente minacciosa ma qualche ora dopo la seconda ci ha fatto letteralmente sobbalzare e imprecare come un branco dindemoniati.

La tenda era chiusa e la cerniera introvabile, il pavimento scivolava sotto i piedi da destra e sinistra come un tapis roulant e quando sono riuscito a uccidere il dormiveglia, ad alzarmi, ad orientarmi e a uscire era ormai tutto finito, i cani abbaiavano mentre amici e vicini erano già in piedi per la strada e nei cortili. Niente di grave, solo pochi secondi, ma questa volta non posponiamo più la decisione di traslocare giù in giardino per cercare di riprendere il nostro sonno turbato, però lì almeno non ci può crollare niente in testa. Sarà la nostra nuova stanza per lultima settimana, è finita lepoca del coraggio ignorante e trasognato. Mentre facciamo i bagagli unaltra bottarella di terremoto preceduta da un boato grave e fragoroso ci riconferma la bontà della nostra scelta e ci mette addosso una leggerissima fretta. La mattina dopo apprendiamo con sgomento che il Corriere e la Repubblica hanno pubblicato uninformazione falsa ed esagerata rispetto a quanto apprendiamo dai media haitiani e dallANSA: il terremoto è stato forte ma solo del 4,7 grado scala Richter, non del settimo come acclamato in home page dai principali quotidiani italiani con un titolone rosso sangue che non fa altro che spaventare gli apatici internauti, oltre ai nostri amici e parenti, e attirare qualche visita in più sul sito.

Sembra che le emergenze segnalate dalle autorità e dalla stampa nei primi giorni dopo il terremoto come la fame, la sete, il pericolo delle epidemie e linsicurezza siano parzialmente rientrate verso la fine di febbraio, anche se il problema del cibo e dellacqua potabile non possono considerarsi mai completamente risolti. Ci sono però nuove inquietudini e possibili pericoli che si fanno avanti e interessano la maggior parte della popolazione. Infatti alla mancanza di tende e alla precarietà dei rifugi temporanei e degli accampamenti allestiti in tutti gli spazi aperti della metropoli come i parchi, le piazze, i viali e i parcheggi, saggiunge lavvicinarsi minaccioso della stagione delle piogge, prevista a partire da aprile, e degli uragani da luglio-agosto. Questi mesi si caratterizzano da sempre per il drammatico incremento della quantità e della forza delle precipitazioni, per il caldo asfissiante e umido e infine per lendemico proliferare di mosche e zanzare, insetti onnipresenti e accaniti che sono spesso portatori di malattie difficili da curare come dengue e malaria. Inoltre le condizioni igieniche nei campi stanno lentamente degenerando. 

Alcuni di questi ospitano decine di migliaia persone che scaricano spazzatura e residui in spazi aperti o in fiumiciattoli maleodoranti in cui sguazzano maiali e capre a volontà. Nellultima settimana abbiamo avuto un assaggio di quello che potrebbe succedere quotidianamente tra qualche mese se non si riescono a creare dei servizi di drenaggio dellacqua piovana sia negli accampamenti ufficiali controllati dal governo e dai militari statunitensi sia in quelli spontanei organizzati dagli abitanti dei quartieri. Non parliamo poi delle strade prive di asfalto o cemento che sono in pratica fatte di polvere e terra battuta durante il giorno e restano imbevute di fanghiglia se solo pioviggina un po durante la notte. Verso le 4 del mattino un forte temporale di qualche ora ha trasformato le vie di Port au Prince in fiumi di fango e detriti costringendo tutti gli abitanti a correre ai ripari e a proteggere i pochi beni che restano loro, soprattutto le tende, i materassi, i vestiti e i teloni di plastica che di solito costituiscono lunica protezione sopra i terreni in cui si dorme e si montano le tende. Anche qui nel parcheggio dellAumohd, in cui abbiamo piantato un paio di canadesi, ci siamo dovuti svegliare allimprovviso per cercare riparo dallo scrosciare della pioggia che non dava segni di cedimento e soprattutto per evitare che i computer e le stampanti venissero danneggiati. 

Ancora oggi a Porto Principe mancano i servizi pubblici di base come lacqua corrente e lenergia elettrica e quindi la gente sarrangia sfruttando i pozzi profondi presenti in alcune case oppure andando a fare la doccia negli accampamenti ufficiali riforniti da grossi camion del governo mentre per avere energia elettrica i più fortunati dispongono di costosi generatori a benzina ma solo per alcune ore al giorno. In compenso la televisione mostra orgogliosamente schiere di tecnici specializzati della compagnia elettrica haitiana che sarebbero al lavoro giorno e notte per stabilire o ripristinare le linee danneggiate dal sisma, cosa che appare agli occhi del telespettatore come una bella fiaba per addormentarsi sereni. 

Da marzo sono di nuovo a Città del Messico sistemando memoria e scritti su Haiti. Il terremoto a Concepcion, in Cile, mi ha impressionato profondamente e ha di nuovo scosso la mia coscienza dato che alcuni amici dellUniversidad Nacional Autonoma de Mexico vivono proprio in quella città e hanno perso la casa. Ciononostante non ho dimenticato la gravità estrema della situazione ad Haiti, anzi. I ricordi, le esperienze e le persone di Porto Principe mi accompagneranno sempre e comunque in Messico, in Italia e nelle pagine di articoli e diari come questo.
Di nuovo segnalo un blog utile per le donazioni per Haiti e per lAumohd che è poi un invito a non dimenticare: &lt;a href=&quot;http://prohaiti2010.blogspot.com/ &quot;&gt;http://prohaiti2010.blogspot.com/ &lt;/a&gt;

La fine del diario da Haiti pretende dessere poesia. Un delicato vaneggiamento bilingue tratto dalla serie &lt;a href=&quot;http://lamericalatina.net/poeticas-mentiras/&quot;&gt;Poeticas mentiras&lt;/a&gt; in italiano e spagnolo.


&lt;b&gt;Haitiana&lt;/b&gt;
Sei stata amore e città per disgrazia
principessa, ogni volta, conquistata
bersaglio della polvere e del fuoco estraneo
vittima delle buone intenzioni
che sempre han turbato il tuo tempo breve
e il tuo sacrificio di madre buona e sola.
Ma se si trattasse di ferite mortali, tutte mute
io non ti starei ringraziando
con la mia insolenza da straniero
perché hai lasciato il mio sguardo libero
di accarezzare i tuoi occhi damara vita.
Li vedo, profondi duniverso
scintille nere, stelle esiliate dal cosmo
tremando come terra rotta
e le tue pupille doscurità sono il mio mistero
timide come la schiena della luna.
Abbiamo avuto un giorno di visite tra tombe incrinate
abbiamo sfiorato gli odori delle anime di notte
e ci siamo seduti nella solitudine delle macerie.
Il frastuono delle ossa e dei mattoni
ha sepolto i silenzi monchi  
ha affogato il porto dei dolori invincibili
ha sbattuto laria contro laria
ha spento il battito della voce inquinata di grigi canti.
La memoria del mondo ha paralizzato gli orologi
ci ha ricordato la forza e lattesa del bambino vagabondo
ha consolato lo strazio del padrone con la parola dello schiavo.
Insieme abbiamo pianto letà senza futuro dellorfano
e abbiamo pulito il sangue della terra tremenda e peccatrice
che è scorso tra quelle due placche uscite dallinferno:
ieri, hanno sparato un tuono di violenza sul tuo viso, haitiana mia
che continui a stare in piedi, orgogliosa delle tue notti senza tetto.


&lt;b&gt;Haitiana&lt;/b&gt;
Fuiste amor y ciudad por desgracia
princesa del puerto, marea despojada
blanco de polvos y fuegos ajenos
víctima de las buenas intenciones
que siempre han turbado tu tiempo breve
y tu sacrificio de madre sola.
Pero si se tratara de heridas mortales, todas mudas
no estaría yo dándote las gracias
con mi osadía de extranjero
porque dejaste mi mirada libre
de acariciar tus ojos de vida amarga.
Los veo, profundos de universo
centellas negras, estrellas desterradas del cosmos
temblando como tierra rota
y tus pupilas de oscuridad son mi misterio
tímidas como la espalda de la luna.
Tuvimos un día de visitas entre tumbas agrietadas
rozamos los olores de las almas en la noche
y nos sentamos en la soledad de los escombros.
El estruendo de los huesos y los ladrillos
sepultó los silencios mancos
ahogó el puerto de los dolores invencibles 
estrelló el aire contra el aire
apagó el latido de la voz contaminada de cantos grises.
La memoria del mundo paralizó los relojes
nos recordó la fuerza y la espera del niño vago
consoló el asolo del amo con la palabra del esclavo.
Juntos lloramos la edad sin futuro del huérfano
y limpiamos la sangre de la tierra tremenda y pecadora
que se escurrió entre esas dos placas salidas del infierno:
ayer, dispararon un trueno de violencia en tu cara, mi haitiana
que sigues de pié, orgullosa de tus noches sin techo.


&lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/user/FabrizioLorussoMex#g/f&quot;&gt;Canale video QUI&lt;/a&gt;

&lt;a href=&quot;http://picasaweb.google.com/FabrizioLorussoMex/Haiti#&quot;&gt;Album foto QUI&lt;/a&gt;

&lt;a href=&quot;http://lamericalatina.net&quot;&gt;LamericaLatina.Net&lt;/a&gt;</text_more></entry>
<entry id='3426' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3426' author_id='4' authored_on='20100410033131' basename='un_aiuto_concreto_a_manolo_a_costantino_e_agli_altri_brigatisti_nelle_intenzioni' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100410033131' modified_on='20100410033312' ping_count='0' status='2' title='Un aiuto concreto a Manolo, a Costantino e agli altri brigatisti nelle intenzioni' week_number='201014'><text>di &lt;b&gt;Valerio Evangelisti&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Manolo2.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Manolo2.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;209&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Sebbene tutte le prove a carico si siano rivelate inconsistenti (a partire dal famoso codice segreto per evitare lintercettazione delle e-mail, reperibile su vari siti Internet), &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2010/02/003359.html#003359&quot;&gt;Manolo Morlacchi e Costantino Virgili&lt;/a&gt;, arrestati il 18 gennaio nellambito della stagione di caccia al brigatista presunto iniziata il 10 giugno 2009, continuano a vagare di carcere in carcere. Attualmente sono detenuti in Calabria, a Siano, vero e proprio magazzino riservato a questa categoria di prigionieri. Forse è la tappa definitiva.
Il fatto è che la caduta delle prove materiali non annulla lipotesi associativa, consistente nella generica volontà di dar vita, un giorno o laltro, a una riedizione delle Brigate Rosse, o a qualcosa di simile. Certo, non lo avevano ancora fatto, però avrebbero potuto farlo, col tempo.</text><text_more>Soprattutto su Manolo gravano almeno due indizi pesanti come macigni: 1) è figlio di genitori brigatisti, e li ha dipinti con affetto in un libro autobiografico; 2) possedeva una copia di &lt;b&gt;Stato e rivoluzione&lt;/b&gt; di Lenin, il che, secondo gli inquirenti, dimostra la sua natura di uomo cattivo e di potenziale terrorista.
[Qui mi autodenuncio: per molti anni ho posseduto addirittura i 45 volumi delle &lt;i&gt;Opere complete&lt;/i&gt; di Lenin, prima di accorgermi che non sarei mai riuscito a leggere tutto quel malloppo e di regalarlo a un amico; il che dimostra che sono uomo cattivissimo e terroristissimo.]
Chi non sia convinto di questo quadro istruttorio assai traballante e voglia aiutare Manolo, Costantino e tutti gli altri incarcerati può farlo molto concretamente, con un versamento su conto corrente o un bonifico a favore di:

&lt;b&gt;Associazione Solidarietà Parenti e Amici
conto corrente postale
80152077

Bonifici bancari nazionali (bban):
i-07601-12100-000080152077

Bonifici bancari internazionali (iban):
it-94-i-07601-12100-000080152077&lt;/b&gt;

Nella causale, scrivere:
Per Manolo e Costantino (se la donazione è per loro due)
Inchiesta 10 giugno (se è per tutti gli implicati nello stesso procedimento)
Inchiesta 12 febbraio (se è per gli altri brigatisti &lt;i&gt;in pectore&lt;/i&gt; della cosiddetta Operazione Tramonto, condannati a 110 anni di prigione).

Poi, per sgravarvi la coscienza, la prima volta che udite un vecchietto al bar che dice Qui ci vorrebbero le Brigate Rosse (mi è capitato pochi giorni fa), denunciatelo.
Intanto guardate in questo &lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/watch?v=Z_gwHTNe5HU&quot;&gt;video&lt;/a&gt; il subdolo Manolo che, per distogliere i sospetti dalla sua passione per la clandestinità, presenta in pubblico il suo libro, con la ghigna feroce che lo contraddistingue. 

</text_more></entry>
<entry id='3427' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3427' author_id='13' authored_on='20100420000842' basename='intervista_a_romano_alquati' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100420000842' modified_on='20100419230618' ping_count='2' status='2' title='Intervista a Romano Alquati' week_number='201016'><excerpt>&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;o.perai.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/o.perai.jpg&quot; width=&quot;36&quot; height=&quot;24&quot; border=&quot;0&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt; Romano Alquati ricorda gli inizi della sua avventura politica negli anni Sessanta.</excerpt><text>a cura di &lt;b&gt;Guido Borio, Francesca Pozzi, Gigi Roggero&lt;/b&gt;&lt;img alt=&quot;o.perai.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/o.perai.jpg&quot; width=&quot;180&quot; height=&quot;136&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;

In ricordo di &lt;b&gt;Romano Alquati&lt;/b&gt;, scomparso il 3 aprile scorso, pubblichiamo alcuni stralci iniziali dall&apos;intervista compresa nel volume &lt;a href=&quot;http://www.deriveapprodi.org/estesa.php?id=214&quot;&gt;&lt;b&gt;Gli operaisti. Autobiografie di cattivi maestri&lt;/b&gt;&lt;/a&gt; (a cura di Guido Borio, Francesca Pozzi, Gigi Roggero, Derive e Approdi, Roma 2005, pp. 325,  20). Romano Alquati è stata una figura di primissimo piano nell&apos;elaborazione teorica e pratica che ha dato vita all&apos;&lt;a href=&quot;http://www.deriveapprodi.org/estesa.php?id=341&quot;&gt;operaismo degli anni Sessanta&lt;/a&gt; attraverso riviste come &lt;a href=&quot;http://it.wikipedia.org/wiki/Quaderni_rossi&quot;&gt;&lt;i&gt;Quaderni rossi&lt;/i&gt;&lt;/a&gt; e &lt;i&gt;Classe operaia&lt;/i&gt;.

&lt;b&gt;Qual è stato il tuo apprendistato politico?&lt;/b&gt;

Verso la fine del 55 con Montaldi ci dicemmo che non si poteva continuare con la disperazione e langoscia dostoijewskiana, bisognava acquistare efficacia nel provare a cambiare qualcosa del mondo; mentre la cultura tradizionale della sinistra era basata sulla storia e la filosofia, noi dovevamo studiare soprattutto economia e sociologia. E così facemmo per alcuni anni.</text><text_more>Cominciai applicando la scienza sociale che apprendevo soprattutto alla questione della burocrazia. Nel 57, ottenuto finalmente il passaporto, feci il mio primo viaggio a Parigi con Danilo. Conobbi Castoriadis, Léfort, Morin, Goldmann, Lyotard e altri. Entrai in corrispondenza con alcuni di «Socialisme ou barbarie» e di «Pouvoir ouvrier», in specie con Daniel Mothé, che verrà a trovarci a Cremona. 
&lt;img alt=&quot;QRossi.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/QRossi.jpg&quot; width=&quot;146&quot; height=&quot;204&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Nellinverno del 57, in un secondo e meno breve soggiorno milanese, con laiuto di Carniti fui un sindacalista in prova nella zona di Piazza Napoli e a Corsico. Stava iniziando il grande boom nella re-industrializzazione. Presi contatti con fabbriche grandi e piccole, soprattutto tayloristiche e proto-fordiste, e con lavoratori milanesi ed immigrati, anche se non ancora dal Sud. Era lanno dopo i fatti dUngheria, e nellautunno lo stesso Di Vittorio aveva parlato del primo «autunno caldo», soprattutto milanese, sebbene a Torino il movimento operaio tradizionale fosse stato duramente sconfitto. Non volli diventare sindacalista, così allinizio della primavera del 58 tornai a Cremona. Con lesperienza indiretta e diretta di unintera fase storica danticipo rispetto al movimento operaio locale, ma con un certo anticipo pure rispetto al ritardatario movimento operaio ufficiale dellItalietta, che magari cominciava a non essere più tale, sebbene con anni di ritardo rispetto agli Usa e perfino alla Francia.

[...] Allinizio del 60 ho conosciuto Pierluigi Gasparotto, che allora viveva già in via Sirtori, e con lui ho cominciato ad assaggiare le nuove inchieste nelle fabbriche milanesi. Nellestate del 60 ci siamo trasferiti a Torino. Qui è cominciata una nuova fase della mia vita. 
I fatti vissuti torinesi di cui mi ricordo con maggior piacere sono: i primi colloqui (procurati da della Rocca, ma poi allargatisi spontaneamente su indicazione degli stessi intervistati) con operai FIAT nelle loro case; il ritrovamento in un buio antro senza finestre della vecchia Camera del lavoro delloriginale del volantino che proclamava linsurrezione di Torino nel 45; la mia relazione sulle «giovani forze» (letta nel salone della Federazione del Psi nel 61); la redazione con Soave di uno schema di colloquio onnicomprensivo e i colloqui successivi della seconda ondata senza Panzieri di mezzo (sarà lui a rivenirci a cercare nellautunno del 61); la riuscita dei primi scioperi alla Fiat rinnovata nel 61; lorganizzazione a Stura, sotto la tettoia del tram ed in una piola, insieme a Romolo Gobbi e a Banzato della risposta allaccordo separato della Uil che diverrà la celebre rivolta di piazza Statuto, e la redazione (appoggiato sul tetto di unauto sotto il palazzo della Uil stessa) di un documento che rilanciava la lotta; momenti del grande sciopero della Lancia (che fu anche loccasione dellinizio della mia rottura definitiva con Panzieri); le interviste e lo sciopero allOlivetti di Ivrea; gli operai che nel 65, tre anni dopo, avevano ancora con sé la copia spiegazzata del «Gatto selvaggio».

&lt;b&gt;Nel ricordo del tuo percorso formativo cè un accenno esplicito al problema della cultura e alla ricerca di una «differenza culturale».&lt;/b&gt;

Io, come Gasparotto e qualcun altro, fummo sempre trattati dai sostenitori intellettuali nostrani di sinistra di Panzieri e dei «suoi» «Quaderni rossi» prima, e poi dai sostenitori analoghi di «Classe operaia», e a dire il vero anche da alcuni collaboratori romani di queste riviste, come dei bruti rozzi e ignoranti perché ritenuti privi di «cultura esplicita» umanistica, ossia (alla maniera tradizionale) perché giudicati privi di dottrina storico-filosofica e letterario-artistica. Ma era un giudizio sbagliato: noi tenevamo nascosta la nostra cultura umanistica perché non la consideravamo importante; anzi per certi aspetti allora ci sembrava negativa! Però in una nostra polivalenza, sapevamo di averne anche più di loro, che si specializzavano, ma fuori della specializzazione rispettiva spesso sapevano poco. 
&lt;img alt=&quot;Operaismo.JPG&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Operaismo.JPG&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;187&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Ad esempio, in seguito, benché avessi fatto lavoro professionale in vari istituti di ricerca scientifica, malgrado mi sia laureato a Torino prima nellindirizzo economico con una tesi deconometria e fossi uno dei rari in Italia a conoscere Lazarfeld e ad aver fatto ricerche multivariate alla Hymann, analisi fattoriali ecc., per il semplice fatto di parlare e usare nel giro operaista metodi qualitativi, non sono stato creduto un vero «scienziato» sociale.
Fra laltro ho fatto anche qualche esplorazione «empirica» di quali erano le funzioni effettive della «cultura umanistica» nella nostra società dopo il boom. Anche nel giro delloperaismo politico quello della «cultura esplicita» è un nodo importante. E molto significativo luso che ne ha fatto sempre Toni Negri, il quale fra laltro fu di estrazione sociale piuttosto umile, il che ai miei occhi aumentava il suo merito. Lui parlava del «lavoro culturale» come faccenda di tattica, una specie di copertura necessaria anche a uscire dallisolamento, ottenere sostegni nellarretratezza del mondo della sinistra culturale ed accademica italiana. Toni era consapevole dellambiguità della faccenda, e in maniera diversa anche il Cacciari del pensiero negativo, e il Tronti di allora. Ma altri no: per me esemplare è stata la vicenda di Asor Rosa, la più divergente dalla mia.

Il fatto che conta in queste misere storielle è che malgrado certe prese di posizioni nietzscheane contro i valori, alcuni abbisognavano di unemancipazione personale mediante un ingresso, tradizionalmente specialistico inoltre, nella cultura umanistica accademica, per cui contraddicevano in tutta la loro pratica «professionale» certe loro sparate trasgressive. Asor Rosa voleva salire dove io era nato, e dopo il mio tracollo ed espulsione da quel mondo ne avevo piuttosto disprezzo. Un altro nodo è limportanza che si dà alla propria professione. Alcuni di noi lavevano messa in secondo e terzo piano, o non l&apos;avevano neppure, vi avevano rinunciato! E poi quale professione uno va a scegliersi: noi anche per sopravvivere, come proletaroidi, noi della ricerca partecipata e conricerca cercammo di fare dei lavori che potessero servirci anche per la nostra militanza politica. Quello che conta di questa vicenda è che mentre da un lato non riuscii mai a fare davvero passare in quei contesti «operaisti» la questione della «soggettività operaia», non trovai nemmeno la conoscenza e la sensibilità necessaria a discutere e trattare della «cultura esplicita», e ad attaccare a fondo larretratezza culturale degli intellettuali di sinistra italiani.
Non si trattava soltanto di superare la contrapposizione  pure crociana, gramsciana e storicista  fra la cultura umanistica, la scienza sociale e la cultura tecno-scientifica, ma piuttosto di combinarle con un taglio trasversale entrambe, però in una maniera peculiare, e questo contava anche per il nostro metodo. Bisognava portare molto più a fondo lo studio, la ricerca, lesplorazione di questa peculiarità. E lasciar perdere tutto il resto! Dovevamo quindi dedicarci a scavare nei fondamenti metodologici e anche epistemologici della scienza sociale e della sociologia. 
Alcuni di noi campavano con la ricerca sociologica, che era considerata dai più nelloperaismo politico degli anni Sessanta una questione privata. Invece volevamo che se ne discutesse anche in termini «pubblici»: ci sembrava che largomento già meritasse osservazione, ricerca, studio e riflessione, anche «politica», verso luscita dal labirinto del feticismo del capitale. Ma nella ricerca e conricerca che facevamo, come gruppi che si richiamavano criticamente alla classe operaia e alla tradizione storica del comunismo (che si diceva scientifico in maniera abbastanza oggettivistica, e nel 900 non mise più in questione la scienza galileiana), noi non eravamo certo degli scienziati sociali tipici. Infatti in questo impegno militante collettivo cercavamo di tagliare trasversalmente la scienza sociale galileiana per «soggettivizzarla» anche in senso politico, nei metodi e nei contenuti, tenendo conto della ricomposizione e risoggettivazione di classe di quegli anni, oltre che delle nuove determinazioni della società specifica in rinnovamento verso lintegrale attuazione della società-fabbrica occidentale. Il problema era di usare la scienza guardando ad esempio alle critiche di Nietzsche, dei fenomenologi, degli esistenzialisti, dei cosiddetti scienziati dello spirito, di Freud e più sotto di Jung. E poi pure cercando un vaglio critico di vari altri interessanti pastrocchioni che, come Morin, proponevano ambigue ma interessanti insalate, e guardando molto ad alcuni scienziati e filosofi, compresi certi politologi. 
Questa diventava la questione della teoria e della pratica politica «di parte operaia» da tenere distinte ma mai separate, e delleventuale riproposta, critica oppure no, di un nuovo tipo dintellettuale organico, dello scambio coi militanti operai ed i militanti politici operai, della formazione reciproca di entrambi, della posizione decisiva del metodo, della questione di unélite magari interna alla classe. Se loperaismo doveva davvero essere «politico» ed in un significato particolare, cera da fare un immenso lavoro di scoperta, di produzione e dacquisizione di unenorme e in gran parte nuova conoscenza e di critica di questa, di sperimentazione ed esplorazione.

&lt;b&gt;Perché hai parlato di «secondo operaismo politico»?&lt;/b&gt;

Loperaismo italiano degli anni Sessanta e Settanta era definito «politico» dai protagonisti stessi. Perché ci sono stati altri operaismi ai quali essi si sono espressamente contrapposti e dai quali sono stati anche duramente attaccati. Cè stato e cè ancora fra laltro loperaismo populista ed assistenziale (di derivazione cristiana), loperaismo sindacale, e una combinazione dei due; e questi si sono caratterizzati nel considerare gli operai come una «quota debole» della popolazione, e quindi bisognosa daiuto; questi operaisti amavano gli operai, l&apos;operaità stessa. Gli operaisti «politici» al contrario sinteressavano ai proletari operai perché, contro ogni universalismo, li vedevano come una parte forte, una forza. Una forza-parte almeno potenziale da cercare di mobilitare per ottenere la trasformazione generale e radicale del sistema sociale capitalistico complessivo e da conseguirsi mediante una capacità dinfluire, un potere, sui centri di decisione dellintero movimento del sistema sociale, e in specie di riuscirci mediante il partito politico, come organizzazione di quella parte contro il capitalismo detentore dellinsieme. Ci sono stati però pure movimenti (come ad esempio poi la Cisl ed in specie la Fim di Carniti, la Fiom un poco, e frange del Pci) che si sono mossi almeno a tratti al confine fra i due operaismi.
&lt;img alt=&quot;madsmisg08.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/madsmisg08.jpg&quot; width=&quot;149&quot; height=&quot;109&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Inoltre, si trattava di un secondo operaismo politico perché, anche per certe condizioni di ritardo ed arretratezza del capitalismo italico ancora agli inizi degli anni Sessanta e nella reindustrializzazione post-bellica, in specie nella rivista «Quaderni rossi» si guardò molto al primo operaismo politico, quello social-comunista a cavallo fra i due ultimi secoli, col suo modello di partito di massa non più solo di opinione ma di organizzazione dellagire politico, riferita agli operai di mestiere. E in specie al modello bolscevico. Per questo si trattò di una ripresa, di un ritorno, o di una regressione. Però ci tengo a precisare che a Torino nel 60-61, prima e al di fuori della nascita dei «Quaderni rossi» di Panzieri, il gruppo dei conricercatori si era mosso esplorativamente e sperimentalmente sia forzando la tradizione consigliare verso nuovi modelli, sia cercando di andare oltre la politicizzazione di peculiari momenti della lotta e dei movimenti più propri delloperaio-massa.

Formulerei la seguente ipotesi generale sul secondo operaismo politico e sulla notevole importanza che ebbe in Italia (ma la vicenda italiana interessò pure operaisti politici di altri paesi europei ed anche extraeuropei). La sua importanza è stata soprattutto nellanticipazione, nel fatto che, anche per il ritardo dellingresso generalizzato dellindustria italiana nella «seconda fase» tayloristico-fordista, alcuni peculiari intellettuali piuttosto comunisti seppero anticipare dalcuni anni larretrato movimento operaio «istituzionale» italiano funzionando come una vera avanguardia a partire da alcuni punti traenti. Questi «secondi operaisti politici», ed in particolare quelli che erano passati per la conricerca dal 57 al 62, compresero studiando direttamente il come e le conseguenze, che sia il cosiddetto taylorismo come organizzazione scientifica di massa del lavorare operaio, sia il cosiddetto fordismo come nuova politica di salari meno bassi per il consumo di massa della nuova produzione, cambiavano la società industriale capitalistica anche italiana introducendo una nuova ambivalenza, in cui criticare e combattere la faccia negativa ma valorizzare quella positiva della medaglia. Una nuova rappresentazione della società industriale capitalistica fu introdotta in una sinistra in cui sia lintellettualità sia la leadership italiana era ancora ferma ad una visione ottocentesca del capitalismo e della società, dellindustrialità e del lavoro. Ciò avvenne pure attraverso la conoscenza (rarissima a sinistra) di unimportante letteratura internazionale, anche di grande destra. Questi giovani intellettuali erano già convinti che la vecchia visione e strategia socialcomunista che aveva come referente la prima antica operaità delloperaio «professionale» (il quale si muoveva nella stessa cultura dellaltra parte dellartigiano dimidiato, ossia della borghesia imprenditoriale, e quindi era scientista, tecno-scientista, sviluppista, per la programmazione totale ed autoritaria, sacrificista e universalista) era chiusa in un labirinto che ritroviamo anche nel pensiero di Marx, della socialdemocrazia classica e poi degli stessi bolscevichi. Non avrebbe mai potuto trovare la strada per uscire dal capitalismo uscendo dalla classe operaia stessa senza una nuova teoria e strategia, e un nuovo soggetto sociale per farla camminare.
Ma il nuovo referente sociale forte, potente e collettivamente forte anche se singolarmente debole ormai cera: era proprio quello che fu chiamato loperaio-massa di nuova e seconda operaità e soggettività operaia, che la nuova organizzazione scientifica e razionalizzata del lavorare stava diffondendo pure in Italia. Giovani operai senza qualificazione singolare, unskilled, ma abbastanza scolarizzati, provenienti da famiglie di contadini e piccola borghesia proletarizzati che il movimento operaio socialcomunista riteneva a torto estranei e refrattari alla lotta di classe contro il capitalismo, eso-aggregati scientificamente dal nuovo capitalismo. Questi nuovi operai avevano per slogan «più soldi e meno lavoro», e potrebbero essere definiti dei nichilisti fordisti, potenzialmente mobilitabili pure contro se stessi. Era la «rude razza pagana» che tanto ha scandalizzato il populismo. 
Ma anche questo nuovo referente operaio aveva i suoi limiti, e solo una nuova organizzazione politica poteva portare verso il loro superamento la nuova classe operaia in ricomposizione. Parve subito a molti secondi operaisti politici che mentre la loro rappresentazione socio-economica ed in alcuni casi anche antropo-culturale fosse adeguata e importante, essi non sapevano e soprattutto i più nemmeno vollero elaborare una linea politica e, soprattutto limitati dalla tradizione «organizzativista» del socialcomunismo classico, una concezione del comunismo e del partito comunista adeguata alle condizioni nuove; e rimasero anchessi fermi allimitazione della banca del 1910, così intendendo il «leninismo». Così si votarono al fallimento, rapido.
Allinterno di questo secondo operaismo politico si distinguono però almeno due momenti e vicende abbastanza diverse, soprattutto per la scala dellagire. Mentre intorno alle prime due riviste si mossero poche centinaia fra intellettuali e militanti, e inoltre il partito di massa al quale si guardò sperando di trasformarlo è stato il Pci, dal 69 (a mio parere lanno in cui la lotta di classe operaia italiana raggiunse il suo culmine) i nuovi periodici interessarono decine di migliaia di militanti diversamente collocati nel lavoro-occupazione, e allora alcuni «gruppi» cominciarono a considerare se stessi il partito e soprattutto si contrapposero al Pci, sebbene adottando a loro volta il vecchio modello bolscevico di partito. Entrambi fallirono.
Oggi siamo in unaltra ulteriore particolare transizione e passaggio di fase: da un lato si ripropongono molte questioni che già si erano poste nella precedente transizione al taylorismo-fordismo, e dallaltro molte peculiari questioni odierne hanno le loro radici in Italia nelle vicende di quegli anni.

&lt;b&gt;Su Romano Alquati: testi di

&lt;a href=&quot;http://www.globalproject.info/it/in_movimento/La-liberta-operaista/4470&quot;&gt;Gigi Roggero&lt;/a&gt;
&lt;a href=&quot;http://www.bolognacittalibera.org/profiles/blogs/romano-alquati-e-morto&quot;&gt;Franco Berardi &quot;Bifo&quot;&lt;/a&gt;
&lt;a href=&quot;http://www.nazioneindiana.com/2010/04/08/radio-kapital-romano-alquati/&quot;&gt;Sergio Bologna&lt;/a&gt;</text_more></entry>
<entry id='3428' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3428' author_id='4' authored_on='20100411030625' basename='lorenzo_calza_la_commedia_e_fi' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100411030625' modified_on='20100411031327' ping_count='1' status='2' title='Lorenzo Calza: LA COMMEDIA E&apos; FINITA' week_number='201015'><text>di &lt;b&gt;Marco Meneghelli&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Calza-LaCommedia.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Calza-LaCommedia.jpg&quot; width=&quot;125&quot; height=&quot;223&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Lorenzo Calza, &lt;i&gt;La commedia è finita&lt;/i&gt;, Robin Edizioni, Roma, 2009, pp. 323, ill.,  12,00.

&lt;i&gt;La commedia è finita&lt;/i&gt;, opera prima di Lorenzo Calza, è romanzo che restituisce in modo semplice e altamente leggibile la costruzione di una trama complessa, fatta di fili che si intrecciano e di nodi che solo alla fine (della commedia) vengono al pettine. Il genere di riferimento è certamente il noir, di autori come McBain e il &quot;nostro&quot; Scerbanenco, ma il romanzo non rimane ancorato solo alla narrativa di genere, avendo una portata più &quot;universale&quot; che travalica i limiti imposti dal genere. Altri riferimenti, altri sottotesti, sono certamente un rinvio ai conflitti familiari tipici delle tragedie shakespeariane, e un respiro narrativo che ricorda uno scrittore come Raymond Carver. </text><text_more>Algo Lenzi, ex-reporter di guerra in pensione, si trova a indagare sulla misteriosa catena di delitti che insanguina una famiglia di ceceni immigrati in Italia. In questa indagine sarà affiancato dallamico Zambo e dalla moglie Bea. A questa linea narrativa se ne aggiungerà presto una seconda, lindagine contemporanea di Algo sulla morte del figlio Matteo, deceduto in circostanze non del tutto chiare sul suolo della guerra afgana. Verranno così a intrecciarsi almeno due storie, due indagini, a rendere il fitto intreccio un susseguirsi di delitti inspiegati. Fino alla risoluzione conclusiva.

L&apos;universalità ultragenere della scrittura di Calza è data innanzitutto dal tema della sensazione. Calza, qui sta la novità della sua scrittura in uno con il suo stile, è scrittore di sensazioni, molto abile a conferire al testo e a far provare al lettore sensazioni dalle più alle meno intense, in una gamma che tocca pressoché tutti i toni e i colori del sentire. Calza non va letto con la testa ma con lo stomaco, con la pancia. 

Una particolarità del romanzo, tipicamente mcbainiana, è l&apos;assenza di un riferimento preciso, una descrizione definita univoca, o meglio un nome proprio, al luogo specifico in cui si svolge l&apos;azione. La geografia è molto presente nel romanzo, ma la città nella quale si svolge prevalentemente l&apos;azione non è mai nominata. Potrebbe essere Genova, città dove l&apos;autore vive e risiede, ma anche no - comunque una città portuale, con tutta la carica evocativa di un tale tipo di città: la nebbia, il freddo, i loschi e luridi luoghi del porto. Mancando il nome proprio della città, mancando il riferimento preciso, tutte le coordinate topologiche interne al testo vengono a dipendere dalla descrizione senza riferimento univoco, dalla abilità descrittiva, dal nome generico (la città), aumentando così la carica evocativa del testo. E anche questa caratteristica contribuisce a universalizzare il carattere del testo romanzesco di Calza. Tale tecnica peraltro non gli è nuova e gli viene molto probabilmente dalla ormai pluriennale pratica di sceneggiatore del fumetto bonelliano &lt;i&gt;Julia&lt;/i&gt;, in cui è da notare come la città in cui è ambientata lazione sia data questa volta da un nome immaginario, Garden City.

Altro tratto che caratterizza la specificità di questo testo è la delineazione di un mondo in cui valori e disvalori sono nettamente tracciati, senza far perdere al romanzo in complessità, nei personaggi, nell&apos;intreccio, nella trama. Si capisce da che parte sta il bene e da che parte sta il male, ma il male viene riguardato con sguardo atto a comprenderlo (la famiglia cecena e altamente criminale dei Noukhaev), e il bene non è mai scontato , è sempre piuttosto una conquista della fatica di vivere (esemplificata dal rapporto tra Algo e Bea Lenzi, i due protagonisti, marito e moglie, con un figlio perduto prematuramente).

Due famiglie, due storie completamente diverse che qui nel romanzo si incontrano e si intrecciano creando, appunto, l&apos;intreccio. Da una parte linvestigatore Algo Lenzi, coadiuvato dalla moglie, lettrice onnivora di gialli e polizieschi, dallaltra i Noukhaev, colpiti da una serie di morti violente, e stavolta vittime e non carnefici, carnefici vittime di altri carnefici, di squali più grossi. Di nuovo fa così capolino il tema familiare del grande commediografo inglese. 

&lt;i&gt;La commedia è finita&lt;/i&gt; è un romanzo familiare in più sensi, non ultimo in quello di &quot;aria di famiglia&quot;, per il senso di familiarità che si prova nel leggerlo, e quindi di ritrovata dimora e riposo nella lettura: essere e ritrovarsi di nuovo a casa, in questo consiste l&apos;esperienza del lettore. 

E non manca neanche un altro senso, la somiglianza di famiglia di wittgensteiniana memoria, famiglie così diverse ma in fondo così simili, accomunate dalla sofferenza per la morte di familiari, morte che, essa, non è mai davvero famigliare, ma è irruzione della totale alterità del nulla in un contesto di famiglia. Familiare ma non familista, qui la famiglia è centrale senza essere però elevata a unico valore possibile. Piuttosto essa è luogo e intreccio di relazioni dentro e fuori.

Ottima opera prima, scritta con stile fluido e secco, anticipa, visto che è uscita circa un anno fa, le sensazioni e i temi di un film come &lt;i&gt;Brothers&lt;/i&gt;, che le assomiglia per molti aspetti, a partire dal &quot;familiarissimo&quot; titolo. E se Calza sa anticipare sensazioni, trame, eventi (non ultimo, il recente attentato di matrice cecena a Mosca che è in qualche modo prefigurato nel romanzo), significa che c&apos;è stoffa, per cui non possiamo che attendere serenamente e con un po di impazienza luscita del suo prossimo lavoro, sia esso una continuazione della storia e delle vicende di Algo e Bea o unopera completamente nuova.

</text_more></entry>
<entry id='3429' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3429' author_id='4' authored_on='20100413013136' basename='appello_urgente_per_narciso_isa_conde_al_presidente_della_repubblica_dominicana' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100413013136' modified_on='20100413050052' ping_count='0' status='2' title='Appello urgente per Narciso Isa Conde al Presidente della Repubblica Dominicana' week_number='201015'><text>di &lt;b&gt;Annalisa Melandri e Fabrizio Lorusso&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;NarcisoIsaConde.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/NarcisoIsaConde.jpg&quot; width=&quot;190&quot; height=&quot;138&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Narciso è un amico giornalista e uomo politico dominicano, militante del Partito Comunista, combattente durante la rivoluzione dominicana del 1965 e nella resistenza contro linvasione statunitense; fu più volte esiliato a partire dallinizio degli anni sessanta da quando lottava contro la tirannia del dittatore Rafael Leonidas Trujillo. E&apos; un militante solidale e combattivo che all&apos;inizio di febbraio di quest&apos;anno non ha esitato a offrire la sua ospitalità ed esperienza a Santo Domingo a me e Diego Lucifreddi quando ci trovavamo lì in partenza alla volta di Haiti per aiutare la popolazione dopo il terremoto (&lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2010/02/003341.html#003341&quot;&gt;vedi diario di viaggio&lt;/a&gt;). In seguito a ripetute minacce contro la sua persona e la sua famiglia e ad alcuni attentati contro la sua vita, è quindi doveroso riportare l&apos;appello per lui lanciato da Annalisa Melandri che verrà consegnato alla sede diplomatica della Repubblica Dominicana in Italia.
&lt;i&gt;
Appello dallItalia al Presidente della Repubblica Dominicana Leonel Fernández affinché si attivi per proteggere lincolumità di Narciso Isa Conde e della sua famiglia e perché impedisca la realizzazione del piano criminale colombiano-statunitense volto alleliminazione del noto dirigente comunista dominicano.&lt;/i&gt;</text><text_more>Al presidente della Repubblica Dominicana Leonel Fernández.

Narciso Isa Conde, intellettuale e dirigente della sinistra rivoluzionaria dominicana, già Segretario Generale del Partito Comunista Dominicano, figura storica nel suo paese nella lotta contro limperialismo statunitense, ha partecipato attivamente nel 1965 alla Rivoluzione di Aprile che aveva lintento di riportare al governo il presidente legittimo Juan Bosch, deposto da un colpo di Stato realizzato con lintervento degli Stati Uniti a soli sette mesi dalla sua elezione. Isa Conde ha sofferto per questa attiva partecipazione alla liberazione del suo paese il carcere, la persecuzione e lesilio.

Egli, sempre coerente nel suo costante impegno rivoluzionario caratterizzato dalla solidarietà internazionalista verso i movimenti di liberazione dei popoli oppressi, non ha mai discriminato nessuna forma di lotta, incluso quella del popolo colombiano. Attualmente fa parte della presidenza collettiva del Movimento Continentale Bolivariano e da anni si batte per una soluzione politica e negoziata del conflitto contrapposta alla soluzione militare di sicurezza democratica perseguita dal governo di Álvaro Uribe. Egli inoltre da tempo denuncia i crimini e le violenze che impunemente vengono commesse in Colombia dai paramilitari e dallo stesso esercito colombiano.
Per questo è oggetto attualmente di una campagna di diffamazione basata su falsità e montata con lappoggio dei media filogovernativi. Recentemente Álvaro Uribe lo ha definito leader terrorista.

Narciso Isa Conde continua oggi a denunciare piani criminali per attentare alla sua vita organizzati dal governo di Álvaro Uribe Vélez e dai suoi apparati militari e paramilitari in combutta con la Cia.

E già stato oggetto a Santo Domingo di due attentati che soltanto per il sangue freddo degli uomini della sua scorta, e per la folla presente in quel momento, fortunatamente non sono riusciti. Nel mese di maggio dello scorso anno, sua moglie, mentre si trovava nellaeroporto di Miami in transito verso altra destinazione, è stata fermata e ammanettata dalle autorità statunitensi e obbligata a ritornare nel suo paese applicandole le norme più restrittive delle leggi migratorie in quanto parente di un sostenitore del terrorismo. Il divieto di transito negli Stati Uniti è stato esteso anche ai figli di Isa Conde.

Sappiamo che lo stesso Presidente Leonel Fernández è già al corrente di questi fatti e ha assicurato che avrebbe fatto il possibile per chiarire le circostanze in cui sono avvenuti.

Secondo le denunce dello stesso Isa Conde, , già rese pubbliche alla stampa, in tali piani criminali vi sarebbero coinvolti una diplomatica di nazionalità colombiano-statunitense di cognome Arena, funzionaria dellambasciata degli Stati Uniti in Repubblica Dominicana, laddetto militare dellambasciata colombiana e il generale Mario Montoya attualmente ambasciatore colombiano in Repubblica Dominicana (sul quale pendono gravissime accuse di collusione con i paramilitari nella realizzazione del massacro di San José de Apartadó ed altri).

Chiediamo pertanto al Presidente Fernández, attraverso la rappresentanza diplomatica della Repubblica Dominicana in Italia:

che adotti misure valide sia a livello nazionale che internazionale volte alla protezione della vita di Narciso Isa Conde,

che intraprenda indagini serie ed accurate sulle denunce emesse dallo stesso Isa Conde e che le renda note quanto prima,

che si attivi presso le autorità statunitensi per chiarire e risolvere la posizione migratoria di lui e della sua famiglia e che venga pertanto assicurato loro il diritto a viaggiare e agli spostamenti.

Lambiguità che fino a questo momento ha caratterizzato lagire rispetto a quanto sopra del Presidente Leonel Fernández non può essere tollerata con limpegno che un governo deve mettere rispetto alla protezione della vita di tutti suoi cittadini dallarroganza, violenza e prepotenza di potenze straniere.

Noi firmatari del suddetto appello confermiamo il nostro incondizionato appoggio a Narciso Isa Conde e alla sua famiglia e speriamo nella realizzazione di una massiccia campagna internazionale per la difesa della vita di tutti/e i/le militanti dellAmerica latina e del mondo minacciati/e dalla mano criminale del regime colombiano presieduto da Álvaro Uribe Vélez e patrocinato dai falchi del Washington.

Per sottoscrivere lappello: annalisamelandri@yahoo.it

&lt;b&gt;Prime adesioni:&lt;/b&gt;

&lt;b&gt;Associazioni:&lt;/b&gt;
Annalisa Melandri attivista per la difesa dei diritti umani
Associazione nazionale Nuova Colombia
Associazione Italia- Cuba circolo Campi Flegrei
Selvas.org - Osservatorio Informativo Indipendente Americas Martin E. Iglesias, giornalista, presidente
Circolo Bolivariano &quot;José Carlos Mariategui&quot;  Napoli
Associzione &quot;L&apos;Internazionale&quot; -Napoli
Centro Culturale &quot;La Città del Sole&quot; - Napoli
Redazione Qui News

&lt;b&gt;Individuali:&lt;/b&gt;
Valentino Morandini
Fabrizio Lorusso
Roberto Antonucci, Spezzano Albanese (CS)
Antonio DAngelo, architetto, Napoli
Giorgio Sabaudo
Gavino Puggioni
Mauro Pigozzi
Carmelo Sorbera
Salvador Tió, Coordinatore Mcb Puerto Rico
Chiara De Marchis
Carolina Gala
Fulvio Grimaldi, giornalista, documentarista
Sandra Paganini, segretaria Circolo della Tuscia dell&apos;Ass. Naaz. Italia-Cuba
Anna Palmisano
Nello Margiotta
Claudio Bassetti
Elio Bonomi
Grazia Bollazzi
Danilo Pinzo
Dante Castro Arrasco, Lima
Antonio Mazzeo giornalista, scrittore
Valerio Evangelisti, scrittore</text_more></entry>
<entry id='3430' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3430' author_id='19' authored_on='20100412111524' basename='lultima_crociata' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100412111524' modified_on='20130320180608' ping_count='0' status='2' title='L&apos;Ultima Crociata' week_number='201015'><text>di &lt;b&gt;Alessandra Daniele&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Crociata.JPG&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Crociata.JPG&quot; width=&quot;164&quot; height=&quot;216&quot; border=&quot;0&quot;hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Il corpulento cardinale si accasciò sulla poltrona, sbuffando.
- Cristo, siamo nella merda!
- E&apos; un invocazione? - sogghignò il gesuita segaligno.
- Vaffanculo - brontolò il cardinale, con un&apos;occhiata sbieca - ci stanno sputtanando in tutto il mondo, e tu hai ancora voglia di cazzeggiare? Dobbiamo trovare un modo per uscire da questo casino, subito!
- Se fosse davvero un casino, tu non avresti voglia di uscirne.
Il cardinale afferrò un pesante crocifisso intarsiato, e lo tirò contro il gesuita, mancandolo di poco.
- Almeno io non sono un succhiacazzi come te!
- Solo maggiorenni - sibilò il gesuita. E se tutti fossero come me, non saremmo in questa merda.</text><text_more>La grinta rabbiosa del cardinale si trasformò in una smorfia avvilita.
- Che possiamo fare?
- Facciamo come gli americani.
- Bombardiamo un paese a cazzo di cane? 
Il gesuita raccolse da terra il crocifisso intarsiato.
- Abbiamo bisogno d&apos;un cambiamento d&apos;immagine.
- Senti, non ricominciare con le frociate mediatiche, riesumare la Sindone è stata un&apos;idea tua, e nonostante i tuoi marchettari della TV l&apos;abbiano strofinata dappertutto, non s&apos;è dimostrata un panno abbastanza grande per ripulire tutta la merda che ci sta arrivando addosso!
- Ma certo, quello è solo un diversivo momentaneo. Ci vuole altro - Il gesuita indicò la TV accesa a volume azzerato. Il cardinale inforcò gli occhiali.
- Che c&apos;entra Obama?
- Guardalo: &apos;&apos;cambiamento&apos;&apos; è stato il suo slogan. Tutti gli hanno creduto, e moltissimi continuano a credergli, a dispetto di ogni evidenza contraria. Sai perché?
Il cardinale si tolse gli occhiali.
- Perchè è negro?
Il gesuita annuì.
- Ecco quello che ci serve.
- Un Papa nero? - Il cardinale ridacchiò. Poi di colpo impallidì.
- Ma tu stai parlando di... - abbassò la voce - far fuori il vecchio?...- scosse violentemente la testa - No, no, quello ha cento occhi, quello è diabolico, è un nazista! Non potremmo &lt;i&gt;mai&lt;/i&gt; fotterlo col solito sistema!
Il gesuita puntò il telecomando, e alzò il volume della Tv.
«Nuove minacce di Al Qaeda all&apos;Occidente - annunciò la conduttrice - Nel mirino dei kamikaze stavolta c&apos;è la Chiesa Cattolica, e in particolare sua Santità il Papa...»
- Te l&apos;ho detto - sorrise il gesuita - facciamo come gli americani.</text_more></entry>
<entry id='3431' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3431' author_id='4' authored_on='20100416022549' basename='autori_vari_donne_a_perdere' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100416022549' modified_on='20100416031448' ping_count='0' status='2' title='Autori Vari: DONNE A PERDERE' week_number='201015'><text>di &lt;b&gt;Marilù Oliva&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;DonneAPerdere.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/DonneAPerdere.jpg&quot; width=&quot;130&quot; height=&quot;203&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;AA.VV., &lt;i&gt;Donne a perdere. Tre romanzi Sabot&lt;/i&gt;, a cura di M. Carlotto, E/O, 2010, pp. 435,  18,00.

&lt;i&gt;Donne a perdere&lt;/i&gt;, appena uscito per edizioni e/o, è unesperienza editoriale di estremo interesse sotto diversi aspetti. Innanzitutto è un volume costituito da tre romanzi sabot redatti da quattro autori (&lt;i&gt;Soluzioni finanziarie&lt;/i&gt; di Michele Ledda, &lt;i&gt;Sette giorni di maestrale&lt;/i&gt; di Ciro Auriemma e Renato Troffa, &lt;i&gt;Un amore sporco&lt;/i&gt; di Piergiorgio Pulixi), in secondo luogo è siglato da Massimo Carlotto il quale, già nella prefazione, propone alcuni spunti di riflessione sul metamorfismo del noir e sulla sua natura incline alla dissidenza: «Da qualche tempo il noir sta dando vita a esperienze che accentuano differenze e punti di vista spesso non conciliabili  con la concezione classica del genere. Credo si possa affermare che ormai sia sfuggito a ogni possibilità di catalogazione e che la sua velocità di trasformazione sia tale da aver messo a soqquadro le certezze di molti critici, scrittori ed editori. Daltronde il noir è sovversione per eccellenza.»</text><text_more>Si tratta di un progetto non solo editoriale, ma anche formativo e impregnato di sfumature sociali. Un progetto, quindi, e per spiegarlo parto dal significato etimologico del termine, dal latino &lt;i&gt;proicio&lt;/i&gt; (deriv. pro+iacere, un verbo che implica un tragitto cominciato e quindi un disegno proiettato nel tempo, un &lt;i&gt;proiectum&lt;/i&gt; appunto), un percorso costruttivo in cui, in questo caso, si mescolano lattenzione di un autore affermato, la volontà di quattro artisti riuniti attorno alla scrittura collettiva di &lt;i&gt;Perdas de Fogu&lt;/i&gt; (sempre avviata da Carlotto), lacribia nella documentazione, lattenzione verso tematiche scottanti, scomode, petrose.
Il tutto gravita attorno a donne a perdere, donne che si perdono e fanno perdere la testa, che hanno perso molto di sé, ma soprattutto donne perse in meccanismi consumistici, negli antichissimi giochi che da sempre soggiogano gli uomini: sete di potere e avidità di denaro, donne sconfitte dalle bramosie altrui, dagli inganni, dallo sfruttamento. Ogni romanzo affronta un fenomeno criminale diffuso, affonda nei suoi gangli pervasivi, ne svela i meccanismi perversi stampandolo su uno sfondo sociale che abbraccia differenti ceti.

&lt;b&gt;Michele Ledda&lt;/b&gt;, in &lt;i&gt;Soluzioni finanziarie&lt;/i&gt;, ha affrontato il tema dell&apos;usura attraverso fonti documentali costituite da testi giuridici e sociologici, rapporti annualmente redatti da associazioni come SOS Impresa e da quelle antiracket e anti-usura, da cronaca giudiziaria a livello italiano, da interviste ad associazioni e allo sportello antiracket e antiusura della polizia di Stato e da testimonianze di imprenditori incappati nell&apos;usura bancaria. Così spiega Ledda: «Da circa quattro anni sto seguendo il fenomeno dell&apos;usura perché dalle statistiche formulate circa il bilancio di Mafia SpA è sempre risultata una voce in forte crescita. Allo stato attuale contribuirebbe per circa 30 miliardi sugli oltre 130 complessivi stimati. Non mi interessava il fenomeno dell&apos;usuraio di quartiere o dell&apos;amico di famiglia, quanto quello perpetrato dalla criminalità organizzata, che ha finalità ben diverse. Questa infatti mira a entrare nei patrimoni delle imprese, a impossessarsene per poter controllare il territorio dal punto di vista economico e poter riciclare il denaro sporco. Volevo capire i confini tra l&apos;economia legale e quella organizzata. Esistono casi in cui sono gli stessi bancari che rifiutano i prestiti e segnalano a finanziarie, dietro le quali c&apos;è la criminalità, gli imprenditori in difficoltà economiche. In tempi di crisi le banche hanno ristretto in maniera più forte le possibilità di credito e questo per le organizzazioni criminali è un&apos;opportunità grandissima. Sanno quali sono le imprese in difficoltà, aspettano gli imprenditori fuori dalle banche dove magari gli è appena stato revocato o non concesso un fido. Colletti bianchi insospettabili dietro i quali vi sono strutture criminali organizzate come holding finanziarie. Volevo capire il perché l&apos;usura è un vero e proprio allarme sociale che strozza oltre 200 mila imprese in Italia e il perché nonostante vi sia dal 1996 una legge che ha di fatto trasformato il reato di usura da contro il patrimonio a contro la persona, con in più la previsione di fondi di solidarietà e di prevenzione, le denunce risultino in costante calo. Le lungaggini burocratiche per ottenere il mutuo previsto dal fondo di solidarietà non permettono di aiutare chi si espone con una denuncia, anzi paradossalmente il nemico rischia di diventare lo stesso Stato che sulla carta ti dovrebbe aiutare. La più breve prescrizione in cui è ricaduta  l&apos;usura con altri reati, spesso porta chi ha denunciato a ritrovarsi davanti il proprio estorsore, magari dopo che si è aggiudicato una sua proprietà all&apos;asta. Paradossalmente (uso le parole di Tano Grasso) a quella persona converrebbe sottostare al gioco della mafia. Continuare a fare l&apos;imprenditore solo in apparenza stipendiato dall&apos;organizzazione. Alla mafia conviene perché lo tratta come un commesso ma di fatto è lei la proprietaria dell&apos;impresa e ne dispone per i propri affari. L&apos;imprenditore smette di avere problemi, niente più interessi esosi da pagare, anzi... finisce per essere pagato per fare quello che meglio sa fare...»
 
&lt;b&gt;Ciro Auriemma &lt;/b&gt;e &lt;b&gt;Renato Troffa &lt;/b&gt;raccontano come sono approdati alla vicenda di &lt;i&gt;Sette giorni di maestrale&lt;/i&gt;, dopo essersi a lungo documentati sulla prostituzione invisibile attraverso la cronaca e il web: «Il primo passo lo abbiamo fatto nel momento in cui abbiamo &quot;accidentalmente&quot; saputo che in alcuni locali la nazionalità, il genere e l&apos;età dei dipendenti sembrava suggerire qualcosa di diverso rispetto a una semplice attività di ristoro. La cosa ci ha incuriositi, perché combaciava fin troppo bene con ciò che sapevamo dalla cronaca riguardo alle evoluzioni del fenomeno della prostituzione, e della prostituzione invisibile. Il tema ci interessa particolarmente anche dato il contesto in cui viviamo. L&apos;Italia, in questo momento, attraversa evidentemente un problema di genere che, purtroppo, affligge ambiti diversi, come è sotto gli occhi di tutti. Una volta scoperchiata la mole di documenti che siamo riusciti a raccogliere, l&apos;interesse è andato addirittura aumentando. Questo tema generale si declina però in una dimensione territoriale che non potevamo e non volevamo trascurare. Ed è lì che questi argomenti si sono incrociati strettamente con le dinamiche legate ai traffici illegali e al riciclaggio: contrariamente a quanto si pensi, infatti, la società sarda non è impermeabile agli insediamenti della criminalità organizzata che vede nello sviluppo turistico - prevalentemente di lusso - una grossa opportunità per il riciclaggio dei propri capitali.»

Sempre di prostituzione, ma nella forma di schiavitù sessuale, tratta &lt;i&gt;Un amore sporco&lt;/i&gt; di &lt;b&gt;Piergiorgio Pulixi&lt;/b&gt;, il terzo romanzo di &lt;i&gt;Donne a perdere&lt;/i&gt;. 
Una realtà che fatica a trovare spazio sui giornali e quindi a suscitare l&apos;interesse e la rabbia della gente, come spiega lautore stesso: «Il fatto che molte persone non riescano a vedere la differenza tra una prostituta e una schiava sessuale è indicativo della poca attenzione attorno a questo argomento. Il centro interuniversitario Transcrime, che si occupa di criminalità transnazionale, dell&apos;Università degli studi di Trento, che tra l&apos;altro collabora col Parlamento Europeo sul fenomeno della tratta delle schiave, ha stimato che tra il 2004 e il 2005 siano state trafficate in Italia dalle 18.000 alle 36.000 schiave - di cui almeno il 30% minorenni -, per un introito annuale di circa sei miliardi di euro. Soldi che son finiti in gran parte nelle tasche degli schiavisti.  Per avere un&apos;idea del quadro internazionale, invece, l&apos;ILO, l&apos;Organizzazione Internazionale del Lavoro, stima che al mondo si trovino in condizioni di schiavitù 28,4 milioni di persone, 1,4 milioni di questi sono ragazze e bambine costrette al mercato sessuale. Sono stime tra l&apos;altro per difetto, perché il fenomeno sotterraneo e mutevole della tratta è assai difficile da monitorare. Sono comunque cifre che fanno inorridire. Eppure non esiste un coordinamento legislativo e operativo tra le varie forze di polizia europee e tantomeno internazionali. E in più, a rendere difficile il compito degli investigatori, c&apos;è il fatto che la prostituzione sta divenendo sempre più &quot;invisibile&quot;, spostando il teatro dello spietato destino di queste ragazze dalla strada ad appartamenti, centri benessere, e altri luoghi chiusi. Questo, aggiunto al fatto che spesso i paesi di origine delle schiave (per lo più paesi dell&apos;est come Albania, Romania, Russia, Bielorussia, Moldavia, ma anche da luoghi del sud del mondo come Nigeria, ecc.) non hanno una legislazione adeguata su questi crimini, e spesso sono infetti da una corruzione istituzionale a tutti i livelli che li vede talvolta collaborare con gli schiavisti, come è stato più volte documentato e denunciato in Albania e Moldavia, rende arduo il lavoro delle forze di polizia e delle ONG che si occupano di tratta. In particolare nel romanzo ho analizzato il ruolo che ha avuto la mafia albanese in questo fenomeno soprattutto negli anni novanta e nei primi anni del duemila. Ora la mafia albanese ha fatto un &quot;salto di qualità&quot; e demanda a consorzi criminali minori il traffico e lo sfruttamento delle schiave, ma ho voluto descrivere i loro metodi di sfruttamento per mostrare dall&apos;interno cosa vuol dire essere vittima di un inferno del genere: le ragazze vengono comprate, vendute e noleggiate come una merce. La loro volontà viene azzerata con continui supplizi e torture fisiche e psicologiche, e in più il fatto che dal nostro sistema giudiziario vengano viste come clandestine, rende il tutto ancora più tremendo e senza via d&apos;uscita.»
La legge complica le cose, continua lautore: «Se si riuscisse a livello legislativo a colpire in modo massiccio i patrimoni derivanti dal traffico di schiave, queste organizzazioni criminali perderebbero il loro potere, rendendo più semplice il lavoro delle autorità. É difficile. Basti pensare che fino al 2003 non esisteva in Italia una legge precisa contro il reato di tratta, e la pena attuale, dagli otto ai vent&apos;anni di carcere, non prevede pene patrimoniali. Però questo è necessario. Nel romanzo il protagonista si innamora di una schiava albanese, Miriana, e cerca di salvarla dai suoi aguzzini, e questo lo farà incorrere nella furia della mafia albanese che si vendicherà in modo tremendo; ma la storia romanzata di Miriana e di Marcello, il ragazzo innamorato che vuole salvarla, si basa su fondamenta reali, su dati e situazioni oggettive che ogni lettore può verificare. Perché le &quot;Miriana&quot; in questo paese sono tante, tutte accomunate da un destino infernale, e a mio avviso è necessario che si parli di questo fenomeno che nei quotidiani della &quot;civilissima&quot; Italia che è sempre pronta per missioni umanitarie a battersi in ogni angolo del mondo, quando invece chiude gli occhi di fronte a 36.000 donne a perdere che non hanno voce e tantomeno la possibilità di ribellarsi a un destino terrificante che le fagocita nel silenzio generale.» 

</text_more></entry>
<entry id='3432' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3432' author_id='2' authored_on='20100413005508' basename='enrico_gabrielli_der_maurer_op' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100413005508' modified_on='20100828173054' ping_count='3' status='2' title='Enrico Gabrielli: DER MAURER, operaio di note' week_number='201015'><text>&lt;img alt=&quot;gabriellicarm.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/gabriellicarm.jpg&quot; width=&quot;167&quot; height=&quot;250&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;Di &lt;strong&gt;Andrea Scarabelli&lt;/strong&gt;

[Ho intervistato Enrico Gabrielli nellambito di un progetto di ricerca più ampio sulla nuova musica italiana. Questo è un estratto del testo, proposto in forma di racconto orale per viva voce del polistrumentista toscano, più che con il classico botta e risposta.] (&lt;strong&gt;A.S.&lt;/strong&gt;)

Vengo da un Ambra, un paese in provincia dArezzo di circa mille abitanti. Sono figlio di un impiegato comunale e di unassistente sanitaria in casa di riposo, nipote di muratori da entrambi i lati. Per questo ho sempre nutrito una specie di complesso nei confronti della manovalanza: a volte mi sembra di non saper fare niente di concreto. Intraprendendo una strada diversa mi è sembrato di perdere una parte di eredità culturale, ma a dirla tutta lho anche rifiutata: ad Ambra non cera nulla, zero possibilità. Mio padre era comunista molto attivo: faceva comizi, portava avanti il punto di vista del partito. Mille difficoltà. Mi sembrava tagliato fuori dalla storia. Però mi è rimasto il ricordo di personaggi leggendari della mia infanzia, come Andrea Gaggero, un prete rosso ligure a cui poi furono tolti i voti.</text><text_more>I miei genitori nel 1975 erano stati in viaggio di nozze in URSS, con una comitiva di compagni, ed erano tornati dalla visita con un enorme e pesantissimo mezzobusto in ghisa di Lenin. Pesava uno sproposito. Laveva messo sullarmadio a vetri in cui cerano i biscotti, e da bambino avevo provato ad arrampicarmi per raggiungerli, ma così facendo avevo rovesciato il busto che era finito per terra accanto a me. Mio padre sera preso un colpo. La scena era questa: suo figlio a terra, ignaro di tutto, con accanto la micidiale testa di Lenin conficcata nel pavimento. Forse, se fossi morto nellincidente, avrebbe avuto una conversione tipo Lindo Ferretti... Agli inizi degli anni novanta il Pci passò a Pds e questo periodo coincise con una crisi profondissima della mia famiglia. Mio padre non rinnovò la tessera e gettò il busto in un cassonetto.
Non ho mai ascoltato musica pop negli anni ottanta. Mio padre mi faceva ascoltare spesso musica sinfonica russa: Shostakovich, Borodin... un sacco di Borodin. E poi anche folk americano: soprattutto Bob Dylan e Neil Young. Tra gli italiani girava Ivan Della Mea in casa, in particolare &lt;em&gt;Il rosso è diventato giallo&lt;/em&gt;. Ironicamente a mia madre piaceva Battisti, ma mio padre non lo sopportava.
Ad Ambra però cominciato a suonare in banda, cera il boom delle filarmoniche di paese. Avevo tredici anni e la banda contava unottantina di elementi su neanche mille abitanti, una cosa mai più ripetutasi. Cerano tutti: ragazzi, bambini, vecchi. Perfino i miei genitori: mio padre suonava il trombone a pistoni e mia madre il flauto. Il maestro della banda era un laido uomo di settantadue anni col gozzo, tale Lido Campani, che neanche sapeva suonare troppo bene. Era clarinettista e insegnava tutti gli strumenti senza conoscerli. Mi diceva che avevo stoffa, ma io non ci capivo niente. Avevo un clarinetto cinese, il mio ricordo più cupo riguarda una marcia funebre a cui dovevamo suonare, ero tutto magro e piccoletto, avevo lo spartito attaccato sotto, tolsi la mano e la metà inferiore del clarinetto cadde in un tombino... fu un trauma. Continuai a marciare con gli altri, facendo finta di suonare. Diventò un incubo ricorrente, quello della banda che partiva senza di me. Non era un bel periodo: i compagni mi martoriavano, loro iniziavano ad avere successo anche con le ragazze e io niente... in quegli anni mi è salito un gran desiderio di rivalsa. Compiuti i diciotto sono scappato, anche se ho fatto il liceo musicale ad Arezzo, la situazione non era di molto migliore... però in classe ho conosciuto due dei futuri Mariposa, il cantante e il tastierista.
Mi sono trasferito a Milano nel 1995 perché era lontana; non conoscevo nessuno, non ne sapevo nulla. La sera prima della partenza in Tv davano &lt;em&gt;Romanzo popolare&lt;/em&gt; con Tognazzi e Ornella Muti, per cui Iannacci ha scritto &lt;em&gt;Vincenzina e la fabbrica&lt;/em&gt;, e ho pensato: Ma dove diavolo sto andando?. Lì sono entrato nel delirio degli studi classici, ci ho messo il massimo dellapplicazione possibile, è stato quasi un incubo per quanto ho faticato. 
A partire dal 1999 ho iniziato ad abbandonare la classica, molto gradualmente. Fino al 2001 facevo parte di unorchestra austriaca stagionale, destate, facevamo musica sinfonica tedesca sotto la guida di Gustav Kuhn, un allievo di Karajan. Suonavamo soprattutto Wagner, Bruckner, Mahler... robe poderose, molto poderose. Avevo co-fondato anche un ensemble di musica contemporanea chiamato Risognanze, da cui fui buttato fuori per un ritardo di quarantacinque minuti. La psicopatologia del musicista classico è molto peggio di quella di qualsiasi rockstar, perché queste ultime mantengono comunque una sorta di aderenza con la realtà, mentre i musicisti classici di alto livello sono quasi tutti scacchisti, hanno quel tipo di paranoia lì...
Non sapevo nulla della scena pop. Il progetto dei &lt;a href=&quot;http://www.myspace.com/mariposamusicagruppo&quot;&gt;Mariposa&lt;/a&gt; è partito perché mi sono ritrovato con i compagni del liceo che mi hanno coinvolto in questo gruppo fondamentalmente nonsense, una specie di cabaret punk. Allinizio eravamo due tastiere, fiati e voci. Non so spiegare questa svolta, ma mi divertivo. Tanto. 
La band è cresciuta fino a diventare di sette elementi, e noi abbiamo sempre lavorato in modo assembleare, come un collettivo. Penso che siamo stati i primi in assoluto a fare, nel 2004, un disco solo per la rete interamente scaricabile gratis. Nessuno di noi era un maniaco del web, ma ci siamo resi conto, facendo un disco con Santeria, che le etichette erano in crisi, così abbiamo provato a bypassarle. Al Meeting delle Etichette Indipendenti di Faenza, quellanno, abbiamo portato loperazione Fotocopia e masterizza: al nostro stand cerano solo una macchina per fotocopie e un masterizzatore, e permettevamo a chiunque di duplicare tutta la nostra produzione, a offerta libera. Eravamo (e siamo) estremamente elastici rispetto al concetto di copyright e questo era il nostro modo per dimostrarlo. 
I Mariposa sono stati il perno attorno a cui ha ruotato e ruoterà sempre tutta la mia produzione artistica. Totalmente underground, con progetti che si sono rivelati precursori di sviluppi futuri. Per esempio nel 2005 facemmo un album molto politico, &lt;a href=&quot;http://indieitalia.blogspot.com/2009/04/mariposa-proffiti-now-2005.html&quot;&gt;Pròfitti now!&lt;/a&gt;, che rivendicava il diritto di satira. Un doppio concept album, una raccolta di conferenze sulla musica componibile, che già di per sé è un paradosso: tutta la musica lo è. Alternavamo discorsi di personaggi della scena musicale, che parlavano a braccio di questo concetto paradossale, a brani purtroppo ancora oggi molto attuali, come &lt;em&gt;Forza musica&lt;/em&gt;. Era un pezzo che si ispirava allestetica di Forza Italia, linno di un gruppo musicale che si faceva leggi ad personam... Purtroppo ancora non riusciamo a farla passare di moda. &lt;em&gt;Il paese è reale&lt;/em&gt; degli Afterhours parte dallo stesso concetto, anni dopo: fotografare una presunta o assente scena musicale italiana. Siamo riusciti a inquadrare un decennio che secondo me è finito incredibilmente con il capodanno tra il 2009 e il 2010. Gli anni novanta, da un punto di vista musicale, sono terminati intorno al 2003. Nel 2002 per esempio cera ancora molto post-rock, nei dischi degli Yuppie Flu, Julies Haircut, Giardini di Mirò... Si richiamavano a gruppi completamente anni novanta, come i Godspeed You! Black Emperor o i Mogwai. Tutti figli dei Sonic Youth, in un certo senso. Tuttora in Italia non ci si può discostare da grandi riferimenti come i Massimo Volume. Bologna era la città per eccellenza della controcultura, ancora più che Milano, con gruppi che facevano avant-gard jazz, cera il Festival Angelica, il Tpo, la Scuola Popolare di Musica Ivan Illich, la scena elettronica del Link, ma la loro forza è finita insieme agli anni novanta.
&lt;img alt=&quot;dermaurer1carm.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/dermaurer1carm.jpg&quot; width=&quot;203&quot; height=&quot;200&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;
Avendo iniziato ad ascoltare popular music molto tardi ho vissuto pienamente gli anni zero, e nonostante quanto si potrebbe pensare per motivi anagrafici non sono figlio della cultura anni novanta. In questo periodo sto cercando di capire quale sia stata la musica del decennio, come inquadrarla. Un fatto mi pare quello della molecolarizzazione delle tendenze, sempre più individuali. Prima cera un tentativo di ricerca di filoni nella scena, di gruppi affini, ed è venuto a mancare, o forse si è spostato in altri ambienti. Nellindie rock, se ci fai caso, lo stesso pubblico che va a vedere Dente segue anche Calibro 35 e Teatro Degli Orrori, tre fenomeni che non hanno nessun tipo di nesso. Dieci anni fa si era più legati a unattitudine musicale, ora è tutto più intercambiabile, o comunque non è legato strettamente alla musica, ma più a interessi individuali, e questo è un riflesso della fruizione attraverso il web. Secondo me questo è ottimo. Ci sono altri aspetti interessanti, per esempio la svolta di internet, che ha reso molto più semplice le cose per i gruppi, dando loro la possibilità di autopromuoversi e organizzare concerti senza passare necessariamente per un booking, spostando molto il ruolo delle etichette. Internet ha dato una spallata meravigliosa alle grandi strutture, ha creato dei vuoti di potere mostruosi, è stupendo. Anche tanti gruppi anche più grossi ora non lavorano più con le major. Le major sono sparite, ormai totalmente fallimentari. Vorrei vedere dei bei fallimenti allamericana, gente che si butta dai grattacieli, magari dal palazzo della Warner di piazza Repubblica a Milano, mi piacerebbe molto vedere qualcuno volare giù. O un auto-sbudellamento alla Mishima. I grossi discografici, si sa, sono responsabili di tantissimi errori, troppi.
Un altro aspetto interessante è che il circuito live si è rinnovato, il giro dei palazzetti è stato rimpiazzato da strutture che appartengono in pieno alle mie origini e alla mia formazione culturale: gli Arci. Luoghi che fino a poco fa erano i ritrovi dei compagni. I nuovi Arci, quelli veri, sono gestiti da un gruppo di ragazzi che creano una programmazione che non è il frutto di una testa soltanto, come per esempio accadeva nei club, in cui decideva tutto il proprietario, soprattutto in base allaspetto economico. Negli anni novanta ce ne erano moltissimi di successo, oggi pochissimi sono sopravvissuti In tutto ciò bisogna anche considerare che i centri sociali, che sono stati unesperienza fondante della cultura italiana negli anni novanta, oggi sono in crisi, a partire dal loro anno zero, ovvero il 2001 con il G8 di Genova. Da un lato cè poco ricambio nei collettivi, dallaltro le menti migliori fanno famiglia e abbandonano limpegno e la programmazione spesso non si rinnova. In qualche strano modo gli Arci, qualcosa di apparentemente decrepito in quanto luoghi di una sinistra istituzionale, sono riusciti a diventare il palcoscenico della nuova scena musicale, che ha comunque una precisa vena critica. E proprio ora che del Pci non cè nemmeno più il ricordo, il Pd non esiste, il passato ha trovato un modo di rigenerasi. Questo forse perché questi palchi offrono di una buona via di mezzo tra impegno politico e divertimento individuale. Certo cè chi se ne approfitta, per via dei benefici economici. Spero che costoro crepino presto di soldi.
Con i Mariposa abbiamo appena pubblicato un pezzo, scaricabile gratis, &lt;a href=&quot;http://www.naufragati.com/index.php/discografia/sanremo/&quot;&gt;Sanremo&lt;/a&gt;, in perfetto stile sanremese più di qualsiasi altra canzone in concorso. È ispirato a una storia vera: una signora anziana, malata di gioco dazzardo, passa tutto il tempo alle slot machine di Sanremo, durante il festival, fino a morire di arresto cardiaco. La nostra idea di paese reale cioè interamente drogato, dopato di gioco dazzardo, gossip e plastica, in cui lutilizzo di certe droghe, cocaina über alles, è trasversale e accettato. Paradossalmente, le controculture ora sono molto più sobrie. La controcultura oggi vuole pulizia, quando invece quella di Andrea Pazienza e i suoi personaggi desideravano violento autolesionismo. Questo in relazione all&lt;em&gt;esercito del Sert&lt;/em&gt; di Vasco Brondi, con cui ho suonato lestate scorsa. Questo ragazzo in qualche modo ha chiuso la porta del decennio, gli è stato appiccicato un ruolo di alfiere di una generazione che lui non ha mai chiesto. Certo, è spuntato fuori allimprovviso in un periodo in cui cè stato un grosso rigurgito di protesta giovanile, lasciando enorme impatto nellimmaginario collettivo dei giovanissimi, fornendo del materiale nuovo di protesta, dopo tanto che mancava.
Mi rendo conto che il mio ruolo possa sembrare molto ambiguo, perché suono davvero con moltissimi artisti, sono iper-presenzialista, e questo va completamente contro il concetto di atomizzazione di cui parlavo prima, è un contrasto molto interessante. Mi sono trovato da un paio danni a fare da trait dunion tra realtà molto diverse. Da ognuna imparo moltissimo, e spesso questo è lunico tipo di compenso: lo scambio e il reciproco arricchimento. Però non sono il solo, appartengo a una categoria molto strana che prima non esisteva, ma deriva da quei personaggi che negli anni sessanta firmavano moltissime incisioni. Per esempio Reverberi, Morricone, Bakalov, Bardotti: erano pochi, completavano il prodotto artistico con delle competenze che spesso gli artisti non avevano. Il mio ruolo di arrangiatore sinserisce in questa tradizione ma ha elementi nuovi. Resto comunque un tecnico, anche se spesso vengo integrato nei progetti come fossi un membro a tutti gli effetti. Poi le relazioni finiscono, come quella con gli Afterhours, ma non sono traumi, è giusto e naturale.
Lesperienza con i &lt;a href=&quot;http://www.calibro35.com/&quot;&gt;Calibro 35&lt;/a&gt; è diversa: siamo nati nel luglio 2007 partendo da zero, a differenza di quella con i Mariposa, che aveva radici profonde. Questo ci ha messo le ali, il nostro percorso è stato frenetico, un po come la musica che facciamo. Il merito principale di tutto ciò va a Tommaso Colliva, che ha stabilito subito delle linee molto chiare che ci hanno permesso di avvicinarci. Cera pochissimo di cui discutere e molto da fare. Allinizio pensavo fosse unoperazione estemporanea con un pubblico ben definito di appassionati del genere, e non mi sarei mai aspettato che potesse raggiungere così tante persone. Non si fanno più poliziotteschi, non cè più quella fioritura del cinema indipendente e anche di serie B come quello italiano degli anni 70. Il loro immaginario, per molti versi, poteva addirittura essere considerato di destra: armi, omicidi, malavita, vendetta privata, donne oggetto Però a indagare bene si scopre che &lt;em&gt;Banditi a Milano&lt;/em&gt; è di Lizzani, che ha fatto anche &lt;em&gt;Kapò&lt;/em&gt;, ed è uno dei più grandi registi viventi di formazione socialista Ma la vera trasformazione nella percezione del grande pubblico è stata portata da Tarantino nel cinema, e da Mike Patton e John Zorn nella musica. Il progetto dei Calibro è vicino a quello spirito, il nostro legame con quel mondo deriva da Tommy, che è stato un hip hopper graffitaro, e quelle controculture ha attinto a piene mani dal funk di cui sono intrise queste colonne sonore. Cè un legame diretto tra la cultura di strada e i Calibro 35, che riescono a unire chi proviene dal punk, dal metal o dallhip hop. E, come me, che vengo dalla maledetta musica classica. Dal vivo invece noi abbiamo soprattutto unattitudine punk, perché siamo un gruppo grezzo, facciamo dei soundcheck brevissimi, registriamo i dischi dal vivo. La nostra filosofia è: attacca il jack e suona. Nel live utilizziamo anche vari elementi scenografici, come videoproiezioni e campionamenti dai film, impiegate più come détournement che come semplici citazioni. Inoltre, adesso un musicista che intende davvero raggiungere pubblico deve agire a 360 gradi, curare la comunicazione della propria musica collaborando con ambienti diversi, dagli illustratori ai video maker, ora che non cè più il filtro pesante delle etichette. Nel disco nuovo, appena uscito, rispetto al primo cè un passaggio evidente: più della metà dei pezzi sono composti da noi, non cover, e abbiamo eliminato qualsiasi traccia vocale. 
Infine cè il mio progetto solista, con cui ritorno proprio da dove sono partito. Se mio padre e mio nonno erano muratori, con questo disco, che si chiama appunto &lt;a href=&quot;http://www.enricogabrielli.com/der-maurer/&quot;&gt;Der Maurer&lt;/a&gt;, ho cercato di rifarmi: realizzando sovraincisioni per altre realtà discografiche dalla mattina alla sera, ho pensato che ne avrei potute fare qualcuna anche per me stesso. Suono soltanto io, sovrainciso. È un Volume 1 a cui ne seguiranno altri, sempre di repertorio colto contemporaneo, e sarà reperibile solo su internet, scaricabile gratuitamente a partire da Aprile. Le illustrazioni sono di Martina P0na Merlini. Mi piacerebbe portare questa musica tra chi non ascolta generalmente queste cose. E spero che questo genere di progetti vengano portati avanti anche da altre persone che magari hanno una formazione simile alla mia, o magari no. Il primo è un brano di Steve Reich, &lt;em&gt;New York Counterpoint&lt;/em&gt;, del 1985, che è stato concepito per 10 clarinetti e uno live, 11 in totale. Steve Reich è uno degli esponenti più importanti del cosiddetto minimalismo americano. Assieme a Terry Riley, La Monte Young, Philip Glass, Gavin Bryars, e gli stucchevoli Michael Nyman e Wim Mertens, cè, appunto, Steve Reich, che forse è, a prescindere dal minimalismo, uno dei più importanti compositori dello scorso secolo. La musica elettronica ha attinto a piene mani dalle sue elucubrazioni.
Un altro brano, &lt;/em&gt;Matematica Naif&lt;/em&gt;, è mio: lavevo scritto nel 2001 per un concorso indetto da un ensemble olandese elettroacustico di dodici esecutori, gli Icebreaker. Lavoravo con carta millimetrata e grafici, tentando un approccio molto scientifico che poi ho perso perché di scientifico in me cera ben poco. Un altro è un brano di Giovanni Gabrieli, uno dei primissimi autori di musica antifonale (ovvero di botta e risposta) strumentale, ed è del 1596, quando a Venezia cera anche quel geniaccio di Monteverdi. La basilica di San Marco è uno degli esempi di ambienti dediti agli esperimenti stereofonici più vecchi che io ricordi. Anche Vivaldi ha scritto diversi lavori in questo senso: la basilica ha molti anfratti e nicchie in cui disporre i vari gruppi della compagine. Lo stesso concetto di Concerto Grosso, ovvero un ensemble con unorchestra e un piccolo gruppo di strumenti che rispondono, deriva direttamente da quello di musica antifonale. Erano sistemi semplici e artigianali per creare dialettica e meraviglia.
Infine, il brano che rende meglio il senso di questa operazione è &lt;em&gt;Workers Union&lt;/em&gt; di Louis Andriessen, un importante compositore olandese. Si tratta di una composizione del 1975 per gruppi di strumenti gravi che devono suonare sempre insieme e quasi sempre omoritmici dallinizio alla fine per tutta la durata del lavoro (che è di circa quindici minuti). È una partitura ritmica, non cè melodia, solo una linea che marca genericamente il grave, il medio e lacuto. È molto rognosa ma dà un senso di potenza incredibile. Lidea concettuale alla base è quello della massa che suona insieme, lavorando insieme, superando le difficoltà che si presentano lungo un percorso arduo. Workers Union è lultimo brano di Der Maurer, vol.1, progetto in cui io finalmente sono un muratore culturale e un operaio di concetti. Ecco chiuso il cerchio con la tradizione di famiglia.</text_more></entry>
<entry id='3433' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3433' author_id='4' authored_on='20100414040333' basename='la_chiesa' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100414040333' modified_on='20100414040522' ping_count='0' status='2' title='La chiesa' week_number='201015'><text>di &lt;b&gt;Danilo Arona&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;LaChiesa.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/LaChiesa.jpg&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;179&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Se c&apos;è una circostanza in grado di zittire tutti coloro che per principio negano le forze sottili e l&apos;energia vibrazionale dei corpi e delle cose, questa risiede nella testimonianza rilasciata alla giornalista Federica Sciarelli dalla mamma di Elisa Claps in data 29 marzo. Si potrà parlare, come spesso si usa per solida mancanza di argomenti, di suggestione e giustificata alterazione della coscienza, ma ciò di cui relaziona questa coraggiosa, ammirevole persona di nome Filomena sono a ben vedere fatti, nudi e crudi. Realtà e non sogni. Al massimo metaforici incubi trasmigrati nel Reale.
In diciassette anni sono entrata quattro volte in quella chiesa e ogni volta ho avuto un brivido. Sentivo che mia figlia era lì, nascosta da qualche parte. Così la donna ha riportato alla Sciarelli durante la settimanale puntata di Chi l&apos;ha visto?, un dato confermato dal figlio Gildo: Mia madre non è quasi mai entrata in quella chiesa. Evidentemente sentiva che Elisa si trovava lì. Me lo ha sempre detto.</text><text_more>Ma ci sono altri particolari che gettano una strana luce oscura, al di là delle valutazioni oggettive e scientifiche che sono ovviamente quelle che contano sul piano giuridico.
In ordine sparso: gli inquietanti graffiti disegnati da mano ignota attorno a quella chiesa e che indicherebbero una sorta di occulto percorso in grado di condurre (chi?) al luogo del ritrovamento del corpo; la sconcertante notizia che tra gli scherzi più in voga fra i giovani frequentatori del Circolo J. H. Newman c&apos;era quello di far credere che il fantasma di Elisa si trovasse nel sottotetto; l&apos;ombra del satanismo, avanzata dal criminologo Francesco Bruno, che si allunga sul caso per la stessa presenza del corpo in un luogo sacro e per il particolare feticistico-rituale delle ciocche di capelli tagliati; messaggi telefonici captati dalla futura vittima dove sullo sfondo si potevano distinguere le note di Profondo Rosso. Tanti frammenti supplementari che non chiariscono ma piuttosto intorbidano ancor di più le acque già di per sé più che limacciose.
Ci sono francamente in cronaca dei casi, quasi sempre criminali, che paiono più romanzeschi di qualsiasi trama ordita da un Jeffery Deaver di turno. Nella storia della povera Elisa di elementi misteriosi e sconcertanti si corre il rischio di fare indigestione e la tentazione, peraltro legittima, a disporli in un certo e logico ordine andrebbe a indicare con una certa precisione colpevole e forse presunti fiancheggiatori. Ma in questa rubrica, come ben sa chi la segue, ci muoviamo su altri binari. Non tanto sui percorsi del mondo reale (al quale comunque dobbiamo sempre appoggiarci), quanto sui diversi piani di un reame immaginale. In quelle Zone Zero di cui abbiamo già discusso e dalle quali lo shining kinghiano riesce a trasmettere a chi è in grado di ricevere. Ondate energetiche che hanno senza dubbio colpito la signora Claps così nel profondo da maturare in lei convinzioni che alla fine si sono rivelate esatte. 
Le chiese, al di là della fede o dell&apos;agnosticismo di ciascuno, sono cupole energetiche al cui interno si formano periodicamente quelle unità psichiche chiamate Eggregori, nate dall&apos;accumulo di cariche vibrazionali di più persone che si riuniscono attorno a una determinata e identica idea, rivolte alla stessa immagine o votate a un culto comune. Secondo teorie che non sono prive di riscontri in ambito scientifico, L&apos;Eggregoro creato da vibrazioni collettive di tipo omogeneo può prendere vita autonoma e invisibile in una entità che sarà positiva o negativa (ovvio, dipende sempre dal punto di vista...) secondo il tipo di pensiero emesso. Dapprima debole e propenso a dissolversi, l&apos;Eggregoro può acquisire sempre più una sua indipendenza vitale e poteri più grandi, a mano a mano che s&apos;infittiscono le riunioni di quelli che hanno presieduto alla sua nascita. Ma, a questo punto, non per divagare, ma per approfondire il tema, vorrei cedere la parola a un mio personaggio che si chiama Quirino Calderone, con l&apos;avvertenza che questo anziano signore è in verità un essere umano in carne e ossa a cui ho solo minimamente cambiato i dati anagrafici, lui consenziente (&lt;i&gt;Black Magic Woman&lt;/i&gt;, Frilli editore, Genova 2006):

&lt;i&gt;Caro amico, forse è bene che ti ricordi che cosa sono veramente gli Eggregori. Cercherò di farlo con poche parole, in quanto largomento in realtà richiederebbe decine e decine di pagine e non queste scarse righe. Ci sono molte categorie di esseri che vivono nel mondo invisibile, non è necessario che te li elenchi. Tra questi gli Eggregori si distinguono per essere una Forma intelligente prodotta da un gruppo umano, non importa quanto piccolo o grande. Un unicum di tante individualità psichiche che si sono fuse, creando un insieme più grande che rappresenta il punto darrivo più o meno omogeneo delle varie unità costituenti. In ogni corrente magica esistono Eggregori, talvolta molto potenti, capaci dintervenire efficacemente nelle vicende astrali e umane delle Catene Iniziatiche, producendo effetti magici nellindividuo e nel gruppo. Anche la Chiesa Cattolica rappresenta, in un certo senso, un esempio imperfetto di Eggregoro, dove le aspirazioni del credente, sostenute dallo stato di fede, raccordano in alto le varie individualità, edificando uno Psichismo Collettivo che viene influenzato e diretto dal potere del Pontefice, che ne rappresenta il capo indiscusso e lesponente gerarchicamente più alto. In campo iniziatico gli Eggregori sono prodotti dalla confluenza, intorno ai simboli viventi della Tradizione, delle numerose unità vitali, umane e non umane, che rappresentano lo svolgersi progressivo, nella dimensione della materia, di unEredità superiore che deve manifestarsi nelleternità. Più antico è lEggregoro, più potente è nei suoi effetti magici. Più omogenee ed elevate sul piano psichico sono le unità componenti, più lEggregoro si avvicina al Mondo delle Cause, divenendo partecipe dei destini dellumanità. La manifestazione medianica di un Eggregoro è difficile e pericolosa, per lintensa atmosfera di energia psichica in grado di scoraggiare i più ardimentosi...
 l&apos;Eggregoro è una creazione astrale collettiva prodotta dalle forme-pensiero degli adepti di un culto. Questo sistema è stato anche descritto come magma larvale. Se ne possono fare parecchi esempi. Il più efficace modello sul piano della comprensione è quello della Chiesa Cattolica dove le aspirazioni e la fede di ciascun credente, fondendosi ognuna in un gigantesco Psichismo Collettivo, danno vita a un serbatoio di energia positiva votiva. Questa straordinaria confluenza di unità vitali è molto antica e molto potente e si può descrivere come lo stesso cemento del Cattolicesimo, per quanto non lo troverai mai scritto in alcun testo ufficiale. La sua efficacia magica la puoi riscontrare nei grandi luoghi di culto, da Lourdes a Piazza San Pietro, dove potresti scambiarla erroneamente per suggestione, laddove è proprio questa suggestione che fa compiere anche al più ateo dei presenti azioni e atti di fede impensabili magari sino a un secondo prima. Esiste un altro, celeberrimo esempio quanto mai antitetico al cattolicesimo: il nazismo. Il suo Eggregoro era talmente potente che ipnotizzò mezza Europa. E molti ne subiscono ancora l&apos;effetto&lt;/i&gt;.  

Ovvio che vi sta parlando Calderone, e non il sottoscritto. Ma non neghiamo che l&apos;anziano antropologo culturale abbia appena messo sul piatto della valutazione degli elementi quanto mai interessanti. La chiesa, l&apos;energia vibrazionale al suo interno, il simbolismo inconsapevole, la neutralità del segno energetico. E si potrebbe aggiungere, perché dato recente di cui allora Calderone nulla poteva sapere, lo strano quanto crudele particolare del giocare al fantasma di Elisa (non so se è un arcano suggerimento giunto dal mondo invisibile oppure un &lt;i&gt;fake&lt;/i&gt; giornalistico, ma tant&apos;è...).
Sarebbe veramente interessante al proposito ascoltare il parere di qualcuno del Centro Culturale Giovanile J. H. Newman, l&apos;associazione dei giovani figli della borghesia potentina che ha sede praticamente all&apos;interno della chiesa di cui stiamo parlando. In una città di scale, dove si sale e si scende e certe parti del centro appaiono come affascinanti guazzabugli di mistero urbano, i membri del Centro da anni sono impegnati in proposte e progetti per il recupero degli edifici e la lotta al degrado. Uno degli ultimi presentati all&apos;amministrazione prevedeva proprio il restauro di un tratto di Via Cairoli, alle spalle appunto della Chiesa.
John Henry Newman (1801-1890) fu un eminente teologo e filosofo inglese, che divenne cardinale e grande apologista della fede, apprezzatissimo anche al di fuori dall&apos;ambito squisitamente cattolico. Un&apos;indiscussa personalità che verrà beatificata nel settembre di quest&apos;anno. Sulla tomba di quest&apos;uomo illustre, artefice di un cammino personale e spirituale niente affatto scontato, è scolpito quest&apos;epitaffio, da lui stesso composto:
&lt;i&gt;Ex umbris et imaginibus in veritatem&lt;/i&gt;, ovvero Dall&apos;ombra e dai simboli alla verità.
E&apos; bello immaginare che queste parole più che condivisibili, al di là delle convinzioni personali in materia di fede, possano illuminare e svelare la vicenda della povera Elisa. Ma è brutto constatare che all&apos;ombra della stessa Chiesa qualcuno si stia adoperando per l&apos;esatto opposto.

&lt;b&gt;P.S.&lt;/b&gt;
[La teoria degli Eggregori ha trovato una parziale convalida scientifica nel libro del neurologo canadese Michael A. Persinger &lt;i&gt;Neuropsychological Bases of God Beliefs&lt;/i&gt;, Preager Publishers, 1987, ordinabile su Amazon USA.] (&lt;b&gt;V.E&lt;/b&gt;.)

 </text_more></entry>
<entry id='3434' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3434' author_id='2' authored_on='20100414173356' basename='malcolm_maclaren_morto' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100414173356' modified_on='20100414173356' ping_count='0' status='2' title='Malcolm MacLaren è morto' week_number='201015'><text>di &lt;strong&gt;Marco Philopat&lt;/strong&gt;

 &lt;img alt=&quot;malcolm-mclaren_media.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/malcolm-mclaren_media.jpg&quot; width=&quot;142&quot; height=&quot;101&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt; Nel 2005 era passato nel centro sociale Cox 18 durante la mostra Beat, Hippie, Autonomi Punk. Per me lui era ancora il venditore di macchine usate che s&apos;era incassato il grano della commercializzazione del punk. Io ero sempre stato dalla parte di Johnny Rotten, anche durante il lungo processo che si sviluppò attorno allo scontro mitico tra il ruolo del musicista e quello del manager.  Eppure Malcolm MacLaren in quel momento era lì a guardarsi i pannelli della mostra, a farsi tradurre i testi che raccontavano anche parte della sua vita. Si era emozionato soprattutto davanti alle foto delle copertine di riviste e libri dell&apos;Internazionale Situazionista e con mio grande stupore si mise a chiacchierare con il mio socio Giancarlo Mattia, soprannominato anche &lt;em&gt;l&apos;avvocato psichedelico&lt;/em&gt;, uno dei seguaci più autorevoli del pensiero di Debord e co. Parlarono per più di due ore di mondo-karaoke, di oscillazioni e autenticità. Giancarlo che assomiglia quasi perfettamente a &lt;em&gt;Mr Natural&lt;/em&gt;, il personaggio dei fumetti di Robert Crumb, mi chiamò quando arrivarono ai pannelli dedicati al punk che io avevo curato. È davvero un tipo in gamba il tuo amico! mi disse Giancarlo toccandosi la sua lunga barba bianca. Mio amico?  Non sapevo come comportarmi. Ero finito in uno spazio temporale dominato dalla contraddizione. Fui costretto a parlare di quando da ragazzino vidi per la prima volta i Sex Pistols alla tv che navigavano contro la regina sul Tamigi. Mi lasciai trasportare dal ricordo di me stesso seduto davanti alla televisione nel triste salotto dei miei genitori. Più volte ho affermato che quello fu uno dei momenti fondamentali della mia vita credendo di essere persino originale, per poi piano piano scoprire che a un mucchio di miei coetanei era successa la stessa cosa. Adesso che McLaren è morto mi sono sentito di scrivere per lui una lettera, una sua ultima missiva dalla tomba in cui immagino cosa stia pensando ora dall&apos;inferno o dall&apos;infinito universo, fate un po&apos; voi.</text><text_more>Fuckin&apos; hell! Alla fine sono crepato senza riuscire a vendere bene gli ultimi mesi della mia vita. Tim Leary ce l&apos;aveva fatta, s&apos;era accerchiato di amici che gli portavano ogni droga possibile mentre le telecamere spedivano in rete tutto quanto. Lo potete vedere ancora da qualche parte sul web. E di me? Malcolm McLaren, l&apos;inventore del punk, colui che ha fatto diventare gli stili di vita rock la cosa più eccitante in assoluto! Non ci sarà più traccia di me? Vabbè, Tim Leary era già bello vecchiotto e il suo era un cancretto che andava lento. Fuckin&apos; Hell! Il mio non mi ha lasciato spazio, un fottuto mesotelioma, quello che si prende con l&apos;amianto. Chissà mai dove l&apos;avrò aspirato? Forse me lo metteva a mazzi sotto il letto John Lydon o qualcuno dei suoi sfegatati fan del karaoke. Ma poi che cosa voleva da me quel ex reietto dei bassifondi, dove sarebbe andato quella sottospecie di topo di fogna?  Sono stato io a tirarlo fuori dal cesso della storia! Cazzo vuole! D&apos;accordo, era il solito genio della strada come ce ne sono a migliaia in giro per il mondo, ma una buona idea non basta, bisogna anche saperla vendere. Perciò me lo sono preso io l&apos;incarico di essere lo squallido impresario, il manager che si sporca le mani parlando di soldi. D&apos;altronde il Dna del commerciante ebreo ce l&apos;avevo nel sangue grazie a mia nonna che mi ha tirato su, cosa che peraltro mi è stata rinfacciata fino alla nausea. Eppure pochi ricordano la mia prima vita: il glorioso King Mob e l&apos;ambiente situazionista in cui sono cresciuto da adolescente. Studiate un po&apos; Debord e suoi amici, forse capirete quello che ho tentato di fare fuori dal karaoke in cui io vi ci ho ficcati tutti quanti. Tattiche sovversive per la mobilità sociale, ho portato i più ignoranti ragazzi di strada sul tetto del mondo, li ho fatti sfilare sulle passerelle dei salotti cittadini. Fuckin&apos; hell! Io, Vivienne e i Pistols eravamo il vertice di un cuneo che si è infilato nel cuore dell&apos;establishment e lo ha spaccato in quattro dando la possibilità al resto dell&apos;enorme triangolo alle nostre spalle di infilarsi nelle vene della buona società come veleno. Una grande truffa che ha aperto i cancelli delle gabbie di periferia. Gli anni Settanta sono stati dovunque un momento magico, irripetibile, in questi trent&apos;anni quelle gabbie si sono richiuse e sono pochissimi coloro che hanno il coraggio di guardare oltre le sbarre. Quelli che avevano la potenzialità per ribellarsi sono stati sedati dalle pubblicità. Io sono diventato il capro espiatorio di tutti i rancori e le frustrazioni che questa chiusura ha generato. Ho tentato di vivere senza quasi mai rispondere alle accuse lavorando costantemente con la musica, i film, l&apos;arte e anche con la televisione, portando il mio contributo alla causa, e credetemi non ho mai indossato l&apos;abito di quel laido personaggio descritto in milioni di commenti.

Ma non mi lamento, sono morto abbracciato alla mia giovane compagna e con i miei due figli accanto. Appena ho saputo del cancro, sono andato in Svizzera a godermela. Dove altro avrei potuto andare? Qui ci vengono tutte le più grandi star dello showbiz. Hanno le migliori droghe per il trapasso, prima la cannabis poi la morfina che ti somministrano in abbondanza. Ma non c&apos;è stato niente da fare, sono crepato lo stesso senza fare il botto. Fuckin&apos; hell! Ma un&apos;ultima cosa ve la voglio dire. Oggi non si può prescindere da due concetti fondamentali: autenticità e karaoke. Il mondo in cui viviamo non è più reale ma un mondo-karaoke, quindi finto, che per contrasto porta dentro sé un costante e inesauribile desiderio di autenticità. Una volta i centri commerciali avevano sostituito le chiese, adesso l&apos;unica tribù significativa è quella che unisce tutti i 14-24enni. Con la crisi sono la prima generazione non legata allo shopping e dunque impossibile da controllare attraverso il consumo. I loro idoli sono gli hacker, non le popstar. Scaricano la musica dalla rete e modificano i GameBoy per produrre techno a bassa fedeltà. Ecco quale sarà il futuro! Evviva la nuova internazionale situ degli anni dieci! 
Basta! Ho finito, magari riuscirò a mandarvi altri messaggi come questo, altrimenti andatevi a sentire una mia canzone, About Her che Tarantino ha utilizzato per la scena dello scontro finale di &lt;em&gt;Kill Bill 2&lt;/em&gt;, se sarete abbastanza cool e anche un po&apos; folli potremmo entrare in contatto via subliminale. Addio miei cari antifan!
 
Ah! Dimenticavo. Ricordatevi che la morte, sì proprio la morte, anche lei è una Grande Truffa del Rock &apos;n&apos; Roll. Fuckin&apos; hell!


</text_more></entry>
<entry id='3435' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3435' author_id='4' authored_on='20100417031729' basename='sigmund_freud_il_disagio_nella' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100417031729' modified_on='20100417031853' ping_count='2' status='2' title='Sigmund Freud: IL DISAGIO NELLA CIVILTA&apos;' week_number='201015'><text>di &lt;b&gt;Vittorio Curtoni&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Freud-Disagio.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Freud-Disagio.jpg&quot; width=&quot;130&quot; height=&quot;217&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Sigmund Freud, &lt;i&gt;Il disagio nella civiltà&lt;/i&gt;, a cura di S. Mistura, Einaudi, 2010, pp. LVI+93,  14,00.

Quando Freud pubblica questo saggio, in due parti tra il 1929 e il 1930 e nella sistemazione definitiva nel 1931, chiaramente avverte i tremori tutt&apos;altro che sotterranei di un&apos;epoca che dopo i disastri della prima guerra mondiale sta correndo verso la seconda: il mondo occidentale è nella morsa della Grande Depressione economica; in Germania, la repubblica di Weimar, ormai giunta al capolinea, soffocata da un&apos;inflazione incontrollabile, è destinata a soccombere al nazismo. Non per la prima volta, ma senza dubbio con un&apos;urgenza maggiore che in passato, Freud sente il bisogno di applicare gli strumenti della sua dottrina non più al singolo individuo ma all&apos;intero contesto sociale. Alla civiltà. Per meglio dire, all&apos;individuo inserito nel contesto sociale e al disagio che da questo inserimento deriva.</text><text_more>Le conclusioni sono raggelanti. Demolito il valore consolatorio della religione e dei suoi precetti nei capitoli iniziali, Freud procede sulla base di considerazioni dettate dalla sua morale economica. La società nasce per garantire sicurezza, ordine e pulizia a chi ne fa parte, ma gli imperativi che la civiltà pone al singolo sono spesso in contrasto con la soddisfazione dei suoi bisogni psichici. Se è vero che la nostra vita interiore è dominata dal perenne conlitto tra due grandi pulsioni, Eros e Thanatos, Amore e Morte, spinta costruttiva ed egoistica di piacere e spinta distruttiva di annichilamento degli altri e di se stessi, la civiltà, per intrinseche necessità di ordine, porta a soffocare Eros, incanalandolo sui binari di risultati socialmente accettabili (la famiglia in primo luogo) ma insufficienti a soddisfare la libido dell&apos;individuo. Il singolo soffre già dei conflitti tra l&apos;Io, la parte interiore cosciente (contrapposta di suo alle vorticose richieste dell&apos;Es, il subconscio che ignora i freni morali), e il Super-Io, il censore etico che lo castiga provocandogli sensi di colpa a ogni infrazione, ogni azione eticamente errata, in un inarrestabile processo di cause ed effetti a catena che può portare alla nevrosi. Nella civiltà, a questo stato di cose già problematico si aggiungono i dettami della convivenza sociale, non sempre facili da rispettare e soprattutto non sempre in linea con il soddisfacimento dei desideri di Eros; sicché al preesistente conflitto interiore si somma quello generato dalla vita di società, in un moltiplicarsi di sensi di colpa che rischia di travolgere ogni possibile equilibrio. In quanto a Thanatos, uno dei fini della civiltà dovrebbe essere proprio l&apos;abbattimento delle pulsioni distruttive, che ovviamente non corrispondono ai canoni del buon convivere; ma, constata lucidamente Freud, il fatto è che queste pulsioni esistono comunque, per quanto le si voglia negare, e richiedono sfoghi. Per ottenere i quali la società ricorre all&apos;espediente di individuare se stessa come gruppo omogeneo contrapposto ad altri gruppi, coi quali si possono sì intrattenere rapporti cordiali, ma nel momento in cui le tensioni individuali e collettive divengono troppo forti, troppo laceranti (magari per effetto di una situazione economica disastrosa che porta inevitabilmente al disastro politico, come negli anni in cui Freud scriveva), la benevolenza reciproca muta in razzismo, xenofobia, e conduce al possibile esito finale della guerra.
Freud intuisce ciò che sarebbe accaduto di lì a pochi anni, la seconda guerra mondiale (e, mi sia permesso di aggiungere, l&apos;attuale stato di panbelligeranza), non perché possedesse la sfera di cristallo del mago ma perché l&apos;affilato bisturi della sua osservazione e interpretazione del reale non gli permetteva facili vie di fuga. Non è un predicatore, non è un profeta. Anche in queste pagine, come nella sua intera opera, si avvertono lo strazio e la riluttanza a sistematizzare ciò che l&apos;analisi gli ha suggerito; ma tant&apos;è, della realtà bisogna prendere atto. Qui arriva a ipotizzare l&apos;esistenza di un Super-Io della società e invita i futuri psicoanalisti a studiarne i meccanismi: forse solo da una loro comprensione potrebbero nascere prassi che permettano di riconciliarlo, nei limiti operativi disponibili, col Super-Io individuale e per lo meno attutire i colpi inferti dai sensi di colpa. Non mi risulta si siano ottenuti grandi risultati in questa direzione. Un vero peccato, perché forse ci troveremmo a vivere in un mondo diverso da quello attuale, o almeno avremmo a disposizione qualche robusto strumento di comprensione.
La nuova edizione di &lt;i&gt;Il disagio nella civiltà&lt;/i&gt;, fresca d&apos;uscita nella Piccola Biblioteca Einaudi, è curata da Stefano Mistura, psichiatra, psicoanalista, attualmente direttore sanitario dell&apos;Ausl di Piacenza e autore in proprio di importanti saggi. In Italia, l&apos;editore per eccellenza di Freud è Boringhieri, ma d&apos;ora in poi sarà possibile leggerlo anche presso altre case editrici, essendo scaduti i diritti d&apos;autore sulla sua opera. Mistura premette al testo una lunga, minuziosa introduzione che analizza le varie parti di cui è composto, ponendole in relazione con le tappe di sviluppo del pensiero freudiano. Personalmente, consiglio di leggerla dopo avere letto il testo: offre chiavi che risultano più chiare a chi sia già informato delle tesi freudiane. È solo un mio punto di vista, s&apos;intende. Mistura ha anche compilato, in coda all&apos;introduzione, una preziosa cronologia, &lt;i&gt;Il contesto del movimento psicoanalitico 1918-1929&lt;/i&gt;, capace di interessare e dare lumi anche a chi della psicoanalisi non sia professionista. L&apos;eccellente traduzione di Enrico Ganni restituisce la prosa di Sigmund Freud in tutto il suo terso, lucidissimo nitore. Una novità di questa edizione sta anche nel titolo, più fedele del consueto all&apos;originale: non più &lt;i&gt;Il disagio della civiltà&lt;/i&gt; ma &lt;i&gt;Il disagio nella civiltà&lt;/i&gt;, perché in effetti non del disagio della civiltà in sé si tratta ma del disagio di chi nella civiltà vive.
Vorrei chiudere su una considerazione personale. Questo non è un libro divertente, rilassante, anzi è a modo suo una sorta di pugno nello stomaco. Particolarmente, suppongo, per chi riponga le proprie speranze nel credo religioso, ma certo non solo. È singolare che il saggio possa avere ancora un effetto così dirompente, a quasi un secolo dalla sua prima apparizione? Tutt&apos;altro. Perché non sono rilassanti e/o divertenti i tempi che viviamo. La crisi di idee, di valori, di buona convivenza sociale è sotto gli occhi di tutti. Eros trionfa, però sotto la forma malata della soddisfazione narcisista; Thanatos anche, in tante parti del mondo che non sono vicinissime a noi, che fondamentalmente non ci interessano (lascia che si scannino tra loro) ma che, a prescindere da ogni considerazione etica, nell&apos;epoca dell&apos;economia globale hanno su noi pesanti ripercussioni anche se ce ne infischiamo. La crisi è ben viva e presente nel tessuto della società occidentale, Italia compresa. La xenofobia è ai più alti livelli di gradimento. Nell&apos;universo dei media, l&apos;urlo, l&apos;insulto, l&apos;accusa gratuita hanno sostituito il dialogo, la pacata dialettica. L&apos;analisi di Freud non ha perso niente perché ci troviamo esattamente nello stesso punto in cui si trovava lui. Che il Fato ce la mandi buona.

&lt;i&gt;Per gentile concessione dell&apos;Editoriale Libertà - Piacenza&lt;/i&gt;

</text_more></entry>
<entry id='3436' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3436' author_id='4' authored_on='20100418033800' basename='cesare_bermani_filopanti_anarc' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100418033800' modified_on='20100418033909' ping_count='1' status='2' title='Cesare Bermani: FILOPANTI. ANARCHICO, FERROVIERE, COMUNISTA, PARTIGIANO' week_number='201016'><text>di &lt;b&gt;Valerio Evangelisti&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Filopanti.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Filopanti.jpg&quot; width=&quot;130&quot; height=&quot;201&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Cesare Bermani, &lt;i&gt;Filopanti. Anarchico, ferroviere, comunista, partigiano&lt;/i&gt;, Odadrek, 2010, pp. 130,  14,00.

Uno dei più importanti storici del nostro paese, Cesare Bermani, non ha mai ricevuto riconoscimenti accademici di rilievo (almeno credo), e forse è meglio così. Tra i fondatori dellIstituto Ernesto De Martino, tra gli animatori di quella straordinaria fucina di talenti che fu la rivista &lt;i&gt;Primo Maggio&lt;/i&gt;, a cavallo degli anni Settanta e Ottanta, Bermani è stato il più illustre e coerente portavoce della storia orale (nata su suggestioni di Gianni Bosio, senza adeguarsi alla versione istituzionale della stessa disciplina), di cui ha anche descritto metodologia e presupposti scientifici (&lt;i&gt;Introduzione alla storia orale&lt;/i&gt;, 2 voll., Odadrek, 1999-2001).
Grazie a Bermani, e quasi solo a lui, oggi conosciamo in dettaglio pagine oscure o trascurate della storia del movimento operaio italiano: dalla Volante Rossa (&lt;i&gt;La volante rossa&lt;/i&gt;, Colibrì, 2009) alla battaglia di Novara del 1922 (&lt;i&gt;La battaglia di Novara&lt;/i&gt;, Derive Approdi, 2010). Altrettante bibbie per ogni antifascista.</text><text_more>Questo &lt;i&gt;Filopanti. Anarchico, ferroviere, comunista, partigiano&lt;/i&gt;, è tra i migliori risultati della ricerca di Bermani. La biografia di un personaggio caduto nelloblio ci è restituita senza una riga di commento, bensì attraverso brani di intervista, documenti, frammenti di testimonianze  passati attraverso vagli ripetuti, fino a solidificare una verità quasi indiscutibile. Lesito è impressionante. Unidentità dimenticata risorge in ogni sua dimensione, da quella politica a quella umana, e diventa specchio di unepoca in cui si riflettono tante esperienze similari. Senza che lautore dellassemblaggio intervenga a suggerircene il profilo.
Chi era Oreste Filopanti (vero nome Emilio Colombo)? Un ferroviere nato a Milano nel 1886, morto nel 1966. Uomo comune? No, per niente. Entrato nelle ferrovie diventa un agitatore dellUnione Sindacale Italiana, di ispirazione anarcosindacalista. Per la sua attività, legata allala sinistra del sindacato (che ne ha anche una di destra, affascinata dal nazionalismo), subisce rappresaglie e continui trasferimenti. Tiene duro, riesce finché possibile a mantenere coesa la sua famiglia, e in qualche modo a nutrirla. Arriva il fascismo, e per lui è il licenziamento, il carcere (ha picchiato un crumiro), una serie di angherie. Impossibile ormai trovare un lavoro stabile: deve arrangiarsi come può, spostarsi qui e là.
Lo ritroviamo partigiano, partecipe di battaglie campali contro i nazifascisti. Ora è comunista: è transitato dallanarchismo al PCI senza passare per i socialisti, che lo hanno sempre esasperato per la loro remissività di fondo, anche quando ammantata da retorica rivoluzionaria. Partecipa alla breve esperienza della Repubblica dellOssola, con funzioni di capo della polizia (in una compagine politica che vedeva i comunisti minoritari) e di addetto allepurazione. Diverrà noto per abbaiare molto ma poi cedere facilmente alle suppliche.
Nel dopoguerra Filopanti svolge modeste attività di partito, si batte per i braccianti del novarese colpiti dalla repressione, si prodiga per chiunque gli chieda aiuto. Mantiene il suo caratteristico temperamento focoso e la bonarietà di fondo. Muore povero a Torino nel 1966.
Di Filopanti / Emilio Colombo oggi sapremmo poco o nulla, se Bermani non avesse registrato i ricordi della sua vita, per poi confrontarli con la restante documentazione accessibile. Cesare Bermani è lalternativa  forse la sola efficace  al dilagare dei Pansa e degli altri revisionisti più o meno cialtroni. Cosa fu effettivamente il fascismo? Un blando regime paternalista, colpevole solo della guerra e delle leggi razziali, oppure uno spietato meccanismo teso a sradicare la malapianta degli umili in cerca di riscatto?
I tomi indigeribili di De Felice inducono alla prima conclusione. La storia elementare di un ferroviere coraggioso sposta lago della bilancia verso la seconda. Con un accento straordinario di verità, anche perché affidato senza filtri  a parte quello ovvio della scelta dei valori di fondo  alle parole di chi visse lesperienza sulla propria pelle.
Una bibbia per antifascisti, ripeto. E nessuno provi a dirmi che fascismo e antifascismo sono termini superati. La vita del ferroviere Filopanti dimostra dove stia il discrimine. 

</text_more></entry>
<entry id='3438' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3438' author_id='19' authored_on='20100419170852' basename='estremi_rimedi' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100419170852' modified_on='20130320180608' ping_count='1' status='2' title='Estremi Rimedi ' week_number='201016'><text>di &lt;b&gt;Alessandra Daniele&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;terra-.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/terra-.jpg&quot; width=&quot;173&quot; height=&quot;173&quot; border=&quot;0&quot;hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;- Lo so che la mia opinione è impopolare, ma io sono contrario al totale sterminio della razza umana.
- Perché?
- Non ne vedo la necessità, non hanno ancora nemmeno lasciato il loro pianeta.
- Tanto per cominciare ne abbiamo già trovato uno fuori dall&apos;orbita, e tu sai che dove ce n&apos;è uno... - la voce s&apos;interruppe in una pausa eloquente. Poi aggiunse - E&apos; meglio eliminarli adesso che sono ancora nella loro tana, anziché aspettare di vederli saltare fuori da tutte le parti.</text><text_more>- Senti, anche a me fanno schifo, non sono di quelli che li collezionano. Dico solo che anche loro hanno un ruolo nell&apos;ecosistema.
- Quello di parassiti.
- E cosa proponi? Il terricida è tossico, appesteremmo tutto il pianeta.
- Pazienza, tanto ormai lo hanno già avvelenato loro comunque. 
- Potremmo prima tentare altri metodi.
La voce lo iterruppe bruscamente.
- Lo abbiamo già fatto, sono inutili. Con le trappole se ne acchiappa uno ogni tanto, che poi il più delle volte scappa, e torna nella tana. Far scorrere l&apos;acqua non li annega mai tutti, ce n&apos;è sempre qualcuno che si salva, e ricomincia a riprodursi peggio di prima. Il freddo glaciale l&apos;hanno sopportato, il caldo torrido non li smuove, ed è inutile aspettare sperando che gli finisca il cibo, perché sono capaci anche di mangiarsi fra loro. Non c&apos;è altro da fare - concluse la voce - ci vuole il terricida.
Seguì un breve silenzio.
- E come proponi di rilasciarlo nella loro atmosfera?
- Mescolato alle ceneri di una massiccia eruzione vulcanica, così la nube non li insospettirà. E ammazzerà per primi quelli volanti, che sono i più schifosi.
- Qualcuno di loro capirà, e darà l&apos;allarme.
- No, sono troppo impegnati a mangiarsi fra loro. 
- Questo è vero.
Ancora un breve silenzio.
- Procedi - concluse la voce.
Il pilota annuì. Chiuse il collegamento con la base, e virò verso l&apos;Islanda.</text_more></entry>
<entry id='3439' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3439' author_id='1' authored_on='20100421003033' basename='andrea_inglese_da_le_soluzioni_ordinarie' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100421003033' modified_on='20110324014135' ping_count='0' status='2' title='Andrea Inglese: da LE SOLUZIONI ORDINARIE' week_number='201016'><excerpt>di &lt;b&gt;A. Inglese&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;andrea_inglesemini.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/andrea_inglesemini.jpg&quot; width=&quot;50&quot; height=&quot;69&quot; border=&quot;1&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt;Cinque prose brevi e inedite di uno dei poeti contemporanei più importanti. Una nota di commento a margine, di Giuseppe Genna. Tra realismo e surrealismo, la terza via per una proposta di narrazione che sperimenti nuovi territori.</excerpt><text>&lt;img alt=&quot;andrea_inglese.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/andrea_inglese.jpg&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;161&quot; border=&quot;1&quot; hspace=3 vspace=1 align=left /&gt;&lt;b&gt;5 prose brevi&lt;/b&gt;
di &lt;a href=&quot;http://www.nazioneindiana.com/author/andrea-inglese/&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Andrea Inglese&lt;/a&gt;

&lt;span class=smalltext&gt;[Presentiamo qui, ringraziando l&apos;autore per il permesso, cinque inediti di Andrea Inglese, una delle voci più apprezzate nel panorama poetico contemporaneo. Poeta sì, ma anche prosatore, avendo partecipato a una splendida collettanea di prosatori, &lt;b&gt;Prosa in prosa&lt;/b&gt;, nella collana de Le Lettere diretta da Andrea Cortellessa. In calce ai cinque testi, mi permetto di apporre una &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2010/04/003439.html#nota&quot;&gt;breve riflessione&lt;/a&gt; sulla prosa di Inglese. &lt;b&gt;giuseppe genna&lt;/b&gt;]&lt;/span&gt;

&lt;b&gt;Degenza volontaria&lt;/b&gt;
Era entrato in una casa di cura sostenuto da unurgenza famelica, ma il calo di pressione lo rendeva sgonfio alle estremità, e poco maneggevole tra le braccia degli infermieri. Continuava a depistare diagnosi attraverso repentini miglioramenti. Sparivano i grossi orzaioli sulle palpebre, le macchie gialle sul collo, e i tanti difetti di pronuncia.</text><text_more>Con una sciolta loquela proponeva a degenti e primari una possibilità di recupero in alcune cliniche parallele, situate in zone climaticamente favorevoli in universi paralleli, ma spesso interferenti con il loro almeno in ragione di una percentuale non irrilevante. Di qui a qualche anno il cumulo dinterferenza farà sparire dai noi le malattie cardiocircolatorie e intestinali, spostandole su di un pianeta gemello. Più o meno tutte le sue arringhe terminavano con un grosso balzo in avanti simbolico e pratico, sempre in prossimità di finestre. Il medico grosso, dallaria meditabonda di Orson Welles, lo prese sotto la sua ala protettiva, lasciandolo camminare nudo nel laboratorio di analisi. Non destava ancora sospetti la cautela con cui parlava, in ore regolari del giorno, a facoltosi zii americani. Ma quando comparirono alla porta alcuni senza tetto, guidati da cani malamente addestrati, tutti si accorsero che sulla schiena il degente volontario aveva tatuati appartamenti vuoti e canili svizzeri. Anche linfermiere meditabondo lo lasciò al suo destino. Si persero le sue tracce sulla tangenziale, quando dirigendosi verso un mucchio di sterpaglie fu nuovamente colpito dal morbo dellinvisibilità.

* * *

&lt;b&gt;Il progetto&lt;/b&gt;
Enzo sapeva benissimo di non avere le carte in regola, insomma non tutte, ma quel desiderio così forte sì, una spinta che sembrava non cessare mai, neppure durante le ore dedicate al sonno, insinuandosi persino nei sogni, e spingendo oltre pure loro, dall&apos;interno, ampliando le situazioni, rendendole più terse, trasparenti, con panorami ampi, discese, grandi specchi d&apos;acqua dalle forme regolari. In virtù di quella stessa spinta, lui si presentava quasi ogni pomeriggio da quelli dell&apos;associazione, giocava un po&apos; a calcetto con i giovani che frequentavano il luogo, e poi andava da Anselmo o da Rita, o addirittura dal loro capo, e spiegava meglio del giorno precedente le sue idee, i nuovi accorgimenti che avrebbero facilitato il progetto. Sapeva che queste sue proposte arrivavano tardi, che il capo era occupato da faccende ben più gravi, la sua foto compariva ormai su molti giornali, gli avvocati gli stavano intorno come spasimanti, senza mai abbandonarlo con gli occhi. Ma per il capo Enzo era come una breve e serena parentesi, lo costringeva a non pensare a sé, a quali sarebbero state le mosse dei nemici, e così si rassegnava a sedersi e a fingere un ascolto accigliato, e qualche volta accadeva che decifrasse per davvero le frasi che uscivano dalla bocca di Enzo e intervenisse a tono, come di soprassalto, a disfarne il castello di carte, a mostrare senza sforzo e particolare perspicacia che i punti deboli erano tanti, che nulla davvero poteva tenere in quel discorso, che era una proposta irrealistica, un tentativo da abbandonare subito, per passare oltre, a cose vere, realizzabili, come succedeva a lui ogni giorno, scavalcando le leggi, schiacciando gli avversari dentro e fuori la propria associazione, come insomma succedeva a tutti, ovunque, quello era il rumore di fondo, non le parole veloci, smisurate di Enzo. Ma a sera tardi Enzo correva all&apos;uno o all&apos;altro bar, che costituivano il vestibolo ad un diverso tempo, il tempo puro della giornata, quello in cui ogni abbozzo o resto, ogni germe carbonizzato o ferita non rimarginata, tutto quanto era rimasto incompiuto, isolato, o sospeso, veniva di colpo riagguantato, e spinto in un cerchio di concentrata esaltazione. Le miserie si riscattavano lì, con un amico, Santo, nel bar della zona Nord, o con l&apos;altro amico, Emil, nel bar dei ruffiani, vicino al canale. Mai con i due amici assieme, in quanto questo avrebbe annoiato Enzo, anzi gli sarebbe apparso come un tentativo di fuga impossibile, e si sarebbe sentito come lo scorpione che, nel cerchio di fuoco, è costretto a inarcare la coda e a piantarsi nel dorso il proprio pungiglione. Alternando bar e amici, i discorsi ripetuti, sempre gli stessi, relativi al viaggio, a tutte le sue fasi preparatorie e a quelle successive, postume, tutte quelle parole così simili, di sera in sera, e di bevuta in bevuta, apparivano negli anni, grazie a questi piccoli giochi d&apos;inversione, a questa combinatoria minima, binaria, qualcosa di inaspettato, di tremendamente attuale, parola sputate fuori per cominciare qualcosa di diverso, di mai pensato, una vita priva delle vecchie immagini, tutta risucchiata in un&apos;altra luce.
 
* * *
 
&lt;b&gt;Jazz&lt;/b&gt;
Per Simone, il tortino d&apos;uva era a buon punto. Ora ci avrebbero pensato i fattori indipendenti quali il forno, e tutto quanto fosse concatenato alla sua azione calorica uniforme, come l&apos;asciugarsi della crema e lo scurirsi dei chicchi. A Simone non importava nulla, in realtà. Erano rituali che lo tenevano lontano dal caos. La brasiliana lo stava lasciando. Per questo s&apos;intestardiva sul jazz. Aveva rubato a casa di Clori un cd di Sam Rivers la sera stessa in cui lei, scoppiando a piangere, gli confessò di essere incinta di un poliziotto di frontiera. Quando si era messa a guardare su internet cosa comportasse una gravidanza, cercando di decifrare d&apos;un colpo tutte le ansie che le avrebbe procurato la sua nuova condizione, lui mise una mano su un cd a caso, e se lo infilò nella borsa a tracolla. Quella sera, nonostante fosse piena estate, batteva un vento gelido proveniente dalla  distesa siberiana. Proprio all&apos;uscita del palazzo in cui abitava Clori, quel vento gli sferzava le braccia nude e la faccia. Ma Simone aveva altro a cui pensare; chiese un passaggio ad uno sconosciuto che, del tutto ubriaco e di buon umore, lo lasciò nel quartiere desolato dove abitava la brasiliana. Per un attimo sospettò che l&apos;ubriaco conoscesse fin troppo bene quei luoghi, in genere poco frequentati dagli abitanti prudenti della città. Citofonò, cominciando già a piangere. La brasiliana non rispose, forse addormentata, forse assente, forse morta per un incidente domestico. Pensò di svitare l&apos;intero quadro dei citofoni per gettarlo in mezzo alla strada. Ma mancando di senso pratico e di strumenti adatti, emise un urlo stridulo e si allontanò. Ora che si preparava nel forno il tortino d&apos;uva, Simone poteva ripensare a tutto questo e persino immergersi nella musica jazz, anche se ciò implicava un notevole sforzo mentale. Da quando era iniziato il secondo pezzo, dal titolo oscuro di Danza del treppiede, si curava di distinguere la tromba dal sassofono. Distinguere gli ottoni dalla batteria e dal pianoforte era possibile senza un&apos;eccessiva concentrazione. Quanto al contrabbasso, vi aveva rinunciato subito, perché assomigliava al pensiero molesto della brasiliana, che pareva scomparso per sempre, salvo poi riaffiorare chiaro e ostinato d&apos;improvviso. Ma tromba e sassofono erano divenuti una questione d&apos;onore. Tutto sommato, dopo l&apos;iniziale tentennamento, si capiva che la tromba non suonava mai come un sassofono e viceversa. Spesso c&apos;era un gran casino nel pezzo: tutti ci davano dentro di colpo, come presi da un immediato nervosismo. Una musica da nevrotici. Come nevrotica era la brasiliana. Come tutti ormai, ma di un nervosismo vigliaccamente accettato, insolente, che faceva correre ognuno incontro a qualche irrealizzabile desiderio, scappando da occasioni di gioia facili come respiri. Cazzo! Se questa non è la tromba! Proprio mentre pensava al nervosismo globale, quella che credeva la tromba cominciò a insospettirlo; gemeva in modo strano, a volte a singhiozzo a volte con fare strascicato, e del sax manco l&apos;ombra. A meno che da qualche minuto, come un perfetto irresponsabile, non avesse scambiato di nuovo il sax per la tromba, trovandosi ora più confuso e agitato di prima. Quando suonò il campanello, la sua vista era annebbiata dallo sforzo. Ma fortunatamente il pezzo stava per finire. Non era la brasiliana ma Clori. Appena entrata gli disse: Facciamolo assieme un figlio. Lui le pose una mano sul collo. Ma come la tromba con il sax, i suoi sentimenti si confondevano, e dell&apos;amore nemmeno l&apos;ombra.

* * *
 
&lt;b&gt;Azione dimostrativa&lt;/b&gt;
Militanti alla conquista della scena. Accesi, allarmanti. Prendono tutti di sorpresa: sono vestiti benissimo. Gli uomini della sicurezza scontano un ritardo motorio. Le signore, tacchi a spillo dorati e plastica facciale, non scendono più la scalinata. Coccodrilli e cobra gonfiabili fluttuano a mezz&apos;aria, la strategia dell&apos;elio. Tutti o quasi i nemici ora come scomparsi. Gli avversari di classe, i manutengoli del sistema, la servitù mediale. Il presentatore ancora in piedi, ma come svenuto. Fuori dagli studi ammassano elettrodomestici nuovi di zecca, per dare loro fuoco durante un urlo risanatore. Non tutti i propositi insurrezionali vanno a buon fine. La gente si è tirata fuori dal letto, almeno per qualche ora. I colori acquistano intensità, si staccano a poco a poco dalle superfici. I militanti soddisfatti, accorati, esausti. Scatenano infine una discussione sui motivi veri della militanza. La gente li ascolta dai diffusori, versandosi bicchieri di latte. I motivi falsi e apparenti non bastano. Bisogna tutti calarsi nel pozzo dei veri motivi. È quanto sostiene uno biondo, tenendo alte e aperte le palme delle mani. Le forze dell&apos;ordine sono rallentate da un sistema di sensi unici alternati. E gli uomini della sicurezza stanno avanzando con estrema calma oltre le fantasiose barricate di animali gonfiabili. Secondo alcuni, i militanti sono persone che fanno quello che fanno per pura disperazione numerica. Si sentono dei numeri, ma dei numeri bassissimi, con molti zero davanti. E vogliono con azioni eclatanti raggiungere lo splendore dei numeri interi, ma abbastanza alti, che superino almeno il cinquanta. Altri sostengono invece, schiumando dalla bocca, che tutto è frutto d&apos;imperizia sessuale. L&apos;impossibilità di una brevissima penetrazione genera energia rivoluzionaria: l&apos;atto sessuale mancato produce un&apos;azione di disturbo riuscita. Il terzo gruppo, poco propenso a repliche, difende la nota tesi dell&apos;arrivismo attraverso la miseria. Il miserabile usa la sua verificata infelicità, la sua patente e indubitabile disperazione, come capitale per piccoli e progressivi investimenti simbolici, che lo porteranno a divenire il primo dei cameraman o degli esperti luce. I numerosi leader dei militanti  ogni tre militanti ne esiste uno  decidono di comune intesa di ballare intorno al marchingegno che emette una nebbia inodore. Questo balletto nella nebbia artificiale avrà un valore di denuncia per chi guarda da fuori. Quanto agli spettatori, la maggioranza dei quali non ha avuto il coraggio di tornare a letto, non può vedere nulla, in quanto le trasmissioni sono state sospese. Proseguono solamente le sigle pornografiche di sottofondo.

* * *

&lt;i&gt;La fiamma&lt;/i&gt;
Il giorno che avevo deciso di dare una svolta alla mia vita attraverso azioni violente, anche se tecnica e metodo della violenza, oltreché obiettivi determinati, mi erano ancora in gran parte sconosciuti, mi imbattei, proprio in camera mia, nel fenomeno della fiamma. Nel giro di pochi giorni mi familiarizzai a tal punto con esso, che quasi non lo notavo più, però sentivo che agiva in modo costante su di me, e sotto forma di lenitivo psicologico. Ero ritornato più calmo, anzi completamente passivo e, avendo abbandonato del tutto i progetti di devastazione della società, mi limitavo a rileggere alcuni passi del libro sacro, cercando invano di mandarli a memoria. Intorno a me tutto peggiorava: mia sorella usciva con unghie quasi fosforescenti e con capigliature visibili anche dal sesto piano, mia madre interrompeva il pianto giornaliero solo per andare a letto e per fare delle commissioni in quartiere, mio padre accumulava nuovi debiti, e si faceva malmenare dai creditori. In tali condizioni io non cercavo lavoro, avevo persino smesso di masturbarmi e passavo i pomeriggi a guardare sul canale satellitare vecchie partite di pallone. Di tanto in tanto, però, appena veniva buio, mi mettevo ad osservare il fenomeno della fiamma. Era un fenomeno abbastanza regolare, si ripresentava quasi tutti i giorni nel cantiere di fronte al mio palazzo, in un vano tra due impalcature di cemento. Neppure all&apos;inizio ho avuto l&apos;impressione che vi fosse una causa divina. Ma qualcosa di puro, di autenticamente spirituale, emanava da quella fiamma, in fondo assai piccola e intermittente. Non una possibilità di fuga o di cambiamento. Solo un monito allegro. Se qualcosa inizia a bruciare, gettati nella fiamma, e brucerai anche tu, mi sembrava dicesse questo fenomeno, volendolo a tutti i costi tradurre in un linguaggio umano. Le cose peggiorarono ancora: mio padre si fece quasi ammazzare, mia madre si ammalò, e smise di alzarsi dal letto. Mia sorella, dovendo curare mia madre, fu costretta a portarsi gli uomini in casa. Non avendo più una stanza mia dove stare tranquillo, scesi una sera per strada. Scavalcai la palizzata di metallo e presi a camminare nel cantiere. Fu facile raggiungere la fiamma. Proveniva da un potente accendino a gas che un tipo con il foulard in testa estraeva di tasca ogni dieci secondi. Assieme ad altri due tizi più giovani, veniva ogni sera in cantiere a riempirsi di marijuana e fumo. Aveva una strana pipa lunga, con un braciere d&apos;osso di forma ottagonale. Quel primo giorno mi fecero fumare gratis, ma i giorni successivi mettevo la mia parte di denaro per l&apos;acquisto della droga. In genere si stava tutti zitti, fumando in piedi o accovacciati, ma qualche volta il tipo con il foulard iniziava a raccontare strane storie. Erano storie molto più varie e divertenti di quelle che avevo letto e riletto nel libro sacro. Alcune di esse mi si scolpirono in mente, anche se le avevo ascoltate una sola volta. Quando tornavo a casa, entravo in camera di mia madre e gliele raccontavo. La cosa mi divertiva moltissimo. Mia madre si girava con la testa contro il muro e si metteva a piangere.

* * *

&lt;a name=&quot;nota&quot;&gt;&lt;b&gt;Breve nota sulle prose di Andrea Inglese&lt;/b&gt;&lt;/a&gt;
di &lt;a href=&quot;http://www.giugenna.com&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Giuseppe Genna&lt;/a&gt;

&lt;img alt=&quot;andrea_inglese2.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/andrea_inglese2.jpg&quot; width=&quot;140&quot; height=&quot;163&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;&quot;Il miserabile usa la sua verificata infelicità, la sua patente e indubitabile disperazione, come capitale per piccoli e progressivi investimenti simbolici, che lo porteranno a divenire il primo dei cameraman o degli esperti luce&quot;. L&apos;assolutezza di certi inserti, che però costruiscono tutti gli edifici in prosa eretti (o scavati, nella roccia delle lingue italiane) da Andrea Inglese è, a conti fatti, la renitenza a qualunque riduzione di cui è capace certa prosa gnomica tipica del romanzo ottocentesco e post, della poesia soprattutto di certa avanguardia storica, di certo diarismo o epistolarismo (Leopardi, Kafka, soprattutto Beckett). C&apos;è qualcosa che mi ha sorpreso fino allo sconcerto nelle prime prose brevi di Inglese che ho letto (le &lt;i&gt;Due storie&lt;/i&gt; su &lt;a href=&quot;http://www.nazioneindiana.com/2010/01/05/due/&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Nazione Indiana&lt;/a&gt;): una disinibizione totale rispetto a un problema che ha molto condizionato la formazione mia e dei miei coetanei durante gli anni Ottanta e Novanta, ovvero la necessità impellente di stabilire il confine e la prassi della &lt;i&gt;prosa poetica.&lt;/i&gt; Si respirava l&apos;aria della fine: della poesia, anzitutto, ma anche del romanzo-romanzo. Si derrideggiava, l&apos;ideologia generica (cioè massiva, ma anche propria dei generi) si proponeva come alternativa trionfante, a fronte di un &lt;i&gt;impasse &lt;/i&gt;che, come ogni autentico rimosso, sarebbe ritornato: oggi. La disinibizione nell&apos;uso di formulari di matrice surrealista (&quot;Se rispondono al telefono, si è sbagliato di cadaveri.&quot;) è tale solo se non si considera il percorso con cui si arriva a quell&apos;apparente matrice surrealista - che è una strana, obliqua narrazione, per cui quell surrealismo non è tale. Le prose qui sopra pubblicate non fanno altro che misurare un territorio di mezzo tra la narrazione dura (cristallizzata in racconto-racconto) e una poesia che allunga la propria metrica e il proprio respiro. Che si tratti del carattere realistico o di quello più schiacciato sul versante onirico, poco importa, poiché ogni prosa è destinata a misurare l&apos;esistenza di uno &lt;i&gt;zwischen&lt;/i&gt;, di un intermezzo che, a conti fatti, è un distillato eccezionale che è maturato nel secolo scorso. E non penso tanto agli &lt;i&gt;Stückenprose &lt;/i&gt;di Robert Walser, poiché non si dà angelologia nelle prose di Inglese, e nemmeno creaturalità inerme o esposta. Piuttosto Beckett, Micheaux, Ponge, tutti in deriva da Baudelaire e dalla sua iracondia non sedabile - che è l&apos;espressionismo stesso di queste prose, sempre furibonde sia pure sotto un controllo di mente e di cuore.
Il problema che avanza Andrea Inglese (ma, con lui, tutti i partecipanti allo splendido volume &lt;b&gt;Prosa in prosa&lt;/b&gt;, uscito per Le Lettere) è un interrogativo ai romanzieri e ai poeti, contemporaneamente: se sia possibile, e in quale forma, lo slittamento verso quell&apos;intermezzo in cui si pone Bartleby, seduto a fissare un muro, o molte apodissi di Kafka, mentre si persiste, sulla sponda prosastica, a ricercare un genere di appoggio e, sulla sponda poetica, a liricheggiare postnovecento, in maniera stanchissima.
Qui lo stile è un&apos;aggressione, non una difesa psichica. Qui, in queste brevi zone di erba incolta che cresce con la forza di tutta la biologia e la proiezione della rabbia inconcussa che vi ravvede un osservatore come il sottoscritto - qui si dà a mio parere il problema e la soluzione a venire: cioè l&apos;abbraccio inevitabile o lo slittamento necessario tra prosa e poesia, per giungere alla narrazione ritmica, allo sfondamento che mi pare di intravvedere quale futuro non sfuggibile per chi utilizzi artisticamente il plurilinguismo italiano.

* * *

&lt;img alt=&quot;andrea_inglese3.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/andrea_inglese3.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;137&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=1 align=left /&gt;&lt;span class=smalltext&gt;Andrea Inglese (1967), filosofo di formazione, ha pubblicato un saggio di teoria del romanzo dal titolo &lt;i&gt;Leroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo &lt;/i&gt;(2003), i libri di poesia &lt;i&gt;Prove dinconsistenza&lt;/i&gt;, in &lt;i&gt;VI Quaderno italiano &lt;/i&gt;a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos, 1998), &lt;i&gt;Inventari &lt;/i&gt;(Zona 2001), &lt;i&gt;Colonne daveugles&lt;/i&gt;, in edizione bilingue con traduzione (Le Clou Dans Le Fer, 2007), &lt;i&gt;La distrazione &lt;/i&gt;(Luca Sossella, 2008) e la raccolta di prose &lt;i&gt;Prati &lt;/i&gt;nel volume collettaneo &lt;i&gt;Prosa in prosa &lt;/i&gt;(Le Lettere, 2009). Ha curato e tradotto lantologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, &lt;i&gt;Il commento definitivo. Poesie 1984-2008&lt;/i&gt; (Metauro, 2009). È uno dei fondatori del blog letterario &lt;a href=&quot;http://www.nazioneindiana.com&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Nazioneindiana&lt;/a&gt;.&lt;/span&gt;</text_more></entry>
<entry id='3440' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3440' author_id='4' authored_on='20100421150519' basename='il_male_di_vivere_intervista_a_valerio_varesi' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100421150519' modified_on='20100421210249' ping_count='0' status='2' title='Il male di vivere: intervista a Valerio Varesi' week_number='201016'><text>di &lt;b&gt;Marilù Oliva&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;varesi.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/varesi.jpg&quot; width=&quot;107&quot; height=&quot;160&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;Valerio Varesi ha ambientato in terre inospitali il suo settimo romanzo, Il commissario Soneri e la mano di Dio, tra locali poco inclini alla socievolezza, paesaggi impervi alternati a valli e faggeti, passi percorsi in passato da mercanti o pellegrini e ora battuti da ambulanti extracomunitari e da trafficanti. Un luogo glocal, forse metafora di uno stato stridente che induce al male di vivere. Attraverso unintervista allautore abbiamo parlato del suo personaggio, il commissario Soneri: un uomo con debolezze e virtù, schivo, di temperamento randagio, poco ossequioso ma educato. Scruta la realtà con lattenzione di chi non si ferma in superficie e ha una filosofia di vita che molto si confonde quella di Varesi.</text><text_more>&lt;b&gt;Parto facendo un breve riferimento alla tua laurea in filosofia conseguita con una tesi su Kierkegaard. Una formazione filosofica che trapela attraverso la tua narrazione soprattutto ma non solo nei dialoghi. Preferisco inquadrarla ora -rompendo gli schemi- sotto laspetto dei piaceri della vita. Scorre in te una vena epicurea?&lt;/b&gt;

Sì, se epicureo significa uno che &quot;vive nascosto&quot; per coltivare i propri interessi culturali e non un più banale senso godereccio della vita. In altre parole, mi piacerebbe passare il tempo a studiare, leggere e scrivere, i piaceri veri secondo Epicuro. Ciò non toglie che non disdegni anche gli altri piaceri. A un certo punto il mio Soneri dice di sé di essere un pigro costretto allazione. Ecco, io mi sento un po come lui.
 
&lt;b&gt;&quot;Il commissario Soneri e la mano di Dio&quot; è lultimo romanzo uscito per Frassinelli sul tuo personaggio seriale. Un commissario che non ha pretese di perfettibilità eppure è dotato di un rigore morale, un personale Corpus Iuris Civilis che prevede un grande senso del rispetto verso un mondo da cui spesso è nauseato. Si può dire che in Soneri ci sia un male di vivere? Ce lo spieghi meglio?&lt;/b&gt;

É il male di vivere in questo mondo dove vengono capovolti i valori e letica. Dove sono premiati quelli che calpestano la legge e fregano il prossimo, dove conta far parlare di sé, magari con comportamenti orrendi, per avere una riconoscibilità sociale. Questa nostra Italia, è la bengodi di quelli che se ne fregano di tutti e tutto in cui conta più un personaggio insignificante del Grande Fratello di un qualsiasi altro cittadino che si renda utile al prossimo. É anche il Paese dove si vendono più telefonini che libri, dove i calciatori ignoranti sono maestri del pensiero. Potrei andare avanti allinfinito.

&lt;b&gt;Soneri osserva il mondo con cui si trova costretto a misurarsi come se volesse porre un filtro tra sè e la parte più becera della società, in questo caso individui meschini, opportunisti legati a finanziarie per riciclare il denaro sporco e ai traffici della droga. Nello stesso tempo trapela unesigenza di comunione con la natura e con la vita in generale. Ci risolvi questa discrasia? Il suo sguardo sul mondo è il tuo?&lt;/b&gt;

Soneri, da poliziotto, fa i conti con la realtà sulla quale gli tocca indagare. Basta aprire il giornale per trovare, ladri, assassini, politici corrotti, concussori, corruttori o gente che si vende per andare a letto con prostitute. In questo caso chi è più prostituta? Non sono più &quot;escort&quot; i politici che cedono al mercato la propria onestà? La società sotto gli occhi di Soneri è in piena dissoluzione cosicché, così, dopo ripetute venefiche immersioni in essa, il commissario sente il bisogno di respirare di nuovo un po di purezza che può essergli restituita sia dal rapporto con gente onesta che lavora per gli altri (ne esiste ancora parecchia, per fortuna), sia dal rapporto con la natura che non è né benigna né matrigna, ma sicuramente bella e mai ambigua.

&lt;b&gt;Ma cosa cè che non va nellItalia di questi anni, nel momento storico, nellansia di consumismo che devasta questepoca?&lt;/b&gt;

Cè che sono morte le idee con le ideologie e oggi non sappiamo più decifrare la realtà secondo unimpostazione culturale, dunque ci troviamo smarriti nella &quot;liquidità&quot; di questo mondo che ci sfugge. A livello collettivo, la politica, che dovrebbe mantenere vivo il concetto di comunità inteso come linteresse di tutti, è ormai defunta e relegata a feticcio di tornaconti personali o di poteri economici forti. Oggi sono proprio leconomia e i profitti individuali a farla da padrone, col denaro quale lunico valore riconosciuto e lauto affermazione come sola pulsione. In definitiva, una giungla in cui emergono i più spudorati e quelli che hanno mezzi più potenti. Con tanti saluti alla democrazia. Oggi lItalia è già in un condizione di autoritarismo predittatoriale.

&lt;b&gt;Se ci fossero delle soluzioni, quali sarebbero?&lt;/b&gt;

Cambiare la stella polare che guida questa accozzaglia di società, vale a dire il modello di sviluppo predatorio che ci contraddistingue e, nel contempo, recuperare il valore della politica e quindi della comunità. Vedo segni di democratizzazione nel mondo dellinformazione con internet e in quello dellenergia col diffondersi delle fonti rinnovabili. Però deve prima tramontare questa orrenda parentesi berlusconiana figlia tardiva dellaltrettanto orrendo liberismo degli anni 80.

&lt;b&gt;Uno si scrittore si deve porre il problema del suo contributo? In che direzione?&lt;/b&gt;

Il contributo di uno scrittore ci può essere, ma minimo vista la diffusione marginale del libro in questo Paese. Forse può fare di più come cittadino. Mi viene in mente il ruolo di Thomas Mann a radio Londra durante la seconda guerra mondiale.

&lt;b&gt;Come si compenetrano il tuo ruolo di scrittore e di giornalista presso la redazione bolognese de la Repubblica (per cui dirigi anche la pagina culturale del martedì)?&lt;/b&gt;

Sono un narratore con forte inclinazione sociale e quindi prendo molto dai casi che finiscono sul giornale. A volte una piccola storia può diventare una grande storia agli occhi di uno che vuole reinventarla. Come redattore anche di una pagina settimanale di libri cerco di contribuire alla diffusione della lettura. In genere, chi legge è anche una persona civile.

&lt;b&gt;Il &quot;Il commissario Soneri e la mano di Dio&quot; è ambientato in un Appennino inospitale, tra autoctoni poco inclini alla socievolezza, paesaggi impervi alternati a valli e faggeti, passi un tempo percorsi da mercanti e pellegrini e ora da ambulanti extracomunitari e trafficanti. In che senso si può parlare di luogo glocal?&lt;/b&gt;

É glocal perché sono arrivate la modernità tecnologica e i comportamenti globalizzati, ma si sono sovrapposti a una serie di comportamenti e codici non scritti sedimentati nel tempo tra la gente dellAppennino. Il risultato è una miscela originale ma quasi sempre mal assortita fortemente stridente come una voce seghettata in cui si alternano sillabe e silenzio.

&lt;b&gt;In alcuni momenti il commissario si lascia sfuggire accenni malinconici legati allineluttabilità del tempo. Cosè il tempo per Soneri e cosè per te?&lt;/b&gt;

La misura del nostro trascorrere sul palcoscenico di un mondo che non siamo in grado di conoscere. Il tempo è una misura mentale di per sé infinita e come tale capace di relegarci nella nostra finitezza. Non solo: come già ci ha mostrato Heidegger, questa finitezza ci condanna allassurdo. Lunica uscita da questo culo di sacco è porre lobiettivo della propria vita oltre questo mondo.

&lt;b&gt;Ci lasci con una citazione dal libro? &lt;/b&gt;

Poco dopo linizio, scoprendo un vassoio del dolce tradizionale della festa del patrono di Parma, Soneri dice: &quot;Abbiamo paura anche dei nostri ricordi&quot;. Mi sembra una frase che si adatta ai tempi odierni in un Paese anestetizzato e privo di memoria.
</text_more></entry>
<entry id='3441' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3441' author_id='4' authored_on='20100422234645' basename='italiano_1' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100422234645' modified_on='20110324014135' ping_count='0' status='2' title='Italiano - 1' week_number='201016'><text>di &lt;b&gt;Jari Lanzoni&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Lanzo01.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Lanzo01.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;148&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;&lt;b&gt;1&lt;/b&gt;

Due trattini verdi. La vita di Michelle F. sarebbe finita con due trattini verdi.
La ragazza guardava davanti a sé con uno sguardo lucido, quasi febbrile. Accelerò ancora, facendo sfrecciare il Suv nero lungo la corsia centrale dellautostrada.
Una spia rossa si accese di colpo, poi un bordo luminoso circondò il valore nellindicatore di velocità. Al margine destro del display comparve licona di volante con una dicitura straniera. Nel buio della notte quel gioco di luci morbide risultava quasi rilassante.

</text><text_more>Michelle F. si accorse a malapena dei segnali provenienti dalla consolle di guida, ma per lei non avevano comunque alcun significato. Noi siamo in Italia. Noi parliamo solo Italiano. recitava lo spot sulla legge per lestromissione delle lingue straniere dalla scuola pubblica, quando ancora la ragazza si chiamava ancora Michela. Inoltre i sistemi di sicurezza dei modelli dauto a grossa cilindrata venivano rimossi direttamente dal rivenditore.
In teoria, quando la velocità e laccuratezza di guida venivano segnalati come rischiosi, o i bioritmi del conducente risultavano sconvolti, un sistema di navigazione gps lasciava che un tutor automatico prendesse il controllo del veicolo riportandolo in condizioni di sicurezza, parcheggiandolo in luoghi di facile accesso e allertando la polizia stradale. Tutte robe da froci, aveva tuonato il Ministro alle Riforme Regionali. Una grave lesione alle libertà individuali, rincarò lopposizione parlamentare. E quindi, per legge, una volta giunto in Italia ogni veicolo estero veniva epurato del sistema di sub controllo.
Michelle F. ricordava vagamente che lo slogan di quel periodo era IO guido come cazzo mi pare. Le varie pubblicità erano del tutto simili tra loro: attori da fiction che allungavano una mazzetta al meccanico amico, rigorosamente di colore, per ritirare la macchina deprivata del sistema tutor, per poi sfrecciare a velocità folle su magnifiche strade circondate da colline erbose, con lolite dai nudi seni acerbi che si dimenavano sui sedili, ridendo come pazze o scambiandosi baci saffici. IO guido come cazzo mi pare.
Unico neo: linformatizzazione del paese era pari a quella di una cosa chiamata Camerun, per cui non era possibile togliere dal software la fioritura di allarmi e icone i cui colori cangianti si riflettevano ora sul viso della ragazza, componendo strani disegni.

Michelle F. ebbe uno strano sussulto. Si terse le lacrime, poi batté le palpebre. Ignorò i lampeggianti di una monovolume che lei aveva appena superato in maniera avventata, portandole via uno specchietto. La sua presa sul volante si fece più sicura.
Due trattini verdi. No, si disse. Non era ancora finita.
Il suo sguardo cadde quasi per caso sullo specchietto superiore, stretto e lungo. Vide il riflesso degli avatar scorrere sul proprio viso, sopra lo spruzzo di lentiggini artificiali che facevano impazzire Lombardo. Quel gioco di luci, sul viso pulito, sulla curva del naso modellata chirurgicamente da lolita impertinente, le piacque.

Qualcosa scattò nella sua mente, una sorta di impulso infantile. Un automatismo. Ricordò uno dei tanti servizi per il curriculum vitae. La guardavano, quindi doveva essere carina. I suoi occhi divennero ancora più umidi. Oscillò il capo, in modo che sullo specchio potessero comparire le sue labbra perfette, la dentatura candida, il sorriso smagliante. Doveva essere carina. Sì passò la lingua sulle labbra, sciogliendo nel contempo le spalle. Sapeva che a quel punto doveva figurarsi un felino, inarcare la schiena. Staccò le mani dal volante per portarle sui seni. I capezzoli. La sensibilità delle areole che Lombardo le aveva fatto rimpicciolire chirurgicamente era quasi zero, ma sapeva che a quel punto doveva stringersi i capezzoli. Sapeva che a loro piaceva quando si stringeva i capezzoli.

Il suono digitale di un clacson la riportò alla realtà. Vide una cascata di scintille prorompere dalla fiancata di destra. Stava appoggiandosi contro il container di un autotreno. Afferrò il volante tornando ad occupare la propria corsia. Il cuore le batteva allimpazzata. Il ventre era pesante. Le gambe molli come gelatina.
E ricordò.
Due trattini verdi. La vita di Michelle F. sarebbe finita con due trattini verdi.
Emise una sorta di gemito stridulo dalla bocca. Lombardo lo avrebbe saputo, e lei sarebbe stata rovinata.
Due maledetti trattini verdi sul test delle orine.
Era malata: incinta.

&lt;b&gt;2&lt;/b&gt;

Il navigatore individuò subito il percorso, disegnando una lunga lingua zigzagata tra le Marche e lUmbria, vicino ad una macchia nera chiamata Abruzzo, individuando la Clinica Serenity. Michelle F. deglutì cercando di mantenersi attenta. Gli stimolanti sintetici la tenevano sveglia, e questo era un bene. La pioggia che aveva preso a cadere rendeva lasfalto scivoloso, accendendo altre spie e icone sul display, costringendola a rallentare. Michelle f. aveva ventanni e quindi, con la liberalizzazione delle licenze di guida, possedeva una patente da quasi cinque anni. Tuttavia aveva ben poca esperienza: era una aiuto-assistente arrivata, amica di Lombardo, il suo posto era sempre stato nei sedili posteriori e non certo al volante.

Tentò di rilassarsi. Un paio dore e sarebbe arrivata a Terni. Aveva tempo. Presto il cielo si sarebbe rischiarato. E lei avrebbe dovuto attendere parecchio prima dellapertura della clinica. Tanto meglio: avrebbe fatto colazione, vomitato, eseguito con calma una verifica al credito sul suo conto in banca e mandato qualche messaggio a Dory per farsi aggiornare sulla situazione in corso. Dory era Doriano, il SottoSegretario di Lombardo, il Ministro Lombardo. Da quando il suo mentore era entrato nella clinica Serravalli, Dory era lunico contatto che aveva con lui.
In genere Dory le rispondeva riportandole i saluti di Lombardo e aggiungendo termini medici, o qualcosa di simile, non ne era certa. Lei mandava tanti =D =D =D =* =* =* e le solite frasette dolci. Dopo lintervento, per festeggiare, glielo avrebbe succhiato. A Lombardo. Non a Dory. Lombardo era un politico, andava succhiato, ci mancherebbe. Lei era un professionista: niente errori. Dory era amico di un signore e quindi andava lasciato stare. Erano pericolosi i signori.

Il vetro della macchina fu come investito da uno schiaffo dacqua. Il tettuccio prese a ticchettare paurosamente. Michelle F. quasi sbandò. Era nel mezzo di un acquazzone. Non le fu facile conservare il controllo dellauto. Posso farcela posso farcela sussurrò.
Due trattini verdi. Era incinta. E quindi era sola.
Per la legge sulla privacy del dna Lombardo poteva imporle laborto, ma poi non si sarebbe mai più fidato di lei, e fuori dal suo entourage Michelle F. non avrebbe saputo cosa fare. I suoi lavrebbero ammazzata di botte: Lombardo laveva fatta allevare fin da bambina, pagando tutte le modellazioni chirurgiche e le tariffe ai genitori. Deluderli sarebbe stata la fine.
Soffocò una crisi di pianto. Era così vicina alla meta, così vicina. I politici andavano pazzi solo per le lolite. Ancora un anno a succhiare Lombardo e avrebbe smesso di essere una aiuto-assistente, le sarebbe stato assegnato uno stipendio come produttrice. I suoi genitori, di conseguenza, avrebbero avuto una pensione come allevatori. Era quasi fatta. Ancora un anno e poteva iniziare lei a sfornare delle aiuto-assistenti da inserire in ministeri e uffici. In fondo non le andava. Odiava pensare a sé stessa con il ventre gonfio. Tuttavia ventuno anni sarebbero stati troppi per continuare a fare quel lavoro. I politici andavano pazzi solo per le lolite.
Rallentò per superare una curva un poco stretta. La pioggia continuava a cadere.
La Clinica Serenity era la sua salvezza. Aveva soldi. Poteva farcela. Lombardo non sarebbe stato operato prima di sedici ore, e poi avrebbe trascorso un giorno di riposo. La ragazza aveva tutto il tempo per farsi strappare fuori quella roba schifosa che aveva dentro la figa e riprendersi. E poi avrebbe ripreso a succhiare Lombardo. Poteva farcela.

Lavatar comparve dal nulla. Un omino luminoso che si sbracciava e parlava inglese, parlava straniero. Un allarme. Cosera il sensore di prossimità? Le vietava qualcosa. Michelle F. non aveva idea di cosa stesse blaterando. Noi siamo Italia. Noi parliamo solo Italiano. Sembravano indicazioni, proibizioni. Noi siamo Italia. Noi parliamo solo Italiano. Le vietava qualcosa. Odiava che qualcuno le vietasse qualcosa.
La ragazza spalancò le labbra in un sorriso da foto. - IO guido come cazzo mi pare. - Canticchiò, meccanicamente. - ComecaaaazzomipA!

Limpatto fu violento.
Michelle F. non capì nemmeno cosa stesse succedendo. La linea curva del cofano divenne un ammasso schiacciato e disordinato. Qualcosa di freddo le sfondò il bacino dal lato sinistro. Frammenti disordinati le attraversarono il petto. Non sentì nulla. Neppure quando tutto ciò che stava sotto laltezza delle ginocchia divenne un impasto di plastica, carne, metallo e ossa tritate. La sua mascella perfetta, fatta limare a dodici anni, si spezzò in tre parti contro il volante, portandosi via parte della dentatura. Gli airbag di serie venivano rimossi per decreto. Frociate, li chiamava loriginale Ministro alle Riforme Regionali. Michelle F. una volta glielo aveva succhiato, al Ministro alle Riforme Regionali. Era uno di quelli che non riuscivano mai a venire.
Il dolore raggiunse finalmente i suoi recettori, spezzandola.
Michelle F. spalancò quel rosso vortice osceno che un tempo era la sua bocca, ma non riuscì a gridare. I suoi occhi verdi, i suoi occhi perfetti, scorsero qualcosa piantato dentro il parabrezza infranto della macchina. La testa di Dory. Il resto del corpo era qualcosa di ritorto immerso per metà nel cofano del Suv. Le labbra esangui ancora si muovevano. Michelle F. annegava in un bagno di dolore. La sua lucidità era scomparsa. Non si chiese cosa diavolo facesse Dory, lì, con il collo squarciato dai vetri. Poi i suoi occhi incrociarono quelli scuri delluomo. La stava guardava? Sì. Allora Michelle F. piegò il buco umido della bocca in un sorriso. Doveva essere carina. Cercò di muovere la lingua mutilata ma non trovò labbra da inumidire, fece solo cadere un paio di molari. Dory la guardava, doveva essere carina. La sua mano destra, laltra non la sentiva più, non trovò alcun capezzolo alla sommità del seno, solo un pezzo di vetro aguzzo. Doveva essere carina. Michelle F. morì tenendosi a mente che a Dory non doveva succhiarlo. Lei era un professionista: niente errori. A Lombardo sì, bisognava succhiarlo. Ci mancherebbe.

&lt;b&gt;3&lt;/b&gt;

Mazieri era morto.
Mazieri era morto. Cazzo.
Il Dottor Adriano si torse le mani, di nuovo. E di nuovo udì il suono sommesso del caller.
Un sibilo e dalla superficie della scrivania d&apos;ebano scivolò fuori uno schermo rigido largo quasi un metro, sottilissimo, dal fianco nero. Non li facevano quasi più di quel modello, ormai tutti gli schermi erano ologrammi interattivi.
Adriano fissò unicona allangolo destro del video. Lavatar della troia negra era illuminato. La scritta Call lampeggiava. La troia negra era Sybil. Era una negra e quindi una troia, inoltre non si faceva scopare e quindi era ancora più troia. Però era lunica dello staff che aveva unidea di cosa minchia volessero dire tutti i messaggi delle amministrazioni sanitarie europee e conosceva quelle cazzo di lingue straniere. Per cui, anche se non si faceva scopare, non poteva mandarla via.
Il Dottore cliccò febbrilmente sui tasti della scrivania, digitò la risposta FM e spense licona. Aveva altri 5 minuti di pace. Poteva trovare una soluzione. In 5 minuti. Però pensare a Sybil di solito glielo faceva venire duro. Selezionò meccanicamente uno degli avatar delle sue assistenti personali, Arianna. Arianna era una bella figa. Scopava bene. Voleva chiamarla per rilassarsi, ma si trattenne in tempo. Se avesse sbloccato la porta quella troia nera ne avrebbe approfittato per entrare a chiamarlo, o ancor peggio lo avrebbe fatto uno degli stronzi portaborse che lo aspettavano là fuori.

Si torse le mani.
Mazieri era morto. Cazzo.

Sedici ore allintervento del Ministro Lombardo e quello stronzo era andato a morire. Cazzo. Sedici ore al momento dellincidente. Fissò il rolex, ora mancavano meno di Aprì e chiuse la bocca facendo i conti. Corrugò la fronte. Meno di nove ore. Meno di nove ore di merda per trovare un Medico. Il Dottor Adriano doveva trovare un Medico, qualcuno che avesse unidea di cosa fare con il Ministro. Lui non ci capiva un beneamato cazzo.
Il Ministro Lombardo. Merda. Si era sposato una senatrice di Libertà Azzurra e intanto era coordinatore regionale nella Nova Italia Nostra. Un pezzo grosso. E come Novista non poteva andare a farsi operare fuori dallItalia, no, ogni attività e vicenda doveva essere italianissima. E il Dottor Adriano Serravalli era la scelta migliore: ottima famiglia, volto noto, stesso partito. Operarlo non era un problema. Mazieri serviva a questo.
Meno di nove ore.
Serviva una soluzione. Il Dottor Adriano doveva trovare un Medico.
</text_more></entry>
<entry id='3442' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3442' author_id='4' authored_on='20100424034835' basename='maria_silvia_avanzato_ratafia_per_lassassino' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100424034835' modified_on='20100424035002' ping_count='0' status='2' title='Maria Silvia Avanzato: RATAFIA&apos; PER L&apos;ASSASSINO' week_number='201016'><text>di &lt;b&gt;Daniela Bandini&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Avanzato-Ratafia.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Avanzato-Ratafia.jpg&quot; width=&quot;130&quot; height=&quot;203&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Maria Silvia Avanzato, &lt;i&gt;Ratafià per l&apos;assassino&lt;/i&gt;, Edizioni Forme Libere, Trento, 2010, pp.103, 12,50.

Maria Silvia Avanzato, con questo libro, è stata tra le vincitrici del premio letterario Passi nel buio di Verona 2009. Un premio meritatissimo per uno sforzo pluriennale in ambito letterario. Sforzo non è però il termine più adatto per descrivere il lavoro di Maria Silvia Avanzato: l&apos;unico sforzo davvero insostenibile per lei sarebbe quello di non poter elaborare in maniera scritta e creativa quella trama continua che ogni stimolo sensoriale le offre. Un incontro, una conversazione sul treno, un atteggiamento, una frustrazione, una gratificazione, prendono  il volo e vanno da sé, scorporandosi dall&apos;accaduto, avvolgendo parole e situazioni quotidiane in fantastiche opportunità, non sempre gradevoli e auspicabili. Neanche agli amanti dell&apos;horror e del  mistero più truculento e sanguinario...</text><text_more>&lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2009/10/003225.html#003225&quot;&gt;Maria Silvia Avanzato&lt;/a&gt;, malgrado i suoi 25 anni, ha già scritto e pubblicato tantissimo, affrontando tematiche anticonvenzionali tra le più disparate, dai racconti erotici alla narrativa per ragazzi ai trattati sui cimiteri monumentali. Come approccio all&apos;autrice consiglio l&apos;antologia &lt;i&gt;Ogni donna ha la sua casa&lt;/i&gt;, nella quale Silvia ambienta una psiche a unabitazione, arredandole in simbiosi. Ma anche Tre duchesse di lana per &lt;i&gt;Racconti sepolti&lt;/i&gt; (il Foglio Letterario), &quot;Dove si nasconde il frangipani per &lt;i&gt;Racconti nel castello&lt;/i&gt; (La Penna Blu), passando dall&apos;horror al gotico e al giallo.
&lt;i&gt;Ratafià per l&apos;assassino&lt;/i&gt; appartiene al genere letteratura per ragazzi, una vera sfida nel panorama editoriale odierno!
Ma cos&apos;è il ratafià? E&apos; un liquore alla ciliegia, delizioso e ricercatissimo, ma nel nostro racconto il preparato ha una piccola aggiunta di due bacche di gigaro, un frutto che assomiglia al ribes, ma dalle conseguenze quantomeno stravaganti se non sapientemente dosato. Fatto sta che il ratafià della Darsena di Andorno è inimitabile e ricercatissimo. Tutto comincia con un funerale. Un funerale che presenta le prerogative per diventare uno spartiacque tra il passato e il presente, o meglio, tra una vecchia generazione, quella attuale e quella futura. 
C&apos;è quindi il defunto Getulio, Celina la sorella di Enea, il giovanissimo protagonista ed erede Enea, Alessio, il fidanzato di Celina, e il complice di Enea, Daniele, versione rurale del monello incurante del pericolo ma inevitabilmente condizionato dal suo ambiente. Tutti sappiamo che l&apos;adolescenza è appunto affrancarsi dai condizionamenti 
Allora, eravamo rimasti al funerale. Non c&apos;è nessuno al funerale del povero Getulio. Oddio, non proprio povero: Getulio viveva da proprietario in un edificio indefinito che, a detta di Enea, a tratti pareva una villa, altre volte una chiesa, poi ancora un piccolo castello... Il giardino incolto e selvaggio... E sulle mura a grandi caratteri di spray nero la scritta &apos;Brucerai all&apos;inferno, Getulio Della Darsena&apos;... 
Ovviamente non poteva mancare la vecchia imbacuccata nei suoi scialli scuri dietro la grande porta della vecchissima dimora, Elfride. La vecchia strega che chiama Enea signorino, come se i suoi anni alitassero la loro influenza nel linguaggio, ricreando le atmosfere del passato. Insomma, un bel mistero da risolvere per il nostro Enea e per il nostro Daniele, eredi entrambi di fortune che paiono sfortune, seccature e tormenti, ma che fanno passare quella estate come una indimenticabile avventura piena di ignoto, di enigmi e che lascia adito a tutte le prospettive di un futuro incerto e assolutamente imprevedibile, quindi assolutamente affascinante. In pratica i due ragazzi, con quella tipica determinazione giovanile che posseggono nello scoprire la verità, nel cercare cosa si cela sotto che cosa, vogliono riscattare la memoria del povero Getulio e, inconsapevolmente, riabilitare la reputazione di un intero paese, avvolto da un&apos;aura di maledizione e cupezza contrastante con la gaiezza spensierata che genera il pensiero di una distilleria di liquori. Di ciliegia, poi: l&apos;emblema del frutto fresco e incontaminato, il frutto della prima estate, delle pianure e delle montagne, il frutto salutistico per antonomasia....
Maria Silvia Avanzato ci invita a vivere lavventura con questi due ragazzi, ma ci invita anche a non dimenticare mai lo sguardo e i pensieri di quel ragazzo di tredici anni che si trova ancora dentro di noi. Ci invita a non temere la contaminazione dell&apos;età, sia essa di adolescente o di vecchia megera, ci fa scorgere in ogni esperienza vissuta un tratto della narrazione che diventa storia e che completa la geografia del nostro panorama personale, arricchendolo. E&apos; davvero penoso quanto la nostra superbia si intasi invece di vuoti stereotipi, togliendoci lo stupore della scoperta.  Lo so, è dura di questi tempi parlare di fantasia, quasi un sacrilegio, ma farlo è così delizioso e puro, come una folata di vento che sa di grano, che viene voglia di trasferire ancora nel nostro cupo presente questo bisogno arcaico di speranza. Grazie, Maria Silvia.

</text_more></entry>
<entry id='3446' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3446' author_id='19' authored_on='20100426121536' basename='deforme_condiviso' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100426121536' modified_on='20130320180608' ping_count='0' status='2' title='Deforme Condiviso' week_number='201017'><text>di &lt;b&gt;Alessandra Daniele&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;castello-di-frankenstein.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/castello-di-frankenstein.jpg&quot; width=&quot;226&quot; height=&quot;172&quot; border=&quot;0&quot;hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;- Si pentiranno d&apos;avermi chiamato pazzo! - il dottor Viktor Von Frankenstein III sollevò il tetro sudario che copriva il tavolo operatorio, e lo gettò alle sue spalle con un gesto teatrale.
- Igor, la mannaia! 
Il servitore si affrettò a porgergli il secchio dei ferri.
- Igor, tu stanotte assisterai non solo alla rinascita di un singolo individuo, ma dell&apos;intera umanità!
Un fulmine lacerò il cielo notturno.
- Perché nel comporre la mia Creatura io non mi limiterò banalmente a ricostruire l&apos;obsoleta e pletorica anatomia umana vigente, io la riformerò! 
Un tuono scosse tutte le vetrate del castello.
- E tu, Igor, potrai condividere con me la gloria di questo momento. Cominciamo!</text><text_more>Igor annuì.
Viktor Von Frankenstein brandì la mannaia, e squarciò il torace del cadavere che giaceva sul tavolo operatorio.
- Innanzitutto basta con gli sprechi! Due polmoni uguali, che fanno entrambi lo stesso lavoro non hanno senso! - Estrasse una violacea massa spugnosa dal corpo, e la tirò a Igor, che l&apos;afferrò al volo, buttandola dalla finestra.
- Lo stesso vale per i reni. E i testicoli. Via!
Entrambe le frattaglie estirpate volarono giù nel fossato che circondava il castello. Von Frankenstein passò all&apos;addome.
- Metri e metri di intestino, che assurdo arabesco! Igor, scommetto che persino tu sai qual è la distanza più breve fra due punti - non attese la risposta - la linea retta! - Vibrò un altro deciso colpo di mannaia - Ecco, dallo stomaco all&apos;ano mezzo metro è più che sufficiente. Tieni Igor, getta ai corvi anche questo disgustoso groviglio superfluo.
Igor eseguì. Il dottor Frankenstein strappò altre due masse di carne nerastra dal ventre del cadavere.
- Milza e pancreas... ma a cosa diavolo servono? Di qualsiasi scempiaggine burocratica si occupino, non merita due interi organi dedicati. Accorpererò le funzioni, trasferendole tutte a quel fannullone del fegato.
Il fossato ricevette altri rifiuti organici.
- Ago e filo! - Ordinò Frankenstein III - Devo provvedere a restringere bene l&apos;orifizio anale affinché non venga usato per abominevoli inserimenti. Poi procederò alla riforma più importante.
- L&apos;ingrandimento del pene?
- L&apos;asportazione del cervello! - tuonò Von Frankenstein - E la sua sostituzione con una ricevente di onde cerebrali da me costruita.
- Oh, quel progetto che avete sottratto a Tesla?
Igor schivò di poco un colpo di mannaia.
- Perdonatemi padrone, intendevo quel progetto di cui giudici onesti e imparziali v&apos;hanno dichiarato unico legittimo proprietario.
- Igor, tu sei la dimostrazione vivente di quanto questa grande riforma sia necessaria. Quando al posto della tua ripugnante materia grigia ci sarà una ricevente delle &lt;i&gt;mie&lt;/i&gt; onde cerebrali, tu non sarai più vittima delle calunnie dei nemici che invidiano il mio genio, ma sarai un felice e disciplinato soldato del mio esercito di rianimati, e condividerai l&apos;onore d&apos;essere guidato soltanto dalla mia mente.
- Ma....padrone, intendete dire che applicherete anche a me quella... riforma? - Igor indicò il cadavere sventrato.
- Ma certo! La Creatura è solo un prototipo, poi comincerò la produzione in serie, e anche tu...
Igor afferrò un coltello dal secchio, e si lanciò contro Frankenstein III. Qualcosa lo bloccò di colpo, paralizzandolo a metà del gesto.
- Come osi ribellarti al tuo creatore? - ruggì Von Frankenstein - Sì Igor, non lo ricordi, ma &lt;i&gt;tu&lt;/i&gt; sei stato il mio primo esperimento. Il mio controllo su di te però è purtroppo limitato, perché l&apos;attività del tuo cervello interferisce col ricevitore che t&apos;ho impiantato nel cranio. Per questo ho deciso di rianimare i cadaveri solo &lt;i&gt;dopo&lt;/i&gt; averli decerebrati.
Con un violento colpo di mannaia, Frankenstein III abbattè Igor, scoperchiandogli il cranio.
- Da morti sono molto più affidabili - concluse, e si rimise al lavoro.</text_more></entry>
<entry id='3447' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3447' author_id='4' authored_on='20100426125354' basename='la_riabilitazione_del_compagno' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100426125354' modified_on='20111201182430' ping_count='1' status='2' title='La riabilitazione del compagno Carlos Santana - 2' week_number='201017'><text>di &lt;b&gt;Filippo Casaccia&lt;/b&gt;

&lt;b&gt;By the time we got to Woodstock&lt;/b&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt; &lt;i&gt;Era una rivolta contro le convenzioni e lavidità. E il Vietnam. 
Carlos Santana&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;

&lt;img alt=&quot;Sant201.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Sant201.jpg&quot; width=&quot;126&quot; height=&quot;190&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;Un festival come tanti. Forse con più gente del solito.
Il Jeff Beck Group si è sciolto qualche giorno prima e la rinuncia al festival è stata sottolineata dal leader con unalzata di spalle. I Led Zeppelin, modesti, han rifiutato perché non gli andava di essere sullo stesso piano di un sacco di altre band. Gli Spirit avevano date già fissate  a posteriori, &lt;i&gt;veramente &lt;/i&gt;rinunciabili  e Joni Mitchell è stata costretto dal manager ad andare ospite del Dick Cavett Show. Quando si dice avere fiuto. 
I Santana sono in cartellone grazie a Bil Graham che dà una mano a organizzare. Si sono accontentati di un ingaggio miserrimo (2500 dollari contro i 35mila di Hendrix, per dire), ma Graham ha capito che quel 16 agosto 1969 ci si può giocare unoccasione unica.
Il sestetto è rodato da mesi di concerti e aspetta di salire sul palco nel tardo pomeriggio. Intanto, come ingannare lattesa dellesibizione? Comè prassi ricreativa, con un bell&apos;acido rilassante. E quando lacido sale, arriva esagitato uno dei &lt;i&gt;promoter &lt;/i&gt;con le mani tra i capelli: limperativo è categorico, bisogna suonare subito perché chi era previsto in scaletta è inscatolato nel traffico. 
Gelo. 
</text><text_more>&lt;img alt=&quot;Sant203.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Sant203.jpg&quot; width=&quot;190&quot; height=&quot;150&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;La band viene caricata su un elicottero e portata di gran carriera nella conca gremita da mezzo milione di persone. Dal portellone del velivolo Shrieve vomita per la tensione. Sul pubblico. 
Carlos  in pieno trip  prega accoratamente: God, please help me stay in time and stay in tune. 
Quando ho suonato io davanti a 50 persone alla Società Operaia di Mutuo Soccorso di SantIlario, ero isterico come un gatto in calore e ho pregato di: essere intonato, accordato, ricordarmi gli accordi, i testi, gli assolo, andare a tempo e non urlare nel microfono. Mi saltarono due corde nei primi tre pezzi. Però poi è andata meglio e ho complessivamente fatto una figura demmerda, che per i miei standard equivaleva a una buona prestazione. 
La preghiera di Carlos invece funziona. Va a tempo ed è intonato, altroché, ma soprattutto dirige una band che è dinamite pura. Sarà la mescalina (Ho promesso che non avrei mai più usato quella roba. Mentivo!), ma i Santana sembrano posseduti e producono lesibizione della vita, maschia, sofferta, coinvolgente: come Paolo Rossi il 5 luglio 1982, al posto giusto, nel momento giusto. Oggi che possiamo sentire tutto il concerto originale, si capisce che il montaggio del &lt;i&gt;rockumentary &lt;/i&gt;più famoso della storia non conta balle. Su disco sembra che lesibizione dei Santana porti via la pioggia, su film la gente balla scatenata: il brano proposto è &lt;i&gt;Soul Sacrifice&lt;/i&gt;, 9 minuti di pandemonio ritmico con, allinterno, lassolo epocale di Shrieve, minimale per gli standard di allora (&lt;i&gt;solo &lt;/i&gt;3 minuti), ma visceralmente improvvisato e ricco di dinamica interpretativa. 
&lt;img alt=&quot;Sant204.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Sant204.jpg&quot; width=&quot;136&quot; height=&quot;200&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;Non cera la tivù e solo mezzo milione di persone lontane da San Francisco comprende di aver assistito a qualcosa di unico. Comincia il passaparola e quando il primo album viene pubblicato, è subito un successo, confermando le previsioni di Graham: è il disco &lt;i&gt;groovy &lt;/i&gt;buono per tutti, uomini e donne, sobri e in pieno trip, statici e ballerini. 
Lanno mirabile 1969 si chiude però su una nota negativa. Ad Altamont i Rolling Stones vogliono far dimenticare che loro a Woodstock non cerano e regalano alla gioventù californiana un concerto gratuito. Ma affidare la sicurezza del palco agli Hells Angels è come dare la presidenza dellAvis al Conte Dracula. O il governo italiano a un piduista. 
Oops. 
Finisce a schifìo, coi Jefferson Airplane presi a pugni sul palco e coi Santana parecchio nervosi. 
E col morto durante gli Stones. 

Ma la band è ormai sullottovolante del successo. Comincia un periodo di concerti a raffica, di tournée massacranti, di incontri musicali insperati. E di partecipazioni televisive che oggi ritrovate su YouTube. Sei ragazzi sicuri di sé, minacciosi (Michael Shrieve: Eravamo una street gang e la nostra arma era la musica!), in preda dellestasi. Come nello speciale tivù &lt;i&gt;A Night at the Family Dog&lt;/i&gt;, celebrazione ed epitaffio della musica della Baia che fu. Lesibizione è travolgente e il vibrato di Carlos è letteralmente da brivido. Come la camicia indossata, chiusa fino allultimo bottone, con sopra maglietta da football dei Minnesota Vikings (probabilmente scelta per laccostamento cromatico giallo e viola, gradevole come un punteruolo da ghiaccio nel bulbo oculare) e con sopra ancora gilettino in pelle abbottonatissimo. 

&lt;img alt=&quot;Sant207.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Sant207.jpg&quot; width=&quot;190&quot; height=&quot;129&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;Durante il 1970 Carlos incontra i suoi idoli Miles Davis e Jimi Hendrix che, dopo Woodstock, aveva espresso il desiderio di unirsi ai Santana (Ah, bene, Hendrix! E io poi, che faccio? Il roadie?).
Col Genio di Seattle gli incontri son faccende imbarazzanti. Circondato da &lt;i&gt;groupies &lt;/i&gt;affamate, la prima volta, il cattolico Carlito fugge scandalizzato. La seconda, invece, Jimi ha un crisi epilettica suonando in studio &lt;i&gt;Room Full of Mirrors&lt;/i&gt;. La cosa instilla un germe di dubbio nel giovin chitarrista, come un presagio. 
Poi Miles passa a fare gli auguri negli &lt;i&gt;studios&lt;/i&gt;, mentre la band è al lavoro sul nuovo disco. Nasce unamicizia che troverà esiti musicali solo 16 anni dopo, per la data finale del primo tour di Amnesty International. 

&lt;img alt=&quot;Sant202.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Sant202.jpg&quot; width=&quot;180&quot; height=&quot;132&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;Nel luglio 1970 il film &lt;i&gt;Woodstock &lt;/i&gt;arriva nei cinema e la colonna sonora vende una barcata di copie. Durante il pezzo dei Santana lo &lt;i&gt;split screen &lt;/i&gt;in 3 parti rende anche a chi è seduto in sala la partecipazione del pubblico e cè pure la chicca dello &lt;i&gt;hippie &lt;/i&gt;nudo che culla una pecora (Il sozzo comunista laveva appena posseduta, Vittorio Feltri). (Non lavrà detto, ma pensato sì, dài). La pellicola, in unepoca senza tivù musicali, è la miglior pubblicità possibile e sancisce lentrata del gruppo nel pantheon dei grandi. E, a differenza di chi  a torto o a ragione  ballerà solo unestate grazie al film (Joe Cocker, Ten Years After, Richie Havens, Sly Stone), per Carlos questo è un trampolino. Il primo disco ritorna prepotentemente in classifica e quando ad ottobre esce &lt;i&gt;Abraxas&lt;/i&gt;, spopola subito. Luno-due pugilistico è perfetto, sostenuto da continue performance feroci. Se bazzicate la Rete con fare furtivo, non perdetevi il concerto del 14 ottobre al Capital Tower di Port Chester, N.Y. Unesibizione di potenza mostruosa, dove lascoltatore è assaltato da unautentica artiglieria di percussioni. Ma non basta mai, perché neanche 4 giorni dopo la band è a San Francisco; Clapton è in città coi suoi magnifici Derek and the Dominos (uno dei migliori gruppi &lt;i&gt;live &lt;/i&gt;di sempre; assaggiate e non ve ne pentirete). Al volo si organizza una &lt;i&gt;jam &lt;/i&gt;cui partecipa un ragazzino di sedici anni con unenorme testa afro. Trattasi di Neal Schon, scoperto da Shrieve e Rolie e presto portato a bazzicare le sedute che producono &lt;i&gt;Abraxas&lt;/i&gt;. Clapton, per il quale un bravo collega non è mai un rivale, fa seduta stante unoffertona allimberbe chitarrista. I Santana, pur con qualche perplessità di Carlos, contrattaccano, assoldano il giovine e il sestetto diventa settetto. 

&lt;img alt=&quot;Sant205.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Sant205.jpg&quot; width=&quot;170&quot; height=&quot;170&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;&lt;i&gt;Abraxas &lt;/i&gt;è più levigato di &lt;i&gt;Santana&lt;/i&gt;, meno tribale, anche se abbondano &lt;i&gt;voodoo &lt;/i&gt;e mistero. Il mix è perfetto per le masse. Si attenua lapproccio hard blues di Rolie, la chitarra del leader emerge su un &lt;i&gt;sound &lt;/i&gt;ecumenico, apprezzabile in Africa, come in Asia e Sud America. Fondamentale è lapporto del pianista esterno Alberto Gianquinto, una Black Panther, bianca, che porta il suo tocco elegante nei pezzi. E leroina, di cui il bassista nero David Brown sarà vittima.  
Lalbum è introdotto da una &lt;i&gt;ouverture &lt;/i&gt;(&lt;i&gt;Singing Winds, Crying Beasts&lt;/i&gt;) che già ci situa in un territorio mitico, poi ecco &lt;i&gt;Black Magic Woman &lt;/i&gt;unita allesplosione chitarristica di &lt;i&gt;Gypsy Queen&lt;/i&gt;. Qui Carlos unisce due suoi amori: la chitarra blues di Peter Green e quella già &lt;i&gt;fusion &lt;/i&gt;di Gabor Szabo, due artisti che a dispetto dellintegrità artistica avevano conosciuto un grande successo proprio per aver saputo fondere linguaggi diversi. Il pezzo di Green nei primi Fleetwood Mac  non ancora adusi a consumare dune di coca  è secco e sinistro: un inno alla frustrazione sessuale che qui diventa preghiera sensuale per poi esplodere nella eiaculatoria coda.
Aggiungo, &lt;i&gt;ad usum caproni&lt;/i&gt;: &lt;i&gt;Black Magic Woman &lt;/i&gt;non significa magica donna nera (equivoco alimentato dalla copertina dellalbum), ma semmai donna che fa ricorso alla magia nera. Il pezzo snobbato nelloriginale, così diventa immediatamente un classico: consacra i Santana e assicura assegni milionari e continue crisi depressive a Peter Green. E questa è unaltra bella storia, ma unaltra volta, eh?
Dopo la ballatona blues è già &lt;i&gt;party time &lt;/i&gt;e tocca scendere in pista con la salsa di &lt;i&gt;Oye Como Va&lt;/i&gt;, che sarà una cafonata ma sfido io a resisterle. Poi si vola in Persia, a Neshabur per una cavalcata strumentale dove affiora il pianismo jazz di Gianquinto, e si alternano pause melodiche, crescendi e scorribande strumentali. Il secondo lato vede il &lt;i&gt;merengue &lt;/i&gt;di &lt;i&gt;Se A Cabo&lt;/i&gt;, il &lt;i&gt;latin rock &lt;/i&gt;di &lt;i&gt;Mothers Daughter &lt;/i&gt;e &lt;i&gt;Hope Youre Feeling Better &lt;/i&gt;(a tratti hard) e la latinità burina di &lt;i&gt;El Nicoya&lt;/i&gt;. Ma soprattutto cè il lentazzo da balera, entrato nel repertorio di ogni orchestra di liscio. &lt;i&gt;Samba Pa Ti &lt;/i&gt; oh, sarà una colpa? - è cantabile e ballabile, poi si velocizza, la chitarra urla, sfrenata, lirica, unica, precisamente malinconica e infine dolcemente felice. 
La copertina caleidoscopica di Abdul Mati Klarwein (già autore della magnifica &lt;i&gt;cover &lt;/i&gt;per &lt;i&gt;Bitches Brew&lt;/i&gt; di Miles Davis) è il perfetto contraltare visivo alla musica dei Santana: una dormiente Madonna nera nuda, ben diversa da quella adorata a Czestochowa, riceve lAnnunciazione da parte di un popputo angelo rosso, con fallico timbale tra le gambe. Qui, ci son tutti i primi Santana: colore, sesso, religione, mistero, sogno. 

Adesso il successo è globale e il sonno della ragione e il successo in classifica creano mostri. Arrivano soldi a palate, droghe idem, donne, vestiti, macchine e ovviamente discussioni alimentate da trip egotici grotteschi. Sulla leadership, sulla direzione musicale da intraprendere, sui membri del gruppo, sulle date dei tour, sul management. Su tutto. 
&lt;img alt=&quot;Sant206.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Sant206.jpg&quot; width=&quot;180&quot; height=&quot;121&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;Il gruppo implode tra scazzi micidiali e concerti ovunque, ma la qualità delle esibizioni non diminuisce, anzi, sembra alimentata dai contrasti violenti allinterno della band. Cè il tempo per una capatina ad Accra, in Ghana, per festeggiare  unico gruppo con dei biancuzzi  lindipendenza del paese africano (cercate il Dvd &lt;i&gt;Soul to Soul&lt;/i&gt;, è unesperienza). E poi si fa un salto anche dalle nostre parti, per tre date. La prima è a Milano. Apre Bambi Fossati coi Garybaldi che deve calmare un pubblico molto irritato dallattesa. Gli strumenti dei Santana sono fermi in dogana per una occhiuta perquisizione in cerca di droghe e alla fine Carlos suonerà con la Les Paul di Bambi. 

In un bailamme frenetico di date e di &lt;i&gt;session &lt;/i&gt;in studio, nasce il terzo album, &lt;i&gt;Santana&lt;/i&gt;, detto &lt;i&gt;III&lt;/i&gt; per distinguerlo dallesordio. Quando lho comprato io, sul finire degli anni Ottanta, Raimondo, il superlativo consigliere musicale nel fu negozio di dischi Pink Moon di Genova, me lo imbustò e mi disse: Questo, con &lt;i&gt;Phoenix &lt;/i&gt;dei Grand Funk Railroad e &lt;i&gt;Fireball &lt;/i&gt;dei Deep Purple, nel &apos;71 era il MALE. 
Raimondo era uno che ti sconsigliava di comprare un disco  lui che doveva venderteli  e criticava quasi sempre quello che compravi: faceva lo scontrino sbuffando, come dire che non avevi capito una beneamata minchia, che eri giovane e irrecuperabile. Era il fratello maggiore che non avevo avuto e mi ha convertito a Richard Thompson, per cui lo perdono volentieri di non aver capito il valore di &lt;i&gt;Santana III&lt;/i&gt;.
&lt;img alt=&quot;Sant208.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Sant208.jpg&quot; width=&quot;170&quot; height=&quot;170&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;Che è un album clamoroso, aggressivo e ricco, come conferma la caotica copertina: grandi &lt;i&gt;jam&lt;/i&gt;, grande energia e varietà, che potenzia al massimo i risultati ottenuti da &lt;i&gt;Abraxas&lt;/i&gt;, senza però averne la classicità e la dimensione del capolavoro, esagerando tutto un po. Come ha scritto Paco Ignacio Taibo è un disco in cui Santana stava cominciando a perdere la bussola dei suoi neuroni, anche se non avrebbe mai perso la meravigliosa empatia con la sua chitarra. Il rock è più duro, la latinità è sfrenata, le percussioni impazzite, in una sezione ritmica affollata da guiros, timbales, congas, maracas, tumbas, marimbas, crotales, claves, bongos e ho esaurito le percussioni che finiscono per esse.
Schon e Rolie premono per un suono hard, Carabello, Areas e Brown puntano verso le sonorità nere, Carlos e Shrieve cercano la sfumatura jazz. Il disco è conflittuale, scritto e suonato in un momento di scazzo micidiale, anche con la casa discografica che preme per un ulteriore successo. Ma è uno dei migliori &lt;i&gt;divorce album &lt;/i&gt;della storia del rock (già che ci sono aggiungo gli altri: &lt;i&gt;Shoot Out the Lights&lt;/i&gt; di Richard e Linda Thompson e &lt;i&gt;Made in Japan&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;live &lt;/i&gt;dei Deep Purple) e raggiunge miracolosamente un equilibrio in cui tutte le anime della band sono presenti al massimo livello. Non sto a farvi la &lt;i&gt;tracklisting &lt;/i&gt;ché è tardi e mi son già rotto, ma tra le tante cose superbe si contano un omaggio al rivoluzionario nero haitiano Toussaint Louverture e una &lt;i&gt;cover &lt;/i&gt;dinamitarda di &lt;i&gt;Para Los Rumberos&lt;/i&gt;. Il disco esce e, per lennesima volta, va primo in classifica, ma la band è talmente a pezzi che il tour di promozione parte senza Carlos (!) in rotta con Carabello. La situazione è insostenibile, col povero Neal Schon accolto al grido di aridatece Carlos, e viene risolta allontanando Carabello e richiamando nei ranghi il compagno Santana. Ma la faccenda, di lì a breve, avrà strascichi pesanti.

&lt;img alt=&quot;Sant209.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Sant209.jpg&quot; width=&quot;170&quot; height=&quot;170&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;Il capodanno del 1972 viene festeggiato nel cratere di un vulcano, alle Hawaii. La classica piccola cosa tra amici davanti a una folla oceanica. Sul palco Carlos si porta Schon e qualche Santana per una &lt;i&gt;jam &lt;/i&gt;furibonda col mastodontico batterista Buddy Miles (già nella Paul Butterfield Band, negli Electric Flag e nella Band of Gypsies di Hendrix), ma ne viene fuori un disco  che uscirà nel luglio 72  che è un po un pasticciaccio brutto, con pubblico evidentemente sovrainciso e Carlos che prende pochissimi assoli lasciando il compito allesplosivo (e neanche diciottenne) Schon. Buddy Miles strafà e canta disordinatamente, ma lincisione fa intravedere la direzione futura di Santana e &lt;i&gt;dei &lt;/i&gt;Santana: cè il funk di Miles ma anche certo jazz rock di McLaughlin.

Mentre il &lt;i&gt;sound &lt;/i&gt;santaniano si propaga nel mondo e gruppi &lt;i&gt;latinos &lt;/i&gt;come Malo, El Chicano, Azteca, Sapo, Toro, Tierra e Chango conoscono tutti discrete fortune, i Santana veri sono alla frutta e arriva la diaspora. Rolie e Schon vogliono puntare sul rock pesante e accettano di continuare solo in studio, incidendo un ultimo album. Carlos invece è affascinato dai dischi della Mahavishnu Orchestra di John McLaughlin. Tramite lui conosce la futura moglie Deborah e diventa un adepto di Sri Chinmoy. Come Pete Townsend lo era di Meher Baba e George Harrison di Manesh. Rockstar che vai, santone che trovi, tipo Craxi con Sai Baba, ecco.
Quando nel 1969 il mio amico Larry Coryell mi parlò della meditazione, non volli sentirne. Ero come terrorizzato e più interessato a fumarmi un &lt;i&gt;joint &lt;/i&gt;e comprarmi stivaletti di pitone. Ora so quel che voglio davvero: disciplina.
Anche se, a dirla tutta, ha continuato sia coi &lt;i&gt;joint &lt;/i&gt;che con gli stivaletti di pitone. 

&lt;b&gt;(Continua  2)&lt;/b&gt;

&lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/cgi-bin/mt-search.cgi?IncludeBlogs=2&amp;search=riabilitazione+di+carlos+santana&quot;&gt;Qui &lt;/a&gt;le altre puntate.</text_more></entry>
<entry id='3448' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3448' author_id='13' authored_on='20100427193748' basename='serge_quadruppani_le_furiose' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100427193748' modified_on='20100427225326' ping_count='0' status='2' title='Serge Quadruppani: Le furiose' week_number='201017'><excerpt>di &lt;b&gt;G. De Michele&lt;/b&gt;&lt;img alt=&quot;episode1 jpeg.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/episode1 jpeg.jpg&quot; width=&quot;27&quot; height=&quot;35&quot; border=&quot;0&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt; Un feuilletton illustrato di Serge Quadruppani che incrocia due storie e due finestre, tra Parigi e Milano, lungo quarant&apos;anni di trame e misteri.
</excerpt><text>ovvero: &lt;b&gt;Il paradiso è popolato di stronzi?&lt;/b&gt;

di &lt;b&gt;Girolamo De Michele&lt;/b&gt;&lt;img alt=&quot;episode1 jpeg.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/episode1 jpeg.jpg&quot; width=&quot;135&quot; height=&quot;176&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;

Serge Quadruppani, &lt;i&gt;Le furiose&lt;/i&gt;, feuilletton illustrato da Jean-Christophe Lie, traduzione di Maruzza Loria, Derive e Approdi, Roma 2010, pp. 132,  13

La pubblicazione in volume delledizione italiana [&lt;a href=&quot;http://www.deriveapprodi.org/estesa.php?id=399&amp;stato=novita&quot;&gt;qui&lt;/a&gt; il primo capitolo] del feuilletton di Serge Quadruppani &lt;b&gt;Les furieuses&lt;/b&gt;  volume che in Francia non ha trovato editore  offre qualche spunto per tornare a parlare del noir, adesso che il noir sembra essere diventato un genere sul quale tutti hanno detto tutto, e di qualche argomento correlato.
Feuilletton, e nel senso classico del termine: &lt;b&gt;Les furieuses&lt;/b&gt; è stato pubblicato a puntate settimanali dal settimanale satirico &lt;a href=&quot;http://www.sinehebdo.eu/&quot;&gt;&lt;i&gt;Siné Hebdo&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;, che proprio oggi (28 aprile 2010) saluta i propri lettori e chiude. &lt;i&gt;Siné Hebdo&lt;/i&gt;, giornale del mercoledì, fu fondato dal disegnatore e polemista Siné, alias Maurice Sinet, dopo la sua cacciata, da &lt;i&gt;Charlie Hebdo&lt;/i&gt; in seguito al cosiddetto &lt;a href=&quot;http://fr.wikipedia.org/wiki/Affaire_Sin%C3%A9&quot;&gt;&lt;i&gt;Affaire Siné&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;: una piccola ma significativa caccia alle streghe che merita di essere conosciuta. </text><text_more>Tra il 2008 e il 2009, per 21 episodi e un epilogo, sono uscite sul settimanale le 
puntate di questo noirletton, accompagnato e arricchito dalle deliziose illustrazioni di Jean-Christoph Lie, che ledizione in volume ha il merito di riproporre. La cadenza settimanale richiedeva una scrittura che tenesse conto delle modalità di pubblicazione, del pubblico, della sospensione della lettura tra un mercoledì e laltro: cosa che Quadruppani ha saputo fare col consumato mestiere e la sottile auto-ironia che caratterizza la sua scrittura.
&lt;img alt=&quot;episode4.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/episode4.jpg&quot; width=&quot;274&quot; height=&quot;114&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Ogni episodio è introdotto da un gustoso riassuntino degli eventi precedenti, e si conclude con qualche domanda che a volte riepiloga il plot e ricorda qualcosa che nella brevità dellepisodio sembra non trovare spazio: &lt;i&gt;Come voler bene a Jeanne se uccide Yasmina? Abbiamo definitivamente dimenticato Huyn Sin? Il paradiso è popolato di stronzi? E poi, da dove esce, questo nome del cazzo, «Fleur»? È verosimile che dei governi eletti facciano negoziati con dei bombaroli?&lt;/i&gt;
E la risposta è (quasi) sempre: &lt;i&gt;Lo saprete (forse) nel prossimo episodio di&lt;/i&gt; Le Furiose.
In questa scelta delle questioni rimaste in sospeso cè tutto, o quasi, Quadruppani: il noir come racconto che ha uno stile, una propria dinamica, delle caratteristiche peculiari  quello che si sintetizza parlando di genere  con le quali bisogna fare i conti, dosando sapientemente gli elementi per non fare di unottima zuppa un piatto sciapito o troppo speziato. Quando Monsieur Ho condanna a morte due improvvidi sicari che avevano «pesantemente sottolineato» il vero significato di un assassinio, lo fa perché, scrive Quadruppani, «sottolineare pesantemente, nella delicata gestione degli equilibri sotterranei pilotati da Monsieur Ho, era un errore tanto grave quanto quello di esagerare con gli effetti in un romanzo noir» (p. 52).
Elementi ben dosati e amalgamati attorno ad una trama che sta in piedi da sola: in questo caso, una morte per caduta da una finestra che, nella sua esplicita analogia con &lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/watch?v=b70465HnPfs&quot;&gt;unaltra finestra e unaltra questura&lt;/a&gt; di un altro paese, rimette in moto cose che sembravano sopite per sempre, disseppellisce vecchie asce di guerra (ed anche qualche arma più recente), incrina gli equilibri tessuti tra una certa mala e un certo circolo politico attualmente alloggiato allEliseo (con qualche gustoso momento di gossip sullattuale Famosa Inquilina ben più ardito di certa stampa finto-scandalistica). Insomma, la trama, come sempre nel noir politico, si lascia attraversare dalle trame: ma sempre accompagnata da quel velo di ironia che, in questo caso, ha ben poco di post-moderno.&lt;img alt=&quot;chat2.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/chat2.jpg&quot; width=&quot;198&quot; height=&quot;162&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt; Lironia di Quadruppani, il suo sorriso fisiognomicamente felino, non prende le distanze da ciò che annuncia per parare il culo allautore: al contrario, sottolinea la distanza che intercorre tra ciò che la costruzione razionale della trama può, e ciò che nel mondo reale non si lascia ricondurre alla ragione logica e alla linearità. Il mondo è scabro, governato da logiche che poco hanno a che fare col mito della ragione borghese, e molto con gli &lt;i&gt;Arcana Imperii&lt;/i&gt;, i non-detti, i misteri e le trame segrete del Potere e dei poteri. Ma anche il libro fa parte del mondo reale: il suo compito è quello di ricordarci che «lumanità dovrebbe smettere per un po di raccontarsi storie per produrre finalmente la propria Storia» (p. 131).

Nello scrivere questo Le Furiose (come anche gli altri suoi noir), Quadruppani si avvantaggia del sovrano distacco col quale può guardare (sempre che non abbia di meglio da fare) alle passate italiche polemiche sul noir, al tempo stesso sopravvalutato e sottovalutato, esagerato in dittatura del realismo thrilleristico e annunciato come morto dal post-noir. Ora che sembra passato di moda denunciare la moda del noir, il noir può riprendere quel ruolo che ha sempre avuto: coniugare il piacere della narrazione con la denuncia dello stato di cose esistente. È certo un privilegio vivere in parte in Francia, come lo è, per Camilleri, vivere in parte in un angolo lontano della Sicilia: angoli di mondo dai quali è facile fingere lontananza per non farsi coinvolgere più di tanto dalle polemiche e continuare a scrivere, alla salute dei critici. «J&apos;ai autre chose à foutre», direbbe Serge: e avrebbe ragione. Che poi altre, altrettanto stupide, polemiche abbiano luogo in Francia (un esempio &lt;a href=&quot;http://quadruppani.blogspot.com/2010/02/le-bhl-de-lantifascisme-encore-frappe.html&quot;&gt;qui&lt;/a&gt; e &lt;a href=&quot;http://quadruppani.samizdat.net/spip.php?article40&amp;var&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;) è quasi inevitabile: se persino il paradiso è popolato di stronzi, figurarsi questo misero mondo sub-lunare, che è peraltro tutto quello che ci resta.
Ma il confronto con la Francia non va tutto a svantaggio dellItalia: perché leditoria francese ha, alla fine, rinunciato a pubblicare questo libro che vede la sua prima edizione mondiale in volume grazie ai tipi di Derive e Approdi (e alla solita, affidabilissima traduzione di Maruzza Loria). «Parce que les éditeurs français sont réticents à publier de l&apos;inclassable et parce que je ne suis pas doué pour me vendre», spiega sul &lt;a href=&quot;http://quadruppani.blogspot.com/&quot;&gt;suo blog&lt;/a&gt; Serge Quadruppani. Segno che, a dispetto della crisi e delle crisi, la piccola editoria italiana, e quella militante in particolare, qualche cosa da dimostrare ce lha.

E dunque: una buona bottiglia di vino per accompagnamento, e buona lettura!</text_more></entry>
<entry id='3449' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3449' author_id='4' authored_on='20100429013653' basename='laspeziasouvenir' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100429013653' modified_on='20110324014135' ping_count='1' status='2' title='laspeziasouvenir' week_number='201017'><text>di &lt;b&gt;Alessandro Zannoni&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;nick.jpeg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/nick.jpeg&quot; width=&quot;160&quot; height=&quot;148&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;Il rumore dellauto entra dalla finestra socchiusa, immagino di sentire puzza di benzina e olio bruciato, allora apro la bocca a dismisura perché mi manca laria. Siedo sulla sponda del letto, tossisco, allungo la mano sul comodino e prendo la bottiglia dellacqua, mi ci attacco e la finisco tutta. Qualche goccia scivola dal mento e mi bagna il petto nudo, e mi viene voglia di ficcarmi le unghie nella carne e squartarlo, aprirlo per bene e versarci tutta lacqua che serve per riuscire a spegnere il fuoco che mi divora.   
Mammamia, brucia che non ce la faccio più e mi viene da piangere, ma faccio finta di niente per non spaventarti, per non sentirti dire ancora di chiamare lambulanza e di andare allospedale, perché nessuno deve mettere il naso in questa cosa.</text><text_more>Tossisco che quasi sputo via i polmoni, smetto solo quando sento la tua mano che mi tocca la spalla e mi chiedi ancora come sto. Ti faccio cenno di lasciarmi stare, dormi ti dico, mi alzo e vado alla finestra. 
La spalanco, cerco aria fresca che mi aiuti a respirare e mi calmi il dolore, ma è una notte di luglio e trovo soltanto lodore caldo di questa città di merda, del suo asfalto e delle sue automobili, del cemento e degli alberi smorti, e non arriva nessun sollievo da quel mare che sta a pochi metri da qui, che non si vede e non si sente, che bagna ignaro questa falsa perla del golfo. 
Le tue gambe strusciano nervose tra le lenzuola, so a cosa pensi, non mi hai mai visto così, sei preoccupata, stavolta non ti è bastata la solita scusa - colpa della polvere, amore - perché questa volta la pasticca non mi ha tolto lirritazione rossastra della pelle e non mi agevola per niente la respirazione.
Sono le cinque della mattina e devo bere ancora, perché da ieri è lunica cosa che mi dà sollievo. Vado in cucina e apro il frigo, bevo alla bottiglia e chiudo gli occhi mentre sento un minimo di beneficio, ma dura poco, poi ricomincio a bruciare e capisco che questa roba è davvero grave. Mi dispero in silenzio, tu non devi sentire, e penso con rabbia che me la sono cercata, che è stata tutta colpa mia.
Poi ragiono che è tanto tempo che lavoro allinferno, e forse sono fortunato ad essere ancora vivo, e poi ricordo che ieri era il 17, proprio il 17 luglio 1984, ma penso che la sfortuna non centra.

Stavo aspettando di entrare in azione, sistemato sul lato destro della fossa, la ruspa pronta a spostare la terra. Seguivo le operazioni, pensavo chissà a cosa, forse al lavoro, forse a te, amore, o forse a niente, guardavo e basta, guardavo quel bestione che da lì a poco avrebbe vomitato i suoi peccati dentro il ventre della collina. 
Sul camion non cera nessuna sigla identificativa e neppure sui fusti, ma non è una novità, allinferno niente deve essere riconoscibile, tanto tutto fa la stessa fine, sotto un mare di terra e una colata di cemento. 
Il caldo era soffocante già dalla mattina e sudavo parecchio, forse è stato questo lunico pensiero, non ho certo pensato che fosse il diciassette di luglio, io non sono superstizioso. 
I fusti sono caduti regolari dentro la fossa, uno dietro laltro, lautista è sceso dal camion, si è acceso una sigaretta e si è messo a guardare. 
Io ho mosso la ruspa come so, veloce e preciso, certo di ricoprire tutto in pochi minuti.  
Invece è accaduto tutto in un istante, ed è stata colpa mia.
Ho urtato un fusto con i denti della benna, lho squarciato come cartone bagnato, e cè stata unesplosione che sembrava una bomba. Fuoco fumo e terra sono schizzati con violenza verso lalto e la terra intorno ha preso a bruciare senza sosta; le fiamme hanno investito la ruspa, una nuvola immacolata mi ha avvolto e ho sentito un orrendo bruciore agli occhi e su tutto il corpo, e laria è diventata irrespirabile.

Lesplosione mi ha violentato, mi ha tolto la voglia di mangiare - a cena ho provato ma mi è venuta subito la nausea, allora ti ho detto che non avevo fame - lincendio sta ancora bruciando nei polmoni e nel respiro, dentro la bocca e nel petto, vampate incontrollabili che non mi danno tregua, e solo bevendo mi pare di stare meglio, ma subito il martirio riprende più intenso di prima, come se lacqua fosse benzina che alimenta e rigenera la mia sofferenza. 
Vorrei fare qualcosa, ma non so fare altro che bere.
Torno a letto e mi sdraio con lentezza al tuo fianco. 
Non ti muovi, spero che ti sia appisolata finalmente, ché è tutta la notte che non dormi e mi sorvegli, ma già la tua mano mi cerca e stringe forte la mia. Ti lascio fare ma resto immobile, concentro tutte le mie forze sul respiro, ma faccio lo stesso una fatica orrenda.
Accendi labatjour e ti siedi sul letto, sento chiaramente la paura nella tua voce mentre dici basta ora chiamo qualcuno, e vorrei dirti di farlo subito perché ho più paura di te, invece faccio un sorriso storpio al soffitto e ti dico che non ho niente, che tra poco starò meglio. 
Tu cerchi di guardarmi in faccia e negli occhi, per capire se ti sto mentendo, e chiedi ancora di raccontarti quello che è successo oggi, ma anche se volessi farlo non ho fiato abbastanza.

Ho vomitato appena sceso dalla ruspa, lho fatto più volte mentre mi dirigevo verso le urla del camionista, anche se non capivo cosa dicesse. Andavo verso di lui per intuito, come verso la salvezza. Ci ho messo un po a raggiungerlo, vomitavo e non riuscivo a stare in piedi. Lui mi ha portato negli spogliatoi, mi ha aiutato a levarmi di dosso i vestiti fetidi e mi ha spinto sotto la doccia, poi ha dato di stomaco anche lui, ma lha fatto solo due volte, perché forse ha subito meno danni. 
Io invece, anche mentre mi lavavo, continuavo a farlo.
Quando il signor Duvia è venuto a sapere della cosa, si è precipitato in discarica e mi ha chiesto se volevo andare a casa, ma io sono forte e non mi ci è voluto molto per riprendermi, così, per far vedere che stavo bene, mi sono messo a lavare accuratamente la ruspa e, senza che me lo chiedesse, ho finito di interrare i fusti e nascosto le prove di quello che era accaduto. Prima di tornare a casa gli ho chiesto cosa contenessero e lui mi ha fatto dare unocchiata al suo libro nero: cera scritto che i fusti provenivano dalla Unisil Union Carbide di Termoli e contenevano residui della lavorazione di silani, vapori di ammoniaca, cloro e acido cloridrico. 
Sono rimasto in silenzio, lui mi ha detto che poteva portarmi da un medico di fiducia, che potevo contattarlo anche da casa a qualsiasi ora se ne avessi avuto bisogno, ma era essenziale non andare allospedale per evitare qualsiasi tipo di domande e noie future.  
Lo ha ripetuto più volte, niente ospedale.
Ci siamo guardati a lungo negli occhi, io ho fatto cenno di sì e lui se ne è andato via.  
A casa, amore, quando hai tirato fuori i vestiti sporchi dal sacchetto, hai avuto un conato e li hai gettati nella spazzatura. Per la prima volta mi hai chiesto cosa era successo al lavoro, ma non ti ho risposto e mi sono infilato dentro la doccia, perché volevo che lacqua portasse via ogni traccia. Poi ti ho chiesto da bere. Mi hai portato la bottiglia, lho finita così velocemente che mi hai guardato stupita e hai fatto di nuovo la stessa domanda. Niente di nuovo ti ho risposto, e mentre lo dicevo ho fatto un rutto, tu eri vicina e hai voltato la faccia di scatto, perché hai sentito che dalla mia bocca usciva il medesimo odore nauseabondo che impregnava i miei vestiti. 
Non ti ho mai visto così spaventata. 
Hai domandato in continuazione cosa era successo, hai cercato di scoprire la verità mettendoti a urlare, minacciando di lasciarmi, di tornare a vivere da tua madre, ma non ti ho raccontato niente, amore, perché avevo paura della tua reazione, perché sapevo che saresti uscita di testa, che avresti fatto di tutto per farmi ricoverare. 
Invece io devo mantenere il segreto.   
Il tuo capo ti farà una bella tomba in marmo pregiato, mi hai gridato sgomenta, e mi hai supplicato di lasciarlo quel maledetto lavoro, di lasciarlo subito, di non aspettare la pensione a novembre, e cè mancato poco che piangessi. 

La luce dellabatjour brilla un attimo nella tua lacrima, amore mio, mentre sussurri che Duvia è un delinquente e la sua discarica una bomba a tempo sulla città, poi la voce si indurisce e pronunci parole come assassino, rifiuti tossici, disastro ambientale, e io penso alla Pasqua dellanno scorso e a nostra nipote Elena.
Eravamo a fine pranzo, stavamo scartando le uova quando lei ha domandato se sapevamo che esiste una legge del 1939 che dichiara la zona di Pitelli un luogo di grande valore ambientale. 
Sembrava che parlasse a tutti, anche quando ha chiesto perché il Comune ha dato i permessi per costruire una discarica proprio lì, che in qualsiasi altro posto del mondo, al limite, ci avrebbero costruito ville per miliardari o alberghi di lusso con vista sul Golfo dei Poeti. 
Poi ha indurito la voce, ha detto che invece da noi ci nascondono i rifiuti tossici. Mi ha puntato gli occhi addosso mentre pronunciava le ultime parole, e mi ha guardato come fossi il colpevole. 
Ho distolto lo sguardo, so che lei non lha fatto, sentivo addosso la rabbia della sua voce, ed ha continuato. 
Ha detto che i politici prendono soldi dal padrone della discarica, che di mezzo cè la camorra e un giro enorme di rifiuti tossici, che siamo in pericolo, che moriremo tutti.
Tutta la famiglia la guardava sgomenta, solo io non lo facevo, tenevo gli occhi sulla tovaglia. Non mi sono sentito di risponderle niente, ma lha fatto suo padre per me. Ha detto che quando la discarica era mia ci finiva solo materiale navale di recupero come legno, ferro, stagno, rame, e che è sempre stata in regola.
Allora Elena mi ha chiesto con cattiveria se è vero che nella collina è nascosta la diossina di Seveso, ed hai risposto tu amore, balbettando come accade quando sei agitata, le hai quasi gridato che con quello che fa Duvia io non centro niente, che io sono solo un ruspista. 
Se avessi avuto coraggio avrei potuto raccontare della notte del 12 luglio 1982, che eravamo ancora euforici dalla vittoria del campionato del mondo spagnolo, che cè stato un andirivieni di camion che scaricavano in continuazione, che lo hanno fatto fino al mattino, che venivano dallestero ma scaricavano fusti provenienti dallItalia, che avevano tentato di cancellare le scritte ma che su alcuni ancora si leggeva Meda e su altri Seveso, e che la diossina, da allora, dorme dieci metri sotto terra, protetta da uno strato di ceneri dellEnel più dure del cemento armato.
Invece non ho avuto il coraggio, amore, neppure di guardarti ho avuto coraggio, mentre prendevi le mie difese, e non ho detto niente, sono stato zitto, perchè provo vergogna di quello che faccio, perché a volte mi sento un delinquente, perché ormai ci sono dentro fino al collo in questo gioco più grande di me, di Duvia, dei politici, dei camorristi e delle loro logiche di potere, e voglio continuare a proteggerti e tenerti lontana da tutta questa merda, perchè se un giorno venisse scoperto qualcosa, i primi ad affondare sarebbero quelli che contano meno.   
Se avessi avuto coraggio ti avrei confessato che sono otto anni che nascondo veleni dentro la pancia della collina, sotto le case della gente, sotto i piedi dei bambini, otto anni sai, la discarica non aveva ancora i permessi e già avevo interrato quintali di porcherie dai nomi terribili, e la cosa triste è che ho sempre saputo quello che stavo facendo, e nella mia ignoranza ero convinto che bastasse nascondere tutto bene, in profondità, e non sarebbe successo niente. 
Se avessi avuto il coraggio, amore mio, avrei messo fine a questo scempio e ti avrei chiesto scusa, lavrei chiesto alla mia famiglia e a tutta la città, invece sono rimasto sempre al mio posto, seduto sulla ruspa, in silenzio, pronto a scavare, pronto a coprire. 
Elena me laveva detto, togliti da quel posto zio, rischi la vita, e mi ha parlato della silicosi e dei suoi danni, ma io ho voluto fare il cinico e  le ho risposto che avrei avuto diritto a una bella pensione e mi sono messo a ridere come uno stupido eroe invincibile, ed ho continuato a occultare rifiuti di ogni tipo, scavato, riempito, frantumato roccia, livellato terreno, e sollevato chilometri di polvere, metricubi di polvere, cieli interi di polvere, che mi ha seguito in tutte le giornate di questi otto anni, e lho respirata questa merda, lho respirata senza paura, perché pensavo che se facevo del male sarebbe stata la mia personale punizione, ma ero convinto che non mi avrebbe fatto proprio un bel niente. 
Lignoranza si paga, amore, e guarda a che prezzo. 

Trattieni le lacrime mentre dici che domani non andrai al lavoro per starmi vicino, che vuoi portarmi a fare una visita accurata. 
Non rispondo ma ti ascolto e lo spero con tutto me stesso, e prego di arrivarci a domani, perché ho tanta paura addosso, perché non riesco nella cosa più semplice che un uomo può fare, perché respirare mi sembra un tormento, una prova insormontabile, e vorrei chiederti aiuto, amore mio, aiutami e fammi respirare con la tua bocca e i tuoi polmoni, e faccio uno strano suono mentre provo a dirtelo. 
Di scatto ti metti in ginocchio e mi sollevi il busto gemendo nello sforzo, metti il tuo cuscino sotto la mia schiena per aiutarmi a respirare, poi mi strofini la faccia con mani fredde e sudate, mi tocchi le braccia e il petto, mi chiami per nome. 
Ti guardo ad occhi sbarrati e mi rimandi gli stessi occhi, ma non vedo fiamme dentro i tuoi, vedo acqua, grosse gocce dacqua che corrono sulla tua bella faccia e cercano le mie fiamme per domarle. 
Ti sento piangere come una bimba, amore, mentre scendi dal letto e corri al telefono e gridi il nostro indirizzo, poi sento i tuoi piedi nudi che tornano in camera e sei di nuovo vicino a me, mi stringi la mano e mi accarezzi il viso, mi dici di resistere, di respirare. Riesci a darmi la forza per tentare ancora, e respiro, per due volte respiro, ma mi sembrano rantoli,  poi non so.
Ecco il campanello gridi, il campanello, e mi scrolli forte per le spalle, ma io non sento. Riesco solo a vedere il lampeggiante dellambulanza che entra dalla finestra spalancata e macchia il soffitto e gira e gira e gira, e mi aiuta a chiudere gli occhi.

Giuseppe Stretti muore la mattina presto del 18 luglio 1984. 
In sede di giudizio niente di ciò che gli è capitato - stato di salute prima dellincidente e morte - è stato ritenuto imputabile al suo lavoro.
I parenti non si aspettano più nessun tipo di giustizia.
La città di La Spezia, per quanto riguarda la discarica, attende ancora.


</text_more></entry>
<entry id='3450' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3450' author_id='4' authored_on='20100430010339' basename='italiano_2' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100430010339' modified_on='20110324014135' ping_count='0' status='2' title='Italiano - 2' week_number='201017'><text>di &lt;b&gt;Jari Lanzoni&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;lanzo02.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/lanzo02.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;142&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;&lt;b&gt;4&lt;/b&gt;

- Italiano! 
Ogni giorno era la stessa storia.
- Hey, Italiano! 
Samuele Denacci sentì un brivido scuotergli le spalle, e un senso di pesantezza al ventre. Odiava quella parola. Non aveva neppure avuto il tempo di finire di mettersi la tuta da lavoro e già il bastardo straniero aveva ricominciato con la sua manfrina. Chiuse il proprio armadietto e si ritrovò attorno Patterson e due controllori del settimo grado.
- Allora, Italiano, hai scopato ieri sera? - gli urlò in faccia Patterson. Era un americano di mezza età, alto e robusto. La sua bocca enorme era circondata da baffi rossastri.
Samuele Denacci non rispose, tenendo lo sguardo basso. Ogni giorno era la stessa storia. Ma lui doveva lavorare.
</text><text_more>- No? Niente scopata? Niente puttana? - Lamericano gli mollò uno scapaccione sulla nuca. Abbastanza per irritare. Troppo poco per causare una reazione. - E allora che cazzo di Italiano sei, Italiano? 
Lui non disse nulla. Soffocò una sensazione al ventre e procedette verso lidentificatore per iniziare il suo turno di lavoro. Le risate alle sue spalle lo graffiavano dallinterno. Ogni giorno. Ogni giorno.
- Buon lavoro, Italiano - gli gridò Patterson.
Odiava quella parola. Italiano. Ma lui doveva lavorare.

&lt;b&gt;5&lt;/b&gt;

La lega in sintolineo attutiva il rumore dei pugni contro la porta, ma Sybil insisteva.
- Troia negra! - urlò Adriano. Tanto gli uffici dirigenziali erano insonorizzati. - Negra! Negra! - Almeno le altre infermiere avevano la decenza di farsi i cazzi loro. Lei no.
Ormai il Dottore non sapeva più chi chiamare.
Le sue dita facevano scorrere continuamente i quattordici nominativi della sua agenda medica sul video. Sempre gli stessi. Sempre gli stessi. Come se sperasse di trovarne di colpo dei nuovi. Sempre gli stessi. Sempre gli stessi. Bronchi e Unna erano chirurghi, ma non gli avrebbero mai risposto. Entrambi militavano nel partito del Nuovo Ecumenismo Sociale. Niente da fare. Avrebbe fatto carte false per inculare qualcuno della Libertà Azzurra come la famiglia di Adriano.

Ancora altri nomi.
I Primari Falci, Lodelli e Sartini li conosceva bene e quindi erano da escludere. Ne sapevano quanto lui di bisturi, operazioni e tutte quelle cazzate di merda. Non andavano bene. Però Sartini era finocchio, e si faceva il figlio di Nitti, lo sapevano tutti, magari minacciandolo un po lo poteva costringere a passargli il nome di qualcuno che ci sapeva fare. Magari. Forse. Ma non cera tempo.

Ancora altri nomi.
Ecco. Adelmann. Adriano restò incerto. Adelmann politicamente non contava mai un cazzo ma faceva interventi medici da quasi ventanni. Aveva ancora un ambulatorio chissà dove. Però davvero non contava un cazzo e suo nonno era stato magistrato nel partito dei comunisti froci: erano anni che negli ospedali pubblici e privati quelli della sua famiglia non li si doveva far lavorare.
Adriano chiuse gli occhi in una smorfia di dolore. No. Adelmann, no. Se qualcuno avesse visto lavorare quello sfigato con lui, nel suo ospedale, i suoi gli avrebbero strappato la pelle a unghiate. Suo padre era stato molto chiaro: gli lasciava lospedale, poteva guadagnare e fottere, ma niente politica in ambulatorio. Niente politica: solo personale della Libertà Azzurra. Niente politica.

Scorse gli altri nomi.
Azione Italiana. Magic Italy II. Sogno Democratico. Niente. Niente.
Scorse gli altri nomi.
Dottor Futi. No. Dottor Mazzacoli. No. Dottor Sabati. No. Loro erano signori. Erano da chiamare per altre cose. E senza scherzare. Non voleva certo farsi trovare con le palle tagliate o una bomba in macchina.
Scorse gli altri nomi.
Sempre gli stessi.
Sempre gli stessi.

&lt;b&gt;6&lt;/b&gt;

I sei livelli dei trasmettitori lineari connettevano la Solar-Furnace alla vasta rete di distribuzione che circondava limpianto, cambiando la frequenza di distribuzione ogni tre cicli di ricarica. Samuele Denacci poteva quasi sentire sulla pelle quando le piastre di trasmissione erano da allineare nuovamente, era come una tensione statica, bassa, appena avvertibile. Agganciato ad uno dei bracci meccanici di manutenzione, loperaio lavorò sulla manopola portandosi al di sopra del secondo livelli dei trasmettitori, poi iniziò a ripulire la lega cristallina con un induttore a ultrasuoni. Un metro alla volta. Spostava il braccio lungo linduttore fino a quando non giungeva al limite, poi riprendeva da capo. Poi si spostava lungo il trasmettitore e prendeva ad allineare un nuovo metro. E poi ancora. E poi ancora.
Era caldo. La tuta protettiva lo faceva sudare. Si ricordò di suo padre che lavorava a torso nudo. Lo avrebbe deriso. Schernito. Ma gli impianti delle Solar-Furnace erano della CEO, una azienda straniera, e quindi Samuele non poteva fare come voleva. In quelle sedi le norme di sicurezza erano seguite alla lettera. Tutte Frociate, le avrebbe definite il Ministro alle Riforme Regionali. E quindi Samuele pativa il caldo dentro la tuta protettiva. Suo padre, che lavorava a torso nudo, lo avrebbe deriso, schernito. Ma la pelle della sua schiena si era sciolta per un getto di disinfettante da un silos fuori norma e lui era morto.
Samuele operò sulla manopola. Un altro metro da allineare. 
Gli mancava suo padre, gli mancava parecchio. Da piccolo lo accompagnava al bar e lì passava il tempo ad ascoltarlo ridere con gli amici e commentare gli annunci tv. Suo padre era uno furbo, sapeva parlare, lo ascoltavano tutti. Si intendeva anche di politica. E gli piaceva il Presidente, era sempre daccordo con quello che decideva il Presidente. E talmente pieno di soldi e figa che non ha bisogno di rubare o farsi i suoi interessi, siatene certi, ripeteva spesso. Se è andato sù vedrete che lo ha fatto per noi E poi il Presidente era uno che scopava. E un Grande!
Purtroppo non era andata proprio così.
Samuele non ricordava bene. Quando doveva pensare al passato metteva subito a fuoco le situazioni che lo interessavano, i fatti suoi, il calcio, la palestra, Sonya che non voleva dargliela, la macchina che non riusciva a comprare, ma gli sfuggivano le complessità di tutto il resto. La memoria non era il suo forte. Un problema comune. Ricordava solo che al bar si incazzavano tutti quando qualcuno si incazzava contro il Presidente. E quando i giudici si incazzavano con il Presidente non si capiva mai il perché, come se non venisse spiegato bene. E dato che non si capiva la gente si incazzava di più con i giudici. Era logico. Poi qualcuno si era incazzato più degli altri, perché lItalia andava male per colpa dei giudici che si incazzavano con il Presidente, e parecchi li avevano ammazzati di botte.
Era giusto.
Il primo a essere fatto fuori aveva davvero pisciato fuori dal water. Aveva una cosa, una carta contro il Presidente, qualcosa insomma. E il Presidente aveva tuonato. Dodici giorni di stop ai campionati di calcio. Colpa del giudice di merda aveva detto il Presidente. Colpa della carta del giudice di merda. Dodici giorni. E la gente era impazzita.
Era giusto, cazzo.
Facevano incazzare il Presidente mentre lui faceva il possibile per tutti, ma i nemici erano tanti e la situazione difficile, come nella rivolta degli Bruzzi. Loperaio ricordò qualche spezzone di video: fumo, barricate, i soldati che sparavano su di una folla immensa di barboni. Cera un paese che si chiamava Bruzzo. Erano tutti poveri e rompevano i coglioni sempre al Presidente, sempre al Presidente. Cazzo volevano?
Gente così è povera perché non ha mai lavorato. Aveva sentenziato suo padre davanti alle riprese di una immensa distesa di tende luride, circondata da acquartieramenti militari. Non ha mai lavorato. Mai. Però quando chiedeva a suo padre come mai i Bruzzi erano ridotti così lui non se lo ricordava. Sembra che avessero subito qualcosa in passato. E dovevano star buoni. Ma non volevano star buoni. Allora avevano disturbato il Presidente e lesercito li aveva stroncati.
No, a suo padre questo paese non sarebbe piaciuto.
Loperaio passò al successivo metro di allineatori.
La vita era dura, ora. Le aziende straniere si erano disinteressate agli investimenti in Italia per anni interi, e avevano bloccato ogni tipo di importazione. Cazzi loro!, aveva schiumato suo padre. A noi non serve nessuno! Noi gli caghiamo in testa a tutti! Però poi era venuta la fame. Solo gli Stati Alleati davano un po di lavoro, anche se erano tutti arabi o della Repubblica Nazionalbolscevica, ma gli Stati Alleati non bastavano e cera la fame.
Le grandi compagnie straniere tornarono quando ormai Samuele non ricordava i dettagli, il motivo. Non era stato educato per queste cose. Sapeva che tornarono quando in Italia le cose non andavano bene per niente e quindi acquistavano facilmente terreni e costruivano stabilimenti.
 Ladri di terra e identità tuonava il vecchio Ministro alle Infrastrutture, però firmava i contratti di vendita.
Ladri di terra e identità. Con loro, però, almeno si lavorava.
Il problema ormai era campare: Samuele viveva da solo e lo stipendio era da fame: il paese era da aiutare e quindi oltre due terzi della paga erano decurtati dalla Segreteria Regionale. Una volta quello stronzo di Patterson gli aveva rubato la cedola della busta paga, lo aveva preso da parte e letto riga per riga le varie voci. Per umiliarlo, certo. Perché lui era Italiano e a Patterson gli rodeva che lui era Italiano.
Gli aveva detto che cerano robe, righe, che significavano costi che erano fondi per le mignotte e i genitori delle mignotte. Impossibile. E anche cifre per robe che non esistevano ma si pagano lo stesso. Figurarsi. Samuele ignorava cosa fosse una Centrale Tomica, lui era restato calmo, ma a fatica.
Gli aveva letto una cosa, che si davano soldi a dei paesi fuori, per decisioni del Presidente. Alleanze. Cazzate. Ah: e anche per una cosa. Una cosa Stretta. Che però costava e non si faceva. Se però si pagava per non farla, aveva dedotto, forse era una cosa buona.
Patterson parlava. Samuele guardava in basso, incassava e taceva, aspettando che il suo superiore lo mandasse a fanculo lasciandolo finalmente in pace.
Ascoltare gli stronzi stranieri non gli serviva a nulla. Lui aveva problemi di soldi, altro che. Che cosa centrava con le balle di Patterson?
Si spostò. Un altro metro da allineare. 
La vita era dura: ogni mese doveva trovare i soldi per la mazzetta di IlRoy. IlRoy era un bestione umbro, coordinatore di quartiere di tanti Ronde. IlRoy lo proteggeva e lui doveva pagarlo. Era giusto. Una volta i Ronde erano eroi senzarmi, forti solo del loro coraggio. Poi dei negri avevano pestati dei Ronde e quindi il Presidente aveva decretato che potevano portare armi.
Samuele sperava che un giorno i Ronde li avrebbero liberati di tutti gli stranieri di merda come Patterson. Era vero che, da quando il CEO era arrivato in Italia, lenergia elettrica era tornata anche fuori dalle capitali, e si lavorava, ma questi erano stranieri. Non era il loro paese.
- Italiano! - urlò qualcuno sedici metri più in basso. Patterson. 
- Fine del turno! Allontanati che ionizziamo le superfici. Vai a scopare, Italiano! A scopare! - E rideva.
Samuele sentì irrigidirsi i muscoli della mascella.
Odiava sentire quella parola. Italiano. Ma lui doveva lavorare.

&lt;b&gt;(Continua - 2) &lt;/b&gt;</text_more></entry>
<entry id='3451' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3451' author_id='4' authored_on='20100501033747' basename='grosso_guaio_a_blythe_road_vic' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100501033747' modified_on='20100501033904' ping_count='479' status='2' title='Grosso guaio a Blythe Road (Victoriana 7)' week_number='201017'><text>di &lt;b&gt;Franco Pezzini&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;AleisterCrwowley.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/AleisterCrwowley.jpg&quot; width=&quot;135&quot; height=&quot;185&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;&lt;i&gt;Londra, aprile 1900&lt;/i&gt;. Armeggiando con lombrello bagnato, Miss Cracknell piombò nellufficio postale. Al vedere la signorina così palesemente agitata, un paio di persone in coda valutarono se lasciarla passare  e alla fine, con unocchiata complice, decisero non fosse il caso. Così, mentre limpiegato si affaccendava sui precedenti telegrammi, Miss Cracknell ebbe tutto il tempo di ricapitolare i fatti per una sintesi più efficace. 
Quel mattino, alla sede dellOrdine al 36 di Blythe Road, Hammersmith, pianoterra, si era presentato inopinatamente &lt;i&gt;Frater Perdurabo&lt;/i&gt;, insieme a &lt;i&gt;Soror Fidelis&lt;/i&gt; (cinque anni di più  pareva fosse sua amante). Non era certo la prima volta che Miss Cracknell, segretaria responsabile per i documenti, si trovava a trattare con quellindividuo: laveva sempre messa a disagio. Considerate le voci che circolavano, ovvio che i confratelli gli avessero rifiutato il grado di &lt;i&gt;Adeptus Minor&lt;/i&gt;. Col risultato che &lt;i&gt;Perdurabo&lt;/i&gt; era corso a Parigi dal vecchio capo &lt;i&gt;Deo Duce Comite Ferro&lt;/i&gt;, che non perdeva occasione di affermare la propria autorità e aveva compiuto liniziazione. In chiaro spregio ai fratelli di Londra: e questi, dopo una rapida consultazione, si erano decisi a non riconoscerla.</text><text_more>Così proprio Miss Cracknell si era trovata a dover rifiutare a &lt;i&gt;Perdurabo&lt;/i&gt;, con tono gentile ma fermo, la consegna dei rituali del grado. Ma a quel punto era stata colta di sorpresa: il nuovo ineffabile &lt;i&gt;Adeptus Minor&lt;/i&gt; le aveva infatti annunciato che il giorno prima (lunedì 16 aprile, per gli atti) aveva già effettuato una ricognizione in quei locali, aperti dal padrone di casa Mr. Wilkinson. &lt;i&gt;Perdurabo&lt;/i&gt; laveva convinto di averne lautorità, quale Inviato Plenipotenziario di &lt;i&gt;Deo Duce Comite Ferro&lt;/i&gt;  e vantando la stessa autorità aveva ora comunicato alla basita Miss Cracknell la presa di possesso dellappartamento, e laveva buttata fuori. Le era parso anche di sentirsi definire amabilmente un vecchio Buco Saffico mai sazio, ma rifiutava di soffermarsi su tali bassezze. 
A quel punto, però, giunse il tuo turno al bancone, e allimpiegato perplesso riuscì solo a farfugliare un messaggio confuso. &lt;i&gt;C.SE ATT.NE E. A. HUNTER. VENITE SUBITO BLYTHE ROAD. ACCADUTO FATTO TERRIBILE&lt;/i&gt;. Poi provvide a pagare, e respirando affannosamente si avviò alla porta. Sperò solo che &lt;i&gt;Frater Hora et Semper&lt;/i&gt; non tardasse.   

Lasciamo momentaneamente la povera Miss Cracknell in attesa dei confratelli, e proviamo a chiarire la questione. Allinterno della Golden Dawn, leggendario ordine magico fucina di artisti e sognatori (cfr. &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2008/10/002802.html#002802&quot;&gt;Victoriana 4&lt;/a&gt;), cova da tempo un sordo malessere. Il vecchio e dispotico Mathers, nome magico &lt;i&gt;Deo Duce Comite Ferro&lt;/i&gt;, è lunico rimasto in sella del triumvirato dei fondatori, e vorrebbe gestire lordine a bacchetta in base a un discusso ruolo di intermediario con i misteriosissimi Capi Segreti  se davvero esistono, si tratta prosaicamente di un gruppo di iniziati continentali. I discepoli, che questa storia la digeriscono poco, mordono il freno: tanto più che Mathers si è trasferito a Parigi (dove organizza con la moglie siparietti magico-egizi), e pretende di governare a distanza; e tanto più che a far comunella con lui è ora il più chiacchierato degli adepti londinesi, &lt;i&gt;Frater Perdurabo&lt;/i&gt;. Cioè, tanto per capirci, Aleister Crowley.  
È in questo contesto che, alla fine del 1899, i responsabili del Tempio londinese di Iside-Urania rifiutano a Crowley liniziazione ad &lt;i&gt;Adeptus Minor&lt;/i&gt; e il passaggio al Secondo Ordine. &lt;i&gt;Perdurabo&lt;/i&gt; avrebbe in effetti completato con successo il corso nel Primo, ma cè stato uno scandalo omosessuale a Cambridge e il suo nome è coinvolto. A dir la verità, lo scandalo ha sfiorato vari iniziati, e nel caso di Crowley le accuse di turpitudine morale da parte dei confratelli guardano piuttosto a un quadro più ampio. Iniziato di grande cultura, ma anche straordinario alpinista, poeta di qualche valore, uomo dalle energie spaventose e senza freni etici, Crowley ha parecchio in comune con Mathers, a partire dallentusiasmo per la magia, dal fisico (per ora) atletico e dalla continua, febbricitante osmosi tra comportamento e sogni. Iniziato alla fine del 98, si è impegnato spasmodicamente  e con esperienze, come al solito, anche parecchio fuori dalle righe. È stato forse un confratello più anziano, &lt;i&gt;Iehi Aour&lt;/i&gt; cioè Allan Bennett, a iniziarlo alluso magico delle droghe: e su questa via Crowley è andato poi avanti con entusiasmo da solo. Senza rifiutarsi mai niente, tanto che fin da questepoca le voci sulla sua vita sessuale devono risultare imprecise soprattutto per difetto. 
Al di là di interessi specificamente esoterici, la figura di Aleister Crowley, sedicente Bestia 666, giganteggia nella cultura pop in un sabba di riedizioni delle sue opere, saggi critici, camei in romanzi; e accantonata la lettura impropria del satanista per eccellenza  che peraltro lo deliziava  oggi se ne magnifica spesso, con pari semplificazione, il ruolo di maestro del pensiero. Più correttamente il personaggio, negli aspetti irritanti e disgustosi come in quelli rispettabili (e in qualche caso maliziosamente simpatici), va collocato nel più ampio quadro dellalta marea dellirrazionalismo tra Otto e Novecento, e sullo sfondo di una società in trasformazione che non smise di provocare col suo trabordante narcisismo e una certa genialità  fino a consumarsi, vizzo di ogni droga possibile, nel dicembre 47. In Italia circolano su Crowley due eccellenti biografie: la classica di John Symonds giunta alla quarta e ormai ciclopica edizione  &lt;i&gt;Aleister Crowley. La bestia 666&lt;/i&gt; (Mediterranee 2006)  è più ricca sul piano documentale-esoterico, e presenta indubbiamente un grande fascino; e unaltra di taglio più storico, &lt;i&gt;Fai ciò che vuoi. Vita e opere di Aleister Crowley&lt;/i&gt; di Lawrence Sutin (Castelvecchi 2006), utile a guardare con occhi rispettosi ma laici allesperienza di Crowley anche in riferimento al suo successo postumo, fino ai Beatles e agli innumerevoli siti internet a lui votati. Mago e profeta del credo pagano del Thelema (la vera volontà del singolo, che però non coincide con la pura licenza), Crowley merita senzaltro un ruolo tra le figure emblematiche del travaglio tra età vittoriana e seconda guerra mondiale: e problematica, ma anche indicativa di un clima culturale (come peraltro dimostra lilluminante studio di Marco Pasi, &lt;i&gt;Aleister Crowley e la tentazione della politica&lt;/i&gt;, Franco Angeli 1999) è la sciarada delle sue posizioni politiche, specie in riferimento al comunismo sovietico e ai regimi fascisti.
Ma torniamo al gennaio 1900, quando Crowley si precipita a Parigi: e lì nel Tempio di Ahathoor Mathers provvede a iniziarlo, tutto contento del disgusto che sta facendo ai confratelli. Seguono, nellordine: annuncio di dimissioni dellindignata rappresentante di Mathers a Londra, &lt;i&gt;Sapientia Sapienti Dona Data&lt;/i&gt;, cioè Mrs. Florence Emery cioè la diva teatrale Florence Farr (per lepoca, una specie di Angelina Jolie); scambio di lettere al cianuro da un lato allaltro della Manica; destituzione da parte di Mathers della rappresentante a Londra; riunione generale del Secondo Ordine (29 marzo 1900) che delibera la destituzione di Mathers e la sua espulsione dalla Golden Dawn; risposta dellex-capo che minaccia sortilegi e sanzioni dai Capi Segreti e a questo punto Crowley, la cui iniziazione nel Tempio parigino è stata formalmente disconosciuta, gli scrive offrendogli aiuto. Mathers accetta, e provvede a munire il suo nuovo agente, accorso a Parigi, di dettagliate istruzioni. &lt;i&gt;Frater Perdurabo&lt;/i&gt; dovrà interrogare gli Adepti e premiare i fedelissimi, impadronirsi dei locali dellOrdine e della Cripta, riorganizzare il Tempio: e forte dellinvestitura di Mathers riparte per Londra.
Per inciso, tra i ribelli si dimostrerà un errore la riammissione nellOrdine di &lt;i&gt;Soror Fortiter et Recte&lt;/i&gt; alias Miss Annie Horniman, un tipetto difficile già espulso da Mathers ma finanziatrice di importanti iniziative culturali  compresi i lavori di Yeats, &lt;i&gt;Frater Daemon est Deus Inversus&lt;/i&gt;, presto assurto a &lt;i&gt;Imperator&lt;/i&gt; del Tempio di Iside-Urania. Annie Horniman si troverà in conflitto quasi subito con Florence Farr, e ci risparmiamo i particolari della nuova crisi che condurrà allallontanarsi definitivo del poeta e della sua finanziatrice. In un racconto proprio di Yeats, &lt;i&gt;Rosa Alchemica&lt;/i&gt;, apparso inizialmente quattro anni prima (1896, con modifiche in successive edizioni), il mago Michael Robartes e i suoi condiscepoli conoscono una tragica fine per mano di pescatori cristiani, nel segno un po estenuato ed estetizzante di un martirio liberty. Al contrario la rissa in cui Yeats  come vedremo  si trova coinvolto in Blythe Road finisce col parlare, purtroppo o per fortuna, il linguaggio della &lt;i&gt;pochade&lt;/i&gt;. 

&lt;i&gt;Londra, ancora aprile 1900&lt;/i&gt;. Il signor Wilkinson non pareva turbato. 
&lt;i&gt;Purché abbia capito&lt;/i&gt;, sospirò tra sé Hunter (&lt;i&gt;Frater Hora et Semper&lt;/i&gt;, ma adesso il nome magico non serviva), e si sentì in dovere di riprendere il riassunto.  Insomma, sono arrivato il più presto possibile trovando Miss Cracknell agitatissima, e quellindividuo installato nei nostri locali. Mrs. Emery aveva ordinato di chiuderli a chiave, e lui ha avuto la sfacciataggine di sostituire le serrature. Sono riuscito a entrare soltanto dopo una certa resistenza.  Omise al profano dettagli più tecnici, come lannuncio serafico di &lt;i&gt;Perdurabo&lt;/i&gt; che la povera Miss Cracknell (che occhieggiava al riparo del confratello) doveva andarsene subito perché lui laveva &lt;i&gt;sospesa&lt;/i&gt;. 
 Stavamo ancora discutendo quando è arrivata Mrs. Emery, ma non cè stato verso di smuoverlo
 Lui ha detto  borbottò Wilkinson, seccato  che prendeva possesso della &lt;i&gt;Cripta&lt;/i&gt;, se ricordo bene il suo modo di esprimersi, in nome della &lt;i&gt;legittima autorità&lt;/i&gt;.  Pareva cocciuto quasi quanto &lt;i&gt;Perdurabo&lt;/i&gt;.
 E voi lavete lasciato entrare? Comunque, perché lo sappiate, Mrs. Emery è tornata qui con un agente di polizia  (non capì perchè Yeats, al suo fianco, si fosse irrigidito)  che dopo aver ascoltato tutti ha ordinato a quellindividuo di andarsene. Tutto ciò laltroieri, martedì 17. Se poi ieri non è successo niente
 E invece accadono cose, &lt;i&gt;Frater&lt;/i&gt;  tuonò teatrale una voce alle sue spalle.  La mia Rosa Croce è appassita, il mio impermeabile si è incendiato allimprovviso e per tutta la mattina sono stato malvagiamente ossessionato, perdendo le staffe senza ragione o giustificazione.  Abbigliato con il costume tradizionale scozzese, maschera nera sul volto, &lt;i&gt;plaid&lt;/i&gt; sul capo e le spalle, daga al fianco e unenorme croce dorata sul petto, &lt;i&gt;Perdurabo&lt;/i&gt; entrò in scena. Lo seguiva &lt;i&gt;Soror Fidelis&lt;/i&gt; (la sua amante Elaine Simpson), per loccasione nominata scriba. 
 Per cinque volte  riprese  i cavalli hanno scartato alla mia vista. Sospetto che il responsabile diretto, tra voi ribelli, sia &lt;i&gt;Frater De Profundis ad Lucem&lt;/i&gt; o se preferite Mr. Gardner, qualora con la legittima autorità aveste rigettato anche i vostri nomi mistici. Ma ho già provveduto ad alitare il suo nome allorecchio compiacente di Tifone-Set. 
Hunter e Yeats si scambiarono uno sguardo perplesso. In realtà sapevano soltanto che, nellallarme generale per larrivo dello stregone, alcuni confratelli avevano preso contatto con una delle sue amanti. Laccordo prevedeva che lo lasciasse, e corresse a a Scotland Yard portando le prove delle torture e crudeltà medioevali cui &lt;i&gt;Perdurabo&lt;/i&gt; la sottoponeva. 
 Signor Crowley, vi invitiamo ad andarvene immediatamente  scandì Yeats con voce vibrante.  Non avete alcun diritto di entrare.
 Al contrario, signori, ne ho tutti i diritti: per autorizzazione di &lt;i&gt;Deo Duce Comite Ferro&lt;/i&gt; Mr. Samuel Liddell Mathers Conte MacGregor di Glenstrae, vostro legittimo superiore. Ecco la sua dichiarazione, che mi attribuisce esplicite funzioni di Inviato Plenipotenziario.  
Crowley non lavrebbe mai ammesso, ma in realtà era piuttosto seccato: il bravaccio reclutato per dargli manforte a riconquistare la Cripta non era comparso. A meno che arrivasse ora, doveva cavarsela da solo. 
In compenso arrivò in quel momento un fattorino con un telegramma.
 Diretto a MacGregor Mathers come se si fosse davvero insediato  borbottò Hunter, livido, fissando lindirizzo. Poi, al fattorino:  Riportatelo indietro.
 E col suo stile da melodramma di quartordine  rincarò la dose Yeats, ricacciando la dichiarazione di Mathers nelle mani di Crowley.  Signor Wilkinson, vi chiedo di chiamare subito un agente di polizia. Questa farsa è durata abbastanza. 
 Vado  concordò quasi inaspettatamente il padrone, schizzando di fianco a &lt;i&gt;Perdurabo&lt;/i&gt; e scomparendo verso la strada. Ci avrebbe pensato due volte, parve borbottasse, prima di affittare ancora a gruppi mistici.
Per un lungo attimo le due coppie si fronteggiarono in silenzio, senza muovere un passo. Hunter e Yeats si domandarono se &lt;i&gt;Perdurabo&lt;/i&gt; stesse preparando un sortilegio, e si predisposero mentalmente a fronteggiarlo. 
 Vi invito a riflettere, ribelli, sulla grave scelta di resistere al vostro legittimo superiore, benedetto dallappoggio dei Capi Segreti scandì invece Crowley. E in quel momento Wilkinson ricomparve con lagente, fortuitamente incontrato lì vicino.
 La donna e luomo qui presenti  lo interpellò subito Hunter  cioè Miss Elaine Simpson e il signor Aleister Crowley, che pare volersi nascondere dietro quella ridicola maschera, non intendono allontanarsi da questalloggio da noi regolarmente preso in locazione. Essi non hanno alcuna autorità per reclamarlo come vi avrà detto il padrone di casa, signor Wilkinson.
 La mia autorità  tuonò &lt;i&gt;Perdurabo&lt;/i&gt; a sua volta  viene dal Conte MacGregor di Glenstrae, ed è dimostrata da questo foglio.
Lagente, un po perplesso, si volse a Wilkinson:  Siete voi il padrone di casa?
 Lo sapete, agente. Ci vediamo tutti i giorni
 Molto bene, allora.   Il poliziotto sembrò raddrizzarsi dentro luniforme, e si rivolse alla coppia di Maschera e scriba:  Mi dispiace, signori, ma non potete star qui. Vogliate allontanarvi immediatamente.
 È permesso?
Tutti fissarono interrogativi lomino col grande pacco. Recava letichetta del famoso fabbricante di parrucche Willie Clarkson.  Dovrei consegnarlo  lesse il foglietto, nel silenzio generale  a Miss Elaine Simpson.
 Sono io  avanzò titubante la scriba.
 Molto bene, allora  allungò la ricevuta e una penna.  Cè qui la parrucca che avete ordinato. Dovreste solo firmare
 Un momento, cosè questa storia?  intervenne Hunter.  Una parrucca
 Ovviamente per acconciare la ierodula nei riti di riconsacrazione della Cripta  spiegò &lt;i&gt;Perdurabo&lt;/i&gt; agli altri sconcertati. Più di tutti, pareva, il poliziotto. 
 Portatelo via, questo non è il suo indirizzo!  intervenne Hunter, e il poliziotto assentì. &lt;i&gt;Soror Fidelis&lt;/i&gt; indietreggiò, e allomino non rimase che sparire con il pacco.
 Torneremo a recuperarla. I miei rispetti a Mr. Clarkson!   gli gridò dietro gioviale Crowley. Poi, volgendosi ai due Adepti con tono pacato:  Vi assumerete ogni conseguenza di questa blasfema ribellione. E lascio in particolare a voi, &lt;i&gt;Frater Daemon est Deus Inversus&lt;/i&gt;  fissò Yeats  di salutare Mrs. Emery, o Mrs. Farr, o &lt;i&gt;Soror Sapientia Sapienti Dona Data&lt;/i&gt;, come tra noi possiamo chiamarla. La conosciamo entrambi a fondo, mi pare ma forse più io che voi.  E mentre lo sguardo grifagno di Yeats si disfaceva sotto gli occhiali, &lt;i&gt;Perdurabo&lt;/i&gt; si girò verso &lt;i&gt;Soror Fidelis&lt;/i&gt;:  Non fraintendete, uniniziata della sua statura non è davvero interessata al sesso. Ma il mio rispetto va anche alla sua difficoltà a opporre rifiuti.   Quindi si allontanò con un saluto ironico allagente.    
 Forse ce labbiamo fatta  sorrise Hunter a Yeats pallido, mentre anche Wilkinson e il poliziotto si accomiatavano. Erano appena usciti quando un secondo telegramma, stavolta dallestero, giunse per Mathers. Stizzito, Hunter rifiutò anche questo: ma non era passata unora (circa luna del pomeriggio) e la porta suonò di nuovo. I due Adepti aprirono con circospezione e si trovarono davanti un losco energumeno dallaria imbarazzatissima: aveva cercato quella strada in tutta Londra, lo attendeva il signor Crowley che laveva ingaggiato davanti all&lt;i&gt;Alhambra&lt;/i&gt;. Non gli era troppo chiaro cosa dovesse fare, forse centrava una festa.

</text_more></entry>
<entry id='3452' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3452' author_id='4' authored_on='20100502025750' basename='riti_di_passaggio_-_parte_13' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100502025750' modified_on='20100502025856' ping_count='1' status='2' title='RITI DI PASSAGGIO - Parte 13' week_number='201018'><text>di &lt;b&gt;Sandro Moiso&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;DevilsTower.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/DevilsTower.jpg&quot; width=&quot;190&quot; height=&quot;152&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;&lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/cgi-bin/mt-search.cgi?IncludeBlogs=2&amp;search=Riti+di+passaggio+Sandro+Moiso&quot;&gt;Qui&lt;/a&gt; le puntate precedenti

&lt;b&gt;Poi vennero i cieli del West&lt;/b&gt;

Poi vennero i cieli del West.
Dal Minnesota ci dirigemmo verso sud-ovest e verso le Montagne Rocciose attraversando il Nord Dakota e il Montana. Dalle terre del grano passammo a quelle delle praterie e delle mandrie di cavalli; dagli abiti degli agricoltori agli stivali e ai cappelli da cow-boy.
Il tutto filtrato attraverso le immagini del cinema western..

Nei diari preparatori per &lt;i&gt;On The Road&lt;/i&gt;, Jack Kerouac afferma di essere un accanito lettore di romanzi western da quattro soldi per la forza lirica e la suggestività con cui riescono a descrivere i paesaggi dellOvest americano.
Per noi le immagini, quasi filmiche, che ci pervenivano attraverso i finestrini degli autobus in viaggio attraverso gli stati del West sembravano confermare e ampliare gli orizzonti selvaggi e solitari visti nei film di John Ford, Anthony Mann; Raoul Walsh e Arthur Penn.</text><text_more>Spesso il West, soprattutto nei film di Ford, si confonde con il deserto, anche perché molti western sono stati filmati nel sud-ovest americano.
Ma, oggettivamente, i territori confinanti con le Montagne Rocciose o posti in loro prossimità corrispondevano a un effettivo deserto dal punto di vista della densità di popolazione.
Più vicina a quella della Libia (2,4 ab. per kmq) che a quella delle nazioni più industrializzate o degli stati della costa orientale.

Su undici stati che affiancano e comprendono le Rocky Mountains la densità di popolazione media era, allepoca del nostro viaggio, di 4,5 abitanti per kmq, ma con punte di 2 o 3 per Montana, Wyoming e Nevada.
Così lo sguardo spaziava nel nulla perdendosi in orizzonti segnati solo dal profilo lontano e azzurrino delle montagne sullo sfondo.

Per noi, provenienti da un paese in cui la densità media è di circa 200 abitanti per kmq, quel paesaggio era magico. 
Soltanto il mare mi ha dato lo stesso senso di infinita libertà che mi ha dato il paesaggio desertico  dellOvest americano.
I sogni dellinfanzia si stavano materializzando davanti ai miei occhi.

Che poi quel deserto fosse in realtà verde o verde-azzurro poco conta e, anzi, la similitudine col mare era rafforzata proprio dal movimento ondoso delle praterie scosse dal vento.
Con i Greyhound che tornavano a essere minuscole imbarcazioni perse in un mare di dimensioni omeriche.
E noi, novelli Ulisse, ci sentimmo letteralmente naufragare in quelloceano di erba.

Costeggiammo lo Yellowstone, osservammo mandrie di cavalli cresciuti allo stato brado, provammo a raggiungere la Wind River Range, una zona che comprende diverse cime che superano i quattromila metri e che è stata cartografata completamente soltanto negli anni sessanta del ventesimo secolo.
Ma la destinazione finale fu Devils Tower, la Torre del Diavolo.

&lt;b&gt;Proprio quellanno era stata utilizzata da Spielberg in un suo film&lt;/b&gt;

Proprio quellanno era stata utilizzata da Spielberg in un suo film.
&lt;i&gt;Incontri ravvicinati del terzo tipo&lt;/i&gt;, ancora una suggestione cinematografica quindi, ma fantascientifica questa volta.
Una colonna alta trecento metri di roccia vulcanica, ritenuta sacra dalle tribù indiane, che si erge ai margini delle Black Hills.

E stato uno dei primi, se non il primo territorio a essere messo sotto tutela, negli Stati Uniti,come parco nazionale ed è circondata da unimmensa colonia di cani della prateria.
Roditori dallaria simpatica che scavano le loro tane nella terra della prateria circostante, incubo dei cow-boy di ieri e di oggi quando il cavallo si rompe improvvisamente una zampa infilandola in una di queste buche e portatori, ancora oggi, del virus della peste.

Infiniti cartelli avvertivano infatti i visitatori di stare attenti ai morsi di quelle simpatiche bestiole, che costringono ogni anno qualche tranquillo cittadino americano o turista straniero a essere ricoverato e curato per uninaspettata piaga biblica.
Insomma, capimmo al volo che ancora una volta i documentari di Walt Disney sul mondo animale nascondevano una ben diversa e più leopardiana realtà.

Lautobus ci aveva lasciati a Moorcroft, la località più vicina.
In tipico stile americano comprendeva qualche casa, un distributore di benzina, una drogheria e un motel; ma non dovevamo avere un aspetto rassicurante, io ed Ettore, perché come ci avvicinammo alla porta di ingresso dello stesso linsegna luminosa virò dal verde al rosso per comunicarci che non cerano più stanze libere, anche se fuori non cera nemmeno unauto parcheggiata.

A  pancia vuota passammo la notte dormendo nei sacchi a pelo ai margini della strada e sotto un cielo stellato che non ci fece mai immaginare il minimo pericolo.
Per tutto quel viaggio dormimmo occasionalmente nei posti più disparati: sui sedili degli autobus (io) o sotto gli stessi per stendere meglio le gambe (Ettore) oppure nelle stazioni della Greyhound in compagnia di barboni e randagi di ogni genere fino a quando, verso lalba, gli addetti alle pulizie e al lavaggio dei pavimenti non ci cacciavano fuori tutti quanti, non sempre con garbo e gentilezza.

Ma quella era la nostra libertà, il nostro essere sulla strada.
La mattina dopo fummo raccolti da un pick-up di unautentica famiglia di allevatori, mentre facevamo autostop per raggiungere il nostro obiettivo, distante diverse decine di chilometri.
&lt;i&gt;Oh! Sweet Hitch-hiking&lt;/i&gt;, dolce auto-stop, quanti incontri ci permettesti di fare lungo le strade americane.
 
Al volante stava Jim con un gran cappello da cow-boy in testa e gli stivali con il tacco inclinato.
Al suo fianco la moglie Pam e sua sorella, due autentiche bellezze americane dellOvest.
Nellabitacolo non cera più posto e quindi ci fecero salire con i nostri zaini sul cassone posteriore.
Dopo pochi chilometri una specie di UFO passò  pochi centimetri sopra la mia testa e a quella del mio compagno di viaggio: era il cofano del pick-up che era volato via per la velocità.

Lautista senza fare una piega fece uninversione a U per tornare a prenderlo e sistemarlo precariamente al suo posto e poi ripartire scusandosi con noi per lo scampato pericolo di decapitazione.
Bevemmo qualche birra in un drugstore, ci scambiammo gli indirizzi e ci scattammo reciprocamente qualche fotografia con la promessa di inviarcele, ma non accadde mai, mentre quelle che avevo conservato sono andate perse nel mare degli anni trascorsi.

&lt;b&gt;Cè un meraviglioso personaggio in un romanzo di Cormac McCarthy&lt;/b&gt;

Cè un meraviglioso personaggio in un romanzo di Cormac McCarthy.
E uno zingaro che, in &lt;i&gt;Oltre il confine&lt;/i&gt;, gira nel Sud-Ovest con il suo carico di foto di sconosciuti, raccolte qua e là, casualmente, in attesa di trovare qualcuno che possa dare un nome a quei volti prima che limmagine svanisca del tutto dalla carta stampata.
E quello che provo io ogni volta che osservo una fotografia.

Un senso di limite, termine delle cose umane e del tentativo di fermare qualche attimo per leternità.
Ma questa è degli dei e non ci appartiene, e lo sgranarsi inesorabile delle foto che ingialliscono per poi scomparire del tutto dimostra linutilità di ogni nostro sforzo di superare il tempo che ci è stato dato. Forse è per questo che non ho conservato le immagini della donna che ho amato di più nella mia vita.

Più passano gli anni e più i miei cassetti vanno svuotandosi di fotografie, mentre anche quelle sullo schermo del computer vengono facilmente rimosse.
Basta un clic e unimmagine, una situazione, apparentemente fissata per sempre svanisce nel nulla.
Mi basta la memoria che, fortunatamente, quando tradisce è soltanto per abbellire o migliorare il ricordo, rendendolo più vivido e per questo, spesso, più doloroso.

Queste immagini, questi ricordi in via di estinzione mi fanno venire in mente gli indiani dellOvest: ne vedemmo così pochi, così sbiaditi.
Eppure da poco erano cessate le nuove rivolte di Wounded Knee e dei giovani nativi decisi a ricordare la propria storia e i propri diritti.
Ancora era stato versato sangue, ancora le giacche blu avevano fatto valere il diritto del più forte.

Non a caso in Italia avevamo scelto di essere indiani metropolitani, apparentemente nomadi e indomabili.
Ma la realtà, di qua e di là delloceano, sarebbe stata poi diversa.
A Santa Fé visitammo una fiera annuale di prodotti degli indiani Navajos: prodotti delle riserve per turisti desiderosi di visitare zoo di esseri umani.

Nel Minnesota, invece, parlammo per un po con un indiano ubriaco che viaggiava sullo stesso nostro autobus, diretto a Ely. Lavventura e la ribellione erano già finiti, da tempo, nellalcool.
Da noi, presto, troppo presto, tutto sarebbe finito nelleroina, nel piombo, nel carcere duro e nel ritorno alla normalità; senza neanche uno Sherman Alexie o un James Welch in grado di cantare la fine di unepopea.

&lt;b&gt;Seguimmo la linea delle montagne verso sud&lt;/b&gt;

Seguimmo la linea delle montagne verso sud.
Attraversammo il Colorado e il Nuovo Messico, talvolta campeggiando qualche giorno in un parco, talaltra dormendo ancora alladdiaccio.
Labbonamento mensile, ma senza limite di chilometri, per gli autobus della Greyhound, ci permetteva di scegliere il percorso in base alle suggestioni dei nomi delle località da attraversare, in unimmaginaria ripetizione di percorsi già letti sulle pagine di Kerouac o sugli schermi del western.

Boulder, Denver, Colorando Springs, Salida, Santa Fé, Albuquerque, Socorro: ogni località sembrava avere per noi uno specifico richiamo letterario, cinematografico oppure anche solamente inventato dalla nostra fantasia.
Ma quello era per noi il viaggio: non solo percorrere chilometri dasfalto lungo strade già segnate, ma inventare improbabili percorsi tra la geografia del reale e quella del nostro immaginario.

Arrivammo così fino a El Paso, al confine segnato dal Rio Grande tra Stati Uniti e Messico.
Sullaltra sponda del fiume ci aspettava Ciudad Juárez, ma la sua differenza si rifletteva già nelle vie della città texana: la più degradata tra le città americane sino ad allora visitate.
Stabilimenti e negozi chiusi, magazzini di abiti usati e di cianfrusaglie di ogni tipo: alle porte di un altro mondo anche il sogno americano del consumo senza limiti sembrava venire meno.

Attraversammo a piedi il confine e il ponte che separa le due città.
Il mitico Rio Grande si presentò come un canale di cemento sul cui fondo scorreva un rigagnolo sporco. Eravamo giunti ai confini dellimpero e questi si mostravano in tutta la loro miseria.
Alte reti metalliche custodivano il &lt;i&gt;limes&lt;/i&gt; dai barbari che attendevano di entrare nelle terre dellabbondanza.

Abbondanza che sarebbe poi stata riportata sul confine americano dai processi di mondializzazione e di accordi bilaterali tra il capitale americano e la miseria messicana.
Quando gli stabilimenti sul confine avrebbero ripreso lattività grazie alla manodopera a basso costo proveniente dallo stato di Chihuahua.
Quasi sempre donne giovani, carine, piene di vita e di speranze, ma destinate a essere divorate dal dio delle macchine e del guadagno.

Tra i primi anni novanta e questo primo decennio del nuovo secolo, centinaia di donne messicane, quasi sempre giovani, sono scomparse lungo questo confine.
I loro corpi sono spesso stati ritrovati nel deserto circostante dopo che erano state torturate, violentate, uccise e talvolta bruciate per farne sparire le tracce.
Ancora più spesso, però, nemmeno i resti sono stati ritrovati e le loro ossa biancheggiano da qualche parte lungo il Rio Grande.

Rapite per essere semplicemente usate e buttate.
Illuse con la speranza di una carriera diversa da quella promessa dalla fabbrica e dal lavoro sottopagato.
Arruolate a forza nellesercito senza fine della prostituzione mondializzata oppure semplicemente drogate e disperse in locali estremi in cui ai clienti danarosi è permesso far tutto ciò che vogliono. 

E questo non succede solo sul &lt;i&gt;border&lt;/i&gt; tra USA e Messico.
Succede oggi anche qui da noi, lungo i  sacri confini dellItalia e dellEuropa più ricca.
Ovunque si incontrino i desideri più nascosti di una società senescente, ma ricca, e la miseria di chi fugge o sogna di fuggire dalla fame e da lavori pesanti e mal pagati succede la stessa cosa.
Violenza sui corpi, sulle menti, sulla gioia di vivere e sulle speranze legate alla propria gioventù.

&lt;b&gt;I supermercati messicani ci delusero&lt;/b&gt;

I supermercati messicani ci delusero.
Guardiani occhiuti e abituati al piccolo furto vegliavano sulla merce e quindi dovemmo accontentarci di comperare della salsa piccante e alcuni fogli di pasta già pronta per i tacos che mangiammo, tristemente, crudi e freddi.
Le nostre finanze erano davvero scarse e il cibo caldo preferivamo lasciarlo per la sera.

Ma le polverose strade di Ciudad Juárez erano piene di movimento.
Una vitalità diversa agitava la folla che ci circondava.
Autobus dai vetri rotti con torme di ragazzini appesi al loro esterno erravano per la città a velocità improbabili.
La stessa miseria di El Paso, ma con lallegria di chi ci è abituato.

Un fotografo di strada che poteva vantare tra i suoi averi un cavallo imbalsamato ci propose una fotografia a cavallo con tanto di sombrero, ma declinammo lofferta.
Ettore però si improvvisò conoscitore di pietre e si lanciò in una trattativa per lacquisto di un paio di orecchini di turchese in un negozietto buio.
La spuntò alla fine per la cifra desiderata, ma il vecchio mercante aveva fatto laffare lo stesso perché gli orecchini si rivelarono, poi, di plastica.

Non eravamo eroi in fuga oltre il confine, usciti da un film di Sam Peckinpah.
Eravamo due turisti con pochi soldi e tendenti al furto, ma anche facilmente bidonabili.
Nelle ore passate successivamente sul suolo messicano evitammo di entrare ancora in qualsiasi tipo di esercizio commerciale.
Attendevamo lora per ripartire alla volta della fine del mondo.

&lt;b&gt;Ci arrivammo sullorlo del mondo&lt;/b&gt;

Ci arrivammo sullorlo del mondo.
Affacciandoci sullorlo del Grand Canyon fu quella la prima impressione che provammo.
Come gli eroi di un vecchio racconto di Philip Josè Farmer, che immaginava le navi di Colombo giungere sullorlo di una terra piatta, invece che in America, dove le acque degli oceani si riversavano nello spazio infinito, anche noi provammo un senso di smarrimento e stupore.

Le acque del fiume Colorado scorrevano migliaia di metri più in basso, mentre le pareti strapiombanti sembravano quasi invitare ad un salto o al volo.
I colori cangianti, nella luce del pomeriggio, delle rocce delle gole e del cielo ci offrivano uno spettacolo unico.
Ci sembrò che dopo quella vista nullaltro avrebbe ancora potuto appagare il nostro sguardo.

Ci eravamo arrivati, come sempre, in autobus, via Tucson, Phoenix e Flagstaff.
A Phoenix laria secca e rovente della notte ci aveva cotti come se fossimo entrati in un forno e per una volta fummo grati delleterna presenza dellaria condizionata sugli autobus e nelle stazioni della Greyhound. 
Solo sulle montagne verso Flagstaff ritrovammo aria che non ci ustionasse la pelle e i polmoni.

Decidemmo di scendere subito nel Canyon, con la pista dellangelo rilucente.
Ci aveva ispirato ancora una volta il nome: Bright Angel Trail.
Quando arrivammo sul fondo, dopo alcune ore di discesa, loscurità stava già calando sul fondo del Canyon. Era lora in cui i crotali uscivano dai loro ripari e sentimmo risuonare intorno a noi il caratteristico e inquietante suono del sonaglio posto sulla loro coda.

Ettore si sentiva un po smarrito poiché nella luce incerta del crepuscolo si acuiva il difetto della vista. Mi pregava di guardare bene dove mettevo i piedi così lui avrebbe potuto seguirmi con più tranquillità.
Arrivammo così a una piccola area attrezzata per il campeggio sul fondo del Canyon.
Lì un cartello avvertiva di stare attenti ai serpenti anche di notte, per evitare di essere raggiunti nel proprio giaciglio da un crotalo in cerca di calore nel freddo notturno.

Ettore si sigillò letteralmente nella piccola canadese che ci portavamo dietro, mentre io preferii dormire allaperto su un tavolo da pic-nic abbastanza alto da terra e abbastanza robusto da sostenermi.
A quellepoca le discese nel Canyon erano ancora libere; occorreva prenotare solo quelle a dorso di mulo.

La mattina dopo risalimmo il sentiero,  soli come il giorno precedente.
Oggi sento raccontare di prenotazioni con mesi di anticipo e di code interminabili per le discese e le risalite.
Abbiamo mondializzato la coda e lattesa dal Grand Canyon allHimalaya, abbiamo tolto il sapore dellavventura e del sogno anche ai luoghi più selvaggi e, forse, siamo anche riusciti a far fuggire i crotali dai loro rifugi: sinceramente, oggi, nel Canyon non ci tornerei.

&lt;b&gt;A forza di viaggi ci siamo persi il mondo&lt;/b&gt;

A forza di viaggi ci siamo persi il mondo.
Oggi è possibile raggiungere qualsiasi angolo del mondo in poche ore.
E possibile, dopo una veloce escursione nei territori della rete, scegliere voli low-cost, viaggi organizzati, villaggi vacanza in ogni angolo del globo.
Fatte salve le zone di guerra, naturalmente.

Ma chi si ricorda del vecchio autobus che ancora negli anni settanta permetteva di raggiungere Katmandu da Milano?
Chi potrà ancora narrare dei kurdi ospitali nelle più remote regioni della Turchia e dellIran?
Oppure delle fermate, al sopraggiungere della notte, in qualche villaggio Pashtun dove, dopo una breve ricognizione preoccupata con lo sguardo, si finiva col consumare la cena  ospiti di una famiglia o di un clan?

Dove finirà la voglia di raccontare storie di viaggio, quando tutti avranno fatto gli stessi viaggi, secondo le stesse modalità?
Quando tutti avranno visto le stesse cose da vedere, dopo averle già viste in qualche documentario televisivo?
Cosa ci si potrà inventare con la fantasia in viaggi programmati con mesi danticipo e risultati garantiti?

Povero Chatwin, forse oggi non riuscirebbe nemmeno a ritrovare la via dei canti o, almeno, dovrebbe mettersi in coda.
La dove non è arrivata la guerra o qualche crociata, è arrivato il turismo giramondo di massa e al posto del vecchio serial storico televisivo &lt;i&gt;Cero anchio&lt;/i&gt;, oggi potrebbe esserci una sorta di programma-guida, con lo stesso titolo, obbligatorio per tutti coloro che vogliono viaggiare.

Un tempo ridevamo dei giapponesi in viaggio: foto, foto, foto, intenso cicaleccio di soddisfazione di tutto il gruppo prima di risalire sullautobus o sulla nave da crociera e poi via, subito diretti a unaltra meta.
Siamo diventati tutti giapponesi. Il viaggio ha perso i suoi tempi: occorre fare tutto, vedere tutto in fretta, fotografare tutto e poi tornare nella gabbia del lavoro, nelle città grigie e nel grigiore di rapporti sentimentali e sociali consumati in fretta e superficialmente.

E vero, ogni epoca ha il suo modo di viaggiare, un modo tutto proprio di percepire il mondo.
Oggi il viaggio deve essere una pausa nellinferno della vita: comodo, veloce, efficace nei risultati.
Negli States io ed Ettore girammo in tondo, perdemmo tempo, non raggiungemmo quasi mai le mete prefissate. Forse non ne avevamo nemmeno.
Il viaggio aveva una valenza in sé e per sé e tutto il tempo sprecato era tempo di vita guadagnato. 

Daltra parte, oggi, la cocaina è più di moda dellhashish e della marijuana. 
Occorre consumare tutto in fretta: il mondo, le persone, le esperienze, per poi passare ad altro.
Viviamo in superficie e le strade che percorriamo, anche quelle della mente,  sono diventate tapis roulant anonimi ed efficaci, adatte a fare passare più in fretta il tempo che ci rimane.
Non raggiungemmo mai né New Orleans, né Miami, ma forse per questo mi è rimasta una storia da raccontare.

(&lt;b&gt;13-CONTINUA&lt;/b&gt;)

</text_more></entry>
<entry id='3453' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3453' author_id='4' authored_on='20100503182823' basename='divine_divane_visioni_best_of_0001_1_' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100503182823' modified_on='20110324024706' ping_count='0' status='2' title='Divine Divane Visioni (Best of 00/01)  1 ' week_number='201018'><text>di &lt;b&gt;Dziga Cacace &lt;/b&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&lt;i&gt;This Is Not For You!
Pearl Jam&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;

&lt;img alt=&quot;Ddv0101.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Ddv0101.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;142&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;&lt;b&gt;Leggere attentamente prima delluso  &lt;/b&gt;

Due o tre cose da chiarire subito: non discuto MAI di cinema con chi non ha visto &lt;i&gt;Altrimenti ci arrabbiamo&lt;/i&gt;, tutto &lt;i&gt;Heimat &lt;/i&gt;(&lt;i&gt;1&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;2&lt;/i&gt;) e almeno cinque film di Boris Barnet. Poi: nellestate 95 ho fatto la comparsa in &lt;i&gt;Io ballo da sola&lt;/i&gt;, il che motiva la confidenza che vanto con Liv Tyler. Infine: in questa cosa troverete spesso citato il cineclub genovese Lumière, in cui ho passato innumerevoli serate ad affilare la mia scarsa eloquenza critica con tanti amici che avevano fatto di quella grotta umida il loro regno. Sedevo sempre in quarta fila allestrema sinistra e quel posto (la poltrona, ma anche il cinema), oggi che vivo a Milano, mi manca molto. &lt;i&gt;Divine Divane Visioni &lt;/i&gt;si chiama così perché la maggior parte dei film li ho assunti dal divano di casa mia, procurandomi una spina dorsale armoniosa come un mandàla. Visioni divine ne ho avute poche, ma mi piaceva lallitterazione. E poi è pieno di titoli che promettono bene e mantengono male, come &lt;i&gt;Il segreto della cappella &lt;/i&gt;della Piemme, giallo medievale venduto alla grande, turlupinando diverse casalinghe insoddisfatte. 
So che siete mie lettrici: per cui, buona lettura.
</text><text_more>&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&lt;i&gt;Ah! Merda! È in versi!
Jean-Pierre Bacri ne&lt;/i&gt; Il gusto degli altri&lt;/span&gt;

&lt;b&gt;1 - &lt;i&gt;Il tredicesimo piano &lt;/i&gt;di Un Rompicoglioni, USA 1999&lt;/b&gt;

Barbara, a metà pomeriggio, annuncia che va ad affittare qualcosa da Blockbuster. No! Bestemmia! La inseguo salmodiando i miei cento titoli muti e in bianco e nero, da vedere perché Ghezzi e più aggiungo titoli più lei affretta il passo. Dopo mezzora è a casa con questo scipito film di fantascienza che passa in fretta e nulla lascia se non un notevole turgore testicolare. Realizzato discretamente, inerte come scrittura e dalla recitazione mediocre, &lt;i&gt;Il tredicesimo piano&lt;/i&gt; racconta della creazione di una realtà parallela dove un &lt;i&gt;pool &lt;/i&gt;di scienziati fa vivere delle proprie controfigure. Scelgono unepoca a piacere e poi, quando gli garba, si sostituiscono alle controfigure, così, tanto per pigliarsi un po di svago. Il capo del progetto (che va negli anni Trenta per trombare) viene però assassinato. Chi è stato? Il suo aiutante va a risolvere il mistero nella realtà parallela per scoprire che anche il suo mondo di partenza è la realtà parallela di qualcun altro e lui stesso è una controfigura. Idea risolta con vitalità cadaverica e attori scialbi. Al riguardo è emblematica la finale visione del futuro: nelle intenzioni del regista ignoto ai più Josef Rusnak si vorrebbe mostrare una realtà idilliaca, in pratica si vedono spiagge lunghissime e sullorizzonte grattacieli dalle forme grottesche: praticamente il futuro è Dubai, ecco. Vabbeh, una menata di cui nullaltro c&apos;è da dire se non che eviterò ulteriori film scelti da Barbara da Blockbuster. In questi giorni, poi, ho visto in tivù brandelli (e non uso il termine a caso) di film come &lt;i&gt;Zombie&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Paganini Horror &lt;/i&gt;e &lt;i&gt;Allarme Nucleare&lt;/i&gt;. Il primo è il famoso prodotto della collaborazione tra Argento e Romero. Il ricordo infantile della cattività di quattro tizi in un supermercato, assediati da unorda di morti viventi e altri cattivoni, è confermato. Molto meno la tensione che allora provai e che oggi sfocia nella noia. &lt;i&gt;Paganini Horror &lt;/i&gt;è invece una grandiosa e micidiale vaccata: un gruppo musicale arrangia in chiave disco un brano di Paganini; girano il &lt;i&gt;clip &lt;/i&gt;nella casa veneziana del maestro e iniziano le uccisioni. Visti solo quindici tremendi minuti in cui si notano una Luana Ravegnini espressiva come un centrino da tavolo e uno stranito Donald Pleasance. Infine un film inclassificabile: &lt;i&gt;Allarme nucleare&lt;/i&gt;, con un plot a base di armi nucleari rubate. Girato in maniera allucinante, recitato pure peggio, presenta musiche incongruenti di Baldan Bembo e vede, tra gli attori, anche John Carradine. Ho resistito cinque minuti tra lincredulo, il divertito e lo schifato. A proposito di Baldan Bembo: lho conosciuto per lavoro e ho approfittato per chiedergli dei trascorsi battistiani. Poi gli ho chiesto cosa fa oggi e lui mi ha parlato delle sue incisioni. Che genere?, chiedo io, e lui: Il mio: &lt;i&gt;genere Baldan Bembo&lt;/i&gt;. Straordinario. (Vhs originale; 31/8/00)

&lt;img alt=&quot;Ddv0102.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Ddv0102.jpg&quot; width=&quot;160&quot; height=&quot;166&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;&lt;b&gt;2 - &lt;i&gt;Let There Be Rock &lt;/i&gt;di Due Sconosciuti (Diligenti), Francia 1980&lt;/b&gt;

Parigi, 1979, pochi mesi prima della precoce morte di Bon Scott: gli AC/DC stanno conquistando il mondo con la loro onesta e potentissima sintesi di rocknroll e hard rock. Il palco è spoglio, lo spettacolo sono loro, soprattutto lui: Angus Young, un folletto elettrico. Quando attacca la chitarra allamplificatore accade un miracolo: è come se la corrente elettrica  diretta e alternata  gli passasse attraverso; per unora e mezza Angus è in preda a unestasi incontrollabile. La band si scatena dal primo minuto, non cè un crescendo o un gran finale, no, Angus diventa energia pura &lt;i&gt;subito&lt;/i&gt;, corre da un lato allaltro del palco, fa il &lt;i&gt;duck walk &lt;/i&gt;alla Chuck Berry, rotea per terra in preda a epilessia chitarristica, salta, fa capriole, si butta in mezzo al pubblico. E gli altri? Bon asseconda il deliquio del piccolo Young, lo provoca, lo spalleggia, da vero front man che sa condividere il palco con qualcosa dinarrestabile. Gli altri stanno dietro, rigidi in formazione: chitarra ritmica, batteria, basso. Una falange metronomica, unitissima, devastante come impatto sonoro. Questo è rocknroll alla massima potenza: gli AC/DC prendono la tradizione dello &lt;i&gt;stage show &lt;/i&gt;rock e lo amplificano come conviene. Cè tutta la fisicità primigenia di questa musica, la voglia di cazzeggiare, il gioco della divisa da scolaro e cè anche lo spogliarello, come nel più sordido &lt;i&gt;juke joint &lt;/i&gt;del sud degli Stati Uniti. Ma non cè solo impatto visivo: hard rock potente, ad alto voltaggio, va bene, ma anche blues, con Angus che strizza le note, le spreme con un vibrato che giusto B.B. King, Peter Green e Paul Kossoff. Se non ballate con questa musica, se non provate lirresistibile impulso a saltare agitando la testa, beh, allora siete morti e non lo sapete. Dal punto di vista tecnico il film vale poco: la sincronia audio/video è scarsa, la qualità delle immagini varia e la regia generale (di Eric Dionysius e Eric Mistler) non brilla. Gli inserti documentari sono moscetti, ma hanno la tenera ingenuità di quando il &lt;i&gt;rockumentary &lt;/i&gt;non era ancora pratica comune: tutto un po naif, ma chi se ne frega; &lt;i&gt;Let There Be Rock &lt;/i&gt;vale come documento e non aspira da altro. Ed è bellissimo. (Vhs da Rai; 7/9/00)

&lt;b&gt;4 - &lt;i&gt;Linfanzia di Ivan &lt;/i&gt;di Andrej Tarkovskij, URSS 1962&lt;/b&gt;

È uno di quei sabati spesi facendo mille cazzate, senza stringere un fico secco. Un libro che non ti prende, le videocassette che non ti attirano, lo stesso disco che ti ha un po stufato, il computer acceso senza motivo, indugiando su un solitario a carte. Ma alle 20, ta-dah, un bel film sovietico al De Amicis! Ci andiamo con la cugina Alessandra, un po timorosi perché con Tarkovskij non si sa mai. E il film è bellissimo. Libero, intrigante, fantasioso, durissimo, lirico, angosciante. Secondo conflitto mondiale, fronte russo: Ivan è un adolescente i cui genitori sono stati uccisi dalle truppe dinvasione tedesca. Combatte a fianco dei partigiani e dellesercito infiltrandosi tra le linee nemiche. La sua infanzia negata torna talvolta nei sogni, ricordando una madre affettuosa e la vita in campagna, ma al risveglio è già tempo per una nuova missione. Il film è vivace esteticamente (venne accusato di formalismo): ogni scena si nota per la fotografia e luso dei primi piani, delle luci e dei punti di ripresa. Ma i rimandi allespressionismo o la continua volontà di connotare visivamente ciò che si racconta sono niente al confronto di ciò che si dice: un film del 1962, a disgelo in corso, che dallUnione Sovietica racconta al mondo lorrore della guerra. Pensate il soggetto: un eroe dellArmata Rossa di dodici anni. In mano a un regista irregimentato questo diventava un inno retorico assoluto e invece qui non cè alcun cedimento propagandistico, lafflato pacifista va al di là dellideologia e ogni tirata esplicita è bandita: parlano da sé le immagini e la vicenda. Ottimo. (Sala; 9/9/00)

&lt;b&gt;5 - &lt;i&gt;Nemico pubblico &lt;/i&gt;del fratello mica scemo di Ridley Scott, USA 1999&lt;/b&gt;

Posto che si tratta di unopera di finzione alla quale ho creduto poco perché sono da sempre un complottista e quanto si svolgeva sullo schermo era per me realistico, posto questo, il film gira bene. A fargli le pulci qualche difettuccio cè, e non di poco conto, ma il ritmo e la messa in scena frenetica di Tony Scott te lo fanno scordare. Jon Voight è un dirigente della National Security Agency: fa ammazzare un senatore repubblicano che si oppone alleliminazione della tutela della privacy, ma un ornitologo riprende casualmente la scena. Caccia allornitologo con i potenti mezzi della NSA, cioè tutti quelli disponibili: foto dal satellite, telecamere a circuito chiuso etc.; tutto è collegato alla NSA e siccome siamo tutti attorniati da obiettivi in funzione, è praticamente impossibile scappare. Lornitologo non ce la fa, ma riesce a infilare il dischetto con le immagini compromettenti nel sacchetto di un rampante avvocato del lavoro, Will Smith. Il quale, già nei guai per aver fatto il duro con un mafioso (grazie a un nastro video), diventa lobiettivo della spietata NSA deviata secondo i fini di Voight. Smith si crede inseguito dai mafiosi e invece finché non capirà linghippo, aiutato anche da quel vecchio marpione di Gene Hackmann che, guarda caso, è proprio lo stesso de &lt;i&gt;La conversazione&lt;/i&gt;, solo trentanni dopo. Finale ben congegnato. Quale il difetto più evidente? Beh, che Voight voglia più potere di quello che ha già (vede &lt;i&gt;tutto&lt;/i&gt;) e che si opponga a una legge che è clamorosamente violata in ogni momento, quale ne possa essere la futura restrittiva applicazione. Gli americani, grandi appassionati di complotti, hanno fatto un film di &lt;i&gt;fiction &lt;/i&gt;sul tema dellinvisibile Grande Fratello (della famiglia di Grandi Fratelli, gli uno che spiano gli altri), ma la realtà è che, per esempio in Italia, cè una telecamera puntata ogni 5 cittadini e non venitemi a dire che i telefoni, i cellulari, la posta elettronica e quella cartacea, i movimenti bancari, la navigazione su Internet e quantaltro non siano monitorati. Questestate i Carabinieri hanno candidamente ammesso di possedere &lt;i&gt;milioni &lt;/i&gt;di dossier su cittadini schedati. Lunica certezza è che il grado culturale dellArma non consenta di incrociare i dati. Speriamo. (Vhs da Tele+; 11/9/00)

&lt;img alt=&quot;Ddv0103.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Ddv0103.jpg&quot; width=&quot;190&quot; height=&quot;145&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;&lt;b&gt;6 - &lt;i&gt;Senza un attimo di tregua &lt;/i&gt;dellefferato John Boorman, USA 1967&lt;/b&gt;

&lt;i&gt;Senza un attimo di tregua&lt;/i&gt;, tre decenni dopo, è ancora bello cattivo e violento. Walker (Lee Marvin) è stato coglionato dal complice Reese che gli ha fregato la sua parte di bottino e pure la moglie. Un misterioso alleato aiuta Walker a trovare Reese, che però nun cha na lira e vola giù da un balcone: Allora il nostro duro va direttamente dai superiori di Reese a chiedere i 93.000 dollari che gli spettano e dei tre caporioni, ne vede morire due: il terzo scopre essere il suo alleato e mandante degli assassinii. A Walker rimangono i soldi, ma anche l&apos;amarezza di essere stato utilizzato per un bieco regolamento di conti. La cosa migliore di questo violentissimo film è senzaltro il montaggio: piani temporali differenti si intersecano, singarbugliano, si mescolano. Il sonoro alimenta questo spaesamento: i rumori di una scena si sovrappongono a unaltra, suggerendo la sensazione di contemporaneità, salvo smentire subito dopo questimpressione. Non male anche la fotografia e la scelta delle &lt;i&gt;location&lt;/i&gt;: Los Angeles e San Francisco sono riprese per luoghi per niente usuali, spazi abbandonati, desolati, poco riconducibili alla tradizionale immagine urbana cui ci ha abituato il cinema americano. Buon film, dove la confezione diventa sostanza e scelta autoriale. (Vhs da RaiTre; 15/9/00)

&lt;b&gt;7 - &lt;i&gt;Dark City &lt;/i&gt;di Un Poveraccio, Australia/USA 1998&lt;/b&gt;

Accolto con pareri tiepidi a Cannes due anni fa, ma subito esaltato dai critici nostrani, &lt;i&gt;Dark City &lt;/i&gt;è - leviamoci subito il peso - una cagata pazzesca. Il regista Alex Proyas è il cialtrone che qualche anno fa aveva guadagnato una dubbia fama con quella puzzonata de &lt;i&gt;Il corvo&lt;/i&gt;, filmaccio moralista, esilissimo e dotato di una veste produttiva che sfruttava (abilmente, perché ha preso per il naso in molti) limmaginario dark. Anche stavolta cè un gioco citazionistico di precedenti opere o generi che può funzionare se si ha voglia di farsi qualche sega mentale, ma che per il resto non impressiona per niente. In città ci sono degli alieni e vogliono scoprire il segreto dellumanità. Per cui, ogni sera a mezzanotte (anche se è sempre notte, in realtà), fermano il tempo e sostituiscono i ricordi degli umani per vedere le loro reazioni. Attribuiscono a tale John Murdoch (un faccione inerte) la memoria di un serial killer ma non tutto torna, anche perché Murdoch possiede un super potere proprio come gli alieni: può entrare in accordo (probabilmente cattiva traduzione di &lt;i&gt;tuning&lt;/i&gt;, la sintonia, boh), cioè può modificare la realtà con la forza del pensiero. E Murdoch sconfigge questi curiosi alieni che sembrano un incrocio tra i cattivi di &lt;i&gt;Hellraiser &lt;/i&gt;e lUomo ombra, intabarrati in lunghi cappotti e afflitti da pallore cadaverico. A vittoria ottenuta, sulla città tornano il sole e il mare. Gran bella stronzata, che illude per qualche minuto perché cè un certo fascino dellimmagine. Proyas riprende il &lt;i&gt;noir &lt;/i&gt;anni Quaranta, la città buia di &lt;i&gt;Brazil&lt;/i&gt;, le suggestioni di tante distopie come &lt;i&gt;Metropolis&lt;/i&gt;, ma il gioco non dura molto, anche perché se il film ha una trama noiosa, personaggi poco carismatici e soluzioni narrative prevedibili, di qualche citazione daccatto te ne fai poco. E si vede che i soldi mancano: se te le cavi, sei un grande, ma se il film puzza di fame, beh, allora fai &lt;i&gt;pepis &lt;/i&gt;(pena, pietà, schifo). Tra le altre cose si notano: il redivivo Richard OBrien (il Riff Raff del &lt;i&gt;Rocky Horror Picture Show&lt;/i&gt;) nella parte dellalieno avversario principale di Murdoch; un William Hurt lesso che non sè più ripreso dal Wenders di &lt;i&gt;Fine alla fine del mondo&lt;/i&gt;; e Jennifer Connelly, splendida bambina in &lt;i&gt;Cera una volta in America&lt;/i&gt;, adolescente conturbante in &lt;i&gt;Phenomena&lt;/i&gt;, magnifica vittima virginale in &lt;i&gt;The Hot Spot&lt;/i&gt;, e qui cicciona e autentica stilettata alla memoria. Non mè piaciuto. (Vhs da Tele+; 16/9/00) 

&lt;img alt=&quot;Ddv0104.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Ddv0104.jpg&quot; width=&quot;132&quot; height=&quot;190&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;&lt;b&gt;9 - &lt;i&gt;Romance &lt;/i&gt;di Una Provocatrice, Francia/Italia 1998&lt;/b&gt;

Cannes 1998: tutti a parlare del membro di Rocco Siffredi, stallone italico, re del porno internazionale, e ora promosso al cinema &quot;alto&quot; dalla mestatrice Catherine Breillat. Due settimane dopo: amici che vanno al cinema a vedere &lt;i&gt;Romance&lt;/i&gt;, chi pruriginoso, chi incuriosito, chi preso per il culo dallequivoca pubblicità sui giornali. Due mesi dopo: copertina di Cineforum dedicata al film della Breillat, autrice già omaggiata in passato con mortali disquisizioni critiche. Leninisticamente: che fare? Ebbeh, curioso come sono, questo film lo devo vedere. Decido di non leggere nulla e aspetto che il film passi su Tele+. Incidentalmente becco Siffredi nel buon documentario di Maria Martinelli &lt;i&gt;Italian porno - Gladiatori&lt;/i&gt; e apprendo che durante le riprese del film il superuomo sè annoiato a morte e, udite udite, ha pure provato qualche imbarazzo. Lui. Ora, non vorrei scrivere solo del cazzo di Siffredi, ma boh, per questo film cè evidente sentore di bufala, di menata intellettualistica che cerca il successo di scandalo sfruttando il Rocco nazionale. In fondo, a cosa si riduce la presenza dellattore pornografico nel film? Dà una ripassata a pecora alla protagonista. Il piano sequenza non fa capire fino a che punto si sia spinto (), però non sè parlato altro che della scena di sesso vero che ha dovuto sostenere con Caroline Ducey. Visto il film, mi pare che, se sesso cè stato, non lo si è comunque fatto vedere ed era inutile parlarne. E se non cè stato (e il film non cambierebbe una virgola), ci han tutti presi per i fondelli. Marie (la Ducey) è in crisi col suo uomo, Paul, che non vuole avere rapporti sessuali, anche quando lei (questo sí esplicito e ben visibile) si cimenta nel sesso orale. Allora lei si ritiene libera di cercare nuove strade per la sua sessualità contorta: ninfomane e frigida allo stesso tempo, divisa tra passione cerebrale e &lt;i&gt;incapacitas coeundi&lt;/i&gt;. Sembra una trama da film porno. &lt;i&gt;È&lt;/i&gt; una trama da film porno, manca solo lidraulico che si tromba la casalinga sola. Non cè, ma entra in gioco Rocco che si presenta con un Sono inopportuno? ironico e rivelatore al di là delle intenzioni metacinematografiche della regista. Marie ha poi una serie dincontri iniziatori con il preside della sua scuola (lei è insegnante, dislessica, metafora facilina della sua vita sessuale) e da ultimo si dà a uno sconosciuto per 200 franchi. Paul ha però avuto un residuo sussulto di virilità e lha messa incinta. E così vediamo la nascita del pupo (come in &lt;i&gt;Helga&lt;/i&gt;, trentanni dopo). Ma per una vita che viene, unaltra se ne va e Paul salta in aria grazie al gas lasciato aperto in casa sua da Marie. Bum! Che stronzata, mamma mia. Dialoghi che uno non direbbe neanche sotto tortura e come protagonista una frignona che riesce nel (reale) miracolo di non eccitare a dovere Siffredi, mai così moscio. Ovviamente sulla stampa specializzata la definizione preferita per la regista è coraggiosa provocatrice. Ma andate a cagare. (Vhs da Tele+; 17/9/00)

&lt;b&gt;11 - &lt;i&gt;A te, fronte!&lt;/i&gt; del compagno Dziga Vertov, URSS 1942&lt;/b&gt;

Finalmente un Vertov per depurare la retina dalle tante porcate viste ultimamente. Che, ohibò, non mi esalta. Oddio, ho un Rutelli nel cervello? No, però trattasi di film dello Dziga Vertov normalizzato, quando ogni tentazione sperimentale era bocciata come formalistica e pertanto sconsigliata se si voleva continuare a vivere in pace. Dopo &lt;i&gt;Tre canti per Lenin &lt;/i&gt;il mio beniamino era stato incastrato; gli han detto: meglio di così non potrai fare, béccati premi e onori e accontentati. E non rompere più le balle. E così il buon Dziga ha prodotto poche altre cose, tutte molto lontane dalle invenzioni passate. Questo &lt;i&gt;A te, fronte!&lt;/i&gt; ha immagini splendide, inquadrature regolari, montaggio semplice, nessuna particolare invenzione. Saulè e Giamil sono una giovane coppia di kazakhi. Lui è al fronte, lei ha preso il suo posto in miniera e batte impressionanti record stakanovistici. Ovviamente sono orgogliosi luno dellaltra e Vertov mostra la loro terra, il Kazakhistan, ricco di frutta, lana, cavalli veloci, bravi guerrieri, donne volitive e miniere piene di preziosi metalli. Il progresso comunista è sciorinato con entusiasmo: allepoca le immagini dellindustrializzazione delle terre vergini erano sinonimo di progresso, oggi sono linvolontaria anticipazione dello stupro naturalistico cui sarebbero andate incontro molte repubbliche sovietiche asiatiche. E tornando al filmetto? Il tempo della sperimentazione è finito e Vertov sta a galla, celebrando. E poi chissà come glielo hanno rimontato. Film piacevole, ma rispetto agli standard rivoluzionari delude un po. (Vhs da RaiTre; 26/9/00)

&lt;b&gt;(Continua  1) &lt;/b&gt;</text_more></entry>
<entry id='3459' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3459' author_id='19' authored_on='20100503022213' basename='ultimo_maggio' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100503022213' modified_on='20130320180608' ping_count='0' status='2' title='Ultimo Maggio' week_number='201018'><text>di &lt;b&gt;Alessandra Daniele&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;dna2.JPG&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/dna2.JPG&quot; width=&quot;138&quot; height=&quot;192&quot; border=&quot;0&quot;hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Il presidente ereditario della Federazione Italiana Piersilvio Berlusconi ha celebrato il Primo Maggio, festa dei Laboratori con il suo consueto messaggio alle Repubbliche Confederate di Padania, Pontificia, e Provenzania.
&apos;&apos;Da quando la flessibilità genetica ha risollevato le sorti dell&apos;economia, questa data è stata dedicata alla preziosa opera dei Laboratori di Ingegneria che ogni giorno modificano migliaia di risorse umane secondo le richieste del mercato - ha ricordato il presidente. - Sempre operando sul DNA di soggetti adulti, e mai di embrioni, nel pieno rispetto dei dettami della Chiesa Cattolica - ha poi puntualizzato.</text><text_more>- Gli operai tessili multibraccia, i centralinisti multiorecchie, gli edili dallo scheletro gommoso, che cadendo dalle impalcature rimbalzano al loro posto, i petrolchimici che respirano metano, i metalmeccanici metallizzati, le badanti multifiga... sono ormai milioni coloro che devono il loro posto di lavoro alla geniale opera dei Laboratori, e ai relativi nuovi Contratti Mutanti. 
La flessibilità genetica ha realizzato in pieno il sogno dei nostri padri, e in particolare del mio: abbattere il costo del lavoro per far ripartire l&apos;economia. Oggi gli imprenditori non devono più preoccuparsi di faccende marginali come le vecchie norme di sicurezza, gli operai ignifughi non necessitano di misure antincendio, e non c&apos;è turno che un operaio auto-anfetaminico possa considerare troppo usurante. Non più una fabbrica a misura d&apos;uomo, ma un uomo a misura di fabbrica, letteralmente. 
Inoltre, la disoccupazione non è più una condizione avvilente, ma solo una breve transizione fra una riconversione genetica e l&apos;altra - ha continuato il presidente. - Gli impiegati polidattili in esubero possono farsi crescere le branchie, e spostarsi nel settore marittimo come polpoperai, le maestranze dell&apos;obsoleto mondo della cultura possono rimpiazzare le parti del loro cervello ormai inutili con wetware contabile, e ricollocarsi come registratori di cassa viventi. 
E&apos; un Nuovo Miracolo Italiano - ha concluso il presidente Piersilvio Berlusconi - e possiamo celebrarlo in armonia e concordia federale con l&apos;Opposizione Consenziente, come abbiamo già fatto per la giornata della Memoria Giudiziaria dedicata alle centinaia di migliaia di vittime barbaramente trucidate dai magistrati stalinisti durante l&apos;efferata Purga del 1992.&apos;&apos;
Questo è tutto per il Tg Unico di stasera. Restituiamo la linea alla diretta del concerto del Primo Maggio: l&apos;orchestra sinfonica di Arcore eseguirà musiche del maestro Apicella.

</text_more></entry>
<entry id='3462' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3462' author_id='19' authored_on='20100504131512' basename='divane_sviste' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100504131512' modified_on='20110324024706' ping_count='1' status='2' title='Divane Sviste' week_number='201018'><text>di &lt;b&gt;Alessandra Daniele&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;simpson-225x300.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/simpson-225x300.jpg&quot; width=&quot;179&quot; height=&quot;198&quot; border=&quot;0&quot;hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Come in molti avranno intuito, Carmilla non è il PdL. Quindi non c&apos;è nessuna &apos;&apos;linea unica&apos;&apos;, e il fatto - frequente e salutare - che le opinioni di un redattore divergano da quelle di altri non causa certo la sua espulsione dal portellone del Galactica come è capitato a Bocchino, quando ha osato smettere di fare onore al suo nome con Papi. Quello che deriva da un motivato dissenso fra due &lt;i&gt;carmilli&lt;/i&gt; è uno scambio di opinioni su queste stesse pagine.
In genere, sono fra i molti che apprezzano il piglio sbracato e cazzeggione col quale il nostro Dziga dal suo divano lancia lattine vuote e mutande usate - a volte in segno di ammirazione - contro i Classici (e i Cialtroni) del cinema di tutti i tempi. </text><text_more>Anche quando dissento dalle sue gonzo-stroncature, come dalla sua inspiegabile imperitura passione per Bertolucci, di solito non penso di contestarle. A quest&apos;ultima puntata delle sue Divane Visioni però sento il bisogno di replicare. 
Innanzitutto, Dziga insiste a stroncare ferocemente (e superficialmente) tutti i film che meglio riprendono le tematiche di Philip K. Dick. Dopo &apos;&apos;Cube&apos;&apos;, stavolta se la prende con &apos;&apos;Il tredicesimo piano&apos;&apos;, e con lo stupendo &apos;&apos;Dark City&apos;&apos;, tralaltro commettendo per entrambi lo stesso errore di interpretazione del finale. Se quei grattacieli futuribili da Continuum di Gernsbach che chiudono &apos;&apos;Il tredicesimo piano&apos;&apos; sono sembrati a Dziga così fasulli, è proprio perché &lt;i&gt;lo sono&lt;/i&gt;, devono sembrarlo, è qualcosa di esplicitamente voluto. Infatti, quel &apos;&apos;futuro&apos;&apos; non è altro che una realtà virtuale come tutte le altre viste nel film, è questa la (geniale) chiave de &apos;&apos;Il tredicesimo piano&apos;&apos;: non esiste nessuna &apos;&apos;realtà vera&apos;&apos;, solo una Matrioska di illusioni concentriche, non c&apos;è nessuna &apos;&apos;persona vera&apos;&apos;, solo brandelli di coscienza vaganti fra un&apos;illusione e l&apos;altra. 
Qualcosa di molto simile si può dire dell&apos;altro finale &lt;i&gt;svisto&lt;/i&gt; dal divano di Dziga: anche quella pittorica marina assolata nel finale di &apos;&apos;Dark City è esplicitamente un&apos;illusione, stavolta però non &lt;i&gt;plasmata&lt;/i&gt; dagli alieni - il cui aspetto cita più Murnau, che Hellraiser - ma dall&apos;umano. E&apos; questo il punto del film: tutto dipende da chi è il Demiurgo. &lt;i&gt;L&apos;Occhio nel Cielo&lt;/i&gt;, avrebbe detto PKD.
La &lt;i&gt;svista&lt;/i&gt; peggiore di Dziga questa volta però è un&apos;altra. 
Con un paio di righe, annegate nel suo consueto autobiografismo sonnacchioso, Cacace liquida come deludente e noioso l&apos;originale &apos;&apos;Dawn Of The Dead&apos;&apos; (&quot;Zombie&apos;&apos;) di Romero. Cioè la migliore, più fedele e profetica rappresentazione della civiltà occidentale mai apparsa su uno schermo, nonché uno dei capolavori più spietati, geniali, angoscianti e insieme ispiranti di tutti i tempi.
Di fronte a una &lt;i&gt;divanata&lt;/i&gt; così, non potevo tacere.</text_more></entry>
<entry id='3463' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3463' author_id='4' authored_on='20100505013537' basename='le_grida_del_messico_profondo' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100505013537' modified_on='20100505033653' ping_count='1' status='2' title='Le grida del Messico profondo: laggressione paramilitare a San Juan Copala, Oaxaca' week_number='201018'><text>di &lt;a href=&quot;http://lamericalatina.net&quot;&gt;&lt;b&gt;Fabrizio Lorusso&lt;/b&gt;&lt;/a&gt;

&lt;img alt=&quot;BettyCarino.jpg.bmp&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/BettyCarino.jpg.bmp&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;131&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;In Messico e nel mondo si parla tanto degli oltre 20mila morti in 3 anni causati dalla guerra al narcotraffico e dalla militarizzazione lanciate dal presidente Calderon, ma ogni tanto tornano alla ribalta i conflitti sociali che vengono rispolverati dai media mainstream solo quando coinvolgono qualche straniero o fanno vittime eccellenti. Purtroppo le morti silenziose e la violenza endemica che regnano nel Messico profondo, così come lo ha battezzato lantropologo Bonfil Batalla, sono sempre state una costante soprattutto nelle zone rurali più abbandonate dallo Stato. E proprio in questo Messico che è avvenuta limboscata contro la carovana umanitaria in cui il 27 aprile scorso hanno perso la vita la messicana Beatriz Cariño e il finlandese Jyri Haakkola, entrambi osservatori e difensori dei diritti umani, e sono stati feriti altri 15 attivisti in seguito a un attacco di un gruppo di paramilitari nel municipio autonomo di San Juan Copala, stato di Oaxaca.  </text><text_more>La lacerazione del tessuto sociale, le guerre tra fazioni politiche, lautoritarismo semi feudale, il cosiddetto caudillismo, e la povertà estrema sono ancora la normalità in immensi territori che sono completamente esclusi dalla modernità e dai cambiamenti politici ed economici che vive solo una parte del paese. Il Messico profondo, quello delle tradizioni indigene che cambiano e resistono allo stesso tempo e quello del meticciato imperfetto, riuscito solo a metà, continua quindi a soffrire e a cercare faticosamente un destino. 
Alle 11 del mattino del 27 aprile è partita da Huajuapan de Leon una carovana composta da una cinquantina di persone in viaggio su varie jeep e automobili verso la località di San Juan Copala nel territorio conosciuto come la mixteca nella parte sud dello Stato di Oaxaca, una delle zone più povere del Messico e confinante con il Chiapas. Si tratta di una regione aspra e montagnosa ad alta densità di popolazione indigena, soprattutto di etnia zapoteca, mixteca e triqui, in cui sono forti le simpatie nei riguardi degli esperimenti autonomisti portati avanti dalle comunità zapatiste e della Otra Campaña, laltra campagna politica promossa dallEsercito Zapatista di Liberazione Nazionale e da uno de suoi più noti portavoce, il Subcomandante Insurgente Marcos alias delegado cero, in ripudio del sistema dei partiti tradizionali e in favore dellautodeterminazione indigena. 
La brigata umanitaria era formata da membri della APPO (Assemblea Popolare dei Popoli di Oaxaca) e della sezione 22 di Oaxaca del sindacato degli insegnanti, da organizzazioni come Cactus (pro diritti umani) e Vocal (radio comunitarie), da osservatori internazionali di nazionalità italiana, finlandese, belga e tedesca, da giornalisti della rivista messicana Contralinea e da membri della Rete di Radio e Comunicatori Indigeni del Sudest Messicano. Lobiettivo della carovana era di portare degli aiuti umanitari agli abitanti di San Juan dato che questi si trovano privi di corrente elettrica e sono assediati dal gennaio scorso dai paramilitari dellUBISORT (Unione per il Benessere della Regione Triqui, gruppo fondato nel 1994 e legato al PRI, Partido Revolucionario Institucional). &lt;img alt=&quot;LosTriquis.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/LosTriquis.jpg&quot; width=&quot;190&quot; height=&quot;127&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Il PRI rappresenta attualmente una forza di governo a livello nazionale in alleanza con il partito del presidente, il PAN (Partido Accion Nacional, di destra) e da quasi 80 anni è la forza politica dominante nello Stato di Oaxaca. Allo stesso PRI appartiene il governatore Ulises Ruiz, funzionario in carica dal 2005 e protagonista di una lunga serie di violazioni dei diritti umani e gravissimi atti repressivi durante i moti di protesta del sindacato degli insegnanti e della APPO nel 2006: il saldo dei suoi anni di governo parla di una decina di sparizioni forzate e almeno 62 vittime (26 di queste, tra cui il giornalista statunitense Brad Will, solamente nel biennio 2006-2007 durante le fasi più tese della protesta che portò a una vera e propria guerra civile nella città di Oaxaca). 
Lassedio dellUBISORT-PRI è stato già denunciato in varie occasioni dagli abitanti di San Juan Copala  in quanto da mesi impedisce la realizzazione delle regolari attività nel comune, blocca larrivo di merci, laccesso allacqua e lo svolgimento delle lezioni nelle scuole oltre ad essere responsabile di numerose morti violente. In realtà la situazione è complicata e aggravata dalla presenza simultanea di altri due gruppi in lotta nella comunità indigena triqui di San Juan per cui anche la stessa UBISORT ha riportato una quindicina di morti tra i suoi militanti. 
Da una parte cè il MULT o Movimento Unificatore e di Lotta Triqui, attivo sin dagli anni 50. Allepoca della sua fondazione lottava per democratizzare lesercizio del potere e nel 2003 sè trasformato nel partito politico Unidad Popular, attualmente alleato del PRI. In seguito alla scesa in campo del MULT a livello elettorale e al suo progressivo allontanamento dagli obiettivi originari nasce il MULTI, il Movimento di Unificazione e di Lotta Triqui Indipendente, che è parte integrante della APPO e dal gennaio del 2007 gestisce le attività del comune di San Juan Copala secondo le modalità di autogoverno tracciate dai municipi autonomi del Chiapas zapatista. 
San Juan è stato il primo territorio nella regione di Oaxaca a darsi questa forma di governo, fatto che è sgradito alle autorità statali e agli altri due gruppi che prima si spartivano il potere indisturbati. In pratica grazie al sostegno della APPO e del sindacato degli insegnanti il MULTI occupa ledificio del comune e governa il centro del paesino mentre lUBISORT-PRI e il MULT controllano gli accessi e le alture circostanti in cui né lesercito né la polizia possono mettere piede. 
Verso le tre del pomeriggio proprio dove comincia il loro territorio e finisce la strada asfaltata tra il capoluogo Santiago Juxtlahuaca e San Juan Copala, presso la zona denominata La Sabana, è stata messa in atto limboscata di 15 uomini armati e incappucciati dellUBISORT contro gli attivisti che ha provocato 2 morti, 15 feriti e numerosi dispersi che sono riapparsi a poco a poco nei giorni seguenti dopo essere sfuggiti ai paramilitari rifugiandosi sulle montagne. Il recupero dei cadaveri è stato possibile solo 48 ore dopo la sparatoria quando sessanta poliziotti hanno circondato i veicoli rimasti sulla strada che erano perforati da decine di pallottole. Laccesso alla stampa è stato proibito in tutta la zona. Meno di mille abitanti, qualche risorsa mineraria e unorgogliosa tradizione linguistica e culturale formano il patrimonio di San Juan Copala, una comunità sconvolta da decenni di lotte intestine e becero autoritarismo che lesperimento autonomista cerca di emendare malgrado le divisioni interne e le ingerenze esterne. &lt;img alt=&quot;MapaSanJuanenMexico.jpg.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/MapaSanJuanenMexico.jpg.gif&quot; width=&quot;176&quot; height=&quot;143&quot; border=&quot;0&quot;  hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
Forte della connivenza dellautorità statale e del clima dimpunità imperante il capo dellUBISORT, Rufino Juarez, aveva addirittura minacciato rappresaglie contro chi avesse osato attraversare la zona senza il suo consenso, ma tali dichiarazioni non avevano fermato i militanti della carovana. In effetti lassenza totale di soluzioni ai conflitti e di giustizia nei numerosi casi di omicidio nella regione triqui hanno nel tempo giustificato una situazione incontrollabile di arbitrarietà e violenza paramilitare e parastatale gravissima che abbiamo sperimentato di nuovo con questa mattanza. LUBISORT ha dichiarato che non si tratta di una strage ma di un auto-attentato auspicato e organizzato dal municipio autonomo (e dal suo referente politico, il MULTI) per attirare lattenzione. Anche il MULT sè allineato e ha accusato il MULTI dellattentato. Dal canto loro gli insegnati di Oaxaca e la APPO hanno diffuso comunicati a mezzo stampa in cui condannano la strage di San Juan, attribuiscono la responsabilità dellattentato e dellinsicurezza nella zona al governatore e chiedono giustizia. La manifestazione del primo maggio in città sè fatta portavoce della richiesta di un chiarimento giudiziario immediato in merito ai fatti del 27 aprile insieme alla consueta lista di rettificazioni salariali e al pieno adempimento delle direttive sancite dalla suprema corte di giustizia messicana in seguito alle comprovate violazioni dei diritti umani contro la popolazione oaxaquegna nel 2006.
Il 4 luglio prossimo ci saranno a Oaxaca le elezioni per il rinnovo del parlamento locale e del governatore e la posta in gioco è alta visto che questa volta il candidato dellopposizione, Gabino Cuè, sembra in grado di poter sconfiggere Eviel Perez del PRI che cerca quindi di rafforzare i suoi centri di potere e di reprimere la dissidenza. Storicamente le annate elettorali e i mesi di campagna sono infatti caratterizzati da escalation di violenza e proteste sia quando sia a livello nazionale che a livello locale. Lidea che la tragedia di San Juan possa servire in modi diversi a entrambe le coalizioni per screditare lavversario e capitalizzare voti e consensi fa rabbrividire ma è comunque unipotesi concreta che lentamente prende forma. La APPO e la sezione 22 del sindacato non sono dei partiti politici ma sono sicuramente anti-PRI e anti governativi e ora hanno un motivo legittimo in più per attaccare Ulises Ruiz essendo stati attaccati direttamente. La coalizione di Gabino Cuè formata da PAN e PRD sta già screditando il PRI per quanto è accaduto mentre questultimo recita la parte dellinnocente e accusa il municipio autonomo di San Juan Copala di provocare la violenza.  
Rispetto alle prese di posizione di questi interlocutori il governatore Ulises Ruiz sè limitato a mentire sostenendo di non essere stato informato della carovana, in palese contraddizione con quanto certificato da alcuni avvisi inviati con sufficiente anticipo dagli attivisti e dal sindacato alla polizia di Oaxaca. Ruiz ha inoltre sfoggiato una perla della sua cultura arretrata e burocratica dichiarando ai giornali che la presenza di stranieri e difensori dei diritti umani a Oaxaca è cosa strana e chiedendosi che cosa ci stessero facendo lì degli stranieri che non sappiamo se siano turisti o che tipo di permesso di soggiorno abbiano.&lt;img alt=&quot;MapaSanJuan.jpg.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/MapaSanJuan.jpg.gif&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;140&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt; 
Una nota sul contesto. Ogni volta che in Messico uno straniero viene coinvolto in una qualunque situazione critica o politica, ci si appella allarticolo 33 della costituzione che prevede la possibilità despulsione per le persone non grate o che realizzano attività politiche nel paese ed è spesso gioco forza fare leva su un diffuso sentimento nazionalista e sulla colpevolizzazione dello straniero per sviare lattenzione. Quando finì la Rivoluzione messicana nel 1917 larticolo 33 venne pensato in funzione antiamericana per evitare qualsiasi tentativo di ingerenza esterna che compromettesse seriamente la sovranità del paese mentre oggi viene spesso utilizzato per espellere gli indesiderati stranieri simpatizzanti dei movimenti sociali tanto che durante un dibattito è comune sentirsi dire più o meno scherzosamente la battuta stai zitto o ti applichiamo il 33. Nel caso di San Juan Copala è morto un europeo (oltre a una messicana), ci sono pistoleri e paramilitari a piede libero protetti dal PRI, inoltre lambasciata finlandese, Amnesty International, lONU e decine di associazioni nazionali ed estere hanno denunciato il governo di Oaxaca e quello messicano per linsufficiente rispetto dei diritti umani e la prima dichiarazione che ottengono è in realtà una richiesta di spiegazioni circa il tipo di permesso di soggiorno o la strana presenza di stranieri in una carovana pacifista mitragliata a sangue freddo. 

Siti consigliati per lapprofondimento:

&lt;a href=&quot;http://espora.org/limeddh/&quot;&gt;http://espora.org/limeddh/&lt;/a&gt;
&lt;a href=&quot;http://www.noticiasnet.mx/portal/&quot;&gt;http://www.noticiasnet.mx/portal/&lt;/a&gt;
&lt;a href=&quot;http://cciodh.pangea.org/&quot;&gt;http://cciodh.pangea.org/&lt;/a&gt;


 



</text_more></entry>
<entry id='3464' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3464' author_id='4' authored_on='20100505210355' basename='messalina_imperatrice_intervista_a_claudia_salvatori' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100505210355' modified_on='20100505211032' ping_count='0' status='2' title='Messalina imperatrice: intervista a Claudia Salvatori' week_number='201018'><text>di &lt;b&gt;Marilù Oliva&lt;/b&gt;
&lt;img alt=&quot;Salvatori.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Salvatori.jpg&quot; width=&quot;102&quot; height=&quot;160&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;«Forse era fatta di questo una dea: di fatica, sgomento, vuoto e una strana desolazione. Lo sgomento di essere lì, inchiodata al suo trionfo di essere se stessa, in pasto a tutti.» Il brano è tratto da Il mago e limperatrice (Mondadori, 2010), scritto da Claudia Salvatori. In questo romanzo lautrice si prefigge di restituire lautenticità storica a unimperatrice, Messalina, che la storiografia dellepoca ha immortalato come depravata, avida e priva di scrupuli.</text><text_more>&lt;b&gt;Nel romanzo storico Il mago e limperatrice, ambientato nella Roma imperiale, hai ricostruito uninedita Messalina, limperatrice dannata dalla retorica storiografica romana e assurta nei secoli ad esempio deplorevole di donna avida. La Messalina del tuo romanzo è ripulita dal pregiudizio indotto: è saggia, capace di amore spirituale e soprattutto è una raffinata politica. Con che spirito ti sei accostata a questo personaggio: curiosità, interesse, o avevi anche tu qualche pregiudizio?&lt;/b&gt;
Nei riguardi di Messalina non ho mai nutrito pregiudizi. Mai. Curiosità e interesse sì, da sempre. Noi moderni conosciamo bene il fenomeno della proiezione, e noi scrittori siamo abituati a scandagliare il mondo dellimmaginario.  Su Messalina sono state proiettate le peggiori voglie e fantasie collettive. Ho sempre pensato però che solo una persona di grande valore può essere stata odiata tanto. Quello che si sa di lei è che aveva il titolo di Augusta ed era molto onorata in vita, al livello della Prima Vestale, che era la donna più onorata di Roma. Ha tentato un colpo di stato e ha fallito. Quando qualcuno cadeva in disgrazia, nel mondo antico, i nemici gli riscrivevano addosso la Storia. Nel caso di Messalina i fatti storici non offrivano veri appigli alla calunnia e alla diffamazione. Le dicerie sul suo conto hanno sempre qualcosa di forzato, di grottesco ed eccessivo. 

&lt;b&gt;Cosa ti ha colpito di lei?&lt;/b&gt;
Il pudore, la riservatezza, la dignità e tutte le qualità morali che in genere non vengono perdonate e suscitano linvidia e lostilità di uomini e donne. La leggenda di Messalina ninfomane perfida e quasi demente è un negativo: letta al contrario lascia indovinare la grandezza. 

&lt;b&gt;E del consorte imperatore Claudio, anche lui infangato dalla storia ufficiale?&lt;/b&gt;
La modernità. Quando faccio dire a Messalina: Tu vuoi governare Roma come una banca, un tribunale e un ufficio delle imposte, intendo che ha scoperto e messo in pratica le attuali forme di governo. 

&lt;b&gt;Come hai proceduto nella fase documentativa? Su quali fonti ti sei basata? &lt;/b&gt;
Le fonti su Messalina sono Tacito, Svetonio e Giovenale. I primi due hanno scritto oltre 50 anni dopo la morte di lei., raccogliendo le storie dei vecchi tramandate oralmente. Giovenale è nato pochi anni dopo la scomparsa di Messalina. A lui si deve la satira sullimperatrice che va al bordello e gareggia in arti erotiche con le prostitute. É una satira, appunto: a volte, gli scrittori latini satireggiavano un regnante del passato per colpirne uno del presente. Per contro Seneca, che faccio apparire nel romanzo, ha conosciuto e frequentato Messalina ma non ha mai scritto nulla contro di lei. Poi, naturalmente, mi sono documentata sulla vita quotidiana a Roma, sui giochi del circo, sulla Britannia, eccetera. 

&lt;b&gt;La compenetrazione tra eventi e soprannaturale è il riflesso della concezione antica di una vita permeata di afflato divino. Simone di Samaria (il Simon Mago della Divina Commedia) può rappresentare un tassello tra potere e religione?&lt;/b&gt;
Questa è una domanda spinosa, perché un accordo fra religione e potere pare impossibile: o cè luno o cè laltro, in genere. Se il tassello qualche volta si crea è mobile. Un movimento religioso, nel momento in cui si istituzionalizza, perde in purezza e si assimila ai poteri laici; oppure non perde la sua purezza, rifiuta di adattarsi alle leggi del reale e fallisce. La predicazione di Simone è stata un fallimento dal punto di vista politico, ma il suo messaggio è arrivato fino a noi.

&lt;b&gt;Restiamo nel tema del potere: il comando e le donne. Facciamo un salto di circa duemila anni: cosa è cambiato, in generale, oggi, per le donne? In Italia, le donne hanno potere, partecipano alla vita politica?&lt;/b&gt;
Per le donne italiane non è cambiato niente. Mi spiego meglio.  I campi di attività femminili sono la politica, la religione, la letteratura e lo spettacolo. Questo non da oggi, ma attraverso tutto il corso della Storia. In ogni epoca storica le donne hanno sempre svolto questi mestieri: governante, religiosa, scrittrice (talvolta scrittrice mistica), attrice/cantante/ballerina. Non si può dire che le donne abbiano potere OGGI, perché in passato ne hanno avuto anche di più, in alcune circostanze. Matilde di Canossa è stata regina dItalia. Santa Caterina ha spostato la sede papale da Avignone a Roma. Questo in Occidente, ma anche in Oriente. Nel corso del tempo il mondo si è trasformato molto, cambiando molto poco. Il vero problema per le donne in Italia non è avere accesso ai mestieri e/o potere. E un fatto di cultura e civiltà. Le donne non hanno nessun prestigio, e non hanno immagine. É un concetto forte e brutale, ma fa una prova, e chiedi a chi vuoi se si immedesima in una donna. Non in una figura femminile tradizionale, ma in una vera donna, cioè nellumanità. Nessuno. Le donne non rappresentano lumano; rappresentano solo il femminile, che è unaltra cosa. Le donne italiane possono (apparentemente) fare tutto oggi perché niente ha più valore. Ma si vive come corpi senza ombra. Non si proietta nessuna immagine. 

&lt;b&gt;In particolare, nellambito letterario, quanto spazio si lascia alle voci femminili?&lt;/b&gt; 
Nessuno, a parte uno spazio al femminile, per costruire quel tipo di libri al femminile che non vengono mai presi sul serio e in cui la collettività non si identifica. Anche ai festival e agli eventi si sta fra donne a parlare di scrittura al femminile. Mai autori che rappresentano lumano scrivendo storie che riguardano tutti. Solo scrittura al femminile, cioè scrittura della riserva indiana. Non significa che non si lavori, non ci sia attività, non ci siano interlocutori. Esiste poi un filo segreto di onestà e di intelligenza. Ma lo spazio va conquistato a morsi e unghiate, non contro gli uomini, ma contro se stesse. 

&lt;b&gt;Se Messalina venisse catapultata ai tempi nostri, cosa direbbe?&lt;/b&gt;É proprio necessario andare in televisione? 

&lt;b&gt;Ci saluti con le parole di Messalina? &lt;/b&gt;
Morituri te salutant. Non è la solita battuta per concludere unintervista, era la realtà di Messalina. Appartenere alla famiglia imperiale era una guerra, talvolta solo per mantenersi in vita.
</text_more></entry>
<entry id='3465' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3465' author_id='1' authored_on='20100507003638' basename='helena_janeczek_le_rondini_di_montecassino' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100507003638' modified_on='20100506234428' ping_count='0' status='2' title='Helena Janeczek: LE RONDINI DI MONTECASSINO' week_number='201018'><excerpt>di &lt;b&gt;G. Genna&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;janeczek_montecassino_small.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/janeczek_montecassino_small.jpg&quot; width=&quot;47&quot; height=&quot;74&quot; border=&quot;0&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt;A 13 anni dallo straordinario &quot;Lezioni di tenebra&quot;, Helena Janeczek regala un romanzo globale, profondissimo, che apre una strada inedita all&apos;esplorazione epica. Recensione, intervista e video per una delle migliori scrittrici italiane e uno degli oggetti narrativi dell&apos;anno e non solo di questo.</excerpt><text>&lt;img alt=&quot;janeczek_montecassino.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/janeczek_montecassino.jpg&quot; width=&quot;130&quot; height=&quot;206&quot; border=&quot;0&quot; hspace=5 vspace=1 align=left /&gt;di &lt;a href=&quot;http://www.giugenna.com&quot;&gt;Giuseppe Genna&lt;/a&gt;

Era già accaduto anni fa - per la precisione nel 1997, con il suo straordinario &lt;b&gt;Lezioni di tenebra &lt;/b&gt;(Mondadori). Introducendo una prima persona giudicante e verisimile, testimoniale e muta a seconda dei momenti, una figlia che accompagna nel buco nero di Auschwitz la propria madre, deportata lì e da lì sopravvissuta - così Helena Janeczek si era non semplicemente imposta all&apos;attenzione della critica (questo treno di parole che non va più ad alta velocità né a lenta). Aveva penetrato la narrativa contemporanea e, con altri autori in generi diversi, aveva permesso di riacquistare il diritto a un racconto verisimile che, in quanto tale, fosse pienamente tragico. Aveva, Janeczek, aperto strade percorribili a molti suoi colleghi. Quasi tutta la &lt;i&gt;querelle &lt;/i&gt;su reportage e fiction, di fatto, nasce dall&apos;affondo profondissimo di questa narratrice che ospita la nostra lingua o da soggetto o da oggetto. 13 anni dopo, Janeczek compie nuovamente l&apos;affondo. In tempi di discussione su romanzo corale ed epico, l&apos;autrice crea, con &lt;b&gt;&lt;a href=&quot;http://www.ibs.it/code/9788860889454/janeczek-helena/rondini-di-montecassino.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Le rondini di Montecassino&lt;/a&gt;&lt;/b&gt; (Guanda, 18 euro), un tessuto intricato di spostamenti nello spazio e nel tempo, una superfetazione dell&apos;eroismo e della coralità.</text><text_more>&lt;img alt=&quot;janeczek1.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/janeczek1.jpg&quot; width=&quot;223&quot; height=&quot;175&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=1 align=right /&gt;Janeczek ottiene il suo risultato apicale, credo, perché riesce a operare congiungendo la tragedia all&apos;epica. E&apos; nuovamente l&apos;entrata in un territorio che i suoi colleghi non potranno non esplorare grazie a lei.
Forte di una lingua che si permette di stridere o di addolcirsi a seconda dei ritmi immaginali e dei movimenti sincronici di spazio e tempo narrati, Janeczek non allestisce il teatro della battaglia, ma usa la battaglia come universo, estendendo all&apos;intero pianeta e alla verticalità dei tempi che si vivono (prima della guerra, durante la battaglia di Montecassino, dopo la battaglia, oggi) motivi che fanno risuonare corde antiche della letteratura: la normalità che coincide con l&apos;eroismo, in un incremento inaudito del dramma, che costa uno sterminio e un confronto quotidiano con sofferenze indicibili in ogni angolo del pianeta; l&apos;amore che salva e quello che condanna; la genesi e la fine; la stratificazione dei tempi attraverso le memorie e il cozzo tra generazioni; l&apos;empatia e la negazione di quella; la domanda sulla natura dell&apos;umano, sul venire al mondo e sulla morte; ciò che è complesso in coincidenza con ciò che è semplice.
Potrei continuare l&apos;elenco, ma non è fondamentale. Chi scrive sta qui formulando un appello: che questo libro venga letto, venga meditato, venga superato il godimento della lettura e venga combattuta nell&apos;interiorità una guerra che è emblematizzata solo superficialmente dal melting pot alleato che prese Montecassino, strappando l&apos;abazia ai nazisti. Chi scrive formula un tale appello perché ritiene che il libro di Helena Janeczek sia uno di quei testi che &lt;i&gt;rimangono&lt;/i&gt;, in quella dinamica dei tempi umani che chiamiamo tradizione letteraria: qualcosa che è polarmente opposto a ciò che si è cristallizzato. Questa &lt;i&gt;nuova epica &lt;/i&gt;allestita con genio profuso nella costruzione di simmetrie strutturali, tra situazioni che si intrecciano a distanza o di capitolo in capitolo, tra personaggi che si specchiano ritrovandosi complementari od opposti, tra battaglioni maori che entrano in arco voltaico con la minoranza ebraica che è minoranza ovunque - questa capacità di non resistere al trascinamento che l&apos;ideazione e la pratica letteraria inducono sciamanicamente nella scrittrice, permette di vedere sorgere, in Italia, nel 2010, uno dei romanzi più politici e con le maggiori capacità contenitive di poetica degli ultimi anni.
Riproduco qui di seguito un&apos;intervista che Helena Janeczek mi ha concesso e che in forma rimaneggiata è stata pubblicata su &lt;i&gt;Vanity Fair&lt;/i&gt;. Più sotto, l&apos;intervista video di &lt;a href=&quot;http://tv.repubblica.it/rubriche/ultima-pagina/helena-janeczek/46019?video&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Repubblica tv&lt;/a&gt;.


&lt;b&gt;HELENA JANECZEK: SIAMO ANCORA CAPACI DI RACCONTARE&lt;/b&gt;
&lt;img alt=&quot;janeczek2.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/janeczek2.jpg&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;184&quot; border=&quot;1&quot; hspace=3 vspace=1 align=right /&gt;La letteratura non fa risorgere i morti. Però li racconta. Le parole sono modulate con una delicatezza pacata, quasi una dettatura esercitata con pudore. Helena Janeczek potrebbe sembrare una scrittrice saggia in quanto calma e consapevole. Non è propriamente così. A dispetto di nome e cognome, non è unautrice mitteleuropea o slava, ma una delle migliori scrittrici italiane. Il fatto è che non non sarebbe italiana se non avesse sposato un italiano: è tedesca di nascita. E non soltanto tedesca  Janeczek è un melting pot vivente che sembra uscito dal terrore e dalla volontà di sopravvivere esplosi nel secolo scorso con la seconda guerra mondiale e lo sterminio ebraico. 
Nata a Monaco nel 1964, vive in Italia dal quasi trentanni. Ha stupefatto la critica con &lt;b&gt;Lezioni di tenebra &lt;/b&gt;(Mondadori, 1997). Romanzo che andava ben oltre gli steccati del romanzo, rompendo le strutture classiche, raccontava parte dei flussi di sangue che scorrono nel corpo e nella storia di Janeczek. Era il resoconto di un viaggio di ritorno abissale, compiuto dallautrice con sua madre  ad Auschwitz, lorrore in terra dal quale uscirono salvi i genitori (entrambi ebrei polacchi) di questa scrittrice furibonda e imperturbabile. La furia e limperturbabilità, oltre alle molte arterie che veicolano sangue diverso, fanno la cifra del nuovo romanzo di Helena Janeczek, &lt;b&gt;Le rondini di Montecassino &lt;/b&gt;(Guanda, 18 euro). Un affresco a partire dalla storica battaglia tra nazisti e alleati, che distrusse la grande abazia benedettina. Oggi è molto difficile realizzare un affresco. Janeczek ci è riuscita decomponendo e filtrando elementi, personaggi, storie, tempi, luoghi distantissimi ma connessi da pellegrinaggi di presuli e sopravvissuti. Nel libro, molti sguardi convergono su Montecassino. Per esempio, quelli dei soldati polacchi, reduci da unepopea incredibile, dai gulag sovietici allIran, alla guerra in Africa e poi in Italia, fino a unirsi con quella miscellanea di battaglioni che prese Montecassino. In realtà, questo straordinario romanzo è un atlante anatomico dellanima dellautrice: si osservano in trasparenza gli snodi e le vertebre che compongono linsieme di storie condensate nella videnda personale di Helena Janeczek. A partire dai suoi genitori, deportati, che venivano da famiglie ebree polacche molto diverse.
Osservante quella di mio padre. Più laica quella di mia madre. Non che questo abbia inciso nel riuscire a sopravvivere al lager. Emersi da Auschwitz, ripararono nel sud della Germania, con i fratelli di mio padre. Attesero il visto per lAmerica. Mio padre si ammalò. I suoi fratelli partirono per gli Stati Uniti. I miei restarono a Monaco. Mio padre, come racconto alla fine di &lt;i&gt;Le rondini di Montecassino&lt;/i&gt;, cambiò il cognome in Janeczek  che quindi è falso.
&lt;b&gt;Non furono gli ebrei, tuttavia a prendere l&apos;abazia a Montecassino. Qui tu narri di battaglioni che attraversano mezzo mondo per arrivare a poche centinaia dai monaci benedettini.&lt;/b&gt;
Una compagine di dimenticati, provenienti da mezzo mondo. Marocchini. Indiani. Pochi sanno del battaglione maori della Nuova Zelanda. Morirono qui. Le lapidi al cimitero di guerra hanno iscritti i loro nomi che per coincidenza paiono ebrei: Samuel Mendes o Leonard Koha.
&lt;b&gt;Una scoperta che non pare casuale.&lt;/b&gt;
Ma lo è. Ho iniziato a lavorare a Le rondini di Montecassino quando stavo scrivendo da anni un altro libro. Mi è letteralmente entrato nella vita. Ho cominciato con un racconto, poi ho compreso che quel racconto era parte di un romanzo, un preambolo a episodi. Il libro è fiorito. A volte fare qualcosa che non sai è proprio fare quello che devi. E diventato un percorso rabdomantico, che ha richiesto certo molto studio. Sono convocati nel racconto piccoli popoli sottoposti a partizioni, a violenze, a esili e compromessi.
&lt;b&gt;E il racconto di autentici esodi. La guerra di un soldato texano. Lo splendido capitolo sul viaggio odierno del nipote di un combattente maori. Il rimbalzo tra due narrazioni, quella di due ragazzini meticci oggi a Montecassino e lincredibile percorso di guerra dellebrea Irka, che perde la famiglia e ne acquisisce unaltra nel gulag. E ci sei tu, un amico polacco della tua famiglia, che hai conosciuto, con la sua misteriosa parabola che conduce dallest fino alla battaglia...&lt;/b&gt;
Lepisodio maori è abbastanza significativo. Ho scelto di concentrarmi proprio sulla storia di Rapata, il nipote del veterano di Montecassino, Charlie. E un popolo agli antipodi di quello italiano. In senso fisico: stanno proprio dallaltra parte del globo. E sono sotto il regime inglese. Tutta la loro partecipazione alla guerra nasce nella contraddizione a cui è sottoposto chi cerca una legittimazione per integrarsi e chi invece avverte il tacco del padrone colonialista. Questo piccolo popolo diviene una piccola parte di un esercito più grande. E ciò che accade anche agli ebrei polacchi: un piccolo popolo allinterno di un esercito sottoposto a un tour de force che sembra una violenza del destino. Il racconto sui maori cerca di restituire lo spaesamento a cui furono sottoposti tutti questi protagonisti. Ho riprodotto alcune parole chiave della lingua maori, ho passato ore su YouTube a vedere filmini di feste di compleanno in case maori. Ho studiato la loro storia. Nasce in questo modo lidea di un risucchio che non porta soltanto alla battaglia di Montecassino  conduce ai lager tedeschi, ma lascia intatta la storia particolare di questi popoli e delle vite individuali.
&lt;b&gt;Fai viaggiare il lettore per distanze geografiche enormi, ma attraversi anche il tempo e arrivi a oggi. &lt;/b&gt;
Soprattutto coi i due ragazzini di buona famiglia, cresciuti a Roma in una scuola internazionale. Sono emblematici della generazione di oggi. Stanno cercandosi, espressione di un altro esodo, in senso temporale. Si muovono a tentoni. Sono sul luogo della battaglia, impegnati nel sociale come si direbbe oggi  eppure sono vittima del racconto del passato, che spesso non si percepisce attinente a noi stessi. Sono apolidi, vittime dellambivalenza di ogni generazione precedente, che avverte di avere fatto la storia e la racconta, ma anche considera fuori dalla storia chi viene dopo.
&lt;b&gt;A proposito di ragazzini, stando in tema ma strappandosi dal libro: tu hai un figlio. Come lo introduci alla storia di sofferenze, deportazioni e salvezze che lo ha preceduto?&lt;/b&gt;
La storia è a sua disposizione, può prendere ciò che desidera, quando vuole. Ti racconto un episodio. Tempo fa stava giocando coi suoi compagni a un videogame di guerra: lo scenario era lo sbarco in Normandia. Si divertiva un sacco. Suo padre gli ha spiegato quanto fosse orribile la guerra, quanto fosse tremendo ciò che è accaduto anche alla famiglia di sua madre. Mio figlio ha risposto che a essere bello era il gioco, non la guerra. Una risposta che rende giustizia naturale e postuma a qualunque destino di dolore.
&lt;b&gt;LItalia è vista soltanto da occhi stranieri e, per questo, straniati.&lt;/b&gt;
Quegli occhi sono anche i miei, in parte. Lo sguardo un po da fuori e un po da dentro mi appartiene. Desideravo raccontare lItalia con gli sguardi estranei che ci sono stati prima della globalizzazione. Di fatto, lItalia è stata unavanguardia della globalizzazione, un Paese di per sé meticcio. E poi ragiono da tempo sul fatto che dove sono nata e cresciuta, cioè quella città sotto bolla che è Monaco, non suscita alcun senso di appartenenza in me. Io vengo da uninfanzia di rifiutata o di ebrea richiesta del parere, in un tempo in cui la Germania ancora stava elaborando lorrore. Quando scoppiò la guerra in Libano, ero una bambina, ma mi venne chiesta unopinione da ebrea su quanto stava accadendo. Era soffocante. E dire che non avvertivo il peso di vivere e parlare nella patria dello sterminio.
&lt;b&gt;E anche per questo che sei venuta a vivere in Italia?&lt;/b&gt;
I miei genitori mi ci portavano in vacanza, da sempre. Appena passavo il confine, ciò che avvertivo come plumbeo o impossibile diventava di colpo leggero, normale. E una sensazione che è andata perdendosi in questi decenni, qui in Italia: il fatto di essere accolti calorosamente. Cè una cifra comune a tutte le patrie confluite in me, quella slava e tedesca: la freddezza nellaccogliere laltro. Venire in Italia, lasciando una città che non mi apparteneva e a cui non appartenevo, è stata una scelta quasi naturale.
&lt;b&gt;Il tuo romanzo è una narrazione potente. Si avverte fiducia nella letteratura, nella sua persistenza.&lt;/b&gt;
Io tengo a questo: mostrare come oggi noi siamo ancora capaci di raccontare gli uomini. Narrare queste storie, in parte desunte dalla realtà e in parte inventate, e fare coincidere questo racconto con le tracce delle nostre proprie storie è un assunto poetico e anche politico. I racconti degli umani sono di fatto un gesto comunitario. Per raccontare bisogna mettersi nel punto di vista di colui in cui ci si cala. E proprio questo è il legame che tiene unito umano a umano.
&lt;b&gt;Con &lt;i&gt;Le rondini di Montecassino &lt;/i&gt;ci troviamo di fronte a uno dei più importanti romanzi epici di questi anni in Italia. Se cè epica, cè un eroe.&lt;/b&gt;
Qui leroismo è la trama quotidiana. Qualunque gesto è eroico. Quando si è immersi in realtà così devastanti, leroismo è ciò che lumano oppone allorrore. Ogni azione straordinaria è semplicemente umana.
&lt;b&gt;In &lt;i&gt;Lezioni di tenebra&lt;/i&gt;, in quel viaggio dellamore nellaberrazione fatto insieme a tua madre, il racconto si svolgeva proprio nel segno della madre.&lt;/b&gt;
&lt;i&gt;Le rondini di Montecassino &lt;/i&gt;è un racconto scritto nel segno del padre. Spesso, del silenzio del padre. Scrivere questo libro ha significato misurarmi col maschile, col paterno. E avvertire anche la sua sottrazione, il suo silenzio. Con ciò che ne deriva: il desiderio di proteggere quel silenzio e al tempo stesso di sfondarlo, avvertendo in quel silenzio un messaggio, una comunicazione intima. Che esige di non essere raccontata.


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<entry id='3468' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3468' author_id='19' authored_on='20100510010636' basename='lultima_scissione' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100510010636' modified_on='20130320180608' ping_count='0' status='2' title='L&apos;Ultima Scissione' week_number='201019'><text>di &lt;b&gt;Alessandra Daniele&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;ultimi.JPG&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/ultimi.JPG&quot; width=&quot;151&quot; height=&quot;138&quot; border=&quot;0&quot;hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Dopo le fucilazioni di fine stagione, i comunisti rimasti nel paese erano solo in tre. Provenivano tutti dallo stesso piccolo partito, I Comunisti Veri, nato da una scissione interna a I Comunisti Più Comunisti di Tutti. Poco tempo dopo, però, fra due di loro era scoppiata una disputa sul nome del partito: il primo aveva proposto di renderlo più esplicitamente conflittuale, cambiandolo in I Comunisti Veri Siamo Noi, Quelli Lì Fan Cagare. </text><text_more>Il secondo s&apos;era opposto, denunciando un inflessione ambiguamente nordista nella seconda parte del nome. Il primo l&apos;aveva difesa, rivendicandola come tentativo di recuperare radicamento nel territorio. Il secondo l&apos;aveva accusato di criptoleghismo. La disputa conseguente aveva portato a un&apos;altra scissione, fra I Comunisti Veri, e il neo partito I Comunisti Veri Siamo Noi, Quelli Lì Fan Cagare, che contava due appartenenti fra i tre superstiti.
La sera del 24 Aprile Due, data che da qualche anno, per decreto, aveva sostituito il 25 Aprile, gli ultimi tre comunisti rimasti s&apos;erano dati appuntamento nel garage del primo. Scopo della riunione segreta era tentare una federazione fra i due partiti.

La discussione si accese subito sul primo dei punti all&apos;ordine del giorno: il nome da dare all&apos;eventuale federazione, e presto sfociò in un conflitto fra i due membri de I Comunisti Veri Siamo Noi, Quelli Lì Fan Cagare. Uno fece notare che anche il nome del loro partito sarebbe stato da cambiare, perché la frase Quelli Lì Fan Cagare, esprimendo contrapposizione verso un partito composto da una sola persona, non aveva più senso.
L&apos;altro lo accusò di volere tradire l&apos;impegno antagonista del loro partito. Ne derivò un violento litigio, che causò una nuova scissione. Quello che aveva proposto il cambiamento di nome, fondò un suo nuovo partito, I Comunisti Di Cui Si Sentiva Il Bisogno, e lasciò il garage in segno di protesta.
Disturbati dal trambusto, i vicini della raffineria di crack all&apos;angolo chiamarono la Polizia, che li ringraziò, accreditandogli dieci punti Fedeltà allo Stato, e circondò il garage. I due comunisti rimasti si prepararono a resistere all&apos;arresto. Il primo di loro aveva una pistola d&apos;epoca, acquistata insieme agli alti due prima delle scissioni. Il secondo aveva le pallottole.
Il percussore però ce l&apos;aveva il terzo.
I due comunisti rimasti furono arrestati, e pestati a sangue secondo la procedura prevista dal Codice.
La loro fucilazione, ritenuta poco interessante dagli sponsor, non fu trasmessa nella fascia preserale come le altre, ma alle due di notte, dopo la replica di Heroes.
Quella notte, l&apos;ultimo comunista superstite organizzò da solo un sit-in di protesta in piazza. Verso l&apos;alba si addormentò. Fu bruciato vivo per accattonaggio dalla Polizia.
La portinaia del palazzo dove abitava spedì una lavorante senegalese a sgomberare il piccolo appartamento. Tra le poche cianfrusaglie appartenute all&apos;ultimo comunista, la ragazza trovo il percussore.
E se lo conservò.</text_more></entry>
<entry id='3469' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3469' author_id='4' authored_on='20100509002740' basename='italiano_-_3' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100509002740' modified_on='20110324014135' ping_count='1' status='2' title='Italiano - 3' week_number='201019'><text>di &lt;b&gt;Jari Lanzoni&lt;/b&gt;

&lt;b&gt;7&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;lanzo03.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/lanzo03.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;150&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;Ventisette minuti allintervento.
Adriano scagliò li-Call contro il muro e si prese la testa tra le mani. Stava per piangere. Si chiese come cazzo avesse fatto a finire in quella situazione. Il Ministro Lombardo aveva una cosa, una roba, &lt;i&gt;lappendice&lt;/i&gt;, lì, che gli faceva male.
Mazieri. Alla fine era tutta colpa di Mazieri.
Quel veneto del cazzo era bravo nel suo lavoro: sapeva leggere le cartelline, fare le cose. Nemmeno un errore in otto anni di lavoro insieme. Insieme. Insieme entravano nellambulatorio chirurgico. Poi lui usciva dallaccesso riservato e si faceva i cazzi suoi. In genere si faceva Arianna, o Naomi. Mazieri intanto tagliava il tagliabile al coglione di turno e il lavoro era fatto. E insieme uscivano. E quindi ecco unaltro successo per la famiglia Serravalle, medici da quattro generazioni. Altro successo dei medici della Libertà Azzurra. Mazieri si pigliava un sacco di soldi, e figa, e stava zitto.</text><text_more>Un sistema perfetto. Perfetto. Tanto quella testa di cazzo di più non poteva sperare di ottenere nella vita. I suoi erano di quegli sfigati poveri del cazzo e lo avevano fatto studiare fuori Italia, a Parigi. Ecco perché aveva la laurea. Francesi froci del cazzo. Se Mazieri avesse cercato di entrare in università nel suo paese la security lo avrebbe preso a calci in culo. Ecco come andavano fatte le cose, altro che. Non si dava un camice al primo che passava, no, ad uno che non si sapeva da che famiglia venisse, chi cazzo fosse. No, cazzo, no.
E Mazieri si era ammazzato finendo sotto unauto. 
Coglione. Coglione. Coglione.

Di colpo il suo video si illuminò. Una comunicazione urgente. Sybil aveva usato un protocollo demergenza. Il suo avatar era circondato di didascalie. Lultima, la più grande, era bordata di un rosso acceso, pulsante.
Un rapporto sulle condizioni mediche del Ministro Lombardo e altre stronzate di Sybil. Adriano lesse e rilesse. Si nettò il sudore dalla fronte. Cerano due problemi, a quanto capiva. Ignorava cosa fosse una peritonite acuta, ma forse laveva già sentita nominare da qualche parte. E poi laltro problema su cui la troia negra insisteva e insisteva. Una complicazione medica mai sentita. Che cazzo era una &lt;i&gt;deontologia&lt;/i&gt;?

&lt;b&gt;8&lt;/b&gt;

Quello che uscì dallufficio era uno strano animale rifatto. Italiano, pensò Patterson. Ma un altro italiano, non come il suo Italiano. Un diverso italiano, di quelli che a lui non piacevano. Vestiva in nero, un gessato di classe rovinato da una patacca dorata sul petto. Sorrideva. Denti perfetti. Sorrideva. I tre bestioni dai capelli unti dietro di lui camminavano e annuivano, sapevano di steroidi e cattiveria. Annuivano anche se laltro ancora non parlava, annuivano e lo seguivano. E laltro sorrideva. Tutti i ricchi sorridevano in quel paese. I diversi Italiani erano tutti ricchi. E giravano ben scortati.
Il CapoSettore li squadrò duramente, poi entrò nellufficio del Controller regionale del CEO.
Si sentiva un residuo di sudore e acqua di colonia, qualcosa di dozzinale.
- Che volevano, quelli?  chiese Patterson puntando il pollice alle proprie spalle.
Luyah ticchettò i polpastrelli scuri sulla superficie della scrivania, evidentemente a disagio. Il completo blu delluniforme ufficiale aderiva sul suo corpo asciutto.
- Allora? - ringhiò Patterson. Ab Luyah era un suo superiore, un Controller, ma lui aveva una sufficiente fama di burbero per potersene fregare.
Laltro aprì la posta elettronica. Uno stretto rettangolo luminoso gli comparve di fianco. Fece scorrere una serie di icone e didascalie. - Cambiamo il gruppo di operai italiani. Tutto. Da domani. 
- Eh? - Patterson aggrottò la fronte. - Come mai? 
- Siamo a posto come organico, ma il Segretario Regionale sta facendo pressioni per inserire un gruppo di operai. Non cè posto per tutti e quindi ha detto di licenziare quelli attuali e rimpiazzarli. 
- Ha detto un cazzo, ha detto - sbottò laltro, portandosi i pugni sui fianchi. - Chi è che comanda qui dentro? 
- I rapporti con la manodopera locale sono gestiti dal Governatore e dal Segretario Regionale, lo sai benissimo. Non possiamo metterci becco. Siamo a casa loro. 
- Denacci resta. 
Luyah scosse il capo. - Non è una decisione nostra. 
- Denacci resta. 
Il Controller spense il display delle email. - E un italiano. Pensavo ti stesse sui coglioni. 
Patterson puntò il dito verso terra: - &lt;i&gt;Questo &lt;/i&gt;paese mi sta sui coglioni.
Puntò il dito verso terra, di nuovo: - Questo modo di fare del cazzo mi sta cui coglioni, ma Denacci resta. E bravo, ha manualità. Non devo nemmeno dirgli più cosa fare sulle vecchie linee di distribuzione. 
- E lunico feedback positivo che ho avuto fino ad ora. - Luyah deglutì, a fatica. - Ma ha perso il posto. Questioni interne dellAmministrazione Regionale. 
- Mi prendi per scemo? - Patterson scosse il capo, con violenza. - fanculo! Cosè successo? E cambiata la spompinatrice del Segretario? 
Luyah alzò la mano sinistra, facendogli segno di tacere. Spense i sintonizzatori audio della sua postazione e si allentò il colletto. 
- No, quella penso che lavorerà a lungo, ma è morta quella del SottoSegretario, e lui pure. - Trasse un lungo respiro. - Un incidente dauto, due giorni fa. Lui ha tamponato lauto di un medico in autostrada, sono scesi dalle macchine per parlare e un Suv con la mignotta di un Ministro li ha spappolati entrambi. - Mise in avanti la mano destra, il palmo verso lalto. - Denacci era stato integrato assieme ad un gruppo di operai dei signori Melzi, che erano amici del vecchio SottoSegretario. - Chiuse la mano, ritirandola. Portò avanti la sinistra, il palmo verso lalto. - Il nuovo SottoSegretario, bontà sua, per ora è sposato con la figlia dei signori Castella che si scopa anche il figlio del Governatore. I signori Castella devono - quella parola quasi la sputò - avere personale nelle strutture produttive e quindi il... 
- Stà zitto! - Patterson sbatté le sue mani enormi sulla scrivania. Due rettangoli azzurri comparvero attorno a Luyah, riportando una serie di parametri di configurazione. Li spense con un gesto della mano e fissò le iridi chiare dellamericano, circondate da aghi di sottili vene intrecciate.
Il CapoSettore era paonazzo. - Che merda di posto - ringhiò, voltando le spalle a Luyah e aprendogli il frigo bar. - Non cè più un cazzo in questo paese, si sono venduti anche il culo. - Trasse una bottiglia di whisky, quello per i clienti, stappandola con rabbia. - E nemmeno lo capiscono. - Ingollò due sorsate. Un rigagnolo colò fino al mento.
Il Controller continuava a fissarlo, immobile. Lavorava con quel bestione da dodici anni.
Patterson tornò a troneggiare davanti a lui, tenendo il braccio destro rilassato. La bottiglia, inclinata, colava scotch sul pavimento. 
- Adesso glielo vai a riferire tu - disse, puntandogli addosso un dito. - Vai - ringhiò. - Voglio vederti mentre glielo dici. - Gocce ambrate caddero su di un display.
Luyah scollò le spalle. - E compito dellamministrazione. - Fece comparire un altro display olografico davanti a sé. - E sono le regole degli Italiani. Non possiamo farci nulla. 
- Vai a farti inculare. - Patterson uscì bestemmiando in maniera oscena.

&lt;b&gt;9&lt;/b&gt;

Un mucchio di giovani ruggì allunisono scagliando la preda in aria. Un ragazzotto grasso volò, volò letteralmente, contro un muro distante diversi metri. &lt;i&gt;Prey-throwing&lt;/i&gt;. Una moda dellest. Limpatto con la pietra polverosa fu tale che il ciccione rimbalzò schiantandosi al suolo con la spalla sinistra piegata quasi fino allo sterno. Gridò, con la bocca dalle grosse labbra vermiglie spalancate in maniera grottesca. Gli aguzzini dalle logore maglie verdi gli saltarono addosso in branco, colpendo con tutto quello che avevano in mano.
Avrebbero continuato fino a ridurlo a polpa viva.
Era una serata di festa.
Samuele Denacci fissò la scena alzando il braccio destro al cielo, con laltra mano finì di vuotarsi una bottiglietta di broda. Era carico da matti. La mescalina sintetica gli aveva appena bruciato la bocca. Non sentiva nulla. Nulla dal naso al mento. Era come se al posto di carne, cartilagini e nervi ci fosse solo un buco nero. Sapeva di aprire e chiudere la bocca, ma non avvertiva nulla.
Lasciò la mattanza scivolando lungo un vecchio muro rovinato, trovandosi davanti a una bambina dalla pelle olivastra che si rotolava per terra, tenendosi le mani sul pube. La gente le camminava o danzava attorno senza vederla. Samuele, caracollando, notò che aveva la maglietta lacera e le cosce rigate di sangue. Provò un primo moto interiore, qualcosa di spiacevole, poi vide che aveva il naso adunco. Era una bambina dalla pelle olivastra. Lasciò cadere per terra la bottiglia vuota. In seguito non si sarebbe mai ricordato di averle orinato addosso.
Tuttintorno a lui la notte esplodeva in una sequenza ininterrotta di giochi di luce su vecchi schermi dacqua alti una decina di metri, che vibravano con violenza per le emissioni dei trasmettitori sonori. In Italia cera la fame, ma musica, fica e roba non mancavano mai. Le attività serali erano al lumicino ma per chi sapeva arrangiarsi qualunque spiazzo poteva essere circondato da proiettori liquidi e trasmettitori, diventando un &lt;i&gt;rave &lt;/i&gt;in poche ore. A quel punto, nelle province povere come quelle di Samuele, la gente sgusciava fuori dagli edifici fatiscenti e di perdeva tra luci e colori, smarrendosi con slancio febbrile. 

Samuele affondava ormai in un mare di carni sudate, tra gli afrori tipici dei ragazzi dei quartieri della &lt;i&gt;middle class&lt;/i&gt;, agglomerati urbani quasi del tutto privi di allacciamento alla rete idrica. Allargò la bocca di cui non aveva ancora alcuna sensibilità. Voleva mordere. Voleva mordere. E invece ingollava altra broda.
Ogni volta che la sua mente lo riportava a qualche ora prima, sentiva le spalle abbassarsi, i testicoli diventare di ghiaccio, ma bastava un giro di broda per non perdere il ritmo. La broda era un distillato casalingo, qualcosa che poteva mandare su di giri o ammazzare di colpo. Ogni volta era un giro di roulette russa. Alternative non ce n&apos;erano: i liquori stranieri erano rari e costosi e i pochi vigneti intatti erano nelle terre dei signori.
Quella notte Samuele continuava a far girare di continuo il caricatore a tamburo.
Sonya era sparita. Le aveva detto per i-Call di essere stato licenziato da quei pezzi di merda della CEO, di certo la colpa era di Patterson, e lei aveva messo giù. Poi era sparita. Lui si era sentito come un ramo secco. Sonya lavorava nellazienda di pulizie di un figlio dei signori locali, un lavoro di merda, e per restarci doveva darsi da fare. Sonya non si chiamava Sonya, ma Sofia. Sofia però non andava bene. Per succhiarlo a uno con i soldi non ci voleva Sofia ma Sonya, o Lydia, o Michelle, o Penny o altri nomi del cazzo: a loro piaceva così, a loro piaceva pensarsi come quelli con i soldi e il nome straniero che vedevano nelle fiction. Allora niente Sofia Berti, ma Sonya B. Il cognome spariva.
E Sonya si scopava il capo. E non si era mai scopata lui, Samuele, che adesso era a terra. E non se lo sarebbe mai scopato, lui, un ramo secco.
Era a terra. Era a terra.
Un vecchio a torso nudo, magro fino allassurdo, corse di fianco a lui mancandolo di poco con le lunghe braccia venate che mulinava tuttattorno. Un gruppo di ragazzini lo inseguiva con le bocche spalancate e le lingue arancioni per le nezramfetamine D. Volevano dare fuoco ai suoi capelli da rasta, luridi e lunghi.
Samuele li guardò ridacchiando. Si portò alle labbra la bottiglietta di broda e la scoprì vuota.
Ebbe un violento singulto. LAmministrazione Regionale gli dava solo 36 giorni per trovare qualcosaltro da fare, altrimenti fine della tessera di partito e  niente lavoro in futuro, e quindi niente di quel poco che rimaneva dellassistenza sanitaria pubblica, nemmeno un angolo nei tombini funebri comunali. Erano tutti cazzi suoi.
Lalternativa cera. Lavorare per i signori. E morire facile.

Il ragazzo prese a camminare in mezzo alla folla urlante. Il contatto con la schiena nuda e sudata di una ragazza gli fece avvertire una sensazione strana, si sentì con le braccia ricoperte di ghiaccio, pezzi di ghiaccio. Urtò con un piede una massa anomala di carne fremente: tre tizi si stavano scopando a sangue una ragazzotta. Per terra, in mezzo alla calca. Fatti fino al midollo. Quellimmagine pulsante non gli suscitò alcuna eccitazione, solo una febbre gelida. Altro ghiaccio sulla pelle. Si sentiva forte. Tanto ghiaccio. Lame di ghiaccio.
Aveva retto per tanto tempo. Italiano! gli aveva gridato Patterson. Italiano! E giù scapaccioni. Scapaccioni: troppo poco per una denuncia formale, ché i froci stranieri si permettevano anche questo, ma abbastanza per disturbare. Ci contava su quel posto, cazzo. Aveva bisogno di quel posto. E adesso non aveva nemmeno Sonya.
Non si accorse di aver perso del tutto la sensibilità al ventre. La broda e la mescalina sintetica avevano sciolto ogni controllo sotto la cintura. - Italiano - piagnucolò Samuele, a occhi chiusi, senza sapere di star orinando e defecando contemporaneamente. - Italiano Italiano 
Un tizio dalla barbetta tinta di verde lo urtò un poco. Tolse una lunga lingua arancione dalla bocca di una ragazza e si volse verso Samuele. - Cazzo fai?? - e storse il naso. - Ehi, ma puzzi come una merda! 
Samuele lo fissò inebetito. - Italiano. 
La ragazza si voltò dallaltra parte, scossa da alcuni brividi, poi prese a vomitare broda bollente. Broda e nezramfetamine D non andavano mai daccordo.
- Italiano. - ripeté Samuele, fissando spiritato i tratti dellaltro.
Questi piegò la bocca in una smorfia e sollevò un sopracciglio: - Eh? 
Dondolò il capo, passandosi una mano sul pizzetto tinto. Sembrava uno di quei vecchi rapper dei video. Stava per dire qualcosa quando il collo della bottiglia di broda gli arrivò sullocchio sinistro. Cadde allindietro portandosi le mano al volto. 
Samuele ritrasse la mano destra scoprendo qualcosa incastrato nel vetro. Un qualcosa che prima era una parte del bulbo oculare. - Italiano? 
La ragazza si voltò di scatto verso di loro, con un filo di bava arancione che le colava dalla bocca. Voleva urlare, ma dalla gola proruppe solo un nuovo fiotto di broda.
- Italiano! - piangeva Samuele, disperato, chinandosi sulla sua vittima con fare quasi premuroso. Il giovane dal pizzetto verde apriva e chiudeva la bocca, con un gemito appena percepibile.
- Italiano! - gridò affondandogli con violenza la bottiglia in gola. - Italiano! Italiano! - continuò a urlare fino a quando aveva ancora fiato, fino a quando tutto non era diventato rosso e caldo, fino a quando la ragazza non gli conficcò un coltello tra le spalle, fino a quando il mondo non cadde di lato e tutto scivolò via. - Italiano! Italiano! 
Odiava quella parola. Italiano.
Odiava quella parola.

&lt;b&gt;(Fine - 3)&lt;/b&gt;</text_more></entry>
<entry id='3470' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3470' author_id='4' authored_on='20100508040738' basename='melma_nera' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100508040738' modified_on='20100508040850' ping_count='0' status='2' title='MELMA NERA' week_number='201018'><text>di &lt;b&gt;Valerio Evangelisti&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Nazi.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Nazi.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;150&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;[Questo articolo è apparso, con il titolo redazionale &lt;i&gt;Compagni che sbagliano&lt;/i&gt;, su &lt;i&gt;il manifesto&lt;/i&gt; del 7 maggio 2010.]

«Il diritto di manifestare liberamente e pacificamente è una pietra angolare della democrazia: deve essere difeso e garantito sempre, indipendentemente dal giudizio che si dà sui contenuti o sui promotori delle singole manifestazioni». Bella frase, in apparenza, quella che apre l&apos;&lt;a href=&quot;http://lombardia.indymedia.org/node/28787/pdf&quot;&gt;appello&lt;/a&gt; di un po&apos; di radicali e di gente di sinistra a favore di un corteo ora vietato. Peccato che si riferisca a una manifestazione del Blocco studentesco, emanazione di Casa Pound. E che il divieto sia intervenuto dopo che sindacati, associazioni antifasciste, partiti e singoli cittadini lo avevano invocato in rappresentanza di una Roma democratica (&lt;a href=&quot;http://www.globalproject.info/it/in_movimento/Nessuno-spazio-ai-neofascisti/4765&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;, tra molti siti, la protesta iniziale). </text><text_more>Dopo la mobilitazione degli studenti di sinistra dell&apos;Università di Roma, dopo l&apos;uscita di un &lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/watch?v=IbzYXfli3NA&quot;&gt;video&lt;/a&gt; che denuncia che cos&apos;è realmente la &quot;Giovinezza al potere&quot; (la parola d&apos;ordine dell&apos;iniziativa dei giovani neonazi italiani). E dopo un appello sottoscritto da Alberto Asor Rosa, Erri De Luca, Marco Tullio Giordana, Margherita Hack e altri 250 tra docenti, ricercatori, registi, giornalisti e scrittori.

Dove vivono, gli appartenenti alla sparuta pattuglia dei sostenitori del diritto a manifestare del Blocco studentesco? Non sanno che l&apos;Italia è ormai ai primi posti, in Europa, per la frequenza e la gravità degli agguati xenofobi? Non leggono le cronache? Non hanno visto il &lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/watch?v=3ZkW6YuSs5k&quot;&gt;filmato&lt;/a&gt; in cui i giovani neonazi del Blocco aggrediscono a cinghiate (la loro arte marziale si chiama &quot;&lt;a href=&quot;http://cinghiamattanza.blogspot.com/&quot;&gt;cinghiamattanza&lt;/a&gt;&quot;) un corteo di studenti medi, salvo prenderle all&apos;&quot;arrivano i nostri&quot; dei centri sociali, per poi trovare riparo dietro i cordoni della polizia?
Esiste in questo paese un&apos;emergenza neofascista, cresciuta sotto la protezione del &quot;partito dell&apos;amore&quot;. Si è affermata la libertà totale di insultare l&apos;extracomunitario, il gay, l&apos;ebreo, il &quot;diverso&quot;. Ogni settimana vanno a fuoco negozi di bengalesi, sudamericani, stranieri in genere (spesso con il permesso di residenza, o con la cittadinanza italiana). I giornali filogovernativi riciclano firme di fascisti e nazisti notori, tranquillamente ammessi in un contesto che si pretenderebbe &quot;liberale&quot;. Da Ciarrapico in giù, la melma nera dilaga. Se dal piano delle idee si passa all&apos;attività pratica, troviamo in primo piano proprio i promotori della manifestazione che era prevista per oggi. Innocenti &quot;teorici&quot;? Basta ascoltare le canzoni di cui si dilettano: puri incitamenti al razzismo e alla violenza cieca contro il più debole - contro chi, per povertà e condizione di sfruttato, non può e non sa difendersi. La fedina penale di alcuni di questi &quot;teorici&quot; è lunga quanto un verbale condominiale, e comprende solo crimini abietti.
Non è un problema solo italiano. Su Internet sono reperibili filmati girati nei paesi in cui il dilagare della melma nera non è stata bloccata per tempo, come in Russia o in altri paesi dell&apos;Est. A parte bastonature e accoltellamenti di immigrati e di ebrei, esecuzioni di giudici e giornalisti, ecco l&apos;impiccagione tra le betulle di due poveracci dalla pelle scura, l&apos;assassinio a freddo di un gay a coltellate. Ciò non ha nulla a che vedere con il Blocco studentesco o con Casa Pound? D&apos;accordo. Però la &lt;a href=&quot;http://tv.repubblica.it/home_page.php?playmode=player&amp;cont_id=19980&quot;&gt;cultura&lt;/a&gt; è la stessa. Ciascuno a casa propria, preserviamo l&apos;identità nazionale, non lasciamoci &quot;invadere&quot;, difendiamo le nostre città dalla sporcizia umana. Più qualche invettiva di rito contro il Fondo monetario internazionale e il &quot;signoraggio bancario&quot;. Se questa visione del mondo dovesse prosperare, anche qui conosceremmo tragedie e delitti.
Le anime belle che difendono il diritto dei neonazi a manifestare, quasi si trattasse di una placida congrega di semplici ideologi, paiono ignorare questa realtà. Ignorando che la libertà di manifestare non può essere anteposta e contrapposta a un principio fondante della democrazia come l&apos;antifascismo.

</text_more></entry>
<entry id='3472' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3472' author_id='19' authored_on='20100509041227' basename='bagno_di_folla' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100509041227' modified_on='20130320180608' ping_count='0' status='2' title='Bagno di Folla' week_number='201019'><text>di &lt;b&gt;Alessandra Daniele&lt;/b&gt;

&lt;div align=&quot;center&quot;&gt;&lt;object width=&quot;480&quot; height=&quot;385&quot;&gt;&lt;param name=&quot;movie&quot; value=&quot;http://www.youtube.com/v/jhozx819izU&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;&quot;&gt;&lt;/param&gt;&lt;param name=&quot;allowFullScreen&quot; value=&quot;true&quot;&gt;&lt;/param&gt;&lt;param name=&quot;allowscriptaccess&quot; value=&quot;always&quot;&gt;&lt;/param&gt;&lt;embed src=&quot;http://www.youtube.com/v/jhozx819izU&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;&quot; type=&quot;application/x-shockwave-flash&quot; allowscriptaccess=&quot;always&quot; allowfullscreen=&quot;true&quot; width=&quot;480&quot; height=&quot;385&quot;&gt;&lt;/embed&gt;&lt;/object&gt;

&lt;b&gt;Dedicato agli uni e agli Altri&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;</text></entry>
<entry id='3473' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3473' author_id='13' authored_on='20100510182321' basename='gli_acronimi_del_disastro' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100510182321' modified_on='20110324024706' ping_count='0' status='2' title='Gli acronimi del disastro' week_number='201019'><excerpt>di &lt;b&gt;Alan D. Altieri&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;hurtl2.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/hurtl2.jpg&quot; width=&quot;33&quot; height=&quot;22&quot; border=&quot;0&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt; Democrazia esportata a suon di napalm, ordigni a sciame, proiettili all&apos;uranio impoverito: le vere armi di distruzione di massa siamo noi.</excerpt><text>&lt;b&gt;Da &quot;The Hurt Locker a Green Zone: Lamenti di una sconfitta annunciata&lt;/b&gt;

di &lt;b&gt;Alan D. Altieri&lt;/b&gt;&lt;img alt=&quot;hurtl2.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/hurtl2.jpg&quot; width=&quot;184&quot; height=&quot;123&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&lt;i&gt;Quando i generali distruggono i loro stessi eserciti
bisogna smettere di combattere,
se non si vuole perdere la guerra.&lt;/i&gt;
(Anonimo)&lt;/span&gt;

IED, WMD. I nipotini dello zio Sam &lt;i&gt;just adore&lt;/i&gt;, semplicemente adorano, gli acronimi, tutti indistintamente. Inclusi gli acronimi di cui sopra. Nellordine:
&lt;b&gt;IED&lt;/b&gt;, &lt;i&gt;Improvised Explosive Device&lt;/i&gt;, Congegno Esplosivo Improvvisato, una delle più recenti etichette a indicare la morte per sbrindellamento a mezzo alto esplosivo e &lt;i&gt;shrapnel&lt;/i&gt;;
&lt;b&gt;WMD&lt;/b&gt;, &lt;i&gt;Weapons of Mass Destruction&lt;/i&gt;, Armi di Distruzione di Massa, vale a dire armi nucleari, batteriologiche, chimiche, insomma tutte quelle delizie in grado di far apparire Hiroshima come Disneyland.
Gli acronimi di cui sopra - più tutti i disastri che si sono tirati (e tuttora si tirano) dietro - sono una sorta di beffarda sintesi dellultima farneticazione iper-militare, psico-politica, sub-economica degli Stati Uniti, epoca Bush-II.
La farneticazione in questione è la Seconda Guerra dellIraq.</text><text_more>Ma difatti: la trionfale s/campagna militare (&lt;i&gt;Mission accomplished, my global consumers of OIL!&lt;/i&gt;) in cui la demoKraZZZia è stata esportata a suon di bombe al napalm (&lt;i&gt;the whole hill smelled like... Victory! &lt;/i&gt;), ordigni a sciame (&lt;i&gt;just kick one and enjoy your own castration, ya jerkoff!&lt;/i&gt;) e proiettili alluranio imporerito (&lt;i&gt;K-17, man, the best: youll shine in the dark!&lt;/i&gt;).
E gli acronimi di cui sopra sono anche gli assi portanti rispettivamente di &lt;b&gt;The Hurt Locker&lt;/b&gt; e di &lt;b&gt;Green Zone&lt;/b&gt;, due dei film di guerra più esplosivamente (in tutti i sensi) anti-guerra che la cinematografia americana ci abbia passato dai tempi eroici di &lt;b&gt;Apocalypse Now&lt;/b&gt;. Antitetici solo in apparenza, &lt;b&gt;Locker&lt;/b&gt; e &lt;b&gt;Zone&lt;/b&gt; presentano un ineluttabile, inesorabile denominatore comune, vale a dire... &lt;i&gt;Hold it, man, one step at the time&lt;/i&gt;.

Noi patetici abitatori della terra di sub-Z faktor, pikkolofratelloscemo e lapenisoladeglignotidioti ci limitiamo a parlare di bombe artigianali. Ma laggiù, nella terra della demoKraZZZia esportata con le già esposte modalità, dopo un incontro ravvicinato del 4&#730; tipo con uno IED, i tuoi grumi - irriconoscibili schegge ossee, qualche fibra epatica, mezza sinapsi dilaniata - tornano a casa da mamma dentro una bara dalluminio avvolta nella bandiera a stelle e strisce (&lt;i&gt;the few, the proud, the dead!&lt;/i&gt;). A meno che qualcuno - palle più dure delle tue, desiderio di morte più forte del tuo, azzardo letale più spiccato del tuo - non vada là fuori a staccare la spina a quei fottuti IED.&lt;img alt=&quot;hurtl.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/hurtl.jpg&quot; width=&quot;144&quot; height=&quot;144&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
Questo linnesco, in senso letterale, di &lt;b&gt;The Hurt Locker&lt;/b&gt;, inaspettato &lt;i&gt;spoiler&lt;/i&gt; degli Oscar 2009. Costato meno di uno spuntino di comparse di &lt;b&gt;Avatar&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;The Hurt Locker&lt;/b&gt; (&lt;i&gt;Larmadietto della sofferenza&lt;/i&gt;, a indicare la cassetta degli utensili dellartificiere militare), è diretto dallunica signora che sappia dirigere film dazione meglio di un uomo. La signora in questione è Katherine Bigelow, trentanni sulla breccia del cinema americano duro &amp; puro, ex signora James Cameron, con al suo attivo almeno tre pezzi - &lt;b&gt;Blue Steel&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;Strange Days&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;K-19&lt;/b&gt; - che azzannano alla giugulare.
Focale di &lt;b&gt;The Hurt Locker&lt;/b&gt; è il rapporto delluomo, iniziale minuscola, con la Morte, iniziale maiuscola. E per il Sergente Specialista William James (candidato allOscar Jeremy Renner), lo &lt;i&gt;ultimate high&lt;/i&gt;, lo sballo definitivo è dominare sudore, lacrime e sangue, procedendo a disinnescare abbastanza materiale detonante da ridurre in briciole... beh, fate voi: quanto a roba da ridurre in briciole là fuori cè solo limbarazzo della scelta. Non a caso il predecessore del Sgt. James (lottimo Guy Pierce in una parte folgorante) se nè andato in una gloriosa, purpurea nube di &lt;i&gt;shrapnel&lt;/i&gt;. Per cui, nella terra post-apocalittica fatta di rovine livide battute dal vento e popolata da zombi che raschiano il fondo delle cloache che è il nuovo demoKratiKo (quanto!) Iraq, il Sgt. James di IED ne ha disinnescati oltre &lt;u&gt;ottocento&lt;/u&gt;. &lt;i&gt;Hot shit, soldier, hot shit!&lt;/i&gt;, nellammirato commento di un colonnello (il valido caratterista David Morse) che sembra il fratellino minore di &lt;i&gt;Valkyria&lt;/i&gt; Kilgore.
&lt;i&gt;Hot shit&lt;/i&gt;, certo. Peccato però che sia un disadattato, leroico Sgt. James. Peggio: uno psicopatico da manuale. Fin troppo significativo il dettaglio del ragazzino iracheno che il Sgt. James non riesce a riconoscere da vivo, né da morto. I commilitoni del Sgt. James di lui non si fidano e gli ufficiali gli scoppiano (letteralmente) in faccia. Il Sgt. James si trova molto più a suo agio nella devastazione di Baghdad, inginocchiato di fronte sei, diconsi sei, obici di artiglieria tutti collegati a un unico &lt;i&gt;primer&lt;/i&gt; che non a comprare pannolini in un qualsiasi fasullo supermercato di una qualsiasi piovosa cittadina a &lt;i&gt;east dumbfuck&lt;/i&gt;, USA. Il Sgt. James riesce a relazionarsi molto meglio con quello scafandro anti-scheggia che lo fa sembrare Goldrake in metamfetamina e con in pugno la pinza per tagliare il cavetto micidiale (&lt;i&gt;okay, mr hero, whassigonna be, red or blue?&lt;/i&gt;) che non in jeans e scarpe da tennis assieme alladorabile mogliettina all-amerikan (Evangeline Lilly appena scappata fuori da &lt;b&gt;Lost&lt;/b&gt;).
Da siffatte premesse, &lt;b&gt;The Hurt Locker&lt;/b&gt; emerge come la cronaca gelida e impietosa, distaccata e funerea del trionfo del Thanatos psicopatologico. Non è la nostra guerra, questa. Non abbiamo mai voluto combatterla. Non ce ne frega niente della divisione petrolio e/o del battaglione metano e/o del plotone kerosene. Gli unici a cui piace combatterla, questa guerra? &lt;i&gt;Hey, man, what are ya, blind? Its the fucking psychos! &lt;/i&gt;

Tuttaltra musica (&lt;i&gt;ya sure about this, man?&lt;/i&gt;) suona il Sergente Specialista Roy Miller (il sempre compassato Matt Damon), buon soldato che vuole solamente salvare vite al comando di una squadra speciale del 75º Battaglione di Fanteria, US Army, unità creata appositamente per trovare le famose e famigerate WMD nascoste chissà dove (&lt;i&gt;But we KNOW theyre there, people!&lt;/i&gt;) dal famigerato Saddam Hussein. Per cui, nella torrida estate del 2003, il buon soldato Sgt. Miller si affanna nella ricerca della prova provata del &lt;i&gt;case for war&lt;/i&gt; (il &lt;i&gt;casus belli&lt;/i&gt;). Guida coraggiosamente i suoi uomini nella devastazione urbana lasciata dai bombardamenti a tappeto delle turpe strategia &lt;i&gt;Shock &amp; Awe&lt;/i&gt; (Colpisci &amp; Terrorizza), lungo strade ingorgate di poveri bastardi urlanti che chiedono acqua potabile, tra saccheggi di massa stile Guerra dei TrentAnni, sotto il fuoco di cecchini straccioni.
Solo che... WMD? Oops, &lt;i&gt;we aint finding jack shit!&lt;/i&gt; Non troviamo un beneamato cazzo! Testate nucleari, gas nervino, fusti di antrace? Manco per la canna del cesso. Troviamo solamente capannoni desolati pieni di guano e scantinati fatiscenti invasi da rottami. Quindi? Quindi o l&lt;i&gt;intelligence&lt;/i&gt; è fottuta o qualcuno sta ciurlando nel manico. O, peggio ancora, entrambe le cose. In realtà, è molto peggio di peggio ancora.
Scritto dallabile professionista Brian (&lt;b&gt;LA Confidential&lt;/b&gt;) Helgeland, diretto con meta-documentaristico pugno di ferro dal fuoriclasse inglese Paul (&lt;b&gt;Bloody Sunday&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;Bourne Supremacy&lt;/b&gt; &amp; &lt;b&gt;Bourne Ultimatum&lt;/b&gt;) Greengrass, &lt;b&gt;Green Zone&lt;/b&gt; è una cruda e crudele discesa agli inferi dellinganno di Stato corrotto e del massacro di Stato criminale. Il &lt;i&gt;casus belli&lt;/i&gt; contro lIraq? Frode, farsa, menzogna. WMD? Cessate di esistere alla fine della I Guerra dellIraq, 1990. Tutta quella gente macellata sotto le demoKratiKe bombe? &lt;i&gt;Well, fuck em all! &lt;/i&gt; Lunico che sa, lunico che può testimoniare, è il Generale Al Rawi, nome codice Magellan, pezzo da novanta del regime e ora fante di fiori nelloltraggioso mazzo di carte preparato dallo zio Sam con le effigi dei gerarchi più ricercati di Saddam Hussein. Il paradosso macabro mentre lesercito iracheno viene dissolto &lt;i&gt;ab imperio&lt;/i&gt; dalloccupante americano e mentre il labirinto devastato di Baghdad si tramuta di nuovo nel fondo dellinferno? Salvare un boia iracheno per portare alla luce i boia a stelle e strisce. Come va a finire? Beh, lo sappiamo quale paradiso di pace (eterna)/libertà (di Abu Grahib)/diritti (IN)umani è il demoKratiKo Iraq di oggi. O no?

&lt;img alt=&quot;greenzone1.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/greenzone1.jpg&quot; width=&quot;101&quot; height=&quot;150&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Così i due vettori narrativi di questi due grandi film apparentemente antitetici - psicopatologico (&lt;b&gt;The Hurt Locker&lt;/b&gt;) e politico (&lt;b&gt;Green Zone&lt;/b&gt;) - si sovrappongono, si fondono in ununica osmosi dellorrore.
NellIraq ridotto a immondezzaio post-Zombi Holocaust, non cè nessun John Rambo, deità grottesca, che falcia nemici di gomma con una mitragliatrice di plastica. E di certo non cè nessun Mr. Manhattan, demone pornografico di &lt;b&gt;Watchmen&lt;/b&gt;, che disintegra nemici di stracci con un semplice gesto della mano a neutroni. No, lorrore puro di &lt;b&gt;The Hurt Locker&lt;/b&gt; e di &lt;b&gt;Green Zone&lt;/b&gt; è la trita, noiosa, quasi masturbatoria, ripetitività della distruzione e dellautodistruzione. Nel nome del nulla.
Emblematiche in entrambi i film le prodigiose immagini finali: lessere dentro lo scafandro di &lt;b&gt;The Hurt Locker&lt;/b&gt; in marcia solitaria lungo una strada devastata, diretto allennesima missione ignota, sul margine di un baratro arcano; e il buon soldato di &lt;b&gt;Green Zone&lt;/b&gt;,  sconfitto dalla sua stessa guerra sbagliata, in un vuoto, inutile pellegrinaggio attraverso un paesaggio di totale annientamento.
Immagini che sono promemoria definitivi della più ancestrale verità umana: i nemici più infami, i mostri più mostruosi... siamo &lt;i&gt;noi&lt;/i&gt;.</text_more></entry>
<entry id='3474' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3474' author_id='4' authored_on='20100512031612' basename='primo_maggio_they_were_warriors' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100512031612' modified_on='20100512033604' ping_count='0' status='2' title='PRIMO MAGGIO: They Were Warriors' week_number='201019'><text>di &lt;b&gt;Valerio Evangelisti&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Primo Maggio.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Primo Maggio.jpg&quot; width=&quot;125&quot; height=&quot;205&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;[Le edizioni Derive Approdi hanno pubblicato un libro di eccezionale valore: &lt;a href=&quot;http://www.deriveapprodi.org/estesa.php?id=393&amp;stato=prossime_uscite#su&quot;&gt;La rivista Primo Maggio (1973-1989)&lt;/a&gt;, a cura di Cesare Bermani, pp. 176,  20, 00. Al volume è allegato un dvd che raccoglie la collezione completa della rivista, tra le più importanti - se non la più importante - dell&apos;estrema sinistra &quot;operaista&quot;, dagli anni &apos;70 fino alla fine degli anni &apos;80. Pubblichiamo uno degli interventi compresi nel volume. E&apos; già apparso su Alias, supplemento del sabato de &lt;i&gt;il manifesto&lt;/i&gt;, il 1° maggio 2010.]

«Cosa diavolo fai qua?» mi chiede Sergio Bologna, fermo sulla soglia del mio ufficio di capo del reparto imposte dirette dellIntendenza di Finanza.
E un uomo magro, alto ed elegante. Per me è quasi un simbolo. Esponente di un operaismo per metà in galera e per metà in esilio, lo hanno fatto fuori alluniversità di Padova, in cui aveva una cattedra, con un pretesto miserabile (se ricordo bene, una domanda presentata in ritardo). Vive parte in Italia e parte in Germania. Scrive per Primo Maggio, rivista che sta nel movimento senza schierarsi, saggi corposi sulla centralità del trasporto merci. Unanticipazione delle sue future tesi sui lavoratori autonomi  allepoca poco comprensibili, ma diventate meglio decifrabili ai giorni nostri, quando tanti precari sono stati classificati come autonomi, imprenditori di se stessi volenti o nolenti.  </text><text_more>Allepoca  si era alla soglia della Pantera  io dirigevo una pubblicazione intitolata &lt;a href=&quot;http://www.comune.bologna.it/iperbole/asnsmp/pm.htm&quot;&gt;Progetto Memoria  Rivista di storia dellantagonismo sociale&lt;/a&gt;. Non unimitazione di Primo Maggio, bensì una testata altrettanto militante che condivideva con PM uno scopo centrale: attingere alla storia per dimostrare che il movimento aveva precedenti illustri e sue radici. Assunto indispensabile, a nostro avviso, in una fase in cui il 77 sembrava definitivamente tramontato, ciò che restava dei gruppi armati faceva cose incomprensibili e le lotte di massa, quando risorgevano, parevano del tutto prive di radici.
Progetto Memoria (poi ribattezzato per un certo tempo La Comune, per non intralciare una casa editrice omonima di Renato Curcio) ebbe il suo momento più felice proprio durante la Pantera, con oltre mille copie vendute essenzialmente nelluniversità di Bologna. In seguito andò incontro a un progressivo declino. Ciò che rimase dellesperienza, cambiati i linguaggi, fu travasato nella rivista cartacea Carmilla, che univa analisi politiche a narrativa di genere; infine diventò Carmilla On Line, con quasi mezzo milione di lettori al mese.
Quando Sergio Bologna apparve nel mio ufficio, che avrei lasciato definitivamente sette anni più tardi, tutto ciò era ancora al di là da venire. Poche sere dopo lui partecipava a una cena della gente di Progetto Memoria e delle aree circostanti. Si trattava dei sottufficiali del 77. Personaggi secondari (me compreso) portati in primo piano dal fatto che, dei vecchi leader, non ne restava nessuno. Intenti a traghettare altrove ciò che restava di un movimento a suo tempo glorioso, ma falcidiato dalla repressione, dalle defezioni, dalle scelte suicide individuali, dai rigurgiti dei gruppi armati. Insomma, una tavolata di sfigati, che però avevano tenuto duro.
Di Primo Maggio avevo conosciuto, un paio danni prima, Cesare Bermani. Tipo singolare, che non si muoveva senza avere a tracolla un enorme registratore a bobine, per raccogliere testimonianze di quella storia orale di cui era fra i teorici, sulla scia di Gianni Bosio. Dalla sua metodologia nacquero, su Primo Maggio, saggi memorabili: uno sulla Volante Rossa, uno sul processo al partigiano Pometi sospettato di tradimento, e altri ancora. Di Bermani, che aveva già barba e capelli bianchi, ricordo però soprattutto, nel Kamo (una specie di centro sociale bolognese), la domanda che pose a bruciapelo a una compagna spagnola che ci visitava: «Tu come fai a essere così bella?» Vista la reazione dellinteressata, usai lapproccio per mio conto parecchie volte.
Ma torniamo a Primo Maggio. Si occupava di storia, ma era storia mirata alle esigenze del presente. Molti articoli sugli IWW, gli Industrial Workers of the World, il primo sindacato (americano) ad avere assunto come tema centrale il lavoro precario. Altri su pagine del movimento operaio cadute nelloblio a causa del &lt;i&gt;mainstream&lt;/i&gt; storiografico dominante. Interventi numerosi sulleconomia, lontani dalla vulgata marxista e dallottica liberale. Parecchie ricerche di storia orale, tra cui una, fulminante e anche un poco commovente, sulla storia del Collettivo autonomo milanese della Barona. Lautobiografia giovanile di Primo Moroni, un grande. Un interesse peculiare per il contesto statunitense, la cui logica capii solo in seguito.
Invece, per dire i pochi limiti, nessuna attenzione al contesto latinoamericano (su cui invece si concentrava Progetto Memoria, per particolari esperienze del sottoscritto e di molti dei suoi redattori). Rare menzioni della questione palestinese. Ma erano peccati veniali, rispetto alla ricchezza dellofferta.
Grazie alla conoscenza con Bermani e con Bologna, arrivò da Milano una proposta che mi emozionò: partecipare a una riunione redazionale di Primo Maggio! La sede non era lontana da Corso Buenos Aires, e dunque dalla stazione centrale, in un ambiente che definirei bello. Le strade milanesi, per chi le sappia leggere, hanno un loro fascino. Specie quelle vecchie, con case alte abbrunite dallo smog. Primo Maggio si riuniva in uno stabile quasi di fronte a una chiesa. In un tizio che zoppicava riconobbi Primo Moroni, una leggenda. Salii con lui.
Alla riunione partecipavano Bermani, Franco Coggiola (poi deceduto, un vero esperto in culture popolari), Cosimo Schirinzi (un anarchico baffuto esponente dei Cobas, fondatore della rivista Gatto Selvaggio), lamericanista Bruno Cartosio (che non sopportava che gli altri, cioè tutti meno lui, fumassero), naturalmente Primo Moroni (che fumava più di ogni altro), Bermani, Bologna e personaggi non identificati.
Io avevo un po di familiarità solo con Dario, laltro giovane oltre a me, conosciuto quando era un leader dellAutonomia padovana. Lo avevo ascoltato durante unassemblea di studenti medi a Padova in cui aveva parlato in puro dialetto. Poi aveva lasciato lAutonomia e veniva considerato dagli ex compagni, se non un traditore, qualcosa che gli somigliava. Non gli chiesi le ragioni, mi bastò avere incontrato a Milano qualcuno un poco affine.
Il grado generale di affinità tra i presenti si svelò ben presto. Lassemblea milanese aveva, per tema unico, il calo di vendite di Primo Maggio. I giovani  io e Dario  eravamo stati convocati solo per portare fasci di PM nelle librerie delle nostre città. Di Progetto Memoria e della sua travagliata storia non importava niente a nessuno. Non ci furono domande, in merito. Le uniche riguardarono quante copie di Primo Maggio avremmo potuto fare avere alle librerie Feltrinelli più prossime a noi. I rapporti ulteriori, lasciata Milano, non furono molto diversi. I compagni della redazione di PM non parevano rendersi conto che io e Dario, per quanto miserevoli, rappresentavamo schegge di ciò che restava del movimento. Si preoccuparono solo di caricarci di copie, come &lt;i&gt;coolies&lt;/i&gt; cinesi.
Feci diligentemente il mio lavoro, ma di lì a poco Primo Maggio morì. Fu un piccolo grande dramma. Si era in anni di restaurazione pesante. Le Brigate Rosse, dopo avere chiamato lantagonismo sociale a un livello di scontro superiore alle sue forze, avevano pronunciato vuoi una loro ritirata strategica, vuoi una dichiarazione di fine della loro storia, per bocca del nucleo storico. Gli altri gruppi armati avevano partorito una quantità abnorme di pentiti e dissociati. Il movimento, benché liberato da quei pesi, era ridotto ai minimi termini, e produceva scarsa prassi e rare idee. Che cosa ci restava, se non Primo Maggio?
Compresi solo allora, in qualche misura, il perché della sostanziale chiusura della rivista, che inizialmente  lo ammetto  mi aveva indignato. 
Un nucleo di compagni di provata fede, dal passato spesso lunghissimo, dal largo affiatamento, aveva deciso di partecipare al movimento prendendone, nel contempo, le distanze. Non voleva a giusto titolo trovarsi rinserrato in una congerie di polemiche quotidiane, di brevi avanzate e di lunghi arretramenti, di sussulti e di rilanci fallimentari. Poteva somigliare a un Olimpo inaccessibile, ma dellOlimpo coltivava una caratteristica: la stabilità. Immobile come un faro, cercava di ignorare le onde che lo attorniavano. Emanava luce senza preoccuparsi dei marosi circostanti. Operazione saggia, per chi voglia far transitare una struttura, un laboratorio di analisi e di lucidità, tra epoche diverse.
Il guaio è che le costruzioni troppo rigide, quando crollano, lo fanno di colpo, e lasciano macerie che loceano degli eventi si incarica di logorare e di disperdere. Così successe per Primo Maggio. Chiuse le pubblicazioni, lasciò poche scie: testimonianze culturali, impegni quasi eroici di lavoro, riproposizioni della storia  orale, musicale, sociale ecc.  di un proletariato tramontato per sempre, in quelle forme.
Se i compagni di Primo Maggio avessero saputo interrogare meglio i loro più giovani interlocutori  invece di impiegarli come fattorini  forse avrebbero capito meglio quanto i tempi stavano cambiando, e in che modo. E magari aiutare la poca resistenza che rimaneva.
Preferirono restare torre davorio, e lasciare a chi fosse venuto dopo  se mai fosse venuto qualcuno - un tesoro di materiali preziosi. Però sepolto sotto gli strati delle mutazioni, innumerevoli, della composizione di classe e della cultura conseguente.
Sta di fatto che una ripresa dellantagonismo (prima o poi ci sarà, è nella logica degli eventi) avrà bisogno di qualcosa di equivalente a Primo Maggio, nella metodologia. Un raccordo con le ribellioni pregresse, la congiunzione con il filo perduto di un sovversivismo che va dal tardo Risorgimento ai giorni nostri. Il movimento no-global è entrato in agonia, da Genova 2001, non solo per la repressione selvaggia che lo ha colpito, ma anche per il mancato raccordo con filoni tellurici emersi in superficie, in forma a volte sporadica, altre volte continuativa, da almeno due secoli a questa parte. Non cè interrogativo che non abbia avuto, a suo tempo, adeguata risposta. Ignorarlo significa porsi in eterno gli stessi quesiti.
Mancano al momento nuove leve di intellettuali capaci di raccogliere leredità di Primo Maggio. La Restaurazione li ha espulsi, ne ha disperso la voce. Altre ne sorgeranno, e avranno la fortuna, se si attarderanno a scrutare il passato recente, di scoprire una rivista che, praticamente, aveva già detto tutto.
Le chiederanno: Come fai a essere così bella?


</text_more></entry>
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&lt;img alt=&quot;gischler.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/gischler.jpg&quot; width=&quot;118&quot; height=&quot;160&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;Victor Gischler, &lt;i&gt;Anche i poeti uccidono&lt;/i&gt;, ed. Meridiano Zero, 2010, pp. 286,  15,00

Dopo lesordio hard boiled con La gabbia delle scimmie, Victor Gischler è uscito, sempre per Meridiano Zero, col romanzo Anche i poeti uccidono. Partirei dal titolo e dalle riflessioni indotte che si sviluppano, senza esagerazioni e con frecce a tratti avvelenate, lungo una narrazione dagli incastri interessanti, condita con ironia, azione, elementi pulp e altri ingredienti che rendono irrinunciabile una lettura ostinata. I poeti uccidono e non solo.
I poeti si ubriacano, disquisiscono a vuoto, si riscattano in immagini lapidarie di sublime significato. I poeti si dividono in variegate sottocategorie: poeti veri e fasulli, poeti spompati dalla vita, privi di ispirazione, poeti pretenziosi, invidiosi, imbroglioni, boccioli di poeti pronti a fiorire, poeti già appassiti e, in ultimo, rarissimi, grandi talenti. </text><text_more>La poesia dunque come sineddoche della scrittura, degli usi ed abusi che se ne fanno, come lautore denuncia e Luca Conti riporta nella sua calibrata traduzione: «Tutti scrivevano poesie. Maestri di scuola e ragazzine e foruncolosi adolescenti che non si filava nessuno. Fanatici religiosi che affidavano il loro messaggio cristiano a liriche astratte, vecchietti che mettevano in rima la nascita dellultimo nipotino. Casalinghe che sublimavano le loro vite banali e infelici in scarabocchi buoni solo per qualche biglietto di auguri e rifiutavano di credere che al mondo potesse esistere qualcun altro che se la passava di merda come loro. Anzi, si rinforzavano nelle loro opinioni, con la mente annebbiata dallillusione che quei tormenti fossero (non è dato sapere in che modo) di qualche originalità o interesse, e pertanto degni di essere spartiti con il mondo intero.»
La partenza del romanzo, però, è più prosaica che poetica: Annie Walsh, la classica studentella sexy rossa e americana, matricola alla Eastern Oklahoma University, sicura del fatto suo, smaniosa di divertirsi, cerca dal suo spacciatore una garanzia per la baldoria: lui le rifila delle pillole colorate promettendole un effetto da fuochi dartificio. Questo è solo linizio. Perché lindomani la rossa procace si ritroverà cadavere nel letto del suo professore. Da qui parte una storia mozzafiato, piena di imprevisti e di innesti che, in teoria, dovrebbero essere dominati dalla filosofia del una mano lava laltra anche se, di fatto, le mani qui, più che lavarsi, finiscono tutte sporcandosi. Azione, dissacrazione, ironia: la prima come motore della seconda e lironia come conseguenza distensiva. 
I personaggi sono credibili pur nel loro contorno pittoresco, sia che si tratti di accademici non proprio perfetti, che di studenti arrivisti, o boss malavitosi, spacciatori, ognuno col suo doppio più oscuro, più inimmaginabile e quindi più intrigante. Il professor Morgan ha un contratto a scadenza ed è più preoccupato di risolvere la questione del suo precariato che di seguire il prestigioso laboratorio di poesia, tanto che lo presiede con la noia nel cuore e una svogliatezza neppure troppo mascherata in faccia. Ginny Conrad rappresenta il tipo umano dellambiziosetta-aspirante-scrittrice disposta a tutto pur di ottenere ciò che vuole. Direttrice del giornale universitario, sinfila con prepotenza nella vita del professore (e nel suo letto) con la sua presenza puntuale, con la promessa del silenzio e con una fisicità che risponde a precise strategie di conquista: «Era quasi sicura di riuscire a farsi desiderare da Morgan, di poterlo manovrare con la giusta miscela di lacrime e sesso. Gli uomini sono degli scimmiotti insicuri, arrapati, egocentrici.» E chissà che questa ragazzotta decisa non venga smentita...
Ma la creatura più riuscita è il giovane studente nero Harold Jenks, un delinquentello che si ritrova, per uno scambio didentità, a partecipare al corso del professor Morgan. Spassosissimi i suoi primi interventi, quelli di un pesce fuor dacqua costretto a esibire i propri versi davanti a un auditorio esigente e colto e il lettore qui, oltre a grandi pause riflessive, si lascerà scappare anche qualche sana risata. 
Concluderei la recensione ricordando che Victor Gischler sarà in Italia dal 17 al 25 maggio: prima al Festival Blues di Piacenza con Joe Lansdale e il 24 maggio a Padova in occasione di ONE SHOT, giornata dedicata al pulp noir organizzata da Sugarpulp e Meridiano Zero. Gli autori Lansdale e Gischler saranno alle 15.00 al Panstore Fumetteria Panini di Padova, in via Petrarca 7, per parlare di sceneggiatura nel fumetto, alle 17.15 si sposteranno alla Libreria Lovat in Via Fraccallanza 5 (all&apos;interno del Parco Commerciale Padova Est) e, a seguire, allOsteria Barabba, in Via Vicenza 47 dove -dopo la cena/festa con i due scrittori americani- la figlia di Lansdale, Kasey, si esibirà in concerto: appuntamento consigliatissimo.

</text_more></entry>
<entry id='3476' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3476' author_id='2' authored_on='20100513234113' basename='taccuino_indiano_appunti_tra_lindia_e_il_pakistan' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100513234113' modified_on='20100513235829' ping_count='0' status='2' title='Taccuino indiano: appunti tra l&apos;India e il Pakistan' week_number='201019'><text>di &lt;b&gt;Arturo Potassa Cravani&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;frontiera.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frontiera.jpg&quot; width=&quot;227&quot; height=&quot;152&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;[Oggi si apre il Salone del libro di Torino e l&apos;India è il paese ospite. Un&apos;occasione per raccogliere qualche appunto sul periodo in cui ho vissuto nel subcontinente: alcune righe su un film di Bollywood dedicato al grande nemico di sempre, un reportage di viaggio dal confine indo/pakistano e qualche consiglio di lettura] &lt;b&gt;A.P.C.&lt;/b&gt;

&lt;b&gt;Lahore&lt;/b&gt; di  Sanjay Puran Singh Chauhan (Bollywood, 2010)
Era da un po&apos; che non vedevo un film alla Rocky IV. Pugni e pedate: si fa kick-boxing in stile curry indiano. I buoni sono Indiani e i cattivi Pakistani. I primi sono leali, coraggiosi e amano la famiglia. I secondi scorretti e pieni di trucchi crudeli. I primi si allenano in efficienti e ipermoderne palestre colorate, mentre i secondi fanno scuola di barbarie sulle montagne del Waziristan in basi che sembrano fortini di Al quaida. </text><text_more>Degli Indiani sappiamo tutto, dei Pakistani vediamo solo facce con le stigma della brutalità. Gli Indiani vincono e i Pakistani sono sleali anche quando perdono. Le donne Indiane sono belle, quelle Pakistane... beh, anche quelle Pakistane sono belle. O meglio, se ne vede solo una, e non è bella, è stratosferica, però dopo cinque minuti è già innamorata di un Indiano (forse perché l&apos;attrice che interpreta la Pakistana è Indiana). Le altre donne Pakistane non si vedono nemmeno. Insomma, Lahore è fatto tutto di questo passo. Quando va bene, per i Pakistani c&apos;è la stessa ammirazione che Cesare provava per i Galli. Incivili, ma coraggiosi.
Tra l&apos;altro nel cinema di Mumbai dov&apos;è l&apos;ho visto mi sono dovuto sorbire anche l&apos;inno nazionale  prima di poterlo guardare (e dato che si sono alzati tutti e io ho tentennato un po&apos;, e mi sono alzato solo quando il linciaggio era ormai imminente, non vi dico che meraviglia).
Ma nel finale, tutto cambia: si fa la pace, ci si abbraccia e si lancia un messaggino pacifista. Doveroso e retorico. Che però non è bastato ai Pakistani, che nemici sono sì, ma anche appassionati spettatori del cinema di Bollywood. Il film, ahimé, non ha passato il filtro della censura di Islamabad. Brutti e cattivi sì, questi Pak, ma mica scemi.
Insomma,  il conflitto Pakistan-India in chiave spettacolare non è riuscito bene sulla pellicola di Bollywood. Ma la realtà sa ancora offrire spettacoli migliori della macchina-cinema. Eccomi al confine tra i due paesi nati dalla sciagurata partition di Lord Mountbatten, sulla strada che da Amritsar porta a Lahore. Ma prima che il film vada avanti, facciamo un intervallo con un balletto di libri indiani.

&lt;b&gt;Interludio: libri indiani (da leggere in viaggio)&lt;/b&gt;Indiano qui si intende come industano, e quindi ci infilo dentro tutto il subcontinente, Pakistan e Bangladesh inclusi. E cominciamo proprio dal Pakistan: tutti parlano di  Songs of Blood and Sword, libro di Fatima Bhutto, nipote di Benazir. L&apos;ho comprato e perso sul treno, e quindi non so dirvi altro a parte che è un best-seller, manco a dirlo, solo in India. Veniamo poi ai miei must indiani, in ordine casuale:
_A. Desai: &lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/notte-nebbia-bombay-desai-anita/libro/9788806187668&quot;&gt;Notte e nebbia a Bombay&lt;/a&gt;; Narayan, &lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/aspettando-mahatma-narayan-rasupuram-guanda/libro/9788860880512&quot;&gt;Aspettando il Mahatma&lt;/a&gt;; S. Metha Bombay Lost and Found; L. Sankaran, &lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/tappeto-rosso-storie-bangalore-sankaran/libro/9788871684345&quot;&gt;Il tappeto rosso. Storie di Bangalore&lt;/a&gt;; A. Diga, &lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/tigre-bianca-adiga-aravind-einaudi/libro/9788806201579&quot;&gt;The White Tiger&lt;/a&gt;.
Poi menzione speciale a Taslima Nasreen, autrice di &lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/vergogna-nasreen-taslima-mondadori/libro/9788804418672&quot;&gt;Vergogna&lt;/a&gt;!, che è bengalese, e a &quot;&lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/shantaram-roberts-gregory-neri-pozza/libro/9788854500570&quot;&gt;Shantaram&lt;/a&gt;&quot; di G. D. Roberts, che è australiano ma ha saputo raccontare Bombay al meglio.

&lt;b&gt;Gioca-jouer per la patria. Un gonzo-reportage dal confine indopakistano&lt;/b&gt;
Lasciamo la fiction, cinematografica o letteraria, e arriviamo a quella cosa chiamata realtà. Il match tra India e Pakistan si svolge all&apos;interno di uno stadio, costruito al confine tra i due Paesi, sulla strada che da Amritsar conduce a Lahore. La cosa è cominciata anni fa per gioco: il confine chiudeva alla sera, e qualcuno, dai due lati, veniva a fare un po&apos; di casino prima della chiusura dei cancelli. Col tempo la gente è arrivata sempre più numerosa, la chiusura della frontiera è diventata una cerimonia e India e Pakistan, ognuno per conto proprio, hanno costruito l&apos;emiciclo di uno stadio che ospita ogni giorno qualche migliaio di persone. Anche oggi, e per fortuna, il confine rimane abbastanza permeabile. Famiglie vanno a trovare i parenti rimasti dall&apos;altro lato, viaggiatori passano su quattro ruote, merci si spostano lentamente su camion che sbuffano gas di scarico. Fino a quando il transito viene fermato, un&apos;ora prima del tramonto, per la messa in scena della chiusura della frontiera. 

E qui mi trovo adesso. E non sono certo solo. La gente attorno a me continua a affluire. Gli indiani per ora sono tanti, come sempre, una massa di sari colorati e di uomini con baffi e camicia bianca o barba e turbante. Gli spalti pakistani non tarderanno a riempirsi. Lungo la strada che taglia come una diagonale lo stadio, congiungendo Pakistan e India, camminano pigri alcuni militari in alta uniforme. 

Non si lesinano le bandiere. Ne circolano di enormi, montate su aste di legno che qualcuno mette in mano a delle adolescenti lanciate in corsa fino al confine, per la gioia del fotografo che le immortala. Seguo queste patriottiche centometriste, poi mi distraggo alla vista di una turista occidentale che si infila proprio accanto a me. La tipa ha un&apos;aria sofferente, mi chiede se non mi dispiace farle un po di posto. La guardo, ha l&apos;aria di chi non si sente bene, è un po&apos; verde in faccia. Forse la bolgia non l&apos;aiuta a respirare. Ho allontanato un po&apos; lo sguardo dalla frontiera, d&apos;un tratto sento la curva pakistana esplodere. Alzo la testa come quando in una partita di calcio ti sei distratto e qualcuno ha infilato la palla in rete, ma qui non si gioca a pallone. Una ragazza indiana però ha fatto autogol: è caduta lasciando rotolare la bandiera a terra, aizzando il tifo pakistano che moltiplica urla e risate. Ma il contropiede indiano è efficiente: le donne fanno invasione di campo, scendono sulla strada verso i cancelli e si mettono a ballare sul ritmo di forsennate canzonette. Le pakistane, più compite, le guardano in silenzio, mentre le mossette si fanno sempre più insolenti. Il volume si alza: la musica è un tecnopop che ripropone motivi di Bollywood in salsa nazionalista. 
Tutti cantano, uomini, donne e bambini indiani. I pakistani replicano al grido di Pakistan Zindabad (viva il Pakistan). E gli indiani rispondono: Industan Zindabad. Simmetria perfetta, anche le parole sono le stesse, oltre ai colori e alle facce. Siamo di nuovo al pareggio. 
La biondina accanto a me fa qualche parola, dice che è tedesca e che ha mangiato qualcosa che le ha fatto male, cosa che capita spesso in India. Mentre tutti sono in piedi, lei mi dice che preferisce stare seduta con le mani sullo stomaco. Mi chiede di dirle quando comincerà lo spettacolo ufficiale, così si alzerà.
In basso il caos viene disciplinato dai militari agghindati nell&apos;uniforme da parata. Respingono le donne danzanti sugli spalti e il casino viene organizzato da un tipo atletico in maglia bianca attillata e scarpe da ginnastica. Adesso si balla sugli spalti e il tipo, che sembra un coreografo rubato a Bollywood, comincia a suggerire le mossette al pubblico in delirio: su le mani, pugni chiusi, braccio sinistro verso il cielo. È un masala-Cecchetto in chiave patriottica: fantastico. Il gioca-jouer antipakistano va avanti ancora per un po, poi Cecchetto passa il microfono a un militare. Suonano le trombe, un soldato lancia un canto che si chiude in un barrito che dura svariati secondi: continua a tenere la nota in apnea, poi prima di svenire si cheta. Menomale. 
Non capisco cosa succede sul lato pakistano, vedo bandiere verdi, mezzelune, mi sembra una situazione meno casinista del mio lato. Adesso il silenzio scende sullo stadio. I militari scattano in una sorta di passo dell&apos;oca. Parallelamente la marcia si ripete sul lato dei pak, solo che qui le divise sono kaki e là nere. Ora i militari sembrano dei burattini, anzi, dei pinocchietti con le articolazioni legate con l&apos;elastico, come quelli con cui giocavo da piccolo. Le evoluzioni durano per un po&apos;, poi suona l&apos;ammaina-bandiera, un soldato indiano comincia a calare la bandiera indiana, mentre  l&apos;omologo pakistano depone la bandiera verde del Pakistan. Il tutto in totale simmetria, per evitare che uno dei due paesi prevalga sull&apos;altro. 

Ma diavolo, mi sono dimenticato della tedesca. Sta seduta, piegata in due, poverina. Le dico che lo spettacolo è nel suo epicentro, una bugia a fin di bene: in realtà siamo ai supplementari. Lei si alza, vede le due bandiere, si ripiega di colpo e si mette a vomitare. E proprio su una delle mie gambe. 
È il suo contributo alla cerimonia patriottica? Io le reggo la testa, i conati si esauriscono,  lei mi ripulisce le scarpe, le dico di lasciar perdere. Si vergogna così tanto che preferisce defilarsi, o forse sta troppo male. Quando alzo gli occhi, le bandiere sono già state ammainate, piegate e messe a nanna. I cancelli sono chiusi, i nemici non entreranno nel sacro suolo stanotte. La folla comincia a scendere dagli spalti. 

Me ne vado via anch&apos;io, mentre i  venditori di succhi di frutta e acqua minerale cominciano a scalpitare. Lungo la strada mi rendo conto che il confine è recintato da tre linee di filo spinato e che un cartello suggerisce di non toccare la rete, se non si vuole prendere una bella scossa. Pochi passi, e trovo un cartello bianco con una scritta ripetuta in diversi alfabeti indiani e in inglese: India, the Largest Democracy in the World, Welcomes You. Appoggiato al cartello di benvenuto della sedicente democrazia più grande al mondo, un tizio si mette a pisciare. Gran benvenuto. Un sovversivo? Un infiltrato pakistano? O semplicemente un patriota dalla vescica troppo debole? L&apos;odore del piscio si somma al lezzo degli acidi gastrici della tedesca vomitante. Forse una provocazione pacifista? Dietro lo spettacolo e la retorica, di carne e liquidi son fatti tutti gli umani, da questo come dall&apos;altro lato della frontiera. Insomma, sul sacro confine, rovesciansi gli stomaci e debordano le urine.
</text_more></entry>
<entry id='3477' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3477' author_id='4' authored_on='20100515034618' basename='le_ragazze_della_porta_accanto' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100515034618' modified_on='20100515034732' ping_count='0' status='2' title='Le ragazze della porta accanto' week_number='201019'><text>di &lt;b&gt;Danilo Arona&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;LaRagazzaDellaPortaAccanto.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/LaRagazzaDellaPortaAccanto.jpg&quot; width=&quot;130&quot; height=&quot;192&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;La sera successiva al giorno in cui aveva dipinto le persiane del suo nuovo appartamento della 52° Strada Est, Beth vide uccidere una donna in maniera lenta e orrenda, a coltellate, nel cortile del palazzo. Beth era una delle ventisei persone che assistettero a quella scena mostruosa e, come tutti gli altri, non fece nulla per impedire che accadesse.
Inizia così un racconto straordinario scritto da un autore quanto mai degno di riscoperta, Harlan Ellison. Titolo, &lt;i&gt;Il guaito dei cani battuti&lt;/i&gt;, cui penso di avere già accennato in passato durante le Cronache di Bassavilla. All&apos;apparenza, con un pugno d&apos;altri (da ricordare almeno &lt;i&gt;Croatoan&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;480 secondi&lt;/i&gt;), un testo ante litteram e profetico sulle contemporanee apocalissi metropolitane. In verità tutt&apos;altro. Perché, per quanto trasfigurato (di poco) in chiave fantastica, &lt;i&gt;Il guaito dei cani battuti&lt;/i&gt; è ancora oggi, a distanza di 35 anni, un allucinante spaccato di realtà, essendo dichiaratamente ispirato al turpe e rimosso omicidio di Kitty Genovese, avvenuto a New York in una notte di marzo del 1964.</text><text_more>Costei, non ancora trentenne, venne stuprata e uccisa in un&apos;allucinante sequenza a più assalti nei pressi della sua abitazione, nel quartiere di Kew Gardens, distretto del Queens. Si appurò che almeno una trentina di persone assistettero dall&apos;alto delle loro finestre all&apos;aggressione e all&apos;agonia della donna, ma nessuno si assunse l&apos;onere di una qualsiasi iniziativa. Come racconta Stephen King nella nota finale de &lt;i&gt;La ragazza della porta accanto&lt;/i&gt; di Jack Ketchum (Gargoyle Books, 2009), la ragazza venne accoltellata (e violentata mentre rendeva l&apos;anima a Dio) quindi lasciata lì ad agonizzare per alcune ore. Urlò ripetutamente per chiedere aiuto e un sacco di gente vide cosa stava succedendo, eppure nessuno alzò un dito per soccorrerla. Non chiamarono nemmeno la polizia.
Le scandalose circostanze di quest&apos;episodio furono riportate due settimane dopo in un articolo pubblicato sul New York Times dal giornalista investigativo Martin Gansberg e avviarono un filone socio-psicologico d&apos;indagine, più che mai d&apos;attualità, che fu battezzato  in diversi modi: &quot;effetto spettatore&quot; (&lt;i&gt;Bystander Effect&lt;/i&gt;), &quot;complesso del cattivo samaritano&quot; o &quot;sindrome Genovese&quot;. Primo soggetto di tale patologia collettiva: l&apos;indifferenza, come meccanismo di difesa individuale o di gruppo, che scatta quando si viene coinvolti in prima linea in accadimenti di grande violenza e di altrettanto coinvolgimento emotivo. Com&apos;è stato giustamente scritto da più parti, la storia di Kitty Genovese è divenuta una parabola puntuale dell&apos;insensibilità nei confronti degli altri (le vittime), dimostrata in quell&apos;occasione da alcune persone di New York, ma per estensione significativa applicabile all&apos;umanità tutta. Harlan Ellison che non se ne occupò solo nel racconto citato, ma pure nel libro &lt;i&gt;Harlan Ellison&apos;s Watching&lt;/i&gt;, affermò che un uomo alzò addirittura  il volume della radio in modo da non sentire le urla della Genovese e che i bravi cittadini coinvolti in quanto testimoni di un crimine dalla lunghissima durata (e quindi evitabile) erano ben più di ventisei.
Come riporta ancora King, il loro motto forse fu: Non ditelo a nessuno. Ignoranza di massa, incapacità ad assumersi responsabilità, vigliaccheria: dal caso Genovese nacquero indagini di psicologia sociale sull&apos;effetto &lt;i&gt;bystander&lt;/i&gt;. Gli studiosi sociali Bibb Latané e John Darley iniziarono una serie di ricerche sui motivi per cui spesso le persone non intervengono di fronte alle emergenze. I risultati  dei loro studi, pubblicati nel libro &lt;i&gt;The unresponsive bystander: Why doesn&apos;t he help?&lt;/i&gt;, hanno aperto numerosi interrogativi, giungendo a sconfortanti risultati sul piano pratico. Il più diffuso nasce per imitazione, ovvero non aiuto quella persona in difficoltà perché nessuna delle persone presenti lo fa. Il fenomeno si chiama ignoranza pluralistica. 
Le considerazioni che stiamo facendo scaturiscono, appunto, a ridosso di questo libro terribile di Jack Ketchum, anomala perla nera nel sempre più brillante catalogo Gargoyle. Un insostenibile e malato spaccato di provincia americana che ti costringe a guardare laddove ci si augura di non dovere mai posare gli occhi  e per questo aspetto si può quanto meno capire l&apos;effetto &lt;i&gt;bystander&lt;/i&gt;. Una quattordicenne viene segregata e orribilmente torturata sino alle più estreme conseguenze dalla più insospettabile e convenzionale famiglia americana: una madre e i suoi ragazzi. Poi il contagio della brutalità compartecipata si allarga: prima il figlio dodicenne dei vicini (che è l&apos;io narrante di nome David) e poi altri ragazzi ancora. Ognuno che arriva a metterci del suo nell&apos;escalation dell&apos;orrore. Per certi versi questo romanzo è assimilabile al film &lt;i&gt;Martyrs&lt;/i&gt; di Pascal Laugier, opera notevole che ti costringe ad assumerti la tua responsabilità di spettatore senza il filtro ipocrita del moralismo o del grottesco. Sei dentro, sei &lt;i&gt;bystander&lt;/i&gt; e compartecipe. Puoi rimandare al dopo-catarsi la necessaria scelta: da che parte stare? Lo puoi fare perché qui siamo dentro, comunque, all&apos;opera d&apos;arte. Ma non puoi avere dubbi su una possibile estraneità del tuo occhio.
La perla nera di Ketchum, che ogni fruitore adulto dell&apos;altrettanto horror adulto dovrebbe leggere per obbligo scolare, ci costringe  come spesso fanno gli autentici capolavori  a ragionare sulla realtà che ci circonda. E allora come non ravvisare sinistre analogie non con il più clamoroso dei casi (Elisa Claps, Potenza) per il quale le similitudini con Kitty Genovese e con la poverissima Meg del romanzo si sprecherebbero, ma con tante, tantissime, altre ragazze della porta accanto? 
Come ha immaginato Ketchum (che in realtà si chiama Dallas Mayr) per se stesso o come ha riportato Ellison, esistono comunità, paesi, gruppi sociali (condominali?) che sanno. Che sanno e che tacciono perché così fanno tutti. La dodicenne Ottavia De Luise, scomparsa da Montemurro nel 1975, torturata nell&apos;anima e nel corpo da più di un adulto. Cristina Golinucci scomparsa pure lei nei pressi di un luogo sacro nel 1992. Ma può divenire un elenco senza fine quello delle ragazze o ragazzine, nelle cui scomparse o morti sono implicate decine di persone che sanno e che tacciono: da Denise a Emanuela Orlandi, da Simonetta Cesaroni a certe intricatissime diramazioni del caso mostro di Firenze, c&apos;è un tristissimo imbarazzo della scelta.
Il caso Claps, suo malgrado emblematico dell&apos;effetto &lt;i&gt;bystander&lt;/i&gt;, sembra proiettarci quasi in un&apos;altra Italia e in un altro, antico, periodo storico. Un omicida che dovrebbe apparire ben identificabile, un corpo nascosto con l&apos;ausilio di più mani complici, una città in cui molti sanno la verità. Alla ragazza, fantasma suo malgrado in una chiesa infestata dai demoni, forse Harlan Ellison, in una dimensione parallela ma udibile da questa parte, potrebbe dedicare il seguente passaggio da &lt;i&gt;Il guaito dei cani battuti&lt;/i&gt;:

... La cosa si protrasse all&apos;infinito, così come si era protratta all&apos;infinito la morte di Leona Ciarelli. E Beth capì, grazie a quella coscienza comune che univa i sopravvissuti a ogni costo, che se coloro che avevano assistito alla morte di Leona non avevano mosso un dito, non era stato perché li aveva paralizzati il terrore, o perché non volevano essere coinvolti, o perché erano assuefatti alla morte da anni di massacri televisivi. Quelle persone erano i fedeli presenti a una messa nera inscenata perché così voleva la città, inscenata non una, ma mille volte al giorno in quel manicomio di acciaio e di pietra.

Quando l&apos;arte illumina il reale...

(Leona Ciarelli è nome fittizio della vittima alludente a Kitty Genovese.)

</text_more></entry>
<entry id='3478' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3478' author_id='4' authored_on='20100516035046' basename='una_storia_che_andrebbe_raccontata_in_eterno' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100516035046' modified_on='20100516035151' ping_count='0' status='2' title='Una storia che andrebbe raccontata in eterno' week_number='201020'><text>di &lt;b&gt;Fabio Deotto&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;LeonardoTorriciniSoldatiniSS.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/LeonardoTorriciniSoldatiniSS.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;154&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Cè una storia che meriterebbe di essere raccontata in eterno. Una storia che ora riposa sotto un memoriale in un cortile dalle parti di via Baracca, ad Arcore. È la storia di un gruppo di ragazzi poco più che maggiorenni che ha lottato contro una dittatura e un esercito invasore, alcuni sacrificando una vita appena fiorita, altri riportando ferite che non si sarebbero mai più rimarginate. Dove ora invecchia una scatola di cemento a quattro piani, sessantanni fa si allungava un campo di aviazione, presidiato da soldati tedeschi al soldo del nazismo, li chiamavano SS. Una sera di fine dicembre, 24 ragazzi dei comuni del vimercatese hanno imbracciato mitra scadenti per liberare le loro città da un nemico verso cui il resto dello stato Italiano non aveva il coraggio di puntare il dito.</text><text_more>E la storia di una notte di battaglia, di un popolo libero contro una dittatura che consumava le sue ultime feroci cartucce. Erano ragazzi come me, spesso più giovani, alcuni sono morti e hanno dato il nome alle strade delle nostre città, altri sono sopravvissuti fino a oggi, e portano con sé una storia che non dovremmo mai stancarci di raccontare.

Si parla spesso di memoria, in questi tempi, della necessità ogni ora più attuale di non lasciar spegnere il ricordo della Resistenza, di impedire che quanto è successo torni ancora. Perché per far sì che tante vite non siano andate perse invano è necessario passarci il testimone di generazione in generazione, impresa sempre più difficile, anche per colpa di chi è rimasto in disparte ad attendere loblio per cambiar di vestito.

Cè un tentativo in atto, un tentativo subdolo, a volte sfacciato, spesso politico, di riscrivere una Storia nuova sulle pagine sbiadite di quella autentica, di sostituire insomma il sangue con linchiostro. Ed è proprio per questo che sono le nuove generazioni le prime a dover stringere i denti e respingere questi attacchi. Se sapranno arginare oggi la tendenza revisionista renderanno più semplice il compito a chi verrà dopo di loro. Ora, a più di sessantanni dalla fucilazione di Farinacci sul selciato del municipio di Vimercate, per la prima volta mi trovo ad affrontare il pericolo di un cedimento della memoria alle spinte revisioniste. E senza la vostra memoria, senza il reiteramento del ricordo di tutti, una barriera che fino a oggi è stata intoccabile andrà sgretolandosi come terra al vento.

Negli ultimi anni ci sono stati parecchi dibattiti attorno ai libri scritti da Gianpaolo Pansa. Ora, questo non è il momento né il luogo per discutere del contenuto di questi scritti. Ma voglio lo stesso fare un piccola considerazione su questa faccenda, perché rientra esattamente nel discorso che stiamo facendo oggi.

Pansa, antifascista, ha intitolato il suo libro più famoso &lt;i&gt;Il Sangue dei Vinti&lt;/i&gt;. Titolo che si riferisce alluccisione di gerarchi fascisti da parte di partigiani anche dopo che la guerra era finita.

Vinti. Parla di Vinti. Come in una qualsiasi guerra, come se si trattasse di Romani contro Cartaginesi, i Romani conquistano Cartagine e ci entrano da vincitori, gli altri abbassano la testa sconfitti, vinti. Poi penso all&apos;Italia, al Fascismo, alla Repubblica Sociale di Salò, all&apos;invasione Nazista, all&apos;esercito Partigiano di Liberazione. Ed ecco che la parola sfodera i suoi artigli, nel giro di poche lettere i fascisti sono passati da dittatori a Vinti, da squadristi a vittime, da sovrani a invasi. E&apos; un meccanismo perverso, silenzioso, che scavalca l&apos;attenzione più in fretta della memoria storica, ti salta al collo e chiede pietà. I Vinti suscitano tenerezza, compassione, i Vinti non possono confondersi con gli oppressori, non possiamo permetterlo. In italia c&apos;è stata una dittatura, una DITTATURA, ragazzi, con tanto di assassinii, soppressione della libertà di stampa e leggi razziste. Parliamo di regime allora, di errori storici, di vergogna. Chiamateli disgraziati, se proprio volete. Ma mai, né oggi né in futuro, non vi azzardate a chiamarli Vinti.

Da anni mi interrogo sul significato della memoria storica e sulla soluzione da adottare per renderla eterna. E allora mi tornano alla mente i poemi epici, e prima ancora gli aedi, i cantori professionisti dellepoca greca, che impegnavano la propria vita a farsi messaggio e messaggeri della Storia, senza poter usufruire di un testo scritto, ma affidandosi completamente alla propria memoria. Penso al loro rendere favola la tragedia, a rendere immortale la morte di migliaia e migliaia di esseri umani. Il loro era un compito difficile, che veniva rispettato e riconosciuto da tutta la cittadinanza. Laedo era intoccabile, poichè portatore di Verità.

Oggi Verità è una parola abusata, sfruttata come arma e come spauracchio, mitragliata come sprone e dispensata in dosi massicce come sedativo. E lepoca della svalutazione delle parole, realtà intangibili, astratte come libertà e democrazia sono state svuotate del loro significato, rese pericolose. E il momento di nuovi aedi, di scrittori, cantautori che si affianchino a storici e giornalisti nel primo vero sforzo per rabboccare il calice vuoto della verità storica. LItalia è un paese ricco di storia ma povero di memoria, ha bisogno di costante ripasso, di gente che racconti. E allora ascoltiamo, noi che abbiamo il prezioso privilegio di prestare orecchio a chi questa storia lha scritta con i denti e con le lacrime. Ascoltiamo e prepariamoci a raccontare, a diventare ognuno di noi aedo della nostra storia. 
Consci del fatto che questa volta non si tratta di narrare le gesta di un popolo guerriero, ma del guizzo vitale di ragazzi partigiani che hanno saputo liberare una terra e dare un significato concreto alla parola Libertà.


</text_more></entry>
<entry id='3481' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3481' author_id='19' authored_on='20100517020531' basename='il_partito_stranamore' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100517020531' modified_on='20130320180608' ping_count='0' status='2' title='Il Partito Stranamore' week_number='201020'><text>di &lt;b&gt;Alessandra Daniele&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Bum.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Bum.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;159&quot; border=&quot;0&quot;hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;L&apos;apparenza inganna? Non sempre. Guardate Alfano. Brunetta. La Russa. Calderoli.
Oggi inoltre potrete riconoscere a prima vista i fans di Lost: sono dello stesso umore dei tifosi romanisti. 
Anche George Bush jr. figlio di George Bush sr. si riconosceva a prima vista: il Trota americano. Obama invece, sembrava un po&apos; più intelligente. Eppure, prima che il metodo del &lt;i&gt;Siringone&lt;/i&gt; funzionasse (sul pozzo petrolifero, non su di lui) pare che stesse considerando la possibilità di tappare la perdita di petrolio nell&apos;oceano con &lt;i&gt;una bomba atomica&lt;/i&gt;.
Dev&apos;essere anche lui un fan di Lost.
Alla Protezione Civile italiana però la Bomba è subito sembrata un&apos;ottima idea per risolvere alcuni fra i problemi del nostro paese. Vediamo l&apos;elenco compilato per il ministero:

</text><text_more>&lt;b&gt;Le macerie dell&apos;Aquila&lt;/b&gt;

Liquefatte, o spazzate via dall&apos;onda d&apos;urto, insieme a tutto ciò che resta di una città ormai obsoleta. Il cratere radioattivo rimanente potrebbe diventare il primo sito designato per la costruzione delle nuove centrali nucleari italiane. Tanto, sarebbe già radioattivo. Per ottimizzare i risultati, si consiglia di effettuare il lancio durante una manifestazione di terremotati, possibilmente alla quale sia stata invitata a partecipare anche Sabina Guzzanti, il tutto ripreso dalla troupe al completo di Annozero, compresi Santoro, Travaglio, e Vauro.

&lt;b&gt;La spazzatura a Palermo&lt;/b&gt;

Vaporizzata meglio di quanto qualsiasi inceneritore potrebbe fare, e più o meno con gli stessi rischi per la salute dei cittadini. Un&apos;esplosione atomica otterrebbe inoltre il risultato di rimediare definitivamente alla spaccatura del PDL siciliano, evitando che si propaghi ulteriormente a quello nazionale. La distruzione totale di Palermo potrebbe infine essere presentata come un importante passo avanti nella lotta alla Mafia che, grazie alle fiction Mediaset, i cittadini italiani ormai considerano limitata a quell&apos;area. Lo sgancio della bomba andrebbe celebrato da un&apos;altra fiction apposita, con Raul Bova nella parte del pilota, e Manuela Arcuri in quella della bomba. 

&lt;b&gt;I cassintegrati dell&apos;Asinara&lt;/b&gt;

La loro protesta ha raggiunto un grado di visibilità eccessivo, danneggia l&apos;economia percepita, e sottrae spazio sui media a notizie ben più importanti come l&apos;invenzione del mascara per cani, o dell&apos;abito da sposa in carta assorbente. Oltre a eliminare il problema dei cassintegrati alla radice, e servire da monito agli altri numerosi lavoratori in lotta, l&apos;atomica avrebbe il pregio di liberare l&apos;Asinara dal dequalificante ex-carcere, e renderla disponibile come terzo sito per la costruzione delle nuove centrali nucleari. Purtroppo però l&apos;effetto delle radiazioni sulle telecomunicazioni impedirebbe la trasmissione di un nuovo reality dal titolo &apos;&apos;L&apos;isola dei Disintegrati&apos;&apos;

L&apos;elenco della Protezione Civile prosegue poi con una lunga lista di persone da trasferire sui tre luoghi designati prima dello sgancio delle bombe.</text_more></entry>
<entry id='3482' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3482' author_id='4' authored_on='20100519072000' basename='divine_divane_visioni_best_of_0001_2' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100519072000' modified_on='20110324024706' ping_count='0' status='2' title='Divine Divane Visioni (Best of 00/01)  2' week_number='201020'><text>di &lt;b&gt;Dziga Cacace &lt;/b&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&lt;i&gt;Suonohooo per teeeheee, che non mi vuoi capiree-oooh!&lt;/i&gt;
Gioia e rivoluzione, &lt;i&gt;Area&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;

&lt;img alt=&quot;DDV0201.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/DDV0201.jpg&quot; width=&quot;126&quot; height=&quot;180&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;&lt;b&gt;13 - &lt;i&gt;Air Bag &lt;/i&gt;di Un Cazzone, Spagna/Portogallo/Germania 1998&lt;/b&gt;

Promesso sposo a tre giorni dal matrimonio, Juantxo, durante un addio al celibato &lt;i&gt;decisamente &lt;/i&gt;spinto, lascia lanello matrimoniale nello sfintere di una bella mulatta. E da lì il prezioso passa al dito medio di un boss malavitoso (inutile spiegarvi nel dettaglio come avvenga il passaggio). Nel tentativo di recuperare lanello, Juantxo e compari rimangono invischiati nella rivalità tra due gang mafiose, una portoghese, laltra spagnola. Tra sparatorie, &lt;i&gt;air bag &lt;/i&gt;pieni di cocaina, peti dirompenti, esplosioni e penetrazioni posteriori inaspettatamente gradite, ecco un film orrendo, confusionario e molto stupido, in cui è lo spettatore a prendersela - senza gradimento alcuno - in quel posto. 
</text><text_more>La narrazione è caotica, la miriade di attori (tra cui la Medeiros con una faccia come un melone) è gestita alla carlona e pure la musica va e viene, con arie classiche e rock che si sovrappongono o si sostituiscono senza senso alcuno. Visto per curiosità perché qualche disgraziato me ne aveva detto in maniera non indecente, &lt;i&gt;Air Bag &lt;/i&gt;è una violenta cazzata iberica che mi procura 2 giorni di sguardo in cagnesco di Barbara. In Spagna è stato il più grande incasso di tutti i tempi (85 miliardi di lire) e il regista Juanma Bajo Ulloa continuerà a ritenersi imparentato con Almodovar e Tarantino. (Vhs da Tele+; 8/10/00)

&lt;b&gt;16 - &lt;i&gt;M.A.S.H.&lt;/i&gt; del miglior Robert Altman, USA 1970 (e una brutta festa)&lt;/b&gt; 

Questo non lo rivedevo da secoli. E temevo perché ricordavo un clima di amabile svacco narrativo, una trama lasca e indolente, quasi una serie di strip comiche. Ma ero giovane, allora, e capivo meno di adesso. &lt;i&gt;M.A.S.H&lt;/i&gt;. parte allinsegna di una comicità quasi &lt;i&gt;slapstick&lt;/i&gt;, poi, pian piano, Altman ingrana le marce, con calma ma inesorabilmente, e il film cresce. Come non affezionarsi a Occhio di falco (Sutherland), a Razzo (Gould), a Bollore, a Cassiodoro, a Radar e a tutta la strampalata compagnia dellospedale da campo a tre miglia dalle linee nemiche? Siamo in Corea, ma è un modo per dire che siamo chiaramente in Vietnam e per irridere quellAmerica pomposa che crede in una guerra assurda. Altman costruisce un film di guerra dove tutto è antiretorico e se cè eroismo è solo nel portare conforto ai feriti. Quale patria, quale onore, quale orgoglio quando cè da ricucire il ventre di un soldato? Sono solo questi i pochi, brevi momenti in cui non si ride e ci si ferma un attimo. Poi si riparte, tutti a bere un Martini, ché tanto Gould sè portato le olive dallAmerica. Film a tratti esilarante, costruito con mano sicura nel rischio di unanarchia narrativa che mai si verifica, &lt;i&gt;M.A.S.H&lt;/i&gt;. mi pare il film più bello di Altman, quello più libero, più spontaneo. E poi ho sempre adorato il duo Gould/Sutherland da quando, verso i dieci anni, vidi il probabilmente orrendo &lt;i&gt;S.P.Y.S&lt;/i&gt;. al parrocchiale di Champoluc. E li ho amati molto anche in &lt;i&gt;Piccoli omicidi&lt;/i&gt;, un capolavoro assoluto scritto da Feiffer, anche se lì Sutherland aveva solo una particina. Il film forse mè piaciuto così tanto perché la sera prima sono andato a una festa che mi ha messo di cattivo umore. Pessimo. Barbara, a essere sinceri, non mi voleva perché sa che ho soglie di tolleranza molto basse. Però me lha detto come se invece le facesse piacere. Insomma non ci siamo capiti e mi son trovato in un locale ex dopolavoro oggi molto fighetto: convenuti di ambiente avvocatizio alto borghese che non facevano altro che parlare di rogatorie, sentenze, concorsi, dottorati e novazioni, tra fumo, frastuono e focacce pallido ricordo di quella genovese. Alla consolle un cialtrone che proponeva le più bieche hit internazionali. Avevo voglia di andare a far polemica, ma giocando fuori casa e sordo come sono, in caso di discussione sarei stato perdente a priori. Le ragazze si chiamavano Gaia, Lucrezia, Sveva, Maria Vittoria e altri nomi così. Era letteralmente pieno di fighe di plastica, tutte con i classici difetti dovuti allincrocio continuo tra rampolli delle stesse famiglie: strabismo di Venere, gambe un po storte, spalle da pollo, braccine magre magre. E poi cerano le bruttone ricche, vestite da strafiche e patetiche, tanto da non alimentare neanche fantasie di violenza rivendicativa politico-sessuale. Che poi, tutti sti qui, presi uno per uno, son sicuro che risulterebbero persone adorabili, simpatiche e interessanti. Ma è la massa che vota, cazzo. I ragazzi avevano quasi tutti la camicia nei calzoni e almeno la metà presentava lincredibile abbinamento ottocentesco di camicia e pullover. I &lt;i&gt;bohèmienne &lt;/i&gt;sfoderavano la Lacoste, per intenderci. Molti erano abbronzati, ma mica con le lampade che è cosa da coatti. Questi avevano preso il sole vero, a Courmayeur o a Cervinia. Io ero lunico vero straccione, con la classica camicia di flanella a quadri, &lt;i&gt;grunge &lt;/i&gt;fuori tempo massimo, orgoglioso di lavorare per un pubblico ignorante che crede nella Barale. A un certo punto ho pensato di infilarmi in qualche discussione, alla cazzo, magari mettendomi a parlare di libri per creare un po di scalpore, ma poi ho pensato che questi ne leggono uno allanno perché non ho tempo e comunque Montanelli scrive bene. E invece scrive come un piede, ma tantè, come fai a spiegarlo a chi non ha termini di paragone? Mentre facevo queste belle pensate da mentecatto il DJ ha avuto una svolta creativa e ha cominciato a sparare robaccia sintetica, senza chitarra, argh. E ovviamente gli invitati ballavano, trascinandosi entusiasti in mezzo alla sala: erano gli stessi che odiavo 15 anni prima, &lt;i&gt;esattamente &lt;/i&gt;gli stessi, quelli col passato paninaro e un monclair nascosto nellarmadio. A mezzanotte llimbecille ha deciso di mettere &lt;i&gt;Walk Like an Egyptian&lt;/i&gt;: non ho fatto in tempo a pensare che in un mondo ideale quello sarebbe stato il pezzo con cui &lt;u&gt;iniziare &lt;/u&gt;la festa che questo &lt;i&gt;minus habens &lt;/i&gt;ha sfumato sullassolo. Finalmente alluna ce ne siamo andati. In silenzio. (Vhs da Tele+; 15/10/00)

&lt;img alt=&quot;ddv0202.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/ddv0202.jpg&quot; width=&quot;170&quot; height=&quot;136&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;&lt;b&gt;17 - &lt;i&gt;Patton, generale dacciaio &lt;/i&gt;di Franklin J. Schaffner, USA 1970&lt;/b&gt;

Come lo racconti uno come Patton? Era il generale a capo della III Armata durante la Seconda Guerra mondiale, un invasato che si credeva erede di una tradizione militare millenaria. Un isterico che doveva precedere, non importa come, Montgomery nellavanzata in Europa e che dopo Berlino voleva immediatamente puntare su Mosca per risolvere subito la faccenda e non parlarne più. Schaffner, grazie anche alla scrittura di Francis Ford Coppola e di Edmund H. North, non ci nasconde nulla: Patton è un megalomane, unevidente testa di cazzo, uno scriteriato che sa solo menar le mani e non vuole arretrare mai né conosce riflessione: andare avanti, sempre, a qualunque costo. Ci viene presentato così, rischiando grosso perché la caricatura è dietro langolo, ma è la considerazione riservatagli da chi gli sta intorno che meglio ne definisce limiti e, perché ci sono stati, meriti, ovviamente bellici: forse la guerra sarebbe durata qualche mese o anno in più se Patton, incurante di ciò che il buon senso dettava, non avesse spinto la sua III Armata sempre più velocemente di quanto fosse lecito supporre. Lo stesso Patton è consapevole (e compiaciuto) di chiedere tantissimo ai suoi soldati e non si preoccupa di apparire ridicolo facendo analisi strategiche basate sulle mosse di Alcibiade o Federico II, come i bambini. Ma nei suoi confronti cè anche il rispetto del pacioso generale Bradley o la stima dei nazisti  wow  che ne seguono i movimenti, al punto che Hitler cadrà nel tranello dello sbarco in Normandia proprio per timore del generale mattocchio. Filmone di quelli che si facevano una volta, con dispendio di mezzi, scene grandiose e attori super, &lt;i&gt;Patton &lt;/i&gt;vinse una marea di premi Oscar (7) e piacque al pubblico. A me? Abbastanza: due ore e quaranta che vanno via veloci. Che Patton fosse un po coglione è un altro problema, ma daltra parte se non sono costretto a scrivere queste righe in tedesco è anche grazie a lui. (Vhs da Tele+; 20/10/00)

&lt;b&gt;21 - &lt;i&gt;Il corpo dellanima &lt;/i&gt;di Salvatore Piscicelli, Italia 1999&lt;/b&gt;

Lanno scorso questo film ha avuto una certa attenzione critica ma il pubblico non se lo è filato per niente. Abbiamo un regista autore per una trama che, nelle sue linee essenziali, può far presagire il peggio: un anziano che riscopre lamore grazie alla giovane domestica. Ahia. E invece &lt;i&gt;Il corpo dellanima &lt;/i&gt;è un film ottimo, veramente. Mettendo da parte la bravura degli attori, è la scrittura a reggere perfettamente. Ernesto (Roberto Herlitzka, da applausi) è un misantropo scrittore sessantenne. Vive in una villetta a Roma, lavora a una sceneggiatura su santa Teresa dAvila e mal sopporta linvadenza di una nipote curiosa. Finché un giorno la sua domestica filippina dà le dimissioni ed Ernesto affida la mansione a Luana, una donna delle pulizie che lavora in un condominio vicino. E la burinissima ragazza sconvolge la vita dello scrittore. Intuisce il suo desiderio e lo asseconda, ma conducendo lei il gioco. Luana, così volgare, così infantile, così sensuale nel suo approccio ferino, nella sua libertà di rapporti (ha più partner, tra cui anche unamica), irretisce Ernesto che dallappagamento sessuale passa a un coinvolgimento affettivo sempre più pressante. E alla fine Luana scappa. Si incontreranno due anni dopo. Ernesto con due infarti alle spalle e una fine sempre più prossima, Luana con una famiglia e un figlio. Ernesto si sdebiterà per quella improvvisa stagione di affetto regalandole la sua dimora. Raccontato così potrebbe sembrare una violenta cazzata, un &lt;i&gt;soft &lt;/i&gt;anni Settanta, una maliziata poco dignitosa. E invece la costruzione del rapporto tra i protagonisti è perfetto così come il ritratto dei due, tanto che una storia abbastanza inverosimile assume una credibilità rara nel cinema italiano. Si aggiungano una cinepresa mobile ma misurata, una fotografia pulita e un ritmo senza pause. Piscicelli ha fatto un gran film, peccato che se ne siano accorti in pochi. (Vhs da Tele+; 26/10/00)

&lt;img alt=&quot;ddv0203.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/ddv0203.jpg&quot; width=&quot;190&quot; height=&quot;114&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;&lt;b&gt;22 - &lt;i&gt;Chi lavora è perduto &lt;/i&gt;del miglior Tinto Brass, Italia/Francia 1963&lt;/b&gt;

Giornata produttiva: &lt;i&gt;double feature &lt;/i&gt;in vhs, che si vuol di più dalla vita? E così, a 37 anni dalla sua realizzazione, mi vedo lesordio di Tinto Brass che conosce finalmente la prima visione televisiva. Ne approfitto, anche perché, oltre alla naturale curiosità per il Brass pre-&lt;i&gt;Chiave&lt;/i&gt; (e soprattutto pre-chiaviche), qui cè anche il grande Franco Kim Arcalli in veste di attore e collaboratore alla regia e alla sceneggiatura. E, alla luce di ciò che farà con il Maestro Bertolucci, la sua presenza si sente. Innanzi tutto &lt;i&gt;Chi lavora è perduto &lt;/i&gt;potrebbe essere un cugino veneto, anarchico e pigro, di &lt;i&gt;Prima della rivoluzione&lt;/i&gt;. Il paragone è azzardato, ma anche qui abbiamo un giovane alle prese con una crisi. Per Bertolucci era sentimentale e politica, per Brass la crisi è esistenziale, imposta al povero Bonifacio dalla società: lui tanti problemi non se li farebbe se non fosse continuamente rimproverato da tutti per la sua pacifica abulia. Il nostro eroe (Sady Rebbot) gira per Venezia in unassolata giornata estiva (una Venezia bella: minore, poco fotogenica, più vera) e ripensa alla sua vita. Non vuole lavoro, non vuole domande, vuole essere libero e ricorda. Quasi tutto il film è commentato dalla voce &lt;i&gt;off &lt;/i&gt;del protagonista (spesso in dialetto): ricorda il fascismo orrendo, la scuola coercitiva, lamore finito con Gabriella, la chiesa sempre presente, gli amici. Tra questi Buazzelli e soprattutto Arcalli, lex partigiano finito in manicomio. Il film ebbe problemi con la censura e se certe asserzioni di Bonifacio oggi ci sembrano normali e quasi implicite, allora erano coraggiose: tutti i poteri sono attaccati con sarcasmo e si parla esplicitamente di un argomento tabù come laborto. E non mancano qualche parolaccia (allepoca dirompente) e una finale dispensa divina dal lavoro al protagonista. Lironia non è sferzante: a Bonifacio (e a Brass) non importa urlare, gli va solo di essere lasciato in pace. Narrazione indolente, struttura di racconto molto libera e ricca di &lt;i&gt;flashback&lt;/i&gt;, montaggio spigliato e coraggioso con omaggi diretti a Melville (&lt;i&gt;Lo spione&lt;/i&gt;, direi), a Rossellini (&lt;i&gt;Paisà&lt;/i&gt;) e a Godard (&lt;i&gt;Questa è la mia vita&lt;/i&gt;, di cui Rebbot era protagonista). Una &lt;i&gt;nouvelle vague &lt;/i&gt;digerita tra le calli, insomma, ma intrigante. E poi cè Pascale Audret, attrice mai più vista, qui semplicemente splendida. Sono già un po innamorato. (Vhs da Retequattro; 26/10/00)

&lt;img alt=&quot;ddv0204.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/ddv0204.jpg&quot; width=&quot;180&quot; height=&quot;120&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;&lt;b&gt;24 - &lt;i&gt;I fiumi di porpora &lt;/i&gt;di Uno Che Delude Ancora, Francia 2000&lt;/b&gt;

Torno al cinema dopo quasi due mesi, allettato dal nuovo film di Mathieu Kassovitz, &lt;i&gt;enfant prodige &lt;/i&gt;del cinema francese con &lt;i&gt;Lodio&lt;/i&gt; e subito ridimensionato col disastroso &lt;i&gt;Assassin(s)&lt;/i&gt; (che non ho visto e mai vedrò, ma ho le mie fonti attendibili). Il &lt;i&gt;trailer &lt;/i&gt;promette molto: un film di genere per un regista giovane con una sensibilità autoriale superiore alla norma: proviamo. Andiamo al cinema San Carlo con Alessandra e suo fratello Stefano. Ricordavo una proiezione trapezoidale e non vengo smentito, purtroppo. Ma come si fa? Io &lt;i&gt;devo &lt;/i&gt;comprarmi il Dvd perché a farmi pigliare per il culo da un proiezionista pigro non ci sto più. Vabbeh, allora (e occhio che dico tutto): in una facoltà di medicina incastrata tra i monti del Delfinato sè appena verificato un elaborato assassinio, cui ne seguiranno altri ugualmente raccapriccianti. Investiga sulla cosa Jean Reno che, poco a poco, scopre sotto la rispettabilità accademica, un mondo di soprusi e poteri occulti. Parallelamente si svolge anche linchiesta di un giovane e irruente tenente di polizia, Vincent Kassel, finito tra quelle valli probabilmente per punizione. Le due inchieste andranno a confluire, con esiti imprevedibili. E non dico a caso. Il film cresce discretamente e ha un primo tempo visivamente eccezionale, a partire dalliniziale piano sequenza aereo che ci porta sul luogo del primo delitto. Ma funzionano anche il ritmo, la caratterizzazione spiccia dei personaggi, linterpretazione degli attori, sinché, con qualche segnale di cedimento, non si arriva al finale che, sim sala bim!, mette in gioco un nuovo personaggio: la gemella della principale indiziata, alé!, responsabile indiretta di tante efferatezze. La gemella, no, dài. Ma per piacere! Ora, non so di chi sia la colpa, ma come cacchio si fa a costruire un film che manca assolutamente del finale e che, per risolverlo, ricorre a un trucchetto da cinema di serie Z? &lt;i&gt;I fiumi di porpora&lt;/i&gt; diventa un rigagnolo di piscio e lo spettatore incazzato e attonito si chiede: quanto costerà un film così? Ma porco Giuda: date qualche soldo in più agli sceneggiatori e fategli trovare un finale decente, a costo di trasgredire un romanzo che, anche se ha venduto un milione di copie in Europa, deve essere una bufala se viene risolto come questo film. Oltre a tutto, qui, sei costretto a ricostruirti (inventarti) tutto da solo perché non cè una traccia dindizio prima né di spiegazione dopo. Praticamente hanno evitato di raccontarci mezzora di film: a far tornare le cose dobbiamo pensarci noi, capito? Un po comodo, dài. Male, Kassovitz. (Sala; 29/10/00)

&lt;b&gt;26 - &lt;i&gt;La ragazza della porta accanto &lt;/i&gt;di Una Incapace, USA 1999&lt;/b&gt;

Avendo riservato la sua programmazione &lt;i&gt;hard &lt;/i&gt;ai canali digitali, Tele+ concede agli abbonati di serie B solo dei casti documentari, come per provocare. E non ci riesce per nulla. &lt;i&gt;La ragazza della porta accanto &lt;/i&gt;soffre di due grossi problemi. Innanzi tutto, loggetto del documentario non è per nulla interessante: Stacy Valentine, da casalinga a bambolona porno star in meno di due anni, è una ragazza di una semplicità intellettuale sconcertante, incapace di riflettere in maniera coerente sulla sua carriera e sulle scelte che lhanno determinata. Alternativamente si vanta del suo mestiere e prova a convincerci della sua sincerità, poi accusa altri (per primo il marito) di averle fatto prendere questa strada. Non riesce a razionalizzare minimamente, interessata unicamente a raggranellare qualche soldo (e cè pure una prestazione mercenaria, denunciata chissà quanto a uso della telecamera), salvo poi mettere in guardia chi volesse fare il suo mestiere per soldi. Ora, questa schizofrenia potrebbe anche essere interessante se solo la regia - e qui siamo al secondo problema - sapesse fare una scelta e mostrasse un minimo di partecipazione alle vicende della protagonista, al posto di documentare in maniera piatta e falsamente affettuosa. &lt;i&gt;Exhibition&lt;/i&gt;, il film godardiano su Claudine Beccarie giocava molto sullambiguità della protagonista e sapeva imbastire un valido discorso metacinematografico; qui ci si impantana sulle questioni di cuore della Valentine e si perde di vista lunica cosa che avrebbe potuto interessarci, appunto lambiguità, il mentire con se stessi, lammissione straziante della propria incapacità a fare altro che sesso a pagamento, dato un retroterra culturale devastante e non una particolare necessità economica. Oltre a tutto, avendo sempre le telecamere a riprendere ogni cosa (per due anni di lavoro), non si crede neanche per un attimo che le dichiarazioni di chicchessia siano spontanee. Ci sarà qualcosa dinteressante? Beh, il calvario chirurgico cui si sottopone la protagonista potrebbe esserlo, ma nella povertà narrativa risulta lennesima occasione sprecata e per lo più giocata su scene raccapriccianti (avete mai visto una liposuzione o linserimento di una protesi in un seno? Fanno venire il membro interno, giuro). Per fortuna non cè laggravante del consueto moralismo, ma questo documentario non vale niente. E la Valentine non posso più vederla neanche col cappotto. (Vhs da Tele+; 31/10/00)

&lt;b&gt;(Continua  2)&lt;/b&gt;</text_more></entry>
<entry id='3483' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3483' author_id='4' authored_on='20100517215544' basename='litaliano_in_carcere_a_citt_del_messico' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100517215544' modified_on='20100518054658' ping_count='0' status='2' title='L&apos;italiano in carcere a Città del Messico' week_number='201020'><text>di &lt;a href=&quot;http://lamericalatina.net&quot;&gt;Fabrizio Lorusso&lt;/a&gt;

&lt;img alt=&quot;santamartha.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/santamartha.jpg&quot; width=&quot;192&quot; height=&quot;144&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Al cosiddetto centro di reinserimento sociale (&lt;i&gt;centro de readaptaciòn social&lt;/i&gt;, in spagnolo) di Santa Martha Acatitla mandano le donne, ce ne sono alcune migliaia ormai. Una buona parte di loro ci devono restare per molti anni, sentenziate, definitivamente vestite di blu e rassegnate. Altre invece si mettono le magliette, i pantaloni e i cardigan beige il che vuol dire che restano in attesa, sadattano, vivono nel limbo della legge teoricamente uguale per tutti anche se qui nellAmerica triste e latina lo è solo sulla carta, quella del codice penale, del civile o della tanto celebrata Costituzione del 1917. Un paese come il Messico che ha un tasso dimpunità dei delitti del 97% e un livello di corruzione giudiziaria e politica internazionalmente riconosciuto non può certo vantare un sistema equo ed efficace di sicurezza e giustizia. 
Da circa un anno il collettivo AlterIta di Città del Messico, composto da sei insegnanti italiani militanti senza patria fissa, cui saggiunge Corina Giacomello, amica insostituibile dei sei professori e massima esperta del sistema penitenziario messicano e di questioni di genere, cerca di usare la &lt;i&gt;linguacultura&lt;/i&gt; italiana dentro le pareti del reclusorio femminile, la prigione, come un cavallo di troia per diffondere il germe delleducazione alla pace: le lingue straniere servono a vestirci di novità e di vita, aiutano a dipingere lo spirito coi colori dellalterità per affrontare e apprendere il nostro mondo di dentro e quello di fuori. </text><text_more>Come disse un poeta apolide sono dei travestimenti per lanima globalizzata o semplicemente strumenti per uscire un po da sé e guadarsi allo specchio. Così questi spazi fisici e mentali diventano uno solo, si fanno universo, sempre più grandi e aperti alla scoperta della diversità e della comunicazione accese dal gioco dellinsegnante che impara e dello studente che insegna. La mente del progetto lezioni ditaliano in carcere, Corina, è una che la prigione non la studia solo sui libri ma che la vive, la piange, la rimpiange, ne scappa via, ci ritorna e poi la descrive dallinterno e dallesterno con le sue parole ma anche attraverso gli occhi delle ragazze nei suoi due libri pubblicati in Messico (&lt;i&gt;Rompiendo la zona del silencio&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;Los secretos de Almoloya&lt;/i&gt;), testimonianze mosse dalla voglia di verità e catarsi. 
E stata quindi la persona perfetta per introdurci in questa microsocietà fatta di donne guardie e di recluse, di adolescenti, madri, figlie, amanti, mogli, sorelle, lavoratrici che per un motivo o per laltro sono finite in prigione per qualche mese o per mezza vita, magari in attesa di giudizio oppure senza più speranze di rivedere il mondo esterno.   
Come accennavo pocanzi lo stato di diritto che tanto serve alla costruzione delle moderne società democratiche, al funzionamento dello Stato, quello grande che dicono si scriva con la maiuscola, e alla convivenza civile non trova in Messico una realizzazione minimamente accettabile. Basti pensare che noi stranieri motorizzati, perduti nella gran urbe azteca insieme agli altri 25 milioni di autoctoni che la popolano, dobbiamo premunirci di qualche biglietto di taglio intermedio, diciamo da 50, 100 o 200 pesos (circa 3, 7 e 14 euro), sempre pronto e disponibile in una tasca segreta della giacca per rispondere adeguatamente alle sollecitazioni di qualche poliziotto in cerca di arrotondamenti per il suo magro salario o di pezzi di ricambio per la sua vettura di servizio deturpata. 
&lt;img alt=&quot;Imagen056.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Imagen056.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;150&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Infatti la polizia di transito, come si chiama qui, deve provvedere alle proprie spese per la macchina e con frequenza usa il codice della strada in suo favore contando anche sul fatto che quasi nessun automobilista è perfettamente in regola con la documentazione e le infrazioni che si commettono sono moltissime a causa dellindisciplina ma anche per alcune condizioni oggettive della strada e della segnalazione che ti conducono in errore o propiziano sviste programmate, uninsostenibile leggerezza nel rispetto delle regole. Quindi la mazzetta (detta &lt;i&gt;mordida&lt;/i&gt;), la stupida complicità tra il poliziotto corrotto e il cittadino concusso portano a una normalizzazione di un comportamento incivile ma pratico ed efficace. Lascio immaginare al lettore che cosa succede a tutti gli altri livelli della piramide sociale e giudiziaria.
In realtà è una legge che spesso fa la sfacciata, la facile, ma che alla fine è distante e indifferente ad oltranza. Si tratta duna messicana norma anormale, geneticamente malleabile e corruttibile, flessibile come lattesa e il tempo latino americani, ubriaca come la storia che cambia padrone più o meno ogni dieci anni, forse meno. 

Per esempio questanno in Messico si festeggia il centenario della &lt;i&gt;Revoluciòn&lt;/i&gt; mexicana, una sollevazione armata più simile a una guerra civile tra diversi bandi e progetti politici locali e nazionali che a una rivoluzione coerente gestita da un gruppo dirigente o da un partito. Questa affermazione parrebbe una bestemmia antistorica e antipatriottica a molti messicani, ma è in realtà uninterpretazione plausibile che sta prendendo sempre più piede grazie ad alcune pubblicazioni di autorevoli storiografi come Macario Schettino.
E la rivoluzione nota in Italia per personaggi come Pancho Villa, Emiliano Zapata, i fratelli Flores Magon, il generale Obregon e Francisco I Madero. Sempre nel 2010 si celebra anche il bicentenario dellindipendenza dalla Spagna e qui i prescelti onorevoli della fondazione della patria sono i preti Josè Maria Morelos e Miguel Hidalgo. Ebbene questanno le discussioni, i libri, i film, i documentari e le conferenze sul bicentenario e lidentità nazionale sono allordine del giorno e la reinvenzione costante della storia viene eseguita in chiave politica per schiarire le idee e svecchiare le ideologie dopo il fallimento degli ideali di sviluppo e uguaglianza della Revoluciòn dagli anni ottanta in avanti. 
La crisi dei governi del PAN dal 2000 ad oggi con i presidenti Vicente Fox e Felipe Calderon (&lt;i&gt;Partido Acciòn Nacional&lt;/i&gt;, di destra) lascia intravedere il ritorno del vecchio PRI (&lt;i&gt;Partido Revolucionario Institucional&lt;/i&gt;, per 70 anni dominante in Messico) al potere nel 2012 e irrompe come una spina nel fianco nella retorica del cambiamento e della novità che aveva aperto uno spiraglio al pluralismo politico reale (con tre partiti grandi che si contendevano le elezioni nazionali e regionali) e che tanto aveva entusiasmato il popolo e la classe politica allinizio del nuovo millennio quando il PRI cedette il passo. 
A volte è la stessa legge che ammicca, bella di notte, cercando favori, mazzette di dollari e pesos e colpevoli innocenti da annoverare tra i successi del sistema, cifre ed arresti da sfoggiare per domare la pubblica opinione ed evitare il pubblico ludibrio. Suo malgrado il giorno dopo la legge si toglie il trucco ed è diversissima da come sera presentata: simburra di paroloni, reinterpreta se stessa, cambia look, così come cambiano il potere, i soldi, limportanza politica oppure più semplicemente il quartiere o la classe sociale dappartenenza del cittadino che incappa nelle sue brame, fattispecie o fatti che siano. Possiamo credere in Dio, unico e onnipotente, crediamo anche al verbo proferito dai codici del diritto imparziale e universale, ma non so proprio se possiamo credere alle persone che non sono Dio, non sono la legge, ma li usano e ne parlano sempre come se lo fossero. 

Prima della costruzione di Santa Martha il carcere della zona orientale di Città del Messico era quello di Lecumberry, nei pressi dellaeroporto e della stazione degli autobus TAPO, che oggi funziona come Archivio Generale della Nazione e mantiene intatte le strutture fisiche dellantico istituto penitenziario le quali gli danno un tono austero e inquietante e mettono in soggezione i ricercatori bramosi di affrontare le immagini di sofferenza emanate dalle sue pareti in cambio di un po di documenti antichi e una tesi pubblicata da qualche parte. 
Oggi invece bisogna partire armati di coraggio e pazienza e percorrere una ventina di chilometri in direzione est rispetto al centro storico e allo zocalo per raggiungere Santa Martha. Questo implica attraversare tutto lenorme quartieraccio di Iztapalapa, quello dove ogni anno a Pasqua si ripete integralmente il rito della passione e crocifissione di un prescelto abitante che si martirizza come il Cristo sulla croce. E un nugolo irrisolto di viette labirintiche tagliato da un immenso vialone a 8 corsie, una vera e propria calzada de los muertos che si trasforma in una pista di atterraggio per autobus rabbiosi e in un campo minato per noi motociclisti (al riguardo consiglio la lettura del &lt;a href=&quot;http://radicalshock.wordpress.com/2009/11/05/diario-da-iztapalapa-benvenuti-in-afghanistan/&quot;&gt;diario di Federico Mastrogiovanni&lt;/a&gt;). Quasi ai confini del Distrito Federal, alla fine della macchia urbana dove comincia lautostrada per Puebla ci si ferma per entrare in un mondo parallelo dove è proibito fare foto, usare i cellulari e introdurre oggetti non autorizzati. Chiaramente bastano pochi spiccioli affinché questa regola venga alleggerita, ma non importa.&lt;img alt=&quot;Imagen050.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Imagen050.jpg&quot; width=&quot;192&quot; height=&quot;144&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Listituto è una specie di grande scuola dalla struttura centrale circolare a più piani da cui si diramano numerosi corridoi tra i quali vi sono dei cortili adibiti a spazi ricreativi, di socializzazione e per le attività sportive. La maggior parte dei corridoi conduce a las estancias, cioè le abitazioni delle recluse in cui possono dormire da 4 fino a 10 donne a seconda dei casi. Ne abbiamo visitate alcune che erano in condizioni precarie, soprattutto per quanto riguarda i servizi igienici e la zona del dormitorio che è di circa 9 metri quadrati scarsi. Il paragone tra la prigione e le istituzioni educative non è casuale dato che sono luoghi preposti teoricamente alleducazione e rieducazione dei cittadini e sono parte degli apparati ideologici dello Stato, così come li definiva il filosofo marxista Louis Althusser circa mezzo secolo fa. 
Allentrata si presenta un documento, un oficio in spagnolo, che contiene i nostri nomi e che ci permette di entrare nel carcere dopo gli ordinari controlli dei permessi di soggiorno e un paio di firme da apporre su dei libroni mastodontici e sgangherati. Cè anche una rapida perquisizione prima di ottenere dei &lt;i&gt;pass&lt;/i&gt; di plastica e farsi stampare dei timbri trasparenti sul polso che vanno fatti vedere a un paio di guardie annoiate allingresso di alcuni corridoi che portano alla struttura centrale. Si passa una lunga rampa di cemento, &lt;i&gt;el caracol&lt;/i&gt;, che si arrampica a chiocciola dal cortile principale fino ai piani superiori della prigione. 

Le lezioni ditaliano si svolgono al secondo piano in unaula del centro escolar, una zona pulita e ordinata dove simpartiscono corsi di inglese, disegno, spagnolo, matematica, storia e mille altri laboratori e seminari tenuti da volontari, universitari, docenti ma anche dalle stesse recluse che ne hanno le capacità e le qualifiche. Proprio il venerdì, il nostro giorno stabilito per le lezioni, dalle 16 in poi cè sempre un concerto o un DJ che per qualche ora irradiano ledificio e i cortili con vibrazioni musicali latine per cui è comune vedere centinaia di ragazze scatenate in danze liberatorie. Alcune ballano accoppiate, con la loro ragazza o con le amiche, mentre altre si muovono da sole lasciandosi addomesticare dal ritmo del &lt;i&gt;reggaeton&lt;/i&gt; e della &lt;i&gt;cumbia&lt;/i&gt; che fa loro dimenticare il confronto quotidiano con il passato e con la solitudine. Un giorno alcune studentesse del corso ci hanno presentato una giovane aspirante interessata ad entrare nel prossimo corso, era lunica che poteva permettersi di coprirsi una parte del viso con dei vistosi occhiali da sole perché gode di un certo potere e nessuno la rimprovererà mai: piacere sono Sandra, adoro litaliano e vediamo se mi metto in lista per il prossimo semestre. Si trattava di Sandra Avila Beltran, conosciuta come la &lt;i&gt;Reina del pacìfico&lt;/i&gt; (la regina del Pacifico) e catturata nel settembre 2007 perché considerata uno dei capi più importanti del narcotraffico in Messico: probabile ma da dimostrare, come afferma lei stessa denunciando tutto il sistema narco-poltico-militare che le sta dietro nel libro intervista del giornalista Julio Scherer Garcia.

Molte nostre alunne conoscono bene linglese mentre altre sono laureate in ingegneria, disegno o economia e possono quindi ottenere punti per la buona condotta partecipando o insegnando nei corsi disponibili. Infatti lo scorso aprile abbiamo consegnato loro dei diplomi che certificano un anno di studi per fini interni. Allinizio avevamo una trentina di alunne ma il numero sè ridotto a 15-20 che hanno continuato quasi tutto lanno scorso a frequentare le lezioni ma soprattutto a condividere con noi i loro spazi, le loro emozioni, le loro storie e le ingiustizie che in tante hanno dovuto sopportare e continuano a subire mentre attendono la sentenza definitiva o scontano la pena. 
Il primo pensiero che ho avuto allinizio dellesperienza dinsegnamento-apprendimento in carcere si riassume in alcune domande: ma che cacchio ci fa questa, così tranquilla, bella, intelligente qua dentro? Qual è la sua storia? Sarà solo colpa sua o cè di mezzo un uomo, un marito geloso magari, come spesso succede da queste parti?. In effetti il sistema ha spesso bisogno di responsabili per giustificare le sue funzioni e le indagini vere, se ci saranno, verranno dopo. La colpevolezza si presume e sincarcera per mesi, specialmente chi non ha abbastanza denaro per gli avvocati, per le mazzette, per la cauzione e tutto il resto, un po come succede in ospedale col sistema privato per cui chi non ha la carta di credito generosa e lassicurazione in regola resta fuori. Qui invece resti dentro con la tutina beige.&lt;img alt=&quot;Imagen054.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Imagen054.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;157&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt; 
Solo dopo alcuni mesi è stato possibile ottenere delle risposte a quelle domande, quando ormai davvero non era più importante, quando la connessione con le ragazze era diventata più forte e non cimportava più di conoscere i dettagli e le cronache. Il fine era diventato un altro: imparare da loro che il tempo, la vita, la semplicità, la gratuità, le piccole cose e la libertà di cui siamo privati quando entriamo nella loro casa e che loro hanno perso da mesi e da anni sono scintille che non vediamo più mentre invece dovrebbero bruciarci e accenderci in ogni momento della giornata spingendoci a fare limpossibile, ad accarezzare lutopia come un gatto sornione e traditore che ci fa le fusa per un po e a capire che in fondo si tratta di saper apprezzare qualunque inezia come un grasso regalo di Natale. Perciò ringrazio e ringraziamo di aver conosciuto, odiato e ammirato da vicino Santa Martha, una santa &lt;i&gt;curandera&lt;/i&gt; messicana patrona delle speranze delle donne e dei loro sguardi precisi che ogni sera sfidano langustia dalle fenditure e dei cortili murati alla ricerca di un pezzo di cielo con la luna.</text_more></entry>
<entry id='3484' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3484' author_id='4' authored_on='20100519033442' basename='ettore_maggi_il_gioco_dellinferno' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100519033442' modified_on='20100519033959' ping_count='0' status='2' title='Ettore Maggi: IL GIOCO DELL&apos;INFERNO' week_number='201020'><text>di &lt;b&gt;Riccardo Falcetta&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;EttoreMaggiIlGioco.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/EttoreMaggiIlGioco.jpg&quot; width=&quot;135&quot; height=&quot;202&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Ettore Maggi, &lt;i&gt;Il gioco dell&apos;inferno&lt;/i&gt;, BESA, 2009, pp. 220,  15,00

Ettore, il protagonista del &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2009/08/003137.html#003137&quot;&gt;racconto&lt;/a&gt; di apertura, è uno studente ed è uno skinhead, di sinistra. Dalle pagine di Hemingway e Orwell conosce le vicende della Guerra di Spagna e di quellepopea intona i canti di lotta, mentre vive la strada e le leggi che la &lt;i&gt;skin culture&lt;/i&gt; impone: il branco, i concerti, le armi bianche, gli scontri con le fazioni nere. In uno di questi scontri rimane vittima, durante un epilogo in cui i versi del &lt;i&gt;Quinto Regimiento&lt;/i&gt; tornano a beffarda metafora del sacrificio.</text><text_more>È &lt;i&gt;La Flor Mas Roja&lt;/i&gt;, una gioventù segnata da un antico spirito di lotta. In modo analogo, il motto che accompagnava i repubblichini, quando con fatalismo ascetico andavano &lt;i&gt;A cercar la bella morte&lt;/i&gt;, scandisce la tragica fine di due giovani partigiani che, asserragliati nella sede milanese della Legione Muti, scelgono il sacrificio come costo necessario per una vendetta ineludibile, sottraendosi a una salvezza vacua, senza riscatto.
   Un ironia amarissima segna le tragedie che si consumano in questi racconti, lezioni di assoluto rigore storico e crudo realismo narrativo che sconvolgono e a ogni passo chiariscono il progetto sul quale Ettore Maggi, cagliaritano già distintosi con intense incursioni nellambito di operazioni antologiche (famosa &lt;i&gt;Anime Nere Reloaded&lt;/i&gt;) e come traduttore di letteratura spagnola, fonda il suo libro desordio. Sono i partigiani di ieri e i giovani dispersi di oggi i protagonisti de &lt;i&gt;Il Gioco dellInferno&lt;/i&gt;, una raccolta di otto narrazioni che si dipanano tra i giorni della Liberazione e lestate del G8 di Genova, lungo le tracce di quello spirito di Resistenza che a distanza di oltre mezzo secolo è ancora qui ad affermare la propria ragion dessere. Li incontriamo, soffriamo con loro, poi li perdiamo per riavvertirne la presenza tra cenni o allusioni, in momenti diversi. 
Sono presenze smarrite, che vagano tra le rovine della Storia, coi fardelli di vissuto, le passioni amorose e politiche e il vuoto esistenziale; lautore li tratteggia tra affabulazione narrativa e rimandi biografici, con linguaggio vivido e mutevole. Nellannotare gesti ed eventi, Maggi impiega un registro confidenziale, diaristico che fiorisce di intense tonalità liriche nelle descrizioni di personaggi e stati danimo ( la barista bruna dai capelli lunghi e ricci e gli occhi marroni, occhi marroni e capelli neri e ricci che non dovrei guardare [], capelli troppo lunghi, troppo ricci, troppo neri, [] come quellamore, come quel dolore.), in una totale adesione al narrato che lautore conferma con luso costante della prima persona. A emergere prepotente, a ogni racconto, è un io problematico, pervaso di malessere e disincanto, spesso ripiegato su se stesso, (Non so perché le ho raccontato questa storia []. Forse perché ogni tanto la devo raccontare [] perché mi fa male []. Forse perchè ho bisogno di compassione, o anche di disprezzo. Mi nutrono entrambe.), anche quando si svincola in un corsivo in seconda persona che costringe il protagonista a un confronto diretto col proprio passato, le sue scelte, quelle di compagni e avversari (pensi ancora a tutto quello che è successo in Spagna, forse ci pensi troppo, pensi soprattutto al fatto che quelli che ti volevano fucilare non erano i fascisti, ma erano compagni) o nella cronaca per voci e sguardi alterni di unamicizia tra ex combattenti e giovani studenti  &lt;i&gt;Dai Monti di Sarzana&lt;/i&gt; è un racconto morale, aspro e toccante, sul valore della senilità come deposito umano di memoria ed esperienze di formazione. 
Quello di Maggi è dunque uno sguardo dalle ambizioni totalizzanti, che allauto pedinamento e allannotazione diaristica integra e contrappone lesigenza di un faticoso recupero mnemonico. Un procedimento che conferisce respiro epico allinsieme, senza risolvere il problema di uno sguardo che, nel suo essere attuale, rimane pur sempre uno sguardo instabile,  cosciente dellinadeguatezza della letteratura a cogliere lirriducibile complessità del reale. 
È questo attrito che genera quella crisi rappresentativa che spinge lautore a cercare opportune possibilità espressive sul piano della narrazione. Procedendo con un massivo impiego di flashback, che generano racconti nel racconto; o narrando per frammenti (&lt;i&gt;Luglio 1944&lt;/i&gt;; &lt;i&gt;Pane&lt;/i&gt;), concentrando spesso lesposizione sui presupposti e sulle conseguenze di ciò che accade, elidendo i fatti in sé (Il G8 di Genova nellultimo romanzo breve, che estende il titolo allintera raccolta) o le facili risoluzioni. La sensazione è, a conti fatti, quella di  trovarsi di fronte a un modo di narrare maturo e consapevole, che può apparire persino definitivo e fa di una raccolta di storie singole e temporalmente distanti un ambizioso romanzo puzzle, polifonico e intergenerazionale. 
Opera politica, più che in virtù di una precisa scelta di campo, che pure cè ed è chiara, questo libro lo è in un senso più profondo: lo è nellinterrogarsi sul rapporto tra gli uomini e il potere. Ogni episodio, ogni elemento, ogni scelta allinterno di questi racconti sembra volto a unorganizzazione  dei materiali che consente al dato storico di non appiattirsi su se stesso, per riempirsi di vissuto, cogliendo le vibrazioni emotive e aprendo al dibattito. 
A dominare qui è la rabbia. Ma è rabbia carica di tensione civile, che non urla, consumandosi nel persistere di uno sguardo sofferto e silenzioso che attraverso personaggi ed eventi dà senso al mondo nella misura in cui questo assurge a territorio di incontro/scontro tra gli individui e le loro passioni. Amicizia, Amore, Ardore politico, Potere. Potere: strumento di giogo per lannullamento dellaltro e laffermazione di sé, o per lannullamento dellaltro e di sé nellaffermazione di un ideale, ieri (Il senso tragico della repubblica di Salò, il pessimismo tragico della morte che incombe, () di chi sta per morire e vuole trascinare tutto ciò che gli sta attorno.) o di un indicibile reale, oggi (Ho visto cose che voi risorse umane non potete immaginare. Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dai reality show, dalle agenzie interinali e dai corsi di marketing.); che per molti versi così lontani non sono (Che il fascismo fosse violento gli italiani potevano anche accettarlo. Che prendesse tangenti dai petrolieri americani forse no). 
A fronte di un paesaggio (storico, sociale, umano) cosi livido e obliante, lautore ripone un messaggio tuttaltro che consolatorio, ma, a mio avviso, totalmente positivo: continuare a lottare  i riferimenti sparsi alle discipline marziali sublimano lattitudine a un costante confronto , a ricordare, a dubitare, senza smettere di amare, senza aver paura di odiare. Ciò che ci rimane è continuare a essere uomini. Memoria e Resistenza (&lt;i&gt;Il Gioco dellinferno&lt;/i&gt; si chiude sulle Langhe, con una citazione di Fenoglio) sono, a ben guardare, lultima spinta possibile a un sentimento di lotta che, alle derive di un Potere animalizzante, rimane forse lunica via possibile di riscatto.

</text_more></entry>
<entry id='3485' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3485' author_id='4' authored_on='20100519210303' basename='the_recordshow' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100519210303' modified_on='20100519214403' ping_count='0' status='2' title='The Record-Show' week_number='201020'><text>di &lt;b&gt;Marilù Oliva&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;polipo.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/polipo.jpg&quot; width=&quot;155&quot; height=&quot;118&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;&lt;i&gt;Fonte di ispirazione: Lo show dei record, Canale 5. 
Gli orrori catodici generano mostri.&lt;/i&gt;

La presentatrice ha i capelli lunghi, i pantaloni lucidi e una scollatura profonda. La platea esulta quando lei annuncia il nuovo animale da circo:
«Ed ora, carissimi telespettatori, abbiamo lonore di presentarvi la ragazza più piccola del mondo!»
La telecamera inquadra linterno di un mobile, le ante sono aperte. Scorre su scansie disseminate di bambole, si ferma sullultima. Un ohhhh! stupito si alza dal pubblico quando capisce che non si tratta di una bambola, ma di una ragazzina indiana di quaranta centimetri, vestita di pizzo rosa, con gli occhioni spaventati, una perla in fronte e le manine grandi come unamarena.
</text><text_more>La presentatrice, Paola Pegg, si avvicina con aria materna alla bambolina vivente e la solleva tendendola alla telecamera. «Guardate che carina!» Poi la appoggia sul pavimento. La piccola ha il batticuore, il petto si alza e si abbassa in respiri frenetici.
«Ma questa bellissima gnometta sa fare anche la pallina, ci credereste?»
La ragazza obbedisce e si raggomitola: ora è una pagnotta confusa di capelli scuri e merletto, la Pegg prende qualche passo di rincorsa e le sferza un calcio poderoso. La palla umana rotola verso i sedili della prima fila, fermandosi contro allo stivale di una signorina del pubblico. Qui si schiude e la ragazza più piccola del mondo riprende le sue forme in miniatura. Applausi.

Il notaio, occhiali in viso e cronometro in mano, è così serio che pare di ritorno da esequie funebri. 
Su due tavoli viene appoggiato un tegame, laria si impregna di odore di olio fritto.
Il notaio annuncia:
«Bene signori e signore, ora affronteremo un nuovo, difficilissimo record. Il campione ucraino Dmitri  sfiderà il campione di Avellino, Tonino Scavo. Vincerà chi dei due contendenti riuscirà a grattare, con lunghia del dito mignolo, tutti i residui di uovo al tegamino bruciacchiati rimasti attaccati al fondo della padella. Tempo disponibile: un minuto. Uno, due, tre, via!»
I due impugnano ciascuno il manico della propria padella. Chiudono laltra mano, tenendo teso solo il dito mignolo. Con lunghia cominciano a grattare. Lo stridio dellunghia contro lacciaio del tegame è insopportabile, i telespettatori si tappano le orecchie. La Pegg tifa Italia perché dice che è italiana, Dmitri si impegna con furia, si rompe lunghia ma continua a grattare e gratta gratta gratta finché comincia a staccarsi il pezzo di unghia residua e la punta del mignolo sanguina. Il bianco delluovo si impregna di rosso ma lui non desiste, sfrega sfrega e stacca per primo tutto lalbume incollato al fondo.
Lapplauso è di rigore mentre il notaio appunta e la Pegg rivela, con sguardo accattivante, il prossimo fenomeno da baraccone.
«Ci credete alluomo-calamaro? Lo tengono nascosto nei sotteranei dellacquario di Miami. Ma lui è qui, stasera, per The Record-Show!» Sorride e abbassa la voce: «Qui con noi, dopo la pubblicità.»

Dopo venti minuti di merendine kinder, yogurt vitasnella, somatoline fianchi e altri prodotti che rimpinguano il mercato, il programma riprende. Tutti puntano gli occhi su un enorme scatolone due metri per due posizionato al centro del palco. Giunge un verso gutturale. Poi si sentono delle pacche: i quattro lati dello scatolone vengono abbattuti dallinterno e la creatura compare. Il corpo è adagiato dentro un catino da cui sbuca solo un dorso umano maschile. Da ciascuna spalla partono tre arti che non hanno niente di simile alle braccia ma sono sottili e cedevoli come i tentacoli di un mollusco. La testa è bianca e lunga, al posto della bocca compare unapertura senza labbra dove le poliposi si sono raggruppate in riccioli pallidi di carne. 
Lessere è immobile, la Pegg commenta: «Il suo soprannome è Kimkirì, è nato così. Gli arti sono proprio come quelli di un calamaro: senza ossa ma potentissimi. Kimkirì mangia solo crostacei e piccoli insetti.» La conduttrice fa una smorfia disgustata: «E delle volte anche qualche topolino...»
Luomo-animale comincia a muovere i tentacoli e lo scroscio di applausi gli provoca forse un sorriso: le volute di poliposi lattee attorno alle labbra si tendono e si arricciano a più riprese.

Il notaio dà ordine che la catinella venga spostata vicino al pubblico, proprio accanto allindiana di quaranta centimetri. Poi, sempre impettito, passa al numero seguente, mentre avanzano due uomini in jeans e maglietta:
«Ora Paola, abbiamo due contendenti speciali. Uno di Treviso, Galderoli, e uno di Birmingham, Mr Down.»
«E vuoi dirci su cosa si sfideranno?»
«Una sfida di peti.»
La presentatrice ride sotto i baffi: «Cosa dici, notaio?»
Lui, mento in alto, spiega: «Il peto è gas, quindi prende fuoco. I due sfidanti dovranno fare la scoreggia più potente del mondo. La dimostrazione della potenza sarà data dalla fiamma che partirà da ciascun deretano, una volta azionato laccendino.»
«Cioè, notaio, mi stai dicendo che daremo fuoco alle scoregge del signor Galderoli e di Mr Down?»
Il cancelliere non scompone nemmeno un muscolo facciale: «Sì, Paola. Ricordo ai telespettatori che la preparazione è stata molto dura. Hanno mangiato, ogni giorno per una settimana, tre chili di fagioli borlotti.»
Mr Down alza una gamba e al via fa partire dal sedere un modesto pprrrrr che subito prende fuoco in una nuvoletta timida. 
Poi è la volta del signor Galderoli. Si posiziona, si piega leggermente e dà il via alla più rumorosa performance petale che si sia mai sentita. 
Un boato invade la sala, mentre dalla camicia verde partono i bottoni. Il viso del concorrente è rosso per la concentrazione e lo sforzo. È un attimo, il tempo dellaccensione e agli operatori sfugge il controllo della situazione.
Lingue di fuoco divampano nello studio, attecchiscono sui cartelloni della regia, sul materiale incendiabile che riveste i sedili, colpiscono i capelli della Pegg che prendono subito fuoco, si avventano sugli spettatori, lUomo-Calamaro si spaventa e, nel tentativo di uscire dalla bacinella per scappare, casca addosso alla ragazza più piccola del mondo schiacciandola. Quando rialza i tentacoli, vede una poltiglia di sangue, budelle e pizzo rosa. Intorno, le vampate del peto terribile devastano gli spazi. Le persone coi vestiti in fuoco gridano correndo come pazze.
Nel delirio totale il notaio è riuscito a nascondersi dietro a un pannello di metallo. Tra poco arriveranno i vigili del fuoco, pensa. Fa un sospiro di sollievo, è salvo. Qualcuno ci avrà pure rimesso le penne.
E subito si anima riflettendo che, in tutto lo studio, sarà probabilmente uno dei pochi sopravvissuti a un programma sui primati senza ustioni nè gravi ferite. 
Da non crederci.
Un record assoluto.
</text_more></entry>
<entry id='3486' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3486' author_id='4' authored_on='20100521024951' basename='la_classe_operaia_va_in_paradiso' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100521024951' modified_on='20100521025104' ping_count='0' status='2' title='La classe operaia va in paradiso' week_number='201020'><text>di &lt;b&gt;Ezio Luvorni&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;IsolaCassintegrati.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/IsolaCassintegrati.jpg&quot; width=&quot;165&quot; height=&quot;220&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;&lt;b&gt;Introduzione&lt;/b&gt;

Dall&apos;Asinara sono ben visibili le ciminiere del Petrolchimico di Porto Torres che le politiche degli ultimi anni vogliono in dismissione. Gli operai della Vinyls, in cassa integrazione da novembre, hanno occupato un carcere abbandonato e rinchiusi dentro le celle hanno portato la loro lotta in tutto il mondo. 
La parola torna ai lavoratori dopo l&apos;ultima campagna elettorale e le promesse poliglotte di un premier capace di parlare russo, americano, bergamasco a seconda di chi si trova davanti. 
Per questo motivo, non restava che prendere taccuino e fotocamera, una macchina e un traghetto, attraversare tutta l&apos;isola grande e arrivare sulla piccola, quella che viene descritta come un piccolo pezzo di paradiso, e stare ad ascoltare.</text><text_more>&lt;b&gt;In carcere&lt;/b&gt;

Pietro guida lungo i dodici chilometri che separano Cala Reale da Cala d&apos;Oliva, una strada in cemento come si vedono ancora nel centro storico di alcuni paesi dell&apos;interno. È andato a prendere le persone sbarcate dal traghetto, mogli di operai, bambini che arrivano per il fine settimana. A qualche centinaio di metri dal carcere, improvvisamente, tira il freno a mano e blocca la macchina, scende e raccoglie un astuccio di caramelle, viola, accartocciato, che stava al centro della strada. 
Questo non sta bene, all&apos;Asinara, dice. 
La prima tappa è l&apos;ex casa del direttore del carcere, dove gli operai tengono alcune provviste e fanno alloggiare chi non riesce a dormire con gli altri, in cella, sui materassi buttati su assi di legno. Operai che hanno quattro viti nella schiena, o che hanno subito un infortunio sul lavoro ma non vogliono in alcun modo stare lontani dai compagni in lotta. 
Del resto, dice Pietro, se in questa casa ci hanno dormito Vittorio Sgarbi e Valeria Marini, possiamo dormirci benissimo anche noi. 
In macchina ridono tutti: Stefania e il piccolo Lorenzo, che vanno a trovare Andrea, Marisa ed Eleonora che invece aspettano di rivedere Antonello dopo una settimana di lontananza. 
Il carcere ricorda un qualsiasi film western ambientato in una zona di confine. Un grande cortile di cemento, e quattro lati di struttura. 
Un palco con le bandiere di Legambiente e manifesti di solidarietà, bandiere delle varie sigle sindacali. Ben visibile dall&apos;ingresso, lo striscione simbolo della protesta, il logo della famosa trasmissione RAI modificato: L&apos;isola dei Cassintegrati. Accanto, a caratteri cubitali, lo slogan degli occupanti: Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso.  
Tutti indossano magliette bianche con la stampa del logo e il  nome dietro la schiena; gli operai con la stessa scritta dello striscione, su quelle di mogli e fidanzate si legge che dietro un grande uomo c&apos;è sempre una grande donna. Sul davanti, le loro foto: le pettinature e i vestiti sono cambiati, anche lo sguardo è differente. I primi giorni l&apos;isola era uno spazio nuovo, un nuovo fronte di lotta dopo le innumerevoli azioni di protesta e l&apos;occupazione della Torre Aragonese. Alcuni continuano anche quel presidio, la torre con le bandiere e una serie di croci bianche sul prato che rappresentano le famiglie messe sulla strada sono la prima cosa che si vede arrivando a Porto Torres.
Per qualcuno si tratta della prima occupazione, e in generale della prima lotta per i propri diritti di lavoratore.
Li ho visti cambiare in questi due mesi, dice Pietro, li ho visti crescere. Pietro ha superato i cinquanta anni, e i trenta di lavoro. I giovani lo hanno subito nominato leader della protesta. 

&lt;b&gt;Dicloroetano&lt;/b&gt;

Per fare il PVC servono tre elementi, l&apos;ultimo e fondamentale per la nostra produzione è il dicloroetano, ed era l&apos;ENI che lo forniva alla Vinyls. Ad un certo punto, a causa dei debiti accumulati dall&apos;azienda, l&apos;ENI ha smesso di venderglielo. Ora, voi conoscete un creditore che per recuperare i propri soldi impedisce al debitore di lavorare? Io no. Ma ve la faccio breve.
Andrea parla con alcuni giovani turisti con sacchi a pelo e biciclette parcheggiate in un angolo del cortile, attirati dagli striscioni e dalle bandiere, sorpresi di trovare una lotta dove aspettavano silenzio e panorami mozzafiato, animali che attraversano a piccoli gruppi i sentieri, e asini bianchi. 
Avete presente quel signore bassottino, con le orecchie grandi?
I giovani si guardano perplessi. 
Dai, quel signore che a volte parla russo, o americano a seconda dei casi. Nel nostro caso ha parlato bergamasco. Si è presentato con questo tizio, Fiorenzo Sartor; sembrava nientemeno che il salvatore della chimica sarda! 
Abbiamo cercato in rete, scoperto che questo signore si è occupato principalmente di ponteggi. Non esattamente quello di cui ci occupiamo noi, a meno che non avesse il sogno segreto di realizzare ponteggi in PVC. 
Fatto sta che questo salvatore della Vinyls si prende il nostro stabilimento e anche quelli di Porto Marghera e Ravenna tra gli applausi bipartisan della classe politica sarda. Dopo un mese ha portato i libri in tribunale e ha fatto fallire l&apos;azienda.  
Da lì è iniziata la nostra protesta. Siamo andati a Cagliari, per parlare col presidente della Regione, e ci hanno fatto fare due giorni di anticamera prima che si degnasse di rivolgerci la parola. 
Tornati a casa, abbiamo bloccato il porto, il deposito degli autobus, ci siamo incatenati ai cancelli, abbiamo bloccato l&apos;aeroporto di Alghero, e infine la Torre Aragonese di Porto Torres. 
Poi siamo venuti qua, e non abbiamo intenzione di andarcene finché non riapriranno gli stabilimenti e non ci restituiranno il posto di lavoro. Siamo in cassa integrazione da novembre.
Lavoriamo solo alcuni giorni al mese perché anche se gli impianti sono fermi, c&apos;è da fare la manutenzione, e ruotiamo.  
Ci sarà un incontro tra qualche giorno, il 20 maggio, e speriamo che sia quello buono. Una multinazionale del Qatar, la RAMCO,  sembra intenzionata a rilevare gli impianti e rimettere in moto tutto, ma bisogna vedere se glielo consentiranno sul serio. 

&lt;b&gt;Gli operai e le storie&lt;/b&gt;

La cucina della sala del direttore è in piena attività, gli occupanti si ritrovano per la cena ed è un continuo sistemare sedie, apparecchiare, contarsi, controllare il fuoco, affettare. Prima della cena, Pietro distribuisce alcune magliette a chi ancora non le aveva ricevute, e a ogni consegna scatta l&apos;applauso e la foto di rito. Le famiglie riunite si raccontano le storie dei mesi passati, le ripetono per fissarle indelebilmente, davanti a un piatto di carne e insalata, mentre versano il vino, al telefono coi familiari lontani: i racconti fluiscono ininterrotti da un capo all&apos;altro della tavolata. 
Abbiamo bloccato il deposito dei pullman e paralizzato mezza Sardegna. Abbiamo bloccato l&apos;aeroporto, nessuno poteva partire. 
Non è stato un bel momento, quello, dice Pietro. Avevamo intorno gente inferocita, e che ci insultava. Chi ci diceva di essere stanca di pagare le tasse per pagare la nostra cassa integrazione, chi ci consigliava di andare a cercare lavoro altrove, magari con la valigia di cartone legata con lo spago come i nostri nonni.
Questo ce l&apos;ha detto il vicedirettore del Giornale, dopo l&apos;intervento di uno di noi a una trasmissione televisiva. 
Pietro sorride. L&apos;ho rivisto dopo qualche giorno per un&apos;altra trasmissione, e quando ha cercato di interrompermi gli ho detto solo senta, buonuomo. Una cosa che ho imparato è che quando vuoi insultare qualcuno devi dirgli esattamente il contrario di quello che vorresti dirgli. Funziona sempre. 
Le persone che sbraitavano contro di noi, le lasciavamo lì ad aspettare. Qualcuno lo abbiamo fatto passare, persone che andavano a fare delle visite mediche, o a dare esami universitari. 
Te la ricordi la famiglia di marocchini?, si inserisce Marisa, e prosegue. 
In tutto il caos c&apos;era questa famiglia, seduta composta, gli uomini in giacca e le donne col velo, diversi bambini, che non hanno detto neanche una parola. Rimanevano seduti lì ad aspettare di poter passare. Qualche giorno dopo leggiamo sul giornale che si trattava di una famiglia che tornava in Marocco. Per far vedere ai nipoti il paese dei nonni, avevano investito gran parte dei loro risparmi. Abbiamo fatto una colletta tra di noi e abbiamo ripagato le spese del viaggio perso. 
Il problema, si inserisce Andrea, è che per quanto casino facessimo, per quanto rumore e disagio creassimo, la nostra lotta rimaneva confinata al luogo in cui la protesta si manifestava. La penetrazione dei motivi della lotta era minima: trafiletti sui giornali locali, servizi al telegiornale che parlavano dei disagi che stavamo creando, e non del dramma che tutto un comparto sta vivendo a Porto Torres.  

&lt;b&gt;L&apos;isola dei cassintegrati&lt;/b&gt;

La forma estrema di protesta l&apos;abbiamo attuata decidendo di occupare questo spazio. L&apos;Asinara è sempre stata qui davanti a noi, irraggiungibile per anni per via del carcere. Insomma un posto che  fa parte del nostro sguardo da una vita, ma che pochi di noi avevano avuto occasione di visitare. 
Romano sta piegando la maglietta e sorride. Vero, dice, io sono nato a Porto Torres e fino a due mesi fa non ci avevo mai messo piede, qua. 
Una delle prime sere, continua Pietro, ho notato che alcuni dei ragazzi cazzeggiavano su Facebook, chi scherzava col cugino che sta non so dove, chi litigava con l&apos;amico di Nuoro, chi parlava della protesta. Allora li ho guardati e ho detto, perché invece di perdere tempo non sfruttiamo il mezzo per cercare di far conoscere finalmente le ragioni della nostra lotta? 
In tv iniziava la nuova edizione dell&apos;isola dei famosi, con un gruppo di ricchi fannulloni precipitati in un&apos;isola sperduta, e il paragone ci è venuto naturale: la nostra isola, quella dei cassintegrati, è vera, e si vince o si perde tutti insieme. 
Il sito lo gestisce il figlio di uno di noi, che sta a Londra. Un altro sta a Madrid e si occupa della pagina di Facebook. Qui curiamo gli aggiornamenti, e uno di noi scrive il diario dei cassintegrati per La Nuova Sardegna. 
Insomma, chiosa Stefania, siamo diventati più famosi dei famosi.
All&apos;inizio non è stato facile, continuano, calpestare un territorio sul quale insistono diversi corpi dello Stato, enti, ministeri. C&apos;è voluta tanta diplomazia per non restare un corpo estraneo, ma i frutti li vediamo ora: tantissimi vengono a trovarci tutti i giorni, arrivano col traghetto per salutarci, portano dolci, scatole di sigari, fanno foto e poi riportano nelle loro case quello che hanno visto, lo raccontano, e il passaparola ci rende meno soli.
Sembriamo la Pro Loco, dice Pietro, mentre organizza il pranzo del giorno dopo.

&lt;b&gt;L&apos;orchestra di clarinetti&lt;/b&gt;

La domenica mattina gli operai si alzano presto, e attendono che il pullman porti gli ospiti della giornata: un&apos;orchestra di clarinetti di Ossi, un paese alle porte di Sassari. Gli orchestrali arrivano e sistemano sedie e strumenti. Per oltre un&apos;ora il silenzio irreale dell&apos;isola è accompagnato dalle note dell&apos;orchestra, dall&apos;accompagnamento ritmato e dagli applausi delle persone che affollano il piazzale.
Domenica è anche il giorno dei ricongiungimenti e del cambio della guardia. I tavoli del piazzale accolgono genitori, fratelli, figli, nipoti degli operai. I visitatori occasionali si tengono rispettosamente a distanza dalle famiglie che si ritrovano. Dietro i sorrisi, emerge a tratti la preoccupazione, l&apos;attesa per un accordo che sembra sempre in dirittura d&apos;arrivo ma non arriva mai. 
Questo rinvio non ci voleva, dice uno, speriamo che il venti maggio ci possa essere l&apos;incontro risolutivo. E il ministro, gli fa eco il padre, non ha saputo fare altro che dimettersi la settimana prima dell&apos;incontro con la RAMCO. 
Va beh, poverino, ironizza la nuora, gli hanno pagato la casa senza che se ne accorgesse, tu non ti saresti arrabbiato? 
Le risate contagiano anche le altre tavolate.

&lt;b&gt;Il draghetto&lt;/b&gt;

La prima volta che sono arrivata al porto, dice una una ragazza a due turisti, mi sono chiesta quale sarebbe stata la nave che ci avrebbe portato sull&apos;isola. C&apos;era solo un traghetto lunghissimo e vecchio. La tipa della biglietteria me lo indica e dice eccola là, la Sara D. 
Ero con mio figlio e gli ho detto che la D stava per Draghetto, e da allora tutti la chiamano così. 
Zaini depositati sul ponte, poltrone occupate e bambini che sfrecciano tra le gambe dei passeggeri, la domenica finisce alle cinque del pomeriggio per chi lascia i propri cari e per chi li vede partire. Gli abbracci e i baci sono lunghi, e gli occhi dei turisti guardano altrove. La città dista un&apos;ora di viaggio, se il mare è tranquillo, e prima di toccare terra sono le ciminiere del petrolchimico che salutano chi torna a casa.

&lt;b&gt;Aggiornamento&lt;/b&gt;

Giovedì sera arriva un sms: la RAMCO si ritira dalla trattativa. Questioni economiche di secondo piano, relative a siti periferici. Piccole cose che sembravano già risolte e che invece gettano nuove ombre sull&apos;isola. 
L&apos;sms di Andrea però è lucido. Ce lo aspettavamo, c&apos;è scritto, ma continuiamo a lottare. 
Il 20 maggio ritorna a essere un giorno qualsiasi sul calendario. Parlando durante un servizio alla tv locale, Pietro ha ancora verve, e le sue parole chiamano in causa direttamente il governo. 
Non ci stupisce che la RAMCO abbia abbandonato le trattative, dice, quella è gente seria, abituata a trattare con gente seria. Evidentemente non ne hanno trovato. 
La voce arriva disturbata, l&apos;intervista avviene per telefono. L&apos;ultima frase la mormora quasi.
La chimica non deve morire, dice.


&lt;b&gt;Link e note&lt;/b&gt;:

Gli operai in lotta hanno un loro &lt;a href=&quot;http://www.isoladeicassintegrati.com/&quot;&gt;sito&lt;/a&gt;. 
È attivo anche l&apos;omonimo &lt;a href=&quot;http://www.facebook.com/group.php?gid=362735135329&amp;ref=ts&quot;&gt;gruppo&lt;/a&gt; su Facebook che ha raggiunto da poco i centomila iscritti.
Dall&apos;esperienza dell&apos;occupazione verranno tratti due libri, di prossima pubblicazione.


</text_more></entry>
<entry id='3487' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3487' author_id='4' authored_on='20100522043849' basename='riti_di_passaggio_parte_14' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100522043849' modified_on='20100522044738' ping_count='0' status='2' title='RITI DI PASSAGGIO - Parte 14' week_number='201020'><text>di &lt;b&gt;Sandro Moiso&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;BlackPanthers.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/BlackPanthers.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;200&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;&lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/cgi-bin/mt-search.cgi?IncludeBlogs=2&amp;search=Sandro+Moiso+Riti+di+passaggio&quot;&gt;Qui&lt;/a&gt; le puntate precedenti

&lt;b&gt;Il tempo è scandito da un ritmo che ognuno percepisce in maniera diversa&lt;/b&gt;

Il tempo è scandito da un ritmo che ognuno percepisce in maniera diversa.
Forse, alla fin fine, il tempo non è altro che il depositarsi di un suono.
E costituito dalle scorie di rumore che circondano la nostra esistenza.
Parole, musiche, suoni accidentali, urla, sospiri, declamazioni, esclamazioni e annunci accompagnano i nostri ricordi.

Non saprei dire se per me sono più importanti le immagini o i suoni nei miei ricordi.
Certamente i secondi mi hanno sempre fatto provare le sensazioni più intense nel percepire il trascorrere delle esistenze.
Di tutte e della mia in particolare.
La mia nostalgia nasce sempre da un suono.</text><text_more>Se oggi dovessi stabilire un prima e un dopo di questo mezzo secolo trascorso, non potrei fare a meno di citare la voce di Bob Dylan che è possibile sentire nelle canzoni eseguite durante il concerto del 27 marzo 1965 al Civic Auditorium di Santa Monica.
E una voce che arriva alle nostre orecchie attraverso una registrazione difettosa, lo-fi si direbbe oggi, ma che porta con sé la fine di unepoca e lannuncio di una nuova.

Credo che i profeti siano sempre stati inconsapevoli dellorigine dellannuncio di cui si facevano portatori,  ma lo trovavano allimprovviso sulla propria strada, nella propria voce e ne rimanevano soggiogati.
Dovevano, a quel punto, liberarsi da un tale peso e trasmetterlo ad altri.
Lannuncio è, a causa di ciò, sempre drammatico.

Non importa quanto sia grande la verità contenuta in tali rivelazioni.
E la forza con cui le si comunica a stabilirne limportanza.
Rovesciando il razionalismo, il perbenismo e il bon ton si potrebbe dire che chi urla più forte ha più cose da dire.
Ha più ragioni.

Lenergia, la foga con cui lo fa è testimone di ciò.
Il canto popolare non è melodico, è aspro.
E altrettanto aspro è il blues.
Aspri sono i suoni dei saxofoni dellavanguardia nera degli anni sessanta.
Aspra dovette essere la voce di Mosè quando discese dal Sinai .

I profeti, i poeti fanno parlare la voce.
Chiunque immagini un processo inverso sbaglia.
Non si dà voce alle idee, ma è la voce che ce le comunica e ce le fa scoprire.
Anche dentro di noi.
Diciamo le cose prima di averle pensate, pensiamo le cose dopo averle dette.

In principio è il suono, ancor prima del verbo.
Il suono cacofonico delle sfere fuoriesce attraverso di noi in suoni talvolta articolati e talaltra no.
Può esser parola, soffio, urlo, ruggito, ma sempre darà senso alle nostre azioni.
Può essere rumore, clangore, stridio, basso continuo o insopportabile acuto, ma sempre creerà il mondo e il tempo. 

&lt;b&gt;Ma anche i nomi finivano col creare la realtà&lt;/b&gt;

Ma anche i  nomi finivano col creare la realtà.
Al fondo della interstatale 40, imboccata a Flagstaff,  ci attendeva la Città degli angeli.
Los Angeles era una meta che ci avrebbe garantito un po di cibo ed un tetto per diversi giorni.
Ci abitava mia zia, la sorella più coraggiosa di mia madre, che al mio arrivo non mi riconobbe per quanto ero dimagrito.

Hollywood, il  Sunset Boulevard, Burbank, Glendale, Redondo Beach, Capistrano sembravano invitarci a nuovi sogni e a nuove esperienze.
Passammo i giorni girovagando per la città e la sua sterminata area metropolitana: guardammo la facciata del teatro cinese e visitammo ogni negozio di dischi lungo il Boulevard.
Saccheggiammo la Tower records e continuammo poi a farlo a Las Vegas e a San Francisco.  

Ma erano sempre i nomi ad attirarci e quando mia zia propose un viaggio di qualche giorno a Las Vegas, accettammo soltanto perché così avremmo attraversato in auto il deserto Mojave e il parco giochi del Diavolo, il Devils Playground. Viaggiammo così in mezzo al nulla e verso il nulla.
Attenti soltanto a non superare le fatidiche 55 miglia orarie che costituivano il limite massimo di velocità su quasi tutte le strade americane, superato il quale un poliziotto della stradale si sarebbe comunque materializzato per multarci.

A casa di mia zia ci eravamo rifocillati con ogni genere di schifezza: gelatine multicolori, panna spray, televisione e birra.
A Las Vegas vagammo per tre giorni con quasi nessun soldo in tasca e, quindi, con poche possibilità di perdere grandi fortune al gioco.
In compenso di notte le vie si animavano di una fauna femminile variopinta e attraente, che avrebbe consolato almeno il nostro sguardo.

Imparammo a fingere di giocare, facendo una sola puntata, per poi usufruire dei servizi gratuiti dei bar di diversi Casinò, ma fummo individuati come scrocconi non paganti in quasi tutti e quindi espulsi. Con garbo e gentilezza, ma comunque cacciati.
La noia del giorno ci spinse a visitare la Hoover Dam, una delle grandi dighe del Sud Ovest, la più alta sul territorio americano, destinata a fornire energia elettrica a Los Angeles.

Ci imbucammo nelle piscine dei grandi alberghi e ogni volta fummo scoperti e allontanati.
Intanto la zia, notte e giorno, giocava imperturbabile a Poker, Black Jack e Chémin de Fer.
Oggi, a ottantasette anni, continua a frequentare regolarmente, tutti i giorni, una grande casa da gioco aperta negli ultimi anni in prossimità della sua casa di L.A.
Penso che giocherà così fino alla fine dei suoi giorni e dei suoi soldi, infischiandosene dei parenti in attesa delleredità americana, e per questo continuo a provare per lei una grande simpatia..

&lt;b&gt;La Down Town di Los Angeles era incredibilmente  piccola&lt;/b&gt;

La Down Town di Los Angeles era incredibilmente  piccola.
Pochi grattacieli, dimensioni ridotte rispetto alla sterminata area metropolitana circostante, sembrava esser messa lì più per dovere che per reale necessità.
Come se la città che sorge su una delle più grandi faglie sismiche del pianeta dovesse comunque affermare la sua sfida alla natura e al suo corso.

Ma si è blindata nei confronti dei terremoti sociali e così, dopo le rivolte di Watts (1966)  e quella avvenuta nel 1991 dopo il pestaggio del tassista afro-americano Rodney King da parte dei poliziotti del LAPD, cerca oggi di garantirsi un minimo di futuro almeno nei confronti della rabbia suburbana. 
Accentuando così il senso di precarietà che le sue torri sembrano voler trasmettere.

Sì, perché a Los Angeles tutto sembra essere precario.
Le case in carton-gesso, le free-way sulle quali le auto scorrono, ora lente ora veloci, ma sempre solo per un momento davanti ai nostri occhi.
I confini incerti tra quartieri neri, bianchi e chicanos, lassoluta mancanza di pioggia e gli incendi che ogni tanto scendono dai monti per divorare le ville isolate.

Tutto in L.A. trasmette lidea di qualcosa di inafferrabile, se non per un breve momento, dallo sguardo e dalla mente. Tutto sembra muoversi nel tempo, come unimmensa motor-home.
Le cose e le persone scorrono come fotogrammi di una pellicola cinematografica.
Come se gli studios hollywoodiani lavessero invasa tutta e non fosse altro che un enorme set cinematografico destinato a scomparire subito dopo la realizzazione del film.

La vicina Disneyland o lacquario di San Diego non possono far altro che accentuare questa sensazione di finzione, di fondali destinati a sfaldarsi, come se la sua fine fosse già scritta da qualche parte.
Solo il migliore James Ballard avrebbe potuto descrivere una città, posta sulle rive delloceano più grande del mondo, in attesa della propria fine.

&lt;b&gt;Ripartimmo in autostop lungo la 101, diretti a Nord&lt;/b&gt;

Ripartimmo in autostop lungo la 101, diretti a Nord.
Destinazione San Francisco. Avremmo costeggiato lOceano Pacifico per diversi giorni.
A sud di Los Angeles avevamo già passato una sera su una spiaggia in compagnia di un gruppo di surfers parecchio sballati, con cui comunicammo di più a gesti e risate che non con le parole.
Ma le amicizie e gli incontri interessanti si sarebbero rivelati lì, tra Santa Monica e San Francisco.

Una strada disseminata di santi, se si comprende anche lattraversamento di Santa Barbara, Santa Maria, San Luis Obispo, San Simeon e San Jose.
Le missioni cattoliche avevano lasciato il segno nella toponomastica della costa californiana.
Rimediammo diversi passaggi e non declinammo mai lofferta di un joint.
Ci sentivamo liberi e felici.

Dormimmo a Big Sur, in compagnia di un ragazzo che viaggiava da solo con un pick-up in cui erano stipati tutti i suoi averi.
Fummo ospiti di un architetto con una casa di legno, in mezzo ai boschi e alle montagne della Sierra Madre e giocammo con le otarie che popolavano gli scogli in prossimità di Monterrey, mentre  una di esse veniva a nuotare vicino a noi.

Lautostop era consentito solo dal marciapiede; se si metteva un piede sullasfalto della strada il primo poliziotto o il primo sceriffo di passaggio sarebbe intervenuto per redarguirci o multarci.
Era già successo alla partenza da Los Angeles.
Imparammo a stare attenti a dove mettevamo i piedi.
Anche la West Coast aveva i suoi problemi con la legge.

Non avevamo più  contatti con lItalia e non potevamo sapere quali nuovi e diversi problemi con la legge si stessero delineando per molti dei nostri amici.
Avevamo lasciato una festa e non avremmo mai immaginato che al nostro ritorno tutto potesse essere già finito.
I viaggi a volte ci salvano dai guai, ma possono riservarci, lo stesso, qualche fregatura.

&lt;b&gt;San Francisco non fu una fregatura&lt;/b&gt;

San Francisco non fu una fregatura.
A dieci anni di distanza dallestate dellamore, la città degli hippies e della musica lisergica e rivoluzionaria manteneva intatto il suo fascino.
Avevamo due indirizzi presso cui poterci recare: uno era ad Oakland, dove si trovava labitazione di Tom e in cui avremmo trovato il suo amico Jack.

Laltro era sulla ventitreesima strada, nel quartiere di Mission, ed era la casa di Patty, la ragazza del mio amico americano.
Come in ogni storia di amicizia vera, minnamorarmi di lei e, per la seconda volta in quel viaggio, io ed Ettore finimmo con labitare in case diverse.
Non nei primi giorni, però, quando eravamo impegnatissimi a esplorare ogni angolo della città, ora da soli, ora con Jack oppure con Patty.

Eravamo anche capitati tra i pochi americani politicizzati e radicali che ci avvenne di incontrare in quel viaggio.
Jack, come Tom, aveva lavorato presso gli stabilimenti di Oakland.
Patty era un tecnico del BART, la &lt;i&gt;Bay Are Rapid Transport&lt;/i&gt;, la velocissima metropolitana completamente automatizzata che attraversava la baia dentro a un tunnel sottomarino.

Il primo era un militante di un piccolo gruppo filo-maoista, ma che, il venerdì sera, non rifiutava di recarsi e di accompagnarci a ballare in locali dove si suonava, quasi esclusivamente, musica country-western.
La sua casa era al centro della Oakland più nera e, anche se era amico di tutti i vicini, ogni tanto uno sputo lasciato sulla vetrata accanto allingresso ricordava a tutti che lì la minoranza era costituita  dai bianchi.

La stagione delle Black Panthers stava volgendo alla fine, tra la repressione dello stato, faide intestine e criminalità infiltrata per gestire il territorio.
Lessere bianchi radicali e anti-razzisti non costituiva più un sicuro lasciapassare.
E anche se i bambini del vicinato si erano divertiti, il primo giorno, nel vederci aspettare per ore davanti a quella casa, in attesa che qualcuno arrivasse, non tornarono troppo spesso a giocare lì.

La sconfitta o il rifluire delle lotte, lo capimmo già allora, lascia sempre uno strascico di  rancori, separazioni violente, violenza inesplosa e rimorsi, in cui la cosa più importante sembra il poter rinfacciare agli altri le loro colpe senza riflettere sulle proprie.
Proprio come capita alla fine delle storie damore intense e appassionate.
Amore e rivolta crescono nella passione e si distruggono attraverso di essa, una volta che il fuoco che le anima non trova più abbastanza combustibile per continuare a bruciare.

&lt;b&gt;Avevamo ormai pochi soldi in tasca&lt;/b&gt;

Avevamo ormai pochi soldi in tasca.
Ma una discreta riserva di erba ci permise di sopravvivere nelle lunghe giornate durante le quali avremmo consumato solo i pasti serali.
I pochi dollari in più li riservavamo per lacquisto di qualche imperdibile Lp trovato a prezzo stracciato in qualche negozietto della città o della vicina Berkeley.

Patty amava portarci in giro per la città e i suoi dintorni.
Alla sera sapeva sempre individuare un locale in cui si suonava: blues, bluegrass, musica caraibica.
Attraverso quelle passeggiate e quei suoni iniziai ad amarla.
Ma ci portò anche ad un raduno di protesta anti-nazista presso il Golden Gate Park, dove il numero di coloro che protestavano si rivelò inferiore a quello dei manifestanti dellestrema destra razzista.

Mi stupii, con il mio compagno di viaggio, che non  avvenissero scontri tra le due fazioni o con la polizia schierata in mezzo.
NellItalia di quegli anni sarebbe stato davvero impensabile, ma le lotte e le battaglie di Berkeley erano finite da un pezzo e il collante della protesta contro la guerra in Viet-Nam non aveva più, fortunatamente,  ragione desistere.

Nei pomeriggi in cui eravamo soli, io ed Ettore, amavamo bighellonare senza meta, osservando  bambini e ragazzi scendere a razzo per le ripide discese della città con i piedi ben saldi sui loro skate-board.
Prendevamo al volo qualche tram per risalire le strade ripide oppure ci fermavamo per vedere passare qualche autoarticolato dei pompieri mentre accorreva sul luogo di qualche incendio.

Ancora una volta non avevamo mete prefissate, era lo sguardo a indicarcele sul momento, sia che fosse un pellicano in volo radente sulle acque della baia oppure qualche oscuro bar nelle vie del centro.
North Beach era il centro della comunità italo-americana e ci divertiva fermarci nei locali a sentire dei vecchi parlare in siciliano o in qualche altro dialetto.

Da qualche parte devo ancora avere una fotografia, scattata da Ettore, in cui io e Patty sediamo in un locale del quartiere a bere un cappuccino, mentre sullo sfondo troneggia un manifesto di Nilla Pizzi annunciandone una prossima tournee invernale.
Altro che Grateful Dead e Jefferson Airplane!
Ma anche questo faceva parte del gioco di perderci ogni giorno, dietro a qualcosa di inaspettato.

E poi gli ambigui locali di Castro Street, i ristoranti e le pizzerie messicane sulla Mission e in Market Street, i moli dellEmbarcadero, gli infiniti negozi di oggetti usati di ogni genere finivano nel suscitare in noi sempre nuove curiosità e sorprese.
Avremmo dovuto fermarci a Frisco per una decina di giorni, ma ci fermammo lì per più di un mese.
Anche grazie allarresto di Ettore per furto.

&lt;b&gt;Quel giorno avevamo già fatto una felice incursione presso la Tower Records&lt;/b&gt;

Quel giorno avevamo già fatto una felice incursione presso la Tower Records.
Ci divertiva sfidare la sorte nei fornitissimi e controllatissimi negozi di quella catena.
Lavevamo fatto a Las Vegas, in piena notte, unico negozio di dischi a rimanere aperto ventiquattro  ore su ventiquattro.
Le guardie armate alluscita non si accorsero mai della semplicità e faccia tosta con cui portavamo via i dischi sotto i loro occhi.

Ma in un supermercato di Oakland Ettore si fece beccare in fragrante da una settantenne occhialuta che in realtà era una guardia interna.
Come al solito era entrato per il rifornimento base: prosciutto, maionese, banane, latte e pane.
Ma a fregarlo fu lo spazzolino da denti.
Lagguato era scattato lì, presso gli scaffali delligiene orale.

Io ero rimasto fuori, avendo con me almeno una ventina di Lp di provenienza illecita.
Mi preoccupai così, non poco, quando vidi unauto della polizia, prima, fermarsi davanti allingresso principale e, poi, ripartire con Ettore a bordo intento a cercare di farmi ciao-ciao attraverso il lunotto posteriore.
&lt;i&gt;Cosa cazzo poteva essere successo&lt;/i&gt;?!

Con Patty cercammo di capire dove fosse stato portato Ettore e, dopo un giro di telefonate alla polizia locale, venimmo a sapere che il mio amico sarebbe stato processato per direttissima il giorno seguente.
Di avvocato nemmeno a parlarne con i soldi che ci rimanevano.
Molto probabilmente non ci sarebbe rimasto che affidarci alla clemenza della corte.

Ettore arrivò nellaula ammanettato e in compagnia di un gruppo di giovani afro-americani, uomini e donne, tutti parecchio più alti di lui.
Anche la guardia bianca che li accompagnava era notevolmente più alta e più grossa, ma il mio compagno di viaggio era tuttaltro che triste e ci sorrise  appena ebbe modo di vederci.
Cioè quando tutti gli altri si furono seduti.

Il processo fu un bellesempio di melting pot americano: giudice di origine giapponese, avvocato dufficio dal cognome indubitabilmente greco, imputato italiano e traduttrice (Patty) americana purosangue. Sì perché, nel marasma generale, nessuno si era accorto che Ettore avrebbe potuto dire ben poco e capire ben poco di ciò che gli sarebbe stato detto avendo ancora una scarsissima conoscenza della lingua inglese.

Toccò quindi a Patty offrirsi, con il mio aiuto, di fungere da tramite tra Ettore, lavvocato e la corte.
Fortunatamente, come Tom, Patty studiava litaliano da un paio danni e quindi le fu possibile tale missione di volontariato.
Poiché potemmo dimostrare che verso la fine di ottobre avremmo lasciato gli Stati Uniti, senza prolungare oltre la nostra perniciosa permanenza sul suolo americano, il giudice fu clemente.

Ripagato il danno, ovvero il bottino del supermercato, Ettore ebbe solo lobbligo di ripresentarsi da lì a una settimana per firmare e dimostrare di non essere stato colto unaltra volta nel compiere lo stesso reato.
Uscimmo soddisfatti e contenti, anche se nella notte passata in cella aveva perso una delle sue preziose lenti a contatto.

Per il troppo ridere, mi spiegò più tardi, aveva pianto e con le lacrime una delle due lenti era scivolata via, caduta sul pavimento e persa per sempre.
Le risate erano dovute al fatto che mentre nella cella di Ettore erano stati stipati sempre più ragazzi di colore, nella cella di fronte era stato rinchiuso il risultato di una retata di prostitute.
I battibecchi, gli inviti, le oscenità e i richiami sessuali erano andati avanti per tutta la notte, in un clima di esplicita orgia verbale, limitata fisicamente soltanto dalle sbarre delle due celle.

Non aveva capito granché dalle parole, ma i gesti e gli sguardi erano bastati. 
In più, quando gli occupanti delle due celle si erano resi conti che lunico piccolo bianco presente era un italiano, avevano cominciato ad apostrofarlo, scherzosamente, con il nomignolo di &lt;i&gt;Stallion&lt;/i&gt;.
Sylvester Stallone cominciava a spopolare nel mercato della sottocultura e a rappresentare una nuova versione del fascino latino. Da lì il soprannome.

(&lt;b&gt;14-CONTINUA&lt;/b&gt;)

</text_more></entry>
<entry id='3488' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3488' author_id='4' authored_on='20100523043219' basename='il_gufo_alla_finestra' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100523043219' modified_on='20100523043342' ping_count='0' status='2' title='Il gufo alla finestra' week_number='201021'><text>di &lt;b&gt;Danilo Arona&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;The_Fourth_Kind.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/The_Fourth_Kind.jpg&quot; width=&quot;160&quot; height=&quot;229&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;In un recente film che s&apos;intitola &lt;i&gt;Il quarto tipo&lt;/i&gt;, dedicato al tema dei rapimenti alieni, si assiste a una scena impressionante che per un paio di minuti catapulta in un glorioso passato cinematografico una o più generazioni di spettatori. Il passaggio in questione è incentrato sulla psicologa Abigail Tyler che ipnotizza un paziente in camera da letto al fine di scoprire la verità sui suoi terrificanti incubi notturni, piaga collettiva a quel che racconta il film di buona parte degli abitanti di Nome, Alaska. La reazione dell&apos;uomo all&apos;induzione ipnotica è sconvolgente: tra rumori e luci di dubbia provenienza, il letto prende a saltellare e il tipo resta sospeso nell&apos;aria, vittima di una vera e propria levitazione. La faccia e il collo gli si contorcono fino a raggiungere pose impossibili e dalla bocca gli escono gutturali e incomprensibili parole che in seguito apprenderemo appartenere all&apos;antica lingua dei Sumeri.</text><text_more>Sin dalla sommaria descrizione si può capire quale sia l&apos;ovvio riferimento forte della scena che è &lt;i&gt;L&apos;esorcista&lt;/i&gt; di Friedkin e Blatty. Ma vorrei pure avanzare l&apos;ipotesi che la dipendenza da quel film non sia poi così intenzionale. In verità è molto più interessante il dato, un po&apos; più che subliminale in ambedue i testi, di chi abita nelle cellule dei disgraziati portatori, la Regan del 1974 e il torturato paziente della dottoressa Tyler del 2009: demone o antichissimo progenitore alieno, il bacino di provenienza geografica è identico, ovvero la Sumeria.
Che se ne deduce? Vi faccio rispondere da due persone che più culturalmente lontane non potrebbero essere. Lo scrittore americano Whitley Strieber e il critico/ poeta/ narratore italiano Paolo Lagazzi.
Un estratto breve e significativo dall&apos;ultimo romanzo pubblicato in Italia di Strieber, &lt;i&gt;2012 L&apos;Apocalisse&lt;/i&gt; (Newton Compton):

&lt;i&gt;Martin non aveva mai creduto all&apos;esistenza del diavolo. Il diavolo del Cristianesimo non era altro che il dio con le corna dell&apos;antica stregoneria del Nord Europa, niente di più, e il dio con le corna era il vecchio dio romano dei baccanali, Pan. In altre parole, una divinità pagana si era trasformata nel nemico del nuoco dio. La storia delle religioni era costellata da episodi simili, gli Dei del passato diventavano i demoni del presente&lt;/i&gt;.

Premesso che non ha importanza qui constatare se il personaggio Martin stia ragionando a nome suo o per conto di  Strieber, passiamo al pensiero di Lagazzi, estrapolato dal libro &lt;i&gt;Forme della leggerezza&lt;/i&gt; (Archinto), e per la precisazione dal capitolo Sortilegi, astri, inganni, quando sostiene che magia e religione dell&apos;antichità lasciano attorno a sé e in eredità all&apos;Occidente un terribile strascico di incubi:

&lt;i&gt;Nelle pieghe di questi incubi  nei testi, appunti, di Seneca e di Lucano (forse l&apos;apice dell&apos;eccesso puro in tutta la letteratura occidentale) o in quelli di Pausania (il demone maligno Lycas, «tremendamente nero» e vestito da lupo), dello stesso Apuleio e di altri  non è difficile riconoscere semi sinistri capaci di infiammare, a gran distanza di secoli, le fantasie visionarie degli autori del&lt;/i&gt; Macbeth, &lt;i&gt;di&lt;/i&gt; Frankenstein, &lt;i&gt;del&lt;/i&gt; Dottor Jekyll &lt;i&gt;e di&lt;/i&gt; Dracula, &lt;i&gt;di calamitare le invenzioni un po&apos; folli di F&#361;ssli (Orazio: «assiso sui vostri cuori angosciati / vi toglierò il sonno con il terrore») o di condizionare ancora la vicenda postmoderna dell&apos;horror, del noir e del dark (benché dell&apos;energia epica e paradossalmente seduttiva dei modelli si sia sempre più persa ogni traccia nelle mimesi spesso fruste, ciniche e volgari della pazzia quotidiana)&lt;/i&gt;.

Il filo della continuità mi pare ben leggibile e si sentono qui, ancora, riecheggiare, le parole di Richard Dawkins, mai troppo citato, quando ricorda che nel DNA contemporaneo sono registrate le inconfutabili tracce degli antichissimi incontri con l&apos;Altro. Ma torniamo al film &lt;i&gt;Il quarto tipo&lt;/i&gt;, che non è un&apos;opera così futile com&apos;è stato scritto da chi ne ha fornito una lettura approssimativa. Tra i molti sottotesti uno in particolare non sfugge: nella città di Nome (un luogo che esiste e ha avuto anni addietro qualche problema non da poco in grado forse di ispirare il plot) è in atto un&apos;epidemia virale che riguarda la mente collettiva, l&apos;Ora del Lupo (al solito, le tre di notte) e le immagini archetipiche della Paura (la suggestione del Gufo gigante è una trovata apprezzabile in quanto è un&apos;immagine che ne richiama e ne contiene parecchie altre.). 
Epidemia mentale, virus della mente. Chi segue il discorso sa che, aldilà dell&apos;immagine metaforica spesso usata con qualche pertinenza di causa, è stato proprio Dawkins a porre il problema in termini concreti sin dal 1976, seguito in tempi più recenti da Richard Brodie. Il perno centrale del discorso è il notorio meme (dalla parola &lt;i&gt;Mimesis&lt;/i&gt;, che significa imitazione), un replicante che ha la facoltà di propagarsi da un cervello all&apos;altro e di sopravvivere come idea, produzione culturale o altro anche dopo la morte dellindividuo ospite. Dawkins in  &lt;i&gt;The Selfish Gene&lt;/i&gt; sostiene che il meme, come il gene, è composto da stringhe di simboli e che riesce a sopravvivere propagandosi per contagio attraverso le psicotecnologie (il linguaggio, la scrittura, i libri, la radio, la TV, Internet, i CD-ROM, la musica, il teatro, il cinema, etc.) da una mente all&apos;altra. Il meme, per potersi replicare con efficacia, dev&apos;essere semplice e comprensibile, plausibile, e soprattutto trasmesso fedelmente nonché riprodotto da medium duraturi e veloci. Come ha sottolineato Francesco Ianneo in &lt;i&gt;Meme, genetica e virologia di idee, credenze e mode&lt;/i&gt;(Castelvecchi), è molto importante che il meme sia ridondante, come un mantra che si ripete costantemente. Per questo &quot;i memi che risultano affascinanti per gli istinti delle persone sono quelli che più facilmente si replicano e si trasmettono attraverso la popolazione&quot; (Richard Brodie, &lt;i&gt;Virus della mente&lt;/i&gt;, Ecomind) Questa è una legge che conoscono bene i &lt;i&gt;designer virus&lt;/i&gt;, coloro cioè che definiscono e progettano a tavolino i virus della mente con cui intendono programmarci e condizionare le nostre scelte, tanto quelle commerciali che quelle politiche: i primi aspetti da loro individuati sono proprio quelle situazioni che cliccano ai pulsanti della rabbia, della paura, della fame e  della lussuria, componenti dinamiche in grado di attirare la nostra preziosa attenzione.
Va da sé che stiamo scantonando nel campo della persuasione occulta, però non ci troviamo così lontani dagli incubi  veri o presunti  della città di Nome. Infatti Dawkins definisce infezioni memetiche casi come i suicidi di massa del Tempio del Sole e dell&apos;Heaven&apos;s Gate, specificando (nel saggio del 1993 &lt;i&gt;Viruses of the Mind&lt;/i&gt;) che il meme è (anche, soprattutto) un virus capace di propagarsi di mente in mente, in grado di viaggiare longitudinalmente attraverso le generazioni, ma di farlo anche orizzontalmente come i virus in un&apos;epidemia. Nei casi citati, l&apos;induzione al suicidio collettivo avveniva anche attraverso i sogni che alcuni, prima di darsi la morte, dichiaravano di condividere. 
A questo punto perché il Sumer? Perché l&apos;Antichissimo Altro dovrebbe provenire da proprio lì, da quel tempo? Perché con quelle modalità? Perché con quel carico di incubi e tanta valanga energetica di enfasi demoniaca?
Non è facile rispondere. Però i contagi virali sono dati acclarati. Anche nel mondo dell&apos;onirismo. Un&apos;ipotesi non priva di suggestione, per quanto appartenente al dominio della fiction, giunge dal recente serial-remake &lt;i&gt;Visitors&lt;/i&gt; di Yves Simoneau, in cui una dottoressa rettiliana suggerisce che da tempo immemore gli alieni hanno immesso nel DNA terrestre una sorta di stringa estranea in grado di creare una collettiva risonanza empatica. Se ne può sorridere, ma Dawkins peraltro non ha mai specificato in quale modo le tracce dell&apos;Antico Altro sarebbero fissate nel DNA dell&apos;uomo contemporaneo.
Molta cultura di stampo gotico (per capirci...) sembra oggi ossessionata dal immagini ctonie e pseudo-demoniache di origine sumera. Persino in ambito accademico con le &lt;i&gt;Guerre atomiche al Tempo degli Dei&lt;/i&gt; di Zecharia Sitchin. Volendo stilare un piccolo elenco alla rinfusa, che null&apos;altro vuole che essere un elenco, gli echi dell&apos;altro Sumero si odono nell&apos;opera di Lovecraft, nel Magick di Aleister Crowley, in William Peter Blatty, nel devastante mantra Suillakku di Roberto Cuoghi, nel primo cinema di Sam Raimi, nella teoria rettiliana di David Icke e nella cosmogonia di Daniele Bonfanti. Sarebbe interessante chiedere a tutti i succitati per quali, misteriose vie l&apos;Altro sumero si è trasformato in un meme personale, in un&apos;ossessione virale e artistica. E, aggiungendo all&apos;elenco l&apos;autore de &lt;i&gt;Il quarto tipo&lt;/i&gt; Olatunde Osunsanmi, diviene quasi sinistra la seguente suggestione di &lt;a href=&quot;http://www.scribd.com/doc/31055577/Le-frasi-sumere-nel-film-Il-Quarto-Tipo&quot;&gt;Alessandro Demontis&lt;/a&gt;:

... &lt;i&gt;il film contiene, senza neppure farne menzione, numerosi riferimenti alla teoria dello studioso Zecharia Sitchin, secondo il quale gli Dei sumeri non erano altro che extraterrestri. Gli stessi che hanno creato l&apos;Homo Sapiens mediante una manipolazione genetica dell&apos;Homo Erectus. Quando ho visto il film sono rimasto basito dalla precisione e dalla pignoleria nel realizzare la scena in cui è coinvolta la lingua sumera. Il mio primo pensiero è stato: se si tratta di una storia inventata a tavolino, è geniale e ottimamente realizzata. In modo particolare perché le poche frasi sumere presenti nel film non solo hanno effettivamente un significato compiuto, ma questo significato si cala perfettamente nell&apos;ambientazione... Una traduzione, dato il combaciare dei vari termini in un contesto che sembra evidente, può essere&lt;/i&gt;: Lei, questo essere umano, è mia discendente, venuta nel luogo della creazione, (bisogna) esaminare, legare il braccio e penetrare, (forzare a) urlare (aprire la bocca?) del prescelto, distruggere. &lt;i&gt;Il testo ha senso compiuto con la scena di riferimento; infatti sono le parole pronunciate da un alieno nel momento in cui la protagonista del film viene rapita&lt;/i&gt;.

Una conclusione niente affatto consolatoria: il film non è una storia vera come vorrebbe far credere e non gode della stima degli ufologi seri. Però parecchie persone, soprattutto in America, lo hanno ritenuto verosimile, soprattutto quelle che soffrono d&apos;insonnia e si svegliano alle tre di notte. Quelle -  sono molte  che dichiarano di avere avuto contatti di quarto tipo con i cosiddetti &lt;i&gt;bedroom invaders&lt;/i&gt;. E&apos; interessante peraltro annotare che, per quanto eventi come quelli raccontati nel film non risultino mai accaduti nella città di Nome, in tale luogo si sono comunque verificati episodi misteriosi, crimini vari e sparizioni in una percentuale che va ben oltre la normalità statistica. Come riporta con accuratissima documentazione &lt;a href=&quot;http://www.nonapritequelportale.com/vero-quarto-tipo-storia-alieni-abigail-tyler&quot;&gt;Raffaele Di Nicuolo&lt;/a&gt;.  
 
&lt;i&gt;Le indagini del&apos;FBI indicavano che tutti gli scomparsi avevano a che fare con la zona di Front Street luogo nel quale vi erano locali dove le persone potevano bere, ubriacarsi, litigare e la combinazione dei fattori alcol, freddo, la disperazione e il  teppismo avevano determinato le sparizioni, L&apos;ipotesi del serial killer fu attentamente valutata. Sin dall&apos;inizio dell&apos;inchiesta della polizia locale, molte persone si sentivano spaventate e preoccupate e insorse inevitabilmente un senso negativo che colpì tutta la zona. I nativi accusavano le altre persone e viceversa. I fascicoli sulle misteriose morti e sparizioni furono trasmessi all&apos;FBI e pochi di questi erano imputabili a cause note. 17 dei 24 morti e dispersi erano uomini. Otto dei 20 scomparsi non furono mai  trovati e gli altri erano morti in circostanze sospette, ad esempio  persone non inclini al suicidio furono trovate morte al largo della diga della città. Le autorità brancolavano nel buio. Per molti anni  agli abitanti di Nome fu consigliato di avventurarsi di notte da soli&lt;/i&gt;.

Di Nicuolo riferisce anche di una lunga serie di apparizioni di entità aliene e volanti, qualcuna di natura apparentemente olografica, avvenute nell&apos;agosto del &apos;98. A prima vista nulla di particolarmente significativo, se non una forte analogia con le più famose apparizioni del Mothman in quel di Point Pleasant nel dicembre 1966. Una figura, il Mothman, che assomigliava tanto a un gufo gigante quanto a un demone sumero della genia dei Pazuzu...
Sarebbe interessante chiedere al regista Osunsanmi perché proprio Nome. Cosa lega l&apos;Alaska alla Sumeria?

</text_more></entry>
<entry id='3490' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3490' author_id='19' authored_on='20100524015525' basename='nord_eden' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100524015525' modified_on='20121024090744' ping_count='504' status='2' title='Nord Eden' week_number='201021'><text>di &lt;b&gt;Alessandra Daniele&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;NordedeN.JPG&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/NordedeN.JPG&quot; width=&quot;253&quot; height=&quot;164&quot; border=&quot;0&quot;hspace=4 vspace=2 align=left  /&gt;Si aggiusta la cravatta verde, e sale in macchina accanto al fratello.
- Cazzo, hai ancora questo cassonetto? 
- E&apos; quello che posso permettermi
- Perché sei un pirla! - Ride. Gli dà una pacca sulle spalle - Tu non sai vivere. Come diceva quello lì? Siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i soldi.
- Sogni.
- No, non sogno, sono molto realista io, sono più realista del re. Sei tu che sogni, e perdi tempo all&apos;università, in una facoltà inutile e superata.
- Legge.
- Appunto! Cosa le studi a fare quelle leggi inutili, tanto le aboliamo.</text><text_more>- Tutte?...
- No, qualcuna la lasciamo, per tenere i negri al loro posto. Solo leggi serie però. Roba tipo non immigrare, non uccidere, non pedofilar... non pedofol.. .insomma, non fare il prete coi bambini - sghignazza - o almeno vai fuori dalle balle in Thailandia, tanto lì si sposano a dodici anni.
Guarda dal finestrino. Sbuffa.
- Che tempo di merda. Dev&apos;essere colpa di quel cazzo di vulcano. Quando riesco a tirare su abbastanza soldi me ne vado io. In un posto dove fa sempre caldo.
- Linferno?
Ride - Cosa c&apos;è, sei diventato cattolico? Non eri Buddista?
- No. 
- Ah, già, quella è la tua donna...la mia è Fancazzista praticante - ridacchia - Ho visto un servizio di Voyager sui buddisti nazisti che cercavano il Graal nel Tibet...è per questo che la Cina non molla il Tibet, c&apos;è il Graal. Secondo il buddismo, le cause della rovina delluomo sono tre: una è lignoranza. Le altre non le so. 
Controlla il telefonino. Poi ammicca.
- Mi hai visto a Telepadania? Che figo eh, passo lo schermo?
- No, resti spiaccicato sulla parte interna del vetro.
Ride - Tutta invidia! Piacerebbe anche a te andare in TV, magari da Santoro...ma te lo scordi, perché lo cacciamo. Si sbrighi a prendere il regalino dal comodino, prima che ci ripensiamo e lo spediamo a calci in culo, invece. Come io ho cacciato quel coglione a rotelle.
- Il tuo impiegato disabile? Perché?
- Mi stava sul cazzo.
- Ma è paraplegico....
- Sul mio cazzo non ci sono barriere architettoniche - ride - Che fai, perché freni?....

*  *  *

- Dov&apos;è tuo fratello? - La donna lo fissa perplessa - Hai detto che veniva a cena....
Scuote la testa - Ha dato di matto - allarga le braccia - Mi sono dovuto difendere - Estrae una pistola, la posa. Si sfila la giacca, e la cravatta verde macchiate di sangue - Queste adesso le faccio sparire... come il &lt;i&gt;resto&lt;/i&gt;.
La donna sgrana gli occhi.
- Ma tu sei un personaggio pubblico, sei stato a Telepadania., se tuo fratello &lt;i&gt;sparisce così&lt;/i&gt; te ne chiederanno conto!
- Perché? Non sono mica il suo custode.


</text_more></entry>
<entry id='3491' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3491' author_id='4' authored_on='20100524234407' basename='la_riabilitazione_del_compagno_carlos_santana_3' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100524234407' modified_on='20111201182611' ping_count='0' status='2' title='La riabilitazione del compagno Carlos Santana - 3' week_number='201021'><text>di &lt;b&gt;Filippo Casaccia&lt;/b&gt;

&lt;b&gt;Il periodo illuminista &lt;/b&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt; &lt;i&gt;Un buon assolo parte con un tema, qualcosa che puoi cantare; poi tento di andare dove andava Coltrane: qualcosa che magari la testa non capisce, ma il cuore sì.
Carlos Santana&lt;/i&gt;&lt;/span&gt; 

&lt;img alt=&quot;san01.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/san01.jpg&quot; width=&quot;146&quot; height=&quot;180&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;Di solito la differenza tra musicisti jazz e musicisti rock è che quelli rock suonano tre accordi davanti a trentamila persone, mentre quelli jazz suonano trentamila accordi davanti a tre persone. 
La diceria non sembra spaventare Carlos Santana che nel 1972, esaurito come Vil Coyote, compie un triplo carpiato e stupisce tutti: basta con lo &lt;i&gt;status &lt;/i&gt;di &lt;i&gt;guitar hero &lt;/i&gt;venerato dalle masse, basta coi singoli da classifica, basta con le tentazioni secolari della vita da rockstar. In quel fatidico anno Carlos vede la luce e abbraccia una nuova filosofia di vita: trova un guru, trova lamore e soprattutto decide di esplorare nuove direzioni musicali. Del resto a cavallo tra 72 e 73 tutto il panorama musicale è alla ricerca di nuovi sbocchi. Gli Stones stanno licenziando lultimo loro grande album, forse il migliore, &lt;i&gt;Exile On Main St&lt;/i&gt;.; la triade dellhard rock  Deep Purple, Black Sabbath e Led Zeppelin  è spaesata e non raggiungerà più le vette passate, così come gli Who. Jeff Beck cazzeggia, Clapton è drogato marcio e tutto il &lt;i&gt;progressive &lt;/i&gt;si sta rifugiando in un esibizionismo che provoca lorchite in chi non ne può più di assoli quaresimali.
E fino allesplosione del punk, la prima tangentopoli del rock, si vivacchierà così, incerti.
Anche se
</text><text_more>Carlos si perde, sì, ma si ritrova pure, facendo cose egregie. I rapporti col tastierista Rolie e il giovane chitarrista Schon sono ai minimi termini e i due accettano di continuare a incidere ancora un album, ma dal vivo, no: stanno mettendo su una loro band. Diventeranno i Journey, un gruppo rock che dispensa grandi escursioni strumentali nei primi tre fantastici album (invendutissimi) e poi si trasforma nella più classica band da stadio anni Settanta: diventeranno i profeti della ballatona da accendino e dellA.O.R., l&lt;i&gt;Adult Oriented Rock &lt;/i&gt;piacione e radiofonico. E diventeranno anche oscenamente ricchi e, per chi scrive, un po noiosi.
&lt;img alt=&quot;san02.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/san02.jpg&quot; width=&quot;190&quot; height=&quot;113&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;Ai nuovi Santana si aggregano tanti ospiti e anche due musicisti che risulteranno fondamentali per il futuro. Il primo è lo storico percussionista cubano Armano Peraza, già &lt;i&gt;agée &lt;/i&gt;e con un curriculum notevole in ambito jazz, avendo percosso a lungo per Mongo Santamaria. Tom Coster è invece un richiestissimo tastierista (rinuncerà a Zappa ed Elvis per i Santana) dallo spiccato gusto melodico. E questa nuova formazione ballerina, assillata dal &lt;i&gt;management &lt;/i&gt;che teme limplosione, sforna lennesimo capolavoro, un disco epocale: &lt;i&gt;Caravanserai&lt;/i&gt;. 

Le incisioni avvengono in un clima teso ma creativo. Un topolino che ha ascoltato i &lt;i&gt;bootleg &lt;/i&gt;delle &lt;i&gt;jam &lt;/i&gt;preparatorie mi ha detto in un orecchio che si tratta di orgasmi multipli in musica. Tappeti percussivi, sonorità rock e scale astruse che si arrampicano su sequenze di accordi eccedenti, diminuiti e aumentati, quelli che fan la gioia del jazzofilo e il dramma degli irrecuperabili musicali come me. 
Il boss della Columbia, Clive Davis, va a fare la classica capatina in studio. Che è nella penombra, illuminato solo dalle candele e dalla nuova fede del leader. Ascolta i nastri, gli viene un coccolone e annuncia che qui si sta commettendo un suicidio artistico. Carlos, spalleggiato dal batterista Shrieve, resiste e insiste. Si fa di testa sua. 
Peraltro è uno dei pochi errori di valutazione di Clive Davis, uomo che per la suddetta Columbia ha fatto firmare Bruce Springsteen, Janis Joplin, Aerosmith, Billy Joel e Pink Floyd. E infatti verrà fatto fuori di lì a breve, non a causa di &lt;i&gt;Caravanserai&lt;/i&gt;, ma perché, come in un classico Woody Allen (cioè quando faceva ancora ridere) il milionario Davis distrae alcuni fondi della CBS per pagarsi il Bar Mitzvah del figlio. E lo beccano. 

&lt;img alt=&quot;san03.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/san03.jpg&quot; width=&quot;160&quot; height=&quot;160&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;Lalbum risente dei ripetuti ascolti di Miles Davis, stimolati da Shrieve stanco di rocknroll: si coglie il gusto per quei &lt;i&gt;groove &lt;/i&gt;da &lt;i&gt;trance &lt;/i&gt;su cui il solista fa ghirigori, melodie e piccole fughe in avanti ma Carlos e band non sanno trattenersi e non cè la fredda continenza che caratterizza Miles: Carlos arriva allorgasmo molto prima e non mi farò certo io problemi di durata.
Tutte le istanze jazzate degli album precedenti, i segni della passione per Davis o Coltrane, da sapori diventano ingredienti veri e propri. Il passaggio è preciso, marcato, e tutto lalbum è pervaso da questa atmosfera che ricorda, per dire, &lt;i&gt;Sketches of Spain&lt;/i&gt;: temi modali fluttuanti ma anche duelli chitarristici furiosi. Linsieme è omogeneo e coinvolgente sin dallinusuale partenza aurorale: un canto di grilli e un sax sornione. Le chitarre accarezzano, poi cominciano le contorsioni funk fino allesplosione rock. La &lt;i&gt;Song Of The Wind &lt;/i&gt;riporta la serenità, prima del flamenco davisiano che chiude il primo lato. Il secondo è una festa di percussioni che spinge ancora di più verso il jazz rock, con tocchi brasiliani (Jobim) e africani. Non cè niente di astruso, criptico o esclusivo: è un caleidoscopio di suoni e colori e siamo tutti invitati ad unirci al caravanserraglio in marcia verso il sole, come ci ricorderà anche un piccolo grande film di Salvatores, &lt;i&gt;Marrakech Express&lt;/i&gt;, che citerà esplicitamente la &lt;i&gt;cover &lt;/i&gt;dellalbum. (E, aggiungo: la colonna sonora del film, di Roberto Ciotti, era felicemente santaniana). 

&lt;img alt=&quot;san04.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/san04.jpg&quot; width=&quot;160&quot; height=&quot;158&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;Nonostante il terrore della casa discografica, lalbum vende bene. Non come i precedenti, ma bene. Dal vivo invece si è in fase di transizione e il nuovo corso suscita qualche perplessità nel pubblico: si evitano le &lt;i&gt;hit &lt;/i&gt;e lintroduzione invece di tanti pezzi &lt;i&gt;fusion&lt;/i&gt;, mai pubblicati su disco, lascia spaesati. 
Tra un concerto per le vittime del terremoto in Nicaragua e un tour europeo, Carlos incide anche un altro album, &lt;i&gt;Love Devotion Surrender&lt;/i&gt;, questa volta con lamico John McLaughlin, chitarrista jazz sopraffino e mente tra le menti nella Mahavishnu Orchestra, la band che ha portato il jazz rock in classifica con un curioso e originale &lt;i&gt;sound&lt;/i&gt;: ascoltare un loro disco è come entrare in una stanza dove cè della gente che sta litigando violentemente, con tutti gli strumenti sparati a mille contemporaneamente. Del resto, strumentalmente bravi come loro ce ne sono pochi (Cobham alla batteria, Hammer alle tastiere, Goodman al violino) e McLaughlin è uno che, se fosse possibile, sminuzzerebbe le note anche in centoventottesimi.
In questo album di folgorante bellezza cè soprattutto Coltrane  rivisitato con impeto elettrico (&lt;i&gt;A Love Supreme&lt;/i&gt;) o gentilezza acustica (&lt;i&gt;Naima&lt;/i&gt;) , con la sua ricerca spirituale e la tensione verso linfinito. Poche note di Carlos e autentiche grandinate di McLaughlin: si va dallisterico allestatico; la melodia facile è bandita, come il coinvolgimento ritmico fisico. 
Amore, devozione e resa. Alla bellezza.
&lt;img alt=&quot;san05.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/san05.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;139&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;Allinterno del disco Carlos e John sono vestiti di bianco, seduti nella posizione del loto a fianco del guru Sri Chinmoy, di cui McLaughlin è adepto maniacale, tanto da avere una Gibson SG a doppio manico che ospita la scritta &lt;i&gt;Sweetest is&lt;/i&gt; sul manico della dodici corde e &lt;i&gt;my Lord &lt;/i&gt;su quello della sei corde, strumento da illuminazione ed ernie fulminanti. Santana, partito dallo studio di Paramahnsa Yogananda, si accoda e chiede disciplina interiore. Il guru, uno che  detto tra noi  sostiene di aver sollevato 3000 chilogrammi grazie alla sua capacità di concentrazione, manco fosse un Caterpillar di materia grigia  accoglie il nuovo discepolo e il suo nuovo amore, Deborah, figlia del chitarrista blues Saunders King. Li battezzerà Devadip e Urmila, luce di Dio e luce del supremo. Cristiano io? Non sono nulla. Quando morirò troverò la luce e non importa se ci sarà Buddha o Gesù. 
Ahia. 
Carlos si taglia i capelli e comincia a vestirsi di bianco come un chirurgo in sala operatoria. In concerto appaiono foto di Gesù e Sri Chinmoy in mezzo agli amplificatori. Per i materialisti storici della critica militante europea la conversione religiosa e musicale è un colpo basso, per gli americani una trovata come unaltra.

&lt;img alt=&quot;san06.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/san06.jpg&quot; width=&quot;180&quot; height=&quot;108&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;Durante il 1973 Carlos sposa Deborah e parte per una storica tournée mondiale che vede la registrazione di un &lt;i&gt;live &lt;/i&gt;feroce in Giappone e soprattutto un mese di date in Sud America. Allepoca nessuno nordamericano si avventura nelle terre dei &lt;i&gt;macacos&lt;/i&gt;: Carlos e compagni fanno 21 date toccando Messico, Guatemala, El Salvador, Costa Rica, Panama, Nicaragua, Venezuela, Colombia, Argentina e Brasile, in un tripudio di folla. Ne viene tratto anche un film documentario interessantissimo che uscirà nel 1975, &lt;i&gt;Santana en colores&lt;/i&gt;. Su Youtube cera il &lt;i&gt;trailer &lt;/i&gt;ma è stato rimosso, cosa che mi fa augurare una prossima pubblicazione in Dvd coi controcazzi. 
Il nuovo album esce a novembre e si chiama &lt;i&gt;Welcome &lt;/i&gt;ed è elegante e puro a partire dalla confezione bianca e oro. Parte e chiude nella pace dei sensi, ma in mezzo ci sono canzoni jazz, devastazioni elettriche, rigoglio strumentalmente diffuso e ricchezza di percussioni. È un album meno rock di &lt;i&gt;Caravanserai &lt;/i&gt;ma molto riuscito, anche se non per tutti - come del resto questa puntata che mi sembra una pallata micidiale. 

&lt;img alt=&quot;san09.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/san09.jpg&quot; width=&quot;160&quot; height=&quot;158&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;La produzione musicale va avanti intanto senza soste. Le vendite sono calate clamorosamente ma il nostro eroe non se ne cura. Nel luglio 74 lamico immaginario Devadip pubblica assieme alla vedova Coltrane un 33 &lt;i&gt;ghiri &lt;/i&gt;soporifero: &lt;i&gt;Illuminations&lt;/i&gt;. Levigato, lontanissimo dalla violenza dei Santana prima maniera, si apre con un programmatico Oooooom. In formazione gente quotatissima come Jack DeJohnette, Dave Holland e il flautista Jules Broussard. La CBS tollera il successo irrisorio mentre Carlos appaga lego musicista, guadagna la stima di alcuni colleghi e la rivalutazione ipocrita delle riviste di settore. E intanto a ottobre è già pronto un altro album di gruppo, &lt;i&gt;Borboletta&lt;/i&gt;. E qui, per lascoltatore medio, son cazzi amari: il titolo portoghese (&quot;farfalla&quot;) ricorda una caffettiera sfiatata e il disco è uno dei prodotti santaniani più ostici. Pochissimo rock, qualche splendida melodia, tanto Brasile. Lo comprano a malapena i familiari di Carlos. 

Durante il 1975 Carlos suona gratis con McLaughlin al Jharna Kala Concert, a New York, celebrando il guru sbulaccone Sri Chinmoy che vanta  grazie alla meditazione - di aver eseguito 10.000 (diecimila) dipinti, 100 al giorno per 100 giorni, dipinti che non mi aspetterei accurati maniacalmente come un Canaletto, ecco. Poi per fortuna il chitarrista parte in tour aprendo per il redivivo Clapton. &lt;img alt=&quot;san10.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/san10.jpg&quot; width=&quot;180&quot; height=&quot;138&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;Qualche &lt;i&gt;jam &lt;/i&gt;incendiaria col &lt;i&gt;bluesman &lt;/i&gt;e una clamorosa &lt;i&gt;Sympathy For The Devil &lt;/i&gt;ospite degli Stones al Madison Square Garden fanno riflettere il &lt;i&gt;compañero &lt;/i&gt;che comprende di essersi troppo distanziato dal popolo. Segue un tour da &lt;i&gt;headliner &lt;/i&gt;in Europa, passando anche per la Jugoslavia dellilluminato maresciallo Tito, uno che in curriculum vanta un pranzo con Lemmy, non ancora Motörhead (è una lunga storia, vera). I Santana sono accompagnati dagli apripista Earth Wind and Fire, che suonano come tarantolati. Dimenticate certe faraoniche egizianate che il gruppo presenterà dagli Ottanta in poi: allepoca erano un signor gruppo con un certo pepe rock al culo. È un momento di riscoperta terzomondista a livello mondiale e Bob Marley comincia a farsi un nome anche fuori dalla Giamaica. Carlos vede ancora la luce e capisce che servono canzoni per far muovere la gente: il cazzo non vuole pensieri, insomma. 

A dicembre viene pubblicato &lt;i&gt;Lotus&lt;/i&gt;, il micidiale triplo dal vivo registrato in Giappone due anni prima, ma  complice anche il costo  non se ne vende una copia una. Quando lho acquistato e lho aperto (è un &lt;i&gt;triple gatefold&lt;/i&gt;) non potevo crederci: un delirio grafico nipponico di cui è magnifico colpevole Tadanori Yokoo (e chi non lo conosce?), che mescola i &lt;i&gt;credits &lt;/i&gt;dellalbum, la &lt;i&gt;tracklist &lt;/i&gt;e addirittura lorgoglioso programma del tour di tre settimane &lt;i&gt;al minuto&lt;/i&gt;, ad arte sacra medievale, a Buddha, Cristo e Vishnu, piramidi egizie, colombe dorate, astronavi, ghiacci, deserti e paesaggi lunari, in un mescolone tra i più kitsch mai visti. 
&lt;img alt=&quot;san11.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/san11.jpg&quot; width=&quot;170&quot; height=&quot;151&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;Su disco una voce educata, in giapponese stretto, invita alla meditazione e alla preghiera. Segue un minuto secco di religioso silenzio e poi partono il gospel spaziale di &lt;i&gt;Going Home &lt;/i&gt;e i primi timidi applausi. Si va avanti per due ore con Carlos che improvvisa con la chitarra a manetta, presentando i grandi successi così come digressioni jazz fulminanti. Il pubblico giappo è attonito e riverente di fronte a una &lt;i&gt;Incident at Neshabur &lt;/i&gt;da un quarto dora, una &lt;i&gt;Samba Pa Ti &lt;/i&gt;da arresto cardiaco e un assolo di batteria interminabile. Cè anche tempo per un omaggio ad Angela Davis (&lt;i&gt;Free Angela&lt;/i&gt;), esecuzione che fa salire di diverse posizioni il compagno Santana nel mio &lt;i&gt;ranking &lt;/i&gt;dellortodossia. 
È un &lt;i&gt;live &lt;/i&gt;eccessivo, ma vivo veramente: un loto sbocciato e mai sfiorito e perciò bellissimo. È anche lapoteosi del periodo jazz rock e il culmine della distanza dei Santana dal pubblico e non credo conoscerà mai una ristampa integrale. 
Entrando oggi in una casa discografica potreste vedere il classico &lt;i&gt;executive &lt;/i&gt;che si butta giù dallultimo piano così come un bimbominkia coi pantaloni così bassi da vedergli il buco del culo  ma da davanti  che dà ordini su cosa produrre. Gente così, qualche anno fa, ha fatto uscire una taccagna riedizione in Cd di &lt;i&gt;Lotus &lt;/i&gt;dove, dopo linvito alla preghiera, seguiva direttamente il primo pezzo. Per ignorantissimo &lt;i&gt;horror vacui&lt;/i&gt;, questi fessi hanno tagliato la meditazione silenziosa. Ringrazino che Sri Chinmoy non è più tra noi, se no gli avrebbe dato diecimila schiaffi in 10 minuti. 

&lt;b&gt;Mondo Santana&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;san12.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/san12.jpg&quot; width=&quot;117&quot; height=&quot;180&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;Il nuovo corso parte con &lt;i&gt;Amigos&lt;/i&gt;, nel marzo 1976. Torna la latinità sfrenata, fa capolino il pop e certo &lt;i&gt;funk &lt;/i&gt;alla Stevie Wonder, così come il flamenco nella versione più bura e danzereccia. Il disco è un &lt;i&gt;collage&lt;/i&gt; poco omogeneo, ma vende tanto e riporta i Santana in auge, anche grazie a una ballata intensissima, &lt;i&gt;Europa&lt;/i&gt;. In Italia, per dire, &lt;i&gt;Amigos &lt;/i&gt;si fa 8 settimane in testa alla classifica.
I concerti proseguono come sempre in tutto il mondo (i Santana fanno abitualmente dai due ai sei tour ogni anno) e con rinnovato successo, nonostante gli eccessi sartoriali dellepoca: talvolta Carlos indossa un vestaglione o delle tuniche francamente emetiche, mascherandosi sotto degli occhialoni che potrebbe portare giusto Gustavo Thoeni in slalom gigante.
Per i depositari della critica, Santana finisce qui di essere creativo. La sua formula è già cliché e il suo &lt;i&gt;sound&lt;/i&gt;, dalle strade e dalla giungla, è finito in discoteca e in salotto. È parzialmente vero: i dischi non sono più capolavori come i primi album (difficilmente però battibili) ma, allinterno di progetti senza unidentità precisa, spiccano sempre due o tre perle. 
La formula vincente si ripete pochi mesi dopo e nel dicembre 1976 esce &lt;i&gt;Festivàl&lt;/i&gt;, album che non ha le punte di &lt;i&gt;Amigos&lt;/i&gt;, ma è più amalgamato, ricalca la formula e la migliora sensibilmente, introducendo nel mix anche Cuba, merengue e carnevalate cafonissime e molto coinvolgenti, riscattate magari dalla lirica &lt;i&gt;Revelations&lt;/i&gt;. 
&lt;img alt=&quot;san16.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/san16.jpg&quot; width=&quot;160&quot; height=&quot;160&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;Il momento doro è sfruttato per incidere un doppio album che uscirà nel settembre del 1977, metà in studio e metà &lt;i&gt;live&lt;/i&gt;, però stavolta &lt;i&gt;market friendly&lt;/i&gt;. Rodati da mesi di concerti (tra cui un &lt;i&gt;benefit &lt;/i&gt;nella prigione di Soledad, assieme a Joan Baez) i Santana propongono i classici del gruppo in versioni turbo. I pezzi in studio sono di classe, sintesi ottimale di jazz, pop e rock, ed evocano  un po ingenuamente, ma Santana è questo  paesaggi lontani e situazioni esotiche con titoli come &lt;i&gt;Zulu&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;El Morocco&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Bahia&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Transcendance&lt;/i&gt;. Non mancano il monumentale assolo di batteria, la splendido lentazzo (&lt;i&gt;Flor dLuna&lt;/i&gt;) e il furbissimo singolo rock virato cha-cha (&lt;i&gt;Shes Not There&lt;/i&gt;), che trascinerà lalbum in vetta alle classifiche. Il risultato? 10 milioni di copie vendute nel mondo e Santana ancora saldamente in sella. Ed è qui che cominciano i guai, perché la CBS sente il profumo dei biglietti verdi e vuole un Santana da classifica. Sempre. 
Ma di questo, come diceva una voce suadente alla fine di ogni puntata di &lt;i&gt;Heidi&lt;/i&gt;, parleremo la prossima puntata, quando rievocheremo anche la calorosa accoglienza riservata a Carlos al Vigorelli di Milano. 
Con una molotov.

&lt;b&gt;(Continua  3)&lt;/b&gt;

&lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/cgi-bin/mt-search.cgi?IncludeBlogs=2&amp;search=riabilitazione+di+carlos+santana&quot;&gt;Qui &lt;/a&gt;le altre puntate.</text_more></entry>
<entry id='3492' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3492' author_id='4' authored_on='20100526043548' basename='bruno_liberu' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100526043548' modified_on='20100526045048' ping_count='0' status='2' title='BRUNO LIBERU!' week_number='201021'><text>di &lt;b&gt;Ismail Piccolo&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;BrunoLiberu.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/BrunoLiberu.jpg&quot; width=&quot;165&quot; height=&quot;222&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;[&lt;i&gt;Giovedì 27 sarà una data importante: quella dei brigatisti potenziali. A Milano si svolge infatti lultima udienza del processo dappello agli arrestati nellambito della cosiddetta Operazione Tramonto, accusati di voler costituire un partito comunista politico-militare senza peraltro avere posto in pratica la loro intenzione. A Roma si apre invece ludienza preliminare contro i sospettati della volontà di dare vita a unipotetica organizzazione denominata per il comunismo: brigate rosse.
Di entrambi i casi, emblematici del motto dove non ci sono i terroristi, li si inventa, ci siamo già occupati, ponendo in rilievo il crollo di tutti i riscontri materiali enumerati dagli organi di polizia e ripresi da quelli di informazione. Adesso vogliamo concentrarci su un caso singolo appartenente alla seconda inchiesta, lOperazione Arcadia, perché pare riassumere tutta la fragilità di simili montature.&lt;/i&gt;] (&lt;b&gt;V.E.&lt;/b&gt;)

È passato quasi un anno da quando Bruno Bellomonte, assieme ad altre cinque persone, è stato arrestato per ordine della Procura di Roma con laccusa di associazione sovversiva, banda armata e possesso di armi da fuoco. Secondo le intercettazioni il gruppo, oltre alla ricostituzione di un partito armato nel solco delle BR-PCC, si proponeva di compiere un clamoroso attentato a La Maddalena in vista del G8 , cioè bombardare le navi degli otto grandi tramite modellini radiocomandati.</text><text_more>Nelle indagini furono coinvolte anche altre 15 persone, tra cui Luigi Fallico (esponente negli Anni Ottanta dell&apos;Unione comunisti combattenti) e Manolo Morlacchi, figlio dellex BR Pierino (di cui Carmilla si è già occupata in passato, &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2010/02/003359.html#003359 &quot;&gt;qui&lt;/a&gt; e &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2010/04/003426.html#003426 &quot;&gt;qui&lt;/a&gt;).
Dopo essere stato detenuto in regime di isolamento nel carcere di Regina Coeli a Roma per circa un mese e mezzo, Bellomonte, dirigente di primo piano del movimento indipendentista sardo &lt;a href=&quot;http://www.manca-indipendentzia.org/&quot;&gt;A Manca pro sIndipendenzia&lt;/a&gt; (A sinistra per lindipendenza, ndr) , è stato trasferito nel penitenziario di Siano nei pressi di Catanzaro. A più riprese sia il Comitato per la territorialità della pena, sia diversi esponenti politici hanno chiesto il rispetto di questo principio, sancito sia dalla legge 354 del 1975 che da un successivo protocollo dintesa tra il Ministero della Giustizia e la regione Sardegna (siglato il 7 Febbraio 2006), ma a tuttoggi non è stata data nessuna spiegazione esauriente di questo provvedimento, tranne un laconico opportunità penitenziaria.
Bellomonte non è nuovo a questo tipo di vicende. L11 luglio 2006 dieci militanti di A.M.p.I furono arrestati con laccusa di essere i responsabili di trenta azioni terroristiche accadute in Sardegna in quegli anni. Anche in quel caso linchiesta mostrò subito delle crepe. Tra i fermati, Bruno Bellomonte, dopo soli diciotto giorni di detenzione, riuscì a dimostrare linfondatezza dellaccusa. Si scoprì infatti che la conversazione di cui era incriminato (in cui si sarebbe progettato lattentato a Porto Cervo), non ebbe mai luogo perché, il giorno in cui si sarebbe svolta, lui si trovava in Tunisia, con tanto di timbro di entrata e di uscita delle autorità tunisine nel passaporto.
Già durante la conferenza stampa a Nuoro, alla presenza del magistrato, dei rappresentanti delle Digos di Cagliari, Sassari e Nuoro, gli inquirenti non nominarono una sola volta i rappresentanti di A.M.p.I.; dissero solamente che erano stati arrestati i membri dellN.P.C. (Nuclei Proletari Comunisti) e dellO.I.R. (Organizzazione Indipendentista Rivoluzionaria), autori dei trenta atti terroristici compiuti in Sardegna tra il 2002 e il 2006. Questa fu la prima versione dei fatti. Dopo qualche giorno però rettificano le loro affermazioni dichiarando: abbiamo le prove di un loro coinvolgimento materiale in tre azioni: lattentato alla prefettura di Nuoro, lattentato a Porto Cervo durante la visita di Blair a Berlusconi e quello contro la discoteca di Umberto Smaila. Nel giro di un paio di giorni la versione cambiò e dalle prove contro gli esecutori di trenta attentati si passa a tre! Ciò che accadde fu che, nel giro di qualche giorno, gli avvocati della difesa riuscirono ad avere accesso alle carte, in cui si ravvisò chiaramente che le intercettazioni (tutte ambientali e non telefoniche) erano in massima parte incomprensibili e sgrammaticate e costruite con un uso metodico del copia &amp; incolla. 
Le ultime tracce pubbliche di questa operazione, denominata Arcadia, risalgono al 29 settembre 2007, giorno in cui il gip di Cagliari revoca tutte le limitazioni della libertà imposte ai 9 militanti (sette sassaresi e due nuoresi) di A.M.p.I.   

Fin da quel terribile 10 giugno attorno a questa nuova situazione si sono però accese iniziative di solidarietà nei confronti di zio Bruno (come lo chiamano affettuosamente i militanti più giovani). Sia i suoi compagni che chiunque sia entrato in contatto con lui in tutti questi anni sa che la sua azione politica (è stato candidato alle ultime elezioni regionali sarde nella Lista Unitade Indipendentista)  che quella sociale (sindacalista dellUCS fin dalla prima ora poi confluito nellSDL) si è sempre svolta alla luce del sole, in modo quindi diametralmente antitetico a quello delle Brigate Rosse.
L&apos;avvocato che segue il caso, Simonetta Crisci, (nota anche per la sua esperienza di assistenza legale durante il G8 di Genova) ha recentemente dichiarato: «Avrebbe avuto tempo e modo qualche decennio fa, quando c&apos;erano diverse organizzazioni clandestine, di aderire a programmi di lotta armata. Non l&apos;ha mai fatto. Le contestazioni sono ricavate dall&apos;intercettazione ambientale in un ristorante romano fra Bellomonte e Fallico, accusato di voler ricostituire una cellula delle Brigate Rosse. La registrazione è in più punti incomprensibile e proprio da quei punti l&apos;accusa ricava l&apos;intenzione di bombardare obiettivi a La Maddalena da elicotterini radiocomandati. Non emerge altro che una frequentazione saltuaria fra i due». Ma dove sarebbero questi cacciabombardieri telecomandati? Dove i covi della struttura militare di cui disporrebbe A.M.p.I.? Dove i piani di attacco e di fuga necessari in una operazione militare di questa portata? E soprattutto come fa Bruno Bellomonte a essere contemporaneamente capostazione, sindacalista attivissimo, dirigente indipendentista e a capo di tre organizzazioni armate (non dimentichiamoci linchiesta del 2006 che lo vedeva a fondatore di NPC ed OIR)? Secondo i militanti del movimento, per esempio, riguardo allorganizzazione del controvertice, le parole pronunciate da Bellomonte si riferivano a «zone rosse. Ma solo per capire dove avremmo potuto manifestare e dove no. Ci interessava sapere come muoverci per chiedere le relative autorizzazioni. E questo ci sembra lecito». 
Lennesimo sopruso nei confronti di Bellomonte si è però consumato lo scorso 10 maggio, quando Trenitalia ha deciso di licenziarlo per la prolungata assenza dal lavoro originata da «cause unicamente ascrivibili alle sue responsabilità». Come sempre accade in questi casi, l&apos;imputato dovrebbe essere sospeso dal servizio, e non licenziato. Purtroppo ancora una volta Trenitalia (vedi il caso di Dante De Angelis) dimentica che viviamo in uno stato di diritto e che nessuno può essere condannato prima del processo.
&lt;img alt=&quot;27maggio2010.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/27maggio2010.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;372&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Anche in questo caso però le iniziative contro questo ennesimo sopruso non hanno tardato a manifestarsi; con lo slogan  Per Bruno Bellomonte reintegro e libertà subito! il portavoce del comitato Lavoratori pro Bellomonte, &quot;il minatore rosso&quot; Antonello Tiddia, ha dato il via ad una petizione nazionale a sostegno del ferroviere licenziato da Trenitalia, raccogliendo in poche ore molte centinaia di firme. Oltre al danno la beffa, sottolinea Tiddia. Dopo una ingiusta carcerazione preventiva è giunto il licenziamento. Bellomonte - spiega - è un ferroviere capostazione a Sassari, un militante delle lotte in Sardegna tra i più stimati e conosciuti per antica militanza sociale e sindacale. È un personaggio pubblico che non ha mai avuto niente da nascondere. Approfittando del suo stato di debolezza Trenitalia lo ha licenziato mandandogli una lettera nel carcere di Siano, nonostante non sia stato mai condannato ma solo in attesa di giudizio .
È quindi per restituire a Bruno la dignità di indipendentista e di dirigente politico  e per mantenere viva lattenzione dellopinione pubblica e dei movimenti democratici sulla sua vicenda, che il suo partito ha deciso di presentarlo come candidato alla carica di sindaco nella città in cui risiede da oltre trentanni, Sassari, con lo slogan &lt;i&gt;indipendentista presoneri&lt;/i&gt; (prigioniero, ndr). A tuttoggi la sua candidatura ha ricevuto lappoggio esplicito sia del partito indipendentista Sardigna Natzione Indipendenzia, sia della sezione sarda di Sinistra Critica che di altre realtà legate allindipendentismo e allantagonismo.
Purtroppo anche in questo caso, come denuncia in questi giorni il Comitato per la territorialità della pena, Bellomonte rischia di subire un&apos;ennesima violazione dei suoi diritti; infatti come candidato a sindaco di Sassari rischia di non poter votare a causa della mancata applicazione - per i noti motivi di opportunità penitenziaria - della legge sulla territorialità della pena. Limpossibilità di esercitare il diritto elettorale sia attivo sia passivo - afferma il Comitato - cioè di elettore e di candidato, è, a causa della mancata applicazione della legge sulla territorialità della pena, lulteriore negazione di diritti nei confronti di Bruno Bellomonte e di tutti i detenuti sardi che si trovano reclusi fuori dalla Sardegna (basti pensare che Bellomonte si trova dal luglio 2009 nella Casa Circondariale di Siano presso Catanzaro, località che i suoi amici e familiari possono raggiungere con due giorni di viaggio e con una spesa superiore ai 400 euro a testa). 
Laccusa romana guidata dal PM Saviotti ha chiuso le indagini lo scorso marzo. A questo punto seguirà lincontro (fissato per il prossimo 27 maggio) dellaccusa e della difesa davanti al Gup, il quale deciderà se ci sono le condizioni per il rinvio a giudizio o meno e quindi lo svolgimento del processo. Ricordiamo che il Riesame e la Cassazione hanno finora respinto ogni richiesta di scarcerazione presentata dalla difesa pur non essendo in presenza di alcun reato di fatto contestato. Date queste premesse e dato lattacco sempre più cruento a cui sono sottoposte le forze antisistema in questo paese, non ci viene facile riporre fiducia in questa magistratura, ma attendiamo impazienti e pronti a continuare la nostra battaglia per chiudere questa ennesima brutta pagina di storia della repubblica italiana.

&lt;b&gt;LINKS&lt;/b&gt;

&lt;a href=&quot;http://www.ilminuto.info/ricerca.php?ricerca=bellomonte&quot;&gt;Qui&lt;/a&gt; una cronistoria dettagliata ed esaustiva della vicenda Bellomonte. 
&lt;a href=&quot;http://ilminatorerosso.blogspot.com&quot;&gt;Qui&lt;/a&gt; si può firmare lappello contro il licenziamento di Bruno.
Qui un &lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/watch?v=k0yks4FVsp0&amp;feature=player_embedded&quot;&gt;video &lt;/a&gt;molto bello che sintetizza la vicenda di Bruno.

</text_more></entry>
<entry id='3493' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3493' author_id='19' authored_on='20100531134941' basename='necrolost' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100531134941' modified_on='20130320180608' ping_count='0' status='2' title='NECROLOST' week_number='201022'><text>di &lt;b&gt;Alessandra Daniele&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;NecroLocke-.JPG&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/NecroLocke-.JPG&quot; width=&quot;263&quot; height=&quot;165&quot; border=&quot;0&quot;hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;&lt;i&gt;[&lt;b&gt;Avvertenza&lt;/b&gt;: il titolo non è spoiler, significa necrologio di Lost. La foto non è spoiler, risale alla quarta stagione. Il mio nome non è spoiler, non sono un incrocio fra le Rousseau. L&apos;incipit non è spoiler, è generico. L&apos; articolo invece è spoiler. Almeno quello, e che cazzo.]&lt;/i&gt;

Sette giorni fa, dopo una lunga e straziante agonia, s&apos;è spento Lost, il miglior serial peggio andato a puttane del secolo.
Devastato da un male incurabile, già presente nel suo codice genetico, ma esploso negli ultimi due anni, che gli ha tolto progressivamente ogni traccia di intelligenza.
Il metaforico ouroboros che si mordeva la coda, un morso alla volta è arrivato alla testa, e s&apos;è mangiata anche quella, sparendo con un rutto. 
La fine di Lost lascia un vuoto di senso del tutto incolmabile.
Ne danno il triste annuncio milioni di fans per anni devoti, e oggi incazzati come dei metaforici cobra.

&lt;b&gt;SEGUE SPOILER&lt;/b&gt;
 </text><text_more>La prima volta che me ne sono occupata su Carmilla, Lost era ancora una serie di fantascienza in possesso delle sue facoltà. Si notavano già momenti d&apos;assenza, vuoti di logica, sbalzi di trama, ma quale serie non li ha? Di solito si dà la colpa allo stress, o allo sciopero degli sceneggiatori.
Era appena terminata la quarta stagione, e tutto pareva finalmente avviato verso una soluzione sensata: anomalie temporali, una ragnatela di crepe nel continuum. A sfidarsi per il controllo sullepicentro del cronosisma i due volti del potere: quello economico-militare - Widmore - e quello basato sulla manipolazione delle informazioni e dell&apos;immaginario - Ben, uno dei migliori &lt;i&gt;villain&lt;/i&gt; mai visti sullo schermo. 
Già dall&apos;inizio della quinta stagione però, l&apos;esplosione dei sintomi più tragicamente invalidanti: le sottili anomalie temporali di colpo degenerate in una sgangherata giostra di lampi e zompi, il continuum narrativo disarticolato, e i due personaggi cardine distrutti. La sorte migliore è toccata a Locke, strangolato da Ben nella scena che può essere considerata il canto del cigno di Lost. A Ben è toccata la sorte peggiore, metaforicamente ma non meno dolorosamente disossato sull&apos;altare d&apos;una &lt;i&gt;redenzione&lt;/i&gt; umiliante e assurda, e svuotato dell&apos;essenza stessa del suo personaggio - la conoscenza - mentre Michael Emerson veniva così punito per il suo talento con la retrocessione al ruolo di spalla.
La rovina definitiva, la demenza, è arrivata alla fine della quinta stagione, con limprovvisa e ridicola materializzazione di Ottusangolo Jacob, e Fumo Cattivo, promosso da antifurto dellisola a &apos;&apos;demoniaco antagonista principale. Linizio della tragica involuzione da fantascienza, a pessima religious fantasy, e di un grottesco infinito regresso di Porcodeus Ex Machina incastrati a scapocchia nei buchi di trama. Un Terzo Livello di Fatima costruito abusivamente su un&apos; impalcatura marcia di manicheismo da KKK (&lt;i&gt;bianco = buono, nero = cattivo&lt;/i&gt;) che ha ridotto tutti i personaggi originali a patetiche marionette nella sfigata versione unplugged di Mortal Kombat. 
Per tutta la sesta stagione, Lost è stato essenzialmente un trascinarsi in stato confusionale da una stronzata allaltra, in attesa della fine. Pochissimi i momenti salvabili, dovuti esclusivamente allo sforzo sovrumano compiuto da Michael Emerson e Terry OQuinn per tirare fuori qualcosa di decente dallo squinternato copione toccatogli. Il resto, solo un&apos;avvilente brodazza di autoparodie involontarie, bave di telenovela, rigurgiti di peplum mitologico, ridicolo fantasy da Melevisione, scorregge di A Team, deliri da telepredicatore cristianoide. Fino all&apos;implosione terminale, uno sbracata esaltazione della fede cieca e dell&apos;obbedienza decerebrata, con Jack che s&apos;immola a rificcare il Magico Butt-plug in culo all&apos;isola, e ascende al Paradiso della Luce Smarmellata, lasciando i fans rimasti a dibattere inutilmente in eterno su esattamente &lt;i&gt;quante&lt;/i&gt; delle follie inspiegabili viste in questi anni siano state solo una sua allucinazione pre-mortem. Entrambe le (presunte) realtà parallele, o solo la più idiota? 
La versione ufficiale è la meno sensata. Questo finale a cazzo di cane sembra piuttosto accreditare la popolare teoria che tutto sia stato solo un sogno di Vincent, il labrador retriever.
In realtà, l&apos;unico a svelarci l&apos;autentica natura del mondo di Lost era stato Henry Gale: This place is a joke.  
Ci serva di monito.
Qualsiasi serial che cerchi di fidelizzare laudience accatastando misteri e domande senza risposta, va considerato una truffa in larga scala sul modello dei famigerati investimenti piramidali, e immediatamente respinto come tale. Nessuno avrà mai le risposte alle domande di Lost, semplicemente perché quelle risposte &lt;i&gt;non sono mai esistite&lt;/i&gt;. Il costante accumulo di misteri insoluti e insolubili non era che un artificio narrativo per continuare a espandere la bolla speculativa, fino allinevitabile, rovinosa bancarotta finale. 
La decerebrata cartoonizzazione generale dei personaggi quest&apos;anno ha poi smascherato come ennesima scusa truffaldina anche la tanto millantata dedizione al loro &apos;&apos;sviluppo&apos;&apos;, e tutta l&apos;involuta architettura narrativa è così collassata in un desolante mucchio di avanzi di marketing, e cianfrusaglie da z-movie.
Ai fans da anni attivi su centinaia di forum resta solo la beffarda consapevolezza che ognuna delle loro teorie, anche la più demenziale, sarebbe stata in grado di fornire a Lost una risoluzione molto migliore di questa patacca rifilatagli dalla ditta Lindelof &amp; Cuse. 



</text_more></entry>
<entry id='3494' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3494' author_id='4' authored_on='20100526205740' basename='spartaco_intervista_a_mauro_marcialis' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100526205740' modified_on='20100527024408' ping_count='0' status='2' title='Spartaco: intervista a Mauro Marcialis' week_number='201021'><text>di &lt;b&gt;Marilù Oliva&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;COPSpartaco_corretto.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/COPSpartaco_corretto.jpg&quot; width=&quot;104&quot; height=&quot;160&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;Spartaco il gladiatore, di Mauro Marcialis (Mondadori, 2010,  19,00) è un romanzo storico ambientato nel I secolo a. C., più precisamente nel 73 a.C. quando, nella scuola gladiatoria di Capua, un drappello di combattenti capitanati dal trace Spartaco si ribella ai metodi oppressivi del lanista Lentulo Batiato. La sommossa ha successo e molti gladiatori riescono a fuggire, rifugiandosi inizialmente ai piedi del Vesuvio. I ribelli, il cui numero aumenterà progressivamente grazie alladesione di molti uomini appartenenti alle classi sociali più disagiate, otterranno nel frattempo una serie impressionante di vittorie ai danni dei legionari romani fino a minacciare la stessa sovranità della Repubblica. È linizio della rivolta servile più importante della storia della Repubblica romana e avrà il suo epilogo soltanto due anni più tardi, nella sanguinaria battaglia finale nei pressi del fiume Sele. 
Spartaco il gladiatore è uno dei sei capitoli previsti dal progetto editoriale denominato il romanzo di Roma sponsorizzato da Valerio Massimo Manfredi.</text><text_more>&lt;b&gt;Come ti sei rapportato alle fonti storiche per la costruzione del romanzo?&lt;/b&gt;

Quando mi è stato assegnato il capitolo Spartaco, ho subito avvertito la responsabilità di non far morire il personaggio nel contesto di una narrazione classica, ordinaria, e ho tentato, nel mio piccolo, di dare unimpronta sociale e politica, nellaccezione più nobile del termine, al romanzo. Il libro ripercorre le tappe della rivolta seguendo le informazioni riportate nelle fonti storiche più autorevoli (a dire il vero non copiosissime e tra loro contraddittorie, da Floro a Sallustio, da Appiano a Plutarco, da Cicerone a Giovenale) e, per rappresentare al meglio il mos maiorum dei romani e la situazione della Repubblica, ho raccolto notizie da una considerevole  bibliografia, sia saggistica che romanzesca, oltre ad aver visionato un congruo numero di documentari. In alcune opere, inoltre, sono stati rinvenuti elementi di una tale rilevanza (dal punto di vista storico, politico, sociale, religioso, militare) che da queste sono state letteralmente estorte alcune citazioni. Le opere in questione sono Spartaco di Raffaele Giovagnoli, Una giornata nellantica Roma di Alberto Angela, Vita romana di Ugo Enrico Paoli e La vita quotidiana nella Roma repubblicana di Florence Dupont, mentre una menzione speciale merita il magnifico motto tornerò e sarò milioni, riportato in Spartacus di Howard Fast (il capolavoro che ha ispirato lomonimo film diretto da Kubrick) e che a sua volta si riferisce alla promessa fatta in punto di morte dal ribelle Tùpac Katari nel 1781.

&lt;b&gt;Hai manifestato lintento di non far morire il personaggio nel contesto di una narrazione classica. Come la storiografia e la letteratura si sono poste, nei secoli, nei confronti di questa figura? &lt;/b&gt;

Le imprese di Spartaco hanno cavalcato i secoli e, caricate di significati simbolici, mitici, rappresentano tuttora lemblema dei riscatto della schiavitù e della ribellione degli oppressi, i quali spezzano le loro catene per svincolarsi dallinfluenza delle oligarchie corrotte, detentrici del potere.
Molti scrittori romani dellepoca hanno ovviamente osteggiato il ruolo e labilità di Spartaco (memorabile, per esempio, è lattacco di Cicerone al rivale Antonio nelle Filippiche: O Spartaco! con quale altro nome potrei infatti chiamarti, visto che le tue nefandezze hanno reso sopportabile perfino in Catilina?) appellandolo con termini spregiativi (schiavo fuggitivo, delinquente, assassino, saccheggiatore) ma non è mancato chi gli ha attribuito lo status di nemico della Repubblica, qualifica che implicitamente ne ammetteva la virtù e la gloria.
Successivamente, il mito negativo di Spartaco ha assunto il connotato di una sovversione più generica, di rottura e sconvolgimento di un intero sistema sociale.
Lo stesso concetto di rottura, però, visto dal punto di vista degli oppressi, ha assunto un significato antitetico e quindi Spartaco è divenuto il simbolo della lotta per rivendicare e ottenere i propri diritti o, in estremo, la libertà.
La guerra di Spartaco si presta, in chiave ideologica, a diverse interpretazioni ed ha certamente influenzato il pensiero e lazione di alcuni personaggi e movimenti politici, anche di diverso orientamento.
Lenin definisce la guerra del gladiatore giusta, poiché in difesa della classe servile; Stalin dichiara che tale guerra è stata determinante per la fine del modo di produzione schiavistico; Garibaldi ha avuto un copioso rapporto epistolare con lautore Raffaele Giovagnoli e ha firmato la prefazione del suo romanzo Spartaco, di oltre un secolo fa; Marx cita spesso Spartaco nei suoi trattati; Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht fondarono, in suo onore, la lega di Spartaco, un gruppo rivoluzionario socialista che si opponeva al governo di Berlino nel 1917; molti partigiani italiani in lotta contro il nazi-fascismo assunsero Spartaco come nome di battaglia.
Al di là di queste citazioni, è doveroso sottolineare che probabilmente la maggioranza degli schiavi che aderirono alla causa di Spartaco, non si rivoltarono contro la schiavitù ma contro la propria condizione materiale e morale, che era a tratti insostenibile.
In ogni caso, negli anni che seguirono la rivolta, le oligarchie presero progressivamente atto che la condizione legata alla schiavitù necessitava di un ridimensionamento, proprio perché poteva essere causa del crollo del sistema (andava, in sostanza, trattata politicamente). È soprattutto per questo motivo (unitamente alla sensazione di impotenza che affliggeva le minoranze più deboli) che non seguirono altre rivolte rilevanti per molti secoli.

&lt;b&gt;Il mito di Spartaco e lidentificazione per sovrapposizione sociale: dalla schiavitù alle classi più umili.&lt;/b&gt;

Il mito di Spartaco è sopravvissuto nei secoli attualizzandosi non a causa della schiavitù ma malgrado la schiavitù, nel frattempo (almeno formalmente) scomparsa, e rappresenta le classi subalterne che trovano la forza di ribellarsi poiché prendono coscienza della propria condizione e tentano di spezzare le catene ideologiche di cui si sentono prigionieri.
In estrema sintesi, a mio parere, quasi tutte le questioni che, per motivi di sintesi, sono state in questo contesto solo accennate (e che, in caso di approfondimento, potrebbero ragionevolmente esplodere in una serie interminabile di considerazioni) riconducono alla solita vecchia questione che ha determinato e determinerà, allinterno di ogni sistema politico ed economico, il labile rapporto tra le diverse classi sociali.
Citando ancora Marx: la storia di ogni società esistita sino a questo momento è storia di lotte di classi.
Tornando allaspetto prettamente storico, gli scritti che riguardano Spartaco, nella loro brevità e approssimazione, lasciano adito a parecchi dubbi e misteri. Le stesse origini del gladiatore sono incerte e non sono sufficientemente documentati gli spostamenti dei ribelli, il loro numero, la loro reale organizzazione. Le questioni storiche più rilevanti relative al gladiatore trace si possano riassumere nei seguenti interrogativi: come ha potuto lesercito di Spartaco, seppur numeroso ma così eterogeneo nella sua composizione e privo di disciplina e addestramento militare, sconfiggere ripetutamente le milizie romane per così tanto tempo? Dovè finito il corpo di Spartaco? Perché i ribelli, quando ne hanno avuto lopportunità, non hanno varcato le Alpi, con la prospettiva di poter insediarsi in un luogo meno pericoloso?

&lt;b&gt;Hai proceduto, sulla base delle informazioni raccolte, a una ricostruzione coerente e plausibile. Allo stesso tempo hai evidenziato alcuni aspetti significativi per poter attualizzare il più possibile la vicenda. In che direzione ha proceduto la tua attualizzazione?&lt;/b&gt;

Secondo me è con questa veste che la storia dovrebbe presentarsi, poiché il suo fascino non è nel rilevare le diversità ma nello scovare le analogie.
Per esempio
Alcune prerogative umane sono naturalmente immutabili: egoismo, ingordigia, ambizione
La direzione delle strategie politiche è determinata dalla ricerca ossessiva del potere.
Il benessere della ristretta cerchia oligarchica può essere garantito solo mediante i sacrifici dei molti che appartengono alle classi sottoposte.
Corruzione e malaffare sono gli strumenti adatti per perseguire il fine.
Le regole del consenso si basano sulla reiterazione della propaganda, sulle promesse (anche irrealizzabili, piuttosto che sullammissione di limiti di fattibilità), sulla inevitabile collusione con unentità religiosa.
Il popolaccio deve avere informazioni limitate: non deve cioè avere gli strumenti di conoscenza critica adatti a mettere in discussione il governo e, sostanzialmente, a ribellarsi. Per questo motivo, la plebucola deve essere soddisfatta nei suoi bisogni primari e intrattenuta (la citazione panem et circenses di Giovenale riassume egregiamente il concetto). Se queste strategie di chirurgico ammaestramento non dovessero bastare, occorrerà terrorizzare il popolo, fare in modo che questo indirizzi rabbia e scontento in direzione di un nemico condiviso e delegare al governo la risoluzione del problema.
Tutto il romanzo è disseminato di citazioni, dialoghi e indizi che costituiscono un fertile sottotesto nel quale gli accostamenti tra la Roma Repubblicana e il nostro presente fioriscono in continuazione.
Ecco quindi (solo per fare un paio di esempi) come i ludi gladiatori diventano moderni spettacoli sportivi o show mediatici (direi che, almeno in un caso, gli stessi autori televisivi ammettono con non poco sarcasmo il tenore della loro produzione definendo arena il luogo dincontro degli ospiti), come i graffiti sui muri e le urla degli strilloni addomesticati rappresentano lodierna propaganda, soprattutto televisiva, senza considerare le effettive affermazioni, in ogni epoca, delle istituzioni religiose e le reali motivazioni delle guerre, da sempre finalizzate a fare incetta di schiavi (attualmente anche in senso economico, in qualità di utenti consumatori), aprire nuovi mercati e aumentare la ricchezza dei committenti.

&lt;b&gt;La ricostruzione storica è precisa e include sia gli aspetti pratici sia le atmosfere, le mentalità, il bagaglio istituzionale del mos maiorum. Fedeltà assoluta o licenze?&lt;/b&gt;

Altra intenzione era infatti quella di accompagnare il lettore nei vicoli, nelle domus e nelle insula romane, enfatizzando le caratteristiche e gli aspetti più rilevanti, comprese curiosità e ritualità, della cultura e della tradizione romana dellepoca.
Le scelte dei tre personaggi principali e delle vicende che li riguardano sono state in parte effettuate per raggiungere questo scopo (Claudia vive in presa diretta tutte le contraddizioni di Roma; il ruolo di Floro è funzionale a delineare laspetto militare e la cultura romana più robusta attraverso le testimonianze di un uomo che ne rappresenta lessenza, ovvero suo padre; Decio invece, attraverso il quale si narrano le gesta di Spartaco e dei suoi seguaci, evidenzia le differenze tra mondi opposti).
Si consideri inoltre che nel periodo cui la narrazione si riferisce (73-71 a.C.), a Roma erano presenti e agivano, a vario titolo, alcuni dei personaggi più carismatici e affascinanti dellintera storia della Repubblica, tra i quali Pompeo, Cesare, Cicerone, Crasso
Le licenze storiche che mi sono concesso sono state ponderate per adempiere alla verosimiglianza delle vicende (nei limiti di una coerenza in questo caso esclusivamente romanzesca) e raggiungere gli obiettivi più alti di cui facevo cenno. Gli adattamenti più significativi rispetto alla storiografia ufficiale riguardano Cesare, il fuoco di Vesta e i ludi.
Non ci sono prove dellintervento di Giulio Cesare nelle campagne militari del 71 a.C., ma è altamente probabile il suo impiego, considerata la carica di tribuno che rivestiva in quel periodo.
Non ci sono attestazioni scritte legate allo spegnimento del fuoco del Tempio di Vesta, ma ritengo che un tale evento possa essersi comunque verificato nel corso dei secoli che hanno caratterizzato la storia romana. A tal proposito, credo fermamente che un episodio del genere non potesse essere testimoniato poiché, rappresentando la morte della stessa Roma, i magistrati più autorevoli ne avrebbero senzaltro impedito la divulgazione ai posteri, evitando in tal modo di vedere accostato il proprio nome a una tale infamia. Lepisodio in questione, allinterno della narrazione, assume in ogni caso una rilevanza prettamente allegorica.
Alcune espressioni dei personaggi (in particolare Cicerone) appartengono in realtà a Giovenale e ad altri satirici romani. Sono state anticipate le apparizioni (in realtà documentate soltanto in epoca imperiale) di alcune figure gladiatorie, di diverse procedure e di talune bestie esotiche nelle parti relative ai ludi ed è stato adattato il Circo Massimo a un immenso anfiteatro, per consentire la piena rappresentazione degli svaghi realizzati negli anfiteatri.
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<entry id='3495' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3495' author_id='13' authored_on='20100527230939' basename='una_strana_e_distratta_circolare_sui_doveri_degli_insegnanti' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100527230939' modified_on='20100528001116' ping_count='0' status='2' title='Una &quot;strana&quot; e &quot;distratta&quot; circolare sui doveri degli insegnanti' week_number='201021'><excerpt>di &lt;b&gt;C. Trivulzio di Belgiojoso&lt;/b&gt;&lt;img alt=&quot;censura.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/censura.jpg&quot; width=&quot;32&quot; height=&quot;28&quot; border=&quot;0&quot; hspace=2 vspace=2 align=right&gt;&lt;br&gt; Una &quot;circolare riservata&quot; impone divieti alla libertà di espressione degli insegnanti dell&apos;Emiia-Romagna. I panni sporchi si devono lavare in famiglia?</excerpt><text>di &lt;b&gt;Cristina Trivulzio di Belgiojoso&lt;/b&gt;&lt;img alt=&quot;Limina1.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Limina1.jpg&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;150&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;

È stata resa nota (&lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/watch?v=HogdAo-WyDA&amp;feature=player_embedded&quot;&gt;qui&lt;/a&gt; il video della prima denuncia) una &lt;a href=&quot;http://attualizzando.files.wordpress.com/2010/03/censura-vignetta.jpg&quot;&gt;&lt;i&gt;Circolare riservata&lt;/i&gt;&lt;/a&gt; inviata dal Direttore Scolastico Regionale dellEmilia-Romagna, dottor Marcello Limina &lt;i&gt;[a destra]&lt;/i&gt;, ai Dirigenti degli Uffici Scolastici Provinciali (quelli che un tempo si chiamavano Provveditori) della regione. La circolare è protocollata n. 489/ris, è datata 27 aprile 2010, ed ha per titolo &lt;b&gt;Dichiarazioni a mezzo stampa del personale scolastico. Indicazioni&lt;/b&gt;. Per chi volesse leggerla e verificare, è scaricabile in pdf &lt;a href=&quot;http://www.hotshare.net/it/file/253908-8189425bbe.html&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;.
La circolare inizia così: «si leggono frequentemente sulla stampa dichiarazioni rese da personale della scuola, con le quali si esprimono posizioni critiche, con toni talvolta esasperati e denigratori dell&apos;immagine dell&apos;Amministrazione di cui lo stesso personale fa parte».</text><text_more>E prosegue: «fermo restando la libertà di manifestazione del proprio pensiero, occorre osservare che la stessa trova limiti nell&apos;etica e nella correttezza professionale nonché nella tipicità della funzione educativa». &lt;img alt=&quot;censura.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/censura.jpg&quot; width=&quot;151&quot; height=&quot;142&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Vengono dunque citate «specifiche disposizioni normative e contrattuali che impongono ai dipendenti pubblici in generale, e al personale del comparto scuola in particolare, di astenersi da dichiarazioni o enunciazioni che in qualche modo possano ledere l&apos;immagine dell&apos;amministrazione pubblica e di rapportarsi con i loro superiori gerarchici nella gestione delle relazioni con la stampa».
È vero?
Si, è vero: si tratta del &lt;b&gt;Codice di comportamento dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni&lt;/b&gt; (Decreto Funzione Pubblica 28 novembre 2000, pubblicato sulla &lt;i&gt;Gazzetta Ufficiale&lt;/i&gt; del 10 aprile 2001 n. 84), che potete, volendo, leggere (e sarebbe bene farlo, se siete pubblici dipendenti) &lt;a href=&quot;http://www.edscuola.it/archivio/norme/decreti/dmfp281100.html&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;. Nella stessa regione scolasticamente &quot;disciplinata&quot; dal dottor Limina un &lt;a href=&quot;http://www.aetnascuola.it/categorie/66-voci-dalla-scuola/1846-lettera-a-unispettore-di-francesco-mele&quot;&gt;insegnante&lt;/a&gt; colpevole di aver pensato e agito secondo l&apos;etica dell&apos;insegnante è stato sottoposto ad &lt;i&gt;audizione&lt;/i&gt; (in altri luoghi disciplinari si direbbe: &lt;i&gt;interrogatorio&lt;/i&gt;) da parte di un ispettore che brandiva come una katana articoli di questo Codice.
E infatti la circolare prosegue citando proprio questo Codice.

Ma forse la segreteria del dottor Limina era distratta o poco abituata alla dettatura, forse il dottor Limina aveva la voce rotta dallemozione per limportanza del tema e la gravità del momento: sta di fatto che tra quello che viene riportato e quello che recita la lettera del Codice cè qualche piccola, ma significativa discrepanza.
E, per quanto minime, in un testo di legge anche le singole parole pesano, talvolta come sassi.
La circolare comincia col citare lart. 11 comma 2, che «fatto salvo il diritto di esprimere valutazioni e diffondere informazioni a tutela dei diritti sindacali e dei cittadini, fa obbligo al dipendente di astenersi &lt;i&gt;da dichiarazioni pubbliche che vadano a detrimento dell&apos;immagine dell&apos;amministrazione e di tenere informato il dirigente dell&apos;ufficio dei propri rapporti con gli organi di stampa&lt;/i&gt;».
Così riportato, con questo virgolettato e questa distinzione tra tondo e corsivo, lar. 11 sembra stabilire un divieto, appena moderato da un generico richiamo ad alcuni principi. Purtroppo (per il dottor Limina) quel «fatto salvo il diritto di esprimere valutazioni e diffondere informazioni a tutela dei diritti sindacali e dei cittadini» non è un generico richiamo, ma &lt;b&gt;è parte integrante dellart. 11 comma 2&lt;/b&gt;: che dunque stabilisce sì degli obblighi, ma al tempo stesso dei diritti.
&lt;b&gt;Esprimere valutazioni e diffondere informazioni a tutela dei cittadini è cosa che non può essere vietata al pubblico dipendente, tanto meno allinsegnante.&lt;/b&gt;

Di seguito, si cita lart. 2, che al comma 1 prevede che «il dipendente debba conformare la sua condotta al dovere costituzionale di &lt;u&gt;servire&lt;/u&gt; esclusivamente la Nazione». Curiosa quella sottolineatura del verbo «servire», che posta così sembra rimarcare il dovere di asservirsi incondizionatamente a unautorità. Lart. 2 comma 1 però non ha alcuna sottolineatura, e non termina là dove il dottor Limina (&lt;i&gt;nomen omen&lt;/i&gt;) detta il punto: «Il dipendente conforma la sua condotta al dovere costituzionale di servire esclusivamente la Nazione con disciplina ed onore e di rispettare i princìpi di buon andamento e imparzialità dell&apos;amministrazione». Larticolo in questione non chiede asservimento, ma stabilisce in che modo il pubblico dipendente debba prestare il proprio servizio: che è cosa esclusiva dal servire-punto-e-basta.
Dopo aver citato gli articoli che prevedono possibili sanzioni per il pubblico dipendente infedele (verso il Codice di comportamento, o verso le modifiche di proprio pugno apportate in sede di battitura dal dottor Limina o dalla sua poco efficiente segreteria?), la circolare prosegue ricordando che «il corretto comportamento da tenere non va ovviamente dimenticato neppure in occasione della redazione di documenti o comunicati diretti agli studenti, alle famiglie o ad altri soggetti». &lt;i&gt;Ovviamente&lt;/i&gt; no, non va dimenticato: perché, &lt;i&gt;ovviamente&lt;/i&gt;, studenti e famiglie sono cittadini. Sugli «altri soggetti» non è facile pronunciarsi, data lindeterminatezza dellespressione: escludendo i calamari, i Mangiamorte di Voldemort, il pesce di nome Wanda e le statue delle madonne piangenti, non mi viene in mente altro soggetto che non sia anchegli «cittadino». E ai cittadini, &lt;i&gt;ovviamente&lt;/i&gt;, il pubblico dipendente, e con lui il docente, ha il diritto di fornire informazioni, stante lormai noto lart. 11 comma 2.
&lt;img alt=&quot;censorship.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/censorship.jpg&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;150&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
«Infine», prosegue la circolare, le SS.LL. [cioè i Dirigenti provinciali] vorranno ricordare al personale scolastico che è improprio indirizzare anche ad altre autorità politiche o amministrative diverse dal loro diretto riferimento gerarchico documenti, appelli o richieste». La circolare dice proprio «alte autorità», e non «altre autorità», come qualche giornale aveva riportato. Le alte autorità sono, per definizione, il Presidente della Repubblica e i Presidenti di Camera e Senato. Cosa mai avrà voluto intendere il dottor Limina con questo richiamo evidentemente alterato dalla tremula mano di un dattilografo? Il &lt;b&gt;Codice di comportamento&lt;/b&gt; non dice in alcun luogo che uno o più cittadini non debbano o non possano inviare un appello al Presidente della Repubblica per, poniamo, difendere la Costituzione e i diritti da essa garantiti, tra i quali quello distruzione, o le libertà che essa tutela, come quelle di parola e di libera espressione delle proprie idee. E del resto, se è improprio inviare ad «alte autorità» appelli o documenti, sarà proprio inviarle ad autorità intermedie (un ministro, un sottosegretario, un presidente regionale, un sindaco, un assessore allistruzione)? E qual è il limite giuridico tra «alta autorità» e autorità senza aggettivi o qualifiche?

Resta che, per non sbagliare, un appello ad alte autorità è stato promosso dal &lt;a href=&quot;http://manifesto500.altervista.org/?page_id=6&quot;&gt;Manifesto dei 500&lt;/a&gt; in difesa dellart. 21 della Costituzione: quello che, se correttamente trascritto, recita: «Tutti hanno diritto a manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione».
Chissà se il dotter Limina lo ricorda, questo articolo, o se, per caso, non lo abbia scambiato (ah, la memoria, a una certa età che scherzi combina!) con una di quelle sentenze che si leggono sul calendario di Frate Indovino (o sui muri delle città, ai tempi di Mussolini), tipo: i panni sporchi si lavano in famiglia.
Lo si può leggere, scaricare e firmare &lt;a href=&quot;http://manifesto500.altervista.org/?p=475&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;.

</text_more></entry>
<entry id='3496' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3496' author_id='4' authored_on='20100529045045' basename='2_festival_sociale_delle_culture_antifasciste_bologna' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100529045045' modified_on='20100529045944' ping_count='0' status='2' title='2° Festival Sociale delle Culture Antifasciste - Bologna' week_number='201021'><text>&lt;img alt=&quot;FestivalCultureAntifasciste.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/FestivalCultureAntifasciste.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;167&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;&lt;img alt=&quot;Antifa.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Antifa.jpg&quot; width=&quot;180&quot; height=&quot;180&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;[&lt;i&gt;Si è aperto il 28 maggio e si chiuderà il 6 giugno il &lt;a href=&quot;http://2010.fest-antifa.net/&quot;&gt;Festival Sociale delle Culture Antifasciste&lt;/a&gt; di Bologna, un evento autoprodotto da centri sociali, associazioni, collettivi, realtà culturali e singoli individui che si riconoscono nei valori dell&apos;antifascismo. Chi partecipò all&apos;edizione del 2009 rimase impressionato dalla quantità degli eventi, dall&apos;alto livello dei dibattiti, dalle mostre e performances teatrali, cinematografiche e musicali, ma soprattutto dalla perfetta organizzazione e dall&apos;affluenza di migliaia di giovani. Quest&apos;anno il festival ha un programma addirittura più ambizioso e raddoppia la sua durata. Lo segnaliamo con un comunicato ufficiale degli organizzatori e con un articolo del &lt;a href=&quot;http://staffetta.noblogs.org/&quot;&gt;Nodo Sociale Antifascista&lt;/a&gt; di Bologna sul revisionismo relativo alla strage del 2 agosto 1980. In coda tutti i link utili&lt;/i&gt;.]

Bologna - Quest&apos;anno il festival raddoppia in durata per dare spazio a un vasto programma di iniziative: dibattiti, presentazioni di libri, fumetti, progetti, film e documentari, laboratori, reading, spettacoli di burattini e di teatro, musica e concerti.  </text><text_more>La programmazione del festival si articola intorno a &quot;filoni tematici&quot; che toccano questioni controverse o poco note della nostra storia &quot;recente&quot; (la prima formazione antifascista degli Arditi del popolo, la questione jugoslava e la vicenda delle Foibe, il processo per l&apos;eccidio di Monte Sole 62 anni dopo etc..) fino a entrare nel vivo dei principali temi di attualità politica e sociale: la questione casa, la sicurezza sul lavoro, i Migranti e le vicende di Rosarno, le navi dei veleni e gli appalti per il ponte sullo stretto, la gestione dell&apos;emergenza all&apos;Aquila e le vittime dello violenza di stato, da Stefano Cucchi a Federico Aldovrandi, da Stefano Frapporti ad Aldo Bianzino e Giuseppe Uva. 

Ma si parlerà anche di informazione indipendente e mainstream, di mafia e di crisi della democrazia, di movimenti neofascisti e nuove destre, del fenomeno lega, del fenomeno neofascista in paesi come la Grecia, l&apos;Inghilterra e la Germania con invitati di movimenti antifascisti dai rispettivi paesi, di intreccio tra antifascismo, antisessismo e lotte anti-omofobiche... e si presenteranno progetti come Nomadica, festival di arte e cinema, un circuito di distribuzione dal basso, una rete di ricerca nel campo delle arti cinematografiche, o come quello di Archivi della resistenza, Circolo Edoardo Bassignani (MS), e del loro lavoro di ricostruzione delle pagine più significative della Lotta di Liberazione nelle province di Massa Carrara e La Spezia, della realtà e del lavoro dell&apos;Associazione culturale Pulitzere di YouCapital, una piattaforma web - la prima che è partita in Italia - per il sostegno del giornalismo investigativo; del progetto Storie in movimento e della rivista &lt;i&gt;Zapruder&lt;/i&gt;, che ha avuto l&apos;adesione di oltre trecento tra storici accademici e giovani studiosi con la presentazione in anteprima del nuovo numero (22) dedicato al tema della &quot;etnicizzazione del sociale&quot;. 

Il festival si sposterà in città in diverse occasioni: 

Il 2 giugno, con la parata delle bande partigiane con Banda Roncati (Bo), Titubanda (Rm), Fiati sprecati (Fi), Concabanda (Vt) e altre in attesa di conferma. Percorso: partenza ore 15 da piazza dell&apos;Unità, corteo lungo via Matteotti, via Indipendenza, arrivo piazza del Nettuno sotto il Sacrario dei caduti alle ore 18, permanenza in piazza del Nettuno dalle 18 alle 19, rientro al parco di viale Togliatti. 

Il 3 giugno, con iniziative in città distrubuite in oltre 10 luoghi diversi, dalla Scuola di pace di Monte Sole (presso la scuola di pace) alla sala d&apos;attesa della stazione ferroviaria di Bologna (con Daniele Biacchessi
e Tiziana de Masi), passando per Via del Pratello (al Piratello), Via Mascarella (alla Libreria Modo Infoshop e al Bar L&apos;Ortica), via Rialto (Betty&amp;Books), Porta S. Stefano (Atlantide), Via Riva Reno (Ass. La Barberia), Via Barontini (Baracca Bar), Via Giuriolo (scuola popolare di musica Ivan Illich) ecc... 

Sempre il 3 giugno si svolgerà anche un&apos;iniziativa sulle culture sportive antifasciste, antisessiste e antirazziste che partecipano al meeting antifascista, con un appuntamento al PalaDozza, per far vivere Bologna con performance sportive, esibizioni e allenamenti collettivi, all&apos;insegna dell&apos;aggregazione sociale, dello scambio culturale, contro ogni discriminazione sessuale e razziale. 

Il 4 giugno con l&apos;iniziativa MEDIA &amp; CONFLITTI
Quando il mediattivismo attraversa il mainstream, al Cinema Lumière, in collaborazione con la cineteca di Bologna. Con la partecipazione di Manolo Luppichini, Maurizio Torrealta ed Emilio Del Giudice. 

h 20:00 Cinema Lumière, Via Azzo Gardino 65 (Bo). 

Tutte le iniziative sono ad accesso libero e gratuito e sono state costruite grazie alla collaborazione e alla disponibilità di singoli, associazioni, gruppi teatrali e musicali, istituti storici, reti e centri sociali, collettivi e organizzazioni antifasciste, antirazziste di Bologna e altre città. 

Il festival è completamente autofinanziato e auto-organizzato, ed è reso possibile dalla collaborazione volontaria di quanti hanno lavorato in questi mesi alla sua costruzione, e di quanti hanno dato gratuitamente la propria disponibilità portando il loro contributo di iniziative e spettacoli all&apos;interno del programma. 

Il 5 Giugno, dopo le 23.30 al Laboratorio Crash con Serata di musica Punk-hardcore-crossover-drum&amp;bass-jazzcore al Crash 

- Apertura ore 22.00
- Inizio concerti ore 23.00
- Chiusura ore 3.00 

Dove: Laboratiorio Crash, via della Cooperazione 10 - Bologna


&lt;b&gt;PER UN 2 AGOSTO CONTRO OGNI REVISIONISMO&lt;/b&gt;
del &lt;a href=&quot;http://staffetta.noblogs.org/&quot;&gt;Nodo Sociale Antifascista&lt;/a&gt;

Non è davvero difficile capire quanto, in questi ultimi anni, lo slogan bipartisan della memoria condivisa sia stato un eufemismo per manipolare e demolire la memoria collettiva.

Oggi si sa molto della stagione dello stragismo neofascista. Sappiamo persino di che colore era lauto con cui fu portata la bomba in Piazza Fontana il 12 dicembre 1969. Conosciamo i nomi degli esecutori materiali della strage di Piazza della Loggia e di quella del 2 agosto 1980.
Sappiamo anche che quasi tutti gli stragisti sono riusciti a farsi assolvere, o a ritornare in libertà, grazie a prescrizioni, coperture, complicità, favoritismi, polveroni mediatici. Oppure sono riparati in dorate residenze allestero: il generale Gianadelio Maletti in Sudafrica, i neofascisti Delfo Zorzi in Giappone, Giovanni Ventura in Argentina, ecc.

Ogni 12 dicembre i giornali scrivono che quella di Piazza Fontana sarebbe «una strage senza colpevoli», quando invece i processi hanno stabilito senza ombra di dubbio precise responsabilità e assolto però gli assassini neofascisti: Zorzi, Freda, Ventura e altri militanti di «Ordine nuovo».

Ogni 2 agosto i giornali si interrogano sulla colpevolezza di Mambro e Fioravanti esibendo fantomatiche «piste alternative» imbastite sul nulla, senza che vi sia alcun elemento nuovo, con esercizi di fantasia contraddittori e offensivi.

È una tecnica manipolatoria che da anni si esercita con grande fervore anche sulla strage del 2 agosto 1980. Prima è stata la volta della famigerata, fumosissima pista palestinese: o unazione di rappresaglia per larresto in Italia di tal Abu Saleh Anzeh, oppure un incidente durante il trasporto di una grossa quantità di esplosivo. Peccato che le due ipotesi siano solo bugie con le gambe cortissime: Saleh Anzeh non fu rilasciato il 14 agosto 1980, ma due anni dopo; e lesplosivo T4  un esplosivo militare  non può esplodere senza innesco e nessuno lo trasporterebbe innescato se non per farlo esplodere.

Così, in mancanza di meglio, nel 2009 è tornato di moda Carlos lo sciacallo, presentato dai giornali come il più feroce terrorista di tutti i tempi o il più famoso e sanguinario terrorista del mondo a fronte dei poveri innocenti Mambro e Fioravanti, quando invece le vittime del primo sono qualche decina e quelle della coppia neofascista sono nellordine delle centinaia (la loro è una lunga carriera da assassini e stragisti già prima del 2 agosto 1980). Secondo Carlos  nemico degli Stati Uniti e di Israele nonché bugiardo incorreggibile  la strage di Bologna sarebbe stata fatta dai servizi segreti statunitensi e israeliani per addossarla ai palestinesi e rompere quei margini di tolleranza di cui godevano in Italia. Un piano così abile ed efficace che in quegli anni nessuno pensò di addossare la strage ai palestinesi! Comunque sia, si tratterebbe di una smentita della pista palestinese, fermamente sostenuta da Cossiga, Alemanno, Enzo Raisi &amp; C.

Come in un romanzo di quartordine, pare insomma che il 2 agosto 1980 la stazione di Bologna brulicasse di spie, terroristi, trafficanti darmi e tipacci dogni risma. Anzitutto cera Thomas Kram che dormì nella notte fra l1 e il 2 agosto allHotel Centrale di Bologna, si registrò con il proprio nome e cognome, ed era un personaggio conosciuto e controllato dalla polizia italiana. Pare fosse esperto nella falsificazione di documenti e non di esplosivi (come scrivono caparbiamente i giornali ogni anno). E apparteneva a certe Cellule rivoluzionarie e non al gruppo del sopracitato Carlos. Poi pare ci fosse unaltra terrorista, tal Christa-Margot Frohlich che sarebbe stata vista, forse, allHotel Jolly di Bologna l1 agosto 1980. Ovviamente la preziosa testimonianza viene fuori adesso: il tempo è galantuomo. Poi cerano palestinesi, agenti della CIA e del Mossad, sciacalli vari. Basta moltiplicare gli enti senza il minimo indizio e senza alcuna logica, e la storia diventa un balletto dove tutto è possibile: è il revisionismo della moltiplicazione immaginifica. Di fatto, qualsiasi cosa va bene, anche la più incredibile, pur di far dimenticare che i mandanti stavano verosimilmente ai piani alti dello Stato.

Analogamente, nel macchinoso volume &lt;i&gt;Il segreto di Piazza Fontana&lt;/i&gt;, Paolo Cucchiarelli lanno scorso ha sostenuto che per la strage di piazza Fontana erano necessarie due bombe: una anarchica e una fascista, poste nello stesso luogo, una sopra laltra. Basta sovrapporre la realtà accertata (la bomba fascista collocata da Ordine Nuovo) e lirrealtà fantasiosa (limmaginaria bomba anarchica) per rendere pienamente manipolabile  o quantomeno sempre più evanescente  la verità storica.

Questanno, per il consueto depistaggio sul 2 agosto, i postfascisti al governo cercheranno di inventarsi lennesima pista internazionale.
Così ora cè un gran fervore di magistrati intorno alle presunte rivelazioni della Commissione Mitrokhin e alle carte provenienti da Germania Est, Ungheria, Grecia, ex Cecoslovacchia... Negli archivi ex-comunisti, dove la Stasi e altre polizie segrete fabbricavano dossier buoni per tutti gli usi, si vorrebbe trovare un qualche pezzo sbrindellato di carta, una nota spese, uno scarabocchio che supporti le fantasie autoassolutorie dello Stato.

Di recente, anche Giorgio Napolitano si è unito al coro dei revisionisti sulla strage del 2 agosto: «Le ombre e i dubbi che sono rimasti, hanno stimolato un nuovo filone di indagine, dagli sviluppi imprevedibili».
Oggi lo Stato ha bisogno di «sviluppi imprevedibili» e di celebrazioni generiche di «tutte le vittime del terrorismo» per far dimenticare che lo Stato stesso ha avuto un ruolo attivo nel promuovere la «strategia delle stragi» e ha poi sempre mantenuto un atteggiamento opaco e reticente impedendo in ogni modo laccertamento della verità.

Da ogni parte oggi si cerca di manipolare e negare quella che è unevidenza difficilmente confutabile: la «strategia della tensione» fu di «matrice neofascista» e di regia istituzionale. Una lunga, incalzante serie di stragi indiscriminate (Piazza Fontana, il treno Freccia del Sud, Peteano, la Questura di Milano, Piazza della Loggia, il treno Italicus, la Stazione di Bologna...) fu portata avanti da uomini degli apparati più coperti dello Stato e da neofascisti da essi personalmente organizzati, indirizzati, finanziati e protetti. Lo scopo era quello di promuovere con la violenza un clima di paura e smarrimento per scoraggiare e sconfiggere le lotte operaie e le proteste sociali.

E fin dal principio lo stragismo fu neofascista, come confermò già la condanna definitiva di Freda e Ventura per le bombe del 1969 pre-piazza
Fontana: attentati per i quali alcuni anarchici erano già stati condannati e sarebbero stati incastrati se a Treviso il giudice Stiz, nel
1971-1972, non avesse riportato gli accertamenti sulle prove di fatto.

A lungo preparata, anche la strage di Bologna fu uno di questi capitoli e la sua verità storica non può essere staccata dalla storia dello stragismo neofascista e dei suoi appoggi istituzionali di ieri e di oggi. Dimenticare la specificità delle stragi di Stato pare diventato ormai un obbligo istituzionale a cui nessuno più si sottrae. Dopo il revisionismo su fascismo e Resistenza, il revisionismo sul neofascismo stragista è un passo decisivo sulla via di un totalitarismo aggiornato alla contemporaneità.

Per questo crediamo che il 2 agosto non si tratti solo di ricordare come ogni anno la strage neofascista, ma anche di preparare  a trentanni da quellevento doloroso  un corteo nazionale contro ogni revisionismo che sappia smascherare le operazioni ideologiche di manipolazione della memoria. Se e come questo corteo debba seguire, sovrapporsi o contrapporsi a quello ufficiale, è decisione che spetta a chi intende costruirlo e promuoverlo.

Riteniamo altresì che il luogo più adatto di discussione, riflessione, elaborazione di materiali informativi, possa essere il Festival Sociale delle Culture Antifasciste programmato a Bologna dal 28 maggio al 6 giugno. Il Festival ci pare infatti unoccasione da non sprecare assolutamente per tessere relazioni e plasmare progettualità comuni che possano poi dare frutti, creando spazi di agibilità collettiva per tutto il resto dellanno.

Dimenticare la storia vuol dire condannarsi a subirla di nuovo. Non cè memoria senza la lotta per un mondo più giusto!


&lt;b&gt;LINK UTILI&lt;/b&gt;:

Il &lt;a href=&quot;http://2010.fest-antifa.net/&quot;&gt;sito ufficiale&lt;/a&gt; del festival, con programmi, comunicati e indicazioni per raggiungerlo.
L&apos;&lt;a href=&quot;http://media.fest-antifa.net/?path=ZmVzdC1hbnRpZmElMkYyMDA5&quot;&gt;archivio&lt;/a&gt; dell&apos;edizione 2009.
La &lt;a href=&quot;http://emiliaromagna.indymedia.org/node/8821&quot;&gt;presentazione&lt;/a&gt; del festival su Indymedia Emilia Romagna.
 
</text_more></entry>
<entry id='3497' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3497' author_id='4' authored_on='20100530041159' basename='joe_r_lansdale_victor_gischler_e_leclettismo_in_narrativa' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100530041159' modified_on='20100611030832' ping_count='0' status='2' title='Joe R. Lansdale, Victor Gischler e l&apos;eclettismo in narrativa' week_number='201022'><text>di &lt;b&gt;Massimo Zilio&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Lansdale-Gischler.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Lansdale-Gischler.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;142&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Ha fatto tappa anche a Padova il tour italiano di Joe Lansdale e Victor Gischler. L&apos;evento, organizzato da Matteo Strukul di &lt;a href=&quot;http://www.sugarpulp.it/&quot;&gt;Sugarpulp&lt;/a&gt; e da &lt;a href=&quot;http://www.meridianozero.it/&quot;&gt;Meridiano Zero&lt;/a&gt; (editore dei romanzi di Gischler, &lt;i&gt;Anche i poeti uccidono&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;La gabbia delle scimmie&lt;/i&gt;), coinvolge due dei nomi più importanti, uno ormai affermato, l&apos;altro emergente, di quella letteratura americana che mescola i generi, dal noir alla fantascienza all&apos;horror, che piace definire &quot;pulp&quot;.
Per entrambi il rapporto con l&apos;Italia e i fan italiani è stretto e questa lunga e intensa esperienza l&apos;ha reso ancora più forte: «Quando sono arrivato in Italia per la prima volta un anno e mezzo fa, a Courmayer, ero stupito dalle bellezze di questo paese - racconta Gischler - Ora alla sorpresa si affianca l&apos;interesse, che mi ha spinto anche a provare a imparare qualche parola di italiano. Un paese con questa storia sicuramente stimola l&apos;immaginazione e chissà che questo non possa fermentare nella mia mente».</text><text_more>Un romanzo di ambientazione italiana è già invece in abbozzo nella mente di Joe Lansdale: «Quando ho cominciato a pensare a un romanzo che si svolge in Italia ho subito visto che si tratta di un&apos;impresa non facile, perchè io vedo le cose da un punto di vista americano. Per ora ho messo in pausa il progetto, ma non l&apos;ho abbandonato. Sarà un romanzo di Hap e Leonard, che però vedranno l&apos;Italia da americani». 
I due protagonisti della serie sono senz&apos;altro amatissimi dai fan di uno scrittore che per contro fa dell&apos;ecclettismo il suo punto di forza. Ma non sembrano preoccupare con la loro presenza il loro &quot;papà&quot;: «Non mi sento schiacciato dalla presenza di Hap e Leonard - spiega Lansdale - Quello che scrivo lo scrivo perché ne ho voglia. In Italia forse si nota meno, ma io ho abbandonato i due per otto anni, poi quando ho deciso di scrivere ancora di loro l&apos;ho fatto liberamente».
Se Hap e Leonard colpiscono i fan che ne apprezzano l&apos;articolata saga (sette i romanzi usciti in Italia), i personaggi più toccanti nell&apos;opera di Lansdale sono bambini e ragazzi, pre adolescenti, che vivono un&apos;età difficile. Che lo scrittore texano racconta con particolare maestria: «Se ci fosse un segreto per creare questi personaggi non te lo direi - scherza in proposito - Seriamente, da essere umano ho un rapporto particolare con questo periodo della vita, che ha lasciato una traccia fondamentale nella mia formazione. Come altri scrittori vicini a me conservo questo legame e anche se a volte prendo altre strade creative poi torno sempre a parlare di questa età». Discorso simile per un periodo storico come quello della grande depressione: «Insieme alla seconda guerra mondiale la grande depressione ha fatto degli Stati Uniti quello che sono ora. Io sono cresciuto con dei genitori anziani che forse mi hanno raccontato con parole più vive questo periodo rispetto ai miei coetanei, ma per gli Usa e in particolare per il Texas orientale, che è una zona molto povera, è stato un momento chiave».
Il legame tra Lansdale e Gischler è quello tra maestro e allievo, con le &quot;fascette&quot; del primo a presentare i libri del secondo: «Joe non è solo un bravissimo scrittore, ma anche una persona splendida. Quando ha scritto per me un commento al mio primo libro è stata una cosa bellissima e non osavo chiedergli una cosa simile per il secondo, ma lui lo ha fatto. Quello che ammiro in lui non è solo l&apos;incredibile abilità di scrittura, ma anche l&apos;ecclettismo, che mi ha convito delle mie scelte. Spesso passare da un genere all&apos;altro non è una bella mossa sul piano commerciale, ma aver visto che l&apos;ha fatto lui mi ha dato forza».
L&apos;ultimo libro di Gischler, &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2010/05/003475.html#003475&quot;&gt;Anche i poeti uccidono&lt;/a&gt; (Meridiano Zero), è ambientato in un campus. Luogo raccontato spesso come di gioia e spensieratezza, ma anche teatro di episodi di cronaca nera: «Quando ho cominciato a scrivere il libro volevo fare una satira del mondo accademico - spiega Gischler - Ma non &quot;passiva&quot; come quella di altri autori. La mia idea era più quella di un action noir alla Elmore Leonard, e così ho fatto». Gischler, come sottolineano anche le tappe del suo tour padovano, oscilla senza remore tra fumetti e letteratura, &quot;slalom&quot; che qualche tempo fa sarebbe stato impossibile immaginare: «Il fumetto mi diverte, mi piace scrivere delle storie e soprattutto mi diverto molto a vederle disegnate, è il massimo. Non mi interessa quello che dicono i critici, anche se ultimamente la considerazione per il fumetto è aumentata».
Anche Lansdale ha un rapporto stretto con il fumetto, sia come autore di sceneggiatore che negli adattamenti, come nel caso di &lt;i&gt;Laggiù nel profondo&lt;/i&gt; di Andrea Mutti e Luca Conti, traduttore peraltro di &lt;i&gt;Anche i poeti uccidono&lt;/i&gt;.

</text_more></entry>
<entry id='3498' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3498' author_id='4' authored_on='20100601001528' basename='divine_divane_visioni_best_of_0001_3' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100601001528' modified_on='20110324024706' ping_count='0' status='2' title='Divine Divane Visioni (Best of 00/01)  3' week_number='201022'><text>di &lt;b&gt;Dziga Cacace &lt;/b&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&lt;i&gt;Al ristorante no, al cinema neanche un po, uscir non si può&lt;/i&gt;
Se la mia pelle vuoi&lt;i&gt;, Lucio Battisti&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;

&lt;img alt=&quot;ddv0301.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/ddv0301.jpg&quot; width=&quot;137&quot; height=&quot;200&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;&lt;b&gt;27 - &lt;i&gt;Heavy Metal &lt;/i&gt;di Un Regredito, Canada 1981 e 10 minuti di &lt;i&gt;Fritz il gatto&lt;/i&gt; di Ralph Bakshi&lt;/b&gt;

Avevo dodici anni, leggevo Pilote e Metal Hurlant e nessuno sarebbe mai venuto con me al cinema per vedere una cosa del genere. Sono passati diciotto anni e mi tolgo lo sfizio. Sbagliando, perché questo &lt;i&gt;Heavy Metal &lt;/i&gt;commesso da Gerald Potterton è una cazzata immane: unaccozzaglia di corti tenuti assieme da un improbabile &lt;i&gt;fil rouge&lt;/i&gt;, disegnati in maniera non memorabile, animati peggio e per lo più mai conclusi degnamente. Ma la cosa che più irrita è la totale stupidità delle storielline raccontate, infarcite di combattimenti con spadoni, uccellacci che stridono e &lt;i&gt;le donne nude&lt;/i&gt; Pure coi cartoni animati, ma per piacere! Peraltro donne orrende che potrebbero popolare i sogni erotici di un obeso che cerchi unanima gemella con bislunghe prolunghe mammarie. Boh. 
</text><text_more>La colonna sonora è poi una compilation non molto meditata dove anche grandi gruppi cafoni passano solo per cafoni e basta (i Grand Funk Railroad, per esempio). Un film così, a chi si rivolge? Qualunque adulto sano di mente non può che rifiutarlo schifato. Per i bambini non se ne parla neppure. Praticamente la nicchia di pubblico cui si rivolge è la ristretta cerchia di adolescenti tra i 12 e i 14 anni, appassionati di fumetti, creduloni e sconvolti da tempeste ormonali tanto da trovare eccitanti anche due zinne pendule disegnate. Per cui, tornando alle premesse, se lo avessi visto nel 1982 mi sarebbe piaciuto (eccome!). Ora mi sconcerta. Unica parte che merita un po dattenzione è quella finale, ispirata pesantemente allimmaginario di Moebius. Però rimane una bella stronzata di film. Non pago di tanto scempio, son rimasto in tema e ho affittato anche &lt;i&gt;Fritz il gatto&lt;/i&gt; (USA, 1972) che volevo vedere da secoli. Lanimazione statica e la traduzione mi hanno costretto a lasciar perdere dopo neanche dieci minuti. Avevo letto di un doppiaggio delirante, ma tutto mi aspettavo fuorché un doppiaggio &lt;i&gt;dinvenzione&lt;/i&gt;, con Fritz gatto &lt;i&gt;romano &lt;/i&gt;a New York, dove frequenta - è ovvio, stupido che non sono altro  gatti che parlano in vari dialetti italiani. Povero Crumb. Grottesco. (Vhs da Tele+; 2/11/00)

&lt;b&gt;31 - &lt;i&gt;The Hitcher &lt;/i&gt;di Robert Harmon, USA 1986&lt;/b&gt;

Questo lho visto addirittura negli anni Ottanta. E mera piaciuto. Rivisto, per la prima mezzora è teso, ben costruito e ritmato, poi imbocca un binario più scontato. Nel sottofinale cè una cattiveria inaspettata (Jennifer Jason Leigh squartata fuori scena) e nel finale una cattiveria (la vendetta del protagonista) che sembra invece meccanica e che mi lascia perplesso. La storia la sapete. Oppure no: attraversando le lande desolate del &lt;i&gt;big country&lt;/i&gt;, il giovane C. Thomas Howell carica un autostoppista che si rivela un professionista del terrore, Rutger Hauer, capace di confezionare anche deliziosi hamburger a base di dita umane. Il ragazzo gli sfugge, ma lombra dellassassino si allunga su di lui facendolo diventare il principale sospettato per la lunga catena di delitti che insanguinano la &lt;i&gt;highway&lt;/i&gt;. Quindi, prima il protagonista deve guardarsi dallautostoppista, poi deve fuggire dalla polizia che non vuole credergli. Infine viene scagionato e il cattivone è catturato. Ma il nostro non si fida: torna indietro e nellultimo duello lo fa secco, rispondendo al suo invito. Il lato oscuro e bla, bla, o forse una virile e un po ottusa vittoria sul cattivo, perfetta per il pubblico di bocca buona. Rimane il dubbio, però si tratta di un buon film che fa impallidire il &lt;i&gt;Breakdown &lt;/i&gt;di due anni fa. Howell, dopo una stagione intensa, è diventato un illustre scomparso degno di &lt;i&gt;Meteore&lt;/i&gt;. Splendida fotografia in Panavision diligentemente rispettata da Tele+, musica di Isham un po anni Ottanta, Cacace un po rincoglionito da troppo lavoro ma comunque intrattenuto piacevolmente, perché questo è un &lt;i&gt;horror &lt;/i&gt;dove il male si vede in faccia. E la faccia è splendida, quella di Rutger Hauer. (Vhs da Tele+; 7/11/00)

&lt;img alt=&quot;ddv0302.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/ddv0302.jpg&quot; width=&quot;139&quot; height=&quot;200&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;&lt;b&gt;32 - &lt;i&gt;Venga a prendere il caffè da noi &lt;/i&gt;di Alberto Lattuada, Italia 1970&lt;/b&gt;

Emerenziano Paronzini, uno spettacolare Ugo Tognazzi, è funzionario della Finanza a Luino, vicino al confine con la Svizzera. Apparentemente inflessibile servitore dello Stato, in realtà furbo calcolatore, amante del cibo e del vino e, secondo gli insegnamenti della &lt;i&gt;Fisiologia del piacere &lt;/i&gt;del Paolo Mantegazza, risoluto a dare soddisfazione alle tre C che necessitano alluomo maturo: Carezze, Caldo e Comodo. Individua tre zitelle, orfane ed eredi del ricco Mansueto Tettamanzi, aggiusta leredità, sposa la più anziana, Fortunata, e poi si dedica anche al sollazzo delle due sorelle minori, Camilla e Tarsilla. Riscoprono i piaceri del corpo e sono tutti felici, ma una sera Emerenziano esagera e quando decide di castigare anche la domestica, zac, ha un ictus. Rimane così su una sedia a rotelle, accudito dalle tre amorose e devote sorelle, ormai liberate. Godibilissimo film di Lattuada, scritto a partire da un romanzo di Chiara e sceneggiato assieme a Kezich, &lt;i&gt;Venga a prendere il caffè da noi &lt;/i&gt;è cattivissimo, attento a tic e vezzi, corrosivo nellimpietosa descrizione della vita di provincia dove tutti sanno di tutti. Si mescolano interesse e senso del dovere, convenienze e gioie della vita, ipocrisie e segreti, con il piacere che trionfa su tutto il resto. Inno a vino, cibo e sesso con svisate comiche anche pecorecce ma clamorose (Fortunata dopo la prima notte con Emerenziano cammina lentamente e a gambe larghe perché infiammata: il medico - Lattuada - raccomanda 15 giorni di riposo), &lt;i&gt;Venga a prendere il caffè da noi &lt;/i&gt;è diventato un mio cult: aveva ragione il babbo mio. (Vhs da RaiUno; 10/11/00)

&lt;b&gt;37 - &lt;i&gt;Hammett: indagine a Chinatown &lt;/i&gt;delluomo sbagliato, tanto per cambiare, Wim Wenders, USA 1983&lt;/b&gt;

Metti Wenders che vuo fa lamericano... Affascinato dai primi film di Wim, Francis Ford Coppola decise di affidargli la regia di un promettente soggetto, tratto da un romanzo di Joe Gores: ma quanto poteva essere distante la concezione di cinema di Coppola da quella di Wenders? &lt;i&gt;Siderale&lt;/i&gt;. &lt;i&gt;Hammett &lt;/i&gt;è il risultato e cè da giurarci che alla fine non rimase contento nessuno dei due registi. Al botteghino il film non se lo cagò letteralmente anima viva e neanche i critici (europei e americani) si mostrarono benevoli. E vedendo il film si capisce perché. È mortale. E poi è evidente che la regia vuole ragionare sui meccanismi del genere poliziesco e del cinema hollywoodiano, e questo tanto &lt;i&gt;divertente&lt;/i&gt;, diciamo, non è. La trama, poi, ben si presta al ritratto del compagno Hammett come uomo e scrittore, molto meno come protagonista di una vicenda gialla non particolarmente interessante se non per ciò che significa (Hammett vive lavventura e la trascrive, raccontando per la prima volta di sé: passa definitivamente dallinvestigazione - suo precedente mestiere - alla scrittura). È chiaro che Coppola, dopo il fenomeno del &lt;i&gt;Padrino &lt;/i&gt;e la fortuna dei gangster movie ambientati negli anni Trenta e Quaranta, si aspettasse una pellicola da grandi incassi. Pensate che Wenders  senza alcuna ironia, anzi a suo merito - si sia mai posto questo problema? E dalla differenza di aspettative inizia il tira e molla produttivo: Wenders non può lavorare coi soliti collaboratori e produce un film che inorridisce Coppola (e non solo lui, francamente: anche Francis Ford Cacace ha rischiato di tirare le cuoia durante la visione). Poi la Zoetrope finisce nei guai, mentre Wenders torna in Europa e realizza con due lire &lt;i&gt;Lo stato delle cose&lt;/i&gt;. Allora viene girato altro materiale (ben tre quarti della versione definitiva). Cè chi dice che sia stato lo stesso Coppola a mettersi dietro la cinepresa boh: io riferisco, con precisione nulla, quanto ho letto in passato e ricordo. Alla fine, che film ho visto? Un film gelido nella messa in scena e nella fotografia. Girato tutto in studio e con colori pastellati: un omaggio postmoderno al genere &lt;i&gt;hard boiled&lt;/i&gt;, una storia apocrifa della vita di Dashiell Hammett che produce storie a sua volta. La vicenda è anche un po incasinata e non molto coinvolgente. Alla fine ci rimane una riflessione sul poliziesco senza il ritmo del genere e un ritratto di Hammett senza che sia una biografia. Tutto a metà, insomma, perché il progetto non nasce bene e non è affidato - avendo certe attese - alla persona giusta. Si guarda, si commenta e alla fine ci si gratta il pancino da visionatore incallito sempre più bolso e adiposo. (Vhs da Tele+; 14/11/00)

&lt;img alt=&quot;ddv0303.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/ddv0303.jpg&quot; width=&quot;132&quot; height=&quot;210&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;&lt;b&gt;39 - &lt;i&gt;Mondo cane &lt;/i&gt;dei furbetti Gualtiero Jacopetti, Paolo Cavara e Franco Prosperi, Italia 1961&lt;/b&gt;

Questo è il prototipo dei tanti &lt;i&gt;mondo movies &lt;/i&gt;che invasero il mercato cinematografico durante gli anni Sessanta e Settanta, film di montaggio che portavano nelle sale cose bizzarre, tremende e curiose raccolte per il mondo. Ricordo ancora - doveva essere il 1978  la pubblicità di una schifezza che prometteva esecuzioni da tutto il mondo, pensa che gioia. &lt;i&gt;Mondo cane &lt;/i&gt;si finge documentario, ma in realtà puzza di falso lontano un miglio: tutte le scene sembrano stimolate dalla cinepresa, se non evidentemente preparate prima. Cosa si vede? Posto che ogni occasione è buona per far vedere del nudo - anche le eccitanti tette pendule delle cannibali della Nuova Guinea - è tutta una parata di mostruosità che solo talvolta si apre a qualche momento più leggero. Il filo conduttore è il rapporto tra uomo e animale nelle diverse culture del mondo: ovviamente a parte noi italiani, luomo fa spesso la parte della bestia. Ecco spezzatini di cane a Taiwan, vitelli cinesi ubriacati di birra, oche ingozzate in Francia, la morte del maiale da qualche altra parte (sorry: appunti lacunosi), la caccia allo squalo, le ferie a farsi rincorrere dai tori e le corride. Di contorno pervertiti, barboni, drogati, travestiti, mutilati, militari eccitati e ancora il cimitero sottomarino nellOceano Pacifico o i bacchianti calabresi, evidentemente ritenuti una sottospecie di italiani. Tutto ciò che è diverso da noi, è bestiale. Se è occidentale, nord americano, allora è tuttal più bizzarro, esagerato. Interessantissimo come documento storico, pessimo come vere intenzioni, fu un clamoroso successo. Il commento (scritto da Jacopetti, che di cotanto crimine diventa il principale colpevole) ha lironia di chi la sa lunga e ti mostra il pazzo, pazzo mondo che gira in tondo: la voce che accompagna le immagini è suadente, moralista, paternalistica e razzista in maniera palese. Ma soprattutto tranquillizzante: ci dice che noi siamo diversi, noi abbiamo ragione, da noi le cose vanno bene. Mica come tra i selvaggi o in quel paese di simpatici squinternati che è lAmerica. Retorico, morboso e lugubre, &lt;i&gt;Mondo cane &lt;/i&gt;è la &lt;i&gt;Real TV &lt;/i&gt;di quarantanni fa. Fascistella e falsa uguale. (Vhs da Italia1; 17/11/00)

&lt;b&gt;40 - &lt;i&gt;Sayat Nova &lt;/i&gt;di Sergej Paradzanov, URSS 1969&lt;/b&gt;

&lt;i&gt;Il colore della melograna &lt;/i&gt;è il titolo italiano di un film che ho assunto in armeno arcaico e che sembra (il titolo) la parodia del classico mattone da cineclub. E in effetti un po mattoncino lo è: è la storia, attraverso quadri allegorici, di Sayat Nova, un poeta armeno vissuto durante il secolo XVI. Dalla vita in campagna a quella di corte, al ritiro in monastero fino alla morte, tutto attraverso pantomime. Suona esiziale, eh? Beh, lo è! Un film di luci, colori, suoni e suggestioni grafiche: la religione, la musica, i costumi, le stoffe, le stampe, i tappeti, i dipinti, la massiccia architettura romanica armena, i gioielli, le armi e le armature, le pietre, i fregi, gli animali un montaggio straniante di quadri viventi. &lt;i&gt;Sayat Nova &lt;/i&gt;è un evidente colpo di clava chiodata nei coglioni che, per essere apprezzato (e, in certa maniera, sopportato), andrebbe visto assolutamente su grande schermo. Ma i tempi son quelli che sono e bisogna accontentarsi di ciò che passa il convento, cioè una vhs. E alla fine la clavata armena mè passata liscia liscia, come non credevo potesse più accadere: anni di abbiocchi iraniani, mazzate scandinave, pedrade portoghesi e altro ancora mhanno reso invincibile, ah! (Vhs da RaiTre; 17/11/00)

&lt;img alt=&quot;ddv0304.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/ddv0304.jpg&quot; width=&quot;210&quot; height=&quot;126&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;&lt;b&gt;41 - &lt;i&gt;La finestra sul cortile &lt;/i&gt;del porcello Alfred Hitchcock, USA 1954&lt;/b&gt;

Da quanto tempo non mi concedo un peccaminoso &lt;i&gt;triple feature&lt;/i&gt;? Un giorno senza lavoro e Barbara che deve studiare alacremente consentono la tripletta da tempo agognata. Ma i primi due film, pomeridiani, mi hanno appagato relativamente. Uno è una porcata che ha solo valore come curiosità, il secondo è opera anche troppo alta per emozionare se non vista nel giusto contesto. E allora scelgo un film del quale so che posso fidarmi. Lho visto pure recentemente (un commentino patetico ne &lt;i&gt;Lo sguardo mutilo&lt;/i&gt;), ma ho voglia di goderne di nuovo, in pace, con calma. Allora mera piaciuto, ma sono sicuro di non averlo apprezzato come avrebbe meritato, anche perché ero ancora nel periodo in cui diffidavo di Hitchcock, che conoscevo poco e male. E non cè granché da dire: gran film, grandissimo, che intrattiene e riflette sul desiderio e sul potere della visione. (Ahia: attenzione al pippone pseudo-critico). Jeff è un fotoreporter immobilizzato da una frattura su una sedia a rotelle. Curiosando con un binocolo osserva la vita che si svolge nel cortile di casa, sotto la sua finestra. E crede di aver scoperto un omicidio. La fidanzata Lisa e la domestica Stella, prima non gli credono, poi lo aiutano a risolvere il caso. Film divertentissimo, percorso da una costante tensione erotica, prima sotterranea, poi sempre più esplicita e sottolineata da battute e situazioni anche grassocce. Cè il buon senso comune della ruvida Stella, lintraprendenza della moderna Lisa (sempre elegante, ma pronta a buttarsi nella mischia), e poi cè Jeffries, letteralmente bloccato da tutto questo turbine femminile e sollecitato da visioni ammiccanti (la ballerina procace, gli instancabili sposini). Il matrimonio pare il centro delle riflessioni voyeuristiche del protagonista: osserva beffardo chi non si sposerà mai, chi sta cercando disperatamente un compagno, chi è concupita da troppi, chi è felicemente accoppiato, chi non ne può più, sino a quello (Burr) che la moglie la fa a pezzi. Tutto ciò mentre Lisa insiste per risolvere la loro questione sentimentale. La pellicola è ricca, girata con brio, piena di invenzioni e sostenuta da un dialogo dove ogni parola è spesa bene. E poi cè un cast eccezionale, soprattutto la coppia degli attori principali. James Stewart è il maschio posatello, argentato, sornione e flaccidino che ha resistito finché ha potuto alla giovane Grace Kelly, perfetta nellambivalenza innocente/peccatrice, con quello sguardo che promette lindicibile in pagine caste come queste. Una bellezza angelica abbacinante che dietro lazzurro di quegli occhi ci fa intuire un inferno di passione. Sì, sono innamorato della Kelly e poi si dice che in gioventù fosse un peperino mica male, tanto che il malinconico principe Ranieri sembra aver speso capitali per far sparire filmini e foto compromettenti. Vabbeh, fine intermezzo Le Ore/Novella 2000. Il finale, con Jeff ulteriormente ingessato e destinato a un futuro matrimonio ormai improcrastinabile, è aperto a diverse interpretazioni. Ovviamente pecorecce. (Vhs da RaiTre; 17/11/00)

&lt;b&gt;42 - &lt;i&gt;King Kong &lt;/i&gt;di Merian C. Cooper e Ernest B. Schoedsack, USA 1933&lt;/b&gt;

Denham è il classico esempio di produttore hollywoodiano che non esita a mettersi dietro la cinepresa per sostituire operatori incapaci e ha individuato una misteriosa isola a sud di Sumatra dove ambientare uno dei film davventura per cui è famoso. Serve subito una diva pronta a lanciarsi nelloperazione; Denham non si fa scrupoli e imbarca Ann Darrow, una ragazza colta a rubare una mela. È bella e la prende per fame: via, verso i mari tropicali! Arrivano allisola del Teschio che è sinistra a vedersi, ma a frequentarla risulta ben peggio. I selvaggi cannibali che la abitano (rappresentati con generoso razzismo) non sono nulla perché allinterno dellisola il tempo è fermo al giurassico; ma non cè tirannosauro che tenga: chi regna incontrastato è re Kong, un gorillone di dimensioni abnormi e dalle maniere violente, anche perché evidentemente non ha femmine con cui sfogarsi. I selvaggi rapiscono la ragazza e la offrono al primate da primato che la spoglia e poi la guata con desiderio. Infiacchito non so bene da cosa, il bestione innamorato viene catturato e portato a New York per una umiliante esibizione pubblica. Sincazza, rapisce la sua bella e infine viene impallinato mentre si trova sulla cima dellEmpire State Building. Volo plastico e, sgnak, il gorilla si spiaccica a terra. Come potesse poi King Kong espletare fisicamente il suo amore è problema critico e meccanico di non secondaria importanza ma lascio alla vostra fantasia capire cosa sarebbe potuto accadere tra Kong e Ann in una stanza dalbergo. Prevedo solo docce a ripetizione (). Visto oggi &lt;i&gt;King Kong &lt;/i&gt;ha lingenuo splendore dei suoi 70 anni. È narrativamente elementare, la regia asseconda il racconto, gli attori non fan danno. Ma il vero protagonista è lui, il pupazzone creato da Willis OBrien, animato a passo uno con un lavoro che immagino da crisi di nervi. Classico che intrattiene ancor oggi, abile mix di esotismo, erotismo e avventura, &lt;i&gt;King Kong &lt;/i&gt;non ha perso nulla del suo fascino di moderna fiaba sul modello la bella e la bestia. La versione messa in onda da Fuori Orario non ha la celebre scene in cui Kong sfoglia la sua preda velo a velo come una cipolla, sottolineando con sguardi da vecchio gorilla bavoso. Ghezzi ce lha regalata a inizio serata, prima di un delirante e divertentissimo intervento telefonico di presentazione. (Vhs da RaiTre; 18/11/00)

&lt;img alt=&quot;ddv0305.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/ddv0305.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;136&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;&lt;b&gt;43 - &lt;i&gt;Pink Floyd - Live at Pompeii &lt;/i&gt;di Adrian Maben, Belgio/Francia/RFT 1972&lt;/b&gt;

Non sto lavorando e faccio finta che non sia un problema, concedendomi tutto: passeggiate oziose per la metropoli e sfizi che uno in bolletta dovrebbe pensarci due volte. Ma si vive una volta sola. Anche troppo ultimamente: nel pomeriggio sono andato con Pier Paolo alla FNAC recentemente aperta a Milano. Vediamo libri, dischi e poi videocassette e allimprovviso trovo questa: indifesa, gettata in pasto al pubblico a modiche lire 19.900. Basta la visione della copertina rosa e io sono in quinta liceo, ho i jeans stretti e le Adidas Abdul Jabbar ai piedi, la maturità si avvicina e studio filosofia ascoltando &lt;i&gt;Atom Heart Mother&lt;/i&gt;. Torno alla realtà e metto immediatamente mano al portafogli: la videocassetta è mia. Saluto Pier e mi fiondo a casa. Praticamente con la giacca ancora addosso inserisco il nastro nel videoregistratore. E sono felice. Molto. Tutto è cominciato 13 anni fa quando, parallelamente alla mattana per il rock classico e allhard rock, mi appassionai ai Pink Floyd, i primi (o quasi). Mi piacevano quelli di Syd Barrett e quelli precedenti il grandissimo successo commerciale. Non disdegno gli ottimi &lt;i&gt;The Wall&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;The Dark Side of the Moon &lt;/i&gt;o &lt;i&gt;Wish You Were Here&lt;/i&gt;, ma adoro ancor più il periodo tra il 1970 e il 1972. Parere personale che quasi nessuno condivide. E vabbeh. Detto ciò, era letà della crescita e ancora non capivo bene cosa fosse il blues né le sue derivazioni cosmiche e psichedeliche. Avevo ideali abnormi e i Pink Floyd erano la colonna sonora dellingenuo sedicenne. Per sudare, per ballare, per fare l&lt;i&gt;head banging &lt;/i&gt;da solo in camera mia, andavo col Boss o i Deep Purple, ma per gli esercizi di matematica, per fumare con gli amici e sognare, beh, cerano solo loro, i Pink Floyd. Allepoca disegnavo molto e passavo ore e ore in jam interstellari con il pennino a china che scorreva sulla carta mentre il fluido rosa, evocativo e immaginifico, alimentava la mia sterile fantasia. Dei Pink esistevano scarse documentazioni audiovisive: oltre a &lt;i&gt;The Wall &lt;/i&gt;e &lt;i&gt;Zabriskie Point &lt;/i&gt;(mio personalissimo mito, tuttora) circolava anche questo documentario. Una fugace visione la ebbi grazie allOrecchiocchio, sulla Rai. Però ricordo che era una versione interrotta da dei commenti. Qualcuno che aveva il videoregistratore trovò una copia integrale e fu una goduria delirante (con registrazione sonora; laudiocassetta me lha fregata Paolo Franzi: se mi stai leggendo sappi che laspetto ancora. Ti tengo docchio). Troppo giovane per contestare lego ipertrofico di questi musicisti a un passo dallaffermazione mondiale definitiva (stavano lavorando a &lt;i&gt;The Dark Side of the Moon&lt;/i&gt;), troppo inesperto per capire che forse i Pink Floyd il meglio lavevano già dato (quanto a ricerca sonora e invenzione), &lt;i&gt;Live at Pompeii &lt;/i&gt;mi parve splendido. Poi vidi il gruppo a Torino, vennero nuovi album in studio e dal vivo, comprai anche bootleg, libri e spartiti, ma nel bene e nel male, loro hanno continuato a essere quei quattro distinti inglesi vagamente hippy che gironzolavano per Pompei deserta o indugiavano davanti alle solfatare a favore delle cineprese. &lt;i&gt;Live at Pompeii &lt;/i&gt;non documenta un concerto, ma una performance tenuta appositamente allinterno dellarena della cittadina per uno speciale commissionato dalla tivù belga. Strani tipi i belgi. Comunque il luogo è azzeccato. Cornice musicale dellesibizione è &lt;i&gt;Echoes&lt;/i&gt;, suite di &lt;i&gt;Meddle &lt;/i&gt;qui divisa in due parti. Sempre da &lt;i&gt;Meddle &lt;/i&gt;vengono eseguite &lt;i&gt;One of These Days &lt;/i&gt;e &lt;i&gt;Mademoiselle Nobs &lt;/i&gt;(su album si chiama &lt;i&gt;Seamus&lt;/i&gt;, come il cane di Gilmour - giuro - che canta. Il cane, eh? E neanche male). Da &lt;i&gt;Saucerful of Secrets &lt;/i&gt;la canzone omonima e la minacciosa &lt;i&gt;Set the Control for the Heart of the Sun&lt;/i&gt;. Infine &lt;i&gt;Careful with that Axe, Eugene &lt;/i&gt;che non è altro che &lt;i&gt;Number 51, Your Time is Up&lt;/i&gt;, colonna sonora dellesplosione finale di &lt;i&gt;Zabriskie Point&lt;/i&gt;. Versioni sanguigne, senza la freddezza dello studio e la ricchezza della sovraincisione. La regia indugia spesso su Nick Mason, il batterista, forse perché il più eccitante e cinematico, ma avvolge con carrelli e morbidi zoom anche gli altri membri del gruppo. Si gioca con split screen, montaggi sincopati e immagini di repertorio della città pietrificata. Ne avevo un ricordo vivo, a testimonianza di quanto lavessi amato e dopo tutti questi anni lo trovo ancora bellissimo. Ci sono difetti, ma che importa? Tutti i recensori specificano: solo per i fan dei Pink Floyd, e io chi sono? Il figlio della serva? (Vhs originale; 19/11/00)

&lt;b&gt;(Continua  3) &lt;/b&gt;

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<entry id='3499' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3499' author_id='13' authored_on='20100602004701' basename='di_nuovo_a_marsiglia' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100602004701' modified_on='20100602005928' ping_count='0' status='2' title='Di nuovo a Marsiglia' week_number='201022'><excerpt>di &lt;b&gt;Tommaso De Lorenzis&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;izzojc.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/izzojc.jpg&quot; width=&quot;24&quot; height=&quot;33&quot; border=&quot;0&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt; Jean-Claude Izzo ha amato Marsiglia e il Mediterraneo duna passione controversa, senza speranza, sporcata da cupe inquietudini e da un intenso senso di morte.</excerpt><text>di &lt;b&gt;Tommaso De Lorenzis&lt;/b&gt;&lt;img alt=&quot;izzojc.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/izzojc.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;167&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;

Stefania Nardini, &lt;i&gt;Jean Claude Izzo. Storia di un marsigliese&lt;/i&gt;, Perdisapop, 2010, pp. 160 ,  14

Jean-Claude Izzo è morto il 26 gennaio del 2000, «abbattuto da due stecche di sigarette in pieno petto» come scriverà René Frégni nella dedica di Nero Marsiglia. A dieci anni dalla scomparsa dello scrittore, un libro della giornalista Stefania Nardini torna sui significati della letteratura nera e sulla figura duno dei suoi maggiori interpreti. Il volume sintitola &lt;b&gt;Jean Claude Izzo. Storia di un marsigliese&lt;/b&gt; e ha la forma duna biografia. In realtà, come accade nelle migliori narrazioni di vita, la scrittura scivola tra le pieghe dei documenti per sollevare questioni cruciali.</text><text_more>Lautrice tocca le corde giuste, trovando quella delicata misura capace di tenere il racconto dei fatti privati a debita distanza dallindiscrezione. Questa storia marsigliese è scritta in punta di penna, stando attenti a non fare rumore, con uno stile che  immaginiamo  sarebbe piaciuto al diretto interessato.
&lt;img alt=&quot;izzo_portrait.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/izzo_portrait.gif&quot; width=&quot;136&quot; height=&quot;100&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Acclamato dai connazionali dopo luscita di &lt;b&gt;Casino totale&lt;/b&gt;, primo volume della Trilogia di Marsiglia, Izzo non tardò a diventare un autore di culto anche da questa parte delle Alpi. E sarà proprio lItalia, paese da cui il padre Gennaro era immigrato nella primavera del 1929, a celebrarlo come maestro. A Izzo è riuscito un miracolo postumo: quello di diventare sia scrittore per scrittori sia autore venerato dal grande pubblico. Gli omaggi che gli tributeranno le penne italiane non si contano. Come non si contano le decine di ristampe dei suoi titoli e le migliaia di copie vendute anche a distanza di tempo dalla pubblicazione. Nellestate del 2004 Pino Corrias restituì  sulle colonne della «Repubblica»  le proporzioni dun trionfo reso amaro da una morte prematura: «I tre libri si chiamano: &lt;b&gt;Casino totale, Chourmo, Solea&lt;/b&gt;. Si leggono dun fiato. Li ha pubblicati Gallimard in Francia e le Edizioni e/o in Italia. Sono stati un successo travolgente, 500 mila copie in Francia, 100 mila in Europa, 10 mila ogni anno (da anni) in Italia. Il successo lo ha trasformato in un autore di culto. E lo ha incoronato caposcuola del nuovo polar francese, caldo, neo romantico, superiore (secondo i gusti) allaltro marsigliese Jean-Patrick Manchette, con i suoi nerissimi &lt;b&gt;Nada&lt;/b&gt; e &lt;b&gt;Posizione di tiro&lt;/b&gt;, vortici di fuoco e intrecci di traiettorie che gelano la superficie delle parole».

Leggendo della vita di Jean-Claude Izzo, si scopre come prima del romanzo nero ci furono altre due passioni: il giornalismo e la poesia. Una fu il mestiere che gli diede da vivere, portandolo dalla redazione del quotidiano comunista «La Marseillaise» alle pagine del magazine parigino «Viva». Laltra è allorigine dellespressione letteraria, perché  in principio  Izzo fu un poeta. E tra le sue letture preferite figuravano Arthur Rimbaud e Louis Brauquier: il veggente fuggito oltremare e il poeta-navigatore, agente delle Messaggerie Marittime, che aveva percorso le rotte di mezzo mondo. Due nomi diversissimi che ritroviamo citati nelle pagine della Trilogia e che sono accomunati dal medesimo «male dEuropa». Ovvero da quellinquietudine errante che, in &lt;b&gt;Casino totale&lt;/b&gt;, caratterizza il personaggio di Ugo e che pone la città in equilibrio tra arrivi e partenze, fughe ed esili. Tra un addio smozzicato e un bentornato che sa di pastis. Oppure, al contrario: tra un addio che profuma di anice e un bentornato che ha il sapore del sangue e del piombo.
La geografia stessa di Marseille si modifica sotto il peso di questo sentimento che lha resa una El Paso marittima, spazio di transito per eccellenza. Un po rifugio del Proscritto, un po imbarco del Fuggitivo. Ora porta dEuropa, ora estrema propaggine dAfrica. «Si cest pour tembarquer, cest une bonne ville, dit Gu. Mais si cest pour rester», scrive José Giovanni  altro grande esponente del noir transalpino  nelle pagine del crepuscolare &lt;b&gt;Le deuxième souffle&lt;/b&gt;.

Ha fatto bene Stefania Nardini a insistere sulle passioni non-romanzesche dIzzo spezzando il racconto con inserti poetici a firma dello scrittore e creando un continuo rimbalzo tra narrazione e versi. In definitiva, i noir izzoiani sono una perfetta fusione di denuncia e visione, dindagine e metafore, di storie nascoste tra le pieghe della carta stampata e scorci inquadrati da unimmaginazione romantica. La professione di cronista gli consentì di conoscere la &lt;i&gt;connection&lt;/i&gt; di Marsiglia e proprio dal suo leggendario archivio di notizie nasceranno gli intrecci della Trilogia. Alla palestra della migliore inchiesta giornalistica imparò a praticare la critica del potere e della sua quintessenza criminale. Tuttavia, scelse di non accontentarsi mai delle verità palesate dall&lt;i&gt;engagement&lt;/i&gt; del realismo. Così fu scopritore di segrete corrispondenze mediterranee e commosso indagatore di psicologie segnate da sconfitte e abbandoni, fallimento e inettitudine, intensa malinconia e costitutiva infelicità. La questione trascende la sua opera e ammicca alle più intime caratteristiche della letteratura nera che altro non è se non unestrema forma di poesia. E non si tratta semplicemente delle caratteristiche di una prosa lirica o dautore, quanto piuttosto di un tessuto simbolico capace di collegare realtà, natura e psiche in una vorticosa alternanza di contrasti e accostamenti. In questo fu un interprete deccezione della tradizione nera di Francia in cui si riflettono la tragedia greca, il sublime criminale, il canto agonizzante dellImpiccato, lo spleen simbolista, le visioni rimbaudiane, il delirio onirico e la trasfigurazione della natura.
Daltronde, erano stati i versi del surrealismo a precipitare la scrittura di Léo Malet in un impasto di eros e thanatos. E cosa sono i fuorilegge di Simonin, Le Breton e Giovanni se non la versione antropomorfa dellAlbatro di Baudelaire, affetto da tisi e armato di baiaffa, che langue nelle luci dun nuovo tramonto? Dietro ogni romanziere si nasconde il poeta. E la cosa vale anche per Jean-Patrick Manchette: ovviamente in termini negativi. Perché è proprio quella segreta poesia che laltro grande marsigliese scelse di cancellare con la balistica neo-hammettiana della posizione di tiro.

&lt;img alt=&quot;Marseille-Z.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Marseille-Z.jpg&quot; width=&quot;153&quot; height=&quot;72&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Jean-Claude Izzo ha amato Marsiglia e il Mediterraneo duna passione controversa, senza speranza, sporcata da cupe inquietudini e da un intenso senso di morte. È lo stesso sentimento che lo portò lontano dalle donne amate e che diventò, nel gioco dellesasperazione letteraria, uno degli indimenticabili tratti dellindole di Fabio Montale. Limpossibilità di trattenere loggetto del proprio desiderio, rovesciata simbolicamente nel nomadismo gitano ed esistenziale del personaggio di Lole, è allorigine della tristezza romantica dello scrittore, nel punto in cui la ricerca duna felicità assoluta si traduce nel suo opposto e la risacca del Mare Nostrum non è mai soltanto labbraccio dun ancestrale liquido amniotico. La complessità dei paesaggi izzoiani risiede proprio nel rifiuto di attribuire alla natura il potere incondizionato di placare le angosce. Anzi, a volte è proprio la struggente bellezza del cielo e del mare ad amplificare  per contrasto  lorrore della realtà. E poi cè la Storia, che non perdona. Tragica teoria dillusioni e inganni che danna gli ultimi della Terra, incarnandosi nellinferno metropolitano della &lt;i&gt;grande ville&lt;/i&gt;, dove prolificano i traffici e si frantumano i sogni.
«Il Mediterraneo non è una cartolina»: così Stefania Nardini intitola il capitolo dedicato ai reportage del cronista Izzo dalla cittadina di Fos-sur-Mer, la «California provenzale» trasformata in sito dun gigantesco polo siderurgico e in incontrollabile periferia popolata da un proletariato multietnico. Il fallimento del sogno industriale, la chiusura degli stabilimenti e la sconfitta delle lotte operaie costituiscono, insieme al declino del porto della Joliette, i miti negativi che fondano il &lt;i&gt;Midi&lt;/i&gt; e la Marseille dIzzo. Ed ecco perché, in &lt;b&gt;Casino totale&lt;/b&gt;, la famiglia dellarabo Mouloud Laarbi porta impresse le stigmate duna tragedia consumata tra il licenziamento dello stesso Mouloud dalle industrie di Fos, il grigio sopravvivere dei suoi figli nella cité e lorrenda morte della figlia Leila. Davanti allo stupro e allomicidio della ragazza che amava i versi di Brauquier, Fabio Montale lancia una maledizione che non è rivolta agli uomini, bensì alla natura e alla sua mistica rassicurante: «Rialzandomi, vidi che il cielo era azzurro. Un azzurro assolutamente puro, che il verde scuro dei pini rendeva ancora più luminoso. Come sulle cartoline. Vaffanculo cielo. Vaffanculo cicale. Vaffanculo paese. E vaffanculo io. Mi allontanai barcollando. Ubriaco di dolore e di rabbia».
&lt;b&gt;Jean Claude Izzo. Storia di un marsigliese&lt;/b&gt; è una biografia sentimentale redatta come tenue affresco dun modo di sentire le cose. Se si volesse trovare un limite in questo racconto, bisognerebbe indicare il trasporto e la partecipazione che esaltano le suggestioni, comprimendo un po troppo le testimonianze in presa diretta e impedendo di tracciare un freddo bilancio delleredità dellautore marsigliese. Soprattutto in rapporto allItalia di questo tempo, che sembra aver rovesciato nuovamente le gerarchie delle proprie Lettere e sostituito i paesaggi mediterranei con i contesti e le ambientazioni dellEuropa scandinava.
Ma non è corretto criticare leccesso di cuore quando si parla di uno scrittore e duna città che hanno parlato prima di tutto ai cuori. «Penso al golfo di Marsiglia, / Unangoscia che si sveglia / Un frammento di cuore pieno desilio», cantava Brauquier.
Dunque, bentornati a Marsiglia. E attenzione a non prendere questo viaggio come una semplice escursione nelle vie della città o come unintrusione nelle storie duna vita. Izzo diceva che «Marsiglia non è una città per turisti». Forse era una maniera elegante per dire che Marseille non ama i turisti. Di certo detesta la gente indiscreta.</text_more></entry>
<entry id='3500' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3500' author_id='4' authored_on='20100603143013' basename='italian_sharia_intervista_a_paolo_grugni' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100603143013' modified_on='20100603145217' ping_count='0' status='2' title='Italian Sharia: Intervista a Paolo Grugni' week_number='201022'><text>di &lt;b&gt;Marilù Oliva&lt;/b&gt; 

&lt;img alt=&quot;sharia.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/sharia.jpg&quot; width=&quot;73&quot; height=&quot;109&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;Italian Sharia di Paolo Grugni (Perdisa Pop, 2010, 14 euro) parte da un episodio di estremismo islamico  una ragazza marocchina uccisa dal padre - non per additare lIslam, tuttaltro: lautore traccia un trait dunion tra le civiltà intese nel senso etimologico del termine, cittadinanza di uno stesso mondo ovvero appartenenza a valori che potrebbero essere universalmente e utopisticamente- condivisi salvo poi essere, de facto, quotidianamente calpestati. </text><text_more>Il protagonista è un italiano che di sera insegna a Prato lingua italiana in una media per stranieri, di giorno lavora  per il sindaco e, quando riesce a ritagliarsi tempo, scrive romanzi senza commissari. Ha una moglie che ama e due figli mirabili specchi di una gioventù un po menefreghista e autoreferenziale. La sua esistenza lambisce accidentalmente quella di Zahra, sorella della ragazza marocchina uccisa. Quando egli scopre che Zahra è stata ricondotta a Marrakech e condannata a morte per non essersi comportata da buona musulmana, si mette sulle sue tracce.
Italian Sharia è un libro contro lesasperazione di alcuni messaggi estremizzati e vorrei proporre, come introduzione allintervista, due brevissimi brani a dimostrazione del mio assunto.

«... in Italia è più che mai necessario eleggere un nuovo popolo al posto della massa di cialtroni che lo abita, un popolo connivente allillegale, un popolo accecato dai miracoli alla San Gennaro, un popolo pronto a sollevarsi solo se gli toccano la squadra di calcio, un popolo che non si ribella perché gli piace sguazzare nella fogna della corruzione e si diverte a fottere il prossimo...» (p. 103).

Per riassumere i reciproci pregiudizi di due personaggi, uno maghrebino, laltro italiano, lautore smonta i luoghi comuni in un illuminante diverbio:

«- Siamo musulmani, non beviamo alcool.
  - Ma lo sai quanti marocchini ubriachi in Italia hanno ammazzato gente che stava attraversando la strada? Non mi prendere per il culo.
  - Ma lo sai che a Milano è successo esattamente il contrario? Quello al volante era un pugliese e quello morto un marocchino. [] Un tempo per voi tutti gli stranieri erano marocchini, tutti vu cumprà, ma nel vostro paese non solo ci viviamo, ci muoriamo anche.» (p. 135).


&lt;b&gt;Hai dichiarato che Non c&apos;è davvero giustizia a questo mondo. Mi piacerebbe anche dire che non c&apos;è più religione, ma il vero problema è che ce n&apos;è troppa. Secondo te perché nonostante la tecnologia e i voli scientifici, la religione continua, per molte persone, ad avere un ruolo impositivo anche solo esteriormente?&lt;/b&gt;
Dove ci sono situazioni di disagio sociale ed economico, il sacro riesce a guadagnare terreno in quanto si convogliano le speranze nel soprannaturale: si crede nel miracolo di un dio dato che gli uomini, ovvero i nostri simili, non risolvono i problemi. La secolarizzazione invece avanza nei paesi dove è tangibile un alto tasso di civilizzazione, per cui non è necessario sperare in un risolutorio intervento divino. Meno bisogni primari da soddisfare, meno credulità popolare.

&lt;b&gt;In che senso si può parlare di sharia italiana? &lt;/b&gt;
Nelle tue pagine si individua una sharia che trascende dal macro al micro, dalle grandi questioni fino ai gesti quotidiani.
Il richiamo alla sharia, esclusivamente in relazione alla questione femminile, è spesso un pretesto per nascondere leggi patriarcali che vorrebbero ancora vedere la donna sottomessa alluomo. I delitti di cui sono state vittime Hina e Saana sono più legati alla violazione di un codice donore maschile che alla violazione di precetti religiosi. Il titolo del romanzo, Italian Sharia vuole richiamare lincontro - scontro tra Islam e Cristianesimo. Ma tradotto suona come sharia allitaliana, ovvero come qualcosa di maccheronico, di confuso, dove nessuno ci ha capito veramente qualcosa.

&lt;b&gt;Le donne sono figure chiave in questo romanzo. Oltre alle donne assenti, le due che ci fai conoscere sono Chiara, la moglie del protagonista, e Giorgia.  &lt;/b&gt;
Una volta una lettrice mi fece notare che i protagonisti maschili dei miei romanzi avevano storie sentimentali più o meno disastrate. Per cui, in Italian Sharia ho voluto ricreare intorno al protagonista un senso di normalità, dove la famiglia fosse fonte di stabilità. 

&lt;b&gt;Un romanzo in difesa dei diritti delle donne. Al di là del tema religioso e delle integrazioni possibili o mancate, pensi che la società italiana conceda uguali possibilità a uomini e donne? Nel tuo libro compaiono due donne, di cui una, Giorgia, è un assessore... &lt;/b&gt;
Il tema delle pari opportunità mi interessa relativamente. Ovvero, mi interessa molto di più capire come mai le persone che hanno un potere - sia grande o piccolo, siano uomini o donne - subiscano, a causa di questo potere, una trasformazione. Si calano in un ruolo e poi ci credono. Uomini o donne, sotto questo punto di vista, si assomigliano molto.

&lt;b&gt;La scrittura e la rabbia. Tutti i tuoi protagonisti sono incazzati con il mondo. È una costante nella tua scrittura. La scrittura come denuncia rabbiosa o come momento catartico?&lt;/b&gt;
La scrittura come impegno politico e civile di denuncia. Altro non mi interessa scrivere né leggere. La catarsi riguarda piuttosto le mie storie private che vengono talvolta trasposte sulle pagine dei miei romanzi per essere definitivamente elaborate a livello cosciente.

&lt;b&gt;Abbiamo parlato di rabbia e di scrittura. Nella vita quotidiana cosa ti provoca maggiormente rabbia?&lt;/b&gt;
Gli italiani. Un popolo di servi.

&lt;b&gt;Le reazioni della critica&lt;/b&gt;
La critica si è concentrata più sullaspetto politico del romanzo che su quello letterario. Cose però che nella mia scrittura non sono affatto disgiunte. Non entro nel merito di quanto espresso sul romanzo, preferisco piuttosto sottolineare la totale assenza di recensioni da parte delle riviste femminili che apparentemente tanto si battono per i diritti delle donne, ma che poi, messe alla prova, mettono la testa sotto la sabbia e parlano di rossetti o di libri che non disturbano né la mente, né tanto meno il potere.

&lt;b&gt;La critica in Italia. Cosa ne pensi?&lt;/b&gt;
La letteratura italiana è mediamente un prodotto di basso livello. E la critica si affanna a propinarci capolavori dove non ce ne sono, ma così facendo ha perso gran parte della sua credibilità. Poi succede che quando esce un libro realmente degno di essere letto nessuno lo considera. Faccio solo un esempio: Flemma di Antonio Paolacci è un romanzo straordinario. Ma chi se nè accorto tra critici e lettori?

&lt;b&gt;Un commento di una lettrice italiana e di una lettrice musulmana&lt;/b&gt;
Una lettrice sarda ha amato la visione pessimistica del protagonista e questo mi ha stupito. Di solito la gente non ama essere turbata o angosciata. Una lettrice di origine italo-marocchina spera si capisca che il libro offre solo una visione su un parte dellIslam.
</text_more></entry>
<entry id='3501' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3501' author_id='4' authored_on='20100604031919' basename='2010_le_utopie_ancora_ambigue' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100604031919' modified_on='20100604032024' ping_count='0' status='2' title='2010: le utopie ancora ambigue' week_number='201022'><text>di &lt;b&gt;Danilo Arona&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Ambigue utopie.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Ambigue utopie.jpg&quot; width=&quot;135&quot; height=&quot;202&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;AA.VV., &lt;i&gt;Ambigue utopie. 19 racconti di fantascienza&lt;/i&gt;, a cura di Gian Filippo Pizzo e Walter Catalano, Bietti, 2010, pp. 400,  22,00

Qualche tempo fa ho inaugurato su un blog alessandrino una mia rubrica personale fatta di strali, elzeviri e altre sciocchezze. L&apos;ho intitolata Il superstite...

La inizio così, questa recensione-segnalazione di &lt;i&gt;Ambigue utopie&lt;/i&gt;, una bella  di più  antologia italiana di fantaresistenza (per dirla coi curatori), che viaggia sull&apos;indimenticato asse politica e fantascienza. Edita impeccabilmente da Bietti e amorevolmente curata da Gian Filippo Pizzo e Walter Catalano, ospita quasi tutti gli italici irriducibili che ci devono essere: Asciuti, Nico Gallo, Catani, Curtoni, Evangelisti, Ricciardiello, Prosperi, Sturm, Verrengia... Più altri che citerò oltre per non far torti a nessuno, ma che a spanna, arrivano una generazione dopo questi storici. Il che, &lt;i&gt;ça va sans dire&lt;/i&gt;, riveste un notevole significato. Qualcuno manca. E&apos; inevitabile. Chi poteva e non ha voluto. Chi voleva e non ha potuto. Qualcuno morto, qualcuno morto dentro. Già, più che un&apos;antologia  da come la sto impostando - sembra una celebrazione (funebre). Ma no, tranquilli...</text><text_more>La verità è che la nostalgia è una brutta bestia che deforma i ricordi. A ogni minima citazione fantapolitica, la memoria corre a Robot di Armenia e alla usurata (dalle citazioni) querelle lanciata nell&apos;arena da Remo Guerrini. Il quale peraltro si limitava a fare constatazioni note e ovvie: le due anime della Sf, la contrapposizione tra restaurazione e rivoluzione (tra destra e sinistra), l&apos;anima rossa che ci piaceva di più perché in grado di cogliere  e non di abortire  il seme autentico e innovativo del genere. Dato il momento storico, le polemiche furono inevitabili. 
Visto che c&apos;ero, dico subito la mia, anche ad affettuoso discapito dell&apos;interpretazione dei curatori: Robot non perse lettori per le presunte invettive di Curtoni (&amp; compagni!) con il pubblico. Li perse perché la formula aveva stancato. La famosa, personalmente graditissima, formula fatta di molte rubriche, critica e narrativa  rischiosissima ancora oggi, 2010  accontentava ormai solo (molto) pochi e quel matrimonio quasi impossibile, tenuto per anni sul filo dell&apos;equilibrio dal mai troppo lodato Vic - quel matrimonio che saldava insieme i cultori esclusivi di narrativa e gli affamati della sola saggistica  andava a saltare. Rischiando di scantonare per qualche riga, questo è il problema di sempre e di qualsiasi testata: la corsa (contro il tempo, anche) per  identificare una formula in grado di autorinnovarsi e per  identificare soprattutto il lettore fantasma. Quest&apos;ultimo, la vera bestia dell&apos;editoria.

Nostalgia canaglia... Li avete disposti per ordine alfabetico, ma nessun racconto,  tra i 19 ospitati, poteva meglio aprire questo lavoro: Claudio (Asciuti) e Zone rosse, trame nere. Un capolavoro, anche di perfidia mnemonica. Il leggerlo, il perdermi tra le sue righe, mi ha fatto rivivere le sensazioni di certe rimpatriate con coetanei, amici e compagni di strada della serie fantastici quegli anni (ma guarda te in che condizioni siamo ridotti...): non so a quanti di voi capiti, ma in provincia succede. Molti non se ne sono andati, tanti si mantengono con un borghesissimo mestiere, ci si vede per strada e ogni tanto si organizzano storie per incontrarsi tutti assieme appassionatamente. Di solito domeniche pomeriggio con pane, salame e vino portato da casa in qualche terribile bottiglione o, peggio, la damigianetta. E tu, Danilo, mi raccomando, porta la chitarra: un incubo che mi accompagna sin dalla più tenera età. 
A queste riunioni, intorno alle sei del pomeriggio, quando salame e vino pessimo hanno ormai formato blobbose miscele un po&apos; prima del colon, la compagna architetta o il compagno psichiatra cominciano a lanciarmi le più inverosimili proposte con un dito accusatore alla Zio Sam: Ma come, non ti ricordi quel pezzo della Lega del Vento Rosso?, Ma dai, Pino Masi! Danilo, possibile?, Adesso dimmi che ti sei dimenticato degli Actuala!... Cazzo, ma che è? Una congiura. Ma poi è vero: mi sono dimenticato. C&apos;è stato un reset. E qui, dalle parti dei sessanta (miei) anni, ci sono rimasti solo i Rolling Stones e De André. 
Ecco, il racconto di Claudio  che è una surreale e straordinaria rievocazione quanto mai sui generis del G8 genovese (ma vera più del vero)  è  pure una cavalcata minuziosa e chirurgica in tutte le trincee della memoria che hanno a che fare (oggi) con il mito e la pratica della rivoluzione. Come il tutto stia meravigliosamente assieme (la cronaca e l&apos;utopia, il sogno e la metafora), è frutto esclusivo dell&apos;abilità scrittoria di Claudio, un personaggio che amo da tempi non sospetti (scrivo Il canto delle stelle e lui capisce...) e che questa distratta nazione non ha ancora scoperto e valorizzato al suo meglio. Ma Claudio sta per colpirci al cuore e stupirci ancora alla grande. Vai così, uomo...

La nostalgia, che è canaglia e pure carogna, non può non abitare da queste parti. Soprattutto se il volume in questione s&apos;intitola &lt;i&gt;Ambigue utopie&lt;/i&gt;. E non può non fuggevolmente citare quel che accadde in Milano il 15, 16 e 17 settembre del 1978. Sì, lo so, c&apos;è da storcere il naso e qualcos&apos;altro... Stiamo parlando di trentadue anni fa. Già, cari Pizzo &amp; Catalano, se il vostro volume smuove certe correnti che si pensavano sedimentate sulle spiagge del tempo, occorre una condivisione di responsabilità. A Milano in quei giorni ci fu l&apos;invasione dei Marx/Z/iani, ovvero il convegno del Collettivo Un&apos;Ambigua Utopia. Che, al di là di qualche innocua e pacifica provocazione formale (il corteo con gente travestita da alieni che suonavano), era una cosa serissima con interventi di peso e con un loro perché. Soprattutto quelli di Vic e Giuseppone Lippi che svelavano qualche trucchetto nei rapporti tra editori e agenzie (già allora...) e ancora quello, in chiave body art, ancora di Claudio (Asciuti) che si spogliò nudo sul palco e si dipinse. O tempora... D&apos;accordo, parliamo del libro.

Che è un gran bel libro. Dove la politica impregnante le storie non è solo militante. Perché ci troviamo nel 2010. E nel frattempo c&apos;è stata l&apos;osannante ri-scoperta di Dick, il cyberpunk, il matrix-cinema e il pianeta che si sta allegramente fottendo, come possiamo constatare proprio in queste ore al largo della Louisiana. Perciò ci entra pure la politica in senso lato. Come ne Il paradosso Glenn Gould di Giovanni Burgio o nel quasi horror Nekropol di Walter Catalano. E nel frattempo del frattempo in Italia si sono avvicendati Berlusconi, Prodi, ancora Berlusconi e i flussi migratori dei disperati di mezzo mondo. Input che entrano a gamba tesa ne La figurina di Bulgarelli di Piero Cavallotti, in Come noi li rimettiamo ai nostri debitori di Milena De Benedetti, ne Il potere logora di Pizzo e in Una domenica diversa di Pierfrancesco Prosperi. Parecchi racconti non sembrano fantascienza, ma sembrano raccontare l&apos;oggi, il che la dice lunga sulle contemporanee derive della realtà e del genere, spesso interfacciato con il quotidiano meglio di uno specchio. 

Scelte significative e singolari da parte di alcuni dei grandi ospitati. Vic Curtoni  che ho rivisto dopo aaaaanni a Piacenza con immenso piacere  ripropone un suo racconto apparso nel &apos;72 nella storica antologia &lt;i&gt;Fant&apos;Italia&lt;/i&gt;. La vita considerata come un&apos;interferenza tra nascita e morte, se da un lato conferma la nota visione del pessimismo cosmico dell&apos;autore, dall&apos;altro sottolinea qualora occorresse la capacità divinatoria di certa Sf: su uno spunto narrativo che potrebbe apparire ridicolo, per dirla con lo stesso Vic (l&apos;invasione dell&apos;Italia da parte degli Stati Uniti), ecco farsi largo lo squarcio profetico di Guantanamo, delle carceri speciali, il terrorismo di guerra contro il terrorismo resistente. Farsa che strappa il sorriso, un po&apos; amarognolo e un po&apos; apocalittico, l&apos;incursione di Valerio Evangelisti (Marte distruggerà la Terra) e guerra (di classe) nel fanta-bellico Il riflesso nero dei vinile di Nico Gallo, tagliente ed esplosivo. E la gustosa visione ucronica di Danilo Santoni (Tradimenti) dove Renato Curcio è riuscito a divenire Primo Ministro.

Non mi piace raccontare né anticipare gli ingredienti delle storie. Perché mi adombro quando leggo segnalazioni che mi descrivono tutto, dalla A alla S, lasciando un minuto spazio per le ultime lettere. C&apos;è però questa storia di Verrengia che ha un avvio straordinario e che sento mio per comprensibili motivi, e poi perché anni fa mi venne un&apos;idea del tutto identica che non seppi o non volli sviluppare. S&apos;intitola La sindrome Casablanca e, oltre a dispiegarsi come un capolavoro umoristico (uno humour che nelle ultime righe diventa ben più che nero...), possiede questa trovata geniale che ti butta dentro in due secondi: il protagonista che si accorge gradualmente che gli attori impersonanti celebri ruoli in altrettanti film, da Casablanca a Via col vento, stanno cambiando. Non più Bogart e la Bergman in Casablanca, ma George Raft e Ida Lupino. Poi una sera in TV l&apos;uomo scopre un Via col vento con Errol Flynn e Bette Davis. Irresistibile... Ma il finale è quasi da applauso.

Sì, ne mancano all&apos;appello. Ma mi perdonerete se non mi dilungo per ognuno alla stessa maniera. Chi scrive ha le sue preferenze, le sue amicizie. Sarebbe pure illogico non sbilanciarsi. Ricordo solo l&apos;immarcescibile Catani che colpisce al cuore senza dilungarsi (L&apos;Area 52) e lo struggente Daniele Ganapini con Un&apos;estate perfetta. E ancora: Francesco Grasso (Un mondo migliore), Franco Ricciardiello (Storia di un commissario), Umberto Rossi (Terra avvelenata), Roberto Sturm (Notte di ghiaccio) e Alessandro Vietti (Il volo del Garbot). Tutti grandi professionisti che lasciano il segno. Chiude con un saggio  ma come poteva essere diversamente?  l&apos;Ambiguo Utopico per eccellenza Antonio Caronia, colui che guidava nell&apos;autunno del &apos;78 l&apos;invasione dei Marx-Z-iani a Milano. L&apos;Antonio che, alla fine del mio intervento a Marx-Z-iana, mi guardò sorridendo e chiese: Ma non ho capito che vuoi fare? Le barricate coi libri?. Eh, già...

Al che, onde rispettare la simmetria, torno all&apos;assunto. E a una domanda per la quale ognuno può trovare la propria risposta: siamo dei superstiti? O, meglio, che tipo di superstiti siamo? Già, se un libro del genere mi fa porre certe domande, non solo il libro ha centrato il bersaglio, ma diventa pure merce pericolosa. Siamo qui, nello spazio virtuale, a contarci e a &lt;i&gt;cantarci&lt;/i&gt;, tentando invano di ricordarle, le canzoni di Pino Masi, intervallando con salame e vino spillato? O siamo qui per dichiarare  anche se un po&apos; acciaccati e con altri Nemici da sconfiggere  da che parte stare? Pensatela un po&apos; come volete. Però io prendo esempio, tentando vanamente d&apos;imitarlo, dall&apos;altro grande Vittorio, il Catani, la cui anagrafe ricorda al mondo che a lui spetta (spetterebbe) la palma dell&apos;anzianità. Ebbene, questo ragazzino settantenne, questo geniale comandante in campo e produttore da tempo immemore di indiscutibili capolavori, ci ha da par suo recentemente regalato &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2009/12/003265.html#003265&quot;&gt;Il Quinto Principio&lt;/a&gt;, una delle più apocalittiche e sconvolgenti visioni  quanto mai politica - del futuro prossimo venturo, uscita per Urania a dicembre del 2009. Se Vittorio Catani è un superstite (o il Superstite...), allora il mondo non sarà mai salvato dai ragazzini.

</text_more></entry>
<entry id='3502' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3502' author_id='4' authored_on='20100605042750' basename='usa_e_unione_europea_il_pi_pulito_ha_la_rogna' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100605042750' modified_on='20100621225826' ping_count='0' status='2' title='USA e Unione Europea: il più pulito ha la rogna' week_number='201022'><text>Intervista di &lt;b&gt;Tito Pulsinelli&lt;/b&gt; ad &lt;b&gt;Attilio Folliero&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;dollaroigienico.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/dollaroigienico.jpg&quot; width=&quot;190&quot; height=&quot;152&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;[Attilio Folliero è un politologo, scrittore, poeta italiano residente a Caracas, Venezuela. Maggiori notizie biografiche sul suo &lt;a href=&quot;http://www.folliero.it/&quot;&gt;sito&lt;/a&gt;. Tito Pulsinelli è già noto ai nostri lettori per le sue corrispondenze dal territorio venezuelano. Giornalista, ha un suo blog molto noto, &lt;a href=&quot;http://selvasorg.blogspot.com/&quot;&gt;Selvas&lt;/a&gt;.]

Ieri, i governi  sull esempio luminoso degli Stati Uniti - destinarono i fondi pubblici e i beni dellerario per finanziare la grande banca privata, e fecero la respirazione bocca a bocca alle élites finanziarie. Premiate per le predazioni contro le nazioni e le genti del mondo. Ai più voraci più finanziamenti, più grande era la bancarotta maggiore il sussidio statale elargito. Accantonarono così il loro dogma preferito: divieto di intromissione degli Stati nelleconomia.
Oggi, la dirigenza politica si autoriduce del 5% le obese prebende che si autossegnarono per l&apos;incapacità e impotenza di fronte alla bancarrota, cioè legittimazione del salasso dei salari e delle pensioni.</text><text_more>Sempre meschini, credono di cavarsela a buon mercato. In Romania hanno tagliato del 15% i salari, aumentato lIVA e minimizzato la spesa sociale governativa.
Nel resto dEuropa, mettono il pugnale alla gola dei pensionati e vogliono imporre condizioni draconiane ai salariati attivi: più lavoro, meno reddito. Dalle isole britanniche, dove salvarono quasi tutta la banca e la Borsa, annunciano le misure più severe (per il Terzo Stato) degli ultimi due secoli.
I nodi arrivano al pettine: quel che ieri distribuirono a fondo perduto agli speculatori finanziari, oggi devono toglierlo alle maggioranze sociali: raschiare la pentola. Si rispolvera il discorso dell&apos;ineluttabilità dei provvedimenti, del male necessario in nome delloggettività delleconomia e del buonsenso democratico.
In Germania, addirittura si propone di inserire il tetto massimo dellindebitamento pubblico come dogma della fantomatica Costituzione europea (sic). E i finanziamenti statali ai Borsaioli della Banca? Potere illimitato alla Banca Centrale Europea, che maschera il suo vassallaggio al FMI, con limposizione aperta dei fallimentari dikat neoliberisti.
E lultimo gioco dazzardo di una élite miope, che dopo ledificazione del gigante dargilla dellEuropa ridotta a mercato&amp;moneta, ora china la testa al FMI e abdica a favore degli Stati Uniti, nellepoca del suo declino. Dallutopia liberista mercantil-monetarista al vassallaggio simbiotico alla finanza doltreoceano.
Domani oscuro, i cui contorni sono rintracciabili laddove negli ultimi due decenni imposero la medesima terapia made in FMI. Il futuro cucinato dagli chef di Bruxelles, Strasburgo, BCE e FMI avrà i tratti somatici sovrapposti delleffetto tequila, effetto tango ecc. Le classi subalterne non più rappresentate  neppure nellinfimo livello della politica - devono volgere lo sguardo alle reazioni e contromisure adottate in Brasile, allesperienza degli argentini cui venne negato il diritto di ritirare i risparmi depositati nelle banche. Allinsurrezione e ai saccheggi dei venezuelani del 1989 contro il pacchetto di aggiustamento strutturale. Stessa sostanza di quel che stanno imponendo oggi agli europei.
E da qui che ha origine la svolta dei governi sudamericani invisi alle élites transatlantiche: delimitazione delle predazioni transnazionali, più Stato, briglia corta al capitale finanziario. Controllo stretto della cosiddetta autonomia castale delle banche centrali, recupero della sovranità (dapprima politica), frammentare i monopoli, stimolo alla domanda e al consumo. Ritorno nel dizionario politico dellequità, politica sociale, fine dellanatema contro la parola popolo.
E davvero illuminante che da nessuna parte si accenni alla riduzione delle spese militari (http://it.peacereporter.net/articolo/21981/Crisi,+i+militari+non+stringono+la+cinghia), nemmeno un taglio simbolico: la NATO ordina di aumentarle! Men che mai cè chi osa dire a voce alta che è il momento di sospendere le iniziative di pacificazione in Afganistan o Iraq. Guerre che vanno combattute a ogni costo, non importa che si vincano o si perdano: limportante è che lindustria armamentista continui a prosperare con i massicci trasferimenti di soldi pubblici a privatissime industrie. Gli Stati Uniti rimpolpano parossisticamente questi bilanci, e spingono EuroNATO a imitarli: tanto sono loro a trarne vantaggi di export e di comando sul non-esercito europeo.

Abbiamo approfondito questi temi nel corso di tre conversazioni avvenute a Caracas con Attilio Folliero, iniziate venti giorni fa, quando il latifondo mediatico raccontava la crisi come conseguenza della dolce vita dei greci. Favoleggiavano sui pensionati-champagne e sui conti truccati di quel Paese che  successivamente - si è visto che sono simili allo sforamento dellInghilterra, Italia, Spagna e della stessa Germania. Oggi si può dire Cera una volta il Trattato di Maatsrichtpoi non cè più lUE.

&lt;b&gt;TP&lt;/b&gt;: &lt;i&gt;A Washington sono andati giù con la mano pesante contro lEuropa, poi quando le ondate sismiche sono arrivate anche a Wall street, hanno frenato e parlano di un errore tecnico delle loro slot machines. Errore, però di di presunzione: ritenere che il maremoto non valicasse lo stretto di Gibilterra. La triade Moodys, S&amp;P e Fitch si sta giocando il monopolio del rating. Cioè il privilegio di imporre il tasso di interesse che devono pagare le nazioni prescelte come vittime. Come vedi la questione?&lt;/i&gt;

&lt;i&gt;Attilio Folliero&lt;/i&gt;: La caduta di ieri (6 maggio 2010) a Wall Street (fino a -9%) non è stato nessun errore tecnico. Semplicemente un grandissimo volume di scambi di azioni: in moltissimi vendevano e pochi volevano comprare. Ieri a Wall Street sono state scambiate 10,6 miliardi di azioni, che rappresentano il 56% in più rispetto agli scambi del giorno prima, e il 115% in più rispetto alla media degli scambi del 2010. Solo il 10 di ottobre del 2008, quando passarono di mano ben 11,4 miliardi di azioni, a Wall Street si sono avuti volumi di vendite superiori a quelli di ieri. Le citate agenzie di rating, semplicemente sono immorali, e succede solo nel mondo della finanza e del gioco d&apos;azzardo.
Quelle tre agenzie principali- sono al contempo arbitri autoeletti e giocatori; sono imprese quotate in borsa che giudicano gli avversari. E come dire che una squadra di calcio partecipa al campionato ed allo stesso tempo designa arbitri e guardalinea.

&lt;i&gt;In questi giorni&lt;/i&gt; The Economist &lt;i&gt;si è sbilanciato a dire che il futuro dellItalia come Stato unitario è in pericolo. Così, nero su bianco. Gli anglosax puntano alla gola delleuro. Buttano benzina sul fuoco e mettono in mostra i loro più genuini desideri. Qualè la situazione reale delle nazioni insulari conosciute come Regno Unito?&lt;/i&gt;

In effetti &lt;i&gt;The Economist&lt;/i&gt; ha proposto una Europa divisa, in cui appare smembrato anche il Regno Unito. Il Regno sta proprio male e potrebbe anche sfasciarsi. Ci sono forti tendenze nazionalistiche, come in Scozia dove puntano a una indipendenza piena. I nazionalismi in Gran Bretagna sono sempre esistiti, ma oggi irrompono sulla scena in virtù della severa crisi economica.
La Gran Bretagna non è entrata nelleuro perchè non era in grado di rispettare i parametri per potervi accedere. La situazione è veramente difficile ed i nodi sono già al pettine. Il debito pubblico, nel 2010 viaggia attorno all84%. In realtà Londra - come tutti sanno - è intervenuta al salvataggio di numerose banche, con trasfusioni di denaro pubblico per centinaia di miliardi. Un occhio e mezzo della testa.
Con sotterfugi mariuoli di finanza creativa non appaiono come debito nel bilancio dello Stato, ma in altre voci; il deficit di bilancio stabilito dagli accordi di Maastricht non poteva superare il 3%. La Gran Bretagna lha quasi sempre superato. ll ricorso al credito da parte delle famiglie, oltre che delle imprese, è molto al di sopra rispetto alla media europea, quasi il doppio.
Nel 2008 il ricorso al credito bancario è aumentato del 14,3% rispetto allanno precedente, contro l8,8% della media della zona Euro. Anche negli anni precedenti è quasi sempre stato superiore, così laumento del prezzo degli immobili - la cosidetta bolla - in Gran Bretagna è superiore alla media della zona Euro. Cresce la disoccupazione, diminuiscono le entrate fiscali e il governo è in piena ideologia neoliberista. Quello appena eletto farà dei forti tagli e quindi probabilmente assisteremo a una esplosione sociale anche in Gran Bretagna. Se &lt;i&gt;The Economist&lt;/i&gt; propone una divisione dello stato, significa che si sta schierando con coloro che puntano ad una balcanizzazione della Gran Bretagna o meglio del Regno Unito, che comprende anche lIrlanda del nord.

&lt;i&gt;Gli Stati Uniti fingono di aver già dimenticato il capitombolo dellanno passato, e salgono in cattedra credendo che il mercato-mondo non sappia che stanno sulla graticola. Qual è lentità del debito reale (governo centrale più quello dei vari Stati federati)?&lt;/i&gt;

Negli Stati Uniti, il &lt;a href=&quot;http://www.shadowstats.com/&quot;&gt;governo-ombra&lt;/a&gt; fornisce statistiche peggiori rispetto alle cifre ufficiali di Washington. Ad esempio parla di una disoccupazione superiore al 22%, contro il 12% circa ufficiale; anche il debito pubblico sarebbe superiore. Questi dati potrebbero essere travisati. Analizziamo quelli ufficiali, che di per sé sono drammatici.
Negli USA il debito pubblico è ormai a 13.000 miliardi; tale cifra sarà raggiunta nei prossimi giorni. Il debito aumenta di mille miliardi ogni sei mesi, tale lasso di tempo tende a diminuire. Il 12 febbraio scorso il Congresso USA ha portato il limite del debito pubblico a 14.294 miliardi. Ha autorizzato il governo Obama a fare debiti fino a quella somma. Perciò entro la fine dellanno il debito Usa, secondo i dati ufficiali, sarà praticamente pari al 100% del PIL.
Non è previsto un accenno di diminuzione, ma probabilemente si impennerà notevolmente nel corso dei prossimi anni. Nel 2011 sono in scadenza bond e altri titoli di debito pari a circa 5.000 miliardi di dollari; ossia il governo USA nel 2011 o paga tale debito, oppure come è molto più probabile deve trovare nel mercato una somma del genere. La cosa non è facile.
Se oggi, in Grecia, per una sommetta di 110 miliardi sta succedendo tutto quello che sta succedendo, immaginate il prossimo anno quando gli Usa scenderanno sul mercato a cercare 5.000 miliardi di dollari. Lamministrazione Obama prevede una forte esplosione sociale e sta provvedendo a incrementare le forze di polizia. Stando alla rivista Army Times, a partire da ottobre 80.000 uomini dellesercito saranno dispiegati sul terriotrio in funzione di forze di polizia, ossia a tutela dellordine pubblico.

&lt;i&gt;La Cina sembra rallentare il ritmo di compra dei buoni USA, ma perché lEuropa e lItalia comprano questo cartaceo-a-perdere? E vero questo?&lt;/i&gt;

La Cina possiede titoli del debito pubblico USA direi allingrosso. Nel luglio del 2009 accatastava bond per 939,9 miliardi. Da allora, tale somma è progressivamente scesa: a febbraio di questanno deteneva bond per 877 miliardi, un calo di oltre il 5%. Obama ha chiesto ai paesi occidentali di aiutare gli USA, e quando loro chiedono aiuto, per paesi praticamente privi di sovranità nazionale, è un ordine. Si può spiegare solo così che Paesi in forte crisi come la Spagna, il Regno Unito o lItalia, siano intervenuti ad acquistare massiciamente il debito pubblico USA?
La Spagna, a febbraio 2009 possedeva titoli USA pari a 4,5 miliardi di dollari; un anno dopo tale somma e salita a 13,4 miliardi, un aumento di circa il 200%. Il Regno Unito possedeva 128.1 miliardi ed un anno dopo 231.7. LItalia possedeva 16.6 miliardi e un anno dopo tale somma è arrivata a 20,9 miliardi, un aumento di 4,3 miliardi, ossia il 26% in più.

&lt;i&gt;Stupendo, gli anemici si svenano per salvare lanoressico E&apos; come la moglie che presta al marito, e poi rivendono il debito alla badante... Insomma, tra gli USA e lUE, il più pulito ha la rogna&lt;/i&gt;

Complessivamente i paesi del G7, con leccezione della Germania, salvano il deficit USA acquistando titoli di stato-a-perdere. Mentre da noi si parla di una manovra finanziaria pari a 10 miliardi (anzi adesso 20), chiedono ai cittadini sacrifici, più tasse... ci permettiamo il lusso di investire una somma praticamente identica per lacquisto del debito USA!

&lt;i&gt;Che grado di affidabilità ha la mafia del rating?&lt;/i&gt;

Se le agenzie di rating, fossero veramente indipendenti, avrebbero da tempo declassificato i titoli del debito USA, qualificandoli come quelli della Grecia: titoli spazzatura. La stessa cosa vale per il FMI che è un anti-Robin Hood: strozza i piccoli e nutre il Grande. In realtà, malgrado la forte crescita degli aiuti dei paesi amici (vassalli), la somma che questi possono mettere in gioco è talmente piccola rispetto al fabbisogno USA, che alla fine stanno pagando i debiti soprattutto ricorrendo alla stampa dei dollari.

&lt;i&gt;E un modo di dire o ha una base concreta?&lt;/i&gt;

Al 10 settembre 2008 la base monetaria USA, ossia la quantità di dollari in circolazione ammontava a 845 miliardi di dollari; al 10 marzo 2010 la base monetaria è arrivata a 2.116 miliardi.

&lt;i&gt;Mmmh a fronte di una economia più rattrappita che produce sempre meno? Sarà la nuova creatività finanziaria?&lt;/i&gt;

Cosa succederà il prossimo anno quando dovrà reperire 5.000 miliardi? Gli Stati Uniti sembrano avviati alla bancarotta, anzi si potrebbe assistere alla fine della stessa Unione e Barack Obama potrebbe essere il Romolo Augustolo dellimpero statunitense.
In Italia, abituati alla narcosi mediatica che continua le sviolinate come se fossimo nel 1945, o ai tempi di Kennedy, i politici innalzano sempre lodi automatiche agli USA sto discorso potrebbe apparire strano o campato in aria. Le classi dirigenti che vogliono sempre copiare gli USABe&apos;, speriamo che non lo facciano in questo campo (minato).
In realtà la situazione USA è difficile: complessivamente (quindi governo, famiglie e imprese) hanno accumulato debiti pari al PIL di tutto il pianeta terra, più un altro PIL degli Stati Uniti, pari a 70.000 miliardi.

&lt;i&gt;Il dollaro, sia pure in fase calante, continuerà ancora a essere la moneta per gli scambi internazionali. Non per la sua geriatrica salute, bensì per lindecisione e i limiti degli altri contendenti. Quando era al tappeto, nessuno si è fatto avanti per sottrargli spazio: né la Cina, né la Russia, né il BRIC, per tacere dellignavia storica dei signori delleuro. Non cè stato nessun passo decisivo verso il paniere di divise, né per un nuovo segno monetario alternativo o parallelo... Tutto si è limitato allallargamento da G7 a G20. Evidentemente i cinesi giudicano che non è ancora il momento...&lt;/i&gt;

Il dollaro effettivamente, come dice spesso Chávez - che è il presidente di un éaese con la più grande riserva petrolifera del mondo - è carta straccia, perché viene emesso da un paese che letteralemente sta andando verso la bancarotta. Il mondo è inondato di dollari. E presente negli scambi internazionali e in tutte le riserve monetarie, sia pure in modo decrescente. Loro risorge e nel commercio tra i Paesi si usano sempre più spesso le divise nazionali.
La Cina ha riserve internazionali per 2.447 miliardi di dollari. Cartamoneta e molti titoli del debito pubblico statunitense. E ovvio che si preoccupino del crollo del dollaro, sarebbe una perdita anche per loro. E facile dire che il dollaro è carta straccia, però fino ad oggi- è stato difficile mettersi daccordo per il suo superamento. Tutti sanno che il dollaro è un lontano ricordo di quello del passato. Gli USA non hanno come pagare i debiti, continuano a stamparne, e la quantita circolante e quasi triplicata: da 800 miliardi a oltre 2.000.
Cosa sta facendo la Cina? Diversifica i suoi scambi e cerca di liberarsi dei dollari accumulati, al fine di limitare le perdite nel momento del tracollo. E cosi che Pechino, meta di grandi investimenti di capitali esteri, si e trasformato velocemente in Paese che investe in America Latina, in Venezuela e in Africa. Poi cè leuro che non ha mai voluto diventare adulto, vittima dellutopia di un mercato-senza-Stato. Il tracollo inmediato del dollaro non conviene a nessuno.

&lt;i&gt;E gli USA, a parte lo stakhanovismo nello stampare il biglietto verde, come si stanno muovendo?&lt;/i&gt;

Stanno immettendo sul mercato i pezzi migliori del loro apparato produttivo; indusrie o settori di imprese, come il suv Hammer, computer Lenovo, auto como la Chrysler ecc... sono stati venduti e pagati in dollari, vale a dire con lo stesso cartaceo svalutato da loro spacciato.
Conclusione: è stallo, la transizione procede per sussulti. Un passo significativo è stato dato con gli scambi tra Russia, Cina, Brasile  più altri minori - basati sulle rispettive monete nazionali. LIran non rende ancora operativa la sua Borsa petrolifera e gasifera. Il Brasile ha frenato e centellinato gli sforzi per il varo del Banco del sud nel blocco sudamericano, ma ha ricapitalizzato senza indugi il FMI con le sue eccedenze finanziere. Paga il dazio per entrare nel club del Consiglio di sicurezza dellONU.
Aumentano vistosamente le riserve auree nelle Banche centrali, però tutti continuano ad emettere titoli di Stato o buoni delle grandi corporazioni statali in dollari. Tutti giocano sulla svalutazione del dollaro. Gli scenari del prossimo triennio muteranno quando qualcuna di queste  e altre variabili - si concretizzeranno, producendo una accelerazione incontrollabile per lattuale palude. Le elites europee continuano a guardare sempre e solo verso lovest, ma è la Russia che dispone di tutte le materie prime necessarie e che può assorbire le esportazioni.
Dagli USA arrivano solo campionari di armi, &lt;i&gt;loisirs&lt;/i&gt; mediatici e imposizione dei loro nemici come male comune assoluto. Per fortuna, a Berlino non se lo sono scordati, e il gasdotto del Baltico va a gonfie vele. La chiave di volta sta nella scelta di campo geopolitica multipolare, che significa materie prime, mercati, tecnologie, ricerca e difesa. Questo conta molto di più dei gargarismi vocali dei Barroso e degli altri ventriloqui di Bruxelles.

</text_more></entry>
<entry id='3503' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3503' author_id='4' authored_on='20100606040718' basename='robert_mccammon_mary_terror' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100606040718' modified_on='20100621225825' ping_count='0' status='2' title='Robert McCammon: MARY TERROR' week_number='201023'><text>di &lt;b&gt;Saverio Fattori&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;maryterror.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/maryterror.jpg&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;164&quot; border=&quot;1&quot; hspace=4 vspace=1 align=left /&gt;Robert R. McCammon, &lt;i&gt;Mary Terror&lt;/i&gt;, Gargoyle Books, 2010, pp. 410.  16,00

Romanzi come questo potrebbero fare da libri di testo per tanti noiristi italiani che disseminano morti inutili a scansioni regolari in un mare morto di episodi risibili e di flussi di coscienza da dopo cena. La giustificazione è sempre quella della banalità del male, i flussi di coscienza sono più cadaverici dei morti ammazzati stessi. Romanzi di ombelicalismo minimale che escono con cadaveri in allegato a parziale risarcimento. In alternativa il serial killer di turno compie acrobazie sempre più astruse per smarcarsi dall&apos;altro serial killer ammonticchiato di fianco nello scaffale della libreria. Si dice che tira solo il noir. Si dovrebbe ammettere che non tutti hanno il talento di aggiungere qualcosa a un genere così inflazionato.</text><text_more>Gente come McCammon ti ridà ossigeno e speranza. Mary Terror è un personaggio solido, originale, una donna orco con un passato in una organizzazione terroristica americana del periodo Yippie e una vita di latitanza rabbiosa che ancora prevede spargimento di sangue. A legarla agli anni della sua giovinezza sono i Doors, che non ha mai smesso di ascoltare, tanto  che spesso dialoga con Jim Morrison, e l&apos;LSD, sostanza che non ha mai smesso di assumere e che agevola la materializzazione del Re Lucertola. Le descrizioni dei &lt;i&gt;bad trip&lt;/i&gt; sono eccellenti, testimoniano di uno scrittore sempre all&apos;altezza di ogni compito che nel libro si assume. McCammon non è mai uno scrittore pigro, non butta via nessuna sua intuizione, ogni piano narrativo lo risolve in piena efficienza e densità. Come rileva Antonella Beccaria nella prefazione, questo libro, già uscito nel 1990 negli Stati Uniti e in Italia nel 1991 per i tipi di Interno Giallo, scavalca la gabbia della lettura di genere e si fa strumento di analisi politica e sociale. A vent&apos;anni dalla pubblicazione è ancora sul pezzo. &lt;i&gt;La gente usa troppo le carte di credito, non è vero, Doug&lt;/i&gt;.. A fare questa constatazione è Laura, giornalista di gossip in crisi di identità e in stato interessante. Si rivolge al marito Doug, broker che risolve il panico della futura paternità con il più classico dei rimedi: l&apos;infedeltà con una femmina più giovane. È la tipica coppia &lt;i&gt;upper class&lt;/i&gt; che ci sembra di avere già incontrato in centinaia di film e romanzi, combattono contro i fantasmi di sempre, il difficile equilibrio tra le attese e la realtà, la resa alle abitudini consolidate nel segno della sicurezza economica, il crescere che si fa sempre compromesso e mediazione. 

&lt;i&gt;Prima o poi, il mondo ti fa a pezzi, riducendoti a un mucchio di lacrime e rimpianti. Prima o poi, il mondo vince, è così&lt;/i&gt;.

Anche quando McCammon descrive stereotipi lo fa in modo ineccepibile, invidiabile, nessun fastidio, la storia scivola comunque via e si fa perdonare momenti di prevedibilità, perché le regole del climax sono applicate al meglio. Difficile staccarsi dal libro. Le vite di Laura e di Mary si incroceranno per dare vita a un duello on the road di epica tutta al femminile (memorabile l&apos;inseguimento nella neve in un parco tematico dedicato ai dinosauri) dove i personaggi maschili sono secondari e quasi mai ci fanno una bella figura. 
La forza assoluta è &lt;i&gt;donna&lt;/i&gt;, alla donna è delegato il più importante dei compiti del genere umano: portare a termine la fase finale della riproduzione della specie e prendersi cura del cucciolo. Non è una visione maschilista e reazionaria, al contrario, i maschi vecchi diventano inutili, potrebbero andare a morire nella savana dopo l&apos;inseminazione, come superflui appaiono i condizionamenti culturali e sociali che dettano l&apos;agenda di Laura. L&apos;istinto primordiale renderà tutto più chiaro sulle priorità. Non è possibile salvare l&apos;umanità negli anni della contestazione al sistema capitalistico. Non è stato possibile nemmeno salvare noi stessi. Meglio concentrarsi sull&apos;unica speranza, un cucciolo che potrebbe essere l&apos;uomo nuovo nell&apos;alba di una nuova era.
Mary Terror ha nella maternità un trauma, una ferita che non cicatrizza e che la fece uscire definitivamente di senno. L&apos;incipit del libro immerge il lettore nella sua psicosi in modo agghiacciante. Mary perse il figlio che aspettava dal leader carismatico del gruppo terroristico nel quale militava in uno scontro a fuoco con la polizia, atto finale dello Storm Front, gruppo inventato, (nulla a che fare con lo Stormfront di ispirazione neonazista tuttora attivo negli Stati Uniti) ma piuttosto credibile e ben delineato.
Mary è ossessionata dai neonati. Laura sta per dare alla luce suo figlio. Il piccolo David è il link che legherà il destino tragico di due donne così diverse. Il resto della trama lo lascerò ai fortunati lettori. Interessante il rapporto dei sopravvissuti di quegli anni di piombo con il loro passato. Ogni membro del gruppo di fuoco che incontreremo nella narrazione vive la latitanza infinita e la fine degli anni della contestazione in modo diverso. Sono dei reduci, gli anni Ottanta hanno fatto carne di porco del loro immaginario giovanile, di ogni aspirazione.  Sarà curioso confrontare questo testo con altri più europei che si sono posti i temi della dissociazione-pentitismo-revisionismo storico-coerenza-intransigenza dura e pura. C&apos;è chi arriva a deturparsi il viso con un intervento di chirurgia plastica per rendersi irriconoscibile, per cancellare la bellezza estetica che non corrisponde più a una integrità morale. E forse per infliggersi una condanna masochista.

</text_more></entry>
<entry id='3509' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3509' author_id='19' authored_on='20100607104734' basename='ultime_notizie' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100607104734' modified_on='20130320180608' ping_count='0' status='2' title='Ultime notizie' week_number='201023'><text>di &lt;b&gt;Alessandra Daniele&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;giornale.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/giornale.jpg&quot; width=&quot;140&quot; height=&quot;142&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=1 align=left /&gt;Legge ad alta voce - &apos;&apos;Ribadire spesso che la produttività è in marcia, e la criminalità è in ginocchio. Mai il contrario. Dare estremo risalto alle vittorie sportive, e alla partecipazione delle dive al Festival del Cinema&apos;&apos;. E in culo alle altre notizie - commenta.
- Quali altre notizie? - Ridacchia il collega.
- Quelle che non diamo &lt;i&gt;per il bene del paese&lt;/i&gt;. Così la gente che fa la fame, se noi non glielo diciamo, non se accorge. 
- Macché fame! S&apos;arrangiano.
- Come noi?</text><text_more>Il collega alza gli occhi al cielo - Che fai, ricominci? 
- Noi giornalisti siamo responsabili...
- Non siamo responsabili di un cazzo! - lo zittisce il collega. Poi si gira, va a chiudere la porta.
- Hai paura che ci ascoltino?
- Dicevi bene prima, la gente se ne accorge da sola quando ce l&apos;ha in culo. Noi non contiamo un cazzo, non facciamo nessuna differenza.
- Nemmeno quando parliamo delle troie in passerella, invece che dei morti ammazzati?
Il collega sbuffa - Ma se io dò una notizia su un morto ammazzato, mica lo salvo! Quello morto è, e morto rimane. 
- Ma forse salvi il prossimo.
- Ah, sì, figuriamoci, e che sono io, la madonna di Fatima? - alza le spalle - Tu ci sopravvaluti. Siamo solo banali passacarte. Le notizie che non diamo? La gente non le vuole davvero, e se le sentisse, non ci crederebbe. La gente vuole sempre &lt;i&gt;lui&lt;/i&gt; - indica il soffitto col pollice - crede sempre a &lt;i&gt;lui.&lt;/i&gt; 
- Se noi non contiamo un cazzo, allora perché ci arrivano queste &lt;i&gt;direttive&lt;/i&gt; così precise?
Il collega lo guarda torvo - Lo sai benissimo.
- E tu lo sai? Perché esiste il Ministero della Cultura Popolare? E il nuovo ministro della Cultura Popolare, gerarca Pavolini? S&apos;è insediato meno di un anno fa, ottobre &apos;39, e le sue &lt;i&gt;direttive&lt;/i&gt; sono ancora più precise.
Il collega dà una rapida occhiata alla porta. Poi punta il dito contro l&apos;altro.
- Ho capito! Tu mi vuoi fottere. Mi vuoi far dire qualcosa, e poi denunciarmi come antifascista! Mi vuoi fottere il posto all&apos;EIAR, ma non ci riesci, perché ti denuncio prima io!
L&apos;altro scuote la testa. Poi apre la porta.
- Te ne vai? Tanto lo so dove abiti!...Che pensi di fare, scappare?
L&apos;altro s&apos;infila il cappotto - No - risponde. Poi esce.</text_more></entry>
<entry id='3510' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3510' author_id='4' authored_on='20100607230937' basename='la_riabilitazione_del_compagno_carlos_santana_4' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100607230937' modified_on='20111201182717' ping_count='0' status='2' title='La riabilitazione del compagno Carlos Santana - 4' week_number='201023'><text>di &lt;b&gt;Filippo Casaccia&lt;/b&gt;

&lt;b&gt;Let me stand next to your fire&lt;/b&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&lt;i&gt;Ci ho le pistole di madreperla e il mattarello di madre pirla
Gianfranco Manfredi&lt;/i&gt;, Quarto Oggiaro Story&lt;/span&gt;

&lt;img alt=&quot;san401.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/san401.jpg&quot; width=&quot;170&quot; height=&quot;162&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;Il Vigorelli era &lt;i&gt;già &lt;/i&gt;un luogo del delitto. 
Nel 1971, i Led Zeppelin prima subirono lonta di vedersi aprire il concerto dai cantanti del Cantagiro, e in playback, poi dovettero abbandonare il palco dopo neanche 27 minuti di esibizione, storditi loro come il pubblico dai fumogeni e dalle legnate delle forze dellordine (si dice così, a dispetto dellevidenza). 
Poi, negli anni, a Milano, ceran stati altri episodi, come i gavettoni  e altro - addosso a Lou Reed o lo schiaffo, metaforico e fisico, del processo pubblico a De Gregori. 
Nel 1977 al Velodromo ti arriva il Santana: il pacifista, spirituale Santana; quello un po ciula insomma, in quellatmosfera, col crocefissone al collo e vestito con camicia attillata e pantaloni bianchi, tanto da sembrare un cameriere, mancandogli solo il tovagliolo sul braccio. Carlos sorride e non capisce una minchia: perché Grisù sta dando fuoco agli amplificatori?
</text><text_more>&lt;img alt=&quot;san402.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/san402.jpg&quot; width=&quot;140&quot; height=&quot;210&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;Credo che il buon Carlito non abbia mai compreso i fatti di quella serata e cercando sui libri di storia fioccano le versioni. Era in atto da anni una contestazione allorganizzazione dei concerti da parte di pochi promoter monopolisti, che di volta in volta blandivano i giovani con qualche concessione di biglietti o magari assoldando un servizio dordine e altre preferivano invitare i celerini a caricare. Il caso è irrisolvibile se cercate IL colpevole, ma è perfettamente leggibile nellatmosfera di quegli anni. Ho trovato compagni che ne accusano altri come fascisti dipinti di rosso. Altri ancora che rivendicano la sacrosanta battaglia per una musica, più che libera, accessibile a prezzi decenti (nel giro di tre anni cera stato un aumento del prezzo vertiginoso, grazie ad accordi tra case discografiche, manager e promoter furbacchioni). Offenderei la memoria di molti se provassi a trarre qualche conclusione e allora non faccio altro che chiedere a tre amici che hanno tutti dieci anni più di me. Basta la domanda e i tre, separatamente mi rispondono: Io cero!. Tutti e tre gratis, manco per sbaglio. Il milanesissimo Roby era politicamente il più tranquillo ma negli anni Settanta ho visto a pagamento solo Frank Zappa. E per caso, perché mi avevano incastrato con una prevendita politica È la sera in cui Zappa ha cagato sul palco. Giuro. Quella sera, invece, non si è accorto di niente, finché: Va il Santana, che ha lo spettacolo pirotecnico!. Poi ha capito che, no, era una molotov, e se lè data a gambe.
Lele, fin da adolescente nel Movimento, era fisicamente vicino ai contestatori e aveva capito da molti segnali che quella sera ci sarebbero stati casini. Gli chiedo come prese la cosa: Piangendo come un pazzo. Per la paura? No, per i lacrimogeni!. 
Infine ascolto il compagno Camillo, reduce attivissimo che qualunque cosa sia accaduto nei Settanta a Milano, lui era sempre in mezzo. E quella sera era &lt;i&gt;tra &lt;/i&gt;i contestatori. Oggi concede il beneficio del dubbio: Cera frustrazione e un sacco di cose da rivendicare, ma forse abbiamo sbagliato obbiettivo: il fascista vero era Lou Reed!. 
Quel martedì 13 settembre, diverse istanze confluiscono nello stesso luogo: dalla autoriduzione alla contestazione della &lt;i&gt;rockstar &lt;/i&gt;come frutto del sistema capitalistico nordamericano. Praticamente il ruolo che Carlos rifiutava per primo, ma ad occhi poco attenti lui era uno venduto ai dollari dei &lt;i&gt;gringos &lt;/i&gt;ed era reduce da album commercialotti o astrusi. Dopo unora di concerto cominciano a volare pietre e bulloni verso il palco. Appaiono cartelli con scritto: Odio Santana servo della C.I.A.. Il caos, col fuggi fuggi generale, mentre una molotov colpisce e incendia gli amplificatori. Wham! Una fiammata sul palco che manco Arthur Brown ai tempi doro. Da quella sera lì, Carlos proverà sempre un po dapprensione quando qualcuno gli chiederà: &lt;i&gt;Amigo&lt;/i&gt;: hai del fuoco?.

&lt;img alt=&quot;san404.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/san404.jpg&quot; width=&quot;143&quot; height=&quot;210&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;Poche sere dopo i Santana sono a Verona per una serata magica nellArena. Rimarrà lultima data italiana per diversi anni, fino al 1983, dato che la penisola viene evitata nei tour europei del 1978, 1980 e 1981. Non abbiamo potuto così frequentare il Santana dello sdoppiamento di personalità. Il successo di &lt;i&gt;Moonflower &lt;/i&gt;ha risvegliato lavidità della CBS che adesso vuole dischi da classifica. Carlos fa un patto col diavolo e ottiene di produrre anche dei dischi a nome suo (cioè Devadip, il già citato amico immaginario), dove poter incidere quello che veramente gli va. E il risultato è che gli album da classifica son discreti e discretamente vendono, mentre quelli personali sono più che buoni e non li compra nessuno. Tipico. 
La frattura musicale, oltre che psicologica, si verifica anche sul palco, tanto che durante il 1978 alcuni concerti presentano una prima parte con quintetto jazz &lt;i&gt;hard &lt;/i&gt;(la Devadip Orchestra) e, dopo, i Santana veri e propri, per lo sconcerto degli ignari spettatori.

&lt;img alt=&quot;san405.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/san405.jpg&quot; width=&quot;168&quot; height=&quot;170&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;I Santana AOR, radiofonici, esordiscono discograficamente a fine anno col flaccido &lt;i&gt;Inner Secrets&lt;/i&gt;. Carletto ha perso Tom Coster e si affianca una seconda chitarra. Ma lenergia rock è ottusa e il marchio di fabbrica latino annacquato. Ci si mette anche un produttore-autore che impone molte sue canzoni e ne viene fuori un album, se mi concedete il geniale &lt;i&gt;jeu de mots&lt;/i&gt;, realizzato un po alla carlona. Ricetta: cover dautore (&lt;i&gt;Dealer &lt;/i&gt;di Jim Capaldi e &lt;i&gt;Well All Right &lt;/i&gt;di Buddy Holly, alla Blind Faith), qualche rockaccio un po plastificato, qualche ballata saccarinosa, qualche funkettone dalle ritmiche alla fratelli La Bionda (peraltro sfido chiunque a non agitarsi ascoltando &lt;i&gt;One For You, One For Me&lt;/i&gt;) e, a infiocchettare il pacco, il classico lentazzo (&lt;i&gt;Life is a Lady/Holiday&lt;/i&gt;, per nulla memorabile e che ha una linea melodica che ricorda pericolosamente &lt;i&gt;Perché lo fai &lt;/i&gt;di Marco Masini). Insomma, alla fine il disco esalta come il duetto televisivo tra Morandi e DAlema: niente. 

&lt;img alt=&quot;san406.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/san406.jpg&quot; width=&quot;170&quot; height=&quot;170&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;Da qui in poi, fino al 1983, gli album a nome della band hanno una ricetta trasversale e ripetitiva, per piacere a chi cerca gli umori latini dei vecchi Santana, cercando di essere attenti al contempo al pop e al rock contemporaneo, mettendoci pure la solita ballatona strumentale. Ne vengono fuori pastrocchi buoni per metà e per metà da bestemmia, sempre gradevoli e sempre un po zarri. Il fatto è che manca un progetto: Carlos traccheggia, né carne né pesce, inseguendo il &lt;i&gt;flavour of the month &lt;/i&gt;e producendo singoli che tentano improbabili successi di classifica. Ma non è più &lt;i&gt;à la page&lt;/i&gt;, e quando tenta di aggiornarsi è sgraziato, esattamente come il padellone al quarzo che esibisce al polso. Vuol fare il giovane, risulta datatissimo. 
Gli album a nome Devadip, invece, funzionano e &lt;i&gt;questi &lt;/i&gt;sono gli album che dovrebbero essere licenziati a nome della band. Il primo è del febbraio 1979, &lt;i&gt;Oneness&lt;/i&gt;: concordia, unità, complicità, affiatamento. Grandi parti strumentali e fiere improvvisazioni (su tutte la &lt;i&gt;title track &lt;/i&gt;e &lt;i&gt;Song for Devadip&lt;/i&gt;), come in nessun noiosissimo album &lt;i&gt;jazz rock &lt;/i&gt;dellepoca potrebbe capitarvi di ascoltare. 

&lt;img alt=&quot;san407.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/san407.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;156&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;Il miglior Santana di questi anni rimane però quello dal vivo. Difficilmente si becca la sòla: ci sono annate migliori e annate peggiori, ma è sempre garantito un livello molto alto, sia per i componenti la band che per la scelta delle &lt;i&gt;tracklist&lt;/i&gt;: il &lt;i&gt;live &lt;/i&gt;fa guadagnare punti al nuovo materiale che non sfigura troppo accanto ai vecchi classici. Dico tutte queste belle cose con sicumera perché Santana è uno degli artisti più bootlegati della storia: non ho trovato suoi pronunciamenti a favore delle registrazioni illegali (se non l&apos;ammissione di esserne collezionista) ma il fatto che siano circolati per anni letteralmente centinaia di &lt;i&gt;live set &lt;/i&gt;ex soundboard, cioè presi direttamente dal mixer dei concerti, fa pensare se non altro a una serena accettazione della pratica. Mi ha detto un amico - ehm - che in Rete è possibile recuperare un concerto di ottima qualità sonora per ogni tour della band. Si tratta di &lt;i&gt;liberated bootleg &lt;/i&gt;registrazioni illegali non autorizzate, semplicemente liberate dallazione della Rete stessa: non più vendute a scopo di lucro ma scaricabili per puro piacere del fan. Praticamente un aggiornamento tecnologico di quel &lt;i&gt;trading &lt;/i&gt;senza scambio di denaro che già dagli anni Settanta era incoraggiato da band come gli Allman Brothers o i Grateful Dead (coi nastri) e che ha continuato negli anni a venire (con DAT, Cd e adesso file) grazie a gruppi animati da spirito libertario come i Black Crowes, i Phish e i Govt Mule. Tutti milionari, alla faccia (ottusa) di chi si oppone alla condivisione. 
Per capire limpatto della band in questi anni vi consiglio il dvd &lt;i&gt;Santana Down Under&lt;/i&gt;, un &lt;i&gt;live &lt;/i&gt;del 1979, non ufficiale né sanzionato dal chitarrista, ricavato da unemissione televisiva australiana della quale si prodigano a dirti che hanno fatto tutto quello che potevano per renderla commerciabile. In effetti il materiale video fa abbastanza schifo, sembra una Vhs di cui siano evaporati alcuni colori e le luci lasciano sbaffi persistenti sulle lenti. In più è pieno di &lt;i&gt;drop &lt;/i&gt;e di tagli fatti con laccetta. Ma detto questo, la &lt;i&gt;performance &lt;/i&gt;è veramente energetica: su un palco adorno di gigantesche piante tropicali, i Santana girano a mille. &lt;img alt=&quot;san408.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/san408.jpg&quot; width=&quot;180&quot; height=&quot;180&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;Proprio belli da vedere magari non sono (il cantante Ligertwood ha uno spazio tra gli incisivi come Joe Jordan e Carlos è vestito come un piede) ma questi sono banali &lt;i&gt;peccadillos &lt;/i&gt;riscattati da una musica potente. 
Cosa che non si può dire di un impensabile omaggio fatto dai nostrani Romans (misconosciuto gruppo di discreto successo tra il 72 e il 74), per loccasione ribattezzati Orizzonte. Su YouTube potete straziarvi con questi aulici versi: 
&lt;i&gt;Mi vien da piangere bambina
Non vorrei dirti ancora ciao
Ma questo disco di Santana
Riascolterai pensando a me&lt;/i&gt;
Il pezzo, impreziosito da una chitarrina satura, non sortisce curiosamente effetti in classifica. 
In bagno, sì.

&lt;img alt=&quot;san409.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/san409.jpg&quot; width=&quot;170&quot; height=&quot;170&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;A fine decennio viene pubblicato &lt;i&gt;Marathon&lt;/i&gt;, che a partire dal titolo sottolinea lo sforzo agonistico del gruppo in giro per il mondo, ma omaggia anche (e qui cè il tocco tamarro) la moglie Deborah che ha corso la maratona di New York. Cè qualcosa di buono e si migliora rispetto a &lt;i&gt;Inner Secrets&lt;/i&gt;, ma niente di che. Gli anni Ottanta si aprono con un &lt;i&gt;benefit &lt;/i&gt;per la Cambogia e un ottimo album jazz: &lt;i&gt;The Swing of Delight&lt;/i&gt;. Suonano con Carlos tanti jazzisti rinomati (Herbie Hancock, Ron Carter, Wayne Shorter, Tony Williams) e lalbum viene incensato da Downbeat, autorevole rivista di jazz che immagino letta solo dai redattori della stessa. Del resto qui non cè la &lt;i&gt;fusion &lt;/i&gt;anemica, suonata con la giacchetta e locchiale scuro: &lt;img alt=&quot;san410.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/san410.jpg&quot; width=&quot;155&quot; height=&quot;170&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;Carlos è vitale, sanguigno e grintoso. E un po di questa energia finisce anche nel progetto collettivo &lt;i&gt;Zebop!&lt;/i&gt;, del marzo 1981. Vende benissimo, entra nella Top Ten di Billboard ed esibisce la copertina più brutta di tutti i tempi.
Ma la pacchia dura poco. Negli anni a venire Carlos si distingue per le esibizioni musicali e tennistiche a fianco di John McEnroe (esiste la Vhs di un evento a Forest Hills, nel 1982: non lho vista, ma darei un braccio per farlo o per esserci stato) o perché viene omaggiato dal manga &lt;i&gt;Captain Tsubasa &lt;/i&gt;(da noi arriverà poi come anime, &lt;i&gt;Holly e Benji&lt;/i&gt;), dove un suo omonimo si produce in dichiarazioni come questa: Se volete vincere, passatemi la palla!. Sempre nell82 arriva sul mercato dellauto la Suzuki Santana. Non so se centri molto in questarticolo, però tutta fa brodo, va. 

Dopo il distacco dal guru Sri Chinmoy, che si faceva un po troppo gli affaracci di famiglia (non voleva che Deborah figliasse), Carletto  come canta allepoca Corrado  la fa nel letto: &lt;i&gt;Shango&lt;/i&gt;&lt;img alt=&quot;san411.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/san411.jpg&quot; width=&quot;170&quot; height=&quot;170&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;, del 1983, fa rima con fango ed è effettivamente un album melmoso, con la &lt;i&gt;seconda &lt;/i&gt;copertina più brutta di tutti i tempi. Lanonimato è riscattato da un (finto) album solista, &lt;i&gt;Havana Moon&lt;/i&gt;, di pochi mesi dopo, dove, con ospitate eccellenti, si suona dal rhythm and blues alla musica &lt;i&gt;mariachi&lt;/i&gt;. Seguono &lt;i&gt;tournée &lt;/i&gt;massacranti, grandi collaborazioni (dal vivo con Dylan, anche in Italia, nell84) e lillusoria speranza di risalire la china. &lt;i&gt;Beyond Appearances &lt;/i&gt;(1985) e &lt;i&gt;Freedom &lt;/i&gt;(1987) vengono salutati dalla critica benevola come un ritorno al vecchio sound, ma non è vero. Per dire che cè il Santana tribale la produzione ci butta dentro versi di bestie tropicali, canti di uccelli paduli e scimmie catarrine che urlano isteriche. Ma questi trucchetti sono annegati nel suono sintetico tipico di quegli anni infami e si salvano solo alcuni brani, puntualmente esaltati dal vivo.

&lt;img alt=&quot;san412.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/san412.jpg&quot; width=&quot;210&quot; height=&quot;159&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;Il 13 luglio 1985, con orgogliosa maglietta di Hendrix, Carlos porta la band al Live Aid. Mentre alcune cariatidi del rock rimpinguano il conto in banca vendendo nei giorni seguenti carrettate di dischi (non li cito, non basterebbe lo spazio) o si riverginano (debolezza personale: gli Status Quo) o si affermano definitivamente (i Queen, altra debolezza personale lo so, sono come Marrazzo), Carlos onora limpegno con serietà: si accompagna al marinaretto Pat Metheny e non concede nessun classico. La cosa è più interessante dei viaggi di Phil Collins, che suona sia a Londra che a Filadelfia, ma il risultato è che i Santana non se li caga di pezza nessuno, né giornalisti né pubblico. Più o meno come lanno dopo, quando per la data finale del primo tour di Amnesty International, Carlos jamma con Miles Davis. 
Qui da noi, Amnesty sarebbe arrivata due anni dopo e con diverso cast: Tracy Chapman, Sting, Peter Gabriel, Youssou NDour, Bruce Springsteen e Claudio Baglioni. Io ero attivista (scrissi pure diverse lettere al Dear mr. President Saddam Hussein; si faceva così, allepoca) e pensai di stracciare la tessera, non dico altro. 
Vabbeh. 

&lt;b&gt;Il periodo Canotta&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;san413.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/san413.jpg&quot; width=&quot;144&quot; height=&quot;220&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;Per quanto le vendite siano scarse e nonostante ladozione sartoriale di tremende canottiere, il profilo pubblico di Carlos comincia pian piano a risalire. Santana è una reliquia vivente, non sè svenduto (o non cè riuscito, più che altro) e della generazione di Woodstock rappresenta ancora gli ideali. Lui festeggia i ventanni della band, poi, nel 1987, parte per lennesima interminabile teoria di concerti in giro per il mondo, stavolta con alcune date particolari. Come quella a Berlino Est, trasmessa nelletere da una radio di Stato stalinista e geniale, cosa che frutterà un &lt;i&gt;bootleg &lt;/i&gt;emozionante e diffusissimo. Passa alla storia anche il concerto libero sotto il Muro del pianto, a Gerusalemme, con ebrei e arabi gomito a gomito. O la straordinaria esibizione del 4 di luglio, a Mosca, con Carlos che strapazza la sua Paul Reed Smith di fronte a unenorme scritta MIR. 
Ma i riconoscimenti arrivano anche a casa: la sua città adottiva proclama il 6 giugno Santana Day e il 14 dello stesso mese 200mila persone assistono a un concertone gratuito tenuto (chiaramente) per &lt;i&gt;Le strade di San Francisco&lt;/i&gt;, nel Mission District. Dalle nostre parti ci accontentiamo di un best che ricordo pubblicizzato con insistenza sullallora TeleMonteCarlo (era un famigerato disco TV), tanto da finire gloriosamente in classifica. 
Come dice il nostro: Le vibrazioni positive possono cambiare la tua struttura molecolare! e il momento positivo si riflette in un bellalbum a proprio nome, &lt;i&gt;Blues for Salvador&lt;/i&gt;. In realtà non cè più differenza tra il Santana solista&lt;img alt=&quot;san414.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/san414.jpg&quot; width=&quot;210&quot; height=&quot;143&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt; e la band, se non per i ragionieri delle case discografiche, e lalbum fa fatica, come sempre.
La &lt;i&gt;title track &lt;/i&gt;è nata con laiuto del tastierista Chester Thompson (da non confondersi con lomonimo batterista dei Genesis fetenti) dopo un pranzetto a base di fagioli neri e salsicce della Louisiana. È dedicata al figlio ma verrà buona anche al &lt;i&gt;benefit concert &lt;/i&gt;per il Salvador dellanno dopo, anno in cui Carlos offre un supplemento di pena ai detenuti di San Quentin, suonando due acclamatissimi set a cui assistono assieme &lt;u&gt;tutti&lt;/u&gt;, senza incidenti: neri, bianchi, nativi e &lt;i&gt;latinos&lt;/i&gt;.  

&lt;img alt=&quot;san415.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/san415.jpg&quot; width=&quot;170&quot; height=&quot;170&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;Il buon periodo continua con &lt;i&gt;partnership &lt;/i&gt;prestigiose (è la volta di Wayne Shorter, a Montreux ma anche a Perugia) e un &lt;i&gt;reunion tour &lt;/i&gt;di grande successo, assieme ai compagni del primo disco. A completare il pacchetto regalo arriva anche il triplo album con inediti &lt;i&gt;Viva Santana!&lt;/i&gt;, accompagnato da un ottimo documentario. Il disco rivisita il repertorio e porta alla luce alcune gemme inedite, il film sfizia come un &lt;i&gt;taco&lt;/i&gt;, sazia come un &lt;i&gt;burrito &lt;/i&gt;e urtica come uno &lt;i&gt;jalapeño&lt;/i&gt;. Si vedono tante clip, dal 69 all87, tratte da concerti e da apparizioni televisive, commentate da un Carlito ciarliero (anche troppo, come quando copre una splendida &lt;i&gt;Samba Pa Ti &lt;/i&gt;del 1973, argh!). Lidea è carina, le immagini incredibili, i completini del musicista atroci. La cosa migliore è il pezzo conclusivo di un concerto tenuto a Santo Domingo nellarena de La Romana, quando un improvviso acquazzone tropicale costringe a chiudere la baracca prima che qualcuno ci rimanga secco, fulminato attaccato allo strumento. Ma i Santana non mollano e il pubblico è galvanizzato e balla nella pioggia, riparandosi con dei cuscini rettangolari che sembrano delle pizze da consegnare. A fine brano lorganizzatore nevrastenico annuncia che il concerto è finito per garantire lincolumità dei musicisti ma dalle facce capisci che i Santana sarebbero andati avanti a rischio scossa mortale. Eccezionale.

&lt;img alt=&quot;San416.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/San416.jpg&quot; width=&quot;220&quot; height=&quot;153&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=right &gt;A supporto di materiali così estatici parte unaltra infinita stringa di esibizioni in tutto il mondo e il &lt;i&gt;chicano &lt;/i&gt;porta la sua chitarra coi colori panafricani e le magliette con sopra Nelson Mandela o John Coltrane anche a Milano, Livorno, Roma, Lamezia, Modena, Torino, Pistoia e pure Sanremo, sul palco contaminato dellAriston. Pace fatta con lItalia. 
Ci sono le soddisfazioni dunque, ma manca ancora unaffermazione discografica con un valore musicale coerente. Serve ancora tempo, ma i semi sono gettati e negli ultimi mesi del decennio atroce, un pezzo di Santana scala le classifiche. Non è a nome suo, ma il brano sì, e veniva già eseguito da anni: si tratta di &lt;i&gt;The Healer&lt;/i&gt;, blues latino ipnotico su cui John Lee Hooker biascica un mantra irresistibile. Il video è cacirro come pochi, ma la chitarra brilla e al vecchio bluesman è garantita una pensione dignitosa. 
Ma quando tocca Carlos? 

&lt;b&gt;(Continua  4) &lt;/b&gt;

&lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/cgi-bin/mt-search.cgi?IncludeBlogs=2&amp;search=riabilitazione+di+carlos+santana&quot;&gt;Qui &lt;/a&gt;le altre puntate.</text_more></entry>
<entry id='3511' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3511' author_id='2' authored_on='20100608222516' basename='amianto_una_biografia_operaia_1_di_3' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100608222516' modified_on='20100621225825' ping_count='0' status='2' title='Amianto. Una biografia operaia (1 di 3)' week_number='201023'><text>di &lt;b&gt;Alberto Prunetti&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;nadaformatoweb.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/nadaformatoweb.jpg&quot; width=&quot;284&quot; height=&quot;159&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;[Pubblico in tre parti su Carmilla alcuni brani estratti da una biografia operaia in corso d&apos;opera] A.P.

&lt;b&gt;1. Ma che freddo fa&lt;/b&gt;

Questa è la storia di uno che si chiamava come me ed era nato nel giorno in cui io sono nato, eppure non sono io. È una storia che comincia con una canzone di Nada. È il 1969, siamo alla fine dei favolosi anni Sessanta e al Cardellino di Castiglioncello Nada Malanina, reduce dal festival di Sanremo, ha appena cantato Ma che freddo fa. La fotografano circondata da ammiratori e camerieri. Accanto a lei c&apos;è un ragazzo. È il cameriere più alto, uno magro che somiglia vagamente a Jean Paul Belmondo. Nada ha 16 anni, lui ventiquattro. Lui è Renato, il  protagonista di questa storia che comincia con la colonna sonora degli anni Sessanta e finisce con una vittima uccisa lentamente. Se fosse un noir, sarebbe uno di quelli in cui si capisce subito il nome dell&apos;assassino. Una storia di morti bianche, con un colpevole circondato da indizi e tanti complici che negano le sue responsabilità. Senza lieto fine: la minaccia è ancora attorno a noi, libera, pronta a colpire, un killer silenzioso protetto da una legione di medici, ingegneri, consulenti della previdenza, industriali.</text><text_more>Ma procediamo con calma, dai giorni felici. Renato è giovane ma di cartellini ne ha già timbrati tanti: ha smesso di studiare a quattordici anni, prima ha fatto il bagnino, poi il cameriere. Adesso, 1969, fa il doppio lavoro: tuta blu in fabbrica di giorno, alla Solvay, e papillon con giacca la sera, cameriere al Cardellino. Come Nada, Renato è cresciuto tra Rosignano Solvay, il Gabbro, Castiglioncello e la strada tortuosa del Romito, quella che da Quercianella porta a Livorno lungo la scogliera, quella resa famosa da Il Sorpasso, dove Gassman esce di strada nel film di Risi. Lavorare ai tavoli dopo la fabbrica forse è un diversivo per provare a ingannare il destino. È assunto in un locale alla moda e si diverte. Passano di lì, dal Cardellino, i nomi della musica leggera italiana, quella che sta rivoluzionando il costume, con le minigonne e i remake del pop-rock anglosassone. La fabbrica è lontana, per una sera, e Nada è vicina. Renato sorride, sa che con quella foto farà morire d&apos;invidia i suoi amici. 

Finisce l&apos;estate e l&apos;autunno del &apos;69 si fa caldo. Renato si toglie la giacca e il papillon per indossare esclusivamente la tuta blu o verde dei metalmeccanici. 
La fabbrica è il suo destino. In fondo, la Solvay è il destino della sua famiglia. Suo padre è un muratore e la città-fabbrica lo ha sradicato dalle Colline Metallifere, in quel lembo di terra, boschi di leccio sopra e pirite sotto il suolo, dove le provincie di Grosseto, Livorno e Pisa si toccano. Lavora come muratore, Santi, quando il lavoro lo strappa da Casale Marittimo. In realtà  le sue origini si perdono tra i colli di forteto che circondano Pomarance (PI). Ancora miniere e geotermia, terra che ospita gli insediamenti industriali della Montecatini, la regina madre dell&apos;industria chimica di quegli anni. Soffioni boraciferi, pirite. Estrazioni che accumulano manodopera, minatori da infilare in casermoni dove le famiglie si stringono nei letti. Per costruire nuove case, da Pomarance Santi sposta la famiglia prima a Casale Marittimo e poi a Rosignano Solvay, la città che si è sviluppata attorno allo stabilimento industriale del magnate belga Ernest Solvay. Un uomo che sogna una città attorno alla sua fabbrica, una città di dipendenti, un villaggio operaio all&apos;inglese con case in mattoncini marroni tutte uguali, con attività ricreative, giardini, dove il legame di dipendenza tra la grande madre fabbrica e i piccoli nuclei familiari dei lavoratori siano espressi anche dall&apos;architettura. Ormai la spinta a costruire sul modello edilizio di Manchester è finita, ma c&apos;è ancora bisogno di mani che trasformino il salgemma in bicarbonato, e servono tetti per quelle mani. Per costruire le case degli operai, ogni giorno in bicicletta Santi macina chilometri. Fino a quando non si stanca e decide di andare a vivere anche lui sul mare, in un appartamento in un casermone popolare, via Lungomare, perennemente flagellato dalle libecciate. Questi sono ancora gli anni Cinquanta. 
A Solvay Santi si porta dietro tutta la famiglia. Renato è il primo dei quattro fratelli e non ci mette troppo a finire le scuole e a cominciare il lavoro. L&apos;abbiamo già detto: bagnino, cameriere, poi in fabbrica, la Fabbrica, quella che ha dato il nome alla città, stravolgendone il toponimo e il paesaggio.

Alla Solvay Renato non si accontenta di fare l&apos;operaio non specializzato, quello che sta otto ore al giorno attaccato alla catena. Affina le sue capacità, se la cava bene come saldatore, sta sempre con gli occhiali con le lenti affumicate sulla fronte, anche quando non salda. Si muove, chiede, trova nuovi incarichi. Alla fine, passerà la sua vita girando gli stabilimenti chimici di quasi tutta Italia, come saldatore-tubista. Girerà tutto lo stivale, toccando  mille città. Ma non conoscerà mai i centri storici. Lui, quelli come lui, si fermano nelle periferie, dormono negli alberghetti per operai che sorgono appena fuori dai cantieri, a Novara, a Torino, a Genova, a La Spezia, a Mestre, a Terni, a Taranto. Ovunque, sempre alla periferia. Respirerà benzene, il piombo gli entrerà nella ossa, il titanio gli intaserà i pori, una scaglia d&apos;amianto si infilerà nei suoi polmoni. Ma questo molti anni dopo. Perché se fosse successo subito, Renato non avrebbe potuto incontrare Francesca in una discoteca di Follonica, non si sarebbe sposato, e queste pagine non le avrebbe scritte nessuno, perché le scrivo io, che di Renato sono il figlio.

&lt;b&gt;2. Andare, camminare, lavorare&lt;/b&gt;

Invece Renato incontra Francesca, si fidanza, si sposa. La coppia mette su casa a Follonica, ma lui non si ferma a lavorare nel Grossetano. Sceglie il nomadismo industriale. Fa il trasfertista. Operaio specializzato, sempre in giro, da un cantiere a un altro. Installazione di nuovi impianti. Revisione di vecchi. Manutenzione di impianti a regime nei periodi di ferie. Lavori lunghi, a volte più brevi. Per un po&apos; si ferma vicino casa, stavolta a Piombino, un&apos;altra città fabbrica, questa, ma città d&apos;acciaio. 

Ma la geografia industriale italiana lo porta in quel triangolo tra Genova, Milano e Torino, con epicentro Novara. A Novara c&apos;è la Ditta di Ettore Gargano, istallazione impianti industriali, e lui comincia a lavorare per la Gargano come saldatore e tubista trasfertista. 

Quando ero piccolo, e ti chiedono a scuola che lavoro fa tuo padre, io imparai presto a dire tubista, anche se non capivo cosa voleva dire, ma sapevo che aveva a che fare con qualcosa per cui si tornava a casa solo un fine settimana ogni due. Poi mi arrivò un&apos;altra spiegazione. Metalmeccanico, e questo lo capivo meglio, perché sembrava simile a meccanico, ma un po&apos; più corazzato. Era un lavoro speciale, o almeno sembrava a me, perché si faceva lontano. Non mi sentivo affatto sminuito dall&apos;essere un figlio di un operaio, perché a scuola, alle elementari e poi anche alle medie, eravamo tutti figli di operai (almeno nella mia sezione: c&apos;erano tre sezioni a scuola: in una andavano i figli dei professionisti, nell&apos;altra quelli degli operai, e nella terza i figli dei contadini e i bocciati della classe degli operai). Ma i babbi dei miei compagni di classe lavoravano a Piombino alle acciaierie o al Casone di Scarlino, alla Montecatini, e il lavoro lì era facile e noioso, diceva Renato. Lui le fabbriche le smontava e rimontava, invece di farle funzionare, quindi a me sembrava un privilegio. E forse lo era, ma anche in negativo, perché più usurante, e forse anche più bigottamente stalinista: aristocrazia operaia, lavoratori specializzati, soddisfatti degli stipendi più alti e meno ribelli degli operai-massa, che emergeranno tra gli anni Sessanta e i  Settanta. Ma questi sono discorsi incasinati, e Renato su queste cose, con me, anni dopo, molti anni dopo, non era granché d&apos;accordo. 
Ma facciamo un passo indietro, perché sono partito da Renato e sono già arrivato a me. E invece questa storia è sua.

Siamo negli anni settanta. Anni felici, in cui il lavoro non manca. Il boom economico del dopoguerra si arresta nel 1973, proprio quando nasco io, ma Renato non se ne accorge subito, a parte quando fa il pieno. Di raffinerie ce n&apos;è ancora bisogno, le chiuderanno solo più tardi, e anche i guai della produzione industriale per lui si fanno sentire in seguito, quando i padroni cominciano a ristrutturare. Ma per ristrutturare  cioè per tagliare posti, allungare gli orari e ridurre gli stipendi  serve una classe operaia debole, e quella italiana degli anni Settanta è molto, molto forte. Quel che serve è innanzitutto la repressione, che colpisce prima i movimenti e poi anche i sindacati, poi si potrà colpire anche l&apos;aristocrazia operaia protetta da fastidiosi diritti sindacali. I problemi arriveranno negli anni Ottanta, quando gli operai sono politicamente indeboliti e i sindacati abbassano la testa. I problemi sono portati da quella parola che in casa è pronunciata con un misto di vergogna e di orrore: cassaintegrazone. Ma qui siamo già negli anni Ottanta, appunto. Nel decennio precedente, Renato lavora molto, è giovane, forte. Il lungagnone magro, poco più che  adolescente, della foto di Nada è adesso un uomo ricoperto di muscoli, senza un filo di grasso, che viaggia molto e che riporta le tute sporche a casa ogni due settimane, quando si fa festa, si mangia coi parenti, si va a vedere il Rosignano giocare il derby contro il Cecina e poi ci si infila tutti in un cinema di Livorno per godersi una commedia sexy con Edwige Fenech, anche io e mio cugino, che diventiamo precocemente sensibili al genere. Poi, poncino alla livornese, ritorno in Maremma attaccati ai risultati del calcio di prima categoria, il Cascina che batte il Tuttocalzature, il Pomarance che va pari in casa del Larderello, e lunedì mattina alle quattro, ripartenza in treno sulla linea tirrenica verso Genova, o Sarzana, o Savona, dovunque ci siano tubi da saldare, manicotti da congiungere, coibentature da smantellare.
E purtroppo, amianto da respirare.</text_more></entry>
<entry id='3513' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3513' author_id='4' authored_on='20100610040521' basename='gian_franco_orsi_a_cura_di_seven' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100610040521' modified_on='20100621225825' ping_count='0' status='2' title='Gian Franco Orsi (a cura di) : SEVEN' week_number='201023'><text>di &lt;b&gt;Valerio Evangelisti&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Seven.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Seven.jpg&quot; width=&quot;135&quot; height=&quot;216&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;AA.VV., &lt;i&gt;Seven, 21 storie di peccato e paura&lt;/i&gt;, a cura di Gian Franco Orsi, Piemme, 2010, pp. 410,  19,00.

Esiste una solida narrativa italiana di genere che, senza essere in alcun modo egemonica nel mercato librario, come alcuni hanno preteso con allarme, si è conquistata una buona quota di lettori. Ha i propri festival, i propri luoghi dincontro, le proprie riviste. Talora conosce trasposizioni cinematografiche e televisive. Per lo più, salvo importanti eccezioni (Camilleri, Carofiglio, in parte Lucarelli), conduce una vita del tutto separata da quella della letteratura generale. Questultima guarda al genere con disprezzo e lo accusa in toto di essere paccottiglia. Peggio, di rappresentare un fenomeno pericoloso, perché toglierebbe spazio nelle librerie alleditoria di qualità, dalle piccole tirature, dalla scrittura raffinata e dai contenuti alti. La narrativa di genere, definita in toto di consumo, parteciperebbe quindi attivamente allattuale trasformazione delle librerie in supermercati, destinati a ospitare prodotti di rapida e facile fruibilità, condannati a un veloce oblio.</text><text_more>Dal canto loro, gli scrittori di genere sono di norma indifferenti a simili giudizi, e al disprezzo e alle contumelie periodicamente riversati sul loro lavoro. La maggior parte di essi non appartiene alla categoria bestseller, né aspira a entrarvi. Nelle librerie figura su scaffali certo folti, ma ben delimitati, a cui si accosta solo chi manifesta un non generico interesse per la loro opera. Puntano, più che a un riconoscimento letterario complessivo (salvo alcuni, ma sono minoranza), alla fidelizzazione di un determinato pubblico. Non sono interessati a premi di prestigio, si chiamino Strega, Campiello o altro. I più consapevoli di loro considerano quel mondo in maniera beffarda: si sono formati su autori  Salgari, Lovecraft, Conan Doyle, Asimov ecc.  sopravvissuti intatti attraverso i decenni, mentre il vincitore di un premio di fama, al di là dei vantaggi immediati che la vittoria procura alleditore o allautore, cinque o sei anni dopo è spesso totalmente dimenticato. Il loro è un mondo letterario parallelo, retto rispetto allaltro da diversi scopi, da diversi modi di essere, da diversi comportamenti.
E sempre stato così, da molto prima che la libreria si trasformasse in megastore. Cè voluto un secolo e mezzo perché Dumas fosse riconosciuto un autore importante, e la sua salma traslata al Panthéon. Salgari conviveva con Fogazzaro e DAnnunzio, ma in un universo separato. Ancora oggi moltissimi critici, persino statunitensi, sono restii ad accordare a Stephen King, o quanto meno a una parte della sua opera, un qualsiasi significato culturale. Lambito della letteratura è stato compartimentato fin quasi dalla nascita della narrativa come oggi la concepiamo. E uno stato di cose di cui va preso atto perché, a parte contaminazioni pulp relativamente recenti, non si modificherà tanto presto.
E dunque opportuno che, ogni tanto, appaiano antologie capaci di presentare al pubblico lo stato dellarte raggiunto da un determinato filone. Con il &lt;i&gt;mainstream&lt;/i&gt; ciò avviene sempre più di rado, perché già gode di retrovie accademiche, di collane consolidate, di riviste importanti, di premi dedicati, di canali di accesso alla stampa quotidiana (un tempo unico canale legittimo per la consacrazione). Invece lo strumento antologico resta essenziale per lambito umbratile in cui vive la letteratura parallela, anche perché quello che è diventato un luogo comune delleditoria  la gente non legge racconti  per lei non vale o ha meno peso.
In questa operazione di vetrina, dopo molte altre raccolte analoghe, si inserisce questo &lt;i&gt;Seven  21 storie di peccato e paura&lt;/i&gt;, volume curato da Gian Franco Orsi (direttore storico del Giallo Mondadori) per Piemme. Ventuno scrittori, a gruppi di tre, scrivono storie ispirate ai peccati capitali: superbia, avarizia, lussuria, ira, gola, invidia, accidia. Storie grosso modo estreme, dunque, collocate ai margini dellesperienza esistenziale comune, con un più alto tasso di conflitto e di violenza. Criterio che poi rientra tra quelli, tutti ambigui e discutibili, comunemente usati per discriminare tra letteratura e paraletteratura  dove la seconda punterebbe sulleccezionalità degli eventi e sul brivido o la &lt;i&gt;suspense&lt;/i&gt; che ciò provocherebbe.
Ci attendono due sorprese. Nella sua interessante introduzione teologico-letteraria, Orsi si rivela molto incerto nel definire gli autori che ha antologizzato (Altieri, Barbàra, Bucciarelli, Colitto, Gori... non sto a enumerarli tutti). Ogni tanto li chiama giallisti, oppure scrittori di noir. Ciò sebbene alcuni nomi e alcuni testi si sottraggano a simili etichettature.
Inoltre  qui è la seconda sorpresa  nel leggere i racconti ci si accorge che sono completamente diversi luno dallaltro. Vi sono narratori che privilegiano stili sincopati, abolendo gli aggettivi, o mettono in primo piano levidenza delle immagini; mentre alcuni loro colleghi preferiscono la scrittura piana e persuasiva, il cesello delle psicologie e delle emozioni. Le tematiche, poi, differiscono radicalmente. Si va dallo sberleffo alla visione apocalittica, dalla satira politica aperta alla tragedia pura e semplice. Non cè collante, a parte una visione del presente e del futuro normalmente pessimistica.
Non cè neanche un genere, sia pure vago, definito una volta per tutte. Ciò significa che vanno dimenticate le considerazioni da cui sono partito. Anche la narrativa del mondo a parte è fatta essenzialmente di individualità niente affatto omogenee, e attende ancora una precisazione delle sue caratteristiche. Questa antologia aiuta, però non è decisiva per risolvere il problema. Aspettiamo la prossima.

</text_more></entry>
<entry id='3514' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3514' author_id='4' authored_on='20100611022104' basename='santa_muerte_de_mi_corazn_vita_e_culto_a_tepito_barrio_bravo_di_citt_del_messico' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100611022104' modified_on='20100621225825' ping_count='0' status='2' title='Santa Muerte de mi Corazòn. Vita e culto a Tepito, &quot;barrio bravo&quot; di Città del Messico' week_number='201023'><text>di &lt;a href=&quot;http://lamericalatina.net&quot;&gt;&lt;b&gt;Fabrizio Lorusso&lt;/b&gt;&lt;/a&gt;&lt;img alt=&quot;SantaLAIDEAL.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/SantaLAIDEAL.jpg&quot; width=&quot;152&quot; height=&quot;205&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=1 align=right /&gt;

Riporto qui una conversazione che ho avuto il piacere dintrattenere con Alfonso Hernàndez sul &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2009/01/002894.html&quot;&gt;culto alla Santa Muerte&lt;/a&gt;, una fede che ormai annovera oltre 2 milioni di seguaci in Messico, America centrale e Stati Uniti, e sulla vita nel quartiere di Tepito, una zona a torto ritenuta un covo di narcos e delinquenti, una pericolosa comunità anarchica e fuorilegge, ma che in realtà è uno dei pochi quartieri di Città del Messico ad aver conservato la sua identità culturale e storica malgrado la delinquenza, la droga e le vicissitudini di una modernità tronca e povera. 
Dal 1984 Alfonso dirige il &lt;a href=&quot;http://www.barriodetepito.com.mx/&quot;&gt;&lt;i&gt;Centro de Estudios Tepiteños&lt;/i&gt;&lt;/a&gt; o Centro Studi su Tepito e soccupa di registrare le evoluzioni del culto alla Santìsima Muerte, Nuestra Señora de Tepito, che viene indicata dai suoi devoti con decine di soprannomi e diminutivi diversi come per esempio &lt;i&gt;La Flaquita&lt;/i&gt; (Magrolina) o &lt;i&gt;Niña Blanca &lt;/i&gt;(Bimba Bianca). 
Da questa nicchia urbana e maleducata, nota anche come il &lt;i&gt;barrio bravo &lt;/i&gt;di Città del Messico, provengono molti pugili di fama internazionale e i migliori ballerini di musica afro-antillana come la salsa e la &lt;i&gt;cumbia sonidera&lt;/i&gt;, qui si coltiva larte di arrangiarsi in tutte le sue espressioni, legali e illegali, si domina un gergo fatto di doppi sensi, &lt;i&gt;los albures&lt;/i&gt;, e anacoluti stridenti partoriti dallorgiastico contatto tra le lingue indigene, linglese, lo spagnolo e la fantasia comunicativa del &lt;i&gt;tepiteño&lt;/i&gt;. Questa specie di zona franca rivive ogni giorno lorgoglio delle sue origini antiche come quartiere di commercianti, di indios, di lavoratori, di prostitute e papponi, di poeti rigattieri e pistoleri della parola, infine di &lt;i&gt;cabrones&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;cabronas&lt;/i&gt; in perenne resistenza contro ogni forma dimposizione esterna.</text><text_more>&lt;b&gt;Fabrizio Lorusso: Di che cosa si occupa il Centro Studi su Tepito e quando è nato?&lt;/b&gt;
Alfonso Hernàndez: Ho creato questo spazio nel 1984 dopo unesperienza di sei mesi a Lione, in Francia. Il sindaco di quella città fece sì che un gruppo di noi, abitanti del quartiere Tepito, lavorasse lì da loro in una citè de transit per immigrati e ci chiese di svolgere le stesse attività che normalmente facciamo qui in Messico senza un aiuto ufficiale per vedere cosa succedeva. Così ci siamo resi conto del lavoro che fanno gli operatori socioculturali con i migranti. Ero consapevole del fatto che a Tepito cè tutta una storia particolare, uneconomia e un modo di essere peculiari e quindi al mio ritorno ho deciso di fondare un centro studi per alzare il livello delle attività dato che in Francia eravamo andati solo come gruppo artistico e culturale. Allora dall84 stiamo studiando e registrando tutti i processi storici del quartiere che ha origini precolombiane, azteche.
&lt;b&gt;F. L.: Quali sono le origini del quartiere e poi le sue fasi successive dallepoca del Messico coloniale (1521-1810) a quella dellindipendenza (1810-2010)?&lt;/b&gt;
&lt;img alt=&quot;tenochtitlan.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/tenochtitlan.jpg&quot; width=&quot;230&quot; height=&quot;125&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=1 align=left /&gt;A. H.: bene, non apparteneva a Tenochtitlan [la capitale dellimpero azteca, attuale centro di Città del Messico, n.d.t.] ma alla sua gemella, Tlatelolco [oggi &lt;i&gt;Plaza de las Tres Culturas&lt;/i&gt;, spianata situata a pochi chilometri a nord ovest del centro in cui avvenne la strage di stato in cui lesercito uccise oltre 500 manifestanti alla vigilia delle olimpiadi Messico 68, n.d.t.]. Una strada vicina a dove siamo noi, lEje 1 Oriente o Avenida del Trabajo, costituiva la barriera che separava le acque dolci da quelle salate delle lagune circostanti e il centro storico era collegato alla terra ferma da alcuni stradoni in direzione dei punti cardinali nelle zone chiamate Tepeyac a nord, Tacuba a ovest e Iztapalapa a sud-est. 
La maggior parte della gente nellepoca precolombiana si dedicava alle attività legate al gran mercato di Tlatelolco che era appunto una zona specializzata nel commercio. Poi divenne famoso durante la conquista di Cortès perché in questa zona Cuauhtemoc, ultimo imperatore azteca, difese a oltranza Tenochtitlan dallinvasione spagnola durante 93 giorni e il posto è noto anche come Tepiqueucan, cioè luogo dove è iniziata la schiavitù. Le prime piantine della città non includevano Tepito che era piuttosto considerato come un enclave miserabile e quando Città del Messico era chiamata la capitale dei palazzi, Tepito era già un sobborgo, una cittadella clandestina, fuori dai limiti della città vera e propria. Da sempre ha avuto la funzione di essere il guardaroba dei poveri dove si trovavano vestiti e scarpe usati. 
E se prima l&lt;i&gt;homo tepitecus&lt;/i&gt; difendeva il quartiere con arco e frecce, in seguito quando acquisisce un altro livello culturale lo difende con le parole, &lt;a href=&quot;http://toliro.lunarpages.com/albures/albures/vocablo.htm&quot;&gt;con l&lt;i&gt;albur&lt;/a&gt;&lt;/i&gt;, e oggi per dirla con un doppio o triplo senso lo fa con il cappuccio &lt;a href=&quot;http://www.ortaggipugliesi.it/portulaca.phtml&quot;&gt;della &lt;i&gt;verdolaga&lt;/a&gt;&lt;/i&gt; [assimilabile al duplice concetto italiano di fava, n.d.r.] mascherata, per esempio. L&lt;i&gt;albur&lt;/i&gt; è lo sport preferito qui. Anche il tatuaggio è di moda e si dice che quello più esclusivo di Tepito viene fatto sul pene e dice Villagada. Alcuni pensano sia il nome del paesino della persona o il suo cognome ma in realtà questo nome cambia in erezione a &lt;i&gt;Viva Villa, Hijos de la Chingada!&lt;/i&gt; [Viva Pancho Villa, Figli di Mignotta, n.d.t.].&lt;img alt=&quot;CartelloDondeDios.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/CartelloDondeDios.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;117&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=1 align=right /&gt;

&lt;b&gt;F. L.: Per iniziare a parlare del tema della Santa Muerte, quali sono le origini del culto alla Niña Blanca in Messico e qui nel quartiere di Tepito?&lt;/b&gt;
A. H.: Beh, io ho 65 anni e da 50 anni conosco questo culto grazie alle mie zie e le mie nonne che tenevano questimmagine in qualche angolo nascosto della casa, ma la particolarità di Tepito è che proprio in questo quartiere viene esposta per la prima volta in strada come limmagine di uno scheletro di dimensioni naturali e questo fenomeno si riproduce in lungo e in largo per tutta la città. Questo è quanto abbiamo visto oggi in via Alfarerìa 12, cioè un santuario in cui si venera questimmagine che può essere una divinità della crisi, può essere o unimmagine per dei fedeli che ormai hanno smesso di credere alle altre immagini e religioni, ai partiti politici, alle istituzioni e che ricorrono a Lei in un momento di crisi. La Vergine di Guadalupe continua a restare al suo posto come unimmagine che fa miracoli, ma la Santa Muerte ti dà una mano, ti evita lo sgamo. 
&lt;b&gt;F.L.: E questa è unaltra cosa. Come spiegheresti questo concetto che è molto messicano?&lt;/b&gt;
A. H.: Ci son cose che non si possono chiedere alla Guadalupe, le puoi chiedere cose buone ma non che ti tolga un maleficio o uninvidia. Invece la Santa Muerte si muove di più in un altro terreno, più nel campo delloscuro, del nero, beh sì le puoi chiedere che ti difenda e che con la sua falce recida le invidie e i malefici che incombono su di te.
&lt;b&gt;F. L.: In questo senso sarebbe più potente della Vergine di Guadalupe, che dici?&lt;/b&gt;
A. H.: Più&lt;i&gt; cabrona &lt;/i&gt;[testarda, dura, stronza, n.d.t.], non più potente, più cabrona.
&lt;b&gt;F. L. : Esattamente.&lt;/b&gt;
A. H. : Sì, perché lei sì, è come gli squali, &lt;i&gt;no se anda con mamadas &lt;/i&gt;[non si perde in puttanate, va dritta al sodo, n.d.t.]  
&lt;b&gt;F. L. : Quindi, che relazioni ci sono tra lo stato messicano o la chiesa ufficiale e il culto alla Santa Muerte a Tepito?&lt;/b&gt;
A. H.: Beh, la questione è che tutte le chiese cattoliche o evangeliche vogliono sempre avere il controllo della nascita, del battesimo spirituale e dellascesa al paradiso e non vogliono che la gente da sola gestisca questo passaggio nellaldilà, allora vogliono dominare con i cimiteri, coi riti del battesimo e dellestrema unzione i momenti della nascita e della morte e non vogliono che la gente soccupi di queste cose. Per questo sono preoccupate del fatto che a Tepito la gente della strada stia costruendo le proprie forme di devozione, le proprie immagini ed è così che sono sorte tutte le grandi fedi che ora stanno sugli altari, nascono dalla strada, dal popolino e dalla gente comune. Dunque ciò che si sta facendo qui è giustamente togliere alle chiese il monopolio che avevano su quello che la gente pensa che sia unaltra forma di vita, come dicevano gli aztechi, cioè che morire era solamente stare in un altro spazio e basta.&lt;img alt=&quot;DonaQuetaSantaRossa.JPG&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/DonaQuetaSantaRossa.JPG&quot; width=&quot;189&quot; height=&quot;184&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=1 align=left /&gt;
&lt;b&gt;F. L.: Invece con lo stato messicano che rapporto cè?&lt;/b&gt;
A. H.: Il fatto è che adesso il governo messicano è di destra, è gente cattolica tradizionale che è preoccupata da questa situazione e che sta dalla parte della chiesa ufficiale contro questo culto popolare, però alla fine la crisi che vive la chiesa con i preti coinvolti nella pedofilia e tutto il resto sta provocando la perdita delle vocazioni e fa sì che ci siano meno sacerdoti e suore. In questi momenti nascono con più forza culti popolari importanti.
&lt;b&gt;F. L.: Ciononostante la devozione alla Santa Muerte è stata oggetto di accuse per le sue presunte relazioni pericolose con il mondo del narcotraffico, un tema molto più dirompente in questi ultimi anni rispetto, per esempio, agli anni settanta o allepoca a cui si fanno risalire le origini del culto.&lt;/b&gt;
A. H.: Cè da dire che questo lo sostengono il governo e la chiesa e in effetti molti narcos hanno tatuaggi anche della Vergine di Guadalupe o hanno un crocifisso e allora questa è una campagna mediatica per fermare i progressi di questo credo religioso.
&lt;b&gt;F. L.: Credo che si tenda ad associare il &lt;i&gt;barrio popular &lt;/i&gt;[quartiere popolare, n.d.r.] automaticamente  alla povertà o peggio ancora alla delinquenza e di conseguenza con questi culti irregolari, secondo letichetta spregiativa che vogliono appioppargli, come se ci fosse unequazione necessaria tra tutti questi elementi.&lt;/b&gt;
A. H.: Beh, succede che nel mondo neoliberista ciò che comanda è leconomia della vigilanza. Che mangi? Come ti vesti? A cosa credi? Chi preghi? Quindi sta dominando tutti gli ambiti della vita quotidiana, tangibili e intangibili, ed è il grande problema di questo momento nelleconomia globale.
&lt;b&gt;F. L.: Minteressa molto una questione legata ad altri altari che per un motivo o per laltro sono diventati celebri e sono sparsi per il Messico ma che pretendono in qualche modo di diventare egemoni, cioè di essere il centro di un culto nazionale alla Santa, magari con lavallo officiale negoziato con la chiesa cattolica. Per esempio è il caso del Padre David Romo e del suo altare della &lt;i&gt;Calle Bravo &lt;/i&gt;qui a Città del Messico presso il quale è stata addirittura una nuova figura, quella dellAngelo della Morte che secondo la sua dottrina è uguale alla Santa Morte ma, al contrario di questa, potrebbe essere accettato dalla chiesa. &lt;/b&gt;
&lt;img alt=&quot;SantaIndianaGente.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/SantaIndianaGente.jpg&quot; width=&quot;210&quot; height=&quot;185&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=1 align=right /&gt;A. H.: I due esempi della commercializzazione che si fa con questa devozione sono questi. Uno è proprio quello di David Romo che dopo aver fondato un santuario nazionale della Santa Muerte, ora dice che non bisogna più venerare questa immagine e bisogna invece adorare l&lt;i&gt;Angel de la Muerte&lt;/i&gt; che è una figura femminile in carne ed ossa. E laltro è il comandante Pantera che ha fatto costruire unimmagine alta 15 metri nello Stato del Messico e che è stato crivellato con 150 colpi proprio per aver voluto lucrare su questa religione. 
Dunque per i fedeli della Santa è importante che a Tepito sia una donna la guardiana di questa devozione. Gli uomini hanno fallito perché mentre a Tepito si prega secondo un rosario cattolico, David Romo e il comandante Pantera facevano messe nere e allora questa è unaltra cosa che mette dentro rituali della santerìa, del palo mayombe e &lt;a href=&quot;http://www.orishasthebest.com/Secciones/Santeria/Santeria_Orishas.htm&quot;&gt;degli orishas&lt;/a&gt;, cioè un sincretismo legato ad aspetti oscuri.
&lt;b&gt;F. L.: Però anche qui ci sono forme di sincretismo, no?&lt;/b&gt;
A. H.: Sì, cè un sincretismo come cè stato in tutta la storia del Messico perché per esempio qui a Tepito abbiamo il tempio di SantAnna che fu la madre di Maria e la nonna di Gesù Cristo.&lt;img alt=&quot;StatuaINmanoFlaca.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/StatuaINmanoFlaca.jpg&quot; width=&quot;188&quot; height=&quot;168&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=1 align=left /&gt; I Domenicani durante la conquista sapevano che in quello stesso posto si adorava Tosi, &lt;a href=&quot;http://www.metafisicamexico.com/Madre%20Tonantzin.htm&quot;&gt;la madre di Tonantzin &lt;/a&gt;[oggi trasformata magicamente in Vergine di Guadalupe, n.d.r.], e quindi sovrappongono unaltra madre e unaltra nonna alle divinità preesistenti. Quindi il sincretismo è presente in tutta la storia delle religioni e alla fine anche i greci crearono i loro dei con vizi e virtù, a loro immagine e somiglianza.
&lt;b&gt;F. L.: Come possiamo relazionare la questione di genere, il ruolo della donna e il concetto della &lt;i&gt;cabrona&lt;/i&gt; a Tepito con il culto alla Santa Muerte?&lt;/b&gt;
A. H.: Sì, già nelle antiche civiltà il matriarcato e la sacerdotessa mantenevano più integrità, erano esseri più perfetti e meno corruttibili delluomo. La cultura patriarcale ha tolto quel ruolo alla donna nella religione e in molte attività. Quindi per noi è importante che unimmagine che non parla, non sente e non vede abbia questo potere di agire dato che è la signora, una potestà che regge i cicli di vita e morte e il fatto che sia una donna quella che qua se la gioca per mantenere la purezza di questo culto, beh, è un elemento interessante. Il tutto in un quartiere macabro in cui le donne devono imparare a giocarsela e gli uomini portano i pantaloni ma solo in tintoriaPer me questo è importante e mi ha spinto a mantenere un archivio su questa devozione e il discorse che offre alla gente che è a rischio, la classe popolare più vulnerabile in un paese in crisi.
&lt;b&gt;F. L.: Beh, sì. Siccome poi le crisi qui sono permanenti&lt;/b&gt;
A. H.: Infatti è per questo che a noi non ci spaventano con linferno perché il Messico e Tepito son stati sempre un inferno quindi non ci preoccupa più il discorso ufficiale, già lo conosciamo.
&lt;b&gt;F. L.: Quali credi che siano le tendenze, le prospettive, le possibilità che lo muovono ora e per il futuro?&lt;/b&gt;
&lt;img alt=&quot;VirgendeGuadalupe.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/VirgendeGuadalupe.jpg&quot; width=&quot;154&quot; height=&quot;198&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=1 align=right /&gt;A. H.: Bene, quando uno entra in una casa cattolica o in un luogo di culto, ecco che le immagini che stanno lì rappresentano le paure della gente e ogni volta cercano, non so, &lt;a href=&quot;http://it.wikipedia.org/wiki/San_Charbel&quot;&gt;San Charbel&lt;/a&gt; o &lt;a href=&quot;http://it.wikipedia.org/wiki/San_Giuda_Taddeo&quot;&gt;San Giuda Taddeo &lt;/a&gt;per vedere chi ti può aiutare meglio. Ma allora chi è più forte rispetto a un potestà come la Morte che decide che quando deve arrivare, non le scappi, mentre quando non ti tocca, non cè verso di farla apparire? Cioè lei dice quando e così non conosciamo il momento né della nostra nascita né della morte. Questo ci avvicina allidea della circolarità del tempo e al fatto che ogni giorno in realtà dormiamo come in una prova generale di un sonno più grande.
&lt;b&gt;F. L.: Parlando di identità e tradizioni messicane, che relazione cè tra il famoso culto del giorno dei morti, il due novembre, e quello della Santa Muerte?&lt;/b&gt;
A. H.: Noi sappiamo che vita e morte sono buone comari. Dal punto di vista delle istituzioni, però, la chiesa e la politica hanno sempre cercato di combattere la devozione indigena ai morti. Laltare del giorno dei morti con tutti i suoi colori, il folklore e le decorazioni è una devozione domata, addomesticata dalla politica e la chiesa che adesso si preoccupano perché il culto rinasce dalla strada e dal basso. 
&lt;b&gt;F. L.: E invece qui a Tepito?&lt;/b&gt;
A. H.: Qui ognuno è libero di vestirla, sistemarla e portarla come più gli piace coi colori che simboleggiano la forza, la passione, la ricchezza e questa è la loro libertà.&lt;img alt=&quot;FabrizioQuetaSantaRossa.JPG&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/FabrizioQuetaSantaRossa.JPG&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;205&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=1 align=left /&gt;
&lt;b&gt;F. L.: Le accuse rivolte alla Santa e i suoi custodi è che si tratta di una truffa e di una maniera di fare soldi sulle spalle del popolaccio. A Tepito non è così o sì?&lt;/b&gt;
A. H.: Beh, se non son cattolici sono evangelici ma comunque con la Bibbia o altri testi si mette in atto una dominazione e uno si sottomette, è limperialismo della parola. Ma poi, per esempio, è più cabrona, è peggiore lavanzata del Movimento pentecostale nello Yucatan che la devozione alla Santa Muerte. Cioè se si parla di affarine fanno tutti, la religione è un gran affare ma non sarà più monopolizzato solo dalle chiese. 
Infine nella storia del Messico la morte è sempre stata presente come elemento primordiale e addirittura si regalano ai bambini dei dolci a forma di teschio, tutta la famiglia mangia figure della morte fatte di zucchero e ci sono dei tipi di pane chiamati pan de muertos e quindi perché non permettere culti a questa figura quando invece ne esistono molte altre che sono realmente più perniciose per la cultura messicana.     
&lt;b&gt;Grazie Alfonso, alla prossima!&lt;/b&gt;

&lt;b&gt;HYPER LINKS IN PROGRESS:&lt;/b&gt;

&lt;b&gt;Video intervista con Alfonso Hernàndez e video del culto a Tepito:&lt;/b&gt;

Intervista   &lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/watch?v=GCDZGnpZpMg&quot;&gt;PRIMA PARTE&lt;/a&gt;      &lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/watch?v=x_IiElmY4fo&quot;&gt;SECONDA PARTE&lt;/a&gt;      &lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/watch?v=mm1flenyL2w&quot;&gt;TERZA PARTE &lt;/a&gt;

Il Culto   &lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/watch?v=JWNLtLEYkRI&amp;feature=related&quot;&gt;  MARIACHIS  &lt;/a&gt;      &lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/watch?v=rJXKZY43Fo8&amp;feature=related&quot;&gt;  ALTARE&lt;/a&gt;           &lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/watch?v=jczaqkHHoR8&amp;feature=related&quot;&gt;LA CALLE &lt;/a&gt;              &lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/user/FabrizioLorussoMex#p/u/4/Ua3jBC-hOdI&quot;&gt;DONI &lt;/a&gt;                   

&lt;b&gt;Unipotesi azzardata ma bella sulle origini italiane del culto:&lt;/b&gt;
&lt;a href=&quot;http://lamericalatina.net/2009/08/29/le-origini-dellimmagine-della-santa-muerte-in-italia/&quot;&gt;LamericaLatina.net QUI&lt;/a&gt;&lt;a href=&quot;http://lamericalatina.net/category/santa-muerte/&quot;&gt;Altri link del tipoQUI&lt;/a&gt;

&lt;b&gt;Foto giorno dei morti con la Santa e non solo:&lt;/b&gt;
&lt;a href=&quot;http://latinoamericaexpress.blog.unita.it/Foto_del_giorno_dei_morti_con_la_Santa_Muerte__1_2__720.shtml&quot;&gt;A questo preciso LINK&lt;/a&gt;
&lt;a href=&quot;http://latinoamericaexpress.blog.unita.it/Foto_del_giorno_dei_morti_con_la_Santa_Muerte_ma_non_solo___2_2__725.shtml&quot;&gt;Ma Anche a Questo Link&lt;/a&gt;

&lt;b&gt;La Santa Muerte su Carmilla:&lt;/b&gt;
La morte al tuo fianco 1. &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2009/01/002894.html &quot;&gt;http://www.carmillaonline.com/archives/2009/01/002894.html &lt;/a&gt;
La morte al tuo fianco 2. &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2009/01/002910.html&quot;&gt;http://www.carmillaonline.com/archives/2009/01/002910.html&lt;/a&gt;

&lt;img alt=&quot;SantaysignoraVIOLA.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/SantaysignoraVIOLA.jpg&quot; width=&quot;192&quot; height=&quot;256&quot; border=&quot;0&quot; /&gt;
</text_more></entry>
<entry id='3516' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3516' author_id='4' authored_on='20100616205757' basename='la_ianara_intervista_a_licia_giaquinto' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100616205757' modified_on='20100621225825' ping_count='0' status='2' title='La ianara: intervista a Licia Giaquinto' week_number='201024'><text>di &lt;b&gt;Marilù Oliva&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;ianara.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/ianara.jpg&quot; width=&quot;127&quot; height=&quot;200&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;Licia Giaquinto, nata e cresciuta in Irpinia, ha scritto il suo quarto romanzo, La ianara (Adelphi, 2010, euro 16.50), proprio pensando alla sua terra e alle leggende antiche che ne hanno scandito i secoli. Leggende che hanno incentivato una rilettura misteriosa e affascinante dellagire umano e degli eventi sia del singolo sia della comunità sia della natura: «Uomini, donne, fiori, animali, piante: ogni cosa conserva la traccia della propria esistenza anche quando non esiste più» (p. 23). Adelina è La ianara, la strega detentrice di saperi sconosciuti e arti curative, reietta dal paese, cercata al bisogno, selvatica nello spirito e nel corpo, che tenta di sfuggire al suo destino e si va a ficcare, senza saperlo, nel più invincibile e terribile tra gli incantesimi: lamore. In questo caso, l&apos;amore pazzo per il signore del grande palazzo. E vi si abbandona con la forza selvaggia che è, per ogni ianara, energia essenziale e spirito sacro.</text><text_more>&lt;b&gt;Sei molto legata alle tue origini irpine e alluniverso leggendario che queste terre conservano. Partiamo dal mito e dal territorio. Cosa ne resta, oggi?&lt;/b&gt;
Fino a un certo punto della mia vita  ho pensato di poter essere nomade, e di riuscire a vivere  oggi qua domani là, poi a mano a mano che passavano gli anni ho cominciato a sentire sempre più forte quel dolore dolce di nome nostalgia, che provano tutti coloro che hanno lasciato la loro terra dorigine, non importa se benigna o matrigna, e che spinge anche gli eroi più avventurosi, vedi Ulisse, a  cercare la via del ritorno. Ritorno che sarà sempre deludente, perché il luogo da cui si è partiti e che ci abita coi suoi odori, sapori, suoni, immagini, e soprattutto la sua lingua, è un desiderio, e  non troverà mai rispondenza in un luogo reale. 
LIrpinia, come molte realtà arcaiche, è rimasta quasi invariata per millenni, poi improvvisamente con la costruzione di strade e la diffusione capillare della televisione si è trovata esposta ai venti della modernità che in poco tempo hanno spazzato via saperi sedimentati nei secoli. 
Anche il territorio , bellissimo, è stato in parte devastato. Pale eoliche, discariche, case abusive disseminate ovunque , sono pustole di una peste che non si riesce ad arrestare.   
 
&lt;b&gt;Perché il mito è così presente nella tua produzione (penso a Fa così anche il lupo, Feltrinelli, 1993)? È stata unassimilazione che prevede una fuoriuscita spontanea o cè un tentativo di salvazione dello stesso?  Qual è la sua forza attrattiva?&lt;/b&gt;
Quando si scrive si pesca nel proprio vissuto. E il mio vissuto più profondo viene dagli anni trascorsi in Irpinia, la cui cultura non prevedeva una scissione tra il mondo reale e quello fantastico. Nella lingua che mi ha forgiato parole come ianara, scazzamurriello(gnomo), e tante altre, designavano oggetti reali, allo stesso modo di casa o albero. Ad essi venivano attribuite qualità e azioni.
La forza attrattiva del mito penso dipenda dal fatto che, seppure cancellato nelle sue forme esteriori, alberga dentro di noi sotto forma di archetipi che continuano a improntare le nostre  azioni più profonde. Noi ne riconosciamo la forza pur non conoscendone più il nome.
  
&lt;b&gt;Hai mai conosciuto una ianara? Se ne parlava, quando eri bambina o non la si nominava? Quali sensazioni ti ha trasmesso e cosa ti è rimasto?&lt;/b&gt;
In un paese come quello in cui sono vissuta, le ianare non erano figure fantastiche, ma reali. Io ne ho conosciute.  Mi hanno sempre affascinata. Vivevano ai margini, non rispettavano nessuna regola, si accoppiavano con chi volevano, erano sfrontate, non andavano in chiesa, sapevano guarire, facevano aborti.  Si diceva che di notte si accoppiassero con il diavolo. E anche questo per me era affascinante.

&lt;b&gt;Adelina, la protagonista, ha un destino segnato. Diventerà ianara come sua madre , come sua nonna. E sarà dannata. È per sfuggire a questa sorte che lascerà ogni cosa e vagherà per campi e paesi finchè arriverà al palazzo del conte. Lì diventerà lultima delle sguattere: «Fa tutto quello che le chiedono di fare senza mai pretendere niente da nessuno, fosse anche la più umile delle serve». Il personaggio colpisce per questa sua capacità di celare la sua eccezionalità sia di vissuto che di  sensibilità, adattandosi alla quotidianità di serva. &lt;/b&gt;
Adelina è un essere straordinario. Tutto ciò che interessa gli altri non la tocca. Può essere serva o padrona, indifferentemente. Lei è protesa verso un unico scopo, il compimento del suo nuovo destino, che la porterà per quarantanni ad essere la folle custode della follia del conte, in un palazzo abbandonato da tutti, dopo che un susseguirsi di morti tragiche hanno gettato su di esso lombra nera del maleficio. 

&lt;b&gt;Lo stile. So che procedi a cascata: scrivi, scrivi, scrivi, poi ritorni, tagli, correggi, rileggi in una estenuante lotta col testo. Quando capisci che è arrivata la compiutezza formale e non occorrono più ulteriori interventi?&lt;/b&gt;
Quando ritengo, e in questo posso naturalmente sbagliarmi, che ogni parola è strettamente necessaria e che tutta la costruzione è solida e senza sbavature. Questa consapevolezza, a volte, avviene allimprovviso. E mi sembra un miracolo che quella specie di foresta intricata in cui mi sono inoltrata durante la scrittura di un romanzo alla fine diventi un bosco ordinato con alberi , fiori, sassi, tutti ben visibili e delineati. Infatti quando scrivo vengo assalita non dallangoscia di che cosa dire, ma di cosa togliere dalle possibilità infinite che la pagina bianca offre. 

&lt;b&gt;L&apos;amore è vissuto come passione devastante o come dannazione: il conte e il suo tormento per una bambina selvatica, poi Adelina e lossessione per il conte.&lt;/b&gt; 
In effetti credo che uno dei temi fondamentali del romanzo sia lamore. Un amore devastante, appunto, che sconvolgerà le vite di coloro che saranno toccati da questo sentimento e li porterà alla follia.

&lt;b&gt;Ci riporti una citazione che dia unidea di questa devastazione?&lt;/b&gt;
La notte  ha voci che, di giorno, la luce rende mute. 
Adesso che più nessuno parla, sono le sole voci che Adelina ascolta.
Quando fa buio si stende sul giaciglio che ha sistemato accanto allenorme camino, in quella che un tempo era laffollata e rumorosa cucina, e aspetta. 
Sa che arriveranno. Che tenteranno di sfuggire al vento che le incalza senza sosta, cercando rifugio nei corridoi e nelle numerose stanze vuote del palazzo. 
Adelina non sa dove vanno. Se avrà una fine il loro andare. E non sa da dove vengono. Sa solo che appartengono ai morti.



</text_more></entry>
<entry id='3517' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3517' author_id='19' authored_on='20100613035428' basename='libert_a_parole' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100613035428' modified_on='20130320180607' ping_count='0' status='2' title='Libertà a parole' week_number='201024'><text>di &lt;b&gt;Alessandra Daniele&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Silenzio.JPG&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Silenzio.JPG&quot; width=&quot;238&quot; height=&quot;134&quot; border=&quot;0&quot;hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;- La Costituzione garantisce libertà di parola. - Esordìsce il ministro - Purtroppo però, nella sua obsoleta vaghezza, non specifica di &lt;i&gt;quale&lt;/i&gt; parola. Ciò ha consentito negli anni davvero tanti, troppi abusi. Il nostro governo ha deciso di porre fine a questa confusione, a questo lassismo, a questo inaccettabile vuoto legislativo indegno di un paese civile. La libertà di parole associate al crimine, cioè parole come corruzione, estorsione, pedofilia, tortura, non verrà più consentita.
- Cioè nessuno potrà più usarle? - chiede l&apos;inviato.</text><text_more>- Ne verrà permessa una modica quantità per uso privato - concede il ministro - ovviamente nessuna brava massaia verrà perseguita per aver detto nella cucina di casa sua &apos;&apos;lavare i piatti è una vera tortura&apos;&apos; - il ministro sorride alla telecamera - però l&apos;uso delle parole di chiaro stampo criminale sarà severamente vietato in tutti i luoghi pubblici, e naturalmente in tutte le pubblicazioni, le affissioni, e le trasmissioni.
- Compresi quindi giornali e Tg?
- Naturalmente. Il governo intende porre fine alle strumentali persecuzioni scandalistiche perpetrate dai media - il ministro s&apos;infervora - persecuzioni non certo effettuate nell&apos;interesse del cittadino, come si millanta. Non è di certe notizie che il cittadino ha bisogno, ma di altre davvero vicine ai suoi problemi e alle sue esigenze quotidiane: se farà caldo d&apos;estate, se farà freddo d&apos;inverno, se il gelato può essere considerato una colazione completa, se esistono impermeabili firmati anche per cani di grossa taglia.
- Quindi non sentiremo mai più certi termini?...
- E&apos; il nostro obiettivo. Anche nei film e nelle serie televisive saranno coperti da un bip in fase di doppiaggio.
- Quali sono le sanzioni previste per chi nomina uno dei reati suddetti?
- Le stesse previste per chi lo commette. Un&apos;idea in linea col nostro impegno per la Semplificazione - il ministro sorride compiaciuto - In caso le definizioni illegali alludessero alla criminalità organizzata, verrà applicata l&apos;aggravante per associazione di stampo mafioso.
- Il divieto riguarderà anche i magistrati?
- Certamente.
- E il fatto che dovranno perseguire reati di cui non possono più scrivere il nome non rischierà di rallentare la loro attività? - azzarda l&apos;inviato.
- Al contrario! - Sbotta il ministro in tono indignato - Con l&apos;abolizione dell&apos;obbligatorietà dell&apos;azione penale, i magistrati potranno smettere di perseguire quei reati, per concentrarsi finalmente su quelli che creano davvero allarme sociale: immigrazione, e ambulanza.
- Ambulanza?..
- Vendita ambulante.
- Quando entrerà in vigore la legge?
- Secondo la procedura d&apos;iperurgenza creata dal nostro governo per snellire l&apos;iter legislativo, è entrata in vigore proprio adesso, appena m&apos;è venuta in mente. La sua applicazione comincerà esattamente fra - guarda l&apos;orologio - tre...due..uno..
L&apos;inviato si gira verso la telecamera
- Da questo momento - annuncia - tutti i termini associati al crimine sono ufficialmente banditi. 
Un poliziotto gli strappa il microfono, e lo ammanetta.
- Perché?...Cos&apos;ho detto? - Chiede l&apos;inviato, basito.
- Quella parola - risponde il poliziotto - Secondo la lista appena consegnatami dal signor ministro, è illegale usarla in presenza del signor ministro, o di chiunque altro al governo.
- Quale parola?
- Banditi - dice il poliziotto. Il collega alla sua destra ammanetta anche lui.
Il ministro sogghigna.</text_more></entry>
<entry id='3518' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3518' author_id='4' authored_on='20100612044939' basename='rinviati_a_processo_i_detenuti_del_10_giugno_2009' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100612044939' modified_on='20100621225825' ping_count='0' status='2' title='Rinviati a processo i detenuti del 10 giugno 2009' week_number='201023'><text>dell&apos;&lt;b&gt;Assemblea contro il carcere e la repressione&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;AssembleaCarcereStriscione.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/AssembleaCarcereStriscione.jpg&quot; width=&quot;210&quot; height=&quot;158&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;[Ci eravamo già occupati di alcuni dei &quot;brigatisti potenziali&quot; arrestati il 10 giugno dell&apos;anno scorso: Manolo Morlacchi e Costantino Virgili (vedi &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2010/02/003359.html#003359&quot;&gt;qui&lt;/a&gt; e &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2010/04/003426.html#003426&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;), Bruno Bellomonte (vedi &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2010/05/003492.html#003492&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;). Quest&apos;ultimo non ha nemmeno potuto votare alle elezioni di Sassari, in cui era candidato sindaco per la lista &lt;a href=&quot;http://www.manca-indipendentzia.org/&quot;&gt;A Manca pro s&apos;Indipendentzia&lt;/a&gt; e ha ottenuto un migliaio di voti; in più, è stato &lt;a href=&quot;http://ilminatorerosso.blogspot.com/2010/05/elenco-primi-cento-firmatari-contro-il_29.html&quot;&gt;licenziato&lt;/a&gt; da Trenitalia, sebbene non colpito da sentenza definitiva. 
All&apos;udienza preliminare del 27 maggio tutti gli arrestati del 10 giugno 2009 sono stati rinviati a giudizio malgrado la fragilità delle prove a loro carico, cadute del tutto nella maggioranza dei casi. L&apos;Assemblea permanente contro il carcere e la repressione, nata a sostegno dei detenuti, ci manda due suoi interventi sul tema. Li pubblichiamo con piacere. Il nostro punto di vista è ovviamente diverso, almeno in parte: lo abbiamo esposto e lo esporremo con calma. Tuttavia nessuna voce dell&apos;antagonismo sociale, in un momento come questo, va tacitata.] (&lt;b&gt;V.E.&lt;/b&gt;)  </text><text_more>&lt;i&gt;Si può fare solo una cosa cioè far valere e sostenere con tutte le forze  
quello che nelle concrete situazioni sociali e politiche  
può condurre ad una società di uomini liberi. 
Se non si fa questo vuol dire che ci si rassegna 
a che luomo sia solo un pezzo di fango.&lt;/i&gt; 
J.P. Sartre 
 
La sequela di inchieste che si stanno succedendo in Italia con una scadenza ormai semestrale testimonia la volontà dello Stato di sconfiggere lopposizione manifesta a un sistema sociale ed economico che ormai non ha da offrire che razzismo, sottomissione e disgregazione, andando a punire condotte reali o potenziali in qualche modo lesive dello stato di cose presenti.  
Linchiesta del 10 Giugno perfettamente si inserisce in questo panorama come tutte le altre che vedono coinvolti rivoluzionari sia anarchici che comunisti.  
Quello che vogliamo ribadire è la nostra solidarietà ai compagni prigionieri in un percorso che, al di là delle sterili differenziazioni, senza vittimismo e commiserazione, sia capace di continuare e rafforzare le lotte nelle loro molteplici espressioni e modalità, e di sostenere quel filo che ci unisce ai compagni reclusi, che è lo stesso filo che unisce i compagni più esperti con quelli più giovani e volenterosi, tramandando la rivoluzione. Crediamo infatti che le lotte di questi compagni vadano tutte nel senso del rovesciamento di un dominio, di un intero sistema sociale, politico ed economico che ben conosciamo e tutto questo ci pone, noi e loro, dalla stessa parte della barricata.  
In questo scenario lunica solidarietà possibile è quella che si esprime come azione politica militante, è quella che dice agli arrestati che non sono dentro per nulla, che fuori non cè il vuoto pneumatico, ma ci siamo noi che continuiamo la loro e la nostra lotta, consapevoli del prezzo che viene e verrà fatto pagare ogniqualvolta qualcuno alzi la testa.  
È possibile sostenere i compagni prigionieri e dare prospettive alla nostra opposizione, arricchendola della coerenza, determinazione, dignità e coraggio di coloro che vengono colpiti dallo Stato, impedendo che spiragli di pratiche rivoluzionarie siano messi al bando.  
E se la politica e la lotta entrano nel carcere allora la reclusione, che ha il solo obiettivo di isolare e disgregare, è resa inutile.  
Solo affrontando la prigione da un punto di vista politico, e non con il codice di procedura penale in mano, le si dà la sua giusta dimensione, evitandoci anche di lottare inutilmente contro lobiettivo sbagliato, come succede a garantisti e democratici.  
Consideriamo quindi i nostri compagni semplicemente trasferiti in un altro settore di intervento.   
E se è vero che il carcere è funzionale al mantenimento dellordine dato, allontanando dalla vista le contraddizioni del sistema e imprigionando i rivoluzionari, sappiamo che esso, al pari di qualsiasi altro luogo di aggregazione e segregazione, può trasformarsi nel suo contrario e produrre rivoluzionari e liberazione, da George Jackson a tutte quelle forme di organizzazione politica e di rivolte che hanno attraversato lItalia dagli anni Settanta in poi.  
 
&lt;b&gt;Assemblea contro il carcere e la repressione&lt;/b&gt; 
assembleacontrolarepressione@gmail.com 
 
Per chi volesse scrivere ai prigionieri rivoluzionari detenuti nel carcere-confino di Catanzaro, lindirizzo è questo: Casa Circondariale 
Via Tre fontane 28 
88100 Siano (CT)

&lt;b&gt;Rinvio a giudizio per gli imputati del 10 giugno&lt;/b&gt; 
 
Il 27 maggio 2010 si è svolta ludienza preliminare che vede alla sbarra gli imputati dellinchiesta del 10 giugno. 
Il procuratore aggiunto Pietro Saviotti ha ottenuto il rinvio a giudizio per tutti gli otto compagni per partecipazione ad associazione terroristico-eversiva costituita in una banda armata denominata &lt;i&gt;Per il comunismo  Brigate Rosse&lt;/i&gt;; alcuni sono anche accusati di atto di terrorismo con ordigno esplosivo e micidiale alla caserma Vannucci della Folgore, a Livorno; detenzione e porto di un mortaio artigianale e di candelotti di esplosivo al fine di sovvertire lordinamento dello Stato; detenzione di armi. Le persone considerate offese nella richiesta del pm sono il presidente del Consiglio dei Ministri e il Ministro della Difesa. 
Il processo inizierà il 16 settembre 2010, presso il tribunale di Roma. 
Non ci stupisce questo esito che era scritto, come noto era già il fatto che la fermezza rivoluzionaria nel ventre della bestia si scontra inevitabilmente con il carcere. 
Non ci preme sapere se i nostri compagni abbiano fatto ciò che viene loro contestato perché sappiamo bene da che parte stare e siamo consapevoli che ribellarsi a questo sistema di sfruttamento significa scontrarsi con chi lavora unicamente per annientarci, nelle galere come nelle strade, il che fa scattare la logica intimidatoria e punitiva delle istituzioni democratiche. 
Ma la loro prigionia non induce a piegarci ed a rinunciare alla nostra identità politica autonoma rispetto ai modelli borghesi. 
Se lo Stato democratico pensa di difendersi a colpi di sentenze, è destinato a unamara delusione, perché la rivoluzione dice: &lt;i&gt;io ero, io sono e io sarò&lt;/i&gt;.  
Non ci sfuggono certo le difficoltà: oggettive, quelle dovute allattuale condizione politico-economica e alle violenze che la democrazia parlamentare si concede con il plauso dellopinione pubblica; e soprattutto soggettive, quelle legate allespressione del pensiero e della pratica rivoluzionari. 
I nostri attrezzi sono lunione, la determinazione e la lotta, gli unici di cui disponiamo, ma che sono anche più che sufficienti per ribaltare un meccanismo globale strutturalmente in agonia, perciò non ci lamentiamo. 
I ribelli di ieri e di oggi, e ovunque nel mondo, hanno affrontato condizioni ben peggiori per giungere infine alla vittoria. 
 
&lt;b&gt;LA RIVOLUZIONE E&apos; UN FIORE CHE NON MUORE&lt;/b&gt;

</text_more></entry>
<entry id='3519' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3519' author_id='4' authored_on='20100613035019' basename='sumerian_connection' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100613035019' modified_on='20100621225825' ping_count='0' status='2' title='Sumerian Connection' week_number='201024'><text>di &lt;b&gt;Danilo Arona&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Kerala.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Kerala.jpg&quot; width=&quot;210&quot; height=&quot;158&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Ho ricevuto parecchie mail dopo la pubblicazione de Il gufo alla finestra. Ne ho scelto una, che mi pare la più interessante, autorizzato a renderla pubblica dall&apos;amico che me l&apos;ha mandata. A me, che pure ci sono abituato, qualche brivido lo regala. Giudicate voi.

&lt;i&gt;Caro Danilo, 

ne La Luce Oscura parli spesso di vigilie. Beh, non ne parli apertamente, ma l&apos;allusione è ancora più efficace... vediamo se riesco a solleticare la tua curiosità: recentemente, ho avuto qualche contatto con un medium, che millantava contatti regolari con entità spiritiche, credo demoniache. Lui mi dice, un po&apos; sconvolto: Mi hanno detto che non si faranno vivi come prima da ora in poi..., e io chiedo: Perché?. Lui mi guarda strano e risponde: Hanno detto che sono molto occupati, si devono preparare alla battaglia di Har-magedon.&lt;/i&gt;</text><text_more>&lt;i&gt;Allora ho messo in relazione alcuni passi Biblici:  Daniele 10:13,20  ma il principe del reame di Persia mi si è opposto per 21 giorni, finché, ecco, Michele, uno dei primi principi, è venuto in mio aiuto... adesso tornerò a combattere contro il principe di Persia, poi uscirò e verrà anche il principe di Grecia.
Chi parla è un angelo, mandato al profeta Daniele per comunicare un messaggio importante; ma, perdiana, chi sono questi principi contro cui un angelo deve combattere?
Poi in Apocalisse 16:14,16 vengo a conoscenza del seguente elemento: ...sono espressioni ispirate da demoni, e vanno dai re dell&apos;intera terra abitata, per condurli alla guerra del gran giorno dell&apos;Iddio Onnipotente, ma attenzione al v.16: ...e li radunarono nel luogo che in ebraico è chiamato Har-Magedon...
Entità malvagie che controllano governi? Beh, i precedenti esistono:occultismo ed esoterismo alla base dell&apos;ideologia nazista, la presenza di veggenti a fianco di presidenti, dittatori e re. E, se prendiamo per buone le teorie rettiliane di David Icke, non esisterebbe governo al mondo che non abbia una sua controparte oscura. Lo scopo ultimo: condurre tutti i governanti del mondo verso Har-Magedon... la guerra finale?
Ma in tutto questo come ci entra il Sumer? Io una ipotesi ce l&apos;ho, e la ho formulata a seguito di alcune personali esperienze. A causa della mia attività mi sono trovato a volte in contatto con realtà esoteriche, il più delle volte maligne. Tieni presente che sono un razionale tendenzialmente scettico, e di conseguenza vaglio attentamente ciò che mi viene raccontato; il che vale anche, soprattutto,  per quel che mi sembra di percepire con i sensi, cercando sempre una spiegazione razionale come prima opzione. Eppure, dopo aver visto con i miei occhi un uomo espellere una entità spirituale maligna, e dopo avere avuto mia moglie posseduta da un&apos;altra entità maligna come conseguenza di un aspro confronto con una donna che sperimentava pittura medianica, ho approfondito la conoscenza e il modus operandi di queste entità definite demoni o spiriti malvagi per capire come proteggermi. Ho iniziato dall&apos;origine delle interazioni con esseri umani, per lo meno quelle documentate. Risalendo dal centro del voodoo africano, che è riconosciuto essere il Benin, ho interrogato &quot;herbalist&quot; o affini, che mi hanno concordemente svelato che le pratiche esoteriche da loro conosciute hanno avuto un&apos;origine chiara: l&apos;India. Notevole questa precisazione da parte di Africani avanti negli anni  e semianalfabeti. E in modo specifico il nome di un luogo era ricorrente nei loro discorsi: Kralah...
Kralah? Dove diavolo (mai interlocuzione è stata più appropriata...) si trova?  Kralah.... KERALA! sì, sud ovest dell&apos;India! Sotto, allora! Mi metto alla ricerca di fonti, ed entro in contatto con diversi esponenti della comunità di lingua Malayalam a Milano, provenienti dal Kerala. Interrogati loro mi indirizzano ad alcuni personaggi, riconosciuti &quot;potenti&quot; nella comunità. Una chiacchierata con loro mi riempie di informazioni: la conoscenza di pratiche occulte ha origini... CALDEE! 
Caldea, Babilonia, bassopiano di Sinar. Terra dei Sumeri.  Lo sapevo già. Nella mia ricerca Biblica, leggo in Genesi che l&apos;origine dell&apos;occultismo in opposizione al Dio di Noè e di Sem, Geova, viene da un personaggio chiamato Nimrod, il cui principio fu... Babele... (Ge, 10:8:10). Una ricerca comparata con miti Egiziani, Sumeri, Greci, ci permette di ricostruire la storia (cfr.&lt;/i&gt; The Two Babylons&lt;i&gt;). Ecco perché Sumer: l&apos;interazione con entità occulte prevalentemente malvagie ha questa origine, come sembrerebbe indicare sia la tradizione orale di stregoni, sia la mitologia comparata, sia la Bibbia...  Che dire dei poteri di tali entità? C&apos;è ancora parecchio da raccontare. Alla prossima.
Con stima
Mister Tony&lt;/i&gt;
 		 	   		
Al momento, attendendo che Mister Tony, mi faccia avere altri materiali, mi limito a condividere con voi qualche considerazione sullo stato del Kerala, che occupa in India meridionale una stretta striscia sulla costa sud-occidentale. E&apos; una regione che tutti descrivono come bellissima, un genuino paradiso tropicale con un&apos;altissima qualità di vita e un&apos;alfabetizzazione al 90%, dove i contrasti più impensabili convivono e si armonizzano nel sociale: politicamente di sinistra, con un riscontrabile quanto straordinario tasso di tolleranza religiosa reciproca (tra induisti, islamici e cristiani) e una produzione eccezionale di alimenti e spezie, il Kerala vede convivere al suo interno forme essenziali di razionalità e dimensioni oscure poco indagate. Nella roccaforte rossa del continente indiano si racconta che siano di casa demoni e fantasmi, con migliaia di malati mentali che si recano nel tempio di Chottanikkara, in cui si praticano esorcismi contro gli spiriti del male. Ma, aldilà di fenomenologie all&apos;apparenza sconfinanti nell&apos;antropologia e nel folklore, qui si verificano spesso e volentieri straordinari eventi che pongono più di una domanda. 
Nell&apos;estate nel 2001 e in quella del 2006 la regione fu sottoposta a un&apos;intensa e impressionante pioggia di colore rosso del tutto simile al sangue. Pare che la popolazione locale non si sia scomposta più di tanto perché abituata da decenni a piogge di diversa colorazione, tutte forse con la loro logica spiegazione. Le due citate però hanno scatenato ridde d&apos;ipotesi, smuovendo anche ambienti scientifici al di sopra di ogni sospetto di sensazionalismo.
Nel 2006 sulla rivista &lt;i&gt;Astrophysics and space science&lt;/i&gt; in un articolo intitolato &lt;i&gt;La pioggia rossa di Kerala e la sua possibile origine extraterrestre&lt;/i&gt;, Godfrey Louis, ordinario di fisica teorica ed applicata allUniversità Mahatma Gandhi, ha analizzato al microscopio e a diverse temperature campioni dellanomala pioggia, ipotizzando la presenza di organismi di origine extraterrestre. Incalzato dai giornalisti, Louis ha dichiarato: La caduta di materiale extraterrestre può essere spiegata se si ipotizza che allorigine della pioggia vi sia stata una piccola cometa che si è scontrata con il nostro pianeta, i cui frammenti sono precipitati nellatmosfera terrestre proprio sopra il Kerala. A sostegno di questa ipotesi vi è il fatto che poco prima della pioggia rossa del 2001 vennero udite delle esplosioni del tutto simili a quelle che producono le meteoriti quando esplodono nellatmosfera. Se lipotesi dovesse trovare conferma, secondo Louis, il corpo cometario che incrociò la Terra avrebbe dovuto possedere al suo interno almeno 50.000 chilogrammi di tale materiale.
Ma perché le piogge color sangue sembrano cadere solo sul Kerala?
Altre ipotesi si sono affacciate ad affiancare questa di Louis. Tra le varie: esperimenti lì effettuati tramite le famigerate scie chimiche, spore di alghe risucchiate dal mare da sistemi ventosi, polveri provenienti dal deserto dell&apos;Arabia, presenza nell&apos;altitudine di sangue di mammifero (magari un grande stormo di  pipistrelli uccisi negli strati alti da una meteora) e combustione incompleta dei rifiuti chimici nella zona industriale di Eloor.
Tutte queste ipotesi, che vanno onestamente citate e prese in considerazione, non tolgono comunque un milligrammo al clima magico che si respira in Kerala, nonostante il materialismo storico sia al potere. Ma ci sono elementi, concreti per quanto da approfondire, che si spingono oltre e ben si saldano con le suggestioni proposte da Mister Tony: nello stato del Kerala sono tuttora ben vigenti due culti a metà strada tra l&apos;esoterismo e la religione, quello dei Rettili e quello cosiddetto degli Specchi. Chiunque abbia investigato sulle forme magiche dell&apos;antica Sumeria sa che culti analoghi erano colà ben presenti e che caratteristiche rettiliane di antichi visitatori del Sumer sono state ampiamente descritte in numerose tavolette d&apos;argilla. Inoltre numerosi linguisti e archeologi hanno a più riprese evidenziato fortissime analogie tra l&apos;antica lingua sumerica e il Malayalam, la lingua che tutt&apos;oggi si parla nel Kerala (e a Milano...).
Chissà se mister Tony ha qualcosa da aggiungere...


Nella foto a corredo: una presunta apparizione di un fantasma fotografata in Kerala.


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<entry id='3520' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3520' author_id='4' authored_on='20100702210212' basename='due_libri_uno_sfondo' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100702210212' modified_on='20100705235858' ping_count='0' status='2' title='Due libri, uno sfondo' week_number='201026'><text>di &lt;b&gt;Marilù Oliva&lt;/b&gt;

Due libri, uno stesso tema affrontato diversamente: &lt;b&gt;Il profumo della cannella &lt;/b&gt;e &lt;b&gt;Amori senza diritti, storie di coppie omosessuali con figli&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;cannella.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/cannella.jpg&quot; width=&quot;109&quot; height=&quot;160&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;È un romanzo di passioni in notturno Il profumo della cannella (Castelvecchi, collana Narrativa, 2010, euro 15) di Samar Yazbek, autrice siriana classe 1970, già studiosa di letteratura araba poi giornalista e sceneggiatrice. La vicenda ruota attorno a due protagoniste, due mondi contrapposti che si rispecchiano negli spazi dorigine: i quartieri poveri di Alia, cameriera conturbante, e le zone alte della sua ricca padrona, Hanan Al Hashemi.</text><text_more>Il libro comincia con un tradimento, quando la signora scopre la sua serva Alia, compagna di mille notti allinsegna dei sensi, strusciarsi sul corpo nudo di suo marito. Adirata la caccia di casa e la conseguenza di questo gesto scandisce la successione temporale dei diciotto capitoli, con un presente alternato a flashback. I ricordi sono le parti più intense, le donne hanno trascorsi diversi ma convergenti verso il medesimo diniego della figura maschile, sia che questa svapori nella debolezza flaccida del marito di Hanan, sia che si demonizzi nellautoritarismo bieco e selvaggio del padre di Alia. 
Prima che il tradimento svelato faccia precipitare i loro destini, quando ancora le ombre le proteggevano sotto lo stesso tetto, le protagoniste si svestivano nel segreto delle stanze padronali, liberandosi dei veli e dellesteriorità, palesandosi nella più scandalosa essenza, anche se la signora non si denudava mai del tutto: Era impossibile sapere cosa nascondesse al suo interno quella donna, capire cosa le facesse indossare ogni volta maschere diverse, maschere mostruose che terrorizzavano Alia anche in sogno. Hanan sembrava posseduta da un demonio: nel letto era unaltra persona, diventava una ragazzina dagli occhi sognanti che brillavano come stelle, con le membra rilassate era una bimba obbediente in balia delle mani di Alia. Hanan conosceva bene la sua cameriera, laveva accolta quando questa era poco più che una bambina, le aveva insegnato a pulire, a lavare, laveva edotta al piacere in lunghe sedute estenuanti mentre in sottofondo ambienti dun oriente contemporaneo si attenuavano tra i vapori dell hammam e gli odori damasceni: Le dita provocano piaceri diversi. Le tue sono esili e ruvide, ma sono belle. Conosci le mie dita? Si esauriscono là dove ha inizio la passione. Quando crescerai, capirai comè possibile essere sola nel mezzo del piacere.
Il profumo della cannella è la metafora del piacere al femminile: i bastoncini aromatici immersi nel tè, le atmosfere nebulose dattesa e di abbandono estatico. Lo stile delicato, a tratti fiabesco, i vissuti rivisitati con la sfumatura della memoria, lerotismo diffuso e mai direttamente esploso, conferiscono al romanzo un morbido andamento ondulare.


&lt;img alt=&quot;amori diritti.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/amori diritti.jpg&quot; width=&quot;105&quot; height=&quot;150&quot; border=&quot;0&quot; /hspace=4 vspace=2 align=left &gt;Prima di scrivere Amori senza diritti, storie di coppie omosessuali con figli, (Zona Editore, collana storie Vere, 2010, euro 15), Mimma Scigliano, giornalista, collaboratrice freelance del settore comunicazione e addetto stampa, ha raccolto testimonianze di coppie omosessuali che hanno deciso di portare avanti lo status di una famiglia intesa come &quot;nucleo composto da persone che si amano. Persone che, al di là di ostruzionismi burocratici, intoppi moralistici e pregiudizi, hanno progettato una vita in comune, un futuro e, soprattutto, dei figli. E il progetto  grazie alla fatica e alla dedizione -  è andato in molti casi a buon fine: In Italia i figli di coppie omosessuali sarebbero circa centomila. Sono genitori un gay o una lesbica su 20, e almeno il 50% delle coppie omosessuali vorrebbe un bambino. Una  realtà che questo libro ci aiuta ad avvicinare e conoscere, oltre ogni pregiudizio e tabù.
Lopera è divisa in due parti più un epilogo: la più corposa è la prima, in cui si susseguono otto storie reali, tra cui quella di Lili e Stella, che oggi vivono con la loro bimba. Seguono Laura e Marilena, la prima portiere e la seconda centrocampista di calcio femminile, mamme del piccolo Flavio. E Massimo e Giovanni, approdati fino in California per diventare padri di due gemelli. Luca e Francescopaolo, ancora in attesa. E così altre coppie gay, ciascuna col carico di rifiuti ricevuti e con la lunga lista di ostacoli superati, nonché con gli interrogativi su un futuro privo di diritti, come spiega Ilaria, compagna di Antonella: &quot;Le nostre famiglie sono diverse perché non sono riconosciute dallo Stato italiano. Le conseguenze negative di questo fatto sono diverse, ma la peggiore è che se io dovessi morire, io che sono mamma biologica di nostra figlia, nessuno ci può garantire che nostra figlia sia affidata all&apos;altra sua mamma. Questo significa che se nostra figlia dovesse perdere me, rischierebbe di perdere anche l&apos;altra sua mamma.&quot;
</text_more></entry>
<entry id='3521' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3521' author_id='2' authored_on='20100615040103' basename='la_sua_battaglia_il_dottor_cru' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100615040103' modified_on='20100621235337' ping_count='1' status='2' title='LA SUA BATTAGLIA. Il dottor Cruciani, l&apos;impunito Battisti e le menzogne del culturame' week_number='201024'><text>della &lt;b&gt;Redazione di Carmilla&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;GiuseppeCruciani.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/GiuseppeCruciani.jpg&quot; width=&quot;210&quot; height=&quot;201&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Un intero libro contro Carmilla! (1) Accidenti, che onore! Noi, secondo lautore (il dottor Giuseppe Cruciani, titolare della rubrica La Zanzara su Radio 24, collaboratore di Panorama e di La 7), saremmo una lobby di inaudita potenza, capace di mobilitare fior di intellettuali di destra e di sinistra (da Erri De Luca a Tiziano Scarpa a Marco Müller, da Bernard Henri-Lévy a Philippe Sollers a Gabriel Garcîa-Márquez) in giro per il mondo. Il tutto a partire dalla lista della vergogna, cioè dalla nostra raccolta di firme (del 2004) a sostegno di Cesare Battisti.  Uno spietato assassino responsabile di tre, anzi quattro delitti trentanni fa, oggi titolare di una vita agiata in una prigione brasiliana.
Come mai, disponendo di simile potere, lo avremmo usato non per cause più illustri (tipo la verità su Piazza Fontana, la riapertura dellinchiesta sulla morte di Pinelli, ecc.), bensì per appoggiare un oscuro portinaio della Rue Bleue, scrittore di romanzi in edizione economica, quasi sconosciuto in Italia? Come mai attorno a un criminale latitante si è mossa una fetta così consistente di culturame? Siamo grati al dottor Cruciani per avercelo spiegato.</text><text_more>Il culturame in questione (i nomi sono centinaia, inclusi il mite Beppe Sebaste o il moderato Sandro Provvisionato, conduttore Mediaset) vive accanto al caminetto nostalgie e fantasie feroci, ai limiti dellonirismo, degli anni Settanta e Ottanta. Si illude che esista ancora un mondo in cui lo scontro sociale non è mera formula, in cui la stratificazione in classi sussista intatta, in cui poteri incontrollabili politico-economico-criminali pratichino larbitrio ed esercitino una selezione per censo. Il dottor Cruciani, saggiamente, censura tale atteggiamento disfattista e antistatuale, che non prende atto di come va il mondo.  Lo chiama disprezzo per lo Stato, accusa chi lo coltiva di istinti psicotici. Ha ragione. Cera da affidarsi a occhi bendati a una democrazia che non era che una sequela di prepotenze palesi e occulte. Collusioni tra Stato e mafia, stragi protette o istigate da segmenti degli apparati di difesa, condizionamenti internazionali, corruzione a ogni livello. Più tardi si è saputo dellesistenza di Stay Behind (Gladio) e della P2. Ancora più tardi lintera classe politica del periodo postbellico è sparita dalle scene: chi in prigione, chi in esilio, chi in un sordido riciclaggio sotto nuove sigle. Ma il dottor Cruciani ci spiega che quella  definita nell 88 lo Stato del ricatto,  da un noto eversore quale Gherardo Colombo - era una democrazia perfetta, quanto lattuale. Ha senzaltro ragione. Invece ha torto marcio chi dice che, a quel tempo, qualcosa non andava, e non va tuttora.

Specialmente per quanto riguarda i processi per terrorismo vero o supposto della fine degli anni Settanta e dei primi anni Ottanta. Non quelli alle BR, che fanno storia a sé, ma quelli intitolati Torregiani, Tobagi, 7 Aprile. Maratone giudiziarie in cui, spesso, chi aveva commesso i crimini peggiori se la cavava con pochi anni di prigione, grazie al pentimento o alla dissociazione, oppure non veniva neppure indagato (vedi il caso Tobagi); mentre chi cadeva sotto i colpi del pentitismo si trovava sottoposto a pene smisurate. Il dottor Cruciani omette di soffermarvisi, ma avrebbe dovuto iscrivere nei ranghi del sovversivismo anche Amnesty International, che per due volte richiamò lItalia per via dei suoi processi demergenza, anche in rapporto al caso Torregiani; il giurista Italo Mereu, che in un saggio famoso più volte ristampato, &lt;i&gt;Storia dellintolleranza in Europa&lt;/i&gt; (Bompiani), mise a confronto le procedure emergenziali italiane con quelle dellInquisizione (Cruciani: Come si fa a discutere seriamente con chi sostiene per esempio che il reato di concorso morale in omicidio sia ispirato direttamente alle procedure dellInquisizione?, p. 143); magistrati democratici, come Amedeo Santosuosso, che si ribellarono al tipo di legislazione che dovevano imporre, e pagarono il loro gesto con ostacoli alla carriera. Invece il dottor Cruciani santifica opportunamente la figura del pentito (lo strumento dei pentiti, comunque lo si voglia giudicare, si rivelò fondamentale, p. 142), di cui resta esponente emblematico Carlo Fioroni. Il quale, probabilmente, disse un sacco di balle (vedi &lt;a href=&quot;http://www.ibs.it/code/9788862220491/beccaria-antonella/pentiti-di-niente-il.html&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;), ma sicuramente lo fece a fin di bene.

Circa un quarto del libro del dottor Cruciani è dedicato a invettive moralistiche largamente condivisibili contro gli intellettualoidi che dimenticano la pietà umana (sentimento che lo stesso Cruciani non pare estendere alle recenti vittime della &lt;a href=&quot;http://antizanzara.blogspot.com/2010/06/accecato-dalle-stelle-di-davide.html&quot;&gt;Freedom Flotilla&lt;/a&gt;) in nome della rivoluzione da farsi in salotto, raggruppati attorno al serial killer Cesare Battisti. Quegli intellettuali sono finalmente denunciati uno per uno e inchiodati alle loro pazzesche responsabilità. E vero che, ogni volta che cita qualcuno di quegli scrittori, poeti, cineasti, il dottor Cruciani pare avere attinto, per le notizie biografiche, da Wikipedia; è vero che suona un po sconcertante udire definire Erri De Luca un &lt;i&gt;bestsellerista&lt;/i&gt;, cioè uno che vende centinaia di migliaia di copie (p. 71), quasi fosse Fabio Volo o Federico Moccia; è vero che colpisce trovare Massimo Carlotto inchiodato, ancora una volta, a un ipotetico delitto in cui ormai non crede più nessuno. Ma non si può pretendere che il dottor Cruciani, preso dalle sue attività radiofoniche e adesso anche investigative, legga dei libri.
Terminato il suo excursus enciclopedico, attraverso vari paesi europei e due continenti (tanti sono i sostenitori-fiancheggiatori di Battisti nel mondo), Cruciani termina enunciando unamara verità: Se andiamo a guardare bene, sono gli stessi nomi, gli stessi intellettuali che qualche anno più tardi avrebbero gridato allo scandalo per larresto in Svizzera del regista franco-polacco Roman Polanski (p. 156).
In verità, come Carmilla non ci siamo mai occupati di Polanski, però, chissà, potrebbe essere.

Provvisoriamente conclusa la sua requisitoria iniziale, il dottor Cruciani entra nel merito del caso Battisti. Avevamo sostenuto che contro Cesare Battisti esistevano solo le deposizioni di pentiti e dissociati. Cruciani ci smentisce clamorosamente e stabilisce la verità: contro Battisti esistevano solo le deposizioni di pentiti e dissociati. Più, va detto, voci raccolte da un paio di amanti tradite. Le quali ricevono un curioso trattamento. Se la testimonianza era a favore degli imputati, Cruciani cita un giudice secondo il quale, con la disinvoltura sessuale regnante negli anni Settanta, il tradimento non poteva essere movente per una confessione (p. 144); mentre lo ridiventa se la deposizione è a sfavore di Battisti.
Il pentito principale si chiama Pietro Mutti. E vero che tante volte si contraddice, ritratta, modifica. Il dottor Cruciani, con esemplare onestà, si guarda dal negarlo. Anzi, con felice intuito, giudica tale circostanza un sostegno alla verità. (Daltronde anche i pentiti, così massacrati dai terroristi di tutto il mondo, sono esseri umani. Dunque gli errori di memoria, invece di squalificare definitivamente una persona, potrebbero persino essere indice di sincerità, p. 126). Con simile premessa, il piatto è servito, e vale  a ben vedere  per tutti i pentiti della Storia.

Successivamente, il dottor Cruciani si addentra nella ricostruzione della trista epopea di Cesare Battisti, a partire dal delitto Torregiani, ma non prima di averci inchiodato allo sporco trucco da noi escogitato, evocato fin dalle prime pagine del libro e richiamato infinite volte in seguito. Quale trucco? Avere detto che Cesare Battisti non aveva potuto essere lesecutore materiale dellomicidio Torregiani e di quello Sabbadin, avvenuti lo stesso giorno quasi alla stessa ora, luno a Milano e laltro nei dintorni di Udine. Cruciani ci accusa non a torto di fare il gioco delle tre carte, visto che nel caso Torregiani Battisti fu individuato quale organizzatore e nel caso Sabbadin quale esecutore.
Il dottor Cruciani, che non ha tempo per leggere, non ha notato una nostra &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2009/02/002937.html#002937&quot;&gt;risposta recente&lt;/a&gt; a un suo collega di Panorama, Giacomo Amadori:
Amadori sembra ignorare che, ormai da quattro anni a questa parte, e anche in questi giorni, tutti i media che contano, in Italia, in Francia e adesso in Brasile, seguitano a presentare Battisti come luccisore materiale di Pierluigi Torregiani e il feritore del figlio Alberto. Incluso lo stesso Panorama, il settimanale su cui scrive Amadori, in un articolo di Giuliano Ferrara del 15 marzo 2004 (si veda &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2004/03/000673.html#000673&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;; ma si dia unocchiata anche alle puntate successive, &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2004/03/000674.html#000674&quot;&gt;qui&lt;/a&gt; e &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2004/03/000676.html#000676&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;). () Chi conosce la verità non può che replicare che Battisti non può avere assassinato due persone contemporaneamente, a Milano e in un paesino del Veneto, alla stessa ora.
Ma il dottor Cruciani non deve scusarsi, anzi. La logica di un &lt;i&gt;instant book&lt;/i&gt; è quella che è, e lautore non è certo tenuto a documentarsi su tutto. Ci attribuisce ogni nequizia e a noi non resta che chinare il capo, davanti allindignazione dellillustre moralista. Ciò che non abbiamo commesso avremmo potuto ben commetterlo, data la nostra connaturata bassezza.

Nelle sue dettagliate ricostruzioni storiche  questa è storia, annuncia a un certo punto, e si intuisce che gli sono rimasti nella penna la maiuscola e lesclamativo  il dottor Cruciani dà rilievo a talune interpretazioni comunemente ritenute destituite di fondamento, e le allinea disinvoltamente alle altre per rafforzare i suoi assunti. Per esempio, cita una dichiarazione tardiva di Angelo Epaminonda, secondo il quale il rapinatore ucciso da Torregiani nel ristorante Transatlantico era un mafioso fatto giungere in aereo da Catania, al preciso scopo di derubare il gioielliere (pp. 53-54). Ora, suona un po improbabile che un delinquente intenzionato a svuotare una gioielleria vada a coglierne il titolare non in negozio, ma in un ristorante, e chieda di consegnare il portafoglio a lui e ad altri clienti. Il particolare inattendibile serve però alla causa generale di cui si fa banditore il dottor Cruciani, cioè dimostrare la meschinità di Battisti e compagni e, per traslazione, di chi difende il primo. Giustissimo. Se non il metodo, lo scopo.

Panorama, il settimanale che si onora della collaborazione del dottor Cruciani, ha opportunamente lodato lampia bibliografia che lo stesso Cruciani ha saputo raccogliere. Per essere precisi, non cè nessuna bibliografia, ma, in nota, un bel po di articoli di giornale e alcuni atti giudiziari. Facciamo notare, incidentalmente, una piccola lacuna. Il dottor Cruciani si interroga, per diverse pagine, sui moventi delluccisione del direttore del carcere di Udine Santoro. Del dissociato Arrigo Cavallina conosce un libro solo, dal titolo singolare: &lt;i&gt;La piccola tenda dazzurro che i prigionieri chiamano cielo&lt;/i&gt; (ed Ares, 2005). Se avesse letto anche un altro libro del Cavallina, &lt;i&gt;Distruggere il mostro&lt;/i&gt; (Librirossi, 1977), forse le ragioni dellattentato gli sarebbero state più chiare.
Perché ci soffermiamo su un dettaglio così insignificante? Perché i libri non letti (o letti ma non utilizzati?) dal dottor Cruciani sono un bel po. Se avesse conosciuto &lt;i&gt;La mappa perduta&lt;/i&gt; non avrebbe sbagliato per difetto il numero degli indagati per appartenenza ai Proletari Armati per il Comunismo, se avesse avuto tra le mani &lt;i&gt;Le torture affiorate&lt;/i&gt; si sarebbe interrogato meno sulle violenze nel corso dellistruttoria Torregiani (cui, a quanto pare, fu sottoposto persino Pietro Mutti, per sua stessa ammissione su... Panorama! 25 gennaio 2009, riquadro). I due libri sono stati pubblicati dalla casa editrice Sensibili alle Foglie nel 1994  con riedizione ampliata nel 2006  e nel 1998.
Soprattutto, alla bibliografia inesistente del dottor Cruciani manca il romanzo di Cesare Battisti &lt;i&gt;Le Cargo sentimental&lt;/i&gt; (Editions Losfeld, 2003). E ha fatto bene a ometterlo, perché altrimenti sarebbe stato difficile sostenere che Battisti non ha mai preso le distanze dalla lotta armata.

Non seguiremo il dottor Cruciani nelle ricostruzioni apparentemente puntigliose dei vari omicidi (tutte del tipo: il tale pentito ha sentito dire dal talaltro dissociato che...; oppure, lex amante di Battisti riferisce che lui le ha confidato...).  Questa nostra certo strumentale omissione deriva da un fatto: noi, come Carmilla, non abbiamo mai sostenuto, nemmeno nellappello della vergogna, che Battisti sia innocente. Abbiamo posto in dubbio la dinamica di alcuni delitti che gli sono attribuiti, ma se lo abbiamo difeso è per ragioni che con linnocenza non hanno nulla a che vedere.  Ne parleremo tra breve.
Invece saltiamo direttamente al capitolo 7 sulle incredibili menzogne di cui saremmo responsabili, che il dottor Cruciani stigmatizza con furore radiofonicamente rodato. Ci stendiamo dunque noi stessi sul lettino operatorio, ormai tanto privi di voce da non osare nemmeno chiedere pietà.
Vediamole, queste menzogne infami. Che poi, curiosamente, si riducono a una, o a una e mezza.

Il capitolo destinato a inchiodarci si apre con un assalto frontale alla casa editrice Derive Approdi, rea di avere pubblicato il libretto &lt;i&gt;Il caso Cesare Battisti: quello che i media non dicono&lt;/i&gt;. Sono due pagine di insulti, ben corroborate dal fatto che tra i fondatori figura il famigerato Franco Berardi, detto Bifo. Tanto per capirci, Berardi crede ancora nellutopia di un mondo ideale, un luogo che non sia dominato dalle leggi capitalistiche di mercato e dove possa realizzarsi il motto lavorare meno, lavorare tutti (p. 133). Mio Dio, che imbecille! (Bifo, naturalmente, non certo il dottor Cruciani).
Seguono altre pagine di insulti contro Serge Quadruppani. Cruciani non sa nemmeno in questo caso chi sia, visto che lo presenta, tra laltro, come collaboratore di Libération (un quotidiano che, per quanto ne sappiamo, Quadruppani detesta). Ma che importa? Uccidili tutti, Dio poi farà la sua scelta, diceva un pio vescovo, durante la crociata contro i catari.
Infine veniamo noi.

Colpevoli, anzitutto, di avere equivocato i contenuti e sbagliato, nellopuscolo &lt;i&gt;Il caso Cesare Battisti&lt;/i&gt;, la datazione di una lettera al Corriere della Sera del sostituto procuratore Armando Spataro, da noi fissata al gennaio 2008. Quellarticolo esiste davvero, ci avvisa Cruciani, solo che fu pubblicato dal Corriere il 23 febbraio 2009. Ciò suona un po strano, visto che il nostro libretto fu finito di stampare proprio nel febbraio 2009, e consegnato due mesi prima.
Che la svista sia invece dello Sherlock Holmes di Radio 24? Non sia mai. Come certi grandi criminali, tipo il dr. Mabuse, noi di Carmilla abbiamo doti paranormali e facoltà precognitive, e nemmeno ce ne rendiamo conto.
Comunque quella lettera esiste. Sta &lt;a href=&quot;http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&amp;currentArticle=KJIPF&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;. Spataro prima classifica Battisti tra gli &quot;organizzatori&quot;, poi chiede, retoricamente, se è giusto mandare libero chi ha &quot;giustiziato&quot; un macellaio e un gioielliere. Gioca ancora una volta sull&apos;equivoco. Ma è colpa di Carmilla lattribuire a un probo magistrato pessime intenzioni, e di ciò ci scusiamo.

Veniamo alla nostra incredibile menzogna. Abbiamo scritto, ne &lt;i&gt;Il caso Cesare Battisti&lt;/i&gt; e nelle nostre FAQ, che Pietro Mutti incolpò Battisti del delitto Sabbadin, poi, messo alle strette dalla confessione di Diego Giacomin, ritrattò, ammise la sua partecipazione e declassò il ruolo di Battisti da esecutore a complice.
In tutto lopuscolo, è uno dei rari passi corredato da una nota, perché ci limitiamo a riportare qualcosa di scritto da altri (nello specifico, un brano di Fred Vargas). Ciò non impedisce al dottor Cruciani di rovesciare addosso a noi, e non alla fonte, la sua giusta ira. Come andarono veramente i fatti? Mutti apprese in un secondo tempo che allomicidio di Sabbadin parteciparono  in due, Battisti e qualcun altro. Poi Giacomin, dissociato, confessò: era stato lui a sparare al macellaio. Non fece altri nomi. Una terza complice, condannata allergastolo e non menzionata da Mutti, vive oggi in Francia.
Cavolo, correggeremo, la svista (probabilmente voluta) è di gravità inaudita.

La mezza svista, anchessa voluta, è poi terribile. Abbiamo citato due brani in cui Pietro Mutti era stato costretto a ritrattare le sue deposizioni contro Battisti, di fronte allevidenza dei fatti. Li riferivamo a una sentenza del 1993. Sherlock Cruciani si trasforma nel mastino dei Baskerville e ci azzanna subito: le nostre citazioni non erano degli inquirenti, ma dei difensori! 
Noi ci eravamo limitati a riportare un passaggio della memoria presentata dagli avvocati di Battisti alla Corte di Strasburgo. Abbiamo avuto il torto, questa volta, di non indicarlo in nota. Ma le circostanze indicate erano false? No, erano vere, e risultate in sede dibattimentale. Per questo classifichiamo la faccenda come infame menzogna a metà.
Esistono altre nequizie che ci possano essere attribuite, nel capitolo destinato a crocefiggerci? No, il repertorio è esaurito.  Restano quelli che il volgo chiamerebbe sproloqui, e noi chiamiamo pensose riflessioni morali.

Due capitoli sono dedicati &lt;i&gt;en passant&lt;/i&gt; alla campagna per Battisti in Francia (i molti difensori del terrorista sono denigrati, i pochi oppositori  come lo storico Pierre Milza, laltro storico e autore di romanzi dappendice Max Gallo, ecc. onorati con lunghe citazioni) e in Brasile.
Terra di teste matte, per il dottor Cruciani. Dato che siamo un po stanchi di mulinare le braccia per difenderci, lo rinviamo a uno &lt;a href=&quot;http://www.ilponterivista.com/article_view.php?intId=108&quot;&gt;scritto&lt;/a&gt; di Luca Baiada apparso sulla rivista Il Ponte nel giugno 2009. Forse Tarso Genro non delirava, quando concesse lasilo a Battisti. Dallo scritto di Baiada, il dottor Cruciani potrebbe capire come si scrive un saggio di peso e ben documentato, se mai avesse bisogno di consigli.

Per la stessa stanchezza rinunciamo a esporre i motivi che ci hanno spinto (noi Carmilla, non i firmatari della lista della vergogna) a difendere Battisti. Il dottor Cruciani può trovarli elencati in un &lt;a href=&quot;http://www.rivistapaginauno.it/anni70.php&quot;&gt;articolo&lt;/a&gt; di giugno-settembre 2007 dello scrittore Walter G. Pozzi, direttore editoriale della rivista PaginaUno. Ripete nelle ultime righe la faccenda del delitto simultaneo, ma il resto dellargomentazione la facciamo nostra. 
Almeno in questo caso Cruciani ci sarà grato. Gli abbiamo fornito un altro nome da inserire nella lista del culturame da eliminare.                  

Giunti al termine della rassegna, ci pare di poter dire, molto rispettosamente, al dottor Cruciani: Va, va, povero untorello, non sarai tu quello che spianti Milano (a uso dello stesso Cruciani, specifichiamo che trattasi di una citazione da &lt;i&gt;I promessi sposi&lt;/i&gt;, di Alessandro Manzoni, noto scrittore ottocentesco lombardo, che ha una voce abbastanza ampia su Wikipedia). 
La prossima edizione del suo libro, se mai ce ne saranno, andrebbe rivista e un po snellita. Così comè, somiglia a una versione logorroica di un articolo di Luca Telese (curatore della collana in cui è uscito il saggio del dottor Cruciani). Si arriva in fondo e si ha limpressione di non avere letto  nulla.


(1) Giuseppe Cruciani, &lt;i&gt;Gli amici del terrorista. Chi protegge Cesare Battisti&lt;/i&gt;?, Sperling &amp; Kupfer, 2010, pp. 255,  17,00.

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della &lt;b&gt;Redazione di Carmilla&lt;/b&gt;&lt;img alt=&quot;Il professor Dal Lago&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/dal-lago.jpg&quot; width=&quot;203&quot; height=&quot;219&quot; border=&quot;0&quot; hspace=5 vspace=1 align=right /&gt;

«Qui a Berlusconia, tra fandonie e miti, tra spettri ed epifanie del Maligno, tra risentimenti e narcisismi è in corso da un pezzo una vera e propria guerra all&apos;intelligenza, dove ogni ragionamento di un qualche spessore è tacciato di sabotaggio o di spregio dell&apos;umore popolare». Così Marco Bascetta, difendendo la pubblicazione per &lt;i&gt;manifestolibri&lt;/i&gt; del libretto &lt;b&gt;Eroi di carta&lt;/b&gt; &lt;i&gt;[158 pp.,  18.00, dora in poi EdC]&lt;/i&gt;, stigmatizzava gli attacchi allautore, il professor Alessandro Dal Lago («La libertà negata di criticare Saviano», &lt;i&gt;manifesto&lt;/i&gt;, 30 maggio 2010). 
Lasciamo perdere il termine &quot;Berlusconia&quot;, usato in difesa di un libro che individua (non a torto) nella «personalizzazione e simbolizzazione» della politica sotto forma di un continuo referendum pro o contro Berlusconi «il segnale della vittoria strategica del berlusconismo» [EdC p. 148], e cerchiamo di capire dove stiano i risentiti e i narcisi, a quale intelligenza si dichiari guerra, e soprattutto come siano questi ragionamenti «di un qualche spessore».</text><text_more>&lt;i&gt;Eroi di carta&lt;/i&gt; è un libro la cui ambizione è inversamente proporzionale all&apos;agilità. In circa 150 pagine, dietro le quali viene dichiarata un&apos;opera di ricerca e studio di quasi tre anni, l&apos;autore si propone non solo di smitizzare e demistificare (&quot;desantificare&quot;, potremmo dire) il libro &lt;b&gt;Gomorra&lt;/b&gt; &lt;i&gt;[dora in poi G]&lt;/i&gt;, la figura del suo autore, e l&apos;intero movimento letterario «nazional-popolare» del quale &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt; è parte: vale a dire quel «cappello messo sopra correnti e autori che aspirano ad allargare la nicchia della narrativa &quot;di qualità&quot; o supposta tale» [EdC p. 149], e cioè il New Italian Epic: &lt;i&gt;Il caso Gomorra e altre epopee&lt;/i&gt; è infatti il sottotitolo del libro. 
Di più: in una lettera al &lt;i&gt;manifesto&lt;/i&gt;, il professor Dal Lago si attribuisce il merito di aver svelato, nella sua «ingenuità di sociologo che si immischia di letteratura», la formazione, alle spalle dell&apos;icona-Saviano, di «uno schieramento politico-culturale molto, molto consensuale che prepara il nostro futuro»: il che giustificherebbe il «putiferio» suscitato dal suo opuscolo. Per uno che diffida delle &lt;i&gt;detection&lt;/i&gt; e soprattutto dei Grandi Complotti, non è cosa da poco &lt;a href=&quot;#1&quot;&gt;[1]&lt;/a&gt;.
È un fatto che questo libretto abbia ricevuto molte critiche. Alcuni lo hanno criticato senza averlo letto, altri (&lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.robertosaviano.it/rassegna/perche-saviano-non-e-un-eroe-di-carta/&quot;&gt;Adriano Sofri&lt;/a&gt;, &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2010/06/13/non-prendiamocela-con-una-fiaccola-nel-buio-%E2%80%93-di-severino-cesari/&quot;&gt;Severino Cesari&lt;/a&gt;, &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.nazioneindiana.com/2010/06/14/carta-canta/&quot;&gt;Helena Janeczek&lt;/a&gt;) con argomenti puntuali e precisi. Noi di &lt;i&gt;Carmilla&lt;/i&gt;, che certo non siamo sospettabili di simpatie per il presunto &quot;partito &lt;i&gt;Repubblica-Lespresso&lt;/i&gt;&quot; (o per altri cosiddetti &quot;giornali-partito&quot;), lo abbiamo letto con molta attenzione (come avevamo letto con molta attenzione &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt;), rimanendo talvolta stupiti per l&apos;incredibile sciatteria editoriale del testo &lt;a href=&quot;#2&quot;&gt;[2]&lt;/a&gt;, che fa il paio con la mancata verifica delle affermazioni dell&apos;autore: cosa che non ci saremmo mai aspettati da una casa editrice piccola ma combattiva come &lt;i&gt;manifestolibri&lt;/i&gt;.


&lt;b&gt;0. INTRODUZIONE: LA VERITÀ ESISTE, E ANCHE LA MENZOGNA &lt;i&gt;(Load up on guns and bring your friends)&lt;/i&gt;&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;dallago2.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/dallago2.gif&quot; width=&quot;173&quot; height=&quot;130&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;La tesi di fondo del professor Dal Lago è che il «dispositivo &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt;» sia «una macchina-di-scrittura che produce un certo effetto di verità» basata su «un dispositivo narrativo a tre prime persone» - l&apos;io narrante, l&apos;autore e il «Saviano in carne e ossa»)  «che vincola il lettore proprio in virtù dell&apos;ambivalenza della narrazione» [EdC p. 36]: «Quasi ad ogni pagina, un lettore ingenuo potrà chiedersi: &quot;Ma sarà proprio successo? Sarà proprio vero?&quot;. Al che la trinità risponderà: &quot;lo dico io!&quot;» [EdC p. 32]. 
A produrre questo &lt;i&gt;effetto di verità&lt;/i&gt; sarebbero le «capriole dell&apos;io narrante» che con un abile gioco delle tre carte illude il lettore (che, non dimentichiamolo, è presupposto ingenuo: non ha ancora letto il professor Dal Lago) confonde la rappresentazione con la realtà rappresentata [EdC p. 41].
Non c&apos;è bisogno di ammiccare, come il  professor Dal Lago fa, a Montaigne e Foucault per sapere che ciò che chiamiamo &quot;verità&quot;  &lt;i&gt;ogni verità&lt;/i&gt;  è un &quot;effetto di verità&quot;. Il che non impediva a Michel Foucault di prendere posizioni politiche, firmare appelli, partecipare a manifestazioni radicali (o a Montaigne di sapere che lItalia esiste e ci si può fare un viaggio). Insomma, per dirla con Victor Serge &lt;a href=&quot;#3&quot;&gt;[3]&lt;/a&gt;: «nonostante tutto, la verità esiste».
Se la verità non esistesse non esisterebbe neanche la menzogna, e ogni affermazione sarebbe avvolta in una nube di indistinzione: verrebbe legittimato quel «regime della stronzata» che avvolge in un disordine simbolico ogni affermazione, facendola dipendere dall&apos;autorevolezza (presunta) di chi la afferma.
Ora, tra i differenti &quot;effetti di verità&quot; ce ne sono alcuni che sono &lt;i&gt;allo stato dei fatti&lt;/i&gt; indiscutibili e non richiedono particolari strategie per essere creduti, altri che richiedono un certo sforzo argomentativo e persuasivo, altri che necessitano di una vera e propria battaglia non solo retorica, ma pratica per essere creduti, o anche solo per poter essere affermati. Tre esempi: 
- che la terra giri attorno al sole è un &quot;effetto di verità&quot; che corrisponde di fatto a qualcosa che potremmo chiamare &quot;lo stato di cose esistente&quot; (non è una mera &quot;rappresentazione del reale&quot;): ma lo è per effetto della progressiva affermazione di una mentalità logico-scientifica che ha soppiantato quei &quot;giochi di verità&quot; che rendevano credibile (allinterno del complesso di corrispondenze e analogie astronomico-teologiche medievali) l&apos;ipotesi geocentrica. 
- che il vivente sia il prodotto di un&apos;evoluzione darwiniana era, fino a poco tempo fa, un effetto di verità paragonabile all&apos;affermazione di Copernico e Galilei: con tutta evidenza, oggi ci sono situazioni nelle quali questa affermazione richiede di essere argomentata, a fronte di nuovi tentativi di sovradeterminare la scienza con la fede. 
- che a Milano il 12 dicembre 1969 sia esplosa una bomba all&apos;interno di una banca è un &quot;effetto di verità&quot; che non richiede particolari sforzi per corrispondere al reale stato delle cose. Che questa bomba sia stata progettata e depositata dai militanti di un&apos;organizzazione neo-fascista di nome Ordine Nuovo è in primo luogo una &quot;verità storica&quot;, che da alcuni anni corrisponde a una &quot;verità giudiziaria&quot;: un &quot;effetto di verità&quot; che ha richiesto un lungo tempo per prevalere. Che dietro questa organizzazione ci sia stata una rete di servizi segreti, deviati o meno, circoli politici nazionali e internazionali, complicità, connivenze, ecc., è un &quot;effetto di verità&quot; che ancora oggi richiede un impegno politico e argomentativo da parte di chi lo afferma: quantomeno perché questa verità storica non è diventata, se non per singoli aspetti, una verità giudiziaria. Banalizzando: sappiamo i nomi delle vittime, il nome degli ideatori della bomba, non sappiamo &quot;ufficialmente&quot; (anche se crediamo di saperlo) il nome di chi ha depositato la bomba, non sappiamo i nomi (non tutti), ma solo l&apos;area di appartenenza politica, di chi ha mandato, o utilizzato, o lasciato fare a Ordine Nuovo.
&lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt; si situa all&apos;interno di un campo di forze di questo tipo: dove, per capirci, l&apos;esistenza della camorra, la sua rilevanza, la sua pericolosità richiede argomenti dimostrativi per essere accettata. Le prime inchieste di Roberto Saviano, pubblicate su &lt;i&gt;Nazione Indiana, manifesto, Diario&lt;/i&gt; tra il 2003 e il 2005 (citate da uno storico autorevole come &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.laterza.it/schedalibro.asp?isbn=9788842092599&quot;&gt;Francesco Barbagallo&lt;/a&gt;, di cui Saviano è stato allievo), denunciano delle verità storiche che non sono ancora rafforzate dal carattere di verità giudiziaria, tanto meno dal sentire della pubblica opinione. Nondimeno, ciò basta ai clan casalesi per mettere nel mirino il giovane cronista, la cui vita è minacciata ben prima della pubblicazione di &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt; (con buona pace di chi, come il professor Dal Lago, finge di non saperlo). Tra le prime inchieste e la pubblicazione del libro un fatto nuovo produce un rafforzamento dell&apos;effetto di verità delle parole di Roberto Saviano: la sentenza di primo grado del processo Spartacus. Dopo l&apos;uscita di &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt;, la sentenza di secondo grado, la conclusione di altri processi e l&apos;attenzione della grande stampa sui clan di Casal di Principe rafforzano ulteriormente questo effetto di verità. Saviano descrive già la faida di Forcella e denuncia il ruolo di Salvatore Giuliano all&apos;origine dellassassinio di Annalisa Durante in un&apos;inchiesta giornalistica nel 2004 («La brillante carriera del giovane di sistema», &lt;i&gt;manifesto&lt;/i&gt;, 23 ottobre 2004), cosa che gli richiede una certa prudenza argomentativa; gli stessi fatti, all&apos;interno di &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt;, possono essere narrati in modo più esplicito &lt;a href=&quot;#4&quot;&gt;[4]&lt;/a&gt;. In mezzo ci stanno il processo per la morte di Annalisa, la condanna per omicidio di Salvatore Giuliano (novembre 2005) e le minacce al giornalista &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.pandoratv.it/mafie,CA1,4/Fare-il-giornalista-a-Napoli,A1,65.html&quot;&gt;Arnaldo Capezzuto&lt;/a&gt; &lt;a href=&quot;#5&quot;&gt;[5]&lt;/a&gt;.
La costruzione delleffetto di verità di &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt; non è dunque del tipo «È vero perché lo dico io»: non più di quanto sia vero che la terra ruota attorno al sole perché lo dice Galileo, o che il Lager di Auschwitz sia esistito perché lo dice Primo Levi, o che il Diario di Anne Frank sia autentico perché lo dice il padre di Anne. L&apos;assenso alle affermazioni di &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt; ha gli stessi tempi e le stesse modalità della pretesa di verità di ogni inchiesta, o contro-inchiesta &lt;a href=&quot;#6&quot;&gt;[6]&lt;/a&gt;: ne sono garanti in prima battuta le stesse testate che le ospitano, e poi, a cerchi sempre più larghi, i diversi strati di verità (verità politica, storica, giudiziaria, di ragione e fattuale) che vengono via via conseguiti. In altri termini, non perché lo dice «lautore di &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt;», ma perché lo dicono (oggi) le sentenze del processo Spartacus, autorevoli libri di storia, i diversi magistrati che in queste inchieste si sono impegnati, un numero crescente di giornalisti che hanno indagato e scritto sull&apos;argomento &lt;a href=&quot;#7&quot;&gt;[7]&lt;/a&gt;, fino alla conquista dellopinione pubblica.
Ma ancora: la forza non solo persuasiva, ma veritativa delle parole di &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt; sta nell&apos;inserzione dei singoli particolari in reti sempre più ampie e complesse di fatti. Nella capacità di cogliere il particolare all&apos;interno di una sempre più ampia e generale comprensione. Così la presunta &quot;leggenda metropolitana&quot; del container pieno di cadaveri cinesi trova la propria plausibilità e ragionevolezza nell&apos;essere non una singola e isolata affermazione, ma parte di una ricostruzione a tutto tondo del porto di Napoli, dei traffici che esso contiene, e del ruolo della criminalità cinese, che ha trovato e trova numerose conferme nelle inchieste sul porto di Napoli e sugli import-export illegali tra Napoli e Cina, nonché nei trattati bilaterali di commercio Italia-Cina &lt;a href=&quot;#8&quot;&gt;[8]&lt;/a&gt;.
Il professor Dal Lago accusa l&apos;autore di &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt; di violare un patto implicito tra autore e lettore: «il lettore &lt;i&gt;dovrebbe&lt;/i&gt; sapere se si sta muovendo in una realtà di carta o nellombreggiatura su carta della realtà» [EdC p. 35]. Nel primo caso si tratterebbe di «mera &lt;i&gt;fiction&lt;/i&gt;», nella seconda di «&lt;i&gt;docufiction&lt;/i&gt; (una storia vera e &quot;scrupolosamente documentata&quot; ecc. anche se romanzata)»: nel caso di &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt;, invece, si tratterebbe di «&lt;i&gt;docu/fiction&lt;/i&gt;, ovvero narrazione &quot;a piega&quot; in cui finzione letteraria e finzione documentaria si implicano, a ogni pagina, direi a ogni riga» [EdC p. 36]. E qui il lettore, che il professor Dal Lago suppone (o auspica) ingenuo, dovrebbe avere la buona creanza di non accorgersi che nel neologismo ottenuto con una crasi tra &lt;i&gt;fiction&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;docufiction&lt;/i&gt; (un atto di poiesi linguistica che lo stesso professore nega allautore di &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt;) &lt;a href=&quot;#9&quot;&gt;[9]&lt;/a&gt;, la «finzione documentaria» prende il posto della «scrupolosa documentazione» prima ancora che questa documentazione sia svelata dall&apos;acuto investigatore come &lt;i&gt;fiction&lt;/i&gt;. 
Però, con buona pace del professore e delle sue antiquate categorie classificatorie, è vero: in &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt; i due livelli si confondono. Contro certa letteratura che «sembra fare tarantelle intorno alle questioni centrali del nostro vivere», l&apos;autore di &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt; dichiara: «tutto sommato non mi interessa far evadere il lettore. Mi interessa invaderlo. E mi interessa la letteratura più simile al morso di vipera che ad un acquarello di fantasie. Arrovellarsi sui territori delle definizioni di ciò che è letterario e di ciò che non lo è, tra combattimenti di accademici e filologi, ruzzolando nell&apos;aia degli scrittori, può essere un&apos;attività infinita senza soluzione alcuna». In fin dei conti, afferma Saviano citando Céline, «Ci sono solo due modi di fare letteratura [:] Fare letteratura o costruire spilli per inculare le mosche» («Se lo scrittore morde», &lt;i&gt;Repubblica&lt;/i&gt;, 3 maggio 2007).


&lt;b&gt;1. LA PESTE, I CINESI DI MERDA E ALTRI FALSI D&apos;AUTORE &lt;i&gt;(Hello, hello, hello, how low?)&lt;/i&gt;&lt;/b&gt;

Lo ripetiamo: la verità, nonostante il professor Dal Lago, esiste. E la menzogna pure. In questo secondo paragrafo ci occuperemo di smontare le pretese confutazioni di questo &lt;i&gt;Lucarelli de noantri&lt;/i&gt;, parodia dellauto-parodia del Lucarelli di &lt;i&gt;Almost True&lt;/i&gt; &lt;a href=&quot;#10&quot;&gt;[10]&lt;/a&gt;.
&lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt; sarebbe pieno di falsi: l&apos;«io-narrante», «mentre filma a suo piacimento in primo piano o in campo lungo, in soggettiva o semi-soggettiva, facendo capriole a ogni pagina, ci fa credere di essere un testimone oculare, mentre è lo sceneggiatore e il regista  e non potrebbe essere altrimenti  di una rappresentazione» (EdC p. 42). Gli errori scoperti dal professor Dal Lago dimostrerebbero l&apos;inattendibilità del testimone oculare, una delle tre prime persone che compongono il complesso-Saviano. In seguito, queste decisive incongruenze sono state sminuite a «pagliuzze» (nel senso evangelico del termine: perché guardi la pagliuzza...) («Pagliuzze, travi ed eroi», &lt;i&gt;manifesto&lt;/i&gt;, 17 giugno 2010) dallo stesso professor Dal Lago, la cui destra investigatrice non sa cosa pensa la sinistra evangelica.&lt;img alt=&quot;AJolie01.jpeg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/AJolie01.jpeg&quot; width=&quot;149&quot; height=&quot;180&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
Come abbiamo visto, non è la semplice presenza del testimone oculare a sorreggere l&apos;effetto di verità di &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt;: ma è istruttivo occuparcene, non per passione verso le «considerazioni notarili», ma per gettare un po&apos; di luce sul metodo di lavoro dellautore di &lt;i&gt;Eroi di carta&lt;/i&gt;, al quale si attribuiscono «intelligenza» e «ragionamento di un qualche spessore».
A p. 50, il professor Dal Lago fa notare che il vestito di Angelina Jolie alla notte degli Oscar del 2004 non è un tailleur, come si dice in &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt; (p. 46). Infatti Dal Lago confonde gli Oscar del 2004 con quelli del 2001 &lt;i&gt;[a destra, i tre abiti indossati da Angelina Jolie le tre volte che ha partecipato agli Oscar]&lt;/i&gt;.
A p. 48 il professor Dal Lago cita un passo in cui l&apos;autore di &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt; parla delle flatulenze e del cattivo odore di due malavitosi cinesi (G p. 20): un passo di quattro righe sulle oltre 1.200 dei primi due capitoli. Il professor Dal Lago lascia però intendere che lo stile dell&apos;intero &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt; trasmette «un disgusto, in virtù del quale una certa umanità è vista alla stregua di materia fecale. Non le merci globalizzate, ovvero la merda cinese, sono al centro del primo capitolo, ma i cinesi di merda» (EdC pp. 48-49). «Cinesi di merda» è un&apos;espressione non di &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt;, ma del professor Dal Lago: che costruisce così l&apos;immagine di comodo di una riduzione all&apos;animalità, dunque implicitamente razzistica, dell&apos;Altro &lt;a href=&quot;#11&quot;&gt;[11]&lt;/a&gt;.
A rafforzare questa pretesa sovrabbondanza di materiale di basso registro, a p. 70 (nota 79) il professor Dal Lago afferma che «Quella dei succhi gastrici è unimmagine che torna spesso nei testi o nelle dichiarazioni di Saviano», mentre a p. 18 afferma che «Saviano ama sintetizzare quello che succede in Campania» con la parola &quot;peste&quot;, «che per me sa tanto di Curzio Malaparte». Falso: &quot;succhi gastrici&quot; compare una sola volta in &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt; (G p. 20), e due altre volte negli scritti successivi: solo tre volte in circa otto anni. E &quot;peste&quot;? In &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt; una sola volta, e non come «metafora grossolana», ma come «peste bubbonica», proprio nel senso della malattia; nel resto della produzione scritta altre tre volte, una come metafora («questa peste dei rifiuti») e altre due come sinonimo del cancro: mai, dunque, nel senso preteso dal professor Dal Lago &lt;a href=&quot;#12&quot;&gt;[12]&lt;/a&gt;.
Nel complimentarci col professor Dal Lago per l&apos;accuratezza delle sue schede di lettura e l&apos;acribia dei lettori delle «diverse stesure» del suo trattatello, veniamo all&apos;episodio dei &quot;Visitors&quot;. L&apos;autore di &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt; assiste alla scena in cui un camorrista prova su un gruppo di tossici la propria droga (G pp. 81-86). Il professor Dal Lago trova inverosimile che Saviano sia «visibile agli occhi dei Visitors, ma non a quelli di un delinquente in azione che si suppone all&apos;erta, per di più armato: misteri della testimonianza oculare» (EdC p. 55). Il mistero in realtà è creato dal professor Dal Lago con l&apos;accorta omissione, nel riassunto della scena, del passaggio in cui il camorrista, credendo morto il tossico che provava la droga, va via: «il tizio rientrò in auto dove l&apos;autista non aveva neanche per un secondo smesso di zompettare sul sedile ballando una musica...» (G p. 84). Non contento di aver falsificato il resoconto, il professor Dal Lago (EdC p. 55) rinfaccia all&apos;autore di &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt; di aver fatto indossare nella stessa scena al camorrista dapprima «scarpe sportive nuovissime» e poi «stivali» (G p. 83). &lt;img alt=&quot;minihogan-stivaletto.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/minihogan-stivaletto.jpg&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;102&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Senonché (lo ha osservato Severino Cesari) nel testo non ci sono «stivali», ma «stivaletti». E, con buona pace del professor Dal Lago, esistono scarpe sportive che hanno foggia di stivaletti: ad esempio le &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://img471.imageshack.us/img471/8782/denimnavyuo0.jpg&quot;&gt;Converse&lt;/a&gt;; ad esempio le Hogan &lt;i&gt;[a sinistra]&lt;/i&gt;, brand di cui la camorra è non solo consumatore, ma anche produttore &lt;a href=&quot;#13&quot;&gt;[13]&lt;/a&gt;.
Infine, a p. 46 il professor Dal Lago cita un discorso che Saviano ha (avrebbe, come vedremo) tenuto davanti agli studenti dell&apos;Onda. Di questo discorso viene riportato un estratto, dal quale sembra che Saviano esorti gli studenti a superare la divisione destra-sinistra, con riferimento agli scontri di piazza Navona (quando gli studenti dell&apos;Onda furono aggrediti dai fascisti). 
Prima perplessità: ci sono su YouTube spezzoni di quellincontro, conclusione compresa: è possibile che questo appello oltre la destra e la sinistra possa suscitare un&apos;ovazione da parte di un&apos;assemblea politicizzata? Il professor Dal Lago era lì? No, non c&apos;era. Si fida di unagenzia Adnkronos, e neanche di prima mano, ma ripresa da &lt;i&gt;Libero&lt;/i&gt;, peraltro riportata (misteri della lettura critica) con la data del 18 febbraio 2009 (EdC p. 113, nota 46). Ha fatto una qualche verifica, il professor Dal Lago, non foss&apos;altro che per verificare se &lt;i&gt;Libero&lt;/i&gt; riporta fedelmente l&apos;agenzia? Macché: ha citato di terza mano! Se si fosse preso la briga di fare uno straccio di controllo (ma con la data sbagliata come si fa?), avrebbe scoperto che non si trattava del discorso all&apos;Università, ma (come riportato dalle sue &quot;fonti&quot;) della discussione con Giannini al programma &lt;i&gt;Il terzo Anello&lt;/i&gt; su Radio3 del 16 dicembre 2008. Del quale è possibile &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-0a06efa0-4641-459f-a183-981d6ab62713.html?p=0&quot;&gt;ascoltare la registrazione&lt;/a&gt;, per effetto della quale le cose appaiono leggermente diverse (il passo citato è verso il 13° minuto; la conversazione è di circa mezz&apos;ora): 
- Saviano non dice «la battaglia sulla criminalità è una questione che, moralmente, viene prima di tutto», ma esattamente il contrario: «è una questione che &lt;b&gt;non&lt;/b&gt; viene prima di tutto» (nel senso che non è percepita come prioritaria). 
- Saviano dice, subito dopo il passo riportato da Adnkronos e &lt;i&gt;Libero&lt;/i&gt;, che alla &apos;ndrangheta le divisioni tra destra e sinistra non interessano più: interessa che non si parli di &apos;ndrangheta. 
Con una citazione monca, un&apos;omissione e il capovolgimento di una frase, il professor Dal Lago fa dire a Saviano tutto e il contrario di tutto!
Dopo di che, sia chiaro, a noi di &lt;i&gt;Carmilla&lt;/i&gt; la formula «né di destra né di sinistra» non piace, chiunque la faccia propria: ma vorremmo anche ricordare che in quei giorni a farla propria era, sulle pagine del &lt;i&gt;manifesto&lt;/i&gt;, Marco Bascetta &lt;i&gt;[foto in basso a destra]&lt;/i&gt;, tanto da suscitare le legittime proteste dell&apos;Onda e del movimento studentesco &lt;a href=&quot;#14&quot;&gt;[14]&lt;/a&gt;.


&lt;b&gt;2. LE STESSE COSE RITORNANO &lt;i&gt; (I found it hard, it was hard to find / Oh well, whatever, nevermind)&lt;/i&gt;&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Marco Bascetta&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/bascetta.jpg&quot; width=&quot;181&quot; height=&quot;168&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;«Aspetto fiducioso che qualcuno se la prenda con i miei argomenti e non con il fatto di aver scritto il libretto o magari con il suo titolo», scrive il professor Dal Lago in una lettera a &lt;i&gt;Repubblica&lt;/i&gt; (2 giugno 2010).
In realtà quello che il professor Dal Lago aveva da dire, lo aveva già detto il 23 novembre 2008 in un&apos;intervista su &lt;i&gt;Liberazione&lt;/i&gt;. Alla quale aveva subito &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2008/11/002859.html#002859&quot;&gt;risposto&lt;/a&gt; Girolamo De Michele, con un articolo pubblicato sullo stesso giornale e, in forma più ampia, su &lt;i&gt;Carmilla&lt;/i&gt; &lt;a href=&quot;#15&quot;&gt;[15]&lt;/a&gt;. A quell&apos;articolo Dal Lago si guardò bene dal rispondere, salvo inviare una stizzita lettera a &lt;i&gt;Liberazione&lt;/i&gt; (3 dicembre 2008): eppure, al di là dei toni polemici, l&apos;articolo (costruito utilizzando solo citazioni degli scritti di Saviano precedenti &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt;, a dimostrazione che &lt;i&gt;Gomorra non è uscito dal nulla&lt;/i&gt;) poneva delle questioni ben precise. Nel suo libretto il professor Dal Lago per due volte sfiora quelle obiezioni, liquidandole dapprima come «&lt;i&gt;querelle&lt;/i&gt; insignificante» (EdC p. 106) e poi riportandole con lo stile consueto dei &lt;i&gt;morceaux choisis&lt;/i&gt; (EdC p. 90), montando le parole iniziali con quelle finali per far credere al lettore che si tratti di una sequela di improperi, peraltro diretti unicamente sul solo professor Dal Lago, il cui ego ipertrofico spesso e volentieri &lt;i&gt;esorbita&lt;/i&gt; &lt;a href=&quot;#16&quot;&gt;[16]&lt;/a&gt;.
Riprendiamo qui quegli argomenti, che a loro volta riassumevano tre anni di interventi critici su &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt; apparsi su Carmilla.
&lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt; sarebbe incentrato sull&apos;ipertrofia di un io narrante uno-e-trino: falso. «&lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt; condivide gli strumenti linguistici del noir (la paratassi, il linguaggio cronachistico) per dar voce allinchiesta (allesperienza vissuta); ma ibrida questo linguaggio col tu impersonale per coinvolgere il lettore nella comunicazione di un&apos;esperienza potenziale, e infine usa l&apos;io dellesperienza diretta del narratore come una sorta di &lt;i&gt;experimentum crucis&lt;/i&gt; che salda i tre livelli nella complessità narrativa richiesta dalla complessità delloggetto narrato».
&lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt; parlerebbe di cose &quot;già note a tutti&quot;: falso. «&lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt; è un testo innovativo nel contenuto e nel metodo, connette in un disegno d&apos;insieme sparse membra di un disegno la cui interezza era sconosciuta alla pubblica opinione: guardare un outlet e vedervi una discarica abusiva; scoprire i segni evidenti della penetrazione camorristica non solo in Campania, ma nella grassa Emilia; trovare in una discarica abusiva le stigma della Lombardia, del Veneto, dellecologissima Toscana. Capire le relazioni tra il mercato cinese, il crollo del muro di Berlino, le carpe di mare che risalgono i fiumi campani, il boom edilizio: e raccordare tutto questo, &lt;i&gt;con un unico tratto&lt;/i&gt;, ai clan di Casal di Principe e Secondigliano». In &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt; sembra essere all&apos;opera lo stesso schema con quale, in &lt;b&gt;Verso un&apos;ecologia della mente&lt;/b&gt;, Gregory Bateson metteva in relazione guerra, devastazione dell&apos;ambiente e impoverimento della popolazione attraverso la perversa interazione tra &lt;i&gt;hybris&lt;/i&gt; e soluzione tecnica (qui potremmo dire: militare) del governo della popolazione &lt;a href=&quot;#17&quot;&gt;[17]&lt;/a&gt;.
Le dinamiche del &quot;sistema-camorra&quot; sono l&apos;esatto opposto della rappresentazione piramidale nella quale la camorra sarebbe il Male assoluto dal quale discenderebbe «tutto il male del mondo» (EdC p. 12), come il professor Dal Lago crede di leggere, e come racconta sia scritto, in &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt;.
Il professor Dal Lago preferisce, dopo aver sorvolato sulle obiezioni e aver falsificato il testo esaminato, crearsi un avatar a immagine e somiglianza della critica che è in grado di fare. Attraverso una riduzione del testo all&apos;autore distoglie l&apos;attenzione dai contenuti di &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt; e ne impoverisce la comprensione: com&apos;è noto, è più facile criticare l&apos;individuo che l&apos;opera. Una lettura retrospettiva di &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt; alla luce dell&apos;attuale esposizione mediatica di Saviano è profondamente scorretta, non solo perché usa il trucco retorico del &quot;senno di poi&quot;, ma soprattutto perché, nei modi in cui viene attuata, non tiene conto della ragione di questa esposizione: come scrivono i &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=713&quot;&gt;Wu Ming&lt;/a&gt;, «Saviano deve apparire di continuo per tutelarsi, l&apos;ombra e l&apos;oblio sono per lui un pericolo. Tuttavia, l&apos;inevitabilità non deve impedire di cogliere limiti, aporie, contraddizioni» &lt;a href=&quot;#18&quot;&gt;[18]&lt;/a&gt;.

Questo avatar-Saviano è, sostiene il professor Dal Lago, un assertore dell&apos;esistenza del «regno del Male» (EdC p. 29) &lt;a href=&quot;#19&quot;&gt;[19]&lt;/a&gt;, della «categoria del male radicale» (EdC p. 86). La descrizione della vita del camorrista, o dell&apos;aspirante tale, la banalità dei riti quotidiani di queste figure, la ricostruzione della genesi dei clan non da qualche oscuro e misterioso mondo, ma da processi economici e sociali di cui è ricostruibile la razionalità, la descrizione dei boss della camorra non come dei Super-uomini eccezionali, ma come individui comuni, persino banali, in realtà dimostra il contrario: &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt;  si inscrive proprio all&apos;interno di quella costellazione di testi che utilizzano la categoria della «banalità del male». Per sostenere il contrario il professor Dal Lago prende queste frasi dalla chiusa di un articolo in cui Saviano ha mostrato la quotidianità del male nella continua osmosi tra vita ordinaria e vita criminale: «Non ci resta da capire che, tragicamente, la quotidianità del male non avviene affatto in un mondo diverso da quello di ognuno di noi» &lt;a href=&quot;#20&quot;&gt;[20]&lt;/a&gt;. E commenta: «Apparentemente è il discorso sulla banalità del male. In realtà è l&apos;opposto. Non sono loro a essere come noi, gente qualsiasi, ma noi come loro, &lt;i&gt;ovvero siamo tutti mostri&lt;/i&gt;, almeno in potenza. [...] Ed ecco allora che la lotta alla camorra non è tanto affare di volontà politica, funzionamento delle istituzioni, impegno civile e bonifica sociale, quanto di percezione della profondità e dell&apos;ubiquità del Male [...] e quindi faccenda di eroi, Leonida e Beowulf contro l&apos;Orco che è in noi o tra noi» [EdC pp. 86-87].
Ora, va bene che ciascuno, nel post-moderno, legge quel che gli pare e capisce quel che vuol capire, e che tutti i giochi linguistici sono pari. Ma, tanto per fare qualche verifica, Zygmunt Bauman in &lt;b&gt;Modernità e olocausto&lt;/b&gt; (Mulino, Bologna 1992) scrive che «qualunque cosa sia accaduta nel &quot;corso della storia&quot;, non sono scomparsi quei fattori storici che con ogni probabilità contenevano &lt;i&gt;la potenzialità dell&apos;Olocausto&lt;/i&gt;, o almeno non possiamo essere sicuri che lo siano. Per quanto ne sappiamo (o, piuttosto, per quanto non ne sappiamo) essi &lt;i&gt;potrebbero essere ancora presenti tra noi&lt;/i&gt;». E poco oltre: «esistono ragioni di preoccupazione poiché oggi sappiamo di vivere in un tipo di società &lt;i&gt;che rese possibile l&apos;Olocausto&lt;/i&gt; e che non conteneva alcun elemento in grado di impedire il suo verificarsi» [pp. 128, 130, corsivi nostri]. Sostenere che «siamo tutti mostri, almeno in potenza» equivale a dire che &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2007/10/002396.html#002396&quot;&gt;&lt;i&gt;nessuno è immune dal diventare &quot;nazista&quot;&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;, proprio nel senso della potenzialità del male individuata da Bauman e Arendt. Significa focalizzare l&apos;attenzione sui meccanismi di comando (come quelli analizzati da Elias Canetti in &lt;b&gt;Massa e potere&lt;/b&gt;) che trasformano questa potenzialità in azioni criminali non correlate dal possesso di una coscienza morale. Significa chiedersi cosa può portare ad anestetizzare la capacità di discriminare il &quot;bene&quot; dal &quot;male&quot;, o a sostituire questa coppia concettuale con quella &quot;utile/inutile&quot; o (come nell&apos;estetizzazione fascista della politica: &lt;i&gt;&quot;A cercar la bella morte&quot;&lt;/i&gt;) &quot;bello/brutto&quot;. E&apos; quello che ci si chiede in &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt;. Trasformare questo nell&apos;invenzione del Saviano-eroe significa operare una scelta di campo in favore della mistificazione, del capovolgimento del senso delle parole, dell&apos;indifferenza deresponsabilizzante. E, all&apos;interno di questa confusione linguistica e sociale che gli schizzi di fango gettati sull&apos;autore di &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt; aiutano a perpetrare, significa non cogliere la vera dimensione del cosiddetto &quot;eroismo&quot; di Roberto Saviano: come ha scritto Bruno Accarino, «ci è cascato addosso, disseminato tra i molti guai che dobbiamo fronteggiare, un nodo tanto imprevisto quanto elementare: quello del coraggio individuale. Imprevisto perché l&apos;Europa, dopo appena un sessantennio senza scannatoi di guerra (al suo interno, per altri territori il discorso è diverso), ci ha detto inorgoglita: potete rilassarvi e abbassare la guardia. Ecco perché la figura di Saviano si gonfia in modo abnorme, i latini direbbero che si è inflazionata. La spettacolarizzazione mediatica lamentata da Marco Bascetta è l&apos;altra faccia di una comunicazione politica che ha inasprito quei meccanismi sottili, notissimi epperò inscalfibili, di scoraggiamento, di dissuasione, di excommunicatio. È un&apos;impresa titanica parlare, non mettere a repentaglio la propria vita: rompere la crosta delle tante cose linguisticamente e dialogicamente tabuizzate» («L&apos;imprevisto del coraggio individuale», &lt;i&gt;manifesto&lt;/i&gt;, 5 giugno 2010).
È senz&apos;altro più facile ricorrere a quegli atti linguistici usati per gettare un discredito generalizzato sul loro oggetto, e che in tedesco vengono detti &quot;&lt;i&gt;Rufmord&lt;/i&gt;&quot;: omicidio a mezzo di parole.


&lt;b&gt;3. IL SOGNO DI UNA COSA: QUELLO CHE IL PROFESSOR DAL LAGO HA CAPITO DEL NEW ITALIAN EPIC &lt;i&gt;(I&apos;m worse at what I do best)&lt;/i&gt;&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;storia-della-camorra.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/storia-della-camorra.jpg&quot; width=&quot;121&quot; height=&quot;175&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;A questo punto, tocca occuparci di un aspetto, per certi versi marginale ma per altri significativo, del Grande Complotto che il professor Dal Lago ha scorto dietro &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt;: la sua critica del &lt;i&gt;New Italian Epic&lt;/i&gt; come un&apos;epopea (o una collezione di epopee) in qualche modo funzionali al disegno politico che si delinea dietro l&apos;unanimismo suscitato da &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt; e dal suo autore. Il NIE viene analizzato come generalizzazione del caso particolare, laddove &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt; sarebbe l&apos;esemplificazione della tesi generale
Diciamola tutta: Dal Lago del &lt;i&gt;New Italian Epic&lt;/i&gt; ha capito davvero poco, e forse neanche gli interessava capirci qualcosa. Per sua stessa ammissione, a lui «interessa stabilire, in sostanza, quale sia il ruolo della nuova epica nella cultura contemporanea, e in particolare di un paese speciale come l&apos;Italia. La mia prospettiva è politica, ma in un senso molto particolare, perché mi interessa il potere della scrittura come strumento di confezionamento del gusto, di influenza sociale e, in fondo, di conformismo» [EdC p. 130]. Sintomatico è questo passo: «la contrapposizione dell&apos;epica, italiana o no, al postmodernismo suona puramente convenzionale, dato che un buon numero di scrittori etichettati come postmoderni hanno attraversato a modo loro l&apos;epica, ovviamente decostruendola, ironizzandoci sopra o giocandoci, visto che sono postmoderni» [EdC p. 127]. Sfugge al frettoloso lettore che questa contrapposizione nasce dal rifiuto dello strumento dellironia nella letteratura post-modern da parte di &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.dalkeyarchive.com/book/?fa=customcontent&amp;GCOI=15647100621780&amp;extrasfile=A09F8296-B0D0-B086-B6A350F4F59FD1F7.html&quot;&gt;David Foster Wallace&lt;/a&gt; (bastava arrivare a p. 120 di &lt;b&gt;New Italian Epic&lt;/b&gt;).
Del &lt;i&gt;New Italian Epic&lt;/i&gt; si può, volendo, dire tutto, salvo una cosa: non è un &quot;genere&quot;, né intende fondare un &quot;genere&quot;. Non intende sostituire vecchie categorie con nuove, ma cerca di cogliere l&apos;esistente (meglio ancora: il passato prossimo) di una certa narrativa italiana al di là delle categorie interpretative. Per Dal Lago invece, il &lt;i&gt;New Italian Epic&lt;/i&gt; consterebbe di due correnti principali: il «giallo democratico italiano» e il «romanzo storico», che possono essere partitamente esaminate. Per entrambe, secondo il professor Dal Lago, vale una pagina di Gramsci tratta dai &lt;b&gt;Quaderni&lt;/b&gt;, nel quale Gramsci riflette sull&apos;aspirazione all&apos;avventura come categoria, e ne trae la conclusione che anche per Gramsci la letteratura d&apos;evasione abbia un significato catartico. 
Peccato che Gramsci, in quella pagina, stesse sì esaminando una simile tesi (attraverso articoli di Sorani e Burzio), ma per criticarla come una tesi che «spiega troppo e quindi nulla», ignorando gli aspetti positivi del fenomeno &lt;a href=&quot;#21&quot;&gt;[21]&lt;/a&gt;. Ma tant&apos;è: anche nel citare Brecht e Benjamin, il professor Dal Lago omette di ricordare che questi pensatori avevano una considerazione decisamente positiva del romanzo poliziesco (Brecht, com&apos;è noto, lo preferiva a Thomas Mann, e Benjamin intendeva scriverne uno). Come abbiamo già visto, il professor Dal Lago usa la penna tanto quanto la forbice.

Veniamo al «giallo democratico italiano». Al professor Dal Lago non sembra nota la distinzione tra &quot;giallo&quot; e &quot;noir&quot;, che invece noi di Carmilla abbiamo sempre avuto presente nella riflessione sul NIE. Con le parole di &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2006/09/001916.html#001916&quot;&gt;Jean-Patrick Manchette&lt;/a&gt;: «Nel poliziesco classico (ossia il poliziesco a enigma), il delitto turba l&apos;ordine del Diritto, che bisogna restaurare scoprendo il colpevole ed &quot;eliminandolo&quot; dalla scena sociale. Con minore evidenza [rispetto al giallo], ma in maniera assai chiara, il noir è caratterizzato dall&apos;assenza o fiacchezza della lotta di classe, e dalla sua sostituzione con l&apos;azione individuale (necessariamente disperata). Mentre i delinquenti e gli sfruttatori detengono il potere sociale e politico, gli altri, gli sfruttati, la massa, non sono più il soggetto della Storia, e ricoprono per lo più ruoli secondari, socialmente marginali [...]. Qui però la lotta di classe non è assente come nel romanzo poliziesco a enigma; semplicemente, gli oppressi sono stati sconfitti e sono costretti a subire il regno del Male. Tale regno è la scena del noir, all&apos;interno della quale e contro la quale prendono forma gli atti dell&apos;eroe». Ignorando ciò, il professor Dal Lago ci propone un minestrone nel quale Carofiglio, De Michele, il Coliandro di Lucarelli (peraltro confondendo il personaggio televisivo con quello romanzesco) e il Montalbano di Camilleri, Carlotto e Dazieri convivono pacificamente in romanzi nei quali «fissati i buoni, non è difficile individuare i cattivi» (p. 138): come nelle ricostruzioni storiografiche demistificate dalla critica dei vari Pansa, Veneziani, Giordano, insomma.
A quanto pare, il professor Dal Lago ignora che: 
- uno dei testi-base del NIE fu &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2005/12/001608.html#001608&quot;&gt;&lt;b&gt;Termidoro&lt;/b&gt;&lt;/a&gt;, una dura riflessione di Tommaso De Lorenzis sull&apos;esaurimento del &quot;poliziesco italiano&quot; (e dalla penna di De Lorenzis lispettore Coliandro esce &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2006/09/001921.html#001921&quot;&gt;piuttosto male&lt;/a&gt;); 
- il NIE ha presente Camilleri, ma non (salvo per il solo &lt;b&gt;La vampa di agosto&lt;/b&gt;) il ciclo di Montalbano; 
- in nessun modo Carofiglio può essere apparentato al NIE, non foss&apos;altro che per essere il campione di quel poliziesco classico e consolatorio che il noir italiano ha sempre avversato. 
Ma al professor Dal Lago interessa creare un genere che corrisponda alle «alleanze vincenti alle elezioni politiche del 1996 e del 2006, che andava dall&apos;Ulivo alla cosiddetta estrema sinistra (compresa la rappresentanza di alcuni centri sociali)» (EdC p. 138): ecco perché Carofiglio gli è indispensabile. 
Tutto questo cosa c&apos;entra con NIE? Nulla: però è funzionale alle sue tesi.

Anche nell&apos;analisi dei singoli romanzi Dal Lago alterna deformazioni a inspiegabili black-out cognitivi &lt;a href=&quot;#22&quot;&gt;[22]&lt;/a&gt;, che si spiegherebbero solo ipotizzando che i libri siano stati analizzati senza essere letti: il professor Dal Lago, che forse intende darsi alla carriera del critico letterario, ha già capito come funziona in Italia la critica. Si potrebbe redigere una lista, ad esempio, degli errori in cui incorre nell&apos;analizzare &lt;b&gt;Scirocco&lt;/b&gt; (del quale, per inciso, non ha capito né i personaggi, né la trama, e nemmeno il finale) &lt;a href=&quot;#23&quot;&gt;[23]&lt;/a&gt; o nel riassunto della trama di &lt;b&gt;Altai&lt;/b&gt; che sembra passare dalla quarta di copertina direttamente a p. 300, incamerando nel tragitto almeno uno sfondone storico: la caduta di Famagosta (1571) è data per &quot;imminente&quot; all&apos;indomani dell&apos;incendio all&apos;Arsenale veneziano (1569), data in cui la guerra per Cipro non era nemmeno stata dichiarata. Ma queste sono inezie: ciò che ci preme mettere in luce è il modo in cui, col solito metodo dei &lt;i&gt;morceaux choisis&lt;/i&gt;, il professor Dal Lago altera, sino a capovolgerlo, il senso dell&apos;&lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/giap6_IXa.htm#3&quot;&gt;autocritica&lt;/a&gt; che i Wu Ming hanno fatto sul G8 di Genova. Dal Lago rimuove completamente dal suo &quot;riassunto&quot; la questione centrale, cioè il mito tecnicizzato, una narrazione che i Wu Ming contribuirono (&lt;i&gt;insieme ad altri&lt;/i&gt;: anche questo lo rimuove) a creare e di cui finirono, per loro ammissione, in balìa. Senza questa rimozione, sarebbe stato ben difficile torcere le loro parole &lt;i&gt;pro domo sua&lt;/i&gt;. E così, Dal Lago riporta la frase dei Wu Ming: «Da quel giorno, abbiamo dedicato tempo e sforzi a stringere le viti del nostro progetto letterario, abbiamo scritto nuovi romanzi e saggi, abbiamo esteso e consolidato la nostra presenza nella cultura e nellindustria culturale di questo paese» (EdC p. 147) come dimostrazione di un sopraggiunto &quot;disimpegno&quot; del collettivo bolognese. Peccato solo che la frase sia monca. Proseguiva così: «Ben lungi dall&apos;aver abbandonato la lotta, abbiamo comunque chiaro un intento: non faremo mai più i dottorini Frankenstein coi miti tecnicizzati.». Così facendo anche il NIE, per metonimia attraverso i Wu Ming, è al tempo stesso eroico e disimpegnato, egocentrico e consolatorio. È probabile che, dopo questo trattatello, il professor Dal Lago, assillato da nuovi impegni &lt;a href=&quot;#24&quot;&gt;[24]&lt;/a&gt;, non leggerà più altri nostri romanzi. Un vero peccato, per la narrativa italiana, perdere un lettore come lui.


&lt;b&gt;4. SMELLS LIKE SKUNKY SPIRIT &lt;i&gt;(It&apos;s fun to lose and to pretend)&lt;/i&gt;&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Karl Jaspers&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/karl_jaspers.jpg&quot; width=&quot;190&quot; height=&quot;155&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;right&quot; vspace=&quot;1&quot; hspace=&quot;5&quot;&gt;In un &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.nichivendola.it/sito/mcc/informazione/vi-dico-chi-sono-i-nemici-di-saviano.html&quot;&gt;articolo&lt;/a&gt; dell&apos;ottobre 2008, Nichi Vendola scriveva: «Non è colpa dei clan, dei Casalesi, della camorra: loro devono minacciare e uccidere, così esercitano la loro peculiare egemonia culturale e militare. Sono quelli che pensano che sei un esibizionista, che hai sfruttato brutte storie per fare quattrini, che ti sei arrampicato su quell&apos;albero lurido e avvelenato soltanto per svettare. Loro è una colpa grave, nostra è una responsabilità non occultabile. Sono quelli che, galleggiando nella melma del cattivo &quot;buon senso&quot; e dei più vieti luoghi comuni, ti regalano la peggiore delle condanne: appunto una estrema, indicibile solitudine, quella che mette in apnea un&apos;età, un&apos;esistenza nata per cantare la libertà, un corpo che voleva solo danzare la vita» &lt;a href=&quot;#25&quot;&gt;[25]&lt;/a&gt;. Questo articolo ha fatto infuriare il professor Dal Lago, che dopo aver sprezzantemente affermato «si sa, Vendola scrive poesie», ha aggiunto: «trovo le affermazioni di Vendola degne di un pulpito o di un confessionale». Perché «dire che la colpa delle minacce non è dei casalesi è pura retorica. No, è loro, e tutti ci auguriamo che siano assicurati alla giustizia. Loro è la responsabilità &quot;non occultabile&quot;, non la nostra [&lt;i&gt;sic&lt;/i&gt;]» (EdC p. 13). 
Strano che questo professore, dopo anni passati a scrivere di Hannah Arendt, non riconosca la struttura del corso che uno dei maestri di Arendt, il filosofo Karl Jaspers [&lt;i&gt;foto in alto a destra&lt;/i&gt;], tenne sulla questione della colpa all&apos;indomani della fine della guerra. Un corso in cui spiegò ai giovani tedeschi che si è colpevoli in quattro diverse modalità: c&apos;è la colpa penale, che è questione di tribunali; la colpa morale, che riguarda la coscienza individuale; la colpa politica, che è collettiva; e la colpa metafisica, che discende dal senso di solidarietà verso i propri simili (quello che muove Clarice Starling ne &lt;b&gt;Il silenzio degli innocenti&lt;/b&gt;, per intenderci). 
Che il professor Dal Lago non senta alcun rimorso nell&apos;assalire, con piglio dipietrista («io questo lo sfascio!», si sente spesso sussurrare tra le pagine del suo libretto), uno scrittore in costante pericolo di vita, ricorrendo ai più bassi trucchi del mestiere  omissioni, falsificazioni, uso scorretto delle fonti, vere e proprie menzogne  si spiega solo con un&apos;immagine che lo stesso professore ci tramanda. Ironizzando su un riferimento a Tony Montana, il protagonista di &lt;b&gt;Scarface&lt;/b&gt; interpretato da Al Pacino («avevo la sensazione ridicola che da una stanza stesse per uscire Tony Montana, e accogliendomi con gesticolante, impettita arroganza, stesse per dirmi...» G p. 272), il professor Dal Lago scrive: &lt;img alt=&quot;tony_montana.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/tony_montana.jpg&quot; width=&quot;125&quot; height=&quot;135&quot; border=&quot;0&quot; hspace=5 vspace=1 align=left /&gt;«Come un&apos;arroganza possa essere insieme impettita e gesticolante non mi è chiara (provate voi, magari davanti a uno specchio, ad assumere con arroganza un&apos;aria impettita e a mettervi a gesticolare  &lt;i&gt;io non ci sono riuscito&lt;/i&gt;)» (EdC pp. 63-64, corsivo nostro). 
Provate a immaginarvi il professor Dal Lago davanti allo specchio che cerca di atteggiarsi a Tony Montana e, non riuscendovi, non sospetta una propria inferiorità d&apos;attore rispetto ad Al Pacino: no, se &lt;b&gt;lui&lt;/b&gt; non ci riesce è impossibile, e tanto peggio per Pacino.
Ecco chi è l&apos;uomo che sparò all&apos;autore di &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt;: un ego ipertrofico, &lt;b&gt;esorbitante&lt;/b&gt;. Ci si potrebbe chiedere, alla maniera del vecchio Kant, cosa c&apos;è nell&apos;animo di un tale esorbitante individuo. O almeno, qual è l&apos;odore che esorbita da un simile animo quando ironizza sul «Siamo tutti Saviano».
No, professor Dal Lago: «Siamo tutti Saviano» non la riguarda, non parla di Lei.
«Sono ancora vivo, bastardi», invece, sì.


&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&lt;b&gt;NOTE AL TESTO&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&lt;a name=&quot;*&quot;&gt;*&lt;/a&gt;Il titolo è una parafrasi del celebre &lt;i&gt;L&apos;uomo che uccise Liberty Valance&lt;/i&gt;, citato in esergo in &lt;i&gt;Eroi di carta&lt;/i&gt;. I versi in inglese sono tratti o parafrasati dal testo di &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://it.wikipedia.org/wiki/Smells_Like_Teen_Spirit&quot;&gt;Smells Like Teen Spirit&lt;/a&gt; dei Nirvana.&lt;/span&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&lt;a name=&quot;1&quot;&gt;1.&lt;/a&gt; Lettera al &lt;i&gt;manifesto&lt;/i&gt; del 9 giugno; Norma Rangeri gli risponde: «Chi crede nella sua battaglia civile, come capita a molti e fra questi tanti ragazzi, si è sentito colpito direttamente dalla tua critica. Non vedo in questo nessuno schieramento preconcetto, piuttosto la reazione a difesa di una battaglia contro le mafie».&lt;/span&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&lt;a name=&quot;2&quot;&gt;2.&lt;/a&gt; Per fare qualche esempio: citazioni prive del numero di pagina («&lt;i&gt;La peste e l&apos;oro&lt;/i&gt;, in BEI, p.», p. 111 nota 8), periodi che si concludono con i due punti che non introducono alcuna citazione (p. 151), segni di punteggiatura incongrui (come un «[...]» in mezzo al testo a p. 50),  hobbitt con 2 t (p. 143), un articolo di Nichi Vendola citato con la data sbagliata (e con un titolo diverso, seppur di poco), dispacci dagenzia post-datati, un film del 2007 (&lt;b&gt;Grindhouse&lt;/b&gt;) indicato come ispiratore di una pagina di &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt;, che è del 2006, una inesistente versione di &lt;i&gt;What a Wonderful World&lt;/i&gt; dei Ramones indicata come conclusione del romanzo &lt;b&gt;Scirocco&lt;/b&gt;. Eppure in una nota a p. 24 il professor Dal Lago ringrazia coloro che hanno letto le «diverse stesure del saggio, segnalandomi errori e imprecisioni», e addirittura un revisore del testo, Walter Baroni.&lt;/span&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&lt;a name=&quot;3&quot;&gt;3.&lt;/a&gt; Citato da Saviano in «Come sta la verità nel paese di Gomorra», &lt;i&gt;Repubblica&lt;/i&gt; 27 ottobre 2007, poi, col titolo «La verità, nonostante tutto, esiste», in &lt;i&gt;La bellezza e linferno&lt;/i&gt;, Mondadori, Milano 2009, pp. 49-55. Dal Lago si guarda bene dal considerare il ruolo di questa frase, e del suo autore Victor Serge  rivoluzionario prima anarchico poi bolscevico anti-stalinista.&lt;/span&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&lt;a name=&quot;4&quot;&gt;4.&lt;/a&gt; È notevole che il professor Dal Lago si sia aggregato a una campagna di delegittimazione di questa inchiesta incentrata sullaspetto infantile o adolescenziale della vittima (che può essere verificato con una ricerca per immagini su Google), sul suo vestito, sui particolari del funerale: aspetti che tendono a nascondere il contenuto di verità dellinchiesta. Non a caso Dal Lago cita come fonte &lt;i&gt;Casertasette&lt;/i&gt;: un giornale che si occupa di &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://lnx.casertasette.com/modules.php?name=News&amp;file=print&amp;sid=16642&quot;&gt;don Diana&lt;/a&gt; in modo peculiare («con un debole per le donne? custode delle armi del clan?») e promuove un film dal titolo &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://lnx.casertasette.com/modules.php?name=News&amp;file=print&amp;sid=18940&quot;&gt;&lt;i&gt;Un camorrista per bene&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;.&lt;/span&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&lt;a name=&quot;5&quot;&gt;5.&lt;/a&gt; O ancora: quando Saviano fa per la prima volta il nome di Nicola Cosentino (sul &lt;i&gt;manifesto&lt;/i&gt; del 16 luglio 2004), di questo personaggio dice ciò che allepoca può essere detto. Solo nel 2008 la verità storica può convergere verso quella giudiziaria, e del sottosegretario allEconomia e alle Finanze può esser detto, in forma dubitativa, che «sarebbe stato organicamente coinvolto nel business dei rifiuti gestiti dalla camorra casalese»: «Siamo tutti casalesi», &lt;i&gt;Lespresso&lt;/i&gt;, 7 ottobre 2008.&lt;/span&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&lt;a name=&quot;6&quot;&gt;6.&lt;/a&gt; Con buona pace di una certa sinistra che dimentica le sue origini dalla controinformazione degli anni Sessanta e Settanta (una per tutti: l&apos;inchiesta &lt;b&gt;La Strage di Stato&lt;/b&gt;) e oggi si rifugia in uno pseudo-foucaultismo d&apos;accatto e in un decostruzionismo che scimmiotta Derrida: due strategie retoriche molto post-modern nel metodo e nella finalità. Il libretto del professor Dal Lago è del tutto interno a questo tipo di retorica.&lt;/span&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&lt;a name=&quot;7&quot;&gt;7.&lt;/a&gt; Si veda ad esempio lampia rassegna di testi «Codice Gomorra», &lt;i&gt;Lespresso&lt;/i&gt;, 22 febbraio 2008.&lt;/span&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&lt;a name=&quot;8&quot;&gt;8.&lt;/a&gt; La presenza dei cinesi a Napoli è trattata nelle 36 pagine dei primi due capitoli di &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt;, allinterno delle quali lepisodio del container occupa una sola pagina.&lt;/span&gt;

&lt;img alt=&quot;zingarelli.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/zingarelli.jpg&quot; width=&quot;86&quot; height=&quot;123&quot; border=&quot;1&quot; align=&quot;right&quot; vspace=&quot;1&quot; hspace=&quot;5&quot;&gt;&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&lt;a name=&quot;9&quot;&gt;9.&lt;/a&gt; Afferma il professor Dal Lago: «ammetto che nelle questioni di stile sono un po&apos; pedante. La padronanza del vocabolario mi sembra il primo requisito di uno scrittore» [EdC p. 57]. E rimprovera allautore di &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt; di usare espressioni come «lalito del reale» (G pp. 82-83: è una metafora, professor Dal Lago! Come dare a qualcuno della testa di legno perché non comprende, e non perché abbia il cranio ligneo), e soprattutto di aver coniato il neologismo &quot;zompettare&quot;, nel quale vede una «crasi di &quot;zompare&quot; (saltare) e &quot;zampettare&quot; (muovere le zampette)» [EdC p. 70, nota 76]: è un frequentativo, professor Dal Lago! Indica un&apos;azione che viene ripetuta. E infatti si tratta di un personaggio che continua a &quot;zompare&quot; ascoltando musica. E si potrebbe anche aggiungere che l&apos;uso di un termine di origine dialettale (&quot;zompettare&quot; invece che &quot;saltellare&quot;) indica non l&apos;identificazione del personaggio con «una specie di insetto saltellante», ma, secondo il corretto uso della lingua, la presa di distanza dall&apos;oggetto designato.&lt;/span&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&lt;a name=&quot;10&quot;&gt;10.&lt;/a&gt; In questa divertente trasmissione televisiva Carlo Lucarelli affronta, con lapparente serietà del conduttore di &lt;i&gt;Blu Notte&lt;/i&gt;, le ricorrenti stronzate che costellano la storia del rock: Jim Morrison che simula la propria morte, David Bowie unico sopravvissuto di una setta di vampiri fondata da Andy Warhol, la morte di Paul McCartney, il complotto CIA per uccidere tutti i cantanti con la J (Jim Morrison, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Brian Jones), ecc.&lt;/span&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&lt;a name=&quot;11&quot;&gt;11.&lt;/a&gt; &quot;Merda&quot;, per inciso, è una parola che Saviano, sia in &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt; che nel resto dei suoi scritti, usa con molta parsimonia, e solo una volta («uomini di merda», G p. 143: peraltro per riportare unintimidazione altrui) riferita a esseri umani.&lt;/span&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&lt;a name=&quot;12&quot;&gt;12.&lt;/a&gt; È bene precisare che la produzione scritta dellautore di &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt;, prima e dopo il libro, se integralmente stampata costituirebbe un volume di oltre 600 pagine; il &lt;i&gt;corpus&lt;/i&gt; degli scritti di Roberto Saviano ammonta dunque a poco meno di mille pagine a stampa. Marco Travaglio ha scritto che «occorrerebbe un&apos;analisi informatica delle ricorrenze e concordanze nellintero corpus letterario e giornalistico dello scrittore» (&lt;i&gt;Il Fatto&lt;/i&gt;, 17 giugno 2010): noi, prima di iniziare a scrivere questo testo, l&apos;abbiamo fatta.&lt;/span&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&lt;a name=&quot;13&quot;&gt;13.&lt;/a&gt; Frequenti sono in Campania i sequestri di fabbriche clandestine di Hogan &quot;false&quot;: un opificio di 200 mq ad &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.pupia.tv/aversa/notizie/0002687.html&quot;&gt;Aversa&lt;/a&gt; nel settembre 2008, un altro a &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.ilpuntoamezzogiorno.it/2009/09/10/maxi-sequestro-di-false-hogan/&quot;&gt;Maddaloni&lt;/a&gt; nel settembre 2009, un terzo tra Aversa e &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.pupia.tv/lusciano/modules.php?name=News&amp;desc=full&amp;file=article&amp;sid=146&quot;&gt;Lusciano&lt;/a&gt;, contenente materiale del valore di 200.000 euro, il 1 giugno scorso. Di un killer con le Hogan ai piedi Saviano scrive in un &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.robertosaviano.it/articoli/nella-testa-dei-killer-di-gomorra-quando-lorrore-diventa-routine/&quot;&gt;articolo&lt;/a&gt; citato dallo stesso Dal Lago (EdC p. 85).&lt;/span&gt;

&lt;img alt=&quot;Cucù!&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/kuku.jpg&quot; width=&quot;97&quot; height=&quot;121&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;right&quot; vspace=&quot;1&quot; hspace=&quot;5&quot;&gt;&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&lt;a name=&quot;14&quot;&gt;14.&lt;/a&gt; «&quot;Né di destra, né di sinistra&quot;. Di questa definizione, da tempo utilizzata a piene mani dalla destra e dalla sinistra appunto, abbiamo imparato a diffidare. [...] Accade ora che questa stessa espressione venga impiegata dall&apos;imponente movimento di studenti, insegnanti e cittadini, che da settimane attraversa tutto il paese, per descrivere se stesso. Ma rovesciandone interamente il senso. [...] Il conflitto &quot;né di destra né di sinistra&quot; che ha invaso scuole, università e piazze di tutta Italia comincia a trasformarsi in un incubo tanto per la maggioranza di governo quanto per le ombre dell&apos;opposizione parlamentare. Dietro quell&apos;espressione, fin qui tanto apprezzata dai moderati, si manifestano questa volta contenuti di libertà», Marco Bascetta sul &lt;i&gt;manifesto&lt;/i&gt;, 29 ottobre 2009. Due collettivi studenteschi risposero con il testo &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.militant-blog.org/?p=106&quot;&gt;&quot;Bascetta e i cùculi&quot;&lt;/a&gt;.&lt;/span&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&lt;a name=&quot;15&quot;&gt;15.&lt;/a&gt; «Quelli che &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt; è sbucato dal nulla», &lt;i&gt;Carmilla&lt;/i&gt;, 30 novembre 2008; «Sinistra rancorosa, perché te la prendi con Roberto Saviano?», &lt;i&gt;Liberazione&lt;/i&gt;, 2 dicembre 2008; il titolo (redazionale) di &lt;i&gt;Liberazione&lt;/i&gt; assume oggi laspetto di una profezia autoavveratasi.&lt;/span&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&lt;a name=&quot;16&quot;&gt;16.&lt;/a&gt; È peraltro vero che il professor Dal Lago per un verso si appropria di qualunque obiezione rivolta ai diversi critici di Saviano, quasi possedesse l&apos;esclusiva di questo atteggiamento; e dall&apos;altro, usa più volte espressioni e argomenti, talvolta in modo quasi letterale, già letti altrove: che &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt; sia un misto di invenzione e di cose già note lo si era già letto su &lt;i&gt;Il Velino&lt;/i&gt;, lagenzia di stampa di Lino Jannuzzi e Daniele Capezzone; la critica alla pagina sul container pieno di cadaveri cinesi era l&apos;unico contenuto della stroncatura (scritta con la consueta misura e sobrietà) di Gian Paolo Serino sul &lt;i&gt;Domenicale&lt;/i&gt; di Marcello Dell&apos;Utri; gli «amici e conoscenti» che sono d&apos;accordo con le critiche a Saviano, ma invitano a lasciar perdere il libro (di cui parla il professor Dal Lago, EdC p. 20) li avevamo già letti sul blog di Massimo Del Papa, un altro giornalista ossessionato da Saviano (ma, va riconosciuto, di ben altro spessore intellettuale); e sullo stesso blog si sono lette dichiarazioni molto simili a questa: «mi chiedo chi rispetti di più, in ultima analisi, lo scrittore perseguitato dalla camorra: chi lo prende sul serio, discutendolo anche polemicamente, o chi si genuflette davanti alla sua icona» («Il diritto di criticare l&apos;icona Saviano», &lt;i&gt;manifesto&lt;/i&gt;, 3 giugno 2010).&lt;/span&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&lt;a name=&quot;17&quot;&gt;17.&lt;/a&gt; Il professor Dal Lago trovò &quot;generico&quot; questo riferimento: per sua informazione, lo schema (uno dei due soli presenti nel libro) è a p. 513 del volume (Adelphi, Milano 1976).&lt;/span&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&lt;a name=&quot;18&quot;&gt;18.&lt;/a&gt; Intervenendo sul blog &lt;i&gt;Militant&lt;/i&gt;, &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.militant-blog.org/?p=2801&quot;&gt;Wu Ming 1&lt;/a&gt; ha scritto che «Saviano su certi temi (soprattutto in politica estera) ha posizioni che noi tutti qui giudichiamo sbagliate. E alcune sue prese di posizione vanno sicuramente criticate. Ma dobbiamo accettare il fatto che le persone sono complesse, non possiamo pretendere dal 100% delle persone il 100% di coerenza rivoluzionaria sul 100% degli argomenti. [...] Ogni volta, a seconda del contesto, dobbiamo sforzarci di individuare qual è la contraddizione principale, e quali quelle secondarie. Se nel contesto sudamericano una persona è coerentemente contro limperialismo, mi importa poco, sul momento, se è reazionaria in tema di aborto. Certo, su questo lo criticherò, ma senza trascinare nella critica la sua militanza anti-imperialista».&lt;/span&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&lt;a name=&quot;19&quot;&gt;19.&lt;/a&gt; Lo stesso titolo &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt; avrebbe questa funzione: «con la semplice sostituzione di una sillaba, da un mondo criminale specifico, la camorra, siamo trasportati di colpo nel regno del Male». Adriano Sofri gli ha fatto presente che per l&apos;origine del titolo bastava arrivare, nella lettura, fino a p. 264 di &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt;, dovè riportato il testamento spirituale di don Diana.&lt;/span&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&lt;a name=&quot;20&quot;&gt;20.&lt;/a&gt; «Nella testa dei killer di Gomorra», &lt;i&gt;Repubblica&lt;/i&gt;, 18 gennaio 2009. Il professor Dal Lago lo retrodata però al 2008 (EdC p. 113, nota 26).&lt;/span&gt;

&lt;img alt=&quot;Antonio Gramsci: citato spessissimo, letto raramente&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/microgramsci.jpg&quot; width=&quot;60&quot; height=&quot;78&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;right&quot; vspace=&quot;1&quot; hspace=&quot;5&quot;&gt;&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&lt;a name=&quot;21&quot;&gt;21.&lt;/a&gt; «Il desiderio di &quot;educarsi&quot; conoscendo un modo di vita che si ritiene superiore al proprio, il desiderio di innalzare la propria personalità proponendosi modelli ideali, il desiderio di conoscere più mondo e più uomini di quanto sia possibile in certe condizioni di vita, lo snobismo, ecc. ecc.»: Antonio Gramsci, «Sul romanzo poliziesco», in &lt;i&gt;Letteratura e vita nazionale&lt;/i&gt;, &lt;b&gt;Q. 21&lt;/b&gt;.&lt;/span&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&lt;a name=&quot;22&quot;&gt;22.&lt;/a&gt; Ad esempio: parlando di &lt;b&gt;Manituana&lt;/b&gt;, si legge che gli indiani Mohawk «figurano come protagonisti di una storia possibile o parallela, che però perde ogni connessione con l&apos;attualità» (EdC p. 146-147). Per letture e interpretazioni del romanzo leggermente meno frettolose, &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.manituana.com/notizie/18&quot;&gt;vedere qui&lt;/a&gt;.&lt;/span&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&lt;a name=&quot;23&quot;&gt;23.&lt;/a&gt; Dopo aver sostenuto, sulla scorta di due righe in cui si ricorda un viaggio al Sud, che il romanzo toccherebbe «le corde di quel mondo giovanile [...] che, negli ultimi decenni, ha immaginato levasione in un Eden inesistente», alla Salvatores, il professor Dal Lago deduce un finale consolatorio attribuendo ai Ramones la canzone finale (EdC p. 144) &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://it.wikipedia.org/wiki/What_a_Wonderful_World&quot;&gt;&lt;i&gt;What a Wonderful World&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;. Se mai c&apos;è stato un narratore esplicitamente anti-salvatoresiano, questi è De Michele (basti pensare alla pagina su Milano, ricalcata sulla pagina &quot;napoletana&quot; di &lt;b&gt;Fratelli d&apos;Italia&lt;/b&gt; di Arbasino, in &lt;b&gt;Tre uomini paradossali&lt;/b&gt;): nei romanzi di De Michele non ci sono né fuggitivi né elogi della fuga, non c&apos;è alcun Eden, e non c&apos;è la borghesia annoiata e nostalgica di Salvatores; quanto alla canzone, che al più sarebbe di Joey Ramone (ma non era possibile che i protagonisti la ascoltassero nel 1998, anno in cui è ambientato il romanzo), è scritto ben due volte (pp. 584, 587) che si tratta della versione, tutt&apos;altro che consolatoria o ironica, di &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/watch?v=ynxKOLlqRhk&quot;&gt;Nick Cave e Shane McGowan&lt;/a&gt;.&lt;/span&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&lt;a name=&quot;24&quot;&gt;24.&lt;/a&gt; È notizia di questi giorni, annunciata sulla testata on line della destra teo-con &lt;i&gt;L&apos;Occidentale&lt;/i&gt;, che il professor Dal Lago si accinge a scrivere «un altro libro in cui parlerò del &quot;caso&quot; sollevato da &lt;i&gt;Eroi di carta&lt;/i&gt;».&lt;/span&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&lt;a name=&quot;25&quot;&gt;25.&lt;/a&gt; Nichi Vendola, «Vi dico chi sono i nemici di Saviano», &lt;i&gt;Liberazione&lt;/i&gt;, 16 ottobre 2008 (citato dal professor Dal Lago con data errata).
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&lt;br&gt;&lt;noscript&gt;&lt;p&gt;&lt;img alt=&quot;Clicky&quot;
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<entry id='3523' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2010://2.3523' author_id='2' authored_on='20100615223454' basename='amianto_una_biografia_operaia_parte_due_e_tre' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20100615223454' modified_on='20110619155334' ping_count='0' status='2' title='Amianto. Una biografia operaia (parte due e tre)' week_number='201024'><text>di &lt;b&gt;Alberto Prunetti&lt;/b&gt;

[Pubblico in un solo post le parti conclusive della versione sintetica di &lt;b&gt;Amianto&lt;/b&gt;. L&apos;opera integrale sarà presto fatta circolare come e-book. La prima parte è apparsa su Carmilla &lt;b&gt;&lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2010/06/003511.html#003511&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;&lt;/b&gt;] A.P.

&lt;img alt=&quot;tessera iplom leggera.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/tessera iplom leggera.jpg&quot; width=&quot;283&quot; height=&quot;195&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Un uomo forte. Ma gli anni Settanta cominciano a minare il suo corpo. Saldatore, espone gli occhi a una luce intensa, per quanto schermata dalla maschera (quella maschera con cui un giorno mi fece vedere un&apos;eclissi di sole). Carpentiere in ferro, ogni colpo di mazzuolo gli risuona nel timpano. L&apos;udito è rovinato, non ci sente più, dovrà installare un apparecchio acustico. Gli occhi, feriti dalle fiamme dell&apos;elettrodo, chiedono lenti sempre più potenti. E i denti cadono, uno dopo l&apos;altro, provati dai metalli pesanti a cui è costantemente esposto. 1985: Renato ha quarantanni, poco più di quanti ne ho io adesso. È ancora magro e muscoloso, apparentemente in ottima forma. Ma già ha bisogno di una serie di protesi per connettersi al mondo: occhiali, dentiera, apparecchio acustico. </text><text_more>In questi anni comincia a riscuotere una pensioncina INAIL per la sordità a un orecchio, riconosciuta come malattia professionale. Viene infatti dichiarato invalido di lavoro con una parziale riduzione della capacità lavorativa. 

Aumentano gli acciacchi, continua il vagabondaggio industriale. Per la Gargano Renato va a lavorare in uno dei luoghi più infausti d&apos;Italia, Casale Monferrato. Oggi sappiamo che l&apos;Eternit, proprietà di una famigerata multinazionale svizzera, ha avvelenato la vita di migliaia di persone. I casi di morti per mesotelioma, provocato dalle fibre sottili dell&apos;amianto che si infilano nei polmoni e che esplodono come mine a distanza di anche venti anni, sono ormai più di 600. Sono morti gli operai che manovravano amianto, ma anche le mogli che lavavano le loro tute, o gente che andava a prendersi gratis gli avanzi di lamierine ondulate da mettere nell&apos;orto. Renato lavora in una raffineria, la Maura di Coniolo, a 5 minuti da Casale Monferrato.  

Nel suo lavoro Renato, tubista provetto (com&apos;è scritto nella qualifica del libretto di lavoro) prendeva i tubi e li liberava del rivestimento di amianto. L&apos;amianto è  sostanzialmente meno pericoloso fino a quando è ricoperto di qualche materiale, o è legato al cemento, ma diventa letale quando si sbriciola: in quell&apos;istante le fibre si disperdono nell&apos;aria e, minjuscole come sono, non vengono trattenute dalle sottili ciglia delle narici e possono penetrare nei polmoni, provocando l&apos;asbestosi (una malattia respiratoria provocata dalle cicatrici delle fibre d&apos;amianto) e carcinomi. E Renato respirava quell&apos;aria ogni giorno, sostituendo coibentature o smantellando tubi d&apos;amianto (la memoria mi riporta alla mente delle strane forbici verdi che Renato mi prestò per tagliare una lamiera in metallo per costruire la cuccia del mio cane: sono forbici da lattoniere, ci taglio gli ondulini. Ondulino nel gergo  toscano indica una qualsiasi lastra ondulata. Le lastre che maneggiava lui erano d&apos;amianto: impermeabili, resistenti alle alte temperature. Ottime, se non fossero letali). 

Anno dopo anno, Renato continua a passare di cantiere in cantiere, sempre in quei luoghi dove adesso sappiamo che l&apos;incidenza di morti per amianto è superiore al resto d&apos;Italia: Liguria, Friuli Venezia Giulia, Piemonte e Lombardia. Oltre a coibentare e saldare, deve raschiare, smerigliare, e tagliare (pezzi di amianto). A volte è costretto, lavorando in ambienti fortemente infiammabili, come le raffinerie, a saldare coprendosi completamente con un telone d&apos;amianto, materiale a prova di incendio. Ma se il telo protegge l&apos;impianto da un incendio, non protegge Renato dall&apos;esalazione dei fumi della saldatura in un ambiente non ventilato: i gas di saldatura, assieme alle emanazioni provenienti dal riscaldamento di acciai verniciati, mettono il saldatore a contatto con piombo, rame, zinco, cadmio. E c&apos;è anche a chi va peggio. Una sera torna con una faccia seria a casa: un suo collega è stato investito dallo scoppio di un tubo che gli ha lanciato contro una pressione di vapore micidiale. È morto. Altre volte i racconti sono di mani schiacciate, di gente intrappolata nelle grinfie delle macchine. E lui torna sempre con le bruciature addosso e i polpacci rovinati dalle ustioni delle scintille degli elettrodi con cui salda. 

Ma riuniamo il filo del racconto, che tende a perdersi in tanti rivoli. Renato torna per un periodo a lavorare in Toscana. Un periodo in cui ho molti ricordi diretti anch&apos;io.
È il 1982. Alcune imprese lanciano un nuovo progetto: costruire serre per floricoltura utilizzando il calore naturale della geotermia nel territorio altamente boracifero di Santafiora, sulla montagna amiatina, al confine tra le provincie di Grosseto e Siena. Ci sono nomi grossi del panorama industriale italiano nel cantiere. L&apos;appalto per la costruzione del sistema linfatico di tubi viene vinto dalla ditta Gargano, e ci mandano come montatore tubista anche Renato, che parteciperà alla costruzione delle serre geotermiche più grandi d&apos;Europa. Una volta tanto, poi, lavorerà vicino casa. Renato propone a mia madre di venire a passare l&apos;estate con lui sull&apos;Amiata, non appena io e mia sorella finiremo le scuole. A metà giugno affitta un appartamento a Piancastagnaio, a pochi chilometri dal cantiere. Per me, tempo per giocare a pallone, un paese coi muri di sasso e i ragazzetti del posto  divisi in bande rivali. Mi accettano subito in un gruppo perché me la cavo a dar calci al pallone. Ricordo i casini che Renato pianta di notte coi colleghi, con Angelo e Mauro. Il venerdì sera tornavano a casa ubriachi cantando e Francesca li prende a secchiate d&apos;acqua dalla finestre. Cene continue, a casa, al ristorante, e poi serate sotto i castagni all&apos;aperto, con io che a 9 anni sono un patito di Alberto Camerini, del suo Arlecchino-robot che ascolto continuamente infilando le 100 lire nel juke-boxe. E poi finalmente il grande evento: i mondiali di Spagna. Tutto il cantiere si infila nel ristorante, per guardare le partite uno addosso all&apos;altro. Renato torna di corsa dal cantiere, cammino con lui nelle vie vuote e silenziose, dove echeggia solo il rumore della radiocronaca. Per strada mi racconta delle rivolte popolari nel dopoguerra a Livorno, quando la gente considerava i soldati delle basi americane come degli occupanti, e i livornesi  li menavano  mentre le donne lanciavano dai balconi materassi incendiati sulle teste degli ienchi. Mi parlava allora di posti esotici, come Corea e Shangai, e ci ho messo un po&apos; a capire che non dovevo cercarli dall&apos;altro lato del mappamondo, ma dentro Livorno, nei quartieri proletari, in quella Shangai da dove, come dice la canzone, tra le case di operai / si vedevano le Hawaii. Un racconto rotto da un boato. Paolo Rossi ha segnato, l&apos;Italia è in vantaggio e noi siamo ancora per strada a parlare di Shangai e Corea. Bestemmioni terribili. Anche durante le partite. Contro l&apos;Argentina, contro il Brasile, la Polonia. Rossi continua a segnare, la grappa e il vino ammantano le feste serali degli operai del cantiere. Per festeggiare la vittoria Renato salda dei pezzi di lamiera e costruisce un forno artigianale. Degli operai sardi si metteranno a arrostire il maiale procurato da un altro maremmano. I veneti e i lombardi portano le grappe. Sarà una festa tremenda, ma quando arriva il temporale estivo bisogna scappare e io rimango a piangere sotto la pioggia perché non mi è toccato il dolce, portato poi via di peso da mia madre. 

Finiscono i mondiali e Renato continua a parlare di calcio tra una saldatura e l&apos;altra, ancora sul Monte Amiata. Ma anche questo progetto, apparentemente ecologico  fiori, geotermia e sole  in realtà è segnato dalla maledizione della montecatini. Adesso, lo sappiamo solo adesso, ma il livello di mercurio, un altro minerale letale, nelle zone attorno alle serre costruite anche da Renato è sensibilmente più alto del passato. Le esplorazioni minerarie e i nuovi soffioni boraciferi aperti in zona hanno portato alla luce non solo il calore della terra, ma anche mercurio, radio, arsenico. Ancora nocività, ancora malattie e tumori, emissioni che colpiscono i polmoni e l&apos;atmosfera, aggravando l&apos;effetto serra.
Ma questo Renato non può saperlo. Lui torna a lavorare nel nord e adesso la crisi si fa sentire. O se non è la crisi, è la ristrutturazione del capitale. La Gargano comincia a mettere sempre più dipendenti in cassaintegrazione. Succede anche a lui, prima per brevi periodi, poi per periodi più lunghi. In casa c&apos;è un clima pesante. Renato legge i giornali per capire che diavolo sta succedendo. Coi pochi spiccioli della cassaintegrazione è difficile campare, arrivare a fine mese. A natale non trovo neanche il regalo dei miei sotto l&apos;albero. Renato accetta un&apos;ipotesi di lavoro che diventerà poi un modello negli anni a venire. Mettersi in proprio, aprire partita iva per continuare di fatto a fare lo stesso lavoro, negli stessi cantieri. Lo fa per un periodo di qualche anno, dal 1985 al 1990. Nominalmente, al lordo, guadagna di più, ma tutte le spese di tasse e previdenza si mangiano le entrare. Chi ci ha guadagnato, è alla fine solo il padrone. Padrone che tra l&apos;altro, vista la mala parata, dichiara fallimento, cambia ragione sociale, e se ne va per i fatti suoi. 

Passano gli anni. Per chi deve rimanere a lavorare nel cantiere, la partita iva non è un grand&apos;affare, nonostante il titolo gratificante di artigiano. Renato decide allora di trovarsi di nuovo un impiego come dipendente e viene assunto dalla Crosa. La Crosa è una ditta con sede a Cairo Montenotte (SV): si occupa di montaggio, manutenzione e costruzione di impianti industriali. Negli anni Novanta la Crosa ha un appalto all&apos;interno della Raffineria IPLOM di Busalla, ed è proprio in questo stabilimento che Renato, per conto della Crosa, viene assunto con la qualifica di Addetto alla saldatura, montaggio e manutenzione di Impianti Industriali. Lavorerà qui dal  02.07.1990 al 30.09.1997.

Busalla è un piccolo paese in una vallata dell&apos;Appennino ligure. Una corona di casette circondate dal verde dei boschi, tagliati dall&apos;autostrada che da Genova sale fino a Milano. E gli abitanti tutti assunti dalla ditta, che dà il ricatto del pane e pretende il diritto di inquinare. Quasi un gioiello, se non contenesse un drago pronto a sputare fiamme al suo interno. Quel drago si chiama IPLOM ed è una raffineria di petrolio. L&apos;impianto di raffinazione IPLOM è classificato &quot;a rischio d&apos;incidente rilevante&quot; dal D.P.R. 175/88; trasforma e lavora, tra le altre, sostanze chimiche contrassegnate dal marchio R45, che indica un elevato potere cancerogeno nell&apos;uomo.
Uno stabilimento nel centro stesso del nucleo abitato, con le case a duecento metri dai muri che perimetrano i serbatoi pieni di greggio. Un impianto che ogni tanto rilascia una nube nera o versa idrocarburi nelle acque circostanti. E soprattutto una bomba a orologeria pronta a esplodere. E che ogni tanto è esplosa. È successo nel 2008. E prima ancora nel 2005. E ancora nel 1991. E quella sera di fine agosto del 1991, quando dopo una vampata le fiamme si alzarono fino a 20 metri, nel cuore del drago c&apos;era anche Renato. Terrore, calore, paura che le fiamme attacchino il petrolio. Che tutto salti in aria. Le sirene che suonano, i feriti. La gente impazzita fuori dallo stabilimento che si ripara nei boschi. Gli operai in fuga, travolti e investiti dai soccorritori, come successe a un suo collega, come stava per succedere anche a lui. Voltarsi, schivare il furgone impazzito. Ambulanze. Vigili del fuoco. Carabinieri. Il sindaco minaccia. La proprietà promette indagini. Lavare l&apos;immagine dell&apos;azienda (mettere un paio di borse di studio per i figli degli operai?). E i sindacalisti?  Ricordiamo ai compagni che criticare la fabbrica è come sputare sul piatto in cui si mangia... (E che cos&apos;è questo fuoco? Pompieri, pompieri... cantava Piero litaliano). 
E si ricomincia, mentre a Busalla la media dei tumori è più alta che nel resto d&apos;Italia. 
&lt;b&gt;
Capitolo 3. Cuore stanco&lt;/b&gt;

Finalmente la pensione è vicina. Non senza l&apos;ennesima fregatura: Renato dovrà sborsare una caterva di soldi all&apos;INPS, 36 milioni delle vecchie lire, per effettuare la ricongiunzione dei contributi versati tra il periodo in cui si è messo in proprio e gli anni come dipendente. Una saldatura costosa.  

Ormai è un pensionato. E già un po&apos; che cerca di rallentare i ritmi, comincia a dedicarsi alla campagna, sta dietro al mio cane (io sono andato a vivere per un anno e mezzo in Inghilterra), cura l&apos;oliveta di mio nonno, va a fare i funghi con Francesca. Deve costruire un cancello in ferro per un contadino. Conosce un fabbro che lavora ancora il ferro forgiandolo sul carbone e pensa di imparare gli antichi segreti di quella pratica che lui ha esercitato su scala industriale. Ripara qualche rubinetto a casa di conoscenti. Si immagina come godersi in una dimensione più intima le sue conoscenze professionali.  
Ma sta anche invecchiando molto velocemente. Troppo velocemente. Respira con affanno, è un po troppo lento, anche nei riflessi, quando guida o quando fa l&apos;orto.

Un giorno, estate 2002, cade da un albicocco mentre cerca di raccoglierne i frutti. I suoi riflessi sono appannati. Primo novembre 2002: come sempre, ogni anno è in questo giorno che a casa si comincia a fare la raccolta delle olive, nell&apos;oliveta di Scarlino che era di mio nonno. Lui non ha voglia. Se ne sta attaccato al camino, al chiuso. Un comportamento inspiegabile. Il suo umore è strano, di giorno non mangia, la notte non dorme. Sta sempre peggio. Francesca lo fa visitare, accusa un dolore alla gamba, solo una sciatalgia per la dottoressa. Gennaio 2003. Ormai sta troppo male. Lui rifiuta di curarsi. Francesca lo convince. Prendo le chiavi della macchina e lo porto in ospedale. Di corsa, perché mi aspettano a lavoro (in quel periodo lavoravo a Punta Ala come stalliere e manovale in un centro ippico). Prima a Massa marittima, poi a Grosseto. Poi a Siena.
La TAC è un cazzotto in faccia: lesioni cerebrali. Un macchia su una lastra trasparente. 

Renato viene ricoverato presso l&apos;ospedale Le Scotte di Siena il 25 gennaio 2003, alle 18.50, nel reparto di neurochirurgia, all&apos;ottavo piano. Nella confusione mentale in cui si trova, dovuta a una quantità spaventosa di liquido, prodotto dalle cellule tumorali, che gli schiaccia il cervello, la sua hyubris livornese non viene meno. Bestemmia e dice: m&apos;è toccato finire all&apos;ottavo. L&apos;ottavo, o meglio l&apos;ottavo padiglione, come sa ogni labronico, è quello dei matti, a Livorno, e certo a neurochirurgia l&apos;ambiente è quello. 

Da tempo la sintomatologia insorta era caratterizzata da facile stancabilità, alterazioni del tono dell&apos;umore, talvolta disorientamento spazio-temporale, disturbi della memoria. Durante la degenza in ospedale il quadro si aggrava: disturbi dell&apos;equilibrio, stazione eretta incerta. Si procede allora a un intervento chirurgico di biopsia intracerebrale, con aspirazione della componente liquida. L&apos;esame istologico della biopsia evidenzia la metastasi di un carcinoma, ovvero di un carcinoma anaplastico a piccole cellule. Più precisamente, la diagnosi è questa: metastasi intracerebrali multiple in paziente con neoformazione a piccole cellule a livello della regione mediastinica.

Queste le parole del gergo tecnico della medicina. Ma le parole con cui Renato descrive la sua malattia sono molto  più bizzarre. Perché la degenza di Renato è veramente folle, ma alla livornese: diventa il peggior paziente della storia del reparto, uno che ha picchiato la testa, che deve spendere tutta la scorta di indisciplina che gli rimane. Fuma tranquillamente in corsia. Chiama badessa la caposale e manda a fanculo un prete. Dalla sedia a rotelle, guardando il Milan in coppa, si alza per spiegare come battere un rigore. Se riesce a camminare, porta le mogli dei degenti a prendere il caffé al bar o prova a convincerle a andare a fumare con lui al bagno. È conquistato dalla bella moglie di un altro paziente, appena operato per tumore, e che lui ha ribattezzato mucco perché assomiglia a un toro. Un giorno decide di trasformarsi in mucco, che intanto è andato a fare un po&apos; di riabilitazione. Renato apre l&apos;armadietto di mucco, indossa i suoi abiti, si mette le sue scarpe. Quando arriva la moglie di mucco, che lo guarda allibita, gli dice: &apos;gnamo, bella, si va a casa. 
Quando vede che medici e infermieri si sono abituati a certe burle, decide che è il momento di aumentare il livello di scontro e passa allo scatologico. Una notte si alza e piscia su un muro della camera ospedaliera. Un altro giorno prende uno cioccolatino sciolto per il calore di un termosifone, se lo passa sulla testa rapata e preme il pulsante per chiamare gli infermieri. Quando arrivano, temono che sia merda.

Renato torna a casa dopo 3 mesi d&apos;ospedale, con sollievo di infermieri e medici. All&apos;inizio migliora, recupera peso, riesce anche a andare qualche volta a camminare sul corso camminando da solo, a fumarsi una sigaretta sul lungomare. (Sì, proprio una sigaretta: più facile per il sistema sanitario indicare come cancerogena una sigaretta scelta individualmente che un processo produttivo imposto e subito). Poi rapidamente le sue condizioni si aggravano. Radioterapia, chemioterapia a più cicli, anticoagulanti, antidepressivi, cortisonici. Farmaci e terapie gli avvelenano il corpo quanto il tumore, quanto l&apos;amianto. Tira avanti così per un anno e mezzo. Poi la morfina pompa incoscienza in quello che Nada cantava come un cuore stanco. Muore per arresto cardiaco nel luglio 2004, lasciandomi un&apos;audi 80 del 1991 (euro 0), i tre volumi della Storia del Partito Comunista dello Spriano, 4 dischi di Fausto Papetti, un corso Hoepli di Disegno Tecnico, il Manuale del Tracciatore-Tubista, qualche Tex Willer, trapano, flessibile, saldatrice e una pipa.

Questa è la sua storia, la storia di un tipo qualsiasi, una storia come tante, di quelli che sono cresciuti nel dopoguerra, hanno fatto un pezzo del boom economico italiano sulla loro pelle, hanno vissuto la crisi petrolifera del &apos;73 sulle proprie tasche e sono morti alla fine del secolo, ammalati subito dopo avere smesso di lavorare, uccisi da un serial killer micidiale che agiva a Casale Monferrato, a Siracusa, a Monfalcone e in decine d&apos;altri posti. Uno che ha iniziato a guadagnarsi il pane a 14 anni, che è entrato in fabbrica senza mai uscirne, che si è iniettato in corpo titanio, piombo, benzene. Uno che ha visto le condizioni di sicurezza nei cantieri precipitare ogni giorno di più, alla faccia del progresso e delle norme sugli impianti. Uno che si infilava guanti d&apos;amianto, e tute d&apos;amianto, e si metteva lui stesso sotto un telone d&apos;amianto, perché scioglieva elettrodi che rilasciavano scintille di fuoco a pochi passi da gigantesche cisterne piene di petrolio e che sotto quel telone respirava zinco e piombo, fino a tatuarsi un bel pezzo della tavola degli elementi di Mendeleev nei polmoni. Fino a quando una fibra d&apos;amianto, che lo circondava come una gabbia, ha trovato la strada verso il suo torace ed è rimasta lì per anni. E poi, chiuso il suo libretto di lavoro, quella fibra ha cominciato a colorare di nero le sue cellule, corrodendo materia neurale dalla spina dorsale fino al cervello. Una ruggine che non poteva smerigliare. Lesioni cerebrali che non poteva saldare. Guarnizioni che hanno iniziato a perdere, nel tono dell&apos;umore, nella memoria, nella deambulazione, nell&apos;orientamento. 

Ricordi. Prima di morire, quando camminava ancora un poco, lo portai a fare alcuni giri. Le spiagge bianche di Rosignano, quelle con le ciminiere della Solvay alle spalle, residui di bicarbonato industriale che simulano un tropico sterile alla livornese. Il poncino dal Civili vicino alla stazione di Livorno. Una cacciuccata vicino ai quattro mori, al porto. La nave Venus incagliata a Caletta, a Castiglioncello, vicino al Cardellino, il locale in cui aveva lavorato tanti anni prima come cameriere e dove aveva ascoltato Nada cantare, quando poi si fecero la fotografia. Il cimitero di Rosignano marittimo, dove sono sepolti mio nonno Santi e l&apos;anarchico Pietro Gori, col suo monumento che l&apos;apuania operaia dedicò, incluso giro per vedere le tombe dei vecchi livornesi che al posto della croce hanno la falce e il martello. 

Una corsa in automobile fino a Livorno Calambrone, a vedere i silos, e le cisterne, e sullo sfondo le gru del porto. Macchine, impianti, turbine, circuiti di raffreddamento: la fabbrica era il suo mondo, e non poteva fare a meno di rispondere al canto di quelle sirene cancerogene che gli avevano mangiato i polmoni. Un ultimo ponce dal Civili, poi a Rosignano, al dopolavoro della Solvay a vedere i risultati delle partite. Lo faccio rientrare nella vecchia audi, ripartiamo verso casa. 

L&apos;Aurelia è vuota, all&apos;altezza di La California. Di qua il mare e i pini, di là la macchia mediterranea. Fumo di sigaretta in auto. Silenzio. Una canzone di Piero Ciampi, Livorno:
 
Triste triste
troppo triste è questa sera,
questa sera, lunga sera.
Ho trovato
una nave che salpava
ed ho chiesto dove andava.
Nel porto delle illusioni,
mi disse quel capitano.
Terra terra
forse cerco una chimera,
questa sera, eterna sera.
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