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<entry id='2296' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2296' author_id='4' authored_on='20070704025652' basename='reperti' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070704025652' modified_on='20070704025834' ping_count='0' status='2' title='Reperti' week_number='200727'><text>di &lt;b&gt;Simone Sarasso&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;ConfineDiStato.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/ConfineDiStato.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;184&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;[Un anno fa &lt;i&gt;Carmilla&lt;/i&gt; pubblicava la &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2006/07/001849.html#001849&quot;&gt;recensione&lt;/a&gt; di Daniela Bandini, estremamente elogiativa, del romanzo &lt;i&gt;Confine di Stato&lt;/i&gt; di un esordiente, Simone Sarasso, pubblicato da un piccolo editore (Effequ). Pare che proprio grazie a quella recensione il romanzo esca adesso presso un editore di primo piano, Marsilio (pp. 416,  18,00). Celebriamo l&apos;evento proponendo le prime pagine di &lt;i&gt;Confine di Stato&lt;/i&gt; e augurando all&apos;autore la meritata fortuna.] (&lt;b&gt;V.E.&lt;/b&gt;)

&lt;b&gt;Sandro Arlacchi&lt;/b&gt;
Il 12 dicembre smisi di essere ragazzino. Mio padre quel giorno non aveva in programma di andare a Milano. Verso mezzogiorno lo chiamò invece un suo collaboratore dicendo di raggiungerlo nella piazza della banca, dove ogni venerdì si svolgeva il mercato degli allevatori. Cera un affare da concludere, gli disse. 
La vendita di un terreno: doveva fare da mediatore.
Il primo a sapere cosera successo fu il parroco, ma non ebbe il coraggio di dircelo. </text><text_more>Incaricò il medico, che alle 19.30 venne a casa nostra.
Ci disse del disastro e che in mezzo ai feriti cera anche mio padre. Non aveva però notizie precise. Accendemmo la radio e la televisione.
Telefonammo a uno zio, Mario, che abitava a Milano. Fu lui a fare il giro degli ospedali.
Ne fece passare tre o quattro, finché scovò quello dove si trovava mio padre.
Era morto. Aveva 42 anni ed era morto.
Glielo fecero vedere ma non lo riconobbe subito. Lidentificazione avvenne quando trovarono i documenti. 
Erano le 20.30 quando ci chiamò. Ci disse di raggiungerlo.
Mia madre non aveva la patente: dovemmo cercare qualcuno. 
Alle 22.00 arrivammo allobitorio. Non ce lo fecero vedere: eravamo arrivati fuori orario. 
Dovemmo attendere il giorno dopo.
Andammo ai funerali e il lunedì stesso portammo la salma di mio padre in paese per lultimo rito.
Quando tutto finì ci sentivamo perduti. Fino ad allora la famiglia si era appoggiata soltanto su mio padre.
Era lui a garantire la tranquillità economica.
Papà gestiva il Cinema Lux a Magherno e lì, dove vivevamo, avevamo anche le bestie. A tempo perso faceva pure il mediatore. Terreni per lo più.
Mia madre non lavorava e noi eravamo ancora troppo piccoli.
A 39 anni suonati prese la patente e trovò lavoro prima alla Galbani di Corteleona e poi al Policlinico San Matteo, nella lavanderia.
Mentre studiavo, per tre giorni alla settimana facevo funzionare il cinema.
Seguimmo tutta la storia. Andammo alle udienze a Roma e al processo di Catanzaro. 
Prima alla giustizia ci credevo. Adesso non tanto. 
Abbiamo sentito solo parole. Quanto è successo ci ha cambiati dentro.  

&lt;b&gt;Francesca Denti&lt;/b&gt;
Mio padre era commerciante, aveva dei terreni alla periferia di Milano. Come ogni venerdì si sarebbe incontrato alla banca con altri commercianti e agricoltori.
E infatti lì avvenne il disastro. 
Lo vidi più tardi al Fatebenefratelli: era morto.
In ospedale ci ritrovai pure mia madre che, investita dallangoscia  non sapeva ancora che papà se nera andato, pietosamente le avevano detto che era ferito  era stata colpito da un infarto.
Quindi quella sera mi ritrovai, poco più che adolescente, con mio padre morto, ucciso tragicamente. E mia madre che era in fin di vita perché il cuore le stava cedendo.
Queste cose lasciano una traccia indelebile.
Anche se mia madre, grazie al cielo, labbiamo potuta salvare.
Nei primi anni non abbiamo vissuto, siamo stati come cani randagi


&lt;b&gt;Pietro *******, cronista del &lt;i&gt;Corriere della Sera&lt;/i&gt;.&lt;/b&gt;
Ero in Redazione. Lavoravamo incessantemente dal pomeriggio. La notizia era circolata e le persone che avevano dei cari a Milano, non vedendoli rientrare, chiamavano noi per avere notizie.
Il telefono non smetteva mai di suonare.
Nomi e cognomi scanditi con voce rotta a noi cronisti. Si scorrevano in fretta gli elenchi delle vittime e dei feriti negli ospedali.
Un sospiro di sollievo quando nelle liste che stavano su tutte le scrivanie non cera traccia di quella persona.
Erano le 22.45 quando mi chiamò quella donna. 
Non potrò mai dimenticarlo.
Sono la moglie di Eugenio Sarpi. Mio marito è uscito oggi per andare in centro. Non è ancora tornato a casa. È successo qualcosa? Voi sapete qualcosa?
Mi misi a spulciare le liste.
Elenco dei feriti suddivisi per ospedali, elenco degli impiegati della Banca Nazionale. Elenco delle vittime. Eugenio Sarpi, commerciante, 49 anni, nato a Cascina de Pecchi ma residente a Ronchetto sul Naviglio in via Battisti 19. 
Era sulla lista dei morti.
Una mano sul ricevitore. Non ce la facevo a dare la notizia così. Mi tremavano le gambe.
Finsi indifferenza: Signora, mi dia il suo numero di telefono. Dobbiamo controllare molti elenchi. Se troviamo qualcosa che riguarda suo marito, stia sicura che la richiamiamo.
La donna chiuse la chiamata con un sospiro, chissà se di angoscia o di sollievo.
Mi lanciai sulle &lt;i&gt;Pagine Gialle&lt;/i&gt; sullaltro capo della scrivania. Cercai Chiesa Cattolica. Il numero del parroco di Ronchetto.
Scaricai su di lui il peso della notizia a una famiglia ancora ignara.
Quando attaccai la cornetta col sacerdote, mi chiusi in bagno a piangere per mezzora.

&lt;b&gt;Felice Cardinali&lt;/b&gt;
Io e mio papà quel pomeriggio eravamo partiti subito dopo pranzo per andare a Milano: andavamo al mercato del venerdì. Il mercato iniziava verso le cinque, ma papà voleva arrivare per tempo, per cui alle tre eravamo già in città. Ricordo che siamo entrati in banca un po prima delle tre e mezzo. 
Papà mi ha congedato: Fatti un giro. Avevamo appuntamento per le quattro, quattro e un quarto.
Ho tardato un po perché mi son fermato alla Rinascente. Qualche regalo, un occhiatina alle vetrine, insomma.
Davanti alla porta della banca ho visto solo una fiammata. Poi più niente.
Mi son svegliato allospedale. Al Fatebenefratelli.
Stavo male. Il braccio sembrava me lo mangiassero i cani.
Però mi sono alzato lo stesso. Ho chiesto di mio papà.
Cera un trambusto che non le dico.
Un medico lo conosceva. Era nostro cliente: veniva su da noi, alla Ghisolfa, a prendere il latte. 
Mi disse che andava a vedere.
Dopo dieci minuti torna e mi dice che per il povero papà non cè stato niente da fare.
Mi dice anche di mettermi a letto, che sono grave, che perdo sangue. Ma a me non interessa.
Corro al telefono a gettoni. Erano le dieci di sera. 
Chissà a casa mia comerano preoccupati 
Squilla, squilla e squilla, da noi non cera nessuno.
Così faccio il numero di mio zio e gli dico: Zio, zio! È successo un disastro. Il papà è morto!
Di là non sento più niente, solo un &lt;i&gt;pluf!&lt;/i&gt; un tonfo. E poi una voce  era mia madre  che urla.
Gli era preso un infarto al povero zio. È caduto secco e si è rotto la testa.
Io per lo spavento e il dolore son svenuto lì, in corsia.

&lt;b&gt;Paolo Spampinato&lt;/b&gt;
Allepoca dei fatti avevo dieci anni. 
Ero tifosissimo dellInter, la grande Inter di Mazzola e Facchetti. Avevo le loro foto nella cameretta, collezionavo le Panini, diventavo matto, insomma.
Quel pomeriggio lunica cosa che avevo in mente era di andare a giocare a pallone, nel campetto di via Forze Armate, dietro casa mia.
Ma la mamma prende me e mia sorella - che allora aveva sedici anni - e ci fa: Ragazzi, è una bella giornata. Fate due passi. Andate in centro. Guardate le vetrine. Magari vi viene unidea per i regali di Natale. E tu, Eleonora, ne approfitti per pagare questa cambiale che scade.
Eravamo in fila allo sportello quando è successo.
Io non mi ricordo quasi niente. Avevo perso conoscenza.
Mia sorella, invece, è restata vigile. Anche dopo tutto il casino.
Mi ha raccontato che ci hanno portati di volata allospedale. Io sono rimasto sei ore in camera operatoria.
Ho dormito per giorni, sotto sedativi. Giorni in cui la notizia ha fatto il giro di Milano.
Cera perfino una mia foto sul &lt;i&gt;Corriere&lt;/i&gt;. Una foto di scuola, col grembiule nero e il colletto bianco, inamidato.
Io non so come labbiano saputo, merito dei giornalisti probabilmente. Fatto sta che quando apro gli occhi, allalba dellottavo giorno dalloperazione, me li vedo lì davanti.
Erano in piedi, con laria di chi non sa proprio cosa dire e ha voglia di piangere.
Mia madre mi ha guardato e mi ha chiesto: Paolo, li riconosci?
Ho messo a fuoco con fatica.
E in un sussurro: Mazzola Facchetti
Erano venuti per me. Avevano attraversato tutta Milano ed erano lì per me. 
Parlammo per ore. Io quasi svenivo dal dolore, ma non potevo mica farmi sfuggire loccasione
Quando se ne andarono, sembravano distrutti.
Io uscii solo allora dal mio stato di &lt;i&gt;trance&lt;/i&gt;.
Sollevai il lenzuolo. E mi accorsi di non aver più la gamba destra.

&lt;b&gt;Milano, 12 Dicembre 1969&lt;/b&gt;
Camera a volo duccello sulla città. 
Sfere gassose anonime, grigio chiaro. 
Nessun sonoro. Solo il sibilo del vento, tagliente.
Scende in picchiata, il cielo intorno diventa scia.
Si blocca al centro della piazza. 
Inquadra la cattedrale: bianca e nera. 
Un enorme albero di Natale con un minuscolo puntale dorato in cima. A forma di Madonna.
Camera ad altezza uomo, immersa nel lento serpentone di gente che scivola tra le luminarie. Ruota di 180°, riprende persone coi pacchetti, le sciarpe, i cappotti pesanti.
Allarga sulla facciata del palazzo. 
Zooma sullinsegna: Rinascente.
Ridiscende al livello del terreno e fa un lungo piano sequenza sulle vetrine. 
Inquadra biscotti: Legacci, Canestrelli di Pontedecimo, Novarini di Camporelli, Krumiri di Casale. Infine, le spalle di un uomo.
Allarga. 
Piano americano sulluomo, sempre di spalle.
Cappotto nero, cappello nero, guanti di pelle nera. Nella mano destra, una ventiquattrore.
Limmagine traballa. Il movimento non è più fluido. Qualche piccola scossa di assestamento.
Camera a mano. 
Luomo cammina lento, di tanto in tanto sbircia lorologio.
A lato dellinquadratura, in alto a destra, appare un quadrante digitale. I led rossi dicono &lt;b&gt;16.16&lt;/b&gt;.
La camera segue luomo, procede in linea retta. Ogni tre passi, ritmicamente, si volta sui due lati. 
Duomo a sinistra, Palazzo Reale a destra. 
&lt;b&gt;16.18&lt;/b&gt;.
Luomo arriva nella piazza. La camera si ferma.
Fish-eye: la piazza in grandangolo. Una figura nera, sottile, che entra nella banca.
Ledificio dinizio secolo. 
Tre piani, solido, sobrio. 
I led lampeggiano: &lt;b&gt;16.18&lt;/b&gt;.
Linsegna, dorata: Banca Nazionale dellAgricoltura, in cima alla facciata sul cornicione del terzo piano.
La camera zooma fino tuffarsi dentro linsegna.
È passata. 
Interno giorno. Inquadratura dallalto.
Al centro la cupola, trasparente, di vetro. 
Sotto lampio atrio, la rotonda. 
Panoramica a tre e sessanta.
Latrio è circolare, venti metri di diametro. La camera ruotando riprende lentrata delluomo dallingresso principale. La tesa del cappello gli copre il volto.
Linquadratura non si sofferma, continua la rotazione.
Clienti in coda agli sportelli, mediatori e agricoltori. Tutti cercano un posto a sedere allampio tavolo ottagonale al centro della sala.
Il tavolo è alto ottanta centimetri. 
Ricoperto da strati di mogano, protetti da una spessa lastra di cristallo. 
Ognuno degli otto lati del tavolo è largo poco più di un metro. 
A ogni lato corrisponde una sedia, di pelle marrone.
Luomo prende posto su una sedia vuota. &lt;b&gt;16.20&lt;/b&gt;
La camera è di nuovo su di lui, solo la testa fuori dallinquadratura.
Luomo spinge la ventiquattrore sotto al tavolo, al centro della rotonda. &lt;b&gt;16.21&lt;/b&gt;
Tira fuori una penna, compila un modulo, se lo mette in tasca. &lt;b&gt;16.24&lt;/b&gt;
Camera fissa sulla valigia. Luomo si alza, esce dallinquadratura. 
La valigia rimane sotto al tavolo. &lt;b&gt;16.25&lt;/b&gt; 
Obiettivo sulla valigia, accelerazione temporale. 
Le cifre del led scandiscono i minuti in rapida sequenza: &lt;b&gt;16.25-26-27-28-29-30&lt;/b&gt;.
Schermo bianco.

Stacco. Sonoro.
La piazza. La gente coi pacchetti, i cappotti, le sciarpe.
Un rumore sordo. Cupo. Che viene dal ventre stesso della terra.
La valigia esplode. 
Dentro la valigia, una cassetta di metallo. 
Onda durto. Schegge incandescenti ovunque.
La fiammata vola verso lalto, come un vulcano.
Tremano le pareti, i pavimenti, le luci accese nelle case, negli uffici, nei negozi.
Sembra il terremoto: non è il terremoto.
Le vetrine sullesterno si gonfiano, come palloncini. 
Per un intero secondo, prima di esplodere e sparare proiettili di vetro.
Due corpi volano insieme ai frammenti. Si abbattono sul marciapiede. Rantolano e respirano ancora.
Le vetrate che dividono gli uffici dalla cupola si spezzano. Calano come ghigliottine. 
Maschere di sangue. Ventri squarciati, brandelli.
Il fuoco impazzito tritura il tavolo, polverizza le sedie, stritola le macchine da scrivere, schianta in mille pezzi banconi e armadi.
Le macchine da scrivere divengono magli. Investono i corpi che si parano davanti. Percuotono, sfondano, smembrano.
Lamiere roventi per la vampa diventano falci: entrano nelle persone, recidono, mozzano.
Poi, ancora, le schegge: legno, vetro, acciaio.
Quelle più grosse bucano i vestiti, si tingono di rosso e di nero.
Le più piccole si fondono alla carne, alle ossa, come denti di drago si conficcano nel cervello. 
E fanno urlare.
Dentro alledificio odore acuto desplosivo, quello acre del fumo, quello dolciastro e ramato del sangue.
Un uomo, allaltezza della clavicola, ha un ammasso di sangue. Il braccio non cè più. Staccato di netto.
Sul pavimento poltiglia e detriti, vetri e cenere. 
Una donna completamente carbonizzata è un tuttuno coi suoi vestiti. Solo il viso è stato risparmiato dalla vampa. E piange mentre striscia.
Lorrore è al centro, vicino al cratere dove stava il tavolo ottagonale.
Solo carne umana tuttintorno. Viscere e ossa. Materia cerebrale e tronchi sfondati. Una testa è quasi del tutto separata dal corpo.
Un ragazzo in divisa è il primo dei soccorritori. 
Scorge una mano che si agita. Stringe quella mano. Tira forte. Stretto nel suo palmo rimane giusto un braccio.

È scoppiata la bomba in Piazza Fontana.


[&lt;b&gt;Simone Sarasso&lt;/b&gt;, classe 78, ha lavorato in unagenzia di stampa e come illustratore per riviste underground. Oggi fa il maestro di sostegno in un asilo. Ha pubblicato alcuni racconti in antologie.
&lt;i&gt;Confine di Stato&lt;/i&gt;, il suo romanzo desordio, è il  primo volume di una trilogia noir sui misteri e le trame della  Storia dItalia dal Dopoguerra a Tangentopoli. ]

</text_more></entry>
<entry id='2297' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2297' author_id='13' authored_on='20070704174429' basename='mi_ricordo' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070704174429' modified_on='20110324021120' ping_count='0' status='2' title='&quot;Mi ricordo&quot;' week_number='200727'><excerpt>di &lt;b&gt;G. Deleuze&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;G_Deleuze.jpeg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/G_Deleuze.jpeg&quot; width=&quot;44&quot; height=&quot;62&quot; border=&quot;1&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt;Un inedito di Gilles Deleuze: in una conversazione con Didier Eribon, i suoi ricordi su Sartre, Lacan, Marx.</excerpt><text>di &lt;b&gt;Gilles Deleuze&lt;/b&gt;&lt;img alt=&quot;Bad.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Bad.jpg&quot; width=&quot;98&quot; height=&quot;165&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;Nel 1993 l&apos;autore di &lt;i&gt;Mille plateaux&lt;/i&gt; -  il suo libro preferito -  si era confessato a Didier Eribon, giornalista della rivista Le Nouvel Observateur, evocando grandi figure d&apos;intellettuali   Sartre, Canguilhem, Lacan e Marx   e le sfide del suo felice lavoro di filosofo. Le Nouvel Observateur le ha pubblicate nel n. 1619 (16-22 nov. 2005), pp. 50-51 col titolo &lt;i&gt;Le &quot;Je me souviens&quot; de Gilles Deleuze&lt;/i&gt;. Lo pubblichiamo nella traduzione di Luca Crmonesi, per gentile concessione delleditore Ombre Corte, che lo ha inserito in appendice alla raccolta di scritti di Alain Badiou &lt;b&gt;Oltre luno e il molteplice. Pensare (con) Gills Deleuze&lt;/b&gt; (g.d.m.).&lt;/span&gt;

&lt;b&gt;SCRIVERE&lt;/b&gt;: Non scrivo contro qualcosa o qualcuno. Per me scrivere è un gesto assolutamente positivo: significa dire ciò che si ammira, non combattere ciò che si detesta.</text><text_more>Scrivere per denunciare è il più basso livello di scrittura. In compenso, bisogna riconoscere che scrivere implica il fatto che vi sia qualcosa che non funziona nello stato del problema che si vuole trattare. Che non si è soddisfatti. Direi dunque che scrivo contro l&apos;idea &lt;i&gt;toute faite&lt;/i&gt; [finita]. Si scrive sempre contro le idee &lt;i&gt;toutes faites&lt;/i&gt;.
&lt;img alt=&quot;JPSartre.jpeg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/JPSartre.jpeg&quot; width=&quot;86&quot; height=&quot;120&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
&lt;b&gt;SARTRE&lt;/b&gt;: Sartre è stato tutto per me. Sartre è stato qualcosa di fenomenale. Durante l&apos;Occupazione era un modo di esistere nell&apos;ambito spirituale. Le persone che gli rimproverano di aver fatto rappresentare le sue opere durante l&apos;Occupazione semplicemente non le hanno lette. Bisognerebbe paragonare la messa in scena de &lt;i&gt;Le mosche&lt;/i&gt;, in quell&apos;epoca, a Verdi che si fa rappresentare davanti agli Austriaci. Tutti gli italiani capivano e gridavano bravo. Sapevano che si trattava di un atto di resistenza. È esattamente la stessa cosa per Sartre. &lt;i&gt;LEssere e il Nulla&lt;/i&gt; è stato una bomba, e questo non perché vi si sarebbe potuto vedere un atto di resistenza come ne &lt;i&gt;Le mosche&lt;/i&gt;, ma perché è stato uno stordimento/abbagliamento. Un intero libro, enorme, di pensiero nuovo. Che choc! Lho letto quando è stato pubblicato la prima volta. Mi ricordo che ero con Tournier ed eravamo andati a comprarlo. L&apos;abbiamo divorato. Sartre ha ossessionato i giovani della mia generazione: scriveva romanzi, teatro, e allora tutti che volevano scrivere romanzi e teatro. Tutti lo imitavano, o erano gelosi di lui e arrabbiati... Io ero affascinato da Sartre, sono stato conquistato da lui. E secondo me in Sartre c&apos;è qualcosa di nuovo che non si perderà mai, qualcosa di nuovo per sempre. È come Bergson. Non si può leggere un grande autore senza trovarci una novità eterna. E se oggi trattiamo Sartre o Bergson come qualcosa di superato è perché non siamo in grado di ritrovare la novità che rappresentavano per il loro tempo. E le due cose sono una sola: se non sappiamo ritrovare la novità di un autore per la sua epoca, perdiamo l&apos;eterna novità che porta in lui. Non sappiamo più ritrovare ciò che sarà per sempre. A quel punto trionfa il regno dei copiatori, che sono i primi a gettare nel passato ciò che hanno copiato.

&lt;b&gt;CANGUILHEM&lt;/b&gt;: Quando ho sostenuto l&apos;esame d&apos;ingresso all&lt;i&gt;École normale supérieure&lt;/i&gt;, Canguilhem mi ha fatto l&apos;esame orale di filosofia. Mi ha dato un buon voto, che però non bastava a recuperare le insufficienze nelle altre materie. Mi hanno bocciato, ma ho ottenuto ciò che chiamavano una &lt;i&gt;bourse d&apos;agrégatíon&lt;/i&gt;. Dato che il decentramento era già in atto, la borsa era valida per un&apos;università di provincia. Jean Hyppolite, che era stato mio professore nel corso di preparazione all&apos;esame e che mi voleva molto bene, mi ha proposto di andare a Strasburgo, dove gli era stata affidata una cattedra, dopo aver finito la sua tesi su Hegel. Non ho preso casa a Strasburgo, ci andavo una volta a trimestre per riscuotere la mia borsa di studio. Là seguivo i corsi di Canguilhem; ci parlava di autori che non conoscevamo, che non avevamo mai sentito nominare. Quando andavo a Strasburgo, dato che non riuscivo ad abituarmici, lo frequentavo molto. C&apos;era un piccolo gruppo attorno a lui e io facevo parte di quel gruppo. Canguilhem è stato molto importante per me, sia per i suoi corsi che per i suoi libri. In realtà, Canguilhem è stato molto importante per tutte le generazioni che lo hanno studiato, a partire dalla mia. Si potrebbe addirittura sostenere che ha formato tutti, o quasi.

&lt;b&gt;LACAN&lt;/b&gt;: Mi ha cercato in occasione di una seduta del suo seminario sul mio libro su Sacher Masoch [&lt;i&gt;Présentation de Sacher&lt;/i&gt;, Masoch, Minuit, Paris 1967; trad. it. di G. De Col, &lt;i&gt;Il freddo e il crudele&lt;/i&gt;, Es, Milano 1996]. Mi hanno detto, ma non ne ho mai saputo di più, che aveva parlato, circa un&apos;ora, del mio libro. Poi è venuto a tenere una conferenza a Lione, dove all&apos;epoca insegnavo. Fece un numero assolutamente incredibile... è là che ha lanciato la sua celebre formula:&lt;img alt=&quot;J_Lacan.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/J_Lacan.jpg&quot; width=&quot;81&quot; height=&quot;125&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt; &apos;La psicanalisi può fare tutto, tranne rendere intelligente un idiota&quot;. Dopo la conferenza, è venuto a cena da noi e, dato che era abituato ad andare a letto molto tardi, si è fermato a lungo. M ricordo che era già passata la mezzanotte e lui voleva a tutti i costi un whisky speciale. Quella serata è stata veramente un incubo. Il mio unico grande incontro con lui è stato dopo la pubblicazione de &lt;i&gt;LAnti CEdipe&lt;/i&gt; [Minuit, Paris 1972; trad. it. di A. Fontana, &lt;i&gt;Lanti Edipo. Capitalismo e schizofrenia&lt;/i&gt;, Einaudi, Torino 1975]. Sono sicuro che l&apos;avesse presa male, che se la fossa presa con me e Félix. Ma alcuni mesi dopo mi ha fatto chiamare senza nessuna spiegazione. Voleva vedermi, e io ci sono andato. Mi ha fatto aspettare nella sua anticamera, c&apos;era tantissima gente, non si sa se fossero malati, ammiratori o giornalisti... Mi ha fatto aspettare molto, forse troppo, e alla fine mi ha ricevuto. Mi ha fatto la lista di tutti i suoi discepoli dicendo che non valevano nulla (l&apos;unico di cui non ha parlato male era Jacques Alain Miller). Mi divertivo perché mi veniva in mente Binswanger che raccontava una scena identica: Freud che gli parlava male di Jones, Abraham... e Binswanger era abbastanza furbo per capire che Freud diceva le stesse cose di lui quando non era presente. Comunque, Lacan parlava, e ne ha avuta una per tutti, tranne Miller. E alla fine mi ha detto: ho bisogno di qualcuno come te.

&lt;b&gt;MILLE PLATEAUX&lt;/b&gt;: Questo libro [Minuit, Paris 1980; trad. it. di G. Passerone, &lt;i&gt;Mille piani. Capitalismo e schizofrenia&lt;/i&gt;, Cooper Castelvecchi, Roma 2004] è il migliore di tutti quelli che Félix ed io abbiamo scritto insieme. Ed è anche il migliore che io abbia mai scritto. Sì, posso dire che si tratta senz&apos;altro della mia opera migliore. Non ha avuto successo, ma credo che sia un gran bel libro. Perché non ha avuto successo? Forse era troppo lungo. E poi, soprattutto, non era più tempo per un libro del genere.

&lt;b&gt;MAGGIO &apos;68&lt;/b&gt;: È stato un periodo molto ricco per la teoria. Se guardo a tutto quello che ho passato nel corso della mia vita, vedo innanzitutto un periodo estremamente povero: sto parlando della guerra. Dopo la guerra, c&apos;è stata una formidabile esplosione intellettuale e culturale. Poi il deserto degli anni Cinquanta e l&apos;uscita dal deserto e di nuovo un&apos;epoca molto forte negli anni Sessanta (con la &lt;i&gt;Nouvelle Vague&lt;/i&gt; al cinema e nella teoria diciamo, per rias¬sumere, Foucault e Lacan). Era un momento veramente vivace. Ma, attualmente, di nuovo un deserto, che però non è irreversibile. I casi sono due: per quelli che hanno già dietro di loro una parte del loro lavoro non ci sono troppi problemi, possono continuare a scrivere e attra¬versare il deserto. Ma per i più giovani la situazione è ca¬tastrofica: è difficile nascere in un periodo di deserto. Per qualche giovane che ha qualcosa di nuovo da dire la si¬tuazione è veramente dura. Ciò che è stato molto impor¬tante nell&apos;epoca di cui stiamo parlando, gli anni Sessanta, il maggio &apos;68 e pochi anni che sono seguiti   e che ades¬so è veramente conclusa   è quello che io chiamerei un nuovo funzionalismo, che diventava tutt&apos;uno con la filo¬sofia concepita come attività creatrice di concetti. Si trat¬tava di creare concetti che funzionassero in un dato am¬bito sociale. Nel caso di Foucault ciò è evidente, dato che lui si è spinto più in là nella creazione di concetti, con nozioni come quella di &quot;società disciplinare&quot;, che è secon¬do me un concetto fondamentale. Erano concetti che fun¬zionavano in un campo d&apos;inmanenza e questo si scontra¬va con due punti della tradizione filosofica: il ricorso alla trascendenza e a una concezione riflessiva della filosofia (la filosofia che riflette su). Nei periodi poveri, come quel¬lo attuale, c&apos;è sempre una restaurazione della trascenden¬za e un ritorno alla filosofia concepita come una riflessio¬ne su... È anche un ritorno alla filosofia universitaria. Al¬lora, oggi, è questo che bisogna ritrovare: la filosofia come creazione, non riflettere su, ma creare concetti, non cercare di scoprire trascendenze, ma fare funzionare i concetti in campi d&apos;immanenza.

&lt;b&gt;MARX&lt;/b&gt;: Non ho mai fatto parte del Partito comunista (non mi sono neanche mai sottoposto ad un&apos;analisi, sono riuscito a scappare da tutto questo). E non sono mai stato marxista prima degli anni Sessanta. Il vedere ciò che facevano ai loro intellettuali mi ha impedito d&apos;essere comunista. E poi, devo confessare che non ero marxista perché, in fondo, a quell&apos;epoca non conoscevo Marx. Ho letto Marx quando ho letto Nietzsche e l&apos;ho trovato fantastico. Per me sono concetti ancora validi, che hanno al loro interno una critica radicale. &lt;i&gt;LAnti dipe&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;Mille Plateaux&lt;/i&gt; sono completamente pervasi da Marx e dal marxismo. L&apos;articolo che ho pubblicato &lt;i&gt;Poscritto sulla Società di controllo&lt;/i&gt; [ora in &lt;i&gt;Pourpalers&lt;/i&gt;, Minuit, Paris 1990; trad. it. di S. Verdicchio, &lt;i&gt;Pourparler&lt;/i&gt;, Quodlibet, Macerata 2002], per esempio, è completamente marxista, anche se scrivo a proposito di argomenti che Marx non conosceva. Non capisco ciò che le persone vogliono dire quando scrivono che Marx si è sbagliato. E ancora meno capisco quando dicono che Marx è morto. Ci sono dei compiti urgenti oggi: abbiamo bisogno di analizzare che cos&apos;è il mercato mondiale, quali sono le sue trasformazioni. E per fare questo, bisogna passare per Marx.

&lt;b&gt;LIBRI&lt;/b&gt;: Il mio prossimo libro   e sarà l&apos;ultimo   si intitolerà &lt;i&gt;Grandeur de Marx&lt;/i&gt;.

&lt;b&gt;DIPINGERE&lt;/b&gt;: Adesso non ho più voglia di scrivere. Dopo il libro su, Marx, penso che progetterò di smettere di scrivere. E quando smetterò di scrivere, inizierò a dipingere.</text_more></entry>
<entry id='2298' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2298' author_id='4' authored_on='20070705024036' basename='brutta_aria_sul_web' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070705024036' modified_on='20070705024629' ping_count='0' status='2' title='Brutta aria sul Web' week_number='200727'><text>di &lt;a href=&quot;http://rebus.splinder.com&quot;&gt;Rebus&lt;/a&gt;

&lt;img alt=&quot;Volonte.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Volonte.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;165&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Di una cosa non è possibile lamentarsi: non possiamo dire di non essere stati avvertiti. La censura è arrivata sullInternet italiana sì ammantata di buoni propositi, ma comunque ampiamente annunciata. Forse però non proprio col suo vero nome
 
&lt;b&gt;In principio era la legge Finanziaria 2006&lt;/b&gt;

Quasi in sordina, con la legge Finanziaria del 2006 passa una proposta che in realtà è a dir poco rivoluzionaria: la possibilità di inibire  ai naviganti italiani laccesso verso siti esteri che non rispettano nostre normative. Alla faccia dei maligni che sostengono larretratezza informatica del nostro Paese, un simile strumento ha pochi eguali al mondo e ci lancia dunque nel (sempre meno) ristretto empireo dei paesi tecnologicamente più allavanguardia sul fronte della censura, &lt;a href=&quot;http://www.rsf.org/article.php3?id_article=17177&quot;&gt;come Cina, Iran ed Arabia Saudita&lt;/a&gt;. Che guarda caso non brillano per democrazia, ma son comunque soddisfazioni.</text><text_more>Dicevamo della Finanziaria. Il problema, evidentemente molto più serio di quanto percepito dal comune cittadino, è rappresentato da alcuni siti di scommesse: esistono siti stranieri che, in quanto tali, non ritengono di dover essere soggetti alle leggi italiane. La cosa non va giù ai Monopoli di Stato, che vedono da lontano una ghiotta fetta di proventi, derivanti dalle concessioni, sui quali non riescono a mettere le mani. E serve a poco lamentarsi: al di fuori della nostra giurisdizione non arrivano né sanzioni né sequestri, e nemmeno lUnione Europea, forse in virtù di un antipatriottico principio di libera circolazione dei servizi tra gli stati membri, sembra voler intervenire.
E così, non potendo raggiungere i gonfi e beffardi portafogli stranieri, il Governo italiano escogita un astuto piano: obbligare tutti gli Internet Service Provider del suolo patrio a dotarsi di strumenti idonei per impedire a tutti i loro utenti di accedere a questi siti. E stato a questo punto che la libertà dei cittadini è stata compromessa? Può sembrare poca cosa linibizione di alcuni siti esteri di scommesse, ma di fatto questo provvedimento è stato come la posa della prima pietra.

&lt;b&gt;Il Decreto Gentiloni&lt;/b&gt;

Dopo circa un anno di rodaggio, arriviamo al &lt;a href=&quot;http://www.comunicazioni.it/it/index.php?IdPag=1177&quot;&gt;Decreto Gentiloni&lt;/a&gt;. Questa volta nel mirino sono i più odiosi e odiati nemici della società. No, non i politici corrotti, ma i pedofili. Categoria quanto mai indifendibile, nel nome della sacrosanta lotta al suo proliferare viene deciso di dare battaglia anche ai siti pedopornografici che, trovandosi allestero, sono sempre stati al riparo dai provvedimenti giudiziari e dai sequestri dellAutorità italiana. Ma come fare, se sono così irraggiungibili? Ovviamente ricorrendo ai filtri censori. Che non intaccano minimamente lesistenza del sito, ma soltanto ne impediscono la visione dallItalia. Occhio non vede, cuore non duole. Lidea non sarebbe nemmeno infruttuosa, considerando che un simile blocco avrebbe quantomeno leffetto di limitare il bacino dutenza di tali siti, ostacolandone così i commerci e producendo loro per lo meno un mancato guadagno (proprio come nel caso dei malvagi broker). Peccato però che, come vedremo tra poco, i filtri sono tristemente inefficaci: bloccano talvolta lutente medio e il visitatore occasionale, ma non fermeranno mai in nessun caso un soggetto motivato come può essere un vero pedofilo. Chi ha la deliberata intenzione di accedere ad un sito tra quelli bloccati, lo farà comunque, e anzi sarà ora quasi costretto a farlo utilizzando strumenti che gli garantiscono, tra laltro, un anonimato particolarmente robusto.

&lt;b&gt;Come funzionano i filtri&lt;/b&gt;

Dal punto di vista tecnico è un problema non da poco, e a risolverlo non bastano certo poche righe di legge incerte e fumose. I tecnici si son trovati una bella gatta da pelare: la legge impone un certo risultato, incurante della possibilità reale di un suo raggiungimento pratico, senza fornire indicazioni circa lattuazione. E infatti i filtri che vengono approntati non sono granché efficaci.
Nel caso dei Monopoli di Stato, esiste una lista pubblica dei siti censurati, consultabile sul &lt;a href=&quot;http://www.aams.it/site.php?page=home&quot;&gt;sito Internet di AAMS&lt;/a&gt;. Questa stessa lista viene utilizzata dai provider per riprogrammare i propri server DNS.
DNS è un servizio basilare di Internet: la sua funzione è quella di tradurre lindirizzo di una macchina da una forma letterale, come www.carmillaonline.com, in un formato utilizzabile dai computer, ovvero un indirizzo IP come 66.98.220.57. E unoperazione che viene svolta silenziosamente dai nostri computer ogni volta che tentiamo di visitare un sito, appoggiandosi a dei server DNS che sono solitamente quelli del proprio Internet Service Provider.
In questo modo, chi amministra il server DNS può decidere di inibire laccesso a un sito semplicemente rifiutandosi di rispondere correttamente alle richieste degli utenti relative a quel sito.
Quello che però sfugge alle maglie dal sistema è che gli utenti non sono costretti a utilizzare esclusivamente i server DNS messi a disposizione del proprio provider. Basta così configurare il proprio PC perché interroghi in automatico un server DNS ubicato allestero per eludere completamente i controlli imposti dalle leggi italiane.
Il decreto Gentiloni prevede dunque un ulteriore accorgimento tecnico per rendere la censura più efficiente: oltre al blocco del nome di dominio tramite DNS, ai provider può essere richiesto di bloccare tutti i tentativi di accesso verso un determinato indirizzo IP. In questo modo, anche se la risoluzione viene effettuata con un DNS straniero, il sito sarà comunque irraggiungibile. Anche questo accorgimento, come vedremo, è insufficiente e comunque aggirabile, anche da chi ha scarse competenze tecniche.

&lt;b&gt;Chi decide cosa censurare?&lt;/b&gt;

Questione quanto mai importante sarebbe sapere chi censura cosa, e perchè. Nel caso dei casinò on line, è lAmministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato ad indicare quali sono i siti esteri che si ostinano a non corrispondere le italiche gabelle e che meritano quindi di essere danneggiati.
Nel caso dei siti pedopornografici, invece, lattività dovrebbe essere demandata al Centro nazionale per il contrasto della pedopornografia, un ufficio di Polizia istituito già nel 1998 e investito ora di questo compito dal già citato decreto Gentiloni.
La black list compilata dal Centro non è pubblica come quella di AAMS, per ovvi motivi, ma viene comunicata in forma strettamente riservata solo agli operatori preposti dei singoli provider. Tuttavia questa gestione poco trasparente, pur se ragionevolmente motivata, lascia spazio e numerosi interrogativi, a cui il cittadino non riesce a trovare risposta tra le righe dei decreti. Per esempio: chi valuta se le immagini contenute in un sito ritraggono soggetti minorenni oppure no? E questa decisione è soggetta a revisione? Chi controlla i controllori? Comè possibile accertare che non vengano commessi abusi? Non è per malfidenza, è che il problema da teorico è già diventato di attualità.

&lt;b&gt;Casistica degli abusi verificati&lt;/b&gt;

Per i motivi appena esposti, è difficile evidenziare se e quando sia stato commesso un abuso inserendo siti in black list al di fuori dei casi previsti per legge, tuttavia alcuni casi sono trapelati.
La prima vittima di cui si è avuta notizia è stata un popolare sito di escort. L&apos;attività che svolge il sito non è legale in Italia (si tratta come minimo di favoreggiamento alla prostituzione, se non addirittura di sfruttamento), però viene svolta dall&apos;estero e soprattutto non ha nulla a che vedere con la pedopornografia. Tant&apos;è che all&apos;inizio era forte il dubbio che si trattasse di una bufala e che la mancata risoluzione da parte dei DNS fosse dovuta a problemi tecnici, eppure, dalle numerose conferme, sembrerebbe non sia così... Non cè ovviamente modo di sapere ufficialmente se il sito sia stato incluso nella black list del Centro, da chi e perché, ma non sembrano esserci altre spiegazioni alla sua improvvisa sparizione dai DNS italiani. Il sito comunque è vivo e vegeto, e come tutta risposta si è duplicato, con gli stessi contenuti, su un nuovo nome di dominio non ancora filtrato.
Poi è stata la volta di un paio di siti che pubblicano, anche in italiano, articoli a sostegno ideologico della pedofilia. In questo caso ci sarebbe poco da protestare riguardo alla censura: nessuno sano di mente potrebbe dispiacersi della sparizione dalla Rete di tesi così aberranti e al limite dell&apos;istigazione. Però anche qui qualcosina non torna: i siti non ospitano materiale pornografico, quindi non rientrano nei casi censurabili per legge, eppure son finiti lo stesso in black list. Non che dispiaccia per loro, che non meritano alcun tipo di solidarietà per la loro infamia, tuttavia è preoccupante assistere a uninconfutabile applicazione abusiva dei filtri censori. Sarebbe stato meglio prevedere per legge la facoltà di oscurare anche questi siti, anziché estendere arbitrariamente lapplicabilità dei filtri oltre i limiti della legge attuale. Chi ha deciso per questa applicabilità? Funzionari del Centro? Il governo? Loscuramento era stato richiesto a gran voce da una campagna mediatica nazionale che ha raccolto oltre 50.000 firme. E dunque stata questa (peraltro modesta) vox populi a decretare cosa andava censurato? Siamo comunque sul limitare di quellargomento assi spinoso che sono i reati di opinione.

&lt;b&gt;A pensar male si fa peccato, però&lt;/b&gt;

spesso si indovina. E infatti certi malfidenti paventavano la possibilità che i filtri, una volta implementati per la causa contro la pedofilia, sarebbero stati usati a sproposito anche in altri ambiti, per esempio per limitare le libertà digitali o reprimere il dissenso. Impossibile in uno stato democratico! Ma possibile in Italia.
Nei giorni scorsi il sito &lt;a href=&quot;http://www.molleindustria.org/&quot;&gt;MolleIndustria.org&lt;/a&gt; pubblica uno dei suoi geniali e dissacranti giochi satirici, dal nome Operazione: pretofilia, che prende di mira le infami politiche protettive attuate dal Vaticano nei confronti dei preti accusati di pedofilia. Lo scopo del gioco, evidente a chiunque lo abbia provato, non è certo la giustificazione o listigazione della pedofilia, ma al contrario la denuncia dei comportamenti violenti, intimidatori o omertosi troppo spesso tenuti dagli adulti in queste circostanze. Laccusa è forte, e anche se non dice nulla che non si sappia già, dà fastidio agli interessati.
Ecco dunque che un deputato della Repubblica, indegno del proprio ruolo, arriva a chiedere al Governo di oscurare il sito della MolleIndustria, con argomentazioni del tutto imbecilli e, nella migliore delle ipotesi, false. E il capogruppo alla Camera dell&apos;UDC, Luca Volontè, a ritenere Operazione Pretofilia un gioco provocatorio e offensivo, che deve essere messo a tacere in quanto rappresenta lennesimo attacco alle istituzioni religiose e alla fede cristiana. Non solo: prosegue il parlamentare chiedendo che il Governo provveda con urgenza a oscurare il sito che consente di scaricare Operazione pretofilia, gioco-flash scaricabile da Internet che riproduce la simulazione di stupri su bambini, da parte di preti, non ostacolati da genitori intimiditi e omertosi. Non sia mai che si possa sostenere una simile visione dei fatti del mondo!
Ancor più ridicolo il fatto che Volontè si appelli alla legge in contrasto alla pedopornografia virtuale. Benché virtuali  sostiene  la riproduzione e la divulgazione di scene che riproducono eventi così abominevoli sono vietate. Questo, come ben sa chiunque abbia un minimo di competenze in materia o che per lo meno sappia leggere, non è assolutamente vero. La legge che Volontè dimostra così palesemente di non conoscere punisce luso di immagini virtuali la cui qualità di rappresentazione fa apparire come vere situazioni non reali. Ora tutto si può dire, tranne che la grafica del gioco sia così realistica da apparire vera: si tratta un grumo di pochi pixel che nemmeno nelle più sfrenate fantasie potrebbero somigliare a qualsiasi cosa di reale. 
Però quel che i pixel raccontano dà molto fastidio, non perché falso, ma proprio perché tristemente confermato.

&lt;b&gt;Reazione e contromisure&lt;/b&gt;

I gestori di MolleIndustria non hanno atteso che le minacce dei filo censori trovassero consenso e attuazione: anche per evitare ripercussioni sul proprio provider, hanno autonomamente rimosso il gioco dal proprio sito, come spiegato in un &lt;a href=&quot;http://www.molleindustria.org/pivot/entry.php?id=144&quot;&gt;loro comunicato&lt;/a&gt;, in attesa di poter trasferire lhosting in un paese più libero del nostro.
La risposta della Rete non è comunque tardata: non solo il gioco è sfuggito alla ventilata censura trovando ospitalità in &lt;a href=&quot;http://www.google.it/search?q=operation+pedopriest&quot;&gt;numerosi altri siti&lt;/a&gt; in tutto il mondo e nelle reti di file sharing, non solo ha potuto godere di unincrementata popolarità a cui, lasciato a sé stesso, non avrebbe osato ambire, ma è stato addirittura pubblicato sul meraviglioso nuovo sito &lt;a href=&quot;http://www.lucavolonte.eu/&quot;&gt;www.lucavolonte.eu&lt;/a&gt;, sberleffo finale allidiozia filorepressiva. Visitatelo finché dura: la satira, di questi tempi, non è ancora illegale sulla carta, ma nei fatti viene sovente trattata come se lo fosse.
Ad ogni buon conto, e in previsione di ulteriori nuovi abusi, giova ricordare che i filtri sui DNS si eludono semplicemente configurando il proprio PC per appoggiarsi a DNS stranieri (per esempio &lt;a href=&quot;http://www.opendns.com/&quot;&gt;www.opendns.org&lt;/a&gt;). Le informazioni per farlo sono a disposizione di chiunque, bastano pochi secondi di interrogazione su qualunque motore di ricerca.
I filtri sugli IP, invece, rendono necessario per il loro aggiramento il ricorso a proxy o lutilizzo di darknet, come &lt;a href=&quot;http://www.tor.org/&quot;&gt;www.tor.org&lt;/a&gt;. Le prestazioni che si ottengono non sono le migliori, ma consentono comunque di esercitare il proprio diritto.
Per inciso, e casomai qualcuno avesse dei dubbi a riguardo, eludere i filtri censori imposti ai provider italiani non è illegale. Non esiste infatti nessuna norma che vieti agli utenti luso di queste tecniche, che proibisca di visitare qualsivoglia sito o che imponga luso di un servizio DNS invece di un altro. Gli unici obblighi previsti, con le relative sanzioni, sono in capo ai provider, non ai loro utenti.

</text_more></entry>
<entry id='2299' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2299' author_id='19' authored_on='20070706025823' basename='radio_free_pkd_12' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070706025823' modified_on='20120622092416' ping_count='0' status='2' title='Radio Free PKD 1/2' week_number='200727'><text>di &lt;b&gt;Alessandra Daniele&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;PKD.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/PKD.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;310&quot; border=&quot;0&quot;hspace=4 vspace=2 align=left  /&gt;La fantascienza è una forma darte sovversiva, che richiede scrittori e lettori con pessime abitudini come quella di chiedersi perché? come mai? chi lha deciso? Philip K. Dick 1978

Quando limpatto delle visioni dickiane ti colpisce, non si ferma mai al livello della semplice affabulazione o sfida intellettuale, ma arriva fino in fondo, a frantumare il nucleo stesso del tuo principio di realtà, liberando lenergia cognitiva che c&apos;è imprigionata, come una sorta di rivelazione. Questo non solo per la forza delle sue idee, ma anche perché in PKD la ricerca filosofico-narrativa è sempre fusa con la passione e la sofferenza umana quotidiana da cui nasce. E parola incarnata. La grandezza e lunicità di Philip K. Dick (1928-1982) consistono infatti nellessere capace di concepire e conciliare le idee più visionarie e rivoluzionarie - oltre i limiti imposti alla fantascienza - con i personaggi più credibili e umanamente complessi - oltre le capacità attribuite al realismo.</text><text_more>Personaggi struggenti e spiazzanti, frutto anche di una lacerante, spietata autoanalisi continua, diretta a riconoscere sempre se stesso negli altri, e viceversa. Lempatia come tecnica narrativa: nei personaggi dickiani, persino i più estremi, è impossibile non riconoscere sempre una parte di lui, e insieme anche una parte di noi stessi, magari la più dolente e nascosta. Nelle visioni che come inquietanti e beffarde saette divine li trafiggono, persino nelle più immaginose, è impossibile non riconoscere illuminanti bagliori di quellineffabile e rivoluzionaria &lt;i&gt;verità interiore&lt;/i&gt; che si contrappone alle realtà ingannevoli che ci circondano e ci imprigionano 
Chi plasma queste realtà? Secondo PKD non tanto il più forte, quanto piuttosto il più &lt;i&gt;malato&lt;/i&gt;, a volte anche a propria insaputa e contro la propria volontà. Così il mondo che ne scaturisce è sempre una prigione entropica di degrado fisico e psichico, lallucinata proiezione della mente di un Demiurgo cieco e spesso disumano. Lunica via di fuga da un simile universo è quindi nella capacità psichica ed etica di immaginarne un altro, crederlo possibile. 
&lt;i&gt;Filosofia quantistica&lt;/i&gt;? Di più. Come dimostrano quelli dellintenso &lt;i&gt;Scorrete lacrime, disse il poliziotto&lt;/i&gt; (Flow my tears, the policeman said, 1974) gli universi dickiani non sono mai disciplinatamente paralleli, ma si mescolano, si intrecciano, e si confondono in un iper-cubismo cosmico che sconvolge tutte le regole, azzerando ogni certezza e spalancando ogni prospettiva. 
Per quanto PKD potesse soffrire per lassurda ghettizzazione culturale subita come scrittore di fantascienza, e desiderare di sperimentare anche altri linguaggi, è lecito pensare che in definitiva sapesse bene che nessun altro strumento espressivo se non la SF sarebbe mai potuto essere veramente allaltezza di ciò che voleva e sentiva il bisogno di raccontare. La sua insofferenza per gli stereotipi legati al genere gli dava modo di decostruirli, trasformandoli in simboli beffardi di alienazione cosmica - robot nevrotici e rugginosi, colonie spaziali fallite e fatiscenti, falsi extraterrestri inventati dalla propaganda, superpoteri inutili  cogliendo così proprio la vera essenza della SF: il saper rompere tutti gli schemi a cominciare dai propri. 
Lappassionata storia damore-odio fra Philip K. Dick e la SF - simile per intensità e ambivalenza a quella con le donne  comincia negli anni 50 della Golden Age con più di un centinaio di racconti che, pur partendo da riferimenti convenzionali, già pongono le basi della sua rivoluzionaria poetica, anticipando spesso New Wave e Cyberpunk  Nella notevole qualità media spiccano diversi capolavori come &lt;i&gt;Impostore&lt;/i&gt; (Impostor, 1953) una fulminante rilettura in chiave meta-psicanalitica del mito di Medusa; &lt;i&gt;Mercato prigioniero&lt;/i&gt; (Captive Market, 1954) unanalisi spietata e perfetta del rapporto fra capitalismo e guerra, o &lt;i&gt;Umano è&lt;/i&gt; (Human is, 1953) che ribalta lo stereotipo dellUltracorpo invasore raccontando di un alieno molto migliore per sensibilità - cioè umanità - del gelido terrestre che ha sostituito prendendone le sembianze. 
Le necessità espressive (più spazio per approfondire la psicologia dei personaggi) e quelle economiche (compenso striminzito, ma comunque maggiore) spingeranno presto PKD verso il romanzo. Al racconto tornerà ancora qualche volta negli anni successivi, con alcuni capolavori che sono spesso lintenso distillato di tutta la sua visionaria poetica. &lt;i&gt;Fede dei nostri padri&lt;/i&gt;  (Faith of our fathers, 1967) nel quale, in un crescendo di cosmico disfacimento, un piccolo laido dittatore planetario si rivela lincarnazione del Male assoluto padrone delluniverso (la più estrema delle &lt;i&gt;Dangerous Visions&lt;/i&gt; dellantologia omonima); &lt;i&gt;Il caso Rautavaara&lt;/i&gt; (Rautavaaras Case, 1981) che capovolge leucaristia in un terrificante Cristo cannibale; lo struggente &lt;i&gt;Spero di arrivare presto&lt;/i&gt; (I hope I shall arrive soon, 1981) che può anche essere letto come una risposta a &lt;i&gt;Universo&lt;/i&gt; (Universe, 1941) di Heinlein. Infatti, a RAH che dipinge il nostro mondo come una sorta di &apos;&apos;nave scuola&apos;&apos; che ha lo scopo di condurci a una &lt;i&gt;Meta&lt;/i&gt;, PKD con malinconica ironia risponde che è invece una galera, e che ce la rende irraggiungibile. 
Sempre pressato dalle feroci ristrettezze economiche, sempre tormentato dalla sua sete interiore di risposte cosmologiche, PKD nello spazio di un paio di folgoranti decenni scrive quasi quaranta romanzi, a volte al ritmo di quaranta pagine al giorno, sia introducendo fondamentali elementi innovativi nel genere, sia riuscendo spesso nel miracolo alchemico di trasformare anche la più logora ferraglia di genere in oro. 
Del suo periodo più fecondo  gli anni 60  sono alcuni dei suoi capolavori assoluti: &lt;i&gt;La svastica sul sole&lt;/i&gt; (The man in the high castle, 1962) assurto a simbolo stesso dellucronia allegorica per come descrive un mondo parallelo dominato da nazifascisti e imperialisti giapponesi usciti vittoriosi dalla seconda guerra mondiale, svelandone le inquietanti analogie con il nostro mondo. &lt;i&gt;Le tre stimmate di Palmer Eldritch&lt;/i&gt; (The three stigmata of Palmer Eldritch, 1965) che propone in chiave SF la più estrema delle eresie postulando la malvagità assoluta di dio, attraverso l&apos;avvento dun terribile demiurgo deciso a trasformare tutti gli esseri umani in zombie a sua immagine e somiglianza. &lt;i&gt;Il cacciatore di androidi&lt;/i&gt; (Do androids dream of electric sheep?, 1966) sofferta indagine sulla natura umana - e sulla natura del Male - estremamente più profonda e complessa del pur affascinante cult-movie &lt;i&gt;Blade Runner&lt;/i&gt; a essa ispirato. Ho visto cose che voi umani non potreste immaginare dice landroide di &lt;i&gt;Blade Runner&lt;/i&gt;, Voi androidi non avete idea di quello che noi umani possiamo immaginare può rispondergli chiunque abbia avuto la fortuna di leggere loriginale dickiano, con la sua dolente ricerca dellunica qualità che davvero distingua luomo dalla macchina: lempatia, e i suoi laceranti paradossi. 
&lt;i&gt;Ubik&lt;/i&gt; (1969) collega la vita e la morte, questo mondo e laltro, in un patafisico nodo di Moebius, abitato da una divinità enigmatica e beffarda che parla agli uomini attraverso pizzini e spot pubblicitari, mentre la realtà che li circonda regredisce agli anni 30, e cade a pezzi come un vecchio scenario di cartapesta.  
Accanto a questi e agli altri capolavori, una folla di opere minori eppure traboccanti di idee geniali, intuizioni profetiche, personaggi intriganti, taglienti allegorie. Come la guerra virtuale inventata dai potenti de &lt;i&gt;La penultima verità&lt;/i&gt; (The Penultimate Truth, 1964) per controllare le masse con la propaganda, la paura, la menzogna sistematica. O le società costituite in base alla comune variante di psicosi dagli ex pazienti dun satellite adibito a manicomio in &lt;i&gt;Follia per sette clan&lt;/i&gt; (Clans of Alphane moon, 1964) a metà fra il realismo magico e la satira socio-politica. Tutti tasselli, insieme ai racconti e ai saggi, di un unico, articolato, immaginoso e potente ipertesto multidimensionale.

(&lt;b&gt;CONTINUA&lt;/b&gt;)



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<entry id='2300' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2300' author_id='1' authored_on='20070706114008' basename='letizia_muratori_la_vita_in_comune' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070706114008' modified_on='20070706114049' ping_count='0' status='2' title='Letizia Muratori: LA VITA IN COMUNE' week_number='200727'><excerpt>di &lt;b&gt;G. Genna&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;muratorilavitaincomunemini.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/muratorilavitaincomunemini.jpg&quot; width=&quot;46&quot; height=&quot;72&quot; border=&quot;0&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt;Un libro che apre al futuro della scrittura, che spalanca divaricazioni e ci consegna l&apos;elemento unificante di una radiazione luminosa, né fredda né calda, calma ma di una calma che non coincide perfettamente con il lavorìo della macchina umana, proprio come accade paradossalmente con l&apos;ultimo Houellebecq...</excerpt><text>&lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/BIT/8806186914/ASI/342781&quot; TARGET=&quot;_NEW&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;muratorilavitaincomune.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/muratorilavitaincomune.jpg&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;171&quot; border=&quot;1&quot; hspace=6 vspace=2 align=left /&gt;&lt;/a&gt;di &lt;a href=&quot;http://www.giugenna.com&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Giuseppe Genna&lt;/a&gt;

&lt;span class=smalltext&gt;&lt;img alt=&quot;frecciabr.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot; width=&quot;9&quot; height=&quot;9&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;baseline&quot; /&gt; &lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/BIT/8806186914/ASI/342781&quot; TARGET=&quot;_NEW&quot;&gt;LETIZIA MURATORI- &lt;i&gt;LA VITA IN COMUNE &lt;/i&gt;- EINAUDI STILE LIBERO BIG -  15.50&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;

Mi conforta quanto, sull&apos;&lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/nandropausa12.htm&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;ultimo numero&lt;/a&gt; di &lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com/italiano/nandro_sezione.html&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;&lt;i&gt;Nandropausa&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;, Wu Ming 1 &lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/nandropausa12.htm#9&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;ha scritto&lt;/a&gt; di questo libro perturbante: &quot;Ne scriverò ancora, di questo romanzo. Mi ha colto di sorpresa. [...] Sono uscito dal romanzo lievemente febbricitante, felice di aver fatto quest&apos;esperienza. [...] Davvero non mi aspettavo un libro così, sono spiazzato. Lo lascerò decantare e, in qualche modo, ci ritornerò sopra&quot;. Poiché è quanto accaduto a me, alla prima lettura de &lt;b&gt;&lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/BIT/8806186914/ASI/342781&quot; TARGET=&quot;_NEW&quot;&gt;La vita in comune&lt;/a&gt; &lt;/b&gt;di Letizia Muratori: una prima lettura, mesi fa, che mi diede il vibratile capogiro, la convinzione di trovarmi di fronte a un&apos;opera fuori dell&apos;ordinario e per questo importante, nell&apos;impossibilità di individuare quale elemento straordinario ne determinasse il carattere vertiginoso; infine la seconda lettura, che ho voluto praticare analiticamente, cercando di trarre quanto si può trarre da una miniera senza fondo di oro da scoprire, senza avere la minima idea di come si faccia il minatore. Ecco la prima conclusione: &lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/BIT/8806186914/ASI/342781&quot; TARGET=&quot;_NEW&quot;&gt;&lt;b&gt;La vita in comune&lt;/b&gt;&lt;/a&gt; è leggibile da &lt;i&gt;chiunque&lt;/i&gt;, con molteplici prospettive, però, e una unificante - &lt;i&gt;non si tratta di un romanzo italiano.&lt;/i&gt; Questo, qui e ora, è per me un elevatissimo pregio.</text><text_more>Prima pensavo a un&apos;opera di nascondimento. C&apos;è nel libro un piano sociologico, addirittura politico, un&apos;aggressione all&apos;oggi portata con una levità che, in quanto tale, è più velenosa di qualunque atto esplicito. C&apos;è una galassia di personaggi che vanno dall&apos;infanzia alla maturità, dall&apos;Eritrea a Roma a due cittadine tedesche, rapporti esotici come le piante tanto amate (davvero amate?) dal padre ex militare della protagonista Tina, una comunità di transfughi in leggerezza, rapporti che si fanno e si disfano con disarmante e allarmante facilità, l&apos;ecologismo radicale (a sorpresa, direi, non soltanto coagulato nella manifestazione tedesca contro il passaggio di un treno che trasporta scorte radioattive, ma anche a un incredibile richiamo al terrorismo islamico in terra d&apos;America che si confonde con l&apos;evocazione di Ted Kaczynski, ovvero Unabomber), la messa alla berlina del cognitariato precario (l&apos;infinita gavetta che la mia generazione ha dovuto sorbirsi e si sorbisce tuttora), il discioglimento di un modello di famiglia borghese che non regge più al presente e ciò senza configurare un paradigma familiare allargato ugualmente borghese alla Nancy Brilli. Questo, il piano di superficie. Basterebbe per almeno due libri. Poi c&apos;è il piano che ritenevo sotteranneo: quello misterioso, sensibile, avvertibile, eppure così difficilmente conchiudibile in una formula. Mi chiedevo se Letizia Muratori - autrice del già celebrato &lt;b&gt;Tu non c&apos;entri&lt;/b&gt;, di cui &lt;a href=&quot;http://www.miserabili.com/2005/06/01/letizia_muratori_tu_non_centri.html&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;scrissi&lt;/a&gt; sui &lt;i&gt;Miserabili &lt;/i&gt;- avesse utilizzato un doppio fondo, e cosa avesse nascosto in quel doppio fondo, poiché tutti gli elementi della trama, tutta la configurazione (peraltro perfetta) dei personaggi, qualunque stacco o spostamento di sguardo - tutto ciò non spiegava la sensazione febbricitante citata da Wu Ming 1, che aveva contagiato anche me e che, col passare delle settimane, aumentava in sospetto e desiderio. C&apos;era un piano sottotestuale? C&apos;era una sapienza di nascondimento così occulto da lasciarmi inebetito? Ho dovuto rileggere &lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/BIT/8806186914/ASI/342781&quot; TARGET=&quot;_NEW&quot;&gt;La vita in comune&lt;/a&gt;, così come dovetti tornare a vedere &lt;i&gt;Eyes Wide Shut&lt;/i&gt;, poiché le immagini di quel film non mi abbandonavano e precisamente avvertivo un&apos;eccedenza di senso che mi risultava inspiegabile.

Alla seconda lettura, l&apos;impressione è stata devastante. Qui ci troviamo di fronte a un libro decisivo nel mutamento di quell&apos;&lt;i&gt;oggetto paradossale &lt;/i&gt;che è il romanzo. Quando asserisco che non si tratta di un romanzo italiano, va allegata l&apos;affermazione, che facilmente sarebbe desunta dal moltiplicarsi di location pluricontinentali, di un romanzo &lt;i&gt;globish&lt;/i&gt;: non è così. La verità è che Letizia Muratori ha imposto nel suo libro modalità innovative di narrazione, un antipsicologismo che ingloba l&apos;atto psichico ed emotivo eppure lo lascia sospeso in una ferma icasticità miracolosa (mi viene in mente una poesia di Valerio Magrelli, in &lt;b&gt;Nature e venature&lt;/b&gt;, in cui gli sguardi restano presenti e sospesi, lineari, come bacchette di uno Shangai, dopo che gli osservatori hanno abbandonato il luogo). Muratori, insomma, applica una retorica nuova (cioè antichissima, ma vividdio rivivificata) a praticamente qualunque genere del romanzo occidentale: picaresco, certo, borghese anche, e di formazione, e pure di &lt;i&gt;suspence&lt;/i&gt;. Gli elementi che utilizza sono di una molteplicità inarginabile, sotto soglia, praticati attraverso un minimo strabismo - e il mondo è rinnovato. E&apos; lo stesso mondo che viviamo, ma non è più quel mondo. Situazione contraddittoria, fantastica e tragica insieme, che rappresenta al di là di ogni mimesi il presente che ci troviamo a vivere.
Cominciamo proprio dalla mimesi. A un occhio superficiale, &lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/BIT/8806186914/ASI/342781&quot; TARGET=&quot;_NEW&quot;&gt;La vita in comune&lt;/a&gt; potrebbe apparire un romanzo realista o, più latamente, mimetico. Sarebbe un errore di prospettiva considerarlo tale. Non c&apos;è alcuna mimesi. Sembra che ci sia, ma basta una domanda intorno a ogni dialogo, a ogni &quot;pensiero&quot; formulato dai personaggi, a ogni stacco tra un capitolo e l&apos;altro, ed ecco che la mimesi svanisce. La domanda è particolare, non è la domanda che normalmente segnala un&apos;evasione dall&apos;imitazione del reale. Non ci si deve chiedere: &quot;Ma è realistico che i personaggi facciano così? Pensino così? Appaiano e scompaiano in questo modo?&quot;. La risposta sarebbe: sì, potrebbe accadere. La mimesi salta, invece, chiedendosi: &quot;Ma &lt;i&gt;cosa &lt;/i&gt;realmente sta accadendo? &lt;i&gt;Cosa &lt;/i&gt;dicono? &lt;i&gt;Cosa &lt;/i&gt;stanno agendo?&quot; - e ogni protocollo di rassicurazione mimetica deflagra, e si spalanca un &lt;i&gt;underworld&lt;/i&gt;, le cui caratteristiche vorrei tentare di mappare.
Accade infatti che le vicende di Tina l&apos;adottata, di Isayas che ha lasciato l&apos;Eritrea ed è divenuto chirurgo in Germania, del figlio di lui Joseph e dell&apos;incredibile corollario umano che si muove dentro e intorno alle loro storie, siano di fatto indistinguibili l&apos;uno dall&apos;altra. Questa è la chiave per aprire un mondo pericoloso, un mondo dell&apos;inframmezzo fantastico, del possibile - e qui risiede un amoralismo di Muratori che ha una potenza a mia detta sconcertante. La conferma la si ottiene anallizzando i dialoghi: questi flussi ossessivi, che ossessivamente si intrudono e &lt;i&gt;fanno &lt;/i&gt;la storia, dove ogni personaggio risponde all&apos;altro non manifestando caratteristiche psicoemotive di differenziazione decisiva - questi flussi che sono tuttavia icastici, che sono stoppati nell&apos;aria come dizioni rivelatrici orfiche, sono la chiave di un dialogo possibile che ricorda da vicino certe conclusioni dell&apos;Agamben de &lt;b&gt;L&apos;uomo senza contenuto &lt;/b&gt;o de &lt;b&gt;La comunità che viene&lt;/b&gt;. Sia chiaro: quest&apos;ultima è una mia sovrapposizione personale, poiché nulla di cerebrale avviene nella scrittura di Muratori. Semmai sono da osservarsi i mezzi, naturali o meno, con cui l&apos;autrice romana ottiene questo effetto icastico. E basta un &lt;i&gt;a capo&lt;/i&gt;, per ottenerlo. Solo che gli &lt;i&gt;a capo &lt;/i&gt;martellano secondo una compulsione che ha un destino stilistico, a cui accenno più sotto. Ecco un passo esemplificativo:&lt;blockquote&gt;- E&apos; stato un mastino, non un cane da guardia del Pci, appunto.
Aggiunse e finalmente si presentò.
[...] - Cos&apos;è l&apos;Ape?
Chiesi.
- Agenzia progetti editoriali. Siamo un service, scriviamo per gli altri.
[...] - Questo, tanto per cominciare, è il tuo posto, credo. Paola, stava seduto qui &lt;i&gt;cosetto&lt;/i&gt;, vero?
Disse, arrivati in prossimità di un computer spento.&lt;/blockquote&gt;Vanno rilevati i due elementi fondamentali. Da un lato &lt;i&gt;la finta lingua bassa&lt;/i&gt;, di uso (&quot;scriviamo per gli altri&quot;, &quot;&lt;i&gt;cosetto&lt;/i&gt;&quot;), che dovrebbe pertenere un flusso inarrestabile dialogico; d&apos;altro canto, con un apparente vezzo stilistico (che tutto è tranne che un vezzo) i dialoghi sono arrestati, le battute interpuntate di a capo imprevisti, poiché il &quot;disse&quot;, l&apos;&quot;aggiunse&quot; dovrebbe tipograficamente seguire la battuta - e invece non segue, va a capo, crea una sospensione dura, &lt;i&gt;l&apos;equivalente dell&apos;enjambement &lt;/i&gt;poetico, lo spalancamento di un vuoto abissale laddove esiste la normalità del fluire dell&apos;interazione. Dicevo che non si tratta di un vezzo stilistico: questo è proprio un emblema della voce di Muratori. L&apos;avvicendarsi dei capitoli procede per strappi apparenti, apparentemente violenti, per spostamenti geografici e antropici. Eppure, che ci si trovi a un pc di Yucca Mountain, a Roma o a Erlangen ecco che il flusso riprende, a partire dall&apos;imprescindibilità di quello stacco. Che, dunque, non è uno stacco: esattamente come accade in poesia. Muratori poteva organizzare per &quot;metope&quot; la narrazione: invece, di quello stacco, fa un continuum. Un continuum &lt;i&gt;di che cosa&lt;/i&gt;? Un continuum di sguardo.
Tutto è guardato. Nulla è giudicato. Ci pensano i personaggi a giudicare, e sempre instabilmente, transitoriamente, la miriade di situazioni vitali in cui si trovano immersi. Ma la narrazione procede in maniera continua grazie a questa sorta di &quot;indentramento estroflesso&quot; dello sguardo, grazie alla denegazione di una lingua che avrebbe una tersità assoluta, se Muratori non la piegasse a un finto uso comune (si notino le sapienti assonanze e il ritmo di un incipit di scena come: &quot;Sfilare per ore a ruspa all&apos;aria mi aveva spezzato le ossa&quot;, che viene subito seguito dall&apos;abbassamento di: &quot;Il vecchio era soddisfatto&quot;). Questo ornato sfugge. L&apos;intrisione nella lingua poetica, che è una delle componenti formative più decisive per la scrittura di Letizia Muratori, viene dissestata da una seconda lingua, che sussume la poeticità testuale in un&apos;apparente sequenza di comunicazioni informative, quasi di servizio, anche laddove esse sembrino profonde comunicazioni psicoemotive. Poiché i personaggi, ci si rende conto, non sono qualificati psicologicamente, nonostante lo sembrino, e così non sono connotati linguisticamente. Tina si esprime come la madre adottiva Flavia che si esprime come la nuova matrigna Marisa che si esprime come Isayas (con un minimo di paratassi e gnomicità in più - un lieve spostamento, del tutto non essenziale) e così via. Questa storia intessuta di vissuti, di ulteriori sottostorie, così dense di peso esperienziale e di spesa umana, come può &lt;i&gt;non caratterizzarsi psicologicamente&lt;/i&gt;? Può, e solo in questo modo &lt;i&gt;la vita è in comune&lt;/i&gt;: solo essendo &lt;i&gt;la vita intera.&lt;/i&gt; Attraverso la depsicologizzazione, che però sembra una psicologizzazione effettiva, Muratori raggiunge l&apos;impressionante, l&apos;altissimo letterario: il memorabile, in poche parole. Per esempio: ecco una scena in cui agisce in Eritrea il piccolo Isayas, che aiuta la zia a praticare l&apos;infibulazione, e che deve occuparsi di un&apos;operazione che bene non è andata, anche a causa dell&apos;endemica carenza d&apos;acqua:&lt;blockquote&gt;L&apos;aria intorno a Yodit bruciava, tanto era alta la sua febbre, le medicine per abbassarla non avevano fatto effetto. Respirava in modo strano, non avevo mai sentito quel respiro, dentro un uomo. La gomma del carro con cui Zeudi trascinava i sacchi di tef faceva così quando si bucava, un fischio.
- Stai meglio? Non rispondere, stringimi il polso per dire sì.
Le dissi, e lei non strinse nulla. Continuava a respirare, a poco a poco sparì il fischio per lasciare spazio a soffi rapidi come se Yodit volese far uscire tutta l&apos;aria che aveva in corpo e non prenderne altra in cambio.
- Che hai? Stringi il polso se vuoi che chiamo Zeudi.
I soffi rallentarono il ritmo, ogni tanto ne veniva fuori uno più forte e lungo di un altro.
- Piano, respira bene, così ti stanchi.
Le uscì dalla bocca una palla nera e densa come un pezzo di zighinì. Mentre la pulivo mi afferrò il polso, inarcò la schiena guardando in alto e ricadde giù, immobile. Guardai anche io in alto per capire cosa avesse visto. A parte le crepe non c&apos;era nulla sul soffitto.
- Yodit? Che fai? Lassù non c&apos;è niente.
Ferma, muta, senza respiro, la febbre su di lei non poteva più niente. Il sudore tra le pieghe delle garze divenne divenne subito freddo.
- Lo vedi che ora dorme! Io bevo.
Mi disse sottovoce Kidane, afferrò il catino e scappò saltellando contento. Era entrato di nascosto e la morte non lo aveva visto.&lt;/blockquote&gt; Già solo questa scena meriterebbe pagine di analisi, per il tessuto linguistico, per come lo sguardo viene guidato, per gli asindeti che non riescono a incrinare l&apos;immobilità &lt;i&gt;naturale &lt;/i&gt;del tutto, per la perfidia amorale della natura stessa (il piccolo Kidane che entra di nascosto ed è felice di rubare l&apos;acqua, mentre di solito è la morte che entra di nascosto), per la demolizione della soggettività che il momento alto della prima morte di cui si fa esperienza richiederebbe. Ora, potrebbe fermarsi a questo risultato alto, Muratori. E invece no: poiché è tutto un continuum, non ci sorprenderemo di osservare Isayas adulto davanti a un piccolo paziente operato, che sta male e rischia, mentre la reazione del chirurgo è naturale al punto da apparire fredda, e poi viene, in un secondo momento, &lt;i&gt;psicologizzata&lt;/i&gt;.
Questa idea di natura basale è in effetti l&apos;oggettività dello sguardo che fa da flusso: solo che non ha una sede precisa - &lt;i&gt;è la scrittrice stessa.&lt;/i&gt; Si tratta di una natura non naturante né naturata: una natura osservante, precisamente. Sta al di là del maschile e del femminile. I suoi effetti sono esplosivi. Il denaro, per esempio, che è un elemento fondamentale, data la base di partenza di Isayas, diviene così un elemento secondario, ma funzionalmente tale: è la povertà, la nudità assoluta dell&apos;umano e dei rapporti tra umano e umano su cui si appunta la panoplia di questa osservazione naturale, e il denaro va sullo sfondo, in quanto dato simbolico, culturale, sovrastrutturale. Non si fosse intitolato &lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/BIT/8806186914/ASI/342781&quot; TARGET=&quot;_NEW&quot;&gt;La vita in comune&lt;/a&gt;, questo romanzo, così sperimentale e così fuori da ogni sperimentalismo, doveva intitolarsi &lt;i&gt;La vita naturale.&lt;/i&gt; Oppure &lt;i&gt;La vita intera.&lt;/i&gt; Tutto avviene dove avviene la vita (la domanda è: cosa abbiamo noi tutti in comune?) e lo scambio simbolico, così come lo scambio concreto, il culturale così come l&apos;emotivo - tutto, insomma, emerge in questa luce parificante che non ha sviluppo ma vede svilupparsi le vicende. La trama non si disfa affatto, ma l&apos;autrice si permette a tre quarti di libro di informarci che la protagonista ha avuto una gravissima malattia alla tiroide, eppure noi ne abbiamo seguito la formazione e non l&apos;abbiamo saputo. Chi le è stato vicino, in quei tragici momenti, è il fidanzato odioso, che lei ha nel frattempo mollato, essendo il rapporto scaduto in un groviglio di astio e disinteresse e invidie: un rovesciamento &lt;i&gt;à la &lt;/i&gt;Bresson de &lt;i&gt;L&apos;argent.&lt;/i&gt; E&apos; tutto repentino e &lt;i&gt;en soupplesse&lt;/i&gt;, eppure, grazie alla tecnica icastica di Muratori, è tutto memorabile. Il passo finale enuncia dichiaratamente gli impossibili contorni di questa luminosità paradossale in cui tutte le storie hanno avuto il loro sviluppo, al di là dei dualismi bene/male e, soprattutto, speranza/nichilismo:&lt;blockquote&gt;Anche allora, tra centinaia e forse perfino migliaia di anni, c&apos;era la luce ferma delle quattro di un pomeriggio d&apos;estate. Faceva il suo solito lavoro, precipitava a cascata fra i tronchi, atterriva, zittiva gli animali e riempiva di speranza gli uomini. C&apos;erano anche loro, quelli della mia specie. Calpestavano tranquilli il pericolo, perché niente poteva più avvertirli.&lt;/blockquote&gt;
che è uno dei finali più belli dell&apos;intera letteratura contemporanea italiana. In precedenza e qui - devo l&apos;istruzione all&apos;autrice - è giocata proprio &lt;i&gt;La vita intera&lt;/i&gt;, cioè l&apos;unico riferimento letterario voluto con coriacea intercettazione: è il titolo di una poesia di Celan, e chiude il cerchio di questo libro paradossale, così pregno di futuro. In particolare mi sembra questo il verso decisivo: &quot;I soli della morte sono bianchi come i capelli del nostro fanciullo&quot; - ma va detto che la poesia di Celan è un ennoio della colorazione, sempre più indefinita, dei vari soli: azzurri, sempre più azzurri, poi pallidi; e si finisce con i versi che hanno per soggetto &quot;il nostro fanciullo&quot;:&lt;blockquote&gt;I soli della morte sono bianchi come i capelli del nostro fanciullo:
egli si alzò dai flutti quando tu sulla duna drizzasti una tenda.
Con occhi spenti tenne su di noi levata la lama della felicità&lt;/blockquote&gt;il che ribadisce la paradossalità e la totalità contraddittoria dell&apos;umano nel suo stato basilare, nudo, povero, specifico.
Ecco, infine, la verità che ho tratto da questo che è sì un romanzo, ma che non riesco a non qualificare come più-che-romanzo, cioè come &lt;i&gt;libro&lt;/i&gt;: oggetto esso stesso paradossale, che contiene la molteplicità e il divenire attraverso un&apos;unità ineffabilmente luminosa. Un diorama tragico (c&apos;è anche la retorica della tragedia: andrebbe escavata criticamente l&apos;esasperazione del flusso dialogico rispetto al flusso dei coreuti, quando non si fermano nella ripetizione inesausta dello &lt;i&gt;stato presente &lt;/i&gt;delle cose e dell&apos;evocazione che, dal presente, promana in forma di aspettativa del futuro) e un caleidoscopio di comicità assoluta, che va dal riso pieno alla meccanicità desiderante del riso kafkiano (in &lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/BIT/8806186914/ASI/342781&quot; TARGET=&quot;_NEW&quot;&gt;La vita in comune&lt;/a&gt; qualunque personaggio è kafkiano: esso manifesta una eccedenza rispetto alla propria rappresentazione, oppure una discesa sotto la soglia della significazione - entrambe strategie kafkiane. Ma si tratta di punti che andrebbero approfonditi in sede adeguata). Un libro che apre al futuro della scrittura, che spalanca divaricazioni tra polarità valoriali e quasi genetiche (l&apos;annullamento, al pari dell&apos;esaltazione, del gioco tra polarità maschile e femminile, per esempio) - e ci consegna l&apos;elemento unificante di una radiazione luminosa, né fredda né calda, calma ma di una calma che non coincide perfettamente con il lavorìo della macchina umana, proprio come accade (ed è un paragone sorprendente, anche sul piano stilistico) con l&apos;ultimo Houellebecq, a cui questo libro è prossimo, nonostante la sostituzione del cinismo con la comicità, della stasi con il movimento apparentemente convulso. Siamo, comunque, per me, a quel livello. Letizia Muratori sta scalando velocemente un passo di alta montagna letteraria: è il panorama che va ad aprirsi al suo sguardo che interesserà tutti noi, poiché sarà, come &lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/BIT/8806186914/ASI/342781&quot; TARGET=&quot;_NEW&quot;&gt;La vita in comune&lt;/a&gt;, qualcosa di nuovo, profondo, talmente sorprendente da rendere febbricitanti a una prima lettura.</text_more></entry>
<entry id='2301' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2301' author_id='13' authored_on='20070707105404' basename='la_forza_nuova_della_fede_anti_1' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070707105404' modified_on='20110324021120' ping_count='1' status='2' title='La Forza nuova della fede antica - II parte' week_number='200727'><excerpt>di &lt;b&gt;U.M. Tassinari&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;FN.vecchie_m.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/FN.vecchie_m.jpg&quot; width=&quot;63&quot; height=&quot;44&quot; border=&quot;1&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt;La nascita di Forza Nuova nella galassia della destra radicale italiana.</excerpt><text>di &lt;b&gt;Ugo Maria Tassinari&lt;/b&gt;&lt;img alt=&quot;easy_london.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/easy_london.jpg&quot; width=&quot;88&quot; height=&quot;111&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;

Questo testo è tratto dal nuovo libro di U.M. Tassinari &lt;b&gt;Naufraghi. Da Mussolini alla Mussolini: 60 anni di storia della destra radicale&lt;/b&gt; per la collana &lt;i&gt;tutti i colori del nero&lt;/i&gt; delle edizioni &lt;a href=&quot;http://www.immaginapoli.it/&quot;&gt;immaginapoli&lt;/a&gt;, pp. 223-240. &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2007/07/002295.html#002295&quot;&gt;Qui&lt;/a&gt; la prima parte. [g.d.m.]

Il Viminale raschia il fondo del barile per giustificare il provvedimento. Il rapporto dellUcigos ipotizza lesistenza di un livello occulto ma non va oltre il controllo dei movimenti finanziari (da cui non affiora nessun illecito penale) e quindi deve fare marcia indietro. Dellaccuratezza delle indagini testimonia lenfasi riservata a un presunto abboccamento («per organizzare un addestramento militare in Scandinavia») con due ultrà potentini, indicati come «esponenti del disciolto gruppo di Ordine nuovo». Nel 1973 i due giovanotti avevano quattro e tre anni.</text><text_more>Rinfocola le polemiche Enzo Fragalà che diffonde in Commissione Stragi un dossier su Fiore e Morsello ispirato da un vecchio rapporto (1991) dellEuroparlamento su razzismo e xenofobia che li presenta «come agenti dei servizi segreti inglesi infiltrati nella destra radicale di quel paese per fermare il &lt;b&gt;National Front&lt;/b&gt;, la formazione di destra estrema presente in Inghilterra. Fiore e Morsello hanno lavorato per conto dei servizi inglesi. Ecco perché sono riusciti a costituire un patrimonio di 1.300 appartamenti. Secondo lUcigos, però, i due sono pericolosi estremisti di destra. Quindi o la polizia italiana ha avuto dai servizi inglesi false notizie oppure si è scelto di occultare una falsa collocazione dei due ben sapendo dei legami di cui godono».
&lt;img alt=&quot;FN.vecchie_m.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/FN.vecchie_m.jpg&quot; width=&quot;149&quot; height=&quot;110&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
Il presidente Pellegrino punzecchia il deputato di AN sul fatto che era membro del comitato daccoglienza per il rientro in Italia di Morsello e poi rifiuta unaudizione dei due, per non «offrire tribune parlamentari a queste persone». Il dossier, firmato anche dallaltro commissario di AN, Alfredo Mantica, avanza il sospetto di stretti legami anche con apparati dellex patto di Varsavia. Ma come spiega Canu &lt;b&gt;Forza Nuova&lt;/b&gt; non ha mai inciuciato con i comunisti sia pure in versione nazionale: «Non accetta nemmeno i tentativi di dialogo con lestrema sinistra anticapitalista e antiamericana messi in atto dal &lt;b&gt;Fronte Nazionale&lt;/b&gt;, non ci piacciono le sue aperture verso lIslam in funzione antimondialista e antisionista: siamo anticapitalisti, siamo antiamericani, siamo antisionisti e antimondialisti, ma comunismo e Islam sono pericoli mortali per lEuropa, culla della civiltà».

Il sostegno espresso alla Serbia, con tanto di missione a Belgrado in procinto di essere (intelligentemente) bombardata è condiviso dalla Lega ed è riconducibile a un approccio geopolitico, che esalta il ruolo delle potenze post-comuniste in chiave di contenimento antislamico: si spiega così laperto tifo per l(impopolarissima) occupazione russa in Cecenia mentre Caratossidis organizza un assalto alla base di Aviano da cui partono i bombardieri usa, con la parola dordine «Smantellare la Nato, armare lEuropa». 
A inficiare la credibilità della ricostruzione cè un falso grossolano: i due latitanti italiani sarebbero stati arruolati dai servizi britannici in Libano dopo la strage di Bologna, paese in cui è accertato che non hanno mai messo piede. Come tutti i dossier che si rispettino, anche questo riprende pettegolezzi e maldicenze: «trattano con gli estremisti britannici e irlandesi per conto dei servizi di Londra al punto che riescono a boicottare lentrata dei nazionalisti irlandesi nellInternazionale di &lt;b&gt;Terza posizione&lt;/b&gt;, favorendo in quel momento il &lt;b&gt;Front&lt;/b&gt; britannico capeggiato da Griffin sorretto da solida fede religiosa protestante, evidentemente in contrapposizione con la fede cattolica dei nazionalisti dIrlanda».

Le rivelazioni di Fragalà non convincono neanche Buontempo: «Forza nuova fa politica alla luce del sole e svolge un ruolo positivo riconducendo a un gioco democratico frange giovanili antagoniste. FN intercetta questo voto che altrimenti si disperderebbe. Fragalà ha il dovere di citare fonti e documenti, altrimenti si alimenta la riproposizione degli opposti estremisti. A Fragalà, ste cose nun se sparano alla vigilia della campagna elettorale».

Contro i wishinful thinking dei leader il risultato delle urne è lennesimo tonfo, con percentuali omeopatiche (0.1% al Senato). Così Fiore spiega, nelle pagine del sito web, che la dimensione politica e la forza di attrazione restano quelle di «un movimento militante che non disdegnerà mai la politica di strada e di quartiere, la vita accanto al popolo, con particolare attenzione alle sue frange più vessate e sfruttate».

Il gruppo gestisce abilmente lo scontro frontale con lestrema sinistra, che si autoalimenta in una spirale continua di sfide, interdetti e ritorsioni, assicurando un duplice risultato politico: da una parte offre visibilità nel barnum mediatico, ben felice di riesumare gli stereotipi degli anni 70, dallaltra consolida lidentità militante e seleziona i quadri, forgiati nella durezza di una contrapposizione giocata spesso in condizioni di inferiorità numerica. Così si scelgono date simboliche per affermare il diritto a scendere in piazza, solleticando il riflesso condizionato dellantifascismo militante. La prima sfida è lanciata, nel maggio 2000, proprio su una ferita sanguinante della sinistra, la Bologna appena conquistata dal Polo con Guazzaloca. Buona parte dei 600-700 camerati mobilitati sono veneti. Dopo il fronteggiamento tra i due presidi, il meeting internazionale (con comizi, concerti e birra a volontà) si svolge regolarmente a Granarolo, mentre i compagni sfogano la rabbia devastando larredo urbano in centro. Nel novembre 2000 il boicottaggio di un convegno della Trilateral scatena scontri durissimi con i centri sociali milanesi decisi a difendere il monopolio del mercato politico anti-globalizzazione. Tra gli episodi più clamorosi, nel 2001, vanno segnalati il 10 febbraio a Verona [1], il 25 aprile a Milano [2], il 30 giugno a Genova [3] (lanniversario della rivolta antifascista del 1960), il 18 novembre a Roma [4]. Sfide rinnovate, nei mesi successivi, a Torino [5] (il 22 febbraio 2002, un appuntamento no global, la giornata del disobbediente) e a Trieste [6] (per il vertice italo-tedesco del 7 marzo 2002).
Regolarmente scattano i divieti per motivi di ordine pubblico e un buon ritorno pubblicitario gratuito, perché &lt;b&gt;Forza Nuova&lt;/b&gt; si accredita come il gruppo che risolleva le bandiere lasciate cadere da &lt;b&gt;Alleanza nazionale&lt;/b&gt;. Altrettanto evidente è il debito con la tradizione di &lt;b&gt;Terza posizione&lt;/b&gt;, che costruì le sue fortune con lostinata battaglia per la riconquista degli spazi. Così, alla sistematica pressione no global per impedire lapertura delle sedi si contrappone una campagna per chiudere i Centri sociali, rinominati beceramente cessi sociali. In qualche caso i sindaci di centrodestra impongono lo sgombero, tra il tripudio forzanovista. 
Il primo processo per reati associativi finisce bene: nel novembre 2001, dopo quattro anni di inchiesta, bastano trentotto minuti di camera di consiglio per mandare assolti Caratossidis [7] e altri tre patavini accusati di violazione della legge Mancino. Unaltra inchiesta è incardinata a Verona, contro tre militanti e un consigliere circoscrizionale di an, mandato dal gip agli arresti domiciliari. Laspetto originale è che «listigazione allodio e alla discriminazione razziale» è contestata perché la parte offesa, skin antirazzisti, pur appartenendo allo stesso gruppo etnico, esprime idee di uguaglianza e tolleranza. Unindagine per alcuni circoscritti episodi di violenza politica si trasforma in un processo alle idee. Un procedimento per ricostruzione del partito fascista è aperto anche a Castrovillari, con lemissione di ventiquattro informazioni di garanzia. Grandissimo clamore suscita la rissa in diretta tv con lislamista radicale Adel Smith nel gennaio 2003, in uno studio a Verona, che provoca larresto, in due ondate, di ventuno militanti, scarcerati in pochi giorni, perché cade laggravante della discriminazione religiosa. Fiore banalizza: una «vivace contestazione» è degenerata in qualche cazzotto «non per nostra responsabilità». La colpa, così, ricade sul braccio destro di Smith, Massimo Zucchi [8] che aveva sollevato uno sgabello per difendersi da un gruppo dieci volte superiore per numero. 
Il leader di FN non solo rivendica lazione contro Adel Smith, ma rilancia la battaglia in difesa di civiltà e religione cristiane con la costituzione di comitati civici sostenuti da parlamentari, docenti ed esponenti della società civile.
La dedizione e lo spirito di sacrificio con cui i militanti affrontano la repressione è un costo apprezzabile, ma ben accetto per gli evidenti ritorni in termini sia di rilancio esterno sia di tenuta interna. Nella stessa direzione vanno le proteste organizzate contro la proposta di Fini di concedere il voto amministrativo agli immigrati. Lattacco politico al partito badogliano si accompagna a uniniziativa sociale, contro la presenza degli extracomunitari [9].
Fiore, ben temprato dalle drammatiche vicende degli anni 70, è  determinato nella difesa dei seguaci. Anche quando la solidarietà sembra difficile da giustificare (ma è lungimirante: linchiesta si sgonfierà, come tante altre, nel silenzio). è il caso di Salvatore Lezzi [10], leader storico dei senza lavoro napoletani e segretario provinciale di &lt;b&gt;Forza Nuova&lt;/b&gt;, arrestato nel maggio 2003 insieme al boss della camorra Peppe Misso. Sono accusati con altri due disoccupati di estorsione: un giro di mazzette per linserimento nelle cooperative impegnate nella raccolta differenziata dei rifiuti. Un affare da 425 posti, capace di scatenare grandi appetiti (non solo economici) in una città come Napoli. Lezzi, 42 anni, è il classico capopopolo napoletano: fisico robusto, collo taurino, una vita trascorsa in strada, ad animare numerose liste.
Le sigle di destra hanno forti intrecci con quelle degli ex detenuti: è stato proprio Misso, a metà degli anni 70, a dar vita al primo movimento di disoccupati di area neofascista [11]. La lettura dei giornali che ne ricostruiscono dettagliatamente la carriera [12] non dissuadono Fiore dal «sostenere la completa innocenza di Lezzi, vittima di un castello di menzogne che non trova nessun riscontro nella realtà dei fatti. Sono migliaia, infatti, i napoletani che hanno trovato lavoro tramite Lezzi e le sue liste, senza aver mai pagato nulla. [...] È in atto un tentativo di smantellare lunica organizzazione sociale che in Italia sfugge al controllo dei partiti tradizionali e dei sindacati». 

Dallinverno 2003-2004 la vicenda politica di &lt;b&gt;Forza nuova&lt;/b&gt; si intreccia con la nascita del cartello elettorale di &lt;b&gt;Alternativa sociale&lt;/b&gt;, costruito intorno alla figura di Alessandra Mussolini, carismatica ma anche discussa nellambiente per le sue posizioni radicaleggianti su aborto e coppie di fatto.&lt;img alt=&quot;a_muss.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/a_muss.jpg&quot; width=&quot;85&quot; height=&quot;113&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt; Il gruppo sarà comunque il più leale alleato della vulcanica nipote del Duce e quello che sembra aver assorbito meglio le consecutive batoste elettorali alle Regionali e alle Politiche con nessun eletto, potendo contare su una robusta base che si riconosce fideisticamente nellorganizzazione e nella leadership e perciò continua a mantenere una sua vivace impronta militante [13]. Quando, nel 2006, alla stretta finale dellaccordo con la Casa delle libertà, il diktat berlusconiano impone lesclusione dellimpresentabile Fiore, cade qualche pezzo, come alcune sezioni dellhinterland romano, ma il grosso si stringe intorno a un candidato di bandiera forte, il coordinatore nazionale Caratossidis, che incarna al meglio lanima attivistica e lancia il suo contratto con camerati e ultrà. La scelta di inserire in lista anche vecchie cariatidi e personaggi dello spettacolo in disgrazia si rivela perdente. La provvisoria rottura con la Mussolini si consuma alle elezioni amministrative di maggio 2006: il risultato di Roma (dove FN si presenta insieme al &lt;b&gt;Fronte nazionale&lt;/b&gt;) conferma che nelle urne conta di più un cognome forte solo di una buona visibilità mediatica e di grande capacità evocatrice che limpegno e la determinazione di un gruppo militante. Con la ripresa della routine politica continuano gli episodi di piccola violenza: ma da Milano a Palermo i neoforzisti arrestati si difendono affermando di essere stati vittime di aggressione. E con il controverso riavvicinamento della &lt;b&gt;Fiamma&lt;/b&gt; al centrodestra, Forza nuova, ormai affrancata dallingombrante immagine della Nipote (che alterna appelli allunità del centrodestra e un sempre più intenso ritorno alla giovanile attività artistica) può rivendicare il primato dellintransigenza in una fase in cui il controllo dellambiente appare lunico obiettivo realistico dellagenda politica. Salvo poi, appena si riapre una finestra di opportunità (lannunciata scissione di AN funzionale al disegno di Fini di confluire nel partito unico del centrodestra) ridare vita a un cartello unitario (con Alessandra, il vecchio Rauti e i &lt;b&gt;Volontari nazionali&lt;/b&gt; di Alberto Rossi) che dietro limpegnativo nome di &lt;b&gt;Patto dazione per lItalia&lt;/b&gt; vela lambizione di candidarsi come forza principale di quella che un tempo fu la destra extraparlamentare, e poi detta radicale, ma che certamente non è più nuova.

NOTE

[1] La questura vieta una manifestazione nazionale e fn abbozza.
[2] Per lanaloga manifestazione di Lucca (con presentazione di un libro su Pavolini) scattano 9 denunce per i militanti dei centri sociali.
[3] Il puntuale annuncio dei portuali, che minacciano uno sciopero generale contro la provocazione fascista, innesca il divieto di manifestare accettato a malincuore da fn.
[4] La manifestazione nazionale per lEuropa «una, grande e armata» si trasforma in un concerto in piazza, con leggeri tafferugli al termine, quando i militanti defluiscono verso piazza Venezia. Fiore per euforizzare le truppe, già abbondantemente bevute (i gestori di locali pubblici apprezzano lalta propensione al consumo alcolico e la regolarità dei pagamenti) dà i numeri: «Siamo oltre il 2% e siamo migliaia in tutta Italia». La tecnica da manuale di marketing di enfatizzare le aspettative e i numeri sembra ispirato agli schemi berlusconiani. Per le regionali lucane del 2000 il Bollettino di fn dà la lista civica Farfalla-Nuovo progetto, promossa con un imprenditore radiofonico, in crescita dal 3 al 4%. A stento raggiungerà l&apos;1%.
[5] Il proprietario dellhotel ritira la disponibilità della sala dopo che una quindicina di disobbedienti del Centro sociale Gabrio hanno invaso lalbergo liberando un chilo di vermi.
[6] Il leader friuliano Fabio Bellani si lamenta: sono già venticinque le iniziative pubbliche vietate a Trieste.
[7] Nel marzo 2002 è condannato a 8 mesi per «violenza e minacce a un corpo amministrativo» per la contestazione in consiglio comunale due anni prima, in seguito agli incidenti tra autonomi e polizia in cui aveva perso la vita un pensionato.
[8] Massimo Zucchi, arrestato e poi prosciolto in uninchiesta minore sulle Brigate rosse, romane diventa musulmano in carcere grazie al proselitismo di un compagno di cella neofascista. Per un periodo è responsabile dei Murabitun, unorganizzazione europea di convertiti in cui ha avuto un ruolo di rilievo Claudio Mutti.
[9] Numerosi gli episodi di tensione e le conseguenze giudiziarie in una campagna promossa, con scarso esito, per reclutare i superstiti militanti duri e puri di an. Il 13 ottobre un gruppo di skin, in prevalenza veneti, contesta il concerto della Compagnia dell&apos;Anello organizzato dalla Destra sociale a Città di Castello. Il consigliere regionale umbro Andrea Lignani Marchesani è malmenato. Il 16 ottobre il coordinatore nazionale di an, La Russa, spalleggiato da altri deputati, deve fronteggiare una trentina di dimostranti, tra cui alcuni disoccupati napoletani, davanti alla sede di via della Scrofa, nel centro di Roma. Se la cava con qualche spintone. Tra i ventisei denunciati Fiore e Bianco. A Bra (cn) sono trentaquattro gli indagati per manifestazione non autorizzata (il 9 novembre 2003) dopo la contestazione al comizio di an per la caduta del muro di Berlino. Sul fronte anti-immigrati, a Ponte di Piave militanti di Forza nuova e skin si scontrano con i no global sullesecuzione dello sfratto a una famiglia di immigrati algerini, occupanti abusivi di un alloggio, con volantinaggi e picchetti contrapposti. Ad Arzignano (vc) i forzanovisti organizzano ronde notturne contro la microcriminalità extracomunitaria nei weekend.
[10] Già nel maggio 1999, in occasione dellomicidio DAntona da parte delle Brigate rosse, Fiore aveva replicato con inusitata durezza a unavventata dichiarazione di un parlamentare di AN: «poche ore dopo lomicidio, il senatore Michele Florino, giá distintosi per avere auspicato la galera per Lezzi e Bonocore (i due leader dei disoccupati entrati a Forza Nuova) alcuni giorni fa ha dichiarato, tramite un comunicato ansa, quanto segue: «i possibili responsabili dell&apos;omicidio vanno ricercati nell&apos; area dei gruppi che organizzano i disoccupati napoletani». La velenosissima accusa nei confronti di Forza nuova e disoccupati è caduta pochi minuti dopo quando le BR hanno annunciato con un documento attendibile la propria responsabilitá. Capiamo che, di fronte alle imminenti elezioni amministrative ed europee che si avvicinano pericolosamente tra sondaggi che penalizzano an a favore di Forza nuova, iscritti ed eletti in provincia e circoscrizioni che lasciano il partito di Fini per aderire al nostro Movimento, centinaia di disoccupati che ci sostengono, Florino e colleghi non vedano certo un futuro roseo. Ma a tutto c&apos;è un limite. È perlomeno vergognoso che si tenti di speculare cinicamente su un omicidio appena compiuto per gettare discredito su un avversario politico. Il senatore Florino ha dimostrato di non avere alcun rispetto per la vittima degli assassini rossi, e di non conoscere nemmeno lontanamente i termini lealtà e onore».
[11] Il quartiere di Misso, la Sanità, ospita la sezione missina più dura di Napoli, la Berta, chiusa dopo che una ragazza è uccisa con il lancio di una molotov durante i festeggiamenti per la vittoria elettorale del PCI nel giugno 1975. Laccusa di aver fornito a Pippo Calò l&apos;esplosivo per la strage di Natale gli segnerà lesistenza. Perché il giorno dellassoluzione in appello (a Firenze) i killer del clan rivale aspettano al varco i suoi attendenti (il ministro delle finanze Galeota e il comandante Pirozzi), presso la barriera autostradale di Caserta, passaggio obbligato per rientrare a Napoli. Le raffiche di mitra uccidono il primo e la signora Misso, il secondo è ferito. Quando a fine pena esce dal carcere è il boss incontrastato della Sanità (e secondo gli investigatori referente di un più ampio cartello).
[12] Il nome di Lezzi emerge nel 1998: promuove il cartello Forza Lavoro Disponibile, insieme a Peppe Sollazzo. La sua popolarità è appetita dal centrodestra: sarà eletto due volte consigliere di quartiere a Montecalvario, la prima con Forza Italia, la seconda con Alleanza nazionale. Nel 1999 è arrestato con alcuni capipopolo e un consigliere circoscrizionale per blocco stradale, violenza, minaccia. Un rapporto di polizia sottolinea i legami con la camorra e riporta alla luce un episodio dimenticato: una gambizzazione subita alla fine degli ani 80. Lezzi intanto rompe con Sollazzo e dà vita a nuove liste. Ha trovato il tempo di entrare in Forza Nuova, litigarci, ripassare in an per tornare nel movimento (uscirà ancora dopo le elezioni europee del 2004).
[13] Nel novembre 2003 la pressione dellestrema sinistra impone lannullamento di una fiaccolata anti-immigrati a Rimini, a dicembre sono contestati un convegno a Benevento e lapertura della sede di Arezzo (tra i dirigenti forzanovisti spicca il nome di Luciano Franci, il ferroviere assolto dallaccusa di aver collocato la bomba che ha provocato la strage del treno Italicus). Nellaprile 2004 scattano le manette per quattordici militanti baresi accusati di associazione a delinquere per tre pestaggi (undici le vittime, giovani comunisti e del Centro sociale Coppola rossa di Adelfia), unincursione antiabortista in una clinica, minacce al professor Luciano Canfora e al portavoce del Gay Pride. Un poliziotto (un dirigente sindacale già sotto processo per abusi su un ambulante) deve invece rispondere di rivelazione di segreto di ufficio e di favoreggiamento personale. Per alcuni gli arresti dureranno quattro mesi. Tra le intercettazioni usate dalla Procura spicca un sms spedito dal leader del gruppo, Sergio Pizzi, dopo un pestaggio particolarmente brutale: «Gli ho aperto il cerrone a Belfast, stavolta se lè cavata con venti punti, la prossima lo ammazzo». Per Fiore, che subisce una perquisizione domiciliare alle 5 di mattina, anche in questo caso si tratta di un attacco politico e non cè motivo di trattenere in carcere giovani incensurati per episodi commessi un anno prima. Un imputato, Paolo Loconsole, patteggia una condanna a 18 mesi. Nel giugno 2005, dopo la disfatta elettorale alle regionali un divieto di manifestare a Centocelle, motivato per un assalto contro la roccaforte antagonista Forte Prenestino e reiterato alla seconda convocazione, è loccasione per un corteo non autorizzato che vede Fiore in prima fila e che si conclude con durissimi scontri. Nel novembre 2005 invece, dopo un comizio unitario a Roma scatta una denuncia della Digos per istigazione allodio razziale, etnico e religioso contro Fiore e il leader della destra leghista Mario Borghezio.</text_more></entry>
<entry id='2302' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2302' author_id='13' authored_on='20070708010425' basename='niccol_ammaniti_come_dio_coman' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070708010425' modified_on='20070708011727' ping_count='1' status='2' title='Niccolò Ammaniti: &lt;i&gt;Come dio comanda&lt;/i&gt;' week_number='200728'><excerpt>di &lt;b&gt;E. Mondello&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;images.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/images.jpg&quot; width=&quot;35&quot; height=&quot;60&quot; border=&quot;1&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt; Va riletto lultimo romanzo di Ammaniti per apprezzarlo quanto merita. Per capire che &lt;i&gt;Come Dio comanda&lt;/i&gt; libro attesissimo a cinque anni da &lt;i&gt;Io non ho paura&lt;/i&gt;, risponde bene alla pesante sfida affrontata dallautore: confrontarsi col suo stesso successo...</excerpt><text>&lt;b&gt;Affresco straordinario dellItalia di oggi&lt;/b&gt;&lt;img alt=&quot;images.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/images.jpg&quot; width=&quot;69&quot; height=&quot;120&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;

di &lt;b&gt;Elisabetta Mondello*&lt;/b&gt;

Va riletto lultimo romanzo di Ammaniti per apprezzarlo quanto merita. Per capire che &lt;i&gt;Come Dio comanda&lt;/i&gt; libro attesissimo a cinque anni da &lt;i&gt;Io non ho paura&lt;/i&gt;, risponde bene alla pesante sfida affrontata dallautore: confrontarsi col suo stesso successo. Lo si sapeva rinchiuso, immerso nella scrittura, oppresso dal peso di chiudere il romanzo. Ma &lt;i&gt;Come Dio comanda&lt;/i&gt; rifiuta paragoni con lopera precedente fin dalla struttura che abbandona la misura breve, per imboccare la via più complessa di una macchina narrativa che necessita di 500 pagine per risolversi.</text><text_more>E un libro importante, denso nella sua apparente linearità, che vuole una seconda lettura per due ordini di questioni: sia per un motivo esterno al testo, cioè per ridefinire le aspettative del lettore il quale, inevitabilmente, si attende un romanzo che si collochi nella scia di &lt;i&gt;Io non ho paura&lt;/i&gt; e si trova di fronte a tuttaltro; sia per una ragione più forte, interna alla sua struttura, ossia che il cuore di &lt;i&gt;Come Dio comanda&lt;/i&gt; è costituito dalla seconda delle tre sezioni (più un Prologo) che lo compongono. Questa parte, lunica con un titolo, La notte (emblematicamente, le altre sono definite Prima e Dopo), disvela il progetto su cui è costruita la fitta impalcatura del libro, folgora chi legge proclamando ciò che le prime pagine non dichiaravano, obbliga il lettore a ripensare ciò che ha letto.&lt;img alt=&quot;niccolo-ammaniti.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/niccolo-ammaniti.jpg&quot; width=&quot;129&quot; height=&quot;193&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
&lt;i&gt;Come Dio comanda&lt;/i&gt; cresce strada facendo. Allinizio sembra preso da una sorta di ritegno: è violento ma sussurra, prepara, accumula indizi. Potrebbe essere una delle tante storie nere che affollano le librerie, caratterizzate da un plot (talora scontato) in cui si muovono personaggi sfigati, eccessivi, border line. Invece ad un certo punto si rompe il velo e il romanzo si rivela uno straordinario affresco della contemporaneità italiana, dipinto con una scrittura che ripropone i tratti distintivi di Ammaniti ma con una corposità maggiore, sviluppando in modo magistrale laspetto eversivo del noir, assumendone lelemento di critica sociale, esaltandone la funzione politica del suo essere uno strumento per decifrare il reale.
«Un padre un figlio. Una banda di poveri mascalzoni. La nostra provincia sola e malinconica»: così nel suo &lt;a href=&quot;http://www.niccoloammaniti.com/&quot;&gt;sito&lt;/a&gt; Ammaniti sintetizza la storia di &lt;i&gt;Come Dio comanda&lt;/i&gt;, «la più difficile da realizzare». «Ho scritto e riscritto smaniando, come un malato di enfisema, ho amputato, come un malato di cancrena, un sacco di arti di questa creatura che stava diventato un millepiedi». La descrizione dellautore rivela uno dei procedimenti narrativi del testo: lallargamento graduale delle prospettiva, allinizio focalizzata sulla coppia Rino-Cristiano Zena, padre-figlio legati da un rapporto di violenza, disperazione e amore, che si amplia ai due amici delluomo, al disadattato e strambo Corrado Rumitz, detto Quattro Formaggi, e al disperato Danilo Aprea, segnato dalla morte della figlia e dallabbandono della moglie. Limprobabile terzetto progetta un colpo facile, svaligiare un bancomat, per realizzare il sogno di esistenze migliori. Nuovo ampliamento: dai quattro protagonisti originari si passa ad una miriade di figurine e storie - è davvero un millepiedi questo romanzo - che si muovono in una pianura dellItalia contemporanea (il Nord-Est?), ricca, sorda alle sue contraddizioni, desolatamente fatta di uomini e donne omologati nei consumi culturali, nelle emozioni e nei comportamenti. Interviene un evento che è un topos narrativo: una notte di pioggia devastante modifica il corso degli avvenimenti, sconvolge la natura e obbliga i personaggi a ridefinire la propria identità. La tragedia, lo stupro e lomicidio di una ragazza, è per tutti un punto di non ritorno.
Si è parlato di una ripresa di Ammaniti degli stilemi di &lt;i&gt;Fango&lt;/i&gt;, il secondo libro del 1996, ossia di una cifra nera che esalta gli aspetti pulp o splatter della scrittura. Alcuni sottintendendo: una sorta di regresso. Certo la parte centrale di &lt;i&gt;Come Dio comanda&lt;/i&gt; ricorda il primo racconto (ma anche altri testi degli anni90) di quella raccolta, &lt;i&gt;Lultimo capodanno dellumanità&lt;/i&gt;, fin dalla struttura: un susseguirsi di brevissimi brani enumerati in sequenza; il continuo volger lo sguardo dellautore a seguire, in ogni flash, una delle diverse storie; la crudeltà esplicita dei dettagli; la costruzione di una rete orrorifica in cui, in un crescendo, resta impigliato il lettore che rimane attonito, mosca prigioniera di un ragno che ha tessuto con abilità la sua tela narrativa. Cè anche questo e chi si attendeva il realismo tranquillo di &lt;i&gt;Io non ho paura&lt;/i&gt;, il cui la suspance è affidata alla crescita di un ansia infermabile e al dato di un orrore mai esplicitato trova tuttaltro tono. Ma Ammaniti non abbandona la carta del realismo, la assume in alcune parti del romanzo, mentre in altre la contamina con registri diversi, con il comico, il grottesco, la deformazione espressionistica. Propone allinterno di una forma-romanzo del tutto nuova alcuni tratti già presenti in &lt;i&gt;Branchie&lt;/i&gt; o in &lt;i&gt;Fango&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;in primis&lt;/i&gt; il racconto della realtà attraverso i consumi, assunti come un elemento che definisce il &lt;i&gt;self&lt;/i&gt; dei personaggi: le merci puntigliosamente citate secondo le marche (il vecchio piumino Cesse, la cassettiera Ikea, le strisce per denti AZ White Strips, i tanti modelli di auto e motorini), le musiche, le modalità comunicazionali (cellulari e sms), lossessiva presenza della tv, davanti alla quale si addormentano e si svegliano i personaggi, e dei suoi programmi (non manca una lunga invettiva di Rino contro il trash della neotelevisione che odia, ma di cui non sa fare a meno). La descrizione della pianura come un conglomerato di una modernità fatta più di non-luoghi che di luoghi, cinema Multiplex, negozi, ipermarket, centri commerciali in cui cè tutto «fuorché una libreria», e di una disperata, conformista e banale umanità, tutti pupazzetti di un presepe reale come quello costruito dal delirante Quattro Formaggi che assembla una Natività in cui i pastorelli sono sostituiti da Pokémon, Puffi, King Kong, Barbapapà, nuovi simboli della mitologia infantile. Il tutto sostenuto dalla lingua tipica di Ammaniti, la cui struttura sintattica e il cui lessico sono ascrivibili ad un italiano delluso medio (talora alto) con il ricorso insistito, ripetuto, ossessivo, al tessuto figurale e soprattutto alla similitudine, espediente letterario di antica tradizione, qui piegata e deformata in chiave grottesca, parodistica, caricaturale (Rino odia il suo ex datore di lavoro «con la stessa devota intensità con cui un monaco cistercense ama il suo Signore», una zuppiera si disintegra «come se fosse stata colpita da un Cruise»).
LItalia attuale viene sezionata ferocemente e messa in scena impietosamente, esattamente come luniverso emotivo e cognitivo dei personaggi i quali, non avendo alcuna saldezza personale, scomodano il Padre eterno per giustificare nefandezze, atti gratuiti o banalità. Tutti si rivolgono a Dio in cerca di giustificazione o di messaggi di conferma, re-interpretando così il proprio destino.
Quel modo di dire assunto a titolo, come Dio comanda, definisce unassenza di razionalità che non sta in un disegno divino ma nella grammatica del vivere contemporaneo. E Ammaniti non ha il divertito sguardo degli anni 90.

&lt;i&gt;(*) Questa recensione è stata pubblicata il 24 ottobre 2006 su &quot;Liberazione&quot;. Una silloge non conclusiva né esaustiva di pareri su &lt;u&gt;Come dio comanda&lt;/u&gt; &lt;a href=&quot;http://xl.repubblica.it/recensionidettaglio/31923&quot;&gt;qui&lt;/a&gt; (La Porta), &lt;a href=&quot;http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2006/12/questa_non_e_un.html&quot;&gt;qui&lt;/a&gt; (Lipperatura), &lt;a href=&quot;http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/Libri/grubrica.asp?ID_blog=54&amp;ID_articolo=489&amp;ID_sezione=80&amp;sezione=Il%20libro&quot;&gt;qui&lt;/a&gt; (Cortellessa), &lt;a href=&quot;http://giorgiotesen.wordpress.com/2006/11/21/la-persona-piu-triste-sulla-faccia-di-questo-blog-sono-io/&quot;&gt;qui&lt;/a&gt; (Giorgio Tesen) e &lt;a href=&quot;http://www.nazioneindiana.com/2007/07/07/la-strega-dellovest/#comments&quot;&gt;qui&lt;/a&gt; (Stefano Jorio) [g.d.m.].&lt;/i&gt;</text_more></entry>
<entry id='2303' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2303' author_id='19' authored_on='20070709032126' basename='radio_free_pkd_22' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070709032126' modified_on='20120705125603' ping_count='1' status='2' title='Radio Free PKD  2/2' week_number='200728'><text>di &lt;b&gt;Alessandra Daniele&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Pkd2.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Pkd2.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;151&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Il vero maestro non è chi fornisce le risposte, ma chi suscita le domande S.Tommaso

Una sola di quelle idee SF che Philip K. Dick spargeva generosamente a centinaia tra le sue pagine, altri autori la sfrutterebbero (e a volte la sfruttano) per unintera saga di dodici volumi. 
Uno solo dei suoi personaggi, dal terrificante Eldrich, al tenero Jack Isidore del suo migliore mainstream, &lt;i&gt;Confessioni di un artista di merda&lt;/i&gt; (Confessions of a Crap Artist, 1957 - pubblicato nel 1975) basterebbe come protagonista di una serie di successo decennale. Eppure PKD, oggi ormai universalmente apprezzato, fu invece privato in vita di tutto il successo che chiaramente meritava.
Una vita straordinaria, ma anche tragica, frenetica, logorante. Segnata da grandi dolori, turbolente relazioni affettive, luminosi entusiasmi, e abissale sconforto, coraggioso - e rischioso - radicale antagonismo al sistema di potere politico-economico, e sperimentazioni anfetaminico-lisergiche.</text><text_more>Nessuno sa esattamente quali e quante sostanze abbia provato PKD: c&apos;è chi dice che potesse dare lezioni di chimica a Timothy Leary, e chi invece sostiene che al contrario producesse di suo, cioè che in realtà per avere allucinazioni non avesse bisogno di alcun allucinogeno. La cosa più probabile è che la verità stia a metà strada, e che comunque non fosse l&apos; LSD ad amplificare le potenzialità della mente di PKD, quanto piuttosto la mente di PKD ad amplificare le potenzialità dell&apos; LSD. Una mente dimostratasi capace della stessa vulcanica creatività anche senza alcun ausilio chimico. 
Più che dalla sua esperienza con le droghe, il dolente capolavoro &lt;i&gt;Un oscuro scrutare&lt;/i&gt; (A Scanner Darkly, 1977) pervaso da malinconico sarcasmo e struggente compassione, nasce quindi dal suo sofferto bisogno di dare voce agli amici consunti o uccisi dalla tossicodipendenza, e testimonia lautoanalisi del suo complessivo disagio esistenziale impossibile da medicalizzare, da ridurre a una qualsiasi rigida classificazione diagnostica. 
Sottopagato e sottostimato in patria, quegli USA dei quali così coraggiosamente ed efficacemente denuncia e prevede le mostruose degenerazioni, è in Francia che PKD riceve per la prima volta il meritato riconoscimento del valore della sua opera. Sarà così alla leggendaria conferenza di Metz del 1977 che parlerà per la prima volta in pubblico del &lt;i&gt;2/3/74&lt;/i&gt;, il suo misterioso episodio di meta-coscienza - visioni, premonizioni, xenoglossia, &lt;i&gt;déja vu&lt;/i&gt; - del quale scriverà per il resto della sua vita,  formulando decine di ipotesi per tentare di spiegarlo, mescolando spesso quelle scientifiche (flashback lisergico, ictus, memoria genetica) e fantascientifiche (telepatia, anomalia temporale) a quelle teologiche (ispirate allo gnosticismo e al panteismo) e alternando momenti di poetico misticismo ad altri di scettica autoironia. 
Da questa tormentata e immaginosa ricerca deriva la sua ultima opera, la &lt;i&gt;Trilogia di Valis&lt;/i&gt; (1978-81), nella quale la speranza visionaria e langoscia metafisica si intrecciano al lancinante rimpianto per le persone care perdute, lanticonvenzionale vescovo episcopale Pike, morto in Israele sulla strada della propria ricerca spirituale, e la sorella gemella Jane uccisa alletà di cinque settimane dalla denutrizione (e forse dallincuria materna) fantasma femminile che aleggia  come quello della madre - in tutta la sua narrativa. 
Tre romanzi in realtà molto diversi fra loro: surreale meta-sf il primo, &lt;i&gt;Valis&lt;/i&gt; , che porta il nome della misteriosa entità alieno-divina che irrompe nella vita del protagonista, e che potrebbe essere una voce dal suo inconscio, come una manifestazione della mente universale di cui tutta lumanità fa parte. 
Urban fantasy il secondo, &lt;i&gt;Divina Invasione&lt;/i&gt; (Divine Invasion) nel quale due arguti ragazzini, le incarnazioni terrene degli aspetti Maschile e Femminile della divinità, si incontrano e si confrontano in un paio di universi paralleli che ne rispecchiano le caratteristiche, accompagnati da nevrotici genitori umani, riluttanti, e scomodi negli inattesi panni di moderna Sacra Famiglia. 
Il terzo, &lt;i&gt;La trasmigrazione di Timothy Archer&lt;/i&gt; (The Trasmigration  of Timothy Archer) decisamente un mainstream, nel quale, ripercorrendo le tappe della complicata e drammatica esistenza dellamico James Pike, PKD, nei panni di un inedito e affascinante alter-ego femminile di nome Angel, torna a identificare il divino con il cuore degli esseri umani. 
Schegge del 2/3/74 si trovano però anche in tutte le altre sue opere successive allevento, dal fantasy postatomico &lt;i&gt;Deus Irae&lt;/i&gt; (1975) scritto con Roger Zelazny, a &lt;i&gt;Radio libera Albemuth&lt;/i&gt; (Radio Free Albemuth, pubblicato postumo), e a volte persino in quelle precedenti, sottoforma di sorprendenti sincronicità. 
Tutte le visionarie, poetiche, ironiche, geniali cosmologie alternative create da PKD in quegli anni dimostrano comunque che qualsiasi cosa gli fosse successa il 2 marzo &apos;74, dallautentica teofania alla semplice ischemia, fu &lt;i&gt;lui&lt;/i&gt; a renderla un miracolo&lt;/i&gt;, per le stupende pagine che seppe ricavarne. In altri tempi mi avrebbero bruciato sul rogo diceva con la consueta autoironia. Di certo però prima avrebbe fatto impazzire gli inquisitori raccontando a ognuno di loro uneresia diversa.  
Nato con la Golden Age, precursore della New Wave, del Cyberpunk, e persino dellattuale New Weird, nel campo della letteratura fantastica PKD compendia quasi tutto il meglio di ciò che lo precede, e anticipa quasi tutto il meglio di ciò che lo segue. E la sua rilevanza culturale travalica di molto questo già immenso campo. Non cè attuale sviluppo sociopolitico che la sua straordinaria narrativa non abbia previsto e sviscerato con decenni di anticipo. Non a caso Hollywood da anni saccheggia (più o meno esplicitamente) lopera dickiana, purtroppo però quasi sempre per riscriverla falsificandola in chiave action. Se &lt;i&gt;Matrix&lt;/i&gt; è valido - ma solo il primo della serie - come rilettura cyberpunk di &lt;i&gt;Tempo fuori sesto&lt;/i&gt; (Time Out of Joint, 1958) a cui tutto deve anche &lt;i&gt;Truman Show&lt;/i&gt;, scempi come &lt;i&gt;Paycheck&lt;/i&gt; sono invece avvilenti. Per fortuna gli originali testi dickiani sono ancora continuamente ristampati in tutto il mondo. 
L&apos;unica a potersi accreditare come autenticamente dickiana, per profondità di tematiche, coraggio, e genialità di soluzioni narrrative, è la stupenda serie BBC &lt;i&gt;Life on Mars&lt;/i&gt;, che però non ha bisogno di farlo, essendo perfettamente in grado di stare in piedi sulle proprie gambe, al contrario di tanti prodotti hollywoodiani.
Parallela allo sfruttamento cinematografico è stata la tardiva scoperta di PKD da parte di certa critica letteraria ufficiale che prima lo snobbava, e che adesso ne millanta una profonda conoscenza, continuando ottusamente a disprezzare quasi tutto il resto della SF. Per la critica ufficiale lunico scrittore di fantascienza buono è lo scrittore di fantascienza morto.  
In realtà PKD è ancora oggi molto più vivo di certi soggetti. 
Ironico e apocalittico, scettico e visionario, multiforme, contraddittorio, torturato, profetico, ma sempre soprattutto umano di unumanità struggente e irresistibile. PKD è il nostro Valis. La nostra voce interiore, la nostra appassionata, dolente ma incoercibile speranza in un mondo davvero diverso.

</text_more></entry>
<entry id='2304' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2304' author_id='4' authored_on='20070710030234' basename='cronache_di_bassavilla_100' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070710030234' modified_on='20070710030340' ping_count='0' status='2' title='Cronache di Bassavilla 100' week_number='200728'><text>&lt;b&gt;IL NUMERO 100&lt;/b&gt;

di &lt;b&gt;Danilo Arona&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;pazuzu1.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/pazuzu1.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;182&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;La mia amica di Bologna Antonella Beccaria, attenta osservatrice della Realtà Nascosta (se non l&apos;avete fatto, leggetevi il suo saggio &lt;i&gt;Bambini di Satana - I reati mai commessi di Marco Dimitri&lt;/i&gt;, edito lo scorso anno da Stampa Alternativa) mi manda un trafiletto con commento personale che val la pena riportare per intero, nella consapevolezza che non sto violando la privacy di chicchessia.

&lt;i&gt;Ciao Danilo
guarda caso, si parla di uomo che aveva perso la mano sinistra. Guarda caso l&apos;uomo non usava più la destra per un infarto cerebrale. Guarda caso l&apos;intervento avviene in Spagna, dove vengono trovato i pezzi di Ber, il secondo. Coincidenze?...&lt;/i&gt;</text><text_more>(&lt;a href=&quot;http://www.ansa.it/site/notizie/awnplus/scienza/news/2007-06 04_10484567.html&quot;&gt;ANSA&lt;/a&gt;)- MADRID, 4 GIU - &lt;i&gt;Primo intervento al mondo di sostituzione di una mano sinistra con una destra, realizzato a Valencia, in Spagna. L&apos;operazione ha avuto luogo lo scorso 29 aprile su un uomo che già da 40 anni era senza mano sinistra e che da circa tre anni non poteva usare nemmeno la destra per un infarto cerebrale che gli aveva paralizzato il lato destro del corpo. L&apos;operazione è consistita prima nel cambiar lato al pollice, poi la nuova mano e&apos; stata inserita nel polso sinistro.&lt;/i&gt;

Antonella fa riferimento a un passaggio del mio libro &lt;i&gt;Palo Mayombe&lt;/i&gt; in cui un chitarrista di nome Bernie Aaron perde la mano sinistra, con supplemento di coccolone che gli paralizza il lato destro del corpo. Esiste anche un secondo snodo narrativo in cui riappare Bernie Aaron versione zombi che si perde di nuovo la mano e successivamente viene ritrovato, fatto a fettine dentro un bidone della spazzatura giustappunto in Spagna... Coincidenze, appunto. E che altro dovrebbero essere?
Ma, come sanno i miei lettori, qui non siamo normali e non ci occupiamo di cose normali come le coincidenze. Anzi, a dirla tutta, nel regno delle Cronache di Bassavilla le coincidenze non esistono. 
Così, come un sacco di gente sparsa per il mondo, inclusi un certo numero di scrittori, ha presentito (e scritto) dell&apos;11 settembre parecchio tempo prima del crollo delle Torri (se carta canta, Tom Clancy con &lt;i&gt;Potere esecutivo&lt;/i&gt;, e se Tv movie gorgheggia, il telefilm spin-off di &lt;i&gt;X Files&lt;/i&gt;, trasmesso all&apos;inizio del 2001, &lt;i&gt;The Lone Gunman&lt;/i&gt;, dove viene descritto un complotto ordito da alcuni militari del Pentagono per abbattere le Twin Towers con aerei di linea...), anche a me  è successo di captare qualche volta un&apos;idea vagante nell&apos;Infosfera o lungo le Linee della Schiena del Drago e di ritradurla sulla pagina. Niente di strano, succede a tutti quelli che scrivono, ma non a tutti capita di scriverne prima in un libro e da lì a pochi mesi di trovare la propria &quot;idea&quot; materializzata su un quotidiano tra i fatti di cronaca. 
E&apos; successo a me e presumo sia successo anche ad altri: di sicuro è capitato anche a Gianfranco Nerozzi, per quel che mi risulta. Per non farla lunga con i miei esempi (altrimenti cado nel solito peccato di superbia promozionale), mi ricordo bene che negli anni Ottanta descrissi con dovizia di particolari splatter un certo incidente sull&apos;autostrada A26 (prime pagine di &lt;i&gt;Un brivido sulla Schiena del Drago&lt;/i&gt;) e ne lessi anni dopo sulle pagine de &quot;La Stampa&quot;, coincidenza che non sfuggì nemmeno alla giornalista che la sottolineò con un certo gusto del grottesco, facendomi guadagnare per un annetto o giù di lì lungo le contrade di Bassavilla la fama di iettatore (&quot;La Stampa&quot; di venerdì 5 ottobre 1990, articolo dal titolo &quot;Strada comoda ma a tratti pericolosa&quot;, se qualcuno vuole andare a controllare...). 
Nelle pagine finali di &lt;i&gt;Palo Mayombe&lt;/i&gt; (ancora...) m&apos;invento per esigenza narrativa che proprio l&apos;11 settembre del 2001 viene ritrovato sulle sponde del Tamigi a Londra il piccolo cadavere mutilato di un bambino africano: ne leggerò, sempre su &quot;La Stampa&quot;, il 20 giugno del 2005 nell&apos;articolo &lt;i&gt;Diavoli falsi, torture vere&lt;/i&gt; di Mario Vargas Llosa, dove tra l&apos;altro appuro che si tratta proprio di Palo Mayombe, per quanto mai nominato, visto che il giornalista di &quot;El Pais&quot; (testata quanto mai citata nel mio libro...) parla proprio di Ndoki, uno dei demoni supremi del Palo. 
Nel 2001, quando scrivo &lt;i&gt;L&apos;ombra del dio alato&lt;/i&gt; (Pazuzu, quello là), preconizzo - non ci andava molto peraltro... - il saccheggio se non la distruzione del patrimonio archeologico dell&apos;Iraq per verificare anni dopo l&apos;efficacia del vaticinio ancora sul quotidiano torinese (che a Bassavilla leggiamo sempre prima degli altri) in due articoli, &lt;i&gt;Bush contro Nabucodonosor&lt;/i&gt; (9 febbraio 2003 e &lt;i&gt;Saccheggio in Iraq&lt;/i&gt; (31 dicembre 2005), con ciliegina sulla torta del rinvenimento di Pazuzu nel catalogo della collezione mesopotamica Ugo Sissa redatto da Dominique Collon, in cui il pezzo più raro e importante è un amuleto in bronzo rappresentante (cito il catalogo) &quot;il demone Pazuzu, a due facce, che sebbene &apos;re dei malvagi demoni del vento&apos; era considerato benevolo e perciò protettore delle donne partorienti e dei neonati&quot;... Già. perché ne &lt;i&gt;L&apos;ombra del dio alato&lt;/i&gt; auspicavo, facendo il tifo, che qualcuno avesse posto in salvo i reperti di Pazuzu fuori dall&apos;Iraq, anche contro certe maledizioni in stile egizio che imporrebbero il tabù al trasferimento del demone oltre i suoi confini (non vuol dire assolutamente nulla che Ugo Sissa sia morto in un tragico incidente stradale nel 1980, qualche tempo dopo aver portato Paz in Europa...). 
Per Melissa e i suoi troppi snodi sincronici non sto ad annoiarvi: sono ormai decine gli &quot;avvistamenti&quot; e gli eventi analoghi (uno per tutti, il caso segnalato anche a &lt;i&gt;Chi l&apos;ha visto?&lt;/i&gt; su un uomo sconosciuto e tuttora non identificato, travolto nelle prime ore del mattino su un&apos;autostrada d&apos;Italia) ad altri &quot;inventati&quot; per &lt;i&gt;Cronache di Bassavilla&lt;/i&gt; (il libro).  
Esistono spiegazioni a tanta inconsapevole profeticità? Volendole andare a cercare nella fiction della letteratura fantastica e nelle simpatiche teorie della new age, non restiamo di certo a bocca asciutta: reticolati di Akasha, le &lt;i&gt;leys&lt;/i&gt; che trasportano le idee in senso contrario allo scorrere del tempo, i continuum, i vortex, l&apos;Altro Regno, i portali con la Realtà Nascosta, la Bassa Astrale... bizzeffe di pittoresche definizioni che non godono mai del supporto della pistola fumante, la prova giuridicamente incontestabile che qualcuno ci spia da qualche parte, nascosto tra i colori ufficiali della visione, e si diverte con noi inviandoci mentalmente brandelli di futuro. Purtroppo invece dovremo restare ancora a bocca asciutta per parecchio tempo, mi sa. 
Ma voglio lanciare un ultimo guanto di sfida, anche perché questa, come già anticipato, è l&apos;ultima Cronaca: in un mio romanzo inedito che ho già piazzato, ma che per le logiche editoriali non sarà disponibile che tra un paio di anni, ho tentato di descrivere l&apos;Apocalisse finale di questo pianeta per come mi è venuta in mente. Ovvio, non posso anticipare un bel nulla , ma un nome, decontestualizzato dal resto, si può snocciolare, anzi un cognome, &quot;Schumann&quot;. Oh, so bene che tra Internet e Wikipedia v&apos;illuderete di avere scoperto il gioco e so bene che sarebbe inutile ripetervi che siete fuori strada. Ne riparliamo intorno al 2012, mese più mese meno, se avremo la fortuna di durare. 
In conclusione non dimenticatelo mai: Bassavilla è ovunque. Soprattutto laddove pensate non ci sia. 

</text_more></entry>
<entry id='2305' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2305' author_id='4' authored_on='20070711045730' basename='wwwselvasorg' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070711045730' modified_on='20070830110227' ping_count='1' status='2' title='www.selvas.org' week_number='200728'><text>&lt;b&gt;UN ARTICOLO DI TITO PULSINELLI&lt;/b&gt;

di &lt;b&gt;Valerio Evangelisti&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Chavez4.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Chavez4.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;112&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Dopo il sacrosanto rifiuto di rinnovare la concessione al canale filogolpista RCTV, in Venezuela, una pioggia di calunnie si è abbattuta, dall&apos;Europa e dagli Stati Uniti, sul governo legittimo venezuelano e sul suo presidente, altrettanto legittimo, Hugo Chávez. Dipinto invariabilmente dalla stampa nostrana, di qualsiasi colore, come uno spietato tiranno (benché regolarmente eletto, a differenza di certi amici dell&apos;Occidente come il presidente pachistano o i regnanti oscurantisti dell&apos;Arabia Saudita), colpevole del crimine, denunciato con veemenza da &lt;i&gt;la Repubblica&lt;/i&gt;, di offrire sussidi alle classi povere, per mantenerle nell&apos;ozio, e di viaggiare su auto di lusso (un&apos;accusa a suo tempo rivolta al nicaraguense Daniel Ortega, come se i presidenti occidentali viaggiassero in Lambretta).</text><text_more>I crimini di Chávez sono altri. Avere nazionalizzato, peraltro dietro compenso, le risorse primarie del Venezuela, e in primo luogo il petrolio (come il messicano Lazaro Cárdenas fece fin dal 1938). Avere destinato le plusvalenze petrolifere ad alleviare le condizioni delle classi povere del suo paese, prima di lui non solo ignote alle liste elettorali, ma persino all&apos;anagrafe. Avere rifiutato - anzi, respinto a calci - le imposizioni neoliberiste del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Avere dimostrato che gli indios dell&apos;America Latina, sull&apos;esempio suo, del boliviano Morales, dell&apos;ecuadoriano Correas, possono benissimo reggere un paese, anche in contrasto con le potenze (fragili quanto un grissino) degli Stati Uniti e, in subordine, dell&apos;Unione Europea, unita solo da un&apos;ideologia economica devastante e scientificamente infondata (come dimostrò a suo tempo, criticando Milton Friedman, il compianto Federico Caffè, economista se mai ve ne furono).
Tito Pulsinelli, ormai noto ai nostri lettori, ci ha inviato un &lt;a href=&quot;http://www.selvas.org/newsAN0507.html&quot;&gt;articolo&lt;/a&gt; in cui protesta con veemenza contro le menzogne della stampa liberal-borghese sul Venezuela. Preferiamo rinviare all&apos;originale, il bel sito multilingue &lt;a href=&quot;http://www.selvas.org/&quot;&gt;www.selvas.org&lt;/a&gt; (vi collabora anche il nostro corrispondente dal Messico, Claudio Albertani).
Verrà il giorno in cui gli aggettivi &quot;liberale&quot;, &quot;neoliberale&quot;, e il verbo &quot;liberalizzare&quot; saranno parolacce. L&apos;America Latina tende ormai da un paio di secoli verso un aggettivo diverso: &quot;libertario&quot;. Se conseguirà il suo obiettivo, le regole del mondo cambieranno, e la storia riprenderà a scorrere (alla faccia del coglione giapponese dal nome impronunciabile che ne aveva preconizzato la fine, consistente nelle formulette infantili e filopadronali del neoliberismo).
  
   </text_more></entry>
<entry id='2306' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2306' author_id='1' authored_on='20070711165211' basename='la_nuova_500_fa_schifo' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070711165211' modified_on='20110324021120' ping_count='1' status='2' title='La Nuova 500 fa schifo' week_number='200728'><excerpt>di &lt;b&gt;Wu Ming 5&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;nuovacinquecentomini.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/nuovacinquecentomini.jpg&quot; width=&quot;52&quot; height=&quot;68&quot; border=&quot;0&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt;La Nuova Fiat 500 è stata dotata di un volto enigmatico, simile a quello di unentità biomeccanica, vago androide assemblato in milioni di pezzi. E in grado di suscitare neutra simpatia, blanda affettività... </excerpt><text>di &lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Wu Ming 5&lt;/a&gt;

&lt;img alt=&quot;nuovacinquecento.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/nuovacinquecento.jpg&quot; width=&quot;160&quot; height=&quot;145&quot; border=&quot;1&quot; hspace=6 vspace=2 align=left /&gt;Lidea del trasporto individuale su ruote spinto da combustibili fossili è - insieme allidea che sia giusto impiegare percentuali rilevanti delle risorse agricole del pianeta per allevare animali da carne- uno dei vettori principali che condurrà la presente civiltà allestinzione, e con questa forse anche la Specie, e con lei molte altre specie attualmente viventi. Entità meccaniche dal design zoomorfo che deiettano veleni; capi di bestiame studiati per produrre tagli da carne che deiettano metano e gas serra. Articolazione semovente del concetto di metropoli, articolazione vivente del processo di desertificazione: il Futuro come deserta Metropoli.</text><text_more>La Nuova Fiat 500 è stata dotata di un volto enigmatico, simile a quello di unentità biomeccanica, vago androide assemblato in milioni di pezzi. E in grado di suscitare neutra simpatia, &lt;a href=&quot;http://www.fiat500.com/babyboom.asp?menup=ma&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;blanda affettività&lt;/a&gt;. I suoi quattro occhi sono tranquillizzanti, sembrano guardare lontano a dispetto del vecchio logo al centro del volto e dellinanità stilistica complessiva. Lincapacità di produrre stile è il sintomo della non-esistenza della contemporaneità, se non come campo dazione del Tempo Reale. Il carapace simile a quello di un piccolo animale terragno serve a rassicurare un paese in avanzato stato di decomposizione, a suscitare ricordi culturali, ad avvolgere le dinamiche devastanti del paese in una pellicola anti-temporale, quasi che la presenza sulle strade di simili oggetti potesse avere un effetto scaramantico, la Nuova 500 come un paio di corna capace di destreggiarsi nel traffico urbano, di trovare finalmente parcheggio, fosse pure in seconda o quinta fila. Come Saremo identico a Come Eravamo: e questo, in un paese come questo, è davvero agghiacciante.
Il maestro di cerimonie alla presentazione della vetturetta, Luca di Montezemolo, incarna una delle linee di tendenza della post-politica del liberalismo multiculturale globale; un asse Montezemolo-Veltroni  nella post-Italia marcescente le cui esalazioni salgono fino alla stratosfera nel cielo estivo della fine del decennio, oppure le due facce di una stessa medaglia, Giano a guardiano della porta da cui entra sofferenza ed esce sofferenza e profitto-godimento per alcuni. Intanto alla presentazione della macchinetta il Premier Prodi sorrideva aprendo il volto-salvadanaio in un sorriso compiaciuto, nessuna sfida estetica nella Nuova 500, solo laria di famiglia, solo noi italiani che certe cose le facciamo proprio bene.
La Nuova 500 incarna il sogno contemporaneo del Capitalismo senza Capitalismo; lillusione che qualcosa di fondamentale, di decisivo possa sopravvivere al ciclo delle ristrutturazioni, lidea vana quantaltre mai che il procedere acefalo del Denaro individui una direzione che salvaguardi in qualche modo valori, aspirazioni e speranze. Ora è bene ricordare che questo sogno è lo stesso del fascismo; che la pretesa del Capitalismo senza Capitalismo serve solo a rendere più luttuoso il campo dazione del Denaro e più feroce il suo braccio armato; che lossessione securitaria e la Terrorcrazia odierna sono inscritte nella stessa logica impossibile. 
La Nuova 500 fa schifo.

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&lt;noscript&gt;&lt;p&gt;&lt;img alt=&quot;Clicky&quot; src=&quot;http://getclicky.com/2599ns.gif&quot; /&gt;&lt;/p&gt;&lt;/noscript&gt;</text_more></entry>
<entry id='2307' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2307' author_id='4' authored_on='20070712032444' basename='lovecraft_un_punto_di_vista_la' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070712032444' modified_on='20070712033158' ping_count='1' status='2' title='Lovecraft: un punto di vista &quot;laico&quot;' week_number='200728'><text>di &lt;b&gt;Valerio Evangelisti&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;HPL.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/HPL.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;181&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;[&lt;i&gt;Carmilla&lt;/i&gt; completa l&apos;omaggio a Lovecraft, iniziato &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2007/05/002254.html#002254&quot;&gt;qui&lt;/a&gt; e &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2007/06/002275.html#002275&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;, con questo scritto. E&apos; l&apos;introduzione al romanzo &lt;i&gt;Il caso di Charles Dexter Ward&lt;/i&gt;, pubblicato dalla BUR alcuni mesi fa.]

Specialista in narrativa breve, Howard Phillips Lovecraft ha lasciato poche opere classificabili, un po a fatica, come romanzi. Una di queste è &lt;i&gt;Il caso di Charles Dexter Ward&lt;/i&gt; (The Case of Charles Dexter Ward), di tutte la più compiuta. Non sono di pari livello, a mio avviso, né &lt;i&gt;Le montagne della follia&lt;/i&gt; (At the Mountains of Madness, 1931), omaggio non troppo riuscito al &lt;i&gt;Gordon Pym&lt;/i&gt; di Poe (è lunico scritto in cui Lovecraft descrive nei dettagli alcune delle sue creature mostruose, e si perde nellimpresa per pagine e pagine), né lo stucchevole &lt;i&gt;Alla ricerca della sconosciuta Kadath&lt;/i&gt; (The Dream-Quest of the Unknown Kadath, 1927, pubblicato nel 1943), ispirato alla prosa barocca di Lord Dunsany.</text><text_more>Invece &lt;i&gt;Il caso di Charles Dexter Ward&lt;/i&gt;, scritto nel 1927 ma apparso postumo (a puntate, nel 1941, sulla rivista popolare &lt;i&gt;Weird Tales&lt;/i&gt;), è tra le opere migliori e più significative di Lovecraft. Dico subito che contiene tutti i difetti tipici della narrativa di questultimo: unaggettivazione esuberante e a volte fastidiosa (si sprecano gli orribile, malvagio, malefico ecc.), un uso incongruo degli avverbi, un ricorso insistito a vere catene di soggetti narranti (ne &lt;i&gt;Il caso&lt;/i&gt; chi racconta riferisce le considerazioni di certo dottor Willett, il quale narra la vicenda di Charles Dexter Ward e, attraverso le ricerche di questi, la fosca avventura dello stregone Joseph Curwen; con lesito di rendere ossessivo, data la molteplicità delle fonti e dunque le supposte incertezze dei fatti raccontati, luso del condizionale); lassenza di psicologie credibili, dovuta anche alla mancanza totale di dialoghi in grado di rivelarle.
Tuttavia, accanto ai difetti, vanno segnalati i pregi: capacità di suggestione, ritmo narrativo che, malgrado lapparente lentezza, riesce a generare autentica suspense, e abilità da pochi eguagliata nel risvegliare, nel subconscio del lettore, inquietudini quasi archetipiche, padroneggiando gli strumenti simbolici di una singolare mitologia.
Purtroppo, malgrado la popolarità conseguita da Lovecraft nei decenni seguiti alla sua scomparsa nel 1937 (di cui sono testimonianza le decine di film tratte da suoi racconti, tra cui lottimo &lt;i&gt;La città dei mostri&lt;/i&gt; di Roger Corman, libero adattamento de &lt;i&gt;Il caso di Charles Dexter Ward&lt;/i&gt;), la sua fortuna critica è lungi dallessere soddisfacente. Fino alleccellente saggio di Michel Houellebecq, &lt;i&gt;H.P. Lovecraft. Contre le monde, contre la vie&lt;/i&gt; (1991),  peraltro incentrato più sulla personalità dello scrittore americano che sul suo lavoro, quasi tutti gli studi su Lovecraft sono stati opera di entusiasti, tesi a celebrare il loro idolo (talora elevato al rango di profeta e sciamano, detentore di verità occulte) più che ad analizzare pregi e limiti della sua scrittura. Ciò vale anche per le ricerche anglosassoni di origine universitaria, dovute a dilettanti di rango (S. T. Joshi, P. Cannon ecc.) intenti a ricostruire con minuzia ogni dettaglio della vita dello scrittore, senza minimamente discutere la qualità della sua narrativa, data per scontata. Le cose sono cambiate solo con taluni apporti critici recenti, prevalentemente europei. Quanto allaccademia vera e propria, essa ha semplicemente ignorato Lovecraft, giudicato autore meno che marginale  complici, forse, due stroncature ingenerose scritte da Edmund Wilson nel 1945 . 
Invece, se Lovecraft va sicuramente strappato agli altari costruiti da ammiratori adolescenti (o di animo adolescenziale, quando adulti), non merita di certo loblio. Lenorme attrazione che i suoi racconti continuano a esercitare, linfluenza che hanno avuto su numerosi altri scrittori di fantastico e non (incluso lo stesso Houellebecq e, &lt;i&gt;si parva licet componere magnis&lt;/i&gt;, il sottoscritto), lincoercibile fascino di tante sua pagine, la sua presenza mai venuta meno su media dogni tipo, ne fanno un fenomeno singolare. E quando parlo di fenomeno intendo letterario, non di mero costume.
Scrittore serio, Lovecraft ha oggi il diritto di essere discusso con strumenti seri, capaci di individuare le cause della permanente vitalità di larga parte della sua prosa.

Tra le molte doti di Lovecraft, una delle più evidenti consiste nel fare apparire antico ciò che non lo è, o che non lo è molto. Si prendano le pagine iniziali de &lt;i&gt;Il caso di Charles Dexter Ward&lt;/i&gt;, con la bella descrizione della città di Providence, in cui lo scrittore trascorse quasi tutta la vita. Siamo negli Stati Uniti, e dunque gli edifici descritti come vetusti risalgono al XVIII secolo, più raramente al XVII. Simile antichità potrebbe far sorridere il lettore europeo (o anche latinoamericano), abituato a convivere con reliquie di un passato ben più remoto. Eppure Lovecraft riesce, grazie alla forza evocativa della sua scrittura, a fare sembrare lurbanistica di Providence addirittura ancestrale (un poco come la New York, tutta guglie e torrette, ritratta da Roman Polanski allinizio e alla fine del film &lt;i&gt;Rosemarys Baby&lt;/i&gt;).
E noto come Lovecraft amasse definirsi estraneo alla società che lo circondava (che peraltro, a differenza di ciò che alcuni oltranzisti hanno preteso, conosceva benissimo: lo dimostra la sua corrispondenza, piena di riferimenti allattualità politica e sociale), nonché grande ammiratore del Settecento inglese - tanto da disegnare se stesso, nelle lettere agli amici, con enormi parrucche incipriate, e dal ricorrere a un inglese arcaico ogni volta che ne aveva occasione. Altrettanto conservatore appariva, fino agli ultimi due anni della sua vita (allorché cominciò ad apprezzare Roosvelt e il socialismo scandinavo), nelle questioni ideologiche. Simpatizzante per il fascismo e il nazismo, non era attratto dalla modernità di questi movimenti (razzismo a parte) e dal loro appello alle masse, quanto da ciò che li avvicinava a una concezione aristocratica della società e della vita. Consapevolmente o meno, la visione di Lovecraft si avvicinava a quella dell&lt;i&gt;Action Française&lt;/i&gt;: come per Charles Maurras e Léon Daudet, il regime ideale era per lui quello monarchico, con unaristocrazia saggia e illuminata capace di entrare in un rapporto quasi paterno con le classi lavoratrici (Lovecraft accettava &lt;i&gt;in toto&lt;/i&gt; le analisi economiche di Marx ed Engels sullo sfruttamento), senza il tramite costituito dalla borghesia.
Malgrado questo rimpianto per un passato che si sgretolava sotto i suoi occhi, in un processo che aveva proprio la borghesia quale agente, è dal passato che, nei racconti e nei romanzi di Lovecraft, proviene ogni minaccia. Lintero &lt;i&gt;Il caso di Charles Dexter Ward&lt;/i&gt; è una specie di rincorsa allindietro, alla ricerca delle scaturigini degli abomini che, dal sottosuolo, assediano laltrimenti tranquilla città di Providence. Come si vedrà, lindagine si spingerà non solo a uno o due secoli prima lo svolgersi degli eventi, ma addirittura al Medioevo e alletà romana, e dunque con antefatti (peraltro poco chiariti) nel Vecchio Continente.
Ciò introduce a un tema ricorrente in Lovecraft, e quanto mai in evidenza in un racconto molto affine al presente romanzo, intitolato &lt;i&gt;Orrore a Red Hook&lt;/i&gt; (The Horror at Red Hook, 1925: ambientato a New York, città in cui lo scrittore visse alcuni anni). Il passato orrendo e tentacolare che cerca di proiettare la propria ombra sul presente ha unespressione corporea, rappresentata dagli immigrati e, più specificamente, dai meticci, dai mezzosangue. Ne &lt;i&gt;Il caso&lt;/i&gt; essi sono evocati, oltre che nelle descrizioni iniziali dei quartieri poveri di Providence, nelle figure dei pellerossa al servizio di Joseph Curwen (con la donna imbruttita ulteriormente dal sangue negroide), nonché in quella del servitore portoghese di Charles Ward. In &lt;i&gt;Orrore a Red Hook&lt;/i&gt; si trattava invece, principalmente, di italiani scuri e sinistri, nonché di altra feccia multirazziale di origine asiatica oppure africana vomitata dai bastimenti in arrivo. Tutti costoro, a volte succubi e a volte complici, sono portatori di culti questi sì davvero antichi, e contribuiscono ad aprire brecce attraverso le quali divinità dimenticate possono infiltrarsi per riacquistare il dominio sugli umani.
In &lt;i&gt;Orrore a Red Hook&lt;/i&gt;, anteriore alla cosmogonia successivamente elaborata da Lovecraft (con laiuto di alcuni colleghi) e comunemente chiamata dei miti di Cthulhu, gli dei di ritorno sono i meno rassicuranti della mitologia greco-latina (Ecate / Cibele, Pan, ecc.). Quanto a &lt;i&gt;Il caso&lt;/i&gt;, vedremo tra breve di quale mitologia si tratti.
A conferma secondaria e dubitativa del nesso, in Lovecraft, tra radici etniche e culti paurosi, noto solo che alcune delle frasi incomprensibili presenti in questa e in altre opere suonano molto simili a termini rituali della religione africana degli Yoruba, portata nel continente americano dagli schiavi e ancora presente, da Cuba, ad Haiti, al Brasile, in una varietà di culti: &lt;i&gt;Santeria&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Vodoun&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Palo Mayombe&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Condomblé&lt;/i&gt;, ecc. Per esempio, il &lt;i&gt;ngngah&lt;/i&gt; di Lovecraft ricorda molto il &lt;i&gt;nganga&lt;/i&gt; degli Yoruba: un vaso pieno di sostanze in cui è imprigionata lanima di un defunto. Dettaglio vicinissimo, come si vedrà, allargomento de &lt;i&gt;Il caso di Charles Dexter Ward&lt;/i&gt;.
Tuttavia potrebbe trattarsi di pura combinazione e non vi insisto.

Ciò che in Lovecraft è sotto lassedio del meticciato e dei culti innominabili che questo professa non è né lAmerica moderna, né altra facilmente databile. E piuttosto un ideale &lt;i&gt;Merry New England&lt;/i&gt;, di ardua collocazione storica, in cui lo stile di vita prevalente risente ancora della matrice britannica. Ciò che pare somigliargli nel mondo doggi (o, per meglio dire, in quello dello scrittore) si trova sullorlo del completo annullamento. Dopo averci descritto facciate graziose e costruzioni eleganti, Lovecraft ci rivela infatti, nel corso de &lt;i&gt;Il caso&lt;/i&gt; (e di tanti altri suoi racconti), che sotto alcuni di quegli edifici si spalancano cavità abissali, gallerie labirintiche, pozzi insondabili. Le abitazioni di Curwen e di Ward sovrastano intere basiliche consacrate al male e penitenziari occulti dalle celle immonde (uso qui alcuni degli aggettivi ricorrenti in Lovecraft).
Chi vive in superficie non sospetta nemmeno quanto sia precaria la stabilità del microcosmo cui appartiene, già assediato dallimpeto delle trasformazioni sociali. Nemmeno può supporre che le insidie peggiori abbiano una portata addirittura cosmica, tale da minacciare, oltre allurbanistica, anche valori, visioni del mondo e sistemi di vita consolidati.
Contemporaneo di Einstein, Lovecraft, pur non avendone grande stima, ha appreso la lezione dello scienziato e la mette a frutto. Lincubo in agguato non proviene solo dai recessi del tempo, ma anche da quelli dello spazio. In una parola (molto einsteiniana), dallo spazio-tempo.
Ne &lt;i&gt;Il caso di Charles Dexter Ward&lt;/i&gt; i riferimenti sono fugaci, eppure abbastanza eloquenti. Se gli esperimenti del protagonista avranno successo, ci si dice, ne sarà compromesso lassetto dellintero sistema solare e delluniverso conosciuto. Altri universi, in altre dimensioni, troveranno un accesso al nostro e vi vomiteranno il loro osceno contenuto. Come ciò possa avvenire non è spiegato, ma certo può essere collegato allevocazione di creature ultraterrene difficili da rispedire indietro, una volta che abbiano varcato lo spazio-tempo e i suoi abissi.
Si profila limmagine di un mondo in cui i defunti camminano tra noi, ed entità mefitiche e immortali, di aspetto ripugnante, tornano ad assumere il ruolo semidivino che rivestivano sulla terra in epoche remote. Ne &lt;i&gt;Il caso&lt;/i&gt; leventualità è scongiurata, ma non per sempre: troppi sono gli anfratti scavati sotto la civiltà, troppi sono i mezzosangue dai culti turpi e barbarici, troppe le porte malamente rinserrate sugli inferni cosmici.
Il lontano passato è orrendo, il futuro non cè. In numerosi racconti di Lovecraft, il protagonista (sempre identico: di genere maschile, colto, di buone maniere, quasi totalmente disinteressato allaltro sesso) finisce per essere risucchiato nella dimensione parallela, o per subire trasformazioni che lo adattano allinevitabile nuova realtà. Il &lt;i&gt;Merry New England&lt;/i&gt; è unoasi provvisoria, destinata alla desertificazione (o forse alla glaciazione: molto spesso, i mostri lovecraftiani si annunciano con soffi di aria fredda). Ricorda il quadro ufficiali, assediato da ferocissimi ammutinati di tutte le razze, de &lt;i&gt;Il naufragio dellElsinore&lt;/i&gt; (The Mutiny of the Elsinore, 1914) di Jack London. London si ispirava a Spengler. A suo modo, anche Lovecraft descrive per metafora un incipiente tramonto dellOccidente.
In questo senso, si collega a correnti culturali del suo tempo, da cui parrebbe, a uno sguardo superficiale, totalmente avulso (a volte riesce difficile pensare che fu contemporaneo di Faulkner, di Hemingway, di Hammett, di Steinbeck, di Dos Passos, ecc.).

Come è noto, Lovecraft creò un proprio olimpo di folli divinità  descritto in un libro immaginario, il &lt;i&gt;Necronomicon&lt;/i&gt;  avide di riprendere il controllo sugli umani, esercitato millenni addietro. Su tutte domina Azathoth, il dio pazzo e urlante, seduto sul suo trono collocato al centro delluniverso. Seguono poi Nyarlathotep, il caos strisciante, messaggero di Azathoth; Cthulhu, che vive nelle profondità marine; il dio-rospo Tsathoggua (creazione di un amico di Lovecraft, lo scrittore Clark Ashton-Smith), Yog-Sothoth, Shub-Niggurath, Hastur (preso in prestito da un altro amico, Robert Chambers), e una folla di potenze minori.
&lt;i&gt;Il caso di Charles Dexter Ward&lt;/i&gt; appartiene al novero degli scritti narrativi in cui Lovecraft fonde la mitologia da lui ideata con altre, e nello specifico con quella di matrice giudaico-cristiana. Tale è per esempio la classica formula evocativa che ricorre in vari punti del romanzo: &lt;i&gt;Per Adonai, Elohim, Adonai Jehova, Adonai Sabaoth&lt;/i&gt; ecc. Lovecraft la trae dal secondo volume de &lt;i&gt;Le Dogme et le Rituel de lHaute Magie&lt;/i&gt; di Eliphas Lévi, e la piega ai propri fini narrativi.
Per tutta la vita, lateo Lovecraft si manifestò scettico nei riguardi delloccultismo, si alleò allaltrettanto scettico prestigiatore Houdini per cercare di confutarlo e ammise di conoscere lesoterismo, usato abbondantemente in campo letterario, solo per via di scorse occasionali e di libri scovati presso rivenditori di seconda mano.
Malgrado ogni evidenza, gli entusiasti hanno continuato ad attribuire a Lovecraft chissà quali conoscenze iniziatiche, sminuendone così, involontariamente, la dimensione di scrittore. &lt;i&gt;Il caso&lt;/i&gt; è di per sé smentita a tali, infantili speculazioni. Allorché descrive la biblioteca di Joseph Curwen, con i suoi libri malvagi, Lovecraft colloca, accanto a noti testi alchemici (Geber, Fludd, Tritemius ecc.), altri che nulla hanno a che vedere con le scienze occulte. Per esempio linnocua &lt;i&gt;Ars magna&lt;/i&gt; di Raimondo Lullo, semmai ascrivibile alla teologia, visto che espone un bizzarro sistema per assegnare a Dio i suoi attributi. Anche il riferimento a Ermete Trismegisto appare un poco incongruo, dato che i testi ellenistici firmati con questo nome solo in minima parte trattano di alchimia, mentre generalmente afferiscono alla filosofia neoplatonica, forse per certi versi esoterica ma tuttaltro che malvagia.
Il fatto che Lovecraft attinga a casaccio, per dare suggestione alle sue pagine, è ben dimostrato dalle lettere che Joseph Curwen scambia con altri stregoni. Vi si invocano, scambiandoli per demoni, Sabaoth, cioè Dio in persona, langelo giudaico Metatron (che Lovecraft storpia regolarmente in Metraton), ecc. Ciò non significa che lo scrittore ignori tutto della Cabala e dei suoi derivati. Semplicemente, sa che certi titoli e certi nomi hanno sul lettore un potente effetto evocativo, al di là di ciò che significano. In altri racconti, citerà tra i testi di magia nera il manuale dellinquisitore Nicolas Rémy (Remigius), oppure libri inventati di sana pianta come il &lt;i&gt;De Vermis Misteriis&lt;/i&gt; di tale Ludwig Prinn (un parto della fantasia di un corrispondente di Lovecraft, Robert Bloch). Per non parlare degli &lt;i&gt;Unaussprechlichen Kulten&lt;/i&gt; di Friedrich Von Juntz, invenzione di un altro amico di Lovecraft, Robert E. Howard.
Mi sono attardato, ma ritengo che sia bene che il lettore si accosti a Lovecraft con spirito laico, visto che profondamente laico era Lovecraft stesso. Ora è avvertito: se si imbatterà in letture critiche di tipo iniziatico&quot;, sappia che si tratta di paccottiglia. Lovecraft è anzitutto uno scrittore e, in quanto tale, inventa mondi e scenari. Che questi siano tanto credibili da far supporre a qualcuno che siano veri è solo una conferma della sua bravura.

Vediamola da vicino, questa bravura. Laggettivazione smodata, rimarcata anche da Houellebecq, che nei saggi è ai limiti del sopportabile (si veda &lt;i&gt;Lorrore soprannaturale in letteratura&lt;/i&gt;, Theoria, 1989), nei testi narrativi ha una propria funzione: sostituisce le descrizioni, volutamente omesse. Il lettore che sia giunto al termine de &lt;i&gt;Il caso&lt;/i&gt;, e ormai conosca la soluzione del mistero, avrà comunque unidea molto vaga di ciò che Curwen e successori stavano richiamando da altre dimensioni, e di quanto accadeva agli infelici imprigionati a fini di esperimento.
Ciò risulta di estrema efficacia. Quanto di tangibile esiste, del tetro campionario di mostruosità, è unatmosfera e nullaltro. Per sua natura, unatmosfera sarebbe intangibile, ma proprio laggettivazione la rende concreta, assieme ai miasmi mefitici e allumidità delle cantine. Gradualmente, anche il lettore meno proclive ad abbandonarsi al testo e alle sue seduzioni finisce per trovarsi coinvolto in una cupezza sempre più spessa, oltre le cui nebbie si muovono entità indecifrabili e impossibili. Sarà il suo subconscio a dare loro una forma approssimativa, lautore si limita a suggerirla. Inutile dire che, in tal modo, il tasso di orrore risulta amplificato.
Lovecraft, in questo, fa propria la lezione di molta narrativa gotica classica (e di poca narrativa gotica moderna), in cui le atmosfere cimiteriali contavano più degli eventi. A ciò, tuttavia, aggiunge un elemento nuovo, matrice di paure interiori: lidea, instillata nel lettore con ogni possibile mezzo, che a ciò che incombe non vi sia rimedio, che la speranza sia una pietosa illusione. Quale Dio invocare, se gli unici dei esistenti sono abominazioni dotate di soli istinti animaleschi? A quali valori solidali e culturali far ricorso, se ciò che resiste ai millenni, e cinge dassedio luniverso conosciuto, è privo di intelligenza e non agisce secondo regole intelligibili? Luomo fu probabilmente creato a immagine e somiglianza di questi grumi cosmici di pazzia. Meglio, come Charles Dexter Ward, rinunciare a ogni resistenza e porsi al servizio del nemico, che è, in penultima analisi, il caos, e in ultima analisi il vuoto totale.
Per sviluppare e rendere credibile una visione del genere, a Lovecraft non servivano personaggi psicologicamente complessi. Molto meglio giovanotti solitari e démodé, caratterizzati solo dalla sete di conoscenza. Alla stessa maniera gli occorreva adottare una lingua dal fraseggio un po antiquato, che facilitasse levasione  del personaggio e del lettore  dal contesto moderno, e limmersione in un fluire del tempo altro e anomalo.
Come si vede, quelli che avevo inizialmente elencato come i difetti della prosa di Lovecraft si rivelano altrettanti segreti di scrittura. Edmund Wilson, nel 45, aveva torto marcio.

Più che cercare di ascrivere Lovecraft ai grandi della letteratura, operazione dai risultati molto dubbi, conviene limitarsi a riconoscergli le doti di un eccellente artigiano, capace di suscitare brillantemente la &lt;i&gt;suspense&lt;/i&gt; e di risvegliare nel lettore inquietudini non banali. Ciò che di artistico vi è nelle sue opere sta in quel tanto di autobiografico che contengono, e pure nella coerenza che le lega tutte (tanto da renderle spesso molto simili luna allaltra, senza che ciò si traduca in noia). Il primato, secondo me, va accordato allabilità, sulla quale non può esservi discussione.
Torniamo a &lt;i&gt;Il caso di Charles Dexter Ward&lt;/i&gt;, la cui struttura è grosso modo quella di un &lt;i&gt;thriller&lt;/i&gt;. I misteri da risolvere sono due, tra loro collegati: perché il giovane Ward paia avere cambiato identità, così da essere scambiato per pazzo, e a quali esperimenti proibiti si sia dedicato. Il primo enigma viene risolto dal lettore minimamente smaliziato ad appena un terzo del romanzo, per quanto il narratore finga a lungo di ritenerlo insolubile. Il secondo mistero, invece, non viene completamente chiarito nemmeno nel finale.
E questa seconda soluzione il vero motore della &lt;i&gt;suspense&lt;/i&gt;. Così forte che indurrà chi legge a procurarsi altri racconti dellautore, per cercare di ricomporre la sua terrificante teologia alternativa. Non vi riuscirà mai del tutto, perché quella teologia semplicemente non esiste, se non quale metafora (derisoria) di moderne incertezze: la fragilità della società occidentale, e soprattutto americana, esposta a mutamenti tanto rapidi da non poter essere tenuti sotto controllo; la scoperta, tramite le acquisizioni scientifiche, che nessun modello cosmologico resiste a lungo alla prova, e che luomo pare in ogni caso rivestire nelluniverso un ruolo insignificante; la possibile regressione barbarica, volta al passato, legata allanomia e allalienazione che le nuove prospettive di visione del tutto potrebbero indurre.
Materialista e bestemmiatore al punto di rendere gli dei corporei, subumani e semi-idioti, Lovecraft considera gli uomini come fuscelli in balia di forze cieche, che prescindono dalla volontà di chi vi è soggetto. Inutilmente si sforzò per un decennio di essere nazista: la sua &lt;i&gt;weltanschauung&lt;/i&gt; era troppo lontana da quella di un fascista o anche solo di un conservatore autentico. Somigliava semmai a quella di Freud o di Einstein, non precisamente due alfieri della razza ariana.
Nemico dichiarato della modernità, Lovecraft si faceva interprete, in senso pessimista, di tutti i suoi dubbi. Scrittori molto più dotati di lui nemmeno riuscirono a percepirli. Tanto di cappello, dunque, al grande artigiano di Providence.        

</text_more></entry>
<entry id='2308' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2308' author_id='4' authored_on='20070713031858' basename='kaizen_piccolo_quadretto_pastorale_della_rozzemilia' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070713031858' modified_on='20070713031929' ping_count='0' status='2' title='Kaizen: piccolo quadretto pastorale della Rozzemilia' week_number='200728'><text>di &lt;b&gt;Jadel Andreetto&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Ducati.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Ducati.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;90&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;&quot;[...] provincia industrializzata
provincia terzializzata
provincia di gente squartata
1/4 al benessere
1/4 al piacere
1/4 all&apos;ideologia
l&apos;ultimo quarto se li porta tutti via&quot;

(Rozzemilia - &lt;i&gt;CCCP - Fedeli alla linea&lt;/i&gt;)

Il motore trasforma l&apos;energia termica in energia meccanica, i pistoni scorrono nei cilindri, le ruote girano, il pilota è concentrato sulla pista. A ogni giro il suo team ha il cuore in gola. Sul podio assieme al vincitore ci saranno tutti. Luomo con la bandiera sulle spalle incarna lintera azienda con tutti i suoi dipendenti. La Ducati è una squadra e quando vince, vincono tutti. O quasi.
</text><text_more>Sul fatto che la Ducati sia una squadra, fatta di tante squadre, Walter Garau, operaio in quel di Borgo Panigale, non ha dubbi. Sul fatto che vincano tutti, un po meno. In fabbrica i lavoratori vengono divisi in team con diverse mansioni e attività riconoscibili dal vestiario. Lobiettivo è quello di creare uno spirito di gara allinterno dellazienda. «Fanno credere al lavoratore che quando passa dalla &lt;i&gt;squadra x&lt;/i&gt; alla &lt;i&gt;squadra y&lt;/i&gt; abbia elevato il proprio status. In realtà non cè aumento di stipendio. Al massimo una tuta rossa stile pilota piena di sponsor.» 
Il successo nel GP comporta soddisfazione anche per chi lavora in catena di montaggio, ma si tratta di una soddisfazione da tifoso, da appassionato. I media - dice Garau - stanno facendo credere che tutti siano felici, contribuiscano e ci guadagnino. Ma non è così. Per chi lavora in linea non cambia nulla, continuerà a fare il suo lavoro; anzi, commenta Salvatore Carotenuto, rappresentante sindacale e operaio, potrebbe crescere la richiesta di moto e quindi aumentare la produzione accelerando i tempi e accrescendo la mole di lavoro. «Che vantaggio cè nel dire abbiamo vinto come operai? Soldi in tasca non ce ne vengono... Ogni volta che cè qualche soldo in più è perché abbiamo discusso e lottato anche a suon di scioperi. Lazienda non ti da nulla anche se vince tutto, SuperBike, GP, MotoMondiale... una volta ha offerto una torta... agli operai arrivano le briciole, eppure se non ci fosse loperaio non ci sarebbe la moto.»
La strategia dello spirito di squadra applicata a gruppi di lavoratori è un modello che rientra nella filosofia del kaizen che è molto diffusa a Bologna e interessa unottantina di aziende. 
Il kaizen si basa su un sistema di modelli organizzativi che coinvolge l&apos;intera struttura aziendale attraverso alcune pratiche tecniche, gestionali e ideologiche che comprendono varie metodologie: dallo studio dei movimenti dei lavoratore in catena di montaggio ai fini di velocizzare il processo produttivo, alla formazione manageriale attraverso i week-end avventura, dal dopolavoro aziendale al tabellone con la foto stile squadra sportiva del gruppo di lavoratori che ha prodotto di più da appendere in azienda, allisitituzione della figura del team leader ecc.
Il termine Kaizen è la composizione di due kanji: Kai e Zen che accostati significano più o meno in continuo miglioramento. 
Bruno Papignani, segretario della Fiom di Bologna, spiega che lutilizzo di questi modelli organizzativi provoca conseguenze su tutta la rete produttiva perché pone un problema di potere. Nell 84 il sindacato fece una campagna di contrattazione per affrontare i modelli organizzativi proponendo il lavoro in gruppi di produzione e di progettazione integrati, caratterizzati da una flessibilità professionale ottenuta dalla polivalenza. Ogni gruppo prevedeva un portavoce e aveva obiettivi di qualità e produttività, «una sorta di cooperazione gestita dal basso che toglieva però controllo alla gerarchia e metteva nelle mani dei lavoratori più conoscenze e maggiori poteri contrattuali. Naturalmente saltò tutto.» 
Dieci anni dopo un modello simile, ma rovesciato in termini di potere, venne proposto per la prima volta in Italia dalla Fiat sulla base del testo &lt;i&gt;La macchina che ha cambiato il mondo&lt;/i&gt;, di Womack, Jones e Roos (Rizzoli, 1991).
Esistono diversi tipi di kaizen a seconda delle tecniche e della provenienza dellazienda che le applica. Il modello Ducati è il modello americano: molto ideologico, monoculturale e non negoziabile, nel quale i gruppi entrano in competizione tra loro e includono al loro interno anche una competizione individuale creando i &lt;i&gt;team leader&lt;/i&gt;, i primi tra i pari. Il primo tra i pari diventa uninterfaccia con lazienda al posto del sindacato ma per lazienda rimane un operaio non diverso dagli altri. Non viene pagato di più, anche se ogni tanto riceve ununa tantum in base ai risultati ottenuti, la sua è una soddisfazione psicologica simile a quella di chi vince una gara, ma la vera gerarchia da scalare è da unaltra parte e non è accessibile agli operai.
Come in ogni competizione sportiva, qualcuno rimane indietro o arriva ultimo, in questo caso lavoratore in linea e precario. Questo tipo di modello organizzativo, incalza Papignani, aumenta il controllo da parte dellimpresa, è «basato su una partecipazione coatta che crea sospetto tra membri della stessa squadra», non fa in modo che alla Ducati aumenti la produttività o diminuiscano costi ma è un forte elemento di controllo che si sviluppa attraverso la frammentazione dei lavoratori che vengono messi in competizione tra loro e formati ideologicamente «stile marine»: i dirigenti vanno a fare i week-end avventurosi, attraversando ponti tibetani, si appendono a carrucole ecc., i team leader vengono formati attraverso schemi di gioco come il cerchio in cui puoi lasciarti andare di schiena e farti prendere dagli altri, vengono organizzati eventi ludici da dopolavoro, la visione di filmati ecc. ecc.
In questo sistema entra in gioco anche un altro elemento: il fascino del prodotto, che con unabile strategia raduna immagine, ideologia e business. Molti entrano in Ducati con il miraggio di approdare in Ducati Corse o di fare il collaudatore, ma quando si trovano a lavorare in catena di montaggio si rendono conto che lillusione è destinata a svanire. Carotenuto racconta infatti che in Ducati Corse ci si arriva solo dopo tante esperienze o con le giuste conoscenze e aggiunge: «basta essere disponibili in qualsiasi momento anche al di fuori degli orari di lavoro» 
Fare il collaudatore, altra grande ambizione dei giovani che arrivano in fabbrica, non è come lavorare in catena di montaggio ma significa macinare più di 200 - 250 km al giorno in sella a una moto con tutti i pericoli (in alcuni casi letali) che ciò comporta.

&lt;b&gt;Postfordismo-toyotismo-ducatismo&lt;/b&gt;

Alcune aziende bolognesi applicano alla loro filiera produttiva il kaizen a seconda della scelta fatta dalla multinazionale a cui fanno capo. La Cesab di Casalecchio di Reno, per esempio, ha applicato il kaizen di stampo nipponico, con personale giapponese e studi fatti nella terra del &lt;i&gt;sol levante&lt;/i&gt; dalla società di consulenza di direzione e organizzazione aziendale Bonfiglioli Consulting. La stessa che ha seguito la Ducati, dopo che questultima si era appoggiata alla consulenza Porsche. Attualmente lazienda di Borgo Panigale, come già detto, basa i suoi modelli organizzativi sul prototipo di kaizen americano come avviene anche per la Efer, con la differenza che Ducati può fare leva anche sulla passione del lavoratore per il prodotto stesso. Un meccanismo che viene fatto scattare anche in Lamborghini, che però ha importato dallAudi il modello tedesco, nel quale la partecipazione dei lavoratori al processo produttivo rende possibile un certo margine di trattativa con il sindacato e che introduce alcune novità, come il diritto di veto della RSU o il team leader a rotazione. Laddove invece non cè passione per il prodotto la leva è quella psicologica della distinzione, accompagnata da incentivi in busta paga.
Il kaizen è arrivato in Emilia alla fine degli anni 90 con la Magneti Marelli (FIAT), da allora molte altre aziende hanno seguito lesempio anche se solo poche si sono potute permettere le consulenze degli specialisti o il know-how di una multinazionale. Delle quaranta aziende più grandi solo la Ducati Energia non applica il kaizen per scelta del presidente Guidalberto Guidi, un padrone vecchio stile come lo definisce Papignani. Alla GD, il tentativo di introdurre il modello allamericana è un processo delicato ancora in fase di sviluppo, mentre in Saeco si sta tentando di trovare la miscela giusta tra modello americano e tedesco. 
La filosofia di base però è sempre la stessa, il sindacato può discutere e negoziare su alcune cose, ma è la cultura a non essere mediabile e i modelli organizzativi sono stati sempre messi in piedi attraverso due operazioni: lespulsione, e così, dice il segretario della FIOM, si spiega la grande ondata di mobilità dei quarantenni, cinquantenni e lingresso di giovani.
 Viene provocata una crisi per inserire il modello: si mandano via i sindacalizzati, quelli che hanno fatto le lotte, quelli che in qualche modo sapevano come lavorare e come ritagliarsi degli spazi e avevano potere contrattuale. Alcune aziende hanno provocato la crisi per mandare i lavoratori in mobilità e allontanarli.
Le statistiche bolognesi indicano che la maggior parte delle 150 - 200 aziende che nel 2004, 2005 e 2006 hanno fatto questa operazione non sono passate dai canali di crisi normali (cassa integrazione temporanea per crisi di mercato, cassa integrazione speciale per crisi vera o bisogno di ristrutturazione), ma sono passate direttamente alla mobilità volontaria non traumatica investendo dei soldi, dando 20-30 mila euro a chi andava in mobilità. La teoria è quella di Melfi e del prato verde - http://www.che-fare.org/archivcf/cf36/melfi.html -, devi creare la crisi per cerare un nuovo lavoratore. Se poi questo è precario e debole, loperazione è perfettamente riuscita.
Un operaio di 40-50 anni sa lavorare e ha consolidato un suo metodo. È molto difficile che aderisca al modello, come è molto difficile che possa cambiare il suo metodo di lavoro per aderire alle tempistiche e ai movimenti corporei dettati dal modello stesso.
 La maggior parte del kaizen, spiega il segretario della FIOM, passa attraverso i filmati e linformatizzaione di tutti i movimenti, in modo tale che chi arriva non ha bisogno di sviluppare professionalità. Al lavoratore vengono date istruzioni sui movimenti da fare per adempiere a determinati compiti: ti dicono quale braccio, quale mano, quanti passi devi fare per compere una determinata operazione e se la vuoi fare diversamente, non puoi. Hanno trovato anche il sistema di farti usare parti diverse del corpo nel corso della giornata. Per evitare le tendiniti? No, per produrre più velocemente.
Per fortuna, prosegue Papignani, in Italia si mantengono ancora  tempi ciclo decenti, ma tutti stanno cercando di applicare la metrica Tmc2 (Tempi dei movimenti collegati-seconda versione), uno dei modelli cronotecnici preposti alla quantificazione dei tempi desecuzione delle mansioni operaie nella produzione di serie. N.d.R.) http://www.controappunto.org/documentipolitici/lavoro%20e%20reddito/Cos&apos;%E8%20il%20TMC-2.htm
In Spagna e Germania, per esempio, con la metrica Tmc2, si è arrivati da mansioni di 20 - 28 secondi luna a mansioni di 3 secondi luna. 

Lasso nella manica del lavoratore, conclude Papignani, è la sua professionalità, in quelle aziende che ne fanno tesoro e che ne hanno bisogno. In Ducati non impari niente. Prima imparavi a fare un mestiere, oggi la precarietà non dà mestiere, la precarietà, anche per la Ducati, diventa precarietà della qualità del lavoro. Il vantaggio risiede quindi solo nel maggiore controllo che si può esercitare su lavoratore.

&lt;b&gt;Il fascino del brand&lt;/b&gt;

Sazia e disperata
con o senza TV
piatta monotona
moderna attrezzata
benservita consumata

(Rozzemilia - &lt;i&gt;CCCP - Fedeli alla linea&lt;/i&gt;)
 
Il Ducati Factory Shop è stato inaugurato tre anni fa come outlet della moto nei pressi dellazienda stessa. Lidea è nata nel 99 dallallora responsabile del parco moto aziendale, Leonardo Di Michelangeli, che ha creato unofficina a parte allinterno dello stabilimento per riconvertire le moto usate, per le prove, per le fiere, per gli eventi ecc. e che prima venivano svendute ai concessionari, in moto aziendali collaudate vendute direttamente dalla Ducati, trasformando così unattività poco redditizia in un business con tanto di punto vendita. 
Da allora il marchio ha ottenuto, grazie al successo nel GP, una visibilità in crescita esponenziale e lo stesso Di Michelangeli ha pensato che il prodotto principale potesse essere affiancato da qualcosaltro che facesse leva sulla passione sportiva dando così il via alla produzione di magliette e capellini firmati Ducati. Il successo è stato immediato e i gadget si sono moltiplicati, dagli orsetti ai modellini, dalle valigie alle tende da campeggio, dalla linea dabbigliamento tecnicosportivo a quella casual. Il fascino del marchio ha fatto in modo che fossero messi in vendita come fermacarte anche contachilometri e pignoni, destinati alla rottamazione, sui quali è stato applicato lo scudetto Ducati Corse.
Il bacino dutenza del consumatore si è allargato. Anche chi non può permettersi una moto si è mostrato interessato a vestire Ducati. Il fatturato dello Shop è una fetta notevole di quello dellintera azienda e ha portato alla creazione della Ducati Retail che gestisce anche un negozio interno alla fabbrica, un punto vendita allaeroporto e un outlet a Castel Guelfo.
I lavoratori dello stabilimento hanno il 30% di sconto su tutti i prodotti e possono noleggiare le moto per qualche tempo. Un operaio che affitta una 1098 prende 400 euro circa in meno al mese (lo stipendio medio è 1100 euro) e nello stesso tempo, andando in giro in sella, fa pubblicità allazienda come quando indossa la tuta da lavoro, che è griffata. Il fascino del brand, racconta ancora Salvatore Carotenuto, fa presa anche sui giovani appena assunti a tempo determinato, che ancor prima di iniziare si presentano vestiti di tutto punto: «comprano capellini, felpe ecc. e non hanno ancora uno stipendio. Spendono allo shop prima di essere pagati.» 
Questo sistema di marketing che si basa sulla passione per il prodotto, con unabile strategia raduna immagine e business e sembra funzionare perché, come scriveva Chuck Palahniuk, siamo consumatori. Siamo sottoprodotti di uno stile di vita che ci ossessiona. [...] Quello che mi spaventa è il nome di un tizio sulle mie mutande. Le cose che possiedi alla fine ti possiedono.

... come finiva il pezzo dei CCCP? Ah già: &lt;i&gt;dammi una mano - dammi una mano a incendiare il piano padano -  dammi una mano - dammi una mano a consolare il piano padano.&lt;/i&gt;

</text_more></entry>
<entry id='2309' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2309' author_id='4' authored_on='20070714052740' basename='la_notte_degli_zorrospaghetti' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070714052740' modified_on='20070714134144' ping_count='0' status='2' title='La notte degli Zorro-spaghetti' week_number='200728'><text>di &lt;b&gt;Valerio Evangelisti&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Zorro.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Zorro.jpg&quot; width=&quot;125&quot; height=&quot;173&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;[Questa sera a partire da mezzanotte, presso il cinema Lumière di Bologna, avrà luogo la &quot;maratona&quot; notturna intitolata &quot;La notte degli Zorro-spaghetti&quot;. Si tratta del ciclo di proiezioni di film molto rari che organizzo ogni anno, nell&apos;ambito del festival &lt;a href=&quot;http://www.cinetecadibologna.it/programmi/11parole/2007/fs_programma.htm&quot;&gt;Le parole dello Schermo&lt;/a&gt;, con la Cineteca e l&apos;Assessorato alla Cultura di Bologna. Per i precedenti vedi &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2005/07/001463.html#001463&quot;&gt;qui&lt;/a&gt; e &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2006/06/001790.html#001790&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;. Questa è la presentazione di una notte, prevedibilmente, davvero strana.] (&lt;b&gt;V.E&lt;/b&gt;.)

Non molti conoscono lorigine di Zorro (o &lt;i&gt;El Zorro&lt;/i&gt;, la volpe), leggendario difensore, in California, dei diritti dei messicani poveri contro le prepotenze dei latifondisti e dei colonialisti spagnoli. Lorigine del mito sta in un romanzo, &lt;i&gt;The Curse of Capistrano&lt;/i&gt;, scritto nel 1919 da un tipico autore americano di narrativa popolare, Johnston Mc Culley (1883-1958). Il successo della storia fu tale che in seguito Mc Culley consacrò al suo eroe, sulle rivistine pulp, numerosi altri romanzi e racconti, sebbene la fama (molto relativa) dello scrittore resti piuttosto legata a &lt;i&gt;Black Star&lt;/i&gt;, una specie di Fantomas americano. Non si contano gli apocrifi, fino al recente omaggio da parte di Isabel Allende (&lt;i&gt;Zorro: linizio della leggenda&lt;/i&gt;, 2005).  </text><text_more>Le fortune di don Diego de la Vega, il gentiluomo effeminato che di notte si maschera e inforca il cavallo per vendicare i torti a fil di spada, furono poi consacrate da una serie interminabile di film e di telefilm. Si va da &lt;i&gt;The Mark of Zorro&lt;/i&gt; (1920), in cui Zorro era interpretato da Douglas Fairbanks, al celeberrimo remake &lt;i&gt;Il segno di Zorro&lt;/i&gt;, girato nel 1940 da Rouben Mamoulian con Tyrone Power protagonista, fino alla serie televisiva della Walt Disney (1957-1959) in cui Zorro era Guy Williams. Consacrazione definitiva di un mito popolare, grazie a una sigla suggestiva e a una musichetta marziale, più spagnoleggiante che messicana. Non mancarono nemmeno gli Zorro pornografici e quelli gay, i figli e le figlie, fino ai nipoti.
Il riferimento alla storia del Messico, già labile in Mc Culley, perde a ogni trasposizione dei pezzetti. Il culmine sarà raggiunto con i film recenti interpretati da Antonio Banderas: &lt;i&gt;La maschera di Zorro&lt;/i&gt; (1998) e &lt;i&gt;La leggenda di Zorro&lt;/i&gt; (2005), entrambi diretti da Martin Campbell. La vicenda originaria viene spostata nel tempo (di fatto, si tratta di un allievo maldestro del vero Zorro, che è Anthony Hopkins), i motivi sociali sfumano. E non è tutto. In &lt;i&gt;La leggenda di Zorro&lt;/i&gt;, addirittura, il vendicatore mascherato si batte contro cospiratori francesi (aleggia il rimprovero alla Francia per il mancato impegno in Iraq) perché la California si integri agli Stati Uniti e abbandoni il Messico. Una sfacciata inversione delle premesse. L&lt;i&gt;El Zorro&lt;/i&gt; originario si batteva perché il Messico fosse indipendente dalla Spagna, non subordinato ad altra potenza. Le bandiere a stelle e strisce che sventolano ovunque, nel film, sono altrettante offese al senso e alla ideologia, per così dire, del giustiziere mascherato.
Senso che invece rispettano, tutto sommato, le pellicole dedicate a Zorro in Italia, negli anni Sessanta. Si stenta a crederlo, ma furono decine. Erano tempi felici in cui il nostro cinema popolare non era debitore di Rai o di Mediaset. Girava quello che gli passava per la testa, certo della rispondenza delle sale di periferia. Zorro, quale eroe suggestivo, si prestava. Eccolo dunque valicare  le barriere del tempo e della logica. Si trova a combattere Maciste, i Tre Moschettieri, la corte dInghilterra. Mai visti film così brutti, eppure capaci di sfiorare il sublime, grazie alla follia totale che li pervade. Segno di completa libertà espressiva, oggi castrata a causa delle prebende elargite a produttori del Nulla, vittime a loro volta del tubo catodico, dellAuditel e dellegemonia pubblicitaria.
Non vedremo più Zorro affrontare Maciste. Dunque godetevi questa nottata irripetibile, e resistete a una bruttezza a volte davvero estrema. Manca dalla rassegna lunica pellicola decorosa, quel &lt;i&gt;Zorro&lt;/i&gt; girato da Duccio Tessari nel 1975 in cui leroe aveva il volto di Alain Delon. Manca anche la parodia (una delle tante, ma certo la più riuscita) &lt;i&gt;I nipoti di Zorro&lt;/i&gt; (1968), con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, per la regia di Marcello Ciorciolini. Abbiamo volutamente puntato al peggio. Ma un peggio suggestivo, che ricorda i tempi in cui Cinecittà poteva ospitare lembi di Messico, e in cui a Comacchio, a Ostia e a Ravenna erano ormeggiati i galeoni impiegati nei film italiani sui pirati delle Antille (un altro sottofilone da esplorare).
Un giorno Zorro tornerà, e la sua spada implacabile disegnerà una Z sanguinosa su chi ha avvilito la potenza immaginifica del cinema artigianale italiano, confinandola a modeste storielle damore tra adolescenti, a farse scombinate e volgari e a film concepiti, fin dalla sceneggiatura, in funzione del piccolo schermo.

&lt;b&gt;I film della rassegna&lt;/b&gt;:

ZORRO ALLA CORTE DI SPAGNA (Italia/1962) di Luigi Capuano (90) 
ZORRO CONTRO MACISTE (Italia/1963) di Umberto Lenzi (90)
LA VENDETTA DI ZORRO (El jinete solitario, Messico/1964) di Rafael Baledòn (85)
ZORRO IL VENDICATORE (La venganza del Zorro, Spagna/1962) di Joaquín Luis Romero Marchent (85)
ZORRO MARCHESE DI NAVARRA (Italia/1962) di Francesco Montemurro (102) 

</text_more></entry>
<entry id='2310' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2310' author_id='4' authored_on='20070715044107' basename='lessico_veltroniano_il_partito_che_affascina' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070715044107' modified_on='20070715044950' ping_count='0' status='2' title='Lessico veltroniano: il partito che affascina' week_number='200729'><text>di &lt;b&gt;Sbancor&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Veltronix.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Veltronix.jpg&quot; width=&quot;125&quot; height=&quot;101&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Lunico modo per sbarazzarsi di un leader è evitare che lo diventi. Eppure Veltroni lo è diventato per ovazione. Un  sondaggio telematico di La Repubblica, la cui significatività veniva smentita dallo stesso giornale che lo ha investito come futuro leader del futuro Partito Democratico. Egli ha pronunziato un discorso. Lopinione pubblica ha plaudito. 
Bene, Bravo, Grazie! ( Petrolini)

Il fatto che io abbia letto il discorso di Veltroni solo attraverso il &lt;a href=&quot;http://slmpds.net/babsi/2007/06/28/cambiare-tutto-non-cambiare-niente-gattopardi-italici/&quot;&gt;sito&lt;/a&gt; di Babsi Jones la dice lunga sulla mia attenzione attuale alla politica italiana. A questo Paese servirebbero più Babsi e meno Veltroni, più Genna e meno DAlema, più Wu Ming e meno Bertinotti. Il Magister (Valerio Evangelisti), poi, lo metterei a Capo dellIntelligence. Ma ho paura che non sia così semplice.</text><text_more>Daltra parto il testo da chiosare è uno splendido esempio di retorica post-umana,  dove lo smarrirsi del senso procede verso laffannosa ricerca di un significato, ahimé anchesso irrimediabilmente perduto. Di significanti senza significato invece il testo è pieno. Il che lo fa immediatamente forma modernissima darte contemporanea. E come tale va letto

Lincipit è risorgimental-patrottico: Fare un&apos;Italia nuova. E&apos; questa la ragione, la missione, il senso del Partito democratico. Riunire l&apos;Italia, farla sentire di nuovo una grande nazione, cosciente e orgogliosa di sé.

Del tipo &lt;i&gt;Fratelli dItalia lItalia sè desta!&lt;/i&gt;

Segue una seconda citazione da Mameli: Unire gli italiani, unire ciò che oggi viene contrapposto: Nord e Sud, giovani e anziani, operai e lavoratori autonomi
&lt;i&gt;Perché non siam popolo, perché siam divisi&lt;/i&gt;. Per un momento ho avuto il terrore che andasse avanti così fino alla fine. No.

Ridare speranza ai nuovi italiani, ai ragazzi di questo Paese convinti, per la prima volta dal dopoguerra, che il futuro faccia paura, che il loro destino sia l&apos;insicurezza sociale e personale.

Il richiamo alla paura e allinsicurezza è certamente copiato dal discorso pre-elettorale di Sarkozy. Non è uno scandalo: ha funzionato in Francia, potrebbe funzionare anche in Italia.

Eppure qui la paura, linsicurezza sociale e personale, non è rappresentata oggettivamente:  è una convinzione.

Non vi è nessuna analisi sulle cause dellinsicurezza. Il termine convinzione soggettivizza il problema, lo sposta di piano, gli sottrae realtà.

Linsicurezza deriva invece da una certezza: quella di non avere più una garanzia di lavoro e di reddito. O se vogliamo usare una terminologia finanziaria, siamo di fronte a un caso eclatante di trasferimento del rischio.

Il rischio di mercato viene trasferito, infatti, dallimpresa ai  lavoratori dellimpresa, in modo da rendere il tutto più flessibile alle esigenze del mercato stesso.

Limpresa poi, almeno quelle di medio-grande dimensione non dipende più da un imprenditore, ma dagli stok-holders. Cioè da chi ha comprato azioni. E questo anonimo padrone, sia esso grande o piccolo, un Fondo di Private Equity, come Blacksone o Carlyle, o il sottoscrittore di un Fondo comune o il lavoratore iscritto a un Fondo Pensione, vuole una sola cosa: rendite finanziarie.

Sotto forma di utili e, soprattutto, di aumento del valore del titolo. E così mentre il rischio si sposta dallimpresa verso il lavoratore, la ricchezza prodotta dallimpresa si muove in direzione opposta: a garantire la rendita finanziaria. Che può essere anche quella del futuro pensionato. Cioè del lavoratore. Il conflitto di classe può tramutarsi, in queste condizioni, in un conflitto intergenerazionale o in un conflitto fra chi ha una pensione legata a rendite finanziarie e chi no. 
Bellaffare.

Ora io sono sempre stato dalla parte di quelli che considerano il lavoro un modo estremo, e a tratti volgare, di procurarsi un reddito.

Ma persino io oggi non posso non avvertire quel senso di apprensione, quella fastidiosa secchezza delle fauci, quel brivido sulle spalle che prende il malcapitato che incautamente decida di farsi i conti in tasca e di ragionare sul suo futuro economico.  

Ma prontamente Walter dissipa i nostri dubbi.

Per questo nasce il Partito democratico. Che si chiamerà così. A indicare un&apos;identità che si definisce con la più grande conquista del Novecento: la coscienza che le comunità umane possono esistere e convivere solo con la libertà individuale e collettiva, con la piena libertà delle idee e la libertà di intraprendere. Con la libertà intrecciata alla giustizia sociale e all&apos;irrinunciabile tensione all&apos;uguaglianza degli individui, che oggi vuol dire garanzia delle stesse opportunità per ognuno.

Quel che si chiamerà così (punto) sparato là in forma assertiva, dal punto di vista retorico mi piace. Finché non mi sorge spontaneamente una domanda: già, che vuol dire chiamare un partito Democratico in Italia?

So perfettamente cosa significa Partito Democratico negli States: un partito che riunisce dai leftist ai senatori razzisti degli Stati del Sud, al senatore Libermann, estrema destra del fondamentalismo sionista.

Nella sua storia vi sono stati da Roosvelt, avvocato delle Grandi Coorporations, eternamente commosso dalla miseria altrui, che cercava di risolvere con improbabili Authorithy nella Valle del Tennesee,  al Presidente Truman, quello che sganciò la Bomba su Hiroshima e Nagasaki,  fino alla Santa Famiglia dei Kennedy.  Dalla moglie di Clinton, al Presidente Clinton .

Come ha notato più volte Gore Vidal, la differenza fra Democratici e Repubblicani attiene a due concezioni diverse  della Cosa Pubblica, che trovano fondamento nella tradizione Greco-Latina:  Catone Uticense è Repubblicano. Cesare è Democratico.  Per chi voglia approfondire largomento  consiglio una lettura, possibilmente in greco, di Plutarco: &lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/c_power_search.php?page=2&amp;q=plutarco%20vite%20%20parallele&amp;shelf=BIT&quot;&gt;Le Vite Parallele di Catone e Focione&lt;/a&gt;. 

Oppure uno splendido &lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/critica-retorica-democratica-canfora-luciano/libro/9788842076292&quot;&gt;testo&lt;/a&gt; di Luciano Canfora.

E ricordare sempre che Abramo Licoln era Repubblicano, ma lo erano anche Teddy Roosvelt e i suoi Rougue  Riders.

Per i Repubblicani lo Stato si costruisce nei limiti di un contratto fra individui ed è tendenzialmente oligarchico. Per i Democratici lo Stato è il potere del demos, del popolo, qualsiasi significato si voglia dare a questa espressione. Oggi probabilmente il popolo si configura nellopinione pubblica LOpinione Pubblica è un termine polisemico che può indicare sia lopinione dei più, sia lopinione prevalente sui media. I quali appartengono, tranne poche eccezioni, a ristretti gruppi industriali. Quindi  l opinione pubblica  almeno nel senso mediatico - è anchessa oligarchica. Ne consegue che la differenza fra Repubblicani e Democratici è ormai davvero insignificante.

In Italia i repubblicani in senso proprio non ci sono mai stati se non come minima minoranza intellettuale: Ugo La Malfa, Gunnella, Pacciardi.  E allora?

In fondo  ciò che importarsi è dirsi democratici. Che in un mondo in cui anche Hitler, Assad (padre e figlio), Hamas e il FIS algerino, per non scordarsi di Kim Il Sung, sono stati democraticamente eletti  significa quasi zero.

Ma ad attirare la mia attenzione è lultima frase alla fine di un periodare inneggiante alle libertà e alla giustizia sociale: la definizione delluguaglianza fra gli individui come stesse opportunità.

Sarò economicista, forse tardo-maexista, ma non capisco, e non mi adeguo. Le pari opportunità descrivono una situazione di non discriminazione per genere, razza, religione, etnia, casta.  Ma nelleconomia e nel sociale che significano? Che a ognuno di noi viene dato, che so io, a ventanni un talento doro, come nella parabola evangelica?

Qualcuno dei brillanti economisti ha spiegato a Walter che esistono i patrimoni familiari, le eredità, le barriere allingresso, i mercati asimmetrici i patti parasociali che definiscono dalla nascita le opportunità e che, alla faccia di Walras fanno i mercati asimmetrici? E che, soprattutto, non ci sono talenti da anticipare?

Però pari opportunità suona bene.

Proseguiamo.

Inizia  una lunga serie di passaggi ispirati alla forma retorica del non solumsed etiam, che si possono sintetizzare in siamo &lt;b&gt;non solo&lt;/b&gt; una forza che eredita le tradizioni del passato, &lt;b&gt;ma anche&lt;/b&gt; quella che interpreta i cambiamenti del futuro. E tradizione berlingueriana: ricorda il partito di lotta e di governo, ma nella forma retorica scelta il non solo ma anche definisce una iterazione. E come se si dicesse siamo un partito di lotta, ma diventeremo un partito di governo. Potere della retorica che già Quintiliano, sulle orme di Aristotele definiva come il far valere una cosa per unaltra.

Del passato vengono citati solo due eventi: un riferimento alla Resistenza, non nominata direttamente, e uno alla Lotta al Terrorismo. Basta. Va bene così. Tanto, a questo punto, fare differenza fra terrorismi è political uncorrect e poi di Piazza Fontana non se ne parlerà mai più.

Finalmente si dichiara cosa vuole essere il PD: 

Il Partito democratico, un partito aperto che si propone, perché vuole e ne ha bisogno, di affascinare quei milioni di italiani che credono nei valori dellinnovazione, del talento, del merito, delle pari opportunità.

Mi fermo. Rileggo. Sobbalzo. In tutta la letteratura politica che ho digerito  e vi giuro che sono migliaia di volumi  non mi era mai capitato di leggere che compito di un Partito fosse di &lt;b&gt;affascinare&lt;/b&gt;.  Una bella donna o un belluomo possono affascinare. In senso traslato anche un libro, un film una canzone. Alcuni possono persino restare affascinati dalleleganza di un teorema matematico. Ma un partito?

Eppure in quellaffascinare cè tutto il degrado della vita politica italiana, il bla-bla di Bruno Vespa di Santoro di Lerner, di Ballarò. Cè il panino del TG1/2/3.

Affascinare. Mi incattivisco. Esco dal politicamente corretto. Un uomo o una donna si definiscono affascinanti (non belli, attenzione!) quando nella loro bellezza cè una malizia o la capacità di nascondere i segni delletà. Tipo la soubrette non più giovanissima di cui si dice Ma ha ancora del fascino!. Tipo Raffaella Carrà, per intenderci.

Il PD è affascinante. Come Walter. Osmosi del contenente con il contenuto: prodotto perfetto. Marchio di qualità, immagine coordinata ..fregatura garantita!

Ed eccola la fregatura.immancabile. Poche righe dopo.

Linno allintervento militare in Jugoslavia.

In quegli anni assumemmo anche, con Massimo DAlema, il compito di interpretare un ruolo attivo dellItalia nei momenti più aspri delle violazioni dei diritti umani nei Balcani. UnItalia che non voltava lo sguardo dallaltra parte. UnItalia che accettava e sosteneva la lotta, riuscita, per sconfiggere la logica della superiorità etnica che stava riportando il cuore dellEuropa nel baratro delle fosse comuni. Per sostenere che la pace, dove non cè, non può essere difesa, ma va ricostruita. Dalla comunità internazionale, lasciando da parte inerzie colpevoli e presunzioni di unilateralismo. Ponendosi agli antipodi di quella aberrazione concettuale che è la guerra preventiva e di quella follia che è stato lintervento in Iraq. 

Prepariamoci. Il PD non ripudia la guerra come soluzione delle controversie ecc. ecc. (art.11 della Costituzione)

Il PD è un altro partito incostituzionale.

Non solo. Il PD nasce dal Crollo del Muro.

Leggete qua: Personalmente ho creduto alla prospettiva del Partito democratico anche quando pareva difficile, quando era considerata lontana e impossibile. Mi sembrava che con labbattimento del Muro, con la vittoria della libertà sulle dittature comuniste, potesse aprirsi un tempo nuovo. Un tempo di libertà, un tempo di ricerca fuori dai recinti ideologici, un tempo di curiosità intellettuale e di incontro con laltro. Un tempo di ponti e non più di fili spinati. 
Mi sembrava che si aprisse la possibilità di costruire un campo ampio e pluralista, capace di comprendere chi pensava che con la fine degli ismi non fosse finito il bisogno di giustizia sociale, di riscatto degli ultimi, di difesa dei diritti umani e civili. Il bisogno di una sinistra moderna e innovativa, per chi ad essa sentiva di appartenere e vedeva aprirsi opportunità inedite per rispondere, in modo nuovo, ai propri compiti di sempre.

Cioè limpagabile Walter ha dovuto aspettare la caduta del Muro? E tutte le fesserie sullEurocomunismo? Ci sta dicendo forse che fino al 1989 esisteva ancora un legame diretto e cogente con lURSS?
A leggere questa frase sembra che stia parlando un socialista, un liberale, un radicale: ma lui era un dirigente del Partito Comunista Italiano di Gramsci, Togliatti,  Longo e Berlinguer (quelli dopo non se li ricorda nessuno).

Ora io sono anarchico e quindi appartengo a una tradizione che sperava nella fine della dittatura bolscevica dai tempi di Kronstandt (1921). E che ha continuato a sperarci anche durante la Guerra di Spagna, linsurrezione operaia di Berlino del 1953 e la Rivoluzione dei Consigli Operai in Ungheria nel 1956, che nessuno, né in passato né adesso, riconosce come tale in Italia. 

Mi fermo subito ché la bile ribolle, e poi non voglio litigare con  chi la pensava diversamente.

Eppure... Eppure tutto questo liberismo compassionevole in bocca a un ex-pcista suona falso come una campana rotta, per quanto la retorica si sforzi non si trovano che chiasmi e ossimori. Fino al volemose bene di demo-cristiana memoria:

Superiamo allora gli odi, i rancori e le divisioni che impediscono di guardare con lucidità alla situazione economica. La ripresa economica non è né di destra né di sinistra: è un bene per tutto il Paese, e tutti abbiamo il dovere di fare ciò che è necessario per prolungarla, rafforzarla, estenderla ai settori e ai territori che ancora non lhanno agganciata. Un duraturo e moderno sviluppo economico non si ottiene se ciascun soggetto, ciascuna impresa, ciascuna categoria, si rinchiude in se stessa come una monade isolata dal contesto esterno. Non si fa sviluppo con legoismo nazionale.&quot;
 
Risponderanno di animal spirits del capitalismo italiano e internazionale a questo accorato appello?

Dubito fortemente.

Perché se una politica deve essere liberista, per la flessibilità contro i conservatorismi di destra e di sinistra  come dice Walter  non  si capisce perché non affidarla a un liberale. 

Seguono nellordine: 

1) Appello per Unione Europea e per la sua Costituzione, fortunatamente bocciata da Francesi e Danesi. Una Costituzione che è lunica al mondo a indicare nel dettato costituzionale la struttura  del sistema economico: neanche la costituzione dellex-URSS si era spinta a tanto, segno che il pensiero unico è la forma moderna della dittatura democratica. (Tiè! Stavolta lo sparo anchio un ossimoro!)
2) Sviolinata ambientalista, su Kyoto e dintorni, che si conclude però con questa bella trovata: Quello a cui pensiamo è lambientalismo dei sì. Sì a utilizzare le immense possibilità della tecnologia per difendere la natura. Lambientalismo è lunico campo in cui lobiettivo più radicale è conservare: conservare un equilibrio naturale. Ma è anche lunico campo in cui lunico modo per conservare è innovare: dal ciclo di smaltimento dei rifiuti, appunto, alla possibilità di muoversi usando infrastrutture su ferro; dalluso dellenergia solare allidrogeno. Sono le conquiste scientifiche e tecnologiche a consentire, oggi, di difendere laria, lacqua, la Terra. Traduzione: sì ai termovalorizzatori e alle polveri sottili 
3) Il cosiddetto patto generazionale. Lincipit qui è non privo di humor noir. Prima, parlando degli anziani, ci si rallegra dellaumento dellaspettativa di  vita. Però però certo tutte queste vecchiette e vecchietti un problema pensionistico lo pongono. Bene, dice Walter concorde con i più puri liberisti, alziamo letà lavorativa. Ché forse con la media di incidenti sul lavoro che cè in Italia una parte del problema è risolto. Ma è sui giovani che il nostro tocca lapice: puro Teatro dellAssurdo: Perché mai oggi un ragazzo non deve poter avere le garanzie, le tutele sociali e le opportunità che esistono per i suoi coetanei inglesi?  

Inglesi?  Ma non era un appassionato di cinema, Walter? Non va a vedere i film di Ken Loach? Ha mai messo piede a Glasgow, Edimburgo, Liverpool o anche solo a Brixton?

Ma la soluzione cè. Siamo noi stupidi a non essercene accorti! 

Mi ripeto, so di farlo: la lotta alla precarietà è la grande frontiera che il Partito democratico ha davanti a sé. Non si vince questa lotta senza riscrivere un patto generazionale tra gli italiani. Senza spostare le ingenti risorse oggi impegnate per far fronte agli squilibri del sistema pensionistico verso i giovani e la loro inclusione

Insomma bisogna togliere ai Vecchi per dare ai Giovani?

Di chi  è la colpa?

Cè poi un capitolo, del patto fra le generazioni, che dobbiamo avere il coraggio di non dimenticare. A carico di noi tutti, ormai da ventanni, pesa un ingente debito pubblico, conseguenza dei conflitti sociali degli anni 70 e dellirresponsabilità degli anni 80.

Insomma del 69 e di Bettino Craxi.

Confesso che me lo aspettavo. Questa storia del debito pubblico mi ossessiona dagli anni 80.

Allora fu presa una decisione sbagliata: il Divorzio fra Banca dItalia e Tesoro, allepoca provvedimento tipico nei paesi del Terzo mondo sottoposti allusura del F.M.I., oggi generalizzatasi in Europa ma non in Gran Bretagna, nel Giappone, negli USA,  nella Cina e in Russia, cioè nella maggioranza del G.10,  

Lo Stato fu costretto a finanziarsi con emissioni obbligazionarie: BOT, CCT, BTP ecc.

Se invece si fosse aumentata la base monetaria vi sarebbe stata certo una fiammata inflazionistica di tipo sudamericano, il sistema politico dellepoca sarebbe saltato, ma il riaggiustamento sarebbe avvenuto in un anno, massimo due. No, si decise di divorziare, si continuò a spendere e ci si finanziò a debito. Ma se lo Stato Italiano si indebitava, chi gli faceva credito? Allepoca erano gli italiani stessi. Non tutti. Solo quelli che potevano risparmiare. Cioè le classi di reddito più alte. Poi anche le imprese usarono il debito statale per porlo a garanzia dei propri debiti. Infine tutti. Era una partita di giro che determinava una enorme redistribuzione del reddito ancora una volta verso la rendita finanziaria. Ma finché era una partita giocata in casa si poteva ancora fare. Un consolidamento totale o parziale del debito era tecnicamente possibile.

Alla fine arrivò Mario Draghi, Direttore Generale del Tesoro e decise listituzione del Mercato Secondario dei Titoli di Stato. Morale: molto più del nostro debito ora è collocato sui mercati internazionali.

Finché era debito italico si poteva anche consolidare. Adesso si farebbe la fine dellArgentina.  

4)  La Ricerca: Se la nostra è la società della conoscenza, leducazione e la formazione sono al centro di tutto. Non possiamo più trovarci costantemente agli ultimi posti tra i paesi a cosiddetto sviluppo avanzato, non è più accettabile che i diplomati tra i 25 e i 64 anni, ossia nella fascia di età dove si concentra il tasso di occupazione, siano solo il 37,5%, otto punti in meno della media Ocse. Non è possibile che i laureati in Italia siano appena il 12% della popolazione, poco più di uno ogni dieci italiani, la metà della media Ocse. 

Ma non è stato il Governo Prodi a tagliare la spesa per Università e Ricerca e ad aumentare le spese militari? Mah!

5) La sicurezza: più poliziotti per le strade specie per controllare gli immigrati.

6) La necessità di aumentare il decisionismo del Governo.

E poi i rapporti con lopposizione ispirati a rispetto e dialogo. La retorica qui assurge a toni aulici:

LItalia deve recuperare in pieno, e il Partito democratico anche a questo deve servire, il senso di unappartenenza comune, il senso profondo di essere una nazione. Una nazione unita. Un solo popolo. Una sola comunità. Non ci sono due Italie, cè unItalia sola. Non cè un noi e non ci sono gli altri, quando si parla degli italiani.

Manca un solo DIO e siamo tornati al nazionalismo comunitarista. Deriva pericolosa, presente in tutto il discorso.

Segue il pezzo doveroso sul dialogo fra religiosi e laici, condannando fondamentalismi delluno e dellaltro. Va di moda, affascina, quindi si scrive.

La chiusa è buonismo.doc  Mi sono vergognato a leggerla. Mi vergogno a citarla. Mi vergogno sempre quando si sfrutta il dolore e la morte di qualcuno a fini politici, alla fine di un discorso politico. Gli appassionati del genere possono leggerla nel discorso integrale. Io no. Io mi fermo qui.

P.S.  Sono andato qualche giorno dopo a una riunione per la formazione del PD. Mi avevano invitato, ovviamente non come Sbancor. Erano tutti ex PCI, sessantenni, un po sfigati, vestiti male. Pensioni da mille euro o poco più. Figli disoccupati. Parlavano dei sacrifici da fare per il bene del Paese. Come ai tempi di Lama e Berlinguer. Portavano la sconfitta segnata sul viso. Brava gente. Mi sono commosso. Forse mi iscrivo. Solo per il piacere di rivederli una volta ogni tanto. Metterò la tessera fra quella del Circolo del Biliardo e il brevetto da Sub. 
Caduta la divisione fra destra e sinistra, finiti gli ismi, come dice Walter, la verità non sta più nella retorica politica. Forse neanche più nella politica. La Verità è un mobile esercito di metafore, come scriveva Nietzsche. Gli uomini invece restano spesso uguali a se stessi per il tempo che il destino assegna loro. Forse è un difetto. Ma è ciò che li rende umani, troppo umani.

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<entry id='2311' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2311' author_id='4' authored_on='20070716032854' basename='oaxaca_un_anno_dopo_lo_specchi' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070716032854' modified_on='20070716032954' ping_count='1' status='2' title='Oaxaca un anno dopo. Lo specchio del Messico  1/2' week_number='200729'><text>di &lt;b&gt;Claudio Albertani&lt;/b&gt; (traduzione di Irene Caporale)

&lt;img alt=&quot;Appo2.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Appo2.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;130&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;La guerra è la pace
la libertà è la schiavitù,
Lignoranza è la forza
&lt;b&gt;George Orwell&lt;/b&gt;

Oaxaca è in pace e riflette 
un clima di tranquillità 
&lt;b&gt;Ulises Ruiz, 10 Maggio 2007&lt;/b&gt;

A un anno dal conflitto degli insegnanti, Oaxaca è lo specchio del Messico. La destra avanza a passi da gigante, ma avanza anche la ribellione che cerca nuove strade, e a volte le incontra. Secondo la Banca Mondiale, il 67% degli abitanti di Oaxaca (2.349.570 su un totale di 3.506.821, secondo i dati ufficiali) vive in uno stato di povertà e disuguaglianza tali da impedire loro di formare parte attiva della società (1).</text><text_more>Crogiolo di culture indigene e meticce, negli ultimi anni la capitale dello stato si è trasformata in una gigantesca vetrina per turisti, apportando cospicui guadagni agli investitori locali, nazionali e stranieri, ma ben poco ai cittadini comuni. Con larrivo di Ulises Ruiz Ortiz (URO) come governatore alla fine del 2004, è incominciato un nuovo ciclo autoritario caratterizzato dallaggravamento della corruzione, lincremento del narcotraffico, la distruzione del patrimonio storico e naturale, laccanimento contro le voci indipendenti e i movimenti sociali. A tutto ciò bisogna aggiungere che Ruiz Ortiz, uomo rozzo e spietato, non vinse grazie alle elezioni bensì, come il presidente messicano, Felipe Calderón, grazie allimbroglio.

&lt;b&gt;LE GUERRE DI URO&lt;/b&gt;

Lassolutismo che regna a Oaxaca non è un retaggio del passato. Sintetizza, al contrario, le drammatiche contraddizioni del Messico attuale un paese che, secondo alcuni, marcia a passi veloci verso linstaurazione di un regime fascista (2). 
Senza addentrarci nel dibattito, un fatto è certo: mentre la destra arcaica e oligarchica che sta al potere impone una modernizzazione aggressiva ed elitaria, si va delineando, allo stesso tempo, una vasta insurrezione sociale, di caratteristiche inedite.
Questa destra si sente assediata è pronta a tutto. Non cerca legittimità e neppure accordi, mira solamente allarricchimento ed alla perpetuazione di se stessa. A Oaxaca e nel resto del paese, il suo programma è lo stesso: smantellare le ultime vestigia dello stato sociale, sottomettere il paese alle necessità del capitale transnazionale e farla finita con tutto ciò che sia vagamente di sinistra. Le differenze politiche e le numerose guerre intestine importano poco perché alla fine questa destra - che ingloba non solo il PAN (&lt;i&gt;Partido de Acción Nacional&lt;/i&gt;), ma anche il PRI (&lt;i&gt;Partido Revolucionario Institucional&lt;/i&gt;) e buona parte della cosiddetta sinistra istituzionale - è sempre disposta ad unificarsi.
La permanenza in carica di URO  con levidente sostegno di due presidenti, Vicente Fox e Felipe Calderón - non stona con il panorama nazionale. I primi mesi della nuova amministrazione panista si sono, infatti, caratterizzati per una rinnovata militarizzazione delle regioni indigene, numerosi omicidi per mano dellesercito e la richiesta fatta agli Stati Uniti di implementare un Plan Colombia con la scusa della lotta al narcotraffico (3). 
È in tale contesto che bisogna analizzare il comportamento del governatore di Oaxaca. Di che stoffa fosse fatto lo si era capito fin dalla campagna elettorale. Nel corso di un comizio a Huautla de Jiménez, il 27 Luglio del 2004, i suoi seguaci percossero a morte un oppositore, il professor Serafín García. Come tanti altri, questo crimine rimase impunito (4). 

Il 1° agosto, giorno delle elezioni, il sistema di conteggio dei voti si inceppò ben tre volte, di modo che il trionfo di URO  soprannominato il &lt;i&gt;mapache mayor&lt;/i&gt; (5)  fu contestato dalla coalizione Todos Somos Oaxaca (Tutti siamo Oaxaca) guidata da Gabino Cué.
Non servì a nulla visto che le decisioni erano prese ad altri livelli. URO aveva ricevuto lincarico di governatore non dagli elettori ma da Roberto Madrazo -segretario del suo partito, il PRI - come ricompensa per i servizi che gli aveva reso nella guerra contro Andrés Manuel López Obrador (prossimo candidato alle elezioni presidenziali del 2006 per la coalizione di sinistra). 
Appena insediato, URO scatenò una nuova guerra, questa volta contro una testata indipendente locale, &lt;i&gt;Noticias de Oaxaca&lt;/i&gt;, giudicata colpevole di dissidenza. Il 17 Giugno 2005 un gruppo di picchiatori guidati dal deputato del PRI e leader sindacale, David Aguilar, irruppe nei locali del quotidiano. Visto che si rifiutavano di unirsi a uno sciopero, i 31 giornalisti presenti vennero tenuti prigionieri per oltre un mese (6).  
Malgrado ciò, &lt;i&gt;Noticias&lt;/i&gt; continuò a uscire. I sequestrati trasmettevano le informazioni via internet, e il giornale veniva stampato a Tuxtepec, a più di 200 chilometri da Oaxaca. Quando la polizia di Ruiz Ortiz cominciò ad assaltare i camion che lo trasportavano, il proprietario del giornale, Ericel Gómez, affittò un aereo. Aiutati dal sindacato degli insegnanti, gli edicolanti ritiravano le copie direttamente in aeroporto. La disputa si protrasse per quasi un anno, la tiratura calò moltissimo, ma alla fine &lt;i&gt;Noticias&lt;/i&gt; riuscì a sopravvivere con grande scorno di URO. Non solo. Divenne molto più radicale, trasformandosi nel quotidiano più venduto della città.  
Un altro fatto sintomatico è laggressione a Santiago Xanica, una comunità indigena zapoteca della Sierra del Sud che da anni lotta per il rispetto dei diritti collettivi. Nel Dicembre 2004, a pochi giorni dallinsediamento di URO, lesercito iniziò a pattugliare la zona e il 15 Gennaio la polizia preventiva statale aprì il fuoco contro unottantina di indigeni riuniti intorno al municipio. Nellazione fu ferito gravemente Abraham Ramírez Vázquez, dirigente del Comité por la Defensa de los Derechos Indígenas (CODEDI). Poiché nel tempo degli assassini le vittime sono sempre colpevoli, Abraham venne arrestato senza imputazioni e a tuttoggi è detenuto nel carcere di Pochutla (7). 
Poco dopo, URO si imbarcò in una ristrutturazione dello &lt;i&gt;zócalo&lt;/i&gt; (la piazza principale) di Oaxaca, unanimemente ritenuta ecologicamente nociva oltre che oscenamente costosa. Sebbene loperazione gli alienasse definitivamente le simpatie della classe media, gli consentì di distribuire enormi prebende tra i suoi alleati.

Allinizio del 2006, a Oaxaca vi erano già una settantina di prigionieri politici. Non contento, il governatore aprì il fuoco contro la Sezione 22 del Sindacato Nazionale dei Lavoratori dellInsegnamento, che ha circa 70,000 aderenti ed una lunga tradizione di autonomia.
Da molti anni, con lapprossimarsi della festa del maestro (15 Maggio), i professori organizzavano dei sit-in che finivano per trasformarsi in una vera e propria occupazione del centro della città. Era lunico strumento di cui disponevano per farsi sentire. La cittadinanza si lamentava e mugugnava, ma in fondo li vedeva con simpatia: catalizzatori della coscienza sociale e profondi conoscitori della realtà locale, gli insegnanti sono molto rispettati.
In quelloccasione, esigevano lomologazione del loro esiguo salario agli standard nazionali, una rivendicazione niente affatto estremista. Tuttavia  le autorità non accettarono la via del dialogo e la situazione divenne tesa.
I sit-in iniziarono il 22 Maggio, senza riscuotere grandi successi presso la cittadinanza. Forte di questo, il 14 Giugno URO ordinò una vera e propria offensiva militare contro i manifestanti, puntando sulleffetto sorpresa.
Verso le 5 del mattino, 3000 agenti in assetto di guerra, sostenuti da blindati ed elicotteri che lanciavano granate tossiche, assaltarono gli insegnanti immersi nel sonno. In pochi minuti, le forze dellordine distrussero laccampamento - compresa Radio Plantón, lemittente dei maestri - saccheggiando tutto, dai sacchi a pelo agli effetti personali. Come risultato, vi furono 200 feriti e una quantità indeterminata di &lt;i&gt;desaparecidos&lt;/i&gt;.
Era la risposta di URO alle rivendicazioni degli insegnanti, una risposta  bisogna aggiungere - niente affatto discordante con il panorama nazionale. Poche settimane addietro, infatti, qualcosa di simile era accaduto ad Atenco, dove il governo aveva impunemente massacrato e brutalizzato un gruppo di manifestanti (8). 
Inoltre, alla vigilia delle elezioni presidenziali, il governatore di Oaxaca inviava il messaggio del suo capo, Roberto Madrazo: il PRI è il partito dellordine. Le elezioni erano ormai già macchiate di sangue. 

&lt;b&gt;LINCENDIO&lt;/b&gt;
	
Ciò che successe in seguito, dimostra che quando i detentori del potere si mostrano troppo avidi finiscono con il compromettere i loro stessi interessi (9).  Infatti, la cittadinanza che fino ad allora si era mantenuta passiva, si riversò nelle piazze a manifestare a favore degli insegnanti i quali, forti dellaiuto inaspettato, ripresero possesso dello &lt;i&gt;zócalo&lt;/i&gt;. A quel punto, le rivendicazioni sindacali passarono in secondo piano di fronte alla richiesta irrinunciabile delle dimissioni immediate del governatore. 
Il 16 giugno, una marcia di quasi 300 mila persone misurava la forza degli insegnanti. I cittadini (studenti, padri di famiglia, lavoratori, burocrati e addirittura commercianti) li accolsero con applausi, e quando qualcuno mostrò uno striscione che recitava Fuori Ulises tutti applaudirono. 
Nel frattempo, la &lt;i&gt;Unión de Comunidades Indígenas de la Zona Norte del Istmo&lt;/i&gt; (UCIZONI) si era solidarizzata bloccando la circolazione a Matías Romero, nei pressi dellistmo. Era un anticipo di ciò che sarebbe avvenuto in seguito: grandi manifestazioni a Oaxaca e diffusione del movimento nelle regioni di provincia. 
Il 18 giugno si costituì la &lt;i&gt;Asamblea Popular del Pueblo de Oaxaca&lt;/i&gt; (APPO) della quale, oltre agli insegnanti, facevano parte svariate organizzazioni (circa 350) che comprendevano sindacati, collettivi libertari, vecchi gruppuscoli di stampo marxista-leninista, Ong, comunità indigene, organizzazioni sindacali, associazioni di artisti e studenti e individui indipendenti.
La APPO nacque dunque come strumento per sostenere la lotta dei mae-stri, tuttavia superò ben presto lambito puramente sindacale per trasfor-marsi in una specie di assemblea permanente che si faceva carico della vita cittadina. 
Il 20 giugno, si dette una direzione collettiva provvisoria, composta da 30 persone, con il compito di costruire un fronte di lotta per ottenere la destituzione di Ulises Ruiz Ortiz, la cacciata del governo priista e la creazione del potere popolare (10). 
Anche se il termine potere popolare può infastidire per le esperienze storiche che evoca, esprimeva la volontà comune di trasformare le condizioni della vita sociale formulando la necessità di costruire un nuovo rapporto tra governanti e governati. 
Con lidea de favorire la presa di decisioni in maniera democratica, sorsero varie commissioni incaricate di esaminare i differenti aspetti della lotta: stampa, barricate, cultura, ecc. Tutte insieme componevano lassemblea che era lorgano supremo. Cominciammo col creare una rete di organizzazioni in modo tale che qualsiasi azione facessimo passava per una serie di valutazioni, sia degli insegnanti che della APPO (11). 
Secondo Gustavo Esteva, nella APPO confluiscono tre divers1 tipi di lotta che implicano differenti idee di ciò che può essere la democrazia (12). Una prima corrente - molto forte a Oaxaca e allinterno della stessa APPO - sostiene la necessità di rendere operativi i meccanismi della democrazia formale, in gran parte assenti a Oaxaca. Ciò implica rinforzare lo Stato di diritto, mettere fine alle frodi elettorali e alla manipolazione dei media. 
Una seconda corrente lotta per la democrazia partecipativa, il che significa istituire il referendum e il plebiscito, rendere possibile la revoca del mandato e creare la figura del presupposto partecipativo, ovvero lintervento dei cittadini nella gestione dei servizi pubblici. 
La terza corrente - che Esteva definisce democrazia radicale - sostiene che, allorquando si accrescono lautonomia individuale e collettiva, una società può perfettamente prescindere dal potere dei partiti e dello stato. E una corrente trasversale che in Messico si basa sullesperienza dei popoli indigeni, le lotte urbane e alcuni movimenti libertari. A Oaxaca, trova espressione nella tradizione magonista (12). 
Secondo David el Alberije Venegas - consigliere della APPO, fatto prigioniero il 13 Aprile e attualmente detenuto nella prigione di Ixcotel - è possibile vivere in un ordine sociale basato sulla volontà collettiva e non sullimposizione di un governo estraneo agli interessi e alle necessità del popolo; un ordine dove i valori imperanti  [] sono la fratellanza, la cooperazione e la difesa della comunità e non la paura, la derisione e il carcere (14). 
David esprime il bisogno di auto-organizzazione e auto-governo delle persone e dei gruppi che si sono uniti al movimento con lidea di creare un mondo nuovo qui e adesso dalle viscere di quello vecchio. Oltre a spiegare lo scavalcamento dei sindacati e delle organizzazioni marxiste-leniniste, tale posizione costituisce il migliore freno contro il pericolo sempre latente della fascistizzazione.
Lungi dallessere estremista, la corrente della democrazia radicale è realista. Non è ideologica, visto che non si identifica con nessuna organizzazione in particolare ed è consapevole al tempo stesso di non essere maggioritaria nel paese. In Messico si trova solo una caricatura della democrazia formale e qualche limitata espressione della democrazia partecipativa. La democrazia radicale è quasi inesistente salvo in poche comunità indigene e zapatiste o, come aspirazione, in alcune lotte urbane. Quindi  conclude Esteva  noi coesistiamo con le prime due correnti, poiché siamo consapevoli di vivere in Messico. Non pretendiamo separarci dal paese, e continueremo ad accettare alcuni aspetti della democrazia formale e di quella partecipativa, ma cercheremo di fare le cose a modo nostro.

&lt;b&gt;NOTE&lt;/b&gt;

(1)  Luiís Arellano Mora, &lt;a href=&quot;http://www.transicionoaxaca.com.mx/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=42&amp;Itemid=75&quot;&gt;Oaxaca: la pobreza en cifras&lt;/a&gt;. 
(2)  Carlos Fazio, ¿Hacia un estado de excepción? &lt;i&gt;La Jornada&lt;/i&gt;, 4 Dicembre 2006.
(3)  &lt;i&gt;La Jornada&lt;/i&gt;, 9  Giugno 2007. I casi più noti  ma non gli unici - sono lo stupro e omicidio di  Ernestina Ascensión nella Sierra di Zongolica, Veracruz (&lt;i&gt;La Jornada&lt;/i&gt; 27 Febbraio) e il massacro di una famiglia di cinque persone nel Sinaloa, colpevoli di non essersi fermati a un posto di blocco (&lt;i&gt;La Jornada&lt;/i&gt;, 3 giugno).
(4)  Cfr: Comisión Civil Internacional de Observación por los Derechos Humanos (CCIODH), &lt;a href=&quot;http://cciodh.pangea.org/quinta/informe_oaxaca_cas.shtml&quot;&gt;Informe sobre los hechos de Oaxaca&lt;/a&gt;.
(5)  In Messico vengono chiamati &lt;i&gt;mapaches&lt;/i&gt; non solo gli orsetti lavatori, ma anche le persone coinvolte nelle frodi elettorali, che mediante la manipolazione dei voti depositati nelle urne trasformano una sconfitta in vittoria, o annullano il trionfo di un partito, generalmente quello di opposizione. 
(6)  Intervista con Ismael Sanmartín Hernández, direttore editoriale di &lt;i&gt;Noticias de Oaxaca&lt;/i&gt;, 29 Dicembre 2006.
(7)  Cfr: mexico.indymedia.org/tiki-download_file.php?fileId=62
(8)  San Salvador Atenco è un paesino appartenente allo stato di Messico (la cui capitale è Toluca, a ovest di Città del Messico) che nel 2002 vinse la lotta contro la costruzione di un aeroporto nei suoi terreni comunali. Nel maggio 2006, subì una vera e propria aggressione militare che causò due morti, svariate decine di feriti, violazioni sessuali e 150 arresti. Cfr: Comisión Civil Internacional de Observación por los Derechos Humanos, &lt;a href=&quot;http://cciodh.pangea.org/cuarta/informe_preliminar.htm&quot;&gt;Informe preliminar sobre los hechos de Atenco&lt;/a&gt;, 2006. 
(9)  Per questa rapida ricostruzione mi sono basato su interviste mie, sull&lt;i&gt;Informe sobre Oaxaca&lt;/i&gt;, cit. e sulla narrazione di Gustavo Esteva in occasione della Reunión de análisis sobre el movimiento social en Oaxaca. Diálogo entre miembros de organismos civiles e instituciones académicas de Oaxaca y la Ciudad de México, Universidad de la Tierra, Oaxaca, 18 de marzo de 2007.
(10)  &lt;i&gt;La Jornada&lt;/i&gt;, 19 Giugno 2006.
(11)  &lt;a href=&quot;http://www.espacioalternativo.org/node/1731&quot;&gt;Intervista&lt;/a&gt; a Miguel Linares Rivera, realizzata da Hernán Ouviña, Città del Messico, 29 Ottobre 2006. 
(12)  Intervista a Gustavo Esteva, Universidad de la Tierra, Oaxaca, 3 Novembre 2006.
(13)  I fratelli Ricardo ed Enrique Flores Magón incarnano la corrente anarchica della rivoluzione messicana.
(14)  David Venegas Reyes, &lt;a href=&quot;http://chiapas.indymedia.org/display.php3?article_id=144954&quot;&gt;Alebrije&lt;/a&gt;, lettera da Ixcotel, 23 Aprile 2007. 

&lt;b&gt;(1-CONTINUA)&lt;/b&gt;



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<entry id='2312' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2312' author_id='4' authored_on='20070717031915' basename='bonvi_le_sturmtruppen_e_altro' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070717031915' modified_on='20070717032941' ping_count='0' status='2' title='Bonvi, le Sturmtruppen e altro' week_number='200729'><text>di &lt;b&gt;Valerio Evangelisti&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Bonvi.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Bonvi.jpg&quot; width=&quot;125&quot; height=&quot;102&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;[Sabato 14 luglio, nell&apos;ambito del festival &lt;a href=&quot;http://www.cinetecadibologna.it/programmi/11parole/2007/fs_programma.htm&quot;&gt;Le parole dello schermo&lt;/a&gt;, sono stati proiettati nella Cineteca di Bologna i film &lt;i&gt;Sturmtruppen&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;Sturrmtruppen 2&lt;/i&gt; di Salvatore Samperi, preceduti da un breve dibattito in cui chi scrive, Filippo Scòzzari e Tatti Sanguineti hanno ricordato la figura e l&apos;opera del disegnatore Bonvi. Questa è la scheda che presentava l&apos;evento.]  (&lt;b&gt;V.E.&lt;/b&gt;)

La vita di Bonvi (Franco Bonvicini) è facilmente riassumibile. Ecco come la espone, per sommi capi, un sito Internet, tra i tanti, a lui dedicato:
Nato a Parma il 31 marzo 1941, Franco Bonvicini, più noto con lo pseudonimo di Bonvi, lavora per un certo periodo nello staff di uno studio di disegni animati ed esordisce nel mondo dei fumetti con &lt;i&gt;Sturmtruppen&lt;/i&gt;, la prima e a lungo la più popolare striscia all&apos;americana realizzata in Italia. Pubblicata dapprima sul quotidiano &lt;i&gt;Paese Sera&lt;/i&gt; e poi un po&apos; dappertutto, sia in Italia che all&apos;estero, questa serie è in seguito stata affiancata da altri personaggi: dal cattivissimo e sfortunatissimo &lt;i&gt;Cattivik&lt;/i&gt; all&apos;ironico &lt;i&gt;Nick Carter&lt;/i&gt;, dalle &lt;i&gt;Storie dello spazio profondo&lt;/i&gt; (su testi del cantautore Francesco Guccini) alle drammatiche &lt;i&gt;Cronache del dopobomba&lt;/i&gt;, che presentano una tragica visione di quello che resterà del nostro mondo dopo l&apos;olocausto atomico. Scrive i testi di alcune storie per &lt;i&gt;Zona X&lt;/i&gt; (ora pubblicate nella serie I Grandi Comici del Fumetto sempre per la Sergio Bonelli Editori) disegnate da Giorgio Cavazzano, ma non fa in tempo a vederle pubblicate: muore tragicamente a Bologna il 10 dicembre 1995. </text><text_more>Sono i freddi dati di unesistenza colma in realtà di passioni, eccessi, affetti e momenti di sincero dolore. Non dimentichiamo che Bonvi muore travolto da un automobilista ubriaco, nel 95, mentre si stava prodigando per aiutare finanziariamente lamico Magnus (altro sommo disegnatore), gravemente malato di cancro.
Ma un artista, creatore di saghe leggendarie, ha una sorte che tocca a pochi altri. Può essere fisicamente scomparso, però la sua opera gli sopravvive. Molti lettori attuali di Bonvi, se disattenti alle note biografiche della quarta di copertina, forse nemmeno sanno che il Bonvi fisico non esiste più. Esistono, ben concrete, le Sturmtruppen. Esiste Nick Carter. Esiste Cattivik (continuato da un allievo, Silver). Tutto ciò è ristampato di continuo, e sembra prodotto al momento, tanto è attuale. Morto Bonvi? E più vivo adesso di quando era facile incontrarlo nelle osterie bolognesi, loquace e corrosivo nei giudizi che emetteva, (quasi) sempre molto sensati.
Prendiamo le Sturmtruppen, oggetto di questa rassegna. La striscia più antimilitarista mai prodotta, tanto da piacere agli stessi militari. Del resto, Bonvi odiava lesercito e al tempo stesso lo adorava (soccombeva per esempio al mito della Legione straniera francese). Se non vi fosse stata una qualche vicinanza, la satira non sarebbe stata altrettanto perfida e pertinente. Ecco così unarmata connotata da vari gradi di imbecillità. La quota maggiore spetta ovviamente agli ufficiali (e all alleato , raffigurato nel camerata Musolesi, vigliacco e opportunista). Ma non è che la truppa sia più sveglia. Il fatto è che ciò che vi è di imbecille, in assoluto, è la guerra. Laura di demenza che la circonda può contagiare tutti, senza distinzione di rango, e pervadere la vita di trincea, fatta di quotidiane miserie e prevaricazioni. Abbiamo sotto gli occhi esempi quotidiani di idiozia combattente, in cui il ricorso alle armi, invece di risolvere problemi, ne crea di nuovi. Le Sturmtruppen, sotto diverse bandiere, hanno operato e operano in Somalia, Kossovo, Iraq, Afghanistan ecc. Non hanno risolto un tubo. Bonvi, post-mortem, ci spiega perché. Gli eserciti sono falangi di poveri cretini guidati da cretini (non poveri) peggiori di loro. Quale problema geopolitico potrebbero mai risolvere?
Le mitiche fanterie germaniche di Bonvi hanno fatto loggetto di due film di Salvatore Samperi, &lt;i&gt;Sturmtruppen&lt;/i&gt; (1976) e &lt;i&gt;Sturmtruppen 2&lt;/i&gt; (1982), che radunavano il meglio del cabaret italiano (nel secondo film Bonvi appariva in un breve cameo, nei panni di un prigioniero di guerra). E anche di una parodia della parodia, che raccoglieva invece il peggio: &lt;i&gt;Kakkientruppen&lt;/i&gt; (1977) di Marino Girolami e Franco Martinelli. Unica scena da ricordare di &lt;i&gt;Kakkientruppen&lt;/i&gt;, Sandokan che si arruola con i nazisti per combattere il comune nemico inglese.
Ma cosa centra la letteratura? Centra eccome. A parte il fatto che le strisce di Bonvi hanno una quantità di testo insolita in un fumetto (almeno fino allarrivo di Lupo Alberto e delle &lt;i&gt;graphic novels&lt;/i&gt;), è chiara la parentela con certa narrativa di impronta antimilitarista. Le Sturmtruppen, in unipotetica biblioteca sul tema, andrebbero allineate accanto a &lt;i&gt;Il buon soldato Scvèik&lt;/i&gt;, di Jaroslav Hasek; a &lt;i&gt;Comma 22&lt;/i&gt;, di Joseph Heller; alle avventure, purtroppo dimenticate, del caporale Ash, creato da Hans Hellmut Kirst. Se Remarque (in parallelo con un altro dimenticato, Henri Barbusse) combatteva la guerra sottolineandone la tragicità, autori egualmente efficaci ne ponevano in rilievo la stupidità sostanziale. E in questo filone che si inseriva Bonvi, con tutto limpatto che un fumetto di qualità riesce a conseguire.
Ricordare Bonvi e riproporre le Sturmtruppen cinematografiche di Samperi significa dunque spostare il discorso sulle peculiarità del fumetto, ponte tra letteratura e cinema, però con caratteristiche proprie e differenti. Nonché rendere omaggio a un uomo colto, gentile e anticonformista, che morì troppo presto ma marcò, con creazioni geniali, i propri tempi e quelli che sarebbero venuti. Senza di lui un poco più tristi.

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<entry id='2313' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2313' author_id='4' authored_on='20070718035140' basename='oaxaca_un_anno_dopo_lo_specchi_1' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070718035140' modified_on='20070718040205' ping_count='1' status='2' title='Oaxaca un anno dopo. Lo specchio del Messico  2/2' week_number='200729'><text>di &lt;b&gt;Claudio Albertani&lt;/b&gt; (traduzione di Irene Caporale)

&lt;img alt=&quot;Oaxaca2007.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Oaxaca2007.jpg&quot; width=&quot;125&quot; height=&quot;83&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;&lt;b&gt;LA FESTA&lt;/b&gt;

È così che la APPO raccolse i consensi di una gran quantità di orga-nizzazioni, individui, e correnti di pensiero. Suscitato da un sussulto di indignazione, il movimento cresceva esprimendo inventiva, creatività e immaginazione. 
Le elezioni presidenziali del 2 luglio erano alle porte e la APPO propose di castigare Ulises Ruiz. Sebbene molti dei suoi membri fossero astensionisti, e nonostante i tentativi di frode, a Oaxaca vinse López Obrador con un margine molto ampio. Per la prima volta nella storia locale, il PRI rimaneva in una disonorevole terza posizione, dietro il PAN.
Ne seguì una storia complessa e non ancora conclusa, della quale risaltiamo solo alcuni aspetti. Si è già detto che la APPO nacque ispirandosi alle pratiche democratiche di zapotechi, mixtechi, mixes, amuzgos e altri popoli indigeni che vivono nello Stato di Oaxaca.</text><text_more>Presto, cambiò il nome  un po anacronistico  di Assemblea Popolare del Popolo (al singolare) in Assemblea Popolare dei Popoli (al plurale). Se lidea di assemblea allude alla tradizione di autogestione che persiste nell80% dei 570 municipi di Oaxaca, bisognava prendere atto che è una tradizione molteplice con espressioni che variano a seconda dei popoli. 
Inoltre, la città di Oaxaca è una metropoli indigena. I quartieri periferici sono abitati da immigrati che conservano le tradizioni culturali delle comunità dalle quali provengono. Molti di loro si unirono alle proteste: alcuni erano insegnanti, altri artigiani e venditori ambulanti che apportarono al movimento una ricca esperienza di resistenza contro la miseria, oppressione ed emarginazione a cui sono soggetti da secoli (15). 
Al tempo stesso, la APPO attraeva i giovani di cultura urbana la cui identità collettiva si basa sulla vita di quartiere, la musica e le mode culturali. Gruppi emarginati e discriminati (non solo dal governo) come prostitute, gay, lesbiche e altri emarginati sessuali, si unirono al movimento in maniera discreta, riuscendo però a ottenere che i soprusi da loro subiti passassero a far parte della richiesta di giustizia e libertà per tutti (16).  
Da giugno a ottobre 2006, centinaia di migliaia di persone si riversarono nelle strade dando vita a un movimento di tipo nuovo dove convivevano molteplici segmenti della società senza rinunciare alle proprie singolarità. Insieme, forzarono Ulises Ruiz a una sorta di clandestinità sopprimendo nei fatti tutti i poteri costituiti. Insieme, occuparono gli uffici pubblici, creando organi di autogoverno e amministrazione della giustizia come lHonorable Cuerpo de Topiles, una specie di milizia popolare che si ispira alla tradizioni indigene (17). 

Non era un movimento classista in senso tradizionale, dato che la classe operaia è praticamente inesistente a Oaxaca (18).  Fu qualcosa di simile a un movimento di movimenti dove si vedevano la falce e il martello accanto alle bandiere della Vergine della Guadalupe e alla A di anarchia. La mag-gior parte dei partecipanti si distingueva per lappartenenza territoriale: quartiere, zona o comunità.
Superò, al tempo stesso, la dimensione locale: Lesperienza che abbiamo oggi è anche frutto di quanto è stato fatto in Ecuador, Brasile o Argentina. Abbiamo posto attenzione a tutti i processi avvenuti in America Latina e anche gli Stati Uniti con i nostri compagni immigrati&quot; (19). 
Nonostante il fatto che i media abbiano subito individuato persone come Flavio Sosa a cui affibbiare letichetta di leader del movimento, la APPO non è stata un movimento di leader. In unintervista che gli feci pochi giorni prima del suo arresto, lo stesso Flavio smentì questa funzione: Quando iniziò a girare questa frase, qualcuno fece un cartello che diceva: «questo movimento non è di leader, è di base», e lo concludeva firmando come gruppo. Successivamente, dei ragazzi intelligenti aggiunsero a penna: «non è di leader e nemmeno di gruppi» (20). 
E non è stato nemmeno un movimento che aveva come obiettivo il potere, nonostante i deliri stalinisti di qualche suo membro. Questo traspare, ad esempio, da un graffito apparso verso la fine di ottobre 2006 su un muro nei pressi della strada Tinoco e Palacios del centro storico di Oaxaca: Ci vogliono obbligare a governare, non cadremo nella loro provocazione. Che significa? Risponde Gustavo Esteva: Che non ci interessa sostituirci al governo; che questo governo è una struttura di dominio per controllare la gente e che non vogliamo espletare questa funzione (21).  
Di fronte alle atrocità di URO, la gente intraprese un innovativo processo di auto-organizzazione e durante vari mesi, la città capitale visse la singolare esperienza di una vita senza governo e senza burocrazia, ma aperta al dialogo e allinnovazione. Il sapere collettivo si impose in modo pacifico sulle carovane della morte, i sequestri e le violazioni ampiamente documentate da organizzazioni per i diritti umani nazionali e internazionali.
Come in unautentica rivoluzione sociale, molte persone scoprirono nellazione le loro capacità recondite. La partecipazione delle donne fu intensa. Alcune delle partecipanti avevano addirittura votato per il PRI, ma il movimento risvegliò in esse una nuova coscienza. Una signora di una certa età, completamente sola e senza altre armi che la dignità ribelle, si appropriò di un autobus per metterlo al servizio della causa. E fu un collettivo di donne a dirigere la televisione durante 20 giorni, dimostrando nei fatti che la comunicazione alternativa può esistere.
Bisogna studiare il ruolo dei media recuperati, che furono la punta di lan-cia della mobilizzazione. Loccupazione e lautogestione delle 12 emittenti radiofoniche commerciali e del Canale 9 della televisione locale allinizio furono misure difensive contro la distruzione di Radio Plantón e i danni subiti da Radio Universidad, le uniche voci indipendenti della città. È chiaro che il movimento non si sarebbe sviluppato così velocemente senza la radio, una lezione importante sia a Oaxaca che fuori.
Cerano molte locutrici. Una delle più conosciute era una dottoressa di 58 anni  la dottoressa Berta, ormai nota a livello mondiale - che trasmetteva da Radio Universidad giorno e notte, bevendo caffè e fumando sigarette Delicados. Usciva solo per soccorrere le vittime della repressione: io stesso lho vista distribuire acqua ai manifestanti da un veicolo della Croce Rossa.
Tutti noi imparammo a riconoscere la sua voce un po rauca che con calma e serenità trasmetteva i bisogni dei manifestanti, mentre piovevano pallottole e gas lacrimogeni. Il 3 novembre, giorno successivo alla battaglia di Città Universitaria che segnò la sconfitta ignominiosa della PFP (Polizia Federale Preventiva), mi disse: A Radio Universidad, come in precedenza a La Ley, Radio Plantón, Canal 9, la comunicazione è come deve essere: di andata e ritorno, con telefono aperto e connessioni via internet per lestero. Se adesso viene un signore e dice: voglio trasmettere un messaggio, prego signore, passi e dia il suo messaggio. La gente viene e parla con parole proprie, con le sue idee, per giunta la gente è molto obiettiva. Magari non parla uno spagnolo corretto, ma sa ciò che vuole. Questo fenomeno è inarrestabile (22). 
Si è parlato molto delle barricate, interpretandole come prova della violenza esercitata dalla APPO. La verità è che le barricate sono nate come misure di difesa per contenere gli omicidi compiuti dalle cosiddette &quot;carovane della morte&quot;, convogli di furgoni della polizia statale senza targa che circolavano di notte, sparando indiscriminatamente contro i passanti.
Dal 21 agosto, dopo lomicidio dellarchitetto Lorenzo Sanpablo, uomini, donne, bambini e anziani costruirono delle barricate su cerchi concentrici che coprivano tutta la città e specialmente le colonie periferiche, più esposte alla violenza dei sicari. Le costruivano di notte e le smantellavano di giorno.
Ce ne furono almeno 1500, anche se nessuno le contò e non potremo mai saperne il numero esatto. A volte erano occupate non da membri dellAPPO, bensì da semplici cittadini e casalinghe che in tal modo esprimevano la loro simpatia per il movimento. La mattina dovevano andare a lavorare, ma poi passavano nottate intere a vegliare sulla barricata, allinsegna di una vera e propria festa collettiva (23).
Mi pare che laspetto festivo rappresenti lunico parallelo pertinente con la Comune di Parigi, che a suo tempo fu definita la più grande festa dellOttocento. Alla fine, la Comune di Oaxaca rimase isolata così come la sua illustre antenata: non ci furono in Messico - e neppure allestero - grandi mobilitazioni a favore della APPO.
Bisognerebbe aggiungere che la gente di Oaxaca non parla di comune ma di &lt;i&gt;comunalità&lt;/i&gt;, termine che rimanda alle esperienze indigene locali (24). A ogni modo, è chiaro che i ragazzi delle barricate, quelli che si cimentarono nelle battaglie di strada, non erano professionisti né militanti nel senso tradizionale del termine. Erano solo il popolo  anche bambini di strada, come che si vede in un video del collettivo &lt;i&gt;Mal de ojo&lt;/i&gt; (25) -, gente che non sapeva niente di guerriglia urbana e si addestrò al calore dei fatti.

&lt;b&gt;E ADESSO?&lt;/b&gt;

Il grande movimento sociale che scosse la società oaxaqueña è uno degli avvenimenti più importanti della storia recente del Messico, paragonabile solo allinsurrezione zapatista del 1994. La risposta popolare agli abusi di URO fu tanto inaspettata quanto massiccia, creativa e ottimista. Allecologia della paura gli abitanti di Oaxaca risposero con lecologia della festa, particolarmente radicata nella tradizione locale. Contro i deliri di potere riaffermarono il loro diritto al tirannicidio non violento, espresso perfettamente dallo slogan &lt;i&gt;ya cayó, Ulises ya cayó&lt;/i&gt; (che si può liberamente tradurre: non cè più, Ulises non cè più).
La APPO è il risultato di un lungo processo di accumulazione di esperienze storiche  - di errori e di successi - che convergono sullobiettivo comune di democratizzare le strutture del potere. Anche se si è visto che il contenuto di questa democratizzazione è ancora oggetto di dispute, è pur vero che fu il collante di un movimento multiforme che non può essere interpretato mediante le tradizionali analisi marxiste o sociologiche.
Ciò che si delinea a Oaxaca si situa nella linea di continuità della Comune di Parigi e delle collettività andaluse, catalane e aragonesi, create durante la rivoluzione spagnola del 1936-1938, in cui lesperienza di autogestione gettò le basi di una nuova società, scrisse Raoul Vaneigem in un appello alla solidarietà internazionale pubblicato in Messico dal quotidiano &lt;i&gt;La Jornada&lt;/i&gt; (26).
Vaneigem ha ragione nel senso che quanto accaduto a Oaxaca nel 2006 è motivo di speranza per tutti coloro che cercano alternative alla barbarie imperante dentro e fuori dal Messico. Ma è altrettanto vero che la repres-sione annichilì quelle stesse speranze. Non citerò in questoccasione il calvario che ha vissuto il popolo di Oaxaca a partire dal 27 ottobre 2006, giorno in cui furono assassinati il giornalista Brad Will a Santa Lucía del Camino e un numero indeterminato di persone a Santa María Coyotepec.
La miglior fonte di informazione continua ad essere il menzionato rapporto della CCDIOH, le cui conclusioni sono: la Commissione considera che gli avvenimenti accaduti a Oaxaca sono lanello di una strategia giuridica, poliziesca e militare, con componenti psicosociali e comunitarie, il cui obiettivo finale è ottenere il controllo e lintimidazione della popolazione civile nelle zone in cui si sviluppano processi di organizzazione civica o movimenti di carattere sociale apartitici (27). 
Ho partecipato personalmente a questa esperienza, e sono testimone del fatto che questa conclusione non solo è moderata, ma addirittura insufficiente rispetto alla realtà. Sebbene possiamo provare che ci furono almeno 23 vittime fino alla seconda metà del gennaio 2007 (tutte dalla parte del movimento), non abbiamo potuto documentare il gran numero di &lt;i&gt;desaparecidos&lt;/i&gt; dallinizio del conflitto. Perché? Perché il terrore è tale che la gente non si è azzardata a denunciare la scomparsa dei propri cari, neanche di fronte a unautorità di fiducia come la CCDIOH.
Gli abusi delle forze dellordine non furono eccessi né errori, bensì un freddo esperimento di ingegneria sociale, in cui i poteri federali agirono in coordinamento con quelli locali. Cosa volevano? Probabilmente testare la resistenza del popolo alla repressione, senza perdere il controllo della situazione. Come spiega perfettamente Armando Bartra: prepararsi ad affrontare masse in fermento vuol dire supporre che prima o poi appariranno (28).  
A Oaxaca le masse apparvero e, come in Centroamerica negli anni 80, il proposito fu quello che i manuali di controinsurrezione chiamavano togliere lacqua al pesce: seminare il terrore e mostrare ai comuni cittadini che cosa rischiano se oltrepassano i limiti. Linaudita condanna a 67 anni di reclusione, recentemente subita da Ignacio del Valle, Felipe Álvarez y Héctor Galindo - leader del Frente de Pueblos en Defensa de la Tierra (FPDT) di Atenco - colpevoli come i loro fratelli di Oaxaca dellorrendo crimine di dissidenza, gettano una luce sinistra sul Messico calderonista (29). 
Qual è il bilancio di 7 mesi di controinsurrezione? Lo stato di terrore continua, nonostante le dichiarazioni ufficiali in senso opposto. I prigionieri vengono liberati in maniera arbitraria e con il contagocce, come detta la stessa strategia controinsurrezionale con cui furono detenuti (30).
Ci fu una progressiva ritirata delle masse, e mentre le voci della pluralità venivano messe a tacere, i gruppi della vecchia sinistra guadagnarono spazi che prima non avevano. O, per meglio dire, spazi che occupavano i loro militanti in quanto partecipanti legittimi del movimento, e non in quanto dirigenti di un determinato gruppo.
Alcuni di loro lavorano giorno e notte per trasformare la APPO in unorganizzazione politica verticale e di stampo stalinista. Questo si vide, ad esempio, nel Congresso Costitutivo della APPO (10-12 novembre 2006) o nella Assemblea Popolare dei Popoli del Messico - tentativo abbastanza fallimentare di esportare il modello dellAPPO - quando un noto esponente del Fronte Popolare Rivoluzionario (FPR) affermò senza peli sulla lingua che il movimento di Oaxaca è un movimento di dirigenti (31).
Alle tradizionali rivalità tra le vecchie organizzazioni che portano il peso di 30 anni di sconfitte, si aggiunse dal febbraio 2007 la divisione in materia elettorale: partecipare o no alle elezioni locali che si sarebbero tenute ad agosto. Si formò, allinterno della APPO, un blocco elettorale (FPR, FALP, NIOax, ecc.) che iniziò una battaglia a morte contro il blocco astensionista (VOCAL, CODEP, CIPO, POS, etc.). A sua volta, il blocco elettorale si divise per conflitti interni: chi si sarebbe aggiudicato quale candidatura e con quale partito. 
Alla fine nessuno ottenne granché: con la sua solita generosità, il PRD concesse loro una sola candidatura. I danni, invece, furono incalcolabili. Uno di questi è, molto probabilmente, larresto di David Venegas - consigliere della APPO, eletto dal settore delle barricate - membro di VO-CAL, libertario e astensionista. Il 13 aprile David fu arrestato mentre andava a una riunione della APPO, con la fantasiosa accusa di possesso di 30 grammi di cocaina e due buste di eroina.
Settimane dopo lanciò dal carcere gravi accuse contro alcuni noti dirigenti del blocco elettorale, a cui attribuì la responsabilità del suo arresto. Senza entrare nel merito della questione, il fatto è che David venne arrestato con la stessa accusa che loro stessi avevano fatto circolare su di lui, &lt;i&gt;prima&lt;/i&gt; che venisse arrestato (32).  
Cè di più: nel mese di marzo, come parte della controffensiva, la polizia aveva seminato degli esplosivi nei dintorni di quella che era stata la barricata di Brenamiel, accusa immediatamente smentita da David durante una conferenza stampa (33). 
Stando così le cose, sarebbe inutile cercare le organizzazioni pure, separare le buone dalle cattive o le rivoluzionarie dalle riformiste. Le linee di divisione non passano per le organizzazioni, le attraversano. Anche tra gli stalinisti del FPR possiamo trovare compagni e compagne valorosi. Rivitalizzare il movimento non è neanche una questione etnica. Lapporto degli indigeni è fondamentale, questo è indubbio, ma neanche loro sono immuni alla corruzione o alla funesta seduzione della politica professionale, come molti mi hanno confessato personalmente.
David suggerisce che se il canale che offre la APPO [] è stretto e limitato, questo popolo eroico saprà trovare il cammino per la sua liberazione (34).  La diagnosi è severa, ma non lontana dalla realtà. Eppure non tutto è perduto. A Oaxaca circola una domanda: come ricreare il momento magico vissuto lanno scorso? Solo le donne e gli uomini che parteciparono al movimento possono trovare la risposta. Nel frattempo, il 14 giugno, 100 mila persone sono tornate in piazza per esigere la destituzione di URO e il 18 la sezione 22 ha di nuovo istallato laccampamento nel centro storico. 
No. Oaxaca non è in pace.

Città del Messico, 20 giugno 2007


&lt;b&gt;NOTE&lt;/b&gt;

(15) Intervista a Nicéforo Urbieta, 3 Maggio 2007.
(16) David Venegas, lettera citata.
(17) Nelle comunità indigene i topiles vengono eletti in assemblea ed esercitano gratuitamente la giustizia con il bastone del comando e senza la necessità di portare armi con sé. 
(18) Questo causò le aspre critiche di un gruppo anarchico che scorse nella APPO un movimento riformista, piccolo borghese (!). Cfr:  &lt;a href=&quot;http://argentina.indymedia.org/news/2006/11/463625.php&quot;&gt;Oaxaca: APPO y el reformismo de siempre&lt;/a&gt;. &#8232;
(19) Miguel Linares Rivera, intervista citata.
(20) Intervista a Flavio Sosa, 4 novembre 2006.
(21) G. Esteva, intervista citata.
(22) Intervista con la dottoressa Berta Muñoz, Oaxaca, Città Universitaria, 3 novembre 2006.
(23) &lt;a href=&quot;http://lavoladora.net/content/view/690/82/&quot;&gt;Las barricadas fueron la manera en que el pueblo mantuvo al movimiento&lt;/a&gt;, intervista con Drak, pseudonimo di un membro del Consiglio Statale della APPO e della barricata di Soriana.
(24) Sul concetto di comunalità v. Benjamin Maldonado, &lt;a href=&quot;http://www.antorcha.net/biblioteca_virtual/politica/comunalidad/comunalidad.html&quot;&gt;La comunalidad indígena&lt;/a&gt;.
(25) Questo collettivo ha realizzato un eccellente lavoro di documentazione degli eventi di Oaxaca. Cfr. &lt;a href=&quot;http://www.maldeojotv.net&quot;&gt;www.maldeojotv.net&lt;/a&gt;.
(26) Raoul Vaneigem, Llamado de un partisano de la autonomía individual y colectiva, &lt;i&gt;La Jornada&lt;/i&gt;, 11 Novembre 2006.  
(27) CCIODH, &lt;a href=&quot;http://cciodh.pangea.org/quinta/070120_inf_conclusiones_recomendaciones_cas.shtml&quot;&gt;Conclusiones y recomendaciones preliminares&lt;/a&gt;.
(28) Armando Bartra, El tamaño de los retos, &lt;i&gt;La Guillotina&lt;/i&gt; No. 56, primavera del 2007.
(29) &lt;i&gt;La Jornada&lt;/i&gt;, 6 Maggio 2007.
(30) Secondo il quotidiano &lt;i&gt;Noticias de Oaxaca&lt;/i&gt; del 9 Giugno 2007 rimangono solo sei prigionieri e circa 20 ordini di cattura contro membri della APPO. A questi bisogna aggiungere un numero indeterminato di prigionieri politici di altri conflitti, in particolare nelle regioni dei Loxicas e di Santiago Xanica.
(31) 11-12 Novembre 2006, locale del SITUAM, Città del Messico.
(32) David Venegas, &lt;a href=&quot;http://www.vocal.lunasexta.org/davidvenegas/carta-de-david-15-de-mayo.html&quot;&gt;lettera&lt;/a&gt; del 15 maggio 2007.
(32) &lt;i&gt;La Jornada&lt;/i&gt;, 14 aprile 2007.
(33) David Venegas, 23 aprile, lettera citata.


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<entry id='2314' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2314' author_id='4' authored_on='20070719041439' basename='il_paese_perduto' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070719041439' modified_on='20070719043255' ping_count='1' status='2' title='Il paese perduto' week_number='200729'><text>di &lt;b&gt;Antonio Moresco&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;PrimoAmore.JPG&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/PrimoAmore.JPG&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;172&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;[Il mese scorso è uscito il primo numero di una bellissima rivista letteraria, &lt;i&gt;Il primo amore&lt;/i&gt;, espressione cartacea del &lt;a href=&quot;http://www.ilprimoamore.com/&quot;&gt;sito&lt;/a&gt; omonimo, altrettanto bello. Dall&apos;editoriale di Antonio Moresco, &lt;i&gt;La rigenerazone&lt;/i&gt;, traggo un brano che mi sento di condividere pienamente.]  (&lt;b&gt;V.E&lt;/b&gt;.)

Non facciamo che disperarci per la situazione del nostro paese. Ci arriva l&apos;immagine di un paese marcio, in cui ogni movimento e ogni intento tendono a venire bloccati, in ogni campo. Dentro questa cancrena milioni di donne e di uomini cercano di continuare a vivere e a perpetuarsi. Molti cercano di non sottrarsi alle proprie responsabilità, pur all&apos;interno di una situazione simile, anche se non si fanno illusioni. Si cerca di comportarci con dignità, nel proprio lavoro e nella propria vita, si prende posizione pubblicamente, si va a votare anche quando ti farebbero passare la voglia di farlo, ecc... Perché, anche se è evidente a cosa sono stati ridotti il nostro paese e quella cosa chiamata &quot;democrazia&quot;, non ci si può permettere di ignorare la drammatica contingenza in cui ci troviamo.</text><text_more>Siamo appena usciti  speriamo per molto  da una situazione di emergenza democratica e di disonore e servaggio, che hanno rivelato ancora una volta la gracilità delle strutture civili del nostro Paese. Ma non possiamo nasconderci che le aggregazioni di potere e controllo, verticali e orizzontali, palesi o occulte, si continuano a reggere su strutture in vario modo mafiose. Autoreferenzialità cieca, irresponsabilità di oligarchie politiche direttamente comprate e sotto padrone o che vanno avanti come se niente fosse coi loro piccoli giochi di potere e di casta. 
Allo stesso modo si comportano i gruppi economici, religiosi, le macchine culturali, sportive, mediatiche e dell&apos;intrattenimento. Come se avessimo di fronte tempi storici illimitati e non fossimo invece dentro un&apos;emergenza che ha caratteri nuovi e mai visti prima, di specie. Piccoli gruppi che combattono per la propria sopravvivenza utilizzando precedenti strutture organizzative e mentali ormai oltrepassate, che non sono da tempo proporzionali a quanto sta avvenendo nella vita del nostro paese e del mondo. Gruppi politici che non riescono più a mascherare la plateale evidenza del fatto che le vere decisioni vengono prese altrove, sulla testa dei cittadini abbindolati con misere farse mediatiche. Gruppi intellettuali e culturali che stanno al gioco o che credono basti fare del piccolo fiancheggiamento di queste strutture terminali e inerti (ricavandone un utile di immagine e status) per avere esaurito il proprio compito e giustificato eticamente la propria presenza. 
Vediamo ogni giorno sui giornali gli specchietti delle collocazioni politiche dei vari intellettuali, le zone politiche attorno a cui gravitano, con tanto di costellazioni di faccine rotanti attorno a stelle morte da tempo. Strutture economiche cieche e di breve respiro, che hanno dimostrato più volte anche negli ultimi anni la loro irresponsabilità e spregiudicatezza e grettezza, giocando sulla pelle del paese in cambio di utili che a volte non riescono neppure a riscuotere. Strutture religiose secolari che esibiscono la loro pompa vuota e grottesca, la loro retorica senz&apos;anima, il loro imperio e il loro furibondo attaccamento a ciò che le mantiene in vita, senza guardare in faccia nessuno, legandosi addirittura a quanto c&apos;è di peggio nell&apos;Italia e nel mondo, basta che agiti un&apos;ipocrita maschera di facciata, basta ricavarne in cambio privilegi economici e potere di gestione e controllo.
Questa situazione senza speranza non attraversa solo il mondo pubblico e mediaticamente emerso, attraversa anche, da parte a parte, ogni postura umana, ogni fibra. Anche i corpi, le espressioni, i gesti, le facce trasmettono una sensazione di spossessamento e di morte, in questi anni. Basta andare in giro per strada e avere il coraggio di guardare in modo diretto i volti che ci stanno intorno, i gesti più comuni di uomini e donne, l&apos;automatismo delle loro smorfie sociali e dei loro sorrisi incollati. Tutte queste chiostre televisive di denti perennemente allo scoperto, senza la giustificazione e il dono della felicità, dell&apos;allegria e dell&apos;amore. I discorsi che si sentono, le parole usate. La pesantezza di tutti questi volti nudi allineati sul sedile di fronte della metropolitana, la continua recita della vita da parte di questi poveri organismi buttati a riva dalla risacca delle generazioni. Questo è un paese che - non molti decenni fa  ha assaggiato il fascismo. E gli è piaciuto. Ciò che vediamo ogni giorno attorno a noi ci mostra in modo impietoso che siamo un paese perduto. Siamo un paese perduto. Chi non lo vuole vedere, e si limita ad agitare la consolazione di piccoli rimedi di facciata, è in realtà una persona cinica e senza speranza.

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<entry id='2315' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2315' author_id='4' authored_on='20070720031448' basename='kyashan_trad_it_bolognese_chi_a_san_chi_cazzo_sono' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070720031448' modified_on='20070720031520' ping_count='0' status='2' title='KYASHAN (trad. it. - bolognese: Chi a san? Chi cazzo sono?)' week_number='200729'><text>di &lt;b&gt;Valerio Evangelisti&lt;/b&gt; (da &lt;a href=&quot;http://www.delosstore.it/delosbooks/scheda.php?id=24003&quot;&gt;Robot&lt;/a&gt; n. 50)

&lt;img alt=&quot;Kyashan.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Kyashan.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;171&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Sul retro del DVD Filippo Mazzarella, del &lt;i&gt;Corriere della Sera&lt;/i&gt;, dice categorico Un capolavoro. E Luca Castelli, de &lt;i&gt;Il Mucchio Selvaggio&lt;/i&gt;, rincara: Incanta, ipnotizza, affascina e stupisce. Per una prossima edizione del DVD, proporrei di aggiungere il mio commento: Sarà, però non ci si capisce una mazza.
Mi sono risolto a vedere questo film, malgrado unistintiva diffidenza, proprio perché ne avevo sentito dire un gran bene: della pellicola e del regista, tale Kazuaki Kiriya, finora ignoto alle masse. Ora bisogna che ritrovi uno degli entusiasti, non tanto per chiedergli il motivo del suo plauso, quanto per raccomandargli un lungo periodo di riposo, lontano dallo stress del vivere quotidiano.</text><text_more>Premetto che non ho mai visto la serie di cartoni animati da cui &lt;i&gt;Kyashan, la rinascita&lt;/i&gt; trae ispirazione. Può essere un handicap: quando vidi &lt;i&gt;Akira&lt;/i&gt;, e ci capii poco o nulla, mi dissero che era perché non avevo mai letto il fumetto. Magari è lo stesso caso. Seguito però a restare dubbioso sul fatto che, per capire il senso di un film, io debba leggermi prima pile di fumetti oppure, nel caso in questione, sorbirmi non so quanti cartoni animati. Però ammetto le mie limitazioni, e passo a ciò che ho visto, nella mia beata ignoranza.
Dunque, la storia è ambientata in un futuro superinquinato (nebbia ovunque, fumi, panorami giallognoli disegnati a mano, si suppone una gran puzza) in cui la Grande Asia, dominata da una ferrea dittatura, è perennemente in guerra contro un misterioso nemico occidentale. Uno scienziato ha scoperto il modo di creare cellule capaci di rigenerare organi umani (qui alcuni miei lettori potrebbero trovare assonanze con un mio romanzo, però rigetto con sdegno la parentela), e coltiva detti organi in una vasca. Gli anziani capi del regime vedono nella scoperta un modo per ringiovanire, e incoraggiano la ricerca. Nella vasca finiscono organi e arti  soprattutto una notevole quantità di piedi  di soldati morti in battaglia.
Non tutto fila liscio. Dal cielo scocca una sorta di fulmine, suppongo di origine divina, che colpisce la vasca. Gli arti sparsi si uniscono, i corpi si riformano. Dalla vasca escono morti tornati in vita.
Qui devo notare che, assieme alle parti corporee, il mistico fulmine deve unire anche gli stracci. E infatti coperti di stracci che i resuscitati escono barcollanti dalla vasca (forse si sono vestiti sottacqua, o per meglio dire sotto sangue, per non mostrare le pudenda).
Linfame governo razzista emana un ordine di sterminio. I redivivi sono quasi tutti abbattuti. Si salvano solo un figlio dello scienziato e suo fratello, entrambi morti in guerra, messi ammollo a rigenerare (qui però potrei sbagliarmi nelle parentele, stavo sonnecchiando e non ho colto bene il passaggio).
Non chiedetemi il nome di tutta questa gente. I fratelli, ovviamente luno cattivo e laltro buono, si schierano su fronti apposti. Il cattivo, con un parrucchino bianco più ridicolo di quello di Ed Bishop nella serie &lt;i&gt;UFO&lt;/i&gt;, e un gran mantello rosso, raccoglie i resuscitati sopravvissuti alla strage e annuncia guerra spietata agli umani. Lo fa in un tempio ornato da simboli in stile simil-nazista, e annuncia che i ribelli costruiranno robot utili alla bisogna. Li vediamo subito dopo: sono aggeggi ispirati allomino pneumatico della Pirelli, con un torace enorme e una testa minuscola, sormontata da un chiodo. Marciano, fanno manovre complicate, si incrociano, sobbalzano.
Il discorso del cattivo è esemplare. Una ridda di parole, praticamente incomprensibile. Annuncia che i nuovi padroni del mondo si chiameranno Neuronidi. Perché Neuronidi? Non è spiegato. Del resto è una domanda superflua. Perché una famiglia si chiama Vincenzi e unaltra Brambilla? Il chiamarsi Neuronidi rientra nello stesso novero di opzioni.
Mentre laspirante dittatore pronuncia il suo delirante programma, il regista ritiene opportuno intervallarlo con fuggevoli immagini di ruote e pulegge in movimento, forse presagi dellincipiente venuta dei robot. Ma in tutto il film ogni scena è interrotta di continuo da brevi serie di fotogrammi senza rapporto comprensibile con la storia. Si tratta di visioni urbane, di congegni, di ruote che girano vorticosamente, di cumuli di spazzatura o, nei momenti romantici, di lucine enigmatiche, di circoli che contengono cristalli di neve, di pulviscolo luminoso, di raggi piovuti dal cosmo.
Quanto al personaggio buono, credo con qualche riserva fratello del malvagio (ma che contrapposizione originale!), viene vestito di una tuta bianca perché il suo corpo non scoppi  forse una delle controindicazioni alla rinascita. La sua vita di soldato crudele, poi convertito al pacifismo da scrupoli morali e dalla bella fidanzata, ci è ammannita attraverso un mezzo migliaio di flashback (ovviamente in bianco e nero, altrimenti quale flashback sarebbe?).
Tutto il film è farcito di flashback, col risultato che un minorato mentale, colpito a morte, ci mette tre quarti dora a morire, mentre sbava copiosamente (lintero cast sbava, a dire il vero). Durante la sua agonia appaiono curiosi pupazzetti con gli occhi a palla, che si inerpicano lungo colline boscose (forse il regista, nella sua sottigliezza, voleva dirci che il minorato nutriva fantasie infantili). Intanto chi è attorno piange, e piange per tre quarti dora, sulle due ore e mezza che dura la pellicola.
Veniamo ai dialoghi, divisi in due categorie.
La prima è quella dei dialoghi degni di &lt;i&gt;Ehi amico! Cè Sabata, hai chiuso!&lt;/i&gt;. Io sono lodio personificato, dice il Male con i capelli bianchi. Anchio avevo un figlio allincirca della tua età, dice un anziano protagonista dei flashback rivolto a un giovane militare. Io sono un soldato, e un soldato deve fare il suo dovere, esclama un cattivo con elmetto nazista. Cè una sensazione non di &lt;i&gt;déjà vu&lt;/i&gt;, ma di &lt;i&gt;déjà entendu&lt;/i&gt;...
Quindi vengono i pistolotti ideologici, lunghissimi e di dubbia comprensione. Forse è colpa del traduttore, ma il senso, la grammatica e la sintassi sono sconnessi. Lasciamo perdere le frasi del cattivo, che magari suonano confuse per la loro origine diabolica, però le osservazioni fuori campo del buono, tipo Non abbiamo imparato a perdonarci, paiono altrettanto surreali  anche perché il buono ha appena fatto fuori il cattivo.
Poi ci sono i silenzi, lunghissimi, con scambi di occhiate. Interrotte da  un Ehi. La ragazza interpellata si volta. I due si fissano a lungo con occhi inespressivi. Alla fine lui dice No, niente. Sembrano &lt;i&gt;Fabio e Fiamma&lt;/i&gt; al loro peggio.
La fine? Chiaramente non la anticiperò. Dirò solo che qualcuno vince (il Bene o il Male? Scegliete voi), e ci sono allegre corse in bicicletta fra i prati. Se non altro, siamo liberi dagli sfondi di cartone, dai flash di pulegge, dalle visioni di spazzatura, dalle luci obbrobriosamente false che ci avevano ossessionato fino a quel momento.
Dimenticavo: Ma chi è Kyashan? Pare si tratti di unantica divinità del Giappone, la stessa che mandò il fulmine nella vasca.
Sono proprio contento di avere visto un capolavoro, Kyashan boia!

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<entry id='2316' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2316' author_id='2' authored_on='20070720221436' basename='don_zauker_esorcista' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070720221436' modified_on='20070721020352' ping_count='1' status='2' title='Don Zauker esorcista' week_number='200729'><text>di &lt;b&gt;Alberto Prunetti&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;zaukercarmi.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/zaukercarmi.jpg&quot; width=&quot;119&quot; height=&quot;163&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Don Zauker esorcista, di &lt;b&gt;Emiliano Pagani &lt;/b&gt;e &lt;b&gt;Daniele Caluri&lt;/b&gt;, ed. Il Vernacoliere, 10 euro

_Santità, la verità è che da quando la Germania ha perso i mondiali, non siete più lo stesso!
_Casomai non sono più lo stesso da quando la Germania ha perso la guerra!

Eccola qui una delle tante battute contro Ratzinghe nel più irriverente fumetto degli ultimi anni: Don Zauker, esorcista, di &lt;b&gt;Emiliano Pagani &lt;/b&gt;e &lt;b&gt;Daniele Caluri&lt;/b&gt;. A chi non li conoscesse - oltre a duemila paternostro di penitenza, convertibili in un campari soda pagabile nel più vicino circoletto - consiglio imperativamente di  sfogliare i numeri degli ultimi due anni del &lt;a href=&quot;http://www.vernacoliere.com/&quot;&gt;Vernacoliere&lt;/a&gt;, il leggendario foglio satirico livornese.</text><text_more>Apprenderete la fantastica storia di un prete  o sedicente tale _ con un passato nellesercito nazista: no, lo so a chi state pensando, ma non è lui Ratzinghe è solo il suo principale antagonista. Il protagonista del più anticlericale fumetto degli ultimi anni è una specie di tedesco-livornese, con un passato poco chiaro (ex nazista? Ex legionario? Ex centravanti del Livorno negli anni bui della serie C?). Ottenuta per vie traverse limpunità diplomatica del Vaticano, &lt;a href=&quot;http://www.vernacoliere.com/fumetti/donzauker.php&quot;&gt;Don Zauker&lt;/a&gt; (il nome è un omaggio al cattivo di Daitan) si dedica a tutta una serie di esorcismi, coi quali cerca di ottenere il massimo dalla situazione di pastore danime: più topa e più quattrini. Del resto la fede salva, la fede in coso salva coso, quello che comincia con la G.cioè come si chiama quello che un si faceva i cazzi sua e lhanno stampato in croce, insomma.

Capirete da queste righe, che non rendono sufficiente onore a unopera baciata dalla grazia, che il famigerato Zauker, il Clint Eastwood del Vaticano, è ignorante come una capra (niente latino, ho fatto lIti), violento e rissaiolo, scorretto politicamente, matto come un cavallo  e ossessionato dalle donne. Grezzo, puttaniere, coperto da tatuaggi che inneggiano alla morte degli infami, Don Zauker mescola Stalin e Hittle, topa e rigatino. Ha tutti i difetti dellhomo labronicus, difetti che, spinti alliperbole, diventano una caricatura del peggio che mai sottana clericale abbia osato incarnare.  

Dopo una serie di avventure grottesche, dopo aver umiliato onorevoli democristiani e chierichetti, teologi ufficiali e papaboys, Don Zauker lancia infine il guanto della sfida al suo nemico storico  e forse in certo modo eteronimo  Papa Ratzinghe. E quando luomo con la croce incrocia luomo con la pistola, luomo con la croce è un uomo morto. E allora pentitevi, stronzi!
</text_more></entry>
<entry id='2317' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2317' author_id='4' authored_on='20070722043409' basename='due_teoremi_elettorali' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070722043409' modified_on='20070722044646' ping_count='1' status='2' title='Due teoremi elettorali' week_number='200730'><text>di &lt;b&gt;Ernesto Screpanti&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;UnMondoPeggiore.JPG&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/UnMondoPeggiore.JPG&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;199&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
[La casa editrice &lt;a href=&quot;ttp://www.odradek.it/&quot;&gt;Odradek&lt;/a&gt; riserva sempre liete sorprese. Una di queste è il libriccino di Ernesto Screpanti, economista e matematico all&apos;università di Siena, pubblicato alla fine dell&apos;anno scorso: &quot;Un mondo peggiore è possibile&quot; (pp. 128,  12,00). Un tuffo nell&apos;intelligenza e nell&apos;ironia. Da esso traiamo un breve saggio scritto nel maggio 2000, subito dopo la vittoria elettorale di Berlusconi. E&apos; facile desumerne le ragioni scientifiche del prevedibile crollo del nascente Partito Democratico, e i rischi insiti in un sistema di voto bipolare che ormai la maggioranza degli italiani rifiuta, visti gli esiti.]  (&lt;b&gt;V.E&lt;/b&gt;.)

Alla base della passione dei liberali moderni per il sistema maggioritario c&apos;è un teorema politico noto come &lt;i&gt;teorema dell&apos;elettore mediano&lt;/i&gt;.  </text><text_more>È una cosa più banale e più subdola di quanto lasci pensare la sua eleganza formale. Ecco, in soldoni, di che si tratta. Si ponga che le opinioni degli elettori siano schierate lungo una vasta gamma di posizioni politiche, dall&apos;estrema destra all&apos;estrema sinistra. E si ponga che l&apos;elettore &lt;i&gt;mediano&lt;/i&gt;, cioè quello che si trova perfettamente al centro degli schieramenti, coincida con l&apos;elettore &lt;i&gt;modale&lt;/i&gt;, cioè quello che ha opinioni condivise dal più gran numero di persone. In altri termini, si assume che la massa moderata sia preponderante. La situazione è illustrata in figura 1, dove M è l&apos;opinione di &lt;i&gt;centro&lt;/i&gt;.
&lt;img alt=&quot;UnMondoPeggiore0001.JPG&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/UnMondoPeggiore0001.JPG&quot; width=&quot;130&quot; height=&quot;50&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
 Alla sua destra, lungo l&apos;asse delle opinioni, ci sono le posizioni di destra e alla sua sinistra quelle di sinistra. Lungo l&apos;asse verticale c&apos;è il numero elettori che condividono ogni opinione. Come si vede, la curva di distribuzione degli elettori ha una gobba in corrispondenza di M. Ciò vuoi dire appunto che l&apos;opinione di centro riscuote il maggior numero di consensi. In queste condizioni, dice il teorema, un sistema politico bipolare garantisce il massimo di stabilità.
Perché? Ovviamente perché i due partiti, nello sforzo di accaparrarsi il voto dell&apos;elettore mediano, che è quello che garantisce il 50% + 1 dei consensi, si sposteranno al centro. Faranno programmi molto simili e di impostazione moderata. Ignoreranno l&apos;astensionismo dei loro elettori estremisti, in quanto, ad esempio, un partito di sinistra che si sposta al centro acquisterà più voti dagli elettori moderati di quanti ne perderà da quelli estremisti. Questa è una conseguenza dell&apos;ipotesi che la curva della distribuzione degli elettori ha una gobba in prossimità dell&apos;elettore mediano (1).
Dunque il sistema bipolare garantisce una forte stabilità politica per due ragioni. Primo, perché i due poli avranno tendenzialmente gli stessi programmi. Secondo, perché la loro convergenza al centro indurrà all&apos;astensione gli elettori estremisti. Ma c&apos;è di più: garantisce anche una solida democrazia, nel senso del ricambio delle élites. Infatti basta un nonnulla, come uno spot pubblicitario o un lifting facciale, per decretare lo spostamento del consenso dell&apos;elettore mediano da una parte all&apos;altra. C&apos;è dunque il massimo di stabilità politi-ca con il massimo di alternanza e il massimo di eutana-sia degli estremisti. Cosa si vuole di più?
Così sembra ragionare il leader Massimo. Però qualcosa non ha funzionato, visto che ripetutamente le sinistre - che si erano spostate al centro più delle destre - hanno perso le elezioni. Cos&apos;è che non ha funzionato? Non chiedetelo a lui. Vi darà una risposta che forse è sbagliata. Vi dirà: Non ci siamo spostati abbastanza al centro. Dunque: italiani, &quot;ancora uno sforzo, se volete essere repubblicani!&quot;
Perché questa risposta potrebbe essere sbagliata? Perché esiste un altro teorema, che forse i professori si sono scordati di spiegargli: il &lt;i&gt;teorema dell&apos;elettore modale&lt;/i&gt;. Si ponga che ci sia una forte divaricazione tra gli elettori, con un grande addensamento a destra e uno a sinistra, e una debole massa moderata. La situazione è illustrata in figura 2, dove si vede che ora ci sono due elettori modali, uno che ha opinioni di destra, Md, e uno che ne ha di sinistra, Ms, mentre attorno all&apos;elettore mediano, si addensa una massa piuttosto scarsa.
&lt;img alt=&quot;UnMondoPeggiore3.JPG&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/ahspace=4 vspace=2 align=left rchives/UnMondoPeggiore3.JPG&quot; width=&quot;160&quot; height=&quot;62&quot; border=&quot;0&quot; /&gt;
In questo caso è evidente che il partito che si sposta al centro perde. Così ha fatto il leader Massimo, rincorrendo gli elettori moderati, demoralizzando e dividendo la sinistra, rinunciando alla carica solidarista che ha sempre rappresentato il patrimonio culturale migliore dell&apos;opinione pubblica democratica e socialista. Invece il partito che cerca gli elettori estremisti vince. Così ha fatto Berlusconi, alleandosi con Fini e Bossi, titillando i più bassi umori dalla massa razzista e fascistoide, rispolverando slogan da guerra fredda.
C&apos;è motivo di ritenere che la società italiana stia andando verso una divaricazione dell&apos;opinione pubblica. Fenomeni come l&apos;immigrazione, il ristagno economico, la disoccupazione, la precarietà, la povertà, le guerre, le missioni di pace e le difese integrate preventive creano le condizioni per un&apos;acutizzazione dei contrasti sociali e politici e una polarizzazione dell&apos;opinione pubblica. Si sta formando una massa di destra che riporta in auge i valori della &quot;libertà&quot; e della competizione, così come quelli della patria, del presepe, e del Dio Po, insomma il meglio delle nostre tradizioni nazional-popolari. Ma se ne sta formando anche una di sinistra che punta sulla libertà, il volontariato, la multiculturalità, il cambiamento e l&apos;uguaglianza. Queste sono le condizioni di validità del teorema dell&apos;elettore modale. Berlusconi l&apos;ha capito. Vuoi vedere che il cavaliere è meno ignorante di quanto sembra? Senz&apos;altro ha studiato bene la &lt;i&gt;Teoria economica della democrazia&lt;/i&gt; di Anthony Downs (1988). O almeno lo hanno fatto i suoi consigliori.

(1) In realtà il teorema vale anche se la distribuzione delle opinio-ni non è normale. Basta che sia unimodale.

 

</text_more></entry>
<entry id='2318' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2318' author_id='4' authored_on='20070723022914' basename='anime_nere_larte_del_racconto_crudele' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070723022914' modified_on='20070723023017' ping_count='0' status='2' title='ANIME NERE: l&apos;arte del racconto crudele' week_number='200730'><text>di &lt;b&gt;Danilo Arona&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;AnimeNere.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/AnimeNere.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;177&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;AA.VV., &lt;i&gt;Anime nere&lt;/i&gt;, a cura di Alan D. Altieri, Piccola Biblioteca Oscar Mondadori, 2007, pp. 406,  9,40.

Leggo qua e là in rete che &lt;i&gt;Anime nere&lt;/i&gt;, antologia da poco uscita nella Piccola Biblioteca degli Oscar Mondadori a cura di Sergio &quot;Alan&quot; Altieri, sarebbe la risposta editoriale a un precedente lavoro di gruppo siglato Baldini &amp; Castoldi e intitolato &lt;i&gt;Incubi&lt;/i&gt;. Nulla di più fuorviante: &lt;i&gt;Incubi&lt;/i&gt;, curato da Raul Montanari, possiede una sua specificità di definizione richiamata anche nel sottotitolo (&quot;Nuovo horror italiano&quot;), mentre &lt;i&gt;Anime nere&lt;/i&gt; semplicemente non ce l&apos;ha né si preoccupa di averla. L&apos;accostamento in scala cronologica è puramente casuale e basterebbero a confermarlo le presenze in &lt;i&gt;Anime nere&lt;/i&gt; di autori come Nerozzi, la Vallorani, già nella squadra di &lt;i&gt;Incubi&lt;/i&gt;, e dello stesso Montanari.</text><text_more>Il dato e la novità stanno proprio qui: nella pervicace sfuggevolezza di questo corale ed equilibratissimo lavoro d&apos;assieme alla gabbia del genere, finalità - raggiunta - del grande Sergio sin dalla sua gestazione mentale. Noir, thrilling e horror nel caso di &lt;i&gt;Anime nere&lt;/i&gt; diventano tutt&apos;al più categorie di comodo per indicare le provenienze o il mondo poetico degli autori, ma non ci stanno dentro: perché, in ossequio al diktat progettuale, ogni scrittore si è lasciato travolgere dall&apos;intensità partecipativa - e trasversale ai generi - ai più che mai attuali temi della crudeltà e dell&apos;umana sofferenza. Racconti secchi, brevi, compressi più che dilatati e difficili da imbrigliare, anche quelli all&apos;apparenza più canonici. E tutti menano calci così vigorosi nelle palle da far danni permanenti. Racconti tragici, non potrebbe essere altrimenti, anche quelli che tentano di attenuarsi con lo humour...
Non sarò certo io a stilare dubbie classifiche di merito e a citare questo o quella, dato che faccio parte di questa temibile squadra di demolizione. Sono qui invece come lettore a constatare ancora una volta che le antologie, per quanto aborrite e temute da buona parte del mondo editoriale, giungono sempre più numerose sugli scaffali delle librerie. E sempre, ogni volta, più interessanti e intelligenti, soprattutto quando sostenute da un identico, concreto e coinvolgente afflato tematico. Non antologie di genere, quindi, ma che &quot;degenerano&quot; al di là degli steccati e delle convenzioni, mettendo al loro centro l&apos;autore &quot;a nudo&quot; alle prese con il ribollente magma tematico del proprio inconscio, questo vero &quot;paradiso delle crudeltà&quot; ancor prima che la cronaca contemporanea mediata dai giornali e dalla &quot;scatola nera&quot; della TV.
&quot;Paradiso delle crudeltà&quot;, ho scritto. Non è un caso che s&apos;intitoli così un saggio del sociologo tedesco Wolfgang Sotsky, autore negli anni Novanta di &lt;i&gt;Saggio sulla violenza&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;L&apos;ordine del terrore&lt;/i&gt;, tra i più caustici e intelligenti studiosi del lato oscuro dell&apos;uomo. Suggerirei, a chi lo può, di far precedere - o seguire - la lettura di &lt;i&gt;Anime nere&lt;/i&gt; proprio da &lt;i&gt;Il paradiso delle crudeltà&lt;/i&gt;, edito da Einaudi nel 2001, dove si scrive e si dimostra - ma ce ne dimentichiamo sempre - che &quot;uccidere è sempre stato uno dei piaceri più intensi per una parte della specie umana e finché gli uomini si ribelleranno alla morte, proveranno gusto a uccidere, soprattutto per scoprire giorno per giorno a quante altre persone sono sopravvissuti.&quot;
Resterebbe infine il quesito, forse di lana caprina, sulla vere identità delle 18 anime nere messe in campo da Altieri in questo primo volume (perché un numero 2 è già alle porte...). Siamo noi, i &quot;demolitori&quot;, o i personaggi che ci rappresentano? Siamo testimoni del tempo o siamo dentro a quella parte dell&apos;umanità cui piace uccidere, nel caso in questione per procura letteraria?
Questa è una bella storia che lascio volutamente in sospeso. Perché molti degli autori nei loro contributi hanno risposto senza vergogna. Sta a voi scoprire chi e come.

</text_more></entry>
<entry id='2319' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2319' author_id='1' authored_on='20070723225748' basename='watchmen_chi_sorveglia_i_sorve' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070723225748' modified_on='20070724105412' ping_count='2' status='2' title='WATCHMEN: Chi sorveglia i sorveglianti?' week_number='200730'><excerpt>di &lt;b&gt;M. Gardella&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;watchmenmini.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/watchmenmini.gif&quot; width=&quot;50&quot; height=&quot;74&quot; border=&quot;0&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt;&lt;b&gt;Watchmen &lt;/b&gt;è unopera grandiosa. Non è un &lt;i&gt;graphic novel &lt;/i&gt;e tanto meno un fumetto, non è un romanzo anche se tra ognuna delle serie di tavole il talento di Moore come puro narratore di fiction si manifesta in una serie di esercizi letterari complementari allarte figurativa...</excerpt><text>&lt;img alt=&quot;watchmen.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/watchmen.jpg&quot; width=&quot;130&quot; height=&quot;163&quot; border=&quot;0&quot; hspace=6 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/cgi-bin/mt-search.cgi?IncludeBlogs=2&amp;search=%22massimo+gardella%22&quot;&gt;Massimo Gardella&lt;/a&gt;

Nel 1986 esce il primo numero di &lt;b&gt;Watchmen&lt;/b&gt;, scritto da Alan Moore e illustrato da Dave Gibbons, e il mondo dei supereroi cambia per sempre. Soprattutto perché &lt;b&gt;Watchmen&lt;/b&gt;, ripubblicato in un bel volume da Planeta-De Agostini, ribalta la facciata dei supereroi, e ancora di più perché non si tratta di un fumetto nellaccezione più pop del termine. Luniverso in cui si muovono Nite Owl (Gufo Notturno), Rorscharch, il Dottor Manhattan, il Comico e Spettro di Seta è una distopia della nostra società, un affresco che parte in maniera filologica con i testi di storia dagli anni 30 e prende uninaspettata deviazione nel 59 (anno in cui tra laltro fu pubblicato &lt;b&gt;Tempo fuori luogo &lt;/b&gt; o &lt;b&gt;Tempo fuor di sesto&lt;/b&gt;, per rispettare la citazione shakespeariana del titolo originale &lt;b&gt;Time Out of Joint &lt;/b&gt; di Phiip K. Dick), anno di nascita, o per meglio dire di rinascita, del 37enne fisico nucleare Jonathan Osterman che in seguito a un incidente di laboratorio in cui viene disintegrato in una camera fotonica ritorna nella forma di una coscienza superiore e viene battezzato dal governo degli Stati Uniti (Nixon in carica) come Dottor Manhattan. </text><text_more>Lannuncio dei media - che mette fine allepoca dei giustizieri mascherati, uomini e donne atletici ma senza poteri di alcun tipo, veri e propri vigilanti in costume aderente che esercitano violenza fisica sui criminali, usando il luogo-città come un gigantesco ring come il primo Batman di Bob Kane - è esemplare: «Il superuomo esiste, ed è americano». 
Nellescalation nucleare della Guerra Fredda, il Dottor Manhattan è larma segreta degli Usa per ostacolare limperialismo sovietico, ma non si rende conto di essere uno strumento per i piani di conquista del suo governo. Questo essere straordinario, in grado di vedere i neutrini a occhio nudo, un bambinone senziente alla Salinger elevato al cubo, innocente e con un senso bloccato della morale umana e per questo più sensibile delle sue controparti di carne e sangue, è in grado di fondere carri armati e smantellare armi con un gesto delle mani; devastare ampie porzioni del territorio nemico con un cenno del capo, fermare il sessanta per cento delle testate nucleari russe in volo verso lAmerica; può viaggiare da un luogo allaltro senza spostarsi fisicamente, piegare le leggi dello spazio-tempo alla ricerca della sua perduta umanità sensoriale e infine scegliere, nell86 durante gli anni del reaganismo sfrenato, di andare in esilio volontario su Marte, il pianeta rosso, e costruire un santuario di sabbia aliena cristallizzata in una struttura che nemmeno Frank Gehry potrebbe concepire, un mausoleo che richiama  credo volontariamente  la forma estetica del palazzo reale di Jo-Rel, padre del ben più noto Supeman, su Krypton.
&lt;b&gt;Watchmen &lt;/b&gt;è unopera grandiosa. Non è un &lt;i&gt;graphic novel &lt;/i&gt;e tanto meno un fumetto, non è un romanzo anche se tra ognuna delle serie di tavole (corrispondenti ai 12 numeri in cui uscì) il talento di Moore come puro narratore di fiction si manifesta in una serie di esercizi letterari complementari allarte figurativa, con stralci dalla biografia &lt;b&gt;Dietro la maschera &lt;/b&gt;di Hollis Mason, il primo Nite Owl, ex vigilante mascherato che racconta aneddoti e retroscena del mondo in cui il lettore è catapultato, e il fallimento dellutopia di giustizia spicciola (quasi una ragazzata) quando lannuncio dellesistenza del Dottor Manhattan ha trasformato i vigilanti in figure desuete.
Ma Osterman-Manhattan è solo uno dei personaggi indimenticabili di questopera che rappresenta  parafrasando il titolo di un film di Spielberg  un esempio virtuoso di A.I., Arte Intelligente. 
Nite Owl II, alias Daniel Dreiberg, è figlio di un banchiere facoltoso, laureato in ingegneria aeronautica ad Harvard e appassionato di ornitologia (dopo il pensionamento da giustiziere collabora svogliatamente con alcune riviste del settore). Daniel ha investito il proprio denaro nella costruzione di una macchina volante dotata di tutti i gadget che possiamo immaginare nella tecnologia fantasiosa dei fumetti: lanciafiamme, missili terra-aria, schermo anti-radiazioni, modalità &lt;i&gt;stealth&lt;/i&gt;, fumogeni eccetera; una specie di Batmobile volante che ha chiamato Cleto (da Anacleto, il gufo del cartone animato Disney sul giovane Artù La spada nella roccia). Immaginate una specie di Lapo Elkann illuminato che sfrutta la sua fortuna per commissionare agli ingegneri Fiat un mezzo di trasporto avveniristico e che si aggira per le strade di Torino in cappa e maschera pestando a sangue spacciatori, stupratori e delinquenti e salvando gente da palazzi in fiamme.
Poi arriva lui, Rorscharsch. Considerato folle dai suoi stessi compagni, estremo nelle scelte di risoluzione del Male (uccide i criminali senza farsi troppi problemi), anarchico fino al midollo e squassato da ossessioni millenaristiche, ricercato dalla polizia per i suoi metodi brutali e tacciato di appartenere ideologicamente allestrema destra; Rorscharch se ne va a zonzo per New York con un impermeabile alla Marlowe, cappello tipo Borsalino e con il volto celato da una maschera di latex morbido con stampigliata sopra una delle famose macchie che gli danno il nomignolo di battaglia. La sua identità e la sua storia, che non riveliamo qui per non togliere la sorpresa della scoperta, sono uno dei capitoli più belli del volume. Impossibile non interrompere temporaneamente la lettura e riflettere sulla sua vicenda, uno di quei personaggi maledetti che gonfiano il cuore per lempatia della sofferenza da lui patita e che nessuno allinterno dellimpianto narrativo conosce, solo il lettore, che può osservare a distanza la sua evoluzione sapendo che non aveva altra scelta se non essere disgustato dal mondo.
Ed è proprio questo il carattere più forte di &lt;b&gt;Watchmen&lt;/b&gt;, la descrizione intima e lucidamente spietata della società contemporanea, evolutasi in un pot-pourris di insensata e crudele volgarità, con la consapevolezza che siamo tutti colpevoli. 
La trama, quasi impossibile da ridurre in sinossi, prende avvio dallomicidio di Edward Blake, alias il Comico, un altro eroe mascherato ucciso nel suo appartamento da un aggressore sconosciuto. Il Comico era stato lunico tra i vigilanti a comprendere che il mondo stava precipitando in un cinico abisso di violenza, governato dal concetto di guerre preventive che avreebbero sconfessato la possibilità di un conflitto ultimo e definitivo, e lui stesso si era lanciato in imprese considerate eroiche dal governo (stragi in Vietnam, assassinii politici e via dicendo) perché conscio che non ci fosse altra via duscita.
Qualcuno sta eliminando uno a uno i giustizieri mascherati. Chi sarà? Uno dei loro nemici del passato come Edgar Jacobi, alias Moloch il Mistico, che nell86 è un vecchio derelitto uscito di prigione e mangiato vivo da un cancro incurabile? Lunico che sembra preoccuparsi della faccenda è Rorscharch, ma viene arrestato dalla polizia dietro una soffiata anonima. E cosa centra Shea, lo sceneggiatore di fumetti uscito di casa due anni prima e scomparso nel nulla? Autore di storie deliranti sui pirati che richiamano il William Burroughs de &lt;b&gt;Le città della notte rossa &lt;/b&gt;e quasi dadaiste nella loro primitiva e libera violenza, forse memori del Greil Marcus di &lt;b&gt;Tracce di rossetto&lt;/b&gt;.
È in produzione la versione cinematografica di questo capolavoro dellarte contemporanea, firmata dallo Zack Snyder di &lt;b&gt;300&lt;/b&gt;, tratto da Frank Miller. Certo, il giovane cineasta ha svolto un ottimo lavoro interpretativo delle Termopili &lt;i&gt;à la &lt;/i&gt;Gotham City, ma il &lt;i&gt;graphic novel &lt;/i&gt;di Miller era breve, intenso e perfetto per uno svolgimento narrativo da blockbuster. Nel caso di Watchmen cè da stare molto attenti... come per &lt;b&gt;It&lt;/b&gt; di Stephen King, qui si rischia di banalizzare un capolavoro e trasformarlo in un sottoprodotto di ricezione massificata, il che non significa gloriarsi della nicchia, ma non avere rispetto per quella che è e rimane unopera molto complessa e uno dei rari casi in cui la trasposizione cinematografica non è stat pre-pensata dagli autori.
Moore e Gibbons  strizzando locchio a Giovenale  non hanno mai avuto più ragione di così: Chi sorveglia i sorveglianti? </text_more></entry>
<entry id='2320' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2320' author_id='4' authored_on='20070725023736' basename='in_memoria_di_stanislaw_lem_12' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070725023736' modified_on='20120622071806' ping_count='1' status='2' title='In memoria di Stanislaw Lem  1/2' week_number='200730'><text>di &lt;b&gt;Darko Suvin&lt;/b&gt; (trad. di Francesca Valentini)

&lt;img alt=&quot;Lem.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Lem.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;90&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;[Questo ricordo di Stanislaw Lem, scritto da Darko Suvin che è stato fra i primissimi a occuparsene, è uscito in edizione americana con il titolo To Remember Stanislaw Lem, in EXTRAPOLATION 47.1, 2006, e in italiano su ROBOT 50, primavera 2007] (&lt;b&gt;Salvatore Proietti&lt;/b&gt;)

Stanis&#322;aw Lem, romanziere, intellettuale e saggista polacco, è morto a 85 anni nel marzo 2006. Questo grande autore merita di essere ricordato e onorato in modo critico. Tenterò di offrire dapprima un panorama generale delle sue opere principali per poi focalizzare lattenzione su due di esse, lasciando emergere punti deboli ed elementi di forza.</text><text_more>&lt;b&gt;1. Panoramica generale&lt;/b&gt;

Il poco che conosciamo dellinfanzia e delladolescenza di Lem deriva da unaffascinante descrizione nellautobiografico &lt;i&gt;Wysoki zamek&lt;/i&gt; (&lt;i&gt;High Castle&lt;/i&gt; nella prima edizione inglese del 1995), che tace tuttavia sul fatto che dei genitori, entrambi medici benestanti, certo atei ma formalmente cattolici, uno (il padre) fosse di origine ebrea. I suoi studi di medicina vennero interrotti dalloccupazione nazista durante la Seconda Guerra Mondiale; in questo periodo lavorò come meccanico e saldatore. Le esperienze vissute negli anni dellimmediato dopoguerra accostarono Lem a una dimensione più sociopolitica (presto inacidita dallo stalinismo) e plasmarono il suo primo manoscritto &lt;i&gt;Czas nieutracony&lt;/i&gt; (tit. ingl. &lt;i&gt;Time Saved&lt;/i&gt;, in seguito abbreviato e pubblicato come &lt;i&gt;Szpital Przemienieni&lt;/i&gt;, trad. it. &lt;i&gt;Lospedale dei dannati&lt;/i&gt;). 
Nel 1946 lo scrittore si trasferì a Cracovia, conseguì la laurea in medicina, divenne assistente ricercatore presso un istituto scientifico e scrisse (oltre a componimenti lirici, quasi certamente piccoli peccati di gioventù) alcuni saggi di metodologia scientifica, fino a quando entrò in conflitto con la venerazione stalinista verso le teorie biologiche lamarckiane di Lysenko. In seguito si dedicò alla fantascienza; secondo la sua &lt;a href=&quot;http://www.lem.pl/&quot;&gt;pagina web&lt;/a&gt;. Da allora Lem ha pubblicato circa trenta titoli, tradotti in più di quaranta lingue e venduti in circa ventisette milioni di copie. 
I suoi primi romanzi di fantascienza (a parte uno pubblicato a puntate e mai ristampato) sono &lt;i&gt;Il pianeta morto&lt;/i&gt; (&lt;i&gt;Astronauci&lt;/i&gt;, 1951) e &lt;i&gt;Oblok Magellana&lt;/i&gt; (tit. ingl. &lt;i&gt;The Magellan Nebula&lt;/i&gt;), opere di un principiante limitate da alcune convenzioni tipiche del realismo socialista, ma tuttora interessanti poiché contengono alcuni dei temi a lui più cari (lidentità umana, la minaccia del militarismo e della distruzione globale). In esse lingenuità utopica è plasmata dallumanesimo impegnato che costituisce una delle caratteristiche portanti della sua opera; laltro asse portante dellopera di Lem, la tendenza cioè a narrare parabole nere in stile grottesco, appare in &lt;i&gt;Memorie di un viaggiatore spaziale&lt;/i&gt; (&lt;i&gt;Dzienniki gwiazdowe&lt;/i&gt;, 1971).
La decina danni di parziale destalinizzazione che seguirono lOttobre polacco del 1956 costituirono lepoca doro di Stanis&#322;aw Lem. In questi anni pubblicò diciassette opere: cinque romanzi di fantascienza, di cui parlerò più avanti; dieci libri di racconti fantascientifici parzialmente concatenati che comprendono il ciclo di Pirx (&lt;i&gt;I viaggi del pilota Pirx&lt;/i&gt;, traduzione di &lt;i&gt;Opowies&apos;ci o pilocie Pirxie&lt;/i&gt; del 1968), le fiabe robotiche di &lt;i&gt;Fiabe per robot&lt;/i&gt; (&lt;i&gt;Bajki robotów&lt;/i&gt;, 1964) e il ciclo di Trurl e Klapaucius o &lt;i&gt;Cyberiade&lt;/i&gt; (&lt;i&gt;Cyberiada&lt;/i&gt;, 1965), e infine altri testi, inclusi unopera teatrale e tre drammi per la TV. 
Certamente non ultima per importanza è la saggistica, di cui fa parte la sociologia cibernetica dei primi &lt;i&gt;Dialogi&lt;/i&gt; e la sublime &lt;i&gt;Summa technologiae&lt;/i&gt;, che rappresentano il coronamento del pensiero speculativo di Lem e in certo modo la chiave per accedere alla sua produzione narrativa, di cui mi occuperò più avanti. Si tratta di una brillante ricognizione, rischiosa e mozzafiato, delle possibili ingegnerie sociali, informative, cibernetiche, cosmogoniche e biologiche nel gioco tra Uomo e Natura. 
I romanzi &lt;i&gt;Eden&lt;/i&gt; (1959), &lt;i&gt;Solaris&lt;/i&gt; (1961, di cui si contano due adattamenti cinematografici) e &lt;i&gt;Linvincibile&lt;/i&gt; (&lt;i&gt;Niezwyciezony&lt;/i&gt;, 1964) dispiegano i misteri di esseri, eventi e luoghi insoliti che rivelano ai protagonisti i limiti e gli elementi di forza della condizione umana. Appropriatamente, queste parabole dei giorni nostri hanno un finale aperto: nessun sistema di riferimento finito è realmente praticabile nellera della cibernetica e degli assolutismi politici rivali; la redenzione dei protagonisti giunge grazie allintuito etico ed estetico piuttosto che per mezzo della tecnologia, della conoscenza astratta o del potere. Di qui la forte ma salutare critica di Lem nei confronti della fantascienza di lingua inglese, che ha la colpa di gestire male le potenzialità del nuovo e di sprecarle in trovate e fiabe, espressa nei due volumi della sua &lt;i&gt;Fantastyka i futurologia&lt;/i&gt; (alcuni brani sono pubblicati nella raccolta Micromondi, pubblicata anche in Italia, da cui personalmente ho imparato molto pur rifiutandone lunidimensionalità. 
Tale posizione, intollerabilmente semplificata in brani mal tradotti da un cremlinologo, portò la SFWA (lassociazione americana degli scrittori di fantascienza) a ritirare la qualifica di membro onorario precedentemente concessa a Lem, mentre tra i ranghi dellassociazione si consumava un aspro dibattito. Tra i critici di Lem cera anche P.K. Dick nella sua più intensa fase paranoica, che scrisse allFBI per rivelare come Lem fosse in realtà il nome in codice di un comitato del KGB con sede a Cracovia (i cui agenti in Nord America sarebbero stati Darko Suvin e Fredric Jameson). 
Agli oltraggiati scrittori di SF si aggiungevano rinnegati di un certo rilievo provenienti dalla sinistra, come Leslie Fiedler, che interpretava lopera di Lem come quella di un marxista ortodosso, proprio nello stesso periodo in cui Lem identificava il marxismo con la corrotta variante russo-polacca del socialismo reale. Il fatto che le sue opere fossero comunque pubblicate e ottenessero dei riconoscimenti negli Stati Uniti, e ancora più nella Germania Ovest, è totalmente dovuto ai meriti intrinseci della sua scrittura. La critica di Lem nei confronti delle banalità egualmente antropomorfiche della fantascienza sovietica poté aver luogo grazie allimmensa popolarità e allinfluenza liberatoria di cui godeva lì. Nel mezzo fra i due leviatani, al suo meglio Lem utilizzò lesperienza di intellettuale mitteleuropeo per fondere insieme la luminosa speranza umanistica con un amaro monito storico. Questa doppia visione sovverte sia la distopia da inferno comico, sia lutopismo deterministico, giustapponendo i bagliori neri del primo ai luminosi orizzonti del secondo. Perfino le storie grottesche come la &lt;i&gt;Cyberiade&lt;/i&gt;, che illustrano i limiti spesso disgustosi della condizione umana, sono pervase da divertimenti umanistici, satira nera o iconoclastia allegorica.
I primi segni dellavvicinarsi di un vicolo cieco, se non proprio di esaurimento, ideologico in Lem comparvero nel 1968, dando origine a unulteriore  e sfolgorante sperimentazione formale. In &lt;i&gt;Glos Pana&lt;/i&gt; (tit. ingl. &lt;i&gt;His Masters Voice&lt;/i&gt;, 1983), i dubbi radicali sullautodeterminazione e la sovranità umana, e quindi sulla possibilità di comunicare con altre persone (per non dire con altre civiltà), minacciavano di scomporre la forma finzionale del romanzo in meditazioni solipsistiche, lezioni e avventure ideative. &lt;i&gt;Glos Pana&lt;/i&gt; può aver evitato tutto ciò grazie a un &lt;i&gt;tour de force&lt;/i&gt; nel tono narrativo, ma Lem seppe imparare da questa soluzione mancata dedicandosi a una serie brillantemente innovativa di glosse brevi di secondordine, al limite tra narrativa e trattato. 
In &lt;i&gt;Vuoto assoluto&lt;/i&gt; (&lt;i&gt;Doskonala próznia&lt;/i&gt;, 1974) - per lo più costituito da recensioni a libri inesistenti, che allo stesso tempo caratterizzano e scherniscono i loro bersagli - e &lt;i&gt;Wielko__ urojona&lt;/i&gt;, come il più tardo &lt;i&gt;Golem XIV&lt;/i&gt; (tit. ingl. &lt;i&gt;Imaginary Magnitude&lt;/i&gt;, 1984), lo stile di Lem spazia da schizzi in miniatura su orribili fantasie futuristiche a sviluppi ulteriori delle idee già emerse nella &lt;i&gt;Summa technologiae&lt;/i&gt; sullintellettronica (intelligenza potenziata artificialmente) e la fantomatica (esperienza illusoria). Troviamo il tema della vita come illusione, sotto la forma alla moda dellassunzione di droghe, e anche le ben radicate ma atee ossessioni teologico-cosmogoniche di Lem, nella sua opera più lunga e più sinistramente ilare di questo periodo, &lt;i&gt;Il congresso di futurologia&lt;/i&gt; (&lt;i&gt;Kongres Futurologiczny&lt;/i&gt;, 1971). 
La sua ultima grande opera narrativa fantascientifica è probabilmente il racconto lungo &lt;i&gt;Maska&lt;/i&gt; (tit. ingl. &lt;i&gt;The Mask&lt;/i&gt;), scritto a metà degli anni 70, in cui raggiungono un culmine i temi ricorrenti del labirinto e del doppio, grazie a una vivida proiezione dei misteri e delle crudeli metamorfosi della coscienza cognitiva umana. Solo negli anni 80, con lattacco, goffo ma feroce, alle pretese cognitive umane contenuto in &lt;i&gt;Il pianeta del silenzio&lt;/i&gt; (&lt;i&gt;Fiasko&lt;/i&gt;, 1986), Lem tornò brevemente alle strutture narrative del romanzo. Non mi occuperò delle opere degli ultimi ventanni, per quanto brillanti sotto molti aspetti, poiché spesso si allontanano dalla fantascienza per divenire esercizi di pensiero debole Post-Modernista su misteri ontologici, e perché a mio parere non aggiungono molto a quanto già elaborato da Lem. 
La straripante inventiva linguistica di Lem, allaltezza della sua controversa abbondanza di idee, si perde parzialmente nel lavoro di traduzione, sebbene le raccolte inglesi di racconti &lt;i&gt;The Cosmic Carnival of Stanislaw Lem&lt;/i&gt; (1981) e &lt;i&gt;One Human Minute&lt;/i&gt; (1986) rivelino parte dellesuberanza tipica della sua scrittura. Ma resta evidente che Lem possedeva un proprio speciale punto di vista, con ovvie limitazioni scientiste e tuttavia con grandi punti di forza, che permettevano alla sua narrazione di trascendere tanto il pragmatismo cinico quanto lutopismo astratto.

(&lt;b&gt;1-CONTINUA&lt;/b&gt;)

</text_more></entry>
<entry id='2321' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2321' author_id='4' authored_on='20070726033849' basename='la_casta_del_cinema_italiano' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070726033849' modified_on='20070726033935' ping_count='1' status='2' title='La casta del cinema italiano' week_number='200730'><text>di &lt;b&gt;Alessandro Morera&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;DavidDonatello.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/DavidDonatello.gif&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;112&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;La casta cinematografica si è autoincensata chiedendo fondi pubblici attraverso il manifesto dei 100 autori che hanno lanciato lappello in grandi teatri (come lAmbra Jovinelli, messo ovviamente a disposizione dai loro amici, seppur la gestione Dandini lo stia portando al fallimento) o in sedi istituzionali come lautopremio che si autoassegnano ogni anno: i David di Donatello (vinto questanno da Giuseppe Tornatore con &lt;i&gt;La Sconosciuta&lt;/i&gt;, che, al di là del giudizio di merito sul film, non aveva bisogno di pubblicità per farsi conoscere dal grande pubblico, a differenza, tanto per fare un esempio, di Emanuele Crialese, che con il suo bellissimo film &lt;i&gt;Nuovomondo&lt;/i&gt;, dal respiro internazionale, anche grazie a una sapiente sceneggiatura e alla sua forza narrativo-espressiva, ha dimostrato come anche giovani autori di cinema italiano possano rivolgersi a un pubblico internazionale).
Bernardo Bertolucci (di cui va ricordato che nel 1999 con i soldi del Signor B., allora Presidente del Consiglio, e la sua Medusa ha realizzato &lt;i&gt;LAssedio&lt;/i&gt;, pensando bene di non scagliarsi allepoca contro il suo finanziatore; per non parlare dei numerosi film finanziati in precedenza dalla Pentavideo) segue la scia invocando più contributi dello Stato, suggerendo di seguire lesempio della Francia, ottenendo una pagina intera de La Repubblica dell11 giugno 2007 (con inizio dellappello in prima pagina).</text><text_more>Non ci sarebbe nulla da eccepire se i contributi dello Stato alla cinematografia in Italia venissero elargiti secondo una meritocrazia culturale e professionale e non come invece avviene per ogni ente pubblico italiano, cioè solamente attraverso le conoscenze politiche, i nepotismi che imperversano dai registi, agli sceneggiatori, agli attori fino anche alle ultime maestranze che si aggirano sui set nostrani (un tempo fior di artigiani, oggi elettricisti, falegnami, disegnatori, tecnici del suono, delle luci ecc., molti dei quali purtroppo non sanno nemmeno svolgere il loro lavoro da un punto di vista prettamente professionale, probabilmente anche perché la competenza è lultima delle cose che viene loro richiesta per lavorare in tali luoghi). 
Viene cosi spontaneo chiedere al Maestro Bertolucci se sappia come e in base a quali criteri vengono poi devoluti i fondi pubblici in Italia. O, con implacabile sinteticità: ma dove vive Bertolucci? Su Marte probabilmente, rispetto a tutto il resto delle persone normali (che pur non vivendo allinterno di tali caste si rendono benissimo conto di in che razza di paese viviamo e come viene gestita tutta lamministrazione pubblica e non solo, nel bel paese). Suvvia, mica siamo in Francia o in altri paesi europei dove la gestione dei fondi pubblici avviene attraverso criteri di efficienza e di meritocrazia, cerchiamo di essere seri almeno per una volta, confrontandoci  nella (misera) realtà socio-culturale nella quale viviamo. 
Certo, ha risposto a Bertolucci una critica cinematografica nota in tutto il mondo (?) come Natalia Aspesi, che fagocita sulle pagine de La Repubblica del 14 giugno 2007 il cinema occupandosi del lato gossipparo-modaiolo dellarte cinematografica. Né più né meno che una Marzullo in gonnella, tanto per essere chiari, e daltronde se li meritano tali critici i registi del cinema italiano, visto che i loro comportamenti nella loro pratica professionale cozzano sempre contro i loro bei proclami, lanciati attraverso quellestablishment socio-culturale che fanno finta di combattere. &lt;a href=&quot;http://www.consequenze.org/Fin.cinema.htm&quot;&gt;Qui&lt;/a&gt; un esempio di come siano stati sperperati i soldi di noi contribuenti elargiti al cinema italiano dal 1996 al 2001, mentre per Antonio Angeli (Il Tempo, 22 maggio 2007) il totale dei contributi al cinema italiano nel decennio 1996-2005 ammonta a  724 milioni.
Daltronde basta vedere linchiesta di Report del 2004, &lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/watch?v=c2NTiS7zzJU&quot;&gt;Ciak sincassa&lt;/a&gt;, per comprendere come anche coloro che si lamentano facendo finta di essere contro questo sistema, in realtà abbiano preso finanziamenti pubblici (da Pupi Avati, il quale non ci ha risparmiato nemmeno un film incredibile nella sua bruttezza come quello di sua figlia debuttante alla regia, a Luca Barbareschi e Pasquale Squitieri, passando per Michele Placido, Marco Bellocchio, Giuseppe Piccioni ecc.)
Ecco quindi che non solo la politica è una casta a sé, ma anche il cinema si rinchiude nella propria casta, immergendosi in una bella sfera di vetro che lo fa essere solamente autoreferenziale e incapace di osservare la vera vita quotidiana di milioni di persone normali, che spesso faticano ad arrivare alla fine del mese. Una casta che esclude, nella propria autoreferenzialità stracolma di nepotismi, chiunque non abbia uguali possibilità economiche o conoscenti e/o parenti che appartengano al loro esclusivo circolo. 
D&apos;altronde se i registi continuano a credere che siano attori magistrali personaggi come Mastrandrea, Accorsi, la Buy, Santamaria, Pasotti, la Chiatti, la Capotondi, Scamarcio, la Rocca, Bisio, Silvio Orlando (che recita sempre, seppur bene, come faceva ai tempi di quando appariva in &lt;i&gt;Emilio&lt;/i&gt; o &lt;i&gt;Zanzibar&lt;/i&gt; per Mediaset, cioè interpretando solamente se stesso, come tutti gli attori italiani, che è per lappunto ciò che hanno sempre fatto i caratteristi, ma non gli Attori veri e propri) le figlie di Placido, Mezzogiorno ecc. si continuerà a non andare da nessuna parte. 
Il vero problema del cinema italiano è proprio questo: il 99% degli attori del bel paese che imperversano sui set italiani di oggi, fino a un quarto di secolo fa, tuttal più avrebbero potuto essere al massimo dei caratteristi (che poi è quello che sono), invece che primattori riconosciuti tali solo dallestablishment cinematografico italiano. Non è un caso che quei pochi attori decenti nel nostro desolante panorama cinematografico provengano direttamente dal palcoscenico (comico e non) come Antonio Albanese (tra laltro poco usato nel cinema) o come Kim Rossi Stuart. Questultimo, essendo cresciuto sui set fin da piccolo, si è sempre contraddistinto dagli altri per un senso del ritmo cinematografico che nessun attore italiano ha e, nonostante ciò, si è cimentato veramente con il teatro per appropriarsi ancor di più di una tecnica recitativa a cui nessuno pensa più. Il palcoscenico come banco di prova per un attore è qualcosa che da noi non si usa. Dalle scuole apposite escono giovani attori prontissimi per la pubblicità, per le fiction e per altre amenità, salvo poi presentarsi impreparati, quando non del tutto incapaci, a recitare per il grande schermo (a differenza dell&apos;Inghilterra, dove non è stata snaturata una tradizione attorica a vantaggio della breve strada per il successo commerciale costituita dalla tv e dalla pubblicità). 
Unulteriore prova di tale stato di cose proviene dal fatto che non esiste più un film italiano che venga salvato dalla recitazione di un attore, nel caso in cui non abbia una solida sceneggiatura o una scaltra regia, cosa che invece fino alla fine dei 70 poteva capitare benissimo. Film non riusciti nel complesso potevano essere sorretti dalle ottime prove degli attori. 
Perché per esempio i 100 autori, invece di riunirsi solo tra loro nelle proprie librerie commerciali, non affrontano il più grande e grave problema (purtroppo non lunico) del cinema italiano, che è quello della completa mancanza di attori decenti nel nostro paese? E questo perchè le varie scuole di recitazione. come il Centro Sperimentale di Cinematografia (che centri uno come Alberoni alla direzione è ancora un mistero, come daltronde le persone che vengono scelte per lavorare; tanto per fare un esempio, alla Sala Trevi non si sa a quale titolo e su quali criteri e curricula ottengano posti di lavoro persone prive delle basi culturali minime per lavorare in tali luoghi), e addirittura l&apos;Accademia d&apos;Arte Drammatica, non insegnano più a recitare se non per lavorare immediatamente negli sceneggiati raitivvù e Mediaset. 
Saranno anche i produttori a imporre ciò ai registi e agli sceneggiatori, ma costoro abbiano almeno la decenza e lonestà intellettuale e morale di essere sinceri, denunciando in pubblico una situazione palese, invece di piangere solamente miseria per le proprie tasche. 
Allora il teatro cosa dovrebbe dire? Certo non ha la critica di famosissime saggiste cinematografiche di fama mondiale come la Dall&apos;Oglio o la Aspesi, o dei vari Mereghetti, Crespi, Cabona, De Bernardinis e qualunquisti vari che gli diano visibilità. Eppure ancora si producono e si presentano nei teatri italiani delle grandiose messe in scena che riscuotono successo in tutto il mondo (dai classici Ronconi e Cecchi fino a Pippo del Bono, tanto per citare qualche esempio en passant). 
Se non iniziano per primi gli uomini di cinema a cercare di far piazza pulita del loro sistema marcio e a combattere per costruire un sistema culturale e cinematografico meritocratico e privo di nepotismi e favoritismi, non riusciranno mai a rappresentare altri che se stessi, incapaci di guardare oltre le soglie delle proprie ville. E in grado di proporre solo un misero cinema ombelicale.
Ecco oggi a cosa si è ridotto il Cinema Italiano: a una supercasta privilegiata capace unicamente di far quadrato intorno a sé. Intanto il ministro dei Beni Culturali Francesco Rutelli (che con la scusa di promuovere i beni del bel paese promuove solamente la propria figura di portavoce italiano del pontefice tedesco) ha ripristinato un organismo vetusto e antistorico come quello della censura (che ha colpito anche film come la commedia di Lars Von Trier &lt;i&gt;Il grande capo&lt;/i&gt;).

</text_more></entry>
<entry id='2322' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2322' author_id='1' authored_on='20070726210552' basename='ode_civile_per_la_morte_in_pia' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070726210552' modified_on='20070726211131' ping_count='1' status='2' title='Ode civile per la morte in piazza Alimonda: Carlo Giuliani' week_number='200730'><text>di &lt;a href=&quot;http://www.giugenna.com&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Giuseppe Genna&lt;/a&gt;

&lt;img alt=&quot;carlogiuliani.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/carlogiuliani.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;45&quot; border=&quot;0&quot; hspace=6 vspace=2 align=right /&gt;Noi inadatti a stare dentro di te
Tu più adatto, il più adatto a vedere in noi le faglie
di abominio che ci condannano
e hanno condannato te

Ero oggi dentro il bar e su di te quanto
a distanza di spazio e tempo stavano parlando
gli otri di carne rutilante
senza sentire quanto senti tu ora ovunque come te ovunque</text><text_more>il corpo che si rompe, la cinghia di trasmissione,
l&apos;erompere degli arti, la fuga dal miocardio,
tu divenuto immagine subito fattasi immagine
mentre sei carne e lo sei a oggi e io della carne parlo

del cingolato e dei gas e del torace parlo
e delle superstizioni che conducono ai poteri
all&apos;abbrivio sotto i completi in cotone blu
e al disinteresse che commercia i suoi sempiterni

trenta denari di cioccolato
avariato e carta stagnola dorata
la si crepa con l&apos;unghia sporca dell&apos;indice
si entra nel tuo cuore con l&apos;unghia sporca dell&apos;indice

l&apos;amico confuso telefonò: &quot;Sembra notte&quot;
ed era notte di glicini andati a male, di fiori sozzati
dalla lordura delle plastiche riciclate
e la miriade di sguardi guardava te

e quanto dopo avvenuto come un lampo di fosfene
le cattive parole di una lingua in rune
cattiva che formula amuleti in sillabe di carne
roteandola finché non sia informe spruzzando il sangue tutto alle pareti in schizzo

fino all&apos;osso, fino alla preghiera, fino all&apos;anestesia,
ruotando e ruotando per la vertigine dei nostri sensi lontani
la rete crollata permette all&apos;amico di sillabare:
&quot;C&apos;è un morto, mi rifugio colla bicicletta&quot;

&quot;Dove? Dove vai?&quot; &quot;Alla scuola&quot;
dove fino all&apos;anestesia delle preghiere io imploro che la scheggia
del mio cranio la vostra sostituisca
ah, l&apos;impotenza,

la svergognata propaggine di me sul tuo copo chino
reclinato tra la tua canotta intrisa e il granulato dell&apos;asfalto,
i carriaggi, gli svincoli, le smagliature del cielo
che la pupilla nirvanica osserva distesa impotente e serena

fammi dare pane, fammi estinguere la sete,
fammi chiedere perdono, veicola la mia richiesta
ovunque sia come ovunque stato
quanto abbiamo visto di lontano socchiudendo palpebre

colpevoli esse stesse all&apos;erompere del fosfene misterioso
che deflagra
tu deflagri, corpo di gloria disteso
io con la pietà cosa ho da rimborsare?, cosa

mi si spezza dentro?, in anni e anni
di incivile orgoglio per una morte sacra
come sacre sono tutte le morti
e sacro è il lutto che persiste quanto

è stato pronunciato nell&apos;ode di Calamandrei
letta di sillaba in sillaba nella sezione del Pci io piccolino
ripetendola per generare inutile la poesia
la poesia non ripara la crepa

questa è incivile propagazione della crepa (tu perdona),
di un male che non abbiamo saputo assorbire
poiché lo hai assorbito tu, caricatolo sulle spalle nude tue
anchilosate e puberali

e lo sguardo, e i cingolati e la speculazione
del mare che tiene a galla i container dei quali
si vantano i corpi cerei della nostra corruzione,
e la specie che ne viene strappata

o tu lacerazione che porti il nome italiano di Marx
o tu foro di proiettile della coscienza nostra oggi ancora
e cresce e che si allarga, tu
incunabolo dove riporre i sensi e le colpe e gli oggetti

della memoria, tu memoria che mi intridi
e che non hai pace mai ché sono armi rumorose le parole
e le medesime che spingono il proiettile
lungo la traiettoria precisa tra me e te

assommo su di me il male
assommo su di noi il male

noi creiamo qui e ora e sempre il cerchio in sassi
dentro la tua carne è intatta

il tuo sorriso spento è calma
di una estraneità che ci riguarda

impartisci la lezione
somministraci la terapia
risvegliaci dal sonno ottuso
crea la veglia urbana

con cui noi camminiamo nei giorni di afa nella città collosa ricordandoti per chiederti il perdono, per chiedere di comminarlo, per asserire il tuo sorriso che si inarca lieve, ovunque sotto i nostri passi incivili, noi che siamo restati a richiamarti, finché la vita non si separi, figlio dolce assolutissimo della calva terra

del mare che hai veduto luminare di lontano in un brillìo di mondo:
io mi piego a te, su di te mi piego
entra in ogni parola
desantifica le nostre immagini

illùminati</text_more></entry>
<entry id='2323' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2323' author_id='4' authored_on='20070728021511' basename='il_mito_del_cinema_italiano_as' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070728021511' modified_on='20070728021621' ping_count='2' status='2' title='Il mito del cinema italiano assistito' week_number='200730'><text>di &lt;b&gt;Mauro Gervasini&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Bertolucci.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Bertolucci.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;168&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;[Con questo intervento il nostro critico cinematografico, Mauro Gervasini, risponde all&apos;&lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2007/07/002321.html#002321&quot;&gt;articolo&lt;/a&gt; di Alessandro Morera apparso su &lt;i&gt;Carmilla&lt;/i&gt; nei giorni scorsi.]

Il cinema italiano è il più brutto del mondo. Così scriveva Paolo Bertetto parecchi anni fa. E la situazione forse non è cambiata, al di là delle frasi a effetto. Viviamo una grave crisi creativa perché è sempre più difficile, per chiunque, registi e sceneggiatori, riuscire a raccontare una società che si è fatta magmatica e confusa, pur se terribilmente omologata. Soprattutto, sono scomparsi i produttori, intesi in senso classico, figure centrali della nostra cinematografia del dopoguerra. Figure anche rapaci e interessate al profitto, in nome del quale sapevano però accollarsi il rischio dimpresa e sfoderavano un coraggio raro, ormai. Siamo invece di fronte a una nuova generazione di executive costretti a soddisfare una sola committenza, il duopolio Rai-Mediaset, con tutti i compromessi del caso. Senza i produttori è impossibile pensare a una rinascita del cinema italiano, perché qualunque nuova idea finirà per scontrarsi con il conformismo estetico e narrativo imposto dalla Tv, ormai unico sbocco per qualunque film, anche quello più dautore.</text><text_more>La crisi cè ed è gravissima. Ma ridurre i mali del nostro cinema a un problema di assistenzialismo è francamente scorretto. Non è vero che il movimento dei Centoautori chiede fondi pubblici in modo indiscriminato. Quello dello sperpero di denaro pubblico è il più demagogico dei cavalli di battaglia. Daccordo: scorrendo la lista dei film finanziati dallo Stato ci sono titoli che fanno accapponare la pelle, per quanto indegni di un qualunque contributo; ed è vero, come dice Mario Monicelli sullultimo numero di &lt;i&gt;Film Tv&lt;/i&gt;, che nelle commissioni preposte alla assegnazione dei fondi, dalle nostre parti, cè sempre il rischio che ci possano essere cretini, raccomandati e venduti. Tuttavia, per fare chiarezza, lItalia è uno dei pochi paesi dellUnione Europea nel quale il famigerato contributo NON È A FONDO PERDUTO. In parole povere, chi se lo vede assegnare ne deve restituire almeno il 70%. Per capirci ancora meglio: lo Stato elargisce alla carta stampata 650 milioni di euro allanno senza chiedere un centesimo indietro. Al cinema circa 70 milioni di euro e li rivuole quasi tutti. 

Vale la pena aprire una parentesi anche sulla cifra: 70 milioni di euro. In Francia vanno al cinema 500 milioni di euro (a fondo perduto, &lt;i&gt;ça va sans dire&lt;/i&gt;). Loro nel 2006 hanno sfornato 260 film, noi poco più di un quinto. Allora, dove sta lo scandalo? Il movimento dei Centoautori, per arginare almeno la crisi finanziaria del settore (il Fondo unico dello spettacolo viene sbranato a ogni Finanziaria) propone una cosa ben precisa, recepita (anche se in maniera ambigua, ma questa è unaltra storia) da un disegno di legge attualmente allesame del Senato, proposto dai senatori di maggioranza Franco e Colasio: il prelievo di scopo. Vale a dire: qualunque operatore utilizzi il cinema per ragioni di mercato, dalla Tv ai videofonini, deve investire una percentuale dei suoi ricavi in produzione, cioè nel cinema stesso. È una proposta vergognosa? Non lo credono altrove. Per esempio in Gran Bretagna, dove grazie al prelievo di scopo la Bbc e Channel Four sono da anni attori fondamentali nei processi di produzione. 

Questa proposta non risolverà la crisi creativa, non spazzerà il duopolio e difficilmente riporterà pluralismo nel mercato. Però potrebbe favorire una più equa distribuzione delle risorse, a vantaggio di chi il cinema lo pensa, lo scrive, lo immagina ma troppo spesso, in Italia, non trova poi i mezzi e le persone che glielo facciano fare. 

</text_more></entry>
<entry id='2324' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2324' author_id='4' authored_on='20070729025207' basename='in_memoria_di_stanislaw_lem_22' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070729025207' modified_on='20120622071320' ping_count='0' status='2' title='In memoria di Stanislaw Lem  2/2' week_number='200731'><text>di &lt;b&gt;Darko Suvin&lt;/b&gt; (trad. di Francesca Valentini)

&lt;img alt=&quot;Lem2.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Lem2.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;115&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;&lt;b&gt;2. Pro e Contro&lt;/b&gt;

CONTRO: Prenderò qui in esame come &lt;u&gt;primo&lt;/u&gt; testo la &lt;i&gt;Summa Technologiae&lt;/i&gt;, scritta (incredibilmente) intorno al 1960 e pubblicata in polacco alcuni anni più tardi. Si tratta di una descrizione panoramica, allepoca certamente ineguagliata, delle possibilità tecnologiche dei decenni e forse dei secoli futuri, che comprende riflessioni ben informate ed esaustive su civiltà cosmiche, macchine pensanti (lintellettronica, per usare la terminologia di Lem), la costruzione di mondi artificiali più perfetti dellattuale spazio virtuale (la fantomatica), e molti altri aspetti dellevoluzione tecnologica. La prima volta che lo lessi fu nelledizione russa degli anni 70, che poi confrontai con loriginale polacco e con la traduzione tedesca del 1981, basata sulla terza edizione polacca; ho combattuto invano per un quarto di secolo affinché fosse tradotta negli Stati Uniti - nessuno voleva rischiare il denaro necessario a tradurre 600 pagine di un testo difficile scritto da uno straniero in una lingua sconosciuta. Ma, mentre do per scontato che anche oggi potremmo imparare molto da questopera, trascurerò totalmente le idee e i temi più significativi per concentrarmi invece su un presupposto chiave che definisce e limita lopera: questo libro riguarda la progettazione di piani grandiosi senza una sola parola su chi sarà destinato a realizzarli.</text><text_more>È un libro privo di un soggetto agente. Più precisamente, il soggetto è allegorico: è un attante umano molto anemico e astratto (Condorcet ne sarebbe stato fiero, e in realtà Lem una volta dichiarò che il suo secolo preferito era il Settecento, sebbene pensasse più a Hume e al vescovo Berkeley). La tacita premessa è che lumanità futura non solo sarà unita ma anche &lt;u&gt;priva di tutti gli antagonismi tra ed entro i sistemi che hanno invece caratterizzato il XX secolo&lt;/u&gt;, che Lem chiamava capitalismo in crisi e socialismo degenerato (negli anni 50 Lem aveva pensato che il socialismo fosse il primo sistema dotato di un approccio scientifico alla società umana). 
Un altro elemento completamente sottaciuto, come si addice allo scientismo agnostico, è la religione (o piuttosto qualsiasi orizzonte articolato di valori), alcuni aspetti della quale (teologici e rituali, direi) affascinavano Lem ma vennero qui banditi. Ogni realizzazione delle grandiose possibilità previste da Lem presuppone lassenza di problemi quali le guerre, la fame, la povertà, le malattie evitabili (cioè la grande maggioranza), i conflitti di interesse tra gruppi o classi sociali opposti, loppressione da parte di enormi apparati politico-economici come la burocrazia e simili. Il portabandiera dellintellettronica, della fantomatica, delle architetture cosmiche (ricostruzioni di sistemi solari) di Lem potrebbe essere soltanto un concorrente tecnoscientista della marxiana società senza classi, in cui lo slogan comunista da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni (&lt;i&gt;Critica del Programma di Gotha&lt;/i&gt;) avesse realmente trionfato. Ma non pare esistere alcun collegamento tra i lettori del periodo 1960-1980 e quel futuro. A tal punto lo stalinismo aveva castrato persino un pensatore delleccellenza di Lem.
Spero di non essere frainteso: ho grande simpatia per molte visioni della &lt;i&gt;Summa technologiae&lt;/i&gt;, una fusione tra un&lt;i&gt;Encyclopédie&lt;/i&gt; razionalista aggiornata allera cibernetica e spaziale e la &lt;i&gt;Summa theologiae&lt;/i&gt; di Tommaso dAquino. Se fosse stata tradotta in inglese in tempo utile, i suoi brillanti fuochi dartificio ideativi ci avrebbero risparmiato tanti vicoli ciechi e molte discussioni, o perfino azioni, inutili. Ma mi disturba lesclusione ingiustificata di tutte le contraddizioni reali, eccetto quelle relative alla logica e alla logistica tecniche. 
Le premesse del volume sono presupposte ma mai poste. Generalizzando in maniera forse non troppo esagerata su questo capolavoro dossologico di Lem (considerato tale anche dallo scrittore stesso, come risulta dalle sue &lt;i&gt;Conversations&lt;/i&gt; con Beres&apos;), potremmo concludere che questa rimozione o &lt;i&gt;non-detto&lt;/i&gt; della politica e delleconomia, in breve del reale agire umano e delle forze collettive che lo plasmano, non solo costituisce il limite di Lem ma inquina e forse invalida buona parte delle premesse operative da lui scelte. La depravazione di quasi tutti gli orizzonti tecno-scientifici negli ultimi trentanni o più, completamente modellati dal profitto e della guerra, devono farci dubitare retrospettivamente di molti princìpi prima insospettati, fino a rifiutarli. 
Non parlo soltanto delle pretese assolutiste e cripto-religiose della scienza: Lem possedeva un fiuto magnifico per ogni assolutismo e non cadde in quella trappola. Ma il nostro dubbio deve, più radicalmente, abbracciare anche le &lt;i&gt;metodologie cognitive&lt;/i&gt; della scienza istituzionalizzata - in particolare, lassenza di un soggetto responsabile--per esempio nella &lt;u&gt;cibernetica&lt;/u&gt;, la scienza maestra per Lem (il suo fondatore, Norbert Wiener, il cui comportamento è ancora un brillante modello per noi, finì per dubitarne proprio per questo motivo). Forse intravedendo il problema, Lem parlò inizialmente di cibernetica sociologica: ma nella &lt;i&gt;Summa&lt;/i&gt; non cè alcuna sociologia. Pertanto, il tentativo di spiegare la guerra, la società e la politica economica in quanto dipendenti in ultimo dalla cibernetica, come fece Lem a partire dai &lt;i&gt;Dialogi&lt;/i&gt; degli anni 50, appare un atto di idealismo semi-strutturalista, inutile e alquanto tecnocratico. È vero che nelledizione ampliata del 1971 Lem parla autocriticamente dellillusione della cibernetica come pietra filosofale del nostro tempo; ma, perduta questa illusione, gli rimase solo il vicolo cieco del pessimismo. Nel tardo racconto fantascientifico camuffato da saggio, &lt;i&gt;Weapons Systems of the 21st Century&lt;/i&gt;, la formulazione di Lem suona ancora così: le tendenze evolutive delle tecnologie più importanti con applicazione militare erano indipendenti dal pensiero umano (trad. da &lt;i&gt;Waffensysteme des 21. Jahrhunderts&lt;/i&gt;, 16-17).
Concludo con un dubbio finale, forse il più eloquente; nella &lt;i&gt;Summa&lt;/i&gt; Lem non dice nulla sul &lt;u&gt;tipo di persona&lt;/u&gt; che avrebbe dovuto concretizzare le magnifiche invenzioni tecniche e le gesta conseguenti. Nondimeno, Dostoevskij era uno degli scrittori preferiti da Lem, che citò in più di unoccasione &lt;i&gt;Memorie dal sottosuolo&lt;/i&gt;. Un simile profilo o ruolo sociale, quello di chi professa un risentimento nietzscheano, sarebbe certamente incompatibile con i sogni a occhi aperti della tecnocrazia di Lem, e pertanto qui non viene considerato affatto; per non parlare poi degli speculatori di borsa, parassiti e guerrafondai, delle nuove imprese imperiali con il loro epiciclo postmoderno.
 Inoltre Lem rifiutò la dottrina freudiana (la psicoanalisi), sebbene nella sua narrativa non potesse evitare di procedere basandosi sullipotesi dellesistenza dellinconscio.Quale genere di identità o &lt;u&gt;coscienza&lt;/u&gt; (un termine chiave dei &lt;i&gt;Dialogi&lt;/i&gt; di Lem), quale psicologia sociale sarebbe dunque consustanziale alle ricche esperienze estreme della futura età delloro degli immensi spazi interiori e siderali? Vorrei proporre che la classica spiegazione dellIo come atomo indivisibile è unipotesi oramai sfumata al pari di quella analoga nella fisica. Se è così, allora la frammentazione dinamica e lincessante ricomposizione dellidentità in vari ruoli sociali, in particelle subatomiche sociopolitiche per così dire, distrugge anche il pilastro principale della scienza borghese o post-cartesiana, che Lem qui non mette in dubbio: lOggettivismo che può mettere tra parentesi qualsiasi soggettività. 
Nella &lt;i&gt;Summa&lt;/i&gt; non è possibile individuare soggetti dotati di una propria voce e identità: tutti gli attanti allegorici sono maschere della voce narrante Oggettivista; spesso si tratta di robot o di tipici esploratori (che poi nella sua narrativa migliore subiscono strane mutazioni non-Oggettiviste). Tra laltro, questa a mio parere è forse anche la ragione principale per cui la fantascienza, che non può usare personaggi tridimensionali, era così congeniale a Lem. Ma per la stessa ragione, al di là della vivacità delle sue idee e dei suoi scenari tecnologici, la sua dossologia socio-scientifica appare oggi aver bisogno di un sostanziale ripensamento. 

PRO: Il secondo testo che prendo in esame è &lt;i&gt;Solaris&lt;/i&gt;, il romanzo più famoso di Lem. Al di là delle quaranta traduzioni e delle due versioni cinematografiche (la seconda delle quali è meno insulsa rispetto alla parodia tarkovskijana, sebbene ampiamente inferiore al romanzo), la sua fama ha buone ragioni dessere, poiché non è soltanto plasmata da una delle consuete brillanti congetture della narrativa di Lem, in questo caso lallegoria del contatto cosmico con il Radicalmente Altro. Come unellissi a due fuochi, risulta plasmata anche da unipotesi psicologica, il sogno di una seconda possibilità, che consente di correggere gli atroci errori della nostra vita. 
Si potrebbe leggere &lt;i&gt;Solaris&lt;/i&gt; come una fertile oscillazione, o un fluttuare, fra un ottimismo cognitivo alla Lévi-Strauss e un pessimismo esistenziale schopenhaueriano. I due fuochi dellellissi si fondono nel protagonista, narratore e punto di vista del romanzo, Kris Kelvin. Non sono certo che Kelvin abbia (o debba avere) unidentità propria, ma certamente ha una voce, in cui si mescolano lonnipresente sete di conoscenza di Lem (dal mio punto di vista il suo tratto distintivo più prezioso e gratificante) e un&apos;intima sofferenza. Lo stesso nome di Kelvin può essere letto come una vaga allegoria, poiché come ho notato altrove Lem è uno scrittore di parabole moderne - modalità che fonde intimamente il veicolo narrativo e il tenore cognitivo o la conclusione. Kelvin  è il nome di uno scienziato, usato per indicare i gradi della temperatura assoluta, famosissimo sia nella scienza popolare che in quella teorica per via dello Zero Kelvin, o zero cosmico assoluto - a cui si può tentare di convergere asintoticamente ma che non può mai essere raggiunto (secondo il teorema di Nernst, noto anche come Terza legge della termodinamica). 
Come sempre in Lem, abbiamo qui a che fare con unallegoria ironica e parzialmente sovvertita: né il Contatto con lOceano vivente sul pianeta Solaris, né la redenzione solare della fallita relazione tra Kris e la sua amata Harey, portano a un facile &lt;i&gt;happy ending&lt;/i&gt;. Si potrebbe dire che in certo modo entrambi falliscono. Eppure alla fine - nello stupendo episodio finale dellaerea stretta di mano tra Kelvin e lOceano - è descritta come possibile una lieve approssimazione di questo contatto. 
In questo romanzo, il Dio delle trionfali illusioni della scienza diviene il pretesto per una magnifica e sarcastica simulazione fantomatica della scienza, la storia della solaristica, che costituisce una delle più trionfali realizzazioni di Lem. Questo Dio, e il suo Graal di un Contatto Sacro con gli Alieni, ha fallito; non altrettanto laccennata suggestione, alla fine, di un dio imperfetto ... le cui ambizioni oltrepassano i suoi poteri (forse scaturita dallentusiasmo di Lem nei confronti della fantascienza visionaria di Olaf Stapledon). 
&lt;i&gt;In conclusione&lt;/i&gt;, ciò mi sembra un ottimo esempio di quello che la grande fantascienza può darci: mostrarci, cioè, la nostra epoca (poiché nella fantascienza, più chiaramente che negli altri generi letterari, &lt;i&gt;de nobis fabula narratur&lt;/i&gt;) come età dei miracoli crudeli, unetà portatrice almeno della possibilità di una fede scettica. Le contraddizioni evitate in molte opere saggistiche di Lem, e in certa narrativa meno riuscita, tornano qui nella descrizione e compenetrazione dellorizzonte nero o distopico, caratteristico delle cosiddette nuove mappe dellinferno di molta parte della migliore fantascienza in lingua inglese degli anni 50, con il roseo o utopico orizzonte socialista, caratteristico della prima fase di Lem, che dal mio punto di vista ha giustamente nutrito giovanili speranze umanistiche per la scienza e la politica, per esempio in opere come &lt;i&gt;The Magellan Nebula&lt;/i&gt;. 
Come ho concluso in merito allapogeo di Lem (in Open-Ended), il suo posto unico nella storia della fantascienza è dovuto alla personale fusione tra speranza luminosa e amara esperienza, tra la visione di una possibile e necessaria strada aperta verso il futuro e la visione di pericoli sicuri e probabili sconfitte inevitabilmente legati al rischio dellapertura al nuovo. Nessuna cognizione degna di questo nome è predeterminata religiosamente. In questo senso, &lt;i&gt;Solaris&lt;/i&gt; è, come molta fantascienza, un &lt;i&gt;puzzle&lt;/i&gt; - enigma o rebus - e una parabola; ma, a metà strada tra Brecht e Kafka, o forse dovrei dire tra Lévi-Strauss e Borges, è una parabola paradossalmente &lt;u&gt;aperta&lt;/u&gt;. 
Non esiste alcun sistema dogmatico di certezze cui fare riferimento. Per utilizzare termini pertinenti al retroterra polacco, Lem si è lasciato alle spalle i sacri libri del cattolicesimo e rifiuta i libri sacri sia dello stalinismo che del liberalismo ottimistico. Nei lavori migliori, la dialettica di Lem descrive le contraddizioni interne a uniniziativa tramite un continuo spostamento tra diversi livelli cognitivi. Ciò appare più evidente nelle satire, per esempio nelle grottesche favole robotiche e nel picaresco cosmico del suo Ijon Tichy. Lo spirito di questo stile pone Lem nella tradizione dei &lt;i&gt;contes philosophiques&lt;/i&gt; di Swift e Voltaire, o del suo romanzo preferito, il &lt;i&gt;Don Chisciotte&lt;/i&gt;. 
Al di là del &lt;i&gt;puzzle&lt;/i&gt; e della parabola, vorrei rendere a Lem il più grande omaggio possibile affermando che lavvicinamento alla cognizione --compresa la cognizione della scienza --rappresentato in &lt;i&gt;Solaris&lt;/i&gt; è una valida forma di cognizione di certi aspetti importanti del nostro vivere in comune. Tale comprensione è particolarmente valida e preziosa ai nostri giorni, in cui stiamo cadendo sotto il dominio di una scienza orientata al profitto, la cui gamma va dallindustria degli armamenti a quella farmaceutica fino alla biogenetica e presto arriverà alle manipolazioni nanotecnologiche. Poiché, per citare Marcuse, ogni  cattiva comprensione della realtà è al tempo stesso una cattiva comprensione della libertà.
È facile ravvisare in Lem lo scrittore di fantascienza più significativo al di fuori dellarea linguistica inglese, al livello dei migliori della brillante galassia anglo-americana degli anni 1940-75. Ma sono soprattutto i suoi ostinati avvertimenti contro le soluzioni finali statiche, la sua posizione al crocevia delle più importanti culture e ideologie europee, accanto a una profonda interiorizzazione dei problemi dalla cibernetica e della teoria dellinformazione, la sua capacità di fondere i dilemmi della scienza ultramoderna e delle più antiche eresie cosmologiche, il suo strabiliante virtuosismo formale, a fare di Lem una delle voci più rilevanti e peculiari della letteratura mondiale.


&lt;b&gt;Bibliografia secondaria&lt;/b&gt;

La voce Lem a cura di Suvin (1995) cita un elenco completo delle pubblicazioni di Lem fino al 1994, oltre a opere critiche pubblicate in periodici inglesi. La lista che segue è limitata a lavori in lingua inglese e tedesca, eccezion fatta per il testo di Beres cui mi riferisco nel mio testo. Molte opere degli ultimi ventanni sono tratte dal &lt;a href=&quot;http://library.tamu.edu/cushing/sffrd/default.asp &quot;&gt;Science Fiction and Fantasy Research Database&lt;/a&gt; (consultato il 29/3/2006), che ringrazio infinitamente nella persona del curatore Hal W. Hall, della Cushing Library, Texas A&amp;M University (College Station, TX). 

Arndt, Holger. Stanislaw Lems Prognose des Epochenendes: Die Bedrohung der menschlichen Kultur durch Wissenschaft, Technologie und Dogmatismus. Darmstadt, 2000.
Balcerzan, Edward. &quot;Seeking Only Man: Language and Ethics in Solaris,&quot; in R.D. Mullen &amp; D. Suvin eds., Science-Fiction Studies: Selected Essays on Science Fiction 1973-1975.  Boston, 1976, 141-45. 
Beehler, Michael. &quot;Speculation&apos;s Fiasco: Lem, Ethics, and Alterity,&quot; in B. Cooke et al. eds.,  The Fantastic Other. Amsterdam, 1998. 
Beres&apos;, Stanis&#322;aw. Rozmòwy ze Stanis&#322;awem Lemem. Krakòw, 1987. 
Berthel, Werner ed. Insel Almanach auf das Jahr 1976: Stanislaw Lem. Frankfurt a/M, 1976. 
Csicsery-Ronay, Istvan, Jr. &quot;Modeling the Chaosphere: Stanislaw Lem&apos;s Alien Communications,&quot; in N.K. Hayles ed., Chaos and Order. Chicago, 1991, 244-62. 
Davis, J. Madison. Stanislaw Lem. Mercer Island WA, 1990. 
Flessner, Bernd. Weltprothesen und Prothesenwelten: Zu den technischen Prognosen Arno Schmidts und Stanislaw Lems. Frankfurt a/M, 1991. 
Jarzebsky, Jerzy. &quot;Stanislaw Lem, Rationalist and Visionary,&quot; in R.D. Mullen &amp; D. Suvin eds., Science-Fiction Studies: Selected Essays on Science Fiction 1976-1977. Boston, 1978, 217-33.
Keller, Lech. Stanislaw Lem&apos;s Theory of Science Fiction Literature. Monash University Polish Studies. Clayton VIC, 1997. 
Lem, Stanislaw.  Micromondi. Trad. Angela Cacopardo e Alberto Zoina, Roma, 1992.
---. Phantastik und Futurologie, 2 vols. Frankfurt a/M, 1977-1980.  
---. Science Fiction: Ein hoffnungsloser Fall mit Ausnahmen.  Frankfurt a/M, 1987.
Marcuse, Herbert.  L&apos; uomo a una dimensione: l&apos;ideologia della societa industriale avanzata. Trad. Luciano Gallino e Tilde Giani Gallino, Torino, 1967.. 
Marzin, F.F., ed.  Stanislaw Lem.  Meitingen, 1985. 
Nudelman, Rafail. &quot;Labyrinth, Double and Mask in the Science Fiction of Stanislaw Lem,&quot; in  P. Parrinder ed.,  Learning From Other Worlds. Liverpool, 2000, &amp; Durham NC 2001, 178-92.  
Rzeszotnik, Jacek. Ein zerebraler Schriftsteller und Philosoph namens Lem. Wròclaw, 2003. 
Science-Fiction Studies, special Lem issue vol 13, no.4  (1986).  
Suvin, Darko. &quot;Lem,&quot; in J. Clute ed., The Encyclopedia of Science Fiction. London: Little, Brown, &amp; New York: St. Martin&apos;s P, 1993, 710-12; idem, in Grolier Science Fiction. Danbury, CT: Grolier Electronic Publ., 1995 [CD-ROM]. 
---. &quot;The Open-Ended Parables of Stanis&#322;aw Lem and Solaris,&quot; postfazione a S. Lem, Solaris. New York, 1976. 
Thomsen, C.W.  &quot;Robot Ethics and Robot Parody,&quot; in  T.P. Dunn  ed., The Mechanical God.  Westport, CT, 1982. 
Ziegfeld, Richard E. Stanis&#322;aw Lem. New York, 1985.

&lt;b&gt;Stanislaw Lem: Bibliografia italiana essenziale&lt;/b&gt;, a cura di Francesca Valentini e Salvatore Proietti.
 
Per una bibliografia completa, si può consultare il &lt;a href=&quot;www.fantascienza.com/catalogo/&quot;&gt;Catalogo di fantascienza, fantasy e horror&lt;/a&gt;, a cura di Ernesto Vegetti et al. 

Lospedale dei dannati (Szpital przemienienia). Tr. Vera Verdini. Torino: Bollati Boringhieri, 2006.
Il pianeta morto (Astronauti, 1951). Tr. Elena Strada Montiglio. Milano, Baldini &amp; Castoldi, 1963.
Memorie di un viaggiatore spaziale (Dzienniki gwiazdowe, 1957). Tr. Pier Francesco Poli. Milano, Marcos y Marcos, 2004.
Eden (Eden, 1959). Tr. Vilma Costantini. Milano, Mondadori, 1996 (Classici Urania 235).
Lindagine (Sledztwo, 1959). Tr. Lorraine De Selle. Milano, Mondadori, 1989 (Classici Urania 153).	
Solaris (Solaris, 1961). Tr. Eva Bolzoni. Milano, Mondadori, 2005.
Ritorno dalluniverso (Powrót z gwiazd, 1961). Tr. Pier Francesco Paolini. Milano, Mondadori, 1989.
Fiabe per robot (Bajki robotów, 1964). Tr. Marzena Borejczuk. Milano, Marcos y Marcos, 2005.
Linvincibile (Niezwyciezony, 1964). Tr. Renato Prinzhofer. Milano, Mondadori, 2003.
Cyberiade (Cyberiada, 1965). Tr. Riccardo Valla. Milano, Marcos y Marcos, 2003.
I viaggi del pilota Pirx (Opowies&apos;ci o pilocie Pirxie, 1968). Tr. Robert Lewan&apos;ski. In Il congresso di futurologia, Roma, Editori Riuniti, 1981.
Vuoto assoluto (Doskonala próznia, 1971). Tr. Alberto Zoina. Roma, Editori Riuniti, 1990.
Il Congresso di futurologia (Kongres Futurologiczny, 1971). Tr. Sandra Cecchi, rev. Marzena Borejczuk. Milano, Marcos y Marcos, 2003.
Micromondi (saggi, 1971-84). Trad. Angela Cacopardo e Alberto Zoina. Roma, Editori Riuniti, 1992.
Il pianeta del silenzio (Fiasko 1986). Tr. Riccardo Valla.  Milano, Mondadori, 1995 (Classici Urania 221).
Pace al mondo (Pokój na ziemi, 1987). Tr. Silvia Lalia. Milano, Mondadori, 1995 (Urania 1271).


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<entry id='2325' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2325' author_id='4' authored_on='20070730043100' basename='israele_salvato_da_furio_colombo' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070730043100' modified_on='20070730043757' ping_count='0' status='2' title='Israele salvato da Furio Colombo' week_number='200731'><text>di &lt;b&gt;Gianluca Bifolchi&lt;/b&gt; (da &lt;a href=&quot;http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=3384&amp;lg=it&quot;&gt;Tlaxcala&lt;/a&gt;)

&lt;img alt=&quot;FineIstraele.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/FineIstraele.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;181&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;[Di norma, nei limiti del possibile, &lt;i&gt;Carmilla&lt;/i&gt; evita di pubblicare contributi che non siano originali. Una delle possibili eccezioni è la rilevante importanza del testo, degno di essere fatto conoscere. E&apos; il caso, secondo noi, di questa recensione di Gianluca Bifolchi, apparsa su &lt;a href=&quot;http://www.tlaxcala.es/&quot;&gt;Tlaxcala, la rete dei traduttori per la diversità linguistica&lt;/a&gt;. Anche il sito e il suo progetto meritano di essere pubblicizzati.] (&lt;b&gt;V.E&lt;/b&gt;.)

Furio Colombo, &lt;i&gt;La fine di Israele&lt;/i&gt;, Il Saggiatore, 2007, pp. 127,  10,00.

La ragione per cui Furio Colombo ha scritto &lt;i&gt;La fine di Israele&lt;/i&gt; è chiarita nellintroduzione, dove lautore ricorda una manifestazione di solidarietà a Israele tenutasi un anno fa al Portico dOttavia, il vecchio ghetto ebraico di Roma, nellinfuriare della guerra in Libano tra Israele ed Hezbollah. Colombo, che ovviamente vi prese parte, ricorda con amarezza il cortese ed educato apprezzamento della comunità ebraica verso i leader di sinistra presenti e i tripudi e le ovazioni riservati invece a Fini, Schifani, Cicchitto e compagnia bella.</text><text_more>Ciò che ai più appare come ovvio, e che spiega perfettamente questo episodio, e cioè la perfetta conformità della causa di Israele ai valori, ai principi e agli obiettivi della destra occidentale, è invece per Colombo frutto di un malinteso e di una pericolosa situazione di isolamento in cui lo stato ebraico è venuto a trovarsi in età posteriore al suo stabilimento, e che ora lo costringerebbe a trovarsi discutibili alleati in un innaturale connubio che potrebbe avere esiti esiziali per la sopravvivenza stessa di Israele.

Israele appartiene alla sinistra, dice Colombo, che sapendo bene come unidea del genere apparirà ai più un paradosso o una provocazione, scrive un libro per dimostrare che non è né luno né laltro. Convincere la gente alla sua tesi servirà non solo a Furio Colombo per non passare più alle spalle di Gianfranco Fini nelle manifestazioni al Portico dOttavia, ma anche, per soprammercato, a salvare Israele da se stesso, oltre che dai suoi nemici giurati, perché, ci assicura Colombo, senza la sinistra Israele non può sopravvivere.

Che Israele appartenga alla sinistra è ovviamente un problema storico, e può essere utile fornire qualche esempio di come Colombo tratta i dati storici quando si tratta della sua opera apologetica a favore di Israele.

Nello smilzo capitoletto con cui Colombo cerca di parare come può ai danni dellultimo libro di Jimmy Carter (&lt;i&gt;Peace, not apartheid&lt;/i&gt;), uno dei suoi grandi eroi liberal insieme a Kennedy, che oggi accusa senza mezzi termini Israele di gestire un ripugnante sistema di apartheid su base razziale, leggiamo questa frase di apertura: Chi è Jimmy Carter? E il Presidente americano di Camp David, luomo che nel 1978 ha insistito nel tenere le mani del primo ministro Begin e del capo dellOLP Arafat (che allora non era ancora il presidente dellAutorità Nazionale Palestinese) fino a far incontrare quelle due mani (pag. 111).

Naturalmente non è mai accaduto niente del genere. Colombo confonde lincontro tra Begin e il presidente egiziano Anwar Sadat -- effettivamente patrocinato da Carter -- con lincontro tra Rabin e Arafat, sempre a Camp David nel, 1994, nel quale fu Clinton e non Carter a insistere nel tenere le mani dei due leader fino a quel momento nemici.

Nella pagina successiva leggiamo Jimmy Carter, il presidente buono che ha preferito lumiliazione degli ostaggi (il personale dellambasciata americana a Teheran tenuto sotto sequestro per mesi dai militanti khomeinisti e fondamentalisti dellIran) allazione di guerra, accusa Israele dello stesso delitto,.... (pag. 112).

Si, si può metterla così e dire che Carter rinunciò allazione di guerra, a condizione di dimenticare il tentato raid su Teheran nel 1980, finalizzato alla liberazione degli ostaggi, abortito per vari problemi tecnici tra cui la collisione di un elicottero e di un C130 proprio a inizio missione in cui trovarono la morte otto soldati americani. Insuccesso che tra le altre cose costò a Carter la rielezione.

Quanto alla bontà dispiegata da Carter nei suoi rapporti con lIran si potrebbe ricordare lassistenza continua fornita dalla sua amministrazione fino a qualche mese prima alla Savak, la polizia politica dello Sha, che secondo Amnesty International era lorganizzazione con il primato planetario del più sistematico ricorso alla tortura contro i dissidenti del regime. Ma a parte questultimo punto, dovuto alla visione fiabesca della politica estera USA di Colombo, le altre due sviste possono essere dovute ai tempi rapidi di edizione di un instant book come &lt;i&gt;La fine di Israele&lt;/i&gt;. Ma quando la stessa mancanza di accuratezza tocca questioni più connesse al merito della storia di Israele allora ci troviamo di fronte a un problema più serio.

Riportiamo un brano da pagina 16: Gli Israeliani hanno cominciato ad abitare un piccolo pezzo di Palestina, quando era territorio dellex Impero Ottomano reclamato proprio dalla Giordania, e occupato dalle truppe e dallamministrazione dellImpero Britannico. Lo hanno fatto su mandato delle nazioni Unite (1948). Nello stesso giorno è stato istituito un piccolo stato palestinese - altrettanto nuovo e mai esistito prima - che però tutti gli Arabi (non i Palestinesi, ma il potere dei grandi paesi arabi dellarea), hanno rifiutato, iniziando subito una catena di guerre.

Lunico atto dellONU che fonda la nascita di Israele accanto a uno stato palestinese è la risoluzione dellAssemblea generale numero 181, del 28 Novembre 1947, e non 1948. Tale risoluzione era per altro un semplice suggerimento vincolato allaccettazione di entrambe le parti e di per sé non istituiva un bel niente. Il rifiuto di parte palestinese, cioè dei leader delle comunità palestinesi, e non genericamente degli Arabi, come sostiene Colombo, non era affatto il rifiuto dello stato palestinese, ma latto legittimo di ripulsa del suggerimento, che gli toglieva qualunque effetto legale. LONU era talmente consapevole di ciò che nel 1948 approvò la risoluzione 194 che cercava di aggirare il rifiuto palestinese ma vincolava Israele a riaccogliere i profughi della Nakba, pena la nullità della risoluzione. Israele rispose con una legge che proibiva il riaccoglimento anche di un solo profugo. Inoltre, per tornare al piano di partizione del 1947, a pagina 104 Colombo dice che la risoluzione con cui nasceva Israele passò allunanimità, mentre in realtà il risultato delle votazioni della 181, unica risoluzione a cui Colombo può fare riferimento sia pure sbagliando lanno, fu di 33 a favore, 13 contrari, e 10 astenuti.

Sempre parlando di questo periodo Colombo sostiene che fu lUnione Sovietica il principale  patrocinatore di Israele, vincendo anche qualche riluttanza americana, ma lunico fatto storico che sostanzia minimamente questa affermazione è che lUnione Sovietica fu la prima nazione a riconoscere su base bilaterale Israele dopo la unilaterale Dichiarazione di Indipendenza di questo nel 1948. Un atto diplomatico tra due stati che non ha nulla a che vedere con lONU, che ammetterà Israele come stato membro solo un anno dopo. Quanto alla presunta riluttanza degli USA, qualora pure si sia manifestata in una qualunque fase del processo della nascita dello stato dIsraele, essa non fece certo capolino in occasione dellapprovazione del  Piano di Partizione, che fu una creatura fortemente voluta da Harry Truman, che aggirò il Dipartimento di Stato, fortemente contrario, e fece enormi pressioni su stati che si trovavano in una situazione di dipendenza verso gli USA, come le Filippine, il cui originario orientamento di voto era contrario.

Abbiamo accordato il beneficio del dubbio a Furio Colombo ammettendo la possibilità che le sciocchezze che dice a proposito del primo vertice di Camp David nel 1978 e della crisi degli ostaggi in Iran nel 1979 possano essere sviste dovute alla fretta di far uscire subito un instant book. Ma come dobbiamo considerare le sciocchezze che dice a proposito dei dati storici della nascita di Israele e della fatidica data del 1948? Ignoranza o deliberata disinformazione? E ammettendo che quella dellignoranza sia unaccusa meno grave per un giornalista che non lopera di attiva disinformazione, come può quadrare questa ignoranza con laffermazione che Colombo fa nel libro di avere una esperienza pluridecennale di sostegno allo stato di Israele? Non ha avuto il tempo di leggere anche solo i testi ufficiali delle risoluzioni ONU?

Ma forse tra ignoranza e deliberata disinformazione esiste una terza possibilità, più convincente e più vicina alla tesi dellignoranza, anche se non si identifica del tutto con essa. Nella sua opera di propagandista filo-israeliano Furio Colombo prova un sovrano disprezzo per il dato storico-filologico, intanto perché sa o intuisce che è meglio non andare a vedere queste cose troppo da vicino, ma soprattutto perché è convinto che labilità letteraria (che nessuno gli contesta) unita a quella particolare retorica di cui dà saggio nel libro, e cioè la traduzione del programma sionista nel linguaggio politico della sinistra, gli permetterà di evitare gli inconvenienti della sua documentazione fragile e rachitica.

Campioni di questa retorica sono disponibili a ogni voltar di pagina, limitiamoci dunque ad esaminarne uno. Scrive Colombo a pagina 20: Ma chi si è formato nel ricordo della Resistenza, che è stata liberazione dal razzismo e dalle persecuzioni, con amara sorpresa si trova di fronte ad un aspro sentimento di rabbia e di sdegno contro Israele, nato dalla vittoria contro il nazismo e il fascismo, e quindi dalla Resistenza.

In queste poche parole Furio Colombo comincia ad autonominarsi curatore testamentario della Resistenza, giacché lui più di chiunque altro ne conosce i valori autentici e sa che i suoi eredi più fedeli amano Israele. E ben possibile che a sinistra si trovi qualcuno che verso Israele covi invece un sentimento di sdegno e di rabbia, anzi sono un bel po dato che il libro &lt;i&gt;La fine di Israele&lt;/i&gt; parla  proprio della solitudine di Israele rispetto alla sinistra mondiale, o almeno europea. Ma la cosa si spiega subito col fatto che tra questa sinistra ipermaggioritaria a cui non piace Israele, non vi è alcuno che si è formato nel ricordo della Resistenza, che è stata liberazione dal razzismo e dalle persecuzioni. A differenza di Colombo. E se questa gente di sinistra dice che invece si ispira proprio alla Resistenza al nazi-fascismo nella sua ostilità a Israele, è perché sta parlando di unaltra resistenza e non di quella su cui Colombo - grande storico, come abbiamo visto - ha apposto il suo personale certificato di origine controllata.

Inoltre, seguendo il suo tipo di logica deduttiva (e quindi...) si potrebbe sostenere che la CIA è una grande istituzione antifascista, essendo nata dalla ristrutturazione dellOSS, linsieme dei servizi di intelligence americani che combatterono Hitler, e pazienza che la CIA sia stata langelo custode di quasi tutti i regimi fascisti del mondo dalla seconda guerra mondiale a oggi, spesso in joint venture con Israele (si pensi al Sud Africa, al Guatemala e al Salvador negli anni 80).

Altro esempio delle frasi vuote di Colombo è la sua equiparazione del sionismo al Risorgimento italiano (e cara grazia che dopo la Resistenza e il Risorgimento non abbia citato anche Pietro Micca, Pier Capponi, i vespri siciliani, le guerre puniche e Furio Camillo). Il concetto sarebbe che lItalia è diventata uno stato unitario attraverso il Risorgimento e Israele attraverso il Sionismo, pari pari  e senza resto. Violento fu il Risorgimento e violento, necessariamente ma altrettanto legittimamente, fu lattuazione del progetto sionista. Nel riconoscere che vi furono violenze sioniste nella fase di fondazione di Israele Colombo fa almeno lo sforzo di prendere le distanze dallosceno slogan Un popolo senza terra per una terra senza popolo, con cui si giustificarono da parte sionista le violenze che Colombo ammette e che, giova ricordarlo, si concretarono in niente di meno che unopera di pulizia etnica della precedente popolazione indigena. Ma la vera obiezione è che prima del Risorgimento solo Metternich negava che ci fosse un territorio che si chiamava Italia e che questa Italia apparteneva agli Italiani che vi vivevano da sempre. Non erano uno stato unitario, ma erano un popolo e una nazione che viveva sul suo territorio avito, e le cui aspirazioni verso lIndipendenza erano state ostacolate nei secoli dalle potenze straniere occupanti e dalla Chiesa. Nella terra di Palestina non cera niente del genere prima dellinizio del progetto sionista. A questa difficoltà Colombo risponde in due modi. Primo, come un qualunque stupido studente Yeshiva scrive: Le Nazioni Unite non hanno scelto i territori palestinesi da concedere ad Israele: la scelta era stata fatta secoli prima dal celebre saluto della Diaspora (Lanno prossimo a Gerusalemme), e poi prosegue: ...ed era stata confermata, come fede e invocazione pubblica, dal sionismo laico e socialista, nato negli stessi anni in cui i patrioti italiani proclamavano Roma..., sottintendendo che folklore ebraico e fantasie sioniste sono una fonte di diritto più che sufficiente a far si che la scelta degli Ebrei di prendersi la terra dei Palestinesi sia la cosa più naturale e legittima del mondo.

Il secondo argomento, meno vacuo e più sottilmente consapevole della natura coloniale e aggressiva del progetto sionista, è laffermazione che non vi era mai stato uno stato di Palestina prima dellimmigrazione sionista, neanche nella forma frammentaria degli staterelli italiani prima dellunificazione. La nozione viene ripetuta, e ripetuta, e ripetuta, per arrivare a suggerire, senza mai dirlo esplicitamente, che se non vi era  uno stato nellaccezione propria del termine, non vi erano perciò neanche diritti nazionali da parte delle popolazioni indigene, e dunque vi era un diritto di predazione da parte di chi, venendo da fuori, poteva disporre di più ricchezza e forza militare. Questo era vero per i nuovi predoni coloniali, i Britannici, subentrati agli Ottomani, ed era vero per i predoni Ebrei sionisti, che utilizzarono linfrastruttura coloniale britannica per forzare le porte dellimmigrazione, e per sfruttare lignoranza dei contadini palestinesi, che non sapevano difendersi legalmente dai frutti avvelenati del recente codice civile ottomano, che inventava proprietà individuali dove per secoli cerano stati diritti comunitari, permettendo al Fondo Nazionale Ebraico di acquistare da privati che vivevano a Damasco o a Istambul terre comuni che appartenevano alle comunità contadine, che col lavoro di generazioni avevano reso fertili i suoli e creato un ammirevole rete di irrigazione.

Gli esempi potrebbero essere moltiplicati, ma già dovrebbe essere chiaro il procedimento di Furio Colombo: si prendono parole come Olocausto, Resistenza, Risorgimento, Sionismo, gli si dà una bella shakerata, e si crea un alone emotivo in cui cose molto diverse tra loro appaiono come se fossero la stessa cosa. A questo punto ci si rivolge alla sinistra e si dice: lo vedete? Se siete di sinistra non potete che amare Israele. Qualche amante dei beveroni potrebbe anche cascarci.

Altra mossa di Furio Colombo è la menzione costante di David Grossman come campione dellanima più profonda di Israele, e della vocazione di Israele alla pace. Come si mettono i critici di sinistra di Israele di fronte a Grossman, che ovviamente li spiazza? Colombo sembra dare per scontato che la figura di David Grossman sia al di là di ogni critica, e questo perché quando &lt;i&gt;La Repubblica&lt;/i&gt;, giornale &lt;i&gt;di sinistra&lt;/i&gt;, vuole un articolo pacifista sul conflitto israelo-palestinese, lo fa scrivere a Grossman. Torneremo in seguito su questa confusione che Colombo fa costantemente tra lufficialità della sinistra dei partiti e dei grandi organi di stampa, e le opinioni e i sentimenti reali della gente di sinistra. Sta di fatto che David Grossman non è affatto la moglie di Cesare, e può essere messo in discussione eccome. Il fondamentale sionismo di Grossman lo porta a evitare attentamente qualsiasi analisi sulle cause reali del conflitto, rendendo blande le sue critiche alle posizioni Israele e riducendo tutto il suo discorso sulla pace a un appello ai buoni sentimenti. La prova migliore di ciò è che le organizzazioni pacifiste e dei diritti umani di Israele ignorano del tutto, o quasi, David Grossman, come Oz e Yehoshua, in quanto autori di un pacifismo letterario tutto a uso e consumo della patinata stampa europea. La natura dellimpegno di pace dei tre si può cogliere dalla loro lettera di appoggio allinvasione del Libano un anno fa, pubblicata quando tutti credevano che Israele avrebbe vinto, e smentita da unaltra lettera, ancora firmata dai tre e invocante stavolta la pace, pubblicata pochi giorni prima della cessazione delle ostilità, quando era ormai chiaro che Israele non poteva venire a capo di Hezbollah. Istinti pacifisti che, come un fiume carsico, appaiono e scompaiono secondo i pronostici  sullandamento delle operazioni di IDF.

Ma cè ancora qualcosa da dire su Grossman. I suoi limiti, di cui Colombo non ha e non può avere sospetto, sono fondamentalmente ideologici, legati al suo sionismo che gli impedisce  di assumere condotte che potrebbero davvero impensierire Israele. Di fatto, nel volere essere la coscienza critica di Israele, Grossman riesce solo a esserne il fiore allocchiello agli occhi dellopinione pubblica internazionale. I suoi accorati appelli alla pace fanno meno per rimuovere gli ostacoli che vi sono dentro Israele per muoversi in quella direzione, che non per permettere ai difensori di Israele di dire: Come potete dire che siamo dei guerrafondai quando i nostri più grandi scrittori, Grossman, Oz e Yehoshua non fanno che parlare della necessità di fare la pace con i Palestinesi e il mondo arabo? Ciononostante i limiti di Grossman sono essenzialmente ideologici, e lui non può agire in maniera davvero incisiva perché dovrebbe mettere in discussione troppi tabù. Ma questo non significa, nella modesta opinione di chi scrive, che Grossman non abbia una sua integrità e un sincero desiderio di pace, per quanto perseguito in modo inadeguato. Ed è bene dire subito che se Colombo, implicitamente, attraverso la menzione elogiativa di Grossman vuole suggerire al lettore di &lt;i&gt;La fine di Israele&lt;/i&gt; che il Grossman italiano è lui, questa pretesa va confutata subito. Di Grossman Colombo non ha lintegrità, e il suo desiderio di pace è assai più di circostanza e retorico, essendo in realtà tutte le sue energie impegnate nellapologia di Israele. Furio Colombo non è il Grossman italiano, è il Dershowitz italiano, cioè il fabbricante su scala industriale di sofismi filo-israeliani in salsa liberal-sinistroide. Il consenso dei progressisti, spendibile sul piano politico in Medio Oriente come in Italia, gli interessa assai più della pace.

Dove però la meschinità dialettica di Furio Colombo rifulge nel modo più brillante è quando arriva a parlare dei nemici diretti di Israele, che sono nellordine i ricchi paesi arabi, lIran, Hezbollah e Hamas. No, tra i nemici di Israele non si annoverano i Palestinesi, per qual tanto di etica della politica che Colombo ha in comune con Walter Veltroni.

I ricchi stati arabi vengono continuamente presentati nel libro per ribaltare la comune visione di Israele, stato ricco e potente, di suo e per i gli appoggi internazionali di cui gode, proponendo un nuovo schema Davide (Israele) e Golia (stati arabi), dove la differenza del potere è data dal petrolio, che gli Arabi hanno e Israele no. Avendo già dato allinizio un assaggio di cosè la storia contemporanea per Furio Colombo si ha limpressione di sparare sulla  Croce Rossa quando si ricorda che i paesi leader del nazionalismo arabo, il nemico storico di Israele prima del sorgere della minaccia islamista, erano lEgitto e la Siria, paesi con una produzione di petrolio modesta, e il cui rango internazionale era dovuto semmai allalleanza con lUnione Sovietica. Analogamente si può ricordare che i paesi del Golfo, a partire dallArabia Saudita, sono satrapie filo-occidentali, che non normalizzano i rapporti con Israele perché la gente farebbe cadere quei regimi in cinque minuti. Gli unici stati che rientrano nella caratterizzazione di Colombo sarebbero lIraq e lIran, ma il primo ha avuto solo un ruolo secondario nelle guerre con Israele, fino a uscire definitivamente di scena nel 1991, e il secondo non è mai stato una minaccia fino al  1979 perché la dittatura filo-americana dello Sha ne faceva  semmai un buon amico. Eppure nel dettato colombiano questi stati avrebbero congiurato contro la nascita di uno stato palestinese vuoi per ingordigia verso quella terra su cui in molti avevano mire annessionistiche (a differenza di Israele), vuoi per un irreconciliabile odio verso Israele a cui non avrebbero mai concesso alcuna chance. I Palestinesi sarebbero stati solo osservatori passivi di questo grande gioco che veniva fatto sulle loro teste, tra lirrazionale violenza araba e il povero meschino Israele costretto a difendersi per la sua sopravvivenza. Per quanti a sinistra possano trovare interessante una simile posizione occorre avvertire che la lettura di &lt;i&gt;La fine di Israele&lt;/i&gt; lascia pochi dubbi: Colombo vi concederà volentieri di avere simpatia per i Palestinesi, ma se volete saltare sulla sua barca dovrete condividere la sua razzistica caratterizzazione della politica araba. Il corrispettivo iconografico è un arabo barbuto, con gli occhi da pazzo e un pugnale tra i denti, che stringe un kalashnikov con una mano e una pompa di benzina con l&apos;altra. 

In conformità con le direttive di propaganda del ministero degli esteri di Israele, la vera e nuova bestia nera di Colombo è lIran e Ahmadinejad. In tutto il libro, in maniera ossessiva e quasi ipnotica si ripete che Ahmadinejad avrebbe proclamato lintenzione di  cancellare Israele dalle carte geografiche. Il tormentone è esasperante. Va precisato che il libro è stato stampato nel Giugno del 2007, quando Furio Colombo avrebbe avuto tutto il tempo di venire a sapere che quella traduzione delle parole di Ahmadinejad è, nella migliore delle ipotesi, controversa, e molto probabilmente fraudolenta e tendenziosa. Nelloriginale in farsi, infatti, non compaiono né la parola cancellazione né le parole carte geografiche. Ahmadinejad dice invece che Israele scomparirà dalla storia (e non dalla geografia), esprimendo una previsione curiosamente affine a quella che porta Furio Colombo ad intitolare il suo libro &lt;i&gt;La fine di Israele&lt;/i&gt;. Per Ahmadinejad Israele scomparirà perché è troppo canaglia per sopravvivere, e per Colombo perché è a corto di buoni amici. Sfumature diverse per una sostanza che non cambia molto. 
Ma su una questione come questa non vale davvero la pena scrivere una lettera all&lt;i&gt;Unità&lt;/i&gt;, come quelle, aspramente critiche verso Israele che Colombo riporta nel libro e che sono così affette da pregiudizio antiebriaco (non vorremo chiamare antisemiti i lettori dell&lt;i&gt;Unità&lt;/i&gt;, vero?). Il fatto che Ahmadinejad sia lequivalente politico di Freddie Krueger, e che ciò sia dimostrato dalla sua affermazione di voler cancellare Israele dalle carte geografiche, appartiene a quel genere di credenze che resisteranno sempre, presso quelli come Furio Colombo, a qualunque assalto di evidenze contrarie basate sui fatti e che, col tempo, vengono a integrarsi in un nocciolo duro di propaganda filo-israeliana da custodire e passare alle future generazioni con latteggiamento più dogmatico e chiuso alla critica. 
Unaltra credenza di questo tipo, ovviamente ribadita nel libro, è quella dell&lt;i&gt;aggressione araba&lt;/i&gt; sventata da Israele nel 1967 con l&lt;i&gt;attacco preventivo&lt;/i&gt; che dette luogo alla guerra dei sei giorni. Che persino nel fronte filo-israeliano, da Michael Oren ad Abba Eban, ormai ci sia gente che ritiene impresentabile questa versione dei fatti, o che pensa che essa andrebbe almeno discussa alla luce delle dichiarazioni di Moshe Dayan, che in unintervista a &lt;i&gt;Le Monde&lt;/i&gt; ammetteva candidamente di aver attuato nei giorni precedenti lattacco provocazioni attive nelle zone di confine demilitarizzate del 1948 con la Siria per spingere Damasco alla guerra, costituisce quel genere di argomento che non ha alcuna possibilità di scalfire le certezze granitiche di Furio Colombo. Perché si sa che se si vanno a toccare quei punti, tutto ledificio della propaganda israeliana crolla.

E divertente lo sconcerto di Colombo alla passività del mondo di fronte al programma nucleare dellIran. LIran vuole dotarsi della bomba atomica, e quando lavrà passerà alla cancellazione dIsraele dalle carte geografiche. Punto. Che in realtà lIran non stia facendo nulla a cui non abbia un diritto inalienabile in virtù del Trattato di Non Proliferazione (di cui è sottoscrittore), che consente e incoraggia luso dellenergia atomica a scopi civili, e che lIran abbia bisogno di energie alternative perché i mari di petrolio su cui si galleggia non eliminano di per sé gli elevati costi della raffinazione, costringendo lIran a importare benzina dallestero, viene ignorato con tale tracotante sufficienza da infastidire persino chi non se la sente affatto di escludere che il vero obiettivo di Teheran sia lacquisizione della bomba atomica. Cè un punto nel libro in cui lautore esprime la sua angoscia per la negligenza del mondo verso la potenza missilistica nord-coreana (ampiamente sotto controllo) e larsenale nucleare iraniano (inesistente). Ma il lettore che iniziasse a leggere &lt;i&gt;La fine di Israele&lt;/i&gt; ignorando i termini elementari del problema nucleare, arriverebbe allultima pagina senza aver appreso che lunica potenza nucleare del Medio Oriente è Israele, tanto che larsenale nord-coreano al confronto impallidisce, che Israele si rifiuta di sottoscrivere il Trattato di Non Proliferazione nucleare, e che nella diplomazia occidentale latomica israeliana è un tabù a cui non si può nemmeno fare cenno (1). Laltra clamorosa omissione che restituisce bene il senso dellintegrità morale dellapologetica filo-israeliana di Colombo, è che in tutto il libro non viene mai pronunciata la parola insediamenti, e lautore sembra ignaro che nel momento in cui,  uno o due mesi fa, metteva la parola fine al suo libro (e ora, per chi sta leggendo questa recensione), lattività di espansione coloniale israeliana nella West Bank procedeva a tutto vapore. Tanto per aiutare la causa della pace.

Di Hamas ed Hezbollah, in tutto il libro, si parla come se fossero la Spectre o Fantomas, cioè organizzazioni dedite al male perché essenzialmente maligne e votate alla congiura contro tutte le persone del bene del mondo. Se qualcuno descrivesse polemicamente Israele con il senso della sfumatura di Furio Colombo quando parla di Hamas ed Hezbollah si direbbe che sta prendendo i suoi esempi dai &lt;i&gt;Protocolli dei Savi di Sion&lt;/i&gt;, ma si sa, se la disinformazione dellOchrana zarista avesse preso di mira gli Arabi oggi sarebbe molto più simpatica. Per la verità una piccola analisi è dedicata ad Hezbollah per mettere in rilievo labbondanza delle sue fonti di finanziamento e il carattere sofisticato dei suoi armamenti. Questo, secondo la sua logica, dovrebbe essere sufficiente a smentire la sua natura di organizzazione partigiana. A Furio Colombo, formato nel ricordo della Resistenza, i partigiani piacciono con le pezze al culo, finanziati dalle collette fatte al bar, e armati con la doppietta del nonno.

Per finire spendiamo qualche parola sulla scaltra confusione con cui Colombo parla di sinistra. La frase chiave di tutto il libro è questa: Gli Europei si fanno avanti con richieste severe verso Israele, blocchi di accordi culturali e accademici, blocco della cooperazione militare, ma non si sono mai sognati di essere così severi con Hezbollah e con il presidente iraniano. Né di obiettare, da sinistra, al vasto coinvolgimento inglese (governo laburista) nella disastrosa infinita guerra in Iraq. Perché Blair merita tutta la nostra fiducia, mentre Olmert va messo sotto severa tutela? Perché tutti ci specializziamo nella lista dei suoi errori mentre Blair non paga neppure il prezzo che è toccato a Bush? 
Colombo è più a sinistra di Tony Blair, par di capire. E si secca vedendo che gli Europei di sinistra, quelli che invocano richieste severe verso Israele, blocchi di accordi culturali e accademici, blocco della  cooperazione militare, non se la prendano con Blair almeno altrettanto seriamente di come fanno con Olmert. Naturalmente, chiunque si sia occupato di campagne di boicottaggio o di messa sotto tutela di Israele sa che queste posizioni vengono da ambienti della sinistra che disprezzano Blair almeno tanto quanto disprezzano Olmert, e in realtà molto di più. Viceversa, la sinistra che conosce il senatore Colombo (ex dirigente Fiat), quella che si incontra nelle redazioni della Grande Stampa Libera italiana o alla bouvette di Palazzo Madama, come non parla mai male di Blair neanche si sogna la notte di  avanzare richieste severe verso Israele, blocchi di accordi culturali e accademici, blocco della cooperazione militare. Ma usando la parola sinistra come amalgama dialettico, ecco che si fondono insieme due cose completamente diverse, e ciò che in realtà le distingue profondamente viene presentato come contraddizione insita in ununica entità. E la sinistra passa per ipocrita.

La verità è che limpresa che Furio Colombo si propone con questo libro, conquistare la sinistra alla causa di Israele, è disperata e intrinsecamente contraddittoria, perché nel momento in  cui ci riuscisse non sarebbe più la sinistra, ma un&apos;altra cosa.


(1) Nelle settimane scorse è stato nuovamente arrestato Mordechai Vaanunu, il tecnico israeliano rapito a Roma da agenti del Mossad il 30 settembre 1986, e tenuto dodici anni in carcere per avere rivelato che Israele aveva un arsenale atomico. Fu liberato a patto che non facesse più né viaggi né dichiarazioni pubbliche, impegno che ha violato. (&lt;i&gt;n.d.r.&lt;/i&gt;)


&lt;b&gt;PICCOLA BIBLIOGRAFIA CONSIGLIATA DA CARMILLA&lt;/b&gt;

Ilan Pappe, &lt;i&gt;A History of Modern Palestine&lt;/i&gt;, Cambridge University Press, 2004.
Benny Morris, &lt;i&gt;The Birth of the Palestinian Refugee Problem Rivisited&lt;/i&gt;, Cambridge University Press, 2004 (lo storico Benny Morris, allineato oggi al governo israeliano, passa tra l&apos;altro in rassegna i metodi usati per strappare la Palestina agli arabi, incluso lo &quot;stupro etnico&quot;).
Eugene L. Rogan, Avi Shlaim (a cura di), &lt;i&gt;The War for Palestine. Rewriting the History of 1948&lt;/i&gt;, Cambridge University Press, 2001.
Benny Morris, &lt;i&gt;Vittime. Storia del conflitto arabo-sionista&lt;/i&gt;, 1881-2001, Rizzoli, 2001 (tra le altre cose, Morris spiega come fu iniziata la &quot;guerra dei sei giorni&quot;).
Norman J. Finkelstein, &lt;i&gt;Beyond Chutzpah. On the Misuse of Anti-Semitism and the Abuse of History&lt;/i&gt;, University of California Press, 2005 (Finkelstein demolisce le posizioni dell&apos;apologeta di Israele Alan M. Dershowitz).

Tutte le letture raccomandate sono di autori israeliani o di religione ebraica.   

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<entry id='2326' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2326' author_id='4' authored_on='20070731031152' basename='il_risveglio_degli_animaloni' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070731031152' modified_on='20070731031222' ping_count='2' status='2' title='Il risveglio degli animaloni' week_number='200731'><text>di &lt;b&gt;Valerio Evangelisti&lt;/b&gt; (da &lt;a href=&quot;http://www.delosstore.it/delosbooks/scheda.php?id=20476&quot;&gt;Robot&lt;/a&gt; n. 47)

&lt;img alt=&quot;Anaconda.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Anaconda.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;178&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Zitti zitti, quatti quatti, gli animaloni sono tornati al cinema. Quali animaloni? Quelli grandi e grossi perché sottoposti a radioattività, mutati per fini militari, rimasti sepolti in zone inaccessibili della terra o del sottosuolo. Il campionario è variopinto. Ci sono anzitutto i coccodrilli (vedi &lt;i&gt;Lake Placid&lt;/i&gt;) gli alligatori e i caimani, bestie che al cinema abbiamo visto crescere a dismisura una quantità di volte, e dunque, cè da presumere, particolarmente inclini al rigonfiamento. Seguono i ragni (&lt;i&gt;Arachnid&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Arak Attack&lt;/i&gt;), anchessi storicamente soggetti a processi abnormi di dilatazione corporea. Vengono poi i pipistrelli (&lt;i&gt;Bats&lt;/i&gt;), che, più che sulle dimensioni, fanno affidamento sul numero e sulla cattiveria. Seguono i serpentoni (&lt;i&gt;Anaconda&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Boa&lt;/i&gt;, questultimo, ahimé, ancora inedito in Italia), i polipi (&lt;i&gt;Octopus&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;Octopus II&lt;/i&gt;, anchessi inediti), gli insetti di specie strana (&lt;i&gt;Mimic&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Mimic 2&lt;/i&gt;), i lucertoloni (&lt;i&gt;Komodo&lt;/i&gt;, mai arrivato da noi forse perché il titolo, nella pronuncia italiana, dà una falsa idea del contenuto), e tutta una pletora di scarafaggi (&lt;i&gt;They Crawl&lt;/i&gt;, visto solo in TV), bacherozzi, vespe e fauna varia (1).</text><text_more>In pratica, dopo un paio di decenni di inattività o di sortite sporadiche (si pensi a &lt;i&gt;Tremors&lt;/i&gt;, ad &lt;i&gt;Arachnophobia&lt;/i&gt;, a qualche filmetto minore), gli animali giganteschi che avevano imperversato dagli anni Cinquanta ai Settanta sono tornati in massa nelle sale cinematografiche o, più spesso, sui teleschermi, a reclamare i loro diritti. Va detto che alcune specie importanti mancano allappello. Anzitutto i formiconi che, dal classico &lt;i&gt;Assalto alla terra&lt;/i&gt; fino al sottovalutato &lt;i&gt;Limpero delle termiti giganti&lt;/i&gt; di Bert I. Gordon, avevano tradizionalmente aperto la via dellinvasione. Anche le mantidi omicide e gli scorpioni neri non ci sono più, ed è un gran peccato. Personalmente, però, rimpiango soprattutto la zoologia secondaria, legata agli ultimi titoli della prima stagione del filone. Penso ai terrificanti lombrichi dentati de &lt;i&gt;I carnivori venuti dalla savana&lt;/i&gt;, film adatto solo a stomaci forti (anzi, molto forti, a meno che non si sia grandi appassionati di lombrichi); ai topi colossali de &lt;i&gt;Il cibo degli dei&lt;/i&gt; (1 e 2); ai buffi conigli assetati di sangue de &lt;i&gt;La notte della grande paura&lt;/i&gt;; alle lumache che proliferavano allegramente nel ridicolo e disgustoso &lt;i&gt;Slugs&lt;/i&gt;.
E tralascio, per senso delle proporzioni artistiche, squali e piranha ben noti a tutti, appartenenti a un altro tipo di cinema. Non sempre migliore (si vedano i piranha alati di un Jeff Cameron che ancora stentava a sbarcare il lunario, o il moltiplicarsi di squali sempre più bolsi e di imitazioni degli squali bolsi, tipo il noiosissimo e imperdibile &lt;i&gt;Tintorera&lt;/i&gt;), ma comunque legato a un altro genere di fruizione.
Espresso il dovuto rimpianto per gli animaloni perduti o non ancora recuperati, torniamo alla fauna rediviva. I prodotti consacrati alla sua resurrezione sono di qualità variabile. &lt;i&gt;Mimic&lt;/i&gt;, per esempio, sfiora leccellenza, quanto meno sotto il profilo tecnico (e anche &lt;i&gt;Mimic 2&lt;/i&gt; non è affatto male, secondo me: mai si era visto uno scarafone gigante e semiumano portare un mazzo di fiori alla ragazza che ama, e riuscire persino a commuoverci). &lt;i&gt;Lake Placid&lt;/i&gt; è apertamente autoironico, e potrebbe persino essere definito un gioiellino. &lt;i&gt;Arachnid&lt;/i&gt;, girato dal geniale Jack Sholder con i quattro spiccioli ricevuti da Brian Yuzna, è quanto meno piacevole, e beneficia della recitazione di una giovane attrice inglese, Alex Reid, che se uscisse dal circuito delle filodrammatiche avrebbe le carte per essere una potenziale Sigourney Weaver (il torto della graziosa Alex è di spogliarsi troppo poco, anche se certo più della Weaver).
Il resto è pianto e stridor di denti. &lt;i&gt;Arak attack&lt;/i&gt; non compete nemmeno con &lt;i&gt;Arachnid&lt;/i&gt;, malgrado i mezzi maggiori; quanto al fatto che rechi letichetta Ronald Emmerich (alla produzione) fa pensare a un genere alimentare che, sulla scatola, porti la scritta: Garantito: è pura merda. &lt;i&gt;Bats&lt;/i&gt; sarebbe interessante se, mentre i pipistrelli attaccano, si riuscisse a capire qualcosa. &lt;i&gt;Anaconda&lt;/i&gt; vive dei dieci minuti finali, preceduti, ahimé, da unora e mezza che fa pensare a &lt;i&gt;La regina dAfrica&lt;/i&gt; rifatto dalla compagnia di prosa delloratorio parrocchiale. &lt;i&gt;They crawl&lt;/i&gt; lho già dimenticato, o forse rimosso. Degli altri film conviene tacere.    
Bisogna però interrogarsi sul significato sociologico di questo ritorno in massa delle bestie giganti. Uno si interroga e la prima risposta che gli viene in mente è: nessuno. Poi ci ripensa e, ancora una volta conclude: niente, zero, nessun significato. Allora, insoddisfatto del risultato, rievoca il senso attribuito ai mostri degli anni Cinquanta e successivi: incombere della minaccia nucleare, timore di un nemico che non si conosce. Attualizza la questione e lapplica al presente, cominciando con i gruppi di potere che governano lItalia e il mondo. No, il paragone non regge: non vi sono stati ancora rifacimenti de &lt;i&gt;Il cibo degli dei&lt;/i&gt;, con le sue orde di topacci. Azzarda quindi lipotesi che il bestiario anomalo rifletta il terrorismo integralista, che è piovra, serpente, ragno e quantaltro. Mmm, non è paragone che convinca. Chi combatte gli animaloni, nei film, raramente li ha creati e alimentati.
E dunque? Il nostro spettatore amletico conclude che, nel fornirgli uno spettacolo insensato, probabilmente lo hanno preso per un idiota. Si stira sulla poltrona con le movenze di un ragno, si raddrizza con le contrazioni lente di una piovra, caracolla verso la camera da letto come farebbe un coccodrillo, si addormenta rannicchiato a mo di serpente. La moglie, avvolta nelle coperte di fianco a lui, sembra un bacherozzo.


(1) Quando questo articolo è stato scritto, non erano ancora arrivati in Italia alcuni seguiti, come &lt;i&gt;Mimic 3&lt;/i&gt; (niente male), &lt;i&gt;Anaconda 2&lt;/i&gt; (molto migliore del primo) e il bizzarro incrocio &lt;i&gt;Anaconda vs Komodo&lt;/i&gt;.

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<entry id='2327' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2327' author_id='4' authored_on='20070801035626' basename='inno_di_zichichi' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070801035626' modified_on='20070801035809' ping_count='364' status='2' title='Inno di Zichichi' week_number='200731'><text>di &lt;b&gt;Piergiorgio Odifreddi&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Zichicche.JPG&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Zichicche.JPG&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;181&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;[Dal libro a cura di Piergiorgio Odifreddi &lt;i&gt;Zichicche&lt;/i&gt; (Edizioni Dedalo, Bari, 2003, pp. 290,  14.00), sulle castronerie del noto fisico Antonino Zichichi, traiamo questa esilarante poesia, che in assenza di indicazioni contrarie attribuiamo allo stesso Odifreddi.]  (&lt;b&gt;V.E.&lt;/b&gt;)

Eroe del video    
re dei congressi, 
avvezzo a mietere 
lustro e successi

s&apos;erge a prototipo 
dello scienziato,  
pur non sapendosi 
cos&apos;ha inventato.

I geni convoca    
su colli aprichi.    
È il mito d&apos;Erice.  
È lo Zichichi.</text><text_more>Ai non più giovani 
che afflitti e inermi 
se lo sorbiscono 
dai teleschermi,

dai versi frivoli 
d&apos;una canzone   
che giunse ai vertici 
di diffusione
                                      
il nome egli evoca 
di Ziki-Paki      
che quando usavano 
divise kaki

(allora in Africa 
la guerra c&apos;era     
per render libera 
faccetta nera)

tutti sapevano 
essere indù,    
figlia erotomane   
di Ziki-Pu.

Pur collegandosi 
con un casato     
di nome ostico 
inusitato,

resta da escludere 
ch&apos;egli discenda 
da qualche esotica 
stirpe tremenda.

Pronuncia erronea 
quella è di chi 
col nome l&apos;indichi 
di Zichichì.

È quasi un simbolo. 
Le sue trovate     
il nome prendono  
di &lt;i&gt;zichicate&lt;/i&gt;.

Anche i politici  
nei suoi convegni  
si manifestano 
ospiti degni:

con piglio energico 
e a briglia sciolta 
spesso &lt;i&gt;zichicano&lt;/i&gt;   
a loro volta.

Impareggiabile 
divulgatore,  
incanta il pubblico 
per ore ed ore

quando serafico   
dà la nozione 
limpida e semplice 
d&apos;&lt;i&gt;antideutone&lt;/i&gt;.

È per suo merito 
che i teleutenti   
son della fisica 
cultori attenti:

delle molecole 
sciolti gì&apos;intrichi 
rapiti esclamano 
«Viva Zichichi!».

Per lui lo scibile 
non ha segreti. 
Rivolge agli atomi 
sguardi indiscreti

e sminuzzandone 
l&apos;intima essenza   
di mondi incogniti 
dà conoscenza.

Complicatissime 
nozioni arcane   
son per suo merito 
rese profane.

Dei cattedratici 
lascia l&apos;alone 
e accede all&apos;umile 
televisione,

sicché più fulgida 
gloria si spande  
sul formidabile 
Zichichi il grande.

Per tutti gli ospiti 
che dà in arrivo, 
Zichichi il fulgido, 
Zichichi il divo,        

ha il grande merito 
d&apos;un raffinato 
flusso turistico 
qualificato.

C&apos;è chi non visita
 nemmeno Roma   
e cede al fascino 
della sua chioma:

quasi una nuvola  
di fine vello,   
posta a proteggere 
tanto cervello.

Tutti conoscono   
di quella testa 
il pregio estetico,    
la bella cresta;

ma solo i posteri 
sapranno bene    
s&apos;è ragguardevole 
quel che contiene.

Sulle sue dispute 
spandono allori  
con gratitudine   
gli albergatori.

Se i conti ascendono 
a somme ingenti, 
non c&apos;è chi strepiti 
chi si lamenti;

si sottoscrivono 
fatture e buoni:
 tanto li pagano
 le istituzioni.

E i geni mangiano 
come il decoro 
prescrive ad esseri 
del rango loro.

Dopo un preambolo 
sopra i neutroni, 
non si consumano 
pere o meloni

né volgarissimi
 prosciutti e fichi,
 per non offendere
 poi lo Zichichi.

Il cibo d&apos;obbligo   
è l&apos;aragosta,     
con tutto il seguito 
che le s&apos;accosta.

Se non è facile 
trovarne a iosa, 
non spira un&apos;aura 
difficoltosa:

ciascuno ha un àmbito          
di competenza        
che gli è specifica. 
Quando la scienza

priva di scrupoli 
s&apos;atteggia ad arte, 
anche la pratica   
fa la sua parte.

I cuochi emeriti, 
senza esitare, 
guardano ai tavoli 
san cosa fare.

Per propria anomala 
deformazione     
un grande fisico 
scorge il mesone

ma poi non scevera 
con il palato    
cibo freschissimo 
dal surgelato.

In fondo gli atomi 
sian crudi o lessi 
oggi o tra secoli 
sono gli stessi.

</text_more></entry>
<entry id='2328' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2328' author_id='4' authored_on='20070802022934' basename='figlio_di_una_mummia' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070802022934' modified_on='20070802023007' ping_count='156' status='2' title='Figlio di una mummia' week_number='200731'><text>di &lt;b&gt;Valerio Evangelisti&lt;/b&gt; (da &lt;a href=&quot;http://www.stpauls.it/letture03/0303let/0303le03.htm&quot;&gt;Letture&lt;/a&gt; n. 595, marzo 2003)

&lt;img alt=&quot;LaMummia.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/LaMummia.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;185&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Se non sbaglio, il primo romanzo horror che lessi fu nientemeno che &lt;i&gt;Dracula&lt;/i&gt; di Bram Stoker, nelledizione Pocket Longanesi. Mi piacque moltissimo, ma non ne fui spaventato più di tanto. Il cinema mi aveva già preparato a ben altri orrori; i sogni, anche.
Circa lhorror cinematografico, limpatto più forte fu non con un film intero, ma con un provino. Dovevo avere sei o sette anni quando, in un cinema parrocchiale di Bologna, dopo una pellicola per bambini passarono il trailer de &lt;i&gt;La mummia&lt;/i&gt; di Terence Fisher. Quella notte quasi non riuscii a dormire: nella mia cameretta, vedevo la mummia in ogni ombra più scura e apparentemente più mobile delle altre.</text><text_more>Il fatto è che i miei genitori erano rigidissimi nellevitarmi qualsiasi spettacolo o lettura che potessero suscitare in me paura o sensazioni troppo forti. Se alla televisione passava un film da loro giudicato impressionante (era il termine che usavano), mi impedivano di vederlo e mi mandavano a letto. Con risultati contrari alle aspettative, perché dalla mia camera coglievo brani di dialogo, dal televisore di casa o da quelli altrui. Così mi abituai a dare corpo a quei dialoghi con le mie fantasie. E i risultati, è inutile dirlo, erano molto più impressionanti delle immagini del film proibito.
Mi scoprii a ricercare lhorror in tutte le sue forme per trarlo dalla sfera dei sussurri e per renderlo palese, in modo da poterlo esorcizzare. Dopo lo shock de &lt;i&gt;La mummia&lt;/i&gt;, per esempio, disegnai una storia a fumetti, ispirata ai pochi fotogrammi del film che avevo colto. Raccontai ai compagni di scuola una versione immaginaria della pellicola, lunghissima e ricca di traversie. Mi trasformai in esperto di mummie. Insomma, quanto più i miei genitori si facevano rigidi (arrivarono a giudicare impressionanti i Gialli di Topolino e a proibirmene la lettura!), tanto più divenivo io stesso produttore di horror.
I sogni mi aiutavano. Ne ricordo due che mi spaventarono sul serio. In uno scivolavo nellimbuto di una scala a chiocciola priva di gradini (chiaro riferimento al trauma della nascita), in un altro mi appoggiavo a una parete e quella cedeva. In pratica, ciò che mi impressionava era lignoto, sia come buio in attesa, sia come sovvertimento delle leggi consuete e confortanti.
Forse è per questo che, ormai adulto, non provo il minimo fremito davanti alle storie di Dario Argento e ai libri e ai film dedicati ai serial killers. Lame, scuri e coltelli (elementi tipici dei film di Argento) non rientrano nel mio arsenale di paure recondite. Lo &lt;i&gt;splatter&lt;/i&gt; può destarmi raccapriccio, ma mai orrore vero. Ciò che mi turba (anche se adesso non mi terrorizza più) è lirrazionale, linspiegabile; se possibile suggerito, più che mostrato.
Lhorror capace di spaventarmi, sia nella letteratura che nel cinema, e che dunque mi appassiona di più (a parte lammirazione tutta estetica per il romanticismo delle grandi storie di vampiri e di mostri), è quello che sa raggiungere la mia sfera onirica. E che, di conseguenza, mi riporta alla condizione di bambino chiuso nella mia cameretta, pronto a individuare nelle sfumature più cupe del buio lo sguardo spento di una mummia a braccia tese. 

</text_more></entry>
<entry id='2329' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2329' author_id='2' authored_on='20070802103211' basename='un_manifesto_per_sacco_e_vanze' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070802103211' modified_on='20070802105720' ping_count='312' status='2' title='Un manifesto per Sacco e Vanzetti' week_number='200731'><text>di &lt;b&gt;Silvio Antonini&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;saccocarmilla.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/saccocarmilla.jpg&quot; width=&quot;153&quot; height=&quot;175&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;[Ottanta anni fa &lt;b&gt;Nicola Sacco &lt;/b&gt;e &lt;b&gt;Bartolomeo Vanzetti &lt;/b&gt;aspettavano di morire in un carcere nordamericano. &lt;i&gt;Carmilla &lt;/i&gt;propone un articolo che ricostruisce la mobilitazione a sostegno dei due anarchici nella provincia di Viterbo, in un periodo funestato dalle campagne squadriste. Antonini è segretario e portabandiera dellANPI, comitato provinciale di Viterbo] &lt;b&gt;A.P.&lt;/b&gt;

Il prossimo 23 agosto saranno esattamente 80 anni dallesecuzione degli anarchici italoamericani Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, arrestati nel maggio 1920 con laccusa di duplice omicidio, a scopo di rapina, avvenuto nei sobborghi di Boston. Occorrerà aspettare più di mezzo secolo per la riabilitazione di questi due innocenti capri espiatori - poiché immigrati e rivoluzionari - della campagna antiradicale e xenofoba che riguardò gli Stati Uniti degli anni 20, a ridosso della Grande Depressione.
</text><text_more>Nonostante linsufficienza di prove e le palesi irregolarità del procedimento penale, il 14 luglio 21 Sacco e Vanzetti venivano condannati alla sedia elettrica. La sentenza genera un moto di proteste su impulso della classe operaia statunitense, artefice duna mobilitazione che presto coinvolge anche intellettuali, scienziati e artisti. Sono proprio questi a permettere che lagitazione si estenda oltre i confini nazionali ed anche temporali, vista la consistente quantità di opere sullargomento a noi giunte, tra monografie, ballate, pellicole e piece teatrali. La protesta ha come illustre prodromo la campagna sostenuta, soprattutto per mezzo stampa, in difesa (ed anche in accusa) dellufficiale ebreo-francese Alfred Dreyfus circa un trentennio prima, e, come epigoni, le numerose battaglie dei decenni a venire, tipo quelle degli anni 90, in parte vittoriose, per Silvia Baraldini e Mumia Abu Jamal. Se vogliamo, la solidarietà rivoluzionaria internazionale così come la conosciamo nasce proprio con Sacco e Vanzetti: gli appelli, le raccolte di adesioni, gli elenchi di nomi celebri prestati alla causa, hanno dato vita ad una sana abitudine attualmente però inflazionata e depotenziata per assuefazione, un po come per listituto referendario.  
Londata di agitazioni per i due anarchici giunse anche a Viterbo; lo sappiamo per un manifesto tagliuzzato e finito nella documentazione del processo per lomicidio del pirotecnico fascista Melito Amorosi, deceduto a seguito di unaggressione consumatasi per le vie della città nella notte del 28 agosto 21 (ASVT, Corte dAssise di Viterbo, b. 216, fasc. 2.294, Vol. I, f. 164). Il manifesto indice un comizio per strappare al martirio della sedia elettrica, della vendetta del capitalismo borghese americano le nobili e battagliere figure di Sacco e Vanzetti da tenersi il 30 ottobre del 21 in piazza del Comune. 
Perché è finito fra queste carte pur non riguardando minimamente le circostanze dellomicidio? Esclusivamente per via dei firmatari, tra i quali figurano gli Arditi del Popolo di Viterbo: gli stessi che nel luglio precedente, scavalcando le inefficienti autorità e forze dellordine, avevano organizzato la vittoriosa resistenza popolare che aveva impedito alle camicie nere lingresso allinterno della cinta muraria della città, unico caso in Italia assieme a quello di Sarzana.  
Il processo Amorosi assume subito le sembianze dun giro di vite atto a reprimere larditismo popolare. È un processo ove cè soltanto una testimonianza oculare, quella dellaiutante ed amico del deceduto, trovato dalla polizia il giorno dopo, ubriaco e incosciente, ma che allimprovviso svelerà nomi e cognomi degli aggressori, circostanze e fatti precedenti allagguato, con un vero e proprio teorema per il quale il tutto sarebbe stato organizzato dagli ardito-popolari viterbesi che deterrebbero addirittura armi nella Camera del Lavoro cittadina (non rinvenute nella repentina perquisizione). Vengono così tratti in arresto gli Arditi del Popolo più esposti, così come dei giovani che a parole, nei bar o per le strade, avevano espresso minacce o fornito pareri contrari verso i fascisti forestieri. Addirittura finisce nellelenco degli indagati un ambulante di Orvieto, perché nel pomeriggio precedente al fatto era passato con la carrozza sul viale dellaggressione canticchiando Bandiera Rossa. 
A qualche settimana dalla messa fuorilegge degli ardito-popolari per opera del presidente del consiglio, e ministro degli interni ad interim, Ivanoe Bonomi (agosto 21), gli imputati sono nel medesimo processo indagati sia per omicidio che per appartenenza alla disciolta associazione a delinquere degli Arditi del Popolo. Né per luno né per laltro capo vi saranno condanne: verranno tutti ritenuti estranei allaggressione (dopo comunque diversi mesi di carcere) mentre non darà luogo a procedere, per inconsistenza, lipotesi dassociazione a delinquere. Va tenuto presente che la sezione ardito-popolare di Viterbo si era ufficialmente sciolta il 13 agosto, subito dopo il provvedimento governativo, in una riunione dal sottoprefetto che aveva paternalisticamente invitato il leader Domenico Adolfo Busatti a tal proposito, supplicandolo di non costringerlo a passare alle maniere pesanti. Ma Pubblica Sicurezza e fascisti sono convinti che si sia trattato duna finta e che, nel segreto, gli ardito-popolari viterbesi continuassero la loro attività. Si parla di riunioni, esercitazioni militari nelle campagne, lettere minatorie e giovani che sfoggiano spavaldamente distintivi dellassociazione sfidando i fascisti nel centro cittadino. E si menzionano infine i firmatari del manifesto in questione, pubblicato in ottobre: la Camera del Lavoro, il Partito Socialista, quello repubblicano, il Gruppo Anarchico e gli Arditi del Popolo, palese dimostrazione di continuità delloperato. 
Interrogato, il segretario della Camera del Lavoro Francesco Morabito dice che per la redazione della bozza si erano trovati allalbergo I Tre Re (tuttora esistente come ristorante in via Macel Gattesco) con il mugnaio Silverio Stramaccioni - che aveva avuto lidea -  per gli anarchici e Ciro Sorbini per il PSI, coi quali al momento delle firme dei promotori aveva deciso di aggiungere quella dei repubblicani, sicuri delladesione del loro rappresentante Duilio Mainella, difatti poi giunta, e degli Arditi del Popolo, nei quali Stramaccioni aveva militato. Non appena entrati in Sottoprefettura per lautorizzazione, il regio commissario aveva chiesto agli organizzatori, non è chiaro a quale proposito, di omettere dal manifesto la stringa relativa alla presidenza del comizio ricoperta proprio dallanarchico Stramaccioni (che in effetti nella copia finita negli incartamenti è cancellata con la matita blu), facendo inoltre presente dellavvenuto scioglimento degli Arditi del Popolo e dellinopportunità quindi di aggiungerne ladesione. A queste richieste Morabito rispondeva che, nonostante sciolti, gli ardito-popolari avrebbero potuto riunirsi per determinate circostanze e che, aggiungeva Stramaccioni, lassociazione sarebbe comunque servita per opporsi a violenze fasciste, asserendo che anche altri compagni [erano] dello stesso parere. 
Nella faccenda vengono tirati in ballo pure gli stampatori del manifesto: la cooperativa tipografica Unione, dove abitualmente si servivano i sovversivi e che nel processo Amorosi vedeva alcuni soci imputati o interrogati. Il commissario aveva espressamente chiesto alla tipografia di togliere la firma degli Arditi del Popolo al momento della stampa Ciò malgrado - lamenta la polizia - il manifesto venne pubblicato senza lingiunta soppressione.  

[Di seguito si riproduce il manifesto] A.P.


&lt;b&gt;Lavoratori del braccio e del pensiero!&lt;/b&gt;

La magistratura della.... democratica America ha condannato alla pena di morte gli italiani SACCO e VANZETTI. Malgrado la provata loro innocenza, li ha condannati perche lavoratori, perche organizzatori, perche italiani. Ha condannato oggi, come ieri Ettor e Giovannitti . Ma come ieri tutto il proletariato mondiale insorge oggi contro liniqua sentenza; e saprà strappare al martirio della sedia elettrica, della vendetta del capitalismo borghese americano le nobili e battagliere figure di Sacco e Vanzetti.
Lavoratori di Viterbo!
Alle mille voci del proletariato italiano si unisca anche la vostra: fiera e inesorabile voce di protesta, di ammonimento, di umana giustizia!
Accorrete compatti al grande comizio
che si terrà domenica 30 corr. alle
ore 10 nella Piazza del Comune

      Parlerà
Francesco Morabito
ed altri oratori

Presiederà Silverio Stramaccioni
                 (del gruppo anarchico)
                                                                     
                                                La Camera Confederale del Lavoro
                                          Il Partito Socialista
                                          Il Partito Repubblicano
                                          Il Gruppo Anarchico
                                          Gli Arditi del Popolo
------------------------ 
Coop. Tip. Unione,, - Viterbo   
</text_more></entry>
<entry id='2330' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2330' author_id='4' authored_on='20070803032652' basename='lorrore_in_discoteca' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070803032652' modified_on='20070803032855' ping_count='218' status='2' title='L&apos;orrore in discoteca' week_number='200731'><text>di &lt;b&gt;Valerio Evangelisti&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;RagazzadeiMieiSogni.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/RagazzadeiMieiSogni.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;178&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;[E&apos; uscito pochi mesi fa un romanzo horror molto particolare: Francesco Dimitri, &lt;i&gt;La ragazza dei miei sogni&lt;/i&gt;, ed. Gargoyle, 2007, pp. 195,  10,50. Questa è la mia introduzione al volume. I lettori potranno trovare &lt;a href=&quot;http://www.internetbookshop.it/code/9788889541180/DIMITRI-FRANCESCO/LA-RAGAZZA-DEI-MIEI-SOGNI.html&quot;&gt;qui&lt;/a&gt; la recensione dell&apos;autorevole &lt;i&gt;L&apos;Indice dei libri del mese&lt;/i&gt;, firmata da Franco Pezzini, autore tra l&apos;altro di ben due libri dedicati alla nostra prediletta vampira Carmilla.]  (&lt;b&gt;V.E.&lt;/b&gt;)

Non è ormai un evento che esca un romanzo horror italiano. Abbiamo nella penisola decine di autori validissimi: Tiziano Sclavi, Eraldo Baldini, Alda Teodorani, Danilo Arona, Gianfranco Manfredi, Gianfranco Nerozzi e moltissimi altri. Semmai è insolito che esca un romanzo che non somiglia a ciò che è già stato fatto, in Italia e, in parte, persino allestero.
Ciò che colpisce, in questa storia di Francesco Dimitri, è il sapore della novità. A parte un riferimento a Lovecraft, nel nome di uno dei suoi personaggi (Dagon), non cè nulla, ne &lt;i&gt;La ragazza dei miei sogni&lt;/i&gt;, che si riallacci a precedenti, italiani o stranieri. Niente atmosfere gotiche, niente situazioni &lt;i&gt;splatter&lt;/i&gt; (appena accennate). Mancano vampiri, fantasmi, mostri, leggende terrificanti e imperiture. La paura nasce invece in un contesto di discoteche e di vita universitaria, scapestrata il giusto ma non necessariamente trasgressiva. Nasce, insomma, dalla normalità. </text><text_more>E un passo importante, tra i mille approcci possibili, verso la creazione di un filone. O, per meglio dire, verso lemersione di un genere negletto quale lhorror italiano. Che trionfò al cinema negli anni 60-70, ma che deve ancora lottare con le unghie e con i denti per emergere in letteratura.
In Italia si sono affermati pienamente, con una fatica durata decenni, i generi giallo e &lt;i&gt;noir&lt;/i&gt; (anche se spesso il &lt;i&gt;noir&lt;/i&gt;, nel lessico domestico, non è che una variante del giallo, senza i fattori perturbanti che altrove lo caratterizzano). Si è in qualche modo imposta, ma solo negli anni 90, la fantascienza nostrana. Persino il &lt;i&gt;fantasy&lt;/i&gt; ha conosciuto variabili fortune, e così il fantastico nella sua più larga accezione.
Rimane (o rimaneva) fuori della porta il genere horror. Quando Eraldo Baldini ha successo con storie di spettri e incubi della sua terra, la Romagna, si preferisce catalogarlo come autore di &lt;i&gt;noir&lt;/i&gt;. Quando Alda Teodorani scrive allucinanti storie &lt;i&gt;splatter&lt;/i&gt;, la si trasforma, seguendo la moda letteraria, in cannibale. Lo stesso vale per decine di scrittori. La parola horror (che non metto in corsivo perché latina, non solo inglese) resta impronunciabile. Non hanno forse detto Croce e Prezzolini, un secolo fa, che le emozioni troppo violente appartengono alla cultura anglosassone, e non alla solare cultura italiana? Quel giudizio ha pesato come un macigno su tutta la nostra accademia, almeno fino a tempi recenti. Poi ci si è messa la critica di ispirazione togliattiana (ma di derivazione sovietica), secondo la quale solo il realismo era rivoluzionario.
Chissà che il romanzo di Francesco Dimitri non faccia riconsiderare alcuni di questi pregiudizi. Realistico lo è. Usa un linguaggio che è quello di ogni giorno, giovanile ma non solo. Non si distanzia dalla quotidianità italiana: al contrario, vi si immerge fino al collo. Eppure pone allo scoperto, tra scenari apparentemente comuni, inquietudini progressive che li incrinano, fino a sfociare nel terrore puro, o in qualcosa che gli somiglia.
E molto bene che Dimitri esca in una collezione di autori anglosassoni consacrati. Va sfatata la leggenda che solo loro sappiano spaventare. I meccanismi del subconscio hanno avuto esploratori continentali: Freud, Jung e molti altri. Non strappateci lhorror: ci appartiene, anche linguisticamente. E poco importa che sorga in una discoteca: ogni epoca edifica le proprie cattedrali, e le proprie &lt;i&gt;gargoyles&lt;/i&gt;. 

</text_more></entry>
<entry id='2331' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2331' author_id='4' authored_on='20070804030056' basename='bandar_ibn_sultan_il_piccolo_p' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070804030056' modified_on='20070804030129' ping_count='249' status='2' title='Bandar Ibn Sultan: il piccolo principe di Carnwell' week_number='200731'><text>di &lt;b&gt;Sbancor&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Bandar.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Bandar.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;154&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;&quot;Combattete coloro che non credono in Allah e nell&apos;Ultimo Giorno, che non vietano quello che Allah e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo, e siano soggiogati.&quot;  &lt;b&gt;Sura IX, 29&lt;/b&gt;  [Quando Allah è piccolo piccolo]

In Italia bisogna leggere i romanzi per conoscere ciò che dovrebbero scrivere normalmente i giornali. In Inghilterra a volte i giornali sono molto meglio dei romanzi. Il caso BAE (Bristish Aerospace System) è uno di questi. John Le Carré non sarebbe riuscito a descriverlo meglio. E quindi come unopera darte che ci impegniamo a recensirlo.</text><text_more>Si potrebbe iniziare con un ragazzo di 16 anni. Un ragazzo arabo, nato in Arabia Saudita. Un ragazzo fortunato. Troppo. E un principe della casa reale. Si chiama Bandar bin Sultan. Era il figlio del Ministro della  Difesa  del Regno Saudita. A 16 anni Bandar viene mandato a studiare in Inghilterra. Non andò a Eton o a Oxford. Andò in un collegio militare: il College Cranwell. Royal Air Force. (R.A.F.). LIsola del Tesoro sa come coltivare i suoi clienti fin da giovani. 
Possiamo immaginarcelo il ragazzo arabo in mezzo ai Sergenti Maggiori della R.A.F, ai figli dei piloti, in quelle camerate gelide.  Cosa sarà passato per la sua testa di sedicenne, in mezzo alle brume e alle brughiere anglofone, lui, abituato al sole del deserto dArabia? Come avrà reagito alla disciplina esasperante dei college militari inglesi? Dove si masturbava e pensando a chi?
Adolescenza perduta in cambio di una promessa. La solita venale promessa dellIsola del Tesoro: un giorno grazie a noi guadagnerai un sacco di soldi.

Stacco immagine.

&lt;b&gt;1985, Rhiad. Arabia Saudita&lt;/b&gt;.
 
Laereo atterra nellaria troppo azzurra del deserto. Leffetto ottico è quello di un miraggio, laria vibra mentre i motori frenano e la scaletta viene calata. Una signora inglese di mezza età scende con passo deciso. In testa porta un velo. Omaggio alle tradizioni locali. E Margaret Thatcher, il Primo Ministro di sua Maestà Britannica, gradita ospite, benché donna, nella terra dei Saud.
Un vecchio funzionario del Foreign Office scuote la testa. Il suo rigore di Civil Servant è turbato dallo spettacolo. Ne ha viste tante. Troppe. Ma questa le supera tutte. 
Questa storia finirà in pianto e lacrime si disse. Sapendo che non valeva la pena confidare a nessuno la sua idea. 

Il contratto aveva un nome esotico: Al Yamamah. Il contratto però era scritto bene, come solo secoli di aristocrazia venale sanno fare. Al Yamamah prevedeva che il Regno Unito fornisse allArabia Saudita 72 caccia-bombardieri Tornado e 30 aerei daddestramento Hawk. Il pagamento non era in contanti. Era un barter, cioè una specie di baratto. Il barter prevedeva una petroliera al giorno per la Gran Bretagna. 600.00 barili di petrolio al giorno. Tutti i giorni. Più 2 miliardi di dollari pe Bandar. Il piccolo principe si vendicava così delle solitarie masturbazioni nel gelo del college Cranwell.

Guardo esasperato la calcolatrice. Dunque i sauditi per produrre e caricare il petrolio al massimo avranno speso 5 dollari al barile.  Uguale 24,6 miliardi. Gli aerei valgono 40 miliardi di dollari. Il petrolio venduto sul mercato spot dovrebbe essere pari a 160 miliardi. In nero. Già perché al di fuori delle quote OPEC e non risultano da nessuna parte. Rifaccio i conti. Niente. Rimangono fra gli 80 e i 100 miliardi di dollari. Unica spiegazione. Un fondo nero. Un fondo più nero del petrolio. Non voglio pensare a cosa hanno finanziato attraverso quel fondo. Tanto è inutile. Una cifra del genere trasforma il bene in male e il male in bene, il bello in brutto e il brutto in bello  come dicevano le streghe di Macbeth.

Perché?  Gia perché. Perché non si poteva passare le armi ai sauditi in altro modo. Gli ebrei si sarebbero incazzati. E gli ebrei incazzati sono molto pericolosi. Quando si era parlato in America di una fornitura di F-15 ai Sauditi lAIPAC (America Israel Public Affairs Commitee) aveva fatto fuoco e fiamme. 

Loperazione allora era passata di mano  dagli americani agli inglesi. Il vecchio impero sa come muoversi in questi casi. Loligarchia finanziaria non lascia spazio agli infantilismi democratici. La Grande Loggia di Londra neppure. 

Il piccolo principe però continuava a odiarli. Quei Sergenti Maggiori dovevano davvero avergli rovinato linfanzia. Adesso gliela avrebbe messa nel culo.
Fuck off Sir!

I soldi scorrevano da principe verso terre remote. In Afghanistan dove si combattevano i Russi cera quel ragazzo, si il figlio del costruttore. Quello con la barba. Osama. Era uno in gamba Osama. Aveva rapporti diretti con la C.I.A. Era un guerrigliero, certo, ma soprattutto era un uomo di finanza. Uno abituato a maneggiare i dollari.
Osama glielo aveva detto a Bandar: non è che linizio. I russi sono un pretesto: dopo faremo davvero sul serio. 

Bandar gli credeva. Anche sua moglie gli credeva. E continuarono a finanziare le sue Fondazioni islamiche, in giro per il mondo. Bandar era cresciuto. Adesso era ambasciatore negli Stati Uniti. Bandar si divertiva a guardare quei ragazzoni americani, così simili eppure così diversi dai Sergenti Maggiori inglesi. Bandar continuava a odiare.

Gli affari continuavano. Le armi continuavano ad arrivare. E tutti i giorni la petroliera attraccava in un porto britannico. E ogni giorno Bandar guadagnava. Allah, il potente e misericordioso, e il Profeta Maometto, il suo Nome sia benedetto, dicevano che almeno il 10% doveva andare in beneficenza. Sia Gloria ad Allah, il potente e il misericordioso!  Bandar trasferiva i soldi ogni giorno. 

Stacco immagine

&lt;b&gt;Manhattan, 9/11/2001 ore 8,45 circa&lt;/b&gt;.

Fu preso anche lui di sorpresa. Guardava le immagini delle Torri bruciare e poi crollare. Il piccolo principe cominciò ad avere paura. Stava nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Alzò il telefono e cominciò a chiamare. Fece il prefisso che conosceva a memoria. Quello della Casa Bianca. Parlò. A lungo. Ricattò, fece la  voce grossa. Ma alla fine supplicò, come quando stava davanti ai Sergenti Maggiori a Carnwell. La stessa maledetta paura. La CNN diceva che tutti i voli erano bloccati. La CNN mentiva. Il piccolo principe lo sapeva. Un aereo aspettava lui e la sua famiglia allaeroporto. La Mercedes nera arrivò in silenzio. Loro scesero in silenzio. Laereo partì in silenzio.

Quando atterrò a Rhiad il cielo era azzurro. Troppo azzurro. Laria tremava. E sembrava di stare dentro un Miraggio

Ora che era nel suo Palazzo si sentiva più tranquillo. E ricominciò a giocare alla guerra. La guerra ora era scoppiata davvero. Peccato che fosse sempre più difficile capire chi fosse il nemico e chi gli alleati. Bisognava chiede consiglio ad Allah, il potente e il misericordioso, e al Profeta, il suo nome sia benedetto. E Allah rispose. Con un fax. Il fax diceva che il nemico erano i miscredenti, gli eretici, gli sciti. Semplice. E i soldi continuarono a fluire. Il 10% come prescritto. Adesso andavano a  diversi gruppi. In Iran finanziavano i Mujaeddine- Kalq. A Beirut Fatah Al Islami. 

Ma questa volta il piccolo principe era tranquillo. I Sergenti Maggiori erano di nuovo amici. I Sergenti Maggiori erano daccordo. 
Sia gloria ad Allah, il potente e il misericordioso. E al Profeta, il suo nome sia benedetto! 

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<entry id='2332' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2332' author_id='4' authored_on='20070805033145' basename='bolivar_garibaldi_e_gramsci' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070805033145' modified_on='20070830104905' ping_count='144' status='2' title='Bolivar, Garibaldi e Gramsci' week_number='200732'><text>di &lt;b&gt;Luis Britto García&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;BolivarGaribaldiGramsci.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/BolivarGaribaldiGramsci.jpg&quot; width=&quot;140&quot; height=&quot;86&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;[In Italia, la disinformazione sul Venezuela è guidata da &lt;i&gt;La Repubblica&lt;/i&gt;. Di recente, il corrispondente del quotidiano da quel paese, Omero Ciai, ha scritto due articoli che sfiorano il ridicolo. In uno accusa Hugo Chávez di avere accumulato smodate ricchezze personali, tanto è vero che si sposta su auto costose (i presidenti europei, è noto, si muovono in Lambretta), esibisce orologi Rolex e porta al collo catene d&apos;oro. A queste cazzate ha risposto con la consueta ironia lo stesso Chávez, in un video visibile &lt;a href=&quot;http://www.lapatriagrande.net/01_venezuela/elecciones_2006/hugo_chavez_frias.htm&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;. In un secondo articolo più recente, Ciai ha accusato Chávez di tendere alla dittatura perché, nella modifica della costituzione venezuelana attualmente in discussione, si prevede la possibilità di una rielezione del presidente della repubblica. Ciai pare ignorare che parecchie costituzioni occidentali prevedono la stessa possibilità. Se fosse coerente, dovrebbe considerare dittatori Franklyn D. Roosvelt o Charles De Gaulle, titolari di numerosi mandati successivi.    </text><text_more>Si tratta di libere elezioni, non di investiture da parte di Dio. Però va detto che il tema di fondo di Omero Ciai è tutt&apos;altro. Insiste sul fatto che Chávez agevola in ogni modo le classi meno abbienti, incentivandole al vagabondaggio attraverso servizi gratuiti. Simili posizioni un tempo erano tipiche di Reagan e della Thatcher. Oggi sono fatte proprie da &lt;i&gt;La Repubblica&lt;/i&gt;, quotidiano &quot;di sinistra&quot;. Se sia un progresso o una vergogna, una modernizzazione o una resa vigliacca al neoliberismo, lo decideranno i nostri quattro lettori.
Se in Italia si cerca poco di capire il Venezuela, pare che il Venezuela si interessi alla storia di alcuni italiani. A metà luglio c&apos;è stato un convegno su &lt;a href=&quot;http://nuke.lapatriagrande.net/Default.aspx?tabid=221&quot;&gt;Bolivar, Garibaldi e Gramsci&lt;/a&gt; a Caracas. Angelo D&apos;Orsi, che era tra i relatori, ha riferito su &lt;i&gt;La Stampa&lt;/i&gt; che &quot;l&apos;eroe dei due mondi&quot; sarebbe popolarissimo in Venezuela, insinuando anzi il sospetto che le camicie rosse degli chavisti derivino da quelle dei garibaldini. Non lo sappiamo. Ci limitiamo a presentare, tratto da &lt;a href=&quot;http://www.resistenze.org/sito/te/cu/st/cust7g24-001876.htm&quot;&gt;www.resistenze.org&lt;/a&gt;, l&apos;intervento d&apos;apertura del convegno, di Luis Britto García.]  (&lt;b&gt;V.E.&lt;/b&gt;]

Le gesta che maggiormente hanno ispirato i rivoluzionari italiani e latinoamericani sono di Simón Bolívar e Giuseppe Garibaldi. Ambedue intraprendono lotte demancipazione politica per spezzare i legami che sottomettono i loro paesi a sovranità straniere. Entrambi si sollevano per unificare popoli liberati. Entrambi promuovono idee repubblicane, democratiche e di secolarizzazione dello stato. Tentano di realizzare riforme sociali ed economiche. Entrambi subiscono un triste destino: culminata la fase militare, forze oscure fanno fallire il loro progetto politico e sociale. Voltaire disse che i profeti armati sconfiggono sempre quelli disarmati. Due profeti invincibili sembrano annichiliti da forze senza volto né armi. Invochiamo il profeta disarmato Antonio Gramsci per identificarle.
Approfondiamo innanzi tutto le relazioni tra lotte demancipazione e rivoluzioni. La mentalità neocoloniale squalifica il patriottismo e taccia di delitto laspirazione dei popoli dipendenti a non essere governati da stranieri, mentre al contempo, con poteri imperiali, si affanna a custodire intatte, indissolubili ed inviolabili, le fedeltà politiche, giuridiche ed ideologiche. Questo dopo la globalizzazione del capitale e la transnazionalizzazione della cittadinanza. Però una cosa è certa: le guerre demancipazione politica e di liberazione nazionale sono episodi della lotta tra classi. In essa, una classe dominante chiama in suo aiuto le classi dominate per sconfiggere unaltra classe dominante, come accadde con i bianchi creoli in America. Oppure una classe dominata annienta quasi del tutto la dominante, come fecero gli schiavi verso i loro padroni ad Haiti, i contadini asiatici con giapponesi e colonialisti europei nella Rivoluzione cinese, e i contadini antillani in quella cubana. Lemancipazione si trasforma in rivoluzione quando si strappa alla classe dominante il dominio sugli sfruttati, il suo esercito ed il suo apparato ideologico.
Così, Bolivar raggiunge l&apos;apice della campagna demancipazione politica, iniziata dall&apos;oligarchia locale dei bianchi creoli contro i peninsulari, ma questa si decide solo quando gli indipendentisti ottengono laiuto di indigeni, schiavi, mulatti e bianchi della costa. Per creare un nuovo esercito, Bolivar offre la libertà agli schiavi che si arruolano, distribuisce la terra ai miliziani, libera dalla servitù gli indigeni. Vale a dire, tutto il processo di emancipazione politica marcia allo stesso passo del suo progetto di emancipazione sociale. Lindipendenza non solo scioglie i legami con la monarchia spagnola, ma la esclude da ogni posterità in America imponendo istituzioni repubblicane che costituiscono una rivoluzione politica equivalente a quella francese. Il progetto di emancipazione non può unire tuttavia grandi blocchi geopolitici per controbilanciare l&apos;influenza statunitense ed europea. Il Congresso di Panama fallì nel tentativo di consolidare una federazione americana con eserciti a direzione comune.
Altrettanto grande e tragica è limpresa di Giuseppe Garibaldi. Ha per scenario due mondi, nei quali riunisce eserciti non convenzionali per ottenere brillanti trionfi militari. Come Bolivar, assume l&apos;emancipazione politica come base per un progetto di integrazione, in questo caso quello dell&apos;unità italiana. Ingaggia una guerra di emancipazione per l&apos;Uruguay e tre per l&apos;Italia. Si batte anche per un ammodernamento delle strutture: uguaglianza giuridica garantita da governi laici, repubblicani e democratici, e da riforme economiche e sociali. Dopo lo sbarco del Mille a Marsala, promette una riforma dei latifondi, l&apos;eliminazione di tributi e decime sulla terra. Queste promesse attraggono nelle sue fila legioni di contadini che invadono anche i feudi dei baroni latifondisti e le terre comunali.
Questi piani rimangono frustrati dinanzi al timore di una spedizione di Napoleone III e di una guerra contadina che avrebbero potuto infiacchire lo sviluppo industriale del nord. Garibaldi si vede costretto ad accettare la monarchia di Vittorio Emanuele e le concessioni di Cavour, per non ostacolare lagognata unità italiana. Davanti alla frustrazione dei suoi progetti repubblicani, Garibaldi rinuncia al Parlamento italiano nel 1870, e muore in una specie di esilio interno nell&apos;isola di Caprera nel 1882.
Gramsci indica come la riluttanza del partito d&apos;Azione ad appoggiare la riforma agraria e a convocare una costituente, ritardò l&apos;emancipazione e l&apos;unità italiane. Come accadde per l&apos;emancipazione venezuelana, quasi non cambiarono le forze produttive, né i rapporti di produzione. In entrambi i casi furono appena percettibili cambiamenti degli apparati ideologici di religione, educazione e mezzi di comunicazione. In ambedue perdurò quasi inalterato lo stesso blocco egemonico. In entrambi, gli impegni non portati a termine suscitarono sanguinosi conflitti. Oggi la rivoluzione nei paesi egemonici sembra ristagnante. In quelli dipendenti, coincidono lotte di emancipazione politica, mobilitazioni sociali, prese di controllo delle forze produttive e rinnovamenti della lealtà degli eserciti. Come non c&apos;è emancipazione senza programma sociale ed economico, il programma economico e sociale può trasformare l&apos;emancipazione in rivoluzione. Bolivar, Garibaldi e Gramsci hanno ancora molto da realizzare nel mondo. Armi liberatrici e grandi idee capaci di conquistare le strutture produttive e le sovrastrutture ideologiche sono le nostre prime necessità.

Traduzione dallo spagnolo per &lt;a href=&quot;http://www.resistenze.org/&quot;&gt;www.resistenze.org&lt;/a&gt; a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

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<entry id='2333' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2333' author_id='4' authored_on='20070806023545' basename='occhietti_rossi' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070806023545' modified_on='20070806023624' ping_count='164' status='2' title='Occhietti rossi' week_number='200732'><text>di &lt;b&gt;Valerio Evangelisti&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;CostruttorediBiciclette.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/CostruttorediBiciclette.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;181&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;[Propongo qui la mia introduzione al romanzo di Maurizio Cometto &lt;i&gt;Il costruttore di biciclette&lt;/i&gt;, ed. Il Foglio, 2006, pp. 160,  10,00. Personalmente ritengo Cometto, ancora noto a pochi, uno dei più promettenti autori del fantastico italiano, per freschezza di idee e di scrittura. Merita di essere seguito.]  (&lt;b&gt;V.E.&lt;/b&gt;)

Il lettore non si faccia trarre in inganno. Le prime pagine di questo romanzo fanno pensare alla solita storia di serial killer, per di più con lassassino già individuato. Si rimane colpiti dal contesto ambientale di provincia, descritto estremamente bene, ma si pensa: roba già vista.
E invece no: piano piano si prepara la sorpresa. Si avanza perplessi tra le pagine, finché lincrociarsi degli sguardi tra un uomo poco raccomandabile e un roditore sbucato dal terreno fa capire che la vicenda è completamente diversa da quella che si era ipotizzata.
E, da quel momento, sottrarsi al suo fascino diventa praticamente impossibile.</text><text_more>Cè chi dice che il genere thriller (assieme al giallo ribattezzato noir) domini il mercato librario italiano. Non credo che sia vero in assoluto, e che comunque la constatazione riguardi essenzialmente pochi romanzi che si sono imposti in virtù della loro banalità (uno di essi è addirittura una sfacciata imitazione del vecchio film &lt;i&gt;Occhi di Laura Mars&lt;/i&gt;). Non vedo comunque nulla di male nel fatto che scrittori italiani abbiano ormai acquisito la fluidità di scrittura e il grado di leggibilità propri un tempo solo di autori stranieri. Soprattutto se gli scrittori di cui parlo, giovani ma non solo, sono capaci di mettere la tecnica acquisita al servizio di una storia originale, che cita dei modelli (il più riconoscibile in questo caso mi pare Lovecraft: il custode della porta, laltra parte, certi animaletti domestici graditi e sgraditi, ecc.) senza tuttavia copiarli.
Dopo la lettura de &lt;i&gt;Il costruttore di biciclette&lt;/i&gt;, classificherei Maurizio Cometto come uno dei capofila della nuova schiera di giovani scrittori di fantastico. Riesce a rendere persuasiva e accattivante una trama bizzarra in quanto più complessa di ciò che appare, e credibile la piccola comunità assediata da un antico nemico che ben si presterebbe a interpretazioni psicanalitiche.
Ma, soprattutto, Cometto si rivela esperto nella costruzione della &lt;i&gt;suspense&lt;/i&gt;: unarte niente affatto scontata, qui sorretta da una sapiente disseminazione di indizi inquietanti e da dialoghi fulminanti, in cui ogni riga quasi impone la lettura della successiva.
Cè qualcosa di molto cinematografico, in tutto ciò, ma anche di letterario: tornano in mente, nella seconda parte del libro, vecchie fiabe destinate agli adulti, di quelle care da sempre agli inglesi e da noi disdegnate non dai lettori, per fortuna, ma da una critica neghittosa che coltiva ideali di scrittura tramontati da mezzo secolo.
Spero che il pubblico si accorga di questo romanzo. Capirebbe che non occorre cercare oltre frontiera la letteratura che ama e ha sempre amato: quella che inchioda, che costringe a passare velocemente da una pagina allaltra. Avevamo i nostri artigiani, costretti alla semiclandestinità. Oggi abbiamo anche i nostri piccoli maestri. E mica tanto piccoli, a ben vedere.

</text_more></entry>
<entry id='2334' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2334' author_id='4' authored_on='20070807031853' basename='ultima_cronaca_dal_regno_unito_1' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070807031853' modified_on='20110324015631' ping_count='155' status='2' title='Ultima cronaca dal Regno Unito  1/3' week_number='200732'><text>di &lt;b&gt;Giuseppe Genna&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;LondonCityHall.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/LondonCityHall.jpg&quot; width=&quot;125&quot; height=&quot;91&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;I Lord sono inviolabili
Victor Hugo, &lt;i&gt;Luomo che ride&lt;/i&gt;

Mendicare avidamente poteri occulti privi di valore da Dio, che potrebbe dare facilmante tutto se stesso e che è tutto, è come mendicare farina rancida da un generoso filantropo pronto a dare ogni cosa
Ramana Maharshi, &lt;i&gt;Detti di Ramana Maharshi&lt;/i&gt;

Siamo forme aperte.
Katje fece un ultimo giro della camera ologrammatica, togliendo la gravità, sciogliendo il corpo e roteando sospesa e nuda tra le ombre dei suoi Maestri, senza mai sfiorarsi la pelle, lo sguardo perduto tra le sagome liquide che si formavano in aria, le venivano incontro, le sorridevano e penetravano in lei. Katje provava sempre un brivido spinale, lieve e quasi impercettibile, quando lologramma di un Maestro fingeva di entrarle in corpo, colpendole lo sterno e mimando un piccolo gorgo di luce che sembrava essere risucchiato dal petto di lei. Sapeva che si trattava di ologrammi, anche se in assenza di gravità leffetto euforico era maggiore e il corpo si librava con libertà narcotica ed elettrizzante e tutto appariva reale e tremante come in un sogno guidato e vivido. </text><text_more>Sapeva che quelli non erano i suoi Maestri, ma soltanto pallide icone senza peso, giochi di luce sospesa: niente. Però nella forma e nel nome si annida lagguato dellesistenza - e la potenza è intatta e conservata come la memoria nellacqua quando si percepisce la figura e si pensa al nome. Per questo, pur non essendo realmente i suoi Maestri, quegli spettri sorridenti e agglutinati in aria che volteggiavano e la penetravano erano, in un certo senso, i suoi veri Maestri: conservavano unombra di verità. Questo la faceva rabbrividire. Cristo la sfiorò nella tunica verdeacqua irradiando aura dai capelli fluenti e biondi, osservandola intensamente con uno sguardo mite e aggressivo e un sorriso ebete che si spense quando dilatò le pupille azzurre, prima di subire il conato e la contrazione e diventare un flusso luminoso, una treccia di luce che la colpì allo sterno mentre lei era a mezzaria e stava ruotando il corpo dal soffitto alla parete ovest e rattrappiva insieme le ginocchia per fingere una posizione fetale. Cristo le entrò dentro, rilassandola immensamente, proprio mentre Katje raggiungeva la posizione finale del feto, quella che la calmava e le conferiva maggiore energia. Infatti riuscì immediatamente a tendere elastico il corpo e a ruotare, diritta ma obliqua, facendo perno sulla testa, mentre si avvicinava lultimo ologramma rimasto, quello del Maestro Krishna. Allora Katje mimò il ritorno della gravità, scese lentamente verso il pavimento, fece fatica a imitare la posizione eretta e lologramma la seguì, le stette davanti qualche minuto, sorrise del sempreuguale sorriso ebete che incrinava il volto azzurro, le carezzò la testa, sembrò volerle sussurrare qualche parola, Katje avvicinò lorecchio chiudendo gli occhi e subito li riaprì e vide il pallore cereo e rigido di Krishna contrarsi in una nuova forma, un piccolo grumo a spirale di luce che le entrava in petto e per un attimo avvertì una pena infinita, sembrò che lattimo stesso fosse infinito, poi si scosse, si avvicinò al pulsante, ripristinò la gravità, chiuse il programma ologrammatico e uscì dalla stanza quasi bestemmiando, perché sapeva che non doveva finire con Krishna, che era meglio finire con Buddha, che ne sarebbe uscita meno stressata, più soddisfatta. Vaffanculo si disse e passò la cortina di luce che separava il resto dellappartamento dalla camera da bagno.
Entrò nella cabina, sentì fluire lacqua e la Musica Ripetitiva e si sciolse in un sonno cosciente e passeggero. Tentò di restare sveglia, di sviare la predazione dei lupi onirici. Provò a richiamare a sé lattenzione della veglia, ripetendo la canonica definizione dellUomo di Bentham, lo scopritore delle interazioni col Piano Astrale: Luomo è energia spirituale condensata. Egli è composto di quattro corpi: quello Fisico, che corrisponde allo stato in cui luomo è sveglio e agisce col corpo nel mondo grossolano, determinato dallincrocio di spazio e tempo; quello Psichico, in cui si rapprendono le energie  più sottili di quelle fisiche  dei sogni, delle emozioni e del sonno profondo, e nel quale non esistono lo spazio e il tempo, se non in marginali forme dilatate e contratte; quello Astrale, che causa lo spazio psichico e quello fisico, in cui non esiste la mente individuale, ma una sua forma pallida che ancora deve intuirne la geografia e apprenderne le modalità causative di intervento sui mondi inferiori psichico e fisico; infine quello Spirituale, nella cui zona manifesta  detta &lt;i&gt;akashica&lt;/i&gt; - è iscritta la storia universale di ogni evento individuale che abbia preso forma nella dimensione in cui esperiamo il nostro stato di veglia, mentre nella zona superna si fuoriesce da ogni tipologia di manifestazione. Katje ripeté tre volte la definizione di Bentham, resistendo allaggressione dei filamenti di sogno cosciente che colavano dallo Psichico; ripeté decine di volte, sempre meno freneticamente, il motto ufficiale del Regno Unito, &lt;i&gt;Niente Esiste&lt;/i&gt;. Poi, subdolo, la sedusse il profilo del volto di un Insegnante. Katje si lasciò andare, entrò nelle acque psichiche col ritegno di un bambino deposto in un luogo ignoto. Immagini imbevute di emozioni e desideri precedentemente sconfitti nel corso delle lunghe e intense meditazioni si affacciavano benigne e pericolose: il lieve tremore dellattesa per limminente Iniziazione, lorgoglio di essere ammessa nei Corpi Scelti di Londra Centro, linquietudine per il ruolo al quale sarebbe stata destinata (avrebbe fatto parte di uno dei gruppi che lavoravano allo Stallo? Le sarebbe stato riservato un posto al Centro Sperimentale per la condensazione del Piano Astrale? Avrebbe fatto parte del corpo di guardia del Re Unito e della Regina Unita per impedire interventi dallAstrale sulle loro Regali Persone?)  tutto si annodava in luminose escrescenze mentali, che andavano ripulite, in vista dellIniziazione, di lì a qualche ora. Spense il flusso dacqua polverizzata e subito la Musica Ripetitiva si arrestò. Uscì dalla camera da bagno madida e flessuosa, ancora confusa e non prevedibilmente stanca. Se solo avesse potuto ripulirsi la psiche
Non si era mai chiesta se fosse felice.
Impiegò più di venti minuti a entrare in &lt;i&gt;samadhi&lt;/i&gt;, contaminata comera dalla paura di essere troppo sporca psichicamente per accedere in maniera penetrante sullAstrale. Riuscì ad attivare una Porta sullAstrale, riuscì a vedersi, ripulì lo Psichico dalle escrescenze e dalla fatica di ripulirsi da terrori e loop mentali. Ebbe la tentazione di calare dallAstrale sul momento dellIniziazione, per osservare quanto sarebbe successo, ma come sempre trovò la Porta serrata: ogni volta che provava a calare dallAstrale su porzioni di tempo futuro proprio o collettivo, le Porte erano sbarrate e Katje si trovava respinta nuovamente nella fascia esterna al Piano Astrale. Significava che Maestri potenti avevano predisposto chiusure in punti chiave. Probabilmente erano Maestri dello stesso Regno Unito. Forse qualcuno degli stessi insegnanti di Katje.
Mentre rientrava verso lo stato di veglia intuì crescere il nodo di un rapido ma potente desiderio sessuale. &lt;i&gt;Soddisfa in parte i desideri, non tentare di ucciderli; uccidere i desideri è opera folle e impossibile; rafforzeresti soltanto il tuo io e ti sarebbe precluso laccesso al Piano Astrale; soddisfa parzialmente i tuoi desideri e osservali: cadranno da sé&lt;/i&gt;.
Calò dallAstrale, si immerse nello Psichico ripulito, tornò allo stato denso della materia. Risvegliatasi completamente, Katje cercò distrattamente il catalogo erotico, lo sfogliò svogliata, rimase incerta sulle foto e i codici delle ragazze, poi attivò le comunicazioni, scelse una Geisha e una Cowgirl.
Furono da lei in pochi minuti. Iniziarono a scopare intensamente. La Geisha scioglieva il cerone in rivoli di sudore pastoso, mentre leccava Katje, e la Cowgirl strillava sillabe sconnesse mentre la penetrava. Katje osservò da fuori del corpo la scena, calcolando gli strappi del suo bacino e scrutando i suoi stessi incisivi mordere flebili il labbro inferiore e il volto contrarsi in una smorfia eccessiva rispetto al piacere che effettivamente provava. Si concentrava su se stessa, ma nel campo di visuale psichica riusciva a percepire laura scura e rossastra della Cowgirl e quella violacea della Geisha: erano sporchissime sul piano psichico. Erano carne: nientaltro. Carne percorsa da scosse emotive. Si fece montare per unora. Poi, il desiderio decadde. Katje riuscì a restare neutra, in osservazione, sul piano psichico, mentre il suo corpo agiva e lei si sentiva nel suo corpo e anche fuori. Quando il desiderio decadde, tentò un salto sullAstrale, e ci riuscì, al primo colpo, e vide il campo psichico perfettamente ripulito, senza attese o paure o desideri e allora ritornò a pieno nel corpo, in perfetto stato di veglia. Congedò la Geisha e la Cowgirl senza proferire parola.
Vide che mancavano tre ore allIniziazione. Il volo lavrebbe portata a Londra Centro in un quarto dora al massimo. Respinse la folata di noia. Accese nuovamente la Musica Ripetitiva. Rilesse la lettera di convocazione, misurando linsorgere di eventuali reazioni emotive:


&lt;i&gt;Londra, 24 luglio 6038
Katje Ondaatje
Blocco 128 / alloggio 3
Quartiere ESP
Distretto Francese
Londra

Gentile Signorina Ondaatje,
	siamo lieti di comunicarLe che, al termine del suo periodo di permanenza presso il Quartiere ESP, i cicli di insegnamento e gli indici di progresso personale Le hanno ottenuto un punteggio estremamente elevato. Dopo attento controesame della Commissione desame, Lei è convocata per ricevere il grado di Iniziazione che Le permetterà di fare parte dei Corpi Scelti.
Si prepari con la necessaria dovizia e con la tranquillità richiesta da una simile occasione. Come Lei sa, non più di centoventi persone fisiche hanno avuto il privilegio di entrare a fare parte dei Corpi Scelti e soltanto settanta circa di costoro sono attualmente operanti sul piano fisico. LIniziazione per la quale Lei viene convocata costituisce il massimo obbiettivo della Sua esistenza, il migliore esito raggiungibile dopo la sua ventennale educazione presso il magistero del Quartiere ESP. Il Regno Unito La attende in qualità di uno dei suoi più prestigiosi e indispensabili membri.
La Commissione si raccomanda di meditare attentamente quanto sopra comunicatoLe, e in particolare si premura di interdirLe di rivelare il contenuto di questa missiva a persona alcuna, compresi i Suoi insegnanti.
Si presenti al Quartiere Buckingham di Londra Centro il 31 luglio 6038, alle ore 17.00, presso linterporto. Un addetto si prenderà cura di Lei. Le sarà gradito sapere che, prima della cerimonia dIniziazione, Le verrà concesso accedere alla presenza fisica del Re Unito e della Regina Unita, che indendono congratularsi con Lei.
Cordiali felicitazioni
Simon Praeston Huxley
(Reggente Commissione Controllo)&lt;/i&gt;

Katje controllò se lannuncio dellIniziazione stava causando linsorgere di una qualunque increspatura emotiva sul piano psichico. No: nessuna emozione. Aveva faticato per sciogliere desideri e paure e passioni nellarco di ventanni di cui ormai ricordava poco, poiché Le era stato insegnato a disciogliere anche i ricordi. Nessuna emozione: era lInsegnamento. Bisognava praticarlo, era difficile. Lei ce laveva fatta.

Rientrò in &lt;i&gt;samadhi&lt;/i&gt;. Ancora non controllava il proprio spazio &lt;i&gt;akashico&lt;/i&gt;: il campo sottile di energia spirituale in cui sono da sempre e per sempre iscritti i fatti delluniverso. La porzione &lt;i&gt;akashica&lt;/i&gt; che riguardava Katje conservava i ricordi di ciò che era stato di lei in passato, di cosera di lei al presente e di cosa le riservasse il futuro. Il salto al piano &lt;i&gt;akashico&lt;/i&gt;, da quanto si sapeva, non era ancora stato effettuato da persona umana che abitasse il Regno Unito. Soltanto qualche Risvegliato, nascosto e impossibile da riconoscere, aveva da sempre accesso a quel registro universale. Dalla porzione &lt;i&gt;akashica&lt;/i&gt; di Katje calavano le irsute orde dei ricordi, infestavano il suo Astrale, scendevano colando e condensandosi in ricordi e intuizioni di ciò che sarebbe stato. Memoria del passato e memoria del futuro. Katje poteva limitarsi per ora soltanto a ripulire, ripulire, ripulire. E tuttavia, contro lInsegnamento e contro la sua stessa volontà, Katje ricordava.

Katje Ondaatje era una ragazza privilegiata e quello era il giorno memorabile, il giorno del privilegio. Quando Katje Ondaatje era nata, ventitré anni prima di quel giorno, nel distretto olandese di Londra, il Regno Unito era saldo da almeno due millenni e risultava ormai quasi coincidente con lestensione del pianeta, a parte alcune zone sparse in cui ribelli e autoctoni non riconoscevano lautorità del governo unico (erano resistenze minime, che furono persuase con accomodanti proposte da parte del Regno Unito prima che Katje perdesse i denti da latte). Le clonazioni e le modificazioni geniche erano state sospese da più di tre secoli, a causa dei costi e degli svantaggi statistici. Soltanto la Fecondazione Artificiale Avanzata rimaneva quale ultimo residuo di un tempo ormai mitologico in cui si era erroneamente creduto che fosse vantaggioso modificare la materia e nemmeno si sospettava che fosse possibile manipolarne direttamente le cause sottili. Quando Katje aveva tre anni, la famiglia Ondaatje ricevette la visita di prammatica della squadra di pendolatori. Katje non ricordava ovviamente i loro volti pallidi, le piccole rughe azzurre che solcavano le palpebre del pendolatore responsabile della squadra. Né aveva potuto ascoltare i racconti (smangiati dal tempo e dalla fallace natura dei ricordi impersistenti) che solitamente i genitori riversavano sui propri figli: poiché i pendolatori, attoniti, verificarono nella piccola una delle più potenti anomalie allaura e uno dei gradienti di energia sottile più alti dellintero distretto olandese. Katje, secondo protocollo, fu direttamente trasportata a Londra o, per essere più precisi, nel quartiere periferico che sorgeva laddove in antichi tempi erano erette le storte torri e gli archi acuti in materiale caduco di una città detta Lione. In quel quadrante della periferia londinese, accerchiato dalla fascia abitativa dei commercianti e dei contrattatori, il Regno Unito aveva predisposto da almeno due secoli linstallazione dell&lt;i&gt;enclave&lt;/i&gt; dedicata agli ESP. A partire dalla storica scoperta scientifica dellesistenza e della possibilità dinterazione con il Piano Astrale, le multinazionali si erano lanciate nella ricerca del piano sottile che guaina dallinterno la materia, e il Regno Unito aveva concesso lo sfruttamento delle potenzialità umane più adatte allo studio e allo sviluppo dei cosiddetti &lt;i&gt;channelling&lt;/i&gt;: erano persone di ogni razza ed estrazione, che i rabdomanti pendolatori autorizzati scovavano negli angoli più remoti del pianeta e recludevano nella fantastica cittadella in cui, sotto la guida di Maestri affiliati al Regno Unito, i prescelti potevano ampliare la gamma delle proprie esperienze intra ed extra corporee, a uso del programma scientifico di colonizzazione del Piano Astrale. Allindomani dellannuncio della scoperta dellesistenza del Piano Astrale da parte del pool scientifico di Londra Centro, rivolte e guerriglie si erano scatenate ovunque allinterno del Regno Unito, e nemmeno lintervento diretto del Re Unito e della Regina Unita  veneratissimi da parte del popolo  avevano ricondotto alla calma i gruppi di rivoltosi, guidati da Maestri di ogni tradizione. Era un periodo oscuro, che Katje aveva studiato durante le lunghe sessioni di mnemosi storica: gli ologrammi dei Maestri e dei loro Ashram e Monasteri apparivano sfuocati, ma le immagini dello sterminio erano eloquenti - anche se si hanno sette anni e non si è mai varcata la soglia del Quartiere ESP. Allestrema periferia londinese, intorno alla spianata del Tempio Ricostruito di Salomone, il Rabbino Capo si era dato fuoco allavanzare delle truppe del Regno Unito, così come ad Arunchala, fuori Londra, i seguaci di Ramana Maharshi avevano incendiato le effigi dello Swami e si erano gettati tra le fiamme. Lunica resistenza da vincere, a detta degli strateghi del Regno Unito, era quella dei Maestri. Nonostante la colossale campagna acquisti, che aveva portato allinterno delle mura del Quartiere ESP migliaia di yogin, di sufi e di esicasti, i migliori Maestri si erano eclissati, o avevano opposto un silenzioso diniego alle offerte degli emissari giunti da Londra Centro. Non si erano mai verificati disturbi da parte di Realizzati: Essi non credevano alla colonizzazione dellAstrale, non credevano allacquisizione dei Poteri, non prestavano minima fede a quanto accadeva del Pianeta. Silenziosamente appartati, lavoravano alla Liberazione di miti gruppi di adepti. Il Regno Unito li sopportava come un sovrano tollera il volo di una mosca.
Il fallimento del Progetto di Contatto con entità extraterrestri, i clamori suscitati dal bluff del teletrasporto, i ripetuti tentativi andati a vuoto di superare la velocità della luce avevano quindi trovato risoluzione in un nuovo approccio, che gli i programmi didattici ologrammatici definivano spirituale, e che, in effetti, aveva conferito un nuovo volto alla società. Tutto era cambiato. Migrazioni immense erano scaturite dalla libera scelta concessa dal Regno Unito ai suoi abitanti. Chi desiderava lavorare si installò nelle zone più lontane dal Centro di Londra, e il Regno Unito non sprecò mai, per tali aree degenerate presto in flottiglia miserevole di unumanità detritica e viziosa, forze di polizia o controlli speciali: fu presto evidente che tali sconfinate aree geografiche si andavano organizzando da sé, mentre proprio a quelle latitudini cresceva la popolarità dei Regnanti e la venerazione delle loro Persone. Erano le fasce che congiungevano Brasilia a Kuala Lampur a Bangkok a Islamabad a Beirut al Cairo, con leccezione del Distretto Indipendente dIsraele. Più allinterno, alla latitudine di Roma, Atene e Calcutta e New York i medici e i professionisti delleconomia gremivano i quartieri londinesi, indaffarati in pratiche e in tecniche sempre più raffinate, ma esclusi dai progetti ESP che costituivano ormai la frontiera unica del nuovo sapere. Studiosi liberi dalle costrizioni del lavoro (una condizione insopportabile per la maggior parte dellumanità che, dopo qualche mese di sospensione dal lavoro ne aveva chiesto a gran voce la ripresa) si dedicavano alla conservazione mnemonica e allelaborazione intellettuale dei vecchi e dei nuovi saperi. A questa latitudine il Quartiere ESP costituiva il centro propulsivo della colonizzazione del Piano Astrale. Poi si spalancava Londra Centro: qui il Potere elaborava le sue strategie di contenimento e di soddisfazione. 
Di tutto ciò Katje conosceva soltanto le rappresentazioni didattiche ologrammatiche. Le comunicazioni dirette erano interdette ai prescelti dellESP, per ovvi motivi. Concentrazione, meditazione, ritmo, silenzio: niente doveva disturbare la crescita degli aspiranti colonizzatori del Piano Astrale. A parte le rare lezioni in luoghi sacri, il mondo era precluso a costoro, per preservarne la profondità dimmersione nelle guaine energetiche interne. Pochissime le lezioni esterne allESP: Katje aveva visitato gli obelischi di W.D.C, nel distretto americano di Londra; le Piramidi londinesi del distretto egizio, un luogo dominato dallincuria e dalla sporcizia, percorso da un flusso ininterrotto di corpi madidi al lavoro, straziato da urla di neonati, che sembravano escrescenze di carne tra le braccia di menadi ossute; lenorme centro di accoglienza ospedaliera di San Pietro, nel distretti italiano di Londra, dove il Vicario dei Deboli li aveva accolti tenendo loro una lezione su Cristo, il Re degli Indigenti e dei Malati. Il Vicario era una donna molto bella, dai modi quasi curiali, quasi arcivescovili. Una fitta rete di rughe le segnava il collo, mentre invitava gli studenti dellESP ad ammirare il Simbolo, la Ferita del Cristo: una vagina orizzontale, che stillava gocce di sangue. Confidiamo nel Costato, questo è il simbolo dei nostri dolori, dei dolori di tutti gli uomini, che Noi siamo chiamati a medicare disse il Vicario. Guidò personalmente il gruppo per i meandri oscuri e sporchi del grande ospedale che occupava lintera estensione del distretto londinese di Roma. Un uomo ròso da un cancro facciale stava indossando una mandibola in titanio che strideva a contatto con le ossa: Katje incrociò il suo sguardo inebetito mentre sistemava la protesi. Il padiglione del disagio psichico venne attraversato passando per un corridoio sospeso in vetro infrangibile: era una vasta sala circolare, del diametro di duecento metri allincirca, i corpi dei disagiati psichici erano nudi, stravolti, lividi, mentre docce violente li colpivano dal soffitto, urlavano, ma dietro il vetro infrangibile non si sentiva nulla, si malmenavano a vicenda, dondolavano il tronco seduti e spersi in spazi mentali che Katje faticava a classificare. Il Vicario sorrideva, la mano morbida e fine guantata di raso bianco, indicava nellaria, le sue parole si confondevano, la sua aura era azzurrina e sfumata, il suo sorriso rovinato dalla pàtina giallastra dei denti. Ovunque il Simbolo della Ferita di Cristo stillava sangue: dalle pareti, dagli ologrammi al centro di chiostri in cui trascorrevano unebete convalescenza coloro che presto sarebbero stati dimessi e sarebbero tornati ai distretti dorigine. Nello sterminato lazzaretto circolare di San Pietro, infiorescenze di pesti e metastasi, arti disuniti e non privi di coscienza, tronchi ròsi da patologie oscure, volti rappresi in grumi inespressivi, mani monche tese alla richiesta di carità  unumanità deflagrata dalla malattia attendeva che giungesse la Carità degli operatori del Vicario, lodava il Costato di Cristo Re degli afflitti, sgranava impotenti rosari sotto il cielo dozono del distretto italiano.
Unaltra volta Katje era stata condotta presso la grotta di Pathmos, nel quartiere di Rodi allinterno del distretto greco di Londra ed era caduta in una trance profonda, durante la quale gli Insegnanti avevano registrato le sue comunicazioni automatiche, che narravano di assurdi e improbabili disastri futuri.
Il mondo di Katje era ristretto a Katje e nonostante questo le appariva infinitamente espanso e inesplorabile.
Tutto il resto era il Regno Unito: lultimo volto di Dio in terra.

(&lt;b&gt;1-CONTINUA&lt;/b&gt;)

</text_more></entry>
<entry id='2335' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2335' author_id='4' authored_on='20070808031258' basename='ultima_cronaca_dal_regno_unito' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070808031258' modified_on='20110324015631' ping_count='169' status='2' title='Ultima cronaca dal Regno Unito  2/3' week_number='200732'><text>di &lt;b&gt;Giuseppe Genna&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;TheArk.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/TheArk.jpg&quot; width=&quot;125&quot; height=&quot;84&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Appena uscita dal &lt;i&gt;samadhi &lt;/i&gt;ringraziò con una lenta preghiera medianica le Persone del Re Unito e della Regina Unita, le due colonne che reggevano il mondo e grazie a cui lei stessa poteva godere del suo Piano Corporeo con serena e spensierata meccanicità, per dedicarsi totalmente alla mappatura del Piano Astrale.

Dal quartiere ESP a Londra Centro: dieci minuti con i mezzi a propulsione del servizio pubblico. I passeggeri non vedevano che se stessi: non era possibile incontrare altri viaggiatori.

</text><text_more>La pratica del contatto fisico era ormai limitata alle zone dei lavoratori, alla periferia del Regno. Un lungo, magro termitaio accelerato garantiva calma e coscienza di sé, mentre con velocità idiota e garantita si provvedeva allinutile operazione di trasporto dei corpi.
Tuttavia dai fori della propria cabina si poteva, desiderandolo, gettare uno sguardo sul paesaggio esterno, nei primi due minuti di accelerazione. Poi i movimenti dellocchio non potevano più catalogare e interpretare le forme che, ad alta velocità, mutavano senza posa in un fiotto di colori iridescenti e monotoni, fino alla decelerazione in vista della meta, quando le forme ritornavano riconoscibili e si spalancava alla vista il largo vuoto e la radura sterile del quartiere di Buckingham.

Primo minuto: Katje non evocò alcun ricordo ed evitò di osservare le forme.
Secondo minuto: Katje riconobbe il distretto londinese di Parigi. Era il quartiere in cui esplose la rivolta dei criogenizzati. Antiche tecniche di conservazione corporea avevano permesso ai malati terminali in disfacimento di resistere, vivi, allassalto finale del tempo. A partire dallEra del Computer, possidenti in fin di vita avevano prenotato una cella in cui il loro corpo malato veniva congelato: restavano intatte le facoltà vegetative, in attesa del risveglio, che sarebbe avvenuto in un imprecisato futuro, quando le scienze mediche fossero pervenute a cure specifiche per tumori, sclerosi multipla, sclerosi a placche, malattie immunodeficenti, virus e sindromi non classificate. La pratica della criogenesi era stata quindi estesa a livello massivo nel quarto millennio, quando il primo corpo in sospensione era stato scongelato e curato con successo. Le tecniche crioniche avevano soppiantato la cremazione dei cadaveri. Il quartiere di Parigi era stato trasformato nella zona di concentramento delle celle criogenizzanti e delle aziende che operavano nel settore. Nella seconda metà del secolo LIII, tuttavia, lesplosione dei conflitti sessuali e lorda di terroristi che contestavano lavvento definitivo del Regno Unito erano sfociate in un attacco generalizzato alla centrale di energia che alimentava le celle frigorifere. I dispositivi di sicurezza erano saltati. Era levento più drammatico degli ultimi millenni. I protocolli di controllo erano fuori uso. Le procedure di scongelamento si autoavviarono. Dopo dodici ore le celle si erano aperte e i corpi erano rientrati nello stato della coscienza di veglia. Esistevano migliaia di filmati ologrammatici che testimoniavano di quellorrore, e Katje li aveva visionati, dapprima come esercizio di acquisizione della storia di base, in seguito come seme di meditazione vigile. Centinaia di corpi, congelati nelle celle dai marchi più ambigui del mercato criogenico, si erano putrefatti. Decine di migliaia di persone  i corpi slavati, i lividi in evidenza, tumefatti, slacciati  strisciarono per anni nei boulevard tra i palazzi che custodivano le celle. Morti, semimorti, vivi in stato di choc, carni che nominavano varianti perdute di lingue faticosamente riconoscibili, sacchi di viscere urlanti, enti gonfi e sbrecciati nella fronte o sul cranio, calotte craniche sollevate, enormi vermi da decomposizione avanzata, deliranti e asessuati, teschi ricoperti da membrane marroni e semoventi, morbi &lt;i&gt;visibili a occhio nudo&lt;/i&gt;, femmine con mastiti sgonfie e pustolose: era uninvasione degli spazi da parte di un popolo sospeso nel tempo, catapultato nel nulla, blaterante, pericoloso. Chiunque urlava. Chiedevano cibo. I media ologrammatici non si erano fatti sfuggire lo spettacolo: avevano acquistato le telecamere a circuito chiuso dalle aziende criogeniche di Parigi, diffondevano  sapientemente montate  le immagini del delirio. Il programma ologrammatico di maggiore successo nella storia della comunicazione grossolana: lintero pianeta era stato calamitato da quelle scene di cannibalismo (poiché a breve i corpi incominciarono a cibarsi di corpi, in putrefazione, ma anche vivi) e di devastazione che i quasi morti crionici compivano a ogni ora del giorno, senza più essere sensibili allalternarsi di buio e luce, dormendo dove capitava, assalendo dove capitava, morendo per inedia, stridendo alla luna nitida del cielo londinese di Parigi. Era durato dieci anni. Dieci anni di programma ologrammatico che aveva permesso alle compagnie mediatiche di bloccare le politiche di intervento, poiché gli introiti erano saliti alle stelle e la popolazione planetaria non sembrava stanca, con il trascorrere del tempo, di quelle scene mute e dolorose: desiderava di più, inizialmente; poi iniziò a desiderare né di più né di meno; una beanza idiota che conduceva a spendere, a spendere, a spendere per osservare da venti, trenta, quaranta telecamere ologrammatiche. I prodotti sponsorizzavano molto. Il governo era impotente rispetto alle pressioni delle compagnie mediatiche che, tra laltro, erano il governo. Lesercito rimase immobile. Si cercò di preservare la situazione. Tutto il distretto parigino era stato isolato in una quarantena decennale, fino al collasso dellultimo corpo (gorgheggiava, sembrava ribollire, era il filmato più celebre). Parigi era ufficialmente un distretto londinese e il Re Unito e la Regina Unita, pietosi come sempre, avevano disposto una sepoltura di massa. Le bombe esplosero. Una lastra di piombo venne fusa sui resti del distretto, a impedire contaminazioni dal sottosuolo. Il quartiere londinese di Parigi venne ricostruito, per ospitare, in immensi edifici circolari e spiraloidali, le Biblioteche. Alla vita era succeduta la semivita. A questa, la semimorte. A questa, la cancellazione. A questultima, il sapere.

Terzo minuto: laccelerazione.
Una vaga sensazione di potenza impotente, una spinta che aveva a che fare con un astratto coito di ogni cellula scosse Katje. La proiezione fu istantanea, istantanea la decelerazione. La psiche ricordava. Katje larrestò.
Gli ospiti sul convoglio furono sospesi, attoniti, come angeli laici, sulla spianata vuota in cemento in cui consisteva Londra Centro. Una zona bianca, perfettamente liscia, piatta. Un occhio spalancato e puntato verso il cielo di biacca. Veicoli sollevati galleggiavano insieme al loro. Qualcuno parlò nellinterfono, Katje non riuscì a identificare la fonte della voce, non comprese le parole, dalloblò i veicoli galleggianti parvero sillabe distaccate, volatili, casuali, piccole cifre di lettere nere sullenorme spazio bianco della spianata di Londra. Si fermarono, galleggiarono in attesa del permesso di proseguire per il quartiere di Buckingham.
Katje pensò che il silenzio era un globo isolabile. Cancellò il pensiero. Respinse il respiro. Tentò il &lt;i&gt;samadhi&lt;/i&gt;. Non le riuscì. Fu frustrata, cancellò la frustrazione, si perse nellorizzonte bianco dellimmane territorio piatto di Londra. A terra non si vedeva una persona. Non cerano strade. Nessuna costruzione. Nemmeno la sagoma del quartiere di Buckingham rompeva quellorizzonte fosforescente, abbagliante.
Per un attimo pensò che Dio volesse significare qualcosa. La spianata emetteva vibrazioni. Le sentiva, assestandosi sul Piano Psichico. Qui anche il pensiero era messo alla prova, rallentato, lavato, annullato. Linterfono eiettò lavviso di partenza.
Katje chiuse gli occhi, venne a trovarla un uomo, era suo padre, faticò a cancellarne il ricordo, mentre londulazione aumentava e il convoglio accelerava verso il Palazzo Reale nel centro di Buckingham.

Per minuti e minuti (un tempo eterno) Katje non vide altro che la bianca spianata, la linea netta dellorizzonte, il cielo luminoso e sporco. Era soltanto terra e cielo. Non cerano più veicoli nello spazio aereo. Sembrava che nemmeno si muovessero. Tutto era uguale. Eppure si muovevano. La terra era talmente piatta, talmente bianca, che sembrava di sorvolare il dorso curvo di un cetaceo.
Katje si osservò le dita. La colpì la morbidezza della pelle, la diafana areola sotto le unghie.
Di colpo, come un annuncio in terra straniera, fu in vista il quartiere di Buckingham, una casella nera e quadra in una scacchiera vuota.
Al centro, verticale e nero anchesso, era il torrione affilato del Palazzo Reale, un monolito che indicava il cielo come un dito semisepolto.

Atterrarono lievemente, come foglie morte presto allo scadere della primavera.

A terra attendeva Katje un uomo pallido, grasso, i capelli rossi, la barba rada. Non sorrideva. Le si fece incontro a passo lento. Indossava una tuta di raso nero e marrone. Katje osservò alla sua destra la discesa dellunico passeggero che occupava con lei il convoglio. Era un bambino mongoloide. Nessuno lo aspettava. Zoppicando il bambino mongoloide si diresse verso lentrata dellinterporto, sembrava già una piccola linea obliqua che spezzava lorizzonte della pista.
La signorina Ondaatje?
Sono io. Luomo vibrava, la sua aura era difficilmente isolabile dalla sagoma.
Benvenuta a Buckingham. Sono Akel Ananda. Ho lincarico di accompagnarLa alla presenza del Re Unito e della Regina Unita, a Palazzo Reale.
Katje annuì. Luomo cercava di scrutarle il piano psichico. Fu facile rendersi impenetrabile al suo sguardo unto e sinuoso.
Akel Ananda precedette Katje. Lei lo seguì. Entrarono nello spazio scuro dellinterporto: era praticamente deserto.
Laccompagnerò alla Commissione desame dopo che il Re Unito e la Regina Unita lavranno ricevuta disse luomo.
Katje esitò. Non ci sono candidati oltre me?
Luomo si voltò continuando a incedere lento e meticoloso. No. Da anni non ci sono candidati.
Katje rimase impassibile, occupata comera a fronteggiare londa epinefrinica della tempesta di orgoglio.

Dallinterporto al Palazzo Reale: uneternità, circa dieci minuti. Katje sedeva accanto alladdetto Reale, allinterno del veicolo che procedeva solitario sulla pista che conduceva alla Residenza dei sovrani.
Non fu pronunciata parola.
Tutto lamore perduto sarà mai risarcito?
I palazzi intorno a quello Reale: costruzioni basse, oblunghe, senza finestre.
Non si vedeva nessuno, attorno.
A pensarci, sarebbe potuto essere inverno.

La cancellata del Palazzo Reale era una griglia spessa, sterminata, regolarmente circolare: lasciava intuire un raggio sconfinato. Eppure, nonostante i frequenti, fastidiosi controlli alle barriere interne, il tempo parve risucchiato, appena il veicolo che trasportava Katje attraversò la prima protezione. Akel Ananda sollevava il capo a ogni guardia che si affacciasse sul veicolo, un segnale di spregio e scherno che ne irrobustiva la percezione di un prestigio concreto e spendibile, da quello che Katje riuscì a capire decrittando i confini esterni della sua aura. Questuomo esisteva per esistere. Altra carne, quindi. Katje cercò di puntare lattenzione allesterno del veicolo. Ovunque (su statue e manifesti perpendicolari e sospesi, vagamente ondulanti dellaria) era vergato fosforescente e ologrammatico il principio del Regno Unito: &lt;i&gt;Niente Esiste&lt;/i&gt;. Katje rammentò anni di insegnamento, forò diversi ordini di logica dialettica e intuitiva, non riuscì a raggiungere il fondo di quel vertiginoso principio.

Arrivarono a un parco. Animali conosciuti soltanto in ologramma sfrecciavano liberi e veloci, letali e precisi tra una sponda e laltra del parco, costringendo il veicolo a rallentare e accelerare.
Poi si vide, infinitamente supremo, irradiante una vibrazione che pulsava come un cuore esterno, il torrione centrale, nero e affilato. Alla base, bivaccavano silenziose guardie. Nessuno badò al veicolo. Scattarono tutti sullattenti quando ne discese Akel Ananda. Katje percepì il desiderio delluomo di sorriderle per mostrarle il suo potere, percepì che si tratteneva dal farlo, percepì lo sforzo, la fatica e la rabbia per il fatto di compiere fatica. Cera da chiedersi come potesse un esemplare psichico così arretrato avere un ruolo alla corte del Re Unito e della Regina Unita.
Mentre il portone dingresso del Palazzo Reale si spalancava con lentezza esasperante, Katje ascoltò il lancinante grido dallarme di tutti i vegetali e di tutte le creature del parco che aveva alle spalle.
Per sicurezza blindò laccesso dal Piano Astrale al suo complesso psichico.
Il buio la inghiottì.

Katje restò attonita, mentre un fiotto di curiosità dalla psiche di Akel Ananda la investì, appiccicoso e denso come una mantra. Il salone dingresso era enorme, lo sviluppo in verticale pari al torrione non ne faceva intravvedere il vertice. Istoriazioni e figure ambigue scolpite sulle pareti in titanio correvano a spirale inoltrandosi verso la cima del torrione. Il salone era affollatissimo. Le scene sacre rappresentate alle pareti costituivano il celebre Ciclo di Antonacci, che Katje aveva studiato durante il periodo propedeutico. Aveva potuto ammirarle con gli altri studenti in forma ologrammatica e, insieme ai compagni, non aveva compreso per nulla in cosa quei bassorilievi manifestassero una superiorità schiacciante rispetto a ogni altra forma darte precedente. Guido Antonacci (5742-6021) era lartista del distretto italiano di Londra scelto dal Re Unito e dalla Regina Unita per completare i lavori interni a Palazzo Reale: un ciclo di istoriazioni che celebrasse la storia dellumanità e i suoi saperi. Impressionante: le sculture, colore grafite, compresse contro le pareti, &lt;i&gt;emanavano unaura&lt;/i&gt;. Katje restò a bocca aperta. Era la prima volta che osservava un prodigio del genere. Ogni istoriazione vibrava, manifestava il possesso del piano psichico. Non era possibile. Katje ripulì gli organi di percezione, tornò a fissare le sculture: materiale inorganico che irradiava unaura, precisamente al modo di un essere vivente. Akel Ananda restò interdetto: non capiva. Katje lesse in lui che non percepiva alcunché irradiare dal Ciclo di Antonacci. Come aveva fatto Guido Antonacci a imprimere &lt;i&gt;vita psichica&lt;/i&gt; a del del metallo? Akel Ananda faceva cenno a Katje di seguirlo, lei entrò nel suo Piano Psichico, lo sferzò nella linea sottile che lega la corrente della volontà agli organi di percezione e cancellò la memoria residua di quei minuti nelluomo, ora immobile. Quelle statue stavano chiamandola.
Alla base: il bassorilievo di un uomo seduto, disperato, la mano tra i capelli, sconvolto, in contemplazione di una pena infinita: mormorava psichicamente, elevava un grido sommerso, un lutto nebuloso inestinguibile. Accanto: un glifo dai contorni aberranti, una sorta di donnola intelligente e vorace dalla testa duomo, puntava in vibrazione direttamente al Piano Astrale. Katje rimase affascinata e raccapricciata. Guido Antonacci era un genio. Più che un genio: un Maestro. Più in alto osservò un sole dal volto umano, gigantesco e melanconico, che faceva perno sulla pietà indotta in chi lo osservava per tendere unimprevedibile trappola psichica. Un vecchio scostante reggeva in mano il globo del mondo: le sue vibrazioni erano dense, abbassavano la psiche a vortici oscuri e inferiori, si sentivano pulsare i bubboni dellimmenso serbatoio del subconscio collettivo. Katje dovette fare forza sullo sguardo, distoglierlo dal vecchio. Più a destra, armoniche e fluttuanti, le figure di un uomo e di una donna: allacciate. Quellallegoria &lt;i&gt;parlava&lt;/i&gt;. Si rivolgeva direttamente a Katje. Utilizzò il vocativo. La chiamava per nome. Katje percepì nettamente, in una lingua senza linguaggio, che listoriazione recitava dei versi. Riuscì a intenderli:

&lt;i&gt;Porta del Paradiso sii spalancata
Allentrata che mi alletta amando
Me, gemello dOrione, ora di metallo,
Fin nella coda di Hale-Bopp confidando&lt;/i&gt;

Allora percepì tutto, tutto. &lt;i&gt;Tutte le sculture urlavano&lt;/i&gt;. Versi, stralci di Scritture, sentenze sacre: pulsavano, invadevano il Piano Psichico di Katje. Dovette premersi le tempie, fare silenzio interiore. Il Ciclo di Antonacci svelava segreti memorabili che precipitavano nelloblio appena uditi nella mente, li ripeteva e quelli ancora venivano scordati, e ancora e ancora, e nuovamente da capo, instancabilmente. Era impossibile ascoltare quel frastuono psichico. Cercò un riparo, Katje, nellAstrale, ma lAstrale sembrava bloccato in quel salone coperto da titanio urlante. Katje sbloccò la volontà e la memoria di Akel Ananda, lo svegliò dal torpore, annuì, Akel si diresse verso la folla che si agitava sul fondo del salone, Katje impazziva per lo stridore altissimo che emanava dal Ciclo di Antonacci (nettissima, potente, sovrastante tutte le evocazioni, le formule, gli arpeggi, si percepiva la frase ritmata e monotona del principio del Regno Unito: &lt;i&gt;Niente Esiste&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Niente Esiste&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Niente Esiste&lt;/i&gt;). Un conato stava scuotendo lo stomaco di Katje. La folla si avvicinava. Questuanti delle multinazionali, corpi diplomatici delle zone franche, consoli e proconsoli delle province lavorative, &lt;i&gt;élite&lt;/i&gt; intellettuali e sagome indistinte si affollavano intorno al Re Unito e alla Regina Unita, che alzavano verso i presenti la loro mano femminea e delicata, inclinando le teste canute e graziose. Li aveva visti soltanto nei programmi ologrammatici o nei manifesti sospesi, mentre recitavano sorridendo la massima del Regno: &lt;i&gt;Niente Esiste&lt;/i&gt;. Erano più alti di quanto immaginasse. Akel si avvicinò a loro, si arrestò, si voltò verso Katje. E poi superò i corpi del Re e della Regina, quasi correva. Katje lo seguiva. Cercò di fermarlo. Cercò di chiedergli cosa stava facendo, perché non si era arrestato davanti alle Regali Persone del Re Unito e della Regina Unita, quando Akel stesso si fermò e anticipò la domanda di Katje rispondendole: Non sono il Re e la Regina. Sono le Loro ombre. Icone di rappresentanza. Con Lei, signorina Ondaatje, desiderano congratularsi il Re Unito e la Regina Unita reali. E riprese a camminare veloce, mentre Katje sentì un ultimo urlo provenire dal gorgo verticale e schiacciato del Ciclo di Antonacci.
Akel stava già premendo un interfono alla parete.
Di colpo, la parete si spalancò.

Una fuga di saloni enormi, istoriati da tratti del Ciclo di Antonacci che non le erano stati mostrati negli ologrammi propedeutici, si apriva davanti a Katje. Akel camminava veloce, Katje cercava di non osservare se non di sfuggita i bassorilievi di Antonacci: che la colpivano con pungenti assalti vibratori, chiedendo aiuto, minacciandola di morte, offrendole passaggi privilegiati al Piano Atrale, recitando versi sapienziali. La testa sembrava gonfiarsi, i pensieri si slacciavano, Katje non riusciva a controllare il Piano Psichico, inseguiva affannata Akel, laria le parve tiepida e priva di ossigeno, finché Akel giunse al fondo dei saloni, a una parete bronzea, in un antisterio colossale e vuoto. Il chiasso irradiato dal Ciclo di Antonacci qui taceva. Due guardie impassibili e molto alte erano immobili in corrispondenza dei grandi cardini di un portale chiuso. Akel alzò il mento in direzione della porta, lo stesso gesto di spregio che Katje aveva osservato sul veicolo, giungendo al Palazzo.
Le guardie assentirono, premettero grossi pulsanti alle loro spalle, contemporaneamente, la porta si aprì lenta e meccanica, fluida, senza resistenza.
Akel si mosse, Katje con lui.
Entrarono in una sala rossa.

Laria era rossa, le pareti erano rosse, i mobili erano rossi, persino le guardie sullattenti ai lati erano rosse. Due corpi bianchi si agitavano sul fondo della sala. Katje e Akel Ananda avanzarono verso quei corpi. Akel sudava, Katje lesse in lui squillante la preoccupazione. Si voltò verso di lei, si avvicinò, le sussurrò cosa fare e quando farlo.
Impiegarono minuti e minuti per arrivare al fondo della sala, sotto gli occhi degli attendenti rossi, confusi sullo sfondo rosso delle pareti. Sembravano non esistere angoli: era tutto rosso.
Camminarono faticosamente, un caldo soffoco sfiancava e faceva ansimare. Katje era sudata.
E furono di fronte a Loro.

(&lt;b&gt;2-CONTINUA&lt;/b&gt;)


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<entry id='2336' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2336' author_id='4' authored_on='20070809023426' basename='ultima_cronaca_dal_regno_unito_2' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070809023426' modified_on='20110324015631' ping_count='165' status='2' title='Ultima cronaca dal Regno Unito  3/3' week_number='200732'><text>di &lt;b&gt;Giuseppe Genna&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;LloydBuildings.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/LloydBuildings.jpg&quot; width=&quot;125&quot; height=&quot;90&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Erano due bambini. Due bambini. Stavano seduti su troni non adatti alle loro stature. Sembravano gemelli, ma non lo erano. Erano nudi. Osservavano Katje con occhi opachi, le pupille dilatate, sorrisi appena accennati. Inclinarono la testa di lato, entrambi, come se desiderassero studiare meglio Katje. Che, come le aveva sussurrato Akel, si inginocchiò. Akel Ananda era rimasto due passi indietro. Il Re Unito fece cenno a Katje di avvicinarsi. Lei giunse ai Suoi piedi. Il Re Unito sollevò la pianta del piede destro e, come aveva prescritto Akel, Katje si avvicinò, sporse la lingua, leccò la pianta del Re Unito.
Più larga quella lingua. Il Re Unito aveva una voce afona, quasi stupita.
Katje allargò la lingua, ripassò la pianta del piede del Re Unito. E poi ringraziò, come le aveva detto di fare Akel: Grazie, mio Signore, disse.
Il Re Unito e la Regina Unita la osservarono stupefatti, si guardarono, iniziarono a ridere, quasi soffocavano. Katje non capiva il perché. Allora il Re Unito disse: Io sono la Regina Unita. Il Re Unito è lei disse indicando la bambina a fianco.</text><text_more>Allora Katje avvertì lo schianto. Fu come un risucchio, violento, come se le fondamenta del Piano Psichico crollassero di colpo. Il Re Unito e la Regina Unita stavano frugandola dentro. Cercò di resistere, ma erano potenti, erano Maestri. Tentarono di impossessarsi dei suoi ricordi, ma non ne trovarono: Katje aveva ripulito tutto, restavano soltanto le immagini della memoria recente. Il Re Unito e la Regina Unita sembrarono compiaciuti. Fu il Re Unito, con la sua voce da bambina, a parlare: Vediamo che Lei è rimasta impressionata dalle istoriazioni interne al Palazzo. Bene. Molto bene. Siamo estremamente soddisfatti. La Regina Unita, parlando con la medesima afona tonalità, parve rubare la parola al Re Unito: Da anni attendevamo qualche candidato degno di questo nome. Signorina Ondaatje, siamo felici di averLa conosciuta. E il Re Unito: Ora per Lei si avvicina il momento dellesame presso la Commissione. Confidiamo che saprà vincere ogni resistenza. Otterrà lIniziazione. Si guardarono, annuirono reciprocamente. Adesso vada, signorina Ondaatje.
Katje abbassò la testa, non sapeva cosa fare. Il Re Unito e la Regina Unita erano fuoriusciti dal suo Piano Psichico, lasciandola prostrata in uno stato di beatitudine impagabile. Quasi non respirava, aveva timore che il respiro spezzasse quella gioia calma e calda, la più alta che avesse mai provato. Le sembrò di rimanere così, inerte e beata, per molti minuti.
Avvertì le mani di Akel Ananda sulle spalle. Si scosse, si alzò, inchinandosi.
Si voltarono, se ne andarono. Katje era inebetita. Non si accorse quasi di avere percorso lintero salone rosso, di uscire nellantisterio in bronzo, di attraversare i saloni. Non sentiva alcun frastuono provenire dai bassorilievi di Antonacci, ora. Akel non le fece neanche un cenno, proseguiva veloce, rapido, sicuro. Ora Katje riuscì a osservare per intero laura delluomo: non era affatto una creatura psichica rozza. Vide alte fiammate bianche sulla sua testa, mentre attraversavano il salone dingresso, passando accanto ai due falsi Reali, riuscendo nel parco, in una luce cristallina tramata di colori balenanti e di lampi impercettibili e gioiosi. Un fiore, cresciuto alla base della scala che introduceva al Palazzo, sembrò irradiare musica, molti arcobaleni, un intero universo. Era qualcosa di ineffabile e Katje pensò che nessuno poteva capire.
Allora iniziò a piovere.

Il veicolo attendeva sotto la pioggia rada e gelida. Salendo sul veicolo, Katje lanciò uno sguardo al parco: ne sentì fremere filamenti di terrore, raddensati in resina tra le scorze arboree. Il parco le chiedeva aiuto.
Si muovevano velocemente, rifacevano il percorso che li aveva condotti dallinterporto al Palazzo Reale. Katje era quasi accecata dallaura di Akel Ananda, che irradiava una luce sottile e abbagliante. Come aveva potuto confonderlo con una persona dai limitati mezzi psichici? Le sembrò possibile, con quellaura, che Ananda fosse uno dei corridori dellAstrale di cui aveva sentito parlare allESP: uno dei Corpi Scelti preposti alla mappatura dellAstrale, il più a rischio, perché esplorava zone mai toccate prima dalla mente.
Dove andiamo? chiese Katje, cercando di frenare listinto vorace della curiosità che, primitivo e risvegliato, stava scuotendole lintero Piano Psichico.
Alla Commissione desame, signorina Ondaatje. Una risposta imbecille. Lo sapeva benissimo che si andava lì. Ma &lt;i&gt;dove&lt;/i&gt; si trovava la Commissione? Ancora una volta, Akel Ananda anticipò la domanda, rispondendole: Nel distretto egiziano di Londra, signorina Ondaatje. Impiegheremo una ventina di minuti di volo.
Uninesplicabile, irrefrenabile scoramento prese Katje. Cercò di resistergli: era uno &lt;i&gt;tsunami&lt;/i&gt; emotivo di noia, pura noia, rabbia e noia. Nel distretto egiziano La prospettiva di ripetere, al contrario, il percorso dellandata, per un interminabile quarto dora No, non voleva, voleva vedere altro, voleva &lt;i&gt;andare avanti&lt;/i&gt;, non tornare indietro. Rivide le case basse e oblunghe sulla strada verso linterporto, sembravano enormi castagne bruciate o tronchi umani combusti. Catrame lucido sulla strada, monotono, invariabile, e bianchi fili derba abusiva ai lati: la noia stava stringendole la gola. Avrebbe voluto mettersi a saltare piangendo, dicendo che no, che non voleva tornare indietro, che non era giusto, come una bambina capricciosa. Era sconcertata. Non capiva, mentre quella corrente emotiva le si infiltrava in ogni fibra e in ogni recesso mentale, non capiva il perché si fosse scatenato in lei un simile alluvione di noia, frustrazione, rifiuto. Cercò il &lt;i&gt;samadhi&lt;/i&gt;, non le riuscì, tentò di osservarsi dallesterno, percepì che la sua aura era scura, violacea, come quella della Geisha e della Cowgirl poche ore prima, fu presa dallangoscia di presentarsi in quelle condizioni davanti alla Commissione, di essere rifiutata. Non riusciva a ripulirsi. Il Re Unito e la Regina Unita avevano danneggiato qualche equilibrio sottile a loro noto e a lei sconosciuto? Non lo sapeva, non lo sapeva Era disperata. Già si intuiva la forma semisferica e scura dellinterporto. Akel Ananda sembrava non accorgersi di nulla.

Il convoglio accelerò immediatamente. Akel Ananda non parlava, era accanto a lei. La situazione non sembrava migliorare. Venti minuti. Venti: uneternità. Era frustrata, depressa, al limite del pianto. Le sembrava di essere in preda a un attacco allergico. Sperò di riuscire a riprendere il controllo in quei dieci minuti di viaggio.
Non lo riprese.

Decelerando, videro la costa mediterranea del distretto egiziano. Era in corso un terremoto, uno dei soliti. Si trovavano in piena fascia lavorativa. Vide lammasso ferroso e sterminato del complesso urbano del Cairo. Fumi neri salivano verso il convoglio in attesa di scendere allinterporto egizio. I terremoti schiantavano questa terra arida di impianti di riciclaggio e discariche per scorie di ogni natura. Nel cuore del distretto, bianche, luminose, perfette, vide le Piramidi, tagliate di netto, stagliarsi in direzione del convoglio. Le Piramidi Era allinterno delle Piramidi, forse, che la Commissione aveva sede. Ma perché in piena area lavorativa? Il distretto egizio era la fogna del pianeta. Lì tutto  &lt;i&gt;tutto&lt;/i&gt; - era nero, abbrustolito dagli scarichi, deturpato dalle incurie e dalle sommosse popolari, dagli scontri tra fazioni religiose non ufficiali che, non riconoscendo il principio fondamentale del Regno Unito (&lt;i&gt;Niente Esiste&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Niente Esiste&lt;/i&gt;), si scontravano per sfidare il dominio del Re e della Regina e distaccarsi dal corpo di Londra. Lesercito interveniva raramente, lo si sapeva, nulla filtrava dalle zone delle operazioni, ma lo si sapeva. Come tutti i lavoratori, gli abitanti del distretto egizio erano &lt;i&gt;davvero&lt;/i&gt; carne da macello. Cosa ci faceva la Commissione in quellinferno? Però le Piramidi erano il luogo più sacro del pianeta. Durante la visita che lESP aveva organizzato per la classe di Katje, era rimasta impressionata dalle vibrazioni emanate dalle tre Piramidi. Bianche come latte, nella notte fosforescenti come segnali di rotta, le Piramidi nascondevano circa ottocento stanze rituali, che erano rimaste segrete per millenni, finché, dopo la conquista dellavamposto del Cairo da parte di Londra, erano state pubblicamente svelate, nellindifferenza totale. Soltanto chi accedeva allAstrale sapeva che le Piramidi potevano costituire una straordinaria fionda per aprire i passaggi dal Piano Psichico a quello superiore: bastava visualizzarle, concentrarsi sulla patina lattiginosa di calcare e attendere. 
Erano tre dee, si disse Katje. Era più calma, ora. Non oltrepassava lo Psichico e non riusciva a ripulirsi, ma era più calma. Akel Ananda sembrava addormentato, ma appena lei lo fissò aprì gli occhi, le sorrise.
Atterrarono.

Linterporto era un disastro: una rovina di sbarre arrugginite, detriti sulla pista, uomini che vagavano liberamente negli spazi interdetti. Akel Ananda prese sottobraccio Katje, indicandole la direzione. Entrarono nellhangar centrale. Sulla soglia del portone aperto per le partenze, una donna accasciata sul pavimento lurido allattava da un seno svuotato il suo bambino: un pezzo di carne cianotica. Dentro era impossibile parlare: voci si accalcavano su voci, urla, corpi compressi, un insopportabile puzzo di sudore rancido, gruppi di lavoratori che masticavano tranci di carne ridendo, tappeti maleodoranti su cui sedevano in bivacco diseredati fasciati da bende lerce di sangue secco, alcuni capannelli di persone raccolte intorno a bambini che lottavano in incontri pugilistici, fiotti di sangue raggrumato sui muri lividi, gruppi di turisti provenienti da qualche altro distretto della fascia lavorativa e venuti a vedere le Piramidi senza capirci nulla, disgusto, puzza di piedi, un ubriaco che vomitava al centro del salone verso luscita. Katje avvertì un conato, Akel Ananda adesso stava sorreggendola: non laccompagnava, la teneva in piedi.

Fuori dallinterporto: un veicolo, identico a quello che a Buckingham li aveva condotti al Palazzo Reale, li attendeva. Prima di salire a bordo, Katje intuì il caldo torrido del Cairo, il fumo fosco che rendeva difficile distinguere una sagoma a venti metri, inalò laria gassosa. Il veicolo si mise in moto, lentamente, schivando corpi umani che si gettavano in direzioni impensabili, scartavano di colpo, rischiavano di essere investiti, colpivano la carrozzeria con deboli pugni e calci.
Akel Ananda sorrise: Non è mai stata in fascia lavorativa, signorina Ondaatje?
Katje sentiva il sangue riaffluire. Era madida di sudore. Una volta ci hanno portato a vedere le Piramidi, ma siamo atterrati direttamente sulla spianata di Giza.
Come si sente ora?
Meglio. Meglio, grazie.
Akel Ananda si voltò, osservava fuori dal veicolo il succedersi di corpi e casupole e falansteri e stabilimenti. Rari fuochi rompevano il fumo spesso. Non stavano dirigendosi verso le Piramidi. Non andavano lì. Le avevano alle spalle, Katje si chiese dove fosse la sede della Commissione.

Impiegarono unestenuante mezzora. Si fermarono in una periferia dellagglomerato urbano, deserta, desolata: sembrava che unoperazione militare fosse da poco terminata, che la zona fosse sotto quarantena.
Uscirono. Palazzi disfatti, strade di asfalto sbrecciato. Una fabbrica di birra dismessa.
Akel Ananda iniziò a camminare proprio in quella direzione.

Katje si sentiva debole, pallida. Non riusciva davvero a controllare il suo Psichico. Non lavrebbero selezionata. Era certa. Era terrorizzata. Cosera successo? Akel Ananda si fermò ad attenderla allingresso del portone che immetteva nel corpo sfasciato della fabbrica dismessa. Non riuscì nemmeno a chiedersi perché fossero lì: faticava a raggiungere luomo.
Entrarono.
Buio. Fasci di luce polverosa. Miasmi. Frammenti di vetri in pezzi sul pavimento in pietra ruvida, ricoperto di terra. Lattine vuote, schiacciate. Mozziconi di sigarette. Akel Ananda la guidava, lei faceva fatica a stargli dietro, ansimava forte, le sembrava una febbre, una febbre diffusa non soltanto nel suo corpo, ma anche &lt;i&gt;fuori&lt;/i&gt; di lei.
Akel si arrestò davanti a una porta di legno consumata dai tarli. Bussò. Aprirono.

Era una stanza bianca, abbacinante. Soldati in assetto di guerra, vestiti di uniformi bianche, presidiavano quella stanza linda, isolata dal resto, nascosta nel cuore della fabbrica. Akel Ananda ripeté il suo gesto: alzò il mento, i soldati si allinearono in due file, formarono un corridoio umano, Akel e Katje passarono sotto gli occhi dei militari, fino alla porta in metallo di un ascensore, che si spalancò al loro arrivo e si richiuse alle loro spalle.
Iniziò la discesa.

Scesero e scesero, sembrò una caduta inarrestabile, fatale.

Quando lascensore si riaprì, Akel Ananda uscì per primo, si volse verso Katje, la invitò a entrare in un locale buio, illuminato soltanto da un lucore verdastro che proveniva da un largo tubo sulla parete opposta a quella da cui erano arrivati.
Si avvicinarono al tubo.
Sì, era verde: un verde luminoso ma latteo, sporco.
Una sagoma scura e indefinita sembrava galleggiare allinterno del tubo, largo e alto, da cui uscivano cavi collegati a macchinari che Katje si sorprese incantata a guardare.
Poi si fermarono. Katje si avvicinò al tubo. Vetro infrangibile. I cavi erano un groviglio.
Vide la sagoma, sospesa a mezza altezza nel tubo. Era un uomo.

Galleggiava, era incredibile. Un vecchio slabbrato, massiccio, nudo. I cavi entravano dallesterno del tubo direttamente nel suo corpo: nello stomaco, nel torace, nelle tempie, tra le cosce. I capelli fluttuavano nel denso liquido verde e luminoso. Una coppia di tubicini che si intrudevano nelle narici permettevano al vecchio di respirare. Piccole bolle daria emergevano lente dalle sue labbra, un frizzìo funereo e slacciato. I cavi terminavano in bubboni di pelle livida, penetravano allinterno del corpo. La pelle, inflaccidita e liscia, il membro grosso e molle legato a un catetere, tutto era sospeso nella gravità ridotta di quel bagno fosforescente. Il vecchio sembrava enorme, distorto dalla curvatura del tubo. Era immobile, vinto a ogni movimento. Incredibile: indossava un paio di occhiali. Da almeno tre millenni non si utilizzavano gli occhiali, una sorta di protesi bioculare che in tempi remoti era servita a migliorare la vista debole. Occhiali? Katje si voltò verso Akel, lo vide fiammeggiare nella sua aura potente, al buio.
Che cosè? chiese Katje.
E la Commissione disse sorridendo Akel.
La Commissione?
Oh, in effetti è ben più che la Commissione di esame, signorina
Non capiva. Katje non capiva. Ma chi è?
Si chiama Henry Kissinger. E il Re del Mondo.

Il silenzio peloso della stanza le fece di colpo girare la testa. Avrebbe voluto stendersi, a terra, alla base del tubo. Le energie la lasciavano, le parole e le forme anche. Il relitto duomo nel tubo rimbombava nelle vibrazioni, lesatto opposto del suo corpo, una mente potente che Katje, fuggevolmente, percepì abituata alle radure buie e numinose dellAstrale. Quelluomo aveva visto cose cose che Era un uomo quintessenziato di pericolo, di fosca immaginazione, di raccapriccio esiziale, mortuario. Un esemplare in lotta con il tempo che, per il momento, aveva vinto la sua battaglia. Oh, le radure sterminate della mente di quelluomo La psiche le pulsava, attratta dal magnete mentale di quel glomerulo di carne lessata e viva, inchiavardata sotto gli occhiali, spenta, ormai marina e viscida. Katje sentiva le forze venire meno Da lontano ormai proveniva la voce di Akel Ananda, da lontananze di vista appannata, crepuscoli incendiari a un metro di distanza nello spazio buio di una stanza sepolta. E il sarcofago vivente, meccanico, chiamava, chiamava pulsando
Henry Kissinger,signorina. Henry Kissinger, insigne uomo di Stato americano dellEra del Computer, lha richiamata, lha sempre conosciuta, signorina Ondaatje. E stato lui a scoprirla. E grazie a lui che lei è quel che è. Henry Kissinger è il culmine della Sua vita, signorina. Anche della mia. Di quella di tutti. Egli non è un uomo: è più che un uomo. Il fatto che sia un uomo rappresenta meno di ciò che egli è in realtà. Henry Kissinger è il rappresentante unico in Terra di una fratellanza sterminata, che governa landamento del nostro mondo dagli albori, e permette al nostro mondo di ritardare la sua fine e gli impedisce di svilupparsi come esso desidererebbe: in una cieca libertà che lo condannerebbe a un ultimo, rovinoso squittìo. Per questo motivo Henry Kissinger è stato scelto. I fili della nostra Storia sono soltanto sottili appendici della sua mente e tutti noi, anche io e Lei, signorina Ondaatje, altro non siamo che figli degeneri della sua immensa, sterminata conoscenza. Per inciso: questuomo che fu un uomo e che da molto è più che un uomo, questo che a Lei appare in forma di cadavere che respira, è colui che ha fermato il nostro tempo. Il Regno Unito è una sua invenzione. Le chiusure sul Piano Astrale, che anche Lei ha sperimentato, sono rinserrate da lui. Il principio fondamentale con cui Henry Kissinger ha istruito il Regno Unito è, come Lei giustamente ha intuito, insondabile. Soltanto se qualcosa esiste il principio può essere &lt;i&gt;pronunciato&lt;/i&gt;. Henry Kissinger è la tutela che ciò accada: che qualcosa esista sempre, in modo da pronunciare il principio. Henry Kissinger salva il mondo dalla sua sussunzione su altri piani. Lo salva dalla sua evaporazione. Egli si è attestato sulla soglia dellincredibile e Lei dovrebbe baciargli i piedi E anche io
Le forze labbandonavano. La calamita Henry Kissinger era la calamità Henry Kissinger. Lui era Henry Kissinger, lui stava baciandola. Le tracce dumore nero del suo bacio cattivo. E le parole di Akel Ananda, che puzzavano di vomito Chi può morire non cerchi indugio Il dio fantasma che fa vivere il metallo Questo mondo non sarebbe mai finito, mai finito Empietà, mia sostanza di vita e amore
Il Re Unito e la Regina Unita non sono che sublimi emanazioni della mente di Henry Kissinger, signorina. E lui che ha disposto il complesso, perfetto organismo che ricerca uomini dotati di capacità particolari: sono pochi coloro che riescono effettivamente a superare il Piano Psichico. Noi li concentriamo in un luogo unico, li perfezioniamo: essi sono la più violenta delle minacce. Sono i sussuntori del mondo. Sono gli agenti della fine. Sterminano le nostre veglie a vantaggio dei nostri sogni. La nostra guerra è una guerra con i sogni. I sogni ci chiamano, ci attirano, si appiccicano alle membrane. Chiedono che il mondo termini con un atto di coscienza. Essi interrompono i flussi: di veglia, di vita, di denaro, di sangue. Il sangue è il suolo. I sogni sono la fine. Lei è capace di condurre i sogni fino ai nostri umani confini, signorina. Henry Kissinger ha avvertito la minaccia, lha educata, lha fatta fiorire. Lei è un fiore, signorina Ondaatje.
Vortici di parole e forme non controllate, maree distanti ma imminenti, chiasmi di profumi vicini: Katje, stordita, arretrò. Si appoggiò a un contenitore in vetro infrangibile a fianco del tubo in cui dormiva il corpo tumefatto del vecchio. Vide che il contenitore era legato a un tubo, che il tubo ruotava dietro il cilindro ed entrava in quello, entrava tra le natiche del vecchio. Il contenitore era semicolmo di merda merda liquida Katje tentò di parlare, ritraendo schifata la mano E è
E merda, signorina Ondaatje. E la merda di Henry Kissinger. Anche il Re del Mondo caga Sorrideva Akel, Katje fu attratta da un porro sulla guancia di lui: un vulcano che eruttava sostanze cremose, gialle, ambigue Peli, contorsioni, raffiche dimmagini E parlava, Akel, parlava, sembrava non fermarsi più Per essere precisi, signorina Ondaatje, si tratta di una merda non comune. E questa merda che conferisce valore alloro. Questo accade da sempre. Nei millenni dei millenni. Loro assume valore in corrispondenza della quantità di escrementi espulsi dal Re del Mondo (Henry Kissinger da quattro millenni, altri prima di lui). Più merda, meno valore. Meno merda, più valore. Ha mai riflettuto, signorino, su &lt;i&gt;cosa&lt;/i&gt; sostiene in effetti le nostre economie? Merda. Sacrosantissima merda. Venerabile merda. Che vale un pianeta. Vale più di me e di Lei, signorina. Dovrebbe baciare il culo a Henry Kissinger. E forse tra poco lo farà
Nelle Scritture la Carità è descritta come una &lt;i&gt;Persona&lt;/i&gt; incapace di morire, seduta davanti a una porta sconosciuta. Diffida dei filantropi. Sostienimi con fiori, consuma per me pomi, poiché io sto languendo di amore e dodio. &lt;i&gt;Baciare il culo&lt;/i&gt;? Ora stava svenendo, Katje, sveniva. Si voltò verso il vecchio nel tubo. Gli occhi del vecchio saprirono di colpo. La osservavano. La seguivano. La invitavano. Erano azzurrissimi. &lt;i&gt;Baciami il culo&lt;/i&gt; E sorrise. Quelluomo le sorrise. Era un sorriso materno, poi fu un sorriso di scherno, di potenza, poi fu un sorriso falso che ineriva a una trappola, quindi un sorriso innocente e smaliziato, quasi bambinesco, poi un sorriso di soddisfazione, beata, satolla, e poi ancora fu un sorriso di inoscienza Questuomo dominava il mondo con un sorriso. Apparivano spettrali immagini radar, nella mente di Katje perduta in quel sorriso, immagini predigitali di grigie tempeste-madri, che partorivano dal fianco destro piccoli echi a forma di uncino, i quali si staccavano e crescevano crescevano Sentì limperativo mentale, potentissimo, inevitabile, di Henry Kissinger. E svenne.

Quando si risvegliò, era nuda. Le mani di Akel Ananda premevano sulle sue natiche. La testa le era stata infilata in un tubo di gomma. Alluscita del tubo vide, luminosa e fioca, una luce verdastra. Fu spinta, spinta verso quella luce. Arrivò col naso a toccare il vetro tiepido. Riuscì a osservare, vicine, le natiche flosce del vecchio. Allimprovviso il vetro si aprì, il liquido invase il tubo, la testa si bagnò, fu sommersa, e le mani sulle natiche la singevano, la spingevano dentro La faccia aderì alla spaccatura tra le natiche. Soffocava, non poteva respirare. Stava morendo. Era una pelle viscida, mortuaria. Aprì la bocca, fiotti di liquido verde le invasero i polmoni, riuscì a infilare la lingua tra le natiche, tutto sapeva di zolfo, anche il culo del vecchio, la lingua dritta e dura penetrò le carni disfacendole, trovò lanello dellano, leccò la pelle che sembrava una viscera cotta a lungo, a lungo Svenne nuovamente.

Si risvegliò nuovamente. Era morta? Sentiva caldo alle gambe. Le gambe erano larghe. Sentiva le ginocchia bagnarsi, le cosce immergersi, sentì il liquido tiepido a contatto della vagina, lo sentì sul bacino, tra le mani legate dietro la schiena, e allora riuscì ad aprire gli occhi.
Stava scivolando dentro il cilindro di conservazione di Henry Kissinger.
Guardò in basso. Vide il volto di Henry Kissinger scrutarla tra le gambe, attraverso il liquido che lo distorceva. Sembrava uno spettro dacqua tremula e verdognola. Lei si inabissava dalla sommità del cilindro. Sollevò la testa. Alle sue spalle, Akel Ananda le diede il saluto finale: Lei è un fiore. Il fiore va còlto. Niente esiste. Se lei esiste, davvero niente esiste. Sia onorata, signorina. E già sentiva la testa di Henry Kissinger scivolarle tra le gambe.

Era destinata a morire poiché era in grado di giungere al Supremo, allInqualificato, al Bene che di Sé tutto permea. Avrebbe fatto sprofondare il sogno in una fantasia, avrebbe aperto varchi superiori, avrebbe messo a repentaglio i flussi di carne e di solido mondo. Il suo destino venne interrotto, riassorbito: era questo il suo destino.

Henry Kissinger si insinuava tra le sue cosce, mentre lei slittava verso di lui. Era completamente immersa. Cercò di trattenere il fiato, ma presto il liquido vinse la barriera daria nelle narici, discese per la gola, le fece esplodere le bolle di ossigeno nei polmoni. Lei tossiva, tossiva nel liquido e iniziava ad asfissiare. Ma vide la bocca di Kissinger ugualmente spalancarsi, vide i denti taglienti, doro, che si avvicinavano, sentì losso pelvico spezzarsi, vide il fiotto del suo stesso sangue allargarsi fumoso nel liquido verde, sentì divorata lintera sua vagina, vide la merda fuoriuscire dallintestino rotto al secondo morso dei denti doro di Henry Kissinger, sentì la sua bocca nella pancia, poi sentì la mente di Kissinger, cercava di pensare Sono Katje, ma già pensava Sono Henry Kissinger, finché fu del tutto divorata e serrando le mascelle del vecchio partecipò lei stessa allultimo morso sul suo corpo, quello che spezzò losso del cranio, totalmente imbevuta nella larghissima mente di Henry Kissinger, schiacciata sotto il peso pulsante, avvolgente, esorbitante del grido psichico che dominava quello spazio: &lt;i&gt;Tutto E&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Tutto E&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Tutto E&lt;/i&gt;.
Non fu più, fu un semplice io sono, fu addormentata nella caverna, a volte si risvegliava da quel sonno opaco, da sveglia era Henry Kissinger, osservava sagome luminose di là dal vetro, oltre il liquido fluorescente, partecipava delle decisioni prese da Henry Kissinger, con lui serrava le aperture del Piano Astrale.
Da lì, molto tempo dopo essere stata sussunta nella mente del vecchio, vide spalancarsi la porta, quando entrarono i Maestri ed Henry Kissinger cessò di esistere.

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<entry id='2337' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2337' author_id='4' authored_on='20070810031206' basename='intervista_sulla_fantascienza' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070810031206' modified_on='20120622061744' ping_count='159' status='2' title='Intervista sulla fantascienza' week_number='200732'><text>&lt;b&gt;Angelo Orlando Meloni&lt;/b&gt; intervista &lt;b&gt;Valerio Evangelisti&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Amazing.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Amazing.jpg&quot; width=&quot;115&quot; height=&quot;161&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;[Nel marzo di quest&apos;anno il quindicinale letterario &lt;i&gt;Stilos&lt;/i&gt; ha pubblicato una tavola rotonda sullo stato e il destino della fantascienza, intervistando vari specialisti: Marco Zapparoli, Sergio Fanucci, Valerio Evangelisti, Adolfo Fattori. Si trattava del montaggio di varie interviste separate, curate da Angelo Orlando Meloni. Qui pubblico solo le domande di Meloni e le mie risposte.]  (&lt;b&gt;V.E.&lt;/b&gt;)

&lt;b&gt;AOM&lt;/b&gt; - Queste ristampe di autori fantascientifici fuori dai confini delle vecchie nicchie (con tanto di approccio filologico a testi che prima uscivano nelle collane popolari) è un fenomeno casuale, oppure siamo di fronte a un cambiamento nelleditoria e nei gusti dei lettori? (La storia della Fanucci è emblematica, basta dare una scorsa al catalogo per rendersi conto di come sia mutata e si sia allargata lofferta.)</text><text_more>&lt;b&gt;VE&lt;/b&gt; - Sergio Fanucci ha aperto la strada che poi altri hanno opportunamente seguito (è dobbligo ricordare Marcos y Marcos). A un certo punto, la fantascienza scritta  non solo in Italia, ma in tutto il mondo  si era trovata davanti a un vicolo cieco. La sua fruizione popolare si stava spostando verso film, telefilm, videogiochi ecc.: media diversi dal libro. E i narratori del genere fs tendevano a imitare quei modelli semplificati, per ovvie ragioni commerciali. Daltro lato, la critica letteraria più matura aveva, sia pur tardivamente, sdoganato la fantascienza, e scrittori &lt;i&gt;mainstream&lt;/i&gt; di tutto il mondo ne facevano propri gli stilemi, da Pynchon a De Lillo.
Diveniva dobbligo, a quel punto, operare unazione selettiva sulla fs presente sul mercato, e non mantenerla in una nicchia, bensì fonderne i classici e gli esempi migliori con altri generi e con la narrativa generale, in collane non specializzate.     

&lt;b&gt;AOM&lt;/b&gt; - Da un lato si è più volte avuta la sensazione che la fantascienza avesse perso mordente, in quanto i romanzi - chiamiamoli così - &lt;i&gt;mainstream&lt;/i&gt; la stavano soppiantando, appropriandosi di temi e suggestioni che prima erano di stretta pertinenza della SF (pensiamo a un Palahniuk, a un Houellebecq). Dallaltro lato, e ci ricolleghiamo alla prima domanda, si assiste a una nuova vita del genere, o quanto meno a una nuova vita degli autori più rappresentativi. Come stanno le cose? Dobbiamo parlare di un addio alla fantascienza come la conoscevamo? Di una fantascienza che non è più fantascienza?

&lt;b&gt;VE&lt;/b&gt; - Non vedo una contrapposizione, un &lt;i&gt;mors tua vita mea&lt;/i&gt;. Ho conosciuto Houellebecq a un convegno di fantascienza europea che si teneva in Francia: vi partecipava con naturalezza, senza alcuna presa di distanze. Idem per un italiano, Tommaso Pincio. Quanto a Palahniuk, credo che sarebbe onoratissimo se qualcuno lo definisse scrittore di fs (anche se oggettivamente non lo è). Non si tratta di abbandonare il bastione della fantascienza: i suoi supposti nemici vi si avvicinano con la bandiera bianca in pugno! Lunico problema è far capire ai difensori che la cittadella fantascientifica non è più assediata. Hanno vinto, se ne rendano conto.

&lt;b&gt;AOM&lt;/b&gt; - Anche in romanzi di tutto rispetto, a volte si nota una contraddizione tra la grandiosità dellimpianto generale e lingenuità della capacità predittiva. Fa un certo effetto leggere di clonazioni, mutazioni, viaggi extra-galattici, anticipazioni di reti di connessione globale che fanno impallidire internet eccetera eccetera, e poi i protagonisti sono alle prese con i nastri magnetici (!) che fanno girare i loro computer super evoluti. Anche per la fantascienza cè stata unetà analogica e una svolta digitale. Il vero motivo di interesse, allora, non è (solo) nella quantità di mirabolanti predizioni

&lt;b&gt;VE&lt;/b&gt; - Sfatiamo una volta per tutte (ma sono certo che non sarà così) la menzogna secondo la quale la fantascienza prevedrebbe eventi futuri. Non è Verne il padre della fantascienza, è H.G. Wells! Che non si sognava nemmeno di descrivere come funzionavano le macchine dei marziani invasori, o la vernice che rendeva invisibili, o la tintura che portava sulla Luna, o la macchina del tempo. Trattava piuttosto delle reazioni umane e sociali di fronte a una catastrofe tecnologica o a una svolta scientifica inattesa, con un occhio sulle classi e sul potere politico (ciò che in Verne è totalmente assente).
E comunque, quando si è trattato di dare una nomenclatura a Internet o allevoluzione dellindustria aerospaziale, è dalla fantascienza che si è pescato. Termini come la Rete o astronave sono nati lì, sebbene loggetto descritto dal narratore quasi mai sia coinciso con quello effettivo. Le conseguenze invece sì, spesso coincidono. La fantascienza è lunica letteratura che abbia descritto cosa può accadere, in riferimento a un avvenire che ormai è presente, in condizioni di monopolio sulleconomia e sui mezzi di comunicazione. Se poi ha dato un vocabolario al futuro, è questione accessoria. Anche lalchimia per qualche verso fondò la chimica, pur perseguendo tuttaltri fini. 

&lt;b&gt;AOM&lt;/b&gt; - Ma fu vera gloria? Philip K. Dick, Stanislaw Lem, James G. Ballard, Theodore Sturgeon, (per tacere di Arkadi e Boris Strugatski, Samuel Delany, Jack Finney, Kurt Vonnegut, Douglas Adams con la sua &lt;i&gt;Guida galattica per autostoppisti&lt;/i&gt;, e molti altri ancora) che ruolo occupano? È un attaccamento nostalgico che ci porta a rileggerli (e ristamparli)? Possono stare accanto ai grandi scrittori «istituzionalizzati»?

&lt;b&gt;VE&lt;/b&gt; - Di sicuro alcuni di loro sono ormai universalmente accettati dalla critica letteraria &lt;i&gt;mainstream&lt;/i&gt;: Ballard, Vonnegut, almeno in parte Sturgeon, i caposcuola cyberpunk. E naturalmente Dick, eletto al primo posto non per meriti stilistici, ma per le tematiche affrontate, relative alla schizofrenia delluomo moderno.
Se in Italia, e quasi solo in Italia (laltro paese è la Germania), tale riconoscimento è contrastato, ciò accade per laccademismo di un settore della nostra critica, rimasto ancorato a parametri valutativi polverosi o addirittura strapaesani, dimenticati ovunque. Ma la resistenza (di origine spesso anagrafica) è sempre più debole, e prima o poi cesserà. A quel punto, il problema si trasferirà su chi pratica il genere, perché non sono molti gli scrittori capaci di competere in qualità con quelli citati.     

&lt;b&gt;AOM&lt;/b&gt; - Se i vari Dick e Lem sono stati o stanno per essere liberati dal «recinto» nel quale hanno vissuto fino a ora, cosa rimane nel recinto? A tastarle il polso, come sta oggi la letteratura fantastica, anche in chiave italiana?

&lt;b&gt;VE&lt;/b&gt; - Non troppo bene, direi. Il genere &lt;i&gt;fantasy&lt;/i&gt; ha preso il sopravvento (cosa che non è affatto male se lautore si chiama China Mieville), la fantascienza langue. In Italia esiste una nuova leva (il primo nome che mi viene in mente è quello di Lanfranco Fabriani, autore per Urania di due romanzi notevoli per brio e immaginazione), ma in linea di massima conviene guardare a scrittori che escono in collane di narrativa generale: Tommaso Pincio, Wu Ming 5 (col suo &lt;i&gt;Havana Glam&lt;/i&gt;), la poco conosciuta, ma non per questo meno brava, Federica Vicino (&lt;i&gt;Il clone&lt;/i&gt;), Alessandra C (&lt;i&gt;Skill&lt;/i&gt;), Guglielmo Pispisa (&lt;i&gt;Città perfetta&lt;/i&gt;), ecc.
Narratori che operano fuori del recinto, e dunque non costituiscono un gruppo facilmente riconoscibile. Ma levasione dal recinto, se certo ingenera confusione, non è di per sé un male: tuttaltro!  

&lt;b&gt;AOM&lt;/b&gt; - Quali sono i prossimi nomi da recuperare e ristampare, se ce ne sono altri? Che ne dice di &lt;i&gt;Norstrilia&lt;/i&gt; di Cordwainwer Smith, di &lt;i&gt;Guerra al grande nulla&lt;/i&gt; di James Blish, di &lt;i&gt;Limbo&lt;/i&gt; di Bernard Wolfe o de &lt;i&gt;Il gregge alza la testa&lt;/i&gt; di John Brunner, per esempio? In tutti i casi ci auguriamo che non vada a finire come per la letteratura gialla, thriller e noir. Se infatti sono stati ristampati alcuni autori di indubbio valore, a volte si è avuta la sensazione che si stesse raschiando il fondo del barile. Anche la fantascienza corre questo pericolo?

&lt;b&gt;VE&lt;/b&gt; - Concordo su tutti i nomi, anche se faccio presente che &lt;i&gt;Limbo&lt;/i&gt; di Wolfe, assolutamente geniale, costituisce un caso a sé e fu accolto con grande indifferenza dal &lt;i&gt;milieu&lt;/i&gt; fantascientifico. In ogni caso, gli autori da recuperare sarebbero parecchi: i racconti di Robert Sheckley, per esempio (e un unico romanzo suo, &lt;i&gt;Opzioni&lt;/i&gt;), o i microracconti fulminanti di Fredrik Brown.
Poi i romanzi di Fritz Leiber, uno degli scrittori più colti e completi che la fantascienza abbia mai espresso. Molte cose di Mack Reynolds, un marxista americano persino sovraesposto su Urania negli anni Settanta, per poi essere rapidamente dimenticato (penso al suo &lt;i&gt;Deathwish World&lt;/i&gt;, credo ancora inedito in Italia). Ma la lista sarebbe lunghissima. E la fantascienza letteraria in sé che andrebbe riproposta, magari con unantologia del livello de &lt;i&gt;Le meraviglie del possibile&lt;/i&gt; di Sergio Solmi.
Con la fantascienza non è così facile raschiare il fondo del barile, se si bada alla qualità. Fino al termine degli anni Settanta è stata la regina misconosciuta della narrativa di genere. Romanzi non eccelsi erano comunque pieni di idee. Poi le idee hanno cominciato a venire meno, ma la fs si è fatta costume, cultura generalizzata. Ha invaso cinema, televisione, pubblicità, giochi per computer, fumetti, ecc. Quale altra narrativa popolare può rivendicare di essere divenuta &lt;i&gt;società&lt;/i&gt;? Mi dispiace dirlo, ma il noir non può vantare simile gloria.
Il barile della fantascienza è ancora pieno: basta scavare.

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<entry id='2338' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2338' author_id='13' authored_on='20070810201507' basename='di_vecchi_pugili_e_operai_che' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070810201507' modified_on='20070811142021' ping_count='236' status='2' title='Di vecchi pugili e operai che muoiono sul lavoro' week_number='200732'><excerpt>di &lt;b&gt;G. De Michele&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;di_lavoro_si_muore.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/di_lavoro_si_muore.jpg&quot; width=&quot;60&quot; height=&quot;36&quot; border=&quot;0&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt; Due lavoratori, Angelo di Mugnano e Cristian di Bolzano, muoiono nei rispettivi cantieri. Due dei tanti: chi uccide quattro o cinque lavoratori al giorno?</excerpt><text>di &lt;b&gt;Girolamo De Michele&lt;/b&gt;&lt;img alt=&quot;di_lavoro_si_muore.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/di_lavoro_si_muore.jpg&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;90&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;

&lt;object width=&quot;13&quot; height=&quot;13&quot; classid=&quot;clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000&quot; codebase=&quot;http://fpdownload.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=7,0,0,0&quot; allowNetworking=&quot;internal&quot;&gt; &lt;param name=&quot;wmode&quot; value=&quot;transparent&quot;&gt; &lt;param name=&quot;allowScriptAccess&quot; value=&quot;sameDomain&quot; /&gt;&lt;param name=&quot;FlashVars&quot; value=&quot;resourceID=1430099&amp;flp=false&quot; /&gt; &lt;param name=&quot;movie&quot; value=&quot;http://static.last.fm/webclient/inline/1/inlinePlayer.swf&quot; /&gt;&lt;param name=&quot;quality&quot; value=&quot;high&quot; /&gt;&lt;param name=&quot;bgcolor&quot; value=&quot;#ffffff&quot; /&gt;&lt;embed wmode=&quot;transparent&quot; src=&quot;http://static.last.fm/webclient/inline/1/inlinePlayer.swf&quot; quality=&quot;high&quot; FlashVars=&quot;resourceID=1430099&amp;flp=false&quot; bgcolor=&quot;#ffffff&quot; width=&quot;13&quot; height=&quot;13&quot; name=&quot;inlinePlayer&quot; allowNetworking=&quot;internal&quot; allowScriptAccess=&quot;sameDomain&quot; type=&quot;application/x-shockwave-flash&quot; pluginspage=&quot;http://www.macromedia.com/go/getflashplayer&quot; /&gt; &lt;/object&gt; &lt;b&gt;«Lo sai chi ha ucciso Davey Moore? Io lo so, ma tu lo sai?»&lt;/b&gt;, si chiede in una vecchia canzone Bob Dylan. Non larbitro che non ha fermato lincontro, non gli spettatori che incitavano lavversario, non limpresario che ha organizzato lincontro né lo scommettitore che ci ha lucrato sopra, non il giornalista né quel povero cristo dellavversario, immigrato sfuggito alla fame grazie alla boxe. Nessuno, dunque. Ma allora chi ha ucciso &lt;a href=&quot;http://en.wikipedia.org/wiki/Davey_Moore_%281960s%29&quot;&gt;Davey Moore&lt;/a&gt;? E come si permette il signor Robert Allen Zimmerman, in arte Bob Dylan, di affermare: io so chi ha ucciso Davey Moore?
Due lavoratori, Angelo di Mugnano e Cristian di Bolzano, muoiono nei rispettivi cantieri. Due dei tanti: quattro al giorno dicono le cifre ufficiali, che non tengono conto dei lavoratori irregolari trasportati fuori dai cantieri dopo morti e buttati in un fosso, o caricati su una vecchia auto gettata contro un albero. Chi uccide quattro o cinque lavoratori al giorno?</text><text_more>&lt;img alt=&quot;lavoratori_sospesi.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/lavoratori_sospesi.jpg&quot; width=&quot;127&quot; height=&quot;97&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Se un uomo che cammina sul crinale di un precipizio fa un passo falso e precipita, a nessuno viene in mente di dire che la causa della sua morte è la forza di gravità: eppure se le leggi della meccanica fossero differenti quelluomo sarebbe ancora vivo. No, a tutti è chiaro che la causa della morte è il passo falso. E la causa del passo falso? Forse una distrazione, forse un eccesso di alcool, forse lurto di un altro corpo: una spinta, forse. O la volontà di farla finita. Il punto è che finché la &lt;i&gt;spiegazione&lt;/i&gt;, per quanto scientificamente esatta sia, non ci fornisce unadeguata &lt;i&gt;comprensione&lt;/i&gt; noi continuiamo ad aggiungere alla spiegazione un &lt;i&gt;perché?&lt;/i&gt;: perché, dunque, con tanta facilità i lavoratori cadono dalle impalcature? Perché restano schiacciati dai tubi, sepolti dal carico della gru che si stacca, travolti da una struttura che cede o dal mezzo meccanico che stavano guidando? In un caso di cronaca nera il &lt;i&gt;perché?&lt;/i&gt; allude alla mano che ha premuto il grilletto, che ha innescato la carica di tritolo sotto la provinciale di Capaci o ha abbandonato la borsa alla banca dellAgricoltura in piazza Fontana. Ma un lavoratore che cade da un ponteggio o viene massacrato da un tubo? È morto, o è stato ucciso? Sul lavoro si muore o si viene uccisi? Se non ci sono assassini non cè assassinio, a lume di ragione. Ma se quasi tutti quelli che liquidano &lt;a href=&quot;http://www.altrosud.info/index.php&quot;&gt;Francesco Caruso&lt;/a&gt; come un povero demente usano sui propri giornali, nelle sedi sindacali, nei comizi lespressione omicidio bianco una ragione ci dovrà pur essere: perché se cè omicidio cè assassino. Se cè un &lt;i&gt;perché?&lt;/i&gt; ci devessere una risposta, se cè un effetto ci devessere una causa.
La forza di gravità, combinata al falso movimento del piede, allusura del tirante, al cedimento della struttura, certo: causa efficiente. Larresto cardiaco, la frattura alla base del cranio, la perforazione di un organo vitale: causa materiale. Ma anche: la latitanza dei controlli, la sempre più labile osservanza delle norme di sicurezza, la crescente precarizzazione, e dunque linesperienza, o la mancanza di colleghi anziani in grado di insegnare le regole minime di comportamento (leclisse del sapere operaio, direbbe un vecchio operaista); il sistema delle aste al ribasso, dei subappalti; la tollerata infiltrazione del lavoro nero nel lavoro regolare. Causa formale. Che si intreccia con la causa finale: il sistema del lavoro nellepoca della globalizzazione. E se queste leggi sono, formalmente, causa di quelli che si usa chiamare omicidi bianchi, allora sarà permesso dire che i loro artefici sono, in senso lato, responsabili di quegli omicidi?

Si dirà: questa è metafisica. Può darsi: ma cosè, invece, un assassinio senza assassino, un effetto senza causa, una legge senza effetto? E allora, metafisica per metafisica, meglio una buona metafisica piuttosto che una cattiva: come quella di certi analisti come Ichino con i quali non sembra possibile polemizzare senza passare per filo-brigatisti. Analisti che fingono di ignorare gli effetti allargati, i cerchi concentrici che dalle leggi attuali si dipartono per generare quella precarizzazione dellesistenza che (come ha messo in luce &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2007/07/002310.html#002310&quot;&gt;Sbancor&lt;/a&gt;) è argomento di discussione solo a condizione che non si parli delle sue cause oggettive. Che la precarietà sia una condizione soggettiva, esistenziale: un prodotto del non-sentirsi-a-casa-propria come condizione generale dellesistenza, secondo certe cattive metafisiche, assai gradite alle orecchie di Napolitano e dei cosiddetti miglioristi, che era di moda frequentare quando Marx divenne &lt;i&gt;demodé&lt;/i&gt;.
Con buona pace di questi ultimi epigoni del pensiero molle, la precarizzazione, lincertezza, lepoca delle passioni tristi non sono né condizioni inalterabili, né prodotti di un destino barbaro e cieco: accadono allinterno di un sistema di leggi che lo hanno consentito dal punto di vista legale. Accadono allinterno di una condizione generale del lavoro che certo non è stata interamente prodotta da queste leggi, ma che il complesso delle leggi Treu-Biagi difende, impedendone la radicale modifica e consentendone solo piccoli aggiustamenti. Detto altrimenti: tutto quello che allinterno delle leggi vigenti era possibile fare è stato già fatto: senza abrogare quelle leggi nella lotta al precariato non si va oltre (ma si possono sempre scrivere bellissime lettere ai giornali sui ragazzi precari, cosa di cui Veltroni è maestro).
Ma soprattutto, le norme attualmente vigenti producono un effetto performativo di ineluttabilità: la convinzione che il lavoro non può che essere così, che per il lavoro il sacrificio di sangue e vita è un atto dovuto e necessario, come la morte per tumore o leucemia. 

Un risultato Francesco Caruso lha sicuramente ottenuto: ha ricompattato lintero centro-sinistra contro di sé. È un cretino, un idiota; straparla; vaneggia; è come Gentilini; delira: le prime pagine di &lt;i&gt;Unità&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Liberazione&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Manifesto&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Repubblica&lt;/i&gt; sono intercambiabili, come le dichiarazioni di Napolitano, Giordano, Treu, Maroni, Cicchitto. Marco Biagi, il tecnico del governo DAlema prestato al centrodestra (il cui assassinio è stato strumentalmente usato per legittimare una legge che DAlema avrebbe fatto pari pari) non può difendersi, dicono in coro: ma forse può prendere la parola e pronunciarsi sulle leggi Treu e Biagi il lavoratore marocchino che sempre a Bologna, poche ore prima dellassassinio di Biagi, è morto in cantiere? E Angelo da Mugnano, e Cristian da Bolzano: possono dire la loro?

Pochi giorni addietro il sottosegretario pugliese alla Sanità Antonio Gaglione, allindomani della morte di Mimmo, giovane operaio allILVA di Taranto, ha definito il padrone dellILVA &lt;u&gt;«un imprenditore non illuminato che adesso deve imparare a rispettare la legge»&lt;/u&gt;. La settimana precedente, ai delegati di fabbrica che denunciavano la mancanza di misure minime di protezione (caschi per ripararsi dal sole battente destate per i conducenti dei macchinari) Riva a mandato a dire che basta un fazzoletto bagnato in testa. Da quando limprenditore Riva ha comprato lILVA di Taranto, 14 anni or sono, ci sono stati 40 morti, non in Puglia, non a Taranto: in una sola fabbrica. Ogni anno a Taranto ci sono 400 morti per tumore e 1200 nuovi casi di leucemia: bastano per parlare di di strage, per chiamare i responsabili assassini? Evidentemente non bastano, se il Partito Democratico, prima ancora di nascere, si è mobilitato non solo a Taranto, ma a Roma per cercare, inutilmente, di impedire l&apos;elezione a sindaco di Stefàno, l&apos;&quot;estremista&quot; che ha osato mettere in discussione la servitù industriale della città. Non assassino: &lt;i&gt;imprenditore non illuminato&lt;/i&gt;. Ma Gaglione va capito: il giorno prima si era candidato alla guida del nascituro Partito Democratico pugliese, ci sono i famosi ceti medi da conquistare, non bisogna spaventare limprenditoria, ecc. 
Le vellutate parole di Gaglione come suoneranno alle orecchie della promessa sposa delloperaio morto il giorno prima? E a quelle dei suoi genitori? Ma gli operai e i loro congiunti, è noto, hanno il pelo sullo stomaco, e a certe parole non fanno caso.
E allora, se non i padroni delle fabbriche, né gli autori delle vigenti leggi che permettono loro «di precarizzare e sfruttare con maggior intensità la forza-lavoro e incrementare in tal modo i loro profitti, a discapito della qualità e della sicurezza del lavoro»; &lt;img alt=&quot;romero71.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/romero71.jpg&quot; width=&quot;160&quot; height=&quot;112&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;allora, chi ha ucciso Angelo di Mugnano, e Cristian di Bolzano, e Mimmo di Taranto? Chi ha ucciso Davey Moore? &lt;i&gt;«Assassino? Io non credo, era destino... o magari, chi lo sa... il volere divino»&lt;/i&gt;

&lt;a href=&quot;http://www.maggiesfarm.it/italianversion01.htm&quot;&gt;qui&lt;/a&gt; la versione italiana di &lt;b&gt;Who Killed Davey Moore&lt;/b&gt;
&lt;b&gt;a destra&lt;/b&gt;, Davey Moore KO nel suo ultimo, fatale incontro. </text_more></entry>
<entry id='2339' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2339' author_id='4' authored_on='20070812025757' basename='quella_maledetta_casa_di_slaws' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070812025757' modified_on='20070812123938' ping_count='173' status='2' title='Quella maledetta casa di Slawson Avenue' week_number='200733'><text>&lt;b&gt;La crisi dei mutui &lt;i&gt;subprime&lt;/i&gt; e i mercati finanziari globali&lt;/b&gt;

di &lt;b&gt;Sbancor&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Slum.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Slum.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;115&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Una crisi sistemica potrebbe iniziare così. &lt;b&gt;Oggi, giovedì 9 agosto alle ore 14.15&lt;/b&gt; mi telefona un amico da unagenzia di stampa tedesca. Mi dice che circolano &lt;i&gt;rumors&lt;/i&gt; in Germania sulla crisi di una banca. Soggiunge, preoccupato, che i &lt;i&gt;rumors&lt;/i&gt; si sono spinti fino a sostenere che per qualche ora è stato chiuso il mercato interbancario. Gli prometto di informarmi. Recupero lentamente un po di lucidità dal torpore postprandiale. Apro Bloomberg scorrendo le &lt;i&gt;market news&lt;/i&gt;. La prima notizia che attrae la mia attenzione è che la British Bankers Association ha comunicato che il tasso overnight interbancario, il cosiddetto London Interbank Offered Rate (LIBOR) è salito dal 5,35% al 5,86%. Il livello più alto dal 2001. Sembra che a determinare lincremento siano le preoccupazioni sui mutui immobiliari subprime americani. Ora i subprime sono la grande paura che da febbraio agita i mercati. Si tratta di mutui ipotecari concessi a clienti che hanno redditi bassi e lavoro spesso precari,  in quartieri che certo non assomigliano a Beverly Hills.</text><text_more>Non so se qualcuno di voi è pratico di Los Angeles, ma la strada che viene in mente a me, quando si parla di subprime è Slawson Avenue. La prima parte è abitata da afroamericani. La seconda da ispanici. La seconda suscita qualche apprensione a percorrerla di giorno. Non voglio pensare cosa accade lì la notte.  Finii a Slawson per un errore di guida, tanti anni fa,  e sono ancora grato al Signore per aver riportato indietro la mia pelle intatta. 

Non divaghiamo. Dunque le compagnie specializzate in mutui concedevano prestiti a clienti del cazzo che si compravano case del cazzo. Pensavano di guadagnarci comunque perché il mercato immobiliare americano era impazzito. E i prezzi crescevano ogni giorno. E quindi i clienti del cazzo sulla base del nuovo e più alto valore dellimmobile continuavano a indebitarsi (re-financing, si chiama la cazzo di tecnica). E quelli delle compagni glieli concedevano, perché sapevano che anche se il cliente del cazzo falliva, loro in dieci giorni avrebbero avuto dal tribunale la casa. Il cui prezzo continuava a crescere. Si fosse fermata qui sarebbe stata solo una speculazione del cazzo.

Ma no, no. Hanno continuato, gli idioti: i mutui venivano venduti alle Grandi Case, cioè alle principali banche come Chase, Citigroup, Morgan Sanley, Goldman Sachs, Bears Stern, che li  trasformavano in titoli (Asset backed Securities, CDO, CDS ecc.).  La cartaccia veniva collocata presso altre Banche, Fondi Comuni, Fondi Pensione. La cartaccia girava. La cartaccia aveva incominciato a impestare anche le banche europee.

Produzione di merda attraverso merda.

Le banche europee che si sono infarcite della cartaccia made in U.S.A. finora sono la BNP-Paribas parigina, che ha dovuto bloccare i riscatti da tre fondi. La   Ikb tedesca è praticamente fallita, la NIBC Bank olandese è nei guai. Idioti. Un trader della Commerzbang AG dice che La liquidità si è seccata completamente, gli investitori non stanno reinvestendo denaro per paura dei subprime. I Iivelli si sono alzati di colpo drammaticamente da ieri.


E un campanello dallarme. Ma non è sufficiente. Vado in sala cambi e guardo la Reuters.

&lt;b&gt;FRANCOFORTE, 14.06&lt;/b&gt;: La Banca Centrale Europea ha assegnato fondi per 94,8 miliardi di Euro in unasta veloce al tasso fisso del 4% destinata a fornire liquidità al sistema. Come preannunciato la BCE ha soddisfatto per intero le richieste, giunte da 49 istituti bancari dellara euro. Loperazione regolata oggi, prevede il rientro dei fondi iniettati domani.

E un secondo campanello. Avrà ragione il mio amico tedesco?

Vado sulla pagina Reuters dedicata alle banche. E un bollettino di guerra.

- BNP Paribas: ha congelato fondi per 1,6 miliardi di euro per problemi legati ai subprime.
- Commerzbank: dice di essere esposta al rischio subprime tramite le sue filiali di New York. Nega problemi seri.
- NIBC BANK: la banca olandese ha ammesso perdite per 137 milioni di euro legati ad asset-backed securities USA. E esposta per 391 milioni di dollari al rischio subprime.
- WESTLB: la banca tedesca dice che la sua esposizione nei subprime è limitata. Ma non da cifre. Qualcosa mi dice che è la banca in crisi di cui parla il mio amico.
- AXA: la più grande assicurazione francese. Dice di aver unesposizione bassa. Guardo le cifre: 2,3 miliardi euro. Alla faccia
- WESTLB MELLON: è un fondo della WESTLB. Congelato. Ma la  Royal Bank of Scotland assicura che non ci sono subprime americani, ma solo prime europei.  Ho paura che i miei colleghi siano non solo ladri, ma anche bugiardi.


Bollettino BCE:  linguaggio sfumato da banchieri centrali. Messaggio chiarissimo, però: Il mercato mondiale dei prestiti ad elevata leva finanziaria (&lt;i&gt;cest a dire&lt;/i&gt; indebitati fino al collo) ivi compreso un ampio segmento europeo (&lt;i&gt;quanto ampio&lt;/i&gt;?) mostra alcune analogie con il mercato statunitense dei mutui ipotecari di qualità non primaria (&lt;i&gt;subprime&lt;/i&gt;), che potrebbe dar adito a timori, nel caso di una svolta avversa nel ciclo del credito.

Il campanello dallarme è diventato un campanaccio.

Ritorno su Reuters mentre con la coda dellocchio vedo nervosismo fra i &lt;i&gt;traders&lt;/i&gt;. Una solitaria bestemmia dal &lt;i&gt;desk&lt;/i&gt; dei mercati asiatici: LEuro è in picchiata sullo Yen: -2%. E un segnale preoccupante. Vuol dire che gli investitori comprano yen e vendono euro per ridurre la loro esposizione al carry trade più rischioso di solito effettuato sulla base della valuta giapponese. Se fosse così dovrebbero esserci ripercussioni sui mercati emergenti dellEst Europa, penso. Ma è già troppo tardi. In questi casi i mercati sono più veloci dei miei neuroni e delle sinapsi un po intorpidite dallestate romana:  Il Fiorino Ungherese sta già cadendo dell1% verso lEuro.  La Banca centrale dellUcraina sta intervenendo sui cambi comprando dollari per sostenere la propria sgangherata moneta: lhryvnias.

Sono le 16.00 p.m.

Le Borse sono tutte in rosso: per visualizzare le tabelle di dati delle borse mondiali &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/North.htm&quot;&gt;clicca qui&lt;/a&gt;.	

Anche Wall Street è al ribasso. A guidarlo sono Citigroup e Goldman Sachs. Il valore di una azione della Citigroup ha perso 1,74$. Goldman Sachs  7,16$. Non pochi. Due dei più grandi gruppi bancari americani travolti dai mutui concessi a clienti insolventi per case di bassa qualità. Ma è tutto lindice azionario del settore finanziario che segna profondo rosso: -2,7%

Verso sera arriva la notizia che anche la FED sta pompando liquidità sui mercati: 24 miliardi di dollari.

Ormai non cè dubbio siamo in una crisi sistemica. Medito. Se le Grandi Case,  per fare soldi sono costrette a comportarsi da volgari usurai negli slums di Los Angeles o di New York, stiamo decisamente alla frutta. Perché in fondo la crisi dei subprime non è altro che questo.

La crisi del 29 fu innescata, fra laltro, da speculazioni edilizie in mezzo alle paludi della Florida. Non vorrei che quella del 2007 iniziasse a Slawson Avenue, Los Angeles. California.


&lt;b&gt;Venerdì 10 agosto. Ore 9.30&lt;/b&gt;. Attendo lapertura dei mercati. In banca non cè più quasi nessuno. Tutti al mare. Idioti. Arrivano le prime notizie. Apertura negativa. Altre notizie si rincorrono: tutte le banche centrali stanno iniettando liquidità nel sistema: LA FED, la BCE, la Bank of Japan, la Banca Centrale Australiana, quella Canadese. Alla fine si arriva a una somma intorno a 131,3 miliondi di dollari. Quanto cazzo ci sta costando Slawson Avenue?

Effetto sul mercato? Zero. I titoli continuano a scendere in picchiata. I rendimenti sullobbligazionario sembrano reagire, ma poi seguono il loro percorso, che come è noto è inverso a quello delle azioni. Salgono. I maledetti salgono! I BOT sono al 4,25%, livelli mai visti negli ultimi anni

Siamo in crisi di liquidità. La bestia nera del capitalismo finanziario è di nuovo fra noi. E la bestia nera ha fame. Si è mangiata solo in Europa 380 miliardi di Euro  sulla capitalizzazione delle Borse.  

Altre news confermano che stavolta la crisi è incredibilmente europea. Una crisi europea costruita sui mutui spazzatura americani. Meraviglie del mercato-mondo!.

 In giornata si sono rafforzate voci di un possibile intervento urgente delle banche centrali americana (Federal Reserve) ed europea (Bce) sui tassi d&apos;interesse. Dopo una partenza pesante Wall Street ha iniziato a risentirne positivamente, per poi tornare in rosso. I mercati Usa erano sembrati sollevati dal fatto che la banca centrale potrebbe tagliare i tassi di un quarto di punto già entro agosto senza attendere la riunione del 18 settembre. Il tentativo di ripresa della Borsa americana, però, è stato di breve durata: per pochi attimi il Dow Jones è tornato positivo a +0,27%, il Nasdaq a +0,50% e lo Standard &amp; Poor&apos;s a +0,61 per cento. Alle 19,30 ora italiana i tre indici perdevano rispettivamente lo 0,65%, lo 0,66% e lo 0,38 per cento. Countrywide Financial (-6,28% alle 19 ora italiana, dopo una partenza ancor più disastrosa a -12%), il più importante operatore Usa nel comparto del credito immobiliare, ha reso noto di trovarsi a fronteggiare «perdite senza precedenti» che potrebbero ridurre sensibilmente i profitti. Countrywide ha aggiunto che «il mercato secondario e la situazione relativa alla liquidità sta evolvendo rapidamente ed il potenziale impatto sulla società è al momento sconosciuto».
Ieri Home Bank Mortgage, un colosso nei settori dei mutui aveva chiesto la protezione under chapter 11, una cosa simile alla nostra amministrazione controllata. Non è il primo operatore a saltare. Ad aprile la stessa sorte era toccato ad un altro big: New Century Financial corp..

HBK ha debiti con le principali banche: JPMorgan, Commerzbank, Fortis. Come impatteranno queste crisi sulle banche?

La sera le borse europee assomigliano a Waterloo, dopo la battaglia. Solo che oggi gli inglesi hanno perso: Londra ha lasciato sul campo il 3,7% del suo valore. Gli altri valori compresi fra il 2,5% e il 3,5%.

Non sono i soli. Scorrendo il listino americano scopro che la Halliburton  limpresa legata a Dick Cheney, ha perso il 6,6%. Sorrido cattivo. In fondo Slawson Avenue non è poi così male
&lt;img alt=&quot;image001.png&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/image001.png&quot; width=&quot;600&quot; height=&quot;310&quot; border=&quot;0&quot; /&gt;
NOTE: Chart of weekly search term share of traffic to &apos;all categories.&apos; Breaks in graph represent insufficient data.
SOURCE: Hitwise
</text_more></entry>
<entry id='2340' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2340' author_id='4' authored_on='20070814025533' basename='confiteor' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070814025533' modified_on='20110324015631' ping_count='224' status='2' title='Confiteor' week_number='200733'><text>di &lt;b&gt;Mario Gazzola&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;FuturisticChurch.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/FuturisticChurch.jpg&quot; width=&quot;125&quot; height=&quot;90&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt; &lt;i&gt;Solo lamore di Gesù toglie lo sporco dalle nostre vite miserabili&lt;/i&gt;!   tuona il Papa altissimo e immenso dallolocast sopra la mia testa. Sono in una cattedrale antica e buia, molto più grande dellolochiesa della mia parrocchia. Guardo il confessionale. Oscuro, immobile, silenzioso, chiuso dalla sua tendina viola. Mi fa un po paura. Sembra vuoto ma so che non lo è. Lo so che lui è dentro. È dentro con la mia amica e presto toccherà a me. 
Non voglio. Ho paura!
Cerco con gli occhi luscita ma la chiesa non ha porte. Vorrei urlare ma ho la bocca sigillata. Adesso la mia amica Fede è di fianco al confessionale, nuda, con le mani giunte in grembo e gli occhi bassi. Don Leandro, in piedi davanti alla tendina, mi guarda severo. Come se vedesse quel che penso. Punta il dito verso di me e dice cavernoso:  Con Federica abbiamo finito. Adesso tocca a te.</text><text_more> No  dico  no, oggi non è il mio giorno di confessione dovrei andare
 Vieni.
Nella destra porge unOstia. Arretro. Mi sento afferrare. Due suore mi trascinano verso il confessionale. Dita fredde di metallo. Mi rendo conto in quel momento che anchio sono tutta nuda, mi vergogno da morire.
&lt;i&gt;Nonvogliochemichiedacosafaccio&lt;/i&gt; &lt;i&gt;nonvogliochemichieda se so il peccato&lt;/i&gt;
Finalmente riesco a urlare  Nooooooooooo
E mi sveglio.
Mamma mi chiama. Oggi è giorno di confessioni e vuole che vada allolochiesa da sola. Io non voglio andarci affatto, ma lei dice di non fare storie stupide, che una bambina di 10 anni non si fa portare dalla mamma all&lt;i&gt;unità spirituale&lt;/i&gt;, ché poi là trovo anche Federica e torniamo insieme.
Dico che ho paura dincontrare uno di quei pedofili, o un omosessuale, un incesto o un altro nemico della Nova Familia, come dice il Don. Ma lei non molla:  Su, che con la nuova legge non ce nè quasi più in giro, neanche nei quartieri islamici di Milano Fuori!
Fuori è grigio. La gente cammina guardando fisso davanti a sé, come se nessuno vedesse nulla intorno. Sembra che non pensino a niente, che tutti abbiano preso l&lt;i&gt;Ostia Medica&lt;/i&gt; o che fissino olovisioni dappertutto.
Siamo tutti in un quadro, di quel pittore là che dipingeva gli omini colla bombetta, comesichiama
A volte mi chiedo come si fa a capire che incontri un pedofilo vero, se li hai visti solo in olovision. E se poi lui ti tocca, dopo non potrai più avere una Nova Familia benedetta
Fede ne ha incontrato uno. E lha pure toccata, me lha detto lei, ieri. Ma lei ha già 14 anni, sè confessata e il Don le darà lOstia Medica, quindi potrà dimenticare il suo peccato e forse un giorno potrà avere una Nova Familia.
Fede è la mia migliore amica, mi piace un casino e mi piace anche il suo fidanzato Andre, che ha almeno 20 o 22 anni e una ragazzina come me non la vedrebbe nemmeno. Dice che alle confessioni il Don le chiede sempre cosa fa col suo ragazzo, che deve stare attenta a quel che fa se no rischia di perdere la benedizione, finire fuori dalla Chiesa poi lei ridacchia e non mi dice più niente e io resto lì a immaginarmela insieme al suo Andre, chiusi nellauto di lui
Che poi sono le stesse cose che vuol fare il pedofilo, solo che lui è più grande e non ti chiede se ti va, ma ti senti come obbligata, mi ha detto.
La Fede ha raccontato ste cose solo a me, perché tanto dopo il Don mi dava lOstia Medica e dimenticavo tutto, come se lo sarebbe dimenticato lei, e non avrei potuto dirlo a nessun altro.
LOstia Medica la chiamano così perché non è fatta con acqua e farina come le particole di una volta, mi ha spiegato papà. Adesso le prepara unindustria farmaceutica con un prodotto chimico che  se il Don ti assolve  ti fa  dimenticare tutti i peccati.
Sento dei passi dietro di me.
Papà dice che il cervello ha due tipi di memoria: quella dei fatti recenti, che ti fa ricordare che calze hai messo la mattina, e quella delle cose lontane, i ricordi che non si cancellano più: la prima sculacciata, il primo bacio oppure lincontro con un pedofilo. Ecco, lOstia Medica impedisce che i brutti ricordi recenti diventino eterni. E lOrco scivola via.
I passi vanno a ritmo coi miei.
Papà dice che lOstia prima non era nemmeno sacra: era solo un farmaco inventato per togliere agli adulti certi dolori insopportabili, come quando muore una persona cara, oppure per le donne che erano state violentate dai pedofili e dagli omosessuali. Poi un politico dei NeoCristiani Moderati (o del Nuovo Centro Tradizionale, non ricordo) sè fatto vedere in &lt;i&gt;olo&lt;/i&gt; mentre la prendeva, dopo che il Papa laveva perdonato per uno scandalo di ballerine in cui non centrava, e da allora lOstia Medica è diventata la vera Eucarestia Assoluta.
Ora la prendono tutti in olovision, vogliono la benedizione anche i politici Federati, che sono i meno cristiani di tutti ma non vogliono che anche Milano Centro diventi islamica. Papà dice che se vogliono la benedizione sui loro decreti han poco da scherzare.
Mi volto e lo vedo. È un uomo.
Domenica allAngelus, parlando per la difesa della Nova Familia, il Papa ha detto che lOstia è un Sacramento e va presa solo dopo lassoluzione, non come una droga per cancellare ogni brutto ricordo, come fanno i senza fede per non vedere la loro disperazione, o anche i terroristi suicidi, che è sacrilegio mortale.
Non riesco a seminarlo quelluomo, ce lho sempre dietro.
Solo che io non lho mai presa, lOstia Medica. Il Don dice che per noi bambini sotto i 12 anni non è necessaria, se non in casi gravissimi, come se ti tocca un pedofilo. Quindi ricordo benissimo ogni parola della Fede. E continuo a pensarci e mi sembra che non può essere vero. Non può essere così un pedofilo. Però lei non mha mai raccontato storie E se si fosse inventata tutto per non confessare cosha fatto con Andre? Io dico che devessere così e se fosse un suicida islamico?
Giro a vuoto per un po, ma ce lho sempre addosso. È alto, vestito di nero. Ha uno sguardo alieno che fa paura. Mi metto a correre ma mi sta sempre dietro.
Finalmente arrivo allolochiesa ansimando. Mi fermo sul cancello, raccolgo le forze e lo guardo fisso:  Vada via! Smetta di seguirmi o la denuncio alla Squadra Pedoporno!
Si ferma anche lui e mi guarda come stupito:  Ehi, signorina, sei sicura di star bene? Mica seguo te, sai?   dice con accento straniero, mentre prende il telefonino  Vuoi che chiamiamo i tuoi?
Due suore sentono gridare e savvicinano. Ritrovo coraggio.
 Se non se ne va via la faccio finire in galera! E lei ci morirà impiccato, come quellaltro pedofilo dell&lt;i&gt;oloreality&lt;/i&gt;, bastardo!
Mi guarda atterrito. Vede le suore accigliate.  Ma tu sei io sono solo uno che va a lavorare  balbetta. Poi si volta e corre via. 
 Cosè successo col tecnico, Susi?  chiede suor Ines.
 Quale tecnico?
 Quello con cui gridavi. Gli uomini in tuta nera sono i tecnici dellolocast, sai: lo stanno mettendo nuovo ora, qui in parrocchia
Entro in chiesa a disagio. Mi sembra di salire al Calvario. Cerco una via di fuga, ma alle mie spalle ci sono suor Teresa e suor Ines:  Non vai a confessarti, Susi?
 Sì, subito
Fede esce dal confessionale, occhi bassi mani giunte in grembo. Mi passa vicino, dice  Ti aspetta. Sè tenuto un momento apposta per confessare te che sei dei più piccoli.  Mi rendo conto allimprovviso che Fede non era inginocchiata al confessionale. Era dentro con lui!
È stato lui, lo so. &lt;i&gt;So&lt;/i&gt; cosa ha fatto a Fede. Che lei non voleva e poi lui le ha dato lOstia che mondava tutti i peccati. Lei ora non sa più niente ma io so.
Lei va a una panca.
Non voglio vederlo.
Lo vedo. È in piedi davanti alla tendina viola tirata.
 Vieni, Susi, adesso facciamo la tua confessione, eh?
Mi guarda con dolcezza, in attesa.
 Ti ho seguita attentamente in questi giorni e ti trovo molto maturata.
Sono attanagliata dal terrore come nel sogno.
Faccio un passo indietro ma urto suor Ines dietro di me.
 Io dico che questa Pasqua 2027 è il momento di ricevere la tua prima Eucarestia Assoluta. Sei contenta?

 Su, vieni Non avrai mica qualcosa da nascondermi, eh, Susi?

 Allora, comè andata, hai trovato la Fede oggi in chiesa?  mi chiede la mamma la sera, a cena.
 Sì.
 E sei tornata con lei?.
 No. Lho &lt;i&gt;persa&lt;/i&gt; subito dopo. Io sono tornata più tardi.
 Che cè è successo qualcosa? Avete litigato?
 No.
 Non mi racconti niente
 Se ci fosse qualcosa da raccontare me ne ricorderei, no?

</text_more></entry>
<entry id='2341' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2341' author_id='4' authored_on='20070816135451' basename='i_giornali_a_processo_il_caso' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070816135451' modified_on='20070816145449' ping_count='223' status='2' title='I giornali a processo: il caso 7 aprile - Prima puntata' week_number='200733'><text>di &lt;b&gt;Luca Barbieri&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;ToniNegri.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/ToniNegri.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;121&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;[Ormai sappiamo tutti (con leccezione di Claudio Magris, che chissà dovera negli ultimi trentanni) che Toni Negri non era il capo delle Brigate Rosse, né il telefonista dei rapitori di Moro, né lassassino di Carlo Saronio. Eppure un giudice, su basi così palesemente assurde, imbastì nel 1979  il processo simbolo del periodo dell emergenza, rimasto noto come il caso 7 aprile. Vi furono coinvolti prima una ventina di imputati, quasi tutti docenti e ricercatori della facoltà di Scienze Politiche di Padova, poi divenuti oltre un centinaio. Molti furono incarcerati, altri costretti allesilio, uno (Pedro) perse la vita, ucciso dalle forze dellordine mentre era armato di un semplice ombrello. Inutile dire che gli assassini di Pedro rimasero impuniti, e che il magistrato che gestì il processo ha tranquillamente fatto carriera. Limpianto dellinchiesta crollò solo grazie alle confessioni di Patrizio Peci, che dimostrarono come Negri, Scalzone e gli altri del 7 aprile, con le Brigate Rosse, non avessero nulla a che spartire.</text><text_more>Simile mostruosità giudiziaria, che vide applicate tutte le prassi inquisitorie denunciate da Italo Mereu in &lt;i&gt;Storia dellintolleranza in Europa&lt;/i&gt; (Bompiani), a partire dalluso di pentiti lesti ad addossare ad altri le proprie colpe (nello specifico Carlo Fioroni, rapitore e assassino di Saronio), non sarebbe stato possibile senza il concorso della stampa, pronta a fare di Toni Negri, attraverso le sue grandi firme e con lausilio di qualche foto in cui lintellettuale faceva smorfie, il mostro per eccellenza, il nemico di una nazione intera. Era già accaduto con Pietro Valpreda, accadrà di nuovo con Cesare Battisti.
Carmilla ha già pubblicato, tre anni fa, una &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2004/04/000690print.html&quot;&gt;nuova prefazione&lt;/a&gt; alla tesi di laurea di Luca Barbieri (oggi stimato giornalista) &lt;i&gt;I giornali a processo: il caso 7 aprile&lt;/i&gt;. Lunica analisi completa, equilibrata ma agghiacciante, di come i quotidiani raccontarono ai lettori un errore giudiziario clamoroso, e influenzarono i suoi sviluppi. Ora proponiamo a puntate ampi stralci di quel testo, a partire dallintroduzione originaria. Nella speranza che qualcuno lo legga e riferisca finalmente a Claudio Magris che il telefonista delle BR non era Toni Negri, bensì Mario Moretti.]  (&lt;b&gt;V.E.&lt;/b&gt;)


&lt;b&gt;INTRODUZIONE&lt;/b&gt;

&lt;i&gt;a Guido Bianchini&lt;/i&gt;


(c) 2002 -  Si consente la riproduzione parziale o totale dell&apos;opera e la sua diffusione per via telematica, purché non a scopi commerciali e a condizione che questa dicitura sia riprodotta.

Questo lavoro nasce da un vuoto e dallesigenza, tutta personale, di colmarlo. Nasce dalla percezione di una rimozione, di un tabù, di unassenza che emerge  ai confini del discorso politico e pubblico di Padova, la mia città, ma anche del resto di Italia. Un riferimento allusivo, che non si trasformava mai in spiegazione, a un fatto accaduto alla fine degli anni Settanta (sì, ma quando esattamente?) e che dava alla mia Università, quella che avrei frequentato, e quella che poi ho effettivamente iniziato a frequentare, un carattere maledetto. Mi sono sorpreso poi, una volta svelato il mistero, a ricollegare a questo buco nero tutti i riferimenti sentiti, e subiti, alla facoltà di Scienze politiche, gli ammonimenti a non frequentarla (non era una facoltà seria, dicevano). E poi altri discorsi confusi eppure unanimi: il voto politico, la violenza estremista della città che lì avrebbe trovato il suo epicentro. Infine un nome, uno solo, Toni Negri, capace di evocare allo stesso tempo scandalo, sdegno e quasi paura. Sì, ma perché? La sensazione era che molti ne parlassero senza sapere, che questo non detto della storia padovana fosse diventato semplicemente un luogo comune, che a me però pareva pesare come un macigno, indiscusso e indiscutibile. 
Lo strappo decisivo, dalla percezione di unassenza allazione per colmarla, è stata la scoperta, quasi casuale, del volto degli altri attori della vicenda. Più importanti, nella loro consistenza ed esistenza di tutte le chiacchiere di questo mondo. Nomi e volti che conoscevo e che facevano parte del mio paesaggio urbano. Storie personali, percorsi culturali, emozioni (sofferenze e gioie) che hanno coinvolto centinaia di padovani. Un numero che chiedeva di essere raccontato e che invece era ancora imprigionato da un velo di silenzio. Perché?  
Per questo, quello che ho scritto è in parte un lavoro sulla mia città, sui suoi silenziosi abitanti e su una storia che percepivo ma non riuscivo a leggere. E non ci riuscivo semplicemente perché non è mai stata scritta. Non esiste una storia del 7 aprile. Ne esistono giudizi, commenti, analisi, ricostruzioni parziali. E in maggior parte tutti lavori scritti e pubblicati nei primi anni Ottanta. Ma i processi poi, comerano andati a finire? Alla fine di tutto, il professor Negri di cosa era stato riconosciuto colpevole? Mi sembrava una necessità così banale, ma importante, che mi meravigliavo che nessuno avesse provato a ricostruire in un libro la storia del processo 7 aprile. Dalle accuse iniziali alla sentenza. Mi sembrava, e mi sembra tuttora, il primo passo da compiere, per uno che non si intenda di diritto, per poter poi parlare di tutto il resto. 

Da qui la necessità di ricorrere ai racconti personali e ai quotidiani per seguire levolversi della vicenda. Anche perché il ruolo della stampa nella vicenda era stato, si diceva, di gran rilievo. Lidea iniziale alla base di questo lavoro era quella di poter riuscire a confrontare due percorsi: quello della storia, e quello della storia raccontata dai quotidiani. Era un intento ingenuo perché i due percorsi in realtà si incrociano fino a dar forma ad un intreccio difficile da districare.  Ne è uscito comunque un quadro, spero abbastanza chiaro, di quello che è stato il caso 7 aprile sulla stampa quotidiana, e cosa esso ha rappresentato per il Paese. 

In questo lavoro ho tentato innanzitutto di ricostruire il contesto storico della vicenda sotto diversi aspetti: uno più generale, che ha dato vita al capitolo primo, e uno più particolare che riguarda la storia delloperaismo, dei gruppi extraparlamentari e del terrorismo, con considerazioni ed elementi che sono stati sfruttati in diversi capitoli. Ho tentato poi, e questo forse è stato uno dei compiti più gravosi, di mettere ordine alla storia del 7 aprile (il capitolo secondo) prendendo ed incrociando informazioni da diverse fonti: i libri esistenti e le ricostruzioni giornalistiche. Informazioni abbastanza disomogenee e spesso incoerenti che hanno creato più di un grattacapo. 
Ho proceduto poi allanalisi degli articoli recuperati nel corso di un anno, tra la fine del 2000 e il 2001, che ho utilizzato in due modi: tentare una ricostruzione della storia del 7 aprile come raccontata dai quotidiani (il capitolo terzo), ovvero la delineazione di una narrazione, e poi estraendo dagli stessi articoli il materiale che è servito ad individuare i ruoli e i personaggi che, nel racconto della carta stampata, abitano il 7 aprile (il capitolo quarto). Infine ho tentato di individuare nel capitolo quinto alcuni elementi strutturali, attinenti alla professione giornalistica, che hanno contribuito a creare distorsioni nel racconto della vicenda in esame; nel capitolo sesto, ho avanzato, anche grazie ai contributi di altri autori, qualche ipotesi sul ruolo della stampa nellintera vicenda. 

Infine, tra il novembre e il dicembre del 2001, ho ritenuto opportuno intervistare alcuni dei protagonisti di questa vicenda. Questo per due motivi: saperne di più, direttamente dai protagonisti, del rapporto stampa-magistratura, e avere in secondo luogo una lettura da parte di chi la vicenda 7 aprile lha vissuta abbastanza da vicino. Ho così contattato tre giornalisti (Corriere della Sera, Gazzettino, lUnità) e due magistrati (Giovanni Palombarini e Pietro Calogero). Purtroppo il Procuratore capo della Repubblica di Padova Pietro Calogero, pubblico ministero al processo 7 aprile, non ha accettato la mia richiesta. I testi completi delle quattro interviste effettuate costituiscono lappendice. 

&lt;b&gt;Nota metodologica&lt;/b&gt;
 
Gli articoli alla base di questa analisi sono stati recuperati in gran parte nellarchivio del Corriere della Sera a Milano nella storica sede di via Solferino, e in parte attraverso la consultazione dei microfilm disponibili nella biblioteca di Scienze politiche dellUniversità di Padova. 

Degli articoli presenti nellarchivio del Corriere (diverse migliaia e di diverse testate), tutti archiviati sotto la voce Autonomia, ne sono stati selezionati e analizzati solamente alcuni in corrispondenza dei passaggi più significativi dellinchiesta e del processo. Dai microfilm si sono invece recuperati principalmente i quotidiani del 1979 (Repubblica, Unità, Manifesto e lo stesso Corriere): in modo sistematico per quanto riguarda i mesi di aprile e maggio e poi in corrispondenza delle altre date significative dellinchiesta. 

Fin dal principio avevo scelto di soffermarmi più sugli articoli di cronaca che su quelli che solitamente fanno opinione (editoriali ed interventi). Questo per due ragioni: la prima è che questi sono già stati esaminati con più attenzione da altri autori, e la seconda è che essi rientrano difficilmente in una analisi del lavoro giornalistico. Seguono cioè unaltra logica, e sono meno utili per una ricostruzione di come la categoria dei giornalisti ha vissuto la vicenda. 

Alla fine lanalisi sul testo intero dellarticolo è stata condotta su un corpus di 544 articoli. Di questi 256, circa la metà, riguardano lannata 1979; 68 sono del 1980, 34 del 1981, 28 del 1982, 32 del 1983, 50 del 1984, e 46 degli anni dal 1985 al 1989. Una trentina di articoli riguardano gli anni Novanta. Per quanto riguarda le testate: 181 sono articoli dellUnità, 127 del Corriere della Sera, 94 di Repubblica, 74 del Manifesto, i restanti di altre testate (Gazzettino, La Stampa, Il Giorno, Paese Sera, Corriere dInformazione, Il Giornale, Gazzetta del Popolo, Lotta Continua, Avanti). Questi sono gli articoli di cui è stato utilizzato tutto il testo. Alcune considerazioni, in particolare sulla titolazione, sono state però condotte su testi consultati esclusivamente a video, attraverso i microfilm, ma non riprodotti. Lanalisi di Unità e Repubblica è anche stata arricchita dal contributo di Pasquino Crupi, che ha condotto un esame abbastanza sistematico di queste due testate per lanno 1979 nel suo libro Processo a mezzo stampa.

&lt;b&gt;Cosa manca?&lt;/b&gt;
 
Avevo supposto allinizio di riuscire ad offrire una disamina accurata anche di quanto raccontato sulla vicenda dai giornali locali (Gazzettino e Mattino di Padova). Non vi sono invece riuscito in modo sistematico per diverse difficoltà, non ultime una sterminata mole di materiale in più, e la sensazione che avrebbero in qualche modo modificato la prospettiva di un lavoro che si stava indirizzando maggiormente sulla stampa nazionale. In effetti latteggiamento della stampa locale, significativo e influenzato anche da dinamiche profondamente differenti rispetto alla stampa nazionale, meriterebbe un lavoro a parte.

(&lt;b&gt;1-CONTINUA&lt;/b&gt;) 

</text_more></entry>
<entry id='2342' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2342' author_id='4' authored_on='20070817024745' basename='eugenio_de_medio_nenio' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070817024745' modified_on='20070817024827' ping_count='167' status='2' title='Eugenio De Medio: NENIO' week_number='200733'><text>di &lt;b&gt;Lucio Angelini&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Nenio.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Nenio.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;170&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Vibrisselibri è una casa editrice anfibia sorta nel giugno 2006: cerca il nuovo e linsolito attraverso una rigorosa (e gratuita!) opera di &lt;i&gt;scouting&lt;/i&gt;, ne pubblica on line i frutti migliori, rendendoli leggibili e scaricabili (sempre gratuitamente) secondo la formula del copy-left) e proponendoli poi agli editori tradizionali per uneventuale versione cartacea. Il sito è &lt;a href=&quot;http://www.vibrisselibri.net/&quot;&gt;www.vibrisselibri.net&lt;/a&gt;.
Vibrisselibri è &lt;b&gt;figlia di una febbre di mezza estate&lt;/b&gt; di Giulio Mozzi, che intendeva soprattutto lottare editorialmente contro la cosiddetta logica del profitto, dando visibilità a testi letterari ritenuti interessanti indipendentemente dalla speranza di lucro loro attribuita.  Volontariato culturale bello e buono, da parte di tutti gli aderenti alliniziativa: una sessantina di persone circa.</text><text_more>Come coordinatore del comitato di lettura, ero ancora &lt;b&gt;frastornato&lt;/b&gt; dalla scorpacciata di rutilanza e barocca giocosità (o giocosa barocchità) de Lorganigramma di Andrea Comotti,  che il mago Giulio aveva tirato fuori dal proprio cappello al grido di Ecco un primo libro da valutare!, quando rimasi profondamente colpito dalla straordinaria &lt;b&gt;semplicità di scrittura&lt;/b&gt; di Eugenio De Medio, che tuttavia proponeva una storia forte e vera. Se lera &lt;b&gt;tenuta dentro&lt;/b&gt; per decine danni, prima di decidersi a condividerla pubblicamente (cambiando solo qualche nome). Da subito mi parve uno dei &lt;b&gt;libri più credibili&lt;/b&gt; mai scritti sul tema della &lt;b&gt;violazione dei minori&lt;/b&gt; e sulle &lt;b&gt;devastazioni psicologiche&lt;/b&gt; che possono derivare da esperienze del genere, soprattutto se subite in giovanissima età (sei anni, nel caso di Nenio). Lo &lt;b&gt;scopo di De Medio&lt;/b&gt; non era stato tanto quello di sfogarsi-&lt;b&gt;catartizzarsi&lt;/b&gt;, quanto quello di dare &lt;b&gt;esemplarità&lt;/b&gt; alla propria storia per contribuire ad aumentare il grado di consapevolezza intorno a un problema diffuso e tragico. Così la scrittura di De Medio e quella di Comotti, i primi due romanzi pubblicati da Vibrisselibri, si collocavano agli estremi opposti: ricerca a volte persino esasperata dell&lt;b&gt;innovatività&lt;/b&gt; stilistica in Comotti che, per dire che faceva caldo, arzigogolava: &lt;b&gt;Il sole cossigava a picco e anche la sete di Nicotrain picconava apicalmente da non poter dilazionare oltre il rendez-vous col bicchiere mezzo litro di tè freddo alla pesca&lt;/b&gt; [Giulio mise nelloggetto di una mail interna Il sole cossigava calmo e placido al passaggio eccetera&quot;]; estrema &lt;b&gt;sobrietà di ricostruzione in De Medio, che evocava un mondo&lt;/b&gt; infantile inizialmente tranquillo, o appena turbato da sensazioni di inadeguata attenzione parentale (Nenio nasce per un incidente di vecchiaia, non esattamente desiderato, ultimo di ben sei fratelli) fino alla devastante &lt;b&gt;IRRUZIONE del tragico&lt;/b&gt; nel suo quotidiano infantile, con langoscioso &lt;b&gt;senso di colpa&lt;/b&gt; che gliene derivò, il terrore di essere rimasto &lt;b&gt;incinto&lt;/b&gt;, i primi segni della &lt;b&gt;disgregazione&lt;/b&gt;. 
&lt;i&gt;Nenio&lt;/i&gt; (titolo bellissimo, che fa pensare sia a una &lt;b&gt;dolcissima nenia&lt;/b&gt;, sia a &quot;&lt;b&gt;El Niño&lt;/b&gt;&quot; [il disturbo del sistema atmosferico oceanico del Pacifico tropicale che ha importanti conseguenze per il clima di tutto il pianeta, &lt;i&gt;n.d.r.&lt;/i&gt;]) ci racconta di quel che seguì: i &lt;b&gt;tic&lt;/b&gt; nervosi, le &lt;b&gt;lenzuola&lt;/b&gt; piene di buchi perché tenute strette tra i denti durante il sonno, la &lt;b&gt;diffidenza&lt;/b&gt; verso tutto e tutti, il &lt;b&gt;terrore di sedersi&lt;/b&gt; sul water da cui potevano salire mostri orrendi, la &lt;b&gt;disperata ricerca di spiegazioni&lt;/b&gt; e informazioni, i &lt;b&gt;conflitti religiosi&lt;/b&gt;, la &lt;b&gt;voglia di raccontare&lt;/b&gt; tutto ai genitori, frenata dalla &lt;b&gt;paura&lt;/b&gt; di non essere creduto e da quella delle crudeli &lt;b&gt;rappresaglie&lt;/b&gt; di Glauco, lautore delle ripetute violenze, che, come fin troppo spesso accade, si consumano proprio al riparo di un rassicurante tetto domestico. Poi la vita, in qualche modo, riprese a scorrere apparentemente tranquilla, ma è difficile che i &lt;b&gt;traumi subìti nellinfanzia non continuino a scavare&lt;/b&gt; nella nostra psiche, corrodendola a poco a poco, soprattutto se non adeguatamente elaborati, e quando, da adulto, Eugenio De Medio divenne architetto con specializzazione nello studio e conservazione dei beni culturali, dovette &lt;b&gt;dolorosamente provvedere&lt;/b&gt;, con laiuto dell&lt;b&gt;analisi&lt;/b&gt;, non solo alla progettazione degli spazi ma anche alla ricostruzione e al &lt;b&gt;restauro delle rovine della propria identità&lt;/b&gt;. Gli &lt;b&gt;episodi&lt;/b&gt; selezionati, le &lt;b&gt;atmosfere&lt;/b&gt;, i &lt;b&gt;luoghi&lt;/b&gt; sono evocati con grande precisione e freschezza. Il libro si apre e si chiude con la trascrizione della voce registrata dellanalista che induce il protagonista all&lt;b&gt;autoipnosi&lt;/b&gt;, per favorire lo &lt;b&gt;smantellamento dei blocchi interiori&lt;/b&gt;.

Un &lt;b&gt;beneaugurante&lt;/b&gt; (per Vibrisselibri e per il libro in sé) episodio del romanzo di De Medio è La nuvola: 

Il vento si era finalmente deciso a disegnare con maestria, nel cielo limpidissimo, una bianca penna d&apos;oca, grande, perfetta, con la punta rivolta verso il basso, la rachide ben definita e le barbe lievemente ondeggianti. Pareva quasi pronta a scrivere chissà quale lapidaria frase sulla candida pagina della mia vita(cut) Mi chiedevo come mai mia sorella non avesse visto quello che per me era stato così evidente, lassù, davanti ai nostri occhi. Forse si era trattato di un segno divino indirizzato solo a me, come quello apparso a San Paolo di cui ci avevano parlato alla dottrina la settimana prima. In fondo non sognavo di diventare papa?... Ma forse no, forse sarei dovuto diventare soltanto uno scrittore. Ecco, sì, uno scrittore! E non certo prima di avere raggiunto la stessa età del mio papà, che era corrispondente dell&apos;ANSA, in modo da avere il tempo di accumulare sufficienti argomenti di cui scrivere. Archiviai la faccenda tutto felice per quello che avevo interpretato come un inequivocabile messaggio rivolto espressamente a me, da tenere segreto.

Ed effettivamente Eugenio De Medio è dovuto arrivare alla cinquantina danni prima di trovare il coraggio di approfittare dei &lt;b&gt;dolorosi argomenti&quot; accumulati&lt;/b&gt;, secondo la profezia ricevuta da bambino. Ha scritto una lettrice (Maria Cristina Di Luca, detta Criscia): Non cè solo la storia di un bambino a cui hanno rubato linfanzia, ma anche una storia personale di crescita, di rinascita, di un ragazzo che osserva il mondo con occhi diversi rispetto ai suoi coetanei. Insomma io lho trovato &lt;b&gt;tenero, appassionante, pungente, doloroso e liberatorio&lt;/b&gt;.

</text_more></entry>
<entry id='2343' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2343' author_id='19' authored_on='20070818030346' basename='la_conservazione_del_potere' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070818030346' modified_on='20130320180608' ping_count='246' status='2' title='La conservazione del potere' week_number='200733'><text>di &lt;b&gt;Alessandra Daniele&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;FutureSoldiers.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/FutureSoldiers.jpg&quot; width=&quot;125&quot; height=&quot;66&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;[Iniziamo a proporre una serie di raccontini fulminanti di Alessandra Daniele, collaboratrice di &lt;i&gt;Carmilla&lt;/i&gt; finora nota ai nostri lettori per le sue biografie dei grandi autori della fantascienza. In realtà Alessandra è anche scrittrice di racconti di SF brevissimi, a volte feroci per carica satirica. Un&apos;arte che fu di Fredric Brown e di Robert Sheckley, ma che in Italia di rado ha avuto cultori capaci di eguagliare quei modelli.]  (&lt;b&gt;V.E.&lt;/b&gt;)  

- Qui non troveremo niente  disse Gerda, entrando nel bunker diroccato. 
- Ma &lt;i&gt;dobbiamo&lt;/i&gt; trovare qualcosa  piagnucolò White, fermo sulla soglia. 
- Se hai così tanta fame, tagliati un piede e mangiatelo  ringhiò Salas, spingendolo avanti
  Gerda si guardò attorno, calciando alla rinfusa macerie incrostate di ferraglia. Poi si fermò
- Ehi, un momento. Forse questo posto non è ancora completamente morto.</text><text_more>Indicò un pannello di controllo seminascosto che sembrava ancora attivo. 
Salas si grattò la barba spelacchiata.
- E possibile che un generatore sotterraneo abbia mantenuto attivo il computer ausiliario...
  White sferrò un calcio a una poltroncina girevole sventrata, che prese a vorticare cigolando.
- Vuoi dire che questo merdoso bunker è sopravvissuto da solo a tre quarti dellumanità?
- E non è per questo che sono state inventate le armi batteriologiche?  sogghignò Gerda  Sterminare i parassiti umani, lasciando intatti i preziosi macchinari.
- Già  annuì Salas, e fermò il moto sgangherato della poltroncina con un colpo di fucile.
White gli scosse freneticamente il braccio  Se ha ancora un computer di controllo funzionante, magari  questo bunker non è stato ancora saccheggiato, magari dietro quel pannello cè ancora una dispensa bella piena - farfugliò con occhi spiritati.
- Per attivare quel coso però ci vorrebbe il codice - obbiettò Gerda. 
Salas diede unocchiata al pannello. Poi lo  fece esplodere con una fucilata. Al barrito lamentoso duna sirena dallarme sfiatata, metà della parete retrostante cominciò a scorrere,  e si aprì su un bizzarro colonnato metallico. Una voce computerizzata annunciò: «Il dispositivo di controllo del bunker presidenziale demergenza è stato danneggiato. La stasi medica del premier e del suo staff  nelle capsule isolanti potrebbe essere stata interrotta. Attenzione! Aprire le capsule e risvegliare i pazienti solo se il periodo di virulenza programmato per il batterio K-116 sui nemici della nazione è terminato, e il premier e il suo staff sono ormai al sicuro da qualunque pericolo di contagio. Altrimenti ripristinare la stasi.» 
Salas, White e Gerda si avvicinarono ai grandi cilindri metallici. Si accorsero delle finestrelle opacizzate che lasciavano trasparire allinterno volti distesi da un sonno profondo. 
Salas stirò le labbra screpolate in un sorriso  Benissimo  disse  abbiamo trovato la dispensa.

</text_more></entry>
<entry id='2344' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2344' author_id='4' authored_on='20070819023443' basename='i_giornali_a_processo_il_caso_1' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070819023443' modified_on='20070819023837' ping_count='244' status='2' title='I giornali a processo: il caso 7 aprile - Seconda puntata' week_number='200734'><text>di &lt;b&gt;Luca Barbieri&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Maggio68.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Maggio68.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;158&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;(c) 2002 - Si consente la riproduzione parziale o totale dell&apos;opera e la sua diffusione per via telematica, purché non a scopi commerciali e a condizione che questa dicitura sia riprodotta.

&lt;b&gt;CAPITOLO I - IL CONTESTO STORICO&lt;/b&gt;

&lt;b&gt;1. Perché un capitolo storico&lt;/b&gt;

Parlare del caso 7 aprile richiede uno sforzo particolare. Non si tratta, con tutta evidenza, di un processo qualsiasi. Per leggere correttamente levento, e il modo in cui esso fu raccontato, bisogna tener conto della storia (anzi delle storie) dei protagonisti, dei tempi in cui questa vicenda matura e si inserisce. Occorre, senza eccessive pretese, tentare di gettare uno  sguardo sinottico, un fascio di luce sulla storia repubblicana dal 1960 al 1980. Questa ricostruzione non è loggetto di questo lavoro e non ne occuperà quindi una parte troppo rilevante. Il primo capitolo servirà a porre le premesse indispensabili per capire i riferimenti e le riflessioni che verranno sviluppate nei capitoli seguenti. Non mi dilungherò troppo. Ma tutti gli elementi essenziali nella preparazione del lavoro, viaggeranno in background attraverso i capitoli e i paragrafi, emergendo qualora ce ne fosse la necessità.</text><text_more>&lt;b&gt;2. Gli anni Sessanta e la rottura della società italiana&lt;/b&gt;

Agli anni Settanta, che sono parte consistente, nel loro linguaggio, nelle loro vicende e nella loro mitologia, del processo 7 aprile, si arriva ripercorrendo da vicino la storia del movimento nato in Italia, come nel resto del mondo, negli anni Sessanta. 
Sono anni che segnano lavvio di una rivoluzione culturale: con la scolarizzazione di massa, linurbazione, il boom economico, la società del nostro Paese cambia faccia. Cambiano i costumi, i rapporti allinterno della famiglia e anche le lingue (nasce lItaliano di massa). Le conseguenze dal punto di vista politico, sono rilevantissime. Sia nella gestione del potere, che negli equilibri tra le forze politiche. Allinterno della sinistra, quella storica, si affacciano nuove esigenze e nuove istanze. E in parte una guerra dei figli contro i padri. E in parte, nella mitologia della sinistra italiana, la continuazione della guerra di Resistenza.

Più corretto appare, soprattutto in riferimento ai protagonisti del caso in esame, far risalire questo movimento non tanto al 68, lanno simbolo di un intero processo, quanto ai primissimi anni Sessanta con la nascita, dopo i fatti di Piazza Statuto, di un gruppo di intellettuali socialisti di stampo operaista che si riuniscono inizialmente attorno alla pubblicazione dei Quaderni Rossi.
	
&lt;i&gt;Dimensione internazionale&lt;/i&gt;

Il 1968 (in simbolica contrapposizione al 1848) segna la comparsa di un nuovo movimento a livello internazionale che nasce essenzialmente nelluniversità per espandersi, abbastanza rapidamente, anche ad altri luoghi di socialità. Dalle università alle fabbriche e viceversa. Così in Francia come in Italia. Il rapido contagio della protesta segna un processo di contrapposizione tra quella che verrà poi designata vecchia sinistra (i partiti comunisti ma anche i socialdemocratici della sinistra storica) e la nuova sinistra, una galassia di movimenti e gruppi che coinvolgono non più solamente la classe operaia ma diversi elementi della società. Come dice Marco Revelli: 

&lt;i&gt;I movimenti antisistemici dei tardi anni Sessanta al contrario, si costituiscono secondo una logica di esternità assoluta rispetto allo Stato nazionale. Con un rapporto, potremmo dire, fuori e contro nei confronti della statualità. Espressione e motore di un diffuso processo di nazionalizzazione delle masse, essi si fanno portatori di un parallelo effetto di de-statalizzazione della politica&lt;/i&gt;. (1)  

Ma se la miccia viene accesa, quasi in contemporanea, in tutto il mondo, diversi saranno gli effetti e le durate. In sostanza gli esiti dei molteplici 68 si possono localizzare tra due estremi: da un parte cè il completo riassorbimento della protesta e del movimento da parte del sistema politico nazionale (ritorno alla legalità e immissione di nuova linfa nei partiti della sinistra), e dallaltro situazioni che si incancreniscono prolungando per quasi un decennio livelli di conflittualità altissimi.

&lt;i&gt;Specificità italiana&lt;/i&gt;

Nello scenario italiano il 68 e il 69 non segnano, come avviene per la maggior parte degli Stati, il momento critico di un processo che porterà poi ad un nuovo equilibrio. La situazione italiana rimane invece di forte squilibrio per più di un decennio (a testimoniarlo ci sono anche le statistiche sulle ore di sciopero,  utilizzate come indice per capire il livello di conflittualità). Tanto che, a leggere il monte ore di sciopero nelle fabbriche, il culmine delle lotte si può più giustamente porre nel 1971 che nel 1968. Da quellanno in avanti la conflittualità comincerà lentamente a decrescere, ma rimarrà sempre a livelli molto elevati per tutto il periodo dal 1968 allinizio degli anni Ottanta. Responsabile di questa perenne turbolenza la capacità del movimento di spiazzare continuamente sia sindacati che partiti di sinistra. Una perenne fuga in avanti che le strutture storiche del movimento operaio non avranno mai in pugno. 

Ma la situazione italiana è sicuramente influenzata anche da fattori esogeni. Risente notevolmente insomma della tensione internazionale cui il nostro paese per motivi storici e geografici è sottoposto per tutta la guerra fredda. Paese di confine tra i paesi dellAlleanza atlantica e quelli del Patto di Varsavia, lItalia è per quasi ventanni terreno di scontro tra i servizi segreti dei due scacchieri. Il nostro Paese inoltre ospita il più grande partito comunista dellOccidente. E un sistema apparentemente bloccato. Dove il Partito comunista, forte di più di un terzo dei consensi del Paese, è essenzialmente un partito antisistema. Un partito cui la gestione del potere, a parte quello delle amministrazioni locali, è precluso. Lapertura della Democrazia cristiana ai primi governi di centrosinistra segna un avanzamento del riformismo italiano. Ma si tratta sempre di riforme che, se da un lato liberano nuove energie, dallaltra creano situazioni di forte tensione sociale. La riforma scolastica ad esempio rimane a metà. Laccesso alluniversità viene liberalizzato ma le strutture rimangono quelle arcaiche di prima, assolutamente insufficienti alle trasformazioni del Paese. Fattori di tensione che fanno delle università italiane luoghi di diffuso disagio. Con segnali di crescente intraprendenza da parte delle nuove figure sociali, con la costante crescita del Partito Comunista, si sviluppano, in ambienti filoatlantici e post-repubblichini, tentativi di scaricare sulla sinistra (sul movimento più che sul PCI) la responsabilità di tutti gli atti di violenza. Tentazioni di una spinta repressiva che dia un giro di vite alle crescenti richieste di democratizzazione. Si arriverà, come scritto sui manuali di storia e nelle sentenze dei tribunali, alla progettazione di veri e propri golpe, alle stragi fasciste appoggiate da ambienti statunitensi.

&lt;i&gt;La strategia della tensione, che prende origine proprio nellautunno-inverno 1969 e che si prolungherà profondamente nel decennio successivo, è esattamente questo: il tentativo di risoluzione delle contraddizioni politiche e sociali espresse dai movimenti impiegando non una risorsa tipica della società politica (come appunto la mobilitazione, il controllo di essa e la mediazione) ma una risorsa tipica dello Stato  apparato (come la forza) [] Linconsistenza della mobilitazione di piazza della cosiddetta maggioranza silenziosa, ridottasi in pratica al puro uso squadristico di gruppi neofascisti, da una parte; la difficoltà della Dc di sfruttare elettoralmente il panico dei ceti medi di fronte alla protesta socialedovettero convincere una parte consistente della classe dirigente italiana a considerare lillegalità come una chance accettabile se non addirittura opportuna&lt;/i&gt; (2).

1) M. Revelli, &lt;i&gt;Movimenti sociali e spazio politico&lt;/i&gt;, in F.Barbagallo, Storia dellItalia Contemporanea, Torino, Enaudi, 1995, p. 394.
2) Ivi, p.467.  

(&lt;b&gt;2-CONTINUA&lt;/b&gt;)

</text_more></entry>
<entry id='2345' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2345' author_id='4' authored_on='20070820042409' basename='il_dittatore_hugo_chvez' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070820042409' modified_on='20070830104805' ping_count='226' status='2' title='Il &quot;dittatore&quot; Hugo Chávez' week_number='200734'><text>&lt;img alt=&quot;RagazzeChaviste.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/RagazzeChaviste.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;152&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;[Si moltiplicano, sulla stampa italiana (e spagnola, per via di forti interessi economici oltreoceano), le invettive contro Hugo Chávez e la &quot;dittatura&quot; che starebbe instaurando in Venezuela. Ormai, i grandi quotidiani non mandano nemmeno più inviati sul posto. Se il corrispondente de &lt;i&gt;La Repubblica&lt;/i&gt; vive a Miami, Gian Antonio Stella e Pierluigi Battista scaldano la sedia sulle loro scrivanie di via Solferino. Dell&apos;America Latina non sanno nulla, del Venezuela ancor meno. Il loro è un furore tutto ideologico. Vedono in Chávez l&apos;antitesi del loro credo neoliberista, filobellicista e filoamericano, e allora lo diffamano come possono, senza un solo argomento concreto. Ai loro occhi non bastano più, a definire la democrazia, libere elezioni e libertà di parola (non ci scassino il cazzo con il mancato rinnovo della concessione in analogico all&apos;emittente RCTV, una TV golpista che, malgrado ciò, continua a trasmettere liberamente via cavo e via satellite). Bisogna anche accettare il libero mercato, le sagge prescrizioni del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, il precariato come condizione di vita normale dei lavoratori. Poco importa che le ricette di FMI e BM abbiano reso l&apos;Africa un continente da tragedia. Il vero tiranno è chi si ribella a questa regola, e l&apos;unica &quot;sinistra&quot; accettata come &quot;moderna&quot; è quella di chi si diletta di guerre democratiche e preventive e cerca il consenso della Confindustria. </text><text_more>Il piccolo ma eloquente dossier che presentiamo comprende: 1) due articoli, dal tono completamente diverso, di Sandra Amurri e Pierluigi Battista, apparsi lo stesso giorno 18 agosto su &lt;i&gt;L&apos;Unità&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;Il Corriere della Sera&lt;/i&gt;; 2) la lettera al &lt;i&gt;Corriere&lt;/i&gt;, ovviamente non pubblicata, inviata da un italiano residente in Venezuela, che protesta contro l&apos;invettiva di Battista. Tutto ciò introduce al discorso, che pubblicheremo in settimana, di un generale &lt;i&gt;chavista&lt;/i&gt; malamente interpretato come dissidente. Chi nel frattempo capisca lo spagnolo e voglia conoscere le riforme alla costituzione venezuelana proposte da Chávez, può guardare &lt;a href=&quot;http://www.aporrealos.org/actualidad/n99662.html&quot;&gt;qua&lt;/a&gt;.Ciò ovviamente non interessa i Ciai, i Battista e gli Stella, che conoscono il Venezuela attraverso il rhum Pampero, sorseggiato nei peggiori bar di Miami e di Milano.]  (&lt;b&gt;V.E.&lt;/b&gt;)


&lt;b&gt;Chavez: «Io dittatore? Sono i venezuelani che mi scelgono...»&lt;/b&gt;
di Sandra Amurri

«Un dittatore, militare golpista, lultimo caudillo sostenitore dei narco-guerriglieri colombiani». «Un sognatore illuminato» che sta costruendo il «socialismo del XXI secolo per restituire dignità al popolo venezuelano». Chi è Hugo Chavez? Linterrogativo oggi si pone ancora di più dopo lannuncio dellex parà che propone al Parlamento le sue elezioni a vita. Garcia Marquez nel 99 scrisse di aver viaggiato e conversato con piacere con due uomini opposti: uno a cui la sorte aveva offerto lopportunità di salvare il Paese, laltro, illusionista, che rischiava di passare alla storia come despota. Di certo, il Venezuela di Chavez, da qualsiasi parte lo si voglia vedere, è un Paese al centro di radicali cambiamenti. 

Anche grazie alla disponibilità dellambasciatore Garante un mese fa abbiamo incontrato il presidente Chavez per unintervista. Lo osserviamo mentre, tra la «sua» folla abbraccia una bimba dagli occhi scuri come la sua pelle: «Lei è indio come me, povera comero io», e sferra il primo affondo contro l«Impero americano del signor George W. Bush che non tollera che un povero e indio sovverta un sistema in cui un pugno di famiglie sottraeva le ricchezze affamando il popolo. Per questo cercano di fermarmi, in tutti i modi, anche con un affondo mediatico internazionale senza precedenti». Cosa direbbe oggi Marquez di lei? «Sono trascorsi 8 anni da quando ebbi con Gabo quella conversazione meravigliosa. Eravamo allinizio del cammino, sono certo che ora avrebbe la risposta». Quale? «Chavez è un soldato al servizio del suo popolo che si batte contro il capitalismo, il sistema economico più avaro che sia mai stato inventato, un disastro immane per lumanità. La sola via possibile, per scampare allestinzione, è il socialismo democratico, umanitario». Una strada già percorsa...«No. Si tratta di un socialismo nuovo, che coniuga uguaglianza e libertà. Costruire attraverso una democrazia partecipativa una società senza privilegi che non faccia coesistere estrema povertà ed estrema ricchezza, è una necessità imperiosa per tutti i venezuelani, per tutti i latinoamericani». Gli facciamo notare che la «sua» rivoluzione suscita diffidenze anche a sinistra e la destra dice che eliminerà leconomia privata...«Che la destra si contrapponga non sorprende mentre faccio fatica a capire certe posizioni a sinistra, credo che siano frutto di uninformazione manipolata. Noi stiamo facendo una rivoluzione socialista che non elimina la proprietà privata, ma un nuovo sistema pluralista, in cui linteresse pubblico è prevalente». 

Rivoluzione pacifica, fatto storicamente inedito. «Il processo è rivoluzionario in quanto sovverte il sistema, ma il cambiamento avviene nel tempo con lazione di governo». Sì, ma lei resta un militare, insistiamo, e, la divisa, soprattutto in America Latina, evoca scenari inquietanti. Da non dimenticare, che è stato anche protagonista di un golpe. «La divisa!», esclama sorridendo. «Sono entrato in accademia giovanissimo, ero povero e quello era il solo modo per poter giocare a baseball. Il vero golpe resta quello del 2002, quando, da presidente, sono stato sequestrato per 43 ore in unisola. Il mondo deve sapere che è stato un golpe deciso da Bush, con lobbiettivo di abbattere il governo bolivariano. A chiedere la mia liberazione è stata la gente...Il popolo ha risposto eroicamente, sopportando la mancanza di gas, la chiusura a singhiozzo dei supermercati, delle banche, ecc...». I risultati elettorali, continuiamo, dicono che il popolo è con lei, ma la democrazia venezuelana presenta non poche singolarità: lopposizione non esiste in parlamento, suo padre è governatore dello stato di Barinas, suo fratello è ministro...«È stata una scelta dellopposizione non presentarsi alle elezioni, di cui non sono responsabile. La famiglia ha avuto un ruolo importante nella mia formazione, mio fratello maggiore mi ha aiutato ad uscire da una visione politica nazionalistica. Guardi, dice mostrando un ciondolo appeso al collo, è limmagine del Messia che prometteva una nuova era, apparteneva al mio bisnonno guerrigliero sgozzato in carcere. Lo porto sempre con me». Il riferimento al carcere richiama Gramsci. Dicono che lei lo utilizzerebbe per dare uno smalto liberal alla sua rivoluzione...«Mi pare che il pensiero di Gramsci sia al centro della riflessione culturale e politica dei Paesi dell America Latina e non soltanto. Lidea che la politica non possa basarsi esclusivamente sui rapporti di forza e sulla conquista dello Stato, ma sul consenso e sullegemonia, è un idea ancor oggi rivoluzionaria. Il nostro socialismo, ispirato al disegno di Simon Bolivar, ha bisogno del grande insegnamento di Gramsci». Democrazia, egemonia, popolo. Anche Hitler e Mussolini potevano contare sul consenso popolare. «Hoi!» sbuffa. «In Venezuela si respira forse aria di dittatura? Non vi è libertà di espressione e di informazione? Se così fosse Patrizia Poleo non potrebbe scrivere sul El Nuevo Pais, periodico di opposizione diretto da suo padre la menzogna che Chavez ha fatto liberare Ingrid Betancourt perché amico delle Farc. In questo Paese vengono violati i diritti umani? Qui non esiste Guantanamo». 

Chavez, Chavez, sempre Chavez: già si sfiora il culto della personalità, e, sullo sfondo cè la riforma elettorale che porterebbe al prolungamento del suo mandato, incalziamo. «La personificazione è un po il rischio di tutte le rivoluzioni, forse, in questa prima fase è necessario. Il Venezuela del futuro non sarà Chavez, ma ciò che Chavez sarà riuscito a fare, non certo da solo. La democrazia è salda: sarò rieletto se gli elettori lo vorranno». Presidente, quanto a nemici non ne è sprovvisto, le capita mai di avere paura? «Lho avuta molte volte prima della ribellione. Venivo assalito da incubi. Poi tutto si è dissolto. Un giorno Fidel mi ha detto: Hugo, sai cosè che mi è più mancato? Uscire da solo, fermarmi allangolo di una strada a guardare la gente passare». Ecco, Castro...«Si lo so bene, la vicinanza con Cuba unaltra delle mie colpe. Fidel lo amo come un padre, Morales come un fratello». E Lula? «Anche lui è parte della grande famiglia dellAmerica Latina, con Kirchner...costruiremo la Ue del continente latino americano...». Anche grazie agli immensi giacimenti di petrolio...«Il petrolio, a differenza di ieri, oggi serve per abbattere la povertà e costruire lintegrazione del Continente latinoamericano: un tempo decidevano tutto le multinazionali, adesso gli accordi tra gli Stati».


&lt;b&gt;Miti a sinistra: Chávez, il buon dittatore «socialista»&lt;/b&gt;
di Pierluigi Battista                                                                               
 
La nascita di una dittatura, il lento ma inesorabile cristallizzarsi di un nuovo dispotismo rivoluzionario: basta guardare alla Caracas di Hugo Chávez per capire in tempo come si forma l&apos;ennesima tirannia animata da propositi palingenetici di giustizia sociale. Una dittatura che non indigna perché non si presenta con i tratti lugubri dei militari golpisti le cui gesta hanno infestato la storia latino- americana. Un dispotismo solare, caldo, esotico. Un nuovo castrismo che incatena il Venezuela ma che elettrizza i cuori dei sempre inappagati turisti della rivoluzione mondiale. Ora il caudillo di Caracas proclama un ritocco costituzionale che semplicemente gli frutterebbe la rielezione a vita come incontrastato presidente del Venezuela (1).
 
Abroga de iure la proprietà privata già minata da unondata di nazionalizzazioni (2) e da un uso spregiudicato dellarma del petrolio, brandita alla maniera non di una ricchezza economicamadi una risorsa politica per accreditarsi come avanguardia della rivoluzione mondiale. Si candida ad autorità suprema della banca nazionale, concentrando sulla sua figura un agglomerato di potere finanziario e politico destinato a schiacciare ogni tentativo di opposizione.
 
Nessuno sdegno internazionale per luomo che sta disegnando a suo piacimento larchitettura istituzionale di una democrazia che sta soffocando nellindifferenza generale. Per il dittatore con la smania di entrare nelleletto gruppo degli «Stati canaglia», vantando un rapporto privilegiato con lestremismo di Ahmadinejad. Per la nuova bandiera di una mitologia rivoluzionaria che non vuole comprendere il significato delle televisioni scomode imbavagliate in Venezuela e ridotte al silenzio, per gli squadroni paramilitari chiamati a seminare il terrore nei quartieri riottosi di Caracas, appoggiate e assecondate dalle autorità che rispondono soltanto a lui, a Hugo Chávez. Al Chávez che sembra incarnare alla perfezione lo stereotipo dellagitatore antimperialista e che per questo alimenta attorno alle sue malefatte unatmosfera di indulgenza, di bonaria accondiscendenza, quando non addirittura di adesione alle sue invettive antiamericane.
 
Sembrano quasi innocui il suo istrionismo oratorio, la sua figura così poco marziale eppure trasfigurata nelle forme di un nuovo condottiero rivoluzionario che quando deve annunciare al mondo i suoi propositi di dittatore a vita lo fa citando Toni Negri (3), il pensatore della «moltitudine» bizzarramente equiparato nientemeno che ad Aristotele, Machiavelli e Antonio Gramsci. Ma per un Toni Negri che va a Caracas alla ricerca del nuovo Eldorado rivoluzionario, quanta solitudine attorno al Mario Vargas Llosa (4) che identifica in Chávez il nuovo dittatore destinato a perpetuare la maledizione latino-americana. E quanta scarsa voglia di capire perché si vada a finire sempre allo stesso modo, da Cuba al Nicaragua sandinista (5) al Venezuela di Chávez. Di capire qual è la dinamica dellautoritarismo rivoluzionario che porta passo dopo passo alla sepoltura di ogni parvenza di democrazia e di tutela dei diritti civili. E di comprendere la chiave di un processo degenerativo che è inscritto negli stessi cromosomi dellavventura rivoluzionaria e anti-imperialista anche se ogni volta adduce circostanze e pretesti i più diversi per giustificare il giro di vite tirannico, il perfezionamento dellapparato repressivo, la sterzata autoritaria che dapprima stringe in modo asfissiante ogni forma di presenza democratica e poi si compie nel solito trionfo di prigioni piene di dissidenti, censura totale sui mezzi di informazione, annichilimento di ogni genere di resistenza civile. E tutto attraverso lossessivo ricorso alla mobilitazione «di massa», alla galvanizzazione populista dei pasdaran della rivoluzione, già eccitati per aver trovato un leader capace di sfidare con la sua demagogia tribunizia i «potenti della terra».
 
Ecco perché il Venezuela di Chávez assume il valore di un laboratorio politico, di un esperimento che, al prezzo della vittimizzazione dei venezuelani, offre una chiave privilegiata per penetrare nei segreti del dispotismo «socialista»: la vecchia storia che si ripresenta rimpannucciandosi con nuove vesti.

NOTE TENDENZIOSE:

(1) La rielezione del presidente, o del presidente del consiglio (primo ministro), è prevista da moltissime democrazie occidentali. L&apos;importante è che ci siano elezioni.
(2) La nuova costituzione venezuelana garantisce la proprietà privata, solo introduce altre forme: proprietà statale (per le industrie strategiche), cooperativa, comunale ecc. Le nazionalizzazioni di settori produttivi, dietro compenso, alle società straniere che ne avevano il controllo, hanno riguardato beni del sottosuolo, telefonia, elettricità.
(3) Sarebbe un crimine? Forse Battista pensa ancora a Negri come al capo delle Brigate Rosse, tal quale quel Claudio Magris di cui il suo giornale ospita ogni tanto le furibonde esternazioni.
(4) Si presenta come &quot;solitario&quot; il più coccolato in Occidente tra gli intellettuali latino-americani. Se dalle sue parti lo si detesta una ragione c&apos;è. Dopo un passato marxista aderì con trasporto al neoliberismo. Politicamente fu un fallimento, però sono credenziali che da noi contano.
(5) Quale sarebbe il torto dei sandinisti? Avere guidato una rivoluzione contro una tirannia disumana? Avere ceduto il potere quando persero le elezioni, nel 1990? Battista ha una concezione stranissima della democrazia.  


&lt;b&gt;Lettera al &lt;i&gt;Corriere&lt;/i&gt; di Ciro Brescia:&lt;/b&gt;

Sul quotidiano di oggi leggo l&apos;ennesimo articolo infamante sul Venezuela  rivoluzionario guidato da Hugo Chavez, a firma di Pierluigi Battista,  contemporaneamente mi accorgo di quanto sia lontano dallo stile di  Sandra Amurri che tratta lo stesso argomento dalle colonne de L&apos;Unità  nello stesso giorno. Mi chiedo: ma se Chavez è un dittatore, nonostante  abbia la maggioranza schiacciante del sostegno popolare, come dovremmo  definire allora un George W. Bush jr. che di fatto può guidare il paese  più potente del mondo con un sostegno pari al 20% del popolo americano?  E&apos; questa la democrazia che piace a Battista? Perchè il nostro Battista  non fa informazione come dovrebbe fare un giornalista ed invece 
 imbratta le pagine del giornale inveendo in maniera del tutto  irrazionale contro un capo di Stato sicuramente scomodo per chi sta  seminado guerra e terrore in giro per il mondo come il Presidente  degli Usa? Perchè Battista non dice che grazie al governo Chavez il  Venezuela è stato dichiarato territorio libero dall&apos;analfabetismo per  la prima volta nella storia? Perchè tutti i governi precedenti in  Venezuela, che evidentemente il buon Battista considera democratici,  hanno sempre lasciato le larghe masse del paese nella miseria e  nell&apos;ignoranza? Un popolo costretto dal proprio governo a pascere  nell&apos;ignoranza è un popolo che non ha gli strumenti per la propria  difesa dall&apos;oppressione. Un popolo costretto all&apos;analfabetismo è un  popolo vittima cieca della propria autodistruzione. E&apos; un popolo che  può essere solo manipolato e sfruttato. Secondo un sondaggio di qualche  tempo fa, negli Usa la maggioranza degli studenti non sapeva indicare  su una cartina geografica
 dove fosse l&apos;Iraq nello stesso momento in cui  il terrorista numero uno al mondo George W. Bush jr. mandava gli stessi  giovani a morire in Iraq, Afghanistan e per il resto del mondo, per  difendere interessi che non sono e non saranno mai i loro interessi. E&apos;  questa la &apos;democrazia&apos; che piace a Battista? Articoli come quello di  Battista indicano solo che il giornalismo in Italia se non fosse per  rari e nobili esempi come quello di Sandra Amurri, praticamente non  esisterebbe più.    
Un saluto,  con la speranza, prima o poi, di non  leggere più sui quotidiani simili oscenità.    
Ciro Brescia

  
         </text_more></entry>
<entry id='2346' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2346' author_id='19' authored_on='20070821020915' basename='futuro_breve_-_miniracconti_sf' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070821020915' modified_on='20120621064709' ping_count='152' status='2' title='Futuro Breve - miniracconti SF ' week_number='200734'><text>di &lt;b&gt;Alessandra Daniele&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Caino.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Caino.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;183&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;&lt;b&gt;Diritti&lt;/b&gt;

Fred si svegliò con leco del jingle ancora in testa. NeuroShopping, il canale delle televendite trasmesse direttamente nella corteccia cerebrale durante il sonno. I cubicoli del Capsula Hotel forniti di spinotti corticali obbligatori erano una tortura, ma non aveva trovato altro posto dove nascondersi. 
Si tolse lo spinotto, e scivolò alla cieca fuori dal cubicolo. Cercò a tentoni la vecchia microcamera, la collegò alla sua presa corticale sulla tempia, e reggendola per il cavetto la fece penzolare davanti a sé per guardarsi attorno. Dal buio solcato da scrosci prese forma un volto che lo fissava. 
- Non hai lautorizzazione per quella videocamera  disse la faccia sfocata. - Non hai pagato i diritti per la vista, per questo ti sono stati asportati i bulbi oculari. </text><text_more>Il volto fu coperto dal primo piano di una mano che afferrò la microcamera, oscurandola. 
Fred tornò cieco. Subito dopo un dolore violento e bruciante gli trafisse il cervello.
Lagente buttò a terra la microcamera strappata dal cavetto, e la schiacciò col tacco, producendo un piccolo scricchiolio. 
- Non puoi vedere senza pagare. Lo sai, è una questione di diritti. Tutto quello che ci circonda è coperto da vari brevetti e copyright. Il paesaggio, i monumenti, gli edifici, facciate e arredi interni, i veicoli, gli abiti la mia divisa  aggiunse, con una leggera sfumatura beffarda nella voce  appartengono a qualcuno, ed è illegale vederli senza pagare i diritti.
Fred barcollò allindietro, stordito dal dolore e dalla cecità. Poi si sentì afferrare
- Hai abusivamente avuto la vista per alcuni giorni. Il tuo cervello è pieno di immagini ottenute illegalmente  disse lagente.  Dovremo sequestrartelo  concluse, e lo trascinò via.

&lt;b&gt;Dio padre&lt;/b&gt;

Il piccolo Abele si premeva le mani sulle orecchie.
- Stanno ancora litigando?  chiese al fratellino. Caino annuì.
- Come al solito. Si danno la colpa a vicenda.
- Ma non è colpa loro, giusto? La colpa è di quel serpente.
Caino sbuffò  Macché serpente! La colpa è di chi li ha fatti come sono, e poi ha punito loro per come sono fatti.
- Dio? - Mormorò timidamente Abele.
- Allora, comè che siete ancora svegli?  ringhiò Adamo, irrompendo nella grotta.  Domani mattina avete da lavorare, parassiti!
I bambini trasalirono.
- Cosa cazzo avete da confabulare?! Chi ha cominciato, eh? Chi è il colpevole?
- Dio - disse Abele con un filo di voce.
Adamo afferrò una pietra dal focolare spento, e gliela scagliò contro. 
Abele si afflosciò, col cranio sfondato. 
Caino smise di tremare e sbarrò gli occhi, come fulminato. 
Poi scappò via.
- Che succede?  chiese Eva al marito, entrando  che gli hai fatto stavolta?  urlò, scuotendo il cadavere del figlio minore.
- Aveva bestemmiato  rispose Adamo con la voce impastata.  Ho già avuto abbastanza guai da Dio, non ne voglio altri.
- E cosa credi che penserà Dio di questo?  disse Eva mostrandogli il sangue sulle mani. 
- Possiamo mentirgli di nuovo, possiamo dirgli che è stato il serpente.
- Come cazzo fa un serpente a tirare una pietra? 
Adamo si guardò intorno  Aspetta, dovè Caino? È scappato? Bene! Daremo la colpa a lui! Diremo che era geloso

</text_more></entry>
<entry id='2347' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2347' author_id='4' authored_on='20070822041554' basename='il_governo_delle_ruspe' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070822041554' modified_on='20070822041707' ping_count='168' status='2' title='Il governo delle ruspe' week_number='200734'><text>di &lt;b&gt;Alberto Masala&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Kofferati.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Kofferati.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;150&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;[Pubblico questo intervento del poeta Alberto Masala (1) a commento dell&apos;ultima porcheria del sindaco di Bologna Sergio Cofferati: la completa demolizione, due giorni fa, del centro sociale &lt;a href=&quot;http://www.ecn.org/baz/chi/crash.html&quot;&gt;Crash&lt;/a&gt;, una delle realtà giovanili bolognesi più vive e attive sul territorio, un polo culturale importante. In appendice, alcune note del sottoscritto sul Crash. La vignetta qui a lato è di Nico Roby Sole.]  (&lt;b&gt;Valerio Evangelisti&lt;/b&gt;)

una mattina d&apos;estate, nella città vuota e silenziosa, le ruspe di cofferati hanno appiattito il CRASH, uno degli ultimi spazi di sopravvivenza a bologna

questa città è un cimitero</text><text_more>del pensiero
del gesto
della socialità
dell&apos;amore  

bologna, con i suoi governanti, sta morendo: è un caso evidente di accanimento terapeutico bologna la mediocre, la superficiale, l&apos;astiosa, l&apos;arrogante...
bologna che millanta cultura e chiude gli unici spazi dove ancora si respira

bologna con i suoi &apos;artisti&apos;... i suoi &apos;scrittori&apos;...
ben aggrovigliati al proprio ego abnorme...

giovanilisti di quartiere, comici da salotto, indignati da dopo-strage, poeti da tavolino, avanguardie autoproclamate del nulla...
dove siete? in quale piazza state cospirando? in quale sotterraneo organizzate la resistenza? a quali ferite esponete il vostro prezioso corpo? a quale dolore il vostro spirito? dove siete? in quale festival dell&apos;unità, con quale aperitivo state confortando la vostra vergogna?

in africa, ogni vecchio che muore è una biblioteca che brucia, a bologna, ogni spazio che chiude distacca un tubo d&apos;ossigeno a questa città morente

solidarietà attiva (se c&apos;è bisogno... un fischio) e passiva (interiore) al crash


1) Alberto Masala è un poeta sardo residente a Bologna, noto forse più negli Stati Uniti (grazie a un lungo sodalizio con Lawrence Ferlinghetti e altri della Beat Generation) che in Italia. Tra le sue raccolte, la più recente è &lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/geometrie-liberta-masala-alberto-zona/libro/9788887578713&quot;&gt;Geometrie di libertà&lt;/a&gt;, ed. Zona, 2003.

&lt;b&gt;LA NOTA PREANNUNCIATA&lt;/b&gt;

[Il&lt;i&gt; Crash - Laboratorio del precariato metropolitano&lt;/i&gt; sorgeva all&apos;estrema periferia di Bologna, in un magazzino in buone condizioni ma abbandonato da anni. Nessuna casa attorno, dunque nessuna possibilità di arrecare disturbo. Nessun problema di &quot;ordine pubblico&quot;. Invece, un&apos;affluenza di centinaia di giovani e giovanissimi, sia di quartiere, in una zona che non offre praticamente nulla, che provenienti da altre parti della città. Motivo d&apos;attrazione, una vivacissima attività culturale: rassegne cinematografiche, presentazione di libri, un&apos;affollatissima serata con Stefano Benni, ecc.
Ma il Crash dava fastidio, penso, per la sua connotazione politica, e la partecipazione a iniziative come la marcia contro il CPT e la contestazione a un comizio razzista di Forza Nuova. Soprattutto, sul centro sociale si abbatterono, indirettamente, gli strali dell&apos;Associazione delle vittime della strage del 2 agosto, sotto la direzione di un Paolo Bolognesi che fa di tutto per somigliare a un Vishinskij. Colpa del Crash era avere ospitato un Oreste Scalzone (&quot;terrorista&quot; che non ha mai ucciso nessuno, salvo i martiri della sua loquela e delle sue canzoni) e soprattutto un Renato Curcio, venuto a parlare non delle BR, ma dei temi di cui si occupa attualmente: immigrazione, emarginazione.
Suppongo - ma è solo una supposizione - che dopo l&apos;imbarazzante discorso di Bolognesi del 2 agosto 2007, in cui lanciava attorno accuse di connivenza col terrorismo, la sorte del Crash fosse segnata. Cofferati, invasato dagli spettri della &quot;legalità&quot; (pare l&apos;unica cosa di cui si occupi, in una Bologna che spegne gradualmente le luci), era l&apos;uomo adatto a recepire i segnali.
Ecco dunque le ruspe, in barba a una delibera di comodo (16 agosto) che decideva non già di distruggere, bensì di recuperare un magazzino da tutti dimenticato. E&apos; crollato il baretto, che vendeva birra e altro a prezzi politici; sono scomparsi i &lt;i&gt;murales&lt;/i&gt;, tra i più belli dipinti nei CSOA della città; è cessata un&apos;attività culturale di primissimo piano. Lo sceriffo di Bologna seguita a cagare merda attorno, con cui cerca di seppellire ogni cosa viva. Odia questa città in cui è stato trapiantato quanto noi, Bologna notturna e concreta, lo odiamo.
Avrà, spero, la risposta che merita. Non i proiettili che giungono per posta ogni tanto a lui o all&apos;alto clero, probabilmente autospediti. Qualcosa di più serio: uno sputo in faccia, proveniente dalle vie di una città che non conosce, che odia e che non sa amministrare. Dannati picisti, a distanza di trent&apos;anni mi tocca tornare a chiamarli così. Li odio oggi come ieri. Spero che i compagni del Livello 57, del TPO, del VAG 61 ecc. passino sopra alle differenze e tengano duro. Prioritario è sbarazzarsi di un sindaco serial killer che vuole eliminare l&apos;Altra Bologna. La sola Bologna viva e umana, necessariamente antagonista.]  (&lt;b&gt;V.E.&lt;/b&gt;)  

</text_more></entry>
<entry id='2348' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2348' author_id='1' authored_on='20070822205500' basename='il_caso_petrella_e_la_discaric' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070822205500' modified_on='20070824000219' ping_count='216' status='2' title='Il caso Petrella e la discarica Italia' week_number='200734'><excerpt>di &lt;b&gt;G. Genna&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;petrellamini.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/petrellamini.jpg&quot; width=&quot;50&quot; height=&quot;68&quot; border=&quot;1&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt;&lt;b&gt;&amp;bull;&lt;/b&gt; &lt;a href=&quot;http://bellaciao.org/fr/article.php3?id_article=51798#sp51798&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;FIRMA LA PETIZIONE CONTRO L&apos;ESTRADIZIONE DI MARINA PETRELLA&lt;/a&gt;&lt;br&gt;[...] C&apos;è una lista, inviata ai tempi del governo Berlusconi a quello francese, in cui sono indicati i nomi dei rifugiati che l&apos;Italia desidera siano estradati. Poco è cambiato da Berlusconi a Prodi: quella lista è la pietra tombale su una promessa fatta da un Presidente di Francia, rispettata da nove primi ministri e, di colpo, inapplicata...</excerpt><text>&lt;img alt=&quot;petrella.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/petrella.jpg&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;143&quot; border=&quot;1&quot; hspace=6 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;a href=&quot;http://www.giugenna.com&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Giuseppe Genna&lt;/a&gt;

&lt;b&gt;&amp;bull;&lt;/b&gt; &lt;a href=&quot;http://bellaciao.org/fr/article.php3?id_article=51798#sp51798&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;FIRMA LA PETIZIONE CONTRO L&apos;ESTRADIZIONE DI MARINA PETRELLA&lt;/a&gt;

E&apos; davvero curioso e tipicamente italiano che il premier Romano Prodi, cattolicissimo, commenti così l&apos;arresto di Marina Petrella &lt;i&gt;[a sinistra in foto di repertorio]&lt;/i&gt;, ex Br rifugiatasi in Francia con l&apos;assicurazione che garantiva, fino al &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/cat_il_caso_battisti.html&quot;&gt;caso Battisti&lt;/a&gt;, la cosiddetta &quot;dottrina Mitterrand&quot;: &quot;Grande soddisfazione per la brillante operazione. L&apos;arresto - ha aggiunto il premier - dimostra l&apos;importanza della cooperazione internazionale in tema di lotta alla criminalità e al terrorismo. Confidiamo che la richiesta di estradizione già avanzata negli anni scorsi possa essere presto soddisfatta. Con questo arresto - ha concluso Prodi - siamo certi si potrà cercare di fare luce su uno dei periodi più bui, tragici e assurdi della nostra storia repubblicana&quot;. Cominciasse lui a fare luce su quel periodo, visto che ci sta immerso da quasi trent&apos;anni: il cattolicissimo premier stava infatti seduto a un tavolino a fare una seduta spiritica, quando emerse il nome &quot;Gradoli&quot; - e si andò a cercare Moro a Gradoli, non in via Gradoli a Roma, covo delle Br. Un bell&apos;atto di occultismo: della notizia che poteva salvare la vita al presidente Dc. In realtà, visto che non possiamo non dirci cattolici e ai medium non crediamo, una bufala: da dove Prodi seppe di &quot;Gradoli&quot;?
E&apos; soltanto un rilievo superficiale, a fronte della gravità di quanto sta accadendo in queste ore. Iniziamo da questo: Marina Petrella non è una terrorista.</text><text_more>Marina Petrella &lt;i&gt;è stata &lt;/i&gt;una terrorista, piuttosto. La &quot;brillante operazione&quot; che soddisfa tanto Romano Prodi nasce da un casuale controllo effettuato da una pattuglia della polizia stradale. C&apos;è una lista, inviata ai tempi del governo Berlusconi a quello francese, in cui sono indicati i nomi dei rifugiati che l&apos;Italia desidera siano estradati. Poco è cambiato da Berlusconi a Prodi: quella lista è la pietra tombale su una promessa fatta da un Presidente di Francia, rispettata da nove primi ministri e, di colpo, inapplicata. Con quali effetti andiamo a vedere.
Prima di tutto, inquadriamo il caso di Marina Petrella. Ecco come l&apos;approccia &lt;a href=&quot;http://www.repubblica.it/2007/08/sezioni/cronaca/nuove-brigate-rosse/arresto-petrella/arresto-petrella.html&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Repubblica.it&lt;/a&gt;: &quot;La brigatista ha subito una condanna all&apos;ergastolo al termine del cosiddetto processo Moro Ter. Il dibattimento, che riguardava le azioni delle Brigate Rosse a Roma compiute tra il 1977 e il 1982, si era concluso con 153 condanne. Di queste 26 erano ergastoli e 1.800 anni erano gli complessivi di detenzione. Solo 20 assoluzioni. All&apos;epoca della condanna inflittale dalla Corte d&apos;Appello di Roma, la Petrella era contumace in quanto scarcerata per decorrenza dei termini e aveva trovato da anni rifugio a Parigi, dove viveva un&apos;esistenza irreprensibile. La sentenza venne poi confermata dalla Cassazione che annullò, con rinvio a un&apos;altra sezione penale della Corte d&apos;Appello di Roma, solo la sentenza nei riguardi di Eugenio Ghignoni, condannato in secondo grado a 15 anni di prigione. La &apos;primula rossa&apos;, già sposata al brigatista Luigi Novelli, si era successivamente legata a un algerino dal quale ha avuto una figlia&quot;. Il gioco è già fatto: &quot;brigatista&quot;, &quot;primula rossa&quot;, &quot;contumace&quot; mentre erano scaduti i termini di custodia. L&apos;atteggiamento del lettore medio è già plasmato.
Stare a Parigi viene evidentemente interpretato come un paradiso. Mutare l&apos;esistenza, rifarsi da capo una famiglia, apprendere a vivere normalmente in un contesto sano. Esiti che il carcere dovrebbe iscrivere in cima alla lista dei suoi effetti primari e che invece svaniscono a fronte della realtà. Poco importa che, a trent&apos;anni dall&apos;affaire Moro, Petrella fosse una donna qualunque, rispettosa delle leggi e della disciplina che una nazione aveva adottato come promessa indelebile per accoglierla e cercare di porre uno stop all&apos;impossibilità di metabolismo storico che l&apos;Italia, a una simile distanza di tempo, sembra tuttora incapace di agire sulle proprie tragedie. Però queste sono considerazioni ancora superficiali, rispetto a una questione un poco più profonda e a un successivo problema che va eviscerato fino ad abissali artesianesimi.
Anzitutto il paravento del terrorismo. Questa dottrina di contenzione psichica collettiva, la lotta al terrorismo, che è il residuo tossico di ciò che è rimasto dopo gli entusiastici annunci di un Nuovo Ordine Mondiali lanciati dal Presidente USA che faceva guerra all&apos;Iraq ed era ed è il papà del Presidente USA che fa guerra all&apos;Iraq ora - questa indegnità globale usata come paravento per operazioni di ogni natura, che coprono l&apos;intero spettro del criminogeno planetario, è proprio l&apos;ombrello sotto cui si pone il premier italiano accomunando Petrella ai terroristi di oggi. Lo fa del tutto spontaneamente. La lotta al terrorismo è andare a perseguitare una persona che, dopo trent&apos;anni, è distante miliardi di miglia dal terrorismo. A spingere a questa allegra equazione il nostro bonario premier è un fatto decisivo: Petrella non ha pagato, non si è pentita, non si è contrita dietro le sbarre, non ha subìto le violenze che i nostri carceri sovraffollati garantiscono come corollari impliciti alla permanenza in quei civili soggiorni. Ecco l&apos;anima giacobina, ecco il fascismo italiano di destra e sinistra, il fascismo antropologico, uscire in tutto il suo splendore, assai simile al lucore sul dorso delle blatte soprese dall&apos;accensione repentina della luce: l&apos;ex terrorista deve marcire in carcere, deve piegarsi e martirizzarsi, deve chiedere perdono e stare zitto perché tanto il perdono non glielo si concederà, poiché soltanto un atto eccezionale, umanissimo e cristiano, potrebbe condurre il parente di una vittima di terrorismo a perdonare l&apos;uccisore. Ma, nonostante non possiamo non dirci cristiani, di fatto possiamo: questo non era nei Settanta e tantomeno è adesso un Paese umano o cristiano. Sembra un Paese cattolico, ma di fatto non lo è. E&apos; un&apos;accolita di spiriti legalitari secondo la legge del taglione, è una nazione in cui, all&apos;indomani della strage impensabile di Duisburg, il quotidiano &lt;i&gt;Libero &lt;/i&gt;titola &quot;Finché si ammazzano fra loro&quot;, è un termitaio dove chiunque è mosso da una sete di violenza giunta al culmine per l&apos;incredibile assenza di sicurezza minimale a cui il cittadino è sottoposto o per le bizzarrie di un sistema legale che appare impazzito (l&apos;altroieri un calabrese disoccupato e disperato è stato arrestato, per avere mangiato un pranzo con i prodotti di un ipermercato lombardo prima di presentarsi alle casse: rischia vent&apos;anni - ripeto: &lt;i&gt;vent&apos;anni&lt;/i&gt;). Le dichiarazioni di Prodi, la sua felicità contenuta e bonacciona a carico di due tragedie (quella di Marina Petrella e quella dei familiari di Moro), sono la migliore esperienza dimostrativa che il Paese può fottersene ormai delle distinzioni tra destra e sinistra, poiché è rattrappito sui suoi minimi storici, cioè ai suoi elementi basali: guelfi contro ghibellini, riunificati dalla sete di una giustizia tutta particolare, implacabile e postuma fino al fuori tempo massimo, nella cecità più assoluta e nel disinteresse rispetto a ciò che questa supposta &quot;giustizia&quot; comporta per la società - cioè nulla.
Poiché Petrella in carcere non dà alcun vantaggio a nessuno in Italia. Nemmeno ai familiari di Aldo Moro, che immagino siano ben più assetati di giustizia giusta: vogliano, cioè, conoscere i responsabili e le meccaniche effettive che condannarono l&apos;ex presidente del Consiglio a una morte devastante per il nostro Paese, per il suo sviluppo civile. E&apos; un caso ampio, che ha prodotto, in sede processuale e di commissione governativa migliaia di pagine, coinvolgendo tutto il momento storico vigente ai tempi del rapimento e dell&apos;assassinio: attuale premier incluso, come abbiamo visto - oltre ad Andreotti, il Papa, la Cia, la loggia P2, la banda della Magliana e, come ultime ruote del carro, gli esecutori materiali, cioè i brigatisti.
Dopo i casi Battisti e Petrella non c&apos;è nemmeno più da preoccuparsi: la deriva antiterroristica che Francia e Italia hanno intrapreso è ben chiara. La Francia, che ha vergognosamente mancato alla sua parola, è squalificata nel suo onore nazionale: castri chimicamente i pedofili e si bei del suo presidente peronista; l&apos;Italia, che cerca vendetta per non smettere mai di chiudere una stagione che soltanto qui poteva rimanere aperta (ma c&apos;è chi apre revisionisticamente, senza la minima ombra di un&apos;indagine innovativa, la fase della Resistenza...), è lasciata ai suoi contorcimenti storici, presa in un&apos;impossibilità di sfogo energetico, poiché le due lotte fondamentali, con questa politica della beatitudine codina, non riusciranno ad avere libero sfogo: e intendo la lotta di casta che ha sostituito quella di classe, e la lotta tra generazioni.</text_more></entry>
<entry id='2349' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2349' author_id='19' authored_on='20070824031352' basename='futuro_breve_ii' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070824031352' modified_on='20120624105643' ping_count='243' status='2' title='Futuro Breve II' week_number='200734'><text>di &lt;b&gt;Alessandra Daniele&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;RealDoll.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/RealDoll.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;194&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;&lt;b&gt;Perfetta&lt;/b&gt;

- E pronta!  Annunciò il tecnico, indicando la sinuosa bionda al suo fianco.
Oscar le si avvicinò, guardandola con unespressione di profondo struggimento.
- Sembra perfetta -  mormorò.
- Lo è!  disse il tecnico  È lesatta riproduzione cibernetica della sua Elena. Un androide di qualità Gold Label, perfetto in ogni dettaglio.
Oscar lentamente allungò una mano verso di lei, e le sfiorò il viso.
Lei lo spinse via.
- Non toccarmi, stronzo  sibilò  Credi che sarò il tuo giocattolo? La tua bambola gonfiabile?  Aggiunse in tono sprezzante - Ti piacerebbe, vero? Te ne accorgerai, coglione!
Oscar chinò la testa, commosso.</text><text_more>- Grazie  disse al tecnico  È esattamente identica a Elena, la donna che ho tanto adorato.
- Glielo avevo detto!  confermò il tecnico, soddisfatto.
Landroide scostò bruscamente i due uomini, e marciò fuori dal laboratorio. 
Oscar le trotterellò dietro con un sorriso estatico.

&lt;b&gt;Target&lt;/b&gt;

-Talk Shock è in crisi. 
Il dott. Frombola, dirigente MediaRaiset puntò sulla donna lo sguardo più autorevole che gli riusciva. Sharona Van Sant, bionda conduttrice globale, trasecolò
- Ma non è possibile! È lo show dellanno! Cè un argomento di scottante attualità, come il crocifisso con telecamera nelle cabine elettorali, e due contendenti legati in un gabbiotto su unisola deserta che ne discutono, ricorrendo a tutto il loro miglior repertorio di insulti e minacce, ma senza mai contraddire le direttive fondamentali.
- Sì, lo so, uno favorevole e laltro contrario al crocifisso, ma entrambi a favore della telecamera per motivi di sicurezza - annuì Frombola con aria di sufficienza
- Certo  disse Sharona  Non vogliamo mica che un terrorista faccia saltare il seggio, con la stupida scusa della segretezza del voto!  poi riprese - Due discutono, uno solo sopravvive, e sono i telespettatori a decidere il vincitore, friggendo il perdente con la scarica elettrica che possono attivare attraverso il tasto rosso del loro telecomando.
- Il tasto col teschietto - concluse Frombola.
- Il trionfo della tv interattiva! Dellinfoteinement! Un format della madonna!  Sharona si sbracciava per la stanza, sbatacchiando pericolosamente la sua MediPrada. Come la maggior parte delle dive, sera sottoposta allespianto plastico degli intestini per entrare in una taglia 32, e ora se li portava dietro in una borsa Prada attrezzata per lextracorporea.
- Shary,Talk Shock ha perso ben &lt;i&gt;tre punti di share&lt;/i&gt;  tagliò corto Frombola.
- Ma giovedì scorso avevamo contro Rosso sangue, la diretta dalla scena del massacro in villa  piagnucolò la conduttrice  Lelicottero della scorta del ministro è precipitato capovolto nella sua piscina e lo ha frullato a morte!
- So io di cosa cè bisogno  intervenne uno degli autori, con un sorriso  Bisogna coinvolgere di più laudience.
- &lt;i&gt;Ancora&lt;/i&gt; di più? - chiese Frombola.
- Sì. Bisogna dargli la sensazione gratificante di poter concretamente influire anche sul problema in discussione. Qual è quello della prossima settimana? 
- I campi nomadi. Se evacuarli prima di bruciarli.
- Bene!  il giovane autore si illuminò  Linnesco degli incendi controllati previsti è elettronico, vero? Potremmo collegare quello allimpulso del tasto rosso. I nostri tecnici sapranno come fare.
Frombola assunse unaria pensierosa. Poi annuì.
- Potrebbe funzionare, se vincesse il no
- Allora è tutto risolto!  annunciò Sharona  Secondo i sondaggi vincerà di sicuro. Meno male che viviamo ancora in un paese civile  aggiunse, con un sospiro di sollievo.

</text_more></entry>
<entry id='2350' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2350' author_id='1' authored_on='20070825005425' basename='bruno_trentin_morte_di_un_comb' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070825005425' modified_on='20070824205522' ping_count='835' status='2' title='Bruno Trentin, morte di un combattente' week_number='200734'><excerpt>di &lt;b&gt;N. La Police&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;trentinmini.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/trentinmini.jpg&quot; width=&quot;50&quot; height=&quot;66&quot; border=&quot;1&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt;Nel settembre del &apos;92 con la solita tattica da infiltrato Trentin, mentre nelle segreterie difendeva strenuamente la liquidazione della scala mobile, dette il via alle manifestazioni di piazza contro il governo Amato proprio sulla scala mobile un po&apos; per alleggerirsi a sinistra un po&apos; per far vedere all&apos;esecutivo che la dirigenza sindacale si accordava ma era forte e doveva quindi essere un invitato importante al tavolo delle compatibilità...</excerpt><text>&lt;img alt=&quot;trentin.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/trentin.jpg&quot; width=&quot;130&quot; height=&quot;160&quot; border=&quot;1&quot; hspace=6 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;b&gt;Nique La Police&lt;/b&gt;

&lt;span class=smalltext&gt;[Dopo la sincera ma sconcertante, in quanto univoca e per nulla critica, intervista-coccodrillo rilasciata al Tg1 dal presidente della Camera, Fausto Bertinotti, a pochi giorni dalla morte di Bruno Trentin, cogliamo l&apos;occasione per presentare un intervento segnalato da un amico di &lt;i&gt;Carmilla&lt;/i&gt;, riprendendolo dal sito &lt;a href=&quot;http://www.senzasoste.it/&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Senza Soste&lt;/a&gt;, periodico di (contro)informazione che vi invitiamo caldamente a visitare. gg]&lt;/span&gt;

Quando qualche storico, di quelli mossi da curiosità d&apos;analisi e non dalle retoriche istituzionali, si occuperà delle vicende del sindacalismo italiano si imbatterà sicuramente nell&apos;unico ricordo in memoria di Luciano Lama ad un anno dalla morte. Bene, nel 1997, dodici mesi dopo la sua scomparsa ,quello che era stato un potente segretario della Cgil era ormai caduto nell&apos;oblio salvo che per una persona: Giovanni Agnelli che gli dedicò una pagina intera sul &lt;i&gt;Sole 24 ore&lt;/i&gt;. Questo documento rappresenta, se lo si vuol analizzare con senso della curiosità e senza nemmeno troppo coraggio analitico, il sentimento di gratitudine del padronato italiano nei confronti del sindacalismo della sinistra storica per il contributo dato nel contenimento del radicalismo operaio degli anni &apos;70.</text><text_more>Appena il 20 agosto Pietro Ichino ricordava sulle pagine del &lt;i&gt;Corriere della Sera&lt;/i&gt; l&apos;importanza di Luciano Lama e di Bruno Trentin nella storia del giuslavorismo di destra italiano. All&apos;introduzione del salario differito per i neoassunti alla metà degli anni &apos;70, ricorda Ichino, spetta il ruolo di pietra miliare delle politiche di precarizzazione del lavoro che sono arrivate fino ai giorni nostri e si candidano a soggiornare a lungo in questo paese. Il ruolo storico di Trentin come convinto sostenitore di queste politiche, in un commento scritto tre giorni prima della scomparsa, assume ora il senso del necrologio scritto con la lucidità che anticipa il clamore della retorica da funerale. 
La pagina dedicata da &lt;i&gt;il Manifesto &lt;/i&gt;a Trentin dopo la notizia della morte è invece tutta interna all&apos;agiografia di routine che si usa per la scomparsa di un dirigente sindacale della sinistra. 
E qui bisogna sgomberare il campo da un equivoco, non piccolo nella storia politica italiana: Bruno Trentin, come tanti altri, è stato uno storico dirigente della sinistra sindacale italiana che ha vissuto questo ruolo come infiltrato nel movimento operaio. Non inganni la capacità di Trentin di stare nelle assemblee operaie, calandosi in maniche di camicia in continuità simbolica ed estetica con l&apos;operaio in sciopero e in tuta da lavoro: la storia parla in un altro modo. 
Un aneddoto sul combattente Trentin vale per tutti: all&apos;inizio del luglio 1969, alla vigilia dell&apos;autunno caldo, al congresso nazionale della CGIL, già allora importante dirigente sindacale, si scagliò contro l&apos;ipotesi degli aumenti di stipendio e dei trattamenti pensionistici uguali per tutti. Non pochi giorni ma poche ore dopo scoppiò la rivolta operaia di Corso Traiano a Torino la più clamorosa del dopoguerra che, ovviamente, aveva come programma spontaneo proprio gli aumenti di stipendio e i trattamenti pensionistici uguali per tutti. La linea di combattimento di Trentin era quindi chiara fin dalle prime lingue di fiamma dell&apos;autunno caldo: infiltrarsi a partire dai consigli per contenere il salario operaio, neutralizzare il sindacalismo di base, difendere le compatibilità con il capitalismo. Del resto già da un anno si era mossa la diplomazia tra Dc e Pci che sarebbe sfociata nel compromesso storico e il comportamento spontaneo di Trentin non lascia dubbi sul suo collocamento all&apos;epoca. 
L&apos;autunno caldo e la vittoria contrattuale che seguirono a quella rivolta, assieme alla costituzione dei consigli di fabbrica, segnarono quindi l&apos;esigenza di una risposta da destra del movimento sindacale italiano. Erano in pericolo la stessa stabilità dell&apos;economia capitalistica, del potere aziendale e sindacale nelle fabbriche che nelle analisi di Trentin sul neocapitalismo italiano visti non assumevano tanto le vesti di problema ma di soluzione politica e tecno-economica verso quella che la retorica positivista della sinistra storica chiamava e chiama &quot;modernizzazione del paese&quot;.
Che questa retorica, che garantiva un potere reale di apparato alla Cgil e al Pci, arrivasse fino alla stessa liquidazione della classe operaia Trentin e Lama dal crinale degli anni &apos;70 non l&apos;avevano intuito. Ma combatterono strenuamente contro la democrazia sindacale dal basso, per la difesa della forma impresa capitalistica proprio quando questa poteva essere debellata. E combatterono contro il salario, in una lotta per i &quot;sacrifici per lo sviluppo&quot; che oltre trent&apos;anni dopo va vista come l&apos;inizio del più spettacolare rovesciamento in negativo del rapporto tra salario e profitti, tra diritti e coercizione della storia d&apos;Italia. E se oggi si fa l&apos;analisi del discorso di un Veltroni o di un Bertinotti non si puo&apos; non notare come, al di là delle differenti tattiche politiche, le retoriche utilizzate abbiano una nuda comune origine nel patrimonio lessicale costruito in quegli anni dai Lama e dai Trentin adesso appena rivestito dalle acquisizioni linguistiche dei decenni successivi. 
Le ultime battaglie Trentin le ha combattute con la coerenza di sempre: contro il salario, contro i diritti a favore dell&apos;accumulazione capitalistica e da infiltrato. Operazione riuscita come sempre in nome dell&apos; &quot;unità a sinistra&quot;, semplicistica formuletta che funziona ancora oggi per tenere imbrigliate le spinte egualitarie, e per conto delle istituzioni che devono a loro volta interpretare le esigenze di accumulazione dell&apos;impresa. La firma apposta sulla liquidazione della scala mobile del &apos;92, meccanismo che adeguava automaticamente il salario all&apos;aumento del costo della vita, e l&apos;accordo del luglio del &apos;93 sulla concertazione assumono il segno del coronamento di un compito storico assegnato dalla musa della compatibilità. 
Infatti, ancora il &lt;i&gt;Sole 24 ore&lt;/i&gt;, sempre riconoscente con i &quot;suoi&quot; dirigenti sindacali, pochi anni dopo definiva l&apos;accordo di luglio &apos;93 letteralmente come il deus ex machina che permetteva di tagliare i salari progressivamente nonostante l&apos;aumento del costo della vita. Si trattava del contrario della scala mobile imposta dalle lotte operaie. Si capisce che per la generazione dei Trentin siamo di fronte al compimento di un progetto di una vita di combattimento: rovesciare gli effetti ultradecennali dell&apos;autunno caldo sulla struttura del salario e delle protezioni sociali a favore dell&apos;impresa per avere come contropartita il ritorno del pieno potere politico-sindacale nelle mani delle elites. Per chiudere definitivamente il cerchio si trattò all&apos;epoca di affrontare la piazza. Nel settembre del &apos;92 con la solita tattica da infiltrato Trentin, mentre nelle segreterie difendeva strenuamente la liquidazione della scala mobile, dette il via alle manifestazioni di piazza contro il governo Amato proprio sulla scala mobile un po&apos; per alleggerirsi a sinistra un po&apos; per far vedere all&apos;esecutivo che la dirigenza sindacale si accordava ma era forte, sapeva controllare gli operai, e doveva quindi essere un invitato importante al tavolo delle compatibilità. 
La rappresentazione scenica però quella volta non andò così bene: alla prima uscita di piazza Bruno Trentin si prese subito un cazzotto in faccia a Firenze, proprio da un iscritto alla Cgil inferocito, e fu contestato al comizio in Piazza Santa Croce. 
Naturalmente questo genere di rappresentazione scenica tiene benissimo oggi dove la retorica dell&apos;unità a sinistra assume i caratteri del terrorismo psicologico alimentati dal feticismo della governabilità e quindi dalla rendita reale di potere dei cartelli elettorali della &quot;sinistra&quot;. Il manifesto, ricordando il sindacalista scomparso, pubblica una foto dove la didascalia recita &quot;Trentin alle manifestazioni del &apos;92 CONTRO IL GOVERNO&quot;. Ecco che la per niente riuscita rappresentazione scenica di allora, che sarebbe ovviamente sfociata in un accordo di neutralizzazione dei contratti di pochi mesi dopo con grande soddisfazione della CGIL, diventa verità storica di oggi pronta per essere venduta alle prossime generazioni come nella retorica spicciola della sinistra &quot;unita&quot; di oggi. 
Ma quelli del &apos;92 erano gli ultimi fuochi del movimento operaio: Trentin potè andare in pensione a progetto compiuto. Dedicherà gli ultimi anni della sua vita a dei libri in difesa dell&apos;etica e dell&apos;antropologia del lavoro. Basterebbe leggerli per rendersi conto di quanto sia improprio definire Trentin &quot;intellettuale marxista&quot;: mentre il Marx il lavoro è un&apos;astrazione concettuale che serve come dispositivo di governo dei viventi messi a produzione in autori come Trentin è una costante antropologica da difendere a prescindere dalla sue possibilità tecnologiche e sociali di estinzione.
Su Trentin il giudizio storico può quindi oscillare tra la categoria di nemico del popolo o quella di infiltrato. Mentre la prima ha ancora troppo il sapore dell&apos;inquisizione autoritaria, e non quella dello spontaneo giudizio popolare, la seconda rende &quot;merito&quot; ad una vita spesa per praticare politiche di destra usando un lessico di sinistra proprio per sterilizzare le masse tanto invocate nei discorsi ufficiali quanto temute dalla casta sindacale nel loro desiderio reale di egualitarismo . 
Il fatto che oggi la governamentalità sia in mano agli esangui epigoni dei Lama e dei Trentin, i Bertinotti come i Giordano o i Diliberto, impone questa severità nel giudizio storico proprio a monito per il futuro. 
Perchè la lotta dei Lama e dei Trentin contro gli anni &apos;70 italiani rappresenta la coerente continuazione della battaglia condotta nel &apos;36 in Spagna dalle forze della conservazione del movimento operaio ufficiale contro il Poum e la Cnt: quella contro i tentativi di uscita a sinistra dalle aporie del movimento operaio del &apos;900. Una battaglia che, parafrasando Marx, ha condotto alla rovina di una classe sola e della quale la destra del movimento operaio ne porta la resposabilità epocale. 
L&apos;augurio è quindi quello che nella lettura di biografie come quelle di Trentin le nuove generazioni di storici politici trovino voglia e coraggio di rappresentare la storia nella sua complessità e non come racconto condizionato dal potere dei media e dell&apos;opinione pubblica corrente e dalla isterica debolezza di un tipo di sinistra istituzionale che si spera avviata ad un definitivo tramonto. (24 agosto 2007)</text_more></entry>
<entry id='2351' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2351' author_id='4' authored_on='20070826034620' basename='chvez_e_il_socialismo_del_xxi' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070826034620' modified_on='20070830104654' ping_count='154' status='2' title='Chávez e il socialismo del XXI secolo' week_number='200735'><text>di &lt;b&gt;Raúl Isaías Baduel&lt;/b&gt; (traduzione di Irene Caporale)

&lt;img alt=&quot;MuchachasChavistas2.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/MuchachasChavistas2.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;169&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;[Mentre continuano a ritmo quasi quotidiano le diffamazioni del presidente del Venezuela Hugo Chávez, e mentre &lt;i&gt;Il Corriere della Sera&lt;/i&gt; giunge a dedicare unintera pagina all idea balorda di spostare di mezzora lora ufficiale venezuelana, dimostrando la più crassa ignoranza (condivisa dalla totalità dei nostri media) (1), conviene interrogarsi su cosa sia quel socialismo del XXI secolo di cui parla Chávez. Proponiamo a questo fine il discorso pronunciato dal generale Raúl Isaías Baduel, già ministro della difesa e capo delle forze armate, il 18 luglio 2007, alla fine del suo mandato. Alcuni giornali lo hanno menzionato, interpretandolo  convinti come sono che Chávez intenda imporre un modello castrista  nel senso che Baduel avesse intenzione di prendere le distanze dal suo presidente. In realtà Chávez la pensa esattamente alla stessa maniera, come dimostra la sua intervista alla giornalista uruguaiana Raquel Daruech, visibile &lt;a href=&quot;http://www.venezuelaenvideos.com/titulos/pt02v18.htm&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;.</text><text_more>Rimando a una nota finale altre considerazioni. In realtà, la polemica di Baduel era rivolta alle ali del futuro PSUV (Partito socialista unito del Venezuela: NON PARTITO UNICO, bensì tentativo di riunire il frastagliato arcipelago politico che appoggia Chávez alle elezioni) che professano un marxismo troppo dogmatico.
Non meraviglino i frequenti richiami religiosi, tipici dello stesso presidente. Caracas ha ospitato, due settimane fa, il congresso continentale della &lt;a href=&quot;http://www.aporrealos.org/ideologia/n99637.html&quot;&gt;Teologia della Liberazione&lt;/a&gt;.
Altre considerazioni in una nota in coda.]  (&lt;b&gt;V.E.&lt;/b&gt;)

&lt;b&gt;Discorso del Generale Raúl Isaías Baduel, capo dellesercito
Ministro del Potere Popolare per la Difesa alla fine del mandato. 18 Luglio 2007&lt;/b&gt;

Voglio iniziare ringraziando dal profondo dellanimo innanzitutto Dio Onnipotente ed Eterno, per avermi concesso il privilegio di servirlo da questa mia posizione, con la protezione della sua potentissima mano, e a tutte le persone che col loro appoggio, lavoro, dedizione e reciprocità mi hanno aiutato a terminare felicemente  la gestione del mio incarico nel Ministero.

Ringrazio il Signor Presidente della fiducia che mi ha dato nellassegnarmi questa responsabilità: a lei vanno tutta la mia amicizia e il mio affetto.

Meritano una speciale menzione i miei diretti compagni darmi, che hanno costruito attorno a me un gruppo davvero importante, senza il quale il successo del nostro lavoro quotidiano sarebbe stato impossibile: a loro la mia eterna gratitudine ed amicizia, qualunque sia la trincea che si occuperà. 

Oggi, per volontà dellAltissimo, alla quale mi dono mansuetamente, mi sostituisce il Generale Capo Gustavo Rangel Briceño, compagno e amico, del quale conosco, tra le altre virtù, i saldi principi religiosi, che gli saranno di solido supporto durante il suo incarico. A lei i miei migliori auguri, e che Dio la guidi ed illumini in tutte le decisioni. 

Ho avuto lonore di esercitare lincarico di Ministro del Potere Popolare per la Difesa, posizione che obbliga chiunque lo occupi, per principio e per legge, a mostrare il proprio pensiero sullesercizio della direzione degli uomini e sulla strategia politica dello Stato, con la mente al futuro, affinché il cittadino della nostra Nazione, che oggi vive un inedito periodo di transizione politica, conosca la professionalità delle sue azioni, e di conseguenza possa finalmente riposarsi e rilassarsi, come gli è dovuto, al vedere la predisposizione del capo militare per il carattere istituzionale dello Stato venezuelano, conservando la disciplina, lubbidienza e la subordinazione, pilastri fondamentali della nostra istituzione, con laiuto dellesempio e della perseveranza dei valori degli appartenenti ad essa..

Quando dico che ci troviamo in un periodo di transizione politica, che sta attraversando la nostra Nazione nel campo politico e sociale mi riferisco, tra altre cose, al processo di costruzione di un nuovo modello politico, economico e sociale che abbiamo chiamato Socialismo del XXI Secolo.

Il termine Socialismo purtroppo non ha un significato uniforme e omogeneo per tutti, e di qui vengono lincertezza e linquietudine generate in alcuni settori della vita nazionale non appena è menzionato. La convocazione del Signor Presidente Hugo Chávez per la costruzione del Socialismo del XXI Secolo implica la necessità imperiosa e urgente di formalizzare un modello teorico proprio e autoctono del Socialismo che si accordi con il nostro contesto storico, sociale, culturale e politico. Bisogna ammettere che questo modello, fino ad oggi, non esiste ancora né è mai stato formulato, e reputo che, finché sarà così, persisterà lincertezza in alcuni dei nostri gruppi sociali.

Come ho già detto altrove, dobbiamo sì inventarci il Socialismo del XXI Secolo, ma non in maniera disordinata e caotica, bensì avvalendoci degli strumenti e dei riferimenti che ci da&apos; la scienza.

Nella puntata di Aló Presidente del 27 Marzo 2005, il Signor Presidente Chávez indicò che il Socialismo del Venezuela si costruirà in accordo con le idee originali di Karl Marx e Friedrich Engels. Ribadendo quanto detto in unaltra occasione, se la base per il Socialismo del XXI Secolo è una teoria scientifica al pari di quelle di Marx ed Engels, quello che ci costruiremo sopra non deve essere da meno, per non rischiare che la struttura costruita sia come una capanna costruita sulle fondamenta di un grattacielo.

Ultimamente alcuni teorici, che desiderano dare il loro apporto alla costruzione di un modello socialista venezuelano, hanno parlato largamente di quanto poco conveniente sarebbe ripetere gli errori commessi dai cosiddetti paesi del socialismo reale, tra i quali lex Unione Sovietica. Ritengo comunque che gli errori che questi teorici segnalano rimangano esclusivamente legati alle falle dellordine politico del modello sovietico, come per esempio la relazione tra il partito rivoluzionario e lo Stato e quella tra il partito rivoluzionario e il popolo, o nel pericolo di commettere gli errori del Partito Comunista dellUnione Sovietica che si è presto trasformato in unorganizzazione che ha sostituito e spiazzato la società, e che ha finito per essere manipolata dal Comitato Centrale del partito. 

Nellordine politico, il nostro modello di socialismo deve essere profondamente democratico. Deve chiarire, una volta per tutte, che un regime di origine socialista non è incompatibile con un sistema politico profondamente democratico, con contrappesi e divisioni di potere. È da questo punto di vista, credo, che dovremmo allontanarci dalla ortodossia marxista, che ritiene che la divisione dei poteri nella democrazia sia solo uno strumento della dominazione borghese. Come ha già detto il nostro Presidente Hugo Chávez in unintervista concessa a Manuel Cabieses, direttore della rivista Punto Final, uno dei fattori determinanti nella linea politica del Socialismo del XXI Secolo deve essere la democrazia partecipativa e protagonista. Il Potere Popolare. Bisogna concentrare tutto sul popolo, il partito deve essere subordinato al popolo, non il contrario.

Di certo non sono solo gli errori politici a dover essere considerati. Non dobbiamo dimenticare una cosa fondamentale: il socialismo è, in senso stretto, un sistema di produzione economica, tanto quanto il capitalismo, che deve sostituire, è anche esso un sistema di produzione economica. Anche nei paesi dove il socialismo era reale sono stati commessi errori di tipo economico. Bisogna stare in guardia anche nei confronti di questi errori, per non ripeterli. Gli errori economici di questi paesi del socialismo reale, come lURSS, includono linsufficiente ge-nerazione di ricchezza, considerato che nonostante laver raggiunto unindustrializzazione molto rapida, lavere uneconomia pianificata centralmente e i piani quinquennali, leconomia sovietica non poté essere redditizia, non poté generare la ricchezza necessaria per mantenere il suo popolo in maniera confortevole. Uno dei più grandi paradossi delleconomia sovietica si riflette nel fatto che questa nazione arrivò a dipendere dallimportazione del grano, proveniente proprio dal suo acerrimo nemico durante la Guerra Fredda, gli Stati Uniti DAmerica, per poter alimentare il suo popolo; come esempio di ciò abbiamo il fatto che nel 1979 il governo nordamericano inviò allUnione Sovietica 25 milioni di tonnellate di mais e grano. LURRS non poté fare il passo definitivo in avanti per raggiungere i livelli di efficacia, nella generazione della ricchezza, dei suoi competitori capitalisti, nonostante avesse fatto grandi progressi nei campi del sociale, dellistruzione, dello sport, della salute, dellarte, ecc Di certo non vogliamo ripetere anche noi questi errori.

Non possiamo permettere che il nostro sistema si trasformi in un Capitalismo di Stato, dove lo Stato sia lunico padrone dei grandi mezzi di produzione. Si può rischiare di commettere lerrore di chiamarsi socialista e in realtà praticare un capitalismo di Stato. Durante un periodo conosciuto come comunismo di guerra, lURRS, nonostante si chiamasse ancora Repubblica Socialista, praticò il Capitalismo di Stato per mano dello stesso Lenin. In quei tempi, dal 1921 al 1927, tappa storica conosciuta come la Nuova Politica Economica, tali azioni furono giustificate con il comunismo di guerra, e portarono alla rivolta di Kronstadt e ad altri accadimenti che quasi superarono quelli della Rivoluzione dOttobre. Questo periodo di comuni-smo di guerra che si estese dal 1917 al 1921, fu caratterizzato soprattutto dallinsuccesso nellagricoltura e nellattività industriale. La politica di nazionalizzazione totale delle imprese agricole, industriali e commerciali creò, tra il governo e il popolo, gravi malintesi e uninsoddisfazione generale che sfociarono nellanarchia, nella fame e nella ribellione anticomunista. I prezzi subirono un rialzo verticale, mentre la produzione calava vor-ticosamente, la moneta si svalutava e smetteva di essere un normale mezzo di scambio. La produzione agricola era ridotta ad una terzo di quello che era stata nel 1913, quella industriale al 13% e il traffico ferroviario al 12%. Nel 1921 5 milioni di persone morivano di fame, in Unione Sovietica.

Il comunismo di guerra ci ha insegnato che non si possono installare cambi radicali nel sistema economico; non si può decidere labolizione a tutti i costi della proprietà privata e la socializzazione brutale dei mezzi di produzione senza che ciò si ripercuota negativamente nella produzione di beni e servizi e senza che allo stesso tempo si generi uno scontento generale nel popolo. Lenin coniò il termine Capitalismo di Stato per riferirsi a ciò che egli considerava essere una fase di transizione ideale tra il capitalismo e il socialismo. Questo significò, per un periodo di 7 anni, la convivenza del capitalismo e del socialismo. Si permise la proprietà privata di piccoli o medi mezzi di produzione, ma indubbiamente lo Stato riservò quelli grandi per sé. La banca rimase nazionalizzata, ma il commercio fu messo in mano ai privati e si permise la vendita di prodotti ai prezzi fissati dal mercato.

Uno dei maggiori fascini del socialismo classico è sempre stato limmagine sottintesa di una divi-sione più equa delle ricchezze, rispetto allordine capitalista, dove le disuguaglianze sono allordine del giorno. Non dobbiamo dimenticarci, però, di qualcosa che spesso riteniamo ovvia, forse perché estremamente evidente: le ricchezze, prima di essere divise, devono essere generate. Non si può distribuire qualcosa che non esiste, questa formula ancora non è stata inventata. Il modello di socialismo che costruiremo deve essere tale da mostrarci il cammino socialista verso uniniziale produzione e generazione delle risorse, e poi la possibilità di una di-stribuzione equa delle stesse tra quelli che le hanno generate, o come direbbe Marx ad ognuno secondo le sue capacità, e ad ognuno secondo le sue necessità. Per far sì che il modello socialista che ci prefiggiamo abbia successo, questo deve far trovare a noi venezuelani il modo di essere più produttivi. 

In passato, durante la IV Repubblica, i governi impiegavano la ricchezza eccessiva generata dal boom del petrolio per finanziare qualsiasi tipo di aiuti economici e sussidi. Numerosi venezuelani arrivarono a dipendere letteralmente da questi aiuti ufficiali. Invece di insegnare al popolo a produrre ricchezza grazie al lavoro e allo sforzo, gli si insegnò a chiedere aiuto al governo di turno. Quando il boom del petrolio terminò, lo Stato si trovò immediatamente senza fondi per il sostentamento delleconomia nazionale. Fu allora che il Paese entrò in crisi, la peggiore di tutta la storia del Venezuela. Il nostro modello di socialismo deve evitare la ripetizione di questi errori. Dobbiamo imparare dagli errori compiuti negli ultimi quattro decenni ed evitare di ripeterli. 

Visto che la convocazione del nostro Presidente a costruire ed inventare il Socialismo del XXI Secolo è stata accompagnata da alcune linee direttrici, come il fatto che il nostro modello debba essere profondamente cristiano e basato sulle idee di Giustizia Sociale di Cristo Redentore, credo sia pertinente citare un passaggio del Vangelo che bene illustra quello che Nostro Signore Gesù pensava a proposito della produzione e distribuzione della ricchezza. È la famosa parabola dei talenti che si trova nel Vangelo secondo Matteo, capitolo 25, versetti dal 14 al 30. Dice Gesù: 

Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro.

Qui Gesù Cristo va apertamente contro il concetto assolutista della proprietà che a quei tempi era fonte di privazione per molti e che tuttora alcuni continuano a sostenere: ognuno può fare con le sue proprietà quello che vuole; questo, secondo nostro Signore Gesù, è contraddetto immediatamente dallobbligazione di doverne rendere conto, secondo luso dei beni morali, intellettuali e materiali. E la resa dei conti implica un castigo molto duro. Il Vangelo  continua dicendo: Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque. Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due. Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone.

Le esigenze erano calcolate secondo le capacità di ognuno. Ad ognuno venne assegnato un numero equo di talenti. Ad ognuno secondo i beni che aveva ricevuto. Non si poteva pretendere lo stesso rendiconto di colui che aveva ricevuto 5 da quello che aveva ricevuto 2. Gli obblighi degli esseri umani non sono equiparabili, le nostre responsabilità, seppure della stessa natura, non sono uguali per tutti. A chi verrà dato molto, verrà chiesto molto in cambio. 

Infine Gesù condanna, in questo Vangelo, in maniera molto chiara, laccumulo delle ricchezze: Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il talento sotterra: ecco qui il tuo. Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con linteresse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nellabbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti.

A colui che venne dato poco, venne chiesto poco. Se però egli non compie neanche quel poco, lo aspettano le tenebre. Linferno è, nel Vangelo, il castigo inesorabile per coloro che, pur avendo le possibilità, non producono; per coloro che nonostante abbiano lattitudine, non la usano; per coloro che, essendo poveri perché gli è stato dato poco, non utilizzano il poco che hanno per il bene di tutti.

Per poter raggiungere la meta del generare la ricchezza in maniera differente dal modello capitalista, il nostro socialismo deve fare popolo, giacché, come disse il maestro Simón Rodríguez: Non ci può essere repubblica senza popolo. Per fare il popolo Simón Rodríguez suggeriva limplementazione di ciò che chiamava, in modo alquanto visionario, Educazione Sociale. Affermava il maestro Simón Rodríguez nel 1828:

I costumi formati dallEducazione Sociale producono unautorità pubblica, non unautorità personale; unautorità sostenuta dalla volontà di tutti, non di uno solo, convertita in Autorità o in altro modo, lautorità si forma nelleducazione, perché educare è creare volontà. Si sviluppa nei costumi, che sono effetti necessari delleducazione, e ritorna alleducazione per la tendenza degli effetti a riprodurre lautorità. E una circolazione dello spirito di Unione tra soci, come lo è quella del sangue nel corpo di ogni individuo associato, ma la circolazione inizia con la vita.

Il nostro modello socialista deve chiudere con la brutta abitudine del passato di insegnare al popolo solo diritti e nessun dovere. Il nostro modello Socialista deve insegnare al popolo quello che deve fare per ottenere ciò che non ha. Il nostro modello Socialista deve insegnare al popolo che le cose non appaiono per magia, ma che si deve ottenerle con lo sforzo ed il lavoro. Questo è il compito della vera educazione sociale: deve permettere di formare il repubblicano di cui abbiamo bisogno per ottenere tutto il potenziale del quale è capace questa terra venezuelana di grazia, tanto amata, tanto benedetta e protetta da Dio.

In questo senso, la Forza Armata può essere di grande aiuto alla costruzione del modello, giacché nellistituzione armata lequazione è sempre stata quella inversa, visto che abbiamo appreso e messo in pratica linsegnamento che i nostri doveri sono di primissima importanza. Il compimento dei doveri è uno dei maggiori motivi di ponderatezza nella vita del soldato. Potremmo addirittura affermare che negli ultimi anni, e con lapprovazione popolare della Costituzione del 1999, i nostri doveri e responsabilità sono aumentati, in quanto oltre a quelli tradizionali inerenti alla sicurezza e difesa della nazione e alla cooperazione nel mantenimento dellordine nazionale, si è aggiunta la partecipazione attiva delle Forze Armate allo sviluppo della Nazione. Abbiamo portato a compimento questultima missione in maniera fedele e definitiva, ed è un onore per listituzione armata il fatto di essere stata considerata per portarla a termine; tuttavia, riteniamo necessario un affinamento degli strumenti legali che la regolano, e speriamo che venga permesso alla FAN di poter partecipare a queste migliorie con maggior efficienza amministrativa, operativa e finanziaria. 

Il popolo venezuelano ha dato ai militari un compito chiaro nellarticolo 328 della Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela; il popolo venezuelano ci ha dato, parlando in termini militari, una finalità, un motivo, che si traduce nel garantire lindipendenza e la sovranità della nazione, e nellassicurare lintegrità dello spazio geografico. Il popolo venezuelano ci ha dato anche un come, attraverso lesercizio di tre missioni fondamentali: la difesa militare, la cooperazione nel mantenimento dellordine interno e la partecipazione attiva allo sviluppo nazionale.

Sono tre missioni che devono essere in perfetto equilibrio dinamico, e da esse si evince che il popolo venezuelano ci ha assegnato il compito di custodire le armi della Repubblica per difendere i suoi interessi ed amministrare la violenza legale e legittima dello Stato. Tuttavia, più che amministratori della violenza, dobbiamo diffondere e mantenere la pace, generare il conforto e costruire il giusto sentiero verso lo sviluppo del popolo stesso.

Invoco le parole pronunciate dal Papa Giovanni Paolo II il Grande, il Pellegrino della Pace, di felice e incancellabile memoria: In un clima dilatato di concordia e rispetto della giustizia può maturare unautentica cultura della pace, capace di estendersi alla comunità internazionale (Discorso pronunciato al Corpo Diplomatico, Gennaio  1997).

E navigando nelle pagine del II Concilio Vaticano, nella Gaudium et Spest (allegria e speranza), cito: La pace non è la mera assenza di guerra, né si riduce al solo equilibrio della forza avversaria, bensì è il frutto dellordine piantato nella società umana dal suo divino fondatore e che gli uomini assetati di una giustizia perfetta dovranno portare a termine. 

La Forza Armata Nazionale deve essere uno strumento di potere per la democrazia politica, la pace e lo sviluppo, la cui attuazione sta nella sfida lanciata dalla volontà nazionale e la leadership, con mire alla rivendicazione delle istituzioni e dei procedimenti a favore del collettivo nazionale.

Da ora in poi si impone, a questo umile soldato della fanteria paracadutista, un tempo di riflessione.

Questi sono i sette principi che vigono nel codice di Bushido, la guida morale della maggioranza dei Samurai. Siate fedeli ad essi e il vostro onore crescerà. Rompete il codice e il vostro nome sarà infamato dalle generazioni a venire:

1. Gi  Onore e giustizia. Sii onorevole nelle trattative con tutti. Credi nella giustizia
2. Yu  Valore eroico. Alzati al di sopra della massa di gente che teme lazione. Nascondersi come la tartaruga nel suo guscio non è vivere. Il coraggio eroico non è cieco. È intelligente e forte. Sostituisci la paura con il rispetto e la precauzione.
3. Jin  Compassione. Sviluppa un potere che verrà usato per il bene di tutti. Aiuta i tuoi simili quando ti si presenta la possibilità. Se non si presenta, vai a cercarla.
4. Rei  Cortesia. Un Samurai è cortese anche con i suoi avversari. Riceve rispetto non solo per la sua fierezza, ma anche per il suo modo di trattare gli altri. Lautentica forza interiore del Samurai si vede nei tempi difficili.
5. Meyo  Onore. Le decisioni che prendi e il modo in cui le porti a termine sono un riflesso di ciò che sei in realtà. Non puoi nascondere te stesso.
6. Makoto  Sincerità Assoluta. Quando un samurai dice che farà qualcosa, è come se fosse già fatta. Il semplice fatto di parlare ha messo in funzione lazione. Parlare e fare sono la stessa cosa.
7. Chugo  Dovere e Lealtà  Le parole di un uomo sono come le sue impronte: può seguirle ovunque egli voglia andare.

Che Yahvé, Elhoim degli Eserciti, Supremo creatore di tutte le cose, benedica e protegga per sempre la Repubblica Bolivariana del Venezuela.

1) Venerdì della settimana scorsa, nella trasmissione di Radio Rai Due &lt;i&gt;Trame&lt;/i&gt;, il conduttore Favetto ha ironizzato su Chávez che vorrebbe adeguare il tempo ai suoi desideri, come tutti i dittatori. Riecheggiava, ahimè, parole in libertà di &lt;a href=&quot;http://www.senzasoste.it/ultime/ch-vez-e-cacciari-quando-anche-per-i-filosofi-arriva-let-della-pen.html&quot;&gt;Massimo Cacciari&lt;/a&gt;. Il giorno prima, il conduttore con gravi deficit di cultura de &lt;i&gt;Il cammello di Radio Due&lt;/i&gt; aveva detto, allincirca: Avete sentito di Chávez? Vuole spostare di mezzora lora legale! Per cui qua sono le 19,30, là le 20! (!!!!!!! Testuale, lo giuro!).
Mezzi cretini a parte, la risposta migliore è venuta dal &lt;a href=&quot;http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/articolo.asp?articolo=1261&quot;&gt;blog&lt;/a&gt; raccomandabile di Gennaro Carotenuto. Riassumo. Sono numerosi i paesi situati ai tropici che spostano di mezzora il tempo assegnato loro dai cartografi britannici dellOttocento. Non si tratta di ora legale, che là non può esistere: le giornate sono più o meno uguali. Si tratta invece di sfruttare al meglio la luce. E non per fare lavorare di più, come insinua &lt;i&gt;Il Corriere della Sera&lt;/i&gt;. Uno degli articoli della nuova costituzione venezuelana che meno garbano al suo vicedirettore, lex picista Pierluigi Battista, è quello che fissa &lt;a href=&quot;http://www.aporrealos.org/actualidad/n99690.html&quot;&gt;la settimana lavorativa in 36 ore&lt;/a&gt;. Per tutti e ovunque. Dio ci guardi dagli ex, dai post e dai pentiti del socialismo reale. Hanno conservato la mentalità di prima (insinuare, calunniare, mentire, stravolgere, specie nei riguardi del nemico a sinistra) al servizio di una diversa ideologia.

&lt;b&gt;LA NOTA IN CODA&lt;/b&gt;

Certo il socialismo del XXI secolo proposto dal Venezuela è ancora tutto da definire. Chávez propone varie forme di proprietà: statale (materie prime, comunicazioni), privata, mista, cooperativa (specie nelle campagne), comunale. Pazzo comè, sostiene la subordinazione della Banca Centrale al potere politico. Grande eresia, si strilla in Occidente. Niente affatto, si risponde dallaltra parte dellOceano. Guai a lasciare la finanza rendersi autonoma. Lo avevano intuito i sandinisti negli anni 80, in Nicaragua, e Marx ne &lt;i&gt;Le guerre civili in Francia&lt;/i&gt;, scritto più di un secolo prima. La finanza ha leterna tendenza a rendersi indipendente dalleconomia concreta, e a trascurare le ricadute sociali della sua dinamica. Lo sanno bene, o lintuiscono, i cittadini europei, soggetti alle scelte di una BCE svincolata da forme democratiche di controllo.
Il progetto di economia mista avanzato da Chávez non è comunque di natura autoritaria, tanto che ha lappoggio di alcuni gruppi libertari venezuelani (vedi &lt;a href=&quot;http://iniciativa-comunista.over-blog.com/&quot;&gt;qui&lt;/a&gt; e &lt;a href=&quot;http://www.freewebs.com/propuestalibertariapsuv/&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;). Non è nemmeno particolarmente ambizioso. Intende dare priorità allemancipazione dalla miseria, piaga tradizionale latinoamericana, e allinnalzamento del tenore di vita dei &lt;i&gt;mestizos&lt;/i&gt;, componente maggioritaria della popolazione del Venezuela, fino a dieci anni fa totalmente esclusi dalla vita democratica (al punto che molti di essi, per non parlare degli indios veri e propri, non erano iscritti né nelle liste elettorali né allanagrafe).
Il modello cubano, difficile da esportare, non centra nulla; tanto è vero che, per quanto Chávez renda spesso omaggio a Fidel Castro, in nome della resistenza cinquantennale di Cuba allImpero, oggi è il Venezuela che inietta risorse nelleconomia cubana, e non il contrario. Lalleggerimento della logica dell emergenza a Cuba, e lampliamento, per quanto molto parziale, delle libertà sullisola, a Chávez devono molto.
Poi ci sarebbe da dire dellArgentina, del Nicaragua, dellEcuador, della Bolivia ecc. Il Venezuela persegue un progetto di commercio equo e solidale (diciamolo in termini europei) totalmente diverso dallingerenza indubbia, anche se contrapposta al più ingerente dei nemici, che fu praticata dallex URSS e dagli stessi cubani. E ha unidea di pace molto coerente. Le parole del generale Baduel, vecchio compagno di Chávez, già danno lidea di militari diversi da come ce li figuriamo, specie in rapporto allAmerica Latina. Quanto alla solidarietà tra Venezuela e Iran, letta frettolosamente dal povero Pierluigi Battista e da altri come alleanza tra Stati canaglia,  può assai meglio essere vista come un superamento dello scontro tra civiltà che lOccidente  e, di converso, gli integralisti musulmani disseminati per il mondo a partire dalla democratica Arabia Saudita  persegue forsennatamente, spinto da pulsioni suicide. Nel primo incontro tra Chávez e Mahmoud Ahmadinejad, il presidente venezuelano richiamò ripetutamente, nel suo discorso, Cristo redentore.  Non fu fischiato, bensì applaudito. Senza che ciò implichi che il Venezuela sia uno Stato confessionale, naturalmente.
Ma torniamo al socialismo del XXI secolo. Chávez, indubbiamente senza saperlo, pare richiamarsi a Hilferding (autore de &lt;i&gt;Il capitale finanziario&lt;/i&gt;), scomunicato da Lenin e da allora detestato dai comunisti. Non si ispira a Cuba: semmai, in parte, il suo modello ancora imperfetto ricorda quello che i sandinisti intendevano costruire negli anni Ottanta, senza riuscirvi a causa della sanguinosissima rappresaglia scatenata dagli Usa. Però le vere radici del pensiero di Chávez vanno ricercate altrove. Nelle sue radici di indio, compartite da Morales e Correa. Di qui il suo insistere sulla base comunale della proprietà  (quando, negato il rinnovo della concessione a RCTV, ha dato vita alla televisione comunalista TVES, questa è stata immediatamente definita da unopposizione indecente  la tv dei negri: non si era abituati alla comparsa di gente dalla pelle scura sullo schermo).
Ciò apparenta Chávez alla rivolta di Marcos, e a tante altre rivolte che stanno avendo luogo in America Latina. Sono gli indios e i meticci che, un tempo esclusi da tutto, riprendono la parola, a Caracas come a La Paz come a Oaxaca. Il modello sociale di cui sono portatori non è il comunismo né la socialdemocrazia, ma qualcosaltro: il comunitarismo tradizionale dei loro insediamenti, fondati sullautogoverno (2). Difficile da sopprimere, una volta scoperchiato, dopo secoli, il vaso di Pandora. La rivoluzione messicana, durata un ventennio e vittoriosa, ebbe proprio questa origine.
Ci sono lezioni da apprendere, per il movimento no-global (chiamiamolo così) italiano? Non sta a me dirlo. Mi basta sapere che Chávez, in ogni pubblica apparizione, è acclamato in tutto il mondo, mentre il brasiliano Lula (commerciante dellanti-ecologico etanolo, combustibile fatto con mais strappato alle bocche degli affamati) è accolto con freddezza. Per non parlare del pietoso presidente spurio del Messico, il neoliberale e filo-Usa Calderón, che non osa nemmeno uscire dalla propria tana, dopo unelezione scandalosamente truffaldina. Dovunque appaia lo accolgono pernacchie.
Lauspicio è che, prima o poi, i portabandiera (di destra e di sinistra) dellideologia neoliberale, fonte di guerra e matrice di precariato e miseria, siano spernacchiati dappertutto, come meritano.
(&lt;b&gt;V.E.&lt;/b&gt;)    


(2) Karl Marx vide nel &lt;i&gt;mir&lt;/i&gt;, la proprietà collettiva contadina, l&apos;embrione della futura rivoluzione russa. Idea fatta propria dagli SR, i &quot;socialisti rivoluzionari&quot;, e avversata da Lenin, che liquidò, teoricamente e materialmente, gli SR dell&apos;ala sinistra (ce n&apos;era anche una di destra, bellicista) come &quot;forza reazionaria&quot;.

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<entry id='2352' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2352' author_id='1' authored_on='20070827003901' basename='intervista_a_joseph_oconnor' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070827003901' modified_on='20070826204450' ping_count='234' status='2' title='Intervista a Joseph O&apos;Connor' week_number='200735'><excerpt>di &lt;b&gt;D. Albano&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;oconnormini.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/oconnormini.jpg&quot; width=&quot;50&quot; height=&quot;72&quot; border=&quot;0&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt;&quot;Penso che noi scopriremo che Marx aveva ragione su molte cose, e che lunico modo che noi abbiamo per continuare a esistere sia diventare più &apos;redistributivi&apos;...&quot;</excerpt><text>&lt;img alt=&quot;oconnor.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/oconnor.jpg&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;100&quot; border=&quot;0&quot; hspace=6 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;b&gt;Diego Albano&lt;/b&gt;

&lt;i&gt;DUBLINO - Dublin Writers Festival - &lt;/i&gt;In Italia uscirà soltanto in autunno, per la casa editrice Guanda. Ma in Irlanda &lt;img alt=&quot;frecciabr.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot; width=&quot;9&quot; height=&quot;9&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;baseline&quot; /&gt; &lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/BUS/1416553169/ASI/342781&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Redemption falls&lt;/a&gt;  è già in testa alle classifiche dei libri più venduti da settimane.  Lultima fatica di Joseph O Connor  sembra destinata a bissare il successo di &lt;img alt=&quot;frecciabr.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot; width=&quot;9&quot; height=&quot;9&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;baseline&quot; /&gt; &lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/BIT/8882465993/ASI/342781&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Stella del mare&lt;/a&gt;, il primo e fortunato romanzo storico di un autore ricordato per titoli come &lt;img alt=&quot;frecciabr.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot; width=&quot;9&quot; height=&quot;9&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;baseline&quot; /&gt; &lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/BIT/8882466779/ASI/342781&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Cowboys and indians&lt;/a&gt; e &lt;img alt=&quot;frecciabr.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot; width=&quot;9&quot; height=&quot;9&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;baseline&quot; /&gt; &lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/BIT/8882466760/ASI/342781&quot; target0&quot;_new&quot;&gt;I veri credenti&lt;/a&gt;. 
&lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/BUS/1416553169/ASI/342781&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Redemption falls&lt;/a&gt; prende il via là dove la narrazione di &lt;b&gt;Stella del mare&lt;/b&gt; si era interrotto, alle origini di unAmerica nel pieno della guerra civile. E prosegue in un intreccio di documenti, lettere e punti di vista per raccontare un passato dal carattere epico, a partire dal viaggio di una donna da un capo allaltro degli Stati Uniti.</text><text_more>&lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/BUS/1416553169/ASI/342781&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;redemptionfalls.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/redemptionfalls.jpg&quot; width=&quot;130&quot; height=&quot;199&quot; border=&quot;1&quot; hspace=6 vspace=2 align=right /&gt;&lt;/a&gt;Iniziai a scrivere un romanzo moderno  racconta OConnor - e mentre prendevo una pausa a tarda notte questa donna, che poi si rivelò essere Eliza Mooney, mi si presentò in mente, in cammino. Presi a girarci attorno, per vedere se riuscivo ad averne un immagine più chiara. Così, questo romanzo è cominciato da un personaggio.

&lt;b&gt;Anche questo libro, proprio come &lt;/b&gt;Stella del mare&lt;b&gt;, è un romanzo storico. Cosa ti ha fatto allontanare dal descrivere il contemporaneo?&lt;/b&gt;

Se prendi un libro come &lt;b&gt;Stella del mare&lt;/b&gt;, e lo riduci ai suoi elementi di base, è un romanzo che riguarda immigrati, rifugiati, la grande carestia, il terrorismo. In qualche modo ho pensato fosse un modo per scrivere qualcosa riguardo loggi, ma con una certa distanza. Credo inoltre che derivi dal fatto di essere tornato in Irlanda dopo aver vissuto a Londra per nove anni, trovandomi in un paese meta di emigranti. E ho pensato che questo avesse qualcosa a che fare con il nostro passato. Uno dei modi nei quali possiamo capire cosa sta accadendo oggi deve avere qualcosa a che fare con la storia di cui abbiamo cantato, parlato e per la quale abbiamo costruito statue.

&lt;b&gt;Pensi che lIrlanda stia cambiando solo in superficie o cè qualcosa di più profondo?&lt;/b&gt;

Penso stia cambiando in modo fondamentale, e molto velocemente. Quando ho smesso di studiare, nell86, qui non si vedeva una persona di colore o un asiatico per le strade. Ma la chiesa cattolica ha ancora molto potere, il partito conservatore &lt;i&gt;(Fianna Fail, n.d.a.) &lt;/i&gt;è appena stato rieletto, assieme ai Verdi che, sai, neanche esistevano anni fa. LIrlanda sta diventando un paese multiculturale, che ci piaccia o no. E penso ci sia lopportunità, per un paese allinizio di questo processo, di non ripetere gli stessi errori che hanno fatto altri paesi europei, dove gli immigrati sono stati confinati nelle zone povere delle città, creando quindi una percezione negativa. Penso che qui ci siano alcune politiche intelligenti, qualsiasi piccolo paese di campagna ha persone che vengono dalla Cina, dallEstonia o Polonia. E credo sia il modo giusto di affrontare la questione.

&lt;b&gt;Hai intenzione di scrivere  un libro ambientato nell Irlanda contemporanea?&lt;/b&gt;

Sì, e non vedo lora di farlo. E un posto di cui vale la pena scrivere. 

&lt;b&gt;Hai già unidea?&lt;/b&gt;

No, non ancora, perché scriverò ancora un romanzo storico, Ma poi sì, spero di iniziare a scrivere qualcosa che riguardi lIrlanda di oggi.

&lt;b&gt;Puoi darci unanticipazione del tuo prossimo romanzo storico?&lt;/b&gt;

Ho cominciato a scrivere un libro che riguarda una persona realmente vissuta, un drammaturgo che morì agli inizi del ventesimo secolo. E nellultimo anno della sua vita ebbe una tempestosa relazione segreta con una donna più giovane, unattrice dellAbbey Theatre. Lei cattolica, lui protestante e appartenente alla classe dei proprietari terrieri. Sto pensando di scrivere un romanzo sulla loro relazione.

&lt;b&gt;Dunque sarà la terza parte della trilogia iniziata con &lt;/b&gt;Stella del mare&lt;b&gt;.&lt;/b&gt;

Sì, sarà la terza parte.

&lt;b&gt;In romanzi come &lt;/b&gt;Fine della strada&lt;b&gt;, &lt;/b&gt;Stella del mare &lt;b&gt;o lo stesso &lt;/b&gt;Redemption falls&lt;b&gt; le coincidenze sembrano giocare un ruolo importante. E solo un trucco letterario o cè qualcosa di più?&lt;/b&gt;

Penso derivi dal fatto di essere cresciuto in una città piccola. Lo scopri andando in giro per Dublino per qualche giorno. È colpa della geografia di Dublino le coincidenze accadono in continuazione. Quindi penso sia  probabilmente dovuto dalla mia cultura.

&lt;b&gt;Nei tuoi ultimi lavori si scorge il tentativo di abbracciare la realtà completamente, per quanto sia  possibile. Pensi sia un elemento fondamentale nella stesura di un romanzo?&lt;/b&gt;

E fondamentale per me. Altre persone fanno diversamente, e molto bene. Ma è il tipo di scrittura dal quale sono stato attirato negli ultimi anni. Perché cè una tale tensione tra il modo nel quale noi ci presentiamo al mondo e quello che invece siamo, che già ci sono due personaggi.  Cè un modo di presentarci ai bambini, se ne abbiamo. E ce nè un altro per tua moglie, tuo marito, tutte le persone che pensi ti conoscano. Ognuna di loro ha la propria versione di te. Potresti scrivere un intero romanzo con centinaia di personaggi, tutti basati su una sola persona.

&lt;b&gt;In un&apos;intervista hai affermato che un romanzo è come un brano musicale. Che tipo di musica rappresentano i tuoi libri?&lt;/b&gt;

Credo che gli ultimi due libri siano stati come sinfonie. Sono lunghi, epici, lirici. Ma spero che il prossimo sia come una ballata irlandese: molto direttocorto e con semplici scintille, e fine della storia. 
Penso comunque che questo sia un modo utile di pensare un libro. Chiedere a te stesso che musica stai suonando. Io lo faccio. E naturalmente ogni libro dovrebbe avere una musica. Una delle cose belle del linguaggio è il suono stesso. Sai, il suono lampeggia. Così devi scrivere in un modo tale che il lettore possa sentire il suono. Puoi fare molto per stabilire il tono emotivo della scena a seconda del tipo di parole che scegli. Penso a questo continuamente, assieme alla storia, allo sviluppo dei personaggi e a tutto il resto. E molto difficile. Scrivere è un lavoro terribile.

&lt;b&gt;Terribile?&lt;/b&gt;

Orribile. Ricordo quando vivevo a Londra, e vicino a dove stavo cera un fornaio. E alle sette del mattino lo sentivo arrivare al lavoro, alzare la serranda, e poco dopo potevi annusare il delizioso profumo del pane. E alle nove apriva il negozio, arrivava la gente che comprava tutto il pane. Chiudeva a mezzogiorno. E io invidiavo quelluomo così tanto, pensavo facesse una cosa tanto utile. La gente poteva mangiare sempre il pane, faceva una cosa meravigliosa. E qualcuno lo pagava ogni giorno per questo. E io stavo lì cercando di scrivere un romanzo, senza sapere se nessuno mai lo avrebbe voluto. E difficile, ma è anche divertente allo stesso tempo. 

&lt;b&gt;Hai detto inoltre che la letteratura può cambiare il mondo&lt;/b&gt;

Beh, penso che dovresti crederlo, sia che questo conti qualcosa o meno. A volte non ne sono sicuro. Ma credo che possa cambiare il mondo un po alla volta, cambiando la nostra percezione delle cose. E alcuni dei cambiamenti più radicali della mia vita sono accaduti nello spazio privato che esiste tra lo scrittore e il lettore. Puoi gettare nuova luce sulle cose, mostrare le cose alla gente sotto una luce diversa. 

&lt;b&gt;Pensi che i romanzi storici possano cambiare le cose in modo più efficace?&lt;/b&gt;

Dipende da come si fa. I romanzi storici possono rivelare il fatto che molte delle cose che affrontiamo oggi le abbiamo già conosciute nel passato. Nellottocento enormi masse di emigranti partirono da tutta Europa verso gli Stati Unitii rifugiati, il terrorismola carestia irlandese. Queste cose accadono nel mondo adesso, e a volte è utile vedere come furono affrontate nel passato.

&lt;b&gt;Qualcosa cosa come &lt;i&gt;Historia magister vitae&lt;/i&gt;...&lt;/b&gt;

Sì, interamente. Voglio dire, non sono sicuro di quanto funzioni, ma sono daccordo. 

&lt;b&gt;Hai intitolato il tuo ultimo libro &lt;/b&gt;Redemption falls&lt;b&gt;. Credi nella redenzione?&lt;/b&gt;

Sì, credo nella possibilità di una redenzione. Voglio dire, se non ci credessi credo non uscirei dal letto la mattina, standomene lì con una bottiglia di gin e le coperte sopra la testa. Devi credere che tempi migliori stiano arrivando. Io ci credo, anche politicamente. Credo che luomo sarà ancora qui fra 500 anni, e il mondo sarà un posto molto più giusto.
Penso che noi scopriremo che Marx aveva ragione su molte cose, e che lunico modo che noi abbiamo per continuare a esistere sia diventare più redistributivi. Non deve essere per forza chiamato comunismo, non importa come si chiama, ma credo che scopriremo che non possiamo continuare in questo modo, con la vasta maggioranza della ricchezza posseduta da una piccola minoranza di uomini. Penso che i giovani si accorgano di tutto questo, e quindi siano interessati alla politica ambientalista e no global. La gente dice che i giovani non sono interessati alla politica, ma in realtà sono molto più idealisti e ambiziosi, hanno unidea più ampia di democrazia che non si riduce al decidere quale tipo di manager guiderà il paese. Per questo ho fiducia nel futuro. 
Forse mi sto sbagliando ma aver fiducia è qualcosa che devi pur fare. </text_more></entry>
<entry id='2353' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2353' author_id='1' authored_on='20070828003951' basename='linutile_saga_quarantennale_di' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070828003951' modified_on='20070828004109' ping_count='151' status='2' title='L&apos;inutile saga quarantennale di Pamela Anderson' week_number='200735'><excerpt>di &lt;b&gt;G. Genna&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;pamelaandersonmini.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/pamelaandersonmini.jpg&quot; width=&quot;50&quot; height=&quot;72&quot; border=&quot;1&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt;[...] Il mio astio che trovò adeguati sfoghi: Pamela Anderson ottenne il prestigioso riconoscimento dei Razzie Awards per il peggior esordio cinematografico, grazie a un capolavoro che supera le categorie di trash e camp, &lt;i&gt;Barb Wire &lt;/i&gt;del 1996...</excerpt><text>di &lt;a href=&quot;http://www.giugenna.com&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Giuseppe Genna&lt;/a&gt;

&lt;img alt=&quot;pamelaanderson.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/pamelaanderson.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;189&quot; border=&quot;1&quot; hspace=6 vspace=2 align=right /&gt;Nonostante sia legittimo che non freghi a nessuno, Pamela Anderson è una mia ossesione, lo giuro. Emersa nel momento giusto per lei ma sbagliato per me, questa nutrice globale che ha fatto del seno unicona (anzi: due), di potenza tale da superare ogni felliniana predilezione, ha avuto un effetto devastante sulla mia vita intima e credo sia tuttora una delle cause scatenanti del perenne stato di single in cui verso. A quei tempi, cioè lera di &lt;i&gt;Baywatch&lt;/i&gt;, il serial tv più inutile della storia (a parte &lt;i&gt;Una pupa in libreria&lt;/i&gt;, protagonista la medesima Pamela), in quellepoca di lucori epidermici e di superseni lucidi come se qualcuno ci avesse passato sopra il Fabello, i miei amici erano ipnotizzati dai suoi mitologici airbag carnosi, irriverenti, tridimensionali, quasi pronti a pressare lo schermo e a spaccarlo. Sorvolo sulla qualità umana dei miei amici di quellepoca, ma è un fatto che quelle protesi naturali incantavano mezzo mondo e scatenavano linvidia dellaltra metà.</text><text_more>Lo scrivente, ai tempi, come del resto tuttora, era vittima di una tipologia androgina, polarmente opposta alla burrosa carnosità di questa Valeria Marini plasticata e sberluccicante, il cui sorriso esigeva occhiali filtranti antiradiazione. Avvilito dallentusiasmo dei miei intimi per Pamela, versai in una solitudine nerissima. Cercavo un ideale di donna che sfiorava lefebico ed ero nato fuori tempo massimo e nel Paese sbagliato. Carico di spiegabile astio, osservai attentamente le evoluzioni dei primi quarantanni di questo fantasma mediatico, di questo ammasso di carne che nessuno aveva testimonialmente toccato. Astio che trovò adeguati sfoghi: Pamela Anderson ottenne il prestigioso riconoscimento dei Razzie Awards per il peggior esordio cinematografico, grazie a un capolavoro che supera le categorie di trash e camp, &lt;b&gt;Barb Wire &lt;/b&gt;del 1996. La sua vita professionale mi stimolava a unesercizio di sadismo voyeuristico. Speravo che la leggenda metropolitana del seno siliconato esploso a bordo di un boeing colpisse anche lei. Questaspettativa poteva benissimo non essere soddisfatta: bastava scrutare lottovolante della sua vita sentimentale, per trarre soddisfazione, mentre la mia androgina, che appassionatamente ricerco ponendomi nello spettro che va dallidealizzazione romantica allidiozia pura, non si appalesava. Il mio astio perseguitava Pamela Anderson: la diva si imponeva una vita erotica agitata quanto quella sentimentale  disastrosamente agitata. Con Bret Michaels dei Poison è andata malissimo, con Tommy Lee dei Motley Creu anche peggio. Sia a Tommy sia a Pamela piacevano molto i tatuaggi e decisero di farsene un tot, scambiandosi lago. Risultato: Pamela contrasse lepatite C, e per di più si lasciò con Tommy. Va detto che a questo punto la Anderson aveva toccato lipogeo dello spettacolo: sia con Bret sia con Tommy, epatite C a parte, girò film porno dilettanteschi. Non si hanno notizie di Razzie Awards per pessimi esordi nel cinema a luci rosse. Poi, di colpo, un classico: si è fatta vegetariana. Non sembra avvizzirsi Pamela: ai Golden Globe è apparsa in splendida forma, dentuta e popputa per il mio disdoro. Non si vergogna a dichiararsi single, ed è destino che io abbia qualcosa in comune con lei. Non i due figli splendidi che io non ho (va detto che non ne sono il padre). Ho fatto pace con la sua icona: la mia androgina non arriverà mai, io continuerò a restare un idiota romantico che disdegna i seni prorompenti, e la colpa (devo ammettere) non è di Pamela Anderson. Auguri quindi alla Gradisca hollywoodiana!</text_more></entry>
<entry id='2354' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2354' author_id='1' authored_on='20070829003158' basename='il_paradosso_mercantilista_lo' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070829003158' modified_on='20070829084631' ping_count='190' status='2' title='Il paradosso mercantilista: lo Stato finanzia Wall Street' week_number='200735'><excerpt>di &lt;b&gt;T. Pulsinelli&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;wallstreetcrashmini.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/wallstreetcrashmini.jpg&quot; width=&quot;50&quot; height=&quot;71&quot; border=&quot;0&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt;La crisi del settore inmobiliario degli Stati Uniti, che covava sotto la cenere mediatica da molto tempo, ma veniva sistematicamente ignorata o minimizzata. Ora che lesplosione è avvenuta, emergono le caratteristiche distruttrici di un collasso che sta facendo tremare il cosiddetto sistema finanziario internazionale...</excerpt><text>&lt;img alt=&quot;wallstreetcrash.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/wallstreetcrash.jpg&quot; width=&quot;190&quot; height=&quot;107&quot; border=&quot;0&quot; hspace=6 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;b&gt;Tito Pulsinelli&lt;/b&gt;

Negli Stati Uniti, dallinizio dellanno il settore finanziario ha licenziato 88.000 funzionari ed impiegati, mentre nel 2006 persero il lavoro 50.237 persone. I licenziamenti dallinizio di agosto sfiorano i 21.000 (1).
Cè stata una forte impennata nellesecuzione dei pignoramenti ed espropriazioni di appartamenti ed edifici: 179.600 nel solo mese di luglio. Il senatore C. Dodd retiene che da uno a tre milioni di persone potrebbero perdere la loro casa.
Queste poche cifre indicano con chiarezza la gravità della crisi del settore inmobiliario degli Stati Uniti, che covava sotto la cenere mediatica da molto tempo, ma veniva sistematicamente ignorata o minimizzata. Ora che lesplosione è avvenuta, emergono le caratteristiche distruttrici di un collasso che sta facendo tremare il cosiddetto sistema finanziario internazionale.</text><text_more>I furbetti della bolla immobiliaria, vale a dire gli usurai globali che avevano gonfiato allinfinito il valore dei titoli dellindustria del mattone, oggi alzano bandiera bianca. La bolla gli è scoppiata in faccia perché non cè più una relazione credibile tra il valore di un edificio reale e quello dei titoli che li rappresentano. 
Una cosa è un edificio, altro sono i titoli immobiliari o gli &lt;i&gt;hedge funds &lt;/i&gt;che li assicurano; una cosa è leconomia reale altro è leconomia cartacea del capitalismo globalista. Tra le due cè un abisso, su cui regna sovranamente la plutocrazia finanziaria.
A differenza delle favole, però, i mega-speculatori vengono premiati. In loro soccorso arriva a sirene spiegate la crocerossa delle banche centrali che usano con gran disinvoltura i denari dellerario pubblico. Immissione di liquidità nel mercato viene definito il salvataggio dei pirati nel gergo dei bassifondi bancari: grazie finanziamento pubblico! E il male minore si affrettano a dire senza pudore.
La Banca Centrale Europea (BCE) finora ha sganciato 120 miliardi di dollari per soccorrere i truffatori doltreoceano e i loro compari speculatori delle banche europee. Si premiano gli infami, li si incoraggia a perseverare. E una autentica istigazione a delinquere.
Siamo al teatro dellassurdo o al funerale del buon senso: i negatori radicali di ogni intervento publico nelleconomia sono provvidenzialmente salvati con quantità industriali di denaro pubblico. I becchini dello Stato succhiano avidi le sue mammelle.
Si tratta dello stesso denaro che - in nome della autonomia delle banche centrali - sarebbe irresponsabile destinare alle pensioni, al sistema sanitario o educativo. 
Le classi dirigenti della politica sono ridotte ad eseguire le deliberazioni prese in occulta sede dal potere reale del mondo: sono semplici notai o scrivani delle periferie imperiali.
Il dogma neoliberista proibisce salvare lAlitalia o le industrie nazionali, ma è molto zelante e servile con gli speculatori, si chiamino Parmalat o Borsa. Il libero mercato è un modello teorico che sopravvive solo nelle facoltà di economia o nelle redazioni. Non è un caso che R. Murdoch, il satrapo della comunicazione planetaria, abbia appena comprato il &lt;i&gt;Wall Street Journal.&lt;/i&gt; Linterventismo statale, che si manifesta con le odierne alluvionali immissioni di liquidità, ci dice che il libero mercato non esiste. Non è un mercato, tantomeno è libero. E solo una ideologia millenarista delle &lt;i&gt;élites&lt;/i&gt;, riemergente in ogni finale di secolo.
Il malconcio sistema finanziario internazionale e la credibilità del dollaro - ormai seriamente compromessa anche a livello di immagine - sono momentaneamente puntellati dalle riserve monetarie delle Banche centrali del G7. Impazzano i poeti della volatilità, e cè una proliferazione di eufemismi e metafore scadenti per occultare questa realtà, o per minimizzarne le conseguenze.
I più arditi, come al solito &lt;i&gt;post festum&lt;/i&gt;, segnalano le carenze di strumenti giuridici per poter controllare i corsari delle Borse, ed invocano la necesità di domare le finanze che mischiano temerarietà ed avidità (2). 
I più coraggiosi puntano il dito contro il monopolio delle tre agenzie qualificatrici di rischio, ma dimenticano che Standard &amp; Poors, Moodys e Fitch agiscono con molta solerzia quando si tratta di dare le pagelle ai Paesi indebitati del mondo non indusrializzato, non altrettanto con i consorzi privati multinazionali. E tacciono sul fatto che hanno infiltrato le presidenze delle autonome banche centrali. I tre qualificatori non sono arbitri, tantomeno imparziali, ma azionisti e biscazzieri dei casinò in cui smerciano le loro &lt;i&gt;fiches &lt;/i&gt;corporative.
Tutti i politici di Washington, da Obama alla coppia Clinton, esigono allunisono che la Cina proceda &lt;i&gt;ipso facto &lt;/i&gt;alla rivalutazione della sua moneta, unico modo - a loro dire - per bloccare la sleale concorrenza, frenare le esportazioni cinesi e favorire quelle statunitensi. Ignorano che negli ultimi due anni il &lt;i&gt;renmimbi &lt;/i&gt;si è rivalutato del 10% sul dollaro, ma questo non è servito a nulla, e il bilancio favorevole alla Cina continua a sfiorare i 27 miliardi. Ancora una volta: che fine ha fatto il libero mercato? 
Dalle cronache minimaliste di questa afosa fine estate, si apprende che la Cina avrebbe in mano il pallino. Con 1,3 bilioni di dollari stivati nelle sue riserve monetarie - di cui 900 miliardi in un mix di buoni della tesoreria e titoli -  stringe in una morsa ferrea i testicoli della Riserva Federale. Come si muove, strilla.
Bloccano gli infetti giocattoli Mattel? Rispondono mettendo al bando derivati agricoli arricchiti con troppo alluminio.
Gli afoni vati della volatilità si affannano a spiegare che non cè problema, che la Cina non può liberarsi a cuor leggero del cartaceo-USA senza deprezzare il suo malloppo, cioè senza danneggiare le sue esportazioni e riserve monetarie. In sostanza: chi ci smenerebbe di più?
Dacchitto, però, balza alla vista che la salute degli Stati Uniti sta nelle mani dei barbari dOriente, e questo non è proprio un bel vedere! 
La sostanza sarebbe questa: i cinesi ci smenano di più accettando limposizione di rivalutare il renmimbi o liberandosi gradualmente dei titoli e della valuta degli Stati Uniti? Questa è la questione.
Da una parte cè la possibilità di scegliere tra rivalutazione della propria moneta o svalutazione di quella del debitore, ma dallaltra cè solo la prospettiva della recessione e delleclisse definitivo del dollaro. Comunque vadano le cose, da un lato si profila un perdente sicuro, dallaltro cè un giocatore con varie giocate a disposizione, e che potrebbe limitare i propri danni. Fino a quando potranno contare sulle trasfusioni ematiche delle autonome Banche centrali del Giappone e dell Europa? 
La &lt;i&gt;fiction &lt;/i&gt;globalista, dopo i fasti delle scorribande filibustiere che sbancavano le economie latino-americane e dei piccoli e grandi dragoni, ebbra di effetti tequila e vodka, oggi non può più occultare lingovernabilità di un caos che ha varcato persino il perimetro del santuario di Wall Street. 
La plutocrazia finanziaria riparata sotto lombrello del G7, ha fatto del dogma neoliberista il suo grido di guerra, ma i dogmi vanno bene per le religioni, non per la politica economica, nè per armonizzare il mondo e rendere più vivibile lesistenza del pianeta e degli umani.
Giocano con la logica del tutto o niente, e brandiscono la mannaia apocalittica del muoia Sansone con tutti i Filistei. Ormai, però, non sono più gli unici giocatori globali, né i più importanti: lunilateralismo è fallito nella geopolitica, nella guerra e nelleconomia. Attorno al tavolo ci sono almeno altri 4 giocatori globali. 
Gli Stati Uniti devono mettere ordine nei propri conti, abbandonare un sistema di vita depredatore, e rassegnarsi che non si può vivere eternamente al di sopra dei propri mezzi. Sono passati 60 anni da quando producevano il 60% delle mercanzie circolanti nel globo; oggi sono il Paese più inebitato del mondo.
Sarà sempre più difficile nel futuro sopravivere accumulando irresponsabilmente debiti. Non basta più uneconomia cha ha come caposaldo la produzione di manufatti bellici sofisticati, i &lt;i&gt;loisirs &lt;/i&gt;di Hollywood, e la produzione incontrollata di cartamoneta e titoli. Né una geopolitica ispirata al vandalismo inconcludente e velleitario, che sistematicamente si sopravvaluta, ma è incapace di affermarsi persino su piccole nazioni rovinate da due guerre perdute, comè quella iraqena. 
Lesportazione del suo sistema produttivo ha generato gran dipendenza e una innegabile vulnerabilità alle mosse di Pechino. E un segreto pubblico che è arrivato a conoscenza della plebe globale. E il caso di dire che grande è il disordine sotto il cielo, la situazione è eccellente.

&lt;i&gt;(1) Studio di Challenger, Gray and Christmas 
(2) Bernard Connolly, da &lt;/i&gt;The Daily Telegraph &lt;i&gt;(20/8/07)&lt;/i&gt;</text_more></entry>
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<entry id='2356' allow_comments='0' allow_pings='1' author_id='1' authored_on='20070830101357' basename='consolidamento_del_polo_sudamericano' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070830101357' modified_on='20070830102644' ping_count='0' status='1' title='Consolidamento del polo sudamericano' week_number='200735'><excerpt>di &lt;b&gt;Tito Pulsinelli&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;sudamericamini.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/sudamericamini.jpg&quot; width=&quot;50&quot; height=&quot;70&quot; border=&quot;1&quot; hspace=2 vspace=2 align=right/&gt;Loccupazione coloniale dellIraq ci dice che gli Stati Uniti, quando tirano troppo la coperta sul Medioriente lasciano scoperti i piedi, ossia il cortile di casa. Questa è lattuale rapporto di forza, che rende possibile lesistenza di governi recalcitranti in misura variabile verso lortodossia neoliberista...</excerpt><text>&lt;img alt=&quot;kirchnerchavez.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/kirchnerchavez.jpg&quot; width=&quot;180&quot; height=&quot;180&quot; border=&quot;0&quot; hspace=8 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;b&gt;Tito Pulsinelli&lt;/b&gt;
&lt;i&gt;[da &lt;a href=&quot;http://www.selvas.org&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;www.selvas.org&lt;/a&gt;]&lt;/i&gt;

Le maestose cascate di Iguazu - laddove combaciano le frontiere tra lArgentina, Brasile e Paraguay- sono state lo scenario di un evento geopolitico di rilevante proiezione a breve termine.
Il Venezuela è entrato nel polo del Mercato del sur (Mercosur), area economica imperniata attorno alla nona economia del mondo il Brasile- cui fanno capo lArgentina, Uruguay e Paraguay, con Cile e Bolivia come membri associati.
Ha destato scalpore che anche il Messico abbia inoltrato la richiesta per associarsi a questo più che incipiente blocco sudamericano. Ad Iguazu erano presenti per la prima volta- delegazioni della Cina e Singapore per seguire da vicino questo vertice che ha impresso unaccelerazione significativa al consolidamento del blocco del sud, che adesso può contare anche sul decisivo apporto energetico e di materie prime del Venezuela.</text><text_more>E stato firmato un accordo tra Argentina e Venezuela in materia energetica che prevede la costituzione di una compagnia petrolifera inter-statale (Petrosur) aperta agli altri paesi della regione, concepita come uno strumento di autonomia energetica rispetto alle multinazionali del nord; e un convegno tra i due canali televisivi statali che deve sfociare in un network sudamericano. La nuova flotta di petroliere sarà costruita nei cantieri navali argentini.
Appare con tutta evidenza che lALCA è effettivamente tramontata un decennio dopo il suo spettacolare lancio pubblicitario. Il modello di integrazione proposto dagli Stati Uniti è caduto nel vuoto perchè è stato recepito come uno strumento di annessione non solamente dei mercati, ma dellintero spazio sociale continentale. Nella sua parte meridionale, si è progressivamente rafforzatato un fulcro di aggregazione economica di ragguardevole statura, trovando nel Mercosur il veicolo più idoneo per costituire una prima alternativa allALCA.
Il passo in avanti dato dal Venezuela segna inevitabilmente anche il destino della Comunità Andina di Nazioni (CAN), condannata così a confluire nel Mercosur o a scomparire. A poco serviranno le resistenze colombiane ora che Venezuela e Bolivia sono parte attiva del Mercosur.
Si riconferma laspetto vieppiù velleitario dellattuale dottrina imperiale unipolare. La superiorità nelle arti marziali ottenuta con investimenti statali senza precedenti nel complesso militar-industriale cioè indebitamento- si dimostra agevolmente sufficiente nella conquista degli spazi geografici, ma si impantana nella fase in cui -per consolidare lacquisizione- bisogna catturare la mente e il cuore delle società invase.

&lt;b&gt;Il nuovo slancio geo-politico&lt;/b&gt;
Loccupazione coloniale dellIraq ci dice che gli Stati Uniti, quando tirano troppo la coperta sul Medioriente lasciano scoperti i piedi, ossia il cortile di casa.
Questo è lattuale rapporto di forza, che rende possibile lesistenza di governi recalcitranti in misura variabile verso lortodossia neoliberista e, contemporaneamente, il protagonismo crescente dei movimenti sociali dei cossiddetti senza: senza lavoro, senza terra, senza casa, senza cibo, senza istruzione e senza diritti. Il 70% dei lavoratori latinoamericani gravitano nelleconomia informale: la flessibilizzazione è al top, più di così si muore.
Lunipolarismo del clan fodamentalista attualmente ai vertici degli Stati Uniti è un estremismo che erroneamente fa della superiorità militare e dellaccaparramento delle risorse energetiche- lelemento decisivo nella contesa per legemonismo assoluto con il blocco europeo e asiatico.
Se prendiamo in considerazione il BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) e il mondo arabo, non è difficile convincersi che il mondo è una realtà multipolare.
Laltro dato che emerge da Iguazu è la ripresa delliniziativa globale e la capacità di elaborazione geo-politica nellAmerica meridionale, che si è ulteriormente incrementata dopo il fallimento inoccultabile delle ultime adunanze dellOMC e le resistenze che sta incontrando lFMI in Argentina.
Ad Iguazu ha preso forma e vita un soggetto socio-economico che ha come principio guida la priorità della coperazione sud-sud, tanto che Cina, India e Sudafrica sono riferimenti concreti, punti nodali per riequilibare gli scambi commerciali con il nord sviluppato, e per trattare da posizioni di maggior forza -cioè come blocco- con la nuova istituzionalità della globalizzazione: FMI, OMC, Banca Mondiale e Pentagono, e con le stessa ONU.
Il Sudamerica è strutturato attorno alla catena delle Ande, autentica colonna vertebrale geopolitica: chi la controlla militarmente, controlla la regione. Limpero spagnolo si sgretolò dopo che la scintilla insurrezionale che Bolivar fece scoccare a Caracas si propagò a Bogotà, Quito, poi la Bolivia, fino allestremo sud peruviano. Le Ande sono il punto nevralgico, ed anche oggi rappresentano uno spartiacque tra la zona integrazionista e quella ad automatico allineamento con limpero.

&lt;b&gt;La dorsale armata&lt;/b&gt;
Nel settore andino del Pacifico -Colombia, Ecuador, Bolivia, Perù e Cile- gli Stati Uniti stanno cercando di far sopravvivere lALCA sotto la forma di trattati bilaterali di libero commercio.
I governi di Santiago del Cile, Lima , Quito e Bogotà hanno mostrato ampia disponibilità, così come la volontà di mantenere ad ogni costo in vigore loltranzismo liberista.
Il Pentagono, per controbilanciare il crescente autonomismo integrazionista o laperto antimperialismo dellaltro versante andino, ha predisposto due roccaforti blindate, politicamente incondizionali e militarmente poderose.
La Colombia ha subordinato le proprie forze armate al Comando sud degli Stati Uniti. Non vi è alcun dubbio che loligarchia colombiana che è stata capace di schierarsi dalla parte degli inglesi durante la guerra delle Malvine, oggi è disponibile ad aggredire il Venezuela, prestando il proprio territorio confinante e i paramilitares riciclati -dopo limminente amnistia- in contrattisti.
La disponibilità di Uribe ad una riedizione aggiornata del copione collaudato contro i sandinisti va di pari passo con la repressione interna, che si è concretizzata in due milioni di sfollati dalle zone rurali, fenomeno caratterizzato dallONU come catastrofe umanitaria.
La destra colombiana si spingerebbe volentieri oltre, ma la precaria situazione interna di virtuale dualità del potere rende impossibile qualsiasi aggressione militare esterna. Rischierebbero di perdere la capitale, e la zona centrale potrebbe cadere nelle mani delle guerriglie.
Il Pentagono vuole usare la Colombia come retroguardia per esportare il terrorismo dei paramilitares e fomentare la conformazione di un enclave petrolifero costituito dai territori dei due lati della frontiera. Ritagliare un nuovo Panama che contenga il petrolio del lago di Maracaibo e del Santander.
Laltro bastione del Pentagono è il Cile, provato con una trentennale fedeltà firmata da Pinochet con il sangue dei massacrati, con cui si tenne a battesimo il nascente neoliberismo. Il recente riarmamento dellesercito con tenologia avanzata, e laumento del raggio dazione dellaviazione cilena dotata di F16, sottolineano il suo ruolo di gendarme regionale del Cono sud.
Sono noti i contrasti storici esistenti tra la Bolivia e il Cile, e meno noto il recente schieramento di truppe cilene lungo la frontiera, come forma di pressione dissuasiva sul governo di La Paz.
Non si tratta affatto di anacronistici contrasti retaggio di un remoto passato ma, tanto per variare, di ragguardevoli giacimenti gasiferi, e quale rotta debbono prendere i gasodotti: verso il Cile o verso il Perù.
Cè di mezzo un referendum in cui i boliviani a breve decideranno la validità della svendita firmata a favore delle multinazionali e lauspicata nazionalizzazione dellidrocarburo.
Pochi dubitano che gli Stati Uniti useranno le forze armate cilene nel caso in cui il movimento sociale boliviano manterrà il gas fuori della loro portata e delle loro industrie.
Tra le due roccaforti imperiali agli estremi delle Ande, si staglia lesplosiva situazione dellEcuador e della Bolivia, agitati da movimenti che hanno imposto la fuga di vari Presidenti, e che sono alla ricerca della capacità di sedimentare una coalizione sociale -e un programma politico- in grado di sottrarre almeno il potere politico alle oligarchie vassalle dellimpero.
In questi due teatri di operazione si gioca la possibilità reale di controllare compiutamente le Ande e far sì che possa controbilanciare le spinte centrifughe regionali.
La situazione più critica, dove la posta in gioco è più alta perchè le priorità del Pentagono sono assolute, è quella della Bolivia. Con landazzo iraqeno e la piega che hanno preso gli avvenimenti in Venezuela, la geopolitica imperiale dellidrocarburo non può permettersi di perdere il controllo di un paese come la Bolivia che, letteralmente, galleggia sopra un mare di gas.
Laltro cuneo di discontinuità è il movimento ecuadoriano che si è sottratto allabbraccio vampiresco di Lucio Gutierrez. La partita è aperta, ora si trova nella fase di ricollocazione strategica ed accumulazione delle forze, alla vigilia di una nuova offensiva, indispensabile in un paese dove gli emigrati sono i primi generatori del reddito nazionale.

&lt;b&gt;Terreno fertile per le alleanze&lt;/b&gt;
Il vento del cambiamento che soffia nel sud , si rafforzerà in Uruguay dove la sinistra del Frente Amplio è sul punto di vincere le elezioni presidenziali; e lambisce persino laltipiano azteca, dove fanno carte (giudiziarie) false per tentare di tagliare le ali a Lopez Obrador e stopparlo nella corsa presidenziale.
Non sono certo da sopravalutare le possibilità di manovra dei governi in una regione dove  più che altrove - il potere politico è subordinato ai poteri finanziari autoctoni ed internazionali. Il debito estero è un nodo scorsoio che regola la quantità di ossigeno che lusuraio lascia pervenire alle economie vittime: quel poco che basta per non tirare le cuoia e continuare a pagare.
Giova ricordare il destino riservato al Perù dopo che il Presidente Alan Garcia dichiarò coraggiosamente la moratoria sul debito estero: strangolamento economico e sopravvento della dittatura liberista di Fujimori. Non è possibile scontrarsi solitariamente con lFMI.
La sostanziale sospensione del rimborso del debito praticata negli ultimi due anni dallArgentina, si regge sullesplosione sociale di una società disintegrata dalla bancarotta neoliberista, nel momento in cui confiscavano persino i risparmi delle classi medie urbane.
Il consenso di Brasilia firmato dal Brasile ed Argentina è il primo tentativo di porre dei paletti allFMI, subordinando il pagamento del debito ad una crescita minima delleconomia. Se non aumenta il PIL è impossibile pagare, e bisogna destinare le risorse agli investimenti produttivi e alla spesa sociale.
Isolatamente è impossibile scontrarsi frontalmente con lFMI e gli azionisti di maggioranza del G7. Il blocco sudamericano, paradossalmente, ha nelle sue mani una formidabile arma di distruzione di massa: concentra una quota massiccia del debito estero.
Solo con una maggiore integrazione nelle politiche commerciali, economiche, sociali e militari può negoziare con successo con i poteri forti del mondo, e giocare una scommessa vitale. Tra il debitore isolato inadempiente e lusuraio, il problema è tutto del debitore. La cosa cambia quando un club di debitori recalcitranti riesce ad imporre delle condizioni, solo allora diventa un problema dellusurario.
Gli imperi cominciano a collassare quando scoppiano crisi incontrallabili alla loro periferia. Limpantanamento militare in Afganistan ed Iraq è solare.
Lelegante signore designato Presidente non va oltre le funzioni di sindaco della capitale del non-Stato afgano, alle cui porte comincia il regno fiorente dei clan che questanno hanno avuto un raccolto record di oppio. Slittano a data da destinarsi le elezioni e/o un loro surrogato.
In Iraq è sbarcato il nuovo plenipotenziario Negroponte con una dote di ben 186 miliardi di dollari. Costui è un veterano del gioco duro che si è fatto le ossa in Centroamerica, nellepoca dorata degli squadroni della morte e di ufficiali adusi alla filosofia della terra bruciata.
Riuscirà Negroponte a riattivare celermente lindustria petrolifera e far implodere lOPEC? Potrà smembrare lIraq in tre staterelli (kurdo, sciita e sunnita) senza che scendano in campo i turchi, gli iraniani e i siriani? Per ora, lunica cosa certa è che lapplicazione della terapia polacca per una rapida privatizzazione della società iraqena ha generato il caos: manca lacqua potabile e lelettricità.

&lt;b&gt;Scuse e accuse preventive&lt;/b&gt;
Nella periferia continentale, gli Stati Uniti stentano a fare una lettura corretta del nuovo panorama che si è delineato. Il generale Hill, capo del Comando sud, segnala come minaccia emergente il cambio della relazione di forza determinato dai nuovi movimenti, e lintreccio di queste formidabili reti sociali con i governi regionali non allineati.
Il nuovo nemico si chiama populismo radicale, e il generale si spinge a includervi anche le critiche alla validità delle riforme neoliberali contenute nel consenso di Brasilia firmato da Lula e Kirchner nel 2003.
Il Pentagono ribadisce le tradizionali minacce emisferiche rappresentate dal narcotraffico e dalla guerriglia, aggiungendovi il populismo radicale, in uno sforzo di omologazione ed assimilazione assai superficiale e sospetto.
La responsabilità del fenomono ricadrebbe su alcuni dirigenti che in America Latina sfruttano le frustrazioni causate dalla disuguaglianza sociale ed economica per rafforzare le loro posizioni radicali ed alimentare sentimenti anti-USA.
Il nuovo vento del sud, il vertice di Iguazu e la prorompente forza delle reti sociali continentali, è qualcosa di più e di diverso da una fenomonolgia collaterale al narcotraffico. La corrente integrazionista che si propaga lungo lasse Caracas-Brasilia-Buenos Aires difficilmente può essere ridotta alleccessivo e scorretto protagonismo di alcuni dirigenti o a una specie di nuovo cartello di Medellin sociale.
Questa analisi della sociologia militare pentagonica è un abbaglio che confonde la causa con leffetto, perchè rifiuta pervicacemente di ammettere che il problema reale insorge quando la gente comune comincia ad utilizzare nuovi metodi per difendere i propri interessi (J.Auyero).
I leader sono una semplice conseguenza. Sarebbe impossibile, infatti, che Kirchner si comportasse come Menem o De La Rua senza imbattersi nellingovernabilità, o che applicasse qualche variante formale delle ricette di Cavallo senza andare incontro irrimediabilmente a nuove esplosioni sociali.
Gli spazi di manovra dei governi del populismo radicale sono quegli stessi creati dalloffensiva continentale dei movimenti anti-liberisti, il problema è che sappiano - e vogliano - utilizzarli con efficacia e determinazione.
Gli infortuni del generale Hill sono propri di chi si dibatte nel dilemma di un dominio che ha cessato di essere egemonia globale, capace di conservare il vantaggio strategico nei quattro continenti e di combatere vittoriosamente due guerre simultanee in due continenti diversi. Un conto è la dottrina enunciata da Rumsfeld altro è la realtà. Una cosa il dominio militare, altro legemonia globale.</text_more></entry>
<entry id='2357' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2357' author_id='1' authored_on='20070830104216' basename='consolidamento_del_polo_sudame' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070830104216' modified_on='20070904014806' ping_count='143' status='2' title='Consolidamento del polo sudamericano' week_number='200735'><excerpt>di &lt;b&gt;Tito Pulsinelli&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;sudamericamini.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/sudamericamini.jpg&quot; width=&quot;50&quot; height=&quot;70&quot; border=&quot;1&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt;Loccupazione coloniale dellIraq ci dice che gli Stati Uniti, quando tirano troppo la coperta sul Medioriente lasciano scoperti i piedi, ossia il cortile di casa. Questa è lattuale rapporto di forza, che rende possibile lesistenza di governi recalcitranti in misura variabile verso lortodossia neoliberista...</excerpt><text>&lt;img alt=&quot;kirchnerchavez.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/kirchnerchavez.jpg&quot; width=&quot;180&quot; height=&quot;180&quot; border=&quot;0&quot; hspace=8 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;b&gt;Tito Pulsinelli&lt;/b&gt;
(da &lt;a href=&quot;http://www.selvas.org&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;www.selvas.org&lt;/a&gt;)&gt;

[L&apos;autore dell&apos;articolo ci invita a precisare che il testo è del 2004, e che alcune valutazioni in esso contenute, a distanza di tre anni, andrebbero riviste - con particolare riguardo per la posizione del presidente Lula, che oggi pare voler fare del Brasile una potenza sub-imperiale, con un rapporto diretto con gli Stati Uniti. Per non parlare dei cambiamenti profondi intervenuti in Bolivia ed Ecuador.] &lt;b&gt;(V.E.&lt;/b&gt;) 
 
Le maestose cascate di Iguazu - laddove combaciano le frontiere tra lArgentina, Brasile e Paraguay- sono state lo scenario di un evento geopolitico di rilevante proiezione a breve termine.
Il Venezuela è entrato nel polo del Mercato del sur (Mercosur), area economica imperniata attorno alla nona economia del mondo il Brasile- cui fanno capo lArgentina, Uruguay e Paraguay, con Cile e Bolivia come membri associati.
Ha destato scalpore che anche il Messico abbia inoltrato la richiesta per associarsi a questo più che incipiente blocco sudamericano. Ad Iguazu erano presenti per la prima volta- delegazioni della Cina e Singapore per seguire da vicino questo vertice che ha impresso unaccelerazione significativa al consolidamento del blocco del sud, che adesso può contare anche sul decisivo apporto energetico e di materie prime del Venezuela.</text><text_more>E stato firmato un accordo tra Argentina e Venezuela in materia energetica che prevede la costituzione di una compagnia petrolifera inter-statale (Petrosur) aperta agli altri paesi della regione, concepita come uno strumento di autonomia energetica rispetto alle multinazionali del nord; e un convegno tra i due canali televisivi statali che deve sfociare in un network sudamericano. La nuova flotta di petroliere sarà costruita nei cantieri navali argentini.
Appare con tutta evidenza che lALCA è effettivamente tramontata un decennio dopo il suo spettacolare lancio pubblicitario. Il modello di integrazione proposto dagli Stati Uniti è caduto nel vuoto perchè è stato recepito come uno strumento di annessione non solamente dei mercati, ma dellintero spazio sociale continentale. Nella sua parte meridionale, si è progressivamente rafforzatato un fulcro di aggregazione economica di ragguardevole statura, trovando nel Mercosur il veicolo più idoneo per costituire una prima alternativa allALCA.
Il passo in avanti dato dal Venezuela segna inevitabilmente anche il destino della Comunità Andina di Nazioni (CAN), condannata così a confluire nel Mercosur o a scomparire. A poco serviranno le resistenze colombiane ora che Venezuela e Bolivia sono parte attiva del Mercosur.
Si riconferma laspetto vieppiù velleitario dellattuale dottrina imperiale unipolare. La superiorità nelle arti marziali ottenuta con investimenti statali senza precedenti nel complesso militar-industriale cioè indebitamento- si dimostra agevolmente sufficiente nella conquista degli spazi geografici, ma si impantana nella fase in cui -per consolidare lacquisizione- bisogna catturare la mente e il cuore delle società invase.
 
&lt;b&gt;Il nuovo slancio geo-politico&lt;/b&gt;
Loccupazione coloniale dellIraq ci dice che gli Stati Uniti, quando tirano troppo la coperta sul Medioriente lasciano scoperti i piedi, ossia il cortile di casa.
Questo è lattuale rapporto di forza, che rende possibile lesistenza di governi recalcitranti in misura variabile verso lortodossia neoliberista e, contemporaneamente, il protagonismo crescente dei movimenti sociali dei cossiddetti senza: senza lavoro, senza terra, senza casa, senza cibo, senza istruzione e senza diritti. Il 70% dei lavoratori latinoamericani gravitano nelleconomia informale: la flessibilizzazione è al top, più di così si muore.
Lunipolarismo del clan fodamentalista attualmente ai vertici degli Stati Uniti è un estremismo che erroneamente fa della superiorità militare e dellaccaparramento delle risorse energetiche- lelemento decisivo nella contesa per legemonismo assoluto con il blocco europeo e asiatico.
Se prendiamo in considerazione il BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) e il mondo arabo, non è difficile convincersi che il mondo è una realtà multipolare.
Laltro dato che emerge da Iguazu è la ripresa delliniziativa globale e la capacità di elaborazione geo-politica nellAmerica meridionale, che si è ulteriormente incrementata dopo il fallimento inoccultabile delle ultime adunanze dellOMC e le resistenze che sta incontrando lFMI in Argentina.
Ad Iguazu ha preso forma e vita un soggetto socio-economico che ha come principio guida la priorità della coperazione sud-sud, tanto che Cina, India e Sudafrica sono riferimenti concreti, punti nodali per riequilibare gli scambi commerciali con il nord sviluppato, e per trattare da posizioni di maggior forza -cioè come blocco- con la nuova istituzionalità della globalizzazione: FMI, OMC, Banca Mondiale e Pentagono, e con le stessa ONU.
Il Sudamerica è strutturato attorno alla catena delle Ande, autentica colonna vertebrale geopolitica: chi la controlla militarmente, controlla la regione. Limpero spagnolo si sgretolò dopo che la scintilla insurrezionale che Bolivar fece scoccare a Caracas si propagò a Bogotà, Quito, poi la Bolivia, fino allestremo sud peruviano. Le Ande sono il punto nevralgico, ed anche oggi rappresentano uno spartiacque tra la zona integrazionista e quella ad automatico allineamento con limpero.
 
&lt;b&gt;La dorsale armata&lt;/b&gt;
Nel settore andino del Pacifico -Colombia, Ecuador, Bolivia, Perù e Cile- gli Stati Uniti stanno cercando di far sopravvivere lALCA sotto la forma di trattati bilaterali di libero commercio.
I governi di Santiago del Cile, Lima , Quito e Bogotà hanno mostrato ampia disponibilità, così come la volontà di mantenere ad ogni costo in vigore loltranzismo liberista.
Il Pentagono, per controbilanciare il crescente autonomismo integrazionista o laperto antimperialismo dellaltro versante andino, ha predisposto due roccaforti blindate, politicamente incondizionali e militarmente poderose.
La Colombia ha subordinato le proprie forze armate al Comando sud degli Stati Uniti. Non vi è alcun dubbio che loligarchia colombiana che è stata capace di schierarsi dalla parte degli inglesi durante la guerra delle Malvine, oggi è disponibile ad aggredire il Venezuela, prestando il proprio territorio confinante e i paramilitares riciclati -dopo limminente amnistia- in contrattisti.
La disponibilità di Uribe ad una riedizione aggiornata del copione collaudato contro i sandinisti va di pari passo con la repressione interna, che si è concretizzata in due milioni di sfollati dalle zone rurali, fenomeno caratterizzato dallONU come catastrofe umanitaria.
La destra colombiana si spingerebbe volentieri oltre, ma la precaria situazione interna di virtuale dualità del potere rende impossibile qualsiasi aggressione militare esterna. Rischierebbero di perdere la capitale, e la zona centrale potrebbe cadere nelle mani delle guerriglie.
Il Pentagono vuole usare la Colombia come retroguardia per esportare il terrorismo dei paramilitares e fomentare la conformazione di un enclave petrolifero costituito dai territori dei due lati della frontiera. Ritagliare un nuovo Panama che contenga il petrolio del lago di Maracaibo e del Santander.
Laltro bastione del Pentagono è il Cile, provato con una trentennale fedeltà firmata da Pinochet con il sangue dei massacrati, con cui si tenne a battesimo il nascente neoliberismo. Il recente riarmamento dellesercito con tenologia avanzata, e laumento del raggio dazione dellaviazione cilena dotata di F16, sottolineano il suo ruolo di gendarme regionale del Cono sud.
Sono noti i contrasti storici esistenti tra la Bolivia e il Cile, e meno noto il recente schieramento di truppe cilene lungo la frontiera, come forma di pressione dissuasiva sul governo di La Paz.
Non si tratta affatto di anacronistici contrasti retaggio di un remoto passato ma, tanto per variare, di ragguardevoli giacimenti gasiferi, e quale rotta debbono prendere i gasodotti: verso il Cile o verso il Perù.
Cè di mezzo un referendum in cui i boliviani a breve decideranno la validità della svendita firmata a favore delle multinazionali e lauspicata nazionalizzazione dellidrocarburo.
Pochi dubitano che gli Stati Uniti useranno le forze armate cilene nel caso in cui il movimento sociale boliviano manterrà il gas fuori della loro portata e delle loro industrie.
Tra le due roccaforti imperiali agli estremi delle Ande, si staglia lesplosiva situazione dellEcuador e della Bolivia, agitati da movimenti che hanno imposto la fuga di vari Presidenti, e che sono alla ricerca della capacità di sedimentare una coalizione sociale -e un programma politico- in grado di sottrarre almeno il potere politico alle oligarchie vassalle dellimpero.
In questi due teatri di operazione si gioca la possibilità reale di controllare compiutamente le Ande e far sì che possa controbilanciare le spinte centrifughe regionali.
La situazione più critica, dove la posta in gioco è più alta perchè le priorità del Pentagono sono assolute, è quella della Bolivia. Con landazzo iraqeno e la piega che hanno preso gli avvenimenti in Venezuela, la geopolitica imperiale dellidrocarburo non può permettersi di perdere il controllo di un paese come la Bolivia che, letteralmente, galleggia sopra un mare di gas.
Laltro cuneo di discontinuità è il movimento ecuadoriano che si è sottratto allabbraccio vampiresco di Lucio Gutierrez. La partita è aperta, ora si trova nella fase di ricollocazione strategica ed accumulazione delle forze, alla vigilia di una nuova offensiva, indispensabile in un paese dove gli emigrati sono i primi generatori del reddito nazionale.
 
&lt;b&gt;Terreno fertile per le alleanze&lt;/b&gt;
Il vento del cambiamento che soffia nel sud , si rafforzerà in Uruguay dove la sinistra del Frente Amplio è sul punto di vincere le elezioni presidenziali; e lambisce persino laltipiano azteca, dove fanno carte (giudiziarie) false per tentare di tagliare le ali a Lopez Obrador e stopparlo nella corsa presidenziale.
Non sono certo da sopravalutare le possibilità di manovra dei governi in una regione dove  più che altrove - il potere politico è subordinato ai poteri finanziari autoctoni ed internazionali. Il debito estero è un nodo scorsoio che regola la quantità di ossigeno che lusuraio lascia pervenire alle economie vittime: quel poco che basta per non tirare le cuoia e continuare a pagare.
Giova ricordare il destino riservato al Perù dopo che il Presidente Alan Garcia dichiarò coraggiosamente la moratoria sul debito estero: strangolamento economico e sopravvento della dittatura liberista di Fujimori. Non è possibile scontrarsi solitariamente con lFMI.
La sostanziale sospensione del rimborso del debito praticata negli ultimi due anni dallArgentina, si regge sullesplosione sociale di una società disintegrata dalla bancarotta neoliberista, nel momento in cui confiscavano persino i risparmi delle classi medie urbane.
Il consenso di Brasilia firmato dal Brasile ed Argentina è il primo tentativo di porre dei paletti allFMI, subordinando il pagamento del debito ad una crescita minima delleconomia. Se non aumenta il PIL è impossibile pagare, e bisogna destinare le risorse agli investimenti produttivi e alla spesa sociale.
Isolatamente è impossibile scontrarsi frontalmente con lFMI e gli azionisti di maggioranza del G7. Il blocco sudamericano, paradossalmente, ha nelle sue mani una formidabile arma di distruzione di massa: concentra una quota massiccia del debito estero.
Solo con una maggiore integrazione nelle politiche commerciali, economiche, sociali e militari può negoziare con successo con i poteri forti del mondo, e giocare una scommessa vitale. Tra il debitore isolato inadempiente e lusuraio, il problema è tutto del debitore. La cosa cambia quando un club di debitori recalcitranti riesce ad imporre delle condizioni, solo allora diventa un problema dellusurario.
Gli imperi cominciano a collassare quando scoppiano crisi incontrallabili alla loro periferia. Limpantanamento militare in Afganistan ed Iraq è solare.
Lelegante signore designato Presidente non va oltre le funzioni di sindaco della capitale del non-Stato afgano, alle cui porte comincia il regno fiorente dei clan che questanno hanno avuto un raccolto record di oppio. Slittano a data da destinarsi le elezioni e/o un loro surrogato.
In Iraq è sbarcato il nuovo plenipotenziario Negroponte con una dote di ben 186 miliardi di dollari. Costui è un veterano del gioco duro che si è fatto le ossa in Centroamerica, nellepoca dorata degli squadroni della morte e di ufficiali adusi alla filosofia della terra bruciata.
Riuscirà Negroponte a riattivare celermente lindustria petrolifera e far implodere lOPEC? Potrà smembrare lIraq in tre staterelli (kurdo, sciita e sunnita) senza che scendano in campo i turchi, gli iraniani e i siriani? Per ora, lunica cosa certa è che lapplicazione della terapia polacca per una rapida privatizzazione della società iraqena ha generato il caos: manca lacqua potabile e lelettricità.
 
&lt;b&gt;Scuse e accuse preventive&lt;/b&gt;
Nella periferia continentale, gli Stati Uniti stentano a fare una lettura corretta del nuovo panorama che si è delineato. Il generale Hill, capo del Comando sud, segnala come minaccia emergente il cambio della relazione di forza determinato dai nuovi movimenti, e lintreccio di queste formidabili reti sociali con i governi regionali non allineati.
Il nuovo nemico si chiama populismo radicale, e il generale si spinge a includervi anche le critiche alla validità delle riforme neoliberali contenute nel consenso di Brasilia firmato da Lula e Kirchner nel 2003.
Il Pentagono ribadisce le tradizionali minacce emisferiche rappresentate dal narcotraffico e dalla guerriglia, aggiungendovi il populismo radicale, in uno sforzo di omologazione ed assimilazione assai superficiale e sospetto.
La responsabilità del fenomono ricadrebbe su alcuni dirigenti che in America Latina sfruttano le frustrazioni causate dalla disuguaglianza sociale ed economica per rafforzare le loro posizioni radicali ed alimentare sentimenti anti-USA.
Il nuovo vento del sud, il vertice di Iguazu e la prorompente forza delle reti sociali continentali, è qualcosa di più e di diverso da una fenomonolgia collaterale al narcotraffico. La corrente integrazionista che si propaga lungo lasse Caracas-Brasilia-Buenos Aires difficilmente può essere ridotta alleccessivo e scorretto protagonismo di alcuni dirigenti o a una specie di nuovo cartello di Medellin sociale.
Questa analisi della sociologia militare pentagonica è un abbaglio che confonde la causa con leffetto, perchè rifiuta pervicacemente di ammettere che il problema reale insorge quando la gente comune comincia ad utilizzare nuovi metodi per difendere i propri interessi (J.Auyero).
I leader sono una semplice conseguenza. Sarebbe impossibile, infatti, che Kirchner si comportasse come Menem o De La Rua senza imbattersi nellingovernabilità, o che applicasse qualche variante formale delle ricette di Cavallo senza andare incontro irrimediabilmente a nuove esplosioni sociali.
Gli spazi di manovra dei governi del populismo radicale sono quegli stessi creati dalloffensiva continentale dei movimenti anti-liberisti, il problema è che sappiano - e vogliano - utilizzarli con efficacia e determinazione.
Gli infortuni del generale Hill sono propri di chi si dibatte nel dilemma di un dominio che ha cessato di essere egemonia globale, capace di conservare il vantaggio strategico nei quattro continenti e di combatere vittoriosamente due guerre simultanee in due continenti diversi. Un conto è la dottrina enunciata da Rumsfeld altro è la realtà. Una cosa il dominio militare, altro legemonia globale.</text_more></entry>
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&lt;i&gt;[Ringraziamo l&apos;editore per il permesso di pubblicazione dell&apos;introduzione della collettanea di saggi d&apos;autore (da Vidal a Griffin a Vattimo), curata dallo steso Chiesa e da Roberto Vignoli, &lt;img alt=&quot;frecciabr.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot; width=&quot;9&quot; height=&quot;9&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;baseline&quot; /&gt; &lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/BIT/8838468389/ASI/342781&quot; TARGET=&quot;_NEW&quot;&gt;ZERO. PERCHÉ LA VERSIONE UFFICIALE SULL11/9 È UN FALSO&lt;/a&gt;, Piemme,  17.50]&lt;/i&gt; 

La ragione principale che mi ha spinto a promuovere questo lavoro collettivo risiede nella mia profonda convinzione, che so essere condivisa da tutti coloro che vi hanno preso parte, che l11 settembre è stato non solo un colossale inganno, perpetrato ai danni dellintera umanità, ma che esso è stato ed è unarma di tremenda potenza puntata contro la pace mondiale e i cui effetti  se non impediti  potrebbero mettere in causa la stessa sopravvivenza di milioni e perfino di miliardi di individui.</text><text_more>Come è stato detto autorevolmente, la verità sull11 settembre non la conosceremo mai: non nei prossimi cento anni almeno. E questa realistica affermazione già implicitamente contiene lipotesi che la versione ufficiale non solo non ci ha detto la verità, ma è stata dettata da una ferrea ragion di stato, ben più tremenda del bilancio delle vittime di quel giorno, perché ha aperto la via a mostruose carneficine di innocenti. Che sono in corso mentre scrivo queste righe, e che possono dilagare se non ci sarà qualcuno capace di fermare la mano degli insensati che guidano il pianeta.

Noi siamo partiti dalla necessità della ricerca della verità, ben sapendo che essa non è celata in un posto solo. Meno che mai in qualche grotta afgana. Una ricerca che, per il solo fatto di esistere, si pone come barriera alla prosecuzione della guerra infinita che è cominciata l11 settembre e che non accenna a terminare e, anzi, continuamente minaccia di estendersi e di incendiare il mondo.

Noi sappiamo dalla prova di Godel, che la quantità di proposizioni vere non dimostrabili è infinita, ma abbiamo sperimentato che è possibile dimostrare la falsità di un numero definito di proposizioni false. E siamo giunti pertanto, tutti insieme, noi che abbiamo lavorato qui in Italia, insieme alle decine di migliaia di ricercatori di tutto il mondo, alla conclusione che è sufficiente, per demolire il tabù, che si dimostri che la versione ufficiale è falsa. Perché chi ci ha raccontato questa enorme bugia non è stato  chiunque egli sia, con chiunque egli abbia lavorato, quale che sia stato il suo ruolo nella vicenda (e noi riteniamo che un ruolo importante lo abbia avuto)  Osama bin Laden. Non è stato Osama bin Laden a scrivere il rapporto finale della Commissione del Congresso degli Stati Uniti dAmerica.

David Ray Griffin dimostra impeccabilmente, in queste pagine, di quali e quante bugie quel rapporto sia farcito. 
Gli autori dellinganno sono stati coloro che ce lo hanno raccontato. Sapessero la verità oppure no è altra faccenda (più probabile che solo alcuni di loro si siano resi conto, o sapessero), ma si sono consapevolmente fermati davanti alla porta e non hanno voluto aprirla. Come molte persone normali, del resto, che arretrano impaurite di fronte allevidenza, e preferiscono chiudere gli occhi, perché aprirli comporterebbe un grado di sofferenza che non sono in grado di affrontare. E, poiché noi siamo in condizione di dimostrare che gli autori del rapporto ufficiale hanno mentito, allora la nostra domanda è rivolta a loro: perché avete mentito, visto che secondo voi la risposta al quesito era così semplice da poter essere racchiusa in sole cinque parole: «è stato Osama bin Laden»?
Che bisogno cera di raccontare tante bugie se la verità era così semplice come avete cercato di far credere?
Ed è subito evidente che, se noi abbiamo ragione, allora una serie gigantesca di interrogativi si affollano dietro il primo e fondamentale. Allora la guerra afgana perde il suo significato originario e ne acquista altri, del tutto diversi. Allora la decisione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che autorizzò lattacco, perde ogni validità giuridica e si mostra per quello che è stato: esercizio del potere di imperio degli Stati Uniti sulla comunità internazionale. Allora si capisce perché la NATO fu trasformata, in anticipo, prima dell11 settembre, da alleanza difensiva in offensiva e il suo ambito dazione fu esteso a tutto il pianeta. Allora si capisce che la guerra contro lIrak non fu bugiarda solo nel senso, ormai palese a tutti coloro che hanno un cervello in grado di funzionare, che non esistevano armi di distruzione di massa, ma anche in un altro senso: che era stata messa nei progetti di un gruppo di avventurieri che stavano complottando per prendere il potere negli Stati Uniti ben prima dell11 settembre. Allora si capisce perché il Patriot Act era stato preparato con largo anticipo e venne tirato fuori dai cassetti al momento giusto, per sferrare un attacco mortale contro la democrazia americana.

Con questo lavoro noi vogliamo dare forza alla richiesta  che sale e si estende, con il passare degli anni, soprattutto negli Stati Uniti, il cui popolo è stato il primo destinatario, cioè la prima vittima di questa menzogna globale  di una commissione dinchiesta internazionale che faccia luce sui misteri e sulle distorsioni che quellevento ha prodotto. Sappiamo perfettamente che non esiste un tribunale, un luogo fisico, unistanza giuridica che possa prendere una tale decisione. La sede opportuna sarebbe forse il Tribunale Penale Internazionale, ma gli Stati Uniti, non per caso, non ne fanno parte ed esso ha la stessa forza dei governi, alleati degli Stati Uniti, che lhanno approvato e condiviso: cioè nessuna. Eppure la necessità di un giudizio imparziale è impellente, nellinteresse stesso dellAmerica, oltre che del resto del mondo. E solo un giurì internazionale di saggi, al di sopra di ogni sospetto, di ogni vincolo, di ogni affiliazione, di ogni interesse, può formulare un giudizio su cui la comunità internazionale possa fare affidamento. Questo libro intende essere un contributo per la creazione di una tale commissione internazionale, un incoraggiamento, un prologo, una raccolta di fatti e di idee che potrà essere messa a frutto da altri, che seguiranno su questa strada.

Dunque il nostro scopo collettivo non è soltanto il tentativo di fare luce su un evento che ha davvero impresso una violenta sterzata alla storia del mondo, quanto il proposito di spiegare i meccanismi che hanno impedito al mondo di difendersi dallinganno, dalla minaccia. Questo lavoro vuole essere anche la descrizione e lanalisi di quel tabù che attanaglia da sei anni la politica mondiale, che paralizza le classi politiche dellOccidente e del mondo intero, che ha trasformato la politica internazionale in una interminabile giaculatoria il cui mantra obbligatorio è la ripetizione rituale della necessità di «combattere il terrorismo internazionale». 

L11 settembre 2001 ha segnato linnalzarsi tragico di un totem sulle nostre teste. Una cerimonia di sangue, con il sacrificio umano di tremila innocenti, ha celebrato una nuova era di terrore collettivo. Tutti dovevano assistere, e infatti hanno assistito. Anzi si potrebbe dire che l11 settembre è stato pensato per essere visto da tutti. Un 11 settembre senza televisione globale non sarebbe servito. A ben guardare, oltre alle menzogne che racchiude, l11 settembre riassume in sé, come tutti gli eventi epocali che hanno contraddistinto la storia umana, molti paradigmi e perfino molte anticipazioni del futuro.
Ecco perché appaiono davvero ben ridicoli e miseri tutti i tentativi di razionalizzare quellevento basandosi sul senso comune, o di racchiudere levento allinterno della sequela dei particolari tecnici, dei dettagli, che è poi il modo migliore per renderlo incomprensibile, perché lo decontestualizza, perché il mare di particolari impedisce di guardare linsieme, perché è il vecchio vizio di concentrarsi sullalbero per non vedere la foresta.
Per la semplice ragione che quellevento è la quintessenza delluso manipolatorio del senso comune.
Chi lha pensato sapeva perfettamente qual è la psicologia delluomo della strada. Sapeva che è molto più facile, per una persona normale, accettare la spiegazione di un evento di mostruosa violenza come il risultato della follia e del fanatismo. Un individuo è normale proprio in quanto rispetta le norme del vivere civile. Le rispetta perché le ha introiettate e fatte proprie.
Per esempio non uccide gli altri, non tortura, non commette violenze. È difficile, quando non impossibile, che una persona normale possa accettare il fatto che qualcuno possa freddamente progettare un assassinio di massa. È fuori, appunto, dalla dimensione umana normale. È molto più facile, per una persona normale, accettare la spiegazione di un evento di mostruosa ferocia come il risultato della follia, o del fanatismo. Ciascuno di noi ha incontrato, almeno qualche volta nella vita, la follia, e ha visto in azione il fanatismo, magari in televisione. È unesperienza abbastanza comune. Ma non è affatto esperienza comune conoscere chi progetta stragi seduto in poltrona, in gabinetti ovattati, circondato di tecnologie raffinate. Steven Jones, professore universitario, fisico, ci mostra come l11 settembre non può essere stato il frutto di unimprovvisazione dilettantesca di un gruppo di fanatici senza conoscenze scientifiche precise.

Andreas von Bulow, che di apparati dei servizi di sicurezza è esperto, analizza le principali ipotesi sul terreno in base alla quantità di materiali informativi disponibili. E conclude per la tesi di unoperazione dintelligence nascosta sotto falsa bandiera. 
Un atto di tale potenza attribuito a un gruppo di sprovveduti (cosa che si può affermare senza il minimo dubbio) e fanatici (cosa che appare altamente inattendibile in base alla stessa descrizione offerta dalla teoria ufficiale) terroristi kamikaze (cosa di cui è lecito, almeno per alcuni di loro dubitare)?
Von Bulow la considera unipotesi addirittura comica.

Il fatto è che molte delle cose che sono emerse di fronte agli occhi della stessa commissione ufficiale, sono poi state eliminate dal rapporto, cancellate del tutto o collocate in posizione tale da risultare secondarie o quasi invisibili. Con il risultato che quei dieci senatori, guidati dal presidente Thomas H. Kean e dal vicepresidente Lee H. Hamilton si comportano come se avessero accettato di farsi accompagnare per mano dentro una favola a cartoni animati, dove tutte le spiegazioni sono semplici e chiare. Si spiega solo in questo modo, che ci fa precipitare nellassurdo, il fatto che fin dalla prima pagina del 9/11 Commission Report comincia lelenco delle assurdità accertate dagli 81 membri dello staff. Un gruppo di esperti sulla cui modalità di scelta nessuno è riuscito a indagare, guidato dal direttore esecutivo Philip Zelikow, uomo troppo addentro a diverse amministrazioni americane, troppo amico di Condoleezza Rice, per poter essere nominato a quellincarico senza violare la stessa legge istitutiva della commissione dindagine, che avrebbe dovuto scandagliare proprio le responsabilità delle inefficienze dello stato (essendo evidente fin dallinizio che altro quella commissione non avrebbe potuto indagare, e che essa era stata costituita, dopo oltre due anni di accanita resistenza del presidente Bush, solo ed esclusivamente per portare acqua alla versione ufficiale, già acquisita per vera).

Il famoso Mohammed Atta vi compare fin dalla prima pagina, non per chiarire interrogativi e misteri, ma per infittirli a dismisura.
La puntigliosa ricostruzione dei suoi movimenti serve soltanto a mostrare linspiegabile. Luomo chiave dellattentato, lorganizzatore, il coordinatore del gruppo dei diciannove, colui cui era affidato il delicatissimo compito di garantire che tutti si trovassero al posto giusto nel momento giusto dellevento che doveva cambiare i rapporti di forza tra il Grande Satana e lIslam, se ne va a spasso allimprovviso, poche ore prima dellora X, mettendo a rischio lintero progetto. Sbalorditivo? Eppure, stando al racconto ufficiale, risulta così. Mohammed Atta, ben sapendo che il giorno 11 settembre, alle 7.45, avrebbe dovuto salire a bordo del volo American Airlines 11, in partenza dallaeroporto Logan di Boston alla volta di Los Angeles... parte da Boston, dove già si trovava, il giorno 10 settembre, in macchina, per raggiungere la città di Portland, nel Maine, insieme al compare Omari. In effetti solo un demente avrebbe potuto partire per Portland sapendo che lunico modo per tornare a Boston sarebbe stato il volo 5930 in partenza da Portland alle ore 6.00 del mattino e che lo avrebbe fatto arrivare a Boston appena in tempo per limbarco sullaltrettanto storico volo AA 11. Così infatti, stando alla ricostruzione ufficiale, avvenne.
Ma perché Atta andò a Portland il giorno prima nessuno ha saputo spiegarselo. Nemmeno la Commissione che, alla nota 1 di pagina 451, candidamente ammette: «Non vi è alcuna evidenza documentabile materialmente, o individuabile analiticamente, in grado di spiegare perché Atta e Omari andarono in auto a Portland».
Resta il fatto che Mohammed Atta riuscì a imbarcarsi per il rotto della cuffia. Ma cosa sarebbe accaduto se, per una qualche avventura imprevista, il volo da Portland avesse subito un ritardo anche di soli quindici minuti? Dovremmo concluderne che tutta loperazione sarebbe stata rinviata per colpa di una così totale leggerezza? Le altre 566 pagine continuano allo stesso livello di stupefacente ingenuità. Specie se si tiene conto  altra circostanza sbalorditiva  che, proprio quella mattina, erano programmate una serie di esercitazioni militari delle forze aeree statunitensi che dislocarono la gran parte dei caccia intercettatori assai lontano dai luoghi che sarebbero stati teatro dellevento.

Illuminante al riguardo il contributo di Webster Tarpley. Sapevano i terroristi di una tale formidabile, sbalorditiva, fortunosa circostanza? Perché è davvero difficile pensare a una coincidenza casuale di tali proporzioni. E, nel caso sapessero, chi li aveva informati? Non è venuto, a nessuno dei senatori della Commissione, il sospetto che i terroristi avevano talpe fin dentro i supremi gradi dello stato maggiore dellaviazione statunitense?
E, anche il solo, quasi inevitabile sospetto, non sarebbe stato materia per unapprofondita indagine, per verificare chi avesse fornito al gruppo terroristico informazioni di tale importanza strategica? Eppure nulla di tutto ciò è avvenuto, nemmeno in seguito. Tutto ciò che appariva anormale, insolito, tutto ciò che avrebbe attirato lattenzione del più sprovveduto degli investigatori, è stato tolto di mezzo.
Ha davvero ragione Gore Vidal quando ci dice, nellintervista qui contenuta, che il livello dincompetenza della Commissione Kean-Hamilton-Zelikow è pari soltanto a quello della Commissione Warren, quella che stabilì senza appello che Harvey Lee Oswald aveva assassinato John Kennedy facendo tutto da solo, sparando in rapida successione, con una mira spettacolare, da un fucile Mannlicher-Carcano che non era a ripetizione, mentre avrebbe potuto procurarsene uno decisamente migliore con poca spesa in uno qualunque dei negozi di Dallas.

Del resto, cosa aspettarsi dai risultati di uninchiesta che dichiara fin dallinizio che il suo scopo «non è stato quello di impartire accuse individuali»? E se non era per individuare le responsabilità per gli errori e le incompetenze (unico scopo esplicito per il quale la commissione era stata richiesta dai democratici del Congresso), a cosa doveva servire una tale commissione? Ed essendo assolutamente evidente che vi erano state, come minimo, pesantissime responsabilità nellincapacità di reagire della difesa aerea degli Stati Uniti, nel Servizio Segreto, nella CIA e nellFBI, come spiegare la funzione della commissione?
Ed essendo lo stesso rapporto del tutto chiaro su alcune di queste responsabilità, dovute a negligenza e incompetenza tali da sfiorare lalto tradimento, come si spiega che nessuno, dicasi nessuno, dei responsabili delle diverse agenzie governative sia stato successivamente punito, processato, diminuito di grado, licenziato, mentre, per converso, non pochi dei più inetti dirigenti politici e militari implicati vennero promossi a cariche superiori nei mesi e anni successivi?
E come spiegare che in questi sei anni trascorsi non un solo processo sia stato celebrato negli Stati Uniti per punire le responsabilità di cittadini americani  questa storia ne trabocca  che non hanno fatto il loro dovere? Mentre altri cittadini americani che hanno dimostrato fedeltà alla patria e al dovere sono stati puniti, licenziati, degradati?

Domande, domande e ancora domande, tra le mille che non hanno avuto risposta e che non possono averla nel contesto di unindagine sballata, preconfezionata, lacunosa e carente in decine di punti, quando non esplicitamente bugiarda in altri. Occorre dunque ricostruire un contesto diverso per spiegare laccaduto.
Questo libro si propone di mettere ordine nel mare delle domande e di fornire qualche ricetta per difendersi dai silenzi, dalle distorsioni e dalle falsità. Come fa Gianni Vattimo, nel suo breve ma intenso contributo in tema di difesa dalla manipolazione, riferito allItalia, ma valido universalmente.
E Thierry Meyssan, cui dobbiamo i primi tentativi di smascheramento della menzogna, e che ha dovuto subire, per questo, loffensiva concentrica di tutto il mainstream informativo francese, destra e sinistra avvinghiate nello stesso rifiuto di vedere, porta su queste pagine alcune clamorose scoperte: quelle, per inciso, come egli stesso racconta, che lo costrinsero a mettersi sulle tracce dei mentitori come un segugio di razza. Anche lui, come molti altri, scopre l11 settembre fin dai primi minuti, quando è ancora possibile vedere, in tempo reale, le bugie mentre si dipanano. Dobbiamo a lui la scoperta dei dispacci della agenzia France Presse in cui si dà notizia di esplosioni allinterno del Pentagono prima dellarrivo dellaereo. E altri dispacci dai quali emerge che la stessa agenzia sapeva che laereo in avvicinamento si stava dirigendo verso il Pentagono.
Un po come le decine di giornalisti televisivi che raccontarono delle decine di esplosioni nelle torri gemelle, prima del crollo. 
Tutte cose che sono poi sparite e che è stato necessario ricostruire.

La conclusione preliminare è che solo unalta vigilanza intellettuale consente di resistere alla menzogna, e che, dopo averla scoperta, occorre il coraggio civico di denunciarla. E questo libro, in fondo, è proprio un tentativo di resistenza intellettuale, prima ancora che civile: di chi rifiuta, per dignità, di farsi abbindolare.
Domande che sollevano spesso lindignazione e lesecrazione di coloro che non possono tollerare il dubbio, specie quando esso tocca i loro idoli, i loro totem. Specie quando esso colpisce e disintegra il tabù. In questo caso il tabù è lintangibilità della supremazia degli Stati Uniti dAmerica, che ci sono stati inculcati come la culla della democrazia, il faro della libertà, i salvatori dellEuropa dal nazismo e del mondo dal comunismo.
Il solo porre domande suscita nei bigotti prima lo sconcerto e poi la furia. Porre queste domande, per i bigotti, significa «parlare male dellAmerica», bestemmiare lAmerica. Fino allimbestialita  di solito  aggressione verbale che ne consegue e che a costoro sembra naturale: «Ma lei sta sostenendo che gli americani se lo sono fatto da soli?».
Naturalmente nessuno degli autori qui presenti sostiene una tale imbecillità, che però è assai diffusa anche tra i giornalisti che, invece, dovrebbero essere tra coloro che pongono domande invece di impedirle.
A riprova che la categoria dei bigotti, come quella degli stupidi, è universalmente costante, come il compianto professor Cipolla dimostrò nel suo aureo libretto. Infatti lultima cosa che si può dire, a proposito dell11 settembre, è che «gli americani se lo sono fatto da soli». Sarebbe del resto del tutto contrastante con lopinione prevalente tra gli stessi cittadini americani che, per circa due terzi, hanno ripetutamente detto di non credere nella versione ufficiale e per più dun terzo  sempre stando ai sondaggi dopinione  ritengono che le autorità abbiano lasciato fare o siano state attivamente coinvolte nellattentato.
Ma non occorre neppure essere daccordo con cento milioni di americani. Sarebbe sufficiente immaginare qualcosa di molto simile a ciò che Hollywood ha già ripetutamente e magistralmente trasformato in fiction anticipatrici, in film memorabili come I tre giorni del condor, o Sesso e Potere, o Syriana, per elencare solo alcuni titoli. Vi sono cose, non solo in America, che sfuggono al controllo perfino dei massimi dirigenti politici. 
Vi sono strutture segrete, segmenti di servizi impenetrabili, che agiscono in totale indipendenza, che hanno mezzi giganteschi per realizzare progetti di cui solo piccolissimi aggregati di persone sono al corrente. George Tenet, che allora dirigeva la CIA, disse che «solo quattro o cinque persone erano al corrente di ciò che sarebbe accaduto». Probabilmente lui stesso non era al corrente, il che non esclude che qualcuno attorno a lui fosse invece molto bene informato.
Ma, a coloro che, fingendosi ingenui, si scandalizzano quando vengono avanzate ipotesi concernenti queste strutture  la cui esistenza, come vedremo tra poco, non può essere messa in discussione  basterà ricordare lesistenza dei gruppi UFO (Unauthorized Foreign Operations) rivelata da Oswald LeWinter nel corso di un incontro per inviti organizzato a Parigi dal Reseau Voltaire. E la testimonianza di LeWinter, general-maggiore ed ex senior CIA officer è cruciale perché egli lavorò, in qualità di NOC (Non Official Cover), sotto la direzione di James Angleton, il padre delle operazioni segrete della CIA. Cosa facessero questi NOC, secondo la descrizione di Oswald LeWinter, corrisponde perfettamente a quanto rivelò Seymour Hersh in un articolo sul «New Yorker» del gennaio 2005. Secondo quella scoperta, che  scrisse Seymour  gli fu riferita da fonti dei servizi segreti americani, «agenti militati sarebbero stati preparati per fingersi uomini daffari corrotti, che cercano di comprare pezzi che possano essere usati per costruire bombe atomiche, in certi casi cittadini locali [cioè non americani, N.d.R.] potrebbero essere reclutati per entrare a far parte di gruppi guerriglieri o terroristici. Con il compito potenziale di organizzare ed eseguire operazioni di combattimento, o perfino operazioni terroristiche». Come si chiamano questi gruppi?
Con la sigla, sempre secondo Hersh, P2OG (Proactive Preemptive Operations Groups). Hersh, da giornalista di prima classe qual è, si era messo alla ricerca di tracce più precise quando, nel 2002, lesistenza di un tale programma era emersa da una pubblicazione del Comitato Scientifico di Difesa del Pentagono.
Quando questo programma fosse entrato in funzione non veniva detto, ma la sua esistenza era nota dal 2002 e la fonte di Hersh gli aveva confidato che il programma era stato «rimesso in funzione» nel 2005. Ma i gruppi UFO, secondo LeWinter, esistevano ben da prima del 2001, con le stesse caratteristiche.
In sostanza per lorganizzazione di operazioni clandestine di elevata sofisticatezza, realizzate da spezzoni ultra segreti dei servizi per stimolare reazioni nei gruppi terroristici. Cioè operazioni di penetrazione, nei gruppi terroristici, di agenti provocatori, per spingerli ad azioni errate, che permettono, dopo essere state scoperte, di sgominarli o di ricattarli.

Prendiamo ora per esempio, come modello di riferimento, la storia del complotto globale (così venne definito dalla stampa britannica) del 10 agosto 2006, quando la polizia britannica arrestò 24 persone che sarebbero state in procinto di dirottare una decina di aerei in partenza da Londra verso gli Stati Uniti, probabilmente  dissero le fonti ufficiali  per ripetere su scala gigantesca l11 settembre 2001. Gli attentati non erano di immediata attuazione perché, come emerse successivamente, i sospettati non avevano ancora nemmeno comprato, né prenotato, i biglietti aerei. Molti di loro non avevano nemmeno i passaporti per andare negli Stati Uniti, necessari per salire a bordo anche se non necessari per larrivo, che si ipotizzava suicida. Dunque perché far esplodere il caso in pieno agosto, periodo di vacanze estive per lintera Europa? Queste notizie vennero riferite dalla NBC News, che citò una fonte ufficiale rimasta anonima. 
La stessa rete tv riferì che molti dei sospetti erano sotto stretta sorveglianza da più dun anno, cioè da prima degli attentati del luglio 2005. Ma se erano sotto vigilanza e non cera pericolo imminente, perché scoprire tutto il gioco? NBC News riferì che la decisione di arrestarli subito «fu imposta dai funzionari di Washington».

Procediamo nellanalisi del modello presumibile di P2OG.
La mente del progetto fu subito indicata: un certo Rashid Rauf. Chi lo arresta, a Islamabad, è il famoso ISI, il servizio segreto militare pakistano. Rauf confessa, anzi  stando ai giornali pakistani  crolla sotto interrogatorio. Che non si fatica a indovinare di quale tipo. Le prigioni pakistane sono ben note per le pratiche di tortura che vi sono diffuse. Del resto anche Khaled Sheikh Mohammed, il famoso KSM che il rapporto ufficiale dell11 settembre qualifica come lideatore dellattentato a Manhattan, risulta essere stato interrogato con gli stessi metodi e negli stessi luoghi. La confessione, in quelle circostanze, è assicurata.
Rashid Rauf confessa anche che gli aerei sarebbero stati fatti esplodere in aria (ma non era stato detto che lobiettivo era di ripetere su scala moltiplicata l11 settembre, cioè di farli schiantare contro edifici pubblici di alto significato simbolico?) mediante un esplosivo denominato TATP, perossido di idrogeno, acetone e acido solforico. Dobbiamo alla sua confessione se oggi non si può salire a bordo di un aereo portando liquidi in quantità superiore a dosi stabilite. Sfortunatamente questa storia è totalmente impossibile, come dimostrarono numerosi esperti di esplosivi, spiegando ai giornali che per fare, con quei componenti, un esplosivo efficace sarebbero state necessarie più ore di quelle necessarie per un volo transatlantico, e con un sistema di attrezzature per esperimenti chimici, da introdurre nelle toilettes dellaereo, che non avrebbe potuto passare inosservato. Ma, sebbene le prove dellinapplicabilità di quelle procedure siano clamorosamente evidenti, si continua ad effettuare controlli sui liquidi, per i passeggeri aerei, che non hanno alcun senso. Come ha scritto il giornalista americano Thomas Green «il mondo intero è stato raggirato con un mito hollywoodiano di liquidi esplosivi binari, che ha guidato governi e determinato politiche. Cioè noi abbiamo reagito a un complotto cinematografico». Pura fiction, evidentemente di grande successo. 

Ma veniamo alla domanda essenziale: chi lha prodotta?
Secondo la dettagliata analisi di Nafeez Mossadeq Ahmed, che cita a sua volta il capo del bureau pakistano di «Asia Times», Sved Shahzad, i cittadini britannici di origine pakistana arrestati a Lahore e Karachi in connessione con il complotto, erano tutti membri attivi del gruppo islamico britannico clandestino Al Muhajiroun, il cui capo è Omar Bakri Mohammed.
Costui è ora in Libano, dove è stato esiliato dalle autorità britanniche sebbene figuri tra i sospettati per le esplosioni del 7 luglio 2005 a Londra. Non è strano che, avendolo in mano, gli inglesi se lo siano fatto scappare? Risulterà meno strano quando si sappia che Omar Bakri Mohammed era un agente dellMI-6 britannico, reclutato alla metà degli anni 90 per reclutare, a sua volta, combattenti islamici per il Kosovo. Sempre secondo la stessa fonte, sia la CIA sia lMI-6 avrebbero da tempo loro agenti infiltrati allinterno del gruppo Al Muhajiroun. 

Come si può notare tutta la storia appare straordinariamente simile alla mission del gruppo P2OG: organizzare finti o veri attentati terroristici, penetrare allinterno dei gruppi terroristici per usarli a proprio piacimento. Ecco da dove viene la fiction nella quale tutti i media principali hanno immediatamente creduto, rivendendocela come realtà effettuale, contribuendo a organizzare la diversione.
In seguito tutto si sgonfierà come una bolla di sapone: le prove non saranno trovate, quasi tutti i membri del complotto verranno rilasciati. Resta una domanda, che spesso mi viene fatta quando cerco di spiegare che anche l11 settembre è molto probabilmente qualcosa di analogo, con la sola differenza che è stato portato a compimento. Ma è possibile  cè sempre qualcuno che mi fa questa domanda  che chi organizza questi spettacoli sia così sprovveduto da lasciarsi dietro tante incongruenze, così distratto da commettere tanti errori? La domanda è legittima, ma ingenua. Le incongruenze sono evidenti, ma solo pochi saranno in condizione di conoscerle. Evitare le incongruenze è tanto più difficile quanto più alto è il numero dei partecipanti, la gran parte dei quali commette errori, anche perché non è al corrente del piano di cui è parte. Il mainstream mediatico farà il resto. Occulterà le contraddizioni, distorcerà le conclusioni
logiche, tacerà dove cè da tacere, parlerà daltro impedendo che lattenzione del pubblico si concentri sui buchi della storia. Quello che passa è la versione ufficiale, che crea londata di panico opportuna per luso da parte dei poteri. Chi organizza queste cose non è affatto stupido: conosce il funzionamento dei media meglio di noi e anche meglio di molti direttori di giornali e di telegiornali.

Il saggio di Webster Tarpley traccia una lucida anatomia di qualcosa di simile a un colpo di stato, indicando i metodi di reclutamento dei capri espiatori, la costruzione di un sistema di talpe da piazzare nei gangli delle strutture dello stato, lentrata in azione degli specialisti attraverso la trasformazione di esercitazioni militari, da lungo tempo programmate, in operazioni terroristiche reali.

Il bigottismo che circonda l11 settembre è, a suo modo, la prova indiretta del successo delloperazione. Chi ne contesta la versione ufficiale, che è quella di un complotto organizzato da un gruppo di terroristi islamici, viene accusato di complottismo.
Qui Barry Zwicker, con il suo sarcastico saggio intitolato Il complotto della teoria del complotto fa giustizia definitivamente delloperazione che si proponeva, senza riuscirci, di chiudere tutte le bocche. E, in effetti, è una ben strana procedura mentale quella secondo la quale le autorità hanno diritto a elaborare le loro teorie del complotto, mentre gli altri, chiunque altro osi fare la stessa cosa, viene additato al pubblico ludibrio.
Dove stia il trucco è presto detto. Chi controlla il sistema mediatico lavora per consolidare le teorie ufficiali e per impedire il passaggio di altre intepretazioni. E, quando esse riescono a farsi strada da sole, grazie alla forza delle loro argomentazioni, allora si ricorre al discredito personale dei loro autori, mentre la schiera dei cosiddetti debunkers, gli addetti alla disinformazione, i raccoglitori di pulci, quelli che cercano il pelo nelluovo dimenticando lesistenza delluovo, vengono sguinzagliati nel web o nei giornali per sminuzzare il lavoro di ricerca in cento rivoli di contestazione. Operazione tanto più facile e truffaldina quanto più alto è il numero di coloro che, avendo diffidato della versione ufficiale, cercano legittimamente di trovare quella vera. Ed essendo non tutti allaltezza del compito che si sono prefissi, commettono errori. E gli errori sono molti di più delle scoperte vere. Per cui è facile intorbidire le acque attaccando gli errori, per nascondere le verità che emergono.
Oppure, semplicemente, prima facendo passare per pazzi e visionari tutti coloro che non stanno al gioco e, in ultima istanza, criminalizzando ogni lavoro di indagine. Con largomento principale, se non lunico, a disposizione dei depistatori: chi non crede alla versione ufficiale è amico dei terroristi. Oppure intende deliberatamente scagionare i terroristi, cioè è un loro complice. È la collaudata metodologia della caccia alle streghe.

Il saggio di Jürgen Elsässer  che è, in assoluto, la migliore analisi fin qui apparsa della componente islamica del terrorismo dell11 settembre  è lesatta confutazione di ogni semplificazione del fenomeno terrorista che pretenda di esaurirlo nella sua componente islamica. È alla sua perspicacia di ricercatore e di giornalista che dobbiamo la dimostrazione del collegamento tra gli attentati dell11 settembre, e poi di quello di Madrid, con la cosiddetta legione islamica bosniaca, quella che lallora leader bosniaco Alija Izetbegovic impiantò con laiuto dellMPRI (una azienda privata alle dipendenze della CIA) per combattere contro i serbi di Milosevic. I terroristi islamici dunque cerano, certo che cerano! Il problema è di capire cosa fecero, come centrarono, cosa sapevano.
Ma è proprio questo ciò su cui non si è voluto indagare: sui legami tra il terrorismo islamico e i servizi segreti statunitensi.

Michel Chossudovsky, nel suo saggio su Al Qaeda e la guerra al terrore, allarga lo sguardo tratteggiando lo scenario di una prosecuzione, con gli stessi, funambolici stratagemmi di distrazione di massa, della logica dell11 settembre, mostrando con straordinaria chiarezza come non possiamo considerarci fuori dal pericolo, a studiare un evento ormai terminato. Al contrario. Quellevento continua, come ci era stato detto dai suoi ideatori, e noi ci siamo dentro come vittime sacrificali. Parlarne, come facciamo tutti insieme, significa essere immediatamente accusati di antiamericanismo. In realtà nessuno tra coloro che hanno partecipato a questo libro è mai stato antiamericano. 
Per la ovvia ragione, innanzitutto, che molti degli autori qui presenti sono cittadini americani, che sfidano il tabù in nome delle libertà americane conculcate. Ma anche i tedeschi, i francesi, gli italiani, i canadesi che hanno contribuito a questo lavoro con i loro scritti sono mossi dalle stesse motivazioni.
Non è lAmerica che è sotto accusa in queste pagine: sono coloro che hanno portato lAmerica nel vicolo cieco della guerra contro il resto del mondo a essere al centro di questa riflessione.
Basti qui citare quanto scriveva Paul Craig Roberts, segretario al Tesoro con Ronald Reagan, repubblicano convinto, ex commentatore del molto conservatore «Wall Street Journal», tutto il contrario di un antiamericano:
«Molti lettori patriottici mi hanno scritto esprimendomi le loro frustrazioni perché i fatti e il senso comune non possono farsi strada in una discussione dominata dallisteria e dalla disinformazione. Mi sfidano a spiegare come mai tre edifici del World Trade Center sono crollati nello stesso giorno sulle loro fondamenta alla velocità di caduta libera: un evento che è escluso dalle leggi della fisica, a meno che non si sia trattato di una demolizione controllata. Essi insistono che vivremo in una guerra ininterrotta e in uno stato di polizia fino a che la versione governativa dell11 settembre resterà incontestata. Potrebbero avere ragione. Non ci sono molti direttori di giornale disposti a ospitare la critica agli evidenti difetti del Rapporto della Commissione sull11 di settembre. [...] Noi sappiamo che il governo ha mentito sulle armi di distruzione di massa in Irak, ma crediamo che il governo abbia detto la verità sull11 settembre».

In questo contesto merita un po dattenzione la posizione assunta, al riguardo, da unautorità incontestabile come Noam Chomsky. Che, in una intervista a un gruppo di attivisti, ha messo insieme, devo dire con sbalorditiva efficacia negativa, tutti i luoghi comuni che sono stati usati dallamministrazione statunitense, e poi amplificati dal mainstream informativo, per impedire ogni proseguimento delle indagini e per screditare chi lo avesse tentato. Tanto più sbalorditivo perché Chomsky sembra dimenticare, mentre dice ciò che dice, tutto ciò che lui stesso da decenni scrive sul sistema informativo americano e sugli inganni e i complotti del potere imperiale. «Che lamministrazione
Bush abbia tratto dei vantaggi da questo episodio non si discute, » esordisce affermando Chomsky «ma è soltanto una delle tante nazioni al mondo che ha saputo approfittare al meglio degli attentati dell11/9, ma che lo abbiano pianificato in qualunque modo e che ne fossero a conoscenza mi pare altamente improbabile.» Fermiamoci un attimo a ragionare su queste parole.
In primo luogo parlare dellamministrazione Bush come lorigine degli attentati è la prima fonte di equivoco. Con chi polemizza Chomsky non è chiaro, a meno che non si tratti dellultimo ingenuo che si può incontrare su Internet. È una evidente banalizzazione, perché, come si evince da tutte le analisi più serie, non si può certo affermare che lamministrazione Bush, nel suo complesso, abbia organizzato l11/9. Ovvero che lo abbia pianificato o che ne fosse a conoscenza. Tutta lamministrazione, semplifica Chomsky, traendo con questo in inganno gli ascoltatori. Ma dove Chomsky supera se stesso è quando include gli Stati Uniti nella lunga serie delle tante nazioni che hanno approfittato dell11/9. Come se Washington non fosse il giocatore globale, il centro del potere mondiale, il santuario della finanza del pianeta, e se il suo contributo a un tale evento fosse equiparabile a quello di un qualunque altro stato. Che equivale a dire che l11 settembre sarebbe potuto accadere in un posto qualunque del mondo e avrebbe avuto lo stesso effetto. Una sciocchezza madornale, come chiunque può capire.

Ma Chomsky prosegue, e peggiora: 
«Prima di tutto sarebbero stati dei pazzi a tentare qualcosa del genere: è praticamente certo che qualcosa si sarebbe saputo in anticipo, il sistema è molto poco efficiente e i segreti sono difficili da mantenere. Qualcosa di sicuro sarebbe venuto fuori e, se questo fosse successo, sarebbero finiti tutti di fronte a plotoni di esecuzione. Sarebbe stata la fine del partito repubblicano».
Anche lincidente del golfo del Tonchino, che consentì agli Stati Uniti di entrare in guerra contro il Vietnam, fu costruito con linganno. Produsse decine di migliaia di morti americani, e oltre due milioni di morti vietnamiti. Chomsky lo sa, perché ne ha scritto a più riprese. Fu una avventura pazzesca, ma fu molto efficiente. Che fosse opera di pazzi lo si scoprì però, purtroppo, a guerra finita, e perduta. E laffare Iran-Contras, che permise a Washington di abbattere un regime legittimo in Nicaragua, con altre migliaia di morti? Anche in quel caso erano centinaia le persone implicate, ma loperazione andò in porto ugualmente. E il colpo di stato contro Salvador Allende? Anche in quel caso il complotto impegnò centinaia di persone. Ma funzionò perfettamente e non impedì a Henry Kissinger di prendere il premio Nobel per la pace. 
I segreti sono difficili da mantenere, è vero, ma il problema è quanto tempo ci vuole perché siano scoperti. Se lo scopo è di imporre una svolta al mondo, come in questo caso, quello che conta non è mantenere il segreto per sempre, ma impedire che venga fuori subito. Il fatto che lo si capisca dopo cinquanta o cento anni non ha nessuna importanza. Come è possibile che Chomsky, che ci ha insegnato questi trucchi del potere imperiale, non metta in pratica i suoi stessi insegnamenti in questo caso?
Quanto ai plotoni di esecuzione siamo alla farsa. Si potrebbero fare decine di citazioni da Noam Chomsky, dalle quali si ricava lassoluta improbabilità che organizzatori di un tale complotto finirebbero davanti a un tribunale per alto tradimento.
Come se coloro che detengono il vero potere negli Stati Uniti, il potere di ingannare, di manipolare centinaia di milioni di persone, non fossero in grado di impedire lemergere di una tale verità. Devo io ricordare a Chomsky le sue parole profetiche del 1996 circa «lidea che nemici pericolosi siano sul punto di attaccarci e che perciò dobbiamo correre a rifugiarci sotto lala protettrice del potere»? E come non ricordare la sua invettiva contro «tutto questo parlare di capitalismo e libertà», che sono «menzogne deliberate», e che, «non appena ci si sposta dal mondo reale, ti rendi conto che nessuno potrebbe realmente credere a una simile sciocchezza»? Chomsky si è dimenticato, si spera solo per un attimo, che coloro che raccontano «simili sciocchezze» hanno un tale potere da poter imporre a milioni di persone «menzogne deliberate». E, dunque, da non finire sotto nessun plotone di esecuzione.

Dice Chomsky che «le prove che sono state presentate secondo me sono essenzialmente prive di valore» e «chiunque capisca qualche cosa di scienza scarterà immediatamente quelle prove». Ma la parte più consapevole del movimento per la verità sull11 settembre non esibisce prove, e pone invece domande.
E tra coloro che lo fanno vi sono non pochi uomini di scienza. Tutti accomunati dalla convinzione che l11/9 sia stato un evento di troppa importanza anche solo per paragonarlo allassassinio di Kennedy. Che, forse non a caso, Noam Chomsky considera del tutto chiarito dalla Commissione Warren. Ma a lui non pare interessante né luno né laltro quesito, perché «chi se ne frega [...] A chi importa questo in fondo? [...] Se ci fosse un motivo per credere che cè stata una cospirazione ad alto livello, allora la cosa può diventare interessante, ma le prove contro questo sono assolutamente schiaccianti e quindi si finisce per dedicare energie ad argomenti che non hanno nessuna importanza».
Chomsky non ha studiato il caso, è evidente. Ne parla con totale approssimazione, come un ignaro uomo della strada. Riesce solo a constatare di essere «molto isolato nellOccidente», dove «gran parte della sinistra è completamente in disaccordo con me». Il che, è ben vero, non dimostra niente, perché si può essere nel giusto anche quando si è in minoranza. Ma non diminuisce lo stupore di vedere un uomo di scienza che parla con tanta approssimazione di cose che conosce poco o nulla, e che giunge a concludere che largomento 11 settembre, da cui ha avuto origine la grande guerra contro il terrorismo internazionale, che dovrebbe durare trentanni, è una cosa «senza nessuna importanza».

Il contributo di Lidia Ravera, in chiave narrativa, ci porta direttamente allinterno del dramma che hanno vissuto gli americani, la gente appunto normale, la loro difficoltà di districarsi tra il dolore e il patriottismo, tra i dubbi e la fede nel proprio paese. Un tema che dallEuropa è stato visto poco o nulla e quel poco nellimmediatezza della tragedia, per poi essere presto dimenticato.
Il resto è stato sommerso dalla retorica del siamo tutti americani, che ha fatto dimenticare quanto lAmerica sia tante cose diverse, tanti umori, tanta scienza e tecnologia, ma anche tanta povertà, tanta divisione tra ricchi e poveri, tra neri e bianchi e latinos e asiatici, tante idee diverse, perfino tra democratici e repubblicani e allinterno degli uni e degli altri. E che, dunque, essere tutti americani è impossibile, dovendosi decidere prima a quale America si vuole appartenere. 

Ed è, ancora una volta, il contesto che decide se e come affrontare l11 settembre. Perché è solo il contesto che spiega e rende molto plausibili tutti i sospetti. Non che la contestazione della versione ufficiale sia basata soltanto su sospetti. Quello che qui viene raccolto e pubblicato è una monumentale raccolta di dati sulla falsità della storia che è stata raccontata al pubblico mondiale. Ma, accanto allevidenza dei fatti, cè linsieme dei movimenti culturali, politici, nei rapporti di forza che li hanno preceduti e accompagnati. Ed è non solo importante conoscerli e analizzarli, ma anche cogliere le relazioni possibili tra i primi e i secondi. Ci sono cose che possono accadere solo in determinati contesti e rapporti. E, quando questi contesti vengono messi a fuoco, ecco emergere le connessioni che legano i fatti alle spinte politiche, economiche e sociali che li hanno creati. 
Franco Cardini e Marina Montesano ci aiutano a districare il groviglio di nodi ideologici e religiosi che è alla base del fenomeno neocon. Parlare di questa corrente di pensiero, della rete di organizzazioni, di centri di potere, di mass media che lha sostenuta, significa parlare dei personaggi chiave dellamministrazione in carica negli Stati Uniti. Cè una coincidenza pressoché totale tra le due cose. E se si rintraccino nel PNAC  come è agevole fare  pulsioni reazionarie e rivoluzionarie al massimo grado, è tuttaltro che azzardato, cioè del tutto ovvio, ritenere che esse facciano parte del modo di pensare degli uomini di punta di quellamministrazione.
Le spinte integraliste cristiane, di cui lo stesso presidente Bush è personificazione, il primitivismo politico violento dei predicatori evangelici che infestano quel paese, lidea, che essi (e non solo essi) diffondono a piene mani, di unAmerica che ha una missione da compiere, di fronte alla quale nemmeno le considerazioni della realpolitik possono valere, come nulla può valere di fronte ad Armageddon, perché è da Armageddon che si ricomincerà a misurare, con laiuto di Dio, ogni scala di valori: ecco il contesto, il crogiuolo da cui nascono i pericoli...
Lidea di una nuova Pearl Harbor, contenuta nel Progetto per il Nuovo Secolo Americano nasce in questo contesto. Un contesto che non è esagerato definire rivoluzionario, perché rivoluzionari si sentono i portatori di una dottrina radicalmente nuova. Che non è più quella, per loro incompleta e insufficiente della fine della storia di Francis Fukujama, ma è quella dellinizio di una nuova storia, in cui i parametri del comportamento globale saranno misurati con un solo metro, quello dellimpero. Come è sempre accaduto nella storia delluomo, gli imperi cominciano a percepire la propria grandezza soltanto quando ne sentono il peso, cioè verso la loro fine. E il pericolo è che non vogliano prenderne atto e che cerchino di superare la crisi alzando la posta.

Enzo Modugno ci mostra questo aspetto, tra i meno indagati dell11 settembre: unAmerica in recessione, che si rilancia con la guerra, che ha bisogno della guerra per reggersi in piedi e continuare a estendere il suo potere imperiale. UnAmerica che fa le guerre non per vincerle ma per prosperare. UnAmerica il cui ponte di comando già vede il pericolo del declino e vi si contrappone con tutti i mezzi a propria disposizione, e che però esce dall11 settembre tornando a consumare allimpazzata («tornate a fare shopping» disse Bush subito dopo la tragedia), cioè a indebitarsi oltre ogni soglia accettabile dal mercato mondiale. UnAmerica che ha scelto di essere lunico vero centro del potere, e vuole imporsi come tale, proprio mentre altri giganti alzano o rialzano la testa e vi si contrappongono caparbiamente, in attesa di divenire essi i più forti. UnAmerica che, per tutti questi motivi diventa il disturbatore della quiete mondiale, colei che impone le sue guerre, colei che non firma il trattato di Kyoto, colei che rifiuta di aderire al Tribunale Penale Internazionale, colei che mantiene la pena di morte, colei che torna a praticare la tortura.

In queste condizioni è difficile esercitare la guida del pianeta se non con la forza. Se accade che non si possano più rastrellare due miliardi di dollari al giorno dai mercati mondiali, per ripianare il debito statunitense; se accade cioè che il tenore di vita del popolo americano (cioè di quella parte del popolo, molto minoritaria, che non accetta di ridurlo nemmeno di un centesimo e che, anzi, vuole accrescerlo ulteriormente, contro levidenza dellimpossibilità di mantenerlo), allora non resta che il warfare, da applicare con la più grande determinazione nei confronti di tutti, degli alleati e di coloro che sono stati definiti in anticipo come canaglie e ai quali spetta il destino inesorabile di essere esemplarmente puniti. «Ogni dieci anni, allincirca, gli Stati Uniti devono prendere per la gola qualche piccolo riottoso paese e scaraventarlo contro un muro, così, tanto per mostrare al mondo ciò che noi intendiamo per affari.»
Lautore di queste righe è il professor Michael Ledeen, uno dei fondatori, appunto, del Progetto per il Nuovo Secolo Americano, stretto collaboratore di Richard Perle, uno dei più illustri del gruppo, intimo di Paul Wolfowitz e di Donald Rumsfeld. 
Queste parole costituiscono, in certo qual senso, un ritratto di gruppo. Ma queste sono cose che non si possono fare dichiarandole al mondo come tali. Ciascuna di esse, ogni volta, deve essere cucinata in modo tale che lopinione pubblica mondiale sia manipolata perché laccetti, la consideri normale, anzi giusta. I complotti, che tanto stupiscono e indignano i commentatori del mainstream informativo sono esattamente ciò che questi commentatori raccontano ai loro lettori, accreditandoli per veri, ogni volta.
Il contributo che Claudio Fracassi ha dato a queste pagine, La Waterloo dellinformazione, ci porta dentro il funzionamento di uno dei grandi protagonisti della tragedia: la Grande Fabbrica dei Sogni e della Menzogna. È essa il protagonista per il quale la tragedia è stata scritta, coautore a pieno titolo di ognuno degli atti, sceneggiatore principale senza il quale la tragedia non sarebbe stata concepita. Il mondo è entrato in una nuova fase, che implica la morte dellinformazione, e la sua trasformazione orwelliana in propaganda. La democrazia stessa è in pericolo, come ci ha insegnato proprio Noam Chomsky, quando linformazione viene piegata al disegno di coloro che stanno sul ponte di comando. Perché non cè più modo di difendersi dai loro disegni. E quando quei disegni diventano folli, è proprio linformazione lunico sistema per impedire la loro realizzazione. 

E l11 settembre è invece proprio il paradigma non solo dellinganno ma anche della sua geometrica potenza, della sua capacità di soggiogare lunica alternativa per sconfiggerlo: linformazione di massa.
Sconfitto il socialismo reale, dove  riprendendo una barzelletta dellepoca sovietica  la Verità (la «Pravda») era quella ufficiale, e le notizie (le «Izvestija») non cerano, ecco riapparire gli stessi virus, come unapplicazione della legge del contrappasso, allinterno della società del capitalismo globale americano.
L11/9 li sintetizza tutti: manipolazione, inganno, silenzio. Una vendetta postuma del comunismo sovietico, anzi del suo fantasma. 
Ma l11/9 è anche il sintomo della fine delle illusioni di coloro che hanno in mano il timone del pianeta e non sanno da che parte andare. Con il passare del tempo, sempre più veloce, i reprobi di turno diventano sempre più numerosi e si affacciano, riottosi, a riempire lagenda dellimpero. Si candidano a essere scaraventati anchessi contro il muro, uno dietro laltro. Ma limpero non potrà eliminarli tutti. La crescita promessa non poteva durare allinfinito e, infatti, si sta esaurendo. Lenergia non basterà per tutti. Latmosfera si riscalda a ritmi non controllabili. 
Alcuni giganti sono ormai troppo grandi per essere schiacciati dalla paura. Cina, Russia, India, cioè lAsia, esigono la loro quota. L11/9 serviva per lanciare il mondo in una nuova corsa al riarmo e per tenerlo incatenato al tenore di vita, non negoziabile, di una piccola quota dei 300 milioni di americani e dei 500 milioni di europei. Ma non è più possibile comunque. 

Lalternativa alla guerra per il dominio, che i progettisti dell11/9 hanno in mente, è un grande compromesso per fare la pace con il pianeta che ci ospita. Ma per costruire questo compromesso, che comporta sacrifici per i più ricchi, occorre smascherare il progetto di una guerra senza fine, che porterà alla catastrofe. Ecco perché la verità sull11 settembre 2001 è importante, anzi essenziale: per sopravvivere.</text_more></entry>
<entry id='2359' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2359' author_id='2' authored_on='20070901124054' basename='leggere_largentina_una_bibliografia' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070901124054' modified_on='20070901125304' ping_count='0' status='2' title='Leggere lArgentina: una bibliografia' week_number='200735'><text>di &lt;b&gt;Alberto Prunetti&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;040630piqueteros.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/040630piqueteros.jpg&quot; width=&quot;250&quot; height=&quot;188&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;LArgentina è un paese affascinante, segnato però da una tradizione repressiva e da una vocazione alloblio che ha reso malata la sua società. Un sintomo di questa malattia è lincapacità di chiudere certi capitoli della propria storia, quali ad esempio la presenza di reparti occulti militari (clicca &lt;b&gt;&lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2006/11/002042.html#002042&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;&lt;/b&gt; per il caso &lt;b&gt;López&lt;/b&gt;). LArgentina però è anche uno dei più interessanti laboratori di conflittualità e di autogestione.  Le esperienze dei &lt;b&gt;piqueteros&lt;/b&gt;, delle &lt;b&gt;fabbriche autogestite &lt;/b&gt;e delle &lt;b&gt;assemblee di quartiere &lt;/b&gt;sono una risposta concreta alle cassandre del neoliberalismo, che hanno confinato nellutopia ogni alternativa al loro incubo di plastica. Da un paio di anni mi dedico a leggere libri su questi argomenti e adesso ho deciso di condividere con i lettori di &lt;i&gt;Carmilla &lt;/i&gt;la mia bibliografia argentina.</text><text_more>Un buon punto di partenza per il continente latinoamericano rimane, a distanza di anni, Le vene aperte dellAmerica Latina di Edoardo Galeano (Milano, Sperling &amp; Kupfer, 1997).  
Sul tema dei desaparecidos e della dittatura militare, il libro che ha avuto uninfluenza notevole, tra le mie letture, è Ricordo della morte di Miguel Bonasso (Milano, Interno Giallo, 1990). Fondamentali anche Le irregolari. Buenos Aires Horror tour di Massimo Carlotto (Roma, E/O, 1998) e Le pazze. Un incontro con le madri di Plaza de Mayo (Milano, Bompiani, 2005) di Daniela Padoan. Un utile strumento è Memoria Debida, a cura di José Luis DAndrea Mohr (Buenos Aires, Ediciones Colihue, 1999), un repertorio con un cd allegato che permette di fare ricerche su desaparecidos e repressori. Da leggere anche La noche de los lapices di Maria Seoane e Hector Ruiz Nuñez (Buenos Aires, Editorial Contrapunto, 1986), da cui è stato tratto lo sconvolgente film La notte delle matite spezzate, di Hector Olivera. Utile e molto inquietante il dossier fotografico incluso in El estado terrorista argentino di Edoardo Luis Duhalde. Fondamentali, anche per riflettere sul ruolo delle istituzioni italiane, le memorie di Enrico Calamai: Niente asilo politico (Milano, Feltrinelli, 2006). 
Sul ruolo della chiesa cattolica negli anni della dittatura: il punto di partenza rimane Iglesia y dictadura di Emilio F. Mignone (Buenos Aires, Universidad  Nacional de Quilmes, Pagina/12, data?); un testo più recente è El silencio di Horacio Verbitsky (Buenos Aires, Editorial Sudamericana, 2005). Lo stesso autore ha pubblicato una serie di titoli di pregio sulle forze della repressione negli anni del proceso. Consiglio almeno la lettura di El vuelo (Buenos Aires, Editorial Planeta, 1995).  Notevole, dettagliato e radicale il Dossier Argentina contenuto nel numero 20 (ottobre-dicembre 2004) della rivista Hortus Musicus. Il dossier raccoglie una serie di articoli, curati principalmente da Gaspare De Caro e Roberto De Caro.
La storia dei movimenti anarchici e dellemigrazione politica in Argentina passa imprescindibilmente attraverso lopera di Osvaldo Bayer. Segnalo in italiano Severino Di Giovanni (Pistoia, Collana Vallera, 1973) e Gli anarchici espropriatori (Cecina, Archivio famiglia Berberi, 1996). Lopera di Bayer più nota in Argentina (e che gli ha creato più problemi con lapparato repressivo) è La Patagonia rebelde (Buenos Aires, Planeta, 2004). Il libro ha una lunga e tormentata storia editoriale, ha conosciuto più edizioni, censura e roghi. Da vedere ladattamento cinematografico di Héctor Olivera, dal titolo omonimo. Unanalisi dellopera di Bayer viene condotta da Miguel Mazzeo nel suo Osvaldo Bayer. Mirada sobre su obra (Buenos Aires, Ediciones del Istituto Movilizador de Fondos Cooperativos, 2003). Segnalo una proiezione letteraria di Bayer nellultimo libro scritto da Manuel Vasquez Montalbán, Millennio 2 (Milano, Feltrinelli, 2005). 
Sul peronismo una via letteraria per la comprensione di questo fenomeno arriva da Osvaldo Soriano. Segnalo, tra le molte opere dello scrittore, Mai più pene né oblio, pubblicato in italiano assieme a Quartieri dinverno (Torino, Einaudi, 1993). Interessante la breve monografia dedicata a Soriano con i contributi dei suoi amici argentini raccolti da Eduardo Montes-Bradley: Osvaldo Soriano. Un retrato (Buenos Aires, Norma, 1999). Per comprendere il peronismo uno degli strumenti più utili per il lettore italiano è Peronismo e movimento operaio (a cura di Roberto Massari, Milano, Jaca book, 1975). In spagnolo ho consultato alcune pagine sul peronismo incluse nel terzo tomo dellantologia Historia de Iberoamerica (Cátedra, Madrid, 1992). Non cede troppo al sentimentalismo e si legge con interesse la biografia di Eva Peron di Alicia Dujovne Ortiz, Evita (Milano, Mondadori, 1996).
Sarebbe riduttivo considerarlo un letterato: Rodolfo Walsh è giornalista, scrittore, traduttore e rivoluzionario, e ognuna di queste etichette gli sta strette. A questa figura incredibile è dedicata una raccolta di scritti curati da Roberto Baschetti: Rodolfo Walsh, vivo (Buenos Aires, Ediciones de la Flor, 1994). Il testo più noto di Walsh è Operacion  Masacre (Buenos Aires, De la flor, 1972), ma tutta la sua opera andrebbe rivalutata, almeno in Italia, a partire da El violento oficio de escribir (Buenos Aires, Editorial Planeta, 1995). Gli anni formativi di Walsh sono raccontati in un romanzo biografico dedicato alla famiglia Lugones (in tre generazioni un poeta padre delle lettere argentine, un poliziotto psicopatico e torturatore e una letterata desaparecida): Los Lugones. Una tragedia argentina di Marta Merkin (Buenos Aires, Editorial Sudamericana, 2004). 
Sul genocidio dei popoli nativi di quella che oggi chiamiamo Argentina la sintesi più interessante mi pare Nuestros paisanos los indios di Carlos Martínez Sarasola (Buenos Aires, Emecé, 2005). Interessante lo studio di David Viñas Indios, ejército y frontiera (Buenos Aires, Santiago Arcos editor, 2003). Meno graffiante lopera di Else Lidegaard, Voces Indigenas de la Patagonia (Buenos Aires, Catálogos, 2003). Di taglio  a mio parere troppo sociologico è lantologia Pueblos indígenas, estado y democracia a cura di Pablo Dávalos (Buenos Aires, Consejo Latinoamericano de Ciencias Sociales, 2005)  Sicuramente molto più interessante e radicale la rivista mapuche &lt;b&gt;&lt;a href=&quot;http://www.nodo50.org/azkintuwe&quot;&gt;AZkintuWe&lt;/a&gt;&lt;/b&gt;. Sul genocidio degli indigeni realizzato nei primi decenni del Cinquecento segnalo Gli eroi del Río de la Plata, di Plinio Marotta (Trento, Panorama, 2002). Per quanto riguarda la cosmovisione dei popoli andini, si trovano alcuni riferimenti al culto della Pachamama in Pachamama santa tierra di Ana Maria Mariscotti de Görlitz (Berlino, Gebr. Mann Verlag, 1978). Per la mitologia mapuche ho consultato il Diccionario mapuche-español (Buenos Aires, Editorial Guadal, 2003). Sui popoli del nord ho letto Aymara. Los hijos del sol di Malù Sierra (Santiago de Chile, Editorial Sudamericana, 2000) (che però ho trovato troppo new-age). Sui nativi Kolla sono utili invece due testi di geografia sociale: Puna de Atacama. Sociedad, economía y frontiera a cura di Alejandro Benedetti (Córdoba, Argentina, Alción Editora, 2003) e Pasado y presente de un mundo postergado a cura di Ana Teruel e Omar Jerez (Jujuy, Argentina, Universidad Nacional de Jujuy, 1998). 
Per quanto riguarda la nuova conflittualità argentina e la crisi del 2001 consiglio La protesta social en la Argentina (1990-2004) di Guillermo Almeyra (Buenos Aires, Ediciones Continente, 2004), Piqueteros. La rivolta argentina contro il neoliberismo a cura del Colectivo Situaciones (Roma, Deriveapprodi, 2003); Horizontalidad, Voces de Poder Popular en Argentina, a cura di Marina Sitrin (Buenos Aires, Chilavert, 2005); De Gennaro Riccardo, Mujeres, storie di donne argentine (Roma, Manifestolibri, 2006); Negri Antonio, Cocco Giuseppe, Global. Biopotere e lotte in America Latina, (Roma, Manifestolibri, 2006). Interessante anche larticolo a cura di Borbala Émeutes en Argentine : Il est plus dangereux de laisser le peuple mourir de faim que de s&apos;opposer au FMI, in Oiseau-Tempete, n° 9, Paris, 2002.
Infine non si può parlare di Argentina senza parlare del mate. Su questerba stimolante una lettura imprescindibile è El mate. El arte de cebar y su lenguaje di Amaro Villanueva (Buenos Aires, Ediciones Nuevo Siglo, 1995). 
</text_more></entry>
<entry id='2360' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2360' author_id='12' authored_on='20070901174536' basename='leterna_fandonia_in_difesa_di_stokely_carmichael_kwame_ture' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070901174536' modified_on='20070901194547' ping_count='0' status='2' title='L&apos;eterna fandonia. In difesa di Stokely Carmichael (Kwame Ture)' week_number='200735'><excerpt>Seppure in buona fede, il 26 agosto scorso &lt;b&gt;Vittorio Zucconi&lt;/b&gt; ha ripreso e amplificato una vetusta e diffamatoria leggenda urbana su &lt;b&gt;Stokely Carmichael / Kwame Ture&lt;/b&gt;. 
Procediamo con ordine.</excerpt><text>&lt;div align=&quot;center&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;stokely_diffamato2.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/stokely_diffamato2.jpg&quot; border=&quot;0&quot;&gt;&lt;/div&gt;&lt;br&gt;</text><text_more>di &lt;b&gt;Wu Ming 1&lt;/b&gt;

Seppure in buona fede, il 26 agosto scorso &lt;b&gt;Vittorio Zucconi&lt;/b&gt; ha ripreso e amplificato una vetusta e diffamatoria leggenda urbana su &lt;b&gt;Stokely Carmichael / Kwame Ture&lt;/b&gt;. 
Procediamo con ordine.

Carmichael, morto di cancro nel 1998, fu uno dei più importanti intellettuali e leader politici afroamericani del XX° secolo, protagonista delle lotte per i diritti civili nel Sud degli Stati Uniti, collaboratore di Martin Luther King, grande comunicatore, testimonial dello slogan &quot;Black Power&quot;, marito della cantante Miriam Makeba, dirigente dello SNCC (&quot;snic&quot;) e del Black Panther Party, ponte vivente tra il &lt;i&gt;movement&lt;/i&gt; e le rivoluzioni anticoloniali africane, tanto da trasferirsi in Guinea come consigliere e braccio destro del presidente Ahmed Sékou Touré, e ribattezzarsi col nome pan-africano &quot;Kwame Ture&quot;.

Tra i leader neri degli anni Sessanta e Settanta, Carmichael fu tra i più perseguitati dall&apos;FBI attraverso il programma illegale COINTELPRO. Contro di lui fu condotta una crudele guerra psicologica, ogni diceria sul suo conto venne ingigantita e distorta fino a rendergli la vita impossibile. Per screditarlo agli occhi dei suoi compagni furono prodotti falsi documenti &quot;certificanti&quot; il suo ruolo di infiltrato e spia in seno al movimento. Tutto ciò è ampiamente documentato.

La vita di Carmichael/Ture è ripercorsa nella magnifica, struggente, monumentale &quot;autobiografia a due voci&quot; &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;i&gt;&lt;a href=&quot;http://www.amazon.com/gp/redirect.html?ie=UTF8&amp;location=http%3A%2F%2Fwww.amazon.com%2FReady-Revolution-Struggles-Stokely-Carmichael%2Fdp%2F0684850044%3Fie%3DUTF8%26s%3Dbooks%26qid%3D1188665602%26sr%3D1-1&amp;tag=wumingfoundat-20&amp;linkCode=ur2&amp;camp=1789&amp;creative=9325&quot;&gt;Ready For Revolution: The Life and Struggles of Stokely Carmichael (Kwame Ture)&lt;/a&gt;&lt;img src=&quot;http://www.assoc-amazon.com/e/ir?t=wumingfoundat-20&amp;amp;l=ur2&amp;amp;o=1&quot; width=&quot;1&quot; height=&quot;1&quot; border=&quot;0&quot; alt=&quot;&quot; style=&quot;border:none !important; margin:0px !important;&quot; /&gt;&lt;/i&gt;, scritta con l&apos;amico Ekwueme Michael Thelwell e uscita nel 2003. 
Affermo da anni, e lo ripeto qui, che &lt;i&gt;Ready For Revolution&lt;/i&gt; è uno dei libri più belli che io abbia mai letto. Purtroppo non c&apos;è speranza che venga tradotto in italiano: quale editore nostrano scommetterà mai su un tomo di 800 pagine fitte su una figura poco nota nell&apos;ex-Belpaese attualmente Ecomostro?

Carmichael è uno dei personaggi raccontati nel mio &quot;oggetto narrativo&quot; &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;i&gt;&lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com/ourbooks/news.php&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;New Thing&lt;/a&gt;&lt;/i&gt; (2004), a lui dedicato &lt;i&gt;in memoriam&lt;/i&gt;. 

Domenica 26/08 il &quot;domenicale&quot; del quotidiano &lt;i&gt;La Repubblica&lt;/i&gt; ha dedicato due pagine (a firma Zucconi) alle utopie degli anni Sessanta e al quarantennale della &quot;Summer of Love&quot;. L&apos;occhio mi è subito caduto sul box riportato sopra. Cosa?! Ma vuoi vedere che hanno ripreso quella vecchia frottola...

L&apos;avevano ripresa. 

Nell&apos;argomentare - a ragion veduta - che &lt;i&gt;flower power&lt;/i&gt;, controcultura e rivoluzione sessuale furono lungi dal far piazza pulita del vecchio maschilismo, Zucconi passa a fare un esempio. Eccolo qui:

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&quot;La posizione delle donne nel nostro movimento&quot;, avrebbe detto il leader delle Pantere nere Stokely Carmichael, &quot;deve sempre essere una sola: sdraiate sulla schiena&quot;.&lt;/span&gt;

Non è una delle mistificazioni più gravi tra quelle che il leader nero dovette affrontare in vita (e noialtri sorbirci &lt;i&gt;post mortem&lt;/i&gt;), ma di certo è la più persistente e &quot;appiccicosa&quot;.
La frase originale, &quot;&lt;i&gt;The position of women in SNCC is prone&lt;/i&gt;&quot;, fu detta da Carmichael all&apos;interno di un monologo satirico improvvisato durante la pausa di una lunga riunione, monologo basato sulla parodia di vari tipi di neri e di militanti, ivi compreso quello (diffusissimo allora come oggi) che partecipa alle lotte solo per cercare la figa. 
Ekwueme Michael Thelwell chiarisce questa storia alle pagine 431-435 di &lt;i&gt;Ready for Revolution&lt;/i&gt;, e dopo aver ricostruito il contesto scrive (traduzione mia):

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;Da lì in avanti, vidi [quella frase] prendere vita propria. &quot;Cazzo, è incredibile&quot;, pensavo. Di tutte le battute divertenti fatte dal fratello quella sera, questa è &lt;i&gt;l&apos;unica&lt;/i&gt; rimasta impressa a un qualche idiota? A dir poco deprimente.
Questa triste storia, ad ogni modo, ha una confortante nota a pie&apos; di pagina, che riguarda il necrologio di Carmichael sul &lt;i&gt;New York Times&lt;/i&gt;. Quando il fratello morì nel 1998, attesi il necrologio con insolito interesse. Riempiva due terzi di pagina e, nell&apos;inimitabile maniera di quel giornale, riusciva a dare tutte le date e i nomi giusti, e tutte le interpretazioni sbagliate. Come c&apos;era da attendersi, riproponeva uno dopo l&apos;altro tutti i clichés e i giudizi dati dall&apos;establishment, al fine di negare qualunque minima influenza, conseguenza o rilevanza del contributo dato dal fratello. Al punto che veniva da chiedersi: come mai la redazione ha dato tanto spazio a una vita che a loro dire è stata tanto insignificante?
Eppure rimasi stupito e contento di non trovare quello che andavo cercando: un riferimento alla fandonia sulla &quot;posizione delle donne&quot;. Poiché era l&apos;unica leggenda urbana assente dal pezzo, la sua assenza dava nell&apos;occhio. L&apos;avevo cercata dopo aver saputo dell&apos;intervento di due donne dall&apos;etica rigorosa, che per puro caso era anche intellettuali bianche.
Quando la malattia di Ture era entrata in fase terminale, Mary King [attivista bianca dello SNCC] e Francesca Poletta - giovane sociologa della Columbia University che ha condotto ricerche approfondite e scritto saggi importanti sullo SNCC - avevano contattato il settore necrologi del NYT, fornendo prove ed elementi concreti sulla questione e ammonendo a non riciclare per l&apos;ennesima volta quella merda. Era chiaro che ce l&apos;avevano fatta, dato che, a dispetto del tono dell&apos;articolo, la bubbola era rimasta fuori. Mary, Francesca: massimo rispetto.&lt;/span&gt;

Qui di seguito, a mo&apos; di nota biografica, alcuni estratti da &lt;i&gt;New Thing&lt;/i&gt;.
&lt;br&gt;&lt;br&gt;

&lt;div align=&quot;center&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;blacknotvice.GIF&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/blacknotvice.GIF&quot; width=&quot;500&quot; height=&quot;188&quot; border=&quot;0&quot; /&gt;&lt;/div&gt;

&lt;b&gt;Furono battesimi del fuoco&lt;/b&gt;: insulti, manganellate, tentativi di linciaggio... Ma è il giugno del 66 il vero spartiacque della mia vita: la Marcia contro la paura, da Memphis, Tennesse, a Jackson, Mississippi. Duecento miglia coi militanti neri che mordevano il freno, non si accontentavano più della non-violenza. La marcia era pacifica ma protetta dai Deacons for Defense and Justice, con le armi ben visibili. Sono sicura che questo salvò delle vite. Nemmeno il dottor King ebbe niente da obiettare alla presenza dei Deacons. Durante la marcia Stokely lanciò lo slogan &quot;Black Power&quot;.

&lt;b&gt;&quot;Potere nero&quot; voleva dire&lt;/b&gt; autodeterminazione, ad esempio il diritto dei neri a governare le comunità in cui erano maggioranza. Nel Sud c&apos;erano contee in cui i bianchi erano appena il 10% degli abitanti ma nessun nero aveva il diritto di voto. La parola giusta è apartheid. Black Power era anche uno slogan polemico verso i liberal che dettavano la linea al movimento, predicavano docilità e rispondere &quot;Sì, badrone&quot;, ma i media lo spacciarono per uno slogan &quot;anti-bianchi&quot;, ne distorsero il messaggio, cominciarono ad accusare lo Sncc di &quot;razzismo al contrario&quot;. Si inventarono dissidi tra Stokely e il dottor King, che invece rispettava lo Sncc. Il dottor King criticava lo slogan ma non la sostanza, e non condannò mai Stokely o l&apos;organizzazione. 

&lt;img alt=&quot;s-sncc.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/s-sncc.jpg&quot; width=&quot;176&quot; height=&quot;169&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;left&quot; vspace=&quot;1&quot; hspace=&quot;6&quot;&gt;&lt;b&gt;&quot;Black power&quot; riassumeva in due parole&lt;/b&gt; un processo durato anni: la riscoperta dell&apos;Africa, un&apos;Africa della mente, l&apos;essere neri, che non era tanto il colore della pelle, ma l&apos;esperienza che teneva insieme la comunità. Nell&apos;anno che era portavoce nazionale dello Sncc, Stokely attraversò il Paese in lungo e in largo, parlando tutti i giorni, anche più volte al giorno. Assemblee, conferenze, programmi alla radio e alla tv, ogni volta spiegava il significato dello slogan, se ne fregava degli attacchi e ripeteva quelle due paroline, &quot;Black&quot; e &quot;Power&quot;, acido nitrico e glicerina, e bombardava il pubblico con l&apos;aggettivo: black, black, black, black, ovunque andavi Stokely diceva &quot;black&quot;. Alla fine di quell&apos;anno, la parola &quot;Negro&quot; apparteneva al passato. 

&lt;b&gt;Nel &apos;67 Stokely&lt;/b&gt; aveva venticinque anni ed era il nero più odiato dall&apos;America bianca, secondo solo a Muhammad Ali. Lo accusavano di odiare i bianchi, di essere razzista, ma lui era cresciuto in un quartiere di italiani, s&apos;era diplomato in una high school bianca, aveva fatto lavoro politico con attivisti bianchi. &quot;Potere nero&quot; significava organizzare le nostre comunità, non distruggere quelle altrui. Stokely diceva sempre: &quot;Costruire la propria casa non significa buttare giù quella dall&apos;altra parte della strada&quot;.

&lt;b&gt;Il numero di attivisti neri uccisi&lt;/b&gt; dai razzisti era già alto prima che ci si mettesse l&apos;Fbi, e Stokely era il prossimo, in cima alla lista. Eravamo tutti preoccupati che non arrivasse ai trent&apos;anni.  In compenso, era uno dei neri più amati dalla sua gente. Nelle contee del Mississippi dove lo Sncc aveva fondato il Freedom Democratic Party, e in Alabama dov&apos;era nato il simbolo della pantera nera, c&apos;era chi l&apos;avrebbe sfamato con lultimo tozzo di pane, avrebbe ricevuto la pallottola che gli era destinata, si sarebbe strappato un braccio e l&apos;avrebbe usato come clava per difenderlo. 
Non so quanto ne fosse consapevole, ma Stokely aveva una galassia di buone stelle, angeli custodi sparsi per il mondo che si mossero per sottrarlo al pericolo. Nella primavera del &apos;67 gli organizzarono un tour mondiale. Londra, Cuba, la Cina, Il Vietnam in guerra, l&apos;Algeria post-coloniale, infine la Guinea dove sarebbe andato a vivere. 
Da quei paesi continuava a denunciare l&apos;oppressione dei neri negli Stati Uniti, facendo impazzire di rabbia i nostri media. La Cia cercò più volte di catturarlo e riportarlo in patria, o almeno di rubargli il passaporto. Esiste un discorso di &lt;b&gt;Fidel Castro&lt;/b&gt; in difesa di Stokely. La Guinea inoltrò agli Usa una protesta diplomatica ufficiale per le intimidazioni da parte di membri dell&apos;ambasciata americana. Kwame Nkrumah lo prese come segretario.

&lt;b&gt;Mentre il fratello Stokely&lt;/b&gt; faceva il giro del mondo, la stampa americana lo trasformava in un demonio, un Satana negro, la personificazione dell&apos;antiamericanismo e del &quot;tradimento&quot;. Ma fammi il piacere, questo Paese non ci aveva mai dato un cazzo, ci gassava e bastonava nei ghetti poi ci mandava a crepare in Vietnam, e se un nero lo dice, e spiega che gli Stati Uniti rubano la ricchezza del pianeta, quello è un traditore? 
In Guinea incontra &lt;b&gt;Kwame Nkrumah&lt;/b&gt;, l&apos;ex-presidente del Ghana, deposto da un golpe appoggiato dagli Usa. Nkrumah non è solo un esule di rango, Sékou Touré lo ha nominato co-presidente del Paese. Nkrumah ha studiato in America, conosce bene le lotte dei fratelli di qui, è un panafricanista e per lui sono tutte battaglie del popolo africano, sul continente e nella diaspora atlantica. Beh, per farla corta, Nkrumah chiede a Stokely di diventare il suo assistente. Stokely, che nel frattempo si è messo con &lt;b&gt;Miriam Makeba&lt;/b&gt; ed è in pieno trip africano, accetta, ma prima vuole tornare negli Usa per finire del lavoro. Tutti gli africani della diaspora che incontra gli dicono: - Brother, is you crazy? Se torni, chissà che ti fanno! L&apos;uomo bianco vuole il tuo culo! - ma lui ha deciso che torna, non può lasciare a metà i suoi progetti. Appena atterrato al Jfk, gli sequestrano il passaporto. Lui se lo aspettava, ha già chiamato i suoi avvocati, è disposto a fare il diavolo a quattro per riaverlo.

&lt;img alt=&quot;Miriam Makeba&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/makeba.jpg&quot; width=&quot;135&quot; height=&quot;140&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;left&quot; vspace=&quot;1&quot; hspace=&quot;6&quot;&gt;&lt;b&gt;Nei mesi che trascorse negli Usa&lt;/b&gt;, Stokely diventò dirigente onorario delle Pantere, sposò Miriam Makeba, si sbattè per riavere il passaporto e cercò di organizzare le comunità nere di Washington D.C. Poi venne ucciso il dottor King. Nel Paese scoppiarono più di cento rivolte, la situazione era ormai fuori controllo, organizzare la nostra gente era quasi impossibile. Da un giorno all&apos;altro i ghetti si riempirono di tossici, l&apos;eroina dilagava. Stokely, dal canto suo, passò brutti momenti: il Cointelpro pedinava e sorvegliava lui e Miriam, e faceva di tutto per distruggere la reputazione di entrambi. Un&apos;intera tournée di Miriam saltò senza spiegazioni dopo che l&apos;Fbi disse ai promoters due paroline. Il Cointelpro sparse nel movement, soprattutto tra le Pantere, la falsa voce che Stokely era un infiltrato della Cia. Alla fine, prima che qualcuno gli facesse saltare le cervella per un qualunque motivo, Stokely riebbe il passaporto. Lui e Miriam tornarono in Guinea per un pelo.

&lt;b&gt;La Guinea indipendente era&lt;/b&gt; la base operativa di tutte le guerriglie dell&apos;Africa nera. C&apos;erano gli angolani, i mozambicani, quelli della Guinea-Bissau e Capo Verde, i sudafricani dell&apos;African National Congress. Tutti i movimenti di liberazione nazionale prendevano il volo da Conakry. Stokely cambiò nome, si chiamò &quot;Kwame Ture&quot;, in omaggio a Kwame Nkrumah e Sékou Touré. L&apos;acqua in cui si immerse per il secondo battesimo fu la cultura africana. Entrò nell&apos;All-African People&apos;s Revolutionary Party e si occupò dei rapporti tra i movimenti africani del Continente e quelli nella Diaspora. Non si fermò mai un secondo. 

&lt;img alt=&quot;Stokely Carmichael&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/stokely_sorride.jpg&quot; width=&quot;229&quot; height=&quot;279&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;right&quot; vspace=&quot;1&quot; hspace=&quot;5&quot;&gt;&lt;b&gt;Quando scoprirono il tumore&lt;/b&gt; alla prostata, Kwame accettò il verdetto e disse: - Quel che mi resta da vivere appartiene alla mia gente, continuerò a lavorare e organizzare finché avrò la forza di muovere la lingua. 
Combattè la metastasi come aveva combattuto il razzismo. Dentro quel tribuno su sedia a rotelle c&apos;era lo spirito dello Stokely di trent&apos;anni prima, anche più fiero di allora. Ripeteva: - Il cancro tira fuori il meglio di una persona. 
Contese gli anni al male senza farsi assediare, anzi, contrattaccando, riconquistando terreno, piantando la bandiera della vita su ogni collinetta, celebrando il buon esito di ogni sortita. Lo circondava l&apos;amore della comunità, medici e guaritori lo curavano gratis. Diceva: - Se ti sacrifichi per le persone, le persone si sacrificheranno per te. 
Strappò alla morte tre anni. Quando il momento si avvicinò tornò a Conakry, tra le braccia di Madre Africa. L&apos;ultima riunione la fece la sera prima di morire, talmente debilitato da non poter rimanere seduto. Lo appoggiammo a una pila di cuscini, parlò, ascoltò, sorrise, toccò a lui consolare noialtri. Ci salutò dicendo: - Siate sempre pronti, e quando arriverà il momento non dovrete prepararvi.   
Nostro fratello Kwame ci lasciò il 15 novembre 1998.
Dopo il funerale, chissà come, mi tornò alla mente un aneddoto. Me l&apos;aveva raccontato Stokely, riemergeva dalle nebbie di un&apos;altra America, un altro mondo, ormai quasi un altro secolo. 
La notizia della morte di &lt;b&gt;John Coltrane&lt;/b&gt; gli era giunta mentre era a Londra, per una conferenza sui movimenti di liberazione. Prima di cominciare il suo discorso, fece alzare in piedi gli spettatori e chiese un minuto di silenzio per quel grande artista nero e guerriero culturale. Nessuno se l&apos;aspettava, era una conferenza molto politica nell&apos;accezione più stretta, piena di intellettuali seriosi, e che c&apos;entrava il jazz con la rivoluzione? Eppure tutti rimasero in piedi e in silenzio.
Quei due fratelli avevano molto in comune. Due vite dedicate allo spingersi avanti, sempre più avanti. Ed erano instancabili. Solo il cancro riuscì a fermarli, ma non potè impedir loro di muoversi fino all&apos;ultimo minuto, l&apos;ultimo secondo prima di danzare e raggiungere gli antenati.

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&lt;noscript&gt;&lt;p&gt;&lt;img alt=&quot;Clicky&quot; src=&quot;http://getclicky.com/2599ns.gif&quot; /&gt;&lt;/p&gt;&lt;/noscript&gt;</text_more></entry>
<entry id='2361' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2361' author_id='1' authored_on='20070903102155' basename='gli_altri_incendi_della_grecia' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070903102155' modified_on='20070903103112' ping_count='0' status='2' title='Gli altri incendi della Grecia' week_number='200736'><text>&lt;span class=smalltext&gt;Soffocata dal fumo dei roghi che hanno falcidiato in Grecia più di 50 persone, la notizia dei gravissimi scontri tra forze dell&apos;ordine e immigrati nigeriani, appoggiati da studenti, squatter, autonomi e liberi cittadini, nella città di Salonicco, non ha avuto rappresentazione nella scena mediatica. Due notti di guerriglia drammatica, scatenata da un fatto tragico, ormai entrato nella normalità della violenza e della censura perpetrata su lavavetri e supposti abusivi, a partire dall&apos;Italia ed evidentemente non soltanto in Italia: un venditore africano di dvd pirata incappa in un controllo della polizia, scappa e muore. Si è trattato di Tony Onuoha, nigeriano, 25 anni, caduto da una finestra al primo piano di una caffetteria mentre fuggiva dal controllo. 
E&apos; una situazione che si sta allargando a un ritmo pari a quello degli incendi dolosi. &lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/watch?v=w2ZpfTTTBMM&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;A febbraio si erano verificati durissimi scontri tra polizia e anarchici, ad Atene&lt;/a&gt;. Proponiamo la testimonianza video della guerriglia urbana di Salonicco. L&apos;Europa non è soltanto il sisma sovietico della Banca Centrale, sotto bolla dopo il crash dei mutui americani: sta accadendo qualcosa di più, nessuno ne parla.&lt;/span&gt;

&lt;div align=center&gt;&lt;object width=&quot;350&quot; height=&quot;288&quot;&gt;&lt;param name=&quot;movie&quot; value=&quot;http://www.youtube.com/v/eVRvjTJZ3c8&quot;&gt;&lt;/param&gt;&lt;param name=&quot;wmode&quot; value=&quot;transparent&quot;&gt;&lt;/param&gt;&lt;embed src=&quot;http://www.youtube.com/v/eVRvjTJZ3c8&quot; type=&quot;application/x-shockwave-flash&quot; wmode=&quot;transparent&quot; width=&quot;350&quot; height=&quot;288&quot;&gt;&lt;/embed&gt;&lt;/object&gt;&lt;/div&gt;</text></entry>
<entry id='2363' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2363' author_id='4' authored_on='20070905034101' basename='i_giornali_a_processo_il_caso_7_aprile_terza_parte' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070905034101' modified_on='20070905034558' ping_count='0' status='2' title='I giornali a processo: il caso 7 aprile - Terza parte' week_number='200736'><text>di &lt;b&gt;Luca Barbieri&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;QuaderniRossi.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/QuaderniRossi.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;177&quot; border=&quot;0&quot;hspace=4 vspace=2 align=right  /&gt;(c) 2002 - Si consente la riproduzione parziale o totale dell&apos;opera e la sua diffusione per via telematica, purché non a scopi commerciali e a condizione che questa dicitura sia riprodotta.

&lt;b&gt;3. Sigle, movimenti, terrorismi&lt;/b&gt;
	
&lt;i&gt;Alla sinistra del PCI&lt;/i&gt;

In questo contesto bloccato, dopo il golpe cileno il Partito comunista guidato da Enrico Berlinguer si convince che non sia possibile, in quel contesto internazionale, un governo autonomo delle sinistre. Inizia il lento ma inesorabile avvicinamento dei comunisti alla Democrazia cristiana, dalla sinistra al centro dello schieramento politico. La possibilità di arrivare al compromesso storico crea forti tensioni e radicalizzazioni allinterno della sinistra e negli ambienti più filoamericani della Democrazia cristiana. In Italia londa lunga del 68 arriva a una situazione di guerra civile strisciante. Il Partito comunista in questa lunga  marcia verso il governo del Paese è costretto a una costante dimostrazione di responsabilità che dovrebbe avvicinarlo ai ceti medi. 
Ma se il movimento nasce a sinistra, se il più grande Partito comunista dOccidente è costretto a guardare al centro, senza poter al tempo stesso essere scavalcato a sinistra, come sarà il suo rapporto con esso?</text><text_more>Contrariamente al sindacato, infatti, il principale partito della sinistra non opta in questa fase per la mobilitazione competitiva. O comunque non sembra privilegiare la via della competizione diretta con le nuove identità politiche allinterno dei movimenti stessi, sul piano della capacità di estendere e di radicalizzare la protesta sociale. Al contrario, pur con contraddizioni e differenze da situazione a situazione, lascia prevalere una linea di crescente distacco, e sempre più spesso di contrapposizione rispetto ai contenuti e alle forme di lotta prevalenti nellarea della protesta (3).  

Latteggiamento del PCI lascia così libero il campo alle diverse anime del movimento. Avviene quella che Revelli chiama civilizzazione del conflitto politico, la tendenza cioè da parte di soggetti tipicamente appartenenti alla società civile ad assumere il ruolo di soggetto politico generale.

Inutile sottolineare che il danno arrecato dai nuovi movimenti ai partiti, soprattutto a sinistra, è rilevante. Il PCI da principale attore politico dellopposizione subisce un mutamento del proprio posizionamento. Subisce una profonda erosione delle risorse identitarie. Non più padrone della protesta operaia e partito esegeta del marxismo bensì partito pesante, poco presente sul luogo del conflitto e in cerca di potere più che di rappresentanza.

Il discorso è leggermente diverso per la CGIL. Il sindacato ha un rapporto dialettico con il movimento per molteplici ragioni. Sviluppatosi tardi, relativamente debole in alcune regioni a forte radicamento religioso come il Veneto e la Brianza, il sindacato deve misurarsi con una nuova generazione di operai che, principalmente immigrati dal sud, si scontrano con i durissimi ritmi della produzione di fine anni Sessanta. «La debolezza sindacale spiega liniziale tentativo di sfruttare la spontaneità come risorsa organizzativa», sostiene Revelli.

&lt;i&gt;Lesperienza dei Quaderni Rossi&lt;/i&gt;

Ma dove e quando nasce il dissenso alla sinistra del PCI? Bisogna fare un salto indietro allinizio degli anni Sessanta con la nascita di una rivista, i Quaderni Rossi, che avrà un peso enorme nella storia della riflessione teorica della sinistra italiana. E ad essa infatti che si fa risalire latto di fondazione della corrente che prenderà il nome poi di operaismo. In essa traggono infatti origine sia il gruppo di Potere Operaio che quello di Lotta Continua. 
Il primo numero dei Quaderni Rossi viene pubblicato il 30 settembre del 1961: si tratta di un volume interamente dedicato alle Lotte operaie nello sviluppo capitalistico. Vi scrivono, tra gli altri, Vittorio Foa, Sergio Garavini, Vittorio Rieser e Renato Alquati. Si tratta di una rivista teorica di studio della conflittualità operaia, e nel primo numero lattenzione si incentra sulla situazione della FIAT. I temi affrontati dalla rivista permeeranno il dibattito politico nei primi anni Settanta: il rifiuto del lavoro, lautonomia della classe operaia, i problemi legati al lavoro salariato.
La storia dei Quaderni Rossi è ricostruita con puntualità dal giudice istruttore del troncone padovano del processo 7 aprile, Giovanni Palombarini:

&lt;i&gt;Pensata già nel 1959 e preparata da indagini condotte nelle fabbriche (Olivetti, Fiat) esce nellottobre del 1961, rivelandosi subito come unespressione di rottura rispetto alla tradizione politica e culturale di larga parte del movimento operaio. Comè stato sottolineato, la rivista si pone infatti come il tentativo di un gruppo rivoluzionario di formazione prevalentemente intellettuale di abbandonare un ambito accademico di ricerca per immergere determinate ipotesi teoriche dentro la viva esperienza di lotta operaia, assunta come momento decisivo di verifica conoscitiva e politica e di stimolo e orientamento del successivo sviluppo teorico. Ed è unesperienza che si articola, principalmente, lungo tre filoni di ricerca: unattenta rilettura del Capitale e la scoperta dei Grundrisse di Marx (soprattutto Panzieri e Mario Tronti), lanalisi condotta attraverso la conricerca della nuova composizione della classe operaia, osservata nei punti alti dello sviluppo. Questa esperienza, come sè accennato, accomuna militanti della sinistra di diversa provenienza, che non di rado rimangono divisi su alcuni temi politici di fondo (il rapporto con lantagonismo operaio, quello con le organizzazioni storiche del movimento operaio). Tali divisioni sono già evidenti nel primo numero della rivista, quando accanto alla linea interventista di Alquati e alla linea dei sociologi (Vittorio Rieser), appare  di notevole consistenza  quella della sinistra radicale (Foa, Sergio Garavini, Emilio Pugno), ancora legata alla precedente tematica del controllo operaio; e si ripropongono nei numeri successivi quando si evidenzia la divaricazione tra la posizione di Panzieri e quella di Tronti. Allinizio del 1962, appena apertosi il dibattito sul primo numero della rivista, da questa si ritira il gruppo dei sindacalisti; nel luglio dello stesso anno, dopo i fatti di Piazza Statuto, vi è una prima uscita di interventisti (che danno vita al foglio Gatto Selvaggio).
Tuttavia, ancora per qualche tempo Quaderni Rossi è capace di un forte intervento nel dibattito politico: è radicata in molti redattori  i cosiddetti interventisti  la convinzione della sussistenza di un processo di crescita organizzativa dellAutonomia operaia già in atto, in cui occorreva inserirsi per estenderne e svilupparne al massimo la portata. Nel quarto fascicolo dei Quaderni Rossi, la scheda che conclude la rivista afferma esplicitamente che i Quaderni Rossi sono partiti dalla convinzione che la crisi ideologica e teorica del movimento operaio non consente soluzioni che rispettino una continuità e si inseriscano in una tradizione, ma richiede un lavoro nuovo di costruzione ex novo. Un momento di rottura, come sè già detto, nella storia del movimento operaio . [...] La critica nei confronti della linea politica delle organizzazioni storiche del movimento operaio e la convinzione della necessità di una nuova strategia tengono uniti per qualche tempo coloro che hanno dato vita alla rivista, ma a un certo punto  è lestate del 1963  sorgono e si sviluppano motivi rilevanti di divisioni&lt;/i&gt; (4). 

La divisione di cui parla Palombarini riguarda lipotesi di sperimentare immediatamente la possibilità di organizzare lanarchia operaia. Da una parte, in una prospettiva teorica di riavvicinamento al PCI, cè Panzieri, e dallaltra ci sono Tronti, Asor Rosa e Negri che daranno vita nel gennaio del 1964 a Classe Operaia.  Lesperienza dei Quaderni Rossi si esaurisce definitivamente nel 1966. 
In Veneto, negli stessi anni in cui prende corpo il progetto dei Quaderni Rossi, nasce unesperienza analoga. Già dal 1959 esce infatti il quindicinale socialista Il Progresso Veneto. Le due testate sono accomunate dalla presenza tra i propri redattori di Toni Negri, allora consigliere comunale del PSI a Padova. Direttore responsabile di Progresso Veneto, stampato in un migliaio di copie e con una uscita quindicinale, era Francesco Tolin, anchegli del PSI (nel 1969 verrà incarcerato, in qualità di direttore responsabile di Potere Operaio per un articolo dal titolo Si alla violenza operaia). Sulla rivista appaiono frequentemente i nomi di Massimo Cacciari, Silvio Lanaro, Luciano Ferrari Bravo, Toni Negri, Mario Isnenghi e di Gianni De Michelis. 
«Il Progresso Veneto  dice Luigi Urettini - è stato tra il dicembre 1961 e il marzo del 1962 il primo laboratorio politico delloperaismo veneto (in particolare di Porto Marghera), destinato a segnare fortemente le lotte operaie degli anni sessanta e settanta» (5).  
I rapporti tra le due riviste sono molto frequenti: Panzieri, Asor Rosa, Tronti e Alquati vengono spesso a Venezia e istituiscono un collegamento teorico stabile. In pratica la rivista veneta si trova ad affiancare a livello regionale i Quaderni Rossi nel trattare i temi delloperaismo nascente: quelli legati al risveglio della conflittualità nelle fabbriche e allevoluzione del sistema capitalistico italiano. La rivista veneta morirà a causa di una profonda frattura tra operaisti e socialisti che si consuma con il numero 54 del giugno 1963. 
Come abbiamo accennato prima, nel 1964 da una rottura allinterno della redazione dei Quaderni Rossi nascerà Classe Operaia, rivista strettamente legata alla casa editrice Marsilio, cui partecipa anche una parte degli operaisti di Progresso Veneto. La nuova rivista è diretta da Mario Tronti: vi partecipano, almeno inizialmente anche Negri, Cacciari e Ferrari Bravo. Nuova rivista, nuova rottura: la redazione veneta di Classe Operaia inizia un lento processo di distacco da quella romana. Terreno di scontro, anche questa volta, loperaismo e il rapporto con il partito. La redazione veneta dà vita a Potere Operaio, una rivista-volantino distribuito come supplemento di Classe Operaia. I due gruppi, quello Veneto che si aggrega attorno a Potere Operaio e quello romano, con lavvicinamento di questultimo al PCI e il progressivo radicamento di quella veneto-emiliana tra le fabbriche di Porto Marghera, si allontanano definitivamente. Classe Operaia entra in agonia nel 1965 ma lultimo fascicolo è del marzo 1967. Nello stesso mese nasce Potere Operaio, giornale politico degli operai di Porto Marghera.

3) M. Revelli, &lt;i&gt;Movimenti sociali e spazio politico&lt;/i&gt;, in F.Barbagallo, Storia dellItalia Contemporanea, Torino, Enaudi, 1995, p. 467.
4) G.Palombarini, &lt;i&gt;7 aprile: il processo e la storia&lt;/i&gt;, Venezia, Arsenale Cooperativa Editrice, 1982, pp. 40-42.
5) Adagio C., Cerrato R., Urso S., a cura di, &lt;i&gt;Il lungo decennio, lItalia prima del 68&lt;/i&gt;, Verona, Cierre edizioni, 1999, p.173.

(&lt;b&gt;3-CONTINUA&lt;/b&gt;)


</text_more></entry>
<entry id='2364' allow_comments='0' allow_pings='0' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2364' author_id='18' authored_on='20070905225214' basename='la_memoria_selettiva_di_enzo_biagi' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='0' created_on='20070905225214' modified_on='20070905232937' ping_count='0' status='2' title='La memoria selettiva di Enzo Biagi' week_number='200736'><excerpt>&lt;b&gt;di G. e R. De Caro&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;biagi.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/biagi.jpg&quot; width=&quot;54&quot; height=&quot;76&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;right&quot; hspace=&quot;2&quot; vspace=&quot;1&quot;/&gt;Nell&amp;rsquo;intervista concessa a Luciano Nigro in occasione dei festeggiamenti per il suo ottantasettesimo compleanno nella natia Pianaccio di Lizzano in Belvedere e pubblicata il 9 agosto scorso sull&amp;rsquo;edizione bolognese di &lt;i&gt;Repubblica&lt;/i&gt;, Enzo Biagi racconta che &amp;laquo;Giorgio Pini, cognato di un mio zio che si chiamava come me, incontr&amp;ograve; Mussolini alla vigilia del gran consiglio che lo destitu&amp;igrave;&amp;raquo;, cio&amp;egrave; poco prima del 24 luglio 1943. Nigro chiosa: &amp;laquo;Lei in quei giorni scelse i partigiani&amp;raquo;&#x2026;</excerpt><text>&lt;p&gt;&lt;b&gt;di Gaspare De Caro e Roberto De Caro&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
		&lt;img alt=&quot;biagi.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/biagi.jpg&quot; width=&quot;140&quot; height=&quot;198&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;10&quot; vspace=&quot;1&quot; /&gt;
		&lt;p&gt;Nell&amp;rsquo;intervista concessa a Luciano Nigro in occasione dei festeggiamenti per il suo ottantasettesimo compleanno nella natia Pianaccio di Lizzano in Belvedere e pubblicata il 9 agosto scorso sull&amp;rsquo;edizione bolognese di &lt;i&gt;Repubblica&lt;/i&gt;, Enzo Biagi racconta che &amp;laquo;Giorgio Pini, cognato di un mio zio che si chiamava come me, incontr&amp;ograve; Mussolini alla vigilia del gran consiglio che lo destitu&amp;igrave;&amp;raquo;, cio&amp;egrave; poco prima del 24 luglio 1943. Nigro chiosa: &amp;laquo;Lei in quei giorni scelse i partigiani&amp;raquo;. Biagi non fa una piega: &amp;laquo;E mi trovai con gente di ogni classe&#x2026;&amp;raquo;. Non &amp;egrave; certo la prima volta che l&amp;rsquo;illustre giornalista glissa sui particolari, e crediamo sia giusto informare i lettori che non fu affatto &amp;laquo;in quei giorni&amp;raquo; che &amp;laquo;scelse i partigiani&amp;raquo;, poich&amp;eacute; qui le date contano e l&amp;rsquo;omissione non &amp;egrave; innocente.&lt;/p&gt;</text><text_more>&lt;p&gt;In virt&amp;ugrave; della parentela con il cugino Bruno Biagi &#150; potente ras fascista, deputato dal &amp;rsquo;34, presidente della Commissione industria della Camera dei fasci e dell&amp;rsquo;Istituto nazionale fascista della previdenza sociale, poi sottosegretario alle Corporazioni &#150;, Enzo Marco (cos&amp;igrave; firmava all&amp;rsquo;inizio i suoi articoli) scriveva gi&amp;agrave; diciassettenne sull&amp;rsquo;&lt;i&gt;Avvenire d&amp;rsquo;Italia&lt;/i&gt; e su &lt;i&gt;L&amp;rsquo;Assalto&lt;/i&gt;, &amp;laquo;organo della federazione dei fasci di combattimento di Bologna&amp;raquo;, e in seguito su &lt;i&gt;Il Resto del Carlino&lt;/i&gt;, dove divenne professionista nel giugno del &amp;rsquo;42, quotidiano che per razzismo e fanatismo non era da meno e che fu diretto a partire dal 16 settembre del &amp;rsquo;43 proprio da Giorgio Pini. Partecip&amp;ograve; anche a &lt;i&gt;Primato&lt;/i&gt;, la rivista di Giuseppe Bottai, il ministro delle leggi razziali, che &amp;laquo;ha sempre stimato&amp;raquo; e nei confronti del quale ha pubblicamente confessato il proprio &amp;laquo;dovere di gratitudine&amp;raquo; (Enzo Biagi, &lt;i&gt;Ma che tempi&lt;/i&gt;, Rizzoli, Milano 1998, p. 43), una di quelle &amp;laquo;camicie nere ma teste libere&amp;raquo; di cui serba affascinato ricordo (Id., &lt;i&gt;Scusate, dimenticavo&lt;/i&gt;, BUR, Milano 1997, p. 12). &lt;i&gt;L&amp;rsquo;Assalto&lt;/i&gt; &#150; &amp;laquo;giornale della federazione fascista, dove poi ognuno scriveva quello che voleva&amp;raquo; (Id., &lt;i&gt;Ero partito da Bologna piangendo&lt;/i&gt;, in &lt;i&gt;Bologna incontri&lt;/i&gt;, XIII, 5, maggio 1982, p. 6) &#150; si distinse sin dal luglio del &amp;rsquo;38 per la violenza della campagna antisemita, condotta settimanalmente sulla pelle degli ebrei bolognesi e non solo &#150; per esempio invoc&amp;ograve; con urgenza profetica un&amp;rsquo;&amp;laquo;opera di purificazione indispensabile specialmente nelle maggiori citt&amp;agrave; dell&amp;rsquo;Italia settentrionale e centrale (Roma, dove ci sono ancora troppi ebrei, compresa)&amp;raquo; (23 agosto 1941) &#150; e dal giugno del &amp;rsquo;40 per il &amp;laquo;tono forsennatamente fascista e bellicoso&amp;raquo; (Nazario Sauro Onofri, &lt;i&gt;I giornali bolognesi nel ventennio fascista&lt;/i&gt;, Moderna, Bologna 1972, p. 159). Sul periodico Biagi si occupava di critica cinematografica e quando venne il suo turno di fornire un diretto contributo al razzismo nazifascista elogi&amp;ograve; &lt;i&gt;S&amp;uuml;ss, l&amp;rsquo;ebreo&lt;/i&gt;, film la cui visione Himmler impose alla Wehrmacht e alle SS in partenza per le campagne di sterminio in Europa Orientale: &amp;laquo;un cinema di propaganda. Ma una propaganda che non esclude l&amp;rsquo;arte &#150; che &amp;egrave; posta al servizio dell&amp;rsquo;idea&amp;raquo;, scriveva in implicita polemica con il cinema italiano, che non trovava altrettanto valido. E continuava: &lt;i&gt;S&amp;uuml;ss, l&amp;rsquo;ebreo&lt;/i&gt; &amp;laquo;ricorda certe vecchie efficaci e morali produzioni imperniate sul contrasto tra il buono e il cattivo [&#x2026;], trascina il pubblico all&amp;rsquo;entusiasmo&amp;raquo;, l&amp;rsquo;&amp;laquo;ebreo S&amp;uuml;ss &amp;egrave; posto a indicare una mentalit&amp;agrave;, un sistema e una morale: va oltre il limite del particolare, per assumere il valore di simbolo, per esprimere le caratteristiche inconfutabili di una totalit&amp;agrave;. Poich&amp;eacute; l&amp;rsquo;opera &amp;egrave; umana e razionale incontra l&amp;rsquo;approvazione: e raggiunge lo scopo: molta gente apprende che cosa &amp;egrave; l&amp;rsquo;ebraismo, e ne capisce i moventi della battaglia che lo combatte&amp;raquo; (4 ottobre 1941). Dopo l&amp;rsquo;8 settembre, i giornali bolognesi passarono sotto il controllo nazista e proseguirono la lotta, compresa quella di sterminio contro le &amp;laquo;caratteristiche inconfutabili di una totalit&amp;agrave;&amp;raquo;. Furono, quelli, giorni e mesi decisivi, come sanno gli storici. Biagi rimase al servizio della causa repubblichina fino alla tarda primavera del &amp;rsquo;44, continuando a svolgere compiti redazionali e a compilare le sue scialbe schedine cinematografiche, cellule staminali delle opere a venire. L&amp;rsquo;ultimo articolo apparve il 17 giugno su &lt;i&gt;Settimana: Illustrato del &amp;laquo;Resto del Carlino&amp;raquo;&lt;/i&gt;, insieme all&amp;rsquo;intervento, assai pi&amp;ugrave; autorevole, di un suo giovane collega, Giovanni Spadolini, che sfoderava una devastante critica del liberalismo, prima di inabissarsi nel refettorio di qualche convento in attesa di risorgere &lt;i&gt;apr&amp;egrave;s le d&amp;eacute;luge&lt;/i&gt; liberaldemocratico in altra Repubblica. La caduta di Roma e lo sbarco in Normandia avevano illuminato definitivamente il futuro, e quando giunse, non pi&amp;ugrave; aggirabile, la chiamata alle armi nell&amp;rsquo;esercito di Sal&amp;ograve; Enzo Marco prefer&amp;igrave; la montagna, come altri giornalisti, &amp;laquo;la categoria che, pi&amp;ugrave; di ogni altra, era stata curata, selezionata, vezzeggiata dal regime, oltre che strapagata&amp;raquo;. Torn&amp;ograve; a Bologna dieci mesi dopo, con indosso una divisa dell&amp;rsquo;esercito statunitense: sempre &lt;i&gt;&amp;agrave; la page&lt;/i&gt;, il Biagi. Se riscatt&amp;ograve; con la sua tardiva conversione quegli &amp;laquo;anni di servilismo e di abiezione professionale e morale&amp;raquo; (Onofri, op. cit., p. 264), non &amp;egrave; dato sapere con certezza. Forse. Ci&amp;ograve; che invece &amp;egrave; sicuro &amp;egrave; che fu complice attivo e non accidentale delle nefandezze del fascismo: poteva scegliere e lo fece. Non era il solo? non &amp;egrave; un alibi, come ammonisce Hannah Arendt. Era giovane? Non abbastanza: aveva l&amp;rsquo;et&amp;agrave; di Piero Gobetti quando fu bastonato a morte e delle decine di migliaia di connazionali che il regime mand&amp;ograve; a uccidere e morire mentre lui si assicurava i dividendi di spettanza. E se l&amp;rsquo;Asse avesse vinto la guerra, che gli sarebbe successo? Be&amp;rsquo;, questo &amp;egrave; facile: Auschwitz o no, avrebbe percorso la sua brillante carriera, come poi ha fatto. All&amp;rsquo;ombra del potere in fiore.&lt;/p&gt;</text_more></entry>
<entry id='2365' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2365' author_id='1' authored_on='20070906001712' basename='polizia_postmoderna' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070906001712' modified_on='20070906030929' ping_count='0' status='2' title='Polizia postmoderna' week_number='200736'><excerpt>di &lt;b&gt;S. Palidda&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;poliziapostmoderna.bmp&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/poliziapostmoderna.bmp&quot; width=&quot;50&quot; height=&quot;72&quot; border=&quot;0&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt;Con l&apos;avvento dello stato moderno, la sicurezza è diventata soprattutto difesa dell&apos;ordine costituito, intesa tout court come difesa del potere politico e della classe dominante. La polizia è stata organizzata e orientata per assolvere questa missione sino a considerare sospetta se non nemica la maggioranza della società...</excerpt><text>&lt;img alt=&quot;poliziapostmoderna.bmp&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/poliziapostmoderna.bmp&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;155&quot; border=&quot;1&quot; hspace=6 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;b&gt;Salvatore Palidda&lt;/b&gt;
&lt;span class=smalltext&gt;[Mentre ondate di allucinante leghismo transregionale, divenuto ormai norma antropologica nazionale, si scagliano contro lavavetri e immigrati di ogni tipo, amnistiati e rifugiati politici, riteniamo opportuno riproporre un brano da quello splendido libro che uscì per l&apos;altrettanto splendida collana che fu InterZone di Feltrinelli, &lt;img alt=&quot;frecciabr.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot; width=&quot;9&quot; height=&quot;9&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;baseline&quot; /&gt; &lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/BIT/8807460262/ASI/342781&quot; TARGET=&quot;_NEW&quot;&gt;Polizia postmoderna. Per un&apos;etnografia del nuovo controllo sociale&lt;/a&gt; -  16,53]&lt;/span&gt;

Polizia, controllo e disciplina sociale possono essere considerati come attività di fondamentale importanza per l&apos;organizzazione della società. In altri termini, senza tali attività non esisterebbe regolazione delle relazioni, delle contraddizioni o dei conflitti tra individui e tra gruppi, e tra ognuno di questi e l&apos;insieme della società. L&apos;azione della polizia può essere pacifica se riesce a essere praticata attraverso la persuasione e la subordinazione a regole di comportamento condivise da tutti i membri della società. Invece, essa implica necessariamente il ricorso alla forza quando alcuni attori sociali non vogliono, non possono o non sono in grado di condividere tali regole. La trasgressione viene allora considerata come minaccia, violenza e lesione degli interessi o dell&apos;integrità dei membri o dell&apos;intera società. I trasgressori appaiono dunque come nemici di singoli individui o gruppi e dell&apos;intera società, che tuttavia non fa che riprodurli adottando regole non condivisibili da tutti.</text><text_more>Ogni trasgressione, anche la più banale, ha di fatto un carattere politico nel senso che è un atto contrario alle regole di comportamento su cui si fonda l&apos;organizzazione politica della società. La definizione di queste regole e l&apos;attività pratica volta a farle rispettare (con tutte le conseguenze economiche, sociali e culturali sui singoli) possono ampliare o restringere il numero di individui che le trasgrediscono. La sicurezza non è dunque un concetto politicamente &quot;neutro&quot;, ma un privilegio riservato agli individui, ai gruppi sociali che hanno fatto prevalere le regole corrispondenti ai loro interessi, alla loro morale, alla loro concezione del mondo.
Con l&apos;avvento dello stato moderno, la sicurezza è diventata soprattutto difesa dell&apos;ordine costituito, intesa tout court come difesa del potere politico e della classe dominante. La polizia è stata organizzata e orientata per assolvere questa missione sino a considerare sospetta se non nemica la maggioranza della società, quando questa era costituita principalmente dalla classi popolari. L&apos;avvento della cosiddetta &quot;società postmoderna&quot; ha profondamente cambiato questo assetto. Il dualismo &quot;di classe&quot; è stato superato a favore di una più larga ricomposizione sociale, che partecipa al potere grazie anche a una nuova ridefinizione del rapporto non solo coloniale e postcoloniale tra paesi dominanti e paesi dominati, ma anche, in generale, tra dominanti e società dominate. La protezione dei privilegi (reali, promessi o immaginari) dei cittadini dei paesi dominanti può essere considerata come uno dei principali elementi che caratterizzano l&apos;attuale ordine mondiale. Non si tratta più solo della protezione del potere e dei potenti, delle grandi proprietà, imprese, multinazionali e finanziarie ma anche della protezione dei cittadini riconosciuti tali e del territorio in cui risiedono. La costruzione dell&apos;Unione europea dopo gli accordi di Schengen è assai eloquente. Tale protezione, anche quando implica azioni di forza all&apos;esterno del territorio dei paesi dominanti, è concepita come azione di polizia, con una progressiva conversione poliziesca delle forze militari. La polizia della società dominante postmoderna non è più solo lo strumento di difesa del potere e della classe dominante, cioè lo strumento per sorvegliare e reprimere la società, ma l&apos;istituzione sociale che insieme ai cittadini, riconosciuti effettivamente tali, esercita il controllo sociale, il disciplinamento della vita quotidiana e la repressione di ogni comportamento e atto contrario alle regole condivise dai cittadini. In altri termini, nella società dominante postmoderna l&apos;attività di polizia, di controllo sociale e di disciplinamento è incarnata da un rapporto nuovo tra polizie (pubbliche e private) e cittadini effettivamente titolari di questo status.
Le polizie, le politiche e le prassi della sicurezza tendono a dipendere dal potere politico nazionale sempre più solo in termini formali, mentre sono sempre più condizionate dagli input provenienti dai poteri sovranazionali e dalle società dominanti locali. Le rappresentazioni delle insicurezze e della sicurezza sono forgiate innanzi tutto come espressioni della cittadinanza dominante, inevitabilmente in antagonismo all&apos;universo dominato, dunque in rottura con i miti universalistici formalmente accettati dopo la seconda guerra mondiale. La sicurezza dei cittadini delle società dominanti sembra non poter essere che antitetica a quella dell&apos;umanità, così come in passato la sicurezza del potere economico e politico non poteva che essere insicurezza per le classi subalterne degli stessi paesi dominanti. Le norme che nell&apos;ordinamento giuridico dei paesi dominanti prevedono ancora il rispetto di alcuni diritti universali appaiono di fatto residui formali di quel periodo di apparente tendenza allo sviluppo della pacificazione, dell&apos;uguaglianza e del benessere che è stato il secondo dopoguerra. Ma questo sviluppo ha prodotto una situazione in cui i diritti dei cittadini dei paesi dominanti non possono conciliarsi con quelli universali. Come mostrano sia la &quot;guerra umanitaria&quot; nei Balcani, sia le &quot;vicende della guerra sicuritaria&quot; contro nomadi e immigrati e a volte persino contro marginali nazionali e l&apos;istituzione dei centri per espellendi, l&apos;azione di polizia a difesa del nuovo ordine mondiale e locale tende inevitabilmente a violare norme di diritto costituzionale e internazionale, pur godendo del consenso attivo dell&apos;opinione pubblica. Sono sempre più rari gli interrogativi intorno alla &quot;giustizia&quot; delle norme, poiché prevale il privilegio che i sistemi di controllo pretendono rispetto ad un ambiente percepito come minaccioso. Sino agli anni ottanta i democratici e la sinistra chiedevano che la politica di sicurezza fosse orientata a beneficio di tutti i cittadini e non più solo a difesa del potere politico e del patronato, chiedevano che da &quot;sorvegliati&quot; i cittadini diventassero &quot;garantiti&quot;. Oggi che l&apos;opinione pubblica democratica è stata o è al potere, l&apos;attività di polizia sembra più o meno corrispondere alle aspettative dei cittadini inclusi sino a far emergere una convergenza tra il controllo sociale endogeno (interno alla società locale) e quello esogeno (da parte dello stato). Le forze di polizia dello stato e la politica pubblica di sicurezza tendono a essere sempre più condizionate dalle pressioni della cosiddetta &quot;opinione pubblica locale&quot;, in particolare quella che si produce nelle grandi e medie agglomerazioni urbane grazie alla circolarità delle interazioni tra senso comune dei cittadini, media e imprenditori della sicurezza. La diffusione della logica della &quot;tolleranza zero&quot; in quasi tutte le società dominanti sembra però un fenomeno che non ha solo il carattere congiunturale di soluzione perversa dei malesseri e dei problemi di una &quot;società inquieta&quot; perché sconvolta da profondi mutamenti. Il sicuritarismo postmoderno sembra imporsi come una &quot;soluzione&quot; anche perché riproduce un sentimento di insicurezza, che funziona anch&apos;esso come &quot;soluzione&quot;, in quanto elemento di straordinaria forza nella ricerca di ricomposizione sociale e nel produrre l&apos;identità della nuova società dominante. In altri termini, il sicuritarismo e il modello neoliberista sono indispensabili l&apos;uno all&apos;altro e si alimentano reciprocamente. Uno sviluppo che gioca sull&apos;estensione della libertà economica degli attori dominanti, della flessibilità di ogni attività, dell&apos;instabilità e della mobilità su scala anche globale: insomma, il &quot;nuovo spirito del capitalismo&quot; implica un nuovo management del controllo sociale. Questo nuovo sviluppo produce infatti nuovi problemi dal punto di vista del controllo. Per &quot;controllare l&apos;incontrollabile&quot; la soluzione prevalente è che gli attori diventino controllori di sé e degli altri. Nel campo del controllo sociale e quindi della &quot;polizia della società&quot;, le polizie tradizionali non bastano più; si afferma allora &quot;spontaneamente&quot; il nuovo ruolo del cittadino che partecipa al nuovo governo della sicurezza. L&apos;ordine viene allora legittimato sempre più dalle pratiche concrete degli attori che svolgono il ruolo di controllo sociale, ben al di là delle norme o dei valori formalmente istituiti.
Tuttavia, sul piano formale le norme comprendono ancora gli elementi universalistici. Quando i soggetti a cui si attribuisce la trasgressione delle regole non sono cittadini (nazionali) l&apos;azione repressiva è semplice e sicuramente approvata dall&apos;opinione pubblica. Il non rispetto delle norme universalistiche e anche costituzionali non fa scandalo e in ogni caso si impone come prassi abituale nel caso dei centri per espellendi, anche se poi buona parte degli stranieri oggetto di misure di polizia non vengono poi espulsi dal territorio nazionale. La possibilità concreta di sospendere le norme universalistiche e costituzionali appare allora come una delle caratteristiche salienti della prassi del governo postmoderno. Meno semplice è invece la repressione di individui che ancora hanno la cittadinanza nazionale. Di fatto l&apos;unica differenza tra &quot;destra&quot; e &quot;sinistra&quot; (oggi tra Polo e centro-sinistra) sembra consistere nel fatto che la prima propone una politica repressiva dura sia nei confronti degli immigrati, sia per i marginali nazionali (sino al lavoro coatto e al trattamento sanitario obbligatorio per i tossicodipendenti); la seconda propone invece sia la politica repressiva dura nei confronti degli immigrati e dei nazionali (si pensi al &quot;pacchetto sicurezza&quot;), sia alcuni spazi di rispetto delle garanzie e un trattamento sociale della devianza riservato solo ai nazionali. Questa stessa differenza lascia forse ancora spazi che impediscano l&apos;instaurazione di una società autoritaria. In altri termini, come in passato, la solidità del governo della sicurezza nei paesi dominanti si manifesta anche nella possibilità sia di atti tipici di una prassi violenta, sia di atti rispettosi delle norme democratiche. Ci si può allora chiedere se sia possibile immaginare alternative effettivamente democratiche rispetto alla &quot;tolleranza zero&quot; e in genere alle derive autoritarie che con l&apos;avvento della postmodernità sembrano trionfare. Le riflessioni sulle tendenze della società contemporanea contenute nelle opere di autori come Bauman o Bourdieu non inducono all&apos;ottimismo. È assai difficile immaginare, almeno a breve e medio periodo, sviluppi economici e sociali diversi da quelli attuali, che favoriscono l&apos;inasprimento del dominio delle minoranze sulla stragrande maggioranza della popolazione mondiale, dei paesi cosiddetti &quot;democratici sviluppati&quot; sulle società dominate. La logica della &quot;tolleranza zero&quot; corrisponde alla logica di questo tipo di dominio, di questo &quot;tipo di civiltà&quot;. L&apos;indignazione del cittadino perbenista per i cosiddetti &quot;atti di inciviltà urbana&quot; non è dettata dal desiderio di sicurezza intesa come effettiva pace sociale ed effettiva limitazione di tutte le insicurezze e incertezze. Essa sembra invece fortemente marcata dal disprezzo se non dall&apos;odio per i soggetti percepiti come non-cittadini e per le società dominate percepite appunto come barbare e incivili. Per certi versi sembra di assistere a una sorta di ritorno agli atteggiamenti tipici del periodo coloniale, con l&apos;aggravante che oggi questi atteggiamenti sono però adottati non solo da persone che si dichiarano apertamente razziste o neocolonialiste, ma anche in nome della democrazia e persino dell&apos;umanitarismo o della &quot;terza via&quot;. In tale contesto la questione del rispetto dei diritti universali di ogni essere umano sembra tornare a essere cruciale tanto quanto fu quella del diritto di voto e dei più elementari diritti civili e sindacali sin dalla seconda metà del XIX secolo, proprio perché questi stessi sono minacciati o inesistenti per milioni di persone in diverse parti del mondo.
Dopo anni che lavoro sulla polizia e sul governo della sicurezza, mi sembra che non si possa assolutamente accettare di discutere di tali problemi senza assegnare la priorità al rispetto dei diritti di ogni essere umano, nazionale o straniero, vittima o autore di reato. È quindi questa la questione che mi sembra politica per eccellenza. In Italia, l&apos;assenza di una vera e propria tradizione liberal-democratica ha fatto trascurare questi aspetti e insieme la ricerca sulle polizie. È assai probabile che le cosiddette &quot;questioni di sicurezza&quot; e di polizia continueranno a essere in primo piano per ancora vari anni. Non è neanche da escludere che un nuovo &quot;movimento&quot; favorevole al rispetto dei diritti civili, magari con nuove modalità e forme di mobilitazione, possa emergere anche per rivendicare quella libertà e quell&apos;uguaglianza che l&apos;umanità non è ancora riuscita a conquistare.</text_more></entry>
<entry id='2366' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2366' author_id='4' authored_on='20070907025252' basename='ravenna_rosso-nera' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070907025252' modified_on='20070907030013' ping_count='34' status='2' title='Ravenna rosso-nera' week_number='200736'><text>di &lt;b&gt;Valerio Evangelisti&lt;/b&gt; (da &lt;i&gt;il manifesto&lt;/i&gt;, 22 agosto 2007)

&lt;img alt=&quot;RomagnaSocialista.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/RomagnaSocialista.jpg&quot; width=&quot;125&quot; height=&quot;72&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;E impossibile restare indifferenti a Ravenna, oppure odiarla. Bisogna amarla, non ci sono alternative. Variano solo le ragioni di questo amore. Alcuni chiameranno alla memoria i ricordi dellantica capitale bizantina, o la tomba di Dante. Pochi, come chi scrive, penserà invece alla città come culla e luogo simbolo del movimento operaio italiano ai suoi primordi, ed epicentro di tutta una moderna civiltà. Più di Bologna. Più di Imola, che pure diede il suo fenomenale contributo.
Emiliano per via paterna, romagnolo per sangue materno, dalla stazione percorro i viali che conducono al centro. Furono teatro della Settimana Rossa del 1914. Una storia complessa e violenta, lontana dalle placide diatribe tutte emiliane tra Don Camillo e Peppone, quarantanni dopo. </text><text_more>Siamo in Romagna, e la tendenza allestremismo è forte. Le dà sfogo un episodio accaduto ad Ancona, nelle Marche confinanti. Le forze dellordine, nei secoli tanto fedeli a chi comanda quanto uguali a se stesse, uccidono alluscita da un comizio tre giovani operai: due repubblicani e un anarchico. E il 7 giugno 1914. Fatti del genere, negli anni precedenti, erano stati innumerevoli. Questa volta la misura è colma.
Due giorni dopo lintera Romagna insorge. Anarchici, socialisti, repubblicani scendono in piazza, fiocchi rossi al collo e cappa nera sulle spalle. Più i larghi cappelli portati di sghimbescio, in una postura qui detta alla dioboia  tanto per non fare scordare che secoli di dominio clericale hanno sedimentato un anticlericalismo robusto, bene espresso da una specialità culinaria tuttora in auge, gli strozzapreti.
E lo sciopero generale, indetto sia dalla camera del lavoro riformista che da quella sindacalista rivoluzionaria. Aderiscono i repubblicani tradizionali (la loro sede impressiona ancora per dimensioni, un tempo vi sventolava la bandiera rossa) e anche la corrente eretica, i Mazziniani Intransigenti. &lt;i&gt;La Romagna Socialista&lt;/i&gt;, organo riformista ma niente affatto moderato, incita alla lotta a oltranza.
I giorni successivi dimostrano che non si è in presenza di uno sciopero come tanti. Un militante repubblicano scaglia una bottiglia di seltz, raccattata in un bar, sulla testa di un commissario di polizia, uccidendolo. La chiesa di Santa Maria del Suffragio è saccheggiata, si gioca a calcio con le teste dei santi. Altre chiese, ma non le basiliche monumentali (ogni ravennate è affezionato alla sua storia), subiranno la stessa sorte. Pattuglie armate di scioperanti controllano le strade. Per attraversarle occorre avere al collo un fazzoletto rosso, oppure mostrare la foglia dedera repubblicana.
Un comitato di sciopero proclama la decadenza delle autorità costituite e la nascita della repubblica. Le notizie che provengono dal resto della Romagna sono confortanti. Chiese in fiamme, uffici pubblici occupati, polizia ed esercito in ritirata. Ravenna si abbandona a una grande festa popolare, che dura giorni (la descrive uno scrittore non abbastanza onorato, Nerino Rossi, nel romanzo &lt;i&gt;La Pavona&lt;/i&gt;, Marsilio, 1992). A Forlì, il leader socialista Benito Mussolini ha fatto svellere i binari ed è impegnato nellabbattimento della statua della Madonna, sulla piazza principale. I ravennati vanno oltre. Arrestano un generale dellesercito, tale Agliardi, e sei ufficiali. Li detengono nella sede repubblicana.
E un passo azzardato. Calano le truppe e assediano la città, che deve arrendersi. Il generale Ciancio instaura una specie di dittatura militare che coordina la repressione. Ravenna è sconfitta, per il momento. La guerra mondiale di poco successiva cancella anche il ricordo della Settimana Rossa.
Lepisodio era tuttavia solo lespressione estrema di turbolenze più antiche. Nel 1883 la sede della consociazione dei repubblicani ravennati, Palazzo Borghi, ospita generosamente un congresso dei loro rivali storici e riottosi alleati, i socialisti. Non si pensi però al PSI. Si trattava dei socialisti rivoluzionari guidati da Andrea Costa, con un programma che si manteneva fedele allInternazionale di Bakunin e, al tempo stesso, ammetteva la via elettorale e la presenza in parlamento.
Lorgano della sinistra di Ravenna, allora, non era &lt;i&gt;La Romagna Socialista&lt;/i&gt;, bensì &lt;i&gt;Il Sole dellAvvenire&lt;/i&gt;. Lo dirigeva il barbuto Gaetano Zirardini, già uomo di spicco, assieme ai fratelli Claudio e Giovanni, dellAssociazione Internazionale dei Lavoratori. Zirardini avrà più tardi lonere di difendere la Camera del Lavoro di Ferrara dai primi, sanguinosi colpi del fascismo incombente. Claudio, più legato allanarchismo, farà uscire un settimanale ravennate di ispirazione libertaria, &lt;i&gt;Il Lupo&lt;/i&gt;, contrapposto al riformismo di Filippo Turati.
&lt;img alt=&quot;GaetanoZirardini.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/GaetanoZirardini.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;120&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Il 25 febbraio 1883 si svolge a Palazzo Borghi il secondo congresso nazionale del Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna (il primo aveva avuto luogo a Imola due anni avanti). Partecipano i delegati di una sessantina di sezioni, urbane e del campo, nonché nuclei provenienti da varie parti dItalia. Accanto a Zirardini e ad Andrea Costa, primo e al momento unico deputato socialista, il più illustre tra i presenti è Nullo Baldini, fondatore dellAssociazione Operai Braccianti del comune di Ravenna.
Il circondario della città vede da secoli una prevalenza degli operai agricoli sui contadini e sui mezzadri. Ciò significa precariato fisiologico e miseria. Richiesti al tempo della semina e del raccolto, i braccianti, uomini e donne, restano disoccupati parecchi mesi allanno. Una piccola fonte di reddito invernale è la spalatura della neve, ammesso che nevichi. Altrimenti si dedicano al facchinaggio e ai piccoli servizi, rari e capaci di assorbire una percentuale esigua della manodopera disoccupata.
LAssociazione Operai Braccianti, la creazione più felice dei socialisti rivoluzionari, ha sottratto questi reietti alla disperazione. E una cooperativa, fa lavorare a turno tutti gli iscritti, procura lavori, impone assunzioni. Gli scarriolanti di una canzone popolare, un tempo costretti a destarsi a mezzanotte al suono di una tromba, per poi correre con la loro carriola verso un lavoro incerto, smettono di esistere. LAssociazione smantella il mercato del precariato. Bisognerà trattare con lei per decidere le assunzioni. Se prima vecchi, donne e troppo giovani, pur correndo con la loro carriola avanti il sorgere dellalba, avevano scarse possibilità di essere ingaggiati, lAssociazione cambia il sistema. Si lavora a turno, a prescindere dal sesso e dalletà. Chi degli agrari non si adegua non avrà braccianti. Punto e basta.
Nullo Baldini, al congresso dei socialisti rivoluzionari in Palazzo Borghi, rappresenta tutto questo. Un impegno destinato a sconvolgere un territorio per renderlo vivibile e coltivabile. Le opere di bonifica chiedono braccia. Baldini le fornisce. Rafforza gli argini, fonte di inondazioni ricorrenti. Modifica un panorama paludoso, perennemente affogato nella nebbia. Spedisce i suoi braccianti a bonificare Ostia (troverà rifugio sicuro laggiù uno dei ricercati della Settimana Rossa). Grazie a Baldini, grazie ai socialisti rivoluzionari, grazie ai repubblicani, Ravenna riemerge dalla bruma in cui era rimasta sepolta, da Bisanzio in poi.
Sì, ma cosa accade ai congressisti del Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna, riuniti a Palazzo Borghi nel 1883? Un ispettore di polizia annuncia subito di avere lordine di sciogliere ladunata non appena si passi a discutere lordine del giorno. Andrea Costa protesta, Giovanni Zirardini sale su una sedia e inneggia alla rivoluzione sociale. Ma cè poco da fare. Lundicesima compagnia del secondo Reggimento Granatieri fa irruzione in sala, le baionette inastate. E un fuggi fuggi,  nascono colluttazioni. Giovanni Zirardini è portato via di peso, il fratello Gaetano invita alla calma. Allesterno di Palazzo Borghi una gran folla applaude gli espulsi e scandisce slogan rivoluzionari. Sventolano le bandiere rosso-nere.
I socialisti torneranno di notte, cessata la vigilanza degli sbirri. La riunione si protrarrà fino allalba. A Ravenna non si discute di questioni insulse. Si definiscono i dettagli della nuova civiltà cui dare corpo, fondata sui braccianti e sugli operai.
Senza questi precedenti non si capisce né la foga del fascismo nel cercare di abbattere una società che odiava, né la risposta virulenta della resistenza partigiana. E facile, oggi, isolare un fenomeno dalle sue radici, e fingere di credere che reazioni estreme fossero dovute a pura crudeltà. Nella mente di ogni partigiano, sia pure giovanissimo, convivevano i ricordi del lento riscatto delle campagne ravennati, delluscita da una condizione miserabile, del progresso sociale, assieme a quelli, orrendi, delle cooperative incendiate, dei capilega bastonati o uccisi, degli squadristi e degli agrari trionfanti. Chi aveva tra le mani un mitra, quando poté farlo lo usò.
La Ravenna odierna reca poche tracce dei conflitti passati, però ne conserva gli effetti positivi. Un benessere diffuso, una vita culturale attiva (molto più di quella di Bologna), un gusto per la vita che altrove si è perso.
E un certo spirito anarchico. Ero a Ravenna, due anni fa, in un ristorante allaperto presso Piazza del Popolo. Un cliente raccontava, a un folto gruppo di commensali: «Ieri notte io e alcuni amici avevamo bevuto un po troppo. Ci siamo messi a gridare a gran voce: E morto Berlusconi! E morto Berlusconi! Le finestre si aprivano, la gente applaudiva. Qualcuno è sceso persino in strada, in pigiama, con una bottiglia in mano.»
Non so quanti gradiranno laneddoto, ma questa è Ravenna. Ancora un poco rosso-nera, malgrado tutto. Come si fa a non amarla? 

</text_more></entry>
<entry id='2367' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2367' author_id='1' authored_on='20070908002908' basename='il_77_secondo_cossiga' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070908002908' modified_on='20070907213004' ping_count='0' status='2' title='Il &apos;77 secondo Cossiga' week_number='200736'><excerpt>da &lt;b&gt;Gnosis&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;cossigaintervistamini.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/cossigaintervistamini.jpg&quot; width=&quot;50&quot; height=&quot;67&quot; border=&quot;0&quot; hspace=2 align=right vspace=2 /&gt;&quot;A ben vedere il &apos;68, con il suo spontaneismo, è la negazione del comunismo. L&apos;immaginazione al potere è quanto di meno marxista, di più lontano dalla pretesa scientista del marxismo, che si possa pensare...&quot;</excerpt><text>&lt;img alt=&quot;cossigaintervista.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/cossigaintervista.jpg&quot; width=&quot;116&quot; height=&quot;89&quot; border=&quot;0&quot; hspace=6 vspace=2 align=left /&gt;&lt;span class=smalltext&gt;[&lt;a href=&quot;http://www.sisde.it/Gnosis/MainDb.nsf/HomePages/H11&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Gnosis&lt;/a&gt;, la rivista dei Servizi Segreti italiani pubblica una lunga intervista a Francesco Cossiga sul &apos;77. La proponiamo, lasciando piena autonomia di giudizio rispetto a quanto Cossiga va dichiarando]&lt;/span&gt;

&lt;b&gt;Sul 1977 in Italia, in occasione del trentennale, le rievocazioni si moltiplicano. Memoria, storia, analisi socioeconomica, letteratura, critica, persino autocritica. Le riflessioni ruotano attorno ad alcuni interrogativi. L&apos;antagonismo nasce dalla struttura sociale? O dalle culture politiche? Oppure dalle chiusure della politica ufficiale?&lt;/b&gt;

Coloro i quali ritengono che l&apos;inizio, la madre del 1977, sia stato il &apos;68, sbagliano. Che alcune delle idee, alcune delle persone del &apos;68 siano poi venute al &apos;77, in varie forme, questo è vero. Ma ciò perché il &apos;68 italiano era una grande contestazione dell&apos;esistente in una speranza del futuro; anche se non ebbe quello slogan eccezionale che fu lanciato in Francia: &quot;l&apos;immaginazione al potere&quot;.</text><text_more>&lt;b&gt;Anche il &apos;68 aveva però una forte carica di antagonismo politico.&lt;/b&gt;

Salvo qualche sporadica e direi fisiologica manifestazione di violenza (non vorrei però essere frainteso) il &apos;68 non si manifestò in modo cruento. E si estinse. La cosa strana è che il &apos;68 fu guardato con attenzione dalle organizzazioni cattoliche e fu guardato da quelle socialiste; ma con interesse culturale. Fu guardato diversamente dal Partito Comunista: che ne fu deluso, perché pensava di poterne fare uno strumento per la propria politica. Lo pensava, sbagliando. Se c&apos;è una cosa che non può aver nulla a che vedere con la disciplina ferrea propria del marxismo leninismo stalinismo è lo spontaneismo. Non dimentichiamoci che il marxismo, ortodosso, comunista, condannò Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht perché li considerava spontaneisti. Lo spontaneismo è una deviazione classica. E il &apos;68 era un modello di spontaneismo.

&lt;b&gt;Gli attori del &apos;68 fruivano anche di un&apos;appartenenza sociale diversa da quella dei protagonisti del 1977.&lt;/b&gt;

Il &apos;68 fu essenzialmente un movimento intellettuale, studentesco. I temi che agitava erano di élite. Qualche operaio specializzato, autodidatta che studiava, poteva esserci. Ma il &apos;68 non era cosa da fabbriche. Era cosa da figli della borghesia che desideravano diventare padri. Il &apos;68 ruotava attorno alle occupazioni universitarie.

&lt;b&gt;Ci sono stati però dei cambiamenti. L&apos;autunno caldo, i grandi scioperi dei metalmeccanici. Si poteva dire che gli studenti avessero influenzato la fabbrica. Nel &apos;77 l&apos;itinerario è inverso.&lt;/b&gt;

Dopo il &apos;68 si manifestano alcuni fenomeni diversi. C&apos;è il movimento che era ispirato in maniera confusa ai principi del socialismo e del comunismo, molto influenzato dal sudamericanismo, dal guevarismo. Poi ci sono i movimenti e infine l&apos;Autonomia.

&lt;b&gt;Un mix di questi fattori provoca le occupazioni delle università. Senza, in un primo momento, una reazione istituzionale.&lt;/b&gt;

Mandare per disoccupare le università, come poi mandai, i blindati dei Carabinieri e della Polizia e sfasciare i cancelli che erano stati chiusi, sarebbe stato un fatto molto forte. A partire dall&apos;insurrezione di Vienna del 1848, nella storia del liberalismo c&apos;è la questione dell&apos;immunità delle università; anche se non sta scritta in nessuna legge!

&lt;b&gt;La CGIL e il PCI pensano quindi di svolgere un ruolo &quot;sussidiario&quot;. Mandano Luciano Lama alla &quot; Sapienza&quot; occupata.&lt;/b&gt;

Io da parte mia e Ugo Pecchioli da parte sua scongiurammo Lama di non andare.
Ma bisogna tener conto dell&apos;autorità morale e politica del sindacato in quel tempo, e di quella di Lama stesso. Nessuno - egli pensava - avrebbe avuto il coraggio di contestarlo.

&lt;b&gt;Lama non veniva dalla tradizione del PCI e parlava senza reticenze.&lt;/b&gt;

Era un giovane socialista poi diventato comunista. Ed era politicamente un moderato. Andò all&apos;università dove non c&apos;era la Polizia ma dove già sorgeva qualcosa. Ad accoglierlo trovò l&apos;Autonomia, trovò i movimenti ad essa collegati, trovò i militanti dell&apos;ex Potere Operaio quelli di Lotta Continua che si era disciolta. Sugli scontri c&apos;è il bellissimo libro della mia amica Lucia Annunziata che racconta di come lo hanno aggredito, come lo hanno costretto a scappare. Lucia Annunziata racconta anche che in borsetta portava un...

&lt;b&gt;Sampietrino?&lt;/b&gt;

Porfido, un cubo di porfido. Cubetti che &apos;come ti pigliano ti ammazzano&apos; dice Pasquale Chessa. Lì e in quel momento cominciano i grossi scontri di piazza.

&lt;b&gt;Il PCI che si sforza di capire il 1968 si chiude a riccio nel 1977&lt;/b&gt;.

C&apos;è il rifiuto. Il PCI considera l&apos;estremismo una malattia infantile del comunismo. Ancor più, quello che agita le proteste del 1977 va contro il principio gerarchico. Nella tradizione comunista si può compiere anche l&apos;atto più duro se e quando è necessario alla causa. Ma si deve prima riunire la Direzione! Il Partito Comunista non è il partito dell&apos;iniziativa spontanea ma della discussione prima dell&apos;azione e dell&apos;obbedienza. Vanno riletti alcuni scritti di Lenin sul terrorismo. Persino il terrorismo è legittimo ma se organizzato dal Partito e solo per innescare la rivoluzione.

&lt;b&gt;Ma c&apos;è anche una ostilità di base.&lt;/b&gt;

Di quadri. L&apos;ostilità è di quadri. L&apos;avversione è ancora maggiore perché i quadri temono l&apos;infezione della classe. I superiori di un seminario i cui studenti sono affascinati dal modernismo, non gli debbono far leggere neanche Leone XIII, la &lt;i&gt;Rerum Novarum&lt;/i&gt;! Al massimo Pio V, Gregorio XVI, Pio IX. Nulla di più!

&lt;b&gt;Nel 1968 non c&apos;è questa ostilità da parte del PCI.&lt;/b&gt;

Non c&apos;è perché il &apos;68 non era un movimento politico. Si capiva che non poteva diventare qualcosa di politico. Il PCI in Italia ci si infiltra per cercare di utilizzarlo; così alcuni dei ragazzi del &apos;68 sono diventati comunisti; ma in piccola parte. Dal &apos;68 in Francia invece nessuno è diventato comunista. Cohn Bendit è diventato verde ma non comunista. A ben vedere il &apos;68, con il suo spontaneismo, è la negazione del comunismo. L&apos;immaginazione al potere è quanto di meno marxista, di più lontano dalla pretesa scientista del marxismo, che si possa pensare.

&lt;b&gt;Con la rottura si accelerano anche gli itinerari verso la lotta armata.&lt;/b&gt;

Li ho conosciuti quasi tutti. Sono andato a trovarli quando non ero più Presidente. Cosa che non è stata apprezzata da molti. La lotta armata ha due inneschi. Il primo è ideologico. I protagonisti erano e si proclamano tutti comunisti. E sono tutti marxisti leninisti. Anzi affermano di essere marxisti leninisti non deviazionisti. Non sono stalinisti. Sono dotati di intelligenza e di forte cultura comunista. Pensiamo a Gallinari, contadino ed operaio, autodidatta. Il secondo innesco è storico, sta nella Resistenza. Si parte dalla memoria storica della Resistenza tradita e della Resistenza interrotta. La Resistenza doveva, per trascinare le folle, essere una guerra patriottica, poi doveva essere una guerra civile antifascista, infine, come è avvenuto nell&apos;Est, una rivoluzione di classe.

&lt;b&gt;Una guerra di classe che si ferma nel 1945.&lt;/b&gt;

Togliatti, che aveva tutt&apos;altri piani, datigli dall&apos;Unione Sovietica come conseguenza degli accordi di Yalta, bloccò la rivoluzione di classe. Questo non impedì dopo il &apos;45 il triangolo rosso. Anche gli antifascisti fucilati! Anche i partigiani fucilati!

&lt;b&gt;Come si manifesta la continuità?&lt;/b&gt;

Uno di loro, comunista che uscì dal Partito e si dette alla lotta armata, mi riferì che un partigiano gli consegnò il mitra che aveva conservato dicendogli, &quot;continua da dove ci hanno fermato&quot;. Il mito è la Resistenza incompiuta. L&apos;idea di resistenza tradita serpeggia nel PCI e nella sinistra lungo il dopoguerra. Tutto precipita poi quando il PCI si allea con la DC. Si pensi che cosa deve essere stato per alcuni di loro l&apos;alleanza con la DC.

&lt;b&gt;Gli anni &apos;70?&lt;/b&gt;

Il compromesso storico. Quella è stata la scintilla. E anche il fatto che il sindacato diventa una forza stabilizzatrice.

&lt;b&gt;Nell&apos;antagonismo del &apos;77, quello che si manifesta nelle piazze, nei quartieri, in qualche fabbrica, c&apos;è molto disagio sociale, emarginazione; nella lotta armata si percepisce invece politica e cultura politica.&lt;/b&gt;

Tra i brigatisti pochissimi gli operai poco qualificati, quelli collocati ai livelli più bassi. Contadini quasi nessuno. Salvo l&apos;autodidatta Gallinari, che poi diventa operaio. Lo conosco benissimo. Alla televisione abbiamo presentato il suo libro assieme. Il prefetto Mosino si è scandalizzato ed è uscito dalla stanza. Nella lotta armata erano tutti tecnici, studenti, classe operaia superiore.

&lt;b&gt;Nell&apos;Autonomia invece, un mondo diverso.&lt;/b&gt;

E&apos; un mondo disperato che nella politica non vede risposta. Che sconvolge Bologna. Il comunista fa l&apos;insurrezione per occupare il Palazzo d&apos;Inverno. Per un disegno politico. I comunisti fanno la rivoluzione quando si impadroniscono delle caserme e quando hanno un settore dello Stato a loro favore. Non occupano l&apos;Università di Bologna, assaltano la sede della DC, saccheggiano ristoranti. Non scrivono Cossiga con la K, quando era a favore del compromesso storico! L&apos;assurdo era questo: Kossiga che manda i blindati, col consenso del PCI e di Zangheri piangente.

&lt;b&gt;La violenza del partito armato è invece strategica.&lt;/b&gt;

Le armi e la violenza vengono usate dalle BR non per compiere l&apos;azione esemplare. Che è cosa da anarchici. Essi non credono al valore politicamente esemplare dell&apos;atto. Giustificano la lotta armata come la guerra dei poveri contro i ricchi, dei deboli contro i forti, dei disarmati contro gli armati. Usano giustificazioni riprese dalle resistenze europee. Solo la Jugoslavia trasformò la resistenza in una lotta di tipo convenzionale. Con le brigate regolari. Con le armi mandate da inglesi e americani. Le altre erano resistenze di minoranza.

&lt;b&gt;La violenza va interpretata.&lt;/b&gt;

Per me ha grande affetto e grande amicizia Fausto Bertinotti. Perché? Bertinotti è stato Segretario della Camera del Lavoro, a Torino. Io ci vado, pochi giorni dopo l&apos;uccisione di Casalegno, come Ministro dell&apos;Interno e lui viene a trovarmi. Tornato a casa dice alla moglie, &quot;abbiamo il Ministro dell&apos;Interno più democratico della storia della Repubblica. Mi ha chiesto se potevo spiegargli, io che vivo tra gli operai, per quale motivo c&apos;è la lotta armata&quot;. Il Segretario della Camera del Lavoro era colpito da un Ministro dell&apos;Interno che si occupava di sociologia della lotta armata. Il contrario di tutta la storia della DC, delle immagini di Scelba.

&lt;b&gt;A quale logica rispondeva la lotta armata?&lt;/b&gt;

La lotta armata mirava ad alzare il livello dello scontro. A intimorire lo Stato. A disarticolarlo. Ma sempre con la grande speranza del Partito Comunista. I brigatisti non hanno mai creduto di sostituirsi al Partito Comunista. Solo i pazzi di Lotta continua ritenevano di fare, con Adriano Sofri, un grande partito alternativo. I brigatisti cercavano di elevare il livello dello scontro per provocare una reazione indiscriminata. Un morto ucciso nella fabbrica. La Polizia interviene e picchia tutti gli operai. Speravano di innescare una grande risposta di lotta.

&lt;b&gt;Nel &apos;77 oltre all&apos;antagonismo c&apos;è molto anticomunismo.&lt;/b&gt;

C&apos;è un atteggiamento anti PCI. Molti guardavano piuttosto ai socialisti. Un movimento di massa spontaneo può andare d&apos;accordo col socialismo. Col comunismo e il marxismo leninismo mai. Perché se non c&apos;è l&apos;ordine di Partito non sei autorizzato neppure a dire &quot;abbasso Agnelli&quot;. E abbasso Agnelli non l&apos;hanno mai detto. La forza che ha sempre difeso la FIAT e che ha salvato la FIAT sono i sindacati. Si capisce, erano posti di lavoro.

&lt;b&gt;Nella lotta armata non c&apos;è spontaneità, piuttosto progetto.&lt;/b&gt;

Volevano compiere atti di terrorismo per elevare il livello dello scontro. Provocare la repressione e cercare di fare rinsavire il Partito Comunista.

&lt;b&gt;Proprio il PCI che li condanna come provocatori e criminali!&lt;/b&gt;

Il Partito Comunista ha fatto di tutto all&apos;inizio per calmarli. Uno di loro riferisce che quando era già in clandestinità un esponente del partito, l&apos;on. Malagugini, un bravo avvocato e un comunista dell&apos;ala riformista che sarà poi giudice costituzionale, cerca contatti con loro. Non per usarli. Ma per convincerli a rientrare nella normalità. Altrimenti c&apos;era il rischio che il Governo - a secondo di chi lo guidasse - potesse fare di ogni erba un fascio. Nei primi tempi, nel PCI dicevano &quot;le cosiddette Brigate Rosse&quot;. Il messaggio non era diretto allo Stato, era diretto ai comunisti perché temevano che il brigatismo infettasse la base.

&lt;b&gt;Le politiche di ordine pubblico erano adeguate? Non erano eccessive?&lt;/b&gt;

Era nulla rispetto al periodo precedente, in cui si sparava. Modena. E c&apos;è una spiegazione. I movimenti di piazza di allora erano opera dei sindacati e guidati dal PCI. Non si capiva ancora bene se i comunisti avessero rinunciato o meno alla rivoluzione. E Scelba faceva sparare. Io l&apos;ordine di sparare non l&apos;ho mai dato.

&lt;b&gt;Dobbiamo riconoscere che Scelba non condivide la scelta del governo Tambroni e il fuoco aperto a Reggio Emilia, nel luglio 1960.&lt;/b&gt;

Scelba era antifascista. Era stato il segretario di don Sturzo.

&lt;b&gt;I controlli erano, secondo me, eccessivi, spesso controproducenti.&lt;/b&gt;

Però non si sparava. Si è risposto al fuoco, ma contro le Brigate Rosse. Mi fu chiesto di andare a trovare in carcere Gallinari. Si temeva che morisse, soffriva di cuore e poi nel conflitto con la Polizia era stato colpito al cervello. Io andai e prima del colloquio mi disse, &quot;chiariamo una cosa: io sono e sarò sempre comunista, lei per me, sarà sempre il Ministro dell&apos;Interno; io sono un povero autodidatta, non sono un uomo colto come altri che lei ha visitato in carcere&quot;. Chiarito questo, ci sediamo. E lui mi da atto del fatto che io non ero mai ricorso a metodi sporchi. Come in Francia per l&apos;OAS. Si arrestavano parenti. Si &quot;maltrattavano&quot; le figlie. I francesi, sempre figli della rivoluzione e della ghigliottina sono!

&lt;b&gt;Cosa volevano i militanti della lotta armata?&lt;/b&gt;

Non ritenevano di riuscire a conquistare da soli il potere, ma di smontare una perfida alleanza, provocando una reazione degli apparati statali tale da convincere i comunisti e i sindacati a rinunciare alla loro politica. In realtà il loro obiettivo, l&apos;obiettivo da punire non avrebbe dovuto essere Moro ma Berlinguer. Però, siccome erano tutto fuorché stupidi e volevano sempre riconquistare la massa che era comunista, avevano presente il fatto che il sequestro e l&apos;uccisione di Berlinguer avrebbe portato nelle fabbriche i comunisti a dare la caccia ai sospetti brigatisti. I quali sarebbero stati ritrovati dentro gli altiforni! Il Partito Comunista era sempre il loro Partito di riferimento. Andando a votare, mica avrebbero votato Lotta Continua, avrebbero votato Partito Comunista.

&lt;b&gt;Ma anche l&apos;Autonomia e la &quot;sponteneità&quot; venivano criminalizzate.&lt;/b&gt;

L&apos;Autonomia è finita con Bologna. Io volli e consentii che si svolgesse il Convegno Internazionale sulla repressione. Quello dei 40 mila. Ricordo la telefonata di Scalfari, mi disse che ero pazzo. Ricordo la telefonata del Cardinale di Bologna che mi ricordò la coincidenza con il Corpus Domini, anzi con il Congresso Eucaristico, in San Petronio. &quot;Eminenza, a che ora la funzione?&quot;, domandai. Il mio Capo gabinetto prospettava di far arrestare e espellere gli intellettuali francesi. Dissi di lasciarli venire. Finita le manifestazione, li avremmo rispediti. E la manifestazione ebbe la possibilità di svolgersi, libera. Alla fine dissi: aprite le autostrade, organizzate i treni, lasciateli andar via, a chi fa il matto però botte da orbi. E lì fu la morte dell&apos;Autonomia.

&lt;b&gt;Una linea di tolleranza garantista depotenzia la violenza.&lt;/b&gt;

Riflettendo su tutto questo si arriva a capire una mia famosa intervista alla televisione che ha meravigliato tanti, il dubbio e lo scrupolo che poi ho avuto. Non sarà che l&apos;aver impedito le forme di violenza, a bassa e a breve intensità e di massa, abbia favorito la lotta armata? Quelli che partecipano alle manifestazioni di massa poi devono andare a casa a mangiare. Se tu usi metodi forti invece li trattieni e li attiri.

&lt;b&gt;Il divieto di manifestazioni nella primavera del 1977 era necessario? Le organizzazioni del lavoro rinunciarono al 1° maggio in piazza.&lt;/b&gt;

Mentre non l&apos;accettò Pannella. Io lo pregai in ginocchio e dissi che il divieto lo avevano accettato i sindacati i quali hanno un servizio d&apos;ordine che isola i violenti, magari li pesta e poi li consegna alla Polizia, e che agisce d&apos;accordo con la Questura. Gli dissi, &quot;guarda che tu sarai infiltrato&quot;. E il 12 maggio successe la tragedia di Giorgiana Masi. Quando avevo parlato dei divieti coi sindacati questi subito avevano detto che non era il caso di creare problemi. Avevano un servizio d&apos;ordine ma non potevano escludere un&apos;infiltrazione armata. E accettarono di rinviare le loro manifestazioni. Allora i sindacati erano una cosa ben diversa. Non erano sindacati di oggi. I sindacati dei pensionati. Con più del 50% degli iscritti fatto di pensionati. Io facevo i comizi da Ministro dell&apos;Interno, accompagnato da Franco Marini e col servizio d&apos;ordine della CISL, che era fatto di ferrovieri e di operai tessili.

&lt;b&gt;E si sentiva sicurissimo.&lt;/b&gt;

Più che con la Polizia. Quelli menavano senza guardare in faccia nessuno. Giustificati anche dall&apos;identità di classe.

&lt;b&gt;Perché vietare una manifestazione proprio il 12 maggio, la ricorrenza della conferma col referendum della legge sul divorzio?&lt;/b&gt;

Il divieto fu deliberato nel Comitato Interministeriale per l&apos;Informazione e la Sicurezza, poi me ne assunsi io la responsabilità dopo che Franco Evangelisti mi disse che non avevo neanche il coraggio di proibire un corteo di Pannella. E lì successe il dramma. Di quel divieto, tanto lo considerava un banale incidente, non c&apos;è neppure traccia nel diario di Andreotti. Con le grane che avevamo perché avremmo dovuto ostacolare una manifestazione dei radicali per l&apos;anniversario del divorzio! La Democrazia Cristiana aveva privilegiato l&apos;alleanza con i laici e con i socialisti all&apos;indissolubilità del vincolo matrimoniale. La legge sull&apos;aborto fu firmata da Andreotti. Noi votammo contro, ma ritenemmo più importante per il Paese prima l&apos;alleanza di centro e poi quella di centro sinistra, piuttosto che opporsi al divorzio. Se i cattolici avessero detto che non avrebbero fatto nessun governo se i laici avessero votato quelle leggi, la coalizione si sarebbe sfasciata, ma aborto e divorzio non sarebbero passati.

&lt;b&gt;Oggi molto è cambiato.&lt;/b&gt;

L&apos;errore commesso oggi è di aver fatto firmare il disegno di legge sui Dico oltre che da una laica, ex comunista, come Barbara Pollastrini, da Rosy Bindi.</text_more></entry>
<entry id='2368' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2368' author_id='19' authored_on='20070909033159' basename='futuro_breve_iii_santascienza' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070909033159' modified_on='20120624110916' ping_count='0' status='2' title='Futuro Breve III - Santascienza' week_number='200737'><text>di &lt;b&gt;Alessandra Daniele&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;CyberChurch.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/CyberChurch.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;146&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;&lt;b&gt;Più famoso di Gesù&lt;/b&gt;

Il talent-scout lo squadrò
- Sì, sei fotogenico, ma soprattutto hai il fisico, e sei perfetto per il technicolor. Gli anni 50 saranno il boom del technicolor  Gli puntò il sigaro contro  Io posso portarti dritto a Hollywood. Per prima cosa dobbiamo cambiare il nome. Cazzo, è impronunciabile, ma da dove vieni?!
- Dalla Polonia.
- Ehi! Non sarai mica un fottuto rosso?
- Indiano?
- Comunista!
Il ragazzone biondo trasalì, come orripilato.
- Assolutamente no! Sono contro,  proprio per questo ho lasciato la Polonia! Avevo anche pensato di farmi prete</text><text_more>- E perché hai lasciato perdere?
- Mi sono &lt;i&gt;dovuto&lt;/i&gt; sposare  grugnì il polacco. Il talent-scout sghignazzò
- Allora hai pure un marmocchio da mantenere. 
- No, loro sono rimasti in Polonia.
- Meglio. Fanculo i pesi morti. E poi le fans preferiscono gli scapoli!  gli strizzò locchio, masticando il sigaro - Tu come hai fatto a scappare?
Il biondo accennò un sorriso.
- Dopo la guerra, la mia compagnia teatrale è andata in tournée nella Germania Est
Il talent-scout riprese a sghignazzare.
-e tu sei saltato allOvest! Bene, questa faccenda dellanticomunismo farà un figurone nella tua biografia! Adesso pensiamo al nome. John, come Wayne, gli somigli anche.
Il polacco sospirò. 
- Dobbiamo proprio cambiarlo tutto, il nome? E lultimo legame con la mia terra..
- Ma ci tieni così tanto, a sto cazzo di Polonia?  rise il talent-scout - Ok  John Poland. Aspetta, mi piace, John Pol John Paul... ci manca qualcosa un numero! Sa di tradizione, valori familiari, padri pellegrini, e tutte quelle stronzate là. Sapresti imparare laccento del New England?
- Sono portato per le lingue
- Benissimo John Paul II!  il talent-scout sfoderò un sorriso da squalo - Ti piace il tuo nuovo nome? Diventerà famoso!

                                    *        *        *

- Cazzo, abbiamo persino cambiato la costituzione per poterlo eleggere, quel bastardo!
Il senatore Jameson si tormentava compulsivamente il cravattino dello smoking davanti allo specchio  Quello stronzo polacco invasato.! Cazzo, un attore presidente degli Stati Uniti! Un pessimo attore di merdosi B-movie fascistoidi alla Casa Bianca! Come ci siamo arrivati?
- Be, cera già stato Reagan governatore della California  disse la moglie, sfilandogli di mano il cravattino ormai ridotto a un grumo di stoffa informe
- Reagan?! In confronto a John Paul II, Reagan è un intellettuale liberal. In confronto a lui &lt;i&gt;Nixon&lt;/i&gt; è un intellettuale liberal!  Il senatore crollò a sedere sul bordo del letto  Frida, se non riusciamo a risolvere questa maledetta crisi che Paul ha provocato con i russi, capisci cosa potrebbe succedere? Questo maggio 1981 potrebbe essere lultimo della razza umana.
- Ma Paul non dice sempre di volere la pace?
- Lalbero si riconosce dai frutti, non dai discorsi  disse Jameson, cupo  Posso farla anchio una citazione evangelica, o sono monopolio del polacco?
Frida si agganciò i vistosi orecchini.
- E la sua aria profetica che gli ha portato tanti voti.
- E lodio paranoico per i comunisti.
- Beh, posso capirlo, con quello che hanno fatto alla sua prima moglie
Il senatore si alzò di scatto.
- Stronzate! E stato lui a farla togliere di mezzo, raccontando che era morta in Polonia, per poter sposare una Vanderbilt, e farsi pagare la campagna elettorale!
Frida sogghignò.
- Però non credo che JP scatenerà la fine del mondo, gli piace troppo girarselo a spese nostre.
Un bodyguard irruppe trafelato nella camera dalbergo.
- Senatore, un attentato al presidente!
Jameson trasalì, la moglie mandò un gridolino strozzato.
- E stato colpito alladdome, è in coma!
Frida si precipitò ad accendere la tv. Tutti i canali avevano interrotto la normale programmazione per trasmettere notiziari no-stop.
- Lhanno preso!  disse la Jameson al marito, che sera rimesso seduto con aria stordita
- Chi?
- Il tizio che ha sparato al presidente. Eun turco, pare che farnetichi di provenire da un altro mondo, un altro universo  oh mio dio!
- Cosa cè?
Frida si sedette sul letto accanto al senatore. 
- LFBI ha appena dichiarato di avere un fascicolo su questo tizio. Pare sia legato al KGB
- Quindi hanno &lt;i&gt;già&lt;/i&gt; identificato il mandante?... Ma che &lt;i&gt;bravi&lt;/i&gt;. Veramente &lt;i&gt;bravi&lt;/i&gt;.
Jameson si sdraiò, e chiuse gli occhi.
- E la fine  mormorò  Hai detto che J.P non avrebbe mai davvero cominciato la guerra? Be, lo farà quel fottuto crucco nazista del suo vicepresidente.

&lt;b&gt;Rituali&lt;/b&gt; 

- Torno adesso dal pianeta Zrak, ho assistito alla Pioggia del Grande Nummo - disse lo sferoide, fluttuando attraverso lelegante spazioporto di Alpha Draconis Primo.
- Oh, e comè?- chiese il lafadiano, sfregando le 16 antennne in segno di  saluto.
- Una cerimonia davvero suggestiva! Su Zrak, chi ricopre la carica di Grande Nummo è considerato il tramite fra le acque del cielo e quelle della terra. Così, quando muore, il suo enorme corpo polpiforme viene bollito per tre rivoluzioni planetarie, e tutto il vapore che ne risulta viene condensato, e sparato nellatmosfera. La prima pioggia successiva è perciò ritenuta sacra, e tutti accorrono a infradiciarsi sentendosi benedetti.
- Affascinante! - Il lafadiano sgranò gli occhi prismatici. Poi aggiunse: - Sai, anchio ho assistito a qualcosa del genere, su Terra. Un Ricambio Vaticano. 
- Davvero? Emorto un altro di quei loro faraoni bianchi come lo chiamano? Il Pupo?
- Il Papa. Sì, è morto, e milioni di loro si sono precipitati attorno alla sua salma
- Per mangiarla?
- No, per fotografarla. Anche a costo di aspettare trenta ore pigiati tra la folla, evacuando i liquidi nelle stesse bottiglie da cui li avevano bevuti, e sempre continuando a fotografarsi anche a vicenda.
Il glabide sferoide oscillò pensoso. 
- Gli occhi sono molto importanti per i terrestri. E dire che ne hanno solo due.
Il lafadiano annuì curvando le antenne, e riprese:
- Poi cè stato il funerale. Ho usato lantigravità per seguirlo dallalto. Hai presente quella loro piazza circondata dal colonnato a forma di tenaglia?
- Quella che sembra una pista datterraggio per i Dischi Xorg?
- Già. Era strapiena di terrestri, tutti rigidamente divisi per caste ben riconoscibili anche dal colore delle livree. Ed anche lì tutti si fotografavano a vicenda.
- E il Klatvin?
Il lafadiano ronzò ironico.
- Ma no, il Klatvin è levirazione rituale dei principi di Wrana.. intendevi il Conclave? Beh, era lunico posto dove non si poteva fotografare. Infatti ci sono rimasti pochissimo. Nella scelta della successione papale si sono limitati a seguire la linea dinastica: hanno nominato la vedova, 
Rahazzt-qualcosa, che sè subito precipitata alla finestra per farsi fotografare.
Il glabide ondeggiò perplesso - Ma questi loro Pupi non dovrebbero essere tutti maschi?
Il lafadiano si strinse nel diafano esoscheletro - Questo non mi è tanto chiaro comunque non ci si può sbagliare di molto, i terrestri hanno solo due sessi.
- Ciascuno?
- A volte.
Passata lora di punta, lo spazioporto sandava svuotando. Accompagnato dal lafadiano dalle otto propaggini cariche di bagagli, il glabide fluttuava pigramente verso luscita riflettendo ancora sui terrestri.
- E i loro rituali dautodistruzione come procedono?
 Il lafadiano sospirò, con uno schiocco della laringe chitinosa. 
 La vedova sè subito unita agli altri principali Necrofori del pianeta. Ma credo che il suo influsso sui terrestri sia inferiore a quello del marito suo predecessore.
- E perché? - Chiese il glabide fermandosi davanti alluscita.
- Non è fotogenica.- rispose il lafadiano, mentre usciva nel tramonto rossastro di Alpha Draconis.

</text_more></entry>
<entry id='2369' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2369' author_id='4' authored_on='20070910031451' basename='i_giornali_a_processo_il_caso_7_aprile_quarta_parte' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070910031451' modified_on='20070910032547' ping_count='0' status='2' title='I giornali a processo: il caso 7 aprile - Quarta parte' week_number='200737'><text>di &lt;b&gt;Luca Barbieri&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;PotOp.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/PotOp.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;182&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;(c) 2002 -  Si consente la riproduzione parziale o totale dell&apos;opera e la sua diffusione per via telematica, purché non a scopi commerciali e a condizione che questa dicitura sia riprodotta.

&lt;b&gt;Potere Operaio&lt;/b&gt;

&quot;La vicenda di Potere Operaio trova le sue origini nel discorso teorico di Quaderni Rossi, una rivista nata nel 1961  ma in realtà era stata già pensata in precedenza  ad opera di alcuni intellettuali in prevalenza socialisti, ma anche comunisti, particolarmente attenti al fenomeno, che allora si andava compiendo, del passaggio delleconomia italiana dalla fase prevalentemente agricola a quella industriale-agricola, caratterizzata, come negli altri paesi di capitalismo maturo, dalla prevalenza del capitalismo monopolistico di Stato; e convinti della necessità per il movimento operaio di modificare profondamente, di conseguenza, la propria strategia [] La critica nei confronti della linea politica delle organizzazioni storiche del movimento operaio e la convinzione della necessità di una nuova strategia tengono uniti per qualche tempo coloro che hanno dato vita alla rivista, ma a un certo punto  è lestate del 1963  sorgono e si sviluppano motivi rilevanti di divisione.</text><text_more>Allinterno dellesperienza dei Quaderni Rossi nasce lipotesi di una sperimentazione immediata del processo rivoluzionario, nel convincimento che sia già possibile procedere concretamente a una prima organizzazione autonoma dell&apos;anarchia operaia&apos; sulle linee elaborate dalla rivista. Avviene così una divisione (che ha anche motivazioni teoriche) fra coloro che credono a tale ipotesi e chi invece ritiene necessario, per linesistenza di qualsiasi organizzazione politica adeguata e per la difficoltà di costruirla a breve scadenza, un ancora lungo periodo di preparazione. Sono in sostanza &apos;interventisti&apos; (Tronti, Asor Rosa, Negri) che escono dalla redazione e che danno vita, a partire dal 1964, a Classe Operaia; e nei Quaderni Rossi, rimasti in mano ai &apos;sociologi&apos;, nel 1966 avverrà lultima rottura con la fuoriuscita di un gruppo che dà vita al &apos;Potere Operaio&apos; di Pisa e Massa.&quot; (6) 

Una vicenda insomma molto disomogenea. Potere operaio, chiamato anche PotOp o PO, è formato da piccoli gruppi locali che si riconoscono e riuniscono in ununica rivista. Una storia che si perde per mille rivoli, in peculiarità geografiche e storiche. Carattere principale è quello di unire una serie di intellettuali che sperimenteranno poi, come al Petrolchimico di Porto Marghera, le proprie analisi teoriche sul campo. Unopera che vale loro il titolo di operaisti. Lala veneta del gruppo risale al 1961 tra Padova e Venezia. Il gruppo, come abbiamo visto, ha dato vita alla rivista Progresso Veneto. Unesperienza che si collega a quella sopraccitata dei Quaderni Rossi, e poi dà vita a Classe Operaia e, a livello locale, a Potere Operaio  redazione veneta di Classe Operaia.

A livello nazionale, in Classe Operaia si profilano, fin dai primi numeri, le due diverse autonomie  lautonomia del politico, via via elaborata da Tronti e fatta propria dal gruppo che più tardi rientrerà nei partiti storici del movimento operaio, e lautonomia operaia, teorizzata soprattutto da Negri e dalla maggior parte del gruppo veneto, con una crescente prevalenza della prima nellambito della rivista e una sostanziale egemonia della seconda nella pratica di chi faceva politica davanti alle fabbriche. Sicché, se la fine del 1966 vede il contrasto fra Tronti e Asor Rosa da una parte e Negri dallaltra, e se nel 1967 Classe Operaia cessa, come sè detto, le pubblicazioni, il gruppo veneto continua il lavoro davanti alla fabbrica, trasformando il volantino citato nel giornale Potere operaio  giornale politico degli operai di Porto Marghera. Il gruppo, oltre che adesioni nel Veneto, trova ben presto  anche per la redazione del giornale  collegamenti operativi con un analogo gruppo sorto in Emilia, essenzialmente nelle città di Bologna, Modena e Ferrara (7).

Ma Potere operaio pur tentando, come gli altri gruppi della sinistra extraparlamentare, di darsi una struttura nazionale vive delle vicende autonome dei singoli gruppi. Anche la sua distribuzione geografica è altamente insoddisfacente. PotOp vivrà tra continue scissioni (il gruppo pisano di Potere Operaio con Adriano Sofri ad esempio darà vita a Lotta continua) e tentativi di aggregazione con altre formazioni (tentata più volte quella con il gruppo de Il Manifesto), di collaborazioni estemporanee e convergenze con altri gruppi e gruppuscoli (come i Gap di Giangiacomo Feltrinelli).
Secondo Palombarini «il gruppo unisce i militanti del Potere operaio veneto-emiliano (con Antonio Negri, Emilio Vesce e Guido Bianchini: questultimo continua a rappresentare in particolare i militanti di Modena, Ferrara e Bologna), uno spezzone del movimento studentesco romano facente capo a Franco Piperno e Oreste Scalzone, militanti lombardi (Sergio Bologna, Ferruccio Gambino, Giairo Daghini) e piemontesi (Alberto Magnaghi)».
La rivista Potere Operaio, voce ufficiale del movimento, nasce il 18 settembre del 1969 (linizio dellautunno caldo) e muore, assieme al gruppo, nel giugno del 1973 (gruppi locali sopravvissero fino allestate successiva). Punto decisivo della crisi il convegno di Rosolina il 28 maggio del 1973, che segna la rottura del movimento. Il mito sempre inseguito della costruzione del partito contrapposto agli enormi problemi organizzativi che facevano dubitare della possibilità di poter concretamente perseguire lobbiettivo, ha portato Potere operaio allo scioglimento per la convinzione di molti suoi esponenti della necessità di trovare altre forme organizzative della autonomia operaia.

PO fu innanzitutto un gruppo politico nato nelle fabbriche e nelle università tutto teso a valorizzare la centralità politica di una figura di operaio, loperaio-massa, che in quegli anni, tra il 1968 e il 1970 si era reso protagonista di lotte dure e generalizzate; e quella figura ideologicizzò sulla base di una rilettura dei classici del marxismo, dal Marx dei Grundrisse al Lenin del 1905.Ed è nellambito di queste analisi che via via, con rovesciamenti improvvisi (proprio nei confronti dellAutonomia operaia vi furono atteggiamenti diversi), con divergenze interne (la linea di Negri si distinse ben presto da quella di Piperno) e con un distacco crescente da talune nuove realtà operaie (lincomprensione dei delegati fu sintomatica a tale proposito), una parte dei suoi dirigenti ritenne maturo uno scontro diretto contro lo Stato, teorizzando la via dellinsurrezione armata e nella pratica dando vita, da un certo momento in poi, a forme invero artigianali di livelli clandestini, cercando contatti con quelle forze che, a sinistra, si erano poste o dicevano di essersi poste sulla via della rivoluzione (8).  

Le attività dei suoi singoli esponenti, dopo lo scioglimento del gruppo, continueranno travasandosi in parte in altri gruppi, alcuni nellesperienze dellautonomia altri riconfluendo nel sindacato. Altri, non entreranno più in nessuna formazione politica terminando così la stagione del proprio impegno politico. Per alcuni, si può dire che la storia del movimento, del tentativo di conciliare i temi dellautonomia operaia con una struttura tutto sommato classica, si concluda qui. Come ricorda Lanzardo:

&lt;i&gt;Ho vissuto molto intensamente la fase di storia di 15 anni che inizia con le lotte del triennio 1960-62 e si conclude nel 74 con il recupero dellegemonia politica da parte del PCI sullinsieme del movimento di classe. E come tutti quelli che hanno militato alla sinistra del PCI, ho fondato la mia ricerca di identità politico-sociale, cioè il mio ruolo nella lotta di classe, sulla ipotesi-osservazione diretta della autonomia operaia intesa come autonomia della lotta di ampi strati di classe non solo dal comando capitalistico, ma anche dalle tradizioni del Movimento operaio, dalla cultura dominante, dalla politica partitica; in alternativa, cioè, alla pratica che faceva coincidere gli interessi della classe operaia con la linea delle organizzazioni del Movimento operaio (PCI, PSI, CGIL)&lt;/i&gt; (9). 

Ma non per tutti la fine di Potere operaio è la fine della lotta.

(6) G.Palombarini, &lt;i&gt;7 aprile: il processo e la storia&lt;/i&gt;, Venezia, Arsenale Cooperativa Editrice, 1982, pp. 40-42.
(7) Ivi, p. 45.
(8) Ivi, p. 51.
(9) D.Lanzardo, &lt;i&gt;La rivolta di Piazza Statuto&lt;/i&gt;, Milano, Feltrinelli, 1979, p. 5.

(&lt;b&gt;3-CONTINUA&lt;/b&gt;)

</text_more></entry>
<entry id='2370' allow_comments='0' allow_pings='0' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2370' author_id='18' authored_on='20070910210209' basename='une_histoire_politique_de_lamnistie' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='0' created_on='20070910210209' modified_on='20070910210859' ping_count='0' status='2' title='Une histoire politique de l&apos;amnistie' week_number='200737'><excerpt>&lt;b&gt;di Paolo Persichetti&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;amnistie.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/amnistie.jpg&quot; width=&quot;47&quot; height=&quot;68&quot; border=&quot;1&quot; align=&quot;right&quot; hspace=&quot;2&quot; vspace=&quot;1&quot;/&gt;Solo pochi decenni fa l&amp;rsquo;amnistia era considerata ancora una parola di Sinistra. Nata con la democrazia ateniese, era parte del repertorio delle forze che si dicevano democratiche. Fin dalle origini aveva animato le battaglie di libert&amp;agrave; del movimento operaio. Convogliava un&amp;rsquo;idea di societ&amp;agrave; tollerante e progressiva, conteneva una domanda di giustizia moderatrice&#x2026;</excerpt><text>&lt;p&gt;&lt;b&gt;di Paolo Persichetti&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;&lt;img alt=&quot;amnistie.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/amnistie.jpg&quot; width=&quot;124&quot; height=&quot;180&quot; border=&quot;1&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;10&quot; vspace=&quot;1&quot;/&gt;
		&lt;p&gt;Solo pochi decenni fa l&amp;rsquo;amnistia era considerata ancora una parola di Sinistra. Nata con la democrazia ateniese, era parte del repertorio delle forze che si dicevano democratiche. Fin dalle origini aveva animato le battaglie di libert&amp;agrave; del movimento operaio. Convogliava un&amp;rsquo;idea di societ&amp;agrave; tollerante e progressiva, conteneva una domanda di giustizia moderatrice consapevole dell&amp;rsquo;importanza che il ricorso a strumenti di correzione politica della fermezza penale, ispirati a quella mitezza tratta dalle vecchie massime latine che richiamano prudenza ed equit&amp;agrave; nell&amp;rsquo;applicazione della legge, svolgeva una funzione riparatrice delle ingiustizie.&lt;br&gt;
			&lt;br&gt;
		&lt;/p&gt;</text><text_more>&lt;p&gt;Ma alla fine del Novecento una drastica inversione di tendenza sospinge paesi e societ&amp;agrave; civili occidentali a ripudiare questo strumento di soluzione dei conflitti. Ci&amp;ograve; non &amp;egrave; vero ovunque, basti pensare alla Gran Bretagna di Blair che, nell&amp;rsquo;ambito del processo di soluzione politica della questione nord-irlandese, ha amnistiato tutti i militanti coinvolti negli scontri armati. Anche se l&amp;rsquo;esperienza pi&amp;ugrave; innovatrice viene dal Sud Africa di Mandela che, ispirandosi ai principi della giustizia ricostruttiva, ha scartato la via penale tradizionale per istituire un criterio d&amp;rsquo;accertamento dei fatti in cambio di clemenza e risarcimento pubblico delle vittime. Operazione che per&amp;ograve; ha messo sullo steso piano la violenza istituzionale che appoggiava il sistema segregazionista e quella antistituzionale che lottava in armi contro l&amp;rsquo;apartheid. Ipotesi che terrorizzerebbe qualsiasi esponente, passato e presente, dello Stato italiano, chiamato a dover rispondere delle stragi della strategia della tensione e delle centinaia di morti che hanno insanguinato la gestione dell&amp;rsquo;ordine pubblico nei prmi decenni della repubblica, quando nessuno a Sinistra aveva ancora scelto la strada della violenza. Tuttavia queste due esperienze restano episodi minoritari rispetto ad un diritto penale internazionale sempre pi&amp;ugrave; ostile alle istituzioni della clemenza.&lt;br&gt;
			Proprio dal tentativo di trovare una risposta a questo discredito parte l&amp;rsquo;opera collettanea curata da Sophie Wahnich, storica e ricercatrice del CNRS, &lt;i&gt;Une histoire politique de l&amp;rsquo;amnistie &lt;/i&gt;(PUF, Paris 2007, pp. 263, &amp;euro; 24). Il volume, frutto di una ricerca multidisciplinare avviata nel 2003 e condotta su scala comparativa tra diversi paesi europei, poggia sulla convinzione che ormai, date le interdipendenze, una soluzione amnistiale per le insorgenze politiche degli anni 70-80 possa essere trovata unicamente coinvolgendo i livelli istituzionali dell&amp;rsquo;Unione europea, attraverso nuove forme di clemenza sopranazionale.&lt;br&gt;
			Storicamente le amnistie sono state sempre accompagnate da dispositivi di riscrittura della storia, spesso opposti tra loro: far dimenticare, accertare la verit&amp;agrave; o renderla illeggibile. Molto diversa &amp;egrave; poi la natura delle clemenze che sanciscono forme d&amp;rsquo;impunit&amp;agrave; preventiva, tipiche dei poteri costituiti, come accaduto per le dittature militari sudamericane o per i colpi di spugna sui reati economico-finanziari. In questo caso l&amp;rsquo;amnistia ha aiutato l&amp;rsquo;oscuramento dei fatti. Altro significato hanno invece le clemenze che temperano, dopo decenni di carcere, le dure repressioni contro gli oppositori politici, ripristinando quando ormai gli eventi sono ampiamente accertati una situazione di normalit&amp;agrave; giudiziaria stravolta dalle misure d&amp;rsquo;eccezione.&lt;br&gt;
			Ma tutte queste distinzioni scompaiono di fronte all&amp;rsquo;attuale tendenza a voler confondere qualunque amnistia con l&amp;rsquo;impunit&amp;agrave;. &amp;Egrave; questo l&amp;rsquo;atteggiamento tenuto in Italia da un ceto politico che ha tutto l&amp;rsquo;interesse a far dimenticare le proprie ascendenze riversando sui reprobi degli anni 70 le pagine pi&amp;ugrave; ingombranti del proprio Novecento. Una rimozione che impedendo la chiusura di quel decennio riemerge continuamente sotto forma di spettri che agitano fobie, polemiche, grottesche imitazioni del passato, ciniche speculazioni delle agenzie repressive, col risultato di avvelenare lo spazio pubblico.&lt;br&gt;
			Ma la regressione della clemenza ha altre ragioni ancora pi&amp;ugrave; strutturali che investono la mutazione dei sistemi politici occidentali insieme all&amp;rsquo;emergere impetuoso del paradigma vittimario. Le democrazie occidentali sono ben lontane dal costituire degli esempi di superamento dell&amp;rsquo;inimicizia politica. E ci&amp;ograve; anche in ragione di un&amp;rsquo;ideologia umanitaria che attorno al &amp;laquo;criterio dell&amp;rsquo;inerme&amp;raquo; ha perso ogni capacit&amp;agrave; di discernimento tra i crimini di lesa umanit&amp;agrave; universalmente riconosciuti, come tortura, schiavit&amp;ugrave;, genocidio, misfatti coloniali, o quell&amp;rsquo; &lt;i&gt;orrorismo &lt;/i&gt;di cui ha recentemente scritto Adriana Cavarero (Feltrinelli 2007), e le infrazioni commesse da chi ha esercitato il diritto di resistenza.&lt;br&gt;
			In realt&amp;agrave; chi dice umanit&amp;agrave; vuole ingannare, metteva in guardia Proudhon. Il diritto penale umanitario (tragico ossimoro) &amp;egrave; divenuto lo strumento di distinzione tra bene e male, tra barbaro e civilizzato, favorendo l&amp;rsquo;emergere di assoluti etico-morali che depoliticizzano e destoricizzano sistematicamente gli eventi, fino a smarrire la differenza che passa tra l&amp;rsquo;illegalit&amp;agrave; degli oppressi e quella dei poteri costituiti. Non stupisce allora che la retorica umanitaria sia diventata la nuova arma ideologica con la quale gli Stati hanno moltiplicato guerre e spogliato della loro veste politica le infrazioni commesse da chi si organizza contro l&amp;rsquo;oppressione, relegandole a mera fattispecie criminale. Ma non tutti gli assoluti richiedono di essere rispettati, cos&amp;igrave; nulla impedisce di scendere a patti con i tagliatori di teste Talebani, o con chi pratica lo sterminio suicida come Hamas, mentre era assolutamente vietato negoziare con le Br. In questo caso, criterio non &amp;egrave; pi&amp;ugrave; l&amp;rsquo;umano e l&amp;rsquo;inumano ma l&amp;rsquo;omologia tra le entit&amp;agrave; statali costituite dell&amp;rsquo;Occidente e quelle in formazione degli islamisti, radicalmente opposte al demone della rivoluzione sociale.&lt;br&gt;
			Ci&amp;ograve; rende pi&amp;ugrave; comprensibile anche quel grande stupro di senso che ha portato ad accomunare in un&amp;rsquo;unica giornata, non certo per ragioni di &lt;i&gt;pietas&lt;/i&gt;,&lt;i&gt; &lt;/i&gt;il ricordo delle vittime delle stragi di Stato e quelle della lotta armata. Resta da capire dove collocare i morti ammazzati come Pinelli o le centinaia di manifestanti falciati, dal 1946 fino a Carlo Giuliani, dalle forze dell&amp;rsquo;ordine. Vicende storiche opposte e inconciliabili sono riassunte in un unico paradigma che nulla c&amp;rsquo;entra col dolore ma assolve unicamente il potere. Altro che ricerca della verit&amp;agrave; e tentativo di riconciliazione. Il Sud Africa &amp;egrave; lontano e le vittime delle stragi muoiono una seconda volta.&lt;br&gt;
			L&amp;rsquo;uso strumentale della figura della vittima &amp;egrave; uno dei passaggi centrali di questo processo. La Wahnich gli dedica un intero capitolo, nel quale mostra come il diritto alla riparazione simbolica dell&amp;rsquo;offeso sia lentamente scivolato verso un potere di punire quantificato in base alla natura e all&amp;rsquo;entit&amp;agrave; della pena da infliggere e al riconoscimento di una capacit&amp;agrave; d&amp;rsquo;interdizione e ostracismo perpetuo sul corpo del reo. Questo processo di privatizzazione della giustizia trae origine dalla convinzione che la liturgia del processo penale possa svolgere una funzione terapeutica. Il sistema giudiziario perde il proprio ruolo di ricerca delle responsabilit&amp;agrave; per rivestire la funzione di riparazione psicologica della persona offesa. Una svolta culturale cui sembra aver contribuito la nozione di &amp;laquo;stress post-traumatico&amp;raquo; introdotta dalla psicologia clinica anglosassone dopo la guerra del Vietnam.&lt;br&gt;
			Ma pu&amp;ograve; un eventuale sentimento d&amp;rsquo;ingiustizia considerarsi una &amp;laquo;ferita psicologica&amp;raquo; sanabile per il mezzo di una condanna penale? In questa prospettiva la ricerca della verit&amp;agrave; giudiziaria non offre scampo. Essendo un momento necessario all&amp;rsquo;elaborazione del lutto, la dichiarazione di colpevolezza e l&amp;rsquo;ostracismo perpetuo resta l&amp;rsquo;unica soluzione accettabile, perch&amp;eacute; il proscioglimento o la reintegrazione civile dell&amp;rsquo;accusato ostacolerebbero la guarigione mentale della vittima. L&amp;rsquo;uso strumentale della retorica vittimistica ha cos&amp;igrave; legittimato il capovolgimento dell&amp;rsquo;onere della prova, il passaggio alla presunzione di colpevolezza, l&amp;rsquo;aggravamento delle sanzioni, la limitazione dei diritti dell&amp;rsquo;accusato e l&amp;rsquo;immoralit&amp;agrave; delle amnistie, fino al paradossale esercizio di un&amp;rsquo;etica selettiva che perde improvvisamente tutta la sua intransigenza di fronte a quella ragion di Stato che premia pentiti e dissociati.&lt;/p&gt;</text_more></entry>
<entry id='2371' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2371' author_id='4' authored_on='20070911024452' basename='l11_settembre_e_il_manifest_de' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070911024452' modified_on='20070912023710' ping_count='2' status='2' title='L&apos;11 settembre e il &lt;i&gt;Manifest Destiny&lt;/i&gt;' week_number='200737'><excerpt>di &lt;b&gt;V. Evangelisti&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;biosama.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/biosama.gif&quot; width=&quot;50&quot; height=&quot;67&quot; border=&quot;0&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt;Anche senza essere complottisti accaniti, va riconosciuto che lamministrazione statunitense ha diffuso dei fatti dell11 settembre versioni lacunose e per nulla credibili....</excerpt><text>di &lt;b&gt;Valerio Evangelisti&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Bin1.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Bin1.jpg&quot; width=&quot;140&quot; height=&quot;61&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;&lt;i&gt;[Da oggi e per alcuni giorni pubblicheremo interventi di alcuni redattori di &lt;/i&gt;Carmilla&lt;i&gt;  diversi per lunghezza, approccio e contenuti - sull11 settembre 2001 e su ciò che ha rappresentato.]&lt;/i&gt;

Per parlare dellevento in sé bisognerebbe conoscerlo. Anche senza essere complottisti accaniti, va riconosciuto che lamministrazione statunitense ha diffuso dei fatti dell11 settembre versioni lacunose e per nulla credibili. Enormi aerei passeggeri che aprono un buchetto o vi scompaiono, lunghe telefonate dal cielo in aree da cui chiamare col cellulare era impossibile, aviatori dilettanti che si scoprono capaci di pilotare un jet in circonvoluzioni acrobatiche, strani integralisti musulmani che frequentano prostitute, bevono alcool e, una volta ufficialmente morti, risultano vivi e vegeti. E su tutti, troneggiante, questo bizzarro Osama Bin Laden mutevole daspetto, che parla solo in video e che da ultimo è apparso con una barba vistosamente tinta, così ringiovanito che Berlusconi dovrebbe prendere lezione da lui. Bah.</text><text_more>Se ciò che è accaduto davvero l11 settembre è ancora ignoto, e lo resterà per decenni (se non per sempre), le conseguenze sono chiare a tutti. Un Patriot Act già redatto viene tirato fuori dal cassetto per limitare le libertà degli americani e, quale ricaduta, del resto del mondo. Sono legittimati tortura e arresti arbitrari. E compilata una lista di Stati canaglia sostenitori del terrorismo, in cui figura Cuba (oggetto di centinaia di attentati terroristici ispirati dagli Usa) ma non lArabia Saudita, patria ideale di ogni integralista musulmano e patria concreta dei presunti diciannove dirottatori dell11 settembre, con in più lo stesso Bin Laden e la sua famiglia, in affari con i Bush padre e figlio e vicini alla casa reale.
Viene soprattutto scatenata a suon di menzogne la guerra più imbecille, feroce e inutile della storia  quella contro lIraq, il paese che, con la Siria, più combatteva lestremismo islamico. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Dove non cera integralismo fanatico, adesso gronda. La guerra non è vinta per niente: si direbbe che gli Stati Uniti e i loro domestici occidentali puntino piuttosto a volgerla in guerra civile (e questo è lunico successo che possano vantare). Non esiste una sola istituzione solida, non cè un giorno senza una caterva di morti, per lo più innocenti. LIraq liberato è una semplice macchia di sangue sulla carta geografica, al pari della Somalia, del Kossovo e degli altri teatri degli interventi democratici, umanitari e preventivi della Nato.
Un vero capolavoro da parte di chi aveva già avuto la bella idea di mettere a capo dellAfghanistan, liberato anchesso, un ristoratore e affarista non riconosciuto da nessuna delle parti in conflitto, con lesito di fare del paese un epicentro del traffico di droga e di innescare una guerra civile e per bande di cui non è possibile scorgere il termine. Tali sono i risultati del colonialismo rivisitato.
Aspettiamocene altri. Autori di centinaia di invasioni e soggiogamenti militari, ben prima della guerra fredda e della stessa rivoluzione bolscevica, i governanti statunitensi si ritengono investiti di un sacro mandato a governare il mondo. Naturalmente, se non esiste un nemico apparente, interno o esterno, va fabbricato.
Dopo i comunisti, ecco gli integralisti islamici (o i guerrafondai iraniani, o gli infidi cinesi, ecc.). Moltiplichiamoli pure, limportante è che il globo  inclusi gli stessi americani  sappia chi tiene le redini.
Mi dispiace dirlo, ma l11 settembre 2001 sembra fatto apposta per rilanciare una dottrina del destino manifesto su scala globale. E forse è stato proprio così. 

</text_more></entry>
<entry id='2372' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2372' author_id='13' authored_on='20070911193436' basename='joe_zawinul_0707193211092007' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070911193436' modified_on='20070911222803' ping_count='0' status='2' title='Joe Zawinul, 07.07.1932-11.09.2007' week_number='200737'><text>&lt;b&gt;&lt;a href=&quot;http://www.zawinulmusic.com/&quot;&gt;Joe Zawinul&lt;/a&gt; was born in Earth time on 07 July 1932 and was born in Eternity time on 11 September, 2007. He, and his music, will continue to inspire!&lt;/b&gt;

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<entry id='2373' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2373' author_id='1' authored_on='20070912001556' basename='911018_periodico' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070912001556' modified_on='20070912090111' ping_count='0' status='2' title='9/11=0,18 periodico' week_number='200737'><excerpt>di &lt;b&gt;G. Genna&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;9110mini.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/9110mini.gif&quot; width=&quot;50&quot; height=&quot;72&quot; border=&quot;1&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt;A fronte della celebrazione del giorno che ha cambiato la storia, come titola un documentario della BBC con la solita tronfia enfasi del nostro presente quando guarda a se stesso, al sottoscritto viene da considerare lanniversario per quello che è: nulla. E un punto zero... </excerpt><text>di &lt;a href=&quot;http://www.giugenna.com&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Giuseppe Genna&lt;/a&gt;

&lt;img alt=&quot;frecciabr.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot; width=&quot;9&quot; height=&quot;9&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;baseline&quot; /&gt;&lt;i&gt;SPECIALE: SULL&apos;11 SETTEMBRE&lt;/i&gt;
&amp;bull; &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2007/09/002371.html#002371&quot;&gt;L&apos;intervento di Valerio Evangelisti&lt;/a&gt;

&lt;img alt=&quot;9110.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/9110.gif&quot; width=&quot;80&quot; height=&quot;121&quot; border=&quot;1&quot; hspace=6 vspace=2 align=right /&gt;Poche sere fa, con calma posata intrisa di politically correct, Enrico Mentana rivendicava per la sua trasmissione, andata in onda per tutta lestate, il fatto di non avere speculato sulla tragedia di Garlasco, trasformatasi in ben peggio che un circo mediatico: poiché il circo è divertente o tristissimo, i suoi artisti sono professionisti nomadi. Garlasco è invece una tragedia e lo è per una carica spettacolare che, ormai, di spettacolare, non ha più nulla. Il giornalista Mediaset dava poi corso alla puntata: mezzora a disposizione per un rappresentante delle teorie alternative alla verità ufficiale spacciata sui fatti dell11 settembre, e pari tempo a un debunker dei debunker, a conferma di quella verità ufficiale. Tutto ciò, non prima di avere trasmesso un frammento del nuovo video di Osama Bin Laden, che, con consueta puntualità a vantaggio dellallarme americano, celebra quella che dovrebbe essere la sua impresa, con barba rinnovata, attaccatura nasale fisiognomicamente distante dalloriginale e posture corporali inedite. Potrebbe dirsi, tutto ciò, una carnacialata, e invece non lo si può dire, a fronte di 2.500 morti americani nellattacco dell11 settembre e a quelli, americani ma soprattutto iraqeni e afghani, che ne sono seguiti. Meglio: che sembrano esserne seguiti.</text><text_more>Insomma, a fronte della celebrazione del giorno che ha cambiato la storia, come titola un documentario della BBC con la solita tronfia enfasi del nostro presente quando guarda a se stesso, al sottoscritto viene da considerare lanniversario per quello che è: nulla. E un punto zero riguardabile da molte, differenti prospettive. Da quella fattuale, per esempio. Qui non ho il minimo rispetto per le conclusioni della Commissione governativa prima data in mano a Kissinger e, dopo le pubbliche proteste mondiali, ridotta a un manipolo di congressman confusi e privi di tempo e fondi. Si potrebbe sostenere che gli americani hanno praticato hijacking, sabotaggio e attentati spettacolari, in un disegno comunicativo che sul piano mediatico appare senza precedenti (e invece lo è, se si pensa alla pervasività propagandistica nazista, da cui quella americana ha tratto e dilatato il know-how). E, una volta sostenuta questa tesi, che cosa cambia? Non è nemmeno coerente indurre ipotesi azzardate, perché, per fare quanto gli americani hanno compiuto in Ucraina e nelle regioni della cosiddetta corona cinese, facendo affluire fiumi di dollari a sostegno di micromovimenti che hanno travolto regimi con rivoluzioni morbide e colorate e suppostamente pacifiche, non hanno certo avuto necessità di consenso da parte della pubblica opinione, così come non lavrebbero avuta rispetto a ciò che hanno intrapreso a Kabul e Baghdad. La bufala della armi di distruzione di massa in mano a Saddam, come si è visto, bastava e avanzava. La coalizione occidentale, poi, si è spezzata: Francia e Germania, 11 settembre o meno, non avrebbero aderito per motivi ben meno nobili di quelli sbandierati da Chirac e Schroeder. Quando si è trattato di operare in Vietnam, su ordine del Presidente Kennedy, nessun 11 settembre è stato realizzato. E, dopo sei anni, lopinione pubblica non vola sulle ali dellentusiasmo da vendetta che il lutto provocato dalla violabilità spettacolarizzata avrebbe dovuto garantire  e nonostante ciò le truppe USA continuano nella loro guerra indefinita, in Afghanistan e in Iraq. Il presidente se ne fotte della pubblica opinione.
L11 settembre, questo giorno che doveva mutare il corso della storia, non lo ha mutato affatto. I protocolli della cosiddetta guerra asimmetrica giravano per sedi Cia allestero, a partire da quella di Pechino, da almeno cinque anni. Linefficienza di un sistema che conta 56 agenzie di servizi segreti, fossanche vera lipotesi di un complotto interno, è messa in luce e sbandierata ai quattro venti, con gravissimo danno per lo Stato federale. Non è avvenuta distrazione rispetto alle tre bolle speculative che rischiavano e rischiano di ammorbare linesistente ripresa statunitense, per nulla garantita dalle guerre in corso. Se l11 settembre doveva giustificare un attacco in Medioriente e in Asia, ha comunque permesso che gli USA non mantessero il controllo in quello che consideravano il cortile di casa propria, cioè il Sudamerica. Si sono mossi per il petrolio? E quanto perdono dopo le nazionalizzazioni di Chávez? L11 settembre avrebbe garantito un compattamento della nazione intorno al Presidente? E allora perché Bush&amp;Rove hanno dovuto compiere limpresa di trascinare al voto milioni di elettori disabituati alla cabina elettorale, per battere i democratici e garantire al rampollo della dinastia texana il secondo mandato? Di fronte all11 settembre lo Stato deve farsi sentire, e si fa sentire per sei anni, fino allincredibile sconfessione del suo credo liberista, quando la Federal Reserve inizia a pompare dollari in un mercato dove esplode la bolla edilizia e dei mutui: unoperazione sovietica.
La geopolitica, insomma, cammina sulle proprie gambe  anzi: corre. Corre su binari che da ormai un decennio sappiamo a dove portano: a una probabile seconda Guerra Fredda, con la Cina in asse insieme allIndia, un conflitto a bassa intensità di cui ravvediamo gli usuali corollari, arricchiti dal progresso tecnologico avvenuto dall89 a oggi: sfida spaziale, ritorno al sistema di human intelligence, furti di segreti industriali militari, attacchi incrociati da parte di hacker governativi ai sistemi informatici statali, dipartimentali, ministeriali. Tutto ciò, in un contesto di mutamento climatico in cui il petrolio, che ha già superato ampiamente il peak point, è destinato a una irreversibile caduta. E mentre, per la prima volta nella storia moderna, inizia a strutturarsi unasse geopolitica orizzontale, quella tra Sudamerica e Africa, territorio questultimo recentemente campo di invasione di capitali cinesi, ma pronto a esprimere un potenziale che rompe con le dottrine geopolitiche acclarate da quando, imprudentemente, il papà dellattuale Presidente americano enunciò che il mondo si approntava a un assetto sintetizzato con la formula più cara ai teorici della cospirazione: il Nuovo Ordine Mondiale. E dopo 16 anni, è tutto sabbia al vento, nel deserto intorno a Bassora. Lo sarebbe stato comunque. Cera dunque bisogno di un 11 settembre per agire come si sarebbe agito, da parte degli USA?
Unaltra prospettiva, che allo scrivente strema fino allesaurimento, è lanalisi mediatica di quanto accaduto nel giorno degli attentati su suolo americano. Di fronte a chi sostiene la tesi della vaporizzazione dellesperienza, del pubblico globale, della spettacolarizzazione estrema (richiamando in campo, illegittimamente, analisi debordiane, contro Debord stesso), verrebbe da rispondere che andrebbero studiati gli ultimi cinquantanni di controllo mentale, di inoculazione di quote alienative, di boom psicofarmacologico, di tecniche comportamentiste esondate nella realtà di tutti i giorni in occidente (e per occidente si intenda il contagio occidentale: qui lInghilterra vale la Corea del Sud...). Quel processo, che movimenti e rivoluzioni hanno tentato di invertire, riuscendo in parte e in parte accelerando i processi degenerativi in atto, non aveva bisogno di alcun picco di audience, poiché limmaginario occidentale, al 10 settembre 2001, era già belle che fottuto  non si necessitava di iniezione ulteriore di immagini che avrebbero mosso emozioni finzionali.
Cè il fatto, poi, che, se un paradigma sociale raggiunge dimensioni gigantesche, è probabile che si stia per assistere a un cambio di paradigma. La paranoia come collante emotivo comunitario ha avuto proprio con l11 settembre il suo canto del cigno. Come si dice che in Italia chiunque è allenatore della nazionale, così possiamo dire che in occidente chiunque è un membro della Commissione sul 9/11. E la fine, non linizio intensivo di quanto serve allo status quo che garantisce la possibilità di attaccare giustificatamente nazioni considerate nemiche  esercizio peraltro che rientra nellalveo della storia umana da sempre. Non si vuole qui negare che ciò che è accaduto quellinfausto giorno a New York e Washington non abbia sortito effetti o realizzato alcuni dei desiderata della compagine di think tank neoconservatori. E chiaro che la riduzione dellONU a spettatore delle azioni americane stava a cuore a questa Amministrazione  ma accadeva già in precedenza, con le centinaia di risoluzioni non rispettate. E chiaro che il compattamento emotivo a breve durata della compagine nazionale era utile allintroduzione dellequivalente americano delle Leggi Cossiga  in una nazione dove il sistema giuridico sembra predisposto ad accogliere una simile legislazione. E altrettanto chiaro, tuttavia, che a prescindere dall11 settembre tali processi storici avrebbero preso realtà.
E quindi difficile pensare allimpatto, allimportanza, al supposto discrimine decisivo imposto dal crollo delle Torri e dallesplosione al Pentagono. Che valore in sé ha, quel giorno? Che valore storico attribuirgli? Quanto alienante risulta legare atti di guerra e mosse sullo scacchiere geopolitico a un evento che più passa il tempo e più assume valore di fatto tra i fatti? Si tratta di una tragedia nazionale: punto. Gli americani non sono abituati a simili eventi: il ciclone Kathrina lo ha dimostrato (oltre ad avere dimostrato che se una piccola città va sottacqua, il sistema interno di soccorso si inceppa e in tre giorni vengono intaccate le scorte di petrolio). Abbiamo davanti un gigante, che rimane un gigante (tecnologico, quindi militare, ma un po meno di prima; economico no, poiché è il Paese più indebitato del mondo e nessuno si sogna di riscuotere per via della supremazia militare che esprime; ma ora che la esprime un po meno?).
9/11 è una frazione: della storia, certo. Però resta una frazione. Il suo risultato è poco più dello zero: è una nullità, rispetto a processi effettivi più ampi, che si giocano a prescindere da quella frazione. Credere che l11 settembre abbia permesso di scatenarli fa funzionare, per una volta ancora, uno specchietto per allodole in un tempo in cui le allodole si stanno estinguendo. Distrae, più che motivare. La risposta da concedere alla superfetazione della memoria è lindifferenza: la virtù più eroica, poiché sembra la meno eroica. Occupiamoci dei processi, non dei fatti apparentemente topici. Piazzale Loreto può essere un ambiguo fatto topico che entra nellimmaginario collettivo, ma ciò su cui dobbiamo concentrare i nostri sforzi di osservatori partecipi e militanti sono Fascismo e Resistenza. Altrimenti lo zero prende tutto  e questo sì può essere un ladrocinio di democrazia, un ulteriore esercizio di condizionamento mentale, una riprova di potenza alienativa del racconto che il presente occidentale compie su se stesso e la propria vergognosa vicenda.</text_more></entry>
<entry id='2374' allow_comments='0' allow_pings='0' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2374' author_id='18' authored_on='20070913163340' basename='la_sventurata_rispose_la_sinistra_e_lordine_pubblico_1' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='0' created_on='20070913163340' modified_on='20071005014834' ping_count='0' status='2' title='La sventurata rispose. La Sinistra e l&apos;Ordine pubblico (1)' week_number='200737'><excerpt>&lt;b&gt;di G. e R. De Caro&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;stalin.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/stalin.jpg&quot; width=&quot;56&quot; height=&quot;66&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;right&quot; hspace=&quot;2&quot; vspace=&quot;1&quot;/&gt;
			&lt;/b&gt;Ormai &amp;egrave; Storia. La Lunga Marcia della Sinistra &amp;egrave; finita, il mandato di Togliatti sull&amp;rsquo;Ordine pubblico adempiuto. Gli esecutori testamentari &#150; altri avranno a cuore gli adempimenti residui, non c&amp;rsquo;&amp;egrave; da dubitarne &#150; hanno ben meritato il riposo. Poich&amp;eacute; sono nella Storia &amp;egrave; necessit&amp;agrave; che la Cronaca li escluda. &lt;i&gt;Ubi maior, minor cessat&lt;/i&gt;. Leggeremo dunque la Sinistra nei libri, nel capitolo che le compete: tentasse di uscirne avrebbe l&amp;rsquo;insostenibile afrore dei riti vud&amp;ugrave;.</excerpt><text>		&lt;p&gt;&lt;b&gt;di Gaspare De Caro e Roberto De Caro&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;&lt;img alt=&quot;stalin.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/stalin.jpg&quot; width=&quot;151&quot; height=&quot;180&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;10&quot; vspace=&quot;1&quot;/&gt;
		&lt;p&gt;[Riproponiamo su &lt;i&gt;Carmilla&lt;/i&gt; questo saggio sulla riconversione strategica delle forze di polizia italiane ad opera dei governi di Sinistra nella legislatura 1996-2001, in obbedienza alle esigenze militari del nuovo ordine democratico mondiale, che a partire dalla prima guerra del Golfo &amp;egrave; ancora in fase di definizione, e senza soluzione di continuit&amp;agrave;, sebbene con tragici colpi di scena. Il testo, scritto a cavallo dell&amp;rsquo;11 settembre 2001, &amp;egrave; stato pubblicato in &lt;i&gt;Guerra civile globale. Tornando a Genova, in volo da New York&lt;/i&gt;, Odradek, Roma 2001, pp. 163-228]&lt;/p&gt;
		&lt;p&gt;&lt;i&gt;Dobbiamo avere delle forze di polizia e anche un corpo di carabinieri. La repubblica democratica italiana avr&amp;agrave; i suoi carabinieri e li tratter&amp;agrave; bene, meglio di quanto non li abbiano trattati i passati regimi.&lt;br&gt;
			&lt;/i&gt;(Palmiro Togliatti, &lt;i&gt;Rinnovare l&amp;rsquo;Italia&lt;/i&gt;, Rapporto al V Congresso nazionale del PCI, Roma, 29 dicembre &#150; 6 gennaio 1946)&lt;/p&gt;
		&lt;p&gt;Ormai &amp;egrave; Storia. La Lunga Marcia della Sinistra &amp;egrave; finita, il mandato di Togliatti sull&amp;rsquo;Ordine pubblico adempiuto. Gli esecutori testamentari &#150; altri avranno a cuore gli adempimenti residui, non c&amp;rsquo;&amp;egrave; da dubitarne &#150; hanno ben meritato il riposo. Poich&amp;eacute; sono nella Storia &amp;egrave; necessit&amp;agrave; che la Cronaca li escluda. &lt;i&gt;Ubi maior, minor cessat&lt;/i&gt;. Leggeremo dunque la Sinistra nei libri, nel capitolo che le compete: tentasse di uscirne avrebbe l&amp;rsquo;insostenibile afrore dei riti vud&amp;ugrave;.&lt;/p&gt;</text><text_more>		&lt;p&gt;Di per s&amp;eacute; la laica collocazione nella Storia, alla quale intende contribuire la presente raccolta di fonti, non basta ad inibire le sopravvivenze superstiziose di un culto che gi&amp;agrave; in vita della Sinistra avrebbe avuto pi&amp;ugrave; di un motivo di ateismo. Come sempre quando un dio muore le prefiche indugiano perdutamente nei lamenti, ben oltre la verit&amp;agrave; e l&amp;rsquo;igiene, un po&amp;rsquo; per dovere professionale, un po&amp;rsquo; in fiduciosa attesa di un nuovo dio di cui condividere l&amp;rsquo;obolo. Non contesteremo agli interessati la liturgia funebre e nemmeno le motivate sordit&amp;agrave; alla Storia. L&amp;rsquo;arte profana della memoria non &amp;egrave; per tutti: richiede innocenza. Ma agli innocenti, dopo l&amp;rsquo;epifania di Napoli e Genova, l&amp;rsquo;Ordine pubblico scritto sulla carta intestata della Sinistra non lascia pi&amp;ugrave; margini di ingenuit&amp;agrave;: si impongono inumazioni laiche, definitive. Non &amp;egrave; pi&amp;ugrave; tempo di vud&amp;ugrave;.&lt;/p&gt;
		&lt;p&gt;&lt;b&gt;1. Genova e dintorni&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
		&lt;p&gt;In un paese civilmente arretrato come l&amp;rsquo;Italia &#150; un caso imbarazzante per l&amp;rsquo;Unione Europea sotto molteplici aspetti, non ultimo quello di un galoppante, pervasivo analfabetismo di ritorno che interessa capillarmente tutti gli strati della societ&amp;agrave; con incidenza notevole sulla capacit&amp;agrave; collettiva di capire ci&amp;ograve; che sta succedendo &#150; prevedibilmente le giornate di Genova dovevano eccitare sentimenti scomposti e inadeguati nei confronti di un movimento di protesta nato altrove e per questo sottovalutato, secondo una prospettiva italocentrica che da noi non fa difetto a nessuno, ma della quale il resto del pianeta stenta a condividere la necessit&amp;agrave;. L&amp;rsquo;esito sicuramente pi&amp;ugrave; prevedibile, dato d&amp;rsquo;altra parte ci&amp;ograve; che si sa sulla loro tenuta morale e la loro incurabile inclinazione alla disperazione isterica, &amp;egrave; stato l&amp;rsquo;esagerata crisi di fiducia dei ceti dominanti nella capacit&amp;agrave; propria e delle proprie istituzioni di controllare e prevenire il conflitto sociale, donde l&amp;rsquo;allarme generale di quei giorni, decisamente sproporzionato alla reale minaccia di sovversione.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref1&quot; href=&quot;#_ftn1&quot;&gt;[1]&lt;/a&gt;&lt;br&gt;
			Il dopo Genova ha confermato l&amp;rsquo;ottica provinciale per la quale si stenta a leggere il dissenso nelle sue dimensioni effettive: le giornate genovesi valutate non come l&amp;rsquo;episodio di una lotta dalle inedite strategie, che per dimensione geografica e vastit&amp;agrave; di obiettivi non sopporta semplificazioni locali ed effimeri proclami di successi o sconfitte; bens&amp;igrave; come un evento circoscritto, che innanzitutto investe l&amp;rsquo;Italia, la politica italiana, la liturgia parlamentare, che sollecita l&amp;rsquo;inesauribile chiacchiericcio mediatico, il paranoico berciare sulla necessit&amp;agrave; di isolare violenti e facinorosi, la richiesta fanatica di abiure e autodaf&amp;eacute;. Insomma, a dominare le analisi &amp;egrave; la paura: un panico sociale che si credeva esorcizzato per sempre e che ritorna invece prepotentemente, alimentato dall&amp;rsquo;insidia di un fenomeno in apparenza nuovo e diverso, in realt&amp;agrave; sempre identico a se stesso, sempre minaccioso dei sacrosanti privilegi acquisiti. Un terrore che in tempi pi&amp;ugrave; ingenui si sarebbe detto odio di classe, dettato comunque dalla sensazione di dover di nuovo immergersi nella logorante necessit&amp;agrave; della repressione quotidiana, laddove si pensava fossero sufficienti ormai gli strumenti della persuasione di massa, della retorica democratica, della logica imbonitoria dell&amp;rsquo;&amp;laquo;interesse generale&amp;raquo;. Come ha scritto Angelo Panebianco sul &lt;i&gt;Corriere della Sera&lt;/i&gt;, nell&amp;rsquo;estrema, allarmata sintesi di una sola parola, &amp;laquo;rieccoli&amp;raquo;.&lt;br&gt;
			Una visione miope, certamente. Occorre concedere, tuttavia, che per coloro che hanno passato gli ultimi due decenni nella bambagia del proprio diritto di censo &#150; sotto &amp;laquo;l&amp;rsquo;ombrello protettivo&amp;raquo; di un business globale, di una fabbrichetta, di una fabbricona, ovvero di un seggio in Parlamento o in Regione, di un assessorato qualsiasi, di una dirigenza statale o locale, di una toga, di una cattedra universitaria, di una delega sindacale, di una redazione di quotidiano e cos&amp;igrave; via elencando i bastioni del blocco sociale dominante &#150; il problema si configura esattamente nei termini descritti, vale a dire di un pericolo che, al di l&amp;agrave; della retorica di circostanza sulle tragedie dell&amp;rsquo;Africa o sulle donne afghane o sul buco dell&amp;rsquo;ozono o su quant&amp;rsquo;altro sia politicamente corretto o utile far presente alla pubblica opinione, riguarda in primo luogo il sereno trascorrere della propria esistenza. Una beatitudine nirvanica garantita in prima battuta dalla dimostrata capacit&amp;agrave; di far sognare alle masse il proprio sogno, &lt;i&gt;il sogno del potere&lt;/i&gt;, secondo la felice indicazione di Simone Weil, e in seconda battuta, quando lo spaccio onirico non ottenga i risultati previsti, dall&amp;rsquo;intervento delle Forze dell&amp;rsquo;Ordine.&lt;br&gt;
			La feroce repressione della manifestazione napoletana del 17 marzo 2001 &#150; brillante banco di prova in vista del G8 genovese, preparata e promossa con tutto lo zelo desiderabile dal governo di centrosinistra&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref2&quot; href=&quot;#_ftn2&quot;&gt;[2]&lt;/a&gt; &#150; ha risposto adeguatamente alle aspettative della prima societ&amp;agrave;: nessuno, al di fuori di chi ha subito il pestaggio, ha davvero protestato, nessuno ha voluto veramente mettere in discussione la legittimit&amp;agrave; dell&amp;rsquo;operato delle forze dell&amp;rsquo;ordine&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref3&quot; href=&quot;#_ftn3&quot;&gt;[3]&lt;/a&gt; e nessuno ha ostentato i rituali borbottii parlamentari o le prescritte facce indignate; si &amp;egrave; esibita la stessa flemma, insomma, con la quale nel marzo 1997 fu accolta dalla Sinistra la notizia dell&amp;rsquo;affondamento nello stretto di Otranto, da parte della Marina Militare, del &lt;i&gt;boat-people&lt;/i&gt; albanese Kat&amp;euml;r i Rad&amp;euml;s, con la morte di un centinaio tra uomini, donne e bambini. In entrambi i casi le procedure giudiziarie pi&amp;ugrave; tardi intraprese si trascinano stancamente.&lt;br&gt;
			&amp;Egrave; che quando la Sinistra governa, l&amp;rsquo;efficienza dell&amp;rsquo;apparato repressivo &amp;egrave; assai potenziata dall&amp;rsquo;allineamento mediatico e dallo stordimento ideologico che ne segue, fondato sull&amp;rsquo;inossidabile dogma secondo il quale per chi ci crede la Sinistra &amp;egrave; sempre un po&amp;rsquo; meno peggio della Destra e tutto ci&amp;ograve; che fa lo fa a fin di bene, per scongiurare mali peggiori. Un primato, questo della repressione pervasiva e sincronica di corpi e cervelli, riconosciuto con una punta di invidia alla Sinistra anche da fini intenditori: &amp;laquo;Se al Viminale ci fosse oggi Violante il ragazzo ucciso a Genova, quel pacifista che impugnava l&amp;rsquo;estintore, sarebbe stato definito un provocatore, come diceva Amendola &amp;ldquo;oggettivamente fascista&amp;rdquo;. I manganelli nelle piazze, i manganelli contro gli operai li possono usare solo i comunisti. A un governo di destra non &amp;egrave; permesso&amp;raquo; (Francesco Cossiga, &lt;i&gt;la Repubblica&lt;/i&gt;, 23 agosto 2001). Una visione assai pi&amp;ugrave; chiara, sincera e informata rispetto a quella espressa qualche giorno prima sul &lt;i&gt;manifesto&lt;/i&gt; (9 agosto) da Luigi Pintor, secondo il quale &amp;laquo;l&amp;rsquo;opinione pubblica benpensante, che si aspettava da un governo di destra ordine ed efficienza [&#x2026;] scopre di essere nelle mani dell&amp;rsquo;on. Magnalb&amp;ograve;, come noi (molto meglio) nelle mani dell&amp;rsquo;on. Violante&amp;raquo;. Per chi, e sono i pi&amp;ugrave;, non gode n&amp;eacute; dell&amp;rsquo;una n&amp;eacute; dell&amp;rsquo;altra protezione rimane valido il giudizio di Cossiga e l&amp;rsquo;idea di finire nelle mani bolsceviche dell&amp;rsquo;on. Violante, &amp;laquo;piccolo Vishinsky&amp;raquo; (&amp;laquo;grande, se &amp;egrave; pi&amp;ugrave; contento&amp;raquo;) si conferma di gran lunga l&amp;rsquo;ipotesi pi&amp;ugrave; raccapricciante. C&amp;rsquo;&amp;egrave; per&amp;ograve; anche da dire che Pintor di questa storia, per sua stessa ammissione, non ha capito niente sin dall&amp;rsquo;inizio: &amp;laquo;ho sbagliato per difetto scrivendo che a Genova non ci sarebbero stati incidenti gravi&amp;raquo; (&lt;i&gt;il manifesto&lt;/i&gt;, 25 luglio 2001).&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref4&quot; href=&quot;#_ftn4&quot;&gt;[4]&lt;/a&gt;&lt;sup&gt; &lt;/sup&gt;Vale la pena di osservare &lt;i&gt;en passant&lt;/i&gt; che quando non si capiscono le cose, per un po&amp;rsquo; &amp;egrave; meglio tacere, astenersi dal formulare graduatorie tra i repressori, rinunciare a dettare comportamenti, soprattutto quando lo si fa da trent&amp;rsquo;anni e con immancabile reiterazione di risultati: ma pause di riflessione silenziose, si sa, non fanno parte del costume nazionale e tanto meno di quello della Sinistra.&lt;br&gt;
			Torniamo alle giornate di Napoli e Genova per coglierne la differenza. Se i medici coprono i propri crimini con la terra e i cuochi con la panna, i governi italiani dovrebbero sempre farlo con la Sinistra. Ne &amp;egrave; un buon esempio la riforma pensionistica impedita a Berlusconi dalle proteste di piazza della Sinistra di lotta e sostanzialmente attuata poi dalla Sinistra di governo nel quadro di devastanti politiche sociali liberiste, sia prima sia dopo l&amp;rsquo;uscita di Rifondazione dalla maggioranza. Furono anni memorabili, quelli della Sinistra al governo, anni di prosperit&amp;agrave; e di pace per il blocco sociale dominante, senza turbolenze di piazza che ne alterassero la serena opulenza o disturbassero sul mercato la provvidenziale operosit&amp;agrave; della Mano Invisibile. Neanche la guerra contro la Jugoslavia scosse l&amp;rsquo;ovina mansuetudine delle masse. Solo la manifestazione di Napoli avrebbe potuto recare qualche disagio, ma, come si &amp;egrave; detto, le forze dell&amp;rsquo;ordine quel giorno si guadagnarono il tozzo di pane di loro spettanza.&lt;br&gt;
			A Genova non and&amp;ograve; cos&amp;igrave;. La Sinistra, con il suo &lt;i&gt;know-how&lt;/i&gt; repressivo, malauguratamente non era pi&amp;ugrave; al governo e subito le cose si misero male. Anche perch&amp;eacute; la stampa internazionale, visto il carattere globale della protesta, si occup&amp;ograve; per una volta di noi e fu unanime nel rilevare la brutalit&amp;agrave; della repressione.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref5&quot; href=&quot;#_ftn5&quot;&gt;[5]&lt;/a&gt; Ci fu quindi un&amp;rsquo;imprevista messa in stato d&amp;rsquo;accusa delle forze dell&amp;rsquo;ordine,&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref6&quot; href=&quot;#_ftn6&quot;&gt;[6]&lt;/a&gt; in particolare della Polizia, che sconvolse i delicati equilibri raggiunti in oltre vent&amp;rsquo;anni di consociativismo democratico, equilibri che secondo le aspettative si sarebbero logicamente dovuti rafforzare durante il quinquennio di governo del centrosinistra. La dura reazione della Polizia alle accuse, lucidissima a saperla leggere, non era improvvisata, scomposta o casuale. Era l&amp;rsquo;espressione fortemente amareggiata e risentita di apparati che si sentivano abbandonati e traditi dopo aver condiviso obiettivi ed esigenze dei ceti dirigenti e dopo che erano stati chiamati a svolgere a difesa dello Stato democratico la richiesta, duplice funzione preventiva e repressiva contro i comuni nemici.&lt;br&gt;
			Mentre &lt;i&gt;opinion makers&lt;/i&gt; di tutti i lidi e di tutte le stagioni insistevano protervamente a spaccare il capello della differenza tra Destra e Sinistra, con bizantinismi tanto pi&amp;ugrave; improbabili dopo l&amp;rsquo;esperienza di governo della passata legislatura, con molta maggiore onest&amp;agrave; e lucidit&amp;agrave; intellettuale Filippo Saltamartini, segretario generale del Sap, sindacato di polizia vicino al centrodestra, confessava &#150; a proposito della mancata unanime solidariet&amp;agrave; nei riguardi delle forze dell&amp;rsquo;ordine dopo il G8 a Genova &#150; il proprio inconsolabile rimpianto per &amp;laquo;l&amp;rsquo;ultimo ministro dell&amp;rsquo;Interno degno di questo nome [&#x2026;] l&amp;rsquo;ultimo ad aver dimostrato sensibilit&amp;agrave; al problema di una nuova cultura di polizia&amp;raquo; (&lt;i&gt;la Repubblica&lt;/i&gt;, 20 agosto 2001). Si tratta, naturalmente, dell&amp;rsquo;indimenticabile Giorgio Napolitano, il &amp;lsquo;comunista&amp;rsquo; che su &lt;i&gt;Law and Order&lt;/i&gt; ha mostrato a buon diritto di avere idee pi&amp;ugrave; chiare di quelle di Scelba, lasciando, l&amp;agrave; dove doveva, il migliore dei ricordi di s&amp;eacute;.&lt;/p&gt;
		&lt;p&gt;&lt;b&gt;&amp;nbsp;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
		&lt;p&gt;&lt;b&gt;2. Democrazia in armi&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
		&lt;p&gt;Ma le avvisaglie del malessere erano gi&amp;agrave; in nuce prima di Genova e anche prima di Napoli, perch&amp;eacute; il tradimento della forma Stato sposata da Polizia e magistratura durante la legislazione di emergenza, avviato durante il governo Prodi, era gi&amp;agrave; stato consumato dai governi D&amp;rsquo;Alema e Amato. Se non si vuole ripetere con segno rovesciato la banalizzante lettura dei portavoce del regime, nel giudizio sul comportamento peculiarmente esagitato delle forze dell&amp;rsquo;ordine a Napoli e a Genova occorre riconoscere criticamente, al di l&amp;agrave; della giustificata protesta contro la brutalit&amp;agrave;, l&amp;rsquo;espressione di un nuovo orientamento politico nella gestione dell&amp;rsquo;ordine pubblico, a sua volta iscritto in una revisione generale della strategia di governo.&lt;br&gt;
			C&amp;rsquo;&amp;egrave; infatti una coerenza profonda, che bisogna riuscire a leggere, nella politica reazionaria della legislatura 1996/2001, una comune logica che lega interventi apparentemente disparati in un quadro omogeneo, in riferimento al quale trovano spiegazione anche le modalit&amp;agrave; peculiarmente repressive di Napoli e Genova. Se infatti la distruzione delle residuali resistenze in tema di condizioni di lavoro pu&amp;ograve; essere ragionevolmente ricondotta alla tradizione, come congruo complemento del saccheggio sindacale dei salari negli anni precedenti, altre rilevanti iniziative della Sinistra di governo appaiono indiscutibilmente innovative, accreditandole la capacit&amp;agrave; di interpretare con la necessaria spregiudicatezza e in virt&amp;ugrave; di una sua specifica affidabilit&amp;agrave; politica le esigenze nuove di un mondo in rapida evoluzione. Tale l&amp;rsquo;apertura della libera caccia al clandestino, secondo le pi&amp;ugrave; avanzate tesi liberiste circa l&amp;rsquo;ineludibile necessit&amp;agrave; del protezionismo doganale sui flussi di carne umana, una merce notoriamente riottosa.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref7&quot; href=&quot;#_ftn7&quot;&gt;[7]&lt;/a&gt; Tale, nello stesso ambito, la sadica creativit&amp;agrave; espressa dal legislatore con l&amp;rsquo;istituzione dei centri di espulsione per extracomunitari, piccoli ma funzionali campi di concentramento, come quello paradigmatico di via Corelli a Milano. E rientra ovviamente in questo quadro di disinibita modernit&amp;agrave; l&amp;rsquo;intervento umanitario in Kosovo deciso dal governo D&amp;rsquo;Alema (ma Romano Prodi rivendic&amp;ograve; un po&amp;rsquo; offeso la paternit&amp;agrave; dell&amp;rsquo;idea), capace di sradicare &#150; con l&amp;rsquo;indispensabile e sempre puntuale concorso dell&amp;rsquo;intellighenzia e al modico prezzo di migliaia di vittime &#150; l&amp;rsquo;ultima malapianta allignante nel primitivo popolo della Sinistra, &amp;laquo;il tab&amp;ugrave; della guerra&amp;raquo;. La concessione &lt;i&gt;ope legis&lt;/i&gt; dell&amp;rsquo;autonomia all&amp;rsquo;Arma dei Carabinieri &#150; la Madre di tutte le riforme, elusa per cinquant&amp;rsquo;anni dai democristiani e anche da Craxi &#150;, tra i pi&amp;ugrave; incisivi interventi del governo di centrosinistra, obbedisce alla medesima logica e merita maggiore attenzione critica di quanta le sia stata riservata al di fuori degli ambiti istituzionali direttamente interessati.&lt;/p&gt;
		&lt;p&gt;La documentazione che presentiamo di seguito conferma l&amp;rsquo;omogeneit&amp;agrave; del quadro testimoniando, relativamente alla gestione dell&amp;rsquo;ordine pubblico, il processo di adozione della soluzione militare cui il governo di centrosinistra ha aderito per quanto concerne anche le politiche migratorie e la risoluzione delle controversie internazionali. Essa mostra inoltre che a questo processo, legislativamente compiuto alla data delle manifestazioni di Napoli e di Genova, non sono mancate critiche e forti resistenze. Se da una parte gli interessi immediatamente investiti dagli effetti della riforma, rappresentati dai diversi sindacati di polizia e dallo stesso associazionismo di base dei Carabinieri, hanno reagito energicamente in un tentativo a tratti estremo, sul filo disperato della tollerabilit&amp;agrave; istituzionale, dall&amp;rsquo;altra molteplici e autorevoli, anche se assai minoritarie, si sono levate le voci di coloro che in seno al Parlamento e sporadicamente sulla stampa&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref8&quot; href=&quot;#_ftn8&quot;&gt;[8]&lt;/a&gt; hanno avvertito la drammaticit&amp;agrave; degli eventi, sottolineando il carattere radicalmente innovativo dell&amp;rsquo;azione legislativa: a riprova di quanto riduttive, criticamente asfittiche, siano le letture prevalenti degli avvenimenti, liquidatoriamente rinvianti ad un mero contrasto di interessi corporativi. In gioco c&amp;rsquo;era ben altro. C&amp;rsquo;era la rimozione definitiva della concezione dell&amp;rsquo;ordine pubblico e della repressione sociale e politica come concertazione tra poteri, specchio dell&amp;rsquo;indispensabile equilibrio da raggiungere di volta in volta tra istanze militari e civili, ma con la prospettiva di una sempre pi&amp;ugrave; accentuata preminenza delle forze di polizia a ordinamento civile, cos&amp;igrave; come indicato dalla legge 121 del 1981. Tale legge &amp;egrave; stata la barricata giuridica opposta dall&amp;rsquo;ostinata ma inefficace resistenza di coloro che ne rivendicavano la paternit&amp;agrave; o ne sposavano l&amp;rsquo;indicazione implicita di una riorganizzazione dello Stato: una legge la cui applicazione storicamente disattesa, in virt&amp;ugrave; proprio dell&amp;rsquo;inesauribile potenza dissuasiva dell&amp;rsquo;Arma, ha enormemente agevolato il compito dei suoi affossatori. Infine ogni opposizione &amp;egrave; stata bruscamente interrotta: in prima battuta dall&amp;rsquo;accelerazione dell&amp;rsquo;iter parlamentare con l&amp;rsquo;approvazione della legge delega e in seconda dalla promulgazione dei decreti di attuazione. Le forze che si erano cos&amp;igrave; strenuamente opposte rientrano prontamente nei ranghi e provvedono in fretta ad adeguarsi alla nuova disciplina dell&amp;rsquo;ordine pubblico. La repressione poliziesca &lt;i&gt;manu militari&lt;/i&gt; delle manifestazioni di Napoli e di Genova e la successiva pretesa di immunit&amp;agrave; dalle censure del potere giudiziario e dell&amp;rsquo;opinione pubblica &#150; un&amp;rsquo;immunit&amp;agrave; inerente appunto alla disciplina di guerra &#150;, si conformano ostentatamente al nuovo ambito giuridico.&lt;/p&gt;
		&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
		&lt;p&gt;&lt;b&gt;3. Cronache di un amore&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
		&lt;p&gt;Nonostante le accorate proteste di molti rappresentanti della Polizia di Stato e dell&amp;rsquo;Esercito,&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref9&quot; href=&quot;#_ftn9&quot;&gt;[9]&lt;/a&gt; dopo oltre due anni di dibattito parlamentare, il 30 marzo 2000 venne approvata in via definitiva al Senato la &lt;i&gt;Legge n. 78 &#150; Delega al Governo in materia di riordino dell&amp;rsquo;Arma dei carabinieri, del Corpo forestale dello Stato, del Corpo della Guardia di Finanza e della Polizia di Stato. Norme in materia di coordinamento delle Forze di Polizia&lt;/i&gt;. La maggioranza fu impressionante: 181 voti a favore, 12 contrari (Lega Nord, PDCI, PRC), 4 astenuti. La legge impegnava il Governo a emanare entro sei mesi dalla sua entrata in vigore &amp;laquo;uno o pi&amp;ugrave; decreti legislativi, per adeguare [&#x2026;] l&amp;rsquo;ordinamento ed i compiti militari dell&amp;rsquo;Arma dei carabinieri, ivi comprese le attribuzioni funzionali del Comandante generale, in conformit&amp;agrave; con i contenuti della legge 18 febbraio 1997, n. 25&amp;raquo; (Art. 1).&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref10&quot; href=&quot;#_ftn10&quot;&gt;[10]&lt;/a&gt; Il 19 luglio, dopo tre mesi di inutile passione da parte dei sindacati di polizia e dei Cocer dell&amp;rsquo;Esercito e l&amp;rsquo;intervento allarmato, ma beatamente fiducioso di qualche politico,&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref11&quot; href=&quot;#_ftn11&quot;&gt;[11]&lt;/a&gt; il Consiglio dei ministri &amp;laquo;nel tempo record di un&amp;rsquo;ora scarsa&amp;raquo;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref12&quot; href=&quot;#_ftn12&quot;&gt;[12]&lt;/a&gt; e &amp;laquo;sotto il vigile controllo del presidente della Repubblica Ciampi&amp;raquo;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref13&quot; href=&quot;#_ftn13&quot;&gt;[13]&lt;/a&gt; diede il via libera al decreto di rinnovo della struttura dell&amp;rsquo;Arma dei Carabinieri e a quello di riordino delle carriere della Polizia, chiudendo in tal modo &amp;laquo;un nuovo capitolo della riforma della Benemerita che potr&amp;agrave; cos&amp;igrave; rendersi del tutto autonoma dall&amp;rsquo;Esercito e diventare la quarta forza armata del Paese&amp;raquo;.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref14&quot; href=&quot;#_ftn14&quot;&gt;[14]&lt;/a&gt; Il decreto fu rinviato per un parere alle commissioni parlamentari competenti e il 2 ottobre successivo il consiglio dei Ministri mise la parola fine su qualunque ulteriore ipotesi di discussione, approvando il riordino delle forze di polizia con tre decreti legislativi.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref15&quot; href=&quot;#_ftn15&quot;&gt;[15]&lt;/a&gt; Il ministro della Difesa Sergio Mattarella dichiar&amp;ograve; per l&amp;rsquo;occasione, regalandoci un brivido lungo la schiena, che a seguito delle decisioni del Governo l&amp;rsquo;Arma assumeva &amp;laquo;un assetto pi&amp;ugrave; moderno, e tale da garantirle un&amp;rsquo;efficienza ancora maggiore e adeguata ai tempi&amp;raquo;.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref16&quot; href=&quot;#_ftn16&quot;&gt;[16]&lt;/a&gt; Il mandato di Togliatti si era adempiuto.&lt;/p&gt;
		&lt;p&gt;Certo che a volerli interpretare i segnali di un orientamento autoritario della Sinistra in materia di ordine pubblico erano stati numerosi e inequivocabili, anche a prescindere dall&amp;rsquo;antico impegno programmatico riportato in esergo. In un noto saggio di Luciano Violante del 1995 &#150; dal titolo fortemente espressivo dell&amp;rsquo;itinerario ideologico della Sinistra, &lt;i&gt;Apologia dell&amp;rsquo;ordine pubblico&lt;/i&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref17&quot; href=&quot;#_ftn17&quot;&gt;[17]&lt;/a&gt; &#150;, considerato &amp;laquo;la prima bozza della nuova concezione della politica di sicurezza&amp;raquo;,&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref18&quot; href=&quot;#_ftn18&quot;&gt;[18]&lt;/a&gt; oltre a &amp;laquo;trovare alcune delle teorizzazioni poi riprese nelle stesse relazioni annuali del Ministero dell&amp;rsquo;Interno al Parlamento dal 1997 in poi&amp;raquo;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref19&quot; href=&quot;#_ftn19&quot;&gt;[19]&lt;/a&gt; &amp;egrave; possibile individuare anche il nucleo teorico sul quale pogger&amp;agrave; il riassetto del settore sicurezza da parte del governo D&amp;rsquo;Alema. In primo luogo l&amp;rsquo;onorevole Violante mostra di non essere affatto preoccupato dalla questione centrale che investe l&amp;rsquo;Arma dei Carabinieri, cio&amp;egrave; quella di un corpo militare con compiti di polizia civile all&amp;rsquo;interno di un ordinamento democratico. Al contrario, il problema semmai &amp;egrave; quello di assegnare alla Benemerita funzioni e mezzi crescenti in materia di controllo capillare delle nostre vite:&lt;/p&gt;
		&lt;p&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;font style=&quot;font-size:11px&quot;&gt;L&amp;rsquo;Arma dei carabinieri impiega giornalmente dai 2.500 ai 3.000 militari per le traduzioni dei detenuti. Un decreto legge del 1&amp;deg; settembre 1995 (n. 369) stabilisce che a partire dal 1&amp;deg; aprile 1996 il servizio di traduzione passer&amp;agrave; progressivamente alla polizia penitenziaria. Il passaggio dovr&amp;agrave; avvenire con rapidit&amp;agrave;, utilizzando il tempo disponibile sino all&amp;rsquo;aprile 1996 per addestrare il nuovo personale. Nel pi&amp;ugrave; breve tempo possibile l&amp;rsquo;Arma dei carabinieri dovr&amp;agrave; essere alleggerita da un compito ormai estraneo alle funzioni di istituto cos&amp;igrave; da potere impiegare in compiti di controllo del territorio il personale ora addetto alle traduzioni.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref20&quot; href=&quot;#_ftn20&quot;&gt;[20]&lt;/a&gt;&lt;/font&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;/p&gt;
		&lt;p&gt;Poi, dopo aver sentenziato salomonicamente che &amp;laquo;una repubblica ben ordinata difende l&amp;rsquo;equilibrio tra poteri e responsabilit&amp;agrave;&amp;raquo; e aver constatato che &amp;laquo;a un eccesso di &amp;ldquo;autonomia&amp;rdquo; dei carabinieri corrisponde un&amp;rsquo;anomala concentrazione di poteri nella polizia di Stato&amp;raquo;, Violante ci offre uno spaccato europeo delle soluzioni adottate &amp;laquo;di fronte a problemi analoghi&amp;raquo;:&lt;/p&gt;
		&lt;p&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;font style=&quot;font-size:11px&quot;&gt;La Spagna [&#x2026;] ha posto la polizia militare alle dipendenze del ministero dell&amp;rsquo;Interno, con buoni risultati. Il Belgio ha addirittura smilitarizzato la polizia militare.&lt;br&gt;
			In Italia sarebbe un grave errore smilitarizzare l&amp;rsquo;Arma. Si dovrebbe invece studiare la praticabilit&amp;agrave; della collocazione dei carabinieri, fermo restando il loro carattere militare, alle dipendenze gerarchiche del ministro dell&amp;rsquo;Interno proprio perch&amp;eacute; la massima parte del loro lavoro si svolge nell&amp;rsquo;ambito delle competenze istituzionali e della responsabilit&amp;agrave; politica di questo ministro.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref21&quot; href=&quot;#_ftn21&quot;&gt;[21]&lt;/a&gt;&lt;/font&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;/p&gt;
		&lt;p&gt;Perch&amp;eacute; &amp;laquo;in Italia sarebbe un grave errore smilitarizzare l&amp;rsquo;Arma&amp;raquo; l&amp;rsquo;onorevole Violante non ce lo dice da nessuna parte, fidando evidentemente nella nostra intuizione.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref22&quot; href=&quot;#_ftn22&quot;&gt;[22]&lt;/a&gt; L&amp;rsquo;esigenza di soddisfare le richieste dei vertici della Benemerita&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref23&quot; href=&quot;#_ftn23&quot;&gt;[23]&lt;/a&gt; trionfa anche sul rischio di apparire decisamente ostile nei confronti dei vertici della Polizia, una scelta che si conferma ben ponderata e partita da lontano:&lt;/p&gt;
		&lt;p&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;font style=&quot;font-size:11px&quot;&gt;le funzioni di direttore generale della Pubblica sicurezza dovrebbero essere scisse da quella di capo della polizia. Polizia e carabinieri entrerebbero insieme nel dipartimento della Pubblica sicurezza, la cui direzione potrebbe essere tenuta a rotazione da un funzionario proveniente dai ruoli del ministero dell&amp;rsquo;Interno e da un funzionario proveniente dall&amp;rsquo;Arma dei carabinieri.&lt;br&gt;
			Il ministro dell&amp;rsquo;Interno avrebbe tutti i mezzi per poter svolgere responsabilmente le sue funzioni costituzionali. La sicurezza dei cittadini sarebbe meglio garantita. Si eviterebbe un eccesso di poteri nella polizia. Si risponderebbe ad un&amp;rsquo;antica aspirazione dell&amp;rsquo;Arma, perch&amp;eacute; il comando generale potrebbe essere attribuito ad un ufficiale proveniente dallo stesso corpo e non, come oggi accade, dall&amp;rsquo;esercito. Carabinieri e poliziotti avrebbero finalmente un&amp;rsquo;effettiva parit&amp;agrave; di trattamento.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref24&quot; href=&quot;#_ftn24&quot;&gt;[24]&lt;/a&gt;&lt;/font&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;/p&gt;
		&lt;p&gt; [1. &lt;a href=http://www.carmillaonline.com/archives/2007/09/002376.html&gt;continua&lt;/a&gt;. Le altre puntate &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/cgi-bin/mt-search.cgi?IncludeBlogs=2&amp;amp;search=%22La+Sinistra+e+l%27Ordine+pubblico+%28%22&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;]&lt;/p&gt;
		&lt;p&gt;&lt;/p&gt;
		&lt;div&gt;
			&lt;hr align=&quot;left&quot; size=&quot;1&quot; width=&quot;33%&quot;&gt;
			&lt;div id=&quot;ftn1&quot;&gt;
				&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn1&quot; href=&quot;#_ftnref1&quot;&gt;[1]&lt;/a&gt; La Sinistra si associa volentieri a questi ricorrenti sussulti d&amp;rsquo;ansia per l&amp;rsquo;ordine pubblico; per&amp;ograve; &amp;egrave; anche della sua natura far valere negli intervalli una pi&amp;ugrave; rassicurante, orwelliana visione delle cose: &amp;laquo;Insomma l&amp;rsquo;Italia, anche quando gli italiani sono in preda a una folle paura, resta uno dei paesi pi&amp;ugrave; sicuri d&amp;rsquo;Europa e del mondo, grazie anche alla tendenza di una gran parte della popolazione a denunciare e a collaborare con le forze di polizia e alla presenza di un tasso per abitante di operatori della sicurezza, che non ha eguali in nessun paese democratico&amp;raquo; (Livia Turco, &lt;i&gt;I nuovi italiani. L&amp;rsquo;immigrazione, i pregiudizi, la convivenza&lt;/i&gt;, Mondadori, Milano 2005, p. 18). Ed ecco come un inedito tentativo di linciaggio (cfr. i titoli di&lt;i&gt; Repubblica&lt;/i&gt;, 12 marzo 2006: &lt;i&gt;Guerriglia urbana a Milano. Autonomi scatenati, la folla tenta di linciarli&lt;/i&gt;; &lt;i&gt;E in strada caccia ai violenti: &amp;laquo;La gente li voleva linciare&amp;raquo;&lt;/i&gt;) viene sublimato da una notoria ninfa egeria della Sinistra: &amp;laquo;Il dato nuovo, sul quale vale la pena di riflettere, &amp;egrave; dato infatti dalla immediata spontanea condanna che &amp;egrave; stata espressa, prima ancora che dalle forze politiche, da quei milanesi che, sul luogo degli scontri, lungi dal solidarizzare con i manifestanti, hanno incitato le forze di polizia a isolarli, bloccarli, fermarli, metterli in condizione di non nuocere&amp;raquo; (Miriam Mafai, &lt;i&gt;Ritorno al passato&lt;/i&gt;, ivi).&lt;/p&gt;
			&lt;/div&gt;
			&lt;div id=&quot;ftn2&quot;&gt;
				&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn2&quot; href=&quot;#_ftnref2&quot;&gt;[2]&lt;/a&gt; La &amp;laquo;Rete No Global &#150; Network campano per i diritti globali&amp;raquo; ha pubblicato un importante volume dedicato agli avvenimenti: &lt;i&gt;Zona Rossa. Le &amp;laquo;quattro giornate di Napoli&amp;raquo; contro il Global forum&lt;/i&gt;, DeriveApprodi, Roma 2001.&lt;/p&gt;
			&lt;/div&gt;
			&lt;div id=&quot;ftn3&quot;&gt;
				&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn3&quot; href=&quot;#_ftnref3&quot;&gt;[3]&lt;/a&gt; Un&amp;rsquo;inchiesta preannunciata dall&amp;rsquo;allora ministro degli Interni Enzo Bianco &#150; criticato da qualche collega perch&amp;eacute; durante gli scontri, alla salute di manifestanti e poliziotti, si dedic&amp;ograve; alle delizie della cucina e del panorama partenopei in un ristorante di Posillipo e nonostante le sanguinose notizie in arrivo non si mosse di l&amp;igrave; fino al sacrosanto dessert, riparando poi prudentemente a Roma &#150; si &amp;egrave; dissolta nel nulla, senza ulteriori clamori e Amnesty International ha continuato inutilmente a chiederne ragione.&lt;/p&gt;
			&lt;/div&gt;
			&lt;div id=&quot;ftn4&quot;&gt;
				&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn4&quot; href=&quot;#_ftnref4&quot;&gt;[4]&lt;/a&gt; Con molta maggiore consapevolezza e conoscenza della natura e delle funzioni delle istituzioni democratiche, Vittorio Agnoletto si mostr&amp;ograve; al contrario assai preoccupato: &amp;laquo;&amp;ldquo;La Polizia a Genova non abbia armi da fuoco&amp;rdquo;. Alla vigilia dell&amp;rsquo;incontro con il governo &#150; che si terr&amp;agrave; gioved&amp;igrave; &#150; il movimento dei contestatori del G8 chiede garanzie. Gli incidenti potrebbero degenerare e se gli agenti dovessero essere armati ci potrebbe anche scappare il morto, temono i rappresentanti del Genoa Social Forum. &amp;ldquo;Chiediamo che il governo si fermi a riflettere sui fatti di G&amp;ouml;teborg, non vogliamo che qualcuno rischi la vita&amp;rdquo;, spiega Vittorio Agnoletto&amp;raquo; (&lt;i&gt;G8, appello dei contestatori: &amp;laquo;Polizia senza armi da fuoco&lt;/i&gt;&amp;raquo;, in &lt;i&gt;la Repubblica&lt;/i&gt;, 26 giugno 2001). Le forze dell&amp;rsquo;ordine ovviamente erano del tutto consapevoli delle condizioni in cui si sarebbero svolte le manifestazioni. Il commissario capo Filippo Saltamartini, Segretario generale del Sindacato autonomo di Polizia, ricorda: &amp;laquo;nei nostri ambienti si diceva che a Genova ci sarebbero stati dei morti, che il morto ci sarebbe scappato. E io ho ricevuto fior di telefonate, anche dalle mamme, per evitare a questo o a quello l&amp;rsquo;invio in servizio a Genova&amp;raquo; (Nando dalla Chiesa - Filippo Saltamartini, &lt;i&gt;La legalit&amp;agrave; arrangiata&lt;/i&gt;, in &lt;i&gt;MicroMega&lt;/i&gt;, 4/2001, p. 82).&lt;/p&gt;
			&lt;/div&gt;
			&lt;div id=&quot;ftn5&quot;&gt;
				&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn5&quot; href=&quot;#_ftnref5&quot;&gt;[5]&lt;/a&gt; Tra le numerose, indignate proteste internazionali va segnalato l&amp;rsquo;&amp;laquo;attacco durissimo&amp;raquo; del &amp;laquo;presidente del sindacato europeo di Polizia, il tedesco Hermann Lutz. &amp;ldquo;Sono profondamente colpito dal modo di procedere dei colleghi italiani &#150; ha detto alla tv &lt;i&gt;ZDF&lt;/i&gt; &#150; di fronte a quelle immagini, ho pensato che si trattasse di fatti avvenuti in una dittatura, nell&amp;rsquo;Europa dell&amp;rsquo;Est o a Cuba, non da noi, nel centro dell&amp;rsquo;Europa&amp;rdquo;. Lutz in particolare ha detto di essere rimasto scioccato vedendo i reparti che marciavano compatti battendo con i manganelli sugli scudi: &amp;ldquo;Rituali del genere &#150; ha osservato &#150; non appartengono a una polizia democratica&amp;rdquo;&amp;raquo; (Stefania Di Lellis, &lt;i&gt;Cortei a Londra e Berlino. &amp;laquo;Inchiesta sui pestaggi&amp;raquo;&lt;/i&gt;, in &lt;i&gt;la Repubblica&lt;/i&gt;, 29 luglio 2001). Occorre notare che per un tale giudizio sulle forze dell&amp;rsquo;ordine Lutz non ha alcuna necessit&amp;agrave; di attendere i successivi pestaggi indiscriminati, le sparatorie e le sevizie: gli &amp;egrave; pi&amp;ugrave; che sufficiente constatare la natura paramilitare dell&amp;rsquo;addestramento ricevuto dalla truppa.&lt;/p&gt;
			&lt;/div&gt;
			&lt;div id=&quot;ftn6&quot;&gt;
				&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn6&quot; href=&quot;#_ftnref6&quot;&gt;[6]&lt;/a&gt; Anche da settori importanti della Chiesa si levarono voci indignate: &amp;laquo;&amp;ldquo;I vescovi lamentano che in cinquant&amp;rsquo;anni di episcopato non hanno mai veduto simili efferatezze, dalla fine dell&amp;rsquo;ultima guerra&amp;rdquo;. Sul G8 e le repressioni delle forze dell&amp;rsquo;ordine intervengono con un documento alcuni vescovi, i teologi di Milano, esponenti di Pax Christi, parroci, religiosi e religiose, laici di Associazioni ecclesiali. Giuseppe Casale, Luigi Bettazzi e Antonio Riboldi, vescovi emeriti di Foggia, Ivrea e Acerra, insieme agli altri esponenti cattolici si interrogano allarmati. &amp;ldquo;Di fronte alle immagini di brutale e selvaggia violenza di molti tra polizia e carabinieri, ci domandiamo da cosa sia generata questa deriva pericolosa&amp;rdquo;. A Genova, prosegue il documento, &amp;ldquo;molti agenti picchiavano la gente comune &#150; famiglie con bambini, giovani e studenti appartenenti ad associazioni di volontariato sociale &#150; come se stessero punendo l&amp;rsquo;espressione di idee non gradite a qualcuno&amp;rdquo;. Un atteggiamento contrario al compito delle forze dell&amp;rsquo;ordine che non &amp;egrave; &amp;ldquo;certamente quello di operare pestaggi indiscriminati, vendette private o ritorsioni [&#x2026;], ci giungono notizie di violenze ai danni persino di ragazzi down, di anziani, di persone religiose&amp;raquo; (&lt;i&gt;Lo sgomento dei vescovi. &amp;laquo;Violenze mai viste dal &amp;rsquo;45&amp;raquo;&lt;/i&gt;, ivi, 30 luglio 2001). &amp;Egrave; interessante notare la convinta insistenza dei vescovi a definire &amp;laquo;molti&amp;raquo; gli appartenenti alle forze dell&amp;rsquo;ordine che hanno partecipato alle &amp;laquo;efferatezze&amp;raquo;. Una forte presa di posizione contro i diffusi e infine riusciti tentativi di minimizzare l&amp;rsquo;accaduto e sollevare gli apparati di polizia dalle loro oggettive responsabilit&amp;agrave; (cfr. n. 22).&lt;/p&gt;
			&lt;/div&gt;
			&lt;div id=&quot;ftn7&quot;&gt;
				&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn7&quot; href=&quot;#_ftnref7&quot;&gt;[7]&lt;/a&gt; &amp;laquo;L&amp;rsquo;affondamento del barcone Kater I Rades [&#x2026;] pu&amp;ograve; essere considerato l&amp;rsquo;atto pi&amp;ugrave; grave della nuova politica migratoria italiana. La responsabilit&amp;agrave; politica di questa strage &amp;egrave; palese e secondo alcuni appare evidente che, in quanto a prassi di occultamento delle responsabilit&amp;agrave;, nulla &amp;egrave; cambiato rispetto ai periodi delle stragi e dei complotti. Da quel momento, la prima preoccupazione del governo &amp;egrave; sempre stata quella di vantare l&amp;rsquo;efficacia della repressione dell&amp;rsquo;immigrazione clandestina in termini di numero di respingimenti alle frontiere, espulsioni, internamenti nei centri espellendi e arresti. Gli stessi dati statistici sull&amp;rsquo;evoluzione del numero di immigrati in Italia mostrano in modo esplicito quanto il contrasto dell&amp;rsquo;immigrazione sia stato efficace: anche se si somma ai permessi di soggiorno validi la stima pi&amp;ugrave; accreditata degli irregolari, si constata che la presenza straniera viene mantenuta entro dimensioni piuttosto irrisorie: circa 1.300.000 persone, ossia il 2,3% della popolazione residente. Solo lo 0,7% dei permessi validi a fine 1998 &amp;egrave; stato concesso per motivi di asilo a extra comunitari (in totale 6240)&amp;raquo; (Salvatore Palidda, &lt;i&gt;Polizia postmoderna. Etnografia del nuovo controllo sociale&lt;/i&gt;, Feltrinelli, Milano 2000, p. 223).&lt;/p&gt;
			&lt;/div&gt;
			&lt;div id=&quot;ftn8&quot;&gt;
				&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn8&quot; href=&quot;#_ftnref8&quot;&gt;[8]&lt;/a&gt; Cfr. in particolare Giorgio Bocca, &lt;i&gt;Un paese anormale&lt;/i&gt;, in &lt;i&gt;la Repubblica&lt;/i&gt;, 23 febbraio 2000; Id., &lt;i&gt;Quelle paure dei politici&lt;/i&gt;, ivi, 2 aprile 2000; Eugenio Scalfari, &lt;i&gt;L&amp;rsquo;inquietante barzelletta della nuova Forza armata&lt;/i&gt;, ivi, 1 aprile 2000; Giuseppe D&amp;rsquo;Avanzo, &lt;i&gt;Quella stelletta in pi&amp;ugrave;&lt;/i&gt;, in &lt;i&gt;Corriere della Sera&lt;/i&gt;, 23 febbraio 2000.&lt;/p&gt;
			&lt;/div&gt;
			&lt;div id=&quot;ftn9&quot;&gt;
				&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn9&quot; href=&quot;#_ftnref9&quot;&gt;[9]&lt;/a&gt; L&amp;rsquo;Associazione Nazionale Funzionari di Polizia (ANFP) reagisce con violenza nell&amp;rsquo;autunno del 1997 a un primo &amp;laquo;tentativo (non riuscito), di far passare, quasi in sordina, attraverso un emendamento alla legge finanziaria, un progetto di riordino delle forze di polizia che amplifica smisuratamente i poteri dell&amp;rsquo;Arma dei Carabinieri, elevandola al rango di forza armata&amp;raquo; (&lt;i&gt;Legge 78/2000: Riordino delle Forze di polizia&lt;/i&gt;. Si tratta di un lungo e dettagliato documento riepilogativo delle iniziative intraprese dall&amp;rsquo;ANFP, che &amp;egrave; possibile leggere, insieme a un&amp;rsquo;ingente e qualificata mole di materiale inerente alla vicenda, sul sito Internet dell&amp;rsquo;Associazione: &lt;i&gt;www.uni.net/anfp&lt;/i&gt;). &amp;Egrave; l&amp;rsquo;inizio di una lunga, veemente battaglia condotta dalla Polizia di Stato, e soprattutto dall&amp;rsquo;ANFP, contro Governo, Parlamento e Arma dei Carabinieri per impedire l&amp;rsquo;attuazione di un piano subito giudicato mirante allo &amp;laquo;smantellamento della legge 121/81 e per regalarci lo &amp;ldquo;Stato forte&amp;rdquo;&amp;raquo;, come recita il comunicato ANFP del 3 novembre 1997, firmato dal segretario nazionale Giovanni Aliqu&amp;ograve; (&lt;i&gt;Cile, Cile, Argentina! Ovvero l&amp;rsquo;Italia come l&amp;rsquo;America latina&lt;/i&gt;). Nel documento, che riguarda l&amp;rsquo;Atto Senato 2793 &#150; A, art. 18, si legge anche: &amp;laquo;&amp;ldquo;Un Paese normale&amp;rdquo; era il programma dell&amp;rsquo;Ulivo prima delle elezioni. Con il sostegno di tutte le Forze politiche, in Senato &amp;egrave; passata una norma grazie alla quale ci normalizzeranno, ma alla Pinochet&amp;raquo;. L&amp;rsquo;Associazione dei Funzionari di Polizia arriv&amp;ograve; ad acquistare a pi&amp;ugrave; riprese spazi pubblicitari su alcuni dei maggiori quotidiani italiani (&lt;i&gt;la Repubblica&lt;/i&gt;,&lt;i&gt; la Stampa&lt;/i&gt;,&lt;i&gt; l&amp;rsquo;Unit&amp;agrave;&lt;/i&gt;,&lt;i&gt; il manifesto&lt;/i&gt;: una scelta significativa), per sensibilizzare l&amp;rsquo;opinione pubblica sulla gravit&amp;agrave; di quanto stava avvenendo, senza peraltro commuovere minimamente i duri cuori dell&amp;rsquo;intellighenzia di Sinistra e tanto meno quelli della classe politica (al governo o all&amp;rsquo;opposizione che fosse), che glissarono omertosamente sulla questione, nonostante il rituale dibattito ritualmente innocuo scatenatosi sulla stampa nei tre giorni successivi al varo della legge, dibattito che rimase appunto senza seguito e non incise in alcun modo sull&amp;rsquo;iter legislativo. In un&amp;rsquo;analisi dettagliata dell&amp;rsquo;Atto Senato 2793Ter-bis &#150; svolta pochi giorni prima della sua approvazione e pubblicata in Internet, dove ancora si pu&amp;ograve; leggere (&lt;i&gt;www.uni.net/anfp/commento%202793ter1.htm&lt;/i&gt;) &#150;, i Funzionari di Polizia ravvisavano un disegno per cancellare &amp;laquo;le conquiste democratiche sancite dalla legge 121/81&amp;raquo; (cfr. Allegato B). Ma anche l&amp;rsquo;Esercito si fa sentire: &amp;laquo;Nel marzo &amp;rsquo;99, in un documento di sette cartelle redatto dal &amp;ldquo;Reparto Personale dello Stato Maggiore della Difesa&amp;rdquo;, si legge: &amp;ldquo;Se passa la legge di riforma si prefigura il pericolo di rapporti di convivenza non pacifica tra lo Stato Maggiore e l&amp;rsquo;Arma&amp;rdquo;. Siracusa [comandante generale dell&amp;rsquo;Arma] viene considerato l&amp;rsquo;&amp;ldquo;ispiratore del progetto di riforma e reo di averlo concordato con i vertici politici, scavalcando quelli militari&#x2026; Ove si accetti il percorso ora adottato, si traccia un pericoloso precedente che autorizzer&amp;agrave; in futuro l&amp;rsquo;Arma, nei possibili momenti di contrasto con lo Stato Maggiore della Difesa, ad adire con colloquio riservato l&amp;rsquo;interlocutore politico&amp;rdquo;. Il generale Mario Arpino, capo di Stato Maggiore della Difesa, non sottoscrive il documento. Ma resta agli atti&amp;raquo; (Massimo Giannini, &lt;i&gt;Il compleanno del generale. I misteri del dossier Cocer denunciato nelle caserme&lt;/i&gt;, in &lt;i&gt;la Repubblica&lt;/i&gt;, 2 aprile 2000). Il documento venne alla luce grazie a uno scoop di &lt;i&gt;Panorama&lt;/i&gt;.&lt;/p&gt;
			&lt;/div&gt;
			&lt;div id=&quot;ftn10&quot;&gt;
				&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn10&quot; href=&quot;#_ftnref10&quot;&gt;[10]&lt;/a&gt; &amp;laquo;La riforma dei carabinieri &amp;egrave; vecchia di tre anni. Nasce col governo Prodi. Prima come emendamento collegato alla Finanziaria del &amp;rsquo;97: un tentativo un po&amp;rsquo; &amp;ldquo;forte&amp;rdquo;. Giorgio Napolitano, allora agli Interni, lo blocca. Ma all&amp;rsquo;inizio del &amp;rsquo;98 rispunta, sotto forma di disegno di legge al Senato: atto numero 2793-ter. Lo firma l&amp;rsquo;intero governo, da Prodi a Ciampi a Bassanini a Visco e a Napolitano. Lo prendono a cuore i popolari, lo stesso Mattarella, Beniamino Andreatta, ma anche i diessini, soprattutto attraverso Massimo Brutti, esperto di sicurezza di Botteghe Oscure. Da allora, parte una manovra di lobby discreta, da parte dell&amp;rsquo;Arma, sul governo e il Parlamento. Il terreno &amp;egrave; fertile, il Paese &amp;egrave; distratto: c&amp;rsquo;&amp;egrave; la missione Euro, e non si pensa quasi ad altro. Ma al Quirinale c&amp;rsquo;&amp;egrave; ancora Oscar Luigi Scalfaro. Si dice oggi che quella riforma non gli sia mai piaciuta: troppa autonomia ai carabinieri, poco coordinamento tra le forze di sicurezza. La legge ristagna, nella palude delle commissioni parlamentari. Il generale Siracusa, prima di passare a Viale Romania, era capo del Sismi, dove nel &amp;rsquo;95 cominciavano a filtrare i primi &amp;ldquo;file&amp;rdquo; dell&amp;rsquo;affare Mitrokhin. Nel novembre del &amp;rsquo;96 diventa comandante generale dei Carabinieri. Fa un gran lavoro, e lo fa bene, per rimettere a posto l&amp;rsquo;immagine e l&amp;rsquo;organizzazione dell&amp;rsquo;Arma. Aspetta la riforma, senza esporsi troppo. Le cose cambiano quando l&amp;rsquo;Euro &amp;egrave; archiviato, e a Palazzo Chigi arriva D&amp;rsquo;Alema, con l&amp;rsquo;appoggio di Francesco Cossiga. La sinistra ha bisogno di aprirsi a un mondo, quello delle polizie e dei militari, che &amp;egrave; da sempre appannaggio elettorale della destra. Il nuovo premier &amp;egrave; pronto a dialogare, la Benemerita a farsi sentire. Forse troppo&amp;raquo; (&lt;i&gt;ibid.&lt;/i&gt;).&lt;/p&gt;
			&lt;/div&gt;
			&lt;div id=&quot;ftn11&quot;&gt;
				&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn11&quot; href=&quot;#_ftnref11&quot;&gt;[11]&lt;/a&gt; &amp;laquo;Fuori dal palazzo, i sindacati, i Cocer dell&amp;rsquo;Esercito, ma anche le forze politiche continuano a scontrarsi. Il capo dell&amp;rsquo;ANFP Giovanni Aliqu&amp;ograve; &amp;egrave; convinto che si stia andando verso un &amp;ldquo;enorme servizio segreto&amp;rdquo;. Siulp e Sap protestano perch&amp;eacute; non si &amp;egrave; discusso prima della riforma con il rischio adesso di dover inseguire i carabinieri. E il Silp-Cgil avverte: &amp;ldquo;&amp;Egrave; il modello civile, non quello militare che deve prevalere&amp;rdquo;. Dal Polo, da Rifondazione comunista, ma anche dal Pdci giungono invece dichiarazioni preoccupate: se la riforma non risultasse adeguata, sar&amp;agrave; il Parlamento a fermarla&amp;raquo; (Liana Milella, &lt;i&gt;Il presidente della Repubblica Ciampi media tra Interni e Difesa&lt;/i&gt;, in &lt;i&gt;www.repubblica.it&lt;/i&gt;, 19 luglio 2000). Il Parlamento, &lt;i&gt;il va sans dire&lt;/i&gt;, non ferm&amp;ograve; proprio nulla.&lt;/p&gt;
			&lt;/div&gt;
			&lt;div id=&quot;ftn12&quot;&gt;
				&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn12&quot; href=&quot;#_ftnref12&quot;&gt;[12]&lt;/a&gt; In piena armonia, se ne deduce, a parte &amp;laquo;qualche tensione [&#x2026;] durante l&amp;rsquo;esecutivo, soprattutto perch&amp;eacute; il ministro dell&amp;rsquo;Interno ha portato solo all&amp;rsquo;ultimo momento gli oltre 70 articoli che ridisegnano le carriere della polizia&amp;raquo; (&lt;i&gt;ibid.&lt;/i&gt;).&lt;/p&gt;
			&lt;/div&gt;
			&lt;div id=&quot;ftn13&quot;&gt;
				&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn13&quot; href=&quot;#_ftnref13&quot;&gt;[13]&lt;/a&gt; &lt;i&gt;Ibid&lt;/i&gt;. Nella ricerca di piccole ragioni dei grandi eventi &#150; come il naso di Cleopatra &#150;, qualcuno insinua che in tanta autorevole solerzia avesse il suo peso il problema della pensione o della &amp;laquo;prorogatio&amp;raquo; del generale Siracusa, comandante dell&amp;rsquo;Arma: &amp;laquo;a questo punto entra in gioco il compleanno di Siracusa. La legge precedente prevede che il generale debba andare in pensione al compimento del 63esimo anno. Cio&amp;egrave; il primo aprile 2000. Il tempo stringe. Il generale &amp;egrave; preoccupato. Il 25 febbraio riceve un primo conforto: il governo vara un decreto per prorogare di un anno il suo incarico. [&#x2026;] Nella legge di riforma c&amp;rsquo;&amp;egrave; la soluzione definitiva del problema. L&amp;rsquo;articolo 1, comma 2, recita: &amp;ldquo;Si dispone&#x2026; l&amp;rsquo;elevazione a 65 anni del limite di et&amp;agrave; pensionabile per i generali di corpo d&amp;rsquo;armata e di divisione, equiparando correlativamente anche quelle del comandante in carica&#x2026;&amp;rdquo;. Il comma 3 aggiunge: &amp;ldquo;L&amp;rsquo;elevazione a 65 anni ha effetto a decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge&amp;rdquo;. &amp;Egrave; una corsa contro il calendario. A buon fine per il generale. Il 30 marzo il Senato approva in blocco il testo [&#x2026;]. Il 31 Ciampi firma la legge. Ieri, primo aprile, &amp;egrave; promulgata, in Gazzetta Ufficiale. Il generale Siracusa &amp;egrave; a posto. Pu&amp;ograve; restare fino al 2002&amp;raquo; (Giannini, op. cit.). In realt&amp;agrave; che fosse in atto una sospetta corsa contro il tempo era gi&amp;agrave; stato denunciato alla Camera dall&amp;rsquo;onorevole Tassone nella seduta del 26 novembre 1999 dedicata all&amp;rsquo;A.C. 6249: &amp;laquo;c&amp;rsquo;&amp;egrave; stata un&amp;rsquo;accelerazione del procedimento legislativo che per&amp;ograve; &#150; &amp;egrave; bene che la Camera lo sappia &#150; non &amp;egrave; stata determinata da questo ramo del Parlamento nella sua autonomia, ma da forze esterne e, soprattutto, dal comandante generale dei Carabinieri, il quale ha anche mandato in giro suoi ufficiali per condizionare i lavori parlamentari. Se questi sono i presupposti su cui nasce la legge, sono preoccupato, sono sinceramente preoccupato. I tempi li ha scadenzati l&amp;rsquo;Arma dei carabinieri perch&amp;eacute; Siracusa non vuole andare in pensione, non li ha scadenzati il Parlamento. Ebbene, se questi &#150; come dicevo &#150; sono i presupposti, siccome si parla di forze di Polizia e di Carabinieri, avendo ben presente la storia dell&amp;rsquo;Arma, sono sinceramente preoccupato! Se poi il Presidente della Camera ed il Governo non sono preoccupati, io lo sono. Ecco perch&amp;eacute;, per quanto mi riguarda, mi opporr&amp;ograve; ferocemente a questo provvedimento. Un Governo non si pu&amp;ograve; sottrarre alle proprie responsabilit&amp;agrave; n&amp;eacute; pu&amp;ograve; subordinarsi ad un comandante generale dei Carabinieri&amp;raquo;. Come commenteranno i funzionari di Polizia, &amp;laquo;le parole sono, a dir poco, esplosive; ma, incredibilmente, non si registra nessuna reazione&amp;raquo; (&lt;i&gt;Legge 78/2000: Riordino delle Forze di polizia&lt;/i&gt;, cfr. n. 9).&lt;/p&gt;
			&lt;/div&gt;
			&lt;div id=&quot;ftn14&quot;&gt;
				&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn14&quot; href=&quot;#_ftnref14&quot;&gt;[14]&lt;/a&gt; Milella, &lt;i&gt;Il presidente della Repubblica Ciampi media&#x2026;&lt;/i&gt;, cit.&lt;/p&gt;
			&lt;/div&gt;
			&lt;div id=&quot;ftn15&quot;&gt;
				&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn15&quot; href=&quot;#_ftnref15&quot;&gt;[15]&lt;/a&gt; A testimonianza dell&amp;rsquo;inazione parlamentare, il 26 settembre il senatore Antonio Di Pietro present&amp;ograve; a Roma un documento in cui interveniva assai criticamente &amp;laquo;sui decreti attuativi relativi al riordino delle Forze di Polizia&amp;raquo;. Il testo completo si poteva leggere in &lt;i&gt;http://antoniodipietro.org/comunicati/com59_001003.htm&lt;/i&gt;. Nell&amp;rsquo;Allegato C si riportano alcuni passi significativi.&lt;/p&gt;
				&lt;p&gt;Diverso il giudizio ufficiale dei DS. L&amp;rsquo;onorevole Marcella Lucidi, responsabile nazionale sicurezza DS, in un comunicato stampa del 3 ottobre 2000 distribuisce a piene mani agli scontenti cloroformio e giulebbe: &amp;laquo;La nostra valutazione dei decreti di riordino &amp;egrave; positiva. Pure se resta un &amp;lsquo;debito normativo&amp;rsquo; verso la polizia di Stato. Ci siamo preoccupati in questi mesi di assicurare a polizia e carabinieri una riforma che tenesse insieme i principi della legge 121/81 e l&amp;rsquo;esigenza di ammodernamento degli apparati di sicurezza. A questa finalit&amp;agrave; si &amp;egrave; ispirato il nostro disegno riformatore che, con l&amp;rsquo;uscita dell&amp;rsquo;arma dei carabinieri dall&amp;rsquo;esercito italiano, disegna una nuova convergenza tra le forze di polizia. Siamo convinti che non ci siano figli e figliastri della riforma. I decreti sull&amp;rsquo;arma dei carabinieri sono un buon risultato. Quanto alla polizia di Stato c&amp;rsquo;&amp;egrave; una legittima insoddisfazione che va ascoltata e che contiene elementi di verit&amp;agrave;. Le indicazioni utili che erano state offerte tenendo conto delle legittime esigenze del personale della polizia di Stato devono rimanere nella agenda politica dei prossimi mesi, a partire dalla stesura e dall&amp;rsquo;approvazione delle norme sull&amp;rsquo;inquadramento del personale e sulle carriere non direttive&amp;raquo; (&lt;i&gt;www.democraticisinistradeputati.it/Stampa/Comunicati/ottobre00/01.htm&lt;/i&gt;).&lt;/p&gt;
			&lt;/div&gt;
			&lt;div id=&quot;ftn16&quot;&gt;
				&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn16&quot; href=&quot;#_ftnref16&quot;&gt;[16]&lt;/a&gt; &lt;i&gt;Il Consiglio dei ministri sgancia i carabinieri dall&amp;rsquo;esercito&lt;/i&gt;, in &lt;i&gt;www.repubblica.it&lt;/i&gt;, 2 ottobre 2000.&lt;/p&gt;
			&lt;/div&gt;
			&lt;div id=&quot;ftn17&quot;&gt;
				&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn17&quot; href=&quot;#_ftnref17&quot;&gt;[17]&lt;/a&gt; Luciano Violante, &lt;i&gt;Apologia dell&amp;rsquo;ordine pubblico&lt;/i&gt;, in &lt;i&gt;MicroMega&lt;/i&gt;, 4/95, pp. 124-140.&lt;/p&gt;
			&lt;/div&gt;
			&lt;div id=&quot;ftn18&quot;&gt;
				&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn18&quot; href=&quot;#_ftnref18&quot;&gt;[18]&lt;/a&gt; Palidda, op. cit., p. 86 n. 12.&lt;/p&gt;
			&lt;/div&gt;
			&lt;div id=&quot;ftn19&quot;&gt;
				&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn19&quot; href=&quot;#_ftnref19&quot;&gt;[19]&lt;/a&gt; Ivi, p. 60.&lt;/p&gt;
			&lt;/div&gt;
			&lt;div id=&quot;ftn20&quot;&gt;
				&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn20&quot; href=&quot;#_ftnref20&quot;&gt;[20]&lt;/a&gt; Violante, op. cit., p. 130.&lt;/p&gt;
			&lt;/div&gt;
			&lt;div id=&quot;ftn21&quot;&gt;
				&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn21&quot; href=&quot;#_ftnref21&quot;&gt;[21]&lt;/a&gt; Ivi, pp. 131 s.&lt;/p&gt;
			&lt;/div&gt;
			&lt;div id=&quot;ftn22&quot;&gt;
				&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn22&quot; href=&quot;#_ftnref22&quot;&gt;[22]&lt;/a&gt; L&amp;rsquo;onorevole Violante deve avere anche qualche problema con l&amp;rsquo;aritmetica elementare e un po&amp;rsquo; anche con la fisica dei corpi: &amp;laquo;&lt;i&gt;Lei ha detto che a Genova ci sono stati eccessi sporadici e isolati. Non sembra che siano stati cos&amp;igrave; sporadici e isolati.&lt;/i&gt; &amp;ldquo;Ho detto casi singoli. Gravissimi, ma singoli. Risulta che su ventimila appartenenti alle forze di polizia che erano l&amp;igrave;, si sono comportati in modo incivile non pi&amp;ugrave; di trecento, quattrocento persone&amp;rdquo;&amp;raquo; (Gianluca Luzi, &lt;i&gt;Il Polo ci porti pi&amp;ugrave; rispetto e noi daremo il nostro aiuto&lt;/i&gt;, intervista a Luciano Violante, in &lt;i&gt;la Repubblica&lt;/i&gt;, 10 agosto 2001).&lt;/p&gt;
			&lt;/div&gt;
			&lt;div id=&quot;ftn23&quot;&gt;
				&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn23&quot; href=&quot;#_ftnref23&quot;&gt;[23]&lt;/a&gt; Inclusa la richiesta di assegnare il comando generale dell&amp;rsquo;Arma a un ufficiale dei Carabinieri invece che a un generale di corpo d&amp;rsquo;armata proveniente dall&amp;rsquo;Esercito, che non sar&amp;agrave; accolta, anche se nel suo complesso la legge votata &amp;laquo;dal Parlamento su proposta del governo nel febbraio 2000 corrisponde quasi del tutto al progetto elaborato dai cc e presentato dal comandante, gen. Federici nell&amp;rsquo;intervista concessa all&amp;rsquo;ex collega L. Caligaris (per un periodo eurodeputato Fi) su &amp;ldquo;Epoca&amp;rdquo;, del 27/4/93, pp. 121-125&amp;raquo; (Palidda, op. cit., p. 86 n. 14). Pare che l&amp;rsquo;ormai ex comandante generale dell&amp;rsquo;Arma Luigi Federici non apprezzasse affatto la pur lieve licenza che Governo e Parlamento si erano concessi e proprio in quel febbraio espresse il suo disappunto: &amp;laquo;Questo governo deve spiegare l&amp;rsquo;aberrazione che un generale di corpo d&amp;rsquo;armata [dei Carabinieri] non possa concorrere con quelli dell&amp;rsquo;Esercito al comando dell&amp;rsquo;Arma&amp;raquo; (Liana Milella, &lt;i&gt;Quella lobby ostile alla riforma&lt;/i&gt;, in &lt;i&gt;la Repubblica&lt;/i&gt;, 3 aprile 2000). L&amp;rsquo;&amp;laquo;aberrazione&amp;raquo; venne sanata nella legislatura successiva.&lt;/p&gt;
			&lt;/div&gt;
			&lt;div id=&quot;ftn24&quot;&gt;
				&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn24&quot; href=&quot;#_ftnref24&quot;&gt;[24]&lt;/a&gt; Violante, op. cit., p. 132.&lt;/p&gt;
			&lt;/div&gt;
		&lt;/div&gt;</text_more></entry>
<entry id='2375' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2375' author_id='1' authored_on='20070913001948' basename='babsi_jones_da_sappiano_le_mie_parole_di_sangue' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='0' created_on='20070913001948' modified_on='20070913003520' ping_count='0' status='2' title='Babsi Jones: da SAPPIANO LE MIE PAROLE DI SANGUE' week_number='200737'><excerpt>di &lt;b&gt;Babsi Jones&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;babsicoverrcsmini.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/babsicoverrcsmini.jpg&quot; width=&quot;48&quot; height=&quot;73&quot; border=&quot;0&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt;&lt;i&gt;[Pubblichiamo uno stralcio da &lt;/i&gt;Sappiano le mie parole di sangue&lt;i&gt;, il quasiromanzo di Babsi Jones: torneremo a scrivere, di questo sconcertante reportage dall&apos;umano, libro di guerra esteriore e interiore, compendio dell&apos;alienazione brutale e brutale confessione di chi ha il coraggio di mettersi a nudo...]&lt;/i&gt;</excerpt><text>&lt;br&gt;&lt;a href=&quot;http://slmpds.net&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;babsicoverrcs.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/babsicoverrcs.jpg&quot; width=&quot;130&quot; height=&quot;198&quot; border=&quot;0&quot; hspace=6 vspace=2 align=left /&gt;&lt;/a&gt;di &lt;a href=&quot;http://slmpds.net/babsi/&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Babsi Jones&lt;/a&gt;&lt;p&gt;&lt;span class=smalltext&gt;[E&apos; in libreria &lt;img alt=&quot;frecciabr.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot; width=&quot;9&quot; height=&quot;9&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;baseline&quot; /&gt; &lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/BIT/8817017655/ASI/342781&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Sappiano le mie parole di sangue&lt;/a&gt; (Rizzoli 24/7, 16.50 euro), il quasiromanzo di &lt;a href=&quot;http://slmpds.net/babsi/&quot; target=_new&quot;&gt;Babsi Jones&lt;/a&gt;. Ne pubblichiamo uno stralcio: torneremo a scrivere, di questo sconcertante reportage dall&apos;umano, libro di guerra esteriore e interiore, compendio dell&apos;alienazione brutale e brutale confessione di chi ha il coraggio di mettersi a nudo, chiedendo una risposta al suo assalto in forma di visione aperta e quasi insostenibile. Per il momento, oltre al brano che riproduciamo di seguito, vi invitiamo a visitare &lt;a href=&quot;http://slmpds.net&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;il sito del libro&lt;/a&gt;, che è una zona Web labirintica quanto l&apos;Amazzonia, un&apos;esperienza artistica di Rete in cui il testo deborda per immagini, scrapbook, booktrailer, mp3, citazioni, documenti, analisi - si entra e si fatica a uscirne. gg]&lt;/span&gt;
&lt;p&gt;
Terzo piano.&lt;br&gt;
Entro a caso in un appartamento.&lt;br&gt;
Muri su muri su muri su muri.&lt;br&gt;
Li tocco.&lt;br&gt;
Dovrebbero raccontare qualcosa di me, Direttore: perciò li ho ritratti con la
Nikon che mi hai regalato. A questo sono ridotta: a far parlare in mia vece
fenditure, fessure, cemento, crepe, calce e calcina, e mattoni spolpati. Qualche
particella di ferro già divorata dalla ruggine.
&lt;br&gt;&lt;br&gt;</text><text_more>Quattro muri: sempre gli stessi, e sempre diversi; come distinguere un muro
in caduta da un altro, come classificare macerie e spoglie edili, come schedare
questi toni di grigio; come scindere la mia solitudine in isolamento, assenza,
rifiuto, torpore, inquietudine, autismo, frustrazione, paura, panico. I mille gradi
di un assedio, le mille stanze di questo condominio: sono una specialista,
oramai, a declinare queste sottigliezze calcinate, questi fremiti sassosi, queste
pignatte imbrattate in lavelli abbandonati, questi mobili stritolati. La mia è
un&apos;esegesi dell&apos;infimo: il mestiere che ho scelto è tenere aggiornato un archivio
di finali, di rovine, di disfatte e tracolli.&lt;br&gt;
Il reporter di guerra, che segua intrepidamente l&apos;azione militare o si inventi
imponenti panzane da trincea seduto a sorseggiare una birra nella hall di un
albergo predisposto ad accogliere la stampa a centinaia di chilometri dal fronte,
dalla sua ha un vantaggio: dita sciolte e un minimo di cognizione geopolitica, se
compare una notizia che regge, la dà in pasto all&apos;opinione pubblica: sa
perfettamente che &lt;i&gt;il primo lancio di agenzia è quello che conta.&lt;/i&gt; Il suo pezzo ti
arriva in tempo reale: merce pronta al consumo che presenta e illustra i feriti e
i salvati, gli innocenti e gli infami. A grandissime linee.&lt;br&gt;
Il percorso dello scrittore è diverso: nello stato di assedio, nel conflitto
insoluto, nell&apos;intramontabile pogrom, nella guerra civile che ha più nomi di
quanti si possano enumerare o distinguere, lo scrittore si adagia; le sue frasi
affiorano lentamente, come cisti, come ascessi maligni; il tempo per ripensarle,
nelle stanze scelte a caso, di notte, è un tempo rischioso e nigrescente; parola
per parola per parola per parola: una monotona emorragia semantica mi
consuma. Si sospendono di colpo, in certe ore, in certe stanze più ripugnanti
delle altre; poi il flusso riprende: parola per parola per parola, la piaga verbale
infettata spurga e mi spossa.&lt;br&gt;
Privata dell&apos;azione, non ho immagini a cui far riferimento che non siano i
mattoni scheggiati e le carogne dei cani. Non descrivo, scrivendo: non so
quando verrò letta, non so se mai verrò letta, e il tempo che mi avanza per trovare una risposta - &lt;i&gt;cosa faccio io qui? &lt;/i&gt;- mi curva le ossa in forme inusuali,
anarcoidi e rigide.&lt;br&gt;
Non mi importa di quello che pensi, Direttore: non mi credi, e non mi darai
credito. Le parole si stendono sulla carta contro ogni evidenza, e procedo: non
è il genio né il talento a condurmi. É l&apos;accanimento fermo che è proprio di un
muro.&lt;br&gt;
In questo sovrumano budello, migliaia di cunicoli in cui larve e dannati
entrano in collisione sottoterra, questi tunnel e questi corridoi diroccati da cui
sporgono a casaccio mani sporche e fiammelle fioche, io ci abito e scrivo.
Procedo per tentativi, tutti incoerenti; mi aggrappo a ogni illusione ottica, a
ogni nientitudine: polvere, scaglie, lembi, fessure e spaccature.&lt;br&gt;
Muri su muri su muri su muri: ci appoggio le mani. La loro fragilità umiliante
mi inquieta; la loro robustezza rugosa mi riempie e mi rincuora.
Mi è rimasta una lingua dura come la pietra; faccio appello alla mia ultima
risorsa: la resistenza, la sclerosi. Il migliore dei muri possibili: ecco cosa sono
venuta a cercare, qui.&lt;br&gt;
Questa stanza non aveva una porta; un tappeto sfinito dal fuoco copre a
stento il &lt;i&gt;parquet &lt;/i&gt;smantellato, sotto le cui liste si organizzano strani cavi ferrosi;
il divano, trascinato nel mezzo del locale per svitare le lampadine e rubarle, è
intatto. Una bambola, capelli di nylon dorati e una veste ottocentesca, sta
seduta composta; un bulbo oculare di vetroresina ciondola fuori dallorbita:
dentro è cava; un guscio umanoide. La finestra è rivestita da strati di carta da
pacco; una lametta ci ha inciso: &lt;i&gt;SI SAREBBERO SALVATI SOLI.&lt;/i&gt;&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;br&gt;</text_more></entry>
<entry id='2376' allow_comments='0' allow_pings='0' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2376' author_id='18' authored_on='20070915105329' basename='la_sventurata_rispose_la_sinistra_e_lordine_pubblico_2' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='0' created_on='20070915105329' modified_on='20071005014426' ping_count='0' status='2' title='La sventurata rispose. La Sinistra e l&apos;Ordine pubblico (2)' week_number='200737'><excerpt>&lt;b&gt;di G. e R. De Caro&lt;br&gt;
				&lt;img alt=&quot;pennacchio.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/pennacchio.jpg&quot; width=&quot;43&quot; height=&quot;66&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;right&quot; hspace=&quot;2&quot; vspace=&quot;1&quot;/&gt;
			&lt;/b&gt;La Polizia avvert&amp;igrave; troppo tardi l&amp;rsquo;inconfondibile fetore del tradimento, ma non si arrese senza combattere. Il 12 gennaio 2000, a Roma, nella Sala del Refettorio di Palazzo San Macuto, uno dei locali che dipendono dalla Camera dei Deputati, i comunisti italiani ospitarono un Convegno dell&amp;rsquo;Associazione Nazionale Funzionari di Polizia&lt;/i&gt;...</excerpt><text>		&lt;p&gt;&lt;b&gt;di Gaspare De Caro e Roberto De Caro&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
		&lt;img alt=&quot;pennacchio.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/pennacchio.jpg&quot; width=&quot;118&quot; height=&quot;180&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;10&quot; vspace=&quot;1&quot;/&gt;
		&lt;p&gt;&lt;b&gt;4. Pene d&amp;rsquo;amor perdute&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
			La Polizia avvert&amp;igrave; troppo tardi l&amp;rsquo;inconfondibile fetore del tradimento, ma non si arrese senza combattere. Il 12 gennaio 2000, a Roma, nella Sala del Refettorio di Palazzo San Macuto, uno dei locali che dipendono dalla Camera dei Deputati, i comunisti italiani ospitarono un Convegno dell&amp;rsquo;Associazione Nazionale Funzionari di Polizia (ANFP) su &quot;Democrazia, equilibri istituzionali e cultura della sicurezza civile. Commento all&amp;rsquo;Atto Camera n. 6249 (Riforma Forze di Polizia e coordinamento)&quot;. Gli atti del Convegno costituiscono una testimonianza fondamentale per la comprensione della genesi e della natura della riforma che in materia di ordine pubblico i governi di centrosinistra hanno regalato agli italiani.&lt;/p&gt;</text><text_more>		&lt;p&gt;Al convegno&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref25&quot; href=&quot;#_ftn25&quot;&gt;[25]&lt;/a&gt; parteciparono ed intervennero, oltre a Giovanni Aliqu&amp;ograve; e Carlo Morselli, rispettivamente segretario e presidente dell&amp;rsquo;ANFP, i deputati Paolo Palma (PPI) e Elvio Ruffino (DS), relatori del disegno di legge, Tullio Grimaldi e Giovanni Meloni (PDCI), Mario Tassone (misto-CDU), Tiziana Parenti (misto-SDI), Paolo Cento (Verdi), il senatore Alberto Maritati, sottosegretario al ministero dell&amp;rsquo;Interno, il prefetto Vincenzo Grimaldi, vice capo della Polizia, il questore di Bologna Domenico Bagnato, gi&amp;agrave; presidente dell&amp;rsquo;ANFP, Ennio De Francesco, dirigente dell&amp;rsquo;Unit&amp;agrave; nazionale Europol e, cos&amp;igrave; lo presenta Aliqu&amp;ograve;, uno dei &amp;laquo;protagonisti della riforma della Polizia di Stato e tra i precursori dei valori della Legge 121/81&amp;raquo;. Una partecipazione quindi molto qualificata e direttamente interessata anche sul piano strettamente procedurale.&lt;br&gt;
			I temi centrali della discussione vengono immediatamente elencati da Morselli:&lt;/p&gt;
		&lt;p&gt;&lt;/p&gt;
		&lt;blockquote&gt;
			&lt;font style=&quot;font-size:11px&quot;&gt;Che cosa ci preoccupa maggiormente in questo Atto Camera 6249? In primo luogo che sono sensibilmente snaturati i valori della legge 121 dell&amp;rsquo;81; che si pongono i presupposti per una futura dequalificazione dei quadri direttivi della Polizia di Stato, che le norme presentano palesi profili di incostituzionalit&amp;agrave; e, soprattutto, non si rinviene alcun positivo contributo a quella richiesta di sicurezza che viene da pi&amp;ugrave; parti.&lt;br&gt;
				L&amp;rsquo;Atto Camera 6249, inoltre, rafforza ulteriormente le competenze delle Forze di polizia a ordinamento militare, orientandole verso compiti estranei e parcellizzandone le dipendenze, secondo un modello che non trova riscontro in altri paesi industrializzati e di consolidata democrazia.&lt;/font&gt;&lt;/blockquote&gt;
		&lt;/p&gt;
		&lt;p&gt;Poi Aliqu&amp;ograve;, in un discorso importante sotto molti aspetti, evidentemente maturato in anni di riflessione e di battaglie sindacali, ma anche politiche e istituzionali, contro la deriva autoritaria prossima ventura, riprende ed amplia tutti i motivi di critica al disegno di legge. L&amp;rsquo;intervento del segretario dell&amp;rsquo;ANFP &#150;riportato nell&amp;rsquo;Allegato A &#150; sar&amp;agrave; il punto di partenza per lo sviluppo del dibattito e gli altri relatori vi faranno costante riferimento.&lt;br&gt;
			Un&amp;rsquo;analisi dettagliata degli Atti del Convegno, proprio per la sua ricchezza di contenuti e la sensazione di essere di fronte alla testimonianza di una svolta storica nella configurazione dello Stato italiano, richiederebbe almeno un intero libro. In questa sede &amp;egrave; per&amp;ograve; possibile e utile concentrarsi sulla questione centrale dibattuta, che &amp;egrave; n&amp;eacute; pi&amp;ugrave; n&amp;eacute; meno quella della consegna, tramite la legge sul riordino delle forze di polizia, di un potere incontrollato e incontrollabile nelle mani dell&amp;rsquo;Arma dei Carabinieri, che potrebbero quindi decidere a loro discrezione il grado di fedelt&amp;agrave; alle istituzioni e l&amp;rsquo;effettivo tasso di democrazia da concedere di volta in volta al Paese. E anche se ci&amp;ograve; non si ponesse subito in essere, la minaccia incomber&amp;agrave; per sempre, poich&amp;eacute;, come rileva l&amp;rsquo;onorevole Parenti,&lt;/p&gt;
		&lt;p&gt;&lt;/p&gt;
		&lt;blockquote&gt;
			&lt;font style=&quot;font-size:11px&quot;&gt;quando noi creiamo le regole, non le creiamo per oggi e non le dobbiamo creare fidandoci delle persone. Perch&amp;eacute; oggi diventa presto domani e le persone, quando hanno acquisito un potere autoreferenziale, come in questo caso, diventano diverse da quelle di oggi. E i poteri autoreferenziali sono sempre stati una minaccia per la democrazia, sono sempre stati una minaccia per la stabilit&amp;agrave; dello Stato. Ancor pi&amp;ugrave;, a un &amp;laquo;esercito&amp;raquo; dotato organicamente, strutturalmente di forze cos&amp;igrave; rilevanti, si dice che &amp;egrave; un obiettivo militare la difesa delle istituzioni, come se le istituzioni fossero un obiettivo militare.&lt;br&gt;
				Perch&amp;eacute; cos&amp;igrave; &amp;egrave; scritto: &amp;egrave; un obiettivo militare difendere le istituzioni, &amp;egrave; un obiettivo militare difendere i cittadini in caso di calamit&amp;agrave;. Io credo obiettivamente che una ventina di anni fa qualcuno ci avrebbe pensato di pi&amp;ugrave; prima di scrivere queste cose.&lt;br&gt;
				Poi seguono tutti i compiti: militari, militari, militari. Quindi noi abbiamo creato un quarto &amp;laquo;esercito&amp;raquo;, autonomo e autoreferenziale. Poi, naturalmente, dopodomani il Comandante sar&amp;agrave; dei Carabinieri; sarebbe singolare che fosse degli Alpini. Con un &amp;laquo;esercito&amp;raquo; cos&amp;igrave; strutturato e cos&amp;igrave; connotato, non vi sarebbe pi&amp;ugrave; alcuna valida ragione per mantenere estraneo il Comandante generale.&lt;br&gt;
				[&#x2026;] si &amp;egrave; creato questo quarto esercito autoreferenziale che ha non solo tutti i dettagliatissimi compiti militari, ma viene impiegato anche in ordine pubblico ed effettua le indagini giudiziarie.&lt;br&gt;
				Io credo che non esista alcun Paese in queste condizioni, se non quelli di qualche regime trucido, alla cilena di una volta. Perch&amp;eacute; in nessun Paese un &amp;laquo;esercito&amp;raquo; pu&amp;ograve; fare le indagini e occuparsi dell&amp;rsquo;ordine pubblico. Questo &amp;egrave; davvero un problema tanto per la sicurezza dello Stato che per la libert&amp;agrave; dei cittadini. Questo &amp;egrave; quello che prevede questa legge.&lt;br&gt;
				[&#x2026;] Ma c&amp;rsquo;&amp;egrave; ancora qualche cosa di pi&amp;ugrave;. Noi conosciamo l&amp;rsquo;Arma dei Carabinieri nella sua attuale strutturazione, ma, grazie all&amp;rsquo;Atto Camera 6249, i regolamenti interni dell&amp;rsquo;Arma dei Carabinieri &#150; quarto &amp;laquo;esercito&amp;raquo; autonomo e quindi forza autoreferenziale &#150; avranno forza fonte di legge primaria cos&amp;igrave; l&amp;rsquo;Arma potr&amp;agrave; autonomamente ristrutturarsi sul territorio. Obiettivamente sono sconcertata, anche da un punto di vista della legittimit&amp;agrave; costituzionale e della correttezza: nella scelta delle fonti del diritto. Mi chiedo se sia ammissibile che un corpo militare possa ristrutturarsi autonomamente e anche completamente attraverso un semplice regolamento, piuttosto che non con una legge dello Stato.&lt;br&gt;
				[&#x2026;] Leggevo oggi sul &lt;i&gt;Corriere della Sera&lt;/i&gt; la grande lamentela: non ci sono pi&amp;ugrave; i corpi speciali, che hanno una competenza nazionale. Ecco, perch&amp;eacute; sono stati eliminati i corpi speciali aventi una competenza nazionale? Perch&amp;eacute; davano luogo a forti deviazioni in quanto rispondevano solo a se stessi. Figuriamoci cosa succeder&amp;agrave; con un intero &amp;laquo;esercito&amp;raquo; che risponde solamente a se stesso.&lt;br&gt;
				Tutti gli organi autoreferenziali sono organi particolarmente a rischio. Nella Costituente di 50 anni fa fu affrontato comunemente questo problema della pericolosit&amp;agrave; di tutto ci&amp;ograve; che si forma autonomo e quindi irresponsabile, rispetto all&amp;rsquo;ordinamento dello Stato, allorquando si parlava della magistratura e del pubblico ministero. Figuriamoci in questo caso.&lt;br&gt;
				[&#x2026;] A un certo punto ci si chiede a che cosa serve una riforma dello Stato, perch&amp;eacute; questa &amp;egrave; una riforma dello Stato, le Forze di polizia sono una parte importante dello Stato.&lt;/font&gt;&lt;/blockquote&gt;
		&lt;/p&gt;
		&lt;p&gt;L&amp;rsquo;intervento di Parenti &#150; che insieme a Tassone aveva gi&amp;agrave; espresso sia alle Commissioni sia in assemblea alla Camera (ma a suo dire e come effettivamente sar&amp;agrave;, &amp;laquo;assolutamente in modo inutile&amp;raquo;) i propri dubbi in merito all&amp;rsquo;art. 1 della legge &#150; scuote il governativo Cento almeno quanto scuote noi, ma forse, per ragioni pi&amp;ugrave; che comprensibili, anche un po&amp;rsquo; di pi&amp;ugrave;. Il deputato sembra rendersi conto dell&amp;rsquo;orrendo Golem che la Sinistra sta creando a tambur battente. Sembra sinceramente sorpreso e spaventato dalla sbrigativa superficialit&amp;agrave; con la quale sono state liquidate da mesi tutte le critiche, in special modo degradando a mere rivendicazioni sindacali e di corpo le obiezioni sollevate dai funzionari di polizia:&lt;/p&gt;
		&lt;p&gt;&lt;/p&gt;
		&lt;blockquote&gt;
			&lt;font style=&quot;font-size:11px&quot;&gt;Credo che questo convegno, se pu&amp;ograve; produrre un effetto politico, al di l&amp;agrave; delle analisi e delle discussioni, &amp;egrave; quello di creare una pausa di riflessione e un ulteriore elemento di discussione nella maggioranza per poi individuare la strada da percorrere in ambito parlamentare, con lo stralcio di alcuni articoli, come veniva accennato anche prima.&lt;br&gt;
				Riprendere il testo, fermandolo, aspettando che la riflessione produca risultati migliori. Ho visto una proposta di legge specifica dell&amp;rsquo;on.le Carotti che entra nel merito e affronta alcune particolarit&amp;agrave;. Vi sono alcuni emendamenti condivisi, credo anche dal relatore, relativi a ci&amp;ograve; che riguarda aspetti specifici della carriera, dell&amp;rsquo;accesso alla carriera, delle riserve di quota nei concorsi. Quelli sono aspetti importanti, ma marginali rispetto alla sostanza del problema politico che il convegno di oggi pone, alla sostanza dell&amp;rsquo;equilibrio dei rapporti tra le diverse forze e istituzioni in campo.&lt;/font&gt;&lt;/blockquote&gt;
		&lt;/p&gt;
		&lt;p&gt;Lo stupore dell&amp;rsquo;onorevole Cento per ci&amp;ograve; che si sta compiendo &amp;egrave; tanto maggiore quanto pi&amp;ugrave; si prende coscienza che tutto ci&amp;ograve; &amp;egrave; promosso e sta passando in Parlamento non con un governo di Destra con a capo Licio Gelli, come sarebbe logico pensare, ma con un governo amico, di centrosinistra, che si conosce pieno di tormenti progressisti, di sincere afflizioni democratiche, di non comune senso dello Stato. E inoltre, checch&amp;eacute; Cento ne dica, se qualche residua obiezione viene ancora tenacemente e coraggiosamente avanzata, &amp;egrave; soprattutto grazie ad alcuni deputati dell&amp;rsquo;opposizione, i quali a volte, come nel caso di Tiziana Parenti, sono addirittura bollati dalla vulgata del Transatlantico e dalla propaganda di Sinistra come reazionari venduti al &amp;laquo;mafioso di Arcore&amp;raquo;. L&amp;rsquo;onorevole Cento si esibisce quindi in un patetico e confuso esercizio apotropaico, che come sappiamo non sortir&amp;agrave; alcuna ribellione tra le compatte file dei silenziosi e ubbidienti sherpa democratici. &amp;Egrave; un reiterato e crescente epicedio che merita riportare, a riprova che in questa storia non ci sono innocenti e chi voleva sapere, sapeva:&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref26&quot; href=&quot;#_ftn26&quot;&gt;[26]&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
		&lt;p&gt;&lt;/p&gt;
		&lt;blockquote&gt;
			&lt;font style=&quot;font-size:11px&quot;&gt;&amp;Egrave; stata messa faticosamente, ma credo in maniera meritoria, al centro dell&amp;rsquo;attenzione nel dibattito politico-parlamentare una proposta di legge che, bisogna ammetterlo, &amp;egrave; stata sottovalutata nel confronto tra le forze politiche e che non ha avuto nella fase precedente sufficiente approfondimento. L&amp;rsquo;iter, purtroppo, &amp;egrave; molto avanzato. Il testo &amp;egrave; stato approvato in Senato ed &amp;egrave; arrivato a buon punto anche alla Camera. Molti emendamenti che potevano in qualche modo cambiare il corso di questa proposta sono gi&amp;agrave; stati respinti nel corso del dibattito a Montecitorio. &amp;Egrave; evidente che grazie alla mobilitazione, all&amp;rsquo;iniziativa dell&amp;rsquo;Associazione Nazionale Funzionari di Polizia e anche a questo dibattito, io credo che all&amp;rsquo;interno delle forze politiche, specie quelle di maggioranza &#150; e di questo penso che il Relatore dovr&amp;agrave; tenerne conto &#150; che hanno espresso qui un&amp;rsquo;opinione documentata e di merito sia emersa con forza la necessit&amp;agrave; che prima di ritornare in aula a Montecitorio per il prosieguo dell&amp;rsquo;iter parlamentare, su questa proposta vi sia una pausa di riflessione e anche una riunione all&amp;rsquo;interno delle forze politiche di maggioranza di centro-sinistra.&lt;br&gt;
				[&#x2026;] Non &amp;egrave; pensabile che un provvedimento su cui si sono registrati interventi di dissenso cos&amp;igrave; autorevoli all&amp;rsquo;interno della maggioranza che sostiene il Governo, possano essere ignorati in relazione alle conseguenze che un errore di valutazione politica rispetto agli effetti che questo provvedimento, se approvato, potrebbe determinare anche negli equilibri delle diverse forze militari e di polizia in campo.&lt;br&gt;
				[&#x2026;] Certamente il Governo, nel momento in cui presenta questa proposta, &amp;egrave; spinto dalle migliori intenzioni, ma probabilmente non ha tenuto conto dei possibili effetti nella gestione quotidiana dell&amp;rsquo;ordine pubblico, del turbamento dell&amp;rsquo;equilibrio tra le diverse forze che se ne occupano nel nostro Paese.&lt;br&gt;
				Non parliamo, poi, del rapporto con quelli che sono i vertici della struttura militare e dell&amp;rsquo;apparato propriamente militare del nostro Stato, anch&amp;rsquo;esso oggetto di una profonda riforma che a me fa residuare qualche preoccupazione [&#x2026;]. Credo, perci&amp;ograve;, che si renda necessario (e come Verdi lo proporr&amp;ograve; anche a chi materialmente per il mio gruppo parlamentare ha seguito il testo in Commissione Affari Costituzionali) porre il problema di una verifica politica all&amp;rsquo;interno della maggioranza.&lt;br&gt;
				Questa nostra preoccupazione, ci siamo accorti oggi, non &amp;egrave; solitaria, non proviene solo da chi &amp;egrave; portato a guardare alla realt&amp;agrave; da una particolare ottica ma &amp;egrave; forte e condivisa anche da rappresentanti di altre forze politiche presenti in Parlamento e che compongono la maggioranza.&lt;br&gt;
				[&#x2026;] Se fino alla discussione fatta alla Camera a dicembre si poteva dire da parte di chi non conosceva nello specifico gli effetti dei singoli articoli, che era un problema della Commissione di merito e che non si conoscevano o comunque non si erano valutati a pieno gli effetti e le conseguenze che questa proposta sta determinando, oggi questo non &amp;egrave; pi&amp;ugrave; possibile dirlo.&lt;br&gt;
				[&#x2026;] come si pu&amp;ograve; mandare avanti una proposta di riforma che ha questi effetti e crea questo contrasto in uno dei settori fondamentali per il funzionamento delle Forze di polizia, quello civile, e suscita perplessit&amp;agrave; anche, come giustamente ricordava il dott. Aliqu&amp;ograve;, all&amp;rsquo;interno della stessa Arma dei Carabinieri? [&#x2026;] Come si pu&amp;ograve; pensare che una riforma di questa portata, che produce queste conseguenze, che trova perplessit&amp;agrave; se non avversit&amp;agrave; da parte di chi poi, materialmente, dovr&amp;agrave; dirigere la nuova fase prevista dalla legge quando sar&amp;agrave; approvata, come si pu&amp;ograve; pensare di farlo senza tener conto di osservazioni, proposte e controproposte che vengono fatte?&lt;br&gt;
				[&#x2026;] si faccia una pausa di riflessione; non si pu&amp;ograve; continuare nell&amp;rsquo;iter parlamentare in aula, come se niente fosse accaduto e come se questo dibattito e tutti gli scambi di opinioni che lo hanno preceduto non si fossero mai verificati. Non possiamo superare o pensare di risolvere i nostri dubbi con un semplice richiamo alla disciplina di maggioranza. Su queste questioni credo che l&amp;rsquo;approfondimento sia necessario e anche modifiche sostanziali, se non addirittura stralci rispetto a ci&amp;ograve; che ci viene proposto e c&amp;rsquo;&amp;egrave; stato demandato dal testo del Senato.&lt;/font&gt;&lt;/blockquote&gt;
		&lt;/p&gt;
		&lt;p&gt;&amp;laquo;Le migliori intenzioni&amp;raquo; della maggioranza rimasero le migliori. La Destra dal canto suo, incassata la bella figura istituzionale di alcuni dei suoi membri, si guarder&amp;agrave; bene dall&amp;rsquo;approfondire l&amp;rsquo;argomento e, come per i bombardamenti in Serbia, contribuir&amp;agrave; in Parlamento a stendere il tappeto rosso preparato dalla Sinistra per i benemeriti generali dell&amp;rsquo;Arma. [2. &lt;a href=http://www.carmillaonline.com/archives/2007/09/002383.html&gt;continua&lt;/a&gt;. Le altre puntate &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/cgi-bin/mt-search.cgi?IncludeBlogs=2&amp;amp;search=%22La+Sinistra+e+l%27Ordine+pubblico+%28%22&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;]&lt;/p&gt;
		&lt;p&gt;&lt;/p&gt;
		&lt;div&gt;
			&lt;hr align=&quot;left&quot; size=&quot;1&quot; width=&quot;33%&quot;&gt;
			&lt;div id=&quot;ftn1&quot;&gt;
				&lt;div&gt;
					&lt;div id=&quot;ftn25&quot;&gt;
						&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn25&quot; href=&quot;#_ftnref25&quot;&gt;[25]&lt;/a&gt; La trascrizione degli interventi registrati (non revisionata dagli intervenuti) si pu&amp;ograve; leggere su Internet all&amp;rsquo;indirizzo &lt;i&gt;www.uni.net/anfp/conv1212000.htm&lt;/i&gt;.&lt;/p&gt;
					&lt;/div&gt;
					&lt;div id=&quot;ftn26&quot;&gt;
						&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn26&quot; href=&quot;#_ftnref26&quot;&gt;[26]&lt;/a&gt; Tiziana Parenti prende consapevolmente e definitivamente le distanze dalle conseguenze future dell&amp;rsquo;applicazione della legge, rifiutando qualsiasi responsabilit&amp;agrave;, anche velata, di complicit&amp;agrave; con il Governo: &amp;laquo;Qualcuno ha detto che il Paese non &amp;egrave; ancora preparato a questo ulteriore passo. Il Paese, in realt&amp;agrave;, non se ne accorgerebbe neppure. Diciamo la verit&amp;agrave;. Non si &amp;egrave; accorto di una Legge cos&amp;igrave; importante perch&amp;eacute; nessuno ha portato alla ribalta il problema. [&#x2026;] Vi ringrazio di questo convegno, sicuramente interessante. Ho qui espresso, con molta sincerit&amp;agrave;, le mie preoccupazioni che avevo esplicitato anche in aula, assolutamente in modo inutile, ma ci&amp;ograve; non toglie che &amp;egrave; necessario che ciascuno faccia la sua parte e che poi ciascuno si assuma la sua responsabilit&amp;agrave;, ammesso che ci si ricordi, perch&amp;eacute; in questo Paese poi succede che nessuno c&amp;rsquo;era mai e che nessuno si ricorda mai di niente&amp;raquo;.&lt;/p&gt;
					&lt;/div&gt;
				&lt;/div&gt;
			&lt;/div&gt;
		&lt;/div&gt;</text_more></entry>
<entry id='2377' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2377' author_id='4' authored_on='20070913034431' basename='perch_ci_odiano' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070913034431' modified_on='20070925200125' ping_count='0' status='2' title='Perché ci odiano' week_number='200737'><text>di &lt;b&gt;Ward Churchill&lt;/b&gt;, a cura di &lt;b&gt;Alberto Prunetti&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;NicaraguaStrage.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/NicaraguaStrage.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;172&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;&lt;i&gt;SPECIALE SULL&apos;11 SETTEMBRE&lt;/i&gt;
&lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2007/09/002371.html#002371&quot;&gt;L&apos;intervento di Valerio Evangelisti&lt;/a&gt;
&lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2007/09/002373.html#002373&quot;&gt;L&apos;intervento di Giuseppe Genna&lt;/a&gt;

Chiedetelo agli iracheni, 
a  quel milione e trecento mila morti tra le due guerre del golfo, assassinati dalle sanzioni economiche;
alle 150mila vittime collaterali, bombardate dagli aerei statunitensi nella prima guerra del golfo;
ai 77 mila civili ammazzati a partire dalla seconda guerra del golfo;
ai soldati, perlopiù coscritti, macellati a migliaia sull&lt;i&gt;autostrada della morte&lt;/i&gt;;
a quei 10mila uccisi a Basra 24 ore dopo che il cessate il fuoco era stato proclamato;
ai migliaia di anonimi sepolti vivi nella sabbia del deserto, che invocavano pietà davanti ai buldozer con la bandiera a stelle e strisce.</text><text_more>Chiedetelo ai palestinesi, 
che ancora inciampano nelle &lt;i&gt;cluster bombs&lt;/i&gt; fabbricate negli USA;
ai ragazzini che lanciano pietre contro le pallottole dei fucili M16 fabbricate nella terra dello zio Sam;
ai centinaia massacrati a Sabra e Chatila dallesercito del primo alleato dAmerica.

Chiedetelo ai latinoamericani,
ai guatemaltechi, sterminati in 300mila dopo che la CIA distrusse il governo eletto nel 1954 per insediare una brutale giunta militare che garantiva le multinazionali stelle e strisce;
ai 30 mila desaparecidos argentini, ai cileni torturati dagli sgherri di Pinochet col consenso della Casa Bianca, a tutti quelli seviziati dal piano Condor, a chi ha perso la propria vita sotto il fuoco dei &lt;i&gt;contras&lt;/i&gt; addestrati negli USA.

Chiedetelo agli asiatici,
agli indonesiani, a quel milione di vittime del colpo di stato sponsorizzato dalla CIA;
ai tre milioni di indocinesi, sterminati nel corso di una campagna più che decennale contro Vietnam, Laos e Cambogia; a quelli con le carni bruciate dal napalm, ai seviziati e derisi;
ai giapponesi, alle migliaia di civili bruciati vivi in maniera deliberata e sistematica nei raid contro Tokio; a quelli vaporizzati a Hiroshima e Nagasaki, non per scopi militari, ma per dimostrare le potenzialità letali del mostro bellico nordamericano a chi volesse mettere in discussione il suo primato postbellico.

Chiedetelo ai nordamericani,
ai nativi indiani, alle donne, ai vecchi e ai bambini raccolti in una fossa comune dopo il massacro di Wounded Knee del 1890; 
alle decine di migliaia di indigeni uccisi per sport o per raccogliere i loro scalpi; a quelli caduti a migliaia nelle marce della morte, nei sentieri delle lacrime, nelle dislocazioni forzate in punta di baionetta, al solo fine di liberare le loro terre per consegnarle a una pretesa razza superiore arrivata dal nord dellEuropa; ai milioni di indiani ammazzati dal vaiolo, diffuso ad arte con coperte infette nel più democratico e liberale dei paesi.

Chiedetelo agli africani, a quella carne nera martirizzata nel commercio atlantico di schiavi, ai milioni che si sono spenti lentamente nelle navi, a quelli frustati a morte o sbranati dai cani dopo essere stati venduti in unasta pubblica del libero mercato del nuovo mondo; a quelli dilaniati dopo che la schiavitù era stata formalmente abolita nel paese dei coraggiosi, alle migliaia di linciati dal Klu Klux Klan perché non volevano stare al loro posto; 

Chiedetelo a tutti gli immigrati nel Nuovo Mondo, ai milioni di &lt;i&gt;coolies&lt;/i&gt; cinesi ingoiati dalle miniere, sepolti lungo il cammino delle ferrovie in costruzione;  chiedetelo agli italiani, consegnati al ghetto e ai campi di lavoro migranti per alimentare il miracolo economico americano, di tanto in tanto usati come capri espiatori per le necessità della propaganda che si inventa nemici e criminali; chiedetelo agli ispanoamericani, giustiziati il sabato sera per noia o per odio da qualche adolescente che non ha bisogno di andare fino in Iraq  a lanciare missili al sicuro riparo del terminale di un computer e massacrare sconosciuti mai visti a centinaia di chilometri di distanza  per essere chiamato eroe.

Chiedetelo a tutti loro. Come potrebbero non odiarvi?

[&lt;i&gt;Queste righe sono una traduzione/rielaborazione di un breve saggio del nativo nordamericano Ward Churchill&lt;/i&gt;, The Ghosts of 9-11, &lt;i&gt;contenuto nel volume&lt;/i&gt; On the Justice of Roosting Chickens, &lt;i&gt;(Edinburgh, AKPress, 2003). Le fonti delle cifre delle vittime sono indicate nelle note in calce al suddetto capitolo, nelle pp. 26-37&lt;/i&gt;]  (&lt;b&gt;A.P.&lt;/b&gt;)

</text_more></entry>
<entry id='2378' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2378' author_id='4' authored_on='20070915030007' basename='la_piazza_maggiore' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070915030007' modified_on='20070915030043' ping_count='0' status='2' title='La Piazza è Maggiore' week_number='200737'><text>di &lt;b&gt;Tito Pulsinelli&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;VaffanculoDay.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/VaffanculoDay.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;90&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;La folla che ha colmato Piazza Maggiore a Bologna ha generato il suo primo effetto collaterale di rilievo. I forgiatori professionali di opinione pubblica, i commentatori che ricamano laria, gli intervistati full time e a progetto, hanno scoperto due parole magiche per il nuovo gergo da massificare. 
Nel &lt;i&gt;prêt-a-porter&lt;/i&gt; dellautunno-inverno impazzeranno la anti-politica e il populismo che  dopo la sua gran auge nella cronaca internazionale - viene ora lanciato sulle bancarelle italiane. Due fragili barriere semantiche dei nuovi pompieri, inadatte a narcotizzare logica e significati.</text><text_more>Antipolitica? Assomiglia come un gemello siamese allanti-americanismo. Sei contro il lancio di una bomba di 500 chili su di un quartiere periferico, allora sei filoterrorista e  ovviamente - anti-americano. Idem se - magari per reminiscenze culturali umaniste o paleocristiane - non ti garbano le torture o lesportazione a mano armata dei diritti umani.
Insomma, chi tocca i politici muore, ma questo non significa affatto che uno è anche contrario allelettricità! Semmai è preoccupante lautomatismo con cui tentano di avallare lequazione politicanti di professione=la politica (sic).
Tutto quel che accade al di fuori degli evanescenti apparati e del raggio dinazione dei nanopolitici, si è convenuto definire all&apos;unisono come antipolitica populista. 

La spocchia e larroganza di questo ceto vizioso è sempre stata eccessiva, però ora rasentano la schizofrenia, e si rifugiano in un mondo immaginario, dove il loro gergo sterile convince solo Bruno Vespa e i suoi colleghi della carta stampata. La vita quotidiana, però, non è un programma di intrattenimento, così come la società non è sinonimo di mercato. La cittadinanza non può esere ridotta a elettorato o a votazioni. Cittadino non è lequivalente di consumatore. Questo è il punto.

E vero che è passato molto tempo da quando ai cittadini di Atene si chiedeva se bisognava fare la guerra a Sparta o no. Ciononostante, la democrazia è pur sempre qualcosina di diverso da questa sgangherata democrazia rappresentativa, che periodicamente scaturisce dal ritualismo delle urne. Questa routine notarile sta in pugno ai moderni rackets cha trasformano il consenso in privilegi corporativi minoritari.

I nanopolitici - escrescenze ossificate che credono di essere la politica - non si arrendono a una evidenza solare: è in crisi la rappresentanza, cioè non rappresentano più gli orientamenti degli strati maggioritari della società. Sono portavoce della ragion pura delleconomia, intesa come dogma e valore supremo, e degli interessi delle nuove élites eiaculate dal modello globalista. 
La politica è ormai un prodotto transgenico della monocoltivazione intensiva neoliberista, con la sua relativa sponda destra e sinistra, che convogliano nella medesima direzione le acque radioattive lasciate alle spalle dalle Borse e dallunipolarismo.

La rappresentanza è in crisi perché non cè diversificazione dellofferta. Non è un problema di linguaggi, di maniera di porsi, come sembrano credere gli stilisti dellapparenza che scrivono il copione scenico a Monsignor Veltroni e Padre Rutelli. 
Il problema è che cè un monoprodotto e troppi addetti alle vendite, e questa è una patologia tipica del sottosviluppo. Alla fine, non interessa più come si pubblicizza la confezione, e ai rappresentanti di commercio vengono chiuse le porte in faccia.
 
La politica sta perdendo il treno della rapresentanza perchè sta vivendo al di fuori del tempo e dello spazio, non conosce più la società esterna ai Palazzi e agli studi televisivi. E troppo diversa da come appare dai finestrini delle autoblu, o dalle descrizioni degli editorialisti, ed è sempre più restia a farsi interpretare. In Italia e altrove.
Se i rappresentanti non sanno più chi e che cosa rappresentare, non è solo per la loro boriosa mediocrità galoppante: è la crisi generale della democrazia rappresentativa. Sono sempre più attivi quegli stessi &quot;ottusi&quot;  che opposero un diniego alla Costituzione europea scritta a uso e consumo dei banchieri.

Una decina danni fa, in un villaggio alle porte di Città del Messico, le élites economiche e politiche decisero di costruire un Club di Golf, senza consultare nessuno. Si sa che per portare il progresso non è indispensabile il consenso, lo si porta e basta. Gli abitanti di Tepoztlan non la pensavano allo stesso modo, e si opposero con tenacia. Ostruirono laccesso al paese con barricate, occuparono il palazzo comunale, espulsero la polizia, chiusero lesattoria e organizzarono lautodifesa. Dissolsero il consiglio comunale, colpevole di aver concesso la licenza ai costruttori del Club di Golf, e indissero nuove elezioni. Tassativamente esclusi i partiti.
Lassemblea di ogni quartiere del villaggio designò un candidato. Tra questi vennero elette le nuove autorità.
Mentre politici, canali televisivi, redazioni, filosofi e cantastorie si accapigliavano per esecrare, dopo un anno di lotte comunitarie il Club non si costruì, e gli abitanti salvarono la scarsa acqua potabile. La democrazia  anche rappresentativa - non è un monopolio dei partiti.

In Venezuela, paese cui nellultimo triennio è stato sempre assegnato il Leon doro al populismo, ha una Costituzione che prevede il referendum revocatorio, che consente ai cittadini di poter mandare a casa  alla metà del loro mandato - sindaci, governatori, deputati e Presidente, quando il loro operato viene giudicato insufficiente. Non solo per corruzione o ladrocinio: anche se non stanno rispettando gli impegni assunti, o quando lavorano male.
E uno strumento che permette di limitare i danni e dimezzare il tempo a disposizione dei pigri, degli incapaci e dei disonesti. Chávez è stato sottoposto a questo tipo di referendum e lo vinse con ampio margine. I nanopolitici accetterebbero che i cittadini italiani dispongano di questo potere? Per ora, no. Ma il tempo stringe.

Il sistema dei partiti morì col finir del secolo, ora sta agonizzando lo spurio surrogato del bipartitismo, vale a dire quei due contenitori in cui si riciclano i frammenti e i calcinacci di quellimplosione. 
I due cartelli di sigle mutanti e interscambiabili che costituiscono la politica, ora si affannano a drammatizzare la scena e  scarmigliati - minacciano che dopo di noi il diluvio!. Tranquilli, non affannatevi, tanto nessuno si spaventa. 
Semplicemente sta tornando il tempo dei movimenti, delle iniziative dal basso, orizzontali, delle coalizioni sociali che si sedimentano attorno a obiettivi specifici e concreti. Che si dissolvono quando li hanno ottenuti, e che continuano a battersi sino a ottenerli.

</text_more></entry>
<entry id='2379' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2379' author_id='13' authored_on='20070915183039' basename='quarto_oggiaro_milano' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070915183039' modified_on='20070917113102' ping_count='0' status='2' title='Quarto Oggiaro, Milano' week_number='200737'><excerpt>di &lt;b&gt;G. De Michele&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;GBiondillo.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/GBiondillo.jpg&quot; width=&quot;48&quot; height=&quot;65&quot; border=&quot;0&quot; hspace=0 vspace=2 align=right /&gt;Un romanzo importante per capire come e perché, e quando Milano ha perso la sua anima. Perché Milano è l&apos;Italia: un paese alla deriva che ha perso il senso della distinzione tra bene e male.</excerpt><text>di &lt;b&gt;Girolamo De Michele&lt;/b&gt;&lt;img alt=&quot;GBiondillo.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/GBiondillo.jpg&quot; width=&quot;58&quot; height=&quot;79&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;

Su Gianni Biondillo e &lt;b&gt;Il giovane sbirro&lt;/b&gt; vedi le recensioni di &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2007/05/002248.html#002248&quot;&gt;Daniela Bandini&lt;/a&gt; su &lt;b&gt;Carmilla&lt;/b&gt; e di &lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/nandropausa12.htm#2&quot;&gt;Wu Ming 1&lt;/a&gt; su &lt;b&gt;Nandropausa&lt;/b&gt;

Potrebbe sembrare ad un critico disattento che con &lt;i&gt;Il giovane sbirro&lt;/i&gt; &lt;a href=&quot;http://www.radioalt.it/radioalt/news.asp?id=352&quot;&gt;Gianni Biondillo&lt;/a&gt; sia giunto alla terza (o quarta?) puntata del ciclo di Michele Ferraro (tutte edite da Guanda), poliziotto milanese con ascendenze meridionali e residenza a Quarto Oggiaro, un passato da rockettaro (tutti dati presenti nella biografia dellautore) e un matrimonio fallito alle spalle. Potrebbe: e allora Biondillo sarebbe lennesimo caso di giallo seriale  condito con una spruzzata di folklore locale e una miscela agrodolce, un punto damaro e mezzo di dolce, che fa dire del poliziesco tutto il male possibile a tanta critica blasonata. Bene: se simili critici esistono, peggio per loro.</text><text_more>&lt;img alt=&quot;IlGiovaneSbirro.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/IlGiovaneSbirro.jpg&quot; width=&quot;81&quot; height=&quot;125&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Perché snobbando questo architetto prestato alla letteratura perdono loccasione di leggere uno degli intellettuali più interessanti degli ultimi anni, uno che non avrà la pretesa di possedere le risposte, ma che ha la consapevolezza di porre le domande alle quali bisogna cercare risposte: che è, nelle battaglie delle idee, il compito fondamentale. Perché Biondillo scrive gialli? In fondo, perché ha bisogno di parlare di Milano, e dunque doveva di necessità creare un personaggio che attraversasse in lungo e in largo la città meneghina: «o minventavo un postino o scrivevo di un poliziotto», ha detto in unintervista. Michele Mic Ferraro nasce da questa esigenza, da questo nomadismo topografico: dalla necessità di perdersi nellattraversamento di una città, lunico modo per conoscere veramente la metropoli moderna. Per conoscere una città non basta più salire sulla  torre più alta e studiarne dallalto il disegno: bisogna immergersi nel fango e nello sporco delle sue strade, nei suoi &lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/watch?v=qbJJfwz8aQw&quot;&gt;quadri grigi e nelle sue luci gialle&lt;/a&gt;, nelle sue periferie costruite «come se chi ci entrava a vivere non avesse interesse alcuno se non quello di passare la notte al coperto». Per capire come e perché, e quando Milano ha perso la sua anima, ha smesso di ammirare le proprie bellezze nascoste che Mic custodisce nella memoria. Perché Milano è lItalia, e parlando di Milano Biondillo si interroga, eticamente (non ha detto qualcuno che larchitettura non è estetica, ma etica?) sulla deriva di un paese che ha perso non solo la capacità di dare senso la distinzione tra bene e male, ma anche la cognizione dellesistenza di quella differenza. E quale luogo può esemplificare meglio questa condizione se non il CPT di via Corelli, quale condizione umana esprime meglio questa perdita della capacità di dare un senso se non la condizione migrante? È per questo che Biondillo costruisce un libro nel quale due piani narrativi si rilegano in un unico volume: i singoli fascicoli delle schegge del passato di Ferraro, e il filo e la copertina dellallucinante (ma reale, anzi: proprio in quanto reale) vicenda di Kledy, &lt;img alt=&quot;papilQueen.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/papilQueen.jpg&quot; width=&quot;121&quot; height=&quot;79&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;albanese con regolare permesso di soggiorno deportato nel lager di via Corelli e costretto a misurarsi con larbitrio sadico dei più forti, assieme al buon Said, limmigrato innamorato a cui non rinnovano il permesso perché il suo padrone lo fa lavorare in nero, a Samir, a Emilian, il rumeno che torna a urlare quella frase  &lt;b&gt;SONO ANCORA VIVO, BASTARDI!&lt;/b&gt;  che ci entusiasmò in bocca a Steve McQueen, e che oggi non può che risuonare in chi getta tra le onde la propria vita aggrappato a un sacco: nel migrante. Eppure Biondillo sa che quella distinzione va ricreata, che bisogna ritrovare larte di dare i nomi alle cose per quello che sono. Ma come dire parole come giustizia e dignità, se non possiamo aggrapparci alla Verità? Perché, attenzione, non è che la verità non esista: il guaio è che esiste. E fa male: «la verità non è paziente. Trancia di netto come unascia impietosa il gomitolo, lo dimezza, lo frantuma. E quel che resta non serve più a nessuno. È solo un racconto inerme, una ricostruzione ingessata, una fotografia sbiadita, un ricordo fallace. È letteratura». E allora meglio non saperla, certe volte, la verità: meglio accontentarsi delle apparenze. Meglio credere che il male si annidi solo in certi angolini della società, e non dappertutto. Che lassassino sia un mostro, e non un essere umano come noi, il nostro barista o la vecchietta in rosa del piano di sopra: che la possibilità del male non sia connaturata alla natura umana. Come lo è la possibilità di avere una coscienza. Il poliziesco devasione nasconde, annidata nei casi irrisolti, uninterrogazione sul senso e il valore della verità, e sulla possibilità che la nostra coscienza deperisca, si adegui, sfarini nella consuetudine, nellindifferenza morale. Ma nel crocicchio tra il piano orizzontale  la Milano-Italia percorsa in lungo e in largo (con momenti struggenti, come quello della linea 14) e quello verticale dei frammenti di vita di Ferraro, Biondillo indica non la risposta, ma il luogo da cui può emergere la risposta: &lt;a href=&quot;http://seminaire.samizdat.net/IMG/mp3/04_Quarto_oggiaro_story.mp3&quot;&gt;Quarto Oggiaro&lt;/a&gt;, col suo meticciato etnico, linguistico, col suo popolo da sempre variopinto, con la sua compresenza di povertà che sembrano uscite da &lt;i&gt;Gomorra&lt;/i&gt; di Saviano e la ricchezza di unimmigrazione da tutti i sud dItalia e del mondo. &lt;img alt=&quot;SGARBI-LMORATTI.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/SGARBI-LMORATTI.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;90&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Unaltra Milano, unaltra Italia. Forse è da queste strade che Milano può ritrovare la propria anima perduta. È una possibilità, per una città che, come sapeva Carlo Cattaneo, un tempo sapeva pensare il possibile che si sarebbe poi avverato nel paese. Una città-mondo di cui questo paese e questa sinistra non possono fare a meno, che non possono impunemente consegnare allignoranza e alla volgarità che di Milano si sono impadronite da 25 anni.

[questo articolo è stata pubblicata su &lt;i&gt;Queer-Liberazione&lt;/i&gt; del 16.09.2007]</text_more></entry>
<entry id='2380' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2380' author_id='4' authored_on='20070916150107' basename='il_vday_beppe_grillo_il_grillismo' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070916150107' modified_on='20070917010451' ping_count='0' status='2' title='Il V-Day, Beppe Grillo, il grillismo' week_number='200738'><excerpt>Nel suo discorso a Bologna, Beppe Grillo non ha esitato a mettere sullo stesso piano politici collusi con la mafia e un Daniele Farina, presentato come terrorista. Chi è Farina? E&apos; uno dei fondatori storici del centro sociale Leoncavallo di Milano, destinatario, certo, di condanne definitive legate all&apos;occupazione e alla difesa della struttura. A questo si riducono i suoi crimini. E&apos; lecito compararlo a un mafioso qualsiasi?</excerpt><text>da &lt;a href=&quot;http://www.agitproponline.com/materiali/materiali.asp?id=131&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Agit-Prop&lt;/a&gt;

&lt;img alt=&quot;BeppeGrillo.JPG&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/BeppeGrillo.JPG&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;110&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;[Tito Pulsinelli ha letto, &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2007/09/002378.html#002378&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;, il V-Day indetto da Beppe Grillo come un fenomeno di democrazia diretta, a torto scambiato per populismo. Altri redattori di &lt;i&gt;Carmilla&lt;/i&gt;, pur accettando molte tesi di Pulsinelli, hanno del V-Day una visione molto più critica. Sintetizzo le loro posizioni con un articolo apparso sul sito &lt;i&gt;&lt;a href=&quot;http://www.agitproponline.com/materiali/materiali.asp?id=131&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Agit-Prop&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;, riservandomi un brevissimo commento finale.] (&lt;b&gt;V.E.&lt;/b&gt;)

Ne hanno parlato i tg. Due o trecento mila presenze in piazza a Bologna. Una rete satellitare dedicata, a seguire in diretta levento. Lui dirà dal suo blog di non essere stato considerato a sufficienza. Il suo pubblicò annuirà convinto. Quel che vogliono sentirsi dire. Ostracismo da casta.
Passare in rassegna i nomi dei panzoni della politica di professione. Metterli alla berlina e con ognuno procedere ad un sommario pelo e contropelo. Il salone di barbiere di Beppe Grillo piace. Affascina. Ingolosisce. </text><text_more>Basta vedere le immagini dei giovanotti in estasi. La generazione passiva, quella che  pur senza mai mettere piede in una sezione di partito  pretende di designare candidati e strategie; quella che definisce corrotti i dirigenti e mafiosi i sindacalisti, ma non ha tempo né fiato per approfondire le dinamiche; quella che giudica con laccetta, senza il cruccio della partecipazione.
Lestasi dei volti dinanzi al patrono.
Romano, molto romano, nella sua magniloquenza da tribuno, il nuovo vate. Popolo plaudente.
Ma il male assoluto non è nelle proposte quanto nellincapacità di sistematizzare, da parte nostra, una critica codificata. Comprensibile.
Lo sguardo di quelli che se parli di qualunquismo, di neopopulismo, di demagogia, rispondono come studenti dinanzi a una formula matematica. E, dopo aver scorso lintero database, non vi trovano riferimenti plausibili. File not found. Il pericolo primo, il peccato originale della comunicazione: la mancanza dabicì, deducazione politica, lanti-politica. Convertito in radicale rifiuto. Come certi single disperati che fanno di tutto per spacciare il loro status per libera scelta.
Noi temiamo lantipolitica, come i Gremlins temono lacqua piovana. Quellimpasto rudimentale di rancore, primordiale rivendicazione, frustrazione senza progetto che  volenti o nolenti  spalanca le porte al cesarismo, al bonapartismo, agli uomini della provvidenza, che spuntano dagli anfratti più reconditi (Grillo lavevamo lasciato comico e per poco non lo ritroviamo santone di una setta elettoralmente vicina al 10%) per guidare il malessere. Verso un nuovo malessere, il malessere del populismo che si fa sistema. Quel che vogliono sentirsi dire.

Tre petizioni per leggi diniziativa popolare. Un fottio di firme.
No ai 25 parlamentari condannati in Parlamento - Nessun cittadino italiano può candidarsi in Parlamento se condannato in via definitiva, o in primo e secondo grado in attesa di giudizio finale.
Daniele Farina alla gogna come bombarolo, solo alfabeticamente citato prima di Previti e dopo altri dieci o dodici tangentisti, furbetti e camorristi. Solito urlo dalla folla. Nessun distinguo. La pia illusione che non sussistano contromosse possibili, che non esista una mafia bianca, pulita come un neonato nella nurcery. O la grande suggestione delle ricchezze innocenti, senza spargimento di sangue. Che queste non possano rappresentarsi a Montecitorio. Stereotipo da bettola.
No ai parlamentari di professione da venti e trent&apos;anni in Parlamento - Nessun cittadino italiano può essere eletto in Parlamento per più di due legislature. La regola è valida retroattivamente.
Come se la casta sautoimponesse ad una massa stordita. Come se lelettorato non fosse di suo, stordito. Come se la gioventù fosse un valore assoluto, certificabile. E la scarsa durata agli scranni una garanzia di qualità. Che tra certi vecchietti capaci e certi giovani daperitivo e cocaina, si debba per obolo anagrafico preferire i secondi. Scacciando dalla mente le clientele e il sadomasochismo: gli abitanti di Nusco che suffragano di voti De Mita, quelli di Ceppaloni che agghindano dalloro Mastella, la gloria patria. Unica soluzione: il napalm. Altro che partecipazione popolare.
No ai parlamentari scelti dai segretari di partito - I candidati al Parlamento devono essere votati dai cittadini con la preferenza diretta.
E allora che i Grilli qualunquisti prendano possesso dei partiti, li vivano, li destrutturino, li ricompongano come mattoncini Lego. Strappino dirigenze e posti-chiave. Tornino alla militanza, allattivismo di strada. Nel nome di un progetto, e non di un tiramento.
Con quale voce in capitolo un partito  sebbene esangue  dovrebbe sottoporsi al giudizio della cittadinanza passiva quando la cittadinanza passiva fa di tutto per annichilire i partiti?
La mancanza di partecipazione privatizza la politica.
E difficilmente la causa del male può fungere da placebo del male stesso.

Lorigine del qualunquismo grilliano è nelle domande che pesano: se nessuno rubasse (dinanzi a popoli barbari che percepiscono la ruberia come moralmente più grave dello stragismo), se il capitalismo scorresse fluido tra le dita di amministratori capaci ed etici... sarebbe questo un buon sistema nel quale vivere? E, nellera del superpotere del capitale finanziario, un capitalismo retto da talebani della morale avrebbe le carte in regola di sfuggire ai crack, ai dissesti e ai disastri? Le carte in regola per evitare lo scempio e la rapina dinteri continenti? Ovviamente no. Tuttal più si potrebbe ambire ad uno scempio eticamente guidato. Socialdemocraticamente (o corporativisticamente) moderato. Vi andrebbe bene, grilli?
Di fondo, nel popolo del V-day, vi è una sopravvalutazione della Politica, del Sistema Politico e della funzione parlamentare. I grigi funzionari presi a pomodori in faccia hanno di che goderne. Considerati come sono non semplici gestori di un sistema naturalmente ingestibile, ma attori di primo piano, determinanti, finanche creatori dello sviluppo. Semplicemente ridicolo. Offensivo, quando non tragicomico. Fumo negli occhi degli allocchi e dei neofiti. Ruffianeria a basso costo per orecchie predisposte. E ancora: frustrazione vissuta collettivamente, pericolosamente. Quel vago eppure percettibilissimo sentimento fisico di non contare nulla. Accompagnato da quel controcanto altrettanto fisico, percettibile e vago, che ti sussurra allorecchio che anche in un mondo diverso da questo, completamente rovesciato (come le tasche dei malfattori), non conteresti nulla lo stesso. Certo, cè la beatitudine dellouting. Ma nulla di esaltante nellandare a confessare in giro che polvere si era e polvere si è. Il qualunquismo è lun, due, tre, stella! dogni agire politicamente orientato: tutti sono ladri! Tutti sono meschini! È giunto il tempo di dire basta! di farla finita con tutto e con ognuno!
Beppe Grillo parla a loro.
A questa umanità stanca. A questa umanità che delega e malsopporta, che ritiene lappropriazione indebita più volgare della strage di Stato. A questa umanità rabbiosa, incapace di costruire valvole di sfogo. Se non lurlo della disperazione, dellimpotenza. Grillo spara nel mucchio. Il Vaffanculo-Day. Per ricordare che dal 1943 non è cambiato niente. Ieri il re in fuga e la Nazione allo sbando, oggi politici blindati nei palazzi immersi in problemi culturali.
Lantipolitica, le soluzioni facili e apparentemente definitive, lo sfogo senza sostanza, il vomito senza progettualità, non sono in nulla e per nulla assimilabili alla nostra lotta. il qualunquismo è un nemico, è bastione di classe, tanto più pericoloso quanto più solletica ed affascina la voglia di riscatto dei senza parte. Il qualunquismo è fascismo in potenza. Diffidiamone senza sorridere, giacché il sorriso sarebbe un primo riconoscimento che non ci va di fornire.

* 09/09/07 - estratto da Plebe n.23 

&lt;b&gt;UN COMMENTINO&lt;/b&gt;
di &lt;b&gt;Valerio Evangelisti&lt;/b&gt;

Verso la fine dell&apos;Ottocento Andrea Costa, il primo deputato socialista italiano, aveva vita difficile. A ogni fine di legislatura era costretto ad abbandonare l&apos;Italia e a rifugiarsi in Francia, per non essere arrestato, tante erano le imputazioni che gravavano su di lui.
Per fortuna, sia subito prima che dopo il fascismo vennero introdotte garanzie che consentissero ai deputati di svolgere la loro attività, accogliendo un&apos;istanza che proveniva soprattutto dalla sinistra. Che poi di quelle garanzie si sia fatto spesso cattivo uso è più che certo, tuttavia non mi sembra un buon motivo per tornare indietro.
&lt;img alt=&quot;farina2.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/farina2.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;133&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;right&quot; vspace=&quot;1&quot; hspace=&quot;7&quot;&gt;Si dirà che Beppe Grillo non aveva certo in mente, nel proporre la non eleggibilità alle Camere dei condannati in via definitiva, l&apos;Andrea Costa periodicamente latitante. No, però nel suo discorso a Bologna non ha esitato a mettere sullo stesso piano politici collusi con la mafia e un Daniele Farina (&lt;i&gt;nella foto&lt;/i&gt;), presentato come terrorista. Chi è Farina? E&apos; uno dei fondatori storici del centro sociale Leoncavallo di Milano, destinatario, certo, di condanne definitive legate all&apos;occupazione e alla difesa della struttura. A questo si riducono i suoi crimini. E&apos; lecito compararlo a un mafioso qualsiasi?
Che la piazza reclami i suoi diritti è positivo. Che se ne serva a fini di generico &quot;giustizialismo&quot; non lo è, e rischia persino di risultare infame. Secondo la stampa locale, molti di coloro che hanno partecipato al V-Day abbracciavano un concetto astratto di &quot;legalità&quot;, e dirigevano la loro ira, in egual misura, contro i politici come contro i lavavetri, i rom, i rumeni e gli altri bersagli dei sindaci di Bologna, Verona, Firenze, i comuni del Pavese ecc. (volutamente, e provocatoriamente, li metto tutti assieme).
Bisogna stare attenti a chi si riempie la bocca del termine &quot;legalità&quot; e, rimboccate le maniche della camicia, arringa le folle. Mica sempre è un &quot;progressista&quot;. Grillo a volte lo è, altre volte somiglia a un puro forcaiolo, come si vede vagando sul suo sito. Se fosse per il suo più compassato collega, Marco Travaglio, Adriano Sofri sarebbe ancora dentro (lo dice uno che detesta Sofri), e forse lo sarebbe stato anche Andrea Costa fino alla fine dei suoi giorni. Quanto a Gian Antonio Stella, autore del libro &lt;i&gt;La casta&lt;/i&gt; cui sembrano ispirarsi i grillisti, è autore di articoli sul &quot;bolivarismo venezuelano&quot; - lo dico per Pulsinelli, che vive laggiù - grondanti odio.
Eugenio Scalfari e Giovanni Sartori esagerano certamente, e in maniera interessata, quando vedono dietro Grillo il supposto pericolo di un fascismo di ritorno. Però evitiamo di enfatizzare la lucidità politica di un attore che, in nome di uno slogan vecchio come il cucco (&quot;la politica è sporca, facciamo pulizia&quot;), sembra sollecitare, certo in buona fede, i più bassi istinti della massa quanto Berlusconi.
Prima e seconda Repubblica sono finite malissimo, c&apos;è bisogno di una terza? In quanto a democrazia diretta, personalmente mi auguro qualcosa di meglio.

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&lt;noscript&gt;&lt;p&gt;&lt;img alt=&quot;Clicky&quot; src=&quot;http://getclicky.com/2599ns.gif&quot; /&gt;&lt;/p&gt;&lt;/noscript&gt;   </text_more></entry>
<entry id='2381' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2381' author_id='19' authored_on='20070917025555' basename='futuro_breve_iv' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070917025555' modified_on='20120621065502' ping_count='0' status='2' title='Futuro Breve IV' week_number='200738'><text>di &lt;b&gt;Alessandra Daniele&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Liposuzione.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Liposuzione.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;121&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;&lt;b&gt;Peso superfluo&lt;/b&gt;

Ferro nella norma. Potassio in leggero calo. Magnesio.
In macchina, mentre si pettinava,  Gina ascoltava distrattamente la voce metallica della tecnospazzola snocciolare il mineralogramma desunto dallanalisi dei suoi capelli. Appena il semaforo tornò verde posò la spazzola e ripartì, soddisfatta della conferma ricevuta sul proprio stato di salute. Qualche metro dopo, una massa di poltiglia sanguinolenta le si spiaccicò di colpo sul parabrezza. Gina piantò una frenata violenta, sbandò sul viscidume insanguinato, lottò per non uscire di strada torcendo il volante. 
Fallì, schiantandosi contro la riproduzione in acciaio e plastica di un platano.
Lairbag le salvò il collo, ma poco altro.</text><text_more>La prima cosa che vide quando riprese conoscenza incastrata fra i rottami fu linsegna davanti al platano: Clinica privata &lt;i&gt;Orizzonti di Gloria&lt;/i&gt; specializzata in chirurgia estetica e capì.
Hanno cominciato a sperimentare il tele-trasferimento di materia per la liposuzione. Però non riescono ancora a controllare dove va a finire il grasso che smaterializzano. 
Raccolse il poco fiato, e gemette il codice per lattivazione vocale del salvavita. 
Rispose la clinica più vicina. 
La &lt;i&gt;Orizzonti di Gloria&lt;/i&gt;.
- Ci dispiace, ma non possiamo soccorrerla. Non risulta in possesso di unadeguata assicurazione sanitaria. Inoltre, come clinica estetica, non siamo autorizzati a toccare nessuno che abbia veramente bisogno di cure mediche. 
- Allora chiamate qualcun altro! 
- Ci dispiace, ma la sua assicurazione non può coprire neanche questo servizio. Inoltre, come clinica estetica, non siamo autorizzati a subappaltare cure mediche che non possiamo eseguire noi stessi.
- Questa è omissione di soccorso! - rantolò Gina.
- Le ricordo che lomissione di soccorso è stata depenalizzata. Pretendere cure mediche gratuite invece è reato.  La clinica chiuse bruscamente la comunicazione. 
Dopo qualche secondo però la riaprì. 
- La sua presenza davanti al nostro edificio danneggia la nostra immagine. Dobbiamo intervenire.
Dopo essere sprofondata nel panico e nella disperazione, Gina ritrovò una scintilla di speranza
- Si prepari a essere rimossa. Con il tele-trasferimento sperimentale.
Mentre quellultima scintilla si spegneva, Gina si ritrovò a pensare Speriamo di non finire sul parabrezza di qualcun altro, o tutto ricomincerà da capo.

&lt;b&gt;Carne in scatola&lt;/b&gt;

Jack cercò di nuovo di afferrare la scatoletta di bovoide transgenico a lunga conservazione. Le dita si chiusero malamente, scivolarono sul metallo e persero la presa. La scatoletta cadde, e rotolò via  Jack bestemmiò il suo dio, e quello dei suoi nemici. Senza energia la sua tuta-esoscheletro da battaglia perdeva progressivamente linterfaccia neurale, diventando in breve un guscio insensibile e inerte. Lo paralizzava, ma toglierla sarebbe stato impossibile. Come soldato cera stato cresciuto dentro, perciò le sue ossa e i muscoli semi-atrofizzati non erano in grado di reggere il peso del suo corpo. Se soltanto avesse provato a sganciarsela dal casco, il peso del cranio gli avrebbe spezzato la spina dorsale. 
Jack fissò con odio la razione di bovoide. Merdosa scatoletta  pensò  sto sputando sangue per mangiarmela, neanche fosse una cena da ristorante di lusso! 
Disperso nel deserto, semi paralizzato dalla sua armatura ormai quasi scarica, sera rifugiato in una sorta di grotta, sopravvivendo con le razioni demergenza di cui quella scatoletta costituiva lultimo prezioso esemplare. Un altro paio di giorni di cibo rappresentavano la speranza di sopravvivere fino al periodico passaggio dei droni-elicottero di salvataggio. 
Perciò &lt;i&gt;doveva&lt;/i&gt; riuscire a prenderla. 
Riprese a strisciare puntellandosi sui gomiti, prigioniero delle articolazioni della tuta bloccate come un vecchio chiavistello. Riuscì a sfiorare la scatoletta con la punta  delle dita, ma ottenne solo di spingerla a rotolare ancora più lontano. Oltre la soglia. 
Fuori, il sole portava la temperatura oltre i 70°. 
Con uno sforzo lancinante Jack riuscì a sollevarsi sulle ginocchia, arrancò fino alla soglia, e con lultima scintilla di energia elettrica residua estrasse la lama a scatto dal polso cercando di infilzare la scatoletta. 
La mancò. 
La lama si conficcò nella sabbia, sprofondando. Sbilanciato, Jack cadde faccia in avanti. 
Fuori dalla grotta. 
In pieno sole. 
Cercò disperatamente di togliersi da lì, ma la tuta ormai del tutto scarica lo immobilizzava completamente. 
E finita. Sono morto  capì  Cotto nel mio guscio. Come le aragoste, in quei fottuti ristoranti di lusso.

</text_more></entry>
<entry id='2382' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2382' author_id='1' authored_on='20070918004534' basename='gardella_verde_cambogiano' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070918004534' modified_on='20110324015508' ping_count='0' status='2' title='Gardella: VERDE CAMBOGIANO' week_number='200738'><excerpt>di &lt;b&gt;M. Gardella&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;massimogardellamini.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/massimogardellamini.jpg&quot; width=&quot;50&quot; height=&quot;68&quot; border=&quot;1&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt;Il cartellone è alto tre metri e lungo il doppio. Si staglia con la sua cornice di metallo e chiazze di ruggine color tetano sul cielo di una bianchezza abbacinante, ununica immensa cupola che abbraccia quasi due terzi del campo visivo.</excerpt><text>&lt;img alt=&quot;massimogardella.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/massimogardella.jpg&quot; width=&quot;121&quot; height=&quot;100&quot; border=&quot;1&quot; hspace=6 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;a href=&quot;http://profile.myspace.com/index.cfm?fuseaction=user.viewprofile&amp;friendid=59016370&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Massimo Gardella&lt;/a&gt;

&lt;span class=smalltext&gt;[E&apos; da poco uscita per &lt;a href=&quot;http://www.coniglioeditore.it/&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Coniglio Editore&lt;/a&gt;, l&apos;antologia &lt;img alt=&quot;frecciabr.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot; width=&quot;9&quot; height=&quot;9&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;baseline&quot; /&gt; &lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/BIT/8860630827/ASI/342781&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Pronti per Einaudi&lt;/a&gt; ( 14), una miscellanea di racconti di autori che non hanno mai pubblicato per la storica casa editrice torinese. Tra gli scrittori antologizzati, c&apos;è Massimo Gardella, membro del gruppo pop &lt;a href=&quot;http://www.yellowcapra.com/&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Yellow Capra&lt;/a&gt; (un consiglio: ascoltateli) e autore che &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/cgi-bin/mt-search.cgi?IncludeBlogs=2&amp;search=gardella&quot;&gt;seguiamo da tempo&lt;/a&gt; su &lt;i&gt;Carmilla &lt;/i&gt;, intravvedendone un luminoso futuro editoriale. MG ci concede il permesso di riprodurre il racconto pubblicato nell&apos;antologia: del che lo ringraziamo. gg]&lt;/span&gt;

Il cartellone è alto tre metri e lungo il doppio. Si staglia con la sua cornice di metallo e chiazze di ruggine color tetano sul cielo di una bianchezza abbacinante, ununica immensa cupola che abbraccia quasi due terzi del campo visivo. Non ho mai visto un cielo così fisico e dilatato, sembra che si estenda anche nello spazio matematicamente infinito. Grande come limmagine votiva di un leader maximo, monito perenne ai passanti, un bimbo dai denti irregolari sorride dal cartellone, sotto di lui cubitale il memento NO SEX WITH CHILDREN. </text><text_more>Guardo a destra. Dalla casupola doganale di Poi Pet al confine tra Thailandia e Cambogia escono a mazzi gli altri membri del gruppo partito molte ore prima da Khaosan Road, Bangkok, su un pullman Mercedes istoriato sulle fiancate da demenziali decorazioni rubate alla Sirenetta versione Disney. Interni viola a drappi tipo funebre, aria condizionata a singhiozzo come il motore ma sedili accettabili. Mi passa accanto un giapponese con cui ho scambiato qualche parola durante la pausa di sosta con libagioni al wok nellex Siam del Risiko. Non parla molto bene inglese ma ride spesso. Viaggia da solo come me, beve birra con moderazione e fuma a catena tremende Marlboro verdi al mentolo. Dopo di lui sfila un irlandese che fa il giro del mondo; figlio unico, ha lavorato parecchio per mettere da parte il denaro necessario, si è licenziato, ha salutato gli amici e seppellito suo padre, il giorno dopo è salito sul primo aereo. Si chiama Brian. Ha realizzato il suo progetto di vita. Guardo a sinistra. Sotto il ponte di metallo che unisce i due Paesi scorre un fiume artificiale di monnezza. Una discarica allaria aperta. Un gruppo di bambini gioca tra i rifiuti, uno dei più piccoli è seduto a cavalcioni di un cane macilento. Guardo il bambino che se na va in giro come un Don Chisciotte delle favelas arcionato al suo Ronzinante, un cane-zombie. Sollevo lo sguardo sul cartellone, qui il problema NO SEX WITH CHILDREN devessere serio, come le mine nelle risaie e in gran parte del territorio. Pare che in alcune zone della Cambogia i soccorsi umanitari utilizzino elefanti e serpenti come guide, perché in grado di trovare un percorso sicuro. In media si calcola che ancora oggi circa trenta persone al mese finiscano mutilate o dilaniate dalle mine mentre sono al lavoro nei campi. Oppure per il morso di un serpente. Chiedetelo a tre persone diverse e otterrete tre statistiche diverse, nessuna comunque confortante. Porto distinto una mano allo zaino per essere siouro di avere cone me lattrezzatura, lho messa in fondo ben protetta. Il mio costume speciale. Aspetto che lultimo dei miei compagni di viaggio mi superi di qualche passo, accendo lennesima sigaretta e li seguo verso i soldati alla barriera cambogiana. Cè unumidità che ti schiaccia, oltre al fatto che di norma ho una sudorazione accelerata. La mia t-shirt è zuppa, come se mi avessero gettato di peso in una piscina. Lo zaino pesa e questo caldo tattile lo rende ancora più grave. Pigio col pollice allaltezza del cuore sulladesivo arancione che i cosiddetti tour operator hanno consegnato a ognuno di noi per distinguerci dagli altri gruppi, le mandrie dellavventura a poco prezzo. Premo forte perché aderisca al tessuto. Davanti alla stazione di confine si è formata la fila. Mi sistemo sotto la tettoia di plastica ondulata blu semitrasparente con lo zaino tra i piedi e osservo la scena. Ci sono tre sportelli con altrettanti funzionari, impassibili stoici nello svolgimento delle loro mansioni. Un giovanotto thai col berretto da baseball e i modi spicci tiene docchio il gruppo, controlla la presenza delladesivo arancione e poi consegna a tutti il modulo di richiesta per entrare in Cambogia, da presentare ai funzionari insieme al passaporto e al visto dingresso. Due miei connazionali parlano della Juventus. Di fianco a loro tre ragazze dividono una penna a sfera e si dànno da fare sul modulo per compilarlo correttamente. Chiedo gentilmente se mi possono prestare la penna una volta finito. Sono cambogiane, studiano a Bangkok e stanno tornando a Seam Reap dalle famiglie, chi per vacanza e chi per aiutare in casa. Una di loro parla un inglese da CNN. Tocca a me. Il funzionario ha unetà indefinibile, capelli a spazzola e divisa senza pieghe aderente alla pelle come un rigor mortis. Non mi degna di uno sguardo. Mi chiede deciso di guardare verso una web-cam appiccicata con una ventosa al vetro dello sportello. Eseguo lordine e intanto gli passo il modulo con passaporto e visto nella fessura apposita. Trascorrono un paio di minuti. Il funzionario è una statua di gesso corrotta. Il mio visto dingresso lho comprato questa mattina a Bangkok dal tour operator, pagando 1200 baht. Ho consegnato il passaporto che mi è stato restituito di nascosto qui al confine, nella piazzola di sosta dei bus, passato sotto banco come una bustina di droga. Il funzionario imprime due timbri sul modulo e sul visto con gesti meccanici da catena di montaggio, TUMP! TUMP!, me li dà indietro senza dire una parola. Avanti il prossimo. Raccolgo lo zaino e mincammino. Passo accanto a una teoria di cambogiani che uno dopo laltro attendono di essere ammessi in patria, trainano a mano pesanti carretti ricolmi di noci di cocco dun verde lucido e brillante. Qualche decina di metri più avanti una monumentale porta a tre archi con le fattezze della città sacra di Angkor Wat e il cartello KINGDOM OF CAMBODIA, senza welcome prima. Appena entrati nel regno lasfalto diventa polveroso sterrato, ed è così che rimarrà durante tutta la mia permanenza. Il piazzale di accoglienza di Poi Pet sembra la Versilia anni 50, tutti in motorino. Anche tre o quattro persone sistemate con un equilibrio e una precisione da fare invidia al Tetris e al cubo magico di Rubik. Il cielo si è aperto, è una lastra azzurra e vibrante di pigmenti naturali striata da qualche nuvola sottile dallaria gentile. Un clacson vicino. È arrivato il minibus del gruppo. Credevo peggio, è abbastanza moderno. Il cambogiano che fa da contatto per il viadico, con noi fin dalla partenza, chiama tutti a raccolta e fa salire uno alla volta la comitiva spossata. Quando arrivo io mi tiene indietro con una mano e dice qualcosa nella sua lingua. Non capisco. Prima parlava inglese. Mi indica il petto. Ladesivo arancione si è staccato per lumidità e il sudore. Cazzo. Gli altri, tutti occidentali, mi fissano come se fosse la prima volta che mi vedono. Dico al tizio che ho fatto il viaggio con loro, cristo, come fa a non riconoscermi? Niente da fare. Sono uno sconosciuto. Vuole altri soldi? La cambogiana che mi ha prestato la penna a sfera fa da interprete. Il tizio continua a scuotere la testa. Il minibus parte senza di me. Anche la cambogiana è rimasta a terra, dice che non devo preoccuparmi, è tutto a posto. Si avvicina a un giovanotto in motorino fermo a guardarci a pochi passi e fa un cenno con la testa nella mia direzione. Lui guarda. Forse gli sta dicendo: Questo coglione ce lo spenniamo fifty-fifty, portalo da qualche parte e dàgli una botta in testa, poi ci vediamo al solito posto. La ragazza torna e dice che il suo amico mi porterà alla stazione degli autobus. Ma non è questa? Domando. No, risponde, questa è di facciata. Anche gli altri sono andati lì. Scopro così che le linee nazionali costano troppo per la maggior parte dei tour operator che fanno affari con i backpackers, soprattutto quelli a cui mi sono consegnato anchio, così si mettono daccordo con trasportatori privati molto al di sotto del low-cost. Il suo amico batte una mano sul sellino dello scooter. Lo raggiungo, prendo posto e lui parte sgasando tipo scippo. Si lancia a razzo ma la sua guida è sorprendentemente gentile, evita con annoiata abitudine le buche e le pozzanghere disseminate lungo il percorso. Dopo qualche minuto ci fermiamo davanti a isole rettangolari e sottili pilastri cilindrici che sostengono una tettoia, tutto rigorosamente in cemento. Geometria elementare e pura. Quattro file di sedie di plastica rossa sono collocate nella sezione centrale delle piattaforme di attesa. Una decina di cambogiani, tutti uomini di mezza età in pantaloni di lino neri e camicia bianca a manica corta mi guarda sorridendo senza interrompere la conversazione. Di fianco alla struttura sono parcheggati tre catorci che devono risalire alla fine degli anni Sessanta. Vedo i miei compagni di viaggio sparpagliati nello spiazzo. Il cambogiano di prima mi guarda e dice: Climb up, climb up! facendo il mulinello del parcheggiatore con la mano. Vaffanculo. Il bus è un rottame che procede quasi per inerzia, mi ricorda il sommergibile rosa di Operazione Sottoveste. È già piena la barca di Caronte. Una coppia di bistecconi americani, lui pingue e ingombrante, lei dal dolce sguardo assente dei bovini, mi fissa spazientita. Trovo posto in fondo, ancora di fianco al giapponese. Mi saluta con aria amichevole inclinando leggermente la testa. Dietro di noi, sul mucchio di zaini dei viaggiatori, si è sdraiato un cambogiano mai visto prima che durante il percorso ha: dormito e russato sugli effetti personali dei passeggeri, palpato il giapponese, cercato di palpare me, rumoreggiato nel sonno un paio di volte, scroccato tre sigarette (due a me, una al jap), commentato a voce alta sul grosso seno di una belga assopita contro il finestrino cercando invano la nostra complicità, assistito alle due soste necessarie per sistemare qualcosa sotto il bus, aiutato a dirigere le manovre dellautista per attraversare diversi ponti di legno molto instabili per evitare la strada alternativa segnalata dal cartello DANGER MINES! con teschio da pirata annesso. Allimbrunire ci fermiamo a cenare nel mezzo del niente, in una sorta di cascina nella vasta piana di risaie. La luce del sole si spegne diffondendosi come il riflesso di una candela sulla superficie levigata di un anello, dorata e calda, eppur morente. Il paesaggio è ombra. Quando gli occhi si abituano, prima di gettarmi nel bagno di neon dentro il locale e prendere un piatto di chicken noodles mi accorgo di alcune luci disseminate in quelloceano nero: fasci azzurri che mi fanno venire in mente le spade laser di Guerre stellari, come se la Cambogia fosse il rifugio segreto e reale dei Cavalieri Jedi, un non-luogo della mente, un viaggio su Giove senza passare per lo spazio. Sono le luci nelle case dei contadini, isolate luna dallaltra. Quando arriviamo a Seam Reap è notte fonda. Dopo ore di strada accidentata senza ammortizzatori e tenebre avvolgenti a perdita docchio le prime avvisaglie di civiltà, a parte le spade laser e qualche fuocherello sulla soglia delle capanne che di tanto in tanto appaiono dal nulla, sono le luci del modesto aeroporto e dei primi B&amp;B e hotel. Alcuni sono sontuose e pacchiane riproduzioni bollywoodiane di architettura asiatica e Khmer, pseudo pagode, dragoni sinuosi e altrettanto ridicoli, superfici ricoperte da mosaici di minuscoli tasselli smaltati dai colori accesi, nella mente dei progettisti ciò che si aspetta un turista occidentale. Il bus non si ferma, qualcuno comincia a chiedersi dove ci stanno portando. Attraversiamo un incrocio da cui abbiamo il primo squarcio di Seam Reap by night, bancarelle e venditori di spiedini di tutti i tipi, anatre, polli, maiale, forse qualche cane, o è solo una specialità cinese? In Cambogia i ragni sono considerati una pietanza prelibata, ma non ne vedo infilzati a rosolare. Il bus si ferma in una strada anonima, semibuia e deserta. Scendiamo tutti, concluse le operazioni di scarico senza troppo clamore i tour operator risalgono e partono. Allimprovviso si materializzano quattro ragazzini con relativi tuk-tuk: minicab a tre ruote su motoretta a propulsione gas, bombe ambulanti. Noto la presenza di un quinto tuk-tuk, isolato dagli altri e illuminato dalla luce di un lampione alla penombra di una fronda. Il driver se ne sta seduto in sella, mi accorgo del lumino rosso della sua sigaretta. Mentre i miei compagni di viaggio fanno a botte per reclamare la prelazione su uno qualunque dei minicab faccio qualche passo in direzione del tuk-tuk appartato, ben attento a non farmi notare troppo. Luomo continua a spipazzare e non mostra alcuna reazione. Arrivo a un metro da lui e lo saluto, risponde con un cenno di assenso. È libero? Minformo. Annuisce ancora e si volta di tre quarti, toglie un telo di cerata verde dai sedili della vettura coperta e mi indica di salire. Monto in carrozza gettando lo zaino ai miei piedi e il tizio parte senza chiedermi niente. Gli domando se conosce qualche posto abbastanza cheap e tranquillo. Annuisce. Sento la stanchezza pompare nelle ossa, riempirmi come un secondo corpo. Si chiama Heng, pronunciato Hein con la h aspirata, o qualcosa di simile. Ha 46 anni, padre di sei figli. Vengo a sapere che per dieci dollari posso prenotarlo in esclusiva come driver per tre giorni. A me ne basta uno, quanto fa? Cinque dollari. Prima voglio vedere dove andiamo, se il posto mi piace laffare è fatto. Annuisce. Insiste senza invadenza aggiungendo che conosce molto bene larea archeologica di Angkor e che in tre giorni si può visitare la maggior parte del sito, anche se il suo suggerimento è prendere il pass da cinque giorni per i templi più nascosti nella giungla. Ci sono le mine? Annuisce. I cartelli segnalano i sentieri pericolosi e le risaie da bonificare, precisa per tranquillizzarmi. Mine nella giungla, tra le rovine di unantica civiltà, dove la natura ha ripreso possesso della Storia umana e gli alberi abbracciano con i loro rami muscolosi la roccia di vestigia millenarie. Ci penserò, gli dico. Una decina di minuti più tardi Heng si ferma di fronte a un edificio avvolto nel verde di cui non è semplice riconoscere limpianto. Un uomo esce dalla hall e mi viene incontro, Heng gesticola col pollice verso di me e parla. Luomo mi sorride e torna dentro, lo seguo fino al banco della reception. Ha una camera singola con matrimoniale e bagno per otto dollari a notte, quanto desidero rimanere? Pago per tre notti avvisandolo che in caso decidessi di restare ancora lo avviserò con un giorno danticipo. È daccordo. La stanza è nelledificio dirimpetto al B&amp;B, punta gli occhi al cielo e dice che sul loro terrazzino si servono i pasti, funge da bar e sala comune per gli ospiti, gli dispiace ma non fanno servizio lavanderia anche se  indica laltro lato della strada  ce nè una nei paraggi. Raccoglie la chiave da dietro il banco e lappoggia sul legno scheggiato. Uscendo confermo a Heng la prenotazione per tre giorni, anche se me ne basta uno, mi chiede a che ora voglio partire lindomani. Il suo consiglio è di muoversi presto. Alle nove? Annuisce. Appena entro nella stanza mi accerto della non-presenza di creature indesiderate, ragni e mostri striscianti, confortato dalla vista di piccoli gechi gialli sulle pareti. Buffi animaletti. In Thailandia ne ho visto uno grosso come un ratto di fogna. Gli esemplari più cresciuti emettono un verso particolare, prima una specie di gargarismo-sirena a intensità crescente, come le trottole meccaniche quando si caricano a chiave per variare la durata delle rotazioni, quindi rilasciano un richiamo che stranamente ha una carica empatica con lo stato danimo tipicamente umano. Sono creature malinconiche i gechi. Il letto è di legno, materasso compreso, spazioso quel che basta. Il bagno è decoroso, senza acqua calda. Poche ore di sonno sudato, pensieri e immagini si affastellano senza senso apparente. Sono in un mercato popolare coperto, vedo in soggettiva ma è come se fosse una sequenza girata in pellicola, in qualche modo filtrata. Odori pungenti di spezie e cibi misti al cuoio dei ciabattini e alla puzza degle merci avariate o delle interiora di animali macellati in situ. Questa è la corsia del pesce. Nei catini sul pavimento si agitano agonizzanti anguille nere e lucide. Una vecchia sdentata è seduta per terra avvolta in un mantello anchesso nero, i capelli bianchi le ricadono sulle spalle in modo disordinato. Parla, anzi blatera come se annunciasse una profezia, un mantra-macumba. Unanguilla tenta e ottiene la fuga dal catino, la vecchia lafferra decisa con una mano e con laltra impugna un machete. Languilla si dibatte, si è formata una piccola pozza dacqua sotto il suo ventre liscio. La vecchia abbassa con forza il machete e trancia in due languilla che dalle convulsioni sembra avere sentito tutto. Il male assoluto. Cerco di contrastarlo con immagini rassicuranti per tornare coi piedi per terra e chiudere finalmente gli occhi. Li riapro al suono di una specie di mantra catatonico riprodotto da altoparlanti che gracchiano e fischiano. Un trapezio di luce attraversa la stanza incidendo sulla mia attrezzatura, il mio costume speciale, che prima di coricarmi ho prelevato dallo zaino e apposggiato sul tavolino di legno da rigattiere. Il mantra si alterna a canti collettivi, preghiere forse, e frenetiche melodie di archi orientali. Mi alzo, faccio la doccia e dispiego il costume speciale sul letto disfatto; prima indosso i pantaloncini di raso azzurro, dopo un secondo di riflessione piego di nuovo la canottiera e la ripongo nello zainetto, la infilerò dopo. Prendo a caso una maglietta pulita, metto i pantaloncini khaki, le scarpe, raccolgo lo zainetto, mi accerto di non avere dimenticato nulla ed esco accompagnato dal mantra. Guardo lora: nove in punto. Il tuk-tuk è parcheggiato allombra davanti al B&amp;B. Heng mi vede e subito rimuove il telo di cerata verde. Appena salgo estrae una carta della zona archeologica, con precisi gesti della mano espone il suo programma di visita per i tre giorni, indicando sulla carta i templi più interesanti. Quelli nella giungla? Mi fissa. Spiega che per quelli aveva pensato allultimo giorno, sono due e per arrivarci in tuk-tuk al più lontano bisogna attraversare una zona di risaie, ci si mette più di unora e mezza. Scelgo di invertire i suoi piani. Voglio visitare il tempio più lontano per primo, se riuscirò a vederlo significa che rimarrò qui. Heng mi squadra in pensoso silenzio poi chiede altri tre dollari, non ho capito perché, forse perché ho alterato il suo programma. Gliene darò cinque, ma dobbiamo andare subito al tempio più lontano. Mi godo la brezza della corsa, lo sciame di scooter e lanarchia al volante. Nei pochi secondi di una pausa semaforo ci fermiamo davanti a due bar affollatissimi da cui provengono urla e fischi; un cambogiano piuttosto in là con gli anni, dallandatura malferma e occhiali da sole, gira tra gli astanti con un bastone appeso al braccio tenendo in mano mazzette di banconote, di tanto in tanto si ferma a raccogliere scommesse. Due schermi televisivi appesi al soffitto trasmettono un incontro di thai boxe, primo piano su un combattente pestato a sangue, il pubblico si divide in incitatori e detrattori, esplode un boato. Quando ripartiamo ci supera un gallonato in divisa blu alla guida di una specie di Scarabeo, ancorata alla maniglia destra del manubrio, stretta sotto le sue dita cicciose, penzola una candida oca morta. Guardo luomo in faccia, soffermandomi sul revolver che fa bella mostra di sé dalla fondina sulla cintola, assomiglia a Saddam in versione orientale, baffoni neri e occhiali a goccia con lenti oscurate. Ricambia lo sguardo senza battere ciglio. Seam Reap sfreccia tutto intorno a noi, panetterie con specialità francesi e banchi di cambio, chioschi e mercatini stradali. Mi assopisco cullato dal ritmo meccanico del tuk-tuk, i suoni si amplificano prima che chiuda gli occhi. Odore di tabacco in una stanza buia. Bianco improvviso. Heng mi guarda a trenta centimetri dal volto, tra le labbra una Alain Delon già a metà. Hey mistèr, dice una vocina. Una bambina in compagnia di un cane nero mi porge una bottiglia dacqua gelata. Mi guardo in giro. È la piazzola di sosta davanti al tempio, da qui si vede spuntare solo una torre di pietra a pigna dalle cime degli alberi. Ci sono tavolacci di legno per il ristoro, fornelli a gas e tutto il necessario per cucinare. Un militare in uniforme verde oliva dorme su unamaca, il mitra appoggiato allalbero, da una radio mono a transistor appesa sopra di lui proviene un pezzo rock surf in cambogiano. Hey mistèr, la bambina mi chiama quasi spingendomi contro la bottiglia di plastica. Uan dolàr, scandisce. Le allungo un dollaro e svito il tappo blu. Heng spalanca le braccia verso il tempio e ne dice il nome, non capisco. Faccio di sì con la testa mentre bevo. È il più lontano? Annuisce. E le mine? Punta il dito alle mie spalle. Mi volto. Dopo una trentina di metri la strada sbuca dalla giungla e diventa un rettilineo rialzato su una distesa sconfinata di verdi rigogliose risaie. Scendo dal tuk-tuk e raccolgo la zainetto. Heng si avvicina parlando più a bassa voce, conosce un tizio che per mille dollari ti fa lanciare una granata contro una mucca. Con cinquecento spari con lAK-47. Scuoto la testa, non hai capito, rispondo. Gli dico di aspettarmi qui e di non allarmarsi se non mi vede tornare, significa che me la son fatta a piedi. Sono più di trenta chilometri, mi fa notare. Alzo le spalle, mi piace correre, rispondo. Annuisce. Cammino verso le risaie, la bambina e il cane nero mi seguono per qualche metro poi desistono e cercano altri turisti. Gli alberi terminano, davanti a me, a destra e sinistra, le risaie. Procedo per un centinaio di metri lungo lo sterrato, con gli occhi a terra per non calpestare qualcosa di vivo e potenzialmente ostile. Mi fermo al cartello DANGER MINES! lasciando cadere lo zainetto ai miei piedi. Sfilo i bermuda khaki, prendo dallo zaino la canottiera e la indosso dopo essermi tolto la t-shirt. Ora sono pronto nel mio costume speciale. Infilo nei pantaloncini di raso la canottiera bianca con il numero di gara 73, il mio anno di nascita, stampato a ferro su petto e schiena. Chiudo lo zainetto e lo rimetto in spalla, guardando fisso davanti a me. È così che ricordo la Cambogia, divisa in tre fasce orizzontali: in alto il cielo bianco-blu-nero che occupa metà dellimmagine, al centro il mare verde ondulato delle risaie e i radi colli che si stagliano allorizzonte nella foschia, sparuti zuccotti sfumati, mentre in basso trionfano i rossi di terra sabbia e polvere. Guardo la risaia appoggiando una mano sul cartello DANGER MINES! Annuisco. Sospiro e mi lancio in avanti con uno scatto. Affondo il piede nellacqua e lo sento sprofondare nella melma sottostante, che cede morbida. Sollevo laltra gamba per il massimo equilibrio di slancio desiderando di lievitare a mezzaria. Continuo a correre.</text_more></entry>
<entry id='2383' allow_comments='0' allow_pings='0' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2383' author_id='18' authored_on='20070919181457' basename='la_sventurata_rispose_la_sinistra_e_lordine_pubblico_3' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='0' created_on='20070919181457' modified_on='20071005014238' ping_count='0' status='2' title='La sventurata rispose. La Sinistra e l&apos;Ordine pubblico (3)' week_number='200738'><excerpt>&lt;b&gt;di G. e R. De Caro&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;dalemasso.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/dalemasso.jpg&quot; width=&quot;49&quot; height=&quot;66&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;right&quot; hspace=&quot;2&quot; vspace=&quot;1&quot;/&gt;A turbare i sonni pi&amp;ugrave; o meno sereni dei politici, soprattutto di quelli di Sinistra, qualche giorno prima dell&amp;rsquo;approvazione al Senato della legge 78/2000 si scopr&amp;igrave; che dagli abissi imperscrutabili dell&amp;rsquo;Arma era partito un sinistro colpo di avvertimento. Solo un velo dello scenario che si stava prospettando, una lieve vibrazione del pendolo che per&amp;ograve;, scrutata oggi con occhio storico, svela tutta la sua inquietante carica ammonitrice.</excerpt><text>&lt;p&gt;&lt;b&gt;di Gaspare De Caro e Roberto De Caro&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;&lt;img alt=&quot;dalemasso.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/dalemasso.jpg&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;148&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;10&quot; vspace=&quot;1&quot;/&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;Storie di Pappalardo&lt;br&gt;
	&lt;/i&gt;Tuttavia, a turbare i sonni pi&amp;ugrave; o meno sereni dei politici, soprattutto di quelli di Sinistra, qualche giorno prima dell&amp;rsquo;approvazione al Senato della legge 78/2000 si scopr&amp;igrave; che dagli abissi imperscrutabili dell&amp;rsquo;Arma era partito un sinistro colpo di avvertimento. Solo un velo dello scenario che si stava prospettando, una lieve vibrazione del pendolo che per&amp;ograve;, scrutata oggi con occhio storico, svela tutta la sua inquietante carica ammonitrice. Il 21 marzo 2000 gli organi di stampa entrano in possesso della nota informativa n. 20 del Cocer dei Carabinieri, datata 11 febbraio 2000, nella quale si riporta il contenuto di una telefonata fatta il 9 febbraio dal Colonnello Antonio Pappalardo, presidente del Cocer, al presidente del Consiglio Massimo D&amp;rsquo;Alema. L&amp;rsquo;argomento naturalmente &amp;egrave; la legge sul riordino delle forze di polizia, che sar&amp;agrave; votata in prima battuta alla Camera il 23 febbraio. Pappalardo si lamenta con D&amp;rsquo;Alema: &amp;laquo;Qualcuno vuole mettere in difficolt&amp;agrave; l&amp;rsquo;Arma dei carabinieri [&#x2026;]. Se si vuole un&amp;rsquo;unica forza di polizia, si abbia il coraggio di farlo. Questo ovviamente comporter&amp;agrave; l&amp;rsquo;annientamento dell&amp;rsquo;Arma&amp;raquo;.&lt;/p&gt;</text><text_more>&lt;p&gt;Secondo la &amp;laquo;sintesi della telefonata&amp;raquo; riportata nella nota, D&amp;rsquo;Alema risponde:&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;font style=&quot;font-size:11px&quot;&gt;Se ho possibilit&amp;agrave; di lavorare con calma posso riaffermare i contenuti del disegno di legge del governo in cui non si parla della costituzione di una sala operativa unificata nelle questure&#x2026; Per convincere il Parlamento ad accettare il provvedimento non bisogna fare uscire notizie contro il testo unificato che alla fine potrebbero mettere in contrapposizione governo e Parlamento. Dia assicurazione ai delegati (del Cocer, ndr) che trover&amp;ograve; le giuste soluzioni. Un&amp;rsquo;unica forza di polizia nel nostro paese &amp;egrave; una stravaganza.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref27&quot; href=&quot;#_ftn27&quot;&gt;[27]&lt;/a&gt;&lt;/font&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Tra le proteste generali per l&amp;rsquo;irritualit&amp;agrave; della procedura e qualche allarmato interrogativo su chi comanda davvero nel Paese, la polemica, sia pure con difficolt&amp;agrave;,&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref28&quot; href=&quot;#_ftn28&quot;&gt;[28]&lt;/a&gt; rientra: Pappalardo minimizza e chiede &amp;laquo;immense scuse&amp;raquo; al Governo e il sottosegretario all&amp;rsquo;Interno Massimo Brutti, per tranquillizzare gli animi, assicura autorevolmente che &amp;laquo;non ci sono lobby, n&amp;eacute; pressioni, n&amp;eacute; ricatti&amp;raquo; e invita a &amp;laquo;raffreddare il clima&amp;raquo;, ch&amp;eacute; &amp;laquo;a sangue freddo si ragiona meglio&amp;raquo;.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref29&quot; href=&quot;#_ftn29&quot;&gt;[29]&lt;/a&gt;&lt;br&gt;
	Si fa presto a dire, ma dagli abissi insondabili emergono altri messaggi torridi. Dieci giorni dopo, il 30 marzo, trascorso appena qualche minuto dall&amp;rsquo;approvazione al Senato della &amp;laquo;famigerata legge&amp;raquo; che trasforma la Benemerita nella quarta forza armata, &amp;laquo;un flash di agenzia poco dopo mezzogiorno&amp;raquo; fa deflagrare un altro &amp;laquo;caso Pappalardo&amp;raquo;.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref30&quot; href=&quot;#_ftn30&quot;&gt;[30]&lt;/a&gt; Un documento, &lt;i&gt;Sullo stato del morale e del benessere dei cittadini&lt;/i&gt;, firmato dal presidente del Cocer, viene fatto pervenire alla stampa. Il dossier,&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref31&quot; href=&quot;#_ftn31&quot;&gt;[31]&lt;/a&gt; che circolava da tempo tra i Carabinieri, contiene analisi, giudizi e proposte che da pi&amp;ugrave; parti vengono riconosciute come funzionali a una strategia golpista e comunque ritenute da tutti gli schieramenti politici e anche dai vertici dell&amp;rsquo;arma assolutamente inaccettabili.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref32&quot; href=&quot;#_ftn32&quot;&gt;[32]&lt;/a&gt; Qualche giorno dopo, a seguito di una strenua caccia al &amp;laquo;corvo&amp;raquo;, l&amp;rsquo;Unac &#150; Unione nazionale arma dei carabinieri, associazione culturale che raccoglie circa cinquemila aderenti, soprattutto sottufficiali, &amp;laquo;abbastanza invisa al Comando generale di viale Romania&amp;raquo;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref33&quot; href=&quot;#_ftn33&quot;&gt;[33]&lt;/a&gt; &#150; viene allo scoperto:&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;font style=&quot;font-size:11px&quot;&gt;&amp;laquo;Siamo stati noi, s&amp;igrave;, noi carabinieri. E siamo convinti di aver fatto bene&amp;raquo; dice il segretario maresciallo Antonio Savino. &amp;laquo;Non credo neppure di aver fatto nulla di illegale visto che quel documento &amp;egrave; stato affisso nelle bacheche, &amp;egrave; stato inviato ad un&amp;rsquo;infinit&amp;agrave; di comandi ed &amp;egrave; stato discusso&amp;raquo;. [&#x2026;] Certo Savino e l&amp;rsquo;Unac avrebbero potuto, anzich&amp;eacute; diffondere il documento nel mondo civile, denunciarlo ai vertici militari. &amp;laquo;I vertici di viale Romania ci boicottano in tutti i modi&amp;raquo; risponde. Cio&amp;egrave;, lo avrebbero insabbiato, non se ne sarebbe saputo nulla.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref34&quot; href=&quot;#_ftn34&quot;&gt;[34]&lt;/a&gt;&lt;/font&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Dopo di che &amp;egrave; Savino a porre una domanda alla quale ancora non si &amp;egrave; potuto dare una risposta convincente e che sembra incoraggiare le ipotesi pi&amp;ugrave; inquietanti sul reale funzionamento della nostra societ&amp;agrave;:&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;font style=&quot;font-size:11px&quot;&gt;&amp;laquo;Il documento &amp;egrave; stato portato subito al Senato e anche ai giornali &#150; dice il maresciallo &#150; un paio di giorni prima la votazione della legge. Perch&amp;eacute; tutti hanno taciuto? E perch&amp;eacute; l&amp;rsquo;Ansa ha aspettato il voto prima di mandare in rete la notizia?&amp;raquo; Anche su questo, secondo Savino, bisognerebbe indagare. Immediata la replica dell&amp;rsquo;Ansa: &amp;laquo;Prima di pubblicare abbiamo fatto tutte le necessarie verifiche&amp;raquo;.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref35&quot; href=&quot;#_ftn35&quot;&gt;[35]&lt;/a&gt;&lt;/font&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma il mistero resta. &amp;laquo;Certo &amp;egrave; che se il dossier fosse stato reso pubblico prima del voto definitivo, la riforma sarebbe sicuramente slittata, e chiss&amp;agrave; fino a quando&amp;raquo;.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref36&quot; href=&quot;#_ftn36&quot;&gt;[36]&lt;/a&gt; Pappalardo viene sollevato dal comando del II reggimento e costretto a lasciare la presidenza del Cocer in seguito alle irresistibili pressioni di Cossiga.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref37&quot; href=&quot;#_ftn37&quot;&gt;[37]&lt;/a&gt; Nella lettera di dimissioni scrive:&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;font style=&quot;font-size:11px&quot;&gt;Consapevole dei miei doveri di cittadino e di carabiniere, fedele al mio costume e al mio passato di servitore dello Stato, mentre riaffermo la mia fedelt&amp;agrave; alla Patria, la mia fede democratica, il mio rispetto verso il Parlamento, espressione della sovranit&amp;agrave; di noi cittadini, ed il governo nazionale che di esso &amp;egrave; espressione, la mia convinta, profonda e incondizionata lealt&amp;agrave; alla Repubblica e alle sue istituzioni, valori cui sempre ho reso testimonianza quale cittadino e carabiniere anche quando ebbi l&amp;rsquo;onore di essere membro della Camera dei deputati,&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref38&quot; href=&quot;#_ftn38&quot;&gt;[38]&lt;/a&gt; ritengo in questo delicato momento di dover servire le istituzioni e l&amp;rsquo;Arma dei carabinieri e tutti i singoli carabinieri d&amp;rsquo;Italia insieme a tutte le forze di Polizia del nostro paese, cui egualmente mi sento vicino, rassegnando le dimissioni da presidente del Cocer dei Carabinieri. [&#x2026;] Spero che questo atto di responsabile sacrificio allontani dall&amp;rsquo;Arma tentativi di ignobili speculazioni che sono giunti a mettere in dubbio la lealt&amp;agrave; democratica e repubblicana dell&amp;rsquo;intera istituzione.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref39&quot; href=&quot;#_ftn39&quot;&gt;[39]&lt;/a&gt;&lt;/font&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;A sera Cossiga render&amp;agrave; onore al merito e giudicher&amp;agrave; il gesto del colonnello&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;font style=&quot;font-size:11px&quot;&gt;un atto di grande responsabilit&amp;agrave; e un contributo coraggioso alla necessaria fine di tante inutili e pretestuose polemiche. [&#x2026;] una sofferta testimonianza di educazione morale e civile, di fedelt&amp;agrave; alle istituzioni della Repubblica e di servizio alla comunit&amp;agrave;, cose che l&amp;rsquo;Arma impartisce, nelle sue scuole e nelle sue file, ai giovani e agli uomini che ne fanno parte.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref40&quot; href=&quot;#_ftn40&quot;&gt;[40]&lt;/a&gt;&lt;/font&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L&amp;rsquo;intervento di Cossiga contribuir&amp;agrave; a smorzare i toni della polemica, che tuttavia per qualche tempo restano accesi. &amp;Egrave; un animato tutti contro tutti. Anche Alleanza Nazionale si spacca sulla richiesta di dimissioni del comandante generale dell&amp;rsquo;Arma Sergio Siracusa.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref41&quot; href=&quot;#_ftn41&quot;&gt;[41]&lt;/a&gt; Il Governo &amp;egrave; sotto accusa per le frequentazioni di D&amp;rsquo;Alema con Pappalardo, Cossutta attacca Brutti, difeso da Marco Minniti &amp;laquo;sottosegretario degli 007&amp;raquo;.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref42&quot; href=&quot;#_ftn42&quot;&gt;[42]&lt;/a&gt; Ma la cosa all&amp;rsquo;interno dei DS non va del tutto liscia:&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;font style=&quot;font-size:11px&quot;&gt;Veltroni fa quadrato, anche se al gruppo ds e a Botteghe Oscure adesso si stanno chiedendo come si &amp;egrave; arrivati a stringere un&amp;rsquo;alleanza con un personaggio come il capo del Cocer, fra gli ospiti &amp;laquo;illustri&amp;raquo; della Cosa 2 agli stati generali di Firenze. E non solo: girava voce di una possibile candidatura di Pappalardo proprio sotto la bandiera della Quercia. Rapporti curati soprattutto da Brutti, anello di collegamento fra ds e militari [&#x2026;]. Grazie a lui il partito ha fatto breccia per la prima volta nelle gerarchie [&#x2026;]. Stamattina, quando parler&amp;agrave; davanti all&amp;rsquo;Anm, magari Brutti fornir&amp;agrave; tutta la ricostruzione ma ha gi&amp;agrave; incassato la piena e riconfermata fiducia di D&amp;rsquo;Alema e Minniti. Il numero due di Palazzo Chigi, del resto, &amp;egrave; l&amp;rsquo;altro polo nella gestione del settore stellette e divise, ha mediato a lungo e con pazienza per centrare l&amp;rsquo;obiettivo di cambiare volto ai carabinieri. E non si &amp;egrave; fermato Minniti, nei vertici di maggioranza, neanche di fronte a veti e dubbi che qualche alleato ha sollevato fino alla fine: &amp;laquo;Se volete, votate contro. Ma la riforma s&amp;rsquo;ha da fare&amp;raquo;.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref43&quot; href=&quot;#_ftn43&quot;&gt;[43]&lt;/a&gt;&lt;/font&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Anche la Destra si fa sentire. In un violento editoriale apparso su &lt;i&gt;L&amp;rsquo;Opinione&lt;/i&gt;, Arturo Diaconale se la prende con i silenzi e le reticenze del vice presidente del Consiglio Sergio Mattarella in Senato&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref44&quot; href=&quot;#_ftn44&quot;&gt;[44]&lt;/a&gt; e mette l&amp;rsquo;accento sulla strategia di annessione pervasiva della Sinistra nei confronti delle istituzioni, fornendo anche una spiegazione del comportamento apparentemente arrendevole dei Carabinieri, che si sarebbero indotti a cedere alle lusinghe degli ex comunisti per &amp;laquo;ottenere una riforma che non sarebbe mai passata se la sinistra fosse stata all&amp;rsquo;opposizione invece che al governo&amp;raquo;.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref45&quot; href=&quot;#_ftn45&quot;&gt;[45]&lt;/a&gt;&lt;br&gt;
	L&amp;rsquo;intervento di Diaconale &amp;egrave; interessante perch&amp;eacute; fa emergere il ruolo assolutamente &lt;i&gt;super partes&lt;/i&gt; dei Carabinieri, lepidamente ribadito anche di recente dal presidente del Cocer, generale Maurizio Scoppa, che ha sostituito Pappalardo: &amp;laquo;noi siamo al di fuori e al di sopra delle parti&amp;raquo;.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref46&quot; href=&quot;#_ftn46&quot;&gt;[46]&lt;/a&gt; Detto altrimenti, un corpo separato, &amp;laquo;di spiccata autoreferenzialit&amp;agrave; [&#x2026;], affidabili, temuti e anche alquanto sospetti come lo furono i gesuiti per il Papato&amp;raquo;,&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref47&quot; href=&quot;#_ftn47&quot;&gt;[47]&lt;/a&gt; i quali per&amp;ograve; si dichiarano sempre &amp;laquo;caratterialmente fedeli e ubbidienti [&#x2026;] a chiunque sia al potere: il re, il duce, la Dc, il Polo, la sinistra&amp;raquo;, come afferma &#150; con orgoglio? con sarcasmo? &#150; un veterano dell&amp;rsquo;Arma,&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref48&quot; href=&quot;#_ftn48&quot;&gt;[48]&lt;/a&gt; e &amp;laquo;con gli alamari stampati sulla pelle&amp;raquo; come soleva dire il generale dalla Chiesa.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref49&quot; href=&quot;#_ftn49&quot;&gt;[49]&lt;/a&gt; &amp;laquo;I carabinieri non sono mai stati facilmente definibili: guardie armate dei Savoia, incaricati delle pi&amp;ugrave; difficili operazioni politiche come l&amp;rsquo;arresto di Mussolini o l&amp;rsquo;eliminazione di Ettore Muti, sempre a difesa dello Stato ma sempre presenti in qualche modo nell&amp;rsquo;antistato a copia conforme dei legami inconfessabili che hanno sempre legato i potenti nel nostro paese alle forze illegali&amp;raquo;.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref50&quot; href=&quot;#_ftn50&quot;&gt;[50]&lt;/a&gt; Sono insomma la pi&amp;ugrave; pura espressione della &amp;laquo;continuit&amp;agrave; delle Istituzioni&amp;raquo;, che sta tanto a cuore al presidente Ciampi.&lt;br&gt;
	Intanto Pappalardo finisce sotto inchiesta per violazione della disciplina militare. Il procuratore militare Antonio Intelisano secreta gli atti del lungo interrogatorio cui sottopone il colonnello. L&amp;rsquo;indagine sembra allargarsi e Pappalardo appare affranto,&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref51&quot; href=&quot;#_ftn51&quot;&gt;[51]&lt;/a&gt; ma qualche tempo dopo tenta, inutilmente, di riprendersi la presidenza abbandonata e appoggiato dal Cocer Interforze si appella al Tar adducendo vizi procedurali.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref52&quot; href=&quot;#_ftn52&quot;&gt;[52]&lt;/a&gt; A fine giugno Intelisano deposita la richiesta di archiviazione dell&amp;rsquo;inchiesta penale,&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref53&quot; href=&quot;#_ftn53&quot;&gt;[53]&lt;/a&gt; ma invita l&amp;rsquo;Arma a valutare le violazioni disciplinari ravvisate dalla procura. A fine luglio Pappalardo si lamenta di aver ricevuto dal comando generale dell&amp;rsquo;Arma una diffida a partecipare alla conferenza stampa organizzata per commentare l&amp;rsquo;avvenuta archiviazione da parte del gip Carlo Paolella.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref54&quot; href=&quot;#_ftn54&quot;&gt;[54]&lt;/a&gt; Il 25 agosto rispunta al Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione e spariglia ulteriormente le carte dichiarando che &amp;laquo;ha ragione Berlusconi, quando dice che la lotta al comunismo &amp;egrave; un dovere morale&amp;raquo;.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref55&quot; href=&quot;#_ftn55&quot;&gt;[55]&lt;/a&gt; A met&amp;agrave; settembre si spaccia come promotore di un movimento politico dei militari,&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref56&quot; href=&quot;#_ftn56&quot;&gt;[56]&lt;/a&gt; ma il tentativo &amp;egrave; bilanciato da analoghe prese di posizione da parte dei rappresentanti della Polizia. Il motivo del contendere stavolta sono esplicitamente i decreti attuativi della 78/2000 che il Governo sta per varare. Aliqu&amp;ograve; getta il proprio peso politico nella mischia: &amp;laquo;Poliziotti e semplici cittadini aspettano ora con ansia che nuovi politici si occupino di diritti, legalit&amp;agrave;, sicurezza. [&#x2026;] Quelli di destra e sinistra ci hanno deluso. Ci vuole gente che sappia di che stiamo parlando. Non voglio un partito dei militari, ma questi che ci stanno adesso ci stanno facendo perdere la pazienza&amp;raquo;.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref57&quot; href=&quot;#_ftn57&quot;&gt;[57]&lt;/a&gt; Lo scontro con la Polizia sulla legge di riordino era stato molto acuto nel febbraio. &amp;laquo;All&amp;rsquo;interno della polizia ci sono delle frange che si stanno organizzando per scardinare il nostro sistema democratico&amp;raquo; denunciava Pappalardo e aggiungeva: &amp;laquo;Questi qui sono tutti nelle mani di An&amp;raquo;.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref58&quot; href=&quot;#_ftn58&quot;&gt;[58]&lt;/a&gt;&lt;br&gt;
	L&amp;rsquo;apparente schizofrenia che induce nello scontro tutti gli appartenenti alle varie forze dell&amp;rsquo;ordine ad appiccicare all&amp;rsquo;avversario quanto prima e pi&amp;ugrave; durevolmente possibile l&amp;rsquo;etichetta di &amp;laquo;fascista antidemocratico&amp;raquo; o di &amp;laquo;comunista antidemocratico&amp;raquo;, a seconda dei casi, non deve stupire. Fa parte delle regole del gioco affabulatorio del dominio democratico, informate a quelle degli spot pubblicitari, secondo le quali non conta il contenuto, ma lo slogan. Se &amp;egrave; quello giusto il consumatore se lo beve sempre. Figuriamoci l&amp;rsquo;elettore. Non a caso, a proposito del &lt;i&gt;dossier Pappalardo&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Il Giornale&lt;/i&gt; titolava &lt;i&gt;Colonnello di sinistra fa tremare la sinistra&lt;/i&gt;. A conferma dell&amp;rsquo;assoluta tranquillit&amp;agrave; con la quale i bene informati liquidano le presunte differenze ideologiche o almeno programmatiche tra Destra e Sinistra.&lt;br&gt;
	Comunque sia, dopo un ennesimo sussulto,&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref59&quot; href=&quot;#_ftn59&quot;&gt;[59]&lt;/a&gt; il &amp;laquo;caso Pappalardo&amp;raquo; si chiude con un nulla di fatto. [3. &lt;a href=http://www.carmillaonline.com/archives/2007/09/002384.html&gt;continua&lt;/a&gt;. Le altre puntate &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/cgi-bin/mt-search.cgi?IncludeBlogs=2&amp;amp;search=%22La+Sinistra+e+l%27Ordine+pubblico+%28%22&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;]&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;div&gt;
	&lt;br clear=&quot;all&quot;&gt;
	&lt;hr align=&quot;left&quot; size=&quot;1&quot; width=&quot;33%&quot;&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn1&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn27&quot; href=&quot;#_ftnref27&quot;&gt;[27]&lt;/a&gt; Claudia Fusani, &lt;i&gt;D&amp;rsquo;Alema disse al Cocer &amp;laquo;sistemer&amp;ograve; tutto io&lt;/i&gt;&amp;raquo;, in &lt;i&gt;la Repubblica&lt;/i&gt;, 21 marzo 2000.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn27&quot;&gt;
		
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn28&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn28&quot; href=&quot;#_ftnref28&quot;&gt;[28]&lt;/a&gt; &amp;laquo;Non c&amp;rsquo;&amp;egrave; stata nessuna trattativa segreta con i carabinieri, &amp;ldquo;solo polemiche sproporzionate&amp;rdquo;. Palazzo Chigi diffonde una nota per cercare di disintossicare il clima politico [&#x2026;]. Duro ieri il tono della presidenza del Consiglio. Oltre a giudicare le polemiche &amp;ldquo;assolutamente non commisurate a quanto avvenuto&amp;rdquo;, palazzo Chigi raccomanda di &amp;ldquo;non sollecitare una artificiosa e controproducente competizione&amp;rdquo; tra governo e parlamento ma anche tra le stesse forze di polizia [&#x2026;]. Dal ministro Bianco arriva il monito [&#x2026;]: &amp;ldquo;Nessuno pu&amp;ograve; permettersi di alimentare tra i cittadini il sospetto che da parte del governo e del parlamento vi possano essere comportamenti non rivolti all&amp;rsquo;esclusivo interesse del paese e della collettivit&amp;agrave;. Questo vale a maggior ragione per chi ha assunto un impegno preciso di lealt&amp;agrave; e fedelt&amp;agrave; alle istituzioni&amp;rdquo;&amp;raquo; (&lt;i&gt;Pappalardo: &amp;laquo;immense scuse&lt;/i&gt;&amp;raquo;&lt;i&gt; al governo&lt;/i&gt;, ivi, 23 marzo 2000).&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn29&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn29&quot; href=&quot;#_ftnref29&quot;&gt;[29]&lt;/a&gt; &amp;laquo;Non solo dal Polo, ma anche dalla maggioranza arrivano aspre critiche contro il presidente del Consiglio e l&amp;rsquo;invito a presentarsi al pi&amp;ugrave; presto di fronte a deputati e senatori per spiegare cosa sia veramente successo e se &#150; soprattutto &#150; in quella conversazione si possa configurare una qualsivoglia &amp;ldquo;pressione&amp;rdquo; dei carabinieri per far passare norme a loro favore. Da Palazzo Chigi non arriva un fiato. Ma c&amp;rsquo;&amp;egrave; freddezza. Il contenuto di una telefonata considerata &amp;ldquo;normale&amp;rdquo;, &amp;egrave; stato grosso modo confermato, ma sminuito nel suo valore. Si sarebbe trattato di uno sfogo dell&amp;rsquo;irruente Pappalardo&amp;raquo; (Liana Milella, &lt;i&gt;Cocer, una spina per D&amp;rsquo;Alema&lt;/i&gt;, ivi, 22 marzo 2000).&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn30&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn30&quot; href=&quot;#_ftnref30&quot;&gt;[30]&lt;/a&gt; Claudia Fusani, &lt;i&gt;Il Cocer: noi, il nuovo Stato ed &amp;egrave; subito bufera su Pappalardo&lt;/i&gt;, ivi, 31 marzo 2000.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn31&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn31&quot; href=&quot;#_ftnref31&quot;&gt;[31]&lt;/a&gt; &amp;laquo;Nel sesto paragrafo del documento inviato alla rappresentanza dell&amp;rsquo;Arma, il colonnello Pappalardo, presidente del Cocer, si sofferma sulle riforme costituzionali. [&#x2026;] &amp;ldquo;Noi carabinieri riteniamo che sia opportuno che venga raccolto l&amp;rsquo;invito della Conferenza espiscopale italiana di formare nuovi movimenti politici che, ispirati a valori positivi e unicamente protesi al benessere dei cittadini, portino una ventata nuova nel panorama politico italiano &#150; ancora dominato dalla vecchia classe politica o, peggio, dai portaborse di coloro che un tempo comandavano &#150; e realizzino quelle riforme necessarie per allinearci ai Paesi europei. [&#x2026;] Noi carabinieri, in attesa di questa nuova aria, pi&amp;ugrave; fresca e pi&amp;ugrave; pulita, chiediamo sin d&amp;rsquo;ora che nel testo di riforma della Parte II della Costituzione, relativa all&amp;rsquo;ordinamento dello Stato, si tenga conto maggiormente del ruolo che stanno svolgendo nella societ&amp;agrave; le forze armate e le forze di polizia. [&#x2026;] Le forze armate sono l&amp;rsquo;essenza democratica della Repubblica. Nessun&amp;rsquo;altra istituzione, neppure la magistratura, gode di tale alto privilegio&amp;rdquo;. I militari, pertanto, &amp;ldquo;costituiscono il centro della democrazia del Paese&amp;rdquo;. [&#x2026;] Inoltre il &amp;ldquo;documento&amp;rdquo; propone un &amp;ldquo;teorema dell&amp;rsquo;irrazionalit&amp;agrave;&amp;rdquo;. Tre i soggetti, il popolo, i politici e i carabinieri posti idealmente, e graficamente, ai vertici di un triangolo equilatero. Dal popolo parte una freccia in direzione dei carabinieri, con sopra la scritta &amp;ldquo;amare&amp;ldquo;, che significa: &amp;ldquo;il popolo ama i carabinieri&amp;rdquo;. Sempre dal popolo parte un&amp;rsquo;altra freccia, nella direzione dei politici con sopra la scritta &amp;ldquo;eleggere&amp;rdquo;, che significa &amp;ldquo;il popolo elegge i politici&amp;rdquo;. Dai politici parte un&amp;rsquo;altra freccia in direzione dei carabinieri, con sopra il verbo &amp;ldquo;diffidare&amp;rdquo; e cio&amp;egrave; &amp;ldquo;i politici diffidano dei carabinieri&amp;rdquo;. E il documento continua: &amp;ldquo;&amp;Egrave; evidente l&amp;rsquo;irrazionalit&amp;agrave; del teorema che diviene ancora pi&amp;ugrave; illogico se cambiamo il verso della direzione delle frecce. E si scopre che i carabinieri amano e si sacrificano per il popolo, diffidano e si tengono lontani dai politici e i politici ingannano il popolo&amp;rdquo; (&lt;i&gt;Le &amp;ldquo;riforme&amp;rdquo; del colonnello Pappalardo&lt;/i&gt;, in &lt;i&gt;www.repubblica.it&lt;/i&gt;, 30 marzo 2000).&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn32&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn32&quot; href=&quot;#_ftnref32&quot;&gt;[32]&lt;/a&gt; In una lunga intervista a &lt;i&gt;la Repubblica&lt;/i&gt;, rilasciata a Liana Milella il 31 marzo, Sergio Siracusa, comandante generale dell&amp;rsquo;Arma, prende le distanze da Pappalardo e ne approfitta per dire la sua sulla conquistata autonomia: &amp;laquo;&amp;ldquo;S&amp;igrave;, devo ammetterlo. Quel documento rappresenta un&amp;rsquo;ombra. Io lo respingo &#150; risolutamente e decisamente &#150; sia per i toni che per i contenuti. E perch&amp;eacute; si tratta di un&amp;rsquo;elucubrazione del tutto personale e in molti punti farneticante. E si presta a interpretazioni che sono nettamente opposte ai principi di profondo rispetto delle istituzioni democratiche che sono patrimonio dell&amp;rsquo;Arma. [&#x2026;] l&amp;rsquo;ho letto oggi. E mi sono reso conto subito del contenuto e della sua estrema gravit&amp;agrave;. Le espressioni usate non sono degne di un ufficiale che, per di pi&amp;ugrave;, &amp;egrave; il rappresentante del Cocer&amp;rdquo;. &lt;i&gt;Pappalardo dei carabinieri dice: &amp;ldquo;siamo lo Stato&amp;rdquo;. Critica i partiti che, in passato, avrebbero emarginato l&amp;rsquo;Arma e ipotizza la nascita di nuovi gruppi pi&amp;ugrave; disponibili verso i Cc. Qual &amp;egrave; la sua opinione su tutto questo?&lt;/i&gt; &amp;ldquo;Respingo tutte queste affermazioni che nulla hanno a che fare con la lealt&amp;agrave; e la fedelt&amp;agrave; verso le istituzioni dell&amp;rsquo;Arma. &amp;Egrave; un linguaggio totalmente sconosciuto per tutti noi e che ipotizza situazioni del tutto al di fuori di ogni realistica concezione democratica&amp;rdquo;. &lt;i&gt;Il colonnello sostiene, in vista di una nuova Costituzione, che &amp;ldquo;le forze armate sono l&amp;rsquo;essenza di uno Stato democratico&amp;rdquo;. Questa non le pare la teorizzazione di un golpe? &lt;/i&gt;&amp;ldquo;Le forze armate sono uno strumento indispensabile di uno Stato, ma non possono essere associate, in una nazione moderna e democratica, a idee golpiste. &amp;Egrave; pura farneticazione&amp;rdquo;. &lt;i&gt;&amp;Egrave; anche un reato?&lt;/i&gt; &amp;ldquo;Lo dovr&amp;agrave; valutare la magistratura. Per quanto mi riguarda, ho gi&amp;agrave; preso il provvedimento di sollevare Pappalardo dal suo comando e di metterlo a disposizione&amp;rdquo;. &lt;i&gt;Non si poteva fare di pi&amp;ugrave;? &lt;/i&gt;&amp;ldquo;Ho disposto anche che siano vagliate le responsabilit&amp;agrave; disciplinari per il contenuto e le modalit&amp;agrave; di diffusione del documento&amp;rdquo; [&#x2026;]. &lt;i&gt;Lei si rende conto che questo documento suona come una conferma per chi &#150; come l&amp;rsquo;Associazione dei funzionari di polizia &#150; ha accomunato l&amp;rsquo;Arma di oggi a quella del Piano Solo? &lt;/i&gt;&amp;ldquo;Questi accostamenti mi danno molto fastidio perch&amp;eacute; non hanno alcuna rispondenza nella realt&amp;agrave;, e, peraltro, gli autori di quella inserzione lo sanno benissimo. L&amp;rsquo;Arma &amp;egrave; un organismo la cui lealt&amp;agrave; &amp;egrave; fuori discussione. Lo sanno il Parlamento, il governo e tutta la popolazione italiana&amp;rdquo;. [&#x2026;] &lt;i&gt;Lei sa che molti, dal &amp;rsquo;97, hanno ostacolato la riforma temendo proprio di dare troppo potere a un corpo militare che non &amp;egrave; affidabile democraticamente? &lt;/i&gt;&amp;ldquo;Trovo questa impostazione del tutto assurda. Perch&amp;eacute; la legge non conferisce alcun potere ulteriore all&amp;rsquo;Arma, non apporta alcun cambiamento alle sue responsabilit&amp;agrave; in materia di ordine e sicurezza pubblica. La riforma ci d&amp;agrave; solo l&amp;rsquo;autonomia dall&amp;rsquo;Esercito facendola dipendere dal capo di Stato maggiore della difesa e stabilendone pi&amp;ugrave; esplicitamente i compiti militari&amp;rdquo;. &lt;i&gt;S&amp;igrave;, ma l&amp;rsquo;affidabilit&amp;agrave;? &lt;/i&gt;&amp;ldquo;Ogni sospetto &amp;egrave; fuori discussione. Perch&amp;eacute; la nostra affidabilit&amp;agrave; democratica si fonda sui meriti che acquisiamo ogni giorno nella difesa della legge&amp;rdquo;. &lt;i&gt;Perch&amp;eacute;, secondo lei, questo documento &amp;egrave; uscito solo mezz&amp;rsquo;ora dopo il s&amp;igrave; alla legge? &lt;/i&gt;&amp;ldquo;Non ne ho idea, ma comunque appare singolare che le ultime fasi dell&amp;rsquo;approvazione siano state accompagnate dalla comparsa della pi&amp;ugrave; varia documentazione possibile&amp;rdquo;. &lt;i&gt;Vi accusano di attivit&amp;agrave; lobbysta. Con tutta sincerit&amp;agrave; risponda: avete esercitato delle pressioni? &lt;/i&gt;&amp;ldquo;Noi non abbiamo esercitato pressioni di sorta, ma abbiamo solo fornito, spesso su richiesta di tanti parlamentari, informazioni sulle nostre esigenze e sulle prospettive collegate alla legge di riordino&amp;rdquo;. &lt;i&gt;D&amp;rsquo;ora in avanti voi sarete pi&amp;ugrave; forti della polizia come dicono i loro sindacati? &lt;/i&gt;&amp;ldquo;No, perch&amp;eacute; mancano i presupposti. La legge non altera alcun equilibrio con la polizia perch&amp;eacute;, sul piano dell&amp;rsquo;ordine e della sicurezza pubblica, non ci sono modifiche. Del resto, siamo convinti che la pluralit&amp;agrave; delle forze di polizia sia una ricchezza per questo Paese e una garanzia democratica. E siamo altrettanto convinti della necessit&amp;agrave; di un coordinamento efficiente ed efficace&amp;rdquo;&amp;raquo;.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn33&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn33&quot; href=&quot;#_ftnref33&quot;&gt;[33]&lt;/a&gt; &lt;i&gt;&amp;laquo;Noi abbiamo inviato il dossier&amp;raquo;&lt;/i&gt;, ivi, 2 aprile 2000.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn34&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn34&quot; href=&quot;#_ftnref34&quot;&gt;[34]&lt;/a&gt; &lt;i&gt;Ibid&lt;/i&gt;. Il primo aprile, sempre su &lt;i&gt;la Repubblica&lt;/i&gt;, Luca Fazzo (&amp;laquo;&lt;i&gt;Ma i vertici sapevano, perch&amp;eacute; si stupiscono?&lt;/i&gt;&amp;raquo;) aveva raccolto alcune dichiarazioni di ufficiali dei Carabinieri della caserma di via Moscova, &amp;laquo;centro nevralgico dell&amp;rsquo;Arma a Milano&amp;raquo;, dalle quali trapela un divertito stupore per la linea di condotta tenuta dagli alti gradi: &amp;laquo;&amp;ldquo;Quando ho letto che i nostri vertici fingevano di cadere dalle nuvole mi &amp;egrave; venuto da ridere&#x2026; Il documento Pappalardo girava da oltre un mese, protocollato, divulgato a un mucchio di stazioni e comandi della Lombardia su disposizione dell&amp;rsquo;ufficio Sp (cio&amp;egrave; Segreteria e Personale, ndr) della Divisione Pastrengo. Solo nelle scorse ore, dopo che il caso &amp;egrave; esploso sui giornali, a tutti noi &amp;egrave; arrivato il contrordine: restituire il documento, con divieto assoluto di farne fotocopie. Anch&amp;rsquo;io ho dovuto recuperare la mia copia in fondo al cassetto e riconsegnarla immediatamente al mio superiore gerarchico. Una scena comica, come se avessero intenzione di mandarli al macero, di dire che il documento non &amp;egrave; mai esistito o non &amp;egrave; mai stato distribuito&amp;rdquo;&amp;raquo;.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn35&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn35&quot; href=&quot;#_ftnref35&quot;&gt;[35]&lt;/a&gt; &lt;i&gt;&amp;laquo;Noi abbiamo inviato il dossier&amp;raquo;&lt;/i&gt;, cit.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn36&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn36&quot; href=&quot;#_ftnref36&quot;&gt;[36]&lt;/a&gt; Giannini, op. cit. Il giorno prima Scalfari (op. cit.) scriveva: &amp;laquo;Questa benedetta legge sulla quarta Forza armata bisognava proprio farla? Il colonnello Pappalardo &amp;egrave; soltanto un demagogo in fregola che rappresenta soltanto se stesso oppure interpreta, sia pure con movenze da cialtrone, un aspetto profondo di quest&amp;rsquo;Ordine militare che sia pure alla lontana ha qualche parentela con la mentalit&amp;agrave; dei &amp;ldquo;marines&amp;rdquo; degli Stati Uniti? Sissignore, signore&amp;raquo;. Fra le tante domande che probabilmente non avranno risposta si potrebbe formulare anche questa: se &amp;egrave; vero, come afferma Savino nell&amp;rsquo;intervista a &lt;i&gt;la Repubblica&lt;/i&gt;, che &amp;laquo;il documento &amp;egrave; stato portato subito al Senato e anche ai giornali un paio di giorni prima la votazione della legge&amp;raquo;, perch&amp;eacute; &lt;i&gt;la Repubblica&lt;/i&gt; non l&amp;rsquo;ha pubblicato?&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn37&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn37&quot; href=&quot;#_ftnref37&quot;&gt;[37]&lt;/a&gt; &amp;laquo;&amp;ldquo;Caro Antonio, ti scongiuro, dimettiti&amp;rdquo;. L&amp;rsquo;invocazione rivolta l&amp;rsquo;altro giorno da Francesco Cossiga al colonnello dei carabinieri travolto dalla bufera Cocer non &amp;egrave; rimasta inascoltata. Anzi. E cos&amp;igrave; il &amp;ldquo;non mi dimetto&amp;rdquo; ripetuto dal militare per tutta la mattinata e buona parte del pomeriggio, a sera si era trasformato nelle dimissioni da presidente del Cocer. Una svolta arrivata proprio in seguito a un colloquio avuto ieri pomeriggio dall&amp;rsquo;ormai ex presidente del Cocer con l&amp;rsquo;ex capo dello Stato. Un colloquio lungo (un paio d&amp;rsquo;ore, subito dopo la conferenza stampa tenuta nel pomeriggio dal militare) e segretissimo. Franco, severo, ma &#150; come riferisce chi subito dopo ha parlato con Pappalardo &#150; insieme affettuoso. Del resto, il rapporto fra i due &amp;egrave; di vecchia data. In passato l&amp;rsquo;ex picconatore ha sempre difeso il colonnello &amp;ldquo;quando ingiustamente accusato&amp;rdquo;&amp;raquo; (Barbara Jerkov, &lt;i&gt;Un faccia a faccia di due ore e Cossiga pieg&amp;ograve; il colonnello&lt;/i&gt;, ivi, 1 aprile 2000).&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn38&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn38&quot; href=&quot;#_ftnref38&quot;&gt;[38]&lt;/a&gt; &amp;laquo;Nel 1992 Pappalardo diventa sottosegretario alle Finanze eletto con i socialdemocratici e, nel pieno di Tangentopoli, si erge a &amp;ldquo;paladino dei cittadini contro la corruzione del potere politico&amp;rdquo;. Nel 1993 il colonnello antitangente si candida alla poltrona di sindaco di Roma con il movimento Solidariet&amp;agrave; democratica. Spiegava: &amp;ldquo;Molti cittadini mi fermano e mi dicono di non mollare, di fare politica. Noi sosteniamo la necessit&amp;agrave; di un capovolgimento completo, il nostro simbolo infatti &amp;egrave; il mondo rovesciato. I politici non fanno nulla per i cittadini&amp;rdquo;. La lista naufraga. Ma Pappalardo, pi&amp;ugrave; tenace di un mastino con l&amp;rsquo;osso in bocca, ci riprova nel 1994 con An alle Europee. Un altro buco nell&amp;rsquo;acqua&amp;raquo; (&lt;i&gt;Torna Pappalardo, carabiniere anti-Pci&lt;/i&gt;, ivi, 26 agosto 2000).&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn39&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn39&quot; href=&quot;#_ftnref39&quot;&gt;[39]&lt;/a&gt; Jerkov, op. cit.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn40&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn40&quot; href=&quot;#_ftnref40&quot;&gt;[40]&lt;/a&gt; &lt;i&gt;Ibid&lt;/i&gt;.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn41&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn41&quot; href=&quot;#_ftnref41&quot;&gt;[41]&lt;/a&gt; &amp;laquo;Che sia stata una telefonata tra il generale Siracusa e Gianfranco Fini a convincere il leader di An a moderare i toni sul caso Pappalardo? Dice Giulio Maceratini, capogruppo di An al Senato: &amp;ldquo;Non so se Gianfranco abbia parlato con il comandante generale dell&amp;rsquo;Arma, so solo che io ho maturato una posizione diversa dalla sua. Trovo pi&amp;ugrave; corretto, pi&amp;ugrave; opportuno, chiedere le dimissioni di Siracusa, come hanno fatto i miei senatori Filippo Ascierto e Antonio Palombo&amp;rdquo;. Sembravano soli, un po&amp;rsquo; isolati, Ascierto e Palombo, entrambi un passato nell&amp;rsquo;Arma, entrambi convinti che la testa del generale debba essere sacrificata. &amp;ldquo;La loro &amp;egrave; una posizione personale, non del partito&amp;rdquo;, avvisava venerd&amp;igrave; sera, con fulminea nota di precisazione, l&amp;rsquo;ufficio stampa di An. E Fini, da Potenza, a denti stretti: &amp;ldquo;Da noi c&amp;rsquo;&amp;egrave; libert&amp;agrave; di pensiero&amp;rdquo;. &amp;ldquo;I colleghi sono stati inopportuni&amp;rdquo;, tuonava, allineato, Maurizio Gasparri un fratello nella Benemerita. Dietro le quinte, l&amp;rsquo;ex sottosegretario all&amp;rsquo;Interno del governo Berlusconi pare fosse, in realt&amp;agrave;, perfettamente d&amp;rsquo;accordo con la richiesta di dimissioni presentata dai due colleghi, salvo poi cambiare idea e &amp;ldquo;scaricarli&amp;rdquo;. [&#x2026;] dice Selva: &amp;ldquo;Sono figlio di un maresciallo dei carabinieri. Mio padre mi raccontava sempre che non c&amp;rsquo;era notizia che potesse sfuggire al comando generale. Invece in questa storia del documento di Pappalardo mi sembra di trovarmi davanti alle scimmiette che non vedono, non sentono e non parlano&amp;raquo; (Alessandra Longo, &lt;i&gt;An insiste&lt;/i&gt; &lt;i&gt;sulle dimissioni e Fini va in &amp;ldquo;minoranza&amp;rdquo;&lt;/i&gt;, ivi, 2 aprile 2000).&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn42&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn42&quot; href=&quot;#_ftnref42&quot;&gt;[42]&lt;/a&gt; Umberto Rosso, &lt;i&gt;Brutti finisce sotto accusa. Lo salva il soccorso di Minniti&lt;/i&gt;, ivi, 1 aprile 2000.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn43&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn43&quot; href=&quot;#_ftnref43&quot;&gt;[43]&lt;/a&gt; &lt;i&gt;Ibid&lt;/i&gt;. Qualche giorno dopo il voto, il 4 aprile, &lt;i&gt;l&amp;rsquo;Unit&amp;agrave;&lt;/i&gt; pubblica un articolo di Pietro Folena che si scaglia contro Aliqu&amp;ograve; accusandolo di aver pilotato l&amp;rsquo;uscita della notizia sul &lt;i&gt;dossier Pappalardo&lt;/i&gt;. Aliqu&amp;ograve; risponde sul quotidiano con una lettera aperta in cui giudica la &amp;laquo;lettura&amp;raquo; che &amp;laquo;Folena offre del &amp;ldquo;caso Pappalardo&amp;rdquo; [&#x2026;] assolutamente fantasiosa per giungere a delle conclusioni inaccettabili&amp;raquo;, e si chiede &amp;laquo;per quale motivo si cerchi oggi di confondere, con tanto accanimento, la posizione di chi ha condotto una coraggiosa battaglia civile per evidenziare i limiti di un testo normativo con quella di chi, in modo oscuro, compila inaccettabili dossier&amp;raquo;. Ma l&amp;rsquo;attacco continua e &amp;laquo;sulla base di un perverso ed inaccettabile parallelismo dolosamente suggerito da alcuni personaggi (&lt;i&gt;in primis&lt;/i&gt; il senatore a vita Cossiga) tra il Colonnello Pappalardo (nel frattempo rimosso dall&amp;rsquo;incarico e denunciato alla Procura militare) ed il Segretario Nazionale dell&amp;rsquo;A.N.F.P. dr Aliqu&amp;ograve;, si invocano anche per il secondo provvedimenti punitivi; che, preannunciati pubblicamente dallo stesso Ministro dell&amp;rsquo;Interno Bianco, puntualmente arrivano. Il 6 aprile, infatti, al nostro Segretario Nazionale &amp;egrave; recapitata una pretestuosa &lt;i&gt;contestazione di addebiti &lt;/i&gt;per aver, attraverso le sue esternazioni sulla vicenda, &amp;ldquo;arrecato disdoro all&amp;rsquo;immagine dell&amp;rsquo;Amministrazione&amp;rdquo;&amp;raquo; (&lt;i&gt;Legge 78/2000: Riordino delle Forze di Polizia&lt;/i&gt;, cfr. n. 10). Aliqu&amp;ograve; ribatte punto su punto impartendo &amp;laquo;una vera e propria lezione di diritto sindacale e di cultura della democrazia alle &amp;ldquo;menti sopraffine&amp;rdquo; che hanno tentato di colpirlo. Il procedimento, in seguito, si chiuder&amp;agrave; senza l&amp;rsquo;adozione di misure disciplinari, con un &lt;i&gt;provvedimento di archiviazione&lt;/i&gt; che per&amp;ograve;, lungi dal riconoscere le ragioni del Segretario Nazionale e del diritto, assomiglia piuttosto a un&amp;rsquo;inaccettabile assoluzione per mancanza di prove&amp;rdquo;&amp;raquo; (&lt;i&gt;ibid.&lt;/i&gt;).&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn44&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn44&quot; href=&quot;#_ftnref44&quot;&gt;[44]&lt;/a&gt; &amp;laquo;Il governo non sapeva. E non sapevano nemmeno i vertici dell&amp;rsquo;Arma. &amp;Egrave; la linea che Sergio Mattarella, questa mattina alle undici, esporr&amp;agrave; a Palazzo Madama rispondendo alle interrogazioni presentate sul caso Pappalardo. [&#x2026;] Intanto non si placa lo scontro politico. A Fini, che afferma &amp;ldquo;la sinistra conosce i veri autori del documento Pappalardo&amp;rdquo;, replica Mussi. &amp;ldquo;Qui &#150; dichiara il capo dei deputati ds &#150; siamo alla distribuzione non controllata di veleni. Questa &amp;egrave; certamente una destra, ma n&amp;eacute; liberale, n&amp;eacute; europea, n&amp;eacute; moderata. Non possiamo che rivolgere un severo appello al senso di responsabilit&amp;agrave;&amp;rdquo;&amp;raquo; (&lt;i&gt;Lo scontro sui carabinieri. Mattarella oggi al Senato&lt;/i&gt;, in &lt;i&gt;la Repubblica&lt;/i&gt;, 3 aprile 2000).&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn45&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn45&quot; href=&quot;#_ftnref45&quot;&gt;[45]&lt;/a&gt; &amp;laquo;Il vice presidente del Consiglio Sergio Mattarella &amp;egrave; siciliano. Ed in perfetta sintonia con le proprie origini ha sostenuto in Senato che nella vicenda Pappalardo il governo non c&amp;rsquo;entra assolutamente nulla. Come dire che nel gigantesco guazzabuglio dei tentativi di conquista o condizionamento dell&amp;rsquo;Arma dei Carabinieri la coalizione guidata da Massimo D&amp;rsquo;Alema non c&amp;rsquo;era. E se c&amp;rsquo;era dormiva. [&#x2026;] Se avesse ammesso che un qualche rapporto tra Palazzo Chigi ed il colonnello Antonio Pappalardo non &amp;egrave; mancato, nessuno avrebbe potuto affondare pi&amp;ugrave; di tanto i colpi su Massimo D&amp;rsquo;Alema. In fondo &amp;egrave; normale che il Presidente del Consiglio possa sentire il massimo rappresentante sindacale dei Carabinieri alla vigilia del varo della legge di riforma dell&amp;rsquo;Arma. Nell&amp;rsquo;epoca della concertazione &amp;egrave; scontato che il capo del governo, cos&amp;igrave; come consulta e s&amp;rsquo;accorda con i segretari delle grandi confederazioni sindacali, si consulti e si accordi anche con il principale rappresentante di un importante corpo dello stato. Soprattutto quando appare del tutto evidente che questo rappresentante non si muove solo in nome e per conto degli aderenti al Cocer ma anche della struttura di vertice dell&amp;rsquo;Arma. Qualcuno potr&amp;agrave; anche dire che l&amp;rsquo;interesse del Presidente del Consiglio &amp;egrave; di natura politica ed &amp;egrave; diretto ad estendere l&amp;rsquo;egemonia del proprio partito anche su quella fetta delle istituzioni dello stato che &amp;egrave; rappresentata dai carabinieri. Ma dov&amp;rsquo;&amp;egrave; lo scandalo dopo che i DS si sono accaparrati parte della magistratura, l&amp;rsquo;intero servizio pubblico e privato radiotelevisivo [&lt;i&gt;sic!&lt;/i&gt;], il resto delle Forze Armate, la Polizia, larghi settori del mondo burocratico e diplomatico, due confederazioni sindacali su tre ed hanno stabilito accordi di ferro con tutti gli altri &amp;ldquo;poteri forti&amp;rdquo;? Mattarella, al contrario, ha negato tutto. Il governo non c&amp;rsquo;era e se c&amp;rsquo;era dormiva. E comportandosi come una sorta di caricatura del siciliano omertoso non ha fatto altro che confermare clamorosamente tutti i sospetti che si sono accumulati sul governo nella vicenda Pappalardo. Non solo tutti c&amp;rsquo;erano, da Massimo D&amp;rsquo;Alema in poi. Ma tutti erano assolutamente svegli. E puntavano ognuno a ricavare il proprio interesse. Il presidente del Consiglio a blandire e conquistare politicamente l&amp;rsquo;Arma dopo aver blandito e conquistato la Polizia e le Forze Armate. Ed i carabinieri ad ottenere una riforma che non sarebbe mai passata se la sinistra fosse stata all&amp;rsquo;opposizione invece che al governo. Mattarella, in altri termini, ha messo in evidenza che l&amp;rsquo;intera questione non &amp;egrave; altro che l&amp;rsquo;ennesima dimostrazione di come la sinistra concepisca lo stato. Non come una istituzione da difendere in nome degli interessi generali ma come un terreno da conquistare in nome del proprio interesse a conservare ad ogni costo il potere. Chiss&amp;agrave; che gli elettori del 16 aprile non ne traggano l&amp;rsquo;ispirazione per mandare a quel paese gli occupatori con le coppole storte&amp;raquo; (Arturo Diaconale, &lt;i&gt;Mattarella, l&amp;rsquo;omertoso confesso&lt;/i&gt;, in &lt;i&gt;L&amp;rsquo;Opinione&lt;/i&gt;, 4 aprile 2000).&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn46&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn46&quot; href=&quot;#_ftnref46&quot;&gt;[46]&lt;/a&gt; Nando dalla Chiesa - Maurizio Scoppa, &lt;i&gt;L&amp;rsquo;Arma e la fiducia&lt;/i&gt;, in &lt;i&gt;MicroMega&lt;/i&gt;, 4/2001, p. 68.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn47&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn47&quot; href=&quot;#_ftnref47&quot;&gt;[47]&lt;/a&gt; Scalfari, op. cit.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn48&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn48&quot; href=&quot;#_ftnref48&quot;&gt;[48]&lt;/a&gt; Fazzo, op. cit.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn49&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn49&quot; href=&quot;#_ftnref49&quot;&gt;[49]&lt;/a&gt; &lt;i&gt;Ibid&lt;/i&gt;.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn50&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn50&quot; href=&quot;#_ftnref50&quot;&gt;[50]&lt;/a&gt; Bocca, &lt;i&gt;Quelle paure dei politici&lt;/i&gt;, cit.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn51&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn51&quot; href=&quot;#_ftnref51&quot;&gt;[51]&lt;/a&gt; &amp;laquo;Sono molto amareggiato, sono un ufficiale che ha sempre e solo cercato di curare gli interessi della base, dei suoi uomini. In un giorno ho perso tutto. E sono stato lasciato solo&amp;raquo; (Claudia Fusani, Cocer, &lt;i&gt;Pappalardo sotto torchio&lt;/i&gt;, in &lt;i&gt;la Repubblica&lt;/i&gt;, 11 aprile 2000).&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn52&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn52&quot; href=&quot;#_ftnref52&quot;&gt;[52]&lt;/a&gt; &amp;laquo;&amp;ldquo;A quanto pare non sono cos&amp;igrave; isolato&amp;rdquo; ha commentato il colonnello appena tornato da un lungo periodo di ferie&amp;raquo; (&lt;i&gt;Il Cocer su Pappalardo: &amp;laquo;Dimissioni non valide&lt;/i&gt;&amp;raquo;, ivi, 4 maggio 2000). Cfr. anche &lt;i&gt;Cocer, battaglia sulla presidenza davanti al Tar&lt;/i&gt;, ivi, 3 giugno 2000.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn53&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn53&quot; href=&quot;#_ftnref53&quot;&gt;[53]&lt;/a&gt; Cfr. Giovanni Maria Bellu, &lt;i&gt;Cocer, &amp;laquo;Assolto&lt;/i&gt;&amp;raquo;&lt;i&gt; Pappalardo&lt;/i&gt;, ivi, 4 luglio 2000.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn54&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn54&quot; href=&quot;#_ftnref54&quot;&gt;[54]&lt;/a&gt; &lt;i&gt;Pappalardo: &amp;laquo;L&amp;rsquo;arma mi ha zittito&lt;/i&gt;&amp;raquo;, ivi, 30 luglio 2000.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn55&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn55&quot; href=&quot;#_ftnref55&quot;&gt;[55]&lt;/a&gt; &lt;i&gt;Torna Pappalardo&#x2026;&lt;/i&gt;, cit.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn56&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn56&quot; href=&quot;#_ftnref56&quot;&gt;[56]&lt;/a&gt; &amp;laquo;In questi giorni, nel mentre i due poli fanno le solite manovre in previsione delle elezioni politiche della primavera del 2001, i cittadini in uniforme, guastando loro la festa, si profilano e, per la prima volta nella storia della Repubblica, intendono fare politica. C&amp;rsquo;&amp;egrave; chi, come me, ha aderito ad una associazione culturale &amp;ldquo;Nuova prospettiva&amp;rdquo;, che potrebbe trasformarsi in un movimento politico, cos&amp;igrave; riunendo la maggior parte dei militari sotto un&amp;rsquo;unica bandiera [&#x2026;]. Insomma l&amp;rsquo;acqua bolle e i politici, invece di essere contenti che ben 3.840.000 uomini in uniforme, in servizio e in congedo, finalmente divengono pienamente cittadini esercitando i loro diritti politici, se la fanno letteralmente addosso, temendo, pi&amp;ugrave; che colpi di testa dei militari e dei poliziotti, che sanno bene essere mossi da forti sentimenti democratici, perdita di consensi da parte dei cittadini che finalmente possono avere uno schieramento veramente alternativo, di persone oneste, laboriose e che negli oltre cinquant&amp;rsquo;anni di Repubblica, in parecchie occasioni hanno vinto sfide terribili, come per esempio quelle contro la mafia e il terrorismo. [&#x2026;] sono certo che gli uomini in uniforme decideranno di fare il proprio dovere di cittadini-militari dando il loro contributo per la crescita di una societ&amp;agrave; pi&amp;ugrave; libera, pi&amp;ugrave; giusta, pi&amp;ugrave; sicura e pi&amp;ugrave; umana&amp;raquo; (Antonio Pappalardo, &lt;i&gt;I diritti dei cittadini-militari&lt;/i&gt;, in &lt;i&gt;L&amp;rsquo;Opinione&lt;/i&gt;, 26 settembre 2000). Sempre su &lt;i&gt;L&amp;rsquo;Opinione&lt;/i&gt;, il quotidiano diretto da Arturo Diaconale, Pappalardo il 18 ottobre 2000 pubblica &lt;i&gt;Gli occhi tristi della gente&lt;/i&gt;, un ennesimo articolo di autopromozione. &amp;Egrave; una risentita analisi sociologica non priva di patetismo: &amp;laquo;Abituato da Presidente del COCER Carabinieri e da Comandante di reparti dell&amp;rsquo;Arma a muovermi con l&amp;rsquo;auto di servizio, dopo l&amp;rsquo;ingiusta estromissione dai miei incarichi con l&amp;rsquo;infamante accusa di essere un golpista, mi sono ritrovato pi&amp;ugrave; volte a decidere se recarmi al centro di Roma, in cui abito, con la mia autovettura privata oppure con l&amp;rsquo;autobus. Preso da rinnovato giovanile entusiasmo, ho scelto il mezzo pubblico. Nell&amp;rsquo;autobus, pieno come un carro bestiame, stipato insieme ad una folla infastidita per il disagio, ho incontrato tanti sguardi ostili, spenti, ma soprattutto tristi. [&#x2026;] Ma perch&amp;eacute; tanti avevano gli occhi tristi? Certamente per i disagi quotidiani che procura una metropoli disorganizzata, soffocata dalle automobili, difficile da vivere, per il disorientamento causato da una classe dirigente politica rissosa, contraddittoria e autoreferente, per l&amp;rsquo;incertezza del futuro che si prospetta sempre pi&amp;ugrave; incomprensibile, tecnologizzato e ostile, per l&amp;rsquo;angoscia causata dalla scarsit&amp;agrave; di lavoro e di sicurezza, per la frustrazione che procura un ambiente urbano e naturale deturpato. Ma c&amp;rsquo;era qualcos&amp;rsquo;altro che mi sfuggiva, che non riuscivo a raccogliere. Poi ho capito: la tristezza degli occhi della gente dipende pi&amp;ugrave; verosimilmente dal fatto che i cittadini non hanno pi&amp;ugrave; alcun riferimento morale, non credono pi&amp;ugrave; in alcun valore. Sono demotivati e delusi! La nostra democrazia &amp;egrave; stanca. &amp;Egrave; stanca di essere il regno dell&amp;rsquo;arbitrio, la giungla dove vige la legge del pi&amp;ugrave; forte. Stanca di servire da terreno di battaglia per le risse politiche. Stanca di essere sfruttata da amministratori amorali e corrotti. Ha bisogno di essere rinnovata, rivitalizzata. E per fare ci&amp;ograve; occorre che il cittadino si impegni in prima persona, esca dal suo guscio di semplice privato, si interessi attivamente delle problematiche della vita politica. E pu&amp;ograve; fare tutto ci&amp;ograve; inserendosi, con dinamismo particolare e forte tensione morale, in quelle associazioni di impegno sociale, che sempre pi&amp;ugrave; stanno sostituendosi alle strutture che tradizionalmente fanno politica. Una di queste Associazioni &amp;egrave; &amp;ldquo;Nuova prospettiva&amp;rdquo;, alla quale ho aderito con la speranza che possa accogliere altri che come me vogliono contribuire al miglioramento della nostra societ&amp;agrave;. Non solo a parole, ma soprattutto con i fatti&amp;raquo;.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn57&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn57&quot; href=&quot;#_ftnref57&quot;&gt;[57]&lt;/a&gt; Liana Milella, &lt;i&gt;Tra i militari cresce la voglia di partito&lt;/i&gt;, in &lt;i&gt;la Repubblica&lt;/i&gt;, 19 settembre 2000.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn58&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn58&quot; href=&quot;#_ftnref58&quot;&gt;[58]&lt;/a&gt; Id., &lt;i&gt;E nel fortino del Viminale Masone si gioca il potere&lt;/i&gt;, ivi, 24 febbraio 2000.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn59&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn59&quot; href=&quot;#_ftnref59&quot;&gt;[59]&lt;/a&gt; Nella seconda settimana di ottobre &lt;i&gt;L&amp;rsquo;Espresso&lt;/i&gt; pubblica una lettera che Pappalardo aveva inviato a Siracusa nel giugno, nella quale, oltre a ricordare che il dossier era conosciuto in tutta l&amp;rsquo;Arma, sosteneva che un intero capitolo &amp;laquo;era stato scritto dal generale Venditti, attuale capo di stato maggiore&amp;raquo;. Il comando generale reag&amp;igrave; subito dichiarando che &amp;laquo;La lettera, che conteneva affermazioni palesemente destituite di ogni fondamento, &amp;egrave; stata a suo tempo tempestivamente rimessa alle valutazioni dell&amp;rsquo;autorit&amp;agrave; giudiziaria&amp;raquo; (&lt;i&gt;Il dossier? Mi aiut&amp;ograve; Venditti&lt;/i&gt;, in &lt;i&gt;la Repubblica&lt;/i&gt;, 13 ottobre 2000).&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</text_more></entry>
<entry id='2384' allow_comments='0' allow_pings='0' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2384' author_id='18' authored_on='20070922094239' basename='la_sventurata_rispose_la_sinistra_e_lordine_pubblico_4' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='0' created_on='20070922094239' modified_on='20071010051931' ping_count='0' status='2' title='La sventurata rispose. La Sinistra e l&apos;Ordine pubblico (4)' week_number='200738'><excerpt>&lt;b&gt;di G. e R. De Caro&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;mostri.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/mostri.jpg&quot; width=&quot;56&quot; height=&quot;66&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;right&quot; hspace=&quot;2&quot; vspace=&quot;1&quot;/&gt;I rutti del Golem si susseguono. Il 31 marzo 2000 &lt;i&gt;il manifesto&lt;/i&gt; rende nota la vicenda delle denunce che Valerio Mattioli &#150; un appuntato scelto della Benemerita, con pi&amp;ugrave; di vent&amp;rsquo;anni di servizio &#150; ha inoltrato a pioggia a circa ottanta procure italiane e al Garante della privacy. Si tratta di stabilire fino a che punto sia lecita l&amp;rsquo;attivit&amp;agrave; capillare di schedatura praticata dall&amp;rsquo;Arma.</excerpt><text>&lt;p&gt;&lt;b&gt;di Gaspare De Caro e Roberto De Caro&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;&lt;img alt=&quot;mostri.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/mostri.jpg&quot; width=&quot;153&quot; height=&quot;180&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;10&quot; vspace=&quot;1&quot;/&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;Novantacinque milioni di che?&lt;/i&gt;&lt;br&gt;
	Ma non &amp;egrave; finita qui. I rutti del Golem si susseguono. Il 31 marzo 2000 &lt;i&gt;il manifesto&lt;/i&gt; rende nota la vicenda delle denunce che Valerio Mattioli &#150; un appuntato scelto della Benemerita, con pi&amp;ugrave; di vent&amp;rsquo;anni di servizio &#150; ha inoltrato a pioggia a circa ottanta procure italiane e al Garante della privacy. Si tratta di stabilire fino a che punto sia lecita l&amp;rsquo;attivit&amp;agrave; capillare di schedatura praticata dall&amp;rsquo;Arma. Mattioli parla di 70 milioni di schede archiviate, cio&amp;egrave; non distrutte dopo un periodo limitato di tempo, come prevede la legge. Il caso finisce in Parlamento. La prima reazione dei vertici dell&amp;rsquo;Arma &amp;egrave; di comminare una sanzione disciplinare nei confronti del carabiniere: tre giorni di consegna per non aver informato i superiori. In realt&amp;agrave; lo aveva fatto l&amp;rsquo;11 gennaio 1998, quando chiese chiarimenti al Comandante generale tramite i superiori gerarchici &amp;laquo;sullo stato di applicazione della legge sulla privacy&amp;raquo;, ma non avendo ricevuto risposta, ai primi di agosto del 1999 si era rivolto alla magistratura.&lt;/p&gt;</text><text_more>&lt;p&gt;&amp;laquo;L&amp;rsquo;insistenza del militare ha indispettito i suoi superiori che gli avrebbero prospettato il rischio di un&amp;rsquo;espulsione dall&amp;rsquo;Arma&amp;raquo;.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref60&quot; href=&quot;#_ftn60&quot;&gt;[60]&lt;/a&gt; L&amp;rsquo;incredulit&amp;agrave; della pubblica opinione &amp;egrave; tale da lasciare increduli. Nessuno sembra davvero poter concepire che i Carabinieri conservino un tale numero di schede nei loro archivi, le quali riguardano ogni genere di informazioni, &amp;laquo;dalle pi&amp;ugrave; banali, alle pi&amp;ugrave; specifiche [&#x2026;] sempre legate alla personalit&amp;agrave; e al carattere del soggetto schedato. Dai suoi credi, alle sue abitudini, alle frequentazioni, fino alla stima goduta in pubblico&amp;raquo; e &amp;laquo;ogni altra informazione atta a lumeggiare la personalit&amp;agrave; del soggetto&amp;raquo;.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref61&quot; href=&quot;#_ftn61&quot;&gt;[61]&lt;/a&gt; Giovanni Russo Spena, presidente dei senatori di Rifondazione comunista, protesta: &amp;laquo;Il governo non pu&amp;ograve; far finta di nulla [&#x2026;]. Se il caso fosse vero, si prefigurerebbe una violazione molto grave dello stato di diritto&amp;raquo;.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref62&quot; href=&quot;#_ftn62&quot;&gt;[62]&lt;/a&gt; Franco Frattini, presidente della Commissione servizi della Camera, si preoccupa molto meno:&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;font style=&quot;font-size:11px&quot;&gt;Non mi sembra una violazione della privacy, se si riferisce a informazioni ambientali. Tali informazioni devono essere raccolte a fini istituzionali, come il rilascio del nullaosta sicurezza o per accedere a determinate funzioni, come il concorso in magistratura.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref63&quot; href=&quot;#_ftn63&quot;&gt;[63]&lt;/a&gt;&lt;/font&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Russo Spena replica:&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;font style=&quot;font-size:11px&quot;&gt;Al posto del presidente della Commissione servizi ci aspetteremmo una risposta del governo su un caso cos&amp;igrave; grave. Il ruolo dell&amp;rsquo;onorevole Frattini &amp;egrave; quello di minimizzare episodi e pratiche su cui deve indagare la magistratura. [&#x2026;] C&amp;rsquo;&amp;egrave; un aspetto della vicenda contingente, legato alla legge di riforma dell&amp;rsquo;Arma dei carabinieri, ma anche uno storico. Gi&amp;agrave; nel 1996, il sottosegretario Brutti denunci&amp;ograve; l&amp;rsquo;esistenza di un cervellone parallelo dei Carabinieri. Mi chiedo se esista ancora e perch&amp;eacute; non &amp;egrave; stato unito a quello del Ced del Viminale per costituirne uno solo, al quale possono accedere le istituzioni di controllo, cos&amp;igrave; come prevede la legge del 1981.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref64&quot; href=&quot;#_ftn64&quot;&gt;[64]&lt;/a&gt;&lt;/font&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ridotte all&amp;rsquo;osso le posizioni dei politici si attestano su questi due estremi. A parte il Governo che continua a tacere. Il che fa imbestialire, e come dar loro torto, i vertici di viale Romania: &amp;laquo;Noi degli schedatori? Semmai siamo dei perseguitati politici. Qualcuno ha deciso, a tavolino, che i carabinieri debbono nascondersi in un angolo e prendere solo botte in testa&amp;raquo;.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref65&quot; href=&quot;#_ftn65&quot;&gt;[65]&lt;/a&gt; La quale attivit&amp;agrave;, oltre a non far parte delle tradizioni dell&amp;rsquo;Arma, non &amp;egrave; neanche consentita dal regolamento e quindi il generale Siracusa si fa sentire:&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;font style=&quot;font-size:11px&quot;&gt;&amp;laquo;Questa volta non dico neanche una parola. O i ministri scendono in campo e ci difendono, visto che lavoriamo per loro, oppure tanto peggio. Non possiamo passare la vita a dare prove di democrazia&amp;raquo;. Ma, finita la giornata, le agenzie di stampa mostrano che soltanto il Polo &#150; con Frattini, con Gasparri, con Giovanardi &#150; si schiera a fianco della Benemerita. Tacciono, invece, i diessini, quasi che il feeling, tanto pubblicizzato ai tempi della legge sulla quarta Arma, sia ormai solo un lontano ricordo. Il silenzio &amp;egrave; sale sulle ferite. [&#x2026;] Una parola di Bianco certo avrebbe disteso l&amp;rsquo;atmosfera. A questo punto lasciarsi andare a uno sfogo &amp;egrave; praticamente inevitabile: &amp;laquo;Ma quale denuncia! Questo maresciallo &amp;egrave; un grafomane. Ha fatto decine e decine di lettere, ma &#150; guarda caso &#150; soltanto adesso i giornali se ne accorgono. &amp;Egrave; la riprova del complotto contro di noi&amp;raquo;. Complotto. Proprio cos&amp;igrave;. Ne sono convinti tutti, dai vertici romani a quelli periferici. Un unico complotto distinto in differenti atti. A cominciare dalle aggressioni del sindacalista Aliqu&amp;ograve;, passando per il golpe Pappalardo, per finire alle interferenze e alle accuse sulla fuga di notizie per D&amp;rsquo;Antona. L&amp;rsquo;ultimo atto sono i dossier. [&#x2026;] Dunque, &amp;egrave; &amp;laquo;complotto&amp;raquo;. O meglio: &amp;egrave; il prezzo da pagare per aver ottenuto la tanto sospirata autonomia dall&amp;rsquo;Esercito dopo decenni di forzata dipendenza. In viale Romania generali e colonnelli sembrano quasi rassegnati. Convinti che da una simile campagna orchestrata non ci si pu&amp;ograve; difendere. &amp;laquo;Ce l&amp;rsquo;hanno giurata quelli della polizia. Che, a parole, annunciano il coordinamento, ma poi non si fermano davanti ai colpi bassi. Come questo qui&amp;raquo;. A sentire loro, invece, tutto sarebbe lapalissiano. [&#x2026;] &amp;laquo;tutto questo sta scritto nella legge. Non ci sono stati eccessi. Che abbiamo fatto per essere aggrediti cosi?&amp;raquo;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref66&quot; href=&quot;#_ftn66&quot;&gt;[66]&lt;/a&gt;&lt;/font&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E i Carabinieri hanno ragione! Lo dice il Governo stesso &#150; rompendo il silenzio seguito a una giornata di riflessione che si suppone profonda &#150; per bocca dei ministri Bianco e Mattarella, che in un comunicato congiunto assicurano al Paese che non vi &amp;egrave; nulla da temere, visto che&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;font style=&quot;font-size:11px&quot;&gt;&amp;laquo;l&amp;rsquo;attivit&amp;agrave; informativa dell&amp;rsquo;Arma dei Carabinieri &amp;egrave; rigorosamente compresa nei limiti istituzionali definiti dalla legge e dagli ordinamenti, con regole comuni anche a Polizia di Stato e Guardia di Finanza e dunque non vi &amp;egrave; alcuna iniziativa di raccolta di dati estranea ai fini istituzionali. [&#x2026;] il comando dell&amp;rsquo;Arma ha regolarmente notificato al Garante per la protezione dei dati personali, tipologie e modalit&amp;agrave; dei trattamenti effettuati. Il materiale esistente presso le strutture territoriali dei Carabinieri non &amp;egrave; rappresentato da schede ma dall&amp;rsquo;ordinaria archiviazione, con diversi gradi di riservatezza, dei fascicoli delle pratiche di varia natura nelle diverse realt&amp;agrave; locali in circa mezzo secolo&amp;raquo;. Sul problema dello smaltimento degli archivi, uno dei nodi su cui si appunta la vicenda, i due ministri dell&amp;rsquo;Interno e della Difesa riconoscono l&amp;rsquo;assenza di una normativa chiara e definitiva. &amp;laquo;Si &amp;egrave; in attesa&amp;raquo;, si legge ancora nel comunicato, &amp;laquo;di un apposito provvedimento legislativo che definisca per tutte le forze di polizia le regole da seguire in materia di distruzione dei dati&amp;raquo;.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref67&quot; href=&quot;#_ftn67&quot;&gt;[67]&lt;/a&gt;&lt;/font&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;A questo punto l&amp;rsquo;unico ad avere qualcosa da temere rimane l&amp;rsquo;appuntato scelto Mattioli Valerio, che finisce subito indagato per violazione di segreto:&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;font style=&quot;font-size:11px&quot;&gt;A firmare l&amp;rsquo;avviso di garanzia &amp;egrave; stato il procuratore aggiunto di Bologna Luigi Di Persico, lo stesso magistrato che aveva raccolto la denuncia del militare. [&#x2026;] &amp;laquo;Violando le norme sulla disciplina militare &#150; osserva Persico &#150; con la sua denuncia il Mattioli falsamente incolpava, sapendoli innocenti, i Comandanti a livello provinciale e intermedio della provincia di Bologna, di 42 reati ma sostanzialmente del delitto di abuso in atti d&amp;rsquo;ufficio, diretto a ledere la privacy dei cittadini con l&amp;rsquo;istituzione di fascicoli permanenti e l&amp;rsquo;inserimento in essi di notizie, a suo avviso irregolarmente raccolte e documentate&amp;raquo;.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref68&quot; href=&quot;#_ftn68&quot;&gt;[68]&lt;/a&gt;&lt;/font&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Vatti a fidare!&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;font style=&quot;font-size:11px&quot;&gt;L&amp;rsquo;appuntato Mattioli &amp;egrave; rimasto di sasso. &amp;laquo;Sono in possesso &#150; spiega &#150; di una lettera del mio comandante al quale mi ero rivolto per sapere se la raccolta dati era conforme alla legge sulla privacy, nella quale egli dichiarava che segnalare il caso non violava il segreto&amp;raquo;. Ma c&amp;rsquo;&amp;egrave; un altro paradosso in questa vicenda: mentre la Procura di Bologna procede per violazione del segreto, la Procura militare convoca per stamani lo stesso appuntato come persona informata dei fatti. Intanto il Codacons ha elaborato un modello per la richiesta di cancellazione dati in base alla legge sulla privacy, qualora un cittadino venga a conoscenza di un fascicolo aperto a suo nome.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref69&quot; href=&quot;#_ftn69&quot;&gt;[69]&lt;/a&gt;&lt;/font&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Meno male che c&amp;rsquo;&amp;egrave; il Codacons! Questi sono i vantaggi della democrazia. Il problema &amp;egrave; come venire a conoscenza dell&amp;rsquo;esistenza di un fascicolo a nostro nome. Bisognerebbe chiedere a un carabiniere. Ma se per caso ce lo dice, una volta chiesta la cancellazione dei nostri dati, bisogna fare il proprio dovere di cittadino fino in fondo e denunciarlo per aver violato il segreto? E se s&amp;igrave;, dopo aprono un fascicolo su di lui? E se lo viene a sapere? E se non cancellano i dati? Per fortuna a vigilare su tutto ci&amp;ograve; c&amp;rsquo;&amp;egrave; il professor Stefano Rodot&amp;agrave;, il Garante per la privacy, che, nonostante l&amp;rsquo;olimpica serenit&amp;agrave; dell&amp;rsquo;esecutivo, severo ammonisce: &amp;laquo;&amp;Egrave; assolutamente necessario un chiarimento su questa vicenda, visto l&amp;rsquo;allarme e la vasta eco suscitata nell&amp;rsquo;opinione pubblica. Avremo le informazioni richieste all&amp;rsquo;Arma e le valuteremo&amp;raquo;. E manterr&amp;agrave; la parola. Ma prima che il Garante si pronunci, l&amp;rsquo;appuntato Mattioli, il 2 ottobre 2000, riceve una cartella &amp;laquo;siglata dal comandante della compagnia, il capitano Guareschi&amp;raquo; in cui gli viene notificato che la compagnia di San Giovanni Valdarno, la sua caserma da oltre due decenni, &amp;laquo;ha avviato nei suoi confronti la procedura per esonerarlo dall&amp;rsquo;Arma&amp;raquo; per &amp;laquo;scarso rendimento&amp;raquo;. Il procedimento richieder&amp;agrave; sei mesi, dopo di che, naturalmente, &amp;laquo;l&amp;rsquo;appuntato potr&amp;agrave; proporre appello, ma il parere finale spetter&amp;agrave; alla Direzione generale per il personale militare del ministero della Difesa. [&#x2026;] Indagato e interrogato, Mattioli era stato pi&amp;ugrave; volte punito con cella di rigore. Ieri, l&amp;rsquo;ultimo atto di una battaglia che ha il sapore di un&amp;rsquo;intimidazione&amp;raquo;.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref70&quot; href=&quot;#_ftn70&quot;&gt;[70]&lt;/a&gt;&lt;br&gt;
	L&amp;rsquo;11 gennaio 2001, finalmente il Garante si pronuncia e sentenzia:&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;font style=&quot;font-size:11px&quot;&gt;Dagli accertamenti effettuati non sono emersi trattamenti illegittimi. Tuttavia, come viene analiticamente indicato nel seguito del provvedimento, le segnalazioni hanno evidenziato problemi che derivano da un quadro normativo non ancora adeguato integralmente ai principi introdotti dalla legge n. 675/1996 in materia di trattamento dei dati personali.&lt;br&gt;
	Questo profilo &amp;egrave; stato gi&amp;agrave; segnalato al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro della difesa con note del 15 settembre 2000. &amp;Egrave; riassunto anche in questa sede in quanto le segnalazioni e le risposte fornite evidenziano, per i casi di specie, l&amp;rsquo;esigenza di un rapido intervento a livello sia legislativo, sia regolamentare.&lt;br&gt;
	[&#x2026;] Il Garante prende atto dell&amp;rsquo;impegno del Comando generale dell&amp;rsquo;Arma a definire a breve scadenza una nuova disciplina interna sulla conservazione e distruzione del c.d. carteggio permanente e sulle modalit&amp;agrave; di verifica, aggiornamento, eventuale conservazione e distruzione dell&amp;rsquo;ingente materiale informativo raccolto specie quando non erano ancora in vigore i principi introdotti dalla legge n. 675/1996.&lt;br&gt;
	Le informazioni fornite dall&amp;rsquo;Arma denotano che le prassi adottate da lungo tempo hanno portato ad una proliferazione eccessiva e ad una conservazione stabile di un numero enorme di pratiche permanenti, che l&amp;rsquo;Arma stima in circa 95 milioni.&lt;br&gt;
	Si tratta di fascicoli che oltre ad accorpare ulteriori pratiche informative preesistenti e mai distrutte, recano un numero elevato di informazioni raccolte in base ad una prassi introdotta cinquanta anni or sono e in contrasto con sopravvenuti principi in materia di protezione dei dati.&lt;br&gt;
	[&#x2026;] TUTTO CI&amp;Ograve; PREMESSO IL GARANTE:&lt;br&gt;
	a) segnala al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro della difesa, ai sensi dell&amp;rsquo;art. 31, comma 1, lett. m), della legge n. 675/1996, l&amp;rsquo;esigenza di apportare le modifiche normative indicate al punto 1) della motivazione;&lt;br&gt;
	b) segnala al Comando generale dell&amp;rsquo;Arma dei carabinieri, ai sensi dell&amp;rsquo;art. 31, comma 1, lett. c), della legge n. 675/1996, la necessit&amp;agrave; di conformare i trattamenti di dati personali alle indicazioni contenute nel presente provvedimento, invitandolo a fornire un riscontro entro il 28 febbraio 2001 sulle iniziative intraprese.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref71&quot; href=&quot;#_ftn71&quot;&gt;[71]&lt;/a&gt;&lt;/font&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Purtroppo chi scrive non ha potuto appurare n&amp;eacute; se il Comando generale dell&amp;rsquo;Arma abbia tosto provveduto a conformare i trattamenti secondo le indicazioni del Garante n&amp;eacute; soprattutto se ne abbia fornito adeguato riscontro al professor Rodot&amp;agrave; entro la data stabilita. Ma immagina di s&amp;igrave;, poich&amp;eacute; altrimenti la mannaia del Garante sarebbe calata implacabile. Sicuro invece &amp;egrave; che Mattioli si sbagliava: i fascicoli non erano 70 milioni, ma 95. C&amp;rsquo;&amp;egrave; una bella differenza. In realt&amp;agrave; l&amp;rsquo;appuntato si stava solo cautelando: &amp;laquo;Quando ho parlato di 70 milioni di fascicoli &#150; dice &#150; mentivo sapendo di mentire, perch&amp;eacute; ero sicuro che fossero di pi&amp;ugrave;. Ho arrotondato per difetto perch&amp;eacute; temevo che mi accusassero di esagerare e ho calcolato 15.000 fascicoli per ognuna delle 4.600 stazioni, cio&amp;egrave; 70 milioni&amp;raquo;.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref72&quot; href=&quot;#_ftn72&quot;&gt;[72]&lt;/a&gt; Falco Accame, ex presidente della Commissione Difesa della Camera, ostentando la sua indignazione &#150; &amp;laquo;neanche nei Paesi pi&amp;ugrave; totalitari si era giunti a tanto&amp;raquo; &#150;, si affretta a garantire che &amp;laquo;le forze politiche sono state tenute all&amp;rsquo;oscuro, cos&amp;igrave; come le Commissioni Difesa del Parlamento&amp;raquo; e reclama subito giustizia (ma non vendetta, s&amp;rsquo;intende): &amp;laquo;Ora i colpevoli dovranno essere puniti&amp;raquo;.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref73&quot; href=&quot;#_ftn73&quot;&gt;[73]&lt;/a&gt; Pi&amp;ugrave; delicatamente Alfio Nicotra, responsabile del settore Pace di Rifondazione comunista, si ricorda del povero carabiniere: &amp;laquo;Visto che la massima autorit&amp;agrave; in materia ha ritenuto fondate le preoccupazioni sollevate, ci auguriamo che il ministro della Difesa ed il comandante generale dell&amp;rsquo;Arma revochino i provvedimenti disciplinari nei confronti dell&amp;rsquo;appuntato Mattioli, dalla cui denuncia &amp;egrave; scaturita l&amp;rsquo;indagine dell&amp;rsquo;autority&amp;raquo;.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref74&quot; href=&quot;#_ftn74&quot;&gt;[74]&lt;/a&gt;&lt;br&gt;
	Dello stupore dei politici, della sorpresa dei commentatori, dell&amp;rsquo;incredulit&amp;agrave; della pubblica opinione, delle affettuose rassicurazioni del Garante Universale si nutre l&amp;rsquo;insostenibile banalit&amp;agrave; del nostro quotidiano. In questa landa desolata lo scettico inossidabile trova fraterno ristoro solo nel giudizio fuori campo:&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;font style=&quot;font-size:11px&quot;&gt;Assuefatti come siamo a menzogne e dicerie, prestiamo un orecchio distratto a quello che ci accade intorno, travolti dall&amp;rsquo;insinuante, e perversa, opera di desertificazione della memoria e della coscienza. Lontano, vicino, forse da un satellite, forse banalmente attraverso il telefono di casa, continua il lavorio occulto del controllo, della classificazione. Per gli attenti secondini della democrazia &amp;egrave; sempre l&amp;rsquo;ora del t&amp;egrave;, avrebbe detto Lewis Carroll, e non c&amp;rsquo;&amp;egrave; mai un minuto per sciacquare le tazze: &amp;laquo;[&#x2026;] &amp;lsquo;Cos&amp;igrave; dovete sempre cambiare posto, vero?&amp;rsquo;, disse Alice. &amp;lsquo;Proprio cos&amp;igrave;&amp;rsquo;, disse il Cappellaio, &amp;lsquo;man mano che le tazze sono sporche ci spostiamo&amp;rsquo;.&lt;br&gt;
	&amp;lsquo;Ma che succede quando ricominciate il giro?&amp;rsquo; si arrischi&amp;ograve; a chiedere Alice&amp;raquo;.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref75&quot; href=&quot;#_ftn75&quot;&gt;[75]&lt;/a&gt;&lt;/font&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;L&amp;rsquo;uomo di vetro&lt;br&gt;
	&lt;/i&gt;Ma sarebbe davvero ingiusto dare la sensazione che la Sinistra al governo non si sia preoccupata della sicurezza dello Stato e dei suoi cittadini e dopo aver delegato l&amp;rsquo;ingrato compito di schedare tutto e tutti alla Benemerita abbia anche avuto da ridire. Non &amp;egrave; cos&amp;igrave;. Al contrario, se critica c&amp;rsquo;&amp;egrave; stata &amp;egrave; per l&amp;rsquo;evidente provincialismo con il quale vengono condotte le operazioni. Nell&amp;rsquo;era di Internet ancora fermi ai faldoni e magari alla macchina da scrivere? Inaccettabile. I piani erano ben altri, anche se il tracollo elettorale ne ha un po&amp;rsquo; condizionato la velocit&amp;agrave; di esecuzione (i conservatori venuti dopo, si sa, ci tengono di pi&amp;ugrave; alle tradizioni). A riprova dell&amp;rsquo;efficienza repressiva auspicata dalla Sinistra, merita citare una memorabile intervista orwelliana sul tema sicurezza-immigrazione rilasciata nel 2000 al &lt;i&gt;Corriere della Sera&lt;/i&gt; dall&amp;rsquo;allora ministro della Funzione pubblica Franco Bassanini, il quale, estasiato dal suo stesso sogno, si esib&amp;igrave; in un crescendo un po&amp;rsquo; delirante di progetti panottici. Questa specie di dottor Stranamore dell&amp;rsquo;ordine sociale ci parla delle potenzialit&amp;agrave; biometriche delle nuove carte d&amp;rsquo;identit&amp;agrave; da lui concepite, che potranno contenere le impronte digitali di italiani, europei ed extracomunitari (dai quali, naturalmente, &amp;laquo;si potrebbe incominciare&amp;raquo;) e forse, dico forse, anche &amp;laquo;l&amp;rsquo;iride dell&amp;rsquo;occhio&amp;raquo;! E questo, va da s&amp;eacute;, &amp;laquo;nell&amp;rsquo;interesse di tutti i cittadini perbene&amp;raquo;, poich&amp;eacute;, conclude il ministro come fosse Charles Bronson, &amp;laquo;chi non ha nulla da nascondere non deve temere nulla&amp;raquo;.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref76&quot; href=&quot;#_ftn76&quot;&gt;[76]&lt;/a&gt; A &amp;laquo;lumeggiare&amp;raquo; il concetto interviene, come di consueto, il Garante Rodot&amp;agrave;, che pilatescamente ci elegge garanti di noi stessi, esortandoci paterno a &amp;laquo;diffidare dell&amp;rsquo;argomento di chi sottolinea come il cittadino probo non abbia nulla da temere dalla conoscenza delle informazioni che lo riguardano. &amp;ldquo;L&amp;rsquo;uomo di vetro&amp;rdquo; &amp;egrave; una metafora totalitaria, perch&amp;eacute; su di essa si basa poi la pretesa dello Stato di conoscere tutto, anche gli aspetti pi&amp;ugrave; intimi della vita dei cittadini, trasformando automaticamente in &amp;ldquo;sospetto&amp;rdquo; chi chieda salvaguardia della vita privata&amp;raquo;.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref77&quot; href=&quot;#_ftn77&quot;&gt;[77]&lt;/a&gt; [4. &lt;a href=http://www.carmillaonline.com/archives/2007/09/002389.html&gt;continua&lt;/a&gt;. Le altre puntate &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/cgi-bin/mt-search.cgi?IncludeBlogs=2&amp;amp;search=%22La+Sinistra+e+l%27Ordine+pubblico+%28%22&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;]&lt;/p&gt;
&lt;div&gt;
	&lt;br clear=&quot;all&quot;&gt;
	&lt;hr align=&quot;left&quot; size=&quot;1&quot; width=&quot;33%&quot;&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn1&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn60&quot; href=&quot;#_ftnref60&quot;&gt;[60]&lt;/a&gt; Daniele Mastrogiacomo, &lt;i&gt;Siamo tutti schedati&lt;/i&gt;, ivi, 1 giugno 2000.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn60&quot;&gt;
		
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn61&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn61&quot; href=&quot;#_ftnref61&quot;&gt;[61]&lt;/a&gt; L&amp;rsquo;intervista, rilasciata a &lt;i&gt;la Repubblica&lt;/i&gt; l&amp;rsquo;1 giugno 2000, continua: &amp;laquo;&lt;i&gt;Questo vale anche per le persone che non hanno precedenti penali?&lt;/i&gt; &amp;ldquo;Per tutte. Ho fatto l&amp;rsquo;esempio di San Giovanni Valdarno. Nella nostra caserma ci sono 58.000 schede su una popolazione che conta 18.000 persone. Dentro ci sono anche i defunti, gli anziani, le associazioni sindacali, di categoria, le societ&amp;agrave; industriali e finanziarie, fabbriche, studi, aziende. Quando parlo di 70 milioni di pratiche, intendo dire pratiche permanenti. Cio&amp;egrave; messe in archivio e conservate per tempo illimitato. Questo non &amp;egrave; previsto per le persone senza precedenti&amp;rdquo;. &lt;i&gt;Dove vengono conservate? &lt;/i&gt;&amp;ldquo;Nei cinquemila comandi distribuiti nel paese. Mi chiedo a cosa servano. A meno di pensare che possano essere utili nel tempo. Magari fra qualche anno, se cambia il nostro sistema politico&#x2026;&amp;rdquo;&amp;raquo;.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn62&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn62&quot; href=&quot;#_ftnref62&quot;&gt;[62]&lt;/a&gt; Mastrogiacomo, op. cit.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn63&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn63&quot; href=&quot;#_ftnref63&quot;&gt;[63]&lt;/a&gt; &lt;i&gt;Ibid&lt;/i&gt;.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn64&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn64&quot; href=&quot;#_ftnref64&quot;&gt;[64]&lt;/a&gt; Id., &lt;i&gt;Dossier dei carabinieri. La magistratura indaga&lt;/i&gt;, ivi, 2 giugno 2000.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn65&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn65&quot; href=&quot;#_ftnref65&quot;&gt;[65]&lt;/a&gt; Liana Milella, &lt;i&gt;&amp;laquo;Nessun abuso. Contro l&amp;rsquo;Arma un complotto&lt;/i&gt;&amp;raquo;, ivi, 2 giugno 2000.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn66&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn66&quot; href=&quot;#_ftnref66&quot;&gt;[66]&lt;/a&gt; &lt;i&gt;Ibid&lt;/i&gt;.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn67&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn67&quot; href=&quot;#_ftnref67&quot;&gt;[67]&lt;/a&gt; Daniele Mastrogiacomo, &lt;i&gt;Schedari dei carabinieri. Nessuna raccolta illegale&lt;/i&gt;, ivi, 3 giugno 2000.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn68&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn68&quot; href=&quot;#_ftnref68&quot;&gt;[68]&lt;/a&gt; Id., &lt;i&gt;Finisce sotto inchiesta il carabiniere anti dossier&lt;/i&gt;, ivi, 6 giugno 2000.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn69&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn69&quot; href=&quot;#_ftnref69&quot;&gt;[69]&lt;/a&gt; &lt;i&gt;Ibid&lt;/i&gt;.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn70&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn70&quot; href=&quot;#_ftnref70&quot;&gt;[70]&lt;/a&gt; &lt;i&gt;L&amp;rsquo;arma ora vuole licenziare l&amp;rsquo;appuntato che parla troppo&lt;/i&gt;, ivi, 3 ottobre 2000.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn71&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn71&quot; href=&quot;#_ftnref71&quot;&gt;[71]&lt;/a&gt; Il testo del documento si pu&amp;ograve; leggere in &lt;i&gt;www.privacy.it/garanterisp200101112.html&lt;/i&gt;. Cfr. anche il relativo comunicato stampa in data 23 gennaio 2001 in &lt;i&gt;www.privacy.it/garantes20010123.html&lt;/i&gt;.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn72&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn72&quot; href=&quot;#_ftnref72&quot;&gt;[72]&lt;/a&gt; &lt;i&gt;Almanacco dei misteri d&amp;rsquo;Italia&lt;/i&gt;, 23 gennaio 2001, in &lt;i&gt;http://web.tiscali.it/almanacco/gladio.htm&lt;/i&gt;.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn73&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn73&quot; href=&quot;#_ftnref73&quot;&gt;[73]&lt;/a&gt; &lt;i&gt;Ibid&lt;/i&gt;.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn74&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn74&quot; href=&quot;#_ftnref74&quot;&gt;[74]&lt;/a&gt; &lt;i&gt;Ibid&lt;/i&gt;.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn75&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn75&quot; href=&quot;#_ftnref75&quot;&gt;[75]&lt;/a&gt; Mario Coglitore, &lt;i&gt;L&amp;rsquo;occhio del potere. Schedature dei carabinieri&lt;/i&gt;, in &lt;i&gt;Umanit&amp;agrave; Nova&lt;/i&gt;, n. 21, 11 giugno 2000.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn76&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn76&quot; href=&quot;#_ftnref76&quot;&gt;[76]&lt;/a&gt; Marco Galluzzo, &lt;i&gt;&amp;laquo;Impronte digitali anche per gli italiani&lt;/i&gt;&amp;raquo;, in &lt;i&gt;Corriere della Sera&lt;/i&gt;, 20 novembre 2000.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn77&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn77&quot; href=&quot;#_ftnref77&quot;&gt;[77]&lt;/a&gt; Stefano Rodot&amp;agrave;, &lt;i&gt;L&amp;rsquo;ansia di sicurezza che cancella i diritti&lt;/i&gt;, in &lt;i&gt;la Repubblica&lt;/i&gt;, 23 ottobre 2001.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</text_more></entry>
<entry id='2385' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2385' author_id='13' authored_on='20070920151944' basename='prem_shankar_jha_il_caos_prossimo_venturo' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070920151944' modified_on='20070921204738' ping_count='0' status='2' title='Prem Shankar Jha: IL CAOS PROSSIMO VENTURO' week_number='200738'><excerpt>di &lt;b&gt;G. De Michele&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;premshankarjha.jpeg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/premshankarjha.jpeg&quot; width=&quot;38&quot; height=&quot;48&quot; border=&quot;0&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt; Una storia globale del capitalismo, tra Braudel e Negri: come e perché i processi di globalizzazione il fallimento del disegno imperiale americano stanno conducendo il mondo verso il caos.</excerpt><text>di &lt;b&gt;Girolamo De Michele&lt;/b&gt;&lt;img alt=&quot;ilcaosprossimo.jpeg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/ilcaosprossimo.jpeg&quot; width=&quot;71&quot; height=&quot;116&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;

Prem Shankar Jha, &lt;i&gt;&lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/BIT/8854501611/ASI/342781&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Il caos prossimo venturo. Il capitalismo contemporaneo e la crisi delle nazioni&lt;/a&gt;&lt;/i&gt;, introduzione di E. Hobsbawm, trad. di Andrea Grechi e Andrea Spilla, Neri Pozza, Vicenza, 2007, pp. 677,  25,00.

La pubblicazione del grande saggio delleconomista indiano Prem Shankar Jha &lt;i&gt;Il caos prossimo venturo&lt;/i&gt; merita attenzione per più di un motivo. In primo luogo, perché consente di focalizzare lattenzione degli analisti occidentali, inguaribilmente onfalocentrici, sullalto livello della produzione culturare orientale. È interessante vedere come alcuni fondamenti delleconomia e della storiografia (Arrighi, Polanyi, Braudel , Schumpeter, esplicitamente richiamati dallautore sin dalle prime pagine) siano tuttora attuali, forse perché capaci di visioni globali che sfuggivano alla centralità dellombellico occidentale.</text><text_more>&lt;img alt=&quot;premshankarjha.jpeg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/premshankarjha.jpeg&quot; width=&quot;76&quot; height=&quot;96&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;In secondo luogo, la ricostruzione di Prem Shankar Jha &lt;i&gt;[a sinistra]&lt;/i&gt; è utile a ripensare alcune periodizzazioni del Novecento, per scoprirne il fiato cortissimo: quelle elaborazioni che, ponendo il 1989 come termine conclusivo di una fase storica, sono rimaste poi spiazzate dal rapido volgere degli eventi successivi. Le periodizzazioni di Furet (&lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/BIT/8804423668/ASI/342781&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;&lt;i&gt;Il passato di unillusione&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;), Fukuyama (&lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/BIT/8817000140/ASI/342781&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;&lt;i&gt;La fine della storia&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;), e ad un più basso livello, la tesi della guerra civile europea di Nolte (improvvidamente sdoganata da Canfora) non riescono infatti a cogliere come il Novecento, al di là delle ricostruzioni affascinate più dalla schiuma degli eventi che dallonda lunga delle strutture storico-economiche, prolunghi la propria lunga ombra sul terzo millennio. Che è, per contro, la tesi, fatta proprio dalleconomista indiano, di Arrighi e del suo &lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/BIT/8851520844/ASI/342781&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;&lt;i&gt;Il lungo XX secolo&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;, contemporaneo al più noto &lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/BIT/8817259012/ASI/342781&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;&lt;i&gt;Il Secolo breve&lt;/i&gt;&lt;/a&gt; di Hobsbawm: un testo nel quale, forse per la prima volta con piena consapevolezza critica, compare il termine globalizzazione. In quel testo Arrighi, proseguendo lopera di Braudel, individuava nella storia del capitalismo quattro grandi cicli di accumulazione sistemica: il secolo genovese, il ciclo olandese, il lungo ciclo britannico, e infine il ciclo statunitense. Arrighi ipotizzava (e in questo si è sbagliato) che il ciclo americano fosse sul punto di entrare in crisi a causa del sorgere di un nuovo ciclo, quello delle cosiddette tigri asiatiche. Nondimeno, lascesa del gigante cino-indiano riporta in primo piano lopera di Arrighi, che nel frattempo è stato oggetto di critica da parte di Negri e Hardt per il suo impianto strutturale: i clicli di accumulazione, sostengono gli autori di &lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/BIT/8817107034/ASI/342781&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;&lt;i&gt;Impero&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;, sembrano configurarsi come strutture quasi ideali, comunque indipendenti dalle lotte e dalle crisi che hanno lacerato il capitalismo e segnatamente, oggi, dal sorgere della moltitudine come causa della crisi del sistema degli stati-nazione. &lt;img alt=&quot;tnegri.jpeg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/tnegri.jpeg&quot; width=&quot;114&quot; height=&quot;100&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;In sintesi: se i cicli e il loro alternarsi sono strutture che agiscono al di sotto dei processi storici, determinandoli quasi secondo necessità, va smarrita la centralità della frattura tardo-novecentesca: il crollo dellequilibrio disegnato dalla Pace di Westfalia al termine della guerra dei Trentanni e lavvento della globalizzazione come epoca in cui gli stati nazionali perdono la propria centralità in favore di istituzioni ed agenzie sovranazionali. Ora, il terzo motivo per leggere con attenzione il lavoro di Jha è il suo tentativo di tenere insieme il piano storico-economico disegnato dalle opere di Braudel e Arrighi con quello storico-politico caratterizzato dalla fine dellordine westfaliano. È un rapporto ambivalente (lo ha notato il marxista americano &lt;a href=&quot;http://louisproyect.wordpress.com/?s=prem+shankar+jha&quot;&gt;Louis Proyect&lt;/a&gt; sul proprio sito) quello che impronta il rapporto Jha-Negri: se alcuni assunti di &lt;i&gt;Impero&lt;/i&gt; sono condivisi da Jha, è altrettanto vero che leconomista indiano cerca nelle strutture economiche, e non nel soggettivismo che impronta la comparsa della moltitudine sulle ceneri della classe operaia novecentesca, la causa della crisi che pervade il capitalismo globale, caratterizzato dalla «simultanea comparsa di una disoccupazione di natura cronica (ossia non ciclica)» e dallallargamento «delle disuguaglianze reddituali dopo un secolo di livellamento». Jha esamina, per escluderle, quattro spiegazioni canoniche: lo shock petrolifero degli anni Settanta, il raggiungimento di una maturità industriale, lesaurimento della spinta tecnologica e il mutamento di paradigma delleconomia politica. Queste cause possono spiegare il rallentamento delleconomia negli anni Settanta, ma non il carattere strutturale della disoccupazione e delle disuguaglianze, né il «mistero della crescita lenta che ha agitato i sogni degli economisti». La spiegazione va cercata nei processi di deindustrializzazione, ossia di spostamento della produzione nelle aree a basso costo, causati sia dal mutato assetto delle periferie del globo, sia dalla ricaduta sulle aziende più deboli degli esiti delle contrattazioni collettive: quindi una combinazione di processi strutturali e di lotte novecentesche che disegnano il quadro attuale, segnato da un profondo pessimismo che lautore eredita da Hobsbawm: la sua ricostruzione, infatti, in qualche modo riabilita lidea di un breve Novecento, affermando il passaggio da un breve secolo americano alletà del capitalismo globale, e costituisce un tentativo di fornire ragioni alla lettura dellultimo trentennio del Novecento come un periodo di decadenza da parte dello storico inglese. Jha sottolinea come ogni passaggio da un ciclo di accumulazione allaltro sia segnato da processi distruttivi: il «caos sistemico» verso cui siamo a suo parere rapidamente avviati, anche per effetto del sostanziale fallimento delle politiche imperiali americane, sembra ridefinire negativamente quellelemento di distruzione creatrice che Schumpeter leggeva nel cuore del capitalismo. Lo stato delle cose richiederebbe listituzione di «un &lt;i&gt;commonwealth&lt;/i&gt; che possa funzionare immediatamente o in tempi brevissimi»: ma «il modo in cui gli Stati Uniti hanno fatto della coercizione il metodo preferito per trattare con le altre nazioni» lascia pochi dubbi su quanto rapidamente il mondo stia precipitando verso loscurità.</text_more></entry>
<entry id='2386' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2386' author_id='12' authored_on='20070921165422' basename='serge_quadruppani_in_fondo_agli_occhi_del_gatto' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070921165422' modified_on='20071213184317' ping_count='0' status='2' title='Serge Quadruppani: IN FONDO AGLI OCCHI DEL GATTO' week_number='200738'><excerpt>di &lt;b&gt;Wu Ming 1&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;quadruppanicovermini.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/quadruppanicovermini.jpg&quot; width=&quot;48&quot; height=&quot;72&quot; border=&quot;0&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt;Era ora che Serge Quadruppani, uno dei più vivaci e spiazzanti autori del &lt;i&gt;polar&lt;/i&gt; (il crime novel francese), fuggisse dal sovraffollato ghetto delle collane da edicola e approdasse alle librerie, dove le tirature sono minori ma i libri rimangono reperibili più a lungo.</excerpt><text>&lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/BIT/9788831792905/ASI/342781&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;
&lt;img alt=&quot;Clicca se vuoi ordinare il libro&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/occhidelgatto.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;299&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;right&quot; hspace=&quot;5&quot; vspace=&quot;1&quot;&gt;&lt;/a&gt;&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;[In calce: calendario presentazioni + link di approfondimento]&lt;/span&gt;

di &lt;b&gt;Wu Ming 1&lt;/b&gt;

Era ora che Serge Quadruppani, uno dei più vivaci e spiazzanti autori del &lt;i&gt;polar&lt;/i&gt; (il crime novel francese), fuggisse dal sovraffollato ghetto delle collane da edicola e approdasse alle librerie, dove le tirature sono minori ma i libri rimangono reperibili più a lungo. I precedenti romanzi uscirono nel Giallo Mondadori, collocazione che garantisce non più di due settimane di esposizione e poi via, indietro tutta, al macero o negli arretrati da richiedere per posta. A noi capitò di segnalare titoli come &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;i&gt;&lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/nandropausa4.html#quadruppani&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;La breve estate dei Colchici&lt;/a&gt;&lt;/i&gt; (Giallo Mondadori n. 2822, 8/5/2003) e &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;i&gt;&lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/nandropausa7.htm#3&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;La notte di Babbo Natale&lt;/a&gt;&lt;/i&gt; (Giallo Mondadori n.2863, 2/12/2004) quando ormai era troppo tardi e il lettore poteva solo cercarli per bancarelle. E&apos; merito dell&apos;editore Marsilio se quel ciclo si è interrotto e oggi possiamo recensire senza frustrazioni &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/BIT/8831792903/ASI/342781&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;&lt;i&gt;In fondo agli occhi del gatto&lt;/i&gt;&lt;/a&gt; (Le Farfalle Marsilio, traduzione di Maruzza Loria,  13). 
Le opere di Quadruppani sono narrazioni filosofiche forsennate, meditazioni sul male e la sua necessità, vagabondaggi esilarati tra le macerie delle lotte di classe novecentesche. Qui seguiamo, minuto per minuto, la fuga di Michel, cinquantenne disoccupato che la polizia sospetta dell&apos;omicidio del suo miglior amico. Vengono alla mente alcuni classici (cinematografici prima ancora che letterari), da &lt;i&gt;Le Samourai&lt;/i&gt; di Jean-Pierre Melville (ma qui il tono è molto più scanzonato) a &lt;i&gt;Fuori orario&lt;/i&gt; di Scorsese, passando per &lt;i&gt;Tutto in una notte&lt;/i&gt; di John Landis e un altro film che menzionerò tra poco.</text><text_more>L&apos;io narrante del braccato si alterna a quello di Emile, ex-sicario di imprecisati servizi d&apos;intelligence, da tempo ritiratosi in una tenuta di campagna che è un capolavoro di domotica applicata alla sorveglianza, vero fortino tecnologico camuffato da &lt;i&gt;locus amoenus&lt;/i&gt;. Sullo sfondo, un caso che turba l&apos;opinione pubblica da diversi anni: la scomparsa di alcune donne a Nevers, in Borgogna.

&lt;i&gt;In fondo agli occhi...&lt;/i&gt; è un raro (forse unico) esempio di &lt;i&gt;conspiracy fiction&lt;/i&gt; non paranoica, che narra di complotti - perché i complotti esistono  ma intanto prende le distanze dai complottisti, evitando di glamourizzare il complotto, mostrandocene la banalità filosofica e concludendo che, ben oltre massonerie e società occulte, il vero complotto sta al fondo, è strutturale e funziona in automatico, risiede nella logica dei rapporti sociali. 

Non sarebbe corretto svelare di più, ma possiamo anticipare che l&apos;autore, per il tramite del fuggitivo Michel, ci trasmette questa morale surrettiziamente, con le frasi in apparenza più casuali, le osservazioni fatte &lt;i&gt;en passant&lt;/i&gt;: anche mentre si sposta trafelato, con l&apos;ultimo pelo della coda dell&apos;occhio Michel continua a vedere e leggere il conflitto; ogni passo, ogni edificio, ogni episodio gli rammenta fatti di cronaca legati allo sfruttamento, alla disuguaglianza, alla ristrutturazione della metropoli, alle lotte sociali. E pare non possa proprio farne a meno: persino quando ha tutte le sinapsi occupate nello sforzo di fuggire/capire, cattura comunque qualcosa, un flash, un dettaglio: &quot;passai vicino all&apos;Hôtel-de-Dieu dove uno striscione reclamava qualcosa sulla sanità, non ho visto bene&quot; (pag.157). Due pagine dopo, il modo in cui semina i propri pedinatori gli porta alla mente la vicenda di Cesare Battisti.

Ecco cosa distingue questo cinquantenne d&apos;Oltralpe da certi suoi coetanei &lt;i&gt;soixante-huitards&lt;/i&gt; delle nostre parti, quelli che nelle pagine di certa estenuata narrativa si crogiolano in non meglio precisate crisi, o nella vita reale s&apos;imbozzolano nella gestione tecnocratica di questo o quel potere: nello sguardo di Michel la società non è scomparsa.

Quadruppani, il cui stile molto visivo è reso alla perfezione da Maruzza Loria, procede per libere associazioni che, del tutto inattese, accendono il cervello di chi legge (es. la similitudine tra le oche torturate per produrre il patè di fegato e i detenuti dell&apos;IRA in sciopero della fame nutriti a forza dai secondini). Immagine dopo immagine, i due fili narrativi cominciano a intrecciarsi, finché non si arriva all&apos;epilogo, dove si verifica un bruschissimo passaggio al narratore esterno, quello dei romanzi illuministi, mentre cadiamo verso un finale che rovescia le aspettative. 
The End. 
...ma un momento, c&apos;è ancora qualcosa: &lt;i&gt;in articulo mortis&lt;/i&gt; del romanzo (in zona Cesarini, per capirci) si apre  un piccolo pop-up, una frase, un rigo appena..., e ci ritroviamo nel film &lt;i&gt;I tre giorni del Condor&lt;/i&gt;, l&apos;ultimo fotogramma, &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://images-srv.leonardo.it/progettiweb/effettocinema/blog/condor.jpg&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Robert Redford che si guarda alle spalle&lt;/a&gt;, urtato dal dubbio più violento della sua vita.

Da tempo Quadruppani  traduttore di Camilleri, Carlotto, De Cataldo, Evangelisti, Fois, Verasani e molti altri  s&apos;impegna per diffondere in Francia la letteratura italiana; è tempo che quest&apos;ultima s&apos;impegni a far conoscere Quadruppani di qua dalle Alpi. Perché lo merita.

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;[Apparso su &quot;L&apos;Unità&quot; del 20/09/2007]&lt;/span&gt;


&lt;b&gt;CALENDARIO PRESENTAZIONI&lt;/b&gt;

3 ottobre, h. 21 - PIACENZA - Libreria Fahrenheit 451 via legnano 16. Presenta Alessandro Dosi

4 ottobre, h. 21:30 - BOLOGNA - Libreria Modo Infoshop, via Mascarella 24/b. Presenta Wu Ming 1. Sarà presente Valerio Evangelisti.

5 ottobre, h. 21 - RAVENNA - Festival &quot;Giallo luna nero notte&quot;, Casa Meandri

7 ottobre, h. 15 - MONTICELLO BRIANZA (LC), festival del giallo &quot;La passione per il delitto&quot;


&lt;b&gt;LINK&lt;/b&gt;

&lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/BIT/9788831792905/ASI/342781&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Clicca se vuoi ordinare il libro&lt;/a&gt;

&lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://quadruppani.samizdat.net/&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Il sito ufficiale di Serge Quadruppani&lt;/a&gt;

&lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2004/12/001125.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;A cena con Serge Quadruppani&lt;/a&gt; - di Tommaso De Lorenzis

&lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2006/01/001624.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Quadruppani sulla rivolta nelle banlieues francesi, 2006&lt;/a&gt;

&lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2006/12/002085.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Considerazioni agitate di un sessantottino non pentito&lt;/a&gt;

&lt;script src=&quot;http://getclicky.com/2599.js&quot; type=&quot;text/javascript&quot;&gt;&lt;/script&gt;
&lt;noscript&gt;&lt;p&gt;&lt;img alt=&quot;Clicky&quot; src=&quot;http://getclicky.com/2599ns.gif&quot; /&gt;&lt;/p&gt;&lt;/noscript&gt;
</text_more></entry>
<entry id='2387' allow_comments='0' allow_pings='0' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2387' author_id='18' authored_on='20070921211328' basename='due_dita_di_cognac' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='0' created_on='20070921211328' modified_on='20070921214144' ping_count='0' status='2' title='Due dita di Cognac' week_number='200738'><excerpt>&lt;b&gt;di G. Marelli&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;img alt=&quot;suonatrice.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/suonatrice.jpg&quot; width=&quot;42&quot; height=&quot;68&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;right&quot; hspace=&quot;2&quot; vspace=&quot;1&quot;/&gt;
			Gianni-Emilio Simonetti ci accompagna a visitare i luoghi dellemigrazione russa a Parigi, luoghi in cui Nastja è amata ed apprezzata per i suoi dolci, i suoi piatti baltici che la riportano indietro nel tempo: allinfanzia, alla gioventù, al primo amore. Al fatto che è meglio esser cuoca che rivoluzionaria se bisogna dirigere lo Stato verso il suo annientamento.</excerpt><text>		&lt;p&gt;&lt;b&gt;di Gianfranco Marelli&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;&lt;img alt=&quot;suonatrice.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/suonatrice.jpg&quot; width=&quot;118&quot; height=&quot;190&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;10&quot; vspace=&quot;1&quot;/&gt;
		&lt;p&gt;Gianni-Emilio Simonetti, &lt;i&gt;La suonatrice di theremin. Linsurrezione di Kronshtadt nei ricordi di Anastasija S. musicista e cuoca&lt;/i&gt;, DeriveApprodi, Roma 2007, pp. 175,  15.&lt;/p&gt;
		&lt;p&gt;Forse come Nastja, la protagonista del romanzo, dovremmo allungare le due dita di Cognac con un po dacqua  secondo unantica abitudine russa  prima di accingerci a raccontare una storia melanconica, nostalgica, eppure vibrante e sferzante come leroica insurrezione di Kronshtadt contro la «commissariocrazia» bolscevica in quel freddo e pungente inverno del 1921. E poi domandarci se «amori che durano il tempo di uno sguardo e rivoluzioni che vivono lo spazio di un mattino, sono forse per questo meno importanti di certi compromessi scellerati che incatenano tutta una vita».&lt;/p&gt;</text><text_more>		&lt;p&gt;Lultimo libro di Gianni-Emilio Simonetti  autore, ben ricordiamo, di uno dei testi &lt;i&gt;cult&lt;/i&gt; sugli Anni 70, &lt;i&gt;Ma lamor mio non muore&lt;/i&gt;, e tra i primi protagonisti in Italia della critica radicale di matrice situazionista  ci accompagna attraverso un linguaggio che utilizza più registri narrativi (letterario, artistico, storico, filosofico e finanche culinario) in un vortice di passioni struggenti, annebbiate dal clima alcolico e fumoso dellemigrazione politica russa a Parigi nei primi anni 20 del secolo scorso. Ed in questo &lt;i&gt;milieu&lt;/i&gt;,&lt;i&gt; &lt;/i&gt;dovera possibile incontrare nei bistrot lintelligenza artistica e rivoluzionaria non ancora domata ed inquadrata dallordine dei regimi totalitari che da lì a qualche anno avrebbero occupato drammaticamente la scena storica, nasce un racconto  in realtà un raccontarsi  di una rivolta collettiva, che, sebbene soppressa ed annientata dal potere costituito della dittatura bolscevica, tuttora vive e si tramanda come un &lt;i&gt;tesoro&lt;/i&gt;.&lt;br /&gt;
			Eh sì, perché Nastja visse da protagonista lepopea di Kronshtadt, quando la parola dordine «tutto il potere ai Soviet e non ai partiti» ebbe la meglio  anche se solo per diciotto giorni  sulla feroce ed oppressiva dittatura bolscevica, attuata da Kalinin, Zinoviev, Trotskj, Bucharin, S. Kamenev, Lenin, che a suon di cannonate imposero il loro diktat ai rivoltosi: «non ci può essere potere sovietico senza il Partito comunista». E quelli che  appena quattro anni prima  erano stati «lonore e la gloria della rivoluzione» divennero banditi prezzolati al soldo delle Guardie Bianche (da «sparare come a fagiani», così si espresse il Commissario del Popolo alla Guerra, Lev Davidovic Trotskj) solo perché avevano osato difendere il principio della democrazia diretta, della libertà politica e delluguaglianza economica, del potere e del controllo sulla propria vita. Sui propri sogni. A tal punto da esser tanto odiati, poiché tanto erano stati temuti.&lt;br /&gt;
			Diciotto giorni nei quali i marinai, i soldati, i lavoratori di Kronshtadt diedero vita ad una Comune libertaria nellisola di Kotlin prospiciente a Pietrogrado e alle famose officine Putilov, dove i lavoratori avevano da poco finito lo sciopero contro la militarizzazione delle fabbriche e i soprusi perpetuati dai «commissari del popolo». Proprio a difesa di queste manifestazioni, i marinai della corazzata Petropavlosk formularono in quindici punti una piattaforma di lotta (nei quali si affermava quanto i soviet attuali non esprimessero la volontà degli operai e dei contadini e pertanto si sarebbero proclamate nuove elezioni libere e senza partito), divenuti in seguito il manifesto della Comune di Kronshtadt. Era il 28 febbraio 1921.&lt;br /&gt;
			Ma la storia che ci racconta Simonetti inizia giovedì 24 gennaio 1924 a Parigi, in una piccola stamberga, in cui Nastja vive da qualche anno, dopo che il Partito le ha concesso il visto per espatriare, ottemperando al compito di divulgare la verità del materialismo dialettico attraverso la «macchina», il &lt;i&gt;theremin&lt;/i&gt;, o eterofono: uno strumento costruito da Lev Sergeyevich Termen nel 1919 con lutilizzo di valvole termoioniche che emettono suoni di diversa intensità (una via di mezzo tra il miagolio di un gatto, una voce umana, un violino), in rapporto alla distanza degli oggetti dalle valvole stesse. La dimostrazione di quanto Lenin avesse ragione sugli idealisti empiriocritici: è la materia ad essere lunico oggetto attivo; per questo occorreva dar prova concreta del principio attraverso veri e propri «concerti» generati dalla &lt;i&gt;macchina&lt;/i&gt;. Per lappunto, Nastja  classificatasi tempo addietro come la migliore al concorso di violino  era stata scelta dal Partito (dopo estenuanti prove di «fedeltà alla linea») per suonare il &lt;i&gt;theremin&lt;/i&gt;, dando così ampia dimostrazione in occidente della superiorità scientifica del comunismo. E pur di scappare da quellinferno, non si era certo fatta pregare due volte.&lt;br /&gt;
			Ora, proprio quel giorno, un telegramma dalla sua amica Olga le comunica la notizia della morte di Lenin, avvenuta il 21 gennaio. Dapprima il riso, poi il pianto. E alla mente il ricordo di Kronshtadt, dei suoi genitori uccisi durante lassalto finale dellesercito trotskista; gli incendi, i saccheggi, il fumo causato dal cannoneggiamento e «linsolita litania delle mitragliatrici che le avevano tolto, da tempo, il diritto di sognare». Un ricordo che trafigge il presente, lo percuote, sino a farle odiare linsignificante e gioiosa vita parigina, fatta di scandali, provocazioni ed illusioni nei riguardi di una rivoluzione vissuta soltanto a parole da parte di avanguardie artistiche e di rivoluzionari emigrati, ormai distanti dalla realtà combattente di un mondo falso e menzognero. Ecco dunque necessario, se non addirittura indispensabile, servirsi due dita di Cognac e allungarlo con lacqua, per bere e piangere nel bicchiere: «&lt;i&gt;kabatskaja melankholia&lt;/i&gt;, la chiamavano i vecchi, malinconia da taverna».&lt;br /&gt;
			Con questarrendevole, struggente malinconia Gianni-Emilio Simonetti ci accompagna a visitare i luoghi dellemigrazione russa a Parigi, luoghi in cui Nastja è amata ed apprezzata per i suoi dolci, i suoi piatti baltici che la riportano indietro nel tempo: allinfanzia, alla gioventù, al primo amore. Al fatto che è meglio esser cuoca che rivoluzionaria se bisogna dirigere lo Stato verso il suo annientamento. Così accompagnati dalle ventisette note che descrivono dettagliatamente gli altrettanti piatti della cucina russa (quasi a conferma di quanto un giorno scrisse Jack Kerouac a proposito dei libri di cucina: sono gli unici che ti consentono di mettere subito in pratica ciò che hai appena letto), Nastja-Simonetti ci aiuta ad assaporare il gusto del ricordo: forte, pungente, duraturo. Al punto da esser difficile da dimenticare, anche quando tutti lo vorrebbero. E non basta certo lipocrisia del potere, pronto a festeggiare il cinquantenario della &lt;i&gt;Commune de Paris&lt;/i&gt; nello stesso giorno in cui viene soffocata nel sangue la rivolta dei marinai, degli operai, dei contadini di Kronshtadt, a cancellare la cattiva coscienza del comunismo sovietico. Perché  come scrive Simonetti nella premessa  «cè un modo di essere comunisti che non deriva dal sapere delle scienze sociali, né dallassalto della classe degli sfruttati ai bastioni del Capitale, provvede la vita corrente. È un costume inebriante di vivere il proprio tempo, spesso nella forma di unavventura, sempre nelle vesti di una tragedia».&lt;br /&gt;
			Avventura o tragedia. Giusto lo spazio aperto dalla breccia che squarcia il non-più dal non-ancora e che consente ai vivi di dare un senso allazione dei morti. Sarà forse questo il &lt;i&gt;tesoro&lt;/i&gt; della rivoluzione? Già, ma quale &lt;i&gt;rivoluzione&lt;/i&gt;?&lt;br /&gt;
			Quella che ha una causa, ma non un fine. E nemmeno degli eredi. Toccherà agli insorti di Kronshtadt ritornare fra noi, per spiegarci  assieme ad Hölderlin  che «ciò che fa di uno Stato un inferno è la conseguenza del tentativo degli uomini di farne un paradiso». Un augurio che Simonetti ci trasmette in pagine dintenso amore per gli insorti e per chi ne rivive il ricordo attraverso lazione. Quella che consentirà a Nastja di continuare a vivere&lt;/p&gt;</text_more></entry>
<entry id='2388' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2388' author_id='2' authored_on='20070922161632' basename='un_pomeriggio_con_gideon_1_di_3' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070922161632' modified_on='20110324015508' ping_count='0' status='2' title='Un pomeriggio con Gideon (1 di 3)' week_number='200738'><text>di &lt;b&gt;Anarcoreta&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;africa4.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/africa4.jpg&quot; width=&quot;300&quot; height=&quot;237&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;[&lt;span class=smalltext&gt;&lt;i&gt;Carmilla&lt;/i&gt; presenta un racconto in tre puntate che combina etnografia e narrativa. La narrativa sta diventando una tecnica molto efficace per riflettere in chiave antropologica sul potere, lalterità, la disuguaglianza e le strategie di resistenza degli individui, da ogni lato del pianeta&lt;/span&gt;]. &lt;b&gt;A.P.&lt;/b&gt;

Verso le sette della sera le nostre strade si separano. Siamo entrambi pronti per i saluti. Gideon chiede e ottiene soldi: &lt;i&gt;Give me money to get a car&lt;/i&gt;. Lo osservo attraversare la strada. Ci si saluta rumorosamente; prima lui, poi io, gridiamo: &lt;i&gt;Strength oh!&lt;/i&gt; Forza! Mi volto e guardo avanti, inizio a camminare verso il mio alloggio. Passa un taxi collettivo davanti a me. Gideon gli grida dietro per fermarlo, lo rincorre e mi sorpassa, il furgone si arresta. Un momento di sosta, Gideon confabula con chi cè dentro - nascosto alla mia vista dalla sagoma del mezzo  e il minibus riparte mentre Gideon che non lo ha preso, ora sorridente, cammina in direzione opposta alla mia. Di nuovo a voce alta: &lt;i&gt;Strength oh!&lt;/i&gt; E lultima volta che lho visto.
</text><text_more>Ero partito per una capitale africana la mattina del giorno prima. Mi avevano pagato il viaggio per andare a presentare un mio studio ad una conferenza. Cadeva proprio in un momento buono, prima dellinizio dellautunno, dei corsi, del lavoro, del freddo. Avevo in programma di staccare dallItalia e godermi quei giorni alluniversità e poi il mare africano - fatto di palme, spiaggia bianca e oceano - che era lì, proprio dietro langolo, a qualche ora utilizzando il trasporto locale. Le premesse erano quelle che ti farebbe dire, Chi può essere più fortunato? Eppure la pancia era stretta, bloccata: mandava inequivocabili segnali di tensione, che in diversi forse non avrebbero neanche colto o avrebbero classificato come un volgare mal di pancia, magari associandolo  con i soliti pregiudizi  al pranzo, mangiato alla mensa della casa dello studente, primo pasto in Africa. Quel pomeriggio, giorno prima della conferenza e momento in cui questo racconto inizia e si esaurisce, ruttavo in continuazione ma si sa che non sempre la causa del male è lì dove appare; la tensione - era evidente - stava nelle difficoltà che ormai avevo imparato ad individuare: nella preparazione di una presentazione orale che inquieta perché  anche qui erroneamente  spesso si deduce la serietà del lavoro di ricerca dalla qualità e dalla brillantezza dellesposizione; e dal rapporto con i colleghi che sembrano mantenere standard di contegno, vestiario, cortesia, compostezza, profondità nelle discussioni a cui - a volte - faccio difficoltà ad adeguarmi.

Gideon lavevo visto  in verità - per la prima volta la mattina camminando verso la sede delluniversità e della conferenza. Era apparso nella forma di un saluto sorridente dallaltra parte della strada. Capello corto ma non cortissimo, di quelli che non lasciano apparire la lucidità della pelle cranica; non altissimo ma coriaceo; sorrisi continui, abbigliamento sportivo; giovane in una fascia che rimaneva però  allora - indeterminata. Trasmetteva  come tanti altri ragazzi - una voglia di conoscere lo straniero, il turista, il viaggiatore, una voglia che può concretizzarsi in qualche chiacchera, nello scambio di indirizzi o anche in una amicizia, magari non eterna ma che duri lo spazio della permanenza  quella del turista  perché Gideon lì ci abita. Mi racconta che aiuta gli studenti perché non ha  anche in questo non solo, anzi direi in ottima compagnia  i soldi per pagare le tasse delluniversità e quindi sta lì e cerca di andare avanti con i lavoretti che gli capitano per le mani e per le tasche. Il pomeriggio quando il sole batte caldo  uscito con il portatile per stampare lintervento che avrei presentato il giorno dopo  ci rincontriamo e scambiamo qualche altra parola: mentre mi chiede a quale chiesa sono devoto, lo prendo in disparte e gli domando se sa come procurarsi della marijuana che cercavo come compagna in questo viaggio. Non ci sono problemi, la vendeva anche lui ma ora non ne ha; devo stare rilassato; si trova tutto, relax your body. Ha paura che io abbia paura, in realtà - glielo dico - sono tranquillo, passo più tardi.

Ci rivediamo quando il sole è basso, nello stesso posto, sotto uno di quelli enormi dormitori per studenti che ricordano  come forma - quelli di stampo stalinista se non fosse che qui quasi non si vede la facciata di cemento per il traffico di persone, per la quantità di oggetti che sporgono da ogni dove e in particolare dai lunghi balconi a ringhiera esterni che percorrono ogni piano. Ci muoviamo lasciandoci alle spalle il palazzone, la strada, luniversità. Allinizio non capisco bene: pensavo avesse il necessario appresso e si trattava di trovare un posto dove lo scambio tra soldi e maria potesse avvenire lontano da occhi indiscreti. Invece ci inoltriamo in una zona disabitata e senza strade, costellata da piccoli appezzamenti coltivati, alternati a boscaglia non altissima ma densa, con questultima che  man mano che camminiamo sulla sabbia rossastra dei sentieri  si infittisce tra alti cespugli e alberelli. Non devo aver paura quando sono con lui, mi dice, stiamo andando al ghetto.

Tracciare il significato delle parole è già difficile quando si seguono solo le tracce ufficiali, quelle dei dizionari; se uno si intestardisce, poi, a volere ricostruire i percorsi informali si deve rassegnare al fatto che le parole in questo loro continuo  ma mai identico  manifestarsi assumono toni, significati, riferimenti, sfumature che sono semplicemente incontrollabili. Insomma, il ghetto di cui scrivo non ha case, non ci abitano ebrei  né la loro presenza appare in nessun modo significativa, anche se non si può affermare con certezza che non ce ne siano in assoluto perché esistono comunità ebraiche anche se poi si dovrebbe puntualizzare che la liturgia e anche alcuni dei precetti religiosi fondamentali degli ebrei di questa parte dellAfrica sono ben diversi da quelli riscontrabili in Palestina. La parola ghetto ha mantenuto, in questo viaggio tra bocche e orecchie che lha portata fino a lì, il riferimento alla reclusione; reclusione però che in questo ghetto è volontaria mentre nel ghetto - quello degli ebrei - era imposta così come: questultima derivazione della parola nei quartieri urbani degli afroamericani mi appare la più probabile. Reclusione, eppure nel ghetto si entra e si esce liberamente, esiste un reticolo di sentieri che tagliano la vegetazione e collegano i punti di incontro. Questo è un ghetto di reclusione della libertà ed in particolare la libertà di comprare e consumare pubblicamente la maria e i suoi derivati. Sono i paradossi della segregazione: in questo caso  e in molte altre situazioni in cui cè chi vieta, decreta e punisce  nascondersi diventa necessario per sfuggire alla repressione e praticare quindi la libertà. Seguendo Gideon nel labirinto di camminamenti, ad un tratto, in un angolo dove la macchia è più fitta, si arriva a uno spiazzo dove diversi percorsi convergono. Lì cè un capannello di gente  precisiamo tutti uomini, se qualcuno avesse avuto qualche dubbio a riguardo - il cuore del ghetto.

Mi ricorda un bar che avevo frequentato, lontano dai clamori della capitale. Mi ci aveva portato un amico, anche in quella occasione alla ricerca di chi vendeva maria. Qui non cerano - a differenza degli altri bar - le bevande con le bollicine, i cui profitti vanno in buona parte a dei ricchi occidentali; non cerano le, pur apprezzate, bevande reclamizzate; non cerano le bevande industriali locali e neanche la birra. A differenza degli altri bar, questo non aveva pretese estetiche: una baracca con quattro panche e un bancone dietro al quale erano allineate bottiglie di distillati locali, bevande dal forte impatto e dai prezzi contenuti. Questo lo si poteva apprezzare sia da un assaggio che osservando gli avventori, diversi dei quali erano in quella fase in cui lalcol fa vacillare prima le barriere inibitorie nella conversazione, e poi le gambe. Questo bar, come il ghetto, era frequentato dagli emarginati, da chi ha passioni che la società non approva e che stigmatizza in un caso  e mi riferisco alla maria  rendendola illegale e nellaltro  il bar  con il pettegolezzo e la diffamazione del posto e dei suoi clienti, senza farsi tante domande sul perché e il per come cè questo bisogno di evadere dal quotidiano, anche se pensandoci appena un pochino o conoscendo anche superficialmente gli avventori delluno o dellaltro posto, qualche ipotesi plausibile riusciremo a formularla. Ma non sono cose che ha senso stare qui a raccontare. Chi cè stato, ha visto e sentito; chi non ha avuto la voglia - o forse il coraggio - di fermarsi nei posti di cui si sta parlando, almeno qualche volta nella vita, non ha neanche cominciato a conoscere le persone che li frequentano, e non sono cose che può riferire un terzo senza trasformare vite in parole pietose, e cè  a volte - tutta la differenza del mondo tra lesperienza e la sua rappresentazione. Insomma si rischia di non rendere un buon servizio agli uni  a quelli le cui vite si raccontano, che magari non ci si riconoscerebbero (ammesso che avessero le competenze e loccasione di leggere o di sentire leggere ciò che è scritto in una lingua a loro comprensibile)  e agli altri  - che leggerebbero quelle vite senza avere le necessarie e indispensabili conoscenze del contesto, delle cause e dei percorsi che portano le persone a fare le scelte che fanno.

Non che sia un frequentatore abituale di questi posti. Ci sono rischi di complicazioni. Complicazioni con la polizia e complicazioni per la messa a rischio della propria reputazione, e quella dellantropologo sembra che debba rimanere sufficientemente pulita per poter andare dalla parrucchiera come dallimpiegato, dallelettricista come dal capovillaggio, dal meccanico come dalla commerciante, dalla panettiera come dal contadino senza che immediatamente venga in testa a chi ha davanti, Ah, questo è il bianco che frequenta gli ubriaconi e i drogati!. Eppure in questi posti cè unumanità che meriterebbe, anchessa, di essere raccontata. Ho trovato  sia nel bar che, come vedremo, nel ghetto - persone che  proprio perché lì giocavano inequivocabilmente a casa loro mentre io ero ospite  persone che, dicevo, riuscivano a superare le barriere abitualmente poste nella relazione tra il bianco - a cui si deve comunque dire di sì ed essere gentili - e il nero senza arte né parte che deve obbedire e, se qualcosa non gli torna, lo tenesse per sé. In questi posti  quando la gente è alterata  lo status non conta, le relazioni si giocano per quelle che sono e per come si riesce a portarle avanti. Vengono meno le barriere protettive, viene meno quella patina e quella corazza attaccata alla pelle del bianco, del ricco, del viaggiatore. E senza la patina protettiva ci si espone a ciò che gli avventori del bar e del ghetto  e molti altri  sentono ma spesso non dicono; ci si espone agli umori della gente, ai loro pensieri inespressi, alle loro richieste insistenti, a modi bruschi, a mani callose e aliti pesanti. Quanti antropologi, quanti viaggiatori rinunciano a frequentare luoghi e persone che mettono in discussione le loro barriere protettive e quanto questo influenza la nostra percezione di un paese, della gente?

&lt;b&gt;(Fine della parte 1/3. Continua)&lt;/b&gt;</text_more></entry>
<entry id='2389' allow_comments='0' allow_pings='0' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2389' author_id='18' authored_on='20070923231023' basename='la_sventurata_rispose_la_sinistra_e_lordine_pubblico_5' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='0' created_on='20070923231023' modified_on='20071005013736' ping_count='0' status='2' title='La sventurata rispose. La Sinistra e l&apos;Ordine pubblico (5)' week_number='200739'><excerpt>&lt;b&gt;di G. e R. De Caro&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;democracy.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/democracy.jpg&quot; width=&quot;49&quot; height=&quot;68&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;right&quot; hspace=&quot;2&quot; vspace=&quot;1&quot;/&gt;La logica civile dell&amp;rsquo;emergenza condivisa, della concertazione strategica tra forze dell&amp;rsquo;ordine, magistratura e politica a garanzia dell&amp;rsquo;ordine sociale, vessillo laico della smilitarizzazione, &amp;egrave; crollata sotto il peso di una differente e superiore esigenza di controllo. Il nuovo ordine democratico &amp;egrave; un ordine mondiale, che richiede una struttura militare a propria difesa. La Sinistra si &amp;egrave; fatta coerentemente interprete di questa esigenza semplificativa.</excerpt><text>&lt;p&gt;&lt;b&gt;di Gaspare De Caro e Roberto De Caro&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;&lt;img alt=&quot;democracy.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/democracy.jpg&quot; width=&quot;143&quot; height=&quot;200&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;10&quot; vspace=&quot;1&quot;/&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;4. Il meccanismo dell&amp;rsquo;arancia&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Alcuni attenti studiosi e commentatori hanno messo l&amp;rsquo;accento sulla sostanziale inconsistenza della contesa sul maggiore o minore grado di affidabilit&amp;agrave; democratica di Polizia e Carabinieri. Scrive, ad esempio, Salvatore Palidda:&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;font style=&quot;font-size:11px&quot;&gt;Mi sembra, &lt;i&gt;en passant&lt;/i&gt;, piuttosto ridicolo disquisire sui sospetti caratteri antidemocratici dei carabinieri piuttosto che di altre polizie o&#x2026; dei servizi segreti, come si fa a proposito della vicenda del documento del rappresentante del cocer e della legge sul riordino delle polizie e sul nuovo status dei cc. Al di l&amp;agrave; delle molteplici strumentalizzazioni degli uni e degli altri (cio&amp;egrave; di componenti delle varie polizie, come dell&amp;rsquo;opposizione e della maggioranza), &amp;egrave; noto che in tutte le forze di polizia sono presenti operatori democratici, anche se forse siamo in presenza di una tendenza dominante che asseconda l&amp;rsquo;andamento oggi socialmente maggioritario che va a favore di un certo autoritarismo sociale connotato da una chiara tendenza razzista.&lt;/p&gt;</text><text_more>&lt;p&gt;Allora, appare ridicolo ritenere che una parte dei vertici dei cc, piuttosto che di altre polizie, possa avere velleit&amp;agrave; &amp;laquo;golpiste&amp;raquo;; se c&amp;rsquo;&amp;egrave; rischio di autoritarismo esso sta, purtroppo, all&amp;rsquo;interno di questa societ&amp;agrave; forgiata dalla &amp;laquo;nuova modernit&amp;agrave;&amp;raquo;.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref78&quot; href=&quot;#_ftn78&quot;&gt;[78]&lt;/a&gt;&lt;/font&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Non giureremmo che ci sia tanto da ridere. Meglio dar credito a chi individua la causa del conflitto nella natura stessa del comando e indica un aspetto della questione sul quale hanno glissato tutti, il denaro:&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;font style=&quot;font-size:11px&quot;&gt;L&amp;rsquo;Associazione Nazionale Funzionari di Polizia ha condotto una lotta serrata contro la legge che d&amp;agrave; maggiore autonomia ai carabinieri e ci&amp;ograve; non perch&amp;eacute; la PS sia pi&amp;ugrave; democratica dei CC ma perch&amp;eacute;, nelle logiche di comando, l&amp;rsquo;unit&amp;agrave; di questo deve essere detenuta da uno solo. L&amp;rsquo;evidente intento dei ruoli dirigenti della PS &amp;egrave; quello di rivendicare tale comando.&lt;br&gt;
	Vi sono, inoltre, ingenti interessi economici che ruotano attorno a questa vicenda. Pur essendo spezzettati nei bilanci di vari ministeri (Interni, Difesa, Finanze, Beni Culturali, Sanit&amp;agrave;, Grazia e Giustizia) i fondi statali destinati alle strutture repressive dello stato sono immensi. Possiamo stimarli prudentemente in 250mila miliardi di lire annue.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref79&quot; href=&quot;#_ftn79&quot;&gt;[79]&lt;/a&gt;&lt;/font&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Peraltro, se si guarda il comando negli occhi, come vuole Canetti, non si pu&amp;ograve; trascurare, emersa nel dibattito sul riordino delle forze di polizia, la frattura tra due concezioni fortemente differenziate dell&amp;rsquo;organizzazione democratica della disciplina sociale. Una duplicit&amp;agrave; certamente molto pi&amp;ugrave; mitica che reale, ma rivendicata e impiegata come eterno parametro di riferimento quando si voglia, a qualunque titolo e circostanza, individuare una peculiarit&amp;agrave; di valori cui attingere per giustificare, a se stessi o ad altri, l&amp;rsquo;esistenza di una Destra e di una Sinistra. Ormai storicamente appurato l&amp;rsquo;&lt;i&gt;idem&lt;/i&gt; &lt;i&gt;sentire&lt;/i&gt; sul &lt;i&gt;male assoluto&lt;/i&gt; (che politicamente &amp;egrave; costituito da tutto ci&amp;ograve; che si esprime o intenda esprimersi al di fuori della logica democratica della delega) e sul &lt;i&gt;bene assoluto&lt;/i&gt; (cio&amp;egrave; l&amp;rsquo;autolegittimante condizione di autorizzato della politica, il quale si caratterizza per la sua appartenenza diretta o indiretta a un partito), i termini Destra e Sinistra incarnano specularmente, a seconda di chi li usa, il male o il bene&lt;i&gt; relativo&lt;/i&gt;. A partire da questa riconosciuta, comune esigenza di reciproca legittimazione, il dibattito tra Poli oscilla entro confini stabiliti, poich&amp;eacute; in ogni democrazia compiuta il patto asociale tra i ceti dominanti alle spalle dei ceti subalterni passa attraverso una spartizione sempre provvisoria del potere, la quale non deve mai premiare uno dei Poli in via esclusiva. Il tacito accordo semiotico raggiunto tra le parti circa l&amp;rsquo;obbligo di riferirsi all&amp;rsquo;altro &#150; osservato con scrupolo in ogni circostanza pubblica e in primo luogo durante i dibattiti televisivi &#150; in termini di &amp;laquo;avversario&amp;raquo; e non di &amp;laquo;nemico&amp;raquo;, risponde perfettamente a questa esigenza. In fondo ci si raccomanda alla forza della diarchia, un sistema di autoconservazione del ceto politico che, &lt;i&gt;si parva licet&lt;/i&gt;, &amp;egrave; confortevolmente collaudato dall&amp;rsquo;esperienza storica.&lt;br&gt;
	La questione lessicale &amp;egrave; in effetti assai pi&amp;ugrave; importante di quanto comunemente si creda, proprio perch&amp;eacute; gli strumenti di comunicazione di massa svolgono il proprio compito semplificando all&amp;rsquo;osso gli input. &amp;Egrave; la logica binaria dell&amp;rsquo;informatica che si sposa, nella sua semplificante efficienza pervasiva, con il manicheismo del messaggio politico. Le categorie &lt;i&gt;bene&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;male&lt;/i&gt;, pi&amp;ugrave; volte invocate al riguardo dagli analisti, sembrano tuttavia inadeguate al livello del messaggio, anche per le loro evidenti implicazioni storiche e filosofiche. Alle patrie circostanze, per esempio, sembra molto pi&amp;ugrave; appropriato l&amp;rsquo;impiego di &lt;i&gt;bbuono&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;no bbuono&lt;/i&gt;, secondo il memorabile dettato dialettico di un insigne filosofo al tempo della scelta obbligata tra Stato e BR.&lt;br&gt;
	Comunque sia, la portata mediatica della dicotomia &amp;egrave; devastante per funzionalit&amp;agrave; ed efficacia. La tecnica consiste nell&amp;rsquo;imporre a ciascun termine polare il valore di un &lt;i&gt;infinito/positivo&lt;/i&gt; o di un &lt;i&gt;infinito/negativo&lt;/i&gt; in maniera assolutamente indipendente dal suo significato, da ci&amp;ograve; di cui anche storicamente &amp;egrave; portatore. Un&amp;rsquo;astrazione, quindi, un processo di selvaggia sterilizzazione semantica. Dopo di che, tutto ci&amp;ograve; che il termine rappresenta assumer&amp;agrave; connotazione apparentemente oggettiva di &lt;i&gt;infinito/positivo&lt;/i&gt; o &lt;i&gt;infinito/negativo&lt;/i&gt;. In democrazia la guerra delle parole &amp;egrave; decisiva per acquistare potere.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref80&quot; href=&quot;#_ftn80&quot;&gt;[80]&lt;/a&gt; &amp;Egrave; possibile addirittura ribaltare nelle coscienze giudizi che si credevano acquisiti per sempre. Da qualche anno, per esempio, la Destra ha dato vita alla campagna di riabilitazione della parola &lt;i&gt;fascista&lt;/i&gt;. L&amp;rsquo;impresa &amp;egrave; titanica perch&amp;eacute; la Costituzione e il codice penale le imprimono giuridicamente un connotato negativo, ma quando sar&amp;agrave; conclusa e il termine &lt;i&gt;fascista&lt;/i&gt; sar&amp;agrave; comunemente percepito come &lt;i&gt;infinito/positivo&lt;/i&gt; nessuno riuscir&amp;agrave; davvero a opporsi alla riabilitazione del suo contenuto. Al momento comunque il processo &amp;egrave; istituzionalmente avviato, promotore l&amp;rsquo;onorevole Violante quando era presidente della Camera, confortato di recente anche dall&amp;rsquo;autorevole parere del presidente della Repubblica. Da registrare inoltre la critica lessicale della Destra, interessata a separare l&amp;rsquo;aggettivo dalla strage della stazione di Bologna.&lt;br&gt;
	Ma la parola magica sulla quale poggiano le fondamenta dell&amp;rsquo;intero sistema &amp;egrave; proprio &lt;i&gt;democrazia&lt;/i&gt;, con tutti i suoi derivati. &lt;i&gt;Democrazia&lt;/i&gt; &amp;egrave; ormai davvero il &lt;i&gt;bene assoluto&lt;/i&gt;, l&amp;rsquo;&lt;i&gt;infinito/positivo&lt;/i&gt; per eccellenza. Offre anche enormi vantaggi rispetto ad altri leitmotiv del capitalismo, poniamo, per dire, &lt;i&gt;repubblica&lt;/i&gt;. Infatti, mentre i partiti repubblicani sono estremamente limitati dal peso semantico della loro stessa identit&amp;agrave; terminologica, quelli democratici possono tranquillamente prosperare al sole di una monarchia. Anzi, c&amp;rsquo;&amp;egrave; chi sostiene che proprio la monarchia sia la forma pi&amp;ugrave; adatta di ordinamento per realizzare compiutamente la democrazia: per esempio gli Spagnoli, i Belgi, gli Inglesi, gli Olandesi, gli Svedesi, i Danesi. Certo, quando la democrazia era plutocratica le cose non stavano cos&amp;igrave;. Ma ora nessuno pi&amp;ugrave; discute, nessuno pu&amp;ograve;. Chi volesse, anche solo per ipotesi, fare a meno della parola sa bene che gi&amp;agrave; questo, di per s&amp;eacute;, lo scaglierebbe subito al di fuori del recinto della sicurezza, nel magma infernale dell&amp;rsquo;&lt;i&gt;esclusione&lt;/i&gt;. E allora via, specialmente a Sinistra, all&amp;rsquo;orgia di autocertificazioni: Magistratura Democratica, Giuristi Democratici, Medicina Democratica, Psichiatria Democratica, Solidariet&amp;agrave; Democratica,&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref81&quot; href=&quot;#_ftn81&quot;&gt;[81]&lt;/a&gt; Polizia e Democrazia, Sinistra Democratica, Destra Democratica, Insegnanti Democratici, Giornalisti Democratici, Genitori Democratici, Rete Democratica, ecc. Anche i movimenti, come quello della Pantera dei primi anni &amp;rsquo;90, ci tengono a volte a definirsi democratici. Per dire che sono buoni, non cattivi. Ma nel profondo, ben stampato nella corteccia cerebrale di tutti coloro che sembrano non potersi sottrarre al fascino della paroletta, si cela un inesauribile bisogno di omologazione, di accettazione delle regole. Si cerca di rassicurare, di dichiarare immediatamente e senza alcuna ambiguit&amp;agrave; la propria resa di fronte allo &lt;i&gt;status quo&lt;/i&gt; dell&amp;rsquo;apartheid sociale e contemporaneamente, per&amp;ograve;, si afferma il diritto a stare nel recinto di protezione, a reclamarne la propria parte esattamente in virt&amp;ugrave; dell&amp;rsquo;unilaterale e preliminare rifiuto di combattere a fondo la logica dell&amp;rsquo;&lt;i&gt;esclusione&lt;/i&gt;, sulla quale si regge ogni democrazia conosciuta (su quelle sconosciute, ipotesi per ipotesi, allora sempre meglio Marx).&lt;br&gt;
	Se la parola &lt;i&gt;democrazia&lt;/i&gt; rappresenta oggi la massima espressione dell&amp;rsquo;&lt;i&gt;infinito/positivo&lt;/i&gt; (molto pi&amp;ugrave; di &lt;i&gt;pace&lt;/i&gt;, per esempio, o di &lt;i&gt;guerra&lt;/i&gt;, entrambi strumenti per la democrazia), la parola &lt;i&gt;terrorismo&lt;/i&gt; &amp;egrave; il suo opposto. Il vocabolo parte svantaggiato poich&amp;eacute; finora nessuno ne ha rivendicato la bont&amp;agrave;, compreso Robespierre. Proprio perch&amp;eacute; in origine i &lt;i&gt;terroristi&lt;/i&gt; erano i membri del governo giacobino durante il Terrore, fino a qualche tempo fa il vocabolo godeva di una duplice, paritaria accezione: da una parte, estensivamente, &amp;laquo;sistema di governo fondato su mezzi repressivi e violenti contro gli avversari politici&amp;raquo;; dall&amp;rsquo;altra, ancora pi&amp;ugrave; estensivamente, &amp;laquo;metodo di lotta politica violenta adottato da una fazione politica, da gruppi o movimenti di guerriglia, per abbattere un regime, un governo o per creare tensione e insicurezza in un paese&amp;raquo;. Non c&amp;rsquo;&amp;egrave; dubbio che ora sia quest&amp;rsquo;ultimo il significato principale attribuito alla parola dal senso comune: di &amp;laquo;governo terrorista&amp;raquo; parlano ormai solo i Palestinesi e i Curdi in Turchia. Se proprio non se ne pu&amp;ograve; fare a meno si preferisce ricorrere alla metafora di Stati &amp;laquo;canaglia&amp;raquo;, risparmiando in ogni caso i governi, poich&amp;eacute; &lt;i&gt;governo&lt;/i&gt; &amp;egrave; parola molto utile, che si sta guadagnando il suo spazio tra gli &lt;i&gt;infiniti/positivi&lt;/i&gt;. Inoltre dopo l&amp;rsquo;abbattimento delle Torri di New York, in Occidente con il terrorismo, inteso come termine, nessuno vuole pi&amp;ugrave; avere niente a che fare. &amp;Egrave; balzato senz&amp;rsquo;altro in cima alla classifica degli &lt;i&gt;infiniti/negativi&lt;/i&gt;, molto pi&amp;ugrave; in alto di &lt;i&gt;AIDS&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;CIA&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;comunismo&lt;/i&gt;. Ma almeno in questo l&amp;rsquo;Italia ha precorso i tempi. Da noi gli anni di carcerazione preventiva inflitti a cittadini risultati poi del tutto estranei alla pratica si sono accumulati negli ultimi tre decenni e anche oggi c&amp;rsquo;&amp;egrave; qualcuno che come presunto terrorista sconta fermi di polizia e pene anticipate di vario tipo. &amp;Egrave; sufficiente il sospetto. O un qualsiasi incidente probatorio, che anche se d&amp;agrave; esito negativo non importa, si rimane indagati lo stesso. Basta, appunto, la parola. Ma ora che il termine si &amp;egrave; globalizzato tutto si acuisce, c&amp;rsquo;&amp;egrave; un&amp;rsquo;accelerata ripresa dell&amp;rsquo;azione repressiva. &amp;Egrave; sufficiente etichettare come &lt;i&gt;terrorista&lt;/i&gt; una persona, un pensiero o un intero movimento e immediatamente li si rende soggetti a una legislazione di emergenza permanente. Chi viene colpito da questa &lt;i&gt;fatwa&lt;/i&gt; &#150; mediatica, politica, giuridica: sono molti i poteri che possono emetterla ed &amp;egrave; sempre valida &#150; viene immediatamente posto al di fuori della legge, della societ&amp;agrave;, della civilt&amp;agrave;. Perde ogni diritto, ogni protezione, ogni comune garanzia. Viene d&amp;rsquo;ufficio iscritto nel registro degli &lt;i&gt;esclusi&lt;/i&gt;.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref82&quot; href=&quot;#_ftn82&quot;&gt;[82]&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L&amp;rsquo;Unione Europea sembra avere imboccato con decisione la strada dell&amp;rsquo;adozione dell&amp;rsquo;&lt;i&gt;infinito/negativo&lt;/i&gt; &amp;lsquo;terrorista&amp;rsquo; in sede legislativa. Come riferisce l&amp;rsquo;europarlamentare Giuseppe Di Lello sul &lt;i&gt;manifesto&lt;/i&gt; del 3 ottobre 2001 &amp;laquo;la decisione quadro, tendente al &amp;ldquo;riavvicinamento&amp;rdquo; nell&amp;rsquo;ambito dell&amp;rsquo;Unione delle legislazioni degli stati membri in tema di lotta al terrorismo, era gi&amp;agrave; pronta da qualche tempo ed ha ricevuto dalla tragedia americana dell&amp;rsquo;11 settembre solo un&amp;rsquo;accelerazione nei tempi di presentazione&amp;raquo;.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref83&quot; href=&quot;#_ftn83&quot;&gt;[83]&lt;/a&gt;&lt;br&gt;
	Nell&amp;rsquo;art. 3, lettera F, &amp;laquo;il fine terrorismo [&amp;egrave;] riconosciuto anche a &amp;ldquo;occupazione abusiva o danneggiamento di infrastrutture statali e pubbliche, mezzi di trasporto pubblico, luoghi e beni pubblici. [&#x2026;] In quest&amp;rsquo;ultimo punto potrebbero rientrare, tra l&amp;rsquo;altro, gli atti di violenza urbana&amp;rdquo;&amp;raquo;. Di Lello osserva che&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;font style=&quot;font-size:11px&quot;&gt;la crescente contestazione di massa su scala mondiale della legittimit&amp;agrave; del G8 &#150; Genova insegna &#150; deve aver avuto il suo peso e cos&amp;igrave; si &amp;egrave; corsi al riparo con un ulteriore aiuto al crescente tentativo di delegittimazione dei movimenti: solo violenti o non anche terroristi? [&#x2026;] La risposta al quesito, in termini di fatto, a Genova le forze di polizia l&amp;rsquo;hanno gi&amp;agrave; data e ora arriva anche la risposta in termini di diritto, per giunta europeo: tocca vigilare sempre di pi&amp;ugrave; perch&amp;eacute; la mistificazione non si radichi anche nei codici rendendo tutto molto pi&amp;ugrave; complicato di quanto gi&amp;agrave; non sia.&lt;/font&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Sarebbe stato molto meglio, peraltro, che l&amp;rsquo;onorevole Di Lello avesse vigilato &lt;i&gt;prima&lt;/i&gt; &amp;laquo;sempre di pi&amp;ugrave;&amp;raquo;: oltretutto lo scranno europeo rende l&amp;rsquo;esercizio pi&amp;ugrave; comodo rispetto a quello di chi per vigilare rischia il carcere. Si sarebbe accorto che in termini di fatto le forze di polizia si erano gi&amp;agrave; espresse al meglio a Napoli, e soprattutto che in termini di diritto, almeno in Italia, non &amp;egrave; stato affatto necessario attendere Berlusconi e la sua teoria sulla &amp;laquo;contiguit&amp;agrave; tra movimento antiglobalizzazione e terrorismo&amp;raquo; per radicare nel codice &amp;laquo;la mistificazione&amp;raquo;. Ci aveva gi&amp;agrave; pensato la Sinistra un anno prima, delegando tutto ai Carabinieri. Come rileva Di Pietro, nel 3&amp;deg; periodo, 1&amp;deg; comma dell&amp;rsquo;art. 6 del decreto di riordino dell&amp;rsquo;Arma, agli organi di polizia militare &#150; il cui esercizio esclusivo delle funzioni &amp;egrave; assicurato alla Benemerita dalla legge 78/2000, Capo I, art. 1.4 &#150; spetta effettuare&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;font style=&quot;font-size:11px&quot;&gt;&amp;laquo;[&#x2026;] un&amp;rsquo;azione di contrasto, di natura tecnico-militare, delle attivit&amp;agrave; dirette a ledere l&amp;rsquo;efficienza e il regolare svolgimento dei compiti delle Forze Armate&amp;raquo;. L&amp;rsquo;estrema genericit&amp;agrave; dell&amp;rsquo;aggettivazione &amp;laquo;tecnico-militare&amp;raquo; riferita all&amp;rsquo;&amp;laquo;azione di contrasto&amp;raquo; appare particolarmente insidiosa perch&amp;eacute; atta a legittimare una serie di condotte non codificate e sottratte ad ogni forma di controllo da parte di altri organi giudiziari ed amministrativi. Parimenti, l&amp;rsquo;indeterminazione della successiva perifrasi &amp;laquo;attivit&amp;agrave; diretta a ledere l&amp;rsquo;efficienza e il regolare svolgimento dei compiti delle Forze armate&amp;raquo; rappresenta di fatto una &amp;lsquo;delega in bianco&amp;rsquo; al Comando Generale dell&amp;rsquo;Arma per la ricognizione in concreto delle fattispecie ritenute offensive. Si pu&amp;ograve; comprendere quanto ci&amp;ograve; sia rischioso semplicemente leggendo recentissime sinossi dello stesso Comando Generale dell&amp;rsquo;Arma destinate ad uso interno. Nelle stesse si afferma che tra i compiti primari della Polizia Militare rientra anche fronteggiare la cosiddetta MINACCIA (o GUERRA) NON ORTODOSSA attuata nelle seguenti forme: &amp;laquo;spionaggio, sabotaggio, sovversione, terrorismo, guerriglia, guerra psicologica, ingerenza, propaganda, influenza, disinformazione, separatismo&amp;raquo; nonch&amp;eacute; &amp;laquo;minaccia economica, finalizzata a minare gli interessi di una nazione&amp;raquo;!&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref84&quot; href=&quot;#_ftn84&quot;&gt;[84]&lt;/a&gt;&lt;/font&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La deriva binaria delle societ&amp;agrave; democratiche, con l&amp;rsquo;inconciliabile separazione tra &lt;i&gt;inclusi&lt;/i&gt; ed &lt;i&gt;esclusi&lt;/i&gt;, &amp;egrave; un fenomeno largamente studiato in riferimento soprattutto ai flussi migratori.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref85&quot; href=&quot;#_ftn85&quot;&gt;[85]&lt;/a&gt; Salvatore Palidda ha indagato il ruolo che le forze dell&amp;rsquo;ordine assumono nel processo di &lt;i&gt;esclusione&lt;/i&gt;, mettendo in rilievo modalit&amp;agrave; e funzionalit&amp;agrave; dell&amp;rsquo;azione repressiva &amp;laquo;sul campo&amp;raquo;:&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;font style=&quot;font-size:11px&quot;&gt;[&#x2026;] la polizia non &amp;egrave; solo l&amp;rsquo;istituzione &amp;laquo;polizia di stato&amp;raquo;, ma comprende tutte le forze, risorse, strumenti e modalit&amp;agrave; attraverso cui la societ&amp;agrave; provvede al suo stesso disciplinamento. La polizia &amp;egrave; un istituzione dello stato intesa precisamente come organizzazione politica della societ&amp;agrave;.&lt;br&gt;
	Questo aspetto appare con evidenza ancora maggiore nei principali paesi democratici. Uno dei pi&amp;ugrave; importanti privilegi della cittadinanza garantiti in questi paesi consiste appunto nel godere del diritto di rassicurazione e protezione da parte delle polizie, come diritto-beneficio spettante al cittadino che partecipa alla conquista e al mantenimento della posizione di dominio. Ed &amp;egrave; in tal senso che si configura la costruzione della &amp;laquo;fortezza Europea&amp;raquo; come luogo di ridefinizione della cittadinanza, delle minacce e dei suoi nemici.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref86&quot; href=&quot;#_ftn86&quot;&gt;[86]&lt;/a&gt;&lt;/font&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;Inclusione&lt;/i&gt; ed &lt;i&gt;esclusione&lt;/i&gt; sono condizioni esistenziali, la cui opposizione &amp;egrave; di fatto rispettivamente formalizzata da un differente &lt;i&gt;n&amp;oacute;mos&lt;/i&gt;. La legge scritta assicura al cittadino &lt;i&gt;incluso&lt;/i&gt; una tutela &#150; mai assoluta ed uguale, come vorrebbe l&amp;rsquo;utopia, ma ragionevolmente relativa allo &lt;i&gt;status&lt;/i&gt; sociale di ciascuno &#150; di cui l&amp;rsquo;&lt;i&gt;escluso&lt;/i&gt;, altrettanto ragionevolmente, non pu&amp;ograve; godere.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref87&quot; href=&quot;#_ftn87&quot;&gt;[87]&lt;/a&gt; Questa privazione &amp;egrave; costitutiva della condizione di &lt;i&gt;esclusione&lt;/i&gt;, non una sua mera conseguenza, pu&amp;ograve; esserne anzi la causa efficiente nel caso di cittadini responsabili di comportamenti sociali o politici amministrativamente giudicati inaccettabili. La violenza dell&amp;rsquo;amministrazione contro i manifestanti di Napoli e di Genova o contro nomadi e tossicomani ne &amp;egrave; un buon esempio. Il &lt;i&gt;n&amp;oacute;mos&lt;/i&gt; non scritto cui soggiace l&amp;rsquo;&lt;i&gt;escluso&lt;/i&gt; &amp;egrave; stabilito di volta in volta dalle forze di polizia,&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref88&quot; href=&quot;#_ftn88&quot;&gt;[88]&lt;/a&gt; &amp;laquo;potere amministrativo, di fatto sottratto a ogni controllo&amp;raquo;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref89&quot; href=&quot;#_ftn89&quot;&gt;[89]&lt;/a&gt; e quindi di fatto non sanzionabile.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref90&quot; href=&quot;#_ftn90&quot;&gt;[90]&lt;/a&gt;&lt;br&gt;
	L&amp;rsquo;indiscutibile fiuto sindacale di Giovanni Aliqu&amp;ograve; gli ha permesso di cogliere l&amp;rsquo;occasione di un&amp;rsquo;intervista sull&amp;rsquo;ultimo numero di &lt;i&gt;MicroMega&lt;/i&gt;, dedicato a &lt;i&gt;Globalizzazione, violenza, democrazia&lt;/i&gt;, per riproporre su un piano pi&amp;ugrave; appetibile i potenziali servigi &amp;laquo;postmoderni&amp;raquo; della Polizia di Stato, pronta, subito dopo la riforma, ad allinearsi alle future esigenze di gestione del &lt;i&gt;n&amp;oacute;mos&lt;/i&gt; non scritto, in modo da riconciliare sul mercato del nuovo ordine pubblico la propria vecchia offerta con la nuova domanda.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref91&quot; href=&quot;#_ftn91&quot;&gt;[91]&lt;/a&gt; Dopo aver tracciato un bilancio positivo del comportamento delle forze dell&amp;rsquo;ordine a Genova ed avere manifestato la propria solidariet&amp;agrave; all&amp;rsquo;Arma,&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref92&quot; href=&quot;#_ftn92&quot;&gt;[92]&lt;/a&gt; Aliqu&amp;ograve; esplicita, sotto l&amp;rsquo;apparente neutralit&amp;agrave; della tecnica di repressione di piazza, il rapporto incestuoso che lega ormai indissolubilmente la gestione dell&amp;rsquo;ordine pubblico alle cogenti strategie belliche dell&amp;rsquo;Occidente. Da una parte &#150; in risposta alle obiezioni di chi ha visto violate a Genova le garanzie dovute alla presunzione di innocenza, cio&amp;egrave; il diritto alla tutela assicurato dall&amp;rsquo;&lt;i&gt;inclusione&lt;/i&gt; &#150; la rivendicazione dell&amp;rsquo;inevitabilit&amp;agrave; durante le cariche che &amp;laquo;da un punto di vista tecnico, [&#x2026;] terzi possano restare coinvolti&amp;raquo;,&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref93&quot; href=&quot;#_ftn93&quot;&gt;[93]&lt;/a&gt; in evidente analogia con la legittimazione degli &amp;laquo;effetti collaterali&amp;raquo; nelle guerre umanitarie, aggiornamento tecnologico a sua volta della pia sentenza autoassolutoria di Arnaud Amaury, abate di Citeaux, alla crociata degli Albigesi: &lt;i&gt;Dio riconoscer&amp;agrave; i suoi&lt;/i&gt;. Dall&amp;rsquo;altra la richiesta responsabile e un po&amp;rsquo; risentita di armi chirurgiche per limitare i danni procurati a vittime inermi, in ossequio al mito mediatico delle bombe intelligenti: &amp;laquo;Devo mettere i facinorosi in condizione di non nuocere limitando i danni per terzi, giusto? Per far questo avrei avuto e ho bisogno di armi selettive e non letali che, bench&amp;eacute; richieste, nessuno ha mai fornito&amp;raquo;.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref94&quot; href=&quot;#_ftn94&quot;&gt;[94]&lt;/a&gt; Naturalmente tutta la verit&amp;agrave; non pu&amp;ograve; essere detta e indifendibili appaiono anche ad Aliqu&amp;ograve; i pestaggi e le sevizie perpetrati al di fuori delle cariche. Ma in realt&amp;agrave; il nocciolo della questione &amp;egrave; giuridico. Quando un cittadino, normalmente protetto, perch&amp;eacute; &lt;i&gt;incluso&lt;/i&gt;, dal &lt;i&gt;n&amp;oacute;mos&lt;/i&gt; scritto, si pone &#150; cosciente o meno, non importa &#150; al di fuori delle condizioni di tutela, diventa a tutti gli effetti un &lt;i&gt;escluso&lt;/i&gt;, soggetto all&amp;rsquo;arbitrio del &lt;i&gt;n&amp;oacute;mos&lt;/i&gt; non scritto, amministrato appunto dalle forze dell&amp;rsquo;ordine. Recriminare sar&amp;agrave; quindi un esercizio formalmente consentito, ma sostanzialmente inutile, quando non immediatamente o posticipatamente nocivo, poich&amp;eacute; la condizione di &lt;i&gt;esclusione&lt;/i&gt; implica quella di colpevolezza. Sicch&amp;eacute; un &lt;i&gt;escluso&lt;/i&gt; non pu&amp;ograve; mai logicamente godere della presunzione di innocenza, proprio nella misura in cui vengono percepite come mai completamente innocenti, al di l&amp;agrave; degli obblighi imposti dalla retorica di propaganda, le vittime civili dei bombardamenti. Se erano l&amp;igrave;, qualcosa devono aver fatto. Come si rimprovera agli Afghani l&amp;rsquo;ospitalit&amp;agrave; data a Bin Laden, ai Serbi di aver votato Milo&#x0161;evi&#x0107; e agli Iracheni di non ribellarsi a Saddam, cos&amp;igrave; si imputa ai manifestanti di non aver respinto i violenti, di non averli isolati, di aver loro consentito di ripararsi all&amp;rsquo;interno dei cortei. Come dice Bush, chi aiuta i terroristi sar&amp;agrave; colpito in ugual misura. Nel caso di Napoli e Genova, dove l&amp;rsquo;esercizio del mantenimento dell&amp;rsquo;ordine pubblico gi&amp;agrave; rispondeva disciplinatamente agli imperativi della logica bellica, sono state le stesse forze dell&amp;rsquo;ordine a stabilire chi aiutasse chi. A completamento del sillogismo, &amp;egrave; importante anche sottolineare che la colpevolezza dell&amp;rsquo;&lt;i&gt;escluso&lt;/i&gt;, a differenza di quella dell&amp;rsquo;&lt;i&gt;incluso&lt;/i&gt;, ha sempre carattere d&amp;rsquo;&lt;i&gt;infinito/negativo&lt;/i&gt;, sia che ci si riferisca alla colpevolezza insita nella sua natura di &lt;i&gt;escluso&lt;/i&gt; sia che effettivamente egli commetta atti che risultano sanzionabili anche nel &lt;i&gt;n&amp;oacute;mos&lt;/i&gt; scritto. Se la colpevolezza &amp;egrave; infinita, qualunque sia il reato, la pena cui l&amp;rsquo;&lt;i&gt;escluso&lt;/i&gt; &amp;egrave; destinato sar&amp;agrave; potenzialmente senza limiti. Di questo &amp;egrave; morto Carlo Giuliani.&lt;br&gt;
	Alla luce di tutto ci&amp;ograve;, &amp;egrave; chiaro che non si possono comprendere davvero i termini dello scontro tra Polizia e Carabinieri se lo si appiattisce sulla superficie angusta di un pur grave &lt;i&gt;vulnus&lt;/i&gt; istituzionale, se si ragiona in termini di effettiva autonomia dello Stato, di reali possibilit&amp;agrave; deliberative del governo o del Parlamento, e si dimenticano le superiori ragioni degli equilibri internazionali, che fanno sempre pi&amp;ugrave; pesantemente premio sulle logiche interne agli Stati nazionali. &amp;Egrave; questa l&amp;rsquo;ottica secondo la quale si possono comprendere i ruoli e assegnare le parti agli attori sulla scena. La storica sconfitta della Polizia di Stato era inevitabile. Dice bene l&amp;rsquo;onorevole Parenti che vent&amp;rsquo;anni fa una riforma del genere sarebbe stata inconcepibile. Anche l&amp;rsquo;esercito professionale lo era. Ma le esigenze del blocco democratico sono radicalmente mutate da allora, e non solo sul piano della disciplina economica, dell&amp;rsquo;asservimento politico alle esigenze dei mercati. Ora siamo in guerra. Una guerra cominciata subito dopo il crollo del Muro e che si annuncia &amp;laquo;infinita&amp;raquo;,&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref95&quot; href=&quot;#_ftn95&quot;&gt;[95]&lt;/a&gt; come la giustizia che dovr&amp;agrave; regolarla. La brutale semplificazione dicotomica che ha investito le nostre societ&amp;agrave; &amp;egrave; quella di tutte le guerre moderne. Non tollera l&amp;rsquo;esistenza del nemico, ne prevede solo la radicale distruzione, mai l&amp;rsquo;&lt;i&gt;inclusione&lt;/i&gt;. A meno di una resa definitiva e incondizionata secondo un modello storicamente sperimentato.&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref96&quot; href=&quot;#_ftn96&quot;&gt;[96]&lt;/a&gt; Ogni ipotesi di mediazione dei processi sociali &amp;egrave; stata rimossa dalle agende dei governi occidentali. Si prospetta un coprifuoco eterno, che richiede una ramificazione marziale, forze immediatamente funzionali alla logica dell&amp;rsquo;ordine bellico. Le istanze che portarono alla smilitarizzazione della Polizia di Stato, che innervarono la legge 121/81, rivendicate dai poliziotti come fondanti l&amp;rsquo;ordine democratico, erano (come lo Statuto dei Lavoratori) le figlie bastarde di una lunga stagione di lotta condotta da altri, di una messa in crisi radicale di ogni &lt;i&gt;status quo&lt;/i&gt;. Una domanda di libert&amp;agrave; ferocemente repressa proprio dalla Sinistra, la quale tuttavia rivendic&amp;ograve; a s&amp;eacute; le spoglie di un grande movimento combattuto e sconfitto. Sciacallaggio, certamente. Come i trofei africani esibiti nei musei inglesi: muti, inerti, incomprensibili resti di una grande civilt&amp;agrave; distrutta. E sono i degni epigoni di quella stessa Sinistra che hanno confuso e ammutolito i poliziotti (e i magistrati&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftnref97&quot; href=&quot;#_ftn97&quot;&gt;[97]&lt;/a&gt;), che ne hanno mortificato la speranza di una repressione sempre senza limiti, ma nell&amp;rsquo;ambito di una differente e pi&amp;ugrave; frammentata divisione dei poteri, che rispondesse a un&amp;rsquo;idea di societ&amp;agrave; in cui il loro ruolo emergesse intangibile perch&amp;eacute; indispensabile. Una societ&amp;agrave; in realt&amp;agrave; ormai in via di estinzione. La logica civile dell&amp;rsquo;emergenza condivisa, della concertazione strategica tra forze dell&amp;rsquo;ordine, magistratura e politica a garanzia dell&amp;rsquo;ordine sociale, vessillo laico della smilitarizzazione, &amp;egrave; crollata sotto il peso di una differente e superiore esigenza di controllo. Il nuovo ordine democratico &amp;egrave; un ordine mondiale, che richiede una struttura militare a propria difesa. La Sinistra si &amp;egrave; fatta coerentemente interprete di questa esigenza semplificativa. Ha saputo ascoltare il suono cupo dei tamburi di guerra e cogliere i segnali in arrivo. Tra l&amp;rsquo;allibito ma ingiustificato stupore delle sue folle mansuete ha dilatato la propria antica concezione di democrazia, gi&amp;agrave; ferocemente rassicurante, e l&amp;rsquo;ha forgiata d&amp;rsquo;acciaio. Una Sinistra davvero progressista, moderna, all&amp;rsquo;avanguardia. Ma al postutto, una volta assolto il suo compito storico, fatalmente surrogabile, archiviabile nella sua dissipata credibilit&amp;agrave; sociale, obbligata all&amp;rsquo;accattonaggio di una nuova identit&amp;agrave;. Del resto, per vocazione familiare e per radicata, lungimirante prudenza, come poteva la Sinistra rifiutarsi virginalmente al richiamo amoroso dell&amp;rsquo;ircocervo, al fascino congiunto di Ares e Demos? Comprensibilmente, senza rossori Violante pronubo reputava un grave errore smilitarizzare l&amp;rsquo;Arma. Alla fine, in Italia, i Carabinieri, forti della propria identit&amp;agrave; militare, custodi autorizzati della continuit&amp;agrave; dello Stato, dovevano comunque emergere come i veri, i soli paladini del Nuovo Mondo. Meglio premunirsi, come raccomandava il Migliore. E servizievoli passare la mano. [5. continua. Le altre puntate &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/cgi-bin/mt-search.cgi?IncludeBlogs=2&amp;amp;search=%22La+Sinistra+e+l%27Ordine+pubblico+%28%22&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;]&lt;/p&gt;
&lt;div&gt;
	&lt;hr align=&quot;left&quot; size=&quot;1&quot; width=&quot;33%&quot;&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn1&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn78&quot; href=&quot;#_ftnref78&quot;&gt;[78]&lt;/a&gt; Palidda, op. cit., p. 246 n. 5.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn79&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn79&quot; href=&quot;#_ftnref79&quot;&gt;[79]&lt;/a&gt; Afone Oscar, &lt;i&gt;Caso Pappalardo. Delirio di onnipotenza&lt;/i&gt;, in &lt;i&gt;Umanit&amp;agrave; Nova&lt;/i&gt;, n. 13, 9 aprile 2000. A proposito di comando unico, i funzionari di polizia coltivavano &amp;laquo;un presentimento buio: &amp;ldquo;Creata questa disarmonia tra carabinieri e polizia a vantaggio dei carabinieri, &amp;egrave; naturale attendersi che, nell&amp;rsquo;et&amp;agrave; del federalismo, una forza armata come in Turchia sar&amp;agrave; forza nazionale di polizia e noi, polizia di Stato, diventeremo poliziotti metropolitani o, al pi&amp;ugrave;, polizia regionale organizzata chess&amp;ograve;, nel Dipartimento provinciale della polizia di Milano o nel Dipartimento regionale della polizia lombarda&amp;rdquo;&amp;raquo; (D&amp;rsquo;Avanzo, op. cit.).&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn80&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn80&quot; href=&quot;#_ftnref80&quot;&gt;[80]&lt;/a&gt; Noam Chomsky &#150; tra i massimi studiosi delle tecniche di persuasione e di costruzione del consenso nelle democrazie &#150; mostra, in un&amp;rsquo;analisi tragicamente attuale, la necessit&amp;agrave; dell&amp;rsquo;imposizione di una locuzione nei processi di manipolazione dell&amp;rsquo;opinione pubblica: &amp;laquo;Il gregge smarrito non &amp;egrave; mai abbastanza domato e quindi la battaglia &amp;egrave; continua. Negli anni trenta ha levato la testa ed &amp;egrave; stato tenuto a bada. Negli anni sessanta ci fu una nuova ondata di dissenso, etichettata dalla classe specializzata &amp;ldquo;crisi della democrazia&amp;rdquo;. La crisi consisteva nel fatto che ampi settori della popolazione si stavano organizzando e cercavano di partecipare concretamente all&amp;rsquo;attivit&amp;agrave; politica. [&#x2026;] La popolazione doveva essere ricondotta all&amp;rsquo;apatia, all&amp;rsquo;obbedienza e alla passivit&amp;agrave; che costituiscono la sua giusta condizione. [&#x2026;] Dopo gli anni sessanta sono stati fatti grandi sforzi per rovesciare e sconfiggere questa &amp;ldquo;malattia&amp;rdquo;, che in certe manifestazioni ha ricevuto addirittura un nome: &amp;ldquo;sindrome del Vietnam&amp;rdquo; [&#x2026;]: l&amp;rsquo;intellettuale reaganiano Norman Podhoretz l&amp;rsquo;ha definita &amp;ldquo;la malsana inibizione suscitata dall&amp;rsquo;uso della forza militare&amp;rdquo;. Una larga parte della popolazione ne &amp;egrave; stata affetta, non riuscendo a capire perch&amp;eacute; si dovessero torturare, ammazzare e bombardare popolazioni di altri paesi. &amp;Egrave; molto pericoloso contrarre quella malsana inibizione, come aveva ben capito Goebbels, perch&amp;eacute; pu&amp;ograve; ostacolare la conquista del mondo. &amp;Egrave; necessario, come ha affermato il &lt;i&gt;Washington Post&lt;/i&gt; con un certo orgoglio durante l&amp;rsquo;isteria collettiva della guerra del Golfo, inculcare nel popolo il rispetto per il &amp;ldquo;valore militare&amp;rdquo;. Certo, &amp;egrave; una cosa importante: se il disegno politico &amp;egrave; la costruzione di una societ&amp;agrave; violenta che usa la forza nel resto del mondo per raggiungere gli scopi voluti dall&amp;rsquo;&amp;eacute;lite che la governa, &amp;egrave; necessario dimostrare apprezzamento per il &amp;ldquo;valore militare&amp;rdquo;, e non lasciarsi fuorviare da sciocche inibizioni sull&amp;rsquo;uso della violenza. [&#x2026;] &amp;Egrave; necessario inoltre falsare radicalmente la storia. &amp;Egrave; un&amp;rsquo;altra strategia per sconfiggere le assurde inibizioni: far apparire le cose in modo tale che, quando gli Stati Uniti attaccano e distruggono un paese, sia chiaro che lo stanno proteggendo da mostruosi aggressori. Fin dalla guerra del Vietnam lo sforzo per ricostruire la storia &amp;egrave; stato enorme. [&#x2026;] era necessario [&#x2026;] indurre il popolo al riconoscimento che tutto quel che facciamo noi americani &amp;egrave; nobile e giusto. Se bombardiamo il Vietnam del Sud &amp;egrave; perch&amp;eacute; lo stiamo difendendo da qualcuno, evidentemente dai sudvietnamiti, visto che l&amp;igrave; ci sono solo loro. &amp;Egrave; quella che gli intellettuali kennedyani, tra cui Adlai Stevenson, chiamarono difesa contro &amp;ldquo;l&amp;rsquo;aggressione interna&amp;rdquo;: era necessaria una definizione ufficiale che fosse comprensibile, e questa funzion&amp;ograve; perfettamente. Quando i media sono sotto controllo, il sistema scolastico e il mondo della cultura sono allineati, il consenso &amp;egrave; assicurato&amp;raquo; (&lt;i&gt;Il controllo dei media. Gli spettacolari successi della propaganda&lt;/i&gt;, in &lt;i&gt;Atti di aggressione e di controllo&lt;/i&gt;, Marco Tropea Editore, Milano 2000, pp. 162 ss.). Chomsky ha anche indagato sul ruolo degli intellettuali nella costruzione e nel mantenimento dell&amp;rsquo;oppressione sociale: &amp;laquo;Per costruire il consenso dei governati, non solo &amp;egrave; necessario illuderli sulla politica, ma anche celare le forze che proiettano l&amp;rsquo;ombra chiamata politica. &amp;Egrave; responsabilit&amp;agrave; degli intellettuali portare a compimento tali impegnativi compiti. [&#x2026;] Il segreto dell&amp;rsquo;intero sistema &amp;egrave; di fare in modo che il &lt;i&gt;big government&lt;/i&gt; socializzi costi e rischi, mentre i poveri devono affrontare i pericoli e la sofferenza della disciplina del mercato, e in questo processo gli intellettuali giocano un ruolo fondamentale: spetta a loro mascherare la verit&amp;agrave;&amp;raquo; (&lt;i&gt;Linguaggio e politica&lt;/i&gt;, Di Renzo Editore, Roma 1998, pp. 81 e 93). &amp;Egrave; del tutto superfluo ricordare che in occasione delle elezioni presidenziali del 2004 Chomsky ha esercitato il medesimo ruolo che qui imputa agli altri intellettuali, caldeggiando il voto per il candidato democratico.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn81&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn81&quot; href=&quot;#_ftnref81&quot;&gt;[81]&lt;/a&gt; Cfr. sopra n. 39.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn82&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn82&quot; href=&quot;#_ftnref82&quot;&gt;[82]&lt;/a&gt; Un altro termine da tempo acquisito come &lt;i&gt;infinito/negativo&lt;/i&gt; &amp;egrave; &lt;i&gt;violento&lt;/i&gt;. La paranoia propagandistica, cos&amp;igrave; violentemente efficace, obbliga per&amp;ograve; anche a qualche improbabile equilibrismo revisionista. Il 4 novembre 2001, il presidente Ciampi ha celebrato la tradizionale giornata delle Forze Armate e dell&amp;rsquo;Unit&amp;agrave; nazionale rendendo omaggio agli ossari di Solferino e San Martino della Battaglia. Di fronte a migliaia di teschi patriottici, italiani o austriaci, Ciampi ha sentito il bisogno di rinvigorire l&amp;rsquo;amor di Patria (altra parola in via di riabilitazione) indugiando &amp;laquo;sulla &amp;ldquo;qualit&amp;agrave;&amp;rdquo; del Risorgimento. Che &amp;ldquo;non fu mai grettamente nazionalistico&amp;rdquo; ma pot&amp;eacute; valersi della cultura di patrioti &amp;ldquo;coraggiosi, mai violenti, pronti a rischiare per il bene comune&amp;rdquo;&amp;raquo; (Giorgio Battistini, &lt;i&gt;&amp;laquo;Un tricolore in ogni casa&amp;raquo;&lt;/i&gt;, in &lt;i&gt;la Repubblica&lt;/i&gt;, 5 novembre 2000). Come le bombe umanitarie anche le battaglie del Risorgimento, teschio pi&amp;ugrave; teschio meno, vanno dissociate dalla &lt;i&gt;violenza&lt;/i&gt;. E una tale, diciamo, incongruenza potrebbe rimanere senza risposta? Per antica tradizione patriottica, se &amp;laquo;s&amp;rsquo;ode a destra uno squillo di tromba, / a sinistra risponde uno squillo&amp;raquo;: &amp;laquo;Al Colle arrivano migliaia di lettere. Una tra tutte, lo invita a proseguire nel recupero dell&amp;rsquo;idea di Patria. &amp;Egrave; firmata Pietro Ingrao&amp;raquo; (&lt;i&gt;Televideo&lt;/i&gt;, 1 novembre 2001).&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn83&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn83&quot; href=&quot;#_ftnref83&quot;&gt;[83]&lt;/a&gt; Merita sottolineare, anche in ordine alla strategia semantica di propaganda, che la decisione quadro &#150; che &amp;laquo;non ha efficacia diretta, ma &amp;egrave; vincolante per gli stati membri quanto al risultato da ottenere&amp;raquo; &#150; &amp;egrave; stata redatta dal liberale inglese Graham Watson, presidente della &lt;i&gt;Commissione per le libert&amp;agrave; e i diritti dei cittadini&lt;/i&gt; del Parlamento europeo. Che l&amp;rsquo;euronorevole si preoccupi delle libert&amp;agrave; e dei diritti dei cittadini non c&amp;rsquo;&amp;egrave; dubbio.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn84&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn84&quot; href=&quot;#_ftnref84&quot;&gt;[84]&lt;/a&gt; Cfr. Allegato C.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn85&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn85&quot; href=&quot;#_ftnref85&quot;&gt;[85]&lt;/a&gt; Una prima ricognizione bibliografica in Palidda, op. cit. Vale la pena di ricordare, in tema di &lt;i&gt;inclusione&lt;/i&gt; ed &lt;i&gt;esclusione&lt;/i&gt;, la riflessione di Olivier Razac (&lt;i&gt;Storia politica del filo spinato&lt;/i&gt;, ombre corte, Verona 2001, pp. 68 s.): &amp;laquo;I dispositivi sui quali si innesta il filo spinato sono, come si &amp;egrave; visto, dispositivi di separazione tra ci&amp;ograve; che deve vivere e ci&amp;ograve; che deve morire. Pi&amp;ugrave; precisamente, essi producono una distinzione tra coloro che permangono uomini e coloro che non sono altro che corpi. Da un lato vi sono soggetti produttivi, preservati e ricoperti dalla tunica dei diritti democratici, che formano un gregge, ma dal volto umano. Dall&amp;rsquo;altro vi sono i corpi abbandonati e senza diritti, che assomigliano pi&amp;ugrave; a bestie che a uomini. Non sono l&amp;rsquo;equivalente di un gregge qualunque, perch&amp;eacute; un gregge, in quanto valore economico, deve stare all&amp;rsquo;interno. No, poich&amp;eacute; stanno all&amp;rsquo;esterno, confinati nell&amp;rsquo;ignoto, nel minaccioso, nel negativo, sono per quelli di dentro bestie selvatiche. Disponiamo del resto di un vasto vocabolario bestiale per indicare gli uomini al di l&amp;agrave; del filo spinato&amp;raquo;.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn86&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn86&quot; href=&quot;#_ftnref86&quot;&gt;[86]&lt;/a&gt; Palidda, op. cit., p. 31. &lt;i&gt;Europa&lt;/i&gt;. Un&amp;rsquo;altra parola che in Italia fino a qualche anno fa veniva percepita come &lt;i&gt;infinito/positivo&lt;/i&gt; e che &amp;egrave; servita a giustificare una micidiale pressione economica sui ceti deboli. Ma la dura retorica dei Prodi e dei Ciampi copriva anche di peggio: una situazione umanitaria spaventosa, una vergogna nazionale ed europea di cui tutti erano (e sono) a conoscenza, grave quanto il dispensamento periodico di bombardamenti chirurgici. &amp;laquo;Alcune associazioni per i rifugiati sostengono che sono almeno 6000 le persone morte a partire dal 1997 tentando di entrare in Europa. United for Intercultural Action, un gruppo olandese che porta avanti campagne a favore dell&amp;rsquo;apertura delle frontiere, pu&amp;ograve; documentare 2.406 morti in varie parti di Europa, la maggior parte a partire dal 1996. In confronto, i messicani morti tentando di passare la frontiera con gli Stati Uniti negli ultimi quattro anni sono stati 1.013, su un totale di illegali e di tentativi molto pi&amp;ugrave; alto secondo il Congresso statunitense. Lungo la costa adriatica italiana, i morti sono quasi un evento quotidiano. &amp;ldquo;L&amp;rsquo;Adriatico &amp;egrave; un cimitero &#150; dice il maresciallo Roberto Gulioto, della Guardia di Finanza di Otranto &#150; nel fondo del mare si possono vedere quantit&amp;agrave; di ossa, mani, parti di corpi, di tutto&amp;rdquo;. [&#x2026;] Lungo tutte le frontiere europee, gli immigrati muoiono in ogni maniera possibile. Certi sono morti congelati attraversando le Montagne dei Maledetti nel Kosovo, altri affogati nel fiume Morava tra la Slovacchia e la Repubblica Ceca, altri ancora soffocati in camion frigorifero attraversando il Canale della Manica. [&#x2026;] Tutti vanno verso l&amp;rsquo;Europa alla ricerca di lavoro, o soltanto di speranza. Ad Algeciras, quelli che non ce la fanno sono seppelliti in una cripta con il numero giudiziario e la parola &amp;ldquo;desconocido&amp;rdquo;. Nei cimiteri di Otranto e di Lecce ricevono un numero e la parola &amp;ldquo;ignoto&amp;rdquo;. Il cimitero di Otranto ha una sezione speciale per resti incompleti, dove i crani e le altre ossa sono impilati ordinatamente per tipo&amp;raquo; (Rod Nordland, &lt;i&gt;Assalto alla fortezza Europa. Ma per i clandestini &amp;egrave; una strage&lt;/i&gt;,&lt;i&gt; &lt;/i&gt;in &lt;i&gt;la Repubblica&lt;/i&gt;, 7 agosto 2001). Quand&amp;rsquo;&amp;egrave; che il presidente Ciampi &#150; lui che &amp;egrave; un artefice della &amp;laquo;fortezza Europa&amp;raquo; &#150; andr&amp;agrave; a rendere omaggio a questo ossario? Quanti ancora bisogner&amp;agrave; costruirne? &amp;laquo;L&amp;rsquo;Europa del 1992 sta alzando una barriera del colore tipo &amp;ldquo;muro di Berlino&amp;rdquo; contro gli africani e gli asiatici&amp;raquo;, scrive lo storico sudafricano Hosea Jaffe (&lt;i&gt;Sudafrica. Storia politica. Dal razzismo legale al razzismo illegale&lt;/i&gt;, Jaca Book, Milano 1997, p. 302), costringendoci a confrontarci con l&amp;rsquo;idea che gli altri, gli &lt;i&gt;esclusi&lt;/i&gt;, hanno di noi europei, percepiti da secoli, in gran parte del pianeta, come &lt;i&gt;infinito/negativo&lt;/i&gt;. &amp;Egrave; il dramma di Ryzsard Kapuscinski: &amp;laquo;&amp;ldquo;siamo seduti su una polveriera. Perch&amp;eacute; la politica delle corporation e delle grandi banche arricchisce il venti per cento del mondo e consente che tutto il resto sprofondi nella miseria. &amp;Egrave; la globalizzazione a senso unico, che unifica su scala planetaria l&amp;rsquo;elettronica, i mercati, i commerci, la finanza, ma non la democrazia, i diritti umani, i livelli di vita&amp;rdquo;. &lt;i&gt;Non si sente antiamericano a dire queste cose? &lt;/i&gt;&amp;ldquo;Capire non significa giustificare. &amp;Egrave; ovvio che giustizia va fatta nel modo pi&amp;ugrave; severo. Ma una cosa &amp;egrave; l&amp;rsquo;orrore per l&amp;rsquo;evento. Altra cosa &amp;egrave; voler essere ciechi, mettere la testa nella sabbia&amp;rdquo;. &lt;i&gt;Dobbiamo leggere lo sviluppo?&lt;/i&gt; &amp;ldquo;Io viaggio molto per scrivere i miei libri, passo continuamente dal mondo dei ricchi a quello dei poveri e dico: ogni volta vedo un fossato che si allarga, diventa voragine. &amp;Egrave; come se la distanza fosse pi&amp;ugrave; grande ogni anno, ogni mese, ogni giorno. &amp;Egrave; spaventoso. Folle&amp;rdquo;. &lt;i&gt;Racconti.&lt;/i&gt; &amp;ldquo;Due anni fa, ero sul confine somalo-eritreo, in un campo profughi. Ho visto esseri nudi, buttati per terra come sacchi vuoti, crepare di fame, malaria, tubercolosi. Bene, nello stesso giorno sono volato a Addis Abeba e da l&amp;igrave; a Roma, dove mi hanno portato in piazza Navona. Era una sera pulita, color madreperla. I turisti ascoltavano musica, ballavano, bevevano vino dei Castelli. Allora ho pianto. Senza speranza. L&amp;igrave;, in mezzo alla gente&amp;rdquo; (Paolo Rumiz, &lt;i&gt;Kapuscinski. Tutte le illusioni dell&amp;rsquo;Occidente&lt;/i&gt;, in &lt;i&gt;la Repubblica&lt;/i&gt;, 20 ottobre 2001).&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn87&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn87&quot; href=&quot;#_ftnref87&quot;&gt;[87]&lt;/a&gt; &amp;laquo;[&#x2026;] la cronaca quotidiana propone in continuazione violazioni di diritti fondamentali, storie di emarginazione, episodi di arretramento di garanzie: insomma, esigenze di giustizia della societ&amp;agrave; civile che non trovano tutela davanti ai tribunali. Le decine di innocenti che ogni anno muoiono nei pressi delle nostre coste nel disperato tentativo di entrare con i propri figli nel nord del mondo; le centinaia di persone che annualmente perdono la vita nei posti di lavoro in una misura che colloca il nostro paese ai vertici delle statistiche europee; i pestaggi selvaggi organizzati all&amp;rsquo;interno di carceri che ormai ospitano solo tossicodipendenti ammalati, zingari, extracomunitari e giovani protagonisti della devianza marginale; il dilagare della flessibilit&amp;agrave; nei rapporti di lavoro: fatti diversi, ma tutti indicativi di questo stato di cose&amp;raquo; (Giovanni Palombarini, &lt;i&gt;Giudici a sinistra. I 36 anni della storia di Magistratura Democratica: una proposta per una nuova politica per la giustizia&lt;/i&gt;, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli-Roma 2000, p. 335). La costruzione di una societ&amp;agrave; rigidamente divisa passa anche attraverso l&amp;rsquo;applicazione delle leggi del mercato alla gestione dell&amp;rsquo;&lt;i&gt;esclusione&lt;/i&gt;, con l&amp;rsquo;ossessiva richiesta di una produttivit&amp;agrave; sempre crescente: &amp;laquo;A Genova arrivano gli incentivi in denaro per i poliziotti: il questore Oscar Fioriolli ha cominciato ad applicare un regolamento che prevede per gli agenti un premio in denaro dalle 200 alle 400 mila lire per ogni arresto. &amp;ldquo;Non c&amp;rsquo;&amp;egrave; niente di strano &#150; commenta Fioriolli &#150; i bonus sono previsti, c&amp;rsquo;&amp;egrave; anche un budget apposito: cercher&amp;ograve; di premiare soprattutto gli arresti di rapinatori, scippatori e borseggiatori. Voglio colpire quei reati di microcriminalit&amp;agrave; che pi&amp;ugrave; preoccupano la gente&amp;rdquo;. Anche i sindacati di polizia hanno accolto con favore l&amp;rsquo;innovazione&amp;raquo; (&lt;i&gt;Incentivi per poliziotti: 400mila per ogni arresto&lt;/i&gt;, in &lt;i&gt;http://kwnews.kataweb.it/kwnews&lt;/i&gt;, 8 ottobre 2001).&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn88&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn88&quot; href=&quot;#_ftnref88&quot;&gt;[88]&lt;/a&gt; Nell&amp;rsquo;ordinaria amministrazione del &lt;i&gt;n&amp;oacute;mos&lt;/i&gt; non scritto, che non ammette la garanzia di nessun Garante, la bonaria inventiva quotidiana del poliziotto non &amp;egrave; meno lesiva della dignit&amp;agrave; umana degli altrettanto consueti interventi cruenti: &amp;laquo;Numero 3, maschio, 25 anni circa. Numero 24, femmina, 45 anni circa. Numero 13, numero 7, numero 19. Numeri sulla pelle nera di un pugno di disperati appena approdati sul confine pi&amp;ugrave; meridionale dell&amp;rsquo;Europa, le spiagge deserte dell&amp;rsquo;isola di Lampedusa in un giorno d&amp;rsquo;autunno. Quarantuno clandestini del Sudan e quarantuno numeri disegnati con il pennarello su un braccio o su una mano dai poliziotti che volevano identificarli. Poi la pasta detergente per cancellare tutto. La storia l&amp;rsquo;ha scoperta e denunciata il sacerdote che quei sudanesi in fuga li ha raccolti e poi ospitati in Sicilia. &amp;ldquo;Da quindici anni mi occupo di immigrati e una cosa simile non l&amp;rsquo;avevo mai vista&amp;rdquo;, assicura don Baldassare Meli, il salesiano del centro di accoglienza Santa Chiara di Palermo. E aggiunge: &amp;ldquo;Non avrei mai pensato che potesse accadere anche questo, capisco che identificare i clandestini non &amp;egrave; facile, ma questa vicenda dei numeri sulla pelle ci fa fare un salto indietro di mezzo secolo&#x2026;&amp;rdquo;. [&#x2026;] Racconta uno dei disperati, un ingegnere che in Sudan non ha pi&amp;ugrave; parenti, tutti uccisi: &amp;ldquo;A Lampedusa mi hanno segnato sulla mano il numero 1 con il lampostil, poche ore dopo ero gi&amp;agrave; ad Agrigento ed ero diventato il numero 28&amp;rdquo;. Racconta un altro sudanese, il numero 13: &amp;ldquo;Eravamo impauriti, siamo stranieri in fuga, ci siamo fatti marchiare senza fiatare&amp;rdquo;&amp;raquo; (&lt;i&gt;Numeri sulla pelle. In Sicilia la polizia marchia i clandestini&lt;/i&gt;, in &lt;i&gt;la Repubblica&lt;/i&gt;, 4 novembre 2000).&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn89&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn89&quot; href=&quot;#_ftnref89&quot;&gt;[89]&lt;/a&gt; Palidda, op. cit., pp. 221 s.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn90&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn90&quot; href=&quot;#_ftnref90&quot;&gt;[90]&lt;/a&gt; Perci&amp;ograve; a giusto titolo il generale Scoppa rivendica ai Carabinieri il diritto all&amp;rsquo;immunit&amp;agrave; non solo dalla pena, ma anche dalla critica: &amp;laquo;dobbiamo vedere garantita la tutela del nostro personale, che non pu&amp;ograve; rischiare oltre l&amp;rsquo;incolumit&amp;agrave; personale anche procedimenti penali e amministrativi o subire anche la sola condanna di una parte dell&amp;rsquo;opinione pubblica&amp;raquo; (dalla Chiesa - Scoppa, op. cit., p. 72). Pi&amp;ugrave; sfumato Aliqu&amp;ograve;: &amp;laquo;Gli errori che, in condizioni difficili, alcuni di noi hanno commesso sono rilevanti, ma ben pi&amp;ugrave; gravi sono le generalizzazioni e i linciaggi di cui sono stati oggetto per alcuni giorni tutti gli appartenenti alle forze di polizia&amp;raquo;. &amp;laquo;Una questione, tuttavia, deve essere chiara: non siamo disposti ad accettare in silenzio retate, ovvero iscrizioni in massa nel registro degli indagati o avvisi di garanzia a pioggia&amp;raquo; (Giovanni Aliqu&amp;ograve; - Claudio Castelli, &lt;i&gt;Polizia e legalit&amp;agrave;&lt;/i&gt;, in &lt;i&gt;MicroMega&lt;/i&gt;, 4/2001, pp. 87 e 93).&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn91&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn91&quot; href=&quot;#_ftnref91&quot;&gt;[91]&lt;/a&gt; Gi&amp;agrave; nel polemico documento &lt;i&gt;Legge 78/2000: Riordino delle Forze di polizia&lt;/i&gt; (cfr. n. 10), pur rivendicando orgogliosamente la &amp;laquo;coraggiosa e disinteressata battaglia civile, condotta sempre e soltanto con mezzi leciti ed alla luce del sole, nell&amp;rsquo;interesse di tutti gli appartenenti alla Polizia e di tutti i cittadini, contro la protervia dei &amp;ldquo;poteri forti&amp;rdquo; ed il colpevole silenzio di quanti, per insipienza, per ignavia o per gretto calcolo, vi hanno soggiaciuto&amp;raquo;, l&amp;rsquo;ANFP, ormai consapevole dell&amp;rsquo;irreparabilit&amp;agrave; della sconfitta, si preoccupava di ribadire la propria fedelt&amp;agrave; alle Istituzioni: &amp;laquo;Oggi che le scelte politiche oggetto del nostro dissenso sono divenute legge della Repubblica, le osserveremo lealmente, come abbiamo giurato di fare nel giorno in cui diventammo funzionari dello Stato&amp;raquo;.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn92&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn92&quot; href=&quot;#_ftnref92&quot;&gt;[92]&lt;/a&gt; &amp;laquo;Nonostante la drammatica fine del Giovane Carlo Giuliani, la gestione dell&amp;rsquo;ordine pubblico &amp;egrave; stata nel complesso informata al buon senso e condotta con serenit&amp;agrave;. [&#x2026;] Per quanto riguarda l&amp;rsquo;arma dei carabinieri, poco posso dire, se non testimoniare, e credo che debba essere testimoniato, il grande coraggio che i loro reparti, a Genova, hanno sempre dimostrato&amp;raquo; (Aliqu&amp;ograve; - Castelli, op. cit., pp. 87 e 93).&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn93&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn93&quot; href=&quot;#_ftnref93&quot;&gt;[93]&lt;/a&gt; Ivi, p. 89.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn94&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn94&quot; href=&quot;#_ftnref94&quot;&gt;[94]&lt;/a&gt; &lt;i&gt;Ibid&lt;/i&gt;.&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn95&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn95&quot; href=&quot;#_ftnref95&quot;&gt;[95]&lt;/a&gt; Questo intuisce, sia pure con qualche titubanza, Palidda: &amp;laquo;&amp;Egrave; evidente che un tale &amp;ldquo;modello di sviluppo&amp;rdquo; implica un forte rischio di approdo a una nuova conflittualit&amp;agrave; sociale, se non alla guerra. Ma questo pericolo non sembra turbare per nulla i mentori del liberismo sicuritario, sia perch&amp;eacute; da anni la mobilitazione sociale sembra non avere alcuna speranza di rilancio, sia perch&amp;eacute; le forze degli apparati sicuritari sembrano invincibili e sostenute dall&amp;rsquo;opinione pubblica, come dimostrerebbe la recente guerra in Jugoslavia. E, forse, il carattere tragico dell&amp;rsquo;attuale congiuntura appare pi&amp;ugrave; palese attraverso lo &amp;ldquo;spontaneo&amp;rdquo; &lt;i&gt;continuum&lt;/i&gt; tra le &amp;ldquo;guerre umanitarie&amp;rdquo; e le &amp;ldquo;guerre sicuritarie&amp;rdquo; periodicamente rilanciate nelle citt&amp;agrave; dei paesi ricchi&amp;raquo; (Palidda, op. cit., p. 40).&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn96&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn96&quot; href=&quot;#_ftnref96&quot;&gt;[96]&lt;/a&gt; &amp;laquo;Se, come ha dimostrato Z. Bauman, l&amp;rsquo;olocausto &amp;egrave; inesorabilmente legato alla logica interna alla modernit&amp;agrave;, allora potremo dire che le decine di migliaia di morti per fame, violenze, migrazioni e guerre che si verificano ogni anno nel mondo sono altrettanto inestricabilmente legati alla logica interna alla postmodernit&amp;agrave;&amp;raquo; (ivi, pp. 40 s.).&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
	&lt;div id=&quot;ftn97&quot;&gt;
		&lt;p&gt;&lt;a title=&quot;&quot; name=&quot;_ftn97&quot; href=&quot;#_ftnref97&quot;&gt;[97]&lt;/a&gt; Esemplare lo sconsolato bilancio finale del giudice Giovanni Palombarini nella sua storia di Magistratura democratica: &amp;laquo;Oggi, all&amp;rsquo;inizio del nuovo secolo, il quadro complessivo, in primo luogo a livello politico, in cui Md si trova a operare, sembra essersi definito chiaramente, con rilevanti caratteri di novit&amp;agrave; rispetto al passato. S&amp;rsquo;&amp;egrave; detto come si sia ormai consolidata la democrazia dell&amp;rsquo;alternanza, quella che alcuni hanno definito la democrazia della delega, altri la democrazia senza qualit&amp;agrave;; come le scelte di politica economica delle forze che vengono definite di sinistra siano ormai del tutto compatibili con la piena libert&amp;agrave; di impresa e mercato e indifferenti al principio dell&amp;rsquo;uguaglianza; come di conseguenza le loro politiche del diritto abbiano poco a che fare con la tutela dei ceti sottoprotetti, con le riforme di segno democratico e con il garantismo. L&amp;rsquo;alternanza possibile &amp;egrave; quella fra un&amp;rsquo;aggregazione di centro e il polo di destra. Da ultimo, le undici settimane di guerra &amp;ldquo;etica&amp;rdquo; del marzo-giugno 1999, che hanno visto l&amp;rsquo;Italia direttamente coinvolta, non hanno fatto altro che confermare l&amp;rsquo;analisi della situazione che in Md alcuni andavano facendo da qualche tempo a proposito della mutata natura della socialdemocrazia italiana e della scomparsa della sinistra politica. [&#x2026;] Anche a voler trascurare tutte le altre questioni di carattere politico e umanitario che la guerra ha proposto, non v&amp;rsquo;&amp;egrave; dubbio che le violazioni del diritto internazionale sono state innumerevoli, cos&amp;igrave; come quelle &#150; per quel che concerne l&amp;rsquo;Italia &#150; della Costituzione repubblicana&amp;raquo; (Palombarini, op. cit., pp. 331 s.). Appunto per sanare il &lt;i&gt;vulnus&lt;/i&gt; costituzionale, a proposito dell&amp;rsquo;intervento militare italiano in Iraq nel giugno 2003, un&amp;rsquo;interpretazione autorevole introduce l&amp;rsquo;inedita categoria di &amp;laquo;guerra guerreggiata&amp;raquo; (cfr. &lt;i&gt;Ciampi, noi in Iraq a guerra finita&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;ANSA&lt;/i&gt;, Napoli, 1 gennaio 2006).&lt;/p&gt;
	&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</text_more></entry>
<entry id='2390' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2390' author_id='13' authored_on='20070925195800' basename='le_due_torri_e_le_passioni_tristi' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070925195800' modified_on='20070925203115' ping_count='0' status='2' title='Le due torri e le passioni tristi' week_number='200739'><excerpt>di &lt;b&gt;G. De Michele&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;thevillag.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/thevillag.jpg&quot; width=&quot;60&quot; height=&quot;40&quot; border=&quot;0&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt; La strage delle Twin Towers rende percepibile un nuovo paradigma politico: la paura non è più la risposta politica alla domanda di sicurezza, ma la situazione entro la quale viene contrattato il permanere indefinitamente allinterno del Villaggio Globale pervaso dallimpazzimento sociale.</excerpt><text>di &lt;b&gt;Girolamo De Michele&lt;/b&gt;&lt;img alt=&quot;thevillag.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/thevillag.jpg&quot; width=&quot;121&quot; height=&quot;81&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;

&lt;img alt=&quot;frecciabr.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot; width=&quot;9&quot; height=&quot;9&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;baseline&quot; /&gt;&lt;i&gt;SPECIALE: SULL&apos;11 SETTEMBRE&lt;/i&gt;
&amp;bull; &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2007/09/002371.html#002371&quot;&gt;L&apos;intervento di Valerio Evangelisti&lt;/a&gt;
&amp;bull; &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2007/09/002373.html#002373&quot;&gt;L&apos;intervento di Giuseppe Genna&lt;/a&gt;
&amp;bull; &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2007/09/002377.html#002377&quot;&gt;L&apos;intervento di Ward Churchill&lt;/a&gt;

[Questo testo è tratto da un saggio in corso di pubblicazione sul prossimo numero di &lt;a href=&quot;http://www.quodlibet.it/generale/discipline.htm&quot;&gt;&lt;i&gt;Discipline filosofiche&lt;/i&gt;&lt;/a&gt; dedicato al tema del relativismo &lt;b&gt;(g.d.m.)&lt;/b&gt;]

Perché la strage delle Due Torri è così importante nella percezione emotiva del presente mondo vitale? C&apos;è, evidentemente, ben più che il mero dato numerico delle 2500 vittime ufficiali, e di altre presumibili 2-3000 vite di immigrati clandestini che erano al lavoro nelle Twin Towers, e che risultano invisibili persino nel computo dei morti.</text><text_more>Prima di rispondere alla domanda, è necessario un chiarimento sul termine &quot;globalizzazione&quot;. Questa parola ha la sua forza nella propria intrinseca ambiguità: nel mescolare, non sempre opportunamente, l&apos;analisi di processi strutturali socio-economiche di lungo periodo con gli effetti percepiti di questi processi. Nel termine &quot;globalizzazione&quot;, insomma, va confusa la distinzione tra i fatti  i processi strutturali, che richiedono tempi adeguati per la loro valutazione  e la loro percezione che (penso soprattutto a Bauman) registra sull&apos;immediato, e all&apos;interno della &lt;i&gt;società dell&apos;incertezza&lt;/i&gt;, gli affetti di tali processi, piuttosto che attestarsi sulla presa di distanza dall&apos;evento.
&lt;img alt=&quot;spiderttow.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/spiderttow.jpg&quot; width=&quot;181&quot; height=&quot;104&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Pochi mesi dopo l&apos;attentato Marco Revelli (1), partendo da un fulminante articolo di Andrea Bonomi (2), ha illustrato e argomentato questa tesi: la strage delle Twin Towers ha modificato la percezione del mondo globalizzato, sostituendo ad una rassicurante percezione dei processi di globalizzazione (la &lt;i&gt;globalizzazione soft&lt;/i&gt;) una rappresentazione più problematica e priva di risposte rassicuranti (la &lt;i&gt;globalizzazione hard&lt;/i&gt;). Una rappresentazione perturbante, ma probabilmente tanto più realistica, quanto illusoria era la precedente: con una battuta, è finita la &lt;i&gt;Belle Epoque&lt;/i&gt; della globalizzazione. L&apos;11 settembre è cambiata la (percezione della) struttura dello spazio globale, ed è mutata la (percezione della) relazione tra dimensione militare e dimensione civile dei conflitti: «Fino a ieri gli Stati Uniti e in generale l&apos;Occidente guardavano alla globalizzazione con uno sguardo doppio [...]: lavoravano alacremente alla trasformazione del pianeta in un unico spazio interdipendente [...], ma nello stesso tempo se ne consideravano &quot;fuori&quot;, o meglio &quot;sopra&quot;, invulnerabili alle spinte distruttive che in quello spazio potevano prendere origine» (Revelli p. 39).
Indifferenza e insignificanza dei &quot;luoghi&quot; rispetto ai &quot;flussi&quot; monetari, commerciali, umani, e possibilità di sorvolare dall&apos;alto lo spazio globale: questa percezione è stata sostituita da uno spazio &quot;euclideo&quot; basato sulla contiguità e sulla continuità nel quale siamo «tutti egualmente &quot;esposti&quot; a ciò che in quello spazio abita, [...] vulnerabili &quot;in tempo reale&quot; ad ogni minaccia» (Revelli p. 40); e dal ritorno dei luoghi, ridiventati importanti o perché sensibili alla minaccia (si pensi agli aeroporti, ridiventati luoghi senza aver perso il carattere di non-luoghi evidenziato da Augé), o perché decisivi per lo scorrimento dei flussi  dalle vie di comunicazione (i corridoi europei) ai nodi strategici per il reperimento di materie prime (gas, petrolio).
Il secondo elemento di forte discontinuità è l&apos;assottigliamento progressivo del confine tra conflitto civile e conflitto militare: assottigliamento che, in termini percettivi, raggiunge il grado zero. L&apos;immagine delle due Torri crollate introduce uno sguardo antropologico su se stessi e sull&apos;altro: «il diverso modo con cui inevitabilmente guarderemo e vivremo il nostro &quot;stile di vita&quot; in un habitat trasformatosi di colpo in &quot;ambiente ostile&quot;, intrinsecamente pericoloso» (Revelli p. 42).
Tra le conseguenze di questo mutamento, «la fine della trasparenza come valore» e «la moltiplicazione dei livelli di realtà &quot;invisibili&quot;»: «il primato dello sguardo e del &quot;vedere&quot; sembra essere la principale e più evidente vittima degli attentati di New York e Washington» (Revelli pp. 49-50). La globalizzazione soft poteva essere definita come &quot;società dell&apos;incertezza&quot; (3) per l&apos;eccesso di visibilità, «Ora l&apos;incertezza nasce dall&apos;esatto opposto: dall&apos;incapacità di vedere alcunché. [...] La sfida proviene da ciò che è sommerso - e l&apos;incertezza si trasforma, senza soluzione di continuità, in paura. L&apos;economia dell&apos;incertezza trascolora [nella] &lt;i&gt;fear economy&lt;/i&gt;  l&apos;&quot;economia della paura&quot; dove ogni calcolo diventa incerto, ogni aspettativa una scommessa, ogni previsione un azzardo al limite dell&apos;impossibile» (Revelli pp. 50-51).

Eppure, rileggendo Bauman alla luce delle considerazioni di Revelli, non sembra che i fattori individuati dal sociologo come responsabili del «clima di &lt;i&gt;assedio della paura&lt;/i&gt;» abbiano perso il loro carattere strutturale. Sintetizzandoli:&lt;img alt=&quot;zybauman.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/zybauman.jpg&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;150&quot; border=&quot;0&quot; hspaec=4 vspace=2 align=right /&gt;
a) il nuovo «disordine mondiale» che ha preso il posto dell&apos;ordine bipolare continua a manifestarsi come &lt;i&gt;imbarbarimento derivato&lt;/i&gt;: «l&apos;impatto globale della metropoli odierna sulla periferia del mondo»;
b) la &lt;i&gt;deregulation&lt;/i&gt; universale continua a produrre effetti psicologici «ben oltre la crescente schiera dei diseredati [:] pochi individui sono così potenti da essere sicuri che la loro casa, per quanto salda e resistente, non sia frequentata dallo spettro di un crollo imminente»;
c) la nuova pragmatica delle relazioni interpersonali e l&apos;abbandono, o la «lenta ma inesorabile dispersione delle capacità/competenze sociali» non consentono la ricostruzione di quelle «reti di protezione, tessute e tutelate con mezzi propri»  costituite dalle relazioni di prossimità parentale o amicale che esse stese avevano smantellato, o comunque indebolito;
d) l&apos;incertezza radicale è l&apos;habitat emotivo entro il quale si costituiscono l&apos;identità e l&apos;immagine di sé: la costruire della propria identità «con gradualità e pazienza, come si costruisce una casa - attraverso la lenta edificazione di soffitti, pavimenti, stanze, corridoi» è sostituita dal «ricominciare sempre dall&apos;inizio», dalla continua sperimentazione e dismissione di forme il cui esito è «una &lt;i&gt;identità a palinsesto&lt;/i&gt;» (Bauman pp. 61-65).
Se, come sembra, le due griglie interpretative sono sovrapponibili, se ne ricava la lezione che il mutamento percettivo segnalato da Revelli non sostituisce, ma si giustappone alla griglia baumaniana. L&apos;apparente schizofrenia percettiva che ne consegue - la fluidificazione delle rappresentazioni identitari accompagnata dalla riproposizione di identità forti - è in effetti uno dei tratti caratterizzanti di una nuova dialettica paura/rassicurazione connotata al tratto prevalente della nostra età: il predominio delle passioni tristi.

È qui che, secondo me, interviene un mutamento di paradigma: la paura non è più la risposta politica alla domanda di sicurezza, ma la situazione &lt;i&gt;entro la quale&lt;/i&gt; viene contrattato un nuovo scambio sociale. Non la fuoriuscita dallaperto indefinito verso il rifugio rassicurante, ma il permanere indefinitamente allinterno del Villaggio Globale pervaso dallimpazzimento sociale, ossia dalla paura senza oggetto. Lo scopo dellofferta politica diventa non la rassicurazione, ma la proposta di un oggetto sul quale riterritorializzare la propria angoscia.  È evidente che in questo nuovo paradigma ogni oggetto può essere reintrodotto nello scambio sociale: la mistica del suolo e del sangue, lo Stato nazionale, le piccole patrie, i piccoli e grandi uomini forti. Lintera sfera biopolitica è soggetta ad attraversamenti, segmentazioni, limitazioni (il baratto tra sicurezza e minore libertà negli stessi stati «democratici»). 
Foucault ha dimostrato come, tra lantichità e letà classica, il rapporto tra soggetto e verità abbia subito una radicale modifica. Nelletà antica il soggetto si percepiva inadatto, a meno di non trasformarsi in altro da sé, a ricevere la verità, e la verità era concepita come adeguata a modificare il soggetto che la coglieva; nelletà classica, invece, il soggetto si percepiva adeguato alla verità, ma la verità diveniva un compito infinito, dunque da ricercare senza fine.
Riprendendo oggi il rapporto soggetto-verità, ci accorgiamo che non solo l&apos;oggetto della conoscenza è indefinitamente differito al soggetto, ma il soggetto stesso si percepisce come inadeguato alla conoscenza e (diversamente dal soggetto antico) non modificabile dalla verità.
Questo è lo stato del mondo disvelato dalla strage dell11 settembre 2001.

&lt;b&gt;Note&lt;/b&gt;

(1) Revelli, M., 2002, &lt;i&gt;La seconda globalizzazione&lt;/i&gt;, in «Carta», n. 5, pp. 36-67
(2) Bonomi, A., 2001, &lt;i&gt;Come eravamo, nella Belle Epoque&lt;/i&gt;, in «Corriere della Sera», 24.09.
(3) Bauman, Z., 1999, &lt;i&gt;La società dell&apos;incertezza&lt;/i&gt;, Mulino, Bologna, 1999.
</text_more></entry>
<entry id='2391' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2391' author_id='1' authored_on='20070926001921' basename='sbancor_su_babsi_jones' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070926001921' modified_on='20070925222946' ping_count='0' status='2' title='Sbancor: su Babsi Jones' week_number='200739'><excerpt>di &lt;b&gt;Sbancor&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;babsicovermini2.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/babsicovermini2.jpg&quot; width=&quot;48&quot; height=&quot;73&quot; border=&quot;0&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt;Nel silenzio che solitamente circonda il genio, è uscito per Rizzoli ( 16.50), un autentico capolavoro della letteratura italiana del III millennio, che sarà anche iniziato da poco, ma che in letteratura sembra più promettente che in politica. Sto parlando dellopera di Babsi Jones: &lt;i&gt;Sappiano le mie parole di sangue&lt;/i&gt;. </excerpt><text>&lt;a href=&quot;http://slmpds.net&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;Clicca qui&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/babsicoverrcs.jpg&quot; width=&quot;130&quot; height=&quot;198&quot; border=&quot;0&quot; hspace=6 vspace=2 align=left /&gt;&lt;/a&gt;di &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/cgi-bin/mt-search.cgi?IncludeBlogs=2&amp;search=sbancor&quot;&gt;Sbancor&lt;/a&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;[&lt;i&gt;Carmilla &lt;/i&gt;si gloria di avere tra i suoi collaboratori e sostenitori di eccezione il misterioso autore e analista che risponde allo pseudonimo Sbancor, probabilmente uno dei massimi esperti di mercati e geopolitica di cui disponiamo nel Paese, un intellettuale quasi rinascimentale per cumulo di competenze e profondità di analisi. Rarissimamente Sbancor firma una recensione letteraria. Lo ha fatto su &lt;a href=&quot;http://permalink.gmane.org/gmane.culture.internet.rekombinant/2329&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Rekombinant&lt;/a&gt;, per &lt;b&gt;Sappiano le mie parole di sangue&lt;/b&gt; di Babsi Jones. Riproponiamo il breve, incisivo e definitivo testo di questo illuminato giudizio non soltanto letterario, poiché Sbancor è autore di un testo fondamentale sul conflitto in Kosovo: l&apos;indispensabile &lt;a href=&quot;http://www.deriveapprodi.org/estesa.php?id=49&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Diario di guerra&lt;/a&gt; (DeriveApprodi)]&lt;/span&gt;

Nel silenzio che solitamente circonda il genio, è uscito per Rizzoli nella collana 24/7&#8243; (Euro 16,5), un autentico capolavoro della letteratura italiana del III millennio, che sarà anche iniziato da poco, ma che in letteratura sembra più promettente che in politica.
Sto parlando dellopera di Babsi Jones: &lt;a href=&quot;http://slmpds.net/&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Sappiano le mie parole di sangue&lt;/a&gt;. Si tratta di unopera unica per diversi motivi.</text><text_more>Il primo è che Babsi pratica una scrittura devastante per i paradigmi e le sinapsi del pensiero unico dominante. E un esercizio di bio-grafia, nel senso etimologico del termine: scrittura della vita.
Linchiostro è rosso-sangue.
Il secondo è la sua capacità di mischiare i generi: il reportage di guerra, il dramma, la tragedia, la poesia, il flusso di coscienza.
Nellordine i riferimenti potrebbero essere Hemingway e la Fallaci (si proprio lei, quella migliore di &lt;b&gt;Niente e Così Sia &lt;/b&gt;e di &lt;b&gt;Inshallah&lt;/b&gt;), Shakespeare (&lt;b&gt;Amleto&lt;/b&gt;) e Sartre, (&lt;b&gt;La Nausea &lt;/b&gt;e &lt;b&gt;Le Mosche&lt;/b&gt;) Eschilo (l&lt;i&gt;Orestea&lt;/i&gt;), William Burroghs, James Joyce, Virginia Woolf. Non esagero: chi mi conosce sa che non sono mai tenero nei giudizi. Al limite preferisco non darli.
Il terzo è il tema: la jugoguerra vista nellassedio e nel pogrom dei serbi di Mitrovica da quattro donne chiuse in un condominio. La jugoguerra è ormai dimenticata dopo le due Torri. Eppure faremmo bene a ricordarcela. A ricordarci gli antislamici filoccidentali di oggi, che ieri si strappavano le vesti per Sarajevo, mentre le milizie di Aljia Itzebegovic arruolavano afghani, pakistani, e sauditi.
Sappiano le mie parole di sangue è unopera scomoda, eretica, impolitica. Un pugno in faccia ai luoghi comuni del politicamente corretto è delllumanitarismo democratico che produce guerre umanitarie. Insomma è un antidoto preventivo alla prossima presidenza Clinton (Hillary).
Sappiano le mie parole di sangue esce sotto un Governo di sinistra, mentre fu proprio il primo governo di sinistra di questo paese a riportare lItalia in guerra dopo cinquantanni di pace, ripercorrendo in Jugoslavia gli stessi sentieri di sangue tracciati dal fascismo di Ciano, dai cattolici di Stepanic, dagli Ustascia di Ante Palevic e dalla divisione SS Skandenberg (albanese).
Ciò non gli assicurerà certo grande rilievo sui mainstream.
Non importa. A differenza di molta letteratura di successo e doccasione, che fra qualche anno nessuno ricorderà, &quot;SLMPDS&quot; è destinato a restare.

Per chi vuol saperne di più cè un sito-labirinto di oltre 100 pagine: &lt;a href=&quot;http://slmpds.net/&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;http://slmpds.net/&lt;/a&gt;</text_more></entry>
<entry id='2392' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2392' author_id='12' authored_on='20070925195800' basename='prefazione_a_cultura_convergente_di_henry_jenkins' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070925195800' modified_on='20070926001920' ping_count='0' status='2' title='Prefazione a CULTURA CONVERGENTE di Henry Jenkins' week_number='200739'><text>&lt;img alt=&quot;culturaconvergente_thumb.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/culturaconvergente_thumb.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;156&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;right&quot; vspace=&quot;1&quot; hspace=&quot;5&quot;&gt;di &lt;b&gt; Wu Ming&lt;/b&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;[Da tempo vi parliamo di &lt;b&gt;Henry Jenkins&lt;/b&gt;, docente al Massachusetts Institute of Technology e autore di alcuni dei più importanti saggi degli ultimi dieci-quindici anni sull&apos;odierna cultura pop, soprattutto nei suoi aspetti di partecipazione e creazione di comunità. Abbiamo fatto talmente tanti riferimenti al suo lavoro che, in occasione di alcune presentazioni di &lt;i&gt;Manituana&lt;/i&gt;, i presenti ci hanno fatto domande sui suoi libri (finora mai tradotti in italiano) anziché sui nostri! 
Ebbene, finalmente il più importante libro di Jenkins, &lt;i&gt;Convergence Culture&lt;/i&gt;, è stato tradotto nella lingua di Petrarca (cioè, più o meno), ed esce in questi giorni per le edizioni Apogeo. La prefazione l&apos;abbiamo scritta noi. Eccola.]&lt;/span&gt;

Nel migliore dei mondi possibili, la pubblicazione di questo libro scuoterebbe come un terremoto il dibattito italiano su Internet e le nuove tecnologie di comunicazione. Se non produrrà nemmeno uno scarto, significa che quel dibattere è una parvenza di vita, finestre sbattute dal vento in una villa disabitata, mortorio al cui confronto un &lt;i&gt;poltergeist&lt;/i&gt; è il Carnevale di Rio.
&lt;i&gt;Cultura Convergente&lt;/i&gt; è un saggio rivoluzionario per molte ragioni. La prima è un marchio di fabbrica anglo-sassone: l&apos;essere comprensibile, appassionante, farcito di prove ed esempi. Nel testo si fa spesso riferimento ad autori europei, capaci di brillanti costruzioni teoriche, ma molto meno dotati nel tradurle in un linguaggio immediato e in pratiche sociali osservabili. Come per magia, nelle pagine di questo libro ogni oscurità concettuale si fa cristallina.

&lt;div align=&quot;right&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt;&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com/italiano/outtakes/culturaconvergente.htm&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;CONTINUA A LEGGERE LA PREFAZIONE A &lt;i&gt;CULTURA CONVERGENTE&lt;/a&gt;&lt;/i&gt;&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;/span&gt;</text></entry>
<entry id='2393' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2393' author_id='4' authored_on='20070927031243' basename='i_giornali_a_processo_il_caso_7_aprile_quinta_parte' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070927031243' modified_on='20070927031355' ping_count='0' status='2' title='I giornali a processo: il caso 7 aprile - Quinta parte' week_number='200739'><text>di &lt;b&gt;Luca Barbieri&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Rosso1.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Rosso1.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;164&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;(c) 2002 - Si consente la riproduzione parziale o totale dell&apos;opera e la sua diffusione per via telematica, purché non a scopi commerciali e a condizione che questa dicitura sia riprodotta.

&lt;b&gt;Autonomia Operaia&lt;/b&gt;
	
Larea dellautonomia propriamente detta nasce nel corso del 73, periodo in cui comincia a prendere consistenza il coordinamento nazionale delle assemblee e comitati autonomi. Il primo prodotto di questo coordinamento sarà il Bollettino degli organismi autonomi operai, che nasce nel maggio del 73 e porta le firme di: Assemblea autonoma Alfa Romeo, Assemblea autonoma Pirelli, Comitato di lotta Sit-Siemens, Gruppo operaio Fiat, Assemblee autonome di Porto Marghera, Comitato politico Enel, Comitato lavoratori-studenti policlinico, Unione sindacale comitati di lotta. [] Lassemblea autonoma di Porto Marghera costituisce probabilmente la più vecchia e solida esperienza di organizzazione autonoma: le sue radici affondano nella rete di intervento del Potere Operaio veneto-emiliano della fine degli anni 60; confluita in Potere Operaio manterrà sempre una forte autonomia dalle strutture dellorganizzazione ed unidentità nettamente caratterizzata e a partire dal 74 darà vita a Lavoro Zero. </text><text_more>Questarea dopo il convegno di Rosolina si arricchirà delle forze uscite da Potere operaio con Negri che a Milano, assieme a ciò che resta del gruppo Gramsci dopo il processo di revisione in cui si è impegnato, daranno vita alla nuova serie di Rosso, giornale dentro il movimento, a partire dal dicembre 73 ed ai Comitati politici operai. Rosso diverrà ben presto il giornale più rappresentativo dellarea per la sua capacità di aprire ai nuovi temi del proletariato giovanile, delloperaio sociale, della critica della politica (10).  

Già nel 1973 quindi, con Potere operaio sulla via dello scioglimento, nasce il primo coordinamento dei gruppi dellAutonomia operaia. Si tratta di un insieme di esperienze difformi. Più che un movimento ben preciso  lespressione Autonomia operaia definirà una cultura, unarea che ruota attorno ad alcuni concetti chiave come il rifiuto del lavoro (già sviluppatosi in Potere Operaio) e la valorizzazione del potere di ogni singolo operaio (ma è meglio dire proletario) di bloccare il ciclo produttivo, e di rappresentare di per sé un contropotere soprattutto nella sua dimensione sociale. LAutonomia operaia si pone come una rottura netta con le esperienze precedenti del socialismo. Rifiuta gli schemi classici dellorganizzazione socialista. Ma alcune sue esperienze, come si è visto, discendono direttamente dalle elaborazioni teoriche di Potere operaio. La dinamica che porta alla nascita di Autonomia, alla saldatura di componenti diverse tra loro, è spiegata anche da Palombarini:

&lt;i&gt;Da un lato sallenta progressivamente il vincolo che legava politicamente, e non di rado organizzativamente, ai gruppi una serie di organismi di base, soprattutto operai, che cercano autonomamente altre strade per una propria iniziativa politica. Dallaltro nuovi organismi, che sorgono in unarea sociale che inizia a non trovare unadeguata rappresentanza politica, si affiancano ai primi nella ricerca di unefficace linea operativa&lt;/i&gt; (11).  

In sostanza, rispetto alle rotture operate dalloperaismo sul corpus teorico del marxismo-leninismo, lesperienza autonoma aggiunge una concezione della crisi che non è più quella del collasso sociale, dellesplosione della incapacità di fondo del capitale di far fronte alle esigenze sociali, bensì quella dellesplosione di relazioni sociali troppo ricche per essere ricondotte al rapporto di capitale.

Si tratta di unorganizzazione che tenta di sfruttare e dare un ordine (relativo) allo spontaneismo che unisce le lotte e le proteste di studenti e proletari (largamente intesi). Autonomia operaia propugnava la lotta allo Stato e alle istituzioni sociali ed economiche esistenti attraverso atti di illegalità di massa e di disubbidienza civile. Tanto che lAutonomia, proprio per questa rottura con la tradizione socialista, viene anche definita laltro movimento operaio. Un fenomeno che sebbene riunito sotto lunico nome di Autonomia prende forme e contenuti molto diversi da città a città. Si va dalle lotte per lautoriduzione dei biglietti per il trasporto urbano ai contenuti ecologisti. Il luogo di crescita del fenomeno è soprattutto luniversità e comunque il tessuto urbano. I sintomi una violenza diffusa contro le istituzioni universitarie: gambizzazioni, violenze, piccoli attentati e agguati. In gran numero. Sistema di autofinanziamento molto usato le rapine. Un fenomeno che segna la vita di intere città come Padova.

Un fenomeno questo che non può che entrare presto in conflitto con il mondo della sinistra tradizionale. Come spiega Rossana Rossanda: &lt;i&gt;La sua parte più originale e originaria non sono i gambizzatori di Padova, e neppure il gesto più o meno simbolico di violenza fisica, ma proprio linsieme delle pratiche di autoregolazione e rifiuto della mediazione politico-sindacale, che si sono diffuse non solo nella cultura giovanile o marginale, ma nei servizi pubblici e in parte in fabbrica&lt;/i&gt; (12).

Gli anni doro dellAutonomia sono il 1975, il 1976 e il 1977, lanno del movimento del 77. Ma è difficile stabilire quanto sia dovuto alla presenza di Autonomia e quanto alla genesi spontanea di proteste e movimenti.

Le forme organizzate dellautonomia sono destinate ovviamente ad avere un peso non indifferente nellambito del movimento, ma questo, nella sua ampiezza, le travalica. Accanto ai preesistenti organismi ne nascono di nuovi, anche di segno profondamente diverso (si pensi ai cosiddetti creativi) che in alcuni casi sono dei semplici punti di aggregazione politica e sociale. Qui non cè soltanto la storia di organizzazioni più o meno clandestine. Attorno al 77 ci fu il precipitato politico di tutto un universo di convinzioni, soggettività, figure sociali sconosciute o almeno impreviste che sembrò trovare un suo cemento nella convinzione della non trasformabilità del sistema, almeno nelle forme della democrazia politica. La democrazia era considerata impotente, e al tempo stesso segnata da tentazioni repressive e totalitarie. Lipotesi armata diventava se non altro unipotesi accettata allinterno di movimenti più vasti e compositi; e sembrava assumere una capacità neutralizzante (la teoria dei compagni che sbagliano)  anche nei confronti di forze e posizioni da essa molto lontane. Ci fu insomma uno strano e forse irripetibile mescolarsi di disincanto post-industriale e post-rivoluzionario e di vecchi e nuovi ideologismi, più o meno armati, catalogati sotto la voce bisogno di comunismo (13). 

Dopo il 77 si passa a una stagione di semiriflusso causata dai mancati sbocchi della protesta. Mentre Rosso cessa le pubblicazioni, a Padova, nellottobre del 1978, nasce Autonomia (diretta da Emilio Vesce).

Cosa succede dunque a Padova e in Veneto? In quello che Mino Monicelli chiama laboratorio veneto?

In questo laboratorio, dal 1977 al 1979, gli episodi di violenza sono stati 1.197 (con 5 morti e 10 feriti), di cui 708 nella sola città Padova; e quelli ascritti ad Autonomia organizzata sono stati 972, cioè gli otto decimi del totale. E un tipo di eversione ramificata e diffusa, praticata da gruppi non clandestini, fatta di scontri di piazza, aggressioni, sabotaggi, espropri, attentati e notti dei fuochi (14). 

Ma perché lAutonomia è così forte in Veneto, in una terra che i più considerano cattolica e mite? Una componente importante nella formazione di molti protagonisti dellAutonomia (ma anche delle BR) è proprio quella cattolica. Per violenza politica il Veneto, nel 1979, è al quarto posto in Italia. Ma per criminalità comune al terzo! Le ragioni per molti studiosi, Acquaviva e Camon su tutti, vanno individuate nella violenza dellinurbamento veneto che hanno trasformato larea compresa tra Padova, Venezia e Treviso in ununica grande metropoli. Una trasformazione che avrebbe scardinato irrimediabilmente la vecchia società contadina proiettando nella società di massa e nella scolarizzazione masse di giovani sprovviste delle categorie culturali adatte a interpretare correttamente la nuova realtà.  Se poi si aggiungono le prediche dei cosiddetti cattivi maestri (Negri su tutti) e una sinistra storicamente orfana delle strutture sindacali, che in Veneto hanno poco attecchito, si capirebbe questa esplosione di violenza disorganizzata e spontanea. E una teoria che avrà una fortuna enorme tanto da vivere tuttora per spiegare alcuni avvenimenti veneti.
	
Bassa cultura, bassa forma di acculturazione, bassa capacità espressiva, da una parte; e dallaltra, alto livello di reazione, di isteria, di bisogno di vendetta. Modi di espressione più corporali che verbali, più gestuali che letterari, più a mezzo di slogan che di frasi. Se li senti parlare ti cascano le braccia. Però disprezzano i loro padri che sono entrati docili e acquiescenti in un ingranaggio che li stritolava. Quando tornano con i loro risparmi sudati, non gli dicevano bravo, gli dicevano stupido, mi vergogno di te. LAutonomia sarebbe un po il luogo e il mezzo che permette di dar sfogo a questa specie di ingorgo psicologico (15).  
	
Che convincano o meno queste, assieme alle spiegazioni legate alleccessivo affollamento delluniversità patavina a fronte di servizi carenti e di una città esosa, quasi strozzina, sono le spiegazioni sociologiche più diffuse per spiegare il fenomeno dellAutonomia padovana. Cè poi chi sostiene che Autonomia operaia sia un partito, chi puro spontaneismo. Spiegazioni a parte, lunica cosa certa rimangono i dati della violenza vissuta in città. Queste le vittime sul fronte universitario:

In tre anni, dal 1977 al 1979, verranno aggrediti, sprangati o feriti a rivoltellate, i seguenti professori: Guido Petter (novembre 1977, maggio 1978, marzo 1979), Oddone Longo (marzo 1978), Ezio Riondato (aprile 1978), Angelo Ventura (settembre 1979). Altri docenti  come Berti, Olivieri, Galante, Ceolin  subiscono aggressioni, attentati alle abitazioni o alle auto e vengono a più riprese minacciati (16).

(10) L. Castellano,  &lt;i&gt;Aut.Op. La storia e i documenti: da Potere operaio allAutonomia organizzata &lt;/i&gt;, Milano, Savelli, 1980, p.83.
(11) G.Palombarini, &lt;i&gt;7 aprile: il processo e la storia&lt;/i&gt;, Venezia, Arsenale Cooperativa Editrice,1982, p.103.
(12) R.Rossanda, &lt;i&gt;Il terrorismo italiano: spunti per una analisi e una risposta istituzionale&lt;/i&gt;, in AA.VV., La magistratura di fronte al terrorismo e alleversione di sinistra, Milano, Franco Angeli, 1982, p.87.
(13) G.Palombarini, &lt;i&gt;op.cit&lt;/i&gt;., pp 134-135.
(14) M.Monicelli, &lt;i&gt;La follia veneta&lt;/i&gt;, Roma, Editori Riuniti, 1981, p.13.
(15) F.Camon in M. Monicelli, &lt;i&gt;op.cit&lt;/i&gt;., p. 21.
(16) M. Monicelli, &lt;i&gt;op.cit.&lt;/i&gt;, p.78.

&lt;i&gt;&lt;b&gt;NOTA REDAZIONALE&lt;/b&gt; - Alcune osservazioni e analisi contenute in questo capitolo della tesi di Luca Barbieri sono contestabili. Preferiamo però astenerci da censure o, peggio, interpolazioni, e affidare piuttosto ad altri articoli, di imminente pubblicazione, letture critiche differenti.&lt;/i&gt;

(&lt;b&gt;5 - CONTINUA&lt;/b&gt;)

 

</text_more></entry>
<entry id='2394' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2394' author_id='2' authored_on='20070927115030' basename='un_pomeriggio_con_gideon_2_di_3' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070927115030' modified_on='20110324015508' ping_count='0' status='2' title='Un pomeriggio con Gideon (2 di 3)' week_number='200739'><text>di &lt;b&gt;Anarcoreta &lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;africa3.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/africa3.jpg&quot; width=&quot;240&quot; height=&quot;240&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;[&lt;b&gt;&lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2007/09/002388.html#002388&quot;&gt;Qui&lt;/a&gt;&lt;/b&gt; la prima parte del racconto]

Quando arriviamo io e Gideon, gli occhi di tutti si voltano verso di noi. Un saluto e Gideon inizia a trattare con quello che la maria la vende. Io vengo invece apostrofato da un uomo con la camicia rosa. Le sue pupille sono rosse fuoco, ha fumato, e in abbondanza. Dice che gli devo dare soldi. Chiedo perché. Perché lui ha il potere lì. Intanto la transazione per cui siamo venuti si è completata nel giro di poche battute. Il venditore chiede &lt;i&gt;How many?&lt;/i&gt; Gideon mi guarda. Chiedo quanto costa. Arrivano cinque strisce di carta marrone di piccole dimensioni. Le riconosco. </text><text_more>La maria da queste parti si vende in due modi, o in grandi fogli grezzi contenenti rametti non lavorati, oppure in queste strisce di carta  che ora avevo davanti ai miei occhi - dalle dimensioni di una canna grande, già sminuzzata, pulita da semi e stecchi, e pronta per luso. Pago. La mia attenzione torna sulluomo con la camicia rosa che insiste per avere almeno uno dei cinque pacchettini. Mi infastisce la sua arroganza. Prendo uno degli involucri e lo do in mano ad un ragazzo che non aveva aperto bocca, I dont like powerful people (Non mi piacciono i potenti). Non  mi guardo indietro. Rizla, offre il venditore porgendomi cinque cartine, ne prendo una sola e ci muoviamo.

Il prezzo  per i curiosi, i pedanti, gli amanti dei particolari, insomma per quei lettori, che magari non sono neanche prevalenti, ma ritengono importante questa informazione, anche perché questo racconto e ogni suo particolare è tutto vero, insomma il prezzo è stato 2 a pacchettino (Gideon ha corretto gentilmente il venditore che uscendo il tutto ne aveva chiesti 5 per ciascuno) per un totale  come potrebbe calcolare un alunno delle classi intermedie delle elementari a cui le insegnanti sono solite dare esercizi di questo genere - di 10.

Ho aperto una parentesi in cui ho piazzato un accenno che  a questo punto  merita un ulteriore parentesi e un ulteriore approfondimento, e il lettore non sia disturbato da questo gioco di scatole cinesi che potrebbe distogliere lattenzione dalla trama principale, non sia disturbato perché con questa, le parentesi  per ora  si chiudono e perché in un racconto le vie secondarie possono essere importanti quanto il tracciato principale. Il fascino di una storia è nel percorso  per come si allineano fatti e parole  e non è mica nellansia che prende il lettore per sapere come andrà a finire. Ho detto e ribadisco che ciò che trovate scritto, è tutto vero. Cosa voglio dire? Che non sto fabbricando niente; anche se ho una pessima memoria, sono appena passate un paio di ore tra ciò che è scritto e il mio scrivere questi primi appunti, che saranno seguiti fedelmente nelle correzioni e ampliamenti che sono venuti nei giorni a seguire. A volte, mi sembra, che la realtà offra spunti sufficienti di riflessione per raccontare che cosa ci è successo. Passando dalla mente. Cercando di riproporre, di rappresentare i flussi di sensazioni che ci scorrono addosso anche nel corso di un semplice pomeriggio, di qualche ora. I racconti spesso sono frutto di immaginazione, questo invece è uno scorcio di realtà.

La luce è ormai quella del tramonto avanzato. Mentre piscio su un arbusto guardo la linea dellorizzonte dove il blu intenso delle nuvole si scurisce fino ad assumere  con la complicità di una luminosità ormai evasiva e diffusa  tonalità grigie. In lontananza, noto delle linee verticali  appena oblique - sottilissime che tagliano le nuvole togliendo la nettezza, la definizione nei contorni, come se ciò che avessi di fronte non fosse la realtà ma la sua rappresentazione in forma di acquarello. Look, the rain is coming (Guarda, arriva la pioggia) dico a Gideon. Guarda sfuggente, It is like that when the night is coming (E così quando arriva il buio).

Troviamo un angolino, poco distante da dove erano avvenuti incontri e transazioni. Ci mettiamo a sedere e decidiamo di assaggiare lacquisto mentre si conversa. Abbiamo chiacchierato poco e quella sembra una buona occasione. Ha ventun anni, si definisce a tourist friend; lo conoscono in campus; lui si muove con i turisti; lo posso trovare quando voglio lì dove ci siamo incontrati, basta chiedere a chiunque; tutti lo conoscono. Sposto la discussione sulle piante che crescono e quelle che non crescono in Europa. Riprende lui, se fossi qui più a lungo, gli piacerebbe muoversi con me. Una chiaccherata piacevole, anche se non intima. Inizia a rullare lui ma poi sonda la mia competenza e a una risposta moderatamente affermativa, mi passa il tutto e questa è loccasione per dire anche due parole  ma proprio due - sul filtrino ritenuto opzionale da queste parti.

Intanto si alza il vento - un sintomo chiaro che la pioggia sta arrivando  e i fiammiferi sono tre. Sono tre perché erano cinque quando me li ha datti il tassista la sera prima e ho fumato due sigarette in quel lasso di tempo. Il primo lo accendo io: la fiammella si spegne prima che lui possa avvicinarci la canna. Il secondo fiammifero lo accende Gideon: mi piazzo davanti per parare il vento, lui si accoscia e piega le due mani per proteggere il tenue fuoco dalla brezza; si spegne anche il secondo. Accende immediatamente anche il terzo e con questo riesce ad alimentare una fragile combustione. Per assicurarsi che non si spenga, aspira e sputa fumo, aspira e sputa, aspira e sputa con vigore mentre la canna si arrossa in cima, rassicurando me e lui. Iniziamo ad appropriarci di un abbondante purino derba.

A questo punto comincia unaltra storia che inizia con Gideon che si accanisce sulla canna per garantire laccensione e quindi il consumo. Mentre faccio i primi tiri e sento salire leffetto, pensavo che per quanto possa soffermarmi a narrare le mie sensazioni, queste le può comprendere con maggiore empatia chi pratica luso di sostanze che alterano il normale scorrere della sensibilità e percezione. Non nego che ci possano essere persone in grado di intuire il sentire  certo diversificato ma comunque simile  caratteristico dello stato di ebbrezza chimica di questo genere: sto cercando di dire che lesperienza diretta rende più pienamente consapevole ai consumatori certe dimensioni. Leffetto della canna è immediato e potente: le parole si accavallano, perdono una direzione precisa, faccio difficoltà a capire esattamente cosa Gideon mi stia dicendo. La luce oramai è tenue. La canna si spegne nelle mie dita quando manca ancora metà. Sono pronto ad andarmene e glielo dico.

Sono seduto su un sasso girato verso Gideon, dietro di me passa un ramo dello stradino. In quel mentre transita, proprio di lì, luomo dalla camicia rosa, accompagnato da una persona che lo sovrasta di una testa. Si accorgono della nostra presenza e si fanno avanti. Prima con aria minacciosa chiedono il permit, il permesso per stare lì nel ghetto a fumare. Gli dico che è lo stesso che hanno anche loro. Gli occhi rossi delluomo con la camicia rosa si illuminano, il tono di voce sale e la distanza tra me e lui si riduce. Vuole soldi e non sembra essere intenzionato a spostarsi fino a quando gli vengono concessi. Luomo con la camicia rosa insiste nel chiedere qualcosa in modo che sarei potuto venire lì  senza problemi  quando volevo. Spiego che io, nel ghetto, non ci avrei probabilmente più messo piede, anche se i fatti della vita sono notoriamente imprevedibili, perché avevo programmi che mi portavano ad allontanarmi dalluniversità, dal ghetto e anche da loro. La spiegazione evidentemente non è convincente e cerca di aggirare il punto imprescindibile, cioè che per una ragione o per laltra, potevo trovare quella che più mi compiaceva, volevano che fossero ceduti dei soldi; volevano, uso il plurale, perché luomo con la camicia rosa era spalleggiato  silenziosamente ma senza riserve - da quello più alto, che gli sta dietro ma che durante la conversazione si muove intorno a lui e ad un certo punto mi si para  più che davanti, visto che ero seduto  sopra. 

Che sia chiaro a tutti che lassenza di un nome proprio con tanto di cognome e titolo e magari anche un accenno alla genealogia familiare  non è dovuto ad una mancanza di rispetto e che gli appellativi sia delluomo con la camicia rosa che di quello più alto non vogliono essere denigratori ma sono dovuti al fatto che così mi sono rimasti impressi nella mente, e altre designazioni dovrei inventarle, e  come già detto - qui di inventato non cè niente; casomai di inesattezze e discrepanze rispetto ad una versione completa che potrebbe aver girato un videoamatore  ammesso che il filmato meritasse lultimo aggettivo scritto - ci sono solo le intermittenze della memoria. Quello che manca  il nome di alcuni protagonisti di questa storia  non inficia ciò che è successo, ovvero che ci troviamo tutti nella situazione appena descritta, di difficile risoluzione, che sembra sospesa lì nel tempo, immobile, se non fosse per la luce sempre più scarsa che segnala linesorabile e irreversibile scorrere dei momenti.

Oltre che il tempo scorrono, velocemente, anche i miei pensieri. Posso interpretare la richiesta di soldi come una minaccia  se non avessi pagato, gli umori si sarebbero potuti infiammare, sarebbe forse salito il fastidio e il nervosismo in un contesto in cui nessuno dei quattro presenti allincontro aveva il massimo controllo delle sue capacità psico-fisiche. Cerco di orientarmi, chiedo specificazioni. Lappello a something from your heart, qualcosa dal mio cuore, che risponde ad una domanda di quantificazione del loro desiderio, sembra indicare che non cera in quel momento una minaccia bensì una richiesta di ridistribuzione volontaria. Ora, questa è una richiesta frequente fatta soprattutto, ma non esclusivamente, al bianco  legittimata da una sproporzione nelle risorse a disposizione che produce continui imbarazzi a chi, come me, sente che, non tanto i soldi, ma la loro distribuzione disuguale sono un problema. Questa sensazione di ingiustizia nellaccesso alle agognate banconote si grida meglio stando dalla parte di chi ha meno, e questo risulta più facile in Italia; diventa imbarazzante sentire lingiustizia stando dalla parte di chi ha in tasca e nella borsa, in cui ricordiamolo, cera il portatile, di un valore che probabilmente  in una volta sola  nessuno degli altri tre presenti ha mai visto, e se ha visto, ha visto in mani altrui. Insomma, dal mio cuore non veniva lo stimolo di mettere mano al portafoglio mentre nella mia testa si accavallavano vari pensieri che mi bloccavano lì. La domanda delluomo con la camicia rosa poteva essere unoccasione per ridistribuire ma  e qui si aprono riflessioni che mi hanno accompagnato a lungo nelle mie permanenze africane  che senso hanno regali fatti sotto esplicita richiesta  presentati addirittura come lacquisto di un permesso, con accenni a modalità di stampo mafioso? Guardandola in unottica diversa, la cessione di soldi su richiesta può essere vista come quella che siamo abituati a classificare come carità o elemosina  in cui il contatto tra le due persone si limita ad un atto gratificante per entrambi  per chi da nel dubbio innalzamento morale, per chi riceve nella concreta soluzione di qualche necessità o piacere immediato - ma che, proprio limitandosi a quella transazione, in qualche modo rafforza due ruoli incommensurabili, due persone distanti, due vite che, non riuscendo a conoscersi, risolvono il loro rapporto con i soldi, che notoriamente di per sé  mezzo anonimo per eccellenza  non generano scambio, non mettono in gioco le persone.  Rimane inoltre aperta la questione del perché quelli che per qualche ragione entrano in contatto con i bianchi - come guide, amici, simpatizzanti o semplicemente procacciatori di maria - debbano avere il privilegio di estorcere loro qualcosina e debbano invece essere escluse le persone più discrete, meno espansive, meno intraprendenti o magari dotate di maggiore dignità e amor proprio. Quando pongo la questione del perché proprio a lui devo dare qualcosa, luomo con la camicia rosa risponde in modo sensatamente pratico che però non risolve il mio problema morale: As we are here (in quanto noi siamo qui). Infine, per chi crede che i soldi vadano distribuiti con maggiore equità, la cessione di soldi ai singoli inibisce o rimane comunque inefficace rispetto allo scopo ultimo, che  ricordiamolo - è quello di diffondere il potere al punto che ciascuno  e i gruppi nella loro organizzazione egualitaria  possano bandire i privilegi, sperperi e lussi ed imporre una distribuzione realmente equa dei beni  risultante da un bilanciamento tra necessità e sforzo e non su rendite, cariche, sfruttamento - e quindi garantire il libero sviluppo delle potenzialità di ognuna e di ognuno. Per tutte queste ragioni, dal mio cuore non usciva nulla. 

[&lt;b&gt;Continua&lt;/b&gt;]
</text_more></entry>
<entry id='2395' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2395' author_id='1' authored_on='20070928003300' basename='agamben_lamico' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20070928003300' modified_on='20070927210934' ping_count='3' status='2' title='Agamben: L&apos;AMICO' week_number='200739'><excerpt>di &lt;b&gt;G. Genna&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;agambenamicomini.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/agambenamicomini.jpg&quot; width=&quot;50&quot; height=&quot;71&quot; border=&quot;0&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt;&lt;i&gt;L&apos;amico&lt;/i&gt; di Giorgio Agamben è lo scritto meditativo filosofico più decisivo, il più acuminato, rivoluzionario e imprescindibile che sia apparso in questi anni in Italia...</excerpt><text>di &lt;a href=&quot;http://www.giugenna.com&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Giuseppe Genna&lt;/a&gt;

&lt;img alt=&quot;agambenamico.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/agambenamico.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;142&quot; border=&quot;0&quot; hspace=6 vspace=2 align=right /&gt;E&apos; possibile, in 19 pagine, compiere una mossa che, se vista (e si può dubitare che lo sarà), avrebbe la potenza di sovvertire l&apos;intero ordine consolidato di una disciplina? Sì: è già accaduto. Dieci pagine di Spitzer e la critica stilistica muta per sempre. Non parliamo delle arti, dove basta un gesto (qualche verso, una linea, l&apos;accostamento di due materiali, uno spartito di poche righe) e la storia cambia per sempre. Le 19 pagine a cui mi riferisco sono quelle de &lt;img alt=&quot;frecciabr.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot; width=&quot;9&quot; height=&quot;9&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;baseline&quot; /&gt; &lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/BIT/8874521308/ASI/342781&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;L&apos;amico&lt;/a&gt; di Giorgio Agamben (Nottetempo, 3 euro) e la disciplina (che tale non dovrebbe mai essere) è la filosofia. &lt;b&gt;L&apos;amico&lt;/b&gt; è lo scritto più decisivo, il più acuminato e rivoluzionario, che sia apparso in questi anni in Italia. E&apos; un &lt;i&gt;sutra &lt;/i&gt;della filosofia occidentale: non serve una pagina di più. Chi ha occhi per vedere, osserverà un panorama mutato, la filosofia tornare a essere quanto ha da essere: la via per la penetrazione di sé in sé e, quindi, nel mondo, in coesistenza con gli altri.</text><text_more>&lt;img alt=&quot;agambenamico2.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/agambenamico2.jpg&quot; width=&quot;170&quot; height=&quot;176&quot; border=&quot;0&quot; hspace=6 vspace=2 align=left /&gt;Ho da muovere alcune domande, che concernono il passo finale di questa densa e apparentemente lieve meditazione di Agamben: domande che ineriscono alla traduzione decisiva di una parolina. Di ciò, alla fine. Poiché prima bisogna parlare del libro, in cui è imprescindibile, a mia detta, la modalità con cui il filosofo italiano più apprezzato nel mondo (e, ovviamente, in Italia condannato a un esilio accademico per anni e anni) affronta il tema decisivo, direi fondamentale, della filosofia stessa, e della politica: cioè l&apos;amicizia.
E&apos; talmente embricata, l&apos;amicizia, nella filosofia, da esserne inclusa nel nome: &lt;i&gt;filia &lt;/i&gt;e &lt;i&gt;sophia &lt;/i&gt;ne sono le componenti, e &lt;u&gt;anticamente&lt;/u&gt; esse coincidevano, indicando la &lt;i&gt;filia &lt;/i&gt;una coappartenenza alla &lt;i&gt;sophia&lt;/i&gt;. Questo avverbio, &quot;anticamente&quot;, sembra essere ciò intorno a cui Agamben da anni svolge la sua opera di conversione dell&apos;apparato dialettico, simbolico e semantico dell&apos;area in cui si muove. Il suo &lt;i&gt;opus magnum &lt;/i&gt;sta per completarsi, dopo la pubblicazione de &lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/BIT/8854501697/ASI/342781&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Il regno e la gloria&lt;/a&gt;, ovverosia il secondo passo di &lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/BIT/8806170260/ASI/342781&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Homo Sacer&lt;/a&gt;, trattato che colloca Agamben ad altezze vertiginose, ma fin troppo tecniche perché io ne discuta in questa sede. Le 333 pagine edite da Neri Pozza gettano con disarmante semplicità nello strapiombo, tra gli altri molti effetti collaterali, &lt;b&gt;Impero &lt;/b&gt;di Negri e Hardt, procedono per diversioni decisive nella decustruzione e nella messa a nudo di ciò che per l&apos;occidente è &quot;il potere&quot;. E tuttavia &lt;b&gt;L&apos;amico&lt;/b&gt;, se messo sull&apos;altro piatto della bilancia in cui è posato il sistema di &lt;b&gt;Homo Sacer 2.2&lt;/b&gt;, con le sue 19 paginette, fa pendere l&apos;ago nella propria direzione: gentilmente, senza strappi.

L&apos;amicizia è una sorta di disagio, forse? Sì: per i filosofi. Questa sua connaturata osmosi, questa sua quintessenziale presenza a priori nella filosofia - tutto ciò dissesta alcune certezze, impedisce il buon andamento di strategie che sono fiorite nella modernità, i vani tentativi di sutura di ferite che &quot;anticamente&quot; erano ricomposte. Questa considerazione dell&apos;&quot;antico&quot;, sia chiaro, in Agamben non assume per nulla e mai i connotati di una nostalgia. L&apos;antico è ora: è qui e ora. L&apos;opera di Agamben fa sorgere l&apos;antico in questo istante - e tale è uno dei compiti della filosofia, occidentale od orientale o di qualunque parte del mondo.
Talmente disagevole è il tema, per i contemporanei, che la prima parte della meditazione agambeniana è un significativo smascheramento di quanto fa Derrida in &lt;b&gt;Politique de l&apos;amitié&lt;/b&gt;, peraltro mentre è proprio in presenza del suo amico italiano: ignora una citazione decisiva di Aristotele nella sua &lt;i&gt;lectio &lt;/i&gt;corretta. Riportando infatti un passo attribuito allo Stagirita dalle &lt;b&gt;Vite dei filosofi &lt;/b&gt;di Diogene Laerzio (passo ridesunto attraverso Montaigne e Nietzsche), Derrida deliberatamente ignora che quel passo è stato emendato nel 1616 dal grande filologo Casaubon. Il passo che fa comodo a Derrida recitava: &lt;i&gt;o philoi, oudeis filos&lt;/i&gt;, cioè &quot;O amici, nessun amico&quot;, mentre la particella iniziale non è un vocativo ma un dativo e la frase si trasforma in &quot;Chi ha (molti) amici, non ha nessun amico&quot;, in piena linea con una celebre istruzione dell&apos;&lt;b&gt;Etica Nicomachea&lt;/b&gt;.
E&apos; significativo che Agamben vada a operare sul linguaggio, come suo solito, con la strategia di decostruire la decostruzione. E&apos; una rampa di lancio che il filosofo italiano adotta per decollare. Il secondo passo, infatti, non è di smascheramento: considera la parola &quot;amico&quot; e tenta costruttivamente di collocarla, di dislocarla in una zona morta, una zona di uscita dal linguaggio. Mentre infatti verrebbe da pensare che &quot;amico&quot; abbia carattere performativo (prende significato nell&apos;atto stesso che enuncia, come per esempio la parola &quot;amore&quot;), Agamben di colpo, con un gesto violento, si sporge ed enuncia, mostra l&apos;&quot;io&quot;, colpisce con uno &lt;i&gt;choc &lt;/i&gt;costruttivo:&lt;blockquote&gt;Ritengo che il termine &quot;amico&quot; appartenga a quella classe di termini che i linguisti definiscono non-predicativi, cioè quei termini dai quali è impossibile costruire una classe in cui inscrivere enti a cui si attribuisce il predicato in questione.&lt;/blockquote&gt;Sembrerebbe una notazione di linguistica e, di fatto, lo è. Tuttavia porre l&apos;amicizia in una simile prospettiva muta l&apos;assetto e cancella ogni disagio filosofico: l&apos;amicizia è &lt;blockquote&gt;come i termini filosofici che non hanno una denotazione oggettiva, e, come quei termini che i logici medievali definivano &quot;trascendenti&quot;, significano semplicemente l&apos;essere.&lt;/blockquote&gt;Siamo a pagina 11 e già qua potrebbe concludersi un piccolo saggio straordinario. L&apos;amicizia non è in rapporto con un oggetto: essa denota una coappartenenza all&apos;essere. Questa, che pare un&apos;idea astratta, non lo è per chi abbia compreso &lt;i&gt;cosa &lt;/i&gt;sia la metafisica: cioè, una prassi. Agamben sta dicendo: provate a mettervi in amicizia, ciò che vi è amico è l&apos;essere, il fatto concreto di essere, vale a dire l&apos;essere presente a se stessi, sapere che si è, entrambi si è, e voi e l&apos;amico. Non si tratta di un&apos;idea: l&apos;essere &lt;i&gt;va sentito&lt;/i&gt;, ci accorgiamo tutti di essere, non è che non siamo, solo lo si dà per scontato, non poniamo attenzione sul fatto che essere è proprio un fatto, ma un tale fatto che accade sempre e ovunque.
Per esplicare e preparare al grande passo che compirà, Agamben illustra il concetto, &lt;i&gt;à la &lt;/i&gt;Warburg, analizzando la tela di Giovanni Serodine, &lt;b&gt;Incontro di san Pietro e san Paolo sulla via del martirio&lt;/b&gt;. Le teste dei santi sono ravvicinatissime, la fronte aderisce alla fronte altrui, e, mentre attorno si scatena l&apos;inferno della condanna imminente e deflagra il macello con foschi baluginii, i due santi appaiono ineffabilmente calmi, si muovono immobili: si guardano senza riconoscersi, poiché, amici, essi coincidono in quella totalità trascendente che è l&apos;amicizia. &lt;i&gt;Guardare senza riconoscere l&apos;altro&lt;/i&gt;: è come se non vi fosse separatezza tra Pietro e Paolo. Essere amico non è riconoscere qualcosa: è il sentire l&apos;unità nell&apos;essere, essere consapevoli di una simile unità.
Questa intercettazione di Agamben prepara al passo finale della sua meditazione. Essa viene infatti esercitata (l&apos;esercizio, in greco, è &lt;i&gt;àskesis&lt;/i&gt;: da cui il termine &quot;ascesi&quot;) su un lungo passo dell&apos;&lt;b&gt;Etica Nicomachea&lt;/b&gt; di Aristotele, che conviene qui riportare per intero:&lt;blockquote&gt;Colui che vede sente (&lt;i&gt;aisthanetai&lt;/i&gt;) di vedere, colui che ascolta sente di ascoltare, colui che cammina sente di camminare e così per tutte le altre attività vi è qualcosa che sente che stiamo esercitandole, in modo che, se sentiamo, ci sentiamo sentire, e, se pensiamo, ci sentiamo pensare, e questo è la stessa cosa che sentirsi esistere: esistere (&lt;i&gt;tò èinai&lt;/i&gt;) significa infatti sentire e pensare.
Sentire che viviamo è di per sé dolce, poichè la vita è per natura un bene ed è dolce sentire che un tale bene ci appartiene.
Vivere è desiderabile, soprattutto per i buoni, poiché per essi esistere è un bene e una cosa dolce.
Con-sentendo provano dolcezza per il bene in sé, e ciò che l&apos;uomo buono prova rispetto a sé, lo prova anche rispetto all&apos;amico: l&apos;amico è infatti un altro se stesso (&lt;i&gt;heteros autos&lt;/i&gt;). E come, per ciascuno, il fatto stesso di esistere (&lt;i&gt;to auton einai&lt;/i&gt;) è desiderabile, così - o quasi - è per l&apos;amico.
L&apos;esistenza è desiderabile perchè si sente che essa è una cosa buona e questa sensazione (&lt;i&gt;aisthesis&lt;/i&gt;) è in sé dolce. Anche per l&apos;amico si dovrà allora con-sentire che egli esiste e questo avviene nel convivere e nell&apos;avere in comune (koinonein) azioni e pensieri. In questo senso si dice che gli uomini convivono e non, come per il bestiame, che condividono il pascolo. [...] L&apos;amicizia è, infatti, una comunità e, come avviene rispetto a se stessi, così anche per l&apos;amico: e come, rispetto a se stessi, la sensazione di esistere (&lt;i&gt;aisthesis oti estin&lt;/i&gt;) è desiderabile, così sarà anche per l&apos;amico&quot;.&lt;/blockquote&gt;Questo è un passo abissale. Conviene riportare le fondamentali conclusioni a cui giunge Agamben e poi, concisamente, osservare lo spostamento che pratico intorno a queste conclusioni, che pure, a un certo livello, condivido pienamente.
Agamben ricava alcuni punti essenziali, che in Aristotele non si presentano e non si presenteranno mai in una forma tanto esplicita. Anzitutto la questione centrale: osserva Agamben che &quot;vi è una sensazione dell&apos;essere puro, una &lt;i&gt;aisthesis &lt;/i&gt;dell&apos;esistenza&quot;. Agamben sottolinea come qui Aristotele si riferisca non all&apos;essenza, ma all&apos;esistenza: l&apos;&lt;i&gt;oti einai&lt;/i&gt; è il &lt;i&gt;quod est&lt;/i&gt;, non l&apos;essenza, il &lt;i&gt;quid est&lt;/i&gt;. Tale sensazione di esistere è quintessenzialmente &lt;u&gt;dolce&lt;/u&gt;. Agamben rileva che, per Aristotele, tra vivere ed essere c&apos;è un&apos;equivalenza e scorge in ciò un&apos;anticipazione del nietzschiano &quot;Essere: noi non ne abbiamo altra esperienza che vivere&quot;.
Detto ciò, l&apos;amicizia: essa è il con-sentire, modalità che insiste nella sensazione dell&apos;essere puro - cioè si sente assieme di essere, io e l&apos;amico. Osserva Agamben:&lt;blockquote&gt;&lt;i&gt;L&apos;amicizia è l&apos;istanza di questo con-sentimento dell&apos;esistenza dell&apos;amico nel sentimento dell&apos;esistenza propria.&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;Lungi da essere un&apos;affermazione solamente ontologica, va qui rintracciato il nucleo fondante del politico. Agamben è durissimo con la modernità, proprio in questo punto imprescindibile:&lt;blockquote&gt;La sensazione dell&apos;essere è già sempre divisa e con-divisa e l&apos;amicizia nomina questa condivisione. Non vi è qui alcuna intersoggettività - questa chimera dei moderni -, alcuna relazione tra soggetti: piuttosto, l&apos;essere stesso è diviso, è non-identico a sé...&lt;/blockquote&gt;L&apos;amico, sottolinea Agamben è un &lt;i&gt;heteros autos&lt;/i&gt;: non un altro io, ma una alterità immanente nella mia stessità, un divenir altro dello stesso me medesimo. La definizione a cui giunge il grande filosofo italiano: &quot;L&apos;amicizia è questa desoggettivizzazione nel cuore stesso della sensazione più intima di sé&quot;. E&apos; altrettanto chiaro che questo fondamento essenziale diviene il fondamento mobile e tetragono del politico: gli amici non condividono qualcosa, sono condivisi dall&apos;amicizia, e quindi l&apos;uomo è un animale politico nella misura in cui è iscritto a questa &quot;sinestesia politica originaria&quot;, data già nell&apos;essere.
Lo si può osservare: sono conclusioni succinte ma decisive. Come la filosofia contemporanea possa fare a meno di affrontarle rimane per me un mistero. Meno misterioso, però, è il fatto che lo stesso Agamben cada in questa impossibilità, almeno in parte. Poiché un passo, in ciò che ribadisco essere una posizione idiosincratica, manca ancora alla meditazione de &lt;b&gt;L&apos;amico&lt;/b&gt;. Si tratta di un passo che Agamben non può compiere, per la diversione, che egli desume da Aristotele, tra &lt;i&gt;esistenza &lt;/i&gt;ed &lt;i&gt;essenza.&lt;/i&gt; Se è pur vero che solo vivere è la nostra esperienza di essere, verrebbe da domandare, sul piano pratico, cioè della &quot;sensazione interiore&quot;, che differenza si ponga tra il sentire di esistere e il sentire di essere. Questo è lo snodo fondamentale per la modernità: non sentendo, cioè non facendo prassi intima ed esperienziale della sensazione interna di essere, desume l&apos;idea di esistere e di puro essere attraverso ciò che è categoriale o transcategoriale. Non è un caso se Agamben utilizzi &quot;essere puro&quot; in luogo di &quot;esistere&quot;, ma poi si affretti a spiegare che in Aristotele, in quel punto, l&apos;&quot;essere puro&quot; è l&apos;&quot;esistere&quot;. Che differenza c&apos;è, &lt;i&gt;dal punto di vista interno&lt;/i&gt;? Il procedere dello Stagirita, nel passo indicato, ricorda molti brani della tradizione Sufi, del &lt;b&gt;Canone Pali&lt;/b&gt;, delle &lt;b&gt;Upanishad&lt;/b&gt;. Basti ricordare il coattributo dell&apos;ineffabile che gli induisti nominano &lt;i&gt;ananda&lt;/i&gt;: &lt;u&gt;dolcezza&lt;/u&gt;. Per il non-dualismo, cioè per la metafisica, sentire interiormente in maniera stabile che si è coincide con dolcezza pura. E chi sono i &quot;buoni&quot; aristotelici che avvertono questa dolcezza, l&apos;esistenza come un bene in sé? Poiché chi ha &lt;i&gt;stabilizzato &lt;/i&gt;tale sensazione è in un percorso metafisico che dimostra e manifesta automaticamente la potenza del politico (nessun santo lo è di per sé, ma lo è per la comunità, che lo percepisce come separato - e &quot;separato&quot; è il significato della radice ebraica della parola &quot;santo&quot;), Agamben non rischierebbe di perdere il &lt;i&gt;quod est &lt;/i&gt;se provasse a enunciare la differenza tra la &lt;i&gt;aisthesis &lt;/i&gt;dell&apos;essere puro e quella dell&apos;esistere. Ammettiamo che vivere sia l&apos;unica esperienza che facciamo di esistere: quale altra esperienza abbiamo fatto? Abbiamo fatto, &lt;i&gt;secondo la sensazione interna&lt;/i&gt;, l&apos;esperienza di non esistere? Come può l&apos;essere risultare connaturatamente sempre diviso? Da cosa? L&apos;esistere è differenziato (è i &lt;i&gt;molti&lt;/i&gt;), ma cosa può dividere l&apos;essere? Come può sparire l&apos;essere? La sensazione di esistere, di vivere, può sparire? Ricordiamo con certezza di non essere esistiti prima di manifestarci nell&apos;esistenza? E l&apos;amico, che con-sente insieme a noi, è non riconoscibile perché? Questa prossimità interna non è una confusione dell&apos;unicità della sensazione interna di essere? Cosa potrebbe vedere l&apos;essere di altro da sé? Dentro l&apos;essere c&apos;è qualcosa?
Fino a quando non accadrà che l&apos;esistere e l&apos;essere non siano &lt;i&gt;sentiti internamente&lt;/i&gt; come la medesima &quot;esperienza&quot; (un&apos;esperienza fuori dell&apos;esperienza), i tentativi di Agamben rimarranno i più avanzati nel ripristino del dispositivo filosofico centrale, antichissimo e nuovissimo sempre, e che, come sempre, è stato pratico, materiale, radicale, politico - ma anzitutto intimo.</text_more></entry>
<entry id='2396' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2396' author_id='12' authored_on='20071001143250' basename='nessuno_immune_dal_diventare_nazista' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071001143250' modified_on='20100324163915' ping_count='0' status='2' title='NESSUNO È IMMUNE DAL DIVENTARE &quot;NAZISTA&quot;' week_number='200740'><excerpt>&lt;img alt=&quot;judenrein.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/judenrein.jpg&quot; width=&quot;96&quot; height=&quot;56&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;right&quot; vspace=&quot;1&quot; hspace=&quot;3&quot;&gt;E&apos; chiaro fin da subito (dal lungo prologo intitolato &quot;Toccata&quot;) che &lt;i&gt;Le benevole&lt;/i&gt; di Jonathan Littell vuole imporsi come il romanzo supremo e definitivo su Germania nazista e sterminio degli ebrei.
Di questa ambizione, questa &lt;i&gt;hybris&lt;/i&gt; che fa scavalcare ogni argine e sfidare ogni precedente narrazione sull&apos;argomento, ho un&apos;esperienza diretta di molti giorni. Leggere &lt;i&gt;Le benevole&lt;/i&gt; è ritrovarsi testimoni, percossi e attoniti, di...</excerpt><text>&lt;img alt=&quot;Le benevole, Supercoralli Einaudi, 2007&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/benevole.jpg&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;right&quot; vspace=&quot;1&quot; hspace=&quot;6&quot;&gt;&lt;b&gt;Impressioni dopo la lettura del romanzo &lt;i&gt;Le benevole&lt;/i&gt; di Jonathan Littell&lt;/b&gt;

di &lt;b&gt;Wu Ming 1&lt;/b&gt;
da &quot;L&apos;Unità&quot; del 30 settembre 2007

Premio Goncourt 2006. Monumentale opera prima scritta in francese da uno statunitense. Caso editoriale in diversi paesi. Oggetto di stupore, shock e ammirazione. Alzate di polveroni a destra e a manca da parte di storici e critici, di ebrei e gentili. Perché? 
Perché è chiaro fin da subito (dal lungo prologo intitolato &quot;Toccata&quot;) che &lt;i&gt;Le benevole&lt;/i&gt; di Jonathan Littell vuole imporsi come il romanzo supremo e definitivo su Germania nazista e sterminio degli ebrei.
Di questa ambizione, questa &lt;i&gt;hybris&lt;/i&gt; che fa scavalcare ogni argine e sfidare ogni precedente narrazione sull&apos;argomento, ho un&apos;esperienza diretta di molti giorni. Leggere &lt;i&gt;Le benevole&lt;/i&gt; è ritrovarsi testimoni, percossi e attoniti, di un &lt;i&gt;tracimare&lt;/i&gt;: goccia dopo goccia, rivolo dopo rivolo, il fiume di dati, episodi, conversazioni, ricordi, sogni e citazioni si compone, si allarga, si alza, si gonfia finché non esonda. Arriviamo sul fronte russo sospinti da un&apos;alluvione, immane ondata che spazza via interi mondi e innumerevoli vite, finché non impatta con la resistenza di Stalingrado, inattesa, inspiegabile. Le giornate di Stalingrado scavano un momento di &quot;vuoto&quot; nel romanzo e nella vita del protagonista, &lt;b&gt;Maximilien Aue&lt;/b&gt;, ufficiale SS. Il vuoto si riempie di follia, follia per una volta non sistemica né organizzata, follia non burocratica bensì singolare e selvaggia. L&apos;accerchiamento sovietico apre un crepaccio nel tempo e la psiche devastata di Aue produce visioni e fantasticherie. I passaggi sono fluidi, non più scanditi da cifre, date e acronimi, tutto è bianco e non si sentono rumori... E&apos; a questo punto che l&apos;onda s&apos;incurva e volge indietro, con violenza moltiplicata. L&apos;Armata Rossa e il Generale Inverno annichiliscono la Sesta Armata. Aue si salva, lo riportano a Berlino.</text><text_more>Una volta respinta, la piena - che, ripeto, è una piena &lt;i&gt;di informazione&lt;/i&gt; - copre altre direzioni, invade altri campi. Le acque brune e scure trasportano nuovi dati, episodi, conversazioni, reminiscenze di incesti e sodomie, incubi e rimandi ad altre opere (drammi, romanzi e saggi, film e documentari). Personaggio, autore e libro s&apos;impantanano nell&apos;asfissiante burocrazia dell&apos;universo concentrazionario, della &lt;i&gt;Endlösung&lt;/i&gt;, dell&apos;Olocausto. Che è ormai soprattutto &lt;i&gt;amministrazione&lt;/i&gt;: se le spaventose &lt;i&gt;Aktionen&lt;/i&gt;, i massacri di ebrei nell&apos;Ucraina occupata, avevano smosso la coscienza del protagonista sferzandolo con dubbi e rimorsi, la &quot;soluzione finale&quot; lo trova desensibilizzato, apaticamente dedito al compito: &quot;adesso predominava in me una grande indifferenza, non tetra, ma lieve e precisa&quot;. Siamo a poco meno di 2/3 del romanzo: Auschwitz compare solo adesso, ecco Höss, ecco Mengele... La piena diventa un lago artificiale di acqua densa, appiccicosa, le minuzie galleggiano e si attaccano alla pelle. &quot;E poi, se dovessi ancora raccontare in dettaglio tutto il resto dell&apos;anno 1944, un po&apos; come ho fatto fin qui, non la finirei più. Vedete, penso anche a voi, non soltanto a me, un pochino perlomeno, certo ci sono dei limiti, se mi sobbarco tutte queste fatiche non è per farvi piacere...&quot; E avanti così, poi la catastrofe, la fuga, la mimetizzazione borghese.

Questa non è semplice audacia da esordiente: l&apos;impressione è che l&apos;autore sia stato &lt;i&gt;travolto&lt;/i&gt; dai propri studi e dal progetto narrativo, e ne sia rimasto prigioniero. Littell si è recluso per anni nel mondo che andava evocando, la Germania del Terzo Reich vista come un unico, grande campo di concentramento che imprigionava anche i carnefici e i loro complici (immagine proposta anni fa da &lt;b&gt;Bruno Bettelheim&lt;/b&gt;). Siccome &quot;è libero chi è vassallo&quot; (&lt;i&gt;Frei sein ist Knecht sein&lt;/i&gt;), ne è derivato un grande arbitrio del raccontare: Littell vuole dire &lt;i&gt;tutto&lt;/i&gt;, mostrarci &lt;i&gt;tutto&lt;/i&gt;, descrivere ogni meccanismo, indugiare su ogni delitto.
&lt;i&gt;Le benevole&lt;/i&gt; è un libro iperrealistico, sembrano davvero le memorie per troppo tempo procrastinate di un ex-criminale di guerra. Nel numero di pagine (956 nell&apos;edizione italiana, per giunta fittissime e quasi prive di a capo), nell&apos;esorbitante numero di divagazioni ed eccedenze, nell&apos;attenzione pedante per i minimi dettagli, si manifesta la tipica &quot;incontinenza&quot; dei memoriali di certi anziani.
 
&lt;i&gt;Le benevole&lt;/i&gt; sembra anche la versione narrativa (e capovolta, poiché dal punto di vista degli assassini) della colossale impresa storiografica di &lt;b&gt;Saul Friedländer&lt;/b&gt;, i due volumi de &lt;i&gt;La Germania nazista e gli ebrei&lt;/i&gt;. Friedländer aggiorna le ricerche di &lt;b&gt;Raul Hillberg&lt;/b&gt; e si dedica alla ricostruzione più vasta e minuziosa della &quot;soluzione finale&quot;, attingendo a ogni sorta di fonte, procedendo per accumulo di migliaia di microstorie, che collega e incastra fino a indurre il quadro generale. Tuttavia, la narrazione di  Friedländer è moltitudinaria, sono milioni di persone a reggerne il peso e il dolore. La storia più difficile da raccontare e da ascoltare batte sulle tempie mentre leggi, e solo un impianto corale può darle fondamenta abbastanza solide. &lt;i&gt;Le benevole&lt;/i&gt; ha invece un solo protagonista, unico &quot;filtro&quot;, un &quot;io&quot; dai piedi d&apos;argilla che sotto il peso della tragedia sbanda, si incurva, sovente cade, perde consistenza e coerenza. Che compito ingrato, il soliloquio dell&apos;inenarrabile.

La domanda che si pone il lettore è: perché Aue - nonostante il disgusto, i conati di vomito, la diarrea psicosomatica che lo perseguita per quasi mezzo libro - fa quello che fa? 
Perché a suo modo è un illuminista, sembra dirci Littell. E&apos; un giovane intellettuale dalle buone, anzi ottime, letture, ed è consapevole della dialettica negativa dell&apos;illuminismo, tanto da volere vederla compiersi. 
[Qui sorvolerò sul fatto che il cosiddetto &quot;illuminismo&quot; liquidato da Adorno e Horkheimer e poi da frotte di pensatori postmoderni non corrisponde in alcun modo all&apos;illuminismo storicamente, concretamente esistito. Lo  spiega molto bene Robert Darnton nel suo &lt;i&gt;L&apos;età dell&apos;informazione&lt;/i&gt;, Adelphi 2007.]
In parole povere: Aue vuole scoprire fin dove potrà spingersi prima di smettere di provare qualcosa. Vedere se i mille pretesti, le razionalizzazioni di comodo, i falsi sillogismi riusciranno a prevalere sulla nausea, la pietà e i sensi di colpa. Man mano che ciò accade, si trova a &lt;i&gt;rimpiangere&lt;/i&gt; l&apos;orrore e la pena che provava al principio, &quot;quello choc iniziale, quella sensazione di una frattura, di uno squassarsi infinito di tutto il mio essere&quot;. Aue è la cavia del proprio esperimento sui limiti dell&apos;umano. Insieme a noi, &quot;fratelli&quot; chiamati in causa fin dall&apos;incipit, scoprirà che l&apos;umano non ha limiti, che &quot;disumano&quot; e &quot;inumano&quot; sono epiteti ipocriti. E&apos; questo ad avere turbato molti lettori.

La consueta trappola dell&apos;io narrante: io cammino con Aue, lo seguo nell&apos;esperimento, ragiono con lui, in un certo senso sono lui, come lui è me e chiunque di noi: &quot;Gli uomini comuni di cui è composto lo Stato - soprattutto in periodi di instabilità -, ecco il vero pericolo. Il vero pericolo per l&apos;uomo sono io, siete voi. E se non ne siete convinti, inutile continuare a leggere oltre. Non capirete niente e vi arrabbierete, senza alcun vantaggio né per voi né per me.&quot;

Finché Aue soffre per il dolore che infligge, io soffro insieme a lui, ho gli stessi conati di vomito. La descrizione delle &lt;i&gt;Aktionen&lt;/i&gt; in Ucraina è quasi insostenibile: chi è padre o madre vedrà i propri figli in ogni bambino fucilato e gettato nudo sul cumulo di morti. Queste pagine fanno amare la vita disperatamente, ti ci fanno aggrappare con tutte le forze, perché non c&apos;è nulla di &quot;edificante&quot; nel modo in cui le vittime vanno a morire, sono decine e decine di pagine di macelleria a cielo aperto, pagine &lt;i&gt;brutte&lt;/i&gt;, perché è la morte violenta a essere brutta: non c&apos;è tempo per ultime frasi che tocchino il cuore; non c&apos;è spazio per pose plastiche nella calca della fossa comune; la morte subita in mucchio è ancor più misera e priva di redenzione.

Gradualmente, però, la quantità mi prevarica, fa scattare le mie difese, distanzia l&apos;esperienza e annulla la compassione. Un morto è omicidio, un milione di morti è statistica, &lt;i&gt;ipse dixit&lt;/i&gt;. Di massacro in massacro,  mi desensibilizzo insieme ad Aue, conseguo il suo medesimo distacco. Il romanzo coglie nel segno (se questo era il segno a cui mirava) e arriva a dimostrare che chiunque può abituarsi all&apos;orrore. Al limite la pagherà con disturbi psicosomatici, cacarella, bruxismo... Poca roba. Del resto, non muoiono di fame e stenti ogni giorno migliaia di bambini senza che io ci perda il sonno? Il fatto che io non sia lì a guardarli morire, bensì distante migliaia di miglia, mi rende poi tanto diverso da Maximilien Aue, mi rende forse più innocente di lui? Aue è mio fratello, è contro me stesso che devo vigilare, nessuno di noi è immune dal diventare &quot;nazista&quot;. 

Littell, per dirla in una delle sue lingue native, &lt;i&gt;has got a point&lt;/i&gt;, eppure il suo successo è un fallimento, perché mi anestetizza, toglie calore alle dita che reggono il libro. L&apos;inflazione della valuta-morte mi fa davvero sembrare uno sterminio poco più di una statistica, e il rischio è che diventiamo più cinici anziché più vigili nei confronti di noi stessi. Eterogenesi dei fini. Per metterla giù in modo chiaro: finiamo la lettura più stronzi di quando l&apos;avevamo iniziata.

Detto questo, è un romanzo importante, epocale, che non si può né si deve ignorare, che va letto e affrontato. E&apos; anche un romanzo impervio, con centinaia di nomi e cognomi che non è possibile tenere a mente, parole tedesche che mettono soggezione, scartoffie infilate nel flusso senza alcuna mediazione. Sovente Littell va oltre il nozionismo e si produce in tirate piene di riferimenti criptici, come se si stesse rivolgendo - e forse è davvero così - alla corporazione degli storici anziché ai lettori comuni.

Durante un viaggio a Parigi, Aue si imbatte in un libro di &lt;b&gt;Maurice Blanchot&lt;/b&gt;, &lt;i&gt;Passi falsi&lt;/i&gt;, il quale contiene un saggio su &lt;i&gt;Moby Dick&lt;/i&gt;, &quot;libro impossibile&quot; che &quot;si rivela solo attraverso l&apos;interrogativo che pone&quot;. Fin troppo scoperta, la dichiarazione di poetica: Littell è melvilliano dallo sfintere al nervo ottico. E se Melville  &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://feeds.feedburner.com/~r/henryjenkins/~3/160830511/was_herman_melville_a_protofan.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;come fa notare Henry Jenkins&lt;/a&gt;  scriveva così perché era un &lt;i&gt;fan&lt;/i&gt;, un appassionato della navigazione che voleva sviscerarne ogni aspetto, allora Littell di cosa è &lt;i&gt;fan&lt;/i&gt;? Littell è un &lt;i&gt;fan&lt;/i&gt; del Novecento, inteso come &quot;secolo di ferro e fuoco&quot;. Coglierne l&apos;essenza è stato per anni la sua ossessione, la balena bruna a cui dare la caccia. 

Ma non è forse l&apos;ossessione di noi tutti? Quel mondo è sempre con noi: la seconda guerra mondiale è l&apos;evento storico più raccontato e rappresentato di tutti i tempi, e il Führer ci tiene compagnia continuando a sbucare come monito, icona pop, pietra di paragone. Qualunque sterminio e genocidio è implicitamente o esplicitamente valutato in confronto alla Shoah, a cui ci riferiamo per metonimia: &quot;Auschwitz&quot;. Qualunque nemico, anche occasionale, viene paragonato all&apos;imbianchino. L&apos;avvocato americano &lt;b&gt;Mike Godwin&lt;/b&gt; ha coniato una &quot;regola&quot; (&lt;i&gt;Godwin&apos;s Law&lt;/i&gt;) secondo cui &quot;più una discussione on line si protrae nel tempo, più aumentano le probabilità che uno dei partecipanti venga paragonato a Hitler.&quot;

&lt;i&gt;Le benevole&lt;/i&gt; non sarà il romanzo definitivo su nazismo e dintorni. Continueremo a raccontare quella storia, perché non possiamo farne a meno. Ci viviamo ancora dentro e chissà quando ne usciremo. Il nazismo ha perso eppure ha vinto, &lt;i&gt;condicio sine qua non&lt;/i&gt; del nostro immaginario.

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;- Jonathan Littell, &lt;i&gt;Le benevole&lt;/i&gt;, traduzione di Margherita Botto, Supercoralli Einaudi, Torino 2007, pp. 956,  24&lt;/span&gt;


&lt;b&gt;LINK CORRELATI&lt;/b&gt;

&lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2006/12/002046.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt; Chi fabbrica i nazisti? Violenza nera, fascino del male e fallimento della Legge Mancino&lt;/a&gt;, di Wu Ming 1, note 1992-2006

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&lt;noscript&gt;&lt;p&gt;&lt;img alt=&quot;Clicky&quot; src=&quot;http://getclicky.com/2599ns.gif&quot; /&gt;&lt;/p&gt;&lt;/noscript&gt;</text_more></entry>
<entry id='2397' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2397' author_id='1' authored_on='20071002014616' basename='filosofia_della_mente_yoga_primordiale' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071002014616' modified_on='20071002142712' ping_count='0' status='2' title='Filosofia della mente, Yoga primordiale' week_number='200740'><excerpt>di &lt;b&gt;Wu Ming 5&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;wm5mente.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/wm5mente.jpg&quot; width=&quot;50&quot; height=&quot;72&quot; border=&quot;0&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt;[...] Il pensiero può benissimo essere materia, o la materia pensiero. Limportante è che la mente esista, almeno come virtualità, come grembo potenziale di fenomeni, da tempo senza inizio. Non è della mente in senso psicologico che parliamo, qui...</excerpt><text>di &lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Wu Ming 5&lt;/a&gt;

&lt;a href=&quot;http://www.internetbookshop.it/code/9788804562306//nuovi-argomenti-vol.html&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;nascienza.jpg&quot; src=&quot;http://www.giugenna.com/nascienza.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;160&quot; hspace=6 vspace=2 align=right border=0 /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span class=smalltext&gt;[E&apos; in tutte le librerie il numero 39 della nuova serie di &lt;em&gt;Nuovi Argomenti&lt;/em&gt;, intitolato &lt;a href=&quot;http://www.internetbookshop.it/code/9788804562306//nuovi-argomenti-vol.html&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;&lt;strong&gt;E=mc². Scrittori e scienza&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;. Intervengono, con saggi e paranarrazioni che variano, sul fronte scientifico, dalla fisica alla teoria sul tempo alle neuroscienze, sono stati chiamati Calef, Powers, Paolin, Pincio, Valerio, Minervino, WM5, Sassoli, Giorello, Genna (&lt;a href=&quot;http://www.giugenna.com/interventi/dalla_letteratura_alla_cura_es.html#040547&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;qui&lt;/a&gt; il suo intervento) e il curatore Leonardo Colombati. Riproduciamo qui lo splendido intervento di Wu Ming 5]&lt;/span&gt;

I
Questo è un resoconto di come lo studio di teorie scientifiche porti felicità e apertura nella mia vita, e di come alimenti il senso di avventura intellettuale che ritengo centrale nella mia esperienza di autore e di essere umano. Eanche un resoconto di come tradizioni di pensiero lontane vengano utilizzate in modo spregiudicato (ma fondamentalmente rispettoso) nel tentativo di dare ragione della propria storia personale e di trascenderla. Tutte le connessioni sono arbitrarie, proprio per questo tutte le connessioni sono verosimili. </text><text_more>Forse riveste qualche interesse seguire questa traiettoria  che è un mero esempio di come lavora la mia mente - nel caso si provi curiosità di sapere come viene metabolizzato il cibo della scienza nella mente di un autore di fiction e di come venga accostato e comparato a forme di conoscenza tradizionali che scienza non sono.

&lt;img alt=&quot;psichedelia.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/psichedelia.jpg&quot; width=&quot;180&quot; height=&quot;180&quot; border=&quot;0&quot; hspace=6 vspace=2 align=right /&gt;Lassunzione di sostanze enteogene richiede coraggio, competenza, disciplina. E il veicolo sciamanico per eccellenza, quello che permette di viaggiare nel mondo dei morti e di giungere ai confini del cielo, di vedere lorizzonte dallalto e di capire che è laura pulsante del pianeta. Le nostre pulsioni inconsce spingono verso quel tipo di esperienza. Di notte, le esperienze di volo onirico ci insegnano che nella nostra pancia è presente una virtualità pneumatica, ascensiva, e che i nostri passi possono renderci sempre più leggeri. Diafani e traslucidi, ma pur sempre corporei, siamo in grado di spostarci senza fatica nel più puro dei mezzi. Laria che solchiamo nel volo onirico è etere, e la sensazione di spostarci in quel mezzo è ciò che nella nostra esperienza più si avvicina allidea di vuoto.
Lesperienza del sogno è possibile perché la mente crede di indossare un corpo e di muoverlo.
Lindagine sul rapporto corpo-mente è uno dei temi centrali della scienza contemporanea, e credo che lanalisi degli stati mentali connessi al sogno trarrebbe un notevole impulso se si considerasse lingresso nellesperienza del sogno come assunzione di un corpo etereo. Credo del resto che linteresse dello studio di stati non convenzionali di coscienza risieda nelloriginarietà, nellancestralità della narrazione che organizzano. Studiare gli effetti dellayahuasca significa studiare un aspetto della mente collettiva specifica che agisce e crea visioni del mondo fin alba dei tempi.
La scienza è una narrazione potentissima, uno dei mezzi che la specie mette in campo per realizzare nellarco della veglia quella stessa spinta ascensiva che prende corpo e ali mallelolari durante il sonno e il sogno. Richiede coraggio, competenza, disciplina. Mi viene da pensare che tutte le attività umane che hanno significato per la sopravvivenza e la felicità della specie richiedano coraggio, competenza, disciplina.
Linteresse per le teorie fisiche e cosmologiche e per quelle sulla natura della mente è un tratto formativo nella mia storia personale. Di recente, poi, la mia curiosità intellettuale è stata catalizzata da dottrine (non-scientifiche, certo) che adombrano una teoria unitaria estremamente cogente, una sorta di non dualismo che ritiene il fenomeno-mente e lenergia fondamentale (materiale, diremmo noi) del cosmo ununica e identica vibrazione.

II
La retrospezione è unimportante tecnica meditativa, anche se non è tra le più note. Attraverso questo processo si dice sia possibile ricordare vite precedenti, risalire prima a unesistenza in tale forma, poi a unaltra, poi a dieci, cento, mille altre, fino a toccare il momento di stasi che segue la dissoluzione di un universo e precede la formazione del successivo, e poi spingersi ancora più lontano. 
Questo è considerato possibile perché la mente è un continuum, in cui ogni stato mentale origina dal precedente. Non può esistere uno stato mentale sorto dal nulla, perché tutto origina da cause e condizioni. Prego i lettori di comprendere bene che questa visione non ha nulla a che fare con la questione classica se lorganizzazione della materia possa produrre pensiero. Il pensiero può benissimo essere materia, o la materia pensiero. Limportante è che la mente esista, almeno come virtualità, come grembo potenziale di fenomeni, da tempo senza inizio. Non è della mente in senso psicologico che parliamo, qui. Per mutuare un termine dalla filosofia del secolo scorso, mente in questo contesto potrebbe essere reso con esserci, vuota presenza originaria.
Retrospezione, dicevamo. A me basta, per gli scopi modesti che lo scritto vuole raggiungere, andare con la memoria fino al punto in cui decisi che la mente era la questione scientifica ed esistenziale principale. &lt;img alt=&quot;Karl_Marx.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Karl_Marx.jpg&quot; width=&quot;250&quot; height=&quot;293&quot; border=&quot;1&quot; hspace=6 vspace=2 align=right /&gt;Ricordo che questo avvenne in maniera piuttosto atipica: io sono arrivato ad interessarmi della mente, della mente individuale, della mia mente attraverso la lettura dei &lt;b&gt;Grundrisse &lt;/b&gt;marxiani, i taccuini preparatori per lopera-&lt;i&gt;monstruum &lt;/i&gt;&lt;b&gt;Il Capitale&lt;/b&gt;, che contengono parti feconde, attuali, addirittura preveggenti. Tra i concetti che incontravo, quello di &lt;i&gt;General Intellect.&lt;/i&gt;
Sono un vecchio lettore di fantascienza, e passaggio dopo passaggio il concetto marxiano finì per suscitare (indebitamente) visioni di Menti Collettive, una Mente per la specie umana, una Mente planetaria e così via. Ovviamente la prospettiva dei Grundrisse è tuttaltro che mentalista. Era la mia storia personale, lIo che ero stato in precedenza e che ero in quel momento ad architettare  immagini di menti collettive, potentissime, capaci di onniscienza, ma in qualche modo simili a quella che mi trovavo ad osservare quotidianamente, che mi trovavo ad essere. 
 In una lontana occasione ebbi la netta sensazione di essere una colonia di coscienze dipendenti ciascuna da un organo di senso, e forse da altri sensi oltre a quelli che dipendono dagli organi.
Anche Io, dunque, era una mente collettiva. Lindagine di come da questa colonia sorgesse la sensazione dellIo, la concrezione mnemonica che inanella esperienze, divenne allora prioritaria. 
Fu quindi paradossalmente linteresse per il collettivo, il comunitario, il generale a spingermi verso lintrospezione. 
Cè un fattore in più, che tornerà utile condividere con chi legge queste righe. La mente è larma principale di un artista marziale (quale una parte di Io era ed è tuttora), così sostengono i maestri di molte tradizioni. E meditare -allora concepivo la meditazione solo come rilassamento e concentrazione- era fondamentale, era il corrispettivo mentale dellallenamento fisico. Era una forma di training.
Così passai da Marx alla filosofia della mente, e dalle Arti Marziali alla meditazione.

III
Il grande &lt;i&gt;pandita &lt;/i&gt;tibetano Longchen Rabjam (1308-1363)  scrive:&lt;blockquote&gt;&lt;i&gt;La vera natura del mondo è la vera natura della mente.
Non è mai nata ed è al di là del dolore.
La liberazione si ottiene osservando la natura della mente, la vera natura dei fenomeni.
Poi, non vi è altra pace da raggiungere.&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;

&lt;img alt=&quot;LongchenRabjam.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/LongchenRabjam.gif&quot; width=&quot;128&quot; height=&quot;170&quot; border=&quot;1&quot; hspace=6 vspace=2 align=right /&gt;Mio zio mi insegnò a nuotare gettandomi da un molo. La sensazione che provai leggendo i versi precedenti è in qualche modo comparabile. Capire la natura del mondo, dunque, significherebbe capire la natura della mente. Capire la natura della mente significherebbe, qui, capire il modo in cui i fenomeni sembrano sorgere e vanire. La parola &lt;i&gt;idealismo &lt;/i&gt;è del tutto fuori luogo e anche la parola &lt;i&gt;materialismo.&lt;/i&gt; Ciò che accade sarebbe un unico fenomeno complessivo, onnipervadente, infinito. Come se neuroscienza e cosmologia fossero intimamente connesse, come se fossero &lt;i&gt;la stessa cosa.&lt;/i&gt; La vibrazione fondamentale del cosmo risuonerebbe quando il continuum mentale si arresta. La metafora originaria sarebbe: &lt;i&gt;Mente come Spazio.&lt;/i&gt; Ogni metafora contiene un mito potenziale. Ogni mito contiene una verità psicologica  verificabile.
Nel mondo occidentale il compito di portare la specie sulla soglia dellineffabile non appartiene alla metafisica e a quella particolare forma di sapere metafisico che è la religione. Ciò che spinge verso lindicibile è, in questo momento storico, è proprio il sapere scientifico. Laccavallarsi di teorie e paradigmi allude sempre a qualcosa posto al di là di quanto può essere detto, dimostrato per via sperimentale o logico-matematica. Linteresse del fenomeno-scienza, è, in altri termini, che il bersaglio non viene centrato mai, in nessun caso. E, assieme al movimento tantalico che proietta la mente oltre i limiti della mente, che indaga in senso cosmologico, che abbraccia la Totalità,  esiste il movimento della mente che guarda se stessa. Non parliamo qui, non ancora, di forme introspettive o meditative, parliamo di un sapere scientifico che indaga stati del cervello e li mette in relazione a stati mentali, e della filosofia della mente che cerca una teoria complessiva del fenomeno-mente a partire dai dati sperimentali.
La tesi tradizionalista che propugna linutilità del sapere scientifico, la fondamentale debolezza di ogni scienza non-principiale non mi ha mai convinto. Ogni epoca storica produce i propri veicoli di liberazione, e la conoscenza è liberazione. La tesi che sia meglio non sapere è la tesi conservatrice per eccellenza; la base emozionale del fascismo. Ora, le teorie fisiche sullorigine e la natura delluniverso, così come quelle della neuroscienza sul rapporto mente-cervello, hanno la potenzialità di avvicinare a una sfera di pura trascendenza o di totale immanenza, di indicare la Terra Pura della non-dualità, della non-dicotomia, della risoluzione della scissione tra sé e altro: ciò che mi interessa è dunque la possibilità della visione intellettuale innescata dallo studio e dalla contemplazione di una teoria scientifica. In altre parole, la capacità che ha una teoria scientifica di alludere alla più comune condizione generale, allo stato fondamentale della vuota presenza, allessere-qui-ora. 

IV
Ma chi è qui, ora?
&lt;img alt=&quot;hofstadtercover.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/hofstadtercover.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;182&quot; border=&quot;0&quot; hspace=6 vspace=2 align=right /&gt;Nellultimo lavoro di Douglas R. Hofstadter, &lt;b&gt;&lt;a href=&quot;http://www.amazon.com/Am-Strange-Loop-Douglas-Hofstadter/dp/0465030785/ref=pd_bbs_sr_1/105-9835740-4492440?ie=UTF8&amp;s=books&amp;qid=1191256516&amp;sr=8-1&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;I Am A Strange Loop &lt;/a&gt;&lt;/b&gt;(2007), lIo viene definito illusione. Un illusione tenace, recalcitrante. Unillusione che costruisce un mondo, un ambiente intellettuale, che forma storie personali e collettive. Qualcosa che sembra esistere concretamente, la cosa più reale del mondo, unillusione che si rifiuta di scomparire, non importa la quantità di &lt;i&gt;Hard Science &lt;/i&gt;sperimentale che le viene gettata addosso. Lillusione fondamentale attorno alle quale si dispongono tutte le altre? 
Per Hofstadter questa illusione ha una forma. E un loop, un anello, il più centrale dei simboli in cui livelli, appunto, simbolici e fisici di feedback si stratificano, si allineano, si coalizzano in modo da invertire il processo di causazione: ciò che è frutto di processi fisico-chimici crede di poter scegliere. Ciò che è determinato crede di determinare.
Uno Strano Anello allinterno del cervello, dunque. Ma non bisogna pensare a una curva chiusa in qualche modo palpabile, un circuito neurale complesso di qualche tipo localizzato in unarea particolare del cervello o in grado di abbracciarne diverse. Non si potrebbe individuare lo Strano Anello e isolarlo attraverso unoperazione chirurgica, in modo da metterlo in bella vista sopra un tavolo, ci avverte Hofsdadter. LIo è simbolo. LIo è astrazione. Lio è illusorio, ma esiste. Esiste perché funziona come un Io.
Eppure in realtà Lillusione dellIo non è &lt;i&gt;evidenza originaria.&lt;/i&gt; Diciamo rozzamente: è molto dubbio che un infante nutra lillusione di cui parla Hofstatder. Pare certo il contrario, lo Strano Anello Simbolico non è ancora chiuso nella mente di un neonato. Levidenza originaria è dunque unaltra: esistono stati mentali, esiste un flusso di coscienza, per utilizzare una definizione cara agli scrittori. LIo si innesta a partire da questa. LIo è una acquisizione, la possibilità di una storia personale è evolutiva. LIo è forse un pensiero tra gli altri. 

Lindagine sullevidenza originaria pone del resto innumerevoli problemi di ordine concettuale e filosofico. Gli stati mentali non sono osservabili; ciò che può essere osservato è lattività del cervello che si suppone correlata (Effetto? Causa? Insorgenza concomitante? Fondamentale Identità?) con gli stati mentali. Fascinazione estetica del riduzionismo: la non-osservabilità degli stati mentali indicherebbe la non rilevanza scientifica del fenomeno mente: ciò che è &lt;i&gt;soggettivo &lt;/i&gt;non può essere &lt;i&gt;oggetto &lt;/i&gt;di indagine scientifica. 
E come la nota storiella della coppia behaviorista in cui il marito chiede alla moglie dopo laccoppiamento: - Cara, &lt;i&gt;mi &lt;/i&gt;sono divertito?
La posizione logico-espistemologica del marito è inattaccabile, ma nei fatti il discorso sulla mente è possibile solo mettendo da parte presupposti epistemologici eccessivamente cogenti. Nei fatti è possibile un discorso coerente sugli stati mentali ammettendo lesistenza di uninteriorità. La neuroscienza è un sapere paradossale che allude a qualcosa che non può &lt;i&gt;dire&lt;/i&gt;, che ha come naturale correlato, come doppio fantasmatico lintrospezione, lautonalisi, pratiche non-scientifiche per eccellenza.

Quando ci si riferisce a sistemi di pensiero non-occidentali, lo si fa generalmente in via molto approssimativa. E come se allinterno di una cultura non-occidentale si dicesse: la tradizione occidentale afferma questo e quello, e si citassero assieme Marx e Meister Eckhart, Aristotele e Lacan e da questa marmellata di citazioni si estrapolasse qualcosa di apparentemente coerente e univoco, il pensiero occidentale in quanto tale. Esistono invece allinterno di una stessa tradizione posizioni filosofiche diverse, apparentemente lontanissime. Alcune possono fornire un supporto, delineare unangolazione, aprire una via di fuga. Il confronto con lalterità è fecondo a patto che non si tentino ibridazioni impossibili; a patto che si comprenda che il significato buddhista di scienza della mente, ad esempio, non ha pressoché nulla a che fare con la nostra psicologia o con lindagine della neuroscienza sullattività del cervello e sulla relazione di questa con gli stati mentali. E come se ci venisse fornita una panoplia di strumenti apparentemente simili ai nostri: utensili simili a chiavi, simili a martelli, simili a pialle e a lime, ma il campo dazione di questi fosse sfasato rispetto ai nostri omologhi; martelli che servono anche a rendere liscio il legno, pialle che servono anche ad aprire porte, chiavi che smussano angoli e lime che conficcano ed estraggono chiodi. Dobbiamo apprendere a servirci di strumenti nuovi; dobbiamo creare connessioni e piste neurali che ci mettano in grado di utilizzare tutte le potenzialità.
Il concetto di Mente nel veicolo supremo (Ati Yoga, Yoga primordiale) della scuola Nyingma del buddismo tibetano è uno di questi utensili sfasati.
Non è sovrapponibile al nostro concetto di mente, ne copre il campo semantico e lo travalica, è loggetto principale dellindagine intellettuale e in questo senso è come una chiave che serve a smussare gli angoli. E al di là delle categorie di esistenza e non esistenza; è non-esistente come sostanza, diremmo noi, eppure è la matrice originaria dalla quale sorge la dualità, lio-e-altro, i fenomeni, laccrescimento e il decadimento. Tutto questo non è postulato per via intellettuale: è una verità auto-sperimentale, che sorge allinterno del flusso di coscienza come risultato di indagine e di pratica meditativa incessante, condotta con pieno rigore. Il meditante sa che è così perché ha veduto che, una volta cessato il continuum mentale, la mente non esiste. Questa mente che non esiste ha la natura vuota e onnipervadente dello spazio, ed è radiante, nel senso che ha la potenzialità per riflettere qualsiasi cosa. La non-mente è lo stato di vuota attenzione. Lo stato di vuota attenzione è lo stato energetico originario, anche in senso metafisico e cosmologico. In questo senso conoscere la natura della mente equivale a conoscere la natura dei fenomeni, la matrice da cui sorge il gioco incessante della dualità. La matrice è vuota, illusoria. Ciò che è posto oltre i concetti è imputato concettualmente.
Chi è sensibile alla bellezza estetica non può che godere di una teoria ( teoria e visione sono equivalenti etimologici) che vede la vibrazione energetica fondamentale della mente e quella del cosmo come un unico fenomeno.
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<entry id='2398' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2398' author_id='1' authored_on='20071003003842' basename='fantasmi_after_life_cinema_e_letteratura' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071003003842' modified_on='20071003004047' ping_count='0' status='2' title='Fantasmi, &lt;i&gt;after life&lt;/i&gt;, cinema e letteratura' week_number='200740'><excerpt>di &lt;b&gt;B. Sebaste&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;afterlifemini.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/afterlifemini.jpg&quot; width=&quot;50&quot; height=&quot;72&quot; border=&quot;0&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt;Un sondaggio pubblicato dalla rivista &lt;i&gt;Focus &lt;/i&gt;rivela che due italiani su tre ai fantasmi ci crede, e uno su due ne ha visto. Che cosa significa? Dal momento che, Eduardo docet, siamo noi i fantasmi, dovremmo abituarci a convivere con linquietudine del vederci dal di fuori, duplicati, estranei, così vicini e così lontani, fantasmi appunto...</excerpt><text>di &lt;a href=&quot;http://www.beppesebaste.com/&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Beppe Sebaste&lt;/a&gt;

&lt;img alt=&quot;afterlife.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/afterlife.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;170&quot; border=&quot;0&quot; hspace=6 vspace=2 align=right /&gt;I fantasmi sono crudeli, con la realtà ci si può sempre arrangiare. Questa frase diciamo romantica la feci mia negli anni 70: lepoca non la contraddiceva. Ha ancora un senso quando la cosiddetta realtà si rivela consistere della stessa sostanza di cui sono fatti i fantasmi (più o meno crudeli che siano)? E di che sostanza è fatto un fantasma? Ombra, sogno, &lt;i&gt;eidolon&lt;/i&gt;, immagine, come quella della madre che Enea incontra nellAde (&lt;b&gt;Eneide&lt;/b&gt;, XI), ma quando cerca di abbracciarla dolorosamente svanisce.</text><text_more>Non è la stessa esperienza (rovesciata) che provò il pubblico convenuto al primo film dei fratelli Lumière, quando tutti scapparono alla vista del treno? A parte le analisi pur pertinenti di Jean Baudrillard, liper-reale che ha rimpiazzato la realtà di simulacri, ogni volta che ascoltiamo un disco  che sia la voce di Billie Holliday o quella di Mina  abbiamo a che fare con la presenza di unassenza, diciamo pure un fantasma. Luniverso di copie e cloni che inonda la nostra vita tecnologico-estetica, a cui si aggiungono i robot e tutte le inquietanti forme di sostituzione del corpo, sono segni di una fantasmatizzazione della realtà. Senza bisogno di Internet, si parla di fantasmi (secoli prima di Kafka) a proposito delle lettere, e la metafisica della scrittura che rende presenti gli assenti è oggetto di trattati dal I secolo a. C. Ma dobbiamo riconoscere al cinema di essere la più eclatante attestazione dellesistenza dei fantasmi, materializzazione di quellombra dellAde. Lequazione cinema-fantasma è così evidente che Orson Welles la celebrò con poetica nostalgia nelle scene del suo magnifico e incompiuto &lt;i&gt;Don Chisciotte&lt;/i&gt;, quando il cavaliere si precipita a cavallo contro uno schermo su cui sono proiettate delle immagini. I mulini a vento, o più esattamente i Giganti, non sono altro che (il) cinema. Ora, un sondaggio pubblicato dalla rivista &lt;i&gt;Focus &lt;/i&gt;rivela che due italiani su tre ai fantasmi ci crede, e uno su due ne ha visto. Che cosa significa? Dal momento che, Eduardo docet, siamo noi i fantasmi, dovremmo abituarci a convivere se non altro con linquietudine del vederci dal di fuori, duplicati, estranei, così vicini e così lontani, fantasmi appunto. In fondo, anche il concetto marxiano di alienazione appare arcaico, e i romanzi di fantascienza paranoica e psico-teologica di Philip K. Dick come documentari. &lt;img alt=&quot;enricoghezzi.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/enricoghezzi.jpg&quot; width=&quot;140&quot; height=&quot;112&quot; border=&quot;0&quot; hspace=6 vspace=2 align=left /&gt;Mi dice Enrico Ghezzi &lt;i&gt;[a sinistra]&lt;/i&gt;, il cinema è la punta di un iceberg di un immane apparato di registrazione che segna una svolta nella storia dellumanità: la possibilità di rivedere la propria vita. 
Tutto questo, e molto altro, è scaturito dallultima edizione del Festival Il vento del cinema che si svolge ogni anno a Procida, sotto la direzione artistica di Enrico Ghezzi. Lintensa rassegna appena conclusa era dedicata ai temi dellal di là e del fantasma. Titolo: &lt;i&gt;After life.&lt;/i&gt; Film meravigliosamente antiquati e attualissimi alternati al dibattito filosofico (tra i presenti, il filosofo Boris Groys, che citerò tra breve), sullo spettro di sensi di questa formula, &lt;i&gt;after life &lt;/i&gt;- dopo la vita, ma non necessariamente dopo la morte. Continuo a parlare con Enrico Ghezzi anche dopo il festival. Parliamo soprattutto di alcuni film, quelli di Evgenii Bauer (il primo vero e grande cineasta del fantasma), i documentari di Frederick Wiseman, il bellissimo film del giapponese Kore-eda Hirokazu, che si chiama appunto &lt;i&gt;After life.&lt;/i&gt; Sembra un racconto di fantascienza ma è centrato sul cinema. Nellufficio spoglio in cui si ricevono delle persone, solo a un certo punto lo spettatore viene a sapere che tutti i personaggi sono morti, e i nuovi arrivati devono scegliere ognuno il ricordo preferito da vivo, con il quale sarà composto  un film. Il resto della memoria verrà cancellato. Girato quasi tutto a piani fissi, il film è una celebrazione della vita ordinaria, perché i ricordi scelti sono immancabilmente comuni. Per questo viene da chiedersi: ma i film sullal di là non raccontano poi tutti limmanenza dellal di qua? &lt;i&gt;After life&lt;/i&gt; mi fa anche pensare al concetto di Nachleben, o vita postuma, tracce cioè di una sopravvivenza, secondo Walter Benjamin. Perché altrimenti non chiamarla vita-di-fianco, o archivio?
   Il cinema - dice Ghezzi - può essere pensato come la costituzione di un certo ammasso di&lt;i&gt; after life.&lt;/i&gt; E il discorso dei fratelli Lumière, costituire un magazzino di piccole immortalità. Ho usato questo termine molto americano, after life, che non è religioso, non indica né una durata né uno spazio, una vita dopo la vita, ma lindicazione tecnica dei Lumière è molto bella. Da una parte dice la conservazione, una possibilità di tenere dei tempi di vita (io a 10 anni volevo registrare tutta la vita di mia nonna); dallaltro luso poliziesco dellarchivio, come controllo. Di fatto però questo meccanismo di controllo, questo ri, della registrazione, è un inveramento-avveramento di tutte le prospettive after, anche quelle religiose. Il mondo col cinema (con la registrazione, la fotografia), comincia a un certo tempo a ri-vedersi. Pensa alle fotografie di Muybridge, come la famosa fotografia del galoppo del cavallo. Per la prima volta, a partire dalla fine dellOttocento, lumanità ha la possibilità di un ri-vedersi tecnico, rivedersi ed essere visti da altri. Da quel momento il mondo si scinde. La mia deduzione forse eccessiva è che da quel momento inizia una sorta di sospetto (anche paranoico, alla Dick), in cui rientrano Freud e lidea stessa di archivio, con linstallarsi della registrazione come orizzonte, di cui il cinema è il momento più eclatante. Lossessione di certi vecchi film per laller-retour, lavanti e indietro dellimmagine, ne era in certo modo la spia.
   E un caso che gran parte dei film recenti guardino la vita dalla prospettiva di un al di là? Citando a caso, mi vengono in mente &lt;i&gt;American beauty&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Donnie Darko&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Il sesto senso&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;The others&lt;/i&gt;... Nei film hollywodiani lafter life è ormai un vero proprio genere. Anche in film normalissimi cè un momento after life. Il territorio mentale del cinema americano non è più il territorio-pianeta, ma un territorio interiore dissodato e immaginato, con molte cadute di gusto, da una compresenza dellal di là, limmaginazione di un al di là, ma immanente. Nel cinema americano il cinema si qualifica come luogo dellafter life non solo per un legame narrativo, ma perché si riconosce esso stesso così, ciò che poi era dalle origini.
   Cè una singolare coincidenza tra i nostri riferimenti. Nella letteratura (da anni cerco io stesso di comporre un romanzo sui fantasmi) mi affascinano i libri la cui trama nasce da unidea di archivio, di catalogo, di memoria, trovando gli effetti più romanzeschi in una sorta di documentario, con luso di documenti veri e propri: lettere, fotografie, ritagli di giornali ecc. Come il film (e il libro) di Alina Marazzi, Unora sola ti vorrei; o il bellissimo &lt;b&gt;I passi sulla testa &lt;/b&gt;(Bompiani 2007) di Giuseppe DAgata, dove un fantasma, letteralmente, che rumoreggia al piano di sopra, interferisce con lattività di catalogazione della biblioteca del narratore, di cui solo una piccola parte potrà sopravvivere al trasloco (tra i cui titoli, nomi, fantasmi, appare anche il sottoscritto). Nellarte opera da tempo una nozione attiva di archivio che ne ha deterritorializzato e riterritorializzato gli orizzonti. Tutto questo rientra nellambito dell&lt;i&gt;after life&lt;/i&gt;, postumo dello &lt;i&gt;still life &lt;/i&gt;(che, con luttuosità tutta italiana, noi diciamo natura morta). Ma ha anche fare con la poetica del fantasma - dello sfumato, della cancellazione, della parvenza - come gli oggetti della vita ordinaria degli individui, o i loro volti anonimi, sgranati e ingranditi, che popolano come fantasmi le esposizioni di Christian Boltanski. 
   Ghezzi: Il cinema nasce proprio su queste basi, sorta di materializzazione del fantasma, più che sul sogno, che secondo me è il falso schermo del cinema. E affascinante che sia nato insieme alle prime analisi freudiane, e della Psicopatolologia della vita quotidiana, ma è solo una bella coincidenza. Il tipo di registrazione freudiano si basa sulla memoria, su ciò che non si può dire del sogni. Il cinema è già sogno. Nel sogno comunque l&lt;i&gt;after life&lt;/i&gt; è unesperienza comune e continua,  perché è parte dellattività cerebrale, anche senza parlare del &lt;i&gt;déjà vu &lt;/i&gt;(il cinema è un accumulazione abissale di &lt;i&gt;déjà vu&lt;/i&gt;). Ma il sogno non ha tempo, ed è la sua dimensione più affascinante e paradossale, che lo porta oltre limmaginazione dellafter life. Nel sogno sei coinvolto in uno stato intermedio, sei una specie di fantasma, ma anche narratore.
   Tutto torna. Ma non è proprio il senso dei fantasmi (revenants) quello di tornare? Arte, cinema, letteratura, la nonna, il canto XI dellEneide, la madre che non puoi abbracciare, il Don Chisciotte di Orson Welles, cui Giorgio Agamben ha dedicato una pagina importante del suo &lt;b&gt;Elogio della profanazione&lt;/b&gt;. Ma cosa lega più precisamente il fantasma allafter life, ed entrambi alla nostra epoca? Boris Groys pensa che la platonica &lt;i&gt;metanoia &lt;/i&gt;(anticipazione dellimmortalità dellanima nella postura dei veri filosofi) sia oggi possibile come anticipazione dellimmortalità dei corpi (levidenza che la vita del corpo, in una decomposizione virtualmente infinita, continua). Sostiene che la storia dellarte moderna e contemporanea sia dalla parte del cadavere (le opere come cadaveri degli oggetti, di cui esibiscono la materialità pura). Di fatto, se la cultura di massa prospera sulla figura di vampiri, zombi, cloni e macchine viventi, per Foucault esistono luoghi  cimiteri, musei, biblioteche, discariche di rifiuti - in cui, per eterotopia, umani e cose sono spostati in uno spazio altro, separato, come quello dei non-morti. O come gli oggetti di un archivio, un tempo vivi e funzionali. E già Kafka suggeriva di sovrapporre macchine per fantasmi, telefoni, telegrafi, poste, ai mezzi di trasporto, treni, navi e aerei.
   Noi - aggiunge Ghezzi - stiamo vivendo oggi letteralmente lesperienza dello zombi o dellundead, non solo come società ma come pianeta. Se pensi al discorso sulla rovina del pianeta, la nostra autocolpevolizzazione. Non cè politico che lo dica, ma alcuni filosofi sì. I politici sono amministratori che non ammettono nemmeno di parlare della morte. E il discorso dellimmunità dei politici al tempo, contro la comunità, tuttuno con la mortalità. Sì, il tema che unisce i due corni del dilemma è questo, e lo abbiamo affrontato in una scorsa edizione del festival dal titolo &lt;i&gt;Rest-aura&lt;/i&gt;: linvecchiamento, il reimbellettamento del film, lafter life del cinema stesso. Tendere allimmortalità, alleternizzazione dei corpi, e insieme allimmateriale, che collide con la conservazione dei corpi. L11 settembre è stato anche questo...
   Allora, siamo noi i fantasmi? Come in &lt;i&gt;Film&lt;/i&gt;, scritto da Samuel Beckett per Buster Keaton, allinsegna del berkeleyano esse est percipi (essere è essere percepiti)? Riepilogando: è questo,  il nostro mondo presente e normale, lal di là: visto da un ri, o da un punto in cui si vede il ri, il rivedersi della registrazione. Ghezzi mi cita questa frase di Kafka: il positivo ci è già dato, ora resta da fare il negativo. Anche Godard pare labbia usata. A Napoli, proprio nei giorni del festival, si è inaugurata la mostra Images, fotografie dal set dei film di Bernardo Bertolucci. Immagini rubate, mi ha detto il regista quando la mostra era a Parma, che non rappresentano i miei film, ma linconscio dei miei film. Che suggeriscono lesistenza di un fuori-campo, una assenza / più acuta presenza (Attilio Bertolucci). Fantasmi, &lt;i&gt;still life&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;after life&lt;/i&gt;. Non solo di film.

&lt;i&gt;(da &lt;a href=&quot;http://www.unita.it&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;lUnità&lt;/a&gt;, 1 ottobre 2007)&lt;/i&gt;
</text_more></entry>
<entry id='2399' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2399' author_id='19' authored_on='20071003040348' basename='futuro_breve_v' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071003040348' modified_on='20120624113422' ping_count='0' status='2' title='Futuro Breve V' week_number='200740'><text>di &lt;b&gt;Alessandra Daniele&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Nova.JPG&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Nova.JPG&quot; width=&quot;125&quot; height=&quot;94&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;&lt;b&gt;La città dolente&lt;/b&gt;

- Adesso!  Ordinò il generale Treacon. Il nucleo del TimeXPand sganciato sopra la città implose, creando una spirale temporale. In tutta larea coperta dal raggio dazione del dispositivo il tempo cominciò a espandersi. I roghi accesi dal plasma incendiario che divoravano la città e i suoi abitanti sarebbero durati sessanta volte più a lungo.
- Che spettacolo - mormorò Rivelli, linviato embedded de Il Democratico, guardando sul megaschermo della centrale operativa le riprese satellitari  Le lingue di fuoco paiono ondeggiare come cipressi alla brezza marina  disse, compiacendosi della metafora letteraria.
- In effetti è anche molto elegante da vedere  commentò Treacon  ma ciò che conta è che la spirale innescata dal TXP ci consente di causare al nemico danni sessanta volte maggiori con la stessa quantità di carburante. Il tempo infatti non rallenta, ma si espande: la combustione dura più a lungo perché &lt;i&gt;si ripete&lt;/i&gt;.</text><text_more>- La percezione del tempo da parte di chi si trova allinterno del campo di espansione ne risulta alterata?
- Be, in base ai test effettuati sui... volontari, si può dire che la mente umana percepisca  interamente questa moltiplicazione.
Una tortura terrificante pensò Rivelli, ma si guardò bene dal dirlo.
- Siamo pronti per il secondo lancio  comunicò il tecnico
- Mi segua  disse il generale, assestando allembedded una rumorosa pacca sulla spalla  Le consento di assistere allintero processo. Ecco, guardi sul monitor:  prima il nucleo viene caricato portandolo a fine scala.
- Cioè?
- Espansione temporale infinita. Ripetizione eterna dell&apos;attimo dell&apos;implosione. Poi lo si regola sul grado prescelto, lo si installa nella testata al plasma
- Cosè quella?  chiese Rivelli, indicando una spia rossa lampeggiante comparsa allimprovviso.
Un attimo dopo lesplosione lo mandò a sbattere contro la parete opposta. Tra le urla, il crepitio delle fiamme e lo strepito delle sirene, colse soltanto qualche parola. Sabotaggio, sovraccarico, fine scala. 
Poi unonda di fuoco lo inghiottì, straziandolo. 
Inferno pensò Rivelli.
Lo pensò in eterno.

&lt;b&gt;Luna nuova&lt;/b&gt;

Quando riprese conoscenza, Cynthia non poteva vedere né sentire nulla.
Però aveva ascoltato la sentenza, quindi sapeva dovera.
Il penitenziario lunare Nova in costante espansione garantiva il massimo della sicurezza e, per definizione, dellextraterritorialità. Ai detenuti era inibita qualsiasi forma di comunicazione, sia reciproca che con lesterno. La superficie del satellite veniva progressivamente scavata, e trasformata in un alveare di celle singole a deprivazione sensoriale. Cubicoli nei quali i prigionieri galleggiavano nel vuoto e nel buio, nutriti via endovena e cateterizzati, collegati al computer di controllo attraverso una presa corticale che bloccava gli impulsi del cervelletto immobilizzandoli. 
Nova era stato originariamente progettato per i sospetti terroristi. La definizione terrorismo sera poi allargata a dismisura, fino a comprendere migliaia di reati, dopinione, informatici, e contro la proprietà. Così Nova continuava a espandersi di conseguenza. 
Come molti altri, Cynthia ci era finita soprattutto per il colore della pelle, e sapeva anche questo. 
Ciò che non si aspettava di scoprire era che, in realtà, fra i detenuti di Nova una sorta di comunicazione esistesse. 
All&apos;inizio non riuscì a spiegarsi la spaventosa ondata di emozioni, immagini, sensazioni lancinanti e caotiche dalla quale si sentì investita e travolta. Poi, riguadagnata a fatica un minimo di lucidità, capì. Tutti i singoli spinotti corticali ai quali ciascun prigioniero era collegato facevano capo alla memoria del computer centrale. Quella sconcertante marea di pensiero condiviso doveva essere limprevisto effetto collaterale del collegamento. 
Dopo un momento iniziale di convulsa speranza, Cynthia capì però che utilizzare quel legame per comunicare razionalmente sarebbe stato impossibile. Soltanto impulsi e pensieri primari sembravano in grado di navigarne le acque corrusche. 
Cynthia si sentì allora sprofondare nellabisso della più oscura disperazione. 
Fu con quella che navigò.

- Unaltra esplosione nella zona dei lavori!  avvertì il tecnico.  Non capisco  commentò  I processi di trivellazione e sbancamento sono costantemente monitorati dal computer centrale... come sono possibili tutte queste avarie consecutive? Rischiamo alterazioni dellorbita!
-  Ma di cosa si preoccupa?  sogghignò il direttore del penitenziario.  Teme che possiamo perderci nello spazio come in quel vecchio telefilm?
- Macché perderci, direttore, lei non capisce! La gravità lunare interagisce con quella terrestre, basta unalterazione minima per.
Lennesima esplosione interruppe la disputa.

- Guarda amore, stanotte la luna sembra più vicina  sospirò la ragazza dalla villa sulloceano .
Un attimo dopo sentì il rombo dellondata di marea in arrivo.
          
&lt;b&gt;Libero mercato&lt;/b&gt;

La teca trasparente scivolava sul nastro trasportatore della passerella. Luomo allinterno era immobilizzato dalla stasi bioelettrica in una posizione elegante e innaturale.
- Modello Safari- annunciò larmoniosa voce computerizzata  Disponibile in una vasta gamma di colori, dal Black Nigeria, al Beige Calabria. Resistente agli urti, consuma poco, e si riproduce in cattività. I vari organi sono vendibili anche separatamente.
Con un sommesso brusio di interesse, i compratori cominciarono a digitare le ordinazioni sui loro palmari. Il display olografico che galleggiava sulle loro teste segnò il raggiungimento duna cifra record di vendite, che la voce sottolineò compiaciuta
Il reporter sorrise. Incoraggianti segnali di ripresa economica  annotò sul palmare  Gli effetti positivi della definitiva riforma del mercato del lavoro continuano a farsi sentire, a dispetto delle retrograde farneticazioni degli estremisti veterocomunisti e filoterroristi che blaterano di &lt;i&gt;nuovo schiavismo&lt;/i&gt;...
- Modello Zivago  disse la voce, mentre unaltra teca prendeva il posto della precedente  Un nuovo stock proveniente dallEst. Notate i colori chiari e lo sviluppo toracico
Il reporter alzò gli occhi dal palmare sperando che nella teca ci fosse una femmina, ma una dolorosa puntura sul collo lo distrasse. Poi perse i sensi.
Quando si svegliò era immobilizzato.
Sulla passerella.
- Modello Megafono. Reporters addestrati a propagandare le idee dei loro possessori. Il loro condizionamento è così perfetto che neanche si rendono conto di ciò che sono. Questo che vedete nella teca n.3 stava giusto scrivendo un articolo fino a un attimo fa  concluse la voce.
Fra i compratori si diffuse un brusio divertito.

</text_more></entry>
<entry id='2400' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2400' author_id='1' authored_on='20071003005519' basename='babsi_jones_su_vanity_fair_ho_scritto_il_sangue' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071003005519' modified_on='20071005133716' ping_count='0' status='2' title='Babsi Jones su &lt;i&gt;Vanity Fair&lt;/i&gt;: &quot;Ho scritto il sangue&quot;' week_number='200740'><excerpt>di &lt;b&gt;G. Genna&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;babsicovermini2.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/babsicovermini2.jpg&quot; width=&quot;48&quot; height=&quot;73&quot; border=&quot;0&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt;Non sono capace di stabilire la linea di demarcazione fra Babsi-persona e Babsi-scrittore; citando Burroughs, tutti i miei libri sono un libro solo, un unico libro continuo. Ogni parola che scrivo è autobiografica, ogni parola che scrivo è finzione.</excerpt><text>&lt;a href=&quot;http://slmpds.net&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;Clicca qui&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/babsicoverrcs.jpg&quot; width=&quot;130&quot; height=&quot;198&quot; border=&quot;0&quot; hspace=6 vspace=2 align=left /&gt;&lt;/a&gt;di &lt;a href=&quot;http://www.giugenna.com&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Giuseppe Genna&lt;/a&gt;
&lt;i&gt;[da &lt;a href=&quot;http://www.style.it/cont/vanity-fair/home-vanity-fair.asp&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Vanity Fair&lt;/a&gt;, 11 ottobre 2007 - versione integrale&lt;/i&gt;]

Virginia Woolf si è reincarnata. Vive in Italia, a Milano, e utilizza un nomme de plume non italiano: si chiama Babsi Jones. Anche la sua scrittura non sembra italiana, pare provenire da un altro continente, da profondità abissali che fanno del suo romanzo, &lt;b&gt;&lt;a href=&quot;http://slmpds.net/&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Sappiano le mie parole di sangue &lt;/a&gt;&lt;/b&gt;(Rizzoli 24/7, 16.50 euro), un capolavoro che scuote la letteratura italiana, i cuori e le menti dei lettori e delle lettrici. Cè un cromosoma di Jack Kerouac in questa incarnazione della Woolf. Il libro di Babsi Jones può essere interpretato come un &lt;b&gt;On the road&lt;/b&gt;, laddove la strada sia lastricata per linferno, un &lt;i&gt;On the road map &lt;/i&gt;dove si entra a contatto con labiezione e la purezza, langelico e il demonico, il corpo devastato proprio e  di una nazione dissolta, droghe per sopravvivere e carenza di cibo, follia e penuria di umanità.</text><text_more>&lt;b&gt;Sappiano le mie parole di sangue&lt;/b&gt; è un taccuino ed è un atto di verità. Sono sette giorni di assedio subìto a Mitrovica, in Kosovo, al culmine della guerra più dimenticata e più efferata della storia europea di questi ultimi cinquantanni. E tutto vero, perché Babsi Jones, come Orlando della Woolf, ha vissuto molte vite ed è finita nellinferno dei bombardamenti, dei cecchinaggi, delle non rivelate storture ONU che hanno annichilito la ex-Jugoslavia. Giovanissima, è stata ai vertici dello showbiz musicale internazionale, in una posizione che nessun italiano si è mai sognato di ricoprire:  è stata a contatto con le star mondiali del rock e del pop. Poi, di colpo, la ritroviamo reporter di guerra nel conflitto più cruento e falsificato della storia contemporanea. Sappiano le mie parole di sangue è dunque un diorama radioattivo di quellesperienza. Ma non solo. Come ogni grande scrittore, Babsi Jones fa apparire tutto lo spettro dellumano e dellinumano, dalla stanza spoglia dove lei e altre tre donne sono assediate. Pensare che questo sia soltanto un libro sulla guerra è come sostenere che il &lt;b&gt;Pasto nudo &lt;/b&gt;di Burroughs (uno dei santi protettori di Babsi Jones) è un libro di cucina. E la tragedia tutta dellumanità, che viene messa in scena con una lingua che si eleva al di sopra dei fumi vaporosi della narrativa italiana: se non a livello DeLillo, siamo a livello Houellebecq  siamo cioè finalmente di fronte a un autore di dimensione internazionale. A fare da filo rosso a questa tragedia, infittita di flashback e di messaggi in bottiglie centrate da tiratori scelti, è l&lt;b&gt;Amleto&lt;/b&gt; di Shakespeare, che il personaggio Babsi Jones si porta dietro per tutto il libro, come un mandala o un mantra. La tragedia dellambiguità e della vendetta per eccellenza non riesce a guidare nellorrore e nella tenerezza dellinermità questa inviata di guerra, di ogni guerra, che coi suoi anfibi calpesta fango, cadaveri in decomposizione, pavimentazioni lacerate dalle esplosioni.
A differenza di Tilda Swinton, che interpretò lOrlando di Virginia Woolf in un memorabile film, Babsi Jones è una dark lady mutevole, camaleontica per necessità di &lt;i&gt;sopravvivenza&lt;/i&gt;, magnetica, seduttiva e urticante. La sua schiettezza è scandalosa per i molti benpensanti che ancora resistono, attaccati alla sicurezza delle loro ipocrisie. Scarnifica e si autoscarnifica, mette a nudo le colpe collettive, la cecità di un continente che ha creato un disastro, non ha suturato la ferita, ha voluto rimanere cieco di fronte al vento di morte che ha sollevato.

&lt;b&gt;Babsi Jones, come sei finita in Jugoslavia? Si avverte una spinta potente, nella tua scrittura, la potenza della ricerca di verità. Perché proprio nellocchio di un ciclone che lItalia e lEuropa non hanno voluto guardare?&lt;/b&gt;

Mi sono trovata in quel non-luogo che chiamiamo ex-Jugoslavia per caso: un colpo di fulmine storico, culturale, geopolitico mentre assistevo a una conferenza stampa di Emir Kusturica. Sono inquieta, divoro informazioni, suggestioni, emozioni, ho bisogno di nuove dosi, di dosi sempre più letali. Allepoca mi occupavo di musica rock ed ero ossessionata dalla drammaturgia; volevo spostare il mio baricentro esistenziale e immergermi in altro. Questo altro è stata la dissoluzione della Jugoslavia: perfetto per me, che sono attratta dai buchi spazio-temporali, dal non detto, dalle zone interdette, dai divieti pseudomorali. Ho studiato serbocroato, ho dedicato dieci anni di vita esaminare la questione-jugo. Mi sono imbarcata in diversi viaggi balcanici. Ho fatto tutto da sola, senza mai smettere di scrivere. 

&lt;b&gt;E questo si avverte. la tua scrittura mostra unurgenza quasi crudele, metastatica. Una lingua che non ha pari nel panorama italiano contemporaneo. Uno stile tragico e cinico, ma anche tenero, profondissimo, fuori dai protocolli. E infatti tu hai più volte definito il tuo libro quasiromanzo...&lt;/b&gt;

Io scrivo da sempre, non posso che scrivere, è una medicina, è una necessità primaria: &lt;i&gt;io non esisto senza la scrittura.&lt;/i&gt; Alla fine di quel decennio avevo dozzine di quaderni di appunti: potevo farne un saggio, gli editori mi ronzavano intorno, ognuno con la sua sporta di suggerimenti e di metodologie. Ho scelto un approccio differente: ho ridotto tutte le mie esperienze allessenziale, ho intrecciato fatti reali e fiction, ed è nato Sappiano le mie parole di sangue. Volevo un testo denso, tachicardico, che mandasse in frantumi le regole del gioco, che potesse innestare epica, storia medievale e reportage, autobiografismo, narr-azione, finzione. Volevo che fosse una sfida con me stessa: scrivere di crampi mestruali e della leggenda di Tito nello stesso testo, mescolare Srebrenica, la corte di Elsinore, Lynch e la questione femminile. Ricetta del caffè alla turca e rapporti desecretati CIA, truffe mediatiche e abuso di psicofarmaci: tutto quello che avevo visto o immaginato, che era germogliato in me o che avevo risucchiato dallimmaginario collettivo doveva amalgamarsi. &lt;b&gt;Sappiano le mie parole di sangue &lt;/b&gt;è tutto questo: il surreale, liper-reale, la storia, la geopolitica, il mio taccuino. Ci sono molte menzogne, ma sono menzogne che conducono a verità; ci sono molte verità, ma i media mainstream ti diranno che si tratta di menzogne. Non credo che il libro vada spiegato: ci si affonda dentro, qualcosa accade. Come io ho accettato di mettermi in gioco totalmente, così tocca al lettore: non sono venuta al mondo per disporre didascalie, per regalare semplificazioni né rassicurazioni. La guerra che racconto è totale: è jugoslava, ma va ben oltre il territorio balcanico. Non è un testo che garantisce risposte, è un testo che scatena domande. Vado contro la miopia europea, vado contro il pacifismo trademark, vado contro me stessa, infine. La scrittura è scavo, è dubbio, è deflagrazione, è destabilizzazione  o non è.

&lt;b&gt;Come spesso citi proprio dalla Woolf: O tu, o io. Ci sono molti libri dentro il libro e cè una Babsi Jones protagonista, che coincide e non coincide con te.&lt;/b&gt;

Ci sono molti libri dentro il libro, cè un sito web &lt;i&gt;[&lt;a href=&quot;http://www.slmpds.net&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;www.slmpds.net&lt;/a&gt;]&lt;/i&gt; che ho costruito che è unulteriore stratificazione di livelli inediti, per cui si possono scaricare brani recitati perché la carta non poteva avere voce, si può vedere il breve film che al quasiromanzo dà corpi e terra, muri, macerie, e ci sono molte Babsi: una di loro è sempre in guerra, una si nutre di incubi, unaltra si incanta, unaltra ancora sta già lontanissima dallesperienza jugoslava e pensa a quel che scriverà, che sarà unaltra sfida in un altro mondo. Non sono capace di stabilire la linea di demarcazione fra Babsi-persona e Babsi-scrittore; citando Burroughs, tutti i miei libri sono un libro solo, un unico libro continuo. Ogni parola che scrivo è autobiografica, ogni parola che scrivo è finzione.

&lt;b&gt;Oltre a Babsi Jones, sono protagoniste altre tre donne. Perché quattro donne in un contesto bellico visto dallinterno, in questa peristalsi dellorrore di cui lumano è capace?&lt;/b&gt;

La scelta di creare quattro donne come protagoniste del romanzo è ponderata e politica: noncurante de &lt;b&gt;Il secondo sesso &lt;/b&gt;di De Beauvoir, la nostra società concepisce donne-angelo del focolare, donne-oggetto, donne-Amazzone, donne-musa, donne-qualcosa che non è mai tutto, femmine che sono frammenti di un non-essere. Non sono persone, non cè alterità. Le donne sono libere, ma libere per niente: ancora non si riconosce a Woolf e a Wolf, a Kane e a Plath, a Kahlo e a Claudel il diritto naturale di sedere nellOlimpo dellarte. Siamo, noi donne, ancora buffi animaletti da scrutare, temere, tenere a bada. Nel mio libro i maschi sono quel che le donne sono nella realtà odierna: marginali, accessori. Chiamala vendetta, se vuoi. Il potere della scrittura è anche questo: rivendicare, accusare. Ho voluto un capitolo sul mestruo, ho voluto un capitolo sullabbandono coniugale: anche questo è guerra. Donne spezzate, incapaci di dire, tossiche, donne che impugnano armi e sparano, donne che svelano gli imbrogli militari, donne che stracciano i capolavori della grande letteratura per farne un falò. Voglio scrivere di quel che non si scrive, di quel che raramente si può dire: i mutilati, i paria, gli esclusi, i caduti. E le donne  per intero, senza le maschere che di volta in volta sono costrette a indossare per provare di esistere.

Amleto&lt;b&gt; corre come un filo rosso nel libro. Cosa rappresenta per te &lt;/b&gt;Amleto&lt;b&gt;?&lt;/b&gt;

Lunico Virgilio possibile in un luogo come i Balcani: perché il principe danese incarna la contraddizione, inocula il dubbio, è spinto solo apparentemente dallesigenza di vendetta; in realtà, la sua è uninchiesta (&lt;i&gt;inquest&lt;/i&gt;, direbbe Shakespeare), unesegesi esistenziale. 

&lt;b&gt;Da decenni non riscontravo in Italia una presenza letteraria tanto impegnata, capace di una lingua così spiazzante. Cosa riserva il futuro a Babsi Jones?&lt;/b&gt;

In quarta di copertina cè un indizio: prima di finire nel carnaio bellico della ex-Jugoslavia, Babsi Jones è stata vista nei backstage del luccicante mondo del rock. Il futuro della mia scrittura mi riserva, paradossalmente, un viaggio, forse allucinante, nel passato.</text_more></entry>
<entry id='2401' allow_comments='0' allow_pings='0' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2401' author_id='18' authored_on='20071004225637' basename='la_sventurata_rispose_la_sinistra_e_lordine_pubblico_6' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='0' created_on='20071004225637' modified_on='20071004230018' ping_count='0' status='2' title='La sventurata rispose. La Sinistra e l&apos;Ordine pubblico (6)' week_number='200740'><excerpt>&lt;b&gt;di G. e R. De Caro&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;scacchi.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/scacchi.jpg&quot; width=&quot;56&quot; height=&quot;68&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;right&quot; hspace=&quot;2&quot; vspace=&quot;1&quot;/&gt;
	A conclusione e a corredo del saggio si presentano tre importanti documenti, ampiamente discussi nel testo, con l&amp;rsquo;avvertenza che mentre i primi due sono ancora leggibili ai link indicati, il terzo, l&amp;rsquo;intervento di Antonio Di Pietro, sarebbe ora davvero virtuale, se non fosse stato a suo tempo prudentemente pubblicato come fonte. A volte, si sa, in rete &lt;i&gt;scripta volant&lt;/i&gt;: meglio premunirsi&#x2026;</excerpt><text>&lt;p&gt;&lt;b&gt;di Gaspare De Caro e Roberto De Caro&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;&lt;img alt=&quot;scacchi.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/scacchi.jpg&quot; width=&quot;132&quot; height=&quot;160&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;left&quot; hspace=&quot;10&quot; vspace=&quot;1&quot;/&gt;
&lt;p&gt;[A conclusione e a corredo del saggio, si presentano tre importanti documenti ampiamente discussi nel testo, con l&amp;rsquo;avvertenza che mentre i primi due sono ancora leggibili ai rispettivi link, il terzo, l&amp;rsquo;intervento di Antonio Di Pietro, sarebbe ora davvero virtuale, se non fosse stato a suo tempo prudentemente pubblicato come fonte. A volte, si sa, in rete &lt;i&gt;scripta volant&lt;/i&gt;: meglio premunirsi]&lt;/p&gt;</text><text_more>&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;center&quot;&gt;* * *&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;center&quot;&gt;&lt;b&gt;ALLEGATO A&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;ASSOCIAZIONE NAZIONALE FUNZIONARI DI POLIZIA&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Atti del Convegno&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;&lt;i&gt;Democrazia, equilibri istituzionali e cultura della sicurezza civile&lt;/i&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Roma, 12 gennaio 2000&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;COMMENTO ALL&amp;rsquo;ATTO CAMERA N. 6249 (RIFORMA FORZE POLIZIA E COORDINAMENTO)&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Camera dei Deputati. Sala del Refettorio &#150; Palazzo San Macuto&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://www.uni.net/anfp/conv1212000.htm&quot;&gt;http://www.uni.net/anfp/conv1212000.htm&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;Dott. Giovanni ALIQU&amp;Ograve;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ringrazio il Presidente per questa sua ampia e chiara introduzione. Direi che quasi potrebbe bastare quello che lui ha detto perch&amp;eacute; &amp;egrave; l&amp;rsquo;essenziale. Ci chiediamo, infatti, perch&amp;eacute;, a distanza di quasi venti anni dall&amp;rsquo;approvazione della Legge 1&amp;deg; aprile 1981, n. 121, ci troviamo a doverci confrontare con un provvedimento come l&amp;rsquo;Atto Camera, il 6249, la famosa &#150; o famigerata &#150; delega al Governo in materia di riordino dell&amp;rsquo;Arma dei Carabinieri, del Corpo Forestale dello Stato, del Corpo della Guardia di Finanza e della Polizia di Stato. &amp;Egrave; significativo, al proposito, che fin dal titolo sia stata operata, nominando le Forze di polizia interessate, una strana inversione rispetto alle precedenze che erano stabilite dalla Legge 121 che, secondo me, non &amp;egrave; casuale e non &amp;egrave; stata dettata solo dal carsico fluire degli eventi parlamentari.&lt;br&gt;
	Norme in materia di coordinamento delle Forze di polizia: questa novella &amp;egrave; il dato oggettivo dal quale dobbiamo partire per compiere, con la brevit&amp;agrave; che [impone] il consistente numero degli interventi previsti e di quelli che altri vorranno effettuare, un&amp;rsquo;analisi del presente e di ci&amp;ograve; che dal 1981 ad oggi si &amp;egrave; verificato.&lt;br&gt;
	Nuove prospettive si aprono con questo disegno e, perci&amp;ograve;, abbiamo il dovere di chiederci se esso sia in grado di dare risposta alle pi&amp;ugrave; sentite esigenze dei cittadini ma anche alle attese di chi lavora per le Istituzioni come testimonia l&amp;rsquo;affollato uditorio.&lt;br&gt;
	Il nostro giudizio, come molti di coloro che sono presenti in questa sala sanno, &amp;egrave; piuttosto critico. Noi riteniamo, infatti, che il provvedimento compia delle scelte di retroguardia, non coerenti ed istituzionalmente poco equilibrate. Scorgiamo profili di incostituzionalit&amp;agrave; nelle norme e, sostanzialmente, siamo convinti che si continuino a compiere vecchi errori, che tanto nocumento hanno arrecato in passato alla nostra Istituzione e al coordinamento delle Forze di polizia nel nostro Paese, e a creare nuovi pericoli per la democrazia.&lt;br&gt;
	Siamo perci&amp;ograve; rimasti estremamente sorpresi della celerit&amp;agrave; con la quale, nelle Commissioni, a larga maggioranza, si &amp;egrave; deciso di licenziare questo provvedimento, senza procedere a quegli approfondimenti che i numerosi emendamenti presentati avrebbero forse suggerito di compiere.&lt;br&gt;
	La prima considerazione che ci viene quindi da compiere muove dalla peculiarit&amp;agrave; della nostra democrazia, una democrazia calata nell&amp;rsquo;Europa, vicina ai valori occidentali, orientata alla sempre maggiore partecipazione del cittadino e tuttavia ancora soggetta ad influenze, condizionamenti e retaggi tipici di quei contesti nei quali non &amp;egrave; del tutto affinato il sistema delle garanzie.&lt;br&gt;
	La nostra &#150; si dice &#150; &amp;egrave; la &amp;laquo;democrazia della comunicazione&amp;raquo;. Se &amp;egrave; vero che, grazie all&amp;rsquo;informazione, alla comunicazione sono state abbattute molte differenze fra le classi sociali, &amp;egrave; vero anche che il controllo dell&amp;rsquo;informazione nel secolo che si &amp;egrave; appena chiuso &amp;egrave; diventato uno dei principali strumenti per assicurarsi il potere.&lt;br&gt;
	Questa considerazione dovrebbe indurci, tenuto conto del progresso, della crescente diffusione delle tecnologie nel campo dell&amp;rsquo;informazione e delle molte questioni che giacciono sul tappeto, a considerare fin da ora necessaria la predisposizione di un insieme coerente di effettive garanzie e di forti controlli in ciascuno dei settori sensibili dell&amp;rsquo;informazione; ci&amp;ograve; affinch&amp;eacute; il sistema nel suo complesso risulti equilibrato e funzionale non agli interessi dei pochi che tengono salde le leve del potere, ma a quelli della collettivit&amp;agrave;.&lt;br&gt;
	Ecco dunque la necessit&amp;agrave; di affinare un sistema di controlli e di garanzie che assicurino la corretta utilizzazione dei patrimoni informativi. Un sistema di controlli e di garanzie che, nonostante l&amp;rsquo;istituzione di diverse Autorit&amp;agrave; Garanti, nonostante il lavoro delle competenti Commissioni parlamentari, nonostante l&amp;rsquo;azione governativa di controllo e l&amp;rsquo;apprestamento di strumenti giudiziari di tutela dei diritti del cittadino, appare nel complesso ancora piuttosto debole ed inefficace.&lt;br&gt;
	Lo Stato, invero, compie notevoli investimenti per garantirsi &amp;laquo;l&amp;rsquo;informazione&amp;raquo;. Ogni ufficio pubblico ne detiene in quantitativi considerevoli e di natura diversa in relazione alle attivit&amp;agrave; amministrate, su fatti e persone.&lt;br&gt;
	Le Forze di polizia e i servizi di sicurezza, in questo contesto, svolgono un ruolo di primaria importanza in quanto hanno il compito di raccogliere, autonomamente o facendo ricorso ad altre fonti pubbliche e private, informazioni di ogni genere al fine di prevenire e reprimere reati e, pi&amp;ugrave; in generale, di garantire la sicurezza del Paese.&lt;br&gt;
	A distanza di quasi venti anni dalla Legge 1&amp;deg; aprile 1981, n. 121, che ha creato la Polizia di Stato e ridisegnato gli assetti della Pubblica Sicurezza, in un disegno di legge nel quale si parla di coordinamento, non si &amp;egrave; per&amp;ograve; ritenuto di giungere ad una maggiore razionalizzazione se non all&amp;rsquo;unificazione delle troppe Forze di polizia operanti sul territorio, n&amp;eacute; si &amp;egrave; pensato di analizzare prima, e andare a incidere poi, su quelle resistenze che, nel corso degli anni, hanno di fatto impedito l&amp;rsquo;attuazione della legge 121 e l&amp;rsquo;effettivo coordinamento.&lt;br&gt;
	&amp;Egrave; probabile che ci&amp;ograve; sia mancato non tanto per mantenere le sane competizioni o per rispettare le antiche tradizioni. Entrambe (io ritengo) sono realmente inutili, quando non perniciose, ove, tenendo conto della &lt;i&gt;customer satisfaction&lt;/i&gt;, ovvero delle richieste di efficienza ed economicit&amp;agrave; che ci provengono dal contribuente ogni giorno, esse si rivelassero d&amp;rsquo;ostacolo al migliore impiego delle risorse.&lt;br&gt;
	L&amp;rsquo;esigenza inespressa, ma non per questo meno sentita, &amp;egrave;, invece, quella di mantenere &#150; facendo anche leva sulle gelosie e le smisurate ambizioni dei rispettivi vertici &#150; nel modo pi&amp;ugrave; semplice possibile, o meglio, pi&amp;ugrave; semplicistico possibile un equilibrio tra gli apparati che raccolgono ed elaborano certi tipi di informazioni.&lt;br&gt;
	La ricerca di contrappesi in questa importante area dell&amp;rsquo;amministrazione statale &#150; che, vale comunque la pena di ricordarlo, conta nel complesso circa 300.000 uomini armati e nella quale si investono ingentissime risorse economiche &#150; &amp;egrave;, in s&amp;eacute;, condivisibile.&lt;br&gt;
	La strada che oggi in astratto si sceglie, la conservazione del preesistente frammentario, personalmente mi appare un po&amp;rsquo; primordiale. Ho detto in astratto perch&amp;eacute; l&amp;rsquo;Atto Camera 6249, in concreto, segna invece un troppo marcato spostamento degli equilibri a favore delle Forze di polizia a ordinamento militare.&lt;br&gt;
	Si consolidano in capo ad esse una &lt;i&gt;summa&lt;/i&gt; di competenze e di poteri che in Europa e nelle altre democrazie avanzate non trova eguali.&lt;br&gt;
	Questo, lo affermiamo con convinzione, sia se si guarda all&amp;rsquo;Europa, sia in relazione alle altre democrazie occidentali e penso, in particolare, a quella degli Stati Uniti.&lt;br&gt;
	Appare singolare, ad esempio, che l&amp;rsquo;Arma dei Carabinieri, chiamata ad assolvere una serie tanto diversificata di compiti militari (quelli espressamente previsti all&amp;rsquo;art. 1 nell&amp;rsquo;Atto Camera 6249), cui corrispondono altrettanti penetranti poteri, eserciti alle dirette dipendenze funzionali del Ministro dell&amp;rsquo;Interno (e non del Ministero) anche compiti di ordine e sicurezza pubblica.&lt;br&gt;
	&amp;Egrave; evidente che queste considerazioni e quelle che seguiranno non sono il frutto di una sterile rivalit&amp;agrave; &#150; ch&amp;eacute; l&amp;rsquo;Arma dei Carabinieri, al pari delle altre Forze di polizia e di quelle Armate, &amp;egrave; un patrimonio inestimabile per il Paese &#150; ma l&amp;rsquo;attenzione a equilibri che, a nostro modo di vedere, non possono essere turbati senza che ne derivino concreti pericoli per la Democrazia.&lt;br&gt;
	&amp;Egrave; assai singolare a proposito che si definiscano &amp;laquo;militari&amp;raquo; i compiti della salvaguardia delle istituzioni in caso di pubblica calamit&amp;agrave; e la ricostituzione delle Forze di polizia in aree nelle quali il nostro Paese assicuri interventi di pace e compiti tradizionalmente riservati alle autorit&amp;agrave; civili.&lt;br&gt;
	A ci&amp;ograve; si aggiunga il conseguito &amp;laquo;rango di Forza Armata&amp;raquo;. Qui io non posso che concordare con ci&amp;ograve; che ha detto l&amp;rsquo;On. Tassone alla Camera: sgombriamo il campo dalle ipocrisie e chiamiamola Forza Armata, dandole un Comandante che provenga dalle sue file. La locuzione &amp;laquo;rango di Forza Armata&amp;raquo; &amp;egrave; senza senso quando a un&amp;rsquo;Arma si attribuiscono tutte le peculiarit&amp;agrave; tipiche di un modello organizzativo superiore. Le commissioni di valutazione per l&amp;rsquo;avanzamento del personale composte da appartenenti all&amp;rsquo;Arma sono, ad esempio, un nuovo elemento di autoreferenzialit&amp;agrave; del Corpo e, senza dubbio, un nuovo traguardo di maggiore autonomia per evitare ogni forma di ingerenza interna, un nuovo elemento di forza che &amp;egrave; negato alla Polizia di Stato, il cui corrispondente Consiglio di Amministrazione &amp;egrave; presieduto da politici e composto da Prefetti.&lt;br&gt;
	Considerazioni simili possono essere svolte per la Guardia di Finanza che allargherebbe le sue funzioni di polizia economica e finanziaria ad un ambito non meglio definito &#150; e, quindi, devo ritenere anche abbastanza ampio &#150; di tutela del bilancio dello Stato e dell&amp;rsquo;Unione Europea. Ben immaginiamo quanti e quali reati possono essere ricompresi in questa assai vasta dizione.&lt;br&gt;
	Basti allora considerare, per contro, la condizione di identit&amp;agrave; denegata nella quale versa la Polizia di Stato.&lt;br&gt;
	La nostra Amministrazione &amp;egrave; priva per legge di un vertice composto da suoi appartenenti, ch&amp;eacute; tale non &amp;egrave; certo un Dipartimento la cui composizione &amp;egrave; sempre pi&amp;ugrave; accentuatamente interforze, di un organo collegiale deliberativo composto da poliziotti, che determini strategie e carriere degli appartenenti al Corpo, ma ancor pi&amp;ugrave; la Polizia di Stato &amp;egrave; totalmente priva di funzioni proprie.&lt;br&gt;
	L&amp;rsquo;art. 24 della legge 121, infatti, nel descrivere i compiti della Polizia di Stato si limita a una elencazione generica e che &amp;egrave; valida per qualunque altra Forza di polizia, compresi i Vigili Urbani o, meglio, gli Agenti della Polizia Municipale. &amp;Egrave; questa una condizione che ha creato, a senso unico, una situazione di incertezza operativa, di continue ingerenze ed invadenze (con i relativi, immaginabili costi per l&amp;rsquo;erario) di altri corpi in settori che, solo per tradizione e mai per legge, appartengono alla Polizia di Stato.&lt;br&gt;
	La molteplicit&amp;agrave; di dipendenze funzionali dell&amp;rsquo;Arma, tra cui quella diretta dal Ministro dell&amp;rsquo;Interno, oltre a creare il pericolo di una sostanziale irresponsabilit&amp;agrave; istituzionale, provoca una condizione di eccessiva frammentazione decisionale.&lt;br&gt;
	Nel caso in cui l&amp;rsquo;Atto Camera n. 6249 diventasse Legge, infatti, si cristallizzerebbe la dipendenza dell&amp;rsquo;Arma dei Carabinieri dal Ministro dell&amp;rsquo;Interno, da una serie di Ministeri in cui sono incardinati i vari nuclei specializzati, dal Capo di Stato Maggiore della Difesa, dal Ministro della Difesa; e, infine, dalla Magistratura: tante, troppe dipendenze funzionali e gerarchiche che, alla fine, si tradurrebbero in sostanziale &amp;laquo;indipendenza&amp;raquo; da qualsiasi controllo politico.&lt;br&gt;
	Tutto ci&amp;ograve; in un contesto nel quale, verificando gli equilibri di cui parlavamo prima, si riscontra la dipendenza esclusiva &#150; e sottolineo esclusiva &#150; della Polizia di Stato da parte di un Dipartimento che, come abbiamo detto, sta accentuando la sua connotazione interforze.&lt;br&gt;
	Si verifica, in altri termini, la paradossale situazione nella quale a fronte di un&amp;rsquo;accentuata indipendenza dell&amp;rsquo;Arma dei Carabinieri, nel delicato settore dell&amp;rsquo;ordine e della sicurezza pubblica, che &amp;egrave; rimarcata dalla diretta dipendenza dal Ministro dell&amp;rsquo;Interno, la Polizia di Stato continuerebbe a dipendere dal Dipartimento di Pubblica Sicurezza, da un vertice, cio&amp;egrave;, composto da appartenenti ad altre Amministrazioni tra i quali&#x2026; i Carabinieri.&lt;br&gt;
	A ci&amp;ograve; si aggiunga che, essendo possibile che un Generale dell&amp;rsquo;Arma dei Carabinieri o della Guardia di Finanza venga nominato Prefetto (cosa accaduta pi&amp;ugrave; volte in passato) e, quindi, possa trovarsi preposto ad una delle articolazioni della Polizia di Stato, ai Funzionari di Polizia le norme vigenti non consentono eguale &amp;laquo;carriera&amp;raquo; verso i Corpi ad ordinamento militare.&lt;br&gt;
	Se, dunque, si vuole affermare &amp;laquo;l&amp;rsquo;indipendenza&amp;raquo; dell&amp;rsquo;Arma dei Carabinieri, altrettanto dovrebbe essere garantito alla Polizia di Stato.&lt;br&gt;
	La Polizia di Stato, invece, compresse o annullate le sue peculiarit&amp;agrave;, viene lasciata in una condizione di assoluta acefalia e disarticolazione, senza che siano in alcun modo precisate dalla Legge le sue attribuzioni.&lt;br&gt;
	Cos&amp;igrave; l&amp;rsquo;Atto Camera n. 6249 non solo favorisce il disordine, dando vita allo spettro di una duplice politica della sicurezza nazionale &#150; quella del Dipartimento della PS e quella del Comando Generale dell&amp;rsquo;Arma, entrambi, come detto, interlocutori diretti del Ministro dell&amp;rsquo;Interno &#150; ma evita accuratamente di risolvere le ambiguit&amp;agrave; e i limiti della Legge 121/81.&lt;br&gt;
	Si introducono, in altre parole, nuovi ostacoli per il coordinamento tra le Forze di polizia, la cui completa attuazione, invece, si ritiene che sia la migliore medicina per contrastare efficacemente il crimine.&lt;br&gt;
	Eppure la realizzazione del coordinamento era fra gli obiettivi primari della legge 121 dell&amp;rsquo;81, intitolata, non a caso, &amp;laquo;Nuovo ordinamento della Pubblica Sicurezza&amp;raquo;, se corrisponde al vero quanto afferm&amp;ograve; l&amp;rsquo;on.le Boato all&amp;rsquo;atto della propria dichiarazione di voto: &amp;laquo;&lt;i&gt;Ci siamo impegnati per fare in modo che questa non fosse riduttivamente una legge di pura riforma del corpo delle guardie di pubblica sicurezza, ma fosse una legge di riforma della Polizia e quindi di tutti i corpi di Polizia, riforma senza la quale il coordinamento tra i corpi di Polizia ha molte volte un significato velleitario e pretestuoso&lt;/i&gt;&amp;raquo;.&lt;br&gt;
	A diciotto anni di distanza da quella Legge, il problema appare irrisolto. Occorrerebbe allora interrogarsi, prima di procedere all&amp;rsquo;approvazione di una nuova legge, sui reali motivi di questo insuccesso per evitare, quanto meno, di ripetere gli stessi errori commessi in passato.&lt;br&gt;
	Erano di fatto inattuabili le regole ed i principi introdotti dalla Legge 121?&lt;br&gt;
	O essa &amp;egrave; rimasta disattesa a causa di irragionevoli gelosie interne e della resistenza, pi&amp;ugrave; o meno passiva ma mai sanzionata, di alcuni tra i soggetti istituzionali chiamati ad osservarla?&lt;br&gt;
	In quest&amp;rsquo;ultimo caso la risposta pi&amp;ugrave; idonea non sarebbe, forse, quella tendente ad assicurarne l&amp;rsquo;effettivit&amp;agrave;, richiamando ognuno al rispetto delle regole per evitare quello che il sen. Saporito, in un suo intervento del 1981, definiva il &amp;laquo;&lt;i&gt;male pi&amp;ugrave; oscuro e pi&amp;ugrave; sottile da cui dobbiamo tutti guardarci: il lento logorio degli ordinamenti che non ha la forza spietata ed improvvisa dei colpi di stato, ma ha tuttavia la lenta capacit&amp;agrave; di svuotare dall&lt;/i&gt;&amp;rsquo;&lt;i&gt;interno le istituzioni, annullandone l&lt;/i&gt;&amp;rsquo;&lt;i&gt;idoneit&amp;agrave; ad esprimere la rappresentanza degli interessi reali esistenti nella societ&amp;agrave;&lt;/i&gt;&amp;raquo;?&lt;br&gt;
	Vi sono equilibri democratici, dunque, ai quali non si pu&amp;ograve; rinunciare e verifiche che non possono essere eluse, soprattutto quando si intende mettere mano ad una normativa tanto complessa come quella che disciplina la pubblica sicurezza nel nostro paese.&lt;br&gt;
	Non si deve nemmeno dimenticare la richiesta di maggiore professionalit&amp;agrave; degli appartenenti alle Forze di polizia che proviene dalla &amp;laquo;societ&amp;agrave; civile&amp;raquo;. Non si pu&amp;ograve; tollerare il ricorso a trucchi ed &lt;i&gt;escamotages&lt;/i&gt; come quelli che ci apprestiamo a vedere realizzati con l&amp;rsquo;introduzione dei famosi ruoli speciali dei commissari. Quasi tutti in questa sala sapranno di che cosa si parla. Per quei pochi che, tuttavia, dovessero non avere ancora ben presente l&amp;rsquo;istituto, si tratta di costruire un ruolo parallelo ed equiordinato di Funzionari di Polizia al quale far accedere personale privo di titolo di studio di livello universitario, reclutato attraverso procedure concorsuali interne e semplificate.&lt;br&gt;
	In questi termini, con una norma di delega tanto ampia e tanto priva di principi e criteri da risultare palesemente incostituzionale, stanno cercando di introdurre una figura di commissario &amp;laquo;di seconda fascia&amp;raquo;, senza che la stessa Amministrazione abbia chiaro n&amp;eacute; dove andare a collocare questo ibrido nell&amp;rsquo;organizzazione e quali funzioni attribuirgli, n&amp;eacute; soprattutto quali spese questo tipo di provvedimento andr&amp;agrave; a causare, non soltanto in via diretta e immediata, sotto forma di retribuzioni (c&amp;rsquo;&amp;egrave; un meccanismo per il quale queste retribuzioni andrebbero a lievitare in modo esponenziale nei prossimi anni) ma vieppi&amp;ugrave; in termini di mancata efficienza, di attenuata capacit&amp;agrave; di un ruolo formalmente investito di funzioni delicatissime ma oggettivamente dequalificato e, quindi, incapace di interloquire al meglio con la societ&amp;agrave; civile.&lt;br&gt;
	Sono intimamente convinto che un Funzionario di Polizia debba possedere una solida cultura e debba essere accuratamente selezionato. La cultura universitaria &amp;egrave; uno strumento essenziale, accanto ad altri specifici elementi di professionalit&amp;agrave;, per poter reggere adeguatamente il confronto non solo con fenomeni criminali in continua evoluzione, ma anche per affrontare la quotidiana sfida che consiste nell&amp;rsquo;accostarsi e risolvere in modo equilibrato e &amp;laquo;civile&amp;raquo; problemi sociali di grande rilievo.&lt;br&gt;
	Pensiamo alle difficili situazioni che, in questi giorni, si sono prospettate a chi ha fronteggiato il fenomeno dell&amp;rsquo;immigrazione.&lt;br&gt;
	La capacit&amp;agrave; di mediazione e le conoscenze necessarie per affrontare, al centro come in periferia, tutta la delicata problematica dei centri di accoglienza per immigrati non si possono improvvisare.&lt;br&gt;
	Pensiamo poi all&amp;rsquo;ordine pubblico ed alle qualit&amp;agrave; di equilibrio, di prontezza e di dialogo che non possono non fondarsi su di una solida base di conoscenze.&lt;br&gt;
	Pensiamo, infine, alle complesse questioni che si pongono ogniqualvolta si tratta di gestire informazioni ed archivi. Una di quelle problematiche che i pi&amp;ugrave; tendono ad eludere: in fin dei conti, quanto &amp;egrave; noioso e polveroso l&amp;rsquo;archivio!&lt;br&gt;
	Una corretta gestione degli archivi, invece, e non solo di quelli caotici del Ministero dell&amp;rsquo;Interno, ma di tutti gli archivi di questa Repubblica, compreso quello dell&amp;rsquo;Arma dei Carabinieri, si tradurrebbe sicuramente in una forte garanzia per la tutela della nostra Democrazia.&lt;br&gt;
	Mi scuso se questa mia introduzione pu&amp;ograve; essere apparsa disorganica, ma il mio obiettivo era soprattutto quello di indicare alcune delle nostre perplessit&amp;agrave; ed aprire il dibattito. &amp;Egrave; probabile che qualcuno mi possa rimproverare una mancanza di approfondimento tecnico sui singoli temi. Il tempo &amp;egrave; tiranno e mi scuso, dichiarandomi, comunque, pronto a scendere ancora pi&amp;ugrave; nel dettaglio se ce ne sar&amp;agrave; bisogno.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;center&quot;&gt;* * *&lt;/p&gt;
&lt;div align=&quot;center&quot;&gt;
	&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
	&lt;p&gt;&lt;b&gt;ALLEGATO B&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;LA RIFORMA DEL SISTEMA SICUREZZA DISEGNATA DALL&amp;rsquo;A.S. 2793TER-B: PROSPETTIVE E PERICOLI&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;A cura dell&amp;rsquo;Associazione Nazionale Funzionari di Polizia (ANFP)&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;[marzo 2000]&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://www.uni.net/anfp/commento%202793ter1.htm&quot;&gt;http://www.uni.net/anfp/commento 2793ter1.htm&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;1) CANCELLATE LE CONQUISTE DEMOCRATICHE SANCITE DALLA LEGGE 121/81&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Appena vent&amp;rsquo;anni or sono, la legge 1 Aprile 1981 n.121, disciogliendo il &amp;laquo;Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza&amp;raquo; per rifondarlo come &amp;laquo;Polizia di Stato&amp;raquo; civile, moderna e democratica, aveva individuato nel Ministro dell&amp;rsquo;Interno l&amp;rsquo;Autorit&amp;agrave; di Pubblica Sicurezza a livello nazionale e nel binomio Prefetto-Questore le due Autorit&amp;agrave; a livello provinciale (la prima per le scelte politico-amministrative e la seconda per le scelte operative sul territorio).&lt;br&gt;
	Era stata in tal modo compiuta un&amp;rsquo;inequivocabile scelta di campo, condivisa in tutti i paesi di consolidata democrazia: &lt;b&gt;la funzione di polizia, attraverso la quale lo Stato deve assicurare ai cittadini l&amp;rsquo;ordine e la sicurezza pubblica, deve essere CIVILE&lt;/b&gt;.&lt;br&gt;
	La compartecipazione di tutte le Forze dell&amp;rsquo;Ordine (come di ogni altra realt&amp;agrave; rappresentativa degli interessi dei cittadini) alle scelte concrete sulla sicurezza era stata comunque garantita attraverso organi collegiali consultivi, i Comitati per l&amp;rsquo;Ordine e la Sicurezza pubblica.&lt;br&gt;
	Oggi, in controtendenza con la precedente riforma, con la nostra civilt&amp;agrave; giuridica e con l&amp;rsquo;orientamento assunto in materia da tutti gli stati europei, si vuole riportare indietro l&amp;rsquo;orologio e surrettiziamente rimilitarizzare la funzione di polizia, attraverso un&amp;rsquo;iniziativa legislativa palesemente frutto di pressioni lobbistiche denunciate anche in Parlamento, che stravolge il sistema della sicurezza interna e della Difesa esterna dello Stato e rappresenta una grave &lt;b&gt;minaccia&lt;/b&gt; &lt;b&gt;per gli equilibri istituzionali della Repubblica&lt;/b&gt;.&lt;br&gt;
	Si tratta dell&amp;rsquo;Atto Senato 2793Ter-bis, ormai prossimo all&amp;rsquo;approvazione definitiva, riduttivamente portato a conoscenza dall&amp;rsquo;opinione pubblica come il &amp;laquo;&lt;i&gt;provvedimento riguardante l&lt;/i&gt;&amp;rsquo;&lt;i&gt;autonomia dei Carabinieri&lt;/i&gt;&amp;raquo; e che invece investe tutte le Forze di Polizia e Armate, proponendo un modello che non ha eguali nel mondo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;2) I FATTORI DI SQUILIBRIO INTRODOTTI NEL SISTEMA SICUREZZA&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;a) L&amp;rsquo;eccessiva concentrazione dei poteri nelle mani dell&amp;rsquo;Arma dei Carabinieri&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il testo normativo in questione &lt;b&gt;&lt;u&gt;accresce smisuratamente l&amp;rsquo;autonomia dell&amp;rsquo;Arma dei Carabinieri ed il suo potere di controllo sulle altre istituzioni&lt;/u&gt;&lt;/b&gt;, in maniera inaccettabile ed incoerente con una visione dello Stato nella quale il bilanciamento dei poteri costituisce fondamento e garanzia di libert&amp;agrave;.&lt;br&gt;
	Scendendo nel dettaglio, non pu&amp;ograve; non rilevarsi la macroscopica anomalia secondo cui &lt;b&gt;l&amp;rsquo;art. 1, lett. a)&lt;/b&gt; del provvedimento, nel definire i compiti dell&amp;rsquo;Arma dei Carabinieri, finisca per &lt;b&gt;qualificare come &amp;laquo;militare&amp;raquo;&lt;/b&gt; perfino quello della &amp;laquo;&lt;i&gt;salvaguardia delle libere istituzioni e del bene della collettivit&amp;agrave; nazionale nei casi di pubblica calamit&amp;agrave;&amp;raquo;&lt;/i&gt; ed il &lt;i&gt;&amp;laquo;concorso alla ricostituzione dei corpi di polizia locali nelle aree di presenza delle Forze armate in missioni di supporto di pace&lt;/i&gt;&amp;raquo;.&lt;br&gt;
	Il corollario di tale inquadramento &amp;egrave; che anche per queste materie, fino ad oggi attribuite alla responsabilit&amp;agrave; del Ministro dell&amp;rsquo;Interno, Autorit&amp;agrave; nazionale di Pubblica Sicurezza, la competenza si sposta sul &amp;laquo;&lt;i&gt;Ministero della Difesa, con dipendenza del Comandante generale dell&lt;/i&gt;&amp;rsquo;&lt;i&gt;Arma dal Capo di Stato maggiore della difesa&lt;/i&gt;&amp;raquo;.&lt;br&gt;
	Orbene, considerato che:&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&#150; &lt;b&gt;i compiti elencati dal richiamato articolo 1 si assommeranno a quelli che ancora residuano dal Regio Decreto 14 giugno 1934 n. 1169 ed agli altri che le vigenti normative speciali attribuiscono all&amp;rsquo;Arma dei Carabinieri;&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
	&#150; &lt;b&gt;la stessa gi&amp;agrave; dispone di nuclei &amp;laquo;specializzati&amp;raquo; e non funzionalmente dipendenti dal Ministero dell&amp;rsquo;Interno presso la Banca d&amp;rsquo;Italia (Vigilanza e scorta e Nucleo operativo antifalsificazione monetaria), il Ministero della Sanit&amp;agrave; (NAS &#150; Nuclei antisofisticazioni e sanit&amp;agrave;), il Ministero dell&amp;rsquo;Ambiente (NOE &#150; Nucleo operativo ecologico), il Ministero per i beni culturali (TPA &#150; Tutela patrimonio artistico), il Ministero delle risorse agricole, alimentari e forestali (TNCA &#150; Tutele norme comunitarie e agroalimentari) e il Ministero del lavoro (NIL &#150; Nucleo Ispettori del lavoro), oltre a quei nuclei che sono posti alle dirette dipendenze del Ministero degli Esteri (vigilanza presso le sedi e le rappresentanze diplomatiche) e del Ministro della Difesa per l&amp;rsquo;assolvimento di funzioni strettamente militari;&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
	&#150; &lt;b&gt;l&amp;rsquo;organico dell&amp;rsquo;Arma dei Carabinieri supera di almeno 30.000 unit&amp;agrave; quello della Polizia di Stato e, dopo la soppressione della leva obbligatoria e l&amp;rsquo;adozione di un modello di Difesa &amp;laquo;professionale&amp;raquo;, risulter&amp;agrave; superiore pi&amp;ugrave; del doppio a quello dello stesso Esercito;&lt;/b&gt;&lt;br&gt;
	&#150; &lt;b&gt;in virt&amp;ugrave; sempre dell&amp;rsquo;articolo 1 comma 2 lettera c), l&amp;rsquo;Arma, gi&amp;agrave; ora evidentemente connotata da estrema chiusura, impermeabilit&amp;agrave; e mancanza di trasparenza, si doter&amp;agrave; di Commissioni di avanzamento composte soltanto da propri ufficiali (escludendo quelli delle altre Forze Armate), diventando di fatto completamente AUTOREFERENZIALE&lt;/b&gt;,&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;si rileva agevolmente come questa legge, oltre ad accrescere surrettiziamente il numero dei &amp;laquo;compiti militari&amp;raquo; e a spossessare il Ministro dell&amp;rsquo;Interno delle sue competenze, realizzer&amp;agrave; una concentrazione di prerogative e competenze, civili e militari, nelle mani di un solo CORPO MILITARE che non ha eguali in altri Paesi di consolidata democrazia.&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Al riguardo, sarebbe interessante che, prima di decidere, le Commissioni I e IV facessero compiere studi comparatistici sulle legislazioni in materia vigenti negli altri paesi occidentali.&lt;br&gt;
	Pur non volendo giungere all&amp;rsquo;estremo degli Stati Uniti, ove l&amp;rsquo;impiego dei militari in Ordine pubblico deve essere formalmente disposto, solo per casi prestabiliti ed eccezionali, dal Presidente, si constater&amp;agrave; che l&amp;rsquo;Italia, con questa normativa, si sta sensibilmente e pericolosamente allontanando dall&amp;rsquo;Europa. In nessuna Democrazia &amp;laquo;occidentale&amp;raquo; una &amp;laquo;quarta&amp;raquo; Forza Armata ha compiti di controllo sulle altre Forze armate e, nel contempo, tanta autonomia nel campo della &amp;laquo;sicurezza civile&amp;raquo; del Paese. [&#x2026;]&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;3) SERVIZI SEGRETI ED ORGANISMI INTERFORZE&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Allo stato attuale, la prevalente componente militare dei Servizi per l&amp;rsquo;Informazione e la Sicurezza (il C.E.S.I.S., il S.I.S.De., il S.I.S.Mi. ed i S.I.O.S. delle tre Forze Armate) &amp;egrave; oggi formata in netta maggioranza da Carabinieri.&lt;br&gt;
	Analogo squilibrio si rileva all&amp;rsquo;interno della D.I.A., ove la ripartizione degli incarichi di direzione &amp;egrave; clamorosamente sbilanciata (nella misura del 70% circa) a favore dei Carabinieri.&lt;br&gt;
	In una societ&amp;agrave; in cui &lt;b&gt;l&amp;rsquo;informazione &amp;egrave; potere e la privacy dei cittadini &amp;egrave; sempre pi&amp;ugrave; erosa&lt;/b&gt;, questa pervasiva presenza dell&amp;rsquo;Arma, le cui caserme rimangono impenetrabili ed i cui archivi non sono mai stati resi consultabili, si profilano scenari inquietanti.&lt;br&gt;
	Quis custodiet custodes? [&#x2026;]&lt;/p&gt;
	&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;center&quot;&gt;* * *&lt;/p&gt;
&lt;div align=&quot;center&quot;&gt;
	&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
	&lt;p&gt;&lt;b&gt;ALLEGATO C&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;Intervento di Antonio Di Pietro sui decreti attuativi relativi al riordino delle Forze di Polizia&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;(Documento presentato il 26 settembre 2000 a Roma)&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;http://antoniodipietro.org/comunicati/com59_001003.htm&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I tre schemi dei decreti approntati dal Governo in attuazione della legge delega 31 marzo 2000, n. 78 sul riordino delle Forze di Polizia, e sottoposti in questi giorni all&amp;rsquo;attenzione di queste Commissioni, suscitano sconcerto per le gravi ingiustizie a cui vengono sottoposti gli appartenenti alla Polizia di Stato.&lt;br&gt;
	[&#x2026;] I decreti contengono a mio avviso alcune evidenti violazioni di legge, macroscopici eccessi di delega e grossolani errori di tecnica legislativa, spesso rilevati proprio dalle Organizzazioni sindacali ai cui pareri si rinvia.&lt;br&gt;
	La riforma dei ruoli dei Dirigenti e dei Direttivi della Polizia dovrebbe essere completamente riscritta, anche perch&amp;eacute; &amp;egrave; evidente la discriminazione operata tra i Funzionari di Polizia e altri appartenenti al sistema della Pubblica Sicurezza (come i funzionari di prefettura ed i direttori di carceri, ma anche gli stessi Ufficiali dell&amp;rsquo;Arma). &amp;Egrave; evidente, inoltre, il tentativo di chiudere la Polizia di Stato alla societ&amp;agrave; civile e di renderne sempre pi&amp;ugrave; autoreferenziali le procedure di avanzamento che appaiono mirate pi&amp;ugrave; all&amp;rsquo;obiettivo del conformismo che a quello della professionalit&amp;agrave;.&lt;br&gt;
	[&#x2026;] Non pu&amp;ograve; accettarsi, innanzitutto, la tabella di equiparazione inserita nell&amp;rsquo;articolo 32 del Decreto sulle carriere degli Ufficiali dell&amp;rsquo;Arma, che, stravolgendo in maniera del tutto arbitraria quella delega alla legge 121/81, &amp;lsquo;degrada&amp;rsquo; inesorabilmente i Funzionari direttivi della Polizia di Stato rispetto alle omologhe qualifiche dei Carabinieri. Ad aggravare ulteriormente questa intollerabile disparit&amp;agrave; di trattamento concorre l&amp;rsquo;evidente squilibrio tra la vera e propria &amp;lsquo;paralisi dei ruoli&amp;rsquo; che si prospetta per i Commissari, gi&amp;agrave; da anni costretti a subire una mortificante stagnazione della loro crescita professionale, e la regolare progressione di carriera assicurata agli stessi ufficiali dei carabinieri. Solo per questi ultimi, infatti, &amp;egrave; stato previsto sia un considerevole ampliamento degli organici dirigenziali (triplicando i posti da colonnello e raddoppiando quelli da generale), sia un automatismo nella creazione delle vacanze organiche dei ruoli superiori.&lt;br&gt;
	[&#x2026;] Esistono, tuttavia, delle questioni che non sono semplicemente ordinamentali, ma che toccano le fondamenta della nostra democrazia e delle quali non possiamo fare a meno di parlare. Il decreto di riordino dell&amp;rsquo;Arma dei carabinieri, cos&amp;igrave; come formulato &amp;egrave; in contrasto in diversi punti con il vigente quadro legislativo riguardante la pubblica sicurezza (confermato dalla Legge 78/2000) e, soprattutto, con le normative vigenti in materia di raccolta d&amp;rsquo;informazioni per la sicurezza nazionale e di tutela della riservatezza personale. Nell&amp;rsquo;art. 6 si formula una definizione suscettibile d&amp;rsquo;interpretazione estensiva delle funzioni di POLIZIA MILITARE. &amp;Egrave; un evidente ECCESSO DI DELEGA. La legge 78/2000, in proposito, prevedeva soltanto l&amp;rsquo;attribuzione all&amp;rsquo;Arma (in via esclusiva) di tali funzioni, ma non l&amp;rsquo;individuazione delle attivit&amp;agrave; in cui si traduce il loro esercizio, compito senz&amp;rsquo;altro spettante al PARLAMENTO. Ma il profilo pi&amp;ugrave; preoccupante &amp;egrave; rappresentato dal 3&amp;deg; periodo, 1&amp;deg; comma, dell&amp;rsquo;articolo in questione: &amp;laquo;Gli organi di polizia militare esercitano, inoltre, un&amp;rsquo;azione di contrasto, di natura tecnico-militare, delle attivit&amp;agrave; dirette a ledere l&amp;rsquo;efficienza e il regolare svolgimento dei compiti delle Forze Armate&amp;raquo;. L&amp;rsquo;estrema genericit&amp;agrave; dell&amp;rsquo;aggettivazione &amp;laquo;tecnico-militare&amp;raquo; riferita all&amp;rsquo;&amp;laquo;azione di contrasto&amp;raquo; appare particolarmente insidiosa perch&amp;eacute; atta a legittimare una serie di condotte non codificate e sottratte ad ogni forma di controllo da parte di altri organi giudiziari ed amministrativi. Parimenti, l&amp;rsquo;indeterminazione della successiva perifrasi &amp;laquo;attivit&amp;agrave; diretta a ledere l&amp;rsquo;efficienza e il regolare svolgimento dei compiti delle Forze Armate&amp;raquo; rappresenta di fatto una &amp;lsquo;delega in bianco&amp;rsquo; al Comando Generale dell&amp;rsquo;Arma per la ricognizione in concreto delle fattispecie ritenute offensive. Si pu&amp;ograve; comprendere quanto ci&amp;ograve; sia rischioso semplicemente leggendo recentissime sinossi dello stesso Comando Generale dell&amp;rsquo;Arma destinate ad uso interno. Nelle stesse si afferma che tra i compiti primari della Polizia Militare rientra anche fronteggiare la cosiddetta MINACCIA (o GUERRA) NON ORTODOSSA attuata nelle seguenti forme: &amp;laquo;spionaggio, sabotaggio, sovversione, terrorismo, guerriglia, guerra psicologica, ingerenza, propaganda, influenza, disinformazione, separatismo&amp;raquo; nonch&amp;eacute; &amp;laquo;minaccia economica, finalizzata a minare gli interessi di una nazione&amp;raquo;! Ben cosciente di questa interpretazione estensiva, il CONSIGLIO SUPERIORE DELLE FORZE ARMATE, nel parere del 18 luglio scorso, ha formalmente richiesto di cancellare la prima parte dell&amp;rsquo;art. 5 del decreto, motivando che &amp;laquo;il termine Polizia Militare non trova esplicitazione compiuta in alcuna norma primaria di legge&amp;raquo;.&lt;br&gt;
	[&#x2026;] L&amp;rsquo;articolo 8 introduce surrettiziamente, sempre travalicando i limiti della delega, la legittimazione indiretta dell&amp;rsquo;UCSI (Ufficio Centrale di Sicurezza), l&amp;rsquo;organismo che allo stato attuale, fuori da ogni previsione legislativa ed in violazione delle norme sulla tutela della privacy, raccoglie le informazioni per il rilascio del cosiddetto N.O.S. (Nulla Osta di Segretezza). La norma testuale recita: &amp;laquo;L&amp;rsquo;Arma dei Carabinieri fornisce all&amp;rsquo;autorit&amp;agrave; individuata dal Presidente del Consiglio dei ministri nell&amp;rsquo;esercizio delle funzioni di cui all&amp;rsquo;articolo 1 della legge 24 ottobre 1977, n. 801, gli elementi informativi necessari per il rilascio delle abilitazioni di sicurezza agli appartenenti alle Forze armate, al personale civile dell&amp;rsquo;amministrazione della difesa, nonch&amp;eacute; alle persone fisiche e giuridiche di interesse della difesa ai fini della sicurezza industriale&amp;raquo;. Orbene, l&amp;rsquo;art. 1 della legge 801/77 attribuisce al Presidente del Consiglio la responsabilit&amp;agrave; politica generale ed il coordinamento della politica informativa e di sicurezza, ma, nell&amp;rsquo;esercizio di tali funzioni, non gli conferisce affatto il potere d&amp;rsquo;istituire una qualche &amp;laquo;Autorit&amp;agrave;&amp;raquo;. Parimenti, le &amp;laquo;abilitazioni di sicurezza&amp;raquo; in parola, pur di fatto riconosciute in ambito N.A.T.O., non sono previste in alcuna norma positiva dell&amp;rsquo;ordinamento italiano. Al riguardo, si richiama il &amp;laquo;Primo Rapporto sul sistema di informazione e sicurezza&amp;raquo;, redatto nel 1995 dal Comitato Parlamentare per i servizi d&amp;rsquo;informazione e sicurezza e per il Segreto di Stato (allora presieduto dall&amp;rsquo;odierno Senatore Massimo Brutti), secondo il quale la circostanza che l&amp;rsquo;UCSI &amp;laquo;non sia in alcun modo previsto dalla legge 801 del 1977 non lo colloca soltanto in una condizione che &amp;egrave; al di l&amp;agrave; della legge, ma lo pone in contrasto con essa&amp;raquo;. Questo assunto appare tanto pi&amp;ugrave; grave ove si consideri che l&amp;rsquo;attivit&amp;agrave; svolta dall&amp;rsquo;UCSI, come riferito dallo stesso Comitato, comporta &amp;laquo;l&amp;rsquo;acquisizione di notizie ed una valutazione di natura politica sulle persone che sono oggetto di esame&amp;raquo;. Ed infatti il formulario adoperato dai Carabinieri per raccogliere le informazioni include tra l&amp;rsquo;altro &amp;laquo;&#x2026;notizie che possano meglio lumeggiare la figura dell&amp;rsquo;interessato, comprese le cariche pubbliche ricoperte, gli ambienti, anche politici, frequentati, ed eventuali relazioni con persone controindicate che possono esercitare influenza o coercizione nei suoi confronti&amp;raquo;. Si tratta, dunque, di questioni delicatissime, che attengono le libert&amp;agrave; fondamentali dei cittadini e come tali necessitano senz&amp;rsquo;altro di una regolamentazione organica e trasparente, da effettuarsi con fonte normativa primaria. Per questo non pu&amp;ograve; tollerarsi che la materia sia sottratta, con un maldestro &lt;i&gt;escamotage&lt;/i&gt;, al controllo del Parlamento, ove per altro giacciono diverse proposte di legge sull&amp;rsquo;argomento (tra cui anche una, recentissima, presentata dal Governo).&lt;br&gt;
	Sarebbe consigliabile, allora, che tutte le sopra menzionate materie venissero trattate con maggiore approfondimento ed attenzione nell&amp;rsquo;ambito del Disegno di legge n. 4162, &amp;laquo;Disciplina del sistema informativo per la sicurezza&amp;raquo;, presentato dal presidente del Consiglio dei Ministri il 16 luglio dello scorso anno e non inserite, di soppiatto, in violazione di delega e con scarso rispetto per il Parlamento in un decreto che &amp;egrave; veramente troppo stretto per contenerle. [6. Fine. Le altre puntate &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/cgi-bin/mt-search.cgi?IncludeBlogs=2&amp;amp;search=%22La+Sinistra+e+l%27Ordine+pubblico+%28%22&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;]&lt;/p&gt;</text_more></entry>
<entry id='2402' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2402' author_id='12' authored_on='20071005122250' basename='schegge_su_bologna_cosferatu_e_litalia_20052007' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071005122250' modified_on='20071005164409' ping_count='0' status='2' title='Schegge su Bologna, Cosferatu e l&apos;Italia, 2005-2007' week_number='200740'><excerpt>&lt;img alt=&quot;Il sindaco&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Nosferatu2.jpg&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;right&quot; vspace=&quot;1&quot; hspace=&quot;6&quot;&gt;Cofferati non è la causa, ma una trista conseguen- za. Non è stato lui a fare di Bologna una città gretta, chiusa e di merda. Lo era già prima e lo sarà pure dopo. &quot;Tradizioni di ospitalità di Bologna&quot;. Quali, di grazia? Quelle dei proprietari di case che affittano in nero a cifre astronomiche, imbottendo gli appartamenti di disperati (e magari non vogliono negri e terroni)?</excerpt><text>di &lt;b&gt;Wu Ming&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Il sindaco&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Nosferatu.jpg&quot; width=&quot;159&quot; height=&quot;226&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;right&quot; vspace=&quot;1&quot; hspace=&quot;6&quot;&gt;&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;[&lt;b&gt;COFFERATI NON CAUSA MA TRISTA CONSEGUENZA&lt;/b&gt;]&lt;/span&gt;
Non è stato certo Cofferati, pur con tutti i suoi passi falsi, a fare di Bologna una città gretta, chiusa e di merda.
Lo era già prima e lo sarà pure dopo.
[...] &quot;Tradizioni di ospitalità di Bologna&quot;. Quali, di grazia? Quelle dei proprietari di case che affittano in nero a cifre astronomiche, imbottendo gli appartamenti di disperati (e magari non vogliono negri e terroni)?
Quelle dell&apos;ATC che ha approfittato dell&apos;euro per aumentare il biglietto da 1300 a 2000 lire, e - guardacaso - concentra il controllo dei biglietti negli orari in cui i bus sono pieni di immigrati?
Quelle della lobby dei bottegai che ti &quot;accolgono&quot; in centro a zaffate di smog e si oppongono a qualunque riduzione del traffico pur di vendere a un coglione in più un paio di mutande a 40 euro?
Io in questo mito, &lt;u&gt;in questa invenzione della tradizione&lt;/u&gt;, non mi riconosco.
Da decenni questa città campa sullo strozzinaggio immobiliare, oggi uno studente fuori-sede trova un posto letto in camera tripla in estrema periferia a 350 euro al mese se gli va bene (e settimana corta e zitto e mosca!).
Bologna è una città costruita su una piramide di lavoro nero e precario, buona parte del mondo delle cooperative &quot;rosse&quot; è mondo di precarietà e negazione dei diritti.</text><text_more>Bologna è una città di prezzi folli, il fornaio dietro casa mia vende il pane comune a 5 euro al chilo. Bere qualcosa in un bar del centro è addirittura proibitivo.
Quanto ai migranti e alle occupazioni, questa è sempre stata città di sgomberi, di disperazione, di nuove marginalità che si formano come fibromi sul tessuto della periferia.
Periferia che è aggredita e sbranata da una cementificazione selvaggia, sociopatica, con aree letteralmente strangolate, la pelle della città coperta da psoriasi di decine e decine di centri commerciali, dermatiti di palazzoni orripilanti, alberi buttati giù a centinaia per far posto a parcheggi a pagamento la cui vista ribalta lo stomaco [...]
Quali tradizioni di accoglienza? Quale città bonaria? Io vivo qui da 16 anni e ho visto aumentare sempre più la selezione di classe, addirittura di censo. Hai i soldi? Bene. Non ce li hai? Te lo metto nel culo avvolto nella carta vetrata e devi pure ringraziarmi.
Bologna è una città che ha bisogno di un grande lavoro di demistificazione. Chi non ci vive la crede il paradiso in terra, e non si immagina quanto ormai sia noiosa e avvilente.
Va bene criticare Cofferati e il suo stile di governo, va bene rivendicare più partecipazione e più ascolto, va bene tutto.
Ma inventarsi cazzate no, per favore. 
&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;- (Commento lasciato da WM1 nel blog &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.onemoreblog.it&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;onemoreblog.it&lt;/a&gt;, 10 maggio 2005)&lt;/span&gt;

&lt;div align=&quot;center&quot;&gt;***&lt;/div&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;[&lt;b&gt;EHM... DI CHE CITTA&apos; STIAMO PARLANDO...?&lt;/b&gt;]&lt;/span&gt;
Veniamo sollecitati da più parti a esprimerci su quel che sta succedendo a Modena ormai da qualche mese.
Potremmo cavarcela alzando le spalle, dicendo: &quot;Modena è una città di merda&quot;, ma sarebbe una tautologia, un contributo inutile a tutti.
Potremmo tuffarci in spericolate analisi, aggiungere la nostra voce a quella dei tanti, troppi grilli parlanti (megafonanti) che ci ammorbano da quotidiani e telegiornali. Dire cazzate sul &quot;modello emiliano&quot;, sulle &quot;due società&quot;, sullo scontro a sinistra...
Ma sarebbe &lt;i&gt;la nostra voce&lt;/i&gt;, quella voce? Secondo noi, no. La nostra voce è un&apos;altra, non ha un timbro metallico, ha una grana pastosa, la grana delle storie.
Ci piacerebbe sì, esprimerci su Modena. Ma vorremmo farlo a modo nostro. Vorremmo, noi per primi, rispettare la nostra peculiarità. Non ci piace l&apos;idea di finire appesi a un gancio nella cella frigorifera dell&apos;opinionismo [...]
Il problema è: non abbiamo ancora l&apos;idea giusta, e non vorremmo rappatummare un testo scadente. Discutibile sì (anche se, nello specifico, la voglia di discutere è poca), scadente mai.
L&apos;unica cosa che possiamo fare, nello spirito della glasnost che esiste tra noi e voi, è &lt;i&gt;chiedere tempo&lt;/i&gt;. Vedere se si attivano le sinapsi giuste.
Se non si attiveranno, speriamo ci venga in mente un altro modo. L&apos;importante è esprimerci &lt;i&gt;sul nostro terreno&lt;/i&gt;.
Tanto più che noi non ci viviamo nemmeno, in quella città di merda che è Modena, quindi la faccenda è delicata. I modenesi potrebbero risponderci: &quot;Ma voi che cazzo volete? Andatevene affanculo!&quot;

- Guardate che era Bologna...
- Come?
- Io vi ho chiesto un parere su quello che succede a BOLOGNA!
- Eh? Veramente? Ma cazzo, com&apos;è pos...
- Compadres, ma voi l&apos;avevate capito che era Bologna?
- Io no, dalla descrizione sembrava Modena... Ero sicuro...
- Merda, la faccenda si complica ulteriormente. 
&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;- (Da Giap #3, VIIa serie, 2 novembre 2005)&lt;/span&gt;

&lt;div align=&quot;center&quot;&gt;***&lt;/div&gt;

&lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/nandropausa10.htm#montezuma&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;Montezuma-home.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Montezuma-home.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;170&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;right&quot; vspace=&quot;1&quot; hspace=&quot;6&quot;&gt;&lt;/a&gt;&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;[&lt;b&gt;UN ROMANZO SULLA NECROSI BOLOGNESE&lt;/b&gt;]&lt;/span&gt;
[Questo libro è] l&apos;autopsia prematura (diremmo la &quot;vivisezione&quot;, se il corpo sezionato fosse ancora vivo anziché non-morto, &lt;i&gt;nosferatu&lt;/i&gt;) di una città che esala l&apos;ennesimo degli ultimi respiri. Un capoluogo senza capo né luogo, che ha da tempo perso la direzione, in ogni ambito manca di un piano regolatore (l&apos;ultimo PRG fu approvato nel 1989) e non sa più che fare di se stessa. Bologna invecchia, s&apos;imbozzola e avvizzisce, ha paura della propria ombra. Si spaventa a morte per cazzate assurde (il &quot;racket dei lavavetri&quot;! ) come un elefante di fronte a un topolino, ed è in balia di un feticismo del consumo (dello spreco) che ricorda la cena degli appestati nel &lt;i&gt;Nosferatu&lt;/i&gt; (appunto) di Herzog. E&apos; un lungo declino, che durerà ancora chissà quanto. Intanto, un nuovo borgomastro è venuto a gestire la disperata mestizia della città.
Questa mestizia D&apos;Attis la descrive nei dettagli ma, come i fratelli Coen nel &lt;i&gt;Grande Lebowski&lt;/i&gt;, sceglie di ambientare la sua storia sette anni indietro. Sette anni che consentono il distacco e la visione chiara di una tendenza. D&apos;Attis fotografa la carcassa enfia della &quot;grassa e inumana&quot; in una posa del 1999, l&apos;anno della vittoria di Guazzaloca. Qui c&apos;è una Bologna di non-luoghi (una non-Bologna che però è la vera Bologna che noi bolognesi d&apos;adozione ben conosciamo e detestiamo e che è sempre peggio e infatti siamo tutti con un piede fuori dalla porta) che è quasi coeva alla &quot;Bologna di luoghi&quot; descritta da Girolamo De Michele in &lt;i&gt;Scirocco&lt;/i&gt;, coeva e parallela. Solo che la Bologna di De Michele, con le sue topografie sentimentali, la sua bohème da osteria, è oggi scomparsa definitivamente, mentre la non-Bologna si espande, escresce, conquista lo spazio fisico e psichico. Questa è la mia lettura Bologna-centrica, in realtà il romanzo mette in scena un disagio più generale [...] 
&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;- (Dalla recensione del romanzo di &lt;b&gt;Nino G. D&apos;Attis&lt;/b&gt; &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/nandropausa10.htm#montezuma&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;i&gt;Montezuma Air Bag Your Pardon&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;, &quot;L&apos;Unità&quot;, 7 maggio 2006)&lt;/span&gt;

&lt;div align=&quot;center&quot;&gt;***&lt;/div&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;[&lt;b&gt;EN PASSANT, MENTRE SI ANNUNCIAVA UN READING ALLA LIBRERIA MODO INFOSHOP...&lt;/b&gt;]&lt;/span&gt;
Ultimamente non ci sono molti buoni motivi per andare a Bologna.
Con poche eccezioni, la cultura cittadina è pozzangherosa, immunodepressa, ipoventilata. Mai vista una fiacca così.
Anzi, se è concessa l&apos;auto-citazione [...], la parola giusta è &quot;mestizia&quot;. Mai vista una mestizia così.
E&apos; in corso una violenta &lt;i&gt;modenizzazione&lt;/i&gt; (è un refuso?). &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.kataweb.it/articolo/1317990&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Sassuolizzazione&lt;/a&gt;, persino [...] 
&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;- (Dispaccio spedito alla mailing list di Giap, 23 maggio 2006)&lt;/span&gt;

&lt;div align=&quot;center&quot;&gt;***&lt;/div&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;[&lt;b&gt;SENTIRSI IN ESILIO&lt;/b&gt;]&lt;/span&gt;
&lt;b&gt;Bologna, siete spesso critici nei confronti della città. Perché? Sensazioni sulla gestione Cofferati? E cosa ne pensate della cultura targata Guglielmi?&lt;/b&gt;

Mah, non credo si possa dire che siamo &quot;spesso&quot; critici sulla città. Di fatto, da almeno tre anni non ci esprimiamo su questioni locali, se non in modo fugace e molto sporadico, tipo che abbiamo firmato un appello, una volta (quello di Maschile Plurale per la Casa delle Donne, ndr). Non siamo intruppati con nessuna corrente o lobby della vita bolognese, siamo totalmente distaccati. Ad un certo punto, la nostra relazione con la città si è interrotta, un rapporto si è esaurito, Bologna ha smesso di darci stimoli rilevanti. Di fatto, non si può nemmeno dire che viviamo a Bologna: abbiamo la residenza qui, paghiamo la tassa sul &quot;rusco&quot;, però non frequentiamo la città, ci sentiamo in esilio spirituale e (in diversi periodi dell&apos;anno, destinati ad allungarsi) anche fisico. Tutto qui, sono cose che succedono e non c&apos;è nemmeno da recriminare più di tanto. Quanto a Cofferati, mi limito a dire che non ha la mia stima. Della cultura targata Guglielmi non saprei proprio che dire: confesso la mia totale ignoranza sull&apos;argomento. 
&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;- (Intervista apparsa sul quotidiano &quot;Il Domani di Bologna&quot; con il titolo &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com/italiano/outtakes/domani_wm1.htm&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&quot;L&apos;esilio spirituale secondo Wu Ming&quot;&lt;/a&gt;,  1 giugno 2006)&lt;/span&gt;

&lt;div align=&quot;center&quot;&gt;***&lt;/div&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;[&lt;b&gt;ADDIO CASA LOGIC&lt;/b&gt;]&lt;/span&gt;
L&apos;unica volta che abbiamo fatto una presentazione in una casa privata fu a &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;b&gt;&lt;a href=&quot;http://casalogic.splinder.com/&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Casa Logic&lt;/a&gt;&lt;/b&gt;, leggendario appartamento sito in via Oberdan a Bologna, luogo di centomila party, spazio di un inquilinato vibratile e cangiante &quot;a metà tra la fectori di Endi Uorol e la Fabbrica del programma di Prodi&quot; (è la descrizione che c&apos;è sul loro blog). Per qualche tempo ci hanno vissuto anche le persone che si celano dietro l&apos;ostico nome &lt;b&gt;0100101110101101.org&lt;/b&gt; (adesso vivono tra Mauritania e Honduras).
Oggidì, Bologna la gretta s&apos;immerge e s&apos;immerda in una laguna nera di asocialità, in giro s&apos;inala un&apos;atmosfera muffa e stolta, di morte clinica e noia all&apos;ultimo sangue. Persino Casa Logic ha avuto lo sfratto. Uno spazio in meno, un trofeo in più sul caminetto del club dei padroni/predoni. Una prece, un saluto, non fiori ma opere di bene. Sul blog, una cronaca day-by-day del macabro evento. Farewell, farewell.
&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;- (Da Giap n.6, VIIIa serie - 15 gennaio 2007)&lt;/span&gt;

&lt;div align=&quot;center&quot;&gt;***&lt;/div&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;[&lt;b&gt;OLTRE I CONFINI COMUNALI&lt;/b&gt;]&lt;/span&gt;
All&apos;uscita di &lt;i&gt;Manituana&lt;/i&gt; abbiamo deciso all&apos;unanimità e senza rimorsi di NON fare presentazioni a Bologna, per il profondo disamore che abbiamo maturato nei confronti della città, delle sue asfittiche politiche amministrative, del suo striminzito eterno presente, del suo avere paura della propria ombra, del suo sindaco da museo delle cere, dei suoi dibattiti prèsbiti. Abbiamo deciso di incontrare i lettori nei comuni e paesi limitrofi, dove si respira aria un po&apos; meno pesante [...]
&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;- (&lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.manituana.com/documenti/78/8277&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;dalla sezione &quot;Suoni&quot; di manituana.com&lt;/a&gt;, 1 giugno 2007)&lt;/span&gt;

&lt;div align=&quot;center&quot;&gt;***&lt;/div&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;[&lt;b&gt;LA MORDACCHIA, GLI INQUISITORI&lt;/b&gt;]&lt;/span&gt;
Bologna è una città sempre più gretta e chiusa, chiusa in una pentolaccia di umori razzisti e clerico-fascisti, di voglie di censura, di &quot;messe riparatrici&quot; a cui partecipano pure esponenti della &quot;sinistra&quot;. Una città lasciata a se stessa, quindi in pessima compagnia. Una città che si spopola, dove tutto costa il doppio dell&apos;accettabile (a volte anche il triplo), dove l&apos;insofferenza e il livore la fanno da padroni, dove non succede più un cazzo di stimolante. Una città avvilente e di merda. L&apos;ultimo episodio non ha fatto rumore a livello nazionale, ma è significativo del clima che si respira. Pare che non si possa più rievocare il caso giudiziario dei Bambini di Satana, che scosse l&apos;opinione pubblica una decina di anni fa. Pare che non si possa ricordare alla suddetta opinione pubblica che Marco Dimitri e compagni sono stati assolti in due gradi di giudizio e risarciti dallo Stato per un anno e mezzo di ingiusta detenzione, nonché per i danni morali e materiali subiti.
Pare che queste cose non si possano più dire, a Bologna. Se n&apos;è accorta la collega Grazia Verasani e &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://antonella.beccaria.org/2007/07/17/siamo-ancora-ai-messaggi-subdolamente-negativi/&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;lo racconta sul suo blog Antonella Beccaria&lt;/a&gt;.    
&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;- (Dispaccio inviato alla mailing list di Giap, 19 luglio 2007)&lt;/span&gt;


&lt;b&gt;LINK CORRELATI&lt;/b&gt;

&lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2006/03/001712.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Fare cultura nell&apos;Italia post-coloniale&lt;/a&gt; - di Wu Ming 2, 18 marzo 2006

&lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2006/04/001729.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;L&apos;ecomostro&lt;/a&gt; - di Wu Ming 1, 2 aprile 2006

&lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/giap13_VIIIa.htm#0&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Cetomediume vigliacco, cofferateria diffusa&lt;/a&gt; - di Wu Ming, da Giap n.13, VIIIa serie, 5 settembre 2007

&lt;script src=&quot;http://getclicky.com/2599.js&quot; type=&quot;text/javascript&quot;&gt;&lt;/script&gt;
&lt;noscript&gt;&lt;p&gt;&lt;img alt=&quot;Clicky&quot; src=&quot;http://getclicky.com/2599ns.gif&quot; /&gt;&lt;/p&gt;&lt;/noscript&gt;</text_more></entry>
<entry id='2403' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2403' author_id='4' authored_on='20071007032039' basename='il_buddista' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071007032039' modified_on='20110324015508' ping_count='0' status='2' title='Il Buddista' week_number='200741'><text>di &lt;b&gt;Philip K. Dick&lt;/b&gt; (trad. di Valerio Evangelisti)
Da &lt;i&gt;il manifesto&lt;/i&gt; del 6 ottobre 2007

&lt;img alt=&quot;Koffy.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Koffy.jpg&quot; width=&quot;125&quot; height=&quot;94&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;[La grande notizia è che sabato 6 ottobre, al termine di un &lt;a href=&quot;http://www.zic.it/zic/articles/art_1390.html&quot;&gt;folto corteo&lt;/a&gt;, è stata occupata la sede per un nuovo &lt;a href=&quot;http://www.ecn.org/baz/spazi/crash-again.html&quot;&gt;Crash&lt;/a&gt;, il centro sociale fatto sgomberare a Bologna da Cofferati sotto ferragosto. Per l&apos;occasione, &lt;i&gt;il manifesto&lt;/i&gt; ha pubblicato questo racconto inedito di Philip K. Dick, che Cofferati dice essere il suo scrittore preferito, tradotto da Valerio Evangelisti. Fa parte di una raccolta di racconti, tutti firmati Philip Dick, che il Crash pubblicherà prossimamente, riguardanti le gesta di un sindaco-sceriffo in preda all&apos;ossessione securitaria, in una città futura molto somigliante a Bologna.]  (&lt;b&gt;V.E.&lt;/b&gt;)

Il sindaco mostrò sconcerto e sbalordimento. Tuttavia si tenne calmo, come era suo costume. «Se ci togliete anche la pena di morte, dove vanno a finire le autonomie locali?»
Il ministro sollevò un sopracciglio. «Sa meglio di me che quella sanzione non è concessa. Né dalla Costituzione, né dalle vigenti leggi.»
Questa volta il Buddista, così chiamato per la proverbiale impassibilità, non poté non alterarsi un poco. «Mi prende per stupido? Sto parlando non di esecuzioni sommarie, ma di morte per fame! Lho applicata mille volte e non avete obiettato nulla!»   </text><text_more>«Quando mai lavete applicata?» domandò il ministro, sempre più frastornato.
«E inutile che gliele enumeri. Sgomberi ripetuti di rumeni che avevano costruito sozze baracche sulla riva di un fiume. Multe salatissime a lavavetri. Foglio di via a extracomunitari.»
«Non sono condanne a morte!»
«In pratica sì.« Il sindaco gonfiò il petto. «Li abbiamo lasciati per strada, senza nessuna assistenza. Linverno si incaricherà di sopprimerli.»
Il ministro non era convinto. «Una cosa sono le circostanze ambientali, altra unesplicita licenza di uccidere rilasciata ai vigili urbani.»
Il Buddista fissò linterlocutore con la tipica ironia del suo sguardo. «Vuole essere tanto cortese da spiegarmi la differenza?»
Il ministro, spazientito, sbottò: «Insomma, cosa pretende ancora? Ha già avuto gli spray al pepe per i vigili. Che devo dirle? Metta più pepe!»
«Metta più...» Il Buddista stava per esplodere, ma unidea lo colpì. «Signor ministro, il pepe posso applicarlo come voglio?»
«Cosa intende dire?»
«E necessario lo spray o posso ricorrere ad altri modi di... impepamento?»
Il ministro non ne poteva più. «Spruzzi il pepe come vuole. E anche il sale, lolio, laceto. Poi cuocia gli extracomunitari e se li mangi.»
«Me lo mette per iscritto?»
«Che può mangiare gli extracomunitari?» Il ministro era sbalordito.
«No, che posso distribuire il pepe a mio modo.»
«Ma certo. Adesso le scrivo due righe, poi mi farà il piacere di togliersi dai piedi.»

Due giorni dopo, il Buddista istruiva nel suo ufficio i graduati dellArma dei Vigili Urbani. Costoro se ne stavano impettiti nella loro divisa nera e rosa, allusiva alle due forze politiche alleate, Partito Democratico e Alleanza Nazionale (di solito abbreviate in Partito Democratico Nazionale), che reggevano la città.
Il Buddista mostrò una cartuccia. «Vedete questa? Sostituisce gli spray ormai obsoleti. Invece dei pallini metallici ha dei grani di pepe. Li si spara con le doppiette che ho già fatto distribuire.»
«Signor sindaco» obiettò un ufficiale anziano ma robusto «secondo me sono proiettili innocui.»
Il Buddista fece il suo tipico risolino. «Innocui? Niente affatto. Un grano di pepe ha la stessa consistenza del metallo, se sparato con una forte carica esplosiva e da distanza ravvicinata. Ho già provato su alcuni gatti randagi che miagolavano la notte sotto casa mia. Sono morti tutti, uno lho quasi fatto a pezzi.»
«Mi permetto di insistere, signor sindaco. Secondo me...»
«Basta, stia zitto!» urlò il Buddista. «Lei non ha letto il libro di testo!» Sollevò dalla scrivania un fascicolo colorato. «Questo è Tex n. 321. Tex, rimasto senza proiettili, usa proprio il pepe nero! Ha studiato o no?»
Lufficiale ammutolì.
Si udì una risatina dal fondo. «Non vedo lora di imbottire di pepe uno di quegli sporchi negri!»
Il Buddista si sporse dal suo palchetto, ornato dalle lettere PD-AN. «Chi ha parlato?» chiese, con collera trattenuta.
Non vi fu risposta.
«Ebbene» continuò il Buddista «sia chiaro che qui non si accettano provocatori. Niente razzismo, tra noi. Siamo una sinistra moderna, che si fa carico del problema della sicurezza. Lespressione sporchi negri non fa parte del nostro bagaglio culturale. Noi ci occupiamo solo dei negri che attentano alla tranquillità dei bianchi. Idem per gli slavi, gli zingari, gli arabi, i pezzenti, gli estremisti. Cè per caso qualche fascista in sala? Che alzi la mano, così lo sbatto fuori a calci, alla maniera di Kit Carson! Fulmini e saette!»
Nessuno fiatò.
«Bene. Per dimostrarvi lefficacia della nuova cartuccia al pepe, stasera uscirò in pattuglia con voi.»
Scoppiò un applauso unanime. Anche il Buddista applaudì se stesso.

La sera, a Bologna, calava alle 21. Dopo scattava il coprifuoco. Non erano ammessi passanti, i bar dovevano chiudere (eccetto quelli della festa dellex Unità), gli autobus circolavano vuoti. Sagome umane di cartone, collocate nelle strade, davano limpressione di una città vivace.
Rannicchiato in fondo a unauto della 13^ Brigata AVU (Arma Vigili Urbani) il Buddista brontolava. «Come mai tanti cantieri? La città è piena di cantieri!»
Lautista lo guardò dallo specchietto. «Signor sindaco, è un suo ordine. Buttare giù centri sociali, case occupate, circoli giovanili. In cambio aprire cantieri in cui non lavora nessuno, tanto per impedire che si rientri nei luoghi sgomberati.»
Dimprovviso lauto sbandò. Una secchiata di merda semiliquida, piovuta da un caseggiato, aveva centrato in pieno il parabrezza. Il veicolo si stabilizzò a stento. Lautista spense il motore.
Furibondo, il Buddista bofonchiò: «Ma che cazzo...» Aprì lo sportello e scese. Una seconda secchiata lo colse in piena faccia, tingendolo di marrone.
Agitò il pugno verso i piani alti delledificio, un collegio universitario. «Tuoni e fulmini! Me la pagherete, canaglie!»
Finestre si chiusero, si udirono pernacchie.
Il Buddista allungò la mano verso il conducente. «Passami uno straccio, il parabrezza fa schifo!»
Era intento a pulire il vetro quando due fari bucarono loscurità. Si udirono frasi concitate.
«E un negro!»
«E un lavavetri!»
«Sentite come puzza!»
Allarmato, il Buddista gettò lo straccio.
«Ehi, ragazzi, non mi riconosce...»
Troppo tardi. Una scarica di grani di pepe, sparatagli a venti centimetri dallorecchio, gli fece saltare timpani e cervello.
«Tex, aiutami!» gemette il Buddista, prima di morire aromatizzato al pepe. Se non altro, leffluvio copriva un poco quello della merda.
Dallalto del caseggiato scrosciarono applausi. 

</text_more></entry>
<entry id='2404' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2404' author_id='4' authored_on='20071008021454' basename='il_primo_uomo_con_la_macchina_da_presa' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071008021454' modified_on='20071008021454' ping_count='0' status='2' title='Il primo uomo con la macchina da presa' week_number='200741'><text>di &lt;b&gt;Mauro Gervasini&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;BirthOfaNation.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/BirthOfaNation.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;95&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Un giorno, David Lewelyn Wark Griffith, inventò il cinema americano. Non sapeva neanche lui perché. Voleva infatti fare lo scrittore, e amava il Sud come solo i suoi figli sanno amarlo. Il babbo, Jacob Roaring Jake, era stato un eroe della Confederazione, in casa si portava rispetto a Dio e a Jesse James, &lt;i&gt;the Last Rebel&lt;/i&gt;, e i racconti di guerra con i quali il ragazzo era cresciuto avrebbe tanto voluto scriverli, e pubblicarli. Ci provò, e gli andò male. Allora cominciò a pensare alla recitazione, anche perché le sue storie le scriveva per il teatro. Nonostante un certo fisico del ruolo, niente, fallimento completo. Qualcuno gli disse che si guadagnava bene con lultima meraviglia del mondo moderno, il cinematografo, per il quale i magnati come Edison investivano una fortuna. Griffith decise di accettare i primi lavoretti, che diventarono ben presto una specie di inarrestabile catena di montaggio, unossessione per un mezzo tecnico appena conosciuto e subito infiltratosi sottopelle.</text><text_more>Dodici ore al giorno di set, per arrivare anche alla realizzazione di un cortometraggio a settimana. Tanto era modesto con la penna e la retorica verbale, tanto lapprendista cineasta era fenomenale con la macchina da presa. La muoveva come nessun altro prima, e inventava angolazioni oblique, ardite, quasi a voler spaccare gli argini dellinquadratura. E poi, dopo. Perché considerare il montaggio come un semplice assemblaggio di immagini? Via di tagli e cuciture strane, analogiche, fino a improvvisare, per esempio, il montaggio parallelo, senza il quale, per dire, Coppola non sarebbe mai stato Coppola. Lapprossimativo calcolo delle opere di Griffith realizzate in gioventù ha dellincredibile. Oltre 400 corti in sette anni, molti dei quali perduti, altri ritrovati e sistemati, altri ancora visti, in ottime condizioni, a Sacile e Pordenone, templi internazionali del cinema muto, da qualche anno impegnati in una certosina, filologica riscoperta del lavoro di questo mai abbastanza studiato maestro.
Ma entriamo nel vivo, seguiamo David Wark nelle sue pensose peregrinazioni. Lo sapeva che il cortometraggio ha il fiato corto, e infatti cominciò prestissimo a sforare. &lt;i&gt;The Massacre&lt;/i&gt; - per chi scrive e per i fortunati che lhanno visto in Friuli, il suo indubitabile capolavoro - del 1912, dura tra i trenta e i trentacinque minuti. Ed è una esplosione di forme, un western crepuscolare (ebbene sì, da quel genio che era cominciò dalla fine, raccontando una storia di indiani dalla loro parte, e con la civiltà Usa già rapace e boccheggiante!) con cavalcate, assedi, totali mozzafiato e tutto quello che ha fatto grande John Ford. Ma prima di John Ford (che daltro canto ha sempre ammesso di essere un diretto discepolo di Griffith).
Da un punto di vista critico, sul regista pesa da sempre un macigno ideologico. Il suo più celebre film, &lt;i&gt;Nascita di una nazione&lt;/i&gt; (1915), con il quale si codifica per la prima volta il linguaggio cinematografico, è la celebrazione della sua idea di Sud come culla di una arcaica civiltà, fatta di uomini e donne nobili, rigorosamente bianchi. La tesi del film è agghiacciante: dopo la vittoria del Nord, nella Confederazione vige lanarchia, con bande di negri che violentano le donne e fanno razzie nelle ormai depredate proprietà. Solo la nascita del Klan (inteso come Ku Klux) riporterà un po dordine. 
Nonostante i sedici milioni di dollari dincasso, record assoluto dellepoca, imbattuto per anni, il film diventa bersaglio dei nascenti movimenti liberal, che attuano nei confronti di Griffith un pesante boicottaggio. Le sue contraddizioni sono lampanti (ma come, in &lt;i&gt;The Massacre&lt;/i&gt; sta dalla parte degli indiani, e poi?) e nel 1916, con il suo secondo kolossal, &lt;i&gt;Intolerance&lt;/i&gt;, il Nostro cercherà di porre rimedio alla campagna di denigrazione. Un film pacifista e antirazzista, ma anche farraginoso e poco credibile (si racconta lintolleranza dalla passione di Cristo alla notte di San Bartolomeo) seppur gestito con una padronanza del mezzo cinematografico che ancora fa impressione. Però fu un flop che travolse lautore e la casa di produzione fondata con Mack Sennett, la Triangle (che andò in bancarotta lanno successivo). 
Non è azzardato (per lo meno per noi) vedere nella vicenda dei &lt;i&gt;Cancelli del cielo&lt;/i&gt; una specie di nemesi di &lt;i&gt;Nascita di una nazione&lt;/i&gt; e (soprattutto) &lt;i&gt;Intolerance&lt;/i&gt;. Michael Cimino, per enormità di vedute e spirito di sperimentazione, è certamente il più griffithiano tra i registi americani (più di Ford, che era meno magniloquente e per nulla megalomane). Ebbene, dopo le sue disavventure, nel 1920 Griffith accettò di partecipare alla fondazione della United Artists insieme a Charles Chaplin, Mary Pickford e Douglas Fairbanks. Proprio linsuccesso di &lt;i&gt;I cancelli del cielo&lt;/i&gt; sarà preso a pretesto per far fallire la major. Ma il finale della carriera del maestro non può essere che glorioso, alla Griffith, come si dice in gergo. Montaggio alternato tra limminenza della catastrofe definitiva e larrivano i nostri. Resteranno, di lui, i primi film-film della storia, quelli fondativi di un immaginario e di una passione che ha più di centanni, e non li dimostra affatto.

</text_more></entry>
<entry id='2405' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2405' author_id='4' authored_on='20071009034636' basename='il_dottor_gonzo_a_san_juan' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071009034636' modified_on='20071009035017' ping_count='0' status='2' title='Il Dottor Gonzo a San Juan' week_number='200741'><text>di &lt;b&gt;Nino G. D&apos;Attis&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Thompson - Cronache del rum.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Thompson - Cronache del rum.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;179&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Hunter S. Thompson, &lt;i&gt;Cronache del rum&lt;/i&gt;, trad. Marco Rossari, Baldini &amp; Castoldi Dalai, pp. 276,  17,50

È linverno del 1958, sei a San Juan, Puerto Rico, catapultato da New York in uno zoo di tipi umani e subumani debitamente carburati ad alcool. Deambulano, vaneggiano Ben diversi dagli sgobboni ipocriti e dai pappagalli sciovinisti che si vendevano ai giornali reazionari dellImpero di Henry Luce, ingollano rum e birra nel bar di un certo Al Arbonito, fantino ritiratosi dalle corse.
Quando un ex comunista di nome Lotterman arrivò dalla Florida per fondare il «San Juan Daily News», il cortile di Al divenne il nostro circolo della stampa, perché nessuno degli sballati e degli idealisti che venivano a lavorare per il nuovo giornale di Lotterman poteva permettersi le tariffe dei bar fighetti che spuntavano dappertutto come unesplosione di funghi velenosi al neon.</text><text_more>Cinque anni prima, dopo tre mesi di tentativi di miscelare il rum con succhi di frutta, Don Ramon Monchito Marrero, barman del Caribe Hilton, ha inventato la Piña Colada, uno de los más famosos cocktails caribeños. Ingredientes: 1 piña pequeña; 2 onzas de ron blanco; 4 onzas de jugo de piña; 2 onzas de crema de coco; cubitos de hielo. 
E il 1° novembre 1950, Griselio Torresola e Oscar Collazo, nazionalisti portoricani, attentarono alla vita del presidente Harry S. Truman. Collazo fu ferito al petto e quindi arrestato, Torresola morì nel conflitto a fuoco.
Puerto Rico, Mar dei Caraibi: ad est della Repubblica Dominicana, a ovest delle Isole Vergini Statunitensi. Stato liberamente associato agli Stati Uniti d&apos;America.  Selvaggio business immobiliare. Rapida industrializzazione negli anni 50 e progetti spericolati come l&apos;operazione Bootstrap, che prospettava di mutare le basi dell&apos;economia portoricana da agricole a manifatturiere. La fauna del serraglio: avventurieri, affaristi, puttane, scribacchini.
Cè uno scriba trentenne di nome Paul Kemp che vorrebbe essere il nuovo Hemingway o il nuovo Fitzgerald o i nuovo chissà chi ma perde tempo, è sempre ubriaco, vive ogni giorno come se fosse lultimo e pensa cose come: Mi sono reso conto che vincolarmi proprio ora con una casa e magari una macchina forse era troppo, anche perché potevo finire in galera da un momento allaltro, o il giornale poteva chiudere, o potevo ricevere una lettera da un vecchio amico che mi proponeva un lavoro a Buenos Aires. Solo il giorno prima, in effetti, ero pronto a partire per Città del Messico.
Primo problema allordine del giorno: quali prospettive per il tuo talento?
Secondo problema allordine del giorno: la forza di volontà.
Proposta interessante: ci penseremo domani, ora spariamoci un altro drink.
Si chiama &lt;i&gt;inclinazione alloblio&lt;/i&gt;. Si chiama &lt;i&gt;delirio&lt;/i&gt; e, se ti guardi intorno, tutta San Juan, lintera Puerto Rico galleggiano in una zuppa alcolica.
San Juan non è uno scenario da romanzo. San Juan è IL ROMANZO.
Tu sei Hunter S. Thompson, hai ventidue anni, le generazioni future ti conosceranno anche come Raoul Duke o Dr. Gonzo. Negli anni 60, dopo un corso per corrispondenza, la Chiesa della Nuova Verità ti conferirà il titolo di dottore in teologia. Nel 1971, prendendo spunto da un incarico affidatoti dalla rivista Rolling Stone, pubblicherai  &lt;i&gt;Paura e disgusto a Las Vegas&lt;/i&gt;, il tuo libro più famoso.
Sei un tipo originale. Ti piacciono le armi da fuoco e nel 1970 ti verrà addirittura in mente di candidarti alla carica di sceriffo di Aspen, Colorado. Ti piace sperimentare con tutto: fumo legale ed illegale, LSD, etere, adrenocromo, mescalina, varie ed eventuali. Johnny Depp sarà felice di fare la tua conoscenza e di prestarti la faccia sul grande schermo. Johnny Depp esaudirà le tue ultime volontà in questa valle di lacrime organizzando un grande party il 20 agosto 2005 durante il quale quale le tue ceneri verranno sparate in cielo con un cannone.
A proposito della tua dipartita: suicidio o omicidio?
A proposito delle tue opere tradotte in italiano: questa è appena la terza, confidiamo in un rapido recupero.

</text_more></entry>
<entry id='2406' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2406' author_id='1' authored_on='20071010015145' basename='considerazioni_sul_romanzo_sto' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071010015145' modified_on='20071016180427' ping_count='1' status='2' title='Considerazioni sul romanzo storico italiano oggi: UNA STORIA ROMANTICA di Antonio Scurati' week_number='200741'><excerpt>di &lt;b&gt;G. Genna&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;unastoriaromanticamini.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/unastoriaromanticamini.jpg&quot; width=&quot;50&quot; height=&quot;70&quot; border=&quot;1&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt;[...] Viene messa in ambiguità lessenza stessa della storia: relativa rispetto al mondo, è assoluta rispetto al regno umano sul mondo. Una tale, profonda incursione alle radici stesse delle zone in cui accade ciò che accade e non ci si ricorda più che è accaduto, richiede la costruzione dei &lt;i&gt;caratteri &lt;/i&gt; ciò che per Hugo era appunto lo stile per eccellenza...</excerpt><text>&lt;img alt=&quot;unastoriaromantica.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/unastoriaromantica.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;168&quot; border=&quot;1&quot; hspace=6 vspace=2 align=left /&gt;di &lt;a href=&quot;http://www.giugenna.com&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Giuseppe Genna&lt;/a&gt;

Pochi giorni fa, sulle pagine culturali del &lt;i&gt;Corriere della Sera&lt;/i&gt;, il critico Franco Cordelli affrontava temi nodali del nostro presente letterario (ma davvero solo del presente?). Lo faceva innalzando la discussione su un romanzo storico appena uscito, &lt;b&gt;Una storia romantica &lt;/b&gt;(Bompiani, 569 pgg, 19 euro) di Antonio Scurati, per discuterne le strategie, per ravvederne supposti limiti, per tracciare un bilancio (fallimentare) di quanto è stato compiuto in 25 anni sul genere storico in Italia. Questo mio intervento non intende essere una recensione a &lt;b&gt;Una storia romantica &lt;/b&gt;(a mio avviso, comunque, il più sapiente e profondo romanzo di Scurati), e non intende nemmeno essere una risposta diretta alle considerazioni di Cordelli, né tantomeno un saggio paraccademico sul romanzo storico. Intende rappresentare, invece, una serie di riflessioni da parte di uno scrittore che sta sulla linea del farsi del nostro romanzo, insieme ad altri suoi colleghi, da più di dodici anni. Intende essere una sistematizzazione di cosa sta accadendo al romanzo storico e al romanzo in genere (non &lt;i&gt;di &lt;/i&gt;genere), per opera di chi pubblica da oltre un decennio narrativa che, pur essendo &lt;i&gt;popolare &lt;/i&gt;e non volendosi di avanguardia per come lavanguardia è intesa qui in Italia, sta sperimentando e lo sta facendo a mio avviso con unautoconsapevolezza che larea francese, tedesca e soprattutto angloamericana non è in grado di vantare.
Per esprimere quanto ho da sostenere, utilizzerò una tecnica retorica emblematica, come del resto Cordelli ha fatto: leggerò &lt;b&gt;Una storia romantica &lt;/b&gt;di Scurati con categorie che smentiscono le conclusioni di Cordelli stesso.</text><text_more>Chi volesse sapere della trama e dei temi trattati nel romanzo di Scurati, può comodamente &lt;a href=&quot;http://www.internetbookshop.it/code/9788845259623/scurati-antonio/storia-romantica.html&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;leggere qui&lt;/a&gt;. In questa sede intendo discutere di certi universali retorici e di certe strategie poetiche che la critica finora non mi sembra avere rilevato (a parte, con certe mancanze e idiosincrasie, il caso di Alberto Casadei e del suo tentativo di definizione del postmodernismo italiano in &lt;b&gt;Stile e tradizione nel romanzo italiano contemporaneo&lt;/b&gt;).
&lt;b&gt;Una storia romantica &lt;/b&gt;ambisce a essere un romanzo popolare; ambisce a esserlo mobilitando un immaginario apparentemente desueto quale è il nostro Risorgimento; ambisce a costruirsi con una lingua contemporanea che, a un livello non di semplice superficie, contrae debiti e produce omaggi alle retoriche ottecentesche, una certa allegoria &lt;i&gt;in primis.&lt;/i&gt; Queste ambizioni, che sono fondamentalmente romantiche, sono al tempo stesso ambigue e tutto il tentativo di questo mio intervento risiede nello sforzo di fare comprendere come il romanzo storico contemporaneo, in Italia, stia montando come unonda anomala grazie alla forza dellallegoria, la cui natura è il dato che precisamente sfugge alla critica. Cordelli, nel suo intervento a proposito di &lt;b&gt;Una storia romantica&lt;/b&gt;, dimentica (credo volutamente) più di dieci anni di romanzo storico contemporaneo: &lt;b&gt;Q&lt;/b&gt; di Luther Blissett, anzitutto, e poi gli sviluppi del collettivo bolognese divenuto u Ming (&lt;b&gt;Asce di guerra &lt;/b&gt;che ha uno scenario storico internazionale post-bellico, &lt;b&gt;54 &lt;/b&gt;sulla Resistenza e sulla fase post-resistenziale, lultimo romanzo, &lt;b&gt;Manituana&lt;/b&gt;, che con una perizia filologica rasentante lossessione scopre unucronia nella storia da tutti conosciuta e racconta, poliedricamente, la Guerra dIndipendenza americana come fosse un&apos;invenzione, mentre è una cronaca quasi reale, nel suo sfondo  e si tratta soltanto del primo volume di una trilogia); e laltro maestro del genere storico, che qualche critico ha goffamente tentato di relegare ancora in una supposta e ormai inesistente paraletteratura, che è Valerio Evangelisti, la cui saga da Medioevo fantastico deve essere interpretata esattamente come si interpreta lopera così titolata di Baltrusaitis, cioè &lt;i&gt;à la Warburg&lt;/i&gt;, e non come variazione pop su un manuale di storia liceale. 
Per arrivare al libro di Scurati, ciò che è accaduto allopera di Evangelisti e del collettivo Luther Blissett/Wu Ming è significativo. E abbacinante lassenza di critica, di riflessione teorica su quanto questi scrittori bolognesi andavano facendo, mentre diventavano via via sempre più &lt;i&gt;popolari.&lt;/i&gt; Si sa che ciò che rimane della letteratura prescinde totalmente dalla critica, come indica il fatto che si debba attendere il 1932 perché lo &lt;b&gt;Zibaldone dei pensieri &lt;/b&gt;di Leopardi venga percepito da un critico come libro unitario (Fubini, per essere precisi). Se, tuttavia, si interrogano a voce i critici e i teorici, non è che non abbiano opinioni circa il lavoro di chi, finora, si è messo a lavorare alacremente sul genere storico: il critico considera tale operazione un lavoro di contaminazione di generi, una tipica operazione pop che, da &lt;b&gt;Il nome della rosa &lt;/b&gt;in poi cade sotto la nefasta genericissima etichetta di &lt;i&gt;postmoderno.&lt;/i&gt; Se Evangelisti, insieme al &lt;i&gt;ciclo di Eymerich&lt;/i&gt;, devia e produce il capolavoro &lt;b&gt;Metallo urlante&lt;/b&gt;, ciò dimostrerebbe che è pop e quindi &lt;i&gt;postmoderno.&lt;/i&gt; Siccome i Wu Ming esorbitano dal testo e lo trasformano secondo le sue infinite vocazioni mediali, addirittura consegnandolo come codice sorgente di un programma a lettori che lo modificano come sviluppatori, ecco che sono &lt;i&gt;postmoderni.&lt;/i&gt;
Ed è quello che capita a Scurati nel giudizio di Cordelli: basta che i nomi di due dei protagonisti rievochino Foscolo e lo stesso Leopardi, basta individuare levidente hugolismo che, nella &lt;i&gt;Tabula gratulatoria &lt;/i&gt;finale è espressamente dichiarato dallautore, ed ecco che &lt;b&gt;Una storia romantica &lt;/b&gt;altro non è che lennesimo frammento nella scia cometoide del più venduto romanzo di Eco (dei Luther Blissett si arrivò perfino a dire che si trattava di uno pseudonimo dellautore dello scellerato &lt;b&gt;Pendolo di Foucault&lt;/b&gt;). Poichè &lt;b&gt;Il nome della rosa &lt;/b&gt;è un romanzo che si dice essere allegorico (e invece è &lt;i&gt;metaforico&lt;/i&gt;), tutto il romanzo storico che esce in Italia ed è palesemente allegorico diviene così postmoderno, alla maniera in cui Eco stesso accetta questa definizione. I passi da compiere sono dunque: vedere cosa sia questa &lt;u&gt;allegoria&lt;/u&gt; che viene utilizzata ad altezza 2007; vedere cosa sia, ma direi addirittura se esista, un &lt;u&gt;postmoderno&lt;/u&gt; in Italia.

Adesso cito Hugo. La citazione, a mio parere, descrive alla perfezione loperazione che Antonio Scurati allestisce nel suo romanzo. Quando dichiarerò da dove in Hugo io tragga questa citazione, tutto sarà spostato e ci troveremo a ragionare prescindendo dalle categorie fino a qui evocate:&lt;blockquote&gt;&quot;Ciò che la gente richiede allopera drammatica è quasi esclusivamente lazione; ciò che le donne desiderano trovarvi, è prima di tutto la passione; ciò che vi cercano in modo particolare gli intellettuali, sono dei caratteri. [...] La gente è talmente innamorata dellazione che, se necessario, può sorvolare sui caratteri e le passioni (sarebbe a dire, può sorvolare sullo stile). [...] Tutti ambiscono a un piacere; la gente, al piacere degli occhi; le donne, al piacere del cuore; gli intellettuali, al piacere dello spirito. [...] Così abbiamo tre generi di opere ben distinte: luna volgare e più bassa, le altre due nobili e più alte, ma tutte e tre soddisfano un bisogno: lopera melodrammatica per la gente; per le donne, la tragedia che scandaglia le passioni; per gli intellettuali, la commedia che ritrae lumanità&quot;.&lt;/blockquote&gt;Sebbene appaia come una definizione quasi contemporanea di tipologie di produzione letteraria, Hugo sta parlando &lt;i&gt;del teatro&lt;/i&gt;, cioè di una forma darte totale, che si dà nella &lt;i&gt;performance&lt;/i&gt;, che si attua nel momento stesso in cui è recitata: sta teorizzando nella prefazione al &lt;b&gt;Ruy Blas&lt;/b&gt;. Sorprendente, perché è evitata, nella classificazione hugoliana, levocazione di ciò che fondamentalmente è &lt;b&gt;Ruy Blas&lt;/b&gt;: il politico  ciò di cui Hugo parla è unopera teatrale politica. A dispetto dei desideri del suo pubblico, Hugo rappresenta il politico senza che la gente sia privata dellazione, le donne dello scavo cardiaco, lintellettuale della sua scettica meditazione. Come fa? Lo capisce alla perfezione Giovanni Raboni, che ne cura ledizione italiana e che, senza neanche sospettarlo, scrive un manifesto della nostra narrativa contemporanea:&lt;blockquote&gt;&quot;Ciò non toglie, beninteso, che nel rivivere e far rivivere con tanta sontuosa intimità un passato di corruzione e di sfacelo ci fosse anche, da parte di Hugo, unintenzione critica e satirica proiettata, qui e altrove, sul presente storico: la visionarietà poetica non è mai disgiungibile, in lui, da quella politica, dai suoi disegni e sdegni di vero o presunto protagonista delle vicende pubbliche del suo paese. Ed è proprio grazie a questaltra chiave o, per dir meglio, attraverso questa ulteriore griglia che è possibile illuminare in &lt;b&gt;Ruy Blas &lt;/b&gt;anche &lt;i&gt;lallegoria metastorica &lt;/i&gt;che il testo certamente contiene: il potere come sopraffazione assoluta e quasi gratuita, come ingiustizia ontologica, come violenza mascherata cui non corrisponde alcuna realtà umana e che, proprio per questo, nello svolgersi naturalmente meccanico del dramma, finisce con lo scontrarsi in modo omicida e tuttavia, forse, solo provvisoriamente vincente con una realtà umana senza potere, ma minacciosamente forte della propria immaginazione e del proprio futuro&quot;.&lt;/blockquote&gt;Chi abbia letto &lt;b&gt;Una storia romantica &lt;/b&gt;di Antonio Scurati avrà riconosciuto, in queste righe di uno dei nostri massimi intellettuali novecenteschi, una recensione profonda alla vicenda, ai temi e alla struttura del romanzo pubblicato dallautore de &lt;b&gt;Il sopravvissuto&lt;/b&gt;. Poiché è attraverso questa strategia, cioè lutilizzo di una allegoria metastorica, che Scurati dispiega un panorama umano che fa rimbalzare dovunque nella storia  non soltanto al Sessantotto, come finge di credere Cordelli (le Cinque Giornate di Milano come i Movimenti), bensì a &lt;i&gt;qualsiasi &lt;/i&gt;periodo in cui la vicenda dello scontro tra umano e potere avvenga: cioè in qualunque momento del regno antropico su questo pianeta. Unallegoria che è verticale, che attraversa i tempi. I critici, spesso accecati da un eccesso di continismo, credono che lallegoria altro non sia che una metafora protratta. Ma qui (e altrove: di &lt;b&gt;Q &lt;/b&gt;si disse che era lallegoria del 77: e lo era  ma non solo di quello snodo storico. Se &lt;b&gt;Q&lt;/b&gt; fosse stato un romanzo metaforico, la tesi sarebbe anche stata corretta; ma era un romanzo &lt;i&gt;allegorico.&lt;/i&gt; In che senso, si va qui spiegando...) non si tratta di estendere un piano orizzontale qual è il metaforico: si tratta di saltare di livello.
Antonio Scurati, laureato in filosofia, ha una salda cultura benjaminiana. Ed è a Benjamin che dobbiamo ricorrere, se vogliamo spiegare la &lt;i&gt;clavis magna &lt;/i&gt;che ci apre un romanzo ben diverso da quanto desiderano la gente e le donne di Hugo. Come può unallegoria permettere un movimento metastorico? Può perché tocca degli universali concreti. Può perché non è algebrica, non è conclusa. Può perché il suo rimando è indefinito e quintessenzialmente umano. E la potenza dellumano concreta, non chiudibile: libera nella sua libertà estrema, prossima al nulla, laddove volontà e senso (cioè il politico) emergono come freni ultimativi al disseccarsi del mondo:&lt;blockquote&gt;Lepos è effettivamente la forma classica di una storia della natura significante, come lallegoria ne è la forma barocca. Parente comera delle due correnti spirituali, il Romanticismo doveva avvicinare epos e allegoria. Così, Schelling poté formulare il programma dellesegesi allegorica dellepica nel famoso detto secondo cui lOdissea era la storia dello spirito umano, lIliade la storia della natura&lt;/blockquote&gt;annota Benjamin ne &lt;b&gt;Il dramma barocco tedesco&lt;/b&gt;. Sotto questa lente, &lt;b&gt;Una storia romantica &lt;/b&gt;di Scurati diventa così non soltanto una storia di romanticismo, ma  il che è qui fondamentale  una storia di &lt;i&gt;Romanticismo.&lt;/i&gt; E si tratta di un Romanticismo che dura fino a noi, che è stato dimenticato per predilezioni antimetafische e alienanti, ma che la narrativa contemporanea (penso anzitutto a &lt;b&gt;Lo spazio sfinito &lt;/b&gt;di Tommaso Pincio) ha dissepolto come ascia di guerra  non solo lha dissepolta, ma lha usata per menare fendenti. La malattia romantica è, per la generazione a cui Scurati appartiene, una patologia che viene avvertita come identica alla classificazione nosologica di postmoderno. Lascia, sia chiaro, è unascia allegorica ed è lo strumento principe con cui i migliori scrittori, dal 95 a oggi, hanno tentato di spaccare le gabbie di genere e di riportare il romanzo a ciò che è primariamente: &lt;i&gt;narrazione &lt;/i&gt;infinita, passibile di non numerabili variazioni, universo espandibile che può esplodere in bolle di universi altri. E unallegoria laica, unallegoria che prevede lautoseppellimento dellumano calcolabile, prendibile, catturabile nel meccanismo dellalienazione e del potere  è lo strumento che riporta saldamente il capo delluomo nellinfinito senza centro dellimmaginario:&lt;blockquote&gt;Nel campo dellintuizione allegorica limmagine è frammento [...]. La sua bellezza simbolica si vanifica [...]. La falsa apparenza della totalità si spegne. Perché leidos si oscura, la similitudine vien meno, e il cosmo, in ciò, si inaridisce. Nelle aride &lt;i&gt;rebus &lt;/i&gt;che ancora rimangono è depositata una conoscenza che resta accessibile a colui che, confuso, medita&lt;/blockquote&gt;e questa è la prima fase di avvicinamento allallegorico (che, nel romanzo di Antonio Scurati, è emblematizzata dal girovagare di Jacopo prima di compiere il &lt;i&gt;gesto luminoso &lt;/i&gt;che muterà il corso della sua vita). Usare lallegorico predispone a un superamento del nulla, dellinaridimento del mondo. Una fase melanconica che viene sbaragliata da un rovesciamento, che ha come primo sintomo il &lt;i&gt;sospetto &lt;/i&gt;di una confusa presenza del senso (e il sospetto, la cospirazione, la paranoia sono stati i protocolli di partenza del rinnovamento italiano sulla via del romanzo storico). Poi si giunge alla potenza immaginifica e veritativa, allaffondo: allesplosione dellimmaginario:&lt;blockquote&gt;Ambiguità, molteplicità di significato è il tratto fondamentale dellallegoria&lt;/blockquote&gt;scrive Hermann Cohen, citato da Benjamin. E ancora, citando Horst:&lt;blockquote&gt;lallegoria dà sempre a riconoscere una violazione dei confini dellaltro genere, uno sconfinamento delle arti figurative nellambito di rappresentazione delle arti discorsive e pone quelle più vicine alla musica.&lt;/blockquote&gt;Così va a catafascio tutta la percezione del &lt;i&gt;simbolico &lt;/i&gt;e dello &lt;i&gt;spirituale &lt;/i&gt; desunti da una cattiva interpretazione dell&apos;Ottocento e del Romanticismo extratedesco, che, per reazione, nel Novecento aveva dato frutti marci da subito: lironia difensiva delle avanguardie storiche e la loro berciante e assolutistica pretesa della totalità del gioco linguistico; di contro, le poetiche surrealiste che accoglievano una ricezione del simbolo male interpretata. Lallegoria per come Benjamin la intende sopravvive soltanto nei grandissimi capolavori, che annullano la patologia novecentesca  la quale ha uneziologia Romantica, certo, ma non quella desunta da chi vi ha reagito: è allegorico Melville come è allegorico Kafka, o Eliot o Celan. Le storie e le saghe, bollate come paraletteratura, sono allegoriche del tutto spontaneamente. E di cosa si tratta, una volta di più? Si tratta della&lt;blockquote&gt;sintesi che nella scrittura allegorica deriva dalla lotta tra lintenzione teologica e quella artistica, non tanto nel senso di una pace quanto di una tregua dei tra le due posizioni contrastanti,&lt;/blockquote&gt;come precisa Benjamin. E questa &lt;i&gt;lambiguità dellumano&lt;/i&gt;: il materiale e lo spirituale in ambiguità, in sospensione di lotta, confusi, aperti  unificati nellimpatto politico che fa la comunità e ne traccia il ring sacro in tempi in cui le strategie antiallegoriche desacralizzano.

Cito dal romanzo di Scurati, per mostrare come lallegoria, con questa sua natura antitetica, faccia compiere alloggetto di rappresentazione il salto epico, che è ciò che viene cercato come gesto del &lt;i&gt;sacro &lt;/i&gt;(su questo aggettivo che potrebbe puzzare di nostalgismo, saranno dati chiarimenti più sotto):&lt;blockquote&gt;[...] alle loro spalle, allincrocio tra la strada di Porta Nuova e lo stradone di Santa Teresa, il popolo stava edificando unultima, mostruosa barricata.
Si avviava a essere alta due piani e larga cento piedi. Sbarrava da un lato allaltro la strada che dal Lazzaretto fuori le mura conduceva al centro di Milano; corrosa, dilaniata, dentellata, tagliuzzata, merlata da unimmensa lacerazione, puntellata da cumuli che erano altrettanti bastioni, con punte che sporgevano ovunque, potentemente addossata alle due linee di palazzi ai lati della strada, si ergeva come unalzata ciclopica a ultima difesa della città insorta. Soltanto a vederla, si avvertiva limmensa sofferenza della città agonizzante giunta al momento estremo, il momento in cui langoscia vuole diventare catastrofe. Quella barricata aveva lo stesso aspetto triste di tutte le costruzioni dellodio e della rovina. Guardandola ci si poteva chiedere: Chi ha costruito tutto questo?. Ma ci si poteva anche domandare: Chi ha distrutto tutto questo?.&lt;/blockquote&gt;Questa immagine della storia come &lt;i&gt;rovina attiva &lt;/i&gt;ricorre nei romanzi storici (o affini) e serve come &lt;i&gt;rimbalzo.&lt;/i&gt; Le vestigia di ciò che fu e fu in maniera inquietante, irradiante e operativa sono una piattaforma di lancio che determina la mutazione o il dissolvimento di ogni protocollo di genere  lopera esplicita che i creatori di cicli, saghe e narrazioni apparentemente storici hanno iniziato a praticare sotto lombrello della fascinazione emanata dal rifondatore del genere cosiddetto fantastico, cioè Valerio Evangelisti. La considerazione di una natura attiva in tempi remoti è una porta che spalanca piani temporali diversi, e lo è in quanto, nuovamente, è un elemento attivo dellallegoria:&lt;blockquote&gt;Lallegoria si pone al di là della bellezza. Le allegorie sono, nel regno del pensiero, quello che sono le rovine nel regno delle cose.&lt;/blockquote&gt;Queste rovine non costituiscono, come accade per i barocchi che Benjamin fenomenologizza, un &lt;i&gt;culto&lt;/i&gt;: esse sono il segno e lo strumento di possibilità che si oppongono esattamente alla religione della natura intesa come decadimento e dal recupero iniziatico alchemico degli artisti del Barocco. Si intende che queste rovine, presenza del regno umano che cè ancora e potrebbe non esserci più, sono il segnale di una polivalenza che viene còlta nella strumentazione romantica del genere storico: la fantasia, il fantastico e limmaginario. Per dirla in breve: ciò che sta accadendo è che il genere storico è per lattuale generazione editoriale italiana un genere &lt;i&gt;aperto a ogni possibilità &lt;/i&gt; è il &lt;i&gt;fantastico &lt;/i&gt;per eccellenza. Lo è esplicitamente in Evangelisti, laddove la tecnica allegorica e la minuziosa ricostruzione storica dellepoca dellInquisizione è indifferente rispetto alle modalità di salto di tempo in avanti, verso una fantascienza che è retroattiva e significa molto rispetto al passato e al presente. In &lt;b&gt;Q &lt;/b&gt;i medesimi effetti sono sortiti dalla fantasia (in dispegamento cospirazionista, ma secondo i canoni del romanzo popolare alla Sue, alla Poe, alla Dumas) applicata allacribia della ricerca storica. In &lt;b&gt;Una storia romantica &lt;/b&gt;di Scurati, lintenzione è generale e applicata &lt;i&gt;ab ovo&lt;/i&gt;: si tratta di utilizzare la ricostruzione storica come ucronia. E proprio lucronia il riferimento retorico (una retorica che si rinnova: non si presenta come semplice stilema, ma torna a riempirsi del suo contenuto psichico originario, cioè arcaico  vale a dire, la &lt;i&gt;capacità di persuasione attraverso limmaginazione&lt;/i&gt;). Gli apparati che Scurati aggiunge al suo testo sono le rovine allegoriche di quel testo: un segnale che un universo è stato creato, non semplicemente ricostruito.
Ciò corrisponde a uno stile che utilizza la lingua di superficie in una maniera assai libera e disinibita, perché (ancora citando Benjamin) la struttura come il particolare sono sempre carichi di storicità. Non è la lingua di superficie (che esiste ed è praticata e sarebbe stupido invocare come assente per propria cecità) lobbiettivo primario del lavoro politico che si attua in questi romanzi: è invece la ricerca della &lt;i&gt;storicità&lt;/i&gt;, il suo appalesamento indefinito. Viene cioè messa in ambiguità lessenza stessa della storia: relativa rispetto al mondo, è assoluta rispetto al regno umano sul mondo. Una tale, profonda incursione alle radici stesse delle zone in cui accade ciò che accade e non ci si ricorda più che è accaduto, richiede la costruzione dei &lt;i&gt;caratteri &lt;/i&gt; ciò che per Hugo era appunto lo stile per eccellenza.
In &lt;b&gt;Manituana &lt;/b&gt;di Wu Ming, la ricostruzione storica è identica allucronia: il collettivo era partito dallidea di un romanzo ucronico, poi è passato allo studio e alla scoperta che, della Guerra dIndipendenza americana, qui (ma si suppone perfino in USA) non si sa praticamente nulla e ci si imbatte in residui sorprendenti, che sono la scaturigine stessa e la precisa etimologia dell&lt;i&gt;invenzione.&lt;/i&gt; E attraverso la costruzione di caratteri, dislocati a determinate distanze reciproche, che le prospettive sul medesimo oggetto mutano, mentre loggetto rimane identico: strategia polifonica che rende &lt;b&gt;Manituana &lt;/b&gt;un coro (ci stiamo avvicinando a latitudini tragiche, per inciso, evocando ciò che è corale).
In Scurati, ciò avviene attraverso la ricerca costante dell&lt;i&gt;epifania&lt;/i&gt;  lultima, inerme e potentissima forma del tragico in epoca di narrazione contemporanea. Si pensi allincipit:&lt;blockquote&gt;Cè un uomo sulle barricate.
In cima a una catasta di carrozze, omnibus, carri, confessionali...&lt;/blockquote&gt;Ecco non l&lt;i&gt;onnipotente&lt;/i&gt;, bensì l&lt;i&gt;onnipotenziale.&lt;/i&gt; Lo sguardo è fatto tremulo: sembra di scorgere una sagoma distante nel deserto: inqualificata, essa può significare larrivo di &lt;i&gt;chiunque.&lt;/i&gt; Aspettiamoci &lt;i&gt;chiunque.&lt;/i&gt; Questa onnipotenzialità reca in sé una traccia di lotta necessaria. Credo che il migliore riassunto della tragicità implicita in queste apparizioni (ciò valga anche per il Carafa di WM e, &lt;i&gt;ex converso&lt;/i&gt;, per la finitezza della psicologia e lo spalancamento dell&apos;ambiguità di Eymerich o di Pantera in Evangelisti) la mostri Giorgio Agamben  ancora una volta un filosofo e non un critico letterario (sebbene possiamo definire Agamben anche come filosofo della letteratura). Scrive in &lt;b&gt;Che cosè un dispositivo?&lt;/b&gt;:&lt;blockquote&gt;Il capitalismo e le figure moderne del potere sembrano generalizzare e spingere allestremo i processi separativi che definiscono la religione. Se consideriamo la genealogia teologica dei dispositivi che abbiamo appena disegnato, che li connette al paradigma cristiano dell&lt;i&gt;oikonomia&lt;/i&gt;, cioè del governo divino del mondo, vediamo che i dispositivi moderni presentano, però, una differenza rispetto a quelli tradizionali, che rende particolarmente problematica la loro profanazione. Ogni dispositivo implica infatti un processo di soggettivizzazione, senza il quale il dispositivo non può funzionare come dispositivo di governo, ma si riduce a un mero esercizio di violenza. [...] Il dispositivo è, cioè, innanzitutto una macchina che produce soggettivizzazioni, e solo in quanto tale è anche una macchina di governo.&lt;/blockquote&gt;Con questo passo, Agamben disegna lobbiettivo polemico e il funzionamento rivoluzionario dellintera operazione di scrittura del genere storico in questi anni in Italia: al &lt;i&gt;dispositivo ordinatore &lt;/i&gt;viene opposto un &lt;i&gt;principio di comunità&lt;/i&gt;, un irriducibile nucleo politico interno alla narrazione che si dichiara tentare &lt;i&gt;lepico&lt;/i&gt;, che è lavversario esplicito del dispositivo di separazione. La costruzione dei caratteri e delle storie è la terapia politica che viene tentata con questa operazione.
E questa operazione esprime una legittima, implicita pretesa: si autocostituisce come &lt;i&gt;lerede della tragedia.&lt;/i&gt; Essa manifesta il nucleo del tragico. La narrazione storica si scaglia contro lidea di un destino preordinato, sotto un cielo che non fa più calare dallalto la sacralizzazione di alcuna nemesi. La &lt;i&gt;storia romantica &lt;/i&gt;è un travestimento: si tratta di una &lt;i&gt;storia tragica.&lt;/i&gt; Ciò che è sacro, cioè la presenza dellumano aperto a ogni possibilità (Cè un uomo sulle barricate), è opposto a una ideologia del sacro che viene identificata con una tradizione soffocante, che risale indietro alle sue origini combuste: certamente il Novecento, ma in vista del Romanticismo stesso. Il romanzo storico dissolve ogni strategia romantica, ogni risacralizzazione esterna alla storia che pretende di essere rappresentante di un sentire comune, popolare. Lo scrittore è lantenna avanzata di questa intercettazione: lintercettazione dello slittamento del tragico.
Che &lt;b&gt;Una storia romantica &lt;/b&gt;sia il tentativo del recupero del tragico è comprensibile a partire dallutilizzo della lingua. A differenza di quanto rilevato da Cordelli, lutilizzo della retorica hugoliana (la sovrabbondanza di similitudini che non sono tali, lampio uso dellantitesi, la sovraggettivizzazione) non è un calco ironico e non corrisponde a una ripresa in stile &lt;i&gt;postmoderno &lt;/i&gt;di qualcosa di antico, riammodernato e ironicamente esibito. E invece fondamentale, per giungere al nucleo tragico, intraprendere la costruzione di &lt;i&gt;caratteri &lt;/i&gt;che corrispondano allo &lt;i&gt;stile&lt;/i&gt;: e lo stile che Scurati sceglie è quello dellopera melodrammatica, che è vera, non parodiata  e soltanto in quanto vera può essere sfondata. Si intenda qui labolizione di un processo di mimesi: accade unidentificazione che non è dubitosa rispetto al processo di identificazione stessa. La lingua adottata da Scurati è ottocentesca (ovviamente, unidea di Ottocento che sia leggibile a oggi). Senza quella lingua, gli intrighi, le passioni, i complotti, le reviviscenze, le tecniche più antiche della tradizione romanzesca (per tutte valga lespediente del manoscritto ritrovato o del morto che è appare rivivere, che ha il suo culmine romantico nel teatro dei Tieck)  senza tutto questo corredo effettivo, salterebbe limpianto che conduce al termine delloperazione, cioè al disvelamento reale di quanto accade nel romanzo: &lt;i&gt;è dissolto il melodramma poiché esso era già lerede fallimentare del tragico&lt;/i&gt;, mentre lo scrittore cerca disperatamente la reviviscenza del tragico.
Qui va aperta una parentesi su un apparato che spesso viene richiamato a proposito di Scurati, cioè il saggio &lt;b&gt;La letteratura dellinesperienza&lt;/b&gt;, che è stato interpretato come una sorta di Fukuyama della letteratura e del disvalore dell&lt;i&gt;erlebnis&lt;/i&gt; in epoca contemporanea, quando lintenzione filosofica era quella opposta: richiamare alla responsabilità il narratore, affinché rispondesse allunica vocazione a cui la letteratura espone, che è quella dellintercettazione del tragico e dell&apos;epico. In questo senso la strategia testuale di &lt;b&gt;Una storia romantica&lt;/b&gt;, passo per passo, diviene quella di una costruzione di un sistema virtuale e &lt;i&gt;virtuoso&lt;/i&gt;: la ricostruzione di un sistema sociale e psichico di &lt;i&gt;virtù&lt;/i&gt;, di uno psicologismo che era già finzionale alle sue origini e aveva un profondo valore politico. Si richiama qui la tesi per cui il romanzo ottocentesco e quello di formazione primonovecentesco &lt;i&gt;costruisce linteriorità borghese &lt;/i&gt; questa funzione politica che, nuovamente, si schiera come un dispositivo contro cui gli scrittori contemporanei italiani hanno tutta lintenzione di lanciare unopera di decostruzione. Lo psicologismo è finto &lt;i&gt;ab origine &lt;/i&gt;e tanto più sarebbe finto se trasportato sul piano di rappresentazione del presente. E soltanto mettendosi sulle spalle lopera di ricostruzione precisa e metodica di un universo umano e storico in cui lo psicologismo svolgeva la sua funzione politica e formativa che si può smascherare questa finzione: e, dietro la maschera, cè il tragico. Si consideri per esempio questo passo di &lt;b&gt;Una storia romantica&lt;/b&gt;:&lt;blockquote&gt;Ora le regioni liriche delle adultere e delle fedifraghe di ogni tempo avevano preso a cantare nella sua testa con voci dal fondo gelato dei loro inferni, colmandola dangoscia&lt;/blockquote&gt;e lo si misuri con quanto di seguito:&lt;blockquote&gt;Con chi deve ospitarvi, scambiate un saluto pietoso, dolente, di chi manca di tutto. Pensate che è giusto così, che voi siete fuggiasche. Squilli nel vostro discorso la nota dellesilio non sporco di sangue.&lt;/blockquote&gt;Il secondo passo è tratto dalle &lt;b&gt;Supplici &lt;/b&gt;di Eschilo. Chiarisce con quale intento Scurati rivitalizzi un sistema etico e psicologico che a certi critici può sembrare di riporto (e, quindi, &lt;i&gt;postmoderno&lt;/i&gt;), mentre allautore è essenziale per fare risaltare quanto ha di mira: il momento tragico. Questa assunzione di modalità che, agli occhi di certuni che non comprendono il significato dei dati di vendita della letteratura dintrattenimento rosa, appare come pretestuosa, è, da un lato, il popolare, mentre dallaltro è la strategia di svelamento del tragico. Svelare il tragico nel presente è un atto assai complesso, poiché il tragico è metastorico, è un universale, di cui la contemporaneità cerca lantivirus, o alimenta un sistema immunitario che Scurati chiama inesperienza. Hugo non scriveva romanzi contemporanei, infatti. Per riattivare il dispositivo anarchico e comunitario del tragico, la scelta è quella di dislocare nellepoca di nascita della &lt;i&gt;fiction &lt;/i&gt;lambientazione e la costruzione. E di andare fino in fondo. Tuttavia, con determinate cautele. Non è accusabile di postmodernismo chi adotta delle cautele rispetto alla materia che radicalmente tenta di sfondare. Prendiamo, per esempio, un tratto psichico fondamentale del romanzo storico di Scurati: lonore. Converrà leggerne le cautele con una specola privilegiata  cioè contemporanea allambientazione scelta per &lt;b&gt;Una storia romantica&lt;/b&gt;:&lt;blockquote&gt;Oggi la gara di onore è più fra coloro che compongono una stessa armata che fra le armate nemiche; anticamente per lo contrario: oggi per conseguenza il soldato invidia e quindi odia il suo compagno più che il nemico; anticamente per lo contrario: oggi egli si duol più di un vantaggio riportato da un suo emulo sopra il nemico, che de vantaggi del nemico; anticamente per lo contrario: oggi insomma anche nelle armate dove regna quella utilissima e grande illusione che si chiama punto di onore, tutto è egoismo individuale; anticamente tutto era egoismo nazionale. Signori filosofi, giacchè non si può fare a meno delluno o dellaltro, quale vi sembra il migliore? Anticamente erano emule le nazioni, oggi glindividui, e più quelli di una stessa che di diverse nazioni; e così quando anche si cerca la gloria, cosa ben rara, e quando ella si cerca operando per la nazione e contro i di lei nemici, ella non è cercata e non ha per fine che lindividuo in luogo della nazione a cui esso appartiene.&lt;/blockquote&gt;E il conflitto stesso che matura ed esplode nel libro di Scurati, embricato con il triangolo di amore che se ne sviluppa  e tuttavia è un disvelamento della finzione che pratica Giacomo Leopardi nello &lt;b&gt;Zibaldone &lt;/b&gt;(1842/43). Questo disvelamento della finzione, che per Leopardi è il suo presente storico, non ha nulla a che vedere con pratiche astrattamente ermeneutiche: è unopera di per sé tragica (lo &lt;b&gt;Zibaldone&lt;/b&gt;, a conti fatti, è lunico romanzo italiano storico e tragico del sé e, si badi, non dellio, il cui erede diretto è &lt;b&gt;Petrolio &lt;/b&gt;di Pasolini).
E la ricerca del &lt;i&gt;sé &lt;/i&gt;contro la ricerca dell&lt;i&gt;io&lt;/i&gt;: il &lt;i&gt;sé &lt;/i&gt;è la sostanza del comunitario che, sostenendo e prescindendo dalle singole psicologie, fonda la comunità. Ogni apertura al fantastico, nel romanzo storico contemporaneo italiano, è comunque uno spalancamento verso il &lt;i&gt;sé.&lt;/i&gt; E chi può dire cosa sia il &lt;i&gt;sé&lt;/i&gt;? Esso è vuoto, appare per stralci vuoti. E una precisa concezione del tragico, epifanico, momentaneo, non transfunzionalizzabile, che lo scrittore vede e rappresenta, sapendo perfettamente che il dire limmagine del sé porta a priori uno scacco.
Quale è dunque il tragico che si realizza? La risposta sta in Szondi, nel &lt;b&gt;Saggio &lt;/b&gt;che dedica proprio al tragico:&lt;blockquote&gt;Al culmine dello sguardo allinterno della struttura del tragico, il pensiero ricade esausto su se stesso&lt;/blockquote&gt;Questo esaurimento del pensiero è lesaurimento di ogni figurazione. Bisognerebbe inforcare gli occhiali di una critica ormai incapace di tollerare un simile indentramento per cogliere la verità di un romanzo come &lt;b&gt;Mater Terribilis &lt;/b&gt;di Evangelisti, che direttamente affronta, e non si sogna di giocare con, lineffabilità dello sguardo semplice (per dirla con Hadot) di Plotino. Quando Scurati scrive: &lt;i&gt;Noi non partiamo alla ricerca di una vita possibile&lt;/i&gt;, il nucleo del tragico è disvelato. Esso non risiede nella rifondazione narrativa di una &lt;i&gt;religione dellamore&lt;/i&gt;  anzi, è fondamentalmente un atto antireligioso, poiché la religione si arroga la gestione politica del sacro, che è la potenza di tutte le potenze, cioè la possibilità infinita della manifestazione delle storie. E una pratica diretta di percezione del sé, laddove Scurati esprime i suoi momenti più veritativi, che sono del tutto naturalmente tremuli, naturalmente lirici, ma soltanto nel senso in cui la lirica è un movimento previsto da epos e tragedia, resosi successivamente autonomo:&lt;blockquote&gt;Per tutta la vita, mentre ci battevamo, ci adoperavamo, nuotavamo dentro la corrente della storia, e senza che noi ce ne accorgessimo, la marea che ci stava trasportando si stava muovendo, allo stesso tempo, verso &lt;i&gt;questo &lt;/i&gt; il suo grandioso Niagara! Ma che fortuna è stato non saperlo. Mi pare che si stia disfacendo tutto... tutto ciò che era nostro, nel modo più orribile e retroattivo,&lt;/blockquote&gt;laddove non si coglie il disincanto che la modernità ha feticizzato  si coglie invece il tremolio di una luce indefinibile, testimoniale, di una rovina che non esime dallosservare con uno sguardo più ampio della catastrofe  questo esaurimento verso cui slitta il pensiero per non pensare più, per fuoriuscire dalla tirannide del linguaggio, che sappiamo benissimo che non può dire tutto: e nonostante questo noi diciamo, noi scriviamo...
La guida che, consapevolmente o meno, indica la strada ed è seguita, sta alle origini della prosa italiana: è ancora Leopardi, è ancora lo &lt;b&gt;Zibaldone&lt;/b&gt;:&lt;blockquote&gt;La ragione senza notizia del sistema del bello, delle illusioni, entusiasmo ec. e di ciò che spetta allimmaginazione e al cuore, è essa medesima unillusione, e unartefice di mitologia, come lo sono le dette cose. Bensì di una bruttissima, e acerbissima mitologia. La stessa essenziale inimicizia della ragione colla natura, la pone in necessità di perfettamente conoscerla, il che non si può senza sentirla. Come può ella combattere un nemico che non conosca punto? Ora la natura in quanto natura è tutta quanta essenzialmente poetica. Da che natura e ragione sono nemiche per essenza, luna dipende o è legata essenzialmente collaltra, come lo sono tutti i contrari; e non si può considerar luna isolatamente dallaltra. O piuttosto non si può considerar la ragione staccatamente dalla natura (bensì al contrario) perchè la ragione sebbene nemica, è posteriore alla natura, e da lei dipendente, ed ha in lei sola il fondamento e il soggetto della sua esistenza, e del suo modo di essere.&lt;/blockquote&gt;E proprio questo lo sforzo dei romanzieri storici contemporanei, da noi: non costruire una mitologia bruttissima e acerbissima. Ed è solamente sentendo appropriatamente il fondamento e il soggetto della nostra esistenza che si può procedere a una esplorazione e a uno sfondamento dellimmaginario.
Ora, che un atteggiamento di &lt;i&gt;identificazione &lt;/i&gt;e &lt;i&gt;dissoluzione &lt;/i&gt;della storia, senza paturnie religiose di nessun tipo e senza teleologie estranee allumano, in lotta piuttosto con lantiumano che si manifesta &lt;i&gt;qui e ora&lt;/i&gt;, venga tacciata di postmoderno è addirittura paradossale. Loperazione di Umberto Eco è postmoderna allitaliana: questa credenza che esista un postmoderno italiano. Il &lt;i&gt;postmodernism&lt;/i&gt;, in Italia, è una stagione che è saltata: sfido qualunque critico a dimostrarmi il contrario. Si è installata, al suo posto, una stagione di sfida tra lavanguardia storica e la produzione per contaminazione di generi o per controllo petrarchesco, che si riassume tutta nellaffermazione epistolare di Calvino, recentemente riportata sulle pagine del &lt;i&gt;Corsera&lt;/i&gt;: Ora sono capace di fare tutto. Il problema è: cosa &lt;i&gt;voglio &lt;/i&gt;fare?. Un mentalismo che ha la sua sintesi migliore nellartefazione del multilivello superfinzionale de &lt;b&gt;Il nome della rosa&lt;/b&gt;. Mentre, però, Eco usa la storia come maschera, ne sorride creando una distanza, i romanzieri contemporanei che ho citato non fanno un simile uso della e non pongono distanza con la storia. Se sembra che contaminino, vorrei che si allargasse la definizione di postmoderno allinvenzione del romanzo epistolare, alla costruzione di un romanzo del sé di 2500 pagine, ai &lt;b&gt;Promessi sposi &lt;/b&gt;che includono grida o al Caproni del &lt;b&gt;Conte di Kevenhüller &lt;/b&gt;o allo Zanzotto di &lt;b&gt;Fosfeni&lt;/b&gt;, per venire ai tempi nostri (sono due opere poetiche narrative allo stato puro...). La contaminazione e luso ironico dei materiali, il livello linguistico come piano ultimativo della narrazione furono già denunciati come categorie risibili dal Fortini di &lt;b&gt;Verifica dei poteri&lt;/b&gt;. Che a oggi si continui a perpetuare questa leggenda del postmoderno in Italia (quando il &lt;i&gt;postmodernism &lt;/i&gt;è Eliot, anzitutto: e va interpretato come ricerca del tragico -  la &lt;b&gt;Waste Land&lt;/b&gt;, con la sua prechiusa Shall I at least set my lands in order?, corrisponde perfettamente al movimento di marea nellultimo passo citato da Scurati) è ridicolo e imbarazzante  aveva ragione Fortini, che peraltro non poteva cogliere, se non con malcelato sdegno, la definitiva separazione del dispositivo metafisico da quello religioso, del sé dallio  che è lopera tutta che accade nel romanzo storico contemporaneo alle nostre latitudini, esattamente come accadeva ai tempi di Zola (che &lt;i&gt;faceva mitologia &lt;/i&gt;e viene tuttora scambiato per una specie di chirurgo positivista &lt;i&gt;à la &lt;/i&gt;Durkheim), del quale Deleuze scriveva in &lt;b&gt;Logica del senso&lt;/b&gt;:&lt;blockquote&gt;Lincontro tra listinto e loggetto forma unidea fissa, non un sentimento. Se Zola romanziere interviene nei suoi romanzi, è innanzi tutto per dire ai lettori: attenzione, non crediate che si tratti di sentimenti. [...] Se in Zola lincontro tra listinto e il suo oggetto non riesce a formare un sentimento, ciò avviene sempre perché esso si forma sempre al di sopra dellincrinatura, da un bordo allaltro. Lesistenza dellincrinatura è causa del grande Vuoto interiore. Tutto il naturalismo acquista allora una nuova dimensione.&lt;/blockquote&gt;Ecco lo sguardo critico che viene invocato. Senza questo sguardo non è possibile penetrare fino alle fondamenta la costruzione dellempietà apsicologica di Eymerich, lepifania de Le Grand Diable in &lt;b&gt;Manituana&lt;/b&gt;, il percorso iniziatico (di fuga dai molti verso il due e poi il solo sé) di Jacopo in &lt;b&gt;Una storia romantica&lt;/b&gt;. Ed è il medesimo sguardo che deve osservare lintento più fondante dei grandi lavori di &lt;i&gt;faction &lt;/i&gt;che stanno emergendo in questi anni italiani: dalla madre di questa progenie, che è la Janeczeck di &lt;b&gt;Cibo &lt;/b&gt;(nella sua appendice sconvolgente sulla sindrome da mucca pazza) al Saviano di &lt;b&gt;Gomorra &lt;/b&gt;a quellautentico dissesto politico e individuale che è &lt;b&gt;Sappiano le mie parole &lt;/b&gt;di sangue di Babsi Jones.
Se non si parte da questo sforzo di costruzione di una mitologia tragica che coincide con il reale, non si comprende nulla di quanto sta accadendo alla narrazione contemporanea. Fino a questo momento è toccato agli scrittori vestirsi della marsina del critico: quanto qui scritto, in fine, coincide con le tesi anticipate da Alessandro Zaccuri nel suo illuminante saggio &lt;b&gt;Il futuro a vapore  LOttocento in cui viviamo &lt;/b&gt;(laddove si legge, peraltro, la più penetrante interpretazione del fantasy-western, ma in realtà romanzo storico, &lt;b&gt;Antracite&lt;/b&gt;, di Valerio Evangelisti). Non è un caso che il romanzo che Zaccuri ha fatto seguire a quel saggio, &lt;b&gt;Il signor figlio&lt;/b&gt;, assuma su di sé le medesime strategie di &lt;b&gt;Una storia romantica &lt;/b&gt;di Scurati, facendo rivivere in ucronia Giacomo Leopardi, pur di arrivare ad abissi che prima sono personali e poi sono talmente personali da risultare universali: il rapporto &lt;i&gt;Padre-Figlio&lt;/i&gt; raggiunge intensità tragiche.
E sotto questo segno che limmagineria storica letteraria sta ribaltando, che sia intercettata dai critici o meno non importa, la nostra narrativa. Il segno preciso che graffia la storia, il compito stesso della letteratura. Per dirla ancora con Leopardi, per dirla in traduzione ottocentesca in omaggio a quanto compiuto da Scurati: Ma ben veggior sì come al popol tutto | Favola fui gran tempo. Questo detto equivoco spalanca il futuro. La favola è una favola falsa che si smaschera (letimologia dichiarata da Leopardi è: favella, chiacchiera). Tuttavia ciò che importa è il popolo tutto e la favola che l&lt;i&gt;io &lt;/i&gt;fu, ma ciò che si racconta continuerà a essere.

PS. Da due lettori mi arriva un appunto e, scoraggiato, rispondo. Nel periodo di chiusura di questo intervento, che non è un saggio accademico, cito un commento etimologico leopardiano dallo Zibaldone, su versi del celeberrimo primo sonetto del Canzoniere petrarchesco: Ma ben veggior sì come al popol tutto | Favola fui gran tempo. I versi sono di Francesco Petrarca, ovviamente, immaginiamo se li confondo con versi leopardiani. Ma in Zibaldone/1917, Leopardi commenta circa un&apos;evoluzione della lingua e della struttura che si attaglia alla perfezione su quanto sto affermando circa la critica che non vede il discorso che ho tentato di evidenziare nel pezzo. Ecco infatti come commenta, testualmente, l&apos;autore dello Zibaldone:&lt;blockquote&gt;E pur questa frase potè ben essere molto, se non altro usitata, anche nel parlar latino, dove sappiamo che &lt;i&gt;fabulare&lt;/i&gt;, e &lt;i&gt;fabula &lt;/i&gt;si adopravano comunemente per &lt;i&gt;parlare chiacchierare&lt;/i&gt;, giacchè nè derivato il nostro &lt;i&gt;favellare &lt;/i&gt;e &lt;i&gt;favella&lt;/i&gt;, e lo spagnuolo &lt;i&gt;fablar&lt;/i&gt;, oggi &lt;i&gt;hablar&lt;/i&gt;. Ma &lt;i&gt;favola &lt;/i&gt;in nostra lingua oggi non vuol dir propriamente altro che &lt;i&gt;novella falsa&lt;/i&gt;; ondè che presa questa voce nel detto senso riesce elegantissima e di più riceve presso noi unintelligenza quanto significativa, tanto diversa da quella che le davano i latini nella frase simile, dove usurpavano &lt;i&gt;fabula&lt;/i&gt;, per &lt;i&gt;favella &lt;/i&gt;o &lt;i&gt;ciancia&lt;/i&gt;.&lt;/blockquote&gt;Ciò che definitivamente è rivolto ai critici non è il sospetto che si assumono di un mio svarione, bensì un accorato appello a meditare profondamente cosa intenda Leopardi con il suo excursus etimologico, in particolare al punto finale: &quot;ondè che presa questa voce nel detto senso riesce elegantissima e di più riceve presso noi unintelligenza quanto significativa&quot;: il che dovrebbe costringere suddetti critici ad asserire rigorosamente che Leopardi approva e imprime uno slancio a una supposta poetica del postmoderno - il che, va da sé, è ridicolo.</text_more></entry>
<entry id='2407' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2407' author_id='4' authored_on='20071011030737' basename='la_falsa_moralit_della_legge' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071011030737' modified_on='20071011030737' ping_count='0' status='2' title='La falsa moralità della legge' week_number='200741'><text>di &lt;a href=&quot;http://noswift.org&quot;&gt;Blackswift&lt;/a&gt;

&lt;img alt=&quot;Milano11marzo2006manifesto.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Milano11marzo2006manifesto.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;171&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Il principio più importante su cui si costruisce molta dell&apos;offensiva culturale e politica della destra moderna è la confusione. Una confusione scientifica tutta mirata a mistificare concetti tutto sommato semplici, ma che con un ragionevole impegno dialettico possano essere vòlti ai propri fini. 
Sempre più spesso violenza e sicurezza diventano binomi inscindibili: più sicurezza, meno violenza; più violenza, meno sicurezza. Basta una pennellata al contorno per far diventare la sicurezza non quella di una vita dignitosa e della propria libertà, ma quella dell&apos;esercizio arbitrario dei poteri di repressione e di controllo, nell&apos;illusione che alimentare la pressione in una pentola sigillata non la faccia esplodere ma ne dissipi il potenziale distruttivo. 
E la violenza diventa quella rappresentata delle curve dello stadio o di una piazza in cui brucia una piccola barricata.</text><text_more>Puntare i fari in quest&apos;ultimo caso è facile e fa spettacolo, malgrado i protagonisti, e consente di dimenticare la violenza che ogni giorno ci priva di un pezzetto di dignità, quella che rende possibile al datore di lavoro di mia madre di metterla in una scrivania faccia al muro dopo 40 anni di lavoro. 
L&apos;immagine è tutto, e manipolare i termini del tessuto sociale è un elemento primario nella possibilità di dominarlo. La destra l&apos;ha capito subito e se da un lato si è attrezzata con un impero mediatico, dall&apos;altra ha lavorato ai fianchi le menti delle periferie, convincendole che la loro vita quotidiana era sbagliata, e che dovevano fare di tutto per sconfiggere il nemico  senza specificare quale. 
Così ritrovo ex banditi che al bar invocano l&apos;intervento della polizia contro i rom e i barboni, oppure gente che contrabbanda qualsiasi cosa che si lamenta dei criminali. Come se non fossero loro. Come se non fossimo noi. Come se il problema non stesse da un&apos;altra parte: nella barbarie della vita moderna e dei suoi interpreti principali.

La sinistra su questo terreno parte in ritardo, e negli ultimi anni la corsa a fare la fotocopia sbiadita della destra è qualcosa che fa sorgere sempre un sentimento a metà tra la compassione e il ribrezzo. Viene da chiedersi se le persone che si definiscono di sinistra ce l&apos;abbiano mai avuta una idea delle parole e di come sono state usate nel tempo.

L&apos;altro binomio cavalcato da tutto il blocco d&apos;ordine (così qualcuno l&apos;ha definito in maniera interessante a un recente incontro) è Morale e Legge. Qualche vecchia volpe diceva che la legge è l&apos;ipostatizzazione della realtà, ovvero che la legge contribuisce a regolare gli usi e i costumi della società che regola, dopo che questi si sono lentamente consolidati. In realtà nel moderno mondo di cristallo delle false realtà immaginarie, la legge è la tutela della morale, l&apos;ago della bilancia di ciò che è giusto e sbagliato, l&apos;esatto opposto. Con un breve artificio retorico, il mondo si è rovesciato. 
Il risultato diretto di tutto questo è che la legge viene usata come una sorta di maglio moralizzatore che dovrebbe mostrarci chiaramente i buoni e i cattivi, evitandoci di pensare. Peccato che poi esistano persone e istituzioni (buone o cattive chi lo sa?) che definiscono l&apos;uso della legge, e se non è il comune consenso civile a definire come farlo, quali sono i principi che li muovono? E&apos; la risposta a questa domanda la più scomoda di tutte, perché la risposta è: la conservazione di una élite dominante e di una popolazione docile al sopruso.

L&apos;11 marzo un gruppo di 200-300 persone circa ha cercato di impedire che circa mille neofascisti sfilassero nel centro della città di Milano. Lo ritenevano sbagliato, perché conservano ancora il ricordo di quanto ha significato per tutti noi la Guerra di Liberazione  anche se pare sia un po&apos; fuori moda, come testimoniano le uscite della sindaca Moratti sulle lapidi o la libertà d&apos;azione che un gruppo di naziskin ha di accerchiare e sfottere un ex partigiano di 84 anni. 
Non riuscendo a raggiungere il corteo dei neofascisti per l&apos;imponente schieramento di polizia in piazza Oberdan (Porta Venezia), i presenti hanno eretto delle barricate e ingaggiato un rapido scambio di lanci con le forze dell&apos;ordine (durato in tutto 30 minuti). Durante la carica che ne è seguita, le forze dell&apos;ordine hanno arrestato 45 persone: un terzo di queste, dopo aver fatto qualche giorno in carcere, sono state rilasciate perché non c&apos;entravano nulla  con gli eventi; un&apos;altra decina sono state assolte perché non vi era una sola prova che avessero fatto alcunché;  diciotto di questi sono stati condannati a 4 anni (ovvero 8, ridotti a 6 per le attenuanti e a 4 per il rito abbreviato) per devastazione e saccheggio (art. 419 c.p.). Per questi ultimi l&apos;accusa ha trovato almeno una foto che li ritrae travisati in piazza (notare che sono stati sparati decine di lacrimogeni e che anche le persone intorno che curiosavano avevano davanti al volto sciarpe e foulard per proteggersi dai fumi tossici). Solo due o tre di questi sono protagonisti di immagini in cui lanciano uno o due sassi. Nessuno di costoro si e&apos; reso protagonista di incendi, di lancio di razzi, o di lancio di bombe carta imbottite di chiodi (che non ci sono mai state, dato che la foto a cui viene associata questa affermazione della polizia è in realtà il tipico cartone in cui ti vendono i chiodi a tre punte in un qualsiasi ferramenta). Quattro anni di condanna per essere presenti a una manifestazione in difesa della memoria antifascista di una città che degenera. I naziskin che hanno accoltellato quattro persone fuori dal centro sociale  Conchetta di Milano (di cui due ridotte in fin di vita) hanno visto in appello derubricato il tentato omicidio per il reato di lesioni: due anni con la condizionale. Forse l&apos;indicazione è: smettetela di giocare e datevi sul serio alla barbarie. Dovremmo tenerne conto.

La legge è la misura di una falsa moralità che si nasconde dietro giudici e pm per non dover affrontare i contrasti di cui la vita quotidiana è composta, conflitti necessari per sopravvivere. Allora i giudici e i procuratori diventano lo strumento di un nuovo status quo, in cui è la legge a decidere cosa è giusto e cosa no, e non la convivenza tra le persone e il loro contratto sociale. 
E&apos; facile per tutti tapparsi le orecchie e non accorgersi che a pagare sono sempre gli stessi, quelli che ancora non hanno capito che la compatibilità è il bene più prezioso, anche a scapito di ciò che reputiamo giusto. 
In occasione del processo contro i 29 imputati per devastazione e saccheggio per i fatti dell&apos;11 marzo, complici le elezioni e un sempre più spinto moralismo che confonde violenza e sicurezza, barbarie e legalitarismo, nonché la contemporaneità delle elezioni comunali, nessuno ha avuto la coscienza di affermare che l&apos;uso politico dei reati del codice penale è ormai totalmente fuori controllo. Il comitato dei genitori e i pochi che si sono spesi per difendere le persone accusate sono stati lasciati sostanzialmente da soli, mentre 27 persone (di cui poi 9 assolte) passavano mesi in galera. 

Ora, in teoria, sarebbe passato del tempo. Non ci sono più le elezioni. Non c&apos;è più lo shock mediatico di mezza barricata che brucia in mezzo alle vetrine di Milano. Non ci sono più mostri, non ci sono più convenienze e opinionisti improvvisati che mettano tutto insieme in unico calderone di violenza, a cui rispondere con la mania securitaria, per il quale lasciare che la legge regoli il nostro senso di giustizia e dignità. Ora non c&apos;è più nulla di tutto questo, ed è il tempo di rivedere libere persone che abbiamo immolato al nostro finto senso di tranquillità e al nostro desiderio di credere disperatamente alla rappresentazione della realtà che media e politicanti ci presentano, dimenticandoci quanto è diversa da quella che viviamo tutti i giorni e che loro ignorano.

Invece, durante la prima udienza d&apos;appello il Sostituto Procuratore Generale di Milano ha chiesto la conferma della pena per i condannati, senza smorzare minimamente l&apos;impianto accusatorio che pareva vagamente ispirato dal circo mediatico che si era creato un anno e mezzo fa. 
Così, grazie a informative, documenti della polizia, dei carabinieri, ancora i Ris, i giudici, così come già a Genova, si apprestano a dare la loro versione della storia. Una versione, una verità che, anziché essere considerata solo una delle tante verità, spesso viene ripresa anche dai media, dai giornalisti, dagli scrittori, come quella &quot;vera&quot;.
Ne abbiamo visti di addetti all&apos;informazioni aggirarsi per le aule di tribunale sempre molto eccitati - e acritici - di fronte a materiale con la dicitura &quot;Questura&quot;, &quot;Uffici della Digos&quot;, così segreti, così proibiti, forse. Li abbiamo visti e sentiti mentre pontificavano e usavano questo materiale per scrivere la storia per le masse, riprendendo una versione dalla storia decisa da una ben specifica parte sociale. 
La storia non è quella scritta negli uffici, nè quella scritta dai giudici. &quot;La storia siamo noi&quot;, ma forse anche queste parole, così esaltate ipocritamente anni fa, oggi non sono più spendibili politicamente.

</text_more></entry>
<entry id='2408' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2408' author_id='4' authored_on='20071012034413' basename='desaparecido_ad_haiti_noto_difensore_dei_diritti_umani' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071012034413' modified_on='20071012035014' ping_count='0' status='2' title='&quot;Desaparecido&quot; ad Haiti noto difensore dei diritti umani' week_number='200741'><text>di &lt;b&gt;Alma Giraudo&lt;/b&gt; (da &lt;a href=&quot;http://www.selvas.org/newsHA0307.html&quot;&gt;www.selvas.org&lt;/a&gt;)

&lt;img alt=&quot;Lovinsky.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Lovinsky.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;140&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;[Di Haiti, in Italia, si parla pochissimo, dopo che un colpo di Stato, il 29 febbraio 2004, ha abbattuto il governo del presidente legittimo Jean-Bertrand Aristide. E non c&apos;è interesse a parlarne, dato che il golpe fu attuato dagli Stati Uniti con l&apos;avallo dell&apos;Unione Europea, Italia inclusa (vedi &lt;a href=&quot;http://www.selvas.org/newsHA0206.html&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;). Aristide fu rapito dai marines e condotto a forza nella Repubblica Centrafricana, mentre oggi si trova in Sudafrica. Seguirono massacri e stupri, nonché la persecuzione dei suoi seguaci veri e presunti. Tra questi lo psicologo Pierre-Antoine Lovinsky, di cui Alma Gribaudo, creatrice di un &lt;a href=&quot;http://www.aristide-haiti.it/&quot;&gt;sito&lt;/a&gt; in italiano su Aristide, narra la storia forse tragica.] (&lt;b&gt;V.E.&lt;/b&gt;)

Dal 12 agosto non si hanno più notizie di uno dei più noti attivisti per i diritti umani e fondatore della Fondasyon Trant Septanm (Fondazione trenta settembre) Pierre-Antoine Lovinsky.
Dopo aver trascorso una settimana lavorando con le associazioni Projet Prioritaire Haïtien e Fondasyon Mapou è svanito nel nulla. La sua auto è stata ritrovata nella notte tra il 12 ed il 13 agosto nel sobborgo di Delmas (Port-au-Prince): al suo interno tracce di sangue.</text><text_more>La richiesta di riscatto di 300.000 dollari che ha ricevuto la famiglia dopo pochi giorni ha tutta l&apos;aria di essere un depistaggio: nessuno ha fornito prove che Pierre-Antoine sia ancora vivo e nessuno, dopo quella telefonata, si è più fatto sentire.

Pierre-Antoine Lovinsky è un esponente di spicco del movimento Lavalas: psicologo, dopo aver lavorato a programmi di alfabetizzazione con i bambini di strada degli slum di Port de Paix si è trasferito nella capitale creando organizzazioni come Fondsayon Kore Timoun Yo per i bambini di strada di Port-au-Prince, Foyer pour Adolescentes Mère, un centro per madri adolescenti e Map Vivre (Io vivo), un programma per offrire supporto psicologico e medico alle vittime del colpo di stato contro Aristide del 1991.
Comprendendo però che non era sufficiente offrire supporto medico-psicologico, ha creato la Fondasyon Trant Septanm (dalla data del golpe del 1991) per affrontare le problematiche sociali economiche e politiche alla radice della sofferenza delle vittime sia del golpe del 1991 sia quello del 2004.

Pierre-Antoine, molto noto e ascoltato fra l&apos;immensa popolazione povera di Haiti, così come all&apos;estero, ha sempre fortemente criticato l&apos;occupazione militare, prima da parte degli USA, Canada e Francia (ai quali si era aggiunto il Cile), poi da parte dell&apos;ONU. Ha organizzato ed ha partecipato a tante manifestazioni contro il regime golpista e l&apos;occupazione militare del suo Paese: l&apos;ultima il 28 luglio. Ha inoltre partecipato ad incontri e manifestazioni negli Stati Uniti contribuendo a far conoscere in quel Paese la realtà Haitiana e le responsabilità del governo nord americano.

Pierre-Antoine è sopravvissuto agli anni violenti della dittatura militare 1991-1994 e ai giorni terribili prima e dopo il 29 febbraio 2004, (sfuggendo ai golpisti che lo volevano uccidere), data dell&apos;ancora più brutale colpo di stato che ha aperto la strada al violento regime di Gerard Latortue, sostenuto e consigliato da USA, Canada, Unione Europea.
Purtroppo il suo impegno e coraggio sono stati fermati adesso, in questo periodo difficile susseguente al regime di Latortue, che vede la presenza di dubbi personaggi che circolano per il Paese indisturbati approfittando della debolezza della polizia haitiana e della (nella migliore delle ipotesi) indifferenza della forza ONU.

Gravi e inquietanti dubbi
Quello di Pierre-Antoine appare come un chiaro sequestro politico e vi sono ben poche speranze di riuscire a sapere cosa gli sia successo: leggendo la sua ultima intervista, rilasciata a marzo, risulta evidente quanti (e chi) lo volessero far scomparire per sempre (l&apos;intervista è riportata &lt;a href=&quot;http://www.haitiaction.net/News/HIP/2_18_7/2_18_7.html&quot;&gt;qui&lt;/a&gt; e &lt;a href=&quot;http://www.haitiaction.net/News/HIP/3_4_7/3_4_7.html&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;).

Il commissario di polizia Frantz Thermilus, denunciando anche una certa inettitudine e contraddizioni nell&apos;operato della polizia giudiziaria, ha diffuso le foto assai inquietanti di una persona, un bianco con gli occhiali scuri, appoggiato a un&apos;auto dell&apos;ONU ed attorniato da caschi blu, con lo scopo di identificarlo ed interrogarlo, sospettando un suo coinvolgimento nel sequestro

Queste foto (visibili sul sito &lt;a href=&quot;http://www.selvas.org/newsHA0307.html&quot;&gt;www.selvas.org&lt;/a&gt;) sono state scattate il 10 agosto a Cap Haitien da un membro della delegazione che stava lavorando con Lovinsky. Il membro della delegazione riferisce che quando Lovinsky ha visto questo personaggio si è velocemente allontanato per non essere visto, fortemente preoccupato per la propria vita. Successivamente ha spiegato alla delegazione che quest&apos;uomo faceva parte del personale dell&apos;ambasciata statunitense, senza fornire purtroppo ulteriori dettagli.

Sebbene sia ormai trascorso più di un mese e mezzo e nonostante quest&apos;uomo si trovasse presso una base ONU e circondato dai soldati, non si conosce ancora la sua identità: eppure identificarlo sarebbe molto importante.

</text_more></entry>
<entry id='2409' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2409' author_id='12' authored_on='20071014161800' basename='allegoria_e_guerra_in_300_di_wu_ming_1' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071014161800' modified_on='20071015012027' ping_count='0' status='2' title='Allegoria e guerra in &quot;300&quot; - di Wu Ming 1' week_number='200742'><text>&lt;div align=&quot;center&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;Virile digrignar di denti&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/300_teeth.jpg&quot; width=&quot;317&quot; height=&quot;236&quot; border=&quot;0&quot; /&gt;&lt;/div&gt;

Nel periodo maggio-ottobre 2007 l&apos;mp3 della mia &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2007/05/002226.html&quot;&gt;&quot;LEZIONE SU 300&quot;&lt;/a&gt; è stato scaricato all&apos;incirca 8000 volte e fin dai primi giorni ha suscitato reazioni contrapposte. 
Poco dopo la messa on line ho riletto i miei appunti sul film e, tenendo conto anche delle varie reazioni e discussioni, ho scritto un testo più approfondito, in seguito pubblicato sulla rivista di cinema e audiovisivi del Dams di Torino (&lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.carocci.it/carocci/servlet/LoadPageNet?page=71&amp;init=sec&amp;act=rivista_uscita&amp;cod=40&amp;cod_riv=288&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&quot;La valle dell&apos;Eden&quot;, anno IX, n.18&lt;/a&gt;, dossier su &quot;Cinema e televisione negli Stati Uniti dopo l&apos;11 Settembre&quot;, a cura di Giaime Alonge e Giulia Carluccio). 
Poiché nel frattempo il film è uscito in DVD e sta incontrando un pubblico che non lo aveva visto in sala, mi è parso giusto tornare, il più indelicatamente possibile, su quel &quot;luogo del delitto&quot; che è la terra del mito tecnicizzato, e mettere a disposizione il mio saggio. Buona lettura.

&lt;p&gt;&lt;div align=&quot;right&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt;&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com/italiano/outtakes/allegoria_e_guerra_in_300.htm&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;CONTINUA A LEGGERE &quot;ALLEGORIA E GUERRA IN &lt;/i&gt;300&lt;i&gt;&quot;&lt;/a&gt;&lt;/i&gt;&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
</text></entry>
<entry id='2410' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2410' author_id='4' authored_on='20071016030524' basename='lamborghini_119_' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071016030524' modified_on='20071016030524' ping_count='0' status='2' title='Lamborghini 11.9 ' week_number='200742'><text>di &lt;b&gt;Saverio Fattori&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;LamborghiniReventon.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/LamborghiniReventon.jpg&quot; width=&quot;125&quot; height=&quot;83&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Ero ancora al lavoro, alcune informazioni confuse iniziavano a penetrare i muri della fabbrica. Claudio mi raggiunse al telefono. Non ricordo se armeggiavo già con telefonini o se presi la telefonata da un fisso aziendale. Aveva tutti i numeri degli uffici, eravamo stati colleghi per diversi anni, fino a quando non era evaso dal &lt;i&gt;mondo operaio&lt;/i&gt; per il &lt;i&gt;mondo operoso&lt;/i&gt; dellimprenditoria. Mi assalì come una tempesta:

&lt;i&gt;- Siete contenti adesso? Hai visto cosa hanno fatto i tuoi amici? Hai visto la televisione? Esci da quel buco di merda e vai a vedere coshanno fatto i tuoi amici.&lt;/i&gt;

Non capivo. Le voci di cui ero a conoscenza fino a quel momento facevano riferimento a disastri colposi, incidenti aerei in incredibile successione. Non capivo, ma una nube di imprecisati sensi di colpa elettrizzò laria attorno al mio cervello, dandomi una coscienza remota di eventi che ancora non potevo focalizzare.</text><text_more>Claudio era dotato di una forza istintiva ma razionale. Era una specie di trasgressivo nella tradizione padana. Soldi, figa, famiglia, motori. Claudio era un &lt;i&gt;fascio naturale&lt;/i&gt;. Pragmatico e manicheo, muscolare, poco disponibile alla mediazione intellettuale. Intelligenza pratica da gran lavoratore, dotato per tutto ciò che poteva fornire denaro e benefici connessi. Innegabili doti di comunicatore. Talentuoso narratore di aneddoti.
La nostra strana amicizia ripercorreva i meccanismi della coppia de &lt;i&gt;Il sorpasso&lt;/i&gt; di Risi. Ingordo di vita lui, riflessivo e bloccato io. Naturalmente scopava più di me. E questo mi dispiaceva. Sulla figa, ero daccordo anche io.
Claudio è lunico fascio che ho frequentato. In realtà, in fabbrica tutti si dichiarano fascisti. Votano a destra, ma confondono lignoranza pura, il qualunquismo, la pigrizia mentale, il conformismo, la video-dipendenza e altri rivoli di devianza, per unidentità politica riconosciuta e riconoscibile. Claudio invece, era inequivocabilmente un vero fascista. Fosse nato qualche decennio prima, non avrebbe rinnegato nulla dopo Piazzale Loreto. Sapevo riconoscere i sintomi, i tic, le caratteristiche intrinseche che esondavano dal personaggio per non lasciarmi dubbi.
Penso a Eddie Florio di &lt;i&gt;Noi saremo tutto&lt;/i&gt;, non mi riferisco naturalmente ad atti delittuosi.
Piangeva al telefono. Era davanti alla televisione.

&lt;i&gt;-Non è rimasto nulla.&lt;/i&gt; 

Non ricordo cosa balbettai a mia discolpa. Non conosco piloti acrobatici. Mi sono indifferenti anche le Frecce Tricolori. Non giustifico, ma capisco che si possa (non si debba) pensare di colpire individui ben identificati per ragioni strategiche. In linea teorica. Lassassinio indiscriminato di moltitudini in assembramento casuale è altra merce. Lesclusiva di questo tipo di operazione è storicamente associabile (almeno dalle nostre parti) alle forze a cui si richiama Claudio. Come facevo a spiegarglielo al telefono? In quel pomeriggio convulso, potevo convincerlo consigliandogli testi di saggistica o storia? Maccheccazzo

&lt;i&gt;- È finito tutto. Avete distrutto tutto&lt;/i&gt;

Claudio si riferiva alleconomia mondiale. Alle azioni che in quel momento possedeva, intendo. E intendeva. Oggi sappiamo che non era finito nulla e che le guerre future avrebbero cercato di rimettere in moto lindustria americana in difficoltà, alle prese con nuovi competitori. Cera perfino chi aveva fatto investimenti sospetti e profetici 
Ho visto poche volte Claudio dopo il suo licenziamento. Mi arrivano alle orecchie storie pirotecniche sul suo conto. Oggi so che Claudio ha cambiato la Porsche. Per un Lamborghini. Nero. A ridosso del sesto anniversario delle Torri Gemelle. 
Non è finito nulla l11 Settembre 2001. Non é cambiato nulla.
In realtà stava iniziando qualcosa di inesplorato o questo &lt;i&gt;qualcosa&lt;/i&gt; aveva ricevuto una carica propulsiva insperata. Lo sceriffo Bush sarebbe partito da quel vuoto nel cuore di New York per gestire la sua teocrazia contro le altre teocrazie mondiali. Per dare di nuovo unidentità a Claudio e a me. Per non lasciarci orfani dopo la caduta del muro di Berlino. Per ridefinire i canoni del bene e del male. 
Del Rosso e del Nero. 
Come se ce ne fosse bisogno. Io, con la mia Polo Diesel del 98 dal rumore di un &lt;i&gt;trattore&lt;/i&gt; Lamborghini. Non era finito nulla. Non era cambiato nulla. 
&lt;i&gt;Cambiare tutto per non cambiare niente&lt;/i&gt;.
Al solito.

</text_more></entry>
<entry id='2411' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2411' author_id='4' authored_on='20071017033030' basename='guai_a_chi_ci_tocca' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071017033030' modified_on='20110324015508' ping_count='1' status='2' title='Guai a chi ci tocca' week_number='200742'><text>di &lt;b&gt;Francesco Lo Duca&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;FrancescoLorusso.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/FrancescoLorusso.jpg&quot; width=&quot;125&quot; height=&quot;83&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;[La ricorrenza del &apos;77 ha causato l&apos;uscita di numerosi libri di vario interesse, tra cui opere di narrativa. Abbiamo già segnalato l&apos;eccellente &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2007/06/002286.html#002286&quot;&gt;Insurrezione&lt;/a&gt; di Paolo Pozzi. Altrettanto vero e avvincente mi pare un romanzo di Francesco Lo Duca, &lt;i&gt;Guai a chi ci tocca&lt;/i&gt;, ancora in cerca di un editore. Lo Duca, militante libertario, partecipò al &apos;77 bolognese da protagonista. Lo racconta senza infingimenti, con profondo realismo e un costante senso dell&apos;humour. Riporto, del suo lavoro, il primo capitolo, in cui l&apos;uccisione di Francesco Lorusso, l&apos;11 marzo, è narrata da uno che vi assistette. Mi auguro che un romanzo così non rimanga inedito a lungo, se non altro per il suo valore storico.]  (&lt;b&gt;V.E.&lt;/b&gt;)

Caterina è già in piedi da tre ore, quando decide di rompere gli indugi e aprire la porta della caverna.   
Il rumore dellaspirapolvere e la luce del giorno irrompono violentemente nellambiente pregno di una puzza solida, quasi corporea fatta di fumo, di piedi marci e chissà che altro.
Un lamento sepolcrale promana dallintrico di coperte che sembra appena uscito dalla centrifuga.       </text><text_more>- Ma che cazzo!! Non si può mai dormire in questa casa. Cosè sto casino? Sembra di essere in un cantiere -
La santa donna rimane interdetta per qualche istante; annichilita, come sempre, dalla faccia tosta di quel figlio &lt;i&gt;fancazzista&lt;/i&gt; ideologico, tiratardi recidivo e pure un po drogato, ma solo nel tempo libero.
- Oh, Oh! Giovanotto! Sono quasi le dieci e io sgobbo da tre ore. Ma tu allUniversità non hai mai lezione? Dai, alzati che la colazione è pronta da secoli e ti voglio fuori dalle scatole entro 30 minuti. Qui cè gente che lavora-
Grugniti animaleschi sottolineano la contrarietà di Rocco per quella levataccia quasi ancora nel cuore della notte.
In tre minuti si lava e si veste, ingolla un caffè e mezzo biscotto, mentre la radio in sottofondo diffonde la cantilena di Alla fiera dellEst di Branduardi, bacia la &lt;i&gt;mamma&lt;/i&gt; e schizza fuori. Un salto veloce a recuperare dallimbosco un mezz etto di fumo che deve portare in una casa di compagni del collettivo di Giurisprudenza in Via Del Carro. 
Ventotto minuti dopo essersi svegliato il rombo dello scarico diretto del Ducati scrambler copre gli improperi di Egidio, il salumiere allangolo.
&lt;i&gt;Fanculo, bottegaio di merda&lt;/i&gt; lusuale ma opportunisticamente inespresso pensiero che ogni giorno, immancabilmente, accompagna la partenza di Rocco e gli improperi del salumaio.
La strada scorre mentre Rocco distrattamente lancia occhiate a destra e a manca, quasi a volere controllare che tutto sia ancora al suo posto, come ieri, oppure che qualcosa di particolarmente schifoso sia sparito nel nulla e per sempre.
Sui muri della piazzetta di fronte al supermercato PAM resistono due scritte rassicuranti: CONTRO IL CAPITALE LOTTA CRIMINALE firmata con una stella a cinque punte e RIPRENDIAMOCI CIO CHE PRODUCIAMO con in calce la A cerchiata.
&lt;i&gt;Se fosse stato per me avrei scritto direttamente BOMBE, SANGUE, ANARCHIA così il messaggio era chiaro e vaffanculo&lt;/i&gt;. Pensieri in libertà di chi si è svegliato male.  
Piazza Verdi è in piena attività. Gruppi di studenti bivaccano esausti dopo le prime ore di lezione. Il bar Piccolo dalle prime luci del giorno mesce litri di prosecco e aperitivi della casa al proletariato giovanile assetato che alle undici del mattino mostra già evidenti segni di astinenza etilica; le cucine del Cantunzén emanano effluvi odorosi di lusso, da 20 sacchi al piatto - Bastardi - le due aule occupate pullulano.
Dal Bunker, covo degli autonomi di Rosso, entrano ed escono nugoli di kinder-truppen con aria cospirativa, tutti concentrati sulla linea appena ricevuta per la manifestazione nazionale dellindomani a Roma.  
La scadenza è stata lanciata da tempo. Dalla fine di febbraio il movimento si era esteso a livello nazionale. Moltissime erano le scuole medie superiori e le facoltà universitarie occupate o in stato dagitazione permanente. Si tenevano forme di autogestione e studio collettivo sulle parole dordine del movimento incentrate contro la politica dei sacrifici, la gestione dellordine pubblico, la ricomposizione di classe che per la prima volta contrapponeva i lavoratori garantiti alle nuove figure di proletari che entravano in fabbrica senza tutele né prospettive occupazionali stabili. Gli studenti, dal canto loro, giudicavano la scuola e lUniversità una sorta di area di parcheggio il cui sbocco erano precarizzazione e sottoccupazione.
Il 5 marzo a Roma cera stata la manifestazione per Panzieri, condannato a nove anni di galera per concorso morale nella morte di un fascista.
All&apos;ultimo momento, la questura aveva fatto sapere che la manifestazione non era autorizzata. La polizia in forze perquisiva e minacciava chiunque si avvicinasse.  
Poi improvvisamente i carabinieri avevano caricato sparando lacrimogeni ad altezza d&apos;uomo. Erano iniziati subito gli scontri che si erano presto allargati allesterno dellUniversità determinando un salto di qualità nella partecipazione attiva da parte di tantissimi che non volevano più delegare alle strutture organizzate dei servizi dordine la gestione della piazza.  
Sui giornali si erano poi lette le testimonianze dirette dei partecipanti. Radio Città Futura ha svolto per la prima volta la funzione di tam-tam, comunicando i luoghi degli scontri, la dislocazione dei reparti di polizia. La gente ha seguito con le radioline, ha telefonato, si è scambiata le informazioni su come andavano le cose, gli scontri. C&apos;erano i compagni che sabotavano i semafori per creare degli ingorghi, una grande creatività spontanea. 
Il movimento non ha una pregiudiziale volontà di scontro, vuole affermare il diritto alla propria agibilità politica. Di fronte alla polizia che massacra i compagni appena può, lo scontro è una necessità per sopravvivere. In questi giorni a Roma frequentare l&apos;Università è come andare in prima linea. 
Erano giorni in cui in tutta Italia si svolgevano grandi mobilitazioni regolarmente attaccate dalle forze di polizia con brutalità crescente. Feriti, arresti e pestaggi particolarmente violenti erano ormai allordine del giorno.  
Latteggiamento di scontro fortemente voluto dal Ministero dellInterno e avallato, dopo la cacciata di Lama a Roma, dal fronte sindacale e dal PCI caratterizza i preparativi della manifestazione nazionale che si preannuncia caldissima. 
Di fianco al bunker la serranda degli ex Collettivi Politici Studenteschi è abbassata a metà. Segno evidente di attività non propriamente pubbliche in pieno svolgimento.
Dentro il CPS la puzza di benzina è quasi oltraggiosa. Rocco, ancora sulla porta, viene arpionato da Leo, il cucciolo del Wild Bunch: 17 anni, quasi due metri, studente medio di buona famiglia sempre incazzato come una bestia.
- Oh, Rocco era ora che arrivassi. Non è che ti stai &lt;i&gt;imborsendo&lt;/i&gt; ultimamente? Quelle &lt;i&gt;checche&lt;/i&gt; del collettivo di lettere non ci hanno ancora restituito la tappatrice e ci sono quasi quindici bocce da chiudere. Comunque Rosco è andato a recuperarla -
Rocco non gradisce laccoglienza e soprattutto non gli è mai piaciuto il tono con cui Leo apostrofa chiunque non appartenga al suo &lt;i&gt;branco&lt;/i&gt;. Sono tempi duri: le femministe sinviperiscono immediatamente al solo sentire pronunciare certe parole; i gay sono pronti a cavarti gli occhi, tra un sorriso e un sospiro; gli spioni accampano ovunque.
Una &lt;i&gt;landra&lt;/i&gt; di toscanazzo pestilenziale invade il locale precedendo lingresso del Rosco col solito mozzicone ciancicato in bocca. Trionfale con la tappatrice riconquistata in mano tiene la porta aperta  per fare largo a Tugu e Ralf che trascinano un bidone del rusco pieno per metà di sanpietrini.
- Dai, maremma maiala! Chiudiamo le bocce e portiamole via. Io vo a prendere i tappi a corona -
Il Rosco in versione efficientista  è micidiale. Si ferma solo per attaccarsi allottima canna di nepalese il cui aroma pieno e profondo tenta timidamente di arginare i miasmi di benzene misti a trinciato forte, birrazza di ultima e toscano.
- Oh! Codesto nero gli è proprio bonino. A proposito, dopo dobbiamo fare i conti del fumo venduto e dei soldi 
Il commercio del fumo tra i compagni, da sempre, è assolutamente indipendente da organizzazioni criminali. Il fumo che gira in Piazza è portato, in quantità che vanno da uno a  dieci chili, da gente, compagni o frikkettoni per lo più, che se lo vanno a prendere, in Olanda, in Marocco, in India, in Nepal o in qualunque altro luogo di produzione. Viene poi diviso e ridiviso, in vari passaggi successivi, fino alle stecche che a centinaia si scambiano ogni sera in Piazza e in giro. 
La politica di gestione dal basso della circolazione delle sostanze in fondo è semplice. Organizzare collettivamente l acquisto e la vendita del fumo per ricavarne il necessario per fumare gratis. La qualità è ottima, i prezzi politici sono bassi e tutti vivono felici.  
- Un momento prima di fare i conti volevo dire una cosa - Giordano deve alzare la voce per sovrastare il brusio dei dieci-quindici compagni indaffarati nella preparazione dei più disparati strumenti di autodifesa. 
- Giulio e unaltra decina di compagni sono andati allaula di anatomia per tentare di intervenire allassemblea dei ciellini - Silenzio interrogativo per alcuni secondi nel CPS/santa barbara.
- Ma se lè portato il napalm per intervenire? - Risate sguaiate e commenti truculenti nel CPS/tavernadimalaffare. E loperoso casino ricomincia.
Rocco diligentemente allinea a scalare cinque antivento sul fusto di ogni bottiglia e li blocca con tre giri di nastro e intanto pensa alla parte più rischiosa. Toccherà a lui trasportare tutta la roba in macchina fino a Roma durante la notte mentre gli altri compagni viaggeranno sui pullman. Si caga addosso forse come mai prima, ma si è offerto perché è lunico che a Roma può contare su una base di appoggio sicura fino alla partenza del corteo. 
Tutto è ormai quasi pronto. Bocce, Stalin, fionde e quindici Usag 36 lunghe nuove di zecca, appena espropriate dal proletariato in lotta. 
Ma no, i sanpietrini no. Cazzo facciamo adesso, ci tiriamo dietro pure le pietre per mezza Italia, e poi, se non ci sono sanpietrini a Roma
Si spalanca la porta con uno schianto che  manda quasi in frantumi la vetrata ed entra trafelatissimo Mimmo, del collettivo di Magistero.
- Porcoddio compagni! I ciellini hanno scaraventato fuori dall assemblea Giulio e gli altri; bisogna aiutarli -
- Naaa! Si sono fatti menare da quelle borse di ricotta di CL - E ancora il cucciolo Leo, con impeccabile eleganza lessicale, a commentare il ferale aggiornamento.
 Non frega un cazzo a nessuno della faccenda dellassemblea, ma è del tutto inconcepibile e intollerabile che i ciellini, radicatisi dentro lAteneo solo in forza dei cospicui finanziamenti della Curia, alzino la cresta, e le mani, dopo che sono sempre stati buttati fuori dalluniversità a calci in culo.
Un rapido conciliabolo e in tre partono per dare manforte, unaltra decina di compagni dei collettivi si uniscono lungo il breve percorso fino in via Irnerio.
Rocco è il primo del gruppo ad arrivare. Vede Giulio ed altri tre o quattro, pesti e doloranti, urlare inferociti contro un muro invalicabile di chiesaroli che bloccano lentrata allaula.
- Oh, Rocco. Sti stronzi ci hanno menati e buttati fuori appena ci siamo fatti vedere. Gli altri sono venuti in piazza Verdi a chiedere aiuto -
Rocco non dice nulla, sinfila i guanti e respira a fondo per controllare il tremito che lesplosione di adrenalina gli provoca. Poi stringe i pugni e si lancia contro il muro umano.
Allinizio nessuno reagisce, molto cristianamente. Prendono calci e pugni, cadono e si lamentano ma tengono serrati i ranghi. Un tale ipocrita spirito al martirio fa inferocire ancora di più lesiguo numero di aggressori. I ciellini, stufi di prendere cazzotti in bocca cominciano a reagire; non lavessero mai fatto. Rocco non tenta nemmeno di parare i colpi, &lt;i&gt;chissenefrega bastardi&lt;/i&gt;, alza il tiro dei calci dagli stinchi ai coglioni e colpisce a mani aperte: dita negli occhi e colpi di taglio alla gola.
Cè un lieve sbandamento nelle fila dei martiri e i compagni spingono aiutati da chi nel frattempo si è aggiunto; un tizio ormai di fianco a Rocco tenta di acchiapparlo e si becca una gomitata in faccia. Cade a terra. Cè un sussulto dei clericali che riescono a respingere lattacco e a rinserrare le fila.
Intanto da fuori rimbalza la notizia che sta arrivando la polizia; pare che il Rettore Rizzoli, su pressioni dei ciellini, abbia richiesto lintervento dei carabinieri.
Tutti i compagni, tra insulti e urla, lasciano il campo di battaglia per portarsi allesterno di Anatomia, su Via Irnerio.  
Dalla direzione di Piazza VIII Agosto si scorgono, ancora lontani, i lampeggianti blu  che indicano il procedere di una colonna di gipponi e camionette. 
Il numero dei compagni è aumentato, richiamati dal passaparola. Tutti girano in tondo non sapendo bene che fare. Risuonano le invettive contro i ciellini asserragliati nellaula magna che occhieggiano dalle finestre antistanti la strada. 
Quando il convoglio di mezzi arriva gli sbirri scendono velocemente e senza dare corso alle consuete coreografie di inquadramento e schieramento entrano nel cortile di Anatomia;  invece di iniziare le prevedibili manovre di contenimento e allontanamento dei manifestanti cominciano a manganellare furiosamente chiunque si trovi a tiro e partono i primi lacrimogeni, tutti ad altezza uomo, in direzione del gruppo di compagni che era allinterno di Anatomia e che nel frattempo si era spostato, precauzionalmente, verso  Porta Zamboni. Un ragazzo giovanissimo è colpito alladdome, per fortuna da lontano, ma cade semisvenuto. 
Mentre il malcapitato viene soccorso inizia a farsi strada lidea, ma forse ancora di più la sensazione, che le cose non stiano procedendo secondo gli schemi ormai da tempo conosciuti.
Viene improvvisato un blocco con cassonetti messi di traverso e inizia una scaramuccia a distanza con i pochi sassi e calcinacci reperibili. Laria si riempie del solito  fumo amaro.
Poi i caramba, dopo avere gasato ben bene tutti, accennano una carica e i compagni che appartengono ai servizi dordine si defilano con calma verso Piazza Verdi.
- Dobbiamo organizzarci un attimo e rifornirci di roba. Che cazzo gli ha preso oggi? Sono più stronzi del solito..-
- Ma si, avete visto come ci hanno aggredito  a freddo? Nessuno stava facendo un cazzo in quel momento A parte gli slogan  
A fronteggiare i caramba restano i soliti poveretti bersagliati dalla sfiga, non inquadrati, o semplici curiosi casuali a prendere mazzate.
La voce degli scontri ormai si sta spargendo per tutta lUniversità e Piazza Verdi è più in agitazione del solito; le normali attività, aperitivi, musica, cazzeggi si bloccano ed è tutto un vociare, un girare tra i vari capannelli. Dal CPS e dal Bunker sciama gente in continuazione; i presenti entrano nelle sedi occupate a mani vuote e ne escono coi tascapane pieni e inquietanti sporgenze sotto gli abiti. I compagni di Rocco gli si avvicinano  e chiedono ragguagli.
Tutto si svolge in pochissimi minuti, poi un gruppo riparte in direzione di via Irnerio. Percorre velocemente e in silenzio via Belle Arti e svolta nella stradina successiva a Via Centotrecento in fondo alla quale è ferma la testa della colonna di camionette. Lansia per lo scontro imminente provoca brividi e fiato corto; il cuore comincia a battere freneticamente. 
Un conto è difendersi da una carica o scappare, cercando di non farsi prendere dal panico e di non finire in trappola; cosa ben diversa è disporsi a un attacco mantenendo la lucidità e la determinazione necessarie al buon esito del mordi e fuggi. Rocco ha a fianco Sergio di Senza Tregua, Gigi ex di Lotta Continua  e due compagni del Mucchio. 
Appena imboccata la laterale di via Irnerio vedono in fondo, sulla strada principale, il gippone di carabinieri che apre la colonna di mezzi. I caramba sono tutti voltati verso Anatomia e non possono scorgere il gruppetto che si avvicina quasi strisciando lungo il muro.
Arrivati ad una trentina di metri i carabinieri si accorgono del tentativo di sorpresa da parte degli incursori e partono i primi lacrimogeni. Rocco rapidamente accende gli antivento della boccia che ha in mano e la scaglia.
Obbiettivo centrato, la jeep telonata prende fuoco; altre due molotov fendono laria e sincendiano creando un effimero sbarramento. Tutti stanno già correndo, in senso contrario, lungo la strada appena percorsa.
Dun tratto si sentono alcune detonazioni diverse da quelle dei lanciagranate, più attutite, come di arma corta.
Neanche il tempo di realizzare cosa stia succedendo e Rocco sente due/tre sibili vicinissimi alla testa.
Sparano!
Anche Sergio, appena intuito che a fischiargli attorno è piombo caldo e non sospiri damore, senza esitazione si butta a terra  strisciando velocemente dietro una macchina.
Rocco non pensa, sente solo tutti i peli rizzarsi, come fossero aculei scagliati da un istrice in pericolo. Un brivido violentissimo lo scuote per una frazione di secondo. Prima di cedere al panico riesce a scaraventarsi a pesce dentro lunico portone aperto.   
La strada è invasa dal fumo dei lacrimogeni e non si vede a un metro. Tutto sommato è un vantaggio perché è evidente che nemmeno gli sbirri vedono e, meno che mai, sono in grado di prendere la mira per continuare il tiro al bersaglio.
Un silenzio innaturale incombe tuttintorno dove fino a pochi istanti prima urla, sirene e spari graffiavano le carni molli della Bologna grassa, laida e bottegaia. Rocco ansima, fatica ad ascoltare il silenzio sopra il battito impazzito del cuore che urla: &lt;i&gt;Basta! Questi sparano per davvero; adesso arrivano, sincazzano come bestie perché gli hai incendiato il gippone e ti ammazzano come un cane. Scappa, molla questo delirio, se ti ammazzano finisce tutto. La vita, il mondo, luniverso non esistono più. Tu non esisti più. Scappa adesso, vatti a nascondere, che te ne fotte della rivoluzione. Lascia che si faccia ammazzare qualcun altro; quando sei morto è tutto finito, tutto inutile. Un martire in più che sarà ricordato per un giorno, un anno, per sempre forse ma che importa? Tu non ci sarai più, sarai solo una foto, solo un nome in mezzo a migliaia  di altri. Tutti morti per niente&lt;/i&gt;. 
Il tempo del monologo cardiaco dura una manciata di secondi, troppo pochi per fare breccia nella irriducibile determinazione rivoluzionaria che glimpone di riprendere il controllo della situazione.
Rocco raccoglie tutto il coraggio che ha, o che crede di avere, e butta un occhio sulla strada; nessuno. Silenzio. Ancora e solo fumo. 
Striscia piegato lungo il muro, lauto sotto cui si era buttato Sergio è sempre là, ma lui no, è già scappato; vuol dire che la strada è sgombra. Corre verso Belle Arti, gira langolo da cui era provenuto e si blocca con le spalle contro il muro. &lt;i&gt;Fuori tiro&lt;/i&gt;.
In lontananza scorge sagome di studenti che si agitano. Una certezza, per quanto precaria, gli infonde coraggio; è ancora vivo, lha schivata solo per culo; lappuntamento con le anime dannate per ora è rinviato.
E il gruppo di compagni reduci dallassemblea di CL quello che staziona in via Belle Arti, allangolo con Via Mascarella. 
- Oh, compagni - grida Rocco mentre si avvicina ancora stravolto - I caramba ci hanno sparato. Ci hanno sparato cazzo! A me e a Sergio. Non ci hanno beccati per miracolo. -
- Ma che cazzo dici Rocco? - è isterico il tono di Giulio mentre urla la domanda corale del capannello che si è formato attorno a Rocco, lo scampato. 
- Ho sentito tre-quattro proiettili fischiarmi vicino alla testa. Cera Sergio vicino a me. Dovè? Lui si è buttato sotto una macchina e io dentro un portone. Cazzo, compagni, ci hanno sparato! Quei bastardi cercano il morto - Sono paura, rabbia, adrenalina, gas dei lacrimogeni e odore di morte che solcano di lacrime brucianti le guance di Rocco; la voce ora è calma, lontana.  
- Dobbiamo fargliela pagare, muoviamoci. Tu Andrea vai in Piazza Verdi e chiama tutti quelli che trovi. Ci rivediamo allaltezza del Picchio - Giulio parla a scatti secchi e nervosi, ma il tono è fermo. E uno dei leader del movimento, come lo era stato di Lotta Continua; quando lorganizzazione si era sciolta anche a seguito della volontà di parte del gruppo dirigente di farsi partito e partecipare alle elezioni politiche del 1976, quelle famose del mancato sorpasso,  aveva scelto di dare vita, insieme ad altri compagni di collettivi autonomi, della IV Internazionale, anarchici e molti cagnacci sciolti al  Collettivo Jaquerie . 
Andrea non fa domande e non discute. Parte di corsa attraverso piazza Scaravilli; gli altri si guardano in faccia. Lentamente, come animali in pericolo si scrutano a vicenda; ognuno cerca negli occhi degli altri la sua stessa rabbia, lodio ed il coraggio per lazione. Rischiare la pelle insieme dà forza, infonde lesaltazione necessaria per non soccombere alla paura. E allistinto di conservazione.
La forza per muovere le gambe, pesanti come macigni, viene dalla certezza granitica di lottare per  unaltra vita,  mettendo in gioco la propria pelle collettivamente.  
E la consapevolezza dincarnare un ruolo vitale nel processo storico che attraverso i secoli ha cambiato i nomi dei protagonisti, sfruttatori e oppressi, senza cambiare mai la sostanza, lillusione di poter distruggere la gabbia e liberare tutti che alimenta il coraggio di affrontare i fucili del nemico, quasi a mani nude.
Esistono solo la necessità e lurgenza di rovesciare i rapporti di produzione esistenti, di imporre la riappropriazione del profitto rapinato dai padroni, di reclamare diritti e salario garantiti, al di là della dimensione del lavoro salariato, mito ormai solo per quei rincoglioniti del sindacato e della loro aristocrazia operaia, dei burocrati del PCI, tragici attori fuori tempo massimo della politica dei sacrifici e dell austerità, come al solito a senso unico.
La tensione cresce ogni secondo che passa, sequenze vissute come sempre nell intercapedine della coscienza tra il sogno e la riluttante consapevolezza del pericolo incombente che diventa realtà. 
Rocco ripete gesti apparentemente normali, come accendere una sigaretta, annodarsi il fazzoletto attorno al collo o infilarsi i guanti che gli sembrano immagini al rallentatore viste dal di fuori; il respiro ricomincia a farsi corto e sente il battito del cuore rimbombare nel cervello fino ad appannargli la vista. Ma ancora una volta non cè tempo per cedere alla lusinga del dubbio e alla tentazione di mollare il colpo, girare i tacchi e salutare la compagnia.
Arriva quasi di corsa Andrea seguito da una decina compagni raccolti in Piazza Verdi. Rapidissimo capannello: il tempo di fare il punto della situazione e decidere che fare.
- In fondo a Via Mascarella cè la coda della colonna di gipponi dei caramba. A Porta Zamboni ci sono ancora scontri e la madama è tutta impegnata da quella parte. Noi arriviamo in silenzio, gli tiriamo pietre e bocce poi torniamo allUniversità e cerchiamo di radunare più gente possibile - Giulio non ha molto da aggiungere, guarda i compagni attorno a sé e fa il gesto di avviarsi. 
- Oh, compagni - Rocco blocca per un istante il gruppo in partenza - ricordatevi che quelli oggi sparano. State attenti cazzo! Rimanete sempre coperti dalle colonne - Sussurri, imprecazioni a mezza bocca e il gruppo si muove. Nessuno ha bisogno di parlare, tutti sanno bene quello che devono fare. Solo il rimbombo attutito di anfibi e scarponi rompe il ritmo tranquillo di una strada tranquilla nel quartiere universitario della città più libera e benestante dItalia, modello di civismo e buon governo che il mondo c invidia
Rocco si muove con cautela, si sposta da una colonna allaltra fino in fondo alla strada, fino a vedere sulla destra, in Via Irnerio, gli ultimi mezzi della colonna fermi in mezzo alla strada.
I compagni escono allo scoperto pur restando sotto il portico, inizia il lancio di sampietrini e in breve i carabinieri realizzano di essere attaccati  alle spalle. Movimenti concitati di sbirri a non più di trenta - quaranta metri. Rocco, riparato dallultima colonna, lancia due pietre e una boccia che sincendia sullasfalto a una ventina di metri. Sapeva di non potere fare danni ai mezzi troppo distanti ma voleva creare una barriera di fuoco tra gli sbirri e il gruppo.  
Leggermente avanti spostato sulla  destra, Rocco vede Giulio esporsi esageratamente; lo sente urlare istericamente - Bastardi! Assassini! - Lo vede scagliare un sampietrino, talmente accecato dalla collera, che il sasso colpisce il capitello della colonna quasi di fronte a sé. Continua a urlare e scaglia un altro sasso. Di nuovo centrata la stessa colonna. 
Rocco tenta di scalfire la tensione altissima, e la sua paura,  con una battuta - Mo va a cagare Giulio, che mira di merda. Piuttosto, stai dietro la colonna che è meglio - Poi, convinto che lazione sia ormai finita e che sia assolutamente il caso di ritirarsi, prima che gli sbirri abbiano troppo tempo per contrattaccare, prende a ripercorrere Via Mascarella a ritroso, colonna dopo colonna.
Tutti in effetti si stanno ritirando seguiti dal solito lancio di lacrimogeni. 
Poche decine di metri poi un crepitio sinistro di colpi, troppo diversi da quelli dei lanciagranate e troppo simili a quelli sentiti vicinissimo alle orecchie pochi minuti prima. Rocco rabbrividisce e sincolla ancora di più alla colonna più vicina. 
Il fumo invade la strada e i portici improvvisamente deserti, il cielo è grigio, pesante, sembra essere sul punto di rompere in un pianto premonitore.
- Mi hanno beccato - 
Parole irreali, quasi da copione cinematografico che non sanno fotografare limmagine della morte, quella vera, quella che non ha niente dirreale né di cinematografico.  
Tre parole. Francesco fa qualche passo, cade in avanti, sotto quel maledetto portico che porterà per sempre i segni della mano assassina di uno sbirro che ha preso la mira con calma, con la fredda determinazione di ammazzare. Non perché ha perso la testa per  paura dellaggressione subita, non per difendersi da nemici praticamente disarmati e neanche perché gli è partito accidentalmente un colpo, vigliacca menzogna troppo spesso spacciata dalle cronache dei giornali per raccontare la sommaria esecuzione di compagni nelle piazze.   
Francesco viene raccolto e trascinato fino quasi davanti al cinema. E supino, non dà segni di vita. Rocco è in piedi davanti a lui, inebetito come tutti. Qualcuno bestemmia, urla di chiamare unambulanza, frasi spezzate che rimangono nelle gole bruciate dal fumo, una compagna piange col viso appoggiato al muro, come per sfuggire allimmagine della morte. Rocco vede che Francesco respira forse ce la farà tra poco arriverà lambulanza. Dài cazzo, resisti.
Una macchia rossa si allarga sul fazzoletto che ancora nasconde il viso di Francesco.
Francesco sta morendo. Hanno ammazzato il nostro compagno.
Un impulso collettivo  percorre impellente tutti i compagni inebetiti dallo sgomento. E un grido silente che esplode dentro ognuno - Torniamo in fondo a quella strada e facciamogliela pagare. Adesso, subito! Ci ammazzino tutti, quei bastardi assassini, ma devono pagarla. Adesso, subito! -
Tutto sembra fermo tra Via Mascarella  e Via Belle Arti.
Nessuno tornerà in fondo a quella strada. Pagheranno caro, certamente non tutto, ma non adesso, non subito.
Arriva lambulanza. Non sono trascorsi più di cinque minuti dallomicidio, ma il deposito è proprio lì, in Via Belle Arti e portano via il corpo di Francesco. 
Lespressione dei volti di chi rimane è più eloquente di qualunque parola che possa essere pronunciata; labisso della follia pare attraversare  quegli occhi rossi di pianto e di gas, pieni di orrore.  
Giulio è il primo a parlare con la voce rotta dalle lacrime - Convochiamo subito unassemblea a Lettere. Bisogna avvertire le radio, lANSA. Dobbiamo preparare una manifestazione dura, che faccia pagare il prezzo più alto possibile agli assassini di Francesco. La Democrazia Cristiana -
Rocco percepisce il senso pieno delle parole di Giulio. Con poche sfumature è quello che pensano tutti i compagni presenti e che senza dubbio condivideranno tutti quelli che arriveranno appena saputo. Sente brividi gelidi percorrergli a tratti tutto il corpo e vorrebbe solo urlare  la disperazione di avere visto uccidere un suo fratello. 
Limmagine violenta di se stesso là per terra, al posto di Francesco, gli esplode come un lampo davanti agli occhi che lo fa ridestare dallo stato di prostrazione che stava per avere la meglio sulle rovine della sua capacità di ragionare con lucidità.  Prova a mettere in fila le cose da fare immediatamente; per prima telefonare a casa tentando di rassicurare i vecchi. Caterina morirà di paura è ovvio, ma nessuna rivoluzione si è fermata davanti alle lacrime delle madri, e lei, è certo, non dirà una sola parola per tentare di dissuadere Rocco. Anche Mario, il padre poeta per vocazione, anarchico per ineluttabilità intellettuale e oscuro dirigente statale per costrizione, attenderà con lanima straziata ma in orgoglioso silenzio il ritorno di quell unico figlio, irrimediabilmente ribelle.    
Seconda cosa da fare raggiungere subito i CPS, aggiornare i compari del WB e decidere insieme come organizzarsi per la manifestazione del pomeriggio.

</text_more></entry>
<entry id='2412' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2412' author_id='2' authored_on='20071017183420' basename='un_pomeriggio_con_gideon_3_di' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071017183420' modified_on='20110324015508' ping_count='1' status='2' title='Un pomeriggio con Gideon (3 di 3)' week_number='200742'><text>di &lt;b&gt;Anarcoreta&lt;/b&gt;

[Leggi la &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2007/09/002388.html#002388&quot;&gt;&lt;b&gt;prima&lt;/b&gt;&lt;/a&gt; e la &lt;b&gt;&lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2007/09/002394.html&quot;&gt;seconda&lt;/a&gt;&lt;/b&gt; parte del racconto]

&lt;img alt=&quot;africa1.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/africa1.jpg&quot; width=&quot;275&quot; height=&quot;179&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Ormai era il crepuscolo, quel momento della giornata in cui i colori si attenuano quasi completamente  riducendosi a sfumature tra il grigio e il nero - ma rimangono ben visibili le forme. Le forme intorno a me  dalla mia visione dal basso, seduto sulla pietra  erano le due figure che stavano tra me e la strada, Gideon  silenzioso  accanto a me e una fitta schiera di arbusti e alberelli  mi parevano acacia o un loro parente africano  che riducevano la vista a quella sorta di angolo intimo che si era creato. 

Me ne accorgo per la prima volta. Ho paura, moderatamente ma ho paura.</text><text_more>La paura spesso  soprattutto di questi tempi in cui facciamo difficoltà a relazionarci con la realtà  può essere una sensazione che ci blocca, che ci inibisce la scoperta degli altri, che non ci fa vivere emozioni, che non ci permette di aprirci, la paura semplicemente dellignoto; la proiezione su tutto di stereotipi pericolosi. La paura può essere anche una sensazione salutare che ci aiuta a sfuggire ai guai, a evitare conseguenze spiacevoli, a percepire quando una certo percorso va interrotto. Questa paura è un bene prezioso, un campanello di allarme che ci ricorda dove siamo, quando magari viene meno la consapevolezza per una ragione o per un&apos;altra, anche se credo di aver indicato con sufficiente chiarezza nel mio particolare caso quale fosse la causa del disorientamento. Due paure che si presentano in ununica sensazione e quindi  come diverse delle emozioni legate alluomo e alla donna - risulta difficile discernere con chiarezza e dire: La paura  che sento ora  - è questa piuttosto che questaltra. Si fa difficoltà a capire quale è il tipo di terrore che ci prende anche perché la barriera della prima paura  quelle che blocca piuttosto che quella che cautela - può a volte condurre ad una protezione, anche se si potrebbe sostenere, con qualche ragione, che è stata anche causa di infinite violenze. A ripensarci ora, mi sembra che quella paura fosse più del primo tipo, la paura paralizzante, che del secondo, la paura previdente. Su queste questioni, notoriamente, gli atteggiamenti di ciascuno sono diversi e sono sicuro che mia madre, il mio collega antropologo e i miei amici  se fossero giunti a questo punto della lettura - si sarebbero fatti opinioni diverse sulla legittimità della mia paura.

Intanto rimanevo lì. Non avendo dato alla donazione un significato che sentivo mio, veniva meno anche la possibilità di una sua quantificazione. Non trovo in chi mi stava accanto degli stimoli utili per dare un senso a quella offerta in denaro che  avevo ormai deciso  mi apprestavo a fare. Gideon era rimasto silenzioso da quando era arrivato luomo con la camicia rosa. Gli chiedo sorridendo  non era venuto meno il piacere dello scherzo e di stare lì  cosa consigliava come ammontare. La domanda era inusuale, eccessivamente complicata per quello che doveva essere un gesto di dono spontaneo e non era - almeno ufficialmente - una estorsione: non cera un tariffario che fissava quanto un uomo bianco che fumava nel ghetto doveva pagare per avere in quel luogo una permanenza tranquilla. La scelta fu istantanea e direi casuale, orientandomi su una quantità che non doveva essere offensiva per chi la riceveva ma neanche insultante per quelli che lì non cerano e che quindi non avrebbero beneficiato di quella transazione  per alcuni problematica, per altri benefica. Due banconote da 10 passarono dal mio portafoglio alla mano delluomo con la camicia rosa che  cera da aspettarselo  una volta presi i soldi chiese And for my friend? (E per il mio amico?). Quello più alto, che si era intanto avvicinato, ricevette la stessa cifra. 

Lammontare dei soldi diventa rilevante solo se diamo alla cifra un senso vissuto; sono quindi in debito con il lettore che si è già trovato di fronte ad un ammontare che  se intende la comprensione non come la raccolta di un insieme di dati precisi ma come un immedesimarsi nellesperienza altrui  dovrebbe averlo infastidito piuttosto che appagato. I cambi valuta prevedono lo scambio di un euro per poco più di 10. Questo dato, nel tentativo di offrire una traduzione in vissuto di una fredda cifra, significa che lammontare offerto a ciascuno di chi aveva avuto lesperienza - più che la pazienza - di riuscire a ottenere una ridistribuzione che aveva un senso tutto personale e per niente disprezzabile  e che con i soldi in tasca si era allontanata velocemente dopo un frettoloso saluto   significa, dicevo, che permetteva di bere e offrire un caffè al bar in Italia. Ma, con una maggiore sensibilità culturale, significa che qui luomo con la camicia rosa e quello più alto avrebbero potuto usare i soldi per comprarsi, ciascuno, due birre a un bar; o prendere un taxi per un tragitto breve ma non brevissimo; o farsi lavare e stirare pantaloni, camicia, mutande e calze. Ma non avrebbero usato i soldi in questo modo. I soldi dati, in città, equivalgono alla paga di una mezza giornata di lavoro manuale e quindi appare chiaro che per molti quei soldi non sono né birra, né lavanderia ma racchiudono in sé tutte le esigenze, a volte non del singolo ma anche di quelli che per una ragione o per laltra, con più o meno amore, attendono il ritorno a casa delluomo con la camicia rosa e di quello più alto, per capire come le esigenze basilari del giorno successivo possono essere affrontate, o meno. Per loro, quei 10 equivalgono a cinque viaggi attraverso la città in un taxi collettivo, a dieci stuzzichini comprati per strada, a ben cinquanta arance. E nella distanza tra le mie tariffe e le loro passa quel fossato che lantropologo dovrebbe cercare di varcare ma che intrappola molti, come già spiegato, nella comodità degli ambienti protetti, soprattutto quando ci si muove per brevi periodi e se si va a convegni. 

Rimaniamo di nuovo soli io e Gideon e mi accorgo che limpressione sfuggevole che avevo avuto durante la presenza delluomo con la camicia rosa e di quello più alto, era confermata, addirittura amplificata rispetto alla sensazione iniziale: Gideon era alterato, arrabbiato, scostante. Nascono qui una serie di incomprensioni comunque riconducibili a problematiche esistenziali  qualcuno forse direbbe profonde. Faccio difficoltà a narrare con precisione  non tanto i frammenti di frasi e il significato, che riporto infatti qui sotto come me li ricordo -  ma il senso di quella emotività di quella comunicazione poco serena che ci porteremo avanti per un po. You think I am afraid?.(pensi che abbia paura?); They cant treat you like that while I am here (non possono trattarti così mentre sono qui); I see you are afraid (vedo che hai paura). Sembrava offeso, offeso dalla mia paura o forse dal suo silenzio. Ma mi fermo qui nellanalisi della scostanza di Gideon perché a volte  soprattutto se le emozioni non sono chiare  come in questo caso  si rischia di dare a sentori arbitrari il peso di verità, il che, per di più quando si parla di qualcun altro, è proprio poco corretto.

Più o meno a questo punto della sequenza temporale, ho pensato che potevo raccontare questo pomeriggio e questo pensiero mi seguirà fino a quando entrato nella stanza decido di accendere il computer piuttosto che svolgere altre attività che, lo riconosco, sarebbero state altrettanto utili, o forse di più, come farsi una doccia, lavarsi le scarpe, preparare la presentazione per il giorno successivo. Questo è  come è ovvio a chi sta leggendo  il semplice racconto di un pomeriggio che ha dato spunti di riflessione e che ho voluto cercare di condividere, senza per questo che il lettore debba presupporre che chi scrive lo ritenga un momento speciale o eclatante da alcun punto di vista, se non nella particolarità irripetibile delle emozioni che ha suscitato.

Nel buio, senza scambiare parola, camminiamo ormai da un po. Cercavo con insistenza - senza vederle - sopra il muro di vegetazione, le luci che annunciano le case e la strada. Gideon era avanti in quella che era la giusta collocazione per quel percorso. Lì dove si cammina per sentieri stretti, in cui non ci si può affiancare per scambiare due parole  anche se quel nostro viaggio di ritorno non suscita voglia di conversazione in nessuno di noi due  lordine di precedenza, non è casuale. Chi conosce la strada va avanti per evitare incertezze e ritardi che sorgerebbero inevitabili se  ad ogni incrocio  il compagno, ignaro della direzione, posizionato avanti dovesse attendere che chi sta dietro specifichi la via corretta. Stavo quindi dietro. Gideon si ferma e fa per lasciarmi sfilare avanti mettendosi sul ciglio del sentiero ma mi fermo anche io, perplesso. Dice Ah! You dont want to walk forward! Youre afraid. You want me to stay in front (Non vuoi camminare avanti! Hai paura. Vuoi che rimanga io avanti). Camminare dietro aveva questa innegabile caratteristica: da dietro si controllavano i movimenti di chi, invece, vede solo la strada di fronte a sé e non riesce a scorgere le volontà, i pensieri ma soprattutto i movimenti di chi gli sta dietro. Anche questo gesto, ho fatto difficoltà a comprenderlo. Poteva forse essere un modo, un po scorbutico a giudicare dal tono di voce, per rammentare al bianco la sua inadeguatezza e fragilità. 

Arriviamo infine alla luce artificiale dei lampioni e qui si separano le nostre strade. La fine di un incontro  così come la fine di un racconto  può assumere forme diverse a seconda del momento e della profondità del rapporto, e quello, come ho cercato di far capire a Gideon, poteva esaurirsi in una pacca sulla spalla, visto che le strade incrociate durante quel pomeriggio sarebbero presto tornate a muoversi in direzioni divergenti senza aver alcun elemento per poter presupporre ragionevolmente che si sarebbero trovate nuovamente vicine in un prossimo futuro. Gideon la vede diversamente, anche se non si riesce a specificare il momento di un prossimo incontro, dobbiamo perlomeno scambiarci i rispettivi indirizzi perché potremo voler comunicare. Ci guardiamo: chi deve cercare il necessario per scrivere lindirizzo, il numero telefonico e la mail? Tocca a me, uomo di lettere e di penne che sacrifica  dopo attenta considerazione della carta disponibile, ovvero la ricevuta del bagaglio perso nel volo del giorno prima, i fogli stampati con lintervento del giorno successivo e un libro, lultima pagina bianca di questultimo, e quelle pagine lasciate vuote  quasi a disprezzo della carta  acquistano ora un altro senso. Sto attento alla calligrafia, cercando una scrittura precisa, rotonda e leggibile perché ero stato più volte accusato di lasciare indirizzi con una calligrafia veloce e quindi poco chiara. E mentre scrivo e aspetto che Gideon lasci  a sua volta - il suo recapito, penso che di questo pomeriggio lunica testimonianza, la sola traccia materiale  libera dalle sensazioni personali, per di più falsate dalla fumata - era quel pezzo di carta che ora tagliamo a metà, con ciascuno che si appropria di quella redatta dallaltro. Con la differenza che io racconto, suggerisco, giudico, quantifico, spiego, insomma scrivo le mie impressioni di questo pomeriggio, mentre la voce di Gideon è assente da questo racconto, se non nella selezione fatta da me.

Tornato in Italia, mentre rileggevo e ritoccavo questo scritto mi sovviene il senso di quellindirizzo, di quel contatto, un numero di telefono e una mail, lasciatami da Gideon. Gli scrivo, chiedendogli il suo racconto di quel pomeriggio, da affiancare al mio. Non ho risposta. Gli telefono ma risponde una voce lontana che, nonostante le mie insistenze, al nome di Gideon risponde in maniera svogliata e incomprensibile. Il racconto del nostro incontro rimane quindi visto da ununica prospettiva, la mia. Sono in attesa che altre voci, altre visioni troveranno modo e spazio per raccontare sensazioni, momenti e un pomeriggio con un bianco.

[&lt;b&gt;Fine&lt;/b&gt;]
</text_more></entry>
<entry id='2413' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2413' author_id='4' authored_on='20071018024502' basename='sergio_pent_la_nebbia_dentro' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071018024502' modified_on='20071018024502' ping_count='1' status='2' title='Sergio Pent: LA NEBBIA DENTRO' week_number='200742'><text>di &lt;b&gt;Danilo Arona&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;PentLaNebbiaDentro.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/PentLaNebbiaDentro.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;184&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Sergio Pent, &lt;i&gt;La nebbia dentro&lt;/i&gt;, Rizzoli, 2007, pp. 207,  17,00

&quot;La nebbia si stende come un lenzuolo sdrucito sul fogliame che cerca il colore giusto per l&apos;addio e rimane lì a poltrire fino a quando qualche corrente ventosa del Monferrato non la spazza via in pochi soffi veloci, come se non fosse mai esistita.&quot;
E&apos; la cosiddetta &quot;nebbia dei funghi&quot; quella di cui parla Sergio Pent in questi scarni, magistrali tocchi in apertura del suo &lt;i&gt;La nebbia dentro&lt;/i&gt;, romanzo dell&apos;anima e della memoria ambientato in un&apos;attualissima e dolente Val di Susa, teatro contemporaneo di non poche contraddizioni della nostra stramba nazione.</text><text_more>Due fratelli si ritrovano dopo anni al funerale del padre. Nel paesino di lui, arroccato sulla montagna a &quot;resistere&quot;. L&apos;uno, il politico più o meno arrivato e più o meno furbetto, con al seguito body guard e insopportabile figlio adolescente viziato e strafottente; l&apos;altro, il &quot;piemontese dentro&quot; che è rimasto fedele alle sue radici e alla sua terra, scegliendo di non lasciare la valle quasi a custodirla sino all&apos;ultimo giorno della sua vita.
Due fratelli che più diversi è difficile immaginare. Eppure, lungo la linea del sangue, esaurite le formalità funebri, i due tentano di &quot;riconoscersi&quot;, di ritrovarsi e di aprire come mai il loro spirito l&apos;uno all&apos;altro. Poche ore, non più di un paio di giorni, durante i quali non succede in realtà quasi nulla; ma, come già diceva Oscar Wilde, è nella psiche che avvengono i più grandi peccati del mondo. Così, in un processo di montante e divorante tensione  che passa dai protagonisti al lettore come la nebbia che scaturisce dal terreno, il gioco delle memorie e dei rimpianti, dei rimbrotti e dei bilanci, mette spietatamente a nudo i due caratteri e le due maschere (destinate a cadere) e poco importa se poi Pietro e Attilio siano o meno le speculari parti dello stesso Io in perenne e, forse, irrisolvibile conflitto.
Con il suo apparente minimalismo spirituale &lt;i&gt;La nebbia dentro&lt;/i&gt; è un romanzo che mette i brividi. Pent fonde con magistrale e pragmatica sintesi il senso enigmatico della vita con il mistero e il folclore appena accennato di un territorio nei cui meandri riverberano ancora storie stregonesche di masche, le veglie paurose accanto al camino e i boschi oscuri abitati da chissà quali e incomprensibili creature. E&apos; quel Piemonte sconosciuto e ripiegato in se stesso, dove la nebbia nasconde e cambia le prospettive, e da forma si trasforma in sostanza. Dove &quot;le montagne hanno gli occhi&quot; e dove la memoria conserva ancora il suo giusto rilievo sacrale. Val di Susa, si potrebbe dire &quot;non a caso&quot;, anche se qui Pent è nato e, di tanto in tanto, presumo ci viva ancora. Ma, per paradosso, &lt;i&gt;La nebbia dentro&lt;/i&gt; spiega molte più cose sui problemi innescati dalla TAV che cento inchieste giornalistiche di qualsiasi televisione, di stato o privata. Perché ci fa capire come mai questa gente, che poi siamo noi, vuole &quot;resistere&quot;.
Non occorre che ricordi chi sia Sergio Pent. Chi abitualmente legge &quot;TuttoLibri&quot;, l&apos;inserto di letteratura de &quot;La Stampa&quot;, ben conosce i suoi acuti, e sempre fuori dal coro, resoconti critici sulla produzione noir d&apos;Italia e del mondo. Chi non ha letto &lt;i&gt;Il custode del museo dei giocattoli&lt;/i&gt; (Mondadori 2001) e &lt;i&gt;Un cuore nudo&lt;/i&gt; (e/o, 2005), è sempre in tempo. Chi invece vuole scoprire un vero gioiello di tensione e di gotica ferocia, si predisponga per la lettura di &lt;i&gt;Tutto il nero del Piemonte&lt;/i&gt;, antologia della Noubs a giorni in libreria, dove il racconto d&apos;apertura &lt;i&gt;Quanti siete in famiglia&lt;/i&gt; ci svela un angolo di Piemonte che non dispiacerebbe per nulla al Lovecraft de &lt;i&gt;Le montagne della follia&lt;/i&gt;... Firmato, ovvio, da Pent, cantore delle masche, del vento minaccioso che sibila in alto tra fessure di pietra e delle ombre &quot;perturbanti&quot; che appaiono nei boschi a predire la morte.

</text_more></entry>
<entry id='2414' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2414' author_id='4' authored_on='20071019024029' basename='bologna_una_profetica_anomalia' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071019024029' modified_on='20071019024029' ping_count='0' status='2' title='Bologna: una profetica anomalia' week_number='200742'><text>di &lt;b&gt;Giovanni De Matteo&lt;/b&gt; e &lt;b&gt;Fernando Fazzari&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;DueTorri.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/DueTorri.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;176&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Bologna, necrosi di tessuto sociale e sogni distillati fuori orario. Raptus giovanile votato allinseguimento di un fantasma urbano oltre la barriera generazionale. Insofferenza senile e soddisfazione borghese per ogni sbocco occluso alle nuove leve. Il continuum dei sensi si strappa. Il disagio sinfiltra sottopelle, pronto a evacuare per le strade, come da copione. Come da contratto.
Rossa democrazia da aperitivo in via Clavature che delibera sullansia da accerchiamento del Pilastro. Minaccia mussulmana che funge da meccanismo di innesco per nuove soluzioni amministrative, tra visioni altrove geneticamente incompatibili. E tutto si risolve in una mostra delle atrocità da esibire sotto i riflettori mediatici: sdegno popolare, appagamento borghese, nevrosi cittadina da sindrome da convivenza forzata.
Schizofrenia di una città sospesa nel limbo tra provincia e metropoli. Lontana dal mare, ma irta di scogli. Su questi scogli, il sogno sinfrange.
Cazzo, Bologna!</text><text_more>L8 maggio 1975 Pier Paolo Pasolini scriveva:

[] Bologna non è una città tipica dellItalia. Essa è un caso unico. [] La sua anomalia è dovuta al fatto che essa si è sviluppata in questi ultimi anni secondo le norme ormai sacramentali dello sviluppo consumistico: ma, insieme, essa è una città comunista. Dunque gli amministratori comunisti hanno dovuto affrontare i problemi che imponeva loro lo sviluppo capitalistico della città

Lo sviluppo, qui, si è insinuato sotterraneamente, operando cambiamenti radicali più che altrove. Covando il paradosso, per anni. Attirando generazioni di migranti; come se un faro sugli Asinelli irradiasse il suo richiamo per giovani falene. Nelle sue vene è fluito il movimento delle idee, finché il coraggio della creatività non si è scontrato con lembolo della disillusione.
Gli anni passano, il ricordo diventa polvere sotto i portici.
&lt;i&gt;Ma che ci sto a fare qui Già! Ma che ci sto a fare qui?&lt;/i&gt;

Bologna risponde con le parole di Pasolini:

Io sono una opulenta città del Nord che lo sviluppo ha reso ancora più opulenta. [] Se tu dovessi emigrare qui, la tua coscienza non potrebbe non essere ininterrottamente ammirata di questo fatto. Inoltre, qui siamo comunisti, e quindi puliti e onesti. Anche questo è un privilegio, rispetto al mondo da cui tu provieni. [] Ma so anche che qualcosa di me ti delude e ti divide. Non è il rimpianto per quella città di trentanni fa che ormai non cè più, pur conservando intatta la sua forma: ciò che ti delude e ti divide è la constatazione di ciò che io sono nel presente. [] La mia oggettiva realtà non avrebbe parole per te. La prima e unica proposizione del mio silenzio sarebbe: Io ti sono estranea e incomprensibile. Se, attraverso il tuo carattere e la tua cultura, posso ancora parlarti, ciò è merito della funzione conservativa che qui ha avuto il partito comunista.

Funzione conservativa di una forza progressista. Un paradosso? O una realtà fattasi carne nella speranza di oltre tre milioni di cittadini Bologna assimilata in uneucarestia politica, la sua essenza che si dissolve sul palato della Nazione. Al culmine di un processo partito molti anni prima, colto nella metà degli anni Settanta da Pasolini in parole che ora colpiscono come un messaggio chiuso in una bottiglia e abbandonato alle correnti del tempo.
Bologna, Anno di Grazia 2007. Rosso sulle case del centro, canali insospettati che scorrono sotto i piedi della città; via Indipendenza è due lunghi portici come arterie sature di passanti; nei pressi di via Righi il barbuto Garibaldi è sempre là, sul suo cavallo, pronto a cogliere il primo istante per lanciarsi al galoppo. Una fuga che, attraverso la Bolognina, lo porti a profferire, in una nuova svolta, il suo Obbedisco al cospetto del sindaco della Capitale.
Un disorientamento che solo Bologna, ancora una volta, può aiutarci a capire:

[] io so che ciò che più di ogni altra cosa ti rende ansioso e quasi angosciato per quanto riguarda il mio fenomeno, è il fatto che io ponga problemi riguardanti lo sviluppo consumistico transnazionale a una giunta comunista regionale. E accettando quei problemi  nella pratica, che è sempre una teoria ancora non detta  essa accetta anche luniverso che li pone: cioè luniverso della seconda e definitiva rivoluzione borghese.

Bologna, ansia di cambiamento e timore di mutazioni. Dove nulla cambia mai sul serio. Dove tutto forse è già cambiato prima che nel resto dItalia, prima che ce ne accorgessimo. Un laboratorio di stili di vita e abitudini globalizzate prima ancora che di nuove esperienze politiche o di speranze di riscatto e rinnovamento a sinistra.

Prefiguro [] leventuale Italia del compromesso storico: in cui nel migliore dei casi, cioè nel caso di un effettivo potere amministrativo comunista, la popolazione sarebbe tutta di piccoli borghesi, essendo stati antropologicamente eliminati dalla borghesia gli operai.

Bologna, 2007. Piccoli borghesi occupati a coltivare i loro orticelli. Idee geneticamente addomesticate per non recare troppo disturbo ai vicini. E voci ignare del fremito sotterraneo della controcultura si levano per reclamare spazio e attenzione, in un gioco delle parti senza fine.


Oltre a una citazione implicita di Andrea Pazienza (&lt;i&gt;Penthotal&lt;/i&gt;), i brani sono estratti da &lt;i&gt;Bologna, città consumista e comunista&lt;/i&gt; (Pier Paolo Pasolini, in &lt;i&gt;Lettere Luterane&lt;/i&gt;, Einaudi, 1976).

[&lt;i&gt;Giovanni de Matteo e Fernando Fazzari sono due giovani scrittori di fantascienza, appartenenti alla tendenza detta &lt;a href=&quot;http://www.next-station.org/&quot;&gt;connettivista&lt;/a&gt;&lt;/i&gt;] (&lt;b&gt;V.E.&lt;/b&gt;)

 </text_more></entry>
<entry id='2415' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2415' author_id='4' authored_on='20071020030202' basename='colombia_verso_la_svolta' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071020030202' modified_on='20071020030202' ping_count='0' status='2' title='Colombia: verso la svolta?' week_number='200742'><text>di &lt;b&gt;Tito Pulsinelli&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Farc.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Farc.jpg&quot; width=&quot;125&quot; height=&quot;87&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Di fronte alla morsa dellincerta ratificazione del TLC (Trattato del Libero Commercio) da parte del Congresso degli Stati Uniti e lintervento dispiegato dal Venezuela per lo scambio di prigionieri e la pacificazione interna, la Colombia sorprende tutti ed entra nel Banco del Sur che salpa a novembre. 
Lo ha dichiarato il presidente Uribe durante linaugurazione del gasdotto binazionale nella Guajira,  primo ramo di un&apos;arteria che proseguirà verso Panama e la costa del Pacifico in Ecuador. Alla presenza di Chavez e del presidente ecuatoriano Correa, Uribe si è visto offrire alla statale Ecopetrol la possibilità di partecipare allo sfruttamento dei giacimenti dellOrinoco.</text><text_more>Sono elementi di gran rilievo che apportano solidità e credibilità alla trattativa tra il governo di Bogotà e la guerriglia delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC) sulla liberazione reciproca dei prigionieri.
Liniziativa promossa da Caracas ha captato grandi consensi internazionali e locali, e potrebbe proiettarsi oltre il mero scambio di prigionieri. Si comincia a visualizzare la Colombia del dopo conflitto, quella di un nuovo patto sociale tendente a cambiare lassetto interno, la collocazione internazionale e il profilo della sua economia. 

Uribe va al Banco del Sur come un cliente importante, e lì può trovare capitali alternativi, meno cari, forniti dalle riserve nazionali delle cresciute economie di Venezuela, Argentina, Brasile, Uruguay, Ecuador, Paraguay e Bolivia. 
La dinamica dellunificazione regionale ne ha rafforzato la solidità e lautonomia strategica: la Banca Mondiale prevede che  nonostante i gravi problema di Wall Street - crescerà del 5%. Il FMI è ora prescindibile, e comincia luscita dal dollaro con il rientro parziale delle riserve monetarie nazionali. 
Uribe è ormai sotto pressione concentrica, su tutti i fianchi, e sa che la tenuta interna è impossibile senza trasformazioni vere. E giocoforza andare oltre la logica della tregua, e guardare più lontano.

Dal canto suo, le FARC che hanno fatto esplicito esplicito riferimento a una nuova costituente, forse sentono il vento del sud e vogliono sintonizzarsi con londa di quella sinistra sudamericana che si è fatta governo in molti Paesi.
Daltronde è improponibile e irripetibile quel formato del reinserimento nella vita civile con cui il movimento guerrigliero M19 si trasformò in Partido Patriotico e  nel giro di un triennio - vennero sterminati tutti i suoi sindaci, consiglieri e dirigenti dogni livello e grado.
La possibilità concreta di superare positivamente il conflitto interno deve implicare levoluzione delle rispettive prospettive, congelate e contrapposte, cioè la progettazione di un nuovo assetto sociale interno. 
Questo, può solo passare attraverso un accordo ampio e condiviso, con il superamento dello strapotere oligarchico che secerne storicamente belligeranza permanente, profughi, e uno Stato senza una completa sovranità territoriale, con due economie e varie istituzioni armate.

E un momento favorevole in cui ci sono le condizioni per lentrata della Colombia nella modernità, per la sua unificazione organica attorno a un progetto-Paese basato sullinclusione dei grandi settori da sempre esclusi. La fine della violenza e delleconomia del crimine deve essere il preambolo di un nuovo patto sociale, capace di far scaturire la coesione indispensabile a un Paese che non può più vivere voltando le spalle allunificazione sudamericana.
Tantomeno continuare a guardare unicamente a un mercato in recessione, blindato nella protezione dellagricoltura, né subordinarsi a uneconomia azzoppata dal dollaro debole, comè quella attuale degli Stati Uniti.
Non può sottovalutare che il destino principale e naturale delle sue esportazioni è il confinante Venezuela.

Al blocco sudamericano sono necessari la presenza e il protagonismo
della nuova Colombia, rafforzata dalla pacificazione che genererà più equità e stabilità,  quindi capace di ripensare a se stessa e attuare le trasformazioni che ha da sempre procrastinato.
Le porte del TLC, che i legislatori USA non vogliono spalancare, sta inducendo persino il possibile ritorno del Venezuela alla Comunità Andina delle Nazioni (CAN). 
Se tra un anno non avremo trasformato la CAN, allora potremmo uscire in blocco ha detto il Presidente Correa, riferendosi a Venezuela, Ecuador e Bolivia.
Queste parole si riferiscono anche alla reticenza del Brasile a convalidare lentrata del Venezuela nel MERCOSUR, e al ritmo ridottissimo impresso alle dinamiche unificanti del gasdotto trans-amazzonico e del Banco del Sur.

La partita dellintegrazione sudamericana è simultanea e si gioca su due tavoli, con due organismi regionali che devono entrambi evolvere al di là dei semplici patti commerciali e delle asimmetrie attualmente esistenti. Se il Brasile ostruisce lintegrazione lungo la direttrice amazzonica, riprende gran impulso la dorsale andina. Attraverso la Colombia, infatti, passerebbero le condutture del petrolio e del gas destinate a garantire lautosufficienza energetica del blocco regionale, e raggiungere la costa del Pacifico per la rotta verso Cina, Giappone e India.

Per il momento, il saldo delle trattative tra governo e FARC è positivo: lattenzione si è spostata dal linguaggio delle armi a quello della pace, dalla paura paralizzante alla speranza che apre i cuori e le sensibilità sul possibile divenire comune. E una situazione in cui qualsiasi cambiamento  anche minimo - richiede di rimettere in discussione parecchie cose.

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<entry id='2416' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2416' author_id='4' authored_on='20071021034726' basename='shining' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071021034726' modified_on='20110324015508' ping_count='0' status='2' title='Shining' week_number='200743'><text>di &lt;b&gt;Enzo Fileno Carabba&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Shining.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Shining.jpg&quot; width=&quot;125&quot; height=&quot;101&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Avevo i miei privilegi.
Credo di essere stato il primo bambino italiano a conoscere la storia di &lt;i&gt;Shining&lt;/i&gt;, il romanzo dell&apos;orrore di Stephen King da cui Kubrick ha tratto il film con Jack Nicholson. I miei genitori, che spesso hanno di queste intuizioni, comprarono il libro quando ancora King non era nessuno. La traduzione italiana aveva per titolo &lt;i&gt;Una splendida festa di morte&lt;/i&gt; e in copertina c&apos;era un bambino con una camicia da notte e una faccia verdognola, poco sana, bisogna dire: più che spaventato sembra reduce da un&apos;intossicazione alimentare.
Io invece mi spaventai.</text><text_more>In quegli anni mio padre imitava le voci dei film horror, la notte (di solito un film visto la sera stessa), come scherzo a beneficio della mamma. Mia mamma un po&apos; si spaventava davvero e in risposta gli rifilava delle gomitate o anche pizzicotti con torsione come segno di dissenso. Gli lasciava anche i lividi, questo secondo mio padre. Mia mamma è piena di energia. Oppure si raccontavano i libri a vicenda, specie quelli spaventosi. E così mio padre raccontò &lt;i&gt;Shining&lt;/i&gt; via via che lo leggeva. Lo ascoltai anche io molto bene, lo assorbii come una spugna, perché eravamo in viaggio in Turchia e dormivamo nella stessa camera.
Ecco perché penso di essere stato il primo bambino italiano ad ascoltare quella storia.
Tutti dovrebbero conoscere &lt;i&gt;Shining&lt;/i&gt;, però non si sa mai. In breve: Jack Torrance trova lavoro come guardiano all&apos;Overloock Hotel, durante il periodo invernale, quando l&apos;albergo è chiuso. Quindi lui,  la moglie e il figlio si ritrovano bloccati  in questo albergo tra le Montagne Rocciose, isolati dal resto del  mondo per via della neve. Certo, possono vagare liberamente nel grande albergo. Ma non è detto che sia una buona idea.
Il lussuoso edificio infatti è vuoto solo in apparenza: in realtà è al completo. E&apos; occupato dagli spettri, che giustamente come tutti quelli che si dedicano a occupazioni scrivono sui muri o sugli specchi. Magari non tutti, altrimenti l&apos;Overlook Hotel sarebbe pieno di scritte tipo Trucidare è il sistema, ma alcuni. Per queste presenze soprannaturali, tuttavia, i graffiti sono un&apos;attività collaterale, infatti le scritte appaiono sbavate e imprecise. In realtà sono mossi da un&apos;ambizione dominante: pretendono che Jack Torrance faccia fuori la moglie e il figlio.
 Per l&apos;appunto ho udito questo racconto in un grande albergo dai lunghi corridoi ombrosi, e per l&apos;appunto eravamo io, mio padre e mia madre. Noi tre. Come i protagonisti di &lt;i&gt;Shining&lt;/i&gt;. Ora, posso garantire che mio padre non ha niente a che fare con Jack Torrance,  perché (lo intuii già da bambino) non si lascia facilmente condizionare da uno o più fantasmi. Tuttavia una parte di me si identificava  per un motivo che dirò  in Danny, bambino che è forse il vero protagonista della storia. 
Il nostro albergo era in Cappadocia,  circondato da una specie di deserto. Per cui per me la &lt;i&gt;vera&lt;/i&gt; storia di svolge in un albergo in mezzo al deserto. Quando successivamente ho letto il libro con i miei occhi, e anche quando  ho visto il film di Kubrick, la presenza di tutta quella neve non mi ha convinto. Se non come espediente narrativo per impedire la fuga.
Se uno legge attentamente il libro di King, noterà che in sostanza è la storia di una caldaia, e dei rischi a cui si va incontro con una cattiva manutenzione. Dovrebbe essercene una copia in ogni sede della protezione civile. Ma queste sono due riflessioni - quella sulla neve e quella sulla caldaia - che ho fatto più tardi. 
Sul momento mi colpì il fatto che il bambino non è solo una vittima, in un certo senso è  proprio lui a scatenare tutto. Infatti la vicenda fa paura soprattutto quando il bambino è solo. E&apos; lui ad avere lo &lt;i&gt;shining&lt;/i&gt;, all&apos;epoca dei fatti tradotto con luccicanza, cioè è dotato di un enorme potere che gli consente di vedere cose che gli altri non vedono e questo suo potere eccita tremendamente i fantasmi. La cosa si può anche capire. Di solito vivono in una solitudine tremenda, immagino oziosa, e devono fare il diavolo a quattro per farsi percepire dai vivi. Poi arriva questo bambino che addirittura li percepisce a distanza, ben prima di arrivare all&apos;Overloock Hotel. Possiamo parlare di un bambino prodigio. E&apos; naturale che lo vogliano uccidere per farsi fare compagnia. 
La storia mi faceva paura. Ma il fatto che il bambino avesse dei poteri e che addirittura vedesse gli eventi in anticipo non mi stupì affatto. Infatti capitava anche a me.

Le mie premonizioni erano più modeste, lo ammetto, ma in sostanza avevo anche io lo shining. Per esempio, lo yogurt non mi era mai piaciuto. Ma un pomeriggio, mentre ero in giro per Campo di Marte e facevo lo slalom tra i maniaci, una vocina dentro la mia testa mi disse che senza dubbio mi sarebbe piaciuto. Andai a casa, lo assaggiai e da allora mi piace. Un&apos;altra volta ero in Versilia coi miei, eravamo al bar, mi chiesero cosa volevo. Fino a un attimo prima non avrei mai pensato di volere un bicchiere di latte. Invece la voce improvvisa nella mia testa disse: un bicchiere di latte. Freddo, specificò. E il latte mi deliziò. La cosa potrà sembrare buffa, e certo questa voce dovrebbe manifestarsi a tutti quelli che nei ristoranti fanno aspettare ore i camerieri prima di decidersi a ordinare, ma la vera domanda è: da dove veniva quella voce? Si potrebbe anche pensare che  mentre le premonizioni del bambino di &lt;i&gt;Shining&lt;/i&gt; riguardavano il sangue  le mie riguardassero latte e derivati. Ma, a parte che sarebbe più originale, non è vero. Una volta ero in camera di mia zia Annalisa, a casa dai nonni, e tutti guardavano la televisione, quando la voce nella mia testa mi disse: tu amerai i polpi. Forse non usò questo tono solenne ma il concetto era questo. L&apos;immagine di un polpo sott&apos;acqua mi visitò. Bada bene che non avevo mai visto un polpo sott&apos;acqua in vita mia, e il polpo visto sulla terraferma, per esempio in pescheria, non ha nulla a  che vedere con lo splendore di un polpo visto nel suo elemento e nella sua pienezza. Ma successivamente al mare  ho fatto in modo di vederli: corrispondevano esattamente alla visione che mi era piovuta nella testa e oggi posso dire, non senza commozione, che i polpi sono uno dei grandi amori della mia vita.
C&apos;è chi &lt;i&gt;vede&lt;/i&gt; la caduta di un impero, o la prossima eruzione del Vesuvio. Io vidi che mi sarebbe piaciuto lo yogurt. Piccole premonizioni, anticipazioni. Cose apparentemente senza importanza, ma che mi facevano riflettere. Quello che non mi tornava dei film e dei libri del mio tempo era che, in questi libri e in questi film, se uno ha una premonizione deve essere per forza disastrosa. Ma di solito non è neanche la caduta di un impero, ormai, sono cose più orride e morbose. Onde di sangue, voci che biascicano &lt;i&gt;ti ammazzerò&lt;/i&gt; senza uno straccio di motivazione plausibile, fantasmi che imbrattano i muri con frasi rozze e sgrammaticate. Secondo l&apos;immaginario del nostro tempo se uno incontra un fantasma deve darsela a gambe. E basta. Mentre prima i fantasmi suggerivano i numeri della lotteria. Il bambino di &lt;i&gt;Shining&lt;/i&gt; fa benissimo a scappare di fronte alle due rigide bambine vestite di bianco. Lo capisco. Prima di tutto perché sono due contro uno, e poi a quell&apos;età i maschi non giocano con le femmine e infine  lui è un timido. Anche in questo mi riconoscevo.
 Ma verrà un giorno in cui ai fantasmi sarà riconosciuta la dignità e la dolcezza e forse la stessa parola fantasma verrà sostituita da una locuzione meno offensiva e discriminante, tipo personalità non dotate di corpo.

Con questo, non voglio negare l&apos;esistenza delle presenze oscure senza le quali il mondo sarebbe più povero, ma solo dire che fanno parte di un gruppo più vasto.
Per esempio, furono proprio le presenze oscure che mi insegnarono a governare i sogni. O perlomeno mi indussero a imparare quest&apos;arte. Un periodo avevo spesso incubi. Avevo paura di andare a letto. Il nonno Fileno mi disse che gli incubi in realtà sono sogni che durano pochissimo. Poi mi hanno riferito che non è vero, ma sul momento la cosa mi tranquillizzò. La prima pensata che ebbi, per debellare gli incubi, fu quella di anticiparli. Prima di addormentarmi  pensavo a tutte le cose che mi spaventavano, facevo una carrellata cercando di esaurirle. L&apos;idea era che è improbabile sognare quello a cui hai pensato prima di addormentarti. Non so da dove mi venisse.
Diciamo che invece di contare le pecore contavo gli orrori, il che è anche molto più facile, non ho mai capito come si fa a contare le pecore. Con le pecore mi confondo, mi innervosisco e non riesco a dormire.
Successivamente, innalzandomi a un livello superiore di coscienza, imparai proprio a plasmare i sogni: quando mi accorgevo che un sogno normale stava virando verso l&apos;incubo, operavo uno sforzo mentale e lo raddrizzavo. Infatti per lo più i miei incubi erano sogni normali che degeneravano, l&apos;atmosfera cambiava, le persone smettevano di essere buone. Non è che poi compissero atti tremendi, ma io percepivo la loro cattiveria. 
Alla fine raggiunsi un tale potenza di fuoco che ribaltavo la cosa. Non solo riuscivo a evitare che una persona buona diventasse cattiva, cioè non solo riuscivo a bloccare il processo degenerativo, ma riuscivo a invertirlo  facendo diventare buone le potenze demoniache.
Per esempio c&apos;era una faccia lunga e contorta che di giorno vedevo riflessa sul rubinetto del bagno. In teoria era la mia faccia deformata dal rubinetto, ma in pratica io  essendo furbo come una volpe  lo sapevo bene che tramite quel rubinetto si accedeva a un&apos;altra dimensione e quella faccia bislunga non era certo la mia faccia. Insomma ogni tanto me la sognavo, questa faccia da incubo. Ma dopo una laborioso negoziato con le mie parti oscure riuscii a farne una faccia abbastanza normale, con cui poteva perfino capitarmi di parlare. Non era una cosa stabile. Sentivo che era continuamente sul punto di trasformarsi di nuovo, di ridiventare malvagia, ma non ce la faceva. Era costretta a parlarmi, anche se i dialoghi non erano sempre rilassati.
Essendo un bambino illuminista attribuivo questa mia potenza mentale agli studi scientifici che mi rafforzavano l&apos;anima.
Pensai anche che l&apos;inferno era quando non riuscivi a trasformare i demoni. Secondo questa idea, un&apos;anima opportunamente potenziata, nell&apos;aldilà, trasforma i demoni in angeli. E insomma l&apos;inferno e il paradiso sono sempre lo stesso luogo, cioè l&apos;aldilà, sei tu che lo vivi meglio o peggio a seconda dei tuoi meriti.
Comunque sia, gli incubi smisero per davvero e da allora non ne ho più sofferto, perlomeno non di quel tipo che prevede che le persone si trasformino in demoni. Da adulto al massimo ho sognato di essere condannato a morte e che nessuno ci facesse caso.
Seguì un periodo in cui miei sogni si svolgevano sott&apos;acqua. Abitualmente strisciavo sul fondale, ma a volte saltavo o addirittura me ne andavo in giro a mezz&apos;acqua, proprio come le conchiglie. Allora mi convinsi che captavo i sogni delle conchiglie. E&apos; vero che ormai il mollusco era morto,  ma i sogni dovevano essere rimasti intrappolati all&apos;interno, rimbombavano. 
Una volta sognai delle automobili che uscivano dalle onde prolungandone la corsa selvaggia sulla spiaggia. Una visione possente, che anni dopo ho rivisto  esatta  in una pubblicità.
E veramente ci sono stati altri due o tre casi dove ho sognato pubblicità future.
E&apos; vero però che, per quanto uno li coltivi, i poteri della mente non sempre funzionano. Una volta, ero ormai grande e stavo guidando, pioveva, ero in discesa, sul viale dei Colli, e i freni hanno smesso di funzionare. Dato che non so nulla di macchine mi sono detto: i freni non possono smettere di funzionare  di colpo, così senza preavviso. Per cui questo è un sogno. Strano un incubo così, per me, non mi si addice, ma insomma è un incubo. Questo mi sono detto. Astuto come non mai. Allora ho pensato di rispolverare la vecchia tecnica di quando plasmavo sogni. Se da bambino facevo diventare buoni i demoni, ora potevo bene aggiustare i freni della macchina. Mi sono concentrato per frenare. Dovevo essere un po&apos; arrugginito, perché la macchina non frenava affatto. Ero stupito e deluso di me stesso. La mia anima è flessa in uno sforzo supremo, per tornare all&apos;antico splendore e fermare la macchina. Una macchina piccola, tra l&apos;altro. Insomma sono andato a sbattere. Ma sul serio. 
Nel senso che mi sono reso conto con sollievo che era tutto vero, non era un sogno: questo significava che la mia anima non si era indebolita, grazie a Dio.
                                    
Molti anni dopo mi sarei ricordato di quel viaggio in Turchia in cui mio padre mi fece conoscere &lt;i&gt;Shining&lt;/i&gt;. Prima di arrivare in Cappadocia conoscemmo un modenese sanguigno. Se ci fate caso i modenesi sono sempre sanguigni, nei libri scadenti. Avrei preferito parlare di un modenese anemico, ma quello che incontrammo noi era veramente sanguigno, nel senso perlomeno che parlava con grande entusiasmo di cibi robusti, dalla piadina al Kebab, alimenti tra cui trovava singolari consonanze.  Disse che non poteva dormire con altre persone nella stessa stanza perché ho paura dei sogni degli altri, disse. In particolare ne aveva paura se lui si svegliava mentre gli altri dormivano.
L&apos;avesse detto un tipo pallido e atteggiato non avrei dato gran peso alla cosa, ma il fatto che la dicesse quel tipo sanguigno me la fece sentire vera.
Poi fummo in Cappadocia, regione che ha per me i contorni del  mito. Le cicogne nidificavano sui pali della luce. Trovammo un tedesco imponente che a torso nudo, a piedi, portava con aria eroica suo figlio inerte ciondolante sulle spalle, nonostante il ragazzo fosse sui sedici anni. Il padre diceva che il ragazzo era disidratato e ci sconsigliava di andare avanti: quella era una terra inospitale, ci saremmo disidratati anche noi.
Astuti come faine, ricorremmo all&apos;antica tecnica di bere, evitammo di camminare per ore sotto il sole come fanatici e sfuggimmo così alla disidratazione. 
Entrammo dentro un paesaggio che non pensavo esistesse. Era come nelle pubblicità: la nostra macchina procedeva solitaria.  Vidi  pinnacoli di roccia chiara  a perdita d&apos;occhio, e magari in cima al pinnacolo c&apos;era un masso scuro messo per traverso. E questo per chilometri: un mondo stupefacente. Alcuni pinnacoli - camini delle fate, li chiamavano -  sembravano gelati di venti metri, ma col cono messo al contrario e la pallina di gelato in equilibrio sulla punta.
Mi spiegarono che questi camini delle fate erano stati scavati all&apos;interno da monaci dei secoli passati. Questi monaci presumo ci abitassero e di sicuro ci avevano dipinto degli affreschi. Perché poi dei monaci eremiti in tempi antichi fossero andati a vivere laggiù non mi era chiaro. Non sapevo neanche cosa fosse un monaco, se è per questo. 
In generale, le opere dell&apos;uomo non mi entusiasmavano, preferivo una scogliera a un quadro. Però essendo dentro i pinnacoli, quegli affreschi non erano esclusivamente umani.
Sentii che una parte da me era inseparabile da quei luoghi, era come essere a casa.
Sono convinto di aver visto una grande statua raffigurante un orso che si accoppia con un coniglio. Non so se era una statua o piuttosto il frutto dell&apos;erosione di due pinnacoli collegati. Qualunque cosa fosse, mi colpì. Non ero pratico di accoppiamenti, però sognavo spesso i conigli.

Venti giorni dopo, sulla via del ritorno trovammo un altro luogo che usciva dai sogni. C&apos;erano centinaia di vasche bianche, naturali, piene d&apos;acqua, poco profonde, a picco sulla pianura lontana. Le vasche dovevano essere di calcare o non so cosa, una attaccata all&apos;altra, digradavano dolcemente. Ci facemmo anche il bagno. In teoria in quell&apos;acqua non c&apos;erano animali, così ci fu detto. Mentre ripartivamo bagnati  mio padre ha sempre amato ripartire bagnato -  io vidi chiaramente degli animaletti dalle forme strane e pulsanti. Ma avevamo fretta, non so perché, e così la mia scoperta non ebbe la risonanza che meritava.
Io quando ero a casa prelevavo sempre campioni d&apos;acqua dalle pozze e poi li studiavo al microscopio, perché i miei libri mi assicuravano che avrei visto animali incredibili. Non sono mai riuscito a vedere nulla.
Ma quegli animaletti delle vasche bianche erano esattamente come immaginavo gli organismi delle pozze, solo che li vedevo senza bisogno di microscopio.

Posso anche dare testimonianza di fenomeni telepatici in famiglia. Si vede che nel nostro sangue c&apos;è un potere che si trasmette. Per esempio una volta, mi sembra fossimo a Bagno Vignoni, in Toscana, gli adulti stavano facendo quel gioco in cui uno deve indovinare un personaggio sulla base degli indizi che un altro gli fornisce. 
La passione della mia famiglia per i quiz è pari solo alla mia avversione per le risposte.
Comunque, gli indizi forniti fino a quel momento da mia madre erano: attore, occhi gelidi, un solo film.
Al che mia zia Margherita, la moglie di Manin, lo zio che mi spiegava il diavolo, chiese: come porta i capelli?
Mia madre ci pensò un po&apos; su, poi rispose: capelli a spazzola.
Lo squalo! concluse trionfante la zia Marghe.
Aveva indovinato.
Ora, è vero che era appena uscito &lt;i&gt;Lo squalo&lt;/i&gt; di Spielberg, ma penso che la risposta si spieghi solo grazie alla telepatia.
Sempre a Bagno Vignoni - un posto che risulta lugubre solo nei film di Tarkowsky - stavamo facendo tutti una passeggiata lungo un sentiero sassoso che risaliva da un torrente su per un bel bosco rado.
Mio padre e mio zio parlavano. Uno dei due avanzò l&apos;idea che andassi in montagna con gli zii, quell&apos;estate.
Ora, io ero un tipo marino, non avrei mai pensato che mi piacesse la montagna. Ma in quel momento una voce mi garantì che la montagna mi sarebbe piaciuta moltissimo. E così fu, per sempre.
Avrai capito che era sempre la stessa voce che mi aveva chiarito le idee circa il latte e lo yogurt. E bisogna dire che anche le montagne dove andai quell&apos;estate erano piuttosto bianche, per via dei ghiacciai. La voce aveva una spiccata preferenza per il bianco.
Era come se la voce mi indicasse cose che già mi appartenevano, senza che io lo sapessi. In particolare ricordo una montagna, la Grivola, con una parete che si incurva sul ghiacciaio. Poderosa come un castagno di pietra. Quando la vidi, ero con mio zio, quell&apos;estate, era così bella che  mi mancò il fiato, come si suol dire (ma non è vero, ero allenatissimo): quella montagna era esattamente come mi ero immaginato. Era MIA.
Moltissimo tempo dopo ci sono tornato con mia figlia undicenne e ho sentito che ciò significava qualcosa. Quando capirò cosa, ve lo farò sapere.

Di recente ho conosciuto un signore che è stato ospite per quarant&apos;anni di un manicomio e ora resta da quelle parti perché altrimenti non saprebbe dove andare. Per quelli come me sono aperte le porte del carcere, del cimitero e del manicomio. Io preferisco il manicomio mi ha detto sensatamente. Mi ha anche riferito che lui sente &lt;i&gt;davvero&lt;/i&gt; le voci. Ma io mi metto i tappi ha concluso felice.
Intendo dire che le voci vanno benissimo, ma richiedono prudenza.
Allo stesso modo, nonostante tutto quello che ho detto prima sulla dolcezza delle apparizioni, resto convinto che anche con loro la prudenza non sia mai troppa. In prima elementare un mio breve componimento  fece scalpore. La maestra ci aveva dato per titolo: Cosa farei se Gesù Bambino apparisse in camera mia, qualcosa del genere. Immagino volesse sapere cosa gli avrei chiesto, a Gesù bambino: la pace nel mondo, per esempio.
Io invece visualizzai questo bambino luminoso galleggiare in modo inquietante in camera mia, nel centro del mio santuario scientifico, magari sospeso pericolosamente a mezz&apos;aria sulle conchiglie, o sui pesci in formalina. Chissà perché stentavo a visualizzarlo seduto. Tra l&apos;altro me lo vedevo grassottello. Meno terribile delle gemelle di &lt;i&gt;Shining&lt;/i&gt;, che ancora non conoscevo, ma certo più pesante, se rovinava sulle conchiglie. E comunque abbastanza spaventoso anche lui.
Ora, io lo sapevo che in realtà è buono. Tuttavia immaginai questa entità pulsante e irraggiante luce (probabilmente una entità radioattiva, me ne rendo conto oggi) che mi appariva di colpo e senza regolare invito. La cosa mi parve insopportabile.
Allora scrissi nel tema che mi sarei buttato dalla finestra per la paura.

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<entry id='2417' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2417' author_id='4' authored_on='20071022025019' basename='i_giornali_a_processo_il_caso_7_aprile_sesta_parte' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071022025019' modified_on='20071022025019' ping_count='0' status='2' title='I giornali a processo: il caso 7 aprile - Sesta parte' week_number='200743'><text>di &lt;b&gt;Luca Barbieri&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;BrigateRosse.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/BrigateRosse.jpg&quot; width=&quot;125&quot; height=&quot;73&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;(c) 2002 - Si consente la riproduzione parziale o totale dell&apos;opera e la sua diffusione per via telematica, purché non a scopi commerciali e a condizione che questa dicitura sia riprodotta.

&lt;b&gt;Il terrorismo&lt;/b&gt;

Come si è visto, la grande trasformazione sociale che interessa il nostro Paese è accompagnata da tensioni molto vaste che inaugurano una lunga e crescente stagione di violenza politica che darà allintero decennio dei Settanta la denominazione di anni di piombo. Ma il fenomeno terroristico, pur rilevantissimo, non esaurisce la comprensione di un fenomeno così complesso come quello della protesta sociale. Ripercorrerne a grandi linee levolversi è utile per capire il clima in cui giunse loperazione 7 aprile.</text><text_more>I numeri della violenza terrorista già da soli ben descrivono una situazione in progressivo peggioramento:

Nel quinquennio che va dal 1969 al 1974 i morti per fatti politici sono 92 di cui 63 a causa di violenze e atti terroristici di destra, 10 caduti in scontri con le forze dellordine, 8 in altre circostanze, 2 in seguito ad azioni di ignoti, e infine 9 attribuibili, in modo diretto o indiretto a organizzazioni di sinistra; gli attentati nello stesso periodo sono 1706, dei quali 1222 (pari al 71,6%) attribuiti allestrema destra e 99 (pari al 5,8%) rivendicati o attribuiti allestrema sinistra (per 385 gli autori sono ignoti). Sono dati che testimoniano non solo di un salto in avanti quantitativo della violenza, di una vera e propria guerra civile strisciante, ma anche di una sua trasformazione qualitativa (17).  

Il secondo quinquennio segna il punto più alto della violenza terrorista in Italia: 
362 morti e 171 feriti tra il 1974 e il 1980, di cui 104 morti e 146 feriti attribuibili a organizzazioni terroristiche di sinistra; 1787 attentati compiuti da organizzazioni di sinistra (contro 1281 attribuiti ai neofascisti) e 984 atti di violenza (contro gli 892 della destra). Un bilancio che rovesciando le proporzioni della fase precedente tra violenza di sinistra e violenza di destra mostrava le differenze tra i due periodi (18). 

Nel nostro Paese il terrorismo di sinistra si compone di molte sigle. Si va dalle Brigate Rosse, a Prima Linea, ai NAP (nuclei di armati proletari). A questi tre gruppi si aggiungano una miriade di gruppuscoli locali che hanno spesso la vita di un giorno, o di un delitto. Si tratta di gruppi dalla storia non lineare. Le Brigate Rosse nascono come gruppo adito a autoriduzioni proletarie, furti e altri piccoli crimini di autofinanziamento. Il loro scopo dichiarato è quello di colpire gli interessi materiali (i beni materiali e la vita) dei capitalisti e del padronato. Fino al 1973 questo gruppo intrattiene un dialogo discreto con tutti i gruppi extraparlamentari della sinistra, soprattutto Potere operaio, e con alcune frange del PCI (alcuni membri delle BR provenivano direttamente dai quadri della FGCI).

In una intervista alle BR pubblicata in Potere Operaio del lunedì, n. 44 dell11 marzo 1973, il Partito comunista viene definito come «una grande forza democratica che persegue con coerenza una strategia esattamente opposta alla nostra. Non sembra né utile né importante continuare ad attaccarlo con raffiche di parole. ..»
Questo per dire come anche le Brigate Rosse, rimaste giustamente nellimmaginario collettivo come il gruppo di fuoco del partito armato, nel corso di un decennio sviluppino posizioni anche molto differenti tra loro. E infatti solamente a partire dal 1974, con lassassinio di due esponenti del MSI avvenuto in via Zabarella a Padova il 17 giugno, che le Br fanno partire il contatore della lunga scia di delitti che segnerà la vita di questo gruppo eversivo. Il gruppo, mentre in un primo tempo, pur denunciando la necessità della violenza, aspira a mantenere un legame con il movimento, («La lotta politica  dicono ancora nel 71  non può più essere sviluppata senza una precisa capacità militare. In questa logica le Br non operano un diretto attacco al potere, non si sostituiscono al movimento di massa»), in seguito perderà ogni contatto con gli altri gruppi puntando a trascinare con sé, nellattacco al cuore dello Stato, gli altri spezzoni del movimento. 

Lideologia delle Br subisce sostanziali variazioni nel tempo: altro è il contenuto dellopuscolo del 1971, altro quello dellintervista del 1973, e altro ancora sarà lideologia che guiderà lattacco al cuore dello stato al tempo del rapimento del magistrato Mario Sossi (per parlare solo delle varianti intervenute quando lorganizzazione era diretta dai militanti della prima generazione) Nellestate del 1971 le BR, pressoché sconosciute,  avevano firmato alcuni isolati attentati alle cose; nel marzo 73 avevano già partecipato alle lotte Fiat e le loro azioni  distruzioni di auto di fascisti, devastazione della sede Cisnal di Torino, sequestro per alcune ore del sindacalista della Cisnal Labate  si intrecciano con una serie di azioni violente e di massa poste in essere dai cortei interni di lavoratori, culminati poi con loccupazione della fabbrica e il blocco delle merci; nel maggio del 1974 lazione delle Br, che hanno abbandonato lantifascismo e la fabbrica, punta direttamente contro le istituzioni dello Stato, facendo compiere un autentico salto di qualità alla propria pratica combattente (19).  

Il 1977 è un anno di svolta nella storia del movimento. Lanno, anzi lannata, come si usa dire per i vini di pregio, assume quasi valore epocale. Il 77, il movimento del 77, quasi come un 68, ma molto più pauroso e confuso. E lanno in cui Luciano Lama, segretario della CGIL, viene cacciato dalluniversità di Roma dagli autonomi. Cosè successo? Con il PCI spinto verso posizioni sempre più moderate linsoddisfazione del movimento cresce a dismisura. Le lotte dellAutonomia si acuiscono. Città come Padova e Bologna sono scosse da unondata di illegalità di massa. Una situazione che a qualcuno, nel mondo della sinistra extraparlamentare, fa parlare di unimminente rivoluzione. Le Brigate Rosse tentano di prendere la leadership del movimento alzando il tiro, tentando di trascinare il movimento nel loro attacco al cuore dello Stato. Questa è una delle interpretazioni che viene data da alcuni autonomi alloperazione che nel 1978 porta al sequestro e allomicidio di Aldo Moro, il premier democristiano alfiere del compromesso storico. Un tentativo insomma di portare la crisi a un punto di rottura, a un punto di non ritorno, e costringere quindi il resto del movimento a prendere le armi.  

Seppure senza una vera e propria base sociale, il terrorismo italiano non è fatto che coinvolge solo poche decine di persone come avviene in Germania. Che il terrorismo italiano di sinistra sia durato così a lungo è un fatto anomalo nel contesto europeo. Secondo molti osservatori e suoi protagonisti, quello che è mancato per normalizzare in fretta la situazione italiana è stata una sponda riformistica intelligente che a sinistra, al contrario di quanto avvenne in Germania e in Francia, non ci sarebbe mai stata. 

Insomma sarebbe un intricato nodo di convenienze, ritardi nellanalisi politica e congiunture internazionali ad impedire allItalia di uscire rapidamente dalla stagione protestataria e in seguito terroristica. Questa insufficienza della risposta politica ha poi prodotto, secondo altri osservatori, la necessità per la magistratura di svolgere unattività di supplenza che ne avrebbe stravolto le funzioni. Ma che la risposta politica sia stata insufficiente è provato anche dallalto numero di fuoriusciti politici riparati allestero. 

&lt;b&gt;Il terrorismo dopo il 7 aprile&lt;/b&gt;
 
Ma cosa succede al terrorismo dopo il blitz 7 aprile? Le tesi sono sostanzialmente due:

 da una parte gli inquirenti, e con loro anche i giornalisti, sottolineano il calo del numero dei fenomeni di violenza dopo gli arresti del 7 aprile. Inizialmente come prova che si è colpito il vertice dellorganizzazione (e quindi si è visto giusto). E poi (quando dal punto di vista giudiziario viene smentito il teorema Calogero) con laffermazione che comunque si è tolta lacqua nella quale lautonomia nuotava. Un ragionamento che giustifica agli occhi dei suoi autori anche gli errori processuali. 
 dallaltra parte, anche dagli imputati, si sottolinea come, dopo il 7 aprile, le Brigate Rosse abbiano fatto la propria comparsa in Veneto (prima ne erano pressoché assenti, a parte il famoso omicidio del 1975) e come in questo modo si siano spinti tanti giovani autonomi nelle sue braccia. Insomma la violenza diffusa non sarebbe scomparsa bensì sarebbe stata spinta, proprio dalle operazioni giudiziarie, nella direzione del vero e proprio terrorismo.

&lt;b&gt;NOTE&lt;/b&gt;

17) M. Revelli, &lt;i&gt;Movimenti sociali e spazio politico&lt;/i&gt;, in F.Barbagallo, Storia dellItalia Contemporanea, Torino, Enaudi, 1995, p. 473.
18) Ivi, p. 474.
19)  G.Palombarini, &lt;i&gt;7 aprile: il processo e la storia&lt;/i&gt;, Venezia, Arsenale Cooperativa Editrice, 1982, p.100.

(&lt;b&gt;6-CONTINUA&lt;/b&gt;)

</text_more></entry>
<entry id='2418' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2418' author_id='1' authored_on='20071023032223' basename='il_caso_stieg_larsson' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='0' created_on='20071023032223' modified_on='20071022232708' ping_count='0' status='2' title='Il caso Stieg Larsson' week_number='200743'><excerpt>«Più che fare propaganda o tentare di fare letteratura classica, &lt;img alt=&quot;StiegLarssonmini.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/StiegLarssonmini.jpg&quot; width=&quot;50&quot; height=&quot;67&quot; border=&quot;1&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt;un poliziesco deve in primo luogo intrattenere il lettore. La narrativa di genere è tra le forme più popolari dintrattenimento. E solo catturando completamente lattenzione e la fiducia del lettore posso usarla per trasmettere un messaggio, ed è quello che voglio fare, naturalmente.»</excerpt><text>&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;StiegLarsson.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/StiegLarsson.jpg&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;111&quot; border=&quot;1&quot; hspace=6 vspace=2 align=right /&gt;Stieg Larsson (1954-2004) era un giornalista esperto a livello mondiale di movimenti di estrema destra,
collaboratore di diverse testate e dellagenzia di stampa TT, corrispondente dallInghilterra,
consulente del ministero di Giustizia, inviato per lOSCE, ha lavorato anche come consulente
di Scotland Yard. Nel 1995, dopo lomicidio di cinque ragazzi a Stoccolma per mano
di estremisti di destra, fondò la rivista EXPO, con intenti antirazzisti.&lt;br&gt;
Stieg Larsson riteneva di avere una missione: sempre impegnato in prima linea contro
razzismo, antisemitismo, fascismo, movimenti nazionalisti, discriminazioni, abusi sulle donne,
si identificava totalmente con il proprio lavoro.&lt;br&gt;
Bersaglio di gruppi neonazisti, visse per anni protetto
dalla polizia, costretto a tenere segreta la propria
abitazione e a modificare quotidianamente
i suoi tragitti.&lt;br&gt;&lt;br&gt;</text><text_more>Un autore che la critica svedese ha acclamato come
una rivelazione, una voce veramente nuova, fuori
dal coro, capace di rilanciare il genere rivelandone
le nuove potenzialità, per doverlo subito piangere,
perché morto improvvisamente per un attacco
cardiaco, nel novembre 2004, poco prima delluscita
in libreria del primo episodio della trilogia
che aveva appena concluso.&lt;br&gt;
Stieg Larsson, morendo, ha portato con sé molti segreti.&lt;br&gt;
Amava il poliziesco anglosassone. A un giornale confidò: «Più che fare propaganda
o tentare di fare letteratura classica, un poliziesco deve in primo luogo intrattenere il lettore.
La narrativa di genere è tra le forme più popolari dintrattenimento. E solo catturando
completamente lattenzione e la fiducia del lettore posso usarla per trasmettere
un messaggio, ed è quello che voglio fare, naturalmente.»&lt;br&gt;
&lt;img alt=&quot;StiegLarssoncover.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/StiegLarssoncover.jpg&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;232&quot; border=&quot;1&quot; hspace=6 vspace=2 align=right /&gt;La televisione svedese SVT e la compagnia di produzione Yellow Bird (di cui è socio
anche Henning Mankell) stanno lavorando a una serie televisiva tratta dai tre romanzi
della &lt;i&gt;Millennium Trilogy&lt;/i&gt;, oltre che a un film per il grande schermo ispirato
al primo episodio della serie, &lt;b&gt;Uomini che odiano le donne&lt;/b&gt; (in uscita italiana per i tipi Marsilio).
La &lt;i&gt;Millennium Trilogy &lt;/i&gt;di Stieg Larsson è
una trilogia poliziesca dalla singolare storia editoriale: ha venduto 150.000 copie
in meno di un mese dalluscita e solo in patria ha ormai raggiunto 1.800.000 copie, facendo
di Larsson lautore di thriller attualmente più venduto in Svezia.&lt;br&gt;
Clamoroso caso editoriale internazionale, tradotto in 20 paesi, Larsson ha già venduto
tre milioni e mezzo di copie dei suoi romanzi in Europa: in Francia Uomini che odiano
le donne, uscito in sordina, grazie a un inarrestabile passaparola ha raggiunto le 60.000 copie
vendute; in Germania è stato il tascabile più venduto dellanno; in Danimarca il terzo volume
della trilogia, con 110.000 copie, è il libro con la più alta prima tiratura del paese dopo la &lt;i&gt;Bibbia&lt;/i&gt;.&lt;br&gt;
L&apos;autointervista che segue è stata redatta poco prima della morte dell&apos;autore.
&lt;br&gt;&lt;br&gt;
&lt;br&gt;&lt;b&gt;La fondazione Expo&lt;/b&gt; 
&lt;br&gt;&lt;br&gt;
Expo è una fondazione per la ricerca con uno scopo molto semplice:
difendere la democrazia e la libertà di parola contro i movimenti razzisti, antisemiti,
di estrema destra e totalitari.&lt;br&gt;
Expo è libera da legami con partiti politici. Nel lavoro della fondazione sono impegnate
persone di estrazione molto diversa, dai giovani moderati agli ex comunisti.&lt;br&gt;
Chi lavora a Expo deve lasciare il proprio bagaglio politico fuori dalla porta.&lt;br&gt;&lt;br&gt;
&lt;b&gt;Il lavoro alla rivista &lt;i&gt;Expo &lt;/i&gt;e le minacce&lt;/b&gt; 
&lt;br&gt;&lt;br&gt;
Abbiamo iniziato nel 1995 quando sette persone furono
assassinate da un gruppo di neonazisti. Allinizio, in redazione cerano alcuni ragazzi
che per due anni hanno lavorato fino allo sfinimento. Io stavo su anche la notte cercando
di mandare avanti le cose.&lt;br&gt;
Non abbiamo avuto alcun sostegno e nel 1998 la rivista fu sospesa. Allora tre-cinque
di noi erano ancora nel direttivo e abbiamo ricevuto lincarico di ristrutturare lattività
e saldare i debiti. Ci siamo riorganizzati con un nuovo direttivo nel 2001.&lt;br&gt;
Mi è capitato di ricevere minacce. Ma capita a tutti quelli che scrivono di questi movimenti.&lt;br&gt;
Le minacce arrivano subito. Anche per i testi più innocenti. Se le minacce aumentano,
telefoniamo alla polizia. Per esempio, qualcuno ha sparato alla finestra dellufficio di Kurdo
Baksi, la tipografia è stata danneggiata da un gruppo di vandali e qualcuno ha assalito
uno dei distributori di Expo. Ma siamo stati costretti a telefonare alla polizia soltanto
in tre occasioni.
&lt;br&gt;&lt;br&gt;
&lt;b&gt;La &lt;i&gt;Millennium Trilogy&lt;/i&gt;&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;br&gt;
Ho iniziato a scrivere nel 2001. Allinizio lo facevo per divertimento.&lt;br&gt;
Era una vecchia idea degli anni Novanta. Io e Kenneth A dellagenzia di stampa TT
non avevamo molto da fare e così abbiamo iniziato a scrivere un testo sui vecchi
&lt;i&gt;Gemelli Detective&lt;/i&gt;, una serie per bambini degli anni Cinquanta. Era divertente e ci siamo
detti che avremmo dovuto scrivere che ora avevano quarantacinque anni e che stavano
affrontando il loro ultimo mistero. Così ebbe inizio la mia idea, ma subì dei cambiamenti.
Cominciai a pensare a &lt;i&gt;Pippi Calzelunghe&lt;/i&gt;. Come sarebbe stata oggi? Come sarebbe stata
da adulta? Come lavrebbero definita? Sociopatica? Donna-bambina? Pippi ha unaltra
visione della società. La trasformai in Lisbeth Salander, venticinque anni, una ragazza
completamente al di fuori della società. Non conosce nessuno, non ha alcuna capacità
di socializzare.&lt;br&gt;
Poi pensai che ci volesse un contrappeso per Lisbeth. E fu Mikael Kalle Blomkvist,
un giornalista di quarantatré anni. Un fratello in gamba che lavora alla propria rivista,
&lt;i&gt;Millennium&lt;/i&gt;. Lazione si svolge intorno alla redazione della rivista. Ma anche intorno
a Lisbeth, che non vive una vita molto attiva.&lt;br&gt;
Le persone coinvolte sono molte, di tutti i tipi. Lavoro con tre gruppi distinti. Uno intorno
a &lt;i&gt;Millennium&lt;/i&gt;, che ha sei dipendenti. I personaggi secondari non entrano in scena soltanto
per dire qualcosa. Agiscono e influenzano lazione. Non è un universo chiuso.&lt;br&gt;
Poi cè il gruppo intorno alla Milton Security, una società di sicurezza diretta da un croato.&lt;br&gt;
E poi cè il corpo di polizia, attori che agiscono da soli.&lt;br&gt;
Solo nel terzo romanzo tutti i pezzi del puzzle trovano il loro posto e si capisce quello
che è successo. Ma si tratta anche di qualcosaltro.
Nei romanzi gialli in genere non si vedono mai le conseguenze di quello che è successo
in una storia precedente. Nei miei romanzi sì.&lt;br&gt;&lt;br&gt;
&lt;b&gt;Scrivere romanzi gialli&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;br&gt;
È tutta la vita che leggo romanzi gialli. Alla TT scrivevo due colonne
allanno, una destate e una a Natale. Scrivevo sui cinque migliori romanzi del momento.
Fra i quali Sara Paretsky, Val McDermid, Elisabeth George, Minette Walters. Strano,
ma i romanzi che ho lanciato erano quasi tutti scritti da donne.&lt;br&gt;
So quello che mi irritava dei romanzi gialli. Spesso i protagonisti non descrivono la società
che li circonda.&lt;br&gt;
Scrivo molto rapidamente. È facile scrivere romanzi gialli. È più difficile scrivere un articolo
di 5000 caratteri che deve essere corretto al cento per cento. Non dobbiamo mai sbagliare
a &lt;i&gt;Expo&lt;/i&gt;, perché in quel caso possiamo essere attaccati dalla stampa avversa.&lt;br&gt;
Scrivere un romanzo giallo significa scrivere qualcosa di divertente.
Non è come scrivere propaganda o letteratura classica. I romanzi gialli sono fra i più
popolari mezzi di intrattenimento che esistono. E se poi si cerca di inviare un messaggio...
io lo faccio.&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;br&gt;</text_more></entry>
<entry id='2419' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2419' author_id='19' authored_on='20071023033505' basename='futuro_breve_vi' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071023033505' modified_on='20120624121751' ping_count='0' status='2' title='Futuro Breve VI' week_number='200743'><text>di &lt;b&gt;Alessandra Daniele&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;CitizenKane.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/CitizenKane.jpg&quot; width=&quot;125&quot; height=&quot;96&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;&lt;b&gt;Emergenza&lt;/b&gt;

Il Generatore Automatico sentenziò:
&lt;i&gt;&quot;Arrotini
Satanisti  
del Bengala&quot;&lt;/i&gt; 
Il ministro Raffoni sorrise  Ecco lemergenza della settimana.
- Manon ci sono arrotini satanisti del Bengala in Italia  obbiettò Magnozzi, perplesso
- &lt;i&gt;Certo&lt;/i&gt; che ci sono  sibilò il ministro  anzi, ce ne sono &lt;i&gt;troppi&lt;/i&gt;! Gli onesti cittadini sono stufi di essere tormentati dai loro lamentosi richiami ululanti.
- Da muezzin!  aggiunse deciso il generale Santi Sepolcri.
- Giusto! Magnozzi, prenda nota per lapertura del TG: Emergenza arrotini satanisti del Bengala, si sospettano legami col terrorismo islamico, e non dimentichi di menzionare il feroce regime totalitario bengalese&quot;.</text><text_more>- Ma che cazzo di governo cè in Bengala?  si chiese il generale.
- Boh, cercherò su Wikipedia  rispose Magnozzi, trafficando con gli appunti.
- Intanto partiamo con la solita retata  disse Santi Sepolcri.
Raffoni annuì.
 Zingari, comunisti, puttane, rompicoglioni, e negri vari  sogghignò.
Il direttore del TG  intervenne. 
 A proposito di satanismo, nella prima edizione inseriamo anche una bella dichiarazione apocalittica del cardinale Busone?
- Bastione!  ringhiò il generale
- Mi scusi - balbettò Magnozzi  è solo un soprannome che circola, lo chiamano così perché
- perché sono satanisti!  disse Raffoni stentoreo  Prenda nota: Gravi minacce sataniste al cardinale Buson Bastione da parte degli arrotini bengalesi, e stia più attento alle stronzate che dice, è a causa del pressappochismo di quelli come lei che siamo stati declassati a nazione di Fascia B!
Il direttore del TG chinò la testa, mortificato.
- Si potrebbero coinvolgere nella faccenda anche i pitbull?  Chiese il dirigente della MediChem, entrando  La mia ditta ha una vecchia partita di siero antirabbico da smaltire
- No, i pitbull li abbiamo già fatti la settimana scorsa  rispose il ministro, irritato dal ritardo del dirigente - Pitbull pedofili della Patagonia. Per rifarli è meglio aspettare la prossima.
- Tiriamo dentro Chávez, piuttosto  disse Magnozzi.
- Di nuovo?
- Mi sta sul cazzo.
- Emergenza!  strillò un usciere, facendo irruzione trafelato.
- Sì, ne stiamo discutendo!  rispose Raffoni, torvo. 
- No, non quella, una vera! 
Londa durto dellesplosione li spazzò via in un turbine di macerie.
Il Generatore Alfabetico del Pentagono, passato alla Fascia B, aveva sentenziato
&lt;i&gt;Italia&lt;/i&gt;.

&lt;b&gt;Taglio diamante&lt;/b&gt;

- Bizzarra conformazione  Il primo Zeliano manifestò il suo stupore assumendo una colorazione bluastra  Guarda questa struttura semi-conica: non è un semplice sostegno, ci passano tutti i principali condotti di alimentazione.
- La tua lucidità analitica è encomiabile, vista la terribile situazione in cui ci troviamo - commentò il secondo Zeliano, del colore giallo pallido della sofferenza.
- Non è curiosità scientifica fine a se stessa  rispose il primo virando sul violetto  Benché prigionieri e gravemente feriti, abbiamo ancora abbastanza energia per attivare il Legame 

- Stupende! Sono pietre cangianti di Zelas?  chiese Lucille.
Claire sorrise civettuola  Sì, ed è proprio vero che emettono un leggerissimo ronzio quando cambiano colore.
- Gli eso-ecologisti sostengono che lo fanno per comunicare perché in realtà sono forme di vita intelligente.
- Ma figurati!  sbottò Claire  Sono solo pietruzze, che tagliate e incastonate così sono perfette come orecchini -  Scosse la testa facendo dondolare i due Zeliani. Un attimo dopo un lampo multicolore balenò da una pietra allaltra, unendole. 
La testa di Claire rotolò via tranciata di netto.
Lucille cominciò a urlare.

&lt;b&gt;Cereal killer&lt;/b&gt;

La star di &lt;i&gt;patriot-action movies&lt;/i&gt; Thor Thunder era allingrasso. Tutte le sue peggiori perversioni, dalla pedofilia al cannibalismo, venivano soddisfatte, incoraggiate, e documentate nel suo dossier. A tempo debito, il suo sputtanamento pubblico, e il suo tele-processo con tele-esecuzione avrebbero divertito e distratto da guerre e crisi economiche miliardi di tele-sudditi imperiali. 
Se Thor Thunder non avesse avuto invece il cattivo gusto di morire prima.
- Inutile pezzo di merda!  ringhiava Tiffany, vedova Thunder, passeggiando nervosamente attorno al cadavere  Proprio adesso dovevi strozzarti con quei fottuti cereali, eh?! La settimana prossima era previsto il nostro tele-divorzio, sarei diventata famosa come la Tipa Tosta che ha spennato T.T., uneroina e un modello per le casalinghe pezzenti e le aspiranti troiette, e invece no!  Sferrò un calcio al corpaccione inerte  sarò soltanto una pallosissima vedova costretta a spartire il malloppo con quei bavosi dei tuoi figli, e siccome te li sei sbatacchiati da piccoli, i media intervisteranno solo loro e ignoreranno me!  piagnucolò. Poi saggiustò lo stivaletto di pitone dorato, e tirò un altro calcio al marito, grugnendo:  Stronzo!
- La smetta di contaminare la scena del delitto  disse lagente investigativo dello Scientific Service, entrando con una valigetta.
- Quale delitto? Lo stronzo sè soffocato da solo ingozzandosi di cereali di polistirolo! Sul set gli hanno dato una scatola di finti cornflakes, lui doveva essere talmente strafatto che gli sono sembrati veri, se li è portati a casa e sè strozzato!
Lagente scosse la testa lentamente
- No, non è così che è andata. Suo marito è stato vittima di un brutale serial killer.
Tiffany cercò di strabuzzare gli occhi dallo stupore, ma la paresi dei muscoli facciali causata dal Botox antirughe glielo impedì.
- La demolizione controllata del personaggio Thor Thunder ci sarebbe dovuta servire come Arma di Distrazione di Massa.  spiegò lagente - Adesso che è morto in un modo così stupido e mediaticamente inutile, abbiamo, per così dire, un buco nel palinsesto. Quindi ci serve qualcosa che lo riempia  aprì la valigetta  Una psicosi di massa da serial killer farà al caso nostro.
- Perciò a fare secco T.T. sarebbe stato nientemeno che un serial killer?  ridacchiò Tiffany.
- Esatto. Comè facilmente deducibile dal modus operandi.
- Quale?
Lagente estrasse dalla valigetta una mannaia, e con un colpo secco decapitò il cadavere.
- Questo.
Tiffany sussultò. Le sue enormi tette di silicone restarono perfettamente immobili. 
Lagente sollevò la testa di Thunder con la mano guantata di lattice.
- Più tardi provvederemo a rimuovere questo grumo di polistirolo masticato dalla trachea. Oltretutto bisogna evitare cattiva pubblicità ai cornflakes.
- Non so se funzionerà  obbiettò Tiffany  Io me ne intendo di questa roba, essendo stata costretta a vedere tutte le stronzate che girava quel laido trippone  Puntò lindice ungulato - Non è credibile un serial killer che fa una vittima sola.
- Lo so  disse lagente. Riprese la mannaia, e le mozzò la testa.


</text_more></entry>
<entry id='2420' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2420' author_id='4' authored_on='20071024024340' basename='giampiero_rigosi_lora_dellincontro' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071024024340' modified_on='20071024024614' ping_count='0' status='2' title='Giampiero Rigosi:  L&apos;ORA DELL&apos;INCONTRO' week_number='200743'><text>di &lt;b&gt;Daniela Bandini&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;RigosiIncontro.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/RigosiIncontro.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;187&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Giampiero Rigosi, &lt;i&gt;L&apos;ora dell&apos;incontro&lt;/i&gt;, Einaudi Stile Libero, 2007, pp. 446,  14,00

Lora dellincontro tarda sempre ad arrivare. Sia quando lincontro è atteso con trepidazione che quando lo si aspetta con angoscia. Tutti gli appuntamenti hanno quella patina di necessità che li rende sgradevoli e finiscono per riprodurre gli stessi schemi di incombenza,  urgenza, anche in ciò che vorremmo fosse piacevole. Prepararsi a sfoggiare il meglio, il peggio, il mediocre che è in noi: dipende solo dal nostro interlocutore. E se linterlocutore fosse la nostra sopravvivenza? Se fosse una malattia senza speranze di guarigione a darci un appuntamento non saremmo più che lieti di disertarne la visita? No, a volte no.</text><text_more>A volte le aspettative sulla  vita sono talmente fragili, legate insieme da tensori troppo sensibili ed eccessivamente elastici che non ci permettono di visualizzare una struttura definita: barcollando come ubriachi,  on la vista annebbiata, andando a sbattere contro gli stessi spigoli migliaia di volte, facendoci del male sempre nello stesso punto, con una dolorosa paura di cadere dove invece stiamo sprofondando. E può accadere di voler disertare,  cambiare, sorprendentemente, le carte in tavola. Entrare nella parte degli sconfitti, un tipo di sconfitti senza nessuna colpa, sopravvivere nellinnocenza dolorosa dell irrimediabile, dove tutto si sfuma e perde consistenza, dove il sorriso è già rimpianto, dove la felicità è immediatamente perdita: vivere sulla propria pelle il lungo calvario di un malato terminale. 
Una donna, giovane, due figli piccoli, la prima volta che sente il nodulo sotto la pelle del seno, una sottile fitta che arriva al cervello sotto forma di angoscia, tutto larco dellorrore che dovrà attraversare, tra lo sgomento, la disperazione, le percentuali di sopravvivenza,  di chi ce lha fatta, di chi è ricaduto. E non si è più rialzato. Lo scrittore è riuscito in maniera sorprendente a trasmettere questi stati danimo che raggiungono come flash la nostra più profonda vulnerabilità. Come se tutto non avesse avuto importanza fino a quel momento, fino al momento della rivelazione, della nostra condizione di mortali. Eppure dovremmo saperlo. L85% delle nostre azioni sono geneticamente convogliate alla nostra sopravvivenza. Eppure lo smarrimento di fronte alla malattia, anche non grave è così riassumibile. Al male, che raffiguriamo antropomorfizzato, gridiamo, in maniera infantile:  Ma perché ce lhai con me? Cosa ti ho fatto? Proprio non sappiamo spiegarcelo, non ce lo possiamo permettere, non pensiamo mai che lattuale giornata potrebbe essere una delle ultime:  tutto andrebbe  a rotoli, non avremmo più alcuna  motivazione, il sorriso e la serenità degli altri un intollerabile offesa di straordinaria volgarità.  
E se al contrario tutta la creatività, la fantasia, la gratificazione fisica ed intellettuale, la curiosità, cominciassero dalla constatazione della propria precarietà? Non solo mettendoci nei panni di chi il dolore lo vive, ma vivendolo. E il caso della nostra splendida protagonista, Clara. Giovane madre separata, un figlio piccolo, è a conoscenza di qualcosa che la turba in maniera profonda, travolgendola. Un famoso oncologo bolognese seduce le sue pazienti, tutte in fase terminale della malattia. Non ci sono risvolti sado-maso, telecamere nascoste, giri loschi di affari che indubbiamente fiorirebbero attorno a casi simili: solo, e non sembra proprio esserci dellaltro, amore. Niente quindi di moralmente così inqualificabile da sentirsi in dovere di chiedere un risarcimento etico o  infliggere una punizione esemplare. 
Clara lo vuole come la vuole lui: una paziente senza speranza di guarigione, che si affida al suo medico di fiducia, che potrebbe donarle quellintesa di paradossale felicità che la routine, con tutta la salute che si porta appresso, non è capace di dimostrarle.  Un medico che infonde fiducia, rassicurante ma non inutilmente e fastidiosamente ottimista, un sano realista che ama al di sopra di tutto il suo rapporto con il lato oscuro della vita. Il suo obiettivo  è donare il meglio di sé a chi non ha che dolore e compassione al suo fianco. Concedere lamore fisico a chi sotto le coperte sente solo lindifferenza e la ripugnanza per il proprio corpo, il dolore, il disgusto, la pietà. 
Per fare lamore ci vogliono benessere e salute, spensieratezza e senso di onnipotenza, cosa centra il cancro con tutto questo? E infatti bisogna passarci: dimagrire spaventosamente, carenza di ferro e vitamine del gruppo b, debolezza muscolare, milza e linfonodi ingrossati, e tutto ciò che porta con sé lassenza di una digestione fatta di cibi diversi: nausea, vomito, giramenti di testa, alito pestilenziale. 
La nostra Clara sarà una vera malata terminale, con tutto ciò che comporta, pur  continuando a gestire un figlio piccolo che controbilancia il dimagrimento materno con un appetito che lei non ha mai avuto, lavorando in ufficio, dove colleghe e superiori sospettano a tutti gli effetti un cancro in stadio avanzato, dove il fratello e lex marito osservano da spettatori inorriditi i cambiamenti fisici e psicologici della persona cara. Ma chi ha voglia di ripulire la casa, spolverarla, annaffiare le piante, profumare gli ambienti? Il fumo fa male, ma per piacere non farmi ridere 
Clara otterrà un appuntamento dal suo dottore, da quelloncologo che manterrà per tutto il romanzo un comportamento dal suo punto di vista irreprensibile, una persona che rimane unincognita, un punto di domanda: che cose ottiene in cambio? La gratitudine? Cosa lo muove, la carità cristiana? Cosa spera di esorcizzare, forse la malattia che non riesce a debellare? Probabilmente è la realizzazione della propria visione comportamentale, un estremo, definitivo contatto tra medico e paziente, ben oltre il principio dellempatia. 
E il romanzo più sorprendente che abbia letto negli ultimi tempi, e lo consiglio di cuore. E  se, anche solo per un giorno, proponessimo a un amico: Ti va di giocare con me alla morte, come ha fatto Clara? Probabilmente la nostra vita, e ho detto vita, non sarebbe mai più la stessa. Probabilmente sarebbe migliore.

</text_more></entry>
<entry id='2422' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2422' author_id='4' authored_on='20071025032237' basename='fumetti_contro' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071025032237' modified_on='20071025153244' ping_count='0' status='2' title='Fumetti contro' week_number='200743'><text>di &lt;b&gt;Valerio Evangelisti&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Resistenze.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Resistenze.jpg&quot; width=&quot;117&quot; height=&quot;167&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;[E&apos; uscita di recente una grossa e ricchissima raccolta di fumetti: &lt;i&gt;Resistenze. Cronache di ribellione quotidiana&lt;/i&gt;, a cura di Claudio Calia ed Emiliano Rabuiti, ed. Becco Giallo, Ponte di Piave, 2007, pp. 306,  18, 00. Gli autori sono una quarantina, elencati sul &lt;a href=&quot;http://www.beccogiallo.it/?pagina=pagina_generica.php&amp;id=115&quot;&gt;sito&lt;/a&gt; della casa editrice, piccola ma combattiva. Riporto la mia introduzione a questo libro, splendido e importante.]  (&lt;b&gt;V.E.&lt;/b&gt;)

Il fumetto può essere veicolo di critica sociale? Sicuramente sì. Non è che una forma di letteratura che agglutina arti differenti, fondendosi principalmente a quelle grafiche. Un po ciò che accade con il cinema, ma con una virtù ulteriore: quella della sintesi.
Troverete in questa raccolta un esempio straordinario, ed estremamente significativo, di ciò che dico. E una sola tavola, firmata Nanni [Giacomo Nanni, riminese, classe 1971]. Un gatto passeggia su un divano, poi si raggomitola. Dice Mi annoio. Qualcuno gli risponde: Resisti.  </text><text_more>Una semplice battuta? No, una spietata descrizione del contesto socio-politico-esistenziale attuale. Ma la domanda vera è unaltra. La letteratura avrebbe potuto raggiungere una simile capacità di impatto con tanta economia di mezzi? No, per niente. E il cinema? Ancora meno. Solo il fumetto riesce in imprese del genere. Basterebbe questo a catalogarlo tra le forme darte più raffinate.
Oggi stanno pian piano scomparendo gli imbecilli che negano al fumetto un ruolo centrale nella nostra cultura. Ecco un bel po di storie capaci di costringere la (futura) minoranza al silenzio e alla vergogna. Non illudiamoci, seguiteremo ancora a lungo a udire ripetere, in riferimento ai dialoghi di un romanzo, a un cattivo film, a storie reali di infimo spessore, Sembra un fumetto, in tono dispregiativo. Chi parla è chi ha in mente, per fumetto, Topolinia o Paperopoli. Roba per ragazzini. In realtà ignora loggetto di cui tratta, e di questa ignoranza si compiace. Un imbecille, dicevo.
Ho avuto il privilegio di avere tra le mani, in anteprima, la sceneggiatura scritta da Massimo Semerano per i disegni di Paolo Di Orazio. Un lavoro meditato, rifinito, prezioso, al servizio di una storia atroce e bellissima. Non stiamo parlando di semplici professionisti, parliamo di artisti. Ciò vale per tutti gli autori compresi in questo volume, che non posso commentare e lodare dal primo allultimo. Avevano poche pagine a disposizione. Le hanno riempite di spunti, stimoli, trovate geniali. E dosi massicce di critiche al sistema. Un uso approfondito e consapevole di un mezzo straordinario.
Non è un caso se il libro esce sotto il patrocinio di &lt;a href=&quot;http://www.sherwood.it&quot;&gt;Radio Sherwood&lt;/a&gt;, punto di riferimento obbligato della sinistra antagonista italiana. Normalmente, da quellarea giungono comunicazioni goffe, arroganti e noiose, ai limiti della leggibilità. Il fumetto consente invece una comunicazione diretta con gli strati giovanili aperti a quel linguaggio, e chiusi agli altri. E unarma vincente. Speriamo che il potere  editoriale, culturale, sociale, politico, economico - seguiti ancora a lungo a considerarlo attività futile, adatta ai bambini. Quando si accorgerà che non è così, sarà troppo tardi.
Quanto a me, mi identifico molto col gatto sul divano. Mi guardo attorno e, più che scandalizzarmi, mi annoio. Tra le mie forme di resistenza, cè la lettura di fumetti di qualità.

</text_more></entry>
<entry id='2423' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2423' author_id='1' authored_on='20071025235813' basename='deguy_non_uccidere' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071025235813' modified_on='20071026000122' ping_count='0' status='2' title='Deguy: NON UCCIDERE' week_number='200743'><excerpt>di &lt;b&gt;M. Deguy&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;deguymini.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/deguymini.jpg&quot; width=&quot;50&quot; height=&quot;67&quot; border=&quot;0&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt;Non ucciderai affatto | Né i tuoi compagni di classe, | né i tuoi professori | Né i vicini non ucciderai affatto né | A Srebnica né a Tel Aviv né a Jenin | Né perché Dio ti aspetta bevendo sotto la pergola | Né per la patria né per le tue idee | Non ucciderai affatto...</excerpt><text>&lt;span class=smalltext&gt;&lt;img alt=&quot;deguybenedetti.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/deguybenedetti.jpg&quot; width=&quot;187&quot; height=&quot;101&quot; border=&quot;0&quot; hspace=6 vspace=2 align=right /&gt;[Mario Benedetti ha tradotto un&apos;antologia di poesie di uno dei massimi poeti francesi, Michel Deguy (&lt;img alt=&quot;frecciabr.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot; width=&quot;9&quot; height=&quot;9&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;baseline&quot; /&gt; &lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/BIT/8889829265/ASI/342781&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Arresti frequenti. Poesie scelte 1965-2006&lt;/a&gt;, Sossella editore,  12), riparando così a una grave lacuna culturale italiana (Deguy è stato più volte candidato al Nobel per la letteratura). La poesia che qui presentiamo non è stata inclusa nell&apos;antologia edita da Sossella: si tratta dunque di un inedito. Ringraziamo Mario Benedetti per il permesso alla pubblicazione. gg]&lt;/span&gt;

&lt;b&gt;Non uccidere&lt;/b&gt;
&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;i&gt;A Léo Ferré&lt;/i&gt;
Non ucciderai affatto
Né i tuoi compagni di classe, né i tuoi professori
Né i vicini non ucciderai affatto né
A Srebnica né a Tel Aviv né a Jenin
Né perché Dio ti aspetta bevendo sotto la pergola
Né per la patria né per le tue idee
Non ucciderai affatto
-affatto vuol dire
Non ucciderai in nessun modo</text><text_more>Non ucciderai il prefetto Erignac
Sotto alcun pretesto nemmeno quello della gloria dimenticata di Paoli
Né perché Dio ti ha dato una parte
Allindomani della Genesi
Né perché Maometto e il suo asino
Hanno lasciato la terrazza sotto le ali dellangelo

Non ucciderai per lincasso della panettiera
Né per il fischio dellacceleratore a 3,5 grammi di alcol
Né per la spiaggia dei protettori ritiratisi ai tropici
Non ucciderai né per godere 
&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;Né per vendicarti
Né perché tu vali
Come cantilena LOréal

Con i tuoi 300 000 anni non hai più letà
&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;Per fare il furbo
Né perché gli odori del vicino attraversano il pianerottolo
O perché il dio dirimpettaio suona la tromba

Non ucciderai
Non perché fu scritto sulle tavole della legge 
Ma perché sei tu stesso a dirtelo 
Spesso in pieno petto
E perché ti si dice: è meglio non uccidere,
&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;Credici 

Non ucciderai nemmeno il riccio che passa lento
E neanche il piccione di Saint-Sulpice e
Tanto meno la foca pelosa o il rinoceronte erotico
Né lelefante che occupa tutto lo spazio
Né lo zibetto gastronomico

Non ucciderai affatto
Perché quelli che ti urlano di uccidere
Sono più cretini di quelli che ti dicono di non farlo
Hai letà della ragione per capirlo
Letà della disobbedienza secondo Arendt
Agirai secondo coscienza e  niente di buono
&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;Te lo ordina

Perché non ci sono subumani
E non ce ne sono mai stati
Perché non cè più la Voce che viene dallalto
Né un piatto della bilancia per la vita eterna

Perché i morti non gridano vendetta
E daltronde non gridano niente perché non esistono più
Perché non ne hai bisogno per fare il lavoro del lutto
(questo cliché opprimente di freudiana memoria in tivù)

Perché non ci si rifà una vita
Perché tu non sei un altro
Perché non degnarti di vedere
Niente tranne il vortice delle nebulose

Perché questo è il primo e lultimo
E il solo comandamento. 

&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;i&gt;14 luglio 2003&lt;/i&gt;</text_more></entry>
<entry id='2424' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2424' author_id='19' authored_on='20071027032313' basename='templari_mutanti_ninja' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071027032313' modified_on='20130320180608' ping_count='0' status='2' title='Templari Mutanti Ninja' week_number='200743'><text>di &lt;b&gt;Alessandra Daniele&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Voyager.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Voyager.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;119&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;[Pubblico con particolare piacere questo intervento ironico sulla trasmissione di Rai Due &lt;a href=&quot;http://www.voyager.rai.it/R2_HPprogramma/0,,239,00.html&quot;&gt;Voyager&lt;/a&gt;, un vero insulto all&apos;intelligenza degli spettatori. Era dai tempi della ridicola autopsia sugli alieni/pupazzi di Roswell, commentata in studio con serietà dal prof. Pierluigi Baima Bollone, che la tv pubblica non scadeva, in una trasmissione pseudo-scientifica, a un livello così basso.]  (&lt;b&gt;V.E.&lt;/b&gt;)

&lt;i&gt;Ogni volta che bevo una birra, mi viene voglia di versarne metà nel televisore&lt;/i&gt;
Philip K. Dick

La maggior parte di coloro i quali hanno una pessima opinione della letteratura fantastica in realtà non la conoscono affatto. Credono che parli di marziani guardoni e fantasmi al citofono. 
Di occhiali a raggi X e Scimmie di mare. 
Che spacci tragicomiche patacche, e sia un cumulo di cianfrusaglie scontate e truffaldine. 
Insomma, la scambia per il programma di Rai Due &lt;i&gt;&apos;Voyager&apos;&lt;/i&gt;.</text><text_more>&lt;i&gt;Sommario-tipo di una puntata di Voyager:&lt;/i&gt;

Ci si può reincarnare in un ortaggio? Intervista esclusiva al pomodoro che era Elvis.
Un fox-terrier ex agente dellMI5 rivela: Lady Diana era un uomo.
Ubiquità o teletrasporto? Padre Pio rapito dagli alieni- 
Voci dallaldilà: questo silenzio è un messaggio del mimo Marcel Marceau- 
Sconvolgente reperto viene alla luce durante i lavori di ampliamento del Bar Giallorosso: bassorilievi etruschi di Totti.
Il segreto di Leonardo e Michelangelo: erano Templari Mutanti Ninja.
Le grandi inchieste esclusive di &lt;i&gt;Voyager&lt;/i&gt;: alla ricerca del Graal nella vasca delle palline colorate dell&apos;Ikea accanto a Rennes Le Chateau

&lt;i&gt;Servizio-tipo di una puntata di Voyager:&lt;/i&gt;

Un trippone con la sahariana di poliestere da cui pende ancora il cartellino del prezzo si infila in un cunicolo di polistirolo, spacciandolo per un passaggio segreto sotto la piramide di Giza.
Poi ne illumina un angolino con i potenti mezzi della Rai (una torcia a pile), indica un graffito fatto col pennarello che dice Jessika dammela e annuncia: Ecco lo sconcertante geroglifico che ha convinto il professor Pappardellas: le piramidi sono state costruite dalle alghe carnivore di Alpha Centauri. Segue intervista al professor Pappardellas, un tizio con laria da figurante di Cinecittà che pontifica di mucillagini dentate e sabbia fritta con il laser, dicendo: Il modo in cui sono costruite dimostra che le piramidi non possono essere opera delluomo.
Sbagliato.
Le piramidi sono cattedrali nel deserto, senza uscite di sicurezza, e con la sabbia al posto del cemento. 
Sono sicuramente opera delluomo.
Come &lt;i&gt;Voyager&lt;/i&gt;, purtroppo.

</text_more></entry>
<entry id='2425' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2425' author_id='13' authored_on='20071027124510' basename='la_congiura_degli_estranei' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071027124510' modified_on='20071028020332' ping_count='0' status='2' title='La congiura degli estranei' week_number='200743'><excerpt>di &lt;b&gt;Bifo&lt;/b&gt;&lt;img alt=&quot;André_D._Gorz.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/André_D._Gorz.jpg&quot; width=&quot;33&quot; height=&quot;48&quot; border=&quot;0&quot; hspace=2 vspace=2 align=left /&gt;&lt;br&gt;«Così vedo Andrè Gorz. Come un estraneo. A noi, in questo tempo di carcerazione dellanima non resta che pensare come se, e non resta che agire come se. Come se la condivisione del mondo fosse governata dalla sensibilità, come se la ribellione contro linfamia fosse imminente».</excerpt><text>di &lt;b&gt;Franco Berardi Bifo&lt;/b&gt;
&lt;img alt=&quot;André_D._Gorz.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/André_D._Gorz.jpg&quot; width=&quot;72&quot; height=&quot;106&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
&lt;span class=smalltext&gt;&gt;&lt;div align=&quot;right&quot;&gt;[a destra: André e Dorine Gorz]&lt;/div&gt;&lt;/span&gt;

&lt;span class=smalltext&gt;&lt;div align=&quot;right&quot;&gt;La storia non è poi / la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche / e nascondigli. C&apos;è chi sopravvive.&lt;/div&gt;&lt;/span&gt;

Comè possibile rimanere estranei al dominio del capitale, quando la Metamacchina si è messa a ronzare nelle nostre teste, quando gli automatismi tecnici, psichici e relazionali invadono lo spazio della vita quotidiana?  Questa domanda si pone lintellettuale contemporaneo. Ma esiste ancora quella figura novecentesca che si chiamava intellettuale, ha ancora una ragion dessere lintellettuale? Io credo di sì. Lintellettuale è colui che non si fa i fatti suoi, ma si fa i fatti di tutti, diceva Sartre. E colui che si sforza di agire in condizioni di consapevolezza etica.</text><text_more>Nella società postindustriale il lavoro intellettuale si massifica, e prende la forma sociale del cognitario, lavoratore della conoscenza costretto a vendersi come un proletario, in cambio di un salario spesso scarso e intermittente.  Dunque il lavoro intellettuale è catturato, dipendente, ma questo non cancella lesigenza di una funzione conoscitiva, etica, creativa, che sia estranea rispetto alluniverso dellasservimento: questa funzione si esprime nella figura dellintellettuale.
Lintellettuale attraversa sensibilmente ed eticamente la rete del lavoro cognitivo: è la funzione etica dellagire sociale. Suo scopo è produrre estraneità al dominio e alla ripetizione, suscitare autonomia della mente e del corpo sociale rispetto agli automatismi del capitale. 
Ma comè possibile riprodurre autonomia sociale entro le condizioni neo-schiavistiche dellepoca precaria?  Quando il corpo fu messo al lavoro dal capitalismo industriale disciplinante, lintellettuale si appellò allanima. Lanima delloperaio rimase estranea allo sfruttamento che consumava il suo corpo. Ma ora che lanima è messa al lavoro, dove si troveranno le energie capaci di riattivare autonomia, indipendenza dalle regole dominanti? Probabilmente nel corpo, ma questo si vedrà.

&lt;b&gt;Servitù della gleba immateriale&lt;/b&gt;
&lt;img alt=&quot;Anya_kam.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Anya_kam.jpg&quot; width=&quot;89&quot; height=&quot;89&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;

&lt;a href=&quot;http://anyakamenetz.blogspot.com/&quot;&gt;Anya Kamenetz&lt;/a&gt; &lt;i&gt;[a destra]&lt;/i&gt; è una giornalista free-lance di ventiquattro anni che a un certo punto della sua vita, dopo avere studiato a Yale ha scoperto che le condizioni in cui vive la maggior parte dei suoi coetanei non ha nulla a che fare con le illusioni del sogno americano. Ha scritto un libro che si chiama&lt;i&gt; Generation Debt&lt;/i&gt;, (2006 Riverside Books, New York) in cui descrive minuziosamente i meccanismi dellindebitamento giovanile. Kamenetz ha scoperto che per pagarsi gli studi i suoi coetanei sono costretti a indebitarsi con le banche, attraverso mutui e carte di credito. Finiti gli studi trovano poi lavori precari spesso mal pagati e sono costretti ad accettarli per poter pagare il debito che intanto continua a salire.  Il debito è la forma generale dellasservimento psichico, il fondamento immaginario della civiltà del sacrificio. Il debito è lopposto del desiderio: se il desiderio è creazione di mondo, il debito è costrizione a subire il mondo. Il debito è la forma generale della servitù post-moderna.

Ma questa servitù si presenta spesso in forme più brutali. Nellestate del 2007 Ken Loach ha presentato a Venezia il suo ultimo film, &lt;i&gt;Its a free world&lt;/i&gt; con la sceneggiatura di Paul Laverty.
Il personaggio principale è Angie, una giovane donna londinese, coraggiosa e decisa a non lasciarsi sopraffare. Lavora in unagenzia di reclutamento di lavoratori provenienti dai paesi dellest. 
Quando i dirigenti dellagenzia la licenziano (perché si è ribellata a un gesto di arroganza machista) decide di mettere su la sua agenzia, usando le competenze che ha acquisito come dipendente.
Le competenze che Angie ha acquisito sono quelle del reclutatore di forza-lavoro a basso prezzo. Angie ha imparato a contattare poveracci che sono appena arrivati dalla Romania o dallUcraina, spesso sono in condizioni di clandestinità e hanno bisogno disperato di danaro. Con unamica convoca ogni mattina gruppi di immigrati, e fra loro ne sceglie alcuni che manda a imprenditori con pochi scrupoli. Il film è raccontato dal punto di vista di Angie, e Loach riesce a spogliare la sua narrazione di ogni accento moralistico. La rete di rapporti sociali e personali che Loach descrive ha i caratteri di un universo concentrazionario, in cui ognuno è costretto a muoversi da automatismi psichici ai quali non è possibile sfuggire. Angie, la sfruttatrice, lorganizzatrice di uno sfruttamento disumano, non può essere giudicata moralmente. &lt;img alt=&quot;free_word.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/free_word.jpg&quot; width=&quot;86&quot; height=&quot;86&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;E una schiavista, ma è anche una schiava, perché questo è lo schiavismo contemporaneo: un regime di interazioni obbligate, uno schiavismo in cui tutti sono schiavi.
Il film ha sorpreso alcuni recensori. Ken Loach è diventato cattivo, non si intravede in questo film nessun personaggio positivo, solo automi rabbiosi costretti alla violenza lun contro laltro.
A questa obiezione Ken Loach risponde che &quot;c&apos;è un personaggio positivo ed è quello del padre, legato ai valori dell&apos;integrità e dell&apos;onestà. Lui non accetta la giustificazione della figlia &apos;lo fanno tutti.  Quando il padre scopre il lavoro che sua figlia sta organizzando, le chiede: Ma tu rispetti il minimo sindacale?. E un momento di struggente patetismo: il vecchio operaio laburista crede ancora nei valori della legalità, nel rispetto del lavoro. Ma questi valori non hanno più alcun senso. Angie risponde con una scrollata di spalle, e gli dice che il mondo è cambiato.

Un film di Jia Zhang-Ke, intitolato &lt;i&gt;Still life&lt;/i&gt; (&lt;i&gt;Sanxia haoren&lt;/i&gt;) prodotto a Hong Kong nel 2006 racconta la devastazione che è laltra faccia dellipermodernizzazione. E una storia semplice sullo sfondo di una Cina triste, desolata, devastata nel panorama e nellanimo.  Il colore che domina è un verde marcio, un verde grigio, un verdognolo-viola.
Huo Sanming torna nel suo luogo natale, nella speranza di ritrovare la figlia e la moglie, che ha lasciato molti anni fa, quando partì per trovare lavoro in una lontana miniera del nord. Ma il suo luogo natale però non esiste più. Era un villaggio che si trovava lungo le rive del fiume Yangtze. La costruzione della diga delle tre gole ha cancellato decine di villaggi.  Case e persone e strade sono state coperte dallacqua. E i lavori continuano, la costruzione non è compiuta, la distruzione dei villaggi continua, lacqua è destinata a salire ancora.

Huo Sanming arriva in questo panorama di devastazione, mentre lacqua sale, e non trova la moglie e la figlia, e comincia a cercarle. Le cerca mentre intorno gruppi di operai armati di picconi abbattono muri, e cariche di esplosivo fanno esplodere i palazzi di un centro urbano. Dopo molte ricerche Huo Sanming riesce a trovare la moglie venduta dal fratello a un altro uomo. Si incontrano nei locali di un edificio in demolizione, la donna è molto invecchiata costretta a lavorare duro per mantenere sé e il nuovo marito. Parlano della figlia mentre allorizzonte su uno sfondo verdescuro astronavi di mattoni e di ferro schizzano verso un cielo color merda. Nellultima scena di &lt;i&gt;Still life&lt;/i&gt; un equilibrista cammina sulla corda dai tetti di una casa verso il nulla sullo sfondo di uno scenario che ricorda un certo cupo surrealismo, certe tele acide di Dalì.
Un peana allincontrario: la maledizione del progresso, della crescita, dello sviluppo, un inno al capitalismo cinese, recitato a rovescio, dal punto di vista della vita devastata. 

&lt;b&gt;Nota sul cinismo e lautodisprezzo&lt;/b&gt;

Queste tre opere descrivono il panorama, e lintellettuale vi appare impotente. In altri tempi si scrivevano romanzi e si giravano film di denuncia, perché si era convinti che la denuncia dellesistente potesse muovere le coscienze e aiutasse così a cambiare il mondo. &lt;img alt=&quot;still_life.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/still_life.jpg&quot; width=&quot;76&quot; height=&quot;108&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
Ma oggi tutti lo sanno che il capitalismo produce la guerra e che i poteri del mondo sono asserviti allinfamia più infame. Non ci sarebbe bisogno di denunciarlo. Perché allora continuare a farlo?
Quel che occorre non è la denuncia, ma una linea di fuga dallesistente.
Ma la linea di fuga non si intravede. Si vede invece distintamente il diffondersi del cinismo.
Cinismo è dissociazione tra lagire comunicativo e la consapevolezza etica. 
La dissociazione tra coscienza etica e realtà dellagire sociale è costitutiva della realtà umana, e non è che un aspetto della irriducibilità dellesistenza al pensiero. Questa dissociazione nel comportamento etico è fonte di sofferenza ma anche di una messa in questione del sé in rapporto allaltro.
Cinico è colui che conosce linfamia del potere eppure se ne fa strumento in ossequio al principio (storico-dialettico) che il vincitore ha sempre ragione.
Non dovrebbe sorprenderci il fatto che intellettuali e funzionari comunisti si siano trasformati dopo l89 in funzionari e intellettuali dellultra capitalismo liberista. Agenti del KGB divenuti oligarchi di un capitalismo petroliero. Dirigenti del Partito comunista italiano trasformati in consiglieri di Berlusconi, o in predicatori paranoidi della tolleranza zero. Intellettuali trotzkisti americani trasformati in aggressivi cantori dellAmerican Enterprise e della guerra infinita. Non dovrebbe sorprenderci questa trasfigurazione perché non è che unevoluzione del tutto coerente con la premessa dialettica secondo cui nella storia chi ha ragione vince, ovvero chi vince ha ragione. Credevano che la classe operaia avrebbe vinto e la dialettica hegeliana gli aveva insegnato che il reale è razionale, e quello che accade è quel che deve accadere, e quindi chi vince ha ragione. 
Il cinismo assume la dissociazione tra agire comunicativo e consapevolezza etica come affermazione di un sé che si disprezza. Il disprezzo di sé è il cemento di ogni adesione cinica al potere. 
Non cè nulla di peggio che il disprezzo di sé, il cui alone accompagna i comunisti dialettici convertiti al liberismo securitario. Ma comè possibile evitare questo cinismo, comè possibile evitare questo disprezzo di sé, quando la parola si rivela impotente, quando la consapevolezza dellinfamia e della violenza non può tradursi in azione? 
A noi, in questo tempo di carcerazione dellanima non resta che pensare come se, e non resta che agire come se. Come se la condivisione del mondo fosse governata dalla sensibilità, come se la ribellione contro linfamia fosse imminente, come se larmonia accordasse fra poco i desideri divergenti.
Una figura di sapiente terapeuta ed artista della propria vita è quella che meglio delinea lintellettuale del nostro tempo. Una figura capace di mostrare il luogo difficile dellestraneo, una figura capace di suscitare e di tessere una congiura degli estranei. Estranei allassolutismo del capitale, ma anche estranei alla necessità storica, estranei alla competizione economica.

&lt;span class=smalltext&gt;&lt;div align=&quot;right&quot;&gt;&lt;i&gt;La storia non si snoda / come una catena
di anelli ininterrotta. / In ogni caso
molti anelli non tengono. / La storia non contiene
il prima e il dopo, / nulla che in lei borbotti
a lento fuoco.&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;/span&gt;

&lt;b&gt;Il lavoro, il senso, lo scacco&lt;/b&gt;

Così vedo Andrè Gorz. Come un estraneo. E per questo lo sento vicino, per quanto lontana sia la sua formazione dalla mia.  Sedicenne austriaco di nome Gerard Horst, fugge da Vienna nel 1939 per evitare il nazismo (suo padre era ebreo), studia a Losanna durante la guerra e poi va a Parigi nel 49, dove matura nellambiente esistenzialista e militante. Lesistenzialismo segna indelebilmente il suo percorso. Giornalista e sociologo, Gorz ha dedicato gran parte delle sue riflessioni alle trasformazioni del lavoro, e alle prospettive di liberazione che i movimenti operai e post-operai hanno saputo prefigurare.
Se ci limitiamo a considerare la sua opera in una prospettiva politica, Gorz potrebbe apparirci come un utopista temperato, troppo vicino a una visione sindacale per cogliere laspetto drammatico della lotta di classe.
Ma Gorz non è soltanto un sociologo. Resta, nel profondo, un esistenzialista. Il tema dello scacco, del fallimento costitutivo del progetto, rimane lorizzonte della sua riflessione utopica, al cui centrasi pone la questione dellautonomia come liberazione progressiva dal vincolo sociale del lavoro. 
Negli anni sessanta Gorz partecipa al movimento di pensiero critico che cerca di rinnovare il marxismo partendo da una ripresa dei temi umanistici. Negli anni seguenti frequenta Ivan Illich e da quel sodalizio viene lispirazione delle prime forme di ecologia politica, e di unantropologia capace di cogliere nel vissuto individuale la radice dellalienazione tardo-capitalista.  
Lincontro con lutopia realizzata del maggio 68 apre a Gorz una nuova prospettiva, e la sua visione esistenzialista del comunismo operaio converge naturalmente con lo spontaneismo anti-lavorista del movimento. Labolizione del lavoro salariato diventa lasse principale della sua ricerca a partire dagli anni Settanta. E le sue opere più note, quelle pubblicate negli ultimi due decenni sono dedicate allutopia della fine del lavoro.
La posizione di Gorz è molto differente dallipotesi operaista del rifiuto del lavoro. Rifiuto del lavoro significa infatti pervicace decostruzione operaia del castello capitalista per spostare e ridefinire i confini che separano il lavoro dallimpresa, per decomporre e ricomporre il corpo collettivo del lavoro. Non significa realizzazione di un paradiso del non lavoro. Sono due ipotesi diverse, quella operaista italiana e quella utopico-psotlavorista di Andrè Gorz. 
Ma non sono da considerare contrastanti. 
Il rifiuto del lavoro che si manifesta come estraneità attiva e come autonomia sociale, si motiva  e si rende possibile a partire dalla consapevolezza (utopica) di un possibile che il capitalismo rende inoperante. Lavarizia idiota del proprietario ostacola la piena realizzazione delle potenzialità implicite nella tecnologia. Questo motiva lodio operaio per il lavoro e per la proprietà, questo giustifica il sabotaggio, la violenza contro la proprietà, lappropriazione.
Gorz ragiona coerentemente sulle potenzialità liberatorie che la tecnologia mette a disposizione della società, anche se si rende conto del fatto che queste potenzialità non si realizzano perché il capitalismo ha costruito una diga culturale, epistemica, ancor prima che una diga politica e giuridica contro il comune interesse alla libertà dal lavoro.&lt;img alt=&quot;metamorfo_lavoro.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/metamorfo_lavoro.jpg&quot; width=&quot;54&quot; height=&quot;93&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
Lutopia di Gorz è descrizione di una possibilità che (sartrianamente) sfugge, ma che produce effetti di socialità autonoma, di libertà del progetto e dellazione.
In &lt;i&gt;Metamorphoses du travail, quete du sens&lt;/i&gt;, un libro del 1988, Gorz afferma che il fenomeno emergente è quello di una liberazione massiccia di tempo.

La questione è di sapere che senso e quale contenuto si vuole dare a questo tempo liberato. La ragione economica è fondamentalmente incapace di rispondere a questa domanda. (&lt;i&gt;Metamorphoses&lt;/i&gt;, 1988, Galilée, pag. 17, traduzione mia).

Daltro lato Gorz riconosce che:

lideologia delle risorse umane prepara la strumentalizzazione, o come dice Habermas, la colonizzazione delle aspirazioni non economiche da parte della razionalità economica Tutta la questione è di sapere se questo prepara uno sfruttamento e una manipolazione aggravate dei lavoratori o una autonomizzazione dei valori extra-economici, non quantificabili, fino al punto di restringere i diritti della logica economica a favore dei loro propri diritti. (ibi, pag. 83)

Oggi sappiamo bene come le utopie della fine del lavoro sono state smentite. Ma Gorz lo pre-sentiva, nel suo libro del 1988:

Lo spessore sensibile del mondo è abolito. Il lavoro come attività materiale è abolito. Non resta che unattività puramente intellettuale, o piuttosto mentale. E il trionfo finale, assoluto di quello che Husserl definiva come la matematizzazione della natura. La realtà appresa è spogliata di tutte le sue qualità sensibili Il lavoro è scomparso perché la vita si è ritirata dalluniverso. Non cè più nessuno, solo dei numeri al posto di altri numeri in silenzio, indiscutibili perché insensibili, muti. Alla fine della sua giornata loperatore si alza. Di quel che ha fatto non gli resta niente, nessuna acquisizione materiale, visibile, misurabile: non ha realizzato nulla. Ma questo nulla lo ha esaurito: durante la sua giornata (o notte ) di lavoro si è imposto questa ascesi che è la repressione della sua esistenza sensibile: si è prodotto allesistenza come intelletto puro, eliminando, reprimendo tutto quel che è rapporto vivente al mondo vissuto nel suo corpo e attraverso il suo corpo. (ibi, 111)

In uno dei capitoli finali, intitolato &lt;i&gt;Travail intermittent, maitrise du temps&lt;/i&gt;, Gorz prevede la prospettiva di unestensione crescente del lavoro precario. Ma la descrive come una prospettiva liberatoria, come una riduzione del peso che il lavoro ha sempre avuto nella vita sociale. A partire dalla desincronizzazione, dalla possibilità di ricombinare il prodotto indipendentemente dal luogo e dal tempo dei produttori, Gorz immagina un mondo nel quale il lavoro si riduca a una frazione marginale della vita individuale. 
Oggi sappiamo che le cose sono andate diversamente, che la precarizzazione ha reso più pesante il fardello della dipendenza.

&lt;b&gt;Dorine&lt;/b&gt;

Ma la chiave che mi permette di capire André Gorz, e mi permette di condividere il suo percorso la trovo nel suo ultimo libro, &lt;i&gt;Lettre à D, Histoire dun amour&lt;/i&gt;, la breve opera scritta rivolgendosi a Dorine, la donna con cui ha vissuto cinquantotto anni della sua vita.

Avrai presto ottantadue anni. Sei rimpicciolita di sei centimetri, pesi soltanto quarantacinque chili e sei sempre bella, graziosa e desiderabile. Sono cinquantotto anni che viviamo insieme e ti amo più che giammai. Sento di nuovo nel mio petto un vuoto divorante che solo il calore del tuo corpo contro il mio può colmare.

Questo libretto racconta la storia di un amore che attraversa e fiancheggia le tragedie del secolo ventesimo, eppure rimane pervicacemente estraneo alla violenza e al cinismo. Estraneo è colui che conosce la via per mettersi fuori, per offrire (e offrirsi) una linea di fuga.
Raccontando il suo amore per una donna che ha vissuto con lui cinquantotto anni, Gorz racconta la storia di una vita vissuta come se. Come se la condivisione del mondo fosse governata dalla sensibilità, come se la ribellione contro linfamia fosse imminente, come se larmonia accordasse fra poco i desideri divergenti.

&lt;span class=smalltext&gt;&lt;div align=&quot;right&quot;&gt;&lt;i&gt;La storia / non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a poco, non procede / né recede, si sposta di binario
e la sua direzione / non è nell&apos;orario.&lt;/i&gt;
(Eugenio Montale, &lt;i&gt;Satura&lt;/i&gt;)&lt;/div&gt;&lt;/span&gt;</text_more></entry>
<entry id='2426' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2426' author_id='4' authored_on='20071028024421' basename='notturno_di_film_con_ospiti' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071028024421' modified_on='20071028024421' ping_count='1' status='2' title='Notturno di film con ospiti' week_number='200744'><text>di &lt;b&gt;Mauro Gervasini&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;LaGiustaDistanza.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/LaGiustaDistanza.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;171&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Una dozzina di anni fa, Massimo Carlotto scoprì la nuova frontiera del noir italiano: il nordest. Fino ad allora la criminalità italiana - quella famigerata in tutto il mondo - si pensava fenomeno siciliano, calabrese o campano. Invece le indagini dellAlligatore, detective blues con un passato galeotto, fecero capire che il ventre molle del malaffare si trovava (anche, a volte soprattutto) tra gli interstizi della locomotiva economica dItalia, quella macroregione che va da Brescia a Trieste. Parliamo di libri, non di film. E nei romanzi di Carlotto i riferimenti sono tutti veri, documentati. Traffico di droga, clamorose speculazioni edilizie, smaltimento di rifiuti tossici, mafia del Brenta, con aggiunta di razzismo strisciante e sfruttamenti vari (dalla prostituzione alla manodopera in nero degli immigrati). Unepopea culminata con un libro nero, scritto a quattro mani con Marco Videtta (sceneggiatore per il cinema) il cui titolo è tutto un programma: &lt;i&gt;Nordest&lt;/i&gt;.</text><text_more>Carlotto, che da quella terra è fuggito (è di Padova e abita in Sardegna), viene in mente pensando a un suo concittadino, che invece a Padova è appena tornato. Carlo Mazzacurati. Regista gentile di film che non riescono mai a essere cattivi (tranne nel caso di &lt;i&gt;Unaltra vita&lt;/i&gt;) anche quando affrontano di petto quella realtà lì, disumana e disumanizzante: &lt;i&gt;Il toro&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Vesna va veloce&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;La lingua del santo&lt;/i&gt; Le cose cambiano. Dopo averci girato intorno per tanti anni, il regista questa volta sceglie un registro preciso, e radicale, per il suo nuovo lavoro. È un noir, &lt;i&gt;La giusta distanza&lt;/i&gt;, e racconta una storia che sembra banale. In una cittadina della provincia padovana un migrante tunisino (interpretato da Ahmed Hefiane), bravissimo meccanico, si convince di essersi finalmente integrato in un tessuto sociale troppo spesso ingeneroso, quando una sua amica, maestra giovane e carina, italiana, viene barbaramente massacrata. E lui naturalmente è il primo sospettato. In quel naturalmente sta la chiave del film: perché, poi? Il titolo allude allinsegnamento che il navigato capocronaca Fabrizio Bentivoglio dà alla spina incaricata di seguire il delitto, Giovanni Capovilla: un bravo giornalista mantiene sempre la giusta distanza dai fatti, né troppo distaccato né troppo coinvolto. Limpressione è che Mazzacurati abbia invece deciso di sporcarsi con la materia tragica del racconto, perché è chiaro che il delitto della ragazza ci parla di altro, della sua terra e forse di noi. 
Che si rifletta sullanima nera della provincia, della piccola borghesia, sui contraccolpi letali del rapido passaggio da una civiltà contadina a un contesto postindustriale, e che tutto questo non avvenga solo attraverso le nobili pagine di Sergio Saviane o le sciacallate di Porta a porta quando insegue la cronaca, ma appunto attraverso il cinema, è un fatto positivo. Di cui il pubblico ha bisogno, e lo dimostra il successo piuttosto sorprendente di &lt;i&gt;La ragazza del lago&lt;/i&gt; di Andrea Molaioli, un giallo forse più tradizionale dal punto di vista dello schema, con un poliziotto dallevidente spessore letterario, ma che ancora una volta ci parla della banalità del male, che è poi alla base dello sfilacciarsi dei rapporti sociali, umani, e della possibilità che il crimine ordinario, qualunque, si trasformi facilmente in eccezionale, organizzato. 
In questo autunno noir del cinema italiano non possiamo evitare il confronto con &lt;i&gt;Cemento armato&lt;/i&gt; di Marco Martani, opera prima irrisolta ma sincera che sceglie uno sguardo metropolitano ma periferico. Un film segnato dal più clamoroso miscasting della storia recente, con un protagonista, Nicolas Vaporidis, adatto forse a una canzonetta di Baglioni, non certo a una ballata del Califfo, coatto da fotoromanzo quando dopo il Libanese e il Freddo non si può più credere che sia, quella, unantropologia possibile. E un cattivo, Giorgio Faletti, che insieme a (quasi) tutti gli altri attori pare essere finito lì per mere esigenze contrattuali, senza un vero perché. Peccato: cera bisogno di un altro &lt;i&gt;Cemento armato&lt;/i&gt;, fedele alle intenzioni, coraggioso fino in fondo, per ribadire che i racconti criminali non sono quelli della fiction televisiva, dove gli sbirri sono belli e possibili e i banditi deviati per caso. 
Il cambio di prospettiva, però, cè, esiste. Forse è anche merito del successo dei noir letterari. Sarà davvero una tendenza? Vedremo, speriamo.

</text_more></entry>
<entry id='2427' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2427' author_id='4' authored_on='20071029032131' basename='luomo_dalla_maschera_di_ferro' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071029032131' modified_on='20071029032131' ping_count='0' status='2' title='L&apos;uomo dalla maschera di ferro' week_number='200744'><text>di &lt;b&gt;Valerio Evangelisti&lt;/b&gt; (da &lt;i&gt;Il Venerdì di Repubblica&lt;/i&gt;)

&lt;img alt=&quot;PhilipKDick.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/PhilipKDick.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;110&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;La più nota delle interviste filmate a Philip K. Dick, pochissime e rare, lascia un senso di sconcerto. Fu fatta verso gli inizi degli anni Settanta. San Francisco, la città in cui lo scrittore viveva, continuava a essere uno dei principali centri della contestazione pacifista e per leguaglianza razziale. 
A un certo punto dellintervista, dopo essersi dilungato sui misfatti dellamministrazione Nixon e sul controllo esercitato sui movimenti da CIA e FBI, si inizia a comprendere come lo stesso Dick si consideri un sorvegliato speciale. Lo starebbero spiando e pedinando, quasi fosse un pericolo per il paese. Unidea risalente alleffrazione del suo appartamento, pochi anni prima, che lo spinse a stabilirsi per qualche tempo in Canada.
Vero o falso? Pare che a qualche forma di sorveglianza fosse sottoposto, ma certamente ne esagerava i termini. Il che spinge a chiedersi se il massimo poeta della realtà fittizia fosse di sua indole paranoico. La risposta è controversa.</text><text_more>Un noto editor e documentarista francese specialista in fantascienza, Patrice Duvic (&lt;i&gt;scomparso di recente&lt;/i&gt;, n.d.r.), fu ospite di Dick per diversi mesi ed ebbe modo di osservarne i comportamenti quotidiani. Il suo responso è netto: Dick era un bugiardo matricolato. Con le sostanze allucinogene aveva meno familiarità di quanto pretendeva e, fosse o no spiato dai servizi segreti, conduceva una vita tutto sommato tranquilla e normale. Almeno in quel periodo, Dick non era più succube delle droghe che lo avevano costretto a una terapia per disintossicarsi. Tuttavia continuava a presentarsi come tale (e come irriducibile nemico del sistema) a chiunque lo interrogasse in merito.
Sia veritiero o esagerato questo lato esibizionista di Philip K. Dick (nato nel 1928, morto nel 1982), sarebbe comunque una dimostrazione, assieme al suo rapporto difficilissimo con le donne, del suo temperamento schizoide. Dove schizoide non significa in nessun modo schizofrenico. Checché ne pensino alcuni suoi biografi  incluso il più noto in Europa, Emmanuel Carrère  - nulla porta a ipotizzare una follia di Dick. Non mancarono nella sua vita episodi psicotici, tuttavia rimasero isolati e non incrinarono la coerenza di un pensatore originale e profondo, che non fu filosofo solo perché ritenne che la fantascienza, con la libertà che assicurava, gli consentisse di esporre e divulgare la sua concezione del mondo.
La vita di Dick non è, nei dati esteriori, particolarmente interessante. Nato a Chicago in un ambito familiare in disfacimento, trasferitosi in California a cercare fortuna, trovò in un genere letterario allora negletto e confinato a riviste dalle copertine volgari un mezzo per campare. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, alcuni autori americani di fantascienza erano in effetti ben retribuiti, per quanto la critica li ignorasse. Dick, però, non fu mai considerato, nemmeno nel campo ristretto in cui operava, scrittore di serie A. Tentò vari approcci alla narrativa generale (soprattutto con un romanzo straordinario, &lt;i&gt;Un oscuro scrutare&lt;/i&gt;, pubblicato nel 1977). Non ebbe alcun riscontro. Cominciò a essere rivalutato solo negli ultimi anni della sua vita, da parte della critica specialistica europea, anzitutto francese. Oggi è ritenuto uno dei maestri del romanzo americano post-moderno, e gli omaggi si sprecano.
Parlavo di episodi psicotici che occorsero a Dick, peraltro totalmente sano di mente. Nel 1963, mentre camminava tranquillamente per strada, avrebbe alzato gli occhi e visto nel cielo unenorme maschera di metallo che lo fissava. Così riferisce. Undici anni dopo, lincontro con una venditrice porta a porta, con uno strano ciondolo al collo, e un misterioso raggio rosa gli avrebbero fatto intuire la verità. Dal primo secolo dopo Cristo un impero invisibile ci farebbe percepire una realtà alterata, per mantenerci sotto il suo dominio, e nulla di ciò che scorgiamo esiste effettivamente.
Sembrerebbero le convinzioni di un pazzo. Smettono di esserlo se si considera la smisurata cultura di Philip K. Dick. Nessuno scrittore americano di fantascienza, finché lui visse, gli stava alla pari. Divorava Jung e la psicoanalisi freudiana, conosceva a menadito la letteratura ermetica e Plotino, assimilava gli autori gnostici della tarda latinità e i filosofi contemporanei. Finì per convincersi dellesistenza di un Dio nascosto e sonnolento, soppiantato da un Demiurgo che opera il male fingendosi laltro. La realtà che conosciamo è unillusione ottica allestita da costui: solo lazione attiva degli umani, particelle di un cosmo vivente e intelligente, potrà destare il Dio che dorme, dato che è il pensiero attivo degli esseri senzienti ad avere dato forma alla divinità, latente in un mare universale di energie psichiche.
Mi fermo qui, però credo che una cosa sia chiara. Uno scrittore capace di elaborare una concezione del genere, e di approfondirla di romanzo in romanzo, non può essere né dileggiato (col definirlo pazzo) né trascurato. In effetti, oggi pochi negano la sua autorità e la sua influenza. Peccato che, essendo stato Dick autore soprattutto di genere, il riconoscimento letterario gli sia stato tributato post-mortem. Senza contare che alcune teorie scientifiche contemporanee, come quella dell universo olografico, paiono confortare, sul piano sperimentale, certe sue tesi.
Quanto all uomo Dick, non va visto né come un profeta né come un folle. Fragilissimo e in quanto tale cauto allestremo, colse con la propria sensibilità esacerbata ciò che altri non vedevano: a volte miraggi, altre volte anticipazioni. Mise tutto per iscritto, e fu così  forse - che si salvò dalla psicosi.
Sia onore a uno scrittore di tanto talento. E adesso attenti al cielo: la maschera di ferro la si vede di rado, però cè.

</text_more></entry>
<entry id='2428' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2428' author_id='2' authored_on='20071029232915' basename='stranieri' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071029232915' modified_on='20071029233551' ping_count='0' status='2' title='Stranieri?' week_number='200744'><text>di &lt;b&gt;Gérard De Mai&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;fotouomoaffari.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/fotouomoaffari.jpg&quot; width=&quot;149&quot; height=&quot;206&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;&lt;span class=smalltext&gt;[Pubblichiamo una traduzione, in versione adattata, di un breve intervento di Gérard De Mai sul tema dello straniero e delle politiche contro limmigrazione, apparso in molti blog francesi.]&lt;b&gt;A.P.&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;

Per me è straniero legoista mascalzone che respinge laffamato lontano dalla propria tavola, lassetato lontano dal proprio pozzo, la miseria del mondo lontano dal proprio confort.

Mi è estraneo luomo capace, per servire il proprio interesse, di trattare gli esseri umani come bestiame, come attrezzi o merci.

Per me è straniero chi, per calcolo economico o per strategia politica, raccoglie gli uomini, gli infermi, gli asserviti, e li respinge verso una sorte crudele, verso la miseria, lumiliazione, la paura, il dolore, la morte. 
</text><text_more>Mi è estraneo colui che serve, come una macchina, questa politica; colui che amministra, raccoglie le informazioni, redige le schedature, timbra, arresta, ammanetta, malmena ed espelle.

Per me è straniero  chi, per sostenere questa politica, punta sulla paura e lignoranza, sullinvidia e sulla vigliaccheria; chi incita allodio contro uomini che hanno un colore, una lingua e delle maniere di vivere differenti.

Mi è estraneo chi inventa e diffonde le menzogne che alimentano questo odio.

Le uniche frontiere che riconosco necessarie sono quelle che proteggono gli uomini dai pescecani e dalle iene che indossano una faccia da uomo, dallavvoltoio e dal robot, dallo sfruttatore e dal mascalzone.

Frontiere che sono determinato a difendere con fermezza, respingendo gli assalti di questi barbari stranieri. 
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<entry id='2429' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2429' author_id='13' authored_on='20071031002941' basename='ventre_molle' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071031002941' modified_on='20110324015508' ping_count='0' status='2' title='Ventre molle' week_number='200744'><excerpt>di &lt;b&gt;S. Fattori&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;/b&gt;&lt;img alt=&quot;operai1.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/operai1.jpg&quot; width=&quot;42&quot; height=&quot;35&quot; border=&quot;0&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt;Nell88 entrai da quei cancelli. Dagli armadietti spuntavano giornali porno, testosterone in esubero per un immaginario che ammetteva un unico colore: &lt;i&gt;rosa carne&lt;/i&gt;. Dopo la rimozione totale del &lt;i&gt;rosso vivo operaio avanguardia politica dura e pura&lt;/i&gt;.</excerpt><text>di &lt;b&gt;Saverio Fattori*&lt;/b&gt;&lt;img alt=&quot;operai1.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/operai1.jpg&quot; width=&quot;121&quot; height=&quot;100&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;

Nell88 entrai da quei cancelli. Dagli armadietti spuntavano giornali porno, testosterone in esubero per un immaginario che ammetteva un unico colore: &lt;i&gt;rosa carne&lt;/i&gt;. Dopo la rimozione totale del &lt;i&gt;rosso vivo operaio avanguardia politica dura e pura&lt;/i&gt;.
Oggi la varietà dei colori è più ampia. Sono i colori dei depliant degli ipermercati pieni di oggetti di consolazione per esigenze più pratiche. Alla macchinetta del caffé le discussioni riguardano esclusivamente limmaginario televisivo e il possesso di beni di consumo.</text><text_more>I più giovani (concetto sfuggente quello della giovinezza, si dilata e si restringe senza più logiche definite dalla data di nascita) hanno capito che rimanendo in famiglia possono tenere uno stile di vita piuttosto elevato, eludendo il fantasma delloperaio in emergenza economica. Gli &lt;i&gt;ingegnerini&lt;/i&gt; sono più &lt;i&gt;poveri&lt;/i&gt;. Hanno perso tempo negli studi. Conoscono il senso di termini come &lt;i&gt;just-in-time&lt;/i&gt;, ma sono disperatamente ancorati ai mille euro.
I new &lt;i&gt;workers&lt;/i&gt; si concedono fine settimana in località balneari modello Milano Marittima, si buttano con rinnovato entusiasmo nelle piccole trasgressioni mordi e fuggi. Il lunedì sono puntuali, non rinnegano la timbratura del cartellino, le regole ferree del &lt;i&gt;nasci-produci-consuma-crepa&lt;/i&gt;.
Incoscienza. O la piena coscienza di essere nati soli, di morire soli, slegati da forzature ideologiche. Liberi di esibire il proprio istinto impresentabile. 
&lt;img alt=&quot;operai2.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/operai2.jpg&quot; width=&quot;108&quot; height=&quot;108&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
Il collega del Controllo Qualità, silurato dopo lennesimo giro di vite dellorganico aziendale, diventa figura imbarazzante, non merita simulazioni di solidarietà artificiale. Non si innesca il gioco delle parti in un sindacalismo dai riflessi inchiodati che non riesce a decifrare in tempo reale le mutazioni genetiche del Corpo-Azienda.
Il mio collega non ha un bellaspetto. Il giorno prima è stato convocato dallufficio Risorse Umane. Gli hanno offerto una modesta buona uscita, la catena di montaggio o la porta. Ha dormito tre ore, una specie di carta stagnola appallottolata staziona sulla bocca dello stomaco. Abbozza sorrisi che si risolvono in una specie di smorfia. Deambula con occhi fissi e opachi, le braccia lungo il corpo. Ha la gestualità goffa di chi è schiacciato da vaghi sensi di colpa e da un atroce  inadeguatezza verso i cambiamenti del mondo del lavoro.
Cerco di non rivolgergli la parola, evito contaminazioni, quasi soffrisse di un male virulento. Ripeto tra me e me che la paura è il nuovo fascismo, cerco unetica, una moralità residua in fondo al mio organismo, ma continuo a non trovare le parole adatte per il mio collega. La teoria dovrebbe aiutarmi, Marx, Mao, Olivetti, ma nel cervello mi ronzano frasi assurde perché la situazione è totalmente fuori controllo. &lt;i&gt;Non è colpa tua tu sei bravo sei rimasto strozzato tra i cambiamenti climatici, il Fordismo, il Postfordismo, la globalizzazione e il turismo sessuale Last-Minute scusa, ma tutto è davvero molto confuso&lt;/i&gt;
Taccio. Colpevolmente inadeguato, incapace di dire banalità consolatorie, mi concentro sul testo incomprensibile di una nuova procedura. Lultima orda di Malefici Consulenti del Gruppo Kai-Zen ha prodotto una revisione del &lt;i&gt;lay out&lt;/i&gt; produttivo e un &lt;i&gt;restyling&lt;/i&gt; delle procedure organizzative. Dal materiale dacquisto a quello in uscita. Dalla bocca al buco del culo. Pochi si sono resi conto che le modifiche proposte avrebbero comportato alcune asportazioni di organi nel tratto digestivo. Questi Kai-Zen si propongono come esperti di formazione aziendale. Hanno il nodo della cravatta perfetto e puzzano di master allestero. Sono certo che nessuno di loro ha esperienza pratica sul campo.
Qualche mio collega ha avuto parole di scherno verso i consulenti alla macchinetta del caffé. Concetti schematici e una critica poco analitica. Sempre la stessa. Sono bravini con le parole, ma la realtà è un&apos;altra, fa sempre a pugni con le rogne di tutti i giorni. La realtà se ne fotte di discorsi da macchinetta del caffé e va oltre questa semplice constatazione. Comunque tutti avvertiamo istintivamente la minaccia. Anche i più stupidi. Alcuni reagiscono al panico deridendoli. Io rimango in silenzio a mescolare un caffé senza zucchero. Mi chiedo se i miei colleghi e io siamo davvero rimasti tragicamente arretrati nelle nostre competenze. Impagliati tra i trofei dei tornei di beach volley aziendali e le discussioni sempre inutili. Fuori il mondo va veloce.  
Hanno segato Mengoli. Stanno bombardando sempre più vicino alla mia scrivania. Gli schizzi di sangue imbrattano i miei documenti di entrata del materiale in accettazione. 
Provo a dire qualcosa.
Poteva succedere a chiunque. Sei uno dei migliori dellufficio.
Già. Ma è successo a me.
Potevo stare zitto. Come gli altri colleghi. Continuano a parlare di Formula Uno. Le loro voci ronzano fastidiose come quei mostriciattoli buffi e aggressivi. Girando attorno a una pista intasano le domeniche pomeriggio di tanti coglioni.
Perché è successo a me?
Hai chiesto i motivi al capo delle Risorse?
Non è lui ha decidere. Lui non ha un pallida idea del mestiere che facciamo, quindi non può tramare nessuna strategia. Fa solo il lavoro sporco. Convoca il condannato e lo mette di fronte al fatto compiuto. Che cazzo di mestiere è? Fa il boia. Mi chiedo se gente così la notte può dormire tranquilla. Mi immagino un figlioletto che gli domanda &lt;i&gt;Che mestiere fai pa? Come te li procuri i soldi per il mio zainetto? &lt;/i&gt;
È proprio questo il punto. Fa quello che facciamo noi. Riceve ordini e li esegue. O fanno il culo anche a lui.
La linea difensiva del processo di Norimberga.
Quindi?
Ho preso atto. Non gli ho dato soddisfazione piagnucolando. La cosa è assurda. Talmente assurda che non merita nemmeno che chieda spiegazioni.
Sei andato ancora alle assemblee della CGIL? Lo sai che è più prudente andare solo allaltra.
Solo una volta. Ho troppo lavoro, non posso perdere nemmeno quelle due ore. Quellunica volta Fortini mise il musino da spia dentro la sala. Poi sparì come un furetto. È una spia del sindacato rosa e della dirigenza. A parte gli operai produttivi, gli altri otto presenti quel giorno non hanno fatto una bella fine. Coincidenze....&lt;img alt=&quot;operai3.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/operai3.jpg&quot; width=&quot;131&quot; height=&quot;124&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;
Occhio alla paranoia. Troppa dietrologia. Leggi troppi libri. Lassemblea non centra. Probabilmente erano consci di essere già sulla graticola. E hanno fatto una cosa disperata come andare a sentire quei comunisti che parlano a cazzo.
Mi ero reso perfettamente conto della gaffe. Ma avevo tenuto il tono della voce e il volume costante fino allultima parola. Adesso è Mengoli che tace. È impallidito. Gli trema la vena sul metacarpo, in corrispondenza del nervo che presiede alle attività del mouse. Sta valutando se piantarmi il calibro digitale in fronte. Sta valutando cosa comporta un processo giudiziario. Dividere la cella con tre maghrebini. Magari il suo gesto avrebbe comportato un precedente a innesco rapido. Migliaia di vendette consumate in centinaia di aziende. Direttori dellufficio Risorse Umane sventrati. La pena sarebbe quindi stata severa ed esemplare.
È sul crinale che divide lazione criminale dalla totale sottomissione. Sceglie la sottomissione.
E voi guardate troppa televisione.
Non ti preoccupare. Prendi la buona uscita e respira forte. Fuori cè un mondo da prendere a morsi.
Sì. Guardate troppa televisione. Anche quella della domenica pomeriggio.
Il telefono squilla e mi toglie dal buco nero di questo dialogo. Esco dallufficio senza nemmeno giustificare le ore di televisione e il fatto che non hanno silurato me. Dirigo il mio sguardo altrove, verso la catena di montaggio, un mestiere ripetitivo, pericoloso per la salute mentale. Movimenti sempre identici, reiterati per leternità, fino a una pensione che non arriverà mai. I ritmi di queste nuove linee di produzione non sono dettati dalla figura obsoleta del tecnico &lt;i&gt;Tempi e Metodi&lt;/i&gt;. Sono le operaie più veloci a fare da volano. Le altre arrancano cercando unarmonia e un sincronismo che consenta loro di guadagnare decimi di secondo. Nessuna tattica nel ventre della linea produttiva, nessuna furbizia alle spalle dei capi-reparti. Competitività. In ogni comparto. Anche in fondo alla stiva tra rematori e topi. Nellaria, radio commerciali dalla programmazione raccapricciante, i dee jay esibiscono un quoziente intellettivo pari a quello di una sogliola.
In fondo alla stiva il &lt;i&gt;Manicheismo&lt;/i&gt; denuncia tutti i suoi limiti. Il processo che divide vittima e carnefice si presenta in tutta la sua complessità. Gli operai di casta superiore sono denominati curiosamente &lt;i&gt;Facilitatori&lt;/i&gt;. Hanno maggiori responsabilità, non retribuite adeguatamente. Lavorano di più degli operai semplici e devono fare ricorso alluso del cervello. Gestiscono una piccola parte burocratica e danno i cambi durante le funzioni fisiologiche degli operatori. Alcuni sono incattiviti, altri hanno brevi raptus, ma nulla è &lt;i&gt;per sempre&lt;/i&gt; in fabbrica. Miracolo pagano perpetuato, si torna sempre nellarmonia della beata produzione anche dopo gli scazzi più esplosivi. Limportante è non intossicarsi di rancori definitivi che scavano trincee.
Mengoli è sempre stato gentile nellapproccio con gli operai di linea. Un borghese illuminato che non ha mai fatto pesare la supposta superiorità del suo incarico. Gestisce le non conformità di materiale di fornitura esterna riscontrate durante i processi di assemblaggio. È un essere anfibio, come me, responsabilizzato, ma senza alcun potere decisionale. È il ventre molle aziendale, tra due trincee, esposto al fuoco incrociato. È la &lt;i&gt;middle class&lt;/i&gt; che stanno massacrando. Nessuna cassa integrazione per grossi numeri, nessun bombardamento ottuso. È la guerra chirurgica. Quelli come Mengoli li colpiscono individualmente, li stanano dagli uffici e dai laboratori, vengono isolati e silurati con precisione. Leffetto secondario e indesiderato è quello di mettere in scena una grottesca giustizia proletaria, strabica e deforme. Fuori tempo massimo.
Paradossalmente gli operai produttivi con il contratto a tempo indeterminato sono i nuovi privilegiati. In pochi anni i punti di riferimento sono completamente stravolti. Nell88 i paraculi erano asserragliati negli uffici e linferno stava fuori, nei territori dellOfficina Assemblaggio.
Se chiudo gli occhi e ripenso allultima manciata danni mi prende il capogiro. Tutto è cambiato troppo in fretta e io ho i riflessi intorpiditi. Anche Mengoli è un buon ragazzo dal metabolismo compromesso. La mie capacità di analisi, le mie letture, la mia soglia critica, non mi preservano dagli squallidi rituali del branco, dai meccanismi sempre identici riprodotti allinfinito. Non riesco a mettere nemmeno un grano di sabbia nellingranaggio maledetto. Non riesco a reagire alle sfighe degli altri. Alla mia.
&lt;i&gt;Fantozzi&lt;/i&gt; fu la mia prima lettura, avevo dodici anni. Capii subito che cera ben poco da ridere. Oggi riconosciamo a Villaggio doti di preveggenza. Gli aneddoti che infestano i suoi libri sono feticci della maledizione eterna del lavoratore dipendente. 
Da bambino lo immaginavo. Oggi posso constatarlo. I &lt;i&gt;Mega Direttori Cosmici Grandi Lupi Mannari&lt;/i&gt; esistono. Gestiscono vite, apparentemente non ne hanno piena coscienza. Si occupano dei ricambi in pelle della struttura aziendale. Hanno tic da serial killer, modi bruschi, sbrigativi ed efficienti. Digitano contemporaneamente due pc e seguono più conversazioni telefoniche in varie lingue. Alcuni. Altri avranno invece modi pacati e comportamenti politicamente corretti, in apparenza concilianti e pacificatori. Alcuni votano centro sinistra e criticano la volgarità &lt;i&gt;berlusconiana&lt;/i&gt;. Comunque tramano davanti a schermi LCD, modificano organigrammi e lasciano il lavoro sporco agli orchi dellufficio &lt;i&gt;Risorse Umane&lt;/i&gt;, esseri dalla mano pesante, incarnato pallido e occhi stanchi. I &lt;i&gt;Mega Direttori Cosmici&lt;/i&gt; hanno fatto solo ciò che era giusto fare per il Corpo-Azienda. Evirare senza intaccare gli organi vitali. Sono androidi che battono le palpebre a scansioni regolari, fibre ottiche percorrono le loro membra. Programmati per non avvertire alcun turbamento. Tutto gli scivola addosso.
Spiacevolmente insensibili.

*Questo testo è uscita sull&apos;antologia &lt;b&gt;MOBBING OTTORACCONTI&lt;/b&gt;, Fare Libri, Macerata. L&apos;antologia è nata da Fare Libri, un laboratorio di tecniche editoriali.  I partecipanti al laboratorio hanno contribuito al lavoro di editing, all&apos;impaginazione e all&apos;ideazione della copertina. Fare Libri 2007 si è svolto a Roma da marzo a maggio presso Astra 19 spazio pubblico autogestito. Il libro è stampato su carta ecologica ed è ditribuito con licenza Creative Commons 2.5.
Gli scrittori erano: Remo Bassini, Gaja Cenciarelli, Saverio Fattori, Giulia Fazzi, Flaviano Fillo, Sergio Kraisky, Yari Selvatella, Chiara Valerio.</text_more></entry>
<entry id='2430' allow_comments='0' allow_pings='1' author_id='1' authored_on='20071031111328' basename='scusate_lavori_in_corso' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071031111328' modified_on='20071031111701' ping_count='0' status='1' title='SCUSATE LAVORI IN CORSO' week_number='200744'><text>test1</text></entry>
<entry id='2431' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2431' author_id='13' authored_on='20071104181208' basename='platone_suona_sempre_due_volte' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071104181208' modified_on='20071104231805' ping_count='0' status='2' title='Platone suona sempre due volte' week_number='200745'><excerpt>di &lt;b&gt;T. De Lorenzis&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;fiamma_peccato.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/fiamma_peccato.jpg&quot; width=&quot;38&quot; height=&quot;47&quot; border=&quot;0&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt;Friedrich Nietzsche suona sempre due volte, e perciò possiamo immaginarcelo con impermeabile, feltro e cicca che spunta da sotto il baffo foltissimo. Con Albert Camus, invece, il ludico &lt;i&gt;détournement&lt;/i&gt; non dà soddisfazione...</excerpt><text>di &lt;b&gt;Tommaso De Lorenzis&lt;/b&gt;

AA.VV., &lt;i&gt;Platone suona sempre due volte. La filosofia del noir&lt;/i&gt;, a cura di Mark T. Conard, Casale Monferrato, Edizioni PIEMME, 2007, pp. 358, 16.50 euro
&lt;img alt=&quot;plato_2time.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/plato_2time.jpg&quot; width=&quot;80&quot; height=&quot;130&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;
&lt;span class=smalltext&gt;&lt;div align=&quot;right&quot;&gt;&lt;i&gt;Sì, ho realmente scavato carbone e distillato whisky, e ho visto una ragazza in abito color rosa e lho vista quando se lo levava. Ho cinquantaquattro anni, peso più di cento chili, e sembro il macchinista di un treno merci. Sono iscritto al partito democratico. E mi piace bere.&lt;/i&gt;
James M. Cain, agosto 1946&lt;/div&gt;&lt;/span&gt;

Visto che &lt;i&gt;The Philosophy of Film Noir&lt;/i&gt; sarebbe risultato un titolo pesantissimo per le morbide orecchie del pubblico italico, lalternativo &lt;i&gt;Platone suona sempre due volte&lt;/i&gt; pare una scelta azzeccata. Tanto più che, ad accrescere bizzarria del volume e curiosità dei lettori, provvede unoriginalissima copertina, su cui spicca la statua del filosofo agghindata con un completo alla Bogart. Ecco, dunque, lallievo di Socrate catapultato in una pellicola anni Quaranta: trench, cappello a falde, immancabile sigaretta allangolo della bocca e sbuffo di fumo che si perde nel gioco dei chiaroscuri.</text><text_more>In realtà, nelle trecentocinquanta pagine di questa brillante antologia dedicata ai rovesci concettuali del film noir, Platone non è il solo a bussare più duna volta alle porte del genere. Anche Friedrich Nietzsche &lt;i&gt;always rings twice&lt;/i&gt;
È tesi condivisa, infatti, che la disperazione, il pessimismo, la claustrofobia e la solitudine dun certo cinema traggano oscura linfa dallannuncio della «morte di dio». Dirimpetto allorizzonte del «disincanto», in un deserto appena rischiarato dal crepuscolo degli idoli, si muoverebbero  a detta di molte voci che compongono il coro della silloge  i grandi personaggi del Nero.&lt;img alt=&quot;dedalo.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/dedalo.jpg&quot; width=&quot;97&quot; height=&quot;82&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt; Eretto sulle solide basi del «nulla» nicciano, il filone in questione ha messo in scena i patimenti di esistenze sciagurate, consegnate a un destino inesorabile e imprigionate nel «labirinto rizomatico», dove  secondo Jerold J. Abrams  vaga il detective &lt;i&gt;hardboiled&lt;/i&gt;. Del resto, se il Dedalo stesso &lt;i&gt;si è fatto&lt;/i&gt; Minotauro e se Arianna indossa le equivoche vesti duna &lt;i&gt;femme fatale&lt;/i&gt;, allora conviene abbandonare ogni speranza. Perfino il leggendario filo si sottrae alla funzione di stratagemma provvidenziale, per assumere significati tenebrosi. Ne sa qualcosa Mike Hammer a cui, in &lt;i&gt;Kiss Me, Deadly&lt;/i&gt; (1955), la fidanzata Velda impartisce unamara lezione a proposito delle proprietà delle corde: «Prima trovi un filo sottile. Il filo sottile ti porta a uno spago. Lo spago ti porta a una corda. E a quella corda ci finisci appeso». Bisogna riconoscere che per Teseo fu una vera fortuna avere a che fare con Arianna invece che con Velda: scegliere tra il nemico taurino e una donna che ti ricorda la stretta dello scorsoio non è una prospettiva incoraggiante. 
Studioso di filosofia, etica ed epistemologia presso il Bridgewater State College del Massachusetts, Steven M. Sanders si avvale dun &lt;i&gt;collage&lt;/i&gt; mozzafiato per descrivere la smarrita «rotta attitudinale» delle pellicole nere: «La vita è un &lt;i&gt;passaggio oscuro&lt;/i&gt;, una &lt;i&gt;deviazione [Detour] &lt;/i&gt;, &lt;i&gt;un viaggio nella paura [A Journey into Fear] senza via di fuga [No Escape] &lt;/i&gt; e &lt;i&gt;senza uscita&lt;/i&gt;. Il personaggio di un film noir &lt;i&gt;cammina solo [I Walk Alone]&lt;/i&gt;; &lt;i&gt;cammina di notte [Walk by Night]&lt;/i&gt; per &lt;i&gt;La città nuda [The Naked City]&lt;/i&gt;, nella &lt;i&gt;Giungla dasfalto [The Asphalt Jungle]&lt;/i&gt;, lungo una &lt;i&gt;Strada senza nome [Street with No Name]&lt;/i&gt;. &lt;i&gt;Vive di notte [They Live by Night]&lt;/i&gt;, si &lt;i&gt;scontra di notte [Clash by Night]&lt;/i&gt;, a volte è &lt;i&gt;Catturato [Caught]&lt;/i&gt;, a volte è &lt;i&gt;Posseduto [Possessed]&lt;/i&gt;, spesso è &lt;i&gt;ammaliato [Spellbound]&lt;/i&gt;, ma è sempre e comunque su un &lt;i&gt;terreno pericoloso [On Dangerous Ground]&lt;/i&gt; e sta sempre &lt;i&gt;dove vive il pericolo [Where Danger Lives]&lt;/i&gt;, perché sono &lt;i&gt;Ore disperate [Desperate Hours]&lt;/i&gt; di un &lt;i&gt;pronostico avverso [Odds against Tomorrow]&lt;/i&gt; a separarlo dalla sorte incombente».  
Se la dottrina platonica degli &lt;i&gt;universali&lt;/i&gt; torna utile per definire un fenomeno sfuggente, ricco di esempi unici tanto da far dubitare dellopportunità duna definizione complessiva, è senza dubbio levocatore di Zarathustra ad allungare la sua ombra su questo «tipo di &lt;i&gt;dark film&lt;/i&gt;». &lt;img alt=&quot;Al_Jolson.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Al_Jolson.jpg&quot; width=&quot;86&quot; height=&quot;112&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Secondo Read Mercer Schuchardt la predizione di Nietzsche a proposito di una «eclissi totale di ogni valore», risuonerebbe già ne &lt;i&gt;Il cantante di jazz&lt;/i&gt; (1927), diretto da Alan Crosland e interpretato da Al Jolson &lt;i&gt;[a sinistra]&lt;/i&gt;. Laccostamento tra la prima pellicola audio della storia, la poetica del noir e lannuncio dell«uomo folle», pare unassociazione ardita. Tuttavia, Schuchardt nota come le atmosfere malinconiche, lilluminazione cupa, lambivalenza morale, lomicidio senza cadavere  ovvero tutti gli ingredienti del Nero  siano ben presenti agli albori del cinema sonoro. Poco importa che lassassinio sia quello di dio, il cui cadavere non è difficile da occultare, o che l«ambivalenza morale» dei primi orfani connoti il carattere di Jakie Rabinovitz ancora prima del temperamento di Sam Spade. Poco importa perché &lt;i&gt;Il cantante di jazz&lt;/i&gt; rimane una perfetta rappresentazione del «capovolgimento dei valori tradizionali e della perdita di significato delle cose». La vicenda dellebreo che rifiuta le prescrizioni dellortodossia, scegliendo di esercitare larte canora nei luoghi dellillusione e dello spettacolo, si offre come manifesto &lt;i&gt;ante litteram&lt;/i&gt; del genere.    
Dunque, Friedrich Nietzsche suona sempre due volte, e perciò possiamo immaginarcelo con impermeabile, feltro e cicca che spunta da sotto il baffo foltissimo. Con Albert Camus, invece, il ludico &lt;i&gt;détournement&lt;/i&gt; non dà soddisfazione, dal momento che lo scrittore nutriva una preferenza per i soprabiti alla Marlowe e di sigarette ne faceva fuori un paio di pacchi al giorno. Comunque, lautore de &lt;i&gt;Luomo in rivolta&lt;/i&gt; costituisce un imprescindibile termine di paragone di questa ricerca collettiva, che  a dispetto dun indirizzo programmatico volto al rimosso oscuro degli States  finisce per sprofondare nelle inquietudini della vecchia Europa. E nonostante Robert Porfirio cerchi di tenere la barra dritta sul «cuore nero» degli Stati Uniti, puntando al tracollo del trascendentalismo emersoniano, il ragionamento oscilla inevitabilmente tra le due sponde dellAtlantico.    
Rapportati ai personaggi di Camus, ad esempio al «bravo nichilista moderno» Jean-Baptiste Clamence, i protagonisti del noir presentano caratteristiche divergenti e del tutto peculiari. Così, se  il primo si libera dalla paura, ignorando «le conseguenze devastanti provocate da una caduta morale», i secondi rimangono aggrappati ai loro difetti, rispecchiando la «natura imperfetta delluniverso disincantato». Se per Camus il modello del dandy baudelairiano si erge come una «seconda linea di difesa simbolica» contro il «disincanto», gli altri incarnano il tramonto dello «strano spiritualismo» che il poeta de &lt;i&gt;Les Fleurs du mal&lt;/i&gt; descrive come una dottrina dell«eleganza», dell«originalità» e  soprattutto  duna certa «energia contenuta». È in questo quadro post-decadente che Allan Woolfolk colloca la poetica del noir cinematografico, in cui i modelli del dandismo si disintegrano innanzi allinesorabilità del destino e alla brutalità del reale. Il rilievo critico è di estremo interesse e situa Baudelaire al posto che gli compete: dentro una parabola della modernità alternativa a quella borghese e al centro della cultura di massa. Vale la pena notare come Woolfolk citi un saggio di Stanley Cavell del 79, in cui il poeta viene presentato come ispiratore di alcune paradigmatiche figure della filmografia americana: «I nostri maggiori esponenti di quel modello sono leroe western e Bogart; ma vi includiamo anche i più piccoli e logori detective e investigatori privati della generazione passata; e quel modello è reiterato nellelegante, dilettante risolutore di misteri». È davanti al mito della Transizione, allarchetipo di unetà scossa dal Mutamento, che si erge lambiguo eroe crepuscolare, capace di ribellarsi al nuovo ordine grazie alla forza dun «fuoco» nascosto. Certo, Cavell menziona Bogart, lasciando intendere che anche il noir partecipa  in qualche modo  della «rarità» del Dandy. In realtà, la «padronanza» che Spade ostenta nel «proto-noir» &lt;i&gt;The Maltese Falcon&lt;/i&gt; (1941) cede presto allo sbandamento, alla deriva e allincapacità di amministrare il «culto della sensazione moltiplicata». Dopo &lt;i&gt;Il mistero del falco&lt;/i&gt;, luomo «disincantato» del noir dimenticherà le indicazioni baudelairiane, consegnandosi alla confusione, alla dispersione, al vagabondaggio e alle dense nebbie dellhangover. Così, Marlowe appare come un personaggio «letteralmente narcotizzato e alla mercé del mondo», segnato da un temperamento petulante e da un procedere confuso (&lt;i&gt;Murder, My Sweet&lt;/i&gt;, 1945).&lt;img alt=&quot;fiamma_peccato.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/fiamma_peccato.jpg&quot; width=&quot;107&quot; height=&quot;130&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt; Allo stesso modo, Al Roberts  in &lt;i&gt;Detour&lt;/i&gt;  perde il «controllo emotivo mentre suona Bramhs al piano». E lelenco potrebbe continuare, annoverando gli sbandati, irrisolti personaggi del noir cinematografico-letterario: dal Walter Neff de &lt;i&gt;La fiamma del peccato&lt;/i&gt; a Jean Fraiger de &lt;i&gt;La vita è uno schifo&lt;/i&gt;. 
 &lt;i&gt;Platone suona sempre due volte&lt;/i&gt; è un prodotto inconsueto per il mercato italiano, un esempio di quelle raccolte saggistiche che i &lt;i&gt;clichés&lt;/i&gt; delleditoria nostrana giudicano di scarsa appetibilità commerciale. Inoltre, la miscellanea nasce in quel mondo tipicamente anglosassone, sospeso tra accademia e &lt;i&gt;popular culture&lt;/i&gt;, che non ha equivalenti nel Bel Paese, dove i due universi sono ancora divisi da invalicabili steccati e pregiudizi reciproci. Tuttavia, da questi contributi si possono trarre importanti lezioni riguardo allinformata puntualità e allabilità divulgativa di unanalisi che non svilisce i problemi connessi alla sistematica, alla poetica e al periodizzare. I punti di partenza risultano perfettamente condivisi e, ogni qual volta si procede a una forzatura delle classificazioni, largomentazione si sviluppa con chiarezza. Non funziona così in Italia, dove il dibattito sul genere  spesso gestito dai suoi interpreti più o meno illustri  rimane invischiato negli equivoci. 
È la critica francese ad aver definito retroattivamente «film noir» quel filone cinematografico americano sperimentato tra linizio degli anni Quaranta e la fine dei Cinquanta. Suddetta indicazione serve da punto di partenza per vagliare la discordanza delle prospettive. Nel contributo dapertura, eloquentemente intitolato «Nietzsche, il senso e la definizione del noir», Mark T. Conard  curatore del volume, noto al pubblico come autore de &lt;i&gt;I Simpson e la filosofia&lt;/i&gt; (ISBN, 2005)  presenta le divergenti posizioni in merito alloggetto della ricerca. Se per alcuni interpreti le caratteristiche del film noir sono sufficienti a farne un genere, altri mettono in dubbio che una certa uniformità espressiva, un «tipico stile visuale», basti a circoscrivere il filone. Dove viene rilevato il ricorrere di certi elementi (come, ad esempio, lattività criminale, latmosfera generale di dislocazione, la voce fuori campo, il cupo cinismo e la presenza della &lt;i&gt;dark lady&lt;/i&gt;), altrove gli stessi elementi sono considerati aspetti dun timbro trans-genere. Se a detta di Foster Hirsch «luso ripetuto di strutture narrative e visuali [] qualifica senza dubbio il &lt;i&gt;noir&lt;/i&gt; come [] un genere altrettanto codificato quanto il western», per Paul Schrader «il film noir non è definito, come il genere western e quello dei film di gangster, dalle convenzioni di ambientazione e di conflitto, ma piuttosto da caratteristiche più sottili di tono e atmosfera». Vagliate le molteplici interpretazioni, Conard propone una nuova definizione che funge da filo conduttore del ragionamento collettivo: «La mia proposta, dunque, è che il noir possa anche essere visto come una sensibilità o un modo di guardare al mondo conseguente alla morte di Dio, e che sia un tipo di risposta o di riconoscimento artistico americano a questo mutamento sismico della nostra comprensione del mondo». 
Descritto in questi termini, il genere filmico statunitense appare come una risposta condivisa alla «crisi», o  più precisamente  come un suo riflesso deformato. Si tratterebbe, cioè, dun orientamento complessivo, di una «sensibilità» per lappunto, a cui è possibile riferire tanto Marlowe, quanto il vagabondo Frank Chambers de &lt;i&gt;Il postino suona sempre due volte&lt;/i&gt;, sia Sam Spade, sia lassicuratore Walter Neff. Ciò che in letteratura risulta diverso, sulla celluloide, trova una comune radice, grazie alle specificità visive del linguaggio cinematografico. 
Eppure, la mancata distinzione tra i dettami dell&lt;i&gt;hardboiled school&lt;/i&gt; e le regole della «grammatica nera» resta una delle principali cause dei malintesi che rovinano discussioni e riflessioni sullargomento. Linchiostro, infatti, divide quello che il grande schermo unifica mediante la visualizzazione duna condizione umana «sbilanciata». Ancora oggi, Marlowe viene presentato come unicona del noir, mentre la sua connotazione da cavaliere errante senza Graal, figliol prodigo di unepopea antica, ultimo interprete di valori remoti, lo rende simbolo dun moralismo intransigente che si leva  solitario  contro la depravata ferocia del mondo. I polizieschi sporchi, inoltre, difendono a oltranza  attraverso plot intricatissimi  la centralità del «mistero», limitandosi a divaricare il momento dello scioglimento dallottimismo inquirente ostentato nelle soluzioni del giallo classico. Per gli esponenti della «scuola dei duri» la verità è ancora un effetto, una tenue, malinconica conseguenza duno spietato confronto col mondo. Tutto questo fa dei romanzi &lt;i&gt;hardboiled&lt;/i&gt; lultimo resto dellepica, del mito e della decadenza, collocato sullorlo del «nulla». Allopposto di questa prospettiva, oltre ogni pratica della verità, al di là di un ruvidissimo &lt;i&gt;whodunit&lt;/i&gt; («chi è stato?»), nelle tenebre del precipizio, si leva la &lt;i&gt;noirceur&lt;/i&gt; di unaltra letteratura: quella di James M. Cain e Cornell Woolrich. In principio, forse, cè lo stesso cantore reietto, il «dipsomane che si rovina»: Edgar Allan Poe, diviso tra la «cinica, demitizzante» decostruzione della propria poesia e le straordinarie doti indagatrici di Auguste Dupin. Eppure, ciò che in Poe è intrecciato, più tardi finirà per divaricarsi. Gli uni erediteranno la «proiezione mitopoietica», costituita da un precario equilibrio di opposti, da una dialettica tra codice donore e ostentata crudezza; agli altri toccherà in sorte il terrore, langoscia e un destino avverso, simboleggiato dai tiri mancini del gatto e dal tetro gracchiare del corvo. Linfinito mostrarsi del primo paradigma troverà una sapiente declinazione nelle pagine dell&lt;i&gt;Hammett&lt;/i&gt; di Joe Gores, in cui lex agente Pinkerton, futuro Signore delle &lt;i&gt;pulp stories&lt;/i&gt;, si presenta come lultima incarnazione del Cavaliere scisso tra lideale dellamicizia virile e un cinico distacco. Solo una cosa rimarrà comune: tutti guarderanno labisso attraverso il fondo della peggiore bottiglia. 
La contraddizione tra &lt;i&gt;hardboiled school&lt;/i&gt; e letteratura nera è  da un punto di vista rigorosamente letterario  unopposizione irrisolvibile. Nel noir, sia in quello americano, sia in quello francese (ad eccezione del genere romantico e in &lt;i&gt;argot&lt;/i&gt;), non cè né epica, né mito, bensì disintegrazione sistematica dogni tensione archetipica. Benché i procedimenti che concorrono alla dannazione delluomo siano ampiamente codificati, ogni disastro conserva una specifica tragicità, certamente prossima al &lt;i&gt;Cliché&lt;/i&gt;, ma decisamente impermeabile al gioco della dinamica mitica. Come nota Ian Jarvie, in uno dei pochi rilievi applicabili tanto al cinema quanto alla letteratura, la mancanza dinformazioni personali sul passato di un personaggio noir «non si rifà al mito, come accade nel western classico; invece, allude a un isolamento malinconico». Laura di Yojimbo e la misteriosa indeterminatezza del protagonista di &lt;i&gt;Red Harvest&lt;/i&gt; lasciano spazio alla vaghezza duna solitudine opaca al luccicare del mito.
La verità stessa non è mai risultato duna ricerca travagliata. Piuttosto, è una premessa che concerne la perdizione di vite già segnate. Non è un caso che ne &lt;i&gt;La fiamma del peccato&lt;/i&gt; di Billy Wilder, Walter Neff anticipi  nei primi minuti del film  quello che accadrà nelle successive due ore: «Non ho avuto i soldi e non ho avuto la donna». Lunico, vero mistero attiene allimpossibilità delluomo di soddisfare il proprio desiderio. Si tratta del medesimo enigma di cui parla Cain nella tristemente dimenticata prefazione a &lt;i&gt;The Butterfly&lt;/i&gt;: «Io credo che la caratteristica dei miei racconti sia quella di aprire una porta proibita, e qui, più che nella violenza, nella sensualità e nelle altre cose citate per spiegarli, deve ricercarsi quel fascino che si attribuisce loro. I miei libri agiscono soprattutto nella mente». Il viaggio nella psiche dà corpo al terrore che scaturisce dallavverarsi dun desiderio, o  meglio  dallimpossibilità di appagare una brama rimanendo vivi. È per questo motivo che i mariti ingombranti muoiono puntualmente. Ma è per lo stesso motivo che il compimento del piano perfetto conduce protagonista e &lt;i&gt;dark lady&lt;/i&gt; a una rovina coincidente con la morte o con una condanna. Questa malata meccanica del desiderio, in cui non è difficile cogliere alcuni temi della psicoanalisi freudiana, è assente dalle avventure dei duri. Anzi, le resistenze, che  in &lt;i&gt;The Big Sleep&lt;/i&gt;  Marlowe oppone alle &lt;i&gt;avances&lt;/i&gt; di giovanissima Carmen Sternwood, confermano quello che Stefano Tani scrive a proposito dun detective che è «solo un cavaliere ben intenzionato ma di scarsa efficacia»: in grado di resistere alle provocanti curve della ninfomane psicopatica, ma incapace di far valere il proprio ordine etico oltre la soglia dun piccolo appartamento.
A dispetto del potere dei nomi, non è sulle colonne di «Black Mask», e nemmeno  ci permettiamo daggiungere  nel catalogo della &lt;i&gt;Série Noire&lt;/i&gt;, che va cercata locculta potenza del Nero. E questo  James M. Cain lo sapeva bene: «Io non appartengo alla scuola &lt;i&gt;hard-boiled&lt;/i&gt; o cinica, che dir si voglia, né ad altre». E ancora: «Sebbene in vita mia io abbia letto forse venti pagine di Dashiell Hammett, Clifton Fadiman quando si riferisce al mio stile [il critico] può facilitarsi il lavoro con un gioco di parole definendolo &lt;i&gt;hammett and tongs&lt;/i&gt; (falce e martello)».
Il bianco della pagina conserverà irrimediabilmente distinto ciò che innanzi allo schermo, nel buio della sala, tra le ombre dellultima caverna platonica, si presenta dello stesso colore.</text_more></entry>
<entry id='2432' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2432' author_id='1' authored_on='20071105184941' basename='esorcismo_per_una_liberazione' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='0' created_on='20071105184941' modified_on='20071105185248' ping_count='0' status='2' title='Esorcismo per una liberazione' week_number='200745'><excerpt>da &lt;b&gt;V. Hugo&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;esorcismoliberazionemini.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/esorcismoliberazionemini.jpg&quot; width=&quot;50&quot; height=&quot;65&quot; border=&quot;1&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt;&lt;i&gt;Carmilla &lt;/i&gt;si permette di lanciare un esorcismo, in un giorno particolare. Lo si legga, anche se non si comprende il motivo di un tale gesto. Trattandosi di un esorcismo formulato da Victor Hugo, non si sarà perso tempo e si sarà forse guadagnato qualche grammo di empatia..</excerpt><text>&lt;br&gt;di &lt;b&gt;Victor Hugo&lt;/b&gt;

&lt;span class=smalltext&gt;&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;esorcismoliberazione.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/esorcismoliberazione.jpg&quot; width=&quot;100&quot; height=&quot;102&quot; border=&quot;0&quot; hspace=6 vspace=2 align=right /&gt;[Sembrerà strano, ma la grande letteratura formula autentici esorcismi. In determinate congiunture, è salutare riproporli. Cos&apos;è un esorcismo? E&apos; la preghiera dell&apos;anima: una preghiera priva di richiesta. E&apos; un&apos;invocazione che stende il tappeto sul ring, per nascondervi la botola da cui scappare. E&apos; una vibrazione di tamburo che lo sciamano lancia al di là dello spazio e a favore di un tempo, di un evento specifico. E&apos; il crollo della cattiveria umana, inciso su metope esenti dalla corrosione dei climi. E&apos; una richiesta di domanda: la domanda onesta che deve porsi chiunque entri in contatto con un simile atto di magia linguistica. &lt;i&gt;Carmilla &lt;/i&gt;si permette di lanciare un esorcismo, in un giorno particolare. Lo si legga, anche se non si comprende il motivo di un tale gesto. Trattandosi di un esorcismo formulato da Victor Hugo, non si sarà perso tempo e si sarà forse guadagnato qualche grammo di empatia. gg]&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;/span&gt;
Si sentiva incapace di proseguire.&lt;br&gt;
Ahimè! In quel pugilato ad oltranza fra il nostro egoismo e il nostro dovere, allorché
indietreggiamo così passo passo davanti al nostro ideale incommutabile, smarriti, accaniti,
esasperati d&apos;aver ceduto, disputando il terreno, sperando in una fuga possibile, cercando un&apos;uscita,
quale brusca e sinistra resistenza ci offre, dietro di noi, la base del muro!&lt;br&gt;&lt;br&gt;</text><text_more>Sentire l&apos;ombra sacra che fa ostacolo, sentire l&apos;invisibile inesorabile, oh! quale ossessione!&lt;br&gt;
Ma dunque non si è mai finito colla coscienza? Rassegnati, Bruto, rassegnati, Catone; essa è
senza fondo, è Dio. Si butta in quel pozzo il lavoro di tutta la vita, la propria fortuna, vi si getta la
propria ricchezza, il successo, vi si getta la libertà e la patria, vi si getta il benessere, il riposo, vi si
getta la felicità. Ancora, ancora, ancora! Vuotate il vaso! Chinate l&apos;urna! Bisogna finire per gettare il
cuore.&lt;br&gt;
V&apos;è in qualche luogo, fra la nebbia del vecchio inferno, una botte simile a questa.&lt;br&gt;
Ma infine, non è perdonabile rifiutare? Forse l&apos;inesauribile può avere un diritto? Le catene
senza fine non sono al disopra della forza umana? Chi dunque biasimerebbe Sisifo e Valjean per
aver detto: «Basta?»&lt;br&gt;
L&apos;ubbidienza della materia è limitata dall&apos;attrito; ma non v&apos;è dunque un limite all&apos;ubbidienza
dell&apos;anima? Se il moto perpetuo è impossibile, si può esigere il sacrificio perpetuo?&lt;br&gt;
Il primo passo non è nulla: è l&apos;ultimo che è difficile. Oh, primo scalino da scendere, come sei cupo! Come sei
buio, secondo scalino!&lt;br&gt;
E come non volgere altrove il capo, stavolta?&lt;br&gt;
Il martirio è una sublimazione, che, però, corrode. È una tortura che consacra, e si può
acconsentirvi per la prima ora. Si siede sul trono di ferro rovente, si mette sulla fronte la corona di
ferro rovente, si accetta il globo di ferro rovente, si prende lo scettro di ferro rovente; ma rimane
ancora da indossare il mantello di fiamme: e non può venire un momento in cui la carne miserabile
si rivolti, si abdichi al supplizio?&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;br&gt;</text_more></entry>
<entry id='2433' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2433' author_id='4' authored_on='20071106030321' basename='marco_vichi_nero_di_luna' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071106030321' modified_on='20071106031830' ping_count='0' status='2' title='Marco Vichi: NERO DI LUNA' week_number='200745'><text>di &lt;b&gt;Daniela Bandini&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;MarcoVichiNeroDiLuna.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/MarcoVichiNeroDiLuna.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;189&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Marco Vichi, &lt;i&gt;Nero di luna&lt;/i&gt;, Ugo Guanda Editore, 2007, pp. 248,  15,00

Sinceramente questo romanzo lho divorato. E un piacere leggerlo, se dovessi definirlo direi contemporaneo. Agile, libero, pieno di visioni di cambiamenti personali più che possibili, accessibili a tutti noi. I personaggi del libro sono un giovane scrittore di nome Emilio Bettazzi (oggi fino ai 50 anni si è giovani scrittori), amante della buona cucina e cuoco niente male,  unavvenente dottoressa, incredibilmente libera da legami matrimoniali e da parcelle di avvocati divorzisti, qualche carabiniere, un maresciallo dallo spessore umano e culturale di un foglietto di carta, il negozietto-drogheria della sig.ra Marinella, luogo di delizie e tentazioni sublimi, il popolo e il popolino, ma soprattutto le popolane, la Casa del Popolo, una villa che nasconde i suoi orribili misteri, e il luogo dove tutto ciò è ambientato: Fontenera, nella Toscana più profonda.</text><text_more>Apparentemente questo romanzo è leggero, ma se vi accennassi alcuni scenari lo risulterebbe assai meno. Anzitutto comincia con un funerale. Il più caro amico dello scrittore viene a mancare, una penosa malattia, quando da poco aveva stipulato un contratto daffitto per una cascina in campagna. Per onorare la sua memoria il nostro protagonista decide di rilevare la proprietà, per quei mesi che gli spettano, e subito si trova immerso in un paesaggio naturale e umano molto interessante, forse anche fonte dispirazione per i suoi prossimi lavori. 
Anzitutto il paesino è come sempre un microcosmo a sé stante, definito nel tempo e nello spazio da regole tutte sue, che ruota sempre intorno ai personaggi che lo sorreggono: la negoziante della rivendita, le autorità, i membri del consiglio comunale, la dottoressa, il matto, quello pieno di soldi, quello che ti frega appena gli volti le spalle, il dongiovanni impenitente, le chiacchierone e quelle che si fanno gli affari propri. Allinterno di questa bucolica, affaccendata e al contempo pigra realtà, si staglia unantica villa, dove nessuno mette piede, neanche gli stessi proprietari. Vi è accaduta una disgrazia di una gravità tale che nessuno ne vuole anche solo riconoscere il fatto. 
Il nostro Emilio si è sistemato: è felice. Il suo caminetto, le sue specialità toscane, lolio del contadino e la finocchiona, il chianti, la natura, il cielo stellato, neanche per un secondo rimpiange Firenze. E come  nuovo membro della comunità desidera ardentemente essere considerato del posto, conoscere sentieri e situazioni umane che lo decretino a tutti gli effetti cittadino di Fontenera. Ma come sempre ai villani non garba che qualcuno di fuori metta il naso nelle proprie faccende, che debbono restare lì, nella valle, chiuse e circondate da quelle dolci colline, a volte così invalicabili. Però Emilio (un personaggio di cui ci si innamora allistante!), troppo intelligente e sensibile, si imbatte in persone che sembrano convogliarlo a una presa di posizione, a un suo interessamento. 
Sulla mitica Marinella rispondono a monosillabi quando ne hanno voglia, ogni domanda sulla villa o su quella misteriosa ragazzina demente ma bellissima viene glissata come uno scivolone sul ghiaccio. O ancora su quelle grida che provengono dalla finestra di unaltra villa, la cui anziana, ricchissima proprietaria, vive la sua scelta di solitudine in compagnia di una nipote completamente pazza che ostenta le braccia fasciate da garze, retaggio di morsi animaleschi che lei stessa si procura. Si parla di lupi mannari. Ci sono conigli e galline che periodicamente vengono sbranati, ombre misteriose e improvvise apparizioni di creature mostruose, lamenti strazianti e imprecazioni, anche diurni. E un omicidio, dubbio, di una giovane turista. La storia damore? Eccola: complice una batteria scarica, sul ciglio della strada Emilio conoscerà la sua dottoressa, una coetanea, soprattutto a livello culturale. Per lei preparerà caminetto acceso e ricette deliziose, niente nouvelle cuisine per carità!, generosi bicchieri di vino, qualche canna, ottime conversazioni e complicità crescente. 
Sarebbe un peccato gravissimo svelarvi il finale, accenno solamente a una certa speculazione edilizia, alla rivelazione di quellagghiacciante segreto della proprietaria e della nipote pazza, molto più terrificante di ciò che si potesse pensare, a uno schifoso maniaco sessuale reso ancora più ripugnante una volta conosciuta la vittima, che si trincera dietro importanti cariche pubbliche. E di come la tecnologia, tutta importata dalla cultura della città e grazie a Internet, sia fondamentale per risolvere questi misteri. 
Emilio riuscirà a ricreare un equilibrio in quel paese: almeno la verità, per quanto scomoda anzi scomodissima, quando viene rivelata, diventa sempre affrontabile. Non ci sarà quella giustizia che ci aspetteremmo, o forse ci aspettiamo proprio una giustizia così. I lupi mannari, concludo io, esistono davvero, e sono capaci di segnare per sempre le nostre fragilissime convinzioni e abitudini, lacerando con uno strappo secco quella pellicola di normalità che dà equilibrio, seppur precario, alla nostra esistenza. I veri lupi mannari difficilmente hanno le sembianze del degrado culturale o  dellhandicap fisico, sono piuttosto insinuazioni che scavano solchi di diffidenza e ostilità,  fino a strangolare ogni buonsenso. Il vero lupo mannaro difficilmente ha il lungo pelo e le zanne appuntite, bensì laspetto dellagnello benefattore. Ed Emilio, lì, con la sua dottoressa, nella nuova casa di campagna dove prenderà stabilmente la residenza, con sensibilità, ironia e sano realismo, riuscirà a smascherare e al contempo a trattenere un segreto ben più profondo di un fatto di cronaca nera. 
Quando avremo finito il libro, ci accorgeremo di esserci affezionati a questo scrittore, e vorremmo tanto che ci invitasse a Fontenera, a passare le feste.

</text_more></entry>
<entry id='2434' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2434' author_id='13' authored_on='20071106183147' basename='enzo_melandri_contro_il_simbolico_dieci_lezioni_di_filosofia' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071106183147' modified_on='20071106183611' ping_count='0' status='2' title='Enzo Melandri: Contro il simbolico. Dieci lezioni di filosofia' week_number='200745'><excerpt>di &lt;b&gt;G. De Michele&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;contro_simbolico.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/contro_simbolico.jpg&quot; width=&quot;40&quot; height=&quot;56&quot; border=&quot;0&quot; hspace=2 vspace=2 align= left /&gt; &lt;i&gt;Contro il simbolico&lt;/i&gt; allude al rifiuto di un pensiero che cerca di fissarsi allinterno di una matrice ultimativa. Il pensiero contro-simbolico è un pensiero lavora sul mito non come mitografia, ma come mitopoiesi: cioè come creazione sempre nuova.</excerpt><text>di &lt;b&gt;Girolamo De Michele&lt;/b&gt;&lt;img alt=&quot;contro_simbolico.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/contro_simbolico.jpg&quot; width=&quot;80&quot; height=&quot;113&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align= left /&gt;

Enzo Melandri, &lt;i&gt;Contro il simbolico. Dieci lezioni di filosofia&lt;/i&gt;, Quodlibet, Macerata, 2007, pp. 309, euro 26.

Enzo Melandri è per lo più noto per la sua opera maggiore, &lt;i&gt;La linea e il circolo&lt;/i&gt;, testo che dopo trentanni giganteggia ancora nel panorama filosofico italiano del Novecento (e non solo perché circondato da nani). In questopera dal programma apparentemente circoscritto  uno studio logico-filosofico sullanalogia  il sapere filosofico viene squadernato, decostruito e riassemblato col rigoroso eclettismo di un metodo che sa contaminare la fenomenologia e il marxismo critico, il metodo genealogico di Nietzsche e Foucault e la metaforologia di Blumenberg, il formalismo logico e la sinistra aristotelica.</text><text_more>Ora le edizioni Quodlibet, allinterno di un progetto di riedizione dellintero corpus degli scritti melandriani, dopo il capolavoro del 1969 ripubblicano &lt;i&gt;Contro il simbolico. Dieci lezioni di filosofia&lt;/i&gt;,  uscito per la prima volta nel 1989 e arricchito da una postfazione di Luca Guidetti. Per comprendere questo libro bisogna far mente locale al decennio in cui fu pensato ed esposto in un ciclo di conferenze. &lt;img alt=&quot;filosofia.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/filosofia.jpg&quot; width=&quot;150&quot; height=&quot;205&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Negli anni Ottanta la filosofia italiana era un malato in fase terminale: sdoganate dal pensiero molle, lirresponsabilità intellettuale e la chiacchiera fine a se stessa dilagavano come mucillaggine. I libri erano per lo più bibliografie commentate tra le cui righe ammiccavano scambi di favori accademici; ai convegni si discuteva amabilmente del contrasto tra Benjamin e Schmitt con lo stesso pathos con cui si ricordavano le dispute familiari sulleredità tra il prozio Aristide e la nonna Carolina. Qualunque affermazione era legittimata, purché contenesse un qualche appiglio iniziatico, preferibilmente ebraico o kabbalistico (ma rigorosamente letti in traduzione); la teologia politica e lheideggerismo la facevano da padrone come la rucola in cucina, mentre la reiterazione continua di parole come disincanto e secolarizzazione costituiva il corrispettivo filosofico dei tormentoni di Luca Carboni. E il pensatore reazionario, specie se cattolico-romano, era onnipresente come i cani di pezza sul cruscotto dellauto: non si capiva mai bene a cosa servisse, ma senza pareva non si potesse organizzare un convegno o fondare una rivista. E del resto, la parola dordine per entrare a far parte del giro era: &lt;i&gt;il mondo non può essere cambiato, ma tuttal più amministrato&lt;/i&gt;. In questo frangente &lt;i&gt;Contro il simbolico&lt;/i&gt; venne a costituire, ventanni dopo,  il complemento di La linea e il circolo: se questo, dietro la limitatezza del programma di ricerca, nascondeva una impressionante sistematicità, Contro il simbolico si presenta come una ferrea concatenazione di voci: Logica, Linguaggio, Realtà, metafisica, Soggetto e coscienza, Credenza e immaginario, Desiderio e volontà, Essere e dover-essere, Etica e politica, Morte e finitezza. Ma nella coda dellapparente enciclopedismo, che è una forma di chiusura del sapere, Melandri nasconde, con una mossa tipica del suo filosofare, il veleno: il titolo del libro allude infatti al rifiuto di un pensiero che cerca di fissarsi allinterno di una matrice ultimativa. Il pensiero contro-simbolico è un pensiero che riprende lintuizione (proveniente da Blumenberg) di un lavoro sul mito non come mitografia, ma come mitopoiesi: cioè come creazione sempre nuova. La mitopoiesi inverte il segno della lettura mitica, e allude alla possibilità di liberarsi dalla sua conclusività, e più in generale di affrancarsi dalle maglie, sempre consolatorie, della tragicità e dellironia. La filosofia è per Melandri (per citare il suo amico Calvino) un sentiero dei nidi di ragno, un incrociarsi di linee maggiori e minori, che non conduce ad una qualche verità perenne e non si adegua a un ordine dei fini già dato, ma crea sempre il proprio fine nella riflessione rigorosa su se stessa, e soprattutto nellesperienza pratica che facciamo di tali riflessioni. Così la lezione sulla Realtà si svela come un appello allindividuazione di alternative allo stato di cose presente, al rovesciamento delle conclusioni a partire dallelaborazione di premesse alternative; e lanalisi del Linguaggio non porta a rivelarne un qualche senso ultimo e nascosto di cui esso sarebbe portatore, ma è illustrazione del carattere creativo del sintagma rispetto al paradigma iniziale: cioè la franca accettazione, pena linutilità del ragionare, che si possa, ragionando con altri, «giungere a conclusioni opposte a quelle dalle quali abbiam preso labbrivio». Lo si vede conclusivamente nellultima lezione, riscritta in occasione della morte dellamico Enrico Forni, dove, dopo aver affermato che il momento individuale rispetto allessere sociale si dà solo nellaccettazione della propria morte, Melandri rovescia il solipsismo nel dialogo con lamico scomparso, a sua volta in dialogo col suo Spinoza. E la lezione di Spinoza, per il quale luomo saggio a nulla pensa meno che alla morte, si apre ad una meditazione a tre voci, giacché «ogni opera è sempre unimpresa collettiva»: una meditazione plurale sul senso del morire e sullesperire, «vivendo lesperienza di verità e damore» come atto di amore per lesistenza e liberazione dalla tristezza, come «larga parte della nostra mente sia eterna».

&lt;i&gt;Testi di Melandri su carmilla:&lt;/i&gt;

&lt;b&gt;Zoon politikon. Bolk e l&apos;antropogenesi&lt;/b&gt;, parte &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2006/06/001806.html#001806&quot;&gt;prima&lt;/a&gt; e &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2006/06/001808.html#001808&quot;&gt;seconda&lt;/a&gt;
&lt;b&gt;Paradigmi di un calogerema&lt;/b&gt;, parte &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2006/06/001829.html#001829&quot;&gt;prima&lt;/a&gt; e &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2006/07/001833.html#001833&quot;&gt;seconda&lt;/a&gt;</text_more></entry>
<entry id='2435' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2435' author_id='4' authored_on='20071107030240' basename='lo_sguardo_mutilo_visti_e_rivisti_19951997_1_' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071107030240' modified_on='20120425101245' ping_count='0' status='2' title='Lo sguardo mutilo (Visti e rivisti 1995-1997) 1 ' week_number='200745'><text>di &lt;b&gt;Dziga Cacace&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;DzigaCacace1.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/DzigaCacace1.jpg&quot; width=&quot;135&quot; height=&quot;80&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;[Dziga Cacace è uno degli autori del programma televisivo &lt;i&gt;Le Iene&lt;/i&gt;, e critico musicale del mensile &lt;i&gt;Rolling Stone&lt;/i&gt;. Da molti anni regala agli amici una pubblicazione autoprodotta, in cui passa in rassegna i film che ha visto o rivisto, vecchi e recenti, con brevi giudizi spesso spietati. &lt;i&gt;Carmilla&lt;/i&gt; ha deciso di proporre, con ritmo all&apos;incirca settimanale, tutti i volumetti di Dziga Cacace, cominciando dal primo, &lt;i&gt;Lo sguardo mutilo&lt;/i&gt;. Rispetto all&apos;edizione originale mancano solo gli exergo, per ragioni tecniche.] (&lt;b&gt;V.E.&lt;/b&gt;)

&lt;b&gt;E la vita, la vita&lt;/b&gt;

Bisogna fare un salto nel tempo: a due anni dal conseguimento della laurea raggiunsi la consapevolezza che io, larchitetto, non lo avrei mai fatto. Serviva un piano B, una via duscita. E cosa poteva sognare di fare un ventenne indeciso? Ovviamente il cinema. Scritto.</text><text_more>Per far le cose per bene iniziai una stagione di studio matto e disperatissimo: recuperai i libri degli amici che frequentavano Dams e Lettere moderne e iniziai a consumare film in quantità industriale. In casa arrivò il videoregistratore e io razziai le videoteche di Hilda e Barbara, ricche di titoli storici. Poi, in rapida sequenza, tre eventi fondamentali: la frequentazione assidua di un cineclub, il Lumière; leredità di un vespino Pk 50 che elevò la mia produttività a livelli sudcoreani; e infine, nellottobre 1995, larrivo in casa di un malandato computer 286, lento e coglione, facile allimpastamento improvviso e senza recupero dati. Ma finalmente potevo fissare su un qualche supporto informatico tutte le fregnacce che mi giravano per la testa. 
Iniziò così la folle impresa di registrare tutte le mie visioni: gli uomini sono ciò che mangiano e probabilmente sono anche ciò che vedono. Ecco, io sono (anche) i 2000 film che ho visto negli ultimi dieci anni. Ho cominciato scrivendo semplicemente i titoli dei film che vedevo, a futura memoria. Poco a poco ho aggiunto una frase di commento, un particolare che avevo notato, unimpressione, una curiosità. Diventarono delle piccole recensioni. Allinizio boriose, superficiali, ignorantissime (probabilmente le più divertenti). Poi la cosa si fece seria: gli amici pretendevano commenti più elaborati e lannuario di Dziga Cacace divenne un obbligo, tanto che a un certo punto credetti anche di poter diventare un critico serio. Ma la mia mercanzia non interessava a nessun editore: il mondo è già pieno di cialtroni che fanno i critici cinematografici e nessuno ha bisogno dellennesimo, oltre a tutto consapevole e orgoglioso della sua cialtronaggine.
La febbre cinefila durò ancora per qualche anno, con lansia di conoscere tutto, di studiare per capire e col sincero divertimento della scoperta, laccanimento del collezionista, lansia della rivalutazione o del ridimensionamento dei classici. Importunavo gente del settore, bazzicavo gli sporadici set genovesi, molestavo con interviste critici professionisti, sperando di essere illuminato dal loro sapere e di individuare la retta via. 
Sono passati dieci anni: la febbre è scemata, vivo in unaltra città e i lettori a cui mi rivolgevo una volta non li frequento più. Ormai vedo pochi film, sono fuori dal dibattito e al cinema non mi diverto neanche tanto. Tengo famiglia, mutuo e pancia e dover commentare tutto ciò che vedo rischia di diventare una routine senza divertimento. È ora di finiamola, direbbe Totò.
Ma se volevo fissare su carta la mia educazione sentimentale cinematografica, bene o male ci sono riuscito. Sono dieci anni di vita dove ritrovo gioie e dolori da spettatore (e cittadino), lungimiranti consapevolezze e ignoranze clamorose, in unopera faziosa e spesso ottusa, per niente esaustiva, tanto meno attendibile. Nessuno sarà interessato a pubblicarla, è ovvio, ma io confido sempre nellextraterrestre che tra centomila anni troverà questo file e si chiederà chi era il regista di &lt;i&gt;Altrimenti ci arrabbiamo&lt;/i&gt;. 
Queste centinaia di pagine non sarebbero mai state scritte senza (laiuto, la litigiosità, lincoraggiamento e la pignoleria di) Barbara, Pier Paolo, Alessandra, Hilda, Ferro, Enrico Giannubilo e Claudio Schenone, zia Luisa, Mariella e Luciano, Francesca e Giorgio, Simona e Andrea, Stefano Sitia, Paolo e Pitta, Dippa, Raffa, Chicca e Zook, Alberto e Paolo Ghiara, Enrico Musso, Simona O. e Marco, Irina e Pietro, Mario Bozzocosta, Paola e Diego, Matteo e Nuria, Roberto Marcanti, Simona Raya, Andrea Bempensante, Paolo e Francesca, Claudia e Peter, Franz Scarpelli, Lina e Armano, Rossana Vitiello, Marco Polese, Luisa, Laura e Morando Morandini, Claudio G. Fava, Carlo Micciché, Fabrizio Battocchio, Paola Capra, Axel Fiacco, Alberto Sigismondi, Giovanna Amista e il suo network di a me ignote lettrici. E poi lultimo prezioso lettore: Eugenio Bonacci.
Grazie a tutti loro e buona lettura.

Dedicato a Pier Paolo, compagno dinnumerevoli visioni (cinematografiche e non) e straordinario umorale critico; a Barbara, che ha visto per prima &lt;i&gt;La passione degli scacchi&lt;/i&gt; di Pudovkin; a Hilda, che vede poco, ma oltre; a Enrico e Claudio, che, pur avendo visto migliaia di film, non hanno colto la sublime levità di &lt;i&gt;Io ballo da sola&lt;/i&gt;.


&lt;b&gt;Introduzione&lt;/b&gt;

Ho scritto questa congerie di puttanate nellarco di un anno e mezzo e lho fatto per diversi motivi: innanzitutto volevo creare una sorta di diario di cui servirmi per ricordare tutti i film della stagione e per tenerne il conto (e sono lontani i tempi in cui il mio diario era un pappone melenso in cui mi sentivo &lt;i&gt;Un eroe del nostro tempo&lt;/i&gt; e, lamentabundo, piagnucolavo; Dio che prosa!).
In secondo luogo (ma sto evidentemente facendo un po di teatro) necessitavo di uno strumento (prime ghignate dellincauto lettore) che maiutasse nei lavori di catalogazione per lerigendo Laboratorio Multimediale della Facoltà di Architettura di Genova e per lorganizzazione delle rassegne al Cineclub Lumière.
Infine, lidea nasceva dallesigenza di raccogliere le mie elucubrazioni in materia filmica, dal momento che, prima o poi, tutti questi film saranno motivo dinterminabili logomachie con Hilda e Pier e, specialmente nel caso di Hilda, converrà avere da parte qualche argomento per almeno, diciamo, pareggiare.
Dette le motivazioni ufficiali di questa follia, bisogna anche ricordarne i motivi strutturali: la logorrea, forse parzialmente mitigata dal lavoro recensorio (salva di risate), la compulsiva grafomania che maffligge e linnegabile esibizionismo che mi porta a sproloquiare di cinema come se fossi un vero critico. 
Scritto durante le notti insonni e nelle consuete attese di Hilda in ritardo, questo diario sè trasformato, da scarno elenco alfanumerico, in un essere mostruoso che dopo ogni visione televisiva o cinematografica pretendeva, come il cerbero dantesco, una pseudorecensione; ne è venuta fuori una porcata zeppa di anacoluti, di errori grammaticali e di concetto, di ripetizioni e di cazzate manifeste che, però, ha il coraggio di dire chi sono i colpevoli.
Lidea iniziale era di coprire un anno di visioni cinematografiche, poi la pressione delleditore e la curiosità del pubblico hanno spinto nella direzione di una fantastica strenna natalizia che potesse ridare fiato allasfittico mercato delleditoria. Ho resistito alla tentazione di infliggere una batosta allAlberoni di turno e, sprezzante di ogni logica commerciale, faccio uscire il libro secondo il mio porco comodo. Le recensioni, che vanno dal 1° settembre 1995 al 1° febbraio 1997, sono 365, alcune minime e pigre, altre straripanti e geniali. Alcuni film sono stati visti più volte: le recensioni, in questo caso, sono uniche se le visioni erano ravvicinate, diversamente se soprattutto emergevano nuove fondamentali questioni.
Prima daugurarvi la consueta buona lettura ancora qualche considerazione: &lt;i&gt;in primis&lt;/i&gt; NON si può vivere senza Bertolucci, per cui, qui, non troverete critiche severe neanche alle cose più imbarazzanti del Maestro (abbondanti in tempi recenti); &lt;i&gt;in secundis&lt;/i&gt; molti classici, per evitare peana banali e ripetitivi (peraltro profusi per altri film), hanno un commento di cortesia; infine, nessun criterio estetico, morale, ideologico etc., etc., (compresi i due sopra citati) ha rigidamente indirizzato i giudizi: è perlopiù prevalso il noto metodo Calza, metodo secondo il quale il valore del film è direttamente proporzionale alla qualità della digestione in atto durante la visione. (il metodo prende nome dalle abitudini di Pier Paolo Calza, fratello tante volte citato semplicemente come Pier).
Buona lettura.

&lt;i&gt;Nota alledizione 2001&lt;/i&gt;
Questa è lennesima edizione riveduta e corretta (ma non troppo!) della prima e ormai leggendaria comparsa editoriale di Dziga Cacace. Il file originale è andato progressivamente evolvendo e oggi non esiste più. Solo chi possiede la prima, mitica edizione su carta sa quali errori siano stati commessi e quali correzioni siano state apportate. Eh eh.
 
&lt;b&gt;1-&lt;i&gt;Cyclo&lt;/i&gt; di Tran Anh Hung, Francia/Vietnam 1995&lt;/b&gt;

Claustrofobico e soffocante, &lt;i&gt;Cyclo&lt;/i&gt; è una fotografia del Vietnam doggi dove, come in &lt;i&gt;Ladri di biciclette&lt;/i&gt;, ci sarrangia per vivere e un mezzo a due ruote rappresenta una ricchezza inestimabile. Mafia, padrini, prostitute, violenza: tutto raccontato con montaggio e inquadrature virtuosistiche che denunciano il passato pubblicitario del regista e che, incredibilmente, ben si adattano al soggetto. Il finale è dolce-amaro: dopo la caduta agli inferi del protagonista cè la resurrezione a una vita nuovamente difficile. Bellissima la figura dellenigmatico pappone, silenzioso e amareggiato; straordinarie le scene in discoteca (complice una colonna sonora da brividi) e lo stordimento per droga e vernice blu del personaggio principale. Logico che a Pier non sia piaciuto: lavrà visto come sesto film giornaliero durante la rassegna milanese che liofilizza il Festival di Venezia. (Cinema Ritz, settembre 1995)

&lt;b&gt;2-&lt;i&gt;Last Action Hero&lt;/i&gt; di John McTiernan, USA 1993&lt;/b&gt;

Apprezzabile tentativo metacinematografico del non troppo ottuso Schwarzenegger; il film però si perde presto anche in gag clownesche col risultato di rimanere in bilico tra lironia e lo spettacolo per bambini scontentando sia i pupi, sia gli adulti (non a caso è stato un flop di dimensioni colossali). A ogni modo il film è dignitoso e con qualche scena francamente godibile. E comunque Schwarzy mette più autoironia in questo film che Stallone in tutta la sua carriera. (Vhs)

&lt;b&gt;3-&lt;i&gt;Triplo gioco&lt;/i&gt; di Peter Medak, USA 1993&lt;/b&gt;

Ennesima variazione sul tema del poliziotto corrotto che si vende alla mafia; cast sontuoso, con un Gary Oldman che dà letteralmente il bianco (in futuro eviterò una terminologia così specialistica, scusate) in più di una sequenza. Divertente e coinvolgente, riesce a non irritare evitando i vieti luoghi comuni del genere e assurge quasi a culto quando rinuncia in modo spiazzante al consueto lieto fine. Da vedersi, se non altro, ribadisco, per limmenso Oldman, che ci regala la miglior camminata claudicante dai tempi di &lt;i&gt;Un uomo da marciapiede&lt;/i&gt;. (Vhs)

&lt;b&gt;4-&lt;i&gt;Its All True&lt;/i&gt; di Orson Welles, Bill Krohn, Myron Meisel, Richard Wilson, USA/Francia 1993&lt;/b&gt;

&lt;i&gt;Its All True&lt;/i&gt; ricostruisce uno degli innumerevoli film non finiti di Welles e documenta, attraverso le testimonianze di chi lavorò a questo progetto, un fallimento produttivo che perseguitò a lungo il Maestro di Kenosha. Il documentario è abbastanza interessante. Il materiale lasciato dal Maestro è invece assolutamente straordinario, nonostante la povertà di mezzi in cui si trovarono Welles e la sua esigua troupe (due persone). Senza carrelli, gru e altri macchinari, Welles punta tutto sulla composizione, sulla fotografia e sullespressività dei visi dei pescatori brasiliani. Un tuffo al cuore quando cè la corsa del bambino tra le reti o nella scena del funerale... Montare a posteriori i film altrui è uno sporco lavoro; grazie a Dio qualcuno lo fa: ameremmo Springsteen se non avessimo le registrazioni pirata dei suoi concerti? Viva i bootleg! (Cineclub Lumière)

&lt;b&gt;5-&lt;i&gt;Creature del cielo&lt;/i&gt; di Peter Jackson, Nuova Zelanda 1994&lt;/b&gt; 

Spiazzante: il ritmo della commedia (dopo lenigmatica scena iniziale), la profusione di effetti speciali e la recitazione un po manierata delle protagoniste rendono la prima parte vagamente dolciastra ma, nel secondo tempo, il tranquillizzante virtuosismo del regista si trasforma in lucida follia. Il montaggio si spezza, la recitazione diventa convulsa, il ritmo aumenta... il caos, fino al tragico finale. Gran storia (vera) e ottimo lavoro. Godurioso. (Cineclub Lumière)

&lt;b&gt;6-&lt;i&gt;Il toro&lt;/i&gt; di Carlo Mazzacurati, Italia 1994&lt;/b&gt;

Film minore e non urlato, con Abatantuono che finalmente non fa la macchietta e dove, senza retorica o facili lacrime, si vedono la disperazione portata dalla guerra e il dramma di chi, nel Belpaese, rimane senza lavoro. Bravo Citran, stupendo Fossati (con la toccante &lt;i&gt;Naviganti&lt;/i&gt; sui titoli di coda) e ottimo Mazzacurati che amalgama il tutto in uno stile scarno, asciutto ed essenziale dove il rigido inverno ungherese è più eloquente di tanta retorica cinematografica. Minimale, ma senza la freddezza del genere. (Vhs)

&lt;b&gt;7/8-&lt;i&gt;Il corvo&lt;/i&gt; di Henri-Georges Clouzot, Francia 1943&lt;/b&gt;

Film maledetto che procurò più guai che gloria al regista francese; latmosfera torbida, le luci violente, i dialoghi spezzati, i personaggi sfuggenti e la calma irreale della cittadina di provincia sconvolta da una inspiegabile catena di delitti rendono il plot inquietante e avvincente. Buono il ritmo e anche qualche illuminante sequenza di matrice espressionistica (la fuga dal funerale del presunto Corvo) per un regista che dicono con alti e bassi, ma gli alti, che qui mi sembrano prevalere, sono talvolta sublimi. Visto e rivisto nel giro di una settimana: notevole. (Vhs)

&lt;b&gt;9-&lt;i&gt;Sorvegliato speciale&lt;/i&gt; di Una Bestia, USA 1989&lt;/b&gt;

Puzzonata che riesce addirittura a far rimpiangere &lt;i&gt;Rocky III&lt;/i&gt;. La banalità assurta a sistema: così prevedibile, così falso, così rispondente ai più ovvi cliché che vederlo è un piacere perverso, giocando a indovinare lo svolgimento della trama e la sorte dei protagonisti (anche se è facile azzeccare). Stallone si trova in un carcere di massima sicurezza per un (ovvio) errore giudiziario (la solita magistratura di sinistra); il direttore del carcere (un bolso Sutherland) decide di stroncarlo (senza alcun motivo plausibile.... o mi ero assopito, boh) e giù botte da orbi, ricatti, soprusi... Gli fanno il vuoto attorno, gli uccidono i pochi amici che si era trovato (chiaramente buonissimi e finiti in carcere per astrusi motivi ), gli minacciano la moglie, lo torturano... Quando la misura è colma il nostro eroe sincazza: fa scoppiare, praticamente da solo, un casino dinferno e, allorché tutto sembra perduto, estorce al direttore, dietro minaccia di folgorazione sulla sedia elettrica del penitenziario, una piena confessione dei suoi misfatti. Incredibile! Lestorta confessione convince tutti e lo rende libero alla faccia di qualunque logica giudiziaria. Mortale e sublime. (Diretta TV; 20/9/95)

&lt;b&gt;10-&lt;i&gt;Bella di giorno&lt;/i&gt; di Luis Buñuel, Francia 1967&lt;/b&gt;

Ho messo un po a capire quali erano le parti oniriche e quali quelle che la Deneuve viveva realmente... ma non è colpa di Buñuel, sono io un po tonto. Comunque: intrigante nella sua atmosfera sospesa e nel percorso nevrotico e dissociato che porta &lt;i&gt;Belle de jour&lt;/i&gt; allo sdoppiamento. Enigmatico e corrosivo: forse fingo daverlo capito, chissà... E cosa cacchio faceva vedere il giapponese alla Deneuve per divertirla così tanto? Vabbeh, ho scoperto che da trentanni a questa parte non lha capito nessuno. Geniale! (Vhs)

(&lt;b&gt;1-CONTINUA&lt;/b&gt;)

</text_more></entry>
<entry id='2436' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2436' author_id='2' authored_on='20071107222436' basename='colonel_durruti_ammazza_un_bastardo_' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071107222436' modified_on='20071107223619' ping_count='0' status='2' title='Colonel Durruti: Ammazza un bastardo! ' week_number='200745'><text>di &lt;b&gt;Alberto Prunetti&lt;/b&gt;


&lt;img alt=&quot;durruti_cover_3x4.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/durruti_cover_3x4.jpg&quot; width=&quot;85&quot; height=&quot;134&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Colonel Durruti, &lt;i&gt;Ammazza un bastardo!&lt;/i&gt;, Santa Maria Capua Vetere, Edizioni Spartaco, 2007, pp. 151, euro 14, traduzione di Alessandro Bresolin.  

Un filo nero e uno viola: dallo humour noir di Breton e compagni al noir dei francesi &lt;b&gt;Jouanne&lt;/b&gt; e &lt;b&gt;Frémion&lt;/b&gt; (col &lt;i&gt;nom demprunt &lt;/i&gt;di &lt;b&gt;Colonel Durruti&lt;/b&gt;), un romanzo infarcito di riferimenti post-situazionisti, a cominciare dalla dedica a Mesrine (imponente figura di illegalista degli anni Settanta, di cui Nautilus ha pubblicato la splendida autobiografia) e dalla citazione da &lt;i&gt;Il libro dei piaceri &lt;/i&gt;di Raoul Vaneigem, subito dopo il frontespizio. 
</text><text_more>Ammazza un bastardo: una scritta che si riproduce sui muri di Parigi a marcare una campagna di destabilizzazione e sovversione che si estende anonimamente da un giorno allaltro, da una strada allaltra. Una campagna di un gruppo rivoluzionario che invita a far fuori i bastardi, sulla base di un manifesto che ricopre le strade di ogni arrondissement: Ovunque siate, chiunque siate, cè un bastardo che vi rende la vita impossibile. Ammazzatelo.  Iniziano gli attacchi. Quelli veri e quelli in effige. La carne e il simbolo, la politica e larte. Fino al minimalismo di un suicida che si bonzifica nellesalazione della benzina, sostenendo un cartello con la scritta: Sono un bastardo. 

Sulla scena detective e politici, vedette dello spettacolo e giornalisti, criptorivoluzionari e artisti radicali. Critica alla maniera situazionista  semplificata nel racconto letterario, va detto -  che rinfodera un plot nella tradizione del noir radicale doltralpe, mescolando abilmente surrealismo e hardboiled, critica radicale e letteratura di genere, nella tradizione di Manchette.

Il risultato  proposto in italiano nella collana &lt;i&gt;Dissensi&lt;/i&gt; della casa editrice Spartaco, che sta infilzando una serie eccellente di titoli di narrativa  è un bel romanzo noir, un noir che si volge al viola nel corso della lettura. Perché il viola? Perché lo spazio cromatico della rivolta prende questo colore come proprio vessillo, proprio nelle ultime pagine del libro. 



</text_more></entry>
<entry id='2437' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2437' author_id='4' authored_on='20071108034013' basename='romania_fa_rima_con_etnia' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071108034013' modified_on='20071108152649' ping_count='0' status='2' title='Romania fa rima con etnia?' week_number='200745'><excerpt>di &lt;b&gt;V. Evangelisti&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;romaniaeditoriale.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/romaniaeditoriale.jpg&quot; width=&quot;50&quot; height=&quot;67&quot; border=&quot;1&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt;[...] Nel Medioevo, i Veltroni di allora (o i Fini, o i Casini, o i Berlusconi, o i leghisti del tempo) imprecavano contro gli ebrei, che dissanguavano bambini cristiani. La - da me non tanto - compianta Oriana Fallaci inveiva contro i somali, rei di sporcare Firenze. Ogni epoca ha il suo stronzo, e la sua vittima...</excerpt><text>di &lt;b&gt;Valerio Evangelisti&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;RomaniaBandieraBucata.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/RomaniaBandieraBucata.gif&quot; width=&quot;135&quot; height=&quot;90&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Lidentità dei rumeni è tale da rendere difficoltose le campagne dodio razziste cui siamo ormai abituati. Sono di pelle bianca. Sono in maggioranza di fede cristiana (sia pure nelle variante greco-ortodossa). Parlano una lingua che discende in linea diretta dal latino. Fanno parte dellUnione Europea.
Non si possono applicare loro, insomma, i consueti alibi che giustificano il razzismo dilagante in questa porcheria di paese: lo scontro di civiltà, la lotta al terrorismo, la differenza di culture, e via delirando. I rumeni si chiamano così proprio per limpronta lasciata loro dallannessione a Roma  ammesso che simili argomenti abbiano un senso. Anzi, quando limpero romano era ormai scomparso, là se ne teneva vivo un brandello. Dico questo per prevenire le obiezioni delle canaglie fasciste, sempre pronte ad asservire la storia per giustificare i propri delitti. Non vi serve cercare Dna particolari. La Romania era ed è più latina di quanto non lo sia lipotetica Padania. Se siete fascisti, siatelo fino in fondo. Se siete padani, andate affanculo. Da bravi barbari, vi bevete lacqua del dio fiume, con larve annesse. Prosit!</text><text_more>Veniamo al caso che invade le cronache. Un rumeno, per la precisione un Rom, violenta e uccide una povera donna. Dove abito io, lultima violenza carnale di una lunga serie è stata commessa, se ricordo bene, da un calabrese ubriaco. Non mi risulta che, per questo, la Regione Emilia-Romagna abbia rotto le relazioni con la Regione Calabria, né che si sia scatenata una caccia al calabrese.
Invece, se le cronache dicono il vero, il governo Prodi avrebbe richiamato lambasciatore in Romania. Non so se la notizia sia fondata, però ho visto Walter Veltroni, segretario del futuro Partito Democratikkko e sindaco di Roma, lamentare a &lt;i&gt;Ballarò&lt;/i&gt; che i rumeni in Italia sono troppi (riecheggiando Beppe Grillo, altra brava persona), e rivendicare con orgoglio la distruzione delle loro baracche (dove siano finite le famiglie degli sfollati non si sa). Intanto, grazie anche alle indirette istigazioni dello stesso Veltroni, squadre di giustizieri sprangavano rumeni qualsiasi mentre, carichi di borse, uscivano da un supermercato, e distruggevano un negozio di specialità dalla Romania.  &lt;i&gt;Il Giornale&lt;/i&gt; applaudiva questa reazione spontanea delle masse.
A mia conoscenza, mai il governo degli Stati Uniti ha convocato diplomatici italiani per rinfacciare loro ciò che stavano facendo, in territorio americano, gli affiliati alla Mano Nera o a Cosa Nostra. Pescava i colpevoli, se ci riusciva, e li sbatteva in galera.
Solo da noi si fa ricadere un crimine su un popolo intero, e si prende a pretesto un delitto per criminalizzare una nazionalità nel suo complesso. Che i rumeni si consolino. Prima era già accaduto agli albanesi, ai nordafricani, ai polacchi, agli slavi in genere, ai meridionali. Nel Medioevo, i Veltroni di allora (o i Fini, o i Casini, o i Berlusconi, o i leghisti del tempo) imprecavano contro gli ebrei, che dissanguavano bambini cristiani. La - da me non tanto - compianta Oriana Fallaci inveiva contro i somali, rei di sporcare Firenze. Ogni epoca ha il suo stronzo, e la sua vittima.
Tornando ai rumeni, delinquenti per vocazione genetica, cosabbiamo fatto noi a loro? Una qualche reciprocità esiste.
Era appena caduto il regime di Ceausescu e già migliaia di imprenditori italiani (chiamiamoli con il loro nome: padroni e padroncini) si fiondavano in Romania, come in altri paesi dellEst, alla ricerca di manodopera sottopagata. Lavvilente epopea di questi tristi avventurieri è appena stata narrata da Andrea Bajani in un bellissimo romanzo, altamente consigliabile: &lt;i&gt;Se consideri le colpe&lt;/i&gt;, Einaudi, 2007. I portatori di progresso italiani si rendevano complici di un doppio crimine: togliere lavoro in Italia e instaurare lavoro schiavistico altrove. Intanto un paese, sottratto a una dittatura ma lasciato nelle braccia del neoliberismo più brutale, assisteva a un degrado progressivo, e diventava tra i massimi esportatori di delinquenti e, soprattutto, prostitute. Nessuno, come i clienti di queste ultime, apprezza i benefici del capitalismo. Daltronde la merce è varia: un volo aereo e cè, alla periferia di Timisoara, un bordello in cui sono in vendita minorenni dei due sessi. I padroncini vi si affollano.
Fa comodo la miseria altrui, purché resti a casa propria. Se viene qua, si trasformerà in puro accidente o in scelta criminale.
Che schifo! Che paese (o etnia, a questo punto?) di merda è diventato lItalia!


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&lt;noscript&gt;&lt;p&gt;&lt;img alt=&quot;Clicky&quot; src=&quot;http://getclicky.com/2599ns.gif&quot; /&gt;&lt;/p&gt;&lt;/noscript&gt;</text_more></entry>
<entry id='2438' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2438' author_id='4' authored_on='20071109035320' basename='ancora_sui_rumeni_in_italia_e_sugli_italiani_in_romania' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071109035320' modified_on='20071110102421' ping_count='0' status='2' title='Ancora sui rumeni in Italia e sugli italiani in Romania' week_number='200745'><excerpt>di &lt;b&gt;Wu Ming&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;L. Voce&lt;/b&gt; e &lt;b&gt;N. Galeati&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;rommini.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/rommini.jpg&quot; width=&quot;50&quot; height=&quot;68&quot; border=&quot;1&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt;[...] E&apos; l&apos;Italia. Non c&apos;è modo di definirlo. Questo posto è unico al mondo e non regge paragoni, fa categoria a sé, ogni aggettivo è inadatto, superato dalla notizia di domani. E nel frattempo? Aspettiamo la strage? Va bene, purché sia &lt;i&gt;Democratica&lt;/i&gt;.</excerpt><text>di &lt;b&gt;Wu Ming&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;Lello Voce&lt;/b&gt; e &lt;b&gt;Nevio Galeati&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Bucarest.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Bucarest.jpg&quot; width=&quot;125&quot; height=&quot;86&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;[Il dibattito sull&apos;ondata di razzismo che si è levata contro i rumeni residenti in Italia, stimolato dal nostro editoriale &lt;i&gt;Romania fa rima con etnia?&lt;/i&gt; o indipendente da esso, si è fatto vivace. Riporto tre interventi: quello dei &lt;b&gt;Wu Ming&lt;/b&gt;, tratto dalla loro newsletter &lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com/mailman/listinfo/giapmail&quot;&gt;Giap&lt;/a&gt;; quello del poeta &lt;b&gt;Lello Voce&lt;/b&gt;, apparso su &lt;a href=&quot;http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/&quot;&gt;Lipperatura&lt;/a&gt;; e infine quello del giornalista &lt;b&gt;Nevio Galeati&lt;/b&gt;, scritto appositamente per &lt;i&gt;Carmilla&lt;/i&gt;. Senza riportarlo integralmente per ragioni di spazio, consiglio anche il pezzo fondamentale pubblicato da Giuseppe Genna sul suo &lt;a href=&quot;http://www.giugenna.com/materiali/contro_la_deriva_fascista_tre.html#042810&quot;&gt;sito&lt;/a&gt;, in cui si fa il punto sull&apos;apporto indispensabile dei rumeni alla cultura europea (ribatto: EUROPEA). In coda, due righe del sottoscritto.]

&lt;b&gt;Wu Ming&lt;/b&gt;

Atmosfera da pogrom. Nel 1997 accadde qualcosa di molto simile con gli Albanesi - se non peggio, perché in quel caso non c&apos;era nemmeno un omicidio con stupro a fare da detonatore, soltanto disperati che fuggivano in massa da un futuro di merda.  </text><text_more>Siamo andati a ripescare gli articoli di allora: governo Prodi, Veltroni vicepremier, fiumi di inchiostro sul popolo di sinistra che si scopre razzista e tutto sommato non diverso dall&apos;elettorato della Lega Nord, un decreto xenofobo varato su pressione del centrodestra e condannato dalla comunità internazionale (in quel caso la possibilità, per la nostra Marina, di bloccare navi albanesi anche fuori dalle acque territoriali italiane), infine una strage (terribile, più di cento albanesi morti annegati nel canale d&apos;Otranto, quasi certamente speronati da una nave italiana, caso immediatamente insabbiato e rimosso dalla coscienza collettiva).

***

La sovrapposizione totale tra Rom e cittadini della Romania è un processo di &quot;identificazione&quot; che lascerebbe attoniti, se qualcosa fosse ancora in grado di attonarci.

I Rom non sono tutti rumeni e non tutti i cittadini rumeni sono Rom. I Rom in Romania sono il 2,46% della popolazione. Il nome &quot;Romania&quot; deriva dalla storia delle conquiste imperiali romane, mentre il termine &quot;rom&quot; nella lingua romané (lingua di ceppo indo-ariano) significa &quot;uomo&quot;, anzi, più precisamente significa &quot;marito&quot; (e &quot;romni&quot; significa &quot;moglie&quot;). Esistono individui di etnia Rom in quasi tutti i paesi dell&apos;Europa sud-orientale, e molti vivono anche in altri continenti. 

L&apos;identificazione surrettizia tra etnia e cittadinanza (oramai accettata anche &quot;a sinistra&quot;) emana sempre un fetore nazista: gli ebrei non potevano essere tedeschi, polacchi, russi, italiani... erano ebrei e basta, quindi &quot;allogeni&quot;, e il corpo sociale andava depurato da quella tossina. E una nazione che tollera un gran numero di allogeni non può che essere allogena essa stessa.

Peccato che in Romania gli unici veri &quot;allogeni&quot; siano i padroni italiani che hanno chiuso baracca e burattini in Italia per andar là a sfruttare una manodopera sottopagata e priva di diritti. Categoria di cui si è fatto rappresentante, poche settimane fa, il demagogo Beppe Grillo.

***

Sulla base di cosa, poi? Del fatto che i Rom/rumeni sono delinquenti, stupratori, assassini che hanno valicato i &quot;sacri confini&quot; della Patria e oggi seminano il terrore.

Peccato che stupro e ginocidio (= assassinio di donne) siano una specialità molto italiana. Secondo dati ISTAT del 2005, nel 20,2% dei casi denunciati (che a loro volta sono solo il 43% dei casi segnalati) lo stupratore è il marito della vittima; nel 23,8% il colpevole è un amico; nel 17,4% è il fidanzato; nel 12,3% è un conoscente. Soltanto nel 3,5% dei casi il colpevole è un estraneo.

Lo ripetiamo perché suona vagamente importante: soltanto nel 3,5% dei casi denunciati il colpevole di stupro è un estraneo. 

E secondo il Soccorso Violenze Sessuali della Clinica Mangiagalli di Milano, il 50% delle vittime di stupri che avvengono in strada sono donne straniere.

Ma ovviamente fa notizia soltanto il caso (terribile ma sporadico) della donna italiana aggredita dallo straniero, dal barbaro, dall&apos;allogeno.

Quanto agli omicidi, poco tempo fa il Procuratore di Verona Guido Papalia ha dichiarato: &quot;Oramai uccide più la famiglia che la mafia.&quot; 

In Italia i carnefici delle donne sono sei volte su dieci italiani, italianissimi, e agiscono tra le mura domestiche, con armi da fuoco o coltelli da cucina, strangolando o picchiando a sangue, appiccando il fuoco o annegando nella vasca da bagno. 
La media italiana è di 100 uxoricidi all&apos;anno.

Però il problema sono i rumeni.

Che razza di paese è quello dove il Palazzo e la Piazza si scontrano/incontrano/aizzano a vicenda sulla base della stessa condivisa ignoranza, senza pudore, senza rispetto, obnubilati da un razzismo e provincialismo ottuso, che fa sembrare Peppone e Don Camillo due illuminati cosmopoliti?

E&apos; l&apos;Italia. Non c&apos;è modo di definirlo. Questo posto è unico al mondo e non regge paragoni, fa categoria a sé, ogni aggettivo è inadatto, superato dalla notizia di domani. 

E nel frattempo?
Aspettiamo la strage? 
Va bene, purché sia &lt;i&gt;Democratica&lt;/i&gt;.

&lt;b&gt;Lello Voce&lt;/b&gt;

Concordo, letteralmente parola per parola sia con leditoriale di Evangelisti che con le glosse di Wu Ming.

In 50 anni ho viaggiato parecchio, qui e là, nel mondo. Da un solo paese sono scappato. La Romania. Per vergogna. Vergogna di essere connazionale di quei signori benvestiti che ho visto con i miei occhi, nel parcheggio del miglior hotel di Timisoara prendere a calci (a calci) ragazzini di 10 anni perchè avevano lavato male le loro belle macchine nordestine, dopo avargli fatto la guardia per tutta la notte dormendo alladdiaccio sul cofano. Vergogna di avere lo stesso passaporto di quei tronfi panzuti 50enni che vedevo entrare nellhotel seguiti da 3 o 4 sedicenni rumene. Vergogna che qualcuno potesse pensare che anchio ero lì per quello, che anchio venivo dalla ricca Italia per comprare Romania tutta Romania, donne, bambini tutto come mi diceva Mario che aveva 10 anni, aveva imparato litaliano in orfanotrofio grazie a una vecchia copia del Devoto Oli finito lì chissà come e che si stupiva che io lo avessi fatto dormire nella mia auto, dentro, e che dopo averlo pagato, lo avessi anche ringraziato. Mario ha parlato con me per quasi 3 ore, senza sbagliare un solo congiuntivo. Mario aveva i capelli rasati a zero e orse avrei dovuto rapirlo e portarlo vi acon me.

In Romania da quel giorno non ho avuto più voglia nè coraggio di andarci. parlo italiano. non è un bel modo di presentarsi.

&lt;b&gt;Nevio Galeati&lt;/b&gt;

Le sfaccettature del degrado etico e morale di questo stato-stivale sempre più rattoppato sono, purtroppo, numerosissime. E non si può aggiungere altro alla disgustata analisi di Valerio Evangelisti sul &apos;caso Romania&apos;. Salvo piccole note aggiuntive, forse ininfluenti. Chi ha innescato l&apos;ennesima ondata di razzismo, chiedendo &apos;leggi speciali&apos; (la definizione fa rabbrividire), dimentica o finge di farlo (ed è in ogni caso gravissimo) come esista la &apos;Direttiva 2004/38/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, relativa al diritto dei cittadini dell&apos;Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri&apos;. Si chiama proprio così e recita, fra l&apos;altro: &quot;Il cittadino dell&apos;Unione o un suo familiare possono essere allontanati dal territorio dello Stato membro per ragioni di ordine pubblico, di sicurezza pubblica o sanità pubblica. In nessun caso la decisione può essere dettata da ragioni economiche. Tutti i provvedimenti relativi alla libertà di circolazione e di soggiorno devono rispettare il principio della proporzionalità e basarsi esclusivamente sul comportamento personale dell&apos;interessato. L&apos;esistenza di condanne penali non può automaticamente giustificare tale provvedimento&quot;. Non è sufficiente coniugare queste prescrizioni, decisamente chiare, con il Codice penale italiano, per affrontare il problema? Ah, già, quale problema? Un uomo, casualmente rumeno, ha violentato e assassinato una donna. In un quartiere degradato della capitale. Qualcuno ha violentato e assassinato a Perugia una studentessa inglese; sono indagati un congolese, un&apos;americana e un italiano. Fin qui nessuno ha minacciato purghe nei confronti della nazione africana o dellImpero stellare. E, in tutta onestà, cane non mangia cane, quindi per litaliano dovrebbe essere, in ogni caso, una passeggiata. L&apos;elenco di troppe donne calpestate, poi, è purtroppo lunghissimo. Siamo di fronte al tema della concezione dei rapporti fra i sessi che, in questo paese che esala già un pungente odore di marcio, è regredita a epoche che si speravano archiviate. Ma, per chiudere parzialmente il cerchio, si deve tornare alle &apos;leggi speciali&apos;. Dimenticano, Lorsignori (come scriveva Fortebraccio) che i sindacati di polizia stanno protestando da mesi? Per che cosa? Protestano perché la Finanziaria che sta per essere approvata non prevede alcun fondo per rinnovare il contratto dei lavoratori della polizia; dispone un taglio del 10 per cento della spesa per gli straordinari. Certo, fornisce fondi per assumere 1.300 poliziotti, e se ne vanta; ma non &apos;ricorda&apos; che mancano 5.700 uomini per coprire l&apos;organico previsto di 107.000 unità. Senza contare come l&apos;anno prossimo 1.300 persone andranno in pensione. Insomma, un banale turn over che non sana le difficoltà. Inutile dunque continuare, anche perché poi si pensa di usare forze così sottodimensionate per nobilissimi scopi: arrestare i lavavetri, dare la caccia ai senza lavoro, rincorrere i graffitari o i senegalesi che vendono paccottiglia e, certo, griffes false, sulle spiagge della riviera adriatica. Il tutto quando non si riesce, oggettivamente, materialmente, a fare prevenzione. Ma qualcuno vuole davvero che i reati si prevengano? O si preferisce la repressione? Lassassino di Giovanna Reggiani deve essere punito. Come quelli di Meredith Kercher e di Chiara Poggi.  A prescindere da nazionalità, religione, residenza e numero di scarpe. Quando, potendo far rispettare le leggi e impegnandosi per riportare la cultura di questa nazione a livelli almeno decenti, si poteva pensare di prevenire quegli omicidi.


[Benissimo, adesso lasciatemi sghignazzare un pochino. Casini, Fini, Berlusconi, un buon numero di redattori de &lt;i&gt;Il Giornale&lt;/i&gt; dimostrano reverenza postuma verso Bettino Craxi, fiero baluardo contro il comunismo. Ebbene, la dittatura di Ceausescu ebbe pochi amici tanto fedeli quanto il PSI craxiano. Al punto che - correvano gli anni &apos;80 - presso le edizioni SugarCo, notoriamente legate ai socialisti, uscì in pura perdita un centone incomprensibile sulle macromolecole, dovuto alla penna di Madame Ceausescu. Di chi era la prefazione? Di Bettino Craxi, ovviamente. Il quale ne sapeva di macromolecole quanto me e, suppongo, la moglie del dittatore. Il trattato era venduto, tanto per spacciarne qualche copia, nelle sezioni del PSI, tra militanti tremendamente interessati alle macromolecole... Signori &lt;i&gt;liberals&lt;/i&gt;, lasciatevelo dire in bolognese: &lt;i&gt;andé a caghèr&lt;/i&gt;.]  (&lt;b&gt;V.E.&lt;/b&gt;)

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</text_more></entry>
<entry id='2439' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2439' author_id='1' authored_on='20071110101149' basename='sulla_deriva_fascista_italiana_tor_di_quinto' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071110101149' modified_on='20071110102753' ping_count='0' status='2' title='Sulla deriva fascista italiana: Tor di Quinto' week_number='200745'><excerpt>di &lt;b&gt;L. Colombati&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=&quot;tordiquintocampomini.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/tordiquintocampomini.jpg&quot; width=&quot;50&quot; height=&quot;74&quot; border=&quot;1&quot; hspace=2 vspace=2 align=right /&gt;E&apos; avvenuto e avviene a Roma, così come in molte altre città italiane: non è un problema di destra o di sinistra, così come modernamente destra e sinistra sono intese nei Paesi civili. È un problema di &lt;i&gt;fascismo&lt;/i&gt;, quello antico, odioso, mai del tutto sradicato dal tessuto connettivo del nostro popolo e della nostra politica.</excerpt><text>di &lt;a href=&quot;http://www.medicine-show.net/index1.html&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Leonardo Colombati&lt;/a&gt;

&lt;span class=smalltext&gt;[L&apos;autore della recente summa pop &lt;a href=&quot;http://www.killerinthesun.com/&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Bruce Springsteen - Come un Killer sotto il sole&lt;/a&gt; ci invia questo intervento, che volentieri pubblichiamo. Segnaliamo che il dibattito sulla deriva fascio-xenofoba, che l&apos;Italia ha assunto a proposito della &lt;i&gt;questione rOmena &lt;/i&gt;(oltre a essere stato affrontato da &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2007/11/002437.html#002437&quot;&gt;Valerio Evangelisti&lt;/a&gt;, da &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2007/11/002438.html#002438&quot;&gt;Wu Ming e Lello Voce e Nevio Galeati&lt;/a&gt;, da &lt;a href=&quot;http://www.giugenna.com/materiali/contro_la_deriva_fascista_tre.html#042810&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Giuseppe Genna&lt;/a&gt;) sta dilagando su &lt;a href=&quot;http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Lipperatura&lt;/a&gt;, il blog di Loredana Lipperini, dove si sta sviluppando con una &lt;a href=&quot;http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2007/11/08/razzismo-e-ginocidio/#comments&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;serie di commenti &lt;/a&gt;che informano su cifre e riferimenti precisi, forniti da &lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Wu Ming 1&lt;/a&gt;]&lt;/span&gt;

&lt;img alt=&quot;tordiquintocampo.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/tordiquintocampo.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;163&quot; border=&quot;1&quot; hspace=6 vspace=2 align=right /&gt;Risiedo a dieci minuti di macchina dalla baraccopoli di Tor di Quinto, a Roma &lt;i&gt;[nella foto a destra]&lt;/i&gt;, dove &quot;viveva&quot; luomo che alcuni giorni fa ha violentato e ucciso la signora Giovanna Reggiani. 
Solo poche parole per dire che la scena dei poliziotti che in favore di telecamera radevano al suolo quelle che  pure se lItalia intera vuol chiudere gli occhi  erano le abitazioni di PERSONE, destinando improvvisamente queste ultime ad un addiaccio odioso e ipocrita nel cuore di una sera dautunno, questa scena, dunque, mi ha ripugnato fino al voltastomaco.</text><text_more>Dico di più: quei servizi telegiornalistici, propinati ad un Italia col tovagliolo annodato al collo in attesa della minestra e del manganello, sono stati, per me, la pietra che ha definitivamente sigillato la tomba dove riposa in pace lidea di fare di questo Paese un Paese &lt;i&gt;civile.&lt;/i&gt;
Sul decreto durgenza approntato dal Governo  una masnada di boriosi incompetenti con la schiena al muro, che per salvarsi il culo venderebbero mille volte Gesù Cristo, se un sondaggio gli mostrasse il favore della folla  si potrebbe dire che oltre ad essere incostituzionale e fascista è anche ridicolo. Ma è meglio non farlo, meglio non rifugiarsi nella solita storia che più che tragici gli italiani sono comici.
Ho unidea molto semplice sui fatti di Tor di Quinto e su ciò che ne è scaturito.
Per i delitti, esiste il codice penale. Basta applicarlo. Le baraccopoli sono una vergogna non per chi ci abita ma per chi le tollera. Nel caso specifico di Roma, amministratori locali che la domenica si rifugiano nei Circoli Canottieri e le spiano da lontano, solo un attimo prima che cominci la loro partita di tennis.
E&apos; avvenuto e avviene a Roma, così come in molte altre città italiane: non è un problema di destra o di sinistra, così come modernamente destra e sinistra sono intese nei Paesi civili. È un problema di &lt;i&gt;fascismo&lt;/i&gt;, quello antico, odioso, mai del tutto sradicato dal tessuto connettivo del nostro popolo e della nostra politica.</text_more></entry>
<entry id='2440' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2440' author_id='2' authored_on='20071110193042' basename='efferato' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071110193042' modified_on='20071111124636' ping_count='0' status='2' title='Efferato' week_number='200745'><text>di &lt;b&gt;Giuseppe Faso&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;efferato2.JPG&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/efferato2.JPG&quot; width=&quot;158&quot; height=&quot;72&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;&lt;span class=smalltext&gt;[Ancora un intervento per contrastare la marea d&apos;odio contro rom e rumeni. &lt;i&gt;Carmilla&lt;/i&gt; ringrazia Giuseppe Faso  già insegnante delle scuole superiori e animatore del Centro Interculturale di Empoli, nonché autore di &lt;i&gt;Le parole che escludono. Voci per un dizionario&lt;/i&gt; (Arci, 2005)  per averci concesso in anteprima questo pezzo che verrà pubblicato nella seconda edizione del suo saggio.] &lt;b&gt;A.P.&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;

Mercoledì 31 ottobre 2007, TG2 delle 20.30: la parola più gettonata è senza dubbio efferato. Voce colta, già per i latini,  avvertono gli etimologi: ottenuta per parasintesi da fera, belva; il prefisso ex- (ex-feratus, poi efferatus) è rafforzativo. La pronunciano infatti persone che si presumono colte: (pare) il presidente della Repubblica, (pare) il presidente del Consiglio, di sicuro il sindaco di Roma e segretario del Partito Democratico. La ripetono i giornalisti.
 Efferato ed efferatezza emergono da una serie di altre parole che non colgo, nel mio andirivieni affannato tra la camera, la cucina e la doccia (la Tv è in unaltra stanza ancora). Non so di cosa stanno parlando, ma laggettivo efferato è una spia sicura: si tratta del delitto commesso da un cittadino rumeno. 

</text><text_more>Dieci anni fa laggettivo sarebbe stato attribuito a uno slavo, poi a un albanese; oggi a un rumeno: si tratta di epiteti stereotipati, cone nellIliade il piè-veloceAchille, e poi nelle figurine di una volta: il feroceSaladino!.  Naturalmente la loro funzione è molto mutata dai tempi di Omero, tanto che una trentina danni fa vi si è riapplicato uno dei più acuti filosofi contemporanei, Putnam: il quale ci ha spiegato anche, come avvertono i Dizionari di linguistica e retorica, che lo stereotipo non costituisce necessariamente una caratterizzazione corretta del sostantivo cui si applica (e quindi, proprio perché si dice sempre efferato del delitto compiuto da un rumeno non è detto che lo sia, efferato, cioè eccedente la bestialità, quel delitto); e che esso si limita a raggruppare le informazioni considerate socialmente obbligatorie affinché un parlante venga riconosciuto competente nelluso del nome: se cioè vorrò essere riconosciuto come competente quando parlo di un rumeno, tra poco  dovrò accettare lobbligo sociale di dire che di solito commette delitti efferati.
Di efferatezza, di bestialità, di ferocia oltre ogni immaginazione hanno cominciato a parlare a fine anni 90 giornalisti e qualche politico, per definire atti di violenza attribuiti a slavi ed albanesi. A volte si scopriva che slavi e albanesi non centravano, e ancora più tardi abbiamo saputo che uno dei giornalisti specializzati in questo tipo di attribuzioni, la cui prosa grondante razzismo campeggiava sulle prime pagine dei giornali, anche per queste attività immonde era pagato da settori deviati, come si dice con un eufemismo. 
Ricordo un episodio che ha coinvolto un amministratore esperto di mia conoscenza, mitissimo e di una onestà profonda e rara.  In occasione del saluto di un nuovo prefetto, era stato costretto, lui così misurato, a infrangere letichetta di tali occasioni, sbottando quando il  prefetto aveva asserito che un delitto era stato di così rara ed efferata ferocia da poter essere attribuito solo a delinquenti slavi. 
Un delitto di cui, per quarantotto ore, si proclamò  a tappeto lefferatezza fu quello di Novi. Cito, per un solo esempio, da La Padania del 23 febbraio: E&apos; un delitto atipico - ha precisato anche Alessandro Tornabene, comandante la compagnia di Alessandria dei Carabinieri - proprio per gli elementi di efferatezza. E ci fu anche un deputato di Alleanza nazionale, tale Marco Zacchera, che per precipitazione si consegnò alla memoria dei posteri parlando in una interrogazione parlamentare della solita banda di slavi storicamente e geneticamente avvezzi a tale efferatezze. 
Il dibattito sulla propensione genetica e culturale allefferatezza era appena partito (Vespa &amp; C. hanno pure dei tempi tecnici per mettersi in moto...), che arrivava un contrordine: Erica ha confessato, non sono stati gli albanesi. Il delitto smette immediatamente di essere definito efferato: nella mia banca-dati laggettivo torna solo in un articolo particolarmente volgare de La Padania, a opera di tale Marcello Ricci, il 1° marzo 2001, di cui sono degne di memoria alcune righe: Se si confermerà, come sembra probabile, la colpevolezza di Erika e di Mauro, occorre riflettere su quali fattori abbiano potuto stimolare, nei due, impulsi che li hanno spinti a compiere un crimine così efferato. Anziché accusare la Lega di aver colpevolizzato la criminalità di importazione, non avrebbe Rutelli fatto meglio a considerare se la sistematica distruzione di ogni principio morale, di ogni valore, di ogni tradizione abbia contribuito a trasformare questi giovani in ributtanti mostri? Chi è responsabile della distruzione della famiglia, primo nucleo di uno Stato civile? Il comunismo, il 68, la droga libera, i centri sociali, la pornografia, i sostenitori e apologeti delle famiglie di fatto e di quelle omosessuali, i fautori delle manipolazioni genetiche e della procreazione in provetta, sono loro che hanno contribuito a far scivolare in un baratro le deboli strutture morali di questi e di tanti altri ragazzi.
Una manifestazione forcaiola anti-immigrati era stata battuta sul tempo dalla confessione di Erica: per la Lega, un autogol da cui difendersi. Ma la timida sortita dellallora candidato premier del centro-sinistra non fu seguita da nessun affondo antirazzista: analisti dellIstituto Cattaneo  a proposito della campagna elettorale del  2001 attribuiscono a una paralisi derivante da una spaccatura interna allo schieramento di centrosinistra il fatto che lUlivo non riesca neanche a sfruttare lincidente, occorso in piena campagna elettorale alle forze di centro-destra, quando queste scatenano una campagna anti-immigrazione a proposito di un efferato delitto che risulta invece rapidamente commesso da parenti delle vittime. 
E lepiteto efferato ? Tolto al delitto di Novi, torna a essere utile per ogni altro fatto di cronaca attribuibile agli albanesi: un mondo in cui la crudeltà e l&apos;efferatezza la facevano da padroni, come scrive ad esempio La nazione, cronaca di Pistoia, 28 aprile 2001: erano i giorni in cui a Pistoia un gruppo di ragazzi ritenuti tutti albanesi era stato fermato e picchiato in questura - tra essi due pistoiesi, di cui uno figlio del politico più in vista della città, Vannino Chiti. Tanto che nelle lettere a quel giornale cinque giorni prima una cittadina che non firmava scriveva: &apos;sto sottosegretario non si sta approfittando di questa storia per farsi pubblicità gratuita visto che stiamo sotto elezioni?
Negli ultimi mesi luso di efferato è dilagato, non tanto presso luomo della strada (la voce è colta e di non facile presa) ma presso giornalisti e politici, spostandosi sistematicamente sui cittadini di origine rumena. Già Veltroni in settembre laveva ripresa e riadoperata, e ora, in piena discussione sul DDL sulla sicurezza, la voce diventa pressochè obbligatoria. Purtroppo però cè un solo modo per definire un aggettivo stigmatizzante che viene adoperato solo per una categoria di persone, intruppate nella loro nazionalità, e non per gli altri. Che vi insistano i leaders politici più in vista e le alte cariche dello stato induce a rafforzare il sospetto che abbia pienamente ragione Prantl, in un brano citato  con piena adesione da Ulrich Beck, uno dei più autorevoli politologi contemporanei: la paura, della criminalità come dei rifugiati, è indotta e promossa dallo stato, e ha per conseguenza che qualsiasi misura statale che contenga la promessa di una maggior sicurezza, soltanto per questo può contare su un consenso unanimeSe lo stato forte ritiene che sia meglio farne a meno, i diritti fondamentali vengono platealmente violati. Se questanalisi ha qualche credibilità, il consenso sul pacchetto sicurezza di cui si vanta  oggi il governo ha qualcosa di sinistro.- 

&lt;b&gt;Referenze bibliografiche&lt;/b&gt;
Diego Marconi, voce Stereotipo, in Dizionario di linguistica e di filologia, metrica, retorica, a cura di Gian Luigi Beccaria, Einaudi 1994.
Asher Colombo e Giuseppe Sciortino, La legge Bossi-Fini. Estremismi gridati, moderazioni implicite e frutti avvelenati, in Istituto Cattaneo, Politica in Italia, edizione 2003, Il Mulino
Ulrich Beck, I rischi della libertà, Il Mulino 2000

</text_more></entry>
<entry id='2441' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2441' author_id='4' authored_on='20071112023212' basename='ancora_su_in_fondo_agli_occhi_del_gatto_di_quadruppani' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071112023212' modified_on='20071112082033' ping_count='0' status='2' title='Ancora su IN FONDO AGLI OCCHI DEL GATTO di Quadruppani' week_number='200746'><text>di &lt;b&gt;Valerio Evangelisti&lt;/b&gt; (da &lt;i&gt;il manifesto&lt;/i&gt; del 30 ottobre 2007)

&lt;img alt=&quot;Quadruppani.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Quadruppani.jpg&quot; width=&quot;125&quot; height=&quot;169&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;[Avevamo già pubblicato una &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2007/09/002386.html#002386&quot;&gt;recensione&lt;/a&gt; di Wu Ming 1 di quest&apos;ultimo romanzo di Serge Quadruppani. Non sembra superfluo aggiungere un altro commento a un libro importante, opera di uno degli autori di punta del noir europeo. Quadruppani presenterà il suo romanzo &lt;a href=&quot;http://www.fnac.it/images/html/incontriMI.html&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;lunedì 19, alle 18,30, alla Fnac di Milano&lt;/a&gt;. Introduce Giuseppe Genna.]

Una cosa colpisce subito chi prenda tra le mani lultimo romanzo di Serge Quadruppani pubblicato in Italia, &lt;i&gt;In fondo agli occhi del gatto&lt;/i&gt; (Marsilio, 2007, pp. 194,  13,00). Né la quarta di copertina, né le bandelle interne lasciano presagire alcunché dei contenuti dellopera. Lo stesso potrebbe dirsi a riguardo delle recensioni già apparse. Salvo fugaci e generici riferimenti, la trama resta misteriosa.</text><text_more>Cè un motivo. La vicenda non è tanto semplice da sintetizzare. Abbiamo due voci narranti: quella di tale Émile e quella di certo Michel. Solo a metà libro, e persino oltre, si intuisce che i loro racconti hanno un nesso. Fino a quel momento, lunico raccordo è costituito da una forte presenza di gatti, amati da entrambi i protagonisti.
Cerco di dipanare un poco lintrico.
Michel somiglia ad altri personaggi di Quadruppani, come quello centrale nel suo lavoro meglio noto, &lt;i&gt;Rue de la Cloche&lt;/i&gt; (non ancora tradotto in Italia). E un perdente, uno sfigato di vocazione, tecnico informatico disoccupato. Ha un unico amico ricco, Paul, dalle attività varie e imprecise. Quando Paul viene ucciso, Michel è il primo sospettato. Peggio ancora gli capita quando qualcuno assassina una donna, ufficiale di polizia, divenuta casualmente la sua amante. Michel si trova coinvolto in una trama di cui non comprende che qualche dettaglio, tra squadre di polizia in lotta tra loro e killer professionisti che non paiono avere che un obiettivo: lui.
E linizio di una sarabanda degna di &lt;i&gt;Fuori orario&lt;/i&gt; (alludo al film di Scorsese). Michel passa da una casualità allaltra, cerca di afferrare regole che gli sfuggono, scappa a un nemico senza nome e senza intenti comprensibili.
Émile è un tipo tutto diverso. Calmo, anziano, ritirato in campagna, alleva oche e nutre gatti. In passato è stato un mercenario. Non un tizio romantico alla Bob Denard (scomparso nei giorni scorsi e adesso, per fortuna nostra, allinferno), bensì un freddo killer quando un governo ne aveva bisogno. Tra i vari committenti, anche un uomo politico italiano di cui Quadruppani non precisa il nome, più volte presidente del consiglio, baciatore di mafiosi, processato per collusione e quindi assolto (qui, se ho colto lallusione di Quadruppani, devo fare un appunto: assolto sì, ma riconosciuto reo del delitto prima del 1980, caduto in prescrizione).
Émile,  sullorlo della pensione, ha deciso di prolungare un poco la sua attività precedente, basata sullesercizio della crudeltà (un episodio che rievoca, avente luogo nel suo granaio, è degno di &lt;i&gt;Hostel&lt;/i&gt;; per fortuna Quadruppani ha mano leggera). Affiliato a una loggia massonica spaventosamente deviata, offre ragazzine a chi voglia suppliziarle nel più atroce dei modi. Qui il riferimento non è a &lt;i&gt;Hostel&lt;/i&gt;, bensì a &lt;i&gt;In nome di Ishmael&lt;/i&gt;, di Giuseppe Genna.
Cosa centra tutto questo con le disgrazie di Michel? Lattinenza  per meglio dire, laderenza - la si scoprirà solo nelle ultime pagine del romanzo. Nessuno speri di coglierla prima.

I difetti del libro? Ce ne sono, però relativi. Il meccanismo dellagnizione, che scatta nel finale, è da romanzo dappendice. Superfluo, rispetto alla trama. Inoltre a Émile viene fatto carico di troppi intrighi, quasi che le nequizie del mondo gravassero sulle spalle di un solo mestatore, al servizio di poteri univoci. Ecome se lautore, premuto da altre urgenze, avesse voluto riassumere in lui mille pagine oscure della moderna storia dellEuropa occidentale: mafia, servizi deviati, polizie parallele, tortura, interferenze internazionali, logge coperte,  pedofilia, ecc. Forse un po troppo per un uomo solo, sia pure totalmente amorale.

Lelenco dei pregi è, per fortuna, enormemente più lungo. Intanto Quadruppani scrive magnificamente, e certe pagine, o anche solo certe battute, sono memorabili. Gli bastano due parole per raffigurare un paesaggio o lasciare intuire uno stato danimo (mai descritto, si veda sotto). Poi la suspense non viene mai meno. Ciò farebbe pensare ai meccanismi collaudati della narrativa di genere. Niente affatto, nessun meccanismo. Non cè pagina del romanzo che non contenga, sia pure in sintesi, riflessioni generali sulla società in cui viviamo e sui poteri che, più o meno segretamente, la reggono. Ciò malgrado la lettura scorre, si fa ansiosa. Proprio le &lt;i&gt;coulisses du monde&lt;/i&gt; diventano il segreto vero da scoprire e il motore capace di inchiodarci allintreccio, di volerne conoscere gli sviluppi. Di sorpresa in sorpresa, di orrore in orrore, capiamo che è il mondo attorno a noi quello che ci viene svelato. A partire dal punto di vista di un povero cristo che ha avuto la sventura di rimanere impigliato nei suoi ingranaggi occulti. Il turbine delle disgrazie individuali non è fine a se stesso: rimanda a una totalità socio-politica, ed è quella che finisce per attrarci.
Ciò senza un facile ricorso allimmedesimazione. Quadruppani lancia, qui e là, strali feroci alla psicoanalisi e cerca di tenersi fedele alla direttiva comportamentista di Manchette (mutuata da Hammett): non descrivere le psicologie, ma lasciarle trapelare dagli atti. Per fortuna, come Manchette non fu sempre fedele allassunto (salvo, in parte, che nel romanzo &lt;i&gt;Fatale&lt;/i&gt;), nemmeno Quadruppani lo è. Alcune osservazioni di Michel, o dellancor più riservato  per forza di cose  Émile, rendono i due personaggi umani e credibili.
Sì, anche latroce Émile è umano, troppo umano. E ciò ci induce a riflettere sulla natura ancora ferina, o meglio felina, del &lt;i&gt;genus homo&lt;/i&gt;. Aiutati da una torma di gatti chiamati a rappresentare, nel loro comportamento con i topi e altre bestioline, la crudeltà che diventa piacere e dominio. Dominio assoluto, è ovvio, dunque politica. Soprattutto politica.
&lt;i&gt;Et voilà, tout se tient&lt;/i&gt;.

Restano da dire due parole su Quadruppani in quanto scrittore e persona. E celebrato come traduttore in Francia di Andrea Camilleri (la domanda più ricorrente è: Come hai fatto a tradurlo?) e di altri italiani, incluso lautore di questo articolo. Ha scritto parecchi romanzi, di cui alcuni, in Italia, hanno conosciuto la vita effimera dei Gialli Mondadori, finché Marsilio non ha deciso di tradurre le sue opere più significative. E stato, fin da giovanissimo, un militante della &lt;i&gt;ultragauche&lt;/i&gt; post-sessantottesca, singolare mix tra situazionismo, anarchismo e bordighismo (che in Italia è simbolo di rigidità, mentre in Francia si ha presente il Bordiga immaginativo degli anni Quaranta e successivi, interessato alla fantascienza e ad altri linguaggi davanguardia). Parecchi stalinisti  ex, post, para -  non gli hanno perdonato questo curriculum e hanno cercato di rendergli la vita e la carriera difficili. Non ci sono riusciti, grazie al cielo.
Ma soprattutto Quadruppani è un uomo integro, nobile (non nel senso di aristocratico, tuttaltro), retto, sincero. Non si piega quando chiunque altro lo farebbe. Ecco perché scrive romanzi che avvincono, sì, ma anche inquietano e disturbano. Scorge con chiarezza dove si acquatti il nemico e non ha remore a denunciarlo. Gli occhi del gatto sono i suoi.
Felino per eleganza naturale, Quadruppani non lo è di sicuro per crudeltà, a lui estranea e da lui temuta. Sa scrutare nel buio e cogliere minacce incombenti. Poi, anziché miagolare, scrive per metterci in guardia. Manchette, altro gatto non addomesticabile, non poteva avere erede migliore, in un mondo di lupi, di cani e di incroci poco riusciti tra le due specie. 

</text_more></entry>
<entry id='2442' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2442' author_id='4' authored_on='20071113062118' basename='il_caso_argento_chiuso' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071113062118' modified_on='20071115023448' ping_count='0' status='2' title='Il caso Argento è chiuso' week_number='200746'><text>di &lt;b&gt;Mauro Gervasini&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;LaTerzaMadre.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/LaTerzaMadre.jpg&quot; width=&quot;125&quot; height=&quot;179&quot; border=&quot;0&quot; hspace=6 vspace=2 align=left /&gt;[Era ora che qualcuno denunciasse le immonde boiate che Dario Argento sta propinando agli spettatori, da &lt;i&gt;Suspirla&lt;/i&gt; - o magari, a essere molto generosi - da &lt;i&gt;Inferno &lt;/i&gt;in poi. Film orridi e imbarazzanti, che paiono scritti e diretti da uno scolaretto, con qualche accidentale preziosismo fortuito. Alcuni imbecilli credono che, difendendo le spoglie di Argento, si difenda il film di genere. Niente affatto, lo si seppellisce. Ma lascio la parole a Gervasini. Delle Tre Madri, la prima era onesta, la seconda così così, la terza di facili costumi. Nessuna legge impone a un tizio di fare il regista, dopo ormai un ventennio di tentativi falliti. E, colto da generosità, non citerò il suo &lt;i&gt;Il fantasma dellìOpera&lt;/i&gt;. La vergogna assoluta, se mai ve ne furono. Bruno Mattei lo avrebbe realizzato meglio.]  ( &lt;b&gt;V.E.&lt;/b&gt;)

Inutile continuare a rimuginare sull&apos;importanza di Dario Argento nella cultura cinematografica (non solo) italiana. Basta acquistare la versione in dvd di &lt;i&gt;Inferno&lt;/i&gt;, finalmente pubblicata dopo anni di attesa, per ricordarsi quanto sia stato uno dei principali maestri del fantastico. Ever. Però non si può parlarne che al passato. Argento non è più, e da un pezzo.   </text><text_more>L&apos;ultracorpo che vive la sua vita artistica - immaginiamo senza rimpianti - ci ha regalato negli anni solo scampoli di horror e thriller basati sul nulla. &lt;i&gt;Trauma&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Nonhosonno&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;La sindrome di Stendhal&lt;/i&gt;, l&apos;indicibile &lt;i&gt;Il fantasma dell&apos;opera&lt;/i&gt;, fino alla &lt;i&gt;Terza madre&lt;/i&gt;, che chiude indegnamente una trilogia cominciata trent&apos;anni fa con &lt;i&gt;Suspiria&lt;/i&gt;, non solo sono scritti malissimo e recitati peggio, cosa che i fan radicali sono arrivati addirittura a considerare un pregio (in base a elucubrazioni che lasciamo volentieri a loro), ma hanno dimostrato di non avere più una logica visionaria. La passione dell&apos;immagine e per l&apos;immagine che fece grande Argento è solo un simulacro per il suo ultracorpo, impacciato di fronte alla stanca replica di magnifiche elaborazioni architettoniche (il liberty di &lt;i&gt;Inferno&lt;/i&gt;, il modernismo-razionalista di &lt;i&gt;Tenebre&lt;/i&gt;) e visive (la saturazione dei colori primari, la fluidità dei movimenti di macchina) che ora paiono addirittura incoerenti se confrontate con un immaginario imbarazzante.

La verità è che l&apos;ultracorpo sta all&apos;horror come Tinto Brass all&apos;erotico. Lo stile ginecologico del regista veneziano viene spacciato per ardito e anticonvenzionale quando è solo patetico; il suo cinema celebra un conformismo da guardoni dove il sesso è (a volte letteralmente, dati i cazzi finti) di plastica, inane, senza gioia. Anche in Argento tutto è ormai posticcio. I fan rimproverano ai critici di essere schiavi del realismo, anche se si sta parlando di tutt&apos;altro. Per esempio della mancanza di autenticità nella costruzione dell&apos;angoscia. Si pensi alla &lt;i&gt;Terza madre&lt;/i&gt;: l&apos;abbondanza di gore e qualche automatica repulsione (una gola tagliata in primo piano scuote chiunque) cercano di colmare il vuoto di tensione che era invece la ricchezza implacabile dei film del primo Argento, anche i meno plausibili narrativamente (e il caso di &lt;i&gt;Inferno&lt;/i&gt; è emblematico: un capolavoro pieno di buchi di sceneggiatura!). Persino il buio sembra elemento estraneo all&apos;occhio dell&apos;ultracorpo, tanto che una passeggiata nelle catacombe romane - cromaticamente trattata con un&apos;oscurità convenzionale e qualche giallognolo di prammatica che fa tanto antichità - è appunto solo una passeggiata. Come essere in una attrazione di Gardaland, con le comparse vestite da streghe pronte a farti bu da dietro l&apos;angolo. Nessun mistero, nessuna passione.

La cosa che davvero manca agli ultimi film di Argento non è una storia, che pure è sempre raccogliticcia, ma la pulsione. Quel furore dello sguardo liberatorio e anarchico che davvero scompaginò i canoni dell&apos;horror tutto, in un momento storico durante il quale oltreoceano si facevano i conti con il puritanesimo e in Gran Bretagna era venuta definitivamente meno la spinta oltraggiosa della Hammer. Oggi il suo cinema non incide perché sconnesso con il proprio tempo e il proprio mondo, e invece prigioniero degli incubi solipsistici di un autore che ha perso qualunque talento immaginifico, senza diventare mai territorio di paure condivise capaci di essere  nostre.


</text_more></entry>
<entry id='2443' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2443' author_id='12' authored_on='20071115080000' basename='il_triangolo_nero_nessun_popol' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071115080000' modified_on='20071122143445' ping_count='1' status='2' title='Il triangolo nero / Nessun popolo è illegale' week_number='200746'><excerpt>...Tre giorni dopo, sempre a Roma, squadristi incappucciati attaccano con spranghe e coltelli alcuni rumeni all&apos;uscita di un supermercato, ferendone quattro. Nessun cronista accanto al letto di quei feriti, che rimangono senza nome, senza storia, senza umanità. Delle loro condizioni, nulla è più dato sapere...</excerpt><text>&lt;table width=&quot;95%&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;center&quot; cellpadding=&quot;10&quot;  cellspacing=&quot;1&quot; bgcolor=&quot;#9595B9&quot;&gt;&lt;tr&gt;&lt;td bgcolor=&quot;#FFFFFF&quot;&gt;&lt;div align=&quot;center&quot;&gt;&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;Textul în &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com/italiano/outtakes/triunghiulnegru.htm&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;versiune român&#259;&lt;/a&gt; - Disponible &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com/italiano/outtakes/triangulonegro.htm&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;en castellano&lt;/a&gt;&lt;br&gt; - Version &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com/italiano/outtakes/trianglenoir.htm&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;en français&lt;/a&gt; - Disponible també &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com/italiano/outtakes/trianglenegre.htm&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;en català &lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/table&gt;

&lt;b&gt;Violenza, propaganda e deportazione. Un manifesto di scrittori, artisti e intellettuali contro la violenza su rom, rumeni e donne&lt;/b&gt;

&lt;div align=&quot;center&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;Non è che come paese siamo proprio immuni&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/negozioariano.jpg&quot; width=&quot;350&quot; height=&quot;270&quot; border=&quot;0&quot;&gt;&lt;/div&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;[La scintilla è partita un gruppo di scrittori e intellettuali, stanco di assistere alla deriva razzista che attraversa l&apos;Italia, purtroppo aggravata dalla morte violenta di Giovanna Reggiani.
Da questa stanchezza, l&apos;esigenza di condividere una presa di posizione forte. È nato così &quot;Il triangolo nero&quot;, appello elaborato da Alessandro Bertante, Gianni Biondillo, Girolamo De Michele, Valerio Evangelisti, Giuseppe Genna, Helena Janeczek, Loredana Lipperini, Monica Mazzitelli, Marco Philopat, Marco Rovelli, Stefania Scateni, Antonio Scurati, Beppe Sebaste, Lello Voce e il collettivo Wu Ming nella sua totalità. A questo gruppo si sono presto aggiunti altri nomi importanti della cultura che hanno deciso di aderire all&apos;appello. Tra questi Gad Lerner, Erri De Luca, Bernardo Bertolucci, Massimo Carlotto, Carlo Lucarelli, Moni Ovadia, Nanni Balestrini, Franca Rame, Stefano Tassinari, Marcello Flores, Andrea Bajani, Lisa Ginzburg, Lanfranco Caminiti, Ugo Riccarelli, Enrico Brizzi, Marco Mancassola, Simona Vinci, Raul Montanari, Giulio Mozzi, Andrea Porporati, Sandro Veronesi e moltissimi altri si vanno aggiungendo di minuto in minuto, per ribadire che delitti individuali non giustificano castighi collettivi. &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.petitiononline.com/trianero/petition.html&quot; target=&quot;_new&quot;&gt;Qui, la possibilità di aderire all&apos;appello&lt;/a&gt;. Di seguito, il testo.]&lt;/span&gt;&lt;br&gt;</text><text_more>La storia recente di questo paese è un susseguirsi di campagne d&apos;allarme, sempre più ravvicinate e avvolte di frastuono. Le campane suonano a martello, le parole dei demagoghi appiccano incendi, una nazione coi nervi a fior di pelle risponde a ogni stimolo creando &quot;emergenze&quot; e additando capri espiatori.
   	
Una donna è stata violentata e uccisa a Roma. Lomicida è sicuramente un uomo, forse un rumeno. Rumena è la donna che, sdraiandosi in strada per fermare un autobus che non rallentava, ha cercato di salvare quella vita. L&apos;odioso crimine scuote l&apos;Italia, il gesto di altruismo viene rimosso. 

Il giorno precedente, sempre a Roma, una donna rumena è stata violentata e ridotta in fin di vita da un uomo. Due vittime con pari dignità? No: della seconda non si sa nulla, nulla viene pubblicato sui giornali; della prima si deve sapere che è &lt;i&gt;italiana&lt;/i&gt;, e che lassassino non è un uomo, ma un &lt;i&gt;rumeno&lt;/i&gt; o un &lt;i&gt;rom&lt;/i&gt;.

Tre giorni dopo, sempre a Roma, squadristi incappucciati attaccano con spranghe e coltelli alcuni rumeni all&apos;uscita di un supermercato, ferendone quattro. Nessun cronista accanto al letto di quei feriti, che rimangono senza nome, senza storia, senza umanità. Delle loro condizioni, nulla è più dato sapere.

Su queste vicende si scatena un&apos;allucinata criminalizzazione di massa. Colpevole uno, colpevoli tutti. Le forze dell&apos;ordine sgomberano la baraccopoli in cui viveva il presunto assassino. Duecento persone, tra cui donne e bambini, sono gettate in mezzo a una strada.

E poi? Odio e sospetto alimentano generalizzazioni: tutti i rumeni sono rom, tutti i rom sono ladri e assassini, tutti i ladri e gli assassini devono essere espulsi dall&apos;Italia.  Politici vecchi e nuovi, di destra e di sinistra gareggiano a chi urla più forte, denunciando l&apos;&lt;i&gt;emergenza&lt;/i&gt;. Emergenza che, scorrendo i dati contenuti nel Rapporto sulla Criminalità (1993-2006), non esiste: omicidi e reati sono, oggi, ai livelli più bassi dell&apos;ultimo ventennio, mentre sono in forte crescita i reati commessi tra le pareti domestiche o per ragioni passionali. Il rapporto Eures-Ansa  2005, &lt;i&gt;L&apos;omicidio volontario in Italia&lt;/i&gt; e l&apos;indagine Istat 2007 dicono che un omicidio su quattro avviene in casa; sette volte su dieci la vittima è una donna; più di un terzo delle donne fra i 16 e i 70 anni ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita, e il responsabile di aggressione fisica o stupro è sette volte su dieci il marito o il compagno: la famiglia uccide più della mafia, le strade sono spesso molto meno a rischio-stupro delle camere da letto. 

Nell&apos;estate 2006 quando Hina, ventenne pakistana, venne sgozzata dal padre e dai parenti, politici e media si impegnarono in un parallelo fra culture. Affermavano che quella occidentale, e italiana in particolare, era felicemente evoluta per quanto riguarda i diritti delle donne. Falso: la violenza contro le donne non è un retaggio bestiale di culture altre, ma cresce e fiorisce nella nostra, ogni giorno, nella costruzione e nella moltiplicazione di un modello femminile che privilegia l&apos;aspetto fisico e la disponibilità sessuale spacciandoli come conquista. Di contro, come testimonia il recentissimo rapporto del World Economic Forum sul  Gender Gap, per quanto riguarda la parità femminile nel lavoro, nella salute, nelle aspettative di vita, nell&apos;influenza politica, lItalia è 84esima. Ultima dell&apos;Unione Europea. La Romania è al 47esimo posto.

Se questi sono i fatti, cosa sta succedendo?

Succede che è più facile agitare uno spauracchio collettivo (oggi i rumeni, ieri i musulmani, prima ancora gli albanesi) piuttosto che impegnarsi nelle vere cause del panico e dell&apos;insicurezza sociali causati dai processi di globalizzazione.

Succede che è più facile, e paga prima e meglio sul piano del consenso viscerale, gridare al lupo e chiedere espulsioni, piuttosto che attuare le direttive europee (come la 43/2000) sul diritto all&apos;assistenza sanitaria, al lavoro e all&apos;alloggio dei migranti; che è più facile mandare le ruspe a privare esseri umani delle proprie misere case, piuttosto che andare nei luoghi di lavoro a combattere il lavoro nero.

Succede che sotto il tappeto dell&apos;equazione rumeni-delinquenza si nasconde la polvere dello sfruttamento feroce del popolo rumeno. 
Sfruttamento nei cantieri, dove ogni giorno un operaio rumeno è vittima di un omicidio bianco. 
Sfruttamento sulle strade, dove trentamila donne rumene costrette a prostituirsi, metà delle quali minorenni, sono cedute dalla malavita organizzata a italianissimi clienti (ogni anno nove milioni di uomini italiani comprano un coito da schiave straniere, forma di violenza sessuale che è sotto gli occhi di tutti ma pochi vogliono vedere). 
Sfruttamento in Romania, dove imprenditori italiani - dopo aver &quot;delocalizzato&quot; e creato disoccupazione in Italia - pagano salari da fame ai lavoratori. 

Succede che troppi ministri, sindaci e giullari divenuti capipopolo giocano agli apprendisti stregoni per avere quarti d&apos;ora di popolarità. Non si chiedono cosa avverrà domani, quando gli odii rimasti sul terreno continueranno a fermentare, avvelenando le radici della nostra convivenza e solleticando quel microfascismo che è dentro di noi e ci fa desiderare il potere e ammirare i potenti. Un microfascismo che si esprime con parole e gesti rancorosi, mentre già echeggiano, nemmeno tanto distanti, il calpestio di scarponi militari e la voce delle armi da fuoco.

Succede che si sta sperimentando la costruzione del nemico assoluto, come con ebrei e rom sotto il nazi-fascismo, come con gli armeni in Turchia nel 1915, come con serbi, croati e bosniaci, reciprocamente, nellex-Jugoslavia negli anni Novanta, in nome di una politica che promette sicurezza in cambio della rinuncia ai principi di libertà, dignità e civiltà; che rende indistinguibili responsabilità individuali e collettive, effetti e cause, mali e rimedi; che invoca al governo uomini forti e chiede ai cittadini di farsi sudditi obbedienti.
Manca solo che qualcuno rispolveri dalle soffitte dell&apos;intolleranza il triangolo nero degli asociali, marchio dinfamia che i nazisti applicavano agli abiti dei rom.

E non sembra che l&apos;ultima tappa, per ora, di una prolungata guerra contro i poveri.

Di fronte a tutto questo non possiamo rimanere indifferenti. Non ci appartengono il silenzio, la rinuncia al diritto di critica, la dismissione dellintelligenza e della ragione.
Delitti individuali non giustificano castighi collettivi.
Essere rumeni o rom non è una forma di &quot;concorso morale&quot;.
Non esistono razze, men che meno razze colpevoli o innocenti.

Nessun popolo è illegale.


&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&lt;b&gt;Proposto da:&lt;/b&gt; Alessandro Bertante, Gianni Biondillo, Girolamo De Michele, Valerio Evangelisti, Giuseppe Genna, Helena Janeczek, Loredana Lipperini, Monica Mazzitelli, Marco Philopat, Alberto Prunetti, Marco Rovelli, Stefania Scateni, Antonio Scurati, Beppe Sebaste, Lello Voce, Wu Ming.
&lt;b&gt;Tra i firmatari:&lt;/b&gt; Fulvio Abbate - Maria Pia Ammirati - Manuela Arata - Bruno Arpaia - Articolo 21 - Rossano Astremo - Andrea Bajani - Nanni Balestrini - Guido Barbujani - Ivano Bariani - Giuliana Benvenuti - Silvio Bernelli - Stefania Bertola - Bernardo Bertolucci - Sergio Bianchi - Ginevra Bompiani - Carlo Bordini - Laura Bosio - Botto&amp;Bruno - Silvia Bre - Enrico Brizzi - Luca Briasco - Elisabetta Bucciarelli - Franco Buffoni - Errico Buonanno - Lanfranco Caminiti - Rossana Campo - Maria Teresa Carbone - Massimo Carlotto- Lia Celi - Maria Corbi - Stefano Corradino - Mauro Covacich - Erri De Luca - Derive Approdi - Donatella Diamanti - Jacopo De Michelis - Filippo Del Corno - Mario Desiati - Igino Domanin - Tecla Dozio - Nino D&apos;Attis - Emergency - Francesco Forlani - Enzo Fileno Carabba - Ferdinando Faraò - Marcello Flores - Marcello Fois- Gabriella Fuschini -  Barbara Garlaschelli - Enrico Ghezzi - Tommaso Giartosio - Lisa Ginzburg - Roberto Grassilli - Andrea Inglese - Franz Krauspenhaar - Kai Zen - Nicola Lagioia - Gad Lerner - Giancarlo Liviano - Claudio Lolli - Carlo Lucarelli - Marco Mancassola - Gianfranco Manfredi - Luca Masali - Sandro Mezzadra - Giulio Milani - Raul Montanari - Giuseppe Montesano - Elena Mora - Gianluca Morozzi - Giulio Mozzi - Moni Ovadia - Enrico Palandri - Chiara Palazzolo - Melissa Panarello - Valeria Parrella - Anna Pavignano - Lorenzo Pavolini - Giuseppe Pederiali - Sergio Pent - Santo Piazzese - Tommaso Pincio - Gabriella Piroli - Guglielmo Pispisa - Leonardo Pelo - Gabriele Polo - Andrea Porporati - Alberto Prunetti - Laura Pugno - Serge Quadruppani - Christian Raimo - Veronica Raimo - Franca Rame - Lidia Ravera - Jan Reister - Enrico Remmert - Marco Revelli - Ugo Riccarelli - Anna Ruchat - Teresa Sarti - Roberto Saviano - Sbancor - Clara Sereni - Gian Paolo Serino - Nicoletta Sipos - Piero Sorrentino - Antonio Spaziani - Gino Strada - Subsonica - Carola Susani - Stefano Tassinari - Annamaria Testa - Laura Toscano - Emanuele Trevi - Filippo Tuena - Raf Valvola Scelsi - Francesco Trento - Nicoletta Vallorani - Paolo Vari - Giorgio Vasta - Maria Luisa Venuta - Grazia Verasani - Sandro Veronesi - Marco Vichi - Roberto Vignoli - Simona Vinci - Yo Yo Mundi 
&lt;b&gt;Altre firme:&lt;/b&gt; Silvia Acquistapace - Armando Adolgiso - Enzo Aggazio - Valerio Aiolli - Fiora Aiazzi - Loredana Aiello - Cristina Ali Farah - Max Amato - Cris Amico - Cinzia Ardigò -Roberto Armani -Paolo Arosio - Monia Azzalini - Eva Banchelli - Barbara Barni - Adriano Barone -Daniela Basilico- Simona Baldanzi - Barbara Balzarotti - Remo Bassini - Elisabeth Baumgartner - Sandro Bellassai - Gigi Bellavita - Francesca Bonelli - Violetta Bellocchio - Paola Bensi - Alessandro Beretta - Alberto Bertini - Donatella Bertoncini - Marco Bettini - Paolo Bianchi - Nicoletta Billi - Valter Binaghi - Enrico Blasi -Augusto Bonato - Emanuele Bonati - Valentina Bosetti - Nadia Bovino - Giovanni Bozzo - Anna Bressanin - Annarita Briganti - Luciano Brogi - Gianluca Bucci - Manuela Buccino - Giusi Buondonno - Leonardo Butelli - Domenico Cacapardo - Daniele Caluri - Nives Camisa - Maurizia Cappello - Paolo Capuzzo - Luigi Capecchi -Alessandro Capra - Carlo Carabba - Enrico Caria - Valentina Carnelutti - Eleonora Carpanelli - Guido Castaman - Silvia Castoldi - Ettore Calvello- Francesco Campanoni - Ernesto Castiglioni - Fabrizio Centofanti - Paola Chiavon - Marcello Cimino - Paolo Cingolani - Anselmo Cioffi - Beatrice Cioni - Francesca Corona - Stefano Corradino - Marina Crescenti - Vittorio Cartoni - Marcello D&apos;Alessandra - Cristina D&apos;Annunzio - Gabriele Dadati - Manuela Dall&apos;Acqua - Paola D&apos;Apollonio - Antonella De Luca - Patrizia Debicke van der Noot - Lello Dell&apos;Ariccia - Paolo Delpino - Valentina Demelas- Chiara Desiderio - Prisca Destro- Francesco Di Bartolo - Chiara Dionisi - Martina Donati - Bruna Durante - Arturo Fabra- Marina Fabbri - Franco Fallabrino - Graziella Farina - Giulia Fazzi - Giorgia Fazzini - Raffaele Ferrara - David Fiesoli - Claudia Finetti - Maurizio Forte -Lissa Franco - Daniela Gamba - Pupa Garriba - Walter Giordani - Viorica Guerri - Maria Nene Garotta - Luisa Gasbarri - Massimiliano Gaspari - Catia Gasparri - Valentina Gebbia - Lucyna Gebert- Silvana Giannotta -Angelica Grizi -Emiliano Gucci -Lello Gurrado - Francesca Koch - Rossella Kohler - Fabio Introzzi - Maria Rosaria La Morgia - Daniela Lampasona - Federica Landi - Loredana Lauri -Albertina La Rocca - Filippo Lazzarin - Sabina Leoni - Elda Levi - Mattea Lissia - Mariagrazia Lonza - Francesco Lo Piccolo - Giorgio Lulli - Monica Lumachi - Gordiano Lupi - Iseult Mac Call - Luca Maciocca- Giovanna Maiola - Alessandro Maiucchi- Ilaria Malagutti - Manuela Malchiodi - Felicetta Maltese - Emanuele Manco - Federica Manzon - Roger Marchi - Mauro Marcialis - Adele Marini - Gianluca Mascetti - Laura Mascia -Giusy Marzano- Anna Mascia - Mara Mattoscio - Stefano Mauri - Lorenzo Mazzoni - Ugo Mazzotta - Michele Mellara - Michele Meomartino- Camilla Miglio - Paola Miglio - Laura Mincer - Olek Mincer - Mauro Minervino - Roberto Mistretta- Giorgio Morale - Isabella Moroni - Elio Muscarella - Ettore Muscogiuri - Nino Muzzi - Rosario Nasti - No Reply - Giovanni Nuscis - Fabio Pagani - Dida Paggi - Valentina Paggi - Iulia Claudia Panescu - Rafael Pareja - Enrico Pau- Simonetta Pavan - Monica Pavani - Alessandra Pelegatta - Graziella Perin - Bruna Perraro - Seba Pezzani - Alessandro Piva- Serena Polizzi - Massimo Polizzi - Francesca Pollastro - Alessia Polli - Sabrina Poluzzi - Nicola Ponzio - Anna Porcu - Kiki Primatesta - Salvatore Proietti - Maddalena Pugno - Andrea Rapini - Vincent Raynaud - Paolo Reda - Luigi Reitani - Sergio Rilletti - Mirella Renoldi - Patrizia Riva - Monica Romanò - Alessandro Rossi - Grazia Rossi - Luisa Rossi - Marta Salaroli - Carlo Salvioni - Ida Salvo - Bianca Sangiorgio - Veronica Alessandra Scudella - Maria Serena Sapegno - Simone Sarasso - Dimitri Sardini - Monica Scagnelli - Angela Scarparo - Gabriella Schina - Elvezio Sciallis - Marinella Sciumè - Matteo Severgnini - Michèle Sgro - Carlo Arturo Sigon - Genziana Soffientini - Crio Spagnolo - Mario Spezi - Mila Spicola - Susi Sacchi - Mariagrazia Servidati - Mattia Signorini - Luigia Sorrentino - Stalker/Osservatorio nomade - Claudia Stra&apos; - Luigi Taccone - Giorgio Tinelli - Veronica Todaro - Eugenio Tornaghi - Umberto Torricelli - Sara Tremolada - Renato Trinca - Nadia Trinei - Roberto Tumminelli -Tonino Urgesi - Sasa Vulicevic - Angela Valente - Roberto Valentini -  Selene Verri - Diego Zandel - Salvo Zappulla&lt;/span&gt;

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<entry id='2444' allow_comments='0' allow_pings='1' author_id='12' authored_on='20071116005210' basename='genova_17_novembre_la_storia_siamo_noi' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071116005210' modified_on='20071118020317' ping_count='0' status='1' title='Genova, 17 novembre - La storia siamo noi' week_number='200746'><text>&lt;b&gt;Un appello alla mobilitazione di tutti per la manifestazione di sabato, da &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.supportolegale.org/&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Supporto Legale&lt;/a&gt;&lt;/b&gt;

&lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/mortcd191.gif&quot; align=&quot;right&quot; vspace=&quot;1&quot; hspace=&quot;5&quot;&gt;&quot;La storia siamo noi&quot; non è uno slogan. E&apos; un approccio preciso: da un lato la storia sociale, dall&apos;altro la storia del potere. Chi lo ha cantato in questi anni lo ha fatto con l&apos;istinto di chi sa di aver vissuto un pezzo importante della storia, ufficiosa o ufficiale che sia. E lo ha fatto pensando a Genova 2001. Con ogni mezzo necessario.
Dal 21 luglio 2001 in poi la giustizia e la politica hanno cominciato la revisione della storia che ognuno di noi ha vissuto sulla nostra pelle: coloro che si sono ribellati a una certa visione del mondo sono diventati terroristi; coloro che hanno seminato il panico nelle strade di Genova sono diventati i paladini dell&apos;ordine e della giustizia.</text><text_more>Per sei lunghi anni tutto questo è serpeggiato nelle aule di tribunale, mentre la nostra voce collettiva si affievoliva, con un processo di rimozione collettiva che ha fatto sì che in molti dimenticassero che Genova non è stata solo il terrore in divisa, ma anche e soprattutto la forza e l&apos;energia di centinaia di migliaia di persone che almeno per pochi giorni hanno pensato che il mondo potesse essere diverso da come ce lo hanno sempre raccontato e rappresentato.
Per sei lunghi anni il teatrino delle corti penali si è sostituito alla presa di parola delle persone vive, nella convinzione che verità giuridica e realtà storica in qualche modo convergessero, nella speranza che in qualche modo tutto si sistemasse e non fossero in pochi a pagare la stizzosa vendetta del potere.
Le requisitorie dei pm Anna Canepa e Andrea Canciani nel processo che vede 25
persone imputate per devastazione e saccheggio, hanno completato l&apos;operazione di revisione della storia che è cominciata il giorno dopo le mobilitazioni contro il g8 del 2001 e si sono concluse con la richiesta di 225 anni di carcere.
Pensiamo che sia arrivato il momento di prendere di nuovo la parola, di gridare con forza che gli eventi del luglio 2001 appartengono a tutti noi, di mobilitarsi in massa e con intelligenza per fare si che 25 persone non paghino per qualcosa di cui siamo stati protagonisti tutti, nessuno escluso.
Vogliamo rilanciare con forza la mobilitazione di massa del 17 novembre a Genova, e tutte le iniziative tese a riappropriarci della nostra memoria e del senso di quei giorni lontani sei anni ma ancora vivi in quello che hanno rappresentato.
Vorremmo che tutti rilanciassero questo appello senza firme, senza identità, senza se e senza ma, perché Genova non è finita, è ancora qui, oggi, e riguarda
tutti e tutti se ne devono fare carico, senza esclusioni.

Per cominciare, primo appuntamento a Genova: 
&lt;b&gt;17 novembre 2007 - ore 14 piazza Di Negro&lt;/b&gt;</text_more></entry>
<entry id='2445' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2445' author_id='19' authored_on='20071120035204' basename='futuro_breve_vii' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071120035204' modified_on='20120625052405' ping_count='0' status='2' title='Futuro Breve VII' week_number='200747'><text>di &lt;b&gt;Alessandra Daniele&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Arte.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Arte.jpg&quot; width=&quot;125&quot; height=&quot;81&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;&lt;b&gt;L&apos;ARTE DELLA GUERRA&lt;/b&gt;

La città era una distesa di cadaveri carbonizzati. 
- Cazzo, che potenza!  esclamò ammirato il sergente Fox, uscendo dal blindato.
- Merito delle Devils Tears, le bombe al plasma incendiario - commentò il colonnello Granville, serafico  Praticamente una vera e propria colata incandescente che piove dal cielo  aggiunse con un gesto delle dita che ricordava un arpeggio  quasi come a Pompei, in Italia.
- Ehi, credevo che gli spaghetti fossero dalla nostra parte, quandè che li abbiamo bombardati?  chiese Fox.  
Granville sorrise bonario.</text><text_more>- Non ancora sergente, quello di Pompei era un vulcano vero. Ma i risultati furono simili. Ecco, guardi per esempio quei due corpi laggiù  indicò il cadavere di una donna che sembrava reggere tra le braccia quello dun bambino. Entrambe le figure apparivano carbonizzate allistante, al punto da sembrare scolpite nella roccia lavica.
- Li guardi bene  continuò il colonnello.  Il fuoco non li ha distrutti, li ha conservati  sorrise ancora.
- Prendiamo questi due allora?  chiese Fox, infilandosi i guanti. Il colonnello annuì.
                           *                *                *
- Avanti, Marella, non farci aspettare  ammiccò la fashion blogger, sorseggiando il suo Vodkaprozac. 
- Seguitemi  rispose solenne la padrona di casa, guidando i suoi ospiti  Eccola.
- Ma è stupenda!  commentò lambasciatore, tra il generale brusio di meraviglia. 
- Chissà quanto ti sarà costata  aggiunse lereditiera.
- Sembra una madonna col bambinello  sospirò il cardinale.
- Guardate, la fiamma li ha avvinti rendendo immortale lattimo della loro morte  mormorò leditorialista, in tono ispirato.
- Me la sono aggiudicata dopo unasta molto combattuta, ma valeva la spesa  disse fiera Marella. 
- Di cadaveri carbonizzati ce ne sono milioni, ma questo beh, questo è &lt;i&gt;arte&lt;/i&gt;!

&lt;b&gt;LE MANI SULLA CITTA&apos;&lt;/b&gt;

Grazie ai generatori antigravità, le due grandi piattaforme circolari fluttuavano eleganti nel cielo sopra la metropoli. Ciascuna conteneva un migliaio di vip internazionali selezionati fra miliardari in neurodollari, ministri theo-democon, top cybermodel, e campioni di PallaVuoto orbitale. Ballavano, bevevano, palpavano, e tiravano, fieri di essere stati ammessi nella discoteca più esclusiva del mondo, La Disco Volante. Dal suo attico panoramico della Golgotower Two lideatore e proprietario, il cosiddetto re del lusso luccicante Dudi Lardore, dirigeva il tutto smanettando sulla console di controllo. Lantigravità era un brevetto militare, ma Dudi aveva sempre fatto ottimi affari con le forze armate. In particolare la distribuzione ai dettaglianti delle svariate droghe transgeniche delle quali lesercito sfruttava la produzione nei paesi occupati. Era quella ad aver fatto guadagnare a Dudi, oltre a parecchi milioni di n-eurodollari, lesclusiva dellantigravità per uso civile. 
- Davvero puoi manovrare quelle due cose enormi da qui?  cinguettò Bilba, manovrando il coso per niente enorme di Lardore.
- Certo! E non hai ancora visto niente!  rispose lui, con una vistosa strizzata docchio. Bilba ridacchiò facendo sballonzolare le tette quasi fossero state vere. Dudi staccò dalla console due sottili bracciali metallici, e li indossò. Poi si alzò in piedi seminudo, aprì le braccia, e cominciò a muovere le mani come per dirigere una muta orchestra invisibile. Oltre lampia vetrata Bilba vide le due piattaforme ondeggiare nel cielo riproducendo esattamente i movimenti delle mani di Dudi. 
Sul suo faccino scolpito dal bisturi laser si dipinse un espressione di sincero stupore, lunica cosa genuina di lei
- Mitico! Ma non è pericoloso?
Lardore sorrise bonario.
- Ma no, testolina! La gravità allinterno delle piattaforme è stabilizzata in modo che in qualsiasi posizione io le metta la gente resti comunque attaccata al pavimento. Guarda!
Inclinò le mani di 45°, e poi le fece svirgolare. Anche i dischi sinclinarono e svirgolarono, sfrecciando fra i grattacieli. Dentro i vip strillavano divertiti come sullottovolante. Dudi disegnò  nellaria un mezzo cerchio della morte, poi fece guizzare le mani verso lalto.
- Guarda Bilba, &lt;i&gt;undicisettembre!&lt;/i&gt;
Le piattaforme sfrecciarono diritte di taglio contro la Golgotower One, il primo dei tre grattacieli a forma di crocefisso scintillante. Bilba gridò. A pochi metri dallimpatto, replicando i movimenti di Lardore, simpennarono evitandolo, e schizzarono verso il cielo.
Bilba si scatenò in un applauso.
Dudi vide riflessa nella vetrata la sua immagine stagliarsi contro il maestoso skyline della capitale.
Non poté trattenersi dallapplaudire se stesso.
Le piattaforme si scontrarono di piatto, esplodendo.
Bilba urlò di nuovo.
Londa durto trasformò la vetrata in una tempesta di schegge luccicanti.

</text_more></entry>
<entry id='2446' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2446' author_id='4' authored_on='20071121034806' basename='kronos_perseo_e_la_caccia_fatale' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071121034806' modified_on='20071121035103' ping_count='0' status='2' title='Kronos, Perseo e la caccia fatale' week_number='200747'><text>di &lt;b&gt;Franco Pezzini&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;CaptainKronos.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/CaptainKronos.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;171&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;[Franco Pezzini, che ci auguriamo seguiti a collaborare con &lt;i&gt;Carmilla&lt;/i&gt;, è autore di due splendidi libri che riguardano da vicino questo sito, indovinate perché: &lt;i&gt;Cercando Carmilla. La leggenda della donna vampira&lt;/i&gt;, ed. Ananke, 2000; e &lt;i&gt;Le vampire. Crimini e misfatti delle succhiasangue da Carmilla a Van Helsing&lt;/i&gt;, co-autrice Arianna Conti, ed. Castelvecchi, 2005.] (&lt;b&gt;V.E.&lt;/b&gt;)

Che ogni mese un ricco flusso di horror approdi ai negozi di video è un fatto indiscutibile, e permette anche ai più distratti di sospettare quale peso simbolico assuma un tale linguaggio nellimmaginario doccidente. Se poi non mancano pellicole di eccellente livello, anche le cosiddette minori richiedono caute virgolette a fronte di contenuti spesso degni di nota.</text><text_more>A volte poi unuscita può recare vera emozione ai cultori: ed è questo il caso, per esempio, di &lt;i&gt;Capitan Kronos cacciatore di vampiri&lt;/i&gt; diretto da Brian Clemens, tra le ultime (1974) e più sconosciute pellicole della leggendaria casa Hammer e che ora appare in Italia grazie alla Passworld. Ho parlato di pellicola sconosciuta, ma laggettivo richiede qualche precisazione: benché noto come titolo, &lt;i&gt;Captain Kronos Vampire Hunter&lt;/i&gt; è un film in genere maltrattato dalle monografie, confinato negli interstizi tra paragrafi su altri migliori (o semplicemente meglio inquadrabili) e liquidato frettolosamente quasi nulla ne restasse da dire. E in effetti non figura tra le opere più brillanti della scuderia britannica: eppure merita la visione, anzitutto per la storia del genere. Certo non può vantare la presenza dei più noti mattatori della casa, anche se offre quella scintillante di Caroline Munro, icona del fantastico anni Settanta e volto noto anche al pubblico Hammer; ma proprio la relativa novità degli interpreti permette di collocare &lt;i&gt;Captain Kronos&lt;/i&gt; in quel gruppo di pellicole-pilota girate o almeno programmate (il cosiddetto &lt;i&gt;unfilmed Hammer&lt;/i&gt;, limbo fascinoso e inafferrabile che strappa rimpianti ai cultori) con cui si tentò originalmente dinnovare la produzione. Se infatti il tradizionalismo in filoni, ruoli, visi rappresentò un elemento di forza della fabbrica dei mostri  al punto che Peter Cushing ne avvicinava i film a certe scatole di cioccolatini dove sai di trovare questo o quel tipo, e così continui a comprarle  tuttavia la storia della Hammer è anche quella di una continua esplorazione delle possibilità del gotico, che condusse allo sviluppo del pantheon (o &lt;i&gt;pandemonium&lt;/i&gt;) più articolato e miticamente ricco dellintera storia del cinema horror. Così, proprio il tentativo di sfuggire alle pastoie della tradizionale vicenda di vampiri dovette indurre la produzione a spingersi oltre &lt;i&gt;Twins of Evil&lt;/i&gt; (&lt;i&gt;Le figlie di Dracula&lt;/i&gt;) nella direzione dellhorror in costume, lasciando però perdere le streghe e virando vagamente sul cappa e spada. Fu la crisi finanziaria a impedire che &lt;i&gt;Captain Kronos&lt;/i&gt; figliasse un nuovo ciclo, ed è un peccato  tanto più che il film rappresenta lunico tentativo su grande schermo di attingere (sia pure con libertà) a quelle storiche epopee di ammazzavampiri itineranti del XVIII secolo che a tuttoggi costituirebbero un suggestivo terreno per sviluppi fantastici. 
In ogni caso, nonostante i suoi limiti, il boccone è ghiotto: misteriosi incappucciati e furiosi duelli, fanciulle alla gogna da liberare, nobildonne anziane dal volto di maschera oppure giovani e sospette androgine, statue ingombranti di morti, mesmerizzazioni e fulminanti necrosi vampiriche. Lo sfondo geografico mantiene il fascino dei consueti Hammer, tra borghi funestati da lutti arcani, boschi e castelli di pervertiti aristocratici; e lex-capitano imperiale Kronos, belloccio e maschio ma senza eccessi ormonali, lo attraversa a cavallo in compagnia di un bizzarro esperto in carriola, combatte, amoreggia e riparte a cose fatte verso nuove avventure. La sceneggiatura, non trascinante, riesce però a tener desta lattenzione con la sua originalità, tra vampiri che non succhiano il sangue ma la giovinezza, nuove tecniche per individuarli  seppellendo rospi morti che riprendono vita  oppure per distruggerli, scontri con spade benedette e rivelazioni (relativamente) impreviste. Senza togliere eccessive sorprese agli spettatori, basti dire che la vampira responsabile della mattanza proviene direttamente dalla famiglia Karnstein della nostra Carmilla
Ma limmagine del cacciatore  anzi, della cacciatrice  torna in altro horror fresco di distrubuzione. Molto diverso: e non solo per provenienza (americana), datazione (molto più recente, del 2005), ambientazione (contemporanea) e dignità di culto (impossibile il confronto con un film Hammer). Proposto in Italia da Jubal e Millennium Storm, &lt;i&gt;Headhunter&lt;/i&gt; di Paul Tarantino non pretende di vantare unelevata qualità cinematografica, ma risulta divertente, veloce e  ciò che qui interessa  sedimenta motivi forti di mitologia contemporanea. 
Il protagonista Ben si è affidato faustianamente alla bella cacciatrice di teste Sarah per trovare un nuovo impiego, e finisce a lavorare nottetempo in un palazzo di uffici deserti; e lo spettatore che ancora rimugina sulla scena iniziale  in cui un ignoto bruto decapitava la &lt;i&gt;partner&lt;/i&gt; incinta con unaccetta  scopre presto che il thriller lascia posto alla &lt;i&gt;ghost story&lt;/i&gt;. Dove lonesto genere e il sottotesto ironico della sceneggiatura nulla tolgono a un sapore dinquietudine: il tipo (sempre lo stesso) che in ascensore offre le spalle a Ben senza mostrare il volto, lassurdo comportamento della fotocopiatrice, le apparizioni di colleghi in realtà inafferrabili guardano in fondo alla risacca onirica di chiunque di noi e ci sono troppo vicini perché possiamo perdere il piacere di un brivido concordato. Laria desolata di quei corridoi e uffici nella notte (sempre gli stessi, causa budget esiguo) forse richiamano la sera in cui siamo usciti tardi e non tutte le luci erano accese, e ci siamo soffermati a ricordare colleghi scomparsi o frustrazioni limacciose, magari aggressive, rimaste a impregnare gli scaffali. Ma  colpo di scena  dopo che i fantasmi si sono manifestati il film cambia ancora sottogenere, virando sul satanico con tanto di ricerca di una talismanica testa mozza (bruttissima) e nascita di una specie danticristo (ancora più brutto): una macedonia che per frenesia di assemblaggio ricorda quasi i vecchi &lt;i&gt;all monsters&lt;/i&gt; e strizza locchio allo spettatore anche attraverso la qualità casereccia degli effetti speciali. 
Eppure il teatro  perché è tale, nellessenzialità delle scene  risulta meno candido di quanto sembri. La bella &lt;i&gt;cacciatrice di teste&lt;/i&gt; è in fondo lultima evoluzione delle antiche Giuditta e Salomè, eroine del sadismo per secoli dimmaginario sessista: e nellicona della decollata-decollatrice Sarah, la figura del maschio-vittima scherma e in qualche modo giustifica fantasie speculari sulla decapitazione di Medusa e di ogni femminile allarmante. Non a caso, nelle ultime scene, Ben-Perseo si confronta con ben due donne-mostro decapitate, già entrambe sue amanti  ed entrambe inquietantemente incinte, come nelle antiche storie sulla Dea madre di mostri. 
E tuttavia cè una novità: lo sfondo &lt;i&gt;esemplare&lt;/i&gt; dellapologo non è più lepos o la storia religiosa ma il mondo del lavoro. Lì si muovono prigionieri come spettri incarogniti coloro che non hanno saputo superare la prova della Guardiana della Soglia; e i loro ammonimenti a Ben risultano non solo rabbiosi ma incompleti, visto che non lo avvisano delle conseguenze apocalittiche che recherà il ritrovamento della testa perduta. Il mondo del lavoro appare insomma come nuovo regno dei morti dove il protagonista deve scendere (o, salire in ascensore, fa lo stesso), ma senza alcun ramo doro per difendersi; come terra &lt;i&gt;estrema&lt;/i&gt;, dei mostri, dove leroe deve compiere la sua impresa-obbligazione contrattuale, ma con conseguenze del tutto impreviste. E se lassunzione è un patto demoniaco, la vita in ufficio una convivenza con fantasmi astiosi, e lespletamento della mansione affidata salva la testa ma attira guai non meno gravi  e prepara lavvento del Male  lironia non può che svelare un retrogusto amaro. 
Sarebbe ovviamente eccessivo presumere da una fantasia come questa qualche messaggio troppo profondo, o dimenticare che la realtà dei cacciatori di teste di un mondo del lavoro dinamico e aggressivo come quello USA è abbastanza distante dalla nostra; come sarebbe assurdo assumere la favola nera quale chiave interpretativa di &lt;i&gt;tutto&lt;/i&gt; il mondo del lavoro. Ma quei fantasmi nel palazzo deserto richiamano, è inevitabile notarlo, certe anime morte di derive dazienda che abbiamo conosciuto  gente che ha visto smontare il proprio lavoro per idiozia o malafede dei vertici, vittime di &lt;i&gt;mobbing&lt;/i&gt; o feroci ristrutturazioni, lavoratori che hanno perso lidentità (come luomo, il fantasma senza nome che parla a Ben) e altri reduci dellorrore aziendale. E lemersione di film beffardi come &lt;i&gt;Headhunter&lt;/i&gt; o il più recente (2006)&lt;i&gt; Severance - Tagli al personale&lt;/i&gt; di Christopher Smith suscita almeno qualche riflessione su un disagio e relative strategie di resistenza  non ultima quella del linguaggio fantastico. A nome di Sarah, insomma, buon lavoro.

</text_more></entry>
<entry id='2447' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2447' author_id='4' authored_on='20071123032122' basename='i_giornali_a_processo_il_caso_7_aprile_settima_parte' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071123032122' modified_on='20071123032526' ping_count='0' status='2' title='I giornali a processo: il caso 7 aprile - Settima parte' week_number='200747'><text>di &lt;b&gt;Luca Barbieri&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Autonomi.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Autonomi.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;155&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;c) 2002 - Si consente la riproduzione parziale o totale dell&apos;opera e la sua diffusione per via telematica, purché non a scopi commerciali e a condizione che questa dicitura sia riprodotta.

&lt;b&gt;CAPITOLO II - IL &quot;7 APRILE&quot;, LA STORIA&lt;/b&gt;

&lt;b&gt;1. Una storia non raccontata&lt;/b&gt;

Con il nome 7 aprile si indica linchiesta partita a Padova il 7 aprile 1979 su ordine del procuratore della Repubblica Pietro Calogero. Ma tentare di scrivere una storia organica di quellampia serie di procedimenti polizieschi e giudiziari che prendono il nome di 7 aprile non è impresa facile. </text><text_more>Non esiste infatti nessun testo o lavoro che ripercorra la storia di questo avvenimento, pur così importante nella storia repubblicana, dallinizio alla fine. I testi riportati nella bibliografia di questo lavoro sono in gran parte stati scritti tra il 1981 e il 1983. Si tratta di pubblicazioni che si inseriscono nel lungo periodo che passa tra linchiesta e il processo con il dichiarato intento di mettere ordine in una faccenda così complessa e offrire spunti critici. Parlano del blitz 7 aprile (il migliore e il più utilizzato in questa ricostruzione è sicuramente il testo di Ivan Palermo), ma non esistono testi che esaminino la vicenda nel suo complesso prendendo come suo inizio il 7 aprile 1979 e come data conclusiva la data della sentenza di secondo grado. La sintesi qui operata è quindi un difficile puzzle costruito con tasselli ricavati dalla stampa dellepoca, dalla bibliografia riportata, dagli stessi atti giudiziari.

&lt;b&gt;2. Confini incerti&lt;/b&gt;

La vicenda che va sotto il nome di 7 aprile pur avendo un inizio e protagonisti molto precisi non ha confini ben delimitati. Listruttoria sembra espandersi con una velocità esponenziale. Risulta difficile rinvenire una logica precisa, ricostruirne i confini e persino le imputazioni se non gli imputati. Dallinchiesta madre nascono infatti moltissime indagini locali, a Napoli, Milano, Roma. In ogni città italiana attraversata dallautonomia, sembra rintracciarsi lattività illegale del nucleo principale degli imputati padovani. Alcuni blitz partiti dallinchiesta madre (lultimo è del giugno del 1983) verranno fatti rientrare nel processo 7 aprile (a sua volta sdoppiato in troncone padovano e romano). Altri daranno vita a processi autonomi. Anzi la cronaca dei quotidiani dellepoca intreccia la vicenda 7 aprile con quasi tutti i principali avvenimenti della storia repubblicana dalla fine degli anni Settanta ai primi anni Ottanta. Dagli episodi di esproprio proletario dei primi anni Settanta allomicidio Moro, a quello del giudice Alessandrini, allassassinio del giornalista del &lt;i&gt;Corriere della Sera&lt;/i&gt; Walter Tobagi, al sequestro del generale Dozier. La ricostruzione qui fornita non cita tutti gli imputati e le azioni che possono essere ricondotte a tale vicenda, ma solamente quelle principali e maggiormente significative.

&lt;b&gt;3. I Primi passi. Le prime inchieste padovane su Autonomia&lt;/b&gt;

Prima di arrivare al blitz del 7 aprile 1979 sarà utile ripercorrere le tappe di avvicinamento della magistratura al mondo dellautonomia padovana. Il sostituto procuratore Pietro Calogero inizia le proprie indagini sul fenomeno due anni prima del famoso 7 aprile. Ancora nel 1977, quando il fenomeno è scarsamente considerato dalle forze politiche e dallopinione pubblica, Calogero comincia le sue indagini sui Collettivi politici padovani. Nel 1977 procede ad alcuni arresti e a ordini di comparizione nei confronti di Negri, Ferrari Bravo, Del Re, Bianchini e Serafini, tutti poi coinvolti nella retata del 7 aprile 1979. E importante ricordare questa inchiesta, perché con essa il procuratore Pietro Calogero comincia a delineare il suo metodo investigativo e i tratti principali di quello che sarà poi chiamato il teorema Calogero. Una volta prosciolti (nel gennaio del 1978 proprio su richiesta dello stesso procuratore) i cinque docenti universitari invitati a comparire, Calogero continua comunque la sua indagine contro ignoti. Una fase sotterranea dellindagine che proseguirà fino agli arresti del 7 aprile 1979. Ma mentre lindagine giudiziaria procede in sordina (senza comunicazioni giudiziarie né imputazioni, solo qualche perquisizione e lassunzione di una gran mole di documenti) Calogero pubblicizza, attraverso una intervista rilasciata a &lt;i&gt;Panorama&lt;/i&gt; il 23 maggio del 1978, la sua ipotesi di lavoro. Per Calogero «un unico vertice dirige il terrorismo in Italia. Ununica organizzazione lega le Br e i gruppi armati dellAutonomia. Ununica strategia eversiva ispira lattacco al cuore e alla base dello Stato». Le due organizzazioni per Calogero sarebbero in sostanza due facce della stessa medaglia. «Le differenze, a ben vedere, sono tutte labili, anche se i due gruppi continuano ad affermare che sono notevoli. Io credo che lo dicano solo allo scopo di creare confusione e disorientamento». 

Ma in questi due anni che separano linizio delle indagini dal blitz, il Paese muta profondamente. Il livello della lotta armata, con il delitto Moro si alza notevolmente. E questo senza che da parte dello Stato si giunga veramente ad una risposta ferma ed efficace. Lacuirsi e lestremizzarsi della spirale terroristica ha le sue importanti conseguenze anche sulle forze tradizionali della sinistra. Sindacato e Partito comunista sono in prima linea nel sostegno alla lotta al terrorismo. Non solo con una chiara presa di posizione ma anche con una mobilitazione effettiva, fatta di testi forniti alla magistratura e di attiva ricerca al proprio interno (come i questionari anonimi distribuiti dal sindacato torinese). 

&lt;b&gt;4. Il Teorema Calogero&lt;/b&gt;

Lipotesi accusatoria sulla quale lavora il sostituto procuratore di Padova Pietro Calogero si può riassumere nella convinzione che leversione e il terrorismo di sinistra in Italia sia un fenomeno manovrato da ununica direzione strategica. Non esisterebbero insomma tanti gruppuscoli eversivi scollegati tra loro ma ununica organizzazione, che Calogero chiama Autonomia operaia organizzata, che prende, per motivi strategici, più nomi e più forme. Anche un movimento come quello dellAutonomia vivrebbe quindi in perfetta simbiosi organizzativa con il gruppo di fuoco più avanzato, cioè le Brigate Rosse. Due facce della stessa medaglia. A capo di Autonomia operaia organizzata ci sarebbe il gruppo dirigente del disciolto Potere operaio, un gruppo della sinistra extraparlamentare che si sarebbe fintamente sciolto a Rosolina nel 1973 solamente per passare a gruppo illegale e clandestino.

&lt;b&gt;5. Il blitz del 7 aprile 1979&lt;/b&gt;

Su questa ipotesi, il 7 aprile del 1979 una vasta operazione di polizia condotta dalla Digos si svolge su tutto il territorio nazionale (principalmente a Padova, Milano, Roma, Rovigo e Torino), e porta a decine di arresti di militanti identificati nellarea della cosiddetta autonomia. Tra gli arrestati molti militanti di Potere operaio, il gruppo extraparlamentare di sinistra discioltosi nel 1973, e docenti in vista, appartenenti alla Facoltà di Scienze politiche dellUniversità di Padova. Gli ordini di cattura vengono firmati dal sostituto procuratore di Padova Pietro Calogero.

&lt;i&gt;Con limputazione di aver  

in concorso tra loro e con altre persone, essendo in numero non inferiore a cinque, organizzato e diretto unassociazione denominata Brigate Rosse, costituita in banda armata con organizzazione paramilitare e dotazione di armi, munizioni ed esplosivi, al fine di promuovere linsurrezione armata contro i poteri dello Stato e di mutare violentemente la costituzione e la forma di governo sia mediante la propaganda di azioni armate contro le persone e le cose, sia mediante la predisposizione e la messa in opera di rapimenti e sequestri di persona, omicidi e ferimenti, incendi e danneggiamenti, di attentati contro istituzioni pubbliche e private (20).  

e di aver diretto ed organizzato unassociazione sovversiva  

denominata Potere Operaio e altre analoghe associazioni variamente denominate ma collegate fra loro e riferibili tutte alla cosiddetta Autonomia Operaia Organizzata, dirette a sovvertire violentemente gli ordinamenti costituiti dello stato sia mediante la propaganda e lincitamento alla pratica della cosiddetta illegalità di massa e di varie forme di violenza e lotta armata (espropri e perquisizioni proletarie; incendi e danneggiamenti di beni pubblici e privati; rapimenti e sequestri di persona; pestaggi e ferimenti; attentati a carceri, caserme, sedi di partiti e associazioni) sia mediante laddestramento alluso delle armi, munizioni, esplosivi e ordigni incendiari sia infine mediante ricorso ad atti di illegalità, di violenza e di attacco armato contro taluni degli obiettivi precisati&lt;/i&gt; (21).  

Vengono arrestati: Antonio Negri, ordinario di Dottrina dello Stato dellUniversità di Padova; Luciano Ferrari Bravo, assistente; Emilio Vesce, direttore di Radio Sherwood e della rivista &lt;i&gt;Autonomia&lt;/i&gt;; Oreste Scalzone, fondatore dei Comitati comunisti rivoluzionari; Mario Dalmaviva, esperto pubblicitario, leader torinese di Potere operaio; Giuseppe Nicotri giornalista de &lt;i&gt;Il Mattino di Padova&lt;/i&gt; (su &lt;i&gt;Repubblica&lt;/i&gt; con lo pseudonimo di Giuseppe Miccolis); Nanni Balestrini, poeta. Questi ultimi due imputati, a differenza dei precedenti, non hanno collegamenti con  Potere operaio.
Sfuggono invece allarresto: Franco Piperno, professore di fisica allUniversità di Cosenza; Giovanni Morongiu; Gianfranco Pancino, medico; Roberto Ferrari, direttore di un magazzino a Milano.

Nello stesso giorno vengono arrestati, imputati di associazione sovversiva per aver organizzato e diretto unassociazione denominata Potere Operaio: Alisa Del Re, Guido Bianchini e Sandro Serafini (tutti e tre lavorano alla Facoltà di Scienze politiche allUniversità di Padova), Carmela di Rocco, Ivo Gallimberti, Massimo Tramonte (impiegato libreria Calusca), Paolo Benvegnù, Marzio Sturaro.

Sempre nella giornata del 7 aprile 1979 il Capo dellUfficio del Tribunale di Roma, Achille Gallucci, spicca un mandato i cattura contro il professor Antonio Negri. Questi viene accusato di essere (insieme a Moretti, Alunni, Micaletto, Peci, Faranda, Morucci e altri 16) lorganizzatore della strage di via Fani e del sequestro Moro. «Esistono molti elementi probatori che portano ad identificare nel Negri il brigatista rosso che telefonò a casa dellonorevole Moro durante il sequestro di costui», recita il mandato di cattura.
Per lo stesso reato è indiziato anche Giuseppe Nicotri. Nei confronti del professor Negri si ricorre allarticolo 284 del codice penale  per aver promosso una insurrezione armata contro i poteri dello Stato e commesso fatti diretti a suscitare la guerra civile nel territorio dello stato (22).  
E la prima volta nella storia della Repubblica che questo articolo del codice penale viene utilizzato. La pena prevista è lergastolo. 
In più Negri riceve comunicazione giudiziaria perché indiziato di: omicidio del giudice Riccardo Palma; gambizzazioni del direttore del Tg1 Emilio Rossi e del Preside della Facoltà di Economia e Commercio Remo Cacciafesta; dei dirigenti democristiani Publio Fiori, Gerolamo Mechelli, Valerio Traversi e Raffaele De Rosa.
Queste le motivazioni che riguardano Negri:

&lt;i&gt;Concorrono a carico del Negri sufficienti indizi di colpevolezza in ordine ai reati come sopra ascritti, che si desumono:
1.Dallesito degli accertamenti di cui alla relazione in data 2 aprile 1979 n.02482 della Digos di Padova e del rapporto in data 4 aprile 1979 n.05071 della Digos di Roma
2.Dalle enunciazioni ideologiche diffuse dal Negri sin dal 1971 incitanti alla insurrezione armata contro i poteri dello Stato; enunciazioni i cui contenuti sostanziali sono ripresi negli opuscoli delle Brigate Rosse e di similari bande armate, nonché dei volantini rivendicanti fatti delittuosi da parte di tali associazioni eversive, come ad esempio; Insurrezione è la ragionevolezza di un punto di vista materialistico e dialettico di fronte alla disperata irrazionalità della repressione; Una avanguardia militante che sappia stabilire un rapporto effettivo con le nuove organizzazioni di massa, che sappia centralizzare e promuovere il movimento complessivo verso sbocchi insurrezionali; In questa giungla della fabbrica sociale le avanguardie possono oggi invece costituire dei focolai di lotta insurrezionale attorno alle quali le masse degli sfruttati si riuniscono; Diciamo appunto insurrezionale e non rivoluzione; Porre in atto tutti i meccanismi che permettono allorganizzazione di realizzare questi scopi è il nostro compito immediato; Colpire con violenza di avanguardia, in misura eguale e contrariai meccanismi di comando del padrone; Lurgenza di una forza armata del proletariato che attacchi e distrugga il comando capitalistico; Nellattuale processo di proletarizzazione la classe operaia comincia infatti a negarsi come classe, il suo potere non può che consistere nellesaltazione dellodio che essa porta insieme contro il suo avversario e contro se stessa; Organizzazione significa riappropriazione diretta della ricchezza esistente per distruggerla o per liberare forza invenzione. Ribellarsi, insorgere è il nesso dialettico di ogni sequenza dellazione rivoluzionaria; Vale allora forse la pena di riconoscere anche noi stessi soggetti del processo rivoluzionario: tenendo soprattutto conto che grande è il disordine sotto il cielo. La situazione è dunque eccellente;
3.Dal rilievo che tali enunciazioni sono state sostanzialmente riprese negli opuscoli, nei volantini e nei comunicati a firme delle Brigate Rosse e di altre analoghe organizzazioni eversive;
4.Dalla sussistenza di elementi probatori che portano a identificare nel Negri il Brigatista Rosso che telefonò a casa dellOnorevole Moro durante il sequestro di costui;
5.Dal rilievo che il Negri, dichiarando nelle sue enunciazioni che nostro compito immediato è di porre in atto tutti i meccanismi che permettono alla organizzazione di realizzare questi scopi (cioè linsurrezione contro i poteri dello Stato), offre egli stesso elementi indizianti sulla esistenza di una organizzazione eversiva nella quale ricopre il ruolo di capo.&lt;/i&gt; 

In serata dalla procura di Roma viene emesso un comunicato stampa firmato dal sostituto procuratore generale Claudio Vitalone in cui si accenna allesistenza di prove molto pesanti che collegano Toni Negri allomicidio Moro.
Leco dellevento nel Paese è enorme. Loperazione viene presentata dalla magistratura come la mossa che ha decapitato i vertici del terrorismo. Gli avvocati della difesa, che sostengono che gli ordini di cattura non sono sostenuti da alcun elemento di fatto, chiedono di procedere con rito direttissimo oppure la formalizzazione dellistruttoria.
Il 16 aprile linchiesta viene trasferita a Roma, che viene ritenuta territorialmente competente proprio facendo riferimento allarticolo 284. A Padova rimangono gli imputati minori, quelli per cui non scatta il coinvolgimento nellinsurrezione armata.

Il 7 luglio Giuseppe Nicotri viene scarcerato dopo che il suo alibi è stato controllato. Nicotri era accusato di essere il telefonista delle Brigate Rosse che il 9 maggio del 1978 telefonò a casa del professor Tritto per indicare il luogo dove si trovava il cadavere di Aldo Moro. La telefonata secondo gli investigatori è partita da Roma. Ma il 9 maggio Nicotri era a Padova al lavoro nella redazione del &lt;i&gt;Mattino di Padova&lt;/i&gt;. Il suo alibi, confermato dai colleghi, è stato controllato solo tre mesi dopo. Unanaloga situazione riguarderà anche Antonio Negri.
Nello stesso giorno viene emesso il primo ordine di cattura sostitutivo. Per Negri, Scalzone, Ferrari Bravo, Vesce, Dalmaviva, Zagato e Piperno (sempre latitante) laccusa è ora di aver «promosso ed organizzato nel territorio dello Stato una associazione sovversiva costituita da più bande armate variamente denominate, destinate a fungere da avanguardia militante per centralizzare e promuovere il movimento verso sbocchi insurrezionali». Nel nuovo ordine di cattura viene estesa anche agli altri imputati laccusa (art. 284) di aver promosso una insurrezione armata contro i poteri dello Stato (fatto che lega definitivamente il processo di questi imputati a Roma). Anche se non vengono nominate, il riferimento, esplicitato attraverso la stampa, è quello di aver capeggiato le Brigate Rosse. Linchiesta si allarga ai redattori della rivista dellautonomia romana &lt;i&gt;Metropoli&lt;/i&gt;.

Lestate prosegue in una ridda di rivelazioni e notizie clamorose che non trovano conferma: Negri sarebbe il telefonista che chiamò a casa di Aldo Moro, avrebbe ordinato lassassinio del giudice Alessandrini, in agosto i giornali pubblicano la notizia di una sparatoria avvenuta alla stazione di Viareggio tra la polizia e Piperno. Il fatto non gli viene nemmeno mai contestato. Il giorno dopo Piperno viene arrestato a Parigi.

In ottobre dopo una lunga trafila e non poche difficoltà lautorità italiana ottiene lestradizione di Piperno. Lestradizione viene però concessa per soli due capi dimputazione sui quarantaquattro contestatigli. Quelli che riguardano il sequestro e lomicidio di Aldo Moro.

Nei primi giorni di dicembre Carlo Fioroni, responsabile insieme a Carlo Casirati  del sequestro e dellomicidio dellingegner Carlo Saronio, chiede di parlare con i magistrati romani che hanno preso in mano linchiesta 7 aprile.

Lingegnere Carlo Saronio, militante di Potere operaio era stato rapito nella notte tra il 14 e il 15 Aprile del 1975 da Carlo Casirati (delinquente comune con contatti con PotOp). Le informazioni necessarie al sequestro sono state fornite al Casirati da Carlo Fioroni, anchegli ex membro di Potere operaio. Saronio, a causa di una dose di narcotico eccessiva, muore la sera stessa del sequestro. Casirati ne getta il cadavere in una discarica di Segrate e comunque, tenendo alloscuro di ciò Fioroni, si fa pagare un riscatto di 67 milioni dalla famiglia.  Fioroni viene arrestato in Svizzera, Casirati in Francia. Nel corso del processo entrambi non chiamano in causa nessun altro, e vengono condannati a 27 anni di carcere. 
Invece, nella deposizione del 7 dicembre 1979 Fioroni chiama in causa gli ex leader di Potere operaio, rendendo ai magistrati una lunga e dettagliata ricostruzione di quegli anni che conferma limpostazione del cosiddetto Teorema Calogero. Sulla base delle dichiarazioni rese da Fioroni si basa il blitz del 21 aprile 1979.

&lt;b&gt;NOTE&lt;/b&gt;

(20) Articolo 306 del Codice Penale. Banda armata: formazione e partecipazione 
&lt;i&gt;Quando, per commettere uno dei delitti indicati nellarticolo 302, si forma una banda armata, coloro che la promuovono o costituiscono od organizzano, soggiacciono, per ciò solo, alla pena della reclusione da cinque a quindici anni.
Per il solo fatto di partecipare alla banda armata, la pena è della reclusione  da tre a nove anni. 
I capi o i sovvertitori della banda armata soggiacciono alla stessa pena stabilita per i promotori&lt;/i&gt;.
(21) Articolo 270 del Articolo 306 del Codice Penale. Banda armata: formazione e partecipazione 
&lt;i&gt;Quando, per commettere uno dei delitti indicati nellarticolo 302, si forma una banda armata, coloro che la promuovono o costituiscono od organizzano, soggiacciono, per ciò solo, alla pena della reclusione da cinque a quindici anni.
Per il solo fatto di partecipare alla banda armata, la pena è della reclusione  da tre a nove anni. 
I capi o i sovvertitori della banda armata soggiacciono alla stessa pena stabilita per i promotori&lt;/i&gt;.
(22) Articolo 284 del Codice Penale: Insurrezione armata contro i poteri dello Stato
&lt;i&gt;Chiunque promuove uninsurrezione armata contro i poteri dello Stato è punito con lergastolo.
Coloro che partecipano allinsurrezione sono puniti con la reclusione da tre a quindici anni; coloro che la dirigono, con lergastolo.
La insurrezione di considera armata anche se le armi sono soltanto tenute in un luogo di deposito&lt;/i&gt;.

(&lt;b&gt;7-CONTINUA&lt;/b&gt;)

</text_more></entry>
<entry id='2448' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2448' author_id='4' authored_on='20071124025219' basename='un_racconto_di_calvino_al_premio_calvino' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071124025219' modified_on='20110324015508' ping_count='0' status='2' title='Un racconto di Calvino al premio Calvino' week_number='200747'><text>di &lt;b&gt;Lucio Angelini&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;SilviaMenuzzi.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/SilviaMenuzzi.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;86&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;L&apos;esperimento di scrittura medianica stava riuscendo. La mano dell&apos;esangue scrittore inedito (anni e anni di manoscritti respinti, di pugnalate al cuore...) aveva iniziato a muoversi nel buio. 
Scrisse solo: &quot;&lt;i&gt;L&apos;ele&lt;/i&gt;&quot;. E si bloccò.
Calvino! Calvino! Italo Calvino!&quot; urlò mentalmente Vitalino Calò, irrigidendosi tutto. Scrivilo tu il racconto! Vincilo tu il premio Calvino dell&apos;89! Compi questa suprema ironia!
La penna riprese a tremolare. Tracciò sette lettere, &quot;&lt;i&gt;fangelo&lt;/i&gt;&quot;, che si aggiunsero alle precedenti di &quot;&lt;i&gt;L&apos;ele&lt;/i&gt;&quot;.
Sì, certo!  &lt;i&gt;L&apos;elefangelo...&lt;/i&gt; 
Ma che strano titolo!</text><text_more>Due ore dopo il racconto era lì sul tavolo, davanti a lui, pronto da spedire alla redazione de &lt;i&gt;L&apos;Indice&lt;/i&gt;,  Premio Italo Calvino. Autore: Italo Calvino. Esecutore medianico: Vitalino Calò. 
Vitalino Calò si sentiva svuotato, trasparente. Ma guarda tu cosa gli era toccato di fare!
Il suo viso, nel buio, pareva una bacca di gelso spruzzata di farina.
Un senso di torpore, di freddo.
La sua mano era diventata una pinna.
Accese la luce. 
Lo lesse cento volte, sempre più sconcertato, quel racconto per bambini:
           
&lt;i&gt;L&apos;ELEFANGELO&lt;/i&gt;

&lt;i&gt;C&apos;era una volta un grosso elefante grigio che tutti chiamavano, senza troppa fantasia, Grigione. Se ne stava tutto il tempo in mezzo al prato, immobile come un bel monumento, a meditare. 
Un giorno gli si avvicinò un bambino con un secchio di vernice rosa:
- Ciao, Grigione, - gli disse. - Potrei... dipingerti tutto di rosa? Hai un colore troppo triste!
Grigione rifletté un istante, lo guardò come se fosse matto e tutto d&apos;un tratto, senza dire assolutamente nulla, ghermì il secchio con la proboscide e glielo rovesciò in testa.
Il bambino si allontanò sconsolato, gocciolante di pittura rosa. Ma non si dette per vinto.
Il giorno dopo, mentre Grigione se ne stava in mezzo al prato a meditare come al solito, il bambino tornò alla carica. Questa volta aveva un secchio di vernice gialla.
- Quel rosa... beh, è vero, non era certo il colore più adatto per un elefante grande e grosso come te - borbottò - ... un po&apos; femminile, oltretutto. Ma guarda questo giallo: non è stupendo? Un&apos;autentica meraviglia... Dai, ti prego, lasciami provare. Lascia che ti dipinga di giallo.
Grigione lo squadrò dalla testa ai piedi, ancora più infastidito e sorpreso del giorno prima. E di nuovo, allungata la proboscide, ghermì il secchio e glielo rovesciò in testa.
Il bambino non si fece vedere per una decina di giorni.
L&apos;elefante, immerso nelle proprie meditazioni, non si spostava dal prato nemmeno per andare a fare pipì.
Ed ecco, l&apos;undicesimo giorno, riapparire il bambino. 
Questa volta aveva un secchio di vernice rossa.
- Grigione, ti prego - esordì. - Sii buono, lasciami provare. Vedrai che non te ne pentirai. Starai benissimo, in rosso. Sembrerai un elefante dei fumetti.
Aveva gli occhi talmente luccicanti che a Grigione fece tenerezza. Ma sì, dopotutto... che gliene importava?
- E va bene, dipingimi di rosso, - sospirò. - Se ci tieni così tanto!
Il bambino si mise subito all&apos;opera. Gli spennellò le orecchie, il dorso, la proboscide, la coda, le zampone, il sederone...
E il risultato non fu deludente.
Grigione stesso dovette ammetterlo.
Venivano a vederlo da ogni parte della città, quel bestione di un rosso smagliante, immobile nel verde del prato.
E Grigione, benché fingesse di non scomporsi, ne era segretamente lusingato.
Un giorno, un brutto giorno, scoppiò un acquazzone terribile. La pioggia si rovesciò a tinozze sul dorso del magnifico elefante. Certo, era fresca, quell&apos;acqua, ma... quando smise di piovere, quale non fu la sua sorpresa nel constatare che il colore se ne era andato del tutto?
Grigione era di nuovo come un tempo: grigio, grigio, desolatamente grigio. Ai suoi piedi, una pozzanghera rossa.
- Ma che cos&apos;ha di speciale, quest&apos;elefante? - sentì brontolare una ragazzina venuta apposta a vederlo da una città vicina. - A me sembra proprio un elefante qualsiasi. Mi avevano detto che era speciale, che aveva un colore meraviglioso! Che sciocca sono stata a fare tutta questa strada per niente!
Grigione ci rimase male. &quot;Ah, se tornasse il mio amico pittore!&quot;, pensò. &quot;Speriamo che venga presto a trovarmi.&quot;
Ed ecco, fortunatamente, di lì a pochi giorni riapparire il bambino pittore.
- Accidenti, Grigione! - esclamò, sgranando gli occhi. - Non hai più nemmeno una chiazzettina di rosso. La pioggia ti ha lavato via tutto il colore!
- Accidenti! - gli fece eco Grigione, fiducioso.
Il bambino capì e gli sorrise.
- Niente paura, Grigione, lascia fare a me.
Scappò via e riapparve un&apos;ora dopo, con un enorme secchio di pittura azzurra, il colore del cielo.
- Ti dipingerò di azzurro - gli disse - di un bell&apos;azzurro cielo!
Grigione lo lasciò fare, docile docile.
L&apos;elefantone era così azzurro, alla fine, da sembrare un pezzetto (nemmeno troppo piccolo) di cielo.
- Grigione, - esclamò il bambino - sei magnifico! Un vero splendore! Quasi quasi ti attacco anche delle ali.
Scappò via come un fulmine e riapparve una decina di minuti dopo con due bellissime ali di cartone.
Grigione se le lasciò attaccare sul dorso senza obiezioni.
- Ma quello non è un elefante! - esclamavano i bambini, che accorrevano a frotte a vederlo. - E&apos; un angelo! Anzi, un elefangelo! E&apos; un pezzetto di cielo a forma di elefante! 
D&apos;un tratto, con grande sorpresa di tutti, le ali sul dorso di Grigione presero a scuotersi, a vibrare, a sollevarlo, prima goffamente, poi con decisione.
Ma sì, Grigione si era staccato da terra, volava.
- Addiooooo, Grigioneeee!!! - urlavano i bambini, sempre più piccini sotto di lui, man mano che si levava in alto, in alto, sempre più in alto. 
- Ciao, bambiniii!!! - barriva l&apos;elefante color cielo, librandosi sempre più distante sopra di loro. 
Si confondeva con l&apos;azzurro del cielo, ormai.
- Addio, Grigioneeeee!
- Addio, bambiniiiii!!!
Presto, di Grigione, non restò che un puntolino indistinto. Infine, nemmeno più quello.
Se ne era andato, Grigione, era sparito lassù, nel cielo, chissà dove!
Il primo elefangelo che si fosse mai visto.&lt;/i&gt;
 
Vitalino Calò era perplesso.
Che avesse frainteso tutto, quel fanciullone di Calvino?
Che avesse scambiato il concorso torinese per il premio Andersen?
Mah! Bah!
Guarda tu!
Uffa!
Al diavolo!
Piegò il racconto, lo mise in una busta e appose l&apos;indirizzo: Premio Italo Calvino 1989. Redazione de L&apos;Indice. Via Andrea Doria, 14. 10123 TORINO. 
E improvvisamente gli tornarono in mente le Lezioni americane. Quella sulla leggerezza, in particolare. 
Leggerezza... leggerezza... il pachiderma azzurro che si solleva...
 
Non ebbe più dubbi.



&lt;b&gt;NOTA&lt;/b&gt;: Il racconto entrò effettivamente nella rosa dei finalisti, ma il premio - yawn! - fu poi assegnato a qualcun altro. In compenso &lt;i&gt;L&apos;elefangelo&lt;/i&gt; piacque alla mitica Orietta Fatucci, che, tagliati via cappello e coda, lo pubblicò nella raccolta &lt;i&gt;Quella bruttacattiva della mamma!&lt;/i&gt;, per le edizioni E. Elle (oggi EL) di Trieste. Il volumetto ebbe anche un&apos;edizione francese per l&apos;editore Flammarion. 


</text_more></entry>
<entry id='2449' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2449' author_id='4' authored_on='20071124022336' basename='il_nascondiglio_il_grande_ritorno_al_thriller_di_pupi_avati_e_il_coraggio_di_osare' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071124022336' modified_on='20110324024707' ping_count='0' status='2' title='Il Nascondiglio. Il grande ritorno al thriller di Pupi Avati e il coraggio di osare' week_number='200747'><text>di &lt;b&gt;As Chianese&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Nascondiglio.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Nascondiglio.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;171&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Si torna a riveder le stelle ancora tesi, reduci da quella macrosequenza finale, fatta di aggressioni, vetri rotti e cadaveri putrescenti, in cui si è rischiati il collasso del sistema nervoso. Il 16 Novembre, due ore dopo aver staccato il biglietto per vedere sul grande schermo &lt;i&gt;Il Nascondiglio&lt;/i&gt;, squarci di luce improvvisa illuminano loscurità di una memoria avvilita dai troppi scempi passati in sala: mai negli ultimi dieci anni, e ne sono testimoni gli irriducibili del genere, si era visto un thriller nostrano che inchiodasse letteralmente alla poltrona gli spettatori.</text><text_more>Rimandi e citazioni, paure vecchie e nuove, suggestioni e spunti metafisici tipici del cinema avatiano della tensione, si mescolano sapientemente in questa pellicola, a trentun anni esatti dal cult &lt;i&gt;La Casa dalle Finestre che Ridono&lt;/i&gt; (1976) e a undici dalle raffinatezze gotiche del settecentesco &lt;i&gt;LArcano Incantatore &lt;/i&gt;(1996). Una Laura Morante sublimemente compassata, mai esuberante o debordante, a servizio della storia e mai del suo ego, fa da protagonista, insieme a una sfilza di glorie straniere  Rita Tushingham, Burt Young, Sydne Rome, Treat Williams, ecc.  e a uninquietante storia nera, che si svolge sullo sfondo di una sinistra casa dei serpenti. La donna si ritrova, suo malgrado, a indagare su un maledetto fattaccio di provincia che tutti, in primis gli omertosi anziani del luogo, vorrebbero dimenticare. Il perfetto e suadente meccanismo narrativo, lo script sviluppato attorno a un costante crescendo di angoscia, in bilico tra reale e sovrannaturale, è lasso nella manica di questo piccolo/grande miracolo (cinematografico) italiano distribuito dalla 01. 
Ambientato nel Midwest americano, in quello stato dellIowa dove il regista aveva per primo girato &lt;i&gt;Bix, unipotesi leggendaria&lt;/i&gt; (1991), la tenera biografia del jazzman bianco Leon Beiderbecke, questo attesissimo ritorno al thriller del regista bolognese non ha niente da invidiare, o da rimproverasi, rispetto al marasma di produzioni straniere  soprattutto le sopravvalutate Asiatiche  che per anni hanno invaso le sale. 

   Nel 1957, a pochi giorni dalle festività Natalizie, una forte perturbazione atmosferica si abbatté, alle cinque del pomeriggio, sulla città di Davenport. Durante quella tremenda tormenta di neve in una grande casa isolata chiamata Snakes Hall: un ricovero per anziani gestito da una reverenda Madre Superiora e due converse minorenni di origine straniera, fu consumato un terribile massacro. In quella sinistra dimora, le cui finestre sono ornate da minacciosi serpenti di marmo, tra quelle stanze che un tempo appartennero a un magnate dei prodotti farmaceutici, noto per aver fatto fortuna scoprendo le proprietà analgesiche del veleno di alcuni serpenti africani, giacevano i corpi martoriati di tre anziane: due ospiti del gerotrofio e la Superiora; i cadaveri furono ritrovati in diversi ambienti della magione. Gli assassini si erano accaniti con furia sui loro corpi, infierendovi con un pesante e acuminato oggetto di ferro. Malgrado le scrupolose indagini della polizia, non si riuscì a ritrovare le due giovani converse straniere sulle quali caddero immediatamente i primi sospetti, nessuna traccia fu ritrovata sulla distesa di neve che circondava la casa e non fu mai rinvenuta la terribile arma con la quale tutto ciò venne, ferocemente, realizzato.   

   A distanza di cinquantanni da quel massacro, una donna di origine italiana, dopo aver saldato in una clinica psichiatrica i conti con gli spettri e le voci del suo triste passato, è decisa più che mai a ricominciare daccapo la sua vita. Il destino la porterà proprio in quella misteriosa dimora dove, tra mille impedimenti e il timore di risprofondare nella malattia, cercherà di aprire un ristorante italiano. Foschi presagi si addensano su quella sua, nuova, sfida con se stessa. Il passato riemerge terribile e minaccioso dalla cortina di silenzio che, su quel terribile accaduto, sembra avvolgere lintera cittadinanza. E ben presto la donna si renderà conto che i veri serpenti, pronti ad avvolgerla nelle loro mortali spire, non sono quelli che per anni hanno strisciato viscidamente nel buio della sua mente, o quelli di marmo, terribilmente immobili, che sporgono ad adornare le inquietanti finestre della Snakes Hall, ma un vero e proprio covo, formato da persone potenti e corrotte, decise a non far riemergere ciò che dal passato potrebbe compromettere la loro reputazione.      
Tutto e tutti sembrano essere contro di lei finquando, una notte, sola nella stanza da letto che occupa al pianterreno della casa, la donna non sente aleggiare uninquietante presenza allinterno di essa. Ode sommessamente una vocina infantile, simile a quelle che per anni lavevano tormentata durante la notte, scoprendo  senza saper discernere tra suggestione, follia e realtà  che in quel luogo sinistro e ostile il terrore è di casa

  Gli ingredienti per un gustoso &lt;i&gt;pastiche&lt;/i&gt; ci sono davvero tutti, gli elementi e le tematiche del cinema di Avati si manifestano, stavolta, in quella sorte di perversa dimensione in cui è possibile che si realizzi e svolga anche il rocambolesco &lt;i&gt;Zeder&lt;/i&gt; (1983), come in uniperbole, che per situazioni e ambientazione strizza locchio a &lt;i&gt;Dove comincia la notte&lt;/i&gt; (1991)*, in cui il gotico funge da linea di demarcazione tra realtà e fantastico: la sindrome della luce e del silenzio, che avvolge le distese di grano come i polverosi ambienti della Snakes Hall; lincanto di una festeggiata guarigione, il ballo di due sposini di plastica sulle note di &lt;i&gt;Magic Moments&lt;/i&gt;, Perry Como sugli accordi di Burt Bacharach, e il disincanto di una realtà ostile una vocina che ricalca quei suoni per farne una macabra nenia; il grande complotto, che angustia e opprime la protagonista le voci dei morti, che invece sono solo il richiamo funesto di un passato che esige giustizia.  

&lt;i&gt;Il Nascondiglio&lt;/i&gt;, con la sua raffinata locandina &lt;i&gt;Hammer-like&lt;/i&gt; in bianco e nero, da  implicito rimando ai manifesti da cartellone dei nostri Riccardo Freda e Mario Bava, oltre che rappresentare un ineguagliabile punto darrivo del nostro cinema della tensione, e basta compararlo con il delirio in stile &lt;i&gt;Hellzapopping&lt;/i&gt; dellultima opera di Dario Argento per rendersene definitivamente conto, è anche una spallata ai tanti, troppi, prodotti di fattura proto-televisiva che, come replicanti, si mescolano e prosperano nel veloce affollamento di titoli che si susseguono nei multiplex.   
Pupi Avati e suo fratello, il produttore Antonio, a monte di qustennesima scommessa e grande sforzo economico, sono gli ultimi temerari che portano nella nostra languente industria della celluloide  un cinema fatto di storie, non di stati danimo (esercizi di stile venati da pedestre psicanalisi) e mode, ma qualcosa che rimanga dentro e non si limiti al puro intrattenimento Immagini che, una volta tanto, possono e debbono essere interiorizzate e rielaborate, non soltanto assorbite. Capaci di toccare le corde del drammatico, del sovrannaturale, per approdare nei perigliosi lidi del puro thriller con risultati assolutamente esaltanti. 
   Pupi Avati ritorna a terrorizzare i suoi spettatori e lo fa in grande stile, dimostrano un invidiabile stato di grazia artistica, a 31 anni di distanza il terrore è ancora di casa, che Dio ce lo mantenga sempre così.                 
 
*   *   *

   Sul sito ufficiale de &lt;a href=&quot;http://www.ilnascondiglio.com/&quot;&gt;Il Nascondiglio&lt;/a&gt; è stato da poco indetto un Concorso a Premi per aspiranti sceneggiatori e scrittori di trame ad alta tensione. Si tratta di riscrivere, in cinque pagine, il finale del film uscito nelle sale il 16 Novembre. In palio, per i primi dieci classificati, oltre che la pubblicazione sul sito ufficiale dei loro elaborati, anche dei ricchi premi come una VideoCamera Digitale ad Alta Definizione, una Cena Offerta dalla produzione con lattrice Chiara Tortorella o Marin Jo Finerty (le due giovani converse ad inizio film), ed ancora  libri e DVD autografati dal regista. La partecipazione è gratuita ed avviene esclusivamente via posta elettronica.

Il Bando di Concorso è disponibile a questo &lt;a href=&quot;http://www.ilnascondiglio.com/it/concorso/&quot;&gt;link&lt;/a&gt;.

</text_more></entry>
<entry id='2450' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2450' author_id='4' authored_on='20071125033251' basename='lanomalia_anticapitalista_e_i_suoi_nemici_prima_parte' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071125033251' modified_on='20071125033557' ping_count='0' status='2' title='L&apos;anomalia anticapitalista e i suoi nemici - Prima parte' week_number='200748'><text>di &lt;b&gt;Serge Quadruppani&lt;/b&gt;. Trad. di Maruzza Loria.

&lt;img alt=&quot;SarkoNapo.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/SarkoNapo.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;158&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;[Il presente articolo è apparso su &lt;i&gt;Il manifesto&lt;/i&gt; in versione mutila. Ne proponiamo il testo integrale.]

Forse non è  indifferente che, con lavvicinarsi di una settimana di scioperi e di movimenti sociali che dovrebbe decidere  sulle possibilità di riuscita della restaurazione sarkoziana, nel momento in cui risorgerebbe lo spettro del grande sciopero dei trasporti del 1995 di cui Pierre Bourdieu sera fatto portavoce, e che vide una buona parte della popolazione francese riscoprire il piacere dellassemblea generale e dello slogan tutti insieme, i media dominanti da quella parte delle Alpi abbiano intanto sostenuto con una insistenza e una unanimità nord-coreana la campagna di promozione dellultimo libro di un pensatore del jet-set (1), prima di dare abbondantemente la parola a un autore che ha preso Bourdieu come bersaglio (2).</text><text_more>&lt;b&gt;La moda anti-Bourdieu&lt;/b&gt;

Fare fuoco sul sociologo della dominazione è daltronde diventata una scorciatoia molto frequentata verso la consacrazione mediatica. Appena tre anni fa, la stampa dominante si era già innamorata di un altro libro che denunciava gli attacchi di Bourdieu  contro la stampa dominante (3). In questa occasione, un giornalista di &lt;i&gt;Le Monde&lt;/i&gt;, rendendo conto dellopera, aveva spinto il processo alle intenzioni un po lontano: Sotto lapparenza  di versare carrettate di offese sui giornalisti, accusati di essere i servi dei potenti, potrebbe proprio  succedere che qualcosa come lordine stesso della libertà  venga rimesso  in questione da queste critiche. E di concludere con uno strano accostamento tra le critiche attuali contro i media dominanti (che vengono da Bourdieu, da Serge Halimi di &lt;i&gt;Le Monde diplomatique&lt;/i&gt;, o dal filosofo Jacques Bouveresse), e le critiche del XIX secolo e dellinizio del XX contro la stampa che sposano un altro fenomeno: lantisemitismo (4).
In quel caso, laccusa era rimasta indiretta e al condizionale. Non lo fu in una trasmissione-faro di France Culture dove Jean-Claude Milner, linguista, assicurava che una delle opere più celebri di Bourdieu, &lt;i&gt;Les héritiers&lt;/i&gt; (&lt;i&gt;I delfini&lt;/i&gt;, Guaraldi), era antisemita  perché, in effetti, quando Bourdieu se la prendeva con i delfini (i figli delle classi dirigenti che,  per le loro origini, dispongono di un capitale culturale e  relazionale che permette loro di accedere molto più agevolmente a delle posizioni di potere), era agli ebrei che pensava! Come diceva, in reazione a queste dichiarazioni, una petizione firmata da grandi nomi delluniversità:  Queste  frasi non meriterebbero che le si rilevi tanto sono assurde e ridicole. Ma, a forza di maneggiare loffesa così come viene, sono gli atti e le parole realmente antisemite o razziste che si banalizzano(5). 
Lavvertimento potrebbe essere utilmente esteso a Bernard Henry-Lévy: a dar retta alla nostra starlette nazionale, è lestrema sinistra e tutti gli autori o uomini politici che lui vi collega che possono essere tacciati di anti-americanismo e dantisemitismo. Il ridicolo e lassurdità delle sue accuse non hanno impedito lautomatico concerto di elogi. Inoltre, il suddetto concerto questa volta ha ricevuto il rinforzo dei tenori di quella corrente del Partito socialista decisa a imboccare una via blairista-veltroniana, che vi hanno visto unoccasione per attaccarsi a tutto ciò che, da vicino o da lontano, somiglia a una critica del capitalismo come tale. Che si tratti del bombardamento a tappeto di un BHL su tutto ciò che gli sembra di estrema sinistra o dei tiri concentrati contro Bourdieu presentato come icona del radicalismo (6), si scorge,  nei partigiani di un neo-liberalismo pure in posizione egemonica, una punta di  disagio. Gli ideologi dominanti sono infastiditi da questo incredibile ritardo francese: la persistenza, malgrado il trionfo sarkoziano (sarkozista), di mentalità e di idee, di autori e di militanti anticapitalisti.

&lt;b&gt;Badiou&lt;/b&gt;

Non soltanto queste persone e queste idee ci sono sempre, ma sono molto vive. Lo testimonia il successo editoriale di un Alain Badiou. Benché beneficiato da un battage infinitamente minore delle operette della starlette, il suo libro, &lt;i&gt;De quoi Sarkozy est-il le nom?&lt;/i&gt;, appena uscito, ha dovuto essere ristampato. Scritto a partire dai suoi seminari allÉcole normale supérieure,  che si sono svolti durante e dopo le elezioni presidenziali del maggio 2007, egli prende in contropiede il feticismo parlamentare che abbiamo al posto della democrazia e la depressione che seguì lelezione di Sarkozy. Questi, spiega, incarna la riapparizione di un trascendente francese, così definito :  con le persone dei paesi privilegiati, si crea di sana pianta la paura, interna ed esterna, della guerra, perché la guerra è allo stesso tempo presente (da lontano) e no (da noi), in un rapporto problematico tra il locale e il mondiale. () Questa questione ha in Francia una storia particolare. Il nome tipico di questa combinazione di guerra e di paura da noi è: pétainismo. Un po più avanti, precisa: Il pétainismo presenta gli abominii soggettivi del fascismo (paura, delazione, disprezzo degli altri) senza il suo slancio vitale. Questa definizione è interessante nella misura in cui, alla luce di ciò che è successo recentemente intorno ad alcune categorie di stranieri in Danimarca o in Italia, si potrebbe dire che il pétainismo è diventato un fenomeno internazionale, o almeno europeo.
Ma Badiou insiste sulla sua specificità francese, spingendosi fino a dire che cè, in Francia, una tradizione nazionale del pétainismo  molto anteriore  a Pétain che vede ricomparire in tre momenti della storia: la Restaurazione del 1815, il pétainismo propriamente detto nel 1940, e lera Sarkozy. Egli definisce questa tradizione secondo cinque criteri: Primo, in questo tipo di situazione, () la capitolazione e il servilismo si presentano come invenzione, rivoluzione, rigenerazione. Secondo,  il motivo della crisi, della crisi morale () giustifica le misure prese in nome della rigenerazione. Terzo, la funzione paradigmatica delle esperienze straniere () Nei paesi stranieri buoni, ai demoralizzatori gli si è fatta la festa! Tocca a noi finalmente fare lo stesso. Quarto, la propaganda secondo cui, cristallizzando e peggiorando la crisi morale, è successo, da poco, qualcosa di nefasto. Quinto, le diverse varianti della superiorità della nostra civilizzazione su alcune popolazioni straniere (gli Africani, per esempio), ma anche su delle minoranze interne (i giovani Arabi, per esempio). Ci permetteremo qui di insistere: questi criteri sembrano applicarsi altrettanto bene allItalia di oggi. Basterà rimpiazzare Arabi con Rumeni e risituare lelemento nefasto nel suo contesto nazionale (giugno 36 per Pétain, Maggio 68 per Sarkozy, gli anni 70 per Veltroni-Berlusconi).
Difficile non essere sedotti dallo stile di Badiou, un felice miscuglio di una lingua quasi sempre limpida, di rigore filosofico e di divertente inventiva polemica  (per esempio i passaggi in cui, definendo i recenti  alleati di Sarkozy come dei topi  in ragione della loro rapidità ad abbandonare la nave socialista - arriva a trovare per il nuovo presidente un soprannome che gli va come un guanto: luomo dei topi). Difficile anche non essere toccati dalla sua riabilitazione di questa bella parola: comunismo. Difficile, infine, non trovare molta forza nella sua proposta di una alleanza dei senza paura per definire alcuni punti da sostenere, tra cui questo: Per quanto riguarda lesistenza nel nostro paese di migliaia di stranieri, ci sono tre obiettivi: opporsi allintegrazione persecutoria; limitare la chiusura comunitaria e le tendenze nichiliste che essa trasmette; sviluppare le virtualità universali delle identità. Larticolazione concreta di questi tre obiettivi definisce ciò che cè di più importante oggi in politica. Difficile infine, comunque, non notare i buchi neri del suo pensiero, e in particolare lassimilazione  che confonde  il maggio 68 e la Rivoluzione culturale maoista,  questo sanguinoso apogeo della manipolazione delle masse da parte di frazioni della burocrazia. La sofferenza infinita di milioni di deportati e di affamati, la regressione intellettuale e umana, lumiliazione  del sogno di miliardi di esseri umani,  tutti i crimini di cui si sono resi colpevoli lo stalinismo e la sua variabile cinese rendono inaccettabili le debolezze di Badiou nei loro confronti. Lo preferiamo, e di molto, in veste di profeta armato (dalle armi della critica) della fine dellOccidente:
La massa degli operai stranieri e dei loro figli testimonia, nei nostri vecchi stanchi paesi, la giovinezza del mondo, la sua estensione, la sua infinita varietà. E con loro che sinventa la politica che verrà. Senza di loro, noi sprofonderemmo nel consumo nichilista e nellordine poliziesco. Che gli stranieri ci insegnino almeno a diventare stranieri a noi stessi, abbastanza per non essere più  prigionieri di questa lunga storia occidentale e bianca che volge al termine, e di cui noi non abbiamo più nulla da attenderci se non la sterilità e la guerra. Contro questa attesa catastrofica, sicuritaria e nichilista, salutiamo lestraneità del mattino (7).

(1) Bisogna solo menzionare lesistenza della vecchia starlette delle idee francesi in un testo che vuol essere un minimo serio? E da trentanni che la questione dovrebbe essere risolta, da quando con il lancio del gadget della nouvelle philosophie, alcuni autori veri come Pierre Vidal-Naquet e Cornélius Castoriadis hanno mostrato la vacuità delle idee e lignoranza buffonesca del suo principale portaparola. E ciononostante, da trentanni ogni nuovo libro di BHL si traduce in una occupazione egemonica dei media. Si avrà unidea dellampiezza del fenomeno e delle ragioni della sua longevità leggendo in particolare Serge Halimi,  Loligarchie, le Parti socialiste et Bernard-Henri Lévy, &lt;i&gt;Le Monde Diplomatique&lt;/i&gt;, novembre 2007, così come leccellente sito di critica dei media &lt;a href=&quot;http://www.acrimed.org/article2748 &quot;&gt;Acrimed&lt;/a&gt;:  Mathias Reymond, BHL, évidemment. 
 (2) Nathalie Heinich, &lt;i&gt;Pourquoi Bourdieu&lt;/i&gt;, Gallimard, 2007
 (3) Géraldine Muhlmann, &lt;i&gt;Du journalisme en démocratie&lt;/i&gt;, Payot, 2004
 (4)Nicolas Weil, Le journalisme au-delà du mépris, &lt;i&gt;Le Monde&lt;/i&gt;, 2 aprile 2004
 (5) Après Bourdieu, à qui le tour ? di  Jacques Bouveresse, Jean-Pierre Changeux, Christophe Charle, Roger Chartier, Françoise Héritier e altri 28 , &lt;i&gt;Libération&lt;/i&gt;,  giovedì 8 febbraio 2007
(6) Presentazione largamente abusiva. Se la cassetta degli attrezzi degli scritti di Bourdieu è assai utile per chi vuole pensare al superamento delle categorie di pensiero del capitalismo, lui stesso non ha preteso, con le sue posizioni politiche, di andare al di là del sostegno ai sindacati e della critica dellultraliberalismo e non si è mai inscritto in un modo di procedere radicale, di rottura con il capitalismo. Ciò che rende  tanto più grottesca la dichiarazione di N. Heinich, che accusa Bourdieu di essere caduto alla fine della sua vita nella radicalità, la  quale sarebbe, secondo una definizione di questultima, il cammino più sofisticato verso la stupidità. Definizione radicalmente stupida ma adatta al tono di totalitarismo centrista, il cammino più  semplice verso laccettazzione beata dellesistente.
(7) Tutte le citazioni di Badiou sono prese da &lt;i&gt;De quoi Sarkozy est-il le nom? Circonstances, 4 Lignes, 2007.&lt;/i&gt;

(&lt;b&gt;1 - CONTINUA&lt;/b&gt;)


</text_more></entry>
<entry id='2451' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2451' author_id='4' authored_on='20071125144139' basename='piccola_avvertenza_di_servizio_per_i_collaboratori' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071125144139' modified_on='20071125144229' ping_count='0' status='2' title='Piccola avvertenza di servizio per i collaboratori' week_number='200748'><text>&lt;img alt=&quot;JollyRogers.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/JollyRogers.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;90&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Si moltiplicano i casi di chi ci manda articoli con la preghiera di pubblicarli in un giorno preciso o entro breve tempo. Purtroppo, &lt;i&gt;Carmilla&lt;/i&gt; non è in grado di assumersi un impegno del genere. Abbiamo una lista d&apos;attesa che risale all&apos;estate. Inoltre, per quanto ci sforziamo di mantenere un ritmo di pubblicazione quasi quotidiano, vanno messe in conto le assenze dei redattori per motivi di lavoro, che possono provocare pause.
Per accelerare l&apos;apparizione di un articolo, è consigliabile che questo sia in formato testo e contenga pochi corsivi (che ci tocca rifare, uno per uno, manualmente). Sono gradite immagini di accompagnamento.
Va anche tenuto presente che i temi sono di norma alternati. Così, per esempio, un testo appartenente alla categoria &quot;racconti&quot; non sarà seguito, salvo occasionali eccezioni, da un altro appartenente alla stessa sezione. Idem per &quot;recensioni&quot;, &quot;cinema&quot; ecc. A parte questi dettagli, un grazie sentito per i vostri contributi, che ci hanno consentito una crescita esponenziale. (&lt;b&gt;V.E.&lt;/b&gt;)

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<entry id='2452' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2452' author_id='12' authored_on='20071126020053' basename='clandestino_e_criminale_dati_assiomi_corollari' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071126020053' modified_on='20071127054008' ping_count='0' status='2' title='CLANDESTINO E CRIMINALE. DATI, ASSIOMI, COROLLARI' week_number='200748'><excerpt>Far parlare i dati, è questo che bisogna fare adesso, come condizione per tornare a raccontare le singolarità, le esistenze, le storie. Le storie possono venir raccontate male, o si possono trascegliere quelle, per quanto eccezionali, che convengono alla tesi che si intende dimostrare. Ed è necessario che a quelle raccontate male, quelle che tutti i giorni affollano le pagine dei giornali, se ne oppongano altre raccontate bene.</excerpt><text>&lt;a href=&quot;http://www.libreriauniversitaria.it/BIT/881701141X/ASI/342781&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;Lager italiani - clicca per ordinarlo&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/lagerit.jpg&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;right&quot; vspace=&quot;1&quot; hspace=&quot;8&quot;&gt;&lt;/a&gt;di &lt;b&gt;Marco Rovelli&lt;/b&gt;

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;[&lt;b&gt;PREMESSA REDAZIONALE&lt;/b&gt;. E&apos; trascorso ormai un mese dall&apos;omicidio di &lt;b&gt;Giovanna Reggiani&lt;/b&gt;. Un mese di paure sfruttate da demagoghi, di risentimento xenofobo, di lapidazioni verbali e aggressioni fisiche a capri espiatori. Un mese in cui il discorso pubblico è stato &quot;dirottato&quot; e pilotato dai vetero-razzisti di destra e dai neo-razzisti di ex-sinistra. Un mese in cui sono riemerse, più appiccicose che mai, vecchie &quot;leggende nere&quot; sul conto di zingari e altri marginali. L&apos;odio ha caricato lancia in resta, parandosi il petto con lo scudo dei numeri, delle statistiche sui crimini. Forse mai come in questo frangente le cifre sono state brandite a mo&apos; di clave, anzi, di mazze ferrate, per sfondare il cranio dei nemici, mescolando sangue e percentuali. Come c&apos;era da aspettarsi, il dibattere si è fatto sempre più confuso. Per fare un po&apos; di chiarezza Carmilla ha chiesto un contributo a &lt;b&gt;Marco Rovelli&lt;/b&gt;, autore del fondamentale &lt;i&gt;Lager italiani&lt;/i&gt; (Rizzoli, 2006), attivo da anni su queste tematiche, attento alle capillari, serpentine e semi-invisibili forme che assume in Italia la solidarietà ai migranti e agli esclusi.]&lt;/span&gt;

Qualsiasi ragionamento sull&apos;immigrazione, e sull&apos;equazione sempre più consolidata nell&apos;immaginario degli italiani tra clandestino e criminale, è destinato a fallire se non lo si fonda su alcuni assiomi. Premesse scontate, ma che nel dibattito pubblico sembrano non essere mai considerate.

&lt;b&gt;1&lt;/b&gt;. Le migrazioni contemporanee sono un &lt;i&gt;evento&lt;/i&gt; epocale, di cui occorre, semplicemente, prendere atto, e  di cui è illusorio pensare di invertire il segno. Può certo causare scompensi, come ogni evento vero, come ogni fatto che cambia la struttura delle cose per qualche fattore essenziale: ma non si può dire: &quot;si torni a prima&quot;, come non si può tornare a un amore perduto. Occorre dunque, per prima cosa, una collettiva elaborazione del lutto. Ed è forse questo che impedisce a molti italiani di affrontare la realtà.</text><text_more>&lt;b&gt;2.&lt;/b&gt; L&apos;immigrazione in Italia non è cosa differente da quanto accade in altri paesi europei. Non ha dimensioni maggiori, tutt&apos;altro (la Germania, ad esempio, ha in percentuale il doppio di popolazione immigrata rispetto all&apos;Italia: 12% contro 6%). C&apos;è solo stata una crescita più rapida che in altri paesi.

&lt;b&gt;3.&lt;/b&gt; Anche laddove fosse arrestabile (e ciò è immaginabile solo mediante deportazioni in massa), l&apos;alternativa all&apos;immigrazione sarebbe una crisi economica enormemente più grave di quella che già stiamo vivendo.

&lt;b&gt;4.&lt;/b&gt; La legislazione italiana è tra le più restrittive e repressive d&apos;Europa: è fondamentale ricordarlo, questo, in ogni momento, a coloro che scagliano incessanti invettive contro i buonisti (per contrappasso potremmo chiamarli cattivisti). 

Partendo dall&apos;ultimo assioma, e combinandolo col primo, ne consegue che la legislazione repressiva non migliora le cose. Se mai, le aggrava. A corollario dell&apos;ultimo assioma, infatti, occorre tenere ben presente che le risorse dello Stato italiano non potrebbero superare quelle già messe a disposizione nelle voci di spesa quanto all&apos;immigrazione: che si ripartiscono, approssimativamente, nell&apos;80% di spesa finalizzata alla repressione (contrasto delle entrate illegali, ma soprattutto politiche delle espulsioni) e solo nel 20% destinato all&apos;integrazione. Per la precisione, &lt;u&gt;nel 2004 la repressione è costata complessivamente 115.467.000 euro, ovvero 320 mila euro al giorno, contro i 29 milioni di euro destinati a integrazione e assistenza&lt;/u&gt;. Tanti soldi, e perduti: perché questo tipo di politica, che culmina con quei luoghi di sospensione del diritto che sono i CPT, ha già mostrato la sua inefficacia, come ha rilevato perfino l&apos;ambasciatore Onu De Mistura. 
(&lt;i&gt;En passant&lt;/i&gt;, varrà la pena di rilevare questo: i leghisti, quando gli viene fatto notare che l&apos;immigrazione è cresciuta proprio sotto la vigenza della Bossi-Fini, rispondono balbettando che non è stata applicata. E allora, qualche semplice dato, a mo&apos; di esempio. A Bologna, su 179 arrestati nel mese di novembre 2005, 110 riguardavano stranieri non in regola con il permesso di soggiorno. A Milano, nello stesso periodo, la percentuale era del 40,5%. Nellanno 2005, nel tribunale di Torino su un totale di 3434 processi direttissimi, 2079  il 60% - riguardavano reati considerati come tali dalla Bossi-Fini. Dunque l&apos;applicazione c&apos;è stata, ed è proprio questo il problema. Lo vediamo, un dispiegamento di forze, mezzi, soldi, che toglie tempo a cose sensate, produttive, efficaci. Tanto rumore per nulla).

Questa è la verità. In un paese che non ha soldi sufficienti per pagare buoni benzina e buoni pasto alle scorte di personaggi in pericolo, &lt;u&gt;non c&apos;è alcuna possibilità di procedere con qualche efficacia all&apos;espulsione di un milione/un milione e mezzo di immigrati irregolari (clandestini) presenti nel paese&lt;/u&gt;. Se non mobilitando il paese intero in questo sforzo, e questo lo si potrebbe fare solo esso acconsentisse a riconoscere la necessità di una guerra a un Nemico destinale, così come si fece negli anni trenta in Germania. Laddove questo estremo totalitario è per adesso difficilmente immaginabile, continuare a dire ai cittadini che l&apos;immigrazione clandestina fa male (come recitano i manifesti dei post(?)-fascisti di Alleanza Nazionale) equivale a legittimare, data appunto l&apos;impossibilità dello Stato di ampliare la repressione, qualsiasi violenza privata contro il nemico riconosciuto, per lo scopo superiore della salvezza nazionale (che peraltro non potrebbe essere evidentemente conseguita neppure con questo squadrismo). Il &lt;i&gt;supplemento osceno &lt;/i&gt;del discorso legittimato saranno allora le spedizioni punitive, come già è iniziato ad accadere. Uno &lt;i&gt;stato di eccezione &lt;/i&gt;permanente, stabilito di fatto.

Ecco, solo su queste premesse è possibile parlare sensatamente della questione immigrazione-criminalità. E farlo partendo da una serie di dati. (Far parlare i dati, è questo che bisogna fare adesso, come condizione per tornare a raccontare le singolarità, le esistenze, le storie. Le storie possono venir raccontate male, o si possono trascegliere quelle, per quanto eccezionali, che convengono alla tesi che si intende dimostrare. Ed è necessario che a quelle raccontate male, quelle che tutti i giorni affollano le pagine dei giornali, se ne oppongano altre raccontate bene. Si tratta però, adesso, di affrontare un trascendentale, che permetta di giungere, un giorno, a raccontare esistenze liberate).

E noto: tra la popolazione carceraria c&apos;è un&apos;evidente sovrarappresentazione degli stranieri. I dati Caritas del 2006 ci dicono che i detenuti stranieri nelle carceri italiane sono 20.221, ovvero il 33% del totale. Dove la popolazione immigrata regolare e irregolare può ammontare circa al 7% della popolazione totale. La grande maggioranza dei reati per cui si è denunciati o arrestati è commessa da stranieri irregolari, laddove, come afferma il Rapporto sulla Sicurezza 2006, quelli regolari hanno una delittuosità non molto dissimile dalla popolazione italiana. Infatti, nel 2006 gli stranieri regolari denunciati sono stati quasi il 6% del totale dei denunciati in Italia, laddove gli stranieri regolari sono stimati, nellultimo rapporto Caritas del 2007, intorno al 6,2% della popolazione residente. Insomma, la sproporzione tra numero degli stranieri in Italia e stranieri denunciati, e la loro sovrarappresentazione tra la popolazione carceraria nasce in riferimento agli stranieri irregolari.

A questo punto potremmo fermarci, come fanno quasi tutti. A cominciare dai media. I clandestini sono naturalmente criminali, almeno potenzialmente. Chi viene per lavorare va bene: il regolare lo tolleriamo, del resto vediamo che lavora e non riempie le carceri. Gli altri vengono di nascosto, dunque per delinquere, e infatti riempiono le carceri. 
Ma è qui che occorre invece riflettere. Il dato bruto va saputo leggere, interpretato. Anzitutto incrociando due dati. Il primo è che, come rileva anche l&apos;ultimo Rapporto sulla Sicurezza, la maggior parte degli irregolari in Italia è costituita da stranieri entrati regolarmente e rimasti sul territorio oltre la scadenza prevista dal visto o dal permesso di soggiorno, i cosiddetti &lt;i&gt;overstayers&lt;/i&gt;, che nel 2006 sono stati il 64% del totale, contro il 23% di coloro che sono entrati illegalmente attraverso i confini terrestri e il 13% via mare (un altro luogo comune da sfatare, quello che identifica il clandestino con quelli che arrivano sui barconi a Lampedusa). L&apos;altro  dato da considerare è che &lt;u&gt;ben più della metà degli stranieri oggi regolari, in possesso di un permesso di soggiorno, sono passati per la condizione dell&apos;irregolarità&lt;/u&gt;.
Insomma: moltissimi regolari sono stati clandestini, e moltissimi clandestini sono stati regolari. Questo ci impedisce insomma di fare divisioni, per così dire, antropologiche, trattandosi dei medesimi soggetti. L&apos;irregolarità, di norma, non è che una condizione obbligata, dove invece la condizione desiderata è quella di regolarità. Questo allora ci induce a un&apos;ipotesi: essendo il fattore variabile lo status giuridico stesso, a essere fattore di legalità è il fatto stesso della regolarità, con tutto ciò che comporta in termini di accesso ai diritti fondamentali, ai servizi (si pensi alla casa, il problema maggiore, per cui si trovano alloggi di fortuna, o appartamenti sovraffollati a costi altissimi; ma anche all&apos;assistenza sanitaria, di cui spesso si preferisce non usufruire per paura di essere identificati ed espulsi), in termini di accesso al mercato del lavoro e dunque di possibilità di un introito adeguato relativamente ai motivi della migrazione (sopravvivenza, rimesse, ripianamento del debito: la maggioranza degli immigrati intendono tornare nel loro paese, ma poiché la metà ha accumulato debiti, e l&apos;altra metà ha comunque impiegato risorse consistenti in relazione al proprio patrimonio, la loro permanenza sul territorio italiano si allungherà, visto che l&apos;irregolare non può lavorare se non in nero, sottopagato, con assoluta precarietà, e lunghi periodi di disoccupazione); e, infine, in termini di condizioni quotidiane di vita.

Una conferma di questa ipotesi ci viene dal fatto che, &lt;u&gt;in occasione delle sanatorie, quando agli irregolari è consentita l&apos;emersione e l&apos;acquisizione dello status di regolarità, il numero di reati commessi dagli immigrati ha un brusco calo&lt;/u&gt;. Ciò è evidente in particolare per i reati connessi agli stupefacenti (reato per il quale, stando a unindagine Istat del 2006, è detenuto il 55% degli stranieri: un reato, va detto, per il quale  proprio per la sua natura  è molto più probabile l&apos;arresto in flagranza rispetto ad altri reati): nel 1990 (sanatoria legge Martelli), nel 1995 (sanatoria decreto Dini), nel 1998 (sanatoria legge Turco-Napolitano), nel 2002 (sanatoria legge Bossi-Fini) la percentuale di stranieri denunciati per spaccio di droga è diminuita nettamente, come risulta da uno studio di Marzio Barbagli. Ogni volta, insomma, che si dà la possibilità agli stranieri di ottenere il permesso di soggiorno, una meta ambita da tutti, vissuta spesso come un sogno irraggiungibile, e come un&apos;ossessione, allora non lo si vuole perdere davvero. E si evita di commettere qualsiasi tipo di reato, per non perderlo, per non perdere le possibilità di vita a cui esso consente di accedere. Finché uno è un clandestino, e in quanto tale privo di diritti e criminalizzato, è evidente che può venire indotto facilmente a delinquere per ovviare alla sua situazione di indigenza. E questo il risvolto giuridico della cosiddetta profezia che si auto avvera, insomma. Ma &lt;u&gt;quando il clandestino acquisisce diritti, e non è più per definizione illegale e criminale, tenderà (e tende, in effetti, lo abbiamo visto) a evitare di commettere reati&lt;/u&gt;. E questo, io credo, il modo migliore  lunico  per combattere la microcriminalità: ampliare larea della regolarità. (Dopodiché si aprirebbe il discorso essenziale, che prescinde dalla nazionalità: quello di una giustizia efficiente e della certezza della pena; ma questo è un discorso che esula dal nostro sullimmigrazione).

La Bossi-Fini, inoltre, ha introdotto  a suggellare la criminalizzazione del migrante -  laberrante reato di immigrazione clandestina, per il quale lo straniero che non ha ottemperato alla prima intimazione despulsione può essere arrestato e tradotto in carcere, con una pena fino a sei mesi. Il risultato di questa norma barbara è stato anzitutto un intasamento dei tribunali, denunciato dallAssociazione Nazionale Magistrati. (Lo accennavo prima: a Torino, nel 2005 su un totale di 5929 arresti o fermi, 2016 (il 34%) riguardavano i nuovi reati dimmigrazione introdotti dalla Bossi-Fini, e dei 3434 processi in direttissima con detenuti, 2079 ovvero il 60% riguardavano quei reati). 
In un testo recentissimo, ancora inedito, Salvatore Palidda scrive: 

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;Oltre che per i reati di immigrazione, gli stranieri finiscono in carcere per reati meno gravi di quelli attribuiti agli italiani: si tratta soprattutto di reati per spaccio che spesso colpiscono anche semplici consumatori (38,4 % del totale dei reati degli stranieri, contro il 16,5 % degli italiani) e furti.&lt;/span&gt; 

Reati meno gravi, dunque, e lo sta a dimostrare il fatto che la media della pena a cui gli stranieri vengono condannati è molto più bassa di quegli italiani.

I motivi della sovrarappresentazione dei migranti tra la popolazione carceraria dipendono poi in maniera determinante da quello che in un rapporto della Caritas Ambrosiana su un&apos;indagine svolta nel 2006 nelle tre carceri milanesi è stato definito doppio binario quanto al trattamento dei detenuti stranieri e di quelli italiani. Un doppio binario che agisce non appena si entri in carcere: il 60% degli stranieri, infatti, sono detenuti in custodia cautelare, in attesa di processo, contro il 40% degli italiani. Ma una discriminazione di fatto agisce anche e soprattutto dopo la condanna: &lt;u&gt;sebbene infatti circa un terzo dei detenuti stranieri scontino condanne inferiori ai tre anni, non godono quasi mai, a differenza degli italiani, di pene alternative, quali affidamento ai servizi sociali o arresti domiciliari&lt;/u&gt; (poiché di solito, per ovvie ragioni, il clandestino non ha un domicilio stabile né una famiglia che li ospiti).
Così è scritto nel rapporto della Caritas Ambrosiana: 

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;Quasi uno straniero su quattro (24,8%), inoltre, è detenuto per scontare una pena inferiore a un anno di detenzione, mentre gli italiani detenuti per una condanna così breve sono solo i 6,9%. Anche in questo caso, nonostante gli stranieri siano soltanto il 30% del totale dei detenuti che hanno subìto una condanna definitiva, essi rappresentano unampia maggioranza (61%) tra coloro che hanno subìto una condanna inferiore allanno di detenzione. Questi dati confermano un maggiore utilizzo del carcere come misura cautelare nei confronti delle persone straniere, evidenziando lesistenza di quel doppio binario penitenziario per effetto del quale gli stranieri entrano più facilmente in carcere rispetto agli italiani e ne escono con molta più difficoltà, anche quando la condanna inflitta risulta di lieve entità.
Un altro dato rilevato con lindagine è significativo in questo senso: tra gli stranieri risulta più alta la percentuale di chi non ha mai nemmeno formulato la richiesta di usufruire di benefici o di misure alternative alla detenzione, mentre, viceversa, è sensibilmente più elevata tra gli italiani quella di chi le ha chieste e soprattutto ottenute. Considerando soltanto chi ne aveva usufruito in passato o ne usufruiva ancora al momento della rilevazione emerge, ad esempio, che l11,7% degli italiani ha potuto usufruire di permessi premio, rispetto al 4,2% degli stranieri. Inoltre il 7,4% degli italiani aveva, o aveva avuto in precedenza, un lavoro allesterno (ex art. 21) rispetto al 2,9% degli stranieri.&lt;/span&gt;

E Palidda, nello stesso senso: 

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;Secondo le ricerche di Antigone e le statistiche dellIstat (2007), il 62% degli italiani è in carcere per condanne definitive e solo 35% in attesa di giudizio; al contrario il 41 % degli stranieri sconta condanne definitive e il 59% è in attesa di processo. La percentuale di stranieri in carcere è molto più elevata di quella degli stranieri che subiscono una condanna penale e ancor più di quella degli stranieri denunciati, il che significa che a ogni passaggio del percorso penale  denuncia, condanna, carcerazione  gli italiani hanno maggiori opportunità di uscire rispetto agli stranieri.&lt;/span&gt;

Una discriminazione di fatto, risalendo a ritroso, avviene anche nel processo penale. Gli immigrati non abbienti non hanno la possibilità di ottenere il patrocinio gratuito (è molto difficile per i regolari, ma impossibile per gli irregolari), e non possono dunque ottenere un&apos;efficace difesa, ché il difensore d&apos;ufficio  e lho verificato personalmente più e più volte - tende a chiudere il procedimento in fretta, senza approfondire troppo, senza andare al dibattimento, e chiudendo preferibilmente con un patteggiamento, dunque con una condanna. (In un uninchiesta tra detenuti stranieri, il 30% diceva di non aver mai visto il proprio avvocato; quasi tutti gli altri dicevano di averlo visto raramente).
Si aggiunga poi che la popolazione immigrata è sottoposta a controlli e fermi di polizia molto più di quanto lo sia quella italiana. E&apos; il paradigma attuariale di cui parla De Giorgi in Zero tolleranza: la formazione di una nuova classe pericolosa, composta di soggetti, tutti quanti, potenzialmente pericolosi, che dunque devono essere soggetti più degli altri a controllo, ed è evidente che a maggior controllo corrisponde una maggior percentuale di reati. Questo si lega a una maggiore visibilità degli immigrati dovuta anche alla sostituzione con gli italiani nella criminalità, esattamente come avviene nel lavoro, dove ai livelli più bassi gli italiani vengono sostituiti dagli stranieri. Cito ancora Palidda: 

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;Fra gli italiani per ogni 100 denunciati si hanno 16 arrestati fra gli stranieri per ogni 100 denunciati si hanno 35 arrestati, a conferma che le misure repressive sono più accentuate a danno di questi ultimi.&lt;/span&gt;

Cè un altro dato che mi fa avanzare unulteriore ipotesi. Il dato che riguarda il numero dei detenuti stranieri e il numero dei reati ad essi ascritti. Se i detenuti stranieri rappresentano circa il 33% del totale, i loro reati ammontano al 21% circa. I detenuti italiani hanno in media più reati per i quali scontano la detenzione rispetto agli stranieri. Dati che indicano come la criminalità italiana sia più professionalizzata, per così dire (assommano più capi dimputazione), laddove per gli stranieri è più comune andare in carcere per un solo reato.&lt;u&gt; Una criminalità dunque più debole, precaria, e che sarebbe dunque più facilmente recuperabile alla legalità, laddove si uscisse dal paradigma repressivo vigente&lt;/u&gt;. Unipotesi confermata da un altro dato, quello della minor recidiva di coloro che hanno beneficiato dellindulto. Se il 38,14% erano stati gli stranieri usciti dal carcere, quelli rientrati sono stati il 34,73%.
Dati, dunque, ben diversi dalla percezione dell&apos;opinione pubblica: quella &lt;i&gt;doxa&lt;/i&gt; costruita dai media in cui i casi di criminalità straniera sono regolarmente sovrarappresentati rispetto alle notizie sulla criminalità nel suo complesso: il punto culminante, come scrive Salvatore Palidda, di un processo di costruzione sociale che fa di essi dei delinquenti. Sarebbe il caso di esaminare nel dettaglio, statisticamente, questa sovrarappresentazione mediatica, nella sua funzione mitopoietica.
Questi dati, io credo, rafforzano radicalmente la tesi focalizzata in precedenza: determinante ai fini di una riduzione della criminalità è la politica della legalità, dell&apos;emersione, dei diritti.

A chiusura di questo itinerario  arido ma necessario  nei dati, non posso che chiudere con lesempio dei rifugiati politici, di coloro che hanno un permesso di soggiorno per asilo politico, e dei richiedenti asilo. Ora, questi soggetti risiedono in Italia regolarmente, senza alcuna garanzia di lavoro. Anzi, spesso (è il caso degli eritrei, ad esempio, che ho conosciuto nella ex polveriera di via Forlanini a Milano, tra ratti giganti e cumuli di immondizia) versano in condizioni economiche miserabili. Anche quelli che usufruiscono di uno status di rifugiato (cosa ardua, in Italia, da ottenere, spesso negata e raramente dispensata a occhi chiusi da funzionari che nulla conoscono della situazione del paese da cui viene il richiedente). LItalia è lunico paese dEuropa che non ha ancora una legge organica sui rifugiati. E molti eritrei che ho conosciuto rimpiangono il fatto di essere stati identificati in Italia e dunque, in virtù della convenzione di Dublino, essere costretti a chiedere lasilo nel nostro paese. Il quale nulla offre ai rifugiati. La maggior parte di loro, dopo la permanenza in CPT e CDI, vengono sbattuti in mezzo alla strada senza nulla a pretendere. E ben pochi sono quelli che riescono a usufruire dellaccoglienza di quello che fino a qualche anno fa si chiamava Programma Nazionale Asilo. Eppure  ed è questo il punto - le carceri non traboccano di eritrei, o liberiani, o sudanesi
Insomma, nel caso degli asilanti, chiamiamoli così, per i quali non vige il nesso sciagurato soggiorno/lavoro (non devono avere un contratto di lavoro per poter avere un permesso di soggiorno), ciò che fa la differenza è proprio lo status giuridico che dà loro diritti, che gli consente di esistere, alla luce del sole, come persone.
Questo è dunque il da farsi. Consentire che il clandestino esca dallombra in cui è cacciato, consentirgli di acquisire una forma, un contorno definito. Farlo uscire dai campi, dai luoghi deccezione in cui la persona scompare in un gorgo che annulla in quanto persona, quei campi che prendono corpo e luogo nei CPT - e aprirgli un &lt;i&gt;campo&lt;/i&gt; di possibilità, un campo aperto dal possesso di diritti, che nel loro intrecciarsi formano la figura di unesistenza che oggi gli è negata.

&lt;b&gt;LINK CORRELATI&lt;/b&gt;

&lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/giap16_VIIIa.htm#1b&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Sassolini&lt;/a&gt; 
(Non c&apos;era questo, non c&apos;era quello; &lt;i&gt;Numeri&lt;/i&gt; è l&apos;anagramma di &lt;i&gt;rumeni&lt;/i&gt;;
Zingari rapiti dai bambini; Passerà, passerà...) 
Da Giap n.16/18, num. triplo, 26 novembre 2007

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</text_more></entry>
<entry id='2453' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2453' author_id='4' authored_on='20071127032554' basename='discese_estreme_capitolo_i' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071127032554' modified_on='20071127032725' ping_count='0' status='2' title='DISCESE ESTREME - Capitolo I' week_number='200748'><text>di &lt;b&gt;Enzo Fileno Carabba&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;EnzoFCarabba.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/EnzoFCarabba.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;147&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;[Da quando vinse il premio Calvino col romanzo &lt;i&gt;Jakob Pesciolini&lt;/i&gt; (Einaudi, 1992) fino al recente &lt;i&gt;Pessimi segnali&lt;/i&gt; (Marsilio, 2004), Enzo Fileno Carabba non ha mai deluso i suoi ammiratori. L&apos;estrema eleganza e &quot;leggerezza&quot; della sua prosa, l&apos;ironia garbata degna di un Collodi, il tono deliziosamente trasognato, la profonda cultura ne fanno uno dei migliori scrittori italiani - come chi scrive ebbe a dichiarare, in tempi non sospetti, a un&apos;intervistatrice de &lt;i&gt;Il Corriere della Sera&lt;/i&gt;. E&apos; dunque un grande onore, per &lt;i&gt;Carmilla&lt;/i&gt;, potere pubblicare a puntate, in anteprima assoluta, il nuovo libro di Carabba, &lt;i&gt;Discese estreme&lt;/i&gt;. Non proprio un romanzo, quanto... scopritelo da soli. E&apos; tempo che Enzo Fileno Carabba, di indole modesta e dolce di temperamento, esca dal suo riserbo e divenga autore noto al maggior numero possibile di lettori.]  (&lt;b&gt;V.E.&lt;/b&gt;)

&lt;b&gt;1 - LE DISCESE ESTREME&lt;/b&gt;

Cè un luogo riparato, una specie di cittadella inespugnabile o di baia segreta, dove il mio numero di telefono continua ad essere 602146, mia nonna materna continua ad avere 73 anni e io destate continuo a mangiare tacconi al pesce, in Abruzzo. </text><text_more>Fuori da questo luogo riparato, il mio numero di telefono è cambiato diverse volte e mia nonna materna è morta ultranovantenne. LAbruzzo invece è sempre lì, ma non ci torno da una vita.
A San Vito Chietino cera uno scoglio in mezzo al mare, immagino ci sia ancora, che per via della sua posizione distante dalla riva veniva chiamato scoglio di fuori. Stava davanti a un trabocco che secondo DAnnunzio è simile a un ragno gigantesco. Allepoca di DAnnunzio dovevano andare in giro ragni particolari. 
Mio nonno si ricordava il giorno e lora in cui avevo raggiunto lo scoglio di fuori a nuoto per la prima volta. Era una cosa importante: quando uno raggiungeva lo scoglio di fuori (e tornava) poteva essere considerato nuotatore.
Lho raggiunto per la prima volta in tenera età. Lestate successiva (stavamo là tre mesi) presi confidenza con lo scoglio di fuori: ci tornavo spesso. Infatti, volendo essere onesti, non era poi così lontano per un uomo nel pieno del suo vigore, come ero io a sette anni.
Insomma andavo e tornavo dallo scoglio di fuori, da solo. Mio nonno (il nonno paterno, di cui porto il nome) diceva che nonostante fossi furbo come una volpe non dovevo esagerare con la confidenza.  
Durante una di queste mie nuotate allo scoglio di fuori catturai un grosso peloso. La breve cattura avvenne in assenza di testimoni. Per quanto riguarda i pelosi, si trattava di granchi di scoglio splendidi e robusti, con una chela per tagliare e una per stringere. Creature leggendarie. Nonostante il nome, erano sostanzialmente glabri, a parte qualche pelo sulle chele. Si diceva che quelli grossi fossero in grado di piegare un accendino di plastica, anche se oggi mi rendo conto che non poteva capitargli spesso loccasione. Per prenderli ci voleva arte. E non quellarte che anche il più pauroso degli uomini può esercitare al chiuso di una stanza. Ci voleva unarte fatta di coraggio. Bisognava sorprenderli da dietro e bloccare le due chele con una mano sola, unoperazione difficile anche per gente esperta e vissuta come i diciassettenni. Addirittura un ventenne, pieno di malizia, ne era uscito con un dito rotto.
Erano deliziosi da mangiare. Una volta, già adolescente, presi un polpo che aveva avvolto un peloso, lo stava perforando con il becco nero. Il granchio ce lo mangiammo crudo seduta stante.
Su quei fondali, ma negli appezzamenti sabbiosi, abitavano anche le grancevole, la cui fama è certo superiore ai meriti. Quelle sì che sembravano pelose, con tutte le alghine addosso, e anche un po fangose. Potevano essere più grosse dei pelosi ma avevano delle chele esili e lunghe, sproporzionate, inoffensive. Erano lente nei movimenti e nel comprendonio. Suscitavano nellindividuo sensibile una pena infinita. Pescarle era facile e non richiedeva virtù. 
Gli adulti mostravano di preferirle, anche dal punto di vista gastronomico, che era poi lunico punto di vista della maggior parte degli adulti. Ma questa preferenza dimostrava solo quanto fossero vittima di una moda incomprensibile.
Per quanto riguarda la cattura temporanea del peloso, andò così. Mi ero spinto allo scoglio di fuori nonostante il mare fosse un po mosso. Lo scoglio presentava una vasta estensione appena sommersa, a circa un metro dalla superficie. Lì cominciavano delle strane impronte scavate nella roccia, che continuavano nella zona emersa. Mio nonno, grande narratore, mi aveva riferito che erano il segno di un combattimento tra i centauri e non mi ricordo quali creature marine.
Proprio lì, nellacqua bassa luminosa, si aggirava il peloso più grande che avessi mai visto. Col mare mosso era più facile che gli esemplari di mole andassero in giro e si esponessero quindi a una presa da dietro. Così avvenne. Mi ritrovai la creatura leggendaria tra le mani. Solo che rivelò una forza perfino superiore alle aspettative. Spingeva indietro le chele cercando di aprire la mia mano. Le ondine mi sballottavano. E insomma non so come dirlo ma, appena mi staccai dallo scoglio e ripartii alla volta della riva, cercando di nuotare con un braccio solo, il peloso, pigiando a tutta forza con quelli che potremmo chiamare i &lt;i&gt;gomiti&lt;/i&gt; delle chele, si liberò. Lo vidi cadere verso il fondo che in quel punto era alto e non osai inseguirlo. Planava, con le chele e le zampe larghe, come un paracadutista acrobatico prima di aprire il paracadute.
Non ho visto mai più un peloso di quelle dimensioni, forse si sono estinti. Lo guardavo rimpicciolire nella discesa. Quello fu il nostro addio.

Se cera un adulto che coglieva il valore dei pelosi, un valore sia morale che alimentare - tra le due cose vi era un evidente collegamento - questo adulto era mio nonno, che era originario di quei luoghi. Era anche una persona capace di ascoltare gli altri. Quando due ore dopo arrivò alla spiaggia di sassi, io corsi verso di lui per raccontargli la mia cattura.
Cominciai a dirglielo già mentre scendeva dalla scala di legno che dalla massicciata portava alla spiaggia e continuai quando fu arrivato. Questo momento non me lo posso dimenticare. Portava una maglietta azzurra. Ascoltava, sorrideva, era contento. Forse non credeva del tutto alle mie parole, questo dubbio mi è rimasto, ma certo sentì lentusiasmo incontenibile che mi sprizzava anche dai capelli.
Ci sono momenti solo tuoi. Momenti interni che recuperi attraverso discese estreme in regioni segrete nella tua mente. Momenti che per nessun altro sono stati decisivi. Questo è stato uno di quei momenti. Un momento che non lascia traccia esterna, pensavo.
E invece no. Proprio lanno scorso, molti anni dopo la breve cattura, sono rimasto folgorato nel trovare due fotografie che mi ritraggono mentre, con mimica e parole, torcendo una mano, racconto a mio nonno limpresa. Lui in una foto guarda me e nellaltra sorride guardando verso il misterioso fotografo, che senza saperlo ha colto un momento interno.
Ma se guardo a lungo la seconda fotografia, mi sembra che stia sorridendo a me, adesso.

Tornavamo a pranzare in albergo, allHotel Garden. Mi presentavo con i capelli ancora bagnati di mare. Cera Florindo, un capocameriere che mi chiamava Signorino. Cosa vuole il Signorino? Io mi chiedevo se faceva sul serio o mi prendeva per il culo. Mia nonna era in guerra permanente con Florindo. Una volta lui le portò una mozzarella, ma posò il piatto con malagrazia. Allora mia nonna disse questo lo prende lei e glielo rilanciò. Un lancio elegante, misurato, bisogna dire, di una ventina di centimetri, e la mozzarella atterrò al margine del tavolo.
Lui prese il piatto e senza far parola lo portò via, con uno sguardo di fuoco. Avvenivano spesso scenette simili tra Florindo e mia nonna. Sicuramente si divertivano.
Cerano i tacconi al pesce. E i tacconi in quellangolo inespugnabile della mia mente rimangono il mio alimento principale, anche se non li mangio da una venticinquina danni. I tacconi erano quadrati di pasta, me li ricordo morbidi, elastici, abbastanza spessi. Galleggiavano in un sugo scuro di pesce e pomodoro.
Mio nonno si faceva sempre portare un piattino a parte, coi peperoncini freschi, che aggiungeva a qualsiasi cosa.
Cerano anche delle polemiche scherzose, a distanza, perché un altro mio piatto preferito era opera dellaltra mia nonna, la nonna materna, 73 anni permanenti, e che destate stava in un paesino dellAppennino chiamato San Piero in Bagno. In certi periodi ci andavo anchio e una volta eravamo stati inseguiti da un toro. A San Piero / cè soltanto un toro nero le aveva scritto il nonno Fileno, cioè il nonno paterno, abruzzese. Il piatto della nonna materna consisteva nel bollire un pomodoro insieme alla pasta e poi schiacciare il pomodoro sulla pasta. Aggiungere burro, olio, parmigiano e poi servire in tavola. A tuttoggi, non ho trovato di meglio e quando aprirò un ristorante lo chiamerò Al pomodoro schiacciato. Dato che invece la mia nonna paterna quando era in città si prodigava in piatti più elaborati, si arrabbiava per questo mio entusiasmo. 
Unaltra cosa che mi dava la nonna materna era luovo fresco o uovo del contadino. La nonna paterna sosteneva che luovo fresco - anche se resta del contadino - dopo un po smette di essere fresco, mentre io pensavo che uovo fresco fosse una caratteristica destinata a durare per sempre, come pantaloni rossi o impresa eroica.
Daltra parte la nonna paterna mi ha dato molte spiegazioni, nel corso del tempo. Allepoca in cui dicevo cippone invece di piccione, e trighe invece di tigre, quando le chiesi cosa fosse una troia, mi disse che era una che andava a letto con molti uomini. Io pensavo dormissero in molti nello stesso letto. E ancora oggi, distinto, collego la parola troia a un certo stato di sonnolenza. Per cui non posso ammettere che una ragazza sveglia sia una troia.
Sempre la mia nonna paterna mi spiegò che tutte le pizzicagnole sono lesbiche e che Pippo Baudo è superdotato (lo disse ben prima che la questione venisse fuori pubblicamente). E anni dopo la morte di mio nonno mi disse: sai, tuo nonno era un gran puttaniere. Lo certificò con un tono di rimprovero ma anche di affetto.
Ai tempi dellHotel Garden, i miei nonni dopo pranzo andavano riposare  nella stanza numero 46, prendevano sempre quella, lho sognata per anni. E io tornavo sul bordo del mare, in attesa che fosse lora di entrarci.

Ogni tanto i miei genitori apparivano e mi portavano a fare un viaggio in macchina in posti remoti, improvvisando tutto. Quei viaggi avventurosi sono conficcati bene nella mia mente. Attraversavamo montagne e torrenti in macchina, una Volkswagen rossa decappottabile, oppure basandoci su certi infallibili punti di riferimento ci perdevamo nel deserto, dove mia mamma presa dallentusiasmo inseguiva a piedi i topi del deserto, appunto. Erano viaggi movimentati. E il bello è che non sapevano neppure cambiare una ruota. Magari arrivavamo in posti di mare incredibili e un turco con la muta strappata pescava una cernia con un pugno. Una volta facemmo Firenze - Istanbul in due giorni, in Bulgaria non trovammo dove dormire perché non facevamo parte di un viaggio organizzato, durante il giorno non ci si fermava mai e io mi nutrii di biscotti. Unaltra volta, in Egitto, puntammo verso un albergo sulla costa, la descrizione che avevamo letto sulla guida ci era piaciuta. Ma quando arrivammo trovammo solo rovine, perché era stato bombardato.  Non si poteva neanche fare il bagno, dato che la spiaggia era minata. Però dei militari gentilmente ci indicarono il passaggio per evitare le mine e arrivammo sul mare, un mare sfolgorante dove non cera nessuno. Da allora, spiaggia minata è per me sinonimo di paradiso naturale. Quando comanderò io le farò minare tutte. Trovai delle conchiglie che ho ancora, e ancora è integro il velo di sabbia sullapertura. &lt;i&gt;Murex triremis&lt;/i&gt;, o qualcosa di simile. 

Poi tornavo in Abruzzo, dove cera anche mia zia, che avendo avuto dei problemi col marito era tornata ad abitare coi nonni. Nuotava per ore e ore, non ho mai visto nessuno, neanche i più aitanti degli energumeni, andare lontano come lei. Aveva uno stile lento, tutto suo, il braccio sinistro lo usava poco, giusto per ruotare il corpo, mentre il destro si alzava perpendicolare sulla superficie marina, così che era visibile anche a grandi distanza. Come un capodoglio. Nonostante mi fosse proibito io la seguivo. I primi tempi con le pinne, poi senza. Il fondale spariva lentamente sotto di noi. Quando la zia si accorgeva che ero dietro di lei era ormai tardi, eravamo troppo in là. La spiaggia era così lontana che quasi non si vedeva, una cosa incredibile. Mia zia però era sicura del fatto suo e trasmetteva questa sicurezza anche a me. Quando eravamo &lt;i&gt;arrivati&lt;/i&gt; a largo si toglieva la maschera, buttava la testa allindietro, tirava i piedi fuori dallacqua e stava un po così, galleggiando, a riposarsi. Io guardavo sotto e il fondo non si vedeva proprio più. Poi tiravo la testa fuori dallacqua. 
Galleggiavamo in unaltra dimensione, è poco ma sicuro, oltre il mondo degli uomini con le sue miserie. Lontano da tutto, e specialmente dagli altri.
Lo spazio interno e lo spazio esterno coincidevano. Stavo così bene che avrei potuto morire.
Parlavamo in mezzo al mare. E mi pareva che quelli fossero i momenti in cui era più felice. Di sicuro, per me quelle nuotate di ore sono stati i momenti di maggiore comunione con lei, fuori dellacqua non era la stessa cosa: come zia e nipote eravamo acquatici. Tuttavia le volevo bene anche sulla terraferma. 
Ogni tanto i nonni ci scatenavano dietro il bagnino che ci ripescava, ma questo avveniva solo col mare mosso e noi in verità non ne avevamo bisogno neanche col mare mosso, o così ritenevamo. Infatti col mare mosso - appena io fui un po più grande - facevamo così: mia zia usciva dalle zona delle onde grosse e poi rientrava. Se rientrare era molto difficile lasciavamo perdere. Altrimenti, contava il numero di bracciate che ci aveva messo a uscire e poi le bracciate che occorrevano per rientrare. Potevano essere dieci volte tante. A quel punto ripartiva con me, tanto sapevamo a cosa andavamo incontro. Bastava non farsi prendere dallansia e non bere troppo. E anche evitare le mazzate sulla nuca che certe onde marroni e pesanti - possenti ma prevedibili - tendono a darti quando rientri. Nella fase finale, se il mare nel frattempo era aumentato (il che, bisogna ammettere, sballava il conto delle bracciate), certi segmenti deviati di onda diventavano molto meno prevedibili e regolari e ti prendevano alla sprovvista e ti strofinavano sui ciottoli del fondo, una specie di massaggio molto energico. Ti costringevano ad assumere pose scomposte, poteva essere che ti ritrovavi un calcagno sulla testa, ti disarticolavano. Gli sarebbe bastato aumentare di poco per smembrarti, ma non lo fecero mai. Erano onde forti e gentili, come la Maiella madre. Di sicuro uscivo pieno di lividi. Una volta uscii con un occhio nero, per colpa di un sasso vagante.
A volte il ritorno non è andato così liscio, ma siamo stati fortunati.
Erano giorni magnifici.

Con altri ragazzi andavamo a pescare le cozze, ma è unattività che non mi ha mai entusiasmato. Uno se ne mise un po nel costume, perché il retino era pieno. E qui si dimostra come lingordigia viene punita. Infatti, una cozza aperta, una volta nel costume si richiuse, serrando con le valve gli organi sessuali del mio amico in una morsa determinata e tagliente. Lui si trascinò su uno scoglio sotto il trabocco e lì non ci fu verso di far aprire la cozza. Alla fine frantumammo la cozza innamorata con un sasso ma fu unoperazione delicata, non priva di rischi. Poi ci abbandonammo a facili giochi di parole.
Io preferivo pescare le orecchie di mare (&lt;i&gt;haliotis lamellosa&lt;/i&gt;), molto più difficili da individuare e poi da staccare. Incomparabilmente più belle e robuste una volta ripulite dal mollusco. Anche il mollusco era bello: giallo e verde, carnoso. Linterno della conchiglia poi!: in madreperla iridescente. Ma al tempo stesso con qualcosa di primordiale, non quella madreperla leziosa, eccessivamente raffinata. Era invece una madreperla che avrebbe potuto piacere a King Kong.
Inoltre per prenderle bisognava scendere sottacqua, mentre le cozze le prendevamo vicinissimo alla superficie, e in posti dove lacqua non era limpida.
Inoltre - sempre per sottolinearne la superiorità - le orecchie di mare vuote, scintillanti sul fondo, segnalavano le tane dei polpi, che a volte ci facevano veri e propri muretti, con orecchie di mare, frammenti di pelosi e sassi, a volte anche coi vetri. Sempre rigorosamente col vetro verde, però: si vede che i polpi sapevano che il vetro verde è più robusto.
Unestate ne pescai più di seicento di orecchie di mare, ero un maniaco ossessivo, un serial killer di orecchie di mare, solo ora me ne rendo conto, ma a quel tempo mi sentivo pieno di poesia. Un signore gentilissimo si offrì di pulirmele. Era anche lui un buon nuotatore, si faceva chilometri nuotando a rana ma senza affondare la testa, con gli occhiali da vista. Un buon nuotatore, ma nulla a che vedere rispetto a mia zia, per di più se si alzava il mare era finito, con quei ridicoli occhiali sul naso a punta. Effettivamente uno che nuota con la testa di fuori avrebbe dovuto mettermi in sospetto. Io gli portavo le mie orecchie di mare quotidiane, e lui il giorno dopo portava sempre le orecchie di mare ripulite perfettamente. Andò avanti a lungo. Solo alla fine dellestate seppi che il mollusco è prelibato, altro che cozze!, e che il signore aveva trovato il modo di abbuffarsi senza fatica alle mie spalle. Io però le orecchie di mare non le ho mai assaggiate, neanche dopo.

Lo scoglio che vide il mio amico accoppiarsi con una cozza lo vide anche mentre pescava con la lenza insieme a suo fratello. Veramente per me la pesca con la lenza era inaccettabile, si prendevano prede piccole e liscose, e poi non era una pesca abbastanza movimentata. Ma mi sbagliavo, su tutti e due i fronti. Il mio amico prese lo slancio e fece per gettare la lenza a grande distanza, solo che lamo finì invece per uncinare locchio di suo fratello. Al che lui svenne. Non il fratello con lamo nellocchio, laltro. Il fratello pescato dovette caricare il fratello pescatore svenuto sul canotto e tornare a riva, tanto lamo aveva preso solo la palpebra. Ora sono due avvocati.
Ma certo anche sulla spiaggia non ci si annoiava. Mia nonna attaccava briga con mio nonno per i più fantasiosi motivi. Per esempio, secondo mia nonna il metodo che mi aveva insegnato il nonno per asciugarmi la schiena consumava troppo lasciugamano. Il metodo consisteva appunto nello strofinare lasciugamano sulla schiena.
 
Tra lalbergo e il mare passavano i camion. La notte mi piaceva la musica dei camion. Ogni tanto il ristorante dellalbergo era usato per i matrimoni e allora cera una musica più normale. Cantavano un sacco di canzoni strappalacrime che mi piacevano, anche se non capivo il nesso tra quelle canzoni e il matrimonio, o forse proprio per quello. Una più o meno diceva Tutte le fontanelle si son seccate / povero amore mio muori di sete. Mi commuovevo. Ma forse era solo un modo per vendere bevande. La mia preferita in assoluto diceva Mare di latte e dargento. Magari era la stessa delle fontanelle, non lo so. Però è vero che verso sera il mare diventava placidissimo, sembrava di latte e dargento. Entrarci dentro era incredibile. Ti sentivi trasfigurato. Senza limiti. Qualcosa di più di un essere umano.
Una volta ero con due miei amici sul mare, al tramonto. Sulla superficie azzurra e densa vedemmo passare una specie di papera nera.
Viene dalla foce del Sangro, disse uno di noi.
Non so chi ebbe lidea, ma ci buttammo in mare per inseguirla. Uno addirittura si infilò un bastone nel costume, a mo di spada, ma naturalmente lo perse dopo pochi metri. La maledetta papera era una nuotatrice formidabile. Tra laltro non era una papera. Ci portò andando a zig zag verso il largo. Non volava, probabilmente non poteva perché era ferita o qualcosa del genere. Ma con quelle zampette sottacqua doveva andare a tutta birra, anche se quando alzavo la testa per guardarla non pareva sotto sforzo.
Ma qui entrò in gioco la celebre astuzia umana. Con unampia manovra riuscimmo a portarla praticamente a riva. Secondo noi, la avremmo arrostita e mangiata sulla spiaggia. Una degna cena per gente rude come noi.
Il volatile che nuotava arrivò in dieci centimetri dacqua, rivedo ancora i ciottoli nitidissimi sotto di lei nonostante lora tarda, lacqua trasparente come un torrente di montagna. Quasi afferro dentro di me la gioia selvaggia che provavo: un sentimento lirico, lancinante. Ancora pochissimo e la papera nera sarebbe salita sulla spiaggia e allora non ci sarebbe stata storia.
Solo che con una brusca manovra puntò verso il largo passando tra di noi come nulla. Insomma ci riportò verso il largo. Noi la seguimmo, ma eravamo stremati. Ormai era quasi buio.
Ci fermammo. E a quel punto si fermò anche lei, una decina di metri più avanti. Ci guardò e fece una cosa semplicissima che noi non ci aspettavamo. Si inabissò.
Fummo presi da un terrore irrazionale. Pensavamo che ci avrebbe attaccati da sotto, con quel becco nero che ora ci appariva in tutta la sua pericolosità. Magari aveva gli stessi gusti della cozza innamorata.
Di sicuro aveva degli occhietti tremendamente aggressivi. Neri anche quelli.
Invece di scappare rimanemmo così, sospesi, atterriti. Anche perché eravamo troppo stanchi.
Chissà dove sparì. Nemmeno la vedemmo riemergere. Uscì per sempre dalla mia vita. Quella creatura nera che chiamammo papera rimane per me il simbolo del mistero nella natura.

Venne uninvasione di meduse rosse. Mia zia era al largo da sola, quando le si ruppe la maschera e per tornare a riva fu costretta ad attraversare il branco immenso. Rimase quasi cieca. Stette per giorni al buio nella sua stanza e dopo era un po strana.
Mio nonno disse che non potevo stare sempre in acqua con tutte quelle meduse rosse, mi propose di fare un giro nellinterno, con un trenino che effettuava tutte le fermate. Era un suo grande desiderio da sempre. Facemmo solo un pezzo del percorso e oggi rimpiango di non averlo fatto tutto. Poi vennero certi parenti che ci portarono in giro in macchina. Comprammo dei dolci a tre punte che erano chiamati le Sise delle monache, le poppe delle monache, cioè. Eravamo in un paesino alle pendici di un monte, immagino che il monte fosse la Maiella, perché per mio nonno il Gran Sasso non aveva importanza, era molto più importante la Maiella.
Sul Gran Sasso invece ci andavo con certi amici e i loro numerosi parenti, ogni volta diversi. Però lo schema era sempre lo stesso. Prima di partire chiedevo: ma mica ci piazzeremo su un prato a mangiare? Faremo noi un giro a piedi in montagna?
Ma certo, mi rispondevano, che ti credi?
Dopo qualche ora di viaggio arrivavamo a un prato, ci piazzavamo lì e tutti tiravano fuori dai bagagliai un tale quantità di teglie, vassoi e zuppiere che sembrava impossibile. Timballi, lasagne, cera di tutto. Dopo aver mangiato rimaneva giusto giusto la forza di rimettere le teglie in macchina.
Una volta però il desiderio di salire fu più forte. Io e i due fratelli dello scoglio partimmo come missili. Anche se si trattava di missili pieni di timballo. Il Gran Sasso era lì, sopra di noi, assolutamente a portata di mano. Dopo qualche ora di salita forsennata però la cosa si rivelò più difficile del previsto. Non è che avessimo organizzato la salita molto bene: andavamo a caso. Trovammo una lapide con scritto: Quando in montagna si chiede aiuto è sempre troppo tardi.
A quel punto tornammo indietro.

Non sono mai stato bravo a far saltare i sassi sullacqua. Una sera ero lì,  in riva al mare di latte e dargento che mormorava calmo e placido. Si vede che era destino: effettuai il lancio più bello della mia vita. Proprio mentre lanciavo, nellimmensità di fronte a me, emerse la testa nera di un subacqueo. Era molto improbabile che la traiettoria del sasso incrociasse proprio quella ridicola testolina, in tutta quella immensità. Ebbene, la incrociò. Il sasso colpì la testa con una violenza silenziosa. Vidi la testa andare giù. Io mi buttai e recuperai il subacqueo per un pelo, tra laltro era un mio amico. Così ci fu un altro, oltre a mia zia, che per qualche tempo si fece portare il pranzo in camera.

Ricordo ancora lodore della ferrovia che passava vicino alla costa, sopra la massicciata. Quando il sole squillava alto nel cielo di mezzogiorno le traversine sprigionavano il loro profumo incantatore. In una casina scrostata stava un omone che era una specie di guardiano della ferrovia ma era anche pescatore. Per noi era dunque il guardiano del mare, una figura mitologica. Lo ammiravamo e lo temevamo. Aveva ire terribili che non capivamo, come una divinità. Oggi capisco che il fatto che si arrabbiasse quando uno di noi stava per finire sotto un treno aveva un suo senso. Con la nassa catturò una murena enorme, che avrebbe potuto fare da proboscide a un elefante. Ci raccontò di quando laveva caricata in barca: Saltava come nu cristiano, ci disse. Quella sera mangiai murena per la prima volta.

Mio nonno prima di morire mi offrì un orologio in regalo. Non lui direttamente, venne a dirmelo la nonna: il nonno vorrebbe regalarti un orologio, disse. Lo presentò esplicitamente come un regalo di addio. Io mi immaginavo un orologio a cipolla, non so perché. Comunque rifiutai. Non volevo un addio. Mi sembrava portasse male, mi sembrava di scongiurare qualcosa, rifiutando lorologio.
Non avevo ancora capito che le cose finiscono veramente.
Più tardi, dopo la morte del nonno, mi sono pentito. Lavrei voluto quellorologio, come avrei voluto percorrere lAbruzzo con lui, sul trenino, ascoltando i suoi racconti.
Qualche anno fa ho ritrovato lorologio del nonno, non quello che voleva regalarmi ma proprio quello che portava lui. Lorologio appare chiaramente anche nelle due fotografie in cui io sono appena tornato dallo scoglio di fuori e cerco di convincere il nonno che davvero ho praticamente catturato un peloso gigante. Lho caricato e andava ancora. Forse le cose finiscono ma non finiscono.
Allora ho indossato lorologio e ho cominciato a scrivere le mie discese estreme.

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<entry id='2454' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2454' author_id='4' authored_on='20071128032655' basename='lo_sguardo_mutilo_visti_e_rivisti_19951997_2' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071128032655' modified_on='20110324024707' ping_count='0' status='2' title='Lo sguardo mutilo (Visti e rivisti 1995-1997) 2' week_number='200748'><text>di &lt;b&gt;Dziga Cacace&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;UomoconlaMacchinadaPresa.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/UomoconlaMacchinadaPresa.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;180&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;&lt;b&gt;11-&lt;i&gt;Monsieur Verdoux&lt;/i&gt; di Charlie Chaplin, USA 1947&lt;/b&gt;

Cattivo come laglio e, allo stesso tempo, dedito al giardinaggio con amorevole cura, Monsieur Verdoux dissemina la Francia di mogli e fa secche le più ricche garantendosi così unagiata vecchiaia. Una volta catturato e messo di fronte ai suoi crimini lometto procede a una autodifesa che paragona i suoi piccoli omicidi alle guerre scatenate dagli Stati. Al confronto, lui è un dilettante. Finale vagamente morale in un film che vuole essere grottesco ma che troppe volte è appesantito dalle gag di Chaplin. Da unidea di Welles (che forse avrebbe trattato il soggetto con mano più felice o che, più probabilmente, non lavrebbe finito di girare) un film osannato dalla critica mondiale. Massì, bello, ma non esageriamo. (Vhs)</text><text_more>&lt;b&gt;12-&lt;i&gt;Grisbi&lt;/i&gt; di Jacques Becker, Francia/Italia 1954&lt;/b&gt;

Becker tratta con ironia e dolcezza la vicenda di un vecchio gangster, un immenso Gabin, di fronte al declino e al tramonto di unepoca. Dopo il colpo che dovrebbe metterlo definitivamente a riposo, deve rinunciare allo strepitoso bottino (il grisbi) per salvare il vecchio compagno dazione, compagno che, peraltro, gli ha sempre creato guai: perderà anche lui. Lento il primo tempo, molto vivace il secondo per un film comunque molto piacevole. Memorabili le scene in cui Gabin schiaffeggia tre persone (tra cui la Moureau) nel giro di trenta secondi e quella in cui ricorda il vecchio compagno definendolo babbeo, minchione, idiota etc., etc. Si vede anche Lino Ventura, prototipo del nuovo gangster che non rispetta più il sistema di valori su cui si reggeva il vecchio mondo della mala. (Cineclub Lumière)

&lt;b&gt;13-&lt;i&gt;King of New York&lt;/i&gt; di Abel Ferrara, Italia/USA 1991&lt;/b&gt;

Un Ferrara dannata, prima della svolta stilistica che lha visto contestato ma anche molto più originale. In ogni caso, nonostante la veste patinata, il cast ultraprofessionale e il dispendio tipico da grande produzione, si vede la mano felice di un regista piacevolmente eccessivo. Un notevole Walken esce dal carcere dopo aver scontato una lunga pena detentiva e in poco tempo ritorna a spadroneggiare nel mondo della mala non trascurando di rifarsi una verginità con astute operazioni di beneficenza. Il disgraziato ha, a suo modo, una morale e tra i suoi obiettivi cè far qualcosa per la gente del ghetto. Ostacola lo sfruttamento della prostituzione ma si riserva il fruttuoso commercio della droga nella convinzione che, se non lo facesse lui, lo farebbe qualcun altro. I poliziotti, buoni e incorruttibili, capiscono che, a fronte della sua nuova immagine pubblica, lunico modo per incastrarlo è combatterlo con le sue stesse armi ma, in uno spettacolare crescendo, sono fatti tutti secchi. Ferrara sovverte le regole del mercato facendo vincere il cattivo? Non esageriamo: dopo lultimo duello (vinto) il boss si becca una pallottola in pancia e muore ucciso dal traffico di N.Y.; se non fosse per lingorgo stradale che impedisce la fuga dalla polizia e lurgente ricovero in ospedale, la giustizia, &lt;i&gt;stavolta&lt;/i&gt;, non gliela farebbe. Ritmo serrato, bel montaggio, immagini pulite; il Ferrara brutto, sporco e cattivo doveva ancora venire. (Diretta TV; 14/11/95)

&lt;b&gt;14-&lt;i&gt;Radio Days&lt;/i&gt; di Woody Allen, USA 1987&lt;/b&gt;

Un Woody Allen minore ma piacevole; ritornano i temi cari al regista americano: la radio e la sua magia, il nevrotico ambiente familiare e linfanzia, raccontata con nostalgia e tocco lieve. Un &lt;i&gt;Amarcord&lt;/i&gt; dei quartieri ebrei di New York: si ride abbastanza ma non sempre tutto funziona e talvolta la narrazione simpantana. Bella la fotografia, bravi gli attori e, ancor più daltre volte, straordinarie le musiche. (Proprio una recensione di maniera. E impegnati, cazzo!) (Vhs)

&lt;b&gt;15-&lt;i&gt;Il grande cocomero&lt;/i&gt; di Francesca Archibugi, Italia/Francia 1993&lt;/b&gt;

Terza prova registica della Archibugi che rifugge ogni facile retorica nel descrivere un coraggioso psichiatra, il bravo Castellitto, che deve letteralmente inventarsi ogni giorno il suo mestiere nel caos degli ospedali italiani. Ma Castellitto non impersona un personaggio solamente positivo: sappiamo che la sua vita privata è allo sfascio e che anche lumanità che lo attornia vive con difficoltà, incattivita da un mestiere difficile. Non si scade nel patetico o nel consolatorio proprio per questo spessore reale che viene dato ai personaggi e il finale, per quanto lieto, riesce a non essere stolidamente tranquillizzante e di questi tempi, tempi in cui la malattia è oggetto di morbosa attenzione e trattazione superficiale, non è poco. (Vhs)

&lt;b&gt;16-&lt;i&gt;La carne&lt;/i&gt; di Marco Ferreri, Italia 1991&lt;/b&gt;

Ferreri, spiazzante come al solito, si affida al talento di Castellitto e allincapacità manifesta della Dellera per comporre un caotico apologo sullamore che cannibalizza i propri affetti (perlomeno, così la vedo io; poi, vai a capire...); la carne al fuoco è molta e alla fine è la confusione a trionfare. Il film non riesce a essere incisivo anche se nella prima parte due o tre spunti, per quanto pecorecci (o forse proprio perché tali), risultano estremamente divertenti; peccato che poi il tutto si perda in simbolismi stanchi e già visti (Ué, spietato!). (Vhs)

&lt;b&gt;17-&lt;i&gt;Prima della pioggia&lt;/i&gt; di Milcho Manchevski, Macedonia/Gran Bretagna/Francia 1994&lt;/b&gt;

La logica circolare (presto illogica e temporalmente paradossale), spezzata dalla morte dei protagonisti, unisce e rende vibrante lopera prima del regista macedone che, senza retorica o effetti spettacolari, illustra il percorso tortuoso dellodio e dellintolleranza razziale tra popoli poveri ed eredi di massacri vecchi di secoli. Notevoli le sequenze nel monastero senza tempo e bellissima la fotografia di Kondhji, complice lo straordinario paesaggio delle campagne macedoni non ancora colonizzate (ma Manchevski ci fa vedere linsinuante invasione culturale: prodotti occidentali, pornografia e insistenti cartelloni pubblicitari). Bravi attori e notevole cura dei particolari per il convincente ritratto di una terra dura e sfortunata. (Vhs)

&lt;b&gt;18-&lt;i&gt;Proposta indecente&lt;/i&gt; di Un Miserabile, USA 1993&lt;/b&gt;

Il titolo è il commento più appropriato per sta invedibile porcata che sfodera un Redford versione mummia e una Demi Moore di plastica. Finale incredibile e penoso (per non parlare dellacquisto dellelefantino da parte dello squattrinato architetto) in unorgia di musiche alla Clayderman. Apoteosi del kitsch la lezione di architettura in cui si afferma che un mattone aspira soltanto a essere un mattone secondo il verbo di Louis Kahn. Per conto mio il mattone aspirava soltanto a infrangere il video su cui passava questa immonda cagata. (Vhs)

&lt;b&gt;19-&lt;i&gt;Lodio&lt;/i&gt; di Mathieu Kassovitz, Francia 1995&lt;/b&gt;

Opera seconda di Kassovitz che, nonostante si dichiari contro il Sistema, adotta intelligentemente uno sguardo imparziale sullo spinoso soggetto delle città satellite parigine. Buon ritmo, bravi attori e musica pulsante per raccontare la giornata di tre disoccupati: alternando momenti drammatici ad altri esilaranti, si arriva a un finale disperato e disperante, il tutto sotto lo sguardo muto e tormentato di Beaudelaire. Qualche gag allunga un po il film e nonostante levidente squilibrio tra primo e secondo tempo si esce dal cinema frastornati e soddisfatti. Bello il bianco e nero e arguti i rimandi a Scorsese (che peraltro il regista fustiga nelle interviste). (Cineclub Lumière)

&lt;b&gt;20, 21, e 22-&lt;i&gt;Venerdì 13&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Fantasmi&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;Hellraiser&lt;/i&gt; di Alcuni Cialtroni, USA 1980, 1979 e Gran Bretagna 1987&lt;/b&gt;

Tre cult del cinema horror che hanno in comune la mancanza dironia, gli effetti speciali falsissimi, la noia che inducono nel malcapitato spettatore e numerosi momenti dimbarazzante involontaria comicità. &lt;i&gt;Fantasmi&lt;/i&gt; maveva sinceramente spaventato quando avevo dodici anni; visto oggi ha un ritmo molto blando e una recitazione assolutamente improbabile. Ciò nonostante è il migliore del lotto: il tanto osannato Clive Barker è un cialtrone e &lt;i&gt;Hellraiser&lt;/i&gt; stanca dopo dieci minuti; &lt;i&gt;Venerdì 13&lt;/i&gt; risponde pienamente alla definizione di cinema dellorrore: è talmente immondo da far accapponare la pelle. (Vhs)

&lt;b&gt;23-&lt;i&gt;Forrest Gump&lt;/i&gt; di Robert Zemeckis, USA 1994&lt;/b&gt;

Rivisto in italiano e in videocassetta, non mi è chiaramente piaciuto come la prima volta (grande schermo, versione originale), ma tutto sommato lho ritrovato piacevole. Scambiato, per conto mio, per un film dalle pretese alte e con un particolare assunto ideologico, è in realtà unintelligente e divertita ricostruzione della storia degli ultimi quarantanni degli Stati Uniti, attraverso gli occhi di un personaggio candido e, oggettivamente, un po coglione. Brioso, ben recitato, con una colonna sonora eccezionale e alcune scene veramente belle. Fantastico laccostamento tra &lt;i&gt;Fortunate Son&lt;/i&gt; dei Creedence Clearwater Revival e larrivo degli elicotteri su una spiaggia vietnamita (tributo ad &lt;i&gt;Apocalypse Now&lt;/i&gt;) ed, ancora, il tentato suicidio della lei sulle note di &lt;i&gt;Freebird&lt;/i&gt; dei Lynyrd Skynyrd. Soddisfacente. (Vhs)

&lt;b&gt;24-&lt;i&gt;Novecento&lt;/i&gt; di Bernardo Bertolucci, Italia 1976&lt;/b&gt;

Più lo vedo (rigorosa soluzione unica), più mi piace. Lepica padana dei contadini e del movimento operaio sarà zeppa di difetti etc., etc., ma, per conto mio, possiede una potenza lirica straordinaria. Servirebbe unanalisi un po più seria ma mi limito a metterlo nella mia personale Top Ten, senza ulteriori commenti. Comodo, no? (Vhs)

&lt;b&gt;25-&lt;i&gt;Donne sullorlo di una crisi di nervi&lt;/i&gt; di Pedro Almodòvar, Spagna 1988&lt;/b&gt;

Quarta visione: forse siamo alla sintesi perfetta o forse già alla maniera dello stile del regista spagnolo, ma in fondo ci si diverte per cui non facciamo gli snob. Bella sceneggiatura che incastra alla perfezione tutti i personaggi e le situazioni e intelligente lavoro scenografico. Molto piacevole. (Vhs)

&lt;b&gt;26-&lt;i&gt;La première séance&lt;/i&gt; di Louis e Auguste Lumière, Francia 1895&lt;/b&gt;

Tutti i primi film dei due geniali fratelli: i primi della centenaria storia del cinema, eppure già, paradossalmente, modernissimi. Le immagini documentarie dai paesi esteri, i primi movimenti di camera (la ripresa dal battello a Venezia) e le prime storielline (il giardiniere con la manichetta). Bellissimi ed emozionanti: è nato tutto così. Complimenti. (Cineclub Lumière; 24/10/1995)

&lt;b&gt;27-&lt;i&gt;Prime cose&lt;/i&gt; di Mario Martone&lt;/b&gt;

Mah! Qualche video imbarazzante, un estratto di uno spettacolo teatrale (Rasoi) di cui non ho capito una mazza (napoletano stretto), un corto che mi ha lasciato interdetto (&lt;i&gt;Nunzio etc&lt;/i&gt;., &lt;i&gt;pittore lucano&lt;/i&gt;... boh, chi ricorda più?). Hilda, Silvia e Barbara non mi hanno fatto vedere la cosa più interessante: una videointervista a Beuys, ma un inquietante personaggio che ti costringe a portarlo a casa (niente nomi, please) saggirava per la sala cinematografica e la fuga è sembrata lunica soluzione. (Cineclub Lumière)

&lt;b&gt;28/29-&lt;i&gt;Travolti da un insolito destino nellazzurro mare dagosto&lt;/i&gt; di Lina Wertmuller, Italia 1974&lt;/b&gt;

Stu sticchio di motorinu.... Decisamente godibile nonostante la ripetuta e ravvicinata visione. La prima ora ha dialoghi frizzanti e ritmo, poi, quando la ricca signora e il marinaio Carunchio sinnamorano, il film perde il suo brio, anche se arrivano ancora alcune pregevoli stilettate (la richiesta di sodomizzazione). Geniale lo zoom che stringe sugli occhi di Giannini quando, tornato a terra, vede la moglie corrergli incontro. Inutile il finale, bravi gli attori, bellissima la Sardegna e un po cane il direttore della fotografia (anche se non importa). Divertente. (Vhs)

&lt;b&gt;30-&lt;i&gt;Nel corso del tempo&lt;/i&gt; di Wim Wenders, Repubblica Federale Tedesca 1973&lt;/b&gt;

Bellissimo. Quelli che osannano Wenders per partito preso dovrebbero vedere questo film per capire quanto sono brutte le sue ultime cose. Ecco finalmente lo spazio, i non luoghi (termine abusato, spesso a sproposito) del confine tra la Germania dellest e quella dellovest. Ecco, inoltre, un modo non banale di raccontare lamicizia virile, i ricordi, la libertà, i rapporti intergenerazionali, lamore per il cinema, lAmerica e gli americani. Tre ore emozionanti in cui non ho avuto un minimo calo dattenzione. (Cineclub Lumière)

&lt;b&gt;31-&lt;i&gt;Casco doro&lt;/i&gt; di Jacques Becker, Francia 1952&lt;/b&gt;

Mitico (nel senso più esatto del termine, non da paninaro) ma francamente solo carino, nulla più. (Spietato, nevvero?) (Cineclub Lumière)

&lt;b&gt;32-&lt;i&gt;Lamico americano&lt;/i&gt; di Wim Wenders, USA/Francia/Repubblica Federale Tedesca 1977&lt;/b&gt;

Non ne sono stato convinto appieno ma, dopo alcuni mesi, parecchie scene continuano a tornarmi su, caratteristica che appaia Wenders alle melanzane fritte: mantenendo vago il giudizio (o il pregiudizio, visto lautore in questione), non posso che ritenerlo in ogni caso incisivo. Bravi e &lt;i&gt;teneri&lt;/i&gt; Ganz e Hopper. (Cineclub Lumière)

&lt;b&gt;33-&lt;i&gt;La chiave&lt;/i&gt; di Tinto Brass, Italia 1983&lt;/b&gt;

Proprio una chiavica: la Sandrelli dispensa carne e pelo con supposta ironia... A parte una scena, non si ride né ci si eccita (né intellettualmente né genitalmente). Ricostruzione di maniera di una Venezia che, nella testa di Brass, pensa più alla mona che al fascismo (come lui, del resto). Triste. (Vhs)

&lt;b&gt;34-&lt;i&gt;Miracolo a Milano&lt;/i&gt; di Vittorio De Sica, Italia 1951&lt;/b&gt;

Lho visto la prima volta al Beaubourg, con un entusiasta pubblico francese e un liberatorio applauso finale. Oggi, alla quarta visione, piango e rido ancora come se fosse la prima volta: è una spassosa, pungente, intelligentissima fiaba anche se in televisione vale molto, molto meno. Ma come sempre risulta &lt;i&gt;mondiale&lt;/i&gt;. (Vhs)

&lt;b&gt;35-&lt;i&gt;Carlitos Way&lt;/i&gt; di Brian De Palma, USA 1993&lt;/b&gt;

Ma allora De Palma è capace! Narrativamente ben costruito, girato in modo inventivo e visionario e superbamente recitato da un Pacino immenso. Il solito tema del vecchio delinquente che non riesce a conciliare la sua morale con i tempi spietati che corrono è aggiornato e, nella scintillante confezione, convince e si distacca dal genere (trito e ritrito) con originalità. (Vhs)

&lt;b&gt;36-&lt;i&gt;Lultima corvée&lt;/i&gt; di Hal Ashby, USA 1973&lt;/b&gt;

È il primo film che ho visto con Barbara, una sera che a Ponte di Legno andavano tutte in una funerea discoteca. Allepoca non mi degnava di uno sguardo mentre io già intuivo le enormi potenzialità della pupa: apprezzammo il film. Visto oggi (quarta volta, almeno) è ancora bello, triste e intenso. Bravi tutti gli attori e interessante la descrizione della città, sede dei vizi ma anche della libertà (originale, ma credo casuale, attribuzione): Nicholson e il compare di colore fanno conoscere al cleptomane lalcool, il sesso e, forse, lamore in una serie dincontri stralunati. E si diventa tutti un po più buddisti. (Diretta TV; 2/12/95)

&lt;b&gt;37-&lt;i&gt;Il tagliaerbe&lt;/i&gt; di Un Cane, USA/Giappone 1992&lt;/b&gt;

Becera porcata che tenta di far leva sullinteresse per la realtà virtuale. Non ci riesce e stanca dopo dieci minuti: gli effetti speciali sono una carnevalata, la trama prevedibile e irritante. Ne hanno annunciato un seguito che eviterò con estrema cura. (Diretta TV; 15/9/95)

&lt;b&gt;38-&lt;i&gt;Pulp Fiction&lt;/i&gt; di Quentin Tarantino, USA 1994&lt;/b&gt;

Non è ancora venuto il momento di farci pompini a vicenda!. Grande! Certo, alla terza visione in meno di un anno ravviso un po di lentezza, ma i dialoghi e le situazioni sono geniali, gli attori bravissimi, la struttura temporale a incastro perfetta e le musiche azzeccate. Se Quentin non si rovina.... (Vhs)

&lt;b&gt;39-&lt;i&gt;Rocco e i suoi fratelli&lt;/i&gt; di Luchino Visconti, Italia 1960&lt;/b&gt;

Bellissimo, e non aggiungo banalità. (Vhs)

&lt;b&gt;40-&lt;i&gt;Barry Lindon&lt;/i&gt; di Stanley Kubrick, Gran Bretagna 1975&lt;/b&gt;

Bellissimo, e aggiungo qualche banalità: ogni inquadratura è un quadro; ben sapendo di insistere con cose stradette: eccezionali i costumi, la fotografia, gli attori e le musiche dei Chieftains. Veramente una gioia per gli occhi. (Vhs)

&lt;b&gt;41-&lt;i&gt;Lamore molesto&lt;/i&gt; di Mario Martone, Italia 1995&lt;/b&gt;

Attaccato dalla critica e un po snobbato dal pubblico. Perché? Io, nonostante la visione in video, lho molto apprezzato. Bella la struttura: quasi un giallo, nobilitato da ricordi, sensazioni, odori, profumi, rumori. Sembra di toccare Napoli nel suo caos, nella sua sensualità, nel suo caldo appiccicoso. Chi la conosce bene non è stato deluso: finalmente una visione che non fosse pizza, Vesuvio e mandolini. Bravissima la Bonaiuto e gli altri attori; belle fotografia e musica. (Vhs)

&lt;b&gt;42-&lt;i&gt;Clockers&lt;/i&gt; di Spike Lee, USA 1995&lt;/b&gt;

Tecnicamente notevole, narrativamente, invece, meno convincente. Bravo Keitel, ma non basta per esserne pienamente convinti: sembra che Spike abbia un po perso la vena e del resto girare il video di Eros Ramazzotti era un imbarazzante segnale (e che brutto video, poi). (Cinema Ritz)

&lt;b&gt;43-&lt;i&gt;Taxi Driver&lt;/i&gt; di Martin Scorsese, USA 1976&lt;/b&gt;

Ennesima visione: Are ya talkin to me?. Che dire? Sul film niente che non sia già stato detto; su TMC e Videomusic che la smettano di trasmetterlo ogni tre settimane. Comunque Sei un cowboy, eh?. Grande! (Vhs)

&lt;b&gt;44-&lt;i&gt;The Commitments&lt;/i&gt; di Alan Parker, Gran Bretagna 1991&lt;/b&gt;

In una serata che sembrava dedicata al più insulso zapping, rivedo per la quinta volta questo simpatico filmetto e la mia pigrizia non viene punita: lo scalcinato gruppo di rhythm n blues intenerisce e diverte come sempre. E poi ti viene una voglia di suonare... (Vhs)

&lt;b&gt;45/46-&lt;i&gt;La crisi!&lt;/i&gt; di Coline Serreau, Francia 1992&lt;/b&gt;

Dopo i trenta minuti iniziali, divertenti e godibili, il ritmo si placa un po e la commedia viene appesantita da banali considerazioni sulla vita. Carino, ma niente più. Si beatifica lomeopatia (sto cazzo). (Vhs)

&lt;b&gt;47-&lt;i&gt;Naked&lt;/i&gt; di Mike Leigh, Gran Bretagna 1993&lt;/b&gt;

Lho trovato bello, decisamente. Inquietanti i dialoghi (zeppi di riferimenti che spaziano dalla cultura underground allApocalisse), ben tratteggiati i personaggi (soprattutto non piacioni), belle le musiche e interessante la visione, fuori dagli schemi, di una Londra notturna e dolorosa. Certo, alla fine si attende una lieta conclusione, un tardivo pentimento, un rientro nei ranghi della normalità e invece quanto è soffocante, ma tutto sommato appagante, lennesimo rifiuto finale dellintegrazione da parte del personaggio principale, che ruba, mente e nuovamente fugge libero. (Vhs)

&lt;b&gt;48-&lt;i&gt;Il servo&lt;/i&gt; di Joseph Losey, Gran Bretagna 1963&lt;/b&gt;

Morbosetto, nevvero? E lintelligenza registica non sta solo nella lenta costruzione del gioco al massacro che il servo impone al debosciato albionico padrone, ma anche nella raffinata messa in scena e in alcune geniali riprese (specchi, ombre etc.). Torbido e sensuale: chiaro che a un voyeur e decadente esteta come me sia subito piaciuto. Bello. (Vhs)

&lt;b&gt;49-&lt;i&gt;DellaMorte DellAmore&lt;/i&gt; di Michele Soavi, Italia/Francia 1994&lt;/b&gt;

Osannato da certa critica e pubblicizzato sulle reti del Berlusca in maniera imbarazzante, il film è stato un bel fiasco e se ne capisce presto il motivo: è un mediocre horror con qualche (rara, si badi) buona idea e molte pagliacciate. Al di là dellimprobo confronto con lombra di Dylan Dog, stupisce il ricorso a effettacci stravisti e lironia sembra una scusa a buon mercato. Peccato perché lo spunto iniziale di Sclavi, per quanto non trascendentale, era sicuramente valido. E vabbeh... (Vhs)

&lt;b&gt;50-&lt;i&gt;Le iene&lt;/i&gt; di Quentin Tarantino, USA 1992&lt;/b&gt;

Quarta visione: tutto sommato più compatto di &lt;i&gt;Pulp Fiction&lt;/i&gt;. Inutile sottolineare attori, musica, dialoghi etc., etc. Speriamo che duri... (Vhs)

(&lt;b&gt;2-CONTINUA&lt;/b&gt;)

</text_more></entry>
<entry id='2455' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2455' author_id='2' authored_on='20071128200455' basename='polvere_e_sudore_nelle_palestre_di_buenos_aires' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071128200455' modified_on='20071130131420' ping_count='0' status='2' title='Polvere e sudore nelle palestre di Buenos Aires' week_number='200748'><text>di&lt;b&gt; Alberto Prunetti&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;palestracosenza.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/palestracosenza.jpg&quot; width=&quot;342&quot; height=&quot;226&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Segnalo sul numero di novembre di &lt;b&gt;&lt;a href=&quot;http://www.reflex.it/&quot;&gt;Fotografia Reflex &lt;/a&gt;&lt;/b&gt;uno splendido servizio fotografico di &lt;b&gt;Dante Cosenza&lt;/b&gt;, fotografo argentino di origine italiane. Cosenza, nato 43 anni fa a Buenos Aires, registra la luce naturale di scantinati scrostati, in cui robusti machos di periferia versano sudore su attrezzi arrugginiti o  accendono ceri davanti alle icone di bodybuilders anonimi su altari improvvisati.</text><text_more>Cosenza è stato un fotoreporter di strada e adesso è leditor fotografico di un noto quotidiano portegno, ma la sua opera fotografica  basata su un bianco e nero rigoroso e sulluso spiccato della luce naturale  è ancora tutta da scoprire. 
Le sue foto fanno venir voglia di buttar via la macchina fotografica: con unattrezzatura minima e senza preoccuparsi troppo di tecniche sofisticate, Cosenza ha realizzato degli scatti che sono semplicemente meravigliosi. Questuomo ha un colpo docchio e una sensibilità incredibili e prima o poi tutta la sua opera fotografica sarà riconosciuta per quel che vale. Oltre a queste foto, Cosenza tiene nel cassetto un servizio inquietante sugli ospedali geriatrici di Baires, che a me ha ricordato gli scatti di Diane Arbus. Ha anche realizzato delle foto meravigliose in Bolivia e sono superlativi i suoi scatti sulle strade di Buenos Aires, tra militari accigliati e disoccupati in rivolta. Mentre in Italia tanti fotografi si sbattono a spendere tempo, soldi ed energie in stupide querelle sulla superiorità del digitale o dellanalogico, o sulla resa ottica del tale o talaltro obiettivo, cè un tipo che se ne va a giro per le avenidas e le stamberghe di Buenos Aires, a impressionare di luce e poesia un rotolo di pellicola sensibile. Grandissimo. 
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<entry id='2456' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2456' author_id='4' authored_on='20071129030055' basename='gabriella_ghermandi_regina_di' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071129030055' modified_on='20071129030147' ping_count='824' status='2' title='Gabriella Ghermandi: REGINA DI FIORI E DI PERLE ' week_number='200748'><text>di &lt;b&gt;Giulia Gadaleta&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;ReginadiFiori.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/ReginadiFiori.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;185&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;Gabriella Ghermandi, &lt;i&gt;Regina di fiori e di perle&lt;/i&gt;, Donzelli, 2007, pp. 264,  16,80.

&lt;b&gt;Etiopia, tra il 1935 e il 1941&lt;/b&gt;. E in corso loccupazione fascista dellunico pezzo di Africa rimasto indenne dal colonialismo. Ma anche della più antica realtà statuale del continente. Un soldato italiano lascia il suo plotone per raggiungere il dentista di cui ha bisogno. Abbandonata la strada percorsa da camion militari e dai mezzi delle imprese impegnate a costruire le infrastrutture della colonia italiana in fieri, tenta una scorciatoia. Lungo il sentiero vede una donna. Nera. Bellissima. Che si lava in una pozza dacqua. Non parlano la stessa lingua, ma il militare le fa intendere le sue intenzioni. Giacciono insieme in una grotta, come direbbe un romanzo dellepoca. Durante la notte, in modo del tutto accidentale, luomo la uccide.</text><text_more>Così inizia &lt;i&gt;Tempo di uccidere&lt;/i&gt; (1947) di Ennio Flaiano, uno dei pochi romanzi italiani a riflettere sulla nostra esperienza coloniale. Forse da quella donna il tenente ha contratto un male incurabile, e così inizia un errare febbricitante che si conclude con la guarigione, per mano del padre della donna. Che conosce la verità ma cura ugualmente luomo. Dagli indigeni - che il tenente giudica essere semplici, privi del senso del tempo e di moralità - apprenderà una lezione indelebile: non solo la saggezza, la bontà e il perdono ma anche la conoscenza della parte più oscura di sé. E così alla fine i ruoli di colonizzato e colonizzatore si invertono. E lesperienza coloniale che rende così propenso al male e alla incomprensione il tenente? Questo Flaiano non ce lo dice. Ma dove finisce Flaiano inizia Ghermandi. 
&lt;b&gt;Etiopia, tra il 1935 e il 1941&lt;/b&gt;. Il paese non è tutto in mani italiane, come la propaganda del regime vuol far credere. Cè una resistenza nascosta sulle montagne e nei boschi. Un gruppo di donne &lt;i&gt;arbegnà&lt;/i&gt; si sta rifornendo dacqua presso un torrente. Sono armate e portano con sè Tariku, figlio della loro condottiera Kebedech Seyoum. Una di loro si lava nel torrente. Allimprovviso compaiono due &lt;i&gt;talian sollato&lt;/i&gt; e la donna imbraccia il fucile e spara. Li uccide entrambi. 
Difficile non notare la specularità delle due scene: come in tanta letteratura post-coloniale, Gabriella Ghermandi parte da un romanzo coloniale, smontandone i meccanismi e proponendo il punto di vista del colonizzato.   
I fiori e le perle del titolo sono le storie che Mahlet, alter-ego della scrittrice, colleziona, le storie del tempo degli italiani, le storie dei vecchi partigiani, gli arbegnà.  Ma &lt;i&gt;Regina di fiori e di perle&lt;/i&gt; non è solo lassunzione ogogliosa di un punto di vista etiope per unautrice che, si badi bene, è italo-etiope-eritrea, che porta cioè nella sua identità il conflitto e il confronto. E la storia del percorso di formazione interiore di una bambina che si fa donna, di una fanciulla che cresce nel cortile protetto della famiglia allargata ascoltando e spiando le storie dei grandi, ma poi va allestero a studiare, prova la nostalgia e la lontananza del migrante e torna per tenere fede a una promessa: quella di raccontare storie, di farsi cantora. Il mondo che ci racconta Ghermandi è regolato dalle feste religiose, dai riti del caffè, dal susseguirsi delle stagioni, dal rispetto degli anziani. Le sue parole sono dominate da un linguaggio poetico che accarezza, da metafore impensabili in italiano. Di una lingua italiana abitata dallamharico. Quello di Mahlet è un percorso di formazione interiore, è percorso spirituale, che conduce alla consapevolezza. Perchè farsi cantora è gesto di grande responsabilità, parlare di qualcuno equivale a renderlo ospite e lospite è sacro. 
Ogni storia raccontata a Mahlet è una storia che ci racconta Ghermandi: quella del vecchio Yacob e quella di Abbaba Igirsà Salò, quella di Kebedech Seyoum e quella della signora della tartaruga. E quella di Mahlet, nata a Debre Zeit, a cinquanta chilometri da Addis Abeba, che nel 1991, anno della caduta di Menghistu, ha sedici anni. E che contiene tutte le altre storie. &lt;i&gt;Regina di fiori e di perle&lt;/i&gt; è un romanzo polifonico che conserva il senso delloralità attraverso la sua perfetta circolarità. E lascia a noi lettori la responsabilità di saper ascoltare. 

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<entry id='2457' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2457' author_id='4' authored_on='20071202030058' basename='venezuela_referendum_costituzionale_costituzione_e_socialismo_giuridico' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071202030058' modified_on='20071202030541' ping_count='0' status='2' title='Venezuela: referendum costituzionale.  Costituzione e socialismo giuridico' week_number='200749'><text>di &lt;b&gt;Tito Pulsinelli&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;SiconChavez.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/SiconChavez.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;180&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;[A poche ore dal referendum con cui i cittadini venezuelani dovranno dire sì o no a una serie di modifiche alla Costituzione, proponiamo un articolo di Tito Pulsinelli apparso su &lt;a href=&quot;http://www.selvas.org/newsVE0307.html&quot;&gt;www.selvas.org&lt;/a&gt;. Non mancano, come si vedrà, gli accenti critici. A giorni pubblicheremo una piccola rassegna delle falsificazioni con cui i principali media italiani ed europei si accaniscono contro il &quot;governo bolivariano&quot; di Hugo Chávez, divenuto lo spauracchio di chi, a destra come a sinistra, si è fatto difensore di un neoliberismo ormai boccheggiante.]  (&lt;b&gt;V.E.&lt;/b&gt;)

Mancano pochi giorni (&lt;i&gt;in realtà è oggi, 2 dicembre&lt;/i&gt;, n.d.r.) al referendum sulla sostanziosa ristrutturazione costituzionale ma non si percepisce un abnorme surriscaldamento del clima politico. Non una debordante partecipazione appassionata né l&apos;incontrollabile avversione biliosa delle altre numerose elezioni - una all&apos;anno! - cui ci ha abituato il novennale ciclo bolivariano. Nonostante i doviziosi sforzi del sistema mediatico per inscenare nelle piazze il canovaccio delle rivoluzioni colorate, Caracas non è Tbilisi o Kiev.   </text><text_more>Il corposo pacchetto di modifiche costituzionali spazia dal diritto di voto a 16 anni alla giornata lavorativa di 6 ore, e allude a una nuova archittetura istituzionale nei grandi spazi geografici del Paese. La nuova geometria del potere segnala l&apos;esigenza di ridisegnare le competenze e il funzionamento delle istituzioni locali, affinché rispondano a una logica che non sia solo geografica, ma di economia territoriale. Viene rimossa la cosiddetta autonomia della banca centrale rispetto alle altre istituzioni, che invece è stata una autentica sottomissione al dogma del FMI, Goldamn Sachs e delle altre confraternite fondamentaliste del neoliberismo.

Il cambiamento più reclamizzato è quello che consente di candidarsi senza limiti alla carica presidenziale, fermo restando che corrisponde agli elettori deliberare chi li rappresenta. E&apos; quel che è sempre avvenuto nella gerontocrazia italiana con Andreotti Giulio, incistato in pianta stabile alla guida dei governi del dopoguerra, o come ministro vitalizio. Mitterrand, Thatcher, Felipe Gonzalez, i 16 anni di Kohl: tutto nel dimenticatoio? Zapatero e Sarkozy possono candidarsi all&apos;infinito.
Lo stato della democrazia reale è tale che ha come illustri difensori d&apos;ufficio i politici dei vari Paesi monarchici che sopravvivono in Europa. Salgono sulla cattedra del politicamente corretto persino alti funzionari dell&apos;ultima monarchia assoluta che fa capo allo Stato del Vaticano. Si contraddicono? Tanto meglio, diceva Walt Whitman.

La ristrutturazione costituzionale enfatizza nuove tipologie di proprietà comunale che affiancheranno la proprietà statale e quella privata, e daranno corpo alla proprietà sociale del nuovo potere popolare. Secondo alcuni è poco più di un espediente semantico con cui lo Stato attribuirà autorità alla periferia, delegando competenze discrezionali sul suo accresciuto potere e patrimonio. Secondo l&apos;opposizione si tratta di uno svuotamento reale del potere locale, e di una crescita abnorme dello Stato sulla società e su tutte le articolazioni locali.

L&apos;aspetto più polemico, però, è la comparsa della parola socialismo nel testo costituzionale, come meta per il prossimo futuro. Al di là della necessità di definirne concretamente i lineamenti - visto che non può riprodurre il sistema dei monopoli statali sovietici - come valutare questa proclamazione giuridica del socialismo? La realtà sociale sempre precede e si riflette a posteriori sul sistema giuridico, perchè è determinata dal rapporto di forze complessivo esistente tra i vari settori.
Questa è -concretamente- la conformazione della nuova egemonia sociale: un processo di trapasso dal potere politico alla sfera sociale, e in ognuna delle sue scansioni.
 
La Costituzione può essere un programma di massima per i prossimi venti anni, il tracciato di una rotta, ma per oltrepassare i confini del giuridico ci vuole ben altro. Per ora, pare un&apos;accelerazione volontarista impressa dall&apos;alto, con l&apos;intento di andare oltre la democrazia participativa e lo Stato sociale.

Mentre l&apos;agenda di discussione sui massimi sistemi avanza tra sussulti di vario tipo - non ultima l&apos;accusa di tradimento contro le critiche di Baduel - affiora la preoccupante tendenza a ridurre la complessità alla scelta tra rosso e nero, evitando così di entrare nel merito delle critiche. Torna alla memoria la rottura tra Chávez e Arias Cardenas - altro fondatore del movimento bolivariano - che arrivò persino a essere il primo degli effimeri candidati presidenziali dell&apos;opposizione. Oggi dirige la missione diplomatica venezuelana all&apos;ONU.

Il quadro reale del Paese, come emerge da un&apos;indagine della Camera di commercio Venezuela-USA, indica che negli ultimi tre anni sono aumentati del 149% i redditi del settore più vulnerabile della popolazione, quello che raccoglie il 42,6% delle famiglie. Allo strato che raggruppa il 26% è cresciuto del 49% il bilancio familiare. 
Queste famiglie destinano il 44% dei nuovi redditi agli alimenti e bibite analcoliche; l&apos;11% all&apos;acquisto di case e il 7% ai beni voluttuari di uso personale. Questo boom dei consumi alimentari ha prodotto automaticamente l&apos;esaurimento della carne di pollo, zucchero e latte. I raccolti di riso e mais, invece, rendono per la prima volta superfluo importarli.

Per l&apos;opposizione, la discontinuità dei rifornimenti è la conseguenza dell&apos;intervento statale nell&apos;economia, come se gli allevamenti di pollame fossero responsabilità dei kolkhoz ucraini e non dei piccoli e medi centri agricoli privati. 
Per il governo, invece, la responsabilità è dovuta agli accaparratori e al sabotaggio degli industriali alla rete della distribuzione. Semplicemente, la produzione agricola non è aumentata nella stessa misura della domanda, che si è rapidamente impennata. I produttori privati e le coperative non crescono come dovrebbero, e si deve far ricorso all&apos;importazione, anche in questo vitale settore.

E&apos; difficile sapere quanto si è avanzato nell&apos;obiettivo della sovranità alimentare, cioè in un nodo strategico per la costruzione di una economia più articolata, più stabile, meno vulnerabile e e capace di produrre internamente una parte crescente di tutto quello che proviene da fuori. Soprattutto nell&apos;area dell&apos;alimentazione.
Per superare l&apos;economia mono-esportatrice (petrolio, materie prime) è indispensabile il concorso convergente della piccola e media impresa, del nuovo settore coperativo e di quello statale, messi al riparo dai monopoli internazionali.
L&apos;impresa privata si avvantaggia dei finanziamenti statali e del mercato protetto, ma pretende anche prezzi liberi e non controllati: la botte piena e la moglie ubriaca.

I propagatori del cliché di un invadente statalismo ignorano che qui lo Stato non riesce a incassare l&apos;IVA e - nonostante il recente encomiabile abbassamento di 5 punti - i consumatori non hanno riscontrato nessuna riduzione dei prezzi. Il settore commerciale ha continuato ad appropriarsi indebitamente dell&apos;IVA e -per la prima volta nell&apos;ultimo quinquennio - quest&apos;anno queste entrate fiscali diminuiranno. Mentre l&apos;attenzione generale è assorbita dagli ideologismi, è praticamente scomparso il controllo dei prezzi regolamentati dei beni di maggiore di consumo. 
Un parlamento in cui si dispone della maggioranza assoluta non ha varato un semplice decreto-legge per abolire i contratti a termine, o per accelerare il varo di un sistema previdenziale unico su scala nazionale. E&apos; rimasto nel cassetto anche il progetto di una polizia nazionale che superi l&apos;anacronismo e l&apos;impotenza delle attuali polizie alle dipendenze dei governatori regionali.
La politica per il rinnovo del parco dei veicoli privati, con finanziamenti a tassi quasi nulli, è stata sfruttata con agio dalla classe medio-alta che oggi sfoggia fiammanti jeep 4x4, ma il trasporto pubblico di massa - soprattutto urbano - è deplorevole. Costa più caro percorrere un chilometro con un autobus urbano che con un&apos;automobile. Non si è messo mano alla creazione di un sistema di trasporto veramente pubblico nelle grandi città, quindi spende di più un operaio o una commessa che un manager.

Riflessioni e pensieri doverosi per tutti coloro che si occupano di descrivere, commentare e analizzare il nuovo continente.
Quanti saranno coloro che manterranno aperta la sfida intellettuale con i propri punti di vista?

La legge sulle telecomunicazioni non è riuscita a correggere le aberrazioni di un totalitarismo mediatico che ha l&apos;ambizione di agire da formazione politica elitaria, e rimpiazzare il disintegrato sistema dei partiti. Per metter fine agli abusi del canale golpista RCTV si è dovuto aspettare la scadenza della concessione sulla frequenza, vista l&apos;inerzia della magistratura.
La distribuzione di terre incolte finora realizzata è stata possibile grazie alla soluzione concordata con i latifondisti che  - in cambio di generosi appezzamenti - hanno sottoscritto volontariamente accordi con le autorità. Dove non è stato così, l&apos;applicazione della &lt;i&gt;Ley de tierra&lt;/i&gt; ristagna negli acquitrini melmosi dell&apos;evanescente potere giudiziario. Ostaggio dei suoi tempi biblici.
La magistratura è una trincea inespugnabile della minoranza reazionaria o conservatrice, che non ha portato a termine nessuna delle grandi indagini sulle malefatte del passato, sulle privatizzazioni, sulla liquidazione della previdenza sociale o sui casi più clamorosi di corruzione, recenti o lontani.

Se le nuove mete costituzionali del socialismo dipenderanno da questo potere giudiziario, è facile profetizzare che corrono il rischio di restare norme giuridiche dalla vita prevalentemente cartacea.

Il primato del sociale sull&apos;economia è fuori discussione, come pure quello sulla sfera giuridica. Riusciamo a concepire il socialismo solo come un movimento reale che - agendo dal basso - si scontra con lo stato di cose esistenti, e lo modifica in primo luogo con la sua prassi. 
Per ora, al di là dell&apos;innegabile redistribuzione attuata come politica prioritaria di un forte Stato sociale, la banca e gli importatori continuano a essere - come nel passato - i settori con più capacità di accumulazione. Nello specificità contingente, invece, la nuova Costituzione sarà approvata con un 60% di consensi contro un 40%; l&apos;opposizione ribalta queste cifre. E&apos; più incerta la quantificazione dell&apos;astensonismo o della diserzione elettorale. Pertanto il dato politico rivelante sarà questo: la nuova Costituzione sarà votata da un numero maggiore di cittadini di quella del 1999?

</text_more></entry>
<entry id='2458' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2458' author_id='4' authored_on='20071203025924' basename='discese_estreme_capitolo_ii' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071203025924' modified_on='20071203030002' ping_count='0' status='2' title='DISCESE ESTREME - Capitolo II' week_number='200749'><text>di &lt;b&gt;Enzo Fileno Carabba&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Vincigliata.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Vincigliata.jpg&quot; width=&quot;125&quot; height=&quot;85&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;&lt;b&gt;2 - IL NATALE DELLE MUTANDE DI LATTA&lt;/b&gt;

A dicembre mia nonna disse che per Natale intendeva regalarmi delle mutande di latta. Abbassò le palpebre, prese quellaria assorta e spiegò che mi avrebbero protetto dagli stupratori di Campo di Marte e in ogni caso  anche ammesso che uno stupratore più abile degli altri fosse riuscito a sfilarmele  le mutande avrebbero prodotto un rumore tale da dare lallarme e qualcuno sarebbe accorso. Io immaginai il rumore delle mutande di latta come un boato assordante, tipo i timpani di unorchestra sinfonica.
Mia nonna era un vulcano di idee, a volte fondate a volte no. Resta il fatto che in quel periodo riscuotevo un successo straordinario presso i molestatori.</text><text_more>Li incontravo soprattutto a Campo di Marte. Era un mondo a sé. Come ti allontanavi dalla zona protetta in cui stavano tutti  soprattutto le mamme e i bambini piccoli - iniziavano i territori selvaggi, una terra di nessuno fatta di campi incolti dove crescevano erbe durissime, chiazze di asfalto, muretti misteriosi, passaggi segreti, fil di ferro e recinzioni bucate. Tutto questo dentro alla città, appena sotto le colline. I vecchi narravano che un tempo ci crescevano il grano e i papaveri. E io giuro che &lt;i&gt;percepivo&lt;/i&gt; la campagna anche sotto le isole di asfalto. Lì si spingevano gli avventurieri ardimentosi come noi.

Un pomeriggio ero da quelle parti, neanche troppo lontano dallo scivolo per la verità, quando mi si avvicinò un individuo che difficilmente avrebbe potuto fare il modello. Esibiva un occhio in mezzo alla guancia, laltro sguazzava in un liquido giallo come un uovo nellacquacotta. Mi fa:
Bella la grana, &lt;i&gt;alla tua età&lt;/i&gt;, eh?
Io sono un tipo accomodante:
Eh sì, bella la grana.
Non vedevo il motivo per non essere gentile. Lui però voleva avere ragione su tutta la linea e ribadì il punto a cui non avevo risposto:
Bella la grana &lt;i&gt;alla tua età&lt;/i&gt;.
Io, sempre squisito, risposi simulando entusiasmo: Ma certo, la grana è bella, &lt;i&gt;alla mia età&lt;/i&gt;.
Lui sembrava al sembrava al settimo cielo. Ho già il posto, disse radioso, dondolando quel testone colossale.
Davvero, ha già il posto? Fantastico, dissi. Non capivo che posto fosse. Intuivo che la situazione mi stava sfuggendo di mano.
Lui tergiversò un po poi disse, meno gentile: allora, andiamo?
Andiamo dove?
Ho già il posto ripeté lui, come se fosse una spiegazione chiarissima. E aggiunse: dodicimila lire, per una bella cosina fatta bene.
A quel punto capii, a grandi linee.
Fu dopo questo episodio che mia nonna lanciò lidea delle mutande di latta. Mio nonno che era magistrato avrebbe voluto far arrestare il molestatore, o meglio i molestatori, visto che cerano stati altri episodi. Mia nonna osservò che comunque dodicimila lire erano pochine per una cosina.
Devo riconoscere che i molestatori non mi facevano troppo paura (quelli che esercitavano lattività sullautobus 11, poi, mi facevano ridere) e neanche sono rimasto traumatizzato, almeno non mi sembra, forse per merito di questo atteggiamento sportivo della mia famiglia. Sportivo ma anche grandioso, noncurante, mi sembrava di essere invincibile e di potere tutto.
Per dire: dalle colline  alle nostre spalle scendeva il torrente Africo, che tempo prima era piaciuto anche a DAnnunzio, il quale sosteneva che quando le rondini sfioravano lAfrico col petto diventavano azzurre di piacere.
Mio nonno mi disse: senti Nuccio (mi chiamava Nuccio) come regalo per il prossimo Natale non vorresti che facessi scorrere lAfrico sotto terra?
Sì! dissi io. Mi sembrava unidea magnifica. Anche perché lAfrico, pur non avendo perduto niente dellantica poesia (io ci andavo a prendere il muschio), non era più pulito come una volta e le rondini rischiavano di rimanerci stecchite se lo sfioravano.
Per il Natale dellanno dopo lAfrico nel tratto finale era interrato.
Mio nonno mi disse anche che tutte quelle bandiere rosse che sventolavano per il mio compleanno (il primo maggio) erano in mio onore e io ci ho creduto per anni. Non ci vedevo niente di strano.
Mio nonno mi chiamava il padrone, e la cosa era particolarmente rimarchevole perché era una persona autorevole e molti ne erano intimoriti.
Però non ero viziato: i miei genitori quando ero molto piccolo mi sistemavano in un cassetto e uscivano a divertirsi, la sera, così si racconta. Una volta al loro ritorno trovarono in casa mia mio nonno che faceva un solitario (me lo vedo che fuma una nazionale col bocchino bianco) e minacciò di denunciarli.
Unaltra volta nei pressi dello stadio (perché dalle nostre parti cera anche lo stadio) una macchina mi rasentò e quasi mi mise sotto, ero con mio padre, mia madre e il mio amico Nicola. Mio padre partì allinseguimento di corsa, uno scatto formidabile. Quando tornò non disse nulla, ma sembrava Al Pacino nel &lt;i&gt;Padrino&lt;/i&gt;, io ero convinto che il corpo del pirata della strada giacesse da qualche parte, prima o poi avrei ritrovato le sue ossa in un campo attorno, come era giusto.
Riferisco questi episodi per dire che ero convinto di godere di una protezione assoluta, anche se esercitata con somma nonchalance dai membri della mia famiglia. E quindi nei memorabili pomeriggi della mia infanzia vagavo spensierato ovunque, protetto da unimmunità segreta.
Salendo per il bosco di Vincigliata trovavo un castello con delle lapidi. Mio padre diceva che quello era il castello dellorco e le lapidi ricordavano i bambini che aveva mangiato. Bisognava fare attenzione, quando si passava da quelle parti, tutto qui. Solo da grande, controllando le date di nascita e di morte sulle lapidi, mi sono reso conto che allorco di Vincigliata piacevano i bambini parecchio stagionati.
Vicino allo stadio si accampavano i circhi. Una volta sono entrato in un tendone lungo lungo e ho camminato tra due file di elefanti che mi mostravano il sedere. Ero solo, non cera nessun guardiano. Solo io e gli elefanti. Ero emozionato ma tranquillo ed è stato allora che mi sono accorto che gli elefanti sono sostanzialmente mucche. Non lo dico per sminuirli dato che amo le mucche.
Sui marciapiedi del quartiere transitavano dei vecchi che strascicavano i piedi a terra senza staccarli, come andassero su rotaia. Erano apparizioni, non parlavano mai. Servivano da bersaglio per i ragazzi armati di cerbottana. Non so perché non li vedo più da nessuna parte, eppure la vita dovrebbe essersi allungata. Non credo siano stati decimati dalle cerbottane.
Grazie allimmunità segreta, i problemi ci lambivano. Io sono nato nel 1966, lanno dellalluvione di Firenze. Lacqua arrivò fino a piazza Alberti. Quella mattina mio zio, che aveva sentito la notizia alla radio, telefonò da Roma tutto preoccupato. Mio padre, giornalista, stava dormendo e non sapeva nulla.
Disse: ma quale alluvione, le solite esagerazioni dei giornalisti.
Si girò e riprese a dormire. 

Per noi i festeggiamenti natalizi iniziavano il 23 dicembre. Non che disdegnassimo il 24 o il 25, ma il 23 dicembre era senzaltro il giorno più importante. In teoria mio nonno quel giorno doveva suonare una campanella (la squilla, mi sembra si chiamasse), noi dovevamo andare a baciargli le mani - anche gli adulti - e lui ci doveva dare dei soldi in una busta. 
Chiariamo che mio nonno non era un boss mafioso, era anzi un magistrato. Immagino che questa cosa della squilla fosse una tradizione abruzzese, ma non ricordo che la scena sia mai avvenuta veramente. Certo è che in quella data arrivavano gli zii e tutte le cugine da Roma, mi trasferivo a casa dei nonni e iniziava un esaltante stravolgimento della mia vita che si protraeva fino alla befana.
Io e le mie cugine dormivamo nella stessa stanza a casa dei nonni. La cugina maggiore mi leggeva le favole e rimane a tuttoggi la più grande esperta di favole che io conosca. Sosteneva anche che cera un omino alla finestra, fuori. La cosa era ben strana perché eravamo al secondo piano. Quellomino alla finestra mi faceva una paura dannata. Doveva essere un ottimo arrampicatore, molto resistente al freddo. La cosa era ancora più rimarchevole perché lo immaginavo vecchissimo. Senza imbracatura, chiodi, corde. Un free climber urbano. Ma allora non pensavo all&apos;aspetto sportivo della faccenda. Tendevo piuttosto verso lultraterreno, anche se non lo consideravo propriamente un fantasma. Non cè una parola per descriverne la natura. Lomino alla finestra era un essere in carne e ossa, soggetto alla forza di gravità. Ero percorso da un brivido, quando lo vedevo. Perché ogni tanto lo vedevo, tra i riflessi del vetro. E lui stava lì, per ascoltare le storie di mia cugina. Magari lomino alla finestra ero io adulto, che adesso ritorno con la mente a quei momenti. Al momento non sono vecchio, ma si sa che i bambini vedono gli adulti più vecchi di quello che sono in realtà.
Comunque, il nostro natale era popolato di omini terribili. Chiudevamo la mia cugina minore nel bagno, al buio. Dicevamo che dal water usciva lomino del gabinetto e lei - piccola, non era in grado di accendere la luce - strillava di paura. Non so cosa prova oggi quando guarda un water. A me la cosa pareva divertentissima perché lomino del gabinetto chiaramente non esisteva, era una cosa da bambini. Mentre lomino alla finestra aveva una sua tremenda realtà. 
Tuttora ogni tanto, quando nelle sere di inverno passo davanti a una finestra affacciata sul buio, una controllatina gliela dò.

Per quanto mi risulta sono stato il primo maschio della famiglia a stappare una bottiglia di vino col cavatappi. Così, senza problemi. Ricordo che era un 23 dicembre, per lappunto. Sono stato salutato come levoluzione della specie. Momenti di esultanza. Una scena commovente.
Infatti quellimmunità segreta, quel potere magico che caratterizzava la mia famiglia non si accompagnava allabilità manuale. Per esempio: ho appreso solo da grande che mio nonno mangiava raramente le arance non perché non gli piacessero ma perché non era capace di sbucciarle. Mio padre poi non è che si leghi le scarpe con totale disinvoltura, è unattività che gli risulta impegnativa. Nessun maschio della famiglia, mai, in nessuna circostanza, è riuscito a cambiare la ruota di una macchina o ha creduto possibile cambiare la ruota di una macchina. Nessun maschio della famiglia ha mai messo o creduto possibile mettere alle ruote le catene da neve, soprattutto quelle che metterebbe anche un bambino (forse intendono &lt;i&gt;solo&lt;/i&gt; un bambino). Non lo dico per vantarmi, riferisco i fatti.
Mio zio però osservava che come scimmie siamo geniali. Pensava di girare il mondo con uno spettacolo da circo in cui mio padre si fa la barba. Lo zio si figurava con la frusta, in veste di domatore elegantemente vestito, che urlava al pubblico: guardate, signore e signori, Ciccio si fa la barba da solo (Ciccio è il soprannome di mio padre).  

Il fatto è che quando hai poteri magici labilità manuale passa in secondo piano. Ciò non toglie che tu abbia bisogno di strumenti che si trovano nel mondo concreto. Per esempio mio padre aveva una polverina bianca che teneva in un contenitore giallo e rosso. Non era droga. Credo che la usasse per disinfettarsi dopo esseri fatto la barba. Ma io sapevo che era ben più di quello. Infatti quando mi ruppi la gamba nel corso di uno dei miei esperimenti scientifici (trasportavo lacqua dal bagno a camera mia) cominciai a urlare La polverina, la polverina, me la misero e un mese dopo guarii, nonostante il gesso che per un sacco di giorni mi impedì di mettere la polverina.
La sera prima di andare a letto dicevo sempre: domattina si fanno tante belle cose. Negli anni abbreviato in belle cose. Lo dicevo perché ne ero convinto, ma anche perché non mi convinceva del tutto questa cosa di andare a dormire, temevo che non sorgesse un nuovo giorno, e domattina si fanno tante belle cose era una mia formula per costringere il nuovo giorno a sorgere. Di fatto ha funzionato.

Il potere magico portava anche a trascurare i soldi. Non ho quasi mai sentito parlare di soldi, fino ai diciotto anni di età. Non eravamo ricchi. Ma di sicuro non era una di quelle fastidiose famiglie dove ti annoiano spiegandoti che le cose costano, che dovrai guadagnarti da vivere e cose del genere. Quando lho scoperto sono rimasto piuttosto meravigliato. Vivevo come un sultano, camminavo leggero sulla terra.
Quando sentivo parlare di soldi era solo perché mio padre aveva vinto o perso puntando alle corse dei cavalli o giocando a poker. Ogni tanto lo accompagnavo allippodromo, nonostante lui preferisse la sordida atmosfera della sala corse. E per quanto riguarda il poker, veniva praticato assiduamente in casa anche da mia mamma. Quindi avevo lidea che i soldi fossero qualcosa di giocoso che si poteva perdere con sommo divertimento. Qualcosa che &lt;i&gt;deve&lt;/i&gt; muoversi. Non è niente, è solo denaro, diceva mio padre citando qualche film.
Penso di aver ricevuto uneducazione particolare.

Non vorrei dare lidea di una famiglia irrazionale. La mia era invece una famiglia con solide basi illuministiche. Io non ho fatto la comunione, tanto per dire. E quando veniva il prete a benedire la casa mia madre lo mandava via dicendo grazie ma non ne abbiamo bisogno. Certo, avessi frequentato il catechismo magari avrei altre storie di molestie da raccontare, ma non si può avere tutto.
E vero però che - se mia madre cacciava il prete  mio zio Manin, fratello di mio padre parlava spesso del diavolo. Mi piaceva ascoltarlo. Era una diavolo molto letterario, quello di cui parlava Manin. Ho sentito raccontare fin da piccolo il &lt;i&gt;Doctor Faustus&lt;/i&gt; o &lt;i&gt;Il maestro e Margherita&lt;/i&gt;, per esempio. Quando poi sono cresciuto e ho letto gli originali, cioè i libri che mio zio raccontava, mi sono piaciuti molto ma mi sono sembrati inferiori alla versione orale di Manin.
Mi piaceva stare a sentire i racconti di mio zio, di mio padre e di mio nonno. Ne valeva la pena. Forse per questo sono venuto su abbastanza taciturno. Inoltre quando tutta la famiglia era riunita - dato che soprattutto i maschi erano parlatori vulcanici - poteva essere difficile inserirsi nel discorso. Era il caos, anche se un caos molto brillante. I discorsi cozzavano tra loro, un fuoco pirotecnico. Se uno voleva dire qualcosa doveva dirlo in fretta. E nella fretta poteva darsi che venisse equivocato, dato che magari spiccava un frammento di discorso e non il discorso completo. Così a volte scoppiavano litigi per nulla.
Diverso era il caso quando mi trovavo da solo con mio nonno. A mio nonno piaceva molto anche ascoltare. Se avevi qualcosa da raccontare, te la faceva raccontare dallinizio, come se fossimo a un processo.   
Bisogna fare quello che si fa, mi diceva. E dunque se mi mettevo a raccontare una cosa dovevo raccontarla bene, e se lui si metteva ad ascoltare ascoltava con la massima calma, senza saltare subito alle conclusioni, come se avesse a disposizione tutto il tempo del mondo. Unaltra frase che ripeteva spesso era Me ne importa, che sarebbe il contrario di Me ne frego.
Una parte della mia famiglia viene da Siena. Mio zio certe sere nebbiose dinverno in un famoso bar di Siena trovava un cameriere morto col piede di capra che gli parlava della bisnonna, morta anche lei, a quel punto, e credo che ogni tanto lo incontri ancora. Il bar è il Nannini, della famiglia della famosa cantante Gianna Nannini, credo. E per quanto Gianna Nannini si sforzi di cantare di gente presumibilmente fichissima che non si deve insaponare se nella notte ha ancora un brivido animale,  tuttavia io non posso che collegarla al fantasma esangue del cameriere. 
Il Natale delle mutande di latta, affascinato dai racconti di mio zio, dissi al nonno che mi sarebbe piaciuto evocare il diavolo. Non ti preoccupare, lo incontrerai molte volte mi rispose.

Si racconta che mia mamma da ragazza, presentandosi per la prima volta ai festeggiamenti natalizi della famiglia di mio padre, nella confusione, abbia ricevuto uno schiaffo che non era indirizzato a lei. 
Questo per dire che a Natale, con tutta la famiglia riunita, divampavano litigi memorabili. Si parla sempre dei litigi a Natale, è una cosa risaputa, ma io resto convinto che i litigi della &lt;i&gt;mia&lt;/i&gt; famiglia avessero unintensità e direi una grandiosità superiore. Esplodevano come fenomeni naturali.
Mio nonno era lunico calmo della famiglia, ma doveva essere lepicentro di questi fenomeni perché dopo la sua morte non si sono più verificati, non con la stessa magnificenza.
La ragionevolezza di mio nonno finiva per irritare di più mia nonna.
Mia nonna quando un ragionamento la convinceva e lei era in buona diceva: alzo le mani. Tuttavia questo accadeva di rado. Di solito portava allesasperazione linterlocutore perché ribadiva le sue posizioni - spesso maliziose e sorprendenti - fino allesaurimento. Si può parlare di una vera e propria arte, in tal senso. Lepisodio di partenza poteva essere il più semplice del mondo, non importava, come il tema iniziale di una Fuga, quello che contava era ledificio che ci costruivi su. Per esempio il Natale delle mutande di latta fu anche il Natale dei cugini Cipollone. O meglio il coronamento di un lavoro di due anni sui cugini Cipollone.
Due anni prima i cugini Cipollone (miei cugini, alla lontana), in Abruzzo, avevano vinto un torneo di ping pong in occasione di una loro visita all&lt;i&gt;Hotel Garden&lt;/i&gt;. I cugini Cipollone erano bravi a giocare ping pong, tutto qui. Bisogna ammettere che non è facile imbastire una polemica su queste basi. Ma da quel giorno mia nonna aveva preso a insinuare che i cugini Cipollone nonostante la giovane età erano due truffatori, giocatori professionisti che giravano tutti gli alberghi di Italia imbrogliando gli incauti villeggianti. E lei si vergognava di simili parenti e anche mio nonno avrebbe dovuto fare altrettanto,  se era un uomo.
La cosa era talmente inverosimile che era anche difficile controbattere, tra laltro il torneo dell&lt;i&gt;Hotel Garden&lt;/i&gt; non prevedeva neanche un premio in denaro. Quindi sarebbero stati truffatori ben miseri. Comunque, due anni dopo divampò un litigio terribile sullargomento, che peraltro nessuno conosceva bene a parte me. Mi sembra che in quelloccasione, dopo un martellamento e uno stillicidio di due anni, perfino io persi la calma e pregai la nonna di abbandonare lincandescente argomento cugini Cipollone.

Penso che a diversi membri della famiglia &lt;i&gt;piacesse&lt;/i&gt; arrabbiarsi, almeno io sul momento non trovavo altra spiegazione, perché i pretesti erano talmente incredibili. Non che mancassero i pentimenti. Ricordo mio zio chiedere perdono in ginocchio, in posa teatrale, di fronte alle mie cugine.
Quando il litigio era generale, tutti erano tenuti a prendervi parte, era come una chiamata alle armi.
La mia memoria arriva fino alla bisnonna che - seduta su quel divano giallo dove mi leggeva storie scritte da lei, che ho ritrovato di recente - apostrofa un qualche adulto che evidentemente sta facendo sforzi sovrumani per sottrarsi allobbligo di litigio. Tremante di sdegno la bisnonna dice: Tu! Tu!! Tu che mentre la famiglia va a rotoli te ne freghi e non fai niente.
A quel punto ladulto scatta e fa per prenderla per il collo.
A parte che si capisce da chi avesse ereditato le sua arti la nonna, mi piace soprattutto quel va a rotoli. Una famiglia che va a rotoli ha un buon sapore antico.

Lunica che in parte riusciva a estraniarsi dai litigi era mia zia, la sorella di mio padre. Si chiudeva in se stessa quando veniva provocata, dando risposte ripetitive e apparentemente infantili tipo: Ma che ti metti a dire?.
Certo che tra tutti eravamo soggetti particolari. Non so chi, osservò che uno psichiatra avrebbe dovuto dedicare la vita per seguire &lt;i&gt;esclusivamente&lt;/i&gt; la nostra famiglia e alla fine scrivere un saggio gigantesco.
Una volta vedemmo un film dove cera una grande, cupa scena di litigio in famiglia. Poteva essere un film di Bergman. Ma questo è niente, è troppo sdolcinato, osservò mio padre.
Mio zio unaltra volta, finito il tradizionale litigio natalizio, disse a mio padre: in quei momenti avessi una pistola sparerei.
Anchio, disse mio padre.
In verità non ricordo che in queste scenate qualcuno abbia picchiato qualcun altro. Era solo un grande spettacolo. Liberatorio, presumo, a giudicare dalle facce degli adulti &lt;i&gt;dopo&lt;/i&gt;.
Ricordo mia nonna che scappa per non farsi acchiappare da mio padre o da mio zio e urla Mi uccidono, mi uccidono. Ricordo anche una sveglia scagliata contro il muro: andò in pezzi. I frammenti che rimbalzano sul muro sono - nella mia memoria  una galassia in espansione e cercano di dirmi qualcosa sul tempo, ma non si esprimono chiaramente. Era una sveglia di quelle vecchie, tonda, in metallo dorato, coi numeri gotici, piena di ingranaggi splendenti. Scagliare una di queste sveglie contro il muro è una cosa da provare, sia dal punto di vista visivo che da quello sonoro. Non come le sveglie che fanno oggi che non danno alcuna soddisfazione e dunque poi - non avendo avuto soddisfazione dalla sveglia - magari ricorri alla violenza sulla persona.
Quando mi inviteranno alla Biennale di arte contemporanea la mia performance sarà il lancio di sveglie antiche.

Ricordo io e le mie cugine in fila per ordine di età nel corridoio dei nonni, lattimo prima di correre verso i regali. 
Ma poi non è che semplicemente ricordo. Ricordo non è la parola giusta. Io &lt;i&gt;sono&lt;/i&gt; quel tale in tenera età in fila nel corridoio in attesa dei regali e &lt;i&gt;sono&lt;/i&gt; tutto quello che ho detto.
Ricordo - o forse sono - quei giorni, pieni di mistero e certezza. Proprio così. Per cui non concordo con tutti quelli che detestano il Natale o dicono di detestarlo per sembrare più furbi. Evidentemente nelle loro famiglie non si litigava abbastanza.
Credo che lenergia psichica che si sprigionava nelle nostre scenate avesse qualcosa a che vedere coi poteri magici. Ricordo - o forse sono - mio nonno seduto al pianoforte che suona a orecchio Tu non torni e non scrivi sovrastando il casino generale come un mago nella tempesta dei demoni. Quando comincia a cantare sembra sollevarsi dal suolo, con tanto di pianoforte.

(&lt;b&gt;2-CONTINUA&lt;/b&gt;)

</text_more></entry>
<entry id='2459' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2459' author_id='12' authored_on='20071203122027' basename='lo_scoop_di_panorama_sulle_firme_per_cesare_battisti' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071203122027' modified_on='20071204114301' ping_count='0' status='2' title='Lo scoop di &quot;Panorama&quot; sulle firme per Cesare Battisti' week_number='200749'><text>&lt;img alt=&quot;Maurizio Belpietro, neodirettore di Panorama&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/belpietro.jpg&quot; width=&quot;107&quot; height=&quot;128&quot; border=&quot;0&quot; vspace=&quot;1&quot; hspace=&quot;5&quot; align=&quot;right&quot;&gt;Una brevissima nota redazionale: sul numero di &lt;i&gt;Panorama&lt;/i&gt; [&lt;i&gt;settimanale diretto da Maurizio Belpietro, nella foto&lt;/i&gt;] attualmente in edicola è presente un articolo di Giovanni Fasanella intitolato &quot;Intellettuali e pallottole: quelli che firmarono per Battisti&quot;. 
In esso si afferma che il &quot;sito dell&apos;intellighenzia di estrema sinistra Carmilla online&quot; avrebbe eliminato la lista degli intellettuali e cittadini che nel 2004 firmarono l&apos;appello contro l&apos;estradizione in Italia di Cesare Battisti. 
Segue una conclusione travestita da ipotesi: &quot;qualcuno si sarà vergognato di vedere per 3 anni il proprio nome sotto quellappello e avrà chiesto di rimuoverne la traccia&quot;.
Brillante scoop. 
Peccato solo che l&apos;elenco dei 1500 firmatari &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/1500_firmatari.html&quot;&gt;sia ancora al suo posto, esattamente lì dov&apos;è sempre stato&lt;/a&gt;. Bah.
Non usiamo sotterfugi, noi. In quasi quattro anni è accaduto una sola volta che un aderente a quell&apos;appello chiedesse, legittimamente, di ritirare la propria firma. Com&apos;era giusto e corretto, &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2004/04/000678.html&quot;&gt; rendemmo pubblica la sua decisione&lt;/a&gt;. Era la primavera del 2004. 
Da allora, tutto liscio e calma piatta. E Carmilla si vergogna a tal punto di aver fatto controinformazione sull&apos;arresto di Battisti - scelta indubbiamente &lt;i&gt;impopolare&lt;/i&gt; - da tenere in prima pagina una finestrella dedicata al caso (vedere a destra).
Le autentiche ragioni di quella mobilitazione (non oceanica, almeno in Italia) sono state spiegate più volte. Chi volesse conoscerle è invitato a leggere le &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2005/09/001506.html&quot;&gt;&quot;Frequently Asked Questions&quot; su Cesare Battisti&lt;/a&gt;.
Ma... allora l&apos;articolo di &lt;i&gt;Panorama&lt;/i&gt; su cosa si fonda?
Noi non abbiamo modo di conoscere, tantomeno di ripercorrere, il tragitto dei pensieri del dottor Fasanella o del dottor Belpietro, per cui non ci permettiamo di trarre conclusioni, nemmeno travestendole da ipotesi. I lettori sono liberi di formarsi un&apos;opinione. Grazie e buon proseguimento.

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&lt;noscript&gt;&lt;p&gt;&lt;img alt=&quot;Clicky&quot; src=&quot;http://getclicky.com/2599ns.gif&quot; /&gt;&lt;/p&gt;&lt;/noscript&gt;</text></entry>
<entry id='2460' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2460' author_id='2' authored_on='20071205084826' basename='disturbatori_di_attenzione' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071205084826' modified_on='20071205090031' ping_count='0' status='2' title='Disturbatori di attenzione' week_number='200749'><text>A cura del &lt;b&gt;Telefono viola di Bologna&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;telefonoviola.JPG&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/telefonoviola.JPG&quot; width=&quot;132&quot; height=&quot;140&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;&lt;span class=smalltext&gt;[Lo scorso sabato 24 novembre Bologna ha ospitato un convegno sul  cosiddetto disturbo di attenzione e iperattività&quot;, una nuova malattia  che colpirebbe i bambini troppo vivaci. Alcuni membri del Telefono viola  di Bologna hanno distribuito volantini informativi su questa  pseudo-sindrome e sugli psicofarmaci di riferimento, tra cui spicca il  Ritalin. Sul luogo si erano raccolti altri contestatori e mentre la  tensione saliva sono volati un po&apos; di spintoni. I disturbatori sono stati condotti fuori mentre sul luogo arrivava la polizia, che procedeva alla denuncia per concorso in violenza privata di  due volontari del telefono Viola di Bologna e di una terza persona. Vista l&apos;importanza della critica dei trattamenti farmacologici  dell&apos;alienazione e del disagio, riproduciamo il volantino sul Ritalin  redatto dal Telefono viola.]&lt;b&gt;A.P.&lt;/b&gt;&lt;/span&gt; 

Il ministero della salute nel 2002 ha autorizzato la sperimentazione del &lt;b&gt;RITALIN&lt;/b&gt;, un farmaco &quot;dedicato&quot; ai bambini che si appresta entro sei mesi a invadere il mercato italiano. Gli psichiatri affermano che esiste una malattia psichiatrica dell&apos;infanzia che consiste essenzialmente nel fatto che alcuni bambini sono distratti e molto vivaci. E&apos; bene ricordare che la definizione di una nuova malattia nel DSM (manuale diagnostico e statistico dei disordini mentali) non richiede vere prove scientifiche.
E&apos; sufficiente che si compili una lista di domande, osservando il bambino: bastano sei risposte positive su nove per diagnosticare la &lt;b&gt;ADHD&lt;/b&gt; (Attention Deficit/Hyperactivity Disorder).
</text><text_more>Riportiamo alcune delle domande del test riferite ai bambini dai 2 ai 5 anni:
-&quot;muove spesso le mani o i piedi o si agita sul sedile?&quot;
-&quot;è distratto facilmente da stimoli esterni?&quot;
-&quot;ha difficoltà a giocare quietamente?&quot;
-&quot;spesso chiacchiera troppo?&quot;
-&quot;spesso spiattella delle risposte prima che abbiate finito di fare la domanda?&quot;
-&quot;spesso interrompe o si comporta in modo invadente verso gli altri; per es. irrompe nei giochi degli altri bambini?&quot;
Gli psichiatri statunitensi garantiscono l&apos;efficacia del metodo di individuazione del bambino da curare e affermano che sono necessari 16-20 min. di osservazione per essere certi della loro diagnosi. I promotori del RITALIN in Italia affermano che a loro servono dalle 4 alle 5 ore di osservazione, volendo forse dimostrare maggior rigore scientifico rispetto ai colleghi d&apos;oltreoceano.
Avvertiamo quindi genitori e insegnanti: se venissero a dirvi che il vostro bambino presenta questo &quot;disturbo&quot; e che deve essere &quot;trattato&quot;, non fidatevi!.
 
Il Ritalin (definizione biochimica: metilfenidato) è un&apos;anfetamina nota da decenni, usata sia come dimagrante, sia come droga euforizzante; è classificato nella tabella II degli stupefacenti con oppiacei e cocaina.

Ad oggi non esiste una versione scientifica fondata su quale sia il meccanismo biochimico che la sostanza produce sul cervello del bambino. La versione più accreditata è che migliora solo temporaneamente i sintomi (una dose ha durata di 4/5 ore) e che permette di concentrarsi su una attività monotona e ripetitiva.
Vale a dire che il farmaco non compie il miracolo di migliorare le capacità scolastiche o relazionali del bambino o di sviluppare abilità e motivazioni.

Dato che non esiste una eziologia dell&apos; ADHD, la diagnosi è basata su strumenti pericolosamente arbitrari.

Gli enormi interessi economici della casa produttrice fanno temere un uso massiccio di questo farmaco così come già avviene negli USA.

Il RITALIN era famoso tra le comunità Hippy degli anni &apos; 70, usato per numerose sedute di sballo e da giovani donne per &quot;pseudo cure &quot; dimagranti (con effetti devastanti).
Negli stessi anni gli psichiatri americani &quot;scoprivano&quot; un nuovo &quot;disturbo&quot; nei bambini,  l&apos; A.D.H.D. che tradotto in italiano significa &quot;Sindrome da iperattività e deficit di attenzione&quot;. 
Bambini particolarmente vivaci, o, al contempo, molto distratti nella vita scolastica rivelavano un &quot;disturbo&quot; che trovava la sua spiegazione in ambito patologico. Come per tutte le &quot;malattie&quot; psichiatriche anche per questa fanta-sindrome, A.D.H.D., è stata creata ad hoc, una cura psicofarmacologica.

 
Il Ritalin è un metil-fenidato che, somministrato, a breve termine aumenta le prestazioni di qualsiasi persona, ma a medio-lungo termine causa una serie di effetti nocivi e complicazioni.
E&apos; una anfetamina, paradossalmente somministrata ad individui già iperattivi di per sé, che , appunto grazie alle sue qualità di aumentare le prestazioni, contribuisce a far si che l&apos;allievo risulti attento e collaborativo durante le lezioni.
Viene somministrato durante l&apos;anno scolastico, escluso quindi il periodo di ferie estivo e durante le feste. Sovente l&apos;interruzione del trattamento provoca problemi e deve essere sostenuta con altri farmaci e monitorata da controlli medici.
In Italia la comuni psichiatrica italiana chiede a gran voce che il farmaco sia disponibile, vista la crescita esponenziale dei bambini cui viene diagnosticata la sindrome.
L&apos; unico strumento diagnostico per ora utilizzato è un questionario fatto compilare ai genitori, e in cui le domande hanno questo tenore:
a. Spesso il bambino non fa attenzione sufficiente ai dettagli o fa sbagli di negligenza nei compiti, nelle altre attività lavorative o di altro genere;
b. Spesso ha difficoltà a mantenere la concentrazione durante i compiti o persino nelle attività di gioco;
c. Spesso non sembra ascoltare quando gli si parla direttamente;
d. Spesso non segue le indicazioni e non finisce i compiti di scuola o di altro genere(e ciò non è dovuto a ribellione aperta o al non aver compreso le istruzioni);
e. Spesso gli rusulta difficile organizzare compiti e attività;
f. Spesso non ama o addirittura odia o è molto titubante ad  impegnarsi in compiti che richiedono uno
sforzo mentale sostenuto;
g. Spesso perde cose necessarie ad effettuare compiti o attività ( per es. la lista dei compiti da fare,
matite e penne, libri, strumenti vari);
h. E spesso distratto da stimoli estranei;
i. Dimentica spesso le attività quotidiane;

Che questa sindrome, sempre che si possa definire tale, si possa curare con altri strumenti che non siamo il farmaco della multinazionale - magari scoprendo le cause del disturbo nelle trasformazioni che l&apos;umanità sta vivendo, che producono inquinamento, intossicazioni, vita frenetica, modificazioni genetiche, radiazioni - non viene preso in considerazione.
La mano lunga del business medico e farmaceutico ha la meglio e così i bambini italiani avranno finalmente la possibilità di rivaleggiare con i loro coetanei statunitensi ed europei nell&apos; ingurgitare anfetamine sin dalla più tenera età.
Quando si presenterà nelle scuole italiane, e anche negli asili - il Ritalin può essere somministrato anche ai bambini di 4 anni - il farmaco causerà dibattiti accesi tra insegnanti, genitori e medici. Tra chi sarà favorevole all&apos; utilizzo del farmaco sui bambini troppo vivaci e dalle prestazioni scolastiche deludenti, e chi invece lotterà per impedirlo. Non sfugge l&apos;importanza del problema che investe soprattutto genitori ed insegnanti, sovente inconsapevoli che dietro una innocente pastiglia dagli effetti così miracolosi, si celino invece da un lato complicazioni future nella salute e nello sviluppo psicofisico dei loro figli, dall&apos;altro una delle più selvagge ed agguerrite lotte di multinazionali, il cui bene supremo rimane il profitto.

Pensiamo che la dipendenza da un farmaco &quot;somministrato dallo STATO&quot;, contro la libera scelta della persona e in questo caso dei genitori, sia da combattere senza mezzi termini. Organizziamo la disobbedienza alla psichiatria del controllo sociale. Abbattiamo le false sintomatologie come l&apos; ADHD. Organizziamo il rifiuto degli psicofarmaci diretti all&apos; infanzia. Allertiamo genitori ed insegnanti: il Ritalin è funzionale solo alla scuola-azienda! Chiediamo a tutti, a chiunque abbia possibilità di accedere ai mezzi di informazione di accogliere, diffondere e sostenere questo appello.

L&apos; amore, l&apos;ascolto e l&apos;attenzione nei confronti dei nostri figli non potranno mai essere sostituiti da nessun tipo di psicofarmaco e da nessuna altra forma di controllo.
</text_more></entry>
<entry id='2461' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2461' author_id='4' authored_on='20071206042808' basename='venezuela_il_no_vince_al_fotofinish' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071206042808' modified_on='20071206043633' ping_count='0' status='2' title='Venezuela: il NO vince al fotofinish' week_number='200749'><text>di &lt;b&gt;Tito Pulsinelli&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Bolivarianos.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Bolivarianos.gif&quot; width=&quot;125&quot; height=&quot;84&quot; border=&quot;0&quot; /&gt;[Proponiamo un intervento scritto a caldo da Tito Pulsinelli per &lt;a href=&quot;http://www.selvas.org/newsVE0407.html&quot;&gt;www.selvas.org&lt;/a&gt;, appena resa nota la vittoria di stretta misura dei &quot;no&quot; al referendum indetto, in Venezuela, per approvare o respingere le modifiche alla Costituzione proposte da Hugo Chávez e dal suo governo. Le ragioni della sconfitta di Chávez erano in qualche misura state anticipate da Pulsinelli in un suo &lt;a href=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/2007/12/002457.html#002457&quot;&gt;precedente articolo&lt;/a&gt;. In attesa di una riflessione più ampia dello stesso autore, consiglio a chi conosca lo spagnolo di leggere la riflessione molto lucida e dura scritta da due amici della &quot;rivoluzione bolivariana&quot; su &lt;a href=&quot;http://www.rebelion.org/noticia.php?id=60053&quot;&gt;Rebellión&lt;/a&gt;. Alcune brevi considerazioni in appendice.] (&lt;b&gt;V.E.&lt;/b&gt;)

Il referendum per la riforma della Costituzione si è concluso con un vittoria al &quot;fotofinish&quot; del settore che vi si opponeva.
Si è registrato un 44% di astensioni.
Il SI alla riforma ha ottenuto il 49,2% dei voti
Il NO ha ricevuto il 50,7% dei consensi. </text><text_more>Questo significa che c&apos;è stata una differenza di voti che oscilla tra i 125 mila e i 175 mila.
Il &quot;tiranno&quot; Chávez ha immediatamente riconosciuto il verdetto del Consiglio Nazionale Elettorale, ammettendo che la maggioranza della cittadinanza ha respinto la sua proposta. I detrattori e i diffamatori del Venezuela devono arrendersi a una evidenza solare: è un Paese pienamente democratico, dove ci sono state 12 elezioni in 8 anni. E - caso unico - il referendum è uno strumento usato per consultare la cittadinanza su tutte le questioni vitali per il Paese.

L&apos;opposizione è riuscita a tenere a freno la sua ala oltranzista e ha eliminato così il proprio endemico astensionismo. Ha raggiungiunto 4 milioni e mezzo di voti, che è il suo bacino di utenza massima.
Al settore bolivariano che sostiene il Presidente Chávez sono mancati 3 milioni di voti, che nel dicembre dell&apos;anno scorso lo accampagnarono alla presidenza. Perchè? Crisi di legittimità? Inversione improvvisa di tendenza?

La riforma della Costituzione riguardava cambiamenti di fondo che avevano a che vedere con la fisionomia futura del Paese, la rotta che avrebbe dovuto seguire. Era un programma realizzabile nell&apos;arco dei prossimi 20-25 anni, non riguardava la politica e gli indirizzi attuali del governo.
I 3 milioni di voti che mancano all&apos;appello non sono confluiti verso il blocco del NO, non vogliono schierarsi con l&apos;opposizione.
Non è una bocciatura, è un richiamo all&apos;attenzione, a guardare il presente, a mettere un freno alla fuga in avanti. Non si possono trascurare i problemi del presente o illudersi sull&apos;effetto salvifico degli ideologismi.

L&apos;astensionismo bolivariano è spiegabile se non si perde di vista la differenza che c&apos;è tra elettori e militanti, tra consenso attivo e passivo, tra quelli per i quali Chavez è &quot;il Presidente&quot; e non &quot;il Comandante&quot;.
Chavez ha uno zoccolo duro di 4 milioni e 300 mila elettori. L&apos;opposizione, nel suo momento di massimo fulgore, ha raggiunto 4 milioni 522 mila sostenitori.
E&apos; una dato che la &quot;dittatura mediatica&quot; non può occultare e che deve meditare, se non vuole passare dal pessimismo cosmico all&apos;ebbrezza trionfalista. Fino a ieri il Venezuela era una &quot;quasi&quot;-dittatura, da oggi cominceranno a suonare la grancassa della crisi di legittimità, nuove elezioni, spallata.

Il Paese esce rafforzato da questa prova. Per la prima volta l&apos;opposizione riconosce e fa propria la legittimità della Costituzione del &apos;99, cioè quella che per molti anni aveva disconosciuto e irriso, e che in quest&apos;ultima fase ha difeso con vigore contro la sua possibile riforma.


&lt;b&gt;NOTA: IL &quot;DITTATORE COSTITUZIONALE&quot;&lt;/b&gt;

[Tito Pulsinelli si illude che l&apos;accettazione da parte di Chávez del risultato delle urne (addirittura quando si trovava in testa nello spoglio, ma di stretta misura: al che ha dichiarato che preferiva rinunciare a una &quot;vittoria di Pirro&quot;) sia stata sufficiente a indurre i media occidentali, tra cui quelli italiani, a riconoscere il carattere democratico del suo governo. Niente affatto. Il 4 dicembre il &lt;i&gt;Corriere della Sera&lt;/i&gt; è uscito con un editoriale di Sergio Romano (apologeta del franchismo) in prima pagina e le intere pagine 2 e 3 a carattere monotematico: Chávez resta il &lt;i&gt;caudillo rosso&lt;/i&gt;, la sua è una dittatura che opprime e reprime, voleva il potere assoluto ma non gli è riuscito, toccava la sacra proprietà privata, osa ribellarsi all&apos;egemonia americana. Dittatore, dunque; e dato che i suoi comportamenti non sembrano conformarsi alla definizione tradizionale, eccone una nuova di zecca: &quot;dittatore costituzionale&quot;. La forma più pericolosa di tirannide.
Corifei di una simile, perpetua condanna, una vera falange: oltre a Sergio Romano, che di falangismo se ne intende, l&apos; &quot;antipolitico&quot; Gian Antonio Stella (divenuto esperto di Venezuela dopo che scrisse un libro divulgativo sull&apos;emigrazione italiana a Caracas, e per sua ammissione trascorse laggiù quindici giorni, in occasione della Fiera del Libro) e - udite udite - Toni Negri. Il quale accusa Chávez di citarlo a sproposito, e di frenare il cammino verso l&apos;autonomia operaia intrapreso da Lula, da Kirchner e dalla signora Bachelet.
Quando si parla di Chávez si formano le più curiose alleanze, e il concetto di democrazia subisce i più strani rimaneggiamenti. Il presidente della Colombia Uribe - un uomo probo, che ha visto i suoi più stretti collaboratori obbligati alle dimissioni per collusione con i paramilitari - sta per varare non per via referendaria, bensì per decreto legge, una modifica costituzionale che lo perpetuerebbe al potere. Ciò va bene a tutti. Il presidente del Messico, Calderón, le rare volte in cui esce di casa trova le locandine di un film - &lt;i&gt;El Fraude&lt;/i&gt;, del pluripremiato regista Luís Mandoki - in cui si dimostra che la sua elezione fu frutto di brogli spudorati. Ma chi mai contesterebbe la presidenza Calderón? Persino al pachistano Musharraf è stato perdonato un colpo di Stato, grazie alla promessa di elezioni da tenersi a tempo debito.
Il concetto di &quot;democrazia&quot;, nel neoliberismo, è ondeggiante e variabile. Non meraviglia troppo, se si pensa che negli Stati Uniti possono candidarsi alla presidenza e alle maggiori cariche pubbliche solo dei miliardari, e che l&apos;autorità suprema dell&apos;Unione Europea, il governatore della BCE, sfugge a ogni controllo dal basso.
Sia biasimo invece su Hugo Chávez, come lo fu su Daniel Ortega quando, nel 1990, prese atto di essere rimasto in minoranza nelle votazioni. Disobbediscono all&apos;Impero (non quello di Toni Negri, per carità!) dunque sono &lt;i&gt;ipso facto&lt;/i&gt; dittatori. Anzi, &quot;dittatori costituzionali&quot;. Il peggio del peggio.] (&lt;b&gt;V.E.&lt;/b&gt;)    
   
</text_more></entry>
<entry id='2462' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2462' author_id='19' authored_on='20071207030612' basename='futuro_breve_viii' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071207030612' modified_on='20120624122841' ping_count='0' status='2' title='Futuro Breve VIII' week_number='200749'><text>di &lt;b&gt;Alessandra Daniele&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;LAsino.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/LAsino.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;161&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;&lt;b&gt;PROCEDURA STANDARD&lt;/b&gt;

Mino aspettava tranquillo di passare il controllo bagagli. Ho fatto bene a scegliere di tornare in aereo - pensava - Questa sera alle otto sicuramente sarò a casa.
Lagente finì di ispezionare la valigetta col detector. Poi la aprì, rovistò dentro, e ne estrasse un paio di occhiali
- E questi?  gli chiese torvo. Mino si affrettò a scusarsi.
- Li ho scordati lì... mi dispiace, la fretta - disse con aria mortificata. 
- Sa che portare qualsiasi oggetto di vetro in aereo è reato, vero?
- Sì certo, da quando è stato scoperto quel progetto di dirottamento che prevedeva luso di cocci come arma da taglio.
Lagente gettò gli occhiali in un piccolo tritarifiuti e li distrusse. Mino farfugliò qualcosa con aria avvilita, lagente lo zittì perentorio.</text><text_more>- Bisogna distruggere qualsiasi oggetto sospetto. E per la vostra stessa sicurezza. Metta le mani dietro la schiena.
Mino trasalì.
- Ma le ho spiegato che è stata solo una dimenticanza!
- Gli occhiali non centrano  rispose lagente con una smorfia di fastidio  È la procedura standard per tutti i passeggeri  afferrò i polsi di Mino e lo ammanettò.
- Lo è da quando è stato scoperto quel progetto di dirottamento nel quale i terroristi meditavano di aggredire lequipaggio a pugni e calci  aggiunse, e gli chiuse due strette cavigliere incatenate ai piedi. 
Mino restò a bocca aperta.
Subito lagente gliela tappò con la palla di plastica duna mordacchia agganciata dietro la nuca.
- Procedura standard per tutti i passeggeri  ripeté  da quando sono stati scoperti quegli aspiranti terroristi che si addestravano a emettere acuti in grado di spaccare i finestrini, provocando una decompressione esplosiva.
Mino si sentì soffocare. Si guardò attorno e vide una fila di passeggeri che si lasciavano ammanettare docilmente, mentre i pochi recalcitranti venivano trascinati via in malo modo. 
Poi non vide più niente. Lagente gli calò il cappuccio sulla testa.
- Procedura standard  disse ancora una volta  non possiamo permettere che un passeggero veda linterno dellaereo. Potrebbe essere un terrorista che compie un sopralluogo per progettare futuri attentati   Incatenò Mino alla fila  È per la vostra stessa sicurezza.
Avanzando alla cieca guidato da spinte e strattoni Mino si ritrovò sullaereo. Pigiato fra gli altri sopportò il decollo in piedi, e capì che in quellassurda posizione gli sarebbe toccato fare tutto il viaggio.
Ma appena arrivo pensò con un misto di rabbia e umiliazione.
- Attenzione! Il detector dellaereo ha riscontrato una presenza sospetta a bordo!  annunciò una voce computerizzata.  Per motivi di sicurezza questo volo sarà cancellato.
Volo cancellato?! Ma siamo già partiti! pensò Mino
Poi capì.
Questa sera alle otto non sarò a casa. Sarò morto. &lt;i&gt;Sicuramente&lt;/i&gt;.


&lt;b&gt;DIO E&apos; AMORE&lt;/b&gt;

- Santità, sono a tiro!  annunciò lartigliere francescano.
- Fuoco!  ordinò il pontefice. La sua voce raschiante proveniva dal sintetizzatore vocale collegato alla vasca biotech di liquido verdastro nella quale galleggiava il suo cervello. 
- Colpiti!  esultò il cardinal vicario, indicando lo schermo. 
Gli spinotti piantati nel cervello papale trasmisero anche al sommo pontefice limmagine satellitare del campo di battaglia in fiamme. Da più di un secolo ormai Papa Pietro II non era che un encefalo senza corpo. 
Appena eletto, aveva scelto quel nome per sfidare le profezie apocalittiche, e riportato sul piano militare la millenaria guerra della Chiesa Cattolica contro il &lt;i&gt;relativismo etico&lt;/i&gt;. 
Colpito da fuoco amico durante la tentata &lt;i&gt;Reconquista&lt;/i&gt; della Spagna era bruciato vivo, ma lespianto demergenza aveva salvato il suo cervello, che continuava così dalla vasca biotech a guidare il suo esercito di pochi devoti, e molti mercenari. 
Da allora era ritenuto un esempio dai suoi seguaci anche per come sopportava il male fisico, benché di fisico gli fosse rimasto ben poco.
- Rispondono al fuoco?  ringhiò il cardinal vicario  Come osano?
Dopo secoli di furibonde battaglie non riusciva ancora ad accettarlo. Continuava a considerarlo un inconcepibile sacrilegio.. 
I colpi dartiglieria pesante piovvero sul gigantesco mezzo corazzato sul quale si trovavano, il Tank-Stone, ma sinfransero contro le paratie di polititanio nero-rossastro.
- Dio è con noi  gracchiò il sintetizzatore papale.
- Santità, i proiettili che ci hanno sparato contro sembravano contenere una sorta di gas..
Dal sintetizzatore provenne un bizzarro scroscio, la simulazione elettrica duna risata.
- Cosa speravano di ottenere? I filtri del Tank-Stone sono in grado di proteggerci da qualsiasi infiltrazione. Attivi la sonda, preleviamo un campione giusto per curiosità. 
Il cardinal vicario annuì con un ghigno. La voce meccanica di Pietro II ordinò: 
- Via al bombardamento!
Attraverso gli spinotti lordine arrivò direttamente anche al computer della centrale operativa vaticana. Dalla pista di piazza San Pietro uno stormo di gigantesche blatte transgeniche si alzò in volo con un assordante crepitio. Gli insetti modificati geneticamente e controllati attraverso nanochip impiantati nel cervello erano la principale risorsa dellarmata pontificia. In particolare gli scarafaggi, fra gli esseri più resistenti della terra. Capaci di sopravvivere senza cibo per più di un mese, e notoriamente immuni alle radiazioni. 
Non bisognava costruirli né acquistarli, bastava allevarli, e si riproducevano di continuo.
Inoltre, secondo una caratteristica tipica di tutti gli insetti, ogni blatta gigante poteva portare un carico pari a molte volte il suo peso.  
Quindi sganciare molte più bombe di qualsiasi aereo. 
Lo sciame puntò diritto sul campo di battaglia. 
- Arrivano!  comunicò il francescano. Le blatte saddensarono in una nuvola nero-rossastra che oscurava il sole. Poi cominciarono a volteggiare in tondo, come disorientate.
- Che succede?
- Non so Santità, dai loro tracciati neurali che sto ricevendo sembrano in preda a un fortissimo impulso istintivo capace di contrastare la programmazione imposta dai nostri nanochip - notò perplesso il gesuita alla consolle.
- Santità  lo interruppe trafelato il francescano - ho i dati dellanalisi del gas col quale ci hanno ricoperto. Feromoni  deglutì  è un concentrato sintetico di feromoni di scarafaggio in amore.
Le blatte gigantesche ruppero definitivamente il condizionamento elettronico, e si precipitarono di colpo sul Tank-Stone con tutto il loro carico esplosivo. 
Lultimo stridio meccanico dellultimo pontefice si perse nel frastuono di migliaia di gusci dinsetto.

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<entry id='2463' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2463' author_id='4' authored_on='20071208034351' basename='i_fantastici_tre' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071208034351' modified_on='20110324024707' ping_count='0' status='2' title='I Fantastici Tre' week_number='200749'><text>di &lt;b&gt;Valerio Evangelisti&lt;/b&gt; (da &lt;a href=&quot;http://www.delosstore.it/delosbooks/scheda.php?id=25648&quot;&gt;Robot&lt;/a&gt; n. 52)

&lt;img alt=&quot;JessicaAlba.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/JessicaAlba.jpg&quot; width=&quot;120&quot; height=&quot;153&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;Ci sono film che vedo e poi cerco di dimenticare, per preservare la mia mente in buone condizioni. Uno di questi è &lt;i&gt;I fantastici 4&lt;/i&gt;. Visto prima incompleto durante una lunga trasferta aerea (e non credevo ai miei occhi), e dimenticato. Poi rivisto in dvd e dimenticato di nuovo. Rimaneva però un vago, indefinito sentore di boiata. Dato che per &lt;i&gt;Robot&lt;/i&gt; scrivo solo critiche a film di merda, ho dovuto rivederlo una terza volta. Le mie sensazioni iniziali hanno trovato piena conferma.
Devo subito dire il lato positivo del film, direi lunico: la graziosa Jessica Alba. Dagli extra del dvd appare stupidotta anzichenò, una specie di velina degna di &lt;i&gt;Striscia la notizia&lt;/i&gt;. Però resta un gran bel vedere. Spero che esca prima o poi unedizione condensata de &lt;i&gt;I fantastici 4&lt;/i&gt;, comprendente solo le scene in cui appare lei. Tutto il resto è superfluo.</text><text_more>E dire che il film inizia benino. Quattro astronauti partono in missione e vengono investiti da una pioggia di raggi cosmici. Lesito è drammatico: tornati sulla terra, uno diventa elastico e si può allungare a dismisura; un secondo, fatuo frequentatore di discoteche che parla come i personaggi di Isabella Santacroce, sprigiona calore e può volare e incendiare a piacere; Jessica è capace di rendersi invisibile; il più sfigato, &lt;i&gt;The Thing&lt;/i&gt;, la Cosa, è trasformato in un ciccione di pietra e, a differenza degli altri, non può tornare a condizioni umane.
Buono anche lavvio dellesistenza della Cosa, il personaggio più problematico. Vive con sofferenza la sua nuova natura, prova dolore quando la moglie lo schifa (nei panni di lei avrei fatto lo stesso: passi vivere con un grassone, ma con un sasso è troppo). Cerano tutte le premesse per una bella crisi esistenziale.
Invece no. La Cosa, che è di buon cuore, partecipa al dolore di un aspirante suicida. Dimentica il proprio problemino (essere unorribile statua pietrosa) e si lascia investire da quelli di lui. Per salvargli la vita, quasi distrugge il ponte di Brooklyn, provoca centinaia di tamponamenti (chissà quanti morti o feriti, ma non viene detto), fa sì che un autobus scolastico resti in bilico sul fiume Hudson, carico di bambini.
A questo punto intervengono luomo elastico e la donna invisibile, che passavano di lì. Unendo le loro doti salvano lautobus. A quel punto, uno si aspetterebbe che la folla linciasse chi ha provocato il resto del disastro. Niente affatto. Applaudono tutti, inneggiando ai Fantastici Quattro. Come quella gente sappia che sono quattro, visto che luomo torcia non è intervenuto, non si sa. Le leggi della telepatia sono tutte da esplorare.
Mentre continuano gli applausi appaiono finalmente forze di polizia, pompieri e vigili urbani, fino a quel momento assenti. Il crollo del ponte di Brooklyn, dopo l11 settembre, è in effetti un incidente minore, da prendere con calma. Idem per diverse centinaia di scontri fra automezzi. Ci si aspetta che gli uomini della legge arrestino chi ha provocato quel casino. Niente affatto. Sono anche loro contenti e commossi.
Nei giorni successivi, i quattro reagiscono con fastidio alla pubblicità che li circonda. Vorrebbero lanonimato. Tanto è vero che, per favorirlo, indossano tutine aderenti con il numero 4 bene in vista.
Si ritirano comunque in un laboratorio avveniristico, dove luomo elastico, che è anche scienziato, cercherà di riportarli alla normalità. Il guaio è che il padrone del laboratorio è stato investito anche lui dai raggi cosmici, dotati di qualità che Einstein non sospettava: controlla lenergia elettrica, è diventato cattivissimo e ha una forza spaventosa. Si profilano complicazioni.
A questo punto devo precisare che non sono pregiudizialmente ostile ai supereroi di matrice fumettistica. Ho apprezzato molto i primi due &lt;i&gt;Batman&lt;/i&gt; (più &lt;i&gt;Batman Begins&lt;/i&gt;) e i primi due &lt;i&gt;Spider-Man&lt;/i&gt;. Mi ha però sempre lasciato sorpreso la rapidità con cui il superuomo riesce, nelle situazioni più impensate, a indossare da un momento allaltro la propria uniforme, con tanto di maschera e di mantello. E vero che a volte si rifugia in una cabina telefonica o in un cesso, ma uno si domanda dove tenesse tutti quegli indumenti fino a poco prima. Poi mi capitò di vedere in un fumetto (non domandatemi quale: ho già detto che certe cose le rimuovo) il protagonista estrarre la sua tuta da un anello. Ricordo che mi dissi: Ah, ecco. Daltra parte, se Eta Beta porta ogni sorta di cose nelle mutande, perché non dovrebbero farlo i supereroi? Hanno le mutande anche loro.
Tuttavia, ne &lt;i&gt;I fantastici 4&lt;/i&gt;, il problema non è questo. Allinizio del film si vede la nostra Jessica in grave imbarazzo. Lei diventa invisibile, i suoi vestiti no. Per scomparire del tutto deve denudarsi, il che le causa problemi allorché ricompare. La faccenda è divertente, anche se è inutile sbavare: le speranze degli spettatori di sesso maschile saranno deluse, non si vede proprio nulla.
Nella seconda metà della pellicola, invece, Jessica diventa invisibile con tutta la tuta, e magari anche con lorologio, se ne porta uno. E un enigma, come ne esistono tanti tra terra e cielo.
Torno alla parte finale del film, che riassumo. Cattivo scatenato, la Cosa rapita e liberata dagli amici, tonfi, scoppi, fiamme, incendi, disastri, trionfo finale del bene.
In pratica non ricordo un cazzo. Dovrò rivedermi il tutto una fantastica, quarta volta.
Forse allude a questo lunica scena che mi è rimasta in mente: il discotecaro-torcia che, nel finale, disegna il numero 4 nel cielo notturno. In omaggio al ripudio per la pubblicità che il quartetto supereroico non ha fatto che invocare.
Mi faccio di pietra e rinuncio ai commenti.

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<entry id='2464' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2464' author_id='4' authored_on='20071209024907' basename='oaxaca_a_un_anno_dalla_repressione_del_25_novembre_2006' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071209024907' modified_on='20071209024945' ping_count='0' status='2' title='Oaxaca: a un anno dalla repressione del 25 novembre 2006' week_number='200750'><text>di &lt;b&gt;Fabrizio Lorusso&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;Oaxaca.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/Oaxaca.jpg&quot; width=&quot;130&quot; height=&quot;86&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=right /&gt;[Fabrizio Lorusso è un italiano dottorando presso la UNAM, la più importante università di Città del Messico, dove insegna anche e svolge attività giornalistica. Con questo articolo inizia la sua collaborazione a &lt;i&gt;Carmilla&lt;/i&gt;.]

Il venticinque novembre si è trasformato in una data simbolica e significativa per centinaia di migliaia di abitanti dello stato messicano di Oaxaca e per molti loro compatrioti che simpatizzano con le lotte popolari dellultimo anno, condotte dal movimento dei professori della sezione 22 del sindacato nazionale e, soprattutto, dalla APPO (Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca), lorganizzazione della società civile che ancora vive e rivendica diritti per la parte più emarginata della popolazione.</text><text_more>Questo gruppo, organizzato secondo le forme della assemblea popolare, è nato come reazione al tentativo di sgombero violento da parte della polizia statale di Oaxaca il 14 giugno 2006, ordinato dal Governatore Ulises Ruiz, contro il picchetto dei professori nella piazza centrale di Oaxaca. In seguito a quellazione il movimento dei docenti di Oaxaca si è ampliato verse fette sempre più grandi della società, stanca delle frodi elettorali e dellesclusione sociale, problema irrisolto anche a causa della corruzione politica del regime del PRI (Partido Revolucionario Institucional), al potere da 8 decenni a Oaxaca.
In questanno e mezzo di vita, la APPO ha dato origine a uninteressante esperienza di associazionismo e lavoro comunitario che, sebbene non sia priva di contraddizioni e divisioni interne, si è adoperata per costruire processi e istituzioni democratiche dal basso, nel rispetto dei principi della decisione collegiale e unanime, la discussione in assemblea, la rotazione degli eletti e la revoca dei rappresentanti non più graditi nellambito di una progressiva e crescente partecipazione popolare ai processi decisionali. Daltro canto lorganizzazione, sempre in movimento, non è aliena alle tentazioni di estremizzare il conflitto, alle lotte tra gradualismo e accelerazione, tra opzione elettorale e ribellione sociale fuori dal sistema e, infine, non si nasconde la tensione, per ora risolta ma sempre latente, tra il più organizzato e gerarchico sindacato dei docenti e la stessa APPO. 
Intanto, migliaia di persone hanno sfilato per le vie di Oaxaca, il 25 novembre, per commemorare gli eventi tragici dellanno scorso. Infatti, il 25 novembre 2006 scattò la reazione del governo federale, capeggiato dallex presidente Vicente Fox, che reagì alla manifestazione pacifica di migliaia di persone che cercavano di accerchiare i corpi della Polizia Federale Preventiva appostati in presidio nel centro storico. Il saldo fu la dispersione delle barricate e dei manifestanti, con oltre 200 arresti e successive deportazioni in mezzo a una sequela di violenze certificate dalle principali organizzazioni per la difesa dei diritti umani. 
Ancora oggi rimangono sette detenuti in carcere, nonostante le numerose iniziative della società civile e delle organizzazioni attive nella difesa dei diritti umani che hanno potuto racimolare il denaro per le cauzioni e i processi, spesso risoltisi positivamente per gli imputati, vista linconsistenza delle accuse e la scarsità di prove concrete. Ricordiamo che la politica ufficiale è stata quella di raggiungere dei grandi numeri per poter lanciare campagne di propaganda che annunciano risultati concreti e dimpatto, sia che si tratti di quintali di cocaina sequestrati, di narcotrafficanti estradati negli Stati Uniti o di presunti terroristi incarcerati. Lunico problema è che è stata applicata la categoria di terrorista o di turbatore della pubblica quiete o attentatore dellintegrità dello Stato anche a dei semplici manifestanti
La marcia del 25 novembre, che ha rinnovato le richieste di destituzione del Governatore Ruiz, sè svolta in tranquillità e ha contato sulla presenza del rinato Frente Nacional Contra la Represion (FNCR), con in testa la senatrice del PRD (Partido de la Revolucion Democratica) Rosario Ibarra, donna simbolo da oltre trentanni della lotta per la giustizia e il risarcimento dei danni per i familiari delle decine di &lt;i&gt;desaparecidos&lt;/i&gt; e detenuti politici della storia del paese.

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<entry id='2465' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2465' author_id='12' authored_on='20071210132321' basename='wu_ming_2_le_dieci_competenze_del_prof_henry_jenkins' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071210132321' modified_on='20071209234355' ping_count='0' status='2' title='Wu Ming 2 - Le dieci competenze del prof. Henry Jenkins' week_number='200750'><excerpt>MP3. Il titolo della relazione era &quot;Scrivere in Rete&quot;, ma in realtà si parla di educazione alla Rete come strumento di una cultura partecipativa. Ne risulta una sorta di approfondimento degli ultimi capoversi scritti da Wu Ming per l&apos;introduzione a &lt;i&gt;Cultura Convergente &lt;/i&gt;di Henry Jenkins&lt;/a&gt;.</excerpt><text>&lt;img alt=&quot;aidepikiw_thumb.gif&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/aidepikiw_thumb.gif&quot; width=&quot;168&quot; height=&quot;168&quot; border=&quot;0&quot; align=&quot;right&quot; vspace=&quot;1&quot; hspace=&quot;5&quot;&gt;Quella che segue è la registrazione dell&apos;intervento di Wu Ming 2 al convegno per insegnanti &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.fondazionemondadori.it/cms/culturaeditoriale/288/diavolo-in-corpo&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&quot;Il diavolo in corpo - la Biblioteca delle Passioni Giovanili&quot;&lt;/a&gt;, organizzato dalla Fondazione Mondadori e svoltosi il 15 novembre 2007 in quel di Palazzo Visconti, a Milano.
Il titolo della relazione era &quot;Scrivere in Rete&quot;, ma in realtà si parla di educazione alla Rete come strumento di una cultura partecipativa. Ne risulta una sorta di approfondimento degli ultimi capoversi scritti da Wu Ming per &lt;img src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif&quot;&gt; &lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com/italiano/outtakes/culturaconvergente.htm&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;l&apos;introduzione a &lt;i&gt;Cultura Convergente &lt;/i&gt;di Henry Jenkins&lt;/a&gt;:

&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;Nessuno sembra capace di attivare un confronto sulle &quot;competenze digitali&quot; che sempre più determinano la formazione sociale, culturale e professionale degli individui. L&apos;Età della Partecipazione, inaugurata dalla Rete, è carica di promesse: cittadinanza attiva, consumo consapevole, creatività diffusa, intelligenza collettiva, saperi condivisi, scambio di conoscenze. Tuttavia, se ci si aspetta di vederla sorgere all&apos;orizzonte come un&apos;alba scontata e inevitabile, si finirà per trasformarla nel suo contrario, producendo una nuova, vasta massa di esclusi.&lt;/span&gt;
</text><text_more>&lt;b&gt;N.B.:&lt;/b&gt; Il format del convegno prevedeva che i relatori indicassero &quot;percorsi di lettura&quot; da riproporre in classe. Questo spiega il riferimento, nel corso dell&apos;esposizione, a dieci testi narrativi che in qualche modo esemplificano quanto si sta dicendo.
&lt;script type=&quot;text/javascript&quot; src=&quot;http://del.icio.us/js/playtagger&quot;&gt;&lt;/script&gt;
&lt;b&gt;&lt;font color=&quot;#000044&quot;&gt;ASCOLTA O SCARICA L&apos;INTERVENTO COMPLETO (31&apos;47&quot;)&lt;/font&gt;&lt;/b&gt;

&lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com/suoni/WM2_le_10_competenze_15112007.mp3&quot;&gt;Resa sonora a 192kbps, 44,7 mega&lt;/a&gt;
&lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com/suoni/lowres/WM2_le_10_competenze_15112007.mp3&quot;&gt;Resa sonora a 128kbps, 30,51 mega&lt;/a&gt;

&lt;b&gt;&lt;font color=&quot;#000044&quot;&gt;ASCOLTA O SCARICA UN CAPITOLO ALLA VOLTA&lt;/font&gt; (192kbps)&lt;/b&gt;

&lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com/suoni/WM2_le_10_competenze_15112007_capitolo_1.mp3&quot;&gt;1. Usare la Rete vs &lt;i&gt;Essere&lt;/i&gt; in Rete: un divario partecipativo (3&apos; 44&quot;)&lt;/a&gt;
&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;&lt;i&gt;Prima&lt;/i&gt; di scrivere - Diamo troppe cose per scontate - La partecipazione non è automatica - L&apos;analfabetismo non è un problema di diottrie.&lt;/span&gt;

&lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com/suoni/WM2_le_10_competenze_15112007_capitolo_2.mp3&quot;&gt;2. Capire la Rete: un problema di trasparenza (2&apos; 18&quot;)&lt;/a&gt;
&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;La rete sa essere opaca - Wikipedia e la scuola - Il divario di competenze.&lt;/span&gt;

&lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com/suoni/WM2_le_10_competenze_15112007_capitolo_3.mp3&quot;&gt;3. Valutare la Rete: un divario etico (2&apos; 11&quot;)&lt;/a&gt;
&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;Il bullismo su YouTube - Ragionamenti poco lucidi - Fare, filmare, diffondere la prevaricazione - La Rete è il bosco del XXI° secolo.&lt;/span&gt;

&lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com/suoni/WM2_le_10_competenze_15112007_capitolo_4.mp3&quot;&gt;4. Le dieci competenze digitali del prof. Jenkins: Gioco; Simulazione; Identità (5&apos; 12&quot;)&lt;/a&gt;
&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;Anche senza il computer - I bravi insegnanti dovrebbero... - Henry Jenkins - Il gioco è alleato del libro - Costruire mondi, risolvere problemi, scriversi le istruzioni - Libro consigliato: Philip K. Dick, &lt;i&gt;L&apos;uomo nell&apos;alto castello &lt;/i&gt;- Identità diverse - Libro consigliato: Luigi Pirandello, &lt;i&gt;Il fu Mattia Pascal&lt;/i&gt;.&lt;/span&gt;

&lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com/suoni/WM2_le_10_competenze_15112007_capitolo_5.mp3&quot;&gt;5. Le dieci competenze digitali del prof. Jenkins: Appropriazione; Multitasking; Intelligenza Collettiva (7&apos; 24&quot;)&lt;/a&gt;
&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;Riutilizzare e modificare un contenuto - Philip Marlowe da Chandler a Soriano - Libri consigliati: &lt;i&gt;Il grande sonno &lt;/i&gt;e &lt;i&gt;Triste, solitario y final &lt;/i&gt;- Multitasking - Dall&apos;attenzione diffusa all&apos;attenzione mirata - Libro consigliato: Paco Ignacio Taibo, &lt;i&gt;A quattro mani &lt;/i&gt;- Starsky, Hutch &amp; Lost - Intelligenza collettiva e conoscenza diffusa - Libro consigliato: Neal Stephenson, &lt;i&gt;Snowcrash&lt;/i&gt;.&lt;/span&gt;

&lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com/suoni/WM2_le_10_competenze_15112007_capitolo_6.mp3&quot;&gt;6. Le dieci competenze digitali del prof. Jenkins: Giudizio; Transmedialità (5&apos; 15&quot;)&lt;/a&gt;
&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;Guardare sempre la home page - Storia consigliata: H.C. Andersen, &quot;I vestiti nuovi dell&apos;Imperatore&quot; - Narrazione transmediale: l&apos;esempio di &lt;i&gt;Matrix&lt;/i&gt; - &lt;i&gt;300&lt;/i&gt; da Erodoto a Miller a Snyder.&lt;/span&gt;

&lt;a href=&quot;http://www.wumingfoundation.com/suoni/WM2_le_10_competenze_15112007_capitolo_7.mp3&quot;&gt;7. Le dieci competenze digitali del prof. Jenkins: Sintesi; Negoziazione (5&apos; 40&quot;)&lt;/a&gt;
&lt;span class=&quot;smalltext&quot;&gt;Non basta il copia-e-incolla - Storia consigliata: Jorge Luis Borges, &quot;Funes o della memoria&quot; (da &lt;i&gt;Finzioni&lt;/i&gt;) - Punti di vista che non incroceremmo - Saggio consigliato: Marco Aime, &lt;i&gt;Eccessi di culture &lt;/i&gt;- Il cus cus di sua madre - Racconto consigliato: Raymond Carver, &quot;Cattedrale&quot; (dall&apos;omonima raccolta).&lt;/span&gt;
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&lt;noscript&gt;&lt;p&gt;&lt;img alt=&quot;Clicky&quot; src=&quot;http://getclicky.com/2599ns.gif&quot; /&gt;&lt;/p&gt;&lt;/noscript&gt;</text_more></entry>
<entry id='2466' allow_comments='0' allow_pings='1' atom_id='tag:www.carmillaonline.com,2007://2.2466' author_id='4' authored_on='20071211042926' basename='trafalgar_mediatico_sul_venezuela' blog_id='2' class='entry' comment_count='0' convert_breaks='1' created_on='20071211042926' modified_on='20071211043037' ping_count='0' status='2' title='Trafalgar mediatico sul Venezuela' week_number='200750'><text>di &lt;b&gt;Tito Pulsinelli&lt;/b&gt;

&lt;img alt=&quot;VenezuelaRojaRojita.jpg&quot; src=&quot;http://www.carmillaonline.com/archives/VenezuelaRojaRojita.jpg&quot; width=&quot;130&quot; height=&quot;98&quot; border=&quot;0&quot; hspace=4 vspace=2 align=left /&gt;E davvero spassoso confrontare le versioni contrapposte delle prime pagine -web e cartacee - che il sistema della comunicazione ha sfornato a ridosso del referendum sulla riforma della Costituzione del Venezuela.
Una prima versione attribuiva la vittoria al SI&apos;, e nei commenti abbondavano le tinte oscure e apocalittiche sulla compiuta deriva dittatoriale del Paese sudamericano. Ha ingenuamente addentato la mela avvelenata del populismo, ora si tengano il regno millenario del Caudillo rosso!
Poi, a rotta di collo, una improvvisata seconda versione narrava laffermazione del NO alla riforma, in cui i toni si capovolgevano, con squilli di trombe come nella marcia trionfale dell&apos;&lt;i&gt;Aida&lt;/i&gt;. Una risicata affermazione dell1%, è stata celebrata come la stoccata mortale del torero che abbatte il tiranno. Olè!</text><text_more>&lt;i&gt;El País&lt;/i&gt;, il maggiore quotidiano monarchico europeo, oltre che nave ammiraglia della Armada Invencible del gruppo PRISA, con il fervore militante che lha trasformato nella &lt;i&gt;Pravda&lt;/i&gt; reazionaria dei due mondi, ormai è un campione di realismo magico. Può affermare simultaneamente una cosa  o il suo contrario - ma ha sempre ragione! Su questa scia naviga anche il blocco della radio-stampa-RaiSet. 
Leurocentrismo bilioso gioca scherzi sempre più brutti. Soprattutto quando i diavoli moderni non emanano più il tanfo dello zolfo, ma quello più etereo del gas e del petrolio (Putin, Ahmedinajad, Chavez). Esclusi, però, i monarchi degli emirati e quelli sauditi, perchè ogni regola ha la sua eccezione. LEgitto, poi, e i suoi tre presidenti vitalizi in mezzo secolo, continua a essere indicato come esemplare. E un modello di democracia faraonica caro agli occidentali. 

Sì, è vero, la democrazia reale esistente è quella vincolata ai risultati, cioè  dipende da chi perde e chi vince. Se avesse vinto Chávez con lo stesso striminzito margine di vantaggio, non vi è alcun dubbio che si sarebbe trattato di una frode bananera, smaccata e provocatoria.
Il grado di democrazia subordinato al risultato finale venne collaudato in Algeria, qualche decennio addietro, quando vinse il Fronte Islamico di Salvezza (FIS). Siccome gli islamici sono  per statuto - antitetici alla democrazia vidimata nelle capitali del mondo industriale, gli negarono la vittoria. E vi fu un bagno di sangue.

Poi ci sono state le rivoluzioni colorate in Serbia, Georgia e in Ucraina. Se laperta interferenza degli Stati Uniti, i finanziamenti federali della NED o USIS, o quelli delle fondazioni alla Soros, con i moniti aggiuntivi di Bruxelles, e il massiccio intervento delloligopolio mediatico non riescono a imporre il candidato a loro gradito allora le elezioni non sono mai sufficientemente democratiche. 
Si coniano neologismi, ci si arrampica sugli specchi, si inventa persino la dittatura costituzionale. Se non vincono i referendum li squalificano come plebiscito. 

E tutto cristallino, invece, nella libera raccolta di firme delle elezioni fai-da-te, quelle che partoriscono i moderni Partiti virtuali, di destra e di manca. Da &quot;una testa-un voto&quot;, si passa al più moderno principio di &quot;un euro-un voto&quot;. Non hanno raccolto nessun voto vero, ma tutti fanno finta che siano reali quelli attribuiti dai sondaggi. Dopo Gramsci, Bobbio, Einaudi e Gobetti passano senza anestesia - o vasellina - a Mannheimer e Pagnoncelli.  La democrazia rappresentativa, a denominazione di origine controlata, è un affare privato  tra politica-spettacolo, pubblicitari e padroni della comunicazione.

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