zombie apocalypse – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 29 Apr 2026 19:58:52 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 The Last of Us: un’apocalisse intimista https://www.carmillaonline.com/2023/05/01/the-last-of-us-unapocalisse-intimista/ Sun, 30 Apr 2023 22:01:16 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=76853 di Walter Catalano

Non si contano ormai i film o le serie TV direttamente tratte o derivate da videogiochi. In linea di massima l’abusato meccanismo spettacolare consiste nel ricalcare pedissequamente scenari e personaggi videoludici per indurre i fan del gioco a consumare passivamente anche l’audiovisivo rivivendone, almeno in teoria, le emozioni (e lasciandoli di solito insoddisfatti, data la natura non interattiva della fruizione cinematografica o televisiva rispetto a quella della console) e, in parallelo, auspicando che gli spettatori casuali dello show diventino acquirenti anche del gioco. Un automatismo analogo a quello [...]]]> di Walter Catalano

Non si contano ormai i film o le serie TV direttamente tratte o derivate da videogiochi. In linea di massima l’abusato meccanismo spettacolare consiste nel ricalcare pedissequamente scenari e personaggi videoludici per indurre i fan del gioco a consumare passivamente anche l’audiovisivo rivivendone, almeno in teoria, le emozioni (e lasciandoli di solito insoddisfatti, data la natura non interattiva della fruizione cinematografica o televisiva rispetto a quella della console) e, in parallelo, auspicando che gli spettatori casuali dello show diventino acquirenti anche del gioco. Un automatismo analogo a quello che regge le produzioni dei film di super-eroi, ispirate ai fumetti ma impossibilitate a ricreare la libertà immaginativa di una dimensione disegnata e priva di spazio, e perciò inevitabilmente cristallizzate in uno sterile e monotono parossismo virtuosistico di effetti speciali. Spettacoli riservati – salvo rare eccezioni – a teen agers incolti o ad adulti mentalmente deprivati dove, per bene che vada, conta solo l’action fine a sé stessa e lo spara-spara più trucido.

Non sempre è così però. The Last of Us, videogioco adventure pluripremiato, sviluppato nel 2013 da Naughty Dog sotto la direzione creativa di Neil Druckmann e Bruce Straley, e pubblicato da Sony per varie piattaforme di playstation, infrangeva gran parte delle regole videoludiche più codificate centrandosi soprattutto sui personaggi, problematici e psicologicamente credibili, e sui loro rapporti; sull’empatia riguardo a coesione ed interazione fra individui, più che sulla velocità di reazione da parte del giocatore. Il successo unanime di un’avventura a suo modo intimista, in cui il delicato evolversi, nel corso di sanguinose peripezie vissute insieme, del rapporto padre-figlia fra due estranei, un adulto e una ragazzina, conta quanto, e forse addirittura di più, dello scenario apocalittico da survival-horror, dimostra che esiste un pubblico meno sprovveduto di quanto si vuole credere. C’era bisogno soprattutto, per ottenere questo risultato eccellente, di uno scrittore originale e coraggioso –  Neil Druckmann – di un’ineccepibile grafica iperrealistica che restituisse quasi fotograficamente i paesaggi – in rovina – di Boston, Lincoln, Pittsburgh, Jackson, il Colorado e Salt Lake City, località attraversate dai protagonisti nella loro odissea; e di una colonna sonora di grande impatto, centrata sull’emozione e non sull’orrore, come quella realizzata dal compositore argentino Gustavo Santaolalla.

Era ovvio che dopo un tale successo nel campo dei videogiochi seguisse la necessità di un adattamento seriale e nel corso del 2021 viene finalmente realizzata la serie TV distribuita da HBO, in nove puntate, girata interamente in Canada e dichiarata la più grande produzione televisiva nella storia canadese. Lo showrunner è Craig Mazin, creatore della miniserie Chernobyl, in collaborazione con lo stesso Neil Druckmann, direttore creativo del videogioco; anche la colonna sonora resta di competenza del già esperto Gustavo Santaolalla in coppia con David Fleming. I protagonisti sono incarnati rispettivamente da Pedro Pascal, già noto per il ruolo del principe Oberyn Martell di Dorne in Il Trono di Spade e per quello dell’ispettore Peña in Narcos, e la giovane Bella Ramsay che ha debuttato come Lyanna Mormont sempre in Il Trono di Spade e si è distinta come Angelica nella seconda stagione di His Dark Materials. La selezione del cast risulta particolarmente azzeccata anche rispetto ai personaggi del videogioco: è stata molto dibattuta, ad esempio, la scelta della Ramsay, Bella di nome ma, secondo il superficiale giudizio di alcuni, non di fatto; la figura non della solita lolita bambolesca ma di un’adolescente normale, addirittura bruttina – almeno secondo i criteri convenzionali – conferisce invece al personaggio uno straordinario carisma, assai superiore all’omologo originale. Senza nulla togliere alla grande efficacia di Pedro Pascal, è Bella che – con il suo cipiglio determinato capace tuttavia di sciogliersi in certi momenti in sorrisi di devastante dolcezza – emerge come la rivelazione e la vera star dello show.

La trama del serial resta molto fedele a quella del videogioco, a parte alcune importanti modifiche che approfondiremo via, via più avanti. Una storia che, a grandi linee, si colloca all’interno del genere fanta-horror apocalittico-survival, sicuramente ispirato allo zombie-movie nella tradizione di Romero (ma più quello dei Crazies de La città verrà distrutta all’alba che quello dei Ghouls del ciclo dei Living Dead); al The Walking Dead di Robert Kirkman (il cui apporto creativo al sottogenere si può ormai considerare definitivamente concluso visto la monotonia e la ripetitività senza sbocchi del fumetto e delle serie derivate, Fear The Walking Dead, ecc. Kirkman stesso è diventato uno zombie…); al classico di Richard Matheson I Am a Legend del 1954 con tutta la cospicua filmografia a questo ispirata, o ai suoi corrispettivi colti come The Road di Cormac McCarthy e il film omonimo che ne ha tratto John Hillcoat.

L’intuizione narrativa più notevole di Druckmann è il presupposto strettamente scientifico dato come causa dell’infezione pandemica che provoca il crollo dell’umanità, collocandola così in pieno campo sci-fi, più vicina, quanto a modelli fumettistici, a L’Eternauta che a The Walking Dead. Il fungo parassita Cordyceps – realmente esistente, chi è interessato può leggerne l’interessantissima descrizione botanica nel best-seller divulgativo L’ordine nascosto: la vita segreta dei funghi di Merlin Sheldrake – che infesta insetti, in particolare formiche, condizionandone il comportamento tramite sostanze psicotrope rilasciate nell’organismo e riempiendone il corpo con il proprio micelio fino a uccidere l’ospite e perforarne l’esoscheletro con ife capaci di liberare nuove spore in posizione favorevole per ricadere e germinare su altri artropodi, fa uno spillover a Giava nel 2013 (anno di uscita del gioco, che diventa 2003 nella serie, in modo che l’azione descritta, che si svolge vent’anni dopo il contagio globale, coincida con il 2023 quando lo show viene messo in onda). Il Cordyceps comincia ad attaccare gli uomini invece degli insetti trasformandoli in un incrocio fra i crazies e gli zombies romeriani, ma dai movimenti niente affatto rallentati, semmai accelerati, dalla forza e dalla capacità di incassare i colpi moltiplicata e con orribili infiorescenze fungiformi che fuoriescono da tutti gli orifizi corporei: il culmine è raggiunto nel Bloater, un infetto nel cui corpo il parassita ha proliferato per anni rendendo l’ospite una sorta di uomo-fungo gigante e potentissimo. Nel videogioco il contagio non avviene solo tramite il morso di persone infette o lo scambio di fluidi con esse, ma anche con l’inalazione delle spore del fungo che vengono disperse e possono permanere nell’aria. Nella serie invece si è preferito eliminare quest’ultimo aspetto per evitare che gli attori indossassero troppo spesso maschere antigas o simili, limitandone movimenti ed espressività. E’ stata invece aggiunta l’idea, assente nel gioco, della rete di comunicazione fungina tramite micelio che consente agli infetti di trasmettersi informazioni anche a grande distanza.

Le altre variazioni apportate non modificano sostanzialmente lo scenario fondamentale ma riguardano solo piccoli snodi della trama o personaggi minori. ll protagonista della storia resta Joel Miller, che ha perduto tragicamente la figlia teen ager nei primi giorni del contagio, vent’anni dopo è ormai un uomo assuefatto alla morte e alla violenza, in una civiltà decimata dall’infezione, e costretta a vivere in zone di quarantena sotto uno stretto regime poliziesco. Joel è un contrabbandiere nella ZQ, zona di quarantena di Boston, e assieme alla compagna Tess dà la caccia a Robert, un trafficante del mercato nero, per recuperare armi che ha loro sottratto. L’uomo ha però venduto il carico alle Luci (Fireflies nell’originale), una milizia ribelle che si oppone alle autorità della FEDRA, forza militare che controlla le zone di quarantena. Così Joel e Tess incontrano Marlene, capo delle Luci, che affida loro un compito: scortare la quattordicenne Ellie incolume, a un gruppo di suoi compagni nel palazzo del Governo, fuori dalla zona di quarantena. Ellie, si scoprirà, è così importante perché è stata morsa e non si è infettata, è presumibilmente immune al contagio del Cordyceps: studiandone l’organismo in un laboratorio attrezzato si potrà cercare di ottenere un prezioso vaccino. Giunti fortunosamente a destinazione i tre trovano però tutti morti e il palazzo del Governo pieno di infetti, Tess, morsa a sua volta, si sacrifica per permettere ai due sopravvissuti di mettersi in salvo. A questo punto non resta a Joel che intraprendere un disperato viaggio attraverso un’America devastata per ritrovare le Luci e Marlene, e consegnare loro Ellie, portando comunque a termine altrove la missione che potrebbe rappresentare la salvezza dell’umanità.

Non mi dilungo oltre sulla trama per non spoilerare eccessivamente. Da segnalare l’estrema compattezza figurativa della ricostruzione filmata che rispetta ed esalta i toni plumbei e deprimenti della grafica del gioco. Interessante lo scavalcamento di molti degli stereotipi del sottogenere che vengono non infranti o disattesi ma aggirati e riletti in chiave intimista e psicologistica. Si evita, pur nel ripetersi inevitabile di certe situazioni e personaggi chiave – il maggior pericolo, ormai lo sappiamo, sono gli uomini, molto più dei mostri, crazies, zombies o mezzi funghi che siano – di cadere nella noia mortale del meccanismo risaputo e prevedibile in cui languono da anni The Walking Dead e i suoi epigoni. La raffinatezza formale delle produzioni HBO emerge come sempre e il tono generale della serie è fortemente caratterizzato e peculiare. Molto equilibrato l’alternarsi di scene d’azione concitate e violente ad altre statiche e riflessive di dialogo o di significativi silenzi, così come il passaggio da descrizioni spietate – Joel realisticamente non si fa più scrupoli morali e, per proteggere Ellie o sé stesso, non esita ad uccidere a sangue freddo anche prigionieri inermi, feriti o disarmati – ad altre di tacita e velata ma profonda tenerezza. La storia alla fine è quella di un padre che ritrova la figlia perduta.

Interessante anche il modo non stereotipato in cui gli sceneggiatori affrontano il tema dell’omosessualità nella quinta e nella settima puntata. I personaggi di Bill e Frank, presentati come gay anche nel gioco, ma del tutto secondari, acquistano nell’episodio cinque profondità e spessore: il burbero Bill, isolato nel suo quasi inespugnabile rifugio, si ritrova per caso ad ospitare il gentile e leggiadro Frank e il loro temporaneo sodalizio si trasforma nella convivenza decennale di due coniugi; se Bill sembra all’inizio accettare le affettuosità di Frank solo per interrompere una troppo pesante solitudine in mancanza di donne disponibili, il rapporto fra i due si trasforma presto in una delicata e romantica storia d’amore con tanto di suicidio finale a due, in stile Tristano e Isotta o Giulietta e Romeo. Con la stessa mancanza di forzature si allude nell’episodio sette – ispirato a Left Behind, espansione prequel del gioco – al rapporto fra Ellie e l’amica Riley Abel, un gioco di bambine dalle soffuse sfumature omoerotiche in un grande magazzino abbandonato: l’idillio è bruscamente interrotto da un infetto che le attacca mordendole entrambe; Ellie scoprirà così la propria immunità ma sarà costretta a uccidere l’amica non altrettanto fortunata.

Sull’immunità di Ellie, in preparazione della seconda stagione già annunciata, viene fornita una spiegazione assente nel gioco, aggiungendo un episodio inedito finale che permette, tra l’altro, di dare un ruolo nello show ad attori che avevano prestato voci e fattezze ad altri personaggi sulla console: la madre di Ellie, incinta, viene morsa da un infetto e partorisce poco dopo. L’amica Marlene, futuro capo delle Luci, dovrà ucciderla promettendo però di prendersi cura della bambina appena nata.

In conclusione dunque un grosso lavoro di riscrittura e rielaborazione del testo che lo reinventa e lo riadatta ad un altro linguaggio, in encomiabile autonomia, tracciando un percorso inedito nella storia non sempre entusiasmante delle trasposizioni dalla console allo schermo. The Last of Us, pur facendo parte del sottogenere forse più abusato di questi anni pandemici in cui lo zombie-apocalypse sembra l’unica prospettiva concreta del genere umano – un’iperstizione per dirlo come gli accelerazionisti – riesce ancora ad emozionare e a coinvolgere. Forse nelle peripezie di Joel ed Ellie anticipiamo catarticamente la visione distorta di quanto ci tiene in serbo il nostro imminente futuro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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American Horror https://www.carmillaonline.com/2020/09/06/american-horror/ Sun, 06 Sep 2020 20:00:03 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=62576 di Alessandra Daniele

The Hateful Eight di Quentiin Tarantino è un horror molto più che un western. Alla grammatica dell’horror appartengono la claustrofobia, la paranoia, l’eliminazione progressiva dei personaggi, e naturalmente lo splatter. Tutti elementi che ne fanno quasi una geniale versione retrò di The Thing di John Carpenter. La ragion d’essere del film risiede però nel brutale e puntuale autoritratto di un’America feroce e razzista di branchi e lupi solitari, accomunati soltanto dalla passione per le armi e le esecuzioni sommarie, alla cui sanguinosa realtà fa da beffardo contrappunto l’elegiaca falsa [...]]]> di Alessandra Daniele

The Hateful Eight di Quentiin Tarantino è un horror molto più che un western.
Alla grammatica dell’horror appartengono la claustrofobia, la paranoia, l’eliminazione progressiva dei personaggi, e naturalmente lo splatter. Tutti elementi che ne fanno quasi una geniale versione retrò di The Thing di John Carpenter.
La ragion d’essere del film risiede però nel brutale e puntuale autoritratto di un’America feroce e razzista di branchi e lupi solitari, accomunati soltanto dalla passione per le armi e le esecuzioni sommarie, alla cui sanguinosa realtà fa da beffardo contrappunto l’elegiaca falsa lettera di Abraham Lincoln che viene letta nel finale.
Il genere che racconta meglio gli Stati Uniti, oggi come sempre è l’horror.
Dal sadico The Purge all’enciclopedico American Horror Story, dal pur decotto The Walking Dead alle centinaia di piccoli inquietanti capolavori come They come at night.
La violenza sistematica, la paranoia strutturale d’una nazione costantemente sul piede di guerra, innanzitutto con se stessa, e sull’orlo di un’Apocalypse vera o presunta da sfruttare come scusa per scatenare i propri istinti più ferini in nome della sopravvivenza.
“Ma abbiamo davvero diritto di sopravvivere a questo prezzo?” Si chiedeva il comandante Adama di Battlestar Galactica.
Che diritto hanno gli Stati Uniti di sopravvivere a spese di tutto il resto del pianeta, e in parte anche del loro stesso popolo?
Novembre s’avvicina, il caffè è pronto, e la pallottola è già in canna.

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Le lancette ruotano avanti https://www.carmillaonline.com/2019/08/05/le-lancette-ruotano-avanti/ Mon, 05 Aug 2019 21:14:15 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=53963 di Franco Pezzini

Visioni dell’apocalisse. L’immaginario cinematografico della fine del mondo, a cura di Stella Marega, pp. 278, € 24, Mimesis, Milano-Udine 2018.

Tanto tempo fa, in un mondo lontano lontano. Ossia Torino, metà anni Ottanta: un gruppo di giovani poco più che ventenni radunati attorno al futuro giornalista e scrittore Luca Rastello avvia una rivista, “L’Opera al Rosso”, destinata a produrre alcuni protonumeri, poi all’inizio del decennio successivo due numeri editi da Marietti – al tempo sotto la direzione di un provocatore culturale come don Antonio Balletto – e nel complesso un [...]]]> di Franco Pezzini

Visioni dell’apocalisse. L’immaginario cinematografico della fine del mondo, a cura di Stella Marega, pp. 278, € 24, Mimesis, Milano-Udine 2018.

Tanto tempo fa, in un mondo lontano lontano. Ossia Torino, metà anni Ottanta: un gruppo di giovani poco più che ventenni radunati attorno al futuro giornalista e scrittore Luca Rastello avvia una rivista, “L’Opera al Rosso”, destinata a produrre alcuni protonumeri, poi all’inizio del decennio successivo due numeri editi da Marietti – al tempo sotto la direzione di un provocatore culturale come don Antonio Balletto – e nel complesso un robusto archivio di materiali. Si tratta di volumi monografici, con saggistica, narrativa, schede connettive e grafica: e il numero-sfida con cui Marietti li mette alla prova (“Abbiamo un intero sgabuzzino pieno di prove di riviste, perché dovremmo pubblicare questa?”), da comporre in trentacinque giorni, per scelta del gruppo è sul tema di apocalittiche, millenarismi e parole sulla fine. Nei fatti, varata la collana, i volumi pubblicati trattano però d’altro. Quello sperimentale sulle apocalittiche viene infine ripreso in mano, completamente riaggiornato, per diventare il n. 3: e quasi in beffarda coerenza col tema finisce con l’essere nel segno della fine, travolto da un riassesto nell’organizzazione Marietti che taglia la collaborazione con don Balletto e falcidia le riviste, nonché dalle inevitabili ridefinizioni di vita dei giovani che portano alla chiusura quell’esperienza decennale.

È parso non inutile per almeno due motivi avviare con un preambolo su fatti lontani la presentazione di questo bel Visioni dell’apocalisse, pure a più voci, edito da Mimesis. Anzitutto perché ciascun tempo riflette sulla categorie della fine con linguaggi propri. Nella piccola esperienza dell’“Opera al Rosso” c’era la presa d’atto della fine degli anni Settanta – un mondo che si era chiuso, anche in modo traumatico – e della necessità di lavorare in forma nuova sulle parole importanti. C’era la scoperta di letterature che arrivavano allora in Italia dall’est europeo alla svolta di un’epoca (un est già fervente di suggestioni millenaristiche, e in un momento oltretutto in cui la dimensione dell’eskaton veniva fortemente riproposta da un papa polacco) ma anche dal mondo arabo, le une e le altre a far scoprire parole non ancora consumate da un logorio occidentale. E c’era il riemergere anche più diffuso di suggestioni sulla fine, dal famoso film televisivo The Day After di Nicholas Meyer, 1983, a quella Guerra del Golfo, 1990-91, nel cui contesto i giornali nostrani avevano riscoperto il linguaggio dell’apocalittica (uno studio sul tema, se non già presente, meriterebbe). Ragionare oggi in termini di parole sulla fine guarda a un quadro storico senz’altro diverso, dove gli scricchiolii di quell’epoca sono divenute esplosioni consumate, i punti fermi sono saltati tutti o quasi, all’ottimismo di almeno parte della popolazione è subentrato un pessimismo diffuso e greve.

Questo, si è detto, è un primo motivo. Rinviando per il secondo alle conclusioni, è però tempo di aprire il volume curato da Stella Marega – Ph.D. in Filosofia delle scienze sociali e comunicazione simbolica all’Università dell’Insubria e cultore della materia in Filosofia politica all’Università di Trieste, già Postdoctoral fellow presso la LMU di Monaco e Visiting Scholar all’Università di Belgrado – che al tema dell’apocalisse ha dedicato lunghe ricerche. Il testo, molto bello e ricco di spunti, di impressionante latitudine e virtuale “completezza” in termini panoramici – anche se ovviamente suscettibile di indefinite estensioni in opere future – è coronato da un saggio iniziale della curatrice, Scenari per una ricognizione dell’immaginario apocalittico. Che si sofferma su alcuni nodi essenziali alla base di qualunque trascrizione filmica sul tema, in chiave cronologica e tematica.

A partire da morte e rinascita: da un lato, se non possiamo sapere quando sia nata l’idea di fine del mondo, possiamo però ravvisare una dimensione “apocalittica” nell’elaborazione e ritualizzazione dell’evento morte; dall’altro esiste un bacino immaginale antichissimo che comprende i miti sul diluvio universale, l’idea di una lotta tra forze di luce e di tenebra, quella di cicli del tempo e relativa rottura. Altre accezioni implicate sono rivelazione, in rapporto particolarmente al libro biblico dell’Apocalisse e alle sue interpretazioni; rivoluzione, con forme di secolarizzazione in età moderna dell’escatologia cristiana; crisi, dove il significato originario di decisione presa in stato d’incertezza (ma che richiama anche la fase terminale di una malattia) viene recepito in genere con una sfumatura pessimista; catastrofe, dall’etimo di “rivolgimento”, con l’epoca del postmoderno delimitata

 

simbolicamente da due rovinosi crolli, la demolizione del complesso residenziale Pruitt-Igoe a Saint Louis, completato il 15 luglio del 1972, che ne segna ufficialmente la nascita, e il crollo delle Twin Towers a New York l’11 settembre del 2001, che ne sancisce la fine. Questa correlazione non è casuale: si può affermare anzi che esista una fitta e complessa rete di connessioni tra la dimensione apocalittica e la maggior parte delle logiche culturali che contraddistinguono la fase storica del tardo capitalismo.

 

E ancora visioni, una cifra che già annuncia idealmente l’esperienza filmica; e fine come categoria che, almeno questo sappiamo, giungerà alla Terra al più tardi con lo spegnimento del Sole…

Il testo si divide poi in quattro sezioni, significativamente titolate da suggestioni cinematografiche e precedute da riflessioni della curatrice, per otto contributi critici di ottima qualità, a passare in rassegna oltre un centinaio di pellicole e serie televisive.

Armageddon, la prima sezione, riguarda il tema del conflitto escatologico, e la curatrice ne traccia all’inizio una breve filmografia – comprensiva di riletture laicizzate – attenta a una varietà che non si esaurisce nel cinema “apocalittico” propriamente detto. Gli sviluppi offerti dai contributori la analizzano in chiave ontologica (Tommaso Gazzolo, Apocalypse (is) now?, che s’interroga sul qui e ora dell’apocalisse in riferimento all’orrore di ogni guerra sulla falsariga del film di Coppola) e di velleità egemonica in rapporto col trauma di un evento epocale (Diane Langlumé, La questione dell’egemonia nel discorso apocalittico delle serie televisive fantascientifiche statunitensi, con un esame puntuale ad ampio raggio di quelle prodotte dopo l’11 settembre). Questa sezione già prefigura l’impostazione del volume e l’intelligente originalità dei tagli monografici all’interno di un ampio inquadramento della curatrice.

The Day After è il titolo della seconda sezione, che porta l’analisi nello spazio di un già e non ancora della catastrofe, evocando scenari distopici e post-apocalittici. Si parte qui dall’immaginario apocalittico su Los Angeles – il richiamo stesso nel toponimo agli angeli pare interessante –, presentata in più produzioni filmiche degli ultimi trent’anni come teatro del conflitto ultimo al posto di città-simbolo quali Gerusalemme o Roma (Alfonso Pinto, Los Angeles e l’esperienza dello spazio e del tempo. Immaginari di una città senza futuro); e si prosegue con il tema delle prefigurazioni della catastrofe ambientale, che il cinema ha articolato nel confronto con un ampio ventaglio di istanze scientifiche, politiche e culturali (Davide Mana, Niente margherite nella Terra Promessa. Ecologia dell’apocalisse). L’ampiezza della panoramica e la qualità dell’analisi che dal cinema spazia in realtà verso aree molto diverse – il dibattito scientifico, la letteratura, il ruolo dell’ambientalismo… – rendono questi saggi non solo preziosi supporti per corsi universitari ma letture godibilissime.

They Live, la terza sezione, affronta il tema delle figure mostruose – zombie ma anche angeli, replicanti eccetera – associate alla crisi dell’umano. A partire dalla cifra del corpo come elemento che permette l’essere nel mondo: e la metafora della dissoluzione o riconfigurazione del corpo accompagna in forme diverse l’immaginario apocalittico e le sue declinazioni sull’orizzonte del fantastico. Come nel corpo decaduto degli zombie, mattatori dell’immaginario odierno che vedono stratificare una pluralità di tensioni etniche, politiche, economiche, ambientali (Zara Zimbardo, Specchi mostruosi della pandemia zombie); e continuando con i corpi potenziati di robot e cyborg, con particolare riferimento all’immaginario di quel Giappone la cui storia si è confrontata con catastrofi naturali o belliche emblematicamente apocalittiche (Gianluca Di Fratta, Anime dell’Apocalisse. Visioni di macchine e di corpi mutanti nel cinema di animazione giapponese).

Apocalypto, la quarta sezione, riconduce invece alle origini della paura o più in generale del sentimento della fine in rapporto a futuro, morte e relativi misteri. Lo spazio insomma delle apocalissi private, con focus su due opere cinematografiche senz’altro paradigmatiche. La prima legata alla riflessione di Bergman sul tempo, a partire da suggestioni sul suo termine (Fabio Pezzetti Tonion, Come in una danza di morte. L’attesa della fine ne Il settimo sigillo di Ingmar Bergman); la seconda a un’altra opera nordica nel segno della bile nera, sul percorso di danza nietzschiana che dall’Apocalisse giovannea conduce idealmente a Tarkovskij (Fabio Corigliano, Il principio e la fine. La “danza pastorale della metafisica” in Melancholia di Lars von Trier).

Certo, nonostante la vastità e – torno a scrivere – la virtuale “completezza” della panoramica, lucida è la rinuncia a pretese di esaustività: si tratta di una possibile mappa filmica che intende illuminare una serie di punti-chiave. Del resto, se ogni epoca è “apocalittica” e offre al relativo referente peculiari connotati, ogni epoca declina in modo diverso anche le relative paure.

Il che conduce in chiave di riflessione al secondo motivo della premessa. Nel dialogo sul ventaglio di possibili scenari della fine, a colpire i redattori dell’“Opera al Rosso” era emerso un modello teorico persino più allarmante di quello sulla chiusura traumatica di un tempo: la visione cioè di una società in cui la svolta di una crisi epocale, catastrofica ma potenzialmente aperta a un nuovo inizio, non sarebbe più avvertita come credibile. E dove tutto, semplicemente, si decomporrebbe in via indefinita in un presente protratto e sempre più putrido… Un modello teorico, è ovvio, ma che pro parte può far pensare a società concrete: e in termini di sentire diffuso, per esempio in Italia, l’odierna crisi della categoria-futuro – sorta di tempo verbale desueto per una quota significativa della giovane generazione, al di là di fenomeni clamorosi come Fridays for Future – sembra occhieggiare in quella direzione. Un presente gonfiato a dismisura, che nelle agende della politica vede solo tattica di piccoli interessi e mai strategia (appelli farlocchi a un futuro che non interessa realmente, richiami travisati a un passato che si fa in fretta a manipolare per cortezza diffusa di memoria); gente depressa che si sente minacciata da chi sta peggio, su cui scarica (tramite social, ronde, muri di gomma o di mattoni) un livore flirtante con la patologia… e i più disagiati che, stentando ad arrivare a stasera, possono – forse comprensibilmente – relativizzare ciò che accadrà tra qualche anno. Ecco servito quel che sembrava un modello astratto.

E mentre i piccoli uomini consumano il loro teatrino di distrazioni vittimismi sdegni, le lancette dell’orologio dell’apocalisse – quella climatica, e poi tutte le altre – ruotano silenziose avanti.

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La massa è finita https://www.carmillaonline.com/2019/03/03/la-massa-e-finita/ Sun, 03 Mar 2019 22:00:47 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=51149 di Alessandra Daniele

L’illusione grillina d’essere un partito di massa – il nuovo Partito della Nazione – sta naufragando miseramente, quanto meritatamente. In Sardegna il Movimento 5 Stelle è precipitato al 9%, che calcolata l’astensione fa meno di 1 elettore su 20. La Lega non è andata molto meglio, è crollata all’11%, sotto al PD, e ha potuto cantare vittoria solo perché caricata sul vecchio barcone berlusconiano, che grazie al Partito Sardo D’Azione avrebbe vinto anche senza la Lega. La pacchia è finita. I grillini però continuano a reagire alle sconfitte esattamente come [...]]]> di Alessandra Daniele

L’illusione grillina d’essere un partito di massa – il nuovo Partito della Nazione – sta naufragando miseramente, quanto meritatamente.
In Sardegna il Movimento 5 Stelle è precipitato al 9%, che calcolata l’astensione fa meno di 1 elettore su 20.
La Lega non è andata molto meglio, è crollata all’11%, sotto al PD, e ha potuto cantare vittoria solo perché caricata sul vecchio barcone berlusconiano, che grazie al Partito Sardo D’Azione avrebbe vinto anche senza la Lega.
La pacchia è finita.
I grillini però continuano a reagire alle sconfitte esattamente come facevano i renziani: negano l’evidenza, elencano ossessivamente tutti i loro presunti meriti di governo, accusano i giornalisti di non essere abbastanza servili, promettono un’improbabile rimonta appena gli elettori avranno capito quanto in realtà loro siano stupendi.
L’arrogante, stizzosa rivendicazione di Luigi Di Maio della sua leadership fallimentare è puro Renzi al 100%.
Sembra di assistere ad una di quelle soap opera interminabili nelle quali le storyline d’un personaggio vengono dopo qualche anno riciclate per un altro.
Ad Amelia Shepherd di Grey’s Anatomy è toccato lo stesso identico subplot romantico che fu di Cristina Yang. Ai 5 Stelle sta toccando il tracollo renziano.
Fra le molte cause, oltre alla svendita totale di tutti i principi fondanti, c’è il subplot romantico con quel Salvini che è arrivato dove voleva usando il M5S come un taxi. Del Mediterraneo. I grillini sono anche diventati i suoi soccorritori personali: Save the Cialtron.
Come liberarsi di quest’Amore Criminale? Proviamo a dare qualche idea a Di Maio ispirata proprio alle soap opera:

“A firmare il Contratto di Governo con la Lega non sono stato io, ma il mio gemello cattivo, che mi aveva rapito e imprigionato in un sotterraneo abusivo. Adesso che mi sono liberato, posso distruggerli. Il contratto, e il gemello. Anche Di Battista ha un gemello che lo ha sostituito dopo il suo ritorno dal Sudamerica, ma non è cattivo. È solo più scemo”.

“Quando ho firmato il Contratto di Governo non ero in me, a causa d’un enorme tumore al cervello. Adesso che m’è stato rimosso grazie alla nuova tecnica della dottoressa Amelia Shepherd, sono di nuovo me stesso, posso far annullare il contratto, e offrire un ruolo nel Movimento, oggi più attento alle competenze, alla dottoressa Amelia Shepherd. Il fatto che sia un personaggio fittizio non è un problema per noi. È comunque più reale di Giuseppe Conte”.

“Ho firmato il Contratto di Governo con la Lega soltanto per accedere al Ministero della Sanità, dal quale sventare la minaccia che sapevo incombente d’una zombie apocalypse, provocata da un vaccino sperimentale che siamo riusciti a bloccare. Adesso che la catastrofe è scongiurata, anche il contratto non serve più”.

Quest’ultima scusa potrebbe sembrare un po’ fuori tema, in realtà anche The Walking Dead è una soap opera.
Ed è più credibile delle cazzate che raccontano di solito i grillini.

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I cinque segni dell’Apocalisse https://www.carmillaonline.com/2017/07/30/cinque-segni-dellapocalisse/ Sun, 30 Jul 2017 18:00:53 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=39722 di Alessandra Daniele

Se fosse in atto l’inizio d’una zombie apocalypse, sappiamo che i media mainstream farebbero di tutto per nasconderla e dissimularla il più a lungo possibile, innanzitutto per evitare il panico. Dovremmo quindi imparare a riconoscerne da soli i principali segnali.

1) Irrazionali e imprevedibili esplosioni di violenza individuale, spesso con armi improvvisate, i cui esecutori vengono sbrigativamente eliminati, e derubricati come lupi solitari, terroristi o psicopatici.

2) Razionamento idrico, per aumentare i controlli negli acquedotti sospettati di diffondere il contagio.

3) Incendi diffusi. Bruciare i cadaveri dei rianimati [...]]]> di Alessandra Daniele

Se fosse in atto l’inizio d’una zombie apocalypse, sappiamo che i media mainstream farebbero di tutto per nasconderla e dissimularla il più a lungo possibile, innanzitutto per evitare il panico.
Dovremmo quindi imparare a riconoscerne da soli i principali segnali.

1) Irrazionali e imprevedibili esplosioni di violenza individuale, spesso con armi improvvisate, i cui esecutori vengono sbrigativamente eliminati, e derubricati come lupi solitari, terroristi o psicopatici.

2) Razionamento idrico, per aumentare i controlli negli acquedotti sospettati di diffondere il contagio.

3) Incendi diffusi. Bruciare i cadaveri dei rianimati sarebbe infatti il modo più veloce per occultarli, e cercare di arginare il contagio. I falò organizzati in zone disabitate finirebbero spesso per degenerare, sfuggendo al controllo. Allarmi di nubi tossiche verrebbero lanciati per allontanare i curiosi.

4) Intensificarsi parossistico e pretestuoso del controllo poliziesco sulle piazze reali e virtuali, con brutali retate nelle zone di assembramento, e tentativi di controllare e censurare le notizie che circolano su internet.

5) Chiusure delle frontiere e blocchi navali, in contraddizione con tutti i precedenti accordi internazionali. Iniziative inutili, perché il contagio per sua natura sarebbe comunque già globale.

Naturalmente per ciascuno di questi avvenimenti verrebbe data una spiegazione ufficiale, ma se dovessero verificarsi tutti contemporaneamente sapremmo cosa sta accadendo davvero.

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Stagione morta https://www.carmillaonline.com/2012/08/06/stagione-morta/ Mon, 06 Aug 2012 07:45:35 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=4396 di Alessandra Daniele

ZombieR.JPGÈ una pessima annata per il turismo, in tutta Europa. Anche gli alieni ci hanno dato buca, probabilmente offesi da come la cerimonia inaugurale olimpica abbia snobbato Doctor Who, l’unica serie SF rimasta a non ritrarli tutti come perfidi mostri bavosi. Benché anche il Dottore nell’attuale undicesima incarnazione sia diventato abbastanza paranoico. Effetto Undici settembre. Sono ancora tempi da SF apocalittica. E l’Apocalisse è peggiorata. Quando c’era la Guerra Fredda e ci si aspettava un olocausto nucleare, chi abitava in una grande città, o in prossimità di un altro obiettivo strategico, poteva sperare nella morte più rapida ed [...]]]> di Alessandra Daniele

ZombieR.JPGÈ una pessima annata per il turismo, in tutta Europa. Anche gli alieni ci hanno dato buca, probabilmente offesi da come la cerimonia inaugurale olimpica abbia snobbato Doctor Who, l’unica serie SF rimasta a non ritrarli tutti come perfidi mostri bavosi. Benché anche il Dottore nell’attuale undicesima incarnazione sia diventato abbastanza paranoico. Effetto Undici settembre.
Sono ancora tempi da SF apocalittica. E l’Apocalisse è peggiorata.
Quando c’era la Guerra Fredda e ci si aspettava un olocausto nucleare, chi abitava in una grande città, o in prossimità di un altro obiettivo strategico, poteva sperare nella morte più rapida ed elegante della Storia: essere vaporizzati in tre decimi di secondo. La morte che ci si aspetta oggi è la più lunga e merdosa mai immaginata: la morte vivente. Invece di sperare in un leader che ricostruisca la civiltà, ci toccherebbe sparargli mentre cerca di sbranarci. Ancora.
Per la prossima stagione anche la Tv italiana dovrebbe preparare le sue fiction sul tema. Qualche proposta:

Zombatteo
Un ruolo perfetto per le capacità espressive di Terence Hill. Un prete zombie cattocomunista invece di molestare i bambini, li mangia. Dopo essere diventato molto popolare per aver divorato tutto il cast di Io Canto, si candida alle primarie del PD, ma un dossier che l’accusa di mangiare zuppa di embrioni surgelati gli fa perdere il voto cattolico. Nonostante la difesa del Manifesto che titola ”Anche gli angeli mangiano bambini”, Zombatteo va in crisi, e diventa cattoriformista. Si ritira dalla competizione nel PD, e passa a pilotarlo dalla curia vaticana.

Tutti Zombie per Amore
Il primo Zombie Musical della storia coi pezzi classici dei più amati artisti pop italiani deceduti, cantati da loro stessi. Nella prima puntata ”Lucio canta Lucio”, Dalla e Battisti si scambiano i brani più famosi, e poi sbranano il coro, sulle note de ”Il tempo di morire”. Avvertenza: durante la produzione di questo show potrebbero verificarsi dei problemi di casting, infatti nessuno è in grado di stabilire con certezza l’attuale status biologico di Patty Pravo.

Il bello degli Zombie
Virna Lisi, stanca di interpretare decine di soap opera sdraione ma sempre nel ruolo di nonna, suocera, o madre superiora, ammazza Gabriel Garko, e se lo mangia. L’avvocata Giulia Bongiorno riesce a evitarle l’accusa di cannibalismo facendola dichiarare non-morta, in modo che usufruisca della sanatoria prevista dalla legge Monti-Viventi. Scoppia lo scandalo dei falsi zombie, e si scopre che metà dei presunti cadaveri ambulanti sono in realtà vivi che a causa della crisi economica non riescono a procurarsi da mangiare in altro modo. L’Euro crolla e viene sostituito dal Necro.

Zombenigni legge Dante
Un’ambiziosa fiction fantasy, da realizzare in coproduzione con qualcuno che capisca male l’italiano, e non si renda conto subito che in realtà è una stronzata atroce. Speditoci dalla moglie, Benigni va all’Inferno a declamare la Divina Commedia. I dannati lo considerano una tortura insopportabile. Organizzano un Hell Break, e invadono in massa la terra sotto forma di zombie sanguinari, guidati dal conte Ugolino. A loro si oppone Michele Placido nei panni di Papa Benedetto Penultimo, sparando preventivamente a chiunque si muova, vivo o non-morto, e citando l’abate Arnaud Amaury: ‘Uccideteli tutti. Dio riconoscerà i suoi. Dall’impronta dentale”.

Il De-vivo
Sequel de ”Il Divo”.
Andreotti muore, e torna come zombie. Nessuno nota la differenza.

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Dead Red https://www.carmillaonline.com/2008/10/21/dead-red/ Tue, 21 Oct 2008 03:26:09 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=2817 di Alessandra Daniele

ZombieR.JPGLa ragazza si precipitò dentro chiudendosi la porta alle spalle – Sono dappertutto! — Urlò — Siamo circondati! Gli altri tre cominciarono ad aiutarla a barricare la porta, già scossa da colpi tozzi misti a grugniti disarticolati. Fuori, un migliaio di zombie a caccia di cibo. Soltanto una compagine delle brulicanti schiere di morti viventi che s’erano impadronite del pianeta. A solo sei mesi dal primo contagio, tutto quello che restava dell’umanità non era che qualche sparuto gruppo di sopravvissuti. Assediato da milioni di zombie. – Che facciamo? — Gridò ancora la ragazza, spingendo freneticamente una scrivania sconnessa [...]]]> di Alessandra Daniele

ZombieR.JPGLa ragazza si precipitò dentro chiudendosi la porta alle spalle
– Sono dappertutto! — Urlò — Siamo circondati!
Gli altri tre cominciarono ad aiutarla a barricare la porta, già scossa da colpi tozzi misti a grugniti disarticolati. Fuori, un migliaio di zombie a caccia di cibo. Soltanto una compagine delle brulicanti schiere di morti viventi che s’erano impadronite del pianeta. A solo sei mesi dal primo contagio, tutto quello che restava dell’umanità non era che qualche sparuto gruppo di sopravvissuti. Assediato da milioni di zombie.
– Che facciamo? — Gridò ancora la ragazza, spingendo freneticamente una scrivania sconnessa contro la porta. Il vecchio la guardò.
– C’è solo una cosa che li ferma — S’indicò la fronte — Un colpo in testa.
– Scusa compagno — disse l’uomo brizzolato — io capisco la tentazione al soggettivismo, ma accettare la logica dello scontro rischierebbe di radicalizzare ulteriormente il conflitto, e dati i rapporti di forza in atto sarebbe avventurismo controproducente.
– E oltretutto perderemmo completamente l’appoggio delle masse — disse l’uomo stempiato.
Quali masse? – Chiese la ragazza.
– Non possiamo certo rischiare di ripetere i tragici errori del ‘900 — aggiunse lo stempiato — Evitiamo i catastrofismi, le priorità sono ben altre.
– Ma di che cazzo state parlando? — Chiese il vecchio.
– Compagno, noi rispettiamo la tua esperienza, ma oggi risulta decontestualizzata. Siamo in mezzo al guado, e tocca fare un passo alla volta per creare l’alternativa. Capisco che questo potrebbe essere capziosamente interpretato come una sorta di immobilismo, ma…
Un colpo più forte alla porta scosse la pila di seggiole accatastate sulla scrivania, facendo sobbalzare tutti. L’uomo brizzolato deglutì, e riprese
– Ma può anche essere un orizzonte politico accettabile, se sostanziato da pratiche condivise dalle masse.
Quali masse? – Ripeté la ragazza.
Scariche di colpi sempre più violenti cominciarono ad abbattersi anche sulle finestre inchiodate. Il coro di grugniti crebbe d’intensità.
– Occorre un cambiamento di paradigma — disse l’uomo stempiato — Potremmo interpretare in chiave metaforica il suggerimento del compagno… diversamente giovane: “colpirli” alla testa attraverso una strategia comunicativa che li raggiunga al cervello, ma anche al cuore…
Un braccio semi scheletrico orlato da brandelli di carne decomposta riuscì a sfondare di colpo l’asse che bloccava una delle finestre, e artigliò l’uomo stempiato per il collo. In un attimo decine di altre braccia livide, a volte ridotte a moncherini putrescenti, sbucarono dalla finestra ormai scardinata, e lo trascinarono fuori urlante. Poi gli zombie cominciarono a entrare.
La ragazza afferrò un bastone. Il vecchio rovesciò un materasso, ed estrasse da sotto un fucile.
– Compagni, non accettiamo provocazioni! — Disse il brizzolato. Un paio di non morti gli addentarono il braccio sinistro, staccandoglielo a morsi. Il sangue zampillò con violenza dall’arteria recisa, tingendo le pareti di rosso.
La fragile barricata davanti alla porta cedette di schianto.
La stanza si riempì di zombie.
Fra le grida risuonarono un paio di colpi di fucile.
Poi il rumore delle mascelle prevalse su tutto.

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