Where have all the flowers gone – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Mon, 27 Jul 2026 20:00:30 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 La storia non è una fossa comune https://www.carmillaonline.com/2026/07/27/la-storia-non-e-una-fossa-comune/ Mon, 27 Jul 2026 20:00:30 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95769 di Orizzonti*

And where have all the graveyards gone, long time passing? Where have all the graveyards gone, long time ago? Where have all the graveyards gone? Gone to flowers, every one! When will they ever learn, oh when will they ever learn?

Where have all the flowers gone di Pete Seeger sembra quasi una filastrocca per bambini, ma come tutti i maestri e le maestre della canzone popolare il cantautore folk statunitense aveva la capacità di tradurre concetti ed emozioni complesse in parole semplici e dirette. Il testo è quello tipico di un racconto circolare in cui la [...]]]> di Orizzonti*

And where have all the graveyards gone,
long time passing?
Where have all the graveyards gone,
long time ago?
Where have all the graveyards gone?
Gone to flowers, every one!
When will they ever learn,
oh when will they ever learn?

Where have all the flowers gone di Pete Seeger sembra quasi una filastrocca per bambini, ma come tutti i maestri e le maestre della canzone popolare il cantautore folk statunitense aveva la capacità di tradurre concetti ed emozioni complesse in parole semplici e dirette. Il testo è quello tipico di un racconto circolare in cui la conclusione della storia si lega al punto di partenza. Nella prima parte questo assomiglia a quello di una classica e stucchevole canzone d’amore, ragazze che ricevono fiori, che incontrano ragazzi. Ma poi la canzone cambia tono, domanda Seeger «Dove sono finiti tutti i giovani? Sono diventati soldati, tutti quanti!». La filastrocca diventa tetra: «Dove sono finiti tutti i soldati? Sono finiti nei cimiteri, tutti quanti!». Fino ad arrivare ai versi citati qui sopra dove i cimiteri vengono abbandonati, dimenticati e col passare del tempo tornano a diventare campi di fiori che prima o poi verranno raccolti da altre ragazze.

La forma circolare del racconto suggerisce che il tema della canzone sia la tendenza a dimenticare gli orrori della guerra e dunque a ripeterli. In tempi come i nostri, sull’orlo di una nuova guerra mondiale, con gli occhi pieni delle immagini di un devastante genocidio, possiamo facilmente comprendere lo stato d’animo di Pete Seeger.

L’altro aspetto curioso di Where have all the flowers gone è che ogni strofa si chiude con la stessa domanda:

When will they ever learn,
oh when will they ever learn?

Dice «Quando finalmente impareranno?», non «Quando finalmente impareremo?». Questa terza persona plurale è indicativa: a differenza di altre opere che trattano della guerra Seeger non pensa che questa sia una responsabilità collettiva, di tutta l’umanità, ma che ci siano dei responsabili specifici, precisi, da individuare riempiendo quella terza persona plurale.

Leggendo Terra Bruciata. Storia della violenza dal Paleolitico al XXI secolo di Alfredo González-Ruibal tornano in mente questi due significati nascosti della canzone di Seeger: la stratificazione della storia e le precise responsabilità della guerra.

Sono molte le storie di tombe e cimiteri dimenticati e scomparsi che Alfredo González-Ruibal racconta nel suo saggio. Tombe che spesso sono rimaste silenziose per millenni, ma che hanno molto da raccontare sulla nostra specie e sul pianeta che abitiamo.

Il compito di cui si è incaricato l’archeologo ed autore del libro, cioè fare una storia della violenza all’interno dei gruppi umani dal Paleolitico fino a quasi i giorni nostri, e farla attraverso un linguaggio accessibile e divulgativo è tutt’altro che semplice. Nonostante ciò il saggio è allo stesso tempo denso e scorrevole, scritto con una narrazione coinvolgente ed empatica. Tale, come dice Andrea Augenti, nella prefazione all’edizione italiana da suscitare commozione per le vittime delle guerre di migliaia di anni fa. Il testo è però soprattutto un robusto saggio archeologico ancorato alle più recenti scoperte e tecniche nel campo e dotato di un forte carattere multidisciplinare che fa incontrare le evidenze sollevate dall’archeologia con gli studi storici, sociologici, antropologici e climatici viaggiando attraverso diversi spazi temporali, compresa la cogente attualità. Malgrado la ricchezza di spunti contenuti nel libro noi ci concentreremo in questa recensione proprio sugli aspetti più politici, più “utili” per comprendere il nostro il nostro presente e provare a cambiarlo. Negli ultimi anni sono diversi i saggi archeologici che hanno riscosso un certo successo perché interrogano direttamente il nostro presente. Ed è lo stesso Alfredo González-Ruibal a spiegarcene i motivi nella sua premessa:

L’archeologia aiuta a comprendere i processi sociali e i modelli storici: attraverso i resti materiali del conflitto è possibile imparare molto su come erano organizzate le società del passato (e lo sono nel presente), su come percepivano la violenza e sul ruolo che attribuivano alla guerra. Attraverso i resti materiali si può anche scoprire quando la violenza comincia a trasformarsi in guerra, o quale rapporto esista tra il conflitto e la comparsa delle società patriarcali, o l’influsso dei cambiamenti climatici; e anche per quale motivo le armi siano sempre così attraenti, malgrado assolvano ad una funzione orribile. A volte nel lontano passato è possibile trovare le risposte alla violenza della nostra epoca, o magari nuove domande 1.

Il libro è una lettura importante a nostro parere perché smentisce tutta una serie di luoghi comuni sulla guerra e sulla violenza tra gruppi che ormai sono entrati nel nostro immaginario collettivo, sebbene siano più un prodotto ideologico dell’epoca storica in cui viviamo che delle evidenze scientifiche.

La comparsa della guerra
La tesi principale che accompagna tutta l’opera mira a smentire quello che forse è il più comune tra i luoghi comuni sulla guerra e cioè che questa faccia parte della natura umana. Dice González-Ruibal:

[…] in primo luogo, affermare che il conflitto è inerente alla natura umana non equivale a dire che l’aggressività fa parte dell’essere umano. Il conflitto è sempre esistito, con modalità assai diverse: ma ciò non rende l’essere umano (o gli ominidi che lo hanno preceduto) intrinsecamente aggressivo. […] uccidere non è mai stata la norma tra gli umani, anzi il contrario; e in ogni caso, la selezione naturale avrebbe agito favorendo coloro che non uccidono per un motivo qualsiasi2.

Continua:

Un altro concetto che necessita un chiarimento è quello di guerra: se il conflitto fa parte della condizione umana, lo è anche la guerra? Sulla questione esistono opinioni diverse: alcuni studiosi ritengono che qualsiasi forma di violenza collettiva ed organizzata – definita talvolta “violenza di gruppo” (coalitionary violence) – sia paragonabile alla guerra; […] L’identificazione tra la violenza organizzata e la guerra presenta, a mio parere, diversi problemi. […] una stessa espressione che serva a definire tanto quattro predoni a caccia di bestiame quanto un conflitto che vede coinvolti eserciti permanenti, imponenti infrastrutture logistiche e decine di migliaia di esseri umani certo non risulta molto utile3.

L’autore poi ci offre la sua definizione di guerra:

Quest’ultima, infatti, differisce dagli altri tipi di conflitto per diversi aspetti: implica due o più gruppi o fazioni, indentificati come tali, che partecipano alle ostilità; il concetto di guerrieri o soldati (a tempo pieno o parziale, ma sempre legato a un’identità e ad attività specifiche); l’esistenza di eserciti (temporanei o permanenti) con le rispettive forme di istituzionalizzazione (regole, rituali, gradi, gerarchie); un’arte marziale (norme di combattimento e conoscenze tattiche che possono essere apprese e trasmesse); una certa durata (non può terminare nel giro di poche ore) e una certa discrezionalità temporale (non può durare secoli). A tutto ciò si aggiunge un elemento di carattere archeologico: la guerra implica una cultura materiale specifica, diversa da quella della vita di tutti i giorni4.

A riprova di quanto affermato sopra González-Ruibal ci spiega che non esiste alcuna prova precedente alla comparsa dell’essere umano moderno dell’esistenza non solo della guerra, ma della violenza collettiva organizzata o almeno non vi sono tracce archeologiche che lo dimostrino. Vi sono, questo sì, tracce di violenza interpersonale fin dal Pleistocene medio. Dunque quand’è che questo fenomeno complesso ed articolato che definiamo guerra è apparso nella storia umana? L’istituzionalizzazione della guerra, almeno in Europa, secondo l’autore avviene in un preciso periodo storico: l’Età dei metalli. È in questo periodo infatti che ha luogo un altro importante fenomeno:

[…] la cosiddetta Rivoluzione dei prodotti secondari, come gli archeologi chiamano l’inizio dell’utilizzo dei derivati del bestiame quali latte, yogurt e formaggio, generalmente sconosciuti (o poco sfruttati) nel Neolitico. A ciò si collega anche l’introduzione dell’aratro, che permetteva di lavorare superfici più ampie e terreni più profondi e del fertilizzante, che aumentava la produttività dei raccolti: entrambi legati appunto all’utilizzo secondario degli animali […] un’economia più produttiva implica anche eccedenze che alcuni individui possono trasformare in capitale politico; a partire dall’Età del rame si fanno evidenti le differenze sociali e l’esistenza di capi, che si autodefiniscono “guerrieri”5.

Dunque la guerra compare compiutamente nello stesso periodo in cui per via dei fenomeni economici le società si vanno gerarchizzando, emergono le differenze sociali ed il patriarcato:

L’emergere del patriarcato coincide con un processo di individualizzazione degli uomini, di gerarchizzazione, di divisione dei compiti e di controllo maschile delle tecnologie. […] nel caso dell’Europa, disponiamo di prove che rimandano a forme di ideologia e di organizzazione sociale patriarcale fin dal Calcolitico, tra il IV e il III millennio a.C. […] Mentre gli uomini acquisiscono potere, le donne vengono di norma relegate ai loro ruoli riproduttivi e domestici; la loro cultura materiale è quella della casa, delle relazioni, della cura[…]. La politica, l’individualità e la guerra sono cose da uomini6.

Esistono delle eccezioni: in questa epoca storica una serie di evidenze archeologiche dimostrano che, sebbene la guerra fosse un’attività principalmente maschile, ai conflitti partecipavano un certo numero di donne-guerriere di cui sono state ritrovate le sepolture. Rimane il fatto che la guerra veniva raffigurata e celebrata come un’attività ad esclusivo appannaggio degli uomini. Questa cultura materiale maschile della guerra continua ad essere incarnata ancora oggi da personaggi alla Pete Hegseth e Peter Thiel.

Stato e guerra
All’incirca nello stesso periodo, il IV millennio, fa la sua comparsa sulla scena delle società umane in Mesopotamia la forma Stato:

[…] la Mesopotamia viene considerata la culla della civiltà. Ma che cos’è la civiltà? Il termine deriva dal latino civitas e da quando sono emersi i primi centri urbani il concetto di civiltà – nel senso di progresso materiale, sociale, morale e politico – è stato associato proprio alle città7.

Ma questa realtà vale principalmente per le classi dirigenti delle nascenti città-stato.

Di fatto, buona parte della popolazione aveva uno status servile o di dipendenza, oppure era costretta alla schiavitù per debiti. L’antropologo James C. Scott ha proposto di considerare i primi Stati come esito di un progetto di domesticazione simile a quello del Neolitico, con la differenza che in questo caso a essere domesticate furono le persone, non le capre 8.

Questo processo di domesticazione però non fu indolore ed incontrò delle significative resistenze da parte della popolazione, al punto che è in questo contesto, secondo l’autore, che nascono le prime guerre civili, cioè conflitti interni «scoppiati in concomitanza con lo sviluppo della città, la sua stratificazione sociale e la crescente disuguaglianza economica»9. La violenza che i nascenti Stati riservano a chi si ribella ha uno scopo ben preciso:

La brutalità rivelata dalle sepolture – il massacro indiscriminato di donne e bambini, l’esposizione dei cadaveri – indica che l’obiettivo era quello di iscrivere in modo duraturo la violenza nella memoria collettiva; eppure, il fatto che i conflitti si siano succeduti nel tempo dimostra che le élite dovettero ricorrere più volte alle punizioni esemplari10.

González-Ruibal definisce questa violenza statuale come “pedagogia del terrore”. Il destino della guerra però è legato a quello del concetto di città fin dalla sua costi non solo per quanto riguarda la guerra verso i nemici interni, ma anche verso quelli esterni:

Il filosofo ed urbanista Paul Virilio scrive che «la città è costitutiva di quella forma di conflitto che è la guerra»: la città è guerra, il che nel caso di Roma è vero alla lettera. Gli accampamenti romani erano centri urbani in miniatura […] spesso, finivano per trasformarsi in città vere e proprie11.

Sebbene si pensi spesso che la nascita degli Stati abbia portato stabilità e diminuito la conflittualità questo è smentito dai fatti. Dice l’autore:

In genere, il crollo degli Stati centralizzati è stato narrato in termini negativi, un fallimento che arriva persino a caratterizzare la denominazione stessa delle diverse fasi storiche: i “periodi intermedi” in Egitto o gli “Stati combattenti” in Cina, o addirittura il “Medioevo” in Europa, ossia fasi di decentramento in cui l’autorità centrale si volatizza mentre sembra prevalere il caos. E tuttavia, molte volte – anche se non sempre – tale processo comportò anche una maggiore libertà per un numero più elevato di individui e un minore sfruttamento. Il caso dell’impero romano è significativo: studi antropologici condotti su un nutrito campione di scheletri hanno dimostrato che nell’Europa “barbara” si viveva meglio che in quella romana; le persone erano meglio nutrite, erano più alte e godevano di una salute migliore12.

Il pensiero non può che andare alla crisi dell’impero americano, alla sua “pax” che ha riempito i cimiteri di diversi quadranti del globo. Forse è in questa crisi che si schiudono possibilità per una vita migliore?

Tecnica e guerra
Un altro classico luogo comune, molto in voga oggigiorno, è che la guerra, la ricerca per gli armamenti, sia il principale vettore dell’innovazione tecnologica che, solo successivamente, trova impieghi in ambiti civili. González-Ruibal ci spiega che questo è stato un itinerario specifico, fin dall’Età dei metalli, del contesto europeo:

Lo sviluppo delle armi da guerra segna l’inizio di un fenomeno assai familiare: in Occidente, la tecnologia più avanzata verrà d’ora in poi applicata innanzitutto alla sfera bellica. […] Nel caso dell’Europa preistorica, il metallo fu utilizzato all’inizio per le armi e solo successivamente per attrezzi agricoli ed artigianali: tre millenni dopo la sua comparsa, le falci venivano realizzate ancora con la selce. Non era un percorso evolutivo obbligato: come si vedrà, l’Africa subsahariana e la Cina seguiranno strade molto diverse, in cui l’innovazione tecnologica non veniva messa per prima cosa al servizio della guerra13.

A riprova di ciò poco più avanti l’autore scrive:

[…] i cinesi svilupparono anche una tecnologia siderurgica originale – la fusione – che in Europa non sarebbe comparsa fino a tempi più moderni. Curiosamente, il ferro fuso veniva utilizzato più spesso nella produzione di utensili agricoli che non per le armi, che continuavano ad essere in gran parte realizzate in bronzo […] a riprova del fatto che la logica della tecnologia occidentale non è applicabile in tutto il mondo ed in ogni tempo14.

Lo stesso ragionamento si potrebbe fare rispetto alla polvere da sparo che, scoperta in Cina, veniva utilizzata per lo più in ambito ludico per la costruzione di fuochi d’artificio e solo al suo arrivo in Europa venne adottata per costruire le micidiali armi da fuoco che caratterizzano le guerre moderne e contemporanee.

Guerra ed ambiente
Negli ultimi anni, per ovvi motivi connessi alla crisi climatica, sono diverse le riflessioni che si sono concentrate sugli effetti ambientali e climatici delle guerre. In Terra Bruciata González-Ruibal ci mostra come queste relazioni siano più antiche e biunivoche. Infatti mentre la guerra causa sempre modificazioni ambientali (e spesso catastrofi), dall’altro lato i cambiamenti climatici possono essere, fra altre, tra le cause delle guerre.

Le prove di queste due tendenze sono sparse ovunque nella storia e nel tempo: dall’America Latina, all’Africa, all’Europa naturalmente. La guerra e la logistica di guerra sono state, da quando esiste questo fenomeno, uno dei principali vettori di artificializzazione del paesaggio. Si pensi ai muri ed alle muraglie, all’enorme rete viaria romana, ai casi in cui i corsi d’acqua sono stati deviati per assetare il nemico. L’autore ne fa una vivida descrizione parlando della Guerra Civile Americana:

Le trincee cambiarono la concezione del paesaggio bellico: gli spazi trincerati interessavano vasti appezzamenti di territorio, che venivano trasformati in una landa desolata. Alberi ridotti in schegge dall’artiglieria e dai proiettili, foreste abbattute per liberare zone di tiro, terra bruciata: guardando le fotografie dell’epoca viene il dubbio che si tratti di immagini della Prima guerra mondiale. E non furono solo le trincee a provocare una trasformazione del paesaggio su larga scala: l’Unione praticò una forma di guerra totale contro il Sud che arrivò talvolta a sfiorare l’ecocidio, distruggendo le basi ecologiche del nemico, vale a dire le sue risorse naturali, la sua agricoltura, il suo bestiame, le sue riserve alimentari15.

Il pensiero, leggendo queste righe, non può che andare alla Palestina dove proprio la calcolata ed indiscriminata distruzione delle basi ecologiche della popolazione palestinese è una delle tattiche del genocidio, prima “silenziato” ed oggi completamente dispiegato, che lo Stato Israeliano sta compiendo contro di essi. Dice ancora González-Ruibal parlando della Prima Guerra mondiale come guerra definitivamente su scala industriale:

Gli esplosivi trituravano tanto i corpi quanto il paesaggio: mai prima di allora i campi di battaglia si erano trasformati fino a questo punto. Gli esplosivi e le trincee ebbero un effetto equivalente a decine di migliaia di anni di agenti biologici e geologici: la topografia di alcune zone, come quella di Verdun, è stata completamente alterata. […] Se l’Antropocene è l’epoca geologica in cui l’uomo diventa il principale agente di trasformazione, allora la Prima guerra mondiale ne può essere considerata l’inizio, almeno in termini geomorfologici16.

Naturalmente nel XX secolo l’umanità assisterà ad altrettante forme di devastazione ambientale legate alla guerra, dalla bomba atomica al Vietnam. Ma, come detto, la relazione tra guerra e ambiente si può guardare anche da un’altra prospettiva, cioè quella dei cambiamenti climatici come causa dei conflitti. Anche in questo caso esiste un lungo repertorio di esempi.

[…] che cosa fa sì che in un dato periodo i precetti morali che limitano la violenza vengano ignorati? Le cause sono molteplici, ma esistono alcune tendenze: una è il cambiamento climatico. Le lunghe siccità, ad esempio, hanno avuto un ruolo nella crisi della tarda Età del bronzo nel Vicino Oriente e forse nei massacri del Medio Nilo avvenuti 13.000 anni fa; un fattore ancor più decisivo è l’emergere di un regime climatico imprevedibile, come un migliaio di anni fa nel Southwest degli Stati Uniti… e oggi in tutto il mondo. Il passato dovrebbe servirci da monito17.

When will they ever learn
Il libro di González-Ruibal tocca tanti altri importanti argomenti che hanno connessioni con il presente, dalla nascita della pratica del genocidio, al colonialismo, all’industrializzazione, fino alla stessa trasformazione che subisce la guerra e la sua cultura materiale con l’avvento del capitalismo. Abbiamo scelto di tralasciare queste tematiche fondamentali perché già molto discusse ed al centro di importanti trattazioni contemporanee. Ci interessava in questa recensione sottolineare alcuni aspetti meno conosciuti.

Ma forse la questione più importante che solleva Terra Bruciata è che la guerra non fa parte di una supposta “natura umana”, ma è il prodotto di condizioni ambientali, sociali. economiche e di scelte che vengono compiute. Come dice l’autore nel suo Epilogo:

[…] sebbene la brutalità estrema risulti comune, è nello stesso tempo anche eccezionale: comune, perché compare in una gran varietà di culture e di periodi storici; eccezionale, perché non costituisce la norma. […] la verità è che in molti territori è stata la pace – o un conflitto limitato e intermittente – a prevalere nel corso dei secoli. Gli esseri umani sono stati in grado di trovare alternative allo scontro armato attraverso il negoziato o la cooperazione, e anche quando si è fatto ricorso alla guerra, la violenza non è sempre stata così selvaggia. […] la storia, nonostante tutto, non è una fossa comune. Di fatto nessuna delle due narrazioni dominanti sulla violenza è vera: non è una costante immutabile nell’essere umano, né è stata progressivamente domata dal processo di civilizzazione18.

Certo che se si guarda al putrescente pugno di capitalisti che oggi domina il mondo è difficile pensare che trovino quelle alternative di cui parla González-Ruibal. Ma d’altra parte l’ostilità alla guerra, al riarmo, alla militarizzazione che permea confusamente le classi popolari delle nostre società forse non ha paragoni storici. Le contraddizioni del sistema di sviluppo in cui siamo costretti a vivere maturano incessantemente: è semplicemente impossibile pensare uno sviluppo infinito in un contesto di risorse finite. Non c’è nulla di “naturale” nel voler perseguire questa strada ad ogni costo. Se ci continuiamo a chiedere «Quando finalmente impareranno?» la risposta è semplice: mai. La domanda giusta è quando finalmente gli toglieremo la possibilità di decidere per noi.

*Orizzonti è un progetto che mira a indagare le geografie del capitalismo in Italia ed ascoltare le voci dei conflitti e delle lotte nei territori periferici e provinciali. Crediamo che per conquistare un’efficacia, una rotta, una possibilità trasformativa efficace sia la nostra comprensione del sistema che ci sfrutta ed opprime rendendola il più possibile precisa, attuale e radicata.


  1. Alfredo González-Ruibal, Terra Bruciata. Storia della violenza dal Paleolitico al XXI secolo, Roma, Carocci Editore, 2026, p. 18.  

  2. Ivi, p. 21.  

  3. Ivi, p. 22.  

  4. Ibidem.  

  5. Ivi, p. 52.  

  6. Ivi, p. 60.  

  7. Ivi, p. 88.  

  8. Ibidem.  

  9. Ivi, p. 90.  

  10. Ivi, p. 91.  

  11. Ivi, p. 137.  

  12. Ivi, p. 88.  

  13. Ivi, p. 54.  

  14. Ivi p. 115.  

  15. Ivi p. 266.  

  16. Ivi p. 295.  

  17. Ivi p. 332.  

  18. Ivi p. 331.  

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